    Gabriele D'Annunzio.
    LE NOVELLE DELLA PESCARA.



    Copyright 1942 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
    Prima edizione Oscar Mondadori febbraio 1969.
    Prima edizione Oscar classici moderni marzo 1993.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.













    Indice.

    La vergine Orsola: pagina 3.
    La vergine Anna: pagina 76.
    Gli idolatri: pagina 141.
    L'eroe: pagina 159.
    La veglia funebre: pagina 166.
    La contessa d'Amalfi: pagina 179.
    La morte del duca d'Ofena: pagina 221.
    Il traghettatore: pagina 239.
    Agonia: pagina 267.
    La fine di Candia: pagina 277.
    La fattura: pagina 293.
    I marenghi: pagina 317.
    La madia: pagina 326.
    Mungi: pagina 333.
    La Guerra del Ponte: pagina 345.
    Turlendana ritorna: pagina 365.
    Turlendana ebro: pagina 379.
    Il cerusico di mare: pagina 388.


    La vergine Orsola.

    1.
    Il viatico usc dalla porta della chiesa a mezzogiorno.
    Su tutte le strade era la primizia della neve,  su tutte  le  case  la
    neve. Ma in alto grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose,
    si dilatavano sul palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la
    Bandiera.   E   nell'aria  bianca,   sul  paese  bianco  appariva  ora
    subitamente il miracolo del sole.
    Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca.  La  gente  si
    fermava  a veder passare il prete incedente a capo nudo,  con la stola
    violacea,  sotto l'ampio ombrello scarlatto,  tra le lanterne  portate
    dai clerici accese. La campanella squillava limpidamente accompagnando
    i  Salmi  sussurrati  dal  prete.  I  cani vagabondi si scansavano nei
    vicoli al passaggio.  Mazzanti cess di ammucchiare la neve all'angolo
    della  piazza  e si scopr la zucca inchinandosi.  Si spandeva in quel
    punto dal forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo  e  sano  del  pane
    recente.
    Nella casa dell'inferma gli astanti udirono gli squilli,  e udirono su
    per le scale il salire dei vegnenti.  La vergine Orsola era sul letto,
    supina,  tenuta dallo stupore della febbre,  da una sonnolenza inerte,
    con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Posava sul guanciale
    la testa quasi nuda di capelli,  la faccia d'un colore quasi  ceruleo,
    ove le palpebre erano semichiuse sopra gli occhi vischiosi e le narici
    parevano  annerite  dal  fumo.  Ella faceva con le mani scarne piccoli
    gesti incerti, vaghi conati di prendere qualche cosa nel vuoto, strani
    segni improvvisi che davano quasi un senso di terrore a chi  stava  da
    presso;  e nelle braccia pallide le passavano le contrazioni dei fasci
    muscolari,  i  sussulti  dei  tendini;  e  a  volte  un  balbettamento
    inintelligibile  le  usciva  dalle  labbra,  come  se  le parole le si
    impigliassero nella fuliggine della  lingua,  nel  muco  tenace  delle
    gengive.
    Nella  stanza  si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli
    avvenimenti supremi,  un silenzio dove il  respiro  dell'inferma  e  i
    gesticolamenti  incerti  e le irruzioni rauche della tosse aggravavano
    l'attesa della morte.  Dalle finestre aperte entrava  l'aria  pura  ed
    uscivano  le  esalazioni  della  malattia.  Un  vivo baglior bianco si
    rifrangeva dalla neve coprente i cornicioni  e  i  capitelli  corintii
    dell'Arco   di   Portanova;   il   fiore  cristallino  dei  ghiaccioli
    scintillava d'iridi all'altezza  della  stanza.  Nell'interno,  su  le
    pareti  pendevano  grandi  medaglie sacre d'ottone,  imagini di santi.
    Sotto un vetro una Madonna di Loreto tutta nera il volto  il  seno  le
    braccia,  come  un  idolo barbarico,  luceva nella sua veste adorna di
    mezzelune d'oro.  In un angolo,  un piccolo altare candido portava  un
    vecchio crocifisso di madreperla, tra due boccali turchini di Castelli
    pieni d'erbe aromatiche.
    Camilla,  la sorella,  l'unica parente, presso al letto, pallidissima,
    tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati  dell'inferma  con  un
    lino umido di aceto.  Don Vincenzo Bucci,  il medico, seduto, guardava
    il pomo d'argento della bella mazza,  le belle corniole incise ch'egli
    aveva  negli  anelli  delle  dita,  aspettando.  Teodora La Iece,  una
    tessitrice  vicina,   stava  ritta,   in   silenzio,   tutta   intenta
    nell'atteggiare  a  dolore la faccia bianca e lentigginosa,  gli occhi
    d'acciaio, la bocca crudele.
    - "Pax huic domui" - disse il prete entrando.  Apparve  all'uscio  Don
    Gennaro Tierno,  lunghissimo e smilzo su piedi enormi, con i movimenti
    di un bruco che si snodi.  Veniva  dietro  di  lui  Rosa  Catena,  una
    femmina che avea fatto pubblica professione d'impudicizia al suo tempo
    verde  e che ora si salvava l'anima assistendo i moribondi,  lavando i
    cadaveri,  vestendoli  e  accomodandoli  nella  bara,   senza  prender
    mercede.
    Nella  stanza  di  Orsola  tutti erano in ginocchio,  chini la faccia.
    L'inferma non udiva;  una stupefazione  intensa  le  teneva  ancora  i
    sensi.  E l'aspersorio si lev su di lei, lucido nell'aria, aspergendo
    il letto.
    - "Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor"...
    Ma Orsola non sent l'onda purificatrice che  la  rendeva  pi  bianca
    della neve innanzi al suo Signore.
    Ella  stirava  davanti  a s con le dita fragili le coperte,  aveva un
    moto tremulo nelle labbra,  nella gola il gorgoglio della  parola  che
    ella non poteva profferire.
    - "Exaudi nos, Domine sancte"...
    Allora  uno  scoppio di pianto rison fra le parole latine,  e Camilla
    nascose nella sponda del letto la faccia rigata di lacrime.  Il medico
    s'era  accostato  e  teneva fra le dita inanellate il polso di Orsola.
    Egli voleva scuoterla, apprestarla a ricevere il Sacramento dalle mani
    del sacerdote di  Ges  Cristo,  fare  che  ella  porgesse  la  lingua
    all'ostia.
    Orsola  balbett,  gesticol  ancora  vagamente  nel vuoto,  mentre la
    sollevavano su i guanciali.  Ella non udiva se non  un  tintinno  nei
    nervi  dell'orecchio  perturbati,  a  tratti  un grido,  a tratti una
    musica. Come fu sollevata,  subitamente il rossore livido della faccia
    si mut in un pallore di cadavere;  la vescica di ghiaccio cadde dalla
    testa sul lenzuolo.
    - "Misereatur"...
    Porse ella finalmente la lingua tremante,  coperta d'una crosta  mista
    di muco e di sangue nerastro, dove l'ostia vergine si pos.
    - "Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi"...
    Ma  ella  non  ritir  la  lingua  a  quel contatto,  perch non aveva
    conscienza di quel che faceva;  lo stupidimento non era rotto dal lume
    dell'Eucaristia.
    Camilla  guardava  con  gli  occhi  rossi pieni di terrore e di dolore
    quella faccia terrea dove ogni segno di vita mancava a  poco  a  poco,
    quella  bocca aperta che pareva la bocca di uno strangolato.  Il prete
    seguitava,  nella solennit del suo ministerio,  le  preghiere  latine
    lentamente.  Tutti  gli altri rimanevano genuflessi,  sotto il diffuso
    albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio.
    L'odore del pane caldo sal col vento e fece fremere  le  papille  del
    naso ai clerici.
    - "Oremus!"...
    Agli eccitamenti del medico Orsola richiuse le labbra. La riadagiarono
    supina; poich il prete entrava nel sacramento dell'Estrema Unzione. I
    clerici genuflessi ripetevano sommessamente l'antifona dei sette Salmi
    penitenziali.
    - "Ne reminiscaris"...
    Teodora  La  Iece  metteva  di tratto in tratto un singulto soffocato,
    coperta il volto con le palme,  a' piedi del letto.  Rosa Catena stava
    ritta,  accanto, con un occhio semichiuso da cui le colava di continuo
    un liquido giallognolo  e  con  l'altro  occhio  cieco  e  bianco  per
    un'albgine; scorreva un rosario, mormorando.
    E  mentre  i  Salmi sommessamente dal pavimento si elevavano,  su quel
    mormoro confuso dominava la formula sacra del prete ungente in  croce
    gli  occhi,  gli orecchi,  le narici,  la bocca,  le mani dell'inferma
    inerte.
    - ..."indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen"...
    Fu Camilla che scoperse  i  piedi  della  sorella:  apparvero  tra  le
    coperte due piedi gialli,  squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto
    davano un ribrezzo di membra morte. E su quella pelle secca le lacrime
    caddero, si mescolarono con l'unzione estrema.
    - "Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster"...
    L'unta del Signore stava  ora  immobile,  respirando,  con  gli  occhi
    chiusi dinanzi alla luce, con le ginocchia sollevate e le mani strette
    fra le cosce,  nell'atteggiamento abituale dei tifosi. E il prete, poi
    ch'ebbe premuto su le labbra di lei per l'ultima volta il  crocefisso,
    fatto il segno della croce alto in mezzo alla stanza con la gran mano,
    usc  seguito  dai  clerici.  Vagava  ancora  nella stanza quell'odore
    svanito di incenso e di cera che hanno le  vesti  sacerdotali.  Fuori,
    sotto le finestre, Matteo Puriello martellava le suola, canticchiando.


    2.
    I  segni  del  male declinavano lentamente in favore: succedeva ora il
    quarto settenario,  succedeva ora al sopore stupido la quiete naturale
    del  sonno,  una  quiete  durevole  in  cui  a  poco  a  poco tutte le
    perturbazioni della conscienza si sedavano e le facolt del  senso  si
    facevano meno torbide e la frequenza della respirazione diminuiva.  Ma
    una tosse aspra scoppiava a tratti  nel  petto  dell'inferma,  facendo
    sussultare  le  vertebre;  una  distruzione dolorosa della pelle e dei
    tessuti molli si compiva  ai  gomiti,  alle  ginocchia,  all'estremit
    della  schiena,  di  giorno  in giorno.  Quando Camilla si chinava sul
    letto chiamando: - Orsola! - la sorella tentava d'aprire gli occhi, di
    volgersi verso la voce.  Ma la  debolezza  la  opprimeva;  lo  stupore
    torpido le occupava di nuovo il senso.
    Ella  aveva  fame,  aveva  fame.  Una  bramosa  bestiale  di  cibo le
    torturava le viscere vuote,  le dava alla bocca  quel  movimento  vago
    delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare,  le dava talvolta
    alle povere ossa delle mani quelle contrazioni prensili che  hanno  le
    dita  delle  scimmie  golose  alla vista del pomo.  Era la fame canina
    nella convalescenza del tifo,  quella terribile avidit di  nutrimento
    vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore.
    Una  scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti;  nel
    cervello debolmente irrigato ogni  attivit  ristagnava  come  in  una
    macchina  a  cui  la forza motrice del liquido difetti.  Soltanto,  in
    quella materia disordinatamente ora si  producevano  certe  vibrazioni
    determinanti certi atti che nella vita anteriore erano abituali; n di
    quel lavorio meccanico aveva la convalescente conscienza.  Ella per lo
    pi diceva ad alta voce le litanie;  divideva in sillabe parole  senza
    senso; minacciava punizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie di
    un  inno  a Ges.  Aveva per lo pi nell'indice della mano sinistra un
    moto di indicazione scorrente su l'orlo del lenzuolo, come se ella con
    quel segno guidasse l'occhio dei discepoli su le righe del libro. Poi,
    talvolta,  la sua voce si  sollevava,  prendeva  una  solennit  quasi
    minacciosa,   pronunciando   le   ammonizioni  delle  "sette  trombe",
    ricordando confusamente le parole di  fra  Bartolomeo  da  Saluzzo  ai
    peccatori,  avendo  forse  negli occhi stupefatti la visione di quelle
    vecchie stampe impresse dal legno piene di deformi angeli tubanti e di
    demonii debellati.  Ma negli occhi  non  mai  aveva  uno  sguardo.  Le
    palpebre  pesanti  coprivano l'iride a met,  quell'iride senza colore
    spersa nella sclerotica che pareva come velata da un muco  giallastro.
    Ella stava nel suo letto distesa,  con il capo su due guanciali. Quasi
    tutti i capelli le erano caduti nella malattia;  un pallor terreo,  di
    quei  pallori  sotto  cui  pare  non anche possa rimanere la vita,  le
    occupava  la  faccia,  le  cavit  della  faccia;   e  il  teschio  ne
    traspariva,  e  da tutta la restante aridezza della pelle lo scheletro
    traspariva,  e intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sul
    letto i tessuti aderenti degeneravano.  Solo,  un'immensa fame animava
    quella  rovina,   torturava  gl'intestini  ove  le  ulcere  tifose  si
    cicatrizzavano lentamente.
    Fuori,  era  la novena di Natale,  la bella festivit de' vecchi e de'
    fanciulli.
    Erano certi vespri chiari e  rigidi,  sotto  cui  tutto  il  paese  di
    Pescara  si popolava di marinari e si empiva dei suoni delle zampogne.
    L'odore acuto delle  zuppe  di  pesce  si  propagava  nell'aria  dalle
    cantine aperte. Lentamente alle finestre, alle porte, nelle vie i lumi
    apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzi di pietra della casa
    di  Farina,  su i comignoli della casa di Memma,  sul campanile di San
    Giacomo.  Le altezze illustri dominavano come fari sul paese  occupato
    dall'ombra.  Poi,  d'un  tratto,  la  notte cominciava a constellare i
    firmamenti;  sopra  le  case  di  Sant'Agostino,  una  mezza  luna  si
    affacciava dal bastione,  tra il fanale rosso e il pino del telegrafo,
    crescendo.
    Alla stanza di Orsola tutta quell'animazione  di  vita  saliva  in  un
    romoro confuso di alveare che si sveglia.
    Le pastorali delle zampogne si avvicinavano, di casa in casa, di porta
    in  porta.  Avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i
    ciociari di Atina traevano da un otre di pecora  e  da  un  gruppo  di
    canne forate.  La convalescente udiva,  si sollevava sul letto; poich
    quella  sensazione  le  ridestava  i  fantasmi  di  altre   sensazioni
    trascorse,  e  gli  occhi  le  si empivano tutti di visione sacra,  di
    presepi raggianti  e  di  bianchi  peregrinaggi  d'angeli  in  azzurri
    immacolati.  Ella si metteva a cantare le laudi,  tendendo le braccia,
    restando talvolta con la bocca aperta,  mentre la voce negli organi le
    mancava;  si  metteva  a  laudare  Ges  con una elevazione ardente di
    amore, trasportata dai suoni delle pastorali appressantisi, allucinata
    dalle imagini sante delle pareti.  Ascendeva ai cieli,  tra le musiche
    dei cherubini, tra i vapori della mirra e dell'incenso.
    - "Hosanna!".
    La  voce  le  mancava.  Ella tendeva le braccia.  Camilla,  da presso,
    voleva riadagiarla su i guanciali;  si sentiva come soggiogare da quel
    cieco  entusiasmo  di fede;  le tremavano le mani,  le labbra.  Orsola
    ricadeva stesa, con il capo abbandonato,  scoperta la gola e il petto,
    mostrando  degli  occhi solo il bianco nel gran pallore,  sorridente a
    qualche cosa invisibile,  in un atteggiamento di vergine  martire.  Le
    zampogne  passavano;  tardi  passavano  le canzoni del vino urlate dai
    marinari nella notte tornanti alle barche della Pescara.


    3.
    L'istinto della fame si ridestava vivissimo, come pi chiara si faceva
    la conscienza.  Quando dal forno di Flaiano saliva  nell'aria  l'odore
    caldo del pane, Orsola chiedeva; chiedeva con un accento di mendicante
    famelica,   tendeva  la  mano,  supplicando,  alla  sorella.  Divorava
    rapidamente,  con un godimento brutale di  tutto  l'essere,  guardando
    d'intorno  se qualcuno tentasse strapparle di tra le mani il cibo,  in
    sospetto.
    La convalescenza era lunga e lenta,  ma gi un senso mite di  sollievo
    cominciava a spargersi per le membra,  a liberare il capo.  Per quella
    sana nutrizione di albume e di carne muscolare un  sangue  novello  si
    produceva: i polmoni dilatati ora largamente dall'aria vivificavano il
    sangue  carico  di sostanze;  e i tessuti irrigati dall'onda tiepida e
    rapida si colorivano ricomponendosi, si rinnovellavano nelle piaghe di
    decubito,  si ricoprivano di  cute  a  poco  a  poco;  e  le  attivit
    cerebrali  a quell'affluire operavano sicure;  e le innervazioni negli
    organi sensorii non pi perturbate rendevano limpida la sensazione;  e
    sul  cranio  i  bulbi  capilliferi  rigermogliavano  densi;  e da quel
    riordinamento delle leggi meccaniche della vita,  da quel  dispiegarsi
    di  energie  prima latenti che la malattia aveva provocate,  da quella
    intensa brama che la convalescente  aveva  di  vivere  e  di  sentirsi
    vivere,  da  tutto,  lentamente,  quasi  in  una seconda nascita,  una
    creatura migliore sorgeva.
    Erano i primi giorni di febbraio.
    Dal suo letto Orsola vedeva  la  sommit  dell'Arco  di  Portanova,  i
    mattoni  rossicci  tra  cui crescevano l'erbe,  i capitelli sgretolati
    dove le rondini avrebbero appeso i nidi.  Le viole di Sant'Anna  nelle
    screpolature  del  fastigio  non  anche  fiorivano.  Il cielo sopra si
    apriva in una gentile beatitudine;  e per l'aria a  tratti  giungevano
    dall'Arsenale gli squilli delle fanfare.
    Fu  allora  che,  quasi  con  un  senso  di  meraviglia,  ella  riand
    l'esistenza trascorsa.  Le  pareva  quasi  che  quel  passato  non  le
    appartenesse,  non fosse suo; una lontananza smisurata ora la divideva
    da quei ricordi,  una lontananza come di sogno.  Ella non aveva pi la
    valutazione sicura del tempo;  ella doveva guardare gli oggetti che la
    circondavano, fare uno sforzo della mente,  raccogliersi a lungo,  per
    ricordare.   Si   toccava  con  le  dita  le  tempie  dove  i  capelli
    rigerminavano tenui,  e un sorriso vago di smemorata  le  sfiorava  le
    labbra pallide, le fuggiva negli occhi.
    - Ah! - susurr fioca; e il gesto delle dita alle tempie le ritornava,
    gentilmente.
    Era stata una vita triste ed uguale,  in quelle tre stanze,  fra tutte
    quelle piccole statue deformi di Santi,  fra tutte quelle  imagini  di
    Madonne,  fra  tutti  quei  bimbi  compitanti in coro ad alta voce per
    cinque ore del giorno le medesime  parole  scritte  col  gesso  su  la
    lavagna.  Come le martiri gloriose della leggenda, come Santa Tecla di
    Licaonia e  Santa  Eufemia  di  Calcedonia,  le  due  sorelle  avevano
    consacrata  la  loro verginit allo Sposo celeste,  al talamo di Ges.
    Avevano mortificata la carne a furia di  privazioni  e  di  preghiere,
    respirando  l'aria  della  chiesa,  l'incenso  e l'odore delle candele
    ardenti, cibandosi di legumi.
    Avevano stupefatto lo spirito in  quell'esercizio  arido  e  lungo  di
    sillabazione,  in  quel  freddo  distillo  di  parole,  in quell'opra
    macchinale dell'ago e del filo su le eterne tele bianche  odoranti  di
    spigo  e  di  santit.  Mai  le  loro mani cercarono la dolcezza delle
    chiome infantili,  il tepore di quel  biondo  angelico;  mai  le  loro
    labbra  cercarono  la  fronte  dei  discepoli,  in  una  effusione  di
    tenerezza improvvisa. Insegnavano la piccola dottrina, i piccoli canti
    della  religione;  facevano  prostrare  tutte  quelle  teste  gioconde
    lungamente  sotto  le ammonizioni quaresimali;  parlavano del peccato,
    degli orrori del peccato, delle pene eterne, con la voce grave, mentre
    tutti quei grandi occhi si  empivano  di  meraviglia  e  tutte  quelle
    bocche rosee si aprivano allo stupore.  Intorno,  per le fantasie vive
    dei fanciulli le cose  si  animavano:  dal  fondo  dei  vecchi  quadri
    uscivano certi profili giallognoli di Santi misteriosi;  e il Nazareno
    cinto di spine e di stille sanguigne guardava da ogni  parte  con  gli
    occhi  agonizzanti,  perseguitando;  e su per la gran cappa del camino
    ogni macchia di fumo prendeva una forma atroce.  Cos infondevano esse
    la fede in quelle anime inconsapevoli.
    Ora  il  ricordo  di quella sterilit si dest in Orsola torbidamente.
    Ella risaliva,  risaliva agli  anni  pi  lontani,  per  una  naturale
    tendenza  dello  spirito,  si  rifugiava  alle  fonti;  e una pienezza
    improvvisa di giubilo la inond come se in un  momento  tutta  la  sua
    infanzia le rifluisse al cuore.
    - Camilla! Camilla! - chiam. - Dove sei?
    La  sorella non rispose,  non era nell'altra stanza;  era forse andata
    gi, nella chiesa,  al vespro.  Allora la convalescente fu presa dalla
    tentazione  di  mettere  i  piedi  a  terra,  di  provare  i passi sul
    pavimento, cos, sola.
    Rideva d'un riso timido di bambina che esiti in un'impresa  difficile;
    socchiudeva   gli  occhi  soffermandosi  nel  nuovo  diletto  di  quel
    pensiero,  palpava con  le  dita  le  ginocchia,  le  caviglie  esili,
    raccogliendosi, come per misurare la forza; e rideva, rideva poich il
    riso le insinuava uno sfinimento dolce,  una sottile delizia vibrante,
    in tutto l'essere.
    Una freccia di sole strisciava sul davanzale e feriva  l'acqua  di  un
    bacile  in un angolo: il riflesso mobile tremolava nella parete,  come
    una fine trama di oro.  Uno stuolo di colombi attravers lo  spazio  e
    venne a posarsi su l'Arco; parve un augurio. Ella pianamente scans le
    coperte,  esit  ancora:  seduta su la sponda del letto cercava con la
    punta del piede scarno e giallo la pianella di lana.  La trov,  trov
    l'altra; ma ora una tenerezza subitanea l'assaliva e le si empivano di
    lacrime  gli  occhi,  e  tutto  tremolava  dinanzi  a lei in un albore
    indistinto come se le cose intorno si facessero aeree  ed  evanissero.
    Le lacrime le rigavano le guance, le si fermavano alla bocca tiepide e
    salse: ella ne bevve alcune,  ne sent il sapore.  Fuori,  dall'Arco i
    colombi a uno a due si rialzavano, frullando. Orsola con un moto delle
    fauci respinse il groppo del pianto;  poi  si  poggi  su  la  sponda,
    premette,  si  alz  finalmente  in piedi;  sorrise dagli occhi umidi,
    guardandosi.  Non sapeva di essere cos debole,  di non  potersi  cos
    reggere diritta su le gambe; aveva una strana sensazione di formicolo
    negli stinchi,  di vellicamento nei muscoli,  quasi la sensazione d'un
    ferito che si levi quando l'osso infranto non anche    bene  saldato.
    Tent di muovere un passo,  avanz il piede,  timidamente; ebbe paura,
    sedette  di  nuovo  su  la  sponda,  guardandosi  in  torno  come  per
    assicurarsi che non la spiava alcuno.
    Poi cerc un punto di mta, la finestra; e ricominci, pianamente, con
    gli occhi fissi sul piede che avanzava, in equilibrio, stringendosi lo
    scialle  verde  al  petto,  invasa  un  poco dal freddo.  Un subitaneo
    spavento la prese, a mezzo: ella barcoll,  agit le mani,  si rivolse
    verso  il letto,  mise tre o quattro passi precipitosi,  ricadde su la
    sponda.  Stette un momento l,  in affanno;  rientr sotto le  coperte
    dove ancora restava il tepore, s'avvolse e si raccolse rabbrividendo.
    - Come sono debole, Signore!
    E  guardava  curiosa  sul  pavimento  il luogo dove ella aveva fatto i
    passi, quasi vi cercasse le orme.


    4.
    Di questo primo tentativo non disse nulla alla sorella.  Quando  sent
    Camilla  rientrare,   chiuse  gli  occhi,  stette  immobile  come  una
    dormiente,  provando  uno  strano  piacere  in  s  di  quell'inganno,
    ricacciando  a  forza  indietro  il  riso che la vellicava a sommo del
    petto e le saliva alle labbra.  Ella gioiva di quel  piccolo  segreto:
    tutti  i  giorni  aspettava  con  un  desiderio  inquieto l'ora in cui
    Camilla scendeva le scale;  restava un momento in ascolto,  seduta sul
    letto, fin che giungeva il rumore del lento discendere; poi si levava,
    soffocando gli scoppi di riso,  appoggiandosi alle pareti,  ai mobili,
    mettendo  gridi  di  paura  sommessi  ogni  volta  che  le   ginocchia
    minacciavano di piegarsi, ogni volta che l'equilibrio mancava.
    Dal  forno di Flaiano a quell'ora saliva quasi sempre l'odore del pane
    ad irritarla.  Ella si avvicinava alla finestra per cercare il  vento;
    provava  una  tortura mista di volutt nell'aspirare quella emanazione
    sana,  con la lingua nuotante  nell'acquolina  e  gli  occhi  vivi  di
    cupidigia.  Allora  la prendeva una furia di frugare da per tutto,  di
    mettere da per tutto le mani,  traendosi  di  qua  di  l  con  minore
    lentezza,  facendo  sforzi  inutili  e  irosi  su  le serrature di cui
    Camilla  aveva  portato  seco  le  chiavi.  Una  volta,  in  fondo  al
    repostiglio  di  un  tavolino  trov  una  mela  e  ci  ficc  i denti
    golosamente. Da tempo, nel regime severo della convalescenza, ella non
    assaporava un frutto.  In quello era un fresco  profumo  di  rosa,  il
    profumo che in certe mele aggrinzite e scolorite si accoglie. Cerc di
    nuovo  nel  repostiglio,  sperando;  ma non trov se non una specie di
    siliqua verdognola,  chiusa,  che doveva contenere forse un gruppo  di
    semi;  e  la  prese,  la  guard  curiosamente,  la  nascose  sotto il
    guanciale.
    Passava cos quell'ora, in segreto, con il godimento acre che danno ai
    fanciulli in guarigione le cose proibite,  le infrazioni degli  ordini
    dottorali,  i  piccoli  furti.  Solo  testimone  era  un micio,  tutto
    maculato come una pelle di serpente,  che girava  talvolta  intorno  a
    Orsola  con  un miagolo familiare o si fermava teso invano a ghermire
    se fuori volavano su l'Arco i colombi.  A poco a poco Orsola  prendeva
    amore  a  quel  compagno  discreto.  Ella lo accoglieva nel tepore del
    letto,  gli susurrava  parole  senza  nesso,  lo  guardava  lungamente
    leccarsi  con  la lingua rosea la zampa,  porgere la gola di lucertola
    alla blandizia,  una gola gialliccia che palpitava d'un suono rauco  e
    dolce  simile al tubare delle tortore nei boschi.  Ella,  forse per un
    naturale ricorso di quel suo misticismo anteriore,  amava  i  bagliori
    tralucenti dagli occhi dell'animale nella penombra,  quegli sprazzi di
    fosforo,  che emanavano da una forma  misteriosa  e  silenziosa  nella
    tenebra.
    Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella, con una
    specie  di  diffidenza  ed  anche  di  rammarico sordo,  ma taceva.  E
    lentamente,  quasi insensibilmente,  quelle due anime si distaccavano,
    si allontanavano per repulsa.
    Erano  prima  vissute  in  una  comunione di abitudini e di sentimenti
    continua,  perch in loro ogni diversit d'indole e ogni  insorgimento
    si agguagliava e placava nell'unica fede, nel culto infrangibile della
    deit di Cristo, in quel contemplamento ch'era divenuto lo scopo della
    vita  loro.  Ma  come  il culto le assorbiva intere,  in loro i legami
    della consanguineit a poco a poco erano stati coperti  e  sopraffatti
    da  quelli  della  comune religione;  quindi non mai una espansione di
    tenerezza le aveva ricongiunte,  non mai un abbandono di confidenza  e
    di ricordi o di speranze,  come sorelle.  Erano correligionarie, erano
    membri della grande famiglia di Ges spersi su la terra e agognanti il
    Cielo.
    Cos che a pena,  per la rinnovazione operata prima dalla  malattia  e
    dopo dal regime,  in Orsola si manifestarono inaspettati atteggiamenti
    d'indole e modi inconsueti,  la repulsa avvenne inevitabile e la  voce
    del comun sangue sopita non si pot levare a contrasto.


    5.
    I  discepoli  tornarono:  fu  la  prima  volta  una  mattina del marzo
    nascente.  Orsola s'era levata dal letto;  stava seduta su la  sponda,
    col  calore del sole alla nuca ed agli meri.  Nella stanza si sentiva
    l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti;
    e dalle finestre raramente il vento recava gli  effluvii  delle  viole
    gi fiorite su l'Arco.
    L'infanzia  alit  nella stanza come un fiato di quel vento marzolino.
    Fu prima su l'uscio un sospingersi tumultuoso  di  piccole  teste  che
    volevano  sollevarsi le une su le altre per vedere;  poi l'esitazione,
    la timidit,  una specie di meraviglia ingenua  dinanzi  alla  maestra
    pallida pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena.
    Ma  la  vergine sorrideva,  sotto un turbamento improvviso di tutto il
    suo sangue;  li chiamava a s,  confondeva  i  loro  nomi  che  le  si
    affollavano alle labbra,  tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i
    bimbi si avanzavano,  volevano prenderle le mani per metterci la bocca
    sopra,  ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per
    la furia le sillabe.
    - No, no, non pi! - esclamava Orsola, sopraffatta, ma abbandonando le
    mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.
    - Camilla, tienili, tienili.
    Ogni bimbo recava un dono: erano  fiori,  erano  frutta.  Le  violette
    avevano  sbito  sparso  il profumo nell'aria,  e in quel profumo,  in
    quella luce tutte quelle facce infantili invermigliate dal buon sangue
    plebeo sorridevano.
    Poi la lezione, nell'altra stanza, cominci.  La prima classe diceva a
    voce  alta  le vocali e i dittonghi,  la seconda sillabava;  e su quel
    coro chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.
    - La, le, li, lo lu....
    Negli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le
    suola o il telaio della Iece sbattere.
    - Va, ve, vi, vo, vu....
    Allora Orsola s'infastid.  La monotonia de' rumori e  delle  voci  le
    dava  al capo una pesantezza ingrata,  le conciliava il sonno,  mentre
    ella voleva essere desta,  mentre ella sentiva ancora intorno a s  la
    respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.
    - Bal, bel, bil, bol, bul....
    Prese i fiori,  li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli.
    Li fiut poi  lungamente,  stette  con  le  narici  tra  quel  fresco,
    chiudendo gli occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.
    - Gra, gre, gri, gro, gru....
    Una gran nuvola bianca vel il sole.  Orsola si accost alla finestra,
    si sporse al davanzale per guardar gi nella piazza. Di fronte,  Donna
    Fermina  Memma  in  una roba rosata stava sul balcone,  tra i vasi dei
    garofani;  e un gruppo di ufficiali passava  sotto  a  lei  ridendo  e
    facendo un tintinno di sciabole sul lastrico. Pi in l, nel giardino
    pubblico le piante di lilla erano sul fiorire, la punta del gigantesco
    pino  si  piegava al vento.  Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura,
    l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando.
    Orsola si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto,  che si affacciava
    su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in gi; la
    prese una leggera vertigine.
    - Nar, ner, nir, nor, nur....
    II coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.
    - Pla, ple, pli, plo, plu....
    Orsola  si  sentiva  soffocare,  venir meno,  a quella tortura: i suoi
    poveri nervi indeboliti cedevano.  Il coro seguitava,  al ritmo  della
    bacchetta di Camilla battuta sul tavolino, implacabile.
    - Ram, rem, rim, rom, rum....
    - Sat, set, sit, sot, sut....
    Allora  un  impeto  subitaneo  di singhiozzi squass la convalescente,
    l'abbatt sul letto.  Ella  singhiozzava,  cos,  bocconi,  a  braccia
    aperte,  premendo la faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza
    potersi frenare.
    - Tal, tel, til, tol, tul....


    6.
    Le erano ricresciuti tutti i capelli,  crespi e castanei,  come prima.
    Ella  aveva  ora  una  curiosit  grande  di guardarsi nello specchio;
    perch Rosa Catena,  con uno di quei lezii che sempre svelavano in lei
    l'antica  femmina  impudica,  passandole  la  mano  sul corpo le aveva
    detto: - Bellezza!
    Aspett dunque che Camilla uscisse; poi scese dal letto,  stacc dalla
    parete  uno  di  quelli  specchi rococ,  a cornice d'oro appannati di
    macchie verdi; con un lembo della coperta tolse la polvere e si guard
    dentro, sorridendo.
    Ella aveva tutto il collo nudo e pe 'l collo certe  vene  azzurrognole
    quasi  in  rilievo,  e  nella  testa  piccola  e lunga qualche cosa di
    caprino,  la bocca fine,  il mento acuto,  gli occhi castanei  come  i
    capelli, ma pi tendenti al giallo.
    Il pallore trasparente e il sorriso davano una grazia nuova, una nuova
    giovinezza ai suoi ventisette anni.
    Ella rest a guardarsi a lungo; e si piaceva di allontanare lentamente
    lo  specchio e di veder sparire l'imagine in quella luce un po' glauca
    come in un velo d'acqua marina  e  quindi  riemergere.  La  vanit  la
    conquistava, la occupava.
    Ella  si  accorse  di  tante piccole cose a cui prima non aveva badato
    mai; per esempio, di un neo simile a una lenticchia,  che le macchiava
    la  pelle  su  la  tempia sinistra,  e di una cicatrice leggera che le
    attraversava l'arco di un sopracciglio.  Rest  cos,  a  lungo.  Poi,
    assalita da una gioia repentina, cerc in torno un qualche diletto.
    Quella  capsula  vegetale,   ch'ella  aveva  trovato  in  fondo  a  un
    repostiglio,  s'era aperta come in due  valve  scoprendo  un  grappolo
    denso   di  semi  nerastri.   Ogni  seme  pareva  legato  a  filamenti
    sottilissimi d'una lucidit  argentea;  e  il  grappolo  si  manteneva
    compatto.  Ma  a  pena  la  vergine  vi  mise un soffio,  un nuvolo di
    piumoline  bianche  si  lev  nell'aria  e  si  sparpagli  qua  e  l
    brillando:  erano  le spie..  I semi parevano alati,  parevano insetti
    esili ed evanescenti che si dissolvessero incontrando i raggi del sole
    o  parevano  lanugini  di  cigno  a   pena   visibili;   ondeggiavano,
    ricadevano,  si  mescolavano  ai  capelli di Orsola,  le sfioravano la
    faccia,   la   coprivano   tutta.   Ella   rideva,   difendendosi   da
    quell'invasione, cercando di scacciare quella pelurie che le vellicava
    la  pelle  e  le  si  attaccava alle mani,  ma le risa le impedivano i
    soffii.
    Alla fine si distese lunga sul letto,  lasci che tutta  quella  molle
    nevicata  le  scendesse sopra lentamente.  Teneva gli occhi semichiusi
    per prolungare la dolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadeva,
    si sentiva come sommergere in un giaciglio alto di piume.  La luce che
    entrava  nella  stanza  era una di quelle pallide chiarit pomeridiane
    del mese di marzo, ove il sole ride modestamente estinguendosi come un
    indizio di aurora in un gran cielo albeggiante.
    Camilla trov la sorella ancora addormentata con accanto lo  specchio,
    con n capelli le spie..
    -  Oh,  Signore  Ges!  oh,  Signore  Ges!  -  mormor  tra  i denti,
    congiungendo le mani, in atto di compassione amara.
    La cristiana veniva dalla chiesa,  dove aveva cantate le  litanie  per
    l'Annunciazione   e   aveva   ascoltata   la   predica  sul  messaggio
    dell'Arcangelo all'ancella di Dio. "Ecce ancilla Domini".  L'eloquenza
    sonora  del  frate  predicante l'aveva inebriata;  le restavano ancora
    negli orecchi certe parole ammonitrici.
    Orsola si destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuoso, e
    stirava le membra.
    - Ah! Sei tu, Camilla? - disse ella un po' confusa da quella presenza.
    - Sono io,  sono io!  Tu ti perderai,  sciagurata,  tu ti  perderai  -
    irruppe  la devota,  additando lo specchio sul letto.  - Tu hai tra le
    mani lo strumento del demonio...
    Ed eccitata dalla prima invettiva, ella seguitava,  sollevava la voce,
    gittava  le  frasi  ardenti  della predica con grandi gesti nell'aria,
    incalzava nelle minacce dei castighi eterni, non si rivolgeva soltanto
    alla pericolante, assorgeva ad ammonire l'universo dei peccatori.
    - "Memento! Memento!".
    Orsola non intendeva pi  nulla,  poich  tutta  quella  vociferazione
    l'aveva stordita.
    D'un  tratto  dall'angolo della piazza scoppi la fanfara militare con
    uno squillo di venti trombe.


    7.
    L'ultima stanza della casa era stretta  e  bassa,  con  le  travi  del
    soffitto  annerite  dal  fumo,   piena  d'un  lezzo  di  cipolle,   di
    rigovernatura e di carbone spento.  I  vasi  di  rame  pendevano  alla
    parete  in  ordine  senza  luccicho;  i piatti di Castelli stavano in
    ordine su la mensola con le loro gioconde pitture di fiori, di uccelli
    e di teste ridenti; le antiche lucerne di ottone,  le bottiglie vuote,
    le  foglie  di  erbaggio  non  pi  fresche  erano sparpagliate per le
    tavole; e su tutto dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il
    gran libro in una mano e la fiamma rossa in mezzo al cranio.
    L, un tempo, Orsola,  stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e
    alle esalazioni dei cibi vegetali,  spesso aveva sentito giungersi sul
    capo dalla piccola finestra alta i ritornelli d'una canzone  libertina
    e certi larghi schiamazzi di risa che s'inseguivano. I canti e le risa
    crescevano nelle sere di estate,  tra i passagalli delle chitarre, fra
    gli urti della danza sul terreno.  Tutti i  romori  della  vita  d'una
    suburra  infima  salivano,  in certe ore,  a quella altezza e facevano
    tremare d'orrore le povere spose di Ges chine in umilt su  i  tegami
    d'argilla  pieni  dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure.
    Ma ora, al novel tempo e gaio, come un giorno ud Orsola le voci,  una
    voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori.
    Camilla  non  stava  nella  casa;  era  la domenica quinta di Lazzaro.
    Urgeva nell'aria,  dopo le brevi piogge,  con un pi  dolce  alito  di
    calore l'imminenza dell'aprile;  e in quell'aria la pulzella pi aveva
    pieno e chiaro il senso del suo rinascimento. E, in ozio,  girando per
    le stanze,  ebbe ella naturalmente la curiosit di guardare,  presa al
    fascino malsano che gli spettacoli di lascivia esercitano anche su gli
    animi verecondi.
    Ella sal su una sedia all'altezza dell'apertura; ma prima di spingere
    lo sguardo innanzi, fu invasa da un turbamento di tremiti,  e ritta su
    la  sedia  si  volse  in torno temente se non qualcuno la sorprendesse
    nell'atto.
    Intorno tutto era quieto;  ogni  tanto  una  gocciola  d'acqua  cadeva
    dall'alto  in  un  bacile,  sonando.  Di  fuori  salivano  le  voci ed
    allettavano.
    La vergine,  rassicurata,  guard.  Nel vicolo,  sotto la  pioggia  il
    fradiciume aveva fermentato come un lievito; una melma nera copriva il
    lastrico,  ove spoglie di frutta,  residui di erbe,  stracci, ciabatte
    marce,  falde di cappello,  tutto il ciarpame sfatto  che  la  miseria
    gitta nella strada,  si mescolavano.  Su quella cloaca, in cui il sole
    suscitava insetti e miasmi,  una  fila  di  case  nane  pareva  ansare
    addossata  alla  caserma.  Da  tutte  le  finestre per,  da tutti gli
    spiragli si riversavano le piante dei garofani non pi  contenute  nei
    vasi;  e  i  grandi  fiori  rosei  e  rossi penzolavano al sole aperti
    magnificamente.  E tra quei fiori apparivano le facce flosce e dipinte
    delle  meretrici,  passavano  le  oscenit  delle canzonette,  le risa
    gutturali;  e gi sul lastrico,  sotto le  inferriate  della  caserma,
    altre  femmine  si  tendevano  verso  i  soldati parlando a voce alta,
    provocandoli.  E i soldati,  che sentivano nel sangue  alla  primavera
    rifiorire  i mali di Venere,  allungavano le mani di tra le sbarre pur
    di brancicare qualcosa,  divoravano con gli  occhi  in  fiamme  quelle
    femmine disfatte gi per anni dalla lascivia di tante ciurme briache e
    di tanti facchini fradici.
    Orsola  stette l stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione
    fermentante pe 'l buon sole di quaresima e saliente fino a lei. Non si
    ritraeva ancora; ma come alz gli occhi,  vide in un abbaino sul tetto
    della  caserma un uomo biondo che la guardava e sorrideva.  Ella scese
    dalla sedia a precipizio, pi pallida di prima, credendo di sentire la
    voce di Camilla.  Corse  nella  sua  stanza  e  si  gett  sul  letto,
    sbigottita,  senza  respiro,  come  se  l'avesse perseguitata qualcuno
    minacciandola.


    8.
    Da quel giorno,  tutte l'ore,  tutti i momenti in cui Camilla non  era
    nella casa, la tentazione diabolica la trascinava a quello spettacolo.
    Ella  prima  pugnava,  vanamente,  senza  forze,  lasciandosi vincere.
    Andava l con l'ansia sospettosa di chi va a un ritrovo di  amore;  ci
    restava lungo tempo, dietro la persiana quasi cadente, mentre i miasmi
    del lupanare la turbavano e la corrompevano.
    Ella  spiava  tutto,  acuendo lo sguardo,  cercando di penetrare negli
    interni,  cercando  di  scoprire  qualche  cosa  tra  i  garofani  che
    chiudevano le finestre.  Il sole era caldo e pesante: sciami d'insetti
    turbinavano  nell'aria.  Ad  intervalli,  quando  entrava  nel  vicolo
    qualche  uomo,  venivano  dalle  finestre i richiami delle aspettanti:
    femmine discinte,  con il seno scoperto,  uscivano fuori ad offerirsi.
    L'uomo  spariva  in  una  delle  porte oscure con l'eletta.  Le deluse
    gittavano  scherni  e  risa  dietro  la  coppia,   e  si   rimettevano
    all'agguato tra i garofani.
    Cos,  nella  vergine,  si accendeva la brama.  Il bisogno dell'amore,
    prima latente,  si levava ora da tutto il suo  essere,  diventava  una
    tortura,  un  suplizio  incessante  e  feroce  da  cui ella non sapeva
    difendersi.
    Un fiotto di sanit caldo la  riempiva;  certe  sbite  allegrezze  le
    muovevano  il sangue,  le suscitavan nel petto quasi battimenti d'ale,
    le inspiravano canti nella bocca.  A volte  un  soffio,  uno  di  quei
    piccoli fremiti dell'aria che si dilata sotto il sole,  una canzone di
    mendicante,  un odore,  un nulla bastava a  darle  smarrimenti  vaghi,
    abbandoni  in  cui  le  pareva  di  sentire su tutte le membra come il
    passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo.  Ella  era  cos
    librata  e  perduta in abissi ignoti di dolcezza.  L'irritazione della
    continenza,  la sovrabbondanza insolita de' succhi,  quel  distendersi
    continuo  dei  nervi  sotto  gli  stimoli la tenevano in una specie di
    stordimento  simile  al  primo  stadio  dell'ebrezza.  Il  passato  si
    dileguava,  si assopiva in fondo alla memoria, non risorgeva pi. E in
    ogni ora, in ogni luogo il desiderio le tendeva insidie: i Santi delle
    mura,  le Madonne,  i Cristi crocefissi ignudi,  le piccole figure  di
    cera  deformi,  tutte  le cose in torno,  prendevano per lei apparenze
    impure.  Da tutte le cose  l'impurit  emanava  e  le  alitava  su  la
    persona, affocantemente.
    -  Ecco,  ora  scendo  nella  strada  -  diceva ella a s stessa,  non
    reggendo pi.
    Poi le mani le tremavano su la porta,  nell'aprire.  Lo  stridore  del
    chiavistello  scorrente  negli  anelli la sbigottiva.  Ella tornava in
    dietro, si gettava sul letto quasi svenendosi, livida, sotto una larva
    d'uomo.


    9.
    La domenica delle Palme ella usc dopo tanti mesi, per la prima volta;
    poich Camilla voleva condurla a render  grazie  della  guarigione  al
    Signore.  Quando le campane si misero a squillare, Orsola si affacci.
    Tutto il paese era ridente nel grande riso pasquale del sole d'aprile.
    Tutto il contado invadeva le vie con il segno  pacifico  dei  rami  di
    olivo.
    Ella  ora  doveva  vestirsi  in  fretta:  la gente nelle vie l'avrebbe
    guardata passare. Una furia di vanit sbito la prese: si chiuse nella
    stanza, cerc in fondo alla cassa le vesti pi chiare.  Un odore acuto
    di  canfora  saliva  da  quei  vecchi tessuti conservati l dentro per
    anni: erano grandi gonne  di  seta  a  fiorami,  verdi  e  violette  e
    cangianti, che un tempo la crinolina avea forse gonfiate in torno alle
    anche  di  una  sposa  novella;  erano lunghi busti con maniche ampie,
    mantelline  color  di  tortora  orlate  di  merletti   bianchi,   veli
    intrecciati di fili d'argento, collari di tela fina ricamati a giorno;
    tutte cose morte per l'uso, goffe, macchiate dall'umido.
    Orsola  sceglieva,  come guidata da un nuovo istinto,  profumandosi di
    canfora le mani nel cercare.  Tutta quella seta inutile e quei veli la
    irritavano.  Non  trovava  al  fine nulla che le andasse alla persona!
    Chiuse la cassa irosamente, la respinse sotto il letto con un urto del
    piede.  Le campane sonavano per la terza volta.  Ella si mise in furia
    il  consueto  abito  triste color di cenere,  in conspetto di Camilla,
    mordendosi le labbra per ricacciare in gi le lacrime.
    Le campane chiamavano.  Per le vie i fasci delle  palme  mettevano  un
    mobile luccicore argenteo; da ogni gruppo di villici sorgeva una selva
    di  ramoscelli;  e  la candida clemenza della benedizione cristiana si
    diffondeva per tutta l'aria da quelle selve, come se si appressasse il
    Galileo,  il re povero e dolce sedente su l'asina  fra  la  turba  dei
    discepoli,  in contro agli osanna del popolo redento.  "Benedictus qui
    venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis!".
    Nella chiesa la folla era immensa, sotto la selva delle palme. Per una
    di quelle correnti che si formano irresistibili nelle masse di popolo,
    Orsola fu divisa da Camilla; rest sola in quel rigurgito,  in mezzo a
    tutti quei contatti, in mezzo a tutti quegli urti e quegli aliti. Ella
    tentava  d'aprirsi  un varco: le sue mani incontravano la schiena d'un
    uomo,  altre mani tiepide il cui tocco la  turbava.  Ella  si  sentiva
    sfiorare  il  volto da una foglia d'olivo,  contrastare il passo da un
    ginocchio,  spingere il fianco  da  un  gomito,  offendere  il  petto,
    offendere   le   spalle   da   pressioni   incognite.   Sotto  l'odore
    dell'incenso,  sotto le palme benedette,  nella penombra  mistica,  in
    tutto  quell'ammasso  di  cristiani e di cristiane,  piccole scintille
    erotiche scoccavano per attrito e si  propagavano;  amori  segreti  si
    ritrovavano  e si congiungevano.  Passavano accanto a Orsola fanciulle
    della campagna con palme sul petto,  con un riso fuggente  nel  bianco
    degli  occhi  vlto  ad  amatori  che  dietro  le insidiavano: ed ella
    sentiva in torno a s cos passare l'amore,  poneva il suo  corpo  tra
    quei  corpi  che  si  cercavano,  era  un  ostacolo  a  quei gesti che
    tentavano toccarsi,  separava le strette di quelle mani,  i legami  di
    quelle  braccia.  Ma  qualche  cosa  di  quelle  carezze interrotte le
    penetrava nel sangue.  In un punto ella s'incontr a faccia  a  faccia
    con un soldato biondo; quasi gli pos il capo su la tunica, perch una
    colonna di gente dietro la spingeva. Ella lev gli occhi; e il giovine
    sorrise  come  aveva  sorriso  un  giorno  dall'abbaino della caserma.
    Dietro,  l'urto seguitava;  il vapore  dell'incenso  si  spandeva  pi
    denso, e il Diacono dal fondo cant:
    - "Procedamus in pace"...
    E il coro rispose:
    - "In nome Christi. Amen"...
    Era  l'annunzio della processione,  che mise un sommovimento enorme in
    tutto il  popolo.  Per  istinto,  senza  pensare,  Orsola  si  attacc
    all'uomo,  come se gi gli appartenesse;  si lasci quasi sollevare da
    quelle braccia che la prendevano ai fianchi,  si sent n capelli quel
    fiato  virile  che  sapeva  lievemente  di tabacco.  Ella andava cos,
    indebolita,  sfinita,  oppressa da quella volutt  che  l'aveva  colta
    d'improvviso, non vedendo se non un barbaglio dinanzi a s.
    Allora  dall'altare  maggiore si mosse il turiferario spargendo nuvoli
    di fumo cerulo e dolce sul popolo; e una processione candida si svolse
    nel mezzo della chiesa.  I celebranti portavano in mano rami d'olivo e
    cantavano.


    10.
    Tutta  la  Settimana  Santa  protesse delle sue complici ombre l'amore
    della vergine Orsola.  Le chiese erano immerse  nel  crepuscolo  della
    Passione, i crocefissi su gli altari erano coperti di drappi violacei;
    i  sepolcri  del  Nazareno  erano  circondati  di  grandi erbe bianche
    cresciute nei sotterranei;  un profumo di fiori e di  belzuino  pesava
    nell'aria.
    L Orsola,  inginocchiata,  attendeva, fin che un passo leggero dietro
    di lei la faceva trasalire.  Ella non poteva volgersi,  perch Camilla
    la  vigilava;  ma  si  sentiva  tutta  abbracciare  dallo  sguardo  di
    quell'uomo,  come da un fuoco sottile,  e  una  tenerezza  torbida  le
    scendeva nella carne. Allora fissava i ceri digradanti su un triangolo
    di legno presso l'altare. I preti cantavano dinanzi a un gran libro; e
    ad  uno  ad uno i ceri venivano spenti.  Non ne rimanevano che cinque,
    non ne rimanevano che due;  l'oscurit si  avanzava  dal  fondo  delle
    cappelle  su  la  gente  in  preghiera.  L'ultima fiammella finalmente
    spariva;  tutte le panche risonavano sotto le battiture delle  verghe.
    Orsola  nel  buio,  a  pena  si  sentiva toccare da due mani cercanti,
    scattava dal pavimento, con un sussulto, smarrita. Poi,  quando usciva
    dalla  chiesa,  il pensiero d'aver violato un luogo sacro la empiva di
    rimorso:  subitamente,   la  paura   del   castigo   risorgeva.   Ella
    s'inabissava  poi come in un sogno dove la figura livida di Ges morto
    e lo scroscio delle battiture e i brividi della  carne  sollecitata  e
    l'odor grave dei fiori e gli aliti di quell'uomo biondo si mescolavano
    in un senso dubbio di dolore e di piacere.


    11.
    Ma  come  Ges  trionfante  risal  alla  gloria dei cieli,  gli aromi
    pasquali non pi confortarono  l'amore  della  vergine  Orsola.  Scena
    dell'amore  fu  allora  il  dominio  dei  gatti  randagi e dei colombi
    torraioli.  Dall'abbaino alla finestra i dolci  segni  correvano:  tra
    mezzo,  il  lupanare si sprofondava come un fossato d'acque limacciose
    a' cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine.  I  colombi
    sorvolavano con il luccicho verde e grigio delle loro piume.
    L'amadore aveva un bel nome antico,  si chiamava Marcello,  e aveva un
    bel fregio rosso e d'argento su  le  maniche  della  tunica.  Scriveva
    epistole  piene  di  fuoco  eterno,  con  frasi  impetuose  che davano
    all'amatrice deliquii di tenerezza e fremiti di volutt mal contenuta.
    Orsola leggeva quei fogli in segreto,  li teneva notte  e  giorno  nel
    seno:  pe  'l calore la scrittura violetta le s'imprimeva su la pelle,
    ed era come un gentile tatuaggio  d'amore,  di  cui  ella  gioiva.  Le
    risposte  di  lei  non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di
    una maestra,  tutto il tesoro  delle  apostrofi  psalmistiche  di  una
    devota,  tutta  la  fluente  sentimentalit di una pulzella tardiva si
    riversava su la carta de' quaderni scolastici rigati di turchino. Ella
    scrivendo si obliava,  si sentiva trascinare in un'onda  di  verbosit
    sonore.  Pareva  quasi  che una facolt novella si esplicasse in lei e
    prendesse forme maniache, d'improvviso. Quel gran sedimento di lirismo
    mistico accumulato per la lettura de' libri di preghiera in tanti anni
    di fedelt allo Sposo Celeste,  ora,  scosso  dal  tumulto  dell'amore
    terreno,  si  levava  su confusamente per assumere sapori di profanit
    nuovi. Cos le lacrimose implorazioni a Ges si mutavano in sospiri di
    speranza verso letizie d'amplessi non  eterei,  le  offerte  del  fior
    dell'anima  al  Sommo Bene si mutavano in tenere dedizioni della carne
    al disio del biondo amante,  e  il  lume  afrodisiaco  della  luna  si
    cingeva  di tutti gli epiteti per cui va radioso lo Spirito Santo,  n
    gli zefiri della primavera mancavan di rapire gli aromi alle mense del
    Paradiso.


    12.
    Era messaggero uno di quegli  uomini  che  paion  cresciuti  su,  come
    funghi,  dall'umidit della strada immonda ed hanno in tutta la figura
    quasi  una  nativa  tinta  di  fango;  di  quelli  uomini  bigi,   che
    s'insinuano  per tutto,  che si trovano per tutto ov' un centesimo da
    guadagnare,  un po' di untume da leccare,  uno straccio da  sottrarre,
    oggi  rigattieri  e  domani  procaccianti  in  atto di serve o di male
    femmine,  oggi falsi sensali di mercatanzia e domani accalappiatori di
    cani erratici.
    Costui  aveva  un  nome  melodrammatico,   si  chiamava  Lindoro:  dal
    quartiere dell'Ospedale al bastione di  Sant'Agostino  una  popolarit
    grande   s'era   fatta   in  torno  a  questo  nome.   Nasceva  costui
    dall'accoppiamento d'un  sonatore  ambulante  di  clarinetto  con  una
    piazzaiuola  rivenditrice  di fruttaglia,  ereditando l'istinto nomade
    del padre e la naturale avarizia della madre.  S'era prima strascicato
    per  gli  immondezzai  di  tutte le case,  con la scopa e il canestro;
    aveva poi fatto il guattero in una bettola, dove soldati e marinai gli
    gettavano sul viso gli sgoccioli del bicchiere e le  spine  del  pesce
    mal fritto. Dalla bettola era caduto in un forno, dove spingeva i pani
    con  la  lunga  pala  dentro  le  fiamme,  tutta la notte,  in sudore,
    accecandosi. Dal forno era passato all'uffizio di accenditore pubblico
    de'  fanali,   logorandosi  una  spalla  sotto  il  peso  della  scala
    portatile.  Scacciato  da  quell'uffizio  perch sottraeva il petrolio
    dalle grandi casse di zinco bianco, si mise alla ventura della strada,
    comprando e rivendendo abiti vecchi, facendo in tutte le case popolane
    i servigi pi vili,  offrendo  ai  soldati  e  ai  forestieri  i  suoi
    ruffianesimi, lottando cos per il tozzo.
    Nel  suo  corpo  e  nella  sua  anima ogni mestiere aveva impresso una
    traccia,  aveva lasciato un gesto abituale,  uno sviluppo  di  singoli
    muscoli,  l'indebolimento di un organo,  una callosit, una cadenza di
    voce, una frase del gergo. Egli era di piccola statura, magro, con una
    testa enorme e quasi calva, con chiazze di peli radi su le guance, con
    pustole tra i peli.  Il suo vestito era ibrido e  mutevole;  tutte  le
    fogge  passavano  su  la  sua persona,  si sovrapponevano a contrasto:
    nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di  toppe,  cappelli  di
    feltro  arrossenti  e  ciabatte  servili,  bottoni  di metallo lucido,
    formelle d'osso bianco,  galloni militari,  trine,  quel miscuglio  di
    ricchezza sfatta e di miseria ignobile,  che ingombra la bottega di un
    rigattiere ebreo.


    13.
    Ora costui fu il galeotto.  Portava le epistole  di  Marcello  con  le
    conche  piene  d'acqua  della Pescara su alla casa di Orsola e tornava
    gi con le conche vuote e con epistole di risposta. Orsola,  quando lo
    sentiva  salir  le  scale,  si  faceva  pallida;  cercava pretesti per
    allontanare Camilla, per essere sola con l'uomo portatore d'acqua e di
    gioia. Avvenivano allora contatti rapidi,  nel sotterfugio;  passavano
    allora  tra  lei e il galeotto quegli sguardi obliqui di intesa,  quei
    fuggevoli accenni dei muscoli faciali, quei monosillabi sommessi,  che
    son gli aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono legami
    tra  gli  ingannatori.  A  poco  a poco nell'amore di Orsola penetrava
    qualche cosa della vilt di Lindoro;  una specie  di  domestichezza  a
    poco  a  poco si stabiliva tra l'amatrice e l'ambasciatore.  Ella,  se
    costui giungeva nell'assenza di Camilla, lo incalzava di domande,  gli
    parlava   da   presso   facendogli  sentire  l'alito,   qualche  volta
    inavvedutamente gli posava su la spalla una mano.
    Lindoro scioglieva i freni della sua loquacit,  intramezzando  parole
    di  gergo,   reticenze  impudiche,  furbi  sorrisi  rivelatori,  gesti
    ambigui, piccoli schiocchi di lingua e di labbra.
    Egli  ruffianeggiava  con  arte,   sapeva  insinuare  sottilmente   la
    corruzione   nell'animo   di  Orsola,   sapeva  trascinare  lentamente
    all'insidia di Marcello quella preda. E la vergine stava ad ascoltarlo
    intenta, con in fondo agli occhi una fiamma che cresceva, con in bocca
    l'aridezza prodotta  dall'orgasmo  lascivo,  senza  pi  interrompere.
    Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina la brama; e
    dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliava
    in  lui  il maschio d'un tratto e l'assaliva la tentazione di cogliere
    quel fiore ch'egli apprestava al piacere di  un  altro.  Ma  la  paura
    sorgente  dal  fondo  della  sua  vilt lo tratteneva e gli ghiacciava
    l'ardore.
    Cos Orsola al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Si sarebbero
    ritrovati in una casa remota del sobborgo, in fondo a un vico deserto,
    dove nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno, stando Camilla
    nella chiesa pi lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro.
    Nei giorni precedenti quel  gran  fatto,  Orsola  era  tenuta  da  una
    eccitazione  amara,  da  una  specie  di febbre che a volte le dava il
    battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla  radice  dei
    capelli,  alla  nuca.  Ella non poteva pi star ferma,  non poteva pi
    star seduta,  perch una furia di mobilit  le  sollecitava  tutte  le
    membra.  Nella scuola, in mezzo al coro eguale dei discepoli, in mezzo
    a quello stillicidio continuo di sillabe, uno spirito di ribellione le
    abbagliava la vista all'improvviso, ed ella avrebbe voluto balzare tra
    i fanciulli,  sconvolgere  con  le  mani  tutte  quelle  capigliature,
    rovesciare  la  lavagna,  le  tabelle,  le  panche,  rompere in grida,
    spezzare qualche cosa, stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore
    di Camilla, poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo,  per la
    bile, per l'immenso sforzo interiore di dissimulazione.
    Poi,  quando  Camilla  usciva,  ella  si  agitava per tutte le stanze,
    moveva le sedie,  morsicchiava un fiore,  beveva d'un  fiato  un  gran
    bicchiere  d'acqua,  si  guardava  nello specchio,  si affacciava alla
    finestra,  si abbatteva a traverso il letto,  sfogava  in  mille  modi
    l'irrequietudine,  l'esuberanza della vitalit sensuale.  Tutto il suo
    corpo,  nel tardivo fermento della verginit,  si  era  arricchito  ed
    espanto. La sua testa non era bella, non aveva la quadratura vigorosa,
    lo splendore olivastro di certe razze d'Abruzzo, quelle pure linee del
    naso  e  del  mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della
    faccia.
    Ma ella, inconsapevole,  sotto la goffaggine delle vesti grige,  sotto
    la cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato.
    Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera, come
    da  un campo d'erbe un loe.  Tra il mare e il fiume tutto il paese di
    Pescara godeva nella ventilazione salina e  nel  refrigerio  fluviale,
    come  distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara
    e d'acqua dolce.  Salivano alla stanza di Orsola allora  le  blandizie
    della temperie;  insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come
    una grandine d'oro.
    La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare
    lungi le vesti,  di giacere,  e di  raccogliere  su  la  pelle  quella
    blandizia ignota che fluttuava nell'aria.
    Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri, indugiando con le
    dita in torno alle allacciature e ai fermagli,  facendo piccoli sforzi
    svogliati nel cacciar fuori le braccia  dalle  maniche,  fermandosi  a
    mezzo  e  abbandonando  in dietro la testa dai capelli crespi e corti,
    quella sua testa di giovincello.
    Lentamente, sotto l'amorosa fatica, dalla informit delle vesti,  come
    dalla  scoria  del  tempo una statua diseppellita,  il corpo ignudo si
    rivelava.  Un mucchio di lana e  di  tela  vile  era  ai  piedi  della
    pulzella  cos  purificata,   e  da  quel  mucchio  ella  come  da  un
    piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le braccia,  mentre  al
    contatto  dell'aria  una  vibrazione a pena visibile le correva a fior
    della pelle.  In quell'attitudine momentanea tutte le linee del  torso
    si  distendevano  e  salivano  verso il capo ricinto;  si appianava la
    leggera onda del ventre non  anche  deturpato  dalla  concezione;  gli
    archi  delle  coste  si  disegnavano  in rilievo.  Poi,  se un insetto
    entrava nella stanza,  il ronzio aliante in  torno  ed  accennante  ad
    attingere  la  nudit,  il ronzio sbigottiva Orsola;  ed era allora un
    difendersi dalla  puntura  mal  temuta,  erano  movimenti  serpentini,
    scatti  di  muscoli  sotto la cute,  paurosi raggruppamenti di membra,
    falli dei malleoli non bene forti al gioco.
    Poi, cos eccitata dal moto e calda,  ella aveva voglie nuove.  Apriva
    l'uscio,  cauta  in  sospetto;  e  metteva  fuori  il  capo  guardando
    nell'altra  stanza.  C'era  un  odore  di  chiuso,   quello  squallore
    inanimato che hanno le scuole senza fanciulli.  Nelle tabelle quadrate
    l'alfabeto cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle  sillabe  stavano
    muti dominatori del luogo.  Orsola si avanzava evitando co' piedi nudi
    gli interstizii del pavimento smosso,  provando la  titubanza  di  chi
    cammina scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di
    una  donna  che  non  sente  pi  in  torno al suo passo l'impedimento
    abituale della veste.  Andava cos fino  alla  terza  stanza,  dov'era
    l'acqua.  Intingeva  le  mani,  si  spruzzava tutta,  coraggiosamente,
    sussultando se una gocciola pi grossa le rigava l'epidermide.  Usciva
    di l,  tutta sparsa di rugiada: andava verso lo specchio di un antico
    canterano.
    Restavano in quel canterano ancora frammenti di intarsio qua e l.  Lo
    specchio,  che  celava  un  armario sovrastante,  aveva in torno fregi
    misti d'oro e di colori e  in  alto  due  puttini  decapitati.  Orsola
    saliva  fin  l,  attratta  da  una irresistibile curiosit di vedersi
    nuda.   La  sua  persona  tutta  ancora  fresca  di  gocciole  sorgeva
    nell'offuscamento  dello specchio come in un verdazzurro fondo marino.
    Ella si guardava sorridendo.  Il sorriso,  ogni movimento dei  muscoli
    pareva  far  tremolare tutte le linee della nudit nello specchio come
    quelle di una imagine dentro le  acque.  Allora  ella  cominciava  una
    specie  di  mimica  vanitosa,  guardando riprodursi tutti i suoi gesti
    nella lastra,  aprendo le labbra per  mostrare  i  denti,  alzando  le
    braccia  per  mostrare  le  ascelle,  presentando  la schiena arcata e
    forzando il capo a volgersi in dietro: fin  che  un  pazzo  impeto  di
    ilarit,  dinanzi  a  quello  spettacolo  di s,  le scuoteva tutta la
    persona.  In fondo in fondo,  dietro la  donna,  si  rifletteva  dalla
    parete avversa la tabella dell'alfabeto.


    14.
    Ora avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala
    Lindoro venuto su con le conche. Orsola grid:
    - Aspetta!
    E raccolse da terra le vesti,  in furia; se le mise addosso, in furia;
    and ad aprire.
    Erano le sei di sera: il riverbero bianco del palazzo di Brina entrava
    nella stanza;  tutto il paese di Pescara,  grande ospizio di  rondini,
    cantava.
    I due,  in mezzo,  ritti, parlarono del ritrovo imminente. Lindoro con
    la sua loquacit  cercava  di  vincere  le  estreme  esitazioni  della
    pulzella; poich egli gi teneva una parte della mercede, e l'adescava
    il resto.  L'artifizio persuasore gli avvivava le parole, gli occhi, i
    gesti.  Egli aveva nel fiato l'odore del vino,  e nella faccia,  su le
    tempie,  pe  'l passaggio recente del rasoio,  piccole macchie rosse e
    violacee.  Mentre parlava gli si scopriva la fila dei denti  eguale  e
    schietta,  una  di  quelle  forti chiostre che spesso armano le bocche
    plebee;   e  la  singolarit  emergeva  vivacemente   dalla   generale
    turpitudine dell'uomo.
    Orsola  opponeva  dubbii,  paure,  ad  interrompere;  ma gi,  poi che
    l'impudicizia a mano a mano sorgendo pi calda  dal  fmite  del  vino
    bevuto  si  insinu nelle persuasioni del galeotto,  ella cominciava a
    turbarsi. S'era ritirata a poco a poco verso il muro, appoggiandovisi.
    Dalle aperture lasciate qua e l nell'abito per furia del  rivestirsi,
    si intravedevano i lembi del lino. La gola era tutta scoperta, i piedi
    senza calze nascondevano nelle pianelle soltanto le dita.
    Ma ella,  a un punto, involontariamente, per quel cieco istinto da cui
    una donna  avvertita d'essere innanzi a un uomo bramoso, corse con la
    mano a chiudere sotto la gola,  sul petto gli  uncinelli.  Quell'atto,
    col quale Orsola cos riconosceva nel mezzano l'uomo, quell'improvviso
    atto  fece  scattare  dall'abbiezione di Lindoro un impeto di orgoglio
    maschile.  - Ah egli dunque aveva potuto per  s  stesso  turbare  una
    donna!  -  E  si fece pi da presso;  e,  come il coraggio del vino lo
    animava, quella volta nessun ritegno di vilt trattenne il bruto.


    15.
    Orsola rimase inerte,  lunga su i mattoni,  con nelle  vesti,  con  in
    tutta la figura lo scompiglio della donna violata.
    Ma,  quando  ud  i passi di Camilla nella scala,  dal fondo della sua
    languidezza si lev su un gomito;  rapidamente pass  le  mani  su  le
    vesti  sconvolte;  ritrov  le  parole  per  dire alla sorella che una
    sbita mancanza di forze l'aveva fatta cadere nel mezzo della stanza.
    Fuori,  annottava.  Sul paese si spandeva la  grande  frescura  glauca
    della sera di giugno,  originante dall'Adriatico. Voci e risa empivano
    la piazza;  gi pe  'l  casamento  cantava  la  gioia  sabatina  degli
    abitanti sollevati. Dal secondo pianerottolo Teodora La Iece grid:
    - Comare Camilla, comare Orsola, venite?
    Orsola segu la sorella, senza parlare, senza pensare. Durava fatica a
    ricordarsi:  una  specie  di  ebetudine  le  teneva ancora la memoria.
    Teodora  le  empiva  gli  orecchi  del  suo  chiacchierio  di  femmina
    maldicente e petulante.
    - Sapete, comare, la figlia di Rachela Catena si marita.
    - Ah.
    -  Sapete,  piglia  Giovannino Speranza,  quel rosso che tiene locanda
    alla Pesceria e ha il mal di San Donato, liberanosdmine.
    - Ah.
    - Sapete, comare; Checchina Madrigale se n' scappata un'altra volta a
    Francavilla. Voi la conoscete; quella grassa che sta di casa a Gloria,
    nera, col naso a becco... quella.
    Teodora seguitando aveva preso il passo di Orsola.  Camilla veniva  un
    poco in dietro,  a capo chino, senza badare ai peccati di mormorazione
    che la lingua della tessitrice commetteva contro il prossimo.  Per  le
    vie tutta la gente godeva l'aria;  gruppi di donne passavano, in vesti
    di tela, con braccia nude sino al gomito.
    - Comare, guardate Graziella Potavigna che falbal s' messo! Guardate
    Rosa Zazzetta,  con un sergente avanti e uno  dietro...  Ah,  voi  non
    sapete?
    E  qui  una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salaci,  susurrata
    quasi all'orecchio.  Per obliare,  Orsola si immerse nel  pettegolezzo
    intieramente,  con una specie di furia convulsa, non dando a s stessa
    il  tempo  di  ripensare,   interrogando,   eccitando   Teodora   alla
    chiacchiera,  temendo  gli  intervalli  di silenzio,  riempiendoli con
    sussulti di riso.  Ella aveva quasi un godimento  amaro  a  sentire  i
    vituperii degli altri.
    - Oh, ecco Don Paolo!
    Veniva  in  contro  con  la sua bella placidezza Don Paolo Seccia,  un
    ottuagenario ancora aspro e verde come un ginepro.
    - Venite con noi, Don Paolo: usciamo fuori.
    Tutti i macelli per la via di qua, di l, avevano i loro manzi freschi
    penzolanti in mezzo alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva
    dalle ventraie aperte e assaliva le nari.  Pi in su,  lunghe file  di
    maccheroni  stavano  attelate al lume della luna che le guardava dalla
    cima di un'antenna soperchiante  la  caserma.  Gruppi  di  soldati  si
    affollavano in torno alle rivenditrici di frutta, vociferando.
    -  Andiamo  alla  Bandiera - disse Teodora,  dando la precedenza a Don
    Paolo ed a Camilla.
    Orsola pass in mezzo a  tutti  quei  rumori  e  quegli  odori  forti,
    stordita.
    Cominciava  alfine  uno sbigottimento vago a sommuoversi dal fondo,  a
    torcerle la bocca nel riso, nelle parole, a impedirle la lingua. Anche
    certi piccoli tormenti fisici la molestavano e  la  richiamavano  alla
    realit  delle  cose.  Ella  non  sapeva  pi sfuggire a s stessa: le
    moriva la voce fra i denti, l'angoscia le serrava la gola, il fantasma
    del peccato enorme e irrimediabile le si drizzava dinanzi. Ella ora si
    sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedi,  di mettere i passi:
    si  sentiva percossa dalla spietata animazione della vita nella strada
    che  di tutti.
    - Dunque,  comare mia,  quel guercio del marito senza saper  nulla  di
    nulla... -
    diceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta.
    Andavano  per  la  Bandiera.  Il  ponte  a  battelli,  su la sinistra,
    cavalcava il fiume. Dall'altro lato, la mole cupa e grave del bastione
    si disegnava nel chiarore. I vecchi cannoni di ferro,  piantati con la
    bocca  nel  terreno,  si  dilungavano  in  fila trattenendo le gomene;
    grandi ncore di ferro ingombravano lo scalo. Nelle tolde,  a riva,  i
    marinari  sotto  le  tende  mangiavano e fumavano: le tende illuminate
    contrastavano con un rossore sanguigno l'albore della luna.
    Intorno  alle  prore,  su  l'acqua  larghe  chiazze  come  di  materia
    liquefatta fluttuavano lentamente.
    -  ...mand  a  chiamare  don  Nero  Memma,  figuratevi!  - seguitava
    Teodora, implacabile.
    - Chi parla del dottor Dulcamara?  - fece Don Paolo,  a cui era giunto
    quel nome, ridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii.
    Orsola non sentiva pi: ella era pallida come la faccia della luna. Da
    prima,  tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo sul fiume e
    tutte quelle lunghe vene di odore marino  corrente  pe  'l  fresco  le
    avevano dato sollievo;  poich dinanzi a quello spettacolo di dolcezza
    i fantasmi vagheggiati dell'amore in fondo a lei si risollevavano e le
    sommit del sentimento al raggio lunare  riscintillavano.  Fu,  sbito
    dopo,  un  tumulto confuso in cui ella udiva battere le arterie con un
    susurro assordante che parve dilatarsi e riempire tutta  l'aria  d'un
    tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo. Il limite delle acque
    si confuse,  per la vertigine;  il fiume invase la strada; acque acque
    acque si sparsero in  torno.  Poi,  d'un  tratto,  uno  scintillo  di
    bagliori  si accese dentro gli occhi di lei,  un tremolo crescente di
    fiammelle fatue che rompevano, si intrecciavano,  si allontanavano,  e
    si  fondevano  e  perdevano  serpentinamente  nell'ombra.   In  quella
    illuminazione la figura di  Marcello  compariva  e  spariva,  con  una
    rapidit  e  una  mutabilit  di  sogno.  La  vertigine cess.  Orsola
    riconobbe  i  riflessi  della  luna  nel  fiume  placido;  continu  a
    camminare, stupefatta, indebolita, quasi in punto di venir meno.
    - Stanca,  eh?  comare;  voi non siete abituata, si sa. Appoggiatevi a
    me,  appoggiatevi - diceva Teodora.  -  La  figlia  di  Donna  Mentina
    Ussoria,  quella  pi piccola,  butterata,  stava proprio innanzi alla
    bottega, sapete, su la piazzetta...
    Erano alla caserma dei finanzieri.  Grandi mucchi di carrube mandavano
    un odore forte come di pelli conciate; e la strada seminata di scaglie
    d'ostriche scricchiolava sotto i passi. Due scibiche, presso la riva,
    facevano pesca d'anguille,  in silenzio,  con la luna propizia.  Ma la
    sonorit del mare empiva di grandezza  il  silenzio.  Annunziavano  la
    foce  gli  ondeggiamenti  del sale superanti il lieve fiore dell'acqua
    dolce.
    - Torniamo in dietro, belle figliuole - disse Don Paolo, prendendo una
    carruba dal mucchio vicino.
    Orsola si lasciava condurre.  Ella durava fatica a  rattenere  l'ansia
    del  respiro;  poich ora il suo stato con una terribilit incalzante,
    le si ripresentava dinanzi e schiacciava tutti gli aneliti e i tumulti
    del sentimento  suscitati  dalla  volutt  della  notte  lunare.  Ella
    vedeva,  nella  fissazione  del  suo  pensiero,  la  figura di Lindoro
    levarsi e vivere;  si sentiva un'altra volta afferrare  e  palpare  da
    quelle  mani  aspre,  soffocare  da  quel  fiato  caldo  di  vino e di
    libidine,  violare su i mattoni della  stanza.  Ma  in  quel  momento,
    pensava,  ella non aveva resistito, non aveva gridato, non aveva fatto
    nessun moto per opporsi;  ella aveva  soggiaciuto,  senza  forze,  non
    distinguendo  pi  nulla,  non sentendo se non una gran gioia mista di
    dolore inondarle le  fibre.  Allora  il  ribrezzo  e  il  languore  si
    avvicendarono   nella   sua   carne,   agghiacciandola,   affocandola.
    Inconsapevole,  guardava  innanzi  a  s,  pallida  e  con  gli  occhi
    ingranditi e pi neri.
    - Sentite come il vino canta! - disse Don Paolo, soffermandosi.
    Nelle  barche  i  marinari stavano distesi tra i cordami,  in mezzo al
    fumo del tabacco di Dalmazia,  e cantavano di femmine belle,  in  gran
    coro.


    16.
    Camilla,  su  l'inginocchiatoio,  preg  a  voce  bassa,  co  'l  capo
    prostrato,  con giunte le mani,  lungamente;  poi  accese  la  lampada
    votiva a Maria Vergine,  per la notte;  pieg poi nel sonno tenendo il
    dolce cuore di Ges tra i fiori vizzi del  seno.  Il  suo  respiro  di
    dormiente  era  religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la patna
    d'argento.  Nella volta  le  ombre  seguivano  le  oscillazioni  della
    fiammella alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei
    tarli  che  rdono,  le  voci misteriose dei vecchi mobili nella calma
    notturna, rompevano il silenzio.
    Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla,  distesa,  senza
    muoversi,  senza  chiudere  gli  occhi,  poich  una grande stanchezza
    insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia  le
    martoriava  l'anima  tapina.  Ella  ascoltava  il silenzio;  spiava s
    stessa con una curiosit ansiosa,  come per sentire qual mutamento  si
    fosse compiuto nell'essere suo.
    A  un  tratto,  Camilla nel sonno cominci a mormorare parole confuse,
    frammenti  di  parole  incomprensibili,   movendo  appena  le  labbra,
    mettendo lunghi respiri.
    La  testa  di  lei,   scarna,  affilata,  scolpita  rigidamente  dalla
    penitenza e dal digiuno, ingiallita dal lume della lampada,  posava su
    la bianchezza del guanciale come una effigie mal dorata di santa sopra
    una raggiera. Piccole ombre violacee segnavano l'interno delle narici,
    i  solchi  del  collo teso e pieno di corde,  le fosse delle gote,  le
    occhiaie d'onde sporgeva grande il globo  coperto  dalla  pelle  molle
    della  palpebra.  Ella pareva cos il cadavere di una martire,  dentro
    cui scendesse lo spirito di Dio.  Bench quello dei soliloqui notturni
    non  fosse  il  primo,  Orsola  sent  freddo  in mezzo ai capelli: un
    terrore improvviso l'assal e  la  oppresse.  Ella  istintivamente  si
    rannicchi,  cerc di allontanarsi dal corpo della sorella ritraendosi
    su l'orlo della sponda;  stette immobile,  sospesa negli intervalli di
    silenzio, con gli occhi fissi su la bocca della dormiente, provando un
    sordo  sussulto  in  mezzo  al  petto  se  quelle labbra si movevano a
    profferire nuove parole.  Ella non comprendeva;  ma  qualche  cosa  di
    lontanamente profondo e di solenne era in quel mormoro interrotto, un
    mistero  soprannaturale si levava da quel corpo inerte e inconsapevole
    che parlava senza udire la propria voce.  Nella stanza passava l'alito
    del  sepolcro;   per  la  fantasia  sconvolta  dell'insonne  le  ombre
    oscillanti prendevano forme spaventose e minacciose di spettri; l'aria
    pareva solcata da romori ignoti.  Tutte le cose su cui l'allucinata si
    rifugiava  con  lo  sguardo,  tutte  le  cose  si  trasformavano  e si
    animavano ed andavano verso di lei.  Allora l'idea del castigo e della
    pena eterna ancora una volta le risorse nella conscienza e la incalz.
    Ella  si abbatt sotto l'incubo del suo peccato,  mettendo in croce le
    braccia sul petto per difendersi dalle minacce dei  demonii,  tentando
    pregare  con  la  lingua  impedita  dal  terrore  aggrappandosi con un
    supremo slancio all'ncora del pentimento,  all'ultima salvezza.  Ella
    si sentiva perduta, chiedeva misericordia dall'intimo del suo cuore al
    divino Sposo tradito, a Ges buono e grande, a Colui che perdona.
    La  voce  di  Camilla  si  esalava  in  sospiri,  si  confondeva in un
    borboglo tremulo,  si spegneva nella respirazione lenta ed eguale,  a
    mano a mano che l'entusiasmo del sogno mistico si andava placando.  Le
    ombre seguitavano ad oscillare.  Non ancora il  Crocefisso  discendeva
    dalla  parete  a  raccogliere  con  le dolcissime braccia la pecorella
    tornante all'ovile.


    17.
    - Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele,  figlio di Petuel:
    Avverr  che  io spander il mio Spirito sopra ogni carne,  e i vostri
    figliuoli e le  vostre  figliuole  profetizzeranno;  i  vostri  vecchi
    sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.
    Questo   Spirito   di  cui  gli  Apostoli  ebbero  le  primizie  e  la
    beatitudine, fu per essi e per noi uno Spirito di verit,  uno Spirito
    di  santit e uno Spirito di forza...  O divino amore,  o sacro legame
    che  unisci  il  Padre  e  il  Figlio,  Spirito  onnipotente,   fedele
    consolatore  degli  aflitti,  penetra negli abissi profondi del nostro
    cuore e infondici la tua gran luce! -
    Cos  predicava  Don  Gennaro  Tierno  nella  Pentecoste,  dall'altare
    maggiore,  vlto al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza
    persona della Santissima  Trinit  apriva  l'arco  radioso  delle  ali
    d'oro,  e  nella  chiesa  l'illuminazione dei ceri spandeva un rossore
    simile a  un  riflesso  d'incendio.  Gli  enormi  pilastri  di  pietra
    sostenenti  le  due  navate,  coperti  di  barbare sculture cristiane,
    cavalcavano verso l'altare pesantemente;  su le pareti gli avanzi  dei
    mosaici rilucevano: qualche testa di Apostolo,  qualche braccio rigido
    di Santa,  qualche ala d'angelo emergeva  ancora  nell'offuscamento  e
    nello scrostamento operato dai secoli. Tra i mosaici pendevano piccole
    navi ex-voto.  dedicate al tempio dai naufraghi superstiti. E in mezzo
    alle pietre rudi e alle croste fosche si elevava agile  un  gruppo  di
    colonne rosee a spira sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di
    acanti e animato di bassirilievi.
    - Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta, a fin che cessi
    la  sua  lunga  aridit.  Manda  i raggi celesti del tuo amore fino al
    santuario dell'anima nostra,  a fin che penetrandoci accendano  fiamme
    consumatrici  delle  nostre  debolezze,  delle nostre negligenze,  dei
    nostri languori!  - seguitava il prete,  salendo  ai  supremi  culmini
    della sua eloquenza e della sua potenza vocale.
    Orsola,  da presso,  ascoltava,  tutta raccolta. Ella si era rifugiata
    nella casa del Signore,  era tornata al talamo;  voleva che il Signore
    la  purificasse  e la ricevesse un'altra volta nella benignit del suo
    grande abbracciamento. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava,
    le faceva quasi  dimenticare  ogni  fallo  anteriore.  Le  pareva  che
    subitamente  dalla  sua  anima le macchie si cancellassero e dalla sua
    carne cadessero le scorie della impurit terrena.
    Giammai ella si era accostata all'altare di Dio con  un  pi  profondo
    tremito di speranza;  giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una
    pi lunga ebrezza.
    Dall'istante in  cui  l'orrore  della  dannazione  le  si  lev  nella
    conoscenza,  ella  si  compresse  in una specie di raccoglimento cupo,
    sorvegliando  s  stessa,  sorvegliando  i  proprii  atti,  i  proprii
    pensieri, i minimi moti pe 'l timore che quella veemenza di pentimento
    si esalasse, per l'ansia di conservare intatto dentro di s quel fiore
    di  fede rigermogliato d'improvviso.  Fu una specie d'assunzione verso
    Ges,  con un ripudio di ogni  legame  umano.  Ella  si  esalt  nella
    lettura dei libri sacri; si gett nella contemplazione delle imagini e
    dei misteri;  lott contro le molli vilt della carne, contro i calori
    della giornata, contro l'insidie della notte,  contro i profumi che le
    portava il vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri,
    contro  le  voci  che parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti
    nuovi di piacere.
    Dopo quella settimana solitaria di  passione,  ella  ora  deponeva  il
    sacrificio  ai  piedi  dell'altare;  beveva il balsamo della parola di
    Dio,  fissando gli occhi in alto alla colomba radiosa e  sentendosi  a
    poco a poco naufragare nel pelago dell'estasi.
    - Vieni dunque, vieni, dolce consolatore delle anime desolate, rifugio
    nei  pericoli,  protettore nella sventura.  Vieni,  o tu che purifichi
    l'anime da ogni macchia e ne guarisci  le  piaghe.  Vieni,  forza  del
    debole,  appoggio  di  quegli che cade.  Vieni,  stella dei naviganti,
    speranza dei poveri,  salute di chi   per  morire!  -  incalzava  Don
    Gennaro Tierno,  alto nella pianeta d'argento, vermiglio in volto, con
    occhi forzanti le orbite, con gesti che parevano toccare il cielo.
    Nella chiesa una calura grave si era  addensata  su  i  cristiani.  Le
    navate si schiacciavano su i pilastri;  in una vetrata la testa di San
    Luca evangelista raggiava percossa dal sole e il  gran  manto  metteva
    nell'aria  una  zona di crepuscolo verde.  L'ambone marmoreo si levava
    come un miracoloso fiore mistico, in quel vapore di luce.
    - Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi!
    Orsola  teneva  gli  occhi  all'alto:  su  l'onda  di   tutte   quelle
    invocazioni ella ascendeva verso il nimbo,  penetrata dalla ineffabile
    soavit che attira l'anime all'odore degli aromi spirituali.  Le parve
    un   istante  di  vedere  la  colomba  d'oro  balenarle  un  lampo  di
    assentimento,  e il cuore le  balz  di  giubilo  nel  seno  come  San
    Giovanni nelle viscere d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria.
    - Per nostro signore Ges Cristo. Amen...
    Il prete, tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa
    voce  un  credo..  Due  turiferarii  bianchi  ai  lati  cominciarono a
    scuotere i turiboli fumanti e odoranti.  Un nuvolo di incenso  avvolse
    la  vergine violata che stava da presso;  e subitamente un invincibile
    fiotto di nausea dal fondo della maternit le sal alla gola e le fece
    torcere la bocca.


    18.
    Non c'era dunque scampo?  - Pi giorni ancora ella oscill nel dubbio,
    aspettando l'ultima prova.  Vertigini la prendevano al levarsi, quando
    ella metteva a terra i piedi;  sfinimenti vaghi la  invadevano  su  la
    sera,  fievolezze in cui il pensiero,  la volont,  i ricordi parevano
    quasi avere la confusione,  la sonnolenza fluttuante delle  prime  ore
    mattutine. Ella faceva le cose per abitudine, con gesti di sonnambula,
    stancamente.  Nella scuola, se veniva sul vento l'odore del pane caldo
    dal forno,  ella si sentiva morire,  sentiva tutte le viscere montarle
    d'un  tratto  alla bocca;  e un sapore di lisciva le si spandeva nella
    lingua. Un giorno, mentre un bimbo succhiava una ciliegia,  una voglia
    violenta di quel frutto la fece contorcere su la sedia,  impallidire e
    sudare. Poi, ella,  dopo il pasto,  tutta amara di nausea,  si metteva
    lunga  sul  letto,  si  lasciava  occupare  dal  sopore:  il caldo era
    pesante,  le mosche ronzavano,  le grida d'un  venditore  di  occhiali
    passavano sotto la finestra, rauche nel silenzio.
    Sfiduciata,   ella  non  cerc  pi  la  chiesa:  l'incenso  anche  la
    ributtava.
    Ella non pens pi a Marcello; non lo vide pi, non ebbe di lui se non
    un ricordo incerto,  come di un  sogno  remoto.  L'ansia  presente  la
    teneva tutta.
    Lindoro  saliva a portar acqua come prima.  Egli giungeva su,  rosso e
    stillante di sudore;  posava le conche,  lanciando sguardi  di  sbieco
    alla  vittima.  Orsola  si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul
    lavoro stringendo i  denti  nella  collera  repressa.  Lindoro  se  ne
    andava, come un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella
    donna  gli turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con s,
    tenersela, esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere.
    Cupidigia sensuale e avidit di guadagno in lui si mescevano.
    Una sera egli aspett che Camilla uscisse,  alla porta di strada;  poi
    sal  a  precipizio  per  sorprendere Orsola,  per trovarla sola nella
    casa.  Quando egli batt all'uscio Orsola  lo  riconobbe  e  si  sent
    rimescolare.
    - Che vuoi da me, che vuoi? - chiese ella con la voce soffocata, senza
    aprire.
    - Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...
    - Vattene,  cane,  infame,  assassino...  - proruppe la donna, con una
    veemenza stridula di vituperii,  togliendo il  freno  a  tutto  l'odio
    accumulato contro colui. - Vattene, vattene!
    E,  sfinita,  si ritrasse nella sua stanza,  si gett,  su i guanciali
    mordendoli fra le lagrime.


    19.
    Non c'era pi scampo.  - La figlia di Maria Camastra aveva  bevuto  il
    vetriolo  ed era morta cos,  con un bimbo di tre mesi nel ventre.  La
    figlia di Clemenza Iorio s'era precipitata dal  ponte,  ed  era  morta
    cos, nella fanga della Pescarina. Bisognava dunque morire.
    Quando  questo  pensiero  balen  alla  mente  di  Orsola,  cadeva  il
    pomeriggio.  Tutte le campane sonavano a  gloria,  nella  vigilia  del
    "Corpus Domini";  grandi trib di rondini schiamazzavano e turbinavano
    sul palazzo di Brina,  si assembravano a  parlamento  su  l'Arco.  Una
    nuvola  rossa  sovrastava  le  case,  simile  forse a quella che vers
    bitume ardente su l'empiet di Sodoma.
    Orsola al baleno di quel pensiero si smarr, ebbe paura.  Poi a mano a
    mano che il sentimento della vergogna la persuadeva al passo, in fondo
    a  lei  una  sorda  ribellione  di vitalit cominciava a levitare,  le
    viscere fremevano.  Ella d'un tratto sent il rossore e il calore  del
    suo  sangue  chiazzarle la fronte,  le guance.  Si lev,  dalla sedia,
    torcendosi le braccia nell'agitazione della lotta. E, con un impeto di
    forza nervosa, finalmente usc dalla stanza, entr nella cucina, cerc
    su le tavole un bicchiere e il mazzo degli zolfanelli.
    L'odore forte del carbone le  turbava  lo  stomaco;  la  vertigine  le
    prendeva  il  cervello.  Ella  trov  tutto:  mise  gli  zolfanelli  a
    disciogliersi nell'acqua;  rientr nella sua stanza e  nascose  in  un
    angolo, sotto un mobile, il bicchiere letale.
    - Dio mio! Dio mio!
    Ella  aveva  ora  paura  di  trovarsi  cos,   sola,  dinanzi  al  suo
    proponimento.  Le torn subitamente  nella  fantasia  il  cadavere  di
    Cristina  Iorio  intraveduto  quel  giorno  mentre  lo portavano su la
    barella alla casa della madre: un corpo gonfio come un  otre,  con  la
    melma n capelli,  nel cavo degli occhi,  nella bocca, tra le dita de'
    piedi violetti...
    - Dio mio, Dio mio, morire!
    E sussult come se una mano fredda e rigida le  si  fosse  posata  sul
    capo:  un  brivido  le  corse tutte le membra,  le dur un momento sul
    cranio con l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne
    la pelle.
    - No, no, no! - disse con la voce alterata,  come se volesse scacciare
    da  s  il  contatto  di qualche cosa orribile.  E and alla finestra,
    sporse il capo fuori, cercando un rifugio.
    Ella  rimase  l,  inchiodata,   attonita  dinanzi  a  quella  visione
    d'incendio  biblico  e  a  quella tregenda di uccelli neri.  Quando si
    volse un poco,  intravide nell'ombra della stanza un bagliore  strano:
    il luccicho delle mezzelune d'oro su la veste della Madonna di Loreto
    e  il  luccicho delle medaglie.  Ebbe ancora paura;  si schiacci sul
    davanzale si sporse di pi;  stette l,  senza avere  il  coraggio  di
    muoversi.   Allora,   in  quella  immobilit,  l'indebolimento  serale
    cominci ad invaderla; ed ella si strinse la testa grave tra le palme,
    socchiuse le palpebre.
    - Ah!
    D'improvviso le si era aperto nell'animo uno spircolo. - S, s, ella
    se ne rammentava! Spacone,  il mago,  quel vecchio con la barba lunga,
    quello che faceva i miracoli e aveva le medicine per ogni male...  Era
    venuto al paese qualche volta a cavalcioni di una muletta bianca,  con
    due triangoli d'oro agli orecchi,  con una fila di bottoni larghi come
    cucchiai d'argento senza manico.
    Tante donne uscivano su gli usci e lo chiamavano,  e lo  benedicevano.
    Egli aveva guarito ogni sorta di malattie con certe erbe e certe acque
    e  certi  segni  del dito pollice e certe parole magiche.  Egli doveva
    avere i rimedii pure per quella cosa... s, s, li doveva avere!
    E Orsola rivisse in un barlume di speranza,  mentre il languore saliva
    saliva.
    Dinanzi a lei, le cose annegavano nel crepuscolo; il giorno vermiglio,
    penetrato  dalle  ceneri  della  notte  vicina,  mancava  in  un lento
    scoloramento,  senza contrasti.  Una rondine,  come  un  pippistrello,
    pass  radendole il capo.  Il sbito alito dell'estate le soffi nella
    faccia, le tocc ogni vena, le scosse fin le radici infime della vita.
    Ella,  con un moto involontario e  inconsapevole,  mise  le  mani  sul
    ventre  e  le  tenne  cos  un istante.  L'indefinito sentimento della
    maternit le attraversava l'anima.  E dal fondo,  misteriosamente,  un
    ricordo della convalescenza lontana si svegli.  - Ah, era di marzo...
    una gran bianchezza ridente...  e sopra di lei le "spie",  le lanugini
    molli piovevano.
    20.
    Cos  fu che la mattina dopo ella usc dalla casa,  di sotterfugio;  e
    s'incammin sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti.
    Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone.  Sotto la maest di  una
    quercia  druidica,  egli  compiva  i  miracoli e formulava i responsi.
    Tutto il contado, in venti miglia di circuito, ricorreva a lui, come a
    un apostolo della Providenza.
    Nelle epidemie del bestiame indigeno,  mandre di bovi e di cavalli  si
    raccoglievano   in  torno  alla  quercia  per  ricevere  il  talismano
    preservante dal morbo: le orme delle unghie equine e  bovine  facevano
    come un circolo di incanti su l'erbe semplici del terreno.
    Quando  Orsola  s'incammin,  era nella terra pescarese un gran giuoco
    d'ombre e di luci.  Le nuvole nomadi trasmigravano dalla  marina  alla
    montagna,  come  carovane  con buone salmerie d'acqua,  per quel cielo
    arabico del mese di giugno.
    A intervalli,  larghe zone di terra si sommergevano nell'ombra,  altre
    zone emergevano illustrate;  e, come l'ombra era turchina e mobile, la
    campagna cos dava apparenza di un arcipelago che galleggiasse copioso
    di alberi e di fromento.  Il canto degli uccelli  lodava  la  maturit
    delle biade.
    Al primo spettacolo Orsola ebbe un insolito ristoro; poich la libert
    della  campagna,  la  felicit  della  luce  sul  fogliame,  gli odori
    cordiali dell'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero  il
    sangue,  e  la  nuova speranza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si
    fortific ed esult. Ella si alleggeriva di tutte le angosce,  vivendo
    per  due sentimenti soli,  per la speranza della salvazione corporea e
    pel desiderio di raggiungere la mta. In fondo, alla mta, ella vedeva
    nella  sua  fantasia  sorgere  il  vecchio  benefico   e   illuminarsi
    misticamente.  Per una nativa tendenza superstiziosa, ella trasformava
    quella figura,  la ingigantiva e la vestiva di una dolcezza cristiana,
    la  cingeva  il  nimbo.  Allora  tutte le dicerie che correvano tra il
    volgo le tornarono alla memoria confusamente e  gittarono  sprazzi  di
    luce meravigliosa su la fronte di Spacone. Allora ella si ramment che
    Rosa  Catena,  in un giorno lontano della malattia,  aveva parlato del
    Vecchio con una reverenza devota citando miracoli. - Un cieco di Torre
    de' Passeri era andato a San Rocco ed era tornato dopo tre d con  gli
    occhi  che  ci  vedevano  e  con una cifra turchina su la tempia.  Una
    femmina  di  Spoltore,  invasa  dagli  spiriti  maligni,  era  tornata
    mansueta  come  un'agnella,  dopo  aver  bevuto  due  sorsi d'un'acqua
    custodita in una piccola zucca secca.
    Cos a poco a poco,  lungo il cammino,  pel concorso di tanti elementi
    sparsi si venne formando nella mente di Orsola una specie di leggenda.
    E  a poco a poco,  giacch nulla possono gli uomini senza l'assistenza
    di Dio, sorse anche la persuasione che il Vecchio fosse un inviato del
    cielo,  un  redentore  delle  anime  dalla  dipendenza  corporale,  un
    distributore  di  grazie celesti su la terra ai caduti.  - La speranza
    estrema non era discesa su la peccatrice  improvvisamente,  quasi  per
    influsso divino, fra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste la
    colomba  non aveva balenato dall'alto,  agli occhi della pregante,  un
    lampo di buona promessa?
    La promessa ora si compiva nel santo giorno del Corpus Domini.. Orsola
    dunque,  tutta calda di fede e di giubilo,  andava su la polvere della
    via  nuova,  non  curando la fatica dei passi.  Ai due lati,  le siepi
    biancheggiavano come coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi
    sonori stavano su i limiti;  e i tronchi inargentati riverberavano  le
    variazioni della luce. Le contadine della Villa del Fuoco, nane, co 'l
    naso  camuso,  con  le  labbra schiacciate,  femmine cafre dalla pelle
    bianca,  venivano incontro a due,  a  tre.  Le  vicende  delle  nuvole
    occupavano l'immenso teatro della campagna.
    Orsola pass il Mulino, pass la Villa. Una energia nervosa le animava
    il  passo.  Ella  si sentiva battere il vento su la nuca e sentiva sul
    capo a intervalli stormire i pioppi.  Ma l'oscillare delle ombre e  la
    polvere cominciavano a turbarle un poco la visione; il calore del moto
    le  affluiva  alla testa;  la volont era tutta occupata nell'insolito
    sforzo materiale dell'incedere.  Ella cos and innanzi in una  specie
    di  stordimento crescente che si mutava in malessere;  e,  vinta dalla
    fatica e dal caldo,  si lasci allettare da un mucchio di olivi  messi
    in salita a sinistra.
    Passavano  quattro  o cinque zingari seminudi,  bronzini,  con amuleti
    luccicanti sul petto,  a cavalcioni di certi asini rossastri.  Uno  di
    loro  fischiava  urtando  con  le calcagna il ventre della sua bestia.
    Tutti avevano in mano canne e portavano bisacce di pelle su le  cosce.
    Guardarono la donna rifugiata sotto gli olivi e mormorarono ridendo.
    Orsola  ebbe  paura  di  quegli  occhi  che mostravano il bianco nello
    sguardo,  e stette sbigottita finch il gruppo non  si  allontan.  Lo
    scoraggiamento  incominciava  a  impadronirsi  di  lei;  la solitudine
    cominciava ad esserle paventosa,  poich nella  campagna  correva  per
    lunghi  brividi  l'annunzio  della pioggia e un silenzio quasi lugubre
    scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte.
    Ella s'era appoggiata  ad  un  tronco:  freschi  soffi  intermessi  le
    investivano  la  persona  e le gelavano il sudore nei pori,  soffi che
    accorrevano a lei co 'l  frusco  di  un  animale  furtivo  nell'erba;
    mentre  in  torno  il  tremolo  del  sole pareva un riverbero d'acque
    lontane.  Pallidi fiori d'un giallo sulfureo facevano onda a pi degli
    olivi.
    Un ricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna.  - La
    chiesa era tutta piena di palme benedette e di aromi, quel giorno;  ed
    ella  andava  tra il popolo sorretta dalle braccia di Marcello,  in un
    gran tremore...  Ma,  come ella si sofferm in quel  pensiero,  le  si
    smarr  la  memoria;  tutto  le  sfugg  in  una  incertezza di sogno.
    Soltanto,  colpi sordi le batterono il cuore,  sussulti d'angoscia  le
    affannarono  il  respiro.  Ella  aveva  ora la sensazione ottusa di un
    sopore che le cadesse sul cervello con la  pesantezza  d'un  colpo  di
    maglio. Un resto di volont vigile le bast a scuotersi debolmente e a
    discendere nella strada.
    Le  nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano e
    grigio di una massa pendula d'acque.  Larghe  trombe  si  avvicinavano
    dalla  marina pi cariche;  e ancora qualche azzurro campo si dilatava
    nell'alto.  Un odore di umidit gi saliva dalla polvere,  da tutta la
    campagna  ansante  nell'aspettazione.  Gli  alberi  immobili  parevano
    assorbire la luce, si levavano anneriti in mezzo alla fumea dell'aria,
    popolavano di forme incerte la lontananza.
    Orsola camminava con una fatica immensa, sentendo che le forze stavano
    per abbandonarla.  - Ecco,  - pensava - arriver a quell'albero e  poi
    cadr.  - Ma non cadeva.  Si scorgevano a destra le case di San Rocco.
    Un contadino veniva in contro a corsa.
    - Buon uomo,  quello San Rocco?
    - S, s, voltate alla prima scorciatoia.
    Grosse gocce sonanti cominciarono a cadere; poi d'un tratto la pioggia
    crescente rig l'aria di lunghe frecce bianche,  di lunghe sferze  che
    percotendo  schioccavano.  Un  sommovimento  mostruoso agit allora le
    nuvole: sprazzi di raggi eruppero di qua, di l. Tutte le colline,  in
    fondo,  a  traverso  le liste della pioggia si accesero un attimo e si
    rispensero.  Una fievole serenit d'argento si  lev  su  la  Maiella,
    parve acuirsi come una spada sottile.
    Orsola  tentava  di  correre  verso  la  quercia  distante  un tiro di
    schioppo.  Le gocce le battevano su la nuca,  le  scivolavano  per  la
    schiena, le colpivano la faccia; e gi le vesti erano tutte molli sino
    alla  pelle.  I  passi  le mancavano sul terreno sdrucciolevole.  Ella
    cadde e si rialz,  due volte.  Poi,  quasi folle,  si mise a  gridare
    verso la casa.
    - Aiuto! aiuto!
    Una  femmina  usc  dalla porta e venne a sorreggerla,  seguita da due
    cani che abbaiavano.
    Orsola si lasci condurre senza poter  pi  profferire  una  parola  a
    traverso  i  denti serrati,  livida,  con la faccia stravolta.  Non si
    riscosse se non dopo qualche tempo,  per le domande  che  l'ospite  le
    faceva.  E allora,  repentinamente,  all'udire il nome di Spacone,  si
    ricord di tutto.
    - Ah, dov' Spacone? - chiese.
    - E' a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato.
    Orsola non resse  pi:  cominci  a  singhiozzare  e  a  strapparsi  i
    capelli.
    - Che volete,  donna santa?  Che volete? Io sono la moglie; ci son qua
    io... -
    miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a parlare.
    Orsola esit  un  momento;  poi  disse  tutto,  a  precipizio,  tra  i
    singulti, coprendosi la faccia.
    - Aspettate.  Il rimedio c';  ma costa cinquanta soldi, donna santa -
    fece la strega in quel suo idioma tutto molle di vocali, cantando quel
    bello appellativo per intercalare.
    Orsola sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole  monete
    d'argento. Poi aspett, pi calma.
    La stanza era vasta,  ma bassa. Le pareti, su cui qua e l il salnitro
    fioriva,  apparivano scagliose e verdastre.  Rozzi idoli cristiani  di
    maiolica popolavano quel fondo di spelonca; forme strane di utensili e
    di  stromenti  ingombravano  le  tavole.  Era  come un aspro santuario
    custodito da un semplicista monaco.
    La moglie di Spacone, dinanzi al camino,  componeva il suo filtro,  in
    silenzio.
    Era  una  femmina  alta e ossuta,  bianchissima in faccia,  co 'l naso
    guasto,  violetto come un fico,  con i capelli rossi  e  lisci  su  le
    tempie,  con  due  piccoli occhi di albina,  tatuata nel mento,  nella
    fronte, nel dorso delle mani.
    - Ecco, donna santa! Coraggio.
    Orsola ingoi il liquido,  d'un fiato;  ma si sent,  subito dopo,  da
    un'amarezza atroce mordere il palato e le viscere.  Rest con la bocca
    aperta,  premendosi il ventre con le  mani,  battendo  rapidamente  un
    piede sul pavimento, nello spasimo della prima contrazione uterina.
    - Coraggio, donna santa, coraggio! - le ripeteva la strega, fissandola
    con quegli occhi bianchicci,  soffregandole le reni.  - Avete tempo di
    arrivare a Pescara... Via! via!
    Orsola non poteva rispondere;  alla bocca non le venivano che urli.  I
    crampi le serravano lo stomaco, le irrigidivano i muscoli respiratori,
    le eccitavano il vomito.  I bulbi visivi le ruotavano in alto, come se
    ella fosse entrata n sintomi di una convulsione epilettica.  In tutto
    il suo debole organismo la potenza eccessiva della bevanda operava ora
    effetti  inaspettati.  Il  parto falso si produsse quasi d'improvviso,
    con una di quelle terribili perdite per ove le forze della vita se  ne
    vanno mollemente, insensibilmente, fluendo.
    - Ges,  Ges,  Ges!  - mormorava la strega,  inquieta,  presa da una
    sbita paura dinanzi a quel povero corpo riverso. - Ges, aiutatemi!
    Alle sollecitazioni di lei, Orsola rinvenne. E come dopo qualche tempo
    il profluvio parve arrestarsi,  la meschina si pot levare  in  piedi;
    sospinta  dalla  femmina,  uscire;  giungere  fino  alla strada nuova,
    barcollando,  pallida come se non le fosse rimasta sotto la pelle  una
    goccia  di  sangue,  ma  tenuta  viva  dalla  speranza  che il maggior
    pericolo fosse ormai superato.
    Ora la campagna  era  tutta  frescamente  luminosa  dopo  la  pioggia.
    Passava una fila di carretti carichi di gesso,  e i grossi carrettieri
    di Letto Manoppello,  pieni di vino,  sdraiati su i  sacchi  fumavano.
    Come Orsola si mise dietro la fila, uno di quelli, l'estremo, grid:
    - Oh, volete che vi porti, bella figliuola?
    Quasi  inconscia  Orsola  si  lasci  tirar  su  dalle  forti  braccia
    dell'uomo,  e stette cos seduta sopra  i  sacchi.  Non  intendeva  le
    grosse risa e i motti osceni che di carro in carro si propagavano.
    Con l'energia dell'istinto teneva le ginocchia serrate per impedire al
    flusso la via.  Sentiva a poco a poco una specie di ottusit occuparle
    i sensi,  cos che gli sbalzi frequenti delle ruote su  la  ghiaia  le
    davano appena un dolor sordo e il lezzo delle pipe le feriva appena le
    nari.  Poi  cominci  un  susurro  lontano  agli orecchi,  un tremante
    bagliore alla vista.  Pi volte ella sarebbe caduta se non  l'avessero
    sorretta le mani del carrettiere, che incoraggiato dalla muta docilit
    di lei tentava qualche brutale carezza.
    Il  paese  di  Pescara apparve in cima alla strada,  in mezzo al sole,
    mandando suoni sul vento.
    - Fanno la processione - disse  uno  degli  uomini.  Tutti  gli  altri
    sferzarono;  e la strada rison sotto il trotto pesante,  al tintinno
    de' sonagli, allo schiocco delle fruste.
    Quella violenza di scosse e di fragore richiam per un momento  Orsola
    al  senso  della  realt circostante.  Ma,  poich l'uomo le cingeva i
    fianchi con un braccio e le soffiava il fiato  vinoso  nella  guancia,
    ella  per  un  cieco  impeto  si  mise a gridare e a gesticolare quasi
    l'avesse presa il delirio.  E il fantasma di Lindoro subitamente le si
    rizz  dinanzi agli occhi offuscati e pot anco suscitarle il ribrezzo
    dell'orrore in quel poco di sensibilit  che  le  restava  nei  nervi.
    Appena il carro si ferm, discese a terra dai sacchi scivolando; tent
    di  muovere i passi,  con la furia affannosa di chi cerchi raggiungere
    un luogo sicuro per cadere.
    Venivano in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi,
    con in mano i crei dipinti, e cantavano. Dietro la torma angelica, un
    grande sventolo di drappi e di baldacchini ampliava l'aria beneficata
    dalla pioggia recente. E cantavano:

    "Tantum ergo sacramentum
    Veneremur cernui"...

    Orsola,  intravedendo,  volt nel vicolo;  giunse alla  casa  di  Rosa
    Catena,  entr; presa dalla vertigine, cadde in mezzo al pavimento. E,
    come il profluvio del sangue ricominciava,  la paralisi le  occup  la
    met  inferiore  del corpo,  ogni facolt di moto volontario in lei si
    spense.
    Rosa non era nella casa; la processione aveva attirato tutto il paese,
    quel giorno.  In un angolo della stanza Mu,  il padre,  un mostro  di
    vecchiaia umana, un cieco inchiodato per anni sul legname di una sedia
    dall'artrite deformante,  tentava vagamente con la punta del bastone i
    mattoni intorno a s per scoprire la causa del rumore improvviso; e un
    borbotto bavoso gli esciva dalla bocca sdentata.
    Allora,  ai piedi del mostro orrendo,  in mezzo al sangue del peccato,
    con  i  pollici stretti nei pugni,  senza grida,  la sposa violata del
    Signore per alcuni attimi si agit nella convulsione mortale.
    - Via! Via! Passa via! Via di qua!
    Il vecchio,  credendo  che  fosse  entrato  il  mastino  del  beccaio,
    allungava il bastone per scacciarlo; e percoteva la moribonda.








    La vergine Anna.

    1.
    Luca  Minella,  nato  nel  1789  a  Ortona  in una delle case di Porta
    Caldara, fu marinaio.  Nella prima giovinezza navig per qualche tempo
    sul  trabaccolo  Santa  Liberata,  dalla rada di Ortona ai porti della
    Dalmazia,  caricando legnami,  frumento  e  frutta  secche.  Poi,  per
    vaghezza  di  cambiar  padrone,  si  mise  al  servizio  di  Don Rocco
    Panzavacante,  e su una tanecca nuova fece molti viaggi  in  commercio
    d'agrumi  al promontorio di Roto,  che  una grande e dilettosa altura
    su la costa italica, tutta coperta da una selva di aranci e di limoni.
    Su i ventisette anni egli si accese d'amore per  Francesca  Nobile;  e
    dopo alcuni mesi strinse le nozze.
    Luca, uomo di statura bassa e fortissimo, aveva una dolce barba bionda
    intorno al viso colorito; e, come le femmine, agli orecchi portava due
    cerchietti  d'oro.  Amava  il  vino  ed  il  tabacco;  professava  una
    devozione ardente per il santo apostolo  Tommaso;  e,  poich  era  di
    natura superstizioso e inchinevole allo stupore,  raccontava singolari
    avventure e meraviglie dei paesi d'oltremare e novellava  delle  genti
    dlmate  e delle isole adriatiche come di trib e di terre prossime al
    polo.
    Francesca,  donna di giovent gi schiusa,  aveva della razza ortonese
    la floridissima carne e i lineamenti molli.  Ella amava la chiesa,  le
    funzioni religiose, le pompe sacre,  le musiche dei tridui;  viveva in
    gran semplicit di costumi; e, poich la sua intelligenza era fievole,
    credeva le pi incredibili cose e lodava in ogni suo atto il Signore.
    Dal  congiungimento  nacque  Anna;  e  fu nel mese di giugno del 1817.
    Siccome il parto veniva difficile e si temeva di qualche sventura,  il
    sacramento del battesimo fu amministrato sul ventre della madre, prima
    che  uscisse  alla  luce  l'infante.  Dopo molto travaglio il parto si
    comp.  La creatura bevve il latte dalle mammelle materne e crebbe  in
    salute e in letizia. Francesca scendeva verso sera alla marina, con la
    poppante  su  le  braccia,  quando la tanecca doveva tornare carica da
    Roto;  e Luca sbarcando aveva la  camicia  tutta  odorosa  dei  frutti
    meridionali. Risalendo insieme verso le case alte, si fermavano allora
    un  momento  alla  chiesa  e  s'inginocchiavano.  Nelle  cappelle  gi
    ardevano le lampade votive; e in fondo, a traverso i sette cancelli di
    bronzo, il busto dell'Apostolo luccicava come un tesoro.  Le preghiere
    invocavano   la   benedizione   celeste   sul  capo  della  figliuola.
    Nell'uscire,  quando la madre bagnava la fronte di  Anna  con  l'acqua
    della  pila,  gli  strilli  infantili  echeggiavano a lungo per quelle
    navate sonanti come grandi conche di metallo puro.
    L'infanzia  di  Anna  passava  pianamente,  senza  alcuno  avvenimento
    notevole.  Nel  maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino,  con una
    corona di rose e un velo bianco;  e,  confusa  in  mezzo  allo  stuolo
    angelico,  segu  la  processione tenendo in mano un cero sottile.  La
    madre nella chiesa volle sollevarla su le braccia per farle baciare il
    Santo protettore.  Ma,  come le  altri  madri  sorreggenti  gli  altri
    cherubini  spingevano in folla,  uno dei ceri appicc il fuoco al velo
    di Anna e d'improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello.  Un  moto
    di  paura  si  propag  allora  nella moltitudine,  e ciascuno tentava
    d'essere primo ad uscire.
    Francesca, se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore,  riusc a
    strappare  la  veste ardente;  si strinse contro il petto la figliuola
    nuda e tramortita;  gittandosi dietro ai fuggenti,  invocava Ges  con
    alte grida.
    Per  le  ustioni  Anna  stette  inferma lungo tempo in pericolo.  Ella
    giaceva nel letto,  con l'esile faccia esangue,  senza  parlare,  come
    fosse   diventata   muta;   e   aveva   negli  occhi  aperti  e  fissi
    un'espressione di stupore immemore pi  che  di  dolore.  Nell'autunno
    guar; e and ad appendere un voto.
    Quando  la  temperie  era dolce,  la famiglia scendeva nella barca pel
    pasto della sera.  Sotto la tenda,  Francesca accendeva il fuoco e sul
    fuoco  metteva  i  pesci:  l'odor  cordiale degli alimenti si spandeva
    lungo il Molo mescendosi al profumo derivante dai verzieri della Villa
    Onofria.  Il mare dinanzi era cos tranquillo che si udiva a pena  tra
    gli  scogli  il  risucchio,  e l'aria cos limpida che la punta di San
    Vito si vedeva in lontananza emergere con tutto il cumulo delle  case.
    Luca  si  metteva a cantare insieme con gli altri uomini;  Anna faceva
    atto di aiutare la madre. Dopo il pasto, come la luna saliva il cielo,
    i marinai apprestavano la  tanecca  per  salpare.  Intanto  Luca,  nel
    calore  del  vino e del cibo,  preso da quella sua naturale avidit di
    narrazioni mirabili,  cominciava a parlare  dei  litorali  lontani.  -
    C'era,  pi in l di Roto,  una montagna tutta abitata dalle scimmie e
    da uomini dell'India., altissima, con piante che producevano le pietre
    preziose...  -  La  moglie  e  la  figlia  ascoltavano,  in  silenzio,
    attonite. Poi le vele si spiegavano lungo gli alberi lentamente, tutte
    segnate  di figure nere e di simboli cattolici,  come vecchi gonfaloni
    della patria. E Luca partiva.
    Nel febbraio del 1826 Francesca si  sgrav  d'un  bimbo  morto.  Nella
    primavera  del 1830 Luca volle condurre Anna al promontorio.  Anna era
    allora su l'adolescenza.
    Il  viaggio  fu  felice.  Nell'alto  mare  incontrarono  una  nave  di
    mercanti,  una  gran nave che faceva cammino per forza di immense vele
    bianche. I delfini nuotavano nella scia;  l'acqua si moveva dolcemente
    intorno,  scintillando,  come  se  sopra  vi galleggiassero tappeti di
    penne di paone.  Anna segu a lungo con gli occhi mai sazii la nave in
    lontananza.  Poi  una  specie  di  nuvola  azzurra  sorse  su la linea
    dell'orizzonte;  ed era la montagna fruttifera.  Le coste della Puglia
    si  designavano  a poco a poco sotto il sole.  Il profumo degli agrumi
    veniva spandendosi nell'aria gioviale. Quando Anna discese su la riva,
    fu presa da un senso di  letizia;  e  stette  curiosa  a  guardare  le
    piantagioni e gli uomini nativi del luogo.  Il Padre la condusse nella
    casa di una donna non giovane che  parlava  con  una  lieve  balbuzie.
    Restarono l due giorni. Anna vide una volta il padre baciare la donna
    ospite su la bocca;  ma non comprese. Al ritorno la tanecca era carica
    di aranci; e il mare era ancora mite.
    Anna conserv di quel viaggio un ricordo come di sogno; e,  poich per
    natura  era  taciturna,  raccont  non molte cose alle coetanee che la
    incalzavano di interrogazioni.


    2.
    Nel maggio seguente, alle feste dell'Apostolo intervenne l'Arcivescovo
    di Orsogna.  La chiesa era tutta parata di drappi rossi e di  fogliami
    d'oro; dinanzi ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade d'argento
    lavorate  dagli  orefici  per  religione;  e tutte le sere l'orchestra
    sonava un oratorio solenne con un bel coro di voci bianche.  Il sabato
    si  doveva  esporre il busto dell'Apostolo.  I devoti peregrinavano da
    tutti i paesi marittimi  e  interni;  salivano  la  costa  cantando  e
    portando in mano i voti, nel conspetto del mare.
    Anna il venerd fece la prima comunione.  L'Arcivescovo era un vecchio
    venerando e mite;  quando sollevava la mano  per  benedire,  la  gemma
    dell'anello risplendeva simile ad un occhio divino. Anna, appena sent
    su  la  lingua l'ostia eucaristica,  smarr la vista per un'improvvisa
    onda di gaudio che le irrig i capelli  con  la  dolcezza  d'un  bagno
    tiepido e odoroso. Dietro di lei un susurro correva nella moltitudine;
    allato,  altre  verginelle  prendevano  il  sacramento  e chinavano la
    faccia sul gradino, in gran compunzione.
    La sera  Francesca  volle  dormire,  com'  costume  dei  fedeli,  sul
    pavimento della basilica, aspettando l'ostensione mattutina del Santo.
    Ella  era  incinta  da  sette  mesi,  e molto l'affaticava il peso del
    ventre.  Sul pavimento i pellegrini  giacevano  accumulati;  dai  loro
    corpi esalava il calore e montava nell'aria.
    Alcune  voci  confuse uscivano a tratti da qualche bocca inconscia nel
    sonno;  le fiammelle tremolavano  e  si  riflettevano  su  l'olio  nei
    bicchieri sospesi tra gli archi;  e nei vani delle larghe porte aperte
    scintillavano le stelle alla notte primaverile.
    Francesca vegli per due ore in  travaglio,  poich  l'esalazione  dei
    dormienti le dava la nausea.  Ma, determinata a resistere e a soffrire
    pel bene dell'anima, vinta dalla stanchezza, pieg alfine il capo.  Su
    l'alba si dest.
    L'aspettazione  cresceva  negli  animi  degli  astanti  e  altra gente
    sopraggiungeva:
    in ciascuno ardeva il desiderio d'essere primo a vedere l'Apostolo. Fu
    aperto il cancello esterno; e il romore dei cardini rison nitidamente
    nel silenzio,  si ripercosse in tutti i cuori.  Fu aperto  il  secondo
    cancello,  poi il terzo, poi il quarto, il quinto, il sesto, l'ultimo.
    Parve allora come una tromba d'uragano investisse la  moltitudine.  La
    massa  degli  uomini  si  precipit verso il tabernacolo;  grida acute
    squillarono nell'aria mossa da quell'impeto;  dieci,  quindici persone
    rimasero, schiacciate e soffocate; una preghiera tumultuaria si lev.
    I morti furono tratti fuori all'aperto.  Il corpo di Francesca,  tutto
    contuso e livido, fu portato alla famiglia.  Molti curiosi in torno si
    accalcarono; e i parenti gemevano compassionevolmente.
    Anna,  quando  vide  la  madre  distesa sul letto tutta violacea nella
    faccia e macchiata di sangue, cadde a terra senza conoscenza. Poi, per
    molti mesi, fu tormentata dal mal caduco.


    3.
    Nell'estate del 1835 Luca  partiva  per  un  porto  della  Grecia  sul
    trabaccolo  Trinit.  di  Don Giovanni Camaccione.  Siccome egli aveva
    nell'animo un segreto pensiero,  prima di navigare vend le masserizie
    e  preg  i  parenti  d'accogliere  Anna  nella  casa fin che egli non
    tornasse.  Di l a qualche tempo il trabaccolo torn carico  di  fichi
    secchi e d'uva di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto. Luca
    non  era  tra  la ciurma;  e si vocifer poi ch'egli fosse rimasto nel
    paese dei portogalli, con una femmina amorosa.
    Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente.  Una gran  tristezza
    allora discese nella sua vita. La casa dei parenti era sotto la strada
    Orientale in vicinanza del Molo.  I marinai venivano a bere il vino in
    una stanza bassa, ove quasi tutto il giorno le canzoni sonavano tra il
    fumo delle pipe.  Anna passava in mezzo ai bevitori portando i boccali
    colmi;  e  il  primo  istinto  de'  suoi  pudori si risvegliava a quel
    contatto  assiduo,  a  quell'assidua  comunione  di  vita  con  uomini
    bestiali. Ad ogni momento ella doveva soffrire i motti inverecondi, le
    risa  crudeli,  i  gesti ambigui,  la malvagit delle ciurme inasprite
    dalle fatiche della navigazione.  Ella non  osava  lamentarsi,  poich
    mangiava il pane nella casa degli altri. Ma quel supplizio di tutte le
    ore la rendeva ebete: una imbecillit grave le opprimeva a poco a poco
    l'intelligenza indebolita.
    Per una naturale inclinazione affettiva dell'animo,  ella poneva amore
    agli animali.  Un asino di molta et era ricoverato sotto una  tettoia
    di paglia e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava
    cotidianamente some di vino da Sant'Apollinare alla tavernella;  e, se
    bene i suoi  denti  cominciavano  a  ingiallire  e  le  sue  unghie  a
    sfaldarsi,  se  bene  il suo cuoio era gi secco e non aveva quasi pi
    pelo,  talvolta al conspetto di una fiorita di  cardi  ridirizzava  le
    orecchie   e  si  metteva  a  ragliare  vivacemente  in  un'attitudine
    giovenile.
    Anna empiva di profenda la greppia e di acqua  l'abbeveratoio.  Quando
    il  calore  era  grande,  ella  veniva  sotto la tettoia a meriggiare.
    L'asino triturava i fili di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella
    con un ramo fronzuto faceva opera di  piet  liberandogli  la  schiena
    dalla  molestia  degli  insetti.  Di tanto in tanto l'asino volgeva la
    testa orecchiuta,  per un increspamento delle labbra flosce  mostrando
    le  gengive  quasi  in  un  rossastro riso animalesco di gratitudine e
    mostrando  per  un  moto  obliquo  dell'occhio  nell'orbita  il  globo
    giallognolo  e  venato  di  paonazzo  come  una vescica di fiele.  Gli
    insetti turbinavano con un ronzio pesante su il fimo;  non dalla terra
    n  dal  mare  venivano  romori  o  voci;  e un senso infinito di pace
    occupava allora l'animo della donna.
    Nell'aprile del 1842  Pantaleo,  l'uomo  che  guidava  il  somiere  al
    viaggio cotidiano, mor di coltello. Da quel tempo ad Anna fu commesso
    l'ufficio.  Ed  ella  partiva  su  l'alba  e tornava sul mezzogiorno o
    partiva sul mezzogiorno e tornava su la sera.  La strada  volgeva  per
    una collina solata piantata d'olivi, discendeva per una terra irrigua
    messa  a pasture,  e risalendo tra i vigneti giungeva alle fattorie di
    Sant'Apollinare. L'asino camminava innanzi,  con le orecchie basse,  a
    fatica: una frangia verde tutta logora e stinta gli batteva le coste e
    i lombi; nel basto luccicavano alcuni frammenti di lmine d'ottone.
    Quando  l'animale  si  soffermava  per riprender fiato,  Anna gli dava
    qualche piccolo urto carezzevole sul collo e l'eccitava con  la  voce;
    poich  ella  aveva  misericordia  di quella decrepitezza.  Ogni tanto
    strappando dalle siepi un pugno di foglie,  le porgeva in  ristoro;  e
    s'inteneriva  sentendo su la palma il movimento molle delle labbra che
    ricevevano  l'offerta.   Le  siepi  erano  fiorite;   e  i  fiori  del
    biancospino avevano un sapore di mandorle amare.
    Sul  confine  dell'oliveto  stava  una  gran cisterna,  e accanto alla
    cisterna un  lungo  canale  di  pietra  dove  le  vacche  venivano  ad
    abbeverarsi. Tutti i giorni Anna faceva sosta in quel luogo; ed ella e
    l'asino  si  dissetavano  prima di seguire il cammino.  Una volta ella
    s'incontr col custode dell'armento,  che era nativo di Tollo e  aveva
    la guardatura un poco losca e il labbro leporino.
    L'uomo  le  volse  il  saluto;  e ambedue cominciarono a ragionare dei
    pascoli e dell'acqua,  e  poi  dei  santuarii  e  dei  miracoli.  Anna
    ascoltava con benignit e con frequenza di sorriso. Ella era macilente
    e  bianca;  aveva  gli  occhi  chiarissimi e la bocca stragrande,  e i
    capelli castanei pieganti indietro tutti senza spartizione.  Nel collo
    le si vedevano le cicatrici rossicce delle bruciature e le si vedevano
    le arterie battere d'un palpito incessante.
    Da  allora  i  colloquii si reiterarono.  Per l'erba le vacche stavano
    sparse;  e giacevano ruminando o pascolavano in piedi.  Quelle moventi
    forme   pacifiche   aumentavano   la   tranquillit  della  solitudine
    pastorale.   Anna,   seduta  su  l'orlo  della   cisterna,   ragionava
    semplicemente;  e  l'uomo  dal  labbro fesso pareva preso d'amore.  Un
    giorno ella,  per un improvviso spontaneo rifiorir del ricordo,  narr
    la  navigazione  alla  montagna di Roto.  E,  poich la lontananza del
    tempo le ingannava la memoria,  ella diceva con accento di verit cose
    meravigliose.
    L'uomo  stupefatto  ascoltava  senza  batter le palpebre.  Quando Anna
    tacque,  ad ambedue il silenzio e la solitudine d'intorno parvero  pi
    grandi;  ed ambedue restarono in pensiero.  Venivano le vacche, tratte
    dalla consuetudine, all'abbeveratoio; e a tutte penzolava fra le gambe
    il gruppo delle mammelle rifornite di latte dalla pastura.  Come  esse
    avanzavano il muso nel canale, l'acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e
    regolari.


    4.
    Su  gli ultimi giorni di giugno l'asino inferm.  Non prendeva cibo n
    bevanda da quasi una settimana.  I viaggi s'interruppero.  Una mattina
    che Anna discese alla tettoia,  scorse la bestia tutta ripiegata su lo
    strame in un avvilimento miserevole. Una specie di tosse roca e tenace
    scoteva di tratto in tratto la  gran  carcassa  malcoperta  di  cuoio;
    sopra  gli occhi s'erano formate due cavit profonde,  come due orbite
    vacue;  e gli occhi parevano due grosse bolle gonfie di siero.  Quando
    l'asino ud le voci di Anna, tent di levarsi: il corpo gli traballava
    su  le  zampe  e il collo gli si abbatteva gi dalle spalle acute e le
    orecchie gli penzolavano con i movimenti involontari e  incomposti  di
    un  enorme  giocattolo  che  avesse  guaste le commessure.  Un liquido
    mucoso gli colava dalle nari,  talvolta allungandosi in filamenti sino
    ai ginocchi. Le chiazze nude nel pelame avevano il colore azzurrognolo
    e quasi cangiante della lavagna. I guidaleschi qua e l sanguinavano.
    Anna,  allo spettacolo, si sent stringere da una angoscia pietosa; e,
    poich ella per natura e per uso non provava alcuna ripugnanza  fisica
    in contatto della materia immonda, si accost a toccare l'animale. Con
    una mano gli sorreggeva la mascella inferiore, con l'altra una spalla;
    e  cos  cercava di fargli muovere i passi,  sperando in qualche virt
    dell'esercizio.  L'animale prima esitava,  squassato da nuovi sussulti
    di  tosse;  poi  finalmente  prese  a camminare per la china dolce che
    scendeva al  lido.  Le  acque,  dinanzi,  nella  nativit  del  giorno
    biancheggiavano;  e  i  calafati verso la Penna spalmavano una carena.
    Come Anna lev il sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza,
    l'asino per un fallo de' piedi anteriori  stramazz  d'improvviso.  La
    gran macchina delle ossa ebbe un scricchiolio interno di rotture, e la
    pelle  del ventre e dei fianchi rison sordamente e palpit.  Le gambe
    fecero l'atto di correre;  per l'urto,  dalla gengiva usc un poco  di
    sangue e tra i denti si diffuse.
    Allora  la  donna  si  mise  a  gridare  andando  verso la casa.  Ma i
    calafati,  sopraggiunti,  in conspetto dell'asino giacente ridevano  e
    motteggiavano. Uno di loro percosse col piede il ventre del moribondo.
    Un  altro  gli  afferr  le orecchie e gli sollev il capo che ricadde
    pesantemente a terra. Gli occhi si chiusero; qualche brivido corse fra
    il pelame bianco del ventre aprendone le spighe,  come un soffio;  una
    delle  gambe  di dietro batt due o tre volte nell'aria.  Poi tutto fu
    immobile;  se non che nella spalla,  ov'era un'ulcera,  si produsse un
    lieve  tremolio,  simile  a  quello  che  per la molestia d'un insetto
    avveniva dianzi volontario nella carne vivente.  Quando Anna torn sul
    luogo,  trov  i  calafati  che  tiravano  per  la coda la carogna,  e
    cantavano un Requiem, con false voci asinine.
    Cos Anna rimase in solitudine;  e per lungo tempo ancora visse  nella
    casa  dei  parenti  ed  ivi  appass,   adempiendo  umili  uffici,   e
    sopportando con molta pazienza cristiana le vessazioni.  Nel  1845  il
    mal  caduco riapparve con violenza;  sparve dopo alcuni mesi.  La fede
    religiosa in quell'epoca divenne in lei pi profonda e pi calda. Ella
    saliva  alla  basilica  tutte  le  mattine  e   tutte   le   sere;   e
    s'inginocchiava  abitualmente in un angolo oscuro protetto da una gran
    pila di marmo dov'era figurata con rozza opera di bassorilievo la fuga
    della  Sacra  Famiglia  in  Egitto.   Da  prima  scelse   ella   forse
    quell'angolo attratta dal docile asinello trasportante il pargolo Ges
    e  la Madre alla terra dell'idolatria?  Una gran quietudine d'amore le
    discendeva  su  lo  spirito,   quando  aveva  piegate   le   ginocchia
    nell'ombra; e la preghiera le sgorgava puramente dal petto come da una
    fonte  naturale,  poich  ella  pregava  soltanto per la volutt cieca
    dell'adorazione,  non per la speranza d'ottener grazia di  beni  nella
    vita terrena.  Ella pregava,  con la testa china su la sedia; e come i
    cristiani nell'accedere e nell'uscire attingevano con le dita  l'acqua
    della pila,  e si segnavano, ella a quando a quando trasaliva sentendo
    su' capelli qualche stilla benedetta cadere.


    5.
    Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al  paese  di  Pescara,  era
    prossima la festa del Rosario,  che si celebra nella prima domenica di
    ottobre. La donna si mosse da Ortona a piedi,  per sciogliere un voto;
    e,  portando  chiuso  in  un  fazzoletto  di  seta  un  piccolo  cuore
    d'argento,  cammin religiosamente lungo la riva del mare;  poich  la
    strada provinciale non ancora in quel tempo era praticata,  e un bosco
    di pini occupava molta estensione  di  terreno  vergine.  La  giornata
    pareva  dolce,  se  non  che  nel mare le onde andavano crescendo,  ed
    all'estremo limite andavano crescendo in forma  di  trombe  i  vapori.
    Anna  avanzava  tutta  assorta  in pensieri di santit.  Nel far della
    sera,  come ella fu sul luogo  delle  Saline,  cadde  d'improvviso  la
    pioggia,  da  prima pianamente e dopo in grande abbondanza;  cos che,
    non essendovi in torno riparo  alcuno,  ella  n'ebbe  le  vesti  tutte
    molli. Pi in qua la foce dell'Alento portava acqua; ed ella si scalz
    per guardare. In vicinanza di Vallelonga la pioggia rest: ed il bosco
    dei pini rinasceva serenante nell'aria con odor quasi d'incenso. Anna,
    rendendo  grazie nell'animo al Signore,  segu il cammino del litorale
    ma  con  pi  rapidi  passi,  poich  sentiva  penetrarsi  nelle  ossa
    l'umidit malsana, e cominciava a battere i denti pel ribrezzo.
    A  Pescara,  ella fu subito presa dalla febbre palustre,  e ricoverata
    per misericordia nella casa  di  Donna  Cristina  Basile.  Dal  letto,
    udendo i cantici della pompa sacra,  e vedendo le cime degli stendardi
    ondeggiare  all'altezza  della  finestra,  ella  si  mise  a  dire  le
    preghiere e a invocare la guarigione.
    Quando  pass  la Vergine,  ella scorse soltanto la corona gemmata,  e
    fece atto di mettersi in ginocchio su i guanciali per adorare.
    Dopo tre settimane  guar;  e,  avendole  Donna  Cristina  offerto  di
    rimanere, ella rimase in qualit di domestica. Ebbe allora una piccola
    stanza guardante sul cortile.  Le pareti erano imbiancate di calce; un
    vecchio paravento coperto di figure profane chiudeva un angolo;  e fra
    i  travicelli  del  soffitto  molti  ragni  tendevano  in pace le tele
    laboriose.  Sotto la finestra sporgeva  un  tetto  breve,  e  pi  gi
    s'apriva il cortile pieno di volatili mansueti. Sul tetto vegetava, da
    un  mucchio di terra chiuso fra cinque tegole,  una pianta di tabacco.
    Il sole vi s'indugiava dalle prime ore antimeridiane  alle  prime  ore
    del pomeriggio.
    Ogni estate la pianta dava fiori.
    Anna,  nella  nuova  vita,  nella  nuova casa,  a poco a poco si sent
    sollevare e rivivere.  La  sua  naturale  inclinazione  all'ordine  si
    dispieg.  Ella attendeva a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza
    far parole.  Anche,  in lei  la  credenza  nelle  cose  soprannaturali
    ingigant.  Due o tre leggende s'erano per antico formate su due o tre
    luoghi  della  casa  Basile,   e  di  generazione  in  generazione  si
    tramandavano.  Nella  camera  gialla.  del  secondo  piano abbandonato
    viveva l'anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro, dove una
    scala discendeva a gomito sino a una porta che non s'apriva da  tempo,
    viveva l'anima di Don Samuele.  Quei due nomi esercitavano un singolar
    fascino su i nuovi abitatori,  e diffondevano  per  tutto  il  vecchio
    edificio  una  specie  di  solennit conventuale.  Come poi il cortile
    interno era circondato di  molti  tetti,  i  gatti  su  la  loggia  si
    riunivano  in  conciliaboli e miagolavano con una dolcezza misteriosa,
    chiedendo ad Anna gli avanzi del pasto familiare.
    Nel marzo del 1853 il marito di Donna  Cristina  mor  d'una  malattia
    urinaria,  dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo timorato
    di  Dio,  casalingo  e  caritatevole;   era  capo  d'una  congrega  di
    possidenti  religiosi;  leggeva le opere dei teologi,  e sapeva sonare
    sul gravicembalo alcune semplici arie di antichi  maestri  napolitani.
    Quando  venne  il  viatico,  magnifico  per  numero  di ministri e per
    ricchezza di arnesi,  Anna s'inginocchi su la  porta,  e  si  mise  a
    pregare ad alta voce. La stanza si emp d'un vapor d'incenso, in mezzo
    a  cui  il  ciborio raggiava e raggiavano i turiboli,  oscillando come
    lampade accese;  si udirono singhiozzi;  poi  le  voci  dei  ministri,
    raccomandando  l'anima  all'Altissimo,  si sollevarono.  Anna,  rapita
    dalla solennit di quel sacramento,  perd ogni orrore della morte,  e
    da  allora  pens che la morte dei cristiani fosse un trapasso dolce e
    gaudioso.
    Donna Cristina tenne chiuse tutte le finestre della  casa  durante  un
    mese  intero.  Continuava  a  piangere il marito nell'ora del pranzo e
    nell'ora della cena; faceva in nome di lui le elemosine ai mendicanti;
    e,  pi volte nel giorno,  con una coda di volpe levava la polvere dal
    gravicembalo  come  da una reliquia,  emettendo sospiri.  Ella era una
    donna di quarant'anni,  tendente alla pinguedine,  ancora fresca nelle
    sue  forme  che la sterilit aveva conservate.  E poich ereditava dal
    defunto una dovizia considerevole,  i cinque  pi  maturi  celibi  del
    paese cominciarono a tenderle insidie e ad allettarla alle nuove nozze
    con arti lusingatrici.  I campioni furono: Don Ignazio Cespa,  persona
    dolcigna,  di sesso ambiguo,  con  una  faccia  di  vecchia  pettegola
    butterata  dal vaiuolo e una capellatura impregnata di olii cosmetici,
    con le dita cariche di anelli e gli orecchi forati  da  due  minuscoli
    cerchi d'oro;  Don Paolo Nervegna,  dottor di legge,  uomo parlatore e
    accorto,  che aveva le labbra sempre  increspate  come  se  masticasse
    l'erba  sardonica  e  su la fronte una specie di crescimento rossastro
    innascondibile; Don Fileno d'Amelio,  nuovo capo della congrega,  uomo
    pieno  d'unzione  e  di  compunzione,  un  po'  calvo,  con  la fronte
    sfuggente indietro e l'occhio pecorinamente opaco;  Don  Pompeo  Pepe,
    uomo giocondo,  amante del vino e delle donne e dell'ozio, ubertoso in
    tutta la corporatura e pi nella faccia,  sonoro nelle  risa  e  nelle
    parole;  Don Fiore Ussorio, uomo di spiriti pugnaci, gran leggitore di
    opere politiche  e  citator  trionfante  di  esempi  storici  in  ogni
    disputa,  pallido d'un pallor terrigno, con una sottil corona di barba
    intorno agli zigomi e una  bocca  singolarmente  atteggiata  in  linea
    obliqua.  A costoro si aggiungeva, ausiliare della resistenza di Donna
    Cristina,  l'abate Egidio Cennamele che,  volendo  trarre  l'erede  ai
    benefizi   della  chiesa,   osteggiava  con  ben  coperta  astuzia  di
    impedimenti le lusinghe.
    La gran contesa,  che sar un giorno narrata dal cronista per diffuso,
    dur molto tempo ed ebbe molta variet di vicende.  E principal teatro
    della prima azione fu il cenacolo,  sala rettangolare dove su la carta
    francesca  delle  pareti erano francescamente rappresentati i fatti di
    Ulisse naufragante  all'isola  di  Calipso.  Quasi  tutte  le  sere  i
    campioni si riunivano intorno all'inclita vedova; e facevano il giuoco
    della briscola e il giuoco dell'amore alternativamente.


    6.
    Anna  fu  candida  testimone.  Introduceva  i  visitatori,  tendeva il
    tappeto su la tavola, e a mezzo della veglia portava i bicchieri pieni
    d'un rosolio verdognolo composto dalle monache  con  droghe  speciali.
    Una  volta  ella  sent  su per le scale Don Fiore Ussorio gridare nel
    calore della disputa un'ingiuria contro l'abate Cennamele che  parlava
    sommesso; e poich l'irriverenza le parve mostruosa, ella da allora in
    poi  tenne  Don  Fiore  per  un uomo diabolico e al comparir di lui si
    faceva rapidamente il segno della croce e mormorava un Pater...
    Nella primavera del 1856,  un giorno,  mentre sul greto della  Pescara
    ella sbatteva i panni lavati, vide una torma di barche passare la foce
    e  navigar lentamente contro la forza dell'acqua.  Il sole era sereno;
    le  due  rive  si  rispecchiavano  in  fondo  abbracciandosi;   alcuni
    ramoscelli  verdi  e  alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della
    corrente, come simboli pacifici,  verso il mare;  e le barche,  aventi
    quasi  tutte la mitria di San Tommaso dipinta per insegna in un angolo
    della vela,  avanzavano cos nel bel fiume santificato dalla  leggenda
    di  San  Cetteo liberatore.  I ricordi del paese natale si svegliarono
    nell'animo della donna con un tumulto improvviso, a quello spettacolo;
    ed ella, pensando al padre, fu invasa da una gran tenerezza.
    Le barche erano tanecche ortonesi e venivano dal promontorio  di  Roto
    con  un  carico  di agrumi.  Anna,  come le ncore furono gettate,  si
    avvicin ai marinai;  e li  guardava  con  una  curiosit  benevola  e
    trepidante,  senza far parole.  Uno di loro, colpito dalla insistenza,
    la ravvis e la interrog familiarmente. - Chi cercava? Cosa voleva? -
    Allora Anna,  tratto in disparte l'uomo,  gli chiese se non  per  caso
    egli avesse veduto al paese dei portogalli.  Luca Minella, il padre. -
    Non l'aveva veduto?  Non stava ancora con quella  femmina.?  -  L'uomo
    rispose  che  Luca era morto da qualche tempo.  - Era vecchio.  Poteva
    campar di pi?  - Allora Anna contenne le lacrime;  volle sapere molte
    cose.  L'uomo  le disse molte cose.  - Luca aveva strette le nozze con
    quella femmina;  ne aveva avuti due figliuoli.  Il  maggiore  dei  due
    navigava  sopra  un  trabaccolo  e  veniva qualche volta a Pescara per
    negozii.  - Anna trasal.  Un turbamento indeterminato,  una specie di
    smarrimento confuso le occupava l'animo.  Ella non giungeva a ritrovar
    l'equilibrio e la lucidit del giudizio dinanzi a  quel  fatto  troppo
    complesso. Ella aveva ora due fratelli dunque? Doveva amarli?
    Doveva cercare di vederli? Ora che doveva dunque fare?
    Cos,  titubante,  torn  a  casa.  E  dopo,  per  molte sere,  quando
    entravano nel fiume le barche, ella andava lungo lo scalo a guardare i
    marinai.  Qualche trabaccolo portava dalla Dalmazia un carico di asini
    e  di  cavalli  nani.  Le bestie prendendo terra scalpitavano;  l'aria
    sonava di ragli e di nitriti. Anna,  nel passare,  batteva con la mano
    le grosse teste degli asinelli.


    7.
    Verso  quel tempo ebbe in dono dal fattore di campagna una testuggine.
    Il nuovo ospite tardo e taciturno fu diletto e cura della donna  nelle
    ore d'ozio.
    Camminava  da  un punto all'altro della stanza sollevando a stento dal
    suolo il grave  peso  del  corpo  su  le  zampe  simili  a  moncherini
    olivastri,  e,  come  era  giovine,  le piastre del suo scudo dorsale,
    gialle maculate di nero,  tralucevano talvolta al sole  con  un  nitor
    d'ambra. La testa coperta di scaglie, compressa nel muso, giallognola,
    sporgeva tentennando con una mansuetudine timorosa;  e pareva talvolta
    la testa di un vecchio serpe estenuato che uscisse dal  guscio  di  un
    crostaceo.  Anna  prediligeva nell'animale i costumi: il silenzio,  la
    frugalit, la modestia, l'amor della casa. Gli dava per cibo foglie di
    verdura, radici e vermi,  restando estatica ad osservare il moto delle
    piccole mandibole cornee dentellate nel lor duplice margine.  Ella, in
    quell'atto,  provava  quasi  un  sentimento  di  maternit;   eccitava
    pianamente  l'animale  con  le  voci  e  sceglieva per lui le erbe pi
    tenere e pi dolci.
    Fu la testuggine allora auspice d'un idillio. Il fattore,  venendo pi
    volte  al  giorno nella casa,  s'intratteneva su la loggia a ragionare
    con Anna.  Ed essendo egli uomo d'umili spiriti,  divoto,  prudente  e
    giusto, godeva veder riflesse le sue pie virt nell'animo della donna.
    Per  la  consuetudine  sorse  quindi  tra  i  due  a  poco  a poco una
    familiarit amorevole.  Ella aveva gi qualche capello  bianco  su  le
    tempie,  ed  in  tutta  la  faccia  diffuso un placido candore.  Egli,
    Zacchiele, superava di alcuni anni l'et di lei;  aveva una gran testa
    dalla fronte sporgente e due miti e rotondi occhi di coniglio.  Tutt'e
    due, nei colloquii,  sedevano per lo pi su la loggia.  Sopra di loro,
    fra  i tetti,  il cielo pareva una cupola luminosa;  e ad intervalli i
    voli dei colombi domestici, bianchi come il Paraclito, traversavano la
    quiete celestiale.  I colloquii volgevano su le raccolte,  su la bont
    dei terreni,  su le semplici norme della coltivazione;  ed erano pieni
    di esperienza e di rettitudine.
    Poich Zacchiele amava talvolta,  per una ingenua vanit naturale,  di
    far  pompa  del  suo  sapere,  in  conspetto  della  donna ignorante e
    credula,  questa concep per lui  una  stima  e  un'ammirazione  senza
    limiti.  Ella  impar,  che  la  terra   divisa in cinque parti e che
    cinque sono le razze degli uomini: la bianca, la gialla, la rossa,  la
    nera e la bruna.  Impar che la terra  di forma rotonda, che Romolo e
    Remo furono nutricati da una lupa, e che le rondini su l'autunno vanno
    oltremare nell'Egitto dove anticamente regnavano i Faraoni.  - Ma  gli
    uomini  non  avevano tutti un colore,  a imagine e somiglianza di Dio?
    Potevamo noi camminare sopra una Palla? Chi erano i re Faraoni? - Ella
    non riusciva a comprendere,  e rimaneva cos tutta smarrita.  Per  da
    allora  ella consider le rondini con reverenza e le tenne per uccelli
    dotati di saggezza umana.
    Un giorno Zacchiele le mostr una Storia sacra dell'Antico Testamento,
    illustrata di  figure.  Anna  guardava  con  lentezza,  ascoltando  le
    spiegazioni.  Ed  ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi,  No
    seminudo inginocchiato innanzi a un altare,  i tre angeli  di  Abramo,
    Mos  salvato  dalle  acque;  vide con gioia finalmente un Faraone nel
    conspetto della verga di Mos cangiata in serpe,  e la regina di Saba,
    la festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei.
    Il fatto dell'asina di Balaam la emp di meraviglia e di tenerezza. Il
    fatto  della  coppa di Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere
    in lacrime.  Ed ella imaginava gli israeliti camminanti per un deserto
    tutto  coperto di quaglie,  sotto una rugiada che si chiamava la manna
    ed era bianca come la neve e pi dolce del pane.
    Dopo la Storia sacra,  preso da  una  singolare  ambizione,  Zacchiele
    cominci  a  leggerle  le  imprese  dei Reali di Francia da Costantino
    imperatore sino ad Orlando conte d'Anglante. Un gran tumulto sconvolse
    allora la mente della donna: le battaglie dei Filistei e  dei  Siriaci
    si  confusero  con le battaglie dei Saraceni,  Oloferne si confuse con
    Rizieri, il re Saul col re Mambrino,  Eleazaro con Balante,  Noemi con
    Galeana.   Ed  ella,   affaticata,  non  seguiva  pi  il  filo  delle
    narrazioni,  ma si  riscoteva  soltanto  ad  intervalli  quando  udiva
    passare nella voce di Zacchiele i suoni di qualche nome prediletto.  E
    predilesse Dusolina e il duca Bovetto che  prese  tutta  l'Inghilterra
    innamorandosi della figliuola del re di Frisia.
    Erano  le  calende  di  settembre.  Nell'aria  temperata dalla pioggia
    recente,  si andava diffondendo una  placida  chiarit  autunnale.  La
    stanza  di  Anna divenne il luogo delle letture.  Un giorno Zacchiele,
    seduto, leggeva "come Galeana, figliuola del re Galafro, s'innamor di
    Mainetto e volle da lui  la  ghirlanda  dell'erba".  Anna,  poich  la
    favola  pareva  semplice  e  campestre,  e  poich la voce del lettore
    pareva  addolcirsi  di  accenti  novelli,   ascoltava   con   visibile
    assiduit.  La  testuggine  si  traeva  in  mezzo  ad alcune foglie di
    lattuga,  pianamente;  il sole su la finestra illuminava una gran tela
    di ragno,  e gli ultimi fiori rosei del tabacco si vedevano a traverso
    la sottile opera di filo d'oro.
    Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e,  guardando
    la   donna,   sorrise   d'uno  di  quei  sorrisi  fatui  che  solevano
    increspargli le tempie e  gli  angoli  della  bocca.  Poi  cominci  a
    parlarle vagamente,  con la peritanza di colui che non sa in qual modo
    giungere al punto  desiderato.  Finalmente  ard.  -  Ella  non  aveva
    pensato mai al matrimonio?  - Anna alla domanda non rispose.  Stettero
    ambedue in silenzio  ed  ambedue  sentivano  nell'animo  una  dolcezza
    confusa,  quasi  un  risveglio  attonito della giovinezza sepolta e un
    umano richiamo dell'amore.  E n'erano turbati come dal fumo d'un  vino
    troppo forte che montasse al loro cervello indebolito.


    8.
    Ma una tacita promessa di nozze fu data molti giorni dopo, in ottobre,
    nella  prima nativit dell'olio d'oliva e nell'ultima migrazione delle
    rondini.  Con licenza di Donna Cristina,  un luned Zacchiele condusse
    Anna  alla  fattoria  dei  colli,  dov'era  il  frantoio.  Uscirono da
    Portasale,  a piedi,  e presero la via Salaria,  volgendo le spalle al
    fiume.  Dal  giorno  della  favola  di  Galeana  e  di Mainetto,  essi
    provavano l'un verso l'altra una specie di trepidazione,  un misto  di
    temenza vergogna e rispetto.  Avevano perduta quella bella familiarit
    d'una volta;  parlavano poco insieme  e  sempre  con  un  tal  riserbo
    esitante,   senza  mai  guardarsi  nel  volto,  con  incerti  sorrisi,
    confondendosi talora per un  subitaneo  rossore,  indugiando  cos  in
    questi timidi bamboleggiamenti d'innocenza.
    Camminarono  in  silenzio,  da  prima,  ciascuno  seguendo  lo stretto
    sentiero asciutto che i passi dei viandanti avevano praticato su i due
    margini della via;  e li divideva il mezzo della via fangoso e segnato
    di  solchi  profondi  dalle  ruote  dei  veicoli.   Una  libera  gioia
    vendemmiale occupava le campagne: i canti del mosto per la pianura  si
    avvicendavano. Zacchiele si teneva un poco indietro, rompendo a tratti
    a  tratti il silenzio con qualche parola su la temperie,  su le vigne,
    su la raccolta delle olive.  Anna guardava curiosa  tutti  i  cespugli
    rosseggianti di bacche, i campi lavorati, le acque dei fossi; e a poco
    a poco le nasceva nell'animo una letizia vaga, quale di chi dopo lungo
    tempo  sia  dilettato  da  sensazioni gi innanzi conosciute.  Come il
    cammino prese a volgere su  pel  declivio  tra  i  ricchi  oliveti  di
    Cardirusso,   chiaramente   le   sorse   nell'animo   il   ricordo  di
    Sant'Apollinare e dell'asino e del  custode  degli  armenti.  Ed  ella
    sent quasi rifluirsi al cuore tutto il sangue, d'improvviso.
    Quell'episodio  obliato  della  sua  giovinezza  le  si coordin nella
    memoria con una perspicuit meravigliosa;  l'imagine dei luoghi le  si
    form  dinanzi;  e nella scena illusoria ella rivide l'uomo dal labbro
    leporino, ne riud la voce,  provando un turbamento nuovo senza sapere
    perch.
    La  fattoria  si avvicinava;  fra gli alberi soffiava il vento facendo
    cadere  le  ulive  mature;   una  zona  di  mare  sereno  si  scopriva
    dall'altitudine.  Zacchiele  s'era  messo  a  fianco  della donna e la
    guardava di tratto in tratto con una pia supplicazione di tenerezza. -
    A che pensava ella dunque?  - Anna si  volse,  con  un'aria  quasi  di
    sbigottimento, come fosse stata colta in fallo. - A niente pensava.
    Giunsero al frantoio, dove i coloni macinavano la prima raccolta delle
    olive  cadute  precocemente  dall'albero.  La  stanza delle macine era
    bassa e oscura: dalla volta luccicante di salnitro  pendevano  lucerne
    di   ottone  e  fumigavano;   un  giumento  bendato  girava  una  mola
    gigantesca,  con passo regolare;  e i coloni,  vestiti di certe lunghe
    tuniche  simili  a  sacchi,  nudi  le  gambe e le braccia,  muscolosi,
    oleosi, versavano il liquido nelle giare, nelle conche, negli orci.
    Anna si mise a considerare l'opera,  attentamente;  e,  come Zacchiele
    impartiva ordini ai faticatori,  e girava tra le macine, osservando la
    qualit delle olive con una grande sicurezza di  giudice,  ella  sent
    per  lui in quel momento crescere l'ammirazione.  Poi,  come Zacchiele
    dinanzi a lei prese  un  gran  boccale  colmo  e  versando  nell'orcio
    quell'olio purissimo e luminoso nomin la grazia di Dio,  ella si fece
    il segno della croce,  tutta compresa di  venerazione  per  l'opulenza
    della terra.
    Venivano intanto su la porta le due femmine della fattoria; e ciascuna
    teneva  contro  il  seno  un poppante,  e si traeva un bel grappolo di
    figliuoli dietro le gonne.  Si misero a  conversare  placidamente;  e,
    poich Anna tentava di accarezzare i fanciulli, ciascuna si compiaceva
    della propria fecondit,  e con una ridente onest di parola ragionava
    dei parti. La prima aveva avuto sette figliuoli; la seconda undici.  -
    Era  la  volont  di  Ges  Cristo;  e per la campagna poi ci volevano
    braccia.
    Allora la conversazione volse  in  materie  familiari.  Albarosa,  una
    delle  madri,  fece molte domande ad Anna.  - Ella non aveva avuto mai
    figliuoli? - Anna, nel rispondere che non s'era maritata, prov per la
    prima volta una specie di umiliazione e di rammarico, dinanzi a quella
    possente e casta maternit. Poi, cambiando discorso, ella tese la mano
    sul pi vicino dei bimbi.  Gli altri guardavano con  occhi  vasti  che
    pareva  avessero  assunto  un  limpido color vegetale dallo spettacolo
    continuo delle cose verdi.  L'odore delle olive infrante  si  spandeva
    nell'aria,  ed entrava nelle fauci ad eccitare il palato. I gruppi dei
    faticatori apparivano e sparivano sotto il rossore delle lucerne.
    Zacchiele,  che fino a quel momento  aveva  invigilato  su  la  misura
    dell'olio,  si  accost  alle donne.  Albarosa lo accolse con un volto
    festevole. - Quanto voleva aspettare Don Zacchiele a prender moglie? -
    Zacchiele sorrise con un po' di confusione, a quella domanda;  e diede
    un'occhiata   sfuggente  ad  Anna  che  accarezzava  ancora  il  bimbo
    selvatico e fingeva di non aver inteso.  Albarosa,  per  una  benevola
    arguzia contadinesca, riunendo visibilmente con l'ammiccar degli occhi
    bovini il capo d'Anna e quello di Zacchiele, seguit le incitazioni. -
    Erano una coppia benedetta da Dio. Che aspettavano? - I coloni, avendo
    sospesa l'opera per attendere al pasto,  facevano in torno cerchia.  E
    la coppia, anche pi confusa per quella testimonianza, restava muta in
    un'attitudine tra di sorriso tremulo e di  pudica  modestia.  Qualcuno
    dei  giovini  fra  i  testimoni,  esilarato  dalla faccia amorosamente
    compunta di Don Zacchiele,  sospingeva con urti di gomiti i  compagni.
    Il giumento nitr, per fame.
    Fu apprestato il pasto.  Un'attivit diligente invase la gran famiglia
    rustica.
    Su lo spiazzo,  all'aperto,  tra gli olivi pacifici e in conspetto del
    sottostante mare,  gli uomini sedevano alla mensa. I piatti dei legumi
    conditi d'olio novello fumavano;  il vino scintillava  nelle  semplici
    forme  liturgiche  dei  vasi;  e il cibo frugale dispariva rapidamente
    entro gli stomachi dei faticatori.
    Anna ora si sentiva come assalire da  un  tumulto  di  giubilo,  e  si
    sentiva  d'un  tratto  quasi  legata  da  una  specie di dimestichezza
    amichevole con le due donne.  Queste la condussero nell'interno  della
    casa,  dove le stanze erano larghe e luminose bench antichissime.  Su
    le pareti le imagini sacre  si  alternavano  con  le  palme  pasquali;
    provvigioni  di  carni  suine  pendevano  dai  soffitti;  i talami dal
    pavimento si elevavano ampi ed altissimi  con  accanto  le  culle;  da
    tutto   emanava   la   serenit   della  concordia  familiare.   Anna,
    considerando  quell'ordine,   sorrideva  timidamente  a  una  dolcezza
    interiore;  e  in un punto fu presa da una strana commozione quasi che
    tutte le sue latenti virt di madre casalinga  e  i  suoi  istinti  di
    allevatrice fremessero e insorgessero d'improvviso.
    Quando  le donne ridiscesero su lo spiazzo,  gli uomini stavano ancora
    in torno alla tavola;  Zacchiele parlava con loro.  Albarosa prese  un
    piccolo pane di frumento,  lo divise nel mezzo,  lo consperse d'olio e
    di sale, e l'offer ad Anna. L'olio novello,  allora allora gemuto dal
    frutto,  spandeva  nella  bocca  un  saporoso  aroma asprino;  ed Anna
    allettata mangi tutto il pane.  Bevve anche il  vino.  Poi,  come  il
    vespro cadeva, ella e Zacchiele ripresero il cammino del declivio.
    Dietro  di  loro  i coloni cantarono.  Molti altri canti sorsero dalla
    campagna e si dispiegarono nella sera con la  piana  larghezza  di  un
    salmo  gregoriano.  Il  vento  soffiava fra gli oliveti pi umido;  un
    chiarore moriente tra roseo e violaceo indugiava effuso pel cielo.
    Anna cammin innanzi, con passo celere,  rasente i tronchi.  Zacchiele
    la segu,  pensando alle parole ch'egli voleva dire.  Ambedue,  da poi
    che si sentivano soli,  provavano una  trepidazione  infantile.  A  un
    punto  Zacchiele  chiam  la donna per nome;  ed ella si volse umile e
    palpitante.  - Che voleva?  - Zacchiele non disse pi altro;  fece due
    passi,  giunse  al fianco di lei.  E cos continuarono il cammino,  in
    silenzio, finch la via Salaria non li divise. Come nell'andare,  essi
    presero ciascuno il sentiero del margine, a destra e a manca.
    E rientrarono a Portasale.


    9.
    Per   una  nativa  irresolutezza,   Anna  differiva  continuamente  il
    matrimonio.
    Dubbii religiosi la tormentavano. Ella aveva sentito dire che soltanto
    le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno alla Madre di  Dio,
    nel Paradiso. Dunque? Doveva ella rinunciare a quella dolcezza celeste
    per un bene terreno? Un pi vivo ardore di divozione allora la invase.
    In   tutte  le  ore  libere  ella  andava  alla  chiesa  del  Rosario;
    s'inginocchiava innanzi al gran confessionale di quercia,  e  rimaneva
    immobile in quell'attitudine di preghiera.
    La  chiesa  era semplice e povera;  il pavimento era coperto di lapidi
    mortuarie; una sola lampada di metallo vile ardeva innanzi all'altare.
    E la donna rimpiangeva nell'animo il  fasto  della  sua  basilica,  la
    solennit delle cerimonie,  le undici lampade d'argento,  i tre altari
    di marmo prezioso.
    Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un grande avvenimento. Tra la
    Confraternita capitanata da Don Fileno d'Amelio e  l'abate  Cennamele,
    coadiuvato  dai  satelliti  parrocchiali,  scoppi la guerra;  e ne fu
    causa un contrasto per la processione di Ges morto. Don Fileno voleva
    che la pompa,  fornita dai  congregati,  uscisse  dalla  chiesa  della
    Confraternita;  l'abate  voleva  che  la  pompa  uscisse  dalla chiesa
    parrocchiale.  La guerra attrasse e avvilupp tutti i cittadini  e  le
    milizie  del  Re  di  Napoli,  residenti  nel forte.  Nacquero tumulti
    popolari;  le vie furono occupate da assembramenti di gente  fanatica;
    pattuglie  armigere  andarono  in  volta per impedire i disordini;  il
    conte Arcivescovo di Chieti fu assediato da innumerevoli messi  d'ambo
    le parti;  corse molta pecunia per corruzioni; un mormoro di congiure
    misteriose si sparse nella citt.
    Focolare degli odii la  casa  di  Donna  Cristina  Basile.  Don  Fiore
    Ussorio sfolgor per mirabili stratagemmi e per audacie novissime,  in
    quei giorni di lotta.  Don Paolo Nervegna ebbe un grave spargimento di
    bile.  Don  Ignazio  Cespa  adoper  in  vano tutte le sue blande arti
    conciliative e i suoi sorrisi melliflui.  La vittoria  fu  contrastata
    con  un  accanimento  implacabile,  fino  all'ora  rituale della pompa
    funeraria.  Il popolo fremeva nell'aspettazione;  il comandante de  le
    milizie,  partigiano  dell'abbadia,  minacciava castighi ai facinorosi
    della  Confraternita.  La  rivolta  stava  per  irrompere.  Quand'ecco
    giungere  su  la  piazza  un  soldato a cavallo latore di un messaggio
    episcopale che dava la vittoria ai congregati.
    L'ordine della pompa si dispieg allora con insolita magnificenza  per
    le  vie  sparse di fiori.  Un coro di cinquanta voci bianche cant gli
    inni della Passione; e dieci turiferarii incensarono tutta la citt. I
    baldacchini, gli stendardi, i ceri per la nuova ricchezza empirono gli
    astanti di meraviglia.
    L'abate sconfitto non intervenne; ed in sua vece Don Pasquale Carabba,
    il Gran Coadiutore,  vestito dei paramenti badiali,  segu  con  molta
    solennit d'incesso il feretro di Ges.
    Anna,  nel frangente,  aveva fatto voti per la vittoria dell'abate. Ma
    la suntuosit della cerimonia la abbagli;  una specie di rapimento la
    invase, allo spettacolo; ed ella sent gratitudine anche per Don Fiore
    Ussorio  che  passava  reggendo  nel pugno un cero immane.  Poi,  come
    l'ultima schiera dei celebranti le giunse  dinanzi,  ella  si  mescol
    alla turba fanatica degli uomini,  delle donne e de' fanciulli; e and
    cos,  quasi senza toccar terra,  tenendo sempre gli  occhi  fissi  al
    serto culminante della "Mater dolorosa".  In alto,  dall'uno all'altro
    balcone, stavano tesi i drappi signorili consecutivamente;  dalle case
    dei   panettieri  pendevano  rustiche  forme  d'agnelli  materiate  di
    fromento; ad intervalli, nei trivii, nei quadrivii, un braciere acceso
    spandeva fumo di armati.
    La processione non pass sotto le finestre dell'abate.  Di  tratto  in
    tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file,  come
    se la schiera antesignana incontrasse un ostacolo.  E n'era  causa  il
    contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente delle
    milizie,  i  quali  ambedue  avevano ricevuto il comando di seguire un
    itinerario diverso.  Poich il luogotenente non poteva  usar  violenza
    senza   commetter  sacrilegio,   vinse  il  crocifero.   I  congregati
    esultavano; il comandante generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva di
    curiosit.
    Quando la pompa, in vicinanza dell'Arsenale,  si rivolse per rientrare
    nella  chiesa di San Giacomo,  Anna prese un vicolo obliquo e in pochi
    passi fu su la porta madre. S'inginocchi. Giungeva primo verso di lei
    l'uomo portante il crocifisso gigantesco;  seguivano gli  stendardieri
    che  tenevano l'altissima asta in equilibrio su la fronte o sul mento,
    atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli.  Poi,  quasi in mezzo a una
    nuvola  d'incenso,  venivano  le altre schiere,  i cori angelici,  gli
    incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie.  Lo spettacolo
    era grande. Una specie di terrore mistico teneva l'animo della donna.
    Si avanz sul vestibolo,  secondo la consuetudine,  un accolito munito
    d'un largo piatto d'argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora
    fu che il comandante,  spezzando tra i denti aspre  parole  contro  la
    Confraternita,  gitt  violentemente il suo cero nel piatto e volt le
    spalle  con  piglio  minaccioso.   Tutti  rimasero  allibiti.   E  nel
    momentaneo  silenzio  si  ud  tintinnare  la  spada  di  colui che si
    allontanava. Solo Don Fiore Ussorio ebbe la temerit di sorridere.


    10.
    I  fatti  per  moltissimo  tempo  incitarono  l'attivit  vocale   dei
    cittadini e furono causa di turbolenze.  Come Anna era stata testimone
    dell'ultima scena, alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella raccontava
    sempre con le stesse parole pazientemente.  La sua vita da  allora  fu
    tutta spesa tra le pratiche religiose,  gli uffici domestici e l'amore
    della testuggine.  Ai primi tepori d'aprile  la  testuggine  usc  dal
    letargo.  Un giorno,  d'improvviso, sbuc di sotto allo scudo la testa
    serpentina e tentenn debolmente mentre i piedi erano  ancora  immersi
    nel torpore.  I piccoli occhi rimasero coperti a mezzo dalla palpebra.
    E l'animale,  forse non pi consapevole  d'essere  captivo,  si  mosse
    finalmente  con un moto pigro e incerto,  tastando co' piedi il suolo,
    spinto dal bisogno di trovarsi il cibo come nella sabbia del suo bosco
    natale.
    Anna, innanzi a quel risveglio,  fu invasa da una tenerezza ineffabile
    e  stette  a  guardare  con  occhi  umidi  di  lacrime.  Poi  prese la
    testuggine,  la mise sul letto,  le offer  alcune  foglie  verdi.  La
    testuggine  esitava  a  toccare  le  foglie,  nell'aprire le mandibole
    mostrava la lingua carnosa come quella dei pappagalli.  Gli  indumenti
    del  collo  e delle zampe parevano membrane flosce e giallognole di un
    corpo estinto.  La donna a quella vista si sentiva  stringere  da  una
    gran  misericordia;  ed  eccitava  al  ristoro  il bene amato,  con le
    blandizie di una madre pel figliuolo convalescente. Cinse d'olio dolce
    lo scudo osseo; e, come il sole vi percoteva sopra,  le piastre pulite
    risplendevano pi belle.
    In  queste  cure  passarono  i  mesi  della  primavera.  Ma Zacchiele,
    consigliato dalla stagione novella a maggiori impeti di amore, incalz
    la donna con cos tenere supplicazioni che n'ebbe alfine una  promessa
    solenne.  Le  nozze  si  sarebbero  celebrate  il giorno precedente la
    Nativit di Ges Cristo.
    Allora l'idillio rifior.  Mentre Anna attendeva alle  opere  dell'ago
    pel  corredo  nuziale,  Zacchiele  leggeva  ad alta voce la storia del
    Nuovo Testamento.  Le nozze  di  Cana,  i  prodigi  del  Redentore  in
    Cafarnao,  il morto di Naim,  la moltiplicazione dei pani e dei pesci,
    la liberazione della figliuola della Cananea,  i  dieci  lebbrosi,  il
    cieco  nato,  la  risurrezione  di  Lazzaro,  tutte  quelle narrazioni
    miracolose rapirono l'animo della donna.  Ed ella pens  lungamente  a
    Ges  che entrava in Gerusalemme cavalcando un'asina,  mentre i popoli
    stendevano su la sua via le vesti e spargevano fronde.
    Nella stanza l'erbe  di  timo  odoravano  in  un  vaso  di  terra.  La
    testuggine veniva talvolta alla cucitrice e le tentava con la bocca il
    lembo delle tele o le morsicchiava il cuoio sporgente delle scarpe. Un
    giorno  Zacchiele,  nel  leggere  la  parabola  del  Figliuol Prodigo,
    sentendosi d'improvviso qualche cosa di mobile tra  i  piedi,  per  un
    involontario moto di ribrezzo diede co' piedi un urto; e la testuggine
    urtata  and a battere contro la parete e rimase capovolta.  Il guscio
    dorsale si scheggi in pi parti;  un po' di  sangue  apparve  da  una
    delle  zampe  che  l'animale  agitava  inutilmente  per  riprendere la
    posizione primitiva.
    Se  bene  l'infelice  amante  si  mostr   atterrito   del   fatto   e
    inconsolabile,  Anna  dopo  quel  giorno  si  chiuse  in una specie di
    severit diffidente,  non  parl  pi,  non  volle  pi  ascoltare  la
    lettura. E cos il Figliuol Prodigo rimase per sempre sotto gli alberi
    delle ghiande a guardare i porci del suo signore.
    11.
    Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele mor.  La cascina
    dov'egli abitava, nei dintorni dei Cappuccini,  fuori di Porta Giulia,
    fu  invasa  dalle  acque.  Le acque inondarono tutta la campagna,  dal
    Colle d'Orlando fino al Colle  di  Castellammare;  e,  poich  avevano
    attraversato  vastissimi  sedimenti  d'argilla,  erano  sanguigne come
    nella favola antica.  Le cime degli alberi emergevano qua e l su quel
    sangue melmoso ed estuoso.  Per intervalli, dinanzi al forte passavano
    in precipizio tronchi enormi con tutte le radici, masserizie,  materie
    di  forme  irriconoscibili,  gruppi  di  bestiami non ancora morti che
    urlavano e sparivano e riapparivano e si perdevano  in  lontananza.  I
    branchi dei bovi, in ispecie, davano uno spettacolo mirabile: i grossi
    corpi  biancastri  s'incalzavano  l'un  l'altro,  le teste si ergevano
    disperatamente  fuori  dell'acqua,  furiosi  intrecciamenti  di  corna
    avvenivano  nell'impeto del terrore.  Come il mare era di levante,  le
    onde alla foce  rigurgitavano.  Il  lago  salso  della  Palata  e  gli
    estuarii si riunirono col fiume. Il forte divenne un'isola perduta.
    Nell'interno  le vie si sommersero;  la casa di Donna Cristina ebbe la
    linea delle acque sino a met della  scala.  Il  fragore  cresceva  di
    continuo,  mentre le campane sonavano a distesa.  I forzati, dentro le
    carceri, urlavano.
    Anna, credendo a qualche supremo castigo dell'Altissimo,  ricorse alla
    salvezza delle preghiere.  Il secondo giorno,  come sal su la sommit
    della colombaia,  non vide che acque e acque in torno sotto le nuvole,
    e  scorse  poi  cavalli  sbigottiti  che  galoppavano  in  furia su le
    troniere di San Vitale. Discese, stupida, con la mente sconvolta; e la
    persistenza del fragore e l'oscurit dell'aria le fecero smarrire ogni
    nozione del luogo e del tempo.
    Quando l'alluvione cominci a decrescere,  la gente del contado  entr
    nella  citt  per  mezzo  di palischermi.  Uomini,  donne e fanciulli,
    avevano su la faccia e negli occhi  la  stupefazione  dolorosa.  Tutti
    narravano  fatti  tristi.  E un bifolco dei Cappuccini venne alla casa
    Basile per annunziare che Don Zacchiele se n'era andato "a marina". Il
    bifolco  parlava  semplicemente,  narrando  la  morte.  Disse  che  in
    vicinanza  dei  Cappuccini  certe  femmine  avevano legato i figliuoli
    lattanti su la cima di un grande albero per salvarli dall'acqua e  che
    i vortici avevano sradicato l'albero trascinandosi le cinque creature.
    Don  Zacchiele  stava  sul  tetto  con  altri  cristiani in un mucchio
    compatto,  urlando;  e il tetto stava gi per sommergersi;  e cadaveri
    d'animali  e  rami  rotti  venivano  gi  a urtare contro i disperati.
    Quando finalmente l'albero dei lattanti pass di l sopra, la violenza
    fu cos terribile che dopo il suo passaggio non si vide pi traccia di
    tetto n di cristiani.
    Anna ascolt senza piangere; e nella sua mente percossa il racconto di
    quella morte,  con quell'albero dei cinque pargoli e con quelli uomini
    ammucchiati  tutti  sopra  un  tetto e con quei cadaveri di bestie che
    andavano  a  urtar  contro,   suscit   una   specie   di   meraviglia
    superstiziosa  simile  a  quella  suscitatale  da certe narrazioni del
    Vecchio Testamento. Ella sal con lentezza alla sua stanza, e cerc di
    raccogliersi.  Il sole modesto splendeva sul davanzale;  la testuggine
    in  un angolo dormiva ricoverata sotto il suo scudo;  un cinguetto di
    passeri veniva dagli  mbrici.  Tutte  queste  cose  naturali,  questa
    usuale  tranquillit  della  vita  circonstante,  a  poco  a  poco  la
    rasserenarono.  Dal fondo di  quella  momentanea  calma  alfine  sorse
    chiaro  il  dolore;  ed  ella  chin la testa sul petto,  in un grande
    sconforto.
    Allora le punse l'animo il rimorso  d'aver  serbato  contro  Zacchiele
    quella specie di muto rancore per tanto tempo; e i ricordi a uno a uno
    vennero  ad assalirla;  e le virt del defunto le rifulgevano ora alla
    memoria pi religiosamente. Poich l'onda del dolore cresceva, ella si
    alz, and verso il letto, vi si distese bocconi.  E i suoi singhiozzi
    risonavano tra il cinguetto degli uccelli.
    Dopo,  quando le lacrime si arrestarono, la quiete della rassegnazione
    cominci a discenderle nell'animo;  ed ella pens che  tutte  le  cose
    della terra sono caduche,  e che noi dobbiamo conformarci alla volont
    del Signore.  L'unzione di questo semplice atto d'abbandono le  sparse
    sul cuore un'abbondanza di dolcezza.
    Ella  si  sent  libera  da  ogni  inquietudine,  e trov il riposo in
    quell'umile e ferma confidenza.  Da allora nella sua regola non fu che
    questa  clausola: - La soprana volont di Dio,  sempre giusta,  sempre
    adorabile,  sia fatta in tutte le cose,  sia lodata  ed  esaltata  per
    tutta l'eternit.


    12.
    Cos  alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del Paradiso.  E il
    giro del tempo per lei non fu  determinato  se  non  dalle  ricorrenze
    ecclesiastiche.  Quando  il  fiume  rientr  nell'alveo,  uscirono per
    ordine consecutivo di giorni molte processioni  nella  citt  e  nelle
    campagne.  Ella le segu tutte, insieme con il popolo, cantando il "Te
    Deum".  Le vigne in torno erano devastate;  il  terreno  era  molle  e
    l'aria  pregna  di vapori biondi,  singolarmente luminosa,  come nelle
    primavere palustri.
    Poi venne la festa d'Ognissanti; poi,  la solennit dei Morti.  Grandi
    messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell'alluvione.  Nel
    Natale Anna volle fare il presepe;  compr un Bambino di cera,  Maria,
    San Giuseppe,  il bove,  l'asino,  i re Magi e i pastori. Accompagnata
    dalla figlia del sagrestano, ella and per i fossati della via Salaria
    a cercare il musco.  Sotto  la  vitrea  serenit  iemale  i  latifondi
    riposavano  pingui  di  limo;  la  fattoria d'Albarosa si scorgeva sul
    colle tra gli olivi;  nessuna voce turbava  il  silenzio.  Anna,  come
    scopriva il musco,  si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al
    contatto delle fredde erbe le sue mani divenivano lievemente violacee.
    Di tratto in tratto,  alla vista di una zolla pi verde,  le  sfuggiva
    una  esclamazione  di contentezza.  Quando il canestro fu pieno,  ella
    sedette sul ciglio  del  fossato,  con  la  fanciulla.  I  suoi  occhi
    salirono  pel sentiero dell'oliveto,  lentamente,  e si fermarono alle
    mura bianche della fattoria che pareva un edifizio claustrale.  Allora
    ella  chin  la  fronte,  assalita da un pensiero.  Poi d'un tratto si
    volse alla compagna.  - Non aveva mai veduto macinare le  olive?  -  E
    cominci  a  figurar  l'opera  delle  macine  con  molta prolissit di
    parole;  e,  come parlava,  a poco a poco le salivano dall'animo altri
    ricordi,  le  venivano  su  la bocca spontaneamente a uno a uno,  e le
    passavano nella voce con un piccolo tremito.
    Quella fu l'ultima debolezza.  Nell'aprile  del  1858,  poco  dopo  la
    Pasqua maggiore, ella inferm. Stette nel letto quasi durante un mese,
    tormentata  dall'infiammazione  polmonare.  Donna  Cristina  veniva la
    mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia fantesca,  che
    faceva  pubblica professione d'assistere i malati,  le somministrava i
    medicamenti.   Poi  la  testuggine  le   rallegr   i   giorni   della
    convalescenza.  E  come  l'animale  era estenuato dal digiuno,  ed era
    tutto aridamente  pelloso,  Anna  vedendosi  macilente,  e  sentendosi
    anch'essa affievolita,  provava quella specie di appagamento interiore
    che noi proviamo quando una stessa sofferenza ci accomuna alla persona
    diletta.  Un tepore molle saliva dagli  mbrici  coperti  di  licheni,
    verso  i convalescenti;  nel cortile i galli cantavano;  e una mattina
    due rondini entrarono d'improvviso,  batterono  l'ali  in  torna  alla
    stanza e fuggirono.
    Quando Anna torn la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione, era
    la  Pasqua  delle  rose.   Ella,   nell'entrare,   aspir  il  profumo
    dell'incenso  cupidamente.  Cammin  piano,   lungo  la  navata,   per
    ritrovare  il  posto  dove  soleva  prima  inginocchiarsi;  e si sent
    prendere da una sbita gioia,  quando scorse finalmente tra le  lapidi
    mortuarie quella che portava nel mezzo un bassorilievo tutto consunto.
    Vi pieg i ginocchi sopra,  e si mise a pregare. La gente aumentava. A
    un certo punto della cerimonia due accoliti scesero dal coro  con  due
    bacini  d'argento colmi di rose,  e cominciarono a spargere i fiori su
    le teste dei prostrati, mentre l'organo sonava un inno giocondo.  Anna
    era  rimasta  china,  in  una  specie  di  estasi  che  le  davano  la
    beatitudine dal misterio celebrato e  il  senso  vagamente  voluttuoso
    della  guarigione.  Come  alcune rose vennero a caderle su la persona,
    ella ne ebbe un fremito lungo.  E la povera donna nulla aveva  provato
    nella  sua  vita di pi dolce che quel fremito di delizia mistica e il
    susseguito languore.
    La Pasqua rosata rimase perci la  festivit  prediletta  di  Anna,  e
    ritorn  periodicamente  senza  alcun  episodio notevole.  Nel 1860 la
    citt fu turbata da gravi agitazioni.  Si udivano spesso nella notte i
    rulli  dei  tamburi,  gli  allarmi  delle  sentinelle,  i  colpi della
    moschetteria.  Nella casa di Donna Cristina si manifest un  pi  vivo
    fervore di azione tra i cinque proci.  Anna non si sbigott;  ma visse
    in  un  raccoglimento  profondo,   non  prendendo   conoscenza   degli
    avvenimenti pubblici n di quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici
    con un'esattezza macchinale.
    Nel  mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata;  le milizie
    borboniche si sbandarono,  gittando armi e  bagagli  nelle  acque  del
    fiume; stuoli di cittadini corsero le vie con liberali esclamazioni di
    gioia.   Anna,   come   seppe   che   l'abate  Cennamele  era  fuggito
    precipitosamente,  pens che i nemici della  Chiesa  di  Dio  avessero
    ottenuto il trionfo; e n'ebbe molto dolore.
    Dopo,  la  sua  vita  si svolse in pace,  lungo tempo.  Lo scudo della
    testuggine crebbe in latitudine e divenne pi  opaco;  la  pianta  del
    tabacco  annualmente  sorse,  fior e cadde;  le sagge rondini in ogni
    autunno partirono per la terra dei Faraoni.  Nel 1865 alfine  la  gran
    contesa  dei proci termin con la vittoria di Don Fileno d'Amelio.  Le
    nozze si celebrarono nel mese di  marzo,  con  solenne  giocondit  di
    conviti.  E  vennero  allora  ad  ammannire vivande preziose due padri
    cappuccini, Fra Vittorio e Fra Mansueto.
    Erano costoro i due che di tutta  la  compagnia  rimanevano,  dopo  la
    soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario
    invermigliato fortificato e letificato dal succo dell'uva. Una piccola
    benda verde gli copriva l'infermit dell'occhio destro,  e il sinistro
    gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla
    giovent l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i
    signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti.  Nell'opera
    aveva  gesti  rudi  che  gli  scoprivano  fuor  delle ampie maniche le
    braccia villose;  la sua barba si moveva  tutta  ad  ogni  moto  della
    bocca;  la sua voce si frangeva in stridori.  Fra Mansueto in vece era
    un vecchio macilente,  con  una  testa  caprina  da  cui  pendeva  una
    barbicola  candida,  con  due  occhi giallognoli pieni di sommissione.
    Egli coltivava l'orto,  e questuando portava l'erbe mangerecce per  le
    case.  Nell'aiutare il compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava
    da un piede;  parlava nel molle idioma patrio di Ortona,  e,  forse in
    memoria della leggenda di San Tommaso, esclamava:
    -  "Pe'  li  Turchi!"  - ad ogni momento,  lisciandosi con una mano il
    cranio polito.
    Anna attendeva a porgere i piatti, gli arnesi, i vasellami di rame. Le
    pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennit sacra per la
    presenza dei frati.  Ella restava intenta a guardare tutti gli atti di
    Fra  Vittorio,  presa  da  quella trepidazione che le persone semplici
    provano in conspetto degli uomini dotati di qualche  virt  superiore.
    Ammirava  ella  in  ispecie  il  gesto  infallibile  con  cui  il gran
    cappuccino spargeva su gli intingoli certe sue droghe  segrete,  certi
    suoi aromi particolari. Ma l'umilt, la mitezza, la modesta arguzia di
    Fra  Mansueto a poco a poco la conquistarono.  E i legami della comune
    patria e quelli pi sensibili del  comune  idioma  strinsero  l'una  e
    l'altro d'amicizia.
    Come  essi conversavano,  i ricordi del passato pullulavano nelle loro
    parole.
    Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella basilica
    quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini. - "P li
    Turchi!" - Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il  cadavere  fino
    alle case di Porta Caldara;  e si ricordava che la morta aveva addosso
    una veste di seta gialla e tante collane d'oro...
    Anna divenne triste.  Nella sua memoria il fatto fino a  quel  momento
    era rimasto confuso,  vago,  quasi incerto,  attenuato dal lunghissimo
    stupore inerte che aveva seguito i primi accessi del  mal  caduco.  Ma
    quando  Fra Mansueto disse che la morta stava in Paradiso,  perch chi
    muore per causa di religione va fra i santi,  Anna prov una  dolcezza
    indicibile  e  si  sent  d'un  tratto crescere nell'animo una immensa
    adorazione per la santit della madre.
    Allora,  per rammentare i luoghi del paese  nativo,  ella  si  mise  a
    discorrere su la basilica dell'Apostolo,  minutamente, determinando le
    forme degli altari,  la  positura  delle  cappelle,  il  numero  degli
    arredi,  le figurazioni della cupola,  le attitudini delle imagini, le
    divisioni del pavimento,  i colori  delle  vetrate.  Fra  Mansueto  la
    secondava  con  benignit;  e,  poich egli era stato ad Ortona alcuni
    mesi innanzi,  raccont le  nuove  cose  vedute.  -  L'Arcivescovo  di
    Orsogna  aveva  donato alla basilica un ciborio d'oro con incrostature
    di pietre preziose.  La Confraternita del Santissimo Sacramento  aveva
    rinnovato  tutti  i  legnami  e i corami degli stalli.  Donna Blandina
    Onofrii aveva fornita una intera muta di parati consistente in pianete
    dalmatiche stole piviali cotte.
    Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di
    riveder le antiche cominci a tormentarla. Ella,  quando il cappuccino
    tacque,  si rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza. -
    La festa di maggio si avvicinava. Se andassero?


    13.
    Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece
    gli apparecchi. Inquietudine le nacque nell'animo per la testuggine. -
    Doveva lasciarla?  o portarla seco?  - Stette lungamente in  forse;  e
    infine  deliber  di  portarla,  per  sicurezza.  La  pose  dentro  un
    canestro,  tra i panni suoi e  le  scatole  di  confetture  che  Donna
    Cristina   inviava  a  Donna  Veronica  Monteferrante,   abadessa  del
    monastero di Santa Caterina.
    Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero  in  cammino.  Anna  aveva  in
    principio il passo spedito, l'aspetto gaio: i capelli, gi quasi tutti
    canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava
    reggendosi  a  una  mazza,  e  le  bisacce vuote gli penzolavano dalle
    spalle. Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta.
    Il bosco,  al mattino di maggio,  ondeggiava immerso nel  suo  profumo
    natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare.
    I tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della
    vita parevano aperte su la trasfigurazione della terra.
    Anna sedette sopra l'erba;  offerse al cappuccino pane e frutta;  e si
    mise a  discorrere  della  festivit,  ad  intervalli,  mangiando.  La
    testuggine  tentava  con le zampe anteriori l'orlo del canestro,  e la
    sua timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva negli sforzi. Poi che
    Anna l'aiut a discendere, la bestia prese ad avanzare sul musco verso
    un cespuglio di mirto,  con  minor  lentezza,  forse  sentendo  in  s
    levarsi confusamente la gioia della primitiva libert.  E il suo scudo
    tra il verde pareva pi bello.
    Allora  Fra  Mansueto  fece  alcune  riflessioni  morali  e  lod   la
    Provvidenza  che  d alla testuggine una casa e le d il sonno durante
    la stagione dell'inverno.
    Anna raccont alcuni fatti che dimostravano nella testuggine  un  gran
    candore e una gran rettitudine.  Poi soggiunse: Che penser? E dopo un
    poco: Gli animali che penseranno?
    Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi.  Scendeva gi per la
    corteccia  di un pino una fila di formiche e si dilungava pel terreno:
    ciascuna  formica  trascinava   un   frammento   di   cibo   e   tutta
    l'innumerevole  famiglia compiva il lavoro con ordine diligente.  Anna
    guardava,  e  le  si  svegliavano  nella  mente  le  credenze  ingenue
    dell'infanzia.  Ella  parl di abitazioni meravigliose che le formiche
    scavano sotto la terra. Il frate disse, con accento di fede intensa: -
    Dio sia lodato!  - E  ambedue  rimasero  cogitabondi,  sotto  i  verdi
    alberi, adorando nel loro cuore Iddio.
    Nella  prima  ora  del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona.  Anna
    batt  alla  porta  del  monastero  e  chiese  di  vedere  l'abadessa.
    All'entrare  si  presentava  un  piccolo  cortile  con  nel  mezzo una
    cisterna di pietra bianca e nera.  Il parlatorio era una stanza bassa,
    con  poche  sedie  intorno: due pareti erano occupate dalle grate,  le
    altre due da un crocefisso e da imagini.  Anna fu sbito presa  da  un
    senso  di  venerazione  per la pace solenne che regnava in quel luogo.
    Quando la madre Veronica apparve d'improvviso dietro le grate,  alta e
    severa nell'abito monastico,  ella prov un turbamento indicibile come
    dinanzi all'apparizione di una forma  soprannaturale.  Poi,  rianimata
    dal  buon  sorriso  dell'abadessa,  ella  comp  il messaggio in brevi
    parole;  depose nel cavo della ruota le scatole,  ed attese.  La madre
    Veronica  le si rivolse con benignit,  guardandola da que' suoi belli
    occhi lionati;  le don un'effigie della Vergine;  nel licenziarla  le
    tese la mano signorile pel bacio, a traverso la grata, e disparve.
    Anna usc,  trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro
    di litanie,  un canto che veniva forse da  una  cappella  sotterranea,
    ugualissimo  e  dolce.  Mentre passava il cortile,  vide a sinistra in
    cima al muro sporgere un ramo carico di melarance.  E,  come  pose  il
    piede su la via, le parve di aver lasciato dietro di s un giardino di
    beatitudine.
    Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti.  Su
    la porta della vecchia casa una  donna  sconosciuta  stava  appoggiata
    allo  stipite.  Anna  le  si  avvicin timidamente e le chiese novelle
    della famiglia di Francesca Nobile.
    La donna l'interruppe: - Perch?  Perch?  Che voleva?  - con una voce
    dura  e uno sguardo investigante.  Poi quando Anna si pales,  ella le
    permise di entrare.
    I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati.  Restava nella casa un
    vecchio  infermo,  z'  Mingo,  che  aveva sposato in seconde nozze "la
    figlia di Sblendore" e viveva con lei quasi in miseria.  Il vecchio da
    prima  non  riconobbe  Anna.   Egli  stava  seduto  su  un'alta  sedia
    ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli:  le  sue
    mani  posavano  su i braccioli,  contorte ed enormi per la mostruosit
    della chiragra;  i suoi piedi  con  un  moto  ritmico  percotevano  il
    terreno;  un  continuo  tremore  paralitico  gli agitava i muscoli del
    collo, i gomiti, le ginocchia.  Ed egli guard Anna,  tenendo a fatica
    dischiuse le palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne.
    Come  Anna  andava esponendo il proprio stato,  la figlia di Sblendore
    odorando il denaro  cominciava  a  concepire  nell'animo  speranze  di
    usurpazione  e per virt delle speranze diveniva in volto pi benigna.
    Sbito che Anna termin, ella le offerse l'ospitalit per la notte; le
    prese il canestro dei panni e lo ripose;  promise di aver  cura  della
    testuggine;  poi  fece  alcune querele compassionevoli su la infermit
    del vecchio e su la miseria della casa,  non senza  lacrime.  Ed  Anna
    usc,  con l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia; risal per
    la  costa,  verso  lo  scampano  della  basilica,  provando  un'ansia
    crescente nell'appressarsi.
    In  torno  al  palazzo Farnese il popolo rigurgitava ondoso;  e quella
    gran reliquia feudale sovrastava ornata di paramenti,  magnificata dal
    sole.  Anna pass in mezzo alla folla, lungo i banchi degli argentarii
    artefici di arredi sacri e di oggetti votivi.  A  tutto  quel  candido
    scintillare   di   forme  liturgiche  il  cuore  le  si  dilatava  per
    allegrezza;  ed ella si faceva il segno della  croce  dinanzi  a  ogni
    banco  come  dinanzi  a  un  altare.  Quando  giunse  alla porta della
    basilica e intravide la luminaria e traud il cantico del  rito,  ella
    non  pi  contenne  la  veemenza  della gioia;  si avanz fin verso il
    pulpito, con passi quasi vacillanti.  Le ginocchia le si piegarono: le
    lacrime  le  sgorgarono  dagli  occhi allucinati.  Ella rimase l,  in
    contemplazione dei candelabri,  dell'ostensorio,  di tutte le cose che
    erano su l'altare,  con la testa vacua, poich dalla mattina non aveva
    pi mangiato. E le prendeva le vene una debolezza immensa;  l'anima le
    veniva meno in una specie di annientamento.
    Sopra  di lei,  lungo la nave centrale le lampade di vetro componevano
    una triplice corona di fuochi.  In fondo,  quattro massicci tronchi di
    cera fiammeggiavano ai lati del tabernacolo.


    14.
    I  cinque  giorni  della  festa  Anna  visse  cos,  dentro la chiesa,
    dall'ora mattutina  fino  all'ora  in  cui  le  porte  si  chiudevano,
    fedelissima, respirando quell'aria calda che le infondeva nei sensi un
    torpore  beatifico,  nell'anima  una  felicit  piena  di  umilt.  Le
    orazioni,  le genuflessioni,  le salutazioni,  tutte  quelle  formule,
    tutti quei gesti rituali ripetuti incessantemente, la istupidivano. II
    fumo dell'incenso le nascondeva la terra.
    Rosaria,  la figlia di Sblendore,  intanto ne traeva profitto, movendo
    la piet di lei con false querimonie e con  lo  spettacolo  miserevole
    del vecchio paralitico.  Ella era una femmina malvagia,  esperta nelle
    frodi,  dedita alla crapula;  aveva tutta la faccia  sparsa  di  umori
    vermigli e serpiginosi,  i capelli canuti,  il ventre obeso. Legata al
    paralitico dai comuni vizi e dalle nozze,  ella insieme con lui  aveva
    disperse   in   breve   tempo  le  gi  scarse  sostanze,   bevendo  e
    gozzovigliando.  Ambedue nella miseria,  inveleniti dalla  privazione,
    arsi da sete di vino e di liquori ignei, affranti da infermit senili,
    ora espiavano il loro lungo peccato.
    Anna,  con  uno spontaneo moto caritatevole,  diede a Rosaria tutto il
    denaro tenuto per le elemosine, tutti i panni superflui;  si tolse gli
    orecchini,  due  anelli  d'oro,  la collana di corallo;  promise altri
    soccorsi. E riprese quindi il cammino di Pescara,  in compagnia di Fra
    Mansueto, portando nel canestro la testuggine.
    In  cammino,  come  le  case  di  Ortona  si  allontanavano,  una gran
    tristezza scendeva  su  l'animo  della  donna.  Stuoli  di  pellegrini
    volgevano  per altre vie,  cantando: e i loro canti rimanevano a lungo
    nell'aria, monotoni e lenti.  Anna li ascoltava;  e un desiderio senza
    fine  la  traeva  a  raggiungerli,  a  vivere  cos  pellegrinando  di
    santuario in santuario,  di  contrada  in  contrada,  per  esaltare  i
    miracoli  d'ogni  Santo,  le  virt  d'ogni reliquia,  le bont d'ogni
    Maria.
    - Vanno a Cucullo - le disse Fra Mansueto, accennando col braccio a un
    paese lontano.  E ambedue si misero a  parlare  di  San  Domenico  che
    protegge  dal morso dei serpenti gli uomini,  e le semenze dai bruchi;
    poi d'altri patroni.  - A Bugnara,  sul Ponte del Rivo,  pi di  cento
    giumenti,  tra  cavalli  asini  e  muli,  carichi di frumento vanno in
    processione alla Madonna della Neve: i devoti cavalcano  su  le  some,
    con  serti  di spighe in capo,  con tracolle di pasta;  e depongono ai
    piedi dell'imagine i doni cereali. A Bisenti, molte giovinette, con in
    capo canestre di grano,  conducono per le vie un asino che porta su la
    groppa  una  maggiore canestra;  ed entrano nella chiesa della Madonna
    degli Angeli, per l'offerta, cantando. A Torricella Peligna,  uomini e
    fanciulli,   coronati   di   rose  e  di  bacche  rosee,   salgono  in
    pellegrinaggio alla Madonna delle Rose, sopra una rupe dov' l'orma di
    Sansone.  A Loreto Aprutino un bue candido,  impinguato durante l'anno
    con abbondanza di pastura, va in pompa dietro la statua di San Zopito.
    Una gualdrappa vermiglia lo copre,  e lo cavalca un fanciullo. Come il
    Santo rientra nella chiesa, il bue s'inginocchia sul limitare;  poi si
    rialza lentamente, e segue il Santo tra il plauso del popolo.
    Giunto nel mezzo della chiesa,  manda fuora gli escrementi del cibo; e
    i  devoti  da  quella  materia  fumante  traggono  gli  auspicii   per
    l'agricoltura.
    Di  queste  usanze  religiose  Anna  e Fra Mansueto parlavano,  quando
    giunsero alla foce dell'Alento.  L'alveo portava le acque di primavera
    tra  le  vitalbe  non  ancora  fiorenti.  E  il cappuccino disse della
    Madonna dell'Incoronata, dove per la festa di San Giovanni i devoti si
    cingono il capo di vitalbe e nella  notte  vanno  sul  fiume  Gizio  a
    "passar l'acqua" con grandi allegrezze.
    Anna  si  scalz  per guadare.  Ella sentiva ora nell'animo un'immensa
    venerazione d'amore per tutte le cose,  per gli alberi,  per le  erbe,
    per  gli  animali,  per  tutte  le  cose  che quelle usanze cattoliche
    avevano santificato.  E dal fondo della  sua  ignoranza  e  della  sua
    semplicit sorgeva l'istinto dell'idolatria.
    Alcuni mesi dopo il ritorno, scoppi nel paese un'epidemia colerica; e
    la  mortalit fu grande.  Anna prest le sue cure agli infermi poveri.
    Fra Mansueto mor.  Anna n'ebbe molto  dolore;  e  nel  1866,  per  la
    ricorrenza  della  festa,  volle  prendere  congedo  e rimpatriare per
    sempre,  poich vedeva in sonno tutte le  notti  San  Tommaso  che  le
    comandava di partire.  Ella prese la testuggine,  le sue robe e i suoi
    risparmii; baci le mani di Donna Cristina, piangendo;  e part questa
    volta sopra un carretto, insieme con due monache questuanti.
    A  Ortona  ella  abit  nella  casa dello zio paralitico;  dorm su un
    pagliericcio;  non si cib se non di pane e di legumi.  Dedicava tutte
    le  ore  del  giorno  alle  pratiche  della  chiesa,  con  un  fervore
    meraviglioso;  e la sua mente vie pi perdeva ogni altra  facolt  che
    non  fosse  quella  di  contemplare i misteri cristiani,  di adorare i
    simboli,  d'imaginare il Paradiso.  Ella era tutta rapita nella carit
    divina,  era  tutta compresa di quella divina passione che i sacerdoti
    manifestano sempre con gli stessi segni e con le stesse  parole.  Ella
    non  comprendeva  se  non  quell'unico  linguaggio;  non  aveva se non
    quell'unico ricovero,  tiepido e solenne,  dove tutto il cuore  le  si
    dilatava  in una pia securt di pace,  e gli occhi le s'inumidivano in
    un'ineffabile soavit di lacrime.
    Soffr, per amor di Ges, le miserie domestiche;  fu dolce e sommessa;
    non mai proffer un lamento,  o un rimprovero, o una minaccia. Rosaria
    le sottrasse a poco a poco tutti i  risparmii;  e  cominci  quindi  a
    farle patire la fame, ad angariarla, a chiamarla con nomi disonesti, a
    perseguitarle   la  testuggine  con  insistenza  feroce.   Il  vecchio
    paralitico metteva continuamente una specie di mugolo rauco,  aprendo
    la  bocca  ove la lingua tremava,  onde colava in abbondanza la saliva
    continuamente. Un giorno,  poich la moglie avida beveva innanzi a lui
    un  liquore  e  gli negava il bicchiere sfuggendo,  egli si lev dalla
    sedia con uno sforzo, e si mise a camminare verso di lei: le gambe gli
    vacilavano,  i piedi  si  posavano  sul  terreno  con  un'involontaria
    percussione  ritmica.   D'un  tratto  egli  si  acceler,  col  tronco
    inclinato in avanti,  saltellando a  piccoli  passi  incalzanti,  come
    spinto  da  un  impulso irresistibile,  finch cadde bocconi su l'orlo
    delle scale fulminato.


    15.
    Allora Anna, afflitta, prese la testuggine,  e and a chieder soccorso
    a Donna Veronica Monteferrante.  Come la povera donna gi negli ultimi
    tempi faceva alcuni servizi pel monastero,  l'abadessa  misericordiosa
    le diede l'ufficio di conversa.
    Anna,  se bene non aveva gli ordini, vest l'abito monacale: la tunica
    nera,  il sogglo,  la cuffia dalle ampie tese candide.  Le parve,  in
    quell'abito,  di essere santificata.  E,  da prima, quando all'aria le
    tese le sbattevano in  torno  al  capo  con  un  fremito  d'ali,  ella
    trasaliva per un turbamento improvviso di tutto il suo sangue.  E,  da
    prima,  quando le tese percosse dal sole le riflettevano nella  faccia
    un vivo chiaror di neve,  ella d'improvviso credevasi illuminata da un
    baleno mistico.
    Con l'andar del tempo,  le estasi si fecero pi frequenti.  La vergine
    canuta  era  colpita  a  quando  a  quando da suoni angelici,  da echi
    lontani d'organo,  da romori e  voci  non  percettibili  agli  orecchi
    altrui.  Figure luminose le si presentavano dinanzi,  nel buio;  odori
    paradisiaci la rapivano.
    Cos pel monastero una specie di sacro orrore cominci a  diffondersi,
    come  per  la  presenza  di  un  qualche  potere  occulto,   come  per
    l'imminenza di un qualche avvenimento soprannaturale. Per cautela,  la
    nuova conversa fu dispensata da ogni obbligo d'opere servili. Tutte le
    attitudini  di  lei,   tutte  le  parole,  tutti  gli  sguardi  furono
    osservati,  comentati con superstizione.  E la leggenda della  santit
    incominci a fiorire.
    Su  le  calende di febbraio dell'anno di Nostro Signore 1873,  la voce
    della vergine Anna divenne singolarmente  rauca  e  profonda.  Poi  la
    virt della parola d'un tratto scomparve.
    L'inaspettato  ammutolimento  sbigott  gli  animi delle religiose.  E
    tutte,  stando in torno alla conversa,  ne consideravano  con  mistico
    terrore  gli  atteggiamenti  estatici,  i  movimenti vaghi della bocca
    mutola,  la  immobilit  degli  occhi,   d'onde  a  tratti  sgorgavano
    profluvii di lacrime.  I lineamenti dell'inferma, estenuati dai lunghi
    digiuni,  avevano ora assunto una purit quasi  eburnea;  e  tutte  le
    trame  delle  vene  e delle arterie ora trasparivano cos visibili,  e
    sporgevano con cos forti rilievi, e cos incessantemente palpitavano,
    che  dinanzi  a  quel  palesato  palpito  del  sangue  una  specie  di
    raccapriccio  prendeva  le  monache come dinanzi a un corpo spoglio di
    sua pelle cristiana.
    Quando fu prossimo il Mese di Maria, un'amorosa diligenza sollecit le
    Benedettine al  paramento  dell'oratorio.  Si  spargevano  elleno  nel
    verziere   claustrale  tutto  fiorente  di  rose  e  fruttificante  di
    melarance,  raccogliendo la messe del maggio novello  per  deporla  ai
    piedi dell'altare.  Anna, tornata nella calma, discendeva anch'ella ad
    aiutare la pia opera;  e significava talvolta con i gesti il  pensiero
    che la perdurante mutezza le toglieva di esprimere.
    S'indugiavano al sole tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le
    fonti  letifiche  del  profumo.  Fuggiva lungo un lato del verziere un
    portico;  e come nell'animo  delle  vergini  i  profumi  risvegliavano
    imagini sopite, cos il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava
    nell'intonico i residui dell'oro bisantino.
    L'oratorio  fu  pronto  per il giorno del primo ufficio.  La cerimonia
    ebbe principio dopo il vespro. Una suora sal su l'organo. Subitamente
    dalle canne armoniche il fremito della passione si propag in tutte le
    cose;  tutte le fronti  s'inclinarono;  i  turiboli  diedero  fumi  di
    belgiuino;  le fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi
    sorsero i cantici,  le litanie piene di appellazioni simboliche  e  di
    supplichevole  tenerezza.  Come  le voci salivano con forza crescente,
    Anna nell'immenso impeto del  fervore  grid.  Colpita  dal  prodigio,
    cadde  supina;   agit  le  braccia,   volle  rialzarsi.   Le  litanie
    s'interruppero. Delle suore, alcune, quasi atterrite, erano rimaste un
    istante  nell'immobilit;   altre  davano  soccorso  all'inferma.   Il
    miracolo appariva inopinato, fulgidissimo, supremo.
    Allora a poco a poco allo stupore,  al murmure incerto, alle titubanze
    successe un giubilo senza limiti,  un coro di  esaltazioni  clamorose,
    un'alata  ebriet  canora.  Anna,  in  ginocchio,  ancora  assorta nel
    rapimento del miracolo,  non aveva  conoscenza  di  quel  che  intorno
    avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi,
    ella  cant.  La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli
    emerse, poich le divote diminuivano la forza delle voci per ascoltare
    quella unica che dalla  grazia  divina  era  stata  riconcessa.  E  la
    Vergine  nei  cantici  a  volta  a  volta  fu  l'incensiere d'oro onde
    esalavano i balsami pi dolci,  la lampada che d e notte  rischiarava
    il santuario, l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che
    ardeva senza consumarsi, lo stelo di Iesse che portava il pi bello di
    tutti i fiori.
    Dopo,  la  fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese
    di Ortona,  e dal paese in tutte le  terre  finitime,  aumentando  nel
    viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii,
    la magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste di broccato
    d'argento  e una rara collana di turchesi venuta dall'isola di Smirne.
    Le  altre  gentildonne   ortonesi   offersero   altri   minori   doni.
    L'Arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui
    rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che con la purit della
    vita si era resa degna dei doni celesti.
    Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi prodigi. L'inferma, quando si
    avvicinava  il  vespro,  cadeva in uno stato di estasi con catalessia;
    donde sorgeva poi quasi con impeto. E in piedi,  conservando sempre la
    medesima  attitudine,  cominciava  a  parlare,  da  prima lentamente e
    quindi   gradatamente   accelerando,    come   sotto   l'urgenza    di
    un'ispirazione  mistica.  Il  suo  eloquio non era se non un miscuglio
    tumultuario di  parole,  di  frasi,  di  interi  periodi  gi  innanzi
    appresi,   che   ora  nella  sua  inconsapevolezza  si  riproducevano,
    frammentandosi o combinandosi senza legge.  Le native forme dialettali
    s'innestavano  alle  forme  auliche,  s'insinuavano nelle iperboli del
    linguaggio biblico;  e mostruosi congiungimenti di  sillabe,  inauditi
    accordi  di  suoni  avvenivano  nel disordine.  Ma il profondo tremito
    della voce,  ma i cangiamenti  repentini  dell'inflessione,  l'alterno
    ascendere  e  discendere  del  tono,   la  spiritualit  della  figura
    estatica, il mistero dell'ora, tutto concorreva a soggiogare gli animi
    delle astanti.
    Gli  effetti  si  ripeterono  cotidianamente,   con   una   regolarit
    periodica.  Sul  vespro,  nell'oratorio si accendevano le lampade;  le
    monache facevano la cerchia inginocchiandosi;  e  la  rappresentazione
    sacra incominciava.  Come l'inferma entrava nell'estasi catalettica, i
    preludii vaghi dell'organo rapivano gli animi delle religiose  in  una
    sfera   superiore.   Il  lume  delle  lampade  si  diffondeva  fievole
    dall'alto,  dando un'incertitudine aerea e quasi una morente  dolcezza
    all'apparenza delle cose.  A un punto l'organo taceva. La respirazione
    nell'inferma diveniva pi profonda; le braccia le si distendevano cos
    che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili  alle  corde  di
    uno  strumento.   Poi,   d'un  tratto,  l'inferma  balzava  in  piedi,
    incrociavale braccia sul petto,  restando  nell'atteggiamento  mistico
    delle cariatidi d'un battistero.  E la sua voce risonava nel silenzio,
    ora   dolce,   ora   lugubre,   ora   quasi   canora,   quasi   sempre
    incomprensibile.
    Su  i  principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza;  si
    presentarono due o tre volte la settimana;  poi disparvero totalmente,
    lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E
    allora  alcuni  anni  passarono,  in  cui  la  povera idiota visse tra
    sofferenze atroci, con le membra rese inerti dagli spasimi articolari.
    Ella non aveva pi alcuna cura della nettezza; non si cibava se non di
    pane molle e di pochi erbaggi;  teneva in torno al collo,  sul  petto,
    una gran quantit di piccole croci, di reliquie, d'imagini, di corone;
    parlava  balbettando  per  la  mancanza  dei  denti;  e i suoi capelli
    cadevano,  i suoi occhi erano  gi  torbidi  come  quelli  dei  vecchi
    giumenti che stanno per morire.
    Una volta,  di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e
    le suore in torno coglievano per Maria le rose,  le pass  dinanzi  la
    testuggine  che  ancora  traeva  la  sua vita pacifica e innocente nel
    verziere claustrale.  La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a
    poco  allontanarsi.   Nessun  ricordo  le  si  dest,  nell'anima.  La
    testuggine si perse tra i cespi dei timi.
    Ma le suore consideravano la imbecillit e la  infermit  della  donna
    come  una  di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama
    gli eletti  per  santificarli  e  glorificarli  poi  nel  Paradiso;  e
    circondavano di venerazione e di cure l'idiota.
    Nell'estate del 1881 apparvero i segni della morte prossima.  Consunto
    e piagato,  quel miserabile corpo ormai nulla pi conservava di umano.
    Lente  deformazioni  avevano viziata la positura delle membra;  tumori
    grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla,  dietro la
    nuca.
    La  mattina  del 10 settembre,  verso l'ottava ora,  un sussulto della
    terra scosse dalle fondamenta  Ortona.  Molti  edifici  precipitarono,
    altri  furono  offesi nei tetti e nelle pareti,  altri s'inclinarono e
    s'abbassarono.  E tutta la buona gente  di  Ortona,  con  pianti,  con
    grida,  con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, usc
    fuori delle porte, e si raun sul piano di San Rocco, temendo maggiori
    pericoli.  Le monache,  prese  dal  pnico,  infransero  la  clausura;
    irruppero su la via,  scarmigliate, cercando salvezza. Quattro di loro
    portavano Anna sopra una tavola.  E tutte trassero al piano,  verso il
    popolo incolume.
    Come  esse giunsero in vista dal popolo,  unanimi clamori si levarono,
    poich la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in
    torno, giacevano infermi, vecchi impediti,  fanciulli in fasce,  donne
    stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste
    tumultuanti,   il  mare,  i  vigneti;  e  accorrevano  dalla  spiaggia
    inferiore i marinai,  cercando le mogli,  chiamando i figli per  nome,
    ansanti  per  la  salita,  rochi;  e  da Caldara cominciavano a venire
    mandre di pecore e di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le
    femmine guardiane,  giumenti;  poich tutti temevano la solitudine,  e
    tutti, uomini e bestie, nel frangente si accomunavano.
    Anna,  adagiata sul suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte,
    si rammaricava con un balbetto  fievole,  perch  non  voleva  morire
    senza i sacramenti;  e le monache d'in torno le davano conforto; e gli
    astanti la guardavano con piet. Ora, d'improvviso,  tra il popolo una
    voce  si  sparse,  che  da  Porta  Caldara  sarebbe  uscito  il  busto
    dell'Apostolo. Le speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano
    nell'aria.  Come da lungi  vibr  un  incognito  luccicho,  le  donne
    s'inginocchiarono;  e con i capelli disciolti,  lacrimose, si misero a
    camminare su le ginocchia, in contro al luccicho, salmodiando.
    Anna agonizzava.  Sostenuta  da  due  suore,  ud  le  preghiere,  ud
    l'annunzio;   e   forse  in  un'ultima  illusione  travide  l'Apostolo
    veniente,  poich nella faccia cava  le  pass  quasi  un  sorriso  di
    gaudio.   Alcune   bolle   di   saliva  le  apparvero  su  le  labbra;
    un'ondulazione brusca le corse e ricorse,  visibile,  le estremit del
    corpo;  su gli occhi le palpebre le caddero, rossastre come per sangue
    stravasato;  il capo le si ritrasse nelle spalle.  E la  vergine  Anna
    cos alfine spir.
    Quando  il  luccicho  si  fece pi da presso alle donne adoranti,  si
    chiar nel sole la forma di un giumento che portava in  bilico  su  la
    groppa, secondo il costume, una banderuola di metallo.








    Gli idolatri.

    1.
    La  gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere.
    Tutte le case a  torno  imbiancate  di  calce  parevano  roventi  come
    muraglie d'una immensa fornace che fosse per estinguersi.  In fondo, i
    pilastri della chiesa riverberavano l'irradiamento delle nuvole  e  si
    facevano   roggi   come  di  granito;   le  vetrate  balenavano  quasi
    contenessero lo scoppio d'un incendio interno;  le  figurazioni  sacre
    prendevano un'aria viva di colori e di attitudini;  tutta la mole ora,
    sotto lo splendore della meteora crepuscolare,  assumeva una pi  alta
    potenza di dominio su le case dei Radusani.
    Volgevano  dalle  strade  alla  piazza  gruppi  d'uomini  e di femmine
    vociferando  e  gesticolando.   In  tutti   gli   animi   il   terrore
    superstizioso  ingigantiva  rapidamente;   da  tutte  quelle  fantasie
    incolte mille imagini terribili  di  castigo  divino  si  levavano;  i
    commenti,  le contestazioni ardenti,  le scongiurazioni lamentevoli, i
    racconti sconnessi, le preghiere,  le grida si mescevano in un romoro
    cupo  d'uragano  imminente.  Gi  da pi giorni quei rossori sanguigni
    indugiavano nel cielo dopo il  tramonto,  invadevano  la  tranquillit
    della  notte,   illuminavano  tragicamente  i  sonni  delle  campagne,
    suscitavano gli urli dei cani.
    - Giacobbe! Giacobbe! - gridavano, agitando le braccia, alcuni che fin
    allora avevano parlato a voce bassa,  innanzi alla chiesa,  stretti in
    torno a un pilastro del vestibolo. - Giacobbe!
    Usciva  dalla porta madre e si accostava agli appellanti un uomo lungo
    e macilento che pareva infermo di febbre etica,  calvo su  la  sommit
    del  cranio e coronato alle tempie e alla nuca di certi lunghi capelli
    rossicci.  I suoi piccoli occhi cavi erano animati come dall'ardore di
    una  passione  profonda,  un po' convergenti verso la radice del naso,
    d'un colore incerto.  La mancanza dei due denti davanti nella mascella
    superiore  dava all'atto della sua bocca nel profferire le parole e al
    moto del mento aguzzo  sparso  di  peli  una  singolare  apparenza  di
    senilit  faunesca.  Tutto  il  resto  del  corpo  era  una miserabile
    architettura di ossa mal celata nei panni;  e su le mani,  su i polsi,
    sul  riverso  delle  braccia,  sul  petto  la  cute era piena di segni
    turchini,  di incisioni fatte a punta di spillo e a polvere  d'indaco,
    in  memoria  de' santuarii visitati,  delle grazie ricevute,  dei voti
    sciolti.
    Come il fanatico giunse presso al gruppo del pilastro,  una confusione
    di domande si lev da quelli uomini ansiosi.  Dunque?  Che aveva detto
    Don Cnsolo? Facevano uscire soltanto il braccio d'argento? E tutto il
    busto non era meglio?  Quando tornava Pallura con  le  candele?  Erano
    cento libbre di cera?  Soltanto cento libbre? E quando cominciavano le
    campane a suonare? Dunque? Dunque?
    I clamori aumentarono in torno a Giacobbe;  i pi lontani si strinsero
    verso la chiesa; da tutte le strade la gente si rivers su la piazza e
    la  riemp.  E  Giacobbe rispondeva agli interroganti,  parlava a voce
    bassa,  come  se  rivelasse  segreti  terribili,  come  se  apportasse
    profezie da lontano.  Egli aveva veduto nell'alto, in mezzo al sangue,
    una mano minacciosa,  e poi un velo  nero,  e  poi  una  spada  e  una
    tromba...
    - Racconta!  racconta!  - incitavano gli altri, guardandosi in faccia,
    presi da una strana avidit di ascoltare cose meravigliose;  mentre la
    favola  di  bocca  in bocca si spandeva rapidamente per la moltitudine
    assembrata.


    2.
    La gran plaga vermiglia  dall'orizzonte  saliva  lentamente  verso  lo
    zenit,  tendeva  ad  occupare tutta la cupola del cielo.  Un vapore di
    fusi metalli pareva ondeggiare su i tetti delle case;  e nel  chiarore
    discendente  dal  crepuscolo  raggi sulfurei e violetti si mescolavano
    con un tremolo d'iridescenza. Una lunga striscia pi luminosa fuggiva
    verso una strada sboccante su l'argine del fiume;  e s'intravedeva  al
    fondo  il  fiammeggiamento delle acque tra i fusti lunghi e smilzi dei
    pioppetti;  poi un lembo di campagna brulla,  dove  le  vecchie  torri
    saracene  si  levavano  confusamente  come  isolotti  di pietra fra le
    caligini.  Le emanazioni  affocanti  del  fieno  misto  si  spandevano
    nell'aria:  era  a  tratti  come  un  odore di bachi putrefatti tra la
    frasca.   Stuoli  di  rondini  attraversavano  lo  spazio  con   molto
    schiamazzo di stridi, trafficando dai greti del fiume alle gronde.
    Nella   moltitudine   il   mormoro  era  interrotto  da  silenzii  di
    aspettazione.  Il nome di Pallura circolava per le bocche;  impazienze
    irose  scoppiavano  qua e l.  Lungo la strada del fiume non si vedeva
    ancra apparire il traino; le candele mancavano; Don Cnsolo indugiava
    per questo ad esporre le reliquie, a fare gli esorcismi; e il pericolo
    soprastava.  Il pnico invadeva tutta quella gente ammassata come  una
    mandra di bestie,  non osante pi di sollevare gli occhi al cielo. Dai
    petti delle  femmine  cominciarono  a  rompere  i  singhiozzi;  e  una
    costernazione  suprema  oppresse  e  istupid le coscienze al suono di
    quel pianto.
    Allora le campane finalmente squillarono. Come i bronzi stavano a poco
    altezza,  il fremito cupo del rintocco sfior tutte le  teste;  e  una
    specie  di  ululato  continuo  si propagava nell'aria,  tra un colpo e
    l'altro.
    - San Pantaleone! San Pantaleone!
    Fu un immenso grido unanime di disperati che chiedevano  aiuto.  Tutti
    in ginocchio, con le mani tese, con la faccia bianca, imploravano.
    - San Pantaleone!
    Apparve  su  la porta della chiesa,  in mezzo al fumo di due turiboli,
    Don Cnsolo scintillante in una pianeta violetta a ricami d'oro.  Egli
    teneva  in  alto  il  sacro  braccio  d'argento,  e scongiurava l'aria
    gridando le parole latine:
    - "Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere digneris. Te rogamus,
    audi nos!"
    L'apparizione della reliquia eccit  un  delirio  di  tenerezza  nella
    moltitudine.  Scorrevano  lagrime da tutti gli occhi;  e a traverso il
    velo lucido delle lagrime gli occhi  vedevano  un  miracoloso  fulgore
    celeste  emanare  dalle  tre  dita  in alto atteggiate a benedire.  La
    figura del braccio pareva ora pi grande  nell'aria  accesa;  i  raggi
    crepuscolari suscitavano barbagli variissimi nelle pietre preziose; il
    balsamo dell'incenso si spargeva rapidamente per le nari devote.
    - "Te rogamus, audi nos!"
    Ma,  quando  il  braccio  rientr  e  le  campane si arrestarono,  nel
    momentaneo silenzio un tintinnio  prossimo  di  sonagli  si  ud,  che
    veniva dalla strada del fiume. E avvenne allora un repentino movimento
    di concorso verso quella parte, e molti dicevano:
    - E' Pallura con le candele! E' Pallura che arriva! Ecco Pallura!
    Il  traino  si  avanzava scricchiolando su la ghiaia,  al passo di una
    pesante cavalla grigia a cui il gran corno d'ottone brillava, simile a
    una bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e gli altri si fecero
    in contro, la pacifica bestia si ferm soffiando forte dalle narici. E
    Giacobbe, che s'accost primo,  sbito vide disteso in fondo al traino
    il corpo di Pallura tutto sanguinante,  e si mise a urlare agitando le
    braccia verso la folla:
    - E' morto! E' morto!


    3.
    La triste novella si propag in un baleno.  La gente si  accalcava  in
    torno al traino, tendeva il collo per vedere qualche cosa, non pensava
    pi alle minacce dell'alto, colpita dal nuovo caso inaspettato, invasa
    da  quella  natural  curiosit feroce che gli uomini hanno in cospetto
    del sangue.
    - E' morto? Come  morto?
    Pallura giaceva supino su le tavole,  con una larga  ferita  in  mezzo
    alla fronte, con un orecchio lacerato, con strappi per le braccia, nei
    fianchi,  in una coscia.  Un rivo tiepido gli colava per il cavo degli
    occhi gi gi sino al mento ed al collo, gli chiazzava la camicia, gli
    formava grumi nerastri e lucenti sul petto,  su la cintola  di  cuoio,
    fin  su  le brache.  Giacobbe stava chino sopra quel corpo;  tutti gli
    altri a torno  attendevano;  una  luce  d'aurora  illuminava  i  volti
    perplessi;  e,  in  quel momento di silenzio,  dalla riva del fiume si
    levava il cantico delle rane,  e i pipistrelli passavano e ripassavano
    rasente le teste.
    D'improvviso  Giacobbe drizzandosi,  con una gota macchiata di sangue,
    grid:
    - Non  morto. Respira ancra.
    Un mormoro sordo corse per la folla,  e i pi vicini si protesero per
    guardare;  e l'inquietudine dei lontani cominci a rompere in clamori.
    Due  donne  portarono  un  boccale  d'acqua,  un'altra  port  qualche
    brandello di tela;  un giovinetto offerse una zucca piena di vino.  Fu
    lavata la faccia al ferito,  fu fermato  il  flusso  del  sangue  alla
    fronte, fu rialzato il capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo le
    cause  del  fatto.  Le  cento  libbre di cera mancavano;  a pena pochi
    frantumi di candela rimanevano tra gli interstizii  delle  tavole  nel
    fondo del traino.
    I giudizii,  in mezzo al sommovimento,  di pi in pi si accendevano e
    s'inasprivano e cozzavano.  E,  come un antico odio ereditario ferveva
    contro  il  paese  di  Masclico,  posto di contro su l'altra riva del
    fiume, Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente:
    - Che i ceri sieno serviti a San Gonselvo?
    Allora fu come una scintilla  d'incendio.  Lo  spirito  di  chiesa  si
    risvegli  d'un  tratto  in  quella gente abbrutita per tanti anni nel
    culto cieco e feroce del suo unico idolo.  Le parole del  fanatico  di
    bocca  in  bocca  si  propagarono.  E,  sotto  il  rossore tragico del
    crepuscolo,  la moltitudine tumultuante aveva apparenza d'una trib di
    negri ammutinati.
    Il nome del Santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I
    pi ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando
    le  braccia,  tendendo  i  pugni.  Poi,  tutti quei volti accesi dalla
    collera e dalla luce,  larghi e possenti,  a cui i cerchi d'oro  degli
    orecchi  e  il  gran  ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di
    barbarie, tutti quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono
    di misericordia.  Fu in torno al traino una sollecitudine  pietosa  di
    femmine che volevano rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli
    cambiarono le strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d'acqua la
    faccia,  gli  accostarono  alle labbra bianche la zucca del vino,  gli
    composero una specie di guanciale pi molle sotto la testa.
    - Pallura, povero Pallura, non rispondi?
    Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta,  con
    una  lanugine  bruna  su  le  gote e sul mento,  con una mite belt di
    giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi  nella  convulsione  del
    dolore.  Di  sotto  alla  fasciatura della fronte gli colava un fil di
    sangue gi per la tempia;  agli angoli della bocca apparivano  piccole
    bolle  di  schiuma  rossigna;  e  dalla  gola gli usciva una specie di
    sibilo fioco,  interrotto.  Intorno a lui le  cure,  le  domande,  gli
    sguardi  febrili crescevano.  La cavalla ogni tanto scoteva la testa e
    nitriva verso le case.  Un'ansiet come d'uragano imminente passava su
    tutto il paese.
    S'intesero allora grida femminili verso la piazza, grida di madre, che
    parvero pi alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le altre
    voci.  E una donna enorme,  soffocata dall'adipe, attravers la folla,
    giunse gridando presso il traino.  Come ella era grave  e  non  poteva
    salirvi,  s'abbatt  su  i piedi del figlio,  con parole d'amore tra i
    singhiozzi,  con laceramenti cos  acuti  di  voce  rotta  e  con  una
    espressione  di  dolore  cos terribilmente bestiale che per tutti gli
    astanti corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia.
    - Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia!  - gridava la vedova,  senza
    finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a s verso terra.
    Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, apr gli occhi in
    alto;  ma certo non pot vedere,  perch una specie di pellicola umida
    gli copriva lo sguardo.  Grosse lagrime  incominciarono  a  sgorgargli
    dagli  angoli  delle  palpebre  e  a  scorrere gi per le guance e pel
    collo; la bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sent
    un vano sforzo di favella. E in torno incalzavano:
    - Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha ferito? Parla! Parla!
    E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo
    tumulto di vendicazione si riscoteva,  e l'odio  ereditario  ribolliva
    nell'animo di tutti.
    - Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi!
    Il  moribondo  apr  gli  occhi  un'altra  volta;  e come gli tenevano
    serrate ambo le mani,  forse per quel  vivo  contatto  di  calore  gli
    spiriti  un istante gli si ridestarono,  lo sguardo si illumin.  Egli
    ebbe  su  le  labbra  un  balbettamento  vago,   tra  la  schiuma  che
    sopravveniva  pi  copiosa e pi sanguigna.  Non si capivano ancra le
    parole.   Si  ud  nel  silenzio  la  respirazione  della  moltitudine
    anelante,  e  gli occhi ebbero in fondo una sola fiamma,  poich tutti
    gli animi attendevano una parola sola.
    - ...Ma... Ma... Ma...sclico
    -  Masclico!  Masclico!  -  url  Giacobbe  che  stava  chino,   con
    l'orecchio  teso,  ad  afferrare  le  sillabe  fievoli da quella bocca
    morente.
    Un fragore immenso accolse il grido.  Nella moltitudine fu dapprima un
    mareggiamento confuso di tempesta.  Poi,  quando una voce soverchiante
    il tumulto gitt l'allarme,  la moltitudine  a  furia  si  sband.  Un
    pensiero solo incalzava quelli uomini, un pensiero che pareva balenato
    a tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su
    tutte  le coscienze instava una specie di fatalit sanguinaria,  sotto
    il gran chiaror torvo del crepuscolo,  in  mezzo  all'odore  elettrico
    emanante dalla campagna ansiosa.


    4.
    E  la falange,  armata di falci,  di ronchi,  di scuri,  di zappe,  di
    schioppi, si riun su la piazza,  dinanzi alla chiesa.  E gli idolatri
    gridavano:
    - San Pantaleone!
    Don  Cnsolo,  atterrito dallo schiamazzo,  s'era rifugiato in fondo a
    uno stallo,  dietro l'altare.  Un manipolo di  fanatici,  condotto  da
    Giacobbe,  penetra nella cappella maggiore,  forz le grate di bronzo,
    giunse nel sotterraneo,  dove il busto del  Santo  si  custodiva.  Tre
    lampade,  alimentate  d'olio  d'oliva,  ardevano  dolcemente nell'aria
    umida del sacrario; dietro un cristallo, l'idolo cristiano scintillava
    con la testa bianca in mezzo a un  gran  disco  solare;  e  le  pareti
    sparivano sotto la ricchezza dei doni.
    Quando  l'idolo,  portato  su  le spalle da quattro ercoli,  si mostra
    alfine tra i pilastri del vestibolo,  e s'irraggia alla luce autorale,
    un  lungo  anelito di passione corse il popolo aspettante,  un fremito
    come d'un vento di gioia vola sopra tutte le fronti.  E la colonna  si
    mosse.  E  la  testa  enorme  del  Santo oscillava in alto,  guardando
    innanzi a s dalle due orbite vuote.
    Nel cielo ora,  in  mezzo  all'accensione  eguale  e  cupa,  a  tratti
    passavano  solchi  di  meteore  pi vive;  gruppi di nuvole sottili si
    distaccavano  dall'orlo  della  zona,   e   galleggiavano   lentamente
    dissolvendosi.  Tutto  il  paese  di Radusa appariva in dietro come un
    monte di cenere che covasse il  fuoco;  e,  dinanzi,  le  masse  della
    campagna si perdevano con un luccicho indistinto.  Un gran cantico di
    rane empiva la sonorit della solitudine.
    Su  la  strada  del  fiume  il  traino  di   Pallura   fece   ostacolo
    all'incedere.  Era vuoto, ma conservava tracce di sangue in pi parti.
    Imprecazioni irose scoppiarono  d'improvviso  nel  silenzio.  Giacobbe
    grida:
    - Mettiamoci il Santo!
    E  il  busto  fu posato sulle tavole e tirato a forza di braccia,  nel
    guado. La processione di battaglia cos attraversava il confine. Lungo
    le file correvano  lampi  metallici;  le  acque  invase  rompevano  in
    sprazzi  luminosi,  e  tutta  una  corrente  rossa  fiammeggiava fra i
    pioppetti;  nel lontano,  verso le torri quadrangolari.  Masclico  si
    scorgeva su una piccola altura,  in mezzo agli olivi, dormente. I cani
    abbaiavano qua e l,  con una  furiosa  persistenza  di  risposte.  La
    colonna,  uscita  dal  guado,  abbandonando la via comune,  avanzava a
    passi rapidi per una linea diretta che  tagliava  i  campi.  Il  busto
    d'argento  era  portato  di  nuovo  a spalle,  dominava le teste degli
    uomini tra il grano altissimo,  odorante e tutto stellante di lucciole
    vive.
    D'improvviso,  un  pastore,  che  stava  dentro  un covile di paglia a
    guardare il grano,  invaso da un pazzo sbigottimento  in  cospetto  di
    tanta gente armata,  si diede a fuggire su per la costa,  strillando a
    squarciagola:
    - Aiuto! Aiuto!
    E gli strilli echeggiavano nell'oliveto.
    Allora fu che i Radusani fecero impeto.  Fra i tronchi  degli  alberi,
    fra  le  canne secche,  il santo di argento traballava,  dava tintinni
    sonori agli urti dei rami,  s'illuminava di lampi  vivissimi  ad  ogni
    accenno di precipizio. Dieci, dodici, venti schioppettate grandinarono
    in un baleno vibrante,  una dopo l'altra,  su la massa delle case. Si
    udirono crepiti, poi grida; poi si ud un gran sommovimento clamoroso:
    alcune  porte  si  aprirono,  altre  si  chiusero;  caddero  vetri  in
    frantumi, caddero vasi di basilico, spezzati su la via. Un fumo bianco
    si levava nell'aria placidamente, dietro la corsa degli assalitori, su
    per l'incandescenza celeste.  Tutti,  accecati, in una furia belluina,
    gridavano:
    - A morte! A morte!
    Un gruppo  di  idolatri  si  manteneva  in  torno  a  San  Pantaleone.
    Vituperii  atroci  contro  San  Gonselvo  irrompevano tra l'agitazione
    delle felci e delle ronche brandite.
    - Ladro! Ladro! Pezzente! Le candele! Le candele!
    Altri gruppi  prendevano  d'assalto  le  porte  delle  case,  a  colpi
    d'accetta.  E,  come  le  porte  sgangherate e scheggiate cadevano,  i
    Pantaleonidi saltavano nell'interno  urlando,  per  uccidere.  Femmine
    seminude si rifugiavano negli angoli, implorando piet; si difendevano
    dai  colpi,  afferrando  le  armi  e  tagliandosi le dita;  rotolavano
    distese sul pavimento,  in mezzo a mucchi di coperte e di lenzuoli  da
    cui uscivano le loro flosce carni nutrite di rape.
    Giacobbe alto smilzo rossastro,  fascio di aride ossa reso formidabile
    dalla passione, condottiero della strage,  si arrestava ad ogni tratto
    per  fare un largo gesto imperatorio sopra tutte le teste con una gran
    falce fienaia. Andava innanzi, impavido,  senza cappello,  nel nome di
    San Pantaleone.  Pi di trenta uomini lo seguivano. E tutti avevano la
    sensazione confusa e ottusa di camminare in mezzo a un incendio, sopra
    un terreno oscillante, sotto una volta ardente che fosse per crollare.
    Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i difensori,  i Mascalicesi
    forti  e neri come mulatti,  sanguinarii,  che si battevano con lunghi
    coltelli a scatto, e tiravano al ventre e alla gola,  accompagnando di
    voci gutturali il colpo. La mischia si ritraeva a poco a poco verso la
    chiesa; dai tetti di due o tre case gi scoppiavano le fiamme; un'orda
    di  femmine  e di fanciulli fuggiva a precipizio tra gli olivi,  presa
    dal pnico, senza pi lume negli occhi.
    Allora tra i maschi,  senza impedimento di lagrime e  di  lamenti,  la
    lotta  a corpo a corpo si strinse pi feroce.  Sotto il cielo color di
    ruggine, il terreno si copriva di cadaveri. Stridevano vituperii mozzi
    tra i denti dei colpiti;  e continuo tra i clamori persisteva il grido
    dei Radusani:
    - Le candele! Le candele!
    Ma la porta della chiesa restava sbarrata,  enorme,  tutta di quercia,
    stellante di chiodi.  I Mascalicesi la difendevano contro gli  urti  e
    contro le scuri.  Il santo d'argento,  impassibile e bianco, oscillava
    nel folto della mischia,  ancra sostenuto su le  spalle  dei  quattro
    ercoli  che  sanguinavano  tutti  dalla  testa  ai piedi,  non volendo
    cadere.  Ed era nel supremo vto degli assalitori mettere  l'idolo  su
    l'altare del nemico.
    Ora mentre i Mascalicesi si battevano da leoni,  prodigiosamente,  sul
    gradino di pietra,  Giacobbe disparve all'improvviso,  gir il  fianco
    dell'edifizio,   cercando  un  varco  non  difeso  per  penetrare  nel
    sacrario.  E come vide un'apertura a poca  altezza  da  terra,  vi  si
    arrampic,  vi rimase tenuto ai fianchi dall'angustia, vi si contorse,
    fin che non giunse a far  passare  il  suo  lungo  corpo  gi  per  lo
    spiraglio.  Il  cordiale  aroma  dell'incenso vaniva nel gelo notturno
    della casa di Dio. A tentoni nel buio, guidato dal fragore della pugna
    esterna,  quell'uomo cammin verso la porta,  inciampando nelle sedie,
    ferendosi  alla faccia,  alle mani.  Rimbombava gi il lavoro furioso
    delle accette radusane  su  la  durezza  della  quercia,  quando  egli
    cominci con un ferro a forzare le serrature,  anelante,  soffocato da
    una violenta palpitazione di ambascia che gli diminuiva la forza,  con
    la  vista  attraversata  da  bagliori  fatui,  con  le  ferite che gli
    dolevano e gli mettevano un'onda tiepida gi per la cute.
    - San Pantaleone! San Pantaleone!  - gridarono di fuori le voci rauche
    de'  suoi  che sentivano cedere lentamente la porta,  raddoppiando gli
    urti e i colpi di scure.  A traverso il  legno  giungeva  lo  schianto
    grave  dei  corpi  che stramazzavano,  il colpo secco del coltello che
    inchiodava l qualcuno per le reni.  E pareva a Giacobbe che tutta  la
    navata rimbombasse al battito del suo selvaggio cuore.


    5.
    Dopo un ultimo sforzo,  la porta si apr.  I Radusani si precipitarono
    con un immenso urlo di vittoria,  passando su i  corpi  degli  uccisi,
    traendo  il  santo  d'argento  all'altare.  E una viva oscillazione di
    riverberi invase d'un tratto l'oscurit della  navata,  fece  brillare
    l'oro dei candelabri, le canne dell'organo, in alto. E in quel chiaror
    fulvo,  che  or  s  or  no  all'incendio  delle prossime case vibrava
    dentro,  una seconda lotta si strinse.  I corpi avviluppati rotolavano
    su i mattoni,  non si distaccavano pi, balzavano insieme qua e l nei
    divincolamenti della rabbia, urtavano e finivano sotto le panche, su i
    gradini delle cappelle,  contro gli spigoli dei  confessionali.  Nella
    concavit raccolta della casa di Dio, il suono agghiacciante del ferro
    che  penetra nelle carni o che scivola su le ossa,  quell'unico gemito
    rotto dell'uomo che  colpito in una parte vitale, quello scricchiolo
    che d la cassa del cranio nell'infrangersi al colpo,  il  ruggito  di
    chi  non  vuol  morire,  l'ilarit atroce di chi  giunto ad uccidere,
    tutto distintamente si  ripercoteva.  E  il  mite  odore  dell'incenso
    vagava sul conflitto.
    L'idolo  d'argento  non  anche  aveva  attinto  la gloria dell'altare,
    poich un cerchio ostile ne precludeva l'accesso.  Giacobbe si batteva
    con la falce,  ferito in pi parti,  senza cedere un palmo del gradino
    che primo aveva conquistato. Non rimanevano se non due a sorreggere il
    Santo.  L'enorme testa bianca barcollava come ebra  sul  bulicame  del
    sangue iroso. I Mascalicesi imperversavano.
    Allora San Pantaleone cadde sul pavimento, dando un tintinno acuto che
    penetr nel cuore di Giacobbe pi a dentro che punta di coltello. Come
    il  rosso falciatore si slanci per rialzarlo,  un gran diavolo d'uomo
    con un colpo di ronca stese il nemico su la schiena.  Due volte questi
    si risollev, e altri due colpi lo rigettarono. Il sangue gli inondava
    tutta  la faccia e il petto e le mani;  per le spalle e per le braccia
    le ossa gli biancicavano scoperte nei tagli profondi;  ma pure egli si
    ostinava a riavventarsi. Inviperiti da quella feroce tenacit di vita,
    tre,  quattro,  cinque bifolchi insieme gli diedero a furia nel ventre
    donde le viscere sgorgarono. Il fanatico cadde riverso,  batt la nuca
    sul  busto  d'argento,  si  rivolt  d'un tratto bocconi con la faccia
    contro il  metallo,  con  le  branche  stese  innanzi,  con  le  gambe
    contratte. E San Pantaleone fu perduto.













    L'eroe.

    Gi  i  grandi  stendardi di San Gonselvo erano usciti su la piazza ed
    oscillavano nell'aria pesantemente.  Li reggevano in pugno  uomini  di
    statura  erculea,  rossi in volto e con il collo gonfio di forza,  che
    facevano giuochi.
    Dopo la vittoria su i Radusani,  la gente di  Masclico  celebrava  la
    festa  di settembre con magnificenza nuova.  Un meraviglioso ardore di
    religione teneva gli animi.  Tutto il  paese  sacrificava  la  recente
    ricchezza  del  fromento  a  gloria  del  Patrono.  Su le vie,  da una
    finestra all'altra,  le donne avevano tese  le  coperte  nuziali.  Gli
    uomini  avevano  inghirlandato  di  verzura  le  porte  e infiorato le
    soglie.  Come soffiava il vento,  per  le  vie  era  un  ondeggiamento
    immenso e abbarbagliante di cui la turba si inebriava.
    Dalla  chiesa  la processione seguitava a svolgersi e ad allungarsi su
    la piazza.  Dinanzi all'altare,  dove San Pantaleone era caduto,  otto
    uomini,  i privilegiati, aspettavano il momento di sollevare la statua
    di San Gonselvo; e si chiamavano: Giovanni Curo, l'Ummlido,  Mattal,
    Vincenzio Guanno, Rocco di Cuzo, Benedetto Galante, Biagio di Clisci,
    Giovanni Senzapaura.  Essi stavano in silenzio, compresi della dignit
    del loro ufficio,  con la testa un po' confusa.  Parevano assai forti;
    avevano l'occhio ardente dei fanatici; portavano agli orecchi, come le
    femmine, due cerchi d'oro. Di tanto in tanto si toccavano i bicipiti e
    i  polsi,  come  per  misurarne la vigoria;  o tra loro si sorridevano
    fuggevolmente.
    La statua del Patrono era enorme,  di bronzo vuoto,  nerastra,  con la
    testa e con le mani di argento, pesantissima.
    Disse Mattal:
    - Avande!
    In  torno,  il  popolo tumultuava per vedere.  Le vetrate della chiesa
    romoreggiavano ad ogni colpo di vento. La navata fumigava di incenso e
    di belzuino.  I suoni degli stromenti giungevano ora s  ora  no.  Una
    specie di febbre religiosa prendeva gli otto uomini, in mezzo a quella
    turbolenza. Essi tesero le braccia, pronti.
    Disse Mattal:
    - Una! ... Dua! ... Trea! ...
    Concordemente,  gli uomini fecero lo sforzo per sollevare la statua di
    su l'altare.  Ma il  peso  era  soverchiante:  la  statua  barcoll  a
    sinistra. Gli uomini non avevano potuto ancra bene accomodare le mani
    intorno  alla  base per prendere.  Si curvavano tentando di resistere.
    Biagio di Clisci e Giovanni Curo,  meno abili,  lasciarono andare.  La
    statua  pieg  tutta da una parte,  con violenza.  L'Ummlido gitt un
    grido.
    - Abbada!  Abbada!  -  vociferavano  intorno,  vedendo  pericolare  il
    Patrono.  Dalla  piazza veniva un frastuono grandissimo che copriva le
    voci.
    L'Ummlido era caduto in ginocchio;  e la sua mano destra era  rimasta
    sotto il bronzo.  Cos, in ginocchio, egli teneva gli occhi fissi alla
    mano che non poteva liberare, due occhi larghi,  pieni di terrore e di
    dolore;  ma la sua bocca torta non gridava pi. Alcune gocce di sangue
    rigavano l'altare.
    I compagni, tutt'insieme, fecero forza un'altra volta per sollevare il
    peso. L'operazione era difficile. L'Ummlido,  nello spasimo,  torceva
    la bocca. Le femmine spettatrici rabbrividivano.
    Finalmente  la  statua  fu  sollevata;  e  l'Ummlido ritrasse la mano
    schiacciata e sanguinolenta che non aveva pi forma.
    - Va  a  la  casa,  mo!  Va  a  la  casa!  -  gli  gridava  la  gente,
    sospingendolo verso la porta della chiesa.
    Una  femmina  si  tolse  il  grembiule e gliel'offerse per fasciatura.
    L'Ummlido rifiut. Egli non parlava;  guardava un gruppo d'uomini che
    gesticolavano in torno alla statua e contendevano.
    - Tocca a me!
    - No, no! Tocca a me!
    - No! A me!
    Cicco  Ponno,  Mattia  Scafarola  e Tommaso di Clisci gareggiavano per
    sostituire nell'ottavo posto di portatore l'Ummlido.
    Costui si avvicin ai contendenti.  Teneva  la  mano  rotta  lungo  il
    fianco, e con l'altra mano si apriva il passo.
    Disse semplicemente:
    - Lu poste  lu mi'.
    E porse la spalla sinistra a sorreggere il Patrono.  Egli soffocava il
    dolore stringendo i denti, con una volont feroce.
    Mattal gli chiese:
    - Tu che vuo' fa'?
    Egli rispose:
    - Quelle che vo' Sante Gunzelve.
    E, insieme con gli altri, si mise a camminare.
    La gente lo guardava passare, stupefatta. Di tanto in tanto, qualcuno,
    vedendo la ferita che dava sangue e diventava nericcia,  gli  chiedeva
    al passaggio:
    - L'Umm, che tieni?
    Egli non rispondeva.  Andava innanzi gravemente, misurando il passo al
    ritmo delle musiche,  con la mente un po'  alterata,  sotto  le  vaste
    coperte che sbattevano al vento, tra la calca che cresceva.
    All'angolo  d'una  via cadde,  tutt'a un tratto.  Il Santo si ferm un
    istante e barcoll,  in mezzo a  uno  scompiglio  momentaneo:  poi  si
    rimise  in  cammino.  Mattia  Scafarola subentr nel posto vuoto.  Due
    parenti raccolsero il tramortito e lo portarono nella casa pi vicina.
    Anna di Cuzo,  ch'era una vecchia femmina  esperta  nel  medicare  le
    ferite, guard il membro informe e sanguinante; e poi scosse la testa.
    - Che ce pozze fa'?
    Ella non poteva far niente con l'arte sua.
    L'Ummlido,  che  aveva ripreso gli spiriti,  non apr bocca.  Seduto,
    contemplava la sua ferita,  tranquillamente.  La mano pendeva,  con le
    ossa stritolate, oramai perduta.
    Due o tre vecchi agricoltori vennero a vederla. Ciascuno, con un gesto
    o con una parola, espresse lo stesso pensiero.
    L'Ummlido chiese:
    - Chi ha purtate lu Sante?
    Gli risposero:
    - Mattia Scafarola.
    Di nuovo, chiese:
    - Mo che si fa?
    Risposero:
    - Lu vespre 'n mseche.
    Gli  agricoltori salutarono.  Andarono al vespro.  Un grande scampano
    veniva dalla chiesa madre.
    Uno dei parenti mise accanto al  ferito  un  secchio  d'acqua  fredda,
    dicendo:
    -  Ogne  tante  mitte  la mana a qua.  Nu mo veniamo.  Jame a sent lu
    vespre.
    L'Ummlido rimase solo. Lo scampano cresceva, mutando metro.  La luce
    del  giorno  cominciava  a diminuire.  Un ulivo,  investito dal vento,
    batteva i rami contro la finestra bassa.
    L'Ummlido, seduto, si mise a bagnare la mano, a poco a poco.  Come il
    sangue e i grumi cadevano, il guasto appariva maggiore.
    L'Ummlido pens:
    - E' tutt'inutile. E' pirduta. Sante Gunzelve, a te le offre.
    Prese un coltello,  e usc. Le vie erano deserte. Tutti i devoti erano
    nella chiesa.  Sopra le case correvano le nuvole violacee del tramonto
    di settembre, come mandre fuggiasche.
    Nella  chiesa  la  moltitudine  agglomerata cantava quasi in coro,  al
    suono degli stromenti,  per intervalli  misurati.  Un  calore  intenso
    emanava  dai  corpi umani e dai ceri accesi.  La testa argentea di San
    Gonselvo scintillava dall'alto come un faro.
    L'Ummlido  entr.   Fra  la  stupefazione  di  tutti,   cammin  sino
    all'altare.
    Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra il coltello:
    - Sante Gunzelve, a te le offre.
    E si mise a tagliare in torno al polso destro, pianamente, in cospetto
    del  popolo  che  inorridiva.  La  mano informe si distaccava a poco a
    poco,  tra il sangue.  Penzol  un  istante  trattenuta  dagli  ultimi
    filamenti. Poi cadde nel bacino di rame che raccoglieva le elargizioni
    di pecunia, ai piedi del Patrono.
    L'Ummlido allora sollev il moncherino sanguinoso;  e ripet con voce
    chiara:
    - Sante Gunzelve, a te le offre.

















    La veglia funebre.

    Il cadavere del sindaco Biagio Mila, gi tutto vestito e con la faccia
    coperta d'una pezzuola umida d'acqua  e  d'aceto,  stava  disteso  nel
    letto, quasi in mezzo alla stanza, tra quattro ceri. Vegliavano, nella
    stanza, la moglie e il fratello del morto ai due lati.
    Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni.  Era una donna fiorita,
    di carnagione chiara,  con la fronte un  po'  bassa,  le  sopracciglia
    lungamente  arcuate,  gli  occhi grigi e larghi e nell'iride variegati
    come agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre
    aveva la nuca e le tempie  e  gli  occhi  nascosti  da  molte  ciocche
    ribelli. In tutta la persona le splendeva la nitidezza della sanit; e
    la sua fresca pelle aveva il profumo dei frutti prelibati.
    Emidio Mila,  il cherico, poteva avere circa la stessa et. Era magro,
    con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna  al  pieno
    sole.  Una  molle  lanugine  rossiccia gli copriva le guance;  i denti
    forti e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e gli occhi
    suoi giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi.
    Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita  un  rosario  di  vetro,
    l'altro guardando il rosario scorrere.  Ambedue avevano l'indifferenza
    che la nostra gente campestre suole avere  dinanzi  al  mistero  della
    morte.
    Emidio disse, con un lungo sospiro:
    - Fa caldo, stanotte.
    Rosa sollev gli occhi per assentire.
    Nella  stanza  un  poco  bassa  la luce oscillava secondo i moti delle
    fiammelle.  Le ombre si raccoglievano ora in  un  angolo  ora  in  una
    parete,  variando  di forme e di intensit.  Le vetrate delle finestre
    erano aperte, ma le persiane restavano chiuse.  Di tratto in tratto le
    tende di mussolo bianco si movevano come per un fiato. Sul candore del
    letto il corpo di Biagio pareva dormire.
    Le  parole di Emidio caddero nel silenzio.  La donna chin di nuovo la
    testa, e ricominci a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille di
    sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa.
    Emidio, dopo un poco, domand:
    - A che ora verranno a prenderlo, domani?
    Ella rispose, nel natural suono della sua voce:
    - Alle dieci, con la Congregazione del Sacramento.
    Quindi ancora tacquero.  Dalla campagna giungeva il gracidare  assiduo
    delle rane,  giungevano a quando a quando gli odori delle erbe.  Nella
    tranquillit perfetta Rosa ud una specie di gorgoglo roco escir  dal
    cadavere,  e  con  un  atto  di  orrore si lev dalla sedia e fece per
    allontanarsi.
    - Non abbiate paura, Rosa.  Sono umori - disse il cognato,  tendendole
    la mano per rassicurarla.
    Ella  prese  la  mano,  istintivamente;  e la tenne,  stando in piedi.
    Tendeva gli orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgogli si
    prolungavano dentro il ventre del morto,  e parevano salire  verso  la
    bocca.
    - Non  nulla,  Rosa.  Quietatevi - soggiunse il cognato, accennandole
    di sedere sopra un cassone da nozze coperto d'un cuscino a fiorami.
    Ella  sedette,  accanto  a  lui,   tenendolo  ancora  per  mano,   nel
    turbamento.  Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti
    si toccavano.
    Il  silenzio  torn.  Un  canto  di  trebbiatori  sorse  di  fuori  in
    lontananza.
    -  Fanno  le  trebbie  di  notte,  al lume della luna - disse la donna
    volendo parlare per ingannar la paura e la stanchezza.
    Emidio non apr bocca.  E la  donna  ritrasse  la  mano,  poich  quel
    contatto  ora  cominciava a darle un senso vago d'inquietudine Ambedue
    ora  erano  occupati  da  uno  stesso  pensiero  che  li  aveva  colti
    d'improvviso;  ambedue  ora erano tenuti da uno stesso ricordo,  da un
    ricordo di amori agresti nel tempo della pubert.

    Essi,  in quel tempo,  vivevano nelle case di Caldore,  su la  collina
    solata,  al  quadrivio.  Sul limite d'un campo di fromento sorgeva un
    muro alto costruito di  sassi  e  di  terra  argillosa.  Dal  lato  di
    mezzod,  che i parenti di Rosa possedevano,  come ivi era pi lento e
    dolce il calor del sole,  una famiglia di alberi fruttiferi prosperava
    e  moltiplicava.  Alla  primavera gli alberi fiorivano in comunione di
    letizia;  e le cupole argentee o rosee o  violacee  s'incurvavano  sul
    cielo  coronando  il muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria e
    facevano insieme un ronzo sonnifero d'api mellificanti.
    Dietro il muro,  dalla parte degli alberi,  Rosa in quel tempo  soleva
    cantare.
    La voce limpida e fresca zampillava come una fontana,  sotto le corone
    dei fiori.
    Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto.
    Egli era debole e famelico.
    Per sfuggire alla dieta,  scendeva dalla  casa  furtivamente,  celando
    sotto  gli  abiti  un  gran pezzo di pane,  e camminava lungo il muro,
    nell'ultimo solco del grano,  fin che  non  giungeva  al  luogo  della
    beatitudine.
    Allora  si  sedeva,  con  le  spalle  contro  i  sassi  riscaldati,  e
    cominciava a mangiare.  Mordeva il pane e sceglieva una spiga  tenera:
    ogni  granello aveva in s una minuta stilla di succo simile a latte e
    aveva un fresco sapor di farina.
    La volutt del gusto e la  volutt  dell'udito  nel  convalescente  si
    confondevano  quasi  in  una  sola sensazione infinitamente dilettosa.
    Cosicch in quell'ozio,  tra quel calore,  tra quelli odori che davano
    all'aria  quasi  la cordial saporit del vino,  anche la voce feminile
    diveniva per  lui  un  naturale  alimento  di  rinascenza  e  come  un
    nutrimento fisico che gli si fondeva nelle vene.
    Il  canto  di  Rosa era dunque una causa di guarigione.  E,  quando la
    guarigione fu compiuta,  la voce di Rosa ebbe sempre sul  beneficiario
    una virt sensuale.
    Dopo  d'allora,  poich  tra  le due famiglie la dimestichezza divenne
    grande,  sorse in Emidio uno di quei taciturni e  timidi  e  solitarii
    amori che divorano le forze dell'adolescenza.
    Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie
    riunite  andarono  in  un  pomeriggio a merendare nel bosco,  lungo il
    fiume.
    La giornata era molle,  e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo
    i canneti fioriti.
    Nel  bosco  la  merenda  fu  fatta su l'erba,  in una radura circolare
    limitata da fusti di pioppi giganteschi.  L'erba corta era tutta piena
    di certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile;  qua
    e l nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole;  e
    la  riviera in basso pareva ferma,  aveva una pace lacustre,  una pura
    trasparenza ove le piante acquatiche dormivano immote.
    Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva,  altri rimasero
    distesi supini.
    Rosa  ed  Emidio  si  trovarono  insieme;   si  presero  a  braccio  e
    cominciarono a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.
    Ella si appoggiava tutta  su  lui;  rideva,  strappava  le  foglie  ai
    virgulti  nel passaggio,  morsicchiava gli steli amari,  rovesciava la
    testa in dietro per guardar  le  ghiandaie  fuggiasche.  Nel  moto  il
    pettine  di  tartaruga  le  scivol  dai capelli che d'un tratto le si
    diffusero su le spalle con una stupenda ricchezza.
    Emidio si  chin  insieme  a  lei  per  raccogliere  il  pettine.  Nel
    rialzarsi,  le  due  teste  si urtarono un poco.  Rosa,  reggendosi la
    fronte tra le mani, gridava tra le risa:
    - Ahi! Ahi!
    Il giovinetto la guardava,  sentendosi fremere  sin  nelle  midolle  e
    sentendosi  impallidire  e  temendo  di  tradirsi.  Ella  distacc con
    l'unghie da un tronco una lunga spirale  d'edera,  se  l'avvolse  alle
    trecce con un attorcigliamento rapido e ferm la ribellione su la nuca
    con  i  denti  del  pettine.  Le foglie verdi,  talune rossastre,  mal
    contenute, rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:
    - Cos vi piaccio?
    Ma Emidio non apr bocca; non seppe che rispondere.
    - Ah, non va bene! Siete forse muto?
    Egli aveva voglia di cadere in ginocchio.  E,  come Rosa  rideva  d'un
    riso scontento,  egli si sentiva quasi salire il pianto agli occhi per
    l'angoscia di non poter trovare una parola sola.
    Seguitarono a camminare.  In un punto un'alberella abbattuta  impediva
    il passaggio.  Emidio con ambe le mani sollev il fusto,  e Rosa pass
    di sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono.
    Pi in l incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due  bacini  di
    pietra  rettangolari.  Gli  alberi  densi formavano intorno e sopra il
    pozzo una chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda,  quasi umida.
    La   volta  vegetale  si  rispecchiava  perfettamente  nell'acqua  che
    giungeva a met dei parapetti di mattone.
    Rosa disse, distendendo le braccia:
    - Come si sta bene qui!
    Poi raccolse l'acqua nel concavo della  palma,  con  un'attitudine  di
    grazia,  e  sorseggi.  Le  gocciole  le  cadevano di tra le dita e le
    imperlavano la veste.
    Quando fu dissetata,  con tutt'e due le palme raccolse  altr'acqua,  e
    l'offerse al compagno lusinghevolmente:
    - Bevete!
    - Non ho sete - balbett Emidio istupidito.
    Ella  gli  gett l'acqua in viso,  facendo con il labbro inferiore una
    smorfia quasi di dispregio.  Poi si  distese  dentro  uno  dei  bacini
    asciutti,  come  in  una  culla,  tenendo  i piedi fuori dell'orlo,  e
    scotendoli irrequietamente.  A un tratto si rialz,  guard Emidio con
    uno sguardo singolare:
    - Dunque? Andiamo.
    Si rimisero in cammino,  tornarono al luogo della riunione,  sempre in
    silenzio.
    I merli fischiavano su le  loro  teste;  fasci  orizzontali  di  raggi
    attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva intorno a
    loro.
    Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.
    Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa.
    Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova
    cognata.
    Nella scuola,  mentre i preti spiegavano l'"Epitome historiae sacrae",
    egli aveva fantasticato di lei.  Nello studio,  mentre i suoi  vicini,
    nascosti dai leggii aperti, si davano fra loro a pratiche oscene, egli
    aveva   chiuso  la  faccia  tra  le  mani,   e  s'era  abbandonato  ad
    immaginazioni impure.  Nella chiesa,  mentre le litanie  alla  Vergine
    sonavano,  egli, dietro l'invocazione alla "Rosa mystica", era fuggito
    lontano.
    E,  come aveva appresa dai condiscepoli la corruzione,  la  scena  del
    bosco  gli  era apparsa in una nuova luce.  E il sospetto di non avere
    indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli
    si offriva, allora lo tormentarono stranamente.
    Dunque era cos? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era
    passato inconsapevole accanto a una grande gioia?
    E questo pensiero ogni giorno si faceva pi acuto, pi insistente, pi
    incalzante,  pi angustioso.  E ogni giorno egli  se  ne  pasceva  con
    maggiore intensit di sofferenza;  finch, nella lunga monotonia della
    vita sacerdotale,  questo pensiero divenne per lui una specie di morbo
    immedicabile  e  dinanzi alla irrimediabilit della cosa egli fu preso
    da uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine.
    - Dunque egli non aveva saputo!
    Nella stanza ora i ceri lacrimavano.  Di tra le stecche delle persiane
    chiuse  entravano  soffi  di  vento pi forti,  e facevano inarcare le
    tende.
    Rosa,  invasa pianamente dal sopore,  chiudeva di tanto  in  tanto  le
    palpebre;   e  come  la  testa  le  cadeva  sul  petto,   le  riapriva
    subitamente.
    - Siete stanca? - chiese con molta dolcezza il cherico.
    - Io,  no - rispose la donna,  riprendendo gli spiriti ed ergendosi su
    la vita.
    Ma  nel silenzio di nuovo il sopore le occup i sensi.  Ella teneva la
    testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano  tutto  il  collo,
    dalla  bocca  semiaperta  le  usciva la respirazione lenta e regolare.
    Cos ella era bella;  e nulla in lei era pi voluttuoso che  il  ritmo
    del seno e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera.  Un
    soffio repentino fece gemere le tende e spense i due ceri  pi  vicini
    alla finestra.
      S'io  la  baciassi?  pens Emidio,  per una suggestione improvvisa
    della carne guardando l'assopita.
    Ancora i canti umani si propagavano nella  notte  di  giugno,  con  la
    solennit  delle  cadenze  liturgiche;  e  sorgevano  di lontananza in
    lontananza le risposte in diversi toni,  senza compagnia di stromenti.
    Poich  il  plenilunio  doveva essere alto,  il fioco lume interno non
    valeva a vincere l'albore che pioveva copioso su  le  persiane,  e  si
    versava fra gli intervalli del legno.
    Emidio si volse verso il letto mortuario.  I suoi occhi,  scorrendo la
    linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la
    mano, su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca, solcata di trame
    livide  nel  dorso;   e  prestamente  si  ritirassero.   Piano  piano,
    nell'inconsapevolezza del sonno,  la testa di Rosa,  quasi segnando su
    la parete un semicerchio,  si  chin  verso  il  cherico  turbato.  La
    reclinazione  della  bella  testa  muliebre fu in atto dolcissima;  e,
    poich il movimento alter un poco il sonno,  tra le palpebre a pena a
    pena sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve nel bianco,  quasi
    come una foglia di viola nel latte.
    Emidio rimase immobile,  tenendo contro l'mero il peso.  Egli frenava
    il  respiro  per  tema  di destare la dormiente,  e un'angoscia enorme
    l'opprimeva per il battito dei cuore e dei polsi e delle  tempie,  che
    pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a
    poco  a  poco  egli  si  sent  illanguidire e mancare in una mollezza
    invincibile,  guardando quella gola feminea che le collane  di  Venere
    segnavano  di  volutt,  aspirando  quell'alito  caldo  e  l'odor  dei
    capelli.
    Un nuovo soffio, carico di profumo notturno,  pieg la terza fiammella
    e la spense.
    Allora senza pi pensare,  senza pi temere, abbandonandosi tutto alla
    tentazione, il vegliante baci la donna in bocca.
    Al contatto,  ella si dest di soprassalto;  apr gli occhi stupefatti
    in faccia al cognato, divenne pallida pallida.
    Poi,  lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette l, con il
    busto eretto,  tutta  vigile,  guardando  dinanzi  a  s  nelle  ombre
    varianti.
    - Chi ha spento i ceri?
    - Il vento.
    Non  altro  dissero.  Ambedue  rimanevano  sul cassone da nozze,  come
    prima,  seduti a canto,  sfiorandosi con i gomiti,  in una  incertezza
    penosa,  evitando  con  una  specie  di  artificio mentale che la loro
    coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue
    rivolsero l'attenzione alle cose esteriori,  in quest'operazione dello
    spirito   mettendo  un'intensit  fittizia,   concorrendovi  pure  con
    l'attitudine della persona.  E a poco a poco una specie di ebriet  li
    conquistava.
    I  canti,   nella  notte,   seguitavano  e  s'indugiavano  per  l'aria
    lunghissimamente,  e s'ammollivano  lusinghevolmente  di  risposta  in
    risposta. Le voci maschili e le voci feminili facevano un componimento
    amoroso.  Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando
    una nota unica,  in torno a cui gli accordi concorrevano come onde  in
    torno al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul
    principio  di  ciascun canto,  si udiva la vibrazione metallica di una
    chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano
    gli urti misurati delle trebbie in sul terreno.
    I due ascoltavano.
    Forse per una vicenda del vento,  ora gli  odori  non  erano  pi  gli
    stessi.
    Venivano,   forse   dalla   collina  d'Orlando,   i  profumi  possenti
    dell'agrumeto; forse dai giardini di Scalia i profumi delle rose, cos
    densi che davano all'aria il sapore delle  confetture  nuziali;  forse
    dal  padule  della  Farnia  le  fragranze  umide  dei  giaggioli,  che
    respirate deliziavano come un sorso d'acqua.
    I due rimanevano ancora taciturni,  sul  cassone,  immobili,  oppressi
    dalla  volutt  della notte lunare.  Dinanzi a loro l'ultima fiammella
    oscillava rapidamente, e curvandosi faceva lacrimare il cero consunto.
    Ad ogni tratto, pareva sul punto di spegnersi.  I due non si movevano.
    Stavano  l  ansiosi,  con  gli occhi dilatati e fissi,  a guardare la
    tremula fiammella moritura.
    D'improvviso il vento  inebriante  la  spense.  Allora,  senza  temere
    l'ombra,  con  un'avidit  concorde,  nel medesimo tempo,  l'uomo e la
    donna si strinsero l'uno all'altra, si allacciarono,  si cercarono con
    la bocca,  perdutamente,  ciecamente,  senza parlare,  soffocandosi di
    carezze.










    La contessa d'Amalfi.

    1.
    Quando,  verso le due del pomeriggio,  Don Giovanni Ussorio stava  per
    mettere  il  piede  su  la soglia della casa di Violetta Kutuf,  Rosa
    Catana apparve in cima alle scale e disse a  voce  bassa,  tenendo  il
    capo chino:
    - Don Giov, la signora  partita.
    Don Giovanni,  alla novella improvvisa, rimase stupefatto; e stette un
    momento, con gli occhi spalancati, con la bocca aperta,  a guardare in
    su,  quasi aspettando altre parole esplicative. Poich Rosa taceva, in
    cima alle scale, torcendo fra le mani un lembo del grembiule e un poco
    dondolandosi, egli chiese:
    - Ma come? Ma come?...
    E sal alcuni gradini, ripetendo con una lieve balbuzie:
    - Ma come? Ma come?
    - Don Giov, che v'ho da dire? E' partita.
    - Ma come?
    - Don Giov, io non saccio, mo'.
    E  Rosa  fece  qualche   passo   nel   pianerottolo,   verso   l'uscio
    dell'appartamento vuoto.  Ella era una femmina piuttosto magra,  con i
    capelli rossastri, con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini. I
    suoi larghi occhi cinerognoli avevano per una vitalit singolare.  La
    eccessiva  distanza  tra  il naso e la bocca dava alla parte inferiore
    del viso un'apparenza scimmiesca.
    Don Giovanni spinse l'uscio socchiuso ed entr nella prima stanza, poi
    entr  nella  seconda,  poi  nella  terza;   fece  il  giro  di  tutto
    l'appartamento,  a passi concitati;  si ferm nella piccola camera del
    bagno.  Il silenzio quasi lo sbigott;  un'angoscia enorme  gli  prese
    l'animo.
    - E' vero! E' vero! - balbettava, guardandosi a torno, smarrito.
    Nella camera i mobili erano al loro posto consueto.  Mancavano per su
    la tavola,  a pi dello specchio rotondo,  le fiale  di  cristallo,  i
    pettini  di  tartaruga,  le  scatole,  le spazzole,  tutti quei minuti
    oggetti che servono alla cura della bellezza  muliebre.  Stava  in  un
    angolo  una  specie  di  gran bacino di zinco in forma di chitarra;  e
    dentro il bacino l'acqua traluceva,  tinta lievemente di roseo da  una
    essenza.  L'acqua  esalava un profumo sottile che si mesceva nell'aria
    col profumo della cipria.  L'esalazione aveva in s  qualche  cosa  di
    carnale.
    - Rosa! Rosa! - chiam Don Giovanni, con la voce soffocata, sentendosi
    invadere da un rammarico immenso.
    La femmina comparve.
    -  Racconta  com' stato!  Per dove  partita?  E quando  partita?  E
    perch?  - chiedeva Don Giovanni,  facendo con la  bocca  una  smorfia
    puerile  e  buffa  come  per  rattenere  il pianto o per respingere il
    singhiozzo.  Egli aveva presi ambedue i  polsi  di  Rosa;  e  cos  la
    sollecitava a parlare, a rivelare.
    - Io non saccio,  signore... Stamattina ha messa la roba nelle valige;
    ha mandato a chiamare la carrozza di Leone; e se n' andata senza dire
    niente. Che ci volete fare? Torner.
    - Torneraa? - piagnucol Don Giovanni,  sollevando gli occhi dove gi
    le lacrime incominciavano a sgorgare. - Te l'ha detto? Parla!
    E quest'ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso e rabbioso.
    - Eh...  veramente a me m'ha detto: Addio, Rosa. Non ci vediamo pi...
    Ma...
    insomma... chi lo sa!... Tutto pu essere.
    Don Giovanni si accasci sopra una sedia, a queste parole; e si mise a
    singhiozzare con tanto impeto di dolore che la  femmina  ne  fu  quasi
    intenerita.
    - Don Giov, mo' che fate? Non ci stanno altre femmine a questo mondo?
    Don Giov, mo' vi pare?...
    Don Giovanni non intendeva.  Seguitava a singhiozzare come un bambino,
    nascondendo la faccia nel grembiule di Rosa Catana;  e  tutto  il  suo
    corpo era scosso dai sussulti del pianto.
    - No, no, no... Voglio Violetta! Voglio Violetta!
    A quello stupido pargoleggiare,  Rosa non pot tenersi di sorridere. E
    si diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole
    di consolazione:
    - Ve la ritrovo io Violetta;  ve la ritrovo io...  Zitto!  Zitto!  Non
    piangete pi,  Don Giovannino.  La gente che passa pu sentire. Mo' vi
    pare, mo'?
    Don Giovanni,  a poco a poco,  sotto la carezza amorevole,  frenava le
    lacrime: si asciugava gli occhi al grembiule.
    - Oh!  Oh!  Che cosa!  - esclam,  dopo essere stato un momento con lo
    sguardo fisso al bacino di zinco,  dove l'acqua scintillava ora  sotto
    un raggio. - Oh! Oh! Che cosa! Oh!
    E si prese la testa fra le mani,  e due o tre volte oscill come fanno
    talora gli scimmioni prigionieri.
    -  Via,  Don  Giovannino,  via!  -  diceva  Rosa  Catana,  prendendolo
    pianamente per un braccio e tirandolo.
    Nella  piccola camera il profumo pareva crescere.  Le mosche ronzavano
    innumerevoli in torno a una tazza dov'era  un  residuo  di  caff.  Il
    riflesso  dell'acqua  nella  parete  tremolava come una sottil rete di
    oro.
    - Lascia tutto cos!  - raccomand Don Giovanni alla femmina,  con una
    voce  interrotta  dai  singulti  mal  repressi.  E  discese  le scale,
    scotendo il capo su la sua sorte.  Egli aveva gli occhi gonfi e rossi,
    a  fior di testa,  simili a quelli di certi cani imbastarditi.  Il suo
    corpo rotondo, dal ventre prominente,  gravava su due gambette un poco
    volte  in  dentro.  In  torno al suo cranio calvo girava una corona di
    lunghi capelli arricciati,  che parevano non crescere dalla cotenna ma
    dalle  spalle  e  salire  verso la nuca e le tempie.  Egli con le mani
    inanellate,  di tanto  in  tanto,  soleva  accomodare  qualche  ciocca
    scomposta:  gli  anelli  preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel
    pollice,  e un bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava
    lo sparato della camicia a mezzo il petto.
    Come usc alla luce viva della piazza,  prov di nuovo uno smarrimento
    invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro,  l accanto
    mangiando  fichi.  Un  merlo  in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi,
    continuamente,  ricominciando sempre  da  capo,  con  una  persistenza
    accorante.
    -  Servo  suo,  Don  Giovanni!  - disse Don Domenico Olivia passando e
    togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialit napoletana.
    E,  mosso a curiosit dall'aspetto sconvolto del  signore,  dopo  poco
    ripass  e risalut con maggior larghezza di gesto e di sorriso.  Egli
    era un uomo che  aveva  il  busto  lunghissimo  e  le  gambe  corte  e
    l'atteggiamento  della bocca involontariamente irrisorio.  I cittadini
    di Pescara lo chiamavano Culinterra.
    - Servo suo!
    Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava a fermentare poich le
    risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo  lo  irritavano,  al
    secondo  saluto  volt dispettoso le spalle e si mosse,  credendo quel
    saluto un'irrisione.
    Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.
    - Ma... Don Giov!... Sentite... ma...
    Don Giovanni non voleva ascoltare.  Camminava innanzi a  passi  lesti,
    verso  la  sua  casa.  Le  fruttivendole  e i maniscalchi lungo la via
    guardavano, senza capire,  l'inseguimento di quei due uomini affannati
    e gocciolanti di sudore sotto il solleone.
    Giunto  alla porta,  Don Giovanni,  che quasi stava per scoppiare,  si
    volt come un aspide, giallo e verde per la rabbia.
    - Don Dom, o Don Dom, io ti do in capo!
    Ed entr,  dopo la minaccia;  e chiuse  la  porta  dietro  di  s  con
    violenza.
    Don Domenico,  sbigottito, rimase senza parole in bocca. Poi rifece la
    via, pensando quale potesse essere la causa del fatto. Matteo Verdura,
    uno dei mangiatori di fichi, chiam:
    - Venite! venite! Vi debbo dire 'na cosa grande.
    - Che cosa? - chiese l'uomo di schiena lunga, avvicinandosi.
    - Non sapete niente?
    - Che?
    - Ah! Ah! Non sapete niente ancora?
    - Ma che?
    Verdura si mise a ridere;  e gli altri  ciabattini  lo  imitarono.  Un
    momento  tutti  quelli  uomini  sussultarono d'uno stesso riso rauco e
    incomposto, in diverse attitudini.
    - Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?
    Don Domenico, ch'era tirchio, esit un poco. Ma la curiosit lo vinse.
    - B, pago.
    Verdura chiam una femmina e fece  ammonticchiare  sul  suo  desco  le
    frutta. Poi disse:
    - Quella signora che stava l sopra, Donna Viuletta, sapete?... Quella
    del teatro, sapete?...
    - B?
    - Se n' scappata stamattina. Tombola!
    - Da vero?
    - Da vero, Don Dom.
    -  Ah,  mo'  capisco!  -  esclam  Don Domenico,  ch'era un uomo fino,
    sogghignando crudelissimamente.
    E,  come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e  rifarsi
    dei tre soldi spesi per la notizia,  and subito verso il "casino" per
    divulgare la cosa, per ingrandire la cosa.
    Il "casino, una specie di bottega del caff, stava immerso nell'ombra;
    e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere
    e di muffa.
    Il dottore Panzoni russava abbandonato sopra una sedia con le  braccia
    penzolanti.  Il barone Cappa, un vecchio appassionato per i cani zoppi
    e per  le  fanciulle  tenerelle,  sonnecchiava  discretamente  su  una
    gazzetta.  Don  Ferdinando  Giordano moveva le bandierine su una carta
    rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana.  Don  Settimio
    de Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca, non senza
    molti  scoppi  di  voce  e  non  senza  una certa eloquenza fiorita di
    citazioni poetiche.  Il notaro Gaiulli,  non sapendo con chi  giocare,
    maneggiava  le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila sul
    tavolino.  Don Paolo  Seccia  girava  in  torno  al  quadrilatero  del
    biliardo, con passi misurati per favorire la digestione.
    Don  Domenico Oliva entr con tale impeto che tutti si voltarono verso
    di lui,  tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia  del
    sonno.
    - Sapete? Sapete?
    Don  Domenico era cos ansioso di dire la cosa e cos affannato che da
    prima balbettava senza farsi intendere.  Tutti  quei  galantuomini  in
    torno  a  lui  pendevano  dalle sue labbra,  presentivano con gioia un
    qualche strano avvenimento che alimentasse alfine le loro  chiacchiere
    pomeridiane.
    Don  Paolo  Seccia,  che  era  un  poco  sordo  da un orecchio,  disse
    impazientito:
    - Ma che v'hanno legata la lingua, Don Dom?
    Don Domenico ricominci da capo la narrazione,  con pi  calma  e  pi
    chiarezza.
    Disse  tutto;  ingrand  i  furori  di Don Giovanni Ussorio;  aggiunse
    particolarit fantastiche; s'inebri delle parole. - Capite? Capite? E
    poi questo; e poi quest'altro...
    Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre;  volgendo  i  grossi
    globi  visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pel naso tutto
    vegetante di ni mostruosi, disse e russ, nasalmente:
    - Che c'? Che c'?
    E con fatica puntellandosi al bastone si lev piano piano e venne  nel
    crocchio per udire.
    Il  barone  Cappa  ora narrava,  con alquanta saliva nella bocca,  una
    storiella grassa, a proposito di Violetta Kutuf.  Nelle pupille degli
    ascoltatori   intenti  passavano  luccicori,   a  tratti.   Gli  occhi
    verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un  umore
    esilarante. Alla fine, le risa scoppiarono.
    Ma il dottore Panzoni,  cos ritto, s'era riaddormentato; poich a lui
    sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase
    a russare,  solo nel mezzo,  con il capo chino sul petto;  mentre  gli
    altri  si  disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella,  di
    famiglia in famiglia.
    E la novella,  divulgata,  mise a rumore Pescara.  Verso sera,  co  'l
    fresco  della  marina  e  con  la  luna  crescente,  tutti i cittadini
    uscirono per le vie e per le piazzette.  Il chiacchiero fu  infinito.
    Il  nome  di Violetta Kutuf correva su tutte le bocche.  Don Giovanni
    Ussorio non fu veduto.


    2.
    Violetta Kutuf era venuta a Pescara nel mese di gennaio,  in tempo di
    carnevale,  con  una compagnia di cantatori.  Ella diceva d'essere una
    Greca dell'Arcipelago,  di aver cantato  in  un  teatro  di  Corf  al
    cospetto  del  re  degli  Elleni  e di aver fatto impazzire d'amore un
    ammiraglio d'Inghilterra.  Era una donna di forme opulente,  di  pelle
    bianchissima.  Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di
    piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto;  e le piccole fosse e
    le  anella  e  tutte  le  altre  grazie  proprie di un corpo infantile
    rendevano singolarmente piacevole e fresca  e  quasi  ridente  la  sua
    pinguedine.  I  lineamenti  del  volto erano un po' volgari: gli occhi
    color tan,  pieni di  pigrizia;  le  labbra  grandi,  piatte  e  come
    schiacciate.  Il naso non rivelava l'origine greca: era corto, un poco
    erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano.
    Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo
    quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d'improvviso.
    Quando la compagnia giunse,  i Pescaresi smaniavano nell'aspettazione.
    I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti, nel
    loro  incedere,  nel  loro vestire,  e in ogni loro attitudine.  Ma la
    persona su cui tutta l'attenzione converse fu Violetta Kutuf.
    Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia  e  chiusa
    da  alamari d'oro,  e sul capo una specie di tocco tutto di pelliccia,
    chino un po' da  una  parte.  Andava  sola,  camminando  speditamente;
    entrava nelle botteghe,  trattava con un certo disdegno i bottegai, si
    lagnava  della  mediocrit  delle  merci,   usciva  senza  aver  nulla
    comprato: cantarellava, con noncuranza.
    Per le vie,  nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano
    annunziavano la rappresentazione della "Contessa d'Amalfi". Il nome di
    Violetta Kutuf  risplendeva  in  lettere  vermiglie.  Gli  animi  dei
    Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.
    Il teatro era in una sala dell'antico Ospedale militare, all'estremit
    del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga come un
    corridoio:  il  palco  scenico,  tutto  di legname e di carta dipinta,
    s'inalzava pochi palmi da terra;  contro le pareti maggiori stavano le
    tribune,   costruite  d'assi  e  di  tavole,   ricoperte  di  bandiere
    tricolori, ornate di festoni. Il sipario,  opera insigne di Cucuzzitto
    figlio di Cucuzzitto,  raffigurava la Tragedia, la Comedia e la Musica
    allacciate come le tre Grazie e trasvolanti sul ponte a battelli sotto
    cui  passava  la  Pescara  turchina.  Le  sedie,  tolte  alle  chiese,
    occupavano met della platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano
    il resto.
    Verso  le  sette  la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando
    fece il giro del paese;  e  si  ferm  quindi  al  teatro.  La  marcia
    fragorosa  sollevava  gli  animi  al  passaggio.  Le signore fremevano
    d'impazienza,  nei loro belli abiti di seta.  La sala  rapidamente  si
    emp.
    Su   le  tribune  raggiava  una  corona  di  signore  e  di  signorine
    gloriosissima.  Teodolinda Pomrici,  la filodrammatica sentimentale e
    linfatica,  sedeva  accanto a Fermina Memma la "mascula".  Le Fusilli,
    venute da  Castellammare,  grandi  fanciulle  dagli  occhi  nerissimi,
    vestite  di  una  eguale stoffa rosea,  tutte con i capelli stretti in
    treccia gi per la schiena,  ridevano forte  e  gesticolavano.  Emilia
    d'Annunzio  volgeva attorno i belli occhi lionati con un'aria di tedio
    infinito.  Mariannina Cortese  faceva  segni  col  ventaglio  a  Donna
    Rachele  Profeta  che  stava di fronte.  Donna Rachele Bucci con Donna
    Rachele Carabba ragionava di tavolini parlanti e  di  apparizioni.  Le
    maestre  Del  Gado,   vestite  tutt'e  due  di  seta  cangiante,   con
    mantellette di moda antichissima e  con  certe  cuffie  luccicanti  di
    pagliuzze d'acciaio,  tacevano,  compunte, forse stordite dalla novit
    del caso,  forse pentite d'esser  venute  a  uno  spettacolo  profano.
    Costanza Lesbii tossiva continuamente,  rabbrividendo sotto lo scialle
    rosso; bianca bianca, bionda bionda, sottile sottile.
    Nelle prime sedie della platea sedevano  gli  ottimati.  Don  Giovanni
    Ussorio primeggiava,  bene curato nella persona, con magnifici calzoni
    a quadri bianchi e neri,  con soprabito di castoro  lucido,  con  alle
    dita  e  alla  camicia  una gran quantit di oreficeria chietina.  Don
    Antonio Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante
    la grandezza da tutti pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro
    ch'era grosso come un'albicocca acerba,  raccontava,  a voce alta,  il
    dramma  lirico di Giovanni Peruzzini;  e le parole,  uscendo dalla sua
    bocca,  acquistavano una rotondit ciceroniana.  Gli altri su le sedie
    si  agitavano  con  maggiore  o minore importanza.  Il dottore Panzoni
    lottava in vano contro le lusinghe del  sonno  e  di  tanto  in  tanto
    faceva  un  rumore  che  si  confondeva  con  il  "la" degli strumenti
    preludianti.
    - Pss! psss! pssss!
    Nel teatro il silenzio divenne profondo.  All'alzarsi della  tela,  la
    scena  era  vuota.  Il suono d'un violoncello veniva di tra le quinte.
    Usc Tilde, e cant. Poi usc Sertorio,  e cant.  Poi entr una torma
    di  allievi  e  di  amici,  e  inton  un coro.  Poi Tilde si avvicin
    pianamente alla finestra.

    "Oh! come lente l'ore
    Sono al desio!..."

    Nel  pubblico  incominciava  la  commozione,   poich  doveva   essere
    imminente un duetto di amore. Tilde, in verit, era un "primo soprano"
    non  molto  giovine;  portava un abito azzurro;  aveva una capellatura
    biondastra che le ricopriva insufficientemente il cranio;  e,  con  la
    faccia  bianca  di  cipria,  rassomigliava  a  una  costoletta cruda e
    infarinata che fosse nascosta dentro una parrucca di canapa.
    Egidio venne.  Egli  era  il  tenore  giovine.  Come  aveva  il  petto
    singolarmente  incavato,  le  gambe  un  po'  curve,  rassomigliava un
    cucchiaio a doppio manico, su il quale fosse appiccicata una di quelle
    teste di vitello raschiate e pulite  che  si  veggono  talvolta  nelle
    mostre dei beccai.

    "Tilde! il tuo labbro  muto,
    Abbassi al suol gli sguardi.
    un tuo gentil saluto,
    Dimmi, perch mi tardi?
    E la tua man tremante...
    Fanciulla mia, perch.?"

    E Tilde, con un impeto di sentimento:

    "In s solenne istante
    Tu lo domandi a me?"

    Il  duetto  crebbe  in  tenerezza.  Le  melodie del cavaliere Petrella
    deliziavano le  orecchie  degli  uditori.  Tutte  le  signore  stavano
    chinate  sul  parapetto  delle tribune,  immobili,  attente;  e i loro
    volti, battuti dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano...

    "Un cangiar di paradiso
    Il morir ci sembrer!"

    Tilde usc;  ed entr,  cantando,  il duca  Carnioli  ch'era  un  uomo
    corpulento  e  truculento  e  zazzeruto come ad un baritono si addice.
    Egli  cantava  fiorentinamente,   aspirando  le  "c"  iniziali,   anzi
    addirittura sopprimendole talvolta.

    "Non sai tu che piombo  a ippiede
    La atena oniugale?"

    Ma  quando  nel suo canto nomin alfine d'"Amalfi la contessa",  corse
    nel pubblico un fremito lungo. La contessa era desiderata, invocata.
    Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:
    - Quando viene?
    Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta:
    - Oh, mio Dio,  Don Giov!  Non sapete?  Nell'atto secondo!  Nell'atto
    secondo!
    Il  sermone  di  Sertorio  fu  ascoltato con una certa impazienza.  Il
    sipario cal fra applausi deboli.  Il trionfo di Violetta Kutuf  cos
    incominciava.  Un gran susurro correva per la platea,  per le tribune,
    crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei
    macchinisti. Quel lavoro invisibile aumentava l'aspettazione.
    Quando il sipario si alz,  una specie di stupore  invase  gli  animi.
    L'apparato  scenico parve meraviglioso.  Tre arcate si prolungavano in
    prospettiva,  illuminate;  e quella di mezzo terminava in un  giardino
    fantastico.  Alcuni paggi stavano sparsi qua e l, e s'inchinavano. La
    contessa d'Amalfi,  tutta vestita di velluto rosso,  con uno strascico
    regale,  con le braccia e le spalle nude,  rosea nella faccia, entr a
    passi concitati:

    "Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia
    N' piena ancor..."

    La sua voce era disuguale,  talvolta  stridula,  ma  spesso  poderosa,
    acutissima.
    Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il miagolo tenero di
    Tilde.
    Subitamente il pubblico si divise in due fazioni: le donne stavano per
    Tilde; gli uomini, per Leonora.

    "A vezzi miei resistere non  si facil gioco..."

    Leonora aveva nelle attitudini,  nei gesti,  nei passi,  una procacit
    che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi  alle  flosce  Veneri  del
    vico di Sant'Agostino,  e i mariti stanchi dalle scipitezze coniugali.
    Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice,  le spalle grasse
    e  bianche,  dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano
    ridere.
    Alla  fine  dell'assolo,  gli  applausi  scoppiarono  con  un  fragore
    immenso.  Poi lo svenimento della contessa,  le simulazioni dinanzi al
    duca Carnioli,  il principio del duetto,  tutte le  scene  suscitarono
    applausi.  Nella  sala  s'era  addensato  il  calore: per le tribune i
    ventagli  s'agitavano  confusamente,   e  nello  sventolo  le   facce
    femminili apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggi a una
    colonna,  in un attitudine d'amorosa contemplazione,  e fu rischiarata
    dalla luce lunare d'un bengala.,  mentre  Egidio  cantava  la  romanza
    soave. Don Antonio Brattella disse forte:
    - E grande!
    Don  Giovanni  Ussorio  con un impeto subitaneo,  si mise a battere le
    mani, solo.
    Gli altri imposero silenzio,  poich volevano ascoltare.  Don Giovanni
    rimase confuso.

    "Tutto d'amore, tutto ha favella:
    La luna, il zeffiro, le stelle, il mar..."

    Le   teste   degli  uditori,   al  ritmo  della  melodia  petrelliana,
    ondeggiavano,  se bene la voce di Egidio era ingrata;  e gli occhi  si
    deliziavano,  se  bene  la  luce  dalla  luna  era  fumosa  e  un  po'
    giallognola. Ma quando,  dopo un contrasto di passione e di seduzione,
    la  contessa  d'Amalfi  incamminandosi  verso  il  giardino riprese la
    romanza,  la romanza che ancora vibrava nelle anime,  il diletto degli
    uditori  fu  tanto  che molti sollevavano il capo e l'abbandonavano un
    poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi
    tra i fiori.

    "La barca  presta... deh vieni, o bella!
    Amor c'invita... vivere  amar."

    In quel punto Violetta Kutuf conquist intero  Don  Giovanni  Ussorio
    che,  fuori di s,  preso da una specie di furore musicale ed erotico,
    acclamava senza fine:
    - Brava! Brava! Brava!
    Disse Don Paolo Seccia, forte:
    - O vi', o vi', s' impazzito Ussorio!
    Tutte le signore guardavano Ussorio,  stordite,  smarrite.  Le maestre
    Del  Gado  scorrevano  il  rosario,  sotto  le mantelline.  Teodolinda
    Pomrici rimaneva estatica.  Soltanto le Fusilli conservavano la  loro
    vivacit e cinguettavano,  tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti
    le trecce serpentine.
    Nel  terzo  atto,  non  i  morenti  sospiri  di  Tilde  che  le  donne
    proteggevano,   non  le  rampogne  di  Sertorio  e  Carnioli,  non  le
    canzonette dei popolani,  non il monologo del malinconico Egidio,  non
    le  allegrezze delle dame e dei cavalieri ebbero virt di distrarre il
    pubblico dalla volutt antecedente. - Leonora!
    Leonora!
    E Leonora ricomparve a braccio del conte  di  Lara,  scendendo  da  un
    padiglione. E tocc il culmine del trionfo.
    Ella  aveva  ora  un abito violetto,  ornato di galloni d'argento e di
    fermagli enormi.  Si volse verso la platea,  dando un piccolo colpo di
    piede   allo  strascico  e  scoprendo  nell'atto  la  caviglia.   Poi,
    inframmezzando le parole di mille vezzi e di mille  lezii,  cant  fra
    giocosa e beffarda:

    "Io son la farfalla che scherza tra i fiori..."

    Quasi un delirio prese il pubblico a quell'aria gi nota.  La contessa
    d'Amalfi, sentendo salire fino a s l'ammirazione ardente degli uomini
    e la cupidigia,  s'inebri,  moltiplic le seduzioni del gesto  e  del
    passo;  sal  con  la voce a supreme altitudini.  La sua gola carnosa,
    segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.

    "Son l'ape che solo di mle si pasce;
    M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel..."

    Don Giovanni Ussorio,  rapito,  guardava con tale  intensit  che  gli
    occhi  parevano  volergli  uscir  fuori delle orbite.  Il barone Cappa
    faceva un po'  di  bava,  incantato.  Don  Antonio  Brattella,  membro
    dell'Areopago di Marsiglia, gonfi, gonfi, fin che disse, in ultimo:
    - Colossale!


    3.
    E Violetta Kutuf cos conquist Pescara.
    Per  oltre  un  mese  le  rappresentazioni  dell'opera  del  cavaliere
    Petrella si seguirono con  favore  crescente.  II  teatro  era  sempre
    pieno,  gremito. Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni
    fine di romanza.  Un singolare fenomeno avveniva: tutta la popolazione
    di Pescara pareva presa da una specie di mana musicale; tutta la vita
    pescarese  pareva  chiusa nel circolo magico di una melodia unica,  di
    quella ov' la farfalla che scherza tra i  fiori.  Da  per  tutto,  in
    tutte le ore,  in tutti i modi,  in tutte le possibili variazioni,  in
    tutti gli strumenti, con una persistenza stupefacente,  quella melodia
    si  ripeteva;  e  l'imagine  di  Violetta Kutuf collegavasi alle note
    cantanti, come, Dio mi perdoni, agli accordi dell'organo l'imagine del
    Paradiso.  Le facolt musiche e liriche,  le quali nel popolo aternino
    sono nativamente vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti.
    I  monelli  fischiavano  per  le  vie;  tutti  i  dilettanti  sonatori
    provavano.   Donna  Lisetta  Memma  sonava  l'aria  sul  gravicembalo,
    dall'alba al tramonto; Don Antonio Brattella la sonava sul flauto; Don
    Domenico Quaquino sul clarinetto;  Don Giacomo Palusci,  il prete,  su
    una  sua  vecchia  spinetta  rococ;   Don  Vincenzo  Rapagnetta   sul
    violoncello;  Don Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola d'Annunzio
    sul violino.  Dai  bastioni  di  Sant'Agostino  all'Arsenale  e  dalla
    Pescheria  alla Dogana,  i vari suoni si mescolavano e contrastavano e
    discordavano.  Nelle prime ore  del  pomeriggio  il  paese  pareva  un
    qualche  grande  ospizio  di  pazzi incurabili.  Perfino gli arrotini,
    affilando i coltelli alla ruota,  cercavano di seguire con lo stridore
    del ferro e della cote il ritmo.
    Com'era  tempo di carnevale,  nella sala del teatro fu dato un festino
    pubblico.
    Il gioved grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele
    steariche,  odorava di mortelle,  risplendeva di specchi.  Le maschere
    entravano  a  stuoli.  I  pulcinelli  predominavano.  Sopra  un palco,
    fasciato di veli verdi e constellato  di  stelle  di  carta  argentea,
    l'orchestra incominci a sonare. Don Giovanni Ussorio entr.
    Egli  era  vestito da gentiluomo spagnuolo,  e pareva un conte di Lara
    pi grasso.
    Un berretto  azzurro  con  una  lunga  piuma  bianca  gli  copriva  la
    calvizie;  un  piccolo  mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le
    spalle, gallonato d'oro.
    L'abito metteva pi in vista la prominenza del ventre e la picciolezza
    delle gambe. I capelli, lucidi di olii cosmetici, parevano una frangia
    artificiale attaccata intorno al  berretto,  ed  erano  pi  neri  del
    consueto.
    Un pulcinella impertinente, passando, strill con la voce falsa:
    - Mamma mia!
    E fece un gesto di orrore cos buffonesco, dinanzi al travestimento di
    Don Giovanni,  che in torno molte risa scampanellarono.  La Ciccarina,
    tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta,  simile  a  un  bel
    fiore di carne,  rideva d'un riso luminosissimo,  dondolandosi fra due
    arlecchini cenciosi.
    Don Giovanni si  perse  tra  la  folla,  con  dispetto.  Egli  cercava
    Violetta Kutuf.
    I  sarcasmi  delle  altre maschere lo inseguivano e lo ferivano.  D'un
    tratto egli s'incontr in un  secondo  gentiluomo  di  Spagna,  in  un
    secondo conte di Lara.
    Riconobbe Don Antonio Brattella,  ed ebbe una fitta al cuore.  Gi tra
    quei due uomini la rivalit era scoppiata.
    -  Quanto  'sta   nespola?   -   squitt   Don   Donato   Brandimarte,
    velenosamente,   alludendo   all'escrescenza  carnosa  che  il  membro
    dell'Areopago di Marsiglia aveva nell'orecchio sinistro.
    Don Giovanni esult di una gioia feroce.  I due rivali si guardarono e
    si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l'uno poco
    discosto dall'altro, pur girando tra la folla.
    Alle  undici,  nella  folla  corse una specie di agitazione.  Violetta
    Kutuf entrava.
    Ella era vestita diabolicamente,  con un domin nero a lungo cappuccio
    scarlatto  e  con  una  mascherina  scarlatta  su la faccia.  Il mento
    rotondo e niveo,  la bocca grossa e rossa si vedevano  a  traverso  un
    sottil  velo.  Gli  occhi,  allungati  e  resi  un  po'  obliqui dalla
    maschera, parevano ridere.
    Tutti la riconobbero, sbito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di
    lei.  Don Antonio Brattella si avanz,  leziosamente,  da  una  parte.
    Dall'altra  si  avanz  Don  Giovanni.  Violetta Kutuf ebbe un rapido
    sguardo per gli anelli che brillavano alle dita di quest'ultimo.  Indi
    prese il braccio dell'Aereopagita.
    Ella rideva, e camminava con un certo vivace ondeggiare de' lombi.
    L'Areopagita,  parlandole e dicendole le sue solite gonfie stupidezze,
    la chiamava contessa,  e intercalava nel discorso i  versi  lirici  di
    Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava verso di lui e premeva il
    braccio  di  lui,  ad arte,  perch gli ardori e gli sdilinquimenti di
    quel  brutto  e  vano  signore  la  dilettavano.  A  un  certo  punto,
    l'Areopagita,  ripetendo  le  parole  del conte di Lara nel melodramma
    petrelliano, disse, anzi sommessamente cant:
    - Poss'io dunque sperarrr?
    Violetta Kutuf rispose, come Leonora:
    - Chi ve lo vieta?.. Addio.
    E,  vedendo Don  Giovanni  poco  discosto,  si  stacc  dal  cavaliere
    affascinato  e  si  attacc all'altro che gi da qualche tempo seguiva
    con occhi pieni d'invidia e di dispetto gli avvolgimenti della  coppia
    tra la folla danzante.
    Don  Giovanni  trem,  come  un  giovincello  al  primo  sguardo della
    fanciulla adorata.  Poi,  preso  da  un  impeto  glorioso,  trasse  la
    cantatrice nella danza.
    Egli  girava  affannosamente,  con il naso sul seno della donna;  e il
    mantello gli svolazzava dietro,  la piuma  gli  si  piegava,  rivi  di
    sudore  misti  ad  olii cosmetici gli colavano gi per le tempie.  Non
    potendo pi,  si ferm.  Traballava per  la  vertigine.  Due  mani  lo
    sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio:
    - Don Giov, riprendete fiato!
    Era  la  voce  dell'Areopagita,  il  quale a sua volta trasse la bella
    nella danza.
    Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato sul fianco,  battendo
    il  piede  ad  ogni cadenza,  cercando parer leggiero e molle come una
    piuma,   con  atti  di  grazia  cos  goffi   e   con   smorfie   cos
    scimmiescamente  mobili  che  intorno  a  lui  le  risa  e i motti dei
    pulcinelli cominciarono a grandinare.
    - Un soldo si paga, signori!
    - Ecco l'orso della Polonia,  che balla  come  un  cristiano!  Mirate,
    signori!
    - Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?
    - 'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!
    Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.
    In  torno a lui altre coppie giravano.  La sala si era empita di gente
    variissima;  e nel gran calore le  candele  ardevano  con  una  fiamma
    rossiccia,   tra  i  festoni  di  mortella.  Tutta  quella  agitazione
    multicolore si rifletteva negli specchi.
    La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano,  le sorelle
    Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l'irraggiamento
    della loro fresca bellezza plebea.  Donna Teodolinda Pomrici,  alta e
    sottile,  vestita di raso  azzurro,  come  una  madonna,  si  lasciava
    portare  trasognata;  e  i capelli sciolti in anella le fluttuavano su
    gli meri.  Costanzella Caff,  la pi agile e la pi infaticabile fra
    le danzatrici e la pi bionda, volava da una estremit all'altra in un
    baleno.  Amalia  Solofra,  la  rossa  dai capelli quasi fiammeggianti,
    vestita da forosetta,  con audacia senza pari,  aveva il busto di seta
    sostenuto  da un solo nastro che contornava l'appiccatura del braccio;
    e,  nella danza,  a tratti le si vedeva una  macchia  scura  sotto  le
    ascelle.  Amalia  Gagliano,  la bella dagli occhi cisposi,  vestita da
    maga,  pareva una cassa funeraria che  camminasse  verticalmente.  Una
    specie  di ebriet teneva tutte quelle fanciulle.  Esse erano alterate
    dall'aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella
    formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico.
    La musica cess. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei
    rinfreschi.
    Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena.  L'Areopagita,
    per mostrare d'essere in grande intimit con la cantatrice, si chinava
    verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva
    a ridere. Don Giovanni non si cur del rivale.
    - Venite, contessa? - disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.
    Violetta  accett.  Ambedue  salirono i gradini,  lentamente,  con Don
    Antonio dietro.
    - Io vi amo! - avventur Don Giovanni,  tentando di dare alla sua voce
    un  accento  di  passione  appreso  dal  "primo amoroso giovine" d'una
    compagnia drammatica di Chieti.
    Violetta Kutuf non rispose.  Ella si divertiva a guardare il concorso
    della  gente  verso  il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi
    gridando il  prezzo  ad  alta  voce,  come  in  una  fiera  campestre.
    Andreuccio  aveva una testa enorme,  il cranio polito,  un naso che si
    curvava  su  la  sporgenza  del  labbro  inferiore  poderosamente;   e
    somigliava una di quelle grandi lanterne di carta,  che hanno la forma
    d'una  testa  umana.  I  mascherati  mangiavano  e  bevevano  con  una
    cupidigia  bestiale,  spargendosi su gli abiti le briciole delle paste
    dolci e le gocce dei liquori.
    Vedendo Don Giovanni, Andreuccio grid:
    - Sign, comandate?
    Don  Giovanni  aveva  molte  ricchezze,  era  vedovo,   senza  parenti
    prossimi;  cosicch  tutti  si  mostravano  servizievoli  per lui e lo
    adulavano.
    - 'Na cenetta - rispose. - Ma!...
    E fece un segno espressivo per indicare  che  la  cosa  doveva  essere
    eccellente e rara.
    Violetta  Kutuf  sedette  e con un gesto pigro si tolse la mascherina
    dal volto ed apr un poco sul seno  il  domin.  Dentro  il  cappuccio
    scarlatto la sua faccia,  animata dal calore,  pareva pi procace. Per
    l'apertura del domin si vedeva una specie di maglia  rosea  che  dava
    l'illusione della carne viva.
    -  Salute!  -  esclam Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola
    imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.
    E  allora  sopraggiunse  Don  Tito  de  Sieri  e  prese  posto,  senza
    complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale
    Virgilio e con Don Federico Sicoli.  La tavola s'ingrand.  Dopo molto
    rigirare tortuoso,  venne anche Don Antonio Brattella.  Tutti  costoro
    erano  per lo pi i convitati ordinari di Don Giovanni;  gli formavano
    intorno una specie di corte  adulatoria;  gli  davano  il  voto  nelle
    elezioni del Comune;  ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per
    antonomasia, il "principale".
    Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutuf.  I parassiti  si
    misero a mangiare, chinando su i piatti le bocche voraci. Ogni parola,
    ogni  frase  di  Don  Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio
    ostile. Ogni parola,  ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con
    sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua
    corte,  trionfava.  Violetta  Kutuf  gli era benigna,  poich sentiva
    l'oro;  e,  oramai liberata dal cappuccio,  con i capelli  un  po'  in
    ribellione  per  la  fronte  e  per  la nuca,  si abbandonava alla sua
    naturale giocondit un po' clamorosa e puerile.
    D'in torno,  la gente movevasi variamente.  In mezzo alla folla tre  o
    quattro  arlecchini  camminavano  sul  pavimento,  con le mani e con i
    piedi;  e si rotolavano,  simili a grandi  scarabei.  Amalia  Solofra,
    ritta  sopra una sedia,  con alte le braccia ignude,  rosse ai gomiti,
    agitava un tamburello.  Sotto di lei una coppia saltava  alla  maniera
    rustica, gittando brevi gridi; e un gruppo di giovani stava a guardare
    con gli occhi levati,  un poco ebri di desio.  Di tanto in tanto dalla
    sala inferiore  giungeva  la  voce  di  Don  Ferdinando  Giordano  che
    comandava le quadriglie con gran bravura:
    - "Balanz! Turdem! Rondagsce"!
    A  poco  a poco la tavola di Violetta Kutuf diveniva amplissima.  Don
    Nereo Pica,  Don Sebastiano Pica,  Don Grisostomo Troilo,  altri della
    corte ussoriana,  sopraggiunsero;  poi anche Don Cirillo d'Amelio, Don
    Camillo d'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'in torno stavano
    a guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano.  Di tanto
    in  tanto,  dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche;  e,  di
    tanto in  tanto,  saltava  un  turacciolo  e  le  spume  del  vino  si
    riversavano.
    Don  Giovanni amava spruzzare i convitati,  specialmente i calvi,  per
    far ridere Violetta.  I  parassiti  levavano  le  facce  arrossite;  e
    sorridevano,  ancora  masticando,  al  "principale",  sotto la pioggia
    nivea.  Ma Don Antonio Brattella s'impermal  e  fece  per  andarsene.
    Tutti gli altri,  contro di lui, misero un clamore basso che pareva un
    abbaiamento.
    Violetta disse:
    - Restate.
    Don Antonio rest. Poi fece un brindisi poetico in quinarii.
    Don Federico Sicoli,  mezzo ebro,  fece anche un brindisi a gloria  di
    Violetta e di Don Giovanni,  in cui si parlava persino di "sacre tede"
    e di "felice imene".  Egli declam a voce alta.  Era un uomo  lungo  e
    smilzo  e  verdognolo  come  un  cero.  Viveva  componendo epitalami e
    strofette  per  gli  onomastici  e   laudizioni   per   le   festivit
    ecclesiastiche.  Ora,  nell'ebriet,  le rime gli uscivano dalla bocca
    senza ordine,  vecchie rime e  nuove.  A  un  certo  punto  egli,  non
    reggendosi su le gambe,  si pieg come un cero ammollito dal calore; e
    tacque.
    Violetta Kutuf si diffondeva in risa.  La gente  accalcavasi  intorno
    alla tavola, come ad uno spettacolo.
    - Andiamo - disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera
    e il cappuccio.
    Don Giovanni,  al culmine dell'entusiasmo amoroso, tutto invermigliato
    e sudante, porse il braccio.  I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e
    si levarono confusamente, dietro la coppia.


    4.
    Pochi giorni dopo, Violetta Kutuf abitava un appartamento in una casa
    di Don Giovanni,  su la piazza comunale;  e una gran diceria correva a
    Pescara. La compagnia dei cantatori part, senza la contessa d'Amalfi,
    per  Brindisi.   Nella  grave  quiete  quaresimale,   i  Pescaresi  si
    dilettarono  della mormorazione e della calunnia,  modestamente.  Ogni
    giorno una novella nuova faceva il giro della  citt,  e  ogni  giorno
    dalla fantasia popolare sorgeva una favola.
    La casa di Violetta Kutuf stava proprio dalla parte di Sant'Agostino,
    in contro al palazzo di Brina,  accosto al palazzo di Memma.  Tutte le
    sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.
    Violetta riceveva i visitatori  in  una  stanza  tappezzata  di  carta
    francese  su  cui  erano  francescamente  rappresentati  taluni  fatti
    mitologici.  Due canterali panciuti del Settecento  occupavano  i  due
    lati  del  caminetto.  Un  canap  giallo  stendevasi  lungo la parete
    opposta, tra due portiere di stoffa simile. Sul caminetto s'alzava una
    Venere di gesso,  una piccola Venere de' Medici,  tra  due  candelabri
    dorati.  Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un gruppo di
    fiori artificiali sotto una  campana  di  cristallo,  un  canestro  di
    frutta  di  cera,  una casetta svizzera di legno,  un blocco d'allume,
    alcune conchiglie, una noce di cocco.
    Da prima i signori avevano esitato,  per una specie  di  pudicizia,  a
    salire le scale della cantatrice.  Poi,  a poco a poco,  avevano vinta
    ogni esitazione.
    Anche gli uomini pi gravi facevano di tanto in tanto la loro comparsa
    nel salotto di Violetta Kutuf,  anche gli uomini di  famiglia;  e  ci
    andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero a
    commettere una piccola infedelt alle mogli loro, come se andassero in
    un luogo di dolce perdizione e di peccato.  Si univano in due, in tre;
    formavano leghe,  per maggior sicurezza e per giustificarsi;  ridevano
    tra  loro e si spingevano i gomiti a vicenda per incoraggiamento.  Poi
    la luce delle finestre e i suoni  del  pianoforte  e  il  canto  della
    contessa  d'Amalfi  e le voci e gli applausi degli altri visitatori li
    inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il
    busto e la testa;  con  un  moto  giovanile;  salivano  risolutamente,
    pensavano che infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni
    del piacere.
    Ma  i  ricevimenti  di Violetta avevano un'aria di grande convenienza,
    erano quasi cerimoniosi.  Violetta accoglieva con gentilezza  i  nuovi
    venuti  ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii.  I nuovi venuti
    rimanevano un po' attoniti,  non sapevano come muoversi,  dove sedere,
    che  dire.  La  conversazione  si  versava  sul  tempo,  su le notizie
    politiche,  su  la  materia  delle  prediche  quaresimali,   su  altri
    argomenti  volgari  e tediosi.  Don Giuseppe Postiglione parlava della
    candidatura del principe prussiano Hohenzollern al  trono  di  Spagna;
    Don   Antonio  Brattella  amava  talvolta  discutere  dell'immortalit
    dell'anima e d'altre cose edificanti.  La dottrina dell'Areopagita era
    grandissima.   Egli  parlava  lento  e  rotondo,  di  tanto  in  tanto
    pronunziando rapidamente una parola difficile  e  mangiandosi  qualche
    sillaba.   Secondo  la  cronaca  veridica,  una  sera,  prendendo  una
    bacchetta  e  piegandola,  disse:  -  Com'  "flebile"!   -  per  dire
    flessibile;  un'altra  sera,  indicando  il palato e scusandosi di non
    potere suonare  il  flauto,  disse:  -  Mi  s'  infiammata  tutta  la
    "platea"!  - e un'altra sera,  indicando l'orificio di un vaso,  disse
    che, perch i fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di
    qualche materia dolce tutta l'"oreficeria" del bicchiere.
    Di tratto in tratto,  Don  Paolo  Seccia,  spirito  incredulo,  udendo
    raccontare fatti troppo singolari, saltava su:
    - Ma, Don Ant, voi che dite?
    Don Antonio assicurava, con una mano sul cuore:
    - Testimone "oculista"! Testimone "oculista"!
    Una  sera  egli  venne,  camminando a fatica;  e piano piano si mise a
    sedere: aveva un reuma "lungo il reno".  Un'altra sera venne,  con  la
    guancia  destra  un  po'  illividita: era caduto "di soppiatto",  cio
    aveva sdrucciolato battendo la guancia sul suolo.
    - Come mai, Don Ant? - chiese qualcuno.
    - Eh guardate! Ho perfino un "impegno" rotto - egli rispose, indicando
    il tomaio che nel  dialetto  nativo  si  chiama  "'mbgna",  come  nel
    proverbio "Senza 'mbigna, nen ze mand la scarpe".
    Questi erano i belli ragionari di quella gente.  Don Giovanni Ussorio,
    presente sempre, aveva delle arie padronali;  ogni tanto si avvicinava
    a Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarit,
    per ostentazione.
    Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in Cui Don Grisostomo Troilo
    si  soffiava  il  naso  e  Don Federico Sicoli tossiva come un macacco
    tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.
    La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i  suoi  trionfi  di
    Corf,  di  Ancona,  di  Bari.  Ella  a  poco  a poco si eccitava,  si
    abbandonava tutta alla fantasia;  con reticenze discrete,  parlava  di
    amori principeschi,  di favori reali, di avventure romantiche, evocava
    tutti i suoi tumultuarii ricordi di  letture  fatte  in  altro  tempo:
    confidava  largamente nella credulit degli ascoltatori.  Don Giovanni
    in quei momenti le teneva  addosso  gli  occhi  pieni  d'inquietudine,
    quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e
    confusa apparenza di gelosia.
    Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo.
    Di nuovo, la conversazione languiva.
    Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano,
    con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.
    Poi sorgeva l'Areopagita,  col flauto. Una malinconia immensa prendeva
    gli uditori,  a quel suono,  uno sfinimento dell'anima  e  del  corpo.
    Tutti stavano col capo basso,  quasi chino sul petto, in attitudini di
    sofferenza.
    In ultimo, tutti uscivano l'uno dietro l'altro.  Come avevano presa la
    mano  di  Violetta,  un po' di profumo,  d'un forte profumo muschiato,
    restava loro nelle dita;  e n'erano turbati  alquanto.  Allora,  nella
    via,  si  riunivano  in  crocchio,  tenevano  discorsi  libertini,  si
    rinfocolavano,   cercavano  d'imaginare   le   occulte   forme   della
    cantatrice;  abbassavano la voce o tacevano, se qualcuno s'appressava.
    Pianamente se ne andavano sotto il palazzo di Brina,  dall'altra parte
    della  piazza.  E si mettevano a spiare le finestre di Violetta ancora
    illuminate.  Su i vetri passavano ombre indistinte.  A un certo punto,
    il  lume  spariva,  attraversava  due  o  tre  stanze;  e  si  fermava
    nell'ultima,  illuminando l'ultima  finestra.  Dopo  poco  una  figura
    veniva  innanzi  a  chiudere  le  imposte.  E  i riguardanti credevano
    riconoscere  la  figura  di  Don  Giovanni.   Seguitavano   ancora   a
    discorrere,  sotto  le stelle;  e di tanto in tanto ridevano,  dandosi
    piccole spinte a vicenda, gesticolando.  Don Antonio Brattella,  forse
    per effetto della luce d'un lampione comunale,  pareva di color verde.
    I parassiti,  a poco a poco,  nel discorso,  cacciavan fuori una certa
    animosit  contro  la  cantatrice che spiumava con tanto garbo il loro
    anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero pericolo.  Gi
    Don Giovanni era pi parco d'inviti.
    Bisognava aprire gli occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!... Puah!
    Ella  sarebbe  stata  capace  di  farsi  sposare.  Come  no?  E poi lo
    scandalo...
    Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:
    - E' vero! E' vero! Bisogna pensarci.
    Don  Nereo  Pica,  la  faina,  proponeva  qualche  mezzo,   escogitava
    stratagemmi,  egli uomo pio,  abituato alle secrete e laboriose guerre
    della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.
    Cos quei mormoratori s'intrattenevano a lungo;  e i  discorsi  grassi
    ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, gli alberi
    del  giardino  pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture,
    dinanzi a loro: e pei vicoli vicini  si  vedevano  sparire  figure  di
    meretrici discinte.


    5.
    Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputo da Rosa Catana la
    partenza  di  Violetta Kutuf,  rientr nella casa vedovile e sent il
    suo pappagallo modulare l'aria della farfalla e dell'ape,  fu preso da
    un nuovo e pi profondo sgomento.
    Nell'andito,  tutto candido,  entrava una zona di sole.  A traverso il
    cancello  di  ferro  si  vedeva  il  giardino  tranquillo,   pieno  di
    eliotropii.  Un  servo  dormiva  sopra  una stuoia,  co 'l cappello di
    paglia su la faccia.
    Don Giovanni non risvegli il servo. Sal con fatica le scale, tenendo
    gli occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando:
    - Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!
    Giunto alla sua stanza,  si gett sul letto,  con la  bocca  contro  i
    guanciali;  e ricominci a singhiozzare.  Poi si sollev.  Il silenzio
    era  grande.  Gli  alberi  del  giardino,  alti  sino  alla  finestra,
    ondeggiavano  appena,  nella  quiete dell'ora.  Nulla di straordinario
    avevano le cose in torno. Egli quasi n'ebbe meraviglia.
    Si mise a pensare.  Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini,  i
    gesti,  le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli
    appariva chiara,  come se fosse presente.  Ad ogni ricordo,  il dolore
    cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occup il cervello.
    Egli rimase a sedere sul letto,  quasi immobile,  con gli occhi rossi,
    con le tempie tutte  annerite  dalla  tintura  dei  capelli  mista  al
    sudore,  con  la  faccia  solcata  da  rughe  diventate  pi  profonde
    all'improvviso,  invecchiato di  dieci  anni  in  un'ora;  ridevole  e
    miserevole.
    Venne  Don Grisostomo Troilo,  che aveva saputo la novella;  ed entr.
    Era un uomo d'et,  di piccola  statura,  con  una  faccia  rotonda  e
    gonfia, d'onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati,
    simili a due aculei. Disse:
    - B, Giov, che  questo?
    Don Giovanni non rispose;  ma scosse le spalle come per rifiutare ogni
    conforto.  Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo  amorevolmente,
    con unzione, senza parlare di Violetta Kutuf.
    Sopraggiunse  Don  Cirillo  d'Amelio  con Don Nereo Pica.  Tutt'e due,
    entrando, avevano quasi un'aria trionfante.
    - Hai visto? Hai visto? Giov? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!
    Essi avevano ambedue una voce nasale e una  cadenza  acquistata  nella
    consuetudine  del  cantare  su  l'organo,  poich  appartenevano  alla
    Congregazione del Santissimo Sacramento.  Cominciarono a  imperversare
    contro  Violetta,  senza misericordia.  Ella faceva questo,  questo e
    quest'altro.
    Don Giovanni,  straziato,  tentava di tanto  in  tanto  un  gesto  per
    interrompere,  per  non  udire quelle vergogne.  Ma i due seguitavano.
    Sopraggiunsero anche Don Pasquale  Virgilio,  Don  Pompeo  Nervi,  Don
    Federico Sicoli,  Don Tito de Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme.
    Essi, cos collegati, diventavano feroci.  Violetta Kutuf s'era data
    a Tizio, a Caio, a Sempronio... Sicuro! Sicuro!
    Esponevano particolarit precise, luoghi precisi.
    Ora  Don  Giovanni ascoltava,  con gli occhi accesi,  avido di sapere,
    invaso da una curiosit terribile.  Quelle  rivelazioni,  in  vece  di
    disgustarlo,  alimentavano  in  lui  la brama.  Violetta gli parve pi
    desiderabile, ancora pi bella; ed egli si sent mordere dentro da una
    gelosia furiosa che si confondeva col dolore.  Subitamente,  la  donna
    gli apparve nel ricordo arteggiata ad una posa molle.  Egli pi non la
    vide se non  in  quell'atto.  Quell'imagine  permanente  gli  dava  le
    vertigini.  Oh Dio!  Oh Dio! Oh! Oh! Egli ricominci a singhiozzare. I
    presenti si guardarono in volto e contennero il riso.  In  verit,  il
    dolore di quell'uomo pingue calvo e deforme aveva una espressione cos
    ridicola che non pareva reale.
    - Andatevene ora! - balbett tra le lacrime Don Giovanni.
    Don Grisostomo Troilo diede l'esempio.  Gli altri seguirono.  E per le
    scale cicalavano.
    Come venne la sera, l'abbandonato si sollev, a poco a poco.  Una voce
    feminile chiese all'uscio:
    - E' permesso, Don Giovanni?
    Egli  riconobbe  Rosa  Catana e prov d'un tratto una gioia istintiva.
    Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.
    Egli disse:
    - Vieni! Vieni!
    La fece sedere accanto a s,  la fece parlare,  l'interrog  in  mille
    modi.  Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in
    cui egli per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le
    prese le mani.
    - Tu la pettinavi;  vero?
    Le accarezz le mani ruvide,  chiudendo gli occhi,  co 'l cervello  un
    po' svanito,  pensando all'abbondante capellatura disciolta che quelle
    mani avevano tante volte toccata.  Rosa,  da prima,  non  comprendeva;
    credeva  a qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni,  e ritirava le
    mani mollemente,  dicendo qualche  parola  ambigua,  ridendo.  Ma  Don
    Giovanni mormor:
    - No,  no!... Zitta! Tu la pettinavi;  vero? Tu la mettevi nel bagno;
     vero?
    Egli si mise a baciare le mani di Rosa,  quelle mani che  pettinavano,
    che lavavano,  che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva
    versi cos strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa.  Ma  ella
    finalmente comprese;  e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in
    seriet,  calcol tutti i vantaggi ch'ella avrebbe potuto trarre dalla
    melensa commedia di Don Giovanni.
    E fu docile;  si lasci accarezzare;  si lasci chiamare Violetta;  si
    serv di tutta l'esperienza acquistata guardando dal buco della chiave
    ed origliando tante volte all'uscio  della  padrona;  cerc  anche  di
    rendere la voce pi dolce.
    Nella  stanza  ci  si vedeva appena.  Dalla finestra aperta entrava un
    chiarore roseo; e gli alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai
    pantani dell'Arsenale giungeva  il  gracidare  lungo  delle  rane.  Il
    romoro delle strade cittadine era indistinto.
    Don Giovanni attir la donna su le sue ginocchia;  e,  tutto smarrito,
    come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille
    leziosaggini puerili,  pargoleggiava,  senza fine,  accostando la  sua
    faccia a quella di lei.
    - Violettuccia bella!  Coc mio! Non te ne vai, Coc!... Se te ne vai,
    Nin tuo muore. Povero Nin!... Baubaubaubauuu!
    E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice.
    E Rosa Catana,  paziente,  gli rendeva le piccole carezze,  come a  un
    bambino  malaticcio  e  viziato;  gli prendeva la testa e se la teneva
    contro la spalla;  gli baciava  gli  occhi  gonfi  e  lagrimanti;  gli
    palpava il cranio calvo; gli ravviava i capelli untuosi.


    6.
    Cos  Rosa  Catana  a  poco  a poco guadagn l'eredita di Don Giovanni
    Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisa.









    La morte del duca d'Ofena.

    1.
    Quando giunse di lontano il primo clamor confuso della ribellione, Don
    Filippo Cassura apr subitamente  le  palpebre  che  per  solito  gli
    pesavano su gli occhi, infiammate agli orli e arrovesciate come quelle
    de' piloti che navigano per mari ventosi.
    - Hai sentito?  - chiese al Mazzagrogna che gli stava da presso.  E il
    tremito della voce tradiva lo sbigottimento interiore.
    Rispose il maggiordomo, sorridendo:
    - Non  abbiate  paura,  Eccellenza.  Oggi    San  Pietro.  Cantano  i
    mietitori.
    Il  vecchio  stette  un poco in ascolto,  poggiato sul gomito,  con lo
    sguardo ai  balconi.  Le  cortine  ondeggiavano  ai  soffi  caldi  del
    libeccio.  Le  rondini  a stormi passavano e ripassavano,  rapide come
    frecce, nell'aria ardentissima.
    Tutti i tetti delle case sottostanti fiammeggiavano,  quali rossastri,
    quali  grigi.  Oltre  i  tetti  si  distendeva  la campagna immensa ed
    opulenta, quasi tutta d'oro in tempo di mietitura.
    Di nuovo chiese il vecchio:
    - Ma, Giovanni, hai sentito?
    Giungevano,  infatti,  clamori che non parevano di  gioia.  Il  vento,
    rafforzandoli  a intervalli e spegnendoli o mescendoli al suo fischio,
    li rendeva pi singolari.
    - Non ci badate,  Eccellenza - rispose il Mazzagrogna.  - Gli  orecchi
    v'ingannano. State quieto.
    Ed egli si lev per andare verso uno dei balconi.
    Era  un  uomo  tarchiato,  con  le gambe in arco,  con le mani enormi,
    coperte di peli sul dorso, bestiali.  Aveva gli occhi un poco obliqui,
    biancastri  come  quelli  degli  albini,  tutta  la  faccia  sparsa di
    lentiggini, pochi capelli rossi su le tempie, e l'occipite occupato da
    certe escrescenze dure e scure in forma di castagne.
    Rimase in piedi alquanto,  fra le due cortine che si  gonfiavano  come
    due vele, a investigare il piano sottoposto. Un alto polvero levavasi
    dalla  strada della Fara,  come per passaggio di greggi numerose;  e i
    folti nugoli,  gonfiati dal vento,  crescevano in forma di trombe.  Di
    tratto in tratto, anche, i nugoli balenavano come se chiudessero gente
    armata.
    - Ebbene? - chiese Don Filippo, inquieto.
    -  Nulla - rispose il Mazzagrogna;  ma aveva le sopracciglia corrugate
    profondamente.
    Di nuovo,  il soffio impetuoso port un tumulto di grida lontane.  Una
    cortina,  sforzata dall'urto, si mise a sbattere e a garrire nell'aria
    come un gonfalone spiegato.  Una porta  si  chiuse  d'improvviso,  con
    violenza  e con fragore.  I vetri ne tremarono.  Le carte,  accumulate
    sopra una tavola, si sparpagliarono per tutta la stanza.
    - Chiudi! Chiudi!  - grid il vecchio,  con un moto di terrore.  - Mio
    figlio dov'?
    Egli ansava, sul letto, affogato dalla pinguedine, incapace di levarsi
    poich  aveva  tutta  la  inferior  parte  del  corpo  impedita  dalla
    paralisa.  Un continuo tremor paralitico gli agitava  i  muscoli  del
    collo,  i  gomiti,  le  ginocchia.  Le sue mani posavano sul lenzuolo,
    contorte e  nodose  come  le  radiche  dei  vecchi  olivi.  Un  sudore
    abondante gli stillava dalla fronte e dal cranio calvo,  rigandogli la
    larga faccia che era  d'un  color  roseo  disfatto,  sottilissimamente
    venato di vermiglio come la milza dei buoi.
    -  Diavolo!  - mormor fra i denti il Mazzagrogna,  mentre chiudeva le
    imposte a viva forza. - Fanno davvero?
    Ora si scorgeva  su  la  strada  della  Fara,  alle  prime  case,  una
    moltitudine  d'uomini  agitata  e  ondeggiante,  come  un rigurgito di
    flutti, che dava indizio di un'altra maggior moltitudine non visibile,
    nascosta dalla linea dei tetti e dalle querci di San Pio.  La  legione
    ausiliaria delle campagne veniva dunque ad ingrossar la ribellione.  A
    poco a poco la folla diminuiva,  internandosi nelle vie  del  paese  e
    scomparendo  come  un popolo di formiche nei labirinti d'un formicaio.
    Le grida,  soffocate dalle mura o ripercosse,  giungevano ora come  un
    rombo continuo,  indistinte.  A volte mancavano;  e allora si udiva il
    grande stormire degli elci dinanzi al palazzo che pareva pi solo.
    - Mio figlio dov'? - chiese di nuovo il vecchio,  con una voce che lo
    sbigottimento rendeva pi stridula. - Chiamalo! Lo voglio vedere.
    Tremava forte,  sul letto, non soltanto perch egli era paralitico, ma
    perch aveva paura.  Ai primi moti sediziosi del giorno innanzi,  agli
    urli  d'un  centinaio  di  giovinastri  venuti  a schiamazzare sotto i
    balconi contro la pi recente angheria  del  duca  d'Ofena,  egli  era
    stato  preso  da  una  cos  pazza  paura  che  aveva  pianto come una
    femminetta ed aveva passata la notte invocando i santi  del  Paradiso.
    Il  pensiero  della  morte o del pericolo dava un indicibile terrore a
    quel vecchio paralitico,  gi semispento,  in cui  gli  ultimi  guizzi
    della vita eran si dolorosi. Egli non voleva morire.
    -  Luigi!  Luigi!  -  si mise a gridare,  nell'ambascia,  chiamando il
    figliuolo.
    Tutto il palazzo era pieno dell'acuto tintinno de' vetri all'urto del
    vento.
    Di tratto in tratto si udiva il rimbombo d'un uscio sbattuto,  o suono
    di passi precipitati e di voci brevi.
    - Luigi!


    2.
    Il  duca  accorse.  Egli  era  un  poco  pallido e concitato,  se bene
    cercasse di dominarsi. Alto di statura e robusto, aveva la barba ancor
    tutta nera su le mascelle assai grosse;  la bocca tumida e  imperiosa,
    piena  d'un  soffio  veemente;  gli  occhi  torbidi e voraci;  il naso
    grande, palpitante, sparso di rossore.
    - Ebbene?  - chiese Don Filippo,  ansando con tal rantolo  che  pareva
    dovesse soffocarlo.
    - Non temete,  padre;  ci sono io - rispose il duca,  appressandosi al
    letto, cercando di sorridere.
    Il Mazzagrogna stava in piedi, dinanzi a uno dei balconi, guardando di
    fuori, intento. Non giungevano pi grida; non si vedeva pi alcuno. Il
    sole declinava dal cielo puro,  simile a un cerchio roseo  di  fiamma,
    che  pi  s'ingrandiva  e  pi s'accendeva nel raggiungere le cime dei
    colli. Tutta la campagna pareva ardere;  e pareva che il garbino fosse
    l'alito  dell'incendio.  Il  primo  quarto della luna saliva di tra le
    macchie di  Lisci.  Poggio  Rivelli,  Ricciano,  Rocca  di  Forca,  in
    lontananza,  mandavano lampi dai vetri delle finestre e a tratti suono
    di campane. Qualche fuoco incominciava a brillare qua e l.  Il calore
    toglieva il respiro.
    - Questo - disse il duca d'Ofena con quella sua voce rauca e dura - ci
    viene dagli Scioli. Ma...
    E fece un gran gesto di minaccia. Poi s'accost al Mazzagrogna.
    Egli  era  inquieto  per  Carletto  Grua  che  non  si  vedeva ancora.
    Passeggi in lungo e in largo nella  stanza,  con  un  passo  pesante.
    Stacc  da  una  panoplia  due  lunghe  pistole d'arcione e le esamin
    attentamente.  Il padre seguiva ogni atto di lui con  occhi  dilatati;
    ansava come un giumento in agonia;  di tratto in tratto scoteva con le
    mani deformi il lenzuolo, per aver refrigerio. Domand due o tre volte
    al Mazzagrogna:
    - Che si vede?
    D'improvviso il Mazzagrogna esclam:
    - Ecco Carletto che vien su correndo, con Gennaro.
    Si udirono,  in fatti,  colpi furiosi alla porta  grande.  Poco  dopo,
    Carletto  e  il  servo  entrarono nella stanza,  pallidi,  sbigottiti,
    macchiati di sangue, coperti di polvere.
    Il duca, vedendo Carletto, gett un grido. Lo prese fra le braccia, si
    mise a tastarlo in tutto il corpo per trovare la ferita.
    - Che t'hanno fatto? D, che t'hanno fatto?
    Il giovine piangeva, come una donna.
    - Qui - disse fra i singhiozzi.  Abbass la testa e mostr su la  nuca
    alcune ciocche di capelli attaccate insieme dal sangue rappreso.
    Il  duca  mise  le  dita fra i capelli delicatamente,  per iscoprir la
    ferita.  Egli amava d'un tristo amore Carletto Grua;  ed aveva per lui
    le cure d'un amante.
    - Ti fa dolore? - gli chiese.
    Il  giovine  singhiozz pi forte.  Egli era esile come una fanciulla;
    aveva un volto femineo, a pena a pena ombrato d'una lanugine bionda; i
    capelli alquanto lunghi,  bellissima la bocca,  e la voce  acuta  come
    quella  degli  evirati.  Era un orfano,  figliuolo d'un confettiere di
    Benevento. Faceva da valletto al duca.
    - Ora verranno! - disse, con un tremito per tutta la persona, volgendo
    gli occhi pieni di lacrime al balcone d'onde ora di nuovo giungevano i
    clamori, pi alti e pi terribili.
    Il servo, che aveva una ferita profonda su la spalla destra e tutto il
    braccio intriso di sangue fino al gomito,  raccontava balbettando come
    ambedue  fossero  stati  rincorsi  dalla  folla inferocita;  quando il
    Mazzagrogna, ch'era rimasto sempre a spiare, grid:
    - Eccoli! Vengono al palazzo. Sono armati.
    Don Luigi, lasciando Carletto corse a vedere.


    3.
    La moltitudine, in fatti,  irrompeva su per l'ampia salita,  urlando e
    scotendo nell'aria armi ed arnesi,  con una tal furia concorde che non
    pareva un adunamento di singoli uomini  ma  la  coerente  massa  d'una
    qualche  cieca  materia sospinta da una irresistibile forza.  In pochi
    minuti fu sotto al palazzo,  si allung intorno come un gran  serpente
    di molte spire,  e chiuse in un denso cerchio tutto l'edifizio. Taluni
    dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi,  come fiaccole,  che
    gittavano su i volti una luce mobile e rossastra,  schizzavano faville
    e schegge ardenti, mettevano un crepito sonoro.  Altri,  in un gruppo
    compatto,  sostenevano un'antenna, alla cui cima penzolava un cadavere
    umano.  Minacciavano la  morte  coi  gesti  e  con  le  voci.  Tra  le
    contumelie ripetevano un nome:
    - Cassura! Cassura!
    Il duca d'Ofena si morse le mani, quando riconobbe in cima all'antenna
    il corpo mutilato di Vincenzio Murro,  del messo ch'egli aveva spedito
    nella notte a chieder soccorso di gente d'arme.  Addit l'impiccato  a
    Mazzagrogna, il quale disse a bassa voce:
    - E finita!
    Ma  l'ud  Don Filippo,  e cominci a fare un lagno cos accorante che
    tutti si sentirono stringere il cuore e mancare gli spiriti.
    I servi si accalcavano su le soglie,  smorti in faccia,  tenuti  dalla
    vilt.
    Alcuni  lacrimavano,  altri  invocavano  un santo,  altri pensavano al
    tradimento.  - Se,  consegnando il padrone al popolo,  avessero potuto
    aver salva la vita?  - Cinque o sei, meno pusillanimi, tenevano perci
    consiglio e si eccitavano a vicenda.
    - Al balcone!  Al balcone!  - gridava il  popolo,  tempestando.  -  Al
    balcone!
    Ora il duca d'Ofena parlava sommesso col Mazzagrogna, in disparte.
    Volgendosi a Don Filippo, disse:
    - Mettetevi nella sedia, padre. Sar meglio.
    Ci  fu  tra  i  servi  un leggero mormoro.  Due si fecero innanzi per
    aiutare il paralitico a discendere dal letto. Altri due accostarono la
    sedia che scorreva su piccole ruote. L'operazione fu penosa.
    Il vecchio corpulento ansava e si lamentava  forte,  premendo  con  le
    braccia  il  collo  dei  servi  che  lo  sostenevano.  Egli  era tutto
    grondante;  e la stanza,  essendo chiuse le imposte,  era ormai  piena
    dell'insoffribile odore.  Com'egli fu nella sedia, i suoi piedi con un
    moto ritmico  presero  a  percuotere  il  pavimento.  Il  gran  ventre
    tremolava floscio su le ginocchia, simile a un otre mezzo vuoto.
    Allora il duca disse al Mazzagrogna:
    - Giovanni, a te!
    E quegli, con un gesto risoluto, apr le imposte ed usc sul balcone.


    4.
    Un urlo immenso l'accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti
    vennero  l sotto a radunarsi.  Il chiarore illuminava i volti animati
    dalla bramosa della strage,  l'acciaro degli schioppi,  i ferri delle
    scuri.  I  portatori  di  fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di
    farina,  per difendersi dalle faville;  e tra quel bianco i loro occhi
    sanguigni  brillavano  singolarmente.  Il  fumo nero saliva nell'aria,
    disperdendosi rapido.  Tutte le fiamme si allungavano  da  una  banda,
    spinte dal vento,  sibilanti, come capellature infernali. Le canne pi
    sottili e pi secche si accendevano, si torcevano,  rosseggiavano,  si
    spezzavano,  scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era una vista
    allegra.
    - Mazzagrogna! Mazzagrogna! A morte il ruffiano! A morte il guercio! -
    gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar pi da vicino l'insulto.
    Il Mazzagrogna stese una mano,  come per sedare  i  clamori;  raccolse
    tutta  la  potenza  vocale;  e  incominci  col  nome  del  Re,  quasi
    promulgasse una legge, per incutere al popolo il rispetto.
    - In nome di S. M. Ferdinando Secondo, per la grazia di Dio,  Re delle
    Due Sicilie, di Gerusalemme...
    - A morte il ladro!
    Due,  tre  schioppettate  risonarono  fra  le grida;  e l'arringatore,
    colpito al petto e alla fronte, vacill, agit in alto le mani e cadde
    in avanti.  Nel cadere,  la testa entr fra l'un ferro e l'altro della
    ringhiera e penzol di fuori come una zucca.  Il sangue gocciolava sul
    terreno sottostante.
    Il caso rallegr il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle.
    Allora i portatori  dell'antenna  con  l'impiccato  vennero  sotto  il
    balcone e accostarono Vincenzio Murro al maggiordomo. Mentre l'antenna
    oscillava nell'aria, il popolo stava intento al congiungimento dei due
    morti,  quasi  ammutolito.  Un poeta improvviso,  alludendo all'occhio
    albino  del  Mazzagrogna  e  a  quello  cisposo  del  messo,  gitt  a
    squarciagola un sospetto:

    "Affccet' a issa fenestre, ucchie fritte,
    Ca t' mmenuti a ccand 'lu scacazzte".

    Un  vasto scroscio di risa accolse lo scherno del poeta;  e le risa si
    propagarono di bocca in bocca,  come un tuono d'acque cadenti gi  pe'
    sassi d'una china.
    Un poeta rivale grid:

    "Vide che ssrt' ha da 'v 'ssu cecte!
    S'affranghe de chiude' l'ucchie quando se mre".

    Le risa si rinnovellarono.
    Un terzo grid:

    "O faccia de cecria mmle ctte!
    Tente lu chelre de la morte"!

    Altri  distici volarono al Mazzagrogna.  Una gioia feroce aveva invaso
    gli animi.  La vista e l'odore del sangue inebriavano  i  pi  vicini.
    Tommaso  di  Beffi  e  Rocco  Furci vennero a contesa di destrezza nel
    colpire con una sassata il cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo. A
    ogni colpo il cranio si moveva e dava sangue. La pietra di Rocco Furci
    alla fine colp nel mezzo,  levando un  suono  secco.  Gli  spettatori
    applaudirono. Ma erano sazii omai del Mazzagrogna.
    Di nuovo sorse il grido:
    - Cassura! Cassura! Il duca! A morte!
    Fabrizio   e   Ferdinandino  Scioli  s'insinuavano  tra  la  folla  ed
    istigavano i facinorosi.  Una terribile sassaiuola si lev  contro  le
    finestre del palazzo, fitta come una grandine, mista di schioppettate.
    I  vetri  cadevano  addosso  agli assalitori.  Le pietre rimbalzavano.
    Rimasero feriti non pochi dei circostanti.
    Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli grid:
    - A terra le porte!
    E il grido,  ripetuto da tante bocche,  tolse  al  duca  d'Ofena  ogni
    speranza di salvezza.


    5.
    Nessuno  aveva  osato  di  richiudere  il  balcone  dov'era  caduto il
    Mazzagrogna. Il cadavere giaceva in un'attitudine scomposta.  Poich i
    ribelli,  per  essere  liberi,  avevan  lasciata  l'antenna  contro la
    ringhiera,  anche il corpo sanguinoso del messo,  a cui qualche membro
    era  stato  reciso  con  la  scure,  scorgevasi  a traverso le cortine
    gonfiate dal vento.  La sera era profonda.  Le stelle  riscintillavano
    senza fine. Qualche stoppia bruciava in lontananza.
    Udendo  i colpi contro le porte,  il duca d'Ofena volle ancora tentare
    una prova.  Don Filippo,  istupidito dal  terrore,  teneva  gli  occhi
    chiusi;  non  parlava pi.  Carletto Grua,  con la testa fasciata,  si
    rannicchiava tutto in un angolo, battendo i denti nella febbre e nella
    paura, seguendo con i poveri occhi fuori dell'orbita ogni passo,  ogni
    gesto,  ogni moto del suo signore. I servi erano rifugiati quasi tutti
    nelle soffitte. Pochi rimanevano nelle stanze contigue.
    Don Luigi li radun,  li rianim;  li arm di  pistole  o  di  fucile;
    quindi  a ciascuno assegn un posto dietro il davanzale d'una finestra
    o tra le persiane d'un balcone.  Ciascuno doveva tirare su  la  folla,
    con  la  maggior  possibile  celerit  di  colpi,  in silenzio,  senza
    esporsi.
    - Avanti!
    Il fuoco  incominci.  Don  Luigi  sperava  nel  pnico.  Egli  stesso
    caricava e scaricava le sue lunghe pistole con un meraviglioso vigore,
    senza stancarsi.
    Come la moltitudine era densa,  nessun colpo falliva. Le grida, che si
    levavano ad ogni scarica, eccitavano i servi e n'aumentavano l'ardore.
    Gi lo scompiglio invadeva gli ammutinati. Molti fuggivano,  lasciando
    a terra i feriti.
    Allora dal servidorame part un urlo di vittoria:
    - Viva il duca d'Ofena!
    Quelli uomini vili ora s'inbaldanzivano, vedendo le spalle del nemico.
    Non rimanevano pi nascosti,  n pi tiravano alla cieca,  ma si erano
    alzati in piedi, fieramente, e cercavano di colpire nel segno. Ed ogni
    volta che vedevan cadere uno, gittavano l'urlo:
    - Viva il duca!
    In poco,  il palazzo  fu  libero  d'assedio.  D'intorno  i  feriti  si
    lamentavano.  I  residui  delle  canne,  che ancora ardevano al suolo,
    gittavan su' corpi bagliori incerti,  suscitavan riflessi  da  qualche
    pozza di sangue,  o stridevano spegnendosi. Il vento era cresciuto; ed
    investiva  gli  elci  con  alto  stormire.   I  latrati  dei  cani  si
    rispondevano per tutta la valle.
    Inebriati dalla vittoria, grondanti per la fatica, i servi discesero a
    rifocillarsi.  Tutti erano incolumi. Bevevano senza misura, e facevano
    gazzarra.
    Alcuni proclamavano i nomi di quelli che essi  avevan  colpito,  e  ne
    descrivevano  il  modo  della  caduta,  buffonescamente.  I bracchieri
    desumevano le similitudini dalla selvaggina.  Un  cuciniere  si  vant
    d'aver ucciso il terribile Rocco Furci.
    Alimentate dal vino, le millanterie si moltiplicavano.


    6.
    Ora,  mentre  il  duca d'Ofena,  sicuro d'aver per quella notte almeno
    scongiurato  ogni  pericolo,   era  solo  intento   a   custodire   il
    piagnucolante  Carletto,  improvvisi  bagliori  si ripercossero in uno
    specchio e nuovi clamori si levarono tra  il  fischiar  del  libeccio,
    sotto il palazzo.  Al tempo medesimo apparvero quattro o cinque servi,
    che il fumo aveva quasi  soffocati  mentre  dormivano  ubriachi  nelle
    stanze  basse.  Essi  non  avevano  ancora  riacquistati  gli spiriti;
    barcollavano senza poter parlare poich si sentivan la lingua torpida.
    Altri sopraggiunsero.
    - Il fuoco! Il fuoco!
    Tremavano gli uni addossati agli altri,  come una  greggia.  La  vilt
    nativa li occupava novamente. Avevano tutti i sensi ottusi, come in un
    sogno.  Non  sapevano  quel  che dovevano fare.  N ancora la perfetta
    consapevolezza del pericolo li stimolava a cercare uno scampo.
    Sorpreso, il duca dapprima rest perplesso. Ma Carletto Grua,  vedendo
    entrare  il  fumo  e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme
    nel nutrirsi,  si mise a strillare cos acutamente e a far gesti  cos
    forsennati che Don Filippo si dest dal grave sopore in cui era caduto
    e vide la morte.
    La  morte  era  inevitabile.  Il  fuoco,  sotto il costante soffio del
    vento,  propagavasi con una stupenda celerit  per  tutta  la  vecchia
    ossatura dell'edifizio,  divorando ogni cosa,  suscitando da ogni cosa
    vampe mobili, fluide,  canore.  Le vampe correvano lievi su le pareti,
    lambivano le tappezzerie,  esitavano un istante a fior del tessuto, si
    colorivano di tinte mutevoli e  vaghe,  penetravano  nella  trama  con
    mille lingue sottilissime e vibranti, parevano infondere per un attimo
    nelle  figure murali uno spirito,  accendere per un attimo su la bocca
    delle ninfe e delle iddie un riso  non  mai  veduto,  muovere  per  un
    attimo le loro attitudini e i loro gesti immobili.
    Passavan  oltre,  in  fuga  sempre  pi luminosa;  si avvolgevano alle
    suppellettili di legno,  conservando fino all'ultimo  la  loro  forma,
    cos  da  farle  apparire tutte materiate di piropi che d'un tratto si
    disgregavano e s'incenerivano come per incanti.  Le voci  delle  vampe
    erano  innumerevoli;  formavano  un vasto coro,  una profonda armonia,
    come d'una selva dai milioni di foglie,  come d'un organo dai  milioni
    di  canne.  Gi appariva ad intervalli,  nelle aperture fragorose,  il
    cielo puro con le sue corone di stelle.  Omai tutto il palazzo era  in
    potere del fuoco.
    - Salvami!  Salvami!  - grid il vecchio,  tentando invano di sorgere,
    sentendo gi sotto di s sprofondare il pavimento, sentendosi accecare
    dall'implacabile rossore. - Salvami!
    Con uno sforzo supremo giunse a levarsi.  E si  mise  a  correre,  col
    tronco inclinato innanzi, saltellando a piccoli passi incalzanti, come
    spinto  da  un  irresistibile  impulso  progressivo,  agitando le mani
    informi, finch cadde fulminato,  gi preda del fuoco,  sgonfiandosi e
    rappigliandosi come una vescica.
    Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano, e salivan pi
    alto  dell'incendio.  I  servi,  pazzi  di terrore e di dolore,  mezzo
    riarsi,  si precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul
    suolo;  o  mal  vivi,  ed  eran  finiti.  Ad ogni caduta rispondeva un
    maggior clamore.
    - Il duca!  Il  duca!  -  gridavano  i  barbari,  malcontenti,  perch
    volevano veder precipitare il tirannello col suo bagascione.
    - Eccolo! Eccolo! E lui!
    - Gi! Gi! Ti vogliamo!
    - Muori, cane! Muori! Muori! Muori!
    Su la porta grande,  proprio in cospetto del popolo, apparve Don Luigi
    con le vesti in fiamme portando  su  le  spalle  il  corpo  inerte  di
    Carletto  Grua.  Egli aveva tutto il volto bruciato,  irriconoscibile;
    non aveva quasi  pi  capelli,  ne  barba.  Ma  camminava  a  traverso
    l'incendio,  impavido,  non anche morto,  poich valeva a sostener gli
    spiriti quello stesso atroce dolore.
    Da prima il popolo ammutol. Poi di nuovo proruppe in urli e in gesti,
    aspettando con  ferocia  che  la  gran  vittima  venisse  a  spirargli
    dinanzi.
    - Qui, qui, cane! Ti vogliamo veder morire!
    Don Luigi ud, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie. Raccolse tutta
    l'anima in un atto di scherno indescrivibile.  Quindi volt le spalle;
    e disparve per sempre dove pi ruggiva il fuoco.









    Il traghettatore.

    1.
    Donna Laura Albnico stava nel giardino,  sotto la pergola,  prendendo
    il fresco all'ora meridiana.
    La  villa taceva,  tutta bianca,  con le persiane chiuse tra le piante
    degli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi.  Era la
    met  di  giugno;  e  i  profumi  degli aranci e dei limoni fioriti si
    mescolavano  all'odor  delle  rose,  nell'aria  tranquilla.   Le  rose
    crescevano da per tutto,  nel giardino,  con una forza indomabile.  Le
    masse magnifiche si movevano, lungo i viali,  ad ogni soffio di vento,
    coprendo  il  terreno  con  l'abbondanza della loro neve odorante.  In
    certi momenti l'aria,  pregna dell'aroma,  aveva  un  sapore  dolce  e
    possente come quello di un vino prelibato.  Le fontane, invisibili tra
    la verzura, mormoravano.  A tratti,  la cima mobile scintillante degli
    zampilli appariva fuor del fogliame,  scompariva, riappariva, con vari
    giochi;  e alcuni zampilli bassi producevano nei fiori e nelle erbe un
    frusco  e  uno  scompiglio  singolari,  sembrando  bestie vive che vi
    corressero a traverso o vi pascolassero  o  vi  scavassero  tane.  Gli
    uccelli, invisibili, cantavano.
    Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava.
    Ella era una donna gi vecchia.  Aveva il profilo fine e signorile; il
    naso lungo,  lievemente aquilino,  la fronte un po' troppo  ampia,  la
    bocca perfetta, ancora fresca, piena di benignit. I capelli canuti le
    si  piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di
    corona. Doveva essere stata molto bella, nella giovent, ed amabile.
    Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria,  col marito  e
    con  pochi  servi.  Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva
    sopra  un  colle  del  Piemonte,  abituale  soggiorno  estivo;   aveva
    rinunziato al mare, per quella campagna deserta e quasi arida.
    - Ti prego, andiamo a Penti - aveva detto al marito.
    Il  barone  settuagenario  era  rimasto da prima un po' stupefatto,  a
    quello strano desiderio della moglie.
    Perch a Penti? Che s'andava a fare a Penti?
    - Ti prego, andiamo. Per mutare - aveva insistito Donna Laura.
    Il barone, come sempre, s'era lasciato persuadere.
    - Andiamo.
    Ora, Donna Laura custodiva un segreto.
    Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata dalla passione. A
    diciotto anni  aveva  sposato  il  barone  Albnico,  per  ragioni  di
    convenienza  familiare.  Il  barone militava sotto il primo Napoleone,
    con molta prodezza;  egli stava quasi sempre assente dalla  sua  casa,
    poich  seguiva  ovunque  il  volo  delle aquile imperiali.  In una di
    quelle lunghe assenze,  il marchese di Fontanella,  un giovine signore
    che  aveva  moglie e figliuoli,  fu preso d'amore per Donna Laura;  e,
    come egli era bellissimo ed  ardente,  vinse  alfine  ogni  resistenza
    dell'amata.
    Allora  pei  due  amanti  una stagione pass nella felicit pi dolce.
    Essi vivevano nell'oblio di tutte le cose.
    Ma un giorno  Donna  Laura  s'accorse  d'essere  incinta:  pianse,  si
    disper,  rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere,
    come salvarsi.  Per consiglio del suo amico,  part alla  volta  della
    Francia;  si  nascose  in  un piccolo paese della Provenza,  in una di
    quelle terre solate piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma
    dei trovatori.
    Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Gli alberi
    fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie,  ella
    aveva  intervalli  d'una infinita dolcezza.  Passava lunghe ore seduta
    all'ombra, in una specie d'inconsapevolezza, mentre il sentimento vago
    della maternit le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori
    intorno a lei emanavano un profumo acuto: leggere nausee  le  salivano
    alla  gola  e  le  propagavano  per  tutte  le  membra una lassitudine
    immensa. Che giorni indimenticabili!
    E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, il suo
    amico.
    La povera donna soffriva.  Egli le stava  accanto,  pallido  in  viso,
    parlando  poco,  baciandole  spesso  le  mani.  Ella partor di notte.
    Gridava,  fra gli spasimi;  si afferrava convulsamente alla  lettiera:
    credeva  di  morire.  I  primi vagiti dell'infante le scossero l'anima
    dalle radici. Ella,  supina,  con la testa un po' arrovesciata oltre i
    guanciali,  bianca bianca,  senza pi voce, senza pi forza per tenere
    aperte le palpebre, agitava dinanzi a s le mani esangui,  debolmente,
    in  certi  piccoli  movimenti  vaghi,  come fanno talvolta i moribondi
    verso la luce.
    Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco,  nel medesimo letto,
    sotto la medesima coperta,  il bambino.  Era un essere fragile, molle,
    un po' rossiccio,  che vibrava d'una palpitazione incessante,  di  una
    vita palese,  e in cui le forme umane non avevano certezza.  Gli occhi
    stavano ancora chiusi,  un po' gonfi;  e dalla bocca usciva un lamento
    fioco, quasi un miagolo indistinto.
    La  madre,  rapita,  non  si  saziava  di riguardare,  di toccare,  di
    sentirsi su la guancia l'alito filiale.  Dalla  finestra  entrava  una
    luce  bionda e si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mssi.
    Il giorno aveva una  specie  di  santit.  I  canti  del  fromento  si
    avvicendavano, nell'aria quieta.
    Dopo,  il  bambino le fu tolto,  fu nascosto,  fu portato chi sa dove.
    Ella non lo rivide pi.  Ella torn alla sua casa;  e visse col marito
    la  vita  di  tutte  le  donne,  senza  che  nessun  altro avvenimento
    sopraggiungesse a turbarla. Non ebbe altri figliuoli.
    Ma il ricordo,  ma l'adorazione ideale di quella creatura ch'ella  non
    vedeva pi,  ch'ella non sapeva pi dove fosse,  le occuparono l'anima
    per sempre.  Ella non aveva se non quel pensiero;  rammentava tutte le
    minime particolarit di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la
    forma  di  certi alberi che stavano dinanzi alla casa,  la linea d'una
    collina che chiudeva l'orizzonte,  il colore e i disegni  del  tessuto
    che copriva il letto, una macchia nella vlta della stanza, un piccolo
    piatto  figurato  su  cui  le  portavano il bicchiere,  tutto,  tutto,
    chiaramente,  minutamente.  Ad ogni momento il fantasma di quelle cose
    lontane le sorgeva nella memoria,  cos,  senza ordine,  senza legame,
    come nei sogni.  A volte ella ne rimaneva quasi stupita.  Le tornavano
    dinanzi,  precisi e viventi, i volti di certe persone vedute laggi, i
    loro moti, un loro gesto insignificante, una loro attitudine,  un loro
    sguardo. Le pareva di avere negli orecchi il vagito della creatura, di
    toccare  le  mani esilissime,  rosee,  molli,  quelle manine che forse
    erano la sola parte  gi  tutta  formata  perfettamente,  simili  alla
    miniatura d'una mano d'uomo,  con le vene quasi impercettibili, con le
    falangi segnate di pieghe sottili, con le unghie trasparenti,  tenere,
    appena  appena  soffuse  di  viola.  Oh,  quelle mani!  Con che strano
    brivido la madre pensava alla  loro  carezza  inconsapevole!  Come  ne
    sentiva  l'odore,  l'odore  singolare  che  ricorda quello dei colombi
    nella prima piuma!
    Cos Donna Laura,  chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni
    giorno  pi  assumeva le apparenze della vita,  pass gli anni,  molti
    anni,  sino alla vecchiezza.  Tante  volte  aveva  chiesto  all'antico
    amante notizie del figliuolo.
    Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo stato.
    - Ditemi dov', almeno. Vi prego.
    Il  marchese,  temendo un'imprudenza,  si rifiutava.  Ella non doveva
    vederlo.
    Ella non avrebbe  saputo  contenersi.  Il  figlio  avrebbe  indovinato
    tutto;  si  sarebbe  valso del segreto per i suoi fini;  avrebbe forse
    rivelato ogni cosa...
    No, no, ella non doveva vederlo.
    Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d'uomo pratico,  rimaneva
    smarrita.
    Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse cresciuta,  fosse
    gi adulta, fosse gi presso al limitare della vecchiaia. Oramai erano
    passati circa quarant'anni dal giorno della nascita;  eppure ella  nel
    suo pensiero non vedeva se non un bambino, roseo, con gli occhi ancora
    chiusi.
    Ma il marchese di Fontanella venne a morire.
    Quando  Donna  Laura  seppe  la  malattia  del  vecchio,  fu  presa da
    un'angoscia cos penosa che una sera,  non potendo pi resistere  allo
    spasimo,  usc sola,  si diresse verso la casa dell'infermo, perch un
    pensiero tenace la sospingeva,  il pensiero del figlio.  Prima che  il
    vecchio morisse, ella voleva conoscere il segreto.
    Cammin lungo i muri,  tutta raccolta,  come per non farsi vedere.  Le
    strade erano piene di gente;  l'ultimo chiarore  del  tramonto  faceva
    rosee  le  case;  tra  una  casa  e l'altra un giardino appariva tutto
    violaceo di lilla in fiore.  Voli  di  rondini,  rapidi  e  circolari,
    s'intrecciavano  nel  cielo  luminoso.  Frotte  di bambini passavano a
    corsa, con grida e con richiami. Talvolta passava una femmina incinta,
    a braccio del marito;  e l'ombra della sua gonfiezza si disegnava  sul
    muro.
    Donna  Laura  pareva incalzata da tutta quella gioconda vitalit delle
    cose e delle persone. Ella affrettava il passo, fuggiva. Gli splendori
    varii delle vetrine,  delle botteghe aperte,  dei caff le davano agli
    occhi  un  senso  acuto  di  dolore.  A  poco  a  poco  una  specie di
    stordimento le occupava la  testa;  una  specie  di  sbigottimento  le
    prendeva lo spirito.  - Che faceva?  Dove andava?  - In quel disordine
    della coscienza,  le pareva quasi di commettere una colpa,  le  pareva
    che  tutti  la  guardassero,  la  indagassero,  indovinassero  il  suo
    pensiero.
    Ora la citt s'invermigliava agli ultimi rossori del sole.  Qua e  l,
    dentro le cantine, i cori del vino si levavano.
    Come Donna Laura giunse alla porta,  non ebbe forza di entrare.  Pass
    oltre, fece venti passi;  poi ritorn in dietro,  ripass.  Finalmente
    varc la soglia, sal le scale; si ferm, sfinita, nell'anticamera.
    Nella  casa  c'era  quell'animazione  silenziosa  di  cui  i familiari
    circondano il letto dell'infermo.  I domestici camminavano in punta di
    piedi,  portando qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi a bassa
    voce,  nel  corridoio.  Un  signore  calvo,  tutto  vestito  di  nero,
    attravers la sala, s'inchin a Donna Laura, ed usc.
    Donna Laura chiese a un domestico, con la voce ormai ferma:
    - La marchesa?
    Il  domestico indic rispettosamente col gesto un'altra stanza a Donna
    Laura.
    Quindi corse ad annunziare la visita.
    La marchesa apparve.  Era una signora piuttosto pingue,  con i capelli
    grigi.
    Aveva gli occhi pieni di lacrime.  Aperse le braccia all'amica,  senza
    parlare, soffocata da un singulto.
    Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando gli occhi:
    - Si pu vedere?
    Profferite le parole,  strinse le mascelle per  reprimere  un  tremito
    violento.
    La marchesa disse:
    - Vieni.
    Le  due  donne  entrarono  nella stanza dell'infermo.  La luce ivi era
    mite;  l'odore di un farmaco  empiva  l'aria;  gli  oggetti  segnavano
    grandi e strane ombre.  Il marchese di Fontanella,  disteso nel letto,
    pallido,  pieno di rughe,  sorrise a  Donna  Laura,  vedendola.  Disse
    lentamente:
    - Grazie, baronessa.
    E le tese la mano ch'era umidiccia e tiepida.
    Egli  pareva  aver ripreso gli spiriti d'un tratto,  per uno sforzo di
    volont.
    Parl di varie cose, curando le parole, come quando stava sano.
    Ma Donna Laura, all'ombra,  lo fissava con uno sguardo cos ardente di
    supplicazione che egli, indovinando, si volse alla moglie.
    - Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione, come stamattina.
    La marchesa chiese licenza, ed usc senza sospetto. Nel silenzio della
    casa si udirono i passi di lei allontanarsi su i tappeti.
    Allora Donna Laura,  con un moto indescrivibile, si chin sul vecchio,
    gli prese le mani, gli strapp le parole con gli occhi.
    - A Penti... Luca Marino... ha moglie... figli...  una casa...  Non lo
    vedere!
    Non lo vedere!  - balbett il vecchio,  a fatica,  preso da un terrore
    subitaneo che gli dilatava le pupille - A Penti... Luca Marino...  Non
    ti svelare mai!
    Gi la marchesa veniva, con il medicamento.
    Donna  Laura  sedette;   si  contenne.  L'infermo  bevve;  e  i  sorsi
    scendevano nella gola  con  un  gorgoglio,  a  uno  a  uno,  distinti,
    regolari.
    Poi successe un silenzio.  E l'infermo parve preso da sopore: tutta la
    faccia gli si fece pi cava;  ombre  pi  profonde,  quasi  nere,  gli
    occuparono le occhiaie, le guance, le narici, la gola.
    Donna  Laura  si  accomiat  dall'amica;  se  ne and,  trattenendo il
    respiro, pianamente.


    2.
    Tutte queste vicende ripensava la vecchia signora,  sotto la  pergola,
    nel  giardino  tranquillo.  Che  cosa  ora  dunque  la  tratteneva dal
    rivedere il figlio?
    Ella avrebbe avuto  la  forza  di  reprimersi;  ella  non  si  sarebbe
    svelata,  no.  Le bastava di rivederlo,  il figlio suo, quello ch'ella
    aveva tenuto su le braccia un giorno solo, tanti anni a dietro, tanti,
    tanti anni! Era cresciuto? Era grande?  Era bello?  Com'era?  E mentre
    cos  interrogava  s  stessa,  nel  fondo  del  suo  spirito ella non
    giungeva a raffigurarsi l'uomo.  Sempre in lei l'imagine  dell'infante
    persisteva,  si  sovrapponeva  ad  ogni altra imagine,  vinceva con la
    nitida chiarezza delle sue  forme  ogni  altra  forma  fantastica  che
    tentasse  di  sorgere.  Ella  non  preparava  l'animo,  si abbandonava
    debolmente al sentimento indeterminato.  Il senso della realt in quel
    momento le mancava.
    - Io lo vedr! Io lo vedr! - ripeteva in s stessa, inebriandosi.
    Le  cose  in  torno tacevano.  Il vento faceva incurvare i roseti che,
    passato il soffio,  seguitavano a muoversi pesantemente.  Gli zampilli
    scintillavano e guizzavano, tra il verde, come stocchi.
    Donna Laura stette un poco in ascolto.  Dal silenzio, nell'ora pnica,
    sorgeva qualcosa di grande e di inesorabile,  che le infuse nell'animo
    uno sgomento misterioso.  Ella esit.  Poi si mise pel viale, da prima
    con passi rapidi;  giunse al cancello tutto abbracciato dalle piante e
    dai  fiori;  sost,  per  guardarsi in dietro: apr.  Dinanzi a lei la
    campagna si stendeva deserta sotto il meriggio.  Le case di  Penti  in
    lontananza  biancheggiavano su l'azzurro del cielo,  con un campanile,
    con una cupola,  con due o  tre  pini.  Il  fiume  si  svolgeva  nella
    pianura, tortuoso e lucentissimo, toccando le case.
    Donna  Laura  pens:  -  Egli    l.  - E tutte le sue fibre di madre
    vibrarono.
    Animata, riprese a camminare, guardando dinanzi a s con gli occhi che
    il sole fastidiva,  non curando il calore.  A  un  certo  punto  della
    strada  cominciarono  gli  alberi,  magri  pioppetti  tutti  canori di
    cicale. Due femmine scalze,  ciascuna con un cesto sul capo,  venivano
    incontro.
    -  Sapete  la casa di Luca Marino?  - chiese la signora,  presa da una
    voglia  irresistibile  di  pronunziare  quel   nome   a   voce   alta,
    liberamente.
    Le femmine la guardarono,  stupefatte,  soffermandosi. Una rispose con
    semplicit:
    - Noi non siamo di Penti.
    Donna Laura,  malcontenta,  seguit la via,  provando gi un  poco  di
    stanchezza  nelle povere membra senili.  Gli occhi,  offesi dalla luce
    intensa, le facevano vedere alcune mobili macchie rosse nell'aria.  Un
    leggero principio di vertigine le turbava il cervello.
    Penti  si  avvicinava  sempre pi.  I primi tuguri apparvero tra molte
    piante di girasoli. Una femmina,  mostruosa per l'adipe,  stava seduta
    sopra una soglia; ed aveva su quel gran corpo una testa infantile, gli
    occhi dolci, i denti schietti, il sorriso placidissimo.
    - O signora,  dove andate? - chiese la femmina, con un accento ingenuo
    di curiosit.
    Donna  Laura  si  accost.  Aveva  il  volto  tutto  infiammato  e  la
    respirazione corta. Le forze erano per mancarle.
    -  Mio  Dio!  Oh  mio  Dio!  - gemeva ella reggendosi le tempie con le
    palme. - Oh mio Dio!
    - Signora,  riposatevi - diceva la femmina  ospitale,  invitandola  ad
    entrare.
    La casa era bassa ed oscura; ed aveva quell'odor particolare che hanno
    tutti  i  luoghi  dove  molta  gente  agglomerata vive.  Tre o quattro
    bambini nudi,  anch'essi col ventre cos gonfio che parevano idropici,
    si  trascinavano sul suolo,  borbottando,  brancicando,  portando alla
    bocca per istinto qualunque cosa capitasse loro sotto le mani.
    Mentre Donna Laura seduta riprendeva  le  forze,  la  femmina  parlava
    oziosamente,  tenendo fra le braccia un quinto bambino,  tutto coperto
    di croste nerastre tra mezzo a cui si aprivano due grandi occhi,  puri
    ed azzurri, come due fiori miracolosi.
    Donna Laura domand:
    - Qual  la casa di Luca Marino?
    L'ospite col gesto indic una casa rossiccia, all'estremit del paese,
    in  vicinanza  del  fiume,  circondata  quasi  da un colonnato di alti
    pioppi.
    - E' quella, perch?
    La vecchia signora si sporse per guardare.
    Gli occhi le dolevano feriti dalla  luce  solare,  e  le  palpebre  le
    battevano  forte.  Ma  ella stette qualche minuto in quell'attitudine,
    respirando con  fatica,  senza  rispondere,  quasi  soffocata  da  una
    sollevazione  di  sentimento materno.  - Quella dunque era la casa del
    suo figliuolo?  - Subitamente,  le apparvero  l'interno  della  stanza
    lontana,  il paese di Provenza, le persone, le cose, come nel bagliore
    di un lampo,  ma evidenti,  nettissimi.  Ella si lasci ricadere su la
    sedia,  e  rimase  muta,  confusa,  in  una  specie di ottusit fisica
    proveniente forse dall'azione del sole.  Negli orecchi aveva un ronzo
    continuo.
    Disse l'ospite:
    - Volete passare il fiume?
    Donna Laura fece un cenno fievole, incantata da un turbino di circoli
    rossi che le si producevano nella retina.
    -  Luca  Marino  porta  uomini e bestie da una riva all'altra.  Ha una
    barca e una chiatta - seguit l'ospite. - Se no, bisogna andare fino a
    Prezzi a cercare il guado.  E'  trent'anni  che  fa  il  mestiere!  E'
    sicurissimo, signora.
    Donna  Laura ora ascoltava,  facendo uno sforzo per raccogliere i suoi
    spiriti che si disperdevano.  Ma pure,  dinanzi a quelle  novelle  del
    figliuolo, restava smarrita; quasi non comprendeva.
    -  Luca non  del paese - riprese la femmina grassa,  trascinata dalla
    nativa  loquacit.  -  L'hanno  allevato  i  Marino  che  non  avevano
    figliuoli. E un signore, non di qui, gli ha dotata la moglie. Ora vive
    bene; lavora, ma ha il vizio del vino.
    La femmina diceva queste cose ed altre,  con semplicit grande,  senza
    malizia per l'origine sconosciuta di Luca.
    - Addio,  addio - fece Donna Laura,  levandosi,  presa  da  un  vigore
    fittizio. - Grazie, buona donna.
    Porse a uno dei bimbi una moneta; ed usc alla luce.
    - Per quella viottola! - le grid dietro, indicando, l'ospite.
    Donna Laura segu la viottola. Un gran silenzio regnava intorno, e nel
    silenzio le cicale cantavano a distesa. Alcuni gruppi d'olivi contorti
    e  nodosi  sorgevano  dal  terreno disseccato.  Il fiume,  a sinistra,
    brillava.
    - Ooh, La Martinaaa! - chiam una voce, in lontananza, dalla parte del
    fiume.
    Quella voce umana d'improvviso fece tremare  le  vene  della  vecchia.
    Ella  guard.  Sul  fiume  navigava una barca,  a pena visibile tra il
    vapor luminoso; e un'altra barca,  ma a vela,  biancheggiava a maggior
    distanza. Nella prima barca si scorgevano forme d'animali: erano forse
    cavalli.
    - Ooh, La Martinaaa! - richiam la voce.
    Le  due  barche  si avvicinavano l'una all'altra.  Quello era il punto
    delle secche, dove i barcaiuoli pericolavano quando il carico pesava.
    Donna Laura, ferma sotto un olivo,  appoggiata al tronco,  seguiva con
    lo sguardo la vicenda. Il cuore le palpitava con tanta violenza che le
    pareva  i battiti empissero tutta la campagna circostante.  Il frusco
    dei rami,  il canto delle cicale,  il lampeggo delle acque,  tutte le
    apparenze la turbavano, le si confondevano nello spirito col disordine
    della  demenza.  L'accumulamento  lento  del sangue nel cervello,  per
    l'azione del sole,  le dava ora  una  visione  leggermente  rossa,  un
    principio di vertigine.
    Le due barche, giunte a un gomito del fiume, non si videro pi.
    Allora  Donna  Laura  riprese  a camminare,  un po' barcollante,  come
    un'ebra.  Le apparve un gruppo di case riunite intorno a una specie di
    corte.  Sei  o sette mendicanti meriggiavano ammucchiati in un angolo:
    le loro carni rossastre, maculate dalle malattie della cute,  uscivano
    di  tra i cenci;  nei loro volti deformi il sonno aveva una pesantezza
    bestiale.  Qualcuno dormiva bocconi,  con la faccia  nascosta  tra  le
    braccia  piegate  a  cerchio.  Qualche  altro  dormiva supino,  con le
    braccia aperte,  nell'attitudine del Cristo crocifisso.  Un nuvolo  di
    mosche  turbinava  e ronzava su quelle povere carcasse umane,  denso e
    laborioso, come sopra un cumulo di fimo.  Dalle porte socchiuse veniva
    un rumore di telai.
    Donna  Laura  attravers  la piazzetta.  Il suono de' suoi passi su le
    pietre fece risvegliare un mendicante che  si  lev  su  i  gomiti  e,
    tenendo gli occhi ancora chiusi, balbett macchinalmente:
    - La carit, per l'amore di Dio!
    A quella voce tutti i mendicanti si risvegliarono, e tutti sorsero.
    - La carit, per l'amore di Dio!
    - La carit, per l'amore di Dio!
    La  torma  cenciosa  si  mise  a  seguitare  la  passante,   chiedendo
    l'elemosina,  tendendo le mani.  Uno era storpio e camminava a piccoli
    salti,  come  una  scimmia  ferita.  Un altro si trascinava sul sedere
    puntellandosi con ambo le braccia, come fanno con le zampe le locuste,
    poich aveva tutta la parte inferiore del corpo morta.  Un altro aveva
    un  gran gozzo paonazzo e rugoso che ad ogni passo ondeggiava come una
    giogaia. Un altro aveva un braccio ritorto come una grossa radice.
    - La carit, per l'amore di Dio!
    Le loro voci erano varie,  alcune cavernose e  roche,  altre  acute  e
    feminine  come  quelle  degli  evirati.  Ripetevano  sempre  le stesse
    parole, con lo stesso accento, in un modo accorante.
    - La carit, per l'amore di Dio!
    Donna Laura,  cos inseguita da quella gente  mostruosa,  provava  una
    voglia istintiva di fuggire,  di salvarsi.  Uno sbigottimento cieco la
    teneva. Avrebbe forse gridato,  se avesse avuta la voce nella gola.  I
    mendicanti  le  instavano da presso,  le toccavano le braccia,  con le
    mani tese. Volevano l'elemosina, tutti.
    La vecchia signora si cerc  nella  veste,  prese  alcune  monete,  le
    lasci  cadere dietro di s.  Gli affamati si fermarono,  si gittarono
    avidamente su le monete,  lottando,  stramazzando sul  terreno,  dando
    calci, calpestandosi. Bestemmiavano.
    Tre  rimasero  con le mani vuote;  e ripresero a seguitare la vecchia,
    incattiviti.
    - Noi non l'abbiamo avuta! Noi non l'abbiamo avuta!
    Donna Laura,  disperata per quella persecuzione,  diede altre  monete,
    senza  volgersi.  La  lotta  fu  tra lo storpio e il gozzuto.  Ambedue
    presero.  Ma un povero epilettico  idiota,  che  tutti  opprimevano  e
    dileggiavano,  non ebbe nulla; e si mise a piagnucolare, leccandosi le
    lacrime e il moccio che gli colava dal naso, con un verso ridicolo:
    - Ahu, ahu, ahuuu!


    3.
    Donna Laura infine era giunta alla casa dei pioppi.  Ella  si  sentiva
    sfinita:  le si offuscava la vista,  le tempie le battevano forte,  la
    lingua le ardeva;  le gambe sotto le si piegavano.  Dinanzi a lei,  un
    cancello stava aperto. Ella entr.
    L'aia  circolare  era  limitata da pioppi altissimi.  Due degli alberi
    sostenevano un cumulo di paglia di fromento,  tra mezzo a cui uscivano
    i rami fronzuti.
    Poich  in  giro  l'erba  cresceva,  due  vacche  falbe vi pascolavano
    pacificamente battendosi con la coda i fianchi nutriti; e tra le gambe
    a loro penzolavano le mammelle gonfie di latte,  colorite come  frutti
    succulenti.  Molti arnesi di agricoltura stavano sparsi pel suolo.  Le
    cicale, in su gli alberi, cantavano.
    Nel mezzo,  tre o quattro cuccioli ruzzavano abbaiando verso le vacche
    o inseguendo le galline.
    - O signora,  che cerchi?  - chiese un vecchio,  uscendo dalla casa. -
    Vuoi passare?
    Il vecchio, calvo, con la barba rasa,  teneva tutto il corpo in avanti
    su  le  gambe  inarcate.  Le  sue  membra  erano  deformate dalle rudi
    fatiche,  dall'opera dell'arare che fa sorgere la  spalla  sinistra  e
    torcere  il busto,  dall'opera del falciare che fa tenere le ginocchia
    discoste, dall'opera del potare che curva in due la persona,  da tutte
    le opere lente e pazienti della coltivazione.  Egli,  dicendo l'ultima
    parola, accennava al fiume.
    - S,  s - rispose Donna Laura non sapendo che dire,  non sapendo che
    fare, smarrita.
    - Allora vieni. Ecco Luca che torna - soggiunse il vecchio, volgendosi
    al  fiume  dove  navigava  a  forza  di pertiche una chiatta carica di
    pecore.
    Egli condusse la passeggiera, a traverso un orto irrigato, fin sotto a
    una pergola dove altri passeggieri  attendevano.  Camminando  innanzi,
    egli  lodava  le  verzure  e  faceva  pronostici,  per consuetudine di
    agricoltore invecchiato tra le cose della terra.
    Volgendosi a un tratto,  poich la signora restava muta  come  se  non
    udisse, vide che ella aveva i cigli pieni di lacrime.
    - Perch piangi,  signora?  - le chiese con la stessa tranquillit con
    cui parlava delle verzure. - Ti senti male?
    - No, no... niente... - mormor Donna Laura che si sentiva morire.
    Il vecchio non disse altro.  Egli era cos indurato alla vita,  che  i
    dolori altrui non lo commovevano.  Egli vedeva,  tutti i giorni, tanta
    gente diversa passare!
    - Siedi - fece, come giunse alla pergola.
    L tre uomini della campagna attendevano,  uomini giovani,  carichi di
    fardelli.
    Tutt'e tre fumavano in grosse pipe, mettendo nel fumare una attenzione
    profonda,  come  per  gustarne  intera la volutt,  secondo il costume
    della gente campestre nei rari diletti. Ad intervalli, dicevano quelle
    lunghe cose insignificanti che l'agricoltore ripete senza fine  e  che
    appagano lo spirito di lui tardo ed angusto.
    Guardarono  un poco,  stupefatti,  Donna Laura.  Poi ripresero la loro
    impassibilit.
    Uno di loro avvert, tranquillamente:
    - Ecco la chiatta.
    Un altro aggiunse:
    - Porta le pecore di Bidena.
    Il terzo:
    - Saranno quindici.
    E si levarono, insieme, intascando le pipe.
    Donna Laura era caduta  in  una  specie  di  stupidimento  inerte.  Le
    lacrime  le  si  erano fermate su i cigli.  Ella avea perduto il senso
    della realit. Dov'era?
    Che faceva?
    La chiatta urt leggermente contro la riva. Le pecore,  strette le une
    contro  le  altre,  belavano  intimidite  dall'acqua.  Il pastore,  il
    traghettatore ed il figlio le  aiutavano  a  discendere  a  terra.  Le
    pecore,  appena discese, facevano una piccola corsa; poi si fermavano,
    si riunivano e si  mettevano  a  belare  ancora.  Due  o  tre  agnelli
    saltellavano  su  le  gambe  lunghe  e  deformi,  tentando i capezzoli
    materni.
    Compiuta la bisogna, Luca Marino ferm la chiatta.  Poi a grandi passi
    lenti sal la riva,  verso l'orto.  Era un uomo di quarant'anni circa,
    alto, magro, con la faccia rossiccia,  calvo alle tempie.  Aveva baffi
    di  colore  incerto  e  una manata di peli sparsa disugualmente per il
    mento e per le guance; l'occhio un po' torbido,  senza alcuna vivacit
    d'intelligenza,  venato  di  sanguigno,  come quello dei bevitori.  La
    camicia aperta lasciava vedere il petto velloso,  un  berretto  carico
    d'untume copriva la testa.
    - Ahuf! - esclam egli d'un tratto, in faccia alla pergola, fermandosi
    su  le  gambe  aperte  e nettandosi con le dita la fronte stillante di
    sudore.
    Pass dinanzi ai passeggieri, senza guardarli. In tutti i suoi gesti e
    in tutte le sue attitudini era incomposto e quasi  brutale.  Le  mani,
    enormi,  gonfie di vene sul dorso,  le mani avvezze al remo,  parevano
    essergli d'impaccio.  Egli le teneva penzoloni lungo i  fianchi  e  le
    dondolava camminando.
    - Ahuf! Che sete!...
    Donna  Laura  stava  come  impietrita,  senza  pi  parole,  senza pi
    conscienza, senza pi volont.
    Quello era il suo figliuolo! Quello era il suo figliuolo!
    Una femmina gravida,  che aveva gi una figura  senile,  disfatta  dal
    lavoro  e  dalla  fecondit,  venne  a  porgere  al marito assetato un
    boccale di vino. L'uomo bevve d'un fiato. Poi si asciug le labbra col
    dorso della mano e fece schioccare la lingua. Disse, bruscamente, come
    se la nuova fatica gli fosse dura:
    - Andiamo.
    Insieme col primogenito,  ch'era un grosso fanciullo di quindici anni,
    prepar  il  legno: mise tra il bordo e la riva due tavole per rendere
    agevole ai passeggieri l'imbarco.
    - Perch non monti, signora? - fece il vecchio di dianzi,  vedendo che
    Donna Laura non si moveva e non parlava.
    Donna Laura si lev,  macchinalmente,  e segu il vecchio che le diede
    aiuto nel salire.  Perch saliva ella?  Perch passava il  fiume?  Non
    pens;  non giudic l'atto. Il suo spirito, cos colpito, rimaneva ora
    inerte, quasi immobile in un punto. - Quello era il figlio. - E a poco
    a poco ella sentiva in s qualche cosa estinguersi,  svanire;  sentiva
    nella mente a poco a poco farsi una gran vacuit.  Non comprendeva pi
    niente. Vedeva, udiva, come in un sogno.
    Quando il primogenito di Luca venne a lei per chiedere  la  merc  del
    traghetto,  prima  che  la  barca  si  staccasse dalla riva,  ella non
    intese. Il fanciullo scoteva nel concavo delle mani le monete ricevute
    da uno dei passeggieri;  e  ripeteva  la  domanda  a  voce  pi  alta,
    credendo che la signora fosse sorda per la vecchiezza.
    Ella,  come  vide  gli  altri  due  uomini  mettere la mano in tasca e
    pagare, imit quell'atto, risovvenendosi. Ma diede pi del dovuto.
    Il  fanciullo  volle  farle  intendere  ch'egli  non  poteva  renderle
    l'avanzo,  perch non l'aveva.  Ella non comprese.  Il fanciullo prese
    tutto il danaro, con una smorfia di malizia. I presenti sorrisero,  di
    quel  sorriso astuto che hanno gli uomini campestri in conspetto di un
    inganno.
    Uno disse: - Andiamo?
    Luca,  che fin allora stava intento a tirar l'ncora,  spinse la barca
    che  si  mosse  dolcemente  su  l'acqua  gorgogliante.  La  riva parve
    fuggire, con le canne e con i pioppi, ed incurvarsi come una falce. Il
    sole incendiava tutto  il  fiume,  appena  inclinato  verso  il  cielo
    occidentale,  dove sorgevano vapori violetti. Si vedeva ora su la riva
    un gruppo di gente che gesticolava;  ed  erano  i  mendicanti  addosso
    all'idiota.  A tratti, col vento giungevano anche lembi di parole e di
    risa simili a un'agitazione di flutti.
    I rematori, nudi il busto,  vogavano a gran forza per superare il filo
    della  corrente.  Donna Laura vedeva il dorso di Luca,  nero,  dove le
    costole si disegnavano e colava a rivoli il sudore.  Teneva gli  occhi
    fissi, un po' dilatati, pieni di ebetudine.
    Uno dei passeggieri avvert, prendendo sotto il banco le sue robe:
    - Ci siamo.
    Luca afferr l'ncora e la gitt alla riva.  La barca ridiscese con la
    corrente per tutta la lunghezza della corda;  quindi si ferm con  una
    stratta.  I  passeggieri furono a terra,  d'un salto,  ed aiutarono la
    vecchia signora, tranquillamente. Quindi si rimisero in cammino.
    La campagna da quella parte era coltivata a vigneti. Le viti,  piccole
    e magre,  verdeggiavano in filari.  Alcuni alberi interrompevano qua e
    l il piano, con forme rotonde.
    Donna Laura si trov sola,  perduta,  su quella riva  senz'ombra,  non
    avendo pi conoscenza di s che per il battito continuo delle arterie,
    per  un  romoro  cupo  ed assordante negli orecchi.  Il suolo sotto i
    piedi le mancava e pareva affondarsi  come  fango  o  arena,  ad  ogni
    passo.  Tutte  le cose intorno turbinavano e si dileguavano;  tutte le
    cose,  ed anche la sua esistenza,  le apparivano  vagamente,  lontane,
    dimenticate,  finite per sempre. La follia le prendeva la mente. Ella,
    d'un tratto, vide uomini, case, un altro paese, un altro cielo.
    Urt in un albero,  cadde su una pietra;  si rialz.  E il suo  povero
    corpo  sfinito  traballava  in  moti terribili e insieme ridevoli;  ma
    nessuna cosa intorno splendeva come i suoi capelli  bianchi  sotto  il
    sole feroce.
    Ora,  i  mendicanti  dall'altra  riva  avevano  eccitato  per dileggio
    l'idiota a passare il fiume a nuoto ed a raggiungere la donna per aver
    l'elemosina. Essi l'avevano spinto nell'acqua,  dopo avergli strappati
    i cenci di dosso.  E l'idiota nuotava come un cane, tra una pioggia di
    sassate che gl'impedivano di tornare addietro.  Quegli uomini  deformi
    fischiavano e urlavano,  prendendo diletto nella crudelt.  Essi, come
    la  corrente  traeva  l'idiota,   arrancavano  lungo   la   sponda   e
    imperversavano.
    - Affoga! Affoga!
    L'idiota,  con sforzi disperati, prese terra. E cos ignudo, poich in
    lui era morto con l'intelligenza il sentimento del pudore,  si mise  a
    camminare verso la donna,  di traverso,  com'era suo costume, tendendo
    la mano ad ogni tratto.
    La demente, rialzandosi, vide;  e con un moto di orrore e con un grido
    acutissimo si diede a correre verso il fiume.  Sapeva quel che faceva?
    Voleva morire? Che pensava ella, in quell'attimo?
    Giunta all'estremo limite,  cadde nell'acqua.  L'acqua  gorgogli,  si
    chiuse  pienamente;  e  tanti  circoli  successivi partirono dal luogo
    della caduta e  si  allargarono  in  lievi  ondulazioni  lucide  e  si
    dispersero.
    I  mendicanti  dall'altra  riva  gridavano  verso  una  barca  che  si
    allontanava:
    - Oh Lucaaa! Oh Luca Marinooo!
    E correvano verso la casa dei pioppi a dare la novella.
    Allora,  come seppe il caso,  Luca spinse la barca verso il luogo  che
    gli indicavano, e chiam La Martina, che se ne veniva placidamente con
    il suo legno in bala della corrente.
    Disse Luca:
    - C' un'annegata laggi.
    Non si cur di raccontare il fatto e di parlare della persona,  poich
    non amava le molte parole.
    I due fiumtici misero i legni a paro e remigarono con calma.
    Disse La Martina:
    - Hai tu provato il vino nuovo di Chiachi? Ti dico!...
    E fece un gesto che rappresentava l'eccellenza della bevanda.
    Luca rispose:
    - Non ancora.
    Disse La Martina:
    - Ne prenderesti una goccia?
    Luca rispose:
    - Io s.
    La Martina:
    - Dopo. Ci aspetta Iannangelo.
    Luca:
    - Va bene.
    Giunsero al luogo. L'idiota, che poteva meglio indicare il punto,  era
    fuggito,  e  in  mezzo  alle  vigne  era  stato preso da un accesso di
    epilessia. All'altra riva i curiosi cominciavano a radunarsi.
    Disse Luca al compagno:
    - Tu ferma la tua barca e salta nella mia. Uno rema e l'altro cerca.
    La Martina cos fece. Egli remava su e gi per una ventina di metri, e
    Luca tentava il fondo del fiume con  una  lunga  pertica.  Ogni  tanto
    Luca, sentendo qualche resistenza, mormorava:
    - Ecco!
    Ma s'ingannava sempre. Finalmente, dopo molte ricerche, Luca disse:
    - Questa volta c'.
    E  chinandosi e inarcando le gambe per far forza,  sollev piano piano
    il peso all'estremit della pertica. I bicipiti gli tremavano.
    La Martina chiese, lasciando il remo:
    - Vuoi che t'aiuti?
    Luca rispose:
    - Non importa.













    Agonia.

    1.
    Quando entr Donna Letizia  tenendo  l'infermo  su  le  belle  braccia
    carnose con un'attitudine di misericordia lacrimevole, tutte le figlie
    accorsero  a  torno intenerite ed esalarono la gentil piet dell'animo
    in querele gemebonde.  Le voci feminili risonavano cos  nella  stanza
    confusamente  tra  i rumori che dal traffico della strada salivano per
    le vetrate aperte; e al compianto delle fanciulle si mescevano in quel
    punto le interiezioni d'un cerretano magnificatore d'acque  angelicali
    e di polveri mirifiche.
    Il cane, su le braccia della signora, ebbe allora un lieve tremito che
    gli corse per tutto il dorso fino alla estremit della coda;  tent di
    sollevare le palpebre,  di volgere alle carezze quei suoi enormi occhi
    pieni di gratitudine.  Moveva la testa in certi sforzi penosi, come se
    le  corde  del  collo  gli  si  fossero  irrigidite;  aveva  la  bocca
    semiaperta,  da  cui  il  lembo  della  lingua  tenuta tra i due denti
    sporgenti  usciva  come  una  foglia  vermiglia  solcata  di  venature
    violacee. E una bava molle gl'inumidiva il mento, quella piccola parte
    della  mandibola  inferiore dove la rarezza dei peli lasciava apparire
    la pelle rosea. E la fatica del respiro a volte gli s'inaspriva in una
    specie di raucedine sibilante,  mentre  le  narici  d'ora  in  ora  si
    disseccavano e prendevano l'aspetto duro e scabro di un tartufo.
    -  Oh,  Sancio,  povero Sancio,  che t'hanno fatto?  Povero bib,  eh?
    Povero vecchio mio!...
    Le commiserazioni delle fanciulle sensibili si facevano  via  via  pi
    tenere,  finivano  in  un  balbetto  pargoleggiante  di  parole senza
    significato,  di  suoni  lamentevoli,  di  lezii  carezzevoli.   Tutte
    volevano  passar la mano su la testa dell'animale,  prendere una delle
    zampe,  toccare le narici.  Donna Letizia  sorreggeva  il  dolce  peso
    maternamente;  e le sue dita grasse e bianche, le cui falangi parevano
    gonfie quasi per un morbo,  le  sue  dita  vellicavano  pianamente  il
    ventre di Sancio, s'insinuavano tra il pelo.
    Nella  stanza  entravano  la  luce  del  pomeriggio  e il fresco della
    marina, a traverso le tende verdognole.  Otto stampe colorite,  chiuse
    in  comici  nere,  adornavano le pareti coperte di una carta a fiorami
    gialli.  Sopra un vecchio canterale del Settecento,  con la lastra  di
    marmo  roseo  e  le borchie di ottone,  posava tra due piccoli specchi
    retti da sostegni d'argento un trionfo di fiori di cera in una campana
    di cristallo.  Sopra il caminetto scintillava una coppia di candelabri
    dorati,  con le candele intatte. Un automa di cartapesta, raffigurante
    un macacco in abito moresco, meditava immobile dall'alto d'uno di quei
    tavolini intarsiati che vengono di Sorrento.  Molte seggiole con su la
    spalliera  vignette  di favole pastorali,  un canap dell'Impero,  due
    poltrone moderne,  concorrevano  alla  discordia  delle  forme  e  dei
    colori.


    2.
    Come  l'infermo  venne adagiato in grembo a una delle poltrone,  ci fu
    nella stanza un intervallo di silenzio.  Sancio si lev un momento  in
    piedi tremando,  pi volte cercando una positura meno dolorosa,  nella
    irrequietudine della sofferenza, tent di poggiare la testa su uno dei
    bracciuoli, si pieg su le gambe di dietro;  stette cos alfine con le
    palpebre socchiuse,  respirando a fatica, come preso da una sonnolenza
    improvvisa. Sul petto largo la pelle abbondante gli faceva,  con tre o
    quattro  crespe,  quasi  una  piccola giogaia;  sopra la collottola le
    crespe erano pi grandi e pi tonde;  i lembi  delle  labbra  ai  lati
    della mandibola superiore pendevano flosciamente;  e il povero animale
    aveva ora nella malattia quel non so che  di  ridevole  insieme  e  di
    miserevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e dall'asma.
    Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase da un
    rammarico  immenso,  colpite dal presentimento della sventura;  poich
    Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa,  l'oggetto delle
    loro blandizie e dei loro vezzi,  lo sfogo innocuo delle loro mollezze
    e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche.  Sancio era  nato  e
    cresciuto  nella  casa,  con  quelle  forme  tozze  e pesanti di razza
    imbastardita, con quelle rotondit di bestia eunuca oziosa e golosa; e
    a poco a poco eragli apparso negli occhi tondi uno  sguardo  pieno  di
    umanit  e di devozione.  Soleva agitar vivamente il tronco della coda
    nelle  ore  di  gioia,   reggendosi  su  tre  gambe   sole   e   tutto
    raggomitolandosi  con un singolar tremolo del pelame e trotterellando
    con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili.
    I bei ricordi ora travagliavano le animule delle fanciulle.
    - E il  medico  quando  viene?  -  chiese,  con  la  voce  impaziente,
    Teodolinda,  la  figlia  minore;  che  aveva  una  faccia  di  giovine
    bertuccia, tutta bianca di cipria, e su la fronte una larga frangia di
    capelli rossi.
    L'infermo a tratti metteva una specie  di  gemito  fioco  aprendo  gli
    occhi e volgendo in torno lo sguardo supplichevole,  uno sguardo lento
    e dolce, fatto pi umano dall'increspamento nervoso degli angoli delle
    palpebre e da due linee brune che gli umori sgorganti avevano  segnato
    sotto  le  orbite.  E come Donna Letizia tentava di fargli prendere un
    cucchiaio di zuppa ristoratrice,  egli agitava  fuor  della  bocca  la
    lingua  flessibile  in  tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire e
    non poteva chiudere le mascelle irrigidite.
    Allora si ud nell'anticamera la voce del  dottore  Zenzuino  che  era
    finalmente salito. Ed entr nella stanza un signore dalla bella faccia
    lucida di giovialit e di sanit.
    -  Oh  Don Giovanni,  guarite Sancio!  Sta per morire esclam una voce
    flebile.
    Il medico guard in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva
    nutrita d'arsenico,  di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico
    per  tanti  anni  in  vano  ed  ebbe  un  lieve lampo di sorriso negli
    occhiali d'oro.  Poi,  osservando l'infermo con una  curiosit  d'uomo
    ricercatore, disse molto lentamente:
    -  Credo  sia  un  caso  di  paralisi della mandibola e delle glandole
    salivari sotto-mascellari.  La malattia che ha sede in  un'alterazione
    nervosa  centrale  probabilmente  delle  meningi  e  che  per  la  sua
    eziologia pu dipendere da una  causa  ereditaria  o  parassitaria,  
    d'indole  progressiva.  Il  processo  che  tende a diffondersi,  andr
    parzialmente e progressivamente privando il corpo,  organo per organo,
    della sua funzionalit;  finch giunto in breve ad agire sul centro di
    una  delle  funzioni  vitali,   sia  della  circolazione   che   della
    respirazione, produrr la morte...
    Le  terribili  parole barbare misero un'ambascia suprema nelle animule
    blandule;  e  le  guance  floride  di  Donna  Letizia  in  un  momento
    impallidirono.
    - Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione
    - soggiunse Don Giovanni, senza piet.
    A  quella  specie  di  accusa,  il  rimorso  cominci  a tormentare le
    fanciulle che sempre per la  golosit  di  Sancio  erano  state  piene
    d'indulgenza  colpevole.  E  Teodolinda,  con  un  atto  di  sconforto
    ineffabile, chiese:
    - Non c' dunque rimedio?
    - Tentiamo.  Io consiglio l'applicazione di  un  cerotto  vescicatorio
    alla nuca - rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente.
    Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo
    la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con gli occhi fievoli
    che  gi  si  velavano  come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina
    argentea della maturit.  Nella sua pinguedine il dolore a poco a poco
    scavava  ombre  sinili;  le  tinte  rosee del muso,  dove i peli erano
    lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre;  le
    orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolo leggerissimo; e
    nello  stesso  tempo  un  brivido  passava a traverso il pelame bianco
    visibilmente.
    Allora Isabella,  la  pi  eterea  delle  cinque  fanciulle,  che  per
    crudelt  della  sorte  ereditava dal padre il pio naso borbonico e la
    fronte leprina,  si accost tutta commossa e prese  l'infermo  tra  le
    mani delicate per posarlo a terra.
    Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con
    il  dorso  arcuato,  e  la  testa  in alto,  oppresso dall'affanno del
    respiro;  poi cominci  a  trascinarsi,  barcollando,  con  lo  stento
    doloroso di un animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perch
    quando  gli fu accostata la scodella tent di lambire con la lingua il
    liquido.  Ma,   come  la  paralisi  crescente  gi  gl'impediva  anche
    quell'atto,  dopo sforzi inutili ed irosi egli si volse piegando su le
    gambe posteriori e con una delle zampe davanti cominci a battersi  la
    mascella,  quasi  per  rimuovere  alfine  di l quell'ostacolo che gli
    faceva tanto dolore.
    E l'attitudine era cos vivamente umana e le pupille erano cos  piene
    di  supplicazione  e  di  disperazione  umana,  che  d'un tratto Donna
    Letizia scoppi in pianto:
    - Oh, povero bib! Chi te l'avesse mai detto, povero bib mio!...
    In tutte le  fanciulle  la  commozione  raggiunse  il  supremo  grado.
    Teodolinda  raccolse  il  morituro,  lo  port  sul canap,  chiese le
    forbici. Era necessario un eroismo;  bisognava infine esperimentare il
    rimedio, ad ogni costo.
    - Isabella, Maria, le forbici! Venite!
    Tutte trepide e pallide,  si chinarono intorno a Sancio,  che aveva di
    nuovo socchiuse le palpebre e alitava  il  fiato  ardente  nelle  mani
    della soccorritrice.  E questa,  vinta la prima ripugnanza, cominci a
    tagliare il pelo su la nuca dell'animale, pianamente,  arrestandosi di
    tratto  in  tratto,  mettendo via via un soffio su la parte rasa.  Una
    specie di chierica irregolare si  veniva  allargando  nella  grassezza
    della  collottola;  e  il  tonsurato  assumeva  cos  un nuovo aspetto
    miserevolmente buffonesco.
    Le tende del balcone,  investite dalla brezza,  si inarcavano come due
    vele.  I clamori della strada salivano in confuso, vivi e giulivi; una
    prospettiva di case  plebee  s'intravedeva  al  fondo  nella  doratura
    pallida del tramonto; e un merlo fischiava.
    Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna
    Letizia, con un bimbo su le braccia; ed entr nella stanza. Ella aveva
    la  faccia ovale,  la pelle fine e rosea,  solcata di vene,  gli occhi
    chiarissimi,  le narici diafane,  tutta in somma la dolcezza di sangue
    della donna bionda,  tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella
    persona,  nelle  vesti,  nell'incedere,  quella  negligenza  semplice,
    quella   felice  placidit  quasi  direi  bovina,   quella  specie  di
    freschezza lattea delle giovani  madri  che  nutrono  con  la  propria
    mammella il figliuolo.
    Appena ella vide il cane tonsurato, un impeto cos spontaneo d'ilarit
    la invase, che non pot ritenere le risa entro la chiostra dei denti.
    - Ah, ah, ah, ah, ah!...
    Come?  Natalia  osava ridere,  mentre quel povero Sancio moriva?  - Le
    innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla  cognata
    irriverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appress
    per  tendere il bimbo verso l'animale.  E il bimbo seminudo agitava le
    piccole mani irrequiete, cercando toccare,  tutto vibrando di naturale
    gioia  e  barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora
    della bevanda materna.  E l'animale,  uso gi a sottomettere la  testa
    mansueta  a  quei  cercamenti,  aveva  ancora nelle membra inferme una
    esitazione di festevolezza e negli occhi un supremo barlume  di  bont
    conoscente.
    - Povero Sancio Panza! - mormor alfine Natalia ritraendo il figliuolo
    che stava per bagnarsi di bava le dita.  E,  come il bimbo rincrespava
    le labbra per  piangere,  ella  fece  due  o  tre  giri  nella  stanza
    cullandolo e palleggiandolo;  poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse
    la chiave dal meccanismo.
    Il macacco apr la bocca,  batt le  palpebre,  attorcigli  la  coda,
    tutto  animandosi  internamente al suono d'una gavotta ben nota.  Quel
    voluttuoso ondeggiamento di danza moveva l'aria e la testa di  Natalia
    per  ritmo.  La  luce nella stanza era dolce;  il profumo dei garofoli
    entrava dai vasi del balcone aperto.
    Sancio non udiva forse pi.  Al bruciore caustico del vescicante su la
    nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in
    basso,  con  un  lamento  fievole.  La  lingua  ritirata fra i denti,
    violacea, quasi anzi nerastra, aveva gi perduta ogni facolt di moto.
    Gli occhi,  ora,  coperti da una specie  di  membrana  turchiniccia  e
    umidiccia,  non  conservavano  altra espressione di spasimo che quella
    dell'apparir rapido d'un lembo bianco agli  angoli  delle  orbite.  La
    bava  si  produceva  pi  copiosa  e  pi  densa.   L'asfissia  pareva
    imminente.
    - Oh Natalia, cessa!  Ma non vedi che Sancio muore?  proruppe,  con la
    voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.
    La  gavotta  non  si poteva interrompere prima che la forza data dalla
    chiave alla macchina fosse esaurita.  Le note  continuavano,  lente  e
    molli,  a  spandersi  su l'agonia del cane.  Le ombre del crespuscolo,
    intanto,  cominciavano a penetrare nell'interno e le tende  sbattevano
    nella frescura.
    Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo pi allo
    strazio,  usc.  Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo,
    con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosit
    si fece da presso al moribondo.
    E,  mentre la gavotta era su la  ripresa,  il  buon  Sancio  spir  in
    musica, come l'eroe di un melodramma italiano.





    La fine di Candia.

    1.
    Donna  Cristina  Lamonica,  tre giorni dopo il convito pasquale che in
    casa Lamonica soleva  essere  grande  per  tradizione  e  magnifico  e
    frequente  di  convitati,  numerava la biancheria e l'argenteria delle
    mense e con perfetto ordine riponeva ogni cosa  nei  canterani  e  nei
    forzieri pei conviti futuri.
    Erano  presenti,  per  solito,  alla  bisogna,  e porgevano aiuto,  la
    cameriera  Maria  Bisaccia  e  la  lavandaia  Candida  Marcanda  detta
    popolarmente Candia.  Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano
    in fila sul pavimento. I vasellami di argento e gli altri strumenti da
    tavola rilucevano sopra una spasa; ed erano massicci,  lavorati un po'
    rudemente da argentarii rustici,  di forme quasi liturgiche, come sono
    tutti i vasellami che si trasmettono  di  generazione  in  generazione
    nelle  ricche  famiglie  provinciali.  Una  fresca fragranza di bucato
    spandevasi nella stanza.
    Candia prendeva dalle canestre i mantili,  le tovaglie,  le salviette;
    faceva  esaminare  alla  signora  la  tela intatta;  e porgeva via via
    ciascun capo a  Maria  che  riempiva  i  tiratoi,  mentre  la  signora
    spargeva  negli  interstizii  un  aroma  e segnava nel libro la cifra.
    Candia era una femmina  alta,  ossuta,  segaligna,  di  cinquant'anni;
    aveva  la  schiena  un  po'  curvata  dall'attitudine abituale del suo
    mestiere, le braccia molto lunghe, una testa d'uccello rapace sopra un
    collo di testuggine. Maria Bisaccia era un'ortonese, un po' pingue, di
    carnagione lattea, d'occhi chiarissimi; aveva la parlatura molle,  e i
    gesti lenti e delicati come colei ch'era usa a esercitar le mani quasi
    sempre tra la pasta dolce,  tra gli sciroppi, tra le conserve e tra le
    confetture.  Donna Cristina,  anche  nativa  di  Ortona,  educata  nel
    monastero  benedettino,  era  piccola di statura,  con il busto un po'
    abbandonato sul davanti; aveva i capelli tendenti al rosso,  la faccia
    sparsa  di lentiggini,  il naso lungo e grosso,  i denti cattivi,  gli
    occhi bellissimi e pudichi,  somigliando un  cherico  vestito  d'abiti
    muliebri.
    Le  tre donne attendevano all'opera con molta cura;  e spendevano cos
    gran parte del pomeriggio.
    Ora,  una volta,  come Candia usciva  con  le  canestre  vuote,  Donna
    Cristina numerando le posate trov che mancava un cucchiaio.
    - Maria! Maria! - ella grid, con una specie di spavento.
    - Conta! Manca 'na cucchiara... Conta tu!
    - Ma come? Non pu essere, sign - rispose Maria. - Mo' vediamo.
    E  si  mise  a riscontrare le posate,  dicendo il numero ad alta voce.
    Donna  Cristina  guardava,  scotendo  il  capo.  L'argento  tintinniva
    chiaramente.
    - E' vero! - esclam alla fine Maria, con un atto di disperazione. - E
    mo' che facciamo?
    Ella  era  sicura  da ogni sospetto.  Aveva dato prove di fedelt e di
    onest per quindici anni,  in quella famiglia.  Era venuta  da  Ortona
    insieme con Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo parte
    dell'appannaggio  matrimoniale;  ed oramai nella casa aveva acquistata
    una certa autorit, sotto la protezione della signora.  Ella era piena
    di  superstizioni  religiose,  devota al suo santo e al suo campanile,
    astutissima.  Con la signora aveva  stretto  una  specie  di  alleanza
    ostile contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il santo
    dei Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze
    e le ricchezze del paese natale,  gli splendori della sua basilica,  i
    tesori di San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche,
    in confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo  piccolo
    braccio d'argento.
    Donna Cristina disse:
    - Guarda bene di l.
    Maria usc dalla stanza per andare a cercare. Rovist tutti gli angoli
    della cucina e della loggia inutilmente. Torn a mani vuote.
    - Non c'! Non c'!
    Allora ambedue si misero a pensare, a cumular congetture, a investigar
    nella loro memoria.  Uscirono su la loggia che dava nel cortile, su la
    loggia del lavatoio, per fare l'ultima ricerca.  Come parlavano a voce
    alta, alle finestre delle case in torno si affacciarono le comari.
    - Che v' successo, Donna Crist? Dite! Dite!
    Donna  Cristina e Maria raccontarono il fatto,  con molte parole,  con
    molti gesti.
    - Ges! Ges! Dunque ci stanno i ladri?
    In un momento il rumore del furto si sparse pel  vicinato,  per  tutta
    Pescara. Uomini e donne si misero a discutere, a imaginare chi potesse
    essere   il  ladro.   La  novella,   giungendo  alle  ultime  case  di
    Sant'Agostino,   s'ingrand:  non  si  trattava  pi  di  un  semplice
    cucchiaio, ma di tutta l'argenteria di casa Lamonica.
    Ora,  come  il  tempo  era bello e su la loggia le rose cominciavano a
    fiorire e due lucherini in gabbia cantavano,  le comari si trattennero
    alle finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo,  con quel dolce
    calore.  Le teste feminili apparivano tra i  vasi  di  basilico  e  il
    ciaramello pareva dilettare i gatti in su le gronde.
    Donna Cristina disse, congiungendo le mani:
    - Chi sar stato?
    Donna Isabella Sertale,  detta la Faina, che aveva i movimenti lesti e
    furtivi di un animaletto predatore, chiese con la voce stridula:
    - Chi ci stava con voi,  Donna Crist?  Mi pare che ho visto ripassare
    Candia...
    -  Aaaah!  - esclam Donna Felicetta Margasanta,  detta la Pica per la
    sua continua garrulit.
    - Ah! - ripeterono le altri comari.
    - E non ci pensavate?
    - E non ve n'accorgevate?
    - E non sapete chi  Candia?
    - Ve lo diciamo noi chi  Candia!
    - Sicuro!
    - Ve lo diciamo noi!
    - I panni li lava bene,  non c' che dire.  E' la meglio lavandaia che
    sta  a  Pescara,  non  c' che dire.  Ma tiene lu difetto delle cinque
    dita... Non lo sapevate, comm?
    - A me 'na volta mi manc due mantili.
    - A me 'na tovaglia.
    - A me 'na camicia.
    - A me tre paia di calzette.
    - A me due fdere.
    - A me 'na sottana nuova.
    - Io non ho potuto riavere niente.
    - Io manco.
    - Io manco.
    - Io non l'ho cacciata; perch chi prendo? Silvestra?
    - Ah! Ah!
    - Angelantonia? Babascetta?
    - Una peggio dell'altra!
    - Bisogna ave' pazienza.
    - Ma 'na cucchiara, mo'!
    - E' troppo, mo'!
    - Non vi state zitta, Donna Crist; non vi state zitta!
    - Che zitta e non zitta!  - proruppe Maria  Bisaccia  che,  quantunque
    avesse  l'aspetto placido e benigno,  non si lasciava sfuggire nessuna
    occasione per opprimere o per mettere in mala vista gli altri serventi
    della casa. - Ci penseremo noi, Donn'Isabb, ci penseremo!
    E le ciarle dalla loggia alle  finestre  seguitavano.  E  l'accusa  di
    bocca in bocca si propal per tutto il paese.


    2.
    La  mattina  vegnente,  mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella
    lisciva,  comparve su la  soglia  la  guardia  comunale  Biagio  Pesce
    soprannominato il Caporaletto.
    Egli disse alla lavatrice:
    - Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sbito.
    -  Che  dici?  - domand Candia aggrottando le sopracciglia,  ma senza
    tralasciare la sua bisogna.
    - Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sbito.
    - Mi vuole? E perch? - seguit a domandare Candia, con un modo un po'
    brusco,  non sapendo a  che  attribuire  quella  chiamata  improvvisa,
    inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra.
    -  Io  non  posso sapere perch - rispose il Caporaletto.  Ho ricevuto
    l'ordine.
    - Che ordine?
    La donna,  per una ostinazione naturale  in  lei,  non  cessava  dalle
    domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa.
    -  Mi  vuole il Sindaco?  E perch?  E che ho fatto io?  Non ci voglio
    venire. Io non ho fatto nulla.
    Il Caporaletto, impazientito, disse:
    - Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!
    E se ne and, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando.
    Intanto per il vico alcuni che avevano udito il  dialogo  uscirono  su
    gli  usci  e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le
    braccia. E, poich sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro
    e dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a
    quei motti, l'inquietudine prese l'animo della donna;  e crebbe quando
    ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia.
    - Cammina! - disse il Caporaletto, risolutamente.
    Candia si asciug le braccia,  in silenzio;  e and.  Per la piazza la
    gente si fermava. Rosa Panara, una nemica,  dalla soglia della bottega
    grid con una risata feroce:
    - Posa l'osso!
    La   lavandaia,   smarrita,   non   imaginando   la  causa  di  quella
    persecuzione, non seppe che rispondere.
    Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che  la  volevano
    veder  passare.  Candia,  presa  dall'ira,  sal le scale rapidamente;
    giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:
    - Ma che volete da me?
    Don Silla,  uomo pacifico,  rimase un momento turbato dalla voce aspra
    della  lavandaia,  e  volse  uno  sguardo  ai due fedeli custodi della
    dignit sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di
    corno:
    - Figlia mia, sedetevi.
    Candia rimase in piedi.  Il suo naso ricurvo era gonfio di collera,  e
    le  sue  guance  rugose  tremolavano  alle  contratture delle mascelle
    mordaci.
    - Dite, Don S.
    - Voi siete stata ieri a  riporta'  la  biancheria  a  Donna  Cristina
    Lamonica?
    - Be',  che c'?  che c'? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per
    capo... Non manca nulla. Che c', mo'?
    - Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria...
    Candia,  indovinando,  si volt come un falchetto inviperito che  stia
    per ghermire. E le labbra sottili le tremavano.
    - C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na
    cucchiara... Capite, figlia mia? L'avete presa voi... pe' sbaglio?
    Candia  salt  come  un locusta,  a quell'accusa immeritata.  Ella non
    aveva preso nulla, in verit.
    - Ah, io? Ah, io? Chi lo dice?  Chi mi ha vista?  Mi faccio meraviglia
    di voi, Don S! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...
    E   la   sua  indignazione  non  aveva  fine.   Ella  pi  era  ferita
    dall'ingiusta accusa perch  si  sentiva  capace  dell'azione  che  le
    addebitavano.
    - Dunque voi non l'avete presa? - interruppe Don Silla, ritirandosi in
    fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.
    - Mi faccio meraviglia!  - garr di nuovo la donna, agitando le lunghe
    braccia come due bastoni.
    - Be', andate. Si vedr.
    Candia usc,  senza salutare,  urtando contro lo stipite della  porta.
    Ella  era  diventata  verde: era fuori di s.  Mettendo il piede nella
    via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione
    popolare era contro di lei;  che  nessuno  avrebbe  creduto  alla  sua
    innocenza.  Nondimeno  si  mise  a  gridare le sue discolpe.  La gente
    rideva, dileguandosi. Ella, furibonda,  torn a casa;  si disper;  si
    mise a singhiozzare su la soglia.  Don Donato Brandimarte, che abitava
    a canto, le disse per beffa:
    - Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.
    Come i panni ammucchiati aspettavano  il  ranno,  ella  finalmente  si
    acquet; si nud le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava
    alla  discolpa,  architettava  un  metodo  di difesa,  cercava nel suo
    cervello  di  femmina  astuta  un  mezzo   artifizioso   per   provare
    l'innocenza;  arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti gli
    spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un  ragionamento
    che persuadesse gli increduli.
    Poi,  quando  ebbe terminata la bisogna,  usc;  volle andare prima da
    Donna Cristina.
    Donna Cristina non si fece vedere.  Maria Bisaccia  ascolt  le  molte
    parole  di  Candia  scotendo  il  capo,  senza risponder niente;  e si
    ritrasse con dignit.
    Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccont
    il fatto,  ad ognuna espose la discolpa,  aggiungendo sempre un  nuovo
    argomento,  aumentando le parole,  accalorandosi, disperandosi dinanzi
    alla incredulit e alla diffidenza;  e inutilmente.  Ella sentiva  che
    oramai  non  era  pi possibile la difesa.  Una specie di abbattimento
    cupo le prese l'animo. - Che pi fare! Che pi dire!


    3.
    Donna Cristina Lamonica intanto  mand  a  chiamare  la  Cinigia,  una
    femmina  del  volgo,  che  faceva  professione  di maga e di medicina
    empirica con  molta  fortuna.  La  Cinigia  gi  qualche  volta  aveva
    scoperta  la roba rubata;  e si diceva ch'ella avesse diverse pratiche
    con i ladroncelli.
    Donna Cristina le disse:
    - Ritrovami la cucchiara, e ti dar 'na regala forte.
    La Cinigia rispose:
    - Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore.
    E,  dopo ventiquattr'ore,  ella port la risposta.  - Il cucchiaio  si
    trova in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.
    Donna  Cristina e Maria discesero nel cortile,  cercarono e trovarono,
    con grande meraviglia.
    Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.
    Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella
    pareva pi alta;  teneva la testa eretta,  sorrideva,  guardando tutti
    negli occhi come per dire:
    - Avete visto? Avete visto?
    La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e
    poi  rompeva in uno sghignazzo significativo.  Filippo La Selvi,  che
    stava bevendo un bicchiere d'acquavite  fine  nel  caff  d'Angeladea,
    chiam Candia.
    - 'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!
    La donna,  che amava i liquori ardenti,  fece con le labbra un atto di
    cupidigia.
    Filippo La Selvi soggiunse:
    - Te lo meriti, non c' che di'.
    Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caff.  Tutti avevano su
    la faccia un'aria burlevole.
    Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:
    - L'ha saputa fa',  vero? Volpe vecchia...
    E batt familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.
    Tutti risero.
    Magnafave,  un piccolo gobbo,  scemo e bleso,  unendo insieme l'indice
    della mano destra con quello della  sinistra,  e  impuntandosi  su  le
    sillabe, disse:
    - Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...
    E  seguit  a  gesticolare  e  a balbettare con un'aria furbesca,  per
    indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti,  a quella vista,
    si contorcevano nell'ilarit.
    Candia rimase un momento smarrita;  co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un
    tratto, comprese. - Non credevano alla sua innocenza.  L'accusavano di
    aver  riportato il cucchiaio d'argento segretamente,  d'accordo con la
    strega, per non aver guai.
    Un impeto cieco di collera allora la invase.  Ella non trovava parole.
    Si gitt su 'l pi debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni
    e di graffi.  La gente,  con una gioia crudele, in conspetto di quella
    lotta,   schiamazzava  a  torno  in  cerchio,   come  dinanzi   a   un
    combattimento d'animali;  ed aizzava le due parti con le voci e con le
    gesticolazioni.
    Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa,  cercava di fuggire,
    sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della
    lavandaia,  girava con rapidit crescente, come un sasso nella fionda,
    sinch cadde con gran veemenza bocconi.
    Alcuni corsero a rialzarlo.  Candia si allontan tra i sibili;  and a
    chiudersi  in  casa;  si  gitt  a traverso il letto,  singhiozzando e
    mordendosi le dita,  pe 'l gran dolore.  La nuova accusa le coceva pi
    della prima,  tanto pi ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio.
    - Come discolparsi ora? Come chiarire la verit?  - Ella si disperava,
    pensando  di  non  poter  addurre in discolpa difficolt materiali che
    avessero  potuto  impedire  l'esecuzione  dell'inganno.  L'accesso  al
    cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo
    pianerottolo  della scalinata grande;  per togliere l'immondizie o per
    altre bisogne una quantit di gente entrava ed usciva  liberamente  da
    quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca agli accusatori
    dicendo:  -  Come  avrei  fatto  ad entrare?  - I mezzi per condurre a
    termine l'impresa erano molti ed agevoli;  e su questa  agevolezza  si
    fondava la credenza popolare.
    Candia  allora  cerc  differenti  argomenti  di  persuasione;  aguzz
    l'astuzia; imagin tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come
    mai si trovasse il  cucchiaio  nella  buca  del  cortile;  ricorse  ad
    artifizi  e  a  cavilli d'ogni genere;  sottilizz con una ingegnosit
    singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando
    in tutti i modi di vincere l'incredulit  delle  persone.  Le  persone
    ascoltavano  quei  ragionamenti  capziosi,   dilettandosi.  In  ultimo
    dicevano:
    - Va bene! Va bene!
    Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita.  - Tutte  le
    sue fatiche dunque erano inutili!  Nessuno credeva! Nessuno credeva! -
    Ella,  con una pertinacia mirabile,  tornava all'assalto.  Passava  le
    notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi
    edifizi,  a  superare  nuovi  ostacoli.  E  a  poco a poco,  in questo
    continuo sforzo,  la sua mente s'indeboliva,  non sosteneva pi  altro
    pensiero  che  non  fosse  quello  del  cucchiaio,  non avea quasi pi
    consapevolezza della vita comune.  Pi tardi,  per la  crudelt  della
    gente, una vera mana prese il cervello della povera donna.
    Ella,  trascurando  le sue bisogne,  s'era ridotta quasi alla miseria.
    Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare.  Quando scendeva
    alla riva del fiume,  sotto il ponte di ferro,  dove erano raccolte le
    altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva
    per sempre la corrente.  Parlava continuamente,  senza stancarsi  mai,
    della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano
    a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e
    gesticolava, come una pazza.
    Nessuno  pi  le  dava  lavoro.  Per compassione le antiche clienti le
    mandavano qualche cosa da mangiare.  A poco a poco ella  si  abitu  a
    mendicare.  Andava per le strade,  tutta cenciosa, curva e disfatta. I
    monelli le gridavano dietro:
    - Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!
    Ella fermava i  passanti  sconosciuti,  talvolta,  per  raccontare  la
    storia e per arzigogolare su la discolpa.  I giovinastri la chiamavano
    e per un soldo le facevano fare  tre,  quattro  volte  la  narrazione;
    sollevavano  difficolt  contro  gli argomenti;  ascoltavano sino alla
    fine,  per poi ferirla con una sola  parola.  Ella  scoteva  il  capo;
    passava oltre;  si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con
    loro,  sempre,  sempre,  infaticabile,  invincibile.  Prediligeva  una
    femmina  sorda,  che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e
    zoppicava da un piede.
    Nell'inverno del 1874 la colse una febbre maligna.  Fu assistita dalla
    femmina  lebbrosa.  Donna  Cristina Lamonica le mand un cordiale e un
    cassetto di brace.
    L'inferma,  distesa su 'l giaciglio,  farneticava  del  cucchiaio;  si
    levava  su  i  gomiti,  tentava  di  agitar le mani,  per secondare la
    perorazione.   La  lebbrosa  le  prendeva  le  mani  e  la  riadagiava
    pietosamente.
    Nell'agonia,  quando,  gi  gli  occhi ingranditi si velavano come per
    un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:
    - No so stata io, sign... vedete... perch... la cucchiara...










    La fattura.

    Quando nella piazza comunale  strepitavano  consecutivamente  i  sette
    starnuti  di  Mastro  Peppe  De  Sieri,  detto La Bravetta,  tutti gli
    abitanti di Pescara sedevano alle mense  e  incominciavano  il  pasto.
    Sbito  dopo,  la  campana  vibrava  i tocchi del mezzod.  Un'ilarit
    unanime propagavasi nelle case.
    Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese  questo  giocondo
    segnale  cotidiano;  e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si
    sparse per il contado in torno e per le terre finitime.  Ancra tra il
    buon  volgo  la  memoria n' viva e,  fermata in un proverbio,  durer
    lungamente nei tempi a venire.

    1.
    Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di alquanta corpulenza,  tozzo,
    con la faccia piena di una prospera stupidezza, con gli occhi simili a
    quelli  d'un  vitello  poppante,  con  mani  e  piedi di straordinaria
    espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente
    mobile,  e come aveva le mascelle  forti,  egli  nel  ridere  e  nello
    starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza
    della  pinguedine  tremano tutte come una gelatina,  secondo narrano i
    marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei
    movimenti,  la ridicolezza delle attitudini,  l'amore del  sonno.  Non
    poteva  passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra,  senza che un
    irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici.
    Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza;
    e poich si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi
    tutti i cittadini.
    Mastro Peppe nella sua giovent aveva tenuto negozio di maccheroni; ed
    era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta,
    tra il rumore  eguale  dei  buratti  e  delle  ruote,  fra  il  tepore
    dell'aria invasa dal polvero delle farine.  Nella maturit egli s'era
    legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli,  e
    da  allora,   abbandonato  il  mestiere  alimentario,  aveva  preso  a
    rivendere  stoviglie  di  maiolica  e  di  terracotta,  orci,  piatti,
    boccali,  tutto  lo  schietto  vasellame  fiorito  di cui gli artefici
    castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi.  Tra la rusticit
    e  quasi  direi  la  religiosit  di quelle forme immutate da secoli e
    immutabili,  egli viveva molto semplicemente,  starnutando.  E come la
    moglie  era avara,  a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava
    anche l'animo di lui.
    Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa
    rurale, proprio in quel punto ove la corrente rivolgesi formando quasi
    un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva,  pi che
    uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un
    porco  si impinguava annualmente,  sotto una quercia ricca di ghiande.
    In ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la  moglie  al  podere,
    trattenendovisi   co   'l   favore  di  Sant'Antonio,   per  assistere
    all'occisione e alla salatura del porco.
    Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta
    and solo ad invigilare il supplicio.
    Sopra una tavola ampia l'animale,  tenuto da  due  o  tre  coloni,  fu
    scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta
    la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero
    nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita
    slabbrante,  mentre il gran corpo dava gli ultimi tratti.  Il sole del
    novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide  la  nebbia.  La
    Bravetta  guardava,  con  una  sorta  di dilettosa ferocia,  l'occisor
    Lepruccio bruciare con un ferro rovente gli occhi del porco profondati
    nel grasso; e gioiva,  udendo stridere i bulbi,  al pensiero del molto
    lardo e del molto prosciutto futuro.
    L'occiso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una sorta
    di  forca rusticale,  e rimase pndulo con la testa in basso.  Ivi con
    fasci di canne accese i coloni  arsero  tutte  le  setole;  le  fiamme
    crepitavano  quasi invisibili alla maggior luce del giorno.  Lepruccio
    in ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo  nerastro
    che un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente.  La pelle, a mano
    a mano divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel
    sole.  E Lepruccio,  che aveva una faccia rugosa e untuosa di  vecchia
    femmina  con  le  campanelle  d'oro agli orecchi,  stringeva le labbra
    nella bisogna, allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.
    Quando  l'opera  fu  fornita,   Mastro  Peppe  ordin  che  i   coloni
    deponessero il porco in un luogo coperto.  Mai,  negli altri anni, pi
    meravigliosa mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor
    suo che la moglie non ivi fosse a rallegrarsene.
    Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e  Biagio
    Quaglia,  amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino
    Camplone, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita,
    ricchi di consiglio,  dediti alla crapula,  vaghi d'ogni sollazzo;  e,
    poich  avean  saputo  l'occisione  del  porco  e  l'assenza  di Donna
    Pelagia,  sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La
    Bravetta.
    Matteo  Puriello,  detto  Civola,  era  un uomo in su i quarant'anni;
    cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la
    pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola,
    tutta la testa avente l'aspetto di una effigie di legno su  cui  fosse
    rimasta  una  traccia  lievissima dell'antica doratura.  I suoi occhi,
    tondi,  vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle  bestie
    corritrici,  lucevano simili a due monete nuove.  In tutta la persona,
    vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno,  egli  aveva
    le  attitudini,  i movimenti,  il passo dondolante di quei lunghi cani
    barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure.
    Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre,
    d'alcuni anni pi giovane,  rubicondo nella faccia  e  tutto  gemmante
    come  un  mandorlo  a  primavera.   Egli  aveva  una  singolare  virt
    scimiatica di muovere indipendentemente gli orecchi e la  pelle  della
    fronte  e  la pelle del cranio,  per non so che vivacit di muscoli: e
    aveva una tale versatilit di aspetti e una tal felice potenza  vocale
    di  contraffazioni e cos prontamente sapeva cogliere il lato ridevole
    degli uomini e delle cose e  in  un  sol  gesto  o  in  un  sol  motto
    rappresentarlo, che tutte le brigate pescaresi per amor di allegria lo
    chiamavano,  e  convitavano.  Egli,  in questa dolce vita parassitica,
    prosperava,  sonando la chitarra alle mense nuziali e alle  pompe  dei
    battesimi.  I  suoi occhi brillavano come quelli d'un furetto.  Il suo
    cranio era coperto d'una sorta di lanugine simile a quella  del  corpo
    spiumato di un'oca grassa che ancra sia da abbrustolire.
    Or  dunque  La  Bravetta,  come vide i due amici,  li accolse con cera
    festevole, dicendo loro:
    - Qualu vente ve porte?
    E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate,  egli,
    traendoli  nella  stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco,
    soggiunse:
    - Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo' che ve pare?
    I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il
    Ristabilito faceva un cotal suo rumore con la lingua contro il palato.
    Civola chiese:
    - E che ce ne vuo' fa'?
    - Le vuojie sal - rispose La Bravetta con una voce in  cui  sentivasi
    fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola.
    -  Le  vuo' sal?  - grid d'improvviso il Ristabilito - le vuo' sal?
    Ma,  o Ci,  si viste ma' 'n'ommene chi stupide  di  cust?  A  farse
    scapp l'uccasione!
    La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora
    l'altro degli interlocutori.
    -   Donna   Pelagge  t'ha  sempre  tenute  assuggette  -  continu  il
    Ristabilito. - Sta vote che esse nen te guarde,  vnnete lu porche;  e
    magnmece li quatrine.
    - Ma Pelagge?  Ma Pelagge? - balbettava La Bravetta, a cui il fantasma
    della moglie irata dava gi uno sbigottimento immenso.
    - E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate  -  fece  il  biondo
    Civola, con un vivo gesto d'impazienza.
    La Bravetta inorrid.
    - E come facce a rij a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede;
    me cacce, me mene... Vu nen le sapete chi  Pelagge?
    -  Uh,   Pelagge!  Uh,  uh,  Donna  Pelagge!  -  squittirono  in  coro
    motteggiando i due insidiatori. E il Ristabilito, sbito,  imitando la
    voce  piagnucolosa  di  Peppe  e la voce acuta e stridula della donna,
    rappresent  una  scena  di  comedia  in  cui  Peppe  era  garrito   e
    sculacciato come un bamboletto.
    Civola rideva sgambettando in torno al porco,  senza potersi reggere.
    Il beffato,  preso da un  violento  impeto  di  starnuti,  agitava  le
    braccia verso l'alto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri
    della  finestra  tremavano.  I  fuochi  dell'occaso  percotevano i tre
    diversi volti umani.
    Come il Ristabilito tacque, Civola disse:
    - Mb, jamocnne!
    - Se vulete cen nghe me... - offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe.
    - No, no,  bello mio - interruppe Civola volgendosi verso l'uscio.  -
    Tu sghete Pelagge e slate lu porche.


    2.
    Camminarono gli amici lungo la riva del fiume.
    In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come
    edifizi  di preziosi cristalli;  e da Montecorno un serenissimo albore
    spandevasi nella rigidit delle aure,  ripercotevasi  dalla  limpidit
    delle acque.
    Disse il Ristabilito al Civola, soffermandosi:
    - Cumb, ce vulme arrubb sstanotte lu porche?
    Disse il Civola:
    - Eccome?
    Disse il Ristabilito:
    - Le sacce i' come, si lu porche arremane add l'avme viste.
    Disse Civola:
    - Emb, facmele! Ma, dap?
    Il  Ristabilito si sofferm di nuovo.  I suoi piccoli occhi brillavano
    come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le
    orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia.  Egli  fece,
    laconico:
    - Le sacce i'.
    Veniva  da lungi in contro ai due Don Bergamino Camplone,  nero in tra
    la  pioppaia  ignuda  e  argentea.  Sbito  che  i  due  lo  scorsero,
    sollecitarono  il passo verso di lui.  E il prete,  veduta la lor cera
    giuliva, dimand sorridendo:
    - Che me dicte de bbelle?
    Comunicarono gli amici  in  brevi  parole  il  loro  proposito  a  Don
    Bergamino,  il quale assent con molto rallegramento. E il Ristabilito
    soggiunse, a bassa voce:
    - Aqqu avme da fa' li cose a  la  furbesca  maniere.  Vu  sapete  ca
    Peppe,  da  quande  s'ha  pijiate  chella  brutta  vijecchie  de Donna
    Pelagge, s'ha fatte avare;  e lu vine je piace assa'.  'Mb,  jmele a
    pij  e purtmele a la taverne d'Assa.  Vu,  Don Bergamine,  dtece a
    beve a tutte e paghte sempre vu.  Peppe bevarr quante chi  putarr,
    senza  cacci  quatrine;  e se pijar 'na bona parrucche.  Accusc nu,
    dap, putme fa' mejie l'affare nuostre.
    Lod Civola il consiglio  del  Ristabilito,  e  il  prete  s'accord.
    Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile;
    e quando furono da presso, Civola diede la voce:
    - Ohe, La Bravettaa! Vuo' ven a la taverne d'Assa? Ce sta lu prvete
    aqqu che ce paghe na carrfe. Oheee!
    La  Bravetta  non pose indugio a discendere su 'l sentiero,  e tutti e
    quattro camminarono in fila,  motteggiando,  sotto il  chiarore  della
    nuova luna.  Nella serenit il miagolo de' gatti presi d'amore saliva
    ad intervalli. E il Ristabilito fece:
    - O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?
    In su la sinistra  riva  splendevano  i  lumi  della  taverna  d'Assa
    ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito
    assai dolce, Assa teneva un paliscalmo per traghettare gli avventori.
    Alle  voci,  si  mosse  in  fatti  il  paliscalmo  e venne per l'acqua
    luminosa a prendere i sopraggiunti.  Quando tutti i quattro  salirono,
    tra  amichevoli  clamori,  Civola con le sue lunghe gambe prese a far
    traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta,  che in
    mezzo   all'umidit  fluviale  fu  assalito  da  un  nuovo  impeto  di
    starnutazioni.
    Ma  nella  taverna,  in  tomo  a  un  desco  di  quercia,   gli  amici
    moltiplicarono   le   risa  e  i  clamori.   Ognuno  mesceva  da  bere
    all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi,
    brusco,  quasi frizzante,  ricco  di  sapore  e  di  colore,  scendeva
    agevolmente nel gorgozzle.
    - 'N'atra carrfe!  - ordinava Don Bergamino,  battendo il pugno in su
    'l desco.
    Assa,  un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto gli  occhi  e  di
    gambe storto,  recava le caraffe arrubinate.  Civola canticchiava una
    canzone di molta libert bacchica,  percotendo in ritmo il  vetro  dei
    bicchieri.  La Bravetta, con la lingua gi impedita, con gli occhi gi
    natanti nella favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi del
    suo bel porco e teneva il prete per  la  manica  affinch  ascoltasse.
    Sopra di loro pendevano dalla volta lunghe corone di poponelle d'acqua
    verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.
    Era  buona  ora  di notte quando gli amici ripassarono il fiume,  alla
    luna occidua.  Nel discendere su la riva Mastro Peppe  fu  l  l  per
    cadere  tra  la  melma,  tanto egli aveva le gambe malferme e la vista
    torbida.
    Disse il Ristabilito:
    - Facme 'n' pera bbone. Arpurtme a la case cust.
    E il ricondussero,  sorreggendolo alle ascelle,  su per  la  pioppaia.
    Balbettava l'ebro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:
    - Uh, quanta frate duminicane!...
    E Civola:
    - Vann' a la cerche pe' Sant'Antuone.
    E l'ebro, dopo un poco:
    - O Leprucce, Leprucce, sette rtole de sale n'abbaste. Come facme?
    Giunti  all'uscio  di  casa,  i tre congiurati se ne andarono.  Mastro
    Peppe sal  a  grande  stento  la  scaletta,  sempre  farneticando  di
    Lepruccio e del sale.
    Poi,  senza rammentarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si gitt in su
    'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi rimase.
    Civola e il Ristabilito,  come ebbero avuto ristoro alla cena di  Don
    Bergamino,  muniti di certi ordigni ritorti,  se ne vennero cautamente
    all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna,  tutto smagliante
    di   stelle;   e  un  maestraletto  gelido  andava  soffiando  per  la
    solitudine.  I  due  avanzarono  in  silenzio,   tendendo  l'orecchio,
    soffermandosi  ad ora ad ora;  e tutte le virt venatorie e le agilit
    di Matteo Puriello in quell'occorrenza si esercitavano.
    Quando essi giunsero alla mta,  il Ristabilito a pena pot trattenere
    una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta
    quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del
    dormiente.  Civola sal primo le scale,  seguto dall'altro. Ambedue,
    al fievolissimo lume che entrava pe' vetri,  scorsero sbito la  forma
    vaga  del  porco in su la tavola.  Con infinita cautela sollevarono il
    peso e pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia.  Stettero
    quindi in ascolto. Un gallo d'improvviso cant e altri galli risposero
    dalle aie, consecutivamente.
    Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero,  con il porco in su
    le spalle,  ridendo d'un riso lungo e silenzioso;  e a Civola  pareva
    d'essere  gi  per  una  bandita  recando un grosso capo di selvaggina
    predata.  Come il porco era assai greve,  essi giunsero alla casa  del
    prete anelanti.


    3.
    La  mattina  Mastro Peppe,  avendo digerito il vino,  si risvegli;  e
    stette su 'l letto un poco ad allungar le membra  e  ad  ascoltare  le
    campane che salutavan la vigilia di Sant'Antonio.  Egli gi,  in mezzo
    alla confusione del primo risvegliarsi,  sentiva nell'animo espandersi
    la  contentezza  del  possesso,  e  pregustava  il  diletto  di  veder
    Lepruccio mettere in pezzi e coprir con sale le pingui carni suine.
    Spinto da questo pensiero,  egli si lev;  e con sollecitudine usc su
    'l pianerottolo,  stropicciandosi gli occhi per meglio guardare. Su la
    tavola non rimaneva se non  qualche  macchia  sanguigna,  e  sopra  vi
    rideva il sole virginalmente.
    -  Lu  porche?  Add sta lu porche?  - grid,  con una voce rauca,  il
    derubato.
    Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio
    aperto,  si percosse la fronte,  irruppe fuori urlando,  chiamando  in
    torno a s i lavoratori, chiedendo a tutti se avessero visto il porco,
    se  l'avessero preso.  Egli moltiplicava le querele,  sollevava ognora
    pi le voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera,
    giunse fino agli orecchi di Civola e del Ristabilito.
    Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo,  per godersi lo
    spettacolo  e per continuare la beffa.  E come furono giunti in vista,
    Mastro  Peppe,  rivolgendosi  a  loro,  tutto  dolente  e  lacrimante,
    esclam:
    - Uh,  pover' a me! Me l'hann' arrubbate lu porche! Uh, pover' a me! E
    coma facce mo'? E coma facce?
    Biagio   Quaglia   stette   un   poco    a    considerare    l'aspetto
    dell'infelicissimo,  con  socchiusi  gli  occhi  tra  la canzonatura e
    l'ammirazione,  con china la testa verso una spalla,  quasi in atto di
    giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:
    - Eh, s, s... nen ze po' di' de no... Tu le fi' bbone la parte.
    Peppe, non comprendendo, lev la faccia tutta solcata di gocciole.
    -  Eh,  s,  s...  sta vote li si fatte proprie da furbe - seguit il
    Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole.
    Peppe, non comprendendo ancra, lev di nuovo la faccia;  e le lacrime
    negli occhi pieni di stupore gli si arrestarono.
    - Ma,  pe' di' la verit, accusc maleziose nen te credeve - riprese a
    dire il Ristabilito. - Brave! brave! Me rallegre!
    - Ma tu che dice? - dimand tra i singhiozzi La Bravetta.  - Ma tu che
    dice? Uh, pover' a me! E coma facce mo' a rij a la case?
    - Brave! brave! Bena! - incalzava il Ristabilito. - Dajie mo'! Strilla
    forte!  Piagne forte!  Trete li capille!  Fatte sent! Accusc! Falle
    crde'.
    E Peppe, piangendo:
    - Ma i' diche addavre ca me se l'hann'arrubbate. Uh die! Pover' a me!
    - Dajie!  Dajie!  Nen te ferm.  Quante chi tu strille,  chi te nome
    crde. Dajie! Angre! Angre!
    Peppe,  fuor  di  s  pe  'l  dispetto  e  pe 'l dolore,  sacramentava
    ripetendo:
    - I' diche addavre. Che me pozza mur, mo', sbbite, se lu porche nen
    me se l'hann' arrubbate!
    - Uh, povere 'nnucende! - squitt per ischerno Civola. - Mettteje lu
    ditucce 'mmocche.  Coma putme fa' a crdete,  se jere avme viste  lu
    porche a l? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vul?
    - Sant'Andonie bbenedette! E' coma diche i'.
    - Ma po' esse?
    - Accusc .
    - Ma nen  cusc.
    - E' cusc.
    - No.
    - Uh,  uh,  uh!  E' cusc!  E' cusc! I' so' mmorte. I' nen sacce coma
    pozze fa' a rij a la case. Pelagge nen me crede; e se ppure me crede,
    nen me d chi pace... I' so' mmorte!
    - 'Mb, ce vulme crde - concluse il Ristabilito. - Ma bbade. Pe', ca
    Civule a jere t'ha 'nzegnate lu juchette.  E i'  nen  vulesse  ca  tu
    gabbsse a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace...
    Allora La Bravetta ricominci a piangere,  a gridare, a disperarsi con
    una cos pazza irruzion  di  dolore,  che  il  Ristabilito  per  piet
    soggiunse:
    - 'Mb,  statte zitte.  Te credme.  Ma,  se  vere su fatte,  s'ha da
    truv 'na maniere pe' armedi.
    - Quala maniere? - dimanda sbito,  rasserenandosi tra le lacrime,  La
    Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva.
    -  Ecc'a  qua  -  propose Biagio Quaglia.  - Certe,  une di quille che
    stanne pe' qua attorne ha avute da esse;  pecch certe n'hanne  vinute
    dall'India bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'?
    - Va bbone,  va bbone - assent l'uomo, che stava trepido a udire, col
    naso in alto tutto ancor pieno d'umor lacrimale.
    - Mo' dunque (statte attende),  - continua il Ristabilito che a quella
    credula attenzione prendeva diletto - mo' dunque se nisciune ha vinute
    dall'India  bbasse pe' venirte a rubb,  cert' che quaccune di quille
    che stanne pe' qua attorne ha avute da esse lu latre. No, Pe'?
    - Va bbone, va bbone.
    - Mo' che s'ha da fa'?  S'ha da raun  tutte  sti  cafune  e  s'ha  da
    sprement  cacche  fatture  pe'  scupr  lu latre.  Scuperte lu latre,
    scuperte lu porche.
    Gli occhi di Mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece pi
    da presso,  poich l'accenno alla fattura aveva risvegliate in lui  le
    native superstizioni.
    - Tu le si; ce stanne tre specie de magge: la bianche, la rosce e la
    nere,  e ce stanne,  tu le si, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa
    Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie.
    Peppe stette un momento in forse.  Poi elesse Rosaria Pajara che aveva
    gran fama d'incantatrice e aveva operato in altri tempi cose mirabili.
    - 'Mb,  su, - concluse il Ristabilito - nen ce sta tembe da prde. I'
    pe' te,  propie pe' farte nu piacere,  vajie sine a lu  paese  a  pij
    quelle che ce serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce d tutte cose, e me
    n'arvenghe, dentr'a sta matine. Damme li quatrine.
    Peppe  si  tolse  dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li
    porse.
    - Tre carline? - grida l'altro, rifiutandoli. - Tre carline?  Ma ce ne
    vo' pe' lu mene diece.
    A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento.
    - Come?  Pe' na fatture, diece carline? - balbetta egli cercandosi con
    le dita tremule nella tasca. - E'cchetene otte. Nen ne tenghe chi.
    Disse il Ristabilito, secco:
    - Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene pure tu, Ci?
    I due compagni s'incamminarono verso Pescara,  di buon  passo,  pe  'l
    sentiero  degli  alberi,  l'uno  innanzi,  l'altro  dietro.  E Civola
    picchiava gran colpi di pugno  su  la  schiena  del  Ristabilito,  per
    dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono
    nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano in
    familiarit;  ed  ivi  comperarono  certi aramati e droghe,  facendone
    quindi comporre pallottole a guisa di pillole grosse  come  noci,  ben
    coperte di zucchero,  sciloppate e cotte.  Sbito che lo speziale ebbe
    compiuta l'operazione,  Biagio Quaglia (il  quale  nel  frattempo  era
    stato  assente) torn con una carta piena d'escrementi secchi di cane;
    e di quelli escrementi volle che  lo  speziale  componesse  due  belle
    pillole,  in  tutto  simili  alle  altre  per  la  forma,  se  non che
    confettate prima di loe e poi coperte leggermente di  zucchero.  Cos
    lo speziale fece;  e,  perch queste dalle altre si riconoscessero, vi
    mise, per consiglio del Ristabilito, un piccolo segno.
    I due ciurmadori ripresero la via della campagna,  e furono alla  casa
    di  Mastro Peppe in su l'ora di mezzod.  Mastro Peppe stava con molto
    affanno aspettando.  A pena vide sbucare di tra le alberelle il  corpo
    lungo e sottile di Civola, grid:
    - 'Mb?
    -  Tutte    all'ordene  -  rispose in suon di trionfo il Ristabilito,
    mostrando il cofano delle confetture incantate. - Mo' tu, gi che ogge
     la viggilie de Sant'Andonie e  li'  cafune  fanne  feste,  arhunisce
    tutte  quante  all'are  pe'  dajie  a  beve.  Tu  hi  da ten na certe
    butticelle de Montepulciane.  Mitte mane a quelle pe' ogge!  E  quande
    tutte  stanne bene arhunite,  penze i' a fa' e a dice tutte quelle che
    s'ha da fa' e s'ha da di'.



    4.
    Dopo due ore,  come  il  pomeriggio  era  tiepido  e  chiarissimamente
    sereno,  avendo  La  Bravetta  fatto  correre  la voce,  se ne vennero
    all'invito i coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano
    alti mucchi di paglia,  che percossi dal sole ornavansi d'un  glorioso
    colore  d'oro;  quivi una torma di oche andava schiamazzando,  bianca,
    lenta,  con larghi becchi aranciati,  chiedendo di nuotare;  gli odori
    dello  stabbio  giungevano  ad  intervalli.   E  tutti  quelli  uomini
    rusticani, aspettando di bere, motteggiavano,  tranquilli,  su le loro
    gambe in arco difformate dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e
    rossastri come vecchi pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o
    resi  vivi  dalla  lunga  malizia;   altri  con  barbe  nascenti,  con
    attitudini di giovent,  con nelle vesti rinnovate una manifesta  cura
    d'amore.
    Civola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in una
    mano  la scatola delle confetture,  il Ristabilito ordin che tutti si
    mettessero in cerchio;  e,  stando egli  nel  mezzo,  fece  una  breve
    concione, non senza una certa gravit di voce e di gesti.
    - Bon' ummene!  - disse,  - nisciune de vu,  certe,  sa pecch propie
    Mastre Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...
    Un moto di stupore, a questo strano preambolo,  si propag in tutte le
    bocche  degli ascoltanti;  e la letizia pe 'l promesso vino si mut in
    una inquietudine di diversa aspettazione. Continuava l'oratore:
    - Ma,  seccome po' succde caccosa bbrutte e vu ve putasste lagn  de
    me, ve vojie dice de che se tratte, prima de fa' la spirienze.
    Gli  ascoltanti  si  guardavano  l'un  l'altro negli occhi con un'aria
    smarrita;  e quindi  rivolgevano  lo  sguardo  curioso  e  incerto  al
    cofanetto  che  l'oratore  teneva  in una mano.  Un d'essi,  poich il
    Ristabilito faceva  pausa  per  considerare  l'effetto  delle  parole,
    esclam impaziente:
    - Ebb?
    -  Mo',  mo',  bell'uammene  mi'.  La notta passate s'hann'arrubbate a
    Mastre Peppe nu bbonne porche che s'ave' da  sal.  Chi  ha  state  lu
    latre,  nen  ze  sa;  ma  cert'  ca s'ha da truv miezze a vu' utre,
    pecch nisciune venve dall'India  bbasse  p'arrubbarse  lu  porche  a
    Mastre Peppe!
    Fosse  un  giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o
    fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominci a starnutire.  I
    villici  si  fecero  in  dietro;  la  trib  dalle  oche  si disperse,
    sbigottita;  e sette starnutazioni consecutive risonarono  liberamente
    nell'aria,  turbando la pace rurale.  L'ilarit risorse negli animi, a
    quel fragore. L'adunanza, dopo un poco,  si ricompose.  Il Ristabilito
    continu, sempre grave:
    -  Pe'  scupr lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magn certe
    bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciane  viecchie  che
    j'ha  messe  mane  ogge apposte.  Ma pir v'ajie da dice 'na cose.  Lu
    latre,  appena se mette 'mmocche  lu  cunfette,  se  sente  la  vocche
    accusc  amare,  accusc  amare  c'ha  da  sput  pe'  fforze.  Vulete
    sprement? O pure lu latre, pe' nen esse sbruvegnate,  se vo' cunfess
    a lu prvete? Bell'ua, arspunnte!
    -  Nu vulme magn e beve - risposero quasi in coro gli adunati.  E un
    movimento incerto corse fra quella gente semplice.  Ognuno,  guardando
    il  compagno,  aveva  negli occhi una punta d'investigazione.  Ognuno,
    naturalmente, poneva nel ridere una tal ostentazione di spontaneit.
    Disse Civola:
    - V'avete da mette tutt'a ffile,  pe' la sprenze.  Nisciune  s'ha  da
    put nnascnne.
    Ed egli,  quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri,
    apprestandosi a mescere.  Il Ristabilito si fece dall'un de'  capi,  e
    cominci  a  distribuire  pianamente i confetti che sotto le gagliarde
    dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un  attimo.  Come
    egli  giunse  a  Mastro Peppe,  prese uno dei confetti canini e glielo
    porse; e seguit oltre, senza nulla dare a divedere.
    Mastro Peppe, che fin allora era stato con i grandissimi occhi intenti
    a  cogliere  in  fallo  qualcuno,   si  gitt  in  bocca  il  confetto
    prestamente,  quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un
    tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente  verso  gli  occhi,
    gli angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle
    del  naso  gli  si  arricci,  il mento gli si torse un poco,  tutti i
    lineamenti della sua faccia ebbero una comune mimica  involontaria  di
    orrore;  e  una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le
    spalle.  E sbito,  poich la  lingua  non  poteva  sostenere  l'amaro
    dell'loe  e  una  resistenza  invincibile saliva dallo stomaco per la
    gola ad impedire  l'inghiottimento,  il  malcapitato  fu  costretto  a
    sputare.
    - Ohe,  Mastre P, tu che ccazze fi? - garr Tulespre dei Passeri, un
    vecchio capraro verdastro e peloso come una tartaruga di palude.
    Si rivolse,  a quella voce agra,  il Ristabilito che non  anche  aveva
    terminato di distribuire. Per, vedendo La Bravetta tutto contorcersi,
    disse con suon di benevolenza:
    - 'Mb, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ecchene n'utre. 'Nglutte,
    Peppe!
    E con due dita gli cacci in bocca la seconda pillola canina.
    Il  pover'uomo  la  prese;  e,  sentendo  sopra  di s fissi gli occhi
    maligni e acuti del capraro,  fece  un  supremo  sforzo  per  sostener
    l'amarezza;  non mastic, non inghiott; stette con la lingua immobile
    contro i denti.  Ma,  come al calore dell'alito  e  all'umidore  della
    saliva l'loe si discioglieva,  egli non poteva pi reggere: le labbra
    gli si torsero come dianzi;  il naso gli si emp di lacrime;  e  certe
    gocciole  grosse  gli cominciarono a sgorgare dal cavo degli occhi e a
    rimbalzar, come perle scaramazze, gi per le gote. Alfine, sput.
    - Ohe, Mastre P,  e mo' che ccazze fi?  - garr di nuovo il capraro,
    mostrando  in  un suo ghigno le gengive bianchicce e vacue.  - Ohe,  e
    queste mo' che signfeche?
    Tutti i villici ruppero l'ordine,  e attorniarono La Bravetta;  alcuni
    con risa di beffa,  altri con parole irose.  Le ribellioni di orgoglio
    subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre,  le severit
    implacabili   della  superstizione  scoppiarono  d'improvviso  in  una
    tempesta di contumelie.
    - Pecch ci si' fatte ven a qua?  Pe' jett la clepe  a  une  de  nu
    'nghe 'na fatture fuze?  Pe' cujun a nu?  Pecch?  S' fatte male li
    cunde! Latre, bbuciarde, nasa, fijie de cane,  fijie de puttane!  A nu
    vu  cujun?  Pezze  de fesse!  Latre!  Nasa!  Te vuleme rompe tutte li
    pignate 'n cocce. Fijie de puttane! Sangue de Criste, tu!
    E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri,  gridando le
    ultime ingiurie di tra i pioppi.
    Allora  rimasero  nell'aia  Civola,  il  Ristabilito,  le  oche  e La
    Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione,  con il
    palato ancora morso dalla perversit dell'loe,  non poteva profferire
    parola.  Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente,  percotendo
    il  terreno  con la punta del piede poggiato in su 'l tacco,  scotendo
    per ironia il capo.  Civola squitt,  con un indescrivibile  suon  di
    dileggio:
    - Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicce nu poche; quante ci
    si' fatte? Diece ducate?

















    I marenghi.

    Passacantando  entr,  sbattendo  forte  le  vetrate malferme.  Scosse
    rudemente dalle spalle le gocce di pioggia;  poi si guard  in  torno,
    togliendosi  dalla  bocca  la  pipa e lasciando andare contro il banco
    padronale un  lungo  getto  di  saliva,  con  un  atto  di  noncuranza
    sprezzante.
    Nella  taverna  il  fumo  del  tabacco  faceva  come  una  gran nebbia
    turchiniccia,  di mezzo a cui si  intravedevano  le  facce  varie  dei
    bevitori e delle male femmine.  C'era Pachi,  il marinaro invalido, a
    cui una untuosa benda verde  copriva  l'occhio  destro  infermo  d'una
    infermit   ributtante.   C'era   Binchi-Banche,   il   servitore  dei
    finanzieri,  un omiciattolo dal viso  giallognolo  e  rugoso  come  un
    limone  senza  succo,   curvo  nella  schiena,   con  le  magre  gambe
    sprofondate negli stivali fino  ai  ginocchi.  C'era  Magnasangue,  il
    mezzano dei soldati,  l'amico degli attori comici, dei giocolieri, dei
    saltimbanchi,  delle sonnambule,  dei domatori  d'orsi,  di  tutta  la
    gentaglia  famelica e girovaga che si ferma nel paese per carpire agli
    oziosi un quattrino.  E c'erano le belle del Fiorentino: tre o quattro
    femmine  affloscite  nel  vizio,  con  le  guance  tinte d'un color di
    mattone,  gli occhi bestiali,  la bocca flaccida e quasi paonazza come
    un fico troppo maturo.
    Passacantando attravers la taverna e and a sedersi su una panca, tra
    la  Pica e Peppuccia,  contro il muro segnato di figure e di scritture
    invereconde.   Egli  era  un  giovinastro  lungo   e   smilzo,   tutto
    dinoccolato,  con  una  faccia  pallidissima  da  cui sporgeva il naso
    grosso,  rapace,  piegato molto da  una  parte.  Le  orecchie  gli  si
    spandevano  ai  due  lati  come  cartocci  sinuosi,  l'uno  pi grande
    dell'altro; le labbra, sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di
    forma,  avevano sempre agli angoli  alcune  piccole  bolle  di  saliva
    bianchicce.   Un   berretto  che  l'untuosit  rendeva  consistente  e
    malleabile come la cera, gli copriva i capelli bene curati, di cui una
    ciocca foggiata ad uncino scendeva  fin  su  la  radice  del  naso  ed
    un'altra  arrotondavasi  su  la  tempia.  Una  specie di oscenit e di
    lascivia naturale emanava da ogni attitudine,  da ogni gesto,  da ogni
    modulazion di voce, da ogni sguardo di costui.
    - Ohe,  - grid egli - l'Africana, una fujetta! - percotendo il tavolo
    con la pipa d'argilla che al colpo s'infranse.
    L'Africana,  la padrona della taverna,  si mosse dal  banco  verso  il
    tavolo,  barcollando  per  la  sua corpulenza grave;  e pos dinanzi a
    Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con
    uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.
    Passacantando d'un tratto,  dinanzi a lei,  cinse con  il  braccio  il
    collo di Peppuccia costringendola a bere,  e quindi attacc la bocca a
    quella bocca che ancora teneva il  sorso  del  vino  e  fece  atto  di
    suggere.  Peppuccia  rideva,  schermendosi;  e per le risa il vino mal
    tracannato spruzzava la faccia del provocatore.
    L'Africana divenne livida.  Si ritrasse dietro il banco.  Di mezzo  al
    fumo  denso del tabacco le giungevano gli schiamazzi e le mozze parole
    di Peppuccia e della Pica.
    Ma la vetrata si apr.  E comparve su la soglia il  Fiorentino,  tutto
    avvolto in un pastrano, come uno sbirro.
    - Ehi, ragazze! - fece con la voce rauca. - E' ora.
    Peppuccia,  la  Pica,  le  altre  si levarono di tra gli uomini che le
    perseguitavano con le mani e con le parole; se ne uscirono,  dietro il
    loro  padrone,  mentre  pioveva  e tutto il Bagno era un lago melmoso.
    Pachi,  Magnasangue,  gli altri anche se ne uscirono,  a uno  a  uno.
    Binchi-Banche  rimase  disteso  sotto una tavola,  immerso nel torpore
    dell'ebriet. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l'alto.
    Una tortora spennacchiata andava qua e l  beccando  le  briciole  del
    pane.

    Allora,  come Passacantando fece per alzarsi,  l'Africana gli mosse in
    contro,   lentamente,   con  la  persona  deforme  atteggiata  a   una
    lusinghevole mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da una parte
    all'altra;   ed   una  smorfia  grottesca  le  rincrespava  la  faccia
    plenilunare.  Su la faccia ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli
    crescenti dai ni; una lanugine densa le copriva il labbro superiore e
    le guance;  i capelli corti, crespi e duri le formavano su 'l capo una
    specie di casco;  le sopracciglia le si riunivano alla radice del naso
    camuso  folte;  cosicch ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito
    affetto di elefanzia o di idrope.
    Quando fu presso all'uomo, ella gli afferr la mano per trattenerlo.
    - Oh, Giuv!
    - Che volete?
    - I' che t'hajie fatte?
    - Voi? Niende.
    - E allora pecch me dai pene e turmende?
    - Io? Me facce meravijia... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo'.
    E l'uomo, con un moto brutale,  fece per andarsene.  Ma l'Africana gli
    si  gett  alla  persona,  stringendogli le braccia,  e mettendogli il
    volto contro il volto,  ed opprimendolo con tutta la mole delle carni,
    per  un  impeto di passione e di gelosia cos terribilmente incomposto
    che Passacantando ne rimase atterrito.
    - Che vuo'?  Che vuo'?  Dimmele!  Che vuo'?  Che te  serve?  Tutte  te
    denghe;  ma  statte  'nghe  me,  statte  'nghe me.  Nen me fa' mur di
    passijone... nen me fa'  'n pazza...  Che te serve?  Viene!  Pjiate
    tutte quelle che truove... - Ed ella lo trasse verso il banco; apr il
    cassetto; gli offerse tutto, con un gesto solo.
    Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra
    cui  luccicavano  tre  o  quattro  piccole monete d'argento.  Potevano
    essere, insieme, cinque lire.
    Passacantando,  senza dir nulla,  raccolse  le  monete  e  si  mise  a
    contarle  su  'l  banco,  lentamente,  tenendo  la bocca atteggiata al
    dispregio. L'Africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo,
    ansando come una bestia stracca.  Si udiva il tintinno  del  rame,  il
    russare aspro di Binchi-Banche,  il saltellare della tortora, in mezzo
    al continuo rumore della pioggia e del fiume gi per il Bagno e per la
    Bandiera.
    - Nen m'abbaste - disse finalmente Passacantando.  - Ce  vo'  l'utre.
    Cacce l'utre, se no i' me ne vajie.
    Egli  s'era schiacciato il berretto su la nuca.  Il ciuffo rotondo gli
    copriva la fronte,  e sotto il  ciuffo  gli  occhi  bianchicci,  pieni
    d'impudenza   e   d'avarizia,   guardavano   l'Africana  intentamente,
    involgendo quella femmina in una specie di fascinazione malefica.
    - I' nen tenghe chi niende.  Tu mi si spujate.  Quelle  che  truove,
    pjiatele...  -  balbettava  l'Africana,  supplichevole,  carezzevole,
    mentre la pappagorgia e le  labbra  le  tremavano,  e  le  lagrime  le
    sgorgavano dagli occhietti porcini.
    - 'Mb,  - fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei -
    'mb, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?
    - Oh, Giuvanne... E coma facce pover'amm?
    - Tu, mo', sbbito,  vall'a pij.  I' t'aspett'a qua.  Maritete dorme.
    Quest' lu momende. Va; se no nen m'arvide chi, pe' Sant'Andonie.
    - Oh, Giuvanne... I' tenghe pahure.
    - Che pahure e nen pahure! - strill Passacantando. Mo' ce venghe pure
    i'. 'Jame!
    L'Africana  si  mise a tremare.  Indic Binchi-Banche che stava ancora
    disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.
    -  Chiudme  prime  la  porte  -  ella  consigli,   con  sommessione.
    Passacantando  dest con un calcio Binchi-Banche,  che per lo spavento
    improvviso cominci a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finch
    non fu quasi trascinato fuori,  nella mota  e  nelle  pozzanghere.  La
    porta si chiuse.  La lanterna rossa,  che stava appiccata ad una delle
    imposte, illumin la taverna d'un rossore sudicio;  gli archi massicci
    si  disegnarono  in  ombra  profonda;  la  scala  nell'angolo  divenne
    misteriosa; tutta l'architettura prese un'apparenza tetra.
    - 'Jame! - ripet Passacantando all'Africana che ancora tremava.

    Ambedue  salirono  adagio  per  la  scala  di  mattoni   che   sorgeva
    nell'angolo pi oscuro,  la femmina innanzi,  l'uomo indietro. In cima
    alla scala era una stanza bassa,  impalcata di  travature.  Sopra  una
    parete era incrostata una Madonna di maiolica azzurrognola;  e davanti
    le ardeva in un bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per vto. Le
    altre pareti  copriva,  come  una  lebbra  multicolore,  una  quantit
    d'imagini  di carta in brandelli.  L'odore della miseria,  l'odore del
    calore umano nei cenci, empiva la stanza.
    I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.
    Stava su 'l letto maritale il vecchio,  immerso nel sonno,  respirante
    con  una  specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti,  a
    traverso il naso umido e dilatato dal tabacco.  La testa calva  posava
    di  sbieco  sopra  un  guanciale  di cotone rigato;  su la bocca cava,
    simile a un taglio fatto su una  zucca  infracidita,  si  rizzavano  i
    baffi  ispidi  e ingialliti dal tabacco;  e uno degli orecchi visibile
    rassomigliava all'orecchio rovesciato di un  cane,  essendo  pieno  di
    peli,  coperto  di  bolle,  lucido di cerume.  Un braccio usciva fuori
    delle coperte,  nudo,  scarno,  con grossi rilievi di vene simili alle
    gonfiezze  delle varici.  La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo,
    per abitudine di prendere.
    Ora,  questo vecchio ebete possedeva da tempo due  marenghi  avuti  in
    lascito non si sa da qual parente usuraio;  e li conservava con gelosa
    cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco,  come alcuni
    fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti;
    ed  il  vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli
    nel prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in s crescere
    la passione dell'avarizia e la volutt del possesso.
    L'Africana si  accost  pianamente,  trattenendo  il  respiro,  mentre
    Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si ud per le scale un
    rumore.  Ambedue  ristettero.  La  tortora spennacchiata e zoppa entr
    saltellando nella stanza;  trov il nido in una ciabatta,  a  pi  del
    letto  maritale.  Ma come ancora,  nell'accomodarsi,  faceva strepito,
    l'uomo con un moto rapido la serr  nel  pugno,  con  una  stretta  la
    soffoc.
    - Ci sta? - chiese all'Africana.
    - S,  ci sta,  sott'a lu cuscine... - rispose quella mentre insinuava
    sotto il guanciale la mano.
    Il vecchio, nel sonno, si mosse,  mettendo un gemito involontario,  ed
    apparve tra le sue palpebre un po' del bianco degli occhi. Poi ricadde
    nell'ottusit del sopore senile.
    L'Africana,  per l'immensa paura,  divenne audace; spinse la mano d'un
    tratto,  afferr la tabacchiera,  e,  con un moto di fuga,  si rivolse
    verso le scale; discese seguta da Passacantando.
    -  O  Die!  O  Die!  Vide  che  so  fatte  pe'  te!...  -  balbettava,
    abbandonandosi addosso all'uomo.
    Ed ambedue si misero insieme,  con le  mani  malferme,  ad  aprire  la
    tabacchiera,  a cercare fra il tabacco le monete d'oro.  L'acuto aroma
    saliva loro per le narici; ed ambedue,  come sentivano l'eccitazione a
    starnutire,  furono  invasi  d'improvviso  da un impeto d'ilarit.  E,
    soffocando il rumore degli starnuti,  barcollavano e si  sospingevano.
    Al gioco,  la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva.  Ella
    amava d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e  qua
    e  l  percossa da Passacantando;  fremeva tutta e tutta si ribrezzava
    nella sua bestiale  orridezza.  Ma,  a  un  punto,  prima  si  ud  un
    brontollo indistinto e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza.  E
    il vecchio comparve in cima alla scala,  livido  alla  luce  rossastra
    della lanterna, magro, scheletrito, con le gambe nude, con una camicia
    a brandelli.  Guardava in gi la coppia ladra;  ed agitando le braccia
    gridava come un'anima dannata
    - Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!









    La madia.

    Appena Luca ud il rumore delle grucce,  spalanc gli occhi e li volse
    ardenti  e  torbidi  verso  la  porta,   aspettando  che  il  fratello
    comparisse sul limitare. Tutta la faccia,  estenuata dalla sofferenza,
    divorata   dalla  febbre,   sparsa  di  bolle  rossastre,   gli  prese
    d'improvviso un aspetto di durezza e quasi d'ira. Egli afferr le mani
    della madre, convulsamente, gridando, con la voce rauca e rotta:
    - Caccialo!  Caccialo!  Non lo voglio vedere.  Capisci?  Non lo voglio
    vedere; mai pi. Capisci?
    Le  parole  lo soffocarono.  Egli stringeva forte le mani della madre,
    tossendo con grande affanno, mentre la camicia sul petto gli palpitava
    e gli s'apriva un poco ad ogni sforzo.  Aveva la bocca gonfia;  e  pel
    mento  le  bolle  riseccate  gli  formavano  come  una  crosta  che si
    screpolava e sanguinava ad ogni sforzo.
    La madre cercava di placarlo.
    - S,  s,  figlio mio.  Non lo vedrai pi.  Fara  come  tu  vuoi.  Lo
    caccer,  lo  caccer.  Questa  la casa tua,  figlio,  tutta tua.  Mi
    senti?
    Luca le tossiva sul volto.
    - Ora,  ora,  sbito  -  egli  diceva,  con  una  persistenza  feroce,
    sollevandosi di sul letto, spingendo la madre verso la porta.
    - S, figlio mio. Ora, sbito.
    Ciro  comparve  al  limitare,   reggendosi  su  le  grucce.  Egli  era
    mingherlino, con una grossa testa pesante. I capelli erano cos biondi
    che quasi parevano bianchi.  Gli occhi eran  dolci  come  quelli  d'un
    agnello, azzurri fra le lunghe ciglia chiare.
    Entrando,  non disse nulla; poich era muto per una paralisa. Ma vide
    gli occhi dell'infermo,  che lo guardavano intenti  e  crudeli;  e  si
    ferm nel mezzo della stanza,  appoggiato alle grucce, irresoluto, non
    osando avanzare.  La gamba  destra,  torta  e  raccorciata,  aveva  un
    piccolo tremito visibile.
    Luca disse alla madre:
    - Che viene a fare,  questo stroppiato? Caccialo via! Voglio che tu lo
    cacci via. Capisci? Sbito.
    Ciro intese,  e guard la matrigna che gi era per levarsi.  La guard
    con  occhi  tanto  supplichevoli,  ch'ella  non  ebbe  cuore di fargli
    violenza. Poi, tenendo sotto l'ascella una gruccia, con la mano libera
    fece un gesto disperato.  E gitt uno sguardo vorace alla madia ch'era
    in un canto. Voleva dire:
    - Ho fame.
    -  No,  no,  non  gli dar niente - si mise a gridare Luca,  agitandosi
    tutto sul letto,  imponendo alla donna il suo  capriccio  malvagio.  -
    Niente! Mandalo via.
    Ciro aveva chinato sul petto la grossa testa,  tremando, con gli occhi
    pieni di lacrime.  Quando la matrigna gli mise una mano su la spalla e
    lo  spinse  verso  l'uscio,  egli  ruppe  in singhiozzi;  ma si lasci
    condurre.  Poi sent chiuder l'uscio;  e rimase  sul  pianerottolo,  a
    singhiozzare. Singhiozzava forte e costante.
    Disse Luca alla madre, con un atto iroso:
    - Lo senti? Fa apposta, per farmi venir male.
    Il  singhiozzo del fratello seguitava,  interrotto qualche volta da un
    mugolo singolare, accorante come il rantolo d'un giumento che sia per
    morire.
    - Ma lo senti? Va. Gettalo per le scale!
    La donna sorse con impeto;  corse all'uscio,  e lev sul muto le  mani
    dure, avvezze a percuotere e ad incrudelire.
    Luca, sollevato in su' gomiti, ascoltava i colpi, dicendo:
    - Ancra! ancra!
    Sotto le percosse,  Ciro tacque.  Trattenendo il pianto, discese nella
    strada.  Egli era famelico;  non mangiava da quasi due giorni.  A pena
    aveva la forza di trascinar le grucce.
    Pass  in  corsa una schiera di monelli,  dietro il volo d'un aquilone
    che  prendeva  vento  beccheggiando.   Taluni  gli  diedero  un  urto,
    gridandogli:
    - Ehi, lo stroppiatino!
    Altri lo beffarono, gridandogli:
    - Vieni, brbero, alla carriera!
    Altri, alludendo alla sua gran testa, gli chiesero per dileggio:
    - Quanto la libbra il cervello, stroppiatino?
    Uno tra questi pi disumano,  gli fece cadere una gruccia; e si mise a
    fuggire. Il muto barcoll; poi la raccolse a fatica,  e si mosse.  Gli
    strilli  e  le  risa  dei  monelli  si  dileguavano  verso  il  fiume.
    L'aquilone s'inalzava,  come un uccello di paesi strani,  in un  cielo
    tutto rosato e soave. Compagnie di soldati cantavano in coro, lungo il
    Bagno. Era la bella stagione, sotto la festa di Pasqua.
    Ciro, sentendosi mordere le viscere dalla fame, pens:
    - Ora chiedo l'elemosina.
    Dal  forno veniva col vento primaverile la fragranza del pane recente.
    Pass un uomo vestito di bianco, portando in testa una lunga tavola su
    cui giacevano in ordine molti pani color d'oro,  che ancora  fumavano.
    Due cani lo seguivano, col muso all'aria, dimenando la coda.
    Ciro si sent quasi venir meno, di languore. Pensava:
    - Ora chiedo l'elemosina; se no, muoio.
    Il  giorno  cadeva  lentamente.  Il  cielo  diafano  era  tutto sparso
    d'aquiloni che si  ritraevano  verso  terra  ondeggiando.  Le  campane
    propagavano nell'aria sonora un rombo continuo e profondo.
    Ciro pens:
    - Ora mi metto alla porta della chiesa.
    E si trascin verso quel luogo.
    La chiesa in fatti era aperta.  Si vedeva in fondo l'altare illuminato
    di fiammelle tremolanti, come una costellazione.  Usciva fuori l'aroma
    dell'incenso  e  del belzuino,  svanito.  Di tanto in tanto,  l'organo
    gittava un gran fascio di suoni.
    Ciro,  d'improvviso,  sent velarsi gli occhi da nuove  lacrime.  Egli
    preg nel suo cuor religioso:
    - O Signore, Dio mio, aiutami tu!
    L'organo mise un tuono che fece vibrare i pilastri come stromenti; poi
    si rallegr di note chiare.  Sorsero le voci dei cantori. E i devoti e
    le devote entravano, a due, a tre, per la porta unica.  Ciro non osava
    ancora  tendere  la  mano.   Un  mendicante,   poco  discosto,  chiese
    lamentevole:
    - La carit, per l'amore di Dio!
    Allora il muto ebbe onta. Vide entrare nella chiesa la matrigna, tutta
    raccolta sotto la mantatura nera. Pens:
    - Se andassi a casa, mentre la matrigna  fuori?
    La bramosia del cibo lo punse cos forte,  che egli  non  indugi  pi
    oltre.  Volava,  su  le  grucce,  dietro  la  speranza  del pane.  Una
    femminetta, al passaggio, gli grid ridendo:
    - Corri il palio, stroppiatino?
    Egli giunse alla casa,  in un baleno,  ansando e palpitando.  Sal  le
    scale con cautela infinita,  senza rumore.  Cerc la chiave a tentoni,
    in una cavit del muro,  dove soleva metterla la matrigna uscendo.  La
    trov;  e  prima d'aprire guarda pel buco della serratura.  Luca,  sul
    letto, pareva sopito.
    Ciro pens:
    - Se potessi prendere il pane senza svegliarlo!
    E gir la chiave,  piano piano,  trattenendo il  respiro,  temendo  di
    svegliare il fratello con i palpiti del cuore. Pareva che quei palpiti
    empissero tutta la casa, come d'un fragore altissimo.
    -  E  se si sveglia?- pens Ciro con un brivido nelle midolle,  quando
    sent che la porta era aperta.
    Ma  la  fame  lo  rendeva  audace.  Egli  entr,  puntando  le  grucce
    delicatamente, non togliendo mai gli occhi di sul fratello.
    - E se si sveglia?
    Il fratello,  supino,  respirava con affanno in quel sopore. Di tratto
    in tratto gli usciva dalle labbra quasi un  fischio  lieve.  Una  sola
    candela  ardeva  su  la  tavola,  gittando  alla  parete  larghe ombre
    variabili.
    Ciro,  come fu presso alla madia,  s'arrest per vincere  il  tremore;
    guard il dormiente;  poi,  reggendo ambo le grucce con l'ascelle,  si
    mise a sollevare il coperchio. La madia scricchiolava forte.
    D'improvviso Luca diede un balzo,  svegliandosi.  Vide il fratello  in
    quell'atto e cominci a gridargli contro, agitando le braccia, come un
    ossesso.
    - Ah, ladro! Ah, ladro! Aiuto!
    Ma  il furore lo soffocava.  Mentre il fratello,  accecato dalla fame,
    chino su la madia, cercava con le mani tremanti un pezzo di pane, egli
    si gett gi dal letto e gli corse sopra a impedirgli di prendere.
    - Ladro! Ladro! - gridava, fuori di s.
    Fuori di s,  trasse il coperchio  pesante  sul  collo  di  Ciro;  che
    s'agita  come  una vittima alla tagliuola,  disperatamente.  Resisteva
    Luca contro quelli sforzi,  avendo perduto ogni coscienza della  cosa,
    premendo  con tutta la sua persona,  quasi per decapitare il fratello.
    Il coperchio scricchiolava,  penetrando nella viva carne  della  nuca,
    schiacciando le canne della gola,  pestando le vene e i nervi. Penzol
    dalla madia un corpo inerte, che pi non dava alcun tratto.
    Allora, in conspetto dello storpio trucidato,  uno sbigottimento pazzo
    invase l'animo del fratello.
    Due o tre volte,  barcollando,  egli attravers la stanza che i guizzi
    della candela empivano di paure; mise le mani su le coperte, le tir a
    s,  ci  si  avvoltola  tutto,  coprendosi  anche  la  testa;  poi  si
    accovacci  sotto  il  letto.  E nel silenzio i suoi denti stridevano,
    come fa una lima sul ferro.
    Mungi.

    In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella,  a San
    Rocco,  perfino  a  Spoltore  e  nelle  fattorie  di  Vallelonga oltre
    l'Alento e pi specialmente nei piccoli borghi dei marinai  presso  la
    foce  del  fiume  e in tutte quelle case di creta e di canne,  dove si
    accende il fuoco con i rifiuti del mare,  fiorisce da  gran  tempo  la
    fama di un rapsodo cattolico che ha un nome di corsale barbaresco ed 
    cieco a simiglianza dell'antico Omero.
    Mungi comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e
    le termina nel mese di ottobre,  ai primi rigori.  Va per le campagne,
    guidato da una femmina o da un fanciullo.  Tra la grandezza e la forte
    serenit  della coltivazione,  reca ora i lamentevoli canti cristiani,
    le antifone, gli invitatorii, i responsorii,  i salmi dell'officio per
    i defunti. Come la sua figura a tutti  familiare, i cani dell'aia non
    latrano  contro  di  lui.   Egli  d  l'annunzio  con  un  trillo  del
    clarinetto;  ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in  su  la
    soglia,  accolgono  onestamente  il  cantore,  gli  pongono  una sedia
    all'ombra di qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti
    i coloni  cessano  dal  lavoro  e  si  dispongono  in  cerchia  ancra
    alenanti,  tergendosi  il  sudore  con  un  gesto semplice della mano.
    Rimangono fermi,  in attitudini di reverenza,  tenendo  gli  strumenti
    dell'agricoltura.  Nelle braccia,  nelle gambe,  nei piedi ignudi essi
    hanno la deformit che le fatiche lente e pazienti dnno  alle  membra
    esercitate.  I  loro corpi nodosi,  la cui pelle assume il color delle
    glebe,  sorgendo dal suolo nella luce del giorno  paiono  quasi  avere
    comuni con gli alberi le radici.
    Spandesi  allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno
    una solennit cristiana.  Non il sole,  non i  presenti  frutti  della
    terra,  non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori
    lontani bastano a  difendere  gli  animi  dal  raccoglimento  e  dalla
    tristezza della religione.  Una delle madri indica il nome del parente
    morto a cui ella offre i cantici in suffragio.  Mungi  si  scopre  il
    capo.
    Appare il suo cranio largo e splendente,  cinto di canizie; e tutta la
    faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa,  si raggrinza
    e vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie,
    sotto la cavit degli occhi,  lungo gli orecchi, e poi d'in torno alle
    narici e agli angoli delle labbra mille  grinze  sottili  e  fitte  si
    compongono  e  si  scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del
    fiato nello stromento.  Rimangono tesi e lucidi e salienti gli zigomi,
    solcati  da  venature  sanguigne  simili a quelle che traspariscono in
    autunno nelle foglie della vite. E degli occhi,  in fondo alle orbite,
    non  si  vede  se  non  il  segno  rossiccio  della palpebra inferiore
    rivolta.  E su tutte  le  scabrosit  della  pelle,  su  tutta  quella
    meravigliosa  opera  d'incisione  e  di rilievo fatta dalla magrezza e
    dalla vecchiezza, e di tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e
    nei cavi e nelle code del collo lungo e  rigido  la  luce  si  frange,
    sfugge,  si  divide  quasi  direi per stille,  come una rugiada su una
    zucca piena di porri e di muffe,  gioca in mille  maniere,  vibra,  si
    spenge,  esita,  d  talvolta a quella umile testa inaspettate arie di
    nobilt e di mistero.
    Dal clarino di bossolo,  a seconda dei  movimenti  delle  dita  su  le
    chiavette  malferme,  escono suoni.  Lo stromento ha in s quasi direi
    una vita e quella inesprimibile apparenza di umanit che acquistano le
    cose per l'assiduo uso  in  servigio  dell'uomo.  Il  bossolo  ha  una
    lucentezza untuosa;  i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di
    piccoli ragni,  sono ancra occupati dalle tele o  dalla  polvere;  le
    chiavette,  lente,  sono  macchiate  di verderame;  e qua e l la cera
    vergine e la pece chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le
    commessure;  e ancora si veggono in torno all'orlo gli ornamenti della
    giovent.  Ma la voce  debole e incerta. Le dita del cieco si muovono
    macchinalmente,  poich non fanno se non  ricercare  quel  preludio  e
    quell'interludio da gran tempo.
    Le  mani  lunghe,  deformate,  con  grossi  nodi  alla  prima  falange
    dell'anulare  e  del  medio,  con  l'unghia  del  pollice  depressa  e
    violetta,  somigliano  le  mani  d'una scimmia decrepita;  hanno su 'l
    dorso le tinte  di  certi  frutti  malsani,  un  misto  di  roseo,  di
    giallognolo e di turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di
    solchi, e tra dito e dito la pelle escoriata.
    Come  il  preludio  finisce,  Mungi  prende  a  cantare il "Libera me
    Domine",  e il "Ne recorderis",  lentamente,  su  una  modulazione  di
    cinque  sole  note.  Nel canto,  le terminazioni latine si congiungono
    alle forme dell'idioma natale;  di tratto  in  tratto,  quasi  con  un
    ritorno  metrico,  passa  un avverbio in "ente" seguto da molte gravi
    rime;  e la voce ha una momentanea elevazion di tono;  poi  l'onda  si
    riabbassa  e  segue  a battere le linee men faticose.  Il nome di Ges
    ricorre spesso nella rapsodia;  e la passione di Ges  tutta  narrata
    in  strofe irregolari di settenarii e di quinarii,  non senza un certo
    movimento dramatico.
    I coloni in torno ascoltano con animo  devoto,  guardando  il  cantore
    nella  bocca.  Viene  talvolta  dai  campi  su  'l  vento  un  coro di
    vendemmiatrici o di mietitori,  secondo la stagione,  a contendere con
    la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungi, che ha
    fioco l'udito, continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli
    stanno aderenti alle gengive deserte, e gli comincia a colar gi pe 'l
    mento la saliva.  Egli imbocca il clarinetto,  suona l'intermezzo; poi
    riprende le strofe.  Cos va sino alla  fine.  Sua  ricompensa    una
    piccola  misura  di frumento,  o una caraffa di mosto,  o una resta di
    cipolle, o anche una gallina.
    Egli s'alza dalla sedia.  Ha una figura alta e macilenta,  la  schiena
    curva,  i  ginocchi volti un poco in dentro.  Porta in capo una grande
    berretta verde e,  in ogni stagione,  su le spalle un mantello  chiuso
    alla gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia.  Cammina
    a fatica, talvolta soffermandosi per tossire.

    Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene
    di fango o di ghiaia,  egli si ritira  in  una  soffitta;  e  l  vive
    insieme  con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino
    che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla  rachitide.  Nei
    giorni sereni, egli si fa condurre sotto l'Arco di Portanova; siede al
    sole,  sopra  un  macigno,  e  si  mette  a cantare il "De profundis",
    sommessamente,  per esercizio della gola.  Quasi sempre  i  mendicanti
    allora gli fanno cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi,
    epilettici,  lebbrosi;  vecchie  piene  di piaghe,  o di croste,  o di
    cicatrici,  senza  denti,  senza  cigli,   senza  capelli;   fanciulli
    verdognoli come locuste,  scarni, con gli occhi selvaggi degli uccelli
    di rapina,  con la bocca gi  appassita,  taciturni,  che  covano  nel
    sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri della povert, tutti quei
    miserevoli  avanzi  d'una razza disfatta,  quelle cenciose creature di
    Ges,  vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano come a  un
    eguale.
    Allora  Mungi  solleva  la  voce  per benignit verso gli ascoltanti.
    Giunge,  trascinandosi a fatica per  terra  con  l'aiuto  delle  palme
    munite d'un disco di cuoio,  Chiachi, il nativo di Silvi; e si ferma,
    tenendosi tra le mani il piede destro ritorto come una radice.  Giunge
    la Strigia, una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che
    ha il collo pieno di foruncoli vermigli,  su le tempie alcuni riccioli
    grigi di cui ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come
    quello degli avvoltoi.  Giungono i Mammalucchi,  i tre fratelli idioti
    che  paiono  essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora,
    cos manifeste ne' loro volti sono le fattezze ovine. Il maggiore ha i
    bulbi visivi sgorganti fuor  delle  orbite,  degenerati,  molli,  d'un
    colore  azzurrognolo,  simili  al  sacco  ovale  di  un  polpo che sia
    prossimo  a  putrefarsi.   Il  minore  ha  il  lobo   di   un'orecchia
    smisuratamente gonfio, e paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno
    in comune, con le bisacce di corda dietro la schiena.
    Giunge  l'Ossesso,   un  uomo  scarno  e  serpentino,  dalle  palpebre
    arrovesciate come quelle dei piloti che  navigano  per  mari  ventosi,
    olivastro nella faccia,  camuso, con un singolare aspetto di malizia e
    di fraudolenza  palesante  in  lui  l'origine  zingaresca.  Giunge  la
    Catalana di Gissi,  una femmina d'et incognita,  con lunghi cernecchi
    rossicci,  con su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi  a
    monete di rame,  sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei
    mendicanti, l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete.
    E giunge Jacobbe di Campli,  il grande vecchio  dal  pelame  verdastro
    come quello di certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre
    Gargal   su  'l  veicolo  costrutto  con  rottami  di  barche  ancra
    incatramati. Giunge Costantino di Corrpoli, il cinico,  che,  per una
    crescenza  del  labbro  inferiore,  pare  tenga sempre fra i denti uno
    straccio di carne cruda.  Altri giungono.  Tutti gli iloti  che  hanno
    emigrato  lungo  il  corso  del  fiume,  dagli  altipiani al mare,  si
    raccolgono in torno al rapsodo, sotto il comun sole.
    Mungi canta allora con una varia ricerca di modi, tentando altitudini
    insolite.  Una specie  di  orgoglio,  un'aura  di  gloria  gli  invade
    l'animo,  poich  egli  allora  esercita  l'arte  liberalmente,  senza
    prender mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore
    di plauso ch'egli a pena ode.
    Al termine del canto,  come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo
    scende su per le colonne corintie dell'Arco,  i mendicanti salutano il
    cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono,  per consuetudine,
    Chiachi  di  Silvi,  con  il piede ritorto fra le mani,  e i fratelli
    Mammalucchi.  Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a  chi  passa;
    mentre  Mungi  taciturno  forse  ripensa  i trionfi della giovinezza,
    quando Lucicappelle, il Golpo di Csoli e Quattrece erano vivi.
    Oh gloriosa "paranzella" di Mungi!
    La piccola orchestra  aveva  conquistata,  in  quasi  tutta  la  valle
    inferiore della Pescara, una inclita fama.
    Sonava  la  viola  ad  arco  il  Golpo  di  Csoli,  un omuncolo tutto
    grigiastro come le lucertole dei tetti,  con la pelle del volto e  del
    collo  tutta  rugosa  e  membranosa  come i tegumenti d'una testuggine
    cotta nell'acqua.  Egli portava una specie di berretto frigio che  per
    due  ali  aderiva  agli  orecchi;  giocava  d'arco  con  gesti rapidi,
    premendo sul pi della viola il mento aguzzo, martellando le corde con
    le dita contratte,  ostentando  un  visibile  sforzo  nell'azione  del
    sonare, come fanno i macacchi dei saltimbanchi nmadi.
    Dopo  di  lui,  Quattrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre
    per mezzo d'una correggia di pelle d'asino.  Lungo e smilzo  come  una
    candela  di  cera,  Quattrece  aveva  in tutta la persona un singolar
    predominio  dei  colori  aranciati.   Pareva  una  di  quelle   figure
    monocromatiche   dipinte,   su  certi  rustici  vasi  castellesi,   in
    attitudini rigide. Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore,
    brillava una trasparenza tra castanea ed aurea;  la cartilagine  delle
    sue  grandi  orecchie,  aperte come quelle dei pipistrelli,  contro la
    luce tingevasi d'un giallo roseo;  le sue vesti erano  di  quel  panno
    color  tabacco  chiaro,  che  per solito adoperano i cacciatori;  e il
    vecchio violone,  ornato di penne,  di  fili  d'argento,  di  fiocchi,
    d'imaginette,  di  medaglie,  di  conterie,  aveva l'aspetto di non so
    quale  artifizioso  stromento  barbarico   d'onde   dovessero   escire
    novissimi suoni.
    Ma Lucicappelle,  tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a
    due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e
    di baldanza,  come un Figaro rusticale.  Egli era il giocondo  spirito
    della "paranzella",  il pi verde d'anni e di forze, il pi mobile, il
    pi arguto.  Un gran ciuffo di  capelli  crespi  gli  sporgeva  su  la
    fronte,  di sotto a una specie di tcco scarlatto; gli brillavano agli
    orecchi feminilmente due cerchi d'argento: le linee della  sua  faccia
    formavano  un  natural  componimento  di riso.  Egli amava il vino,  i
    brindisi in musica,  le serenate in  onor  della  bellezza,  le  danze
    all'aperto, i conviti larghi e clamorosi.
    Ovunque si celebrasse uno sposalizio,  un battesimo, una festa votiva,
    un funerale, un triduo, correva la "paranzella" di Mungi, desiderata,
    acclamata.  Precedeva i cortei nuziali,  per le vie  tutte  sparse  di
    fiori  di  giunco  e  d'erbe  odorifere,  tra  le  salve di gioia e le
    salutazioni.  Cinque mule inghirlandate recavano  i  doni.  Un  carro,
    tratto  da  due  paia  di  bovi con le corna avvolte di nastri e con i
    dorsi coperti di gualdrappe, recava "la soma". Le caldaie,  le conche,
    i  vasellami  di rame tintinnivano agli scotimenti dell'incedere;  gli
    scanni,  le tavole,  le arche,  tutte quelle rudi forme antiche  delle
    suppellettili  casalinghe,  oscillavano scricchiolando;  le coperte di
    damasco, le gonne ricche di fiorami, i busti trapunti,  i grembiali di
    seta,  tutte quelle fogge di vestimenta muliebri risplendevano al sole
    in un miscuglio di gaiezza;  e  una  conocchia,  simbolo  delle  virt
    familiari,  eretta  su  'l culmine,  carica di lino,  pareva contra il
    cielo azzurro una mazza d'oro.
    Le donne della parentela,  con su 'l capo un canestro di grano e su 'l
    grano un pane e su 'l pane un fiore,  si avanzavano per ordine,  tutte
    in una stessa  attitudine  semplice  e  quasi  jeratica,  simili  alle
    canfore  dei  bassirilievi ateniesi,  cantando.  Come giungevano alla
    casa, presso il talamo, si toglievano il canestro dal capo, prendevano
    un pugno di grano  e,  a  una  a  una,  lo  spargevano  su  la  sposa,
    pronunziando  una  formola  d'augurio  rituale  in  cui la fecondit e
    l'abbondanza erano invocate.  Anche  la  madre  compiva  la  cerimonia
    frumentaria,  fra molte lacrime;  e con un panello toccava alla figlia
    il petto, la fronte, le spalle, dicendole parole di dolente amore.
    Poi,  nella corte,  sotto un'ampia stuoia di canne o sotto un tetto di
    rami, incominciava il convito. Mungi, a cui non anche la virt visiva
    era venuta meno n eran sopraggiunti i mali della vecchiezza,  diritto
    nella magnificenza di una zimarra verde, e tutto sudante e fiammante e
    soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava i
    compagni con battere di piedi  su  'l  terreno.  Il  Golpo  di  Csoli
    fustigava  la  viola  irosamente;  Quattrece con fatica teneva dietro
    alla crescente furia  della  moresca,  sentendosi  aspri  traverso  il
    ventre passar gli stridori dell'arco e delle corde. Lucicappelle, erto
    la  testa in aria,  stringendo con la sinistra in alto le chiavi della
    chitarra e con la destra pizzicando le  due  forti  corde  metalliche,
    sogguardava  le  femmine  che  ridevano  luminose  al  fondo in tra la
    letizia delle fioriture.
    Allora il "Mastro delle cerimonie" recava  le  vivande  in  amplissimi
    piatti  dipinti;  i  vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel
    fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate,  passavano d'uomo in
    uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra i pani
    cosparsi  d'anice  e  i  formaggi  pi  tondi che il disco della luna,
    prendevano  aranci,  mandorle,  olive;   gli  odori  delle  spezie  si
    mescevano  ai  freschi  effluvii  vegetali;  e  di qua,  di l,  entro
    bicchieri di  liquori  limpidi  i  commensali  offerivano  alla  sposa
    piccoli  gioielli  o  collane  dai  grossi acini avvolte come grappoli
    d'oro. Su 'l finire, negli animi una gran gioia bacchica si accendeva;
    i clamori crescevano;  fin che Mungi,  avanzandosi,  a capo scoperto,
    con in mano un bicchiere colmo, cantava il bel distico rituale che nei
    conviti  della  terra d'Abruzzi suol dischiudere ai brindisi le bocche
    amiche:

    "Quistu vino  dlige e galante;
    A la saluta de tutti quante!"



















    La Guerra del Ponte.
    Frammento di cronaca pescarese.

    Verso gli idi d'agosto (per tutte  le  campagne  il  grano  lavato  si
    asciugava  felicemente  al  sole),   Antonio  Mengarino,   un  vecchio
    agricoltore pieno di probit, e di saggezza,  stando nel Consiglio del
    Comune  a giudicare su le cose pubbliche,  come ud taluni consiglieri
    cittadini discorrere  a  voce  bassa  del  "cholra"  che  in  qualche
    provincia  d'Italia  andavasi  ampliando e ud altri proporre ordini a
    conservazion della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con
    un'aria tra di incredulit e di curiosit ad ascoltare.
    Erano con  lui  nel  Consiglio,  agricoltori,  Giulio  Citrullo  della
    pianura e Achille di Russo dei colli;  e il vecchio, mentre ascoltava,
    volgevasi di tratto in tratto a quei due con cenni  delle  palpebre  e
    delle  labbra  come  per  avvertirli  dell'inganno  ch'egli credeva si
    celasse nelle parole dei consiglieri signori e del sindaco.
    Finalmente, non pi potendo trattenersi,  disse,  con la sicurt di un
    uomo che sa e vede molto:
    - 'Mb, levme ssti chiacchiere in tra di nu utre. Le vuleme fa' ven
    nu  poche de culere,  u ne le vuleme fa' ven?  Dicmecele 'n segrete,
    mo'.
    A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi
    dalla meraviglia, e quindi dal riso.
    - Vattnne, Mengar! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie!  - esclam
    Don Aiace,  il grande assessore,  spingendo con la mano una spalla del
    vecchio.  E gli altri,  scotendo il capo o battendo il  pugno  in  sul
    tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni.
    - 'Mb,  ma ve pare mo' ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse? - fece
    Antonio  Mengarino,   con  un  gesto  vivo,   poich  sentivasi  punto
    dall'ilarit che le sue parole avevano suscitata.  Nell'animo di lui e
    in quello degli altri  due  agricoltori  la  diffidenza  e  la  nativa
    ostilit contro "la signoria" insorgevano. - Dunque essi erano esclusi
    dai  segreti  del  Consiglio?  Dunque  ancra  erano  considerati come
    cafoni? Ah, brutte cose, per la Majella!...
    - Facte vu. Nu ce ne jame - concluse il vecchio, acre,  coprendosi il
    capo.  E  i  tre  villici  uscirono dalla sala,  con un passo pieno di
    dignit, in silenzio.
    Come furono fuori del paese nella campagna opulenta di vigne e di gran
    ciciliano,  Giulio  Citrullo,  soffermatosi  per  accendere  la  pipa,
    sentenzi:
    -  Ocche  bdene a isse!  Ca ssta vote sa come va sgrizzenne li cocce,
    pe' la Majelle!... I nin vulesse esse lu snnache.

    Intanto  nel  territorio  contadino  il  timore  del  morbo  imminente
    sconvolgeva tutti gli animi. In torno agli alberi fruttiferi, in torno
    alle viti,  in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, gli agricoltori
    vigilavano,  sospettosi e minacciosi,  con una costanza  instancabile.
    Nella  notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio;  i cani,
    aizzati, latravano fino all'alba.  Le imprecazioni contro i Governanti
    scoppiavano  di giorno in giorno con maggior violenza d'ira.  Tutte le
    pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese  con  una  sorta
    d'incuria  e  d'insofferenza.   Sorgevano  dai  campi  le  canzoni  di
    ribellione rimate all'improvviso.
    Poi,   i  vecchi  rinnovavano  i  ricordi  delle  passate   mortalit,
    confermando  la  credenza  nei  veleni.  Un  giorno,  nel  54,  alcuni
    vendemmiatori di Fontanella,  avendo clto un uomo in cima a un albero
    di  fico  e  avendolo  costretto  a  discendere,   videro  che  questi
    nascondeva una fiala piena di un unguento gialliccio. Con minacce essi
    gli fecero inghiottire tutto l'unguento;  e d'un tratto l'uomo (ch'era
    uno  dei Paduani) stramazz,  torcendo le membra su le zolle,  livido,
    con gli occhi fissi,  con il collo teso,  con  ai  denti  una  schiuma
    verde.  A Spoltore,  nel 37, Zinicche, un fabbro, uccise in mezzo alla
    piazza il  cancelliere  Don  Antonio  Rapino;  e  le  morti  cessarono
    subitamente, il paese fu salvo.
    Poi,  a  poco  a  poco,  le  leggende si formavano e di bocca in bocca
    variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che
    al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di  veleno  distribuito
    dai  Governanti  perch  fosse  sparso  nelle campagne e mescolato nel
    sale. Le casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature.  Il
    sindaco  aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e
    liberare il paese.  Un'altra voce recava che al sindaco  i  Governanti
    davano cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande:
    toccava ai poveri morire.  Il sindaco stava facendo le liste.  Ah,  si
    arricchiva, "il figlio di Sciore", questa volta!

    Cos il fermento cresceva. Gli agricoltori al mercato di Pescara nulla
    compravano, n portavano mercanzia in traffico.  I fichi dagli alberi,
    giunti a maturit,  cadevano e si corrompevano su 'l suolo. I grappoli
    rimanevano intatti fra  i  pampini.  I  ladroneggi  notturni  pi  non
    seguivano,  poich i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il
    sale,  l'unica merce presa  nelle  botteghe  della  citt,  era  prima
    offerto ai cani e ai gatti, per esperimento.
    Giunse  quindi  un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano
    in gran numero.  E al nome di Napoli,  di quel gran reame lontano dove
    "Ggiuanne  senza  pahure"  un  d  trov  fortuna,  le imaginazioni si
    accendevano.
    Sopravvennero  le  vendemmie.   Ma,   come  i  mercanti  di  Lombardia
    compravano  le  uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione
    per trarne vini artifiziosi,  la letizia del rinato mosto fu scarsa  e
    poco  le  gambe dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e
    poco si esercitarono al canto le bocche feminili. Ma,  quando tutte le
    opere  della  raccolta  furono  terminate  e  tutti  gli alberi furono
    spogliati dei loro frutti,  cominciarono  i  timori  e  i  sospetti  a
    dileguarsi;   poich   oramai  eran  diminuite  pe'  i  Governanti  le
    opportunit di spargere il veleno.
    Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne.  Il  terreno  ora,
    nutrito d'acqua, andavasi temperando pe 'l lavoro dell'aratro e per la
    seminagione,  co  'l  favore  dei dolci soli autunnali;  e la luna nel
    primo quarto influiva su la virt dei semi.

    Una mattina,  per tutto il territorio si sparse d'improvviso  la  voce
    che a Villareale,  presso le querci di Don Settimio, su la riva destra
    del fiume,  tre femmine erano morte dopo aver mangiato in  comune  una
    minestra  di  pasta  comprata  nella citt.  L'indignazione irruppe da
    tutti gli animi;  e con maggior veemenza,  poich tutti oramai s'erano
    pacificati in una securt fiduciosa.
    -  Ah,  va  bbone;  lu  fije  de  Sciore nen ci ha vulute annnzi a li
    ducate...  Ma a nu nen ce po fa' niente mo',  pecch frutte nen ce  ne
    sta, e a Piscare nen ci jeme.
    - Lu fije de Sciore joca na mala carte.
    -  A  nu  ce  vo'  fa' mur?  'Mb,  esse ha sbajate lu tembe,  povere
    Sciurione...
    - Add le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale... Ma la paste
    nu ne la magneme;  e lu sale le deme prime a pruv a li hatte e  a  li
    cane.
    - Ah,  signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie,
    ha da ven chilu journe...
    Cos le mormorazioni si levavano da ogni parte,  miste  ai  dileggi  e
    alle contumelie contro gli uomini del Comune e contro i Governanti.
    A Pescara,  d'un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono
    prese dal male.  Cadeva la sera;  e su tutte le  case  discendeva  una
    grande paura funerea,  insieme con l'umidit del fiume.  Per le vie la
    gente si agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e
    i consiglieri e i  gendarmi,  avvolti  in  una  confusion  miserevole,
    salivano  e  scendevano  le scale parlando tutti insieme ad alta voce,
    dando contrari ordini,  non sapendo che risolvere,  dove andare,  come
    provvedere.  Per  un  natural fenomeno,  il commovimento dell'animo si
    propagava al ventre.
    Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare
    e a  battere  i  denti;  si  guardavano  in  volto  l'un  l'altro;  si
    allontanavano  a  rapidi  passi;  si  chiudevano  nelle case.  Le cene
    rimasero intatte.
    Poi,  a tarda ora,  quando il primo tumulto del pnico fu  sedato,  le
    guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo
    e di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre;
    e  l'inutile  odore del bitume spandevasi per la citt sbigottita.  Da
    lontano, come la luna era serena,  pareva che i calafati verso il mare
    spalmassero carene allegramente.

    Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico.
    E  il  male,  serpeggiando lungo il fiume,  s'insinu nei borghi della
    marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e
    alcuni vecchi dediti a piccole industrie.
    Gli infermi morirono quasi  tutti,  poich  non  volevano  prendere  i
    rimedi.  Nessuna  ragione  e  nessuna  esperienza valse a persuaderli.
    Anisafine,  un gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a  spirito  di
    nace,  quando  vide  il  bicchiere del medicamento,  strinse forte le
    labbra e cominci a scuotere il capo in segno di rifiuto.  Il  dottore
    prese ad eccitarlo con parole di persuasione;  bevve egli pel primo la
    met del liquido; e,  dopo,  quasi tutti gli assistenti accostarono la
    bocca all'orlo del bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo.
    - Ma vedi, - esclam il dottore - abbiamo bevuto prima noi...
    Anisafine si mise a ridere per beffa.
    - Ah,  ah, ah! Ma vu, mo' che arreuscite, ve pijate lu contravvelene -
    disse. E, poco dopo, mor.
    Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa.  Il dottore,  per
    ultima prova,  gli vers a forza tra i denti il medicinale.  Cianchine
    sput tutto,  con ira e con orrore.  Poi si mise a scagliar  vituperii
    contro  gli astanti;  tent due o tre volte di levarsi per fuggire;  e
    mor rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti.
    Le  cucine  pubbliche,  instituite  per  concorso  spontaneo  d'uomini
    caritatevoli,   furono  in  su  'l  principio  credute  dal  volgo  un
    laboratorio di tossici.  I mendicanti pativano la fame pi  tosto  che
    mangiare la carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corrpoli, il
    cinico,  andava  spargendo  i  dubbi tra la sua trib.  Egli vagava in
    torno alle cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile:
    - A me nen mi ci acchiappe!
    La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore.  Ella,  un  poco
    esitante,  entr;  mangi  a piccoli bocconi,  esaminando in s stessa
    l'effetto del cibo;  bevve il vino a piccoli  sorsi.  Poi,  sentendosi
    tutta  ristorata  e  fortificata,  sorrise di meraviglia e di piacere.
    Tutti i mendicanti attendevano ch'ella  uscisse.  Quando  la  rividero
    incolume  si  precipitarono  per  la  porta;  vollero anch'essi bere e
    mangiare.
    Le cucine sono in un  vecchio  teatro  scoperto,  nelle  vicinanze  di
    Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell'orchestra, il fumo invade
    il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti
    un castel feudale illuminato dal plenilunio.  Quivi, su 'l mezzod, si
    raccoglie intorno a una mensa rustica la trib dei poveri.  Prima  che
    l'ora scocchi,  nella platea s'agita un brulicho multicolore di cenci
    e si leva un mormoro di voci roche.  Alcune figure nuove appaiono tra
    le   figure   gi   cognite.   Notabile  una  tal  Liberata  Lotta  di
    Montenerodmo,  che ha una stupenda maschera di Minerva  ottuagenaria,
    piena  di  regalit  e di austerit nella fronte,  con i capelli tutti
    tesi in su 'l cranio come un casco aderente. Ella tiene fra le mani un
    vaso di vetro verde,  che par colmo di misteri;  e resta  in  disparte
    taciturna, aspettando d'essere chiamata.
    Ma  il  grande  episodio  epico  di  questa cronaca del "cholra"  la
    Guerra del Ponte.
    Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico,  tra i
    due comuni che il bel fiume divide.
    Le   parti   nemiche   si  esercitano  assiduamente  in  offese  e  in
    rappresaglie,   l'una  osteggiando  con  tutte  le  forze  il  fiorire
    dell'altra.  E poich oggi  prima fonte di prosperit la mercatura, e
    poich Pescara ha gi molta dovizia d'industrie,  i Castellammaresi da
    tempo  mirano  a  trarre  i mercanti su la loro riva con ogni sorta di
    astuzie e di allettamenti.
    Ora,  un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi  battelli
    tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi.  I canapi e le
    gmene  s'intrecciano  nell'aria  artifiziosamente,   scendendo  dalle
    antenne  alte dell'argine ai parapetti bassissimi;  e dnno imagine di
    un qualche barbarico attrezzo  ossidionale.  Le  tavole  mal  connesse
    scricchiolano al peso dei carri.  Al passaggio delle schiere militari,
    tutta la mostruosa macchina acquatica  oscilla  e  balza  da  un  capo
    all'altro e risuona come un tamburo.
    Sorse  un  d  da  questo  ponte  la  popolar  leggenda  di San Cetteo
    liberatore;  e il santo annualmente vi si ferma nel  mezzo,  con  gran
    pompa  cattolica,  a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate
    mandano i marinai.
    Cos,  tra la  vista  di  Montecomo  e  la  vista  del  mare,  l'umile
    costruzione  sta quasi come un monumento della patria,  ha quasi in s
    la santit delle cose antiche e d agli estranei indi zio di genti che
    ancra vivano in una semplicit primordiale.
    Gli odii tra i Pescaresi e i Castellammaresi cozzano su quelle  tavole
    che si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani.  E, come per di
    l le industrie cittadine si riversano su la provincia teramana  e  vi
    si   spandono  felicemente,   oh  con  qual  gioia  la  parte  avversa
    taglierebbe  i  canapi  e  respingerebbe  i  sette  rei   battelli   a
    naufragare!
    Sopraggiunta  dunque la bella opportunit,  il gonfaloniere nemico con
    molto apparato di forze campestri imped  ai  Pescaresi  il  passaggio
    nell'ampia   strada   che   dal  ponte  si  dilunga  per  gran  tratto
    congiungendo innumerevoli paesi.
    Era nell'intendimento di colui chiudere la citt rivale in una  specie
    d'assedio,  toglierle  ogni  modo  di  traffico ed interno ed esterno,
    attrarre  al  suo  mercato  i  venditori  e  i  compratori   che   per
    consuetudine praticavano su la destra riva;  e, quindi, dopo avere ivi
    oppressa  in  una  forzosa  inerzia  ogni  arte  di   lucro,   sorgere
    trionfatore.  Offerse  egli  ai  padroni delle paranze pescaresi venti
    carlini per ogni cento libbre di pesce,  mettendo come patto che tutte
    le  paranze  approdassero  e  scaricassero  alla  sua  riva  e  che la
    convenzione del prezzo  durasse  fino  al  giorno  della  Nativit  di
    Cristo.
    Ora,  nella settimana precedente la Nativit, il prezzo del pesce suol
    salire a pi che quindici ducati  per  ogni  cento  libbre.  Manifesta
    appariva dunque l'insidia.
    I  padroni  rifiutarono  ogni offerta,  preferendo tenere inoperose le
    reti.
    Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalit  grande
    affliggeva  Pescara.  Si  adoper per via d'amicizia a sollevare tutti
    gli animi della provincia teramana e  gli  animi  anche  dei  Chietini
    contro la pacifica citt dove il morbo gi era scomparso.
    Respinse  con  violenza  o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti
    che,  usando d'un comun diritto,  prendevano la strada provinciale per
    recarsi  altrove.  Lasci che su la linea di confine un branco di suoi
    lanzichenecchi  stesse  dall'alba  al  tramonto  schiamazzando  contro
    chiunque si avvicinava.
    La  ribellione cominci allora a fermentare nei Pescaresi,  contro gli
    ingiusti  arbitrii;  poich  sopraggiungeva  la  miseria  e  tutta  la
    numerosa  classe  dei  lavoratori  languiva  nell'inerzia  e  tutti  i
    mercanti incorrevano in  gravissimi  danni.  Il  "cholra",  scomparso
    dalla  citt,  accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto
    alcuni vecchi invalidi erano morti.  Tutti i  cittadini,  fiorenti  di
    salute, amavano riprendere le consuete fatiche.
    I  tribuni  sorsero;  Francesco Pomrice,  Antonio Sorrentino,  Pietro
    d'Amico.  Per le vie la gente si  divideva  in  gruppi,  ascoltava  la
    parola  tribunizia,  applaudiva,  proponeva,  gittava  gridi.  Un gran
    tumulto andavasi preparando  fra  il  popolo.  Per  eccezione,  taluni
    raccontavano il fatto eroico del Moretto di Claudia.  Il quale,  preso
    dai lanzichenecchi a  forza  e  imprigionato  nel  lazzeretto  ed  ivi
    trattenuto  per  cinque  giorni  senz'altro  cibo  che pane,  riusc a
    fuggire dalla finestra;  pass a nuoto il fiume,  e giunse tra i  suoi
    grondante  di  acqua,  anelante,  famelico,  raggiante  di gloria e di
    gioia.
    Il sindaco,  nel  frattempo,  sentendo  il  mugolo  precursore  della
    tempesta, si accinse a parlamentare co 'l Gran Nimico castellammarese.
    E' il sindaco un piccolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente
    ricciutello,  con  meri  sparsi  di  forfora,  con  chiari  occhietti
    esercitati alle dolci simulazioni.  E'  il  Gran  Nimico  un  degenere
    nepote del buon Gargantuasso;  enorme,  sbuffante, tonante, divorante.
    Il colloquio avvenne in terra  neutrale;  e  presenti  vi  furono  gli
    illustri Prefetti di Teramo e di Chieti.
    Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare
    un messaggio a un consiglier del Comune,  si mise in cantina con altri
    bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro
    i tribuni,  gli corsero sopra.  Tra le grida e le  acclamazioni  della
    plebe lo spinsero lungo la riva,  sino al lazzeretto.  Era il tramonto
    su le acque luminosissimo;  e il bllico rossore  dell'aria  inebriava
    gli animi plebei.
    Allora dall'opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di
    tra i salici ed i vimini, darsi con molta veemenza di gesti ad inveire
    contro l'oltraggio.
    Rispondevano   i   nostri   con  eguale  furia.   E  il  lanzichenecco
    imprigionato percoteva con tutta la forza dei piedi e  delle  mani  la
    porta della prigione, gridando:
    - Aprteme! Aprteme!
    - Tu addurmete a esse,  e nen te n'incaric - gli gridavano per beffa
    i popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli:
    - Ah,  si sapisse quante se  n'hanno  muorte  a  esse  dentre!  Siente
    l'uddore? Nen te s'ha cumenzate a smove nu poche la panze?
    - Urr! Urr!
    Verso  la  Bandiera  scorgevasi  un  luccicho di canne di fucile.  Il
    sindachetto veniva a capo di un  manipolo  militare  per  liberar  dal
    carcere  il  lanzichenecco,  a fin di non incorrere nelle ire del Gran
    Nimico.
    Subitamente la plebe, irritata, tumultu;  grida altissime si levarono
    contro quel vil liberatore di Castellammaresi.
    Per  tutta  la  via,  dal  lazzeretto  alla  citt,  fu  un  clamoroso
    accompagnamento di sibili e di contumelie.  Al lume  delle  torce,  la
    gazzarra dur fin che le voci non furon roche.
    Dopo quel primo impeto, la rivolta si and svolgendo a mano a mano con
    nuove peripezie.  Tutte le botteghe si chiusero.  Tutti i cittadini si
    raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in familiarit, presi da una
    furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare,  di manifestare
    in mille diversi modi un unico pensiero.
    Ad  ogni  tratto giungeva un tribuno recando una notizia.  I gruppi si
    scioglievano, si ricomponevano,  variavano,  secondo le correnti delle
    opinioni. E, poich su tutte le teste la libert del giorno era vitale
    e  i  sorsi dell'aria letificavano come sorsi di vino,  si ridesta nei
    Pescaresi la nativa giocondit beffarda;  ed essi  seguitarono  a  far
    ribellione in una maniera gaia ed ironica,  cos,  per il diletto, per
    il dispetto, per l'amore delle cose nuove.
    Gli stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano.  Qualunque  accordo
    rimaneva   inosservato  a  causa  di  abili  temporeggiamenti  che  la
    debolezza del piccolo sindaco favoriva.
    Il mattino d'Ognissanti, verso la settima ora,  mentre nelle chiese si
    celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la
    citt,  seguti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva
    pi clamorosa. Quando l'intero popolo fu raccolto,  Antonio Sorrentino
    arring.  La  processione,  in  ordine,  quindi  si diresse al Palazzo
    comunale.  Le strade erano ancra azzurre nell'ombra e le  case  erano
    coronate dal sole.
    In  vista  del  Palazzo  un  immenso  grido  scoppi.  Tutte le bocche
    scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano in
    attitudine  di  minaccia;  tra  un  grido  e  l'altro,   certe  lunghe
    oscillazioni  sonore  rimanevano  nell'aria,   come  prodotte  da  uno
    strumento;  e su la confusion  delle  teste  e  delle  vesti  i  lembi
    vermigli  delle  bandiere  sbattevano,  come  agitati dal largo soffio
    popolare.
    Su 'l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco a
    poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di  linee
    su  cui  lo  gnomone  vibrava l'ombra indicatrice.  Dalla torretta dei
    D'Annunzio  al  campanil  badiale  torme   di   colombe   svolazzavano
    nell'azzurro superiore.
    Le  grida si moltiplicarono.  Una mano di animosi diede l'assalto alle
    scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido,  si arrese al
    volere del popolo;  lasci il seggio; rinunzi all'ufficio; discese su
    la strada, tra i gendarmi, seguto dai consiglieri.  Usc quindi dalla
    citt; si ritrasse su 'l colle di Spoltore.
    Le porte del Palazzo furono chiuse. Un'anarchia provvisoria si stabil
    nella  citt.  Le  milizie,  per  impedire  l'imminente  lotta  tra  i
    Castellammaresi e i Pescaresi,  fecero argine su l'estremit  sinistra
    del  ponte.  La  turba,  deposte le bandiere,  si avvi alla strada di
    Chieti; poich di l era per giungere il Prefetto chiamato in furia da
    un Commissario reale. I proponimenti parevano feroci.
    Ma la mite virt del sole a poco a poco pacifica  le  ire.  Nell'ampia
    strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte in
    vesti  di  seta  multicolori  e  coperte  di gioielli giganteschi,  di
    filigrane d'argento, di collane d'oro.  Lo spettacolo di quelle facce,
    rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti
    e   le   risa   nacquero   spontaneamente;   ed  il  non  breve  tempo
    dell'aspettazione parve quasi dilettevole.
    Su 'l mezzod la vettura prefettizia giunse in  vista.  Il  popolo  si
    dispose  in  semicerchio  per  chiuderle  la  via.  Antonio Sorrentino
    arring,  non senza un certo sfoggio di eloquenza fiorita.  Gli altri,
    fra  le  pause dell'arringa,  chiedevano in vari modi giustizia contro
    gli abusi, sollecitudine e validit di provvedimenti nuovi. Due grandi
    scheletri equini,  ancra animati,  scotevano di tratto in  tratto  le
    sonagliere,  mostrando  ai  ribelli  le  gengive  pallidicce,  con una
    smorfia di derisione.  E il delagato di polizia,  simile non so a qual
    vecchio  cantator di teatro che ancra portasse per divozione in torno
    al volto una finta barba di druido, moderava dall'altitudine del serpe
    l'ardor del tribuno, con cenni gravi della mano.
    Come il perorante nella foga saliva  a  culmini  di  eloquenza  troppo
    audaci,  il Prefetto,  sorgendo su 'l predellino, colse il momento per
    interrompere.  Profer una frase ambigua e timida  che  le  grida  del
    popolo copersero.
    - A Pescara! A Pescara!
    La  vettura  cammin  quasi  sospinta  dall'onda  popolare ed entr in
    citt;  e,  poich il  Palazzo  era  chiuso,  si  ferm  dinanzi  alla
    Delegazione.  Dieci  nominati  a  voce dal popolo salirono insieme col
    Prefetto, per parlamentare.  La turba occup tutta la via.  Impazienze
    qua e l scoppiavano.
    La via era angusta.  Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor
    dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino,
    dall'erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle
    mura  bianche,  dalla  fama  stessa  del  luogo.   Ha  il  luogo  fama
    d'albergare  le pi belle popolane pescaresi: vive e di generazione in
    generazione nella contrada si va perpetuando una tradizion  di  belt.
    La  immensa  casa  decrepita di Don Fiore Ussorio  un vivaio di bimbi
    floridi e di fanciulle leggiadre: ed  tutta coperta di piccole  logge
    che  sono  esuberanti  di  garofani  e che si reggono su rozze mnsole
    scolpite di mascheroni procaci.
    A poco a poco,  le impazienze della  folla  si  placavano.  I  parlari
    oziosi propagavansi da un capo all'altro; dall'uno all'altro bivio.
    Domenico di Matteo,  una specie di Rodomonte villereccio,  motteggiava
    ad alta voce sull'asinit, e l'avidit dei dottori che facevano morire
    gli infermi per prendere dal Comune una maggior mercede.  Egli narrava
    certe sue cure mirabili.  Una volta egli aveva un gran dolore al petto
    ed era quasi prossimo all'agonia.  Poich il medico gli proib di bere
    acqua, egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si lev
    piano piano, cerc a tentoni la conca, vi tuff la testa e rimase l a
    bevere  come  un giumento,  fin che la conca non fu vuota.  La mattina
    dopo egli era guarito.  Un'altra volta egli ed un suo compare,  avendo
    da  lungo  tempo  la  febbre  terzana contro cui ogni virt di chinino
    pareva inutile,  deliberarono di fare una esperienza.  Si trovavano su
    la riva del fiume, ed alla riva opposta una vigna solata li allettava
    con  i  grappoli.  Si  spogliarono,  si  gittarono nelle fredde acque,
    tagliarono la corrente,  toccarono l'altra riva,  si saziarono  d'uva;
    poi  di  nuovo  attraversarono.  La terzana disparve.  Un'altra volta,
    essendo egli infermo di mal francioso ed avendo speso pi di  quindici
    ducati vanamente in opere di medici e di medicine,  come vide la madre
    attendere al bucato,  fu colto da un pensiero felice.  Tracann,  l'un
    dopo l'altro, cinque bicchieri di lisciva; e si liber.
    Ma ai balconi,  alle finestre,  alle logge il bello sciame muliebre si
    affacciava tumultuariamente.  Tutti gli uomini dalla via levavano  gli
    occhi  a  quelle  apparizioni  e  restavano  con la faccia al sole per
    guardare; e tutti, poich la consueta ora del pasto era gi trascorsa,
    si sentivano la testa un poco va  cua  e  nello  stomaco  un  languore
    infinito.  Brevi dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano.  I
    giovini gittarono motti salaci alle  belle.  Le  belle  risposero  con
    gesti schivi,  con scuotere di capo;  o si ritrassero, o forte risero.
    Le fresche risa di quelle bocche  si  sgranellavano  come  collane  di
    cristallo,  cadendo  su  gli  uomini  che  gi il deso incominciava a
    pungere.  Dalle mura il calore s'irradiava pi largo  e  mescevasi  al
    calor dei corpi agglomerati. I riverberi bianchissimi abbarbagliavano.
    Qualche cosa di snervante e di stupefacente discendeva su quella turba
    digiuna.
    Apparve  su  una loggia,  d'improvviso,  la Ciccarina,  la bella delle
    belle,  la rosa delle rose,  l'amorosa  psca,  colei  che  tutti  han
    desiato.  Per  un  moto unanime,  gli sguardi si volsero verso di lei.
    Ella, nel trionfo, stava semplicemente sorridendo,  come una dogaressa
    dinanzi al suo popolo.  Il sole le illuminava la piena faccia carnosa,
    che  simile alla polpa di un frutto succulento.  I capelli,  di  quel
    color  lionato  di  sotto  a cui par trasparisca una fiamma d'oro,  le
    invadevano la fronte,  le tempie,  il collo,  mal frenati.  Un natural
    fscino  venereo  le  emanava  da  tutta  la  persona.  Ed  ella stava
    semplicemente,  tra due gabbie di merli,  sorridendo,  non  sentendosi
    offesa dalle brame che lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei.
    I  merli  fischiarono.  I  madrigali  rustici batterono l'ali verso la
    loggia.  La Ciccarina si ritrasse,  sorridendo.  La turba rimase nella
    via,  quasi  abbacinata dai riverberi,  dalla vista di quella femmina,
    dalle prime vertigini della fame.
    Allora  uno  dei  parlamentari,  affacciatosi  a  una  finestra  della
    Delegazione, disse con voce squillante:
    - Cittadini, si risolver la cosa fra tre ore!




    Turlendana ritorna.

    La compagnia camminava lungo il mare.
    Gi  per  i  chiari poggi litorali ricominciava la primavera;  l'umile
    catena era verde,  e il verde di varie verdure  distinto;  e  ciascuna
    cima aveva una corona d'alberi fioriti. Allo spirar del maestro quelli
    alberi  si  movevano;  e nel moto forse si spogliavano di molti fiori,
    poich alla breve distanza le alture parevano coprirsi d'un colore tra
    il roseo e il violaceo,  e tutta la veduta un istante pareva tremare e
    impallidire  come  un'imagine  a traverso il vel dell'acqua o come una
    pittura che lavata si stinge.
    Il mare si distendeva in una serenit quasi verginale,  lungo la costa
    lievemente  lunata  verso  austro,  avendo  nello splendore la vivezza
    d'una turchese della Persia.  Qua e l,  segnando il  passaggio  delle
    correnti, alcune zone di pi cupa tinta serpeggiavano.
    Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi per i molti anni d'assenza
    era  quasi intieramente smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni
    il sentimento della patria era quasi  estinto,  andava  innanzi  senza
    volgersi a riguardare, con quel suo passo affaticato e claudicante.
    Come  il  camello  indugiava  ad  ogni  cespo d'erbe selvatiche,  egli
    gittava un breve grido  rauco  d'incitamento.  E  il  gran  quadrupede
    rossastro risollevava il collo lentamente, triturando fra le mandibole
    laboriose il cibo.
    - Hu, Barbar!
    L'asina,  la piccola e nivea Susanna,  di tratto in tratto,  sotto gli
    assidui  tormenti  del  macacco,   si  metteva  a  ragliare  in  suono
    lamentevole,  chiedendo  d'esser  liberata  dal cavaliere.  Ma Zaval,
    instancabile,  senza tregua,  con una specie di  frenesa,  con  gesti
    rapidi  e  corti  ora  di collera e ora di gioco,  percorreva tutta la
    schiena dell'animale,  saltava su la testa  afferrandosi  alle  grandi
    orecchie,  prendeva  fra le due mani la coda sollevandola e scotendone
    il ciuffo dei crini,  cercava  tra  il  pelo  grattando  con  l'unghie
    ostinatamente  e recandosi quindi l'unghie alla bocca e masticando con
    mille vari moti di tutti i muscoli della faccia. Poi, d'improvviso, si
    raccoglieva su 'l sedere, tenendosi in una delle mani il piede ritorto
    simile a una radice d'arbusto,  immobile,  grave,  fissando  verso  le
    acque i tondi occhi color d'arancio che gli si empivano di meraviglia,
    mentre  la  fronte  gli  si  corrugava  e le orecchie fini e rosee gli
    tremavano quasi per inquietudine. Poi,  d'improvviso,  con un gesto di
    malizia ricominciava la giostra.
    - Hu, Barbar!
    Il camello udiva; e si rimetteva in cammino
    Quando  la  compagnia giunse al bosco dei salci,  presso la foce della
    Pescara,  su la riva sinistra (gi si  scorgevano  i  galli  sopra  le
    antenne delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera),  Turlendana
    si arrest, poich voleva dissetarsi al fiume.
    Il patrio fiume recava l'onda perenne della sua pace al mare. Le rive,
    coperte  di  piante  fluviatili,   tacevano  e  si  riposavano,   come
    affaticate  dalla  recente  opera della fecondazione.  Il silenzio era
    profondo  su  tutte  le  cose.  Gli  estuarii  risplendevano  al  sole
    tranquilli,  come  spere,  chiusi  in una cornice di cristalli salini.
    Secondo le vicende del vento, i salci verdeggiavano o biancheggiavano.
    - La Pescara!  - disse Turlendana soffermandosi,  con  un  accento  di
    curiosit e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare.
    Poi  discese  al  margine,  dove  la  ghiaia era polita;  e si mise in
    ginocchio per attingere l'acqua con il concavo delle palme. Il camello
    curv il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L'asina anche bevve.
    E la scimmia imit l'attitudine dell'uomo,  facendo conca con le esili
    mani ch'erano violette come i fichi d'India acerbi.
    - Hu, Barbar!
    Il  camello  ud  e  cess di bere.  Dalle labbra molli gli gocciolava
    l'acqua abbondantemente su le callosit del petto,  e gli si  vedevano
    le gengive pallidicce e i grossi denti giallognoli.
    Per il sentiero,  segnato nel bosco dalla gente di mare,  la compagnia
    riprese il viaggio.  Cadeva il sole,  quando  giunse  all'Arsenale  di
    Rampigna.
    A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana
    domand:
    - Quella  Pescara?
    Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose:
    - E' quella.
    E tralasci la sua faccenda per seguire il forestiero.
    Altri  marinai  si unirono al primo.  In breve una torma di curiosi si
    raccolse dietro Turlendana che  andava  innanzi  tranquillamente,  non
    curandosi  dei  diversi  comenti  popolari.  Al  ponte delle barche il
    camello si rifiut di passare.
    - Hu, Barbar! Hu, hu!
    Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente,  scotendo la
    corda  della  cavezza  con  cui  ora  egli lo conduceva.  Ma l'animale
    ostinato si coric a terra e pos la testa  nella  polvere,  come  per
    rimanere ivi lungo tempo.
    I   plebei   d'in   torno,   riavutisi   dalla   prima   stupefazione,
    schiamazzavano gridando in coro:
    - Barbar! Barbar!
    E, come avevano dimestichezza con le scimmie perch talvolta i marinai
    dalle  lunghe  navigazioni  le  riportavano  in  patria   insieme   ai
    pappagalli  e  ai  cacatua,  provocavano  Zaval  in  mille modi e gli
    porgevano certe grosse  mandorle  verdi  che  il  macacco  apriva  per
    mangiarne il seme fresco e dolce golosamente.
    Dopo molta persistenza di urti e di urli,  alla fine Turlendana riusc
    a vincere la tenacit del camello.  E  quella  mostruosa  architettura
    d'ossa  e  di pelle si risollev barcollante,  in mezzo alla folla che
    incalzava.
    Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano allo spettacolo,
    sopra il ponte delle barche.  Dietro il Gran  Sasso  il  sole  cadendo
    irradiava per tutto il cielo primaverile una viva luce rosea: e,  come
    dalle campagne umide e dalle acque del fiume e del mare e dagli stagni
    durante il giorno erano sorti molti vapori,  le case e le  vele  e  le
    antenne  e  le  piante  e tutte le cose apparivano rosee;  e le forme,
    acquistando una specie  di  trasparenza,  perdevano  la  certezza  dei
    contorni e quasi fluttuavano sommerse in quella luce.
    Il  ponte,  sotto  il  peso,  scricchiolava  su le barche incatramate,
    simile  ad  una  vastissima  zattera  galleggiante.   La   popolazione
    tumultuava giocondamente.  Per la ressa,  Turlendana con le sue bestie
    rimase fermo a mezzo il ponte.  E il camello,  enorme,  sovrastante  a
    tutte  le  teste,  respirava  contro il vento,  movendo tardo il collo
    simile a un qualche favoloso serpente coperto di peli.
    Poich  gi  nella  curiosit  degli  accorsi  s'era  sparso  il  nome
    dell'animale,  tutti,  per  un nativo amore degli schiamazzi e per una
    concorde letizia che sorgeva a quella dolcezza del  tramonto  e  della
    stagione, tutti gridavano:
    - Barbar! Barbar!
    Al  clamore plaudente,  Turlendana,  che stava stretto contro il petto
    del camello, si sentiva invadere da un compiacimento quasi paterno.
    Ma l'asina d'un tratto  prese  a  ragliare  con  s  alte  ed  ingrate
    variazioni  di  voci  e  con tanta sospirevole passione che un'ilarit
    unanime corse il popolo.  E le schiette risa plebee si propagavano  da
    un capo all'altro del ponte,  come uno scroscio di scaturigine cadente
    gi pe' i sassi d'una china.
    Allora Turlendana ricominci a  muoversi  a  traverso  la  folla,  non
    conosciuto da alcuno.
    Quando fu su la porta della citt,  dove le femmine vendevano la pesca
    recente dentro ampi canestri di giunco,  Binchi-Banche,  l'omiciattolo
    dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo,  gli si fece
    innanzi,  e,  secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel
    paese, gli offerse i suoi servigi per l'alloggiamento.
    Prima chiese, accennando a Barbar:
    - E' feroce?
    Turlendana rispose che no, sorridendo.
    - Be'!  - riprese Binchi-Banche,  rassicurato - ci sta la casa di Rosa
    Schiavona.
    Ambedue volsero per la Pesceria e quindi  per  Sant'Agostino,  seguti
    dal  popolo.  Alle  finestre  e  ai  balconi le donne e i fanciulli si
    affacciavano  guardando  con  stupore  il  passaggio  del  camello   e
    ammiravano  le  minute grazie dell'asinetta bianca e ridevano ai lezii
    di Zaval.
    A un punto Barbar,  vedendo pendere da una loggia bassa un'erba mezzo
    secca,  tese il collo e sporse le labbra per giungerla,  e la strapp.
    Un grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia  chine;
    e il grido si propag nelle logge prossime.  La gente dalla via rideva
    forte, gridando come in carnovale dietro le maschere:
    - Viva! Viva!
    Tutti erano inebriati dalla novit dello spettacolo e dall'aria  della
    primavera.
    Dinanzi  alla  casa  di  Rosa  Schiavona,  in  vicinanza di Portasale,
    Binchi-Banche accenn di sostare.
    - E' qua - disse.
    La casa,  molto umile,  a un solo ordine di finestre,  aveva  le  mura
    inferiori tutte segnate d'iscrizioni e di figurazioni oscene. Una fila
    di pipistrelli crocifissi ornava l'architrave;  e una lanterna coperta
    di carta rossa pendeva sotto la finestra media.
    Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia e girovaga:  dormivano
    mescolati  i  carrettieri  di Letto Manoppello grandi e panciuti;  gli
    zingari di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori di caldaie;  i
    fusari  di  Bucchianico;  le femmine di Citt Sant'Angelo venute a far
    pubblica professione d'impudicizia tra i soldati;  gli  zampognari  di
    Atina; i montagnuoli domatori d'orsi, i cerretani, i falsi mendicanti,
    i ladri, le fattucchiere.
    Gran   mezzano   della   marmaglia   era  Binchi-Banche.   Giustissima
    proteggitrice, Rosa Schiavona.
    Come ud i rumori,  la femmina venne su 'l limitare.  Ella  pareva  in
    verit un essere generato da un uomo nano e da una scrofa.
    Chiese, da prima, con un'aria di diffidenza:
    - Che c'?
    - C' qua 'stu cristiano che vuo' alloggio co' le bestie, Donna Rosa.
    - Quante bestie?
    - Tre, vedete, Donna Rosa: 'na scimmia, 'n'asina, e 'nu camelo.
    Il  popolo  non  badava  al dialogo.  Alcuni incitavano Zaval.  Altri
    palpavano le gambe di Barbar,  osservando su le  ginocchia  e  su  'l
    petto  i  duri  dischi  callosi.  Due  guardie  del sale,  che avevano
    viaggiato sino ai porti dell'Asia Minore,  dicevano ad  alta  voce  le
    varie virt dei camelli e narravano confusamente d'averne visti taluni
    fare  un  passo di danza portando il lungo collo carico di musici e di
    femmine seminude.
    Gli ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose, pregavano:
    - Dite! dite!
    Tutti stavano a tomo,  in silenzio,  con gli occhi  un  po'  dilatati,
    bramando quel diletto.
    Allora  una  delle  guardie,  un  uomo  vecchio  che aveva le palpebre
    arrovesciate dai venti del mare,  cominci a  favoleggiare  dei  paesi
    asiatici.  E  a  poco a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo
    inebriavano.
    Una  specie  di  mollezza  esotica  pareva  spargersi  nel   tramonto.
    Sorgevano, nella fantasia popolare, le rive favoleggiate e luminavano.
    A traverso l'arco della Porta, gi occupato dall'ombra, si vedevano le
    tanecche  coperte di sale ondeggiar su 'l fiume;  e,  come il minerale
    assorbiva  tutta  la  luce  del  crepuscolo,  le  tanecche  sembravano
    materiate  di  cristalli  preziosi.  Nel  cielo un po' verde saliva il
    primo quarto della luna.
    - Dite! dite! - ancra chiedevano i pi giovini.
    Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie e le aveva provviste  di
    cibo;  e  quindi  era uscito in compagnia di Binchi-Banche,  mentre la
    gente rimaneva accolta innanzi all'uscio della stalla,  dove la  testa
    del camello appariva e spariva dietro le alte grate di corda.
    Per la via, Turlendana domand:
    - Ci stanno cantine?
    Binchi-Banche rispose:
    - S, segnore; ci stanno.
    Poi,  sollevando le grosse mani nerastre e prendendosi co 'l pollice e
    l'indice della destra  successivamente  la  punta  d'ogni  dito  della
    sinistra, enumerava:
    - La candina di Speranza, la candina di Buono, la candina di Assa, la
    candina di Zarricante, la candina della cecata di Turlendana...
    - Ah - fece tranquillamente l'uomo.
    Binchi-Banche sollev i suoi acuti occhiolini verdognoli.
    - Ci sei stato 'n'altra volta a qua, segnore?
    E,  non  aspettando  la risposta,  con la nativa loquacit della gente
    pescarese, seguitava:
    - La candina della cecata  grande e ci si vende lu  meglio  vino.  La
    cecata  la femmina delli quattro mariti...
    Si  mise  a ridere,  con un sorriso che gli increspava tutta la faccia
    gialliccia come il centopelle d'un ruminante.
    - Lu primo marito fu  Turlendana,  ch'era  marinaro  e  andava  su  li
    bastimenti  del  re  di Napoli,  all'Indie basse e alla Francia e alla
    Spagna e infino all'America. Quello si perse in mare, e chi sa a dove,
    con tutto il legno; e non s' trovato pi.  So' trent'anni.  Teneva la
    forza di Sansone: tirava l'ncore co' un dito...  Povero giovane!  Eh,
    chi va pe' mare quella fine fa.
    Turlendana ascoltava, tranquillamente.
    - Lu secondo marito, dopo cinqu'anni di vedovanza, fu 'n'ortonese,  lu
    figlio   di  Ferrante,   'n'anima  dannata,   che  s'er'unito  co'  li
    contrabbandieri,   a  tempo  che  Napolione  stava  contro  l'Inglesi.
    Facevano  contrabbando da Francavilla infino a Silvi e a Montesilvano,
    di zucchero e di caf,  co' li legni inglesi.  C'era,  vicino a Silvi,
    'na  torre  delli  Saracini,  sotto  il bosco,  da dove si facevano li
    segnali. Come passava la pattuglia, plon plon, plon plon, noi 'scivamo
    dall'alberi...   -  Ora  il  parlatore  accendevasi  al  ricordo;   ed
    obliandosi  descriveva  con  prolissit  di  parole  tutta l'operazion
    clandestina,  ed aiutava di gesti e di interiezioni vive il  racconto.
    La  sua  piccola  persona  coriacea  si  raccorciava  e  si distendeva
    nell'atto.   In  fine,   il  figlio  di  Ferrante  era   morto   d'una
    schioppettata nelle reni, per mano de' soldati di Gioacchino Murat, di
    notte, su la costiera.
    -  Lu terzo marito fu Titino Passacantando che mor nel letto suo,  di
    male cattivo. Lu quarto vive. Ed  Verdura, bonomo,  che no mestura li
    vini. Sentarai, segnore.
    Quando giunsero alla cantina lodata, si separarono.
    - F'lice sera, segnore!
    - F'lice sera.
    Turlendana entr,  tranquillamente,  fra la curiosit dei bevitori che
    sedevano a certe lunghe tavole in giro.
    Avendo chiesto da mangiare,  egli fu da Verdura invitato a  salire  in
    una stanza superiore ove i deschi erano gi pronti per le cene.
    Nessun  cliente  ancra  stava  nella  stanza.  Turlendana  sedette  e
    incominci a mangiare a grandi bocconi,  con la testa  su  'l  piatto,
    senza intervalli,  come un uomo famelico.  Egli era quasi intieramente
    calvo: una profonda cicatrice  rossiccia  gli  solcava  per  lungo  la
    fronte e gli scendeva fino a mezzo la guancia; la barba folta e grigia
    gli saliva fino ai pomelli emergenti; la pelle, bruna, secca, piena di
    asperit,  corrosa dalle intemperie,  riarsa dal sole,  incavata dalle
    sofferenze, pareva non conservare pi alcuna vivezza umana;  gli occhi
    e   tutti   i   lineamenti   erano,   da   tempo,   come  pietrificati
    nell'impassibilit.
    Verdura,  curioso,  sedette  di  contro;  e  stette  a  riguardare  il
    forestiero.  Egli era piuttosto pingue, con la faccia d'un color roseo
    sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi.
    Alla fine, domand:
    - Da che paese venite?
    Turlendana, senza levar la faccia, rispose semplicemente:
    - Vengo di lontano.
    - E dove andate ? - ridomand Verdura.
    - Sto qua.
    Verdura, stupefatto, tacque.  Turlendana levava ai pesci la testa e la
    coda;  e li mangiava cos a uno a uno,  triturando le lische.  Ad ogni
    due o tre pesci, beveva un sorso di vino.
    - Qua ci conoscete qualcuno? - riprese Verdura, bramoso di sapere.
    - Forse - rispose l'altro semplicemente.
    Sconfitto dalla brevit dell'interlocutore,  il vinattiere una seconda
    volta  ammutol.   Udivasi  la  masticazione  lenta  ed  elaborata  di
    Turlendana tra l'inferior clamore dei bevitori.
    Dopo un poco, Verdura riapr la bocca.
    - Il camello in che siti nasce?  Quelle due gobbe sono  naturali?  Una
    bestia cos grande e forte come pu essere mai addomesticata?
    Turlendana lasciava parlare, senza rimuoversi.
    - Il vostro nome, signor forestiere?
    L'interrogato sollev il capo dal piatto; e rispose, semplicemente.
    - Io mi chiamo Turlendana.
    - Che ?
    - Turlendana.
    - Ah!
    La stupefazione dell'oste non ebbe pi limiti. E insieme una specie di
    vago sbigottimento cominciava a ondeggiare in fondo all'animo di lui.
    - Turlendana!... Di qua?
    - Di qua.
    Verdura dilat i grossi occhi azzurri in faccia all'uomo.
    - Dunque non siete morto?
    - Non sono morto.
    - Dunque voi siete il marito di Rosalba Catena?
    - Sono il marito di Rosalba Catena.
    - E ora? - esclam Verdura, con un gesto di perplessit. - Siamo due.
    - Siamo due.
    Un istante rimasero in silenzio.  Turlendana masticava l'ultima crosta
    d'un pane,  tranquillamente;  e si udiva nel silenzio lo  scricchiolo
    leggero.  Per  una  naturale  benigna  incuranza  dell'animo e per una
    fatuit  gloriosa,   Verdura  non  era  compreso  d'altro  che   della
    singolarit  dell'avvenimento.  Un  improvviso  impeto d'allegrezza lo
    prese, salendo spontaneo dai precordii.
    - Andiamo da Rosalba! andiamo! andiamo! andiamo!
    Egli traeva il reduce per  un  braccio,  a  traverso  il  fondaco  dei
    bevitori, agitandosi, gridando:
    -  Ecc'a qua Turlendana,  Turlendana marinaro,  lu marito de mgliema,
    Turlendana  che  s'era  morto!   Ecc'a  qua  Turlendana!   Ecc'a   qua
    Turlendana!





    Turlendana ebro.

    Quando egli bevve l'ultimo bicchiere,  all'orologio del Comune stavano
    per iscoccare due ore dopo la mezzanotte.
    Disse Biagio Quaglia, con la voce intorbidata dal vino,  come i tocchi
    squillarono nel silenzio della luna chiarissima:
    - Mannaggia! Ce ne vulemo i'?
    Civola, quasi disteso sotto la panca, agitando di tratto in tratto le
    lunghe  gambe  corritrici,  farneticava  di  cacce  clandestine  nelle
    bandite del marchese di Pescara, poich il sapor selvatico della lepre
    gli risaliva su per la gola e il vento recava l'odor resinoso dei pini
    dalla boscaglia marittima.
    Disse Biagio Quaglia,  percotendo con i piedi il cacciatore biondo,  e
    facendo atto di levarsi:
    - 'Jamo, Puri.
    E Civola con molto sforzo si rizz dondolandosi,  smilzo e lungo come
    un cane levriere.
    - 'Jamo; ca mo' fanne lu passo - rispose, levando la mano verso l'alto
    quasi in  atto  di  auspicio,  poich  forse  pensava  a  una  qualche
    migrazione di uccelli.
    Turlendana  anche  si  mosse;  e,  vedendo  dietro di s la vinattiera
    Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle
    abbracciarla. Ma Zarricante gli sfugg di tra le braccia,  gridandogli
    una contumelia.
    Su  la porta,  Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di
    sostegno per un tratto di cammino.  Ma Biagio Quaglia e  Civola,  che
    facevano  un  bel  paio,  gli  volsero  le  spalle  sghignazzando e si
    allontanarono sotto la luna.
    Allora Turlendana si ferm a guardare la luna che era  tonda  e  rossa
    come  una  faccia  canonicale.  I  luoghi  intorno  tacevano.  Le case
    biancicavano in fila.  Un gatto miagolava alla notte di maggio,  su  i
    gradini della porta.
    L'uomo, avendo nell'ebriet una singolare inclinazione alla tenerezza,
    tese  la  mano  pianamente  per  accarezzare l'animale.  Ma l'animale,
    essendo di natura forastico, diede un balzo e disparve.
    Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tent di versare su quello
    la piena della sua benevolenza amorevole.  Ma  il  cane  pass  oltre,
    senza  rispondere  al  richiamo,  e  si  mise in un canto del trivio a
    rosicare  certe  ossa.   Il  rumore  dei   denti   laboriosi   udivasi
    distintamente nel silenzio.
    Come  dopo  poco  la porta della cantina si chiuse,  Turlendana rimase
    solo nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in  viaggio.  E
    la  sua  mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti gli
    esseri circostanti.  Tutti dunque  fuggivano?  Che  aveva  egli  fatto
    perch tutti fuggissero?
    Cominci a muovere i passi incertamente,  verso il fiume.  Il pensiero
    di quella fuga universale,  a mano a mano ch'egli andava innanzi,  gli
    occupava   con  maggior  profondit  il  cervello  alterato  dai  fumi
    bacchici. Avendo incontrato altri due cani spersi,  si ferm presso di
    loro  quasi  per  esperimentare  e  li chiam.  Le due bestie ignobili
    seguitarono a strisciarsi lungo i muri,  con la coda fra le  gambe;  e
    scantonarono.  Poi,  quando furono pi lontani, si misero a latrare; e
    subitamente da tutti i punti del paese,  dal Bagno,  da Sant'Agostino,
    dall'Arsenale,  dalla  Pescheria,  da tutti i luoghi luridi e oscuri i
    cani erranti accorsero, come a un suon di battaglia.  E il coro ostile
    di quella trib famelica saliva fino alla luna.
    Turlendana  stupefatto,   mentre  una  specie  d'inquietudine  gli  si
    svegliava nell'animo vagamente,  riprese  il  cammino  con  passi  pi
    spediti,  di tratto in tratto incespicando su le asperit del terreno.
    Quando giunse al canto dei bottari,  dove le ampie botti  di  Zazzetta
    formavano  cumuli  biancastri  simili  a  monumenti,   egli  sent  un
    interrotto  respirar   bestiale.   E,   poich   il   pensiero   fisso
    dell'ostilit delle bestie ormai lo teneva,  egli si accost da quella
    parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare di nuovo.
    Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo  ansavano
    faticosamente  su  la  mangiatoia.  Erano bestie decrepite che avevano
    logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due  volte  al
    giorno  la  gran  carcassa  d'una  diligenza  piena  di  mercanti e di
    mercanzie. Sotto i loro peli bruni qua e l rasati dalle bardature, le
    coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina;  le
    gambe  anteriori  piegate non avevano quasi pi ginocchia;  la schiena
    era dentata come una sega;  e il collo spelato,  dove a pena  rimaneva
    qualche  vestigio  della  criniera,  si  curvava  verso terra cos che
    talvolta le froge senza pi soffio toccavano quasi le ugne consunte.
    Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta.
    Turlendana cominci a fare:
    - Ush, ush, ush! Ush, ush, ush!
    I cavalli non si movevano;  ma respiravano insieme,  umanamente.  E le
    forme dei loro corpi apparivano confuse nell'ombra turchiniccia;  e il
    fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello strame.
    - Ush, ush, ush!  - seguitava Turlendana,  in suono lamentevole,  come
    quando spingeva Barbar ad abbeverarsi.
    I cavalli non si movevano.
    - Ush, ush, ush! Ush, ush, ush!
    Uno  dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme su
    'l cancello,  guardando dagli occhi  che  rilucevano  alla  luna  come
    ripieni d'un'acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile a
    un  lembo  di  pelle  flaccida scoprendo la gengiva.  Le froge ad ogni
    soffio ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si schiudevano
    talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria  in  una  massa  di
    lievito che fermenta, e si richiudevano.
    Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perch dunque
    s'era empito di vino,  egli cos sobrio per consuetudine?  Un momento,
    in mezzo all'ebriet  obliosa,  la  forma  di  Barbar  moribondo  gli
    ricomparve  dinanzi,  la forma del camello che giaceva su 'l terreno e
    teneva su la paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e  si
    agitava debolmente di tratto in tratto,  mentre ad ogni moto il ventre
    gonfio produceva il rumore d'un barile a met pieno d'acqua.
    Una gran tenerezza pietosa lo invase;  e  l'agonia  del  camello,  con
    quelle  scosse  improvvise  e  quegli  strani  singhiozzi  rauchi  che
    facevano sussultare  e  vibrare  sonoramente  tutto  l'enorme  carcame
    semivivo,  e con quegli sforzi affannosi del collo che si sollevava un
    istante per ricadere su la paglia dando un rumor sordo e grave  mentre
    le  gambe  si  movevano  quasi in atto di correre,  e con quel tremore
    continuo degli orecchi e quell'immobilit del globo oculare che pareva
    gi spento prima d'ogni altra parte sensibile,  l'agonia  del  camello
    gli  ritorn  nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana.
    Ed egli,  appoggiato al cancello,  per un moto macchinale della  bocca
    seguitava a fare verso il cavallo di Michelangelo:
    - Ush, ush, ush! Ush, ush, ush!
    Con la persistenza inconscia degli ebri,  con una ebetudine crescente,
    seguitava,  seguitava;  ed era una lamentazione  monotona,  accorante,
    quasi lugubre come il canto degli uccelli notturni.
    - Ush, ush, ush!
    Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva, d'improvviso si affacci
    alla finestra soprastante; e in furia si diede a caricar di contumelie
    e di imprecazioni il disturbatore.
    -  Fijie  di  puttane,  vatt'a jett a la Piscare!  Vattnne da ecche!
    Vattnne,  ca mo' pijie na varre.  Fijie  di  puttane  a  turmend  li
    cristiani vuo' ven? 'Mbriache 'vrette! Vattnne!
    Turlendana  si  rimise a camminare,  verso il fiume,  barcollando.  Al
    trivio dei  fruttaiuoli  una  torma  di  cani  stava  in  conciliabolo
    amoroso.  Come l'uomo si appress, la torma si disperse correndo verso
    il Bagno.  Dal vicolo di Gesidio un'altra torma sbuc e prese  la  via
    dei  Bastioni.  Tutto  il  paese  di  Pescara,  nel  dolce  plenilunio
    primaverile, era pieno di amori e di combattimenti canini.  Il mastino
    di  Madrigale,  incatenato  a  guardia d'un bove ucciso,  di tratto in
    tratto faceva sentire la sua voce profonda che dominava tutte le altre
    voci.  Di tratto in tratto,  qualche cane  sbandato  passava  di  gran
    corsa,  solo,  dirigendosi al luogo della mischia.  Nelle case, i cani
    prigionieri ululavano.
    Ora, un turbamento pi strano prendeva il cervello dell'ebro.  Dinanzi
    a  lui,  dietro a lui,  in torno a lui,  la fuga imaginaria dalle cose
    ricominciava pi  rapida.  Egli  si  avanzava,  e  tutte  le  cose  si
    allontanavano; le nuvole, gli alberi, le pietre, le rive del fiume, le
    antenne  delle  barche,  le  case.  Questa  specie  di repulsione e di
    reprobazione universale lo emp di terrore.  Si  ferm.  Un  gorgoglio
    prolungato gli moveva le viscere.  Sbito,  nella mente scomposta, gli
    balen un pensiero.  - Il lepre!  Anche il lepre di Civola non voleva
    pi restar con lui!  - Il terrore gli crebbe;  un tremito gli prese le
    gambe e le braccia.  Ma,  incalzato,  discese fra i salici teneri e le
    alte erbe su la riva.
    La  luna  piena,  radiante,  spandeva  per  tutto  il  cielo una dolce
    serenit nivale. Gli alberi s'inclinavano in attitudini pacifiche alla
    contemplazione delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne
    emanava dal sonno del fiume sotto la luna. Le rane cantavano.
    Turlendana stava quasi nascosto tra le piante.  Le mani gli  tremavano
    su i ginocchi.  D'improvviso,  egli sent sotto di s muoversi qualche
    cosa di vivo: una rana!  Gitt un grido,  si lev,  si diede a correre
    traballando,  in mezzo ai salici che lo fustigavano. Pel disordine de'
    suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto soprannaturale.
    A un avvallamento del terreno cadde, bocconi, con la faccia su l'erba.
    Si rialz a gran fatica, e stette un momento a riguardare in torno gli
    alberi.
    Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili nell'aria,  taciturne;
    e parevano inalzarsi fino alla luna,  per un prolungamento ingannevole
    delle loro cime.  Le rive del fiume si dileguavano  indefinite,  quasi
    immateriali,  come le imagini dei paesi nei sogni.  Su la parte destra
    gli  estuari  risplendevano  d'una   bianchezza   abbagliante,   d'una
    bianchezza salina,  su cui ad intervalli le ombre gittate dalle nuvole
    migratrici passavano mollemente come veli azzurri.  Pi lungi la selva
    chiudeva l'orizzonte.  Il profumo della selva e il profumo del mare si
    mescolavano.
    - Oh Turlendana! coooh! - grida una voce, chiarissima.
    Turlendana, stupefatto, si volse.
    - Oh Turlendanaaaaa!
    E Binchi-Banche apparve in compagnia di un finanziere, su 'l principio
    di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci.
    - Add vai a 'st'ora?  A piagne  lu  camelo?  -  chiese  Binchi-Banche
    avvicinandosi.
    Turlendana  non  rispose  sbito.  Si  reggeva  con le mani le brache,
    teneva le ginocchia un po' piegate innanzi;  e nella faccia aveva  una
    cos strana espression di stupidezza e balbettava cos miseramente che
    Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa.
    -  Va,  va  -  disse  l'omiciattolo grinzoso,  prendendo l'ebro per le
    spalle e incamminandolo verso la marina.
    Turlendana and innanzi.  Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a
    distanza, ridendo e parlando a voce bassa.
    Ora  la  verdura  terminava  e  incominciavano  le  sabbie.  Si  udiva
    mormorare la maretta alla foce della Pescara.
    In una specie di bassura arenosa, tra le dune,  Turlendana si incontr
    con  la  carogna di Barbar non ancra sepolta.  Il gran corpo,  tutto
    spellato,  era sanguinolento;  le masse adipose  della  schiena  anche
    erano scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su
    le cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi;  nella
    bocca  si  vedevano  i  due  denti  enormi,  angolosi,  ricurvi  della
    mandibola  superiore e la lingua bianchiccia;  il labbro di sotto era,
    chi sa perch, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente.
    Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo
    la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano.
    - Aha! Aha! Aha!
    Poi,  volendo chinarsi su 'l camello,  stramazz;  si agit invano per
    rialzarsi; e, vinto dal torpore del vino, rimase senza conoscenza.
    Binchi-Banche e il finanziere,  come lo videro cadere, sopraggiunsero.
    Lo presero,  l'uno da capo e l'altro da piedi;  lo sollevarono,  e  lo
    adagiarono   lungo  su  'l  corpo  di  Barbar,   atteggiandolo  a  un
    abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due operando.
    E cos Turlendana giacque co 'l camello, sino all'aurora.
    Il cerusico di mare.

    Il trabaccolo "Trinit",  carico di fromento,  salp alla volta  della
    Dalmazia, verso sera. Navig lungo il fiume tranquillo, fra le paranze
    di Ortona ancorate in fila,  mentre su la riva si accendevano fuochi e
    i  marinai  reduci  cantavano.  Passando  quindi  pianamente  la  foce
    angusta, usc nel mare.
    Il tempo era benigno.  Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque,
    la luna piena pendeva come una dolce lampada rosea.  Le montagne e  le
    colline,  dietro,  avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano
    le oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano.
    I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d'accordo  per  prendere  il
    vento.  Poi,  come  le  vele si gonfiarono nell'aria tutte colorate in
    rosso e segnate di figure rudi,  i sei uomini si  misero  a  sedere  e
    cominciarono a fumare tranquillamente.
    Il  mozzo prese a cantarellare una canzone della patria,  a cavalcioni
    su la prua.
    Disse Talamonte maggiore,  gittando un  lungo  sprazzo  di  saliva  su
    l'acqua e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa:
    - Lu tembe n'n ze mandne.
    Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono. Erano
    marinai  forti  e indurati alle vicende del mare.  Avevano altre volte
    navigato alle isole dlmate, e a Zara, a Trieste, a Splato;  sapevano
    la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che
    ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole.
    Comandava  il trabaccolo Ferrante La Selvi.  I due fratelli Talamonte,
    Cir,  Massacese e Gialluca formavano l'equipaggio,  tutti  nativi  di
    Pescara. Nazareno era il mozzo.
    Essendo il plenilunio,  indugiarono su 'l ponte. Il mare era sparso di
    paranze che pescavano.  Ogni  tanto  una  coppia  di  paranze  passava
    accanto al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente.
    La  pesca  pareva  fortunata.  Quando  le barche si allontanarono e le
    acque ridivennero deserte,  Ferrante e  i  Talamonte  discesero  sotto
    coperta  per riposare.  Massacese e Gialluca,  poi ch'ebbero finito di
    fumare, seguirono l'esempio. Cir rimase di guardia.
    Prima di scendere,  Gialluca,  mostrando al  compagno  una  parte  del
    collo, disse:
    - Guarda che tenghe a qua.
    Massacese guarda e disse:
    - 'Na cosa da niente. N'n ce penz.
    C'era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto,
    e in mezzo al rossore un piccolo nodo.
    Gialluca soggiunse:
    - Me dole.
    Nella  notte  si mut il vento;  e il mare cominci ad ingrossare.  Il
    trabaccolo si mise a ballare sopra  le  onde,  trascinato  a  levante,
    perdendo  cammino.  Gialluca,  nella  manovra,  gittava  ogni tanto un
    piccolo grido,  perch ad  ogni  movimento  brusco  del  capo  sentiva
    dolore.
    Ferrante La Selvi gli domand:
    - Che tieni?
    Gialluca,  alla  luce  dell'alba,  mostr  il suo male.  Su la cute il
    rossore era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo.
    Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:
    - 'Na cosa da niente. N'n ce penza.
    Gialluca prese un fazzoletto e si fasci  il  collo.  Poi  si  mise  a
    fumare.
    Il trabaccolo,  scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario,
    fuggiva ancra verso levante.  Il rumore del  mare  copriva  le  voci.
    Qualche  ondata  si  spezzava sul ponte,  ad intervalli,  con un suono
    sordo.
    Verso sera la burrasca si plac;  e la luna emerse come una cupola  di
    fuoco.  Ma  poich  il  vento cadde,  il trabaccolo rimase quasi fermo
    nella  bonaccia;   le  vele  si  afflosciarono.   Di  tanto  in  tanto
    sopravveniva un soffio passeggero.
    Gialluca si lamentava del dolore.  Nell'ozio,  i compagni cominciarono
    ad occuparsi del suo male.  Ciascuno suggeriva un rimedio  differente.
    Cir, ch'era il pi anziano, si fece innanzi e sugger un empiastro di
    mele e di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perch la
    moglie sua in terra esercitava la medicina insieme con l'arte magica e
    guariva i mali con i farmachi e con le cabale.  Ma la farina e le mele
    mancavano. La galletta non poteva essere efficace.
    Allora Cir prese una cipolla e un pugno di  grano:  pest  il  grano,
    tagliuzz  la  cipolla,  e compose l'empiastro.  Al contatto di quella
    materia, Gialluca sent crescere il dolore. Dopo un'ora si strapp dal
    collo la fasciatura e gitt ogni cosa in mare, invaso da un'impazienza
    irosa.  Per vincere il fastidio,  si mise al timone e resse la  sbarra
    lungo   tempo.   S'era   levato  il  vento,   e  le  vele  palpitavano
    gioiosamente.  Nella  chiara  notte  un'isoletta,  che  doveva  essere
    Pelagosa, apparve in lontananza come una nuvola posata su l'acqua.
    Alla  mattina  Cir,  che ormai aveva impreso a curare il male,  volle
    osservare il tumore.  La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte
    del collo ed aveva assunta una nuova forma e un colore pi cupo che su
    l'apice diveniva violetto.
    - E che  quesse?  - egli esclam, perplesso, con un suono di voce che
    fece trasalire l'infermo.  E chiam Ferrante,  i  due  Talamonte,  gli
    altri.
    Le  opinioni  furono varie.  Ferrante imagin un male terribile da cui
    Gialluca poteva rimanere soffocato.  Gialluca,  con gli  occhi  aperti
    straordinariamente,  un po' pallido,  ascoltava i prognostici. Come il
    cielo era coperto di vapori e  il  mare  appariva  cupo  e  stormi  di
    gabbiani  si  precipitavano  verso  la  costa gridando,  una specie di
    terrore scese nell'animo di lui.
    Alla fine Talamonte minore sentenzi:
    - E' 'na fava maligna.
    Gli altri assentirono:
    - Eh, po' sse'.
    Infatti,  il giorno dopo,  la cuticola del tumore fu sollevata  da  un
    siero  sanguigno e si lacer.  E tutta la parte prese l'apparenza d'un
    nido di vespe,  d'onde sgorgavano  materie  purulente  in  abbondanza.
    L'infiammazione  e  la suppurazione si approfondivano e si estendevano
    rapidamente.
    Gialluca, atterrito, invoc San Rocco che guarisce le piaghe.  Promise
    dieci libbre di cera,  venti libbre.  Egli s'inginocchiava in mezzo al
    ponte,  tendeva le braccia verso il cielo,  faceva i vti con un gesto
    solenne,  nominava il padre,  la madre,  la moglie,  i figliuoli. D'in
    torno,  i compagni si facevano il segno della  croce,  gravemente,  ad
    ogni invocazione.
    Ferrante  La Selvi,  che sent giungere un gran colpo di vento,  grid
    con la voce rauca un  comando,  in  mezzo  al  romoro  del  mare.  Il
    trabaccolo  si  pieg tutto sopra un fianco.  Massacese,  i Talamonte,
    Cir si gittarono alla manovra. Nazareno strisci lungo un albero.  Le
    vele  in  un  momento  furono ammainate: rimasero i due fiocchi.  E il
    trabaccolo,  barcollando da  banda  a  banda,  si  mise  a  correre  a
    precipizio su la cima dei flutti.
    -  Sante  Rocche!  Sante  Rocche!  - gridava con pi fervore Gialluca,
    eccitato anche dal tumulto circostante,  curvo su le ginocchia e su le
    mani per resistere al rullo.
    Di  tratto  in  tratto  un'ondata  pi forte si rovesciava su la prua:
    l'acqua salsa invadeva il ponte da un capo all'altro.
    - Va a basse! - grid Ferrante a Gialluca.
    Gialluca discese  nella  stiva.  Egli  sentiva  un  calore  molesto  e
    un'aridezza  febrile  per  tutta  la  pelle:  e  la paura del male gli
    chiudeva lo stomaco. L sotto, nella luce fievole, le forme delle cose
    assumevano apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi del flutto
    contro i fianchi del naviglio e gli scricchiolii di  tutta  quanta  la
    compagine.
    Dopo mezz'ora,  Gialluca riapparve su 'l ponte, smorto come se uscisse
    da  un  sepolcro.   Egli  amava  meglio  stare   all'aperto,   esporsi
    all'ondata, vedere gli uomini, respirare il vento.
    Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domand:
    - E mo' che tieni?
    Gli altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere i rimedii; ad
    alta voce,  quasi gridando, per superare il fragore della burrasca. Si
    animavano. Ciascuno aveva un metodo suo.  Ragionavano con sicurezza di
    dottori.  Dimenticavano  il pericolo,  nella disputa.  Massacese aveva
    visto, due anni avanti,  un vero medico operare sul fianco di Giovanni
    Margadonna,  in  un  caso simile.  Il medico tagli,  poi strofin con
    pezzi di legno intinti in un liquido fumante,  bruci cos  la  piaga.
    Lev  con  una  specie  di  cucchiaio  la carne arsa che somigliava al
    fondiglio di caff. E Margadonna fu salvo.
    Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico feroce:
    - S'ha da taji! S'ha da taji!
    E faceva l'atto del taglio, con la mano, verso l'infermo.
    Cir fu del parere di Massacese.  I due  Talamonte  anche  convennero.
    Ferrante La Selvi scoteva il capo.
    Allora Cir fece a Gialluca la proposta. Gialluca si rifiut.
    Cir, in un impeto brutale ch'egli non pot trattenere, grid:
    - Murete!
    Gialluca divenne pi pallido e guard il compagno con due larghi occhi
    pieni di terrore.
    Cadeva la notte.  Il mare nell'ombra pareva che urlasse pi forte.  Le
    onde luccicavano,  passando nella luce gittata dal fanale di prua.  La
    terra  era  lontana.  I  marinai  stavano  afferrati  a  una corda per
    resistere contro i marosi.  Ferrante governava il timone,  gittando di
    tratto in tratto una voce nella tempesta:
    - Va a basse, Giall!
    Gialluca,  per  una  strana  ripugnanza  a  trovarsi solo,  non voleva
    discendere,  quantunque il male lo travagliasse.  Anch'egli si  teneva
    alla corda, stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una ondata, i
    marinai  abbassavano la testa e mettevano un grido concorde,  simile a
    quello con cui sogliono accompagnare un comune sforzo nella fatica.
    Usc la luna da  una  nuvola,  diminuendo  l'orrore.  Ma  il  mare  si
    mantenne grosso tutta la notte.
    La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni:
    - Tajite.
    I  compagni  prima  s'accordarono  gravemente;  tennero  una specie di
    consulto decisivo. Poi osservarono il tumore ch'era eguale al pugno di
    un uomo.  Tutte le aperture,  che dianzi gli davano l'apparenza di  un
    nido di vespe o di un crivello, ora ne formavano una sola.
    Disse Massacese:
    - Curagge! Avande!
    Egli  doveva  essere  il  cerusico.  Prov su l'unghia la tempra delle
    lame.  Scelse in  fine  il  coltello  di  Talamonte  maggiore,  ch'era
    affilato di fresco. Ripet:
    - Curagge! Avande!
    Quasi un fremito d'impazienza scoteva lui e gli altri.
    L'infermo ora pareva preso da uno stupidimento cupo.  Teneva gli occhi
    fissi sul coltello, senza dire niente, con la bocca semiaperta, con le
    mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota.
    Cir lo fece sedere,  gli tolse la fasciatura,  mettendo con le labbra
    quei  suoni istintivi che indicano il ribrezzo.  Un momento,  tutti si
    chinarono su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese disse:
    - Cus e cus - indicando con la punta del coltello la  direzione  dei
    tagli.
    Allora,  d'un tratto,  Gialluca ruppe in un gran pianto.  Tutto il suo
    corpo veniva scosso dai singhiozzi.
    - Curagge!  Curagge!  - gli ripetevano i marinai,  prendendolo per  le
    braccia.
    Massacese incominci l'opera.  Al primo contatto della lama,  Gialluca
    gitt un urlo;  poi,  stringendo i denti,  metteva  quasi  un  muggito
    soffocato.
    Massacese  tagliava  lentamente,  ma  con sicurezza;  tenendo fuori la
    punta della lingua, per una abitudine ch'egli aveva nel condur le cose
    con attenzione.  Come il trabaccolo  barcollava,  il  taglio  riusciva
    ineguale;  il coltello ora penetrava pi,  ora meno.  Un colpo di mare
    fece affondare la lama dentro i tessuti sani.  Gialluca gitt un altro
    urlo, dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei
    beccai. Egli non voleva pi sottomettersi.
    - No, no, no!
    - Vien' a qua!  Vien' a qua!  - gli gridava Massacese, dietro, volendo
    seguitare la sua opera perch temeva che il  taglio  interrotto  fosse
    pi pericoloso.
    Il mare,  ancora grosso,  romoreggiava in torno, senza fine. Nuvole in
    forma di trombe sorgevano  dall'ultimo  termine  ed  abbracciavano  il
    cielo  deserto  d'uccelli.  Oramai,  in mezzo a quel frastuono,  sotto
    quella  luce,   una  eccitazione  singolare  prendeva  quegli  uomini.
    Involontariamente,  essi,  nel  lottare  col ferito per tenerlo fermo,
    s'adiravano.
    - Vien' a qua!
    Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente,  a caso.
    Sangue  misto  a  materie  biancastre  sgorgava dalle aperture.  Tutti
    n'erano  macchiati,  tranne  Nazareno  che  stava  a  prua,  tremante,
    sbigottito dinanzi all'atrocit della cosa.
    Ferrante La Selvi,  che vedeva la barca pericolare, diede un comando a
    squarciagola:
    - Molla le sctteee! Butta 'l timone a l'orsa!
    I due Talamonte, Massacese, Cir manovrarono.  Il trabaccolo riprese a
    correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone di
    sole  battevano su le acque,  sfuggendo di tra le nuvole;  e variavano
    secondo le vicende celesti.
    Ferrante rimase alla sbarra.  Gli altri marinai tornarono a  Gialluca.
    Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce.
    Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse
    pi nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, gi torbidi come
    quelli  degli  animali che stanno per morire.  Ripeteva ad intervalli,
    quasi fra s:
    - So' morto! So' morto!
    Cir, con un po' di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano
    rude,  irritava la piaga.  Massacese,  volendo fino all'ultimo seguire
    l'esempio  del  cerusico di Margadonna,  aguzzava certi pezzi di legno
    d'abete,  con attenzione.  I due Talamonte si occupavano del  catrame,
    poich il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga.  Ma
    era impossibile accendere il fuoco su 'l ponte  che  ad  ogni  momento
    veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta.
    Massacese grid a Cir:
    - Lava nghe l'acqua de mare!
    Cir segu il consiglio.  Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un
    lagno continuo,  battendo i denti.  Il collo gli era diventato enorme,
    tutto rosso,  in alcuni punti quasi violaceo.  In torno alle incisioni
    cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre.  L'infermo  provava
    difficolt a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete.
    -  Arcummnnete  a Sante Rocche - gli disse Massacese che aveva finito
    di aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame.
    Spinto dal vento,  il trabaccolo ora deviava in  su,  verso  Sebenico,
    perdendo  di  vista  l'isola.  Ma,  quantunque  le onde fossero ancora
    forti,  la burrasca accennava a diminuire.  Il sole era  a  mezzo  del
    cielo, tra nuvole color di ruggine.
    I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante.
    Gialluca  s'inginocchi,  per  rinnovare  il  vto al santo.  Tutti si
    fecero il segno della croce.
    - Oh Sante Rocche,  slveme!  Te 'imprumette  'na  lampa  d'argente  e
    l'uoglie  pe' tutte l'anne e trenta libbre de ciere.  Oh Sante Rocche,
    slveme tu! Tenghe la mojie e li fijie... Piet!  Misericordie,  Sante
    Rocche mi'!
    Gialluca  teneva  congiunte  le mani;  parlava con voce che pareva non
    fosse pi la sua.  Poi si rimise a  sedere,  dicendo  semplicemente  a
    Massacese:
    - Fa.
    Massacese  avvolse  in  torno ai pezzi di legno un po' di stoppa;  e a
    mano a  mano  ne  tuffava  uno  nel  catrame  bollente  e  con  quello
    strofinava   la  piaga.   Per  rendere  pi  efficace  e  profonda  la
    bruciatura, vers anche il liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un
    lamento. Gli altri rabbrividivano, in conspetto di quello strazio.
    Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo:
    - L'avet' accise!
    Gli altri portarono sotto coperta Gialluca  semivivo;  e  l'adagiarono
    sopra  una  branda.  Nazareno rimase a guardia,  presso l'infermo.  Si
    udivano di l le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e
    i passi precipitati dei marinai. La "Trinit" virava,  scricchiolando.
    A  un  tratto  Nazareno  si  accorse d'una falla in cui entrava acqua;
    chiam.  I marinai discesero,  in tumulto.  Gridavano  tutti  insieme,
    provvedendo in furia a riparare. Pareva un naufragio.
    Gialluca,  bench prostrato di forze e d'animo, si rizz su la branda,
    imaginando che la barca andasse a picco; e s'aggrapp disperatamente a
    uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:
    - Nen me lasciate! Nen me lasciate!
    Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole
    insensate;  piangeva;   non  voleva  morire.   Poich  l'infiammazione
    crescendo  gli  occupava  tutto  tutto  il  collo  e  la  cervice e si
    diffondeva anche pe 'l tronco a poco a poco,  e la gonfiezza  diveniva
    ancor pi mostruosa,  egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto
    la bocca per bevere l'aria.
    - Portateme sopra! A qua me manghe l'arie; a qua me more...
    Ferrante richiam gli uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando
    cercava di acquistare cammino.  La manovra  era  complicata.  Ferrante
    spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come pi il
    vespro si avvicinava, le onde si placavano.
    Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando:
    - Gialluca se more! Gialluca se more!
    I marinai corsero;  e trovarono il compagno gi morto su la branda, in
    un'attitudine scomposta,  con gli occhi aperti,  con la faccia tumida,
    come un uomo strangolato.
    Disse Talamonte maggiore:
    - E mo'?
    Gli altri tacquero, un po' smarriti, dinanzi al cadavere.
    Risalirono su 'I ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva:
    - E mo'?
    Il  giorno  si  ritirava  lentamente dalle acque.  Nell'aria veniva la
    calma.  Un'altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva
    senza avanzare. Si scorgeva l'isola di Solta.
    I  marinai,  riuniti a poppa,  ragionavano del fatto.  Un'inquietudine
    viva occupava tutti gli animi: Massacese  era  pallido  e  pensieroso.
    Egli osserv:
    - Avssene da dice che l'avme fatte mur nu utre?  Avassme da pass
    guai?
    Questo timore gi tormentava lo spirito di quegli uomini superstiziosi
    e diffidenti. Essi risposero:
    - E' lu vere.
    Massacese incalz:
    - 'Mb? Che facme?
    Talamonte maggiore disse, semplicemente:
    - E' morte?  Jettmele a lu mare.  Facme ved ca l'avme  pirdute  'n
    mezz'a lu furtunale... Certe, n'arrisce.
    Gli altri assentirono. Chiamarono Nazareno.
    - Oh, tu... mute come nu pesce.
    E gli suggellarono il segreto nell'animo, con un segno minaccioso.
    Poi  discesero  a prendere il cadavere.  Gi le carni del collo davano
    odore malsano;  le materie della suppurazione  gocciolavano,  ad  ogni
    scossa.
    Massacese disse:
    - Mettmele dentr'a 'nu sacche.
    Presero  un  sacco;  ma  il cadavere ci entrava per met.  Legarono il
    sacco alle ginocchia,  e le gambe rimasero fuori.  Si guardarono  d'in
    torno, istintivamente, facendo l'operazione mortuaria. Non si vedevano
    vele;  il mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca;
    l'isola di Solta appariva tutt'azzurra, in fondo.
    Massacese disse:
    - Mettmece pure 'na preta.
    Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca.
    Massacese disse:
    - Avande!
    Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare  nel
    mare.  L'acqua si richiuse gorgogliando; il corpo discese da prima con
    una oscillazione lenta; poi si dilegu.
    I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano,  senza
    parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto involontario, come fanno
    talora gli uomini cogitabondi.
    Il  vento  si  lev.  Le  vele  si gonfiarono,  dopo aver palpitato un
    istante. La "Trinit" si mosse nella direzione di Solta.  Dopo due ore
    di buona rotta, pass lo stretto.
    La  luna  illuminava  le  rive.  Il  mare aveva quasi una tranquillit
    lacustre.  Dal porto di  Splato  uscivano  due  navigli,  e  venivano
    incontro alla "Trinit". Le due ciurme cantavano.
    Udendo la canzone, Cir disse:
    - Toh! So' di Piscare.
    Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse:
    - So' li trabaccule di Raimonde Callare.
    E gitt la voce.
    I  marinai  paesani risposero con grandi clamori.  Uno dei navigli era
    carico di fichi secchi, e l'altro di asinelli.
    Come il secondo dei navigli pass a dieci metri dalla "Trinit", varii
    saluti corsero. Una voce grid
    - Oh Giall! Add sta Gialluche?
    Massacese rispose:
    - L'avme pirdute a mare, 'n mezz'a lu furtunale. Dictele a la mamme.
    Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo degli asinelli;  poi
    gli addii.
    - Addie! Addie! A Piscare! A Piscare!
    E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna.
