    Gabriele D'Annunzio.
    IL PIACERE.



    Copyright 1951 Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
    Prima edizione B.M.M. febbraio 1951.
    Quarta edizione B.M.M. gennaio 1964.
    Prima edizione Oscar Mondadori giugno 1965.
    Quarta ristampa Oscar Mondadori novembre 1978.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.











    "A Francesco Paolo Michetti".


    Questo libro, composto nella tua casa dall'ospite bene accetto,  viene
    a te come un rendimento di grazie, come un "ex-voto".
    Nella  stanchezza  della  lunga e grave fatica,  la tua presenza m'era
    fortificante e consolante come il mare.  Nei disgusti che seguivano il
    doloroso  e capzioso artifizio dello stile,  la limpida semplicit del
    tuo  ragionamento  m'era  esempio  ed  emendazione.   Ne'  dubbii  che
    seguivano  lo  sforzo  dell'analisi,  non  di  rado  una  tua sentenza
    profonda m'era di lume.
    A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come
    studii tutte le forme e tutte  le  mutazioni  delle  cose,  a  te  che
    intendi  le  leggi  per  cui  si svolge l'interior vita dell'uomo come
    intendi le leggi del disegno e del colore,  a te che sei  tanto  acuto
    conoscitor  di  anime  quanto  grande  artefice  di  pittura  io debbo
    l'esercizio  e  lo  sviluppo  della  pi   nobile   tra   le   facolt
    dell'intelletto:  debbo  l'abitudine  dell'osservazione  e  debbo,  in
    ispecie, il metodo. Io sono ora, come te,  convinto che c' per noi un
    solo oggetto di studii: la Vita.
    Siamo,  in  verit,  assai  lontani dal tempo in cui,  mentre tu nella
    Galleria Sciarra eri intento a penetrare i segreti  del  Vinci  e  del
    Tiziano, io ti rivolgeva un saluto di rime sospiranti

    all'Ideale che non ha tramonti,
    alla Bellezza che non sa dolori!

    Ben,  per,  un voto di quel tempo s' compiuto.  Siam tornati insieme
    alla dolce patria,  alla tua vasta  casa.  Non  gli  arazzi  medcei
    pendono  alle  pareti,  n convengono dame ai nostri decameroni,  n i
    coppieri e i levrieri di Paolo Veronese girano intorno alle mense,  n
    i  frutti soprannaturali empiono i vasellami che Galeazzo Maria Sforza
    ordin a Maffeo di Clivate.  Il nostro desiderio  men superbo:  e  il
    nostro vivere  pi primitivo, forse anche pi omerico e pi eroico se
    valgono  i  pasti  lungo  il  risonante  mare,   degni  d'Ajace,   che
    interrompono i digiuni laboriosi.
    Sorrido quando penso che questo libro, nel quale io studio,  non senza
    tristezza,  tanta  corruzione e tanta depravazione e tanta sottilit e
    falsit e crudelt vane,   stato scritto in  mezzo  alla  semplice  e
    serena pace della tua casa,  fra gli ultimi stornelli della messe e le
    prime pastorali della neve,  mentre insieme con le mie pagine cresceva
    la cara vita del tuo figliuolo.
    Certo,  se nel mio libro  qualche piet umana e qualche bont,  rendo
    mercede al tuo figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo
    spettacolo  d'una  vita  che  si  schiude.   Perfino   lo   spettacolo
    dell'aurora cede a quella meraviglia.
    Ecco, dunque, il volume. Se, leggendolo, l'occhio ti corra pi oltre e
    veda tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti,  come nella
    divina strofe di Catullo, "semihiante labello", interrompi la lettura.
    E le piccole calcagna rosee,  dinanzi a te,  premano le  pagine  dov'
    rappresentata   tutta   la   miseria  del  Piacere;   e  quel  premere
    inconsapevole sia simbolo e augurio.
    Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran merc.

    Dal Convento: secondo Carmine, 1889.
    G. d'A.










    Libro primo

    1.
    L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non
    so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di
    Roma.  Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio.  Su
    la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture
    passava in corsa traversando;  e dalle due piazze il romorio confuso e
    continuo, salendo alla Trinit de' Monti,  alla via Sistina,  giungeva
    fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
    Le  stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch'esalavan n
    vasi i fiori freschi.  Le rose folte e larghe stavano immerse in certe
    coppe  di  cristallo  che  si  levavan  sottili da una specie di stelo
    dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino,  a similitudine di
    quelle  che  sorgon  dietro  la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli
    alla Galleria Borghese.  Nessuna altra  forma  di  coppa  eguaglia  in
    eleganza  tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi
    spiritualizzarsi e meglio dare imagine  di  una  religiosa  o  amorosa
    offerta.
    Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un'amante.  Tutte le cose a
    torno rivelavano infatti una special cura d'amore. Il legno di ginepro
    ardeva nel caminetto e la piccola tavola del t era pronta,  con tazze
    e  sottocoppe  in  maiolica  di  Castel  Durante  ornate  d'istoriette
    mitologiche da Luzio Dolci,  antiche forme d'inimitabile  grazia,  ove
    sotto  le  figure  erano  scritti  in carattere corsivo a zffara nera
    esametri  d'Ovidio.   La  luce  entrava  temperata  dalle   tende   di
    broccatello  rosso  a melagrane d'argento riccio,  a foglie e a motti.
    Come il sole pomeridiano  feriva  i  vetri,  la  trama  fiorita  delle
    tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
    L'orologio  della  Trinit  de'  Monti  suon le tre e mezzo.  Mancava
    mezz'ora. Andrea Sperelli si lev dal divano dov'era disteso e and ad
    aprire una delle finestre;  poi diede alcuni passi  nell'appartamento;
    poi  apr  un  libro,  ne lesse qualche riga,  lo richiuse;  poi cerc
    intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante.
    L'ansia dell'aspettazione lo pungeva  cos  acutamente  ch'egli  aveva
    bisogno di muoversi,  di operare,  di distrarre la pena interna con un
    atto materiale.  Si chin verso  il  caminetto,  prese  le  molle  per
    ravvivare  il  fuoco,  mise  sul  mucchio  ardente  un  nuovo pezzo di
    ginepro. Il mucchio croll; i carboni sfavillando rotolarono fin su la
    lamina di metallo che proteggeva il tappeto;  la fiamma si  divise  in
    tante  piccole  lingue  azzurrognole  che sparivano e riapparivano;  i
    tizzi fumigarono.
    Allora sorse nello spirito dell'aspettante un ricordo. Proprio innanzi
    a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare,  prima di rivestirsi,
    dopo  un'ora  di  intimit.  Ella aveva molt'arte nell'accumulare gran
    pezzi di legno su gli alari.  Prendeva le molle pesanti  con  ambo  le
    mani e rovesciava un po' indietro il capo ad evitar le faville. Il suo
    corpo  sul  tappeto,  nell'atto  un po' faticoso,  per i movimenti de'
    muscoli e per l'ondeggiar delle ombre pareva  sorridere  da  tutte  le
    giunture,  e da tutte le pieghe,  da tutti i cavi, soffuso d'un pallor
    d'ambra che richiamava al pensiero la Danae  del  Correggio.  Ed  ella
    aveva  appunto  le  estremit  un po' correggesche,  le mani e i piedi
    piccoli e pieghevoli,  quasi direi arborei come nelle statue di  Dafne
    in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
    Appena ella aveva compiuta l'opera, le legna conflagravano e rendevano
    un sbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato
    crepuscolo  entrante  pe'  vetri lottavano qualche tempo.  L'odore del
    ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero.  Elena pareva presa
    da  una  specie  di  follia infantile,  alla vista della vampa.  Aveva
    l'abitudine,  un po' crudele,  di sfogliar sul tappeto tutti  i  fiori
    ch'eran  n  vasi,  alla fine d'ogni convegno d'amore.  Quando tornava
    nella stanza,  dopo essersi vestita,  mettendo i guanti o chiudendo un
    fermaglio sorrideva in mezzo a quella devastazione; e nulla eguagliava
    la  grazia  dell'atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la
    gonna ed avanzando prima un piede e poi l'altro perch l'amante  chino
    legasse i nastri delle scarpe ancora disciolti.
    Il  luogo  non  era quasi in nulla mutato.  Da tutte le cose che Elena
    aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le imagini del
    tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni,  Elena
    stava per rivarcar quella soglia.  Tra mezz'ora,  certo,  ella sarebbe
    venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo
    di su la faccia, un poco ansante, come una volta;  ed avrebbe parlato.
    Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di
    lei, dopo due anni.
    Il  giorno  del  gran  commiato fu appunto il venticinque di marzo del
    mille  ottocento  ottanta  cinque,  fuori  della  Porta  Pia,  in  una
    carrozza.  La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea.
    Egli ora,  aspettando,  poteva evocare tutti gli avvenimenti  di  quel
    giorno,  con  una  lucidezza  infallibile.  La  visione  del paesaggio
    nomentano gli si apriva d'innanzi ora in una luce ideale,  come uno di
    quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili da lontano
    per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
    La  carrozza  chiusa  scorreva  con  un  rumore eguale,  al trotto: le
    muraglie  delle  antiche  ville  patrizie  passavano  d'innanzi   agli
    sportelli,  biancastre,  quasi oscillanti, con un movimento continuo e
    dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro,  a
    traverso il quale vedevasi un sentiero fiancheggiato di alti bussi,  o
    un chiostro di verdura abitato da statue latine,  o un  lungo  portico
    vegetale dove qua e l raggi di sole ridevano pallidamente.
    Elena taceva, avvolta nell'ampio mantello di lontra, con un velo su la
    faccia,  con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il
    sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa,  mentre
    sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei.  Ambedue si
    credevano lontani  dagli  altri,  soli;  ma  d'improvviso  passava  la
    carrozza  nera  d'un prelato;  o un buttero a cavallo,  o una torma di
    chierici violacei, o una mandra di bestiame.
    A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
    - Scendiamo.
    Nella campagna la luce fredda e chiara  pareva  un'acqua  sorgiva;  e,
    come gli alberi al vento ondeggiavano,  pareva per un'illusion visuale
    che l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
    Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro:
    - Io parto stasera. Questa  l'ultima volta...
    Poi tacque;  poi di nuovo parl,  a intervalli,  su la necessit della
    partenza,  su  la  necessit  della  rottura,  con un accento pieno di
    tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra.
    Ella seguitava.  Egli interruppe,  prendendole la mano e con  le  dita
    cercando tra i bottoni la carne del polso:
    - Non pi! Non pi!
    Si  avanzavano lottando contro le folate incalzanti.  Ed egli,  presso
    alla donna,  in quella solitudine alta e grave,  si sent d'improvviso
    entrar   nell'anima  come  l'orgoglio  d'una  vita  pi  libera,   una
    sovrabbondanza di forze.
    - Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora, sempre...
    Le nud il polso e insinu le  dita  nella  manica,  tormentandole  la
    pelle  con  un  moto  inquieto  in  cui  era  il desiderio di possessi
    maggiori.
    Ella gli volse uno di quegli sguardi che lo ubriacavano come calici di
    vino. Il ponte era da presso, rossastro,  nell'illuminazione del sole.
    Il  fiume  pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua
    sinuosit.  I giunchi s'incurvavano su la riva,  e le  acque  urtavano
    leggermente  alcune  pertiche infisse nella creta per reggere forse le
    lenze.
    Allora egli cominci ad incitarla con i ricordi.  Le parlava de' primi
    giorni,  del ballo al Palazzo Farnese, della caccia nella campagna del
    Divino Amore, degli incontri mattutini nella piazza di Spagna lungo le
    vetrine degli orefici o per la via  Sistina  tranquilla  e  signorile,
    quando ella usciva dal palazzo Barberini seguita dalle ciociare che le
    offerivano nei canestri le rose.
    - Ti ricordi? Ti ricordi?
    - S.
    -  E  quella sera de' fiori,  in principio;  quando io venni con tanti
    fiori... Tu eri sola, accanto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?
    - S, s.
    - Io entrai. Tu ti volgesti appena;  tu mi accogliesti duramente.  Che
    avevi?  Io  non  so.  Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai.  Tu
    incominciasti a  parlare  di  cose  inutili,  senza  volont  e  senza
    piacere.  Io pensai, scorato: Gi ella non mi ama pi! Ma il profumo
    era grande: tutta la stanza gi  n'era  piena.  Io  ti  veggo  ancora,
    quando  afferrasti  con  le  due  mani il mazzo e dentro ci affondasti
    tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata pareva esangue e gli
    occhi parevano alterati come da una specie di ebriet...
    - Segui,  segui!  - disse  Elena,  con  la  voce  fievole,  china  sul
    parapetto, incantata dal fascino delle acque correnti.
    - Poi,  sul divano: ti ricordi?  Io ti ricoprivo il petto, le braccia,
    la faccia,  con i fiori,  opprimendoti.  Tu  risorgevi  continuamente,
    porgendo la bocca,  la gola, le palpebre socchiuse. Fra la tua pelle e
    le mie labbra sentivo le foglie fredde e molli.  Se io ti  baciavo  il
    collo,  tu  rabbrividivi  in  tutto  il  corpo,  e tendevi le mani per
    tenermi lontano. Oh,  allora...  Avevi la testa affondata nei cuscini,
    il petto nascosto dalle rose,  le braccia nude sino al gomito; e nulla
    era pi amoroso e pi dolce che il  piccolo  tremito  delle  tue  mani
    pallide su le mie tempie... Ti ricordi?
    - S. Segui!
    Egli seguiva,  crescendo nella tenerezza.  Inebriato delle sue parole,
    egli quasi perdeva la conscienza di ci  che  diceva.  Elena,  con  le
    spalle  volte  alla  luce,   andavasi  chinando  all'amante.   Ambedue
    sentivano a traverso le vesti il contatto indeciso dei corpi. Sotto di
    loro, le acque del fiume passavano lente e fredde alla vista; i grandi
    giunchi sottili,  come capigliature,  vi si incurvavano entro ad  ogni
    soffio e fluttuavano largamente.
    Poi  non parlarono pi;  ma,  guardandosi,  sentivano negli orecchi un
    rumore continuo che si prolungava indefinitamente  portando  seco  una
    parte  dell'essere  loro,  come  se  qualche  cosa di sonoro sfuggisse
    dall'intimo del loro cervello  e  si  spandesse  ad  empire  tutta  la
    campagna circostante.
    Elena, sollevandosi, disse:
    - Andiamo.  Ho sete.  Dove si pu chiedere acqua?  Si diressero allora
    verso l'osteria romanesca, passato il ponte.
    Alcuni carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce.
    Il chiaror dell'occaso feriva il gruppo  umano  ed  equino,  con  viva
    forza.
    Come i due entrarono,  nella gente dell'osteria non avvenne alcun moto
    di meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano intorno a un
    braciere quadrato,  taciturni e giallastri.  Un bovaro,  di pel rosso,
    sonnecchiava in un angolo,  tenendo ancora fra i denti la pipa spenta.
    Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte,  fissandosi negli
    intervalli con uno sguardo pieno d'ardor bestiale.
    E  l'ostessa,  una  femmina pingue,  teneva fra le braccia un bambino,
    cullandolo pesantemente.
    Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere  di  vetro,  la  femmina  le
    mostrava il bambino, lamentandosi.
    - Guardate,  signora mia! Guardate, signora mia! Tutte le membra della
    povera creatura erano di una magrezza miserevole;  le labbra  violacee
    erano  coperte di punti bianchicci;  l'interno della bocca era coperto
    come di grumi lattosi.  Pareva quasi che la vita fosse di gi  fuggita
    da  quel  piccolo  corpo,  lasciando  una  materia su cui ora le muffe
    vegetavano.
    - Sentite,  signora mia,  le mani come sono fredde.  Non pu pi bere;
    non pu pi inghiottire; non pu pi dormire...
    La femmina singhiozzava. Gli uomini febbricitanti guardavano con occhi
    pieni  di  una  immensa prostrazione.  Ai singhiozzi i due giovinastri
    fecero un atto d'impazienza.
    - Venite,  venite!  - disse Andrea ad Elena,  prendendole il  braccio,
    dopo aver lasciato sul tavolo una moneta. E la trasse fuori.
    Insieme,  tornarono verso il ponte.  Il corso dell'Aniene ora andavasi
    accendendo ai fuochi dell'occaso.  Una linea scintillante attraversava
    l'arco;  e  in  lontananza  le  acque prendevano un color bruno ma pi
    lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume. La
    campagna accidentata,  simile ad una immensit di  rovine,  aveva  una
    general tinta violetta. Verso l'Urbe il cielo cresceva in rossore.
    - Povera creatura! - mormor Elena con suono profondo di misericordia,
    stringendosi al braccio d'Andrea.
    Il vento imperversava. Una torma di cornacchie pass nell'aria accesa,
    in alto, schiamazzando.
    Allora,  d'improvviso,  una  specie  di esaltazione sentimentale prese
    l'anima di quei due, in conspetto della solitudine. Pareva che qualche
    cosa di tragico e di eroico entrasse nella loro  passione.  I  culmini
    del   sentimento   fiammeggiarono   sotto   l'influenza  del  tramonto
    tumultuoso. Elena si arrest.
    - Non posso pi - ella disse, ansando.
    La  carrozza  era  ancora  lontana,  immobile,  nel  punto  dove  essi
    l'avevano lasciata.
    - Ancora un poco,  Elena! Ancora un poco! Vuoi ch'io ti porti? Andrea,
    preso da un impeto lirico infrenabile, si abbandon alle parole.
    Perch ella voleva partire? Perch ella voleva spezzare l'incanto?  i
    loro destini ormai non erano legati per sempre?  Egli aveva bisogno di
    lei per vivere, degli occhi, della voce,  del pensiero di lei...  Egli
    era  tutto  penetrato  da quell'amore;  aveva tutto il sangue alterato
    come da un veleno, senza rimedio. Perch ella voleva fuggire?  Egli si
    sarebbe avviticchiato a lei,  l'avrebbe prima soffocata sul suo petto.
    No, non poteva essere. Mai! Mai!
    Elena ascoltava,  a testa bassa,  affaticata contro  il  vento,  senza
    rispondere.  Dopo  un  poco,  ella sollev il braccio per far cenno al
    cocchiere di avanzarsi. I cavalli scalpitarono.
    - Fermatevi a Porta Pia - grid la  signora,  salendo  nella  carrozza
    insieme all'amante.
    E  con  un  movimento  subitaneo si offerse al desiderio di lui che le
    baci la bocca, la fronte, i capelli, gli occhi, la gola,  avidamente,
    rapidamente, senza pi respirare.
    - Elena! Elena!
    Un  vivo bagliore rossastro entr nella carrozza,  riflesso dalle case
    color di mattone.  Si avvicinava nella strada  il  trotto  sonante  di
    molti cavalli.
    Elena, piegandosi su la spalla dell'amante con una immensa dolcezza di
    sommessione, disse:
    - Addio, amore! Addio! Addio!
    Come  ella  si sollev,  a destra e a sinistra passarono a gran trotto
    dieci o dodici cavalieri scarlatti tornanti dalla caccia della  volpe.
    Uno,  il  duca  di  Beffi,  passando rasente,  si curv in arcione per
    guardare nello sportello.
    Andrea non parl pi.  Egli sentiva ora tutto il suo essere mancare in
    un  abbattimento  infinito.  La  puerile  debolezza  della sua natura,
    sedata la prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli
    avrebbe voluto piegarsi,  umiliarsi,  pregare,  muovere la piet della
    donna  con  le  lacrime.  Aveva  la  sensazione confusa e ottusa d'una
    vertigine; e un freddo sottile gli assaliva la nuca,  gli penetrava la
    radice dei capelli.
    - Addio - ripet Elena.
    Sotto  l'arco  della  Porta  Pia  la carrozza si fermava,  perch egli
    discendesse.
    Cos dunque,  aspettando,  Andrea rivedeva nella memoria  quel  giorno
    lontano;  rivedeva tutti i gesti,  riudiva tutte le parole.  Che aveva
    fatto egli,  appena scomparsa la carrozza di Elena  verso  le  Quattro
    Fontane?  Nulla,  in  verit,  di  straordinario.  Anche allora,  come
    sempre,  appena lontano l'oggetto immediato  da  cui  il  suo  spirito
    traeva  quella  specie  di esaltazione fatua,  egli aveva riacquistato
    quasi d'un tratto la tranquillit,  la conscienza della  vita  comune,
    l'equilibrio. Era salito su una vettura publica per tornare a casa; l
    s'era  messo  l'abito  nero,  come al solito,  non dimenticando alcuna
    particolarit di eleganza; ed era andato a pranzo da sua cugina,  come
    in  ogni  altro  mercoled,  al  palazzo  Roccagiovine.  Tutte le cose
    dell'esistenza esteriore avevano su lui un  gran  potere  d'oblio,  lo
    occupavano, lo eccitavano al godimento rapido dei piaceri mondani.
    Quella  sera,  infatti,  il  raccoglimento gli era venuto assai tardi,
    quando cio rientrando nella sua casa aveva veduto brillare  sopra  un
    tavolo il piccolo pettine di tartaruga dimenticato da Elena due giorni
    innanzi.  Allora,  in compenso,  tutta la notte, aveva sofferto, e con
    molti artifici del pensiero aveva acuito il suo dolore.
    Ma il momento si approssimava.  L'orologio  della  Trinit  de'  Monti
    suon le tre e tre quarti.  Egli pens, con una trepidazione profonda:
    Fra pochi minuti Elena sar qui.  Quale atto io  far  accogliendola?
    Quali parole io le dir?
    L'ansia in lui era verace e l'amore per quella donna era in lui rinato
    veracemente;  ma  la  espressione verbale e plastica de' sentimenti in
    lui era sempre cos artificiosa, cos lontana dalla semplicit e dalla
    sincerit, che egli ricorreva per abitudine alla preparazione anche n
    pi gravi commovimenti dell'animo.
    Cerc d'imaginare la scena; compose alcune frasi; scelse con gli occhi
    intorno il luogo pi propizio al colloquio.  Poi  anche  si  lev  per
    vedere in uno specchio se il suo volto era pallido, se rispondeva alla
    circostanza.  E il suo sguardo,  nello specchio, si ferm alle tempie,
    all'attaccatura dei capelli, dove Elena allora soleva mettere un bacio
    delicato. Apr le labbra per mirare la perfetta lucentezza dei denti e
    la freschezza delle gengive,  ricordando che un tempo ad Elena piaceva
    in  lui  sopra  tutto  la  bocca.  La sua vanit di giovine viziato ed
    effeminato non trascurava mai nell'amore alcun effetto di grazia o  di
    forma.  Egli  sapeva,  nell'esercizio  dell'amore,  trarre  dalla  sua
    bellezza il maggior possibile godimento.  Questa felice attitudine del
    corpo  e  questa  acuta  ricerca  del  piacere appunto gli cattivavano
    l'animo delle donne.  Egli aveva in s qualche cosa di Don Giovanni  e
    di  Cherubino:  sapeva  essere  l'uomo di una notte erculea e l'amante
    timido, candido,  quasi verginale.  La ragione del suo potere stava in
    questo:  che,  nell'arte d'amare,  egli non aveva ripugnanza ad alcuna
    finzione, ad alcuna falsit, ad alcuna menzogna.  Gran parte della sua
    forza era nella ipocrisia.
    Quale  atto io far accogliendola?  Quali parole io le dir? Egli si
    smarriva,  mentre i minuti fuggivano.  Egli non sapeva gi  con  quali
    disposizioni Elena sarebbe venuta.
    L'aveva incontrata la mattina innanzi per la via de' Condotti,  mentre
    ella guardava nelle vetrine.  Era tornata a Roma da pochissimi giorni,
    dopo  una  lunga  assenza oscura.  L'incontro improvviso aveva dato ad
    ambedue una commozione viva;  ma la publicit della  strada  li  aveva
    costretti ad un riserbo cortese,  cerimonioso,  quasi freddo.  Egli le
    aveva detto,  con un'aria grave,  un  po'  triste,  guardandola  negli
    occhi: - Ho tante cose da raccontarvi,  Elena.  Venite da me,  domani?
    Nulla    mutato  nel  "buen   retiro".   -   Ella   aveva   risposto,
    semplicemente:  - Bene;  verr.  Aspettatemi alle quattro,  circa.  Ho
    anch'io qualche cosa da dirvi. Ora lasciatemi.
    Ella aveva accettato sbito l'invito,  senza esitazione alcuna,  senza
    metter  patti,  senza  mostrar  di dare importanza alla cosa.  Una tal
    prontezza  aveva  da  prima  suscitato   in   Andrea   non   so   qual
    preoccupazione  vaga.   Sarebbe  ella  venuta  come  un'amica  o  come
    un'amante?  Sarebbe venuta a riallacciare l'amore  o  a  rompere  ogni
    speranza?  In  quei  due  anni che era mai accaduto nell'animo di lei?
    Andrea non sapeva;  ma gli durava ancora  la  sensazione  avuta  dallo
    sguardo di lei, nella strada, quando egli erasi inchinato a salutarla.
    Era pur sempre il medesimo sguardo,  cos dolce,  cos profondo,  cos
    lusinghevole, tra i lunghissimi cigli.
    Mancavano due o tre minuti all'ora.  L'ansia dell'aspettante crebbe  a
    tal punto ch'egli credeva di soffocare.  And alla finestra, di nuovo,
    e guard verso le scale della Trinit.  Elena,  un tempo,  saliva  per
    quelle  scale ai convegni.  Mettendo il piede sull'ultimo gradino,  si
    soffermava un istante;  poi traversava rapida quel  tratto  di  piazza
    ch'  d'innanzi alla casa dei Casteldelfino.  Si udiva il suo passo un
    poco ondeggiante risonare sul lastrico, se la piazza era silenziosa.
    L'orologio batt le quattro.  Giungeva dalla piazza di  Spagna  e  dal
    Pincio  il  romore  delle  vetture.  Molta  gente  camminava sotto gli
    alberi,  d'innanzi alla Villa Medici.  Due donne stavano sul sedile di
    pietra,  sotto  la  chiesa,  a  guardia  di alcuni bimbi che correvano
    intorno l'obelisco.  L'obelisco era tutto roseo,  investito  dal  sole
    declinante; e segnava un'ombra lunga, obliqua, un po' turchina.
    L'aria diveniva rigida,  come pi s'appressava il tramonto.  La citt,
    in fondo, si tingeva d'oro, contro un cielo pallidissimo sul quale gi
    i cipressi del Monte Mario si disegnavano neri.
    Andrea trasal.  Vide un'ombra apparire in cima alla piccola scala che
    costeggia  la  casa  dei  Casteldelfino  e  discende  su  la piazzetta
    Mignanelli.  Non era Elena;  ma una  signora  che  volt  per  la  via
    Gregoriana, camminando adagio.
    S'ella  non  venisse?  dubit,  ritraendosi  dalla  finestra.  E nel
    ritrarsi dall'aria fredda, sent pi molle il tepore della stanza, pi
    acuto il profumo del ginepro e  delle  rose,  pi  misteriosa  l'ombra
    delle  tende  e  delle portiere.  Pareva che in quel momento la stanza
    fosse tutta pronta ad accogliere la donna desiderata.  Egli pens alla
    sensazione che Elena avrebbe avuto entrando. Certo, ella sarebbe stata
    vinta  da  quella dolcezza cos piena di memorie;  avrebbe d'un tratto
    perduta ogni nozione della  realt,  del  tempo;  avrebbe  creduto  di
    trovarsi  ad  uno  de'  convegni abituali,  di non aver mai interrotta
    quella pratica di volutt, d'esser pur sempre la Elena d'una volta. Se
    il teatro dell'amore era  immutato,  perch  sarebbe  mutato  l'amore?
    Certo, ella avrebbe sentita la profonda seduzione delle cose una volta
    dilette.
    Allora cominci nell'aspettante una nuova tortura.  Gli spiriti acuiti
    dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno poetico
    dnno alle cose un'anima sensibile e mutabile come  l'anima  umana;  e
    leggono in ogni cosa, nelle forme, n colori, n suoni, n profumi, un
    simbolo trasparente,  l'emblema d'un sentimento o d'un pensiero; ed in
    ogni fenomeno,  in ogni combinazion di fenomeni credono indovinare uno
    stato psichico,  una significazione morale. Talvolta la visione  cos
    lucida che produce in quegli spiriti un'angoscia: si sentono essi come
    soffocare dalla pienezza della vita rivelata e  si  sbigottiscono  de'
    loro stessi fantasmi.
    Andrea vide nell'aspetto delle cose intorno riflessa l'ansiet sua;  e
    come il suo desiderio si sperdeva inutilmente  nell'attesa  e  i  suoi
    nervi  s'indebolivano,  cos  parve  a  lui  che l'essenza direi quasi
    erotica delle cose anche vaporasse e si dissipasse inutilmente.  Tutti
    quegli oggetti, in mezzo  quali egli aveva tante volte amato e goduto
    e  sofferto,  avevano  per  lui  acquistato  qualche  cosa  della  sua
    sensibilit.  Non soltanto erano testimoni de' suoi  amori,  de'  suoi
    piaceri,  delle sue tristezze,  ma eran partecipi.  Nella sua memoria,
    ciascuna forma,  ciascun colore armonizzava con una imagine  muliebre,
    era una nota in un accordo di bellezza,  era un elemento in una estasi
    di passione.  Per la natura del suo gusto,  egli ricercava negli amori
    un  gaudio molteplice: il complicato diletto di tutti i sensi,  l'alta
    commozione intelettuale,  gli abbandoni  del  sentimento,  gli  impeti
    della brutalit.  E poich egli ricercava con arte,  come un estetico,
    traeva naturalmente  dal  mondo  delle  cose  molta  parte  della  sua
    ebrezza.   Questo   delicato   istrione  non  comprendeva  la  comedia
    dell'amore senza gli scenarii.
    Perci la sua casa  era  un  perfettissimo  teatro;  ed  egli  era  un
    abilissimo  apparecchiatore.   Ma  nell'artificio  quasi  sempre  egli
    metteva tutto s; vi spendeva la ricchezza del suo spirito largamente;
    vi si obliava cos che non di rado rimaneva ingannato dal  suo  stesso
    inganno,  insidiato dalla sua stessa insidia,  ferito dalle sue stesse
    armi,  a somiglianza d'un incantatore il quale fosse preso nel cerchio
    stesso del suo incantesimo.
     Tutto,  intorno, aveva assunto per lui quella inesprimibile apparenza
    di vita che acquistano, ad esempio, gli arnesi sacri, le insegne d'una
    religione, gli strumenti d'un culto, ogni figura su cui si accumuli la
    meditazione umana o da cui l'imaginazione umana poggi  a  una  qualche
    ideale  altezza.  Come  una  fiala  rende  dopo lunghi anni il profumo
    dell'essenza che  vi  fu  un  giorno  contenuta,  cos  certi  oggetti
    conservavano   pur   qualche  vaga  parte  dell'amore  onde  li  aveva
    illuminati e penetrati quel fantastico amante.  E a lui veniva da loro
    una  incitazione tanto forte ch'egli n'era turbato talvolta come dalla
    presenza d'un potere soprannaturale.
    Pareva,  in  vero,   ch'egli  conoscesse  direi  quasi  la  virtualit
    afrodisiaca  latente  in  ciascuno  di quegli oggetti e la sentisse in
    certi momenti sprigionarsi e svolgersi e palpitare intorno a lui.
    Allora,  s'egli era nelle braccia dell'amata,  dava a s stesso ed  al
    corpo  ed  all'anima  di  lei  una di quelle supreme feste il cui solo
    ricordo basta a rischiarare una intiera  vita.  Ma  s'egli  era  solo,
    un'angoscia  grave  lo  stringeva,   un  rammarico  inesprimibile,  al
    pensiero  che  quel  grande  e  raro  apparato  d'amore   si   perdeva
    inutilmente.
    Inutilmente!   Nelle   alte   coppe  fiorentine  le  rose,   anch'esse
    aspettanti, esalavano tutta la intima lor dolcezza.  Sul divano,  alla
    parete,  i versi argentei in gloria della donna e del vino,  frammisti
    cos  armoniosamente  agli  indefinibili  colori  serici  nel  tappeto
    persiano  del Sedicesimo secolo,  scintillavano percossi dal tramonto,
    in un angolo schietto disegnato dalla finestra, e rendevan pi diafana
    l'ombra vicina, propagavano un bagliore ai cuscini sottostanti.
    L'ombra, ovunque, era diafana e ricca,  quasi direi animata dalla vaga
    palpitazion  luminosa  che  hanno  i  santuarii  oscuri ov' un tesoro
    occulto.  Il fuoco nel camino crepitava;  e ciascuna delle sue  fiamme
    era,  secondo l'imagine di Percy Shelley,  come una gemma disciolta in
    una luce sempre mobile.  Pareva all'amante che ogni  forma,  che  ogni
    colore,  che  ogni  profumo  rendesse  il pi delicato fiore della sua
    essenza,  in quell'attimo.  Ed ELLA non veniva!  Ed ELLA  non  veniva!
    Sorse allora nella mente di lui,  per la prima volta,  il pensiero del
    marito.
    Elena non era pi libera.  Aveva rinunziato alla bella  libert  della
    vedovanza,  passando in seconde nozze con un gentiluomo d'Inghilterra,
    con  un  Lord  Humphrey  Heathfield,  alcuni  mesi  dopo  l'improvvisa
    partenza da Roma. Andrea infatti si ricordava di aver visto l'annunzio
    del  matrimonio  in  una  cronaca  mondana,   nell'ottobre  del  mille
    ottocento ottanta cinque; e d'aver sentito fare su la nuova Lady Helen
    Heathfield una infinit di commenti  per  tutte  le  villeggiature  di
    quell'autunno  romano.  Anche  si  ricordava  di  avere incontrato una
    decina di volte, nel precedente inverno,  quel Lord Humphrey ai sabati
    della principessa Giustiniani-Bandini e nelle vendite publiche. Era un
    uomo  di  quarant'anni,  d'una biondezza cinerea,  calvo su le tempie,
    quasi esangue,  con due occhi chiari ed acuti,  con una grande  fronte
    sporgente solcata di vene.  Il suo nome, Heatfield, era ben quello del
    luogotenente generale che fu l'eroe della celebre difesa di Gibilterra
    (1779-83), reso immortale anche dal pennello di Joshua Reynolds.
    Qual parte aveva quell'uomo nella vita  di  Elena?  Da  quali  legami,
    oltre che dalle nozze, era Elena legata a colui? Quali transformazioni
    aveva  operato  in  lei il contatto materiale e spirituale del marito?
    Gli enigmi sorsero d'un tratto nell'animo di Andrea, tumultuariamente.
    In mezzo al  tumulto,  gli  apparve  netta  e  precisa  l'imagine  del
    connubio  fisico  di  que'  due;  e  il  dolore fu cos insopportabile
    ch'egli si lev col balzo  istintivo  d'un  uomo  il  quale  si  senta
    d'improvviso  ferire in un membro vitale.  Attravers la stanza,  usc
    nell'anticamera,  origli alla porta ch'egli aveva lasciata socchiusa.
    Eran quasi le cinque meno un quarto.
    Dopo un poco,  egli ud su per le scale un passo, un frusco di vesti,
    un respiro affaticato. Certo, una donna saliva. Tutto il sangue gli si
    mosse con tal veemenza, che,  snervato dalla lunga aspettazione,  egli
    credeva  di  smarrire  le forze e di cadere.  Ma pure ud il suono del
    piede feminile su gli ultimi gradini,  un respiro pi lungo,  il passo
    sul pianerottolo, su la soglia. Elena entr.
    - Oh, Elena! Finalmente.
    Era  in quelle parole cos profonda l'espressione dell'angoscia durata
    che alla donna apparve su le labbra un'indefinibile sorriso,  misto di
    misericordia  e  di  piacere.  Egli  le prese la destra,  ch'era senza
    guanto,  traendola verso la stanza.  Ella ansava ancora;  ma aveva per
    tutto il volto diffusa una lieve fiamma, sotto il velo nero.
    - Perdonatemi,  Andrea.  Ma non ho potuto liberarmi prima d'ora. Tante
    visite... tanti biglietti da restituire... Sono giornate faticose. Non
    ne posso pi. Come fa caldo qui! Che profumo!
    Ella stava ancora in piedi, nel mezzo della stanza; un po' titubante e
    preoccupata,  sebbene parlasse rapida e leggera.  Un mantello di panno
    "Carmlite", con maniche nello stile dell'Impero tagliate dall'alto in
    larghi sgonfi,  spianate e abbottonate al polso, con un immenso bavero
    di volpe azzurra per unica guarnitura,  le copriva  tutta  la  persona
    senza toglierle la grazia della snellezza.  Ella guardava Andrea,  con
    gli occhi pieni di non so che sorriso tremulo che  ne  velava  l'acuta
    indagine. Disse:
    - Voi siete un poco mutato.  Non saprei dirvi in che.  Avete ora nella
    bocca, per esempio, qualche cosa di amaro ch'io non conosceva.
    Disse queste parole con un tono di familiarit affettuosa.  La voce di
    lei,  risonando  nella  stanza,  dava  ad  Andrea un diletto cos vivo
    ch'egli esclam:
    - Parlate, Elena; parlate ancora!
    Ella rise. E domand:
    - Perch?
    Egli rispose, prendendole la mano:
    - Voi lo sapete.
    Ella ritrasse la mano; e guard il giovine fin dentro gli occhi.
    - Io non so pi nulla.
    - Voi siete dunque mutata?
    - Molto mutata.
    Gi il sentimento li traeva ambedue.  La risposta di Elena  chiariva
    d'un  tratto  il  problema.   Andrea  comprese;   e,   rapidamente  ma
    precisamente,  per un fenomeno d'intuizione non raro in certi  spiriti
    esercitati  all'analisi dell'essere interiore,  intravide l'attitudine
    morale della visitatrice e  lo  svolgimento  della  scena  che  doveva
    seguire.  Egli  per era gi tutto invaso dalla malia di quella donna,
    come una volta. Inoltre, la curiosit lo pungeva forte.
    Disse:
    - Non sedete?
    - S, un momento.
    - L, su la poltrona.
    - Ah, la MIA poltrona!  - ella stava per dire,  con un moto spontaneo,
    poich l'aveva riconosciuta; ma si trattenne.
    Era una seggiola ampia e profonda, ricoperta d'un cuoio antico, sparso
    di  Chimere  pallide a rilievo,  in sul gusto di quello che ricopre le
    pareti d'una stanza del palazzo Chigi.  Il cuoio  aveva  preso  quella
    tinta  calda e opulenta che ricorda certi fondi di ritratti veneziani,
    o un bel bronzo conservante appena  una  traccia  di  doratura  o  una
    scaglia di tartaruga fina da cui trasparisca una foglia d'oro. Un gran
    cuscino,  tagliato  in una dalmatica,  d'un colore assai disfatto,  di
    quel colore che i setaiuoli  fiorentini  chiamavano  rosa  di  gruogo,
    rendeva molle la spalliera.
    Elena sedette. Pos su l'orlo della tavola da t il guanto destro e il
    portabiglietti  ch'era  una  sottile guaina d'argento liscio con sopra
    incise due giarrettiere allacciate, recanti un motto.  Quindi si tolse
    il velo, sollevando le braccia per sciogliere il nodo dietro la testa;
    e l'atto elegante dest qualche onda lucida nel velluto: alle ascelle,
    lungo le maniche, lungo il busto.
    Poich il calore del camino era soverchio, ella si fece schermo con la
    mano  nuda  che  s'illumin  come  un alabastro rosato: gli anelli nel
    gesto scintillarono. Ella disse:
    - Coprite il fuoco; vi prego. Brucia troppo.
    - Non vi piace pi la fiamma?  Ed eravate,  un tempo,  una salamandra!
    Questo camino  memore...
    - Non movete le memorie - ella interruppe.  - Coprite dunque il fuoco,
    e accendete un lume. Io far il t.
    - Non volete togliervi il mantello?
    - No, perch debbo andar via presto. E' gi tardi.
    - Ma soffocherete.
    Ella si lev, con un piccolo atto d'impazienza.
    - Aiutatemi, allora.
    Andrea sent,  nel toglierle il mantello,  il profumo di lei.  Non era
    pi quello d'una volta;  ma era d'una tal bont che gli giunse fino ai
    precordii.
    - Avete un altro profumo - egli disse, con un accento singolare.
    Rispose ella, semplicemente:
    - S. Vi piace?
    Andrea, ancora tenendo il mantello fra le mani, affond il volto nella
    pelliccia che ornava il collo e  che  pi  quindi  era  profumata  dal
    contatto della carne e de' capelli di lei. Poi chiese:
    - Come si chiama?
    - E' senza nome.
    Ella  di  nuovo  sedette  su  la poltrona,  entrando nel chiaror della
    fiamma. Aveva un abito nero, tutto composto di merletti in mezzo a cui
    brillavano perline innumerevoli, nere e d'acciaio.
    Il crepuscolo moriva contro i vetri.  Andrea accese su i candelabri di
    ferro certe candele attorte, di colore aranciato molto intenso.
    Poi trasse d'innanzi al caminetto il parafuoco.
    Ambedue,  in quell'intervallo di silenzio, erano nell'animo perplessi.
    Elena non aveva la conscienza esatta del momento,  n la sicurezza  di
    s;  pur  tentando  uno  sforzo,  non  riusciva  a  riafferrare il suo
    proposito,  a raccogliere le  sue  intenzioni,  a  riprendere  la  sua
    volont.  D'innanzi  a  quell'uomo  a cui un tempo l'aveva stretta una
    cos alta passione,  in quel luogo dove ella aveva vissuto la sua  pi
    ardente  vita,  sentiva  a  poco  a  poco  tutti i pensieri vacillare,
    dissolversi,  dileguarsi.  Ormai il suo spirito stava per  entrare  in
    quello stato delizioso,  direi quasi di fluidit sentimentale,  in cui
    riceve ogni movimento,  ogni  attitudine,  ogni  forma  dalle  vicende
    esterne, come un vapore aereo dalle mutazioni dell'atmosfera. Esitava,
    prima di abbandonarvisi.
    Andrea disse, piano, quasi umile:
    - Va bene, cos?
    Ella  gli sorrise,  senza rispondere,  poich quelle parole le avevano
    dato un diletto indefinibile,  quasi un tremolio di dolcezza  a  sommo
    del petto.  Incominci la sua opera delicata.  Accese la lampada sotto
    il vaso dell'acqua;  apr la scatola di lacca,  dov'era conservato  il
    t, e mise nella porcellana una quantit misurata d'aroma; poi prepar
    due tazze.  I suoi gesti erano lenti e un poco irresoluti, come di chi
    operando abbia l'animo rivolto ad altro oggetto; le sue mani bianche e
    purissime avevano nel muoversi una leggerezza quasi di  farfalle,  non
    parendo toccare le cose ma appena sfiorarle; dai suoi gesti, dalle sue
    mani,  da ogni lieve ondulamento del suo corpo usciva non so che tenue
    emanazion di piacere e andava a blandire il senso dell'amante.
    Andrea, seduto da presso, la guardava con gli occhi un poco socchiusi,
    bevendo per le pupille il fascino voluttuoso che nasceva da  lei.  Era
    come se ogni moto divenisse per lui tangibile idealmente. Quale amante
    non  ha  provato questo inesprimibile gaudio,  in cui par quasi che la
    potenza sensitiva del tatto si affini  cos  da  avere  la  sensazione
    senza la immediata materialit del contatto?
    Ambedue  tacevano.  Elena s'era abbandonata sul cuscino: aspettava che
    l'acqua bollisse. Guardando la fiamma azzurra della lampada,  toglieva
    dalle  dita  gli  anelli,  e se li rimetteva di continuo,  smarrita in
    un'apparenza di sogno. Non era un sogno, ma come una rimembranza vaga,
    ondeggiante, confusa, fuggevole. Tutte le momorie dell'amor passato le
    risorgevano nello  spirito,  ma  senza  chiarezza:  e  le  davano  una
    espressione  incerta  ch'ella  non  sapeva  se  fosse  un piacere o un
    dolore. Pareva come quando da molti fiori estinti,  de' quali ciascuno
    ha  perduto ogni singolarit di colori e di effluvi,  nasce una comune
    esalazione in cui  possibile riconoscere i diversi  elementi.  Pareva
    ch'ella  portasse  in  s  l'ultimo  alito  dei  ricordi  gi spirati,
    l'ultima traccia delle  gioie  gi  scomparse,  l'ultimo  risentimento
    della felicit gi morta,  qualche cosa di simile a un vapor dubbio da
    cui emergessero imagini senza nome, senza contorno,  interrotte.  Ella
    non  sapeva  se  fosse  un  piacere  o  un  dolore;  ma  a poco a poco
    quell'agitazione   misteriosa,    quella   inquietudine   indefinibile
    aumentavano  e  le  gonfiavano  il cuore di dolcezza e di amarezza.  I
    presentimenti oscuri, i segreti rimpianti, i timori superstiziosi,  le
    aspirazioni  combattute,  i dolori soffocati,  i sogni travagliati,  i
    desiderii non appagati,  tutti quei torbidi elementi  che  componevano
    l'interior vita di lei ora si rimescolavano e tempestavano.
    Ella  taceva,  tutta  raccolta  in  s.  Mentre  il  suo  cuore  quasi
    traboccava, ella godeva accumularvi ancora col silenzio la commozione.
    Parlando, ella l'avrebbe dispersa.
    Il vaso dell'acqua incominci a levare il bollore pianamente.
    Andrea su la sedia bassa, tenendo il gomito poggiato al ginocchio e il
    mento nella palma,  guardava ora la bella creatura con tale  intensit
    ch'ella,  pur  non  volgendosi,  sentiva  su  la  sua  persona  quella
    persistenza e ne aveva quasi un vago malessere fisico.
    Andrea,  guardandola,  pensava: Io  ho  posseduto  questa  donna,  un
    giorno. Egli ripeteva a s stesso l'affermazione,  per convincersi; e
    faceva, per convincersi,  uno sforzo mentale,  richiamava alla memoria
    una qualche attitudine di lei nel piacere, cercava di rivederla fra le
    sue braccia.  La certezza del possesso gli sfuggiva.  Elena gli pareva
    una donna nuova, non mai goduta, non mai stretta.
     Ella era, in verit, ancor pi desiderabile che una volta.
    L'enigma quasi direi plastico della sua bellezza era ancor pi  oscuro
    e  attirante.  La sua testa dalla fronte breve,  dal naso dritto,  dal
    sopracciglio arcuato, d'un disegno cos puro, cos fermo, cos antico,
    che pareva essere uscita dal cerchio d'una medaglia siracusana,  aveva
    negli  occhi  e  nella  bocca  un  singolar  contrasto di espressione:
    quell'espressione passionata, intensa, ambigua,  sopraumana,  che solo
    qualche  moderno  spirito,  impregnato di tutta la profonda corruzione
    dell'arte,  ha saputo infondere in tipi di donna immortali come  Monna
    Lisa e Nelly O' Brien.
    Altri  ora la possiede pensava Andrea,  guardandola.  Altre mani la
    toccano,  altre labbra la baciano. E,  mentre  egli  non  giungeva  a
    formar  nella  fantasia  l'imagine  dell'unione di s con lei,  vedeva
    nuovamente invece, con implacabile precisione, l'altra imagine.  E una
    smania l'invadeva, di sapere, di scoprire, d'interrogare, acutissima.
    Elena  s'era  chinata  al  tavolo,  poich  il vapore fuggiva,  per la
    commessura del coperchio,  dal vaso bollente.  Vers  appena  un  poco
    d'acqua sul t;  poi mise due pezzi di zucchero in una sola tazza; poi
    vers sul t altra acqua;  poi spense la  fiamma  azzurra.  Ella  fece
    tutto  questo  con  una  cura  quasi tenera,  ma senza mai volgersi ad
    Andrea.  L'interno tumulto risolvevasi ora in  un  intenerimento  cos
    molle ch'ella si sentiva chiudere la gola e inumidire gli occhi; e non
    poteva resistere. Tanti pensieri contrarii, tante contrarie agitazioni
    e alterazioni dell'animo si raccoglievano ora in una lacrima.
    Ella,  per un gesto,  urt il portabiglietti d'argento,  che cadde sul
    tappeto.  Andrea lo raccolse,  e guard le  due  giarrettiere  incise.
    Portava ciascuna un motto sentimentale: "From Dreamland" - "A stranger
    hither"; Dal Paese del Sogno - Straniera qui.
    Com'egli levava gli occhi,  Elena gli offer la tazza fumante,  con un
    sorriso un poco velato dalla lacrima.
    Vide egli quel velo;  e innanzi a quell'inaspettato segno di tenerezza
    fu  invaso  da  un  tale  impeto d'amore e di riconoscenza che pos la
    tazza, s'inginocchi, prese la mano d'Elena, sopra vi mise la bocca.
    - Elena! Elena!
    Le parlava a voce bassa,  in ginocchio,  cos  da  vicino  che  pareva
    volesse  beverne  l'alito.  L'ardore  era  sincero,  mentre  le parole
    talvolta mentivano. Egli l'amava, l'aveva sempre amata, non aveva mai
    mai mai potuto dimenticarla! aveva sentito,  rincontrandola,  tutta la
    sua  passione  insorgere  con  tal  violenza  che  n'aveva avuto quasi
    terrore: una specie di terrore ansioso, come s'egli avesse intravisto,
    in un lampo, lo sconvolgimento di tutta la sua vita.
    - Tacete!  Tacete!  - disse Elena,  con il volto atteggiato di dolore,
    pallidissima.
    Andrea seguitava,  sempre in ginocchio, accendendosi nell'imaginazione
    del sentimento.  Egli aveva sentito trascinar via da lei,  in  quella
    fuga  improvvisa,  la  maggior e miglior parte di s.  Dopo,  egli non
    sapeva dirle tutta la miseria dei suoi  giorni,  l'angoscia  de'  suoi
    rimpianti,  l'assidua  implacabile divorante sofferenza interiore.  La
    tristezza era per lui in fondo a tutte le cose.  La fuga del tempo gli
    era  un supplizio insopportabile.  Non tanto egli rimpiangeva i giorni
    felici quanto si doleva de' giorni che ora passavano  inutilmente  per
    la felicit.  Quelli almeno gli avevan lasciato un ricordo: questi gli
    lasciavano un rammarico profondo,  quasi un rimorso...  La sua vita si
    consumava  in s stessa,  portando in s la fiamma inestinguibile d'un
    sol desiderio, l'incurabile disgusto d'ogni altro godimento.  Talvolta
    lo  assalivano  impeti  di cupidigia quasi rabbiosi,  disperati ardori
    verso il piacere;  ed era come una ribellion violenta  del  cuore  non
    saziato,  come  un  sussulto  della  speranza  che non si rassegnava a
    morire.  Talvolta  anche  gli  pareva  d'esser  ridotto  a  nulla;   e
    rabbrividiva  innanzi  ai grandi abissi vacui del suo essere: di tutto
    l'incendio della sua giovinezza  non  gli  restava  che  un  pugno  di
    cenere.  Talvolta  anche,  a  simiglianza  d'uno  di que' sogni che si
    dileguano su l'alba,  tutto il suo passato,  tutto il suo presente  si
    dissolvevano;  si  distaccavano dalla sua conscienza e cadevano,  come
    una spoglia fragile, come una veste vana. Egli non si ricordava pi di
    nulla,   come  un  uomo  escito  da  una  lunga  infermit,   come  un
    convalescente  stupefatto.  Egli  alfine obliava;  sentiva l'anima sua
    entrar dolcemente nella morte... Ma, d'improvviso, su da quella specie
    di tranquillit obliosa scaturiva un nuovo dolore e l'idolo  abbattuto
    risorgeva  pi  alto  come  un germe indistruttibile.  ELLA,  ELLA era
    l'idolo che seduceva in lui tutte le volont del cuore, rompeva in lui
    tutte le forze dell'intelletto, teneva in lui tutte le pi segrete vie
    dell'anima chiuse ad ogni altro amore,  ad ogni altro dolore,  ad ogni
    altro sogno, per sempre, per sempre...
    Andrea  mentiva;  ma la sua eloquenza era cos calda,  la sua voce era
    cos penetrante,  il tocco delle sue mani era cos amoroso,  che Elena
    fu invasa da una infinita dolcezza.
    - Taci!  - ella disse. - Io non debbo ascoltarti; io non sono pi tua;
    io non potr essere tua pi mai. Taci! Taci!
    - No, ascoltami.
    - Non voglio. Addio. Bisogna ch'io vada. Addio, Andrea.  E' gi tardi,
    lasciami.
    Ella  svilupp  la mano dalla stretta del giovine;  e,  superando ogni
    interno languore, fece atto di levarsi.
    - Perch dunque sei venuta?  - chiese egli,  con la voce un po'  roca,
    impedendole quell'atto.
    Sebbene la violenza fosse lievissima,  ella corrug i sopraccigli,  ed
    esit prima di rispondere.
    - Son  venuta  -  ella  rispose,  con  una  certa  lentezza  misurata,
    guardando  l'amante negli occhi - son venuta perch tu m'hai chiamata.
    Per l'amore d'una volta, per il modo con cui quell'amore fu rotto, per
    il lungo silenzio oscuro della lontananza,  io non avrei potuto  senza
    durezza ricusare l'invito. E poi, io voleva dirti quel che t'ho detto:
    c'hio non sono pi tua, che non potr essere tua pi mai. Volevo dirti
    questo, lealmente, per evitare a me e a te qualunque inganno doloroso,
    qualunque  pericolo,  qualunque amarezza,  nell'avvenire.  Hai inteso?
    Andrea chin il capo, quasi su le ginocchia di lei, in silenzio.
    Ella gli tocc i capelli, col gesto un tempo familiare.
    - E poi - seguit,  con una voce che mise a lui un brivido in tutte le
    fibre  -  e  poi...  volevo dirti ch'io ti amo,  ch'io ti amo non meno
    d'una volta, che ancora tu sei l'anima dell'anima mia, e che io voglio
    essere la tua sorella pi cara,  la tua amica pi dolce.  Hai  inteso?
    Andrea non si mosse. Ella, prendendo le tempie di lui fra le sue mani,
    gli sollev la fronte; lo costrinse a guardarla negli occhi.
    - Hai inteso? - ripet, con una voce anche pi tenera e pi sommessa.
    I suoi occhi,  all'ombra de' lunghi cigli,  parevano come suffusi d'un
    qualche olio purissimo e sottilissimo.  La sua bocca,  un poco aperta,
    aveva nel labbro superiore un piccolo tremito.
    -  No;  tu  non  mi  amavi,  tu  non  mi  ami!  - ruppe infine Andrea,
    togliendosi dalle tempie le mani di lei e traendosi  indietro,  poich
    sentiva   gi  nelle  vene  il  fuoco  insinuante  ch'esalavano  anche
    involontariamente quelle pupille e provava pi acre il  dolore  d'aver
    perduto  il  possesso  materiale  della bellissima donna.  - Tu non mi
    amavi!  Tu,  ALLORA avesti cuore d'uccidere l'amor tuo,  d'improvviso,
    quasi  a  tradimento,  mentre ti dava la sua ebrezza pi forte.  Tu mi
    fuggisti, tu mi abbandonasti, tu mi lasciasti solo, sbigottito,  tutto
    doloroso,  a terra,  mentre io ero ancora accecato di promesse. Tu non
    mi amavi,  tu non mi ami!  Dopo una lontananza cos  lunga,  piena  di
    misteri,  muta  e inesorabile;  dopo una cos lunga attesa,  in cui ho
    consunto il fiore della mia vita a nutrire  una  tristezza  che  m'era
    cara  perch  mi  veniva  da  te;  dopo  tanta  felicit  e dopo tanta
    sciagura,  ecco,  tu rientri in  un  luogo  dove  ogni  cosa  per  noi
    costudisce un ricordo ancora vivo,  e mi dici soavemente: Io non sono
    pi tua.  Addio. Ah,  tu non mi ami!  - Ingrato!  Ingrato!  - esclam
    Elena, ferita dalla voce quasi irosa del giovine. - Che sai tu di quel
    ch' accaduto,  di quel ch'io ho sofferto? Che sai? - Io non so nulla,
    io non voglio nulla sapere - rispose Andrea,  duramente,  involgendola
    d'uno  sguardo  un  po'  torbido,  in  fondo  a cui tralucevano i suoi
    desideri esasperati.  - Io so che  tu  fosti  mia,  un  giorno,  tutta
    quanta,  con un abbandono senza ritegno, con una volutt senza misura,
    come non mai alcuna altra donna;  e so che n il mio spirito n la mia
    carne dimenticheranno mai quella ebrezza...
    - Taci!
    - Che fa a me la tua piet di sorella? Tu, contro il tuo volere, ma la
    offri  guardandomi con occhi d'amante,  toccandomi con mani malsicure.
    Troppe volte ho veduto i tuoi occhi spengersi nel gaudio; troppe volte
    le tue mani m'han sentito rabbrividire. Io ti desidero.
    Incitato dalle sue stesse parole,  egli la strinse forte ai  polsi  ed
    appress  la  sua  faccia  a  quella di lei cos ch'ella ebbe in su la
    bocca il caldo alito.
    - Io ti desidero, come non mai - seguit egli, cercando d'attirarla al
    suo bacio,  circondandole  con  un  braccio  il  busto.  -  Ricordati!
    Ricordati!
    Elena si lev respingendolo. Tremava tutta.
    - Non voglio. Intendi?
    Egli non intendeva.  Si riavvicinava ancora,  con le braccia tese, per
    prenderla: pallidissimo, risoluto.
    - Soffriresti tu - grid ella  con  la  voce  un  po'  soffocata,  non
    potendo  patire  la violenza - soffriresti tu di spartire con altri il
    mio corpo?
    Ella aveva profferita quella domanda crudele, senza pensare. Ora,  con
    gli occhi molto aperti, guardava l'amante: ansiosa e quasi sbigottita,
    come chi per salvarsi abbia vibrato un colpo senza misurarne la forza,
    e tema di aver ferito troppo nel profondo.
    L'ardore  di  Andrea cadde d'un tratto.  E gli si dipinse sul volto un
    dolor cos grave che la donna n'ebbe al cuore una fitta.
    Andrea disse, dopo un intervallo di silenzio:
    - Addio.
    In quella sola parola era l'amarezza di tutte le altre parole  ch'egli
    aveva ricacciate indietro.
    Elena rispose dolcemente:
    - Addio. Perdonami.
    Ambedue  sentirono  la  necessit  di  chiudere,  per quella sera,  il
    colloquio periglioso.  L'uno assunse una forma di  cortesia  esteriore
    quasi  esagerata.  L'altra  divenne  anche pi dolce,  quasi umile;  e
    l'agitava un tremito incessante.
    Prese ella di su la sedia il suo mantello. Andrea l'aiut, con maniere
    premurose.  Come ella non giungeva a mettere un braccio in una manica,
    Andrea la guid,  appena toccandola;  quindi le porse il cappello e il
    velo.
    - Volete andare di l, allo specchio?
    - No, grazie.
    Ella and verso la parete,  a fianco del  caminetto,  ove  pendeva  un
    piccolo  specchio  antico  dalla cornice ornata di figure scolpite con
    uno stile cos agile e franco che parevano,  piuttosto che nel  legno,
    formate  in  un  oro malleabile.  Era un'assai leggiadra cosa,  uscita
    certo  dalle  mani  d'un  delicato  quattrocentista   per   una   Mona
    Amorrosisca o per una Laldomine.  Molte volte, nel tempo felice, Elena
    s'era messo il velo d'innanzi a quella lastra offuscata e maculata che
    aveva  apparenza  d'un'acqua  torba,  un  poco  verdastra.   Ora,   si
    risovveniva.
    Quando vide la sua imagine apparire in quel fondo, ebbe un'impressione
    singolare. Un'onda di tristezza, pi densa, le travers lo spirito. Ma
    non parl.
    Andrea la guardava, con occhi intenti.
    Come fu pronta, ella disse:
    - Sar molto tardi.
    - Non molto. Saranno le sei, forse.
    - Io ho licenziata la mia carrozza - ella soggiunse.  - Vi sarei tanto
    grata se mi faceste prendere una vettura chiusa.
    - Permettete ch'io vi lasci qui sola,  un momento?  Il mio domestico 
    fuori.
    Ella assent.
    -  Date  voi  stesso  l'indirizzo al vetturino,  vi prego: Albergo del
    Quirinale.
    Egli usc,  chiudendo dietro di s la porta della stanza.  Ella rimase
    sola.
    Rapidamente,  volse  gli  occhi  intorno,  abbracci  con  uno sguardo
    indefinibile tutta la stanza, si ferm alle coppe dei fiori. Le pareti
    le sembravano pi vaste, la volta le sembrava pi alta.
    Guardando,  ella aveva la sensazione come d'un principio di vertigine.
    Non avvertiva pi il profumo;  ma certo l'aria doveva essere ardente e
    grave come in una serra. L'imagine di Andrea le appariva in una specie
    di balenio intermittente;  le sonava negli orecchi qualche  onda  vaga
    della  voce  di  lui.  Stava ella per aver male?  - Pure,  che delizia
    chiudere gli occhi e abbandonarsi a quel languore!
    Scotendosi,  and  verso  la  finestra,  l'apr,   respir  il  vento.
    Rianimata,  si  volse  di  nuovo alla stanza.  Le fiamme pallide delle
    candele oscillavano agitando leggere ombre su le pareti. Il camino non
    aveva pi vampa,  ma i tizzoni illuminavano in parte le  figure  sacre
    del parafuoco fatto d'un frammento di vetrata ecclesiastica.
    La tazza di t era rimasta su l'orlo del tavolo, fredda, intatta.
    Il  cuscino  della  poltrona  conservava  ancora  l'impronta del corpo
    ch'eravisi affondato.  Tutte le cose intorno esalavano una  melancolia
    indistinta  che  affluiva  e s'addensava al cuor della donna.  Il peso
    cresceva su  quel  debole  cuore,  diveniva  un'oppressione  dura,  un
    affanno insopportabile.
    - Mio Dio! Mio Dio!
    Ella  avrebbe  voluto fuggire.  Una folata di vento pi viva gonfi le
    tende, agit le fiammelle,  sollev un frusco.  Ella trasal,  con un
    brivido; e quasi involontariamente chiam:
    - Andrea!
    La sua voce,  quel nome nel silenzio,  le diedero uno strano sussulto,
    come se la voce, il nome non fossero partiti dalla sua bocca. - Perch
    Andrea indugiava? - Ella si mise in ascolto. Non giungeva che il rumor
    sordo, cupo,  confuso della vita urbana,  nella sera di San Silvestro.
    Su la piazza della Trinit de' Monti non passava alcuna vettura.  Come
    il vento a tratti soffiava forte, ella richiuse la finestra: intravide
    la cima dell'obelisco, nera sul cielo stellato.
    Forse Andrea non aveva trovato sbito la vettura  coperta,  in  piazza
    Barberini.  Ella aspett,  seduta sul divano,  cercando di quietare la
    folle agitazione,  evitando di guardarsi nell'anima,  forzando la  sua
    attenzione  alle  cose  esteriori.  Attirarono  i suoi occhi le figure
    vitree del parafuoco,  appena illuminate dai tizzoni  semispenti.  Pi
    sopra,  su la sporgenza del caminetto,  da una della coppe cadevano le
    foglie d'una grande rosa bianca  che  si  disfaceva  a  poco  a  poco,
    languida, molle, con qualche cosa di feminino, direi quasi di carnale.
    Le  foglie,  concave,  si  posavano delicatamente sul marmo,  simili a
    falde di neve nella caduta.
    Quanto,  allora,  pareva soave alle dita quella neve odorante!  ella
    pens. Tutte sfogliate, le rose conspargevano i tappeti, i divani, le
    sedie; ed ella rideva, felice, in mezzo alla devastazione; e l'amante,
    felice, erale ai piedi.
    Ma ud fermarsi una carrozza d'innanzi alla porta,  nella strada; e si
    lev, scotendo la povera testa,  come per cacciar via quella specie di
    ottusit che la fasciava. Sbito dopo, rientr Andrea, ansante.
    -  Perdonatemi  - disse.  - Ma,  non avendo trovato il portiere,  sono
    sceso fino in piazza di Spagna. La vettura  gi che aspetta.
    - Grazie - fece Elena guardandolo timidamente a traverso il velo nero.
    Egli era serio e pallido, ma calmo.
    - Mumps arriver forse domani - soggiunse ella, con una voce tenue.  -
    Vi scriver un biglietto, per dirvi quando potr vedervi.
    - Grazie - fece Andrea.
    - Addio, dunque - ella riprese, tendendogli la mano.
    - Volete che vi accompagni fin gi alla strada? Non c' nessuno.
    - S, accompagnatemi.
    Ella guardavasi a torno, un poco esitante.
    - Avete dimenticato nulla? - chiese Andrea.
    Ella guard i fiori. Ma rispose: - Ah s, il portabiglietti.
    Andrea corse a prenderlo sul tavolo del t. Porgendolo a lei, disse:
    - "A stranger hither"!
    - "No, my dear. A friend".
    Elena   pronunzi   questa   risposta   con  la  voce  molto  animata,
    vivacemente.  Poi,  d'un tratto,  con un sorriso tra  supplichevole  e
    lusinghevole,  misto di temenza e di tenerezza,  su cui tremol l'orlo
    del velo che giungeva fino al labbro superiore lasciando tutta  libera
    la bocca:
    - "Give me a rose".
    Andrea and a ciascun vaso;  e tolse tutte le rose, stringendole in un
    fascio ch'egli a stento reggeva tra le mani. Alcune caddero,  altre si
    sfogliarono.
    - Erano per voi, tutte - egli disse, senza guardare l'amata.
    Ed Elena si volse per uscire,  col capo chino, in silenzio, seguita da
    lui.
    Discesero le scale, sempre in silenzio.  Egli le vedeva la nuca,  cos
    fresca  e delicata,  dove di sotto al nodo del velo i piccoli riccioli
    neri si mescolavano alla pelliccia cinerea.
    - Elena! - chiam, a voce bassa, non potendo pi vincere la struggente
    passione che gli gonfiava il cuore.
    Ella si rivolse,  mettendosi l'indice su le labbra per  indicargli  di
    tacere,  con  un  gesto  dolente  che  pregava,  mentre  gli  occhi le
    lucevano. Affrett il passo, sal nella vettura, si sent posare su le
    ginocchia le rose.
    - Addio! Addio!
    E, come la vettura si mosse,  ella s'abbandon al fondo,  sopraffatta,
    rompendo in lacrime senza freno, straziando le rose con le povere mani
    convulse.


    2.
    Sotto  il  grigio diluvio democratico odierno,  che molte belle cose e
    rare sommerge miseramente,  va anche a poco a poco scomparendo  quella
    special  classe  di antica nobilt italica,  in cui era tenuta viva di
    generazione in generazione  una  certa  tradizion  familiare  d'eletta
    cultura, d'eleganza e di arte.
    A  questa classe,  ch'io chiamerei arcadica perch rese appunto il suo
    pi  alto  splendore  nell'amabile  vita  del   Diciottesimo   secolo,
    appartenevano  gli Sperelli.  L'urbanit,  l'atticismo,  l'amore delle
    delicatezze,  la predilezione per gli studii  insoliti,  la  curiosit
    estetica,  la mania archeologica,  la galanteria raffinata erano nella
    casa degli Sperelli qualit ereditarie.  Un Alessandro  Sperelli,  nel
    1466, port a Federico d'Aragona, figliuolo di Ferdinando re di Napoli
    e fratello d'Alfonso duca di Calabria,  il codice in foglio contenente
    alcune poesie men rozze de' vecchi scrittori  toscani,  che  Lorenzo
    de' Medici aveva promesso in Pisa nel '65;  e quello stesso Alessandro
    scrisse per la morte della divina Simonetta,  in coro con i dotti  del
    suo tempo,  una elega latina,  malinconica ed abbandonata a imitazion
    di Tibullo.  Un altro Sperelli,  Stefano,  nel secolo medesino,  fu in
    Fiandra,   in  mezzo  alla  vita  pomposa,   alla  preziosa  eleganza,
    all'inaudito fasto borgognone;  ed ivi rimase alla corte di  Carlo  il
    Temerario, imparentandosi con una famiglia fiamminga. Un figliuol suo,
    Giusto,   pratic  la  pittura  sotto  gli  insegnamenti  di  Giovanni
    Gossaert; e insieme col maestro venne in Italia, al seguito di Filippo
    di Borgogna ambasciator dell'imperator  Massimiliano  presso  il  papa
    Giulio  Secondo,  nel 1508.  Dimor a Firenze,  dove il principal ramo
    della sua stirpe continuava a fiorire; ed ebbe a secondo maestro Piero
    di  Cosimo,  quel  giocondo  e  facile  pittore,  forte  ed  armonioso
    colorista,  che  risuscitava  liberamente  col  suo pennello le favole
    pagane. Questo Giusto fu non volgare artista;  ma consum tutto il suo
    vigore  in  vani  sforzi per conciliare la primitiva educazione gotica
    con il recente spirito del Rinascimento.  Verso la  seconda  met  del
    secolo Diciassettesimo la casata degli Sperelli si trasport a Napoli.
    Ivi  nel  1679 un Bartolomeo Sperelli pubblic un trattato astrologico
    "De Nativitatibus";  nel 1720 un Giovanni  Sperelli  diede  al  teatro
    un'opera  buffa  intitolata  "La  Faustina"  e poi una tragedia lirica
    intitolata "Progne";  nel 1756 un Carlo Sperelli stamp  un  libro  di
    versi  amatorii  in  cui  molte  classiche  lascivie  erano rimate con
    l'eleganza oraziana allora di moda. Miglior poeta fu Luigi, ed uomo di
    squisita galanteria,  alla corte  del  re  lazzarone  e  della  regina
    Carolina.  Verseggi  con  un certo malinconico e gentile epicureismo,
    assai nitidamente; ed am da fino amatore, ed ebbe avventure in copia,
    talune celebri, come quella con la marchesa di Bugnano che per gelosia
    s'avvelen,  e come quella con la contessa di Chesterfield  che  morta
    etica  egli  pianse  in  canzoni,  odi,  sonetti  ed elege soavissime
    sebbene un poco frondose.
    Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, unico erede,  proseguiva la
    tradizion  familiare.  Egli era,  in verit,  l'ideal tipo del giovine
    signore italiano del  Diciannovesimo  secolo,  il  legittimo  campione
    d'una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente
    d'una razza intelettuale.
    Egli era, per cos dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza,
    nutrita  di studii varii e profondi,  parve prodigiosa.  Egli altern,
    fino a vent'anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del
    padre e pot compiere la sua straordinaria educazione  estetica  sotto
    la  cura paterna,  senza restrizioni e constrizioni di pedagoghi.  Dal
    padre appunto ebbe il gusto delle cose  d'arte,  il  culto  passionato
    della  bellezza,  il paradossale disprezzo de' pregiudizii,  l'avidit
    del piacere.
    Questo padre,  cresciuto in mezzo agli estremi splendori  della  corte
    borbonica,  sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della
    vita  voluttuaria  e  insieme  una  certa  inclinazione  byroniana  al
    romanticismo  fantastico.  Lo  stesso  suo  matrimonio era avvenuto in
    circostanze quasi tragiche,  dopo una furiosa  passione.  Quindi  egli
    aveva  turbata  e  travagliata  in  tutti  i  modi  la pace coniugale.
    Finalmente s'era diviso dalla moglie ed aveva sempre  tenuto  seco  il
    figliuolo, viaggiando con lui per tutta l'Europa.
    L'educazione d'Andrea era dunque,  per cos dire, viva, cio fatta non
    tanto su i libri quanto in conspetto delle realit umane.  Lo  spirito
    di   lui   non  era  soltanto  corrotto  dall'alta  cultura  ma  anche
    dall'esperimento; e in lui la curiosit diveniva pi acuta come pi si
    allargava la conoscenza.  Fin dal principio egli  fu  prodigo  di  s;
    poich la grande forza sensitiva, ond'egli era dotato, non si stancava
    mai  di fornire tesori alle sue prodigalit.  Ma l'espansion di quella
    sua forza era la distruzione in lui di un'altra  forza,  della  "forza
    morale" che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non
    si  accorgeva  che  la  sua vita era la riduzion progressiva delle sue
    facolt,  delle sue speranze,  del suo piacere,  quasi una progressiva
    rinunzia;  e  che  il circolo gli si restringeva sempre pi d'intorno,
    inesorabilmente sebben con lentezza.
    Il padre gli aveva dato,  tra le altre,  questa massima  fondamentale:
    Bisogna FARE la propria vita, come si fa un'opera d'arte. Bisogna che
    la vita d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorit vera 
    tutta qui.
    Anche, il padre ammoniva: Bisogna conservare ad ogni costo intiera la
    libert, fin nell'ebrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: -
    "Habere, non haberi".
    Anche,   diceva:  Il  rimpianto    il  vano  pascolo  d'uno  spirito
    disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre
    lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
    Ma queste massime "volontarie",  che  per  l'ambiguit  loro  potevano
    anche essere interpretate come alti criterii morali,  cadevano appunto
    in una natura  "involontaria",  in  un  uomo,  cio,  la  cui  potenza
    volitiva era debolissima.
    Un  altro  seme  paterno aveva perfidamente fruttificato nell'animo di
    Andrea:  il  seme  del  sofisma.  Il  sofisma  diceva  quell'incauto
    educatore  in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e
    moltiplicare  i  sofismi  equivale  dunque ad acuire e moltiplicare il
    proprio piacere o il proprio dolore. Forse,  la scienza della vita sta
    nell'oscurare  la  verit.  La parola  una cosa profonda,  in cui per
    l'uomo d'intelletto son  nascoste  inesauribili  ricchezze.  I  Greci,
    artefici   della   parola,   sono  infatti  i  pi  squisiti  goditori
    dell'antichit.  I sofismi fioriscono in maggior numero al  secolo  di
    Pericle, al secolo gaudioso.
    Un  tal  seme  trov  nell'ingegno  malsano  del  giovine  un  terreno
    propizio.  A poco a poco,  in Andrea la menzogna non tanto  verso  gli
    altri  quanto  verso  s  stesso  divenne  un abito cos aderente alla
    conscienza ch'egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e
    a non poter mai riprendere su s stesso il libero dominio.
    Dopo la morte immatura del padre,  egli si trov solo,  a ventun anno,
    signore d'una fortuna considerevole,  distaccato dalla madre, in balia
    delle  sue  passioni  e  de'  suoi  gusti.  Rimase  quindici  mesi  in
    Inghilterra. La madre pass in seconde nozze, con un amante antico. Ed
    egli venne a Roma, per predilezione.
    Roma  era  il  suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei
    Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fri, ma la Roma delle
    Ville,  delle Fontane,  delle  Chiese.  Egli  avrebbe  dato  tutto  il
    Colosseo  per  la  Villa  Medici,  il  Campo  Vaccino per la Piazza di
    Spagna,  l'Arco  di  Tito  per  la  Fontanella  delle  Tartarughe.  La
    magnificenza  principesca  dei  Colonna,   dei  Doria,  dei  Barberini
    l'attraeva assai pi della ruinata grandiosit  imperiale.  E  il  suo
    gran  sogno  era  di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo e
    istoriato dai Caracci,  come quello Farnese;  una  galleria  piena  di
    Raffaelli,  di  Tiziani,  di  Domenichini,  come quella Borghese;  una
    villa,  come quella d'Alessandro Albani,  dove i  bussi  profondi,  il
    granito  rosso  d'Oriente,  il  marmo bianco di Luni,  le statue della
    Grecia,  le pitture del Rinascimento,  le  memorie  stesse  del  luogo
    componessero  un  incanto  intorno a un qualche suo superbo amore.  In
    casa della marchesa d'Ateleta sua cugina, sopra un albo di confessioni
    mondane,  accanto alla domanda Che vorreste voi essere?  egli  aveva
    scritto Principe romano.
    Giunto  a  Roma  in  sul  finir di settembre del 1884,  stabil il suo
    "home" nel palazzo Zuccari alla Trinit de' Monti,  su quel  dilettoso
    tepidario  cattolico  dove l'ombra dell'obelisco di Pio Sesto segna la
    fuga delle Ore.  Pass tutto il mese di  ottobre  tra  le  cure  degli
    addobbi;  poi,  quando  le  stanze furono ornate e pronte,  ebbe nella
    nuova casa alcuni giorni d'invincibile tristezza.  Era una  estate  di
    San  Martino,  una  primavera  de' morti,  grave e soave,  in cui Roma
    adagiavasi,  tutta quanta d'oro come una citt  dell'Estreno  Oriente,
    sotto un ciel quasi latteo,  diafano come i cieli che si specchiano n
    mari australi.
    Quel languore dell'aria e della luce, ove tutte le cose parevano quasi
    perdere la loro realit e divenire immateriali,  mettevano nel giovine
    una  prostrazione  infinita,  un senso inesprimibile di scontento,  di
    sconforto, di solitudine, di vacuit, di nostalgia.  Il malessere vago
    proveniva  forse  anche  dalla  mutazione del clima,  delle abitudini,
    degli usi.  L'anima  converte  in  fenomeni  psichici  le  impressioni
    dell'organismo  mal  definite,  a  quella guisa che il sogno trasforma
    secondo la sua natura gli incidenti del sonno.
    Certo egli ora entrava in un novello stadio.  - Avrebbe alfin  trovato
    la  donna  e l'opera capaci d'impadronirsi del suo cuore e di divenire
    il suo "scopo"?  - Non aveva dentro di s la sicurezza della forza  n
    il  presentimento  della  gloria  o della felicit.  Tutto penetrato e
    imbevuto di arte,  non aveva ancora prodotto nessuna  opera  notevole.
    Avido  d'amore  e  di  piacere,  non aveva ancora interamente amato n
    aveva ancor mai goduto ingenuamente.  Torturato da un Ideale,  non  ne
    portava ancora ben distinta in cima de' pensieri l'imagine.  Aborrendo
    dal dolore per natura e per educazione, era vulnerabile in ogni parte,
    accessibile al dolore in ogni parte.
    Nel tumulto delle inclinazioni  contraddittorie  egli  aveva  smarrito
    ogni volont ed ogni moralit.  La volont, abdicando, aveva ceduto lo
    scettro agli  istinti;  il  senso  estetico  appunto,  sottilissimo  e
    potentissimo  e  sempre  attivo,  gli manteneva nello spirito un certo
    equilibrio; cos che si poteva dire che la sua vita fosse una continua
    lotta di forze contrarie chiusa n limiti d'un certo  equilibrio.  Gli
    uomini  d'intelletto,  educati  al  culto  della Bellezza,  conservano
    sempre,  anche nelle peggiori depravazioni,  una specie di ordine.  La
    concezion  della  Bellezza  ,  dir  cos,  l'asse  del  loro  essere
    interiore, intorno al quale tutte le loro passioni gravitano.
    Fluttuava  ancora  su  quella  tristezza  il  ricordo   di   Costantia
    Landbrooke,  vagamente,  come un profumo svanito. L'amore di Conny era
    stato un assai fino amore;  ed ella era  una  molto  piacevole  donna.
    Pareva  una  creatura di Thomas Lawrence;  aveva in s tutte le minute
    grazie feminine che son care a quel pittore dei falpal, dei merletti,
    dei velluti, degli occhi luccicanti, delle bocche semiaperte;  era una
    seconda  incarnazione  della piccola contessa di Shaftesbury.  Vivace,
    loquace,  mobilissima,  prodiga di  diminutivi  infantili  e  di  risa
    scampanellanti,  facile  alle  tenerezze  improvvise,  alle malinconie
    subitanee,  alle rapide ire,  ella portava nell'amore molto movimento,
    molta  variet,  molti  capricci.  La  sua  qualit pi amabile era la
    freschezza, una freschezza tenace, continua,  di tutte le ore.  Quando
    si  svegliava,  dopo una notte di piacere,  ella era tutta fragrante e
    monda come se uscisse allora dal bagno.  La figura  di  lei,  infatti,
    tornava nella memoria di Andrea specialmente con un'attitudine;  con i
    capelli in parte sciolti sul collo e raccolti in parte  al  sommo  del
    capo  da  un pettine fatto di "greche d'oro";  con l'iride degli occhi
    natante nel bianco,  come una viola pallida nel latte;  con  la  bocca
    aperta,  rorida,  tutta  illuminata  d denti ridenti nel sangue roseo
    delle gengive;  all'ombra delle cortine che diffondevano sul letto  un
    albore tra glauco ed argenteo, simile alla luce d'un antro marittimo.
    Ma  il cinguettio melodioso di Conny Landbrooke era passato su l'animo
    di Andrea come una di quelle musiche leggere che lascian  per  qualche
    tempo nella mente un ritornello. Pi d'una volta ella gli aveva detto,
    in qualche sua malinconia vespertina, con gli occhi velati di lacrime:
    I  know  you love me not... Egli,  infatti,  non l'amava,  non n'era
    pago.  Il suo ideale muliebre era men  nordico.  Idealmente,  egli  si
    sentiva attratto da una di quelle cortigiane del secolo Sedicesimo che
    sembrano  portar  sul  volto  non  so  qual  velo magico,  non so qual
    transparente  maschera  incantata,   direi  quasi  un  oscuro  fascino
    notturno, il divino orrore della Notte.
    Incontrando la duchessa di Scerni, Donna Elena Muti, egli pens: Ecco
    la MIA donna. Tutto il suo essere ebbe una sollevazione di gioia, nel
    presentimento del possesso.
    Fu  il primo incontro in casa della marchesa d'Ateleta.  Questa cugina
    d'Andrea nel palazzo Roccagiovine aveva saloni molto frequentati. Ella
    attraeva specialmente per la sua arguta giocondit, per la libert de'
    suoi motti,  per il suo infaticabile sorriso.  I  lineamenti  gai  del
    volto  rammentavano  certi  profili  feminini  n  disegni  del Moreau
    giovine, nelle vignette del Gravelot. Ne' modi, ne' gusti, nelle fogge
    del vestire ella aveva qualche cosa di pompadouresco,  non  senza  una
    lieve affettazione, poich era legata da una singolar somiglianza alla
    favorita di Luigi Quindicesimo.
    Il  mercoled  d'ogni  settimana  Andrea  Sperelli aveva un posto alla
    mensa della marchesa. Un marted a sera, in un palco del Teatro Valle,
    la marchesa gli aveva detto, ridendo:
    - Bada di non mancare,  Andrea,  domani.  Abbiamo tra gli invitati una
    persona  interessante,   anzi  fatale.  Premunisciti  per  contro  la
    malia... Tu sei in un momento di debolezza.
    Egli le aveva risposto, ridendo:
    - Verr inerme, se non ti dispiace, cugina;  anzi in abito di vittima.
    E' un abito di richiamo, che porto da molte sere; inutilmente, ahim!
    - Il sacrificio  prossimo, cugino mio.
    - La vittima  pronta.
    La  sera  seguente,  egli  venne al palazzo Roccagiovine alcuni minuti
    prima dell'ora consueta,  avendo una mirabile gardenia all'occhiello e
    una  inquietudine  vaga  in  fondo  all'anima.  Il  suo coup si ferm
    innanzi alla porta,  perch l'androne era  gi  occupato  da  un'altra
    carrozza. Le livree, i cavalli, tutta la cerimonia che accompagnava la
    discesa  della  signora,  avevano  l'impronta della grande casata.  Il
    conte intravide una figura alta e svelta,  un'acconciatura  tempestata
    di  diamanti,  un  piccolo  piede che si pos sul gradino.  Poi,  come
    anch'egli saliva la scala, vide la dama alle spalle.
    Ella saliva d'innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di
    misura.  Il mantello foderato d'una pelliccia nivea come la piuma  de'
    cigni, non pi retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto
    lasciando  scoperte  le  spalle.  Le  spalle  emergevano  pallide come
    l'avorio polito,  divise da un solco morbido,  con le scapule che  nel
    perdersi  dentro  i  merletti  del  busto  avevano  non  so qual curva
    fuggevole,  quale  dolce  declinazione  di  ali;  e  su  dalle  spalle
    svolgevasi  agile  e  tondo  il  collo;  e dalla nuca i capelli,  come
    ravvolti in una spira,  piegavano al sommo della testa e vi  formavano
    un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate.
    Quell'armoniosa  ascensione  della  dama  sconosciuta  dava agli occhi
    d'Andrea un diletto cos vivo ch'egli si ferm un istante,  sul  primo
    pianerottolo, ad ammirare. Lo strascico faceva su i gradini un frusco
    forte.  Il  servo caminava indietro,  non su i passi della sua signora
    lungo la guida di tappeto rosso, ma da un lato,  lungo la parete,  con
    una  irreprensibile  compostezza.  Il  contrasto  tra quella magnifica
    creatura e quel rigido automa era assai bizzarro. Andrea sorrise.
    Nell'anticamera,  mentre il servo prendeva il mantello,  la dama gitt
    uno sguardo rapidissimo al giovine ch'entrava. Questi ud annunziare:
    - Sua Eccellenza la duchessa di Scerni!
    Sbito dopo: - Il signor conte Sperelli-Fieschi d'Ugenta!
    E  gli  piacque  che  il suo nome fosse pronunziato accanto al nome di
    quella donna.
    Nel salone erano gi il marchese e la marchesa d'Ateleta,  il barone e
    la  baronessa  d'Isola,  Don  Filippo  del Monte.  Il fuoco ardeva nel
    caminetto; alcuni divani erano disposti nel raggio del calore; quattro
    musae dalle larghe foglie venate di sanguigno si  protendevano  su  le
    spalliere basse.
    La  marchesa,  facendosi incontro ai due sopraggiunti,  disse con quel
    suo bel riso inestinguibile:
    - Per l'amabilit del caso,  non c' pi bisogno di presentazione  tra
    voi due. Cugino Sperelli, inchinatevi alla divina Elena.
    Andrea s'inchin profondamente.  La duchessa gli offr la mano, con un
    gesto di grazia, guardandolo negli occhi.
    - Son molto lieta di vedervi, conte. Mi parl tanto di voi, a Lucerna,
    l'estate scorsa, un vostro amico: Giulio Musllaro. Ero, confesso,  un
    po' curiosa...  Musllaro anche mi diede a leggere la rarissima vostra
    "Favola d'Ermafrodito" e mi regal la vostra acquaforte  del  "Sonno",
    una  prova avanti lettera,  un tesoro.  Voi avete in me un'ammiratrice
    cordiale. Ricordatevi.
    Ella parlava con qualche pausa.  Aveva la  voce  cos  insinuante  che
    quasi dava la sensazione d'una carezza carnale; e aveva quello sguardo
    involontariamente amoroso e voluttuoso che turba tutti gli uomini e ne
    accende d'improvviso la brama.
    Un servo annunzi:
    - Il cavalier Sakumi!
    Ed apparve l'ottavo ed ultimo commensale.
    Era  il  segretario  della  Legazione giapponese,  piccolo di statura,
    giallognolo, con i pomelli sporgenti, con gli occhi lunghi ed obliqui,
    venati di sangue, su cui le palpebre battevano di continuo.
    Aveva il corpo troppo grosso in paragon delle gambe troppo sottili;  e
    camminava  con  le punte de' piedi in dentro,  come se una cintura gli
    stringesse forte le anche.  Le falde della  sua  giubba  erano  troppo
    abondanti;  i  calzoni  facevano  una quantit di pieghe;  la cravatta
    portava assai visibili i segni della mano inesperta.  Egli  pareva  un
    daimio  cavato fuori da una di quelle armature di ferro e di lacca che
    somiglian gusci di crostacei mostruosi e poi  ficcato  n  panni  d'un
    tavoleggiante  occidentale.   Ma,   pur  nella  sua  goffagine,  aveva
    un'espressione arguta, una specie di finezza ironica agli angoli della
    bocca.
    A mezzo del salone, s'inchin. Il "gibus" gli cadde di mano.
    La baronessa  d'Isola,  una  bionda  piccoletta,  dalla  fronte  tutta
    coperta di riccioli,  graziosa e smorfiosa come una giovine bertuccia,
    disse con la sua voce acuta:
    - Venite qua, Sakumi, qua, accanto a me!
    Il  cavaliere  giapponese  s'inoltrava  reiterando  i  sorrisi  e  gli
    inchini.
    -  Vedremo stasera la principessa Iss?  - gli domand Donna Francesca
    d'Ateleta,  che piacevasi di raccogliere n suoi saloni i pi bizzarri
    esemplari  delle  colonie  esotiche  in  Roma  per  amor della variet
    pittoresca.
    L'Asiatico parlava una lingua barbarica,  appena intelligibile,  mista
    d'inglese, di francese e d'italiano.
    Tutti,  a un punto,  parlavano.  Era quasi un coro,  di mezzo a cui si
    levavano di tratto in tratto, come zampilli d'argento, le fresche risa
    della marchesa.
    - Io vi ho certo veduta un'altra volta;  non so pi dove,  non so  pi
    quando,  ma vi ho certo veduta - diceva Andrea Sperelli alla duchessa,
    ritto in piedi d'innanzi a lei. - Su per le scale,  mentre vi guardavo
    salire,  nel  fondo  della  mia  memoria  si  risvegliava  un  ricordo
    indistinto,  qualche cosa che prendeva forma seguendo il ritmo di quel
    vostro  salire,  come un'imagine nascente da un'aria di musica...  Non
    son giunto ad aver limpido il ricordo; ma, quando vi siete voltata, ho
    sentito che il vostro profilo aveva una  non  dubbia  rispondenza  con
    quella  imagine.  Non  poteva  essere  una divinazione;  era dunque un
    oscuro fenomeno della memoria. Io vi ho certo veduta,  un'altra volta.
    Chi sa!  Forse in un sogno, forse in una creazione d'arte, forse anche
    in un diverso mondo, in una esistenza anteriore...
    Pronunziando queste ultime frasi  troppo  sentimentali  e  chimeriche,
    egli  rise  apertamente  come  per  prevenire un sorriso o incredulo o
    ironico della dama.  Elena invece  rimase  grave.  Ascoltava  ella  o
    pensava  ad  altro?  Accettava ella quella specie di discorsi o voleva
    con quella seriet prendersi gioco di lui? Intendeva ella di secondare
    l'opera di seduzione iniziata da lui cos sollecitamente o si chiudeva
    nell'indifferenza e nel silenzio incurante?  Era  ella,  insomma,  una
    donna  per  lui espugnabile o no? Andrea,  perplesso,  interrogava il
    mistero.  A quanti hanno l'abitudine della seduzione,  specialmente ai
    temerarii,    nota  questa  perplessit  che  certe  donne  sollevano
    tacendo.
    Un servo apr la grande porta che dava nella sala da pranzo.
    La marchesa mise il suo braccio sotto quello di Don Filippo del  Monte
    e diede l'esempio. Gli altri seguirono.
    - Andiamo - disse Elena.
    Parve  ad  Andrea che ella gli si appoggiasse con un po' di abbandono.
    Non era un'illusione del suo  desiderio?  Forse.  Egli  pendeva  nel
    dubbio;  ma,  ad  ogni  attimo  che  passava,  si sentiva pi a dentro
    conquistare dalla  malia  dolcissima;  ad  ogni  attimo  gli  cresceva
    l'ansiet di penetrare l'animo della donna.
    - Cugino, qui - disse Donna Francesca assegnandogli il posto.
    Nella tavola ovale,  egli stava tra il barone d'Isola e la duchessa di
    Scerni,  avendo di fronte il cavaliere Sakumi.  Il quale stava tra  la
    baronessa  d'Isola e Don Filippo del Monte.  Il marchese e la marchesa
    occupavano i capi.  Su  la  mensa  le  porcellane,  le  argenterie,  i
    cristalli, i fiori scintillavano.
    Assai   poche  dame  potevan  gareggiare  con  la  marchesa  d'Ateleta
    nell'arte di dar pranzi.  Ella metteva pi cura nella preparazione  di
    una  mensa  che  in  un  abbigliamento.  La  squisitezza del suo gusto
    appariva in ogni  cosa;  ed  ella  era,  in  verit,  l'arbitra  delle
    eleganze  conviviali.  Le  sue  fantasie  e  le  sue  raffinatezze  si
    propagavano per tutte le tavole della nobilt quirite. Ella,  appunto,
    in  quell'inverno  aveva  introdotta  la  moda  delle  catene di fiori
    sospese dall'un capo all'altro,  fra i grandi candelabri;  ed anche la
    moda dell'esilissimo vaso di Murano,  latteo e cangiante come l'opale,
    con entro una sola orchidea,  messo tra i varii  bicchieri  innanzi  a
    ciascun convitato.
    - Fior diabolico - disse Donna Elena Muti,  prendendo il vaso di vetro
    e osservando da vicino l'orchidea sanguigna e difforme.
    Ella aveva la voce cos ricca di suono che anche le parole pi volgari
    e le frasi pi comuni parevano prendere su la sua bocca  non  so  qual
    significato  occulto,  non  so  qual  misterioso accento e qual grazia
    nuova.  Alla guisa medesima il re frigio faceva d'oro quantunque  cose
    ei toccasse con la mano.
    - Fiore simbolico,  tra le vostre dita - mormor Andrea,  guardando la
    dama che in quell'attitudine era sovrammirabile.
     La dama vestiva un tessuto d'un color ceruleo assai  pallido,  sparso
    di  punti  d'argento,  che  brillava  di  sotto ai merletti antichi di
    Burano bianchi d'un bianco indefinibile, pendente un poco nel fulvo ma
    tanto poco  che  appena  pareva.  Il  fiore,  quasi  innaturale,  come
    generato  da  un  malefizio,  ondeggiava  in  sul gambo,  fuor di quel
    fragile tubo che certo l'artefice avea foggiato con un soffio  in  una
    gemma liquefatta.
    - Ma io preferisco le rose - disse Elena,  posando l'orchidea,  con un
    atto di repulsione che faceva contrasto  al  suo  precedente  moto  di
    curiosit.
    Poi  si  gett  nella conversazione generale.  Donna Francesca parlava
    dell'ultimo ricevimento all'Ambasciata d'Austria.
    - Vedesti Madame de Cahen?  - le chiese Elena.  - Aveva  un  abito  di
    tulle  giallo  tempestato  di  non  so quanti colibr con gli occhi di
    rubino.  Una  magnifica  uccelliera  danzante...  E  Lady  Ouless,  la
    vedesti?  Aveva una vesta di "tarlatane" bianca, tutta sparsa di alghe
    marine e di non so che pesci rossi,  e su l'alghe e  su  i  pesci  una
    seconda vesta di "tarlatane verdemare". Non la vedesti? Un acquario di
    bellissimo effetto...
    Ed ella,  dopo le piccole maldicenze, rideva d'un riso cordiale che le
    dava un tremolio alla parte inferiore del mento e alle narici.
    D'innanzi a quella volubilit incomprensibile,  Andrea rimaneva  ancor
    titubante.  Quelle cose frivole o maligne uscivano dalle stesse labbra
    che allora allora,  pronunziando  una  frase  semplicissima,  l'avevan
    turbato  fin  nel  profondo;  uscivano  dalle stesse labbra che allora
    allora, tacendo, eragli parsa la bocca della Medusa di Leonardo, umano
    fiore  dell'anima  divinizzato   dalla   fiamma   della   passione   e
    dall'angoscia della morte.  Qual era dunque la vera essenza di quella
    creatura?  Aveva ella percezione e conscienza  della  sua  metamorfosi
    costante  o era ella impenetrabile anche a s stessa,  rimanendo fuori
    dal proprio mistero?  Quanto nelle sue  espressioni  e  manifestazioni
    entrava  d'artificio e quanto di spontaneit? Il bisogno di conoscere
    lo pungeva anche fra la delizia in lui effusa  dalla  vicinanza  della
    donna   ch'egli   incominciava   ad  amare.   La  trista  consuetudine
    dell'analisi  l'incitava  pur  sempre,  gli  impediva  pur  sempre  di
    obliarsi;  ma ogni tentativo era punito,  come la curiosit di Psiche,
    dall'allontanamento   dell'amore,    dall'offuscamento    dell'oggetto
    vagheggiato,  dalla  cessazion del piacere.  Non era meglio,  invece,
    abbandonarsi ingenuamente alla prima ineffabile dolcezza dell'amor che
    nasceva? Egli vide Elena nell'atto di bagnare le labbra  in  un  vino
    biondo  come  un  miele liquido.  Scelse tra i bicchieri quello ove il
    servo aveva versato un egual vino;  e bevve con  Elena.  Ambedue,  nel
    tempo  medesimo,  posarono  su  la tovaglia il cristallo.  La comunit
    dell'atto fece volgere l'una verso l'altro.  E lo  sguardo  li  accese
    ambedue, pi assai del sorso.
    - Non parlate?  - chiesegli Elena,  con un'affettazione di leggerezza,
    che le  alterava  un  poco  la  voce.  -  Corre  fama  voi  siate  uno
    squisitissimo parlatore... Scuotetevi, dunque!
    -  Ah,  cugino,  cugino!  -  esclam  Donna Francesca,  con un'aria di
    commiserazione, mentre Don Filippo del Monte le mormorava qualche cosa
    nell'orecchio.
    Andrea si mise a ridere.
    - Cavaliere Sakumi, noi siamo i taciturni. Scuotiamoci!
    All'Asiatico scintillarono  di  malizia  i  lunghi  occhi,  ancor  pi
    rosseggianti sul rossor fosco che i vini gli accendevano ai pomelli.
    Fino  a quel momento,  egli aveva guardato la duchessa di Scerni,  con
    l'espressione  estatica  d'un  bonzo  che  sia  nel  conspetto   della
    divinit.  La sua larga faccia,  che pareva uscita fuori da una pagina
    classica del gran figuratore umorista O-kou-sai,  rosseggiava come una
    luna d'agosto, tra le catene de' fiori.
    -  Sakumi - soggiunse a bassa voce Andrea,  chinandosi verso Elena - 
    innamorato.
    - Di chi?
    - Di voi. Non ve ne siete accorta?
    - No.
    - Guardatelo.
    Elena si volse.  E l'amorosa contemplazione del "daimio" travestito le
    chiam  alle  labbra  un riso cos aperto che quegli si sent ferire e
    rest visibilmente umiliato.
    - Tenete - ella disse per compensarlo;  e,  spiccando dal festone  una
    camelia  bianca,  la gitt all'inviato del Sol Levante.  - Trovate una
    similitudine, in mia lode.
    L'Asiatico port la camelia  alle  labbra,  con  un  gesto  comico  di
    divozione.
    - Ah,  Ah,  Sakumi, - fece la piccola baronessa d'Isola - voi mi siete
    infedele!
    Egli balbett qualche parola, accendendosi anche pi nel volto.  Tutti
    ridevano,  liberamente,  come se quello straniero fosse stato invitato
    appunto per dare agli altri argomento di gioco. E Andrea, ridendo,  si
    volse alla Muti.
    Ella  tenendo  il  capo  sollevato,  anzi  piegato  indietro  un poco,
    guardava il giovine furtivamente,  di fra le palpebre  socchiuse,  con
    uno di quegli indescrivibili sguardi della donna, che paiono assorbire
    e  quasi  direi  bevere  dall'uom preferito tutto ci che in lui  pi
    amabile,  pi desiderabile,  pi godibile,  tutto ci che  in  lei  ha
    destata  quella  istintiva  esaltazion sessuale da cui ha principio la
    passione.  I lunghissimi cigli velavano l'iride  inclinata  all'angolo
    dell'orbita;  e  il  bianco  nuotava come in una luce liquida,  un po'
    azzurra;  e  un  tremolio  quasi  impercettibile  moveva  la  palpebra
    inferiore.  Pareva  che  il raggio dello sguardo andasse alla bocca di
    Andrea, come alla cosa pi dolce.
    Elena era presa, infatti,  da quella bocca.  Pura di forma,  accesa di
    colore, gonfia di sensualit, con un'espressione un po' crudele quando
    rimaneva  serrata,  quella  bocca giovenile ricordava per una singolar
    somiglianza il ritratto del gentiluomo incognito ch'  nella  Galleria
    Borghese, la profonda e misteriosa opera d'arte in cui le imaginazioni
    affascinate  credetter  ravvisare  la  figura del divino Cesare Borgia
    dipinta dal divino Sanzio.  Quando le  labbra  si  aprivano  al  riso,
    quell'espressione  fuggiva;  e i denti bianchi quadri,  eguali,  d'una
    straordinaria  lucentezza,  illuminavano  una  bocca  tutta  fresca  e
    gioconda come quella d'un fanciullo.
    Appena Andrea si volse,  Elena ritrasse lo sguardo; ma non cos presto
    che il giovine non ne cogliesse il baleno.  N'ebbe egli una gioia cos
    forte che sent salire alle gote una fiamma.  Ella mi vuole!  Ella mi
    vuole! pens,  esultando,  nella certezza d'aver gi  conquistata  la
    rarissima creatura. Ed anche pens: E' un piacere NON MAI PROVATO.
    Ci sono certi sguardi di donna che l'uomo amante non iscambierebbe con
    l'intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un
    occhio  limpido  il  fulgore  della prima tenerezza non sa la pi alta
    delle felicit umane.  Dopo,  nessun altro attimo di gioia  eguaglier
    quell'attimo.
    Elena domand, mentre intorno la conversazione facevasi pi viva:
    - Resterete a Roma tutto l'inverno?
    -  Tutto  l'inverno,  e oltre - rispose Andrea,  a cui quella semplice
    domanda parve chiudere una promessa d'amore.
    - Avete dunque una casa?
    - Casa Zuccari: "domus aurea".
    - Alla Trinit de' Monti? Voi felice!
    - Perch felice?
    - Perch voi abitate in un luogo ch'io prediligo.
    - V' raccolta,  vero?  come un'essenza in un vaso,  tutta la sovrana
    dolcezza di Roma.
    - E' vero!  Tra l'obelisco della Trinit e la colonna della Concezione
     sospeso "ex-voto" il mio cuore cattolico e pagano.
    Ella rise di quella frase.  Egli aveva pronto un madrigale intorno  il
    cuor sospeso, ma non lo proffer; perch gli spiaceva di prolungare il
    dialogo su quel tono falso e leggero e di disperdere cos l'intimo suo
    godimento. Tacque.
    Ella  rimase  un  poco  pensosa.   Poi,   di  nuovo,  si  gitt  nella
    conversazione generale, con una vivacit anche maggiore, profondendo i
    motti e le risa,  facendo scintillare i suoi denti e  le  sue  parole.
    Donna Francesca mordeva un poco la principessa di Ferentino, non senza
    finezza, accennando all'avventura lesbica di lei con Giovanella Daddi.
    - A proposito,  la Ferentino annunzia per l'Epifania un'altra fiera di
    beneficenza - disse il barone d'Isola. - Non ne sapete ancora nulla?
    - Io sono patronessa - rispose Elena Muti.
    - Voi siete una patronessa preziosa - fece Don Filippo del  Monte,  un
    uomo quarantenne,  quasi tutto calvo, sottile aguzzatore di epigrammi,
    che portava sul volto una specie di maschera socratica in cui l'occhio
    destro scintillava mobilissimo per  mille  diverse  espressioni  e  il
    sinistro  rimaneva  sempre immobile e quasi vetrificato sotto la lenta
    rotonda, come se l'uno servisse per esprimere e l'altro per vedere.  -
    Nella Fiera di maggio, riceveste una nuvola d'oro.
    - Ah, la Fiera di maggio! Una follia - esclam la marchesa d'Ateleta.
    Come  i  servi  venivan  mescendo  vin ghiacciato di Sciampagna,  ella
    soggiunse:
    - Ti ricordi, Elena? I nostri banchi erano vicini.
    - Cinque luigi per sorso! Cinque luigi per morso!  - si mise a gridare
    Don Filippo del Monte, imitando per gioco la voce di un banditore.
    La Muti e l'Ateleta ridevano.
    -  Gi,  gi    vero.  Voi gittavate il bando,  Filippo - disse Donna
    Francesca. - Peccato che tu non ci fossi, cugino mio! Per cinque luigi
    avresti mangiato un frutto segnato prima da' miei denti  e  per  altri
    cinque luigi avresti bevuto Champagne nel concavo delle mani d'Elena.
    - Che scandalo!  - interruppe la baronessa d'Isola, con una smorfietta
    d'orrore.
    - Ah, Mary! E tu non vendevi le sigarette accese prima da te,  e molto
    inumidate, per un luigi? - fece Donna Francesca, sempre ridendo.
    E  Don  Filippo:  -  Io  vidi  qualche cosa di meglio.  Leonetto Lanza
    ottenne dalla contessa di Lcoli, per non so quanto, un sigaro d'avana
    ch'ella aveva tenuto sotto l'ascella...
    - Ohib! - interruppe di nuovo la piccola baronessa, comicamente.
    - Ogni opera di carit  santa - sentenzi la marchesa. - Io,  a furia
    di morsi nelle frutta, misi insieme circa dugento luigi.
    - E voi? - chiese Andrea Sperelli alla Muti, sorridendo a mala pena. -
    E voi, con la vostra coppa carnale?
    - Io, dugento settanta.
    Cos  motteggiavano tutti,  tranne il marchese.  Questo Ateleta era un
    uomo  gi  vecchio,   afflitto  da  una   sordit   incurabile,   bene
    incerettato,  dipinto  d'un  color  biondastro,  artefatto  dal capo 
    piedi.  Pareva uno di quei personaggi finti che si vedono n gabinetti
    di figure in cera.  Ogni tanto, quasi sempre male a proposito, metteva
    fuori una specie di  risolino  secco  che  pareva  lo  stridore  d'una
    macchinetta arruginita ch'egli avesse dentro il corpo.
    -  Ma,  a  un  certo punto,  il prezzo del sorso arriv a dieci luigi.
    Capite?  - soggiunse Elena.  - E all'ultimo  quel  matto  di  Galeazzo
    Secnaro  venne ad offrirmi un biglietto da cinquecento lire chiedendo
    in cambio ch'io m'asciugassi le mani alla sua barba bionda...
    Il  finale  del  pranzo  era,   come   sempre   in   casa   d'Ateleta,
    splendidissimo;  poich  il  vero lusso d'una mensa sta nel "dessert".
    Tutte quelle squisite e rare  cose  dilettavano  la  vista,  oltre  il
    palato, disposte con arte in piatti di cristallo guarniti d'argento. I
    festoni  intrecciati  di  camelie  e  di  violette s'incurvavano tra i
    pampinosi candelabri del Diciottesimo secolo animati dai fauni e dalle
    ninfe.  E i fauni e le ninfe e le  altre  leggiadre  forme  di  quella
    mitologia  arcadica,  e i Silvandri e le Filli e le Rosalinde animavan
    della lor tenerezza, su le tappezzerie delle pareti, un di que' chiari
    paesi citere'i ch'esciron dalla fantasia d'Antonio Watteau.
    La leggera eccitazione erotica, che prende gli spiriti al termine d'un
    pranzo ornato di donne e di fiori, rivelavasi nelle parole, rivelavasi
    n ricordi di quella Fiera  di  maggio  ove  le  dame  spinte  da  una
    emulazione  ardente  a raccogliere la maggior possibile somma nel loro
    ufficio di venditrici,  avevano attirato  i  compratori  con  inaudite
    temerit.
    - Accettaste? - chiese Andrea Sperelli alla duchessa.
    -  Sacrificai  le  mie  mani  alla  Beneficenza  -  ella  rispose.   -
    Venticinque luigi di pi!
    - "All the perfumes of Arabia will not sweeten this little hand..."
    Egli rideva,  ripetendo le parole di Lady Macbeth,  ma in fondo a  lui
    era  una  sofferenza  confusa,  un  tormento  non  bene definito,  che
    somigliava la gelosia. Gli appariva ora,  all'improvviso,  quel non so
    che  di  eccessivo  e  quasi  direi  di  cortigianesco onde in qualche
    momento offuscavasi la gran maniera della gentildonna.  Da certi suoni
    della voce e del riso,  da certi gesti,  da certe attitudini, da certi
    sguardi ella  esalava,  forse  involontariamente,  un  fascino  troppo
    afrodisiaco.  Ella dispensava con troppa facilit il godimento visuale
    delle sue grazie.  Di tratto in tratto,  alla vista  di  tutti,  forse
    involontariamente, ella aveva una movenza o una posa o una espressione
    che   nell'alcova   avrebbe   fatto   fremere  un  amante.   Ciascuno,
    guardandola,   poteva  rapirle  una  scintilla  di   piacere,   poteva
    involgerla  d'imaginazioni  impure,   poteva  indovinarne  le  segrete
    carezze.  Ella  pareva  creata,  in  verit,  soltanto  ad  esercitare
    l'amore;  - e l'aria ch'ella respirava era sempre accesa dai desiderii
    sollevati intorno.
    Quanti l'han posseduta? pens Andrea.  Quanti ricordi  ella  serba,
    della carne e dell'anima?
     Il  cuore  gli  si gonfiava come d'un'onda amara,  in fondo a cui per
    sempre bolliva  quella  sua  tirannica  intolleranza  d'ogni  possesso
    imperfetto. E non sapeva distogliere gli occhi dalle mani d'Elena.
    In  quella mani incomparabili,  morbide e bianche,  d'una transparenza
    ideale, segnata d'una trama di vene glauche appena visibile; in quelle
    palme un poco incavate  e  ombreggiate  di  rose,  ove  un  chiromante
    avrebbe  trovato  oscuri intrichi,  avevano bevuto,  dieci,  quindici,
    venti uomini,  l'un dopo l'altro,  a prezzo.  Egli vedeva le teste  di
    quegli  uomini  sconosciuti  chinarsi  e suggere il vino.  Ma Galeazzo
    Secnaro  era  uno  de'  suoi  amici:  bello  e   gagliardo   signore,
    imperialmente barbato come un Lucio Vero, rivale temibile.
    Allora, sotto l'incitazione di quelle imagini, la cupidigia gli crebbe
    cos  fiera  e  l'invase una impazienza cos tormentosa che il termine
    del pranzo gli pareva non giungesse pi  mai.  Io  avr  da  lei,  in
    questa  sera  medesima,   la  promessa  pens.   Dentro,  lo  pungeva
    un'ansiet come di chi tema vedersi fuggire un bene a cui molti  emuli
    mirano.   E   l'incurabile  e  insaziabile  vanit  gli  rappresentava
    l'ebrezza della  vittoria.  Certo,  quanto  pi  la  cosa  da  un  uom
    posseduta  suscita negli altri l'invidia e la brama,  tanto pi l'uomo
    ne gode e n' superbo. In questo appunto  l'attrattivo delle donne di
    palco scenico.  Quando tutto il teatro risona di applausi e fiammeggia
    di  desiderii,  quegli  che  solo riceve lo sguardo e il sorriso della
    diva si sente inebriare dall'orgoglio come da una tazza di vin  troppo
    forte e smarrisce la ragione.
    -  Tu  che  sei  una innovatrice - diceva la Muti rivolgendosi a Donna
    Francesca,  mentre bagnava le dita nell'acqua  tiepida  d'un  vaso  di
    cristallo  azzurro orlato d'argento - dovresti rimmeter l'uso del dare
    acqua alle mani col mesciroba e col bacino  antico,  fuor  di  tavola.
    Questa modernit  brutta.  Non vi pare,  Sperelli? Donna Francesca si
    lev.  Tutti  la  imitarono.   Andrea  offerse  il  braccio  a  Elena,
    inchinandosi,  ed  ella lo guard,  senza sorridere,  mentre posava il
    braccio nudo su quello di lui lentamente.  Le sue ultime parole  erano
    state gaie e leggere;  quello sguardo invece era cos grave e profondo
    che il giovine si sent prendere l'anima.
    - Andate - ella chiese - andate domani sera al  ballo  dell'Ambasciata
    di Francia?
    - E voi? - chiese a sua volta Andrea.
    - Io, s.
    - Io, s.
    Sorrisero, come due amanti. Ed ella soggiunse, mentre sedeva:
    - Sedete.
    Il divano era discosto dal caminetto, lungo la coda del pianoforte che
    le pieghe ricche d'una stoffa celavano in parte.  Una gru di bronzo, a
    una estremit,  reggeva nel becco  levato  un  piatto  sospeso  a  tre
    catenelle,  come  quel d'una bilancia;  e il piatto conteneva un libro
    nuovo e una piccola sciabola giapponese,  un "waki-zashi",  ornato  di
    crisantemi d'argento nella guaina, nella guardia, nell'elsa.
    Elena  prese il libro ch'era a met intonso;  lesse il titolo;  poi lo
    ripose nel piatto che ondeggi. La sciabola cadde. Come ella ed Andrea
    si chinavano  nel  tempo  medesimo  per  raccoglierla,  le  loro  mani
    s'incontrarono. Ella, rialzatasi, esamin la bell'arma curiosamente; e
    la  tenne,  mentre  Andrea le parlava di quel nuovo libro di romanzo e
    s'insinuava in argomenti generali d'amore.
    - Perch mai rimanete cos lontano dal gran pubblico?  - gli domand
    ella. - Avete giurato fedelt ai Venticinque Esemplari?
    - S,  per sempre. Anzi il mio sogno  l'Esemplare Unico da offerire
    alla Donna Unica.  In  una  societ  democratica  com'  la  nostra,
    l'artefice  di  prosa o di verso deve rinunziare ad ogni benefizio che
    non sia di amore.  Il lettor vero non  gi chi mi compra  ma  chi  mi
    ama.  Il  lettor  vero   dunque la dama benevolente.  Il lauro non ad
    altro serve che ad attirare il mirto...
    - Ma la gloria?
    - La vera gloria  postuma,  e quindi non godibile.  Che importa a  me
    d'avere,  per  esempio,  cento  lettori  nell'isola dei Sardi ed anche
    dieci ad Empoli e cinque,  mettiamo,  ad Orvieto?  E qual  volutt  mi
    viene  dall'essere  conosciuto  quanto  il  confettiere  Tizio  od  il
    profumiere Caio?  Io,  autore,  andr nel conspetto dei posteri armato
    come potr meglio;  ma io,  uomo, non desidero altra corona di trionfo
    che una... di belle braccia ignude.
    Egli guard le braccia di Elena, scoperte insino alla spalla.
    Erano cos perfette nell'appiccatura e nella forma che richiamavano la
    similitudine firenzuolesca del vaso antico di mano di buon maestro e
    tali  dovevano  essere  quelle  di  Pallade  quando  era  innanzi  al
    pastore.  Le  dita  vagavano su le cesellature dell'arma;  e l'unghie
    lucenti parevan continuare la finezza delle gemme che distinguevano le
    dita.
    - Voi,  se non erro,  - disse Andrea,  involgendo lei del suo  sguardo
    come  d'una  fiamma - dovete avere il corpo della Danae del Correggio.
    Lo sento, anzi, lo veggo, dalla forma delle vostre mani.
    - Oh, Sperelli!
    - Non imaginate voi dal fiore  la  intera  figura  della  pianta?  Voi
    siete,  certo,  come la figlia d'Acrisio,  che riceve la nuvola d'oro,
    non quella della Fiera di maggio,  ohib!  Conoscete il  quadro  della
    Galleria Borghese?
    - Lo conosco.
    - Mi sono ingannato?
    - Basta, Sperelli: vi prego.
    - Perch?
    Ella tacque. Ormai ambedue sentivano avvicinarsi il cerchio che doveva
    chiuderli e stringerli insieme rapidamente.  N l'una n l'altro aveva
    conscienza di quella rapidit.  Dopo due o tre ore dal primo  vedersi,
    gi l'una si dava all'altro,  in ispirito;  e la scambievole dedizione
    pareva naturale.
    Ella disse, dopo un intervallo, senza guardarlo:
    - Siete molto giovine. Avete gi molto amato?
    Egli rispose con un'altra domanda.
    - Credete voi che ci sia pi nobilt di animo e di arte  ad  imaginare
    in una sola unica donna tutto l'Eterno feminino, oppure che un uomo di
    spiriti  sottili  ed  intensi  debba  percorrere  tutte  le labbra che
    passano,  come le note d'un clavicembalo  ideale,  finch  trovi  l'Ut
    gaudioso?
    - Io non so. E voi?
    -  Neanche  io  so  risolvere  il  gran dubbio sentimentale.  Ma,  per
    istinto,  ho percorso il clavicembalo;  e temo d'aver trovato l'Ut,  a
    giudicare almeno dall'avvertimento interiore.
    - Temete?
    - "Je crains ce que j'espre".
    Egli   parlava  con  naturalezza  quel  linguaggio  manierato,   quasi
    estenuando nell'artifizio delle parole la forza del suo sentimento. Ed
    Elena si sentiva dalla voce di lui prendere come in una rete e  trarre
    fuor della vita che movevasi a torno.
    - Sua Eccellenza la principessa di Micigliano! - annunziava il servo.
    - Il signor conte di Gissi!
    - Madame Chrysoloras!
    - Il signor marchese e la signora marchesa Massa d'Albe!
    I  saloni  si  popolavano.  Lunghi  strascichi  lucenti  passavano sul
    tappeto purpureo; fuor de' busti constellati di diamanti,  ricamati di
    perle,  avvivati di fiori,  emergevano le spalle nude; le capigliature
    scintillavano quasi tutte di que' meravigliosi gioielli ereditarii che
    fanno invidiata la nobilt di Roma.
    - Sua Eccellenza la principessa di Ferentino!
    - Sua Eccellenza il duca di Grimiti!
    Gi si formavano i diversi gruppi,  i diversi focolari della malignit
    e  della  galanteria.  Il  gruppo maggiore,  tutto composto di uomini,
    stava presso il pianoforte,  intorno la duchessa  di  Scerni  ch'erasi
    levata in piedi per tener testa a quella specie d'assedio.
    La Ferentino si avvicin a salutare l'amica con un rimprovero.
    - Perch non sei venuta oggi da Nin Santamarta? Ti aspettavamo.
    Ella era alta e magra,  con due strani occhi verdi che parevan lontani
    in fondo alle occhiaie oscure.  Vestiva di nero,  con una scollatura a
    punta  sul  petto e sulle spalle;  portava tra i capelli,  d'un biondo
    cinereo,  una gran mezzaluna di brillanti,  a simiglianza di Diana,  e
    agitava un gran ventaglio di piume rosse, con gesti repentini.
    - Nin va stasera da Madame Van Huffel.
    - Anch'io andr, pi tardi, per un poco - disse la Muti. - La vedr.
    - Oh, Ugenta, - fece la principessa, volgendosi ad Andrea - vi cercavo
    per rammentarvi il nostro appuntamento.  Domani  gioved.  La vendita
    del cardinale Immenraet  comincia  domani,  a  mezzogiorno.  Venite  a
    prendermi all'una.
    - Non mancher, principessa.
    - Bisogna ch'io porti via quel cristallo di rcca ad ogni costo.
    - Avrete per qualche competitrice.
    - Chi?
    - Mia cugina.
    - E poi?
    - Me - disse la Muti.
    - Te? Vedremo.
    I cavalieri intorno chiedevano schiarimenti.
    -  Una  contesa  di  dame  del  Diciannovesimo secolo,  per un vaso di
    cristallo di rcca gi appartenuto a Niccol Niccoli;  su quel vaso  
    intagliato  il  troiano  Anchise che scioglie un de' calzari di Venere
    Afrodite - annunzi solennemente Andrea Sperelli.  - Lo  spettacolo  
    dato per grazia,  domani, dopo la prima ora del pomeriggio, nelle sale
    delle vendite publiche, in via Sistina.  Contendono: la principessa di
    Ferentino, la duchessa di Scerni, la marchesa d'Ateleta.
    Tutti ridevano, a quel bando.
    Il Grimiti domand:
    - Son lecite le scommesse?
    -  "La  cote!  La  cote!"  -  si mise a garrire Don Filippo del Monte,
    imitando la voce stridula del "bookmaker" Stubbs.
    La Ferentino col suo ventaglio rosso gli diede un colpo sulla  spalla.
    Ma  la  facezia  parve  buona.  Le scommesse incominciarono.  Come dal
    gruppo partivano risa e motti,  a poco  a  poco  altre  dame  e  altri
    gentiluomini si avvicinarono per prender parte all'ilarit. La notizia
    della  contesa  si spargeva rapidamente;  prendeva le proporzioni d'un
    avvenimento mondano; occupava tutti i belli spiriti.
    - Datemi un braccio e facciamo un giro - disse  Donna  Elena  Muti  ad
    Andrea.
    Quando  furono  lontani  dal  gruppo,   nel  salone  contiguo,  Andrea
    stringendole il braccio mormor:
    - Grazie!
    Ella si appoggiava a  lui,  soffermandosi  di  tratto  in  tratto  per
    rispondere  ai saluti.  Pareva un poco stanca;  ed era pallida come le
    perle delle  sue  collane.  Ciascun  giovine  elegante  le  faceva  un
    complimento volgare.
    - Questa stupidit mi soffoca - ella disse.
    Nel  volgersi,  vide  Sakumi che la seguiva portando la camelia bianca
    all'occhiello,  in silenzio,  con gli occhi imbambolati,  senza  osare
    d'accostarsi. Gli mand un sorriso misericorde.
    - Povero Sakumi!
    - L'avete veduto ora soltanto? - le chiese Andrea.
    - S.
    -  Quando  eravamo  seduti accanto al pianoforte,  egli dal vano d'una
    finestra guardava continuamente  le  vostre  mani  che  giocavano  con
    un'arma  del  suo  paese  destinata  a  tagliar  le  pagine d'un libro
    occidentale.
    - Dianzi?
    - Gi,  dianzi.  Forse egli pensava: Dolce cosa far  "hara-kiri"  con
    quella  piccola  sciabola ornata di crisantemi che paion fiorire dalla
    lacca e dal ferro al tocco delle sue dita!
    Ella non sorrise.  Su la sua faccia era disceso un velo di tristezza e
    quasi  di  sofferenza;  i suoi occhi parevano occupati da un'ombra pi
    cupa,   vagamente  illuminati  sotto  la  palpebra   superiore,   come
    dell'albor d'una lampada;  un'espressione dolente le abbassava un poco
    gli angoli della bocca.  Ella teneva  il  braccio  destro  abbandonato
    lungo  la  veste,  reggendo  nella  mano il ventaglio e i guanti.  Non
    porgeva pi la mano ai  salutatori  e  ai  lusingatori;  n  dava  pi
    ascolto ad alcuno.
    - Che avete, ora? - le chiese Andrea.
    - Nulla.  Bisogna ch'io vada dalla Van Huffel.  Conducetemi a salutare
    Francesca; e poi accompagnatemi fin gi, alla mia carrozza.
    Tornarono nel primo salone.  Luigi Gull,  un giovine  maestro  venuto
    dalle  natali  Calabrie  in  cerca  di fortuna,  nero e crespo come un
    arabo,  eseguiva con molta anima la "Sonata in do  diesis  minore"  di
    Ludovico   Beethoven.   La   marchesa   d'Ateleta,   ch'era   una  sua
    proteggitrice,  stava in piedi accanto  al  pianoforte,  guardando  la
    tastiera.  A  poco  a poco la musica grave e soave prendeva tutti que'
    leggeri spiriti n suoi cerchi, come un gorgo tardo ma profondo.
    -  Beethoven  -  disse  Elena,   con  un  accento   quasi   religioso,
    arrestandosi e sciogliendo il suo braccio da quello di Andrea.
    Ella  cos  rimase  ad ascoltare,  in piedi,  presso una delle banane.
    Tenendo proteso il braccio sinistro, si metteva un guanto, con estrema
    lentezza.  In quell'attitudine l'arco  delle  sue  reni  appariva  pi
    svelto; tutta la figura, continuata dallo strascico, appariva pi alta
    ed  eretta;  l'ombra della pianta velava e quasi direi spiritualizzava
    il pallore della carne.  Andrea la guard.  E le vesti,  per  lui,  si
    confusero con la persona.
    Ella  sar mia pensava,  con una specie d'ebriet,  poich la musica
    patetica gli aumentava  l'eccitamento.  Ella  mi  terr  fra  le  sue
    braccia, sul suo cuore!
    Imagin  di  chinarsi e di posare la bocca su la spalla di lei.  - Era
    fredda  quella  pelle  diafana  che  sembrava  un   latte   tenuissimo
    attraversato da una luce d'oro? - Ebbe un brivido sottile; e socchiuse
    le palpebre, come per prolungarlo. Gli giungeva il profumo di lei, una
    emanazione  indefinibile,  fresca  ma  pur  vertiginosa come un vapore
    d'armati.  Tutto il suo essere insorgeva  e  tendeva  con  ismisurata
    veemenza  verso la stupenda creatura.  Egli avrebbe voluto involgerla,
    attrarla entro di s, suggerla, beverla, possederla in un qualche modo
    sovrumano.
    Quasi constretta dal soverchiante  desiderio  del  giovine,  Elena  si
    volse un poco; e gli sorrise d'un sorriso cos tenue, direi quasi cos
    immateriale,  che non parve espresso da un moto delle labbra,  s bene
    da una  irradiazione  dell'anima  per  le  labbra,  mentre  gli  occhi
    rimanevan  tristi  pur  sempre,  e come smarriti nella lontananza d'un
    sogno  interiore.   Eran  veramente  gli  occhi  della   Notte,   cos
    inviluppati d'ombra, quali per una Allegoria avrebbeli forse imaginati
    il Vinci dopo aver veduta in Milano Lucrezia Crivelli.
    E  nell'attimo che dur il sorriso,  Andrea si sent solo con lei,  in
    mezzo alla moltitudine. un orgoglio enorme gli gonfiava il cuore.
    Poich Elena fece l'atto di mettersi l'altro  guanto,  egli  la  preg
    sommesso:
    - No, non quello!
    Elena intese; e lasci nuda la mano.
    Una speranza era in lui,  di baciarle la mano, prima ch'ella partisse.
    D'improvviso,  gli risorse nello spirito la  visione  della  Fiera  di
    maggio, quando gli uomini le bevevano nel concavo delle palme il vino.
    Di nuovo, un'acuta gelosia lo punse.
    - Ora, andiamo - ella disse, riprendendogli il braccio.
    Finita la Sonata,  le conversazioni si riannodavano pi vive. Il servo
    annunzi altri tre o quattro nomi,  tra cui quello  della  principessa
    Iss  che  entrava con un piccolo passo incerto,  vestita all'europea,
    sorridente dal volto ovale,  candida e minuta come  la  figurina  d'un
    "netske". Un movimento di curiosit si propag pel salone.
    - Addio,  Francesca - disse Elena. prendendo congedo dall'Ateleta. - A
    domani.
    - Cos presto?
    - Mi aspettano in casa Van Huffel. Ho promesso di andare.
    - Peccato! Canter, ora, Mary Dyce.
    - Addio. A domani.
    - Prendi. E addio. Cugino amabile, accompagnatela.
    La marchesa le diede un mazzo di violette doppie;  e si volse  poi  ad
    incontrar la principessa Iss,  graziosamente.  Mary Dyce,  vestita di
    rosso, alta e ondeggiante come una fiamma, incominciava a cantare.
    - Sono tanto stanca!  - mormor  Elena,  appoggiandosi  ad  Andrea.  -
    Chiedete, vi prego, la mia pelliccia.
    Egli  prese  la  pelliccia dal servo che glie la porgeva.  Aiutando la
    dama a indossarla,  le sfior l'omero con le  dita;  e  sent  ch'ella
    rabbrividiva.  Tutta  l'anticamera  era  piena  di  valletti in livree
    diverse,  che s'inchinavano.  La voce soprana di Mary Dyce portava  le
    parole  d'una  Romanza  di Robert Schumann: "Ich kann's nicht fassen,
    nicht glauben..."
    Scendevano in silenzio. Il servo era andato innanzi a fare avanzare la
    carrozza fino a pie' della scala.  Udivasi rintronare lo scalpito de'
    cavalli  sotto  l'androne sonoro.  Ad ogni scalino,  Andrea sentiva il
    premere lieve del braccio di Elena che s'abbandonava un poco,  tenendo
    il  capo  sollevato,  anzi  alquanto  piegato indietro,  con gli occhi
    socchiusi.
    -  Nel  salire,  vi  seguiva  la  mia  ammirazione  sconosciuta.   Nel
    discendere   vi   accompagna   il   mio   amore  -  le  disse  Andrea,
    sommessamente, quasi umilmente, ponendo tra le ultime parole una pausa
    esitante.
    Ella non rispose. Ma port alle nari il mazzo delle viole ed aspir il
    profumo.  Nell'atto,  l'ampia manica del  mantello  scivol  lungo  il
    braccio,  oltre il gomito.  La vista di quella viva carne,  uscente di
    fra la pelliccia come una massa  di  rose  bianche  fuor  della  neve,
    accese  ancor  pi  n  sensi  del  giovine la brama,  per la singolar
    procacit che il nudo feminile acquista allor quando  mal  celato  da
    una veste folta e grave.  Un piccolo fremito gli moveva le labbra;  ed
    egli tratteneva a stento le parole desiose.
    Ma la carrozza era pronta a pie' della scala,  e  il  servo  era  allo
    sportello.
    - Casa Von Huffel - ordin la duchessa, montando, aiutata dal conte.
    Il servo s'inchin,  lasciando lo sportello; ed occup il suo posto. I
    cavalli scalpitavano forte, levando faville.
    - Badate! - grid Elena, tendendo al giovine la mano; e i suoi occhi e
    i suoi diamanti scintillavano nell'ombra.
    Essere con lei, l nell'ombra e cercare con la bocca il suo collo fra
    la pelliccia profumata! Egli avrebbe voluto dirle: -  Prendetemi  con
    voi!
    I cavalli scalpitavano.
    - Badate! - ripet Elena.
    Egli  le  baci  la  mano,  premendo,  come  per  lasciarle su la cute
    un'impronta di passione. Quindi chiuse lo sportello. E,  al colpo,  la
    carrozza part rapidamente,  con un alto rimbombo per tutto l'androne,
    uscendo nel Fro.


    3.
    Cos ebbe principio l'avventura di Andrea  Sperelli  con  Donna  Elena
    Muti.
    Il giorno dopo,  le sale delle vendite publiche, in via Sistina, erano
    piene di gente elegante, venuta per assistere all'annunziata contesa.
    Pioveva forte. In quelle stanze umide e basse entrava una luce grigia;
    lungo le pareti erano  disposti  in  ordine  alcuni  mobili  di  legno
    scolpito  e  alcuni grandi trittici e dittici della scuola toscana del
    Quattordicesimo secolo;  quattro arazzi fiamminghi,  rappresentanti la
    Storia  di Narcisso,  pendevano fino a terra;  le maioliche metaurensi
    occupavano due lunghi scaffali; le stoffe,  per lo pi ecclesiastiche,
    stavano o spiegate su le sedie o ammucchiate su i tavoli; i cimeli pi
    rari,  gli avorii,  gli smalti, i vetri, le gemme incise, le medaglie,
    le monete,  i libri  di  preghiere,  i  codici  miniati,  gli  argenti
    lavorati  erano  raccolti  entro un'alta vetrina,  dietro il banco dei
    periti; un odor singolare, prodotto dall'umidit del luogo e da quelle
    cose antiche, empiva l'aria.
    Quando  Andrea  Sperelli  entr,   accompagnando  la  principessa   di
    Ferentino, ebbe un segreto tremito. Pens: Sar gi venuta? E i suoi
    occhi rapidamente la cercarono.
    ELLA  era  gi  venuta,  infatti.  Sedeva  innanzi  al  banco,  tra il
    cavaliere Dvila e Don Filippo del Monte.  Aveva posato su l'orlo  del
    banco  i  guanti e il manicotto di lontra da cui usciva fuori un mazzo
    di violette.  Teneva tra le dita un quadretto d'argento,  attribuito a
    Caradosso Foppa; e l'osservava con molta attenzione.
    Gli  oggetti passavano di mano in mano,  lungo il banco;  il perito ne
    faceva le lodi ad alta voce; le persone in piedi, dietro la fila delle
    sedie,  si chinavano per guardare;  quindi incominciava l'incanto.  Le
    cifre si seguivano rapidamente. Ad ogni tratto, il perito gridava:
    - Si delibera! Si delibera!
    Qualche  amatore,  incitato  dal  grido,  gittava  una pi alta cifra,
    guardando gli avversarii. Il perito gridava, con alzato il martello:
    - Uno! Due! Tre!
    E percoteva il banco.  L'oggetto apparteneva all'ultimo offerente.  Un
    mormorio  si propagava intorno;  poi di nuovo accendevasi la gara.  Il
    cavaliere  Dvila,   un  gentiluomo  napoletano  che  aveva  le  forme
    gigantesche e maniere quasi feminee, celebre raccoglitore e conoscitor
    di maioliche,  dava il suo giudizio su ciascun pezzo importante.  Tre,
    veramente,  in quella vendita cardinalizia,  eran le cose superiori:
    la  Storia  di  Narcisso,  la  tazza di cristallo di rcca,  e un elmo
    d'argento cesellato da Antonio del  Pollajuolo,  che  la  Signoria  di
    Firenze don al conte d'Urbino nel 1472,  in ricompensa de' servigi da
    lui resi nel tempo della presa di Volterra.
    - Ecco la principessa - disse Don Filippo del Monte alla Muti.
    La Muti si lev per salutare l'amica.
    - Di gi sul campo! - esclam la Ferentino.
    - Di gi.
    - E Francesca?
    - Non  ancor giunta.
    Quattro o  cinque  eleganti  signori,  il  duca  di  Grimiti,  Roberto
    Casteldieri,  Ludovico Barbarisi,  Giannetto Rtolo,  si appressarono.
    Altri sopravvenivano. Lo scroscio della pioggia copriva le parole.
    Donna Elena porse la mano allo Sperelli, francamente,  come ad ognuno.
    Egli si sent, da quella stretta di mano, allontanare.
    Elena gli parve fredda e grave.  Tutti i suoi sogni s'agghiacciarono e
    precipitarono,  in  un  attimo;   i  ricordi  della  sera  innanzi  si
    confusero;  le speranze si estinsero.  Che aveva ella?  Non era pi la
    donna medesima. Vestiva una specie di lunga tunica di lontra e portava
    sul capo una specie di tcco, anche di lontra.  Aveva nell'espressione
    del volto qualche cosa di aspro e quasi di sprezzante.
    -  C'  ancora tempo,  alla tazza - ella disse alla principessa;  e si
    rimise a sedere.
    Ogni oggetto passava per le sue mani.  Un Centauro  intagliato  in  un
    sardonio,  opera  assai fina,  forse proveniente dal disperso museo di
    Lorenzo il Magnifico, la tent. Ed ella prese parte alla gara.
    Comunicava la sua offerta al perito,  a voce bassa,  senza levare  gli
    occhi su di lui.  A un certo punto, i competitori si arrestarono; ella
    ottenne la pietra, a buon prezzo.
    - Acquisto eccellente - disse Andrea Sperelli,  che  stava  in  piedi,
    dietro la sedia di lei.
    Elena  non  pot trattenere un lieve sussulto.  Prese il sardonio e lo
    diede a vedere,  levando  la  mano  all'altezza  della  spalla,  senza
    voltarsi. Era veramente un'assai bella cosa.
    - Potrebbe essere il Centauro che Donatello copi - soggiunse Andrea.
    E  nell'animo  di  lui,  insieme  con l'ammirazione per la cosa bella,
    sorse l'ammirazione  per  il  nobile  gusto  della  dama  che  ora  la
    possedeva. Ella  dunque, in tutto, una eletta pens. Quali piaceri
    pu  dare  ella a un amante raffinato! Colei s'ingrandiva,  nella sua
    imaginazione; ma, ingrandendosi, sfuggivagli.  La gran sicurezza della
    sera  innanzi  mutavasi  in  una specie di scoraggiamento;  e i dubbii
    primitivi risorgevano. Egli aveva troppo sognato, nella notte, a occhi
    aperti,  nuotando in una felicit senza fine,  mentre il ricordo  d'un
    gesto, d'un sorriso, d'un'aria della testa, d'una piega del vestito lo
    prendeva  e  l'allacciava,  come  una  rete.  Ora,  tutto  quel  mondo
    imaginario crollava miseramente al contatto  della  realt.  Egli  non
    aveva  visto negli occhi di Elena il singolar saluto a cui aveva tanto
    pensato; egli non era stato distinto da lei, in mezzo agli altri,  con
    nessun segno. Perch? Si sentiva umiliato. Tutta quella gente fatua,
    d'intorno,  gli faceva ira; gli facevano ira quelle cose che attraevan
    l'attenzione di lei;  gli faceva ira Don  Filippo  del  Monte  che  di
    tratto  in  tratto chinavasi verso di lei per mormorarle forse qualche
    malignit. Sopravvenne l'Ateleta. La quale era, come sempre,  allegra.
    Il  suo  riso,  tra  i  signori  che gi l'attorniavano,  fece volgere
    vivamente Don Filippo.
    - La Trinit  perfetta - egli disse, e si lev.
    Andrea occup sbito la sedia, accanto alla Muti. Come gli giunse alle
    nari il profumo sottile delle viole,  mormor: - Non  sono  quelle  di
    ieri sera.
    - No - fece Elena, freddamente.
    Nella sua mobilit, ondeggiante e carezzante come l'onda, c'era sempre
    la  minaccia  del  gelo  inaspettato.  Ella  era  soggetta  a rigidit
    subitanee. Andrea tacque, non comprendendo.
    - Si delibera! Si delibera! gridava il perito.
    Le cifre salivano.  La gara era ardente intorno l'elmo  d'Antonio  del
    Pollajuolo.  Anche  il cavalier Dvila entrava in lizza.  Pareva che a
    poco a poco l'aria si riscaldasse e che il desiderio  di  quelle  cose
    belle e rare prendesse tutti gli spiriti.  La mania si propagava, come
    un contagio. In quell'anno, a Roma, l'amore del "bibelot" e del "bric-
    -brac" era  giunto  all'eccesso;  tutti  i  saloni  della  nobilt  e
    dell'alta  borghesia  erano  ingombri  di  curiosit;  ciascuna dama
    tagliava i cuscini del suo divano in una pianeta o  in  un  piviale  e
    metteva  le  sue  rose  in un vaso di farmacia umbro o in una coppa di
    calcedonio.   I  luoghi  delle  vendite  publiche  erano  un   ritrovo
    preferito;  e  le vendite erano frequentissime.  Nelle ore pomeridiane
    del t le signore,  per eleganza,  giungevano  dicendo:  Vengo  dalla
    vendita  del  pittore  Campos.  Molta  animazione.  Magnifici i piatti
    arabo-ispani! Ho preso un gioiello di Maria Leczinska. Eccolo.
    - Si delibera!
    Le cifre salivano.  Intorno al banco si accalcavano  gli  amatori.  La
    gente  elegante  si  dava  ai  bei  parlari,  fra  le  "Nativit" e le
    "Annunciazioni giottesche". Le signore,  fra quell'odore di muffa e di
    anticaglie,  portavano  il  profumo delle loro pellicce e segnatamente
    quello  delle  violette,  poich  tutti  i  manicotti  contenevano  un
    mazzolino secondo la moda leggiadra. Per la presenza di tante persone,
    un tepore dilettoso diffondevasi nell'aria, come in una umida cappella
    dove fossero molti fedeli.  La pioggia seguitava a crosciar di fuori e
    la luce a diminuire.  Furono accese le fiammelle  del  gas;  e  i  due
    diversi chiarori lottavano.
    - Uno! Due! Tre!
     Il  colpo  di  martello diede il possesso dell'elmo fiorentino a Lord
    Humphrey Heathfield. L'incanto ricominci di nuovo su piccoli oggetti,
    che passavano lungo il banco,  di mano  in  mano.  Elena  li  prendeva
    delicatamente,  li  osservava  e  li  posava quindi innanzi ad Andrea,
    senza dir  nulla.  Erano  smalti,  avorii,  orologi  del  Diciottesimo
    secolo,  gioielli d'oreficeria milanese del tempo di Ludovico il Moro,
    libri di preghiere scritti  a  lettere  d'oro  su  pergamena  colorita
    d'azzurro.  Tra  le  dita  ducali  quelle  preziose  materie  parevano
    acquistar pregio.  Le piccole mani avevano talvolta un leggero tremito
    al contatto delle cose pi desiderabili. Andrea guardava intensamente;
    e  nella  sua imaginazione egli trasmutava in una carezza ciascun moto
    di quelle mani. Ma perch Elena posava ogni oggetto sul banco, invece
    di porgerlo a lui?
    Egli prevenne il gesto di Elena, tendendo la mano.  E da allora in poi
    gli avorii,  gli smalti, i gioielli passarono dalle dita dell'amata in
    quelle  dell'amante,  comunicando  un  indefinibile  diletto.   Pareva
    ch'entrasse  in  loro  una  particella  dell'amoroso fascino di quella
    donna,  come entra nel ferro un poco della virt d'una  calamita.  Era
    veramente   una  sensazione  magnetica  di  diletto,   una  di  quelle
    sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto negli  inizii
    di  un  amore  e  che  non paiono avere n una sede fisica n una sede
    spirituale, a simiglianza di tutte le altre, ma s bene una sede in un
    elemento  neutro  del  nostro  essere,  in  un  elemento  quasi  direi
    intermedio,  di natura ignota, men semplice d'uno spirito, pi sottile
    d'una forma, ove la passione si raccoglie come in un ricettacolo, onde
    la passione s'irradia come da un focolare.
    E' un piacere NON MAI PROVATO pens Andrea Sperelli anche una volta.
    L'invadeva un leggero torpore e  a  poco  a  poco  lo  abbandonava  la
    conscienza del luogo e del tempo.
    -  Vi consiglio questo orologio - gli disse Elena,  con uno sguardo di
    cui egli da prima non comprese la significazione.
    Era  una  piccola  testa  di  morto  scolpita  nell'avorio   con   una
    straordinaria   potenza  d'imitazione  anatomica.   Ciascuna  mascella
    portava una fila di diamanti, e due rubini scintillavano in fondo alle
    occhiaie.  Su la fronte era inciso un motto: RUIT HORA;  su l'occipite
    un  altro  motto:  TIBI,  HIPPOLYTA.  Il  cranio  si apriva,  come una
    scatola, sebbene la commessura fosse quasi invisibile.
    L'interior  battito  del  congegno  dava   a   quel   teschietto   una
    inesprimibile apparenza di vita. Quel gioiello mortuario, offerta d'un
    artefice  misterioso  alla  sua  donna,  aveva  dovuto  segnar  le ore
    dell'ebrezza e col suo simbolo ammonire gli spiriti amanti.
    In verit,  non poteva il Piacere desiderare un  pi  squisito  e  pi
    incitante  misurator  del  tempo.  Andrea pens: Me lo consiglia ella
    "per noi"? E a quel pensiero tutte le speranze rinacquero e risorsero
    di tra l'incertezza, confusamente.  Egli si gitt nella gara,  con una
    specie d'entusiasmo.  Gli rispondevano due o tre competitori accaniti,
    tra cui  Giannetto  Rtolo  che,  avendo  per  amante  Donna  Ippolita
    Albonico, era attratto dall'iscrizione: TIBI, HIPPOLYTA.
    Dopo  poco,  rimasero soli a contendere,  il Rtolo e lo Sperelli.  Le
    cifre salivano oltre il prezzo reale  dell'oggetto,  mentre  i  periti
    sorridevano. A un certo punto, Giannetto Rtolo non rispose pi, vinto
    dalla ostinazione dell'avversario.
    - Si delibera! Si delibera!
    L'amante di Donna Ippolita, un poco pallido, grid un'ultima cifra. Lo
    Sperelli aument.  Ci fu un momento di silenzio.  Il perito guardava i
    due  competitori;  quindi  lev  il  martello,  con  lentezza,  sempre
    guardando.
    - Uno! Due! Tre!
    La testa di morto rimase al conte d'Ugenta. Un mormorio si diffuse per
    la  sala.  Uno sprazzo di luce entr per la vetrata e fece splendere i
    fondi aurei dei trittici,  avviv  la  fronte  dolente  d'una  madonna
    senese e il cappellino grigio della principessa di Ferentino,  coperto
    di scaglie d'acciaio.
    - Quando la tazza? - chiese la principessa con impazienza.
    Gli amici guardarono i cataloghi.  Non c'era pi speranza che la tazza
    del  bizzarro  umanista fiorentino andasse all'incanto in quel giorno.
    Per la molta concorrenza, la vendita procedeva lentamente.
    Rimaneva ancora un lungo elenco d'oggetti minuti, come cammei, monete,
    medaglie.  Alcuni antiquarii e il principe  Stroganow  si  disputavano
    ogni pezzo.  Tutti gli aspettanti ebbero una disillusione. La duchessa
    di Scerni si lev per andarsene.
    - Addio, Sperelli - disse.
    - A questa sera, forse.
    - Perch dite forse?
    - Mi sento tanto male.
    - Che aveta mai?
    Ella,  senza rispondere,  si volse agli altri salutando.  Ma gli altri
    seguivano  il  suo  esempio;   escivano  insieme.  I  giovini  signori
    motteggiavano intorno il mancato  spettacolo.  La  marchesa  d'Ateleta
    rideva,  ma  la  Ferentino  pareva  di  pessimo  umore.  I  servi  che
    aspettavano nel corridoio,  facevano avanzar le  carrozze,  come  alla
    porta d'un teatro o d'una sala di concerti.
    - Non vieni dalla Miano? - domand l'Ateleta ad Elena.
    - No; torno a casa.
    Ella  aspett,   su  l'orlo  del  marciapiede,   che  il  suo  "coup"
    s'avanzasse.  La pioggia si  disperdeva;  tra  larghe  nuvole  bianche
    scorgevasi  qualche  intervallo  d'azzurro;  una  zona di raggi faceva
    luccicare il lastrico.  E la signora,  investita da quel  chiaror  tra
    biondo  e roseo,  nel mantello magnifico che scendeva con poche pieghe
    diritte e quasi simmetriche,  era bellissima.  Il sogno medesimo della
    sera  innanzi  sorse  nello  spirito  d'Andrea,  quando egli intravide
    l'interno del "coup" tappezzato  di  raso  come  un  "boudoir",  dove
    luccicavano  il  cilindro  d'argento  pieno  d'acqua calda destinato a
    tenere tiepidi i piccoli piedi ducali. Essere l, con lei,  in quella
    intimit  cos  raccolta,  in  quel  tepore  fatto dal suo alito,  nel
    profumo delle violette appassite,  intravedendo  appena  d  cristalli
    appannati le vie coperte di fango, le case grige, la gente oscura!
    Ma ella inchin lievemente il capo allo sportello,  senza sorridere; e
    la carrozza part, verso il palazzo Barberini, lasciandogli nell'anima
    una vaga tristezza,  uno scoramento indefinito.  -  Ella  aveva  detto
    forse. Poteva dunque non venire al palazzo Farnese. E allora?
    Questo  dubbio  l'affliggeva.  Il  pensiero  di  non rivederla gli era
    insopportabile: tutte le ore passate lontano da lei gi gli  pesavano.
    Egli chiedeva a s stesso: L'amo io dunque gi tanto? Il suo spirito
    pareva chiuso in un cerchio,  entro cui turbinavano confusamente tutti
    i fantasmi delle sensazioni avute nella presenza di quella donna. D'un
    tratto, emergevano dalla sua memoria, con una singolare esattezza, una
    frase di lei,  una intonazione di voce,  un'attitudine,  un  movimento
    degli occhi,  la forma d'un divano sul quale ella sedeva,  il "Finale"
    della Sonata del Beethoven, una nota di Mary Dyce, la figura del servo
    cha stava allo sportello,  una qualunque particolarit,  un  qualunque
    frammento,  ed  oscuravano  con  la vivezza della loro imagine le cose
    della esistenza in corso,  si sovrapponevano alle cose presenti.  Egli
    le parlava,  mentalmente; le diceva, mentalmente, tutto quello che poi
    le avrebbe detto in realt, n futuri colloqui. Prevedeva le scene,  i
    casi,   le  vicende,  tutto  lo  svolgimento  dell'amore,  secondo  le
    suggestioni del suo desiderio.  - In che modo si sarebbe ella  data  a
    lui, la prima volta?
    Mentre  saliva  le  scale  del palazzo Zuccari,  per rientrare nel suo
    appartamento,  gli balenava questo pensiero.  - Ella,  certo,  sarebbe
    venuta l.  La via Sistina, la via Gregoriana, la piazza della Trinit
    de' Monti, specialmente in certe ore, erano quasi deserte.
    La casa non era abitata che da stranieri.  Ella avrebbe dunque  potuto
    avventurarsi senza timori.  Ma come attirarla? - La sua impazienza era
    tanta ch'egli avrebbe voluto poter dire: Verr domani!
    Ella  libera pens. Non la tiene la vigilanza d'un marito. Nessuno
    pu chiederle conto delle assenze anche lunghe, anche insolite. Ella 
    padrona d'ogni suo atto,  sempre. Gli si presentarono  allo  spirito,
    subitamente,  interi  giorni  e  intere  notti  di volutt,  Si guard
    intorno, nella stanza calda, profonda, segreta; e quel lusso intenso e
    raffinato,  tutto fatto di arte,  gli  piacque,  per  LEI.  Quell'aria
    aspettava il SUO respiro; quei tappeti chiedevano d'essere premuti dal
    SUO piede; quei cuscini volevano l'impronta del SUO corpo.
    Ella amer la mia casa pens. Amer le cose ch'io amo. Il pensiero
    gli dava una indicibile dolcezza; e gli pareva che gi un'anima nuova,
    consapevole della imminente gioia, palpitasse sotto gli alti soffitti.
    Chiese il t al servo;  e s'adagi d'innanzi al caminetto,  per meglio
    godere le finzioni della sua speranza. Trasse dall'astuccio il piccolo
    teschio gemmato e si mise ad esaminarlo attentamente.  Al chiaror  del
    fuoco l'esile dentatura adamantina brillava su l'avorio giallastro e i
    due rubini illuminavano l'ombra delle occhiaie. Sotto il cranio polito
    risonava  il  battito  incessante  del  tempo.  -  RUIT HORA.  - Quale
    artefice mai poteva avere avuta per una sua Ippolita quella superba  e
    libera  fantasia  di  morte,  nel  secolo  in  cui i maestri smaltisti
    ornavan di teneri idillii pastorali gli orioletti destinati  a  segnar
    pe'  cicisbei  l'ora  de' ritrovi ne' parchi del Watteau?  La scoltura
    rivelava una mano dotta, vigorosa, padrona d'uno stile proprio: era in
    tutto degna d'un quattrocentista penetrante come il Verrocchio.
    Vi consiglio questo orologio. Andrea sorrideva un  poco,  ricordando
    le  parole  di Elena pronunziate in un modo cos strano,  dopo un cos
    freddo silenzio. - Senza dubbio, dicendomi quella frase,  ella pensava
    all'amore: ella pensava ai prossimi convegni d'amore, senza dubbio. Ma
    perch poi,  di nuovo,  era diventata impenetrabile?  Perch non s'era
    curata pi di lui?  Che aveva ella?  - Andrea si smarr nell'indagine.
    Per l'aria calda,  la mollezza della poltrona,  la luce discreta,  le
    variazioni del fuoco,  l'aroma del t,  tutte quelle sensazioni  grate
    ricondussero il suo spirito agli errori dilettosi. Egli andava errando
    senza  me'ta,  come  in  un  fantastico labirinto.  In lui il pensiero
    assumeva talvolta la virt dell'oppio: poteva inebriarlo.
    - Mi permetto di ricordare al signor conte che per le sette    atteso
    in casa Doria - disse a voce bassa il servo, che aveva anche l'ufficio
    di rammentatore. - Tutto  preparato.
    Egli and a vestirsi,  nella camera ottagonale ch'era,  in verit,  il
    pi elegante e comodo spogliatoio desiderabile per un giovine  signore
    moderno.  Vestendosi,  aveva  una  infinit  di  minute cure della sua
    persona.  Sopra un gran sarcofago romano,  trasformato con molto gusto
    in una tavola per abbigliamento, erano disposti in ordine i fazzoletti
    di  batista,  i  guanti  da  ballo,  i  portafogli,  gli astucci delle
    sigarette, le fiale delle essenze,  e cinque o sei gardenie fresche in
    piccoli  vasi di porcellana azzurra.  Egli scelse un fazzoletto con le
    cifre bianche e ci vers due o tre gocce  di  "pao  rosa";  non  prese
    alcuna  gardenia  perch  l'avrebbe  trovata alla mensa di casa Doria;
    emp di sigarette russe un  astuccio  d'oro  martellato,  sottilisimo,
    ornato  d'uno  zaffiro  su la sporgenza della molla,  un po' curvo per
    aderire alla coscia nella tasca de' calzoni.
    Quindi usc.
    In casa Doria,  tra un discorso e l'altro,  la duchessa  Angelieri,  a
    proposito del recente parto della Miano, disse:
    - Pare che Laura Miano e la Muti sieno in rotta.
    - Forse per Giorgio? - chiese un'altra dama, ridendo.
    - Si dice. E' una storia incominciata a Lucerna, quest'estate...
    - Ma Laura non era a Lucerna.
    - Appunto. C'era suo marito...
    -  Credo  che  sia una malignit;  null'altro - interruppe la contessa
    fiorentina, Donna Bianca Dolcebuono. - Giorgio  ora a Parigi.
    Andrea aveva udito,  sebbene al suo lato destro  la  loquace  contessa
    Starnina  l'occupasse  di  continuo.  Le  parole  della Dolcebuono non
    bastavano a lenirgli  la  puntura  acutissima.  Egli  avrebbe  voluto,
    almeno, sapere fino in fondo. Ma l'Angelieri rinunziava a seguitare; e
    altre  conversazioni  si mescolavano fra i trionfi delle magne rose di
    Villa Pamphily.
    Chi era questo Giorgio?  Forse l'ultimo amante di Elena?  Ella  aveva
    passata una parte dell'estate a Lucerna.  Ella veniva di Parigi. Ella,
    nell'uscire dalla vendita,  erasi rifiutata di andare in casa  Miano.
    Nell'animo  di  Andrea  le  apparenze  erano  contro di lei tutte.  Un
    desiderio atroce l'invase,  di rivederla,  di  parlarle.  L'invito  al
    palazzo  Farnese era per le dieci;  alle dieci e mezzo egli si trovava
    gia l, aspettando.
    Aspett  molto.   Le  sale   si   empivano   rapidamente;   le   danze
    incominciavano:  nella galleria d'Annibale Caracci le semiddie quiriti
    lottavan di formosit con le Ariadne,  con le Galatee,  con le Aurore,
    con le Diane degli affreschi;  le coppie turbinando esalavano profumi:
    le mani inguantate delle dame premevano la spalla  dei  cavalieri;  le
    teste  ingemmate  si curvavano o si ergevano;  certe bocche semiaperte
    brillavano come la porpora;  certe spalle nude luccicavano sparse d'un
    velo  d'umidore;  certi  seni  parevano irrompere dal busto,  sotto la
    veemenza dell'ansia.
    - Non ballate, Sperelli?  - chiese Gabriella Barbarisi,  una fanciulla
    bruna   come  l'"oliva  speciosa",   mentre  passava  a  braccio  d'un
    danzatore,  agitando con la mano il ventaglio e  col  sorriso  un  neo
    ch'ella aveva in una fossetta presso la bocca.
    - S, pi tardi - rispose Andrea. - Pi tardi.
    Incurante  delle presentazioni e dei saluti,  egli sentiva crescere il
    suo tormento nell'attesa inutile;  e  girava  di  sala  in  sala  alla
    ventura. Il forse gli faceva temere ch'Elena non venisse. - E s'ella
    proprio  non  veniva?  Quando  l'avrebbe egli riveduta?  - Pass Donna
    Bianca Dolcebuono; e,  senza sapere perch,  egli le si mise al fianco
    dicendole  molte frasi cortesi,  provando quasi un poco di sollievo in
    compagnia di lei.  Avrebbe voluto  parlarle  di  Elena,  interrogarla,
    rassicurarsi.  L'orchestra die' principio a una "Mazurka" assai molle;
    e la contessa fiorentina col suo cavaliere entr nella danza.
    Allora Andrea si volse a un  gruppo  di  giovini  signori,  che  stava
    presso  una porta.  Eravi Ludovico Barbarisi,  eravi il duca di Beffi,
    con Filippo del Gallo, con Gino Bommnaco. Guardavano le coppie girare
    e malignavano un po' grossolanamente.  Il Barberisi raccontava  d'aver
    vedute  le  rotondit  del  petto  alla  contessa Lcoli,  ballando il
    "Walzer". Il Bommnaco domand:
    - Ma come?
    - Provaci. Basta chinare gli occhi nel "corsage". Ti assicuro che vale
    la pena...
    - Avete badato alle ascelle di Madame Chrysoloras? Guardate!
    l duca di Beffi mostrava una danzatrice che  aveva  in  su  la  fronte
    bianca  come  il  marmo  di  Luni  un'accensione  di  chiome rosse,  a
    similitudine d'una  sacerdotessa  d'Alma  Tadema.  Il  suo  busto  era
    congiunto  agli omeri da un semplice nastro,  e si scorgevano sotto le
    ascelle due ciuffi rossastri troppo abondanti.
    Il Bommnaco si mise a ragionare  dell'odor  singolare  che  hanno  le
    donne rosse.
    - Tu lo conosci bene, quell'odore - disse con malizia il Barbarisi.
    - Perch?
    - La Micigliano...
    Il  giovine  si compiacque manifestamente di sentir nominare una delle
    sue amanti. Non protest, ma rise; poi volgendosi allo Sperelli:
    - Che hai stasera? Ti cercava tua cugina, un momento fa. Ora balla con
    mio fratello. Eccola.
    - Guarda! - esclam Filippo del Gallo. - E' tornata l'Albonico.
    Balla con Giannetto.
    - E' tornata anche la Muti,  da una settimana - fece Ludovico.  -  Che
    bella creatura!
    - E' qui?
    - Non l'ho veduta ancora.
    Andrea  ebbe  al cuore un sussulto,  temendo che da qualcuna di quelle
    bocche fosse per uscire una malignit anche contro di lei.
    Ma il passaggio della principessa Iss,  a  braccio  del  ministro  di
    Danimarca,  divag gli amici. Egli nondimeno sentivasi spingere da una
    temeraria curiosit a riallacciare il discorso  sul  nome  dell'amata,
    per sapere,  per iscoprire; ma non os. La "Mazurka" finiva; il gruppo
    disperdevasi.  Ella  non  viene!   Ella  non  viene!  L'inquietudine
    interiore gli cresceva cos fieramente che egli pens d'abbandonare le
    sale, poich il contatto di quella folla eragli insoffribile.
    Volgendosi,  vide apparire su l'ingresso della galleria la duchessa di
    Scerni a braccio dell'ambasciatore di  Francia.  In  un  attimo,  egli
    incontr  lo  sguardo  di lei;  e gli occhi d'ambedue in quell'attimo,
    parvero mescolarsi, penetrarsi,  beversi.  Ambedue sentirono che l'uno
    cercava  l'altra  e  l'altra  l'uno;  ambedue sentirono,  ad un punto,
    scendere su l'anima un silenzio, in mezzo a quel rumore, e quasi direi
    aprirsi un abisso in cui tutto il mondo circostante scomparve sotto la
    forza d'un pensiero unico.
    Ella s'avanzava nell'istoriata galleria del Caracci, dov'era minore la
    calca,  portando un lungo strascico di broccato bianco che la  seguiva
    come un'onda grave sul pavimento.  Cos bianca e semplice, nel passare
    volgeva il capo ai molti  saluti,  mostrando  un'aria  di  stanchezza,
    sorridendo con un piccolo sforzo visibile che le increspava gli angoli
    della  bocca,  mentre  gli  occhi sembravan pi larghi sotto la fronte
    esangue.  Non la fronte sola ma tutte le linee  del  volto  assumevano
    dall'estremo  pallore  una tenuit quasi direi psichica.  Ella non era
    pi n la donna seduta alla mensa degli Ateleta,  n quella  al  banco
    delle vendite,  n quella diritta un'istante sul marciapiede della via
    Sistina. La sua bellezza aveva ora un'espressione di sovrana idealit,
    che meglio splendeva in mezzo alle altre dame accese  in  volto  dalla
    danza,  eccitate,  troppo  mobili,  un  po'  convulse.  Alcuni uomini,
    guardandola,  rimanevan pensosi.  Ella metteva anche negli  animi  pi
    ottusi  o  fatui  un  turbamento,   una  inquietudine,  un'aspirazione
    indefinibile.  Chi aveva il  cuor  libero  imaginava  con  un  fremito
    profondo  l'amore  di  lei;  chi  aveva  un'amante  provava  un oscuro
    rammarico sognando un'ebrezza sconosciuta,  nel cuore  non  pago;  chi
    recava  entro  di  s  la piaga d'una gelosia o d'un inganno aperta da
    un'altra donna, sentiva ben che avrebbe potuto guarire.
    Ella s'avanzava cos,  tra gli omaggi,  avvolta  dallo  sguardo  degli
    uomini.  All'estremit della galleria, si un ad un gruppo di dame che
    parlavano vivamente agitando i ventagli,  sotto la pittura di Perseo e
    di Fineo impietrato. Eranvi la Ferentino, la Massa d'Albe, la marchesa
    Daddi-Tosinghi, la Dolcebuono.
    - Perch cos tardi? - le chiese quest'ultima.
    - Ho esitato molto, prima di venire, perch non mi sento bene.
    - Infatti, sei pallida.
    - Credo che riavr le nevralgie alla faccia, come l'anno scorso.
    -  Non  sia  mai!  -  Guarda,  Elena,  Madame  de la Boissire - disse
    Giovanella Daddi,  con quella sua strana voce rauca.  - Non sembra  un
    cammello vestito da cardinale, con un parrucchino giallo?
    - Madamoiselle Vanloo stasera perde la testa per tuo cugino - disse la
    Massa d'Albe alla principessa,  vedendo passare Sofia Vanloo a braccio
    di Ludovico Barbarisi.  - L'ho sentita dianzi che supplicava,  dopo un
    giro di "Polka" accanto a me: "Ludovic, ne faites plus a en dansant;
    je  frissonne  toute..."  Le  dame  si  misero a ridere in coro,  tra
    l'agitazion de' ventagli.
    Giungevano dalle sale contigue le prime note d'un "Walzer" ungherese.
    I cavalieri si presentarono. Andrea pot finalmente offrire il braccio
    a Elena e trarla seco.
    - Aspettandovi, ho creduto di morire! Se voi non foste venuta,  Elena,
    io vi avrei cercata ovunque. Quando vi ho vista entrare, ho trattenuto
    a stento un grido.  Questa  la seconda sera ch'io vi vedo,  ma mi par
    gi di amarvi non  so  da  che  tempo.  Il  pensiero  di  voi,  unico,
    incessante,  ora la vita della mia vita...
    Egli  proferiva  le  parole  d'amore  sommessamente,  senza guardarla,
    tenendo gli occhi fissi d'innanzi a s;  ed ella  le  ascoltava  nella
    stessa  attitudine,   impassibile  in  vista,  quasi  marmorea.  Nella
    galleria rimanevano poche persone.  Lungo le pareti,  tra i busti  dei
    Cesari,  i cristalli opachi de' lumi,  in forma di gigli, versavano un
    chiarore eguale, non troppo forte.  La profusione delle piante verdi e
    fiorite  dava  imagine di una serra suntuosa.  Le onde della musica si
    propagavano nell'aria calda, sotto le volte concave e sonore, passando
    su tutta quella mitologia come un vento su un giardino opulento.
    - Mi amerete voi? - chiese il giovine. - Ditemi che mi amerete!
    Ella rispose, con lentezza:
    - Son venuta qui per voi soltanto.
    - Ditemi che mi amerete! - ripet il giovine, sentendo tutto il sangue
    delle sue vene affluire al cuore come un torrente di gioia.
    Ella rispose:
    - Forse.
    E lo guard con lo sguardo medesimo che la  sera  innanzi  era  a  lui
    parso  una  divina promessa,  con quell'indefinibile sguardo che quasi
    dava alla carne la  sensazione  del  tocco  amoroso  d'una  mano.  Poi
    ambedue  tacquero;  ed  ascoltarono l'avviluppante musica della danza,
    che a tratti a tratti facevasi piana come un sussurro o levavasi  come
    un turbine improvviso.
    -  Volete  che  balliamo?  -  domand  Andrea,  che  dentro tremava al
    pensiero di tenerla fra le braccia.
    Ella esit un poco. Quindi rispose:
    - No; non voglio.
    Vedendo entrare  nella  galleria  la  duchessa  di  Bugnara,  sua  zia
    materna,  e  la  principessa  Alberoni con l'ambasciatrice di Francia,
    soggiunse:
    - Ora, siate prudente; lasciatemi.
    Ella gli tese la mano inguantata; e and incontro alle tre dame, sola,
    con un passo ritmico e leggero.  Dava  una  sovrana  grazia  alla  sua
    persona e al suo passo il lungo strascico bianco,  poich l'ampiezza e
    la pesantezza del broccato contrastavano con l'esilit della  cintura.
    Andrea,  seguendola  con  gli occhi,  ripeteva mentalmente la frase di
    lei: Son venuta per voi soltanto. - Ella era  pur  cos  bella,  per
    lui,  per lui solo!  - Subitamente, dal fondo del cuore gli si lev un
    resto dell'amarezza che vi avevano  messa  le  parole  dell'Angelieri.
    L'orchestra  lanciavasi  con  impeto  in  una  ripresa.  Ed  egli  non
    dimentic mai n quelle note,  n lo splendor della stoffa trascinata,
    n una minima piega,  n una minima ombra,  n alcuna particolarit di
    quel momento supremo.


    4.
    Elena,  dopo  poco,  aveva  lasciato  il  palazzo  Farnese,  quasi  di
    nascosto, senza prender congedo n da Andrea n da alcun altro.
    Era dunque rimasta al ballo appena mezz'ora.  L'amante l'aveva cercata
    per tutte le sale, a lungo e invano.
    La mattina seguente,  egli mand un servo  al  palazzo  Barberini  per
    avere  notizie  di  lei;  e seppe ch'ella stava male.  La sera and di
    persona, sperando d'esser ricevuto;  ma una camerista gli disse che la
    signora  soffriva  molto  e che non poteva vedere nessuno.  Il sabato,
    verso le cinque del pomeriggio, torn, sempre sperando.
    Egli usciva dalla casa Zuccari,  a piedi.  Era un tramonto paonazzo  e
    cinereo, un po' lugubre, che a poco a poco si stendeva su Roma come un
    velario  greve.  Intorno  alla fontana della piazza Barberini i fanali
    gi ardevano,  con fiammelle pallidissime,  come  ceri  intorno  a  un
    feretro; e il Tritone non gittava acqua, forse per causa d'un restauro
    o d'una pulitura. Venivano gi per la disceva carri tirati da due o da
    tre cavalli messi in file e torme d'operai tornanti dalle opere nuove.
    Alcuni,   allacciati  per  le  braccia,   si  dondolavano  cantando  a
    squarciagola una canzone impudica.
    Egli si ferm,  per lasciarli passare.  Due o  tre  di  quelle  figure
    rossastre  e  bieche  gli  rimasero impresse.  Not che un carrettiere
    aveva una mano fasciata e le fasce macchiate di sangue. Anche, not un
    altro carrettiere in ginocchio sul carro,  che aveva la faccia livida,
    le  occhiaie cave,  la bocca contratta,  come un uomo attossicato.  Le
    parole della canzone si mescevano ai gridi gutturali,  ai colpi  delle
    fruste,  al  rumore  delle  ruote,  al  tintinnio  dei  sonagli,  alle
    ingiurie, alle bestemmie, alle aspre risa.
    La sua tristezza s'aggrav.  Egli si trovava  in  una  disposizion  di
    spirito strana.  La sensibilit de' suoi nervi era cos acuta che ogni
    minima sensazione a lui data dalle cose esteriori  pareva  una  ferita
    profonda.  Mentre un pensiero fisso occupava e tormentava tutto il suo
    essere,  egli aveva tutto il suo essere esposto agli urti  della  vita
    circostante. Contro ogni alienazione della mente ed ogni inerzia della
    volont, i suoi sensi rimanevano vigili ed attivi; e di quell'attivit
    egli  aveva  una conscienza non esatta.  I gruppi delle sensazioni gli
    attraversavano d'improvviso lo spirito,  simili a grandi fantasmagorie
    in  una  oscurit;  e  lo  turbavano  e  sbigottivano.  Le  nuvole del
    tramonto,  la forma del Tritone cupa in un cerchio di  fanali  smorti,
    quella  discesa  barbarica  d'uomini  bestiali  e  di giumenti enormi,
    quelle grida,  quelle canzoni,  quelle bestemmie esasperavano  la  sua
    tristezza,  gli  suscitavano  nel  cuore  un  timor  vago,  non so che
    presentimento tragico.
    Una carrozza  chiusa  usciva  dal  giardino.  Egli  vide  chinarsi  al
    cristallo un volto di donna, in atto di saluto; ma non lo riconobbe.
    Il palazzo levavasi d'innanzi a lui, ampio come una reggia; le vetrate
    del  primo  piano  brillavano  di  riflessi  violacei;  su  la sommit
    indugiava un bagliore fievole;  dal vestibolo usciva un'altra carrozza
    chiusa.
    Se potessi vederla! egli pens,  soffermandosi. Rallentava il passo,
    per prolungare l'incertezza e  la  speranza.  Ella  gli  pareva  assai
    lontana, quasi perduta, in quell'edificio cos vasto.
    La carrozza si ferm; e un signore mise il capo fuori dello sportello,
    chiamando:
    - Andrea!
    Era il duca di Grimiti, un parente.
    - Vai dalla Scerni? - chiese colui con un sorriso fine.
    - S, - rispose Andrea - a prendere notizie. Tu sai,  malata.
    - Lo so. Vengo di l. Sta meglio.
    - Riceve?
    - Me, no. Ma potr forse ricever te.
    E  il  Grimiti si mise a ridere maliziosamente,  tra il fumo della sua
    sigaretta.
    - Non capisco - fece Andrea, serio.
    - Bada; si dice gi che tu sia in favore. L'ho saputo iersera, in casa
    Pallavicini; da una tua amica: te lo giuro.
    Andrea fece un atto d'impazienza e si volt per andarsene.
    - "Bonne chance"! - gli grid il duca.
    Andrea entr sotto il portico.  In fondo a lui,  la vanit  godeva  di
    quella diceria gi sorta. Egli ora si sentiva pi sicuro, pi leggero,
    quasi  lieto,  pieno d'un intimo compiacimento.  Le parole del Grimiti
    gli avevano d'un tratto sollevato gli  spiriti,  come  un  sorso  d'un
    liquor  cordiale.  Mentre  saliva le scale,  gli cresceva la speranza.
    Giunto avanti alla porta, aspett per contenere l'ansia.
    Suon.
    Il servo lo riconobbe; e disse sbito:
    - Se il signor conte ha la  bont  d'attendere  un  momento,  vado  ad
    avvertire "Mademoiselle".
    Egli assent; e si mise a passeggiare su e gi per la vasta anticamera
    ove  gli  pareva  ripercuotersi  forte  il tumulto del suo sangue.  Le
    lanterne di ferro battuto illuminavano  inegualmente  il  cuoio  delle
    pareti,  le  cassapanche scolpite,  i busti antichi su' piedistalli di
    broccatello.  Sotto  il  baldacchino  splendeva  di  ricami  l'impresa
    ducale;  un  liocorno d'oro in campo rosso.  In mezzo a un tavolo,  un
    piatto di bronzo era colmo  di  biglietti;  e,  gittandovi  gli  occhi
    sopra,  Andrea vide quello recente del Grimiti.  "Bonne chance"! Gli
    risonava ancor negli orecchi l'augurio ironico.
    "Mademoiselle" apparve, dicendo:
    - La duchessa sta un poco meglio. Credo che il conte potr passare, un
    momento. Venga, di grazia, con me.
    Ella era una  donna  di  giovent  gi  sfiorita,  piuttosto  sottile,
    vestita  di nero,  con due occhi grigi che scintillavano singolarmente
    tra i falsi ricci biondicci.  Aveva il passo e  il  gesto  lievissimi,
    quasi  furtivi,  come  di  chi abbia la consuetudine di vivere intorno
    agli infermi o di attendere ad uffici delicati o di eseguire ordini di
    segretezza.
    - Venga, signor conte.
    Ella precedeva Andrea,  lungo  le  stanze  appena  rischiarate,  su  i
    tappeti  folti  che  attenuavano  ogni  rumore;   e  il  giovine,  pur
    nell'irrefrenabile tumulto del suo spirito,  provava contro di lei  un
    senso istintivo di repulsione, senza sapere perch.
    Giunta  innanzi  a  una  porta  che coprivano due bande di tappezzeria
    medcea orlate di velluto rosso, ella si ferm, dicendo:
    - Entro prima io, ad annunziarla. Attenda qui.
    Una voce di dentro, la voce di Elena, chiam:
    - Cristina!
    Andrea si sent tremar le vene con tal furia a quel suono inaspettato,
    che  pens:  Ecco,   ora  vengo  meno.  Aveva  come   l'antiveggenza
    indistinta  d'una  qualche  felicit soprannaturale,  superante la sua
    aspettazione,  avanzante i suoi sogni,  soverchiante le sue  forze.  -
    Ella era l, oltre quella soglia. - Ogni nozione della realit fuggiva
    dal  suo  spirito.  Gli  pareva  d'aver,  un  tempo,  pittoricamente o
    poeticamente imaginata una simile avventura d'amore,  in quello stesso
    modo,  con quello stesso apparato, con quello stesso fondo, con quello
    stesso mistero;  e "un altro",  un suo personaggio  imaginario,  n'era
    l'eroe. Ora, per uno strano fenomeno fantastico, quella ideal finzione
    d'arte  confondevasi  col  caso  reale;   ed  egli  provava  un  senso
    inesprimibile di smarrimento.  - Ciascuna banda di arazzo  recava  una
    figura simbolica.  Il Silenzio e il Sonno,  due efebi, svelti e lunghi
    quali avrebbe potuto disegnarli il Primaticcio bolognese,  custodivano
    la porta.  Ed egli, egli proprio, eravi d'innanzi, in attesa; ed oltre
    la soglia, forse nel letto, respirava la divina amante. - Egli credeva
    udire il respiro di lei nel palpito delle sue arterie.
    "Mademoiselle" usc,  alfine.  Tenendo sollevato con la mano il  grave
    tessuto, disse a voce bassa, con un sorriso:
    - Pu entrare.
    E si ritrasse. Andrea entr.
    Ebbe, da prima, l'impressione d'un'aria assai calda, quasi soffocante:
    sent nell'aria l'odor singolare del cloroformio;  scorse qualche cosa
    di rosso nell'ombra,  il damasco rosso delle pareti,  i cortinaggi del
    letto; ud la voce stanca di Elena, che mormorava:
    - Vi ringrazio, Andrea, d'esser venuto. Sto meglio.
    Un poco esitando,  poich non vedeva distintamente le cose a quel lume
    fievole, s'avanz fino al letto.
    Ella sorrideva,  col capo affondato  su  i  guanciali,  supina,  nella
    mezz'ombra.  Una  zona di lana bianca le fasciava la fronte e le gote,
    passando di sotto al mento, come un soggolo monacale;  n la pelle del
    volto  era  men  bianca  di  quella  fascia.  Gli angoli esterni delle
    palpebre  si  restringevano  per  la  contrazion  dolorosa  dei  nervi
    infiammati;  a  intervalli  la  palpebra  inferiore  aveva  un piccolo
    tremolio involontario; e l'occhio era umido, infinitamente soave, come
    velato da una lacrima che non potesse sgorgare, quasi implorante,  fra
    i cigli che trepidavano.
    Una  immensa tenerezza invase il cuore del giovine,  quando la vide da
    presso. Elena trasse fuori una mano e gliela tese,  con un gesto assai
    lento.  Egli si chin, quasi in ginocchio contro la proda del letto; e
    si mise a coprir di baci rapidi e leggeri quella mano che ardeva, quel
    polso che batteva forte.
    - Elena! Elena! Mio amore!
    Elena aveva chiuso gli occhi, come per gustare pi intimamente il rivo
    di piacere che le saliva dal braccio e le si  effondeva  a  sommo  del
    petto e le s'insinuava nelle fibre pi segrete. Volgeva la mano, sotto
    la  bocca di lui,  per sentire i baci su la palma,  sul dosso,  tra le
    dita, intorno intorno al polso, su tutte le vene, in tutti i pori.
    - Basta! - mormor, riaprendo gli occhi; e con la mano che le parve un
    po' intorpidita sfior i capelli d'Andrea.
    In quella carezza cos tenue era tanto abbandono che fu su l'anima  di
    lui  la  foglia  di rosa sul calice colmo.  La passione trabocc.  Gli
    tremavano le labbra,  sotto  l'onda  confusa  di  parole  ch'egli  non
    conosceva,  ch'egli  non  profferiva.  Aveva  la sensazione violenta e
    divina come d'una vita che si dilatasse oltre le sue membra.
    - Che dolcezza! E' vero? - disse Elena, sommessa, ripetendo quel gesto
    blando.  E un brivido visibile le corse  la  persona,  a  traverso  le
    coperte pesanti.
    Poich  Andrea  fece  l'atto  di  prenderle  di  nuovo  la mano,  ella
    pregava...
    - No... Cos, resta cos! Mi piaci!
    Premendogli la tempia, lo costrinse a posare il capo su la sponda, per
    modo ch'egli sentiva contro una guancia la forma del ginocchio di lei.
    Lo guard quindi ella un poco, pur sempre accarezzandogli i capelli; e
    con una voce morente di delizia,  mentre le passava tr cigli  qualche
    cosa come un baleno bianco, soggiunse, allungando le parole:
    - Quanto mi piaci!
    Un  inesprimibile  allettamento voluttuoso era nell'apertura delle sue
    labbra, quando pronunziava la prima sillaba di quel verbo cos liquido
    e sensuale in bocca a una donna.
    - Ancora! - mormor l'amante, i cui sensi languivano di passione, alla
    carezza delle dita, alla lusinga della voce di lei.
    - Ancora! Dimmi! Parla!
    - Mi piaci!  - ripeteva Elena,  vedendo ch'egli la guardava fiso nelle
    labbra  e  forse  conoscendo  il  fascino  ch'ella  emanava con quella
    parola.
    Poi tacquero ambedue.  L'uno sentiva la presenza dell'altra  fluire  e
    mescersi  nel  suo  sangue,  finch questo divenne la vita di lei e il
    sangue di lei la vita sua.  Un silenzio profondo ingrandiva la stanza;
    il  crocifisso  di Guido Reni faceva religiosa l'ombra dei cortinaggi;
    il romore  dell'Urbe  giungeva  come  il  murmure  d'un  flutto  assai
    lontano.
    Allora,  con  un  movimento  repentino,  Elena  si  sollev sul letto,
    strinse fra le due palme il capo del giovine, l'attir,  gli alit sul
    volto il suo desiderio, lo baci, ricadde, gli si offerse.
    Dopo,  una  immensa tristezza la invase;  la occup l'oscura tristezza
    che  in fondo a tutte le felicit umane,  come alla foce di  tutti  i
    fiumi  l'acqua amara.  Ella,  giacendo, teneva le braccia fuori dalla
    coperta abbandonate lungo i fianchi,  le  mani  supine,  quasi  morte,
    agitate  di tratto in tratto da un lieve sussulto;  e guardava Andrea,
    con gli  occhi  bene  aperti,  con  uno  sguardo  continuo,  immobile,
    intollerabile.  A una a una,  le lacrime incominciarono a sgorgare;  e
    scendevano per le gote a una a una, silenziosamente.
    - Elena, che hai! Dimmi: che hai? - le chiese l'amante,  prendendole i
    polsi, chinandosi a suggerle dai cigli le lacrime.
    Ella stringeva forte i denti e le labbra per contenere il singulto.
    - Nulla. Addio. Lasciami; ti prego! Mi vedrai domani. Va.
    La  sua  voce  e  il  suo  gesto  furono cos supplichevoli che Andrea
    obbed.
    - Addio - egli disse;  e la baci in bocca,  teneramente,  provando il
    sapore delle stille salse,  bagnandosi di quel caldo pianto.  - Addio.
    Amami! Ricrdati!
    Gli parve, rivarcando la soglia,  di udire dietro di s uno scoppio di
    singulti.  And  innanzi,  un po' incerto,  titubante come un uomo che
    abbia la  vista  malsicura.  Gli  persisteva  nel  senso  l'odore  del
    cloroformio,  simile  a  un vapor d'ebrezza;  ma ad ogni passo qualche
    cosa d'intimo gli sfuggiva, si disperdeva nell'aria;  ed egli,  per un
    istintivo   impulso,    avrebbe   voluto   restringersi,    chiudersi,
    invilupparsi,  impedire quella dispersione.  Le stanze erano deserte e
    mute,  d'innanzi.  A una porta,  "Mademoiselle" comparve,  senza alcun
    rumore di passi, senza alcun frusco di vesti, come un fantasma.
    - Di qua, signor conte. Ella non ritrova la via.
    Sorrideva in una maniera ambigua e irritante;  e la curiosit  rendeva
    pi  pungenti  i  suoi  occhi  grigi.  Andrea  non parl.  Di nuovo la
    presenza di quella donna gli era molesta,  lo turbava,  gli  suscitava
    quasi un vago ribrezzo, gli faceva ira.
    Appena  fu  sotto  il  portico,  respir  come  un  uomo  liberato  da
    un'angoscia. La fontana metteva tra gli alberi un chioccolo sommesso,
    rompendo a tratti in uno strepito sonoro;  tutto il cielo risfavillava
    di   stelle  che  certe  nuvole  lacere  avvolgevano  come  in  lunghe
    capigliature cineree o in vaste reti nere; fra i colossi di pietra,  a
    traverso i cancelli,  apparivano e sparivano i fanali delle vetture in
    corsa;  spandevasi nell'aria fredda il soffio della  vita  urbana;  le
    campane  sonavano,  da  lungi  e  da  presso.  Egli  aveva  alfine  la
    conscienza intera della sua felicit.
    Una felicit piena, obliosa,  libera,  sempre novella,  tenne ambedue,
    dopo  d'allora.  La passione li avvolse,  e li fece incuranti di tutto
    ci che per ambedue non fosse un godimento immediato.
    Ambedue,  mirabilmente formati nello spirito e nel corpo all'esercizio
    di  tutti  i pi alti e pi rari diletti,  ricercavano senza tregua il
    Sommo, l'Insuperabile,  l'Inarrivabile;  e giungevano cos oltre,  che
    talvolta una oscura inquietudine li prendeva pur nel colmo dell'oblio,
    quasi  una  voce  d'ammonimento  salisse dal fondo dell'essere loro ad
    avvertirli  d'un  ignoto  castigo,   d'un  termine   prossimo.   Dalla
    stanchezza medesima il desiderio risorgeva pi sottile, pi temerario,
    pi  imprudente;  come  pi  s'inebriavano,  la chimera del loro cuore
    ingigantiva,  s'agitava,  generava nuovi sogni;  parevano  non  trovar
    riposo  che  nello sforzo,  come la fiamma non trova la vita che nella
    combustione. Talvolta,  una fonte di piacere inopinata aprivasi dentro
    di loro,  come balza d'un tratto una polla viva sotto le calcagna d'un
    uomo che vada alla ventura  per  l'intrico  d'un  bosco;  ed  essi  vi
    bevevano  senza  misura,   finch  non  l'avevano  esausta.  Talvolta,
    l'anima,  sotto l'influsso dei desiderii,  per  un  singolar  fenomeno
    d'allucinazione,  produceva  l'imagine ingannevole d'una esistenza pi
    larga,   pi  libera,   pi  forte,   oltrapiacente;   ed  essi   vi
    s'immergevano,  vi godevano, vi respiravano come in una loro atmosfera
    natale. Le finezze e le delicatezze del sentimento e dell'imaginazione
    succedevano agli eccessi della sensualit.
    Ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalit della carne e
    dello spirito. Provavano una gioia indicibile a lacerare tutti i veli,
    a palesare tutti i segreti,  a violare tutti i misteri,  a  possedersi
    fin  nel profondo,  a penetrarsi,  a mescolarsi,  a comporre un essere
    solo.
    - Che strano amore! - diceva Elena, ricordando i primissimi giorni, il
    suo male,  la rapida dedizione.  - Mi sarei data a te la  sera  stessa
    ch'io ti vidi.
    Ella ne provava una specie d'orgoglio. E l'amante diceva:
    - Quando udii,  quella sera, annunziare il mio nome accanto al tuo, su
    la soglia, ebbi, non so perch, la certezza che la mia vita era legata
    alla tua, per sempre!
    Essi credevano quel che dicevano.  Rilessero insieme  l'elegia  romana
    del Goethe: "Lass dich,  Geliebte, nicht reun, dass du mir so schnell
    dich  ergeben!"...   Non  ti  pentire,   o  diletta,   d'esserti  cos
    prontamente concessa! Credimi, io di te non serbo alcun pensiero basso
    e  impuro.  Gli  strali  d'Amore  han vario effetto: gli uni graffiano
    appena, e del tossico che s'insinua il suo cuor soffre molt'anni; bene
    pennuti e armati d'un ferro aguzzo e vivo,  gli  altri  penetrano  nel
    midollo  e subitamente infiammano il sangue.  Ai tempi eroici,  quando
    gli dei e le dee amavano,  il desio seguiva lo sguardo,  il  godimento
    seguiva  il  desio.  Credi  tu  che  la  dea  dell'Amore abbia a lungo
    meditato quando sotto i boschetti d'Ida, Anchise un giorno le piacque?
    E la Luna? S'ella esitava,  l'Aurora gelosa avrebbe presto risvegliato
    il bel pastore!  Ero vede Leandro in piena festa, e l'acceso amante si
    tuffa nell'onda notturna. Rea Silva, la vergine regia, va ad attingere
    acqua nel Tevere e la ghermisce il dio...
    Come per il divino elegiopo di Faustina,  per essi Roma  s'illuminava
    d'una voce novella. Ovunque passavano, lasciavano una memoria d'amore.
    Le  chiese  remote  dell'Aventino: Santa Sabina su le belle colonne di
    marmo pario,  il gentil verziere  di  Santa  Maria  del  Priorato,  il
    campanile  di  Santa  Maria in Cosmedin,  simile a un vivo stelo roseo
    nell'azzurro, conoscevano il loro amore.  Le ville dei cardinali e dei
    principi:  la Villa Pamphily,  che si rimira nelle sue fonti e nel suo
    lago tutta graziata e molle,  ove ogni boschetto par chiuda un  nobile
    idillio  ed  ove  i  baluardi  lapidei  e i fusti arborei gareggian di
    frequenza; la Villa Albani,  fredda e muta come un chiostro,  selva di
    marmi  effigiati e museo di bussi centenarii,  ove dai vestibili e dai
    portici,  per mezzo alle colonne di granito,  le cariatidi e le  erme,
    simboli d'immobilit,  contemplano l'immutabile simetria del verde;  e
    la Villa Medici che pare una foresta di smeraldo  ramificante  in  una
    luce soprannaturale;  e la Villa Ludovisi, un po' selvaggia, profumata
    di viole,  consacrata dalla presenza della Giunone cui Wolfgang ador,
    ove  in  quel tempo i platani d'Oriente e i cipressi dell'Aurora,  che
    parvero immortali,  rabbrividivano nel  presentimento  del  mercato  e
    della  morte;  tutte  le  ville  gentilizie,  sovrana  gloria di Roma,
    conoscevano il loro amore.  Le gallerie dei quadri e delle statue:  la
    sala  borghesiana  delle  Danae  d'innanzi a cui Elena sorrideva quasi
    rivelata,  e la sala degli specchi ove l'imagine di lei passava tra  i
    putti  di  Ciro  Ferri  e  le ghirlande di Mario de' Fiori;  la camera
    dell'Eliodoro,  prodigiosamente animata della pi forte palpitazion di
    vita che il Sanzio abbia saputo infondere nell'inerzia d'una parete, e
    l'appartamento dei Borgia,  ove la grande fantasia del Pinturicchio si
    svolge in un miracoloso tessuto d'istorie,  di favole,  di  sogni,  di
    capricci,  di artifizi e di ardiri;  la stanza di Galatea,  per ove si
    diffonde non so che pura freschezza e che serenit  inestinguibile  di
    luce,  e il gabinetto dell'Ermafrodito,  ove lo stupendo mostro,  nato
    dalla volutt d'una ninfa e d'un semidio,  stende la sua forma ambigua
    tra  il  rifulgere  delle  pietre fini;  tutte le solitarie sedi della
    Bellezza conoscevano il loro amore.
    Essi comprendevano l'alto grido del poeta: "Eine Welt zwar bist Du, o
    Rom"! Tu sei un mondo,  o Roma!  Ma senza l'amore il mondo non sarebbe
    il  mondo,  Roma  stessa  non sarebbe Roma. E la scala della Trinit,
    glorificata dalla lenta ascensione del  Giorno,  era  la  scala  della
    Felicit, per l'ascensione della bellissima Elena Muti.
    Elena spesso piacevasi di salire per quei gradini al "buen retiro" del
    palazzo  Zuccari.  Saliva  piano,  seguendo  l'ombra;  ma  l'anima sua
    correva rapida alla cima.  Ben molte ore gaudiose  misur  il  piccolo
    teschio  d'avorio  dedicato ad Ippolita,  che Elena talvolta accostava
    all'orecchio con un gesto infantile,  mentre premeva  l'altra  guancia
    sul petto dell'amante, per ascoltare insieme la fuga degli attimi e il
    battito  del  cuore.  Andrea  le pareva sempre nuovo.  Talvolta,  ella
    rimaneva quasi attonita d'innanzi all'infaticabile vitalit di  quello
    spirito e di quel corpo. Talvolta, le carezze di lui le strappavano un
    grido   in  cui  esalavasi  tutto  il  terribile  spasimo  dell'essere
    sopraffatto dalla violenza della sensazione. Talvolta,  fra le braccia
    di lui, la occupava una specie di torpore quasi direi veggente, in cui
    ella  credeva  divenire,  per  la  transfusione  d'un'altra vita,  una
    creatura   diafana,   leggera,   fluida,   penetrata   d'un   elemento
    immateriale,   purissima;   mentre   tutte  le  pulsazioni  nella  lor
    moltitudine le davano imagine del tremito innumerevole d'un mar  calmo
    in estate.  Anche, talvolta, fra le braccia, sul petto di lui, dopo le
    carezze,   ella  sentiva  dentro  di  s   la   volutt   acquietarsi,
    agguagliarsi, addormentarsi, a similitudine di un'acqua estuante che a
    poco a poco si posi; ma se l'amato respirava pi forte o appena appena
    si muoveva, ella sentiva di nuovo un'onda ineffabile attraversarla dal
    capo   a'  piedi,   vibrare  diminuendo,   e  infine  morire.   Questa
    spiritualizzazione  del  gaudio  carnale,   causata  dalla  perfetta
    affinit dei due corpi, era forse il pi saliente tra i fenomeni della
    loro passione. Elena, talvolta, aveva lacrime pi dolci dei baci.
    E  nei baci,  che dolcezza profonda!  Ci sono bocche di donne le quali
    paiono accendere d'amore il respiro che  le  apre.  Le  invermigli  un
    sangue  ricco  pi  d'una  porpora  o  le geli un pallor d'agonia,  le
    illumini la bont d'un consenso o le oscuri un'ombra di  disdegno,  le
    dischiuda il piacera o le torca la sofferenza,  portano sempre in loro
    un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva.
    Un'assidua discordia tra l'espression  delle  labbra  e  quella  degli
    occhi  genera  il  mistero;  per che un'anima duplice vi si riveli con
    diversa bellezza,  lieta e triste,  gelida  e  passionata,  crudele  e
    misericorde,  umile e orgogliosa,  ridente e irridente;  e l'ambiguit
    suscita l'inquietudine  nello  spirito  che  si  compiace  delle  cose
    oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d'un
    Ideale  raro e superno,  psicologi acutissimi a cui si debbon forse le
    pi sottili analisi della fisionomia umana,  immersi di continuo nello
    studio  e  nella  ricerca delle difficolt pi ardue e de' segreti pi
    occulti, il Botticelli e il Vinci,  compresero e resero per vario modo
    nell'arte loro tutta l'indefinibile seduzione di tali bocche.
    Ne' baci d'Elena era,  in verit,  per l'amato, l'elisir sublimissimo.
    Di tutte le mescolanze carnali quella pareva loro la pi completa,  la
    pi appagante. Credevano, talvolta, che il vivo fiore delle loro anime
    si disfacesse premuto dalle labbra,  spargendo un succo di delizie per
    ogni vena insino al cuore; e, talvolta, avevano al cuore la sensazione
    illusoria come d'un frutto molle e  roscido  che  vi  si  sciogliesse.
    Tanto era la congiunzion perfetta, che l'una forma sembrava il natural
    complemento  dell'altra.  Per  prolungare  il  sorso,  contenevano  il
    respiro finch non si  sentivan  morire  d'ambascia,  mentre  le  mani
    dell'una  tremavan su le tempie dell'altro smarritamente.  Un bacio li
    prostrava pi d'un amplesso. Distaccati, si guardavano,  con gli occhi
    fluttuanti  in  una  nebbia torbida.  Ed ella diceva,  con voce un po'
    roca, senza sorridere: - Moriremo.
    Talvolta,  riverso,  egli chiudeva le palpebre aspettando.  Ella,  che
    conosceva  quell'artifizio,   chinavasi  sopra  di  lui  con  meditata
    lentezza,  a baciarlo.  Non sapeva l'amato dove avrebbe ricevuto  quel
    bacio ch'egli, nella sua volontaria cecit, vagamente presentiva.
    In quel minuto d'aspettazione e d'incertezza,  un'ansia indescrivibile
    gli agitava tutte le membra,  simile  nell'intensit  al  raccapriccio
    d'un  uomo  bendato  che sia sotto la minaccia d'un suggello di fuoco.
    Quando infine le labbra lo toccavano, frenava a stento un grido.  E la
    tortura  di quel minuto gli piaceva;  poich non di rado la sofferenza
    fisica nell'amore attrae pi della blandizia.  Elena anche,  per  quel
    singolare   spirito   imitativo   che  spinge  gli  amanti  a  rendere
    esattamente una carezza, voleva provare.
    - Mi sembra - diceva ad occhi chiusi - che  tutti  i  pori  della  mia
    pelle  sieno  come  un  milione  di  piccole bocche anelanti alla tua,
    spasimanti per essere elette, invidiose l'una dell'altra...
    Egli allora, per equit, si metteva a coprirla di baci rapidi e fitti,
    trascorrendo tutto il bel corpo,  non lasciando intatto  alcun  minimo
    spazio,  non  allentando  la  sua  opera  mai.  Ella  rideva,  felice,
    sentendosi cingere come  d'una  veste  invisibile;  rideva  e  gemeva,
    folle,  sentendo  la  furia  di  lui imperversare;  rideva e piangeva,
    perduta,  non potendo pi reggere al divorante ardore.  Poi,  con  uno
    sforzo repentino,  faceva prigione il collo di lui fra le sue braccia,
    l'allacciava con i suoi capelli, lo teneva, tutto palpitante, simile a
    una preda.  Egli,  stanco,  era contento di cedere e di  rimaner  cos
    presto in quei vincoli. Guardandolo, ella esclamava:
    - Come sei giovine! Come sei giovine!
    La  giovinezza  in  lui,  contro tutte le corruzioni,  contro tutte le
    dispersioni,  resisteva,   persisteva,   a  somiglianza  d'un  metallo
    inalterabile,  d'un  aroma indistruttibile.  Lo splendor sincero della
    giovinezza era, appunto, la qualit sua pi preziosa. Alla gran fiamma
    della  passione,  quanto  in  lui  era  pi  falso,  pi  tristo,  pi
    arteficiato,  pi vano,  si consumava come un rogo. Dopo la resoluzion
    delle forze,  prodotta dall'abuso dell'analisi a dall'azion "separata"
    di  tutte le sfere interiori,  egli tornava ora all'unit delle forze,
    dell'azione, della vita; riconquistava la confidenza e la spontaneit;
    amava e godeva  giovenilmente.  Certi  suoi  abbandoni  parevano  d'un
    fanciullo inconsapevole;  certe sue fantasie erano piene di grazia, di
    freschezza e di ardire.
    - Qualche volta - gli diceva Elena - la mia tenerezza per te si fa pi
    delicata di quella d'un amante. Io non so... Diventa quasi materna.
    Andrea rideva, perch ella era maggiore appena di tre anni.
    - Qualche volta - egli diceva a lei - la comunione del mio spirito col
    tuo mi par cos casta ch'io ti chiamerei sorella, baciandoti le mani.
    Queste fallaci purificazioni ed elevazioni del  sentimento  avvenivano
    sempre  nei  languidi intervalli del piacere,  quando sul riposo della
    carne l'anima provava un bisogno vago d'idealit.
    Allora,  anche,  risorgevano nel giovine le idealit dell'arte ch'egli
    amava;  e  gli  tumultuavano  nell'intelletto  tutte le forme un tempo
    create e contemplate,  chiedendo di uscire;  e le parole del  monologo
    goethiano  l'incitavano.  Che pu sotto i tuoi occhi l'accesa natura?
    Che pu la forma dell'arte  intorno  a  te,  se  la  passionata  forza
    creatrice  non  t'empie  l'anima  e non affluisce alla punta delle tue
    dita,  incessantemente,  per riprodurre? Il  pensiero  di  dar  gioia
    all'amante,  con  un verso numeroso o con una linea nobile,  lo spinse
    all'opera. Egli scrisse "La Simona";  e fece le due acqueforti,  dello
    "Zodiaco" e della "Tazza d'Alessandro".
    Eleggeva,  nell'esercizio dell'arte,  gli strumenti difficili, esatti,
    perfetti,  incorruttibili:  la  metrica  e  l'incisione;  e  intendeva
    proseguire  e rinnovare le forme tradizionali italiane,  con severit,
    riallacciandosi ai poeti dello "stil novo" e ai pittori che precorrono
    il Rinascimento. Il suo spirito era essenzialmente "formale".  Pi che
    il  pensiero,  amava  l'espressione.  I  suoi  saggi  letterarii erano
    esercizii, giuochi, studii, ricerche, esperimenti tecnici,  curiosit.
    Egli pensava,  con Enrico Taine,  fosse pi difficile compor sei versi
    belli che vincere una battaglia in campo.
    La sua "Favola d'Ermafrodito" imitava nella struttura  la  "Favola  di
    Orfeo"  del  Poliziano;  ed aveva strofe di straordinaria squisitezza,
    potenza e musicalit  specialmente  nei  cori  cantati  da  mostri  di
    duplice natura: dai Centauri,  dalle Sirene e dalle Sfingi. Questa sua
    nuova  tragedia,  "La  Simona",  di  breve  misura,   aveva  un  sapor
    singolarissimo.  Sebbene  rimata  negli  antichi modi toscani,  pareva
    immaginata da un poeta inglese del secolo scorso  d'Elisabetta,  sopra
    una novella del "Decamerone"; chiudeva in s qualche parte del dolce e
    strano   incanto   che   c'  in  certi  drammi  minori  di  Guglielmo
    Shakespeare.
    Il poeta segn cos la  sua  opera,  nel  frontespizio  dell'Esemplare
    Unico: A. S. CALCOGRAPHUS AQUA FORTI SIBI TIBI FECIT.
    Il   rame   l'attraeva   pi   della  carta;   l'acido  nitrico,   pi
    dell'inchiostro;  il  bulino,  pi  della  penna.  Gi  uno  de'  suoi
    maggiori,  Giusto  Sperelli,  aveva esperimentata l'incisione.  Alcune
    stampe di lui, eseguite intorno l'anno 1520, rivelavano manifestamente
    l'influenza di Antonio Pollajuolo,  per la profondit  e  quasi  direi
    acerbit del segno. Andrea praticava la maniera rembrandtesca a tratti
    liberi  e la maniera nera prediletta dagli acquafortisti inglesi della
    scuola del Green,  del Dixon,  dell'Earlom.  Egli aveva formata la sua
    educazione  su  tutti  gli  esemplari,  aveva studiata partitamente la
    ricerca di ciascuno intagliatore,  aveva imparato da Alberto Durero  e
    dal Parmigiano,  da Marc'Antonio e dall'Holbein, da Annibale Caracci e
    dal Marc-Ardell,  da Guido e dal Callotta,  dal Toschi  e  da  Gerardo
    Audran;   ma  l'intendimento  suo,  d'innanzi  al  rame,  era  questo:
    rischiarare con gli effetti di  luce  del  Rembrandt  le  eleganze  di
    disegno  de'  Quattrocentisti  fiorentini  appartenenti  alla  seconda
    generazione come Sandro Botticelli,  Domenico Ghirlandajo e  Filippino
    Lippi.
    I  due  rami  recenti  rappresentavano,  in due episodii d'amore,  due
    attitudini della bellezza d'Elena Muti;  e prendevano il titolo  dagli
    accessorii.
    Tra  le cose pi preziose possedute da Andrea Sperelli era una coperta
    di seta fina,  d'un colore azzurro disfatto,  intorno a cui giravano i
    dodici  segni  dello Zodiaco in ricamo,  con le denominazioni "Aries",
    "Taurus", "Gemini", "Cancer",  "Leo",  "Virgo",  "Libra",  "Scorpius",
    "Arcitenens", "Caper", "Amphora", "Pisces" a caratteri gotici. Il Sole
    trapunto  d'oro  occupava  il  centro  del  cerchio;  le  figure degli
    animali,  disegnate con uno stile un po' arcaico che ricordava  quello
    de' musaici, aveva uno splendore straordinario; tutta quanta la stoffa
    pareva degna d'ammantare un talamo imperiale. Essa, infatti, proveniva
    dal  corredo  di Bianca Maria Sforza,  nipote di Ludovico il Moro;  la
    quale and in sposa all'imperator Massimiliano.
    La nudit di  Elena  non  poteva,  in  verit,  avere  una  pi  ricca
    ammantatura.  Talvolta, mentre Andrea stava nell'altra stanza, ella si
    svestiva in furia, si distendeva nel letto, sotto la coperta mirabile;
    e chiamava forte l'amante.  Ed a lui che accorreva ella  dava  imagine
    d'una  divinit  avvolta in una zona di firmamento.  Anche,  talvolta,
    volendo andare innanzi al camino, ella levavasi dal letto traendo seco
    la coperta.  Freddolosa,  si stringeva addosso la seta,  con  ambo  le
    braccia; e camminava a piedi nudi, con passi brevi, per non implicarsi
    nelle pieghe abbondanti. Il Sole splendevale su la schiena, a traverso
    i  capelli disciolti;  lo Scorpione le prendeva una mammella;  un gran
    lembo zodiacale strisciava dietro di lei, sul tappeto, trasportando le
    rose, s'ella le aveva gi sparse.
    L'acquaforte  rappresentava  appunto  Elena  dormente  sotto  i  segni
    celesti.  La  forma  muliebre  appariva  secondata  dalle pieghe della
    stoffa, col capo abbandonato un poco fuor della proda del letto, con i
    capelli pioventi fino a terra, con un braccio pendulo e l'altro posato
    lungo il fianco. Le parti non nascoste, ossia la faccia,  il sommo del
    petto  e  le  braccia erano luminosissime;  e il bulino aveva reso con
    molta potenza lo scintillio dei ricami nella mezz'ombra e  il  mistero
    dei simboli.  Un alto levriere bianco, "Famulus", fratel di quello che
    posa la testa su le ginocchia della contessa d'Arundel nel  quadro  di
    Pietro  Paolo  Rubens,  tendeva  il collo verso la signora,  guatando,
    fermo su le quattro zampe,  disegnato  con  una  felice  arditezza  di
    scorcio. Il fondo della stanza era opulento e oscuro.
    L'altra  acquaforte riferivasi al gran bacino d'argento che Elena Muti
    aveva ereditato da sua zia Flaminia.
    Questo bacino era storico: e si chiamava  la  Tazza  d'Alessandro.  Fu
    donato  alla  principessa  di  Bisenti  da  Cesare  Borgia prima ch'ei
    partisse per la terra di Francia a portare la bolla di divorzio  e  le
    dispense di matrimonio a Luigi Dodicesimo; e doveva esser compreso fra
    le  salmerie  favolose  che il Valentino port seco nel suo ingresso a
    Chinon descritto dal signor di Brantme.  Il disegno delle figure  che
    giravano  a  torno  e  di  quelle  che sorgevano dal margine delle due
    estremit era attribuito al Sanzio.
     La tazza si chiamava di Alessandro perch fu composta in  memoria  di
    quella  prodigiosa a cui nei vasti conviti soleva prodigiosamente bere
    il Macedone.  Stuoli di Sagittarii giravano  intorno  ai  fianchi  del
    vaso,  con tesi gli archi,  tumultuando,  nelle attitudini mirabili di
    quelli i quali Raffaello dipinse ignudi saettanti  contro  l'Erma  nel
    fresco  che  sta  nella  sala  borghesiana  ornata da Giovan Francesco
    Bolognesi. Inseguivano una gran Chimera che sorgeva su dall'orlo, come
    un'ansa,  alla estremit del vaso,  mentre dalla parte opposta balzava
    il  giovine  sagittario  Bellerofonte con l'arco teso contro il mostro
    nato di Tifone.  Gli ornamenti della base e dell'orlo erano d'una rara
    leggiadria. L'interno era dorato, come quel d'un ciborio.
    Il  metallo  era  sonoro  come uno strumento.  Il peso era di trecento
    libbre. La forma tutta quanta era armoniosa.
    Spesso,  per capriccio,  Elena Muti prendeva in quella  tazza  il  suo
    bagno mattutino.  Ella vi si poteva bene immergere, se non distendere,
    con tutta la persona; e nulla, in verit, eguagliava la suprema grazia
    di quel  corpo  raccolto  nell'acqua  che  la  doratura  tingeva  d'un
    indescrivibile tenuit di riflessi,  poich il metallo non era argento
    ancora e l'oro moriva.
    Invaghito di tre forme diversamente eleganti, cio della donna,  della
    tazza,  e del veltro,  l'acquafortista trov una composizione di linee
    bellissima. La donna, ignuda, in piedi, entro il bacino, appoggiandosi
    con una mano su la sporgenza della Chimera e con l'altra su quella  di
    Bellerofonte, protendevasi innanzi ad irridere il cane che, piegato in
    arco  su  le  zampe anteriori abbassate e su le posteriori diritte,  a
    simiglianza di un felino quando spicca il salto,  ergeva verso di  lei
    il muso lungo e sottile come quel d'un luccio, argutamente.
    Non  mai  Andrea  Sperelli  aveva  con  pi  ardore  goduta e sofferta
    l'intenta ansiet dell'artefice in vigilare l'azion dell'acido cieca e
    irreparabile;  non mai aveva con pi ardore acuita la  pazienza  nella
    sottilissima opera della punta secca su le asprezze dei passaggi. Egli
    era nato,  in verit,  calcografo,  come Luca d'Olanda.  Possedeva una
    scienza mirabile (ch'era forse un  raro  senso)  di  tutte  le  minime
    particolarit  di tempo e di grado le quali concorrono a infinitamente
    variare sul rame l'efficacia dell'acqua forte. Non la pratica,  non la
    diligenza,  non  la intelligenza soltanto,  ma specie quel natio senso
    quasi  infallibile  l'avvertiva  del   momento   giusto,   dell'attimo
    puntuale,  in  cui  la  corrosione  giungeva  a dare tal preciso valor
    d'ombra che nell'intenzion dell'artefice doveva avere la stampa. E nel
    padroneggiar cos spiritualmente quell'energia  bruta  e  quasi  direi
    nell'infonderle  uno  spirito  d'arte  e nel sentir non so che occulta
    rispondenza di misura tra  il  battere  del  polso  e  il  progressivo
    mordere dell'acido,  era il suo inebriante orgoglio, la sua tormentosa
    gioia.
    Pareva ad Elena esser deificata dall'amante,  come  l'Isotta  riminese
    nelle  indistruttibili  medaglie che Sigismondo Malatesta fece coniare
    in gloria di lei.
    Ma ella, n giorni appunto in cui Andrea attendeva all'opera, diveniva
    triste e taciturna e sospirosa, quasi l'occupasse un'interna angoscia.
    Aveva, d'improvviso, effusioni di tenerezza cos struggenti,  miste di
    lacrime e di singhiozzi mal frenati, che il giovine rimaneva attonito,
    in sospetto, senza comprendere.
    Una sera,  tornavano a cavallo, dall'Abentino, gi per la via di Santa
    Sabina,  avendo  ancora  negli  occhi  la  gran  visione  dei  palazzi
    imperiali  incendiati  dal  tramonto,  rossi  di fiamma tra i cipressi
    nerastri che penetrava una polvere  d'oro.  Cavalcavano  in  silenzio,
    poich la tristezza di Elena erasi comunicata all'amante.  D'innanzi a
    Santa Sabina, questi ferm il baio, dicendo:
    - Ti ricordi?
    Alcune galline,  che  beccavano  in  pace  tra  i  ciuffi  d'erba,  si
    dispersero ai latrati di "Famulus". Lo spiazzo, invaso dalle gramigne,
    era  tranquillo  e  modesto come il sagrato d'un villaggio;  ma i muri
    avevano quella luminosit singolare che riflettesi  dagli  edifizi  di
    Roma nell'ora di Tiziano.
     Elena anche sost.
    - Come pare lontano, quel giorno! - disse, con un po' di tremito nella
    voce.
    Infatti,  quella  memoria si perdeva nel tempo indefinitamente,  quasi
    che il loro amore durasse da molti mesi,  da molti anni.  Le parole di
    Elena  avevano  suscitato  nell'animo di Andrea la strana illusione e,
    insieme,  una  inquietudine.  Elena  si  mise  a  ricordare  tutte  le
    particolarit  di  quella  visita,  fatta in un pomeriggio di gennaio,
    sotto un sole primaverile. Si diffondeva nelle minuzie, insistendo;  e
    di  tratto  in  tratto  interrompevasi  come  chi segua,  oltre le sue
    parole,  un pensiero non espresso.  Andrea cred sentire nella voce di
    lei il rimpianto. - Che rimpiangeva ella mai? Il loro amore non vedeva
    d'innanzi  a  s  giorni anche pi dolci?  La primavera non teneva gi
    Roma?  -  Egli,  perplesso,  quasi  non  l'ascoltava  pi.  I  cavalli
    scendevano,  al passo,  l'uno a fianco dell'altro, talvolta respirando
    forte dalle froge o accostando i musi come per confidarsi un  secreto.
    Famulus andava su e gi, in perpetua corsa.
    - Ti ricordi - seguitava Elena - ti ricordi di quel frate che ci venne
    ad aprire, quando sonammo la campanella?
    - S, s...
    - Come ci guard stupefatto!  Era piccolo piccolo,  senza barba, tutto
    rugoso.  Ci lasci soli nell'atrio,  per andare a prendere  le  chiavi
    della chiesa; e tu mi baciasti. Ti ricordi?
    - S.
    - E tutti quei barili,  nell'atrio!  E quell'odore di vino,  mentre il
    frate ci spiegava le storie intagliate nella porta di cipresso! E poi,
    la Madonna del Rosario! Ti ricordi?  La spiegazione ti fece ridere;  e
    io  sentendoti ridere,  non potei frenarmi;  e ridemmo tanto innanzi a
    quel poveretto che si confuse e non apr pi bocca neanche  all'ultimo
    per dirti grazie...
    Dopo un intervallo, ella riprese:
    -  E  a Sant'Alessio,  quando tu non volevi lasciarmi vedere la cupola
    pel buco della serratura! Come ridemmo, anche l!
    Tacque,  di nuovo.  Veniva su per la strada una compagnia d'uomini con
    una  bara,  seguitata  da una carrozza pubblica,  piena di parenti che
    piangevano.  Il morto andava  al  cimitero  degli  Israeliti.  Era  un
    funerale muto e freddo.  Tutti quegli uomini,  dal naso adunco e dagli
    occhi rapaci, si somigliavano tra loro come consanguinei.
    Affinch la compagnia passasse,  i due cavalli si divisero,  prendendo
    ciascuno un lato,  rasente il muro;  e gli amanti si guardarono, al di
    sopra del morto, sentendosi crescere la tristezza.
    Quando si riaccostarono, Andrea domand:
    - Ma tu che hai? A che pensi?
    Ella esit, prima di rispondere.  Teneva gli occhi abbassati sul collo
    dell'animale,  accarezzandolo  col  pomo  del  frustino,  irresoluta e
    pallida.
    - A che pensi? - ripet il giovine.
    - Ebbene,  te lo dir.  Io parto mercoled,  non so per quanto  tempo;
    forse per molto, per sempre; non so... Quest'amore si rompe, per colpa
    mia;  ma non mi chiedere come, non mi chiedere perch, non mi chiedere
    nulla: ti prego! Non potrei risponderti.
    Andrea la guard, quasi incredulo. La cosa gli pareva cos impossibile
    che non gli fece dolore.
    - Tu dici per gioco;  vero Elena?
    Ella scosse la testa,  negando,  poich le si era chiusa  la  gola;  e
    subitamente spinse al trotto il cavallo. Dietro di loro, le campane di
    Santa Sabina e di Santa Prisca cominciarono a suonare, nel crepuscolo.
    Essi  trottavano  in  silenzio,  suscitando  gli echi sotto gli archi,
    sotto i templi,  nelle ruine solitarie e vacue.  Lasciarono a sinistra
    San  Giorgio  in  Velabro  che aveva ancora un bagliore vermiglio su i
    mattoni del campanile,  come nel giorno della felicit.  Costeggiarono
    il  Fro  romano,   il  Fro  di  Nerva,   gi  occupati  da  un'ombra
    azzurrognola, simile a quella de' ghiacciai nella notte.  Si fermarono
    all'Arco dei Pantani, dove li attendevano gli staffieri e le carrozze.
    Appena  fuor  di  sella,  Elena  tese  la mano ad Andrea,  evitando di
    guardarlo  negli  occhi.   Pareva  ch'ella  avesse  gran   fretta   di
    allontanarsi.
    - Ebbene? - le chiese Andrea, aiutandola a montar nel legno.
    - A domani. Stasera, no.


    5.
    Il commiato su la via Nomentana,  quell'"adieu au grand air" voluto da
    Elena,  non isciolse alcuno de' dubbi che Andrea aveva  nell'animo.  -
    Quali  erano  mai  le cagioni occulte di quella partenza subitanea?  -
    Invano egli cercava di penetrare il mistero; i dubii l'opprimevano.
    Ne' primi giorni,  gli assalti del dolore e del desiderio furono  cos
    crudeli  ch'egli  credeva  morirne.  La  gelosia,  che  dopo  le prime
    apparite  erasi  dileguata  innanzi  all'assiduo  ardore   di   Elena,
    risorgeva in lui destata dalle imaginazioni impure;  e il sospetto che
    un uomo potesse nascondersi  in  quell'oscuro  intrico,  gli  dava  un
    tormento insopportabile. Talvolta, contro la donna lontana, l'invadeva
    una  bassa  ira,  un  rancore  pien d'amarezza,  e quasi un bisogno di
    vendetta, come s'ella lo avesse ingannato e tradito per abbandonarsi a
    un altro amante.  Anche,  talvolta credeva di non desiderarla pi,  di
    non amarla pi, di non averla mai amata; ed era in lui un fenomeno non
    nuovo  questa  cessazion momentanea d'un sentimento,  questa specie di
    sincope  spirituale  che,  per  esempio,   gli  rendeva  completamente
    estranea  in  mezzo  alla  gente  la  donna  diletta  e gli permetteva
    d'assistere a un gaio pranzo un'ora dopo aver  bevute  le  lacrime  di
    lei.  Ma  quegli  oblii non duravano.  La primavera romana fioriva con
    inaudita letizia: la citt di travertino e di mattone sorbiva la luce,
    come un'avida selva;  le fontane papali si levavano in  un  cielo  pi
    diafano d'una gemma;  la piazza di Spagna odorava come un roseto; e la
    Trinit de' Monti,  in cima alla scala popolata di  putti,  pareva  un
    duomo d'oro.
    Alle incitazioni che gli venivano dalla nuova bellezza di Roma, quanto
    in lui rimaneva del fascino di quella donna,  nel sangue e nell'anima,
    ravvivavasi e raccendevasi. Ed egli era turbato, fin nel profondo,  da
    invincibili angosce, da implacabili tumulti, da indefinibili languori,
    che  somigliavano  un  poco  quelli della pubert.  Una sera,  in casa
    Dolcebuono, dopo un t,  essendo rimasto ultimo nel salone tutto pieno
    di  fiori  e  ancor  vibrante  d'una "Cachoucha" del Raff,  egli parl
    d'amore a Donna Bianca;  e non se ne pent,  n in quella sera  n  in
    seguito.
    La  sua  avventura con Elena Muti era ormai notissima come,  o prima o
    poi,  o pi o meno,  nella societ elegante di Roma e  in  ogni  altra
    societ son note tutte le avventure e tutte le "flirtations".
    Le precauzioni non valgono. Ciascuno ivi  cos buon conoscitore della
    mimica  erotica,  che gli basta sorprendere un gesto o un'attitudine o
    uno sguardo per avere un sicuro indizio,  mentre gli amanti,  o coloro
    che son per divenire tali,  non sospettano.  Inoltre,  ci sono in ogni
    societ alcuni curiosi che fan professione di scoprire e che vanno  su
    le  vestigia  degli amori altrui con non minor perseveranza de' segugi
    in traccia di selvaggina.  Essi  sono  sempre  vigili  e  non  paiono;
    colgono  infallibilmente  una parola mormorata,  un sorriso tenue,  un
    piccolo sussulto, un lieve rossore, un baleno d'occhi; n balli, nelle
    grandi feste,  dove  sono  pi  probabili  le  imprudenze,  girano  di
    continuo,  sanno insinuarsi nel pi fitto,  con un'arte straordinaria,
    come nelle moltitudini i borsaiuoli;  e l'orecchio  teso a rapire  un
    frammento  di  dialogo,  l'occhio    pronto  dietro il luccicor della
    lente, a notare una stretta, una languidezza, un fremito,  la pression
    nervosa d'una mano feminea su la spalla d'un danzatore.
    Un  terribile  segugio  era,  per esempio,  Don Filippo del Monte,  il
    commensale della marchesa d'Ateleta. Ma, in verit,  Elena Muti non si
    preoccupava  molto  delle  maldicenze mondane;  e in questa sua ultima
    passione  era  giunta  a  temerit  quasi  folli.  Ella  copriva  ogni
    ardimento  con la sua bellezza,  col suo lusso,  col suo alto nome;  e
    passava pur sempre inchinata,  ammirata,  adulata,  per  quella  certa
    molle tolleranza che  una delle pi amabili qualit dell'aristocrazia
    quirite e che le viene forse appunto dall'abuso della mormorazione.
    Or dunque l'avventura aveva, d'un tratto, inalzato Andrea Sperelli, in
    conspetto delle dame, a un alto grado di potere.
    Un'aura di favore l'avvolse;  e la sua fortuna, in poco tempo, divenne
    meravigliosa. Un fenomeno assai frequente, nelle societ moderne,  il
    contagio del desiderio.  Un uomo,  che sia stato amato da una donna di
    pregi singolari, eccita nelle altre l'imaginazione; e ciascuna arde di
    possederlo,  per  vanit  e per curiosit,  a gara.  Il fascino di Don
    Giovanni  pi nella sua fama che nella sua persona. Inoltre,  giovava
    allo  Sperelli quel certo nome ch'egli aveva d'artista misterioso;  ed
    erano rimasti celebri due sonetti, scritti nell'albo della principessa
    di Ferentino,  n quali come in un dittico ambiguo egli  aveva  lodato
    una bocca diabolica e una bocca angelica,  quella che perde le anime e
    quella che dice Ave.  La gente volgare non imagina  quali  profondi  e
    nuovi godimenti l'aureola della gloria,  anche pallida o falsa,  porti
    all'amore.  Un amante oscuro,  avesse anche la forza di  Ercole  e  la
    bellezza d'Ippolito e la grazia d'Ila, non mai potr dare all'amata le
    delizie  che  l'artista,  forse inconsapevolmente,  versa in abondanza
    negli ambiziosi spiriti feminili.  Gran  dolcezza  dev'essere  per  la
    vanit  di  una  donna il poter dire: - In ciascuna lettera ch'egli mi
    scrive  forse la  pi  pura  fiamma  del  suo  intelletto  a  cui  mi
    riscalder io sola; in ciascuna carezza egli perde una parte della sua
    volont  e  della sua forza;  e i suoi pi alti sogni di gloria cadono
    nelle pieghe della mia veste, n cerchi che segna il mio respiro!
    Andrea Sperelli non esit un istante d'innanzi alle lusinghe. A quella
    specie di raccoglimento,  prodotto in lui dal dominio unico di  Elena,
    succedeva  ora il dissolvimento.  Non pi tenute dall'ignea fascia che
    le stringeva ad unit,  le sue forze tornavano al primitivo disordine.
    Non  potendo  pi conformarsi,  adeguarsi,  assimilarsi a una superior
    forma  dominatrice,  l'anima  sua,  camaleontica,  mutabile,   fluida,
    virtuale si trasformava,  si difformava, prendeva tutte le forme. Egli
    passava  dall'uno  all'altro   amore   con   incredibile   leggerezza;
    vagheggiava nel tempo medesimo diversi amori; tesseva, senza scrupolo,
    una gran trama d'inganni,  di finzioni,  di menzogne,  d'insidie,  per
    raccogliere il maggior numero di prede.  L'abitudine della falsit gli
    ottundeva  la conscienza.  Per la continua mancanza della riflessione,
    egli diveniva a poco a poco impenetrabile a s stesso,  rimaneva fuori
    del suo mistero. A poco a poco egli quasi giungeva a non vedere pi la
    sua vita interiore, in quella guisa che l'emisfero esterno della terra
    non vede il sole pur essendogli legato indissolubilmente. Sempre vivo,
    spietatamente  vivo,  era in lui un istinto: l'istinto del distacco da
    tutto ci che l'attraeva senza avvincerlo. E la volont, disutile come
    una spada di cattiva tempra,  pendeva al fianco di un  ebro  o  di  un
    inerte.
    Il ricordo di Elena talvolta, risorgendo d'improvviso, lo riempiva; ed
    egli  o cercava di sottrarsi alle malinconie del rimpianto o piacevasi
    invece rivivere nella imaginazione  viziata  l'eccessivit  di  quella
    vita,  per averne uno stimolo ai nuovi amori.  Ripeteva a s stesso le
    parole del "lied": Ricorda i giorni spenti!  E  metti  su  le  labbra
    della "seconda" baci soavi quanto quelli che tu davi alla "prima", non
     gran tempo! Ma gi la seconda eragli uscita dall'anima.  Egli aveva
    parlato d'amore a Donna Bianca Dolcebuono,  da principio  senza  quasi
    pensarci,  istintivamente  attratto  forse  per virt di un indefinito
    riflesso  che  a  colei  veniva  dall'essere  amica  di  Elena.  Forse
    germogliava  il  piccolo seme di simpatia che avevan gittato in lui le
    parole della contessa fiorentina, al pranzo in casa Doria. Chi sa dire
    per quale misterioso procedere  un  qualunque  contatto  spirituale  o
    materiale tra un uomo e una donna,  anche insignificante, pu generare
    ed  alimentare  in  ambedue  un  sentimento   latente,   innavvertito,
    insospettato,  che  dopo  molto  tempo le circostanze faranno emergere
    d'un tratto?  E' il fenomeno medesimo che noi riscontriamo nell'ordine
    intellettuale,  quando  il germe d'un pensiero o l'ombra d'una imagine
    si ripresentano  d'un  tratto,  dopo  un  lungo  intervallo,  per  uno
    sviluppo  inconsciente,  elaborati  in  imagine compiuta,  in pensiero
    complesso.  Le medesime leggi governano tutte le attivit  del  nostro
    essere;  e  le  attivit  di cui noi siam consapevoli non sono che una
    parte delle nostre attivit.
    Donna Bianca Dolcebuono era l'ideal tipo  della  bellezza  fiorentina,
    quale  fu  reso  dal  Ghirlandajo nel ritratto di Giovanna Tornabuoni,
    ch' in Santa Maria Novella.  Aveva un chiaro volto ovale,  la  fronte
    larga  alta e candida,  la bocca mite,  il naso un poco rilevato,  gli
    occhi di quel color tane' oscuro lodato  dal  Firenzuola.  Prediligeva
    disporre  i  capelli  con abbondanza su le tempie,  fino a mezzo delle
    guance, alla foggia antica.  Ben le conveniva il cognome,  poich ella
    portava  nella  vita mondana una bont nativa,  una grande indulgenza,
    una cortesia  per  tutti  eguale,  e  una  parlatura  melodiosa.  Era,
    insomma,  una di quelle donne amabili,  senza profondit n di spirito
    n d'intelletto,  un poco indolenti,  che sembrano nate  a  vivere  in
    piacevolezza  e  a  cullarsi n discreti amori come gli uccelli su gli
    alberi fiorenti.
    Quando ud le frasi di Andrea, ella esclam, con un grazioso stupore:
    - Dimenticate Elena cos presto?
    Poi, dopo alcuni giorni di graziose esitazioni,  le piacque di cedere;
    e non di rado ella parlava d'Elena al giovine infedele, senza gelosia,
    candidamente.
    -  Ma  perch  mai  sar partita prima del solito,  quest'anno?  - gli
    chiese una volta, sorridendo.
    -  Io  non  so  -  rispose  Andrea,  senza  poter  nascondere  un  po'
    d'impazienza e di amarezza.
    - Tutto, proprio,  finito?
    -  Bianca,  vi prego,  parliamo di noi!  - interruppe egli con la voce
    alterata, poich quei discorsi lo turbavano e irritavano.
    Ella rimase un momento pensosa,  come se volesse sciogliere un enigma;
    quindi sorrise scotendo la testa,  come se rinunziasse, con una fugace
    ombra di malinconia su gli occhi.
    - Cos  l'amore.
    E rese all'amante le carezze.
    Andrea,  possedendola,   possedeva  in  lei  tutte  le  gentili  donne
    fiorentine del Quattrocento, alle quali cantava il Magnifico:

    "E' si vede in ogni lato
    Che 'l proverbio dice il vero,
    Che ciascun muta pensiero
    Come l'occhio  separato.

    Vedesi cambiare amore:
    Come l'occhio sta di lunge,
    Cos sta di lunge il core:
    Perch appresso un altro il punge.
    Col qual tosto e' si congiunge
    Con piacere e con diletto..."

    Allorch, nell'estate, ella era per partire, disse, prendendo congedo,
    senza nascondere la sua commozione gentile:
    -  Io  so  che,  quando ci rivedremo,  voi non mi amerete pi.  Cos 
    l'amore. Ma ricordatevi di un'amica!
    Egli non l'amava.  Pure,  nelle giornate calde e tediose,  certe molli
    cadenze  della voce di lei gli tornavan nell'anima come la magia d'una
    rima e gli suscitavano la visione  d'un  giardin  fresco  d'acque  pel
    quale  ella andasse in compagnia d'altre donne sonando e cantando come
    in una vignetta del "Sogno di Polifilo".
    E Donna Bianca si  dilegu.  E  vennero  altre,  talvolta  in  coppia:
    Barbarella  Viti,   la  mascula,   che  aveva  una  superba  testa  di
    giovinetto, tutta quanta dorata e fulgente come certe teste giudee del
    Rembrandt; la contessa di Lcoli, la dama delle turchesi, una Circe di
    Dosso Dossi, con due bellissimi occhi pieni di perfidia, varianti come
    i mari d'autunno,  grigi,  azzurri,  risplendenti di quella prodigiosa
    carnagione,  composta di luce,  di rose e di latte, che han soltanto i
    babies delle grandi famiglie inglesi  nelle  tele  del  Reynolds,  del
    Gainsborough e del Lawrences; la marchesa Du Deffand, una bellezza del
    Direttorio, una Re'camier, dal lungo e puro ovale, dal collo di cigno,
    dalle  mammelle  saglienti,  dalle  braccia  bacchiche;  Donna  Isotta
    Cellesi,  la dama degli smeraldi,  che volgeva con  una  lenta  maest
    divina la sua testa d'imperatrice tra lo scintillio delle enormi gemme
    ereditarie;  la  principessa  Kalliwoda,  la dama senza gioielli,  che
    nella fragilit delle  sue  forme  chiudeva  nervi  d'acciaio  per  il
    piacere,  e  su  la  cerea  delicatezza dei suoi lineamenti apriva due
    voraci occhi leonini, gli occhi d'uno Scita.
    Ciascuno di  questi  amori  port  a  lui  una  degradazione  novella;
    ciascuno  l'inebri d'una cattiva ebrezza,  senza appagarlo;  ciascuno
    gli insegn una qualche particolarit e  sottilit  del  vizio  a  lui
    ancora  ignota.  Egli  aveva  in  s  i  germi  di tutte le infezioni.
    Corrompendosi, corrompeva. La frode gli invescava l'anima,  come d'una
    qualche materia viscida e fredda che ogni giorno divenisse pi tenace.
    Il  pervertimento  de' sensi gli faceva ricercare e rilevare nelle sue
    amanti quel ch'era in loro men nobile e men puro.  Una bassa curiosit
    lo  spingeva  a scieglier le donne che avevan peggior fama;  un crudel
    gusto di contaminazione lo spingeva a sedurre le donne che avean  fama
    migliore.  Fra  le  braccia  dell'una  egli si ricordava d'una carezza
    dell'altra,  d'un modo di volutt appreso dall'altra.  Talvolta (e fu,
    in  ispecie,  quando  la notizia delle seconde nozze di Elena Muti gli
    riapr per qualche tempo la  ferita)  piacevasi  di  sovrapporre  alla
    nudit  presente  le evocate nudit di Elena e di servirsi della forma
    reale come d'un appoggio sul qual  godere  la  forma  ideale.  Nutriva
    l'imagine  con  uno  sforzo intenso,  finch l'imaginazione giungeva a
    possedere l'ombra quasi creata.
    Pur tuttavia egli non aveva culto per le memorie dell'antica felicit.
    Talvolta,  anzi,  quelle  gli  davano  un  appiglio  a  una  qualunque
    avventura.  Nella  Galleria Borghese,  per esempio,  nella memore sala
    degli specchi,  egli ottenne da Lilian Theed la prima promessa;  nella
    Villa  Medici,  su per la memore scala verde che conduce al Belvedere,
    egli intrecci le sue dita alle lunghe dita d'Anglique Du Deffand;  e
    il  piccolo  teschio  d'avorio appartenuto al cardinale Immenraet,  il
    gioiello mortuario segnato del nome d'Ippolita oscura,  gli suscit il
    capriccio di tentare Donna Ippolita Albonico.
    Questa  dama  aveva  nella  sua  persona  una  grande aria di nobilt,
    somigliando un poco a Maria  Maddalena  d'Austria,  moglie  di  Cosimo
    Secondo  de'  Medici,  nel  ritratto  di  Giusto  Suttermans,  ch' in
    Firenze, dai Corsini. Amava gli abiti suntuosi, i broccati, i velluti,
    i merletti.  I larghi collari medcei parevano la foggia meglio adatta
    a far risaltare la bellezza della sua testa superba.
    In  una  giornata  di  corse,  su  la tribuna,  Andrea Sperelli voleva
    ottenere da Donna  Ippolita  ch'ella  andasse  la  dimane  al  palazzo
    Zuccari  per  prendere  il  misterioso avorio dedicato a lei.  Ella si
    schermiva,  ondeggiando tra la prudenza e la curiosit.  Ad ogni frase
    del giovine un po' ardita, corrugava le sopracciglia mentre un sorriso
    involontario le sforzava la bocca;  e la sua testa,  sotto il cappello
    ornato di piume bianche,  sul fondo dell'ombrellino ornato di merletti
    bianchi, era in un momento di singolare armonia.
    - "Tibi,  Hippolyta"!  Dunque venite? Io vi aspetter tutto il giorno,
    dalle due fino a sera. Va bene?
    - Ma siete pazzo?
    - Di che temete?  Io giuro alla Maest Vostra di non toglierle nuppure
    un  guanto.  Rimarr  seduta  come  in un trono,  secondo il suo regal
    costume;  e,  anche prendendo una tazza di te,  potr  non  posare  lo
    scettro  invisibile  che  porta  sempre  nella  destra  imperiosa.  E'
    concessa la grazia, a questi patti?
    - No.
    Ma  ella   sorrideva,   poich   compiacevasi   di   sentir   rilevare
    quell'aspetto  di  regalit  ch'era  la sua gloria.  E Andrea Sperelli
    continuava a tentarla,  sempre in tono  di  scherzo  o  di  preghiera,
    unendo  alla  seduzione della sua voce uno sguardo continuo,  sottile,
    penetrante,  quello sguardo indefinibile che sembra svestire le donne,
    vederle ignude a traverso le vesti, toccarle su la pelle viva.
    -  Non  voglio  che  mi  guardiate cos - disse Donna Ippolita,  quasi
    offesa, con un lieve rossore.
    Su  la  tribuna  eran  rimaste  poche  persone.   Signore  e   signori
    passeggiavano su l'erba,  lungo lo steccato, o circondavano il cavallo
    vittorioso,  o scommettevano coi publici scommettitori urlanti,  sotto
    l'incostanza  del  sole che appariva e spariva fra i molti arcipelaghi
    delle nuvole.
    - Scendiamo - ella soggiunse,  non accorgendosi degli occhi seguaci di
    Giannetto Rtolo che stava appoggiato alla ringhiera della scala.
    Quando,  per  discendere,  passarono  d'innanzi  a colui,  lo Sperelli
    disse:
    - Addio, marchese, a poi. Correremo.
    Il Rtolo s'inchin profondamente  a  Donna  Ippolita;  e  una  sbita
    fiamma  gli  color la faccia.  Eragli parso di sentire nel saluto del
    conte una leggera irrisione.  Rimase alla ringhiera,  seguendo  sempre
    con gli occhi la coppia nel recinto. Visibilmente, soffriva.
    - Rtolo,  alle vedette!  - fecegli, con un riso malvagio, la contessa
    di Lcoli passando a braccio con Don Filippo del  Monte,  gi  per  la
    scala di ferro.
    Egli  sent  la  punta nel mezzo del cuore.  Donna Ippolita e il conte
    d'Ugenta,  dopo essere  giunti  fin  sotto  la  specola  dei  giudici,
    tornavano verso la tribuna.  La dama teneva il bastone dell'ombrellino
    su la spalla,  girandolo fra le dita;  la  cupola  bianca  le  roteava
    dietro la schiena,  come un'aureola,  e i molti merletti s'agitavano e
    si sollevavano incessantemente.  Entro quel  cerchio  mobile  ella  di
    tratto  in  tratto  rideva alle parole del giovine;  e ancora un lieve
    rossore tingeva la nobile pallidezza  del  suo  volto.  Di  tratto  in
    tratto, i due si soffermavano.
    Giannetto Rtolo,  fingendo di voler osservare i cavalli che entravano
    nella pista, volse il binocolo fra i due. Visibilmente,  gli tremavano
    le  mani.  Ogni sorriso,  ogni gesto,  ogni attitudine di Ippolita gli
    dava un atroce dolore.  Quando abbass il  binocolo,  egli  era  assai
    smorto.  Aveva sorpreso negli occhi dell'amata,  che si posavano su lo
    Sperelli, quello sguardo ch'egli ben conosceva poich n'era stato,  un
    tempo,  illuminato di speranza. Gli parve che tutto ruinasse intorno a
    lui.   Un  lungo   amore   finiva,   troncato   da   quello   sguardo,
    irreparabilmente.  Il sole non era pi il sole; la vita non era pi la
    vita.
    La tribuna si ripopolava rapidamente,  gi che il segnale della  terza
    corsa era prossimo. Le dame salivano in piedi su i sedili. Un mormorio
    correva lungo i gradi,  simile a un vento sopra un giardino in pendio.
    La campanella squill. I cavalli partirono come un gruppo di saette.
    - Correr in onor vostro,  Donna  Ippolita  -  disse  Andrea  Sperelli
    all'Albonico,  prendendo congedo per andare a prepararsi alla seguente
    corsa, ch'era di gentiluomini. - "Tibi, Hippolyta, semper"!
    Ella gli strinse la mano, forte,  per augurio,  non pensando che anche
    Giannetto  Rtolo stava fra i contenditori.  Quando vide,  poco oltre,
    l'amante  pallido  scender  gi  per  la  scala,   l'ingenua  crudelt
    dell'indifferenza le regnava nei belli occhi oscuri.  Il vecchio amore
    le cadeva dall'anima,  pari a una spoglia inerte,  per l'invasione del
    nuovo.  Ella  non apparteneva pi a quell'uomo;  non gli era legata da
    nessun legame.  Non   concepibile  come  prontamente  e  intieramente
    rientri nel possesso del proprio cuore la donna che non ama pi.
    Egli  me  l'ha  presa  pens colui,  camminando verso la tribuna del
    "Jockey-club", su l'erba che parevagli s'affondasse sotto i suoi piedi
    come un'arena.  Davanti,  a poca distanza,  camminava l'altro,  con un
    passo  disinvolto  e  sicuro.  La  persona  alta e snella,  nell'abito
    cinerino,  aveva quella particolare inimitabile eleganza che  sol  pu
    dare  il  lignaggio.  Egli fumava.  Giannetto Rtolo,  venendo dietro,
    sentiva l'odore della sigaretta, ad ogni buffo di fumo; ed era per lui
    un fastidio insopportabile,  un disgusto che gli saliva dalle viscere,
    come contro un veleno.
    Il duca Beffi e Paolo Caligro stavano su la soglia, gi in assetto di
    corsa.  Il  duca  si  chinava  su  le  gambe aperte,  con un movimento
    ginnico, per provare l'elasticit de' suoi calzoni di pelle o la forza
    de' suoi ginocchi.  Il piccolo Caligro imprecava alla  pioggia  della
    notte, che aveva reso pesante il terreno.
    -  Ora - disse allo Sperelli - tu hai molte probabilit,  con "Miching
    Mallecho".
    Giannetto Rtolo ud quel presagio, ed ebbe al cuore una fitta.
    Egli riponeva nella vittoria una vaga speranza. Nella sua imaginazione
    vedeva gli effetti d'una corsa vinta e d'un duello  fortunato,  contro
    il nemico. Spogliandosi, ogni suo gesto tradiva la preoccupazione.
    -  Ecco  un  uomo  che,  prima  di  montare a cavallo,  vede aperta la
    sepoltura - disse il duca di Beffi,  posandogli una mano su la spalla,
    con un atto comico. - "Ecce homo novus".
    Andrea Sperelli,  il quale in tal momento aveva gli spiriti gai, ruppe
    in un di que' suoi franchi scoppi di risa,  ch'erano la pi  seducente
    effusione della sua giovinezza.
    - Perch ridete,  voi? - gli chiese Rtolo, pallidissimo, fuori di s,
    fissandolo di sotto ai sopraccigli corrugati.
    - Mi pare - rispose lo Sperelli,  senza turbarsi - che voi mi parliate
    in un tono assai vivo, caro marchese.
    - Ebbene?
    - Pensate del mio riso quel che pi vi piace.
    - Penso che  sciocco.
    Lo  Sperelli  balz in piedi,  fece un passo,  e lev contro Giannetto
    Rtolo il frustino.  Paolo Caligro giunse a trattenergli il  barccio,
    per  prodigio.  Altre  parole  irruppero.  Sopravvenne Don Marcantonio
    Spada; ud l'alterco, e disse:
    - Basta, figliuoli. Sapete ambedue quel che dovrete fare domani.  Ora,
    dovete correre.
    I  due  avversari  compirono  la lor vestizione,  in silenzio.  Quindi
    uscirono. Gi la notizia del litigio s'era sparsa nel recinto e saliva
    su per le tribune, ad accrescere l'aspettazion della corsa.
    La contessa di Lcoli,  con  raffinata  perfidia,  la  diede  a  Donna
    Ippolita Albonico.  Questa, non lasciando trasparire alcun turbamento,
    disse:
    - Mi dispiace. Parevano amici.
    La diceria si diffondeva, trasformandosi, per le belle bocche feminee.
    Intorno ai publici scommettitori ferveva la folla. "Miching Mallecho",
    il cavallo del conte d'Ugenta,  e "Brummel",  il cavallo del  marchese
    Rtolo,  erano i favoriti; venivano poi "Satirist" del duca di Beffi e
    "Carbonilla" del conte Caligro.  I buoni conoscidori per diffidavano
    de'  due primi,  pensando che la concitazion nervosa dei due cavalieri
    avrebbe certamente nociuto alla corsa.
    Ma Andrea Sperelli era calmo, quasi allegro.
    Il sentimento della  sua  superiorit  su  l'avversario  l'assicurava;
    inoltre,  quella  tendenza  cavalleresca  alle  avventure  perigliose,
    ereditata dal padre byroneggiante,  gli faceva vedere il suo  caso  in
    una  luce  di  gloria;  e  tutta  la  nativa generosit del suo sangue
    giovenile  risvegliavasi,   d'innanzi  al  rischio.   Donna   Ippolita
    Albonico,   d'un  tratto,  gli  si  levava  in  cima  dell'anima,  pi
    desiderabile e pi bella.
    Egli and incontro al  suo  cavallo,  con  il  cuor  palpitante,  come
    incontro  a  un  amico  che  gli  portasse  l'annunzio aspettato d'una
    fortuna.  Gli palp il muso,  con dolcezza;  e l'occhio  dell'animale,
    quell'occhio  ove  brillava  tutta  la  nobilt  della  razza  per una
    inestinguibile fiamma,  l'inebri come lo  sguardo  magnetico  di  una
    donna.
    - "Mallecho",  - mormorava, palpandolo -  una gran giornata! Dobbiamo
    vincere.
    Il suo "trainer", un omuncolo rossiccio,  figgendo le pupille acute su
    gli  altri  cavalli  che  passavano  portati  a mano dai palafrenieri,
    disse, con la voce roca:
    - "No doubt".
    "Miching Mallecho esq."  era  un  magnifico  baio,  proveniente  dalle
    scuderie del barone di Soubeyran.  Univa alla slanciata eleganza delle
    forme una potenza di reni straordinaria.  Dal pelo lucido e  fino,  di
    sotto a cui apparivano gli intichi delle vene sul petto e su le cosce,
    pareva  esalare quasi un fuoco vaporoso,  tanto era l'ardore della sua
    vitalit. Fortissimo nel salto, aveva portato assai spesso nelle cacce
    il suo  signore,  di  l  da  tutti  gli  ostacoli,  non  rifiutandosi
    d'innanzi a una triplice filagna o d'innanzi a una maceria mai, sempre
    alla coda dei cani,  intrepidamente. Un "hop" del cavaliere l'incitava
    pi d'un colpo di sperone; e una carezza lo faceva fremere.
    Prima di montare,  Andrea esamin attentamente tutta la bardatura,  si
    assicur  d'ogni  fibbia  e  d'ogni  cinghia;  quindi  balz in sella,
    sorridendo.  Il "trainer" dimostr con  un  espressivo  gesto  la  sua
    fiducia, guardando il padrone allontanarsi.
    Intorno   alle   tabelle   delle   quote  persisteva  la  folla  degli
    scommettitori. Andrea sent su la sua persona tutti gli sguardi. Volse
    gli occhi alla tribuna destra  per  vedere  l'Albonico,  ma  non  pot
    distinguer  nulla  tra  la  moltitudine  delle dame.  Salut da presso
    Lilian Theed a cui eran ben noti i galoppi  di  "Mallecho"  dietro  le
    volpi  e  dietro le chimere.  La marchesa d'Ateleta fece da lontano un
    atto di rimprovero, poich aveva saputo l'alterco.
    - Com' quotato "Mallecho"? - chiese egli a Ludovico Barbarisi.
    Andando al punto di partenza,  egli pensava freddamente al metodo  che
    avrebbe tenuto per vincere;  e guardava i suoi tre competitori, che lo
    precedevano, calcolando la forza e la scienza di ciascuno.
    Paolo Caligro era un demonio di malizia,  rotto a tutte  le  furberie
    del mestiere,  come un "jockey";  ma "Carbonilla", sebbene veloce, era
    di poca resistenza.  Il duca di Beffi,  cavaliere d'alta  scuola,  che
    aveva vinto pi d'un "match" in Inghilterra, montava un animale d'umor
    difficile, che poteva rifiutarsi innanzi a qualche ostacolo.
    Giannetto  Rtolo  invece  ne  montava  uno  eccellente  ed  assai ben
    disciplinato;  ma sebben forte,  egli era troppo impetuoso e  prendeva
    parte a una corsa publica per la prima volta. Inoltre, doveva trovarsi
    in uno stato di nervosit terribile, come da molti segni appariva.
    Andrea  pensava,  guardandolo:  La  mia  vittoria d'oggi influir sul
    duello di domani, senza dubbio.  Egli perder la testa,  certo,  qui e
    l.  Io debbo essere calmo, su tutt'e due i campi. Poi, anche, pens:
    Quale sar l'animo di Donna Ippolita? Gli parve che intorno ci fosse
    un silenzio insolito.  Misur con l'occhio la distanza fino alla prima
    siepe;  not  su  la  pista  un  sasso luccicante;  s'accorse d'essere
    osservato dal Rtolo; ebbe un fremito per tutta la persona.
    La campanella diede il  segnale;  ma  "Brummel"  aveva  gi  preso  lo
    slancio;  e  la partenza quindi,  non essendo stata contemporanea,  fu
    ritenuta non buona. Anche la seconda fu una falsa partenza,  per colpa
    di   "Brummel".   Lo   Sperelli  e  il  duca  di  Beffi  si  sorrisero
    fuggevolmente.
    La terza partenza fu valida. "Brummel", sbito,  si stacc dal gruppo,
    radendo lo steccato.  Gli altri tre cavalli seguirono di pari,  per un
    tratto;  e saltarono la prima siepe,  felicemente;  poi,  la  seconda.
    Ciascuno  dei tre cavalieri faceva un gioco diverso.  Il duca di Beffi
    cercava di  mantenersi  nel  gruppo  perch  d'innanzi  agli  ostacoli
    "Satirist"  fosse istigato dall'esempio.  Il Caligro moderava la foga
    di "Carbonilla",  a conservarle le forze per  gli  ultimi  cinquecento
    metri.  Andrea  Sperelli  aumentava gradatamente la velocit,  volendo
    incalzare il suo nemico in  prossimit  dell'ostacolo  pi  difficile.
    Poco  dopo,  infatti,  "Mallecho"  avanz  i due compagni e si diede a
    serrare da presso "Brummel".
    Il Rtolo sent dietro di s il galoppo incalzante, e fu preso da tale
    ansiet che non vide pi nulla. Tutto alla vista gli si confuse,  come
    s'egli  fosse  per perdere gli spiriti.  Faceva uno sforzo immenso per
    tenere piantati gli speroni nel ventre del cavallo; e lo sbigottiva il
    pensiero che le forze lo abbandonassero.  Aveva negli orecchi un rombo
    continuo,  e  in  mezzo al rombo udiva il grido breve e secco d'Andrea
    Sperelli.
    - "Hop! Hop"!
    Sensibilissimo  alla  voce  pi  che  ad  ogni   altra   instigazione,
    "Mallecho" divorava l'intervallo di distanza,  non era pi che a tre o
    quattro metri da "Brummel", stava per raggiungerlo, per superarlo.
    - "Hop"!
    Un'altra barriera attraversava la pista. Il Rtolo non la vide, poich
    aveva smarrita ogni conscienza, conservando solo un furioso istinto di
    aderire all'animale e di spingerlo innanzi,  alla  ventura.  "Brummel"
    salt;  ma,  non coadiuvato dal cavaliere,  urt le zampe posteriori e
    ricadde dall'altra parte cos male che il cavaliere perse  le  staffe,
    pur  restando  in sella.  Seguit tuttavia a correre.  Andrea Sperelli
    teneva ora il primo posto; Giannetto Rtolo,  senza aver recuperato le
    staffe, veniva secondo, incalzato da Paolo Caligro; il duca di Beffi,
    avendo  sofferto  da "Satirist" un rifiuto,  veniva ultimo.  Passarono
    sotto le tribune, in quest'ordine; udirono un clamore confuso,  che si
    dilegu.
    Su le tribune,  tutti gli animi stavan sospesi nell'attenzione. Alcuni
    indicavano ad alta voce le vicende  della  corsa.  Ad  ogni  mutamento
    nell'ordine  dei cavalli,  molte esclamazioni si levavano tra un lungo
    mormorio;  e le dame ne avevano un fremito.  Donna Ippolita  Albonico,
    ritta  in  piedi  sul sedile,  appoggiandosi alle spalle del marito il
    quale  era  sotto  di  lei,  guardava  senza  mai  mutarsi,   con  una
    meravigliosa  padronanza;  se  non  che  le  labbra troppo chiuse e un
    leggerissimo increspamento della fronte potevan forse  rivelare  a  un
    indagatore  lo  sforzo.  A  un certo punto,  ritrasse dalle spalle del
    marito le mani per tema di tradirsi con un qualche involontario moto.
    - Sperelli  caduto - annunzi a voce alta la contessa di Lcoli.
    "Mallecho", infatti, saltando, aveva messo un piede in fallo su l'erba
    umida ed erasi piegato su le  ginocchia,  rialzandosi  immediatamente.
    Andrea  gli  era passato dal collo,  senza danno;  e con una prontezza
    fulminea era  tornato  in  sella,  mentre  il  Rtolo  e  il  Caligro
    sopraggiungevano.  "Brummel",  sebbene  offeso  alle zampe posteriori,
    faceva prodigi,  per virt del suo sangue  puro.  "Carbonilla"  infine
    spiegava  tutta  la  sua velocit,  condotta con arte mirabile dal suo
    cavaliere. Mancavano circa ottocento metri alla mta.
    Lo Sperelli vide la vittoria fuggirgli;  ma raccolse tutti gli spiriti
    per riafferrarla.  Teso su le staffe, curvo su la criniera, gittava di
    tratto in tratto quel grido breve, e'sile, penetrante, che aveva tanto
    potere sul nobile animale. Mentre "Brummel" e "Carbonilla", affaticati
    sul  terreno  pesante,  perdevano  vigore,   "Mallecho"  aumentava  la
    veemenza  del suo slancio,  stava per riconquistare il suo posto,  gi
    sfiorava la vittoria con la fiamma delle  sue  narici.  Dopo  l'ultimo
    ostacolo,  avendo  superato  "Brummel",  raggiungeva  con  la testa la
    spalla di "Carbonilla".  A circa cento metri  dalla  mta,  radeva  lo
    steccato,  avanti,  avanti,  lasciando  dietro  di s e la morella del
    Caligro lo spazio  di  dieci  lunghezze.  La  campana  squill;  un
    applauso  rison  per tutte le tribune,  come il crepitar sordo di una
    grandine;  un clamore si propag nella folla su la  prateria  inondata
    dal sole.
    Andrea  Sperelli rientrando nel recinto pensava: La fortuna  con me,
    oggi.  Sar con me anche domani? Sentendo  venire  a  s  l'aura  del
    trionfo,  ebbe  contro  l'oscuro pericolo quasi una sollevazion d'ira.
    Avrebbe voluto affrontarlo sbito, in quello stesso giorno,  in quella
    stessa ora, senza altro indugio, per godere una duplice vittoria e per
    mordere  quindi  al  frutto che gli offriva la mano di Donna Ippolita.
    Tutto il suo essere accendevasi d'orgoglio selvaggio,  al pensiero  di
    posseder  quella  bianca  e  superba  donna  per  diritto di conquista
    violenta. L'imaginazione gli fingeva un gaudio non mai provato,  quasi
    direi una volutt d'altri tempi,  quando i gentiluomini scioglievano i
    capelli delle amasie con mani omicide e carezzevoli,  affondandovi  la
    fronte  ancora  grondante  per  la fatica dell'abbattimento e la bocca
    ancora amara delle profferte  ingiurie.  Egli  era  invaso  da  quella
    inesplicabile   ebrezza   che   dnno   a  certi  uomini  d'intelletto
    l'esercizio  della  forza  fisica,  l'esperimento  del  coraggio,   la
    rivelazione  dell  brutalit.  Quel che in fondo a noi  rimasto della
    ferocia originale torna al sommo talvolta con una strana  veemenza  ed
    anche  sotto la meschina gentilezza dell'abito moderno il nostro cuore
    talvolta si gonfia di non so che  smania  sanguinaria  ed  anela  alla
    strage.  Andrea  Sperelli  aspirava la calda ed acre esalazion del suo
    cavallo,  pienamente,  e nessuno di quanti delicati profumi egli aveva
    fin allora preferiti, nessuno aveva mai dato al suo senso un pi acuto
    piacere.
    Appena   smont,   fu   accerchiato  da  amiche  e  da  amici  che  si
    congratulavano. "Miching Mallecho", sfinito, tutto fumante e spumante,
    sbuffava protendendo il collo e scotendo le briglie.  I  suoi  fianchi
    s'abbassavano  e  si sollevavano con un moto continuo,  cos forte che
    pareva scoppiare;  i suoi muscoli sotto la  pelle  tremavano  come  le
    corde  degli archi dopo lo scocco;  i suoi occhi iniettati di sangue e
    dilatati avevano ora l'atrocit di quelli d'una fiera;  il  suo  pelo,
    ora  interrotto  da  larghe  chiazze pi oscure,  si apriva qua e l a
    spiga sotto i rivoli del sudore;  la vibrazione incessante di tutto il
    suo  corpo faceva pena e tenerezza,  come la sofferenza d'una creatura
    umana.
    - "Poor fellow"! - mormor Lilian Theed.
    Andrea gli esamin i ginocchi per veder se la caduta li avesse offesi.
    Erano intatti. Allora,  battendolo pianamente in sul collo,  gli disse
    con un accento indefinibile di dolcezza:
    - Va, "Mallecho", va.
    E lo riguard allontanarsi.
    Poi,  avendo lasciato l'abito di corsa,  cerc di Ludovico Barbarisi e
    del barone di Santa Margherita.
    Ambedue accettarono  l'incarico  di  assisterlo  nella  questione  col
    marchese Rtolo. Egli li preg di sollecitare.
    -  Stabilite,  dentro  questa sera,  ogni cosa.  Domani,  all'una dopo
    mezzogiorno,  io debbo essere  gi  libero.  Ma  domattina  lasciatemi
    dormire  almeno fino alle nove.  Io pranzo dalla Ferentino;  e passer
    poi in casa Giustiniani; e poi, a ora tarda,  al Circolo.  Sapete dove
    trovarmi. Grazie, e a rivederci, amici.
    Sal  alla  tribuna;  ma evit di avvicinarsi sbito a Donna Ippolita.
    Sorrideva,  sentendosi avvolgere dagli sguardi feminili.  Molte  belle
    mani si tendevano a lui;  molte belle voci lo chiamavano familiarmente
    Andrea;  alcune anzi lo chiamavan con una certa ostentazione.  Le dame
    che  avevano  scommesso  per  lui  gli  dicevano  la  somma della loro
    vincita;  dieci  luigi,  venti  luigi.  Altre  gli  domandarono,   con
    curiosit:
    - Vi batterete?
    A  lui pareva di aver raggiunto il culmine della gloria avventurosa in
    un sol giorno, meglio che il duca di Buckingham e il signor di Lauzun.
    Egli era uscito vincitore da una corsa eroica,  avava  acquistata  una
    nuova amante,  magnifica e serena come una dogaressa;  aveva provocato
    un duello mortale; ed ora passava tranquillo e cortese, n pi n meno
    del solito, fra il sorriso di tali dame a cui egli conosceva altro che
    la grazia della bocca.  Non poteva egli forse  indicare  di  molte  un
    vezzo segreto o una particolare abitudine di volutt? Non vedeva egli,
    a  traverso  tutta quella chiara freschezza di stoffe primaverili,  il
    neo biondo,  simile a una piccola moneta d'oro,  sul  fianco  sinistro
    d'Isotta Cellesi;  o il ventre incomparabile di Giulia Moceto,  polito
    come una coppa d'avorio,  puro come quel d'una statua,  per  l'assenza
    perfetta di ci che nelle sculture e nelle pitture antiche rimpiangeva
    il poeta del "Muse secret"? Non udiva nella voce sonora di Barbarella
    Viti  un'altra  indefinibile  voce che ripeteva di continuo una parola
    invereconda;   o  nell'ingenuo  riso  di  Aurora  Seymour   un   altro
    indefinibile  suono,  rauco  e  gutturale,  che  ricordava  un poco il
    rantolo dei gatti in su' focolari e il tubare delle tortore n boschi?
    Non sapeva le squisite  depravazioni  della  contessa  de  Lcoli  che
    s'inspirava su i libri erotici, su le pietre incise e su le miniature;
    o  gli  invincibili  pudori di Francesca Daddi che n supremi aneliti,
    come un'agonizzante,  invocava il nome di Dio?  Quasi tutte  le  donne
    ch'egli  aveva ingannato,  o che lo avevano ingannato,  erano l e gli
    sorridevano.
    - Ecco l'eroe!  - disse il marito dell'Albonico,  tendendogli la mano,
    con amabilit insolita, e stringendogliela forte.
    - Eroe da vero - aggiunse Donna Ippolita, col tono insignificante d'un
    complimento obbligato, parendo ignorare il dramma.
    Lo  Sperelli  s'inchin  e  pass  oltre,  perch  provava  non so che
    imbarazzo  d'innanzi  a  quella  strana  benevolenza  del  marito.  Un
    sospetto  gli balen nell'animo,  che il marito gli fosse grato d'aver
    attaccato briga con l'amante della moglie;  e sorrise  alla  vilt  di
    quell'uomo. Come si volse, gli occhi di Donna Ippolita s'incontrarono,
    si mescolarono con i suoi.
    Nel  ritorno,  dal "mail-coach" del principe di Ferentino vide fuggire
    verso Roma Giannetto Rtolo con un  piccolo  legno  a  due  ruote,  al
    trotto  fitto d'un gran roano ch'egli guidava chinato avanti,  tenendo
    la testa bassa e il sigaro tra i denti,  senza curarsi  delle  guardie
    che  gli  intimavano  di  mettersi  nella  fila.  Roma,  in fondo,  si
    disegnava oscura sopra una zona di luce gialla come zolfo; e le statue
    in sommo della basilica di San Giovanni  entro  un  ciel  viola,  fuor
    della  zona,  grandeggiavano.  Allora ebbe Andrea la conscienza intera
    del male ch'egli faceva soffrire a quell'anima.
    La sera, in casa Giustiniani, disse all'Albonico:
    - Riman dunque  fermo  che  domani,  dalle  due  alle  cinque,  io  vi
    aspetter.
    Ella voleva chiedergli:
    - Come? non vi battete, domani?
    Ma non os. Rispose:
    - Ho promesso.
    Poco  tempo  dopo,  si  accost  ad Andrea il marito,  mettendoglisi a
    braccio con affettuosa premura, per chiedergli notizie del duello.
    Egli era un uomo ancor giovine, biondo, elegante,  con i capelli molto
    radi,  con l'occhio biancastro,  con i due canini sporgenti fuor dalle
    labbra. Aveva una leggera balbuzie.
    - Dunque? Dunque? Domani, eh?
    Andrea non sapeva vincere la ripugnanza;  e  teneva  il  braccio  teso
    lungo il fianco, per dimostrare che non amava quella familiarit.
    Come vide entrare il barone di Santa Margherita, si liber dicendo:
    - Mi preme di parlare col Santa Margherita. Scusate, conte.
    Il barone l'accolse con queste parole:
    - Tutto  stabilito.
    - Bene. Per che ora?
    - Per le dieci e mezzo,  alla Villa Sciarra. Spada e guanto di sala. A
    oltranza.
    - Chi sono gli altri due?
    - Roberto Casteldieri e Carlo de  Souza.  Ci  siamo  sbrigati  sbito,
    evitando  le  formalit.  Giannetto  aveva gi pronti i suoi.  Abbiamo
    steso il verbale di scontro, al Circolo,  senza discussione.  Cerca di
    non andare a letto troppo tardi; mi raccomando. Tu devi essere stanco.
    Per millanteria,  uscendo di casa Giustiniani,  Andrea and al Circolo
    delle Cacce; e si mise a giocare cogli "sportsmen" napoletani.
    Verso le due il Santa Margherita lo sorprese,  lo forz ad abbandonare
    il tavolo, e volle ricondurlo a piedi fino al palazzo Zuccari.
    -  Mio  caro,  -  ammoniva,  in cammino - tu sei troppo temerario.  In
    questi casi,  un'imprudenza pu esser fatale.  Per conservarsi intatta
    la  vigoria,  un buono spadaccino deve avere a s medesimo le cure che
    ha un buon tenore per conservarsi la voce.  Il polso  delicato quanto
    la laringe; le articolazioni delle gambe sono delicate quanto le corde
    vocali.  Intendi? Il meccanismo si risente d'ogni minimo disordine; lo
    strumento si guasta,  non obedisce pi.  Dopo una notte d'amore  o  di
    giuoco  o  di  crapula,  anche  le  stoccate  di  Camillo  Agrippa non
    potrebbero andar diritte e le parate non potrebbero essere  n  esatte
    n  veloci.  Ora,  basta  sbagliare  d'un millimetro per prendersi tre
    pollici di ferro in corpo.
    Erano al principio della via de' Condotti;  e vedevano,  al fondo,  la
    piazza di Spagna illuminata dalla piena luna, la scala biancheggiante,
    la Trinit de' Monti alta nell'azzurro soave.
    - Tu, certo, - seguit il barone - hai molti vantaggi su l'avversario:
    tra gli altri,  il sangue freddo e la pratica del terreno. T'ho veduto
    a Parigi contro il Gavaudan. Ti ricordi? Gran bel duello!  Ti battesti
    come un dio.
    Andrea  si  mise  a  ridere di compiacenza.  L'elogio di quell'insigne
    duello gli gonfiava il cuore d'orgoglio,  gli metteva  nei  nervi  una
    sovrabbondanza di forze.  La sua mano,  istintivamente,  stringendo il
    bastone faceva atto di  ripetere  il  famoso  colpo  che  trafisse  il
    braccio al marchese di Gavaudan il 12 dicembre del 1885.
    - Fu - egli disse - una contro di terza e un filo.
    E il barone riprese:
    - Giannetto Rtolo, su la pedana,  un discreto tiratore; sul terreno,
      di  primo  impeto.  S'  battuto  una  volta  sola,  con mio cugino
    Cassbile; e n' uscito male. Fa molto abuso di uno,  due e di uno,
    due,  tre,  attaccando.  Ti  gioveranno  gli  arresti  in  tempo  e
    specialmente le inquartate.  Mio cugino,  appunto,  lo buc con  una
    inquartata  netta,  al secondo assalto.  E tu sei un tempista forte.
    Abbi per l'occhio sempre vigile, e cerca di conservar la misura. Sar
    bene che tu non dimentichi d'avere a fronte un uomo a cui  hai  presa,
    dicono, l'amante e su cui hai levato il frustino.
    Erano nella piazza di Spagna.  La Barcaccia metteva un chioccolo roco
    ed umile,  luccicando alla luna che vi si specchiava  dall'alto  della
    colonna cattolica. Quattro o cinque vetture publiche stavano ferme, in
    file,  coi fanali accesi.  Dalla via del Babuino giungeva un tintinnio
    di sonagli e un romor sordo di passi, come d'un gregge in cammino.
    A pie' della scala, il barone s'accomiat.
    - Addio,  a  domani.  Verr  qualche  minuto  prima  delle  nove,  con
    Ludovico.  Tirerai  due  colpi,  per  scioglierti.  Penseremo  noi  ad
    avvisare il medico. Va; dormi profondo.
    Andrea si mise su per la scala. Al primo ripiano si sofferm, attirato
    dal tintinnio  dei  sonagli,  che  s'avvicinava.  Veramente,  egli  si
    sentiva un po' stanco;  a anche un po' triste, in fondo al cuore. Dopo
    la fierezza suscitatagli nel  sangue  da  quel  colloquio  di  scienza
    d'arme  e  dal  ricordo  della sua bravura,  una specie d'inquietudine
    l'invadeva,  non bene distinta,  mista di dubbio  e  di  scontento.  I
    nervi,  troppo  tesi  in  quella  giornata violenta e torbida,  gli si
    rilassavano ora, sotto la clemenza della notte primaverile.  - Perch,
    senza  passione,  per  puro  capriccio,  per  sola  vanit,  per  sola
    prepotenza,  erasi egli compiaciuto di sollevare un odio e di  rendere
    dolorosa  l'anima  di  un uomo?  - Il pensiero della orribile pena che
    certo doveva affliggere il suo nemico,  in una notte cos  dolce,  gli
    mosse  quasi  un  senso  di piet.  L'imagine di Elena gli travers il
    cuore,  in un baleno;  gli tornarono nella mente le angosce durate  un
    anno innanzi, quando egli l'aveva perduta, e le gelosie, e le collere,
    e  gli sconforti inesprimibili.  - Anche allora le notti erano chiare,
    tranquille, solcate di profumi; e come gli pesavano!  - Aspir l'aria,
    per  ove  salivano  i  fiati  delle  rose  fiorite n piccoli giardini
    laterali; e guard gi nella piazza passare il gregge.
    La folta lana biancastra delle pecore  agglomerate  procedeva  con  un
    fluttuamento  continuo,   accavallandosi,  a  similitudine  d'un'acqua
    fangosa che inondasse il lastrico. Qualche belato tremulo mescevasi al
    tintinno;  altri belati,  pi sottili,  pi  timidi,  rispondevano;  i
    butteri gittavano di tratto in tratto un grido e distendevano le aste,
    cavalcando  dietro  e    fianchi;  la  luna  dava  a  quel  passaggio
    d'armenti, per mezzo alla gran citt addormentata,  non so che mistero
    quasi di cosa veduta in sogno.
    Andrea  si ricord che in una notte serena di febbraio,  uscendo da un
    ballo dell'Ambasciata inglese nella via Venti Settembre, egli ed Elena
    avevano incontrata una mandra;  e la carrozza aveva  dovuto  fermarsi.
    Elena,  china al cristallo, guardava le pecore passar rasente le ruote
    e indicava gli agnelli pi piccoli, un un'allegria infantile;  ed egli
    teneva  il  suo  viso accosto al viso di lei,  socchiudendo gli occhi,
    ascoltando lo scalpicco, i belati, il tintinno.
    Perch mai gli tornavano ora tutte quelle memorie di Elena?  - Riprese
    a salire,  lentamente. Sent pi grave, nel salire, la sua stanchezza;
    i ginocchi gli si piegavano.  Gli lampeggi d'improvviso  il  pensiero
    della morte. S'io rimanessi ucciso? S'io ricevessi una cattiva ferita
    e n'avessi per tutta la vita un impedimento? La sua avidit di vivere
    e  di godere si sollev contro quel pensiero lugubre.  Egli disse a s
    medesimo: Bisogna vincere. E vide tutti i vantaggi  ch'egli  avrebbe
    avuti da quell'altra vittoria: il prestigio della sua fortuna, la fama
    della  sua  prodezza,  i  baci di Donna Ippolita,  nuovi amori,  nuovi
    godimenti, nuovi capricci.
    Allora, dominando ogni agitazione, si mise a curare l'igiene della sua
    forza. Dorm fino a che non fu risvegliato dalla venuta dei due amici;
    prese la doccia consueta;  fece distendere sul pavimento  la  striscia
    d'incerato;  e  invit  il  Santa Margherita a tirar due cavazioni e
    quindi il Barbarisi a un breve assalto,  durante il  quale  comp  con
    esattezza parecchie azioni di tempo.
    - Ottimo pugno - disse il barone, congratulandosi.
    Dopo l'assalto,  lo Sperelli, prese due tazze di t e qualche biscotto
    leggero. Scelse un paio di calzoni larghi,  un paio di scarpe comode e
    col tacco molto basso,  una camicia poco inamidata; prepar il guanto,
    bagnandolo alquanto su  la  palma  e  spargendolo  di  pece  greca  in
    polvere:  vi  un  una  stringa  di  cuoio per fermar l'elsa al polso;
    esamin la lama e la punta  delle  due  spade;  non  dimentic  alcuna
    cautela, alcuna minuzia.
    Quando fu pronto, disse:
    - Andiamo. Sar bene che ci troviamo sul terreno prima degli altri. Il
    medico?
    - Aspetta di l.
    Gi per le scale, egli incontr il duca di Grimiti che veniva anche da
    parte della marchesa d'Ateleta.
    - Vi seguir nella villa,  e porter poi sbito la notizia a Francesca
    - disse il duca.
    Discesero tutti insieme. Il duca sal nel suo legnetto, salutando. Gli
    altri salirono nella carrozza coperta.  Andrea non ostentava  il  buon
    umore,  perch i motti prima d'un duello grave gli parevano di pessimo
    gusto; ma era tranquillissimo. Fumava,  ascoltando il Santa Margherita
    e  il  Barbarisi discutere,  a proposito d'un recente caso avvenuto in
    terra di Francia,  se fosse  o  non  fosse  lecito  adoperar  la  mano
    sinistra  contro  l'avversario.  Di  tratto in tratto,  chinavasi allo
    sportello per guardar nella via.
    Roma splendeva, nel mattino di maggio, abbracciata dal sole.  Lungo la
    corsa,  una  fontana  illustrava  del  suo riso argenteo una piazzetta
    ancor nell'ombra;  il portone d'un  palazzo  mostrava  il  fondo  d'un
    cortile  ornato di portici e di statue;  dall'architrave barocco d'una
    chiesa di travertino pendevano i paramenti  del  mese  di  Maria.  Sul
    ponte  apparve il Tevere lucido fuggente tra le case verdastre,  verso
    l'isola di San Bartolomeo. Dopo un tratto di salita,  apparve la citt
    immensa,   augusta,   radiosa,   irta  di  campanili,   di  colonne  e
    d'obelischi, incoronata di cupole e di rotonde, nettamente intagliata,
    come un'acropoli, nel pieno azzurro.
    - "Ave, Roma. Moriturus te salutat" - disse Andrea Sperelli,  gittando
    il residuo della sigaretta, verso l'Urbe.
    Poi soggiunse:
    - In verit, cari amici, un colpo di spada oggi mi seccherebbe.
    Erano nella Villa Sciarra,  gi per met disonorata dai fabricatori di
    case nuove;  e passavano in un viale di lauri alti e snelli,  tra  due
    spalliere  di  rose.  Il  Santa  Margherita,  sporgendosi  fuor  dello
    sportello, vide un'altra carrozza, ferma sul piazzale,  d'innanzi alla
    villa; e disse:
    - Ci aspettano gi.
    Guard  l'orologio.  Mancavano  dieci  minuti  all'ora  precisa.  Fece
    fermare il legno;  e insieme col testimone e col chirurgo si diressero
    verso   gli  avversari.   Andrea  rimase  nel  viale,   ad  attendere.
    Mentalmente,  si mise a svolgere alcune azioni di offesa e di  difesa,
    ch'egli intendeva eseguire con probabilit di esito; ma lo distraevano
    i  vaghi  miracoli della luce e dell'ombra per l'intrico dei lauri.  I
    suoi occhi erravano dietro le apparenze dei rami  commossi  dal  vento
    mattutino,  mentre  il  suo  animo  meditava la ferita;  e gli alberi,
    gentili come  nelle  amorose  allegorie  di  Francesco  Petrarca,  gli
    facevano sospiri in sul capo ove regnava il pensiero del buon colpo.
    Sopraggiunse a chiamarlo il Barbarisi, dicendo:
    - Siamo pronti.  Il custode ha aperto la villa. Abbiamo a disposizione
    le stanze terrene; una gran comodit. Vieni a spogliarti.
    Andrea lo segu.  Mentre si spogliava,  i due medici aprivano  i  loro
    astucci  dove  riscintillavano i piccoli strumenti d'acciaio.  Uno era
    ancor giovine, pallido,  calvo,  con le mani feminee,  con la bocca un
    po' cruda,  con un continuo visibile attrito della mandibola inferiore
    sviluppata straordinariamente.  L'altro  era  gi  maturo,  fatticcio,
    sparso  di  lentiggini,  con  una folta barba rossastra,  con un collo
    taurino.  L'uno pareva la contraddizione fisica dell'altro;  e la  lor
    diversit richiamava l'attenzion curiosa dello Sperelli.
    Preparavano,  sopra  un  tavolo,  le  fasce  e  l'acqua  fenicata  per
    disinfettar le lame. L'odore dell'acido spandevasi nella stanza.
    Quando lo Sperelli fu in assetto,  usc col  suo  testimone  e  con  i
    medici,  sul piazzale.  Ancora una volta, lo spettacolo di Roma tra le
    palme attrasse i suoi sguardi e gli diede un gran palpito.
    L'impazienza l'invase.  Egli avrebbe voluto gi trovarsi in guardia  e
    udire  il  comando dell'attacco.  Gli pareva d'aver nel pugno il colpo
    decisivo, la vittoria.
    - Pronto? - gli chiese il Santa Margherita, andandogli incontro.
    - Pronto.
    Il terreno scelto era a fianco della villa, nell'ombra, sparso di fina
    ghiaia e battuto. Giannetto Rtolo stava gi all'altra estremit,  con
    Roberto  Casteldieri  e  con  Carlo  de Souza.  Ciascuno aveva assunto
    un'aria grave,  quasi solenne.  I due avversarii furono posti l'uno di
    fronte all'altro;  e si guardarono.  Il Santa Margherita, che aveva il
    comando  del  combattimento,  not  la  camicia  di  Giannetto  Rtolo
    fortemente  inamidata,  troppo salda,  con il colletto troppo alto;  e
    fece osservar la cosa al Casteldieri, ch'era il secondo.  Questi parl
    al suo primo; e lo Sperelli vide il nemico accendersi d'improvviso nel
    volto  e  con un gesto risoluto far l'atto di scamiciarsi.  Egli,  con
    tranquillit fredda, segu l'esempio;  si rimbocc i pantaloni;  prese
    dalle mani del Santa Margherita il guanto,  la stringa e la spada;  si
    arm con molta cura,  e quindi agit l'arma per accertarsi  di  averla
    bene  impugnata.  In  quel  moto,  il  bicipite  emerse visibilissimo,
    rivelando il lungo esercizio del braccio e l'acquisito vigore.
    Quando i due stesero le  spade  per  prendere  la  misura,  quella  di
    Giannetto  Rtolo  oscillava in un pugno convulso.  Dopo l'ammonimento
    d'uso intorno la lealt, il barone di Santa Margherita comand con una
    voce squillante e virile:
    - Signori, in guardia!
    I due scesero in guardia nel tempo medesimo,  il  Rtolo  battendo  il
    piede,  lo  Sperelli  inarcandosi  con  leggerezza.  Il  Rtolo era di
    statura mediocre, assai smilzo, tutto nervi,  con una faccia olivastra
    a  cui  davan  fierezza le punte de' baffi rilevate e la piccola barba
    acuta in sul mento,  alla maniera di Carlo Primo ne' ritratti del  Van
    Dyck.   Lo  Sperelli  era  pi  alto,  pi  slanciato,  pi  composto,
    bellissimo nell'attitudine,  fermo e tranquillo in  un  equilibrio  di
    grazia  e di forza,  con in tutta la persona una sprezzatura di grande
    signore.  L'uno guardava l'altro entro gli occhi;  e ciascuno  provava
    internamente un indefinibile brivido alla vista dell'altrui carne nuda
    contro  cui  appuntavasi  la  lama sottile.  Nel silenzio,  udivasi il
    mormorio fresco della fontana misto al frusco  del  vento  su  per  i
    rosai   rampicanti   ove   le   innumerevoli  rose  bianche  e  gialle
    tremolavano.
    - A loro! - comand il barone.
    Andrea Sperelli aspettava dal Rtolo un attacco  impetuoso;  ma  colui
    non si mosse. Per un minuto, ambedue rimasero a studiarsi, senza avere
    il contatto del ferro,  quasi immobili.  Lo Sperelli, chinandosi ancor
    pi su' garretti,  in guardia  bassa,  si  scoperse  interamente,  col
    portar  la  spada  molto  in  terza;   e  provoc  l'avversario,   con
    l'insolenza degli occhi e  col  batter  del  piede.  Il  Rtolo  venne
    innanzi con una finta di botta diritta,  accompagnandola con una voce,
    alla maniera di certi spadaccini siciliani; e l'assalto incominci.
    Lo Sperelli non isviluppava alcuna azione decisiva,  limitandosi quasi
    sempre  alle  parate,  costringendo  l'avversario  a scoprire tutte le
    intenzioni, a esaurire tutti i mezzi,  a svolgere tutte le variet del
    gioco.  Parava netto e veloce,  senza ceder terreno, con una precision
    mirabile,  come s'ei fosse su la pedana,  in un'academia  di  scherma,
    d'innanzi  a  un  fioretto  innocuo;  mentre  il  Rtolo attaccava con
    ardore, accompagnando ogni botta con un grido spento,  simile a quello
    degli abbattitori d'alberi in esercitar l'accetta.
    -  Alt!  -  comand  il  Santa  Margherita,  a'  cui  vigili occhi non
    isfuggiva alcun moto delle due lame.
    E si accost al Rtolo, dicendo:
    - Ella  toccato, se non erro.
    Infatti,  colui aveva una scalfittura su l'antibraccio,  ma cos lieve
    che  non  ci  fu  nemmen bisogno del taffet.  Alenava per;  e la sua
    estrema pallidezza,  cupa come un  lividore,  era  un  segno  dell'ira
    contenuta. Lo Sperelli, sorridendo, disse a bassa voce al Barbarisi:
    -  Conosco ora il mio uomo.  Gli metter un garofano sotto la mammella
    destra. Sta attento al secondo assalto.
    Poich,  senza badarci,  egli pos a terra la punta  della  spada,  il
    dottor  calvo,  quel  della gran mandibola,  venne a lui con la spugna
    imbevuta d'acqua fenicata e disinfett di nuovo la lama.
    - Per iddio!  - mormor  Andrea  al  Barbarisi.  -  M'ha  l'aria  d'un
    iettatore. Questa lama si rompe.
    Un  merlo  si mise a fischiare tra gli alberi.  Ne' rosai qualche rosa
    sfogliavasi  e  disperdevasi  al  vento.  Alcune  nuvole  a  mezz'aria
    salivano  incontro  al  sole,  rade,  simili  a velli di pecore;  e si
    disfacevano in bioccoli; e a mano a mano si dileguavano.
    - In guardia!
    Giannetto Rtolo, conscio della sua inferiorit al paragon del nemico,
    risolse di lavorar sotto misura,  alla disperata,  e di  rompere  cos
    ogni azion seguita dell'altro. Egli aveva da ci la bassa statura e il
    corpo agile,  esile,  flessibile,  che offriva assai poco bersaglio ai
    colpi.
    - A loro!
    Andrea Sperelli sapeva gi che il Rtolo sarebbesi  avanzato  in  quel
    modo,  con  le  solite finte.  Egli stava in guardia inarcato come una
    balestra pronta a scoccare, intento per scegliere il tempo.
    - Alt! - grid il Santa Margherita.
    Il petto del Rtolo faceva un po' di sangue.  La spada dell'avversario
    eragli penetrata sotto la mammella destra, ledendo i tessuti fin quasi
    alla  costola.  I  medici  accorsero.  Ma  il  ferito  disse sbito al
    Casteldieri, con voce rude, in cui sentivasi un tremito di collera:
    - Non  nulla. Voglio seguitare.
    Egli si rifiut di rientrare nella villa per la medicatura.  Il dottor
    calvo,  dopo aver spremuto il piccolo fro,  appena sanguinante e dopo
    avergli fatta una lavanda antisettica,  applic un semplice  pezzo  di
    drappo; e disse:
    - Pu seguitare.
    Il barone,  per invito del Casteldieri, senza indugio comand il terzo
    assalto.
    - In guardia!
    Andrea Sperelli s'avvide del pericolo.  Di fronte  a  lui  il  nemico,
    tutto  raccolto  su  i garretti,  quasi direi nascosto dietro la punta
    della sua lama,  appariva risoluto a un supremo sforzo.  Gli occhi gli
    brillavano singolarmente e la coscia sinistra, per l'eccessiva tension
    de' muscoli,  gli tremava forte. Andrea questa volta, contro l'impeto,
    si preparava a gittarsi da banda per ripetere il  colpo  decisivo  del
    Cassbile, e il disco bianco del drappo sul petto ostile servivagli da
    bersaglio.  Egli  ambiva rimettere ivi la stoccata ma trovar lo spazio
    intercostale,  non  la  costa.  D'intorno,   il  silenzio  pareva  pi
    profondo; tutti gli astanti avevano conscienza della volont micidiale
    che animava que' due uomini;  e l'ansiet li teneva, e li stringeva il
    pensiero di dover forse ricondurre a casa un morto o  un  morente.  Il
    sole,  velato  dalle  pecorelle,  spandeva  una luce quasi lattea;  le
    piante,  or  s  or  no,   stormivano;   il  merlo  fischiava  ancora,
    invisibile.
    - A loro!
    Il  Rtolo si precipit sotto misura,  con due giri di spada e con una
    botta in seconda.  Lo  Sperelli  par  e  rispose,  facendo  un  passo
    indietro.  Il  Rtolo  incalzava,  furioso,  con stoccate velocissime,
    quasi tutte basse,  non accompagnandole pi con i gridi.  Lo Sperelli,
    senza sconcertarsi a quella furia, volendo evitare un incontro, parava
    forte e rispondeva con tale acredine che ogni sua botta avrebbe potuto
    passar fuor fuora il nemico.  La coscia del Rtolo,  presso l'inguine,
    sanguinava.
    - Alt! - tuon il Santa Margherita quando se n'accorse.
    Ma in quell'attimo appunto lo Sperelli,  facendo una parata di  quarta
    bassa  e non trovando il ferro avversario,  riceve' in pieno torace un
    colpo; e cadde tramortito su le braccia del Barbarisi.
    - Ferita toracica, al quarto spazio intercostale destro, penetrante in
    cavit,  con lesione superficiale del polmone - annunzi nella stanza,
    quand'ebbe osservato, il chirurgo taurino.



    Libro secondo.

    1.
    La  convalescenza    una purificazione e un rinascimento.  Non mai il
    senso della vita  soave come dopo l'angoscia  del  male;  e  non  mai
    l'anima  umana  pi  inclina  alla  bont  e  alla fede come dopo aver
    guardato negli abissi della morte. Comprende l'uomo, nel guarire,  che
    il pensiero,  il desiderio,  la volont,  la conscienza della vita non
    sono la vita.  Qualche cosa  in lui  pi  vigile  del  pensiero,  pi
    continua del desiderio,  pi potente della volont, pi profonda anche
    della conscienza;  ed    la  sostanza,  la  natura  dell'essere  suo.
    Comprende egli cha la sua vita reale  quella,  dir cos, non vissuta
    da lui;   il  complesso  delle  sensazioni  involontarie,  spontanee,
    incoscienti,  istintive;    l'attivit  armoniosa  e misteriosa della
    vegetazione  animale;     l'impercettibile  sviluppo  di   tutte   le
    metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni.  Quella vita appunto in lui
    compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe,  ripara  le
    perdite,  riallaccia  le trame infrante,  rammenda i tessuti lacerati,
    ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del
    sangue,  riannoda  su  gli  occhi  la  benda  dell'amore,   rintreccia
    d'intorno  al capo la corona de' sogni,  riaccende nel cuore la fiamma
    della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
    Dopo la mortale ferita,  dopo una specie  di  lunga  e  lenta  agonia,
    Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva,  quasi con un altro corpo
    e con un altro spirito,  come un uomo nuovo,  come una creatura uscita
    da  un  fresco  bagno  lete'o,  immemore  e vacua.  Parevagli d'essere
    entrato in una forma pi elementare.  Il passato per  la  sua  memoria
    aveva  una  sola lontananza,  come per la vista il cielo stellato  un
    campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I
    tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall'imo,  l'anima facevasi
    monda;  ed egli rientrava nel grembo della natura madre,  sentivasi da
    lei maternamente infondere la bont e la forza.
    Ospitato da sua cugina nella villa di Schifanoja,  Andrea Sperelli  si
    riaffacciava all'esistenza in cospetto del mare.  Poich ancora in noi
    la  natura  simpatica  persiste  e  poich  la  nostra  vecchia  anima
    abbracciata dalla grande anima naturale palpita ancora a tal contatto,
    il  convalescente  misurava  il  suo  respiro  sul  largo e tranquillo
    respiro del mare,  ergeva il  suo  corpo  a  similitudine  de'  validi
    alberi, serenava il suo pensiero alla serenit degli orizzonti. A poco
    a poco, in quegli ozii intenti e raccolti, il suo spirito si stendeva,
    si  svolgeva,  si  dispiegava,  si  sollevava  dolcemente  come l'erba
    premuta in su' sentieri; diveniva infine verace,  ingenuo,  originale,
    libero,    aperto   alla   pura   conoscenza,   disposto   alla   pura
    contemplazione; attirava in s la cose, le concepiva come modalit del
    suo proprio essere, come forme della sua propria esistenza; si sentiva
    infine penetrato dalla verit che proclamava l'Oupanischad  dei  Veda:
    "Hae  omnes  creaturae in totum ego sum,  et praeter me aliud ens non
    est". Il gran soffio d'idealit che esalano i  libri  sacri  indiani,
    studiati  e  amati  un  tempo,  pareva  lo  sollevasse.  E  tornava  a
    risplendergli singolarmente la formula sanscrita,  chiamata  Mahavakya
    cio  la  Gran  Parola:  TAT TWAM ASI;  che significa: "Questa cosa
    vivente, sei tu".
    Erano i giorni ultimi di agosto.  Una quiete estatica teneva il  mare;
    le  acque  avean tal transparenza che ripetevan con perfetta esattezza
    qualunque imagine;  l'estrema linea delle acque  perdevasi  nel  cielo
    cos  che  i  due  elementi  parevano un elemento unico,  impalpabile,
    innaturale. Il vasto anfiteatro dei colli, popolato d'olivi, d'aranci,
    di pini,  di tutte le pi  nobili  forme  della  vegetazione  italica,
    abbracciando quel silenzio, non era pi una moltitudune di cose ma una
    cosa unica, sotto il comune sole.
    Il giovine,  disteso all'ombra o addossato a un tronco o seduto su una
    pietra, credeva di sentire in s medesimo scorrere il fiume del tempo;
    con una specie di tranquillit catalettica,  credeva sentir vivere nel
    suo petto l'intero mondo; con una specie di religiosa ebriet, credeva
    posseder   l'infinito.   Quel   ch'ei  provava  era  ineffabile,   non
    esprimibile neppur con le parole del mistico: Io sono  ammesso  dalla
    natura nel pi secreto delle sue divine sedi, alla sorgente della vita
    universa.  Quivi  io  sorprendo la causa del moto e odo il primo canto
    degli esseri in tutta la sua freschezza.  La  vista  a  poco  a  poco
    mutvaglisi  in  visione profonda e continua;  i rami degli alberi sul
    suo  capo  gli  parevan  sollevare  il  cielo,   ampliare   l'azzurro,
    risplendere  come  corone  d'immortali  poeti;  ed egli contemplava ed
    ascoltava, respirando col mare e con la terra, placido come un dio.
    Dov'eran mai tutte le sue vanit e le sue crudelt e i suoi artifici e
    le sue menzogne?  Dov'erano gli amori e gli inganni e i disinganni e i
    disgusti e le incurabili ripugnanze dopo il piacere?  Dov'erano quegli
    immondi e rapidi amori che gli lasciavan nella bocca  come  la  strana
    acidezza di un frutto tagliato con un coltello d'acciaio?  Egli non si
    ricordava  pi  di  nulla.  Il  suo  spirito  avea  fatto  una  grande
    renunziazione.  Un  altro  principio di vita entrava in lui;  QUALCUNO
    entrava in lui, segreto, il quale sentiva la pace profondamente.  Egli
    riposava, poich non desiderava pi.
    Il   desiderio   avava   abbandonato   il   suo  regno;   l'intelletto
    nell'attivit seguiva libero le sue proprie leggi  e  rispecchiava  il
    mondo  oggettivo  come  un  puro  soggetto  della conoscenza;  le cose
    apparivano nella lor forma vera,  nel lor vero colore,  nella vera  ed
    intera lor significazione e bellezza,  precise,  chiarissime;  spariva
    ogni  sentimento  della  persona.   In  questa  temporanea  morte  del
    desiderio,  in  questa  temporanea  assenza  della memoria,  in questa
    perfetta oggettivit della contemplazione appunto era la causa del non
    mai provato godimento.

    "Die Sterne, die begehrt man nicht,
    Man freut sich ihrer Pracht".

    Le stelle, uom non le desidera, - ma gioisce del lor fulgore. Per la
    prima volta,  infatti,  il giovine conobbe  tutta  l'armoniosa  poesia
    notturna de' cieli estivi.
    Erano  le  ultime  notti  d'agosto,  senza luna.  Innumerevoli,  nella
    profonda conca,  palpitava la vita ardente  delle  constellazioni.  Le
    Orse,  il  Cigno,  Ercole,  Boote,  Cassiopea  riscintillavano  con un
    palpito cos rapido e cos forte che quasi parevano essersi appressati
    alla terra,  essere entrati  nell'atmosfera  terrena.  La  Via  Lattea
    svolgevasi  come  un regal fiume aereo,  come un adunamento di riviere
    paradisiache,  come una immensa correnta silenziosa che  traesse  nel
    suo  miro  gurge una polvere di minerali siderei,  passando sopra un
    lveo di cristallo,  tra falangi  di  fiori.  Ad  intervalli,  meteore
    lucide  rigavano  l'aria immobile,  con la discesa lievissima e tacita
    d'una goccia d'acqua su una lastra di diamante.
    Il respiro del mare,  lento e solenne,  bastava  solo  a  misurare  la
    tranquillit  della notte,  senza turbarla;  e le pause eran pi dolci
    del suono.
    Ma questo  periodo  di  visioni,  di  astrazioni,  di  intuizioni,  di
    contemplazioni  pure,  questa specie di misticismo buddhistico e quasi
    direi cosmogonico,  fu brevissimo.  Le cause del raro fenomeno,  oltre
    che  nella  natura  plastica  del  giovine e nella sua attitudine alla
    oggettivit,  eran forse da ricercarsi nella singolar tensione e nella
    estrema impressionabilit del suo sistema nervoso cerebrale.  A poco a
    poco, egli incominci a riprender coscienza di s stesso,  a ritrovare
    il  sentimento  della  sua  persona,  a rientrare nella sua corporeit
    primitiva.  Un giorno,  nell'ora meridiana,  mentre la vita delle cose
    pareva  sospesa,  il  grande  e  terribile  silenzio gli lasci vedere
    dentro,  d'improvviso,  abissi  vertiginosi,  bisogni  inestinguibili,
    indistruttibili ricordi, cumuli di sofferenza e di rimpianto, tutta la
    sua  miseria  d'un  tempo,  tutti  i vestigi del suo vizio,  tutti gli
    avanzi delle sue passioni.
    Da quel giorno, una malinconia pacata ed uguale gli occup l'anima; ed
    egli vide in ogni aspetto delle cose uno stato dell'anima sua.  Invece
    di  transmutarsi  in  altre  forme di esistenza o di mettersi in altre
    condizioni di conscienza o di perdere l'esser  suo  particolare  nella
    vita generale,  ora egli presentava i fenomeni contrarii, involgendosi
    d'una natura ch'era una concezion tutta soggettiva del suo intelletto.
    Il paesaggio divenne per lui un simbolo,  un emblema,  un  segno,  una
    scorta  che  lo  guidava  a  traverso il labirinto interiore.  Segrete
    affinit egli scopriva tra la vita apparente  delle  cose  e  l'intima
    vita  de' suoi desiderii e de' suoi ricordi.  "To me - High mountains
    are a feeling". Come nel verso di Giorgio Byron le montagne,  per lui
    erano "un sentimento" le marine.
    Chiare  marine  di  settembre!  -  Il mare,  calmo e innocente come un
    fanciullo addormentato,  si distendeva  sotto  un  cielo  angelico  di
    perla.  Talvolta appariva tutto verde, del fino e prezioso verde d'una
    malachite;  e,  sopra,  le piccole vele rosse  somigliavano  fiammelle
    erranti.  Talvolta appariva tutto azzurro, d'un azzurro intenso, quasi
    direi araldico, solcato di vene d'oro, come un lapislzzuli; e, sopra,
    le vele istoriate somigliavano  una  processione  di  stendardi  e  di
    gonfaloni e di pavesi cattolici.  Anche,  talvolta prendeva un diffuso
    luccicore metallico,  un color pallido di  argento,  misto  del  color
    verdiccio d'un limone maturo, qualche cosa d'indefinibilmente strano e
    delicato;  e, sopra, le vele erano pie ed innumerevoli come le ali de'
    cherubini n fondi delle ancone giottesche.
    Il  convalescente  rinveniva  sensazioni   obliate   della   puerizia,
    quell'impression  di  freschezza che dnno al sangue puerile gli aliti
    del vento salso,  quegli inesprimibili effetti che fanno le  luci,  le
    ombre, i colori, gli odori delle acque su l'anima vergine. Il mare non
    soltanto era per lui una delizia degli occhi,  ma era una perenne onda
    di pace a cui si abbeveravano i suoi pensieri,  una  magica  fonte  di
    giovinezza  in  cui il suo corpo riprendeva la salute e il suo spirito
    la nobilt. Il mare aveva per lui l'attrazion misteriosa d'una patria;
    ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un figliuol
    debole nelle braccia d'un padre onnipossente.  E ne riceveva conforto;
    poich  nessuno mai ha confidato il suo dolore,  il suo desiderio,  il
    suo sogno al mare invano.
    Il mare aveva sempre per lui una parola profonda, piena di rivelazioni
    subitanee, d'illuminazioni improvvise,  di significazioni inaspettate.
    Gli  scopriva nella segreta anima un'ulcera ancor viva sebben nascosta
    e glie la faceva sanguinare;  ma il balsamo poi  era  pi  soave.  Gli
    scoteva  nel  cuore una chimera dormente e glie la incitava cos ch'ei
    ne sentisse di nuovo le unghie e il rostro;  ma glie la uccideva poi e
    glie  la seppelliva nel cuore per sempre.  Gli svegliava nella memoria
    una  ricordanza  e  glie  l'avvivava  cos  ch'ei   sofferisse   tutta
    l'amarezza  del rimpianto verso le cose irrimediabilmente fuggite;  ma
    gli prodigava poi la dolcezza  d'un  oblio  senza  fine.  Nulla  entro
    quell'anima rimaneva celato,  al conspetto del gran consolatore.  Alla
    guisa che una forte corrente elettrica  rende  luminosi  i  metalli  e
    rivela la loro essenza dal color della loro fiamma,  la virt del mare
    illuminava  e  rivelava  tutte  le  potenze  e  le   potenzialit   di
    quell'anima umana.
    In  certe  ore  il  convalescente,  sotto  l'assiduo dominio d'una tal
    virt,  sotto l'assiduo giogo d'un tal fascino,  provava una specie di
    smarrimento  e  quasi  di  sbigottimento,  come se quel dominio e quel
    giogo fossero per la sua debolezza insostenibili.  In certe ore  aveva
    dal  colloquio  incessante tra la sua anima e il mare un senso vago di
    prostrazione,  come se quel gran verbo  gli  facesse  troppa  violenza
    all'angustia  dell'intelletto  avido di comprendere l'incomprendibile.
    Una tristezza delle acque lo sconvolgeva come una sventura.
    Un giorno,  egli si vide perduto.  Vapori sanguigni e maligni ardevano
    all'orizzonte,  gittando  sprazzi  di  sangue  e d'oro sul fosco delle
    acque; un viluppo di nuvoli paonazzi ergevasi d vapori,  simile a una
    zuffa di centauri immani sopra un vulcano in fiamme; e per quella luce
    tragica  un  corteo funebre di vele triangolari nereggiava su l'ultimo
    limite.  Erano vele  d'una  tinta  indescrivibile,  sinistre  come  le
    insegne della morte;  segnate di croci e di figure tenebrose; parevano
    vele di navigli che portassero cadaveri di  appestati  a  una  qualche
    maledetta  isola  popolata  di  avvoltoi  famelici.  Un senso umano di
    terrore e di dolore incombeva su quel mare,  un accasciamento d'agonia
    gravava  su  quell'aria.  Il  fiotto sgorgante dalle ferite de' mostri
    azzuffati non restava mai,  anzi cresceva in fiumi che arrossavano  le
    acque  per  tutto  lo  spazio,  sino  alla sponda,  facendosi qua e l
    violaceo e verdastro come per  corruzione.  Di  tratto  in  tratto  il
    viluppo  crollava,  i  corpi  si deformavano o si squarciavano,  lembi
    sanguinosi  pendevano  gi  dal  cratere   o   sparivano   inghiottiti
    dall'abisso.  Poi, dopo il gran crollo, rigenerati, i giganti balzavan
    di nuovo alla lotta, pi atroci; il cumulo si ricomponeva, pi enorme;
    e ricominciava la strage,  pi rossa,  finch i combattenti  rimanevan
    esangui tra la cenere del crepuscolo,  esanimi,  disfatti, sul vulcano
    semispento.
    Pareva  un  episodio  d'una  qualche   titanomachia   primitiva,   uno
    spettacolo eroico, visto, a traverso un lungo ordine di et, nel cielo
    della favola.  Andrea,  con l'animo sospeso, seguiva tutte le vicende.
    Abituato alle tranquille discese  dell'ombra,  in  quella  declinazion
    serena dell'estate,  ora si sentiva dall'insolito contrasto riscuotere
    e sollevare e intorbidare con una strana violenza.  Da prima,  fu come
    un'angoscia  confusa,  tumultuaria,  piena  di  palpiti inconsapevoli.
    Affascinato dal tramonto bellicoso,  egli non anche giungeva  a  veder
    chiaramente in s medesimo. Ma, quando la cenere del crepuscolo piovve
    spegnendo ogni guerra e il mare sembr un'immensa palude plumbea, egli
    crede'  udire  nell'ombra  il  grido dell'anima sua,  il grido d'altre
    anime.
    Era dentro di lui, come un cupo naufragio nell'ombra. Tante tante voci
    chiamavano al soccorso,  imploravano aiuto,  imprecavano  alla  morte;
    voci  note,  voci  ch'egli  aveva un tempo ascoltate (voci di creature
    umane o di  fantasmi?);  ed  ora  non  distingueva  l'una  dall'altra!
    Chiamavano,  imploravano,  imprecavano inutilmente, sentendosi perire;
    s'affievolivano  soffocate  dall'onda   vorace;   divenivano   deboli,
    lontane,    interrotte,   irriconoscibili;   divenivano   un   gemito;
    s'estinguevano; non risorgevano pi.
    Egli restava solo.  Di tutta la sua giovinezza,  di tutta la sua  vita
    interiore,  di tutte le sue idealit non restava nulla.  Dentro di lui
    non restava che un freddo abisso vacuo;  d'intorno a lui,  una  natura
    impassibile,  fonte  perenne  di  dolore  per l'anima solitaria.  Ogni
    speranza era spenta; ogni voce era muta; ogni ncora era rotta.  A che
    vivere?
    Subitamente,  l'imagine  di  Elena  gli  risorse nella memoria.  Altre
    imagini di donne si sovrapposero a quella, si confusero con quella, la
    dispersero, si dispersero.  Egli non riusc a cambiarne alcuna.  Tutte
    parevano sorridere,  d'un sorriso nemico, nel dileguarsi; e tutte, nel
    dileguarsi, parevano portar seco qualche cosa di lui.  Che cosa?  Egli
    non  sapeva.  Un  avvilimento  indicibile l'oppresse: lo gel quasi un
    senso di vecchiezza; gli occhi gli si empirono di lacrime. Una tragica
    ammonizione gli son nel cuore: Troppo tardi!  Le  dolcezze  recenti
    della  pace  e  della  malinconia  gli  sembrarono  gi  lontane,  gli
    sembrarono un'illusion gi fuggita;  quasi gli sembrarono essere state
    godute  da un altro spirito,  nuovo,  straniero,  entrato in lui e poi
    scomparso.  Gli sembr che il suo vecchio spirito non potesse pi omai
    rinnovellarsi n risollevarsi.  Tutte le ferite, ch'egli senza ritegno
    aveva aperte nella dignit del  suo  essere  interiore,  sanguinarono.
    Tutte  le  degradazioni,  ch'egli senza ripugnanza aveva inflitte alla
    sua conscienza,  vennero fuori come macchie e si dilatarono  come  una
    lebbra. Tutte le violazioni, ch'egli senza pudore aveva fatte alle sue
    idealit, gli suscitarono un rimorso acuto, disperato, terribile, come
    se  dentro  di lui piangessero anime di sue figliuole a cui egli padre
    avesse tolta la verginit mentre dormivano sognando.
    Ed egli piangeva con loro;  e gli sembrava che le sue lacrime non  gli
    scendessero  sul cuore come un balsamo ma gli rimbalzassero come sopra
    una materia  viscida  e  fredda  onde  il  cuor  suo  fosse  fasciato.
    L'ambiguit,  la simulazione,  la falsit, l'ipocrisia, tutte le forme
    della  menzogna  e  della  frode  nella  vita  del  sentimento,  tutte
    aderivano al suo cuore come un vischio tenace.
    Egli  aveva  troppo  mentito,  aveva  troppo  ingannato,  s'era troppo
    abbassato.  Un ribrezzo di s e del suo vizio  l'invase.  -  Vergogna!
    Vergogna!  - La disonorante bruttura gli pareva indelebile;  le piaghe
    gli parevano immedicabili;  gli pareva  ch'egli  dovesse  portarne  la
    nausea  per  sempre,  per sempre,  come un supplizio senza termine.  -
    Vergogna! - Piangeva,  chino sul davanzale,  abbandonato sotto il peso
    della sua miseria,  affranto come un uomo che non veda salvezza; e non
    vedeva le stelle riscintillare a una a una sul suo povero capo,  nella
    sera profonda.
    Al  nuovo  giorno  egli ebbe un grato risveglio,  un di que' freschi e
    limpidi risvegli che ha soltanto  l'Adolescenza  nelle  sue  primavere
    trionfanti.  Il  mattino era una meraviglia;  respirare il mattino era
    una beatitudine immensa.  Tutte le cose vivevano nella felicit  della
    luce; i colli parevano avvolti in un velario diafano d'argento, scossi
    da un agile fremito;  il mare pareva attraversato da riviere di latte,
    da fiumi di cristallo,  da ruscelli di smeraldi,  da  mille  vene  che
    formavano  come il mobile intrico d'un laberinto liquido.  Un senso di
    letizia nuziale e di grazia  religiosa  emanava  dalla  concordia  del
    mare, del cielo e della terra.
    Egli respirava,  guardava,  ascoltava, un poco attonito. Nel sonno, la
    sua febbre era guarita.  Egli aveva chiuso  gli  occhi,  nella  notte,
    cullato  dal  coro  delle  acque come da una voce amica e fedele.  Chi
    s'addormenta al suono di quella voce ha un riposo pieno di riparatrice
    tranquillit.  Neanche le parole della madre inducono  un  sonno  cos
    puro e cos benefico al figliuolo che soffre.
    Guardava,  ascoltava, muto, raccolto, intenerito, lasciando entrare in
    s qull'onda di vita immortale.  Non mai la musica  sacra  d'un  altro
    maestro,  un "Offertorio" di Giuseppe Haydn o un "Te Deum" di Volfango
    Mozart,  gli aveva data la commozione che ora gli davano  le  semplici
    campane  delle  chiese  di lungi,  salutanti l'ascension del Giorno n
    cieli del Signore Uno e Trino.  Egli sentiva il suo cuore  colmarsi  e
    traboccar di commozione. Qualche cosa come un sogno vago ma grande gli
    si levava su l'anima, qualche cosa come un velo ondeggiante a traverso
    il  quale splendesse il misterioso tesoro della felicit.  Finora egli
    aveva sempre saputo quel che desiderava e non aveva quasi mai  trovato
    piacere da desiderare invano.  Ora,  non poteva dire il suo desiderio;
    non sapeva. Ma, certo,  la cosa desiderata deveva essere infinitamente
    soave, poich era una soavit anche desiderarla.
    I versi della Chimera nel "Re di Cipro", antichi versi, quasi obliati,
    gli ritornarono alla memoria, gli sonarono come una lusinga.

    Vuoi tu pugnare?
    Uccidere? Veder fiumi di sangue?
    gran mucchi d'oro? greggi di captive
    femmine? schiavi? altre, altre prede? Vuoi
    Tu far vivere un marmo? Ergere un tempio?
    Comporre un immortale inno? Vuoi (m'odi,
    giovine, m'odi) vuoi divinamente
    amare?

    La chimera gli ripeteva, nel cuor segreto, sommessa, con oscure paure:

    M'odi,
    giovine, m'odi: vuoi divinamente
    amare?

    Egli un poco sorrise.  E pens: Amare chi?  l'Arte?  una donna? quale
    donna? Elena gli apparve lontana,  perduta,  morta,  non pi sua;  le
    altre gli apparvero anche pi lontane, morte per sempre.
    Egli  era  libero,  dunque.  Perch  mai  avrebbe di nuovo seguita una
    ricerca inutile e perigliosa?  Era in fondo il suo cuore il  desiderio
    di darsi,  liberamente e per riconoscenza,  a un essere pi alto e pi
    puro.  Ma dov'era  questo  essere?  L'Ideale  avvelena  ogni  possesso
    imperfetto;  e  nell'amore  ogni  possesso  imperfetto e ingannevole,
    ogni piacere  misto di tristezza,  ogni godimento   dimezzato,  ogni
    gioia  porta in s un germe di sofferenza,  ogni abbandono porta in s
    un germe di dubbio; e i dubbii guastano, contaminano, corrompono tutti
    i diletti come le Arpie rendevano immangiabili tutti i cibi  a  Fineo.
    Perch mai dunque avrebbe egli di nuovo stesa la mano all'albero della
    scienza?

    "The tree of knowledge has been pluck'd, - all's known".

    L'albero della scienza  stato spogliato,  - tutto  conosciuto come
    canta Giorgio Byron nel "Don Juan". In verit, per l'avvenire,  la sua
    salute  stava  nella eylabeia,  cio nella prudenza,  nella finezza,
    nella cautela, nella sagacit. Questo suo intendimento gli pareva bene
    espresso in  un  sonetto  d'un  poeta  contemporaneo  che,  per  certa
    affinit di gusti letterarii e comunanza di educazione estetica,  egli
    prediligeva.

    "Sar come colui che si distende
    sotto l'ombra d'un grande albero carco,
    ormai sazio di trar balestra od arco;
    e in sul capo il maturo frutto pende.

    Non ei scuote quel ramo, n protende
    la man, n veglia in su le prede al varco.
    Giace; e raccoglie con un gesto parco
    i frutti che quel ramo al suol rende.

    Di tal soave polpa ei nel profondo
    non morde, a ricercar l'intima essenza,
    perch teme l'amaro; anzi la fiuta,

    poi sugge, con piacer limpido, senza
    avidit, n triste n giocondo.
    La sua favola breve  gi compiuta".

    Ma la eylabeia,  se pu valere ad escludere in parte dalla  vita  il
    dolore,  esclude  anche ogni alta idealit.  La salute dunque stava in
    una specie di equilibrio goethiano tra un  cauto  e  fine  epicureismo
    pratico e il culto profondo e appassionato dell'Arte.
    - L'Arte!  L'Arte!  - Ecco l'Amante fedele, sempre giovine, immortale;
    ecco la Fonte della gioia pura,  vietata  alle  moltitudini,  concessa
    agli eletti;  ecco il prezioso Alimento che fa l'uomo simile a un dio.
    Come aveva egli potuto bevere ad altre coppe dopo avere  accostate  le
    labbra a quell'una? Come aveva egli potuto ricercare altri gaudii dopo
    aver  gustato il supremo?  Come il suo spirito aveva potuto accogliere
    altre agitazioni dopo aver sentito  in  s  l'indimenticabile  tumulto
    della  forza  creatrice?  Come  le  sue  mani  avevan  potuto oziare e
    lascivire su i corpi delle femmine dopo aver  sentito  erompere  dalle
    dita una forma sostanziale?  Come,  infine,  i suoi sensi avean potuto
    indebolirsi e pervertirsi  nella  bassa  lussuria  dopo  essere  stati
    illuminati  da  una  sensibilit che coglieva nelle apparenze le linee
    invisibili, percepiva l'impercettibile, indovinava i pensieri nascosti
    della Natura?  Un  improvviso  entusiasmo  l'invase.  In  quel  mattin
    religioso,  egli voleva di nuovo inginocchiarsi all'altare e,  secondo
    il verso del Goethe,  leggere i suoi atti di divozione nella  liturgia
    d'Omero.
    Ma  se  la  mia  intelligenza  fosse decaduta?  Se la mia mano avesse
    perduta la prontezza?  S'io non fossi pi "degno"? A  questo  dubbio,
    l'assalse  uno  sbigottimento  cos  forte  ch'egli,  con  una  smania
    puerile, si mise a cercare qual potesse essere una prova immediata per
    aver la certezza che il  suo  era  un  irragionevole  timore.  Avrebbe
    voluto   sbito   fare  un  esperimento  reale:  comporre  una  strofa
    difficile,  disegnare una figura,  incidere  un  rame,  sciogliere  un
    problema  di  forme.  Ebbene?  E  poi?  non  sarebbe  stato  quello un
    esperimento fallace?  La lenta decadenza dell'ingegno pu anche essere
    inconsciente: qui sta il terribile.  L'artista cha a poco a poco perde
    le sue facolt non si accorge della sua debolezza progressiva;  poich
    insieme  con la potenza di produrre e di riprodurre lo abbandona anche
    il giudizio critico,  il criterio.  Egli non distingue pi  i  difetti
    dell'opera  sua,  non  sa  che  la  sua  opera    cattiva o mediocre;
    s'illude; crede che il suo quadro, che la sua statua, che il suo poema
    sieno nelle leggi dell'Arte mentre son fuori.  Qui sta  il  terribile.
    L'artista  colpito  nell'intelletto  pu  non  avere  conscienza della
    propria imbecillit,  come il pazzo non ha  conscienza  della  propria
    aberrazione. E allora?
    Fu  pel convalescente una specie di pnico.  Egli si strinse le tempie
    fra le palme;  e rimase alcuni istanti sotto l'urto di  quel  pensiero
    spaventevole,  sotto l'orrore di quella minaccia,  come annientato.  -
    Meglio, meglio morire! - Non mai, come in quel momento,  aveva sentito
    il  divino  pregio  del  "dono";  non  mai  come  in quel momento,  la
    "scintilla" gli era parsa sacra.  Tutto il suo essere tremava con  una
    strana violenza,  al solo dubbio che quel dono potesse struggersi, che
    quella scintilla potesse spegnersi.
    - Meglio morire!
    Lev il capo;  scosse da s ogni inerzia;  discese nel parco;  cammin
    lentamente  sotto gli alberi,  non avendo un pensiero determinato.  Un
    soffio leggero  correva  su  le  cime;  a  intervalli,  le  foglie  si
    scompigliavano con un frusco forte, come se per mezzo vi passasse una
    torma di scoiattoli; piccoli frammenti di cielo apparivano tra i rami,
    come occhi cerulei sotto palpebre verdi.  In un luogo favorito, ch'era
    una specie di lucus  minimo  in  signoria  di  una  Erma  quadrifronte
    intenta a una quadruplice meditazione,  egli sost; e si mise a sedere
    sull'erba,  con le spalle appoggiate alla base del simulacro,  con  la
    faccia  rivolta  al  mare.  D'innanzi  a lui,  certi fusti,  diritti e
    digradanti  come  le   canne   della   fistola   di   Pane,   secavano
    l'oltramarino;  intorno,  gli  acanti  aprivano con sovrana eleganza i
    cesti delle loro foglie,  intagliate simetricamente come nel capitello
    di Callimaco.
    I  versi  di  Salmace  nella  "Favola  d'Ermafrodito" gli vennero alla
    memoria.

    Nobili acanti, o voi ne le terrestri
    selve indizi di pace, alte corone,
    di pura forma; o voi, snelli canestri
    che il Silenzio con lieve man compone
    a raccogliere il fiore de' silvestri
    Sogni, qual mai virt sul bel garzone
    versaste da le foglie oscura e dolce?
    Ei dorme, nudo; e il braccio il capo folce.

    Altri versi gli vennero alla  memoria,  altri  ancora,  altri  ancora,
    tumultuariamente. La sua anima si emp tutta d'una musica di rime e di
    sillabe ritmiche.  Egli gioiva;  quella spontanea improvvisa agitazion
    poetica gli dava  un  inesprimibile  diletto.  Egli  ascoltava  in  s
    medesimo que' suoni, compiacendosi delle ricche imagini, degli epiteti
    esatti, delle metafore lucide, delle armonie ricercate, delle squisite
    combinazioni   di  iati  e  di  dieresi,   di  tutte  le  pi  sottili
    raffinatezze che variavano il suo stile e la sua metrica,  di tutti  i
    misteriosi artifizii dell'endecasillabo appresi dagli ammirabili poeti
    del  Sedicesimo  secolo e in ispecie dal Petrarca.  La magia del verso
    gli soggiog di nuovo lo  spirito;  e  l'emistichio  sentenziale  d'un
    poeta contemporaneo gli sorrideva singolarmente. - Il Verso  tutto.
    Il  verso    tutto.  Nella  imitazion  della Natura nessun istrumento
    d'arte    pi  vivo,  agile,  acuto,  vario,  multiforme,   plastico,
    obediente,  sensibile,  fedele. Pi compatto del marmo, pi malleabile
    della cera,  pi sottile d'un fluido,  pi vibrante d'una  corda,  pi
    luminoso  d'una gemma,  pi fragrante d'un fiore,  pi tagliente d'una
    spada, pi flessibile d'un virgulto, pi carezzevole d'un murmure, pi
    terribile d'un tuono,  il verso  tutto e pu  tutto.  Pu  rendere  i
    minimi  moti  del  sentimento  e  i minimi moti della sensazione;  pu
    definire  l'indefinibile  e   dire   l'ineffabile;   pu   abbracciare
    l'illimitato  e  penetrare l'abisso;  pu avere dimensioni d'eternit;
    pu rappresentare il sopraumano,  il soprannaturale,  l'oltramirabile;
    pu  inebriare  come  un  vino,  rapire come un'estasi;  pu nel tempo
    medesimo posseder il nostro intelletto,  il nostro spirito,  il nostro
    corpo;  pu,  infine,  raggiungere  l'Assoluto.  Un  verso  perfetto e
    assoluto, immutabile, immortale; tiene in s le parole con la coerenza
    d'un diamante;  chiude il pensiero come  in  un  cerchio  preciso  che
    nessuna  forza  mai  riuscir a rompere;  diviene indipendente da ogni
    legame da ogni dominio; non appartiene pi all'artefice, ma  di tutti
    e di nessuno, come lo spazio,  come la luce,  come le cose immanenti e
    perpetue.  Un  pensiero esattamente espresso in un verso perfetto  un
    pensiero che gi esisteva "preformato" nella oscura  profondit  della
    lingua.  Estratto  dal  poeta,  "sguita" ad esistere nella conscienza
    degli  uomini.  Maggior  poeta    dunque  colui  che  sa  discoprire,
    disviluppare,  estrarre  un  maggior  numero  di codeste preformazioni
    ideali.  Quando il poeta  prossimo alla scoperta d'uno di tali  versi
    eterni,    avvertito  da  un  divino torrente di gioia che gli invade
    d'improvviso tutto l'essere.
    Quale gioia  pi forte?  - Andrea socchiuse un poco gli occhi,  quasi
    per  prolungare  quel  particolar  brivido ch'era in lui foriero della
    inspirazione quando il suo  spirito  si  disponeva  all'opera  d'arte,
    specialmente al poetare.  Poi,  pieno d'un diletto non mai provato, si
    mise a trovar rime con la e'sile matita su le brevi pagine bianche del
    taccuino.  Gli vennero alla memoria i primi versi  d'una  canzone  del
    Magnifico:

    "Parton leggieri e pronti
    dal petto i miei pensieri..."

    Quasi  sempre,  per incominciare a comporre,  egli aveva bisogno d'una
    intonazione  musicale  datagli  da  un  altro  poeta;  ed  egli  usava
    prenderla  quasi  sempre  dai  verseggiatori  antichi  di Toscana.  Un
    emistichio di Lapo Gianni, del Cavalcanti, di Cino,  del Petrarca,  di
    Lorenzo de' Medici, il ricordo d'un gruppo di rime, la congiunzione di
    due epiteti, una qualunque concordanza di parole belle e bene sonanti,
    una  qualunque  frase numerosa bastava ad aprirgli la vena,  a dargli,
    per cos dire,  il "la",  una nota  che  gli  servisse  di  fondamento
    all'armonia della prima strofa. Era una specie di topica applicata non
    alla  ricerca  degli argomenti ma alla ricerca dei preludii.  Il primo
    settenario  medceo  gli  offerse  infatti  la  rima;   ed  egli  VIDE
    distintamente  tutto  ci  ch'egli  voleva  mostrare al suo imaginario
    uditore in persona dell'Erma;  e,  insieme con la visione,  nel  tempo
    medesimo,  si  present spontaneamente al suo spirito la forma metrica
    in cui egli doveva versare,  come un vino in  una  coppa,  la  poesia.
    Poich quel suo sentimento poetico era duplice,  o meglio,  nasceva da
    un contrasto,  cio dal contrasto fra l'abiezion passata e la presente
    risurrezione,   e  poich  nel  suo  movimento  lirico  procedeva  per
    elevazione, egli elesse il sonetto;  la cui architettura consta di due
    ordini:   del   superiore   rappresentato   dalle   due   quartine   e
    dell'inferiore rappresentato dalle  due  terzine.  Il  pensiero  e  la
    passione dunque,  dilatandosi nel primo ordine,  si sarebber raccolti,
    rinforzati,  elevati nel secondo.  La forma del sonetto,  pur  essendo
    meravigliosamente  bella  e magnifica,   in qualche parte manchevole;
    perch somiglia una figura con il busto troppo lungo e le gambe troppo
    corte.  Infatti le due terzine non soltanto sono "in realt" pi corte
    delle  quartine,  per  numero di versi;  ma anche "sembrano" pi corte
    delle quartine,  per quel che la terzina ha  di  rapido  e  di  fluido
    nell'andatura  sua  in  confronto  alla  lentezza  e alla maest della
    quartina. Quegli  migliore artefice, il quale sa coprire la mancanza;
    il quale,  cio,  serbando alle terzine la imagine pi precisa  e  pi
    visibile  e  le parole pi forti e pi sonore,  ottiene che le terzine
    grandeggino e armonizzino con le superiori  strofe  senza  per  nulla
    perdere  della  lor leggerezza e rapidit essenziali.  I dipintori del
    Rinascimento sapevano equilibrare una intiera figura con  il  semplice
    svolazzo d'un nastro o d'un lembo o d'una piega.
    Andrea,  nel  comporre,  studiava se medesimo curiosamente.  Non aveva
    fatto versi da gran tempo.  Quell'intervallo d'ozio aveva nociuto alla
    sua abilit tecnica? Gli pareva che le rime, uscenti a mano a mano dal
    suo  cervello,  avessero  un  sapor  nuovo.  La  consonanza gli veniva
    spontanea, senza ch'ei la cercasse; e i pensieri gli nascevano rimati.
    Poi,  d'un tratto,  un intoppo arrestava il fluire;  un verso  gli  si
    ribellava; tutto il resto gli si scomponeva come un musaico sconnesso;
    le  sillabe  lottavano contro la constrizion della misura;  una parola
    musicale e luminosa,  che gli piaceva,  era esclusa dalla severit del
    ritmo  ad  onta  d'ogni  sforzo;  da  una  rima nasceva un'idea nuova,
    inaspettata, a sedurlo,  a distrarlo dall'idea primitiva;  un epiteto,
    pur essendo giusto ed esatto,  aveva un suono debole; la tanto cercata
    qualit, la coerenza, mancava completamente;  e la strofa era come una
    medaglia  riuscita  imperfetta  per  colpa d'un fonditore inesperto il
    qual  non  avesse  saputo  calcolare  la  quantit  di  metallo   fuso
    necessaria a riempirne il cavo. Egli, con acuta pazienza, rimetteva di
    nuovo  nel  crogiuolo il metallo,  e ricominciava l'opera da capo.  La
    strofa alla fine gli usciva intera e precisa; qualche verso, qua e l,
    aveva una certa asprezza piacente; a traverso le ondulazioni del ritmo
    appariva evidentissima la simetria;  la ripetizion delle  rime  faceva
    una  musica  chiara,  richiamando allo spirito con l'accordo de' suoni
    l'accordo de' pensieri e rafforzando con un legame  fisico  il  legame
    morale;  tutto  il  sonetto  viveva  e  respirava  come  un  organismo
    indipendente,  nell'unit.  Per passare da un sonetto  all'altro  egli
    "teneva" una nota,  come in musica la modulazione da un tono all'altro
     preparata dall'accordo  di  settima,  nel  qual  si  tiene  la  nota
    fondamentale per farne la dominante del nuovo tono.
    Cos componeva,  or rapido or lento, con un diletto non mai provato; e
    il luogo raccolto,  in  verit,  pareva  escito  dalla  fantasia  d'un
    solitario  egipane  dedito ai carmi.  Il mare,  mentre pi cresceva il
    giorno,  balenava fra i tronchi come negli intercolunnii d'un  portico
    di diaspro;  gli acanti corintii eran come le coronazioni abbattute di
    quelle colonne arboree;  nell'aria,  glauca come  l'ombra  d'un  antro
    lacustre,  il  sole gittava a quando a quando strali e anelli e dischi
    d'oro. Certo,  Alma Tadema avrebbe ivi imaginata una Saffo dal crin di
    viola,  seduta  sotto  l'Erma  di marmo,  poetante su la lira di sette
    corde,  in mezzo a un coro di fanciulle dal crin di fiamma  pallide  e
    intente a bevere dall'adonio la compiuta armonia di ciascuna strofe.
    Quando  egli  ebbe  condotti  a  termine i quattro sonetti,  trasse un
    respiro e li recit senza voce, con una enfasi interiore.  L'apparente
    rottura del ritmo nel quinto verso dell'ultimo, causata dalla mancanza
    di  un  accento tonico e quindi d'una posa grave della ottava sillaba,
    gli parve efficace e la mantenne.  Quindi scrisse i quattro sonetti su
    la base quadrangolare dell'Erma: ogni faccia uno, in quest'ordine.

    1
    Erma quadrata, le tue quattro fronti
    sanno mie novit meravigliose?
    Spirti, cantando, da le sedi ascose
    partono del mio cor leggieri e pronti.

    Il cor mio prode tutte impure fonti
    serr, cacci da se tutt'altre cose
    impure, tutte fiamme obbrobriose
    dom, ruppe all'assedio tutti i ponti.

    Spirti, cantando, salgono. Ben odo
    io l'inno; e inestinguibile, possente,
    del periglio di me mi prende un riso.

    Pallido s ma come un re, io godo
    sentir nel core l'anima ridente,
    mentre il gi vinto Mal rimiro fiso.


    2
    L'anima ride li amor suoi lontani
    mentre fiso rimiro il Mal gi vinto
    che in quei di foco intrichi aveami spinto
    come in boschi nudriti da vulcani.

    Or nel gran cerchio de' dolori umani
    entra, novizia in veste di jacinto,
    dietro lasciando il falso laberinto
    ove i belli ruggan mostri pagani.

    Non pi sfinge con unghie auree l'abbranca,
    non gorgone la fa pietra restare,
    non sirena per lunga ode l'incanta.

    Alta, in sommo del cerchio, un'assai bianca
    donna, con atto di comunicare,
    tien fra le pure dita l'Ostia santa.


    3
    Ella fuor de l'insidie e fuor de l'ire
    e fuor de' danni, sta pacata e forte
    come colei che pu fino a la morte
    sapere il Male, senza quel soffrire.

    - O voi che fate tutti i venti aulire,
    che d'avete in signora tutte le porte,
    io metto  vostri piedi la mia sorte:
    Madonna me 'l vogliate consentire!

    Folgora ne la pura mano vostra
    quell'Ostia desiata, come un sole.
    Non vedr dunque il gesto che consente? -

    Ed ella, ch' benigna a chi si prostra,
    comunicando dice le parole:
    - Offerto t' il tuo Ben, anzi  presente.


    4
    Io - dice - son l'innaturale Rosa
    generata dal sen de la Bellezza.
    Io son che infondo la suprema ebrezza.
    Io son colei che esalta e che riposa.

    Ara con pianti, anima dolorosa,
    per mietere con canti d'allegrezza.
    Dopo un lungo dolor, la mia dolcezza
    passer di dolcezza ogni altra cosa. -

    - Tal sia, Madonna; e dal mio cor disgorghi
    gran sangue, e i fiumi scorrano sul mondo,
    e il dolore immortal pur gli rinnovi,

    e me stesso travolgano que'gorghi,
    me coprano; ma veda io dal profondo
    la luce che a la invitta anima piovi. -"

    DIE XII SEPTEMBRIS MDCCCLXXXVI.


    2.
    Schifanoja sorgeva su la collina, nel punto in cui la catena dopo aver
    seguito  il  litorale  ed  abbracciato  il mare come in un anfiteatro,
    piegava verso l'interno e declinava alla  pianura.  Sebbene  edificata
    dal  cardinale  Alfonso  Carafa  d'Ateleta,  nella  seconda  met  del
    Diciottesimo secolo,  la villa aveva nella sua architettura una  certa
    purezza di stile.  Formava un quadrilatero,  alto di due piani,  ove i
    portici si alternavano con gli appartamenti; e le aperture de' portici
    appunto davano all'edificio agilit ed eleganza, poich le colonne e i
    pilastri ionici parevano disegnati  e  armonizzati  dal  Vignola.  Era
    veramente un palazzo d'estate,  aperto ai venti del mare.  Dalla parte
    dei giardini,  sul pendio,  un vestibolo metteva su una bella scala  a
    due  rami  discendente  in  un ripiano limitato da balaustri di pietra
    come un vasto terrazzo e ornato di  due  fontane.  Altre  scale  dalle
    estremit  del terrazzo si prolungavano gi per il pendio arrestandosi
    ad altri ripiani sinche'  terminavano  quasi  sul  mare  e  da  questa
    inferiore  area  presentavano  alla  vista  una  specie di settemplice
    serpeggiamento tra la verdura superba e tra  i  foltissimi  rosai.  Le
    meraviglie di Schifanoja erano le rose e i cipressi. Le rose, di tutte
    le qualit, di tutte le stagioni, erano a bastanza "pour en tirer neuf
    ou  dix  muytz d'eaue rose",  come avrebbe detto il poeta del "Vergier
    d'honneur". I cipressi, acuti ed oscuri,  pi ieratici delle piramidi,
    pi  enigmatici degli obelischi,  non cedevano n a quelli della Villa
    d'Este n a quelli della Villa Mondragone n  a  quanti  altri  simili
    giganti grandeggiano nelle gloriate ville di Roma.
    La  marchesa  d'Ateleta  soleva  passare a Schifanoja l'estate e parte
    dell'autunno;  poich ella,  pur essendo tra le  dame  una  delle  pi
    mondane,  amava  la campagna e la libert campestre ed ospitare amici.
    Ella aveva usato  ad  Andrea  infinite  cure  e  premure,  durante  la
    malattia,  come  una  sorella  maggiore,  quasi come una madre,  senza
    stancarsi.  Una profonda affezione la legava al cugino.  Ella era  per
    lui  piena  d'indulgenze  e  di perdoni;  era un'amica buona e franca,
    capace di comprendere molte cose, pronta, sempre gaia,  sempre arguta,
    a un tempo spiritosa e spirituale. Pur avendo varcata da circa un anno
    la  trentina,  conservava una mirabile vivacit giovenile e una grande
    piacenza,  poich possedeva il segreto  della  signora  di  Pompadour,
    quella  "beaut  sans  traits" che pu avvivarsi d'inaspettate grazie.
    Anche possedeva una virt rara,  quella che comunemente si chiama  il
    tatto.  Un delicato genio feminile erale di guida infallibile.  Nelle
    sue relazioni con innumerevoli conoscenti d'ambo i sessi,  ella sapeva
    sempre,  in  ogni circostanza,  come contenersi;  e non commetteva mai
    errori,  non pesava mai su la vita altrui,  non veniva mai inopportuna
    n  diveniva  mai  importuna,  faceva  sempre  a tempo ogni suo atto e
    diceva a tempo ogni sua parola.  Il  suo  contegno  verso  Andrea,  in
    questo  periodo di convalescenza un po' strano e ineguale,  non poteva
    essere, in verit,  pi squisito.  Ella cercava in tutti i modi di non
    disturbarlo  e  di  ottenere che nessuno lo disturbasse;  gli lasciava
    pienissima libert; mostrava di non accorgersi delle bizzarrie e delle
    malinconie;  non l'infastidiva mai con domande indiscrete;  faceva  s
    che  la  sua  compagnia  gli  fosse  leggera  nelle  ore obbligatorie;
    rinunziava perfino ai motti,  in presenza di  lui,  per  evitargli  la
    fatica d'un sorriso forzato.
    Andrea, che comprendeva quella finezza, era riconoscente.
    Il 12 di settembre,  dopo i sonetti dell'Erma, egli torn a Schifanoja
    con una insolita letizia;  incontr Donna Francesca su la scala  e  le
    baci le mani, dicendole con un tono di gioco:
    - Cugina, ho trovato la Verit e la Via.
    - Alleluia!  - fece Donna Francesca, levando le belle braccia rotonde.
    - Alleluia!
    Ed ella discese nei giardini e Andrea sal alle sue stanze,  col  cuor
    sollevato.
    Dopo  poco,  egli ud battere leggermente all'uscio e la voce di Donna
    Francesca chiedere:
    - Posso entrare?
    Ella entr portando nella sopravveste e tra le braccia un gran  fascio
    di rose rosee,  bianche,  gialle,  vermiglie,  brune.  Alcune larghe e
    chiare,  come  quelle  della  Villa  Pamphily,  freschissime  e  tutte
    imperlate,  avevano  non  so che di vitreo tra foglia e foglia;  altre
    avevano petali densi e una dovizia di colore che faceva  pensare  alla
    celebrata magnificenza delle porpore d'Elisa e di Tiro; altre parevano
    pezzi di neve odorante e facevano venire una strana voglia di morderle
    e d'ingoiarle;  altre erano di carne,  veramente di carne,  voluttuose
    come le pi voluttuose forme d'un corpo di donna,  con qualche sottile
    venatura.  Le  infinite gradazioni del rosso,  dal cremisi violento al
    color disfatto della fragola matura,  si mescevano  alle  pi  fini  e
    quasi  insensibili  variazioni  del  bianco,  dal  candore  della neve
    immacolata al colore indefinibile del latte appena munto,  dell'ostia,
    della  midolla  d'una  canna,   dell'argento  opaco,   dell'alabastro,
    dell'opale.
    - Oggi  festa - ella disse, ridendo;  e i fiori le coprivano il petto
    fin quasi alla gola.
    - Grazie!  Grazie!  Grazie!  - ripeteva Andrea aiutandola a deporre il
    fascio sul tavolo,  su i libri,  su  gli  albi,  su  le  custodie  de'
    disegni. - "Rosa rosarum"!
    Ella,  poi che fu libera, adun tutti i vasi sparsi per le stanze e si
    mise a riempirli di rose,  componendo  tanti  singoli  mazzi  con  una
    scelta  che  rivelava  in  lei  un  gusto  raro,  il  gusto della gran
    convivatrice.  Scegliendo e componendo,  parlava  di  mille  cose  con
    quella sua gaia volubilit, quasi volesse compensarsi della parsimonia
    di  parole  e  di  risa  usata fin allora con Andrea per riguardo alla
    malinconia taciturna di lui.
    Tra le altre cose, disse:
    - Il 15 avremo una bella ospite: Donna Maria Ferres  y  Capdevila,  la
    moglie del ministro plenipotenziario di Guatemala. La Conosci?
    - Non mi pare.
    - Infatti,  non la puoi conoscere. E' tornata in Italia da pochi mesi;
    ma passer l'inverno prossimo a Roma,  perch il marito  destinato  a
    quel  posto.  E'  una  mia amica d'infanzia,  molto cara.  Siamo state
    insieme a Firenze, tre anni, all'Annunziata; ma  pi giovine di me.
    - Americana?
    - No;  italiana e di Siena,  per giunta.  Nasce  di  casa  Bandinelli,
    battezzata  con l'acqua della Fonte Gaia.  Ma  piuttosto malinconica,
    di natura; e tanto dolce. La storia del suo matrimonio, anche,   poco
    allegra.  Quel  Ferres  non  simpatico punto.  Hanno per una bambina
    ch' un amore.  Vedrai;  pallida pallida con tanti  capelli,  con  due
    occhi smisurati.  Somiglia molto alla madre...  Guarda, Andrea, questa
    rosa,  se non pare di velluto!  E  quest'altra?  Me  la  mangerei.  Ma
    guarda, proprio, se non pare una crema ideale.
    Che  delizia!   Ella  seguitava  a  scegliere  le  rose  e  a  parlare
    amabilmente.
    Un profumo pieno,  inebriante come un vino di  cent'anni,  saliva  dal
    mucchio;  alcune  corolle  si sfogliavano e si fermavano tra le pieghe
    della gonna di  Donna  Francesca;  innanzi  alla  finestra,  nel  sole
    biondissimo,  la  punta  cupa d'un cipresso accennava appena.  E nella
    memoria di Andrea cantava con insistenza, come una frase musicale,  un
    verso del Petrarca:

    Cos parta le rose e le parole.

    Due  mattine dopo,  egli offer in compenso alla marchesa d'Ateleta un
    sonetto  curiosamente  foggiato  all'antica  e  manoscritto   in   una
    pergamena  ornata  con  fregi  in  sul  gusto di quelli che ridono nei
    messali d'Attavante e di Liberale da Verona.

    "Schifanoja in Ferrara (oh gloria d'Este!),
    ove il Cossa emul Cosimo Tura
    in trionfi d'iddii su per le mura,
    non vide mai tanto gioconde feste.

    Tante rose port ne la sua veste
    Monna Francesca all'ospite in pastura
    quante mai n'ebbe il Ciel per avventura,
    bianche angelelle, a cingervi le teste.

    Ella parlava ed iscegliea que' fiori
    con tal vaghezza ch'io pensai: - Non forse
    venne una Grazia per le vie del Sole? -

    Travidi, inebriato dalli odori.
    Un verso del Petrarca a l'aria sorse:
    Cos parta le rose e le parole."

    Cos  Andrea  cominciava  a   riavvicinarsi   all'Arte,   curiosamente
    esperimentandosi  in  piccoli  esercizii e in piccoli giuochi,  ma ben
    meditando  opere  meno  lievi.  Molte  ambizioni,  che  gi  un  tempo
    l'avevano incitato,  tornarono ad incitarlo; molti progetti d'un tempo
    gli si riaffacciarono  nello  spirito  modificati  o  completi;  molte
    antiche  idee gli si ripresentarono sotto una luce nuova o pi giusta;
    molte imagini,  una volta appena intraviste,  gli brillarono chiare  e
    nitide, senza ch'egli potesse rendersi conto di quel loro svolgimento.
    Pensieri  subitanei  insorgevano  dalle  profondit  misteriose  della
    conscienza e lo sorprendevano.  Pareva che tutti  i  confusi  elementi
    accumulati   in  fondo  a  lui,   ora  combinati  con  la  disposizion
    particolare della volont,  si  transformassero  in  pensieri  con  lo
    stesso  processo  per  cui la digestione stomacale elabora i cibi e li
    cangia in sostanza del corpo.
    Egli intendeva trovare una forma di Poema moderno, questo inarrivabile
    sogno di molti poeti;  e intendeva fare una lirica  veramente  moderna
    nel  contenuto  ma  vestita  di tutte le antiche eleganze,  profonda e
    limpida, appassionata e pura, forte e composta. Inoltre vagheggiava un
    libro d'arte  su  i  Primitivi,  su  gli  artisti  che  precorrono  la
    Rinascenza,  e  un libro d'analisi psicologica e letteraria su i poeti
    del Dugento in gran parte ignorati. Un terzo libro avrebbe egli voluto
    scrivere sul Bernini,  un  grande  studio  di  decadenza,  aggruppando
    intorno  a quest'uomo straordinario che fu il favorito di sei papi non
    soltanto tutta l'arte ma anche tutta  la  vita  del  suo  secolo.  Per
    ognuna  di  tali  opere  bisognavano naturalmente,  molti mesi,  molte
    ricerche, molte fatiche, un alto calore d'ingegno,  una vasta capacit
    di coordinazione.
    In  materia  di disegno,  egli intendeva illustrare con acque forti la
    terza e la quarta giornata  del  "Decamerone",  prendendo  ad  esempio
    quella "Istoria di Nastagio degli Onesti" ove Sandro Botticelli rivela
    tanta   raffinatezza   di   gusto   nella   scienza   del   gruppo   e
    dell'espressione.  Inoltre  vagheggiava  una  serie  di  "Sogni",   di
    "Capricci",   di   "Grotteschi",   di  "Costumi",   di  "Favole",   di
    "Allegorie", di "Fantasie",  alla maniera volante del Callot ma con un
    ben diverso sentimento e un ben diverso stile, per potersi liberamente
    abbandonare a tutte le sue predilezioni,  a tutte le sue imaginazioni,
    a tutte le  sue  pi  acute  curiosit  e  pi  sfrenate  temerit  di
    disegnatore.
    Il 15 settembre, un mercoled, giunse l'ospite nuova.
    La  marchesa  and,  insieme  con  il suo primogenito Ferdinando e con
    Andrea, ad incontrar l'amica nella prossima stazione di Rovigliano.
    Mentre il "phaeton" discendeva  per  la  strada  ombreggiata  di  alti
    pioppi,   la   marchesa   parlava   dell'amica  ad  Andrea  con  molta
    benevolenza.
    - Credo che ti piacer - ella concluse.
    Poi si mise a ridere,  come per un pensiero che  le  attraversasse  lo
    spirito improvvisamente.
    - Perch ridi? - le chiese Andrea.
    - Per un'analogia.
    - Quale?
    - Indovina.
    - Non so.
    -  Ecco:  pensavo  a  un  altro annunzio di presentazione e a un'altra
    presentazione ch'io ti feci,  son quasi due anni,  accompagnandola con
    una profezia allegra. Ti ricordi?
    - Ah!
    -  Rido  perch  anche questa volta si tratta di una incognita e anche
    questa volta io sarei... l'auspice involontaria.
    - Ohib.
    - Ma il caso  diverso,  ossia  diverso il personaggio del  possibile
    dramma.
    - Cio?
    - Maria  una "turris eburnea".
    - Io sono ora un "vas spirituale".
    -  Guarda!  Dimenticavo  che  tu hai finalmente trovato la Verit e la
    Via. L'anima ride li amor suoi lontani...
    - Tu citi i miei versi?
    - Li so a memoria.
    - Che amabilit!
    - Del resto,  caro cugino,  quell'assai bianca donna con l'Ostia  in
    mano m' sospetta. M'ha tutta l'aria d'una forma fittizia, d'una stola
    senza corpo, che sia alla mercede di quella qualunque anima d'angelo o
    di demonio intenzionata d'entrarci, di amministrarti la comunione e di
    farti il gesto che consente.
    - Sacrilegio! Sacrilegio!
    -  Bada  a  te  e fa ben la guardia alla stola e fa molti esorcismi...
    Ricasco nelle profezie!  Proprio,  le  profezie  sono  una  delle  mie
    debolezze.
    - Siamo giunti, cugina.
    Ridevano  ambedue.  Entravano  nella  stazione,  mancando pochi minuti
    all'arrivo  del  treno.   Il  dodicenne   Ferdinando,   un   fanciullo
    malaticcio, portava un mazzo di rose per offerirlo a Donna Maria.
    Andrea,  dopo quel dialogo,  si sentiva allegro, leggero, vivacissimo,
    quasi  che  d'un  tratto  fosse  rientrato  nella  primiera  vita   di
    frivolezza e di fatuit: era una sensazione inesplicabile.  Gli pareva
    che  qualche  cosa  come  un  soffio  femineo,   come  una  tentazione
    indefinita,   gli  attraversasse  lo  spirito.  Scelse  dal  mazzo  di
    Ferdinando una rosa thea e se la mise all'occhiello; diede un'occhiata
    rapida al suo abbigliamento estivo;  si guard con compiacenza le mani
    bene curate ch'eran divenute pi sottili e pi bianche nella malattia.
    Fece  tutto  questo senza riflessione,  quasi per un istinto di vanit
    risvegliatosi in lui d'un tratto.
    - Ecco il treno - disse Ferdinando.
    La marchesa si avanz  incontro  alla  ben  venuta;  ch'era  gi  allo
    sportello e salutava con la mano e accennava con la testa tutt'avvolta
    d'un  gran  velo  color di perla coprente a met il cappello di paglia
    nera.
    - Francesca! Francesca!  - ella chiamava,  con una effusione tenera di
    gioia.
    Quella  voce  fece  su  Andrea  un'impression  singolare;  gli ricord
    vagamente una voce conosciuta. Quale?  Donna Maria discese con un atto
    rapido ed agile;  e con un gesto pieno di grazia sollev il velo fitto
    scoprendosi la bocca per baciare l'amica.  Sbito,  per Andrea  quella
    signora alta e ondulante sotto il mantello di viaggio e velata, di cui
    egli non vedeva che la bocca e il mento,  ebbe una profonda seduzione.
    Tutto il suo  essere,  illuso  in  quei  giorni  da  una  parvenza  di
    liberazione,  era  disposto  ad  accogliere  il  fascino  dell'eterno
    feminino.  Appena smosse da un soffio  di  donna,  le  ceneri  davano
    faville.
    -  Maria,  ti  presento  mio cugino,  il conte Andrea Sperelli-Fieschi
    d'Ugenta.
    Andrea s'inchin. La bocca della signora si aperse ad un sorriso,  che
    sembr  misterioso  poich  la lucentezza del velo nascondeva il resto
    della faccia.
    Quindi la marchesa present Andrea a Don Manuel  Ferres  y  Capdevila.
    Poi disse,  accarezzando i capelli della bimba che guardava il giovine
    con due dolci occhi attoniti:
    - Ecco Delfina.
    Nel "phaeton" Andrea sedeva di fronte a Donna Maria  e  a  fianco  del
    marito. Ella non aveva ancor svolto il velo; teneva su le ginocchia il
    mazzo di Ferdinando e di tratto in tratto lo portava alle nari, mentre
    rispondeva  alle  domande della marchesa.  Andrea non s'era ingannato:
    nella voce di lei sonavano alcuni accenti della voce  di  Elena  Muti,
    perfetti.  Una  curiosit  impaziente  l'invase,  di  vedere  il volto
    nascosto, l'espressione, il colore.
    - Manuel - dicea ella,  discorrendo - partir  venerd.  Poi  verr  a
    riprendermi, pi tardi.
    -  Molto  tardi,  speriamo - s'augur cordialmente Donna Francesca.  -
    Anzi la miglior cosa sarebbe d'andar  via  tutti  in  un  giorno.  Noi
    resteremo a Schifanoja sino al primo di novembre, non pi oltre.
    -  Se  la  mamma non m'aspettasse,  resterei volentieri con te.  Ma ho
    promesso di trovarmi in tutti i modi a Siena pel 17 d'ottobre, ch' il
    natalizio di Delfina.
    - Peccato!  Il 20 d'ottobre c' la festa delle donazioni a Rovigliano,
    tanto bella e strana.
    - Come fare?  S'io mancassi,  la mamma n'avrebbe certo un gran dolore.
    Delfina  l'adorata...
    Il marito taceva: doveva essere di natura taciturno.  Di mezza taglia,
    un poco obeso, un po' calvo, aveva la pelle d'un color singolare, d'un
    pallore  tra  verdognolo e violaceo,  su cui il bianco dell'occhio nei
    movimenti dello sguardo spiccava come quel d'un occhio  di  smalto  in
    certe  teste  di  bronzo antiche.  I baffi,  neri,  duri ed egualmente
    tagliati come  i  peli  d'una  spazzola,  ombravano  una  cruda  bocca
    sardonica.  Egli  pareva  un uomo tutto irrigato di bile.  Poteva aver
    quarant'anni o poco pi.  Nella sua persona era qualche cosa di ibrido
    e   di   subdolo,   che   non   isfuggiva   a   un  osservatore;   era
    quell'indefinibile  aspetto  di  viziosit  che  portano  in  loro  le
    generazioni   provenienti  da  un  miscuglio  di  razze  imbastardite,
    crescenti nella turbolenza.
    - Guarda,  Delfina,  gli aranci tutti fioriti!  - esclam Donna  Maria
    stendendo la mano al passaggio per cogliere un rametto.
    La  strada  infatti  saliva  tra due boschi d'agrumi,  in vicinanza di
    Schifanoja.  Le piante eran cos alte che  facevano  ombra.  Un  vento
    marino  alitava  e  sospirava  nell'ombra,  carico d'un profumo che si
    poteva quasi bevere a sorsi come un'acqua refrigerante.
    Delfina aveva posate le ginocchia sul sedile e si sporgeva fuor  della
    carrozza per afferrare i rami.  La madre la cingeva con un braccio per
    reggerla.
    - Bada!  Bada!  Puoi cadere.  Aspetta un poco ch'io mi tolga il velo -
    ella disse. - Scusa, Francesca; aiutami.
    E  chin  la  testa  verso  l'amica  per  farsi districare il velo dal
    cappello. In quell'atto il mazzo di rose le cadde a' piedi.  Andrea fu
    pronto  a  raccoglierlo;  e  nel  rialzarsi  a  porgerlo,  vide alfine
    l'intero volto della signora scoperto.
    - Grazie - ella disse.
    Aveva un volto ovale, forse un poco troppo allungato, ma appena appena
    un poco,  di quell'aristocratico  allungamento  che  nel  Quindicesimo
    secolo gli artisti ricercatori d'eleganza esageravano.  Ne' lineamenti
    delicati era quell'espressione tenue di sofferenza  e  di  stanchezza,
    che  forma l'umano incanto delle Vergini n tondi fiorentini del tempo
    di Cosimo. Un'ombra morbida, tenera,  simile alla fusione di due tinte
    diafane,  d'un violetto e d'un azzurro ideali, le circondava gli occhi
    che  volgevan  l'iride  lionata  degli  angeli  bruni.  I  capelli  le
    ingombravano  la  fronte  e  le  tempie,  come una corona pesante;  si
    accumulavano e si attortigliavano su la nuca.
    Le ciocche,  d'innanzi,  avevan la densit e la forma  di  quelle  che
    coprono  a  guisa  d'un  casco  la  testa dell'Antinoo Farnese.  Nulla
    superava la grazia della finissima testa che pareva esser  travagliata
    dalla profonda massa, come da un divino castigo.
    -  Dio mio!  - esclam ella,  provando a sollevare con le mani il peso
    delle trecce constrette insieme sotto la paglia.  - Ho tutta quanta la
    testa addolorata come se fossi rimasta sospesa pe' capelli un'ora. Non
    posso  stare molto tempo senza scioglierli;  mi affaticano troppo.  E'
    una schiavit.
    - Ti ricordi,  - chiese Donna Francesca  -  in  conservatorio,  quando
    eravamo  in  tante  a volerti pettinare?  Succedevano gran liti,  ogni
    giorno.  Figurati,  Andrea,  che corse  perfino  il  sangue!  Ah,  non
    dimenticher  mai  la scena tra Carlotta Fiordelise e Gabriella Vanni.
    Era una mania. Pettinar Maria Bandinelli era l'aspirazione di tutte le
    educande,  maggiori e minori.  Il contagio  si  sparse  per  tutto  il
    conservatorio;  ne vennero proibizioni,  ammonizioni,  rigori, minacce
    perfin di tonsura.  Ti ricordi,  Maria?  Tutte le nostre  anime  erano
    allacciate  da quel bel serpente nero che ti pendeva fino ai calcagni.
    Che pianti di passione,  la  notte!  E  quando  Gabriella  Vanni,  per
    gelosia,  ti  diede  a tradimento una forbiciata?  Proprio,  Gabriella
    aveva perduta la testa. Ti ricordi?
    Donna Maria sorrideva,  d'un certo sorriso malinconico e  quasi  direi
    incantato come quel d'una persona che sogni. Nella sua bocca socchiusa
    il  labbro  di sopra avanzava un poco quel di sotto,  ma cos poco che
    appena pareva,  e gli angoli si chinavano in gi dolenti  e  nel  loro
    incavo    lieve   accoglievano   un'ombra.    Queste   cose   creavano
    un'espressione di  tristezza  e  di  bont,  ma  temperata  da  quella
    fierezza  che  rivela  l'elevazion  morale  di chi ha molto sofferto e
    saputo soffrire.
    Andrea pens che in nessuna delle sue amiche egli aveva posseduta  una
    tal  capigliatura,   una  cos  vasta  selva  e  cos  tenebrosa,  ove
    smarrirsi.  La storia  di  tutte  quelle  fanciulle  innamorate  d'una
    treccia,  accese  di  passione  e di gelosia,  smanianti di mettere il
    pettine e le dita nel vivo tesoro,  gli parve  un  gentile  e  poetico
    episodio  di  vita  claustrale;  e  la  chiomata nell'imaginazione gli
    s'illumin vagamente come l'eroina d'una favola,  come l'eroina  d'una
    leggenda  cristiana  in  cui  fosse  descritta la puerizia d'una santa
    destinata a un martirio e  a  una  glorificazione  futura.  Nel  tempo
    medesimo,  gli  sorgeva  nello  spirito  una  finzione d'arte.  Quanta
    ricchezza e variet di linee avrebbe  potuto  dare  al  disegno  d'una
    figura muliebre quella volubile e divisibile massa di capelli neri!
    Non erano, veramente, neri. Egli li guardava, il giorno dopo, a mensa,
    nel punto in cui il riverbero del sole li feriva.  Avevano riflessi di
    viola cupi,  di que' riflessi che ha la tinta del  campeggio  o  anche
    talvolta  l'acciaio  provato  alla  fiamma  o  anche  certa  specie di
    palissandro polito;  e parevano aridi,  per modo  che  pur  nella  lor
    compattezza i capelli rimanevan distaccati l'uno dall'altro, penetrati
    d'aria,  quasi  direi  respiranti.  I tre luminosi e melodiosi epiteti
    d'Alceo   andavano   a   Donna    Maria    naturalmente.    "Ioploch'
    agnameilichomeide"...  -  Ella  parlava  con  finezza,  mostrando uno
    spirito delicato e inchino alle cose  dell'intelligenza,  alle  rarit
    del gusto, al piacere estetico.
    Possedeva la coltura abondante e varia,  l'imaginazione sviluppata, la
    parola colorita di chi ha veduto molti paesi,  ha vissuto  in  diversi
    climi,  ha conosciuto genti diverse.  E Andrea sentiva un'aura esotica
    involgere la persona  di  lei,  sentiva  da  lei  partire  una  strana
    seduzione,  un  incanto composto dai fantasmi vaghi delle cose lontane
    ch'ella aveva guardate,  degli spettacoli ch'ella ancora serbava negli
    occhi,  dei  ricordi  che  le  empivano  l'anima.  Ed  era  un incanto
    indefinibile,  inesprimibile;  era  come  s'ella  portasse  nella  sua
    persona  una  traccia  della  luce  in cui erasi immersa,  de' profumi
    ch'ella aveva respirati,  degli idiomi ch'ella aveva uditi;  era  come
    s'ella portasse in s confuse,  svanite,  indistinte tutte le magie di
    que' paesi del Sole.
    La sera,  nella gran sala che dava sul vestibolo,  ella  s'accost  al
    pianoforte e l'aperse per provarlo, dicendo:
    - Suoni ancora, tu, Francesca?
    - Oh,  no - rispose la marchesa.  - Ho smesso di studiare, da parecchi
    anni.  Penso che la semplice audizione sia  una  volutt  preferibile.
    Per  mi  do  l'aria  di  proteggere  l'arte;  e l'inverno in casa mia
    presiedo sempre a un po' di buona musica. E vero, Andrea?
    - Mia cugina  assai modesta, Donna Maria. E' qualche cosa pi che una
    protettrice;  e una restauratrice del buon gusto.  Proprio quest'anno,
    nel  febbraio,  in  casa  sua,  per sua cura,  sono stati eseguiti due
    Quintetti,  un Quartetto e un Trio del Boccherini e un  Quartetto  del
    Cherubini:  musica quasi in tutto dimenticata,  ma ammirabile e sempre
    giovine.  Gli "Adagio"  e  i  "Minuetti"  del  Boccherini  sono  d'una
    freschezza   deliziosa;   i   "Finali"   soltanto  mi  paiono  un  po'
    invecchiati. Voi, certo, conoscete qualche cosa di lui...
    - Mi ricordo d'aver sentito un Quintetto quattro o cinque anni fa,  al
    Conservatorio  di Bruxelles;  e mi parve magnifico,  e poi nuovissimo,
    pieno d'episodii inaspettati.  Mi ricordo bene che in alcune parti  il
    Quintetto,  per  l'uso  dell'unisono,  si  riduceva  a un Duo;  ma gli
    effetti ottenuti con la differenza  dei  timbri  erano  d'una  finezza
    straordinaria.   Non   ho   ritrovato  nulla  di  simile  nelle  altre
    composizioni strumentali.
    Ella parlava di musica con sottilit d'intenditrice;  e per rendere il
    sentimento,  che  una  data  composizione  o  l'intera arte di un dato
    maestro suscitava in  lei,  aveva  espressioni  ingegnose  ed  imagini
    ardite.
    - Io ho eseguita ed ascoltata molta musica - diceva ella.  - E di ogni
    Sinfonia,  di ogni Sonata,  di ogni Notturno,  di ogni  singolo  pezzo
    insomma,  conservo una imagine visibile,  un'impressione di forma e di
    colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto che tutti
    i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l'imagine. Io ho, per
    esempio,  la "Sonota delle quaranta nuore  di  Priamo",  il  "Notturno
    della  Bella addormentata nel bosco",  la "Gavotta delle dame gialle",
    la "Giga del mulino", il "Preludio della goccia d'acqua", e cos via.
    Ella si mise a ridere,  d'un tenue riso che su quella  bocca  afflitta
    aveva una indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.
    - Ti ricordi,  Francesca,  in collegio,  di quanti commenti in margine
    affliggemmo la  musica  di  quel  povero  Chopin,  del  nostro  divino
    Federico?  Tu  eri  la mia complice.  Un giorno mutammo tutti i titoli
    allo Schumann,  con gravi discussioni;  e tutti i titoli  avevano  una
    lunga  nota  esplicativa.  Conservo ancora quelle carte,  per memoria.
    Ora,  quando risuono i "Myrthen" e  le  "Albumbltter",  tutte  quelle
    significazioni misteriose mi sono incomprensibili;  la commozione e la
    visione sono assai diverse;  ed  un fino  piacere  questo,  di  poter
    paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con
    l'antica.  E  un piacere simile a quello che si prova nel rileggere il
    proprio Giornale;  ma   forse  pi  malinconico  e  pi  intenso.  Il
    Giornale  in  genere    la  descrizione  degli avvenimenti reali,  la
    cronaca dei giorni felici e dei giorni tristi,  la  traccia  grigia  o
    rosea  lasciata  dalla  vita che fugge;  le note prese in margine d'un
    libro di musica,  in giovinezza,  sono invece i  frammenti  del  poema
    segreto  d'un'anima  che  si schiude,  sono le effusioni liriche della
    nostra  idealit  intatta,  sono  la  storia  dei  nostri  sogni.  Che
    linguaggio! Che parole! Ti ricordi, Francesca?
    Ella  parlava con piena confidenza,  forse con una leggera esaltazione
    spirituale,   come  una   donna   che,   lungamente   oppressa   dalla
    frequentazion  forzata  di  gente  inferiore  o  da  uno spettacolo di
    volgarit,  abbia il bisogno irresistibile di aprire il suo intelletto
    e  il  suo  cuore  a  un soffio di vita pi alta.  Andrea l'ascoltava,
    provando per lei un sentimento dolce che somigliava alla  gratitudine.
    Gli  pareva  che ella,  parlando di tali cose innanzi a lui e con lui,
    gli desse una prova gentile di benevolenza e quasi gli permettesse  di
    avvicinarsi.  Egli  credeva  intravedere lembi di quel mondo interiore
    non tanto pel significato delle  parole  ch'ella  diceva,  quanto  pe'
    suoni e per le modulazioni della voce.  Di nuovo, egli riconosceva gli
    accenti dell'"altra.
    Era una voce ambigua, direi quasi bisessuale, duplice, andrognica; di
    due timbri. Il timbro maschile, basso e un poco velato, s'ammorbidiva,
    si chiariva,  s'infemminiva talvolta con passaggi cos  armoniosi  che
    l'orecchio  dell'uditore  n'aveva  sorpresa  e  diletto  a  un tempo e
    perplessit.  Come quando una musica passa dal  tono  minore  al  tono
    maggiore  o come quando una musica trascorrendo in dissonanze dolorose
    torna dopo molte battute al tono fondamentale,  cos  quella  voce  ad
    intervalli faceva il cangiamento. Il timbro feminile appunto ricordava
    l'"altra".  E  il  fenomeno era tanto singolare che bastava da solo ad
    occupare  l'animo  dell'uditore,  indipendentemente  dal  senso  delle
    parole.  Le  quali  quanto  pi  da  un  ritmo  o  da  una modulazione
    acquistano di valor musicale,  tanto pi pe'rdono di valore simbolico.
    L'animo  infatti,  dopo  qualche  minuto  d'attenzione,  si piegava al
    fascino misterioso;  e rimaneva sospeso aspettando  e  desiderando  la
    cadenza soave, come per una melodia eseguita da uno strumento.
    - Cantate? - chiese Andrea alla signora, quasi con timidezza.
    - Un poco - ella rispose.
    - Canta, un poco - la preg Donna Francesca.
    - S,  - consent ella - ma appena accennando,  perch proprio, da pi
    d'un anno, ho perduta ogni forza.
    Nella stanza attigua, Don Manuel giocava col marchese d'Ateleta, senza
    romore,  senza motto.  Nella sala la luce si diffondeva a traverso  un
    gran  paralume  giapponese,  temperata  e  rossa.  Tra  le colonne del
    vestibolo passava l'aria marina e moveva di tratto in tratto  le  alte
    tende di Karamanieh recando il profumo dei giardini sottoposti.  Negli
    intercolunnii apparivano le cime dei cipressi nere,  solide,  come  di
    ebano, sopra un cielo diafano, tutto palpitante di stelle.
    Donna Maria si mise al pianoforte, dicendo:
    -  Gi che siamo nell'antico accenner una melodia del Paisiello nella
    "Nina pazza", una cosa divina.
    Ella cantava, accompagnandosi.  Nel fuoco del canto i due timbri della
    sua  voce  si  fondevano  come  due metalli preziosi componendo un sol
    metallo sonoro, caldo, pieghevole, vibrante. La melodia del Paisiello,
    semplice,  pura,  spontanea,  piena di soavit  accorata  e  di  alata
    tristezza,  su  un accompagnamento chiarissimo,  sgorgando dalla bella
    bocca  afflitta  s'inalzava  con  tal  fiamma  di  passione   che   il
    convalescente, turbato fin nel profondo, sent passarsi per le vene le
    note  a una a una,  come se nel corpo il sangue gli si fosse arrestato
    ad ascoltare.  Un gelo sottile gli prendeva  le  radici  de'  capelli;
    ombre  rapide e spesse gli cadevano su gli occhi;  l'ansia gli premeva
    il respiro. E l'intensit della sensazione, n suoi nervi acuiti,  era
    tanta  ch'egli  doveva  fare  uno  sforzo per contenere uno scoppio di
    lacrime.
    - Oh, Maria mia! - esclam Donna Francesca,  baciando teneramente su i
    capelli la cantatrice quando tacque.
    Andrea non parl;  rimase seduto nella poltrona, con le spalle rivolte
    al lume, col viso in ombra.
    - Ancora! - soggiunse Donna Francesca.
    Ella cant ancora  un'"Arietta"  di  Antonio  Salieri.  Poi  son  una
    "Toccata"  di  Leonardo Leo,  una "Gavotta" del Rameau e una "Giga" di
    Sebastiano Bach.  Riviveva meravigliosamente  sotto  le  sue  dita  la
    musica del Diciottesimo secolo,  cos malinconica nelle arie di danza:
    che paion composte per esser danzate in un pomeriggio  languido  d'una
    estate  di  San  Martino,  entro  un  parco  abbandonato,  tra fontane
    ammutolite,  tra piedestalli senza statue,  sopra un tappeto  di  rose
    morte, da coppie di amanti prossimi a non amar pi.


    3.
    - Gittatemi una treccia, ch'io salga! - grid Andrea, ridendo, gi dal
    primo  ripiano  della  scala,  a  Donna  Maria  che stava su la loggia
    contigua alle sue stanze, tra due colonne.
    Era di mattina. Ella stava al sole per farsi asciugare i capelli umidi
    che l'ammantavano tutta quanta,  come un  velluto  d'un  bel  violetto
    profondo,  tra  il  quale  appariva il pallore opaco della faccia.  La
    tenda di tela,  a met  sollevata,  d'un  vivo  colore  arancione,  le
    metteva in sul capo il bel fregio nero del lembo nello stile de' fregi
    che  girano intorno gli antichi vasi greci della Campania;  e,  s'ella
    avesse avuto intorno le tempie corona di narcisi e da  presso  una  di
    quelle  grandi  lire  a  nove  corde  che  portano  dipinta a encausto
    l'effigie d'Apollo e d'un  levriere,  certo  sarebbe  parsa  un'alunna
    della scuola di Mitilene,  una lirista lesbiaca in atto di riposo,  ma
    quale avrebbe potuto imaginarla un prerafaelita.
    - Voi gittatemi un madrigale - rispose ella,  per  gioco,  ritraendosi
    alquanto.
    - Vado a scriverlo sul marmo d'un balaustro,  all'ultima terrazza,  in
    vostro onore. Venite a leggerlo, quando sarete pronta, poi.
    Andrea seguit  a  discendere  lentamente  le  scale  che  conducevano
    all'ultima  terrazza.  In  quel  mattino di settembre,  l'anima gli si
    dilatava col respiro.  Il giorno aveva una specie di santit;  il mare
    pareva risplendere di luce propria, come se n fondi vivessero magiche
    sorgenti di raggi; tutte le cose erano penetrate di sole.
    Andrea discendeva, di tratto in tratto, soffermandosi. Il pensiero che
    Donna  Maria  fosse  rimasta  su  la  loggia  a  guardarlo gli dava un
    turbamento indefinito,  gli metteva nel petto un palpito forte,  quasi
    l'intimidiva, come s'ei fosse un giovinetto in sul primo amore.
    Provava  una beatitudine ineffabile a respirare quella calda e limpida
    atmosfera ove respirava anch'ella,  ove immergevasi anche il corpo  di
    lei.  Un'onda  immensa di tenerezza gli sgorgava dal cuore spargendosi
    su gli alberi,  su le  pietre,  sul  mare,  come  su  esseri  amici  e
    consapevoli.  Egli  era  spinto  come  da  un  bisogno  di  adorazione
    sommessa, umile,  pura;  come da un bisogno di piegare i ginocchi e di
    congiungere  le  mani  e di offerire quell'affetto vago e muto ch'egli
    non sapeva qual fosse.  Credeva sentir venire a s la bont delle cose
    e mescersi alla sua bont e traboccare. - Dunque l'amo? - si chiese; e
    non  os  di  guardar  dentro  e  di  riflettere,  poich  temeva  che
    quell'incanto delicato si dileguasse e si disperdesse  come  un  sogno
    d'un'alba.
    - L'amo?  Ed ella che pensa? E s'ella vien sola, le dir io che l'amo?
    - Godeva interrogar s medesimo e non  rispondere  e  interrompere  la
    risposta   del  cuore  con  una  nuova  domanda  e  prolungare  quella
    fluttuazione tormentosa e deliziosa a un tempo.  - No,  no,  io non le
    dir che l'amo. Ella  sopra tutte le altre.
    Si volse; e vide ancora, in sommo, nella loggia, nel sole, la forma di
    lei,  indistinta.  Ella,  forse,  l'aveva  seguito con gli occhi e col
    pensiero fin l gi,  assiduamente.  Per una curiosit infantile  egli
    pronunzi a voce chiara il nome,  su la terrazza solitaria;  lo ripet
    due o tre volte,  ascoltandosi.  -  Maria!  Maria!  -  Nessuna  parola
    giammai,  nessun  nome  eragli  parso  pi soave,  pi melodioso,  pi
    carezzevole.  E pens che  sarebbe  stato  felice  s'ella  gli  avesse
    permesso di chiamarla semplicemente Maria, come una sorella.
    Quella  creatura  cos  spirituale ed eletta gli inspirava un senso di
    devozione e di sommessione,  altissimo.  Se gli avessero chiesto quale
    cosa  sarebbegli  stata  pi dolce,  avrebbe risposto con sincerit: -
    Obedirla.  - Nessuna cosa gli avrebbe fatto dolore quanto  l'esser  da
    lei  creduto  un uomo comune.  Da nessuna altra donna,  quanto da lei,
    avrebbe  voluto  essere  ammirato,   lodato,   compreso  nelle   opere
    dell'intelligenza,   nel  gusto,  nelle  ricerche,  nelle  aspirazioni
    d'arte,  negli ideali,  nei sogni,  nella parte  pi  nobile  del  suo
    spirito  e  della  sua  vita.  E  l'ambizione  sua  pi ardente era di
    riempirle il cuore.
    Gi da dieci giorni ella viveva a Schifanoja;  e in quei dieci  giorni
    come interamente l'aveva ella conquistato!  Le loro conversazioni,  su
    le  terrazze  o  su  i  sedili  sparsi  all'ombra  o  lungo  i   viali
    fiancheggiati di rosai,  duravano talvolta ore ed ore,  mentre Delfina
    correva come una gazelletta tra gli avvolgimenti  dell'agrumeto.  Ella
    aveva  nel  conversare  una  fluidit  mirabile;  profondeva un tesoro
    d'osservazioni delicate  e  penetranti;  rivelavasi  talvolta  con  un
    candore  pieno di grazia;  in proposito de' suoi viaggi,  talvolta con
    una sola frase pittoresca suscitava in Andrea larghe visioni di  paesi
    e  di mari lontani.  Ed egli poneva un'assidua cura nel mostrare a lei
    il suo valore,  la larghezza della sua cultura,  la raffinatezza della
    sua  educazione,  la squisitezza della sua sensibilit;  e un orgoglio
    enorme gli sollev tutto l'essere quando ella gli disse con accento di
    verit, dopo la lettura della "Favola d'Ermafrodito": - Nessuna musica
    mi ha inebriata come questo poema e nessuna statua mi  ha  data  della
    bellezza  un'impressione  pi  armonica.  Certi  versi mi perseguitano
    senza tregua e mi perseguiteranno per lunghissimo tempo, forse;  tanto
    sono intensi.
    Egli ora,  seduto su i balaustri, ripensava quelle parole. Donna Maria
    non era pi nella loggia; anzi la tenda copriva tutto l'intercolunnio.
    Sarebbe forse discesa tra poco.  Doveva egli scriverle  il  madrigale,
    secondo la promessa?  Il piccolo supplizio del versificare a furia gli
    parve insoffribile,  in quel grandioso e gaudioso giardino ove il sole
    di    settembre   faceva   dischiudere   una   specie   di   primavera
    soprannaturale.  Perch disperdere quella rara commozione in un giuoco
    affrettato  di rime?  Perch rimpicciolire quel vasto sentimento in un
    breve sospiro metrico?  Risolse di  mancare  alla  promessa;  e  rest
    seduto  a  guardare  le  vele  sul  limite  estremo  dell'acqua,   che
    brillavano a simiglianza di fuochi soverchianti il sole.
    Ma un'ansiet lo stringeva  come  pi  i  minuti  fuggivano;  ed  egli
    volgevasi  tutti  i  minuti  a vedere se in sommo della scala,  tra le
    colonne del vestibolo,  apparisse una  forma  feminile.  -  Era  forse
    quello  un ritrovo d'amore?  Veniva forse quella donna in quel luogo a
    un colloquio segreto? Imaginava ella di lui quell'ansiet?
    - Eccola! - il cuore gli disse. Ed era.
    Era sola. Scendeva pianamente. Su la prima terrazza,  presso una delle
    fontane,  si  sofferm.  Andrea  la  seguiva  con gli occhi,  sospeso,
    provando ad ogni moto,  ad ogni passo,  ad ogni attitudine di lei  una
    trepidazione  come  se  il  moto,  il passo,  l'attitudine avessero un
    significato, fossero un linguaggio.
    Ella  si  mise  per  quella  successione  di  scale  e   di   terrazze
    intramezzate  d'alberi  e  di  cespugli.  La  sua  persona  appariva e
    scompariva, ora tutta intera,  ora dalla cintola in su,  ora emergente
    con  la  testa fuor d'un rosaio.  A volte l'intrico dei rami la celava
    per un buon tratto: si vedeva soltanto negli spazii pi  radi  passare
    la sua veste oscura o brillare la paglia chiara del suo cappello. Come
    pi si avvicinava,  pi ella facevasi lenta,  indugiando per le siepi,
    arrestandosi a guardare i  cipressi,  inchinandosi  a  raccogliere  un
    pugno  di  foglie cadute.  Dalla penultima terrazza salut con la mano
    Andrea che aspettava ritto su l'ultimo gradino;  e gli gett le foglie
    raccolte,   che   si  sparpagliarono  come  uno  sciame  di  farfalle,
    tremolando,  rimanendo qual pi qual meno nell'aria,  posandosi su  la
    pietra con una mollezza di neve.
    - Ebbene? - chiese ella, a mezzo della branca.
    Andrea pieg le ginocchia sul gradino, levando le palme.
    - Nulla!  - egli confess.  - Chiedo perdono; ma voi e il sole stamani
    empite i cieli di troppa dolcezza. "Adoremus".
    La confessione era sincera e anche l'adorazione, sebbene fatte ambedue
    con un'apparenza  di  gioco;  e  certo  Donna  Maria  comprese  quella
    sincent, poich arross un poco, dicendo con una singolare premura:
    - Alzatevi, alzatevi.
    Egli s'alz. Ella gli tese la mano, soggiungendo:
    - Vi perdono, perch siete in convalescenza.
    Portava  un abito d'uno strano color di ruggine,  d'un color di croco,
    disfatto,  indefinibile;  d'uno di que' colori cosiddetti estetici che
    si trovano n quadri del divino Autunno, in quelli dei Primitivi, e in
    quelli di Dante Gabriele Rossetti.
    La  gonna  componevasi  di  molte pieghe,  diritte e regolari,  che si
    partivano di sotto al braccio. Un largo nastro verdemare,  del pallore
    d'una turchese malata,  formava la cintura e cadeva con un solo grande
    cappio gi pel fianco. Le maniche ampie,  molli,  in fittissime pieghe
    all'appiccatura,  si  restringevano  intorno i polsi.  Un altro nastro
    verdemare,  ma sottile,  cingeva il collo,  annodato a sinistra con un
    piccolo  cappio.  Un  nastro  anche  eguale  legava  l'estremit della
    prodigiosa treccia cadente di sotto a un cappello di  paglia  coronato
    d'una  corona di giacinti simile a quella della Pandora d'Alma Tadema.
    Una grossa turchese della  Persia,  unico  gioiello,  in  forma  d'uno
    scarabeo,  incisa  di caratteri come un talismano,  fermava il collare
    sotto il mento.
    - Aspettiamo Delfina - ella disse.  - Poi  andremo  fino  al  cancello
    della Cibele. Volete?
    Ella aveva pel convalescente riguardi assai gentili. Andrea era ancora
    molto   pallido   e   molto   scarno,   e   gli  occhi  gli  si  erano
    straordinariamente  ingranditi  in  quella  magrezza;  e  l'espression
    sensuale  della  bocca  un  po'  tumida  faceva uno strano e attirante
    contrasto con la parte superiore del viso.
    - S - rispose. - Anzi vi son grato.
    Poi, dopo un poco di esitazione:
    - Mi permettete qualche silenzio, stamani?
    - Perch mi chiedete questo?
    - Mi pare di non aver la  voce  e  di  non  saper  dire  nulla.  Ma  i
    silenzii,  certe  volte,  possono  essere  gravi e infastidire e anche
    turbare se si prolungano.  Perci vi chiedo se mi permettete di tacere
    durante il cammino, e d'ascoltarvi.
    - Allora, taceremo insieme - disse ella, con un sorriso tenue.
    E guard in alto, verso la villa, con una impazienza visibile.
    - Quanto tarda Delfina!
    - Francesca s'era gi levata, quando siete discesa? - domand Andrea.
    - Oh, no! E' d'una pigrizia incredibile... Ecco Delfina. La vedete?
    La bimba discendeva rapidamente, seguita dalla sua governante.
    Invisibile  gi  per  le  scale,  riappariva  su  i  terrazzi  ch'ella
    attraversava correndo.  I capelli disciolti  le  ondeggiavano  per  le
    spalle,  nel  vento  della  corsa,  sotto una larga paglia coronata di
    papaveri.  Quando fu all'ultimo gradino,  aperse le braccia  verso  la
    madre e la baci tante volte su le guance. Poi disse:
    - Buon giorno, Andrea.
    E gli porse la fronte, con un atto infantile d'adorabile grazia.
    Era  una  creatura  fragile  e  vibrante come uno strumento formato di
    materie sensibili.  Le sue membra eran cos delicate che parevan quasi
    non  poter  nascondere e neppur velare lo splendor dello spirito entro
    vivente, come una fiamma in una lampada preziosa, d'una vita intensa e
    dolce.
    -  Amore!   -  susurr  la  madre,   guardandola   con   uno   sguardo
    indescrivibile,  nel  quale  esalavasi  tutta  la tenerezza dell'anima
    occupata da quell'unico affetto.
    E Andrea ebbe dalla parola,  dallo  sguardo,  dall'espressione,  dalla
    carezza una specie di gelosia,  una specie di scoramento,  come s'egli
    sentisse l'anima di lei allontanarsi, sfuggirgli per sempre,  divenire
    inaccessibile.
    La  governante  chiese  licenza di risalire;  ed essi presero il viale
    degli aranci. Delfina correva innanzi, spingendo un suo cerchio;  e le
    sue   gambe  diritte,   strette  nella  calza  nera,   un  po'  lunghe
    dell'affilata lunghezza d'un disegno efebico,  si movevano con ritmica
    agilit.
    - Mi sembrate un po' triste ora, - disse la senese al giovine - mentre
    dianzi, nello scendere, eravate lieto. Vi tormenta qualche pensiero? O
    non vi sentite bene?
    Ella  chiedeva  queste  cose  con una maniera quasi fraterna,  grave e
    soave, persuadente alla confidenza. Una voglia timida,  quasi una vaga
    tentazione, prese il convalescente, di mettere il suo braccio sotto il
    braccio  della  donna e di lasciarsi condurre da lei in silenzio,  per
    quell'ombra, per quel profumo,  su quel suolo consparso di zgare,  in
    quel  sentiere  che misuravano i vecchi Termini vestiti di musco.  Gli
    pareva quasi d'esser tornato ai primi giorni dopo la malattia,  a quei
    giorni  indimenticabili di languore,  di felicit,  d'inconscienza;  e
    d'aver bisogno d'un  appoggio  amico,  d'una  guida  affettuosa,  d'un
    braccio  familiare.  Quel  desiderio gli crebbe cos che le parole gli
    salivano alle labbra spontaneamente per esprimerlo. Ma invece rispose:
    - No,  Donna Maria;  mi sento bene.  Grazie.  E' il settembre  che  mi
    stordisce un poco...
    Ella  lo  guard  come  se  dubitasse della verit di quella risposta.
    Quindi, per evitare il silenzio dopo la frase evasiva, domand:
    - Preferite, fra i mesi neutri, l'aprile o il settembre?
    - Il settembre. E' pi feminino,  pi discreto,  pi misterioso.  Pare
    una primavera veduta in un sogno. Tutte le piante, perdendo lentamente
    la forza,  perdono anche qualche parte della loro realt.  Guardate il
    mare, la gi.  Non d imagine d'un'atmosfera piuttosto che d'una massa
    d'acqua?  Mai,  come  nel settembre,  le alleanze del cielo e del mare
    sono mistiche e profonde.  E la terra?  Non so  perch,  guardando  un
    paese,  di  questo  tempo,  penso  sempre  a una bella donna che abbia
    partorito e che si riposi in un letto bianco,  sorridendo d'un sorriso
    attonito,  pallido,  inestinguibile.  E'  un'impressione  giusta?  C'
    qualche cosa dello stupore  e  della  beatitudine  puerperale  in  una
    campagna di settembre.
    Erano quasi alla fine del sentiere. Certe erme aderivano a certi fusti
    cos  da formar con essi quasi un sol tronco,  arboreo e lapideo;  e i
    frutti numerosi,  taluni gi tutti d'oro,  altri maculati d'oro  e  di
    verde,  altri  tutti  verdi,  pendevano in su le teste de' Termini che
    parean  custodire  alberi  intatti  e  intangibili,  esserne  i  genii
    tutelari.  -  Perch  Andrea  fu  assalito  da  una  inquietudine e da
    un'ansiet improvvise  avvicinandosi  al  luogo  dove,  due  settimane
    innanzi,  aveva scritto i sonetti di liberazione?  Perch lott fra il
    timore e la speranza ch'ella li scoprisse e li leggesse? Perch alcuni
    di quei versi gli tornarono alla memoria distaccati dagli altri,  come
    rappresentando   il  suo  sentimento  presente,   la  sua  aspirazione
    presente, il nuovo sogno ch'egli chiudeva nel cuore?

    O voi che fate tutti i venti aulire,
    che avete in signoria tutte le porte,
    io metto  vostri piedi la mia sorte:
    Madonna, me 'l vogliate consentire!

    Era vero!  Era vero!  Egli l'amava;  egli le  metteva    piedi  tutta
    l'anima  sua;  egli aveva un solo desiderio,  umile e immenso: - esser
    terra sotto le vestigia di lei.
    - Com' bello,  qui!  - esclam  Donna  Maria,  entrando  nel  dominio
    dell'Erma quadrifronte, nel paradiso degli acanti; - Che odore strano!
    Si spandeva all'aria infatti un odore di muschio, come per la presenza
    invisibile  d'un  insetto  o  d'un  rettile  muschiato.   L'ombra  era
    misteriosa,  e le linee di luce traversanti il fogliame gi tocco  dal
    mal  d'autunno  erano  come raggi lunari traversanti i vetri istoriati
    d'una cattedrale. Un sentimento misto, pagano e cristiano, emanava dal
    luogo, come da una pittura mitologica d'un quattrocentista pio.
    - Guardate,  guardate Delfina!  - ella soggiunse,  con nella  voce  la
    commozione di chi vede una cosa di bellezza.
    Delfina  aveva  intrecciata  ingegnosamente  con  ramoscelli d'arancio
    fioriti una ghirlanda; e,  per una improvvisa fantasia infantile,  ora
    voleva inghirlandarne la divinit di pietra.  Ma,  poich non giungeva
    al sommo,  si sforzava di riuscir nell'impresa alzandosi su  le  punte
    de' piedi,  sollevando il braccio,  allungandosi come pi poteva; e la
    sua forma gracile,  elegante e viva  faceva  contrasto  con  la  forma
    rigida,  quadrata e solenne del simulacro,  come uno stelo di giglio a
    pie' d'una quercia. Ogni sforzo era vano.
    Allora, sorridendo, le venne in soccorso la madre. Le prese dalle mani
    la ghirlanda e la pos su le quattro fronti pensose.
    Involontariamente, il suo sguardo cadde su le inscrizioni.
    - Chi ha scritto qui? Voi?  - domand ad Andrea,  sorpresa e lieta.  -
    S;  la vostra scrittura.
    E,  sbito,  si mise in ginocchio su l'erba a leggere;  curiosa, quasi
    avida. Per imitazione, Delfina si chin dietro la madre, cingendole il
    collo con le braccia e avanzando il viso contro una guancia di  lei  e
    cos quasi coprendola. La madre mormorava le rime.
    E   quelle  due  figure  muliebri,   chine  a  pie'  dell'alta  pietra
    ghirlandata, nella dubbia luce, tra gli acanti simbolici,  facevano un
    componimento  di  linee  e  di colori tanto armonioso che il poeta per
    qualche istante rest sotto il dominio unico del godimento estetico  e
    della pura ammirazione.
    Ma  ancora  l'oscura gelosia lo punse.  Quella creatura sottile,  cos
    avviticchiata alla madre, cos intimamente confusa con l'anima di lei,
    gli parve  una  nemica;  gli  parve  un  insormontabile  ostacolo  che
    s'inalzasse  contro il suo amore,  contro il suo desiderio,  contro la
    sua speranza.  Egli non era geloso del  marito  ed  era  geloso  della
    figlia.  Egli  voleva  possedere  non  il corpo ma l'anima,  di quella
    donna; e possedere l'anima intera,  con tutte le tenerezze,  con tutte
    le gioie, con tutti i timori, con tutte le angosce, con tutti i sogni,
    con  tutta quanta insomma la vita dell'anima;  e poter dire: - Io sono
    la vita della sua vita.
    La figlia,  invece,  aveva  quel  possesso,  incontrastato,  assoluto,
    continuo.  Pareva che mancasse alla madre un elemento essenziale della
    sua  esistenza,   quando  per  poco   l'adorata   era   lontana.   Una
    transfigurazione  subitanea avveniva nella sua faccia,  visibilissima,
    quando dopo un'assenza breve ella riudiva la voce infantile. Talvolta,
    involontariamente, per una segreta rispondenza,  quasi direi per legge
    d'un  comun  ritmo  vitale,  ella  ripeteva il gesto della figlia,  un
    sorriso, un'attitudine, un'aria del capo.  Ella aveva talvolta,  su la
    quiete o sul sonno filiale, momenti di contemplazione cos intensa che
    pareva aver perduta la conscienza d'ogni altra cosa per divenir simile
    all'essere ch'ella contemplava.
    Quando ella rivolgeva la parola all'adorata, la parola era una carezza
    e  la  bocca  perdeva  ogni traccia di dolore.  Quando ella riceveva i
    baci,  un tremito le agitava le labbra e gli occhi le si empivano d'un
    gaudio  indescrivibile  tra  i cigli palpitanti,  come gli occhi d'una
    beata in assunzione.  Quando ella conversava con  altri  o  ascoltava,
    pareva  di  tratto  in  tratto  aver  come una sospension del pensiero
    improvvisa,  come una momentanea assenza dello spirito;  ed era per la
    figlia, per lei, sempre per lei.
    Chi  mai  poteva  rompere quella catena ?  Chi poteva conquistare una
    parte di quel cuore, anche minima? Andrea soffriva come d'una perdita
    irrimediabile,  come d'una rinunzia necessaria,  come  d'una  speranza
    estinta.  Anche ora,  anche ora, la figlia non toglieva a lui qualche
    cosa? Ella infatti,  per gioco,  voleva costringer la madre a restare
    in  ginocchio.  Le  si  abbandonava  sopra e la premeva con le braccia
    intorno al collo, gridando fra le risa:
    - No, no, no; tu non ti alzerai.
    E,  come la madre apriva la bocca per parlare,  ella le metteva su  la
    bocca  le  sue  piccole  mani  per  impedir che parlasse;  e la faceva
    ridere; e poi la bendava con la treccia; e non voleva finire, accesa e
    inebriata dal gioco.
    Guardandola,  Andrea aveva l'impressione come s'ella con  quegli  atti
    scuotesse  dalla  madre e devastasse e disperdesse tutto ci che nello
    spirito di lei la lettura de' versi aveva forse fatto fiorire.
    Quando  flnalmente  Donna  Maria  riusc  a  liberarsi   dalla   dolce
    tirannella, gli disse, leggendogli sul volto la contrariet:
    - Perdonatemi, Andrea. Delfina certe volte ha di queste follie.
    Quindi,  con  una mano leggera,  ricompose le pieghe della gonna.  Era
    soffusa d'una tenue fiamma sotto gli occhi,  e anche aveva il  respiro
    un  poco  alenante.  Soggiunse,  sorridente d'un sorriso che in quella
    insolita animazione del sangue fu d'una luminosit singolare:
    - E perdonatela,  in compenso del suo  augurio  inconsapevole;  perch
    ella  dianzi  ha avuta l'inspirazione di mettere una corona nuziale su
    la vostra poesia che canta una comunione  nuziale.  Il  simbolo    un
    suggello dell'alleanza.
    - A Delfina e a voi, grazie - rispose Andrea che si sentiva chiamar da
    lei per la prima volta non col titolo gentilizio ma col semplice nome.
    Quella   familiarit  inaspettata  e  le  parole  buone  gli  rimisero
    nell'animo la confidenza. Delfina s'era allontanata per uno de' viali,
    correndo.
    - Questi versi dunque sono un documento  spirituale  -  seguit  Donna
    Maria. - Me li darete, perch io li conservi.
    Egli voleva dirle: - Vengono a voi,  oggi,  naturalmente. Sono vostri,
    parlano di voi, pregano voi. - Ma disse, invece, semplicemente:
    - Ve li dar.
    Ripresero il cammino,  verso la Cibele.  Prima d'uscire  dal  dominio,
    Donna Maria si rivolse all'Erma,  come se avesse udito un richiamo;  e
    la sua fronte pareva piena di pensiero. Andrea le chiese, con umilt:
    - Che pensate?
    Ella rispose:
    - Penso a voi.
    - Che pensate di me?
    - Penso alla vostra vita d'un tempo,  ch'io non conosco.  Avete  molto
    sofferto?
    - Ho molto peccato.
    - E amato anche, molto?
    -  Non so.  Forse l'amore non  quale io l'ho provato.  Forse io debbo
    ancora amare. Non so, veramente.
    Ella tacque. Camminarono, l'uno accanto all'altra, per un tratto.
    A destra del sentiere si leavano alti lauri, interrotti da un cipresso
    a intervalli eguali;  e il mare or s or no rideva  in  fondo,  tra  i
    fogliami leggerissimi, azzurro come il fiore del lino.
    A  sinistra,  contro  il rialto era una specie di parete,  simile alla
    spalliera d'un lunghissimo sedile di pietra, portante in cima ripetuto
    per tutta la lunghezza lo scudo degli Ateleta e un alerione,  alterni.
    A ciascuno scudo e a ciascuno alerione corrispondeva,  pi sotto,  una
    maschera  scolpita  dalla  cui  bocca  usciva  una  cannella   d'acqua
    versandosi  nelle  vasche  sottostanti  che  avean forma di sarcofaghi
    posti l'uno accanto all'altro,  ornate di storie mitologiche in  basso
    rilievo.  Le  bocche dovevan esser cento,  perch il viale si chiamava
    delle Cento Fontane;  ma alcune non versavano pi,  chiuse dal  tempo,
    altre  versavano  appena.  Molti scudi erano infranti e il musco aveva
    coperta l'impresa; molti alerioni eran decapitati; le figure dei bassi
    rilievi apparivano tra il musco come pezzi d'argenteria  mal  nascosti
    sotto  un  vecchio  velluto  lacerato.  Nelle  vasche,  su l'acqua pi
    limpida e  pi  verde  d'uno  smeraldo,  tremolava  il  capelvenere  o
    galleggiava qualche foglia di rosa caduta dai cespugli di sopra;  e le
    cannelle superstiti facevano un canto roco e  soave  che  correva  sul
    romore del mare, come una melodia su l'accompagnamento.
    -  Udite?  - chiese Donna Maria,  soffermandosi,  tendendo l'orecchio,
    presa all'incanto di quei  suoni.  -  La  musica  dell'acqua  amara  e
    dell'acqua dolce!
    Ella  stava  in  mezzo  del  sentiere,  un po' china verso le fontane,
    attratta pi dalla melodia,  con l'indice  sollevato  verso  la  bocca
    nell'atto involontario di chi teme sia turbata la sua ascoltazione.
    Andrea,  ch'era  pi  presso  alle vasche,  la vedeva sorgere sopra un
    fondo di verdura gracile e gentile  quale  un  pittore  umbro  avrebbe
    potuto metter dietro un'Annunciazione o una Nativit.
    -  Maria  -  mormor  il  convalescente,  che aveva il cuore gonfio di
    tenerezza. - Maria, Maria...
    Egli provava un'indicibile volutt a mescere il nome di lei in  quella
    musica delle acque. Ella prem l'indice su la bocca, per indicargli di
    tacere; senza guardarlo.
    - Perdonatemi,  - egli disse, sopraffatto dalla commozione - ma io non
    reggo pi. E' l'anima mia che vi chiama!
    Una strana eccitazion sentimentale  l'avea  vinto;  tutte  le  sommit
    liriche  del  suo spirito s'erano accese e fiammeggiavano;  l'ora,  la
    luce, il luogo,  tutte le cose intorno gli suggerivano l'amore;  dagli
    estremi limiti del mare insino all'umile capelvenere delle fonti,  per
    lui si disegnava un sol circolo magico;  ed egli sentiva che il centro
    era quella donna.
    - Voi non saprete mai - soggiunse, con la voce sommessa, quasi temendo
    di  offenderla  -  non  saprete  mai  fino a qual punto la mia anima 
    vostra.
    Ella divenne anche pi pallida,  come se tutto tutto il  sangue  delle
    vene  le  si  fosse  raccolto  sul  cuore.  Non disse nulla;  evit di
    guardarlo. Chiam, con la voce un poco alterata:
    - Delfina!
     La figlia non rispose,  perch s'era forse internata fra  gli  alberi
    all'estremit del sentiere.
    - Delfina! - ripet, pi forte, con una specie di sbigottimento.
    Nell'aspettazione,  dopo il grido,  si udivano le due acque cantare in
    un silenzio che pareva ingrandirsi.
    - Delfina!
    Un frusco venne di tra i fogliami come pel passaggio d'un  capriuolo;
    e  la bimba sbuc dal folto dei lauri agilmente,  portando tra le mani
    la paglia colma di piccoli frutti rossi che aveva colti da un lbatro.
    La fatica e la corsa l'invermigliavano;  molti pruni le restavano  tra
    la lana della tunica; e qualche foglia le s'impigliava nella ribellion
    de' capelli.
    - Oh mamma, vieni, vieni meco!
    Ella voleva trascinare la madre a cogliere gli altri frutti.
    -  L  gi,  ce n' un bosco;  tanti tanti tanti.  Vieni meco,  mamma;
    vieni!
    - No, amore; ti prego. E' tardi.
    - Vieni!
    - Ma  tardi.
    - Vieni! Vieni!
    Donna Maria dall'insistenza fu costretta a cedere e a  farsi  condurre
    per mano.
    -  C'  una  via per andare al bosco degli lbatri,  senza passare nel
    folto - disse Andrea.
    - Hai inteso, Delfina? C' una via migliore.
    - No, mamma.  Vieni meco!  Delfina la trasse tra gli allri selvatici,
    dalla parte del mare.  Andrea seguiva; ed era felice di poter guardare
    liberamente d'innanzi a s la figura dell'amata, di poterla bevere con
    gli occhi,  di poterne cogliere tutti i moti diversi e i ritmi  sempre
    interrotti  del  passo  sul  pendio  ineguale,  tra  gli  ostacoli dei
    tronchi, tra gli intralci dei virgulti, tra le resistenze dei rami.
    Ma mentre i suoi occhi si pascevano di quelle cose,  l'anima  riteneva
    sopra tutte le altre un'attitudine,  un'espressione.  - Oh il pallore,
    il pallore di dianzi quando egli aveva profferite le parole  sommesse!
    E il suono indefinibile di quella voce che chiamava Delfina!
    - E' ancora lontano? - chiese Donna Maria.
    - No, no, mamma. Ecco, gi ci siamo.
    Una  specie  di timidezza invase il giovine,  al termine del camminio.
    Non anche,  dopo le parole,  i suoi occhi s'erano incontrati  con  gli
    occhi  di  lei.  Che  pensava  ella?  Che  sentiva?  Con quale sguardo
    l'avrebbe ella guardato?
    - Eccoci! - grid la bimba.
    Il laureto infatti andavasi diradando,  il mare appariva  pi  libero;
    d'un  tratto  il bosco dei corbezzoli andracni rosseggi come un bosco
    di coralli terrestri portanti alla sommit de' rami ampie  ciocche  di
    fiori.
    - Che meraviglia! - mormor Donna Maria.
    Il  bel bosco fioriva e fruttificava entro una insenatura ricurva come
    un ippodromo,  profonda e solata,  dove tutta la mitezza di quel lido
    raccoglievasi  in  delizia.  I tronchi degli arbusti,  vermigli i pi,
    taluni gialli,  sorgevano svelti portando grandi foglie lucide,  verdi
    di  sopra  e glauche di sotto,  immobili nell'aria quieta.  I grappoli
    floridi, simili a mazzi di mughetti,  bianchi e rosei ed innumerevoli,
    pendevano  dalle  cime  dei rami giovini;  le bacche rosse e aranciate
    pendevano dalle cime de' rami vecchi.  Ogni pianta n'era carica;  e la
    magnifica  pompa  dei  fiori,  dei frutti,  delle foglie e degli steli
    dispiegavasi,  contro il vivo azzurro marino,  con la intensit  e  la
    incredibilita d'un sonno, come l'avanzo d'un orto favoloso.
    - Che meraviglia!
    Donna  Maria  entrava lentamente,  non pi tenuta per mano da Delfina;
    che correva  folle  di  gioia,  avendo  un  solo  desiderio:  quel  di
    spogliare tutto il bosco.
    - Mi perdonate?  - os dire Andrea.  - Io non voleva offendervi. Anzi,
    vedendovi cos in alto, cos lontana da me, cos pura,  io pensava che
    non  vi  avrei  mai mai parlato del mio segreto,  che non vi avrei mai
    chiesto un consenso n mai vi avrei attraversato il cammino. Da che vi
    ho conosciuta,  ho molto sognato per voi,  di giorno e  di  notte,  ma
    senza  una speranza e senza un fine.  Io so che voi non mi amate e che
    non potete amarmi.  Eppure,  credetemi,  io  rinunzierei  a  tutte  le
    promesse  della  vita  per  vivere  in  una  piccola  parte del vostro
    cuore...
    Ella seguitava a camminare,  lentamente,  sotto i brillanti alberi che
    le  stendevano  in  sul  capo  le  ciocche pendule,  i bianchi e rosei
    grappoli delicati.
    - Credetemi, Maria, credetemi. Se ora mi dicessero di abbandonare ogni
    vanit ed ogni orgoglio,  ogni desiderio ed ogni ambizione,  qualunque
    pi caro ricordo del passato,  qualunque pi dolce lusinga del futuro,
    e di vivere unicamente in voi e per voi,  senza  domani,  senza  ieri,
    senza  alcun  altro  legame,  senza alcuna altra preferenza,  fuor del
    mondo,  interamente perduto nel vostro essere,  per sempre,  fino alla
    morte,  io  non  esiterei,  io non esiterei.  Credetemi.  Voi mi avete
    guardato, parlato, e sorriso e risposto; voi vi siete seduta accanto a
    me, e avete taciuto e pensato;  e avete vissuto,  accanto a me,  della
    vostra  esistenza  interiore,  di  quella  invisibile  e inaccessibile
    esistenza ch'io non conosco,  ch'io non conoscer  mai;  e  la  vostra
    anima ha posseduta la mia fin nel profondo,  senza mutarsi,  senza pur
    saperlo, come il mare beve un fiume... Che vi fa il mio amore?  Che vi
    fa  l'amore?  E'  una  parola  troppe  volte profanata,  un sentimento
    falsato troppe volte. Io non vi offro l'amore.  Ma non accetterete voi
    l'umile  tributo,  di religione,  che lo spirito volge a un essere pi
    nobile e pi alto?
    Ella seguitava a camminare, lentamente, col capo chino,  pallidissima,
    esangue, verso un sedile che stava sul limite del bosco riguardante la
    sponda.  Come  vi  giunse,  vi  si  pieg a sedere,  con una specie di
    abbandono,  in  silenzio;  e  Andrea  le  si  mise  da  presso  ancora
    parlandole.
    Il sedile era un gran semicerchio di marmo bianco,  limitato per tutta
    la lunghezza da una spalliera,  liscio,  lucido,  senz'altri ornamenti
    che  una  zampa  di  leone  scolpita  a ciascuna estremit in guisa di
    sostegno;   e  ricordava  quelli  antichi,   su'  quali  nelle   isole
    dell'Arcipelago  e  nella Magna Grecia e in Pompei le donne oziavano e
    ascoltavano le'ggere i poeti,  all'ombra degli oleandri,  in conspetto
    del mare. Qui gli lbatri facevano ombra di fiori e di frutti, pi che
    di  foglie;  e gli steli di corallo pel contrasto del marmo parean pi
    vivi.
    - Io amo tutte quelle cose che voi amate;  voi possedete tutte  quelle
    cose che io cerco.  La piet che mi venisse da voi mi sarebbe pi cara
    della passione di qualunque  altra.  La  vostra  mano  sul  mio  cuore
    farebbe, sento, germinare una seconda giovinezza, assai pi pura della
    prima,  assai pi forte.  Quell'eterno ondeggiamento, ch' la mia vita
    interiore,  si riposerebbe in voi;  troverebbe in voi la  calma  e  la
    sicurt.  Il  mio  spirito  irrequieto  e  scontento,  travagliato  da
    attrazioni e da repulsioni e  da  gusti  e  da  disgusti  in  continua
    guerra,  eternamente, irrimediabilmente solo, troverebbe nel vostro un
    rifugio contro il dubbio che contamina ogni idealit  e  abbatte  ogni
    volere e scema ogni forza. Altri sono pi infelici; ma io non so se ci
    sia stato al mondo uomo men felice di me.
    Egli  faceva  sue  le  parole  d'Obermann.  In quella specie d'ebrezza
    sentimentale,  tutte le malinconie gli risalivano alle  labbra;  e  il
    suono stesso della sua voce, umile e un po' tremante, gli aumentava la
    commozione.
    -  Io  non  oso dire i miei pensieri.  Stando vicino a voi,  in questi
    pochi giorni,  da che vi conosco,  ho avuto momenti d'oblio cos pieno
    che   quasi   m'   parso   di   tornare  ai  primissimi  tempi  della
    convalescenza,  quando viveva in me il sentimento profondo  d'un'altra
    vita.  Il passato, il futuro non erano pi; anzi era come se l'uno non
    fosse mai stato e l'altro non dovesse mai essere.  Il mondo  era  come
    un'illusione  informe  e  oscura.  Qualche  cosa come un sogno vago ma
    grande mi si levava su l'anima: un velo  ondeggiante,  ora  denso  ora
    diafano,  a  traverso  il  quale  or  s  or  no  splendeva  il tesoro
    intangibile della felicit.  Che sapevate voi di me,  in quei momenti?
    Forse,  eravate lontana, con l'anima; assai assai lontana! Ma pure, la
    sola presenza vostra visibile bastava a darmi l'ebrezza; io la sentiva
    fluire nelle mie vene, come un sangue, e invadere il mio spirito, come
    un sentimento sovrumano.
    Ella taceva, col capo eretto, immobile, con il busto sollevato, con le
    mani posate su le ginocchia,  nell'attitudine di chi sia tenuto  desto
    da  un fiero sforzo di coraggio contro un languor che l'invada.  Ma la
    sua bocca, l'espression della sua bocca,  invano serrata con violenza,
    tradiva una sorta di dolorosa volutt.
    - Io non oso dire i miei pensieri.  Maria, Maria, mi perdonate voi? Mi
    perdonate?  Due piccole mani,  di  dietro  al  sedile,  si  stesero  a
    bendarla e una voce palpitante di gioia grid:
    - Indovina! Indovina!
    Ella  sorrise,  abbandonata  alla  spalliera perch Delfina l'attirava
    tenendole le sue dita su le palpebre, e Andrea vide, lucidamente,  con
    una  strana  chiarezza,  quel sorriso lieve disperdere su quella bocca
    tutto  l'oscuro   contrasto   dell'espression   primitiva,   cancellar
    qualunque   traccia   che   a   lui   potesse  parere  l'indizio  d'un
    consentimento o d'una confessione,  fugar qualunque ombra  dubbia  che
    potesse nell'anima di lui convertirsi in barlume di speranza.  E rest
    come un uomo che sia ingannato da una coppa creduta  quasi  colma,  la
    quale non offra che aria alla sua sete.
    - Indovina!
    La figlia copriva di baci forti e rapidi il capo della madre,  con una
    specie di frenesia, forse un poco facendole male.
    - So chi sei, so chi sei - diceva la bendata. - Lasciami!
    - Che mi di, se ti lascio?
    - Quello che vuoi.
    - Voglio un giumento,  per portarmi le  albatrelle  a  casa.  Vieni  a
    vedere quante!
    Gir  il  sedile  e prese per mano la madre.  Ella si lev con qualche
    fatica; e, poi che fu in piedi,  batte' pi volte le palpebre come per
    togliersi  dalla vista un barbaglio.  Anche Andrea si lev.  Seguirono
    ambedue Delfina.
    La terribile creatura aveva spogliato di  frutti  quasi  la  met  del
    bosco.  Le  piante basse non mostravano pi su i rami una bacca.  Ella
    s'era aiutata con una canna trovata chi sa  dove  e  aveva  fatta  una
    raccolta  prodigiosa,  riunendo  infine  tutte le albatrelle ad un sol
    mucchio che pareva un mucchio di carboni  ardenti,  per  la  intensit
    della  tinta,  sul suolo bruno.  Ma le ciocche de' fiori non l'avevano
    attratta: pendevano, bianche,  rosee,  giallette,  quasi diafane,  pi
    delicate de' grappoli d'un'acacia,  pi gentili de' mughetti,  immerse
    nella vaga luce come nella trasparenza d'un latte ambrato.
    - Oh,  Delfina,  Delfina!  - esclam  Donna  Maria,  guardando  quella
    devastazione. - Che hai fatto? La bimba rideva, felice, d'innanzi alla
    piramide vermiglia.
    - Bisogner bene che tu lasci qui ogni cosa.
    - No, no...
    Ella non voleva,  da prima. Poi ripens; e disse quasi fra s, con gli
    occhi luccicanti:
    - Verr la cerva a mangiare.
    Aveva, forse,  veduto apparire la bella bestia,  libera pel parco,  in
    quelle  vicinanze;  e  il  pensiero  di  aver radunato per lei il cibo
    l'appag e le accese l'imaginazione gi nutrita delle  favole  ove  le
    cerve  sono fate benigne e possenti che giacciono su cuscini di raso e
    bevono in coppe di zaffiro. Ella tacque, assorta, vedendo gi forse la
    bella bestia bionda satollarsi d'albatrelle, sotto le piante fiorite.
    - Andiamo - disse Donna Maria - ch' tardi.
    Teneva Delfina per la mano, e camminava sotto le piante fiorite.
    Sul limite del bosco si sofferm, a guardare il mare.
    Le acque, accogliendo i riflessi delle nuvole,  davano apparenza d'una
    immensa stoffa di seta,  morbida,  fluida,  cangiante, mossa in larghe
    pieghe;  e le nuvole,  bianche e d'oro,  l'una  divisa  dall'altra  ma
    emergenti  da  una  comune  zona,  somigliavano  statue criselefantine
    avvolte in veli tenui, alzate sopra un ponte senz'archi.
    In silenzio,  Andrea spicc da un lbatro una ciocca  che  piegava  il
    ramo col suo peso, tanto era folta; e la offerse a Donna Maria.
    Ella, nel prenderla, lo guard; ma non apr bocca.
    Si rimisero pe' sentieri. Delfina ora parlava, parlava abondantemente,
    ripetendo senza fine le stesse cose, infatuata della cerva, mescolando
    le pi strane fantasie, inventando lunghe storie monotone, confondendo
    una favola con l'altra,  componendo intrichi n quali si smarriva ella
    stessa.  Parlava,  parlava,  con una specie d'inconscienza,  quasi che
    l'aria  del  mattino l'avesse inebriata;  e intorno a quella sua cerva
    chiamava figli e figlie di re, cenerentole, reginelle, maghi,  mostri,
    tutti i personaggi de' regni imaginarii,  in folla,  in tumulto,  come
    nella metamorfosi continua d'un sogno. Parlava allo stesso modo che un
    uccello gorgheggia,  con modulazioni canore,  talvolta con successioni
    di  suoni che non eran parole,  n quali esalavasi l'onda musicale gi
    iniziata,  come il fremito d'una corda nella pausa,  quando in  quello
    spirito  infantile  il  legame  tra il segno verbale e l'idea rimaneva
    interrotto.
    Gli altri due non parlavano, n ascoltavano. Ma pareva loro che quella
    cantilena coprisse i lor pensieri, il murmure de' lor pensieri, poich
    pensando essi avevan l'impressione come  se  qualche  cosa  di  sonoro
    sfuggisse dall'intimo del lor cervello,  qualche cosa che nel silenzio
    sarebbesi potuto fisicamente percepire; e, se Delfina per poco taceva,
    provavano uno strano senso d'inquietudine e di sospensione, come se il
    silenzio dovesse rivelare e quasi direi denudare l'anima loro.
    Il viale delle Cento Fontane apparve in una prospettiva fuggente,  ove
    gli  spilli  e  gli  specchi  dell'acqua  mettevano  un fino luccichio
    vitreo, una mobile transparenza ialina. Un pavone, che stava posato su
    uno degli scudi,  s'invol  facendo  cadere  nella  vasca  sottostante
    qualche rosa sfogliata.  Andrea riconobbe,  alcuni passi pi in l, la
    vasca innanzi a cui Donna Maria gli aveva detto: - Udite?
    Nel dominio dell'Erma l'odor del muschio non si sentiva  pi.  L'Erma,
    cogitabonda  sotto  la ghirlanda,  era tutta constellata dai raggi che
    penetravano tra  gli  intervalli  de'  fogliami.  I  merli  cantavano,
    rispondendosi.
    Delfina, presa da un nuovo capriccio, disse:
    - Mamma, rendimi la ghirlanda.
    - No, lasciamola li. Perch la rivuoi?
    - Rendimela, che' la porto a Muriella.
    - Muriella la guaster.
    - Rendimela; ti prego!
    La  madre  guard  Andrea.  Egli si avvicin alla pietra,  le tolse la
    ghirlanda e rese questa  a  Delfina.  Ne'  loro  spiriti  esaltati  la
    superstizione,  ch'  un  degli  oscuri  turbamenti portati dall'amore
    anche nelle creature intellettuali,  diede all'insignificante episodio
    la  misteriosit  di  una  allegoria.  Parve loro che in quel semplice
    fatto si  occultasse  un  simbolo.  Non  sapevan  bene  quale;  ma  ci
    pensavano. Un verso tormentava Andrea.

     Non vedr dunque il gesto che consente?

    Un'ansia enorme gli premeva il cuore, come pi s'avvicinava il termine
    del sentiere;  ed egli avrebbe dato met del suo sangue per una parola
    della donna. Ma fu ella cento volte sul punto di parlare, e non parl.
    - Guarda, mamma, l gi,  Ferdinando,  Muriella,  Riccardo...  - disse
    Delfina,  scorgendo in fondo al sentiere i figli di Donna Francesca; e
    si spicc a corsa, agitando la corona. - Muriella! Muriella! Muriella!


    4.
     Maria Ferres era sempre rimasta  fedele  all'abitudine  giovenile  di
    notar  cotidianamente in un suo Giornale intimo i pensieri,  le gioie,
    le tristezze, i sogni, le agitazioni, le aspirazioni, i rimpianti,  le
    speranze,  tutte  le  vicende  della  sua  vita  interiore,  tutti gli
    episodii della  sua  vita  esterna,  componendo  quasi  un  Itinerario
    dell'Anima, ch'ella di tratto in tratto amava rileggere per averne una
    regola nel viaggio futuro e per ritrovar la traccia delle cose da gran
    tempo morte.
    Constretta  dalle circostanze a ripiegarsi di continuo su s medesima,
    sempre  chiusa  nella  sua  purit  come   in   una   torre   d'avorio
    incorruttibile e inaccessibile, ella provava un sollievo e un conforto
    in  quella specie di confessione cotidiana affidata alla pagina bianca
    d'un libro segretissimo. Si lamentava de' suoi travagli, s'abbandonava
    alle  lacrime,   cercava  di  penetrare  gli  enigmi  del  suo  cuore,
    interrogava la sua conscienza, riprendeva coraggio dalla preghiera, si
    ritemprava nella meditazione, allontanava da se ogni debolezza ed ogni
    vana imagine,  metteva il suo spirito nelle mani del Signore.  E tutte
    le pagine splendevano d'una comune luce, ossia di Verit.
    ...
     "15 settembre 1886 (Schifonoja).  - Come mi sento stanca!  Il viaggio
    mi  ha un poco affaticata e quest'aria nuova del mare e della campagna
    m'ha un poco  stordita.  Ho  bisogno  di  riposo;  e  gi  mi  par  di
    pregustare  la  bont del sonno e la dolcezza del risveglio di domani.
    Mi  sveglier  in  una  casa  amica,   nella  cordiale  ospitalit  di
    Francesca, in questa Schifanoja che ha rose cos belle e cipressi cos
    grandi;  e mi sveglier avendo innanzi a me qualche settimana di pace,
    venti giorni d'esistenza spirituale, forse pi.
    Sono molto riconoscente  a  Francesca,  dell'invito.  Rivedendola,  ho
    riveduta una sorella.  Quante mutazioni in me,  e quanto profonde, dai
    belli anni  fiorentini!  Francesca,  a  proposito  de'  miei  capelli,
    ricordava  oggi le passioni e le malinconie di quel tempo,  e Carlotta
    Fiordelise,  e Gabriella Vanni,  e tutta quella storia lontana che ora
    non  mi  par  vissuta  ma letta in un vecchio libro obliato o vista in
    sogno.  I capelli non son caduti,  ma son cadute da me ben altre  cose
    pi vive.  Tanti capelli nel mio capo,  tante spighe di dolore nel mio
    destino.
    Ma perch mi riprende la tristezza? E perch le memorie mi dnno pena?
    E perch di tratto in tratto la mia rassegnazione  scossa? E' inutile
    lamentarsi sopra una tomba;  e il passato  come  una  tomba  che  non
    rende pi i suoi morti.  Dio mio,  fa tu ch'io me ne ricordi una volta
    per sempre!
    Francesca  ancora giovine,  e conserva  ancora  quella  sua  bella  e
    franca giovialit che in collegio aveva un fascino cos strano sul mio
    spirito un po' oscuro.  Ella ha una grande e rara virtu:  gaia, ma sa
    intendere i dolori altrui e sa anche lenirli con la  sua  misericordia
    consapevole.  Ella ,  sopra tutto, una donna intellettuale, una donna
    d'alti gusti,  una dama perfetta,  un'amica che non pesa.  Si compiace
    forse  un  po' troppo dei motti e delle frasi acute,  ma le sue saette
    hanno sempre la punta d'oro e son lanciate con una grazia inimitabile.
    Certo,  fra quante signore mondane ho conosciute,  ella  la pi fine;
    fra le amiche,  la prediletta.
    I  figli  non  le  somigliano  molto,  non  sono  belli.  Ma la bimba,
    Muriella,  assai gentile;  ha un riso chiaro e gli occhi della madre.
    Ha  fatto  gli  onori  di casa a Delfina con una compitezza di piccola
    dama. Ella, certo, erediter la gran maniera materna.
    Delfina sembra felice. Ha esplorata gi la maggior parte del giardino,
     andata gi fino al mare,   discesa per tutte le scale;   venuta  a
    raccontarmi  le meraviglie,  ansando,  divorando le parole,  con negli
    occhi una specie di barbaglio.  Ella ripeteva  spesso  il  nome  della
    nuova amica: Muriella.  E' un grazioso nome, e su la sua bocca diventa
    pi grazioso ancora.
    Dorme, profondamente. Quando i suoi occhi son chiusi, i cigli le fanno
    sul sommo della gota  un'ombra  lunga  lunga.  Si  meravigliava  della
    lunghezza,  stasera,  il  cugino  di  Francesca e ripeteva un verso di
    Guglielmo Shakespeare nella "Tempesta",  molto bello,  su i  cigli  di
    Miranda.
    C' troppo odore,  qui.  Delfina ha voluto ch'io le lasciassi il mazzo
    delle rose accanto al letto,  prima d'addormentarsi.  Ma io,  ora  che
    dorme, lo toglier e lo metter su la loggia, al sereno.
    Sono stanca,  eppure ho scritto tre o quattro pagine. Ho sonno, eppure
    vorrei prolungare la veglia per prolungare questo languore  dell'anima
    indefinito,  ondeggiante  in non so che tenerezza diffusa fuori di me,
    intorno a me.  Da tanto,  da tanto tempo non avevo sentito un  po'  di
    benevolenza circondarmi!  Francesca  molto buona,  e io le sono molto
    riconoscente.
    *
    Ho portato su la loggia il vaso delle rose;  e son rimasta l  qualche
    minuto ad ascoltare la notte, tenuta l dal rammarico di perdere nella
    cecit del sonno ore che passano sotto un cielo cos bello.  E' strano
    l'accordo tra la voce delle fontane e la voce del  mare.  I  cipressi,
    d'innanzi  a  me,  parevano  le  colonne  del  firmamento:  le  stelle
    brillavan proprio su le cime, le accendevano.
    Perch di notte i profumi hanno  nella  loro  onda  qualche  cosa  che
    parla, hanno un significato, hanno un linguaggio?
    No, i fiori non dormono, di notte.

    16 settembre. - Pomeriggio delizioso, passato quasi tutto a conversare
    con  Francesca su le logge,  su le terrazze,  per i viali,  in tutti i
    luoghi aperti di questa villa che pare edificata da un principe  poeta
    per  dimenticare un affanno.  Il nome del palazzo ferrarese le convien
    perfettamente.
    Francesca mi ha fatto leggere un sonetto del conte  Sperelli,  scritto
    su  pergamena:  una  inezia molto fine.  Questo Sperelli  uno spirito
    eletto ed intenso.  Stamani,  a  tavola,  ha  detto  due  o  tre  cose
    bellissime.  Egli    convalescente  d'una  ferita mortale avuta in un
    duello,  a Roma,  nello scorso maggio.  Ha negli atti,  nelle  parole,
    nello  sguardo  quella  specie  d'abbandono affettuoso e delicato ch'
    proprio de' convalescenti,  di quelli che sono usciti dalle mani della
    morte.  Dev'essere molto giovine;  ma deve aver molto vissuto, e d'una
    vita inquieta. Porta i segni della lotta.
    *
    Serata deliziosa, di conversazione intima,  di musica intima,  dopo il
    pranzo.  Io,  forse,  ho  parlato  troppo;  o,  per  lo  meno,  troppo
    caldamente.  Ma Francesca mi ascoltava e  mi  secondava;  e  il  conte
    Sperelli,  anche.  Uno  de' pi alti piaceri,  nella conversazione non
    volgare,  appunto  sentire che uno stesso grado di calore anima tutte
    le intelligenze presenti. Allora soltanto, le parole prendono il suono
    della sincerit e dnno a chi le profferisce e a chi le ode il supremo
    diletto.
    II cugino di Francesca,  ,  in musica,  un conoscitore raffinato. Ama
    molto i maestri settecentisti e in  ispecie,  tra  i  compositori  per
    clavicembalo,  Domenico  Scarlatti.  Ma  il  suo  pi  ardente amore 
    Sebastiano Bach.  Lo Chopin gli piace poco;  il Beethoven gli  penetra
    troppo  a  dentro  e lo turba troppo.  Nella musica sacra non trova da
    paragonare al Bach altri che il Mozart.  - Forse - egli ha detto -  in
    nessuna  Messa  la  voce  del soprannaturale giunge alla religiosit e
    alla terribilit a cui    giunto  il  Mozart  nel  "Tuba  mirum"  del
    Requiem.  Non    vero  che  sia  un  greco,  un  platonico,  un  puro
    ricercatore della grazia,  della bellezza,  della serenit,  chi  ebbe
    cos  profondo  il  senso  del soprannaturale da crear musicalmente il
    fantasma del Commendatore e chi,  creando Don Giovanni e  Donna  Anna,
    seppe spinger tant'oltre l'analisi dell'essere interno...
    Egli  ha detto queste parole ed altre,  con quel singolare accento che
    hanno nel parlar d'arte gli uomini i quali sono  di  continuo  assorti
    nella ricerca delle cose elevate e difficili.
    Poi, nell'ascoltarmi, aveva una strana espressione, come di stupore, e
    qualche volta d'ansiet. Io mi rivolgevo quasi sempre a Francesca, con
    gli  occhi;  eppure,  sentivo lo sguardo di lui fisso su di me con una
    insistenza che mi dava fastidio ma non mi offendeva.  Egli  dev'essere
    ancora  malato,  debole,  in preda alla sua sensibilit.  M'ha chiesto
    infine: - Cantate?  - allo stesso modo che  m'avrebbe  chiesto:  -  Mi
    amate?
    Ho  cantato  un'"Aria" del Paisiello e una del Salieri.  Ho suonato un
    po' di settecento. Avevo la voce calda e la mano felice.
    Egli non mi ha fatto alcun elogio. E' rimasto in silenzio. Perch?
    Delfina dormiva gi, quass. Quando son salita a vederla, l'ho trovata
    che dormiva ma con le ciglia umide come s'ella avesse  pianto.  Povero
    amore!   Dorothy   m'ha  detto  che  la  mia  voce  giungeva  fin  qui
    distintamente e che Delfina s' scossa dal primo sopore e s' messa  a
    singhiozzare  e  voleva  discendere.  Sempre,  quando  io canto,  ella
    piange.
    Ora dorme;  ma di tratto in tratto il suo  respiro  divien  pi  vivo,
    somiglia  un  singhiozzo  spento,  e  mette  nel mio stesso respiro un
    affanno vago,  quasi  un  bisogno  di  rispondere  a  quel  singhiozzo
    inconscio,  a  quella  pena  che non s' acquietata nel sonno.  Povero
    amore!  Chi suona,  gi,  il  pianoforte?  Qualcuno  accenna,  con  la
    sordina,   la  "Gavotta"  di  Luigi  Rameau,   una  gavotta  piena  di
    affascinante malinconia,  quella ch'io sonavo dianzi.  Chi pu essere?
    Francesca  risalita con me;  tardi.
    Mi sono affacciata alla loggia. La sala del vestibolo  buia;  chiara
    soltanto la sala attigua dove il marchese e Manuel giocano ancora.
    La "Gavotta" cessa. Qualcuno scende per la scala, nel giardino.
    Mio Dio, perch son cos attenta, cos vigilante, cos curiosa? Perch
    i rumori mi scuotono cos a dentro, questa notte?
    Delfina si sveglia, mi chiama.

    17 settembre. - Stamani  partito Manuel. Siamo stati ad accompagnarlo
    fino alla stazione di Rovigliano.  Verso il 10 di ottobre egli torner
    a prendermi; e andremo a Siena, da mia madre. Io e Delfina rimarremo a
    Siena probabilmente fino all'anno nuovo: due o tre  mesi.  Rivedr  la
    Loggia  del Papa e la Fonte Gaia e il mio bel Duomo bianco e nero,  la
    casa diletta della Beata Vergine Assunta,  dove una  parte  dell'anima
    mia  ancora a pregare,  accanto alla cappella Chigi, nel luogo che sa
    i miei ginocchi.
    Ho sempre lucida nella memoria l'imagine del luogo;  e quando  torner
    m'inginocchier nel punto preciso dove io soleva,  esattamente, meglio
    che se ci fossero rimasti due cavi profondi.  E  l  ritrover  quella
    parte  dell'anima  mia  a  pregare  ancora,  sotto  la  volta  azzurra
    constellata che si specchia  nel  marmo  come  un  cielo  notturno  in
    un'acqua tranquilla.
    Nulla,  certo,    mutato.  Nella cappella preziosa,  piena d'un'ombra
    palpitante,  d'una oscurit animata d riflessi gemmei  delle  pietre,
    ardevano  le  lampade;  e  la luce pareva raccogliersi tutta nel breve
    cerchio d'olio in cui si nutriva la  fiammella,  come  in  un  topazio
    limpido.  A  poco  a  poco,  sotto  il  mio sguardo intento,  il marmo
    effigiato prendeva  un  pallor  men  freddo,  quasi  direi  un  tepore
    d'avorio;  a  poco  a  poco  entrava  nel  marmo la pallida vita delle
    creature celesti,  e  nelle  forme  marmoree  si  diffondeva  la  vaga
    trasparenza d'una carne angelicale.
    Quanto  era  ardente  e  spontanea  la mia preghiera!  S'io leggeva la
    "Filotea" di San Francesco,  mi sembrava che le parole scendessero sul
    mio  cuore  come  le lacrime di miele,  come stille di latte.  S'io mi
    metteva in meditazione,  mi sembrava di camminare per le  vie  segrete
    dell'anima come per un giardino di delizia ove gli usignoli cantassero
    su  gli  alberi  fiorenti  e  le colombe tubassero in riva ai ruscelli
    della Grazia divina.  La divozione  m'infondeva  una  calma  piena  di
    freschezza  e  di  profumi,  mi  faceva dischiudere nel cuore le sante
    primavere dei Fioretti",  m'inghirlandava di rose mistiche e di  gigli
    soprannaturali.  E nella mia vecchia Siena,  nella vecchia citt della
    Vergine, io udiva sopra tutte le voci i richiami delle campane.

    18 settembre. - Ora di tortura indefinibile. Mi par d'esser condannata
    a riappezzare, a riappiccare, a riunire, a ricomporre i frammenti d'un
    sogno,  del quale una parte sia per avverarsi confusamente fuori di me
    e  l'altra  si agiti confusamente in fondo al mio cuore.  E m'affatico
    m'affatico, senza riescir mai a ricomporlo per intiero.

    19 settembre. - Altra tortura. Qualcuno mi cant, gran tempo indietro;
    e non termin la sua canzone.  Qualcuno ora mi canta,  riprendendo  la
    canzone  dal  punto  in  cui  fu  interrotta;  ma  da gran tempo io ho
    dimenticato  il  principio.  E  l'anima  inquieta,   mentre  cerca  di
    ricordarsene  per  collegarlo  al proseguimento,  si smarrisce;  e non
    ritrova gli antichi accenti n gode i nuovi.

    20 settembre. - Oggi, dopo la colazione, Andrea Sperelli ha fatto a me
    e a Francesca l'invito di andare a veder nelle sue  stanze  i  disegni
    che gli giunsero ieri da Roma.
    Si  pu  dire che tutta un'arte sia passata oggi sotto i nostri occhi,
    tutta un'arte studiata e analizzata dalla matita d'un disegnatore.  Ho
    avuto un de' pi intensi godimenti della mia vita.
    Questi disegni sono di mano dello Sperelli; sono i suoi studii, i suoi
    schizzi,  i  suoi  appunti,  i suoi ricordi presi qua e l in tutte le
    gallerie d'Europa; sono, dir cos, il suo breviario,  un meraviglioso
    breviario  nel quale ogni antico maestro ha la sua pagina suprema,  la
    pagina ov'  compendiata  la  maniera,  ove  son  notate  le  bellezze
    dell'opera  pi alte e pi originali,  ov'e colto il "punctum saliens"
    di tutta quanta la produzione. Scorrendo questa larga raccolta, io non
    soltanto mi son  fatta  un'idea  precisa  delle  diverse  scuole,  dei
    diversi movimenti, delle diverse correnti, delle diverse influenze per
    cui  si  sviluppa  la  Pittura  in una data regione;  ma son penetrata
    nell'intimo  spirito,   nella  essenziale  sostanza  dell'arte  d'ogni
    singolo  pittore.  Come profondamente ora comprendo,  per esempio,  il
    Quattordicesimo  e  il  Quindicesimo  secolo,   i  Trecentisti   e   i
    Quattrocentisti,  i  semplici  i nobili i grandi Primitivi!  I disegni
    sono conservati in belle  custodie  di  cuoio  inciso  con  borchie  e
    fermagli  d'argento  imitanti  quelli  dei  messali.  La variet della
    tecnica  ingegnosissima. Certi disegni, dal Rembrandt,  sono eseguiti
    su  una  specie  di  carta  un  po'  rossastra,  riscaldata con matita
    sanguigna, acquerellata con bistro;  e le luci son rilevate con bianco
    a tempera.  Certi altri disegni, dai maestri fiamminghi, sono eseguiti
    su una carta rugosa molto simile alla carta preparata per la pittura a
    olio,  dove l'acquerello di bistro prende il carattere degli schizzi a
    bitume. Altri sono a matita sanguigna, a matita nera, a tre matite con
    qualche tocco di pastello,  acquerellati con bistro su tratti a penna,
    acquerellati con inchiostro  di  China,  su  carta  bianca,  su  carta
    gialla, su carta grigia. Talvolta la matita sanguigna par che contenga
    porpora;  la  matita  nera  d un segno vellutato;  il bistro  caldo,
    fulvo, biondo, d'un color di tartaruga fina.
    Tutte queste particolarit le ho dal  disegnatore;  provo  uno  strano
    piacere a ricordarle,  a scriverle; mi par d'essere inebriata di arte;
    ho il cervello pieno di mille linee,  di mille figure;  e in mezzo  al
    tumulto   confuso   vedo  pur  sempre  le  donne  dei  Primitivi,   le
    indimenticabili  teste  delle  Sante  e  delle  Vergini,   quelle  che
    sorridevano  alla  mia  infanzia religiosa,  nella vecchia Siena,  dai
    freschi di Tadaeo e di Simone.
    Nessun capolavoro  d'un'arte  pi  avanzata  e  pi  raffinata  lascia
    nell'animo un'impressione cos forte, cos durevole, cos tenace. Quei
    lunghi  corpi  snelli  come  steli  di  gigli;  quei  colli  sottili e
    reclinati; quelle fronti convesse e sporgenti;  quelle bocche piene di
    sofferenza e di affabilit;  quelle mani (o Memling!) affilate, ceree,
    diafane  come  un'ostia,   pi  significative   di   qualunque   altro
    lineamento;  e  quei  capelli  rossi  come il rame,  fulvi come l'oro,
    biondi come il miele,  quasi distinti a  uno  a  uno  dalla  religiosa
    pazienza del pennello;  e tutte quelle attitudini nobili e gravi o nel
    ricevere un fiore da un angelo o nel posar  le  dita  sopra  un  libro
    aperto  o  nel chinarsi verso l'infante o nel sostener su' ginocchi il
    corpo di Ges o nel benedire o  nell'agonizzare  o  nell'ascendere  al
    Paradiso,  tutte quelle cose pure,  sincere e profonde inteneriscono e
    impietosiscono fin nell'intimo spinto;  e s'imprimono per sempre nella
    memoria,  come  uno spettacolo di tristezza umana veduto nella realit
    della vita, nella realit della morte.
    A una a una,  oggi,  passavano le donne dei Primitivi,  sotto i nostri
    occhi.  Io  e  Francesca  eravamo  sedute  in un divano basso,  avendo
    d'innanzi a noi un gran leggo sul quale posava la custodia  di  cuoio
    con   i  disegni  che  il  disegnatore,   seduto  incontro,   svolgeva
    lentamente, comentando. Ad ogni tratto, io vedevo la sua mano prendere
    il  foglio  e  posarlo  su  l'altra  faccia  della  custodia  con  una
    delicatezza singolare. Perch, ad ogni tratto, sentivo dentro di me un
    principio di brivido come se quella mano stesse per toccarmi?
    A un certo punto,  trovando forse incomoda la sedia, egli s' messo in
    ginocchio sul tappeto e ha seguitato a svolgere. Parlando, si dirigeva
    quasi sempre a me;  e non aveva l'aria di ammaestrarmi ma di ragionare
    con  una  egual  conoscitrice;  e  in  fondo a me si moveva un poco di
    compiacenza, mista di riconoscenza.  Quando io faceva una esclamazione
    di meraviglia,  egli mi guardava con un sorriso che ancora ho presente
    e che non so definire.  Due o tre volte  Francesca  ha  appoggiato  il
    braccio su la spalla di lui,  con familiarit,  senza badarci. Vedendo
    la  testa  del  primogenito  di  Mos,  presa  dal  fresco  di  Sandro
    Botticelli  nella  Cappella Sistina,  ella ha detto: - Ha un po' della
    tua aria,  quando sei malinconico.  - Vedendo la testa  dell'arcangelo
    Michele,  che   un frammento della "Madonna di Pavia",  del Perugino,
    ella ha detto: - Somiglia  Giulia  Moceto;    vero?  -  Egli  non  ha
    risposto e ha voltato il foglio con minor lentezza.
    Allora  ella  ha  soggiunto,  ridendo: - Lungi le imagini del peccato!
    Questa Giulia Moceto  forse una donna che un tempo egli am?  Voltato
    il  foglio,  ho  provato  un  incomprensibile  desiderio  di  rivedere
    l'arcangelo Michele, di esaminarlo con maggiore attenzione.
    Era curiosit soltanto?  Io non so.  Non  oso  guardarmi  dentro,  nel
    segreto;  amo meglio indugiare,  ingannando me stessa; non penso che o
    prima o poi tutte le terre vaghe cadono in dominio del Nemico;  non ho
    il coraggio di affrontare la lotta; son pusillanime.
    Intanto,  l'ora   dolce.  Ho una imaginosa eccitazione intellettuale,
    come se avessi bevute molte tazze di t forte.  Non ho nessuna volont
    di  coricarmi.  La  notte  tiepidissima,  come in agosto;  il cielo 
    chiaro ma velato,  simile a un  tessuto  di  perle;  il  mare  ha  una
    respirazione  lenta e sommessa,  ma le fontane riempiono le pause.  La
    loggia m'attira. Sogniamo un poco! Quali sogni?
    Gli occhi delle Vergini e delle Sante  mi  perseguitano.  VEDO  ancora
    quegli  occhi cavi,  lunghi e stretti,  con le palpebre abbassate,  di
    sotto a cui guardano con uno  sguardo  affascinante,  mite  come  quel
    d'una  colomba,  un  po' obliquo come quel d'una serpe.  Sii semplice
    come la colomba e prudente come la serpe ha detto Ges Cristo.
    Sii prudente. Prega, cricati e dormi.

    21 settembre.  - Ahim,  bisogna pur sempre ricominciar l'opera  dura,
    risalire  l'erta  gi  salita,  riconquistare il suolo gi conquistato
    ricombattere la battaglia gi vinta!

    22 settembre.  - Egli mi ha donato un suo libro di poesia,  "La Favola
    d`Ermafrodito",  il ventunesimo dei venticinque soli esemplari, tirato
    su pergamena, con due prove del frontispizio avanti lettera.
    E' una singolare opera,  ove si chiude un senso misterioso e profondo,
    sebbene  l'elemento  musicale  prevalga  trascinando lo spirito in una
    magia inaudita di suoni e avvolgendo i pensieri;  che  splendono  come
    una polvere d'oro e di diamante in un fiume limpido.
    I  cori dei Centauri,  delle Sirene e delle Sfingi dnno un turbamento
    indefinibile,  svegliano nell'orecchio e nell'anima una inquietudine e
    una  curiosita  non  appagate,  prodotte  dal  continuo contrasto d'un
    sentimento duplice,  d'una aspirazione duplice,  della natura umana  e
    della natura bestiale.  Ma con qual purezza,  e come visibile, l'ideal
    forma dell'Androgine si delinea  tra  gli  agitati  cori  dei  mostri!
    Nessuna  musica  mi ha inebriata come questo poema e nessuna statua mi
    ha data della bellezza un'impressione pi  armonica.  Certi  versi  mi
    perseguitano  senza tregua e mi perseguiteranno per lunghissimo tempo,
    forse; tanto sono intensi.
    *
    Egli mi conquista l'intelletto e l'anima,  ogni giorno pi,  ogni  ora
    pi, senza tregua, contro la mia volont, contro la mia resistenza. Le
    sue parole,  i suoi sguardi,  i suoi gesti, i suoi minimi moti entrano
    nel mio cuore.

    23 settembre. - Quando parliamo insieme,  talvolta io sento che la sua
    voce  come l'eco dell'anima mia.
    Accade  talvolta che io mi senta spingere da un subitaneo fascino,  da
    un'attrazione cieca,  da una violenza irragionevole,  verso una frase,
    verso una parola che potrebbe rivelare la mia debolezza.  Mi salvo per
    prodigio; e viene allora un intervallo di silenzio,  nel quale io sono
    agitata da un terribile tremito interiore.  Se riprendo a parlare,  io
    dico una cosa frivola e insignificante,  con un tono  leggero;  ma  mi
    pare che una fiamma mi corra sotto la pelle del viso,  quasi ch'io sia
    per   arrossire.   S'egli   cogliesse   quell'attimo   per   guardarmi
    risolutamente negli occhi, sarei perduta.
    *
    Ho suonato molta musica, di Sebastiano Bach e di Roberto Schumann.
    Egli  stava  seduto,  come  quella  sera,  alla  mia  destra,  un poco
    indietro,  su la poltrona di cuoio.  Di tratto in  tratto,  alla  fine
    d'ogni pezzo,  egli si levava e,  chino alle mie spalle,  sfogliava il
    libro per indicarmi un'altra "Fuga",  un altro "Intermezzo",  un altro
    "Improvviso". Quindi si metteva di nuovo a sedere; ed ascoltava, senza
    muoversi,  profondamente  assorto,  con  gli  occhi fissi sopra di me,
    facendomi sentire la sua presenza.
    Intendeva egli quanto di mio,  del mio pensiero,  della mia tristezza,
    del mio essere intimo, passava nella musica altrui?
    *
    Musica,  - chiave d'argento che apri la fontana delle lacrime, ove lo
    spirito beve finch la mente si smarrisce;  soavissima tomba di  mille
    timori,  ove la loro madre,  l'Inquietudine, simile a un fanciullo che
    dorma, giace sopita n fiori... SHELLEY.

    La notte  minacciosa.  Un vento caldo e umido soffia nel giardino;  e
    il  fremito cupo si prolunga nell'oscurit,  poi cade,  poi ricomincia
    pi forte.  Le vette dei cipressi oscillano sotto un cielo quasi nero,
    dove le stelle appaiono semispente.  Una striscia di nuvole attraversa
    lo spazio, dall'uno all'altro orizzonte, frastagliata,  contorta,  pi
    nera  del  cielo,  simile alla capigliatura tragica di una Medusa.  Il
    mare nell'oscurit  invisibile;  ma singhiozza,  come  un  immenso  e
    inconsolabile dolore, solo.
    Che    mai questo sbigottimento?  Mi sembra che la notte mi ammonisca
    d'una sciagura prossima e che all'ammonizione risponda in fondo  a  me
    un  rimorso  indefinito.  Il  "Preludio"  di  Sebastiano  Bach  ancora
    m'incalza;  si mesce nell'anima mia con il fremito del vento e con  il
    singhiozzo del mare.
    Non piangeva, dianzi, qualche cosa di me in quelle note?
    Qualcuno piangeva,  gemeva, oppresso dall'angoscia; qualcuno piangeva,
    gemeva, chiamava Dio, domandava il perdono, implorava l'aiuto, pregava
    con una preghiera che saliva al cielo come una fiamma. Chiamava ed era
    ascoltato,  pregava ed  era  esaudito;  riceveva  la  luce  dall'alto,
    gittava gridi d'allegrezza,  stringeva alfine la Verit e la Pace,  si
    riposava nella clemenza del Signore.
    *
    Sempre, mia figlia mi conforta; e mi guarisce da ogni febbre;  come un
    balsamo sublime.
    Ella  dorme,  nell'ombra rischiarata dalla lampada che  mite come una
    luna. La sua faccia, bianca della fresca bianchezza d'una rosa bianca,
    quasi si sprofonda nell'abbondanza de' capelli  oscuri.  Pare  che  il
    fino  tessuto  delle  sue  palpebre  appena appena riesca a nascondere
    nell'interno gli occhi luminosi.  Io mi piego su lei,  la riguardo;  e
    tutte le voci della notte si estinguono,  per me; e il silenzio per me
    non  misurato che dalla respirazione ritmica della sua vita.
    Ella sente la vicinanza della madre.  Leva  un  braccio  e  lo  lascia
    ricadere; sorride dalla bocca che si schiude come un fiore perlifero e
    per  un  istante  tra  i  cigli  appare uno splendore simile all'umido
    splendore argenteo della polpa d'un asfodelo.  Come pi la  contemplo,
    diventa  alla  mia  vista una creatura immateriale,  un essere formato
    dell'elemento "as dreams are made on".
    Perch,  a dare un'idea della sua bellezza e della  sua  spiritualit,
    sorgono   spontanee  nella  memoria  imagini  e  parole  di  Guglielmo
    Shakespeare,  di questo possente selvaggio atroce poeta  che  ha  cos
    melliflue  labbra?  Ella crescer,  nutrita e avvolta dalla fiamma del
    mio amore, mio grande unico amore...
    Oh Desdemona, Ofelia, Cordelia, Giulietta! Oh Titania! Oh Miranda!

    24 settembre.  - Io non so prendere una risoluzione,  non so  fare  un
    proposito.  Io  mi  abbandono  un poco a questo nuovissimo sentimento,
    chiudendo gli occhi sul pericolo lontano,  chiudendo gli orecchi  alle
    ammonizioni  savie della conscienza,  con il trepidante ardire di chi,
    per cogliere le violette, s'avventura su l'orlo d'un abisso in fondo a
    cui rugge un fiume vorace.
    Egli non sapr nulla dalla mia bocca; io non sapr nulla dalla sua. Le
    Anime  saliranno  insieme,   un  breve  tratto,   su  per  le  colline
    dell'Ideale,  beveranno  qualche  sorso  alle  fonti  perenni;  quindi
    ciascuna riprender la sua via,  con  maggior  confidenza,  con  minor
    sete.
    *
    Che tranquillit nell'aria,  dopo il mezzogiorno!  Il mare ha il color
    bianco azzurrognolo latteo d'un opale,  d'un vetro di Murano: ed  qua
    e l come un cristallo appannato da un alito.
    *
    Leggo  Percy  Shelley,  un poeta ch'egli ama,  il divino Ariele che si
    nutre di luce e parla nella lingua degli  Spiriti.  E'  notte.  Questa
    allegoria mi si leva d'innanzi visibile.
    Una porta di cupo diamante si spalanca sul gran cammino della vita da
    noi  tutti  esercitato,   una  caverna  immensa  e  corrosa.   Intorno
    imperversa una perpetua guerra di ombre,  simili alle nuvole  inquiete
    che  s'affollano  nella  fenditura  d'una  qualche  montagna scoscesa,
    perdendosi in alto fra i turbini del cielo superiore.  E molti passano
    con  passo  incurante,  d'innanzi  a  quel  portico,  non  sapendo che
    un'ombra segue i vestigi d'ogni passeggero insino al luogo ove i morti
    aspettano in pace il lor compagno novello.  Altri per,  mossi  da  un
    pensier  pi  curioso,  si  fermano  a  riguardare.  Sono  costoro  in
    esilissimo numero;  ed ivi ben poco apprendono,  se non che  ombre  li
    seguono ovunque eglino vadano. Dietro di me, cos da presso che quasi
    mi tocca,   l'Ombra. Io la sento, che mi guarda; allo stesso modo che
    ieri sonando, sentivo lo sguardo di lui, senza vederlo.

    25 settembre.  - Mio Dio,  mio Dio!  Quando egli mi ha  chiamata,  con
    quella voce,  con quel tremito, io ho creduto che il cuore mi si fosse
    disciolto nel petto e ch'io fossi per venir meno.  - Voi  non  saprete
    mai - egli ha detto - non saprete mai fino a qual punto la mia anima 
    vostra.
    Eravamo nel viale delle fontane.  Io ascoltavo le acque.  Non ho visto
    pi nulla;  non ho udito pi nulla;  m' parso che tutte  le  cose  si
    allontanassero  e  che  il suolo si affondasse e che si dileguasse con
    loro la mia vita.  Ho fatto uno sforzo sovrumano;  e m'  venuto  alle
    labbra  il nome di Delfina,  e m' venuto un impeto folle di correre a
    lei, di fuggire,  di salvarmi.  Ho gridato tre volte quel nome.  Negli
    intervalli,  il  mio cuore non palpitava,  i miei polsi non battevano,
    dalla mia bocca non usciva il respiro...

    26 settembre.  - E' vero?  Non  un inganno del mio spirito fuorviato?
    Ma perch l'ora di ieri mi par cos lontana, cos irreale? Egli parl,
    di  nuovo,  a  lungo,  standomi vicino,  mentre io camminava sotto gli
    alberi, trasognata. Sotto quali alberi? Era come s'io camminassi nelle
    vie segrete dell'anima mia, tra fiori nati dall'anima mia,  ascoltando
    le  parole  d'uno  Spirito  invisibile  che  un tempo si fosse nutrito
    dell'anima mia.
    Odo ancora le parole soavi e tremende.
    Egli diceva: - Io rinunzierei a  tutte  le  promesse  della  vita  per
    vivere in una piccola parte del vostro cuore...
    Diceva: - ...  fuor del mondo,  interamente perduto nel vostro essere,
    per sempre, fino alla morte...
    Diceva: - La piet che mi venisse da voi mi  sarebbe  pi  cara  della
    passione di qualunque altra...
    - La sola presenza vostra visibile bastava a darmi l'ebrezza;  e io la
    sentiva fluire nelle mie vene,  come un  sangue,  e  invadere  il  mio
    spirito, come un sentimento sovrumano...

    27 settembre.  - Quando, sul limite del bosco, egli colse questo fiore
    e me l'offerse, non lo chiamai "Vita della mia vita"?
    Quando ripassammo pel viale delle fontane, d'innanzi a quella fontana,
    dove egli prima aveva parlato, non lo chiamai "Vita della mia vita"?
    Quando tolse la ghirlanda dall'Erma e la rese a  mia  figlia,  non  mi
    fece  intendere  che la Donna inalzata n versi era gi decaduta e che
    io sola, io sola ero la sua speranza? Ed io non lo chiamai "Vita della
    mia vita"?

    28 settembre. - Com' stato lungo a venire, il raccoglimento!
    In tante ore, dopo quell'ora, ho lottato, ho penato per rientrar nella
    mia vera conscienza, per veder le cose nella vera luce,  per giudicare
    l'accaduto  con fermo e calmo giudizio,  per risolvere,  per decidere,
    per riconoscere il dovere.  Io sfuggivo  a  me  stessa;  la  mente  si
    smarriva;  la  volont si ripiegava;  ogni sforzo era vano.  Quasi per
    istinto,  evitavo di rimaner sola con lui,  mi tenevo sempre vicina  a
    Francesca  e  a  mia figlia,  o rimanevo qui nella stanza,  come in un
    rifugio.  Quando i miei occhi s'incontravano con i suoi,  mi pareva di
    legger  n  suoi  una profonda e supplichevole tristezza.  Non sa egli
    quanto, quanto, quanto io l'ami?
    Non lo sa; non lo sapr mai. Cos voglio. Debbo cos. Coraggio!
    Mio Signore, aiutatemi voi.

    29 settembre. - Perch ha parlato?  Perch ha voluto rompere l'incanto
    del  silenzio  ove  l'anima mia si cullava senza quasi rimorso e senza
    quasi paura? Perch ha voluto strappare i veli vaghi dell'incertezza e
    mettermi in conspetto del suo  amore  svelato?  Ormai  non  posso  pi
    indugiare,  non  posso pi illudermi,  n concedermi una mollezza,  n
    abbandonarmi  a  un  languore.  Il  pericolo    l,  certo,   aperto,
    manifesto;  e m'attira con la vertigine,  come un abisso. Un attimo di
    languore, di mollezza, e io sono perduta.
    *
    Io mi domando: - E' un dolor sincero il mio,   un sincero  rammarico,
    per quella rivelazione inattesa?  Perch penso sempre a quelle parole?
    E perch, quando le ripeto in me stessa, un'onda ineffabile di volutt
    mi attraversa?  E perch un brivido mi corre per tutte le midolle,  se
    imagino che potrei udire altre parole, altre parole ancora?
    *
    Un verso di Guglielmo Shakespeare, nel "As you like it":

    Who ever lov'd, that lov'd not at first sight?

    Notte.  -  I moti del mio spirito prendono forma d'interrogazioni,  di
    enigmi. Io interrogo di continuo me stessa e non rispondo mai.  Non ho
    avuto  il  coraggio  di  guardar  proprio  in fondo,  di conoscere con
    esattezza il mio stato,  di prendere una risoluzione veramente forte e
    leale.  Io sono pusillanime, io sono vile; ho paura del dolore, voglio
    soffrire il meno possibile;  voglio ancora ondeggiare,  temporeggiare,
    palliare,  salvarmi con sotterfugi, nascondermi, invece d'affrontare a
    viso aperto la battaglia decisiva.
    Il fatto  questo: che io temo di rimaner sola con lui, d'aver con lui
    un colloquio grave,  e che la mia vita qui  ridotta una continuazione
    di  piccole  astuzie,  di  piccoli  ripieghi,  di piccoli pretesti per
    evitare la sua compagnia.  L'artificio    indegno  di  me.  O  voglio
    assolutamente  rinunziare  a questo amore;  ed egli udr la mia parola
    triste ma ferma. O voglio accettarlo,  nella sua purit;  ed egli avr
    il mio consenso spirituale.
    Ora,  io  mi  domando:  -  Che  voglio?  Quale  scelgo  delle due vie?
    Rinunziare? Accettare?
    Mio Dio, mio Dio, rispondete voi per me, illuminatemi voi!
    Rinunziare  omai come strappar con le mie unghie una parte  viva  del
    mio cuore. L'angoscia sar suprema, lo spasimo passer i limiti d'ogni
    sofferenza;  ma l'eroismo,  per la grazia di Dio, verr coronato dalla
    rassegnazione,  verr premiato dalla divina dolcezza  che  segue  ogni
    forte  elevazion  morale,  ogni  trionfo  dell'anima  su  la  paura di
    soffrire.
    Rinunzier.  Mia figlia manterr il possesso di  tutto  tutto  il  mio
    essere, di tutta tutta la mia vita. Questo  il dovere.

    Ara con pianti, anima dolorosa,
    per mietere con canti d'allegrezza!

    30 settembre.  - Scrivendo queste pagine,  mi sento un poco pi calma:
    riacquisto, almeno momentaneamente,  un poco di equilibrio e considero
    con  maggior  lucidit  il  mio  infortunio  e  mi par che il cuore si
    alleggerisca come dopo una confessione.
    Oh, s'io potessi confessarmi!  S'io potessi chiedere consiglio e aiuto
    al mio vecchio amico, al mio vecchio consolatore!
    In  queste  turbolenze,  mi sostiene pi d'ogni altra cosa il pensiero
    ch'io rivedr fra pochi giorni Don Luigi e che gli parler e  che  gli
    mostrer tutte le mie piaghe,  e gli scoprir tutte le mie paure e gli
    chieder un balsamo per tutti i miei mali, come un tempo;  come quando
    la  sua  parola mite e profonda chiamava lacrime di tenerezza su' miei
    occhi che ancora non conoscevano  il  sale  amaro  d'altre  lacrime  o
    l'arsione, ben pi terribile, dell'aridit.
    Mi comprendera egli ancora?  Comprender le oscure angosce della donna
    allo  stesso  modo  che  comprendeva  le  malinconie  della  fanciulla
    indefinite  e  fugaci?  Rivedr  inchinarsi  verso  di me,  in atto di
    misericordia e di compatimento,  la sua  bella  fronte  incoronata  di
    capelli bianchi, illuminata di santit, pura come l'ostia nel ciborio,
    benedetta dalla mano del Signore?
    *
    Ho sonato, su l'organo della cappella, musica di Sebastiano Bach e del
    Cherubini, dopo la messa. Ho sonato il "Preludio" dell'altra sera.
    Qualcuno piangeva,  gemeva, oppresso dall'angoscia; qualcuno piangeva,
    gemeva, chiamava Dio, domandava il perdono, implorava l'aiuto, pregava
    con una preghiera che saliva al cielo come una fiamma. Chiamava ed era
    ascoltato,  pregava ed  era  esaudito;  riceveva  la  luce  dall'alto,
    gittava gridi d'allegrezza,  stringeva alfine la Verit e la Pace,  si
    riposava nella clemenza del Signore.
    Quest'organo non  grande,  la cappella non  grande;  eppure  la  mia
    anima  s'  dilatata  come  in una basilica,  s' inalzata come in una
    cupola immensa,  ha toccato il culmine dell'aguglia ideale ove splende
    il segno dei segni, nell'azzurro paradisiaco, nell'etere sublime.
    Io  penso  ai  massimi  organi  delle cattedrali massime,  a quelli di
    Amburgo, di Strasburgo, di Siviglia, della badia di Weingarten,  della
    badia di Subiaco,  dei Benedettini in Catania, di Montecassino, di San
    Dionigi. Qual voce, qual coro di voci,  qual moltitudine di grida e di
    preghiere,  qual canto e qual pianto di popoli eguaglia la terribilit
    e la soavit di questo prodigioso istrumento cristiano che pu riunire
    in se tutte  le  intonazioni  da  orecchio  umano  percettibili  e  le
    impercettibili  ancora?  Io  sogno:  -  un  Duomo  solitario,  immerso
    nell'ombra,  misterioso,  nudo,  simile alla profondit  d'un  cratere
    spento  che  riceva  dall'alto  una  luce  siderale;  e  un'Anima ebra
    d'amore,  ardente come quella di san Paolo,  dolce come quella di  san
    Giovanni,  molteplice  come mille anime in una,  bisognosa d'esalar la
    sua ebriet in una voce sopraumana; e un organo vasto come una foresta
    di legno e di metallo,  che,  come quel di San Sulpizio,  abbia cinque
    tastiere,  venti pedali,  cento otto registri, pi di settemila canne,
    tutti i suoni.

    Notte.  - Invano!  Invano!  Nessuna cosa mi calma;  nessuna cosa mi d
    un'ora,  un minuto,  un attimo di oblio;  nessuna cosa mai mi guarir;
    nessun sogno della mia  mente  canceller  il  sogno  del  mio  cuore.
    Invano!  La  mia  angoscia    mortale.  Io  sento  che  il mio male 
    incurabile;  il cuore mi duole come se proprio me l'avessero  stretto,
    me  l'avessero  premuto,  me  l'avessero guasto per sempre;  il dolore
    morale  cos intenso che si cangia in dolore fisico,  in uno  spasimo
    atroce, insostenibile. Io sono esaltata, lo so; io sono in preda a una
    specie  di  follia;  e non posso vincermi,  non posso contenermi,  non
    posso riprendere la mia ragione; non posso, non posso.
    Questo  dunque l'amore?
    Egli  partito stamani, a cavallo,  con un servo,  senza ch'io l'abbia
    veduto. La mia mattina  passata quasi tutta nella cappella. Per l'ora
    della  colazione  egli  non    ritornato.  La  sua  assenza mi faceva
    soffrire cos ch'io era stupita dell'acutezza di  quel  soffrire.  Son
    venuta qui nella stanza;  per diminuir la pena,  ho scritta una pagina
    del Giornale, una pagina religiosa, riscaldandomi al ricordo della mia
    fede matutina;  poi ho letto  qualche  brano  dell'"Epipsychidion"  di
    Percy  Shelley;  poi son discesa nel parco a cercar di mia figlia.  In
    tutti questi atti, il pensiero vivo di lui mi teneva, mi occupava,  mi
    tormentava senza tregua.
    Quando  ho  riudita  la  sua voce,  io era sulla prima terrazza.  Egli
    parlava  con  Francesca,  sul  vestibolo.  Francesca  s'  affacciata,
    chiamandomi dall'alto: - Vieni su.
    Risalendo  la  scala,  sentivo  che  le  ginocchia  mi  si  piegavano.
    Salutandomi,  egli mi ha tesa la mano;  e deve aver notato il  tremito
    della  mia  perch  ho  visto  qualche  cosa  passargli nello sguardo,
    rapidamente.  Ci siamo seduti  su  le  lunghe  sedie  di  paglia,  nel
    vestibolo, rivolti al mare. Egli ha detto d'essere molto stanco; e s'
    messo  a  fumare,  raccontando  la  sua  cavalcata.  Era giunto sino a
    Vicomle, dove aveva fatto una sosta.
    - Vicomle - ha detto -  possiede  tre  meraviglie:  una  pineta,  una
    torre,  e un ostensorio del Quattrocento. Figuratevi una pineta tra il
    mare e il colle,  tutta piena di  stagni  che  moltiplicano  il  bosco
    all'infinito;  un campanile di stil lombardo barbaro, che risale certo
    all'Undicesimo secolo, uno stelo di pietra carico di sirene, di paoni,
    di serpenti,  di Chimere,  d'ippogrifi,  di mille mostri  e  di  mille
    fiori;  e  un  ostensorio  d'argento  dorato,  smaltato,  intagliato e
    cesellato,  di foggia  gotico-bizantina  con  un  presentimento  della
    Rinascenza,  opera del Gallucci,  artefice quasi ignoto,  ch' un gran
    precursore di Benvenuto...
    Egli  si  rivolgeva  a  me,  parlando.   E'  strano  come  io  ricordo
    esattamente  tutte  le  sue parole.  Potrei scrivere per intera la sua
    conversazione, con le particolarit pi insignificanti e minute; se ci
    fosse un mezzo, potrei riprodurre ogni modulazione della sua voce.
    Egli ci ha mostrato due o  tre  piccoli  disegni  a  matita,  sul  suo
    taccuino. Poi ha seguitato a parlare delle meraviglie di Vicomle, con
    quel   calore   ch'egli   ha   quando   parla   di  cose  belle,   con
    quell'entusiasmo d'arte, ch' una delle sue pi alte seduzioni.
    - Ho promesso al Canonico che sarei tornato domenica. Andremo;  vero,
    Francesca? Bisogna che Donna Maria conosca Vicomle.
    Oh,  il mio nome su  la  sua  bocca!  Se  ci  fosse  un  modo,  potrei
    riprodurre  esattamente l'attitudine,  l'apertura delle sue labbra nel
    profferire ciascuna sillaba delle due parole: - Donna Maria.  - Ma non
    mai  potrei  esprimere la mia sensazione;  non potrei mai ridire tutto
    ci che di sconosciuto, d'inopinato, d'insospettato si va risvegliando
    nel mio essere alla presenza di quell'uomo.
    Siamo rimasti l seduti,  fino all'ora del pranzo.  Francesca  pareva,
    contro  il  suo  solito,  un  poco malinconica.  A un certo punto,  il
    silenzio  caduto su noi,  gravemente.  Ma tra lui e me  incominciato
    un  di  que' "colloqui di silenzio",  ove l'anima esala l'Ineffabile e
    intende il murmure dei pensieri.  Egli mi diceva cose che mi  facevano
    languir  di dolcezza sopra il cuscino: cose che la sua bocca non potr
    mai ripetermi e il mio orecchio non potr mai udire.
    D'innanzi,  i cipressi immobili,  leggeri  alla  vista  quasi  fossero
    immersi in un etere sublimante,  accesi dal sole, parevano portare una
    fiamma alla sommit,  come i torchi votivi.  Il mare  aveva  il  color
    verde  d'una  foglia  d'aloe,  e qua e l il color mav d'una turchina
    liquefatta: una indescrivibile delicatezza di pallori,  una  diffusion
    di  luce  angelicata,  ove  ogni  vela  dava  imagine  d'un angelo che
    nuotasse.  E la concordia dei profumi  illanguiditi  dall'Autunno  era
    come lo spirito e il sentimento di quello spettacolo pomeridiano.
    Oh morte serena di settembre!
    Anche questo mese  finito,  perduto,  caduto nell'abisso. Addio.
    Una tristezza immensa mi opprime. Quanta parte di me porta seco questa
    parte  di  tempo!  Ho  vissuto  pi in quindici giorni che in quindici
    anni;  e mi sembra che nessuna delle mie lunghe  settimane  di  dolore
    eguagli in acutezza di spasimo questa breve settimana di passione.  Il
    cuore mi duole; la testa mi si perde; una cosa oscura e bruciante  in
    fondo a me,  una cosa ch' apparsa d'improvviso come  un'infezione  di
    morbo e che incomincia a contaminarmi il sangue e l'anima, contro ogni
    volont, contro ogni rimedio: il Desiderio.
    Io  n'ho  vergogna  e  raccapriccio,  come  d'un  disonore,  come d'un
    sacrilegio,  come d'una violazione;  io n'ho  una  paura  disperata  e
    folle,  come  d'un  nemico fraudolento che a penetrar nella cittadella
    conosca vie da me stessa non conosciute.
    E  intanto  io  veglio,  nella  notte;  e,   scrivendo  questa  pagina
    nell'orgasmo  in cui gli amanti scrivono le loro lettere d'amore,  non
    odo il respiro di mia figlia che dorme.  Ella dorme in pace;  ella non
    sa quanto l'anima della madre sia lontana...

    1  ottobre.  - I miei occhi vedono in lui quel che prima non vedevano.
    Quando egli parla, io guardo la sua bocca;  e l'attitudine e il colore
    delle  labbra  mi  occupano  pi  che  il suono e il significato delle
    parole.

    2 ottobre.  - Oggi    sabato:  oggi    l'ottavo  giorno  dal  giorno
    indimenticabile: - 25 SETTEMBRE 1886.
    *
    Per  un caso singolare,  sebbene io ora non eviti di trovarmi sola con
    lui,  sebbene anzi io desideri  che  venga  il  momento  terribile  ed
    eroico; per un caso singolare, il momento non  venuto.
    Francesca    rimasta sempre con me,  oggi.  Stamani abbiamo fatto una
    cavalcata per la via di Rovigliano.  E abbiamo passato  il  pomeriggio
    quasi  tutto  al  pianoforte.  Ella  ha voluto ch'io le sonassi alcune
    danze del Sedicesimo secolo,  poi la "Sonata in fa diesis minore" e la
    celebre  "Toccata"  di  Muzio  Clementi,  poi  due o tre "Capricci" di
    Domenico Scarlatti;  e ha voluto ch'io le cantassi  alcune  parti  dei
    "Frauenliebe" di Roberto Schumann.  Che contrasti! Francesca non  pi
    gaia,  come una volta,  com'era anche ai primi giorni della mia dimora
    qui.  Spesso,  ella   pensosa;  quando ride,  quando scherza,  la sua
    gaiezza mi sembra artificiale.  Le ho chiesto: - Hai qualche  pensiero
    che ti tormenta?  - Ella mi ha risposto, mostrando di meravigliarsi: -
    Perch? Io ho soggiunto: - Ti vedo un po' triste. - Ed ella: - Triste?
    Oh no; t'inganni. - Ed ha riso, ma d'un riso involontariamente amaro.
    Questa cosa mi affligge e mi d una inquietudine vaga.
    *
    Andremo dunque  domani  a  Vicomle,  dopo  mezzogiorno.  Egli  mi  ha
    domandato:  -  Avreste  forza di venire a cavallo?  A cavallo potremmo
    traversare tutta la pineta...
    Poi anche mi ha detto: - Rileggete,  tra le liriche  dello  Shelley  a
    Jane, la "Recollection".
    Dunque andremo a cavallo;  verr a cavallo anche Francesca. Gli altri,
    compresa Delfina, verranno in "mail-coach".
    In che disposizion di spirito strana mi  trovo  io  stasera!  Ho  come
    un'ira  sorda e acre in fondo al cuore,  e non so perch;  ho come una
    insofferenza di me e della mia vita e di tutto. L'eccitazion nervosa 
    cos forte che mi prende di  tratto  in  tratto  un  pazzo  impeto  di
    gridare, di ficcarmi le unghie nella carne, di rompermi le dita contro
    la parete, di provocare un qualunque spasimo materiale per sottrarmi a
    questo  insopportabile  malessere  interiore,  a questo insopportabile
    affanno.  Mi par d'avere un nodo di fuoco a sommo del petto,  la  gola
    chiusa  da  un  singhiozzo che non vuole uscire,  la testa vacua,  ora
    fredda ora ardente; e di tratto in tratto mi sento attraversare da una
    specie d'ansiet subitanea, da uno sbigottimento irragionevole che non
    riesco a respingere mai n a reprimere. E, a volte,  a traverso il mio
    cervello  guizzano  imagini e pensieri involontarii che sorgono chi sa
    da quali profondit dell'essere: imagini e pensieri indegni.  E languo
    e vengo meno,  come una che sia immersa in un amore allacciante; e pur
    tuttavia non  un piacere, non  un piacere!

    3 ottobre. Com' debole e misera l'anima nostra, senza difesa contro i
    risvegli e gli assalti di quanto men nobile e  men  puro  dorme  nella
    oscurit della nostra vita inconsciente, nell'abisso inesplorato ove i
    ciechi sogni nascono dalle cieche sensazioni!  Un sogno pu avvelenare
    un'anima; un sol pensiero involontario pu corrompere una volont.
    *
    Andiamo a Vicomle.  Delfina  in letizia.  La giornata    religiosa.
    Oggi  la festa di Maria Vergine del Rosario. Coraggio, anima mia!

    4 ottobre. - Nessun coraggio.
    La  giornata  di  ieri  fu  per me cos piena di piccoli episodii e di
    grandi commozioni, cos lieta e cos triste,  cos stranamente agitata
    che  io  mi  smarrisco  nel  ricordarla.  E  gi tutti tutti gli altri
    ricordi impallidiscono e si dileguano innanzi ad un solo.
    Dopo aver  visitata  la  torre  ed  avere  ammirato  l'ostensorio,  ci
    accingemmo a ripartir da Vicomle verso le cinque e mezzo.
    Francesca era stanca; e le piacque, piuttosto che rimontare a cavallo,
    tornar  col "mail-coach".  Noi seguimmo per un tratto,  cavalcando ora
    indietro ora ai lati. Di sul legno, Delfina e Muriella agitavano verso
    noi lunghe canne fiorite e ridevano minacciandoci con i bei  pennacchi
    violacei.
    Era  una sera tranquillissima,  senza vento.  Il sole stava per cadere
    dietro il colle di Rovigliano,  in un cielo tutto rosato come un cielo
    dell'Estremo  Oriente.  Rose rose rose piovevano da per tutto,  lente,
    spesse, molli, a simiglianza d'una nevata in un'aurora. Quando il sole
    scomparve,   le  rose  si  moltiplicarono,   si  diffusero  fin  quasi
    all'orizzonte  opposto,   perdendosi,   sciogliendosi  in  un  azzurro
    chiarissimo,  in un azzurro argentino,  indefinibile,  simile a quello
    che s'incurva su le cime delle montagne coperte di ghiacci.
    Era  egli  che  di  tratto in tratto mi diceva: - Guardate la torre di
    Vicomle. Guardate la cupola di San Consalvo...
    Quando la pineta fu in vista, egli mi chiese: - Attraversiamo?
    La strada maestra costeggiava il bosco,  descrivendo una larga curva e
    avvicinandosi al mare, fin quasi sul lido, nella sommit dell'arco. Il
    bosco appariva gi tutto cupo,  d'un verde tenebroso,  come se l'ombra
    si fosse accumulata su le chiome degli alberi lasciando ancor  limpida
    l'aria superiore;  ma,  per entro, gli stagni risplendevano d'una luce
    intensa e profonda, come frammenti d'un cielo assai pi puro di quello
    che si diffondeva sul nostro capo.
    Senza aspettare la mia risposta, egli disse a Francesca:
    - Noi attraversiamo la pineta.  Ci ritroveremo su la strada,  al ponte
    del Convito, dall'altra parte.
    E trattenne il cavallo.
    Perch  acconsentii?  Perch entrai con lui?  Io aveva negli occhi una
    specie di abbagliamento;  mi pareva d'essere sotto  l'influenza  d'una
    fascinazione confusa;  mi pareva che quel paesaggio, quella luce, quel
    fatto,  tutta quella combinazione di circostanze non  fossero  per  me
    nuovi  ma  gi  un  tempo  esistiti,  quasi direi in una mia esistenza
    anteriore,  ed ora riesistenti...  L'impressione   inesprimibile.  Mi
    pareva dunque che quell'ora, che quei momenti, essendo stati gi da me
    vissuti,  non si svolgessero,  fuori di me,  indipendenti da me, ma mi
    appartenessero,  ma avessero con la mia persona un legame  naturale  e
    indissolubile  cos  ch'io  non  potessi sottrarmi a riviverli in quel
    dato  modo  ma  dovessi  anzi  necessariamente  riviverli.   Io  aveva
    chiarissimo  il  sentimento  di questa necessit.  L'inerzia della mia
    volont era assoluta.  Era come quando un fatto della vita ritorna  in
    un  sogno  con  qualche  cosa di pi della verit,  e di diverso dalla
    verit. Non riesco nemmeno a rendere una minima parte di quel fenomeno
    straordinario.
    E una segreta rispondenza,  un'affinit misteriosa era tra l'anima mia
    e  il  paesaggio.  L'imagine del bosco nelle acque degli stagni pareva
    infatti l'imagine sognata della scena  reale.  Come  nella  poesia  di
    Percy  Shelley  ciascuno  stagno  pareva  essere  un  breve  cielo che
    s'ingolfasse in un mondo sotterraneo;  un firmamento  di  luce  rosea,
    disteso  su  la  terra oscura,  pi infinito dell'infinita notte e pi
    puro del giorno;  dove gli alberi si sviluppavano allo stesso modo che
    nell'aria  superiore ma di forme e di tinte pi perfetti che qualunque
    altro di quelli in quel luogo ondeggianti.  E vedute soavi,  quali non
    mai  si  videro  nel  nostro mondo di sopra,  v'eran dipinte dall'amor
    dell'acque per la  bella  foresta;  e  tutta  la  lor  profondit  era
    penetrata d'un chiarore elisio,  d'un'atmosfera senza mutamento,  d'un
    vespro pi dolce che quel di sopra.
    Da che lontananza del tempo era venuta a noi quell'ora?
    Andavamo al passo, nel silenzio. I rari gridi delle gazze,  l'andatura
    e  il  respiro dei cavalli non turbavano la tranquillit che pareva di
    minuto in minuto farsi pi grande e pi magica.
    Perch volle egli rompere la magia da noi stessi generata?
    Egli parl; egli mi vers sul cuore un'onda di parole ardenti,  folli,
    quasi  insensate,  che  in  quel silenzio degli alberi mi sbigottivano
    poich  prendevano  qualche  cosa   di   non   umano,   qualche   cosa
    d'indefinibilmente strano e affascinante. Non fu umile e sommesso come
    nel  parco;  non  mi  disse  le sue speranze timide e scorate,  le sue
    aspirazioni quasi mistiche,  le sue tristezze incurabili;  non  preg,
    non implor.  Egli aveva la voce della passione,  audace e forte;  una
    voce ch'io non gli conosceva.
    - Voi mi amate, voi mi amate; voi NON POTETE NON AMARMI! Ditemi che mi
    amate!
    Il suo cavallo camminava rasente al mio.  Ed  io  mi  sentivo  da  lui
    sfiorare;  e  credevo  anche  di  sentire  su la guancia il suo alito,
    l'ardore delle sue parole;  e credevo di  venir  meno  per  il  grande
    orgasmo e di cadergli fra le braccia.
    - Ditemi che mi amate!  - egli ripeteva, ostinatamente, senza piet. -
    Ditemi che mi amate!
    Nella terribile esasperazione datami dalla  sua  voce  incalzante,  io
    credo  che dissi,  non so se con un grido o con un singulto,  fuori di
    me:
    - Vi amo, vi amo, vi amo!
    E spinsi il cavallo di carriera per  la  via  appena  tracciata  nella
    densit de' tronchi, non sapendo che facessi.
    Egli mi seguiva gridandomi:
    - Maria, Maria, fermatevi! Vi farete male...
    Non mi fermai; non so come il mio cavallo evit i tronchi; non so come
    non  caddi.  Io non so ridire l'impressione che mi dava nella corsa la
    foresta cupa interrotta dalle larghe  macchie  lucenti  degli  stagni.
    Quando infine uscii su la strada,  alla parte opposta, presso il ponte
    del Convito, mi sembr escire da un'allucinazione.
    Egli mi disse, con un po' di violenza:
    - Volevate uccidervi?
    Udimmo il romore della carrozza avvicinarsi; e movemmo incontro.
    Egli voleva ancora parlarmi.
    - Tacete,  vi prego;  per piet!  - implorai,  poich sentivo che  non
    avrei potuto regger pi oltre.
    Egli tacque. Poi, con una sicurezza che mi stup, disse a Francesca:
    - Peccato che tu non sia venuta! Era un incanto...
    E seguit a parlare,  francamente,  semplicemente, come se nulla fosse
    accaduto;  anzi con una certa  gaiezza.  E  io  gli  ero  grata  della
    dissimulazione che pareva mi salvasse,  poich certo, se avessi dovuto
    io parlare,  mi sarei tradita;  e il silenzio d'ambedue sarebbe  stato
    forse per Francesca sospetto.
    Incominci,  dopo  qualche  tempo,  la salita verso Schifanoja.  Nella
    sera,  che immensa malinconia!  Il primo quarto della luna brillava in
    un ciel delicato,  un po' verde,  ove i miei occhi, forse i miei occhi
    soltanto, vedevano ancora una lieve apparenza di roseo,  del roseo che
    illuminava gli stagni, l gi, nella foresta.

    5 ottobre.  - Egli ora sa che io l'amo;  lo sa dalla mia bocca. Io non
    ho pi scampo che nella fuga. Ecco, dove son giunta.
    Quando mi guarda,  ha in fondo agli occhi un luccicore  singolare  che
    prima non aveva. Oggi, in un minuto in cui Francesca non era presente,
    mi  ha  presa la mano facendo l'atto di baciarmela.  Io son riuscita a
    ritrarla; ed ho visto le sue labbra agitate da un piccolo tremito;  ho
    sorpreso  su  le sue labbra,  in un attimo,  quasi direi la figura del
    bacio non iscoccato, un'attitudine che m' rimasta nella memoria e non
    mi va pi via, non mi va pi via!

    6 ottobre. - Il 25 di settembre, sul sedile di marmo,  nel bosco degli
    lbatri,  egli mi disse: - Io so che voi non mi amate e che NON POTETE
    AMARMI.  - E il 3 di ottobre: - Voi mi amate,  voi mi amate,  voi  NON
    POTETE NON AMARMI.
    *
    In  presenza di Francesca,  m'ha chiesto se gli permettevo di fare uno
    studio delle mie mani. Ho consentito. Incomincer oggi.
    E io sono trepidante e ansiosa,  come se dovessi prestar le mie mani a
    una tortura sconosciuta.

    Notte. - E' incominciata la lenta, soave, indefinibile tortura.
    Disegnava  a  matita  nera  e  a matita sanguigna.  La mia mano destra
    posava sopra un pezzo di velluto.  Sul tavolo  era  un  vaso  coreano,
    giallastro  e  maculato  come la pelle d'un pitone;  e nel vaso era un
    mazzo d'orchidee,  di quei fiori grotteschi e multiformi  che  son  la
    ricercata curiosit di Francesca.  Talune,  verdi, di quel verde, dir
    cos,  animale che hanno certe locuste,  pendevano in forma di piccole
    urne etrusche,  con il coperchio un po' sollevato.  Altre portavano in
    cima a uno stelo d'argento un fiore a cinque petali con  in  mezzo  un
    calicetto,  giallo  di  dentro e bianco di fuori.  Altre portavano una
    piccola ampolla violacea e ai lati dell'ampolla due lunghi  filamenti;
    e  facevano  pensare  a  un  qualche minuscolo re delle favole,  assai
    gozzuto,  con la barba divisa in due  trecce  alla  foggia  orientale.
    Altre  infine  portavano  una  quantit  di  fiori  gialli,  simili ad
    angelette in veste lunga librate a volo con  le  braccia  alte  e  con
    l'aureola dietro il capo.
    Io  le  guardava,  quando  mi  pareva  di  non  poter pi sostenere il
    supplizio;  e  le  loro  forme  rare  mi  occupavano  un  istante,  mi
    suscitavano  un  ricordo  fuggevole de' paesi originali,  mi mettevano
    nello spirito non so che momentaneo smarrimento. Egli disegnava, senza
    parlare;  i suoi occhi andavano di continuo dalle carte alle mie mani;
    poi,  due  o  tre  volte,  si sono rivolti al vaso.  A un certo punto,
    levandosi egli ha detto:
    - Perdonatemi.
    E ha preso il vaso e l'ha portato lontano, sopra un altro tavolo;  non
    so perch.
    Allora s' messo a disegnare con maggior franchezza,  come liberato da
    un fastidio.
    Io non so dire quel che i suoi occhi mi facevano provare. Mi pareva di
    non offrire alla sua indagine una mano nuda,  s bene una  parte  nuda
    dell'anima;  e  ch'egli me la penetrasse con lo sguardo sino al fondo,
    scoprendone tutti i pi riposti segreti.  Non mai io aveva avuto della
    mia  mano  un  tal  sentimento;  non  mai m'era parsa cos viva,  cos
    espressiva,  cos intimamente legata al  mio  cuore,  cos  dipendente
    dalla  mia  interna  esistenza,  cos  rivelatrice.  Me  l'agitava una
    vibrazione  impercettibile  ma  continua,   sotto  l'influenza   dello
    sguardo;  e  la  vibrazione  si  propagava  insino  all'intimo del mio
    essere. Talvolta il fremito diveniva pi forte e visibile;  e,  s'egli
    guardava  con  troppa  intensit,  mi  prendeva  un  moto istintivo di
    ritrarla; e talvolta il moto era di pudore.
    Talvolta egli rimaneva lungamente fiso,  senza disegnare;  ed io avevo
    l'impressione che egli bevesse per le pupille qualche cosa di me o che
    mi  accarezzasse  con  una  carezza pi molle del velluto sul quale si
    posava la mia mano. Di tratto in tratto, mentre stava chino sul foglio
    ad infondere forse nella linea quel ch'egli aveva  da  me  bevuto,  un
    sorriso  lievissimo gli passava su la bocca,  ma cos lieve che appena
    io poteva coglierlo.  E quel sorriso,  non so perch,  mi dava a sommo
    del petto un tremolio di piacere.  Ancora,  due o tre volte, ho veduto
    riapparire su la sua bocca la figura del bacio.
    Di tratto in tratto,  la curiosit  mi  vinceva;  e  io  domandavo:  -
    Ebbene?
    Francesca stava seduta al pianoforte,  con le spalle rivolte a noi;  e
    toccava i tasti cercando di ricordarsi la "Gavotta" di  Luigi  Rameau,
    la  "Gavotta  delle  dame  gialle",  quella  che ho tanto sonata e che
    rimarr come la memoria musicale della mia villeggiatura a Schifanoja.
    Smorzava  le  note  col  pedale;   e  s'interrompeva  spesso.   E   le
    interruzioni dell'aria a me familiare e delle cadenze,  che l'orecchio
    compiva precorrendo, erano per me un'altra inquietudine.
    D'improvviso,  ella ha battuto forte  un  tasto,  ripetutamente,  come
    sotto  l'urto  di un'impazienza nervosa;  e s' levata,  ed e andata a
    chinarsi sul disegno.
    L'ho guardata. Ho compreso.
    Mancava ancora quest'amarezza.  Dio mi riserbava all'ultimo  la  prova
    pi crudele. Sia fatta la sua volont.

    7  ottobre.  - Io non ho che un solo pensiero,  un solo desiderio,  un
    solo proposito: partire, partire, partire.
    Sono all'estremo delle forze.  Io languo,  io muoio del mio  amore;  e
    l'inaspettata  rivelazione  moltiplica  le mie mortali tristezze.  Che
    pensa ella di me? Che crede? Ella dunque lo ama? E da quando?  Ed egli
    lo sa? O non ne ha pure un sospetto?...
    Mio Dio, mio Dio! La ragione mi si smarrisce, le forze mi abbandonano;
    il  senso  della realit mi sfugge.  A intervalli il mio dolore ha una
    pausa,  simile alle pause degli uragani quando le furie degli elementi
    si  equilibrano  in una terribile immobilit per irrompere poi con pi
    violenza.  Io rimango in una specie  di  stupefazione,  con  la  testa
    pesante,  con  le  membra  stanche  e rotte come se qualcuno mi avesse
    battuta;  e mentre il dolore si raccoglie per darmi un nuovo  assalto,
    io non riesco a raccogliere la mia volont.
    Che pensa ella di me? Che pensa? Che crede?
    Esser  disconosciuta da lei,  dalla mia amica migliore,  da quella che
    m' pi cara,  da quella a cui il mio cuore fu sempre  aperto!  E'  la
    suprema  amarezza;    la  prova pi crudele riserbata da Dio a chi ha
    fatto del sacrificio la legge della sua vita.
    Bisogna che io le parli,  prima di  partire.  Bisogna  ch'ella  sappia
    tutto da me, ch'io sappia tutto da lei. Questo  il dovere.

    Notte.  -  Ella,  verso  le  cinque,  m'ha proposto una passeggiata in
    carrozza per la via di Rovigliano. Siamo andate sole,  in una carrozza
    scoperta.  Io  pensava,  tremando:  - Ora le parler.  - Ma il tremito
    interno mi  toglieva  ogni  coraggio.  Aspettava  ella  forse  che  io
    parlassi? Non so.
    Siamo  rimaste a lungo taciturne,  ascoltando il trotto eguale de' due
    cavalli, guardando gli alberi e le siepi che limitavano la via.
    Di tratto in tratto,  con una frase breve o  con  un  cenno,  ella  mi
    faceva notare una particolarit del paese autunnale.
    Tutto l'umano incanto dell'Autunno si diffondeva in quell'ora. I raggi
    obliqui  del  vespro  accendevano  per la collina la sorda e armoniosa
    ricchezza dei fogliami prossimi a  morire.  Pel  soffio  costante  del
    greco  nella  nuova  luna,  un'agonia  precoce prende gli alberi delle
    terre litoranee. L'oro, l'ambra, il croco, il giallo di solfo, l'ocra,
    l'arancio, il bistro, il rame, il verderame, l'amaranto,  il paonazzo,
    la  porpora,  le tinte pi disfatte,  le gradazioni pi violente e pi
    delicate si mescolavano in un accordo profondo che nessuna melodia  di
    primavera passer mai di dolcezza.
    Indicandomi  un  gruppo  di  robinie,  ella  ha detto: - Guarda se non
    sembrano fiorite!
    Gi secche,  biancheggiavano d'un bianco un  po'  roseo,  come  grandi
    mandorli  di  marzo,  contro  il  cielo  turchino  che gi pendeva nel
    cinerino.
    Dopo un intervallo di silenzio, ho detto io,  per cominciare: - Manuel
    verr, certo, sabato. Aspetto per domani il suo telegramma. E domenica
    partiremo,  col treno della mattina.  Tu sei stata tanto buona con me,
    in questi giorni; io ti son tanto grata...
    La voce mi tremava,  un poco;  una immensa tenerezza  mi  gonfiava  il
    cuore.  Ella  m'ha  presa  la  mano  e  l'ha  tenuta nella sua,  senza
    parlarmi,  senza  guardarmi.   E  siamo  rimaste  a  lungo  taciturne,
    tenendoci per mano.
    Ella m'ha chiesto: - Quanto tempo ti tratterrai da tua madre?
    Io le ho risposto: - Sino alla fin dell'anno, spero; e forse pi.
    - Tanto tempo?
    Di nuovo, abbiamo taciuto. Sentivo gi che non avrei avuto il coraggio
    di affrontare la spiegazione;  ed anche sentivo ch'era men necessaria,
    ora.  Mi pareva ch'ella ora  mi  si  riavvicinasse,  m'intendesse,  mi
    riconoscesse,  diventasse  la  mia  sorella  buona.  La  mia tristezza
    attraeva la sua tristezza, come la luna attrae le acque del mare.
    - Ascolta - ella ha detto;  poich veniva un canto di donne del paese,
    un canto largo, spiegato, religioso, come un canto gregoriano.
    Pi oltre abbiam visto le cantatrici. Escivano da un campo di girasoli
    secchi,  camminando  in fila,  come una teoria sacra.  E i girasoli in
    cima ai lunghi steli sulfurei senza foglie portavano i  larghi  dischi
    non  coronati  di petali n carichi di semi,  ma somiglianti nella lor
    nudit ad emblemi liturgici, a pallidi ostensorii d'oro.
    La mia commozione  cresciuta.  Il canto dietro di  noi  si  dileguava
    nella  sera.  Abbiamo  attraversato  Rovigliano  dove  gi  i  lumi si
    accendevano; poi siam di nuovo uscite nella strada maestra.
    Dietro di noi si dileguava il suono  delle  campane.  Un  vento  umido
    correva  nelle  cime  degli  alberi  che mettevano su la strada bianca
    un'ombra azzurrognola e nell'aria un'ombra direi quasi liquida come in
    un'acqua.
    - Non hai freddo?  - ella m'ha chiesto;  e ha ordinato  al  lacch  di
    spiegare un "plaid" e al cocchiere di voltare i cavalli pel ritorno.
    Nel campanile di Rovigliano una campana rintoccava ancora,  con larghi
    rintocchi,  come per una solennit religiosa;  e pareva propagare  nel
    vento  con  l'onda  del  suono  un'onda  di  gelo.  Per  un sentimento
    concorde,  noi ci siamo strette l'una  contro  l'altra,  tirandoci  la
    coperta  su  i  ginocchi,  comunicandoci  il  brivido a vicenda.  E la
    carrozza entrava nel borgo, al passo.
    - Che sar quella campana?  - ella ha mormorato,  con una voce che non
    pareva pi la sua.
    Ho risposto: - Se non m'inganno, esce il Viatico...
    Pi oltre, infatti, abbiamo visto il prete entrare in una porta mentre
    un  chierico  teneva  sollevato  l'ombrello  e  due  altri tenevano le
    lanterne accese, diritti contro gli stipiti,  su la soglia.  In quella
    casa  una sola finestra era illuminata,  la finestra del cristiano che
    agonizzava  aspettando  l'Olio  Santo.   Ombre  tenui  apparivano  sul
    chiarore;  si  disegnava  lievissimamente  su  quel rettangolo di luce
    gialla tutto il dramma silenzioso che si muove intorno a chi  sta  per
    entrare nella morte.
    Uno  de'  due  servi  ha  chiesto  a  bassa  voce,  chinandosi un poco
    dall'alto: - Chi muore?  - L'interrogato ha risposto un nome di donna,
    nel suo dialetto.
    E io avrei voluto attenuare il romor delle ruote su i ciottoli,  avrei
    voluto rendere tacito il nostro passaggio in  quel  luogo  ov'era  per
    passare  il soffio d'uno spirito.  Francesca,  certo,  aveva lo stesso
    sentimento.
    La carrozza ha raggiunta  la  strada  di  Schifanoja,  riprendendo  il
    trotto.  La  luna,  cerchiata di aloni,  splendeva come un opale in un
    latte diafano.  Una catena di nuvole sorgeva dal mare e si svolgeva  a
    poco  a poco in forma di globi,  come un fumo volubile.  Il mare mosso
    copriva col suo rombo tutti gli altri romori. Non mai, penso,  una pi
    grave tristezza strinse due anime.
    Io  ho  sentito  su  le mie gote fredde un tepore,  e mi son rivolta a
    Francesca  per  vedere  s'ella  si  fosse  accorta  che  piangevo.  Ho
    incontrati  i suoi occhi pieni di pianto.  E siam rimaste mute,  l'una
    accanto all'altra, con la bocca serrata, stringendoci le mani, sapendo
    di piangere per lui;  e le  lacrime  scendevano  a  goccia  a  goccia,
    silenziosamente.
    In vicinanza di Schifanoja, io ho asciugate le mie; ella, le sue.
    Ciascuna nascondeva la propria debolezza.
    Egli era,  con Delfina,  con Muriella e con Ferdinando,  ad attenderci
    nell'atrio.  Perch ho provato in fondo al cuore,  verso  di  lui,  un
    senso vago di diffidenza, come se un istinto mi avvertisse d'un oscuro
    danno?  Quali  dolori  mi riserba l'avvenire?  Potr io sottrarmi alla
    passione che m'attira abbacinandomi? Pure,  quanto bene mi hanno fatto
    quelle  poche  lacrime!  Mi  sento  meno  oppressa,  meno riarsa,  pi
    fidente.  E provo una tenerezza indicibile nel  ripetere  da  me  sola
    l'Ultima  Passeggiata,  mentre  Delfina  dorme felice di tutti i folli
    baci che le ho dati nella faccia  e  mentre  sorridono  su'  vetri  le
    malinconie della luna che dianzi mi ha vista piangere.

    8 ottobre. - Questa notte ho dormito? Ho vegliato? Io non so dirlo.
    Oscuramente, a traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano
    terribili  pensieri,  imagini di dolore insostenibili;  e il mio cuore
    aveva urti e sussulti improvvisi,  e io mi  ritrovava  con  gli  occhi
    aperti  nelle  tenebre,  senza  sapere se uscivo da un sogno o se fino
    allora ero stata desta a pensare e a imaginare.  E  questa  specie  di
    dubbio  dormiveglia,   assai  pi  torturante  dell'insonnio,  durava,
    durava, durava.
    Nondimeno,  quando ho udita la voce matutina di mia figlia  chiamarmi,
    non ho risposto;  ho finto di dormire profondamente,  per non levarmi,
    per rimanere ancora l,  per temporeggiare,  per allontanare ancora un
    poco da me l'inesorabile certezza delle realit necessarie. Le torture
    del  pensiero  e  dell'imaginazione mi parevano pur sempre men crudeli
    delle torture imprevedibili che in questi due ultimi giorni mi prepara
    la vita.
    Dopo poco, Delfina  venuta in punta di piedi, trattenendo il respiro,
    a guardarmi;  e ha detto a Dorothy,  con una voce mossa da un  gentile
    tremito: - Come dorme! Non la svegliamo.

    Notte.  -  Mi  pare  di  non aver pi una goccia di sangue nelle vene.
    Mentre salivo le scale mi pareva che,  ad ogni sforzo per superare  un
    gradino,  il  sangue  e la vita mi fuggissero da tutte le vene aperte.
    Sono debole come una morente...
    Coraggio,  coraggio!  ancora  poche  ore  rimangono;  Manuel  giunger
    domattina; partiremo domenica; luned saremo da mia madre.
    Ho  reso,  dianzi,  a  lui due o tre libri che mi aveva prestati.  Nel
    libro di Percy Shelley, alla fine d'una strofa, ho inciso con l'unghia
    due versi e ho messo un segnale visibile alla pagina. I versi dicono:

    And forget me, for I can never
    Be thine!

    E dimenticami, perch io non posso mai esser tua!

    9 ottobre, notte.  - Tutto il giorno,  tutto il giorno egli ha cercato
    un momento per parlarmi.  La sua sofferenza era manifesta.  E tutto il
    giorno io ho cercato  di  sfuggirgli,  perch  egli  non  mi  gittasse
    nell'anima  altri  semi  di  dolore,  di desiderio,  di rimpianto,  di
    rimorso. Ho vinto; sono stata forte ed eroica. Vi ringrazio, mio Dio!
    Questa  l'ultima notte. Domattina partiremo. Tutto sar finito.
    Tutto sar  finito?  Una  voce  mi  parla,  nel  profondo;  e  io  non
    comprendo,  ma  so  che  mi  parla di sciagure lontane,  ignote eppure
    inevitabili, misteriose eppure inesecrabili come la morte.  L'avvenire
      lugubre,  come  un  campo  pieno  di fosse gi scavate e pronte per
    ricevere cadaveri;  e sul campo qua e l ardono pallidi  fanali  ch'io
    appena  scorgo;  e  non  so  se ardano per attrarmi nel pericolo o per
    mostrarmi una via di salvezza.
    Ho riletto il Giornale, attentamente, lentamente, dal 15 di settembre,
    dal giorno ch'io giunsi.  Quanta differenza da quella  prima  notte  a
    quest'ultima!
    Io  scriveva:  Mi  sveglier  in  una  casa  amica,   nella  cordiale
    ospitalit di Francesca, in questa Schifanoja che ha rose cos belle e
    cipressi cos grandi;  e mi sveglier  avendo  innanzi  a  me  qualche
    settimana di pace,  venti giorni d'esistenza spirituale, forse pi...
    Ahime', dov' andata la pace? E le rose, cos belle, perch sono state
    anche cos perfide?  Troppo,  forse,  ho aperto il cuore  ai  profumi,
    incominciando da quella notte,  su la loggia,  mentre Delfina dormiva.
    Ora la luna d'ottobre allaga il cielo; e io vedo a traverso i vetri le
    punte dei cipressi,  nere e immutabili,  che in quella notte toccavano
    le stelle.
    Una  sola  frase  di  quel  preludio  io posso ripetere in questa fine
    trista.  Tanti capelli nel mio capo,  tante spighe di dolore nel  mio
    destino.  Le spighe si moltiplicano,  s'inalzano,  ondeggiano come un
    mare;  e non  anche estratto dalle miniere il ferro  per  foggiar  la
    falce.
    Io parto.  Che accadr di lui,  quando io sar lontana? Che accadr di
    Francesca?
    Il mutamento di Francesca  pur sempre incomprensibile, inesplicabile;
     un enigma che mi tortura e mi confonde. Ella lo ama! E DA QUANDO? Ed
    egli lo sa?
    Anima mia, confessa la nuova miseria.  Un'altra infezione ti avvelena.
    Tu sei gelosa.
    Ma  io son preparata ad ogni pi atroce sofferenza;  io so il martirio
    che mi aspetta; io so che i supplizi di questi giorni non son nulla al
    confronto dei supplizi prossimi,  della terribile croce a cui  i  miei
    pensieri  legheranno  l'anima  mia  per  divorarla.  Io son preparata.
    Chiedo soltanto una tregua, o Signore, una breve tregua per le ore che
    rimangono. Avr bisogno di tutta la mia forza, domani.
    Come stranamente,  nelle  diverse  vicende  della  vita,  talvolta  le
    circostanze esterne si rassomigliano,  si riscontrano!  Stasera, nella
    sala del vestibolo,  mi  pareva  d'esser  tornata  alla  sera  del  16
    settembre, quando cantai e sonai; quando egli incominci ad occuparmi.
    Anche  stasera  io  sedeva  al  pianoforte;  e  la  stessa  luce  cupa
    illuminava la sala  e  nella  stanza  attigua  Manuel  e  il  marchese
    giocavano;  ed  ho  sonato la "Gavotta delle dame gialle",  quella che
    piace tanto a Francesca,  quella che il  16  settembre  udii  ripetere
    mentre vegliavo nelle prime vaghe inquietudini notturne.
    Certe dame biondette,  non pi giovini ma appena escite di giovinezza,
    vestite d'una smorta seta color d'un crisantemo giallo, la danzano con
    cavalieri adolescenti,  vestiti di roseo,  un po' svogliati;  i  quali
    portano  nel  cuore l'imagine d'altre donne pi belle,  la fiamma d'un
    nuovo desio.  E la danzano in una sala troppo vasta,  che ha tutte  le
    pareti  coperte  di specchi;  la danzano sopra un pavimento intarsiato
    d'amaranto e di cedro,  sotto un gran lampadario di cristallo dove  le
    candele stanno per consumarsi e non si consumano mai.  E le dame hanno
    nelle bocche un poco appassite un sorriso tenue ma inestinguibile; e i
    cavalieri hanno negli occhi un tedio infinito.  E un oriuolo a pendolo
    segna  sempre un'ora;  e gli specchi ripetono ripetono ripetono sempre
    le stesse attitudini;  e la "Gavotta"  continua,  continua,  continua,
    sempre dolce, sempre piana, sempre eguale, eternamente, come una pena.
    Quella malinconia m'attira.
    Non  so  perch,  la  mia  anima tende a quella forma di supplizio;  
    sedotta dalla perpetuit d'un dolore unico,  dalla  uniformit,  dalla
    monotonia.  Accetterebbe  volentieri  per  tutta  la vita una gravezza
    enorme,  ma definita e  immutabile,  invece  della  mutabilit,  delle
    imprevedibili  vicende,  delle imprevedibili alternative.  Pur essendo
    abituata alla sofferenza,  ha paura dell'incerto,  teme  le  sorprese,
    teme  gli urti improvvisi.  Senza esitare un istante,  in questa notte
    accetterebbe qualunque pi grave condanna di dolore a  patto  d'essere
    assicurata contro gli ignoti agguati dell'avvenire.
    Mio Dio,  mio Dio,  da che mi viene una paura cos cieca? Assicuratemi
    voi! Metto la mia anima nelle vostre mani.
    E ora basta questo tristo vaneggiare che pur troppo addensa l'angoscia
    invece di alleviarla.  Ma io so gi che non potr chiudere  gli  occhi
    sebbene mi dolgano.
    Egli,  certo,  non dorme.  Quando io sono venuta su,  egli,  invitato,
    stava per prendere il posto del marchese  al  tavolo  del  giuoco,  di
    fronte  a  mio  marito.  Giocano  ancora?  Forse  egli pensa e soffre,
    giocando. Quali saranno i suoi pensieri? Quale sar la sua sofferenza?
    Non ho sonno,  non ho sonno.  Vado su  la  loggia.  Voglio  sapere  se
    giocano ancora;  o s'egli  tornato nelle sue stanze.  Le sue finestre
    sono all'angolo, nel secondo piano.
    *
    La notte  lucida e umida.  La sala del giuoco  illuminata;  e io son
    rimasta  l,  su  la  loggia,  lungamente,  a guardare in gi verso il
    chiarore che si rifletteva contro un cipresso mescendosi  al  chiarore
    della luna.  Tremo tutta. Io non so ridire l'impressione quasi tragica
    che mi fanno quelle finestre illuminate,  dietro le quali i due uomini
    giocano,  l'uno  di  fronte  all'altro,  nel gran silenzio della notte
    appena interrotto dai singhiozzi spenti dal mare.  E giocheranno forse
    fino  all'alba,  s'egli  vorr compiacere la terribile passione di mio
    marito. Saremo in tre a vegliare fino all'alba,  senza requie,  per la
    passione.
    Ma  che  pensa egli?  Qual  la sua tortura?  Io non so che darei,  in
    questo momento, per poterlo vedere,  per poter restare fino all'alba a
    guardarlo,  anche  a  traverso  i  vetri,  nell'umidit  della  notte,
    tremando come tremo.  I pensieri pi folli mi  balenano  dentro  e  mi
    abbagliano,  rapidi, confusi; ho come un principio di cattiva ebrezza;
    provo come una instigazione  sorda  a  far  qualche  cosa  d'audace  e
    d'irreparabile;  sento come il fascino della perdizione. Mi toglierei,
    sento,  dal cuore questo peso enorme,  mi toglierei dalla gola  questo
    nodo che mi soffoca,  se ora,  nella notte, nel silenzio, con tutte le
    forze dell'anima io mi mettessi a gridare che l'amo,  che  l'amo,  che
    l'amo."
    ...



    Libro terzo.

    1.
    Alla  partenza  dei  Ferres  segu dopo pochi giorni la partenza degli
    Ateleta e dello Sperelli per Roma. Donna Francesca volle abbreviare la
    sua villeggiatura a Schifanoja, contro il solito.
    Andrea,  dopo una breve sosta a Napoli,  giunse a Roma il 24  ottobre,
    una   domenica,   con  la  prima  gran  pioggia  mattutina  d'autunno.
    Rientrando nel suo appartamento della casa  Zuccari,  nel  prezioso  e
    delizioso  buen retiro,  prov un piacere straordinario.  Gli parve di
    ritrovare in quelle stanze qualche parte di s,  qualche cosa che  gli
    mancava.  Il  luogo  non  era quasi in nulla mutato.  Tutto,  intorno,
    conservava ancora, per lui, quella inesprimibile apparenza di vita che
    acquistano gli oggetti materiali tra mezzo a cui l'uomo ha  lungamente
    amato, sognato, goduto e sofferto. La vecchia Jenny e Terenzio avevano
    preso  cura  delle  minime particolarit;  Stephen aveva preparato con
    alta squisitezza il comfort pel ritorno del signore.
    Pioveva.  Per qualche tempo,  egli rimase con la fronte contro i vetri
    della  finestra a guardare la sua Roma,  la grande citt diletta,  che
    appariva  in  fondo  cinerea  e  qua  e  l  argentea  tra  le  rapide
    alternative della pioggia spinta e respinta dal capriccio del vento in
    un'atmosfera tutta egualmente grigia,  ove ad intervalli si diffondeva
    un chiarore,  sbito dopo spegnendosi,  come un sorridere  fugace.  La
    piazza della Trinit de' Monti era deserta,  contemplata dall'obelisco
    solitario.  Gli alberi del viale lungo il muro che congiunge la chiesa
    alla Villa Medici,  si agitavano gi seminudi, nerastri e rossastri al
    vento e alla pioggia.  II Pincio ancora verdeggiava,  come un'isola in
    un lago nebbioso.
    Egli,  guardando,  non  aveva  un  pensiero  determinato ma un confuso
    viluppo di pensieri; e gli occupava l'anima un sentimento soverchiante
    ogni altro: il pieno e vivace risveglio  del  suo  vecchio  amore  per
    Roma, per la dolcissima Roma, per l'immensa augusta unica Roma, per la
    citt  delle citt,  per quella ch' sempre giovine e sempre novella e
    sempre misteriosa, come il mare.
    Pioveva, pioveva.  Sul Monte Mario il cielo si oscurava,  le nuvole si
    addensavano,  diventavano d'un color ceruleo cupo d'acqua raccolta, si
    dilatavano verso il Gianicolo, si abbassavano sul Vaticano.  La cupola
    di San Pietro toccava con la sommit quella enorme adunazione e pareva
    sostenerla,   simile   a  una  gigantesca  pila  di  piombo.   Tra  le
    innumerevoli righe oblique dell'acqua si avanzava piano un  vapore,  a
    similitudine  d'un  velo  tenuissimo  che  passasse  a  traverso corde
    d'acciaio tese e continuamente vibranti.  La monotonia del croscio non
    era interrotta da alcun altro strepito pi vivo.
    - Che ora ? - chiese egli a Stephen, volgendosi.
    Erano le nove, circa. Egli si sentiva un po' stanco. Pens di mettersi
    a dormire.  Poi,  anche, pens di non veder nessuno, nella giornata, e
    di passar la sera a casa in raccoglimento.  Ricominciava  per  lui  la
    vita di citt,  la vita mondana. Egli voleva, prima di riprendere quel
    vecchio esercizio,  darsi a una piccola meditazione e  a  una  piccola
    preparazione,  stabilire  una  regola,  discutere  seco  medesimo qual
    dovesse essere la condotta futura.
    Ordin a Stephen:
    - Se viene qualcuno a chiedere di me,  ditegli  che  non  sono  ancora
    tornato.  Avvisate il portiere.  Avvisate James che non ho pi bisogno
    di lui oggi ma che venga a prendere gli  ordini  questa  sera.  Fatemi
    preparare  la colazione per le tre,  leggerissima,  e il pranzo per le
    nove. Niente altro.
    S'addorment quasi sbito.  Alle due,  il domestico lo svegli;  e gli
    annunzio  che  prima  di  mezzogiorno  era  venuto il duca di Grimiti,
    avendo saputo dalla marchesa d'Ateleta il ritorno.
    - Ebbene?
    - Il signor duca ha lasciato detto che sarebbe tornato di sera.
    - Piove ancora? Aprite interamente gli scuri.
    Non pioveva pi. Il cielo s'era rischiarato.  Una zona di sole pallido
    entr  nella  stanza,  diffondendosi  su  l'arazzo  della "Vergine col
    bambino Ges e Stefano Sperelli",  su l'antico arazzo che Giusto port
    di  Fiandra  nel  1508.  E gli occhi di Andrea vagarono per le pareti,
    lentamente,  riguardando le tappezzerie fini,  le tinte armoniose,  le
    figure pie ch'erano state testimoni di tanti piaceri e avevano sorriso
    ai  lieti  risvegli  ed  anche  avevan  reso men tristi le vigilie del
    ferito.  Tutte quelle cose note ed amate parevano  dargli  un  saluto.
    Egli le riguardava con un diletto singolare.  L'imagine di Donna Maria
    gli sorse nello spirito.
    Si sollev un poco su i guanciali,  accese una sigaretta,  e si mise a
    seguire il corso dei pensieri, con una specie di volutt. Un benessere
    insolito  gli  occupava  le  membra,  e  lo  spirito era in una felice
    disposizione.  Egli mesceva le sue fantasie alle  onde  del  fumo,  in
    quella  luce temperata ove i colori e le forme prendevano una vaghezza
    pi blanda.
    Spontaneamente,  i suoi pensieri non risalivano verso i giorni  scorsi
    ma  andavano  all'avvenire.  - Egli avrebbe riveduta Donna Maria,  fra
    due, fra tre mesi, chi sa? forse anche assai prima;  ed avrebbe allora
    riallacciato  quell'amore che chiudeva per lui tante oscure promesse e
    tante segrete attrazioni.  Sarebbe stato il vero "secondo amore",  con
    la  profondit e la dolcezza e la tristezza d'un secondo amore.  Donna
    Maria Ferres pareva essere, per un uomo d'intelletto, l'Amante Ideale,
    l'"Amie avec des hanches",  secondo l'espressione di Carlo Baudelaire,
    la  "Consolatrix"  unica,   quella  che  conforta  e  perdona  sapendo
    perdonare.  Certo,  segnando nel  libro  dello  Shelley  i  due  versi
    dolenti,  ella  aveva  dovuto  in  cuor suo ripetere altre parole;  e,
    leggendo tutto intero il poema,  aveva dovuto piangere  come  la  Dama
    magnetica  e  pensar  lungamente  alla  pietosa cura,  alla miracolosa
    guarigione. "I can NEVER be thine"! Perch MAI?  Con troppa angoscia
    di passione,  quel giorno, nel bosco di Vicomle, ella aveva risposto:
    - Vi amo, vi amo, vi amo!
    Egli ancora udiva la voce di lei,  l'indimenticabile  voce.  Ed  Elena
    Muti  gli  entr  n pensieri,  si avvicin all'altra,  si confuse con
    l'altra, evocata da quella voce;  e a poco a poco gli volse i pensieri
    ad  imagini  di  volutt.  Il  letto dov'egli riposava e tutte le cose
    intorno, testimoni e complici delle ebrezze antiche, a poco a poco gli
    andavano  suggerendo  imagini  di  volutt.  Curiosamente,  nella  sua
    imaginazione egli cominci a svestire la senese, ad involgerla del suo
    desiderio,  a  darle  attitudini  di  abbandono,  a  vedersela  tra le
    braccia, a goderla. Il possesso materiale di quella donna cos casta e
    cos pura gli parve il pi alto, il pi nuovo, il pi raro godimento a
    cui potesse egli giungere;  e quella stanza gli  parve  il  luogo  pi
    degno  ad accogliere quel godimento,  perch avrebbe reso pi acuto il
    singolar sapore di profanazione e di sacrilegio che il  segreto  atto,
    secondo lui, doveva avere.
    La  stanza  era  religiosa,  come una cappella.  V'erano riunite quasi
    tutte le stoffe ecclesiastiche da lui  possedute  e  quasi  tutti  gli
    arazzi  di  soggetto  sacro.  Il  letto sorgeva sopra un rialto di tre
    gradini,   all'ombra  d'un  baldacchino  di  velluto   controtagliato,
    veneziano,  del  secolo Sedicesimo,  con fondo di argento dorato e con
    ornamenti d'un color rosso sbiadito a rilievi d'oro riccio;  il  quale
    in antico doveva essere un paramento sacro,  poich il disegno portava
    inscrizioni latine e i frutti del Sacrifizio: l'uva e  le  spiche.  Un
    piccolo  arazzo  fiammingo,   finissimo,  intessuto  d'oro  di  Cipro,
    raffigurante un'Annunciazione, copriva la testa del letto.
    Altri arazzi,  con le armi gentilizie di  casa  Sperelli  nell'ornato,
    coprivano  le  pareti,  limitati  alla  parte  superiore  e alla parte
    inferiore da strisce in guisa di fregi su cui erano  ricamate  istorie
    della  vita  di  Maria  Vergine  e  gesta di martiri,  d'apostoli,  di
    profeti.  Un paliotto,  raffigurante la Parabola delle vergini sagge e
    delle   vergini  folli,   e  due  pezzi  di  pluviale  componevano  la
    tappezzeria del caminetto.  Alcuni preziosi mobili  di  sacrestia,  in
    legno  scolpito,  del  secolo Quindicesimo,  compivano il pio addobbo,
    insieme con alcune maioliche di Luca della  Robbia  e  con  seggioloni
    ricoperti   nella  spalliera  e  nel  piano  da  pezzi  di  dalmatiche
    raffiguranti i fatti della Creazione.  Da per tutto poi,  con un gusto
    pieno  d'ingegnosit,  erano  adoperate a uso di ornamento e di comodo
    altre  stoffe  liturgiche:  borse  da   calice,   borse   battesimali,
    copriclici,  pianete, manipoli, stole, stoloni, conopei. Su la tavola
    del caminetto,  come su la tavola di  un  altare,  splendeva  un  gran
    trittico  di Hans Memling,  una "Adorazione dei Magi",  mettendo nella
    stanza la radiosit d'un capolavoro.
    In certe iscrizioni tessute ricorreva il nome di Maria tra  le  parole
    della  Salutazione  Angelica;  e  in  pi  parti  la  gran sigla M era
    ripetuta; in una, era anzi a ricamo di perle e di granati.  - Entrando
    in  questo  luogo - pensava il delicato addobbatore - non creder ella
    d'entrare nella sua Gloria? - E si compiacque a lungo nell'imaginar la
    istoria profana in mezzo alle istorie sacre;  e ancora  una  volta  il
    senso  estetico  e  la  raffinatezza  della sensualit soverchiarono e
    falsarono in lui il sentimento schietto ed umano dell'amore.
    Stephen batt all'uscio, dicendo:
    - Mi permetto di avvertire il signor conte che son gi le tre.
    Andrea si lev; e pass nella camera ottagonale,  per abbigliarsi.  Il
    sole  entrava  a traverso le tendine di merletto,  facendo scintillare
    all'ingiro  le  mattonelle  arabo-ispane,   gli  innumerevoli  oggetti
    d'argento e di cristallo,  i bassi rilievi del sarcofago antico.  Quei
    luccicori varii  mettevano  nell'aria  una  mobile  gaiezza.  Egli  si
    sentiva  allegro,   perfettamente  guarito,   pieno  di  vitalit.  Il
    ritrovarsi nel suo "home" gli dava una  letizia  inesprimibile.  Tutto
    ci  ch'era in lui pi fatuo,  pi vano,  pi mondano,  si risvegliava
    all'improvviso.  Pareva che le cose  circonstanti  avessero  virt  di
    suscitare  in  lui  l'uomo  d'un  tempo.  La curiosit,  l'elasticit,
    l'ubiquit spirituali riapparivano.  Egli  gi  incominciava  ad  aver
    bisogno  di  espandersi,  di  rivedere amici,  di rivedere amiche,  di
    godere.  S'accorse d'aver  molto  appetito;  ordin  al  domestico  di
    servirgli la colazione.
    Egli pranzava di rado a casa;  ma, per le occasioni straordinarie, per
    qualche fino luncheon d'amore o  per  qualche  piccola  cena  galante,
    aveva  una  camera  ornata delle tappezzerie napolitane d'alto liccio,
    del secolo Diciottesimo,  che Carlo Sperelli ordin al reale arazziere
    romano  Pietro  Duranti  nel 1766,  su disegni di Girolamo Storace.  I
    sette pezzi  delle  pareti  rappresentavano,  con  una  certa  copiosa
    magnificenza alla Rubens, episodii d'amore bacchici; e le portiere, le
    sopraporte,  le soprafinestre rappresentavano frutta e fiori.  Gli ori
    pallidi e fulvi,  predominanti,  e le carni perlate e i cinabri e  gli
    azzurri cupi facevano un accordo morbido e nudrito.
    -  Quando  torner  il  duca di Grimiti - disse egli al domestico - lo
    farete entrare.
    Anche l il sole,  declinante verso Monte  Mario,  mandava  raggi.  Si
    udiva lo strepito delle carrozze su la piazza della Trinit de' Monti.
    Pareva  che,  dopo  la  pioggia,  si  fosse  diffusa  su Roma tutta la
    luminosa biondezza dell'ottobre romano.
    - Aprite le imposte - disse al domestico.
    E lo strepito  divenne  pi  forte;  entr  l'aria  tepida;  le  tende
    ondeggiarono appena.
    - Divina Roma!  - egli pens,  guardando il cielo tra le alte tende. E
    una curiosit irresistibile lo trasse alla finestra.
    Roma appariva d'un color d'ardesia molto  chiaro,  con  linee  un  po'
    indecise,  come  in  una  pittura dilavata,  sotto un cielo di Claudio
    Lorenese,  umido  e  fresco,   sparso  di  nuvole  diafane  in  gruppi
    nobilissimi,   che   davano   ai   liberi   intervalli   una   finezza
    indescrivibile,  come i fiori dnno al verde una grazia  nuova.  Nelle
    lontananze,  nelle  alture  estreme  l'ardesia  andavasi  cangiando in
    ametista.  Lunghe e sottili zone di vapori attraversavano  i  cipressi
    del Monte Mario, come capigliature fluenti in un pettine di bronzo.
    Prossimi,  i pini del Monte Pincio alzavano gli ombrelli dorati. Su la
    piazza l'obelisco di Pio Sesto pareva uno stelo d'gata. Tutte le cose
    prendevano un'apparenza pi ricca, a quella ricca luce autunnale.
    - Divina Roma!
    Egli non sapeva saziarsi dello spettacolo. Guard passare una torma di
    chierici rossi, di sotto alla chiesa;  poi,  la carrozza d'un prelato,
    nera,  con due cavalli neri dalle code prolisse;  poi, altre carrozze,
    scoperte,  che portavano signore e bimbi.  Riconobbe la principessa di
    Ferentino con Barbarella Viti;  poi, la contessa di Lcoli che guidava
    due "ponies" seguita dal suo cane danese.  Un soffio dell'antica  vita
    gli  pass  su  lo  spirito  e  lo  turb e gli diede un'agitazione di
    desiderii indeterminati.
    Si ritrasse e si rimise a tavola.  D'innanzi a lui il sole accendeva i
    cristalli  e accendeva su la parete una saltazione di satiri intorno a
    un Sileno.
    Il domestico annunzi:
    - Il signor duca con due altri signori.
    Ed  entrarono  il  duca  di  Grimiti,   Ludovico  Barbarisi  e  Giulio
    Musllaro,  mentre  Andrea  si levava per farsi loro incontro.  Tutt'e
    tre, l'un dopo l'altro, lo abbracciarono.
    - Giulio!  - esclam lo Sperelli,  rivedendo l'amico dopo due  anni  e
    pi. - Da quanto sei a Roma?
    -  Da  una  settimana.  Volevo  scriverti  da  Schifanoja,  ma  poi ho
    preferito aspettare che tu  tornassi.  Come  stai?  Ti  trovo  un  po'
    dimagrato,  ma  bene.  Soltanto  qui  a  Roma  ho saputo del tuo caso;
    altrimenti mi sarei partito dall'India per venirti  ad  assistere.  Ai
    primi di maggio,  mi trovavo in Padmavati, nel Bahar. Quante cose t'ho
    da raccontare!
    - E quante,  anch'io!  Si strinsero di nuovo  le  mani,  cordialmente.
    Andrea  pareva  lietissimo.  Questo Musllaro gli era caro sopra tutti
    gli altri amici,  per la sua nobile intelligenza,  per il suo  spirito
    acuto, per la finezza della sua cultura.
    - Ruggero, Ludovico, sedete. Giulio, siedi qui.
    Egli offerse le sigarette,  il t, i liquori. La conversazione si fece
    vivissima.  Ruggero Grimiti e il Barbarisi davano le notizie di  Roma,
    facevano  la  piccola cronaca.  Il fumo saliva nell'aria tingendosi ai
    raggi quasi orizzontali del sole; le tappezzerie s'armonizzavano in un
    color caldo e pastoso; l'aroma del t si mesceva all'odor del tabacco.
    - T'ho portato un sacco di t - disse il  Musllaro  allo  Sperelli  -
    assai migliore di quello che beveva il tuo famoso Kien-Lung.
    -  Ah,  ti  ricordi,  a Londra,  quando componevamo il t,  secondo la
    teoria poetica del grande Imperatore?
    - Sai - disse il Grimiti. - E' a Roma Clara Green, la bionda.  La vidi
    domenica per Villa Borghese.  Mi riconobbe,  mi salut, e fece fermare
    la carrozza.  Abita,  per ora,  all'Albergo  d'Europa,  in  piazza  di
    Spagna. E' ancora bella. Ti ricordi che passione ebbe per te e come ti
    perseguit,  quando  tu  eri innamorato della Landbrooke?  Sbito,  mi
    chiese le tue notizie prima delle mie...
    - La rivedr volentieri.  Ma si veste ancora di verde e si  mette  sul
    cappello i girasoli?
    - No,  no. Ha abbandonato l'esteticismo per sempre, a quanto pare. S'
    gettata  alle  piume.   Domenica,   portava  un  gran  cappello   alla
    Montpensier con una piuma favolosa.
    -  Quest'anno  -  disse  il  Barbarisi  -  abbiamo  una  straordinaria
    abbondanza di "demi-mondaines".  Ce ne sono tre o quattro  a  bastanza
    piacevoli.  Giulia  Arici  ha  un  bellissimo  corpo  e  le  estremit
    discretamente signorili. E' tornata anche la Silva, che ier l'altro il
    nostro amico Musllaro conquist con una pelle di pantera.  E' tornata
    Maria  Fortuna,  ma  in  rotta con Carlo de Souza che pel momento vien
    sostituito da Ruggero...
    - La stagione  gi dunque in fiore?
    - Quest'anno,   precoce come non mai,  per le  peccatrici  e  per  le
    impeccabili.
    - Quali delle impeccabili sono gi a Roma?
    - Quasi tutte: la Moceto,  la Viti,  le due Daddi,  la Micigliano,  la
    Miano, la Massa d'Albe, la Lcoli...
    - La Lcoli, l'ho veduta dianzi,  dalla finestra.  Guidava.  Ho veduta
    anche tua cugina con la Viti.
    - Mia cugina  qui fino a domani. Domani torner a Frascati. Mercoled
    dar  una festa in villa,  una specie di "garden party",  alla maniera
    della principessa di Sagan.  Non  prescritto il costume rigoroso,  ma
    tutte  le  dame  porteranno  cappelli  "Louis  Quinze" o "Directoire".
    Andremo.
    - Tu per ora non ti moverai da Roma;  vero?  - chiese il Grimiti allo
    Sperelli.
    -  Rimarr  sino  ai primissimi di novembre.  Poi andr in Francia per
    quindici giorni a rifornirmi di cavalli.  E torner qui,  verso la fin
    del mese.
    - A proposito,  Leonetto Lanza vende "Campomorto" - disse Ludovico.  -
    Tu  lo  conosci:    un  magnifico  animale,  e  gran  saltatore.   Ti
    converrebbe.
    - Per quanto?
    - Per quindicimila, credo.
    - Vedremo.
    - Leonetto  prossimo alle nozze.  Si  fidanzato, in questa estate, a
    Aix-les-Bains, con la Ginosa.
    - Mi dimenticavo di dirti - fece il Musllaro - che Galeazzo  Secnaro
    ti  saluta.  Siamo  tornati  insieme.  Se  ti  raccontassi le gesta di
    Galeazzo,  durante il viaggio!  Ora  a Palermo,  ma verr a  Roma  in
    gennaio.
    - Ti saluta anche Gino Bommnaco - aggiunse il Barbarisi.
    - Ah,  ah!  - esclam il duca,  ridendo.  - Andrea,  bisogna che tu ti
    faccia raccontare da Gino la sua avventura con Donna Giulia  Moceto...
    Tu sei al caso, io credo, di darci qualche spiegazione in proposito.
    Anche Ludovico si mise a ridere.
    -  So  -  disse  Giulio  Musllaro  -  che qui a Roma hai fatto stragi
    meravigliose. "Gratulor tibi"!
    - Ditemi, ditemi l'avventura - sollecitava Andrea, curiosamente.
    - Bisogna sentirla da Gino, per ridere.  Tu conosci la mimica di Gino.
    Bisogna   vedere  la  faccia  ch'egli  fa,   quando  arriva  al  punto
    culminante. E' un capolavoro!
    - La sentir anche da lui, - insisteva Andrea, punto dalla curiosit -
    ma accennami qualche cosa; ti prego.
    - Ecco,  in due parole - consent Ruggero Grimiti,  posando sul tavolo
    la  tazza,  e accingendosi a raccontar la storiella,  senza scrupoli e
    senza reticenze,  con quella  stupenda  facilit  con  cui  i  giovini
    gentiluomini  publicano  i  peccati delle loro e delle altrui dame.  -
    Nella primavera scorsa (non so se tu l'abbia  notato)  Gino  faceva  a
    Donna Giulia una corte ardentissima,  assai visibile. Alle Capannelle,
    la corte si mut in "flirtation" assai vivace.  Donna Giulia  era  sul
    punto  di  capitolare;  e  Gino,  al  solito,  era  tutto  in  fiamme.
    L'occasione si present. Giovanni Moceto part per Firenze,  a portare
    i suoi cavalli slombati sul "turf" delle Cascine.  Una sera,  una sera
    dei soliti mercoled,  anzi dell'ultimo mercoled,  Gino pens che  il
    gran  momento  era  giunto;  e  aspett  che  tutti  a uno a uno se ne
    andassero e  che  il  salone  rimanesse  vuoto  e  ch'egli  finalmente
    rimanesse solo, con lei...
    -  Qui  -  interruppe  il  Barbarisi  - ci vorrebbe ora Bommnaco.  E'
    inimitabile.  Bisogna sentirgli fare,  in napoletano,  la  descrizione
    dell'ambiente,  e  l'analisi del suo stato,  e poi la riproduzione del
    momento  psicologico  e  del  fisiologico,  com'egli  dice,  alla  sua
    maniera. E' d'una comicit irresistibile.
    -  Dunque  - seguit Ruggero - dopo il preludio,  che sentirai da lui,
    nel languore e nell'eccitazione erotica d'una "fin  de  soire",  egli
    s'inginocchi  d'innanzi  a  Donna  Giulia  che  stava  seduta  su una
    poltrona molto bassa,  su una poltrona  imbottita  di  complicit  .
    Donna Giulia gi naufragava nella dolcezza, difendendosi debolmente; e
    le  mani  di  Gino  divenivano  sempre pi temerarie,  mentre ella gi
    esalava il sospiro della dedizione... Ahim,  dall'estrema temerit le
    mani  si  ritrassero con un moto istintivo come se avessero toccato la
    pelle d'una serpe, una cosa repugnante...
    Andrea ruppe in uno scoppio di risa cos  schietto  che  l'ilarit  si
    propag a tutti gli amici. Egli aveva compreso, perch sapeva.
    Ma Giulio Musllaro disse, con gran premura, al Grimiti:
    - Spiegami! Spiegami!
    - Spiega tu - disse il Grimiti allo Sperelli.
    -  Ecco,  -  spieg  Andrea,  ancora ridendo - conosci tu la pi bella
    poesia di Teofilo Gautier, il "Muse secret"?
    - "O douce barbe fminine"!  - recit il  Musellaro,  ricordandosi.  -
    Ebbene?
    -  Ebbene,  Giulia  Moceto  una finissima bionda;  ma se tu avessi la
    fortuna,  che ti auguro,  di tirare "le drap de la blonde  qui  dort",
    certo non troveresti,  come Filippo di Borgogna,  il toson d'oro. Ella
    ,  dicono,  "sans plume et sans duvet "come i marmi di Paro che canta
    il Gautier.
    - Ah, una rarissima rarit che io apprezzo molto - disse il Musllaro.
    -  Una  rarit  che  noi sappiamo apprezzare - ripet Andrea.  Ma Gino
    Bommnaco  un ingenuo, un semplice.
    - Ascolta, ascolta il resto - fece il Barbarisi.
    - Ah se ci fosse qui l'eroe!  - esclam  il  duca  di  Grimiti.  -  La
    storiella in un'altra bocca perde tutto il sapore. Figurati dunque che
    la  sorpresa  fu tanta e tanta la confusione,  da spegnere ogni fuoco.
    Gino dovette ritirarsi  prudentemente,  per  l'impossibilit  assoluta
    d'andar   pi   oltre.   Te  l'imagini?   T'imagini  tu  la  terribile
    mortificazione d'un uomo che, essendo giunto ad ottener tutto, non pu
    prender  nulla?  Donna  Giulia  era  verde;  Gino  fingeva  di  tender
    l'orecchio ai rumori,  per temporeggiare,  sperando... Ah, il racconto
    della ritirata  una meraviglia. Altro che Anabasi! Sentirai.
    - E Donna Giulia  poi divenuta l'amante di Gino? - domand Andrea.
    - Mai!  Il povero Gino non manger mai di quel frutto;  e credo che ne
    morr di rammarico,  di desiderio,  di curiosit.  Si sfoga a riderne,
    con gli amici;  ma  tu  osservalo  bene,  quando  racconta.  Sotto  la
    buffoneria c' la passione.
    -  Bel soggetto per una novella - disse Andrea al Musllaro.  - Non ti
    pare? Una novella intitolata "L'Ossesso"...  Si potrebbe fare una cosa
    assai  fine  e  intensa.  L'uomo,  continuamente occupato,  incalzato,
    angustiato dalla visione fantastica di quella rara  forma  ch'egli  ha
    toccata  e  quindi imaginata ma non goduta n con gli occhi vista,  si
    consuma di passione a poco a  poco  e  diventa  folle.  Egli  non  pu
    togliersi  dalle  dita  l'impressione  di  quel contatto;  ma il primo
    ribrezzo istintivo gli si  muta  in  un  ardore  inestinguibile...  Si
    potrebbe  insomma,  sul  fondo reale,  lavorar d'arte: ottener qualche
    cosa  come  un  racconto  di  un  Hoffmann  erotico,  scritto  con  la
    precisione plastica d'un Flaubert.
    - Prvati.
    -  Chi  sa!  Del  resto,  io  compiango il povero Gino.  La Moceto ha,
    dicono, il pi bel ventre della Cristianit...
    - Mi piace quel dicono - interruppe Ruggero Grimiti.
    - ...il ventre d'una Pandora infeconda, una coppa d'avorio,  uno scudo
    raggiante,  "speculum  voluptatis";  e il pi perfetto ombelico che si
    conosca,  un piccolo ombelico circonflesso,  come nelle terre cotte di
    Clodion,  un puro suggello di grazia, un occhio cieco ma pi splendido
    di un astro, "voluptatis ocellus", da celebrarsi in un epigramma degno
    dell'Antologia greca.
    Andrea si eccitava, in quei discorsi. Secondato dagli amici,  entr in
    un  dialogo  delle  bellezze delle donne assai men castigato di quello
    del Firenzuola. Si risvegliavano in lui,  dopo la lunga astinenza,  le
    sensualit  antiche;  ed egli parlava con un calore intimo e profondo,
    da gran conoscitor del nudo,  compiacendosi delle parole pi colorite,
    sottilizzando come un artista e come un libertino.  E,  in verit,  il
    dialogo  di  quei  quattro  giovini  signori  tra   quelle   dilettose
    tappezzerie  bacchiche,  se  fosse stato raccolto,  avrebbe potuto ben
    essere il "Breviarium arcanum" della  corruzione  elegante  in  questa
    fine del Diciannovesimo secolo.
    Il  giorno moriva;  ma l'aria era ancora pregna di luce,  ritenendo la
    luce come una spugna ritiene l'acqua.  Si  vedeva,  per  la  finestra,
    all'orizzonte una striscia aranciata su cui i cipressi del Monte Mario
    si disegnavan netti come i denti d'un gran rastrello d'ebano.
    Si udivano di tratto in tratto i gridi delle cornacchie trasvolanti in
    gruppi  a  riunirsi  su  i  tetti della Villa Medici per discender poi
    nella Villa Borghese, nella piccola valle del sonno.
    - Che fai tu stasera? - chiese ad Andrea il Barbarisi.
    - Veramente, non so.
    - Vieni allora con noi.  Per le otto abbiamo un pranzo dai  Doney,  al
    Teatro Nazionale.  Inauguriamo il nuovo "Restaurant", anzi i "cabinets
    particuliers"  del  nuovo  "Restaurant",   dove  almeno  non   dovremo
    rassegnarci,  dopo  le  ostriche,  allo  scoprimento afrodisiaco della
    "Giuditta" e della "Bagnante",  come al Caff di Roma.  Pepe academico
    su ostriche finte...
    - Vieni con noi, vieni con noi - sollecit Giulio Musllaro.
    - Siamo noi tre - aggiunse il duca - con Giulia Arici,  con la Silva e
    con Maria Fortuna. Ah, una bellissima idea! Vieni con Clara Green.
    - Bellissima idea! - ripet Ludovico.
    - E dove trovo io Clara Green?
    - All'Albergo d'Europa,  qui accanto,  in piazza  di  Spagna.  Un  tuo
    biglietto la render felice. Sii certo che lascer qualunque impegno.
    Ad Andrea piacque la proposta.
    -  Sar  meglio - disse - ch'io vada a farle una visita.  E' probabile
    ch'ella sia rientrata. Non ti pare, Ruggero?
    - Vstiti, e usciamo sbito.
    Uscirono.  Clara Green era  rientrara  da  poco  all'albergo.  Accolse
    Andrea  con  una gioia infantile.  Ella,  certo,  avrebbe preferito di
    pranzar sola con lui;  ma accett l'invito senza esitare;  scrisse  un
    biglietto  per liberarsi da un impegno anteriore;  mand a un'amica la
    chiave d'un palco.  Ella pareva felice.  Si mise  a  raccontargli  una
    quantit di sue storie sentimentali;  gli fece una quantit di domande
    sentimentali;  gli giur ch'ella non aveva  mai  potuto  dimenticarlo.
    Parlava, tenendo le mani di lui nelle sue.
    - "I love you more than any words can say, Andrew"...
    Ella era ancor giovine.  Con quel suo profilo puro e diritto, coronato
    dai capelli biondi,  divisi su la  fronte  in  un'acconciatura  bassa,
    pareva   una  bellezza  greca  in  un  "keepsake".   Aveva  una  certa
    incipriatura estetica, lasciatale dall'amor del poeta pittore Adolphus
    Jeckyll;  il quale seguiva in poesia John Keats e in pittura  l'Holman
    Hunt, componendo oscuri sonetti e dipingendo soggetti presi alla "Vita
    nuova".  Ella  aveva  posato  per  una "Sibylla palmifera" e per una
    "Madonna del Giglio".  Aveva anche posato,  una  volta,  innanzi  ad
    Andrea,   per   uno   studio   di   testa  da  servire  all'acquaforte
    dell'"Isabetta" nella novella del  Boccaccio.  Era  dunque  nobilitata
    dall'arte.  Ma,  in  fondo,  non  possedeva alcuna qualit spirituale;
    anzi,  a lungo andare,  la  rendeva  un  po'  stucchevole  quel  certo
    sentimentalismo  esaltato  che  non  di rado s'incontra nelle donne di
    piacere inglesi e che fa uno  strano  contrasto  con  le  depravazioni
    della loro lascivia.
    - "Who would have thought we should stand again together, Andrew"!
    Dopo  un'ora,  Andrea  la  lasci e risal al palazzo Zuccari,  per la
    scaletta che dalla piazza Mignanelli porta alla Trinit. Giungeva alla
    scaletta solitaria il rumore della citt nella sera mite  di  ottobre.
    Le  stelle  riscintillavano  in un cielo umido e terso.  Di sotto alla
    casa dei Casteldelfino,  a traverso un piccolo cancello,  le piante in
    un chiarore misterioso agitavano ombre vaghe,  senza un frusco,  come
    piante marine fluttuanti in fondo a un aquario.  Dalla  casa,  da  una
    finestra  con  le  tendine  rosse  illuminate,  veniva  il  suono d'un
    pianoforte.  Le campane  della  chiesa  rintoccarono.  Egli  si  sent
    d'improvviso  pesare  il  cuore.  Un ricordo di Donna Maria lo riemp,
    d'improvviso;  e gli suscit in confuso un senso di rammarico e  quasi
    di pentimento.  - Che faceva ella in quell'ora?  Pensava?  Soffriva? -
    Con l'imagine della senese gli si affacci  alla  memoria  la  vecchia
    citt toscana: il Duomo bianco e nero,  la Loggia, la Fonte. Una grave
    tristezza l'occup. Gli parve che qualche cosa dal fondo del suo cuore
    si fosse involato;  ed egli non  sapeva  bene  qual  fosse,  ma  n'era
    afflitto come d'una perdita irrimediabile.
    Ripens  al  proposito  suo  della mattina.  - Una sera in solitudine,
    nella casa  dove  ella  forse  un  giorno  sarebbe  venuta;  una  sera
    malinconica  ma  dolce,  in  compagnia  dei  ricordi  e dei sogni,  in
    compagnia  dello  spirito  di  lei;  una  sera  di  meditazione  e  di
    raccoglimento!  -  In  verit,  il  proposito  non poteva meglio esser
    tenuto.  Egli stava per recarsi a un pranzo di amici e  di  donne;  e,
    senza dubbio, avrebbe passata la notte con Clara Green.
    Il  pentimento  gli  fu  cos  insoffribile,  gli  diede tale tortura,
    ch'egli si abbigli con insolita prontezza,  salt nel  "coup"  e  si
    fece condurre all'albergo,  prima dell'ora. Trov Clara gi pronta. Le
    offerse un giro in "coup" per le vie di Roma,  durante il  tempo  che
    mancava alle otto.
    Passarono per la via del Babuino,  intorno l'obelisco nella piazza del
    Popolo,  quindi su pel Corso e a destra per la via della Fontanella di
    Borghese;  ritornarono  per  Montecitorio al Corso fino alla piazza di
    Venezia  e  quindi  su  al  Teatro  Nazionale.  Clara  cinguettava  di
    continuo,  e  di  tratto  in  tratto  si  chinava verso il giovine per
    mettergli un mezzo bacio su  l'angolo  della  bocca,  coprendo  l'atto
    furtivo  con un ventaglio di piume bianche d'onde esciva un profumo di
    "white-rose" assai fine. Ma Andrea pareva non ascoltasse e all'atto di
    lei sorrideva appena.
    - Che pensi? - gli chiese ella, pronunciando le parole italiane con un
    poco d'incertezza ch'era una grazia.
    - Nulla - rispose Andrea, prendendole una mano non ancora inguantata e
    guardando gli anelli.
    - Chi lo sa! - sospir ella, dando un'espressione singolare a que' tre
    monosillabi che le donne straniere  imparano  sbito;  n  quali  esse
    credono  sia racchiusa tutta la malinconia dell'amore italiano.  - Chi
    lo sa!
    Poi soggiunse, con un accento quasi supplichevole:
    - "Love me this evening, Andrew"!
    Andrea le baci un orecchio, le pass un braccio intorno al busto,  le
    disse  una  quantit  di  cose  sciocche,  cambi umore.  Il Corso era
    popoloso, le vetrine splendevano, i venditori di giornali strillavano,
    vetture publiche e signorili s'incrociavano col "coup",  dalla piazza
    Colonna  alla  piazza di Venezia si spandeva tutta l'animazione serale
    della vita di Roma.
    Quando entrarono dai Doney, le otto erano passate di dieci minuti.
    Gli altri sei commensali erano gi presenti. Andrea Sperelli salut la
    compagnia e, portando per mano Clara Green, disse:
    - "Ecce" Miss Clara Green, "ancilla Domini, Sibylla palmifera, candida
    puella".
    - "Ora pro nobis" - risposero in coro il Musllaro,  il Barbarisi e il
    Grimiti.  Le donne risero, ma senza capire. Clara sorrise; e, fuor del
    mantello,  appariva  in  abito  bianco,  semplice,   corto,   con  una
    scollatura  a punta sul petto e su le spalle,  con un nastro verdemare
    su l'omero sinistro,  con due smeraldi agli orecchi,  disinvolta sotto
    il triplice esame di Giulia Arici, di Bb Silva e di Maria Fortuna.
    Il  Musllaro  e  il  Grimiti  la  conoscevano.  Il  Barbarisi  le  fu
    presentato.  Andrea diceva: - Mercedes Silva,  nominata  "Bb,  chica
    pero guapa".
    - Maria Fortuna, la bella Talismano, che  una vera Fortuna publica...
    per questa Roma che ha la fortuna di possederla.
    Quindi, volgendosi al Barbarisi: - Fateci voi l'onore di presentarci a
    quella dama, che, se non m'inganno,  la divina Giulia Farnese.
    - No: Arici - interruppe Giulia.
    -  Chiedo perdono,  ma per crederlo ho bisogno di raccogliere tutta la
    mia buona fede e di consultare il Pinturicchio nella Sala Quinta.
    Egli diceva queste sciocchezze senza ridere,  dilettandosi ad empir di
    stupefazione  o d'irritazione la dolce ignoranza di quelle oche belle.
    Aveva,  quando si trovava nel "demi-monde",  una sua maniera e un  suo
    stile  particolari.  Per  non  annoiarsi,  si  metteva  a compor frasi
    grottesche, a gittar paradossi enormi, atroci impertinenze dissimulate
    con l'ambiguita delle parole, sottigliezze incomprensibili,  madrigali
    enigmatici,  in  una lingua originale,  mista come un gergo,  di mille
    sapori come un'olla podrida rabelesiana,  carica di spezie forti e  di
    polpe  succulente.   Nessuno  meglio  di  lui  sapeva  raccontare  una
    novelletta grassa,  un aneddoto scandaloso,  una  gesta  da  Casanova.
    Nessuno, nella descrizione d'una cosa di volutt, sapeva meglio di lui
    trovare  la  parola  lubrica ma precisa e possente,  la vera parola di
    carne e d'ossa,  la frase piena di midolla sostanziale,  la frase  che
    vive  e  respira  e  palpita  come  la  cosa  di  cui ritrae la forma,
    comunicando all'uditor degno un piacere duplice,  un godimento non pur
    dell'intelletto  ma dei sensi,  una gioia simile in parte a quella che
    producono certe pitture dei grandi  maestri  coloristi,  impastate  di
    porpora  e  di  latte,  bagnate  come  nella  transparenza  d'un'ambra
    liquida,  impregnate d'un oro caldo e inestinguibilmente luminoso come
    un sangue immortale.
    - Chi  il Pinturicchio? - domand Giulia Arici al Barbarisi.
    - Il Pinturicchio? - esclam Andrea. - Un superficiale riquadratore di
    stanze,  che qualche tempo fa ebbe la fantasia di dipingervi sopra una
    porta, nell'appartamento del papa. Non ci pensate pi. E' morto.
    - Ma come?...
    - Oh, in una maniera spaventevole! La moglie era l'amante d'un soldato
    di  Perugia,  che  stava  di  guarnigione  a  Siena...  Domandatene  a
    Ludovico.  Egli  sa  tutto;  ma  non  ve  n'ha  mai parlato,  per tema
    d'affliggervi.  Bb,  ti avverto che il principe di Galles  a  tavola
    comincia  a  fumare  tra il secondo e il terzo piatto;  non prima.  Tu
    anticipi alquanto.
    La Silva aveva accesa una sigaretta;  e inghiottiva le ostriche mentre
    il  fumo  le usciva dalle narici.  Ella somigliava un collegiale senza
    sesso, un piccolo ermafrodito vizioso: pallida,  magra,  con gli occhi
    avvivati dalla febbre e dal carbone,  con la bocca troppo rossa, con i
    capelli corti, lanosi, un po' ricci, che le coprivano la testa a guisa
    d'un caschetto d'"astrakan".  Teneva incastrata nell'occhiaia sinistra
    una  lente  rotonda;  portava  un  alto solino inamidato,  la cravatta
    bianca, il panciotto aperto,  una giacca nera di taglio maschile,  una
    gardenia all'occhiello,  affettando le maniere d'un "dandy",  parlando
    con una voce rauca. E attirava, tentava, per quella impronta di vizio,
    di depravazione,  di mostruosit,  ch'era nel suo aspetto,  nelle  sue
    attitudini, nelle sue parole. "Sal y pimienta".
    Maria  Fortuna  invece aveva il tipo un po' bovino,  era una Madame de
    Parabre, tendente alla pinguedine.  Come la bella amante del Reggente
    possedeva una carne bianca,  d'una bianchezza opaca e profonda, una di
    quelle carni instancabili e insaziabili su cui Ercole  avrebbe  potuto
    compiere  la  sua  impresa d'amore,  la sua tredicesima fatica,  senza
    sentirsi chieder tregua.  E gli occhi le nuotavano,  molli  viole,  in
    un'ombra alla Cremona e la bocca sempre socchiusa mostrava in un'ombra
    rosata un luccicor vago di madreperla, come una conchiglia socchiusa.
    Giulia  Arici piaceva molto allo Sperelli,  per quel suo color dorato,
    sul quale s'aprivano due lunghi occhi di velluto, d'un morbido velluto
    castagno che talvolta prendeva riflessi quasi fulvi.
    Il naso un po' carnoso e le labbra tumide, fresche,  sanguigne,  dure,
    le formavano nel basso del viso un'espressione d'aperta lascivia, resa
    ancor pi vivace dall'irrequietudine della lingua.  I canini,  essendo
    troppo forti,  le sollevavano gli angoli  della  bocca;  e,  come  gli
    angoli  cos  sollevati  si  facevano aridi o le davano forse un lieve
    fastidio,  ella ad ogni tratto con la punta della lingua li inumidiva.
    E  si  vedeva ad ogni tratto scorrere per la chiostra dei denti quella
    punta,  come la foglia bagnata d'una  rosa  grassa  per  una  fila  di
    piccole mandorle nude.
    -  Julia,  -  disse  Andrea  Sperelli,  guardandole  la  bocca  -  san
    Bernardino ha per voi in un suo sermone  un  epiteto  meraviglioso.  E
    anche  questo  non sapete,  voi!  L'Arici si mise a ridere,  d'un riso
    ebete  ma  bellissimo,   che  le  scopriva  un  poco  le  gengive;   e
    nell'agitazione  ilare  usciva da lei un profumo pi acuto come quando
    viene scosso un cespuglio.
    - Che mi date - soggiunse  Andrea  -  che  mi  date  in  compenso  se,
    estraendo  dal sermone del santo quella parola voluttuosa,  come da un
    tesoro teologale una pietra afrodisiaca, io ve la offro?
    - Non so - rispose l'Arici,  sempre ridendo e tenendo tra  le  dita  a
    bastanza fini e lunghette un bicchiere con vin di Chablis.  - Quel che
    volete.
    - Il sostantivo dell'adjettivo.
    - Che dite?
    -  Ne  discorreremo.  La  parola  :  "linguatica".  Messer  Ludovico,
    aggiugnete alle vostre litanie questa appellazione: "Rosa linguatica,
    glube nos".
    -  Peccato - disse il Musllaro - che tu non sia alla mensa di un duca
    del secolo Sedicesimo,  tra una Violante e  una  Imperia,  con  Giulio
    Romano, con Pietro Aretino e con Marc'Antonio!
    La  conversazione  andavasi  accendendo  nei vini,  nei vecchi vini di
    Francia,  fluidi e ardenti,  che dnno  ali  e  fiamme  al  verbo.  Le
    maioliche  non  eran  durantine,  istoriate  dal cavalier Cipriano dei
    Piccolpasso,  n le argenterie eran quelle  milanesi  di  Ludovico  il
    Moro;  ma neppure erano troppo volgari. Nel mezzo della tavola un vaso
    di cristallo azzurro conteneva un gran  mazzo  di  crisantemi  gialli,
    bianchi,  violacei,  su cui si posavano gli occhi malinconici di Clara
    Green.
    - Clara, - chiese Ruggero Grimiti - siete triste? A che pensate?
    - "A ma chimre"!  - rispose  l'antica  amante  di  Adolphus  Jeckyll,
    sorridendo;  e  chiuse  il sospiro nel cerchio d'un bicchiere colmo di
    Sciampagna.
    Quel vino chiaro e brillante, che ha su le donne una virt cos pronta
    e cos strana, gi incominciava ad eccitare variamente i cervelli e le
    matrici di quelle quattro etire ineguali, a risvegliare e a stimolare
    in loro il piccolo de'mone isterico e a farlo correre per tutti i loro
    nervi propagando la follia. Bb Silva gittava motti orribili, ridendo
    d'un riso soffocato e convulso e quasi singhiozzante come  quel  d'una
    donna  che  sia  per  morir di solletico.  Maria Fortuna schiacciava i
    "fondants" col gomito nudo e li offeriva per niente,  premendo poi  su
    la bocca di Ruggero il gomito dolcificato.  Giulia Arici, oppressa dai
    madrigali dello Sperelli,  si turava gli orecchi con  le  belle  mani,
    abbandonandosi alla spalliera; e la sua bocca, in quell'atto, attirava
    i morsi come un frutto sugoso.
    -  Hai  mangiato  mai  -  diceva  il  Barbarisi  allo Sperelli - certe
    confetture  di  Costantinopoli,  morbide  come  una  pasta,  fatte  di
    bergamotto,  di  fiori d'arancio e di rose,  che profumano l'alito per
    tutta la vita? La bocca di Giulia  una confettura orientale.
    - Ti prego,  Ludovico,  - diceva lo  Sperelli  -  lasciamela  provare.
    Conquistami Clara Green e cedimi Giulia per una settimana. Clara anche
    ha  un  sapore  originale:  un  giulebbe  di violette di Parma tra due
    biscotti "Peek-Frean" alla vainiglia...
    - Attenti, signori! - grid Bb Silva, prendendo un "fondant".
    Ella aveva vista la piacevolezza di Maria Fortuna  e  aveva  fatta  la
    scommessa  ginnica  di  mangiarsi  un "fondant" sul suo proprio gomito
    tirandoselo fin presso alle labbra. Per eseguire il giuoco,  si scopr
    il  braccio:  un  braccio  magro e pallido,  sparso di lanugine scura;
    appiccic il "fondant" all'osso acuto;  e,  stringendosi con  la  mano
    sinistra  l'antibraccio  destro  e facendo forza,  riusc a vincere la
    scommessa, con l'abilita d'un "clown", tra gli applausi.
    - E questo  niente - disse ella ricoprendosi la nudit  spettrale.  -
    "Chica pero guapa";  vero, Musllaro? Ed accese la decima sigaretta.
    L'odor del tabacco era cos delizioso che tutti vollero fumarne.
    L'astuccio della Silva pass,  di mano in mano. Maria Fortuna lesse ad
    alta voce  su  l'argento  smaltato  dell'astuccio:  -  "Quia  nominor
    Bb".  Allora  tutte  desiderarono  d'avere un motto,  un'impresa da
    mettere su i fazzoletti,  su la carta da lettere,  su le  camicie.  La
    cosa parve loro molto aristocratica, sommamente elegante.
    - Chi mi trova un motto?  - esclam l'antica amante di Carlo de Souza.
    - Lo voglio latino.
    - Io - disse Andrea Sperelli. - Eccolo: "Semper parata".
    - No.
    - "Diu saepe fortiter".
    - Che vuol dire?
    - E che t'importa di saperlo?  Basta che sia latino.  Eccone un altro,
    magnifico: "Non timeo dona ferentes".
    - Mi piace poco. Non m' nuovo...
    - E allora, questo: "Rarae nates cum gurgite vasto".
    -  E'  troppo  comune.   Lo  leggo  tante  volte  nelle  cronache  dei
    giornali...
    Ludovico, Giulio, Ruggero ridevano in coro, sonoramente. Il fumo delle
    sigarette si spandeva su le teste formando leggeri nimbi azzurrognoli.
    A intervalli  veniva  dall'orchestra  del  Teatro  un'onda  di  suoni,
    nell'aria calda; e faceva cantarellare Bb. Clara Green sfogliava nel
    suo piatto i crisantemi,  in silenzio, poich il vin bianco e leggiero
    le si era convertito nelle vene in un languor triste.  Per quelli  che
    gi la conoscevano,  un tal sentimentalismo bacchico non era nuovo;  e
    il duca di Grimiti si divertiva a  provocarne  l'effusione.  Ella  non
    rispondeva,   seguitando   a  sfogliare  nel  piatto  i  crisantemi  e
    stringendo le labbra,  quasi per trattenere  il  pianto.  Come  Andrea
    Sperelli si curava poco di lei e si dava ad una pazza allegria di atti
    e  di parole,  meravigliando perfino i suoi compagni di piacere,  ella
    disse con una voce supplichevole, tra il coro delle altre voci:
    - "Love me to-night, Andrew"!
    E da allora in poi,  quasi ad  intervalli  misurati,  levando  di  sul
    piatto lo sguardo ceruleo, si mise a supplicare languidamente:
    - "Love me to-night, Andrew"!
    -  O  che lagno!  - fece Maria Fortuna.  - Ma che significa?  Si sente
    male?
    Bb Silva fumava,  beveva bicchierini di "vieux cognac" e diceva cose
    enormi,  con  una vivacit artifiziale.  Ma aveva,  a quando a quando,
    momenti di stanchezza, di prostrazione,  stranissimi,  n quali pareva
    che qualche cosa le cadesse dal volto e che nella sua figura sfrontata
    e  oscena  entrasse  non  so  qual piccola figura triste,  miserevole,
    malata,  pensierosa,  pi vecchia,  della vecchiezza  d'una  bertuccia
    tisica  che  si  ritragga in fondo alla sua gabbia a tossire dopo aver
    fatto ridere la gente. Erano momenti fuggevoli.  Ella si riscoteva per
    bere un altro sorso o per dire un'altra enormit.
    E Clara Green a ripetere:
    - "Love me to-night, Andrew"!


    2.
    Cos, d'un balzo, Andrea Sperelli si rituff nel Piacere.
    Per  quindici  giorni  lo  occuparono Giulia Arici e Clara Green.  Poi
    part per Parigi e per Londra,  in compagnia del  Musllaro.  Torn  a
    Roma  verso  la  met  di decembre;  trov la vita invernale gi molto
    mossa; fu sbito ripreso nel gran cerchio mondano.
    Ma egli non s'era mai  trovato  in  una  disposizion  di  spirito  pi
    inquieta, pi incerta, pi confusa; non aveva mai provato dentro di s
    uno  scontento pi molesto,  un malessere pi importuno;  n mai aveva
    provato contro di s medesimo impeti d'ira  e  moti  di  disgusto  pi
    crudeli.  Talvolta,  in  qualche  stanca  ora  di solitudine,  egli si
    sentiva salire dalle profonde  viscere  l'amarezza,  come  una  nausea
    improvvisa;  e rimaneva l ad assaporarla, torpidamente, senza aver la
    forza di cacciarla fuori,  con una specie di rassegnazione cupa,  come
    un  malato  che abbia perduta ogni fiducia di guarire e sia disposto a
    vivere del suo proprio male,  a raccogliersi nella sua  sofferenza,  a
    profondarsi  nella  sua  miseria  mortale.  Gli  pareva  che  di nuovo
    l'antica lebbra gli si dilatasse per l'anima e di nuovo il  cuore  gli
    si  vuotasse  per  non  riempirsi  pi  mai,   come  un  otre  forato,
    irreparabilmente.  Il senso di questa vacuit,  la certezza di  questa
    irreparabilit gli movevano talvolta una specie di collera disperata e
    poi  un disprezzo folle di s medesimo,  del suo volere,  delle ultime
    sue speranze, degli ultimi suoi sogni.  Egli era giunto a un terribile
    momento,  incalzato dalla vita inesorabile,  dall'implacabile passione
    della vita;  era giunto al momento  supremo  della  salvezza  o  della
    perdizione,  al  momento decisivo in cui i grandi cuori rivelano tutta
    la loro forza e i piccoli cuori tutta la loro vilt.  Egli  si  lasci
    sopraffare;  non  ebbe il coraggio di salvarsi con un atto volontario;
    pur essendo in balia del dolore,  ebbe paura d'un dolore  pi  virile;
    pur  essendo travagliato dal disgusto,  ebbe paura di rinunziare a ci
    che lo disgustava;  pur avendo in s vivo  e  spietato  l'istinto  del
    distacco  dalle  cose  che  pi  parevano  attrarlo,   ebbe  paura  di
    allontanarsi  da  quelle  cose.  Egli  si  lasci  abbattere;   abdic
    intieramente e per sempre alla sua volont, alla sua energia, alla sua
    dignit interiore;  sacrific per sempre quel che gli rimaneva di fede
    e d'idealit; si gitt nella vita,  come in una grande avventura senza
    scopo, alla ricerca del godimento, dell'occasione, dell'attimo felice,
    affidandosi  al destino,  alle vicende del caso,  all'accozzo fortuito
    delle cagioni. Ma,  mentre egli credeva con questa specie di fatalismo
    cinico mettere un argine alla sofferenza e conquistare se non la calma
    almeno l'ottusit in lui di continuo la sensibilit al dolore diveniva
    pi  acuta,  le  facolt di soffrire si moltiplicavano,  i bisogni e i
    disgusti aumentavano senza fine.  Egli esperimentava ora  la  profonda
    verit  delle  parole che aveva dette un giorno a Maria Ferres,  in un
    momento di confidenza e di malinconia sentimentali: - Altri  sono  pi
    infelici;  ma  io non so se ci sia stato al mondo uomo "men felice" di
    me.  - Egli esperimentava ora la verit di quelle parole dette  in  un
    momento assai dolce,  quando gli illuminava l'anima l'illusione di una
    seconda giovinezza, il presentimento d'una nuova vita.
    Eppure,  quel giorno,  parlando a  quella  creatura,  egli  era  stato
    sincero  come  non  mai;  egli  aveva  espresso  il  suo  pensiero con
    ingenuit e candore, come non mai. Perch,  in un soffio,  tutto s'era
    dileguato,  tutto  era  svanito?  Perch non aveva saputo egli nutrire
    quella fiamma nel suo cuore?  Perch non aveva saputo custodire quella
    memoria  e tenere quella fede?  La sua legge era dunque la mutabilit;
    il suo spirito aveva l'inconsistenza d'un  fluido;  tutto  in  lui  si
    trasformava e si difformava, senza tregua; la forza morale gli mancava
    intieramente;  il  suo  essere  morale si componeva di contraddizioni;
    l'unit, la semplicit,  la spontaneit gli sfuggivano;  a traverso il
    tumulto,  la voce del dovere non gli giungeva pi;  la voce del volere
    veniva soverchiata da quella degli istinti;  la  conscienza,  come  un
    astro senza luce propria,  ad ogni tratto si eclissava. Tale era stato
    sempre; tale sarebbe stato sempre. Perch,  dunque,  combattere contro
    s medesimo? "Cui bono"?
    Ma  appunto  codesta  lotta era una necessit della sua vita;  appunto
    codesta  irrequietudine  era  una  condizione  essenziale  della   sua
    esistenza;  appunto  codesta  sofferenza  era  una  condanna a cui non
    avrebbe egli potuto sottrarsi giammai.
    Qualunque tentativo di analisi su s  medesimo  si  risolveva  in  una
    maggiore   incertezza,   in   una  maggiore  oscurit.   Essendo  egli
    interamente sfornito di forza sintetica,  la sua analisi  diveniva  un
    crudele giuoco distruttore.  E da un'ora di riflessione su s medesimo
    egli usciva confuso, disfatto, disperato, perduto.
    Quando,   la  mattina  del  30  dicembre,   nella  via  dei  Condotti,
    inaspettatamente,   si  rincontr  con  Elena  Muti,   egli  ebbe  una
    commozione  inesprimibile,  come  d'innanzi  al  compiersi  d'un  fato
    meraviglioso,  come  se  il  riapparir di quella donna in quel momento
    tristissimo della sua vita avvenisse per virt  d'una  predestinazione
    ed  ella  gli fosse inviata per soccorso ultimo o per ultimo danno nel
    naufragio oscuro.  Il primo moto dell'anima sua fu di ricongiungersi a
    lei,  di riprenderla, di riconquistarla, di ripossederla tutta quanta,
    come un tempo,  di rinnovare la passione antica con tutte le ebrezze e
    tutti gli splendori.  Il primo moto fu di giubilo e di speranza.  Poi,
    senza indugio, risorsero la diffidenza e il dubbio e la gelosia; senza
    indugio,  l'occup la certezza che nessun prodigio mai avrebbe  potuto
    risuscitare sol una minima parte della felicit morta,  riprodurre sol
    un baleno dell'ebrezza spenta, sol un'ombra dell'illusione sparita.
    Ella era venuta,  ella era venuta!  Era rientrata nel luogo dove  ogni
    cosa  per  lei  custodiva  un ricordo e aveva detto: - Io non sono pi
    tua, non potr essere tua pi mai.  - Aveva gridato,  contro di lui: -
    Soffriresti  tu di spartire con altri il mio corpo?  - Proprio,  aveva
    osato gridar quelle parole, contro di lui, in quel luogo, in conspetto
    di quelle cose!
    Un dolore atroce,  enorme,  fatto di mille  punture  l'una  dall'altra
    distinte  e  l'una pi dell'altra acute,  lo tenne per qualche tempo e
    l'esasper.  La passione lo riavvolse con mille fuochi,  suscitandogli
    un  inestinguibile  ardore  carnale  per  quella  donna  non  pi sua,
    risvegliandogli nella memoria tutte le pi  minute  particolarit  dei
    godimenti  lontani,  le  imagini  di  tutte  le  carezze,  di tutte le
    attitudini di lei nel piacere,  di tutte le folli mescolanze  che  non
    saziavano  n  appagavano mai la loro brama di continuo rinascente.  E
    pur  sempre,  in  ogni  sua  imaginazione,  persisteva  quella  strana
    difficolt a ricongiungere l'Elena d'una volta all'Elena d'ora. Mentre
    i  ricordi  del possesso lo accendevano e lo torturavano,  la certezza
    del possesso gli sfuggiva: l'Elena d'ora gli pareva una  donna  nuova,
    non mai goduta,  non mai stretta.  Il desiderio gli diede tali spasimi
    ch'egli cred morirne. L'impurit l'infett come un tossico.
    L'impurit,  che "allora" la fiamma alata dell'anima velava d'un  velo
    sacro  e  circondava d'un mistero quasi divino,  appariva ora senza il
    velo,  senza il mistero della fiamma,  come una  lascivia  interamente
    carnale,  come una libidine bassa. Ed egli sentiva che quel suo ardore
    non era l'Amore e che non aveva pi nulla di comune con  l'Amore.  Non
    era l'Amore.  Ella gli aveva gridato: - Soffriresti tu di spartire con
    altri il mio corpo? - Ebbene, s, egli l'avrebbe sofferto!
    Egli l'avrebbe presa, senza ripugnanza, cos come veniva,  contaminata
    dall'abbraccio di un altro; avrebbe messa la sua carezza su la carezza
    di un altro; avrebbe premuto il suo bacio sul bacio di un altro.
    Nulla  pi,  nulla  pi,  dunque,  in  lui rimaneva intatto.  Anche il
    ricordo della grande passione si corrompeva miseramente,  si bruttava,
    s'avviliva,  in lui. L'ultimo barlume di speranza era estinto. Infine,
    egli toccava il fondo, per non rialzarsi mai pi.
    Ma una orribile smania l'invase,  di atterrare l'idolo che rimanevagli
    pur  sempre  alzato  ed enigmatico d'innanzi.  Con una cinica crudelt
    egli si mise  a  scalzarlo,  ad  oscurarlo,  a  corroderlo.  L'analisi
    distruggitrice,  ch'egli  gi aveva esperimentata su se medesimo,  gli
    serv contro di Elena.  A tutte le interrogazioni del dubbio,  che  un
    tempo egli aveva voluto sfuggire,  ora cerc una risposta;  di tutti i
    sospetti,  che un tempo apparivano  e  si  dileguavano  senza  lasciar
    traccia,  ora studi l'origine, ritrov la giustificazione, ottenne la
    conferma.  Egli credeva di trovare un sollievo in  questa  disgraziata
    opera d'abbattimento;  e aumentava la sua sofferenza,  irritava il suo
    male, allargava le sue macchie.
    Quale era stata la cagion vera della partenza di Elena,  nel marzo del
    1885?  -  Molte  dicerie  eran  corse  in  quel  tempo e nel tempo del
    matrimonio di lei con Humphrey Heathfield.  La verit  era  una  sola.
    Egli  la seppe da Giulio Musllaro,  per caso,  in mezzo a chiacchiere
    inconcludenti, una sera, uscendo da un teatro; e non ne dubit.  Donna
    Elena   Muti  era  partita  per  affari  di  finanza,   per  combinare
    un'operazione che doveva trarla da gravissimi  imbarazzi  pecuniarii
    causati  dalla  sua  eccessiva  prodigalit.  Il  matrimonio  con Lord
    Heathfield l'aveva salvata da una rovina. Questo Heathfield,  marchese
    di   Mount   Edgcumbe   e  conte  di  Bradford,   possedeva  ricchezze
    considerevoli ed era alleato con la pi alta nobilt  britanna.  Donna
    Elena  aveva  saputo  far  le  sue cose con molto accorgimento;  aveva
    saputo escir dal pericolo con un'abilit straordinaria. Certo,  i suoi
    tre  anni  di  vedovanza non parevano essere stati un casto intermezzo
    preparatorio alle seconde nozze. Non casto e neanche cauto. Ma,  senza
    dubbio, Donna Elena era una gran donna...
    - Ah, mio caro, una gran donna! - ripet Giulio Musllaro. - tu lo sai
    bene.
    Andrea tacque.
    -  Ma non ti consiglio di riavvicinarti - soggiunse l'amico,  gittando
    via la sigaretta che tra una chiacchiera e l'altra gli si era  spenta.
    -  Riaccendere  un amore  come riaccendere una sigaretta.  Il tabacco
    s'invelenisce; l'amore,  anche.  Andiamo a prendere da una tazza di t
    dalla  Moceto?  M'ha detto che si pu andare lei dopo il teatro: non 
    mai tardi.
    Erano sotto il palazzetto Borghese.
    - Va tu - disse Andrea. - Io torno a casa, a dormire. La caccia d'oggi
    m'ha un po' stancato. Salutami Donna Giulia. "Comprends et prends".
    Il Musllaro sal.  Andrea seguit gi per la Fontanella di Borghese e
    per  i Condotti,  verso la Trinit.  Era una notte di gennaio fredda e
    serena,  una di quelle prodigiose notti iemali che fanno di  Roma  una
    citt d'argento chiusa in una sfera di diamante.
    La  luna piena,  a mezzo del cielo,  versava la triplice purezza della
    luce, del gelo e del silenzio.
    Egli  camminava,  sotto  la  luna,  come  un  sonnambulo,  non  avendo
    conscienza  che  del  suo  dolore.  L'ultimo  colpo era dato;  l'idolo
    crollava; nulla pi rimaneva su la gran rovina; tutto cos finiva, per
    sempre.  - Ella,  dunque,  veramente  non  l'aveva  mai  amato.  Senza
    esitare,  aveva  troncato l'amore per provvedere a un dissesto.  Senza
    esitare,  aveva concluso un matrimonio utile.  Ora,  d'innanzi a  lui,
    prendeva  un'attitudine  di martire,  si avvolgeva in un velo di sposa
    inviolabile!  - Un riso amaro gli saliva dal fondo;  e poi una collera
    sorda  gli  si  mosse  contro  la  donna  e l'accec.  I ricordi della
    passione non valsero.  Tutte le cose di quel tempo gli apparvero  come
    un  solo  inganno,  enorme  e  crudele,  come  una  sola  menzogna;  e
    quest'uomo che dell'inganno e della menzogna s'era fatto nella vita un
    abito, quest'uomo che aveva ingannato e mentito tante volte, si sent,
    al pensiero dell'altrui frode, offendere, sdegnare, disgustare come da
    una colpa imperdonabile,  come da  una  mostruosit  inescusabile,  ed
    anche inesplicabile.  Egli non giungeva infatti a spiegarsi come Elena
    avesse potuto commettere un tal delitto; e,  pur non giungendovi,  non
    le concedeva alcuna giustificazione,  non accoglieva il dubbio che una
    qualche altra segreta cagione l'avesse  spinta  alla  fuga  subitanea.
    Egli  non  sapeva  vedere  che  l'azione  brutale,   la  bassezza,  la
    volgarit: la volgarit,  sopra  tutto,  cruda,  aperta,  odiosa,  non
    attenuata da nessuna contingenza.  Insomma, si trattava di questo: una
    passione, che pareva sincera ed era giurata altissima, inestinguibile,
    veniva ad essere interrotta da un affar  di  denaro,  da  una  utilit
    materiale, da un negozio.
    Ingrato!  Ingrato! Che sai tu di quel ch' accaduto, di quel ch'io ho
    sofferto?  Che sai? Le parole di Elena gli tornarono  nella  memoria,
    precise; tutte le parole di lei, dal principio alla fine del colloquio
    tenuto innanzi al caminetto, gli tornarono nella memoria: le parole di
    tenerezza,  le offerte di fraternit, tutte quelle frasi sentimentali.
    Ed egli ripens anche alla lacrima che le avea velato gli occhi,  alle
    mutazioni del volto, al tremito, alla voce soffocata dell'addio quando
    egli  le  aveva posato su le ginocchia il fascio delle rose.  - Perch
    mai aveva ella consentito a venir  nella  casa?  Perch  aveva  voluto
    recitar quella parte,  provocar quella scena, ordire quel nuovo dramma
    o quella nuova comedia? Perch?
    Era giunto alla sommit della scala, nella piazza deserta. La bellezza
    della notte gli diede, d'improvviso,  un'aspirazione vaga ma affannosa
    verso un Bene sconosciuto;  l'imagine di Donna Maria gli attravers lo
    spirito; il cuore gli palpit forte, come all'urto d'un desiderio; gli
    balen il pensiero di tener le mani  di  Donna  Maria  nelle  sue,  di
    piegare sul cuor di lei la fronte e di sentirsi da lei consolare senza
    parole,  pietosamente. Quel bisogno di piet, di rifugio, di compianto
    fu come l'ultimo tratto dell'anima che non  si  rassegnava  a  perire.
    Egli chin il capo e rientr nella casa, senza pi volgersi a guardare
    la notte.
    Terenzio l'aspettava,  nell'anticamera, e lo segu fin nella stanza da
    letto, dove il fuoco era acceso. Domand:
    - Il signor conte va a letto sbito?
    - No, Terenzio. Portami il t - rispose il signore,  sedendosi innanzi
    al camino e tendendo le palme verso la fiamma.
    Egli tremava,  d'un piccolo tremito nervoso.  Aveva pronunziate quelle
    parole con una strana dolcezza;  aveva chiamato a nome  il  domestico;
    gli aveva dato del tu.
    -  Ha  freddo  il  signor conte?  - domand Terenzio,  con una premura
    affettuosa, incoraggiato dalla benevolenza del signore.
    E si chin su gli alari a ravvivare il fuoco, aggiungendo altre legne.
    Egli era un vecchio servo di casa Sperelli;  aveva servito il padre di
    Andrea  per  molti anni;  e la sua devozione pel giovine giungeva sino
    all'idolatria.  Nessuna creatura  umana  gli  pareva  pi  bella,  pi
    nobile,  pi sacra.  Egli apparteneva, in verit, a quella ideal razza
    che fornisce i servi fedeli ai romanzi d'avventura  o  di  sentimento.
    Ma,  a  differenza  de' servi romanzeschi,  parlava di rado,  non dava
    consigli, non d'altro s'occupava che d'obedire.
    - Va bene  cos  -  disse  Andrea,  cercando  di  vincere  il  tremito
    convulso, accostandosi al fuoco.
    La  presenza  del  vecchio,   in  quella  cattiva  ora,  lo  commoveva
    singolarmente.  Era una commozione simile in parte alla debolezza che,
    in presenza d'una persona buona, prende gli uomini prima dei suicidio.
    Non mai, come in quell'ora, il vecchio gli aveva suscitato il pensiero
    del padre,  la memoria del caro estinto, il rimpianto del grande amico
    perduto.  Non mai,  come in quell'ora,  egli aveva provato il  bisogno
    d'un conforto familiare,  della voce e della mano paterna. Che avrebbe
    detto il padre se avesse veduto il figliuolo accasciato  nell'orribile
    miseria? Come l'avrebbe sollevato? Con quale forza?
    Il suo pensiero andava al morto,  con un immenso rammarico. Ma non era
    in lui nemmen l'ombra del sospetto,  che la  causa  remota  della  sua
    miseria fosse nel primo insegnamento paterno.
    Terenzio  port  il  t.  Quindi  si  mise  a preparare il letto,  con
    lentezza,   con  una  cura  quasi  feminile,   emulando   Jenny,   non
    dimenticando  nulla,  sembrando  voler assicurare al signore,  fino al
    mattino, un riposo perfettissimo,  un sonno imperturbabile.  Andrea lo
    guardava,  notandone ogni atto, con una commozione crescente, in fondo
    a cui era anche non so qual vago senso di pudore.  Gli faceva male  la
    bont  di quel vecchio intorno a quel letto per ove eran passati tanti
    amori immondi;  gli pareva quasi che quelle mani senili rimescolassero
    tutte le impurit, inconsapevolmente.
    - Va a dormire, Terenzio - egli disse. - Non ho bisogno d'altro.
    Rimase solo, d'innanzi al fuoco, solo con l'anima sua, solo con la sua
    tristezza.  Si  lev,  agitato  dal  tormento  interiore,  e si mise a
    percorrere la stanza.  L'incalzava la visione della testa di Elena sul
    guanciale scoperto del letto.  Ad ogni tratto, quando giunto d'innanzi
    alla finestra si rivolgeva, credeva di vederla; e n'aveva un sussulto.
    I suoi nervi erano cos estenuati che secondavano ogni disordine della
    fantasia. L'allucinazione diveniva pi intensa. Egli si ferm, nascose
    la faccia tra le palme,  per contenere  l'eccitamento.  Poi  tir  sul
    guanciale la coperta, e and a risedersi.
    Gli  sorse  nello  spirito  un'altra imagine: Elena tra le braccia del
    marito: ancora una volta, con una esattezza implacabile.
    Egli ora conosceva meglio questo marito.  Proprio in quella  sera,  al
    teatro,  in  un  palco,  egli  era  stato  a lui presentato da Elena e
    l'aveva osservato attentamente, minutamente,  con acuta ricerca,  come
    per averne qualche rivelazione, come per strappargli un segreto.
    Udiva  ancora la voce di lui,  una voce d'un timbro singolare,  un po'
    stridula,  che  dava  ad  ogni  principio  di  frase  una  intonazione
    interrogativa;  e  vedeva  quegli  occhi  chiari  chiari sotto la gran
    fronte convessa, quegli occhi che prendevano talvolta i riflessi morti
    d'un vetro o s'animavano d'un bagliore indefinibile,  simile  un  poco
    allo  sguardo  d'un  maniaco.  E  vedeva anche quelle mani bianchicce,
    molli,  sparse d'una peluria biondissima,  che  avevano  qualche  cosa
    d'inverecondo  in  ogni  loro  moto,  nel prendere il binocolo,  nello
    spiegare il fazzoletto,  nel posarsi sul davanzale  del  palco,  nello
    sfogliare  il libretto dell'opera,  in ogni loro moto: mani improntate
    di vizio,  mani "sdiche",  poich tali forse dovevan esser quelle  di
    certi personaggi del Sade.
    Egli  vedeva  quelle  mani toccare la nudit di Elena,  contaminare il
    corpo bellissimo, tentare una lascivia curiosa...
    Orrore! Il supplizio era insostenibile. Egli si lev,  di nuovo;  and
    alla  finestra,  l'apr,  rabbrivid  all'aria fredda,  si scosse.  La
    Trinit de' Monti splendeva nell'azzurro,  con lineamenti netti,  come
    intagliata  in  un marmo appena appena roseo.  Roma,  sotto,  aveva un
    luccicor cristallino, come una citt scavata in un ghiacciaio.
    Quella quiete gelida e precisa gli ricondusse lo spirito alla realit,
    gli ridiede la conscienza vera del suo stato. Egli richiuse, e torn a
    sedersi.  L'enigma di Elena lo attrasse ancora;  le interrogazioni gli
    risorsero in tumulto,  lo incalzarono.  Ma ebbe la forza di ordinarle,
    di coordinarle,  di esaminarle a una a una,  con una strana  lucidit.
    Come  pi  procedeva  nell'analisi,  pi acquistava di lucidit;  e di
    quella sua crudele psicologia godeva come d'una vendetta. Infine,  gli
    pareva  d'aver  denudata  un'anima,  d'aver penetrato un mistero.  Gli
    pareva, infine, di possedere Elena assai pi a dentro che non al tempo
    dell'ebrezza.
    Chi era ella mai?
    Era  uno  spirito  senza  equilibrio  in  un  corpo   voluttuario.   A
    similitudine  di  tutte  le creature avide di piacere,  ella aveva per
    fondamento del suo essere morale uno smisurato egoismo. La sua facolt
    precipua, il suo asse intellettuale, per dir cos, era l'imaginazione:
    una imaginazione romantica,  nudrita di letture diverse,  direttamente
    dipendente  dalla  matrice,  continuamente  stimolata  dall'isterismo.
    Possedendo una certa intelligenza,  essendo stata  educata  nel  lusso
    d'una casa romana principesca, in quel lusso papale fatto di arte e di
    storia,  ella  erasi  velata  d'una vaga incipriatura estetica,  aveva
    acquistato un gusto elegante;  ed avendo anche compreso  il  carattere
    della sua bellezza,  ella cercava, con finissime simulazioni e con una
    mimica sapiente,  di  accrescerne  la  spiritualit,  irraggiando  una
    capziosa luce d'ideale.
    Ella portava quindi, nella comedia umana, elementi pericolosissimi; ed
    era  occasion  di  ruina e di disordine pi che s'ella facesse publica
    professione d'impudicizia.
    Sotto  l'ardore  della  imaginazione,   ogni  suo  capriccio  prendeva
    un'apparenza  patetica.  Ella  era  la  donna delle passioni fulminee,
    degli incendii improvvisi.  Ella copriva di fiamme  eteree  i  bisogni
    erotici  della  sua  carne e sapeva transformare in alto sentimento un
    basso appetito...
    Cos, in questo modo, con questa ferocia, Andrea giudicava la donna un
    tempo adorata.  Procedeva,  nel suo esame spietato,  senza  arrestarsi
    d'innanzi  ad  alcun ricordo pi vivo.  In fondo ad ogni atto,  a ogni
    manifestazione  dell'amor  d'Elena  trovava  l'artifizio,  lo  studio,
    l'abilit, la mirabile disinvoltura nell'eseguire un tema di fantasia,
    nel   recitare   una   parte   dramatica,   nel  combinare  una  scena
    straordinaria.  Egli non lasci  intatto  alcuno  de'  pi  memorabili
    episodii:  n  il  primo  incontro  al  pranzo di casa Ateleta,  n la
    vendita  del  cardinale  Immenraet,  n  il  ballo  del'Ambasciata  di
    Francia,  n  la  dedizione  improvvisa nella stanza rossa del palazzo
    Barberini,  n il congedo su la via Nomentana nel tramonto  di  marzo.
    Quel  magico  vino  che  prima  lo  aveva inebriato ora gli pareva una
    mistura perfida.
    Ben  per,  in  qualche  punto,  egli  rimaneva  perplesso,  come  se,
    penetrando  nell'anima  della  donna,  egli  penetrasse nell'anima sua
    propria e ritrovasse la sua propria  falsit  nella  falsit  di  lei;
    tanta  era  l'affinit delle due nature.  E a poco a poco il disprezzo
    gli si mut in una  indulgenza  ironica,  poich  egli  "comprendeva".
    Comprendeva tutto ci che ritrovava in s medesimo.
    Allora, con fredda chiarezza, defin il suo intendimento.
    Tutte  le  particolarit  del  colloquio  avvenuto  nel  giorno di San
    Silvestro,  pi d'una settimana  innanzi,  tutte  gli  tornarono  alla
    memoria;  ed egli si piacque a riconstruir la scena, con una specie di
    cinico sorriso interiore, senza pi sdegno, senza concitazione alcuna,
    sorridendo di Elena,  sorridendo di s medesimo.  -  Perch  ella  era
    venuta?  Era  venuta  perch quel convegno inaspettato,  con un antico
    amante, in un luogo noto, dopo due anni, le era parso "strano",  aveva
    tentato il suo spirito avido di commozioni rare,  aveva tentata la sua
    fantasia e la sua curiosit.  Ella voleva ora  vedere  a  quali  nuove
    situazioni  e  a  quali nuove combinazioni di fatti l'avrebbe condotta
    questo giuoco  singolare.  L'attirava  forse  la  novit  di  un  amor
    platonico  con  la  persona  medesima  ch'era  gi stata oggetto d'una
    passion sensuale.  Come sempre,  ella erasi messa con un certo  ardore
    all'imaginazione  d'un  tal  sentimento;  e poteva anche darsi ch'ella
    credesse d'esser sincera e che da questa  imaginata  sincerit  avesse
    tratto  gli accenti di profonda tenerezza e le attitudini dolenti e le
    lacrime.  Accadeva in lei un fenomeno a lui ben noto.  Ella giungeva a
    creder  verace  e grave un moto dell'anima fittizio e fuggevole;  ella
    aveva,  per dir  cos,  l'allucinazione  sentimentale  come  altri  ha
    l'allucinazione  fisica.  Perdeva la conscienza della sua menzogna;  e
    non sapeva pi se si trovasse nel vero o nel falso,  nella finzione  o
    nella sincerit.
    Ora,  a  questo  punto era lo stesso fenomeno morale che ripetevasi in
    lui di continuo.  Egli dunque non poteva con giustizia accusarla.  Ma,
    naturalmente, la scoperta toglieva a lui ogni speranza d'altro piacere
    che  non  fosse  carnale.  Omai  la  diffidenza gli impediva qualunque
    dolcezza d'abbandono, qualunque ebrezza dello spirito.
    Ingannare una donna sicura e fedele,  riscaldarsi a una grande  fiamma
    suscitata  con un baglior fallace,  dominare un'anima con l'artifizio,
    possederla tutta e farla  vibrare  come  uno  stromento,  "habere  non
    haberi",  pu  essere  un alto diletto.  Ma ingannare sapendo d'essere
    ingannato  una sciocca  e  sterile  fatica,    un  giuoco  noioso  e
    inutile.
    Egli   doveva   dunque  ottener  che  Elena  rinunziasse  all'idea  di
    fraternizzare e gli tornasse fra le braccia come un tempo. Egli doveva
    riprendere il possesso materiale della bellissima donna,  trarre dalla
    bellezza  di lei il maggior possibile godimento,  e quindi esserne per
    sempre liberato dalla saziet.  Ma in questa  impresa  conveniva  usar
    prudenza  e  pazienza.  Gi nel primo colloquio l'ardor violento aveva
    fatto  cattiva  prova.  Appariva  manifesto  ch'ella  fondava  il  suo
    progetto  di  impeccabilit  su  la  famosa  frase: Soffriresti tu di
    spartire con altri il mio corpo? La  grande  macchina  platonica  era
    mossa da questo santo orrore delle mescolanze. Poteva anche darsi che,
    in fondo in fondo,  questo orrore fosse sincero.  Quasi tutte le donne
    d'amorosa vita,  se giungono a concluder  nozze,  affettano  n  primi
    tempi  del matrimonio una feroce purit e si pongono a far professione
    di mogli caste con leale proposito.  Poteva  quindi  anche  darsi  che
    Elena fosse presa dal comune scrupolo.  Nulla di peggio,  allora,  che
    assalirla di fronte e apertamente urtare la sua novella  virt.Invece,
    conveniva secondarla nelle aspirazioni spirituali, accettarla come la
    sorella   pi   cara,   l'amica   pi  dolce,   inebriarla  d'ideale,
    platonizzando con accortezza;  e a poco a poco  trarla  dalla  candida
    fraternit a un'amicizia voluttuosa,  e da un'amicizia voluttuosa alla
    total resa del corpo. Probabilmente queste transizioni sarebbero state
    rapidissime. Tutto dipendeva dalla circostanza....
    Cos  ragionava  Andrea  Sperelli,   d'innanzi  al  camino  che  aveva
    illuminata  l'amante  Elena ignuda,  avvolta nel drappo dello Zodiaco,
    ridente tra le rose sparse.  E l'occupava una stanchezza immensa,  una
    stanchezza  che  non  chiedeva  il sonno,  una stanchezza cos vacua e
    sconsolata che quasi pareva un bisogno  di  morire;  mentre  il  fuoco
    spegnevasi in su gli alari e la bevanda freddavasi nella tazza.
    Ne'  giorni che seguirono,  egli invano aspett il biglietto promesso.
    Vi scriver un biglietto  per  dirvi  quando  potr  vedervi.  Elena
    dunque intendeva dargli un nuovo convegno.  Ma dove? Ancora nella casa
    Zuccari? Avrebbe ella commessa la seconda imprudenza? L'incertezza gli
    dava torture indicibili.  Egli passava tutte le sue ore a ricercare un
    qualunque  mezzo  per incontrarla,  per vederla.  Pi d'una volta and
    all'Albergo del Quirinale, con la speranza d'esser ricevuto, ma non la
    trov mai. La rivide una sera col marito, con Mumps,  com'ella diceva,
    di  nuovo  al  teatro.  Parlando  di cose leggere,  della musica,  dei
    cantanti,  delle  dame,  egli  mise  nel  suo  sguardo  una  tristezza
    supplichevole.  Ella si mostr molto preoccupata del suo appartamento:
    - rientrava  nel  palazzo  Barberini,  nel  suo  antico  quartiere  ma
    ampliato; ed era sempre con i tappezzieri a dare ordini, a disporre.
    - Rimarrete a Roma lungo tempo? - le chiese Andrea.
    - S - ella rispose. - Roma sar la nostra residenza invernale.
    Poco  dopo,  soggiunse:  -  Voi,  veramente,  potreste  darci  qualche
    consiglio per l'addobbo.  Venite una di queste mattine al palazzo.  Io
    ci son sempre tra le dieci e mezzogiorno.
    Egli  profitt  d'un momento in cui Lord Heathfield parlava con Giulio
    Musllaro, giunto allora nel palco; e chiese guardandola negli occhi:
    - Domani?
    Ella rispose, con semplicit, come se non avesse badato all'accento di
    quella interrogazione:
    - Tanto meglio.
    La mattina dopo,  egli and,  verso le undici,  a piedi,  lungo la via
    Sistina,  per  la piazza Barberini e su per la salita.  Era un cammino
    ben noto.  Gli parve di ritrovare le  impressioni  d'una  volta;  ebbe
    un'illusione  momentanea:  il  cuore  gli  si sollev.  La fontana del
    Bernini  brillava  singolarmente  al  sole,  come  se  i  delfini,  la
    conchiglia e il Tritone fosser divenuti d'una materia pi diafana, non
    pietra e non ancor cristallo, per una metamorfosi interrotta.
    L'operosit della nuova Roma empiva di romore tutta la piazza e le vie
    prossime.  Tra  i  carri  e  i  giumenti guizzavano i piccoli ciociari
    offrendo le violette.
    Quando egli oltrepass il cancello ed entr nel  giardino,  sentendosi
    prendere da un tremito,  pens: Ma L'AMO io dunque ancora?  Ancora LA
    SOGNO? Gli pareva che il tremito fosse quel d'una  volta.  Guard  il
    gran  palazzo  radiante  e  il suo spirito vol ai tempi in cui quella
    dimora,  in certe albe fredde e nebbiose,  prendeva per lui un aspetto
    d'incanto.  Erano i primissimi tempi della felicit: egli usciva caldo
    di baci,  pieno della recente gioia;  le  campane  della  Trinit  de'
    Monti,  di  Sant'Isidoro,  de'  Cappuccini  sonavano  l'"Angelus"  nel
    crepuscolo,   confusamente,   come  se  fossero  assai  pi   lontane;
    all'angolo  della  via  rosseggiavano  i  fuochi  intorno  le  caldaie
    dell'asfalto; un gruppo di capre stava lungo il muro biancastro, sotto
    una casa addormentata;  i gridi fiochi degli acquavitari si  perdevano
    nella nebbia...
    Egli  sent  risalir  dal  profondo quelle sensazioni obliate;  per un
    momento, si sent passar su l'anima un'onda dell'antico amore;  per un
    momento, prov ad imaginare che Elena fosse la Elena d'una volta e che
    le  cose  tristi non fossero vere e che la felicit seguitasse.  Tutto
    l'ingannevole fermento cadde,  appena egli  varc  la  soglia  e  vide
    venire  incontro  il marchese di Mount Edgcumbe sorridente di quel suo
    sorriso fine e un po' ambiguo.
    Allora incominci il supplizio.
    Elena comparve,  gli tese la mano con  molta  cordialit,  innanzi  al
    marito, dicendo:
    - Bravo Andrea! Aiutateci, aiutateci...
    Ella  era molto vivace,  nelle parole,  n gesti.  Aveva un'aria molto
    giovenile.  Portava  una  giacca  di  panno  azzurro  cupo,   guarnita
    d'"astrakan" nero su gli orli, sul collo diritto e su le maniche; e un
    cordoncino   di   lana  faceva  nell'"astrakan"  un  ricamo  elegante,
    passandovi sopra intrecciato.  Ella teneva una mano  nella  tasca,  in
    atto  grazioso;  e  con  l'altra  indicava le opere di tappezzeria,  i
    mobili, i quadri. Domandava consiglio.
    - Dove mettereste voi questi due cassoni?  Vedete: li ha trovati Mumps
    a  Lucca.  Le  pitture  sono del "vostro" Botticelli.  Dove mettereste
    questi arazzi?  Andrea riconobbe i quattro  arazzi  della  "Storia  di
    Narcisso" ch'erano alla vendita del cardinale Immenraet. Guard Elena,
    ma  non  incontr  gli  occhi di lei.  Una irritazione sorda lo prese,
    contro di lei, contro il marito,  contro quegli oggetti.  Egli avrebbe
    voluto  andarsene;  ma  gli  convenne  mettere in servigio dei coniugi
    Heathfield  il  suo  buon  gusto;   gli   convenne   anche   sofferire
    l'erudizione archeologica di Mumps,  ch'era un collezionista ardente e
    che volle mostrargli qualcuna delle sue raccolte.  Egli  riconobbe  in
    una vetrina l'elmo del Pollajuolo, e in un'altra la tazza di cristallo
    di rcca appartenuta a Niccol Niccoli. La presenza di quella tazza in
    quel luogo lo turb stranamente,  gli fece balenare allo spirito folli
    sospetti. Era dunque caduta in mano di Lord Heathfield? Dopo la famosa
    contesa che non ebbe esito, nessuno pi si occup del cimelio, nessuno
    torn alla vendita, il giorno dopo;  l'eccitazione efimera langu,  si
    spense,  pass  come  tutto  passa nella vita mondana;  e il cristallo
    rimase al contrasto di altri.  La cosa era naturalissima;  ma in  quel
    momento ad Andrea parve straordinaria.
    Ad arte,  egli si ferm d'innanzi alla vetrina e guard molto la coppa
    preziosa dove  la  storia  d'Anchise  e  di  Venere  scintillava  come
    intagliata in un puro diamante.
    -  Niccol  Niccoli - disse Elena,  pronunziando quel nome con accento
    indefinibile in cui il giovine cred sentire un poco di malinconia. Il
    marito era passato nella stanza attigua per aprire un armario.
    - Ricordatevi! Ricordatevi! - mormor Andrea, volgendosi.
    - Mi ricordo.
    - Quando dunque vi vedr?
    - Chi sa!
    - Mi prometteste...
    Ricomparve il Mount Edgcumbe. Passarono nell'altra stanza, seguitarono
    il giro. Ovunque i tappezzieri attendevano a stendere parati, ad alzar
    tende,  a trasportar  mobili.  Andrea,  ogni  volta  che  l'amica  gli
    chiedeva  un  consiglio,  doveva  fare uno sforzo per rispondere,  per
    vincere la mala voglia, per dominare l'impazienza.
    In un momento che il marito parlava con uno di quegli uomini,  egli le
    disse, a bassa voce, mostrando chiaro il suo fastidio:
    - Perch darmi questa tortura? Io sperava di trovarvi sola.
    A  una porta,  il cappellino di Elena urt una portiera mal messa e si
    pieg tutto  da  un  lato.  Ella,  ridendo,  chiam  Mumps  perch  le
    sciogliesse  il  nodo  del  velo.  E  Andrea  vide  quelle mani odiose
    sciogliere il nodo su la nuca della  desiderata,  sfiorare  i  piccoli
    riccioli neri,  quei riccioli vivi che un tempo sotto i baci rendevano
    un  profumo  misterioso,   non  paragonabile  ad  alcuno  de'  profumi
    conosciuti, ma pi di tutti soave, pi di tutti inebriante.
     Senza  indugio,  egli  si  conged,  affermando  d'essere aspettato a
    colazione.
    - Noi verremo a star qui definitivamenre il primo di febbraio, marted
    - gli disse Elena. - Allora sarete, spero, un nostro assiduo.
    Andrea s'inchin.
    Avrebbe  dato  qualunque  cosa  per  non  toccare  la  mano  di   Lord
    Heathfield. Se ne and pieno di rancore, di gelosia, di disgusto.
    La  sera  medesima,  sul tardi,  essendo capitato per caso al Circolo,
    dove non saliva da molto tempo, egli vide seduto a un tavolo di giuoco
    Don Manuel Ferres y Capdevila,  il ministro del Guatemala.  Lo  salut
    con premura; gli chiese notizie di Donna Maria, di Delfina.
    - Sono ancora a Siena? Quando verranno?
    Il ministro, memore d'aver guadagnate alcune migliaia di lire giocando
    col giovine conte nell'ultima notte di Schifanoja,  rispose con grande
    cortesia alla premura. Egli aveva conosciuto Andrea Sperelli giocatore
    ammirabile, d'alto stile, perfetto.
    - Sono qui tutt'e due, da qualche giorno.  Arrivarono luned.  Maria 
    molto dispiacente di non aver trovata la marchesa d'Ateleta.  Io credo
    che una  vostra  visita  le  sar  molto  gradita.  Stiamo  nella  via
    Nazionale. Eccovi l'indirizzo esatto.
    Gli  diede  un  suo biglietto.  Quindi si rimise al giuoco.  Andrea si
    sent chiamare dal duca di  Beffi  ch'era  in  un  crocchio  di  altri
    gentiluomini.
    - Perch non sei venuto stamani a Centocelle? - gli domand il duca.
    -  Avevo un altro appuntamento - rispose Andrea,  senza pensarci,  per
    una scusa qualunque.
    Il duca si mise a ridacchiare in coro con gli altri amici.
    - Al palazzo Barberini?
    - Potrebbe darsi.
    - Potrebbe darsi? T'ha visto entrare Ludovico...
    - E tu dov'eri? - chiese Andrea al Barbarisi.
    - Da mia zia Saviano.
    - Ah!
    - Non so se tu abbia fatto miglior caccia,  - seguit il duca di Beffi
    -  ma  noi abbiamo avuto un galoppo veloce di quarantadue minuti e due
    volpi. Gioved, alle Tre Fontane.
    - Capisci?  Non alle Quattro...  - ammon,  con la sua solita  gravit
    comica, Gino Bommnaco.
    Gli amici risero,  al motto; e il riso si propag anche allo Sperelli.
    Non gli dispiaceva quella malignit. Anzi,  ora appunto che mancava il
    fondamento,  egli  godeva  che  gli amici credessero riannodata la sua
    relazione con Elena.  Si  volse  a  discorrere  con  Giulio  Musllaro
    sopravvenuto.  Da alcune parole giuntegli all'orecchio,  s'accorse che
    nel crocchio si parlava di Lord Heathfield.
    - Io lo conobbi a Londra sei o sett'anni fa - diceva il duca di Beffi.
    - Era "Lord of the Bedchamber" del principe di Galles, mi pare...
    Poi la voce s'abbass. Il duca doveva raccontare cose enormi.
    All'orecchio d'Andrea giunse,  tra frammenti di frasi erotiche,  due o
    tre volte il titolo d'un giornale famoso nella stagione degli scandali
    di  Londra:  "Pall  Mall Gazette".  Egli avrebbe voluto ascoltare: una
    terribile curiosit l'invadeva.  Rivide nell'imaginazione le  mani  di
    Lord   Heathfield,   quelle  pallide  mani,   cos  espressive,   cos
    significative,  cos rivelatrici,  indimenticabili.  Ma  il  Musllaro
    seguitava a discorrere. Il Musllaro gli disse:
    - Usciamo. Ti racconter.
    Gi  per  le  scale  incontrarono  il  conte Albonico che saliva.  Era
    vestito a lutto per la morte di Donna Ippolita.  Andrea si ferm:  gli
    chiese  qualche  notizia  del  fatto  doloroso.  Egli  aveva saputo la
    sventura,  nel novembre,  a Parigi,  da Giulio Montelatici,  cugino di
    Donna Ippolita.
    - Ma fu un tifo?
    Il  vedovo  biondiccio e scolorito colse l'occasione per versar la sua
    pena.  Egli portava in giro il suo dolore come un tempo aveva  portato
    la  bellezza  della  moglie.  La  balbuzie  immiseriva  le  sue parole
    afflitte:  e  pareva  che  gli  occhi  biancastri  gli  si   dovessero
    sgonfiare, come due bolle di siero, da un momento all'altro.
    Giulio Musllaro, vedendo che l'elegia del vedovo andava un po' per le
    lunghe, sollecit Andrea dicendogli:
    - Bada, ci faremo aspettar troppo.
    Andrea si licenzi, rimettendo a un prossimo incontro il seguito della
    commemorazione funebre. Ed usc con l'amico.
    Le   parole   dell'Albonico  gli  avevano  rinnovato  quel  sentimento
    singolare,  misto d'un tormentoso desiderio  e  poi  d'una  specie  di
    compiacenza,  che  a Parigi l'aveva per alcuni giorni occupato dopo la
    notizia della morte. In quei giorni l'imagine di Donna Ippolita, quasi
    avvolta d'oblio, gli era apparsa, a traverso il tempo della malattia e
    della convalescenza,  a  traverso  tante  altre  vicende,  a  traverso
    l'amore di Donna Maria Ferres,  molto lontana ma avvolta di non so che
    idealit. Egli aveva da lei ottenuto il consenso;  e,  pur non essendo
    giunto  a  possederla,  ne  aveva  tratto una delle pi grandi ebrezze
    umane: l'ebrezza  della  vittoria  sopra  un  rivale,  d'una  vittoria
    clamorosa,  in  conspetto della donna desiderata.  In quei giorni,  il
    desiderio non potuto  appagare  gli  era  risorto;  e  sotto  l'impero
    dell'imaginazione,  l'impossibilit  di  appagarlo  gli aveva dato una
    inquietudine indicibile,  qualche ora di vero supplizio.  Poi,  tra il
    desiderio  e  il  rimpianto  era  nato  un altro sentimento,  quasi di
    compiacenza, direi quasi d'elevazione lirica.
    Gli piaceva che la sua avventura terminasse cos, per sempre.
    Quella donna non posseduta,  pel cui acquisto egli era stato sul punto
    di rimanere ucciso, quella donna quasi sconosciuta gli si levava unica
    intatta  su le cime dello spirito,  nella divina idealit della morte.
    "Tibi, Hippolyta, semper"!
    - Dunque - raccontava Giulio Musllaro - ella  venuta oggi,  verso le
    due.
    Raccontava  la  resa  di Giulia Moceto,  con un certo entusiasmo,  con
    molte particolarit intorno la rara e segreta bellezza  della  Pandora
    infeconda.
    - Hai ragione.  E' una coppa d'avorio,  uno scudo raggiante, "speculum
    voluptatis"...
    In Andrea una certa lieve puntura  provata  alcuni  giorni  a  dietro,
    nella notte di luna, dopo il teatro, quando l'amico era salito solo al
    palazzetto  Borghese,  facevasi  ora di nuovo sentire;  mutavasi in un
    rincrescimento non bene definito ma in fondo a cui si movevano  forse,
    confuse  con  le  memorie,  la  gelosia,  l'invidia  e  quella suprema
    intolleranza egoistica e tirannica ch'era nella sua natura  e  che  lo
    spingeva  talvolta  a  desiderare quasi la distruzione d'una donna gi
    preferita e goduta,  affinch ella non  fosse  pi  goduta  da  altri.
    Nessuno  doveva  bevere al bicchiere dove aveva egli bevuto una volta.
    Il ricordo del suo passaggio doveva  bastare  a  riempire  una  intera
    vita.  Le amanti dovevano rimaner fedeli in eterno alla sua infedelt.
    Questo  era  il  suo  sogno  orgoglioso.   E  poi  gli   spiaceva   la
    publicazione, la divulgazione d'un segreto di bellezza.
    Certo, s'egli avesse posseduto il Discobolo di Mirone o il Doriforo di
    Policleto  o  la  Venere  cnidia,  la  sua prima cura sarebbe stata di
    chiudere il capolavoro in un luogo inaccessibile e di goderne da solo,
    perch il godimento altrui non diminuisse il  suo  proprio.  E  allora
    perch  egli  medesimo  aveva concorso a publicare il segreto?  Perch
    egli medesimo aveva stimolato la  curiosit  dell'amico?  Perch  egli
    medesimo gli aveva fatto un augurio? La facilit stessa con cui quella
    donna  s'era  data  gli  metteva  ira  e disgusto,  e anche un poco lo
    umiliava.
    - Ma dove andiamo? - chiese Giulio Musllaro,  fermandosi nella piazza
    di Venezia.
    In fondo ai varii moti dell'animo e ai varii pensieri Andrea manteneva
    l'agitazione in lui suscitata dall'incontro con Don Manuel Ferres,  il
    pensiero di Donna Maria, un'imagine balenante.  E appunto,  in mezzo a
    quei  contrasti  momentanei,  una  sorta di ansiet lo traeva verso la
    casa di lei.
    - Io torno a  casa  -  rispose.  -  Passiamo  per  la  via  Nazionale.
    Accompagnami.
    Da  allora  egli non ascolt pi le parole dell'amico.  Il pensiero di
    Donna Maria lo domin  tutto.  Giunto  d'innanzi  al  Teatro  ebbe  un
    momento  d'esitazione,  non  sapendo  se  scegliere  il marciapiede di
    destra o quel di sinistra.  Egli voleva scoprire la  casa  leggendo  i
    numeri delle porte.
    - Ma che hai? - gli chiese il Musllaro.
    - Nulla. T'ascolto.
    Guard  un  numero  e  calcol che la casa doveva essere a manca,  non
    molto lontana,  forse in vicinanza della Villa Aldobrandini.  I grandi
    pini della villa apparvero leggeri nel cielo stellato, poich la notte
    era  gelida  ma  serena;  la  Torre  delle  Milizie levava la sua mole
    quadrata,  cupa fra le stelle;  le palme,  che crescono su le mura  di
    Servio, al chiaror de' fanali dormivano immobili.
    Pochi  numeri  mancavano  a raggiunger quello segnato sul biglietto di
    Don Manuel.  Andrea trepidava come se Donna Maria fosse  per  venirgli
    incontro.  La casa era, infatti, vicina. Egli pass rasente il portone
    chiuso; non pot tenersi dal guardare in su.
    - Ma che guardi? - gli chiese il Musllaro.
    - Nulla. Dammi una sigaretta. Affrettiamo il passo, che' fa freddo.
    Percorsero la via Nazionale fino alle Quattro Fontane, in silenzio. La
    preoccupazione di Andrea era manifesta. L'amico gli disse:
    - Tu certo hai qualche cosa che ti tormenta.
    E Andrea si  sentiva  il  cuore  cos  gonfio  che  fu  sul  punto  di
    abbandonarsi alla confidenza.  Ma si trattenne.  Egli era ancora sotto
    l'impressione delle  malignit  udite  al  Circolo,  del  racconto  di
    Giulio, di tutta quella indiscreta leggerezza da lui stesso provocata,
    da   lui   stesso   professata.    L'assenza   completa   di   mistero
    nell'avventura, la compiacenza vanitosa degli amanti nell'accogliere i
    motti e i sorrisi altrui,  la cinica indifferenza con cui  gli  amanti
    d'un  tempo  lodano le qualit della donna a coloro che gi sono su la
    via di goderle,  e l'affettazione con cui  quelli  dnno  a  questi  i
    consigli  per  giunger meglio allo scopo,  e la premura con cui questi
    dnno a quelli i pi minuti ragguagli su un primo convegno per  sapere
    se  la maniera tenuta ora dalla dama nel concedersi si riconfronti con
    quella tenuta altre volte,  e le cessioni,  e  le  concessioni,  e  le
    successioni,   e   insomma   tutte  le  piccole  e  grandi  vilt  che
    accompagnano i dolci adulterii mondani,  gli parvero ridur l'amore una
    mescolanza   insipida   e   immonda,   una  volgarit  ignobile,   una
    prostituzion senza nome.  Le memorie di Schifanoja gli  attraversavano
    l'anima, come profumi cordiali. La figura di Donna Maria gli splendeva
    dentro  con tal vivezza ch'egli n'era quasi attonito;  e un'attitudine
    egli  vedeva  sopra  le  altre  distinta,  sopra  le  altre  luminosa:
    l'attitudine  di lei quando nel bosco di Vicomle aveva pronunziata la
    parola ardente.  Avrebbe egli riudita quella parola da  quella  bocca?
    Che aveva fatto ella,  che aveva pensato, come aveva vissuto nel tempo
    della lontananza?  L'agitazione interiore gli cresceva ad ogni  passo.
    Come  fantasmagorie  mobili  e  fuggevoli  gli passavano nello spirito
    frammenti di visioni: un lembo di paesaggio,  un lembo  di  mare,  una
    scala tra i rosai,  l'interno d'una stanza, tutti i luoghi ov'era nato
    un sentimento,  ov'erasi effusa una dolcezza,  ov'ella aveva sparso il
    fascino  della  sua  persona.  Ed  egli  provava  un  tremore intimo e
    profondo a pensare  che  forse  nel  cuor  di  lei  ancora  viveva  la
    passione, che forse ella aveva sofferto e pianto e forse anche sognato
    e sperato. Chi sa!
    -  Ebbene?  -  disse  Giulio Musllaro.  - Come vanno le cose con Lady
    Heathfield?
    Scendevano gi per la via delle Quattro Fontane,  erano  d'innanzi  al
    palazzo  Barberini.  A  traverso i cancelli,  tra i colossi di pietra,
    appariva il giardino oscuro animato da un  mormorio  fioco  di  acque,
    dominato dall'edifizio biancheggiante ove il solo portico aveva ancora
    un lume.
    - Che dici? - domand Andrea.
    - Come vanno le cose con Donna Elena?
    Andrea guard il palazzo. Gli sembr, in quel momento, di sentirsi nel
    cuore una grande indifferenza,  la morte vera del desiderio, la finale
    rinunzia; e trov, per rispondere, una frase qualunque.
    - Seguo il consiglio. Non riaccendo la sigaretta...
    - Eppure,  vedi,  questa volta forse varrebbe la pena.  L'hai guardata
    bene?  Mi pare pi bella;  mi pare,  non so, che abbia qualche cosa di
    nuovo,  inesprimibile...  Forse dico  male  a  dir  "nuovo".  E'  come
    divenuta pi intensa,  conservando tutto il suo carattere di bellezza;
     insomma,  dir cos,  "pi Elena" dell'Elena di due o tre  anni  fa:
    essenzia  quinta  .  Sar,  forse,  effetto della seconda primavera;
    perch credo ch'ella debba stare l l per toccar la trentina.  Non ti
    sembra?
    Andrea  si sent da queste parole pungere,  di nuovo accendere.  Nulla
    vale a ravvivare e ad esasperare il desiderio d'un uomo quanto l'udire
    da altri lodar la donna da lui troppo a lungo posseduta,  o  troppo  a
    lungo  vagheggiata invano.  Ci sono amori in agonia che si protraggono
    ancora, per virt dell'altrui invidia, dell'altrui ammirazione; poich
    l'amante disgustato o stanco teme di rinunziare al suo possesso  o  al
    suo assedio in favore della felicit di chi potrebbe succedergli.
    - Non ti sembra?  E poi, menelaizzare quell'Heathfield dovrebbe essere
    un gaudio straordinario.
    - Credo anch'io -  disse  Andrea,  sforzandosi  di  prendere  il  tono
    frivolo dell'amico. - Vedremo.


    3.
    -  Maria,  lasciate  a  questo minuto la sua dolcezza,  lasciate ch'io
    esprima tutto il mio pensiero!
    Ella  si  lev.  Disse  piano,  senza  sdegno,  senza  severit,   con
    commozione palese nella voce:
    - Perdonatemi. Io non posso ascoltarvi. Mi fate molto male.
    - Tacer. Rimanete, Maria; vi prego.
    Di  nuovo,  ella  sedette.  Era  come  al  tempo di Schifanoja.  Nulla
    superava la grazia della finissima testa che pareva esser  travagliata
    dalla profonda massa de' capelli,  come da un divino castigo. Un'ombra
    morbida,  tenera,  simile alla fusione  di  due  tinte  diafane,  d'un
    violetto  e d'un azzurro ideali,  le circondava gli occhi che volgevan
    l'iride lionata degli angeli bruni.
    - Io non voleva  -  soggiunse  Andrea,  umilmente  -  non  voleva  che
    ricordarvi le mie parole d'un tempo, quelle che ascoltaste una mattina
    nel  parco,  sul  sedile  di  marmo,  sotto  gli  lbatri,  in  un'ora
    indimenticabile per me e quasi sacra nella memoria...
    - Io le ricordo.
    - Ebbene,  Maria,  da quel tempo la mia miseria  divenuta pi trista,
    pi  oscura,  pi  crudele.  Io  non  sapr  mai  dirvi  tutte  le mie
    sofferenze,  tutte le mie abiezioni;  non sapr mai dirvi quante volte
    la mia anima vi ha chiamata,  credendo di morire;  non sapr mai dirvi
    il brivido di felicit,  la sollevazione di tutto il mio essere  verso
    la  speranza,  se per un momento io osava pensare che il ricordo di me
    forse ancora viveva nel vostro cuore.
    Egli parlava con l'accento medesimo di quella mattina lontana;  pareva
    ripreso  da quella medesima ebrezza sentimentale.  Tutte le malinconie
    gli risalivano alle labbra. Ed ella ascoltava, a capo chino, immobile,
    quasi nell'attitudine di quella volta;  e la sua  bocca,  l'espression
    della  sua  bocca,  invano  serrata  con violenza,  come quella volta,
    tradiva una sorta di dolorosa volutt.
    - Vi ricordate di Vicomle?  Vi ricordate del bosco,  in  quella  sera
    d'ottobre, quando traversammo soli?
    Donna Maria accenn lievemente col capo, come in atto d'assenso.
    - E della parola che mi diceste? - soggiunse il giovine, pi sommesso,
    ma  con  nella  voce  un'espressione  intensa  di  passion  contenuta,
    piegandosi verso di lei molto,  come per giungere  a  guardarla  negli
    occhi ch'ella teneva ancora chini.
    Ella li alz, que' buoni pietosi dolenti occhi, su lui.
    -  Di  tutto  io mi ricordo,  - rispose - di tutto,  di tutto.  Perch
    dovrei nascondervi l'anima mia? Voi siete uno spirito nobile e grande;
    ed io ho fede nella vostra generosit. Perch dovrei condurmi verso di
    voi come una donna volgare? Quella sera, non vi dissi che vi amavo? Io
    intendo nella vostra domanda un'altra  domanda.  Voi  mi  chiedete  se
    ancora io vi ami.
    Ella esit, un attimo. Le labbra le tremarono.
    - Vi amo.
    - Maria!
    -  Ma  voi  dovete  rinunziar  per  sempre  al  mio amore,  voi dovete
    allontanarvi da  me;  dovete  essere  nobile  e  grande,  e  generoso,
    risparmiandomi  una  lotta  che  mi  fa  paura.  Io ho molto sofferto,
    Andrea,  e saputo soffrire;  ma il pensiero di dover combattere contro
    di  voi,  di dovermi difendere contro di voi,  mi d un terrore folle.
    Voi non sapete a costo di quali sacrifizi ero giunta  ad  ottenere  la
    calma  del  cuore;  non  sapete  a  quali  alti  e carissimi ideali ho
    rinunziato... Poveri ideali! Sono diventata un'altra donna, perch era
    necessario che  io  diventassi  un'altra;  sono  diventata  una  donna
    comune, perch cos chiedeva il dovere.
    Ella aveva nella voce una malinconia grave e soave.
    -  Incontrandovi,  sentii  d'un tratto risorgere in me i vecchi sogni,
    sentii rivivere l'anima antica;  e n primi giorni mi abbandonai  alla
    dolcezza, chiudendo gli occhi sul pericolo lontano. Pensavo: Egli non
    sapr nulla dalla mia bocca;  io non sapr nulla dalla sua. Ero quasi
    senza rimorso,  senza quasi paura.  Ma voi parlaste;  voi  mi  diceste
    parole   che   io   non  aveva  udite  mai;   voi  mi  strappaste  una
    confessione...  il pericolo m'apparve,  certo,  aperto,  manifesto.  E
    ancora m'abbandonai a un sogno.  Le vostre angosce mi stringevano,  mi
    facevano una pena profonda.  Pensavo: L'impuro l'ha  macchiato;  s'io
    bastassi  a  purificarlo!  Sarei  felice d'esser l'olocausto della sua
    rinnovazione. La vostra  tristezza  attirava  la  mia  tristezza.  Mi
    pareva  che  forse io non avrei saputo consolarvi ma che forse avreste
    provato un sollievo sentendo un'anima rispondere eternamente amen alle
    volont del vostro dolore.
    Ella profer queste ultime parole con  tale  elevazion  spirituale  in
    tutta  la  figura,  che  Andrea  fu  invaso da un'onda di gaudio quasi
    mistico; e il suo unico desiderio,  in quel momento,  era di prenderle
    ambo  le mani e d'esalare l'ineffabile ebrezza su quelle care delicate
    immacolate mani.
    - Non  possibile! Non  possibile! - ella seguit,  scotendo la testa
    in atto di rammarico.  - Noi dobbiamo rinunziar per sempre a qualunque
    speranza.  La vita  implacabile.  Senza  volere,  voi  distruggereste
    un'intera esistenza e forse non una sola...
    -  Maria,  Maria,  non  dite  queste  cose!  -  interruppe il giovine,
    piegandosi ancora verso di lei, prendendole una mano, senza impeto, ma
    con una specie di trepidazione supplichevole come se prima di  compier
    l'atto  egli  aspettasse  un  segno  di  consenso.  - Io far quel che
    vorrete;  io sar umile  e  obediente;  la  mia  unica  aspirazione  
    d'obedirvi;  il  mio  unico  desiderio    di  morire nel vostro nome.
    Rinunziare a voi  rinunziare alla salvezza,  ricader per sempre nella
    rovina,  non  rialzarsi  mai pi.  Io vi amo come nessuna parola umana
    potr mai esprimere. Ho bisogno di voi.  Voi soltanto siete vera;  voi
    siete la Verit che il mio spirito cerca.  Il resto  vano; il resto 
    nulla. Rinunziare a voi  come entrar nella morte. Ma se il sacrifizio
    di me vale a conservarvi la pace,  io  vi  debbo  il  sacrifizio.  Non
    temete, Maria. Io non vi far alcun male.
    Egli teneva la mano di lei nella sua, ma senza premerla. La sua parola
    non  aveva  ardore ma era sommessa,  scorata,  accorante,  piena d'una
    immensa prostrazione.  E la piet  illudeva  Maria  cos  ch'ella  non
    ritrasse la mano e s'abbandon per qualche minuto alla pura volutt di
    quel contatto leggero.  Era in lei una volutt tanto sottile che quasi
    pareva  non  aver  ripercussione  organica;  era  come  se  un  fluido
    essenziale le si partisse dall'intimo cuore e pel braccio le affluisse
    alle  dita e le si dilatasse oltre le dita con un'onda indefinitamente
    armoniosa.  Quando Andrea tacque,  certe parole proferite  nel  parco,
    nella mattina indimenticabile, le tornarono alla memoria rianimate dal
    suon recente della voce di lui, mosse dalla nuova commozione: La sola
    presenza  vostra  visibile  bastava  a darmi l'ebrezza.  Io la sentiva
    fluire nelle mie vene, come un sangue, e invadere il mio spirito, come
    un sentimento sovrumano...
    Successe un intervallo di silenzio.  Si udiva di tratto in  tratto  il
    vento  scuotere i vetri delle finestre.  Giungeva col vento un clamore
    lontano,  misto al rombo delle vetture.  Entrava  una  luce  fredda  e
    limpida come un'acqua sorgiva;  negli angoli si raccoglieva l'ombra, e
    fra le tende composte di tessuti dell'Estremo Oriente; luccicavano qua
    e l su i mobili le incrostazioni di giada, di avorio,  di madreperla;
    un gran Buddha dorato appariva in fondo, sotto una "musa paradisiaca".
    Quelle forme esotiche davano alla stanza un po' del loro mistero.
    - Ora, che pensate? - chiese Andrea. - Non pensate alla mia fine?
    Ella pareva assorta in un pensier dubitoso.  Era, in vista, irresoluta
    come se ascoltasse due voci interiori.
    - Io non so dirvi - ella rispose,  passandosi la mano su la fronte con
    un gesto lieve - non so dirvi che strano presentimento mi opprima,  da
    lungo tempo. Non so; ma io TEMO.
    Ella soggiunse, dopo una pausa:
    - Pensare che voi soffrite, che voi siete malato, povero amico,  e che
    io  non potr alleviarvi la pena,  che io vi mancher nella vostra ora
    d'angoscia, che io non sapr se voi mi chiamerete... Mio Dio!
    Ella aveva nella voce un tremito e una  fievolezza  quasi  di  pianto,
    come  se  le  si  fosse  chiusa la gola.  Andrea teneva il capo chino,
    tacendo.
    - Pensare che la mia anima sempre vi seguir, sempre,  e che non potr
    mai  mai  confondersi  con  la  vostra,  non  potr  mai da voi essere
    compresa... Povero amore!
    Ella aveva la voce piena di lacrime, la bocca atteggiata di dolore.
    - Non mi abbandonate!  Non mi  abbandonate!  -  proruppe  il  giovine,
    prendendole  ambo  le  mani,  quasi  inginocchiandosi,  in preda a una
    grande esaltazione. - Io non vi chieder nulla;  non voglio da voi che
    la  piet.  La  piet  che mi venisse da voi mi sarebbe pi cara della
    passione di qualunque altra: voi lo sapete.  Le vostre  sole  mani  mi
    potranno  guarire;  mi potranno ricondurre alla vita,  sollevare dalla
    bassezza,  ridonare la fede,  liberare da tutte le  cattive  cose  che
    m'infettano e mi empiono d'orrore. Care, care mani...
    Egli  si  chin a baciarle,  vi tenne premuta la bocca.  Socchiuse gli
    occhi, in atto di somma dolcezza, mentre diceva piano,  con un accento
    indefinibile:
    - Vi sento tremare.
    Ella si lev, tremante, smarrita, pi pallida di quando, nella mattina
    memorabile,  camminava  sotto  i  fiori.  Il  vento  scoteva  i vetri;
    giungeva un clamore come d'una moltitudine  ammutinata.  Quelle  grida
    nel vento, che venivano dal Quirinale, le aumentarono l'agitazione.
    - Addio.  Vi prego,  Andrea; non rimanete pi qui, mi vedrete un'altra
    volta, quando vorrete. Ma ora, addio. Vi prego!
    - Dove vi vedr?
    - Al concerto, domani. Addio.
    Ella era tutta sconvolta,  come  se  avesse  commessa  una  colpa.  Lo
    accompagn  fino  alla porta della stanza.  Rimasta sola,  esit,  non
    sapendo che fare, ancor tenuta dallo sbigottimento.  Si sentiva ardere
    le guance e le tempie, intorno agli occhi, d'un ardore intenso, mentre
    pel resto del corpo rabbrividiva; su le mani l'impressione della bocca
    amata persisteva come un suggello, ed era un'impressione deliziosa, ed
    ella avrebbe voluto che fosse indelebile come un suggello divino.
    Guard in giro.  Nella stanza la luce diminuiva, le forme si perdevano
    nella mezz'ombra,  il gran Buddha raccoglieva nella  sua  doratura  un
    chiaror  singolare.  Or s or no giungevano le grida.  Ella and verso
    una finestra,  l'apr,  si sporse.  Un vento  gelido  soffiava  su  la
    strada,  ove gi verso la piazza di Termini cominciavano ad accendersi
    i fanali.  Incontro,  gli alberi della Villa Aldobrandini  svettavano,
    appena  tinti  d'un  riflesso  rossastro.  Su  la  Torre delle Milizie
    pendeva una enorme nuvola paonazza, solitaria nel cielo.
    La sera le parve lugubre.  Ella si ritrasse;  and a sedersi nel luogo
    medesimo del colloquio recente. - Perch Delfina non tornava ancora? -
    Avrebbe voluto evitare ogni riflessione,  ogni meditazione; eppure non
    so che debolezza  la  tratteneva  in  quel  luogo  ove,  pochi  minuti
    innanzi,  Andrea aveva respirato,  aveva parlato, aveva esalato il suo
    amore e il suo dolore.  Gli sforzi,  i propositi,  le contrizioni,  le
    preghiere,   le   penitenze  di  quattro  mesi  si  disperdevano,   si
    disfacevano, diventavano inutili, in un attimo.
    Ella ricadeva, sentendosi forse pi stanca, pi vinta, senza volont e
    senza potere contro i fenomeni morali che la sorprendevano,  contro le
    sensazioni che la sconvolgevano;  e, mentre s'abbandonava all'angoscia
    e al languore d'una conscienza in cui ogni coraggio  veniva  meno,  le
    pareva che qualche cosa di lui fluttuasse nell'ombra della stanza e le
    avvolgesse tutta la persona, d'una carezza infinitamente soave.
    E,  il  giorno  dopo,  ella  sal  al Palazzo dei Sabini,  con il cuor
    palpitante sotto un mazzo di violette.
    Andrea gi era ad attenderla su la porta della sala.  Stringendole  la
    mano, le disse:
    - Grazie.
    La condusse a una sedia, le si mise accanto. Le disse:
    - Credevo di morire aspettandovi.  Temevo che non veniste. Come vi son
    grato!
    Le disse:
    - Iersera,  tardi,  io passai dalla vostra Casa.  Vidi un lume  a  una
    finestra,  alla  terza  finestra verso il Quirinale.  Non so che avrei
    dato per conoscere se voi eravate l...
    Anche, le chiese:
    - Da chi avete avute quelle violette?
    - Da Delfina - ella rispose.
    - Vi ha raccontato Delfina il nostro incontro di stamani su la  piazza
    di Spagna?
    - S; tutto.
    Il  concerto incominci con un Quartetto del Mendelssohn.  La sala era
    gi quasi interamente occupata.  L'uditorio  componevasi,  in  massima
    parte, di dame straniere; ed era un uditorio biondo, pieno di modestia
    negli  abiti,  pieno  di raccoglimento nelle attitudini,  silenzioso e
    religioso come in un luogo pio.  L'onda della musica passava su  teste
    immobili, coperte di cappelli scuri, dilatandosi in una luce aurea, in
    una  luce  che  fluiva  dall'alto,  temperata  dalle  tendine  gialle,
    schiarita  dalle  pareti  bianche  e  nude.  E  la  vecchia  sala  dei
    Filarmonici,  disadorna,  dove  appena  rimaneva  su  l'egual  candore
    qualche traccia d'un fregio e dove le misere portiere  azzurre  stavan
    per cadere, offriva imagine d'un luogo che fosse rimasto chiuso per un
    secolo e fosse stato riaperto proprio in quel giorno. Ma quel color di
    vecchiezza,   quell'aria  di  povert,   quella  nudit  delle  pareti
    aggiungevano  non  so  che  strano  sapore   allo   squisito   diletto
    dell'udizione;  e il diletto pareva pi segreto, pi alto, pi puro l
    dentro, per ragion d'un contrasto. Era il 2 di febbraio, un mercoled:
    in Montecitorio,  il Parlamento disputava per il fatto di  Dogali;  le
    vie e le piazze prossime rigurgitavano di popolo e di soldati.
    I ricordi musicali di Schifanoja sorsero nello spirito de' due amanti;
    un  riflesso  di quell'autunno illumin i loro pensieri.  Al suono del
    "Minuetto"  mendelssohniano  si  svolgeva  la  visione   della   villa
    maritima,  della  sala  profumata dai giardini sottoposti,  dove negli
    intercolunnii del vestibolo si  levavano  le  cime  dei  cipressi,  si
    scorgevano le vele di fiamma su un lembo di mare sereno.
    Di  tratto  in tratto Andrea,  chinandosi un poco verso la senese,  le
    chiedeva piano:
    - Che pensate?
    Ella rispondeva con un sorriso cos tenue ch'egli  appena  giungeva  a
    coglierlo.
    - Vi ricordate del 23 settembre? - ella disse.
    Andrea  non aveva ben distinto nella memoria quel ricordo,  ma assent
    col capo.
    L'"Andante" calmo e solenne,  dominato da  un'alta  melodia  patetica,
    dopo  estesi  sviluppi  aveva  uno  scoppio  di  dolore.  Il  "Finale"
    insisteva in una certa monotonia ritmica, piena di stanchezza.
    Ella disse:
    - Ora viene il vostro Bach.
    E ambedue, quando la musica ricominci, provarono un bisogno istintivo
    di riavvicinarsi.  I loro  gomiti  si  sfioravano.  Alla  fine  d'ogni
    "tempo",  Andrea  si  chinava  verso  di  lei per legger nel programma
    ch'ella teneva spiegato fra le  mani;  e,  nell'atto,  le  premeva  il
    braccio,  sentiva  l'odore  delle  viole,  le comunicava un brivido di
    delizia. L'"Adagio" aveva una elevazion di canto cos possente, saliva
    con tal  volo  alle  sommit  dell'estasi,  con  tal  piena  sicurezza
    allargavasi nell'Infinito, che parve la voce d'una creatura sopraumana
    la   quale  effondesse  nel  ritmo  il  giubilo  d'una  sua  conquista
    immortale. Tutti gli spiriti erano trascinati dall'onda irresistibile.
    Quando la musica cess, lo stesso fremito degli strumenti dur qualche
    minuto nell'uditorio.  Un susurro corse da  un  capo  all'altro  della
    sala. L'applauso irruppe, dopo l'indugio, pi vivo.
    I due si guardarono,  con gli occhi alterati, come se si distaccassero
    dopo un amplesso d'insostenibile piacere.  La  musica  continuava;  la
    luce  della  sala diveniva pi discreta;  un tepor dilettoso addolciva
    l'aria;  intiepidite,  le violette di Donna Maria esalavano un profumo
    pi  forte.  Andrea  aveva  quasi  l'illusione  d'essere SOLO con lei,
    poich non vedeva d'innanzi a s persone ch'egli conoscesse.
    Ma s'ingannava. In un intervallo, volgendosi,  vide Elena Muti diritta
    in  fondo  alla  sala,  accompagnata  dalla  principessa di Ferentino.
    Sbito, il suo sguardo incontr quel di lei. Da lontano,  egli salut.
    Gli parve di scorgere su le labbra di Elena un sorriso singolare.
    -  Chi salutate?  - chiese Donna Maria,  anche volgendosi.  - Chi sono
    quelle signore?
    - Lady Heathfield e la principessa di Ferentino.
    Ella cred sentire nella voce di lui un turbamento.
    - Qual  la Ferentino?
    - La bionda.
    - L'altra  molto bella.
    Andrea tacque.
    - Ma  una inglese? - ella soggiunse.
    - No;   una romana;   la vedova del duca di Scerni,  passata a  Lord
    Heathfield in seconde nozze.
    - E' molto bella.
    Andrea domand, con premura.
    - Ora, che soneranno?
    - Il "Quartetto" del Brahms, "in do minore".
    - Lo conoscete?
    - No.
    - Il secondo "tempo"  meraviglioso.
    Per celare la sua inquietudine, egli parlava.
    - Quando vi vedr, ancora?
    - Non so.
    - Domani?
    Ella  titub.  Pareva  che le fosse discesa pel volto una lieve ombra.
    Rispose:
    - Domani,  se ci sar sole,  verr con Delfina su la piazza di Spagna,
    verso mezzogiorno.
    - E se il sole mancasse?
    - Sabato sera, andr dalla contessa Starnina...
    La  musica  ricominciava.  Il primo "tempo" esprimeva un lottar cupo e
    virile, pieno di vigore.  La "Romanza" esprimeva un ricordarsi desioso
    ma assai triste,  e quindi un sollevarsi lento, incerto, debole, verso
    un'alba assai lontana.  Una chiara  frase  melodica  si  svolgeva  con
    profonde  modulazioni.  Era  un  sentimento  assai diverso da quel che
    animava l'"Adagio" del Bach: era pi umano, pi terreno, pi elegiaco.
    Passava in quella musica un soffio di Ludovico Beethoven.
    Andrea fu invaso da una cos terribile ansia  che  tem  di  tradirsi.
    Tutta la dolcezza di prima gli si convert in amarezza. Egli non aveva
    la  conscienza  esatta  di  questo  suo  nuovo  sofferire;  non sapeva
    raccogliersi n dominarsi; ondeggiava perduto fra la duplice attrazion
    feminile e il  fascino  della  musica,  da  nessuna  delle  tre  forze
    penetrato;  provava,  dentro,  un'impressione indefinibile,  come d'un
    vuoto in cui risonassero di continuo grandi urti con un'eco  dolorosa;
    e il suo pensiero si spezzava in mille frammenti,  si sconnetteva,  si
    disfaceva;   e  le  due  imagini  feminili   si   sovrapponevano,   si
    confondevano,  si  distruggevano  a  vicenda,  senza  ch'egli  potesse
    giungere a separarle, senza ch'egli potesse giungere a definire il suo
    sentimento verso l'una,  il suo sentimento verso l'altra.  E a fior di
    questa  torbida sofferenza interiore si moveva l'inquietudine prodotta
    dalla immediata realit,  dalle preoccupazioni,  dir cos,  pratiche.
    Non gli sfuggiva un leggero cambiamento nell'attitudine di Donna Maria
    verso di lui; e credeva sentire lo sguardo di Elena assiduo e fisso; e
    non  giungeva  a trovare un modo di contenersi,  non sapeva se dovesse
    accompagnar Donna Maria nell'uscir dalla sala o se dovesse avvicinarsi
    a Elena,  n sapeva se quel caso gli avrebbe giovato o nociuto  presso
    l'una e l'altra.
    - Io vado - disse Donna Maria levandosi, dopo la "Romanza".
    - Non aspettate la fine?
    - No; debbo essere a casa per le cinque.
    - Ricordatevi, domattina...
    Ella  gli tese la mano.  Forse pel calore dell'aria chiusa,  una lieve
    fiamma le avvivava la pallidezza.  Un mantello di velluto,  d'un color
    cupo  di piombo,  orlato d'una larga zona di "chinchilla",  le copriva
    tutta la persona: e tra la  pelliccia  cinerea  le  violette  morivano
    squisitamente.  Nell'uscire,  ella  camminava  con  sovrana  eleganza,
    mentre qualcuna delle signore sedute volgevasi a guardarla.  E per  la
    prima  volta  Andrea vide in lei,  nella donna spirituale,  nella pura
    madonna senese, la dama di mondo.
    Il  Quartetto  entrava  nel  terzo  "tempo".  Poich  la  luce  diurna
    diminuiva,  furono alzate le tendine gialle, come in una chiesa. Altre
    signore abbandonarono la sala.  Sorgeva qua e  l  qualche  bisbiglio.
    Cominciavano  nell'uditorio la stanchezza e la disattenzione,  che son
    proprie della fine d'ogni concerto. Per uno di que' singolari fenomeni
    d'elasticit e di volubilit  repentini,  Andrea  prov  un  senso  di
    sollievo,  quasi  gaio.  Egli  perse ogni preoccupazion sentimentale e
    passionale,  d'un tratto;  e l'avventura di piacere apparve sola  alla
    sua  vanit,  alla  sua viziosit,  lucidamente.  Egli pens che Donna
    Maria,  concedendogli quei convegni innocui,  gi aveva messo il piede
    su la dolce china in fondo a cui  il peccato inevitabile anche per le
    anime  pi  vigili;  pens  che forse un po' di gelosia avrebbe potuto
    spingere Elena a ricadergli nelle braccia,  e che quindi  forse  l'una
    avventura  avrebbe  aiutata  l'altra;  pens che forse appunto un vago
    timore,  un presentimento geloso avevano affrettato l'assenso di Donna
    Maria  al prossimo convegno.  Egli era dunque su la via di una duplice
    conquista;  e sorrise notando che in ambedue le imprese la  difficolt
    si  presentava  sotto  un medesimo aspetto.  Egli doveva convertire in
    amanti due sorelle, cio due che volevano presso di lui far profession
    di sorelle. Altre simiglianze fra i due casi egli not, sorridendo.  -
    Quella  voce!  Com'erano  strani nella voce di Donna Maria gli accenti
    d'Elena!  - Gli balen un pensiero folle.  - Quella voce poteva  esser
    per  lui  l'elemento  d'un'opera  d'imaginazione:  in virt d'una tale
    affinit egli poteva fondere le due bellezze per possederne una  terza
    imaginaria, pi complessa, pi perfetta, pi "vera" perch ideale...
    Il  terzo  "tempo",  eseguito  con  impeccabile stile,  finiva tra gli
    applausi. Andrea si lev; si avvicin a Elena.
    - Oh, Ugenta, dove siete stato fino ad ora? - gli disse la principessa
    di Ferentino. - "Au pays du Tendre"?
    - E quell'incognita? - gli disse Elena, con un'aria leggera,  odorando
    un mazzo di viole tirato fuori dal manicotto di martora.
    -  E'  una grande amica di mia cugina: Donna Maria Ferres y Capdevila,
    moglie del  nuovo  ministro  di  Guatemala  -  rispose  Andrea,  senza
    turbarsi.  -  Una  bella  creatura,  assai fine.  Era da Francesca,  a
    Schifanoja, in settembre.
    - E Francesca? - interruppe Elena. - Non sapete quando torner?
    - Ho notizie sue, da San Remo, recenti.  Ferdinando migliora.  Ma temo
    ch'ella dovr trattenersi l qualche altro mese, forse pi.
    - Che peccato!
    Il  Quartetto  entrava  nell'ultimo  tempo,  molto  breve.  Elena e la
    Ferentino avevano occupato due sedie, in fondo, lungo la parete, sotto
    il pallido specchio dove si rifletteva la sala malinconica.
    Elena ascoltava, con la testa china,  facendo scorrere tra le sue mani
    le estremit d'un lucido boa di martora.
    -  Accompagnateci  -  ella disse,  quando il concerto fu finito,  allo
    Sperelli.
    Montando in carrozza, dopo la Ferentino, ella disse:
    - Montate anche voi.  Lasciamo Eva al palazzo Fiano.  Vi poso poi dove
    volete.
    - Grazie.
    Lo  Sperelli  accett.  Uscendo nel Corso,  la carrozza fu costretta a
    procedere con lentezza perch tutta la via era ingombra  di  gente  in
    tumulto.  Dalla piazza di Montecitorio,  dalla piazza Colonna venivano
    clamori e si propagavano come uno  strepito  di  flutti,  aumentavano,
    cadevano,  risorgevano,  misti agli squilli delle trombe militari.  La
    sedizione ingrossava,  nella sera cinerea  e  fredda;  l'orrore  della
    strage lontana faceva urlare la plebe;  uomini in corsa, agitando gran
    fasci di fogli, fendevano la calca;  emergeva distinto su i clamori il
    nome d'Africa.
    -  Per  quattrocento  bruti,  morti  brutalmente!  -  mormor  Andrea,
    ritirandosi dopo aver osservato allo sportello.
    - Ma che dite? - esclam la Ferentino.
    Su l'angolo del palazzo  Chigi  il  tumulto  sembrava  una  zuffa.  La
    carrozza  fu costretta a fermarsi.  Elena si chin per guardare;  e il
    suo volto fuor dell'ombra illuminandosi al riflesso del fanale e  alla
    luce  del  crepuscolo apparve d'una bianchezza quasi funeraria,  d'una
    bianchezza gelida e un po' livida,  che risvegli in Andrea il ricordo
    vago d'una testa veduta - non sapeva pi quando, non sapeva pi dove -
    in una galleria, in una cappella.
    -  Eccoci  -  disse  la  principessa,  poich  la  carrozza era giunta
    finalmente al palazzo Fiano.  - Addio dunque.  Ci ritroveremo  stasera
    dall'Angelieri.  Addio,  Ugenta.  Venite  domani  a  colazione  da me?
    Troverete anche Elena, e la Viti e mio cugino.
    - L'ora?
    - Mezz'ora dopo mezzogiorno.
    - Va bene. Grazie.
    La principessa discese. Il servo aspettava un ordine.
    - Dove volete ch'io vi porti?  - domand Elena allo Sperelli che le si
    era gi seduto accanto, nel posto dell'amica.
    - "Far, far away"...
    - Su via,  dite: a casa vostra? E senza aspettare altra risposta, ella
    ordin:
    - Trinit de' Monti, palazzo Zuccari.
    Il servo richiuse lo sportello. La carrozza si mosse al trotto,  volt
    per  la  via Frattina,  lasciando dietro di s la folla,  le grida,  i
    romori.
    - Oh, Elena, dopo tanto... - proruppe Andrea, chinandosi a guardare la
    desiderata che s'era raccolta nell'ombra,  in fondo,  come schiva d'un
    contatto.
    Il chiaror d'una vetrina, al passaggio, travers l'ombra; ed egli vide
    che Elena sorrideva, bianca, d'un sorriso attirante.
    Sempre cos sorridendo,  ella si tolse dal collo con un gesto agile il
    lungo boa di martora e lo gitt intorno al collo di lui, in guisa d'un
    laccio.  Pareva  facesse  per  gioco.  Ma  con  quel  morbido  laccio,
    profumato  del  profumo  medesimo che Andrea aveva sentito nella volpe
    azzurra, ella attir il giovine; gli offerse le labbra, senza parlare.
    Ambedue le bocche si ricordarono delle antiche mescolanze,  di  quelle
    congiunzioni terribili e soavi che duravano fino all'ambascia e davano
    al  cuore la sensazione illusoria come d'un frutto molle e roscido che
    vi si sciogliesse. Per prolungare il sorso, contenevano il respiro. La
    carrozza dalla via dei Due Macelli sal per la via del Tritone,  volt
    nella via Sistina, si ferm al palazzo Zuccari.
    Rapidamente,  Elena respinse il giovine. Gli disse, con la voce un po'
    velata:
    - Discendi. Addio.
    - Quando verrai?
    - Chi sa!  Il servo apr lo sportello.  Andrea  discese.  La  carrozza
    volt  di nuovo,  per riprendere la via Sistina.  Andrea,  tutto ancor
    vibrante,  con gli occhi  ancor  fluttuanti  in  una  nebbia  torbida,
    guardava  se apparisse dietro il vetro il volto di Elena;  ma non vide
    nulla. La carrozza si allontan.
    Risalendo le scale,  egli pensava: - Alfine,  ella  si  converte!  Gli
    rimaneva nel capo quasi un vapore d'ebrezza,  gli rimaneva nella bocca
    il gusto del bacio,  gli rimaneva nella pupilla il balen  del  sorriso
    con  cui  Elena  gli  aveva  gittato  al  collo quella specie di serpe
    rilucente e aulente.  - E Donna Maria?  -  Egli,  certo,  doveva  alla
    senese  l'inaspettata  volutt.  Senz'alcun dubbio,  in fondo all'atto
    strano e fantastico di Elena era un principio di gelosia.
    Temendo  forse  ch'egli  le  sfuggisse,  ella  aveva  voluto  legarlo,
    adescarlo, accendergli di nuovo la sete. - Mi ama? Non mi ama? - E che
    importava  a lui saperlo?  Che gli giovava?  Omai l'incanto era rotto.
    Nessun prodigio mai avrebbe potuto risuscitare sol  una  minima  parte
    della  felicit  morta.  Conveniva a lui occuparsi della carne che era
    ancora divina.
    Si compiacque a lungo nel considerar l'avventura.  Si  compiacque,  in
    ispecie,  della  maniera elegante e singolare con cui Elena aveva dato
    sapore al capriccio.  E l'imagine  del  boa  suscit  l'imagine  della
    treccia di Donna Maria,  suscit in confuso tutti gli amorosi sogni da
    lui sognati intorno a quella vasta capellatura vergine  che  un  tempo
    faceva languir d'amore le educande nel monastero fiorentino. Di nuovo,
    egli  mescol  i due desiderii;  vagheggi la duplicit del godimento;
    travide la terza Amante ideale.
    Entrava in una disposizion di spirito riflessiva.  Vestendosi  per  il
    pranzo,  ripensava:  - Ieri,  una grande scena di passione,  quasi con
    lacrime; oggi una piccola scena muta di sensualit. E a me pareva ieri
    d'essere sincero nel sentimento,  come io  era  dianzi  sincero  nella
    sensazione.  Inoltre,  oggi stesso, un'ora prima del bacio d'Elena, io
    avevo avuto un alto momento lirico accanto a  Donna  Maria.  Di  tutto
    questo  non  riman  traccia.   Domani,  certo,  ricomincer.  Io  sono
    camaleontico,  chimerico,  incoerente,  inconsistente.  Qualunque  mio
    sforzo  verso  l'unit  riuscir  sempre  vano.  Bisogna omai ch'io mi
    rassegni.  La mia legge  in una parola: NUNC.  Sia fatta  la  volont
    della legge.
    Rise di s medesimo. E da quell'ora ebbe principio la nuova fase della
    sua miseria morale.
    Senza alcun riguardo,  senza alcun ritegno,  senza alcun rimorso, egli
    si diede tutto a porre in  opera  le  sue  imaginazioni  malsane.  Per
    trarre  Maria  Ferres a cedergli,  us i pi sottili artifizii,  i pi
    delicati intrichi,  illudendola appunto nelle cose  dell'anima,  nella
    spiritualit,   nell'idealit,   nell'intima   vita  del  cuore.   Per
    proseguire con egual prestezza nell'acquisto della nuova amante e  nel
    riacquisto  dell'antica,  per  profittar d'ogni circostanza nell'una e
    nell'altra impresa, egli and incontro a una quantit di contrattempi,
    d'impacci, di bizzarri casi; e ricorse, per uscirne, a una quantit di
    menzogne, di trovati, di ripieghi meschini,  di sotterfugi degradanti,
    di bassi raggiri.  La bont, la fede, il candore di Donna Maria non lo
    soggiogavano.  Egli aveva messo a fondamento della  sua  seduzione  il
    versetto d'un salmo: "Asperges me hyssopo et mundabor: lavabis me, et
    super  nivem  dealbabor".  La  povera  creatura  credeva  di  salvare
    un'anima, di redimere un'intelligenza, di purificare con la sua purit
    un  uomo  macchiato;   credeva   ancor   profondamente   alle   parole
    indimenticabili  udite  nel parco,  in quella Epifania dell'Amore,  al
    conspetto del mare, sotto gli alberi floridi. E questa fede appunto la
    ristorava e la sollevava in mezzo alle lotte cristiane che di continuo
    si combattevano nella sua conscienza,  la liberava  dal  sospetto,  la
    inebriava  d'una specie di misticismo voluttuoso in cui ella effondeva
    tesori di tenerezza, tutta l'onda raccolta de' suoi languori,  il fior
    pi dolce della sua vita.
    Per  la prima volta,  forse,  Andrea Sperelli si trovava innanzi a una
    "vera" passione;  per la prima volta si trovava innanzi a uno di  quei
    grandi  sentimenti  feminili,  rarissimi,  che illuminano d'un bello e
    terribile baleno il ciel grigio e mutevole degli amori umani. Egli non
    se ne cur.  Divenne lo spietato carnefice di s stesso e della povera
    creatura.
    Ogni giorno un inganno, una vilt.
    Il gioved,  il 3 febbraio,  su la piazza di Spagna, secondo la parola
    corsa al concerto,  egli la incontr davanti alla  mostra  d'un  orafo
    antiquario, con Delfina. Appena ud il saluto di lui, ella si volse; e
    una  fiamma  le  tinse  il pallore.  Guardarono insieme i gioielli del
    Settecento, le fibbie e i diademi di "stras", gli spilli e gli orologi
    di smalto, le tabacchiere d'oro, d'avorio, di tartaruga,  tutte quelle
    minuterie  d'un  secolo  morto,  che  in  quella chiara luce mattinale
    formavano  una  ricchezza  armoniosa.  D'intorno,  i  fiorai  andavano
    offerendo  in  canestri  le giunchiglie gialle e bianche,  le violette
    doppie,  lunghi rami  di  mandorlo.  Un  fiato  di  primavera  passava
    nell'aria.  La colonna della Concezione saliva agile al sole, come uno
    stelo,  con la "Rosa mystica" in sommo;  la Barcaccia  era  carica  di
    diamanti;  la  scala  della  Trinit slargava in letizia i suoi bracci
    verso la chiesa di Carlo Ottavo erta con le due torri  in  un  azzurro
    annobilito d nuvoli, in un cielo antico del Piranesi.
    - Che meraviglia!- esclam Donna Maria.  - Avete ragione d'esser tanto
    innamorato di Roma.
    - Oh,  voi non la conoscete ancora!  - le disse Andrea.  -  Io  vorrei
    essere il vostro duca...
    Ella sorrise.
    -  ...  compiere presso di voi,  in questa primavera,  un "vergiliato"
    sentimentale.
    Ella sorrideva,  con in tutta la persona un'apparenza men triste,  men
    grave.  Il  suo  abbigliamento  di mattina aveva un'eleganza sobria ma
    rivelava la finissima ricerca d'un gusto educato alle cose  dell'arte,
    alle  delicatezze  del  colore.  La  sua giacca incrociata in forma di
    scialle,  era d'un panno grigio pendente un  poco  nel  verde;  e  una
    striscia di lontra ne ornava gli orli e su la lontra correva un ricamo
    fatto d'un cordoncino di seta. E la giacca si apriva su una sottoveste
    anche  di  lontra.  E come il taglio era d'eletto stile cos l'accordo
    de' due toni, di quell'indescrivibile grigio e di quel fulvo opulento,
    era una delizia degli occhi.
    Ella domand:
    - Dove foste ier sera?
    - Uscii dal concerto pochi minuti dopo di voi.  Tornai a casa;  restai
    l,  perch  mi  parve  che  il vostro spirito fosse presente.  Pensai
    molto. Non sentiste il mio pensiero?
    - No,  non lo sentii.  La mia sera fu cupa,  non so perch.  Mi  parve
    d'essere tanto sola!
    Pass la contessa di Lcoli in un "dog-cart" guidando un roano. Pass,
    a piedi,  Giulia Moceto accompagnata da Giulio Musllaro.  Pass Donna
    Isotta Cellesi.
    Andrea salutava. Donna Maria gli chiedeva i nomi delle signore: quello
    della Moceto non le fu nuovo.  Si ramment del  giorno  in  cui  venne
    pronunziato da Francesca,  innanzi all'arcangelo Michele del Perugino,
    quando Andrea sfogliava i suoi disegni nella stanza di  Schifanoja;  e
    segu con lo sguardo l'antica amante dell'amato.
    Un'inquietudine  la  strinse.  Tutto  ci  che legava Andrea alla vita
    anteriore le dava ombra.  Ella avrebbe voluto che quella vita,  a  lei
    ignota,  non  fosse mai stata;  avrebbe voluto interamente cancellarla
    dalla memoria di chi vi s'era immerso con tanta avidit e n'era emerso
    con tanta stanchezza,  con tanta  perdita,  con  tanti  mali.  Vivere
    unicamente  in voi e per voi,  senza domani,  senza ieri,  senza alcun
    altro legame, senza alcuna altra preferenza,  fuor del mondo... Erano
    le  parole  di  lui.   Oh  sogno!   E  stringeva  Andrea  una  diversa
    inquietudine.   S'avvicinava  l'ora  della  colazione  offerta   dalla
    principessa di Ferentino.
    - Per dove siete diretta? - domand.
    -  Io  e  Delfina  abbiamo  preso  t  e sandwiches dal Nazzarri,  con
    l'intenzione di godere il sole.  Saliremo al Pincio e visiteremo forse
    la Villa Medici. Se volete farci compagnia...
    Egli ondeggi,  dentro,  penosamente. - Il Pincio, Villa Medici, in un
    pomeriggio di febbraio, con lei! - Ma non poteva mancare all'invito; e
    lo tormentava anche la curiosit  d'incontrare  Elena  dopo  la  scena
    della sera,  poich, sebbene egli fosse andato in casa Angelieri, ella
    non vi era apparsa. Disse, con un'aria desolata: - Che sfortuna!  Devo
    trovarmi a una colazione,  fra un quarto d'ora.  Accettai l'invito, la
    settimana scorsa.  Ma se avessi  saputo,  avrei  potuto  liberarmi  da
    qualunque impegno. Che sfortuna!
    - Andate; non perdete tempo. Vi fareste aspettare....
    Egli guard l'oriolo.
    - Posso ancora accompagnarvi per un tratto.
    - Mamma,  - preg Delfina - andiamo su per la scala.  Andai su,  ieri,
    con Miss Dorothy. Se tu vedessi!
    Come erano in vicinanza del Babuino,  voltarono  per  attraversare  la
    piazza. Un fanciullo li seguiva pertinace nell'offrire un gran ramo di
    mandorlo  che Andrea compr e don a Delfina.  Dagli alberghi uscivano
    signore bionde con in mano il libro rosso  del  Baedeker;  le  pesanti
    vetture  a due cavalli s'incrociavano,  con un luccichio metallico nei
    guarnimenti di vecchia foggia; i fiorai sollevavano verso le straniere
    i canestri colmi, vociferando, a gara.
    - Promettetemi - disse Andrea a Donna  Maria,  ponendo  il  piede  sul
    primo  gradino  -  promettetemi  che  non entrerete nella Villa Medici
    senza di me. Oggi, rinunziate; vi prego.
    Ella pareva occupata da un pensiero triste. Disse:
    - Rinunzier.
    - Grazie.
    La scala d'innanzi a loro levavasi in trionfo,  emanando dalla  pietra
    riscaldata  un tepore mitissimo;  e la pietra aveva un colore d'antica
    argenteria,  simile a quel delle  fontane  di  Schifanoja.  E  Delfina
    precedeva  correndo,  col  ramo fiorito,  mentre nel vento della corsa
    qualche fragile foglia rosea s'involava come una farfalla.
    Un acuto rammarico punse il cuore del giovine.  Gli apparvero tutte le
    dolcezze d'una passeggiata sentimentale pei sentieri medcei,  sotto i
    bossoli muti, in quella prima ora del pomeriggio.
    - Da chi andate?  - gli domand Donna Maria,  dopo  un  intervallo  di
    silenzio.
    -  Dalla  vecchia  principessa  Alberoni  -  rispose Andrea.  - Tavola
    cattolica.
    Ment anche una volta, poich un istinto l'avvertiva che forse il nome
    della Ferentino avrebbe suscitato in Donna Maria qualche sospetto.
    - Dunque, addio - ella soggiunse, porgendogli la mano.
    - No;  vengo fin su la piazza.  Ho il  mio  legno  che  m'attende  l.
    Guardate: quella  la mia casa.
    E le indic il palazzo Zuccari,  il "buen retiro",  inondato dal sole,
    che dava imagine d'una strana serra diventata opaca e bruna pel tempo.
    - Ora che la conoscete, non verrete qualche volta... in ispirito?
    - In ispirito, sempre.
    - Prima di sabato sera non vi rivedr?
    - Difficilmente.
    Si salutarono.  Ella,  con Delfina,  si mise pel viale arborato.  Egli
    mont nel suo legno e s'allontan per la via Gregoriana.
    Giunse dalla Ferentino con qualche minuto di ritardo. Si scus.
    Elena era l col marito.
    La  colazione  fu servita in un'allegra sala tappezzata d'arazzi della
    fabbrica barberina rappresentanti Bambocciate su lo  stile  di  Pietro
    Loar.  Fra  quel  bel  Seicento grottesco incominci a scintillare e a
    scoppiettare un fuoco di maldicenza meraviglioso.
    Tutt'e tre le dame avevano lo spirito gaio e pronto.  Barbarella  Viti
    rideva  del suo forte riso maschile,  arrovesciando un po' indietro la
    bella testa efebica; e i suoi occhi neri s'incontravano e si mescevano
    troppe volte con i verdi occhi della  principessa.  Elena  motteggiava
    con  una  straordinaria vivacit;  e sembrava ad Andrea cos discosta,
    cos estranea,  cos incurante ch'egli quasi dubit - Ma iersera fu un
    sogno?  - Ludovico Barbarisi e il principe di Ferentino secondavano le
    dame. Il marchese di Mount Edgcumbe si prendeva cura d'annoiare il suo
    giovine amico chiedendogli  notizie  intorno  le  prossime  vendite  e
    parlandogli   d'una   rarissima   edizione   del   romanzo   d'Apulejo
    "Metamorphoseon" da lui acquistata pochi  giorni  innanzi,  per  mille
    cinquecento  venti  lire:  - ROMA,  1469,  "in folio".  - Di tratto in
    tratto egli s'interrompeva per  seguire  un  gesto  di  Barbarella;  e
    passava  n  suoi occhi lo sguardo del maniaco e nelle sue mani odiose
    un tremito singolare.
    L'irritazione, il fastidio,  l'insofferenza in Andrea arrivarono a tal
    punto ch'egli non riusciva pi a dissimularli.
    - Ugenta, siete di malumore? - gli chiese la Ferentino.
    - Un poco. E' malato "Miching Mallecho".
    E  allora  il Barbarisi lo annoi con molte domande su la malattia del
    cavallo. E poi il Mount Edgcumbe ricominci col "Metamorphoseon".
    E la Ferentino,  ridendo: -  Sai,  Ludovico,  ieri,  al  concerto  del
    Quintetto, lo sorprendemmo in "flirtation" con una Incognita.
    - Gi - fece Elena.
    - Una Incognita?- esclam Ludovico.
    - S;  ma forse tu ci potrai dare informazioni. E' la moglie del nuovo
    ministro di Guatemala.
    - Ah, ho capito.
    - Dunque?
    - Io, per ora, non conosco che il ministro. Lo vedo giocare al Circolo
    tutte le notti.
    - Dite, Ugenta:  gi stata ricevuta dalla Regina?
    - Non so, principessa - rispose Andrea,  con un po' d'impazienza nella
    voce.
    Quel cicaleccio gli diveniva insopportabile; e la gaiezza di Elena gli
    dava  una  orribile  tortura,  e la vicinanza del marito lo disgustava
    come non mai.  Pi  che  contro  questi,  egli  aveva  ira  contro  s
    medesimo.  In  fondo  alla  sua  irritazione,  movevasi  un  senso  di
    rimpianto verso la felicit dianzi ricusata.  Il suo cuore,  deluso  e
    offeso dall'attitudine crudele di Elena, si rivolgeva all'altra con un
    acuto  pentimento;  ed egli la vedeva pensosa,  in un viale solitario,
    bella e nobile come non mai.
    La principessa si lev,  tutti si levarono,  per  passare  nel  salone
    attiguo.  Barbarella  corse  ad aprire il pianoforte che spariva sotto
    una vasta sciablacca di velluto rosso trapunta d'un oro  opaco;  e  si
    mise  a  cantarellare  la  "Tarentelle"  di  Giorgio  Bizet dedicata a
    Cristina Nilsson.  Elena ed Eva si chinavano su di lei per leggere  la
    pagina della musica.  Ludovico stava in piedi,  dietro a loro, fumando
    una sigaretta. Il principe era scomparso.
    Ma Lord Heathfield non lasciava Andrea.  L'aveva tratto nel vano d'una
    finestra  e  gli parlava di certe "coppette amatorie" urbaniesi da lui
    acquistate nella vendita del cavalier Dvila;  e quella voce stridula,
    con  quella  stucchevole  intonazione interrogativa,  e que' gesti che
    indicavano le dimensioni delle coppette,  e quello sguardo  ora  morto
    ora tagliente sotto la enorme fronte convessa,  e tutte insomma quelle
    sembianze esose erano per  Andrea  un  supplizio  cos  fiero  ch'egli
    stringeva i denti convulso come un uomo sotto i ferri d'un chirurgo.
    Un  solo desiderio l'occupava omai: quel d'andarsene.  Egli pensava di
    correre al Pincio,  sperava di ritrovare la Donna Maria,  di  condurla
    nella Villa Medici.  Potevan esser le due.  Egli vedeva dalla finestra
    il cornicione della casa incontro splendido di sole nel cielo azzurro.
    Volgendosi,  vedeva al pianoforte il gruppo delle  dame  nel  bagliore
    vermiglio  che  un  fascio  di  raggi  suscitava dalla sciablacca.  Al
    bagliore mescevasi il fumo leggero della sigaretta;  e le ciarle e  le
    risa  si  mescevano  a  qualche  accordo  che  le  dita  di Barbarella
    cercavano a caso su i tasti. Ludovico parl piano nell'orecchio di sua
    cugina;  e la cugina comunic forse la cosa  alle  amiche,  poich  di
    nuovo  fu uno scroscio chiaro e brillante come d'una collana disfilata
    su una guantiera d'argento.  E Barbarella riprese  l'"Allegretto"  del
    Bizet, sotto voce.
    - "Tra la la... Le papillon s'est envol... Tra la la..."
    Andrea  aspettava di cogliere il momento opportuno per interrompere il
    discorso del Mount Edgcumbe  e  per  quindi  prender  congedo.  Ma  il
    collezionista  metteva  fuori  un  seguito di periodi legati l'uno con
    l'altro, senza intervalli,  senza pause.  Una pausa avrebbe salvato il
    martire, e non veniva ancora; e l'ansieta cresceva ad ogni attimo.
    - "Oui! Le papillon s'est envol... Oui!... Ah! ah! ah! ah! ah!..."
    Andrea guard l'oriolo.
    - Sono gi le due! Perdonatemi, marchese. Bisogna ch'io vada.
    E accostandosi al gruppo:
    -  Perdonatemi,  principessa.  Alle due ho un consulto in scuderia coi
    veterinarii.
    Salut in gran fretta.  Elena gli diede a  stringere  la  punta  delle
    dita. Barbarella gli diede un "fondant", dicendogli:
    - Portatelo al povero "Miching" da parte mia.
    Ludovico voleva accompagnarlo.
    - No; resta.
    S'inchin  e  usc.  Fece le scale in un baleno.  Salt nel suo legno,
    gridando al cocchiere:
    - Di corsa, al Pincio!
    Egli era invaso da un desiderio folle di ritrovare  Maria  Ferres,  di
    ricuperare la felicit a cui dianzi aveva rinunziato.  Il trotto fitto
    de' suoi cavalli non gli sembrava a bastanza veloce. Guardava ansioso,
    per veder finalmente  apparire  la  Trinit  de'  Monti,  lo  stradone
    arborato, i cancelli.
    La  carrozza  oltrepass  i  cancelli.  Egli  ordin  al  cocchiere di
    moderare il trotto e di girare per tutti i viali. Il cuore gli dava un
    balzo ogni volta che di lungi, tra gli alberi,  appariva una figura di
    donna;  ma invano.  Su la spianata egli discese; prese i piccoli viali
    chiusi alle vetture, esplorando ogni angolo: invano.
    Le persone dai sedili lo  seguivano  con  gli  occhi,  per  curiosit,
    poich la sua inquietudine era manifesta.
    Essendo la Villa Borghese aperta,  il Pincio riposava tranquillo sotto
    quel sorriso  languido  di  febbraio.  Rare  carrozze  e  rari  pedoni
    interrompevano la pace del monte.  Gli alberi ancor nudi,  biancastri,
    taluni un po' violetti,  ergevano le braccia  in  un  cielo  delicato,
    sparso di ragnateli finissimi che il vento strappava e distruggeva col
    suo  soffio.  I  pini,  i  cipressi,  le  altre  piante  sempre  verdi
    assumevano un po' del comun pallore,  sfumavano,  si  scolorivano,  si
    fondevano  nel comune accordo.  La variet de' tronchi,  il frastaglio
    de' rami rendevano pi solenne l'uniformita delle erme.
    Non fluttuava forse ancora in quell'aria qualche cosa della  tristezza
    di  Donna  Maria?  Appoggiato  al cancello della Villa Medici,  Andrea
    rimase per alcuni minuti come oppresso da un peso enorme.
    E la vicenda continu,  n giorni vegnenti,  con le medesime  torture,
    con  torture peggiori,  con pi crudeli menzogne.  Per un fenomeno non
    raro nell'abiezion morale degli uomini d'intelletto,  egli  aveva  ora
    una terribile lucidit di conscienza, una lucidit continua, senza pi
    oscurazioni,  senza  pi  eclissi.  Egli  sapeva  quel  che faceva,  e
    giudicava poi quel che aveva fatto. E in lui il disprezzo di s stesso
    era pari all'ignavia della volont.
    Ma le sue ineguaglianze appunto e le sue incertezze e  i  suoi  strani
    silenzii  e  le sue strane effusioni e tutte insomma le singolarit di
    espressione,   che  portava  un  tale  stato  d'animo,   accrescevano,
    incitavano  la passionata misericordia di Donna Maria.  Ella lo vedeva
    soffrire e ne provava dolore e tenerezza;  e pensava: - A poco a poco,
    io  lo  guarir.  - E a poco a poco,  senza accorgersene,  ella andava
    perdendo la forza e piegando verso il desiderio dell'infermo.
    Ella piegava dolcemente.
    Nel salone della  contessa  Starnina,  ebbe  un  indefinibile  brivido
    quando  sent su le sue spalle e su le sue braccia scoperte lo sguardo
    di Andrea. Per la prima volta Andrea la vedeva in abito da sera.  Egli
    di  lei  conosceva  soltanto  il  volto e le mani: ora,  le spalle gli
    parvero di squisita forma ed anche le braccia,  sebbene forse  un  po'
    magre.
    Era ella vestita d'un broccato color d'avorio, misto di zibellino. Una
    sottile  striscia  di  zibellino correva intorno la scollatura,  dando
    alla carne  una  indescrivibile  finezza;  e  la  linea  delle  spalle
    dall'appiccatura  del  collo  agli  omeri  cadeva gi alquanto,  aveva
    quella cadente grazia che  un segno  d'aristocrazia  fisica  divenuto
    omai  rarissimo.  Su i capelli copiosi,  disposti in quella foggia che
    predilesse pe' suoi busti il Verrocchio, non splendeva n una gemma n
    un fiore.
    In due o tre momenti opportuni, Andrea le mormor parole d'ammirazione
    e di passione.
    - E' la prima volta che noi ci vediamo nel mondo - le  disse.  -  Mi
    date un guanto, per memoria?
    - No.
    - Perch, Maria?
    - No, no; tacete.
    - Oh le vostre mani!  Vi ricordate quando,  a Schifanoja, le disegnai?
    Mi pare che mi appartengano di  diritto;  mi  pare  che  voi  dobbiate
    concedermene il possesso,  e che,  di tutto il vostro corpo,  sieno le
    cose   pi   intimamente   animate   dall'anima   vostra,    le    pi
    spiritualizzate,  quasi  direi le pi pure...  Mani di bont,  mani di
    perdono... Come sarei felice di possedere almeno un guanto: una larva,
    una  parvenza  della  loro  forma,  una  spoglia  profumata  dal  loro
    profumo!...  Mi  date un guanto,  prima d'andarvene?  Ella non rispose
    pi.  Il colloquio fu interrotto.  Dopo qualche tempo,  pregata,  ella
    sed  al  pianoforte;  si tolse i guanti,  li pos sul leggo.  Le sue
    dita,   fuor  di  quelle  sottili  guaine,   apparvero   bianchissime,
    lunghette,  inanellate.  Brillava di vivi fuochi su l'anulare sinistro
    un grande opale.
    Son le due "Sonate-Fantasie" del Beethoven (op. 27). L'una,  dedicata
    a Giulietta Guicciardi, esprimeva una rinunzia senza speranza, narrava
    il risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato.
    L'altra  fin  dalle prime battute dell'"Andante",  in un ritmo soave e
    piano, accennava a un riposo dopo la tempesta; quindi, passando per le
    irrequietudini del secondo "tempo",  allargavasi  in  un  "Adagio"  di
    luminosa  serenit  e  finiva  con  un "Allegro" vivace in cui era una
    sollevazion di coraggio e quasi un ardore.
    Andrea sent che,  in mezzo a quell'uditorio intento,  ella sonava sol
    per lui.  Di tratto in tratto, i suoi occhi dalle dita della sonatrice
    andavano ai lunghi guanti che  pendevano  di  sul  leggo  conservando
    l'impronta di quelle dita,  conservando una inesprimibile grazia nella
    piccola apertura del polso ove dianzi appariva appena  appena  un  po'
    della cute feminile.
    Donna  Maria  si  lev,  circondata  d'elogi.  Non  riprese  i guanti;
    s'allontan. Invase allora Andrea la tentazion d'involarli. - Li aveva
    ella forse lasciati l per lui?  - Ma egli ne voleva  uno  solo.  Come
    diceva finamente un fino amatore, un par di guanti  tutt'altro che un
    guanto solo.
    Condotta   di  nuovo  al  pianoforte  dall'insistenza  della  contessa
    Starnina,   Donna  Maria  tolse  dal  leggo  i  guanti  e   li   pos
    all'estremit della tastiera,  nell'ombra dell'angolo.  Quindi son la
    "Gavotta"  di  Luigi  Rameau,   la  "Gavotta   delle   dame   gialle",
    l'indimenticabile  danza  antica  del Tedio e dell'Amore.  Certe dame
    biondette, non pi giovini...
    Andrea la guardava fiso,  con un po' di trepidazione.  Quando ella  si
    lev, prese un guanto solo. Lasci l'altro nell'ombra, su la tastiera,
    per lui.
    Tre giorni dopo,  essendo Roma attonita sotto la neve,  Andrea trov a
    casa questo biglietto: Marted, ore 2 pom. - Stasera,  dalle undici a
    mezzanotte,  mi  aspetterete  in  una  carrozza,  d'innanzi al palazzo
    Barberini,  fuori del  cancello.  Se  a  mezzanotte  non  sar  ancora
    apparsa,  potrete  andarvene.  -  "A stranger". Il biglietto aveva un
    tono romanzesco e misterioso.  In verit la marchesa di Mount Edgcumbe
    faceva  troppo abuso di carrozza nell'esercizio dell'amore.  Era forse
    per un  ricordo  del  25  marzo  1885?  Voleva  forse  ella  riprender
    l'avventura nel momento medesimo con cui l'aveva interrotta?  E perch
    quello "stranger"?  Andrea ne sorrise.  Egli tornava allora allora  da
    una visita a Donna Maria,  da un'assai dolce visita;  e il suo spirito
    inchinava pi verso  la  senese  che  verso  l'altra.  Gli  indugiavan
    nell'orecchio  le  vaghe  e  gentili  parole che la senese aveva dette
    guardando insieme con lui a traverso i vetri cader la neve  mite  come
    il  fior  del  pesco  o  il fior del melo in su gli alberi della Villa
    Aldobrandini gi illusi da un presentimento di  stagion  novella.  Ma,
    prima d'uscir pel pranzo, diede ordini molto accurati a Stephen.
    Alle undici egli era d'innanzi al palazzo; e l'ansia e l'impazienza lo
    divoravano.  La bizzarria del caso,  lo spettacolo della notte nivale,
    il  mistero,   l'incertezza   gli   accendevano   l'imaginazione,   lo
    sollevavano dalla realit.
    Splendeva  su  Roma,  in  quella  memorabile  notte  di  febbraio,  un
    plenilunio favoloso, di non mai veduto lume.  L'aria pareva impregnata
    come  d'un  latte  immateriale;  tutte le cose parevano esistere d'una
    esistenza di sogno,  parevano imagini impalpabili  come  quelle  d'una
    meteora, parevan esser visibili di lungi per un irradiamento chimerico
    delle  loro  forme.  La  neve  copriva  tutte  le verghe dei cancelli,
    nascondeva il ferro,  componeva un'opera di ricamo pi leggera  e  pi
    gracile d'una filigrana, che i colossi ammantati di bianco sostenevano
    come  le  querci  sostengono le tele dei ragni.  Il giardino fioriva a
    similitudine  d'una  selva  immobile  di  gigli  enormi  e   difformi,
    congelato;  era  un  orto  posseduto da una incantazione lunatica,  un
    esanime paradiso di Selene.  Muta,  solenne,  profonda,  la  casa  dei
    Barberini occupava l'aria: tutti i rilievi grandeggiavano candidissimi
    gittando  un'ombra  cerulea,  diafana come una luce;  e quei candori e
    quelle ombre sovrapponevano alla vera  architettura  dell'edifizio  il
    fantasma d'una prodigiosa architettura ariosta.
    Chino  a  riguardare,  l'aspettante  sentiva  sotto il fascino di quel
    miracolo che i fantasmi vagheggianti dell'amore si risollevavano e  le
    sommit  liriche  del sentimento riscintillavano come le lance ghiacce
    dei cancelli alla luna.  Ma egli non  sapeva  quale  delle  due  donne
    avrebbe  preferita  in quello scenario fantastico: se Elena Heathfield
    vestita di porpora o Maria Ferres vestita d'ermellino. E,  come il suo
    spirito   piacevasi   d'indugiare  nell'incertezza  della  preferenza,
    accadeva che nell'ansia  dell'attesa  si  mescessero  e  confondessero
    stranamente due ansie, la reale per Elena, l'imaginaria per Maria.
    Un  orologio  suon  da  presso,  nel silenzio,  con un suono chiaro e
    vibrante;   e  pareva  come  se  qualche  cosa  di  vitreo   nell'aria
    s'incrinasse  a  ognun de' tocchi.  L'orologio della Trinit de' Monti
    rispose all'appello;  rispose l'orologio del Quirinale;  altri orologi
    di lungi risposero, fiochi. Erano le undici e un quarto.
    Andrea guard,  aguzzando la vista,  verso il portico.  - Avrebbe ella
    osato attraversare a piedi il giardino? - Pens la figura di Elena tra
    il  gran  candore.  Quella  della  senese  risorse  spontanea,  oscur
    l'altra,  vinse il candore,  "candida super nivem". La notte di luna e
    di neve era dunque sotto il dominio di Maria Ferres,  come  sotto  una
    invincibile influenza astrale. Dalla sovrana purit delle cose nasceva
    l'imagine  dell'amante  pura,  simbolicamente.  La  forza  del Simbolo
    soggiogava lo spirito del poeta.
    Allora,  sempre guardando se l'altra venisse,  egli  si  abbandon  al
    sogno che gli suggerivano le apparenze delle cose.
    Era un sogno poetico, quasi mistico. Egli aspettava Maria. Maria aveva
    eletta  quella  notte  di soprannaturale bianchezza per immolar la sua
    propria bianchezza al desiderio di lui. Tutte le cose bianche intorno,
    consapevoli della grande immolazione,  aspettavano per dire  "ave"  ed
    "amen" al passaggio della sorella. Il silenzio viveva.
    Ecco,  ella  viene:  "incedit  per lilia et super nivem".  E' avvolta
    nell'ermellino;  porta i capelli constretti e nascosti in una  fascia;
    il suo passo  pi leggero della sua ombra; la luna e la neve sono men
    pallide di lei. "Ave".
    Un'ombra,  cerulea  come  una  luce  che  si  tinga  in  uno zaffiro,
    l'accompagna.  I gigli enormi e difformi non  s'inchinano,  poich  il
    gelo  li  ha  irrigiditi,  poich  il  gelo  li  ha  fatti simili agli
    asfodilli che illuminavano i sentieri dell'Ade. Ben per,  come quelli
    de' paradisi cristiani, hanno una voce; dicono: - "Amen".
    Cos  sia.  L'adorata  va ad immolarsi.  Cos sia.  Ella  gi presso
    l'aspettante;  fredda e muta,  ma con occhi ardenti ed  eloquenti.  Ed
    egli prima le mani,  le care mani che chiudono le piaghe e schiudono i
    sogni, bacia. Cos sia.
     Di qua, di l,  si dileguano le Chiese alte su colonne a cui la neve
    illustra di volute e d'acanti magici il fastigio.  Si dileguano i Fri
    profondi, sepolti sotto la neve, immersi in un chiarore azzurro,  onde
    sorgono  gli  avanzi  dei  portici  e  degli  archi  verso la luna pi
    inconsistenti delle lor  medesime  ombre.  Si  dileguano  le  fontane,
    scolpite in rocce di cristallo, che versano non acqua ma luce.
    Ed egli poi le labbra,  le care labbra che non sanno le false parole,
    bacia.  Cos sia.  Fuor della fascia discinta si effondono  i  capelli
    come  un  gran  flutto  oscuro,  ove tutte sembran raccolte le tenebre
    notturne fugate dalla neve e dalla luna.  "Comis suis obumbrabit  tibi
    et sub comis peccabit. Amen".
    E l'altra non veniva! Nel silenzio e nella poesia cadevano di nuovo le
    ore degli uomini scoccate dalle torri e dai campanili di Roma. Qualche
    vettura,  senza  alcuno  strepito,  discendeva  per le Quattro Fontane
    verso la piazza o saliva a Santa Maria  Maggiore  faticosamente;  e  i
    fanali erano gialli come topazii nella chiarit.  Pareva che,  salendo
    la notte al colmo, la chiarit crescesse e diventasse pi limpida.  Le
    filigrane  dei  cancelli riscintillavano come se i ricami d'argento vi
    s'ingemmassero.  Nel  palazzo,   grandi  cerchi  di  luce  abbagliante
    splendevano su le vetrate, a simiglianza di scudi adamantini.
    Andrea pens: - Se ella non venisse?
    Quella  strana  onda di lirismo passtagli su lo spirito,  nel nome di
    Maria,   aveva   coperta   l'ansiet   dell'attesa,    aveva   placata
    l'impazienza, aveva ingannato il desiderio. Per un attimo, il pensiero
    ch'ella non venisse gli sorrise.  Poi di nuovo, pi forte, lo punse il
    tormento dell'incertezza e lo turb l'imagine  della  volutt  ch'egli
    avrebbe  forse  goduta  l dentro,  in quella specie di piccola alcova
    tiepida dove le rose esalavano un profumo tanto  molle.  E,  come  nel
    giorno  di  San Silvestro,  il suo sofferire era acuito da una vanit;
    poich,  sopra tutto,  egli si rammaricava che uno  squisito  apparato
    d'amore andasse perduto senza effetto alcuno.
    L dentro, il freddo era temperato del calore continuo che esalavano i
    tubi  di  metallo  pieni d'acqua bollente.  Un fascio di rose bianche,
    nivee, lunari,  posava su la tavoletta d'innanzi al sedile.  Una pelle
    d'orso  bianco  teneva calde le ginocchia.  La ricerca d'una specie di
    "Symphonie  en  blanc   majeur"   era   manifesta   in   molte   altre
    particolarit. Come il re Francesco Primo sul vetro della finestra, il
    conte  d'Ugenta  aveva inciso di sua mano sul vetro dello sportello un
    galante motto che, nell'appannatura fatta dall'alito,  pareva brillare
    su una lastra di opale:

    "Pro amore curriculum
    Pro amore cubiculum".

    E per la terza volta le ore sonarono.  Mancavano a mezzanotte quindici
    minuti.  L'aspettazione durava da troppo tempo: Andrea si  stancava  e
    s'irritava.   Nell'appartamento  abitato  da  Elena,   nelle  finestre
    dell'ala sinistra non vedevasi altro lume  che  quello  esterno  della
    luna.  - Sarebbe dunque venuta? E in che modo? Di nascosto? O con qual
    pretesto? Lord Heathfield era, certo, a Roma.
    Come avrebbe ella giustificata la sua assenza notturna?  -  Di  nuovo,
    insorsero  nell'animo  dell'antico amante le acri curiosit intorno le
    relazioni che correvano tra Elena e il marito,  intorno i loro  legami
    coniugali,  intorno  il loro modo di vivere in comune,  nella medesima
    casa. Di nuovo,  la gelosia lo morse e la bramosia lo accese.  Egli si
    ricordava delle allegre parole dette da Giulio Musllaro,  una sera, a
    proposito del marito;  e si proponeva di prendere Elena ad ogni costo,
    per il diletto e per il dispetto. - Oh, s'ella fosse venuta!
    Una  carrozza  sopraggiunse  ed  entr  nel giardino.  Egli si chin a
    guardare;  riconobbe i cavalli  d'Elena;  intravide  nell'interno  una
    figura  di  dama.  La  carrozza disparve sotto il portico.  Egli rest
    dubitoso. - Tornava dunque di fuori? Sola?  - Acu lo sguardo verso il
    portico,  intensamente.  La  carrozza usciva,  per il giardino,  nella
    strada, imboccando la via Rasella: era vuota.
    Mancavano due o tre minuti all'ora estrema; ed ella non veniva!  L'ora
    son. Una terribile angoscia strinse il deluso. Ella non veniva!
    Non  comprendendo  egli  le  cause  della  impuntualit di lei,  le si
    rivolse contro; ebbe un moto di collera subitaneo;  e gli balen anche
    il  pensiero  ch'ella  avesse voluto infliggergli una umiliazione,  un
    castigo, o ch'ella avesse voluto togliersi un capriccio, esasperare un
    desiderio. Ordin al cocchiere, pel portavoce:
    - Piazza del Quirinale.
    Egli si lasciava attrarre da Maria Ferres;  si abbandonava di nuovo al
    vago  sentimento  di  tenerezza che,  dopo la visita pomeridiana,  gli
    aveva lasciato nell'anima un profumo e gli aveva suggerito pensieri  e
    imagini di poesia.  La delusione recente, ch'era per lui una prova del
    disamore e della malvagit di Elena, lo spingeva forte verso l'amore e
    la bont della senese.  Il rammarico per la bellissima  notte  perduta
    gli aumentava,  ma sotto il riflesso del sogno dianzi sognato. Ed era,
    in verit,  una delle notti pi belle che sien trascorse nel cielo  di
    Roma;  era  uno  di  quegli  spettacoli  che  opprimono  d'una immensa
    tristezza lo spirito umano perch soverchiano ogni potenza  ammirativa
    e sfuggono alla piena comprension dell'intelletto.
    La piazza del Quirinale appariva tutta candida,  ampliata dal candore,
    solitaria,  raggiante come un'acropoli olimpica su l'Urbe  silenziosa.
    Gli edifizii,  intorno,  grandeggiavano nel cielo aperto: l'alta porta
    papale del Bernini,  nel palazzo  del  Re,  sormontata  dalla  loggia,
    illudeva  la vista distaccandosi dalle mura,  avanzandosi,  isolandosi
    nella sua magnificenza difforme,  dando imagine d'un mausoleo scolpito
    in una pietra siderea; i ricchi architravi del Fuga, nel palazzo della
    Consulta,   sporgevano   di   su  gli  stipiti  e  di  su  le  colonne
    transfigurati dalle strane adunazioni  della  neve.  Divini,  a  mezzo
    dell'egual  campo  bianco,  i  colossi  parevano sovrastare a tutte le
    cose.  Le attitudini dei Dioscuri e dei  cavalli  s'allargavano  nella
    luce;  le  groppe ampie brillavano come ornate di gualdrappe gemmanti;
    brillavano gli omeri e l'un braccio  levato  di  ciascun  semidio.  E,
    sopra, di tra i cavalli, slanciavasi l'obelisco; e, sotto, aprivasi la
    tazza della fontana; e lo zampillo e l'aguglia salivano alla luna come
    uno stelo di diamante e uno stelo di granito.
    Una  solennit  augusta scendeva dal monumento.  Roma,  d'innanzi,  si
    profondava in un silenzio quasi di morte,  immobile,  vacua,  simile a
    una citt addormentata da un potere fatale.  Tutte le case, le chiese,
    le torri,  tutte le selve confuse e miste dell'architettura  pagana  e
    cristiana  biancheggiavano  come  una sola unica selva informe,  tra i
    colli del Gianicolo e il Monte Mario perduti in un  vapore  argentino,
    lontanissimi,  d'una  immaterialit  inesprimibile,  simili  forse  ad
    orizzonti d'un paesaggio selenico,  che suscitavano nello  spirito  la
    visione  d'un qualche astro semispento abitato dai Mani.  La Cupola di
    S.  Pietro,  luminosa d'un singolare  azzurro  metallico  nell'azzurro
    dell'aria,  giganteggiava  prossima  alla  vista cos che quasi pareva
    tangibile. E i due giovini Eroi cigngeni, bellissimi in quell'immenso
    candore come in un'apoteosi della loro origine, parevano gli immortali
    Genii di Roma vigilanti sul sonno della citt sacra.
    La carrozza rimase ferma d'innanzi alla reggia, lungo tempo. Di nuovo,
    il poeta seguiva il suo sogno inarrivabile. E Maria Ferres era vicina;
    forse anche vegliava, sognando;  forse anche sentiva gravare sul cuore
    tutta la grandezza della notte e ne moriva d'angoscia; inutilmente.
    La carrozza pass, piano, d'innanzi alla porta di Maria Ferres, ch'era
    chiusa,  mentre  in  alto  i  vetri  delle  finestre rispecchiavano il
    plenilunio guardando gli orti pe'nsili  aldobrandini  ove  gli  alberi
    sorgevano,  aerei  prodigi.  E  il  poeta  gitt  il fascio delle rose
    bianche su la neve,  come un omaggio,  d'innanzi alla porta  di  Maria
    Ferres.
    4.
    - Io vidi: indovinai... Ero dietro i vetri, da tanto tempo. Non sapevo
    risolvermi  ad  andarmene.  Tutto  quel  bianco m'attirava...  Vidi la
    carrozza passare lentamente, nella neve. Sentii che eravate voi, prima
    di vedervi gittar le rose. Nessuna parola mai potr dirvi la tenerezza
    delle mie lacrime. Piansi per voi, d'amore;  e piansi per le rose,  di
    piet.  Povere  rose!  Mi  pareva  che  dovessero  vivere e soffrire e
    agonizzare, su la neve. Mi pareva, non so, che mi chiamassero,  che si
    lamentassero,  come creature abbandonate. Quando la vostra carrozza si
    allontan,  io mi affacciai per guardarle.  Fui sul punto di scendere,
    gi nella strada, a prenderle. Ma qualcuno era ancora fuori di casa; e
    il domestico era di l,  nell'anticamera,  che aspettava. Pensai mille
    modi,  ma  non  riuscii  a  trovarne  uno  attuabile.  Mi  disperai...
    Sorridete? Proprio, io non so che follia mi prese. Stavo tutta attenta
    a  spiare  i  passanti,  con  gli occhi pieni di lacrime.  Se avessero
    calpestato le rose, mi avrebbero calpestato il cuore. Ed ero felice in
    quel supplizio; ero felice del vostro amore,  del vostro atto delicato
    e  appassionato,  della vostra gentilezza,  della vostra bont...  Ero
    triste e felice,  quando mi addormentai;  e le rose dovevan esser  gi
    moribonde.  Dopo qualche ora di sonno, mi svegli il rumore delle pale
    sul lastrico. Spazzavano la neve, proprio d'innanzi alla nostra porta.
    Io rimasi in ascolto;  e il rumore e le voci  continuarono  fin  oltre
    l'alba,  e  mi  facevano tanta malinconia...  Povere rose!  Ma saranno
    sempre vive nella mia  memoria.  Certi  ricordi  bastano  a  profumare
    un'anima per sempre... Mi amate molto, Andrea?
    E, dopo un'esitazione:
    - Amate me sola?  Avete dimenticato il resto,  interamente?  Sono miei
    tutti i vostri pensieri?
    Ella palpitava e tremava.
    - Io soffro...  della vostra  vita  anteriore,  di  quella  ch'io  non
    conosco;  soffro  dei vostri ricordi,  di tutte le tracce che forse vi
    rimangono ancora nello spirito,  di tutto ci che in voi non potr mai
    comprendere  e  mai possedere.  Oh,  s'io potessi darvi l'oblio d'ogni
    cosa!  Odo continuamente le vostre  parole,  Andrea,  le  prime  prime
    parole. Credo che le udr nell'istante della morte...
    Ella palpitava e tremava, sotto l'urto della passione soverchiatrice.
    - Io vi amo ogni giorno pi, ogni giorno pi!
    Andrea  la inebri di parole soavi e profonde,  la vinse d'ardore,  le
    narr il sogno della notte nivale e il suo desiderio disperato e tutta
    la utile favola delle rose e molte altre imaginazioni liriche.
    Gli pareva ch'ella fosse prossima ad abbandonarsi; vedeva gli occhi di
    lei nuotare in qualche onda di languore pi lunga;  vedeva su la bocca
    dolente  apparire  quella  inesprimibile  contrattura  che    come la
    dissimulazione d'una tendenza fisica istintiva al bacio;  e vedeva  le
    mani,  quelle mani gracili e forti,  mani d'arcangelo, fremere come le
    corde d'uno strumento,  esprimere tutto l'orgasmo interno.  - Se  oggi
    potr  rapirle anche un solo bacio fuggevole - pensava - avr di molto
    affrettato il termine ch'io sospiro.
    Ma ella,  consapevole del pericolo,  si lev  d'improvviso,  chiedendo
    licenza;  son il campanello, ordin al domestico il t e che pregasse
    Miss Dorothy di condur Delfina nel salone. Poi,  volgendosi ad Andrea,
    un po' convulsa:
    - E' meglio cos. Perdonatemi.
    E da quel giorno evit di riceverlo in giorni che non fossero, come il
    marted e il sabato, di ricevimento comune.
    Ella  per si lasci guidare da lui in varie peregrinazioni a traverso
    la  Roma  degli  Imperatori  e  la  Roma  dei  Papi.  Il  "vergiliato"
    quaresimale si svolse nelle ville, nelle gallerie, nelle chiese, nelle
    ruine.  Dov'era passata Elena Muti pass Maria Ferres. Non di rado, le
    cose suggerivano al poeta le medesime effusioni di  parole  che  Elena
    aveva gi udite.  Non di rado,  un ricordo lo allontanava dalla realt
    presente, lo turbava d'improvviso.
    - A che pensate, ora? - gli chiedeva Maria,  guardandolo in fondo alle
    pupille, con un'ombra di sospetto.
    Ed egli rispondeva:
    -  A  voi,  sempre  a  voi.  Mi prende come una curiosit di guardarmi
    dentro per vedere se ancora mi rimanga qualche minima parte dell'anima
    che non sia in possesso dell'anima vostra,  qualche minima  piega  che
    non  sia  penetrata  dalla  vostra  luce.  E'  come  una  esplorazione
    interiore,  che io faccio per voi,  gi  che  voi  non  potete  farla.
    Ebbene, Maria, non ho pi nulla omai da offerirvi. Siete nell'assoluto
    dominio di tutto il mio essere.  Non mai,  penso, una creatura umana 
    stata pi intimamente posseduta da una creatura umana, in ispirito. Se
    la mia bocca si congiungesse alla vostra,  avverrebbe la  transfusione
    della mia vita nella vostra vita. Penso che morirei.
    Ella  gli  credeva,  poich  la voce di lui dava alle parole la fiamma
    della verit.
    Un giorno erano sul  Belvedere  della  Villa  Medici:  guardavano  ne'
    larghi e cupi tetti di busso l'orlo del sole morire a poco a poco e la
    Villa  Borghese  ancor  nuda  sommergersi  a  poco a poco in un vapore
    violaceo. Maria disse, invasa da una subitanea tristezza:
    - Chi sa quante volte siete venuto qui, a sentirvi amare!
    Andrea rispose, con l'accento d'un uom trasognato:
    - Non so; non ricordo. Che dite mai?
    Ella tacque. Poi si lev, per leggere le inscrizioni su i pilastri del
    tempietto. Erano, per lo pi, inscrizioni d'amanti,  di novelli sposi,
    di contemplatori solitarii.
    Una  portava,  sotto  una  data  e un nome di donna,  un frammento del
    "Pausias":

    "SIE:
    Immer allein sind Liebende sich in der grssten Versammlung;
    Aber sind sie zu Zweien, stellt auch der Dritte sich ein.
    ER:
    Amor, ja!"

    Un'altra era la glorificazione di un nome alato:

    "A solis ortu usque ad occasum laudabile nomen Helles."

     Un'altra era una sospirevole quartina del Petrarca:

    "Io amai sempre ed amo forte ancora,
    E son per amar pi di giorno in giorno,
    Quel dolce loco ove piangendo torno
    Spesse fiate quando Amor m'accora."

    Un'altra pareva essere una leal dichiarazione,  firmata da  due  leali
    amanti:

    "Ahora y no siempre".

    Tutte  esprimevano  un  sentimento  erotico,   o  triste  o  giocondo;
    cantavano  le  lodi  d'una  bella  o  rimpiangevano  un  bene  remoto;
    narravano d'un bacio ardente o d'una estasi languida;  ringraziavano i
    vecchi bussi  cortesi,  indicavano  ai  felici  venturi  una  latebra,
    notavano la singolarit d'un tramonto contemplato.  Chiunque,  sposo o
    amante,  sotto il fascino feminino,  era stato preso da un  entusiasmo
    lirico  sul  piccolo  Belvedere  solitario  a cui conduce una scala di
    pietra  coperta  di  velluto.  Le  mura  parlavano.  Una  indefinibile
    malinconia emanava da quelle voci ignote d'amori morti, una malinconia
    quasi sepolcrale, come dagli epitaffi d'una cappella.
    D'un tratto, Maria si volse ad Andrea, dicendo:
    - Ci siete anche voi.
    Egli rispose, guardandola, con l'accento medesimo di dianzi:
    - Non so; non ricordo. Non ricordo pi nulla. Vi amo.
    Ella lesse. Ed era, scritto di mano d'Andrea, un epigramma del Goethe,
    un distico, quello che incomincia: "Sage, wie lebst du"? - Rispondi,
    come  vivi  tu?  -  "Ich lebe"! - Io vivo!  E,  se pur cento e cento
    secoli mi fosser dati,  io m'augurerei soltanto che domani fosse  come
    oggi.  -  Sotto era una data: "Die ultima februarii 1885";  e un nome:
    "Helena Amyclaea".
    Ella disse:
    - Andiamo.
    Il tetto di busso pioveva tenebre su la scala  di  pietra  coperta  di
    velluto. Egli chiese:
    - Volete appoggiarvi?
    Ella rispose:
    - No; grazie.
    Discesero in silenzio, pianamente. Ad ambedue pesava il cuore.
    Dopo un intervallo, ella disse:
    - Eravate felice, due anni fa.
    Ed egli, con una ostinazione meditata:
    - Non so; non ricordo.
    Il  bosco era misterioso,  in un crepuscolo verde.  I tronchi e i rami
    sorgevano con intrichi e viluppi serpentini.  Qualche foglia luccicava
    come un occhio di smeraldo, nell'ombra.
    Dopo un intervallo, ella soggiunse:
    - Chi era quella Elena?
    - Non so;  non ricordo.  Non ricordo pi nulla.  Vi amo. Amo voi sola.
    Penso per voi sola. Vivo per voi sola.  Non so pi nulla;  non ricordo
    pi nulla;  non desidero pi nulla, oltre il vostro amore. Nessun filo
    pi mi lega alla vita d'un tempo. Sono ora fuor del mondo, interamente
    perduto nel vostro essere.  Io sono nel vostro sangue e  nella  vostra
    anima;  io  mi  sento in ogni palpito delle vostre arterie;  io non vi
    tocco eppure mi mescolo con voi come se vi tenessi di continuo tra  le
    mie braccia, su la mia bocca, sul mio cuore. Io vi amo e voi mi amate;
    e questo dura da secoli, durer nei secoli, per sempre. Accanto a voi,
    pensando  a voi,  vivendo di voi,  ho il sentimento dell'infinito,  il
    sentimento dell'eterno.  Io vi amo e voi mi amate.  Non so altro;  non
    ricordo altro...
    Egli  le  versava  su la tristezza e sul sospetto un'onda di eloquenza
    infiammata e dolce.  Ella  ascoltava,  diritta  innanzi  ai  balaustri
    dell'ampia terrazza che si apre sul limite del bosco.
    -  Ed   vero?  Ed  vero?  - ripeteva ella con una voce spenta ch'era
    come l'eco affievolita d'un grido dell'anima interno. - Ed  vero?
    - E' vero, Maria; e questo soltanto  vero. Tutto il resto  un sogno.
    Io vi amo e voi mi amate.  E voi mi possedete come io vi posseggo.  Io
    vi so cos profondamente mia che non vi chiedo carezze,  non vi chiedo
    alcuna prova d'amore. Aspetto. Mi  caro,  sopra ogni cosa,  obedirvi.
    Io  non vi chiedo carezze;  ma le sento nella vostra voce,  nel vostro
    sguardo,  nelle vostre attitudini,  n vostri minimi gesti.  Tutto ci
    che  parte  da  voi    per me inebriante come un bacio;  e io non so,
    sfiorandovi la mano,  se sia pi forte la volutt de' miei sensi o  la
    sollevazione del mio spirito.
    Egli  pos  la  sua  mano su la mano di lei,  lievemente.  Ella trem,
    sedotta,  provando un desiderio folle di piegarsi  verso  di  lui,  di
    offrirgli  infine  le  labbra,  il  bacio,  tutta s stessa.  Le parve
    (poich ella dava fede alle parole di Andrea) le parve  che  per  tale
    atto  ella  lo  avrebbe  legato  a  s con l'ultimo nodo,  con un nodo
    indissolubile. Ella credeva di venir meno, di struggersi, di morire.
    Era come se tutti i tumulti della passione gi sofferta le gonfiassero
    il cuore, aumentassero il tumulto della passione presente. Era come se
    rivivessero in quell'attimo tutte le commozioni trascorse da che  ella
    aveva  conosciuto quell'uomo.  Le rose di Schifanoja rifiorivano tra i
    lauri e i bussi della Villa Medici.
    - Io aspetto, Maria. Non vi chiedo nulla. Mantengo le mie promesse. Io
    aspetto l'ora suprema.  Sento che verr,  poich la forza dell'amore 
    invincibile.  E  sparir  in  voi  ogni  timore,  ogni  terrore;  e la
    comunione dei corpi vi sembrer pura come la  comunione  delle  anime,
    poich sono egualmente pure tutte le fiamme...
    Egli  le  premeva,  con la mano senza guanto,  la mano inguantata.  Il
    giardino pareva deserto.  Dal palazzo dell'Academia non giungeva alcun
    romore,  alcuna voce. Si udiva chiaro nel silenzio il chioccolo della
    fontana a mezzo dello spiazzo; i viali si prolungavano verso il Pincio
    diritti,  come chiusi fra due pareti di bronzo su cui non anche moriva
    la  doratura  del vespro;  l'immobilit di tutte le forme dava imagine
    d'un labirinto impietrato: le cime delle canne acquatiche  intorno  la
    vasca erano immobili nell'aria come le statue.
    -  Mi sembra - disse la senese,  socchiudendo i cigli - di trovarmi su
    una terrazza di Schifanoja, lontana lontana da Roma,  sola...  con te.
    Chiudo gli occhi, veggo il mare.
    Ella  vedeva  dal  suo  amore  e  dal silenzio nascere un gran sogno e
    dilatarsi nel tramonto. Ella tacque, sotto lo sguardo di Andrea;  e un
    poco  sorrise.  Ella  aveva  detto: "con te"!  Pronunziando quelle due
    sillabe,  ella aveva chiuso gli  occhi:  e  la  bocca  era  parsa  pi
    luminosa,  quasi  che  vi  si  fosse raccolto anche lo splendor celato
    dalle palpebre e dai cigli.
    - Mi sembra che tutte queste cose non sieno fuori di me,  ma che tu le
    abbia create nell'anima mia,  per la mia gioia. Ho questa illusione in
    me,  profonda,  ogni volta che io sono innanzi  a  uno  spettacolo  di
    bellezza e che tu mi sei vicino.
    Ella parlava lentamente,  con qualche pausa, come se la sua voce fosse
    l'eco tarda di un'altra voce inaudibile.  Perci le sue parole avevano
    un  singolare  accento,  acquistavano  un  suono misterioso,  parevano
    venire dalle pi segrete profondit dell'essere;  non erano  il  comun
    simbolo   imperfetto,   erano   un'espressione   intensa   pi   viva,
    trascendente, d'un significato pi vasto.
    Dalle sue labbra,  come da un giacinto pieno d'una rugiada di  miele,
    cade a goccia a goccia un murmure liquido,  che fa morir di passione i
    sensi, dolce come le pause della musica planetaria udita nell'estasi.
    Il poeta ricordava i versi di Percy Shelley.  Egli li ripet a  Maria,
    sentendosi conquistare dalla commozione di lei,  penetrare dal fascino
    dell'ora,  esaltare dall'apparenza delle cose.  Un tremito  lo  prese,
    quando egli era per rivolgerle il "tu" mistico.
    - Io non era mai giunto,  in nessun pi alto sogno del mio spirito,  a
    ideare quest'altezza.  Tu ti levi sopra  tutte  le  mie  idealit,  tu
    splendi  sopra  tutti  gli  splendori del mio pensiero,  tu m'illumini
    d'una luce che  quasi per me insostenibile...
    Ella stava diritta,  innanzi ai balaustri,  con le mani posate  su  la
    pietra,  con  la  testa alzata,  pi pallida di quando,  nella mattina
    memorabile, camminava sotto i fiori.  Le lacrime le empivano gli occhi
    socchiusi,  le  rilucevano  tra i cigli;  e sogguardando innanzi a s,
    ella vedeva il cielo farsi roseo, a traverso il velo del pianto.
    Era, nel cielo, una pioggia di rose,  come quando nella sera d'ottobre
    il sole moriva dietro il colle di Rovigliano accendendo gli stagni per
    la pineta di Vicomle.  Rose rose rose piovevano da per tutto, lente,
    spesse,  molli,  a simiglianza d'una nevata in  un'aurora.  La  Villa
    Medici, eternamente verde e senza fiori, riceveva su le cime delle sue
    rigide  mura  arboree  i molli petali innumerevoli caduti dai giardini
    celesti.
    Ella si  volse,  per  discendere.  Andrea  la  segu.  Camminarono  in
    silenzio  verso  la scala;  guardarono il bosco che si stendeva fra la
    terrazza e il Belvedere.  Pareva  che  il  chiarore  si  fermasse  sul
    limite,  dove  sorgono  le due erme custodi,  e non potesse rompere la
    tenebra;  pareva che quegli alberi rameggiassero in un'altra atmosfera
    o  in  un'acqua  cupa,  in  un  fondo  marino,  simili  a  vegetazioni
    oceaniche.
    Ella fu invasa da una  sbita  paura;  si  affrett  verso  la  scala,
    discese cinque o sei gradini; si arrest, smarrita, palpitante, udendo
    nel  silenzio il battito delle sue arterie dilatarsi come uno strepito
    enorme.  La villa era scomparsa;  la scala era serrata fra due pareti,
    umida,  grigia,  rotta  dall'erbe,  triste  come  quella d'una carcere
    sotterranea.  Ella vide Andrea piegarsi verso  di  lei,  con  un  atto
    improvviso, per baciarla in bocca.
    - No, no, Andrea... No!
    Egli tendeva le mani per trattenerla, per costringerla.
    - No!
    Perdutamente,  ella gli prese una mano,  se la trasse alle labbra;  la
    baci due, tre volte,  perdutamente.  Poi si mise a correre gi per la
    scala, verso la porta, come folle.
    - Maria! Maria! fermatevi!
    Si  ritrovarono l'una di fronte all'altro,  innanzi alla porta chiusa,
    pallidi,  ansanti,  scossi da un terribile tremito,  guardandosi negli
    occhi mutati,  avendo negli orecchi il rombo del loro sangue, credendo
    di soffocare.  E nel  tempo  medesimo,  con  un  impeto  concorde,  si
    strinsero, si baciarono.
    Ella disse,  temendo di venir meno,  appoggiandosi alla porta,  con un
    gesto di suprema preghiera:
    - Non pi... Io muoio.
    Rimasero un minuto, l'una di fronte all'altro, senza toccarsi.
    Pareva che tutto il silenzio della villa gravasse  su  loro,  in  quel
    luogo angusto cinto d'alti muri, simile a una tomba scoperta. Si udiva
    distinto   il   gracchiare   basso  e  interrotto  dei  corvi  che  si
    raccoglievano su i tetti del  palazzo  o  traversavano  il  cielo.  Di
    nuovo,  un  senso  strano  di paura occup il cuore della donna.  Ella
    gitt in alto, alla sommit dei muri, uno sguardo sbigottito.
    Facendosi forza, disse:
    - Ora, possiamo uscire... Potete aprire.
    E la sua mano s'incontr con quella di Andrea  sul  saliscendi,  nella
    furia incalzante.
    E,  come  ella  pass  rasente  le  due  colonne di granito,  sotto il
    gelsomino senza fiori, Andrea disse:
    - Guarda! Il gelsomino fiorisce.
    Ella non si volse,  ma sorrise;  e il sorriso era assai triste,  pieno
    dell'ombre  che metteva in quell'anima il riapparir subitaneo del nome
    inscritto sul  Belvedere.  E,  mentre  ella  camminava  per  il  viale
    misterioso   sentendo   tutto   il  suo  sangue  alterato  dal  bacio,
    un'implacabile angoscia le incideva nel cuore quel nome, quel nome!



    Libro quarto.

    1.
    Il marchese di Mount Edgcumbe,  aprendo il grande armario segreto,  la
    biblioteca  arcana,  diceva allo Sperelli: - Voi dovreste disegnarmi i
    fermagli.  Il  volume    in-quarto,  datato  da  Lampsaco  come  "Les
    Aphrodites"  del  Nerciat:  1734.  Gli  intagli  mi  paiono finissimi.
    Giudicatene.
    Egli porse allo Sperelli il libro raro.  Era intitolato GERVETII - "De
    Concubitu" - "libri tres", ornato di vignette voluttuose.
    - Questa figura  molto importante - soggiunse, indicando col dito una
    delle   vignette,   che   rappresentava  un  congiungimento  di  corpi
    indescrivibile.  - E' una cosa nuova  che  io  non  conosceva  ancora.
    Nessuno dei miei scrittori erotici ne fa menzione...
    Seguitava  a  parlare,  discutendo  alcune particolarit,  seguendo le
    linee del disegno con quel dito bianchiccio sparso di peli su la prima
    falange e terminato da un'unghia acuta,  lucida,  un po'  livida  come
    l'unghia dei quadrumani. Le sue parole penetravano nell'orecchio dello
    Sperelli con uno stridore atroce.
    -  Questa  edizione  olandese  di  Petronio    magnifica.  E questo 
    l'"Erotopaegnion" stampato a  Parigi  nel  1798.  Conoscete  il  poema
    attribuito a John Wilkes, "An essay on woman"? Eccone una edizione del
    1763.
    La   raccolta  era  ricchissima.   Comprendeva  tutta  la  letteratura
    pantagruelica  e  rococ  di  Francia:   le   priape,   le   fantasie
    scatologiche,  le monacologie,  gli elogi burleschi, i catechismi, gli
    idillii, i romanzi, i poemi dalla "Pipe casse del Vad alle "Liaisons
    dangereuses", dall'"Artin" d'Augustin Carrache alle "Tourterelles" de
    Zelmis,   dalla  "Descouverture  du  style  impudique"  al  "Faublas".
    Comprendeva quanto di pi raffinato e di pi infame l'ingegno umano ha
    prodotto  nei  secoli  per  comento  dell'antico  inno sacro al dio di
    Lampsaco: "Salve, sancte pater".
    II collezionista prendeva  i  libri  dalle  file  dell'armario,  e  li
    mostrava al giovine amico, parlando di continuo. Le sue mani oscene si
    facevano  carezzevoli  intorno  i  libri osceni rilegati in cuoi ed in
    tessuti di pregio. Ad ogni tratto sorrideva sottilmente. E gli passava
    negli occhi grigi il baleno  della  follia,  sotto  la  enorme  fronte
    convessa.
    -  Posseggo  anche la edizione principe degli "Epigrammi" di Marziale,
    quella di Venezia, fatta da Vindelino di Spira, "in-folio". Eccola. Ed
    ecco il Beau,  il traduttore di Marziale,  il comentatore delle famose
    trecento  ottanta  due  oscenit.  Come  vi sembrano le rilegature?  I
    fermagli sono d'un maestro.  Questa composizione di priapi  di grande
    stile.
    Lo Sperelli ascoltava e guardava, con una specie di stupore che a poco
    a  poco  andavasi mutando in orrore e in dolore.  I suoi occhi ad ogni
    momento erano attirati  da  un  ritratto  d'Elena,  che  pendeva  alla
    parere, sul damasco rosso.
    -  E'  il  ritratto  di Elena,  dipinto da Sir Frederick Leiyhton.  Ma
    guardate qui, tutto il Sade! "Le roman philosophique", "La philosophie
    dans le boudoir",  "Les  crimes  de  l'amour",  "Les  malheurs  de  la
    vertu"...  Voi,  certo,  non  conoscete questa edizione.  E' fatta per
    conto mio da Hrissey,  con  caratteri  elzeviriani  del  Diciottesimo
    secolo,  su  carta  delle Manifatture imperiali del Giappone,  in soli
    cento venti cinque  esemplari.  Il  divino  marchese  meritava  questa
    gloria.   I  frontespizii,  i  titoli,  le  iniziali,  tutti  i  fregi
    raccolgono  quanto  di  pi  squisito  noi   conosciamo   in   materia
    d'iconografia erotica. Guardate i fermagli!
    Le  rilegature  dei  volumi  erano  mirabili.  Una pelle di pescecane,
    rugosa  ed  aspra  come  quella  che  avvolge  l'elsa  delle  sciabole
    giapponesi,  copriva le due facce e il dorso;  i fermagli e le borchie
    erano  d'un  bronzo  assai   ricco   d'argento,   opere   di   cesello
    elegantissime,  che  ricordavano  i pi bei lavori in ferro del secolo
    Sedicesimo.
    - L'autore, Francis Redgrave,  morto in un manicomio.  Era un giovine
    di genio. Io posseggo tutti i suoi studii. Ve li mostrer.
    Il  collezionista s'accendeva.  Egli usc per andare a prendere l'albo
    dei disegni di Francis Redgrave,  nella stanza contigua.  Il suo passo
    era un po' saltellante e malsicuro,  come d'un uomo che abbia in s un
    principio di paralisi,  una malattia spinale incipiente;  il suo busto
    rimaneva rigido, non assecondando il moto delle gambe, simile al busto
    d'un automa.
    Andrea Sperelli lo segu con lo sguardo,  fin su la soglia,  inquieto.
    Rimasto  solo,  fu  preso  da  una  terribile  angoscia.   La  stanza,
    tappezzata  di damasco rosso cupo,  come la stanza dove Elena due anni
    innanzi erasi data a lui,  gli parve allora tragica e  lugubre.  Forse
    quelle  erano  le  tappezzerie medesime che avevano udite le parole di
    Elena: - Mi piaci!  - L'armario aperto lasciava  vedere  le  file  dei
    libri osceni, le rilegature bizzarre impresse di simboli fallici. Alla
    parete  pendeva  il  ritratto  di  Lady Heathfield accanto a una copia
    della "Nelly O'Brien" di Joshua Reynolds.  Ambedue  le  creature,  dal
    fondo della tela,  guardavano con la stessa intensit penetrante,  con
    lo stesso ardor  di  passione,  con  la  stessa  fiamma  di  desiderio
    sensuale, con la stessa prodigiosa eloquenza; ambedue avevano la bocca
    ambigua,   enigmatica,  sibillina,  la  bocca  delle  infaticabili  ed
    inesorabili bevitrici d'anime;  e avevano ambedue la fronte  marmorea,
    immacolata, lucente d'una perpetua purit.
    - Povero Redgrave! - disse Lord Heathfield, rientrando con la custodia
    dei disegni tra le mani.  - Senza dubbio,  egli era un genio.  Nessuna
    fantasia erotica supera la sua. Guardate!...  Guardate!...  Che stile!
    Nessuno  artista,  io  penso,  nello  studio della fisionomia umana si
    avvicina alla profondit e all'acutezza a cui  giunto questo Redgrave
    nello studio del "phallus". Guardate! Egli si allontan un istante per
    andare a richiudere l'uscio.  Poi torn verso  il  tavolo,  presso  la
    finestra;  e  si  mise a sfogliare la raccolta,  sotto gli occhi dello
    Sperelli,  parlando di continuo,  indicando  con  l'unghia  scimiesca,
    affilata come un'arma, le particolarit di ciascuna figura.
    Egli  parlava  nella sua lingua,  dando ad ogni principio di frase una
    intonazione  interrogativa  e  ad  ogni  fine  una   cadenza   eguale,
    stucchevole.  Certe  parole  laceravano  l'orecchio  di Andrea come un
    suono aspro di ferri raschiati,  come lo stridore d'una lama d'acciaio
    a contrasto d'una lastra di cristallo.
    E i disegni del defunto Francis Redgrave passavano.
    Erano  spaventevoli;  parevano  il sogno d'un becchino torturato dalla
    satiriasi;  si svolgevano come una paurosa danza macabra  e  priapica;
    rappresentavano cento variazioni d'un sol motivo,  cento episodii d'un
    solo dramma.  E le "dramatis personae" erano  due:  un  priapo  e  uno
    scheletro, un "phallus" e un "rictus".
    -  Questa    la  pagina  superiore  -  esclam il marchese di Mount
    Edgcumbe, indicando l'ultimo disegno,  su cui in quel punto scendeva a
    traverso i vetri della finestra un sorriso tenue di sole.
    Era,  infatti,  una  composizione di straordinaria potenza fantastica:
    una danza di scheletri muliebri,  in un ciel notturno,  guidata da una
    Morte  flagellatrice.  Su  la  faccia  impudica della luna correva una
    nuvola nera,  mostruosa,  disegnata con un vigore e  un'abilit  degni
    della   matita   d'O-kou-sai;   l'attitudine   della   tetra  corifea,
    l'espression del suo teschio dalle orbite vacue erano improntate d'una
    vitalit mirabile,  d'una spirante realit non mai raggiunta da  alcun
    altro artefice nella figurazione della Morte; e tutta quella sicinnide
    grottesca  di  scheletri  slogati in gonne discinte,  sotto le minacce
    della sferza,  rivelava la tremenda febbre che aveva preso la mano del
    disegnatore, la tremenda follia che aveva preso il suo cervello.
    - Ecco il libro che ha inspirato questo capolavoro a Francis Redgrave.
    Un  gran  libro!...  Il pi raro tra i rarissimi...  Non conoscete voi
    Daniel Maclisius?
    Lord Heathfield porse  allo  Sperelli  il  trattato  "De  verberatione
    amatoria".  Si accendeva sempre pi, ragionando di piaceri crudeli. Le
    tempie calve gli s'invermigliavano e  le  vene  della  fronte  gli  si
    gonfiavano  e  la  bocca  gli s'increspava,  un po' convulsa,  ad ogni
    tratto.  E le mani,  le mani odiose,  gestivano  con  gesti  brevi  ma
    concitati,   mentre  i  gomiti  rimanevano  rigidi,   d'una  rigidezza
    paralitica. La bestia immonda,  laida,  feroce appariva in lui,  senza
    pi veli.  Nell'imaginazione dello Sperelli sorgevano tutti gli orrori
    del libertinaggio inglese: le gesta  dell'Armata  Nera,  della  "black
    army",  su  pe'  marciapiedi  di  Londra;  la  caccia implacabile alle
    vergini verdi;  i lupanari di West-End,  della Halfousn  Street;  le
    case eleganti di Anna Rosemberg,  della Jefferies;  le camere segrete,
    ermetiche,  imbottite dal pavimento al soffitto,  ove  si  smorzano  i
    gridi acuti che la tortura strappa alle vittime...
    - Mumps! Mumps! Siete solo?
    Era la voce di Elena. Ella batteva piano a un degli usci.
    - Mumps!
    Andrea  trasal: tutto il sangue gli fece velo agli occhi,  gli accese
    la fronte,  gli mise negli orecchi un rombo,  come  se  una  vertigine
    improvvisa  stesse  per  coglierlo.  Un'insurrezione  di  brutalit lo
    sconvolse;  gli attravers lo spirito,  nella  luce  d'un  lampo,  una
    visione  oscena;   gli  pass  nel  cervello  oscuramente  un  pensier
    criminoso;  l'agit per un attimo non so che  smania  sanguinaria.  In
    mezzo  al  turbamento portato in lui da quei libri,  da quelle figure,
    dalle parole  di  quell'uomo,  risaliva  su  dalle  cieche  profondit
    dell'essere  lo  stesso impeto istintivo che gi egli aveva provato un
    giorno, sul campo delle corse, dopo la vittoria contro il Rtolo,  tra
    le  esalazioni  acri  del  cavallo  fumante.  Il fantasma d'un delitto
    d'amore lo tent e si dilegu,  rapidissimo,  nella luce  d'un  lampo:
    uccidere quell'uomo, prendere quella donna per violenza, appagare cos
    la terribile cupidigia carnale, poi uccidersi.
    - Non sono solo - disse il marito, senza aprire l'uscio. - Fra qualche
    minuto potr condurvi nel salone il conte Sperelli che  qui con me.
    Egli  ripose  nell'armario il trattato di Daniel Maclisius;  chiuse la
    custodia dei disegni di Francis  Redgrave  e  la  port  nella  stanza
    contigua.
    Andrea  avrebbe  dato  qualunque prezzo per sottrarsi al supplizio che
    l'aspettava ed era attratto da quel supplizio, nel tempo medesimo.  Il
    suo sguardo, anche una volta, si lev alla parete rossa, verso il cupo
    quadro  ove  brillava  la faccia esangue di Elena dagli occhi seguaci,
    dalla bocca di sibilla.  Un fascino acuto e continuo emanava da quella
    immobilit  imperiosa.  Quel pallore unico dominava tragicamente tutta
    la rossa ombra della stanza.  Ed egli sent,  anche una volta,  che la
    sua trista passione era immedicabile.
    Un'angoscia  disperata  l'assalse.  -  Non avrebbe egli dunque mai pi
    posseduta quella carne? Era ella dunque risoluta a non concedergli? Ed
    egli avrebbe  per  sempre  nutrita  in  s  la  fiamma  del  desiderio
    insoddisfatto?  -  L'eccitazion  prodotta  in  lui  dai  libri di Lord
    Heathfield inaspriva la sofferenza, rinfocolava la febbre. Era nel suo
    spirito un confuso tumulto d'imagini  erotiche;  la  nudit  di  Elena
    entrava  nei  gruppi infami delle vignette incise dal Coiny,  prendeva
    attitudini di piacere  gi  note  al  passato  amore,  si  piegava  ad
    attitudini  nuove,  si  offeriva  alla  lascivia  bestiale del marito.
    Orrore! Orrore!
    - Volete che andiamo di l?  - chiese il marito,  ricomparendo  su  la
    soglia,  ben  ricomposto  e  tranquillo.  -  Mi  disegnerete  dunque i
    fermagli pel mio Gervetius?
    Andrea rispose:
    - Mi prover.
    Egli non poteva reprimere il tremito interno.  Nel  salone,  Elena  lo
    guard curiosamente, con un sorriso irritante.
    -  Che facevate,  di l?  - ella gli chiese,  pur sempre sorridendo al
    modo medesimo.
    - Vostro marito mi mostrava cimelii.
    - Ah!
    Ella aveva la bocca sardonica,  una  cert'aria  beffarda,  un'irrision
    palese  nella  voce.  Si  adagi,  sopra  un largo divano coperto d'un
    tappeto di Bouckara amaranto su cui languivano i cuscini pallidi e su'
    cuscini le palme d'oro  smorto.  Si  adagi  in  un'attitudine  molle,
    guardando  Andrea  di  tra i lusinghevoli cigli,  con quegli occhi che
    parevano come suffusi d'un qualche olio purissimo e sottilissimo. E si
    mise a parlare di cose mondane,  ma con una  voce  che  penetrava  fin
    nell'intime vene del giovine, come un fuoco invisibile.
    Due  o  tre  volte  Andrea  sorprese  lo  sguardo scintillante di Lord
    Heathfield fisso su la moglie: uno sguardo che  gli  parve  carico  di
    tutte  le  impurit  e  le  infamie dianzi rimescolate.  Quasi ad ogni
    frase, Elena rideva, d'un riso irridente, con una strana facilit, non
    turbata dalla brama di que' due uomini che s'erano accesi  insieme  su
    le figure dei libri osceni. Ancora, il pensier criminoso attravers lo
    spirito  di  Andrea,  nella  luce  d'un  lampo.  Tutte  le  fibre  gli
    tremarono.
    Quando Lord Heathfield si lev ed usc,  egli proruppe,  con  la  voce
    roca, afferrandole un polso, avvicinandosi a lei cos da sfiorarla con
    l'alito veemente:
    -  Io  perdo  la  ragione...  Io  divento  folle...  Ho bisogno di te,
    Elena... Ti voglio...
    Ella liber il polso,  con  un  gesto  superbo.  Poi  disse,  con  una
    terribile freddezza:
    -  Vi far dare da mio marito venti franchi.  Uscendo di qui,  potrete
    sodisfarvi.
    Lo Sperelli balz in piedi, livido.
    Lord Heathfield rientrando chiese:
    - Ve ne andate gi? Che avete mai?
    E sorrise del giovine amico,  poich egli conosceva  gli  effetti  de'
    suoi libri.
    Lo Sperelli s'inchin.  Elena gli offerse la mano, senza scomporsi. Il
    marchese lo accompagno fin su la soglia, dicendogli piano:
    - Vi raccomando il mio Gervetius.
    Come fu  sotto  il  portico,  Andrea  vide  avanzarsi  pel  viale  una
    carrozza.   Un   signore  dalla  gran  barba  bionda  s'affacci  allo
    sportello, salutando. Era Galeazzo Secnaro.
    Subitamente,  gli sorse nello spirito il ricordo della Fiera di maggio
    con  l'episodio della somma offerta da Galeazzo per ottenere che Elena
    Muti asciugasse alla  barba  le  belle  dita  bagnate  di  Sciampagna.
    Affrett  il  passo,  usc  nella strada: aveva la sensazione ottusa e
    confusa come d'un romore assordante che sfuggisse dall'intimo del  suo
    cervello.
    Era un pomeriggio della fine d'aprile, caldo e umido. Il sole appariva
    e  spariva  tra  i  nuvoli fioccosi e pigri.  L'accidia dello scirocco
    teneva Roma.
    Sul marciapiede della via Sistina,  egli scorse  d'innanzi  a  s  una
    signora  che  camminava  lentamente verso la Trinit.  Riconobbe Donna
    Maria Ferres.  Guard l'orologio: erano,  infatti,  circa  le  cinque;
    mancavano  pochi  minuti all'ora abituale del ritrovo.  Maria,  certo,
    andava al palazzo Zuccari.
    Egli affrett il passo per raggiungerla. Quando fu da presso la chiam
    per nome:
    - Maria!
    Ella ebbe un sussulto:
    - Come qui? Io salivo da te. Sono le cinque.
    - Manca qualche minuto. Io correvo ad aspettarti. Perdonami.
    - Che hai? Sei molto pallido, tutto alterato... Di dove vieni?
    Ella corrug i sopraccigli, fissandolo, a traverso il velo.
    - Dalla scuderia  -  rispose  Andrea,  sostenendo  lo  sguardo,  senza
    arrossire,  come s'egli non avesse pi sangue. - Un cavallo, che m'era
    assai caro, s' rovinato un ginocchio per colpa del "jockey". Domenica
    non potr quindi prender parte al "Derby".  La cosa mi fa pena ed ira.
    Perdonami.  Ho  indugiato  senza  accorgermene.  Ma  alle cinque manca
    qualche minuto...
    - Bene. Addio. Me ne vado.
    Erano su la piazza della Trinit.  Ella si  sofferm  per  congedarsi,
    tendendogli la mano.  Le durava ancora tra i sopraccigli una piega. In
    mezzo alla sua gran dolcezza,  talvolta ella aveva insofferenze  quasi
    aspre e movimenti altieri che la trasfiguravano.
    - No,  Maria.  Vieni.  Sii dolce. Io vado su, ad aspettarti. Tu arriva
    fino ai cancelli del Pincio e torna indietro. Vuoi?
    L'orologio della Trinit de' Monti suon le cinque.
    - Senti? - soggiunse Andrea.
    Ella disse, dopo una leggera esitazione:
    - Verr.
    - Grazie. Ti amo.
    - Ti amo.
    Si separarono.
    Donna Maria seguit il suo cammino;  travers  la  piazza,  entr  nel
    viale  arborato.  Sul suo capo,  a intervalli,  lungo la muraglia,  il
    soffio  languido  dello  scirocco  suscitava  negli  alberi  verdi  un
    murmure.  Nel  tepore  umido dell'aria fluivano rare onde di profumo e
    svanivano. Le nuvole parevano pi basse; certi stormi di rondini quasi
    radevano il suolo.  Eppure,  in quella snervante gravezza era  qualche
    cosa di molle che ammolliva il cuor passionato della senese.
    Da  che  ella  aveva  ceduto  al desiderio di Andrea,  il suo cuore si
    agitava in una felicit solcata d'inquietudini profonde;  tutto il suo
    sangue  cristiano  s'accendeva  alle  volutt  della  passione non mai
    provate e  s'agghiacciava  agli  sbigottimenti  della  colpa.  La  sua
    passione era altissima,  soverchiante,  immensa; cos fiera che spesso
    per lunghe ore le toglieva la memoria della figlia.  Ella giungeva  ad
    obliare  Delfina,  talvolta;  a  trascurarla!  Ed  aveva poi subitanei
    ritorni di rimorso, di pentimento,  di tenerezza,  in cui ella copriva
    di baci e di lacrime la testa della figlia attonita, singhiozzando con
    un dolor disperato, come sopra la testa d'una morta.
    Tutto  il  suo  essere  s'affinava alla fiamma,  si assottigliava,  si
    acuiva, acquistava una sensibilit prodigiosa,  una specie di lucidit
    oltraveggente,  una  facolt  divinatoria  che le dava strane torture.
    Quasi ad ogni inganno di Andrea,  ella si sentiva passare un'ombra  su
    l'anima, provava una inquietudine indefinita che talvolta addensandosi
    prendeva  forma  d'un sospetto.  E il sospetto la mordeva,  le rendeva
    amari i baci,  acre ogni carezza,  finch non si dileguava  sotto  gli
    impeti e gli ardori dell' incomprensibile amante.
    Ella  era  gelosa.  La  gelosia  era  il  suo spasimo implacabile,  la
    gelosia, non pur del presente, ma del passato. Per quella crudelt che
    le persone gelose hanno contro s stesse,  ella avrebbe voluto leggere
    nella  memoria di Andrea,  scoprirne tutti i ricordi,  vedere tutte le
    tracce segnate dalle antiche amanti,  sapere,  sapere.  La domanda che
    pi spesso le correva alle labbra, quando Andrea taceva, era questa: -
    A che pensi? - E mentre ella profferiva le tre parole, inevitabilmente
    l'ombra le passava negli occhi e su l'anima, inevitabilmente un flutto
    di tristezza le si levava dal cuore.
    Anche quel giorno,  all'improvviso sopraggiungere di Andrea, non aveva
    ella avuto in fondo a s  un  istintivo  moto  di  sospetto?  Anzi  un
    pensier  lucido  erale  balenato nello spirito: il pensiero che Andrea
    venisse dalla casa di Lady Heathfield, dal palazzo Barberini.
    Ella sapeva che Andrea era stato l'amante di quella donna,  sapeva che
    quella donna si chiamava Elena,  sapeva infine che quella era la Elena
    dell'inscrizione.  "Ich lebe"!... Il distico del Goethe le squillava
    forte  sul  cuore.  Quel  grido  lirico  le  dava  la misura dell'amor
    d'Andrea per la bellissima  donna.  Egli  doveva  averla  immensamente
    amata!  Camminando  sotto gli alberi,  ella ricordava l'apparizione di
    Elena nella sala del concerto, al Palazzo de' Sabini,  e il turbamento
    mal dissimulato dell'antico amante.  Ricordava la terribile commozione
    che l'aveva presa una sera,  a una  festa  dell'Ambasciata  d'Austria,
    quando  la contessa Starnina le aveva detto,  al passaggio di Elena: -
    Ti piace la Heathfield?  E' stata una gran  fiamma  del  nostro  amico
    Sperelli, e credo che sia ancora.
    Credo  che  sia ancora. Quante torture per quella frase!  Ella aveva
    seguita con gli occhi la gran rivale, di continuo, in mezzo alla folla
    elegante;  e pi d'una volta il suo sguardo erasi incontrato con  quel
    di  lei,  ed ella ne aveva avuto un brivido indefinibile.  Poi,  nella
    sera  medesima,   presentate  l'una  all'altra  dalla   baronessa   di
    Boeckhorst, in mezzo alla folla, avevano scambiato un semplice inchino
    della testa. E il tacito inchino erasi ripetuto in seguito nelle assai
    rare  volte  che  Donna Maria Ferres y Capdevila aveva attraversato un
    salone mondano.
    Perch  i  dubbii,   sopiti  o  spenti  sotto  l'onda  delle  ebrezze,
    risorgevano con tanta veemenza? Perch ella non riusciva a reprimerli,
    ad allontanarli?  Perch in fondo a lei si agitavano,  ad ogni piccolo
    urto  dell'imaginazione,   tutte  quelle   sconosciute   inquietudini?
    Camminando sotto gli alberi,  ella sentiva crescere l'affanno.  Il suo
    cuore non era pago;  il sogno levatosi dal suo cuore -  nella  mattina
    mistica,  sotto gli alberi floridi,  in conspetto del mare - non s'era
    avverato. La parte pi pura e pi bella di quell'amore era rimasta l,
    nel bosco solitario,  nella selva simbolica che fiorisce e  fruttifica
    perpetuamente contemplando l'Infinito.
    Ella si sofferm, d'innanzi al parapetto che guarda San Sebastianello.
    I  vecchissimi  elci,  d'una  verdura cos cupa che quasi pareva nera,
    protendevano su la fontana un tetto arteficiato, senza vita. I tronchi
    portavano ampie ferite, ricolmate con la calce e col mattone,  come le
    aperture  d'una  muraglia.  -  Oh giovini lbatri raggianti e spiranti
    nella luce!  - L'acqua grondando dalla superior tazza di  granito  nel
    bacino sottoposto metteva uno scoppio di gemiti, a intervalli, come un
    cuore  che  si  riempia  d'angoscia  e  poi trabocchi in pianto.  - Oh
    melodia delle Cento Fontane,  pel viale de' lauri!  - La citt giaceva
    estinta, come sepolta dalla cenere d'un vulcano invisibile, silenziosa
    e funerea come una citt disfatta da una pestilenza,  enorme, informe,
    dominata dalla Cupola che le sorgeva dal grembo come una  nube.  -  Oh
    mare! Oh mare sereno!
    Ella sentiva crescere l'affanno. Un'oscura minaccia veniva a lei dalle
    cose.  La  occup  quel  medesimo  senso  di timore che gi ella aveva
    provato pi d'una volta.  Sul suo spirito cristiano balen il pensiero
    del castigo.
    E tuttavia ella rabbrivid nel pi profondo del suo essere al pensiero
    che l'amante l'aspettava;  al pensiero dei baci,  delle carezze, delle
    folli parole,  ella sent il suo  sangue  infiammarsi,  la  sua  anima
    languire. Il brivido della passione vinse il brivido del timor divino.
    Ed ella si mosse verso la casa dell'amante,  trepida,  sconvolta, come
    se andasse a un primo ritrovo.
    - Oh, finalmente! - esclam Andrea,  accogliendola fra le sue braccia,
    bevendole l'alito dalla bocca affannata.
    Poi, prendendole una mano e premendosela al petto:
    - Sentimi il cuore. Se tu indugiavi ancor un minuto, mi si rompeva.
    Ella mise la guancia nel luogo della mano. Egli le baci la nuca.
    - Senti?
    - S; mi parla.
    - Che ti dice?
    - Che non mi ami.
    - Che ti dice?  - ripet il giovine, mordendola alla nuca, impedendole
    di sollevarsi.
    Ella rise.
    - Che mi ami.
    Ella si tolse il mantello,  il cappello,  i guanti.  And a odorare  i
    fiori  di lilla bianchi che empivano le alte coppe fiorentine,  quelle
    del tondo borghesiano.  Aveva su i tappeti un passo  di  straordinaria
    leggerezza;  e nulla era pi soave dell'atto con cui ella affondava il
    viso tra le ciocche delicate.
    - Prendi - ella disse,  recidendo coi denti una cima  e  tenendola  in
    bocca, fuor delle labbra.
    -  No;  io prender dalla tua bocca un altro fiore,  men bianco ma pi
    saporoso...
    Si baciarono, a lungo, a lungo, in mezzo al profumo.
    Egli disse, con la voce un po' mutata, traendola:
    - Vieni, di l.
    - No, Andrea;  tardi. Oggi, no. Restiamo qui. Io ti far il t; tu mi
    farai tante carezze buone.
    Ella gli prese le mani, intrecci le sue dita a quelle di lui.
    - Non so che ho.  Mi sento il cuore cos gonfio di tenerezza che quasi
    piangerei.
    Le sue parole tremavano; i suoi occhi s'inumidivano.
    - Se potessi non lasciarti, restare qui tutta la sera!
    Un'accorazione    profonda   le   suggeriva   accenti   d'indefinibile
    malinconia.
    - Pensare che tu non saprai mai tutto tutto il mio amore!  Pensare che
    io non sapr mai il tuo!  Mi ami tu?  Dimmelo,  dimmelo sempre,  cento
    volte, mille volte, senza stancarti. Mi ami?
    - Non lo sai forse?
    - Non lo so.
    Ella proffer queste parole con una voce tanto sommessa che Andrea  le
    ud appena.
    - Maria!
    Ella pieg il capo sul petto di lui,  in silenzio; appoggi la fronte,
    quasi aspettando ch'egli parlasse, per ascoltarlo.
    Egli  guard  quel  povero  capo   reclinato   sotto   il   peso   del
    presentimento;  sent  il  premer  leggero  di  quella fronte nobile e
    triste sul suo petto indurito dalla menzogna, fasciato di falsit.
    Una commozione angosciosa lo strinse; una misericordia umana di quella
    sofferenza umana gli chiuse la gola.  E quel buon moto  dell'anima  si
    risolse  in  parole che mentivano,  diede il tremito della sincerit a
    parole che mentivano.
    - Tu NON LO SAI!... Hai parlato piano;  il soffio ti si  spento su le
    labbra;  qualche cosa in fondo a te s' levata contro quel che dicevi;
    tutti tutti i ricordi del nostro amore si son levati contro  quel  che
    dicevi. Tu NON SAI che io ti amo!...
    Ella  rimaneva  china,  ascoltando,  palpitando  forte,  riconoscendo,
    credendo riconoscere nella voce commossa del  giovine  il  suono  vero
    della  passione,  l'inebriante  suono ch'ella credeva inimitabile.  Ed
    egli  le  parlava  quasi  all'orecchio,  nel  silenzio  della  stanza,
    mettendole  sul  collo  un  soffio  caldo,  con  pause pi dolci delle
    parole.
    - Avere un pensiero unico,  assiduo,  di tutte  l'ore,  di  tutti  gli
    attimi;...   non  concepire  altra  felicit  che  quella,  sovrumana,
    irraggiata dalla sola tua presenza su l'esser mio;...  vivere tutto il
    giorno nell'aspettazione inquieta,  furiosa, terribile, del momento in
    cui ti rivedr;...  nutrire l'imagine delle tue  carezze,  quando  sei
    partita,  e di nuovo possederti in un'ombra quasi creata;... sentirti,
    quando io dormo,  sentirti,  sul mio cuore,  viva,  reale,  palpabile,
    mescolata al mio sangue,  mescolata alla mia vita;...  e credere in te
    SOLTANTO, giurare in te SOLTANTO,  riporre in te SOLTANTO la mia fede,
    la  mia  forza,  il mio orgoglio,  tutto il mio mondo,  tutto quel che
    sogno, e tutto quel che spero...
    Ella alz la faccia rigata di lacrime.  Egli tacque,  arrestandole con
    le  labbra  le stille tiepide su le gote.  Ella lacrimava e sorrideva,
    mettendogli le dita tremule n capelli, smarritamente, singhiozzando:
    - Anima, anima mia!
    Egli la fece sedere;  le si inginocchi ai  piedi,  non  lasciando  di
    baciarla su le palpebre.  A un tratto, ebbe un sussulto. Aveva sentito
    su  le  labbra  palpitare  rapidamente  i  lunghi  cigli  di  lei,   a
    similitudine di un'ala irrequieta.  Era una carezza strana che dava un
    piacere insostenibile;  era una carezza che Elena un tempo soleva fare
    ridendo,  pi  volte  di  seguito,  costringendo  l'amante  al piccolo
    spasimo nervoso della vellicazione; e Maria l'aveva appresa da lui,  e
    spesso  egli  sotto  una  tal  carezza  aveva potuto evocare l'imagine
    dell'"altra".
    Al sussulto,  Maria sorrise.  E,  come le indugiava ancora una lacrima
    lucida tra i cigli, ella disse:
    - Bevi anche questa!
    E, come egli bevve, ella rise, inconsapevole.
    Ella esciva dal pianto quasi lieta, rassicurata, piena di grazie!
    - Ti far il t - disse.
    - No; rimani qui, seduta.
    Egli s'accendeva,  vedendola sul divano,  tra i cuscini.  Avvenne, nel
    suo spirito, una subita sovrapposizione dell'imagine d'Elena.
    - Lasciami alzare! - preg Maria, liberando il busto da un stretta.  -
    Voglio  che  tu  beva  il  mio  t.  Sentirai.  Il  profumo t'arriver
    all'anima.
    Parlava d'un t prezioso,  giuntole da Calcutta,  ch'ella aveva donato
    ad Andrea il giorno innanzi.
    Si  alz e and a sedersi su la seggiola di cuoio dalle Chimere,  dove
    ancora moriva squisitamente il  color  rosa  di  gruogo  dell'antica
    dalmatica. Su la piccola tavola ancora brillavano le maioliche fini di
    Castel Durante.
    Nel compier l'opera,  ella diceva tante cose gentili; espandeva la sua
    bont e la sua tenerezza con un pieno abbandono;  godeva  ingenuamente
    di quella cara intimit segreta, in quella stanza tranquilla, in mezzo
    a  quel  lusso  raffinato.  Dietro di lei,  come dietro la Vergine nel
    tondo di Sandro Botticelli,  sorgevano le coppe di cristallo  coronate
    dalle ciocche di lilla bianche;  e le sue mani d'arcangelo si movevano
    tra le istoriette mitologiche di Luzio Dolci e gli esametri d'Ovidio.
    - A che pensi? - chiese ella ad Andrea che le stava vicino, seduto sul
    tappeto, con la testa appoggiata contro un bracciuolo della seggiola.
    - Ti ascolto. Parla ancora!
    - Non pi.
    - Parla! Dimmi tante cose, tante cose...
    - Quali cose?
    - Quelle che sai tu sola.
    Egli faceva cullare dalla  voce  di  lei  l'angoscia  che  gli  veniva
    dall'altra; faceva animare dalla voce di lei la figura dell'altra.
    -  Senti?  -  esclam Maria,  versando su le foglie aromatiche l'acqua
    bollente.
    Un profumo acuto si spandeva nell'aria,  col vapore.  Andrea l'aspir.
    Poi disse, chiudendo gli occhi, rovesciando indietro il capo:
    - Baciami.
    E, appena ebbe il contatto delle labbra, trasal tanto forte che Maria
    ne fu sorpresa.
    Ella vers,  in una tazza la bevanda e glie la offerse, con un sorriso
    misterioso.
    - Bada. C' un filtro.
    Egli rifiut l'offerta.
    - Non voglio bere a quella tazza.
    - Perch?
    - Dammi tu... da bere.
    - Ma come?
    - Cos. Prendi un sorso e non inghiottire.
    - Scotta troppo ancora.
     Ella rideva, a quel capriccio dell'amante.  Egli era un po' convulso,
    pallidissimo,  con  lo  sguardo  alterato.  Aspettarono  che  il t si
    freddasse.  Ad ogni momento,  Maria accostava le labbra all'orlo della
    tazza per provare; poi rideva, d'un piccolo riso fresco che non pareva
    suo.
    - Ora, si pu bere - annunzi.
    - Ora, prendi un bel sorso. Cos.
    Ella teneva le labbra serrate,  per contenere il sorso; ma le ridevano
    i grandi occhi a cui le lacrime recenti avevan dato maggior fulgore.
    - Ora, versa, a poco a poco.
    Egli trasse nel bacio, suggendo, tutto il sorso. Come sentiva mancarsi
    il respiro,  ella  sollecitava  il  lento  bevitore  stringendogli  le
    tempie.
    - Dio mio! Tu mi volevi soffocare.
    S'abbandon sul cuscino, quasi per riposarsi, languida, felice.
    - Che sapore aveva? Tu m'hai bevuta anche l'anima. Sono tutta vuota.
    Egli era rimasto pensoso, con lo sguardo fisso.
    - A che pensi? - gli chiese Maria, di nuovo, sollevandosi a un tratto,
    posandogli  un  dito  nel  mezzo  della  fronte,  quasi per fermare il
    pensiero invisibile.
    - A nulla - rispose.  - Non pensavo.  Seguivo dentro di me gli effetti
    del filtro...
    Allora  ella  anche  volle  provare.  Bevve  da  lui con delizia.  Poi
    esclam, premendosi una mano sul cuore e mettendo un lungo respiro:
    - Quanto mi piace!
    Andrea trem.  Non era quello lo stesso accento di  Elena  nella  sera
    della  dedizione?  Non  erano  le  stesse parole?  Egli le guardava la
    bocca.
    - Ripeti.
    - Che cosa?
    - Quello che hai detto.
    - Perch?
    - E' una parola tanto dolce,  quando tu la pronunzii...  Tu  non  puoi
    intendere... Ripeti.
    Ella sorrideva,  inconsapevole, un po' turbata dallo sguardo singolare
    dell'amante, quasi timida.
    - Ebbene... mi piace!
    - Ed io?
    - Come?
    - Ed io... a te...?
    Ella,  perplessa,  guardava l'amante  che  le  si  torceva  ai  piedi,
    convulso, nell'aspettazione della parola ch'egli voleva strapparle.
    - Ed io?
    - Ah! Tu... mi piaci.
    - Cos, cos... Ripeti. Ancora!
    Ella  consentiva,  inconsapevole.  Egli  provava  uno  spasimo  ed una
    volutt indefinibili.
    - Perch chiudi gli occhi? - chiese ella, non in sospetto, ma affinch
    egli le esprimesse la sua sensazione.
    - Per morire.
    Egli pos la testa su le ginocchia di lei, rimanendo qualche minuto in
    quell'attitudine,  silenzioso,  oscuro.  Ella gli accarezzava piano  i
    capelli,  le  tempie,  la fronte ove,  sotto la carezza,  si moveva un
    pensiero infame. D'intorno a loro, la stanza immergevasi nell'ombra, a
    poco a poco;  fluttuava il profumo commisto dei fiori e della bevanda;
    le forme si confondevano in una sola apparenza armonica e ricca, senza
    realit.
    Dopo un intervallo, Maria disse:
    - Lvati, amore. Bisogna che io ti lasci. E' tardi.
    Egli si lev, pregando:
    - Resta con me un altro momento, fino all'"Ave Maria".
    E  la trasse di nuovo a sedere sul divano,  dove i cuscini luccicavano
    nell'ombra.  Nell'ombra egli la distese  con  un  moto  repentino,  le
    strinse il capo, coprendole di baci la faccia. II suo ardore era quasi
    iroso.  Egli  imaginava  di stringere il capo dell'altra,  e imaginava
    quel capo macchiato dalle labbra del marito;  e non ne aveva  ribrezzo
    ma  ne  aveva  anzi  un  desiderio pi selvaggio.  Dai fondi pi bassi
    dell'istinto  gli  risalivano  nella  conscienza  tutte   le   torbide
    sensazioni  avute  in cospetto di quell'uomo;  gli risalivano al cuore
    tutte le oscenit e le brutture, come un'onda di fango rimescolata;  e
    tutte quelle vili cose passavano nei baci su le guance,  su la fronte,
    su i capelli, sul collo, su la bocca di Maria.
    - No; lasciami! - ella grid liberandosi dalla stretta con uno sforzo.
    E corse, verso la tavola del t, ad accendere le candele.
    - Siate savio - ella soggiunse,  un poco affannata,  ravviandosi,  con
    una gentile aria di cruccio.
    Egli era rimasto sul divano e la guardava, muto.
    Ella  and  verso  la parete,  a fianco del caminetto,  ove pendeva il
    piccolo specchio di Mona Amorrosisca.  Si mise il cappello e il  velo,
    innanzi  a  quella  lastra  offuscata  che  aveva apparenza d'un'acqua
    torba, un poco verdastra.
    - Come mi dispiace di lasciarti,  stasera!...  Stasera pi delle altre
    volte... - mormor, oppressa dalla malinconia dell'ora.
    Nella  stanza  il  lume violaceo del crepuscolo pugnava col lume delle
    candele. La tazza di t era su l'orlo della tavola, fredda,  diminuita
    dei due sorsi. In sommo delle alte coppe di cristallo i fiori di lilla
    parevano  pi  bianchi.  Il  cuscino  della poltrona conservava ancora
    l'impronta del corpo ch'eravisi affondato.
    La campana della Trinit de' Monti cominci a sonare.
    - Dio mio,  com' tardi!  Aiutami a mettermi il  mantello  -  fece  la
    povera creatura, tornando verso Andrea.
    Egli  la strinse di nuovo fra le braccia,  la stese,  la copr di baci
    furiosi,  ciecamente,  perdutamente,  con un divorante  ardore,  senza
    parlare, soffocandole il gemito su la bocca, soffocando su la bocca di
    lei un impeto che gli veniva, quasi invincibile, di gridare il nome di
    Elena. E sul corpo della inconsapevole consum l'orribile sacrilegio.
    Rimasero  qualche  minuto avvinti.  Ella disse,  con la voce spenta ed
    ebra:
    - Tu ti prendi la mia vita!
    Ella era felice di quell'appassionata veemenza.
    Ella disse:
    - Anima, anima mia, tutta tutta mia!
    Disse, felice:
    - Ti sento battere il cuore... tanto forte, tanto forte!
    Poi disse, con un sospiro:
    - Lasciami alzare. Bisogna ch'io vada.
    Andrea era bianco e stravolto come un omicida.
    - Che hai? - gli chiese ella teneramente.
    Egli volle sorriderle. Rispose:
    - Non avevo mai provata  una  commozione  cos  profonda.  Credevo  di
    morire.
    Si volse a una delle coppe,  tolse il fascio dei fiori,  e l'offerse a
    Maria,   accompagnandola  verso  la  porta,   quasi  sollecitandola  a
    partirsi, poich ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola di lei gli dava
    uno strazio insostenibile.
    - Addio, amore. Sognami! - disse la povera creatura, dalla soglia, con
    la sua tenerezza suprema.


    2.
    La  mattina del 20 maggio,  Andrea Sperelli risaliva il Corso inondato
    dal sole, quando si sent chiamare, innanzi al portone del Circolo.
    Stava sul marciapiede un crocchio di gentiluomini  amici,  godendo  il
    passaggio  delle  signore  e malignando.  C'era Giulio Musllaro,  con
    Ludovico Barbarisi,  con il duca di Grimiti,  con  Galeazzo  Secnaro;
    c'era Gino Bommnaco; c'era qualche altro.
    - Non sai il fatto di stanotte? - gli domand il Barbarisi.
    - No. Quale fatto?
    - Don Manuel Ferres, il ministro del Guatemala...
    - Ebbene?
    - E' stato sorpreso, in pieno giuoco, mentre barava.
    Lo Sperelli si domin, quantunque alcuno de' gentiluomini lo guardasse
    con una certa curiosit maliziosa.
    - E come?
    - Galeazzo era presente, anzi giocava allo stesso tavolo.
    Il principe Secnaro si mise a raccontare le particolarit.
    Andrea Sperelli non affett l'indifferenza. Ascoltava anzi con un'aria
    attenta e grave. Disse, infine:
    - Mi dispiace molto.
    Rimase pochi altri minuti nel crocchio;  salut quindi gli amici,  per
    andarsene.
    - Che via fai? - gli domand il Secnaro.
    - Torno a casa.
    - Ti accompagno per un tratto.
    S'incamminarono in gi,  verso la via de' Condotti.  Il Corso  era  un
    lietissimo  fiume  di  sole,  dalla  piazza di Venezia alla piazza del
    Popolo.  Le signore,  in chiari abbigliamenti  primaverili,  passavano
    lungo  le vetrine scintillanti.  Pass la principessa di Ferentino con
    Barbarella  Viti,   sotto  una  cupola  di  merletto.   Pass   Bianca
    Dolcebuono. Pass la giovine sposa di Leonetto Lanza.
    -  Lo  conoscevi  tu,  quel  Ferres?  - domand Galeazzo allo Sperelli
    ch'era taciturno.
    - S;  lo conobbi l'anno scorso,  di settembre,  a Schifanoja,  da mia
    cugina Ateleta.  La moglie  una grande amica di Francesca.  Perci il
    fatto mi dispiace molto.  Bisognerebbe  cercare  di  dargli  la  minor
    possibile publicit. Tu mi renderesti un servigio, aiutandomi...
    Galeazzo si profferse con premura cordiale.
    -  Credo - egli disse - che lo scandalo in parte sarebbe evitato se il
    ministro presentasse le dimissioni al suo Governo,  ma senza  indugio,
    come  gli    stato  ingiunto dal presidente del Circolo.  Il ministro
    invece si rifiuta.  Stanotte aveva un'attitudine  di  persona  offesa;
    alzava la voce. E le prove erano l! Bisognerebbe persuaderlo...
    Seguitarono a parlare del fatto,  camminando. Lo Sperelli era grato al
    Secnaro,  della premura cordiale.  Il Secnaro  era  predisposto,  da
    quella intimit, alle confidenze amichevoli.
    Su  l'angolo  della  via  de'  Condotti,  scorsero la signora di Mount
    Edgcumbe  che  seguiva  il  marciapiede  sinistro,  lungo  le  vetrine
    giapponesi, con quella sua andatura molle e ritmica e affascinante.
    - Donna Elena - disse Galeazzo.
    Ambedue la guardarono;  ambedue sentirono il fascino di quell'incesso.
    Ma lo sguardo di Andrea penetr le vesti, vide le forme note, il dorso
    divino.
    Quando la raggiunsero, la salutarono insieme;  e passarono oltre.  Ora
    essi  non  potevano  guardarla  ed erano guardati.  E fu per Andrea un
    supplizio nuovissimo quel camminare a fianco d'un  rivale,  sotto  gli
    occhi  della  donna  agognata,  pensando  che  i  terribili  occhi  si
    dilettavano  forse  d'un  confronto.   Egli  medesimo   si   paragon,
    mentalmente, al Secnaro.
    Costui  aveva  il  tipo bovino d'un Lucio Vero biondo e cerulo;  e gli
    rosseggiava tra la copia  magnifica  dell'oro  una  bocca  di  nessuna
    significazione spirituale,  ma bella.  Era alto,  quadrato,  vigoroso,
    d'una eleganza non fine ma disinvolta.
    - Ebbene? - gli domand Andrea,  spinto all'audacia da una invincibile
    smania. - E' a buon punto l'avventura?
    Egli sapeva di poter parlare in quel modo a quell'uomo.
    Galeazzo  gli si volse con un'aria tra attonita e indagatrice;  poich
    non s'aspettava da lui una simile domanda e tanto meno in un tono cos
    frivolo, cos perfettamente calmo. Andrea sorrideva.
    - Ah,  da quanto tempo dura il mio  assedio!  -  rispose  il  principe
    barbato.  -  Da  tempo immemorabile,  a varie riprese,  e sempre senza
    fortuna.  Arrivavo sempre troppo tardi: qualcuno m'aveva gi preceduto
    nell'espugnazione.  Ma  non  mi son mai perduto d'animo.  Ero convinto
    che,  o prima o poi,  sarebbe venuto  il  mio  turno.  "Attendre  pour
    atteindre". Infatti...
    - Dunque?
    - Lady Heathfield m' pi benigna della duchessa di Scerni.  Avr,  io
    spero, l'ambitissimo onore d'essere inscritto dopo te, nella lista...
    Egli ruppe in un riso un po' grosso, mostrando la dentatura candida.
    - Credo che le mie  gesta  indiane,  divulgate  da  Giulio  Musllaro,
    abbiano  aggiunto  alla  mia barba qualche filo eroico d'irresistibile
    virt.
    - Oh, ma la tua barba in questi giorni deve fremere di ricordi...
    - Di quali ricordi?
    - Di ricordi bacchici.
    - Non capisco.
    - Come! Tu dimentichi la famosa Fiera di maggio dell'ottantaquattro?
    - Oh,  guarda!  Mi ci fai pensare.  Cadrebbe in questi giorni il terzo
    anniversario... Tu per non c'eri. E chi t'ha raccontato?...
    - Vuoi saper troppo, mio caro.
    - Dimmelo; ti prego.
    -  Pensa  piuttosto  a valerti dell'anniversario con abilit;  e dammi
    presto notizie.
    - Quando ci vedremo?
    - Quando ti piace.
    - Pranza con me stasera, al Circolo,  verso le otto.  Cos potremo poi
    occuparci insieme dell'altra faccenda.
    - Va bene. Addio, Barbadoro. Corri!
    Si  separarono  nella piazza di Spagna,  a pie' della scala;  e,  come
    Elena attraversava la piazza dirigendosi verso la via de' Due  Macelli
    per   salire  alle  Quattro  Fontane,   il  Secnaro  la  raggiunse  e
    l'accompagn.
    Andrea,  dopo lo sforzo della dissimulazione,  si  sentiva  pesare  il
    cuore su per la scala, orribilmente. Credeva di non poterlo trascinare
    alla sommit. Ma egli era sicuro omai che, in seguito, il Secnaro gli
    avrebbe  tutto  confidato;  e  quasi  gli  pareva  d'aver  ottenuto un
    vantaggio!  Per una specie di ubriachezza,  per una specie  di  follia
    datagli dall'eccesso della sofferenza, egli andava ciecamente incontro
    a  torture  nuove  e  sempre  pi  crudeli  e  sempre  pi  insensate,
    aggravando e complicando in mille modi le condizioni del suo  spirito,
    passando   di  pervertimento  in  pervertimento,   di  aberrazione  in
    aberrazione,  di atrocit in atrocit,  senza potersi  pi  arrestare,
    senza  avere  un  attimo  di sosta nella caduta vertiginosa.  Egli era
    divorato come da una febbre inestinguibile che facesse  schiudere  col
    suo  calore  negli  oscuri  abissi  dell'essere  tutti  i  germi delle
    abiezioni umane.  Ogni pensiero,  ogni sentimento portava la  macchia.
    Egli era tutto una piaga.
    Eppure, l'inganno medesimo lo legava forte alla donna ingannata.
    Il suo spirito erasi cos stranamente adattato alla mostruosa comedia,
    che  quasi  non  concepiva  pi  altro modo di piacere,  altro modo di
    dolore.  Quella incarnazione di una donna in un'altra non era  pi  un
    atto  di  passione esasperata ma era un'abitudine di vizio e quindi un
    bisogno imperioso, una necessit. E l'istrumento inconsapevole di quel
    vizio era divenuto quindi per lui necessario come il  vizio  medesimo.
    Per  un  fenomeno  di  depravazion  sensuale,  egli era quasi giunto a
    credere che il  real  possesso  di  Elena  non  gli  avrebbe  dato  il
    godimento  acuto e raro datogli da quel possesso imaginario.  Egli era
    quasi giunto a non poter pi separare,  nell'idea di volutt,  le  due
    donne.  E  come  pensava  diminuita  la  volutt  nel  possesso  reale
    dell'una, cos anche sentiva tutti i suoi nervi ottusi quando, per una
    stanchezza dell'imaginazione,  egli trovavasi innanzi alla forma reale
    "immediata" dell'altra.
    Perci  egli non resse al pensiero che Maria dalla ruina di Don Manuel
    Ferres gli fosse tolta.
    Quando verso sera Maria venne,  egli sbito s'accorse  che  la  povera
    creatura ignorava ancora la sua disgrazia.  Ma,  il giorno dopo,  ella
    venne ansante, sconvolta, pallida come una morta; e gli singhiozz tra
    le braccia, nascondendo il viso:
    - Tu sai?
    La notizia s'era sparsa.  Lo scandalo era inevitabile;  la  ruina  era
    irrimediabile.  Seguirono giorni di supplizio disperati; in cui Maria,
    rimasta sola dopo la partenza precipitosa del baro,  abbandonata dalle
    poche  amiche,  assaltata  dai  creditori  innumerevoli di suo marito,
    perduta in mezzo alle formalit legali dei sequestri,  in  mezzo  agli
    uscieri e agli usurai e ad altra gente vile, diede prova di una eroica
    fierezza, ma senza riuscire a salvarsi dal crollo finale che schiacci
    ogni speranza.
    Ed ella non volle dall'amante alcun aiuto,  ella non parl mai del suo
    martirio all'amante  che  le  rimproverava  la  brevit  delle  visite
    d'amore;  non si lament mai;  seppe ancora trovare per lui un sorriso
    men   triste;   seppe   ancora   obedire   ai   capricci,    concedere
    appassionatamente il suo corpo alle contaminazioni, effondere sul capo
    del carnefice le pi calde tenerezze dell'anima sua.
    Tutto,  intorno a lei,  cadeva.  Il castigo era piombato improvviso. I
    presentimenti dicevano il vero!
    Ed ella non si rammaric di  aver  ceduto  all'amante,  non  si  pent
    d'essersi data a lui con tanto abbandono,  non rimpianse la sua purit
    perduta.  Ella ebbe un solo dolore,  pi forte d'ogni rimorso e d'ogni
    paura,  pi  forte  d'ogni  altro dolore;  e fu al pensiero di doversi
    allontanare,  di dover partire,  di doversi dividere dall'uomo  ch'era
    per lei la vita della vita.
    - Io morir, amico mio. Vado a morire lontana da te, sola sola. Tu non
    mi chiuderai gli occhi...
    Ella  gli  parlava  della  sua fine con un sorriso profondo,  pieno di
    certezza rassegnata.  Andrea le faceva balenare ancora un'illusion  di
    speranza,  le  gettava  nel  cuore  il seme d'un sogno,  il seme d'una
    sofferenza futura!
    - Io non ti lascer morire. Tu sarai ancora mia,  per lungo tempo.  Il
    nostro amore avr ancora giorni felici...
    Egli  le  parlava  d'un  prossimo  avvenire.  - Si sarebbe stabilito a
    Firenze;  di l sarebbe andato  spesso  a  Siena,  sotto  pretesto  di
    studii;  si sarebbe trattenuto a Siena mesi intieri,  copiando qualche
    antica pittura,  ricercando qualche  antica  cronaca.  Il  loro  amore
    misterioso avrebbe avuto un nido nascosto, in una via deserta, o fuori
    delle  mura,   nella  campagna,  in  una  villa  ornata  di  maioliche
    robbiesche,  circondata d'un verziere.  Ella  avrebbe  saputo  trovare
    un'ora  per lui.  Qualche volta anche sarebbe venuta a Firenze per una
    settimana,  per una gran settimana di felicit.  Avrebbero portato  il
    loro  idillio  su la collina di Fiesole,  in un settembre mite come un
    aprile;  e i cipressi di Montughi  sarebbero  stati  clementi  come  i
    cipressi di Schifanoja.
    - Fosse vero! Fosse vero! - sospirava Maria.
    - Non mi credi?
    -  S,  ti  credo;  ma il cuore mi dice che tutte queste cose,  troppo
    dolci, non esciranno dal sogno.
    Ella voleva che Andrea la reggesse a lungo su le braccia;  e  rimaneva
    appoggiata  contro  il  petto  di lui,  senza parlare,  raccogliendosi
    tutta, come per nascondersi, col movimento e col brivido d'una persona
    malata o d'una persona minacciata che  abbia  bisogno  di  protezione.
    Chiedeva  ad Andrea carezze spirituali,  quelle che nel suo linguaggio
    intimo ella chiamava carezze buone,  quelle che la intenerivano e le
    davano  lacrime  di  struggimento pi soavi di qualunque piacere.  Non
    sapeva comprendere come in quei momenti di  suprema  spiritualit,  in
    quelle  ultime  ore  dolorose della passione,  in quelle ore di addio,
    l'amante non fosse pago di baciarle le mani.
    Ella pregava, quasi ferita dal crudo desiderio di Andrea:
    - No, amore!  Mi sembra che tu sia pi vicino a me,  pi stretto a me,
    pi confuso con il mio essere,  quando mi ti siedi accanto,  quando mi
    prendi le mani,  quando mi guardi in fondo agli occhi,  quando mi dici
    le  cose  che  tu  solo  sai  dire.  Mi sembra che le altre carezze ci
    allontanino,  che mettano tra me e te non so  quale  ombra...  Non  so
    veramente rendere il mio pensiero...  Le altre carezze mi lasciano poi
    tanto  triste,  tanto  tanto  triste...  non  so...  e  stanca,  d'una
    stanchezza tanto cattiva!
    Ella  pregava,  umile,  sommessa,  temendo  di dispiacergli.  Ella non
    faceva che evocare memorie, memorie, memorie, passate, recenti, con le
    particolarit pi minute,  ricordandosi dei  gesti  pi  lievi,  delle
    parole pi fuggevoli, di tutti i piccoli fatti pi insignificanti, che
    per lei avevano avuto un significato. Il suo cuore tornava con maggior
    frequenza ai primissimi giorni di Schifanoja.
    - Ti ricordi? Ti ricordi?
    E le lacrime d'improvviso le empivano gli occhi abbattuti.
    Una sera, Andrea le domand, pensando al marito:
    - Da che io ti conosco, tu sei stata sempre tutta mia?
    - Sempre.
    - Non ti chiedo dell'anima...
    - Taci! Sempre tutta tua.
    Ed  egli,  che  in questo non aveva creduto a nessuna delle sue amanti
    adultere,  le credette;  non ebbe neppur l'ombra  d'un  dubbio  su  la
    verit ch'ella affermava.
    Le credette;  perch, pur contaminandola e ingannandola senza ritegno,
    egli sapeva d'essere amato da un alto e nobile  spirito,  egli  sapeva
    omai di trovarsi innanzi a una grande e terribile passione, egli aveva
    omai  conscienza  di  quella grandezza come della propria vilt.  Egli
    sapeva,  egli sapeva d'essere immensamente amato;  e  talvolta,  nelle
    furie  delle  sue  imaginazioni,  giungeva  perfino a mordere la bocca
    della dolce creatura per non gridare un  nome  che  gli  risaliva  con
    invincibile impeto alla gola; e la buona e dolente bocca sanguinava in
    un sorriso inconscio, dicendo:
    - Anche cos, tu non mi fai male.
    Mancavano  all'addio  pochissimi  giorni.  Miss Dorothy aveva condotto
    Delfina a Siena ed era tornata per aiutare la signora negli ultimi pi
    gravi fastidii e per accompagnarla nel viaggio. A Siena, in casa della
    madre,  la verit non era nota.  Anche Delfina  non  conosceva  nulla.
    Maria  s'era limitata a mandar la notizia d'un richiamo improvviso che
    Manuel aveva avuto dal  suo  Governo.  E  s'apparecchiava  a  partire;
    s'apparecchiava a lasciare le stanze,  piene di cose dilette,  in mano
    dei periti publici che gi  avevano  scritto  l'inventario  e  avevano
    stabilita  la data dell'incanto: - 20 giugno,  luned,  alle dieci del
    mattino.
    La sera del 9 giugno,  sul punto di separarsi da Andrea,  ella cercava
    un  suo  guanto  smarrito.  Nel cercare,  ella vide sopra un tavolo il
    libro di Percy Bysshe Shelley,  il medesimo volume che Andrea le aveva
    prestato al tempo di Schifanoja,  il volume in cui ella aveva letto la
    "Recollection" prima della gita a Vicomle, il caro e triste volume in
    cui ella aveva segnato con l'unghia i due versi:

    And forget me, for I can never
    Be thine!

    Ella lo prese,  con una commozione  visibile;  lo  sfogli;  trov  la
    pagina, i segni dell'unghia, i due versi.
    - "Never"!  - mormor,  scotendo il capo.  - Ti ricordi? E son passati
    otto mesi appena!  Rest un poco pensosa;  sfogli  ancora  il  libro;
    lesse qualche altro verso.
    -  E'  il  nostro poeta - soggiunse.  - Quante volte m'hai promesso di
    condurmi al cimitero inglese! Ti ricordi?  Dovevamo portare i fiori al
    sepolcro...  Vuoi  che  andiamo?  Conducimi  prima  ch'io parta.  Sar
    l'ultima passeggiata.
    Egli disse:
    - Andiamo domani.
    Andarono,  quando il  sole  era  gi  sul  declinare.  Nella  carrozza
    coperta,  ella teneva su le ginocchia un fascio di rose.  Passarono di
    sotto all'Aventino arborato.  Intravidero i  navigli  carichi  di  vin
    siciliano ancorati nel porto di Ripa grande.
    In  vicinanza del cimitero,  discesero;  percorsero un tratto a piedi,
    fino al cancello, taciturni.  Maria sentiva in fondo all'anima ch'ella
    non  andava  soltanto  a  portar  fiori sul sepolcro d'un poeta ma che
    andava a piangere,  in quel  luogo  di  morte,  qualche  cosa  di  s,
    irreparabilmente  perduta.  Il frammento di Percy,  letto nella notte,
    nell'insonnio,  le risonava in  fondo  all'anima,  mentre  guardava  i
    cipressi alti nel cielo, oltre la muraglia imbiancata.
    La Morte  qui,  e la Morte  l;  da per tutto la Morte  all'opera;
    intorno a noi, in noi,  sopra di noi,  sotto di noi  la Morte;  e noi
    non siamo che Morte.
    La  Morte ha messo la sua impronta e il suo suggello su tutto ci che
    noi siamo, e su tutto ci che sentiamo e su tutto ci che conosciamo e
    temiamo.
    Da prima muoiono i nostri piaceri,  e quindi le  nostre  speranze,  e
    quindi i nostri timori;  e quando tutto ci  morto, la polvere chiama
    la polvere e noi anche moriamo.
    Tutte le cose che noi amiamo ed abbiam care come  noi  stessi  devono
    dileguarsi  e  perire.  Tale    il  nostro crudele destino.  L'amore,
    l'amore medesimo morirebbe, se tutto il resto non morisse...
    Varcando la soglia,  ella mise il suo braccio sotto quello di  Andrea,
    presa da un piccolo brivido.
    Il  cimitero  era  solitario.  Alcuni  giardinieri  davano  acqua alle
    piante,  lungo la muraglia,  facendo oscillare  l'inaffiatoio  con  un
    movimento  continuo  ed  eguale,   in  silenzio.  I  cipressi  funebri
    s'inalzavano diritti ed immobili nell'aria:  soltanto  le  loro  cime,
    fatte d'oro dal sole, avevano un leggero tremito. Tra i fusti rigidi e
    verdastri,  come di pietra tiburtina,  sorgevano le tombe bianche,  le
    lapidi quadrate, le colonne spezzate,  le urne,  le arche.  Dalla cupa
    mole  dei cipressi scendevano un'ombra misteriosa e una pace religiosa
    e quasi una dolcezza  umana,  come  dal  duro  sasso  scende  un'acqua
    limpida  e benefica.  Quella regolarit costante delle forme arboree e
    quel candor modesto del marmo sepolcrale davano all'anima un senso  di
    riposo  grave e soave.  Ma in mezzo ai tronchi allineati come le canne
    sonore d'un organo e in mezzo alle lapidi,  gli oleandri  ondeggiavano
    con grazia, tutti invermigliati di fresche ciocche fiorite; i rosai si
    sfogliavano  ad ogni fiato di vento,  spargendo su l'erba la loro neve
    odorante;  gli eucalipti inchinavano le pallide capellature che or  s
    or no parevano argentee; i salici versavano su le croci e su le corone
    il loro pianto molle; i cacti qua e l mostravano i magnifici grappoli
    bianchi  simili  a  sciami  dormienti di farfalle o a manipoli di rare
    piume.  E il silenzio era interrotto a quando a quando  dal  grido  di
    qualche uccello disperso.
    Andrea disse, indicando il sommo dell'altura:
    -  Il  sepolcro  del poeta  lass,  in vicinanza di quella rovina,  a
    sinistra, sotto l'ultimo torrione.
    Maria si sciolse da lui,  per salire su pei sentieri angusti,  tra  le
    siepi basse di mirto. Ella andava innanzi, e l'amante la seguiva. Ella
    aveva il passo un poco stanco;  si soffermava ad ogni tratto;  ad ogni
    tratto si volgeva indietro per sorridere all'amante.  Era  vestita  di
    nero;  portava  un velo nero sul viso,  che le giungeva fino al labbro
    superiore;  e il suo sorriso tenue tremolava  sotto  l'orlo  nero,  si
    ombrava come d'un'ombra di lutto.  Il suo mento ovale era pi bianco e
    pi puro delle rose ch'ella portava in mano.
    Accadde che,  mentre ella si volgeva,  una rosa si sfogli.  Andrea si
    chin  a raccogliere le foglie sul sentiero,  innanzi a' piedi di lei.
    Ella lo guardava. Egli pos i ginocchi a terra, dicendo:
    - Adorata!
    Un ricordo sorse a lei nello spirito, evidente come una visione.
    - Ti ricordi - ella disse - quella mattina, a Schifanoja, quando io ti
    gettai  un   pugno   di   foglie,   dalla   penultima   terrazza?   Tu
    t'inginocchiasti sul gradino, mentre io discendevo... Quei giorni, non
    so,  mi paiono tanto vicini e tanto lontani!  Mi pare d'averli vissuti
    ieri, d'averli vissuti un secolo fa. Ma forse li ho sognati?
    Giunsero,  tra le siepi basse di mirto,  fino  all'ultimo  torrione  a
    sinistra dov' il sepolcro del poeta e del Trelawny. Il gelsomino, che
    s'arrampica  per  l'antica  rovina,  era  fiorito;  ma delle viole non
    rimaneva che la folta verdura.  Le cime dei cipressi  giungevano  alla
    linea   dello   sguardo   e   tremolavano   illuminate  pi  vivamente
    dall'estremo rossor del sole che tramontava dietro la nera  croce  del
    Monte Testaccio.  Una nuvola violacea,  orlata d'oro ardente, navigava
    in alto verso l'Aventino.
    Qui sono due amici,  le cui vite furono legate.  Che  anche  la  loro
    memoria  viva  insieme,  ora  ch'essi giacciono sotto la tomba;  e che
    l'ossa loro non sieno divise,  poich i  loro  due  cuori  nella  vita
    facevano  un  cuor  solo:  "for  their  two hearts in life were single
    hearted"!
    Maria ripet l'ultimo verso. Poi disse ad Andrea,  mossa da un pensier
    delicato:
    - Scioglimi il velo.
    E  gli  si  appress  arrovesciando  un  poco  il  capo perch egli le
    sciogliesse il nodo su la nuca. Le dita di lui le toccavano i capelli,
    i meravigliosi capelli che, quando erano sparsi,  parevano vivere come
    una  foresta,  di una vita profonda e dolce;  all'ombra de' quali egli
    aveva tante volte assaporata la volutt de' suoi inganni e tante volte
    evocata un'imagine perfida. Ella disse:
    - Grazie.
    E si tolse il velo di su la faccia, guardando Andrea con occhi un poco
    abbagliati. Ella appariva molto bella.  Il cerchio intorno le occhiaie
    era  pi  cupo  e  pi  cavo,  ma le pupille brillavano d'un fuoco pi
    penetrante.  Le ciocche dense de' capelli aderivano alle tempie,  come
    ciocche  di  giacinti bruni,  un po' violetti.  Il mezzo della fronte,
    scoperto, libero,  splendeva nel contrasto,  d'un candor quasi lunare.
    Tutti  i  lineamenti  s'erano affinati,  avevano perduto qualche parte
    della loro materialit, alla fiamma assidua dell'amore e del dolore.
    Ella avvolse al velo nero gli steli delle rose,  annod  le  estremit
    con  molta cura;  poi aspir il profumo,  quasi affondando il viso nel
    fascio.  E poi depose il fascio su la semplice pietra ov'era inciso il
    nome del poeta.  E il suo gesto ebbe una indefinibile espressione, che
    Andrea non pot comprendere.
    Seguitarono innanzi per cercare la tomba  di  John  Keats,  del  poeta
    d'"Endymion".
    Andrea  le  domand,  soffermandosi  a  riguardare indietro,  verso il
    torrione:
    - Come le hai avute, quelle rose?
    Ella gli sorrise ancora, ma con gli occhi umidi.
    - Sono le tue, quelle della notte di neve, rifiorite stanotte.  Non ci
    credi?
    Si  levava  il vento della sera;  e il cielo,  dietro la collina,  era
    tutto d'un color diffuso d'oro in mezzo a cui la nuvola discioglievasi
    come consunta da un rogo. I cipressi in ordine, su quel campo di luce,
    erano pi grandiosi e pi mistici, tutti penetrati di raggi e vibranti
    nei culmini acuti.  La statua di Psiche in cima al viale  medio  aveva
    assunto  un  pallore  di  carne.  Gli oleandri sorgevano in fondo come
    mobili cupole di porpora.  Su la piramide di  Cestio  saliva  la  luna
    crescente,  per  un  ciel glauco e profondo come l'acqua d'un golfo in
    quiete.
    Essi discesero, lungo il viale medio, fino al cancello.  I giardinieri
    ancora davan acqua alle piante,  sotto la muraglia,  facendo oscillare
    l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale,  in  silenzio.  Due
    altri  uomini,  tenendo  per i lembi una coltre mortuaria di velluto e
    d'argento,  la sbattevano forte;  e la polvere  metteva  un  luccichio
    spandendosi. Giungeva dall'Aventino un suono di campane.
    Maria   si   strinse   al   braccio  dell'amante,   non  reggendo  pi
    all'angoscia,  sentendosi ad ogni passo mancare il suolo,  credendo di
    lasciare su la via tutto il suo sangue.  E,  appena fu nella carrozza,
    ruppe in lacrime disperate, singhiozzando su la spalla dell'amante:
    - Io muoio.
    Ma ella non moriva.  E sarebbe stato meglio,  per  lei,  s'ella  fosse
    morta.
    Due  giorni  dopo,  Andrea  faceva  colazione in compagnia di Galeazzo
    Secnaro, a un tavolo del Caff di Roma. Era una mattinata calda.
    Il Caff era quasi deserto,  immerso nell'ombra e nel tedio.  I  servi
    sonnecchiavano, tra il ronzio delle mosche.
    - Dunque - raccontava il principe barbato - sapendo che a lei piace di
    darsi in circostanze straordinarie e bizzarre, osai...
    Raccontava,  crudamente,  il  modo  audacissimo  con  cui aveva potuto
    prendere Lady Heathfield; raccontava senza scrupoli e senza reticenze,
    non tralasciando alcuna particolarit,  lodando la bont dell'acquisto
    al conoscitore.  Egli s'interrompeva, di tratto in tratto, per mettere
    il coltello in  un  pezzo  di  carne  succulenta  e  sanguinante,  che
    fumigava,  o  per  vuotare  un bicchiere di vin rosso.  La sanit e la
    forza emanavano da ogni sua attitudine.
    Andrea Sperelli accese una sigaretta.  Ad onta de'  conati,  egli  non
    riesciva a inghiottire il cibo,  a vincere la ripugnanza dello stomaco
    agitato in sommo da un  orribile  tremolio.  Quando  il  Secnaro  gli
    versava il vino, egli beveva insieme il vino e il tossico.
    A un certo punto,  il principe, sebbene fosse assai poco sottile, ebbe
    un dubbio; guard l'antico amante di Elena. Questi non dava,  oltre la
    disappetenza,  altro segno esteriore di turbamento;  gittava all'aria,
    con pacatezza,  i nuvoli di fumo e sorrideva del solito suo sorriso un
    po' ironico al narratore giocondo.
    Il principe disse: - Oggi ella verr da me, per la prima volta.
    - Oggi? A casa tua?
    - S.
    - E' un mese eccellente questo,  a Roma,  per l'amore.  Dalle tre alle
    sei pomeridiane ogni "buen retiro" nasconde una coppia...
    - Infatti - interruppe Galeazzo - ella verr alle tre.
    Ambedue guardaron l'orologio. Andrea chiese:
    - Vogliamo andarcene?
    - Andiamo - rispose Galeazzo,  levandosi.  - Faremo  la  via  Condotti
    insieme.  Io vado per fiori al Babuino. Dimmi tu, che sai: quali fiori
    preferisce?
    Andrea si mise a ridere; e gli venne alle labbra un motto atroce.
    Ma disse, incurantemente:
    - Le rose, una volta.
    D'innanzi alla Barcaccia, si separarono.
    La piazza di Spagna,  in quell'ora,  aveva gi una  deserta  apparenza
    estiva.  Alcuni operai restauravano un condotto; e un cumulo di terra,
    disseccato dal sole,  levavasi in turbini di polvere ai  soffii  caldi
    del vento. La scala della Trinit splendeva bianca e deserta.
    Andrea  sal,  piano  piano,  soffermandosi ad ogni due o tre gradini,
    come se trascinasse un peso enorme.  Rientr  nella  sua  casa;  rest
    nella sua stanza,  sul letto,  fino alle due e tre quarti.  Alle due e
    tre quarti usc. Prese la via Sistina, seguit per le Quattro Fontane,
    oltrepass il palazzo Barberini;  si arrest  poco  discosto,  innanzi
    agli  scaffali d'un venditore di libri vecchi,  aspettando le tre.  Il
    venditore,  un omuncolo tutto rugoso e  pelloso  come  una  testuggine
    decrepita, gli offerse i libri.
    Sceglieva i suoi migliori volumi, a uno a uno, e glie li metteva sotto
    gli  occhi,  parlando  con una voce nasale d'insopportabile monotonia.
    Mancavano pochi minuti alle tre.  Andrea guardava i titoli dei libri e
    vigilava   i  cancelli  del  palazzo  e  udiva  la  voce  del  libraio
    confusamente, in mezzo al fragore delle sue vene.
    Una donna usc dai cancelli,  discese pel marciapiede verso la piazza,
    mont in una vettura publica, si allontan per la via del Tritone.
    Andrea discese dietro di lei;  prese di nuovo la via Sistina;  rientr
    nella sua casa.  Aspett che venisse  Maria.  Gittato  sul  letto,  si
    mantenne cos immobile che pareva non soffrisse pi.
    Alle cinque, giunse Maria.
    Ella disse, ansante:
    - Sai? Io posso rimanere con te, tutta la sera, tutta la notte, fino a
    domattina.
    Ella disse:
    - Questa sar la prima e l'ultima notte d'amore! Io parto marted.
    Ella gli singhiozz su la bocca, tremando forte, stringendoglisi forte
    contro la persona:
    - Fa che io non veda domani! Fammi morire!
    Guardandolo nella faccia disfatta, gli domand:
    - Tu soffri? Anche tu... pensi che non ci rivedremo pi mai?
    Egli provava una difficolt immensa a parlarle, a risponderle.
    Aveva la lingua torpida,  gli mancavano le parole.  Provava un bisogno
    istintivo di nascondere la  faccia,  di  sottrarsi  allo  sguardo,  di
    sfuggire alle domande. Non seppe consolarla, non seppe illuderla.
    Rispose, con una voce soffocata, irriconoscibile:
    - Taci.
    Le si raccolse ai piedi;  rest lungo tempo con la testa sul grembo di
    lei, senza parlare. Ella gli teneva le mani su le tempie,  sentendogli
    la pulsazione delle arterie ineguale e veemente,  sentendolo soffrire.
    Ed ella stessa non soffriva pi del suo proprio  dolore,  ma  soffriva
    ora del dolore di lui, soltanto del dolore di lui.
    Egli  si  lev;  le prese le mani;  la trasse nell'altra stanza.  Ella
    obed.
    Nel  letto,   smarrita,   sbigottita,   innanzi  al  cupo  ardore  del
    forsennato, ella gridava:
    - Ma Che hai? Ma che hai?
    Ella  voleva guardarlo negli occhi,  conoscere quella follia;  ed egli
    nascondeva il viso, perdutamente, nel seno,  nel collo,  n capelli di
    lei, n guanciali.
    A  un  tratto,  ella gli si svincol dalle braccia,  con una terribile
    espressione d'orrore  in  tutte  quante  le  membra,  pi  bianca  de'
    guanciali, sfigurata pi che s'ella fosse allora allora balzata di tra
    le braccia della Morte.
    Quel nome!  Quel nome! Ella aveva udito quel nome! Un gran silenzio le
    vuot l'anima. Le si apr, dentro, un di quegli abissi in cui tutto il
    mondo sembra scomparire all'urto d'un pensiero unico.  Ella non  udiva
    pi altro;  ella non udiva pi nulla.  Andrea gridava,  supplicava, si
    disperava invano.
    Ella non udiva.  Una specie d'istinto la guid negli atti.  Ella trov
    gli abiti; si vest.
    Andrea singhiozzava sul letto, demente. S'accorse ch'ella usciva dalla
    stanza.
    - Maria! Maria!
    Ascolt.
    - Maria! Gli giunse il romore della porta che si richiuse.


    3.
    La mattina del 20 giugno,  luned,  alle dieci,  incominci la publica
    vendita delle tappezzerie e dei mobili appartenuti a S. E. il Ministro
    plenipotenziario del Guatemala.
    Era una mattina ardente. Gi l'estate fiammeggiava su Roma. Per la via
    Nazionale correvano su e gi,  di continuo,  i "tramways",  tirati  da
    cavalli  che  portavano  certi strani cappucci bianchi contro il sole.
    Lunghe file di carri carichi ingombravano la linea delle rotaie. Nella
    luce cruda,  tra le  mura  coperte  d'avvisi  multicolori  come  d'una
    lebbra,  gli  squilli  delle cornette si mescevano allo schiocco delle
    fruste, agli urli dei carrettieri.
    Andrea,  prima di risolversi a varcare la soglia di quella casa,  vag
    pe'  marciapiedi,  alla  ventura,  lungo tempo,  provando una orribile
    stanchezza,  una stanchezza cos vacua e disperata che quasi pareva un
    bisogno fisico di morire.
    Quando  vide  uscir dalla porta su la strada un facchino con un mobile
    su le spalle, si risolse. Entr, sal le scale rapidamente;  ud,  dal
    pianerottolo, la voce del perito.
    - Si delibera!
    Il  banco  dell'incanto  era nella stanza pi ampia,  nella stanza del
    Buddha.  Intorno,  s'affollavano i compratori.  Erano,  per la maggior
    parte,  negozianti,  rivenditori  di  mobili usati,  rigattieri: gente
    bassa.   Poich  d'estate  mancavano   gli   amatori,   i   rigattieri
    accorrevano,  sicuri  d'ottenere  oggetti  preziosi a prezzo vile.  Un
    cattivo odore si spandeva nell'aria calda,  emanato da  quegli  uomini
    impuri.
    - Si delibera!
    Andrea soffocava.  Gir per le altre stanze, ove restavano soltanto le
    tappezzerie su le pareti e le tende e le portiere, essendo quasi tutte
    le suppellettili radunate nel luogo dell'asta.
    Sebbene premesse un denso tappeto,  egli udiva risonare il suo  passo,
    distintamente, come se le volte fossero piene di echi.
    Trov una camera semicircolare. Le mura erano d'un rosso profondo, nel
    quale  brillavano  disseminati  alcuni guizzi d'oro;  e davano imagine
    d'un tempio e d'un sepolcro;  davano imagine  d'un  rifugio  triste  e
    mistico, fatto per pregare e per morire. Dalle finestre aperte entrava
    la luce cruda,  come una violazione; apparivano gli alberi della Villa
    Aldobrandini.
    Egli ritorn nella sala del perito. Sent di nuovo il lezzo.
    Volgendosi,  vide  in  un  angolo  la  principessa  di  Ferentino  con
    Barbarella Viti. Le salut, avvicinandosi.
    - Ebbene, Ugenta, che avete comprato?
    - Nulla.
    - Nulla? Io credevo, invece, che voi aveste comprato tutto.
    - Perch mai?
    - Era una mia idea... romantica.
    La principessa si mise a ridere. Barbarella la imit.
    - Noi ce ne andiamo.  Non  possibile rimaner qui, con questo profumo.
    Addio, Ugenta. Consolatevi.
    Andrea s'accost al banco. Il perito lo riconobbe.
    - Desidera qualche cosa il signor conte?
    Egli rispose:
    - Vedr.
    La vendita procedeva rapidamente.  Egli guardava intorno a s le facce
    dei rigattieri,  si sentiva toccare da quei gomiti,  da quei piedi; si
    sentiva sfiorare da quegli aliti. La nausea gli chiuse la gola.
    - Uno! Due! Tre!
    Il colpo di martello gli sonava sul cuore,  gli dava un urto  doloroso
    alle tempie.
    Egli compr il Buddha,  un grande armario,  qualche maiolica,  qualche
    stoffa. A un certo punto ud come un suono di voci e di risa feminili,
    un fruscio di vesti feminili,  verso l'uscio.  Si volse.  Vide entrare
    Galeazzo Secnaro con la marchesa di Mount Edgcumbe, e poi la contessa
    di  Lcoli,  Gino  Bommnaco,  Giovanella  Daddi.  Quei gentiluomini e
    quelle dame parlavano e ridevano forte.
    Egli cerc  di  nascondersi,  di  rimpicciolirsi,  tra  la  folla  che
    assediava il banco.  Tremava,  al pensiero d'essere scoperto. Le voci,
    le risa gli giungevano di sopra le  fronti  sudate  della  folla,  nel
    calor soffocante. Per ventura, dopo alcuni minuti, i gai visitatori se
    ne andarono.
    Egli  si apr un varco tra i corpi agglomerati,  vincendo il ribrezzo,
    facendo uno sforzo enorme per non venir meno. Aveva la sensazione,  in
    bocca,  come  d'un  sapore  indicibilmente  amaro  e  nauseoso che gli
    montasse su dal dissolvimento del suo cuore. Gli pareva d'escire,  dai
    contatti  di  tutti quegli sconosciuti,  come infetto di mali oscuri e
    immedicabili. La tortura fisica e l'angoscia morale si mescolavano.
    Quando egli  fu  nella  strada,  alla  luce  cruda,  ebbe  un  po'  di
    vertigine. Con un passo malsicuro, si mise in cerca d'una carrozza.
    La  trov  su  la  piazza  del Quirinale;  si fece condurre al palazzo
    Zuccari.
    Ma, verso sera, una invincibile smania l'invase, di rivedere le stanze
    disabitate.  Sal,  di nuovo,  quelle scale;  entr  col  pretesto  di
    chiedere se gli avevano i facchini portato i mobili al palazzo.
    Un uomo rispose:
    -  Li  portano  proprio  in  questo  momento.   Ella  dovrebbe  averli
    incontrati, signor conte.
    Nelle stanze non rimaneva quasi pi nulla.  Dalle  finestre  prive  di
    tende entrava lo splendore rossastro del tramonto, entravano tutti gli
    strepiti della via sottoposta. Alcuni uomini staccavano ancora qualche
    tappezzeria  dalle  pareti,  scoprendo  il  parato  di carta a fiorami
    volgari, su cui erano visibili qua e l i buchi e gli strappi.  Alcuni
    altri  toglievano i tappeti e li arrotolavano,  suscitando un polverio
    denso che riluceva n raggi.  Un di costoro canticchiava  una  canzone
    impudica.  E  il  polverio  misto al fumo delle pipe si levava sino al
    soffitto.
    Andrea fugg.
    Nella piazza del Quirinale, d'innanzi alla reggia, sonava una fanfara.
    Le  larghe  onde  di  quella  musica  metallica  si  propagavano   per
    l'incendio dell'aria. L'obelisco, la fontana, i colossi grandeggiavano
    in  mezzo  al  rossore  e si imporporavano come penetrati d'una fiamma
    impalpabile. Roma immensa, dominata da una battaglia di nuvoli, pareva
    illuminare il cielo.
    Andrea fugg, quasi folle. Prese la via del Quirinale,  discese per le
    Quattro Fontane,  rasent i cancelli del palazzo Barberini che mandava
    dalle vetrate baleni; giunse al palazzo Zuccari.
    I facchini scaricavano i mobili da un carretto,  vociando.  Alcuni  di
    costoro portavano gi l'armario su per la scala, faticosamente.
    Egli entr.  Come l'armario occupava tutta la larghezza, egli non pot
    passare oltre. Segu, piano piano,  di gradino in gradino,  fin dentro
    la casa.

    Francavilla al Mare: luglio-dicembre 1888.
