    Gabriele d'Annunzio.
    LA GIOCONDA
    (Tragedia).

    ARNOLDO MONDADORI EDITORE, 1940.
    Introduzione, bibliografia e note di Ilvano Caliaro.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.

    SOMMARIO.

    Introduzione: pagina 3.
    Appendice: pagina 33.
    Bibliografia: pagina 37.

    LA GIOCONDA: pagina 44.
    Atto primo: pagina 45.
    Atto secondo: pagina 79.
    Atto terzo: pagina 109.
    Atto quarto: pagina 133.

    Note: pagina 160.

    INTRODUZIONE.

    Contro il prosaismo naturalistico trionfante  sulle  scene,  Monstre
    profanatore del lieu divin del Teatro,  Mallarm mobilita la poesia.
    Gli risponde al di qua delle Alpi Gabriele d'Annunzio. Sull'esempio di
    quanto avviene in Francia, dove nell'ultimo decennio dell'Ottocento il
    teatro  simbolista  fiorisce  all'insegna  della  poesia,   D'Annunzio
    intraprende  una  drammaturgia  di  parola,  cui    di stimolo il suo
    incontro nel '95 con Eleonora Duse, sazia di teatro borghese e ansiosa
    di poesia.  D'Annunzio sale sul palcoscenico per riformare  il  teatro
    italiano,  dominato  alla fine dell'Ottocento da un gretto cronachismo
    veristico, senza alone di poesia e fuoco di volont, nelle parole di
    Ugo Ojetti perfettamente calzanti al giudizio dell'Abruzzese.  Va  poi
    detto  che  D'Annunzio  avverte  nel  teatro  il mezzo pi idoneo alla
    diffusione del suo messaggio e all'appagamento della sua ambizione.

    Genesi della Gioconda.

    La "Gioconda",  con la  "Citt  morta",  il  "Sogno  d'un  mattino  di
    primavera",  il  "Sogno  d'un  tramonto  d'autunno"  e  la  posteriore
    "Gloria",  appartiene al  primo  tempo  della  stagione  drammaturgica
    dannunziana,  compreso  tra  il  '96 e il '99,  e animato dal rapporto
    artistico e amoroso con la Duse.  Non vi  documento che  faccia  luce
    sulla  storia intima della "Gioconda".  Rari sono anche i dati intorno
    alla sua storia esterna.  D'Annunzio ne fa breve parola in una lettera
    all'editore  Emilio Treves datata Roma 2 marzo 1898,  nella quale alla
    consueta richiesta di denaro premette la  nota  delle  opere  cui  sta
    lavorando:   Entro   l'anno  avrai  la  "Grazia",   i  "Sogni"  e  la
    "Gioconda".
    I  giornali  comunque  gi  parlano  della  "Gioconda".   La  Rivista
    d'Italia del 15 febbraio 1898,  avvalendosi di informazioni francesi,
    riferisce che  nel  maggio  seguente  a  Parigi  Eleonora  Duse  forse
    interpreter  una  nuova  commedia del D'Annunzio: "Gioconda".  Il 3
    aprile il Marzocco,  citando come fonte Matilde Serao,  annuncia che
    la  Duse  intende  tra  l'estate  e l'autunno di quell'anno mettere in
    prova in Italia "La Citt morta" e "La Gioconda" del D'Annunzio.
    La stessa Serao informa che la stesura  del  dramma  sarebbe  avvenuta
    alla  Capponcina  di  Settignano  nell'operosa  estate del '98.  Lo si
    desume da  una  sua  lettera  inviata  da  Napoli  il  18  dicembre  a
    D'Annunzio  che  s'appresta  a  raggiungere  la  Duse  in "tourne" in
    Egitto. Matilde, sempre trepida per la sorte amorosa di Eleonora, cos
    scrive:


    Carissimo Gabriele
    mi sono immediatamente occupata del vostro  passaggio  sul  Margherita
    per Alessandria d'Egitto: oggi  domenica e quindi non ho potuto avere
    nessuna  risposta.  Ma  per  domani,  luned,  o dopodomani,  io posso
    telegrafarvi il tutto a Settignano: avrete sempre il tempo di arrivare
    comodamente a Napoli per sabato.  (...) Quanta  gioia  procurer  alla
    nostra amica il vostro arrivo col!  Mio carissimo Gabriele,  ella non
    solo vi ama quanto   possibile  amarvi,  con  tutte  le  forze  della
    tenerezza  e della passione muliebre,  ma la ritengo la sola capace di
    amarvi bene.  come  si  deve  amare  voi;  la  sola  donna  capace  di
    comprendere, rispettare, adorare il vostro genio e il vostro amore. Le
    sue  belle man non possono che comporre il vostro bene e non domandano
    in cambio che quella dolcezza consolatrice di  cui  ella  ha  bisogno.
    (...)   Beata  estate  vostra,   in  cui  avete  scritta  questa  cara
    "Gioconda"!

    Un particolare del primo atto,  lo scarabeo preservatore della scena
    terza, la piccola gemma che Cosimo Dalbo reca dall'Egitto e offre come
    talismano per la felicit a Lucio e a Silvia Settala,  doveva essere
    gi pensato alla met di aprile.  Lo suggeriscono alcune righe che  la
    Duse scrive a D'Annunzio da Lisbona il 15 aprile:

    Stanotte,  ero gi chiusa in stanza - e anche stanotte, ecco Elisa che
    picchia per darmi un telegramma.  L'aspettavo!  -  Avevo  dato,  nella
    giornata,  delle  rose  ad  un "talismano",  che invoco quando ho sete
    d'una parola tua! - Avevo tanto desiderio d'una parola tua.

    Il talismano, cui Eleonora offre delle rose, richiama appunto la gemma
    egiziana che Dalbo dona ai Settala e che Silvia depone poi su un mazzo
    di rose.
    L'invenzione del talismano  potrebbe  arretrarsi  anche  prima  del  6
    marzo: quel giorno la Duse iniziava a Parigi una "tourne" europea che
    l'avrebbe  trattenuta fuori d'Italia e lontana da D'Annunzio fino al 3
    maggio successivo.
    Il 15 dicembre '98 D'Annunzio ha gi ricevuto i primi esemplari  della
    "Gioconda";  ne  ringrazia  subito  Giuseppe  Treves: Carissimo Pepi,
    tornando alla Capponcina  trovo  il  cumulo  degli  esemplari.  Grazie
    infinite.  Una  copia dell'opera raggiunge a Bayonne Georges Hrelle,
    il traduttore francese di D'Annunzio,  la sera del 18 dicembre.  Il 21
    tre esemplari sono ad Alessandria d'Egitto nelle mani di Eleonora, che
    quel giorno, con la consueta fede incrollabile nell'opera di Gabriele,
    cos telegrafa a Settignano:

    Ave  ricevo  una  lettera  tre  Gioconde  gioia  grande sono certa che
    abbiamo ragione nessun timore quello che sar sar il  nostro  diritto
    vogliamo forza bont vittoria aspetto auguro. Ave.


    Risvolti autobiografici.

    Hrelle per primo ravvis nella "Gioconda" il dramma domestico che per
    tre  anni  s'era  venuto  svolgendo  tra D'Annunzio,  Maria Gravina ed
    Eleonora Duse,  per cui il personaggio di Lucio  Settala  adombrerebbe
    Gabriele,  Silvia  Settala  la  Gravina,  Gioconda Dianti la Duse e la
    piccola Beata,  figlia  di  Lucio  e  di  Silvia,  Renata,  figlia  di
    D'Annunzio e della Gravina.  L'amore di Gabriele per Maria Gravina era
    gi morto nel '94, ma solo nel '97 egli sarebbe riuscito a sottrarsi a
    una  convivenza  sempre  pi  gravosa  e  d'ostacolo  alla   creazione
    artistica,  mentre  la relazione con la Duse sollecitava costantemente
    la sua arte.
    Nella "Gioconda"  potrebbe  tuttavia  specchiarsi,  confondendosi  col
    riflesso di quel dramma domestico,  un'altra situazione biografica: il
    contrasto tra l'et  matura  di  Eleonora  e  la  fresca  bellezza  di
    Giulietta  Gordigiani,  una  giovane  amica  della  Duse dilettante di
    musica,  che attrasse per breve tempo  D'Annunzio.  Una  passioncella,
    quella dell'autore per la Gordigiani,  che nel "Fuoco" divenne l'amore
    di Stelio per Donatella Arvale,  cantatrice d'arie antiche,  amica  di
    quella Foscarina di cui Stelio impietosamente ritrae lo sfiorire.
    Il  dramma  poggia  comunque  su  una  base fortemente autobiografica.
    Prescindendo  da  un  Settala  chiaramente  ricalcato  su  D'Annunzio,
    potremmo  subito  osservare in Gioconda e in Silvia la parabola vitale
    della donna nella vita dell'autore.  Gioconda  rappresenta  colei  che
    avvince   i  sensi  e  accende  l'ispirazione  dell'artista;   Silvia,
    all'opposto,  figura la donna che non desta pi il suo desiderio e non
    giova  pi  alla  sua arte.  Nella vita di D'Annunzio ogni Gioconda si
    spegne inevitabilmente in una Silvia.
    La Duse,  pur consapevole della sua  capacit  di  animare  l'arte  di
    D'Annunzio,  doveva  guardare  in Silvia - nel personaggio che offre a
    Lucio non la sua bellezza,  ma la bellezza del suo amore- come in  uno
    specchio.  E certo le pesava come un fatale presagio la dedica che col
    motto di Leonardo da Vinci fregia il  frontespizio  della  "Gioconda":
    Per  Eleonora  Duse  dalle  belle  mani,  con  allusione  alle  mani
    straordinariamente aggraziate della vinta Silvia.


    Novit e tradizione.

    Le doti sceniche che hanno consentito alla "Gioconda"  di  reggere  il
    palcoscenico,   un   certo   conflitto  teatrale  e  una  progressione
    drammatica (di solito marginali o manchevoli nel teatro dannunziano ad
    eccezione della "Figlia di Iorio" e della "Fiaccola sotto il moggio"),
    derivano alla "Gioconda" dal  suo  schema  di  dramma  passionale,  di
    "mnage  trois": la situazione pi trita del teatro borghese.
    D'Annunzio fa dunque una parziale concessione al teatro convenzionale,
    dopo che le sue precedenti prove drammatiche,  contestate dalle platee
    e dalla critica,  si profilavano come utopia  teatrale  per  il  gusto
    naturalistico  del  pubblico italiano.  La "Citt morta",  la tragedia
    dell'incesto impressa della prima variante del superomismo  drammatico
    dannunziano, il suo scarso successo, e solo di stima, l'aveva raccolto
    piuttosto  oltralpe,  a Parigi;  l'elegiaco "rve" vegetale del "Sogno
    d'un mattino di primavera", chiara eco del teatro maeterlinckiano, era
    clamorosamente caduto a Roma nel  gennaio  '98.  (Il  delirio  carnale
    della  matura  Dogaressa Gradeniga del "Sogno d'un tramonto d'autunno"
    sarebbe stato rappresentato  solo  nel  1905.)  D'Annunzio  ne  faceva
    comunque un semplice problema di tempi non ancora maturi per capire il
    suo   disegno   d'un   Teatro  riconciliato  con  la  Bellezza,   d'un
    palcoscenico rivisitato dalla  Poesia,  come  si  legge  nella  citata
    lettera  a  Giuseppe  Treves del 15 dicembre '98: Naturalmente,  sono
    anch'io convinto che il mio Teatro non "vivr" sulla scena se non  tra
    dieci anni; ma vivr.
    Nella  "Gioconda"  D'Annunzio  pone l'apologia delle ragioni superiori
    della Bellezza artistica in bocca a uno scultore geniale preso  in  un
    classico triangolo amoroso.  Ne scaturisce un banale dramma passionale
    pasticciato di estetismo e  di  superomismo,  rivestito  del  consueto
    stile alto dannunziano,  in cui facilmente la parola sublime  confusa
    con il vero sublime e sfiora la caricatura.
    Tra Lucio Settala e Gioconda Dianti vi  una  "liaison".  Lo  scultore
    posa  tuttavia  a  vittima  della  fatalit  artistica: fa ricadere la
    responsabilit della sua schiavit verso la modella sulla propria arte
    non dimenticata (nel lungo contatto con la  morte  dopo  il  tentato
    suicidio);  accampa  per la sua ossessione amorosa una ragione d'arte,
    l'arcana bellezza di Gioconda che sola pu infondere in lui  l'impulso
    della creazione artistica.
    Settala falsa la realt; egli  soggetto non al suo talento artistico,
    ma all'irresistibile bellezza di Gioconda.  Lo conferma l'autore nella
    "Concordanza" posta  dopo  la  fine  del  dramma.  Si  tratta  di  una
    citazione  omerica,  le parole dei vegliardi troiani riguardanti Elena
    ch'egli piega,  con un gioco di forzature di senso e di omissioni,  ad
    avvalorare  la  sua tesi reale,  dell'ineluttabile,  "giusta" vittoria
    delle ragioni della Bellezza - della pura bellezza corporale - su ogni
    altra:

    Certo, E' GIUSTO che i Troiani e gli Achei da' bei schinieri patiscano
    tanti mali e da s gran tempo,  a cagione di una tal  donna;  perocch
    ella  somiglia  in  sua  bellezza alle iddie immortali.  ILIADE: raps.
    terzo.

    L'Omero della "Concordanza" forzato  a  consentire  con  la  tesi  del
    dramma  fa  peraltro  "pendant" con l'estetizzante Leonardo presentato
    sul frontespizio del volume: il  motto  leonardesco  che  vi  compare,
    Cosa bella mortal passa,  e non d'arte,  in realt la manipolazione
    dannunziana di quello originario  Cosa  bella  mortal  passa,  e  non
    dura, che a sua volta  la pura trascrizione d'un verso petrarchesco.


    Il superomismo estetico.

    Settala  un artista,  un genio creatore,  e come tale egli giustifica
    il  suo  comportamento  deviante:  riconosce  il  proprio  "bene"  nel
    desiderio  appagato,  nella  volont compiuta;  afferma il suo destino
    fuori d'ogni norma, sottraendolo al giudizio comune:

    La bont!  La bont!  Credi tu dunque che il lume debba venirmi  dalla
    bont  e  non  da  quell'istinto profondo che volge e precipita il mio
    spirito verso le pi superbe apparizioni della vita?  Io sono nato per
    fare  le statue.  Quando una forma sostanziale  uscita dalle mie mani
    con l'impronta della bellezza,  l'officio assegnatomi dalla  Natura  
    per  me  compiuto.  Io sono nella mia legge,  sia pure di l dal Bene.
    (...)

    La vita m' intollerabile, se mi fu resa gravata d'un divieto. Te l'ho
    detto: bisognava  lasciarmi  morire.  Quale  rinunzia  pu  eguagliare
    quella che io avevo fatta? Soltanto la morte poteva arrestare l'impeto
    del  desiderio che conduce fatalmente il mio essere verso il suo bene.
    Ora io rivivo: riconosco in me il medesimo uomo,  la  medesima  forza.
    Chi mi giudicher, se proseguo il mio destino?

    Lo  scultore  s'atteggia  a  superuomo.  Ma sulle sue labbra le parole
    "nietzscheane"  suonano  pretestuose:  chi  le  pronuncia  non     un
    superuomo,   n   il  paziente  d'un  complesso  di  potenza,   bens,
    semplicemente,  un uomo non pi in  grado  di  rinunciare  all'amante,
    ansioso  della bellezza di lei prima per s e solo secondariamente per
    l'Arte.
    Settala si distingue per la poetica che lo guida in arte.  Lo scultore
    geniale ha scelto come oggetto esclusivo della sua rappresentazione la
    bellezza  sempre  diversa di Gioconda,  le sempre nuove armonie create
    dal suo corpo:

    Quando mi apparve l'altra (Gioconda),  io pensai a tutti i blocchi  di
    marmo  contenuti nelle cave delle montagne lontane,  per la volont di
    fermare in ciascuno un suo gesto. (...)

    Mille statue, non una!  Ella  sempre diversa,  come una nuvola che ti
    appare  mutata  d'attimo  in attimo senza che tu la veda mutare.  Ogni
    moto del suo corpo distrugge un'armonia e ne crea un'altra pi  bella.
    Tu la preghi che si arresti,  che rimanga immobile; e a traverso tutta
    la sua immobilit passa un torrente di forze oscure  come  i  pensieri
    passano negli occhi.  Comprendi?  Comprendi?  La vita degli occhi  lo
    sguardo, questa cosa indicibile, pi espressiva d'ogni parola,  d'ogni
    suono,  infinitamente  profonda e pure istantanea come il baleno,  pi
    rapida ancora  del  baleno,  innumerevole,  onnipossente:  insomma  lo
    sguardo.  Ora  immagina diffusa su tutto il corpo di lei la vita dello
    sguardo. Comprendi?

    In Settala la creazione del Capolavoro dalla bellezza di Gioconda  non
    ha  placato  l'ansiet della carne,  come ritiene l'amico e confidente
    Cosimo  Dalbo:  lo  denuncia   proprio   la   sua   poetica,   dettata
    dall'inesausto desiderio del corpo di Gioconda.
    Senso o bellezza?

    A Dalbo,  sempre pi rapito dal sogno sensual-estetico dello scultore,
    Settala evoca la bellezza di Gioconda chiusa nel divino marmo  apuano,
    liricizzando  un  illustre dato estetico,  l'immagine michelangiolesca
    della forma artistica latente nel blocco di marmo:

    Te l'ho detto: mille statue, non una.  La sua bellezza vive in tutti i
    marmi.  Questo sentii, con un'ansiet fatta di rammarico e di fervore,
    un giorno a Carrara, mentre ella m'era accanto e guardavamo discendere
    dall'alpe quei grandi buoi aggiogati che trascinano gi le  carra  dei
    marmi.  Un  aspetto della sua perfezione era chiuso per me in ciascuno
    di quei massi informi.

    La figura di Settala  carica di tratti  michelangioleschi.  Ma  della
    teoria artistica del Buonarroti Settala condivide soltanto il concetto
    della  scultura  come opera prodotta "per forza di levare";  quanto al
    resto,  la sua estetica  antiplatonica,  e non pu essere  altrimenti
    data la sua aspirazione ad una vita anzitutto carnale.  Settala pone
    un nesso causale tra ebbrezza dei sensi e creazione  artistica,  e  si
    prefigge  la  pretta  riproduzione  di  una  realt data dall'esterno:
    Gioconda,  e precisamente la sua mutevole  bellezza,  le  stupefacenti
    espressioni della sua perfezione corporale.  E poich lo scultore mira
    a cavare dal marmo un puro facsimile di bellezza,   implicito ch'egli
    ponga  il valore della sua opera in ci ch in essa  imitazione,  nel
    suo grado di bellezza aderente.
    Settala si lamenta di essere predestinato, con sua intima lacerazione,
    a discernere e a rappresentare la Bellezza.  Ma la Bellezza  per  lui
    Gioconda,  e  Gioconda    una visione esteriore legata ai sensi:  il
    solo corpo, la sola forma, la sola forma dei corpo, che accende il suo
    desiderio.  E il desiderio guida la mano  dello  scultore,  e  questa,
    muovendosi, lo ridesta. Settala, insomma,  invasato carnalmente della
    seducente "silhouette" apollinea di Gioconda,  un corpo da amare e poi
    da ritrarre; egli non pu dunque essere uno scultore geniale senza una
    sovraeccitazione del sistema sessuale - per usare parole  nietzscheane
    relative  a  Raffaello  -.  Ma il possesso della donna desiderata come
    condizione necessaria alla creazione artistica non    una  novit  in
    D'Annunzio: l'aveva reclamato anche Alessandro nella "Citt morta" per
    poter rivelare quel mondo di poesia ch'egli portava dentro di s.


    Lo studio dello scultore e la casa dello scrittore.

    L'atmosfera  d'arte  che  pervade  i  due  atti  centrali  del  dramma
    s'addensa  nello  studio  di  Settala  nel   suo   "dcor"   artistico
    potentemente  ispiratore,  che  rapisce  lo  scultore  in una sfera di
    assoluta esteticit.
    Stanza della meditazione e del  sogno  pu  dirsi  quella  d'ingresso.
    Sull'architrave  di  un'ampia apertura che da essa mette nell'officina
    vera e propria

    sono fissi alcuni frammenti del  fregio  fidiaco  delle  Panatenaiche;
    contro  i  due stipiti sono erette due grandi figure alate "vestite di
    vento": la Nike di Samotracia e quella scolpita  da  Paeonios  per  il
    tempio dorico di Olimpia consacrato a Zeus...

    Oltre  alle Nikai (dono votivo dell'artista proteso enfaticamente alla
    creazione  vittoriosa)  e  al  fregio  panatenaico,   favoriscono   la
    meditazione  e  il sogno dello scultore altre figure: il bassorilievo
    eleusino di Demeter (in cui  Demetra  porge  la  spiga  al  fanciullo
    Trittolemo)  e  la Medusa ludovisia,  dinanzi alla quale  posto un
    piccolo Pegaso di bronzo su uno stelo di verde antico.
    D'Annunzio aveva veduto la Nike di Peonio a Olimpia e il  bassorilievo
    eleusino  al  Museo  d'Atene  durante il viaggio in Grecia del '95: lo
    sappiamo da due note di taccuino,  l'una riferibile al 2-3 agosto  '95
    (la Vittoria,  il peplo che "disegna" le forme, come umido), l'altra
    datata 12-13 agosto ("Museo  d'Atene"  Bassorilievo  di  Persefone  e
    Demeter...).
    Come  le  due Nikai e il bassorilievo eleusino fossero figure eminenti
    dell'ideale museo dannunziano  attestato pure in un "baedeker"  e  in
    un manuale d'archeologia conservati nella biblioteca privata del poeta
    al  Vittoriale.  Nelle "Excursions archologiques en Grce" di Charles
    Diehl (1890),  filtro attraverso cui  D'Annunzio  legge  i  capolavori
    dell'Ellade,  i  passi  attinenti alla Nike di Peonio sono evidenziati
    con segno a  lato;  quello  riguardante  il  bassorilievo  eleusino  
    marcato  con  doppio segno su entrambi i margini.  In Diehl D'Annunzio
    rilev pure un giudizio su Peonio che dovette piacere al suo culto per
    il Buonarroti e confermare il giudizio d'eccellenza  espresso  qualche
    pagina  avanti  sulla  Nike  olimpica:  Paeonios  (...)  une sorte de
    Michel-Ange antique (p.  253).  Nel "Manuel d'archologie grecque" di
    Maxime  Collignon  (1881)  sono  invece  piegate agli angoli le pagine
    attinenti alle Nikai di Peonio e di Samotracia, nonch quella che reca
    l'illustrazione del bassorilievo eleusino.
    Costellano quindi lo studio di Settala  figure  di  suprema  bellezza,
    manifestazioni  per  l'autore  dell'assoluto  artistico,  elette forme
    definite  nelle  quali  il  principio   apollineo   ha   compiutamente
    trasmutato e sublimato l'originario,  vitale elemento dionisiaco. Esse
    costituiscono per lo scultore una realt continuamente  incalzante,  e
    da  esse  egli  pu  trarre  quell'ebbrezza  apollinea  (che Nietzsche
    distingue da quella dionisiaca) dalla quale al  suo  occhio  viene  le
    forza della visione e alla sua mano l'energia plastica e figurativa.
    Il  prezioso  museo  adunato  nello  studio di Settala riprende taluni
    pezzi  dell'esuberante  arredamento  della  Capponcina.  Scorrendo  il
    catalogo  stilato  per  la  vendita all'incanto dei beni della fastosa
    dimora dannunziana,  si incontrano due Nikai alate di bronzo a  patina
    verde  posate  ai  piedi  del letto del poeta,  un gesso della Nike di
    Samotracia, pure collocato nella camera da letto,  e un Pegaso bronzeo
    posto nella sala rossa.
    Oltre  a  questa  suppellettile  d'arte  comune alla Capponcina e allo
    studio di Settala,  altri  echi  artistici  della  dimora  dannunziana
    potrebbero  avvertirsi  nell'opera dello scultore: il primo abbozzo di
    Settala, una testa di donna coronata di lauro,  richiama la testa di
    scultura  greca ornata di ghirlanda in terracotta che era nello studio
    in terrazza;  il volto ardente di Saffo,  altra plastica settaliana,
    il  busto  di Saffo anch'esso in cotto posto nella stanza da toilette.
    L'impronta della Capponcina e del gusto del suo "dominus"  pure nelle
    tappezzerie cupe della stanza  d'ingresso,  nella  cortina  rossa  che
    pende  tra  le  due  Nikai  e  interdice  la vista dell'officina,  nei
    drappeggiati divani. D'Annunzio imprime quindi in Settala il carattere
    arcaico della sua psiche, l'istinto imperioso, gravato d'una composita
    eredit di cultura.  Ma altres provvede  lo  scultore  della  propria
    suppellettile  artistica:  nuova  offerta  dell'autore  al  culto  del
    proprio  io.   Un  iperbolico  autoritratto  dannunziano     comunque
    adombrato  nello scultore che Gioconda attendeva nello studio come il
    dio che crea


    Due Superdonne?

    Ma  Lucio Settala il solo  superuomo  della  tragedia?  Gli  studiosi
    hanno  battuto  proficuamente  la pista dell'opera dannunziana,  e del
    teatro in particolare,  come una sequenza di varianti  superomistiche.
    Tali varianti coinvolgono anche l'altro sesso,  creando una memorabile
    lista di Superfemmine.  Secondo Pietro Gibellini,  Mila di  Codra,  la
    figlia  di  Iorio,  e  Fedra  rappresentano  gli  esiti estremi di una
    sperimentazione che passa anche per le donne della "Gioconda".  Scrive
    il critico:

    Scena  dopo  scena,  sfilano  le  varianti  del  superuomo  -  e della
    superdonna - che rompe ogni convenzione e si pone al di l del bene  e
    del  male,  tutto  sacrificando alla sua smania d'arte ("La Gioconda",
    1899), di potere ("La Gloria", 1899),  d'amore ("Francesca da Rimini",
    1901),  di ardimento ("Pi che l'amore",  1906), di vendetta familiare
    ("La Fiaccola sotto il moggio", 1905),  di nemesi politica ("La Nave",
    1908).   Non   riassume  tutti  questi  tratti  Fedra?   L'ispiratrice
    dell'aedo,    l'orgogliosa   talassocrate,    la   folle   innamorata,
    l'avventurosa donna marina, la vindice d'Arianna e dei Cretesi?
    Ogni  testo  esigerebbe,  certo,  l'articolata  definizione  delle sue
    varianti  superomistiche,  e  andrebbe  sottolineata  la  presenza  di
    deuteragoniste  femminili  improntate  all'"Uebermensch": la donna del
    vecchio tiranno che corrompe il nuovo dominatore,  nella "Gloria";  la
    moglie  dell'artefice  che  sacrifica  le  mani  per salvare la statua
    sublime,  nella "Gioconda";  la serva Angizia  della  "Fiaccola",  che
    oppone agonisticamente la sua scellerata magnanimit alla dura purezza
    di  Gigliola,  rediviva Elettra;  innamorata in "Pi che l'amore",  la
    donna di Corrado Brando non impedir l'avventurosa partenza  dell'uomo
    da cui attende un figlio...  Anche andrebbero rilevati,  nella schiera
    delle  superdonne  prota-  o  deuteragoniste,  due  tratti  che  Fedra
    esalter in s: una dedizione amorosa spinta fino al gesto pi folle o
    al  sacrificio  pi  sublime,  e un'ossessiva volont di lussuria,  di
    potere,  di perdizione.  Il riscatto di Mila di Codra,  nella tragedia
    pi felice e meno schematizzabile ("La Figlia di Iorio", 1904)  dato,
    appunto,  dal  passaggio  dall'una  all'altra variante: dalla lussuria
    all'amore pi casto,  dalla torbida stregoneria al martirio cristiano.
    Mila  ,  a  ben vedere l'unica donna tragica dannunziana ad avere una
    vera storia, un travagliato sviluppo interiore: e il suo primato sulle
    altre eroine dannunziane sta, forse, proprio qui.

    Dunque,  due donne si levano all'ambiziosa statura di  Lucio.  Non  si
    creda  per  che  il  sovramondo dell'arte appartenga solo a Lucio e a
    Gioconda, allo scultore e alla modella,  e che Silvia,  la sposa che a
    lungo  ha  risposto  al  tradimento  del  marito  con il silenzio e le
    lacrime, la bont e il perdono, possa ridursi all'esempio di sovrumano
    amore e  sovrumana  abnegazione  in  lei  coralmente  celebrato  dalla
    critica.
    Ad  una  sua attenta considerazione la figura di Silvia rivela aspetti
    inediti.  Silvia oscilla tra due mondi,  quello dell'umanit comune  e
    quello "superiore" dannunziano, artefatto. Ne  prova il suo rapimento
    estetico  dinanzi al Capolavoro del marito nel momento meno opportuno,
    quando nello studio dello scultore  ella  s'appresta  ad  affermare  i
    propri diritti coniugali contro la rivale:

    D'improvviso,  per entro al cupo colore di porpora, riappare la faccia
    pallidissima dell'eroina,  che sembra irradiata  dal  lume  dell'opera
    sovrana.   (...)  I  suoi  occhi  restano  intenti,   allargati  dalla
    meraviglia,  abbagliati non da una visione di morte ma da una  imagine
    di vita perfetta. Trema nelle orbite l'indizio d'un'onda saliente.

    Se   le  insopprimibili  ragioni  del  cuore  le  vietano  una  totale
    abnegazione (diversamente dalla cieca Anna della  "Citt  morta",  che
    accetta l'amore del marito per Bianca Maria, la "libert di volere" di
    lui  come  prerogativa-necessit  dell'artista),  Silvia condivide pur
    sempre  il  concetto  dell'arte  come  compito   supremo   e   suprema
    espressione  dell'uomo,  che costituisce il messaggio fondamentale del
    dramma.
    Silvia non  dunque una semplice e lamentevole borghese. Assapora anzi
    gioie rare e impreviste: una visione  di  perfetta  bellezza  plastica
    riesce  balsamo,  seppur  labile,  al  suo  cuore  piagato.  E sa pure
    valersi, a estrema difesa dell'amore di Lucio, di argomenti estetici.
    La moglie e l'amante s'affrontano  dapprima,  apertamente,  sul  campo
    dell'amore.  Si  replicherebbe la scena delle rivendicazioni coniugali
    tipica del teatro borghese ottocentesco, se non fosse per il sovratono
    verbale  propriamente  dannunziano  e  per  certo  stampo  di  disputa
    giudiziaria  nel  dialogo  indiretto tra le due rivali,  in cui paiono
    contendere  piuttosto  il  diritto   coniugale   e   quello   naturale
    dell'amore.
    Ma  presto  Gioconda cambia il campo della contesa,  trasponendola sul
    terreno estetico,  certa di cogliervi  inerme  la  rivale.  Notificata
    contegnosamente  a Silvia la prerogativa dell'artista creatore (la sua
    libert da ogni vincolo che non sia d'arte nel luogo in cui  riproduce
    la Bellezza),  Gioconda estrae l'asso dalla manica,  l'affermazione di
    s come strumento dell'arte dello scultore:

    Questa non  una casa.  Gli affetti familiari non hanno  qui  la  loro
    sede;  le virt domestiche non hanno qui il loro sacrario. Questo  un
    luogo fuori delle leggi e fuori dei diritti comuni.  Qui uno  scultore
    fa  le sue statue.  Vi sta egli solo con gli strumenti della sua arte.
    Ora io non sono se non uno strumento dell'arte sua.

    Ma sul terreno creduto di proprio dominio Gioconda trova un'avversaria
    agguerrita.  Silvia,  respinta dallo studio come  intrusa,  invece  di
    ritrarsi rassegnata tra le mura domestiche secondo l'intimazione della
    modella, contrattacca, sfoderando una dialettica estetica che Gioconda
    non  in grado di sostenere. Riconosciuta alla modella la sua funzione
    animatrice   dell'arte   del  marito,   l'asserisce  esaurita  con  il
    compimento del Capolavoro: sostiene che Lucio, rigenerato,  ha voltato
    pagina  non  solo  in  amore  ma  anche  in  arte,  per cui egli  ora
    impaziente di riprodurre nuove forme dall'infinita bellezza del mondo.
    Silvia maneggia  altres  il  linguaggio  superomistico,  ritorcendolo
    abilmente  contro  Gioconda,  cui dice: Nessuno  necessario all'uomo
    che crea. Tutto converge in lui. Agli efficaci argomenti della rivale
    Gioconda non sa opporre che l'eco della poetica  di  Lucio:  egli  ha
    trovato in me pi di un aspetto,  o meglio l'ebbrezza che l'eco della
    parola sensual-estetica dello scultore suscita in lei:  mi  inebriano
    ancora le parole ch'egli diceva per significare la sua visione diversa
    ogni  mattina  quando  gli  apparivo.  Incapace  di reggere il duello
    estetico con Silvia,  la modella presto lo tronca con parole di  sfida
    femminile:  Egli sa che io sono qui,  che io l'attendo...  Volete che
    attendiamo?.
    Gioconda suggella la sua deludente apparizione scenica  con  un  gesto
    furibondo,    l'abbattimento    del   Capolavoro   di   Lucio:   cos,
    visceralmente,  ciecamente,  il suo orgoglio,  lusingato  con  ambigua
    intenzione dallo scultore,  reagisce alla menzogna di Silvia, che dice
    d'aver ricevuto incarico dal  marito  di  cacciare  la  modella  dallo
    studio.  L'atto  volgare  smaschera  Gioconda:  con l'affermazione dei
    supremi diritti dell'Arte e della  sua  assoluta  dedizione  a  quella
    dello  scultore,  la  modella  ha  voluto semplicemente coprire la sua
    relazione con Settala.  Se D'Annunzio intendeva  incarnare  l'Arte  in
    Gioconda, i fatti testuali, indocili (come spesso accade) alla volont
    dell'autore,  dicono  invece  che  Gioconda    indegna di annoverarsi
    nell'eletta schiera estetica illuminata dal genio settaliano.

    L'esotismo e le sue fonti.

    Il primo atto, scenicamente faticoso, per una teatralit affidata alla
    sola parola, reca un'ampia digressione esotica,  i ricordi egiziani di
    Cosimo Dalbo di ritorno dal Cairo,  che occupano una scena intera,  la
    terza.
    L'Egitto era tra i luoghi  prediletti  dell'esotismo  "fin-de-sicle",
    tra i paesi vagheggiati come i pi ricchi di sensazioni. Collezionista
    di  sensazioni  come  un vero esotista,  Dalbo riecheggia in realt le
    pagine dei "Sanctuaires  d'Orient"  di  Edouard  Schur  (1898).  Come
    Schur,  Dalbo  ha  subito particolarmente il fascino insinuante della
    Sfinge notturna, che cos evoca:

    La prima volta la vidi di notte,  al  lume  delle  stelle,  profondata
    nella  sabbia  che  conservava ancora l'impronta violenta dei turbini.
    Soltanto la faccia e la groppa emergevano da quella  specie  di  gorgo
    placato,  la  forma  umana  e  la  bestiale.  La faccia,  dove l'ombra
    nascondeva le mutilazioni,  in quell'ora cui parve bellissima:  calma,
    augusta e cerulea come la notte,  quasi mite! (...) La rividi, poi, di
    giorno. La faccia era bestiale come la groppa; il naso e le gote erano
    corrosi; il fimo degli uccelli bruttava le bende...

    echeggiando i "Sanctuaires" (pagine 87-88, 91-92):

    Mais passons au sphinx.  Dj sa croupe,  d'une blancheur trange,  se
    dessine sous le plein soleil de midi.  Il n'est pas entirement dgag
    des sables qui sans cesse essayent de le recouvrir, sais sa tte (...)
    merge,  colossale,  des ondes du dsert.  Descendons le petit  vallon
    pour regarder l'en bas et de face le monstre (...). Le nez est cras,
    mais l'arc superbe des yeux conserve  ce visage une expression unique
    de mlancolie dans la majest.  (...) Je suis all revoir le sphinx au
    clair de lune.  L'un des cts de la  grande  pyramide  (di  "Cheope")
    tait  plong  dans  l'ombre.  Son  triangle  d'un noir opaque coupait
    l'azur limpide et laiteux de la nuit.  L'autre luisait d'une blancheur
    mate  et  tranquille.  Quand  au sphinx,  il me parut plus imposant et
    comme transfigur.  Ses traits mutils se recomposaient sous la  magie
    lunaire.  Sur  son  visage flottait un sourire pandu dans une majest
    douce.

    Dalbo  enfatizza  anche  verbalmente  certe  sensazioni  dell'esotista
    francese:  nell'estasi  della  luce  che  lo  rapisce  in  Egitto  
    amplificato  l'incanto  operato  su   Schur   dall'iridescente   luce
    egiziana;  e  il  Nilo,  specchio mirabile di quella luce (Le Nil est
    pareil  une immense lagune qui reflte les irisations du ciel, et des
    mirages naissent dans son sein, "Sanctuaires", p. 102), diviene nella
    dizione iperletteraria,  dantesca,  dell'esotista toscano la  fiumana
    dei topazii, il "miro gurge".
    Un  passo  dei  "Sanctuaires",  interno all'evocazione della Sfinge di
    Giza, suggerisce il significato del Capolavoro settaliano, una Sfinge.
    Dice  Schur  (p.  91),  ricordando  l'estrema  evoluzione,   cara  ai
    decadenti, dello "Sphinx" egizio:

    Enfin  il  devient la Sphinge.  Des seins provocants se bombent sur la
    poitrine,  dressant sur la neige des chairs molles leurs fruits rouges
    et  savoureux,  pendant  que ses griffes fouillent le chair humaine et
    que ses yeux rutilent de tous les rves et de toutes  les  curiosits.
    Image de l'Eternel-Fminin dans sa duplicit infernale et cleste.

    Nella  Sfinge  tratta  dalla  bellezza  di  Gioconda pu quindi essere
    adombrato l'Eterno Femminino come fiamma - per usare parole  di  Mario
    Praz - che attira e brucia.
    Sull'Egitto l'emulo di Schur ha letto anche pagine prosaiche,  quelle
    del baedeker "Egypte" (1896),  edizione francese di  un  volume  della
    celebre collana di guide turistiche dei libri tedeschi Baedeker.  Pare
    infatti non prescinderne la sua minuziosa memoria egiziana: oltre alla
    Sfinge di Giza e al Nilo,  il  Deserto,  le  alture  del  Mokattam,  i
    giardini di Koubbeh e di Giza, eccetera. Un solo esempio. Si ricorder
    lo scarabeo preservatore che Dalbo reca dall'Egitto e dona a Lucio e
    a  Silvia  come  talismano per la felicit,  come amuleto contro ogni
    male. Di esso dice Dalbo:

    Sul Gebel-el-Tair,  in un convento copto,  ho trovato il pi  virtuoso
    degli scarabei.

    Ebbene,  quello  scarabeo  sembra  tratto da una vetrina della sala 71
    (romano) del Museo di Giza, cos descritta dal baedeker a p. 95:

    "Muse de Giz", Salle 71".
    Scarabes de formes et de destinations diverses. - Le "scarabe",  qui
    passait  pour  une  des  formes  du dieu solaire,  a t de tout temps
    employ comme amulette par les Egyptiens...

    e fatto trovare a Dalbo duecento chilometri pi a sud,  in un convento
    copto sul Gebel-el-Tair, citato dal baedeker (p. 184):

    (...) le Gebel-el-Tair (...) avec le couvent copte d'el-Boukeir.


    Fra Lous e Pirandello.

    Lucio  Settala    stato  messo in relazione con lo scultore Dmtrios
    protagonista del romanzo di Pierre Lous "Aphrodite.  Moeurs antiques"
    (pubblicato  dapprima  a  puntate  sul Mercure de France dall'agosto
    1895 al gennaio '96).
    Veramente i due,  oltre alla perizia artistica,  condividono ben poco.
    La  passione di Dmtrios  cerebrale,  e la sua mano di plasmatore si
    muove solo dinanzi  a  Chrysis  morta,  nella  quale  unicamente  egli
    ritrova il suo sogno di bellezza perfetta, che, quando la donna era in
    vita,  non  ha  voluto  guastare con la realt del possesso.  Settala,
    soggetto al proprio istinto,  crea  invece  solo  a  contatto  con  la
    bellezza  calda e avvolgente di Gioconda.  Chrysis ha dato un corpo al
    sogno di Dmtrios, mentre Gioconda ha fatto del suo corpo il sogno di
    Settala.
    Il nodo arte-vita cruccer seriamente Ibsen e Pirandello.  Tramite due
    altri  scultori,  Rubek  e  Giuncano,  protagonisti rispettivamente di
    "Quando noi morti ci destiamo" (1899) e di "Diana e la  Tuda"  (1927),
    essi   concorderanno   nel  giudizio  che  l'Arte  non  giustifica  il
    sacrificio della Vita (dell'artista o di chi  legato a lui); entrambi
    contesteranno all'Arte il diritto di profanare la Vita.  A D'Annunzio-
    Settala preme anzitutto che non gli sia inibita la Vita, che per lui 
    l'incondizionata espansione del proprio ego, cui tutto egli subordina.


    Epilogo: oltre l'estetismo.

    Il  quarto  atto  della "Gioconda" rimuove ogni fremito carnale,  ogni
    orpello  estetico  e  superomistico.  Reca,   in  margine  al  dramma,
    scioltosi con le mani amputate di Silvia,  un "sogno". Vi fa da sfondo
    Bocca d'Anno in  un  pomeriggio  di  settembre  cui  sorride  l'ultima
    mitezza  estiva,  un'immota natura evocata dall'autore sulle note d'un
    taccuino pisano del 16 gennaio '96: il Tirreno, la foce dell'Arno,  il
    Gombo, San Rossore, l'Alpe di Carrara in lontananza.
    L'estate morente dona a Silvia, nella solitudine della casa di
    Bocca d'Arno, Sirenetta, creatura vagante tra il bosco e la marina con
    il  suo  tesoro di alghe,  nicchi e stelle di mare.  Sirenetta incarna
    l'influenza pacificante  di  quel  paesaggio  equoreo  e  boschivo  su
    Silvia,  sulla  creatura  dolorosa  che cerca pace in seno alla natura
    (Tu mi consolerai, Sirenetta. Stammi vicina...).
    Sirenetta intona a Silvia una poesia leggendaria,  quella delle  sette
    sorelle  di cui una sola ebbe la sorte bella perch nulla chiese per
    s,  echeggiante vagamente la prima parte della  ballata  swinburniana
    "The King's Daughter".  Nel vocale giudizio della Sirenetta versiliana
    - il dolore nasce dal  desiderio  Silvia  conosce  l'origine  del  suo
    dolore,  il suo amore imperfetto verso Lucio;  un amore che ha dato ma
    anche chiesto; un amore, secondo l'autore, non abbastanza sacrificale.
    Di Sirenetta  poi un pensoso e ingenuo ricordo delle perdute mani  di
    Silvia,  mani belle quanto quelle straordinariamente vive e aggraziate
    della  Donna  del  mazzolino  del  Verrocchio.   Lo   compenetra   una
    suggestione decadente,  il motivo appunto delle mani,  che, ripreso da
    Maeterlinck,  Verlaine  e  Flaubert,   percorre  la  precedente  opera
    dannunziana.  Una  pronunciata letterariet decadente  pure nel forte
    "mlo" della scena delle mani mutile di Silvia: deriva da Flaubert  la
    figura  dell'atroce  donna dalle mani mozze sognata nella poesia "Le
    mani" del "Poema paradisiaco",  quale  resa,  per un atroce  destino,
    Silvia,  e quale Giorgio Aurispa aveva sognato di rendere Ippolita nel
    "Trionfo della Morte".
    L'epilogo della "Gioconda", il lacrimoso vano abbraccio di Silvia alla
    piccola  Beata,    un  vero  finale  d'opera  traboccante  di  pathos
    melodrammatico.  Un  pathos  intimo e valido pervade invece il dialogo
    spaziato tra Silvia  e  Sirenetta  e  anima  le  interrogazioni  senza
    risposta  di  quest'ultima:  vi rifluisce,  dal "Sogno d'un mattino di
    primavera" e da certe parti della "Citt morta",  l'onda della melodia
    maeterlinckiana con i suoi valori d'atmosfera e di silenzio.
    Nel fuori-dramma,  nel poscritto "mitico" aggiunto al dramma va quindi
    cercato quanto sopravvive della "Gioconda":  Sirenetta,  anticipazione
    di  memorabili  figure  arboree  e  marine  dell'"Alcyone";  cos,  il
    paesaggio pisano da cui Sirenetta esce,  sar  teatro  e  sostanza  di
    notevole parte della grande poesia del terzo libro delle "Laudi".
    Ilvano Caliaro.

















    Appendice.

    La fortuna teatrale della Gioconda.

    D'Annunzio,  come  si desume da una sua lettera a Emilio Treves del 26
    marzo 1899,  intendeva inizialmente  far  debuttare  La  "Gioconda"  a
    Milano.  Opt  poi per Palermo,  volendo forse evitare per la prima le
    platee dei consueti centri teatrali,  ch'egli riteneva  prevenute  nei
    suoi  confronti.  La scelta palermitana di D'Annunzio non piacque alla
    Duse,  che ne scrisse ad Adolfo  de  Bosis  in  questi  termini:  Non
    conosco "inaugurazione" pi fuori posto,  ma "quando non si domina gli
    avvenimenti, gli avvenimenti ci dominano".
    La "Gioconda" debutt quindi a Palermo, al Teatro Bellini, la sera del
    15 aprile 1899.  Il teatro era esaurito,  presenti in sala,  oltre  al
    duca  d'Orlans,  numerose personalit del mondo letterario e teatrale
    italiano e straniero.  Gli alti prezzi erano  resi  esorbitanti  dallo
    squallore  della  sala e dalla povert dell'allestimento: la scena del
    quarto atto non giunse in tempo per essere montata  e  dovette  essere
    sostituita con vecchie quinte a brandelli.
    Tramandano  le  cronache  che  anche  nella sede decentrata di Palermo
    l'indignazione  moralistica  contro  D'Annunzio  e  il  suo  estetismo
    immorale   riusc   a   mobilitarsi   disturbando  lo  spettacolo.   I
    contestatori, un manipolo bellicoso arroccato nella galleria pi alta,
    accolsero con insolenze la Duse alla ribalta,  lanciando poi fischi  e
    grida  ostili  nel  "clou"  del  terzo  atto  quando  Silvia  affronta
    Gioconda,  e riprendendo la gazzarra  a  spettacolo  concluso,  mentre
    dalla  platea  e  dai  palchi  si  reagiva  energicamente con calorosi
    applausi.
    L'interpretazione fu solo in parte sufficiente,  non soltanto  per  la
    scarsa preparazione della temporanea compagnia Duse-Zacconi (che s'era
    riunita  il  primo  aprile),  ma  anche perch non v'era stata,  e non
    poteva esservi,  armonia recitativa tra i due  primi  attori,  tra  il
    talento  di  Eleonora  appartenente  piuttosto  all'ordine poetico (E.
    Zabel) e la recitazione verista di Zacconi.
    Interpretazione ispirata ed efficace fu quella della  Duse,  che  rese
    trasparenti  gli  stati d'animo della vinta Silvia.  Lasciati il gesto
    pronunciato, l'enfasi e la recitazione del "sottotesto", cui indulgeva
    e per cui andava famosa,  la Duse secondava mirabilmente la volont di
    D'Annunzio che richiedeva la pura comunicazione vocale del suo testo.
    Zacconi  parve  a  disagi  nei  panni di Settala.  La sua recitazione
    alquanto rigida e  prosaica  trad  la  figura  dello  scultore  quale
    D'Annunzio  l'aveva  disegnata  e  illustrata proprio a Zacconi in una
    lettera da  Corf  del  5  marzo  1899:  mobile,  ardente,  ansiosa.
    L'interprete di Gioconda, Guglielmina Galliani, priva del "physique du
    rle" e di sensibilit interpretativa, non si mostr all'altezza della
    prova.  Di grazia impareggiabile fu invece Emma Grammatica nella parte
    di Sirenetta: la giovane  attrice,  che  aveva  mosso  i  primi  passi
    accanto  alla  Duse,   corrispose  mirabilmente  alle  aspettative  di
    D'Annunzio,  che l'aveva espressamente richiesta per  quella  parte  a
    Zacconi.
    Dopo la prima di Palermo, la compagnia Duse-Zacconi fu in "tourne" in
    Italia  con  "La  Gioconda"  fino  al  primo  giugno  1899,   toccando
    successivamente Messina,  Catania,  Napoli,  Roma,  Firenze,  Bologna,
    Venezia,  Milano  e  Torino.  Le  platee non risposero all'unisono: il
    dramma dannunziano incontr  un'ostilit  mal  dissimulata  a  Napoli,
    conobbe  un  certo  successo  a  Roma  in quel Teatro Valle ove l'anno
    precedente era caduto il "Sogno d'un mattino di primavera",  piacque a
    Firenze. La critica fu invece concorde in un giudizio poco favorevole.
    Sciolta  la compagnia con Zacconi,  nell'estate del '99 la Duse rilev
    quella di Luigi Rasi per compiere una "tourne"  europea.  Tra  il  21
    agosto e il 4 dicembre era a Vichy,  Aix-les-Bains,  Ginevra,  Zurigo,
    Lucerna, Berlino,  Bucarest,  Budapest,  Breslavia,  Vienna.  Aveva in
    repertorio  anche  "La  Gioconda" (con Luigi Rasi nella parte di Lucio
    Settala),  che per nel corso degli  oltre  quattro  mesi  di  tourne
    present solo due volte,  rifiutandosi, inspiegabilmente, di recitarla
    a Berlino,  dove l'opera era  molto  attesa.  Sulla  "Gioconda"  cadde
    invece  la  scelta  dell'attrice,  quando  fu invitata a recitare l'11
    aprile 1900 al Burgtheater di Vienna dinanzi all'imperatore  Francesco
    Giuseppe.  La  Duse  interpret  poi  "La  Gioconda" negli Stati Uniti
    durante la tourne compiuta tra il 12 ottobre 1902  e  il  23  gennaio
    1903; a Mosca il 29 gennaio 1908.
    La prima parigina del dramma data al gennaio 1905, con Suzanne Desprs
    nella  parte  di Silvia;  l'ultima messa in scena francese  del marzo
    1978.
    Le pi recenti rappresentazioni italiane della  "Gioconda"  si  devono
    alla regia di Fantasio Piccoli nel marzo-maggio 1959, e alla compagnia
    Albertazzi-Proclemer nella stagione 1971-72.











    BIBLIOGRAFIA.

    La  prima  edizione di "La Gioconda",  datata 1899,  usc nel dicembre
    1898: Gabriele d'Annunzio, "La Gioconda", Tragedia,  Milano,  Fratelli
    Treves Editori,  1899.  Il volume, in sedicesimo, conta pp. 8 n.n. pi
    218 pi 4 n.n.  La copertina   arancione,  zigrinata  uso  pelle.  Il
    frontespizio,  uguale alla copertina,  si fregia del motto Cosa bella
    mortal passa, e non d'arte, attribuito a Leonardo da Vinci, e reca la
    dedica  Per  Eleonora  Duse  dalle   belle   mani.   Furono   tirati
    centocinquanta  esemplari speciali,  in carta d'Olanda,  con copertina
    pergamenata.  "La Gioconda" fu ristampata nel 1928  dall'Istituto  per
    l'edizione nazionale di Tutte le Opere di Gabriele d'Annunzio,  Roma
    (ma Verona,  Officina Bodoni di Arnoldo Mondadori);  nel 1939  per  le
    edizioni  Il  Vittoriale  degli Italiani;  infine nel 1940 (nona ed.
    1968) nella serie di Tutte le Opere di Gabriele d'Annunzio,  a  cura
    di  E.  Bianchetti  per  i  Classici contemporanei italiani dell'ed.
    Mondadori di Milano (Tragedie, sogni, misteri, 1, pp. 231-340).

    Traduzioni: L. Von Lutzow, "Die Gioconda", Berlino, Fischer, 1899;  I.
    Salomonson,  "Gioconda. Freurspel", Almelo, Asser, 1899; R. Winge, "La
    Gioconda", Copenaghen, Gyldendal, 1901; A. Symons, "Gioconda", Londra,
    Heinemann, 1902; G. Hrelle, "Gioconda", in Revue de Paris, 1 maggio
    1902 (poi con "La Gloire" e "La Ville morte" (gi  edita  da  Calmann-
    Lvy  nel  1898)  ne "Les victoires mutiles",  Parigi,  Calmann-Lvy,
    1903; F. Villaespesa Martn, "La Gioconda", Madrid, Gonzles, 1906; O.
    Duque Estrada, "Gioconda",  Rio de Janeiro,  Livraria Luso Brasileira,
    1907; I. Rowalski, "Gioconda", Praga, Otto, 1908; Ju. Baltrusajtina N.
    Bronstejna,   "Dziokonda",   Mosca,  Sablin,  1909-1910;  Rad  Antal,
    "Gioconda", Budapest, Lampel, 1922; R. Baeza,  "La Gioconda",  Madrid,
    Comp. Ibero-americana de publicaciones, 1931.

    Anticipazioni  e servizi sulla Gioconda,  recensioni alla prima e alle
    successive rappresentazioni del  dramma  si  possono  reperire  in  A.
    Baldazzi,   "Bibliografia  della  critica  dannunziana  nei  periodici
    italiani dal 1889 al 1938", Roma, Cooperativa Scrittori, 1977, pp.  95
    ss.  Tra gli articoli pi significativi ricordiamo: R.  Barbiera, "La
    Gioconda di Gabriele d 'Annunzio", in L'Illustrazione italiana,  18
    dicembre 1898; E. Tissot, "Le nouveau drame de M. Gabriel d'Annunzio",
    in  L'illustrazione  italiana,  25  dicembre  1898;  Frontespizio  e
    Indice, "Leggendo... La Gioconda, tragedia di Gabriele d 'Annunzio",
    in Gazzetta Letteraria, 31 dicembre 1898; E. Pistelli,  "Omero e La
    Gioconda",  in  Atene  e  Roma,  gennaio-febbraio 1899;  "Fra libri
    vecchi e nuovi. La Gioconda di Gabriele d 'Annunzio",  in Minerva,
    8 gennaio 1899;  G.S.  Gargano,  "La Gioconda",  in La Nazione,  9
    gennaio 1899; A. Conti, "La Gioconda", in Il Marzocco,  22 gennaio
    1899;  F. Salvatori, "La Gioconda", in Roma Letteraria, 25 gennaio
    1899;  G.  Meoni,  "I diritti dell'arte ne La Gioconda di Gabriele d
    'Annunzio",  in Gazzetta Letteraria,  4 febbraio 1899;  R.  Forster,
    "Rassegna letteraria. A proposito della Gioconda",  in Flegrea,  5
    febbraio  1899;   "Ancora  su  La  Gioconda",   in  L'Illustrazione
    italiana, 5 marzo 1899; Gajo, "Duse Zacconi.  La Gioconda",  in Il
    Marzocco, 16 aprile 1899; "La Gioconda di D'Annunzio a Palermo", in
    Il don Chisciotte di Roma,  16 aprile 1899;  R.  Forster,  "La prima
    della Gioconda", in Il Mattino, 16-17 aprile 1899;  Id.,  "Per La
    Gioconda",   in  Il  Mattino,  19-20  aprile  1899;  "Gli  studenti
    palermitani e La Gioconda del D'Annunzio",  in Avanti!,  21 aprile
    1899;  R.  Forster,  "La  Gioconda di Gabriele d 'Annunzio",  in Il
    Mattino,  24-25  aprile  1899;  G.  Cassola,   "La  Gioconda",   in
    Avanti!, 8 maggio 1899; A. Ramorino, "A proposito della Gioconda",
    in Gazzetta Letteraria, 13 maggio 1899; G. Mazzoni, "La Gioconda e
    La Gloria di Gabriele d 'Annunzio",  in Nuova Antologia, 16 maggio
    1899;  G.  Pozza,  "La Gioconda",  in Corriere della  Sera,  27-28
    maggio 1899;  V.  Laschi,  "La Gioconda di D'Annunzio", in Gazzetta
    Letteraria, 17 giugno 1899.

    Studi sul teatro dannunziano in genere e specifici  sulla  "Gioconda":
    M.  Muret,  "La littrature italienne d'aujourd'hui",  Paris,  Perrin,
    1906 (sul teatro  dannunziano,  pp.  90-108);  P.  Flat,  "Figures  du
    thtre contemporain",  Paris, Sansot, 1912 (sulla "Gioconda", pp. 21-
    44; ora ristampato come "Guida a D'Annunzio", Torino, Meynier,  1988);
    L.  Tonelli,  "La  tragedia  di  Gabriele d'Annunzio",  Milano-Napoli-
    Palermo,  Sandron  (1913);  M.   Corsi,   "Le  prime  rappresentazioni
    dannunziane",  Milano,  Treves, 1928 (sulla "Gioconda", pp. 11-30); L.
    Russo,  "Il teatro di Gabriele d'Annunzio",  in Rivista Italiana  del
    Dramma,  15 marzo 1938;  "D'Annunzio e il teatro", numero speciale di
    Sipario, aprile 1938; M. Vincieri,  "Il teatro dannunziano",  Udine,
    Istituto di Edizioni Accademiche,  1940 (sulla "Gioconda", pp. 53-59);
    R.  Lelivre,  "Le thtre dramatique italien en  France":  1855-1940,
    Paris,  Colin,  1959  (sulla "Gioconda",  pp.  213-220);  F.  Piccoli,
    "Diario per una nuova rappresentazione della Gioconda", in Quaderni
    dannunziani, 1959, n. 16-17 (numeri romani); E.  De Michelis,  "Tutto
    D'Annunzio",  Milano,  Feltrinelli,  1960 (sulla "Gioconda",  pp. 188-
    192);  E.  Mariano,  "Il teatro di  Luigi  Pirandello  e  di  Gabriele
    d'Annunzio", (Atti del Convegno Internazionale di Studi Pirandelliani,
    Venezia,  2-5 ottobre 1961), Firenze, Le Monnier, 1967; R. Radice, "La
    vocazione teatrale di Gabriele d'Annunzio",  in  "L'arte  di  Gabriele
    d'Annunzio" (Atti del convegno,  Venezia-Gardone Riviera-Pescara, 7-13
    settembre  1963),  Milano,  Mondadori,   1968;   G.   Albertini,   "La
    scenografia nel teatro dannunziano", in Abruzzo 1, 1963; A. Capasso,
    "Dramma"   e  "Poema  drammatico"  ("Poesia  lirico-drammatica  in  G.
    d'Annunzio"), Roma, Edizioni Aternine, 1964 (sulla "Gioconda", pp. 97-
    143); G.  Destri,  "La poetica drammatica di Gabriele d'Annunzio",  in
    La  Rassegna  della  Letteratura italiana,  gennaio-aprile 1970;  G.
    Brberi Squarotti, "Il gesto improbabile", Palermo,  Flaccovio,  1971;
    G.   Tosi,   "D'Annunzio  dcouvre  Nietzsche",   in  Italianistica,
    settembre-dicembre 1973; M.T. Marabini Moevs,  "Gabriele d 'Annunzio e
    le estetiche di fine secolo",  L'Aquila,  Japadre, 1976; C. Marazzini,
    "Le mani, lo specchio,  la Tentation de Saint-Antoine: classicismo e
    simbolismo nelle tragedie dannunziane",  in Sigma,  1976, n. 1/2; E.
    Mariano,  "Il teatro di D'Annunzio",  in  Quaderni  del  Vittoriale,
    settembre-ottobre 1978;  R. Jacobbi, "Cinque capitoli dannunziani", in
    Rivista italiana di  drammaturgia,  dicembre  1978;  "Il  teatro  di
    D'Annunzio  oggi"  in Quaderni del Vittoriale novembre-dicembre 1980
    (Atti  del  convegno,  Gardone  Riviera,  15-16  settembre  1980):  in
    particolare  le  relazioni  di R.  Jacobbi su "Il teatro di D'Annunzio
    oggi", e di R.  De Monticelli su "Le rappresentazioni dannunziane dopo
    il  1945  in Italia",  in Quaderni del Vittoriale,  gennaio-febbraio
    1982; G. Hrelle, "Notolette dannunziane", a.c. di I. Ciani,  Pescara,
    Centro  Studi  Dannunziani,   1984;  M.  Montinari,  "Nietzsche  e  la
    'dcadence'",  in  "D'Annunzio  e  la  cultura  germanica"  (Atti  del
    convegno,  Pescara, 3-5 maggio 1984), ivi 1984. P. Gibellini, "Logos e
    mythos.  Studi su Gabriele d'Annunzio",  Firenze,  Olschki,  1985;  M.
    Schino,  "La  Duse  contro il teatro del suo tempo",  postfazione a L.
    Rasi, "La Duse", Roma,  Bulzoni,  1986 (su "D'Annunzio,  la Duse e gli
    attori", pp. 212-233).

    Le  parole  di  Mallarm  citate in apertura della nostra introduzione
    sono tratte dalle "Oeuvres compltes", Paris, Gallimard, 1945, p.  312
    (ivi riprese dalla parigina Revue indpendante del gennaio 1887). Le
    lettere  di  D'Annunzio  all'editore  Treves sono ricavate dalla copia
    dattiloscritta conservata nella Biblioteca del Vittoriale;  quelle  di
    Eleonora  Duse  a  D'Annunzio dall'Archivio Privato del Vittoriale (75
    (romano), 1). La lettera di Matilde Serao al poeta  riportata da N.F.
    Cimmino in "Poesia e poetica di Gabriele d'Annunzio", Firenze,  Centro
    internazionale  del  Libro,  1959,  p.  194.  La  citazione  di Pietro
    Gibellini proviene dalla sua  introduzione  alla  "Fedra"  dannunziana
    pubblicata  negli  Oscar  Mondadori,   Milano,  1986.  Per  la  nostra
    introduzione abbiamo tenuto presente,  riguardo a "Pierre  Lous",  il
    vol. di G. Mirandola, Pierre Lous, Milano, Mursia, 1974.

    Le citazioni dalla "Gioconda" sono da G. d'Annunzio, "Tragedie, sogni,
    misteri",  1,  a cura di E.  Bianchetti,  Milano, Mondadori, 1968, pp.
    231-339 (il cui testo  riprodotto nella  presente  edizione);  quelle
    dai taccuini dannunziani da G.  d'A.,  "Altri taccuini",  a cura di E.
    Bianchetti, Milano, Mondadori. 1976.



















    LA GIOCONDA.
    Tragedia (1898)

    "Cosa bella mortal passa, e non d'arte".
    Leonardo da Vinci.

    PER ELEONORA DUSE
    DALLE BELLE MANI.

    Le persone della tragedia.
    LUCIO SETTALA
    LORENZO GADDI
    COSIMO DALBO
    SILVIA SETTALA
    FRANCESCA DONI
    GIOCONDA DIANTI
    LA PICCOLA BEATA
    LA SIRENETTA

    "A Firenze e su la marina di Pisa,
    nel tempo nostro".

    ATTO PRIMO.

    (Una stanza quadrata e calma,  ove la disposizione di  tutte  le  cose
    rivela  la  ricerca di un'armonia singolare,  indica il segreto di una
    rispondenza profonda tra le linee visibili  e  la  qualit  dell'anima
    abitatrice che le scelse e le ama. Tutto intorno sembra ordinato dalle
    mani di una Grazia pensierosa.  L'imagine di una vita dolce e raccolta
    si genera dall'aspetto del luogo.
    Due grandi finestre sono aperte sul giardino sottostante;  pel vano di
    una  si scorge sul campo sereno del cielo il poggio di San Miniato,  e
    la sua chiara basilica,  e il Convento,  e la chiesa del Cronaca,  la
    Bella Villanella, (1) il pi puro vaso della semplicit francescana.
    Una   porta   mette   nell'appartamento   interno;   un'altra  conduce
    all'uscita.  E' il pomeriggio.  Per entrambe le  finestre  entrano  il
    lume, il fiato e la melodia di aprile).

    SCENA PRIMA.

    (Appariscono  su  la soglia della prima porta Silvia Settala e Lorenzo
    Gaddi il vecchio,  avanzandosi l'una  a  fianco  dell'altro,  entrando
    insieme nella freschezza primaverile).

    SILVIA  SETTALA:  Ah,  sia  benedetta la vita!  Per aver sempre tenuta
    accesa una speranza, oggi io posso benedire la vita.
    LORENZO GADDI: La vita nuova, cara Silvia,  buona creatura coraggiosa,
    cos buona e cos forte! La tempesta  passata. Ecco che Lucio ritorna
    a voi,  pieno di riconoscenza e di tenerezza,  dopo tanto male. Sembra
    ch'egli rinasca. Dianzi aveva gli occhi d'un bambino.
    SILVIA SETTALA: Egli ritrova tutta la sua bont,  quando voi gli siete
    accanto. Quando vi dice Maestro, la sua voce si fa cos affettuosa che
    il vostro gran cuore paterno ne deve palpitare.
    LORENZO  GADDI:  Dianzi  aveva  gli occhi medesimi che gli vidi quando
    venne a me la prima volta e io gli misi la creta fra le mani.  I  suoi
    occhi erano attoniti e dolci;  ma fin da quel tempo il suo pollice era
    energico e rivelatore.  Conservo  il  suo  primo  abbozzo.  Pensai  di
    offrirvelo  in  dono il giorno degli sponsali.  Ve lo dar per augurio
    della nuova felicit.
    SILVIA SETTALA: Grazie, maestro.
    LORENZO GADDI: E' una testa di donna coronata di  lauro.  Mi  ricordo:
    era  l una piccola modella mediocre.  Lavorando,  egli la guardava di
    rado. Talvolta pareva assorto, e talvolta ansioso. Gli usc dalle mani
    una specie di maschera confusa,  in  cui  s'intravedeva  non  so  qual
    lineamento eroico.  Rimase per qualche minuto perplesso e scoraggiato,
    e quasi vergognoso, dinanzi alla sua opera,  non osando volgersi a me.
    Ma subitamente,  prima di tralasciare,  con pochi tocchi segn intorno
    alla testa una corona di lauro. Quanto mi piacque! Egli volle coronare
    nella creta il suo sogno inespresso.  La fine della sua giornata fu un
    atto  d'orgoglio  e  di  fede.  Lo  amai da quell'istante,  per quella
    corona.  Io vi dar  l'abbozzo.  Forse,  guardandolo  con  attenzione,
    saprete scoprirvi il volto ardente di Saffo,  quella figura ideale che
    qualche  anno  dopo  egli  seppe  condurre  alla  perfezione   di   un
    capolavoro.
    SILVIA  SETTALA:  (che ascolta avidamente): Sedete,  sedete,  maestro;
    rimanete ancora un poco: vi prego! Sedete qui,  accanto alla finestra.
    Rimanete ancora qualche minuto! Io ho mille cose da dirvi, e non sapr
    dirvene  una.  Vorrei  vincere questo tremito continuo che mi tiene...
    Bisogna comprendere...
    LORENZO GADDI: La gioia vi fa tremare?

    (Egli siede presso la finestra. Silvia, poggiata le reni al davanzale,
    rimane-volta verso di lui;  e il suo viso campeggia nell'aria  cerulea
    dove sfonda il bel poggio religioso).

    SILVIA  SETTALA: Non so se sia la gioia...  A volte tutto quel che fu,
    tutto il male,  tutto il dolore,  e perfino il sangue,  e  perfino  la
    cicatrice,  tutto dilegua, scompare,  cancellato dall'oblio,  nulla.
    A volte tutto quel che fu,  tutto l'orribile peso  della  memoria,  si
    addensa,  si aggrava, si fa compatto e opaco e duro come una muraglia,
    come una roccia che io non debba sormontare giammai... Dianzi,  quando
    voi  parlavate,  quando mi avete offerto quel dono inatteso,  pensavo:
    Ecco, ora prender nelle mie mani quel dono, quel pezzo di creta dove
    egli gett il primo seme del suo sogno come in una zolla  feconda;  io
    lo prender nelle mie mani, andr verso di lui sorridendo, portandogli
    intatta la parte migliore della sua anima e della sua vita;  ed io non
    parler, ed egli riconoscer in me la custode di tutto il suo bene,  e
    mai pi egli vorr partirsi da me, e noi saremo giovini ancora, saremo
    giovini ancora! Cos pensavo;  e il pensiero e l'atto si confondevano
    con una facilit  incredibile.  Le  vostre  parole  trasfiguravano  il
    mondo...  Poi, ecco, un soffio passa, un alito, il pi tenue fiato, un
    nulla, e travolge ogni cosa,  e distrugge ogni illusione;  e l'ansiet
    ritorna, e il timore, e il tremito... Oh aprile!
    (Subitamente ella si volge alla luce, con un largo sospiro).
    Come  turba quest'aria,  che pure  cos limpida!  Tutte le speranze e
    tutte le disperazioni passano nel vento con la polvere dei fiori.
    (Ella si sporge dal davanzale chiamando.)
    Beata! Beata!
    LORENZO GADDI: La piccola  nel giardino?
    SILVIA SETTALA: E' l, che corre tra i rosai.  E' folle d'allegrezza.-
    Beata!  - S' nascosta dietro una siepe,  la monella.  E ride. L'udite
    ridere? Ah,  quando ella ride,  io so quale sia la gioia dei fiori che
    si  riempiono  di  rugiada fino all'orlo del calice.  Cos il suo riso
    fresco mi colma il cuore.
    LORENZO GADDI: Forse anche Lucio l'ascolta, e ne  consolato.
    SILVIA SETTALA:
    (grave e trepida, chinandosi verso il maestro, prendendogli una mano.)
    Voi credete dunque ch'egli  sia  guarito  veramente...  d'ogni  piaga?
    Credete  ch'egli  ritorni  a  me con tutta l'anima sua?  Avete sentito
    questo, vedendolo, parlandogli? Questo vi dice il cuore?
    LORENZO GADDI: M' parso,  dianzi,  ch'egli avesse l'aspetto dell'uomo
    che  ricomincia  a vivere con un senso nuovo della vita.  Colui che ha
    veduto il volto della morte non pu non aver veduto in un baleno anche
    quello della verit.  I suoi occhi sono sbendati.  Egli  vi  riconosce
    intera.
    SILVIA SETTALA: Maestro,  maestro, se voi v'ingannaste, se la speranza
    fosse vana. che sarebbe di me? Ho consumato tutte le forze.
    LORENZO GADDI: E di che temete omai?
    SILVIA SETTALA: Egli ha voluto morire; ma l'altra...  l'altra vive,  e
    la so implacabile.
    LORENZO GADDI: che potrebbe ella omai?
    SILVIA SETTALA: Tutto potrebbe, s'ella fosse ancora amata.
    LORENZO GADDI: Ancora amata? Oltre la morte?
    SILVIA SETTALA: Oltre la morte.  Ah,  comprendete la mia angoscia! Per
    lei egli ha voluto morire,  in un'ora di delirio e di furore.  Pensate
    quanto  egli  dovesse  amarla se il pensiero di me,  se il pensiero di
    Beata non l'ha trattenuto...  Egli  era  dunque,  nell'ora  terribile,
    tutto  intero  la  preda  di  lei sola;  egli era al culmine della sua
    febbre e del suo spasimo,  e il resto del mondo era  abolito.  Pensate
    quanto egli dovesse amarla!
    (La  voce  della  donna   sommessa ma lacerante.  Il vecchio china il
    capo.)
    Ora, chi pu dire quel che sia accaduto in lui, dopo il colpo,  quando
    il  buio  della morte  passato su la sua anima?  S' egli risvegliato
    immemore?  Vede egli un abisso tra la sua vita che si rinnovella e  la
    parte  di  s  che    rimasta  di l da quel buio?  Oppure...  oppure
    l'imagine  risorta dal profondo,  e rimane  su  l'ombra  per  sempre,
    dominatrice, con un rilievo indistruttibile? Dite!
    LORENZO GADDI:
    (perplesso).
    Chi pu dire?
    SILVIA SETTALA:
    (con un accento di dolore.)
    Ah,  ora voi stesso non osate pi consolarmi!  Dunque,  cos? Non v'
    riparo?
    LORENZO GADDI:
    (prendendole le mani.)
    No, no,  Silvia...  Io intendeva: - chi pu dire quali mutamenti porti
    in  una natura come la sua una forza tanto misteriosa?  Tutto annunzia
    in lui l'apparizione di un  nuovo  bene.  Guardatelo  quando  sorride.
    Dianzi,  l,  prima  che  voi vi allontanaste per accompagnarmi fuori,
    quando vi ha baciato queste care mani,  non avete sentito che tutto il
    suo cuore si struggeva di tenerezza e di umilt?
    SILVIA SETTALA:
    (accesa il volto da una tenue fiamma.)
    S,  vero.
    LORENZO GADDI:
    (guardandole le mani.)
    Care,  care  mani,  coraggiose  e  belle,  sicure e belle!  Sono d'una
    straordinaria bellezza le vostre mani,  Silvia.  Se  troppe  volte  il
    dolore  ve  le  ha  congiunte,  anche  ve le ha sublimate,  le ha rese
    perfette. Sono perfette.  Ricordate la donna del Verrocchio,  la Donna
    dal mazzolino, (2) quella dai capelli a grappoli? Ah,  l!
    (Egli s'accorge,  dallo sguardo e dal sorriso di Silvia, che una copia
    del busto  posata su un piccolo armadio in un angolo della stanza.)
    Voi avete dunque  gi  riconosciuta  la  parentela.  Quelle  due  mani
    sembrano  consanguinee  delle  vostre,  sono  della  medesima essenza.
    Vivono,  vero?,  d'una vita cos luminosa,  che il resto della figura
    n' oscurato.
    SILVIA SETTALA:
    (sorridendo.)
    Oh anima sempre giovine!
    LORENZO  GADDI: Quando Lucio riprender il suo lavoro,  dovr il primo
    giorno modellare le vostre mani.  Io ho  un  pezzo  di  marmo  antico,
    trovato negli Orti Oricellari (3).  Glie lo dar,  perch le scolpisca
    in quello e poi le sospenda come un "ex-voto".
    SILVIA SETTALA:
    (a cui passa un'ombra sulla fronte.)
    Credete ch'egli riprender presto il suo lavoro? Lo desidera? Ve ne ha
    parlato?
    LORENZO GADDI: S, dianzi, quando voi non eravate l.
    SILVIA SETTALA: Che vi diceva?
    LORENZO GADDI: Cose vaghe e deliziose,  imaginazioni di convalescente.
    Le conosco. Sono stato anch'io malato. Ora gli sembra d'avere smarrito
    l'arte sua, di non aver pi alcuna potenza, d'essere divenuto estraneo
    alla  bellezza.  Ora  invece  gli  sembra  che  i suoi pollici abbiano
    assunto una virt magica e che a un semplice tocco  le  forme  debbano
    escirgli  dalla  creta  con  la  facilit  dei  sogni...   Ha  qualche
    inquietudine per l'abbandono in cui crede sia rimasto il  suo  studio,
    laggi,  sul Mugnone.  Mi ha pregato d'andare a vedere... Avete voi la
    chiave?
    SILVIA SETTALA:
    (turbata).
    C' il custode.
    LORENZO GADDI: Non siete pi stata laggi, da quando?
    SILVIA SETTALA: Da quando "la cosa" incominci...  Non ho ancora avuto
    il  cuore  di rientrarvi.  Credo che vedrei da per tutto le macchie di
    sangue e troverei da per tutto le tracce di  colei...  Ella    ancora
    padrona laggi. Quel luogo  ancora il suo dominio.
    LORENZO GADDI: Il dominio di una statua.
    SILVIA  SETTALA: No,  no...  Non sapete che una chiave  rimasta nelle
    sue mani? Ella entra l, ancora come una padrona... Ah, ve l'ho detto,
    ve l'ho detto: ella vive, ed  implacabile.
    LORENZO GADDI: Siete sicura ch'ella sia rientrata l,  dopo quel che 
    accaduto?
    SILVIA  SETTALA:  Sono  sicura.  La sua audacia non ha limiti.  Ella 
    senza piet e senza vergogna.
    LORENZO GADDI: Ed egli, Lucio, lo sa?
    SILVIA SETTALA: Non lo sa. Ma,  certo,  egli lo sapr,  o prima o poi.
    Ella trover il modo ch'egli lo sappia.
    LORENZO GADDI: Ma perch questo?
    SILVIA  SETTALA:  Perch ella  implacabile,  perch non rinunzia alle
    sue prede.
    (Una pausa. Il vecchio  pensoso. La voce della donna si fa tremante e
    roca.)
    E la statua... la Sfinge... l'avete voi veduta?
    LORENZO GADDI:
    (dopo avere un poco esitato.)
    S, l'ho veduta.
    SILVIA SETTALA: Fu egli che ve la mostr?
    LORENZO GADDI: S,  un  giorno  dell'ottobre  scorso.  L'aveva  finita
    allora.
    (Una pausa.)
    SILVIA SETTALA:
    (con la voce che le trema e le manca.)
    E' meravigliosa;  vero? Dite!
    LORENZO GADDI: S,  bellissima.
    SILVIA SETTALA: Per l'eternit!
    (una pausa, grave di mille cose indefinite e tuttavia ineluttabili.)
    LA VOCE DI BEATA:
    (dal fondo del giardino.)
    Mamma! Mamma!
    LORENZO GADDI: La piccola vi chiama.
    SILVIA SETTALA:
    (scotendosi, sporgendosi dal davanzale.)
    Beata!...  Ah, ecco: mia sorella Francesca traversa il giardino; viene
    su, con Cosimo Dalbo. Sapete?  Cosimo  tornato dal Cairo;   arrivato
    iersera a Firenze. Lucio sar molto contento di rivederlo.
    LORENZO GADDI:
    (levandosi per accomiatarsi.)
    Dunque addio, cara Silvia: forse a domani.
    SILVIA SETTALA: Rimanete ancora un poco! Mia sorella vorr vedervi.
    LORENZO GADDI: Bisogna ch'io vada. Sono gi in ritardo.
    SILVIA SETTALA: Quando avr il dono che mi avete promesso?
    LORENZO GADDI: Forse domani.
    SILVIA SETTALA: Senza forse,  senza forse. Vi aspetto. Bisogna che voi
    veniate spesso qui, tutti i giorni. La vostra presenza  un gran bene.
    Non mi abbandonate!  Confido in  voi,  maestro.  Ricordatevi  che  una
    minaccia  ancora sul mio capo.
    LORENZO GADDI: Non temete. In alto il cuore!
    SILVIA SETTALA:
    (volgendosi alla porta.)
    Ecco Francesca.

    SCENA SECONDA.

    (Entra  Francesca  Doni  e s'avanza verso la sorella per abbracciarla.
    Cosimo Dalbo,  che la segue,  saluta Lorenzo Gaddi che  sul punto  di
    uscire.)

    FRANCESCA  DONI:  Vedi chi ti conduco?  Ci siamo incontrati davanti al
    cancello. Salute, maestro. Ve ne andate quando io entro?
    (Ella saluta il vecchio.)
    SILVIA SETTALA:
    (tendendo la mano al giovine cordialmente.)
    Bentornato, Dalbo. Vi aspettavamo. Lucio  impaziente di rivedervi.
    COSIMO DALBO:
    (con sollecitudine affettuosa.)
    Come sta, ora? S' levato? E' guarito?
    SILVIA SETTALA: E' in convalescenza: un  poco  debole  ancora;  ma  di
    giorno  in  giorno va riacquistando le forze.  La ferita  interamente
    chiusa.  Lo  vedrete  subito.  Ha  la  visita  del  medico;   vado  ad
    annunziarvi.  Sar una grande gioia per lui.  Mi ha gi chiesto di voi
    pi volte, nella giornata. E' impaziente.
    (Ella si volge a Lorenzo Gaddi.)
    A domani, dunque.
    (Esce con un passo vivo e leggero. La sorella, il maestro e l'amico la
    seguono con gli occhi fino alla soglia.)
    FRANCESCA DONI:
    (con un sorriso carezzevole.)
    Povera Silvia! Sembra, da qualche giorno, che abbia le ali.  Quando la
    guardo,  in  certi  momenti,  mi  sembra che stia per spiccare il volo
    verso la felicit.  E nessuno pi di lei merita d'esser felice;  non 
    vero, maestro? Voi la conoscete.
    LORENZO GADDI: S, ella  veramente quali i vostri occhi di sorella la
    vedono.  Esce dal suo martirio alata. V' in lei una specie di fremito
    incessante.  Lo  sentivo  dianzi,  mentre  le  stavo  vicino.  Ella  
    veramente nello stato di grazia.  Non v' altezza ch'ella non potrebbe
    raggiungere.  Lucio ha nelle sue mani una vita di  fiamma,  una  forza
    infinita.
    FRANCESCA DONI: Siete stato a lungo con lui, oggi?
    LORENZO GADDI: S, qualche ora.
    FRANCESCA DONI: Come lo avete trovato?
    LORENZO GADDI: Traboccante di dolcezza e smarrito.  Voi lo vedrete fra
    poco, Dalbo. La sua sensibilit  pericolosa.  Le persone che lo amano
    possono  fargli  molto  bene  e  molto male.  Una parola lo agita e lo
    sconvolge.  Siate attento ad ogni vostra parola,  voi che lo amate.  A
    rivederci. Bisogna che io vada.
    (Si accomiata dai due, per uscire.)
    FRANCESCA  DONI:  A rivederci,  maestro.  Forse domani vi rivedr qui.
    Spero. Voi avete orrore delle mie scale!
    (Ella accompagna il  vecchio  sino  alla  porta;  quindi  torna  verso
    l'amico.)
    Che  fuoco  d'intelligenza  e di bont,  in quel vecchio!  Quando egli
    entra in una stanza,  sembra che porti un conforto per  tutti.  Chi  
    triste si solleva e chi e lieto s'infervora.
    COSIMO DALBO: E' un animatore;  appartiene alla pi nobile casta degli
    uomini.  La sua opera  una continua  esaltazione  della  vita:    il
    continuo  sforzo  di  comunicare una scintilla,  tanto alle sue statue
    quanto alle creature che egli incontra nel suo cammino.  Lorenzo Gaddi
    mi  par  degno d'una gloria ben pi alta di quella che gli concedono i
    suoi contemporanei.
    FRANCESCA DONI: E' vero,   vero.  Se sapeste di che energia e di  che
    delicatezza ci ha dato prova,  in questa orribile sventura!  Quando la
    cosa avvenne,  mia sorella non era qui: era da nostra madre,  a  Pisa,
    con Beata.  La cosa avvenne nello studio, l, sul Mugnone, verso sera.
    Soltanto il custode ud il colpo.  Com'ebbe scoperta  la  verit,  per
    istinto   corse   ad  avvertire  Lorenzo  Gaddi  prima  d'ogni  altro.
    Nell'angoscia  e  nell'orrore  di  quella  sera  d'inverno,   tra   la
    confusione  e  l'incertezza,  egli solo non si perse mai d'animo,  non
    ebbe mai un attimo di esitanza. Conserv sempre una strana lucidit da
    cui tutti fummo dominati.  Egli solo disponeva: tutti  obbedivamo.  Fu
    egli che volle trasportato il povero Lucio qui nella casa,  moribondo.
    I medici disperavano della salvezza. Egli solo ripeteva,  con una fede
    ostinata: No, non morr, non morr, non pu morire. Io gli credetti.
    Ah  che  notte  eroica,  Dalbo!  E poi l'arrivo di Silvia,  l'annunzio
    ch'egli stesso le diede,  il divieto ch'egli le fece di entrare  nella
    stanza dove un soffio poteva spegnere quel barlume di vita; e la forza
    di  lei,  l'incredibile resistenza di lei alla veglia e al disagio per
    intere settimane,  la  vigilanza  fiera  e  silenziosa  con  cui  ella
    custodiva la soglia come per impedire il passaggio alla morte...
    COSIMO  DALBO:  E  io  ero lontano,  inconsapevole di tutto,  a bearmi
    d'ozio in una barca sul Nilo!  Eppure una specie di  presentimento  mi
    pungeva,  prima di partire. Per ci io tentai ogni mezzo di persuadere
    Lucio ad accompagnarmi nel viaggio che in altri tempi avevamo  sognato
    insieme.  Egli aveva finito in quei giorni la sua statua; e io pensavo
    che nel marmo stupendo fosse la  sua  liberazione.  Mi  rispose:  Non
    ancora! E,  qualche mese dopo,  doveva cercarla nella morte. Ah se io
    non fossi partito, se fossi rimasto al suo fianco,  se fossi stato pi
    fedele,  se  avessi saputo difenderlo contro la nemica,  nulla sarebbe
    forse avvenuto!
    FRANCESCA DONI: Non bisogna rammaricarsi,  se da tanto male pu  venir
    qualche  bene.  Chi  sa  in  quale  tristezza disperata mia sorella si
    sarebbe consunta,  se il fatto violento non l'avesse riunita  a  Lucio
    d'improvviso!  Ma  non  crediate  che la nemica abbia deposto le armi.
    Ella non abbandona il campo...
    COSIMO DALBO: Che? Gioconda Dianti...
    FRANCESCA DONI:
    (facendo il segno del silenzio, abbassando la voce.)
    Non dite quel nome!


    SCENA TERZA.

    (Appare su la soglia Lucio Settala appoggiato al  braccio  di  Silvia,
    pallido  e  scarno,  con gli occhi straordinariamente ingranditi dalla
    sofferenza,  con un sorriso tenue e dolce  che  affina  la  sua  bocca
    voluttuosa.)

    LUCIO SETTALA: Cosimo!
    COSIMO DALBO:
    (volgendosi, accorrendo.)
    oh Lucio, caro, caro amico!
    (Egli  prende  il  convalescente fra le sue braccia;  mentre Silvia si
    trae in disparte,  si avvicina alla sorella ed esce  con  lei,  piano,
    soffermandosi a guardare l'amato prima di scomparire.)
    Tu sei guarito;   vero?  Tu non soffri pi;   vero?  Ti trovo un po'
    pallido, un po' dimagrato, ma non troppo... Hai l'aria che avevi certe
    volte uscendo da un periodo di lavoro febrile,  quando rimanevi dodici
    ore al giorno dinanzi alla tua creta, divorato dalla grande fiamma. Ti
    ricordi?
    LUCIO SETTALA:
    (smarrito,  girando  lo  sguardo per vedere se Silvia sia ancora nella
    stanza.)
    S, s...
    COSIMO DALBO: Anche allora gli occhi ti s'ingrandivano...
    LUCIO SETTALA:
    (con una inquietudine indefinibile, quasi infantile.)
    E Silvia? Dov' andata Silvia? Non era qui anche Francesca?
    COSIMO DALBO: Ci hanno lasciati soli.
    LUCIO SETTALA: Perch? Ella crede, forse... No,  io non ti dir nulla,
    io non so pi nulla.  Tu sai, forse. Io no; non mi ricordo, non voglio
    ricordarmi pi... Dimmi di te! Dimmi di te! E' bello il Deserto?
    (Egli parla in una maniera singolare,  come trasognando,  con un misto
    di agitazione e di stupore.)
    COSIMO  DALBO:  Ti  dir.  Ma  bisogna  che  tu  non ti affatichi.  Ti
    racconter tutto il mio pellegrinaggio; verr da te ogni giorno, se mi
    vuoi;  rimarr con te quanto ti piacer,  ma senza che tu ti  stanchi.
    Siedi qui...
    LUCIO SETTALA:
    (sorridendo.)
    Tu credi che io sia tanto debole?
    COSIMO DALBO
    No; tu stai gi bene, ma  meglio che tu non ti stanchi. Siedi qui...
    (Lo  fa  sedere  presso  la  finestra;  guarda  la  collina  disegnata
    puramente sul cielo d'aprile.)
    Ah,  mio caro,  cose meravigliose hanno mirato i miei  occhi  e  hanno
    bevuto una luce al cui paragone anche questa sembra smorta; ma, quando
    rivedo una semplice linea come quella l (guarda l San Miniato!),  mi
    sembra di ritrovar tutto me  stesso  dopo  un  intervallo  di  errore.
    Guarda  l  il  poggio  benedetto!   La  piramide  di  Chope  non  fa
    dimenticare la Bella Villanella;  e pi d'una volta,  nei giardini  di
    Koubbeh  (4)  di  Gizeh (5) serbatoi di miele,  masticando un grano di
    resina,  ho pensato a uno svelto cipresso toscano  sul  limite  di  un
    oliveto magro.
    LUCIO SETTALA:
    (socchiudendo gli occhi sotto l'alito primaverile.)
    Si  sta  bene qui;   vero?  C' un odore di violette...  C' forse un
    mazzo di violette nella stanza?  Silvia ne mette da per  tutto,  anche
    sotto il mio guanciale.
    COSIMO  DALBO:  Sai?  Ti  ho portato,  tra le pagine di un Corano,  le
    violette del Deserto.  Le  ho  colte  nel  giardino  di  un  monastero
    persiano,  in vicinanza della Tebaide, (6) ai fianchi del Mokattam (7)
    su un'altura di sabbia. L, in una caverna scavata nel monte,  coperta
    di  tappeti  e  di cuscini,  i monaci offrono al visitatore un t d'un
    sapore speciale, il t arabo, profumato di violette.
    LUCIO SETTALA: E tu me le hai  portate,  sepolte  nel  libro!  Tu  eri
    felice quando le coglievi, laggi; e io avrei potuto esser teco.
    COSIMO DALBO: Tutto era oblio,  laggi.  Salivo per una lunga scala di
    pietra,  diritta,  che conduce dal piede della montagna alla porta dei
    Bectaschiti.  Il  Deserto era intorno: una immensa aridit allucinante
    dove soli vivevano il palpito del vento e il tremolio del calore.  Non
    distinguevo  qua  e  l,  tra  le  dune,  se non le pietre bianche dei
    cimiteri arabi.  Udivo i gridi degli sparvieri,  altissimi nel  cielo.
    Guardavo  sul Nilo passare a torme le barche dalle grandi vele latine,
    bianche, lente,  di continuo,  di continuo,  come fiocca la neve.  E a
    poco  a  poco  mi  rapiva  un'estasi  che  tu  non  puoi  ancora  aver
    conosciuto: l'estasi della luce.
    LUCIO SETTALA:
    (con una voce che pare lontana.)
    E io avrei potuto esser teco, oziare, obliare, sognare,  inebriarmi di
    luce.  Tu hai navigato sul Nilo,   vero?, in una vecchia barca carica
    di otri, di sacchi e di gabbie. Tu sei disceso in un'isola verso sera;
    tu eri vestito di lana bianca;  tu avevi sete;  tu ti sei dissetato  a
    una sorgente;  tu hai camminato a piedi nudi su i fiori; e l'odore era
    cos forte che ti pareva di non aver pi  fame.  Ah,  ho  pensato,  ho
    sentito  queste  cose,  dal  mio  guanciale...  E anche pel Deserto ti
    seguivo,  quando la febbre era pi alta:  per  un  deserto  di  sabbie
    rosse, tutto seminato di pietre brillanti che si sfaldavano crepitando
    come i sarmenti al fuoco.
    (Una  pausa.  Egli  si  solleva  un poco,  interrogando con un accento
    chiaro, ad occhi aperti.)
    E la Sfinge?
    COSIMO DALBO: La prima volta la vidi di notte,  al lume delle  stelle,
    sprofondata nella sabbia che conservava ancora l'impronta violenta dei
    turbini. Soltanto la faccia e la groppa emergevano da quella specie di
    gorgo placato,  la forma umana e la bestiale.  La faccia, dove l'ombra
    nascondeva le mutilazioni,  in quell'ora mi parve  bellissima:  calma,
    augusta e cerulea come la notte,  quasi mite!  Non v', Lucio, cosa al
    mondo che sia pi sola di quella;  ma la mia anima era come dinanzi  a
    moltitudini  che dormissero e su le cui ciglia cadesse la rugiada.  La
    rividi, poi, di giorno. La faccia era bestiale come la groppa; il naso
    e le gote erano corrosi; il fimo degli uccelli bruttava le bende.  Era
    il  pesante  mostro  senz'ali  imaginato  dagli scavatori di sepolcri,
    dagli imbalsamatori di cadaveri. E mi riapparve nel sole la tua Sfinge
    imperiosa e pura che porta le ali imprigionate vive negli omeri.
    LUCIO SETTALA:
    (con una commozione subitanea.)
    La mia statua? Tu parli della mia statua? Tu la vedesti,  vero, prima
    di partire; e ti sembr bella.
    (Egli guarda inquieto verso la porta, per tema che Silvia possa udire;
    e abbassa la voce.)
    Ti sembr bella;  vero?
    COSIMO DALBO: Bellissima.
    (Lucio si copre gli occhi con ambo le palme e resta per alcuni  attimi
    intento come per evocare una visione nell'oscurit.)
    LUCIO SETTALA:
    (scoprendosi.)
    Non  la  vedo  pi.  Mi  sfugge.  Appare  e dispare come in un baleno,
    confusa. Se l'avessi ora qui davanti,  mi parrebbe nuova;  gitterei un
    grido. Io l'ho scolpita, con queste mie mani?
    (Egli si guarda le mani affilate e sensitive.  Un'agitazione crescente
    lo invade.)
    Non so pi,  non so pi.  Nella prima febbre,  quando avevo ancora  il
    piombo nella carne e il rombo continuo della morte su l'anima perduta,
    la vedevo diritta a pi del letto,  accesa come una torcia, come se io
    medesimo l'avessi plasmata in una materia incandescente.  Cos per pi
    giorni  e  per  pi  notti  io  la  vidi,  a traverso le mie palpebre.
    S'accendeva con la mia febbre. Quando i miei polsi bruciavano, ella si
    faceva di fiamma.  Pareva che salisse e ribollisse  in  lei  tutto  il
    sangue versato ai suoi piedi...
    COSIMO DALBO:
    (inquieto, guardando anch'egli verso la porta per lo stesso timore.)
    Lucio,  Lucio,  tu  dicevi  dianzi  che non sapevi pi nulla,  che non
    volevi ricordarti pi di nulla... Lucio!
    (Egli scuote dolcemente l'amico che  rimasto fisso.)
    LUCIO SETTALA:
    (riprendendosi.)
    Non temere. Tutto  laggi,  lontano,  in fondo al mare.  Anch'essa la
    statua  sommersa con l'altre cose,  dopo il naufragio. Per ci io non
    la vedo se non in confuso, a traverso le alte acque.)
    COSIMO DALBO: Ella sola sar salvata vivr in eterno;  e tanto  dolore
    non sar stato sofferto invano,  tanto male non sar stato inutile, se
    ancora una cosa bella si aggiunger all'ornamento della vita.
    LUCIO SETTALA:
    (sorridendo ancora del suo sorriso tenue e parlando con  la  sua  voce
    lontana.)
    E'  vero.  Io  penso qualche volta alla sorte di colui che naufrag in
    una tempesta con tutto il suo carico.  In  una  giornata  serena  come
    oggi, egli prese una barca e una rete; e torn sul luogo del naufragio
    con  la  speranza  di  trarre  dal fondo qualche cosa.  E,  dopo molta
    fatica, trasse a riva una statua.  E la statua era cos bella che,  al
    rivederla,  egli  pianse di gioia;  e si sedette su la riva del mare a
    contemplarla,  e fu pago di quel bene,  e non volle altro cercare;  "e
    obli tutto il resto".
    (Egli si leva, quasi con impeto.)
    Perch Silvia non torna pi?
    (Ascolta.)
    Chi  ride?  Ah,    Beata nel giardino.  Guarda!  San Miniato  d'oro:
    sfolgora. C' una luce pi gloriosa a Tebe? (8)
    COSIMO DALBO: L'estasi della  luce!  Te  l'ho  detto:  tu  non  potrai
    conoscerla  altrove.  Cerchi,  ghirlande,  rote,  rose  di  splendori,
    innumerabili faville...  I versi del "Paradiso" tornano alla  memoria.
    Solo  Dante  ha  trovato  le parole abbaglianti.  In certe ore il Nilo
    diventa la fiumana  dei  topazii,  il  miro  gurge.  Come  un  sasso
    nell'acqua,  un  gesto nell'aria suscita mille e mille onde.  Tutte le
    cose nuotano nella luce;  tutte le foglie ne stillano.  Le  donne  che
    passano  lungo  il fiume con gli otri riempiuti fiammeggiano veramente
    come le milizie angeliche nella Cantica,  distinte  e  di  fulgore  e
    d'arte.
    (Lucio,  avendo scoperto su una tavola il mazzo di violette, lo prende
    e vi affonda quasi il viso per aspirarne l'odore.)
    LUCIO SETTALA:
    (tenendo ancora il mazzo alle nari  e  socchiudendo  gli  occhi  nella
    delizia.)
    Sono belle le donne del Nilo?
    COSIMO  DALBO:  Talune,  le  adolescenti,  hanno corpi d'una purezza e
    d'una eleganza stupende.  Tu che  prediligi  le  musculature  agili  e
    salde,  una  certa  acerbit  nelle forme,  le gambe lunghe e nervose,
    troveresti l  qualche  modella  incomparabile.  Quante  volte  ti  ho
    invocato!  Nell'isola  d'Elefantina  (9) avevo un'amica di quattordici
    anni: una fanciulla dorata come un dattero, magra, svelta, arida,  con
    le  reni  forti  e  arcate,  le  gambe  diritte e potenti,  i ginocchi
    perfetti - cosa rarissima, come tu sai. Su tutta quella magrezza dura,
    che dava imagine d'un'arme da lancio  precisa  e  fine,  tre  cose  mi
    seducevano  con una grazia infinitamente molle: la bocca,  l'ombra dei
    cigli,  l'estremit delle dita.  Ella s'intrecciava i capelli  con  le
    dita ch'erano rosse all'estremit come petali intinti nella porpora; e
    guardarla in quell'atto,  su la soglia della casa bianca, era la gioia
    dei miei mattini.  Avrei voluto portartela con le statuette,  con  gli
    scarabei,  con le stoffe,  col tabacco, con i profumi, con le armi. Ma
    t'ho portato un bell'arco,  che  ho  comperato  ad  Assuan  e  che  le
    somiglia un poco.
    LUCIO SETTALA:
    (con un lieve turbamento, rovesciando indietro il capo.)
    Doveva essere un creatura deliziosa!
    COSIMO DALBO: Deliziosa e inoffensiva. Ella somigliava a un bell'arco,
    ma le sue frecce non erano avvelenate.
    LUCIO SETTALA: Tu l'amavi?
    COSIMO DALBO: Come amo il mio cavallo e il mio cane.
    LUCIO  SETTALA:  Ah,  tu  eri felice laggi;  la tua vita era facile e
    leggera.  Era dunque l'isola  d'Elefantina  quella  dove  io  ti  vidi
    approdare,  nel sogno.  Avrei potuto esser teco! Ma io andr, partir.
    Non desideri di ritornarvi?  Io avr una casa bianca sul Nilo: far le
    mie statue col limo del fiume e le alzer in quella tua luce che me le
    convertir in oro... Silvia! Silvia!
    (Egli  chiama  verso  la  porta,   come  assalito  da  una  impazienza
    repentina, da una volont ansiosa di vivere.)
    Sar troppo tardi?
    COSIMO DALBO: E' troppo tardi. Sopraggiunge la grande estate.
    LUCIO SETTALA: Che importa? Io amo l'estate,  il calore,  anche l'afa.
    Tutti  i  melagrani  saranno  fioriti  nei  giardini,  e qualche volta
    piover, verranno gi nell'afa quelle gocce larghe e tiepide che fanno
    sospirare di volutt la terra...
    COSIMO DALBO: Ma il Khamsin? (10) quando tutto il Deserto si sollever
    contro il Sole?
    (Silvia appare su la soglia, sorridendo, con tutta la persona mossa da
    una visibile animazione.  Ella ha mutato abito:  vestita d'un  colore
    pi  chiaro,  primaverile;  e  porta  fra  le  mani  un  mazzo di rose
    fresche.)
    SILVIA SETTALA: Che dite,  Dalbo,  contro  il  Sole?  M'hai  chiamata,
    Lucio?
    LUCIO SETTALA:
    (ripreso da una specie di timidit inquieta,  come d'uomo che abbia il
    bisogno di abbandonarsi e non osi.)
    S,  ti ho chiamata,  perch non ti vedevo pi  tornare...  Cosimo  mi
    raccontava tante cose belle,  del suo viaggio.  Volevo che anche tu le
    udissi.
    (Egli guarda la moglie con occhi attoniti,  come se scoprisse  in  lei
    una grazia nuova.)
    Stavi per uscire?
    SILVIA SETTALA:
    (arrossendo un poco.)
    Ah, tu guardi il mio abito. L'ho messo per provarlo, giacch Francesca
    era  l...  Mia  sorella  vi  fa le sue scuse a entrambi,  per essersi
    partita senza venire a salutarvi.  Aveva fretta:  l'aspettano  i  suoi
    bambini. Spera, Dalbo, che voi andiate presto a vederla.
    (Ella depone su una tavola il mazzo di rose.)
    Pranzate con noi, stasera?
    COSIMO DALBO: Grazie. Stasera non posso. Mia madre mi tiene.
    SILVIA SETTALA: E' giusto. Domani, allora?
    COSIMO DALBO: Domani. Ti porter, Lucio, i miei doni.
    LUCIO SETTALA:
    (con una curiosit infantile.)
    S, s, portali, portali!
    SILVIA SETTALA:
    (sorridendo con un'aria misteriosa.)
    Anch'io domani avr un dono.
    LUCIO SETTALA: Da chi?
    SILVIA SETTALA: Dal maestro.
    LUCIO SETTALA: Che dono?
    SILVIA SETTALA: Vedrai.
    LUCIO SETTALA:
    (con un moto d'allegrezza.)
    Tu  anche  vedrai  quante  belle  cose  mi  ha portate Cosimo: stoffe,
    profumi, armi, scarabei...
    COSIMO DALBO: Amuleti contro ogni male, talismani per la felicit. Sul
    Gebel-el-Tair,  (11) in un convento copto,  ho trovato il pi virtuoso
    degli  scarabei.  Il  monaco  mi narr una lunga storia di un cenobita
    che,  al tempo delle prime persecuzioni,  essendosi  rifugiato  in  un
    ipogeo,  vi  trov  una  mummia  e  la trasse fuori dal suo viluppo di
    balsami e la rianim.  E la  mummia  risuscitata  con  le  sue  labbra
    dipinte  gli  fece il racconto della sua antica vita,  ch'era stata un
    tessuto di felicit. Infine, come il cenobita voleva convertirla, ella
    prefer di ricoricarsi nei suoi balsami; ma prima gli don lo scarabeo
    preservatore.  Dirvi l'uso che ne fu fatto dal solitario e le  vicende
    per  cui scese a traverso i secoli nelle mani del buon copto,  sarebbe
    troppo lungo.  Certo,  non ve n' in tutto l'Egitto uno pi  virtuoso.
    Eccolo. Ve l'offro; l'offro a entrambi.
    (Egli presenta l'amuleto a Silvia, che l'osserva attentamente e poi lo
    porge a Lucio, con un baleno negli occhi.)
    SILVIA  SETTALA:  Com'  azzurro!  E'  pi  splendido  d'una turchese.
    Guarda.
    COSIMO DALBO: Il copto mi disse: Piccolo come una gemma,  grande come
    un destino!
    (Lucio  volge  la  pietra mistica tra le dita che gli tremano un poco,
    smarritamente.)
    E addio, a domani. Bene vi sia! Felice sera!
    SILVIA SETTALA: scegliendo dal mazzo una rosa e offrendogliela.
    Ecco una rosa fresca in cambio dell'amuleto. Portatela a vostra madre.
    COSIMO D'ALBO: Grazie. A domani.
    (Rinnovati i saluti, esce.)


    SCENA QUARTA.

    (Lucio Settala sorride con timidezza,  volgendo ancora fra le dita  lo
    scarabeo;  mentre  Silvia  mette le rose in una coppa.  Entrambi,  nel
    silenzio,  sentono palpitare i loro cuori ansiosi.  Il sole declinante
    indora la stanza. Pel vano delle finestre appare il cielo impallidito;
    San Miniato splende su l'altura; l'aria  dolce, senza mutamento.)

    LUCIO SETTALA:
    (guardando all'aria, in ascolto, sommesso.)
    C' un'ape nella stanza.
    SILVIA SETTALA:
    (sollevando la faccia.)
    Un'ape?
    LUCIO SETTALA: S. Non senti?
    (Entrambi tendono l'orecchio al murmure.)
    SILVIA SETTALA: E' vero.
    LUCIO SETTALA: Forse l'hai portata tu, con le rose.
    SILVIA SETTALA: Queste le ha colte Beata...
    LUCIO SETTALA: L'ho sentita ridere dianzi, gi nel giardino.
    SILVIA SETTALA: Com' felice d'essere ritornata nella sua casa!
    LUCIO SETTALA: Fu bene allontanarla allora...
    SILVIA  SETTALA:  S' fatta pi bella e pi forte,  per aver respirato
    l'odore dei pini.  Come dev'esser buona la primavera a  Bocca  d'Arno!
    Non vorresti andare l, un poco?
    LUCIO SETTALA: L, al mare... Ti piacerebbe?
    (La voce d'entrambi  alterata da un lieve tremito.)
    SILVIA SETTALA: Passare l una primavera,  stato sempre il mio sogno.
    LUCIO SETTALA:
    (soffocato dalla commozione.)
    Il tuo sogno  il mio, Silvia.
    (L'amuleto gli cade dalle mani.)
    SILVIA SETTALA:
    (chinandosi vivamente a raccoglierlo.)
    Ah,  l'hai lasciato cadere!  Si direbbe un cattivo presagio... Guarda.
    Lo metto sul capo di Beata.  Piccolo come una gemma,  grande come  un
    destino!
    (Ella depone l'amuleto sul mazzo di rose, delicatamente.)
    LUCIO SETTALA:
    (tendendo le mani verso di lei, come ad implorare.)
    Silvia! Silvia:!
    SILVIA SETTALA:
    (accorrendo.)
    Ti  senti male?  Diventi pi pallido...  Ah,  ti sei troppo affaticato
    oggi,  sei  troppo  stanco.  Siedi  qui,  siedi.   Vuoi  un  sorso  di
    quell'elisire? Ti senti venir meno? Di'!
    LUCIO SETTALA:
    (prendendole le mani, con un impeto di amore.)
    No,  no,  Silvia;  non mi sono mai sentito cos bene...  Tu, tu siedi,
    siedi qui; e io ai tuoi piedi, finalmente, con tutta l'anima mia,  per
    adorarti, per adorarti!
    (Ella  si  lascia cadere sul divano ed gli in ginocchio dinanzi a lei.
    Ella  tutta sconvolta e tremante,  e pone le mani su le labbra di lui
    come per impedirgli di parlare.  Le passano cos tra le dita l'alito e
    le parole.)
    Finalmente!  Era come una piena che veniva di lontano,  una  piena  di
    tutte  le cose belle e di tutte le cose buone che tu hai versate su la
    mia vita da che mi ami; e n'avevo il cuore gonfio,  ah cos gonfio che
    dianzi  vacillavo  sotto  il  peso  e mancavo e morivo d'ambascia e di
    dolcezza, perch non osavo dire...
    SILVIA SETTALA:
    (bianca in viso, con la voce spenta.)
    Non dire, non dir pi!
    LUCIO SETTALA: Ascoltami,  ascoltami.  Tutte le pene che hai sofferte,
    le ferite che hai ricevute senza un grido,  le lacrime che nascondesti
    perch io non avessi onta e rimorso,  i sorrisi di cui velavi  le  tue
    agonie,  l'infinita  piet  pel  mio  errore,  il coraggio invincibile
    dinanzi alla morte,  la lotta affannosa per la mia vita,  la  speranza
    tenuta   sempre  accesa  al  mio  capezzale,   le  veglie,   le  cure,
    l'incessante palpito, l'attesa, il silenzio, la gioia,  tutto quel che
    v' di profondo,  tutto quel che v' di dolce e d'eroico in te,  tutto
    io conosco, tutto io so, cara, cara anima; e, se la violenza  valsa a
    spezzare un giogo, se il sangue  valso a riscattarmi,  (oh,  lasciami
    dire!)  io  benedico  la  sera  e  l'ora che mi portarono moribondo in
    questa casa del tuo martirio e della tua fede  per  ricevere  un'altra
    volta  dalle  tue  mani  - da queste divine mani che tremano - il dono
    della vita.
    (Egli preme la sua bocca convulsa nelle  palme  di  lei;  ed  ella  lo
    guarda  a  traverso il pianto che le impregna le ciglia,  trasfigurata
    dalla felicit improvvisa.)
    SILVIA SETTALA:
    (con la voce spenta e rotta.)
    Non dire,  non dir pi!  Il cuore  non  regge...  Tu  mi  soffochi  di
    gioia... Una sola parola io attendeva da te, una sola, null'altro; e a
    un  tratto  tu  m'inondi d'amore,  tu mi riempii tutte le vene,  tu mi
    sollevi oltre la speranza,  tu trapassi il mio sogno,  tu  mi  dai  la
    felicit  che  sopra ogni attesa...  Ah che dicevi tu delle mie pene?
    Che  mai il dolore patito,  che  mai il silenzio costretto,  e che 
    una lacrima,  e che  un sorriso,  al confronto di questa piena che mi
    trasporta? Sento che pi tardi, per te, per te, mi rammaricher di non
    avere a bastanza sofferto... Forse non ho toccato il fondo del dolore,
    ma so che ho toccato ora la cima della felicit.
    (Ella accarezza perdutamente il capo di lui che   abbandonato  su  le
    sue ginocchia.)
    Alzati!  Alzati!  Vieni pi vicino al mio cuore, riposati sopra di me,
    abbandonati alla mia tenerezza,  premi le mie mani su le tue palpebre,
    taci,  sogna,  raccogli  le  forze profonde della tua vita.  Ah non me
    soltanto tu dovresti amare, non me soltanto,  ma l'amore che io ho per
    te: amare questo mio amore! Io non sono bella, non sono degna dei tuoi
    occhi,  sono  una  umile  creatura  nell'ombra;  ma  il  mio  amore  
    meraviglioso,  in alto in alto,   solo,   sicuro come il giorno,  
    pi  forte  della morte,   capace d'un prodigio: ti dar quel che gli
    chiederai. Tu potrai chiedergli anche quel che non fu sperato mai.
    (Ella lo attira verso il suo cuore sollevandogli il capo.  Egli  tiene
    gli  occhi  chiusi  e  le  labbra  strette,  pallidissimo,  inebriato,
    estenuato.)
    Alzati! Alzati!  Vieni pi vicino al mio cuore;  riposati sopra di me.
    Non  senti che puoi abbandonarti?  che nulla al mondo  pi sicuro del
    mio petto? che sempre lo troverai? Ah, io ho pensato qualche volta che
    questa certezza potesse inebriarti come la gloria...
    (Standole egli dinanzi col volto levato,  ella con ambe  le  mani  gli
    solca i capelli per discoprirgli la fronte intiera.)
    Bella  fronte possente,  segnata,  benedetta!  Che tutti i germi della
    Primavera s'aprano nei tuoi pensieri nuovi!
    (Tremante ella vi preme le labbra.  Muto egli tende le  braccia  verso
    l'invocatrice. Il tramonto sembra un'aurora.)










    ATTO SECONDO.

    (La medesima stanza,  la medesima ora. Appare per le finestre un cielo
    ingombro e mutevole.)


    SCENA PRIMA.

    (Cosimo Dalbo  seduto presso una  tavola  su  cui  poggia  il  gomito
    sostenendo con la palma la tempia, grave e pensieroso. Lucio Settala e
    in piedi,  irrequieto, sconvolto: si muove incertamente per la stanza,
    cedendo all'angoscia che lo preme.

    LUCIO SETTALA: S,  voglio  dirtelo...  Perch  dovrei  nascondere  la
    Verit? A te! M' giunta una lettera, l'ho aperta, l'ho letta...
    COSIMO DALBO: Della Gioconda?
    LUCIO SETTALA: Di lei.
    COSIMO DALBO: D'amore?
    LUCIO SETTALA: Mi bruciava le dita...
    COSIMO DALBO: Ebbene?
    (Esita. L'emozione gli altera la voce.)
    Tu l'ami ancora?
    LUCIO SETTALA:
    (con un sussulto di paura.)
    No, no, no...
    COSIMO DALBO:
    (guardandolo in fondo agli occhi.)
    Non l'ami pi?
    LUCIO SETTALA:
    (supplichevole.)
    Oh, non mi torturare! Soffro.
    COSIMO DALBO: Ma che cosa dunque ti turba? Una pausa.
    LUCIO SETTALA: Ogni giorno, all'ora ch'io so, ella m'attende l, a pi
    della statua, sola.
    (Un'altra  pausa.  I  due uomini sembra che considerino davanti a loro
    qualche cosa di vivente e di forte,  una Volont,  evocata  da  quelle
    parole brevi.)
    COSIMO  DALBO:  Ella  ti  attende!  Dove?  Nel  tuo  studio!  Come pu
    entrarvi?
    LUCIO SETTALA: Ha una chiave: quella di allora.
    COSIMO DALBO: Ti attende!  Crede,  vuole dunque che tu  le  appartenga
    ancora.
    LUCIO SETTALA: Tu lo dici.
    COSIMO DALBO: E che farai?
    LUCIO SETTALA: Che far?
    (Una pausa.)
    COSIMO DALBO: Tu vibri come una fiamma.
    LUCIO SETTALA: Soffro.
    COSIMO DALBO: Ardi
    LUCIO SETTALA:
    (con veemenza.)
    no.
    COSIMO DALBO: Ascolta. Ella  terribile. Non si lotta contro di lei se
    non  da  lontano.  Per ci io volevo trascinarti meco,  oltremare.  Tu
    preferisti al mare la morte.  Un'altra (tu sai chi,  e il cuore ti  si
    fende) un'altra ti ha strappato alla morte.  E tu non puoi vivere omai
    se non per questa.
    LUCIO SETTALA: E' vero.
    COSIMO DALBO: Bisogna partire, fuggire.
    LUCIO SETTALA: Per sempre?
    COSIMO DALBO: Per qualche tempo.
    LUCIO SETTALA: Ella mi aspetter.
    COSIMO DALBO: Tu sarai pi forte.
    LUCIO  SETTALA:  Il  suo  potere  sar  cresciuto.   Ella   avr   pi
    profondamente  impregnato  di s il luogo che m' caro per l'opera che
    vi fu compita.  Io la vedr di lontano come la custode di  una  statua
    ove pass il pi vivo baleno dell'anima mia.
    COSIMO DALBO: Tu l'ami!
    LUCIO SETTALA:
    (disperato.)
    No,  non l'amo.  Ma pensa: ella sar sempre la pi forte; ella sa quel
    che mi vince e quel che mi lega; ella s' armata d'un fascino a cui io
    non potr sottrarre la mia anima se non strappandola  dal  mio  cuore.
    Debbo io tentare un'altra volta?
    COSIMO DALBO: Ah, tu deliri!
    LUCIO  SETTALA:  Il luogo dove ho sognato,  dove ho lavorato,  dove ho
    pianto di gioia, dove ho chiamata la gloria,  dove ho veduta la morte,
      la  sua  conquista.  Ella  sa  che  io  non  potr starne lontano o
    rinunziarvi,  che la parte  pi  preziosa  della  mia  sostanza    l
    diffusa; ed ella m'attende, sicura.
    COSIMO DALBO: Ma esercita dunque ella un diritto inviolabile?  Nessuno
    potr vietarle quella soglia?
    LUCIO SETTALA:
    (con una emozione profonda.)
    Farla scacciare?
    COSIMO DALBO: No; ma vi pu essere un modo meno duro, il pi semplice:
    richiederle quella chiave ch'ella non ha alcun diritto di conservare.
    LUCIO SETTALA: E chi la richiederebbe?
    COSIMO DALBO: Qualcuno di noi,  io stesso,  rispettosamente,  in  nome
    della necessit.
    LUCIO SETTALA: Ella rifiuter, considerandoti come un estraneo.
    COSIMO DALBO: Tu stesso, allora.
    LUCIO SETTALA: Io? Andando dinanzi a lei?
    COSIMO DALBO: No; scrivendole.
    (Una pausa.)
    LUCIO SETTALA:
    (Con l'accento dell'assoluta impossibilit.)
    Non posso. E tutto sarebbe vano.
    COSIMO   DALBO:  Ma  v'  un  altro  modo:  abbandonare  quella  casa,
    sgomberarla, vuotarla di tutto, trasportare tutto altrove. Tu eviterai
    cos anche la tristezza intollerabile del ricordo...  Come  non  senti
    che il cambiamento  necessario,  se la tua vita si rinnova, perch la
    compagna che hai ritrovata possa assistere al tuo lavoro?  Soffriresti
    tu  ch'ella  si sedesse l dove l'altra si distese?  ch'ella avesse di
    continuo negli occhi la visione dell'orribile sera?
    LUCIO SETTALA:
    (sorridendo scorato e amaro.)
    Ebbene s,  hai ragione: cambieremo,  andremo altrove,  sceglieremo un
    bel  luogo  solitario,  toglieremo  la  polvere  dalle  vecchie  cose,
    apriremo tutte le finestre,  faremo entrare  l'aria  pura,  avremo  un
    cumulo  di  creta,  un  blocco  di  marmo,  alzeremo un monumento alla
    Libert.
    (S'interrompe. La sua voce si fa singolarmente calma.)
    Una mattina la Gioconda batter alla nuova porta;  io le aprir;  ella
    entrer; senza meraviglia io le dir: Benvenuta.
    (Egli non contiene pi l'amarezza.)
    Ah,  ma  tu sembri un fanciullo!  Tutto per te si riduce a una chiave.
    Chiama dunque un fabbro, fa mutare la toppa; e m'avrai salvato.
    COSIMO DALBO:
    (con dolcezza e tristezza.)
    Non t'adirare.  Da principio credevo che tu dovessi soltanto liberarti
    d'una importuna. Riconosco, ora, che il mio consiglio era puerile.
    LUCIO SETTALA:
    (implorando.)
    Cosimo, amico mio, fa di comprendere!
    COSIMO DALBO: Comprendo; ma tu neghi.
    LUCIO SETTALA:
    (lasciandosi di nuovo trasportare.)
    Non nego, non nego. Vuoi tu ch'io ti gridi che l'amo?
    (Si smarrisce, si guarda d'intorno sbigottito. Si passa una mano su la
    fronte, con un gesto di sofferenza. Abbassa la voce.)
    Bisognava lasciarmi morire.  Pensa: se io che ero ebro di vita,  se io
    che ero frenetico di forza e d'orgoglio,  se io volli morire,   certo
    che  riconobbi  una necessit ineluttabile.  Non potendo vivere n con
    lei n senza di lei,  risolsi di partirmi dal  mondo.  Pensa:  io  che
    consideravo il mondo come il mio giardino e che avevo tutte le avidit
    dinanzi  a  tutte  le  bellezze!  E'  certo  dunque  che riconobbi una
    necessit ineluttabile, un fato di ferro. Bisognava lasciarmi morire.
    COSIMO DALBO: Tu disconosci ora la santit d'un miracolo, crudelmente.
    LUCIO SETTALA: Non sono crudele.  Per orrore delle crudelt a  cui  mi
    trascinava  la violenza del male,  per non calpestare una virt che mi
    pareva pi che umana,  per  non  poter  sostenere  la  dolcezza  d'una
    piccola  voce inconsapevole che interrogava,  per impedire a me stesso
    il peggio,  comprendi?,  per  questo  mi  risolsi.  E  per  orrore  di
    ricominciare  io  mi rammarico,  perch oggi io sono come un disperato
    che abbia preso un narcotico e si svegli  dopo  un  sonno  profondo  e
    ritrovi al suo capezzale la stessa disperazione.
    COSIMO  DALBO:  La  stessa!  Ed  ho  ancora negli orecchi le tue prime
    parole: Non so pi nulla;  non  mi  ricordo,  non  voglio  ricordarmi
    pi... Tu sembravi immemore di tutto, proteso verso un altro bene. Ho
    ancora  negli  orecchi  il  suono della tua voce,  quando chiamasti la
    madre di Beata, levandoti a un tratto, impaziente,  come per un ardore
    che non consentisse indugio. Vedo ancora il tuo sguardo su lei, quando
    entr palpitante come una Speranza.  E,  certo, quella sera tu dovesti
    inginocchiarti ed ella dovette piangere ed entrambi doveste sentire la
    bont della vita.
    LUCIO SETTALA: S,  s,  cos fu: l'adorazione!  Tutta l'anima mia  si
    prostr  ai  suoi piedi,  riconobbe quel che  divino in lei,  con una
    ebrezza di umilt,  con un fervore di riconoscenza indicibili.  Fu  un
    rapimento.  Tu avevi parlato di un'estasi della luce;  io la provai in
    quegli attimi. Ogni macchia parve cancellata; ogni ombra distrutta. La
    vita ebbe un nuovo splendore. Io credetti d'essere salvo per sempre...
    (S'interrompe.)
    COSIMO DALBO: Ma poi?
    LUCIO SETTALA: Poi riconobbi che v'era qualche altra cosa  da  abolire
    in  me:  questa  forza che affluisce alle mie dita incessantemente per
    riprodurre...
    COSIMO DALBO: Che intendi?
    LUCIO SETTALA: Intendo che forse sarei salvo,  se  avessi  dimenticato
    anche l'arte.  In certi giorni,  l nel mio letto, guardandomi le mani
    indebolite,  mi pareva incredibile che  potessero  ancora  creare;  mi
    pareva  che  avessero  perduto  ogni  virt.  Mi  sentivo  interamente
    estraneo a quel mondo di forme  in  cui  avevo  vissuto...  "prima  di
    morire".  Pensavo:  Lucio  Settala,  lo  statuario,   trapassato. E
    imaginavo di farmi giardiniere d'un piccolo giardino.
    (Egli si siede, come placato, socchiudendo le palpebre, con un'aria di
    stanchezza, con un sorriso d'ironia appena visibile.)
    Potare i rosai,  annaffiarli,  liberarli dai  bruchi,  agguagliare  il
    bossolo  con  le  cesoie,  guidare  l'edera su pei muricciuoli,  in un
    giardinetto  inclinato  verso  il  fiume   dell'Oblio;   e   non   pi
    rammaricarmi  di  aver  lasciato  su  l'altra  riva  un glorioso parco
    popolato di lauri, di cipressi, di mirti, di marmi e di sogni... Tu mi
    vedi l, felice, con le cesoie lucenti, vestito di bordatino!
    COSIMO DALBO: Non ti vedo.
    LUCIO SETTALA: Peccato, amico mio.
    COSIMO DALBO: Ma chi ti vieta il grande parco? Tu vi rientri pel viale
    dei cipressi, e trovi sul limite il tuo genio tutelare.
    LUCIO SETTALA:
    (levandosi di scatto,  come uno che perda di continuo la padronanza d;
    s.)
    Tutelare!  Ah,  mi  sembra  che tu pieghi una parola su l'altra,  come
    fasce su filaccie, per la paura di sentir pulsare la vita.  Hai tu mai
    premuto il dito su un'arteria messa a nudo, su un tendine lacerato?
    COSIMO DALBO: Lucio,  tu ti adiri ogni momento. V' in te qualche cosa
    di acre e di convulso,  una specie di esasperazione che t'impedisce di
    esser  giusto.  Tu  non  sei  ancora escito di convalescenza,  non sei
    guarito ancora.  Un urto improvviso  venuto a turbare  l'opera  dolce
    che  la  Natura  compiva  in te.  Le tue forze che rinascevano si sono
    inasprite.  Se il mio consiglio valesse,  io vorrei che tu andassi per
    ora a Bocca d'Arno,  come avevi disegnato. L, tra il bosco e il mare,
    tu ritroverai un po' di calma per considerare quale  debba  essere  la
    tua attitudine; e ritroverai anche la bont che ti dar lume...
    LUCIO SETTALA: La bont!  La bont!  Credi tu dunque che il lume debba
    venirmi dalla bont e  non  da  quell'istinto  profondo  che  volge  e
    precipita  il mio spirito verso le pi superbe apparizioni della vita?
    Io sono nato per fare le statue. Quando una forma sostanziale  uscita
    dalle mie mani con l'impronta della  bellezza,  l'officio  assegnatomi
    dalla Natura  per me compiuto.  Io sono nella mia legge,  sia pure di
    l dal Bene. Non  forse vero? Me lo concedi?
    COSIMO DALBO: Continua.
    LUCIO SETTALA:
    (abbassando la voce.)
    Il gioco dell'illusione mi ha congiunto a una creatura che  non  m'era
    destinata.  Ella  un'anima d'un pregio inestimabile, dinanzi a cui mi
    prostro e adoro.  Ma  io  non  scolpisco  le  anime.  Ella  non  m'era
    destinata.  Quando mi apparve l'altra,  io pensai a tutti i blocchi di
    marmo contenuti nelle cave delle montagne lontane,  per la volont  di
    fermare in ciascuno un suo gesto.
    COSIMO  DALBO:  Ma  tu  hai gi obbedito al comandamento della Natura,
    generando il capolavoro. Quando vidi la tua statua,  pensai ch'ella ti
    fosse  liberatrice.  Tu hai perpetuato in tipo ideale e incorruttibile
    un esemplare caduco della specie. Non sei dunque pago?
    LUCIO SETTALA:
    (accendendosi.)
    Mille statue, non una!  Ella  sempre diversa,  come una nuvola che ti
    appare  mutata  d'attimo  in attimo senza che tu la veda mutare.  Ogni
    moto del suo corpo distrugge un'armonia e ne crea un'altra pi  bella.
    Tu la preghi che si arresti,  che rimanga immobile; e a traverso tutta
    la sua immobilit passa un torrente di forze oscure  come  i  pensieri
    passano negli occhi.  Comprendi?  Comprendi?  La vita degli occhi  lo
    sguardo, questa cosa indicibile, pi espressiva d'ogni parola,  d'ogni
    suono,  infinitamente  profonda e pure istantanea come il baleno,  pi
    rapida ancora del  baleno,  innumerevole,  onnipossente:  insomma  "lo
    sguardo".  Ora  imagina diffusa su tutto il corpo di lei la vita dello
    sguardo. Comprendi? Un battito di palpebre ti trasfigura un viso umano
    e ti esprime una immensit di gioia  o  di  dolore.  Le  ciglia  della
    creatura  che  ami  si  abbassano:  l'ombra  ti  cerchia come un fiume
    un'isola;  si sollevano: l'incendio dell'estate brucia  il  mondo.  Un
    battito  ancora: la tua anima si dissolve come una goccia;  ancora: tu
    ti credi il re dell'Universo.  Imagina questo mistero su tutto il  suo
    corpo!  Imagina  per  tutte  le  sue membra,  dalla fronte al tallone,
    questo apparire di vite fulminee!  Potrai tu scolpire lo sguardo?  Gli
    Antichi accecarono le statue.  Ora - imagina - tutto il corpo di lei 
    come lo sguardo.
    (Una pausa.  Egli si guarda  intorno  sospettoso,  per  tema  d'essere
    udito.  Si  accosta  anche  di  pi all'amico,  che lo ascolta con una
    emozione crescente.)
    Te l'ho detto: mille statue, non una.  La sua bellezza vive in tutti i
    marmi.  Questo sentii, con un'ansiet fatta di rammarico e di fervore,
    un giorno a Carrara, mentre ella m'era accanto e guardavamo discendere
    dall'alpe quei grandi buoi aggiogati che trascinano gi le  carra  dei
    marmi.  Un  aspetto della sua perfezione era chiuso per me in ciascuno
    di quei massi informi.  Mi pareva che si partissero da  lei  verso  il
    minerale  bruto  mille  faville  animatrici come da una torcia scossa.
    Dovevamo scegliere un blocco.  Ricordo: era  una  giornata  serena.  I
    marmi  deposti  risplendevano al sole come le nevi eterne.  Udivamo di
    tratto in tratto il rombo delle mine che squarciavano le viscere  alla
    montagna  taciturna.  Non  dimenticherei  quell'ora,  anche se morissi
    un'altra volta...  Ella si mise per mezzo a quell'adunazione  di  cubi
    bianchi,  soffermandosi  dinanzi  a  ciascuno.  Si chinava,  osservava
    attentamente la grana, sembrava esplorarne le vene interiori, esitava,
    sorrideva,  passava oltre.  Ai miei occhi la sua veste non la copriva.
    Una  specie  di  affinit  divina  era tra la sua carne e il marmo che
    chinandosi ella sfiorava con l'alito.  Un'aspirazione  confusa  pareva
    salire verso di lei da quella bianchezza inerte. Il vento, il sole, la
    grandiosit dei monti,  le lunghe file dei buoi aggiogati,  e la curva
    antica dei gioghi, e lo stridore dei carri, e la nuvola che saliva dal
    Tirreno,  e  il  volo  altissimo  di  un'aquila,  tutte  le  apparenze
    esaltavano il mio spirito in una poesia senza confini,  lo inebriavano
    d'un sogno che non ebbe mai l'eguale in me... Ah, Cosimo,  Cosimo,  io
    ho  osato  gettare  una vita su cui riluce la gloria d'un tal ricordo!
    Quando ella tese la mano sul marmo che aveva scelto  e  volgendosi  mi
    disse:  Questo,  tutta  l'alpe  dalle  radici  alle cime aspir alla
    bellezza.
    (Un fervore straordinario riscalda la sua voce e avviva il suo  gesto.
    Colui che lo ascolta ne  sedotto, e ne d segno.)
    Ah,  ora tu comprendi!  Tu non mi chiederai pi se io sia pago. Ora tu
    sai come debba essere furiosa la mia impazienza se penso che in questo
    momento ella  l, sola, a pi della Sfinge, che mi aspetta. Pensa: la
    sua statua  alzata sopra di lei, immobile, immutabile,  immune d'ogni
    miseria; ed ella  l affannata, e la sua vita fluisce, e qualche cosa
    di  lei perisce di continuo nel tempo.  L'indugio  la morte...  Ma tu
    non sai, tu non sai...
    (Ha l'accento di chi confida un segreto.)
    COSIMO DALBO: Che cosa?
    LUCIO SETTALA: Tu non  sai  che  io  avevo  gi  cominciata  un  altra
    statua...
    COSIMO DALBO: Un'altra?
    LUCIO SETTALA: S: rimasta interrotta, abbozzata nella creta. La creta
    si dissecca, tutto si perde.
    COSIMO DALBO: Ebbene?
    LUCIO SETTALA: La credevo perduta.
    (Un sorriso irresistibile gli brilla negli occhi.  La sua voce trema.)
    Non  perduta:  ancora viva.  L'ultimo tocco di pollice  l,  ancora
    vivo!
    (Egli fa l'atto di plasmare, istintivamente.)
    COSIMO DALBO: E come?
    LUCIO  SETTALA: Ella sa le cose dell'arte,  sa in che modo la creta si
    mantenga molle. M'aiutava, un tempo. Ella stessa bagnava le tele...
    COSIMO DALBO: Dunque ella pensava a tenere umida la creta,  mentre  tu
    morivi!
    LUCIO  SETTALA:  Non  era forse anche quello un modo di contrastare la
    morte?  Non era  anche  quello  un  atto  di  fede,  ammirabile?  Ella
    conservava la mia opera...
    COSIMO DALBO: Mentre l'altra conservava la tua vita.
    LUCIO SETTALA:
    (oscurandosi, tenendo la fronte bassa, senza guardare l'amico, con una
    voce quasi dura.)
    Quale delle due cose ha maggior pregio?  La vita m' intollerabile, se
    mi fu resa gravata d'un divieto.  Te l'ho detto:  bisognava  lasciarmi
    morire.  Quale  rinunzia  pu  eguagliare  quella  che io avevo fatta?
    Soltanto la morte poteva arrestare l'impeto del desiderio che  conduce
    fatalmente  il mio essere verso il suo bene.  Ora io rivivo: riconosco
    in me il medesimo uomo,  la medesima  forza.  Chi  mi  giudicher,  se
    proseguo il mio destino?
    COSIMO DALBO:
    (sgomentato, prendendolo per le braccia, come per trattenerlo.)
    Ma che farai dunque? Hai gi risoluto?
    (Percosso  dallo  sgomento  subitaneo  che    nella  voce e nell'atto
    dell'amico, Lucio si smarrisce, vacilla.)
    LUCIO SETTALA:
    (mettendosi nei capelli le mani febrili.)
    Che far?  Che far?  Conosci tu una tortura pi  crudele?  Io  ho  la
    vertigine;  comprendi?  Se penso ch'ella  l,  e m'attende,  e le ore
    passano,  e la mia forza si perde,  e il mio  ardore  si  consuma,  la
    vertigine mi afferra l'anima,  ed ho paura d'essere trascinato,  forse
    stasera,  forse domani.  Sai tu che sia la vertigine?  Ah,  se potessi
    riaprirmi la ferita che mi fu chiusa!
    COSIMO DALBO:
    (cercando di trarlo verso la finestra.)
    Calmati, calmati, Lucio! Taci! M' parso di sentire la voce...
    LUCIO SETTALA:
    (trasalendo.)
    Di Silvia?
    (Si copre d'un pallore mortale.)
    COSIMO DALBO: S. Calmati! Hai la febbre.
    (Gli  tocca  la fronte.  Lucio si appoggia al davanzale,  quasi che le
    forze lo abbandonino.)


    SCENA SECONDA.

    (Entra Silvia Settala con Francesca  Doni.  Questa  tiene  un  braccio
    intorno alla cintura della sorella.)

    SILVIA SETTALA: Oh, Dalbo, siete ancora qui?
    (Ella non vede il viso di Lucio, che  rivolto all'aria aperta.)
    COSIMO DALBO:
    (ricomponendosi, salutando Francesca.)
    Lucio mi ha trattenuto...
    SILVIA SETTALA: Aveva molte cose da dirvi?
    COSIMO DALBO: Ha sempre molte cose da dire, troppe forse. E si stanca.
    SILVIA SETTALA: Vi ha detto che sabato andremo a Bocca d'Arno:
    COSIMO DALBO: S, lo so.
    FRANCESCA DONI: Non siete mai stato a Bocca d'Arno?
    COSIMO DALBO: No,  mai.  Conosco la campagna pisana,  San Rossore,  il
    Gombo, San Pietro in Grado;  ma non mi sono mai spinto sino alla foce.
    So che la spiaggia  bellissima.
    (Silvia  ha  lo  sguardo  fisso  al  marito che rimane abbandonato sul
    davanzale, Immobile.)
    FRANCESCA DONI: Deliziosa in questa  stagione:  una  spiaggia  aperta,
    bassa,  di sabbia fina;  il mare,  il fiume,  il bosco;  l'odore delle
    alghe, l'odore della ragia; i gabbiani, gli usignuoli... Dovreste fare
    molte visite a Lucio, mentre  l.
    COSIMO DALBO: Certo.
    SILVIA SETTALA: Potremo ospitarvi.
    (Ella si stacca dalla sorella e va verso  il  marito,  col  suo  passo
    leggero.)
    FRANCESCA DONI: Nostra madre ha l una casa molto modesta,  ma grande:
    una casa bianca di dentro e di fuori,  in una macchia d'oleandri e  di
    tamerici;  e  c'  una  vecchia  spinetta  dell'Impero,  appartenuta -
    imaginate a chi! - a una sorella di Napoleone, alla duchessa di Lucca,
    a quella terribile e ossuta Elisa Baciocchi: una spinetta che  qualche
    volta  si  sveglia  e piange sotto le dita di Silvia;  e c' anche una
    barca,  se il ricordo napoleonico non  vi  seduce,  una  bella  barca,
    bianca come la casa.
    (Silvia  si  sofferma in silenzio alle spalle di Lucio,  come sospesa.
    Egli resta assorto.)
    COSIMO DALBO: Vivere in una barca,  su l'acqua,  alla ventura: non v'
    nulla che riposi di pi. Per settimane e settimane ho vissuto cos.
    FRANCESCA  DONI:  Bisogna  mettere  il  convalescente  in  una barca e
    affidarlo al buon mare.
    SILVIA SETTALA:
    (toccando con un gesto lievissimo la spalla del marito.)
    Lucio!
    (Egli trasale e si volge.)
    Che fai? Siamo qui. C' Francesca.
    (Egli guarda in viso la moglie, titubante; poi tenta di sorridere.
    LUCIO SETTALA: Sta per venir gi un  rovescio  d'acqua.  Aspettavo  le
    prime gocciole: l'odore della terra...
    (Egli  si  inclina  ancora  verso la finestra e tende all'aria la mano
    aperta; che, gli trema visibilmente.)
    FRANCESCA DONI: Aprile or piange or ride.
    LUCIO SETTALA: Oh, Francesca, come state?
    FRANCESCA DONI: Bene. E voi, Lucio?
    LUCIO SETTALA: Bene, bene.
    FRANCESCA DONI: Si parte dunque sabato?
    LUCIO SETTALA:
    (guardando la moglie, trasognato.)
    Per dove?
    FRANCESCA DONI: Come! Per Bocca d'Arno.
    LUCIO SETTALA: Ah si,  vero. Ho il capo svanito.
    SILVIA SETTALA: Non ti senti bene, oggi?
    LUCIO SETTALA: S, s, bene.  Il tempo un poco m'uggisce;  ma mi sento
    bene, assai bene.
    (Nell'accento  con  cui  pronunzia  le  semplici  parole  egli pone un
    eccesso di dissimulazione che le rende strane come  quelle  d'un  uomo
    folle.  E'  palese  che  l'attenzione  dei  tre astanti gli  divenuta
    intollerabile.)
    Tu vai via, Cosimo?
    COSIMO DALBO: S. vado. E' ora.
    (Egli s'accinge ad uscire.)
    LUCIO SETTALA: T'accompagno fino al cancello.
    (Si muove dalla finestra verso la porta, sollecito.)
    SILVIA SETTALA: Cos, a capo scoperto?
    LUCIO SETTALA: S, ho caldo. Non senti che aria gravosa?
    (Si  sofferma  su  la  soglia  aspettando   l'amico.   Un'acuta   pena
    d'improvviso punge i cuori, ammutolisce le labbra.)
    COSIMO DALBO: A rivederci.
    (Saluta turbato;  esce con Lucio.  Silvia china il capo, con le ciglia
    contratte,  come chi consideri per risolvere.  Poi sembra che  un'onda
    subitanea di energia le sollevi la persona.)
    FRANCESCA DONI: Hai veduto il Gaddi?
    SILVIA SETTALA: Non ancora. Oggi non  venuto.
    FRANCESCA DONI: Allora non sai...
    SILVIA SETTALA: Che cosa?
    FRANCESCA DONI: Quel che ha fatto.
    SILVIA SETTALA: No.
    FRANCESCA DONI: E' andato dalla Dianti.
    SILVIA SETTALA:
    (con una emozione contenuta.)
    Da colei! Quando?
    FRANCESCA DONI: Ieri.
    SILVIA SETTALA: E tu l'hai veduto?
    FRANCESCA DONI: S, l'ho incontrato. Mi ha detto...
    SILVIA SETTALA: Parla dunque!
    FRANCESCA DONI: And da lei ieri, verso le tre. Si fece annunziare. Fu
    ricevuto subito.  Ella aveva l'aria sorridente;  s'inchin,  non disse
    una parola, rest in piedi, aspett che il vecchio parlasse; l'ascolt
    con rispetto,  tranquilla.  Tu imagini quel che  egli  pot  dire  per
    persuaderla a restituire la chiave, a smettere ogni altro tentativo, a
    non  voler  pi  turbare una pace ricuperata col sangue,  e con quanto
    dolore! Ella non gli chiese alla fine se non questo: E' Lucio Settala
    che vi manda a me? Alla risposta  negativa,  soggiunse  con  un  tono
    fermissimo: Vogliate perdonarmi, ma io non posso riconoscere se non a
    lui il diritto di chiedere quel che voi mi chiedete.
    SILVIA SETTALA:
    (impallidendo ed ergendosi come per affrontare la lotta.)
    Ah,    la sua ultima parola?  Ebbene,  c' un'altra persona che ha un
    diritto eguale e lo far valere. Vedremo.
    FRANCESCA DONI:
    (sbigottita.)
    Che pensi di fare, Silvia?
    SILVIA SETTALA: Quel che  necessario.
    FRANCESCA DONI: Che, dunque?
    SILVIA SETTALA: Vederla,  mettermi di fronte a lei  nel  luogo  stesso
    dov'ella un'intrusa. Intendi?
    FRANCESCA DONI: Tu vuoi andare l!
    SILVIA SETTALA: S, voglio andare l. So la sua ora. Tu stessa la sai.
    L'aspetter. Ella verr. Finalmente ci guarderemo in viso.
    FRANCESCA DONI: Ma non farai questo.
    SILVIA SETTALA: Come no? Credi tu che mi manchi il coraggio?
    FRANCESCA DONI: Ti supplico, Silvia!
    SILVIA SETTALA: Credi tu che io tremi?
    FRANCESCA DONI: Ti supplico!
    SILVIA SETTALA: Oh, sii pur sicura che non io abbasser gli occhi, non
    io verr meno. Tu dovresti conoscermi omai, per pi d'una prova.
    FRANCESCA DONI: Lo so,  lo so.  Nulla ti vince.  Ma pensa: trovarti l
    dopo tanto, nel luogo stesso dove avvenne l'orribile cosa,  l,  sola,
    di fronte a quella donna che ti ha fatto tanto male...
    SILVIA SETTALA: Ebbene? Che importa? Ho forse una volta sola una volta
    sola,  Francesca! - evitato di compiere quel che m' parso necessario?
    Di' tu: m'hai veduta rifiutare qualche peso?  A quale tortura mi  sono
    io sottratta?  Ben altre pene ho guardate in faccia;  e tu lo sai.  Tu
    temi che mi manchi il cuore di porre il piede l dov'egli cadde...  Ma
    io  ebbi cuore di vederlo allora,  per la fessura dell'uscio,  disteso
    sul suo letto di morte,  e nessuno era dietro di me a sorreggermi;  e,
    prima che mi fosse permesso di accostarmi al suo capezzale,  passarono
    per le mie mani i ferri del chirurgo e le fasce macchiate di sangue.
    FRANCESCA DONI: S, s,  vero: la tua forza  grande. Nulla ti vince.
    Ma pensa non  la stessa cosa...  Non  la stessa  cosa  trovarsi  l,
    all'improvviso,  di fronte a una donna che non conosci capace di tutto
    come quella, ostinata, impudente...
    SILVIA SETTALA: Non temo di lei.  Quel che ella fa  basso.  Perch mi
    crede  sommessa  e  debole,  ella si mostra cos audace;  perch tanto
    tempo sono rimasta in silenzio e in disparte,  ella pensa  di  potermi
    sopraffare  anche  una  volta.  Ma  s'inganna.  Allora il mio bene era
    perduto, ogni difesa era inutile. Ora l'ho ricuperato, e lo difendo.
    FRANCESCA DONI: Mio Dio!  Tu ti getti in una lotta a corpo a corpo.  E
    se ella resiste?
    SILVIA SETTALA: Resiste come? Ho il mio diritto. Sapr scacciarla.
    FRANCESCA  DONI:  Silvia,  Silvia,  sorella mia,  ti supplico: indugia
    ancora qualche giorno,  rifletti ancora un poco,  prima di far questo!
    Non precipitare!
    SILVIA  SETTALA:  Ah,  parli  bene tu,  tu che sei felice,  tu che sei
    sicura,  tu che hai la vita serena e nessuna minaccia su la tua  pace.
    Indugiare, riflettere! Ma sai tu a quale estremit io mi ritrovi oggi?
    Sai  tu per quale difesa io mi batta?  Per il mio capo e per quello di
    Beata,  per l'esistenza,  per la luce degli  occhi.  Intendi?  Non  si
    ricomincia  un supplizio dove gi tutti i nervi furono lacerati,  dove
    gi furono sperimentati tutti gli strazii.  Ho dato  al  dolore  tutto
    quel  che  potevo  dare;  ho sentito il ferro duro su la mia nuca e ai
    miei polsi;  alla fine della mia  giornata  il  mio  sonno  era  preso
    dall'orrore della giornata seguente in cui bisognava pur vivere e, per
    vivere,  seguitare a spremere il cuore che pareva esausto. Ah tu parli
    bene,  tu!  Quando tu sorridi nella tua casa,  il tuo sorriso medesimo
    ritorna  a te in cento raggi come se tu vivessi nel cristallo.  Per me
    il sorriso era una pena di pi; sotto, i denti si serravano;  ma Beata
    non ha visto una mia lacrima.  Per mantenere la promessa che  nel suo
    nome,  quando non v'era fibra in me che non si torcesse,  le mie  mani
    verso   di  lei  avevano  sempre  qualche  fiore...   Non  saprei  pi
    ricominciare.  Vorrei piuttosto andarmene,  alla  mia  volta:  trovare
    laggi un po' di spiaggia deserta e coricarmi con Beata perch il mare
    ci prendesse.
    FRANCESCA DONI:
    (gettando le braccia al collo della sorella, baciandola in viso.)
    Che dici?  Che dici?  Tu non devi pi temere di nulla. Non ti ama? Non
    hai riavuto tutto il suo amore?  Questo soltanto vale;  e il  resto  
    nulla.
    (Silvia chiude gli occhi per alcuni istanti, e l'illusione le illumina
    la faccia.)
    SILVIA  SETTALA: S,  s,  ho riavuto il suo amore...  Sembra...  Come
    potrei dubitare di quella voce?  Quando non sono  l,  mi  chiama,  mi
    cerca; ha bisogno di me; sembra che io debba guidare i suoi passi...
    (Si  scuote;  si  scioglie  dalle  braccia  della  sorella;   ripresa
    dall'ansiet.)
    Ma oggi... L'hai veduto? l'hai guardato?...  Oggi non  pi come ieri;
     diverso...  Un mutamento subitaneo...  L'hai guardato tu quando egli
    era l alla finestra,  chino sul davanzale?  Hai udito il suono  delle
    sue  parole?  Hai veduto come gli tremava il braccio quando l'ha steso
    fuori? Ah dimmi che anche tu hai sentito che qualche cosa accade,  che
    qualche cosa lo sconvolge.
    FRANCESCA DONI: E' convalescente ancora. Pensa: un nulla pu turbarlo,
    l'aria, il tempo...
    SILVIA SETTALA: No,  no;  non  questo. E non hai veduto? Anche Cosimo
    Dalbo pareva che facesse uno sforzo per nascondere un'ombra...  I miei
    occhi non fallano.
    FRANCESCA DONI: No, non pareva. Ha parlato con me.
    SILVIA SETTALA:
    (sempre pi agitata.)
    Ma Lucio  disceso ad accompagnarlo e non  risalito ancora. O forse 
    passato dall'altra parte.
    (Va alla finestra, spia tra le cortine.)
    Ah,   ancora l, al cancello, che parla, che parla... Sembra fuori di
    s...
    (Alza gli occhi al nuvolo.)
    Ora vien gi lo scroscio.
    (Spia di nuovo, intentissima.)
    FRANCESCA DONI: Chiamalo!
    SILVIA SETTALA:
    (volgendosi, come incalzata da un pensiero terribile.)
    Certo  cos, certo  cos.
    FRANCESCA DONI: Che pensi, ora?
    SILVIA SETTALA:
    (fermandosi,   pronunziando  le   parole   nettamente,   risoluta   ma
    pallidissima.)
    Lucio sa che colei lo aspetta.
    FRANCESCA DONI: Lo sa? Come?
    SILVIA SETTALA: Non v' dubbio, non v' dubbio.
    FRANCESCA DONI: Tu l'imagini.
    SILVIA SETTALA: Lo sento; ne sono certa.
    FRANCESCA DONI: Ma come?
    SILVIA SETTALA: Ma bisognava pure che questo avvenisse; bisognava pure
    che un giorno ella trovasse il modo.  Come?  Forse una lettera... Egli
    ha ricevuto una lettera.
    FRANCESCA DONI: E tu non vigili!
    SILVIA SETTALA:
    (con un atto di disdegno.)
    Anche questo?
    FRANCESCA DONI: Ma forse t'inganni.
    SILVIA SETTALA: Non m'inganno.  Dopo la visita del  vecchio,  ella  ha
    scritto.  L'indugio  omai  non   pi possibile,  neppure d'un giorno,
    neppure d'un'ora. Tu comprendi il pericolo. Sia anche tornato a me con
    tutta l'anima sua, si sia anche distaccato da lei interamente,  si sia
    anche volto a un'altra vita, a un altro bene, non senti tu quale possa
    ancora essere il fascino di una donna che gli dice, ostinata e sicura:
    Sono qui; aspetto? Sapere ch'ella  l, che non un giorno manca alla
    sua  attesa,  che nulla pu sconfidarla...  Comprendi il pericolo?  Se
    Lucio ha saputo stamani ch'ella lo  aspetta,  bisogna  ch'egli  sappia
    stasera - e dalla mia bocca medesima - ch'ella non lo aspetta pi.
    (Un'energia  indomabile afforza ed eleva tutta la sua persona.) Questo
    sapr stasera; glie lo prometto.
    (Ella tende la mano verso la finestra,  col gesto di chi giura.)  Vuoi
    accompagnarmi?
    FRANCESCA DONI:
    (sbigottita, supplichevole.)
    Silvia, Silvia, rifletti ancora un minuto! Pensa a quel che fai!
    SILVIA  SETTALA:  Non  ti chiedo aiuto.  Ti chiedo che tu m'accompagni
    soltanto fino alla porta.  Per il resto,  basto io sola;   necessario
    anzi che io rimanga sola. Vuoi? Che ora ? Si volge per guardar l'ora;
    va verso la tavola.
    FRANCESCA DONI:
    (arrestandola.)
    Ti supplico! Dammi ascolto, Silvia! Il cuore mi dice che non pu venir
    bene da quel che vuoi fare. D ascolto alla tua sorella! Ti supplico!
    SILVIA SETTALA:
    (con un gesto d'insofferenza.)
    Ma  non hai dunque ancora compreso quel ch'io gioco in questo momento?
    Lasciami. Vado sola.
    (Si china su la tavola, guarda l'ora.)
    Sono le quattro. Non ho un minuto da perdere. Hai una vettura, gi?
    (La pioggia scroscia subitamente su gli alberi del giardino.
    FRANCESCA DONI: Non senti che rovescio d'acqua?  Non  uscire!  Rimanda
    tutto a domani. Vieni, ascolta.
    (Cerca di attirarla.)
    Aspetta almeno che spiova.
    SILVIA  SETTALA:  Non ho un minuto da perdere.  Bisogna che io sia l,
    prima di lei;  bisogna ch'ella  mi  trovi  l  come  nella  mia  casa.
    Intendi?  Lasciami.  Subito  il  cappello,  il  mantello,  i guanti...
    Giovanna!
    (Ella passa nella stanza attigua chiamando  la  sua  donna.  Francesca
    Doni,  presa  dallo  sgomento,  va  verso la finestra dove scroscia la
    pioggia.)
    FRANCESCA DONI: Mio Dio! Mio Dio!
    (Guarda nel giardino; chiama.)
    Lucio! Lucio!
    (Torna verso la porta d'ond' scomparsa la sorella.)
    SILVIA SETTALA:
    (riapparendo, ansante.)
    Eccomi pronta. Ho lasciato l Beata che piange.  Voleva uscire con me.
    Tu  rimani,  ti  prego: va a consolarla.  Io esco sola.  Prendo la tua
    vettura. A rivederci.
    (Fa l'atto di baciare la sorella.)
    FRANCESCA DONI: Tu vai, dunque? E' risoluto?
    SILVIA SETTALA: Vado.
    FRANCESCA DONI: T'accompagno.
    SILVIA SETTALA: Andiamo.
    (Involontariamente,  ella si sofferma e volge gli occhi in  giro  come
    per  abbracciare con uno sguardo tutte le cose predilette.  Le cortine
    palpitano;  la pioggia scroscia.  Ella aspira la fragranza  umida  che
    entra  per  le  finestre.  Solo  per un attimo,  l'arco teso della sua
    volont si allenta.
    L'odore della terra...
    (Trasale vedendo apparire d'improvviso,  su la soglia ond'ella sta per
    uscire, Lucio febricitante, a capo scoperto, con i capelli e gli abiti
    molli di pioggia. Si guardano. Un intervallo di silenzio gravissimo.)
    LUCIO SETTALA:
    (con la voce rotta.)
    Tu esci?
    SILVIA SETTALA: S, esco.
    LUCIO SETTALA: Come sei pallida!
    (Silvia si passa una mano su la gota.)
    Dove vai? S' aperto il cielo.
    (Egli si tocca i capelli stillanti.)
    SILVIA SETTALA: Bisogna ch'io esca. Non tarder molto a ritornare. C'
    Beata di l,  che piange perch voleva venire con me. Va a consolarla;
    dille che le porter forse una cosa bella.
    (Lucio con un atto repentino  la  prende  per  le  mani  e  la  guarda
    fissamente negli occhi.)
    SILVIA SETTALA:
    (padrona della sua forza, con un accento chiaro e fermo.)
    Che  hai,  Lucio?  Egli  abbassa  le  palpebre.  Ella  libera le mani,
    scotendole forte come per un  saluto.  La  tempra  della  sua  volont
    squilla nella sua voce vivida.)
    A rivederci! Andiamo, Francesca. E' ora.
    (Esce rapidamente,  seguita dalla sorella. Lucio Settala rimane a capo
    chino, vacillante, sotto un pensiero che lo folgora.)



    ATTO TERZO.

    (Una stanza alta e spaziosa,  illuminata da un lucernario,  coperta di
    tappezzerie  cupe.  Nella parete del fondo  un'apertura rettangolare,
    assai pi larga di una porta,  che mette nello  studio  attiguo  dello
    scultore.  Su  l'architrave  sono  fissi  alcuni  frammenti del fregio
    fidiaco delle Panatenaiche;  (12) contro i due stipiti sono erette due
    grandi  figure  alate vestite di vento: la Nike di Samotracia (13) e
    quella scolpita da Poeonios per il tempio dorico di Olimpia consacrato
    a Zeus (14) occupa il vano una cortina rossa.
    Nella parete destra,  una porta  nascosta da una portiera  pesante  e
    ricca;  nella  sinistra,  un  uscioletto  a  muro   dissimulato dalla
    tappezzeria.  Amplissimi divani,  coperti  di  drappi  e  di  cuscini,
    ricorrono in torno.  Le figure sono disposte ad arte, per secondare la
    meditazione e il sogno: un fascio di spighe in un  vaso  di  rame  sta
    innanzi al bassorilievo eleusino di Demeter; (15) un piccolo Pegaso di
    bronzo su uno stelo di verde antico sta innanzi alla Medusa Ludovisia.
    Il sentimento espresso dall'aspetto del luogo  diversissimo da quello
    che  addolcisce la stanza dell'altra casa in vista del poggio mistico.
    La scelta e le analogie di tutte le forme rivelano  qui  l'aspirazione
    verso  una  vita  carnale,  vittoriosa e creatrice.  Le due Messaggere
    divine sembrano agitare e ampliare incessantemente l'aria  chiusa  con
    la foga del loro volo immenso.)


    SCENA PRIMA.

    (Silvia Settala  nel mezzo della stanza, in piedi, avendo gi deposto
    il  cappello,   il  mantello,  i  guanti.  Sembra  ch'ella  cerchi  di
    riconoscere le cose,  quasi  di  rendersele  novamente  familiari,  di
    ristabilire  una  comunione con esse,  di non sentirsi estranea.  Ella
    domina la sua angoscia, sotto gli occhi della sorella.  Francesca Doni
    s' seduta,  perch le ginocchia le tremano e il cuore le batte troppo
    forte.)

    SILVIA SETTALA:
    (guardando intorno.)
    E' strano: sembra pi grande...
    FRANCESCA DONI: Che cosa?
    SILVIA SETTALA: La stanza. Non sembra pi la stessa...
    (Ella guarda intorno,  con l'aspetto di chi respiri un'aria  insolita.
    Un intervallo di silenzio.)
    FRANCESCA DONI:
    (vigilante.)
    Hai chiusa la porta?
    SILVIA SETTALA: S, l'ho chiusa.
    FRANCESCA DONI: Si sentir aprire...
    SILVIA SETTALA: Hai paura? Non  l'ora. Fra un minuto, vattene.
    FRANCESCA DONI: Dove?
    SILVIA SETTALA: Vuoi aspettarmi nella vettura? su la strada?
    FRANCESCA  DONI:  No,    impossibile.  Vorrei rimaner qui,  stare pi
    vicina... Se potessi nascondermi!
    SILVIA SETTALA: Nasconderti, qui? No. Bisogna ch'io sia sola.
    FRANCESCA DONI: Abbi piet di me! Morrei d'ambascia.
    SILVIA SETTALA: Attendi. Ci dev'essere l un'uscita segreta.
    (Seguendo il ricordo,  va verso  il  muro  dov'  l'uscio  dissimulato
    cerca, trova, apre. Un'onda di luce la investe.)
    Vedi?  Si passa di qui nella stanza dei modelli,  poi in un corridoio.
    In fondo al corridoio v'  una  porta  che  mette  sul  Mugnone.  Vuoi
    passare di qui?
    FRANCESCA  DONI:  S;  ma  lascia  ch'io  rimanga  nella  stanza o nel
    corridoio, ad aspettare. Aspetter che tu mi chiami.
    SILVIA SETTALA: Certo, aspetterai ch'io ti chiami?
    FRANCESCA DONI: S, te lo prometto.
    SILVIA SETTALA: Non aver paura. Vedi? C' il sole su le vetrate.
    (Entrambe  guardano  per  l'uscio  semiaperto.   Il  chiarore  inferno
    illumina   i  loro  volti.   Una  striscia  luminosa  si  allunga  sul
    pavimento.)
    FRANCESCA DONI: Non piove pi. Guarda quante primavere su l'argine!
    SILVIA SETTALA: Va ad aspettarmi su l'argine, all'aria aperta; va.
    FRANCESCA DONI: C' un povero cavallo malato, con le gambe nell'acqua.
    Vedi? E le rondini volano rasente... Penso una cosa.
    (Ella trasale e  si  volge  subitamente  indietro  spiando  le  pieghe
    immobili della portiera.)
    SILVIA SETTALA: Che hai?
    FRANCESCA DONI: Mi pareva d'aver sentito...
    (Entrambe tendono l'orecchio.)
    SILVIA SETTALA: No, t'inganni. E' ancora presto. E poi, la porta della
    scala fa un gran rumore quando si richiude...  Non hai sentito dianzi?
    Le mura tremavano.
    FRANCESCA DONI:
    (implorando.)
    Silvia!
    SILVIA SETTALA: Che hai ora?
    FRANCESCA DONI: Ascoltami. Sei ancora in tempo. Vieni via,  vieni via,
    almeno  per oggi!  Fa una prova,  almeno.  Ella sapr che tu sei stata
    qui.  Parleremo di nuovo col custode.  Tu dovresti  anzi  lasciar  qui
    qualche segno, dimenticare un guanto, per esempio... Ella comprender,
    non torner pi.
    SILVIA  SETTALA:  Baster  un  guanto?  Ah come tutto  facile pel tuo
    cuore!
    (Ella guarda novamente in giro, con una segreta disperazione.)
    Non c' pi nulla di me, qui.
    (La  sorella  rimane  presso  l'uscio  semichiuso,   con  la   persona
    illuminata  a  met  dal riflesso vivo.  Silvia d qualche passo nella
    stanza. Un intervallo di silenzio.)
    Tutto sembra pi grande, pi alto, pi oscuro...
    FRANCESCA DONI: E' l'ombra che t'illude. C' poca luce. Bisogna tirare
    la tenda del lucernario.
    SILVIA SETTALA: No; meglio cos.
    (Ella seguita a guardare per ogni angolo,  come cercando una  traccia.
    Dimmi...
    (L'emozione le tronca la voce.)
    Quella sera ti vennero a chiamare,  tu accorresti. Tu ti trovasti qui,
    nella prima ora...
    (Esita.)
    Dove fu? Ti ricordi in che posto?
    FRANCESCA DONI: Di l,  nello  studio,  sotto  la  statua...  No,  non
    andare!
    (Silvia si volge verso la cortina rossa che pende tra le due Vittorie.
    Ai suoi piedi,  come una linea divisiva, si allunga la sottile zona di
    sole.)
    SILVIA SETTALA:
    (sommessamente.)
    La statua  l.
    FRANCESCA DONI: Non andare!
    (Silvia rimane per alcuni attimi immobile e muta davanti alla  cortina
    chiusa, da cui la separa la zona lucente.)
    Non andare!
    (Silvia  fa  un  passo,  di l dai raggi,  quasi con impeto,  come per
    varcare un ostacolo;  con un gesto rapido solleva un lembo,  s'insinua
    tra le pieghe, sparisce. La cortina si richiude dietro di lei, grave e
    folta.  Alcuni attimi di silenzio,  in cui non s'ode se non il respiro
    affannato della sorella.  D'improvviso,  per entro al cupo  colore  di
    porpora,  riappare  la  faccia  pallidissima  dell'eroina,  che sembra
    irradiata dal lume dell'opera sovrana.  Anche le sue mani ignude,  che
    separano i lembi,  sembrano risplendere sul cupo colore.  I suoi occhi
    restano intenti,  allargati dalla meraviglia,  abbagliati non  da  una
    visione  di  morte  ma  da  una imagine di vita perfetta.  Trema nelle
    orbite l'indizio  d'un'onda  saliente.  Due  meravigliose  lacrime  si
    formano a poco a poco nel cavo,  brillano,  sgorgano, solcano le gote.
    Prima che giungano alla  bocca,  ella  le  arresta  con  le  dita,  le
    diffonde  su  la  faccia,  quasi  per  lavarsene  come  d'una  rugiada
    lustrale;  poich non dal ricordo o dalla traccia del sanguinoso fatto
    umano  ella  commossa ma dall'apparizione dell'opera bella,  immune e
    sola.  Ella ha ricevuto il benefizio sommo della Bellezza:  la  tregua
    della sua angoscia, la pausa dei suoi timori. La folgore sublime della
    gioia  ha  traversata  la  sua  anima  sanandola  per  qualche attimo,
    rendendola cristallina come le lacrime. Non sono queste sue lacrime se
    non l'offerta ardente e muta dell'anima al Capolavoro.)
    Silvia, Silvia, tu piangi!
    SILVIA SETTALA:
    (sommessamente, col segno del silenzio.)
    Taci.
    (Ella si distacca dalla cortina. Interroga sommessamente.)
    L'hai veduta? L'hai veduta?
    FRANCESCA DONI:
    (frantendendo, con un sussulto.)
    Chi? Lei? E' l?
    SILVIA SETTALA: No; la statua...
    (La sorella accenna di s.  Ella  fa  un  gesto  che  esprime  il  suo
    abbagliamento.  S'ode  il  rumore d'una porta pesante che si richiude.
    Entrambe sobbalzano.)
    Eccola! Vattene, vattene.
    FRANCESCA DONI:
    (tendendo  le  braccia  verso  di  lei  con   un'ultima   implorazione
    angosciosa.)
    Oh, sorella mia!
    SILVIA SETTALA:
    (ritrovando l'energia primitiva.)
    Vattene! Non temere.
    (Ella sospinge la sorella per l'apertura; richiude l'uscio. La zona di
    sole sparisce; la stanza torna nell'ombra eguale.)


    SCENA SECONDA.

    (Silvia  Settala  si  tiene  in piedi,  con la faccia rivolta verso la
    porta,  con lo sguardo fisso,  quasi irrigidita nell'aspettazione.  In
    mezzo  all'alto  silenzio  s'ode  distintamente stridere la chiave che
    apre. L'aspettante non muta attitudine.  Una mano solleva la portiera.
    Entra  Gioconda Dianti,  richiudendo la porta dietro di s.  Da prima,
    ella non scorge l'avversaria,  poich viene dalla luce nell'ombra e un
    velo denso le nasconde tutto il viso.  Quando la scorge, s'arresta con
    un grido soffocato.  Entrambe rimangono per  alcuni  attimi  l'una  di
    fronte all'altra, senza parlare.)
    SILVIA SETTALA:
    (con  un  accento  fermo  e  chiaro,  ma  scevro  di risentimento o di
    minaccia.)
    Io sono Silvia Settala.
    (La rivale tace, sempre velata. Una pausa.)
    Voi?
    GIOCONDA DIANTI:
    (a voce bassa.)
    Non lo sapete, signora?
    SILVIA SETTALA:
    (sempre contenendosi.)
    So soltanto che voi  siete  entrata  qui  come  in  un  luogo  che  vi
    appartenga.  Mi trovate qui sicura come nella mia casa. Una di noi due
    usurpa,  dunque,  il diritto dell'altra;  una di noi due   l'intrusa.
    Quale?
    (Una pausa.)
    Io, forse?
    GIOCONDA DIANTI:
    (sempre  chiusa  nel  velo  e a voce bassa,  come per attenuare la sua
    audacia.)
    Forse.
    (Silvia Settala si fa anche pi pallida e vacilla un  poco,  come  chi
    riceva un colpo a dentro.)
    SILVIA SETTALA:
    (risollevandosi, vibrante di sdegno.)
    Ebbene,  v'  una  donna che ha attirato un uomo nella sua rete con le
    peggiori lusinghe;  che lo ha strappato alla  pace  della  casa,  alla
    nobilt dell'arte, alla gentilezza di un sogno da lui nutrito per anni
    col fiore della sua forza;  che lo ha travolto in un delirio torbido e
    violento dov'egli ha smarrito ogni senso di bont e di giustizia;  che
    gli  ha  inflitto  i  tormenti  pi  acuti  che possa mai inventare la
    crudelt d'un carnefice malato di tedio; che lo ha esausto e inaridito
    tenendogli accesa di continuo nelle vene una febbre perversa;  che gli
    ha  resa intollerabile la vita,  che gli ha armata la mano,  che lo ha
    spinto a uccidersi;  che infine,  lo ha saputo moribondo per giorni  e
    giorni  sopra un letto lontano,  intorno a cui si combatteva una lotta
    senza tregua contro la morte;  e che non ha avuto rimorso,  non piet,
    non  vergogna,  ma   rientrata nel luogo sinistro prima che il sangue
    fosse lavato,  meditando di riattaccarsi alla preda,  aspettandola  di
    nuovo al varco,  calcolando a uno a uno gli effetti della sua temerit
    e della sua tenacia, promettendosi il piacere di una nuova ruina.  V'
    una donna che ha fatto questo; che ha detto: - Una forte e nobile vita
    fioriva liberamente nel mondo: io l'ho abbrancata,  l'ho piegata, l'ho
    abbassata,  poi  l'ho  troncata  d'un  colpo.  Ho  creduto  di  averla
    distrutta  per sempre.  Ed ecco che essa rigermoglia,  si rinnova,  si
    rialza,  pu rifiorire!  Ecco che intorno a lei le ferite si chiudono,
    il  dolore  si  calma,  la  speranza risorge,  pu sorridere la gioia!
    Patir io un  tal  sopruso?  Mi  lascer  io  cos  deludere?  No.  Io
    ricomincer,   ritenter,   avr   ragione  d'ogni  resistenza,   sar
    implacabile.  V' una donna che ha promesso questo a s medesima,  che
    ha  impugnata la sua volont come una scure,  che  pronta a vibrare i
    nuovi colpi sorridendo. La conoscete voi?  Ella  entrata qui col viso
    coperto, ha parlato con una voce sorda, ha proferito dianzi una parola
    gelida,  calcolando  pur  sempre  su  la  sua  audacia  e  su l'altrui
    remissione. La conoscete?
    GIOCONDA DIANTI:
    (senza mutare il modo.)
    Quella che io conosco  diversa.  Soltanto perch  triste  dinanzi  a
    voi,  ella parla a voce bassa. Rispetta il grande e doloroso amore che
    vi  fa  vivere;  ammira  la  virt  che  v'inalza.  Mentre  parlavate,
    comprendeva bene che soltanto per consolare un'indicibile disperazione
    la  vostra parola figurava un'imagine cos diversa della persona vera.
    Non v' nulla d'implacabile in lei;  ma ella stessa  obbedisce  a  una
    potenza che pu essere implacabile.
    SILVIA SETTALA:
    (amara e altiera.)
    So che siete esperta in tutti i linguaggi.
    GIOCONDA  DIANTI:  Che  giova  questa durezza?  Le vostre prime parole
    avevano un altro suono;  e pareva,  quando voi mi  avete  rivolta  una
    domanda, che voleste conoscere semplicemente la verit.
    SILVIA SETTALA: E quale  dunque la vostra verit?
    GIOCONDA DIANTI: La verit che vale, dinanzi a noi,  una sola: verit
    d'amore. Voi lo sapete. Ma temo di ferire.
    SILVIA SETTALA: Non temete di ferire.
    GIOCONDA DIANTI: La donna, a cui faceste tante accuse, fu ardentemente
    amata  e  -  soffrite ch'io lo dica!  - d'un glorioso amore.  Ella non
    abbass ma esalt una vita forte.  E poich l'ultima voce ch'ella ud,
    poche  ore  prima  che  si compiesse l'atto terribile,  l'ultima fu di
    amore,  ella crede d'essere ancora amata.  E questa   la  verit  che
    vale.
    SILVIA SETTALA:
    (perdutamente.)
    S'inganna,  s'inganna...  V'ingannate! Egli non vi ama pi, non vi ama
    pi; forse non vi ha amata mai. Non fu amore il suo ma attossicazione,
    ma servit atroce,  demenza e arsura.  Quando egli  soffriva  sul  suo
    guanciale, il ricordo gli passava di tratto in tratto negli occhi come
    un  baleno di terrore.  Piangendo ai miei piedi,  egli ha benedetto il
    sangue che  valso a riscattarlo... Non vi ama, non vi ama!
    GIOCONDA DIANTI: Il vostro amore grida come un naufrago.
    SILVIA SETTALA: Non vi  ama!  Siete  stata  per  lui  come  l'assillo,
    l'avete reso furente, l'avete spinto alla morte...
    GIOCONDA DIANTI: Non io, non io l'ho spinto alla morte; ma voi stessa.
    S,  per  riscattarsi  da un vincolo egli ha voluto morire,  ma non da
    quello che mi legava a lui: da un altro, dal vostro, da quello che gli
    imponeva la vostra virt o la vostra legge e che  lo  faceva  soffrire
    intollerabilmente.
    SILVIA  SETTALA: Ah,  non v' nulla che voi non osiate travolgere!  Da
    lui,  dalla sua bocca,  in un'ora in cui tutta la sua anima era alzata
    nella luce,  da lui io l'ho udito: - Se la violenza  valsa a spezzare
    un giogo, sia benedetta!  - Da lui io l'ho udito,  quando tutta la sua
    anima si riapriva nella verit.
    GIOCONDA DIANTI: Ma qui,  poche ore prima ch'egli cedesse all'orribile
    pensiero,  qui - tutte queste cose ne sono testimoni- egli mi parl le
    pi ardenti e le pi dolci parole ch'ebbe il suo amore;  qui mi chiam
    anche una volta vita della sua vita;  qui mi disse anche una volta  il
    suo sogno d'oblio,  di libert,  di arte,  di gioia. E qui mi disse la
    sua insofferenza del legame,  il peso  inevitabile  della  bont,  pi
    crudele  d'ogni  altro,   e  l'orrore  del  supplizio  cotidiano,   la
    ripugnanza a rientrare nella casa del silenzio  e  delle  lacrime,  la
    ripugnanza omai divenuta invincibile...
    SILVIA SETTALA: No! no! Voi mentite.
    GIOCONDA DIANTI: Per sfuggire a quell'angoscia, una sera che tutto gli
    parve pi triste e pi muto, egli cerc la morte...
    SILVIA SETTALA: Mentite! Mentite! Io ero lontana.
    GIOCONDA  DIANTI:  E  voi  mi  accusate d'avergli inflitto un tormento
    infame, d'essere stata il suo carnefice! Ah,  le vostre mani soltanto,
    le  vostre  mani  di bont e di perdono,  gli preparavano ogni sera un
    letto di spine ove egli non volle pi  distendersi.  Ma,  quando  egli
    entrava  qui dove io l'attendeva come si attende il dio che crea,  era
    trasfigurato.  Egli ritrovava dinanzi alla  sua  opera  la  forza,  la
    gioia,  la fede.  S, una febbre continua gli ardeva il sangue, tenuta
    accesa da me (e questo  tutto il mio orgoglio); ma al fuoco di quella
    febbre egli ha foggiato un capolavoro.
    (Indica col gesto la sua statua che la cortina nasconde.)
    SILVIA SETTALA: Non  il primo; non sar l'ultimo.
    GIOCONDA DIANTI: Certo, non sar l'ultimo;  poich un altro  pronto a
    balzare  dal  suo viluppo di creta,  un altro ha palpitato gi sotto o
    pollice animatore,  un altro  l  semivivo,  e  attende  d'attimo  in
    attimo  che  il miracolo dell'arte lo tragga intero alla luce.  Ah voi
    non potete comprendere  questa  impazienza  della  materia  a  cui  fu
    promesso il dono della vita perfetta!
    (Silvia  Settala  si  volge  verso  la  cortina;   fa  qualche  passo,
    lentamente,   con  l'apparenza  d'un  atto  involontario,   quasi  che
    obbedisca a un'attrazione misteriosa.)
    E' l; la creta  l. Quel primo spiracolo ch'egli vi aveva infuso, io
    l'ho  conservato  di  giorno in giorno come si bagna il solco dov' il
    seme profondo.  Non l'ho lasciato perire.  L'impronta   l,  intatta.
    L'ultimo tocco,  che vi pose la sua mano febrile nell'ultima ora,  l
    visibile,  energico e fresco come di ieri,  tanto potente che  la  mia
    speranza  in  mezzo  alla  frenesia  del dolore vi si affis come a un
    suggello di vita e ne prese forza.
    (Silvia Settala s'arresta dinanzi alla cortina, come la prima volta; e
    vi rimane immobile e muta.)
    S,  vero, voi eravate intanto al capezzale del moribondo, protesa in
    una lotta senza tregua per strapparlo alla morte;  e per questo  foste
    invidiata,  e per questo siate lodata in eterno. Voi avevate la lotta,
    l'agitazione,  lo sforzo: avevate da  compiere  qualche  cosa  che  vi
    pareva sovrumana e che vi dava l'ebrezza.  Io, sotto il divieto, nella
    lontananza e  nella  solitudine,  non  potevo  se  non  raccogliere  e
    stringere - con tutta la volont contratta - il mio dolore in un voto.
    La  mia  fede  era pari alla vostra;  certo,  si colleg con la vostra
    contro la morte. L'ultima favilla creatrice partita dal suo genio, dal
    fuoco divino che  in lui,  io non l'ho lasciata estinguere,  io  l'ho
    tenuta sempre viva,  con una vigilanza religiosa e ininterrotta... Ah,
    chi pu dire fin dove sia giunta la  forza  preservatrice  di  un  tal
    voto?
    (Silvia  Settala  fa  l'atto  di  volgersi  con  violenza,   come  per
    rispondere; ma si trattiene.)
    Lo so, lo so:  ben semplice e facile quel che io ho fatto; lo so: non
     uno sforzo eroico,  l'umile compito di un manovale. Ma non  l'atto
    quel che importa.  Quel che importa  lo spirito  con  cui  l'atto  si
    compie;  quel  che  solo  importa    il  fervore.  Nulla   pi sacro
    dell'opera che comincia a vivere.  Se il sentimento con  cui  io  l'ho
    custodita pu rivelarsi alla vostra anima,  andate e guardate!  Perch
    l'opera seguiti a  vivere    necessaria  la  mia  presenza  visibile.
    Riconoscendo   questa   necessit,   voi  comprenderete  come  io  nel
    rispondere forse a una vostra domanda ho voluto rispettare un dubbio
    che poteva essere in voi ma che non era in me,  che non  in  me.  Voi
    non  potete  sentirvi sicura qui come nella vostra casa.  Questa non 
    una casa.  Gli affetti familiari non hanno qui la loro sede;  le virt
    domestiche  non  hanno  qui il loro sacrario.  Questo  un luogo fuori
    delle leggi e fuori dei diritti comuni.  Qui uno scultore  fa  le  sue
    statue.  Vi sta egli solo con gli strumenti della sua arte. Ora io non
    sono se non uno strumento dell'arte sua. La Natura mi ha mandato verso
    di lui per portargli  un  messaggio  e  per  servirlo.  Obbedisco;  lo
    attendo per servirlo ancora.  S'egli ora entrasse, potrebbe riprendere
    l'opera interrotta che aveva incominciato a vivere sotto le sue  dita.
    Andate e guardate!
    (Silvia  Settala   rimasta dinanzi alla cortina,  senza avanzare.  Un
    tremito sempre pi forte le scuote la persona,  indizio  della  grande
    agitazione  interiore;  mentre  le parole della rivale si fanno sempre
    pi pronte  e  stringenti,  divenendo  alla  fine  limpide  e  ostili.
    D'improvviso ella si volge,  anelante, impetuosa, risoluta alle difese
    estreme.)
    SILVIA SETTALA: No. E' inutile. Troppo abili parole. Voi siete esperta
    in tutti i linguaggi.  Trasfigurate in un atto di amore e di fede quel
    che  non    se  non  un  accorgimento  e  un'insidia.  L'opera che fu
    interrotta doveva perdersi.  Con la mano medesima che  aveva  impresso
    nella creta il segno di vita, con la mano medesima egli strinse l'arma
    e la rivolse contro il suo cuore.  Egli non dubit di mettere tra s e
    la sua opera il pi oscuro degli abissi.  La morte  passata di l,  e
    ha reciso ogni legame. Quel che fu interrotto sar perduto. Ora egli 
    rinato,   un uomo nuovo, aspira ad altre conquiste. Nei suoi occhi si
     fatta una nuova luce;  la sua forza   impaziente  di  creare  altre
    forme.  Tutto  quel  che    dietro  di  lui,  tutto  quel che  di l
    dall'ombra.  non ha pi alcun potere  e  alcun  pregio.  Che  mai  gli
    importa che una vecchia creta cada in polvere?  Egli l'ha dimenticata.
    Ne trover della pi  recente  per  infondervi  il  soffio  della  sua
    rinascenza,  per  modellarla  a imagine dell'idea che oggi l'infiamma.
    Gi,  la vecchia creta!  Come potete voi  mostrarvi  convinta  d'esser
    necessaria  alla  sua  arte?  Nessuno   necessario all'uomo che crea.
    Tutto converge in lui.  Dite che la Natura vi ha mandato verso di  lui
    per portargli un messaggio.  Ebbene egli lo ha accolto, lo ha compreso
    ed ha risposto con una espressione sublime.  Che altro  potrebbe  egli
    trarre da voi?  Che altro potreste voi dargli?  Non  concesso toccare
    due  volte  il  medesimo  vertice,  compiere  due  volte  il  medesimo
    prodigio. Voi siete rimasta di l, di l dall'ombra, lontana, sola, su
    la  vecchia  terra.  Egli  va ora verso le terre nuove,  dove ricever
    altri messaggi. La sua forza sembra vergine, e la bellezza del mondo 
    infinita.
    GIOCONDA DIANTI:
    (sconvolta da quell'inatteso impeto che  la  respinge,  divenendo  pi
    acre, esaltando il suo orgoglio, assumendo un'aria di sfida.)
    Io  sono  viva  e  sono  presente;  ed  egli ha trovato in me pi d'un
    aspetto,   e  mi  inebriano  ancora  le  parole  ch'egli  diceva   per
    significare la sua visione diversa ogni mattina quando gli riapparivo.
    Fino  a  ieri,  certo,  egli  ha  ignorata  la  mia  attesa;  e la sua
    inconsapevolezza vi ha illusa. Ma oggi egli sa.  Comprendete?  Egli sa
    che  io  sono  qui,  che io l'attendo.  Stamani una lettera glie lo ha
    rivelato, una lettera che  giunta nelle sue mani, ch'egli ha letta. E
    io sono sicura,  comprendete?,  sono sicura ch'egli verr.  Forse  in
    cammino, forse  presso la porta. Volete che lo attendiamo?
    (Una straordinaria mutazione altera il volto di Silvia Settala. Sembra
    che qualche cosa di insolito e di orribile accada entro di lei. Ella 
    come  chi  a  un fratto si senta afferrare da una spira e si torca nel
    ribrezzo e nel fascino serpentino,  perdutamente.  La fatalit  antica
    della menzogna assale d'improvviso l'anima della donna pura,  la vince
    e la contamina.  Alle ultime parole della nemica ella rompe in un riso
    inaspettato, amaro, atroce, provocatore, che la rende irriconoscibile.
    Gioconda Dianti ne rimane sopraffatta.)
    SILVIA  SETTALA: Basta,  basta.  Troppe parole.  Il gioco  durato gi
    troppo.  Ah la vostra sicurezza,  il vostro orgoglio!  Ma  come  avete
    potuto  credere  ch'io  sia venuta qui per contrastarvi la porta,  per
    vietarvi il passo,  per mettermi di fronte alla vostra audacia,  senza
    che una sicurezza ben pi salda della vostra mi affidi?  La conosco la
    vostra lettera di stamani, mi fu mostrata, non so se con pi stupore o
    con pi disgusto.
    GIOCONDA DIANTI:
    (sopraffatta.)
    No, non  possibile!
    SILVIA SETTALA: S, cos . La risposta, io ve la porto. Lucio Settala
    ha perduta la memoria di quel che fu e  chiede  d'essere  lasciato  in
    pace.  Egli  spera  che  il  vostro  orgoglio  v'impedir  di divenire
    importuna.
    GIOCONDA DIANTI:
    (fuori di s.)
    Egli vi manda? egli stesso? E' la sua risposta? La sua?
    SILVIA SETTALA
    La sua,  la sua.  Io vi  avrei  risparmiata  questa  durezza,  se  non
    m'aveste costretta. Vogliate ora uscire.
    GIOCONDA DIANTI:
    (con la voce rauca di collera e di onta.)
    Sono scacciata?
    (Il  furore  la  soffoca  e le d un fremito gagliardo.  Sembra che si
    svegli in lei la fiera  vendicativa  e  devastatrice.  Pel  suo  corpo
    pieghevole  e  possente  passa  quella  forza  medesima che contrae le
    musculature micidiali dei felini  in  agguato.  Il  velo,  ch'ella  ha
    sempre tenuto sul volto come una maschera fosca, rende pi formidabile
    l'attitudine  della  persona  pronta a nuocere in qualunque modo e con
    qualunque arma.)
    Scacciata?
    (Silvia Settala sta convulsa e livida dinanzi alla donna furibonda;  e
    non  lo  spettacolo  di  quel  furore la sbigottisce,  ma qualche cosa
    ch'ella  guarda  dentro  di   s,   qualche   cosa   di   orribile   e
    d'irreparabile: la sua menzogna.)
    Ah,  a  questo  voi  l'avete  condotto!  In  che  modo?  in  che modo?
    Fasciandogli di cotone l'anima come la ferita?  medicandogliela con le
    vostre  mani molli?  Egli  disfatto,   finito,   un cencio inutile.
    Comprendo; ora comprendo.  Povero lui!  Povero lui!  Ah,  perch non 
    morto, piuttosto che sopravvivere all'anima sua? Egli  finito dunque;
      un  povero  mentecatto  che  voi  condurrete  per mano nelle strade
    solitarie.  Tutto  distrutto,  tutto  perduto.  La sua fronte non si
    solleva pi, il suo occhio  spento...
    SILVIA SETTALA:
    (interrompendola.)
    Tacete!  Tacete!  Egli   vivente e forte,  e non ebbe mai in s tanta
    luce. Dio sia lodato!
    GIOCONDA DIANTI:
    (frenetica.)
    Non  vero. Io, io ero la sua forza,  la sua giovinezza,  la sua luce.
    Diteglielo! Diteglielo! Egli  divenuto vecchio; da oggi
    vecchio e fiacco e senz'anima. Io porto via con me, diteglielo!, tutto
    quel che era in lui di pi libero,  di pi ardente e di pi fiero.  Il
    sangue che vers l, sotto la mia statua, fu l'ultimo sangue della sua
    giovinezza. Quello che voi gli avete rinfuso nel cuore  senza fiamma,
     debole,  vile. Diteglielo! Io porto via con me,  oggi,  quel che fu
    la  sua  potenza  e  il  suo  orgoglio e la sua gioia e tutto.  Egli 
    finito. Diteglielo!
    (Il furore l'acceca e la soffoca.  Sembra ch'ella sia  invasa  da  una
    torbida volont distruttiva, come da un demone. Tutto il suo essere si
    contrae  nel bisogno di compiete un atto immediato di distruzione.  Un
    pensiero subitaneo precipita quell'istinto verso una mira.)
    E quella statua che  mia,  che m'appartiene,  ch'egli ha fatta con la
    vita  che  ha  spremuta  da me a stilla a stilla,  quella statua che 
    mia...
    (Ella si slancia con un balzo di fiera verso  la  cortina  chiusa,  la
    solleva, passa oltre.)
    ... ebbene, io la spezzer, l'abbatter!
    (Silvia  Settala  gitta  un  grido accorrendo per impedire il delitto.
    Entrambe scompaiono dietro la cortina.  S'ode  l'anelito  d'una  breve
    lotta.)
    SILVIA SETTALA:
    (gridando.)
    No, no, non  vero, non  vero! Ho mentito.
    (Copre  le  disperate  parole  lo strepito d'una massa che s'inclina e
    cade,  lo schianto della statua abbattuta;  a cui segue un nuovo grido
    lacerante di Silvia che lo spasimo le trae dalle viscere profonde.)

    SCENA TERZA.

    (Francesca  Doni appare,  folle di terrore,  correndo verso quel grido
    ch'ella riconosce;  mentre Gioconda Dianti si  mostra  fra  le  pieghe
    della cortina,  ancora velata,  con l'attitudine di chi abbia ucciso e
    cerchi lo scampo.)

    FRANCESCA DONI: Assassina! Assassina!
    (Ella si piega a soccorrere la sorella mentre l'altra fugge.)  Silvia,
    Silvia,  sorella mia, sorella mia! Che t'ha fatto? che t'ha fatto? Ah!
    le mani, le mani...
    (La sua voce esprime l'orrore di chi vede una cosa raccapricciante.)
    SILVIA SETTALA: Portami via! Portami via!
    FRANCESCA DONI: Mio Dio! Mio Dio! Ti son rimaste sotto? Mio Dio! Ti si
    sono schiacciate... L'acqua! L'acqua! Non c' nulla qui... Aspetta!
    SILVIA SETTALA: Ah che spasimo! Non reggo; muoio. Portami via!
    (Ella appare, uscendo di tra le pieghe rosse,  col viso indicibilmente
    convulso  dallo  spasimo;  mentre  la sorella curva le sostiene le due
    mani avvolte in un pezzo di tela umida tolta di  su  la  creta  -  che
    s'insanguina.)
    Che spasimo! Non reggo pi.
    (Ella  sta per venir meno;  quand'ecco si precipita nella stanza Lucio
    Settala come un forsennato.  Ella trasale,  fissando su di lui i  suoi
    grandi occhi lacrimanti ove l'anima disperata muore.) Tu, tu, tu!
    FRANCESCA DONI:
    (sostenendo  sempre  le  due  povere mani schiacciate che inzuppano di
    sangue la tela in cui  nascosto lo sfacelo immedicabile.)
    Reggetela! Reggetela! Ora cade...
    (Lucio Settala regge tra le sue braccia la dolce creatura  sanguinosa,
    che sta per perdere la conoscenza. Ma, prima di mancare, ella volge lo
    sguardo semispento verso la cortina come per accennare alla statua.)
    SILVIA SETTALA:
    (con la voce morente.)
    E'... salva.










    ATTO QUARTO.

    (Una stanza terrena,  tutta bianca, semplice, con due pareti che fanno
    angolo - quasi interamente aperte alla luce per un ordine di  vetrate,
    al modo di un tepidario.  Le stoie sono alzate: a traverso i cristalli
    si vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d'oro
    sparse d'alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine,  la foce
    pacifica dell'Arno,  di l dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le
    Cascine di San Rossore, le lontane montagne di Carrara marmifera.
    Una porta, che conduce all'interno,   nella terza parete.  Da un lato
    della porta, su una mensola,  la Donna dal mazzolino - la nota figura
    di  Andrea del Verrocchio - ospite nuova,  venuta dall'altra casa come
    una compagna fedele,  le cui  belle  mani  sono  pur  sempre  intatte,
    atteggiate  di  grazia  verso il cuore.  Dall'altro lato  una vecchia
    spinetta - del tempo di Elisa Baciocchi duchessa di  Lucca  -  con  la
    cassa  di legno scuro intarsiata di legno chiaro,  sorretta da piccole
    cariatidi dorate nello stile dell'Impero,  con i suoi  quattro  pedali
    riuniti in forma di una cetra.
    E' un pomeriggio di settembre.  Il sorriso dell'Estate sparente sembra
    incantare tutte  le  cose.  Nella  stanza  solitaria    sensibile  la
    presenza  dell'anima  musicale  che  dorme  in  fondo  allo  strumento
    abbandonato,  come se anch'esse le corde rinchiuse fossero tocche  dal
    ritmo che misura la calma del mare vicino.)


    SCENA PRIMA.

    (Silvia  Settala  appare  su  la  soglia,   venendo  dall'interno;  si
    sofferma;  fa qualche passo verso le vetrate;  guarda  la  lontananza,
    guarda  intorno  a s,  con occhi infinitamente tristi.  v' nella sua
    movenza qualche cosa di manchevole,  che suscita un'imagine vaga d'ali
    tarpate,  che  d  il  sentimento  vago d'una forza umiliata e tronca,
    d'una nobilt avvilita,  d'un'armonia  rotta.  Ella  porta  una  veste
    cinerizia alla cui estremit corre un piccolo orlo nero,  come un filo
    di lutto.  Le maniche lunghe nascondono i  moncherini,  ch'ella  tiene
    distesi  gi pe' fianchi e talvolta serrati contro,  un po' in dietro,
    come per nasconderli nelle pieghe, con un moto doloroso di pudore.
    Di fuori,  tra gli oleandri  folti,  appare  una  figura  feminina  la
    Sirenetta  -  che ha la sembianza di una fata e di una mendicante,  in
    atto di chi spia.  Ella  s'insinua  verso  le  vetrate  con  un  passo
    furtivo, reggendo in una mano il lembo del grembiule ripieno di alghe,
    di nicchi e di stelle marine.)

    SILVIA SETTALA:
    (scorgendola   e   andandole   in  contro  con  un  sorriso  spontaneo
    impreveduto.)
    Oh, la Sirenetta! Vieni, vieni.
    LA SIRENETTA:
    (avanzandosi fino ai cristalli.)
    Mi riconosci?
    (Rimane di fuori,  in modo che la sua figura appare tra  il  luccichio
    dei  cristalli,  i  quali sembrano continuare intorno a lei il tremito
    raggiante e  incessante  delle  grandi  acque.  E'  giovine,  sottile,
    pieghevole;  ha  i  capelli fulvi e scarmigliati,  il volto d'un color
    d'oro olivigno,  i denti candidi come l'osso della seppia,  gli  occhi
    umidi  e  glauchi,  il  collo  esile e lungo,  ornato d'una collana di
    conchiglie,  in tutta la persona qualcosa  d'indicibilmente  fresco  e
    guizzante  che  fa  pensare  a  una  creatura impregnata di salsedine,
    emersa dalla mobilit dei flutti,  proveniente dai  nascondigli  d'una
    scogliera.  La  sua  gonna  di  bordato  bianco  e turchino,  lacera e
    scolorita,  scende poco pi gi dei ginocchi,  lasciando  scoperte  le
    gambe  ignude;  il  suo  grembiule  azzurrognolo  stilla  e  odora  di
    salmastro come una nassa;  i suoi piedi scalzi,  a contrasto del color
    bruno  che  le  ha  dato  il sole,  sono singolarmente pallidi come le
    radici delle piante acquatiche.  E la sua voce  limpida e puerile;  e
    taluna  delle  parole  ch'ella  proferisce  sembra  rischiarare  d'una
    misteriosa felicit il suo volto ingenuo.)
    Mi riconosci, signora bella?
    SILVIA SETTALA: Ti riconosco, ti riconosco.
    LA SIRENETTA: Mi riconosci? Chi sono io?
    SILVIA SETTALA: Non sei la Sirenetta?
    LA SIRENETTA: S, tu m'hai riconosciuta. Quant' che sei rivenuta?
    SILVIA SETTALA: E' poco.
    LA SIRENETTA: Tu rimani?
    SILVIA SETTALA: Per molto tempo ancora.
    LA SIRENETTA: Sino all'inverno, forse.
    SILVIA SETTALA: Forse.
    LA SIRENETTA: E la tua figliuola?
    SILVIA SETTALA: Oggi l'aspetto. Verr.
    LA SIRENETTA: Beata! Non si chiama Beata?
    SILVIA SETTALA: S, Beata.
    LA SIRENETTA:  Tu  le  hai  messo  quel  nome?  Beata,  non  Beatrice.
    Quand'era qui,  voleva da me ogni giorno le stelle: le stelle di mare.
    Te l'ha detto? Voleva sentirmi cantare. Te l'ha detto?
    SILVIA SETTALA: S, me l'ha detto. Si ricorda di te. Ti vuol bene.
    LA SIRENETTA: Mi vuol bene? Lo so. Mi dava ogni giorno il suo pane.
    SILVIA SETTALA: Tu l'avrai ogni giorno,  se vuoi.  Pane e companatico,
    Sirenetta, mattina e sera, quando ti piace. Ricordati.
    LA SIRENETTA: Mattina e sera ti porter una stella.  Ne vuoi una?  una
    bella? pi grande di una mano?
    (Silvia Settala,  turbata,  con un moto istintivo trae  in  dietro  le
    braccia.)
    SILVIA SETTALA: No, no! Serbala a Beata.
    LA SIRENETTA:
    (attonita.)
    Non la vuoi?
    SILVIA SETTALA: Dimmi piuttosto quel che fai della tua vita;  dimmi la
    tua giornata.  E' vero che tu parli con le  sirene  del  mare?  Dimmi,
    racconta, Sirenetta.
    LA SIRENETTA: Eravamo sette sorelle.
    Ci specchiammo alle fontane:
    eravamo tutte belle.
    - Fiore di giunco non fa pane,
    mora di macchia non fa vino,
    filo d'erba non fa panno lino
    - la madre disse alle sorelle.
    Ci specchiammo alle fontane;
    eravamo tutte belle.
    La prima per filare
    e voleva i fusi d'oro;
    la seconda per tramare
    e voleva le spole d'oro;
    la terza per cucire
    e voleva gli aghi d'oro;
    la quarta per imbandire
    e voleva le coppe d'oro;
    la quinta per dormire
    e voleva le coltri d'oro;
    la sesta per sognare
    e voleva i sogni d'oro;
    l'ultima per cantare,
    per cantare solamente,
    e non voleva niente.
    (Ella ride d'un breve riso nitido che sembra tintinnire sui suoi denti
    splendenti.)
    Ti piace questa storia?
    SILVIA SETTALA:
    (presa dalla grazia di quella semplice.)
    E' gi finita? Perch non seguiti?
    LA SIRENETTA: Se tu ti siedi qui, io t'addormento come addormentavo la
    tua  figliuola  su  l'arena.  Non  hai sonno a quest'ora?  E' buono il
    sonno, di settembre.
    Settembre dall'altura
    porta al piano la frescura
    e l'Estate in sepoltura.
    Amen.
    SILVIA SETTALA: No. Seguita la tua storia, Sirenetta.
    LA SIRENETTA: L'oliva si fa scura
    e la doglia si matura:
    olio e pianto alla pressura.
    Amen.
    SILVIA SETTALA: Seguita la tua storia, Sirenetta.
    LA SIRENETTA: Dove siamo rimaste?
    SILVIA SETTALA: E non voleva niente!
    (Una pausa.)
    LA SIRENETTA: Ah, ecco:
    - Fiore di giunco non fa pane,
    mora di macchia non fa vino,
    filo d'erba non fa panno lino -
    la madre disse alle sorelle.
    Ci specchiammo alle fontane:
    eravamo tutte belle.
    E la prima fil
    torcendo il suo fuso e il suo cuore,
    e la seconda tram
    una tela di dolore,
    e la terza cuc
    una camicia attossicata,
    e la quarta imband
    una mensa affatturata,
    e la quinta dorm
    nella coltre della morte,
    e la sesta sogn
    nelle braccia della morte.
    Pianse la madre dolente,
    pianse la mala sorte.
    Ma l'ultima, che cant per cantare per cantare
    per cantare solamente,
    ebbe la sorte bella.
    (Ella abbassa la voce, la fa segreta e remota.)
    Le sirene del mare
    la vollero per sorella.
    (Una pausa.)
    SILVIA SETTALA: Dunque  vero che tu parli con le sirene?
    LA SIRENETTA:
    (ponendosi l'indice su la bocca.)
    Non dimandare!
    SILVIA SETTALA: E' vero che nessuno sa dove tu dorma la notte?
    LA SIRENETTA:
    (col medesimo gesto.)
    Non dimandare!
    SILVIA SETTALA: Vuoi tu che io ti dia ricetto, qui nella casa?
    LA SIRENETTA:
    (fissandola in viso, come se non avesse udita la domanda.)
    Tu hai gli occhi afflitti. Non sapevo che fosse la mia pena, quando mi
    guardavi.  Ora vedo: hai negli occhi  un  gran  dolore.  Qualcuno  t'
    morto.
    SILVIA SETTALA: Tu sola mi consolerai!
    LA SIRENETTA: Chi t' morto?
    SILVIA SETTALA: Non dimandare!
    LA  SIRENETTA:  Ora  ti vedo: tu non sei pi quella.  Ho pensato a una
    rondine dell'altro settembre, che non aveva pi le sue penne maestre e
    stava per annegarsi nel mare. Che t'hanno fatto?  Qualche cosa di male
    t' stato fatto.
    SILVIA SETTALA: Non dimandare!
    (Istintivamente   ella  nasconde  nelle  pieghe  della  veste  i  suoi
    moncherini,  con un moto doloroso che non  sfugge  all'indagine  della
    creatura   incantevole.   La   quale,   d'improvviso,   come   per  un
    accorgimento, lascia il lembo del grembiule in modo che il suo piccolo
    tesoro marino cade e si sparge sul terreno.)
    LA SIRENETTA:
    (inclinandosi e scegliendo.)
    Vuoi una stella? una bella? pi grande di una mano? Guarda!
    Ella mostra alla mutilata una grande asteria a cinque raggi.
    Prendila! Te la dono.
    (La mutilata scuote il capo in segno di diniego,  serrando  le  labbra
    come per ricacciare in gi il nodo che le chiude la gola.)
    Non puoi? Hai le mani malate? fasciate?
    (La  mutilata  accenna  di s col capo.  Le parole dell'altra si fanno
    tremule di piet.)
    Sei caduta nel fuoco? te le sei bruciate? Ti dolgono ancora?  o stanno
    per guarire?
    SILVIA SETTALA:
    (con una voce appena udibile.)
    Non le ho pi.
    LA SIRENETTA:
    (sollevandosi sbigottita.)
    Non le hai pi! Te le hanno tagliate? Sei monca?
    (La mutilata accenna di s col capo, spaventevolmente pallida. L'altra
    rabbrividisce d'orrore.)
    No, no, no! Non  vero.
    (Ella  tiene  gli  occhi fissi alle pieghe della veste ove la mutilata
    nasconde i suoi moncherini.)
    Dimmi che non  vero.
    SILVIA SETTALA: Non le ho pi.
    LA SIRENETTA: Perch? perch?
    SILVIA SETTALA: Non dimandare!
    LA SIRENETTA: Ah, che cosa crudele!
    SILVIA SETTALA: Le ho donate.
    LA SIRENETTA: Le hai donate? A chi?
    SILVIA SETTALA: Al mio amore.
    LA SIRENETTA: Ah, che crudele amore! Com'erano belle, com'erano belle!
    Credi tu che io non me ne ricordi? Te le ho baciate; tante tante volte
    te le ho baciate con questa bocca.  Mi davano il pane,  una melagrana,
    una  tazza  di latte...  Erano belle come se te le avesse fatte l'Alba
    con un fiato,  bianche come il fiore della maretta,  pi fini di  quei
    ricami  che  fa  il  vento  nell'arena;   si  movevano  come  il  sole
    nell'acqua,  favellavano meglio della lingua e delle  pupille,  quello
    che  dicevano  era come una parola benigna,  quello che prendevano per
    donare diventava tutt'oro. Me ne ricordo: le vedo, le vedo.  Un giorno
    giocavano  con l'arena tiepida: l'arena passava tra le dita come in un
    vaglietto e si piacevano nel gioco; e la Beata le guardava e rideva; e
    io, che le guardavo, avevo il medesimo piacere.  Un giorno sbucciavano
    un'arancia:  e  ne  fecero  tanti spicchi,  e a me ne tocc uno ed era
    dolce come un fiale.  Un giorno mettevano una fasciolina intorno a  un
    piede   della   piccola,   che  piangeva  perch  l'aveva  pinzata  un
    gamberello;  e il dolore subito cess,  e la piccola si mise a correre
    per  la  riva.  Un  giorno  giocavano con que' bei riccioli,  e d'ogni
    ricciolo si facevano un anello per ogni dito, e poi ricominciavano,  e
    poi ricominciavano ancora;  e la Beata si addorment con la rugiada in
    bocca...
    SILVIA SETTALA:
    (soffocatamente.)
    Non dir pi! Non dir pi!
    LA SIRENETTA: Ah, che crudele amore!
    (Una pausa. Ella resta pensosa.)
    E dove saranno? Lontane da te, sole, nella terra, in fondo... Le hanno
    seppellite? Dove? In un bel giardino?
    (Una pausa. La mutilata tiene le palpebre chiuse e appoggia il capo al
    cristallo ove si riflette il tremolio del mare.)
    Le hai vedute portar via?  Com'erano bianche!  Le hanno intrise in  un
    balsamo forte.  E gli anelli?  Con tutti gli anelli?  Ne avevi uno con
    una pietra verde,  e uno con tre perle,  e uno intrecciato d'oro e  di
    ferro,  e  uno  liscio,  un  cerchietto  lucente,  e  quello  solo era
    all'anulare.
    (Una  pausa.   Un'espressione  indefinibile  appare  sul  volto  della
    mutilata,  mentre ella abbandona le braccia lungo i fianchi allentando
    la contrattura.)
    Ci pensi? Le sogni? Se ti rifiorissero calde...
    (La  mutilata  apre  gli  occhi  e  sobbalza,   come  chi  si  sveglia
    all'improvviso. Le sue braccia sussultano.)
    Che hai?
    SILVIA SETTALA: E' strano: veramente qualche volta mi par di riaverle,
    mi par di sentire il sangue scendere alla punta delle dita.  Quando tu
    parlavi, le avevo... erano pi belle, Sirenetta.
    LA SIRENETTA: Pi belle?
    SILVIA SETTALA: Tu mi consolerai, Sirenetta.  Io non posso prendere la
    tua stella, ma posso guardare i tuoi occhi e udire la tua voce. Stammi
    vicina, ora che t'ho ritrovata. Anch'io ti vorrei per sorella.
    LA SIRENETTA: Vorrei darti le mie mani,  se non fossero tanto ruvide e
    scure.
    SILVIA SETTALA: Sono felici le tue mani: toccano le foglie,  i  fiori,
    l'arena,  l'acqua,  le pietre, i fanciulli, gli animali, tutte le cose
    innocenti. Tu sei felice,  Sirenetta: la tua anima nasce ogni mattina;
    ora   piccola come una perla e ora  grande come il mare.  Tu non hai
    nulla e hai tutto; non sai nulla e sai tutto.
    LA SIRENETTA:
    (volgendosi a un tratto e interrompendola.)
    Hai sentito la folata?  Guarda,  guarda quante rondini sul mare!  Sono
    pi  di  mille:  una nuvola viva.  Guarda come brillano!  Ora partono,
    vanno a un gran viaggio,  in una terra distante;  l'ombra  cammina  su
    l'acqua con loro;  qualche piuma cade;  si far sera; incontreranno le
    barche in alto mare; vedranno i fuochi, udranno i canti dei marinai; i
    marinai le guarderanno passare; passeranno rasente alle vele; qualcuna
    urter,  cadr sul ponte stanca.  Una  sera,  una  nuvola  di  rondini
    stanche  s'abbatter  su  una  barca  come  un  passo  di storni su le
    paretelle e tutta la ricoprir.  I marinai non le toccheranno.  Non si
    moveranno, per non spaventarle; non parleranno, per lasciarle dormire.
    E,  come  ce  ne  sar  anche  sul ceppo dell'ancora e su la barra del
    timone, per quella notte la barca andr alla ventura sotto la luna. Ma
    all'alba Ah! Chi ti chiama?
    (Interrompe il sogno,  udendo una voce estranea tra gli  oleandri;  fa
    l'atto di fuggire.
    Addio, addio.
    SILVIA SETTALA:
    (ansiosamente.)
    E' mia sorella.  Non fuggire,  non te n'andare,  Sirenetta! Rimani qui
    d'intorno. Viene Beata.
    LA SIRENETTA: Addio, addio. Torner.
    (Fugge verso il mare, si dilegua nell'azzurro e nel sole.)


    SCENA SECONDA.

    (Appare tra gli oleandri Francesca Doni seguita da  Lorenzo  Gaddi  il
    vecchio.)

    FRANCESCA DONI: Vedi chi ti conduco?
    SILVIA SETTALA:
    (ansiosamente.)
    E Beata? E Beata?
    FRANCESCA DONI: Verr fra poco. L'ho lasciata con Faustina. Son venuta
    innanzi perch non t'arrivasse all'improvviso...
    SILVIA SETTALA: Caro maestro, come vi sono grata!
    (Il vecchio fa l'atto istintivo di tendere le mani verso di lei.  Ella
    s'inchina leggermente e gli offre la fronte,  ch'egli  sfiora  con  le
    labbra.
    LORENZO GADDI:
    (dissimulando la sua commozione.)
    Come  sono  felice  io di rivedervi,  cara Silvia,  e di rivedervi gi
    sollevata e sana!  Il mare vi giova.  Il mare   pur  sempre  il  gran
    consolatore. Laggi, al Forte dei Marmi, si pensava molto a voi.
    SILVIA SETTALA: Non  tanto lontano di qui il Forte dei Marmi.
    LORENZO GADDI:
    (indicando i lidi remoti.)
    laggi, sotto Serravezza, di qua da Massa.
    (Guardano per le vetrate la lontananza.)
    FRANCESCA  DONI:  Come si vedono bene oggi le montagne di Carrara!  Si
    possono contare le punte a una a una.  Non mi ricordo una giornata pi
    limpida di questa.  Chi era con te, Silvia? La Sirenetta? M' parso di
    vederla fuggire verso il mare.  E poi,  ecco la  sua  traccia:  alghe,
    nicchi, stelle marine.
    (Ella indica il tesoro puerile sparso a terra.)
    SILVIA SETTALA: S, era qui con me, dianzi.
    LORENZO GADDI: Chi  la Sirenetta?
    FRANCESCA DONI: Una piccola pazza errante.
    SILVIA SETTALA: Una veggente,  che ha il dono del canto;  una creatura
    di sogno e di verit, che sembra uno spirito del mare.  La conoscerete
    e  l'amerete con me.  Conoscendola,  udendola parlare,  si comprendono
    molte cose profonde.  Certo,  vi parr perfetta: ella d sempre e  non
    chiede mai.
    LORENZO GADDI: Vi somiglia in questo.
    SILVIA  SETTALA:  Ahim,  no.  Avrei  voluto  e  dovuto somigliarle in
    questo;  ma la luce mi venne meno e cedetti  all'inganno  della  vita.
    Quale accecamento!  Tanto chiesi che, per ottenere, mi ridussi perfino
    a  mentire:  io!  Ne  esco  mutilata,  stroncata,  per  ammenda  della
    menzogna.  Avevo  tese  le mani troppo violentemente verso un bene che
    m'era vietato dal destino.  Non mi lagno,  non  gemo.  Poich  bisogna
    vivere,  vivr.  Forse un giorno la mia anima sar pacificata. Sentivo
    nascere in me questa speranza,  ascoltando la voce di quella  creatura
    semplice e candida che pu insegnare le cose eterne. M'ha detto che mi
    porter una stella ogni mattina.
    (Ella  tenta  di  sorridere.  La sorella  rimasta presso le vetrate e
    sembra intenta a  guardare  le  montagne  lontane;  ma  l'ombra  della
    tristezza occupa il suo viso mite.)
    Guardate l,  maestro, la Donna dal mazzolino. E' venuta meco. Ora, se
    la guardo,  ha qualche cosa di funebre per me: tuttavia non ho  saputo
    distaccarmene. Vi ricordate, maestro, di quel giorno d'aprile? e della
    testa inghirlandata?
    LORENZO GADDI: Mi ricordo, mi ricordo...
    SILVIA SETTALA: La vita nuova!
    LORENZO GADDI: In ogni cosa era un augurio.
    SILVIA SETTALA: Quando vedo passare i cammelli carichi di fascine, l,
    oltr'Arno,  nelle  macchie  del  Gombo,  ripenso  all'arrivo di Cosimo
    Dalbo,  all'allegrezza di quella sera,  allo scarabeo che io  misi  in
    mezzo a un fascio di rose colte da Beata...
    (Si volge verso la sorella.)
    Oh,  Francesca,  io  parlo  e il cuore intanto mi fa cos male che non
    resisto pi. Dov' Beata?
    FRANCESCA DONI:
    (stretta dalla pena.)
    Vuoi dunque vederla ora? Sei forte?
    SILVIA SETTALA: S, s, sono forte, sono pronta. L'indugio  peggiore.
    FRANCESCA DONI: Allora vado, e te la conduco.
    SILVIA SETTALA:
    (non riuscendo a contenere l'ansiet.)
    Aspetta un minuto. Non rimanete con noi qui, stasera,  maestro?  Sarei
    contenta.
    LORENZO GADDI: Ebbene, s, rimango.
    SILVIA SETTALA: Possiamo ospitarvi. Faccio preparare la vostra stanza.
    Aspetta, Francesca, un minuto.
    (Ella  convulsa,  non potendo pi dominare la sua ambascia.  Va verso
    la porta con l'atto di chi corra a nascondere un pianto  che  sia  per
    irrompere.)
    FRANCESCA DONI: Vuoi ch'io venga, Silvia?
    SILVIA SETTALA:
    (con la voce soffocata.)
    No, no.
    (Scompare.)
    FRANCESCA  DONI:  Ah,  che  maledizione,  che maledizione!  La vedete?
    Finch era nel suo letto,  sotto le sue  coperte,  fasciata,  esangue,
    tutto l'orrore della cosa non appariva. Ma ora che  in piedi, ora che
    si muove, cammina, rivede le persone amiche, ritrova le abitudini d'un
    tempo, si dispone ai gesti che le erano famigliari... Pensate!
    LORENZO  GADDI:  S,   una sorte troppo atroce.  Mi ricordo ancora di
    quel che  diceste  tanto  teneramente,  guardandola,  in  quel  giorno
    d'aprile. Sembra che abbia le ali! La bellezza e la leggerezza delle
    sue  mani le davano quell'aspetto di creatura alata.  V'era in lei una
    specie di fremito incessante. Ora sembra che si trascini...
    FRANCESCA DONI: Ed  stato un sacrifizio inutile come gli altri, non 
    valso a nulla,  non ha mutato nulla: ecco l'atrocit della  sorte.  Se
    Lucio  le  fosse  rimasto,  credo  ch'ella sarebbe contenta di avergli
    potuto  dare  quest'ultima  prova,  d'avergli  potuto  fare  anche  il
    sacrifizio delle sue mani vive.  Ma ella conosce omai tutta la verit,
    nella sua crudezza...  Ah che infamia!  Avreste mai potuto credere che
    Lucio fosse capace di tanto? Dite.
    LORENZO GADDI: Anch'egli ha il suo fato,  e gli obbedisce. Come non fu
    padrone della sua morte,  cos non  padrone della sua vita.  Lo  vidi
    ieri.  M'aveva  scritto al Forte dei Marmi per pregarmi di salire alle
    Cave e di spedirgli un masso.  Lo vidi ieri,  nel suo studio.  Il  suo
    viso    cos  scarno  che  sembra  debba divorarglielo il fuoco degli
    occhi. Quando parla, si eccita stranamente. Ne rimasi turbato. Lavora,
    lavora, lavora, con una terribile furia: forse cerca di sottrarsi a un
    pensiero che lo rode.
    FRANCESCA DONI: La statua  ancora l?
    LORENZO GADDI: E' ancora l, senza braccia. L'ha lasciata cos: non ha
    voluto restaurarla. Cos,  sul piedestallo,  sembra veramente un marmo
    antico, disseppellito in una delle Cicladi. Ha qualche cosa di sacro e
    di tragico, dopo la divina immolazione.
    FRANCESCA DONI:
    (a bassa voce.)
    E quella donna, la Gioconda, era l?
    LORENZO  GADDI:  Era  l,  silenziosa.  Quando uno la guarda,  e pensa
    ch'ella  causa di tanto male,  veramente non pu imprecare contro  di
    lei nel suo cuore;  - no,  non pu,  quando uno la guarda... Io non ho
    mai veduto in carne mortale un cos grande mistero.
    (Una pausa.  Il vecchio e la mite sorella rimangono in  pensiero,  per
    qualche attimo, chinato il capo.)
    FRANCESCA DONI:
    (sospirando per l'angoscia che l'opprime.)
    Mio Dio,  mio Dio! E intanto ora dovr condurre Beata alla madre, e si
    rivedranno, dopo tanto;  e la piccola capir la verit,  sapr la cosa
    orrenda... Come nascondere, a lei che si ricorda di tutte le carezze e
    ne  folle! L'avete veduta. l'avete udita, dianzi...
    (Silvia Settala riappare su la soglia.  I suoi occhi sono arsi e tutta
    la sua persona  contratta da uno sforzo spasimoso.)
    SILVIA SETTALA: Eccomi,  Francesca;  sono  pronta.  La  stanza  e  gi
    preparata maestro, se volete salire.
    LORENZO GADDI:
    (andando verso di lei con la voce tremante di commozione.)
    Coraggio! E' l'ultima prova.
    (Esce per la porta. La mutilata si avanza verso la sorella, anelante.)
    SILVIA SETTALA: Ora va, va! Conducila. Aspetto qui.
    (La sorella le cinge con le braccia il collo e la bacia,  in silenzio.
    Poi esce dalla parte  del  mare,  si  allontana  rapidamente  tra  gli
    oleandri.)


    SCENA TERZA.

    (Silvia  Settala,  anelante,  guarda  per  mezzo  ai  rami che il sole
    obliquo accende.  E' l'ora estatica.  Il giorno  pi  limpido  che  i
    cristalli della stanza bianca; il mare  soave come il fiore del lino,
    immobile  cos  che le lunghe imagini delle vele rispecchiate sembrano
    toccarne  il  fondo;  il  fiume  sembra  generare  quel  gran  riposo,
    versandovi  l'onda  perenne  della sua pace;  i boschi salubri,  tutti
    penetrati di fluido oro,  si alleggeriscono  meravigliosamente,  quasi
    che  perdano  le  radici per nuotare nella delizia del loro aroma;  le
    Alpi marmifere in lontananza segnano nel cielo una linea di  bellezza,
    in  cui  si rivela il sogno che sorge dal loro chiuso popolo di statue
    addormentate.  Riappare in quel silenzio la Sirenetta e s'ode  la  sua
    voce pura.

    LA SIRENETTA: Sei sola?
    SILVIA SETTALA:
    (affannata.)
    S, attendo.
    LA SIRENETTA:
    (accostandosi.)
    Hai pianto?
    SILVIA SETTALA: S, un poco.
    LA SIRENETTA:
    (con infinita piet.)
    Sembra che tu abbia pianto un anno.  Hai gli occhi bruciati. Troppo ti
    duole il cuore.
    SILVIA SETTALA: Taci. Non posso premermi il cuore.
    (Ella si stringe contro il tronco dell'oleandro pi vicino,  convulsa,
    non potendo pi sostenere lo spasimo dell'attesa.)
    Ora viene, ora viene.
    (Ella  si  distacca dal tronco e rientra nella stanza,  come presa dal
    terrore, con l'atto di chi cerchi un rifugio.)
    LA VOCE Dl BEATA:
    (tra gli oleandri.)
    Mamma! Mamma!
    (La madre sussulta, si volge, spaventosamente pallida.)
    Mamma!
    (La  figlia  si  slancia  verso  la  madre  con  un  grido  di  gioia,
    tutt'accesa in viso, calda, con i capelli scomposti, ansante come dopo
    una  lunga  corsa,  portando  un fascio confuso di fiori.  Com'ella si
    slancia, il fascio cade. La mutilata si china verso le piccole braccia
    che le avvinghiano il collo; offre la faccia morente ai furiosi baci.
    SILVIA SETTALA: Beata! Beata!
    BEATA:
    (ansante.)
    Ah, quanto ho corso, quanto ho corso! Sono fuggita, sola. Ho corso, ho
    corso... Non volevano lasciarmi venire.  Ah,  ma io sono fuggita,  col
    mio fascio di fiori.
    (Copre di nuovi baci il volto materno.)
    SILVIA SETTALA: Sei tutta molle di sudore,  sei tutta calda,  bruci...
    Mio Dio!
    (Nell'impeto della tenerezza,  ella sta per fare il gesto istintivo di
    asciugarla;  ma si trattiene, nasconde nelle pieghe della veste i suoi
    moncherini; e un brivido di orrore, visibile, le traversa la persona.)
    BEATA:  Perch  non  mi  prendi?  Perch  non  mi  stringi?  Prendimi!
    Prendimi, mamma!
    (Ella   si   solleva  su  la  punta  dei  piedi,   per  essere  rapita
    dall'abbraccio materno. La madre indietreggia, perdutamente.)
    SILVIA SETTALA: Beata!
    BEATA:
    (incalzandola.)
    Non vuoi? Non vuoi?
    SILVIA SETTALA: Beata!
    (Ella tenta di esprimere il sorriso delle sue labbra smorte che  torce
    l'indicibile dolore.)
    BEATA: Tu giochi? Che nascondi? Oh, dammi, dammi quello che nascondi!
    SILVIA SETTALA: Beata! Beata!
    BEATA: Io t'ho portati i fiori, tanti fiori. Vedi? Vedi?
    (Nel  volgersi  per  raccogliere il fascio caduto,  ella scorge la sua
    amica selvaggia; la riconosce.)
    Oh, la Sirenetta! Sei l?
    (La Sirenetta  l,  davanti ai  cristalli,  diritta  in  piedi,  muta
    testimone,  con  gli  occhi fissi alla madre dolorosa.  Come il soffio
    iterato del vento passa tra le frondi d'un arbusto e le fa  tremolare,
    cos  il  dolore  della madre sembra investire e penetrare quell'esile
    corpo a cui il sole obliquo cinge le sue bande d'oro.)
    Vedi quanti? Tutti per te!
    (La piccola raccoglie il suo fascio.)
    Tieni!
    (Si slancia ancora verso la madre, che indietreggia.)
    SILVIA SETTALA: Beata! Beata!
    BEATA:
    (attonita)
    Non li vuoi? Prendi! Tieni!
    SILVIA SETTALA: Beata!
    (Ella cade in ginocchio, vinta dal dolore,  abbattuta come da un colpo
    pi  forte,  cade  in  ginocchio dinanzi alla figlia sbigottita;  e un
    fiotto di pianto, che sgorga dagli occhi come il sangue da una ferita,
    le inonda la faccia.)
    BEATA: Piangi? Piangi?
    (Sbigottita ella si getta contro il seno della madre, con tutti i suoi
    fiori. La Sirenetta, caduta anch'ella in ginocchio,  prona,  tocca con
    la fronte e con le palme distese la terra.)


    CONCORDANZA.

    "U nemesis..."

    Ed  Elena,  prestamente avvoltasi di veli bianchi,  usc dalla stanza
    nuziale piangendo;  e lei seguivano due donne: Etra figlia di Pitteo e
    Climene dagli occhi bovini. Ed ecco, giunsero alle Porte Scee. Priamo,
    Pantoo, Timete, Lampo, Clitio, Icetaone alunno di Ares, e Ucalegonte e
    Antenore  fior  di saggezza entrambi,  sedevano,  vegliardi venerandi,
    sopra le Porte Scee. E la vecchiaia li teneva lontani dalla guerra; ma
    erano eglino agoreti eccellenti,  simili alle cicale  che  nei  boschi
    appese  a  un  albero  versano  la  lor  voce melodiosa.  Tali erano i
    principi dei Troiani, seduti in cima della torre. E, come videro Elena
    che saliva verso di loro,  dissero gli uni  agli  altri  sommessamente
    queste parole alate: - Certo,  E' GIUSTO che i Troiani e gli Achei da'
    bei schinieri patiscano tanti mali e da s gran tempo,  a  cagione  di
    una  tal  donna;  perocch  ella  somigli  in  sua bellezza alle iddie
    immortali.)
    ILIADE: raps. terzo.





















    NOTE.

    NOTA 1: "la chiesa...  la Bella Villanella": S.  Salvatore al Monte,
    l'opera  pi  nota  di Simone del Pollaiolo detto il Cronaca (Firenze,
    1457-1508),  ammirata da  Michelangelo,  che  la  chiamava  la  bella
    villanella.
    NOTA  2:  "la  Donna  del  mazzolino":  busto  di  donna di Andrea del
    Verrocchio (Firenze, 1436 - Venezia, 1488), celebre soprattutto per le
    belle mani dalle dita affusolate e aggraziate.
    NOTA 3: "Orti Oricellari": giardini del palazzo Rucellai,  a  Firenze,
    resi celebri dai convegni di artisti,  letterati e politici, che vi si
    tenevano, soprattutto nel secondo decennio del Cinquecento.
    NOTA 4: "Koubbeh": villaggio nei dintorni del Cairo.
    NOTA 5: "Gizeh": a 8 chilometri da Giza,  citt posta nelle  vicinanze
    del  Cairo,   presso  la  riva  sinistra  del  Nilo,    la  necropoli
    dell'antica Menfi,  con le piramidi di Cheope,  Chefren e Micerino,  i
    templi funerari e la gigantesca Sfinge.
    NOTA 6: "Tebaide": regione dell'Alto Egitto.
    NOTA 7: "Mokattam": rilievi a est del Cairo.
    NOTA  8:  "Tebe":  citt  dell'antico  Egitto  nei  pressi dei moderni
    villaggi  di  Luxor,   Karnak  e  Medinet  Habu  (nell'Alto   Egitto),
    ricchissimi  di  reperti archeologici di eccezionale valore.  Sotto la
    undicesima dinastia (2070 - 1991 avanti  Cristo  circa)  la  citt  fu
    capitale del Regno d'Egitto.
    NOTA  9:  "isola  d'Elefantina":  isola  del Nilo di fronte ad Assuan,
    nell'Alto Egitto.
    NOTA 10: "Khamsin": nome dato in  Egitto  ad  un  vento  caldissimo  e
    secco,  che  soffia  da  sud  con intermittenza,  e reca spesso sabbie
    desertiche in quantit notevoli.
    NOTA 11: "Gebel-el-Tair": monte degli uccelli,  s'eleva  sulla  riva
    orientale del Nilo a circa 200 chilometri a sud del Cairo.
    NOTA 12: "fregio fidiaco delle Panatenaiche": nel fregio del Partenone
    Fidia aveva rappresentato la solenne processione con la quale, durante
    le  Panatene  (festa pubblica in onore di Atena che si celebrava ogni
    anno tra luglio e agosto), si portava al tempio di Atena sull'acropoli
    il peplo che le donne ateniesi avevano preparato per la dea.
    Frammenti del fregio  del  Partenone  saranno  disposti  intorno  alle
    pareti dell'Officina del Vittoriale.
    NOTA   13:   "la   Nike  di  Samotracia":  Nike,   la  divinit  greca
    personificazione della Vittoria,  ebbe  numerose  immagini  plastiche.
    Quella  di  Samotracia    una delle opere pi notevoli della scultura
    ellenistica.  Attualmente al Louvre,  essa proviene  da  un  santuario
    dell'isola  di Samotracia,  dove fu dedicata da Demetrio Poliorcete in
    memoria della sua vittoria nelle acque di Cipro su Tolomeo  Soter  nel
    306 avanti Cristo.
    NOTA  14:  "quella...  Zeus":  la  Nike  di  Peonio di Mende in Tracia
    (seconda met del quinto secolo avanti Cristo),  artista della cerchia
    post-fidiana,  fu creata intorno al 425 avanti Cristo. Dono votivo dei
    Messeni e dei Naupatti,  era collocata dinanzi al tempio  di  Zeus  di
    Olimpia. E' ora al Museo di Atene.
    D'Annunzio  dice  le  due  Nikai figure vestite di vento: la Nike di
    Samotracia (cui il poeta dedica un sonetto di  "Alcyone,  La  vittoria
    navale"),  che si erge sulla prora di una trireme,   come investita e
    modellata dal vento, che fa aderire al busto il sottile chitone, anche
    alla Nike di Peonio, in volo poggiata su un alto piedestallo, il vento
    tende il sottile panneggio facendolo aderire al corpo.
    NOTA 15: "bassorilievo eleusino di Demeter":  nel  rilievo  votivo  di
    Eleusi, di scuola fidiaca, databile tra il 440 e il 430 avanti Cristo,
    sono raffigurati Demetra,  Trittolemo e Kore: Demetra porge la spiga a
    Trittolemo, atto sacro che faceva parte dei riti misterici eleusini.

