

    Vincenzo Cuoco.
    SAGGIO STORICO SULLA RIVOLUZIONE DI NAPOLI.
    SECONDA EDIZIONE CON AGGIUNTE DELL'AUTORE.
    1806.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.

















    INDICE.

    Prefazione alla seconda edizione: pagina 5.
    Lettera dell'Autore a N.Q.: pagina 17.

    1. Introduzione: pagina 21.
    2. Stato dell'Europa dopo il 1793: pagina 24.
    3. Stato d'Italia fino alla pace di Campoformio: pagina 29.
    4. Napoli - Regina: pagina 35.
    5. Stato del regno - Avvilimento della nazione: pagina 41.
    6. Inquisizione di stato: pagina 43.
    7. Cagioni ed effetti della persecuzione: pagina 55.
    8. Amministrazione: pagina 64.
    9. Finanze: pagina 78.
    10. Commercio: pagina 86.
    11. Guerra: pagina 91.
    12. Continuazione: pagina 99.
    13. Fuga del re: pagina 107.
    14. Anarchia di Napoli ed entrata de' francesi: pagina 112.
    15.  Perch Napoli dopo la fuga del re non si organizz a repubblica?:
    pagina 121.
    16. Stato della nazione napolitana: pagina 127.
    17. Idee de' patrioti: pagina 138.
    18. Rivoluzione francese: pagina 142.
    19. Quante erano le idee della nazione?: pagina 152.
    20. Progetto di governo provvisorio: pagina 161.
    21. Massime che si seguirono: pagina 166.
    22. Accusa di Rotondo - Commissione censoria: pagina 172.
    23. Leggi - Fedecommessi: pagina 177.
    24. Legge feudale: pagina 181.
    25. Religione: pagina 191.
    26. Truppa: pagina 197.
    27. Guardia nazionale: pagina 201.
    28. Imposizioni: 205.
    29. Faipoult: pagina 209.
    30. Province - Formazione di dipartimenti: pagina 211.
    31. Organizzazione delle province: pagina 214.
    32. Spedizione contro gl'insorgenti di Puglia: pagina 219.
    33. Spedizione di Schipani: pagina 226.
    34. Continuazione dell'organizzazione delle province: pagina 229.
    35. Mancanza di comunicazione: pagina 233.
    36. Polizia: pagina 235.
    37. Procida - Spedizione di Cuma - Marina: pagina 238.
    38. Idee di terrorismo: pagina 240.
    39. Nuovo governo costituzionale: pagina 244.
    40. Sale patriotiche: pagina 247.
    41. Costituzione - Altre leggi: pagina 252.
    42.  Abolizione del testatico, della gabella della farina e del pesce:
    pagina 256.
    43. Richiamo de' francesi: pagina 262.
    44. Richiamo di Ettore Carafa dalla Puglia: pagina 268.
    45. Cardinal Ruffo: pagina 271.
    46. Ministro della guerra: pagina 275.
    47. Disfatta di Marigliano: pagina 277.
    48. Capitolazione: pagina 280.
    49. Persecuzione de' repubblicani: pagina 285.
    50. Taluni patrioti: pagina 303.
    51. Conclusione: pagina 313.








    "Caedo cur vestram rempublicam tantam perdidistis tam cito?"
    POMPONIO ATTICO, presso CICERONE, "De senectute".


    PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE.

    Quando questo Saggio fu pubblicato  per  la  prima  volta,  i  giudizi
    pronunziati  sul  medesimo  furon  molti  e  diversi,   siccome  suole
    inevitabilmente  avvenire  ad  ogni  libro,   del  quale  l'autore  ha
    professata  imparzialit,  ma non sono imparziali i lettori.  Il tempo
    per ed il maggior numero han resa giustizia,  non al mio  ingegno  n
    alla mia dottrina (ch n quello n questa abbondavano nel mio libro),
    ma  alla  imparzialit  ed  alla sincerit colla quale io avea in esso
    narrati avvenimenti che per me non eran stati al certo indifferenti.
    Della prima edizione da lungo tempo non rimaneva pi un esemplare;  e,
    ad  onta delle molte richieste che ne avea,  io avrei ancora differita
    per qualche altro  tempo  la  seconda,  se  alcuni,  che  han  tentato
    ristamparla  senza  il mio assentimento,  non mi avessero costretto ad
    accelerarla.
    Dopo la prima edizione,  ho raccolti i  giudizi  che  il  pubblico  ha
    pronunziati,  ed  ho  cercato,  per  quanto  era in me,  di usarne per
    rendere il mio libro quanto pi si potesse migliore.
    Alcuni avrebbero desiderato un numero maggiore di fatti.  Ed in verit
    io non nego che nella prima edizione alcuni fatti ho omessi, perch li
    ignorava;  altri  ho  taciuti,  perch ho creduto prudente il tacerli;
    altri  ho  trasandati,  perch  li  reputava  poco  importanti;  altri
    finalmente  ho  appena accennati.  Ho composto il mio libro senza aver
    altra  guida  che  la  mia  memoria:  era  impossibile   saper   tutti
    gl'infiniti accidenti di una rivoluzione,  e tutti rammentarli.  Molti
    de' medesimi ho saputi posteriormente, e, di essi, i pi importanti ho
    aggiunti a quelli che gi avea narrati.  Ad  onta  per  di  tutte  le
    aggiunzioni fatte,  io ben mi avveggo che coloro, i quali desideravano
    maggior numero di fatti nella prima edizione,  ne desidereranno ancora
    in questa seconda. Ma il mio disegno non  stato mai quello di scriver
    la  storia della rivoluzione di Napoli,  molto meno una leggenda.  Gli
    avvenimenti di una rivoluzione sono infiniti di numero; e come no,  se
    in  una  rivoluzione agiscono contemporaneamente infiniti uomini?  Ma,
    per questa stessa ragione,  impossibile che tra tanti avvenimenti non
    vi sieno molti poco importanti e molti altri che si  rassomiglian  tra
    loro.  I  primi  li  ho  trascurati,  i secondi li ho riuniti sotto le
    rispettive loro classi. Pi che delle persone,  mi sono occupato delle
    cose e delle idee.  Ci  dispiaciuto a molti,  che forse desideravano
    esser nominati;  piaciuto a moltissimi, che amavano di non esserlo. I
    nomi nella storia servon  pi  alla  vanit  di  chi    nominato  che
    all'istruzione  di  chi  legge.  Quanti  pochi sono gli uomini che han
    saputo vincere e dominare le cose?  Il massimo numero    servo  delle
    medesime;   tale,  quale i tempi,  le idee,  i costumi, gli accidenti
    voglion che sia: quando  avete  ben  descritti  questi,  a  che  giova
    nominar  gli  uomini?  Io sono fermamente convinto che,  se la maggior
    parte delle storie si scrivesse in modo di sostituire ai  nomi  propri
    delle  lettere  dell'alfabeto,  l'istruzione,  che  se ne ritrarrebbe,
    sarebbe  la  medesima.   Finalmente,   nella  considerazione  e  nella
    narrazione  degli  avvenimenti,  mi  sono pi occupato degli effetti e
    delle cagioni delle cose che di que' piccioli accidenti che  non  sono
    n effetti n cagioni di nulla, e che piaccion tanto al lettore ozioso
    sol perch gli forniscono il modo di poter usare di quel tempo che non
    saprebbe impiegare a riflettere.
    Dopo  tali  osservazioni,  ognun vede che i fatti che mi rimanevano ad
    aggiugnere eran in minor numero di quello che si crede. Ragionando con
    molti di coloro i quali avrebbero desiderati pi fatti, spesso mi sono
    avveduto che ci che essi desideravano nel mio libro gi  vi  era:  ma
    essi desideravano nomi,  dettagli, ripetizioni; e queste non vi dovean
    essere.  Per qual ragione distrarr io l'attenzione del lettore tra un
    numero  infinito d'inezie e lo distoglier da quello ch'io reputo vero
    scopo di ogni istoria, dalla osservazione del corso che hanno, non gli
    uomini, che brillano un momento solo,  ma le idee e le cose,  che sono
    eterne? Si dir che il mio libro non merita il nome di storia; ed io
    risponder  che non mi sono giammai proposto di scriverne.  Ma  forse
    indispensabile che un libro, perch sia utile, sia una storia?
    Una censura mi fu fatta,  appena  usc  alla  luce  il  primo  volume.
    Siccome essa nasceva da un equivoco,  credei mio dovere dileguarlo;  e
    lo feci con quell'avvertimento che,  nella prima edizione,  leggesi al
    principio del secondo volume, e che ora inserisco qui:

    Tutte  le volte che in quest'opera si parla di nome,  di opinione,
    di grado,  s'intende sempre di quel grado,  di quella  opinione,  di
    quel nome che influiscono sul popolo,  che  il grande, il solo agente
    delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni.
    Taluni,  per non aver fatta questa  riflessione,  hanno  creduto  che,
    quando  nel  primo  tomo,  pagina  34,  io  parlo di coloro che furono
    perseguitati dall'inquisizione di Stato, e li chiamo giovinetti senza
    nome, senza grado, senza fortuna, abbia voluto dichiararli persone di
    niun merito,  quasi della feccia  del  popolo,  che  desideravano  una
    rivoluzione per far una fortuna.
    Questo  era contrario a tutto il resto dell'opera,  in cui mille volte
    si ripete che in Napoli eran repubblicani  tutti  coloro  che  avevano
    beni  e  fortuna;  che  niuna  nazione  conta tanti che bramassero una
    riforma per solo amor della patria;  che in  Napoli  la  repubblica  
    caduta  quasi  per  soverchia  virt de' repubblicani...  Nell'istesso
    luogo si dice che i lumi della filosofia erano sparsi  in  Napoli  pi
    che altrove,  e che i saggi travagliavano a diffonderli,  sperando che
    un giorno non rimarrebbero inutili.
    I primi  repubblicani  furono  tutti  delle  migliori  famiglie  della
    capitale e delle province: molti nobili,  tutti gentiluomini, ricchi e
    pieni di lumi;  cosicch l'eccesso  istesso  de'  lumi,  che  superava
    l'esperienza dell'et, faceva lor credere facile ci che realmente era
    impossibile  per  lo  stato  in  cui il popolaccio si ritrovava.  Essi
    desideravano il bene,  ma non potevano produrre senza  il  popolo  una
    rivoluzione;  e  questo  appunto    quello  che rende inescusabile la
    tirannica persecuzione destata contro di loro.
    Chi legge con attenzione vede chiaramente che questo  appunto  ivi  si
    vuol dire.  Io altro non ho fatto che riferire quello che allora disse
    in difesa de' repubblicani il rispettabile presidente  del  Consiglio,
    Cito;  e Cito era molto lontano dall'ignorare le persone o dal volerle
    offendere.
    Sarebbe stoltezza dire che le famiglie Carafa, Riari, Serra,  Colonna,
    Pignatelli...  fossero povere;  ma, per produrre una rivoluzione nello
    stato in cui allora era il popolo napoletano,  si richiedevano  almeno
    trenta  milioni di ducati,  e questa somma si pu dir,  senza far loro
    alcun  torto,   che  essi  non  l'aveano.   La  ricchezza    relativa
    all'oggetto  a  cui taluno tende: un uomo che abbia trecentomila scudi
    di rendita  un ricchissimo privato, ma sarebbe un miserabile sovrano.
    Si pu occupare nella societ un grado  eminentissimo,  e  non  essere
    intanto  atto a produrre una rivoluzione.  Il presidente del Consiglio
    occupava la prima magistratura del Regno,  e non potea  farlo:  ad  un
    reggente  di Vicaria,  molto inferiore ad un presidente,  ad un eletto
    del popolo,  moltissimo inferiore al reggente,  era molto  pi  facile
    sommovere il popolo.
    Lo  stesso  si  dice  del  nome.  Chi  pu dire che le famiglie Serra,
    Colonna, Pignatelli... fossero famiglie oscure?  Che Pagano,  Cirillo,
    Conforti  fossero  uomini senza nome?...  Ma essi aveano un nome tra i
    saggi,  i quali a produr la rivoluzione sono inutili,  e non ne aveano
    tra il popolo,  che era necessario,  ed a cui intanto erano ignoti per
    esser troppo superiori. Paggio,  capo de' lazzaroni del Mercato,   un
    uomo dispregevole per tutti i versi;  ma intanto Paggio, e non Pagano,
    era l'uomo del popolo, il quale bestemmia sempre tutto ci che ignora.
    Credo superfluo poi avvertire che i giudizi  del  popolo  non  sono  i
    miei; ma  necessario ricordare che, in un'opera destinata alla verit
    ed  all'istruzione,   necessario riferire tanto i giudizi miei quanto
    quelli del popolo.  Ciascuno sar al suo luogo:   necessario  saperli
    distinguere  e riconoscere;  e perci  necessario aver la pazienza di
    leggere l'opera intera, e non giudicarne da tratti separati.

    Questo Saggio  stato tradotto in tedesco.  Son molto grato al  signor
    Kellert,  il quale, senza che ne conoscesse l'autore credette il libro
    degno degli studi suoi: pi grato gli sono,  perch lo ha tradotto  in
    modo  da  farlo  apparir  degno  dell'approvazione  de'  letterati  di
    Germania;  de' favorevoli giudizi de' quali io andrei superbo,  se non
    sapessi  che si debbono in grandissima parte ai nuovi pregi che al mio
    libro ha saputo dare l'elegante traduttore. Pure, tra gli elogi che il
    libro ha ottenuti,  non  mancata qualche  censura,  ed  una,  tra  le
    altre,  scritta  collo  stile  di  un  cavalier  errante che unisce la
    ragione alla  spada,  leggesi  nel  giornale  del  signor  Archenholz,
    intitolato:   La   Minerva.   L'articolo    sottoscritto  dal  signor
    Dietrikstein,  che io non conosco,  ma che ho ragion di credere essere
    al tempo istesso valentissimo scrittore e guerriero,  poich si mostra
    pronto egualmente a sostener contro di me colla penna  e  colla  spada
    che  il signor barone di Mack sia un eccellente condottiero di armata,
    ad onta che nel  mio  libro  io  avessi  tentato  di  far  credere  il
    contrario.  In  verit,  io  dichiaro  che valuto pochissimo i talenti
    militari del generale Mack.  Quando io scriveva il  mio  Saggio,  avea
    presenti  al  mio pensiero la campagna di Napoli e la seconda campagna
    delle Fiandre,  ambedue dirette da Mack: vedeva nell'una e  nell'altra
    gli  stessi  rovesci  e  le stesse cagioni di rovesci;  e credei poter
    ragionevolmente conchiudere che la colpa fosse del generale.
    Ci che  effetto di sola fortuna non si ripete con tanta  simiglianza
    due  volte.  Quando  poi  pervenne  in  Milano  l'articolo  del signor
    Dietrikstein,  era gi  aperta  l'ultima  campagna.  L'amico,  che  mi
    comunic  l'articolo,  avrebbe  desiderato che io avessi fatta qualche
    risposta. Ma, due giorni appresso, il cannone della piazza annunzi la
    vittoria di Ulma, ed io rimandai all'amico l'articolo, e vi scrissi a'
    pi della pagina: La risposta  fatta.
    Questo mio libro non deve esser considerato come una storia,  ma bens
    come  una  raccolta  di  osservazioni  sulla  storia.  Gli avvenimenti
    posteriori han dimostrato che io ho osservato con imparzialit  e  non
    senza  qualche  acume.  Gran  parte delle cose che io avea previste si
    sono avverate;  l'esperimento delle cose posteriori  ha  confermati  i
    giudizi  che  avea  pronunziati sulle antecedenti.  Mentre quasi tutta
    l'Europa teneva Mack in conto di gran generale, io solo,  io il primo,
    ho vendicato l'onor della mia nazione, ed ho asserito che le disgrazie
    da  lui  sofferte nelle sue campagne non eran tanto effetto di fortuna
    quanto d'ignoranza.  Fin dal 1800 io ho indicato il vizio fondamentale
    che vi era in tutte le leghe che si concertavano contro la Francia,  e
    pel quale tutt'i tentativi de' collegati dovean sempre avere un  esito
    infelice, ad onta di tutte le vittorie che avessero potuto ottenere; e
    tutto  ci  perch  le vittorie consumano le forze al pari o poco meno
    delle disfatte,  e le forze si perdono inutilmente  se  son  prive  di
    consiglio,  n  vi   consiglio ove o non vi  scopo o lo scopo  tale
    che non possa ottenersi.
    Desidero che chiunque legge questo libro paragoni gli avvenimenti  de'
    quali  nel  medesimo  si  parla  a  quelli che sono succeduti alla sua
    pubblicazione.  Trover che spesso il giudizio da me pronunziato sopra
    quelli  stata una predizione di questi, e che l'esperienza posteriore
    ha confermate le antecedenti mie osservazioni.  Il gabinetto di Napoli
    ha continuato negli stessi errori: sempre lo stesso  incerto  oscillar
    nella  condotta,  la  stessa  alternativa  di speranze e di timore,  e
    quella sempre temeraria, questo sempre precipitoso; moltissima fiducia
    negli aiuti stranieri,  nessuna fiducia e perci  nessuna  cura  delle
    forze proprie; non mai un'operazione ben concertata; nella prima lega,
    il  trattato  di Tolentino e la spedizione di Tolone conchiuso e fatta
    fuori  di  ogni  ragione  e  di  ogni  opportunit;   nella   seconda,
    l'invasione  dello Stato pontificio fatta prima che l'Austria pensasse
    a mover le sue armate,  le operazioni del  picciolo  corpo  che  Damas
    comandava  in  Arezzo  incominciate  quando  le  forze  austriache non
    esistevano pi;  nella terza finalmente,  un  trattato  segnato  colla
    Francia,  mentre  forse  non  era  necessario  poich  si  pensava  di
    infrangerlo;  i russi e gl'inglesi chiamati quando gi la somma  delle
    cose era stata decisa in Austerlitz; l'inutile macchia di traditore, e
    l'inopportunit  del  tradimento,  e  l'obbrobrio  di vedere un re che
    comanda a sette  milioni  di  uomini  divenire,  per  colpa  de'  suoi
    ministri,  quasi il fattore degl'inglesi e cedere il comando delle sue
    proprie truppe entro il  suo  proprio  regno  ad  un  generale  russo.
    Ricercate  le  cagioni  di  tutti questi avvenimenti,  e trovate esser
    sempre le stesse: un ministro che traeva gran  parte  del  suo  potere
    dall'Inghilterra,   ove   avea   messe  in  serbo  le  sue  ricchezze;
    l'ignoranza delle forze della propria  nazione,  la  nessuna  cura  di
    migliorare  la  di lei sorte,  di ridestare negli animi degli abitanti
    l'amor della patria,  della  milizia  e  della  gloria;  lo  stato  di
    violenza che naturalmente dovea sorgere da quella specie di lotta, che
    era  inevitabile  tra  un  popolo  naturalmente pieno di energia ed un
    ministro straniero che volea tenerlo nella miseria e nell'oppressione;
    la diffidenza che questo stesso ministro avea ispirata nell'animo  de'
    sovrani  contro  la  sua  nazione;  tutto  insomma  quello che io avea
    predetto, dicendo che la condotta di quel gabinetto avrebbe finalmente
    perduto un'altra volta, ed irreparabilmente, il Regno.
    Avrei potuto aggiugnere alla storia  della  rivoluzione  anche  quella
    degli  avvenimenti  posteriori  fino ai nostri giorni.  Riserbo questa
    occupazione a' tempi ne' quali avr pi ozio  e  maggior  facilit  di
    istruirmene io stesso, ritornato che sar nella mia patria. Ne former
    un  altro  volume dello stesso sesto,  carta e caratteri del presente.
    Intanto nulla ho voluto cangiare al  libro  che  avea  pubblicato  nel
    1800.  Quando  io  componeva quel libro,  il gran Napoleone era appena
    ritornato dall'Egitto;  quando si stampava,  egli avea appena prese le
    redini  delle  cose,  appena avea incominciata la magnanima impresa di
    ricomporre le idee e gli ordini della Francia e dell'Europa.  Ma io ho
    il  vanto  di aver desiderate non poche di quelle grandi cose che egli
    posteriormente ha fatte; ed,  in tempi ne' quali tutt'i princpi erano
    esagerati,  ho  il  vanto di aver raccomandata,  per quanto era in me,
    quella moderazione che  compagna inseparabile della sapienza e  della
    giustizia,  e  che  si  pu  dire  la  massima  direttrice di tutte le
    operazioni  che  ha  fatte  l'uomo  grandissimo.  Egli  ha  verificato
    l'adagio  greco  per  cui  si  dice  che  gl'iddii  han data una forza
    infinita alle mezze proporzionali,  cio alle idee di moderazione,  di
    ordine, di giustizia.
    Le stesse lettere, che io avea scritte al mio amico Russo sul progetto
    di  costituzione  composto dall'illustre e sventurato Pagano,  sebbene
    oggi superflue,  pure le ho conservate e come un monumento di storia e
    come  una  dimostrazione che tutti quegli ordini che allora credevansi
    costituzionali non eran che anarchici.  La Francia non ha incominciato
    ad aver ordine, l'Italia non ha incominciato ad aver vita, se non dopo
    Napoleone;  e, tra li tanti benefci che egli all'Italia ha fatti, non
     l'ultimo certamente quello di aver donato a Milano Eugenio  ed  alla
    mia patria Giuseppe.





















    Lettera dell'autore a N.Q.

    Quando  io  incominciai ad occuparmi della storia della rivoluzione di
    Napoli, non ebbi altro scopo che quello di raddolcire l'ozio e la noia
    dell'emigrazione.  E' dolce  cosa  rammentar  nel  porto  le  tempeste
    passate.  Io avea ottenuto il mio intento;  n avrei pensato ad altro,
    se tu e gli altri amici, ai quali io lessi il manoscritto,  non aveste
    creduto che esso potesse esser utile a qualche altro oggetto.
    Come va il mondo!  Il re di Napoli dichiara la guerra ai francesi ed 
    vinto; i francesi conquistano il di lui regno e poi l'abbandonano;  il
    re  ritorna  e dichiara delitto capitale l'aver amata la patria mentre
    non apparteneva pi a lui. Tutto ci  avvenuto senza che io vi avessi
    avuto la minima parte,  senza che neanche lo avessi potuto  prevedere:
    ma tutto ci ha fatto s che io sia stato esiliato,  che sia venuto in
    Milano, dove,  per certo,  seguendo il corso ordinario della mia vita,
    non era destinato a venire,  e che quivi, per non aver altro che fare,
    sia diventato autore. Tutto  concatenato nel mondo, diceva Panglos:
    possa tutto esserlo per lo meglio!
    In altri tempi non avrei permesso certamente che l'opera  mia  vedesse
    la luce. Fino a ier l'altro, invece di princpi, non abbiamo avuto che
    l'esaltazione  de'  princpi;  cercavamo  la libert e non avevamo che
    stte. Uomini, non tanto amici della libert quanto nemici dell'ordine
    inventavano una parola per fondare una setta, e si proclamavan capi di
    una setta per aver diritto di distruggere chiunque seguisse una  setta
    diversa.  Quegli uomini, ai quali l'Europa rimproverer eternamente la
    morte di Vergniaud,  di Condorcet,  di Lavoisier e di  Bailly;  quegli
    uomini, che riunirono entro lo stesso tempio alle ceneri di Rousseau e
    di  Voltaire  quelle  di  Marat e ricusarono di raccogliervi quelle di
    Montesquieu, non erano certamente gli uomini da' quali l'Europa sperar
    poteva la sua felicit.
    Un nuovo ordine di cose ci promette maggiori e pi durevoli  beni.  Ma
    credi  tu  che  l'oscuro  autore  di  un  libro  possa mai produrre la
    felicit umana?  In  qualunque  ordine  di  cose,  le  idee  del  vero
    rimangono  sempre  sterili  o  generan  solo qualche inutile desiderio
    negli animi degli uomini dabbene, se accolte e protette non vengano da
    coloro ai quali  affidato il freno delle cose mortali.
    Se io potessi parlare a colui a cui questo nuovo ordine si  deve,  gli
    direi che l'obblio ed il disprezzo appunto di tali idee fece s che la
    nuova  sorte,  che  la  sua mano e la sua mente avean data all'Italia,
    quasi  divenisse  per  costei,  nella  di  lui  lontananza,  sorte  di
    desolazione,  di  ruina  e  di  morte,  se egli stesso non ritornava a
    salvarla.
    - Un uomo - gli direi,  - che ha liberata due volte l'Italia,  che  ha
    fatto conoscere all'Egitto il nome francese e che,  ritornando,  quasi
    sulle ali de' venti,  simile alla  folgore,  ha  dissipati,  dispersi,
    atterriti coloro che eransi uniti a perdere quello Stato che egli avea
    creato  ed  illustrato  colle sue vittorie,  molto ha fatto per la sua
    gloria;   ma  molto  altro  ancora  pu  e  deve  fare  per  il   bene
    dell'umanit.  Dopo  aver  infrante  le  catene all'Italia,  ti rimane
    ancora a renderle la libert cara e sicura,  onde  n  per  negligenza
    perda  n  per forza le sia rapito il tuo dono.  Che se la mia patria,
    come piccolissima parte di quel grande insieme di cui  si  occupano  i
    tuoi  pensieri,    destino  che debba pur servire all'ordine generale
    delle cose, e se  scritto ne' fati di non poter avere tutti quei beni
    che essa spera,  abbia almeno per te alleviamento a  quei  tanti  mali
    onde  ora    oppressa!  Tu  vedi,  sotto il pi dolce cielo e nel pi
    fertile  suolo   dell'Europa,   la   giustizia   divenuta   istrumento
    dell'ambizione  di  un  ministro  scellerato,  il  dritto  delle genti
    conculcato,   il  nome  francese  vilipeso,   un'orribile  carneficina
    d'innocenti  ch'espiano  colla morte e tra tormenti le colpe non loro;
    e,  nel momento istesso in cui ti parlo,  diecimila gemono  ancora  ed
    invocano, se non un liberatore, almeno un intercessore potente.
    Un  grande  uomo  dell'antichit  che tu eguagli per cuore e vinci per
    mente,  uno che,  come te,  prima vinse i nemici della patria e poscia
    riordin  quella  patria per la quale avea vinto,  Gerone di Siracusa,
    per prezzo della vittoria riportata sopra i cartaginesi,  impose  loro
    l'obbligo di non ammazzare pi i propri figli. Egli allora stipul per
    lo genere umano.
    Se  tu  ti  contenti  della sola gloria di conquistatore,  mille altri
    troverai,  i quali han fatto,  al pari di te,  tacere la terra al loro
    cospetto;  ma,  se  a  questa gloria vorrai aggiungere anche quella di
    fondatore di saggi governi e di ordinatore di popoli, allora l'umanit
    riconoscente ti assegner,  nella memoria de' posteri,  un  luogo  nel
    quale avrai pochissimi rivali o nessuno.
    L'adulazione  rammenta ai potenti quelle virt de' loro maggiori,  che
    essi non sanno pi imitare;  la filosofia rammenta ai grandi uomini le
    virt  proprie,  perch proseguano sempre pi costanti nella magnanima
    loro impresa...


    NB. Ogni volta che si parler di moneta di Napoli,  il conto s'intenda
    sempre in ducati: ogni ducato corrisponde a quattro lire di Francia.






    1. INTRODUZIONE.

    Io  imprendo  a scriver la storia di una rivoluzione che dovea formare
    la felicit di una nazione,  e che intanto ha prodotta la sua  ruina).
    Si  vedr  in  meno  di  un  anno  un  gran  regno rovesciato,  mentre
    minacciava conquistar tutta l'Italia;  un'armata di ottantamila uomini
    battuta,  dissipata,  distrutta da un pugno di soldati;  un re debole,
    consigliato da ministri vili,  abbandonare i suoi  Stati  senza  verun
    pericolo;  la libert nascere e stabilirsi quando meno si sperava;  il
    fato istesso combattere per la buona causa,  e gli errori degli uomini
    distruggere l'opera del fato e far risorgere dal seno della libert un
    nuovo dispotismo e pi feroce.
    Le  grandi  rivoluzioni politiche occupano nella storia dell'uomo quel
    luogo istesso che tengono i fenomeni straordinari nella  storia  della
    natura.  Per  molti secoli le generazioni si succedono tranquillamente
    come i giorni dell'anno: esse non hanno che i nomi diversi,  e chi  ne
    conosce una le conosce tutte.  Un avvenimento straordinario sembra dar
    loro una nuova vita; nuovi oggetti si presentano ai nostri sguardi; ed
    in mezzo a quel disordine generale,  che sembra voler distruggere  una
    nazione,  si  scoprono il suo carattere,  i suoi costumi e le leggi di
    quell'ordine, del quale prima si vedevano solamente gli effetti.
    Ma una catastrofe fisica , per l'ordinario, pi esattamente osservata
    e pi veracemente descritta di una catastrofe politica.  La mente,  in
    osservar questa,  segue sempre i moti irresistibili del cuore; e degli
    avvenimenti che pi interessano il genere umano, invece di aversene la
    storia,  non se ne ha per lo pi che  l'elogio  o  la  satira.  Troppo
    vicini ai fatti de' quali vogliam fare il racconto, noi siamo oppressi
    dal  loro  numero istesso;  non ne vediamo l'insieme;  ne ignoriamo le
    cagioni  e  gli  effetti;   non   possiamo   distinguere   gli   utili
    dagl'inutili,  i frivoli dagl'importanti, finch il tempo non li abbia
    separati l'uno dall'altro,  e,  facendo cader nell'obblio ci che  non
    merita  di  esser conservato,  trasmetta alla posterit solo ci che 
    degno della memoria ed utile all'istruzione di tutt'i secoli.
    La posterit,  che ci deve giudicare,  scriver la nostra storia.  Ma,
    siccome  a  noi spetta di prepararle il materiale de' fatti,  cos sia
    permesso di prevenirne il giudizio.  Senza pretendere  di  scriver  la
    storia  della  rivoluzione  di Napoli,  mi sia permesso trattenermi un
    momento  sopra  alcuni  avvenimenti  che  in  essa  mi  sembrano   pi
    importanti, ed indicare ci che ne' medesimi vi sia da lodare, ci che
    vi sia da biasimare.  La posterit,  esente da passioni,  non  sempre
    libera da pregiudizi in favor di colui che rimane ultimo vincitore;  e
    le  nostre  azioni  potrebbero  esser calunniate sol perch sono state
    infelici.
    Dichiaro che non sono addetto ad alcun partito,  a meno che la ragione
    e  l'umanit  non  ne abbiano uno.  Narro le vicende della mia patria;
    racconto avvenimenti che io stesso ho veduto e de' quali sono stato io
    stesso un giorno non ultima parte;  scrivo pei miei concittadini,  che
    non debbo,  che non posso,  che non voglio ingannare.  Coloro i quali,
    colle pi pure intenzioni e col pi ardente zelo per la  buona  causa,
    per  mancanza  di  lumi  o di coraggio l'han fatta rovinare;  coloro i
    quali o son morti gloriosamente o gemono  tuttavia  vittime  del  buon
    partito oppresso,  mi debbono perdonare se nemmen per amicizia offendo
    quella verit che deve esser sempre cara a chiunque ama la  patria,  e
    debbono  esser  lieti  se,  non avendo potuto giovare ai posteri colle
    loro operazioni,  possano almeno esser utili  cogli  esempi  de'  loro
    errori e delle sventure loro.
    Di  qualunque partito io mi sia,  di qualunque partito sia il lettore,
    sempre giover  osservare  come  i  falsi  consigli,  i  capricci  del
    momento,   l'ambizione  de'  privati,  la  debolezza  de'  magistrati,
    l'ignoranza  de'  propri  doveri  e  della  propria   nazione,   sieno
    egualmente  funesti alle repubbliche ed ai regni;  ed i nostri posteri
    dagli esempi nostri vedranno che qualunque forza senza saviezza non fa
    che distrugger se stessa,  e che non vi  vera saviezza  senza  quella
    virt che tutto consacra al bene universale.


    2. STATO DELL'EUROPA DOPO IL 1793.

    Ma,  prima  di  trattar della nostra rivoluzione,  convien risalire un
    poco pi alto e  trattenersi  un  momento  sugli  avvenimenti  che  la
    precedettero;  veder qual era lo stato della nazione, quali cagioni la
    involsero nella guerra, quali mali soffriva,  quali beni sperava: cos
    il  lettore sar in istato di meglio conoscere le sue cause e giudicar
    pi sanamente de' suoi effetti.
    La Francia, fin dal 1789, avea fatta la pi gran rivoluzione di cui ci
    parli la storia. Non vi era esempio di rivoluzione, che, volendo tutto
    riformare, avea tutto distrutto. Le altre aveano combattuto e vinto un
    pregiudizio  con  un  altro  pregiudizio,   un'opinione  con  un'altra
    opinione,  un  costume  con  un  altro  costume: questa avea nel tempo
    istesso attaccato e rovesciato l'altare,  il trono,  i  diritti  e  le
    propriet delle famiglie, e finanche i nomi che nove secoli avean resi
    rispettabili agli occhi de' popoli.
    La  rivoluzione francese,  sebbene prevista da alcuni pochi saggi,  ai
    quali il volgo non suole prestar fede,  scoppi improvvisa e  sbalord
    tutta  l'Europa.  Tutti gli altri sovrani,  parte per parentela che li
    univa a Luigi decimosesto,  parte per proprio interesse,  temettero un
    esempio che potea divenir contagioso.
    Si  credette facile impresa estinguere un incendio nascente.  Si sper
    molto sui torbidi interni che agitavano la Francia,  non  tornando  in
    mente  ad  alcuno  che  all'avvicinar  dell'inimico esterno l'orgoglio
    nazionale avrebbe riuniti tutt'i partiti divisi.  Si sper molto nella
    decadenza  delle  arti  e  del  commercio,  nella mancanza assoluta di
    tutto,  in cui era caduta la Francia;  si sper a buon conto  vincerla
    per  miseria  e  per fame,  senza ricordarsi che il periglio rende gli
    entusiasti guerrieri,  e la fame rende i guerrieri  eroi.  Una  guerra
    esterna,  mossa  con  eguale  ingiustizia  ed  imprudenza,  assod una
    rivoluzione, che, senza di essa, sarebbe degenerata in guerra civile.
    L'Inghilterra meditava conquiste immense e vantaggi infiniti  nel  suo
    commercio  sulla  ruina  di  una  nazione  che  sola allora era la sua
    rivale. La corte di Londra, pi che ogni altra corte di Europa,  temer
    dovea il contagio delle nuove opinioni,  che si potean dire quasi nate
    nel seno dell'Inghilterra;  e,  per renderle odiose al popolo inglese,
    mezzo   migliore   non   ritrov  che  risvegliare  l'antica  rivalit
    nazionale,  onde farle odiare,  se non come irragionevoli,  almen come
    francesi.  Pitt  vedeva  che  gli  abitanti  della  Gran Brettagna,  e
    specialmente  gl'irlandesi  e   scozzesi,   eran   disposti   a   fare
    altrettanto:  la  rivoluzione  sarebbe  scoppiata  in Inghilterra,  se
    gl'inglesi quasi non avessero sdegnato d'imitare i francesi).
    L'Inghilterra, sebbene non fosse stata la prima a dichiarar la guerra,
    fu per la prima a soffiare il fuoco della discordia.  L'Austria segu
    l'invito  della sua antica e naturale alleata.  Le corti di Europa non
    conoscevano le repubbliche.  Dalla perdita inevitabile  della  Francia
    speravano  un  guadagno  sicuro.  La  Prussia  l'avea gi ottenuto nel
    congresso di Pilnitz colla divisione della Polonia. L'Inghilterra e la
    Prussia mossero lo statolder,  il quale volea distrarre con una guerra
    esterna gli animi non troppo tranquilli de' batavi,  resi da poco suoi
    sudditi,  ed amava veder distrutti coloro che potevan essere un giorno
    non deboli protettori de' medesimi.
    La Prussia e l'Austria strascinarono i piccoli principi dell'impero, i
    quali, pi che dalla perdita di pochi, incerti, inutili dritti, che la
    rivoluzione  di Francia avea lor tolti in Alsazia ed in Lorena,  erano
    mossi dall'oro degl'inglesi,  ai quali da lungo tempo erano avvezzi  a
    vendere  il sangue de' propri sudditi.  Il re di Sardegna segu le vie
    di sua antica politica,  ed avvezzo ad ingrandirsi tra le  dissensioni
    della  Francia  e dell'Austria,  alle quali vendeva alternativamente i
    suoi soccorsi, tenne sulle prime il partito della lega,  che gli parve
    il pi forte.  Finalmente anche la Spagna segu l'impulso generale;  e
    la guerra fu risoluta.
    Si apr la campagna con grandissime vittorie  degli  alleati;  ma  ben
    presto  furono  seguite dai pi terribili rovesci.  I francesi seppero
    distaccar la Prussia dalla lega; la quale, ottenuta la sua porzione di
    Polonia,  comprese  che,   tra  due  potenze  di  prim'ordine  che  si
    laceravano e distruggevano a vicenda, suo meglio era quello di rimaner
    neutrale.
    La  corte  di Spagna s'ingelos ben presto dell'Inghilterra,  che sola
    voleva ritrar profitto dalla guerra comune.  La condotta  degl'inglesi
    in Tolone fece scoppiare il malumore che da lungo tempo covava nel suo
    seno, e Carlo quarto non volle pi impiegar le sue forze ad accrescere
    una  nazione  che egli dovea temere pi della francese.  Mentre i suoi
    eserciti erano battuti per terra,  le sue flotte rimanevano  inoperose
    per  mare;  mentre  i  francesi  guadagnavano in Europa,  egli avrebbe
    potuto aver un compenso in America e dar fine cos alla guerra con una
    vicendevole restituzione,  senza quelle perdite  che  fu  costretto  a
    soffrire  per ottenere la pace.  Il desiderio de' francesi era appunto
    quello che molti lor dichiarassero la guerra e niuno  la  facesse  con
    tutte le sue forze;  cos ogni nuovo nemico dava ai francesi una nuova
    vittoria, e quella lega, che dovea abbassarli, serviva ad ingrandirli.
    La guerra era ormai divenuta,  come nell'antica  Roma,  indispensabile
    alla  Francia,  tra perch teneva luogo di tutte le arti e di tutto il
    commercio,  che prima formavano la sussistenza del popolo,  tra perch
    un  governo  quasi  sempre  fazioso  la  considerava  come un mezzo di
    occupare e  distrarre  gli  animi  troppo  attivi  degli  abitanti  ed
    allontanare  i  torbidi  che  soglion fermentar nella pace.  Quindi si
    svilupp quel  sistema  di  democratizzazione  universale,  di  cui  i
    politici si servivan per interesse,  a cui i filosofi applaudivano per
    soverchia buona fede;  sistema che  alla  forza  delle  armi  riunisce
    quella  dell'opinione,  che  suol  produrre,  e  talora  ha  prodotti,
    quegl'imperi che tanto somigliano ad una monarchia universale.


















    3. STATO D'ITALIA FINO ALLA PACE DI CAMPOFORMIO.

    In breve tempo  li  francesi  si  videro  vincitori  e  padroni  delle
    Fiandre,  dell'Olanda,  della  Savoia e di tutto l'immenso tratto ch'
    lungo la sinistra sponda del Reno. Non ebbero per in Italia s rapidi
    successi; e le loro armate stettero tre anni a' piedi delle Alpi,  che
    non potettero superare, e che forse non avrebbero superate giammai, se
    il  genio  di  Bonaparte non avesse chiamata anche in questi luoghi la
    vittoria.
    Quando l'impresa d'Italia fu  affidata  a  Bonaparte,  era  quasi  che
    disperata.  Egli  si  trov alla testa di un'armata alla quale mancava
    tutto,  ma che era uscita dalla Francia nel momento del  suo  maggiore
    entusiasmo e che era da tre anni avvezza ai disagi ed alle fatiche; si
    trov  alla  testa  di coraggiosi avventurieri,  risoluti di vincere o
    morire.  Egli avea tutti i talenti,  e quello  specialmente  di  farsi
    amare dai soldati, senza del quale ogni altro talento non val nulla.
    Se  le campagne di Bonaparte in Italia si vogliono paragonare a quelle
    che i romani fecero in paesi stranieri,  si potranno dir simili solo a
    quelle  colle  quali  conquistarono  la  Macedonia.  Scipione  ebbe  a
    combattere un grandissimo capitano che non avea nazione;  molti  altri
    non  ebbero  a  fronte  n  generali  n nazioni guerriere: solo nella
    Macedonia i romani trovarono potenza bene ordinata, nazione agguerrita
    ed audace per freschi trionfi,  e generali i quali,  se non aveano  il
    genio,  sapevano  almeno  la  pratica  dell'arte.  Bonaparte cangi la
    tattica,  cangi la pratica dell'arte;  e le  pesanti  evoluzioni  de'
    tedeschi  divennero  inutili come le falangi de' macedoni in faccia ai
    romani.  Supera le Alpi e piomba nel  Piemonte.  Costringe  il  re  di
    Sardegna,  stanco forsi da una guerra di cinque anni, privato di buona
    porzione de' suoi  domini,  abbandonato  dagli  austriaci,  ridotti  a
    difendere  il  loro  paese,   a  sottoscrivere  un  armistizio,  forse
    necessario,  ma al certo non  onorevole,  ed  a  cedere  a  titolo  di
    deposito  fino alla pace quelle piazze che ancora potea e che difender
    dovea fino alla morte.  Dopo ci,  la campagna non fu  che  una  serie
    continua di vittorie.
    L'Italia era divisa in tanti piccoli Stati, i quali per, riuniti, pur
    potevano  opporre  qualche  resistenza.  Bonaparte  fu  s  destro  da
    dividere i loro interessi.  Questa  la sorte,  dice  Machiavelli,  di
    quelle  nazioni le quali han gi guadagnata la riputazione delle armi:
    ciascuno brama la  loro  amicizia,  ciascuno  procura  distornare  una
    guerra che teme.  Cos i romani han combattuto sempre i loro nemici ad
    uno ad uno e li han vinti tutti.  Il papa tent di stringere una  lega
    italica.  Concorrevano volentieri a questa alleanza le corti di Napoli
    e di Sardegna,  la prima delle quali s'incaric d'invitarvi  anche  la
    repubblica veneta.  Ma i savi di questa repubblica alle proposizioni
    del residente napolitano risposero che nel senato veneto era gi quasi
    un secolo che non parlavasi  di  alleanza,  che  si  sarebbe  proposta
    inutilmente;  ma che, se mai la lega fosse stata stretta tra gli altri
    principi, non era difficile che la repubblica vi accedesse. Ma, quando
    il gabinetto di Vienna ebbe  cognizione  di  tali  trattative,  vi  si
    oppose  acremente  e  mostr  con  parole  e  con  fatti che pi della
    rivoluzione francese temeva l'unione italiana!  Allora si vide  quanto
    lo stato politico degl'italiani fosse infelice, non solo perch divisi
    in tanti piccoli Stati (ch pure la divisione non sarebbe stata il pi
    grave de' mali),  ma perch da duecento anni o conquistati o, quel che
     peggio, protetti dagli stranieri,  all'ombra del sistema generale di
    Europa, senza aver guerra tra loro, senza temerne dagli esteri, tra la
    servit  e  la  protezione,  avean perduto ogni amor di patria ed ogni
    virt militare.  Noi,  in questi ultimi tempi,  non  solo  non  abbiam
    potuto  rinnovar  gli  esempi  antichi de' nostri avi antichissimi,  i
    quali,  riuniti,  conquistarono tanta parte dell'universo,  ma neanche
    quei meno illustri dei tempi a noi pi vicini, quando, divisi tra noi,
    ma  indipendenti da tutto il rimanente dell'Europa,  eravamo italiani,
    liberi ed armati.
    Gli austriaci,  rimasti soli,  non poterono sostener l'impeto  nemico:
    tutta la Lombardia fu invasa,  Mantova cadde,  ed essi furono respinti
    fino al Tirolo.  Bonaparte era gi poco lontano  da  Vienna,  l'Europa
    aspettava  da momento a momento azioni pi strepitose;  quando si vide
    la Francia condiscendere ad una pace,  colla quale essa acquistava  il
    possesso  della  sinistra  sponda del Reno e dell'importante piazza di
    Magonza,  e  l'Austria  riconosceva  l'indipendenza  della  repubblica
    cisalpina,  in  compenso  della  quale  le  si  davano  i domni della
    repubblica veneta.  Questa,  col risolversi troppo tardi alla  guerra,
    altro  non  avea fatto che dare ai pi potenti un plausibile motivo di
    accelerare la sua ruina.
    Per qual forza di destino avrebbe potuto  sussistere  un  governo,  il
    quale  da due secoli avea distrutta ogni virt ed ogni valor militare,
    che avea ristretto tutto lo Stato nella sola capitale,  e poscia  avea
    concentrata la capitale in poche famiglie, le quali, sentendosi deboli
    a  tanto  impero,  non altra massima aveano che la gelosia,  non altra
    sicurezza che la debolezza de' sudditi e, pi che ogni nemico esterno,
    temer doveano  la  virt  de'  propri  sudditi?  Non  so  che  avverr
    dell'Italia;   ma   il   compimento   della  profezia  del  segretario
    fiorentino,  la distruzione di  quella  vecchia  imbecille  oligarchia
    veneta,  sar sempre per l'Italia un gran bene.  Ed io che, tra i beni
    che posson ricevere i popoli,  il primo luogo do a quelli della mente,
    cio  al giudicar retto,  onde vien poi l'oprar virtuoso e nobile;  io
    credo esser gi sommo vantaggio il veder tolto l'antico errore per cui
    i gentiluomini  veneziani  godevan  nelle  menti  del  volgo  fama  di
    sapienti reggitori di Stato.
    Il  trattato  di  Campoformio  era vantaggioso a tutt'e due le potenze
    contraenti. L'Austria, sopra tutto, vi avea guadagnato massimo; e,  se
    rimaneva  ancora  qualche  altro  oggetto  a determinarsi,  era facile
    prevedere che a spese  de'  pi  piccoli  principi  di  Germania  essa
    avrebbe  guadagnato  anche dippi.  Ma era facile egualmente prevedere
    che l'Inghilterra, avendo sola tra gli alleati colla guerra guadagnato
    e dovendo sola restituire, esser dovea lontana dai pensieri di pace.
    Il governo che allora avea la Francia, checch molti credessero, avea,
    almen  per  poco,   rinunciato  al   progetto   di   democratizzazione
    universale, il quale, al modo come l'aveano i francesi immaginato, era
    solo  eseguibile  in  un momento di entusiasmo.  I romani mostravan di
    rendere ai popoli gli ordini che essi  bramavano,  ma  non  avevan  la
    smania  di  portar  dappertutto  gli  ordini di Roma.  Quindi i romani
    conservarono meglio e pi lungamente  l'apparenza  di  liberatori  de'
    popoli.   Ma   il  governo  francese  riteneva  tuttavia  il  primiero
    linguaggio per vendere a pi caro prezzo le  sue  promesse  e  le  sue
    minacce: eravi sempre una contraddizione tra i proclami de' generali e
    le  negoziazioni  de' ministri,  tra le parole date ai popoli e quelle
    date ai re; e, tra queste continue contraddizioni, si faceva,  ora coi
    popoli ora coi re, un traffico continuo di speranze e di timori.
    Gi da questo ognuno prevedeva che il trattato di Campoformio avea sol
    per  poco  sospesa  la  democratizzazione di tutta l'Italia.  Il re di
    Sardegna non era che il ministro della repubblica francese in  Torino;
    il  duca  di  Toscana ed il papa non erano nulla.  Berthier finalmente
    occup Roma; la distruzione di un vecchio governo teocratico non cost
    che il volerla;  tale  lo stato dell'Italia,  che  chiunque  vuole  o
    salvarla  o  occuparla  deve  riunirla,  e  non  si  pu riunire senza
    cangiare il governo  di  Roma.  L'indifferenza  colla  quale  l'Italia
    riguard tale avvenimento mostr bene qual progresso le nuove opinioni
    avean fatto negli animi degl'italiani.













    4. NAPOLI - REGINA.

    Rimaneva il regno di Napoli; e forse, almen per quel tempo, i francesi
    non  aveano  n  interesse  n  forza n volont di attaccarlo.  Ma la
    parentela  coi  sovrani  di  Francia,  l'influenza  preponderante  del
    gabinetto  inglese,  il  carattere  della regina,  tutto contribuiva a
    fomentare nella corte di Napoli l'odio che fin da principio, pi caldo
    che ogni altra corte di Europa,  avea spiegato contro  la  rivoluzione
    francese.  La regina, nel viaggio che avea fatto per la Germania e per
    l'Italia in occasione del matrimonio delle sue figlie,  era  stata  la
    prima  motrice  di  quella  lega  che  poi si vide scoppiare contro la
    Francia.  La forza costrinse la corte di Napoli  a  sottoscrivere  una
    neutralit,  quando  Latouche  venne  con  una  squadra in faccia alla
    stessa capitale. Forse allora temette pi di quel che dovea: se avesse
    prolungate per due altri giorni le trattative,  la stagione ed i venti
    avrebbero  fatta  vendetta di una flotta che troppo imprudentemente si
    era  avventurata  entro  un   golfo   pericoloso   in   una   stagione
    pericolosissima.
    La presa di Tolone fece rompere di nuovo la neutralit.  Al pari delle
    altre corti,  quella di Napoli invi  delle  truppe  a  sostenere  una
    sciagurata impresa pi mercantile che guerriera, la quale, nel modo in
    cui fu immaginata e diretta, potea esser utile solo agl'inglesi. Nella
    primavera  seguente invi due brigate di cavalleria nella Cisalpina in
    soccorso  dell'imperatore:  esse  si  condussero  molto  bene.  Ma  le
    vittorie  di  Bonaparte  in  Italia  fecero ricadere la corte ne' suoi
    timori,  e si affrett a conchiudere una pace nel tempo appunto in cui
    l'imperatore  avea  maggior bisogno de' suoi aiuti;  nel tempo in cui,
    non  presa  ancora  Mantova,  non  distrutte  ancora  tutte  le  forze
    imperiali in Italia,  poteva,  facendo avanzar le sue truppe, produrre
    un potente e forse pericoloso diversivo.  Il governo francese  ad  una
    corte che non sapeva far la guerra seppe vendere quella pace, che esso
    avrebbe dovuto e che forse era pronto a comprare.
    Perch si ebbe tanta paura della flotta di Latouche? Perch si credeva
    che  in  Napoli vi fossero cinquantamila pronti a prender l'armi in di
    lui favore. Non vi era nessuno, nessuno... Qual fu nella trattativa di
    questa pace il grande oggetto del quale si occup la corte di  Napoli?
    La  liberazione  di  circa  duecento scolaretti,  che teneva arrestati
    nelle sue fortezze. Che non si fece, che non si pag per far s che il
    Direttorio non insistesse, come allora era di moda, per la liberazione
    de' rei di opinione?  La regina non approvava quella pace,  e  forse
    avea  ragione;  ma  credette  aver ottenuto molto,  avendo ottenuto il
    diritto di poter incrudelire inutilmente contro pochi  giovinetti  che
    conveniva disprezzare...  Non si perdano mai di vista questi fatti. La
    corte di Napoli non sapeva n che  temere  n  che  sperare:  come  si
    poteva  pretendere  che  agisse saviamente?  La corte di Napoli era la
    corte delle irresoluzioni,  della  vilt  ed,  in  conseguenza,  delle
    perfidie.  La  regina  ed  il  re  eran  concordi  solo  nell'odiare i
    francesi;  ma  l'odio  del  re  era  indolente,  quello  della  regina
    attivissimo:  il  primo  si sarebbe contentato di tenerli lontani,  la
    seconda volea vederli  distrutti.  Ne'  momenti  di  pericolo,  il  re
    ascoltava i suoi timori e,  pi de' timori, la sua indolenza; al primo
    favore di fortuna,  al primo raggio di nuove  e  liete  speranze,  per
    cagione  della stessa indolenza,  abbandonava di nuovo gli affari alla
    regina.
    Acton fomentava nel re un'indolenza che  accresceva  l'imperio  suo  e
    della regina;  e questa,  per desiderio di comandare,  non si avvedeva
    che Acton turbava tutte le cose e spingeva ad  inevitabile  rovina  il
    re,  il Regno e lei stessa.  La regina era ambiziosa; ma l'ambizione 
    un vizio o una virt, secondo le vie che sceglie, secondo il bene o il
    male che produce.  Ella venne la prima volta da Germania  col  disegno
    d'invadere il trono,  n si ristette finch, per mezzo degl'intrighi e
    dell'ascendente che  una  colta  educazione  le  dava  sull'animo  del
    marito,  non giunse a cangiar tutt'i rapporti interni ed esterni dello
    Stato.
    Il marchese Tanucci previde le funeste conseguenze del genio  novatore
    della  giovine  regina,  e  volle opporvisi fin da quel momento in cui
    pretese di aver entrata e voto nel Consiglio di Stato.  Era questa una
    novit  inudita  nel  regno  di Napoli,  e molto pi nella famiglia di
    Borbone,  ma la regina vinse e giur vendicarsi di Tanucci: n la  sua
    et,  n  il  suo merito,  n li suoi lunghi e fedeli servizi poterono
    salvar questo vecchio amico di Carlo terzo ed aio,  per cos dire,  di
    suo figlio dalla umiliazione e dalla disgrazia.
    Sotto  un re,  debole inimico ed infedele amico,  tutti compresero non
    esservi da temere, non da sperare, se non dalla regina; e tutti furono
    a lei venduti. Ella cre anche al di fuori nuovi sostegni all'impero.
    Tutti gl'interessi politici univano il regno di  Napoli  a  quello  di
    Francia e di Spagna, e questi legami potevano formar la felicit della
    nazione coi vantaggi del commercio e della pace. Ma gl'interessi della
    nazione  poteano bene essere quelli del re,  non mai per quelli della
    regina: ella volea nuovi rapporti politici,  che la  sostenessero,  se
    bisognasse,  contro  il  re  e,  se  fosse possibile,  anche contro la
    nazione.  Noi diventammo ligi  dell'Austria,  potenza  lontana,  dalla
    quale  la  nazione  nostra  nulla  potea sperare e tutto dovea temere;
    potenza,  la quale,  involta in continue guerre,  ci strascinava  ogni
    momento a prender parte negl'interessi altrui, senza poter mai sperare
    di  veder  difesi  li  nostri.  La  preponderanza che l'Austria andava
    acquistando sulle nostre coste offese la Spagna;  ma la regina,  lungi
    dal  temere il suo sdegno,  lo foment,  lo spinse agli estremi,  onde
    togliere al re ogni via di ravvedimento.
    I ministri del re doveano esser i favoriti  della  regina;  ma  questa
    sacrificava  sempre i suoi favoriti ai disegni suoi.  L'ultimo  stato
    il pi fortunato di tutti,  non perch avesse pi  merito,  ma  perch
    avea  pi  audacia  degli altri,  li quali non combattevano con lui ad
    armi eguali, perch non si permettevano tutto ci ch'egli ardiva fare.
    Conservavano ancora costoro qualche vecchio sentimento  di  giustizia,
    di  amicizia,  di  pubblico  bene:  come contrastare con uno che tutto
    sacrificava alla distruzione de' suoi nemici ed al  favore  della  sua
    sovrana?).
    Giovanni  Acton  venne  dalla Toscana,  cio da uno Stato che non avea
    marina, a crearne una in Napoli.  Avea due titoli,  oltre un terzo che
    gli attribuisce la fama,  a meritare il favore della regina: era, tra'
    ministri  del  re,  il  solo  straniero  e  seppe  prima  degli  altri
    comprendere  che  in Napoli la regina era tutto ed il re era un nulla.
    Giunse nel tempo in cui ardevano pi che mai i disgusti colla corte di
    Spagna.  Sambuca,  che allora era primo  ministro,  prese  il  partito
    spagnuolo:  fu male accorto e vile;  perdette la grazia della regina e
    poco dipoi,  come era inevitabile,  anche quella del re.  Si vide  per
    poco  suo  successore  Caracciolo:  ma costui,  rotto dagli anni e per
    natura portato all'indolenza,  in una corte ove non si voleva il  bene
    n  si  soffriva il vero,  non fu che l'ombra di un gran nome e serv,
    senza saperlo o almeno senza curarlo, a far risplendere Acton,  che la
    regina   voleva  esaltare,   ma  che  ancora  non  poteva  vincere  la
    riputazione de'  pi  vecchi.  La  morte  di  Caracciolo  diede  luogo
    finalmente ai suoi disegni: Acton fu posto alla testa degli affari, il
    vecchio De Marco confinato ai minuti dettagli di casa reale, tutti gli
    altri  ministri  non  furono  che  creature  di  Acton.  La sola parte
    d'ingegno,  che Acton veramente possedeva,  era quella di conoscer gli
    uomini.  Non  vi  era  alcuno  che  meglio  di lui sapesse definire il
    carattere morale de'  suoi  favoriti.  Riputava  Castelcicala  vile  e
    crudele  nella  sua vilt;  Vanni entusiasta,  ambizioso e crudele per
    furore  quanto  lo  era  Castelcicala  per  riflessione;  Simonetti  e
    Corradini  ambedue uomini dabbene,  ma il primo indolente,  il secondo
    pedante,   ed  incapaci  ambedue  di  opporsi  a  lui.   Si  serv  di
    Castelcicala fin da che era ministro in Londra.








    5. STATO DEL REGNO - AVVILIMENTO DELLA NAZIONE.

    Acton e la regina quasi congiurarono insieme per perdere il Regno.  La
    regina spieg il pi alto disprezzo per tutto ci ch'era nazionale. Si
    voleva un genio?  Dovea darcisi dall'Arno.  Si voleva un uomo dabbene?
    Dovea  venirci  dall'Istro.  Ci  vedemmo  inondati  da  una  folla  di
    stranieri,  i quali occuparono tutte le cariche,  assorbirono tutte le
    rendite  senz'avere verun talento e verun costume,  insultarono coloro
    ai quali rapivano la sussistenza. Il merito nazionale fu obbliato,  fu
    depresso e pot credersi felice quando non fu perseguitato).
    Quel nobile sentimento di orgoglio,  che solo ispira le grandi azioni,
    facendocene credere  capaci;  quel  sentimento,  che  solo  ispira  lo
    spirito pubblico e l'amor della patria;  quel sentimento, che in altri
    tempi ci fece esser grandi e che oggi fa grandi tante altre nazioni di
    Europa,  delle  quali  fummo  un  tempo  e  maestri  e  signori,   era
    interamente  estinto  presso  di  noi.  Noi  diventammo  a  vicenda or
    francesi or tedeschi ora inglesi;  noi non eravamo  pi  nulla.  Tante
    volte  e  s  altamente  per  venti  anni  ci era ripetuto che noi non
    valevamo nulla, che quasi si era giunto a farcelo credere.
    La nazione napoletana svilupp prima una frivola  mania  per  le  mode
    degli  esteri.  Questo  produceva  un male al nostro commercio ed alle
    nostre manifatture: in Napoli un sartore non sapeva cucire  un  abito,
    se il disegno non fosse venuto da Londra o da Parigi.  Dall'imitazione
    delle vesti si pass a  quella  del  costume  e  delle  maniere,  indi
    all'imitazione  delle  lingue:  si apprendeva il francese e l'inglese,
    mentre era pi vergognoso  il  non  sapere  l'italiano).  L'imitazione
    delle lingue port seco finalmente quella delle opinioni. La mania per
    le nazioni estere prima avvilisce,  indi ammiserisce, finalmente ruina
    una nazione, spegnendo in lei ogni amore per le cose sue. La regina fu
    la prima ad aprir la porta a quelle novit,  che ella stessa  poi  con
    tanto furore ha perseguitate.  Una nazione,  che troppo ammira le cose
    straniere,  alle cagioni  di  rivoluzione  che  porta  seco  il  corso
    politico  di  ogni  popolo  aggiunge  anche quelle degli altri popoli.
    Quanti tra noi erano democratici solo  perch  lo  erano  i  francesi?
    Sopra cento teste voi dovete contare, in ogni nazione, cinquanta donne
    e  quarantotto  uomini  pi frivoli delle donne: essi non ragionano in
    altro modo che in questo: - In... si pettina meglio,  si veste meglio,
    si cucina meglio, si parla meglio: la prova n' che noi ci pettiniamo,
    mangiamo,  ci  vestiamo  com'essi  fanno.  Come  possibile che quella
    nazione non pensi e non operi meglio di noi?).




    6. INQUISIZIONE DI STATO.

    I nostri affetti,  preso che abbiano un corso,  pi non si  arrestano.
    L'odio  segue il disprezzo,  e dietro l'odio vengono il sospetto ed il
    timore. La regina, che non amava la nazione, temeva di esserne odiata;
    e questo affetto, sebbene penoso,  ha bisogno,  al pari di ogni altro,
    di  essere  fomentato.  Chiunque le parl male della nazione fu da lei
    ben accolto.
    Le novit delle  opinioni  politiche  accrebbero  i  suoi  sospetti  e
    diedero  nuovi mezzi ai cortigiani per guadagnare il suo cuore.  Acton
    non manc di servirsene per perder Medici e qualche altro illustre suo
    rivale.  Quindi si sciolse il freno e si port la desolazione nel seno
    di tutte le famiglie.
    Un esempio.  I nostri giovinetti in quegli anni aveano per moda di far
    delle corse a cavallo per Chiaia ed ai Bagnuoli. Si dette a credere ad
    Acton,  o piuttosto Acton volle dar a credere  alla  corte,  che  essi
    volessero rinnovare le corse olimpiche.
    Qual  rapporto tra le corse de' nostri giovani napolitani e quelle de'
    greci?  E,  quando anche quelle fossero state un'imitazione di queste,
    qual  male?  qual  pericolo?  Acton  intanto  incaric  la  polizia di
    vegliare su queste corse,  come se si fosse trattato della  marcia  di
    venti squadroni nemici che piombassero sulla capitale.
    Alcuni  giovani  entusiasti,  ripieni  la  testa  delle  nuove teorie,
    leggevano  ne'  fogli  periodici  gli  avvenimenti  della  rivoluzione
    francese  e  ne  parlavano tra di loro o,  ciocch val molto meno,  ne
    parlavano alle loro innamorate ad ai loro parrucchieri.
    Essi non aveano altro delitto che  questo,  n  giovani  senza  grado,
    senza  fortuna,  senza opinione potevano tentarne altro.  Fu eretto un
    tribunale di sangue col nome di Giunta di Stato per giudicarli, come
    se avessero gi ucciso il re e rovesciata la costituzione.
    Pochi  magistrati,  tra  coloro  che  componevano  la  Giunta,  amanti
    veracemente del re e della patria,  vedendo che il primo,  il vero, il
    solo delitto di Stato era quello di seminar diffidenze tra il  sovrano
    e la nazione, ardirono prendere la difesa dell'innocenza e proporre al
    re  che  la  pena  de'  rei  di Stato mal si applicava a pochi giovani
    inesperti,  i quali non di altro delitto eran rei che di aver  parlato
    di  ci  che  era meglio tacere,  di aver approvato ci che era meglio
    esaminare; delitto di giovani,  i quali si sarebbero corretti coll'et
    e coll'esperienza, che avrebbe smentite le brillanti ma fallaci teorie
    onde  erano  le loro menti invasate.  I mali di opinione si guariscono
    col disprezzo e coll'obblio: il popolo non intender,  non seguir mai
    i filosofi. Ma, se voi perseguitate le opinioni, allora esse diventano
    sentimenti;   il  sentimento  produce  l'entusiasmo;  l'entusiasmo  si
    comunica; vi inimicate chi soffre la persecuzione, vi inimicate chi la
    teme,  vi inimicate anche  l'uomo  indifferente  che  la  condanna;  e
    finalmente l'opinione perseguitata diventa generale e trionfa.
    Ma,  ove  si  tratta  di  delitto  di  Stato,  le pi evidenti ragioni
    rimangono inefficaci. Imperciocch di rado un tal delitto esiste, e di
    rado  avviene  che  un  uomo  attenti  con  atto  non  equivoco   alla
    costituzione o al sovrano di una nazione: il pi delle volte si tratta
    di  parole che vaglion meno delle minacce,  o di pensieri che vagliono
    anche meno delle parole.  Tali cose vagliono quanto le  fa  valere  il
    timore  di  chi regna).  Guai a chi ha ascoltato una volta le voci del
    timore! Quanto pi ha temuto, pi dovr temere. Molto temeva la regina
    di  Napoli,  ed  Acton  voleva  che  temesse  di  pi.   Le  frequenti
    impressioni di sospetti e di timori, che aveva sofferte, avevano quasi
    alterato   il   di  lei  fisico  e  turbata  interamente  la  serie  e
    l'associazione delle sue idee.  Persone degne di fede mi  narrano  che
    non  senza  pericolo di dispiacerle taluno le attestava la fedelt de'
    sudditi suoi.
    Si volle del sangue,  e se  n'ebbe.  Furono  condannati  a  morte  tre
    infelici,  tra'  quali  il  virtuoso  Emmanuele de Deo,  a cui si fece
    offrire la vita purch rivelasse i suoi  complici,  e  che  in  faccia
    all'istessa morte seppe preferirla all'infamia.
    Ecco  un esempio di ci che possa e che produca il timore negli animi,
    una volta  turbati.  Nel  giorno  dell'esecuzione  della  sentenza  si
    presero  quelle  precauzioni che altre volte si erano trascurate e che
    anche allora erano superflue.  Si temeva che il popolo volesse salvare
    tre sciagurati, che appena conosceva; si temeva una sedizione di circa
    cinquantamila rivoluzionari,  che per lo meno si diceva dover esser in
    Napoli. Intanto, le truppe che quasi assediavano la citt,  gli ordini
    minaccevoli  del  governo,  tutto  allarmava  la  fantasia del popolo;
    qualunque  moto  pi  leggiero,  che  in  altri  tempi  sarebbe  stato
    indifferente, doveva turbarlo; temeva i sollevatori, temeva gli ordini
    del governo,  temeva tutto;  ed il minimo timore dovea produrre,  come
    difatti  produsse,   in  una  gran  massa  di   popolo   un'agitazione
    tumultuosa.  Cos  i  sospetti  del  governo rendono pi sospettoso il
    popolo.  Da quell'epoca il  popolo  napolitano,  che  prima  quasi  si
    conteneva  da  se  stesso  senza  veruna  polizia,  fu pi difficile a
    maneggiarsi;  tutte le  pubbliche  feste  furono  fatte  con  maggiori
    precauzioni, ma non furono perci pi tranquille.
    Si  sciolse la prima Giunta.  Si sperava poter respirare finalmente da
    tanti orrori; ma, pochi mesi dopo, si vide in campo una nuova congiura
    ed una Giunta pi terribile della prima.  Si vollero allontanati tutti
    que'   magistrati   che  conservavano  ancora  qualche  sentimento  di
    giustizia e di umanit.  Si  mostr  di  volere  i  scellerati,  ed  i
    scellerati corsero in folla. Castelcicala, Vanni, Guidobaldi si misero
    alla loro testa. La nazione fu assediata da un numero infinito di spie
    e di delatori, che contavano i passi, registravano le parole, notavano
    il  colore  del volto,  osservavano finanche i sospiri.  Non vi fu pi
    sicurezza. Gli odii privati trovarono una strada sicura per ottener la
    vendetta,  e coloro che non avevano nemici furono oppressi dagli amici
    loro  medesimi,  che  la  sete dell'oro e l'ambizione aveva venduti ad
    Acton ed a Vanni.  Che si pu  difatti  conservare  di  buono  in  una
    nazione,  dove chi regna non d le ricchezze, le cariche, gli onori se
    non ai delatori?  dove,  se si presenta un uomo onesto a  chiedere  il
    premio  delle  sue fatiche o delle sue virt,  gli si risponde che si
    faccia prima del merito?  Per farsi del merito s'intendeva  divenir
    delatore,  cio formar la ruina almeno di dieci persone oneste. Questo
    merito aveano tanti,  i  nomi  de'  quali  la  giusta  vendetta  della
    posterit  non  deve  permettere  che  cadano nell'obblio.  La regina,
    indispettita contro un sentimento di virt che la massima parte  della
    nazione  ancora conservava,  diceva pubblicamente che ella sarebbe un
    giorno giunta  a  distruggere  quell'antico  pregiudizio  per  cui  si
    reputava  infame il mestiere di delatore.  Tutte queste e molte altre
    simili cose si narravano: forse,  siccome sempre  suole  avvenire,  in
    picciola  parte  vere,  pel maggior numero false e finte per odio.  Ma
    queste cose, o vere o false che sieno, sono sempre dannose quando e si
    dicono da molti e da molti si credono,  perch rendono pi audaci  gli
    scellerati  e  pi  timidi  i buoni.  Che se esse son false,  meritano
    doppiamente la pubblica esecrazione que' ministri i quali  colla  loro
    condotta  dnno  occasione  a dirle e ragione a crederle.  Per cagioni
    intanto di queste  voci,  una  parte  della  nazione  si  arm  contro
    l'altra; non vi furono pi che spie ed uomini onesti, e chi era onesto
    era  in conseguenza un giacobino.  Vanni avea detto mille volte alla
    regina che il Regno  era  pieno  di  giacobini:  Vanni  volle  apparir
    veridico, e colla sua condotta li cre.
    Tutt'i  castelli,  tutte  le  carceri  furono  ripiene d'infelici.  Si
    gittarono in orribili prigioni,  privi di luce e di tutto  ci  ch'era
    necessario alla vita,  e vi languirono per anni,  senza poter ottenere
    n la loro assoluzione n la loro condanna, senza neanche poter sapere
    la cagione della loro  disgrazia.  Quasi  tutti,  dopo  quattro  anni,
    uscirono liberi,  come innocenti;  e sarebbero usciti tutti, se non si
    fossero loro tolti i legittimi mezzi di difesa.  Vanni,  che era allor
    il  direttor supremo di tali affari,  non si curava pi di chi era gi
    in carcere;  non pensava che a carcerarne degli altri: ard  dire  che
    almeno  dovevano  arrestarsene  ventimila.  Se  il  fratello,  se il
    figlio,  se il padre,  se la moglie di qualche  infelice  ricorreva  a
    costui per sollecitare la decisione della di lui sorte, un tal atto di
    umanit  si  ascriveva  a  delitto.  Se si ricorreva al re e che il re
    qualche volta ne chiedeva conto a Vanni, ci anche era inutile, perch
    per Vanni rispondeva la regina,  la quale credeva che  Vanni  operasse
    bene.  Vanni  diceva  sempre che vi erano altre fila della congiura da
    scoprire, altri rei da arrestare; e la regina tutto approvava,  perch
    temeva sempre altri rei ed altre congiure.
    Vanni,  il  quale  meglio  di  ogni altro sapeva con quali arti si era
    ordita un'inquisizione,  diretta pi a fomentare i timori della regina
    che  a  calmarli,  tremava ogni volta che gli si parlava di esame e di
    sentenza.  Ei volea trovare il reo,  e temea che si fosse ricercata la
    verit).
    Sembrer  a  molti  inverisimile  tutto  ci che io narro di Vanni.  E
    difatti il carattere morale di quell'uomo era singolare.  Egli riuniva
    un'estrema  ambizione  ad  una  crudelt  estrema  e,  per colmo delle
    sciagure dell'umanit,  era un entusiasta.  Ogni  affare  che  gli  si
    addossava era grandissimo; ma egli voleva sempre apparir pi grande di
    tutti gli affari. Uomini tali sono sempre funesti, perch, non potendo
    o non sapendo soddisfare l'ambizione loro con azioni veramente grandi,
    si  sforzano di fare apparir tali tutte quelle che possono e che sanno
    fare, e le corrompono.
    Vanni incominci ad acquistar fama di giudice  integro  e  severissimo
    colla  condotta  che tenne col principe di Tarsia,  il quale era stato
    per qualche anno direttore della fabbrica di seterie che  il  re  avea
    stabilita  in  San  Leucio.  Il  primo  errore forse lo commise il re,
    affidando  tale  impresa  al  principe  di  Tarsia   anzich   ad   un
    fabbricante;  il  secondo  lo  fu  di  Tarsia,  il quale,  non essendo
    fabbricante,  non dovea accettar tale commissione.  Ne avvenne  quello
    che  ne dovea avvenire.  Tarsia era un onestissimo cavaliere,  cio un
    onestissimo spensierato, incapace di malversare un soldo,  ma incapace
    al  tempo istesso d'impedir che gli altri malversassero.  Si trov ne'
    conti una mancanza di circa cinquantamila scudi.  Fu data a  Vanni  la
    commissione  di  liquidare  i  conti.  Non  eravi affare pi semplice,
    perch Tarsia era un uomo che  poteva  e  voleva  pagare.  Pure  Vanni
    prolung  l'affare non so per quanti anni: cadde il trono,  e l'affare
    di Tarsia ancora pendeva indeciso;  ed intanto  non  eravi  genere  di
    vessazioni  e  d'insulti  ai  quali  non  sottoponesse  la famiglia di
    Tarsia, perch, dicesi, tale era l'intenzione di Acton.  Gli uomini di
    buon  senso,  alcuni  dicevano:  -  Che  imbecille!  -  altri:  -  Che
    impostore! - Ma nella corte si faceva dire: - Che giudice integro! Con
    quanto zelo,  con quanta fermezza affronta il principe di  Tarsia,  un
    grande  di  Spagna,  un  grande  officiale  del  palazzo!  -  Come  se
    l'ingiustizia che si commette contro i grandi non possa derivar  dalle
    stesse  cagioni  ed  essere egualmente vile che quella che si commette
    contro i piccioli.
    Si avea bisogno d'un inquisitor di Stato,  e si scelse  Vanni  per  la
    ragione istessa per la quale non si avrebbe dovuto scegliere. La prima
    volta  che  Vanni  entr  nell'assemblea  de'  magistrati  che  dovean
    giudicare, si mostr tutto affannato, cogli occhi mezzo stralunati, e,
    raccomandando ai giudici la giustizia,  soggiunse: - Son due  mesi  da
    che io non dormo, vedendo i pericoli che ha corsi il mio re. - Il mio
    re: questo era il modo col quale egli usava chiamarlo dopo che gli fu
    affidata  l'inquisizione  di  Stato.  -  Il vostro re!  - gli disse un
    giorno il presidente del Consiglio,  Cito,  uomo rispettabile e per la
    carica  e  per  cento anni di vita irreprensibile - il vostro re!  Che
    volete intender mai con questa parola,  che,  sotto apparenza di zelo,
    nasconde tanta superbia?  E perch non dite il nostro re?  Egli  re
    di tutti noi,  e tutti l'amiamo  egualmente.  -  Queste  poche  parole
    bastano  per  far giudicare di due uomini;  ma,  in un governo debole,
    colui che pronunzia pi alto il mio re suole vincere chi si contenta
    di dire il nostro re.
    Lo sguardo di Vanni era sempre riconcentrato in se stesso;  il  colore
    del  volto  pallido-cinereo,  come suole essere il colore degli uomini
    atroci;  il suo passo irregolare e quasi a  salti,  il  passo  insomma
    della  tigre:  tutte le sue azioni tendevano a sbalordire ed atterrire
    gli altri;  tutt'i suoi affetti atterrivano e sbalordivano lui stesso.
    Non ha potuto abitar di pi di un anno in una stessa casa,  ed in ogni
    casa abitava  al  modo  che  narrasi  de'  signorotti  di  Fera  e  di
    Agrigento. Ecco l'uomo che dovea salvare il Regno!
    Ma   la   macchina  di  quattro  anni  dovea  finalmente  sciogliersi.
    Gl'interessati fremevano;  gli uomini di buon senso  ridevano  di  una
    nuova  specie  di  delitto di Stato che in quattro anni d'inquisizione
    non  si  era  ancora   scoperto;   nel   popolaccio   istesso   andava
    raffreddandosi  quel  caldo che nei primi tempi avea mostrato contro i
    rei,  e quasi incominciava a sentir piet di tanti infelici,  i  quali
    non vedendo condannati,  incominciava a credere innocenti.  Acton, che
    da principio era stato il  principal  autore  dell'inquisizione,  dopo
    averne  usato quanto bastava ai suoi disegni,  vedendola innoltrar pi
    di quel che conveniva e non volendo e  non  potendo  arrestarla,  avea
    ceduto il suo luogo a Castelcicala.  Costui, il pi vile degli uomini,
    avea bisogno, per guadagnare il favore della regina, di quel mezzo che
    Acton  avea  adoperato  solo  per  atterrare  i  suoi  rivali,  ed  in
    conseguenza  dovea spingerne l'abuso pi oltre,  e lo spinse.  Fece di
    tutto perch la cabala non si scoprisse: giunse ad imputare a  delitto
    la  religiosit di coloro che diedero il voto per la verit;  giunse a
    minacciare un castigo agli avvocati da lui  stesso  destinati,  perch
    difendevano i rei con zelo. Ma la nazione era oppressa e non corrotta,
    e,  se diede grandi esempi di pazienza,  ne diede anche moltissimi, ed
    egualmente splendidi, di virt. Nulla potette smuovere la costanza de'
    giudici e lo zelo degli avvocati.  Quando si vide la verit trionfare,
    ed  uscir  liberi  quei  che  si  volevano  morti,  Castelcicala,  per
    giustificarsi agli occhi del pubblico e del re, il quale finalmente si
    era occupato di un tal affare, immol Vanni,  e tutta la colpa ricadde
    sopra costui.
    Vanni avea accusati al re tutti i giudici, il presidente del Consiglio
    Mazzocchi,  Ferreri,  Chinig, gli uomini forse i pi rispettabili che
    Napoli avesse e per dottrina e per integrit  e  per  attaccamento  al
    proprio  sovrano;  e  un  momento  forse  si dubit se dovessero esser
    puniti questi tali o  Vanni.  Se  Vanni  rimaneva  vincitore,  avrebbe
    compta l'opera della perdita del Regno e della rovina del trono.  Per
    buona sorte era giunto all'estremo, e rovin se stesso per aver voluto
    troppo.  Ma,  prima che ci avvenisse,  di quanti altri  uomini  utili
    avrebbe  privato lo Stato,  e quanti fedeli servitori avrebbe tolti al
    re?  Quando anche il rovescio del trono di Napoli non  fosse  avvenuto
    per effetto della guerra,  Vanni sarebbe bastato solo a cagionarlo,  e
    lo avrebbe fatto.
    Vanni fu deposto ed esiliato dalla capitale: si tent di raddolcire in
    segreto il suo esilio, ma invano.  L'anima ambiziosa di Vanni cadde in
    un  furore  melanconico,  il  quale finalmente lo spinse a darsi da se
    stesso una morte,  che,  per soddisfazione della giustizia e per  bene
    dell'umanit,  avrebbe meritato da altra mano e molto tempo prima.  La
    sua morte precedette di poco l'entrata de' francesi in Napoli. Egli li
    temea,  avea chiesta alla corte un asilo in Sicilia,  e gli era  stato
    negato.  Prima  di  uccidersi  scrisse  un  biglietto,  in cui diceva:
    L'ingratitudine di una corte perfida,  l'avvicinamento di  un  nemico
    terribile,  la  mancanza  di  asilo mi han determinato a togliermi una
    vita che ormai mi  di peso. Non s'incolpi nessuno della mia morte; ed
    il mio esempio serva a render saggi gli altri inquisitori  di  Stato.
    Ma  gli  altri  inquisitori  di Stato risero della sua morte,  ne rise
    Castelcicala; e l'inquisizione continu collo stesso furore,  finch i
    francesi non furono a Capua.















    7. CAGIONI ED EFFETTI DELLA PERSECUZIONE.

    Io mi arresto;  la mia mente inorridisce alla memoria di tanti orrori.
    Ma donde mai  nato tanto furore  negli  animi  de'  sovrani  d'Europa
    contro  la  rivoluzione francese?  Molte altre nazioni aveano cangiata
    forma di governo;  non vi  quasi secolo che non conti un cangiamento:
    ma  n  quei  cangiamenti  aveano  mai  interessati altri che le corti
    direttamente offese,  n aveano prodotto  nelle  altre  nazioni  alcun
    sospetto ed alcuna persecuzione.  Pochi anni prima,  i saggi americani
    avean fatta una rivoluzione poco diversa dalla francese, e la corte di
    Napoli vi avea pubblicamente applaudito: nessuno  avea  temuto  allora
    che i napolitani volessero imitare i rivoluzionari della Virginia.  Il
    pericolo de' sovrani  forse cresciuto in proporzione de' loro timori?
    I francesi illusero loro stessi sulla natura della loro rivoluzione, e
    credettero effetto  della  filosofia  quello  che  era  effetto  delle
    circostanze politiche nelle quali trovavasi la loro nazione.
    Quella  Francia,  che  ci  si  presentava  come  un modello di governo
    monarchico,   era  una  monarchia  che  conteneva   pi   abusi,   pi
    contraddizioni: la rivoluzione non aspettava che una causa occasionale
    per  iscoppiare.  Grandi cause occasionali furono la debolezza del re,
    l'alterigia,  or prepotente or debole anch'essa,  della  regina  e  di
    Artois,  l'ambizione  dello  scellerato  ed inetto Orlans,  il debito
    delle finanze,  Necker,  l'Assemblea de' notabili e,  molto  pi,  gli
    Stati generali.  Ma,  prima che queste cagioni esistessero,  eravi gi
    antica infinita materia di rivoluzione accumulata da molti secoli:  la
    Francia  riposava  sopra  una cenere fallace,  che copriva un incendio
    devastatore.
    Tra tanti che hanno scritta la storia della  rivoluzione  francese,  
    credibile  che  niuno ci abbia esposte le cagioni di tale avvenimento,
    ricercandole,  non  gi  ne'  fatti  degli  uomini,  i  quali  possono
    modificare solo le apparenze,  ma nel corso eterno delle cose istesse,
    in quel corso che solo ne determina la natura? La leggenda delle mosse
    popolari, degli eccidi,  delle ruine,  delle varie opinioni,  de' vari
    partiti,  forma la storia di tutte le rivoluzioni, e non gi di quella
    di Francia,  perch nulla ci dice di quello per cui la rivoluzione  di
    Francia  differisce  da  tutte  le altre.  Nessuno ci ha descritto una
    monarchia  assoluta,   creata  da  Richelieu  e  rinforzata  da  Luigi
    decimoquarto in un momento;  una monarchia surta,  al pari di tutte le
    altre di Europa,  dall'anarchia feudale,  senza per averla distrutta,
    talch,  mentre tutti gli altri sovrani si erano elevati proteggendo i
    popoli contro i baroni,  quello di  Francia  avea  nel  tempo  istesso
    nemici  ed  i  feudatari,  ivi  pi potenti che altrove,  ed il popolo
    ancora oppresso;  le tante diverse  costituzioni  che  ogni  provincia
    avea;  la  guerra sorda ma continua tra i diversi ceti del regno;  una
    nobilt singolare,  la quale,  senza esser meno oppressiva  di  quella
    delle altre nazioni,  era pi numerosa,  ed a cui apparteneva chiunque
    voleva, talch ogni uomo, appena che fosse ricco, diventava nobile, ed
    il popolo perdea cos financo la ricchezza;  un clero,  che si credeva
    essere indipendente dal papa e che non credeva dipendere dal re,  onde
    era in continua lotta e col  re  e  col  papa;  i  gradi  militari  di
    privativa  de'  nobili,  i  civili  venali  ed ereditari,  in modo che
    all'uomo non nobile e non ricco nulla rimaneva a sperare;  le  dispute
    che  tutti  questi contrasti facevano nascere;  la smania di scrivere,
    che indi nasceva e che era divenuta in Francia un mezzo di sussistenza
    per coloro i quali non ne avevano altro,  e che erano  moltissimi;  la
    discussione delle opinioni a cui le dispute davan luogo ed il pericolo
    che  dalle  stesse  opinioni  nasceva,  poich su di esse eran fondati
    gl'interessi reali de' ceti;  quindi  la  massima  persecuzione  e  la
    massima intolleranza per parte del clero e della corte,  nell'atto che
    si predicava la massima tolleranza dai  filosofi;  quindi  la  massima
    contraddizione tra il governo e le leggi,  tra le leggi e le idee, tra
    le idee e li  costumi,  tra  una  parte  della  nazione  ed  un'altra;
    contraddizione  che  dovea  produrre  l'urto  vicendevole  di tutte le
    parti, uno stato di violenza nella nazione intera,  ed in sguito o il
    languore  della  distruzione  o lo scoppio di una rivoluzione.  Questa
    sarebbe stata la storia degna di Polibio).
    La Francia avea nel tempo istesso infiniti abusi da riformare.  Quanto
    maggiore  il numero degli abusi,  tanto pi astratti debbono essere i
    princpi della riforma ai quali si deve  rimontare,  come  quelli  che
    debbono comprendere maggior numero di idee speciali. I francesi furono
    costretti  a  dedurre i princpi loro dalla pi astrusa metafisica,  e
    caddero nell'errore nel qual cadono per  l'ordinario  gli  uomini  che
    seguono  idee  soverchiamente  astratte,  che  quello di confonder le
    proprie idee colle leggi della natura.  Tutto ci che  avean  fatto  o
    volean fare credettero esser dovere e diritto di tutti gli uomini.
    Chi paragona la Dichiarazione de' diritti dell'uomo fatta in America a
    quella  fatta  in  Francia,  trover  che la prima parla ai sensi,  la
    seconda vuol parlare alla ragione: la francese  la formola algebraica
    dell'americana.  Forse quell'altra "Dichiarazione" che avea progettata
    Lafayette era molto migliore.
    Idee  tanto  astratte  portano  seco  loro due inconvenienti: sono pi
    facili ad eludersi dai scellerati,  sono pi  facili  ad  adattarsi  a
    tutt'i capricci de' potenti;  i turbolenti e faziosi vi trovano sempre
    di che sostenere le loro pretensioni  le  pi  strane,  e  gli  uomini
    dabbene  non ne ricevono veruna protezione.  Chi guarda il corso della
    rivoluzione francese ne sar convinto.
    I sovrani credettero,  come i francesi,  che la loro rivoluzione fosse
    un  affare  di  opinione,  un'opera  di ragione,  e la perseguitarono.
    Ignorarono le cagioni vere della rivoluzione francese e  ne  temettero
    gli effetti per quello stesso motivo per il quale non avrebbero dovuto
    temerli.  Quando e dove mai la ragione ha avuto una setta?  Quanto pi
    astratte sono le idee della riforma,  quanto pi rimote dalla fantasia
    e da' sensi,  tanto meno sono atte a muovere un popolo.  Non l'abbiamo
    noi veduto in Italia,  in Francia istessa?  Nel modo in cui i francesi
    aveano esposti i santi princpi dell'umanit,  tanto era sperabile che
    gli altri popoli si rivoluzionassero,  quanto sarebbe credibile che le
    nostre  pitture  di ruote di carozze si perfezionino per i princpi di
    prospettiva dimostrati col calcolo differenziale ed integrale.
    Se il re di Napoli avesse  conosciuto  lo  stato  della  sua  nazione,
    avrebbe capito che non mai avrebbe essa n potuto n voluto imitar gli
    esempi della Francia.  La rivoluzione di Francia s'intendeva da pochi,
    da pochissimi si approvava, quasi nessuno la desiderava; e,  se vi era
    taluno   che  la  desiderasse,   la  desiderava  invano,   perch  una
    rivoluzione non si pu fare senza il popolo,  ed il popolo non si move
    per  raziocinio,  ma  per bisogno.  I bisogni della nazione napolitana
    eran diversi da quelli della francese: i raziocini  de'  rivoluzionari
    eran  divenuti  tanto  astrusi  e tanto furenti,  che non li potea pi
    comprendere.  Questo  pel  popolo.  Per  quella  classe  poi  che  era
    superiore  al  popolo,  io credo,  e fermamente credo,  che il maggior
    numero  de'  medesimi  non  avrebbe  mai  approvate  le   teorie   dei
    rivoluzionari  di Francia.  La scuola delle scienze morali e politiche
    italiane seguiva altri princpi.  Chiunque avea ripiena la  sua  mente
    delle idee di Machiavelli,  di Gravina, di Vico, non poteva n prestar
    fede alle promesse n applaudire alle operazioni de' rivoluzionari  di
    Francia,    tostoch    abbandonarono    le   idee   della   monarchia
    costituzionale.  Allo stesso modo la scuola antica di Francia,  quella
    per   esempio   di  Montesquieu,   non  avrebbe  applaudito  mai  alla
    rivoluzione.   Essa   rassomigliava   all'italiana,   perch   ambedue
    rassomigliavan molto alla greca e latina.
    In  una  rivoluzione    necessit  distinguere  le  operazioni  dalle
    massime.  Quelle sono figlie delle circostanze,  le quali non sono mai
    simili  presso  due popoli;  queste sono sempre pi diverse di quelle,
    perch il numero delle idee  sempre molto maggiore  di  quello  delle
    operazioni ed,  in conseguenza, pi facile la diversit, pi difficile
    la rassomiglianza. Non vi  popolo il quale non conti nella sua storia
    molte rivoluzioni: quando se ne  paragonano  le  operazioni,  esse  si
    trovan somiglianti: paragonate le idee e le massime, si trovano sempre
    diversissime.
    Chiunque  vede una rivoluzione in uno Stato vicino deve temere o delle
    operazioni o delle idee.  I mezzi per  opporsi  alle  operazioni  sono
    tutti  militari:  qualunque  sieno  le  idee  che  due popoli seguono,
    vincer quello che sapr meglio  far  la  guerra;  e  quello  la  far
    meglio, che avr migliori ordini, pi amor di patria, pi valore e pi
    disciplina.  Il mezzo per opporsi al contagio delle idee (lo dir io?)
    non  che un solo: lasciarle conoscere  e  discutere  quanto  pi  sia
    possibile.  La  discussione  far nascere le idee contrarie:  effetto
    dell'amor proprio: due uomini sono sempre pi  concordi  al  principio
    della  discussione  che  alla  fine.  Nate  una  volta  queste massime
    contrarie,    prenderanno   il   carattere   di   massime   nazionali;
    accresceranno l'amor della patria,  perch quelle nazioni pi ne hanno
    che pi differiscono  dalle  altre:  accresceranno  l'odio  contro  le
    nazioni   straniere,   la  fiducia  nelle  proprie  forze,   l'energia
    nazionale; non solamente si eviter il contagio delle opinioni,  ma si
    riparer anche alla forza delle operazioni. Mi si dice che il marchese
    del  Gallo,  quando  ebbe  letto  l'elenco  di  coloro  che trovavansi
    arrestati per cospiratori, ridendone al pari di tutti i buoni, propose
    al re di mandarli viaggiando.  - Se son giacobini  -  egli  diceva,  -
    mandateli  in Francia: ne ritorneranno realisti.  - Questo consiglio 
    pieno di ragione e di buon senso,  e fa onore al cuore ed  alla  mente
    del marchese del Gallo.  Vince una rivoluzione colui che meno la teme.
    I sovrani colla persecuzione fanno diventar sentimenti le idee,  ed  i
    sentimenti si cangiano in stte: il loro timore li tradisce,  e cadono
    talora vittime delle stesse loro precauzioni eccessive.  Si proibirono
    in  Napoli tutti i fogli periodici: si voleva che il popolo non avesse
    neanche novella de' francesi.  Cos  un  oggetto,  che,  osservato  da
    vicino, avrebbe destato piet o riso, fu come il fascio di sarmenti di
    Esopo,   che  dall'alto  mare  sembrava  un  vascello.   Un'indomabile
    curiosit ne spinge a voler conoscere ci che ci si nasconde, e l'uomo
    suppone sempre pi belle e pi buone quelle cose che sono  coperte  da
    un velo.
    Ma  io  immagino  talora,  invece  de' nostri re,  nelle crisi attuali
    dell'Europa,  Filippo di Macedonia.  La Grecia a'  di  lui  tempi  era
    divisa  tra  i  spartani  ed ateniesi,  i quali facevano la guerra per
    opinioni  di  governo  ed  uniti  ai  filosofi,   che  in  quell'epoca
    discutevano  le  costituzioni  greche,  come  appunto  oggi  li nostri
    filosofi discutono le nostre, stancavano i greci con guerre sanguinose
    e con cavillose dottrine.  Cos sempre suole avvenire:  tra  le  varie
    rivoluzioni  si  obbliano  le  antiche  idee,  si perdono i costumi e,
    ridotte una volta le cose a tale stato,  gli intriganti,  tra' quali i
    potenti tengono il primo luogo,  guadagnano sempre, perch alla fine i
    popoli si riducono a seguir quelli che loro offrono maggiori beni  sul
    momento;   e   cos   il  massimo  amore  della  libert,   producendo
    l'esaltazione de' princpi,  ne accelera la distruzione e  rimena  una
    pi  dura  servit.  Filippo  con  tali  mezzi acquist l'impero della
    Grecia.
    E' una disgrazia pel genere umano  quando  la  guerra  porta  seco  il
    cambiamento  o  della forma di governo o della religione: allora perde
    il suo oggetto vero, che  la difesa di una nazione,  ed ai mali della
    guerra  esterna si aggiungono i mali anche pi terribili dell'interna.
    Allora lo spirito di partito rende la persecuzione  necessaria,  e  la
    persecuzione fomenta nuovo spirito di partito;  allora sono que' tempi
    crudeli anche nella pace.  L'alta Italia ci ha  rinnovati  gli  stessi
    esempi  di  Sparta  ed  Atene,  quando  le sue repubbliche,  invece di
    restringersi a difender la loro costituzione,  sotto  il  nome  or  di
    guelfi  or  di  ghibellini,  vollero riformare l'altrui;  e gli stessi
    errori  ebbero  nell'Italia  gli  stessi  effetti.  Scala,   Visconti,
    Baglioni, ecc., rinnovarono gli esempi di Filippo.
    Tali  epoche  politiche  sono meno contrarie di quello che si crede ai
    sovrani che sanno regnare.  Ma in tali  epoche  vince  sempre  il  pi
    umano,  ed  io  oso  dire il pi giusto.  Oggi i repubblicani sono pi
    generosi e perdonano ai realisti;  i re con una  stolta  crudelt  non
    dnno  veruna  tregua ai repubblicani: questo far s che essi avranno
    in  breve  freddi  amici  ed  accaniti  nemici.  Quando  l'armata  del
    pretendente scese in Inghilterra,  faceva impiccare tutt'i prigionieri
    di Hannover;  Giorgio liberava  tutt'i  prigionieri  del  pretendente:
    questo  solo  fatto,  dice  molto bene Voltaire,  basta a far decidere
    della giustizia de' due partiti, pronosticare la loro sorte futura.

    8. AMMINISTRAZIONE.

    Mentre da una parte con tali  arti  si  avviliva  e  si  opprimeva  la
    nazione,  dall'altra  si  ammiseriva  col  disordine in tutt'i rami di
    amministrazione pubblica.  La nazione napolitana dalla venuta di Carlo
    terzo incominciava a respirare dai mali incredibili che per due secoli
    di  governo  viceregnale  avea  sofferti.  Fu abbassata l'autorit de'
    baroni,  che prima non lasciava agli abitanti n  propriet  reale  n
    personale.  Si  resero  certe  le  imposizioni  ordinarie con un nuovo
    catasto,  il quale,  se non era il migliore che si potesse avere,  era
    per  il  migliore  che  fino a quel tempo si fosse avuto,  e si abol
    l'uso  delle  imposizioni  straordinarie  che,   sotto  il   nome   di
    donativi,  avean  tolte  somme  immense alla nazione,  passate senza
    ritorno nella Spagna.  Libera la nazione dalle oppressioni de' baroni,
    dalle avanie del fisco, dalla perenne estrazione di denaro, incominci
    a  sviluppare  la  sua  attivit:  si  vide  risorgere  l'agricoltura,
    animarsi il commercio;  la sussistenza divenne pi agiata,  i  spiriti
    pi colti, gli animi pi dolci. L'esserci noi separati dalla Spagna, e
    l'essersi  la Spagna tolta alla famiglia di Austria e data a quella di
    Borbone, ed il patto di famiglia avean reso alla nostra nazione quella
    pace di cui avevamo bisogno per ristorarci dai  mali  sofferti;  e  la
    neutralit,  che  ci  fu permessa di serbare nell'ultima guerra tra la
    Spagna, la Francia e l'Inghilterra per le colonie americane,  prodotto
    avea nella nostra nazione un aumento considerabile di ricchezze.
    In cinquant'anni avevamo fatti progressi rapidissimi, e vi era ragione
    di sperare di doverne fare anche di pi.
    La nostra nazione passava,  per cos dire, dalla fanciullezza alla sua
    giovent.  Ma questo stato di adolescenza politica  appunto lo  stato
    pi pericoloso e quello da cui pi facilmente si ricade nel languore e
    nella  desolazione.  Le  nazioni  escono dalla barbarie accrescendo le
    loro forze e rendendo cos la sussistenza  sicura:  non  passano  alla
    coltura se non accrescendo i loro bisogni.  Ma i bisogni si sviluppano
    pi rapidamente delle forze,  tra perch  essi  dipendono  dalle  sole
    nostre  idee,  tra perch le altre nazioni,  senza comunicarci le loro
    forze, ci comunicano volontieri le idee, i loro costumi, gli ordini ed
    i vizi loro, il che per noi diventa sorgente di nuovi bisogni;  e,  se
    allora,  crescendo  questi,  non si pensa anche ad accrescer le nostre
    forze, noi non avremo mai quell'equilibrio di forze e di bisogni,  nel
    che  solo  consiste  la  sanit  degl'individui  e la prosperit delle
    nazioni: i passi che faremo verso la coltura non faranno che  renderci
    servi degli stranieri,  ed una coltura precoce e sterile diventer per
    noi pi nociva della barbarie.  Uno Stato che non fa tutto ci che pu
    fare  ammalato.  Tale era lo stato di tutta l'Italia;  e questo stato
    era pi pericoloso per Napoli,  perch pi risorse avea dalla natura e
    pi estesa era la sfera della sua attivit.
    Ma  il  governo  di  Napoli  avea  perduto gran parte delle sue forze,
    sopprimendo lo sviluppo  delle  facolt  individuali  coll'avvilimento
    dello  spirito  pubblico:  tutto  rimaneva  a  fare al governo,  ed il
    governo non sapea far nulla, n potea far tutto.
    Le nazioni ancora barbare amano di essere sgravate dai tributi, perch
    non hanno desidri superflui;  le nazioni colte si contentano di pagar
    molto, purch quest'aumento di tributo accresca la forza e migliori la
    sussistenza  nazionale.  Il  segreto di una buona amministrazione  di
    far crescere la riproduzione in proporzione dell'esazione: non  tanto
    la somma de' tributi,  quanto l'uso de'  medesimi  per  rapporto  alla
    nazione, quello che determina lo stato delle sue finanze.
    Un  governo  savio  ed  attivo  avrebbe  corretti gli antichi abusi di
    amministrazione,  avrebbe sviluppata l'energia nazionale,  ci  avrebbe
    esentati   dai   vettigali  che  pagavamo  agli  esteri  per  le  loro
    manifatture,  avrebbe protette le nostre arti,  migliorate  le  nostre
    produzioni,  esteso  il  nostro commercio: il governo sarebbe divenuto
    pi ricco e pi potente,  e la nazione pi felice.  Questo era appunto
    quello che la nazione bramava. L'epoca in cui giunse Acton era l'epoca
    degli  utili  progetti:  qual  progettista  egli  si  spacci e qual
    progettista fu accolto;  ma i  suoi  progetti,  ineseguibili  o  non
    eseguiti  o  eseguiti male,  divennero cagioni di nuove ruine,  perch
    cagioni di nuove inutili spese.
    Acton ci voleva dare una marina. La natura avea formata la nazione per
    la marina, ma non aveva formato Acton per la nazione.  La marina dovea
    prima di tutto proteggere quel commercio che allora avevamo, il quale,
    essendo  di derrate e quasi tutte privative del Regno,  o poca o niuna
    gelosia dar potea alle altre nazioni, le quali per lo pi un commercio
    aveano di manifatture.  I nostri nemici erano i barbareschi,  contro i
    quali  non  valeva  tanto  la  marina  grande quanto la piccola marina
    corsara,  che Acton distrusse.  La marina  armata  dovea  crescere  in
    proporzione  della marina mercantile e del commercio,  senza di cui la
    marina guerriera  inutile e non si pu sostenere.  Acton,  invece  di
    estendere   il   nostro  commercio,   lo  restrinse  coi  suoi  errori
    diplomatici, col suo genio dispotico, colla sua mala fede, colla vilt
    con cui spos gl'interessi degli stranieri in pregiudizio de'  nostri.
    Acton  non  conosceva n la nazione n le cose.  Voleva la marina,  ed
    intanto non avevamo porti,  senza de' quali non vi  marina: non seppe
    nemmeno  riattare  quei  di Baia e di Brindisi,  che la natura istessa
    avea formati, che un tempo erano stati celebri e che poteano divenirlo
    di nuovo con piccolissima spesa, se,  invece di seguire il piano delle
    creature  di  Acton,  si,  fosse seguto il piano dei romani,  che era
    quello della natura.
    La marina,  come Acton l'avea immaginata,  era un gigante coi piedi di
    creta.  Era troppo piccola per farci del bene, troppo grande per farci
    del male: eccitava la rivalit delle grandi potenze,  senza  darci  la
    forza necessaria, non dico per vincere, ma almeno per poter resistere.
    Senza  marina,  saremmo  rimasti  in una pace profonda: con una marina
    grande, avremmo potuto vincere; ma, con una marina piccola,  dovevamo,
    o presto o tardi, siccome poi  avvenuto, esser trascinati nel vortice
    delle grandi potenze,  soffrendo tutt'i mali della guerra, senza poter
    mai sperare i vantaggi della vittoria.
    Lo stesso piano Acton segu nella riforma delle truppe di terra. Carlo
    terzo ne avea fissato il numero a circa trentamila  uomini;  ma,  come
    sempre  suole  avvenire nei piccoli Stati,  i quali godono lunghissima
    pace, gli ordini di guerra si erano rilasciati,  e di truppe effettive
    non esistevano pi di quindicimila uomini. Noi mancavamo assolutamente
    di  artiglieria.  Questa fu organizzata in modo da non lasciarci nulla
    da  invidiare  agli  esteri.  Ma  il  numero  delle  altre  truppe  fu
    accresciuto solo in apparenza,  per ricoprire un'alta malversazione ed
    una profusione la quale non avea n leggi n limiti.  Acton pi  degli
    altri  ministri  vi  si  era prestato;  e questa non fu l'ultima delle
    ragioni per cui merit tanta protezione s potente e s lunga.
    Dalla morte di Iaci incominciarono le riforme di abiti e  di  tattica.
    Veniva ogni anno dalla Spagna,  dalla Francia,  dalla Germania,  dalla
    Svizzera un nuovo generale,  il quale ora rialzava di due  pollici  il
    cappello,  ora raccorciava di due dita l'uniforme,  ora...  Il soldato
    fremeva, vedendosi sottoposto a tante novit,  che un anno dopo sapeva
    doversi dichiarare inutili.
    Questi  generali conducevan sempre seco loro degli stranieri,  i quali
    occupavano i primi gradi della truppa.  Gli altri erano accordati agli
    allievi  del  collegio  militare,  dove  la  giovent  era invero bene
    istruita nelle cognizioni militari,  ma non acquistava  certamente  n
    quel coraggio n quella sofferenza delle fatiche, che si acquista solo
    coll'et  e  coi  lunghi  servigi.  Il  genio  e le cognizioni debbono
    formare i generali: ma il coraggio e l'amor della fatica  formano  gli
    uffiziali.  Il  gran principio: che in tempo di pace l'anzianit debba
    esser la norma delle promozioni, non era confacente al genio di Acton,
    il quale,  quando non avesse avuto il  dispotismo  nel  cuore,  l'avea
    nella testa. Si videro vecchi capitani, abbandonati alla loro miseria,
    dover  ubbidire a giovanetti inesperti e deboli,  i quali non sapevano
    altro che la teoria,  ed a molti altri (poich,  tolta  una  volta  la
    norma   sensibile   del  giusto,   si  apre  il  campo  al  favore  ed
    all'intrigo), i quali non sapevano neanche la teoria, ma che,  a forza
    di  danaro,  di  spionaggio e di qualche titolo anche pi infame dello
    spionaggio,  erano stati elevati a quel grado.  I gradi,  che  non  si
    potevano  occupare  da  costoro,  rimasero  vuoti,  e  si  videro  de'
    reggimenti interi mancare della met degli  officiali,  mentre  coloro
    che  dovevan  esser  promossi  domandavano invano il premio delle loro
    fatiche. Acton rispondeva a costoro che aspettassero la pubblicazione
    del loro piano;  piano ammirabile,  che cost ad Acton venti anni  di
    meditazione e che, senza esser mai stato pubblicato, ha disorganizzata
    la truppa, disgustata la nazione, dissipato l'erario dello Stato!
    Tutto  nel  regno di Napoli era malversazione o progetti chimerici pi
    nocivi della malversazione;  ed intanto ci che era necessario non  si
    faceva.  Noi  avevamo  bisogno di strade: il marchese della Sambuca ne
    vide la necessit,  fu posta una  imposizione  di  circa  trecentomila
    ducati  all'anno:  l'opera  fu  incominciata,   se  ne  fecero  taluni
    spezzoni;  ma poco di  poi  l'opera  fu  sospesa  e  la  contribuzione
    convertita  ad  un altro uso.  Province intere chiesero il permesso di
    costruirsi le strade a loro spese, promettendo intanto di continuare a
    pagare alla corte, sebbene gi convertita ad altro uso,  l'imposizione
    che era addetta alle strade; promettendo pagarla per sempre, ancorch,
    quando  s'impose,  si fosse promesso di dover finire colla costruzione
    delle strade. Si crederebbe che questo progetto fosse stato rifiutato?
    Si pu immaginare nazione pi ragionevole e pi buona e ministero  pi
    stolidamente  scellerato?  Vi  erano nel regno di Napoli alcuni errori
    nelle massime ed alcuni vizi nell'organizzazione, i quali impedivano i
    progressi della pubblica felicit.  Avean  data  origine  ai  medesimi
    altri  tempi  ed  altre  circostanze:  le circostanze e i tempi eransi
    cangiati, ma gli errori ed i vizi sussistevano ancora.
    Simile a tutt'i governi i quali hanno un impero superiore alle proprie
    forze, il governo di Spagna, ne' tempi della dinastia austriaca,  avea
    procurato di distruggere ci che non poteva conservare. Si era estinto
    ogni  valor militare.  A contenere una nobilt generosa e potente,  il
    primo de' vicer  spagnuoli,  Pietro  di  Toledo,  credette  opportuno
    invilupparla tra i lacci di una giurisprudenza cavillosa la quale, nel
    tempo  istesso che offriva facili ed abbondanti ricchezze a coloro che
    non ne avevano,  spogliava quegli che ne  abbondavano  e  moltiplicava
    oltre il dovere una classe di persone pericolose in ogni Stato, perch
    potevano  divenir  ricche  senza  esser industriose o,  ci che val lo
    stesso, senza che la loro industria producesse nulla. Tutti gli affari
    del Regno si discussero nel fro,  e nel fro si disput  sopra  tutti
    gli affari. Derivaron da ci molti mali. Tutto ci che non era materia
    di  disputa  forense  fu  trascurato:  agricoltura,  arti,  commercio,
    scienze utili,  tutto ci fu considerato  piuttosto  come  oggetto  di
    sterile  o  voluttuosa  curiosit che come studi utili alla prosperit
    pubblica e privata.  Si  letto per qualche secolo sulla  porta  delle
    nostre  scuole un distico latino,  nel quale la goffaggine dello stile
    eguagliava la stoltezza del pensiero,  e che  diceva:  Galeno  d  le
    ricchezze,  Giustiniano  d  gli onori;  tutti gli altri non dnno che
    paglia.  E,  se mai taluno,  ad onta della  mancanza  di  istruzione,
    concepiva qualche idea di pubblica utilit, non poteva eseguirla senza
    prima  soggettarsi  ad  un  esame,  il  quale,  perch fatto innanzi a
    giudici e con tutte le  formole  giudiziarie,  diventava  litigio.  Si
    voleva fare un ponte? si dovea litigare. Si voleva fare una strada? si
    dovea litigare. Ciascuno del popolo ha in Napoli il diritto di opporsi
    al bene che voi volete fare.
    Carlo   terzo   fece   grandissimi   beni   al  Regno:  egli  riordin
    l'amministrazione della giustizia, tolse gli abusi della giurisdizione
    ecclesiastica,  fren  quelli  della  feudale,   protesse  le  arti  e
    l'industria; e pi bene avrebbe fatto, se il suo regno fosse stato pi
    lungo e se molti de' ministri,  che lo servivano,  non avessero ancora
    seguite in gran  parte  le  massime  dell'antica  politica  spagnuola.
    Tanucci, per esempio, il di lui amico, quello tra' suoi ministri a cui
    pi deve il Regno,  errava credendo che il regno di Napoli non dovesse
    esser mai un regno militare.  E' nota la risposta che egli soleva dare
    a  chiunque  gli  parlava  di guerra: - Principoni,  armate e cannoni;
    principini, ville e casini.  - La sua massima era falsa,  perch n il
    re  di  Napoli  poteva  chiamarsi  principino,  n i principini sono
    dispensati della cura della propria difesa.  Tanucci,  pi diplomatico
    che  militare,  confidava  pi  ne'  trattati che nella propria forza;
    ignorava che la  sola  forza    quella  che  fa  ottener  vantaggiosi
    trattati;  ignorava la forza del Regno che amministrava ed,  invece di
    un'esistenza  propria   e   sicura,   gliene   dava   una   dipendente
    dall'arbitrio altrui ed incerta.
    Continu   Tanucci   a  confondere  il  potere  amministrativo  ed  il
    giudiziario,  ed il fro continu ad esser  il  centro  di  tutti  gli
    affari.  Il  potere  giudiziario tende,  per sua intrinseca natura,  a
    conservar le cose nello stato nel quale si  trovano;  l'amministrativo
    tende a sempre cangiarle,  perch tende sempre a migliorarle: il primo
    pronunzia  sempre  sentenze  irrevocabili;   il  secondo  non  fa  che
    tentativi,  i  quali  si  possono  e  talora  si debbono cangiare ogni
    giorno.  Se questi due poteri,  per  loro  natura  tanto  diversi,  li
    riunite, corrompete l'uno e l'altro.
    Tutto in Napoli si dovea fare dai giudici e per vie giudiziarie;  e da
    questo ne veniva che tutte le operazioni amministrative eran  lente  e
    riuscivan  male.  Il  governo  era  tanto  lontano  dalle vere idee di
    amministrazione,  che i  vari  oggetti  della  medesima  o  non  erano
    affidati  a  nessuno  o  erano  commessi  agli stessi giudici;  quindi
    l'utile amministrazione o non avea chi la promovesse  o  era  promossa
    languidissimamente da coloro che avean tante altre cose da fare.
    L'altro difetto, che vi era nell'organizzazione del governo di Napoli,
    era  la  mancanza  di  un centro comune,  al quale,  come tanti raggi,
    andassero a finir tutti i  rami  dell'amministrazione.  Questo  centro
    avrebbe dovuto essere il Consiglio di Stato.
    Ma  Consiglio  di  Stato in Napoli non vi era se non di nome.  Ciascun
    ministro era indipendente.  I regolamenti generali,  i quali avrebbero
    dovuto  essere  il  risultato  della  deliberazione  comune  di tutt'i
    ministri,  ciascun ministro li faceva da s: in  conseguenza,  ciascun
    ministro  li  faceva  a  suo  modo;  i regolamenti di un ministro eran
    contrari a quelli di un  altro,  perch  la  principal  cura  di  ogni
    ministro era sempre quella di usurpar quanto pi poteva l'autorit de'
    suoi  colleghi  e distruggere le operazioni del suo antecessore.  Cos
    non vi era nelle operazioni del  governo  n  unit  n  costanza:  il
    ministro  della  guerra  distruggeva  ci che faceva il ministro delle
    finanze, e quello delle finanze distruggeva ci che faceva il ministro
    della  guerra.   Tra  tanti  ministri  eravi  sempre  (e  questo   era
    inevitabile) uno pi innanzi di tutti gli altri nel favor del sovrano,
    e questo ministro era quegli che dava,  come suol dirsi,  il tono ed
    il carattere a tutti gli affari;  tono e carattere che un momento di
    poi cangiava,  perch cangiava il favore.  N valeva,  ad assicurar la
    durata di un regolamento o  di  una  legge,  la  ragionevolezza  della
    medesima. Vi fu mai legge pi giusta di quella che obbligava i giudici
    a  ragionar  le loro sentenze,  onde esse fossero veramente sentenze e
    non capricci?  Tanucci avea imposta questa  obbligazione  ai  giudici:
    Simonetti  ne  li  sciolse.  Si  pu credere che Simonetti pensasse di
    buona fede che i giudici  non  fossero  obbligati  a  ragionare  e  ad
    ubbidire alla legge?  Simonetti dunque trad la sua propria coscienza,
    trad il re, perch la legge,  che egli abol,  non era opera sua,  ma
    bens di Tanucci.
    Gli  esempi di simili cose sarebbero infiniti di numero,  ma io mi son
    limitato a questo solo,  perch,  siccome esso urta  evidentemente  il
    senso  comune,  basta a dimostrare che i difetti di organizzazione de'
    quali parliamo erano  spinti  tanto  innanzi,  da  non  rispettar  pi
    neanche  il senso comune.  Si aggiunga a ci che tutt'i ministri erano
    ministri di giustizia,  imperciocch l'amministrazione della giustizia
    non  era  ordinata  in  modo che seguisse la natura delle cose o delle
    azioni,  ma  seguiva  ancora,  come  avveniva  presso  i  barbari  del
    Settentrione,  nostri antenati,  la natura delle persone: la giustizia
    era diversa pel militare,  pel prete,  per l'uomo  che  possedeva  una
    greggia,   per  l'uomo  che  non  ne  possedeva,  ecc.  ecc.  Si  eran
    moltiplicate in Napoli  le  corti  giudicatrici  pi  che  non  furono
    moltiplicati  in  Roma  gl'iddii ai tempi di Cicerone,  per cui questo
    grand'uomo si doleva di non potersi fare  un  passo  senza  timore  di
    urtare  qualche  divinit;   e,   nel  contrasto  continuo  tra  tanti
    tribunali, spesso era ben difficile sapere da qual di essi uno dovesse
    esser giudicato.  Io ho degli esempi di quistioni di  tribunale,  le
    quali han durato diciotto anni.
    Nuovi  disordini,  e  maggiori.  In  una  monarchia,  quello che nella
    giurisprudenza romana chiamavasi rescritto del principe  deve  avere
    vigore di legge;  ma i principi saggi fanno pochissimi rescritti e non
    mai per altro che per alcuni casi particolari,  onde  che in tutte le
    monarchie trovasi, per legge quasi fondamentale dello Stato, stabilito
    che il rescritto non debba mai trasportarsi da un caso all'altro.  Nel
    regno di Napoli i rescritti eransi moltiplicati all'infinito:  ciascun
    ministro  ne  faceva,  e  ciascun  ministro faceva rescritti invece di
    leggi.  Come sempre suole  avvenire,  i  rescritti  eran  l'opera  de'
    commessi, e vi  stato tra essi taluno il quale per molti anni  stato
    il vero, il solo legislatore di tutto il Regno.
    Io  mi trattengo molto sopra queste che sembran picciole cose,  perch
    da esse dipendono le grandi.  Cambiate  le  prime,  ed  imaginate  che
    Tanucci  avesse  compresa  tutta  la  potenza  del  Regno  e vi avesse
    stabiliti ordini ed educazione militare;  che il potere amministrativo
    fosse  stato  diviso  dal  giudiziario,  e divenuto quello pi attivo,
    questo pi regolare;  che tutte le parti dell'amministrazione avessero
    avuto un centro comune,  un Consiglio permanente, alla testa del quale
    fosse stato il re;  e che  i  ministri,  non  pi  indipendenti  l'uno
    dall'altro  e tutti rivali,  fossero stati costretti ad operare dietro
    un piano uniforme e costante; imaginate, insomma, che il re, invece di
    lasciar preponderare or questo or quell'altro ministro,  avesse voluto
    esser veramente re;  e tutto allora sarebbe cambiato.  Imperciocch io
    son persuaso che,  nello stato  presente  delle  idee  e  de'  costumi
    dell'Europa,  rarissimo  e  forse  impossibile a trovarsi sia un re il
    quale non voglia il bene del suo regno:  ma  questo  bene  non  si  fa
    produrre,  perch deve farsi dai ministri,  i quali amano pi il posto
    che il regno e pi la persona  propria  che  il  posto.  E'  necessit
    dunque costringerveli colla forza degli ordini pubblici,  il vero fine
    de' quali, per chi intende,  non  altro che garantire il re contro la
    negligenza  e la mala volont de' ministri.  Con picciolissime riforme
    voi producete un grandissimo bene,  e tutte le riforme  di  uno  Stato
    tendono  ad  un  sol fine,  cio che il re sia veramente re.  Ma,  per
    questa ragione,  a tali riforme i ministri si oppongono  sempre;  onde
    poi  i  mali  diventano  maggiori,  ed  inevitabili quelle grandissime
    crisi,  per le quali spesso s'immolano dieci generazioni  per  rendere
    forse  felice  l'undecima.  Verit  funesta  e  per i principi e per i
    popoli! Le rovine di quelli e di questi per l'ordinario sono l'effetto
    de' ministri e di coloro che si millantano amici dei re.






    9. FINANZE.

    Chi paragona la somma de' tributi che  noi  pagavamo  con  quella  che
    pagavano le altre nazioni di Europa, creder che noi non eravamo i pi
    oppressi.  Chi paragona la somma delle imposizioni che noi pagavamo ai
    tempi di Carlo terzo  con  quella  che  poscia  pagammo  ai  tempi  di
    Ferdinando,  vedr forse che la differenza tra quella e questa non era
    grandissima. Ma intanto i bisogni della nazione eran cresciuti,  erano
    cresciuti i bisogni della corte: quella veniva a pagare pi, perch in
    realt avea meno superfluo;  questa veniva ad esiger meno. Il poco che
    esigeva era malversato;  non si  pensava  a  restituire  alla  nazione
    ciocch  da  lei si prendeva;  era facile il prevedere che tra poco le
    rendite non erano bastanti,  ed il  bisogno  delle  nuove  imposizioni
    sarebbe stato tanto maggiore nella corte quanto maggiore sarebbe stata
    nel popolo l'impotenza di pagarle.
    S'incominci  dal  cangiare per specolazione taluni dazi indiretti,  i
    quali sembravano gravosi (tali erano, per esempio,  quelli sul tabacco
    e  sulla  manna),  e  furono commutati in dazi diretti,  che rendevano
    quasi  il  doppio.  S'impose  un  dazio  sulla  caccia,   che  fino  a
    quell'epoca era stata libera;  ma non si pens a regolarla,  perch il
    dazio interessava la corte ed il regolamento interessava  la  nazione.
    S'impose  un  dazio  sull'estrazione  de' nostri generi,  mentre se ne
    doveva imporre uno sull'introduzione de'  generi  esteri.  Si  ricorse
    finanche alla risorsa della crociata,  di cui non credo che vi possa
    essere risorsa pi vile,  o che il governo creda o che non creda esser
    dell'onore della divinit de' cattolici che in taluni giorni dell'anno
    si mangino solo alcuni cattivi cibi che ci vendono gli eretici.
    Si ricercarono per tutto il Regno i fondi che due, tre, quattro, dieci
    secoli  prima  erano  stati  posseduti  dal  fisco,   e  si  apr  una
    persecuzione contro le cose non  meno  crudele  di  quella  contro  le
    persone.  Finch  questa  persecuzione  fu  contro i soli feudatari ed
    ecclesiastici,  fu tollerabile;  ma gli agenti  del  fisco,  dopo  che
    ebbero assicurato il dominio,  come essi dicevano, del re, annullarono
    spietatamente tutt'i contratti  e,  beffandosi  di  ogni  buona  fede,
    turbarono  il  povero colono,  il quale fu costretto a ricomprarsi con
    una lite o col danaro quel terreno che era stato innaffiato dal sudore
    de' suoi maggiori e che formar dovea  l'unica  sussistenza  de'  figli
    suoi.
    Forse  un  giorno  non  si  creder che il furore delle revindiche era
    giunto a segno che i cavalieri dell'ordine costantiniano,  immaginando
    non so qual parentela tra Ferdinando quarto, gran maestro dell'ordine,
    e sant'Antonio abate, diedero a credere al re che tutt'i beni, i quali
    nel   Regno   fossero   sotto   l'invocazione  di  questo  santo,   si
    appartenessero a lui;  ed egli,  in ricompensa del consiglio  e  delle
    cure che mettevano i cavalieri in ricercare tali beni ovunque fossero,
    credette utile allo Stato, ed in conseguenza giusto, toglier tali beni
    a  coloro  che  utilmente li coltivavano,  e darli ad altri,  i quali,
    essendo cavalieri costantiniani, avevano il diritto di vivere oziosi.
    Le municipalit presso di noi avevano molti  fondi  pubblici,  che  le
    stesse  popolazioni  amministravano,  la  rendita  de' quali serviva a
    pagare i pubblici pesi. Molti altri ve n'erano,  sotto nome di luoghi
    pii,  addetti alla pubblica beneficenza,  fin da que' tempi ne' quali
    la sola religione, sotto nome di carit,  potea indurre gli uomini a
    far  un'opera  utile  a' loro simili ed il solo nome di un santo potea
    raffrenar gli europei ancora barbari dall'usurparli.  Mille abusi  ivi
    erano,  e  nell'oggetto e nell'amministrazione di tali fondi;  ma essi
    intanto formavano parte della ricchezza nazionale,  ed il privarne  la
    nazione,  senza che altronde avesse avuto niun accrescimento di arti e
    di commercio onde supplirvi, era lo stesso che impoverirla.  Il tempo,
    che  tutt'i  mali  riforma  meglio  dell'uomo,  avrebbe corretto anche
    questo.
    Una parte di questi fondi pubblici fu occupata dalla corte,  e  questo
    non  fu  il  maggior  male;  l'altra,  sotto  pretesto  di essere male
    amministrata dalle popolazioni, fu fatta amministrare dalla Camera de'
    conti e da un tribunale chiamato misto,  ma che,  nella miscela  de'
    suoi subalterni,  tutt'altro avea che gente onesta.  L'amministrazione
    dalle mani delle  comuni  pass  in  quelle  de'  commessi  di  questi
    tribunali,  i  quali  continuarono  a  rubare impunemente,  e tutto il
    vantaggio,  che dalle nuove riforme si ritrasse,  fu che  si  rub  da
    pochi, dove prima si rubava da molti; si rub dagli oziosi, dove prima
    si  rubava  dagl'industriosi;  il danaro fu dissipato tra i vizi ed il
    lusso della capitale,  dove che prima s'impiegava nelle  province;  la
    nazione divenne pi povera, e lo Stato non divenne pi ricco.
    Lo  stesso  era avvenuto per i fondi allodiali e gesuitici.  Tutto nel
    regno  di  Napoli  tendeva  alla  concentrazione  di  tutt'i  rami  di
    amministrazione  in una sola mano.  Ma questa mano,  non potendo tutto
    fare da s,  dovea per necessit servirsi di agenti non fedeli,  e  la
    nazione  allora  cade in quel deplorabile stato,  in cui dagl'impieghi
    sperasi non tanto l'onore di servir la patria  quanto  il  diritto  di
    spogliarla.   Allora   la   nazione     inondata  da  quelle  vespe
    giudicatrici, che tanto ci fanno ridere sulle scene di Aristofane.
    La nostra capitale incominciava ad essere affollata da  quest'insetti,
    i   quali,   colla  speranza  di  un  miserabile  impiego  subalterno,
    trascurano  ogni  fatica:  intanto  i  vizi  ed  i  capricci  crescono
    coll'ozio,  ed,  il  miserabile  soldo  che  hanno  non  crescendo  in
    proporzione,  sono costretti a tenere nell'esercizio del loro  impiego
    una  condotta  la quale accresca la loro fortuna a spese della fortuna
    dello Stato e del costume della nazione.  Io giudico della  corruzione
    di  un  governo  dal  numero  di  coloro  che domandano un impiego per
    vivere: l'onesto cittadino non dovrebbe pensare a servir la patria  se
    non dopo di avere gi onde sussistere.  Roma,  nell'antica santit de'
    suoi costumi,  non concedeva ad altri quest'onore.  Cos il  disordine
    dell'amministrazione  la pi grande cagione di pubblica corruzione.
    Sul  principio  il  disordine nelle finanze attacc i pi ricchi;  ma,
    siccome la loro classe formava anche la classe degl'industriosi,  e da
    questi  il  rimanente  del  popolo  viveva,  cos il disordine attacc
    l'anima dello Stato,  e tra poco tutte le membra doveano  risentirsene
    egualmente.
    Nulla bastava alla corte di Napoli. Non bast il danaro ritratto dallo
    spoglio  delle  Calabrie;  si rimisero in uso i donativi;  non pass
    anno senza che ve ne fosse uno. Finalmente neanche i donativi furono
    sufficienti, ed incominciaron le operazioni de' banchi.
    I banchi di Napoli erano depositi di danaro di privati,  ai  quali  il
    governo  non  prestava altro che la sua protezione.  Erano sette corpi
    morali,  che tutti insieme possedevano circa tredici milioni di ducati
    ed  ai  quali la nazione ne avea affidati ventiquattro.  Le loro carte
    godevano il massimo credito, tra perch ipotecate sopra fondi immensi,
    tra perch un corpo morale si crede superiore a quegli accidenti a cui
    talora va soggetto un privato,  tra perch tenevano sempre i banchi il
    danaro  di  cui  si  dichiaravano  per  depositari  e che non potevano
    convertire in altro uso. Fino al 1793 essi furono riputati sacri.
    La regina pens da banchi privati farli diventar banchi di  corte.  Il
    primo  uso che ne fece fu di gravarli di qualche pensione in beneficio
    di  qualche  favorito;   il  secondo  fu   di   costringerli   a   far
    degl'imprestiti  a  qualche altro favorito meno vile o pi intrigante;
    il terzo, di far contribuire grosse somme per i progetti di Acton, che
    si chiamavano bisogni dello Stato,  quasi che il danaro  dei  banchi
    non  fosse danaro di quegl'istessi privati ch'erano stati gi tassati.
    Indi  incominciarono  le  operazioni  segrete.  Si  fecero  estrazioni
    immense  di  danaro: quando non vi fu pi danaro,  si fecero fabbricar
    carte,  onde venderle come danaro.  Le carte circolanti  giungevano  a
    circa trentacinque milioni di ducati, de' quali non esisteva un soldo.
    Allora incominci un agio fino a quel tempo ignoto alla nazione, e che
    in breve crebbe a segno di assorbire due terzi del valore della carta.
    La  corte,  lungi  dal  riparare  al  male  allorch  era sul nascere,
    l'accrebbe,  continuando tutto giorno a metter fuori delle carte vuote
    e  facendole  convertire  in  contanti  per  mezzo  de'  suoi agenti a
    qualunque agio ne venisse richiesto. Si vide lo stesso sovrano divenir
    agiotatore: se avesse voluto far fallire una nazione nemica, non potea
    fare altrimenti.
    L'agio era tanto pi pesante quanto che non si trattava  di  biglietti
    di  azione,  non  di  biglietti  di  corte,  la sorte de' quali avesse
    interessati soli pochi renditieri;  si trattava  di  attaccare  in  un
    colpo solo tutto il numerario e di rovesciar tutte le propriet, tutto
    il commercio,  tutta la circolazione di una nazione agricola, la quale
    di sua natura ha sempre la circolazione pi languida delle  altre.  La
    corte  si  scosse  quando  il  male  era  irreparabile.  Diede  i suoi
    allodiali per ipoteca delle carte  vuote;  ma  n  que'  fondi  potean
    ritrovare cos facilmente compratori,  n, venduti, riparato avrebbero
    alla mala fede.  Conveniva persuadere al popolo che di carte vuote non
    se  ne  sarebbero pi fatte,  cio conveniva persuadere o che la corte
    non avrebbe avuto pi bisogno  o  che,  avendo  bisogno,  non  avrebbe
    adoperato l'espediente di far nuove carte. Lo stato delle cose avrebbe
    fatto temere il bisogno,  la condotta della corte faceva dubitar della
    sua fede. Come fidarsi di una corte, la quale, avendo gi incominciata
    la vendita de' beni ecclesiastici,  invece di lacerar  due  milioni  e
    mezzo  di  carte  ritratte  dalla  vendita,  li  rimise  di  nuovo  in
    circolazione?   Cos  questa  porzione  di  debito  pubblico  venne  a
    duplicarsi,  poich rimasero a peso della nazione le carte e si alien
    l'equivalente de' fondi.
    Non  manca  taluno,   il  quale  ha  creduto  la  vendita   de'   beni
    ecclesiastici  essere stata effetto,  non gi di cura che si avesse di
    riempire il vuoto de' banchi,  ma bens di timore che essi  servissero
    di  pretesto  e di stimolo ad una rivoluzione.  Quanto meno vi sar da
    guadagnare,  dicevasi,  tanto minore sar  il  numero  di  coloro  che
    desiderano  una  rivoluzione.  L'uomo  che  si  dice  autor  di questo
    consiglio conosceva egli la rivoluzione, gli uomini, la sua patria?



















    10. COMMERCIO.

    Il disordine de' banchi,  quindici anni prima,  forse o non vi sarebbe
    stato  o sarebbe stato pi tollerabile,  perch la nazione avea allora
    un erario sufficiente a riempire il vuoto che ne' banchi si faceva,  o
    almeno  a  mantenervi sempre tanto danaro quanto era necessario per la
    circolazione.  E' una verit riconosciuta da tutti,  che ne'  pubblici
    depositi  pu  mancare  una  porzione del contante senza che perci la
    carta perda il suo credito;  ma conviene che la  circolazione  sia  in
    piena  attivit  e che,  mentre una parte della nazione restituisce le
    sue carte, un'altra depositi nuovi effetti.  Ora,  in Napoli da alcuni
    anni  era cessata del tutto l'introduzione delle nuove specie,  poich
    estinta era ogni industria nazionale, e quei rapporti di commercio che
    soli ci eran rimasti  colle  altre  nazioni  erano  tutti  passivi.  I
    tremuoti  del 1783 e,  pi de' tremuoti,  l'economia distruttiva della
    corte avean desolate le Calabrie;  due delle pi fertili province eran
    divenute  deserte.  Il disseccamento delle paludi Pontine e la coltura
    che Pio sesto vi aveva introdotta ci avean tolto o almeno diminuito un
    ramo utilissimo di esportazione de' nostri grani.  Noi  avevamo  altre
    volte  un  commercio  lucrosissimo  colla Francia,  e quello che sulla
    Francia guadagnavamo compensava ci che perdevamo cogli inglesi, cogli
    olandesi e coi tedeschi.  La rivoluzione di Francia,  distruggendo  le
    manifatture di Marsiglia e di Lione, fece decadere il nostro commercio
    d'olio  e  di  sete.  Conveniva  dare  maggiore  attivit  alle nostre
    manifatture di seta  ed  istituir  delle  fabbriche  di  sapone:  esse
    sarebbero divenute quasi privative per noi, ed avremmo ritratto almeno
    questo  vantaggio  dalla  rivoluzione  francese.  Ma quest'oggetto non
    importava ad Acton. Conveniva serbare un'esatta neutralit,  la quale,
    ne'  primi  anni  della rivoluzione francese,  avrebbe dato un immenso
    smercio de' nostri grani.  Ma Acton e la regina  credevano  poter  far
    morire i francesi di fame. Intanto i francesi destarono i ragusei ed i
    levantini,  dai  quali  ebbero  il grano,  e non morirono di fame: noi
    perdemmo allora tutto il lucro che potevamo  ragionevolmente  sperare,
    ed oggi ci troviamo di aver acquistati in questo ramo di commercio de'
    concorrenti,  tanto  pi  pericolosi  in  quanto  che abitano un suolo
    egualmente fertile e sono pi poveri di noi.  Ci si  permise  il  solo
    commercio cogl'inglesi,  poich il commercio di Olanda era anche nelle
    mani dell'Inghilterra,  cio ci si permise quel solo commercio che  ci
    si  avrebbe  dovuto vietare: anzi,  siccome l'opinione della corte era
    venduta agl'inglesi, cos l'opinione della nazione lo fu egualmente; e
    non mai le brillanti bagatelle del Tamigi hanno avuta tanta  voga  sul
    Sebeto,  non mai noi siamo stati di tanto debitori agl'inglesi, quanto
    nel tempo appunto in cui meno potevamo pagare.  Questo disquilibrio di
    commercio  ha  tolto in otto o nove anni alla nazione napolitana quasi
    dieci milioni di suo danaro effettivo, oltre tanto, e forse anche pi,
    che avrebbe dovuto  e  che  avrebbe  potuto  guadagnare,  se  il  vero
    interesse  della  nazione  si  fosse  preferito al capriccio di chi la
    governava.
    A tutti questi mali erasi aggiunto quello di una guerra  immaginata  e
    condotta  in modo che distruggeva il Regno,  senza poterci far sperare
    giammai n la vittoria n la pace.  Si manteneva da  quattro  anni  un
    esercito  di  sessantamila  uomini  ozioso nelle frontiere,  ed il suo
    mantenimento costava quanto quello di  qualunque  esercito  attivo  in
    campagna. Per conservar, come si dicea, la pace del Regno, la quale si
    dovea  fondar  solo  sulla  buona  fede  del  re,  si richiesero nuovi
    soccorsi al popolo;  e si ottennero.  Si richiese non  solo  l'argento
    delle chiese,  ma anche quello de' privati, dando loro in prezzo delle
    carte che non avevano alcun valore; e si ottenne.  S'impose una decima
    su  tutti  i  fondi  del Regno,  la quale produceva quasi il quarto di
    tutti gli altri tributi che gi si pagavano.  Ma tutte queste risorse,
    che non furono piccole,  si dissiparono,  si perdettero,  passando per
    mani negligenti o infedeli.
    Si spogliarono le campagne di cavalli,  di muli,  di bovi,  che  parte
    morirono per mancanza di cibo,  parte si rivendettero da quegl'istessi
    che ne avean fatta la requisizione.
    Si tolsero nella prima leva le migliori braccia all'agricoltura,  allo
    Stato  la  pi  utile  giovent,  che,  strappata  dal seno delle loro
    famiglie,  fu condotta a morire in San Germano,  Sessa e Teano: l'aria
    pestilenziale di que' luoghi e la mancanza di tutte le cose necessarie
    alla vita,  in una sola estate,  ne distrussero pi di trentamila. Una
    disfatta non ne avrebbe fatto perdere tanti.
    Allora si vide quanto la nazione napolitana  era  ragionevole,  amante
    della  sua  patria,  ma  nel  tempo  istesso  nemica  di  opressioni e
    d'ingiustizie.  Erano due anni da che si  era  ordinata  una  leva  di
    sedicimila uomini,  ma questa leva, commessa ad agenti venali, non era
    stata eseguita: la  nazione  vi  aveva  opposti  tanti  ostacoli,  che
    pochissime popolazioni appena aveano inviato il contingente delle loro
    reclute.  Gli  abitanti delle province del regno di Napoli non amavano
    di fare il soldato mercenario,  servo  de'  capricci  di  un  generale
    tedesco,  che non conosce altra ordinanza che il suo bastone. La corte
    vide il male;  la nuova leva fu commessa alle municipalit o sia  alle
    stesse popolazioni, ed i nuovi coscritti furon dichiarati volontari,
    da  dover servire alla difesa della patria fino alla pace.  Al nome di
    patria,  al nome  di  volontari,  tutti  corsero,  e  si  ebbe  in
    pochissimi  giorni quasi il doppio del numero ordinato colla leva.  Ma
    questi stessi, un anno dopo,  disgustati dai cattivi trattamenti della
    corte,  e  pi dalla sua mala fede,  per la maggior parte disertarono.
    Essi erano volontari  da  servir  fino  alla  pace;  la  pace  si  era
    conchiusa,  ed  essi  chiesero  il  loro  congedo.  Un  governo  savio
    l'avrebbe volentieri accordato,  sicuro di riaverli al nuovo  bisogno;
    ma  il  governo  di  Napoli non conosceva il potere della buona fede e
    della giustizia: anzich  esserne  amato,  credeva  pi  sicuro  esser
    temuto dai suoi popoli,  e ne fu odiato.  Tanti disertori, per evitare
    il rigore delle persecuzioni,  si dispersero per le campagne: il Regno
    fu pieno di ladri e le frontiere rimasero prive di soldati.
    I  cortigiani  diedero  torto  ai  soldati,  perch volevano adular la
    corte; gli esteri diedero torto ai soldati, perch volevano avvilir la
    nazione;  e molti tra' nostri,  che  pure  hanno  fama  di  pensatori,
    diedero  torto  ai  soldati,  perch  non  conoscevano  la  nazione ed
    adulavano gli esteri. Questi piccoli tratti caratterizzano le nazioni,
    gli uomini che le governano e quelli che le giudicano.









    11. GUERRA.

    Tale era lo stato del Regno sul cadere dell'estate del 1798, quando la
    vittoria di Nelson ne' mari di Alessandria,  lo  scarso  numero  della
    truppa francese in Italia,  le promesse venali di qualche francese, la
    nuova alleanza colla Russia e, pi di tutto, gl'intrighi del gabinetto
    inglese,  fecero credere al re  di  Napoli  esser  venuto  il  momento
    opportuno a ristabilire le cose d'Italia.
    Da  una  parte,  la  repubblica romana,  teatro delle prime operazioni
    militari, pi che di uno Stato,  presentava l'apparenza di un deserto,
    i  pochi  uomini abitatori del quale,  invece di opporsi all'invasore,
    dovean  ricevere  chiunque  loro  portasse   del   pane.   Dall'altra,
    l'imperatore  di  Germania  rivolgeva  di nuovo pensieri di guerra: n
    egli n il Direttorio volevan pi la pace; e si osservava che,  mentre
    i plenipotenziari delle due potenze stavano inutilmente in Rastadt,  i
    francesi occupavano la Svizzera ed i russi marciavano verso il Reno.
    Il re di Napoli,  per completare il suo esercito,  ordin una leva  di
    quarantamila  uomini,  la  quale  fu  eseguita in tutto il Regno in un
    giorno solo.  In tal  modo  sulle  frontiere,  al  cader  di  ottobre,
    trovaronsi riuniti circa settantamila uomini.
    Mancava a queste truppe un generale,  e, credendosi che non si potesse
    trovare in Napoli, si chiese alla Germania.  Mack giunse come un genio
    tutelare del Regno.
    Il piano della guerra era che il re di Napoli avrebbe fatto avanzar le
    sue  truppe  nel  tempo  stesso  che  l'imperatore  avrebbe  aperta la
    campagna dalla sua parte.  Il duca di Toscana ed  il  re  di  Sardegna
    doveano  avere  anch'essi  parte  nell'operazione,  ed  a tale oggetto
    facevano delle leve segrete ne' loro Stati;  e si erano inviati  dalla
    corte di Napoli settemila uomini sotto il comando del general Naselli,
    il  quale  occup  Livorno ed a tempo opportuno doveva,  insieme colle
    truppe toscane,  marciar sopra Bologna e riunirsi alla grande  armata.
    Si  era  creduto  necessario,  sotto  apparenza  di  difesa,  occupare
    militarmente la Toscana, perch quel governo era,  tra tutti i governi
    italiani,  il pi sinceramente alieno dai pensieri di guerra; e questo
    avea reso il ministero toscano tanto odioso al governo di Napoli,  che
    poco manc che non si vedessero dei corpi di truppa spedirsi da Napoli
    in  Livorno a solo fine di obbligare il granduca a deporre Manfredini.
    In tal modo i francesi,  circondati ed attaccati  in  tutti  i  punti,
    dovevano sloggiar dall'Italia.
    Ma  l'imperatore intanto non si movea,  tra perch forse opportuna non
    era ancora la stagione,  tra perch aspettava i russi  che  non  erano
    giunti  ancora.  Il  Consiglio di Vienna avea risoluto di non aprir la
    campagna prima del mese di  aprile.  Non  si  sa  come,  si  ottennero
    lettere  pi  autorevoli  delle  risoluzioni  del Consiglio,  le quali
    permettevano all'esercito  napolitano  di  muoversi  prima;  e  queste
    lettere  erano state chieste ed ottenute con tanta segretezza,  che il
    ministero istesso di Vienna non le seppe se non  nello  stesso  giorno
    nel  quale  seppe  e la marcia delle truppe e la disfatta.  Amarissimi
    rimproveri ne ebbe chi allora risedeva  in  Vienna  per  la  corte  di
    Napoli.  Il  ministro  Thugut  diceva che questa corte avea tradita la
    causa di tutta l'Europa e che meritava di  esser  abbandonata  al  suo
    destino.  La  protezione dell'imperatore Paolo primo,  presso il quale
    principal  mediatrice  fu  la  granduchessa  Elena  Paolowna,   allora
    arciduchessa  palatina,   salv  la  corte  dagli  effetti  di  questa
    minaccia. L'ambasciatore napolitano si giustific, mostrando ordini in
    faccia ai quali quelli  del  Consiglio  dovean  tacere.  Ma  rimase  e
    rimarr  sempre  incerto  e disputabile perch mai,  contro gli stessi
    propri interessi, da Napoli si chiedevano e da Vienna si davano ordini
    segreti, contrari al piano pubblicamente risoluto, da tutti accettato,
    da tutti riconosciuto  per  pi  vantaggioso.  Intendevasi,  con  ci,
    ingannar  l'inimico  o se stesso?  E' probabile che la corte di Napoli
    ardesse di soverchia impazienza di discacciar i francesi  dall'Italia.
    E' probabile ancora che tanta impazienza non nascesse da solo odio, ma
    anche  da  desiderio  di  trarre  da una vittoria,  la quale credevasi
    sicura,  un profitto,  che  forse  l'Austria  non  avrebbe  volentieri
    conceduto,  ma,  trovandolo gi preso,  lo avrebbe tollerato.  Siccome
    nelle leghe non si d mai pi di quello che uno si  prende,  cos  de'
    collegati  ciascuno si affretta a prendere quanto pi pu e quanto pi
    presto  possibile;  la vicendevole gelosia genera la comune mala fede
    e,  mentre ciascuno pensa a s, si obbliano gl'interessi di tutti. Ma,
    in tale ipotesi,  perch mai  l'Austria  acconsent  alla  dimanda  di
    Napoli?  Non    neanche  inverosimile  che  Mack,  sempre  fertile in
    progetti, credesse facile discacciar i francesi;  e,  sicuro de' primi
    successi  (e  chi non l'avrebbe creduto,  quando Mack non si conosceva
    ancora?),  amava pi d'invitare l'imperatore a goderne  i  frutti  che
    dividerne la gloria.
    Sopra  ogni  altra congettura per  verosimile che la corte di Napoli
    operasse spesso  senza  l'intelligenza  dell'imperatore  di  Germania,
    perch,  mentre da una parte prestava il suo nome alla lega che si era
    stretta nel Nord e della quale era il  centro  principale  in  Vienna,
    dall'altra manteneva un suo ambasciatore in Parigi,  il quale,  quando
    la pace fu gi rotta,  potette ottenere dal Direttorio ordini tali  al
    generale in capo dell'armata d'Italia, che gl'impedivano d'invadere il
    regno  di  Napoli e limitavano le sue operazioni militari a respingere
    solamente l'aggressione.  Il corriere che portava tali ordini fu,  non
    si sa bene per quale accidente,  assassinato nel Piemonte. Ora, ordini
    di tale natura,  quando anche s'ignorino le trattative  precedenti,  
    certo  che  non si possono ottenere senza supporre o che il Direttorio
    ignorasse interamente i  disegni  ed  i  movimenti  del  gabinetto  di
    Napoli,  il  che    incredibile,  o  che avesse risoluto d'abbandonar
    l'Italia,  talch la corte  di  Napoli,  pi  che  sugli  aiuti  degli
    alleati,  fondasse  le  speranze  de' suoi vantaggi sull'abbandono del
    governo francese,  e volesse perci procurarseli da s sola,  onde non
    esser  costretta  a dividerli cogli altri.  E' certo che la guerra con
    Napoli fu fatta contro gli ordini del Direttorio;  che Championnet non
    ebbe  altri  che  lo  autorizzasse  a farla se non il generale in capo
    Joubert,  e che in faccia al Direttorio dovette scusarsi colla ragione
    di  quella  necessit,  che  spesso  spinge un generale oltre i limiti
    delle istruzioni  superiori;  e  fu  assoluto,  perch  facilmente  si
    giustifica ogni audacia che abbia ottenuto prospero successo.
    Ma tutte queste cose agitavansi nel segreto del gabinetto,  n a tutti
    i ministri del re erano confidate. Miserabile condizione di tempi, ne'
    quali la sorte de' popoli dipende pi dall'intrigo che dal valor vero,
    e vedesi un governo,  il quale poteva  tutto  ragionevolmente  sperare
    dalle forze proprie e dall'opportunit delle circostanze,  avvilirsi a
    cercar la vittoria dai capricci e dalle promesse  degli  uomini,  meno
    stabili  della stessa fortuna!  Se la corte di Napoli,  consultando le
    proprie forze e  la  propria  ragione,  anzich  la  guerra,  l'avesse
    guerreggiata,  ne  avrebbe  ottenuti  successi  o  pi  felici  o meno
    disastrosi. Difatti il maggior numero de' consiglieri del re,  sia che
    ignorassero  le  segrete  ragioni  sulle  quali  si fondavano tutte le
    speranze del buon successo,  sia che non  vi  mettessero  molta  fede,
    rimasero  fermi  nel  parere  della  pace.   Ma  Acton  ebbe  cura  di
    allontanarli. Quando si decise la guerra, non intervennero molti degli
    antichi consiglieri. Il marchese De Marco, il generale Pignatelli,  il
    marchese del Gallo eran per la pace. Per la pace furono il maresciallo
    Parisi  ed  il  general  Colli,  chiamati  in  Consiglio,  sebbene non
    consiglieri.  Ma la regina,  Mack,  Acton,  Castelcicala formarono  la
    pluralit e strascinarono l'animo del re.
    -  Che  vi pare di questa guerra gi risoluta?  - domand molti giorni
    dipoi la regina ad Ariola,  che era ministro di guerra e  che  intanto
    non ne sapeva ancor nulla. Ariola, che avrebbe voluto tacere, spronato
    a  parlare,  le  disse  che  da tal guerra vi era pi da temere che da
    sperare.
    - Il re potrebbe - disse Ariola - sostener con  vantaggio  una  guerra
    difensiva,  ma  tutto gli manca per l'offensiva.  Egli non combatte ad
    armi eguali.  I francesi,  pochi di numero,  son tutti soldati avvezzi
    alla  guerra ed alla fatica;  l'esercito nostro  per met composto di
    reclute strappate appena da un mese dal seno delle loro  famiglie,  ed
    il  loro  numero  maggiore  non  servir  che  ad  imbarazzare i buoni
    veterani che son tra loro,  ed a rendere pi sensibile la mancanza  in
    cui  siamo  di buoni officiali,  il numero de' quali non abbiam potuto
    raddoppiare in  un  momento,  come  abbiam  raddoppiato  quello  della
    truppa.  Perch  non  si  aspetta  che  queste truppe si disciplinino?
    Perch non si aspetta che l'imperatore si muova il primo? Tanta fretta
    si ha dunque di vincere,  che non si ha cura neanche di render  sicura
    la  vittoria?  Tanto  certo  della vittoria Mack,  che si avvia senza
    neanche pensare alla possibilit di un rovescio?  Si apre  una  guerra
    nelle frontiere,  necessario che uno de' due Stati immediatamente sia
    invaso;   ed  intanto  niuna  cura  egli  si  ha  preso  della  difesa
    dell'interno del Regno, che tutto  aperto, ed,  al primo rovescio che
    noi avremo,  il nemico sar nel cuore de' nostri Stati. A noi non sar
    molto facile,  soli e senza il  soccorso  dell'imperatore,  discacciar
    l'inimico dall'Italia,  e,  finch ci non si ottenga,  nulla si potr
    dir fatto. Molte vittorie bisognano a noi: una sola basta all'inimico.
    Quanto pi l'inimico si avanzer,  tanto pi facile trover la  strada
    alla vittoria;  ma quando pi ci avanzeremo noi,  tanto maggiori e pi
    numerosi ostacoli incontraremo: la sorte dell'inimico si decide in  un
    momento;  la  nostra,  sebbene prospera,  avr bisogno di molto tempo.
    Intanto Mack,  quasi potesse terminar la guerra in  pochi  giorni,  si
    avvia  verso  un  paese desolato,  ove  penuria di tutto,  senza aver
    prima pensato a provvedersi,  ed in una stagione in cui difficili sono
    i trasporti ed i generi non abbondanti. Egli si avvia a conquistare il
    territorio  altrui e forse a perdere il proprio.  - Quale fu l'effetto
    di questo discorso?  Mack ed Acton  se  ne  offesero,  Acton  minacci
    Ariola,  Ariola  se ne dolse col re e,  mentre il re gli dava ragione,
    Acton in sua presenza gli tolse il portafoglio.  Pochi  giorni  dipoi,
    l'esperimento conferm la veracit de' suoi pronostici. Il re, fuggito
    da  Roma,  giunse  a  Caserta:  si  ricorda di Ariola e lo invoca come
    l'unico suo liberatore.  Ariola parte pel campo  onde  concertare  con
    Mack  i  mezzi  di difendere il Regno da un'invasione.  Trova lo stato
    maggiore in Terracina,  ma Mack non vi era,  n alcuno sapeva indicare
    ove mai si trovasse.  Intanto vede ritornar l'esercito tutto disperso.
    Crede necessario tornare in Caserta e non perder tempo. Poche ore dopo
    la di lui partenza,  Mack arriva.  Scrive al re che il ministro  della
    guerra era un vile,  il quale avea abbandonato il suo posto. Ed Ariola
     arrestato.  N  improbabile che a questa disgrazia di Ariola  abbia
    prestata  la  sua  mano anche Acton,  se  vero ci che taluni dicono,
    che,  accusato egli di aver mal diretti alcuni  preparativi  militari,
    abbia   voluto  farne  creder  colpevole  Ariola  ed  abbia  afferrata
    potentemente l'occasione di poter far sequestrare  le  di  lui  carte,
    onde non si venisse mai in chiaro del vero autore. Credeva egli con un
    delitto di cortigiano conservar la fama di generale?



    12. Continuazione.

    La  guerra  fu risoluta.  Si pubblica un proclama,  col quale il re di
    Napoli,  con equivoche parole,  dichiara  che  egli  voleva  conservar
    l'amicizia  che  aveva  colla  repubblica francese,  ma che si credeva
    oltraggiato per l'occupazione di Malta, isola che apparteneva al regno
    di Sicilia,  e non poteva soffrire che fossero  invase  le  terre  del
    papa,  che  amava come suo antico alleato e rispettava come capo della
    Chiesa;  che avrebbe fatto marciare il suo esercito per restituire  il
    territorio  romano al legittimo sovrano (si lascia in dubbio se questo
    sovrano fosse o no il  papa);  ed  invita  qualunque  forza  armata  a
    ritirarsi dal territorio romano,  perch, in altro caso, se le sarebbe
    dichiarata la guerra.  Simile proclama non si  era  veduto  in  nessun
    secolo  della diplomazia,  a meno che i romani non ne avessero formato
    uno,  allorch  ordinarono  agli  altri  greci  di  non  molestar  gli
    acarnanii, perch tra i popoli della Grecia erano stati i soli che non
    avevano inviate truppe all'assedio di Troia.
    Questo  proclama fu pubblicato a' 21 novembre.  A' 22 tutto l'esercito
    part e,  diviso in sette colonne,  per sette punti diversi entr  nel
    territorio romano. Le colonne che mossero da San Germano e da Gaeta si
    avanzarono rapidissimamente. N la stagione dirottamente piovosa, n i
    fiumi  che s'incontrarono pel cammino,  n la difficolt de' trasporti
    di artiglieria e viveri in  cammini  impraticabili  per  profondissimo
    fango,  fecero  arrestar  gli  ordini  di  Mack.  Egli  non faceva che
    correre: si lasciava indietro l'artiglieria,  cominciavano a mancare i
    viveri,  il soldato era privo di tutto, avea bisogno di riposo; e Mack
    correva.  Le colonne di Micheroux e  di  Sanfilippo  erano  state  gi
    battute  negli Apruzzi.  La voce pubblica di questo rovescio incolp i
    generali;  ma  certo che posteriormente la condotta  di  Micheroux  
    stata  esaminata  da  un  Consiglio  di  guerra  ed    stata  trovata
    irreprensibile. Di Sanfilippo non sappiamo nulla.  Ma la voce pubblica
    in  questi  casi non merita mai intera fede,  perch il popolo giudica
    per l'ordinario dall'esito e spesso d  pi  lode  e  pi  biasimo  di
    quello  che  taluno  merita.  Mack,  il  quale  non avea pensato mai a
    stabilire una ferma comunicazione tra i diversi corpi del suo esercito
    ed un concerto tra le varie loro operazioni, non seppe se non tardi un
    avvenimento il quale dovea cangiar tutto  il  suo  piano,  ed  intanto
    continuava a correre.  Giunse a' 27 di novembre in Roma. S'impiegarono
    cinque giorni in un cammino che ne avrebbe richiesto quindici.  Non si
    concessero  che  cinque ore di riposo sotto le armi alla truppa,  e fu
    costretta di nuovo a correre a Civita  Castellana.  Per  la  strada  i
    viveri  mancarono del tutto: i provvisionieri dell'esercito chiedevano
    invano a Mack ove dovessero inviarli;  gli ordini del  generale  erano
    tanto  rapidi,  che,  mentre si eseguiva il primo,  si era gi dato il
    secondo, il terzo, il quarto, il quinto; i viveri si perdevano inutili
    per le strade,  ed i soldati e i cavalli  intanto  morivano  di  fame.
    Quando giunsero a Civita Castellana,  i nostri da tre giorni non avean
    veduto pane. Essi erano nell'assoluta impossibilit di poter reggere a
    fronte di un nemico fresco,  che conosceva il luogo e che distrusse il
    nostro esercito,  raggirandolo qua e l per siti ove il maggior numero
    era inutile.
    Mack non seppe ispirar coraggio ad una truppa nuova, esercitandola con
    piccole scaramucce contro i  piccoli  corpi  nemici  che  incontr  da
    Terracina  a  Roma  e  che,  messi per insensato consiglio in libert,
    produssero due mali gravissimi: il primo de' quali fu  quello  di  non
    avvezzare  le  truppe  sue  alla  vittoria  quando questa era facile e
    sicura;  il secondo,  di accrescer il numero de'  nemici  nel  momento
    delle  grandi  e  pericolose  azioni.  Non  seppe Mack far battere due
    colonne nello stesso tempo: furon tutte disfatte  in  dettaglio.  Mack
    ignorava i luoghi dove si trovava e, sull'orlo del precipizio, credeva
    e  faceva  credere  al  re  che  le  cose  andavano  prospere.  Per la
    resistenza che i francesi avean fatta all'esercito del  re  delle  Due
    Sicilie,  costui dichiar loro la guerra a' 7 dicembre, cio quando la
    guerra per le disfatte ricevute era gi terminata,  e  dovea  pensarsi
    alla pace. Dopo due altri giorni, tutto l'esercito fu in rotta, e Mack
    non trov altra risorsa che correre indietro, come prima avea corso in
    avanti. In meno di un mese, Ferdinando part, corse, arriv, conquist
    il regno altrui,  perdette uno de' suoi e,  poco sicuro dell'altro, fu
    quasi sul punto di fuggire fino al terzo suo regno di Gerusalemme  per
    ritrovare un asilo.
    Io  non sono un uomo di guerra: gli altri leggeranno la storia di tali
    avvenimenti  nelle  Memorie  di  Bonamy  ed  in  quelle   del   nostro
    Pignatelli,  che vide i fatti e che era capace di giudicarne.  Mack ha
    pubblicato anch'egli la  sua  Memoria.  Egli  calunnia  la  nazione  e
    l'esercito.  Ma l'esercito,  alla testa del quale fu battuto,  non era
    quello stesso esercito col  quale,  mentre  taluno  lo  consigliava  a
    procedere pi adagio, egli avea detto di voler conquistare l'Italia in
    quindici giorni?.
    Quest'uomo, che un momento prima sfidava tutte le potenze della terra,
    al primo rovescio perdette tutto il suo genio.  Sebbene battuto,  pure
    conservava tuttavia forze infinitamente superiori;  e,  se non  poteva
    vincere, poteva almeno resistere: cogli avanzi del suo esercito poteva
    fermarsi  a  Velletri oppure al Garigliano,  ove potea per lungo tempo
    contendere il passo: potea salvar Gaeta e salvare il Regno.  Ma  egli,
    che  nella  sua  fortuna  non  avea  fatto  altro  che correre,  nella
    disgrazia non seppe far altro che fuggire; n si ferm se non giunse a
    Capua, dove pensava difendersi e dove non si trattenne che un momento.
    Capua si poteva facilmente difendere  e  di  l  forse  si  potea  con
    migliori auspci ritentar di nuovo la sorte delle armi. Ad un proclama
    che  si  pubblic per la leva in massa,  tutto il Regno fu sulle armi.
    Gli apruzzesi si opposero alla divisione di Rusca e, se non riuscirono
    ad impedirgli il passo,  fecero per s che gli costasse  molto  caro.
    Tra  le  montagne  impraticabili  della  provincia  dell'Aquila non si
    pervenne mai ad estinguere l'insorgenza,  e la stessa  capitale  della
    provincia non fu che per pochi giorni in poter de' francesi, ridotti a
    doversi difendere entro il castello.  L'altra divisione, che venne per
    Terracina e Gaeta,  si avanz fino a Capua,  ma non  potette  impedire
    l'insorgenza,   che   era   scoppiata   ad   Itri  e  Castelforte;   e
    gl'insorgenti, che cedettero per poco le pianure, si rifuggirono nelle
    loro  montagne,  donde  tornarono  poco  dopo  ad  infestare  la  coda
    dell'esercito  francese,  che  vide rotta ogni comunicazione coll'alta
    Italia.  Un corpo di truppe difendeva con valore e con felice successo
    il   passo   di  Caiazzo.   Capua  avea  quasi  dodicimila  uomini  di
    guarnigione.  Tutti gli abitanti delle contrade di Nola e  di  Caserta
    eransi  levati  in  massa,  ed eravi ancora un corpo di truppe intatto
    comandato da Gams.
    Io dir cosa che ai posteri sembrer inverosimile, ma che intanto mi 
    stata giurata da quasi tutt'i capuani.  Se  Capua  non  fu  presa  per
    sorpresa non fu merito di Mack, ma di un semplice tamburo o cannoniere
    che  fosse  stato,  il  quale  di  proprio  movimento die' fuoco ad un
    cannone de' posti avanzati verso San Giuseppe e fece s che i francesi
    si arrestassero.  Mack certamente non avea data alcuna disposizione di
    difesa.
    Io lo ripeto: non sono uomo di guerra,  n imprendo ad esaminar ad una
    ad una le operazioni e gli accidenti della campagna.  Ma io credo  che
    gli  accidenti  debbano  mettersi  a  calcolo  e  che  la somma finale
    dell'esito dipenda meno dagli accidenti che dal piano  generale.  Mack
    pecc naturalmente nell'estender troppo la linea delle sue operazioni,
    talch  il  minimo  urto  dell'inimico  gliela  ruppe.  Ebbe  pi cura
    dell'inimico che gli stava a fronte che di quello che  gli  stava  sui
    fianchi,  mentre  forse  questo  era  sempre  pi terribile di quello;
    quindi  che egli si avanz sempre rapidissimamente,  e questa  stessa
    rapidit,  che alcuni chiaman vittoria, fu la cagione principale delle
    sue inopinate irreparabili disfatte.  Battuto in  un  punto,  Mack  fu
    battuto in tutta la linea,  perch tutta la linea gli fu rotta. Quando
    Mack  preparava  un  piano  tanto  vasto  per  combattere  un  inimico
    debolissimo, molti dissero che Mack era un gran generale, perch molti
    sono  quelli  che  misurano  la grandezza di una mente dalla grandezza
    delle forze che move: io dissi che era poco savio,  perch la saviezza
    consiste nel produrre il massimo effetto col minimo delle forze.  Mack
     un generale da brillare in un  gabinetto,  perch  in  un  gabinetto
    appunto, e prima dell'azione, predomina nelle menti del maggior numero
    l'errore  di  confonder  la  grandezza  della macchina colla grandezza
    dell'artefice.  Non manca Mack di quelle cognizioni  teoretiche  della
    scienza militare che impongono tanto facilmente al maggior numero.  E'
    sicuro di ottenere in suo favore la pluralit de' voti un generale  il
    quale  vi  parli  sempre  di  matematica,  geografia,  storia,  che vi
    rammenta i nomi antichi di tutt'i sciti,  vi enumera tutte  le  grandi
    battaglie che gli hanno illustrati ed, a confermar ogni evoluzione che
    gli  vien  fatta  d'immaginare,  vi  adduce  l'esempio di Eugenio,  di
    Montecuccoli, di Cesare, di Annibale e di Scipione.  Il buon senso per
    altro  pare  che ci dovrebbe indurre a diffidare dei piani di campagna
    troppo eruditi: essi per necessit son troppo noti anche  all'inimico,
    ed  in conseguenza inutili.  Tutto il vero segreto della guerra,  dice
    Macchiavelli,  consiste in due cose: fare tutto ci che l'inimico  non
    pu  sospettar  che  tu  faccia,  lasciargli fare tutto ci che tu hai
    previsto che egli voglia fare: col  primo  precetto  renderai  inutile
    ogni   sua   difesa,   col   secondo  ogni  offesa.   Questi  capitani
    soverchiamente sistematici hanno anche un altro difetto,  ed   quello
    di dar un nesso,  una concatenazione troppo stretta alle loro idee: si
    mandano il loro piano a memoria e, se avviene che una volta la fortuna
    della guerra lo tocchi,  rassomigliano i fanciulli che han perduto  il
    filo della loro lezione e son costretti ad arrestarsi.  Vuoi conoscere
    a segni infallibili uno  di  questi  capitani?  Soffre  pochissimo  la
    contraddizione  ed  i  consigli altrui: il criterio della verit  per
    lui, non gi la concordanza tra le sue idee e le cose, ma bens tra le
    sue idee medesime.  Prima dell'azione  sono  audacissimi,  timidissimi
    dopo  l'azione:  audacissimi,  perch  non  pensano che le cose possan
    esser  diverse  dalle  idee  loro;  timidissimi,  perch,  non  avendo
    prevista questa diversit,  non vi si trovan preparati.  Affettano ne'
    loro discorsi estrema esattezza;  ma questa    inesattissima,  perch
    trascurano tutte le differenze che esistono nella natura. Numerano gli
    uomini  e  non  li valutano: pi che nell'uomo confidan nell'esercito,
    pi che nella virt dell'animo confidano in quella del corpo e pi che
    nel valore confidan nella tattica.  Questi duci pi potenti in  parole
    che in opere prevalgon sempre,  per disgrazia delle nazioni,  o quando
    gli ordini militari di uno Stato sono tali che tutta  l'esecuzione  di
    una guerra dipenda da un'assemblea e da un Consiglio,  o quando coloro
    che reggono la somma delle cose non sono esenti  da  ogni  spirito  di
    partito;  e  questo non  certamente il minore de' mali che lo spirito
    di partito e gli ordini mal congegnati soglion produrre.





    13. FUGA DEL RE.

    I governi son simili agli uomini: tutte  le  passioni  sono  utili  al
    saggio  e  forman  la  rovina dello stolto.  Il timore che la corte di
    Napoli ebbe de' francesi, invece d'ispirarle una prudente cautela,  fu
    cagione di rovinosa vilt.  A forza di temerli,  li rese pi terribili
    di quello che erano.
    Una persona di corte mi diceva,  pochi giorni prima di dichiararsi  la
    guerra,  esser  prudente  consiglio non far sapere al soldato che egli
    andava a battersi contro  i  francesi  e,  con  tale  idea,  l'essersi
    imaginato  quel  gergo equivoco col quale fu scritto il proclama e col
    quale si ottenne di tener celato fino al momento dell'attacco il  vero
    oggetto  della  spedizione.  -  Ebbene!  - dissero i soldati quando lo
    seppero - ci si era detto che noi non avevamo guerra coi  francesi!  -
    Questa  non    stata una delle ultime cagioni per cui in Napoli hanno
    mostrato pi coraggio le leve in massa che le truppe regolari,  ed  il
    coraggio,  invece  di  scemar  colle disfatte,   andato crescendo.  E
    sarebbe cresciuto anche dippi,  se il generale non fosse stato  Mack.
    Vi    della  differenza  tra  l'avvezzare  un popolo a disprezzare il
    nemico ed il fargli credere che non ne  abbia:  il  primo  produce  il
    coraggio,  il  secondo la spensieratezza,  cui nel pericolo succede lo
    sbalordimento.  Cesare i suoi soldati,  spaventati talora  dalla  fama
    delle   forze   nemiche,    non   confortava   col   diminuirla,    ma
    coll'accrescerla.  Una volta che si temeva vicino  l'arrivo  di  Iuba,
    ragunati a concione i soldati: - Sappiate - loro disse - che tra pochi
    giorni sar qui il re con dieci legioni, trentamila cavalli, centomila
    armati  alla  leggiera  e  trecento  elefanti.  Cessate  quindi di pi
    vaneggiare per saper quali sieno le sue forze.  - Cesare  accrebbe  il
    pericolo reale,  che,  sebben grande,  ha per un limite,  per toglier
    quello della fantasia,  che non ha limite alcuno.  Cos voglion  esser
    governati tutt'i popoli.
    Lo  stesso timore,  che la corte ebbe ne' primi rovesci,  le ispir il
    consiglio di una leva in massa.  Si pubblic un  proclama,  col  quale
    s'invitarono i popoli ad armarsi e difendere contro gl'invasori i loro
    beni, le loro famiglie, la religione de' padri loro: fu la prima volta
    che  fu  udito  rammentare  ai  nostri  popoli  ch'essi erano sanniti,
    campani,  lucani e greci.  Fu commesso ai preti  di  risvegliare  tali
    sentimenti  in  nome  di  Dio.  Queste  operazioni  non mancano mai di
    produrre grandi effetti.
    Il fermento maggiore fu in Napoli,  dove un popolaccio immenso,  senza
    verun mestiere e verun'educazione,  non vive che a spese de' disordini
    del governo e de' pregiudizi della religione.
    Ma questo istesso fermento,  che doveva  e  che  potea  conservare  il
    Regno,  divenne,  per  colpa  di  Acton  e per timore della corte,  la
    cagione principale della sua rovina.  Il  popolo  corse  in  folla  al
    palazzo reale ad offerirsi per la difesa del Regno.  Un re, che avesse
    avuto mente e cuore,  non aveva a far altro che montare  a  cavallo  e
    profittare  del  momento  di  entusiasmo: egli sarebbe andato a sicura
    vittoria.  Acton lo ritenne.  Il popolo voleva vederlo.  Egli  non  si
    volle  mostrare,  ed in sua vece fece uscire il generale Pignatelli ed
    il conte dell'Acerra.  Tra le  tante  parole  che  in  tale  occasione
    ciascuno  pu  immaginare essersi dette,  uno del popolo disse: i mali
    del Regno esser nati tutti dagli esteri che  erano  venuti  a  far  da
    ministri;  prima  godersi  profonda  pace  e  generale abbondanza,  da
    quindeci anni in qua tutto esser  cangiato;  gli  esteri  esser  tutti
    traditori:  quindi,  o  per  un sentimento di patriottismo,  di cui il
    popolo napolitano non  privo,  o per ispirito di adulazione verso due
    cavalieri popolari, soggiunse: - Perch il re non fa primo ministro il
    general Pignatelli e ministro di guerra il conte dell'Acerra? - Queste
    parole,  raccolte da' satelliti di Acton e riferite a lui,  mossero il
    di lui animo sospettoso ad accelerare la partenza.  Da che mai dipende
    la salute di un regno!
    Fu facile trarre a questo partito la regina.  A trarvi anche il re, si
    fece crescere l'insurrezione  del  popolo.  Gli  agenti  di  Acton  lo
    spinsero la mattina seguente ad arrestare Alessandro Ferreri, corriere
    di  gabinetto,  il  quale  portava un plico a Nelson: moltissimi hanno
    ragioni di credere che costui fosse una vittima  gi  da  lungo  tempo
    designata, perch conscio del segreto delle lettere di Vienna alterate
    in occasione della guerra.  Io non oso affermar nulla.  Sia caso,  sia
    effetto della politica del ministro o della vendetta  di  qualche  suo
    inimico  privato,  fu  arrestato sul molo nel punto in cui s'imbarcava
    per passare sul legno di Nelson, fu ucciso,  ed il cadavere sanguinoso
    fu  strascinato  fin  sotto il palazzo reale e mostrato al re in mezzo
    alle grida di Morano i traditori!,  Viva la santa fede!,  Viva il
    re!.  Il  re era alla finestra;  vide l'imponente forza del popolo e,
    diffidando  di  poterla  reggere,  incominci  a  temerla.  Allora  la
    partenza fu risoluta.
    Furono  imbarcati sui legni inglesi e portoghesi i mobili pi preziosi
    de' palazzi di Caserta e di Napoli e le rarit pi pregevoli de' musei
    di Portici e Capodimonte,  le gioie della corona  e  venti  milioni  e
    forse pi di moneta e metalli preziosi non ancora coniati,  spoglio di
    una nazione che rimaneva nella miseria.  La corte di Napoli avea tanti
    tesori  inutili,  ed  intanto avea ruinata la nazione con un disordine
    generale nell'amministrazione,  con  un  vuoto  nelle  finanze  e  ne'
    banchi;  avea  ruinata  la  nazione,  mentre  potea  accrescer  la sua
    potenza,  rendendola pi felice: la corte di Napoli dunque avea sempre
    pensato  pi  a  fuggire  che a restare!  S'imbarc di notte,  come se
    fuggisse il nemico gi alle porte;  e la mattina seguente 1  dicembre)
    si  lesse  per Napoli un avviso,  col quale si faceva sapere al popolo
    napolitano che il re andava per poco  in  Sicilia  per  ritornare  con
    potentissimi  soccorsi,  ed intanto lasciava il general Pignatelli suo
    vicario generale fino al suo ritorno.
    Il popolo mostr quella tacita costernazione,  la quale vien meno  dal
    timore  che  dalla sorpresa di un avvenimento non previsto.  Ne' primi
    giorni che il re per tempo  contrario  si  trattenne  in  rada,  tutti
    corsero a vederlo ed a pregarlo perch si restasse;  ma gl'inglesi,  i
    quali gi lo consideravano come lor prigioniere,  allontanavano  tutti
    come  vili  e traditori.  Il re non volle o non gli fu mai permesso di
    mostrarsi. Questi duri e non meritati disprezzi, la memoria delle cose
    passate,  la perdita di tante ricchezze nazionali,  i  mali  presenti,
    passati  e futuri diedero luogo alla riflessione e scemarono la piet.
    Il popolo lo vide partire a' 23  dicembre  senza  dispiacere  e  senza
    gioia.







    14. ANARCHIA DI NAPOLI ED ENTRATA DE' FRANCESI.

    Nella  storia  dell'Italia,  gli  avvenimenti  della  fine  del secolo
    decimottavo somiglian quelli della fine del  secolo  decimoquinto.  In
    ambedue  le  epoche gli stessi avvenimenti furon prodotti dalle stesse
    cagioni e seguti dai medesimi effetti.  In amendue le epoche il Regno
    fu perduto per opera di picciolissime forze inimiche: nel decimoquinto
    secolo, i partiti che dividevano il Regno vi attirarono la guerra; nel
    decimottavo,  la  guerra  e  la  disfatta vi suscitarono i partiti: in
    quello,  il re avea tentato tutt'i mezzi  per  evitar  la  guerra;  in
    questo,   tutti   li   avea   messi   in   opera  per  suscitarla:  lo
    scoraggiamento,  dopo la disfatta,  eguale e nel re  aragonese  e  nel
    borbonico;  ma  prima  della  guerra  questi  ha  dimostrato  coraggio
    maggiore di quello.  In ambedue le epoche per  il  Regno  fu  perduto
    quando   il   fatto   posteriore  ha  dimostrato  che  era  facile  il
    conservarlo,  poich  impossibile credere che non  si  avesse  potuto
    facilmente conservare quel Regno,  che, anche dopo la perdita fattane,
    si  potuto tanto facilmente  ricuperare.  In  ambedue  le  epoche  ha
    preceduta  la  perdita  del Regno una vicendevole e funesta diffidenza
    tra il re ed i popoli,  non irragionevole nell'epoca degli  Aragonesi,
    priva per di ogni ragione ne' tempi nostri.
    Ferdinando  di  Aragona  avea  trattati crudelmente i baroni,  i quali
    avean tramata una congiura e guerreggiata  una  guerra  civile;  Vanni
    avea  punita una congiura che ancora non si era tramata ed il pensiero
    di una ribellione che non si poteva eseguire.
    In amendue le  epoche  alla  difesa  del  Regno    mancata  l'energia
    piuttosto ne' consigli del re che nelle azioni de' popoli.  Finalmente
    in ambedue le epoche il  Regno    stato  abbandonato  dai  vincitori,
    perch costretti a ritirar le loro forze nell'Italia superiore.
    Io  vorrei  che,  ogni  qual  volta succede un simile avvenimento,  si
    rileggesse la seguente,  non saprei dir  se  dottrina  o  profezia  di
    Macchiavelli:  Credevano  -  dice  egli - i nostri principi italiani,
    prima che essi assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che ai
    principi bastasse sapere negli scritti  pensare  una  cauta  risposta,
    scrivere una bella lettera,  mostrare ne' detti e nelle parole arguzia
    e prontezza,  saper tessere una fraude,  ornarsi di gemme  e  di  oro,
    dormire  e mangiare con maggior splendore che gli altri,  tenere assai
    lascivie intorno,  governarsi coi  sudditi  avaramente,  superbamente,
    marcirsi nell'ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare
    se  alcuno  avesse dimostrato loro alcuna lodevole via,  volere che le
    parole loro fossero responsi di oracoli;  n si accorgevano i meschini
    che  si preparavano ad esser preda di qualunque gli assaltava.  Di qui
    nacquero nel 1494 i grandi spaventi,  le subite fughe e le  miracolose
    perdite;  e  cos  tre potentissimi Stati,  che erano in Italia,  sono
    stati pi volte saccheggiati e  guasti.  Non    meraviglia  che  gli
    stessi  errori  abbiano  avuti  nel  1798  gli stessi effetti e che un
    potentissimo regno sia rovinato nel tempo stesso,  in cui,  con ordini
    pi savi, tale era lo stato politico di Europa, dovea ingrandirsi. La
    meraviglia    -  continua Macchiavelli - che quelli che restano anzi
    quegli stessi che han sofferto il male, stanno nello stesso errore, e
    vivono nello stesso disordine.
    La Citt avea assunto il governo municipale di Napoli:  erasi  formata
    una  milizia  nazionale  per  mantenere il buon ordine.  Il popolo ne'
    primi giorni riconosceva l'autorit della Citt;  tutto  in  apparenza
    era tranquillo: ma il fuoco ardeva sotto le ceneri fallaci. Pignatelli
    avrebbe  dovuto  avvedersi  che  il pericoloso onore,  a cui era stato
    destinato,  era  forse  l'ultimo  tratto  del  suo  rivale  Acton  per
    perderlo. Egli avrebbe potuto vendicarsi del suo rivale, render al suo
    re  uno di quei servigi segnalati e straordinari,  per i quali un uomo
    acquista quasi il nome ed i  diritti  di  fondator  di  una  dinastia,
    renderne  un  altro  egualmente  grande alla patria;  avrebbe potuto o
    vincere la guerra o finirla,  risparmiando l'anarchia e tutti  i  mali
    dell'anarchia:    le   circostanze   nelle   quali   trovavasi   erano
    straordinarie, ma egli non seppe concepire che pensieri ordinari.
    Si disse che la  regina,  partendo,  gli  avesse  lasciate  istruzioni
    segrete di sollevare il popolo,  di consegnargli le armi,  di produrre
    l'anarchia,  di far incendiare Napoli,  di non  farvi  rimanere  anima
    vivente da notaro in sopra...  Sia che queste voci fossero vere, sia
    che  fossero   state   immaginate,   quasi   inevitabili   conseguenze
    dell'insurrezione che la regina,  partendo,  organizzava,  certo per
    che queste voci  furono  da  tutti  ripetute,  da  tutti  credute;  e,
    nell'osservare   le  vicende  di  una  rivoluzione,   meritano  eguale
    attenzione le voci vere e le false, perch, essendo,  a differenza de'
    tempi  tranquilli,  l'opinione del popolo grandissima cagione di tutti
    gli avvenimenti,  diviene egualmente importante e ci che  vero e ci
    che si crede tale.
    Pochi giorni dopo si videro i primi funesti effetti degli ordini della
    regina  nell'incendio de' vascelli e delle barche cannoniere,  che non
    eransi potute,  per  la  troppo  precipitevole  fuga,  trasportare  in
    Sicilia.  Poche  ore  bastarono a consumare ci che tanti anni e tanti
    tesori costavano alla nostra nazione.  Il  conte  Thurn  da  un  legno
    portoghese  dirigea  e  mirava  tranquillamente  l'incendio;  ed  allo
    splendore ferale di quelle  fiamme  parve  che  il  popolo  napolitano
    vedesse  al  tempo  stesso  e  tutti gli errori del governo e tutte le
    miserie del suo destino.
    Il popolo non amava pi il re, non volea neanche udirlo nominare;  ma,
    ripiena la mente delle impressioni di tanti anni,  amava ancora la sua
    religione,  amava la  patria  e  odiava  i  francesi.  Da  queste  sue
    disposizioni  si  avrebbe  potuto  trarre un utile partito.  Insursero
    delle gare tra la Citt ed il vicario generale. Questi volea usurparsi
    dritti che non avea,  quasi che allora non fosse stato  pi  utile  ed
    anche  pi  glorioso cedere tutti quelli che avea: quella si ricordava
    che tra' suoi privilegi eravi anche quello  di  non  dover  mai  esser
    governata  dai  vicer.  La Citt allora spieg molta energia.  Perch
    dunque allora non surse la repubblica?  Il popolo avrebbe senza dubbio
    seguto  il  partito  della  Citt.  Ma,  tra coloro che la reggevano,
    alcuni pendevano per una  oligarchia,  la  quale  non  avrebbe  potuto
    sostenersi a fronte delle province, dove l'odio contro i baroni era la
    caratteristica comune di tutte le popolazioni;  e,  nello stato in cui
    trovavansi gli animi e  le  cose,  volendo  stabilirsi  un'oligarchia,
    sarebbe stato necessario rinunciare alla feudalit. Altri non osavano;
    e  vi fu anche chi propose di doversi offrire il Regno ad un figlio di
    Spagna, quasi che questo progetto fosse allora, non dico lodevole,  ma
    eseguibile.
    Ne' momenti di grandissima trepidazione,  quando discordi sono le idee
    e molti i partiti, difficile  sempre ritrovar la via di mezzo e,  pi
    che  altrove,  era  difficilissimo  in Napoli,  dove il maggior numero
    credeva i francesi indispensabili a fondare repubbliche.
    Intanto Capua si difendeva ed il popolo applaudiva alla sua difesa. Si
    era anche lusingato di maggiori vantaggi,  poich facile   sempre  il
    popolo  a  sperare e non mai manca chi fomenti le sue speranze.  Ai 12
    per di gennaio lesse affisso per Napoli l'armistizio conchiuso tra il
    generale francese ed il vicario Pignatelli,  per lo quale  i  francesi
    venivano  ad  acquistare  tutto  quel  tratto  del  Regno  che giace a
    settentrione  di  una  linea  tirata   da   Gaeta   per   Capua   fino
    all'imboccatura  dell'Ofanto;  ed  inoltre,  per  ottener  due mesi di
    armistizio, il vicario si obbligava pagar tra pochi giorni la somma di
    due milioni e mezzo di franchi.
    Non mai vicario alcuno di un re conchiuse  un  simile  armistizio.  La
    gloria  gli  consigliava a contrastare sulle mura di Capua il passo ai
    francesi ed a morirvi;  la prudenza gli consigliava a cedere  tutto  e
    salvar la sua patria da nuove inutili sciagure. Che poteva sperarsi da
    un  breve armistizio di due mesi?  Non vi era neanche ragione di poter
    sperare un trattato. Il funesto consiglio per cui il re erasi messo in
    mano degl'inglesi,  lo metteva nella dura necessit di  perdere  o  il
    Regno  di  Napoli  o quello di Sicilia.  Avea il re commesso lo stesso
    errore  pel  quale  erasi  perduto  l'ultimo  dei  re  della  dinastia
    aragonese,  quello  cio  di mettersi in braccio di uno de' due che si
    disputavano  il  di  lui  Regno;   quell'errore  dal  quale  il  savio
    Guicciardini  ripete  l'ultima  rovina di quella famiglia,  poich per
    esso le fu  impedito  di  profittar  delle  occasioni  che  ne'  tempi
    posteriori la fortuna le offr a ricuperare il trono. Perch dunque il
    vicario  volle  frappor  del  tempo tra la cessione ed il possesso,  e
    lasciar libero lo sfogo all'odio  che  il  popolaccio  avea  contro  i
    francesi,  quando  questi  erano  abbastanza vicini per destarlo e non
    ancora tanto da poterlo frenare?  Volea la guerra civile,  l'anarchia?
    Tali erano gli ordini della regina?
    Il popolo si credette tradito dal vicario,  dalla Citt, dai generali,
    dai soldati, da tutti.  La venuta de' commissari francesi,  spediti ad
    esigere le somme promesse,  accrebbe i suoi sospetti ed il suo furore.
    Il giorno seguente,  corse ai castelli a prender le armi;  i  castelli
    furono  aperti,  la  truppa  non si oppose,  perch non avea ordine di
    opporsi. Il vicario fugg come era fuggito il re;  il popolaccio corse
    a Caivano per deporre Mack, il quale, sebbene alla testa delle truppe,
    non seppe far altro che fuggire.  Ogni vincolo sociale fu rotto.  Orde
    forsennate di popolaccio armato scorrevano minaccianti tutte le strade
    della  citt,  gridando  Viva  la  santa  fede!,   Viva  il  popolo
    napolitano!.  Si  scelsero  per  loro  capi  Moliterni e Roccaromana,
    giovani cavalieri che allora erano gl'idoli del popolo,  perch  avean
    mostrato del valore a Capua ed a Caiazzo contro i francesi. Riuscirono
    costoro  a frenar per poco i trascorsi popolari,  ma la calma non dur
    che due giorni. I francesi erano gi quasi alle porte di Napoli.
    S'invi  al  loro  quartier  generale  una  deputazione  composta  da'
    principali  demagoghi,  perch rinunciassero al pensiero di entrare in
    Napoli,  offerendo loro e quello che  era  stato  promesso  coi  patti
    dell'armistizio  e  qualche somma di pi.  La risposta de' francesi fu
    negativa,  qual si dovea prevedere,  ma non qual dovea essere: qualche
    nostro  emigrato,  mentre  moltissimi convenivano della ragionevolezza
    della dimanda,  aggiunse alla negativa le minacce e l'insulto;  e  ci
    fin d'inferocire il popolo.
    Non mancavano agenti della corte che lo spingevano a nuovi furori, non
    mancava  quello spirito di rapina che caratterizza tutt'i popoli della
    terra, non mancavano preti e monaci fanatici, i quali,  benedicendo le
    armi  di  un  popolo  superstizioso  in  nome  del Dio degli eserciti,
    accrescevano colla speranza l'audacia e  coll'audacia  il  furore.  La
    Citt,  che sino a quel giorno avea tenute delle sessioni,  pi non ne
    tenne. Il popolo si credette abbandonato da tutti, e fece tutto da s.
    La citt intera non  offr  che  un  vasto  spettacolo  di  saccheggi,
    d'incendi,  di lutto,  di orrori e di replicate immagini di morte. Tra
    le vittime del furore popolare meritano di non essere obbliati il duca
    della Torre e Clemente Filomarino,  suo fratello,  rispettabili per  i
    loro talenti e le loro virt e vittime miserabili della perfidia di un
    domestico scellerato.
    Alcuni  repubblicani,  ed  allora  erano  repubblicani in Napoli tutti
    coloro  che  avevan  beni  e  costume,   impedirono   mali   maggiori,
    rimescolandosi  col  popolo  e  fingendo  gli  stessi  sentimenti  per
    dirigerlo.  Altri,  colla cooperazione di Moliterni e di  Roccaromana,
    s'introdussero nel forte Sant'Elmo,  sotto vari pretesti e finti nomi,
    e riuscirono a discacciarne  i  lazzaroni  che  ne  erano  i  padroni.
    Championnet avea desiderato che,  prima ch'ei si movesse verso Napoli,
    fosse stato sicuro di questo castello,  che  domina  tutta  la  citt.
    Molti  altri  corsero ad unirsi coi francesi e ritornarono combattendo
    colle loro colonne.
    Tutt'i buoni desideravano l'arrivo de' francesi.  Essi erano gi  alle
    porte.  Ma  il  popolo,  ostinato a difendersi,  sebbene male armato e
    senza capo alcuno,  mostr tanto coraggio,  che si fece conoscer degno
    di  una  causa migliore.  In una citt aperta trattenne per due giorni
    l'entrata del nemico vincitore,  ne  contrast  a  palmo  a  palmo  il
    terreno:  quando poi si accorse che Sant'Elmo non era pi suo,  quando
    si avvide che da tutt'i punti di Napoli i repubblicani  facevan  fuoco
    alle sue spalle,  vinto anzich scoraggito,  si ritir,  meno avvilito
    dai  vincitori  che  indispettito  contro   coloro   ch'esso   credeva
    traditori.





    15. PERCHE' NAPOLI DOPO LA FUGA DEL RE NON SI ORGANIZZO' A REPUBBLICA?

    Il re era partito,  il popolo non lo desiderava pi.  Egli avea spinto
    fino al furore l'amor  d'indipendenza  nazionale,  che  altri  credeva
    attaccamento  all'antica schiavit.  Quando il popolo napolitano sped
    la deputazione a Championnet,  non volle dir altro che  questo:  -  La
    repubblica francese avea guerra col re di Napoli,  ed ecco che il re 
    partito; la nazione francese non avea guerra colla nazione napolitana,
    ed intanto perch mai i soldati francesi voglion  vincere  coloro  che
    offrono volontari la loro amicizia? - Questo linguaggio era saggio, ed
    i napolitani,  senza saperne il nome,  erano meno di quel che si crede
    lontani dalla repubblica.
    Ma, siccome in ogni operazione umana vi si richiede la forza e l'idea,
    cos per produrre una  rivoluzione    necessario  il  numero  e  sono
    necessari i conduttori,  i quali presentino al popolo quelle idee, che
    egli talora travede quasi per  istinto,  che  molte  volte  segue  con
    entusiasmo,  ma che di rado sa da se stesso formarsi.  Pi facili sono
    le rivoluzioni in un popolo che da poco abbia  perduta  una  forma  di
    governo,  perch  allora  le  idee  del  popolo  son tratte facilmente
    dall'abolito governo,  di cui tuttavia  fresca  conserva  la  memoria.
    Perci   ogni   rivoluzione   -  al  dir  di  Macchiavelli  -  lascia
    l'addentellato per un'altra.  Quanto pi lunga  stata  l'oppressione
    da  cui  si  risorge,  quanto maggiore  la diversit tra la forma del
    governo distrutto e quella che si vuole stabilire,  tanto pi incerte,
    pi instabili sono le idee del popolo, e tanto pi difficile  ridurlo
    all'uniformit, onde avere e concerto ed effetto nelle sue operazioni.
    Questa    la  ragione per cui e pi sollecito e pi felice fine hanno
    avuto le rivoluzioni di quei popoli,  ne' quali o vi era ancor  fresca
    memoria  di  governo migliore,  o i rivoluzionari attaccati si sono ad
    alcuni dritti (come la Gran carta,  che  stata la bussola di tutte le
    rivoluzioni inglesi) o a talune magistrature e taluni usi (come fecero
    gli  olandesi),   che  essi  aveano  conservati  quasi  a  fronte  del
    dispotismo usurpatore.
    Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto  esser  popolari,
    ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte da
    una costituzione straniera,  erano lontanissime dalla nostra;  fondate
    sopra massime troppo astratte, erano lontanissime da' sensi,  e,  quel
    ch' pi,  si aggiungevano ad esse,  come leggi, tutti gli usi, tutt'i
    capricci e talora tutt'i difetti di un altro popolo,  lontanissimi dai
    nostri difetti,  da' nostri capricci, dagli usi nostri. Le contrariet
    ed i dispareri si moltiplicavano in  ragione  del  numero  delle  cose
    superflue,  che  non  doveano entrar nel piano dell'operazione,  e che
    intanto vi entrarono.
    Quanto maggiore  questa variet,  tanto maggiore  la  difficolt  di
    riunire  il popolo e tanto maggior forza ci vuole per vincerla.  Se le
    idee fossero uniformi,  potrebbero tutti agire senza concerto,  perch
    tutti  agirebbero  concordemente  alle  loro  idee;  ma,  quando  sono
    difformi,   necessario che agisca uno solo.  Di rado avviene che  una
    rivoluzione  si  possa  condurre a fine se non da una persona sola: la
    stessa libert non si pu fondare che per  mezzo  del  dispotismo.  Il
    popolo  ondeggia  lungo tempo in partiti: diresti quasi che la nazione
    vada a distruggersi,  ne vedi  gi  scorrere  il  sangue;  finch  una
    persona si eleva,  acquista dell'ascendente sul popolo, fissa le idee,
    ne riunisce le forze: col tempo,  o costui  forma  la  felicit  della
    patria o,  se vuole opprimerla,  talora ne rimane oppresso. Ma egli ha
    gi indicata la strada, ed allora il popolo pu agire da s.
    Quest'uomo non si trova se non dopo  replicati  infelici  esperimenti,
    dopo  lungo  ondeggiar  di  vicende,  quando  i suoi fatti medesimi lo
    abbiano svelato: le guerre civili mettono ciascuno nel posto  che  gli
    conviene.  Se  taluno si voglia far conoscere e seguire dal popolo ne'
    primi  moti  di  una  rivoluzione,  a  meno  che  la  rivoluzione  sia
    religiosa,  non  basta che abbia egli gran mente e gran cuore: convien
    che abbia gran nome; e questo nome ben spesso si ha per tutt'altro che
    pel merito.
    Il modo pi certo e pi efficace per guadagnar la pubblica opinione  
    una regolarit di giurisdizione, che taluno ancora conservi nel passar
    dagli ordini antichi ai nuovi. La Citt era nelle circostanze di poter
    farsi seguire da tutto il popolo;  dopo la Citt, poteva Moliterni: ma
    n Moliterni ebbe idea di far nulla,  n  la  Citt,  ondeggiando  tra
    tante idee, quasi tutte chimeriche, seppe determinarsi a quelle che il
    tempo richiedeva.
    Parve che in Napoli niuno si fosse preparato a questo avvenimento;  e,
    quando si videro in mezzo al vortice,  tutti si abbandonarono in bala
    delle onde. Non  molto onorevole a dirsi per lo genere umano, ma pure
      vero:  quasi tutte le nazioni,  nelle loro crisi politiche,  allora
    sono giunte pi facilmente al loro termine quando  si    trovato  tra
    loro un uomo profondamente ambizioso,  il quale, prevedendo da lontano
    gli avvenimenti,  vi si sia preparato e,  riunendo tutte  le  forze  a
    proprio  vantaggio,  abbia  prodotto  poi  il vantaggio della nazione:
    poich,  o  stato saggio e virtuoso,  ed ha fondata la sua  grandezza
    sulla felicit della patria;  o  stato uno stolto, uno scellerato, ed
     caduto vittima de' suoi progetti.  Ma allora,  lo ripeto,  egli avea
    gi insegnata la strada.
    In  Napoli  Pignatelli,  vicer,  non  ebbe neanche il pensiero di far
    nulla; la Citt non seppe risolversi;  Moliterni non ard;  niun altro
    si mostr;  tra' repubblicani molti, che menavan pi rumore, erano pi
    francesi che repubblicani,  ed ai veri repubblicani allora  una  folla
    infinita  si  era  rimescolata  di  mercatanti  di  rivoluzione,   che
    desideravano per calcolo un cangiamento.  Era  gi  passato  il  primo
    momento:  troppo  innanzi  era  trascorso il popolo;  gli stessi saggi
    disperavano di poterlo pi frenare,  gli stessi buoni desideravano una
    forza esterna che lo contenesse.
    Forse i francesi istessi eran gi troppo vicini.  Quell'operazione che
    avrebbe potuto riuscire a' 25 di dicembre,  allorch la Citt la  fece
    da  re,  facendo aprir di suo ordine le cacce del sovrano gi partito,
    difficilmente potea eseguirsi allorch i francesi erano a  Capua.  Per
    quanto  disinteressata  fosse  stata  la  Citt nelle sue operazioni e
    lontana dalle sue idee di oligarchia,  volendo per formar la felicit
    della nazione, non potea n dovea allontanarsi dalle idee nazionali; e
    troppo  queste  idee sarebbero state lontane dall'idee di molti altri.
    Ora i pi leggeri dispareri si conciliano con  difficolt,  quando  vi
    sia  una  forza  esterna pronta a sostenere un partito.  I partiti non
    cedono se non per diseguaglianza di forza o per vicendevole stanchezza
    di combattere: molte offese si tollerano e, tollerando,  molti mali si
    evitano,  sol  perch  non  possiamo sul momento farne vendetta;  e la
    concordia tra gli uomini  meno effetto di saviezza che di  necessit.
    Le potenze estere, pronte in tutt'i tempi a prender parte, prima nelle
    gare  tra fazione e fazione di una medesima citt,  indi nelle dispute
    tra uno Stato e l'altro,  hanno distrutta prima la  libert  e  poscia
    l'indipendenza  dell'Italia.  Niuna nazione pi della napolitana ne ha
    provati gl'infelici effetti. Tra le tante potenze estere che vantavano
    un titolo su quel regno, ogni gara che sorgeva tra' cittadini,  vi era
    un  estero che vi prendeva parte: talora gli esteri stessi fomentavano
    le gare; i cittadini,  per essere pi forti,  univano i loro disegni a
    quelli dell'estero,  simili al cavallo che,  per vendicarsi del cervo,
    si don ad un padrone;  e cos quel regno  stato  per  cinque  secoli
    (quanti se ne contano dall'estinzione della dinastia de' Normanni fino
    allo  stabilimento di quella dei Borboni) l'infelice teatro d'infinite
    guerre civili,  senza che una di esse abbia potuto giammai produrre un
    bene alla patria.
    Io  forse  non faccio che pascermi di dolci illusioni.  Ma,  se mai la
    repubblica si fosse fondata  da  noi  medesimi;  se  la  costituzione,
    diretta  dalle  idee  eterne  della  giustizia,  si  fosse fondata sui
    bisogni e sugli usi del popolo; se un'autorit,  che il popolo credeva
    legittima  e nazionale,  invece di parlargli un astruso linguaggio che
    esso non intendeva,  gli avesse procurato de' beni reali e liberato lo
    avesse  da  que'  mali  che  soffriva;  forse  allora  il popolo,  non
    allarmato all'aspetto di novit contro delle  quali  avea  inteso  dir
    tanto  male,  vedendo  difese  le  sue  idee ed i suoi costumi,  senza
    soffrire il disagio della guerra e delle dilapidazioni che seco  porta
    la  guerra;  forse...  chi  sa?...  noi non piangeremmo ora sui miseri
    avanzi di una patria desolata degna di una sorte migliore.
    16. STATO DELLA NAZIONE NAPOLITANA.

    L'armata francese entr in Napoli a' 22 di gennaio.  La prima cura  di
    Championnet fu quella d'istallare un governo provvisorio,  il quale,
    nel tempo stesso che provvedeva ai bisogni momentanei  della  nazione,
    doveva preparar la costituzione permanente dello Stato. Una cura tanto
    importante fu affidata a venticinque persone,  le quali, divise in sei
    comitati,   si  occupavano  de'  dettagli  dell'amministrazione   ed
    esercitavano quello che chiamasi potere esecutivo;  riunite insieme,
    formavano l'assemblea legislativa.
    I sei comitati erano: primo centrale,  secondo dell'interno,  terzo di
    guerra,  quarto di finanza, quinto di giustizia e di polizia, sesto di
    legislazione. Le persone elette al governo furono: Abamonti, Albanese,
    Baffi, Bassal francese, Bisceglia, Bruno, Cestari, Ciaia,  De Gennaro,
    De Filippis,  De Rensis,  Doria,  Falcigni,  Fasulo,  Forges, Laubert,
    Logoteta,  Manthon,  Pagano,  Paribelli,  Pignatelli-Vaglio,   Porta,
    Riari, Rotondo.
    Ma  l'immaginare  un  progetto  di  costituzione repubblicana non  lo
    stesso che fondare una repubblica.  In un governo in  cui  la  volont
    pubblica, o sia la legge, non ha e non dee avere altro sostegno, altro
    garante,  altro esecutore che la volont privata, non si stabilisce la
    libert  se  non  formando  uomini  liberi.   Prima  d'innalzare   sul
    territorio  napolitano  l'edificio  della  libert,  vi  erano,  nelle
    antiche   costituzioni,   negl'invecchiati   costumi   e   pregiudizi,
    negl'interessi attuali degli abitanti,  mille ostacoli,  che conveniva
    conoscere, che era necessario rimuovere.  Ferdinando guardava bieco la
    nostra  nascente  libert  e  da  Palermo moveva tutte le macchine per
    riacquistare il regno perduto. Egli avea de' potenti alleati,  i quali
    erano per noi nemici terribili,  specialmente gl'inglesi,  padroni del
    mare ed, in conseguenza,  del commercio di Sicilia e di Puglia,  senza
    di   cui  una  capitale  immensa,   qual    Napoli,   non  potea  che
    difficilmente sussistere.
    Dall'epoca de' romani in qua, la sorte dell'Italia meridionale dipende
    in gran parte da quella della Sicilia.  I romani ridussero l'Italia  a
    giardino,  il  quale  ben presto si cangi in deserto.  Dopo le grandi
    conquiste de' romani,  s'incominci ad udire per la prima volta che la
    Sicilia era il granaio dell'Italia; detto quanto glorioso per la prima
    tanto  ingiurioso  per la seconda.  Non si sarebbe ci detto prima del
    quinto secolo di Roma,  quando l'Italia  bastava  sola  ad  alimentare
    trenta milioni di uomini industriosi e guerrieri,  di costumi semplici
    e magnanimi.  Ne' secoli di mezzo,  chiunque fu padrone della  Sicilia
    turb  a  suo  talento l'Italia.  Dalla Sicilia Belisario distrusse il
    regno de' goti;  dalla Sicilia  i  saraceni  la  infestarono  per  tre
    secoli, finch i normanni la riunirono di nuovo al regno di Napoli, al
    quale  rimase  unita  fino  all'epoca  di  Carlo primo d'Angi.  E chi
    potrebbe negare che quella separazione non abbia influito a  ritardare
    nel  regno di Napoli il progresso di quella civilt,  la quale,  prima
    che in ogni regione d'Italia,  vi avevan destata il gran  Federico  di
    Svevia  e la sventurata sua progenie?  I due regni furon riuniti sotto
    la lunga dominazione della casa Austriaca di  Spagna.  In  que'  tempi
    appunto  Napoli incominci ad ingrandirsi,  ed  divenuta una capitale
    immensa,  la quale per  sussistere  ha  bisogno  del  formento  e  pi
    dell'olio  delle  province  lontane  che  bagna  l'Adriatico,   ed  il
    commercio delle  quali  non  si  pu  comodamente  esercitare,  n  la
    capitale  potrebbe  comodamente sussistere,  senza il libero passaggio
    per lo stretto di Messina. E si aggiunga che di quello stretto il vero
    padrone  colui che possiede la  Sicilia,  poich  egli  vi  tiene  in
    Messina ampio e comodo porto, mentre dalla parte delle Calabrie non vi
    sono che picciole e mal sicure rade.
    Avea  il  re  nel  Regno stesso non pochi partigiani,  i quali amavano
    l'antico governo in preferenza del nuovo;  ed in qual rivoluzione  non
    si  trovano  tali  uomini?   Vi  erano  molte  popolazioni  in  aperta
    controrivoluzione,  perch non ancora avean deposte  quelle  armi  che
    avean  prese,  invitate  e spinte da' proclami del re;  altre pronte a
    prendere,  tostoch,  rinvenute  una  volta  dallo  stupore  che  loro
    ispirava  una  conquista  s  rapida  ed accorte della debolezza della
    forza  francese,   avessero  ritrovato  un  intrigante  per  capo   ed
    un'ingiustizia, anche apparente, del nuovo governo per pretesto di una
    sollevazione.
    Il numero di coloro che eran decisi per la rivoluzione, a fronte della
    massa  intera  della  popolazione,  era  molto  scarso;  e,  tosto che
    l'affare si fosse commesso alla decisione delle  armi,  era  per  essi
    inevitabile  soccombere.  Eccone  un esempio nella provincia di Lecce,
    dove la sollevazione fu prodotta da  un  accidente  che,  per  la  sua
    singolarit, merita d'esser ricordato.
    Trovavansi in Taranto sette emigrati crsi,  che si erano col portati
    a causa di procurarsi un imbarco per la Sicilia.  I continui venti  di
    scirocco,  che  impediscono  col  l'uscita  dal porto,  impedirono la
    partenza de' crsi,  i quali loro malgrado furono presenti allorch fu
    in  Taranto  proclamata  la repubblica.  E,  dubitando di poter essere
    arrestati e cader nelle mani dei  francesi,  sen  partirono  la  notte
    degli 8 febbraio 1799 e si diressero per Brindisi,  sperando di trovar
    un imbarco per Corf o per Trieste.  Dopo varie miglia  di  viaggio  a
    piedi,  si  fermarono  ad  un  villaggio chiamato Monteasi: qui furono
    alloggiati da una vecchia donna,  alla quale,  per esser ben  serviti,
    dissero  che  vi  era tra essi loro il principe ereditario.  Ci bast
    perch la donna uscisse e corresse da un suo parente chiamato Bonafede
    Girunda,  capo contadino del villaggio.  Costui si rec immediatamente
    dai crsi, si inginocchi al pi giovane e gli protest tutti gli atti
    di riverenza e di vassallaggio.
    I  crsi  rimasero  sorpresi,  e,  dubitando di maggiori guai,  appena
    partito  il  Girunda,  senz'aspettare  il  giorno,  se  ne  scapparono
    immediatamente.  Avvertito  il  Girunda  dalla  vecchia  istessa della
    partenza del supposto principe ereditario,  mont tosto a cavallo  per
    raggiungerlo; ma tenne una strada diversa. E, non avendolo incontrato,
    domandando  a  tutti  se visto avessero il principe ereditario col suo
    sguito,  sparse una voce,  che tosto si  diffuse,  e  bast  per  far
    mettere  in  armi  tutti  i  paesi per dove pass e per far correre le
    popolazioni ad  incontrarlo.  Il  supposto  principe  fu  raggiunto  a
    Mesagne  e  fu  obbligato  dalle circostanze del momento a sostener la
    parte comica incominciata;  ma,  non credendosi sicuro in Mesagne,  si
    ritir  sollecitamente  in  Brindisi.   Qui,  rinchiusosi  nel  forte,
    cominci a spedire degli  ordini.  Uno  dei  dispacci  conteneva  che,
    dovendo  egli  partire  per  la  Sicilia  a raggiungere il suo augusto
    genitore,  lasciava suoi vicari nel Regno due suoi generali  in  capo,
    che  il  popolo dipoi cred due altri principi del sangue.  Questi due
    impostori, uno cognominato Boccheciampe e l'altro De Cesare, si misero
    tosto alla testa degl'insurretti.  Il primo rest nella  provincia  di
    Lecce ed il secondo si diresse per quella di Bari,  conducendo seco il
    Girunda, che dichiar generale di divisione.
    Con questa truppa, che fu fatta composta di birri, degli uomini d'armi
    dei baroni, dei galeotti e carcerati fuggiti dalle case di forza e dai
    tribunali,  e di tutti i facinorosi delle due  province,  riusc  loro
    facile  l'impadronirsi  di  tutti  i  paesi  che proclamata avevano la
    repubblica e di sottomettere con un assedio Martina ed  Acquaviva,  le
    quali   citt   giurato   avevano   piuttosto  morire  che  riconoscer
    gl'impostori. Audaci per i buoni successi avuti, tentarono di provarsi
    coi francesi,  i quali erano gi padroni di una buona  porzione  della
    provincia  di  Bari;  ma,  incontratisi  con  un piccolo distaccamento
    francese nel bosco di Casamassima, furono essi intieramente disfatti e
    sen fuggirono,  il  Boccheciampe  in  Brindisi  ed  il  De  Cesare  in
    Francavilla.  Il  primo  per  cadde  nelle  mani dei francesi;  ma il
    secondo, pi astuto,  se ne scapp,  dopo la nuova della prigionia del
    suo  compagno,  in  Torre  di mare,  l'antico Metaponto,  e andiede ad
    unirsi al cardinal Ruffo nelle vicinanze di Matera.
    La nostra rivoluzione essendo una rivoluzione passiva,  l'unico  mezzo
    di  condurla  a  buon  fine  era  quello  di guadagnare l'opinione del
    popolo.  Ma le vedute de' patrioti e quelle del popolo  non  erano  le
    stesse:  essi  aveano  diverse  idee,  diversi  costumi e finanche due
    lingue diverse. Quella stessa ammirazione per gli stranieri,  che avea
    ritardata la nostra coltura ne' tempi del re, quell'istessa form, nel
    principio  della  nostra  repubblica,  il  pi  grande  ostacolo  allo
    stabilimento della libert. La nazione napolitana si potea considerare
    come divisa in due popoli,  diversi per due secoli di tempo e per  due
    gradi  di  clima.  Siccome la parte colta si era formata sopra modelli
    stranieri,   cos  la  sua  coltura  era  diversa  da  quella  di  cui
    abbisognava  la  nazione intera,  e che potea sperarsi solamente dallo
    sviluppo delle nostre facolt.  Alcuni erano divenuti francesi,  altri
    inglesi;  e  coloro  che erano rimasti napolitani e che componevano il
    massimo numero,  erano ancora incolti.  Cos la coltura di  pochi  non
    avea  giovato  alla  nazione  intera;   e  questa,  a  vicenda,  quasi
    disprezzava una coltura che non l'era utile e che non intendeva.
    Le disgrazie de' popoli sono  spesso  le  pi  evidenti  dimostrazioni
    delle  pi utili verit.  Non si pu mai giovare alla patria se non si
    ama, e non si pu mai amare la patria se non si stima la nazione.  Non
    pu  mai  esser  libero  quel  popolo  in  cui  la  parte  che  per la
    superiorit della sua ragione  destinata dalla natura  a  governarlo,
    sia coll'autorit sia cogli esempi,  ha venduta la sua opinione ad una
    nazione straniera: tutta la nazione ha perduta allora  la  met  della
    sua  indipendenza.  Il maggior numero rimane senza massime da seguire,
    gli ambiziosi ne profittano, la rivoluzione degenera in guerra civile,
    ed allora tanto gli ambiziosi che cedono sempre con guadagno, quanto i
    savi che scelgono sempre i minori tra' mali, e gl'indifferenti i quali
    non calcolano che sul bisogno del momento,  si riuniscono a ricever la
    legge da una potenza esterna,  la quale non manca mai di profittare di
    simili torbidi o per se stessa o per ristabilire il re discacciato.
    Quell'amore di patria,  che nasce  dalla  pubblica  educazione  e  che
    genera  l'orgoglio  nazionale    quello  che solo ha fatto reggere la
    Francia,  ad onta di  tutt'i  mali  che  per  la  sua  rivoluzione  ha
    sofferti,  ad  onta  di  tutta l'Europa collegata contro di lei: mille
    francesi si avrebbero di nuovo eletto un re,  ma non vi  nessuno  che
    lo abbia voluto ricevere dalla mano de' tedeschi o degl'inglesi. Niuno
    pi  di  Pitt dagli esempi domestici ne avrebbe dovuto esser convinto,
    se mai la vendetta dei diritti borbonici fosse stata la cagione e  non
    gi  il  pretesto  della  lega,  che  una tal guerra,  col pretesto di
    rimettere un re, era inutile.
    La nazione napolitana,  lungi dall'avere questa  unit  nazionale,  si
    potea considerar come divisa in tante diverse nazioni.  La natura pare
    che abbia voluto riunire in una picciola estensione di  terreno  tutte
    le variet: diverso  in ogni provincia il cielo,  diverso  il suolo;
    le avanie del fisco,  che ha sempre seguite tali variet per  ritrovar
    ragioni  di  nuove imposizioni ovunque ritrovasse nuovi benefci della
    natura, ed il sistema feudale, che ne' secoli scorsi, tra l'anarchia e
    la barbarie,  era sempre diverso secondo i diversi luoghi e le diverse
    circostanze,  rendevano  da  per  tutto  diverse  le propriet ed,  in
    conseguenza,  diversi i costumi degli uomini,  che  seguon  sempre  la
    propriet ed i mezzi di sussistenza.
    Conveniva,  tra tante contrariet,  ritrovare un interesse comune, che
    chiamare e riunir potesse tutti gli uomini alla rivoluzione. Quando la
    nazione si fosse una volta riunita,  invano  tutte  le  potenze  della
    terra si sarebbero collegate contro di noi.
    Se lo stato della nostra nazione presentava grandi ostacoli,  offriva,
    dall'altra  parte,   grandi  risorse  per  menare  avanti  la   nostra
    rivoluzione.
    Si  avea una popolazione,  la quale,  sebbene non avrebbe mai fatta la
    rivoluzione da s,  era per docile a riceverla da  un'altra  mano.  I
    partiti  decisi  erano  ambedue scarsi: la massima parte della nazione
    era indifferente.  Che altro vuol dir questo se non che essa  non  era
    mossa  da verun partito,  non era animata da veruna passione?  Giudice
    imparziale e perci giusto de' due pretendenti, avrebbe seguto quello
    che maggiori vantaggi  le  avesse  offerto.  Un  tal  popolo  s'illude
    difficilmente, ma facilmente si governa.
    Esso  non  ancora  comprendeva i suoi diritti,  ma sentiva per il suo
    bene.  Credeva un sacrilegio attentare al suo sovrano,  ma credeva che
    un  altro  sovrano potesse farlo,  usando di quello stesso diritto pel
    quale agli Austriaci eran succeduti i Borboni; e,  quando questo nuovo
    sovrano  gli  avesse  restituiti  i suoi diritti,  esso ne avrebbe ben
    accettato il dono.
    Le insorgenze ardevano solamente in  pochi  luoghi,  i  quali,  perch
    erano stati il teatro della guerra,  erano ancora animati dai proclami
    del re, dalla guerra istessa,  che,  a forza di farci finger odio,  ci
    porta finalmente alla necessit di odiare da vero, e dalla condotta di
    taluni officiali francesi,  i quali, armati e vincitori, non sempre si
    ricordavano  del  giusto.   La  gran  massa   della   nazione   intese
    tranquillamente  la  rivoluzione  e stette al suo luogo: le insorgenze
    non iscoppiarono che molto tempo dopo.
    Vi furono anche molte popolazioni,  le  quali  spinsero  tanto  avanti
    l'entusiasmo della libert, che prevennero l'arrivo de' francesi nella
    capitale  e  si  sostennero colle sole loro forze contro tutte le armi
    mosse dal re,  anche dopo che la capitale si era  resa.  Tutte  queste
    forze riunite insieme avrebbero potuto formare una forza imponente, se
    si avesse saputo trarne profitto.
    La  popolazione  immensa della capitale era pi istupidita che attiva.
    Essa guardava ancora con ammirazione un cangiamento,  che  quasi  avea
    creduto  impossibile.  In generale,  dir si poteva che il popolo della
    capitale era pi lontano dalla rivoluzione di quello  delle  province,
    perch meno oppresso da' tributi e pi vezzeggiato da una corte che lo
    temeva.  Il  dispotismo  si  fonda per lo pi sulla feccia del popolo,
    che,  senza cura veruna n di bene n di male,  si vende a  colui  che
    meglio soddisfa il suo ventre.  Rare volte un governo cade che non sia
    pianto dai pessimi; ma deve esser cura del nuovo di far s che non sia
    desiderato anche dai buoni.  Ma forse  il  soverchio  timore,  che  si
    concep di quella popolazione, fece s che si prendesse troppo cura di
    lei  e  si trascurassero le province,  dalle quali solamente si doveva
    temere, e dalle quali si ebbe infatti la controrivoluzione.

















    17. IDEE DE' PATRIOTI.

    Quali dunque esser doveano le operazioni da farsi per spingere  avanti
    la rivoluzione del regno di Napoli?
    Il  primo  passo  era  quello  di  far s che tutti i patrioti fossero
    convenuti nelle loro idee, o almeno che per essi vi fosse convenuto il
    governo.
    Tra i nostri patrioti (ci si permetta un'espressione  che  conviene  a
    tutte  le  rivoluzioni e che non offende i buoni) moltissimi aveano la
    repubblica sulle labbra,  moltissimi l'aveano nella testa,  pochissimi
    nel  cuore.  Per molti la rivoluzione era un affare di moda,  ed erano
    repubblicani sol perch lo erano  i  francesi;  alcuni  lo  erano  per
    vaghezza  di spirito;  altri per irreligione,  quasi che per esentarsi
    dalla superstizione vi  bisognasse  un  brevetto  di  governo;  taluno
    confondeva  la  libert  colla  licenza,  e  credeva  acquistar  colla
    rivoluzione il diritto d'insultare impunemente i pubblici costumi; per
    molti finalmente la rivoluzione era un affare di calcolo. Ciascuno era
    mosso da quel disordine che pi lo aveva colpito nell'antico  governo.
    Non intendo con ci offendere la mia nazione: questo  un carattere di
    tutte le rivoluzioni;  ma, al contrario, qual altra pu, al pari della
    nostra,  presentare un numero maggiore o anche eguale di  persone  che
    solo amavano l'ordine e la patria?
    Si  prendeva  per,  come suol avvenire,  per oggetto principale della
    riforma ci che non  era  che  un  accessorio,  ed  all'accessorio  si
    sagrificava  il  principale.  Seguendo  le  idee de' patrioti,  non si
    sapeva n donde incominciare n dove arrestarsi.
    Che cosa  mai una rivoluzione in un popolo?  Tu vedrai  mille  teste,
    delle  quali  ciascuna ha pensieri,  interessi,  disegni diversi delle
    altre.  Se a costoro si presenta un capo che  li  voglia  riunire,  la
    riunione  non  seguir  giammai.  Ma,  se avviene che tutti abbiano un
    interesse comune,  allora seguir la rivoluzione ed andr avanti  solo
    per  quell'oggetto che  comune a tutti.  Gli altri oggetti rimarranno
    forse trascurati? No; ma ciascuno adatter il suo interesse privato al
    pubblico, la volont particolare seguir la generale, le riforme degli
    accessorii si faranno insensibilmente dal tempo,  e tutto camminer in
    ordine.
    Non  vi    governo  il  quale  non  abbia  un  disordine  che produce
    moltissimi malcontenti; ma non vi  governo il quale non offra a molti
    molti beni e non abbia molti partigiani.  Quando colui che dirige  una
    rivoluzione vuol tutto riformare,  cio vuol tutto distruggere, allora
    ne avviene che quelli istessi,  i quali braman la rivoluzione per  una
    ragione,   l'aborrono   per   un'altra:   passato   il  primo  momento
    dell'entusiasmo ed ottenuto l'oggetto  principale,  il  quale,  perch
    comune  a tutti,   sempre per necessit con pi veemenza desiderato e
    prima degli altri conseguito, incomincia a sentirsi il dolore di tutti
    gli altri sacrifici che la rivoluzione esige. Ciascuno dice prima a se
    stesso e poi anche agli altri: - Ma per ora potrebbe bastare...  Il di
    pi,  che  si  vuol  fare,    inutile...,    dannoso.  - Comincia ad
    ascoltarsi l'interesse privato;  ciascuno  vorrebbe  ottener  ci  che
    desidera al minor prezzo che sia possibile;  e,  siccome le sensazioni
    del dolore sono in noi pi  forti  di  quelle  del  piacere,  ciascuno
    valuta  pi  quello  che  ha perduto che quello che ha guadagnato.  Le
    volont individuali si cangiano, incominciano a discordar tra loro; in
    un governo,  in cui la volont generale non deve o non pu avere altro
    garante  ed  altro  esecutore  che  la  volont individuale,  le leggi
    rimangono senza forza,  in  contraddizione  coi  pubblici  costumi,  i
    poteri caderanno nel languore;  il languore o mener all'anarchia,  o,
    per evitar l'anarchia,  sar  necessit  affidare  l'esecuzione  delle
    leggi ad una forza estranea, che non  pi quella del popolo libero; e
    voi non avrete pi repubblica.
    Ecco  tutto  il  segreto delle rivoluzioni: conoscere ci che tutto il
    popolo vuole,  e farlo;  egli allora vi seguir: distinguere  ci  che
    vuole  il  popolo da ci che vorreste voi,  ed arrestarvi tosto che il
    popolo pi non vuole; egli allora vi abbandonerebbe.  Bruto,  allorch
    discacci  i  Tarquini da Roma,  pens a provvedere il popolo di un re
    sagrificatore: conobbe che i romani, stanchi di avere un re sul trono,
    lo credevano per ancor necessario nell'altare.
    La mania di voler tutto riformare porta seco la controrivoluzione:  il
    popolo  allora  non si rivolta contro la legge,  perch non attacca la
    volont generale,  ma la volont individuale.  Sapete allora perch si
    segue un usurpatore? Perch rallenta il rigore delle leggi; perch non
    si occupa che di pochi oggetti,  che li sottopone alla volont sua, la
    quale prende il luogo ed il nome di volont generale, e lascia tutti
    gli altri alla volont individuale del popolo. Idque apud imperitos
    'humanitas' vocabatur, cum pars servitutis esset. Strano carattere di
    tutti i popoli della terra! Il desiderio di dar loro soverchia libert
    risveglia in  essi  l'amore  della  libert  contro  gli  stessi  loro
    liberatori.










    18. RIVOLUZIONE FRANCESE.

    Io  credeva  di  far delle riflessioni sulla rivoluzione di Napoli,  e
    scriveva intanto la storia della rivoluzione di  tutt'i  popoli  della
    terra,  e specialmente della rivoluzione francese. Le false idee che i
    nostri aveano concepite di questa non han poco contribuito  ai  nostri
    mali.
    Hanno  voluto  imitare  tutto  ci che vi era in essa: vi era molto di
    bene e molto di male,  di cui i francesi stessi si sarebbero un giorno
    avveduti;  ma non hanno i nostri voluto aspettare i giudizi del tempo,
    n han saputo indovinarli.  Si  creduto che la  rivoluzione  francese
    fosse  l'opera  della filosofia,  mentre la filosofia aveva fatto poco
    men  che  guastarla.   Ne  giudicavano  sullo  stato  attuale,   senza
    ricordarsi  qual  era  stata  e senza preveder quale sarebbe un giorno
    divenuta.
    La rivoluzione francese aveva un'origine  quasi  legale,  che  mancava
    alla  nostra.  Il suo primo scopo fu quello di rimediare ai mali della
    nazione, sui quali eran concordi egualmente il popolo ed il re;  ed il
    popolo  riconobbe  la legittima autorit degli Stati generali e poscia
    delle assemblee, non altrimenti che venerava quella del re, per di cui
    comando,  o almeno col di cui consentimento,  tanto gli Stati generali
    quanto le assemblee erano state convocate.
    Quello  stesso  stato  politico della Francia,  che faceva preveder ai
    saggi  da  tanto  tempo  inevitabile  una  rivoluzione,   produsse  la
    disunione degli Stati generali;  si form l'Assemblea nazionale, ed il
    re fu dalla parte dell'Assemblea. Che vi sia stato solo in apparenza e
    costretto dal timore,  ci importa poco:  fin  qui  non  vi    ancora
    rivoluzione.
    Essa  incominci  allorch  il  re  si  separ  dall'Assemblea: allora
    incominci la  guerra  civile,  ed  il  partito  dell'Assemblea  seppe
    guadagnare il popolo coll'idea della giustizia.
    E  fin  qui  il  popolo  francese  fece  sempre operazioni al livello,
    diciamo cos, delle sue idee.  I Stati generali gli sembravano giusti,
    tra  perch  la  Francia  conservava  ancor fresca la memoria di altri
    Stati generali,  tra perch erano convocati dall'autorit del re,  che
    egli credeva legittima.  Il re stesso autorizz l'Assemblea nazionale;
    il re contratt con la medesima,  allorch divenne re  costituzionale;
    quando  fu  condannato,  lo fu pel pretesto di aver mancato al proprio
    patto, a cui il popolo intero era stato spettatore. E quale era questo
    patto? Quello con cui avea egli stesso riconosciuta la sovranit della
    nazione ed aveva giurata la  sua  felicit.  Il  popolo,  seguendo  il
    partito dell'Assemblea,  credette seguire il partito della giustizia e
    del suo interesse.  Quando io paragono la rivoluzione inglese del 1649
    alla  francese  del  1789,  le  trovo  pi  simili  che  non si pensa:
    s'incomincia la  riforma  in  nome  del  re;  il  re    arrestato,  
    giudicato,    condannato  quasi  dal re istesso;  il popolo passa per
    gradi dalle antiche idee alle nuove, e sempre le nuove sono appoggiate
    alle antiche.
    Le operazioni de' popoli van soggette ad un metodo, non altrimenti che
    le idee degli uomini.  Se invertite,  se turbate l'ordine e  la  serie
    delle  medesime,  se  volete  esporre  nell'Ottantanove  le  idee  del
    Novantadue,  il  popolo  non  le  comprender;   ed  invece  di  veder
    rovesciato  un  trono,  vedrete  esiliato  un  mezzo sapiente o venale
    declamatore. Al pari che l'uomo lo  nelle idee, un popolo  nelle sue
    operazioni servo delle forme esterne onde son  rivestite;  l'esattezza
    esterna  di un sillogismo ne fa bever,  senza avvedersene,  un errore;
    l'esterna   solennit    delle    formole    sostiene    un'operazione
    manifestamente  ingiusta.  Incominciate per inavvertenza o per malizia
    da un leggerissimo errore: quanto pi vi  inoltrerete,  tanto  pi  vi
    discosterete da quella retta nella quale sta il vero; e vi inoltrerete
    tanto,  che  talora  conoscerete l'errore,  ma ignorerete la strada di
    ritornare indietro.  Allora pochi ambiziosi dichiareranno giustizia  e
    pubblica  necessit  quello  che  non   se non capriccio ed ambizione
    loro;  ed il delitto si consumer non perch il popolo lo approvi,  ma
    perch  ignora  le  vie  di  poterlo  legittimamente impedire.  Quando
    l'errore vien da un metodo fallace,  il ricredersene  pi  difficile,
    perch  necessit ritornar indietro fino al punto, spesso lontano, in
    cui  la  linea  delle  fallacie si separa da quella della verit;  ma,
    ricreduti  una  volta  gli  animi,   per  cagion  di  un  solo  errore
    distruggeranno  tutto  il  sistema.  La Convenzione nazionale condann
    Luigi decimosesto contro tutte quelle  leggi  che  essa  istessa  avea
    proclamate.  I faziosi ragionarono allora come avea ragionato Virginio
    quando Appio appellava al popolo;  ed  cosa di cattivissimo  esempio
    in  una  repubblica  -  dice  Macchiavelli  -  fare una legge e non la
    osservare,  e tanto pi quando la non  osservata da chi l'ha  fatta.
    Tutto  il  bene  che  poteva  produrre  la  rivoluzione  di Francia fu
    distrutto  colla  stessa  sentenza  che  condann   l'infelice   Luigi
    decimosesto.
    Nell'epoca istessa in cui la Francia credette acquistar piena libert,
    incominciarono  anche quelle riforme che noi chiamiam superflue.  Qual
    effetto produssero queste  riforme?  Vi  fu  una  continua  lotta  tra
    partiti  e  partiti;  finalmente  i partiti non si intendevano pi tra
    loro,  ed il popolo non ne intendeva nessuno.  Si correva  dietro  una
    parola,  che  indicava  una  persona  pi  che una cosa,  e talora non
    indicava n una cosa n  una  persona;  e  le  controversie,  che  non
    potevano decidersi colla ragione, si decisero colla forza. Robespierre
    surse; ebbe una forza maggiore e contenne tutte le altre col timore.
    Robespierre ritenne le parole per perdere i suoi rivali,  ma attacc a
    queste  parole  delle  cose  sensibili,  sebbene  tutte  diverse,  per
    guadagnar  il  popolo.  Il  popolo  non  intendeva  n  Robespierre n
    Brissot;  ma sapeva che Robespierre gli accordava  pi  licenza  degli
    altri,  e  scannava  tutti  quelli  che  Robespierre  voleva scannati.
    Robespierre non poteva durar molto tempo,  per la ragione che  i  suoi
    fatti  non avean verun rapporto colle sue idee e si potevano conservar
    le cose senza conservar le idee.
    Che volle significare infatti quella parola di oltre rivoluzionario,
    che i suoi rivali inventarono per caratterizzarlo e perderlo?
    Robespierre salv la Francia,  facendo rivoltare tutt'i partiti contro
    di  lui ed,  in conseguenza,  riunendoli;  ma Robespierre non salv n
    potea salvare la sua persona, le sue idee, la costituzione sua.
    Le idee  erano  giunte  all'estremo  e  doveano  retrocedere.  Si  era
    riformato pi di quello che il popolo volea; e, siccome queste riforme
    superflue non aveano in favor loro il pubblico costume, cos conveniva
    farle  osservare col terrore e colla forza: le leggi sono sempre tanto
    pi crudeli quanto  pi  son  capricciose.  Il  sistema  de'  moderati
    rimenava  le  cose  al  loro  stato  naturale  e  non  dava loro altra
    importanza che quella che il popolo istesso  lor  dava;  cos  il  suo
    rigore e la sua dolcezza erano il rigore e la dolcezza del popolo.
    L'uomo    di tale natura,  che tutte le sue idee si cangiano,  tutt'i
    suoi affetti,  giunti all'estremo,  s'indeboliscono e si estinguono: a
    forza  di  voler  troppo  esser libero,  l'uomo si stanca dello stesso
    sentimento di libert.  Nec totam libertatem,  nec  totam  servitutem
    pati possumus, disse Tacito del popolo romano: a me pare che si possa
    dire   di  tutt'i  popoli  della  terra.   Or  che  altro  avea  fatto
    Robespierre, spingendo all'estremo il senso della libert,  se non che
    accelerarne il cambiamento?
    La  vita e le vicende de' popoli si possono misurare e calcolare dalle
    loro idee.  Vi  tra l'estrema servit e la libert estrema uno stadio
    che  tutt'i popoli corrono,  e si pu dire che in questo corso appunto
    consiste la vita di tutt'i popoli.  La plebe romana era serva  addetta
    alle  glebe  di  pochi  patrizi,  non  aveva  propriet  di beni n di
    persona.  Incominci dal reclamar leggi certe;  ottenne  la  sicurezza
    delle  persone  e  de'  beni,  ma  rimaneva ancora senza nozze,  senza
    auspci,  senza magistrature;  chiese ed ottenne la  partecipazione  a
    tutte queste cose,  ma le chiese con temperanza, le furon concesse con
    moderazione;  e ci non solo prolung la vita della repubblica,  ma la
    rese,  per  la  vicendevole emulazione delle parti che la componevano,
    pi energica e pi gloriosa. Pervenute le cose a quella che chiamar si
    potrebbe  eguaglianza  di  diritto,   i  tribuni   pretesero   anche
    l'eguaglianza  di fatto: s'incominci a parlar di leggi agrarie,  e la
    repubblica per.  Si era giunto a quell'estremo oltre  del  quale  era
    impossibile progredire. Nel primo anno della rivoluzione francese, non
    si  pensava che a stabilire quella eguaglianza di diritto,  alla quale
    tendevano irresistibilmente gli ordini pubblici di tutta l'Europa; nel
    terzo per si pretendeva l'eguaglianza  di  fatto:  in  tre  anni  voi
    passate dall'et di Menenio Agrippa a quella de' Gracchi.  Che dico io
    mai? Nell'et de' Gracchi, mentre si pretendeva eguagliare i beni,  si
    riconosceva  la  legittimit del dominio civile.  Il rispetto,  che il
    popolo  ancora  serbava  per  la  legge  delle  doti,   lo   trattenne
    dall'eseguire  la  divisione  de' beni.  In Francia le idee eran corse
    molto pi innanzi: erasi messa in dubbio la  legittimit  delle  doti,
    quella de' testamenti, l'istessa legge fondamentale del dominio, senza
    la quale non vi  propriet.  Le idee della rivoluzione francese erano
    un secolo pi innanzi di quelle de' Gracchi: ed ecco perch,  contando
    da quest'epoca, la repubblica francese ha avuto un secolo meno di vita
    della romana.
    Quando  le pretensioni di eguaglianza si spingono oltre il confine del
    diritto, la causa della libert diventa la causa degli scellerati.  La
    legge, diceva Cicerone, non distingue pi i patrizi dai plebei: perch
    dunque vi sono ancora dissensioni tra i plebei ed i patrizi? Perch vi
    sono  ancora  e  vi  saranno  sempre i pochi e i molti: pochi ricchi e
    molti poveri,  pochi industriosi e moltissimi  scioperati,  pochissimi
    savi e moltissimi stolti.
    Le  idee  di Robespierre non potevano star insieme n colle altre idee
    della nazione francese n con quelle delle altre  nazioni  di  Europa.
    Togliendo,  se  per  era  possibile,  alla  sua  nazione le arti,  il
    commercio e la marina,  avrebbe fatti de'  francesi  tanti  Galli:  li
    avrebbe  resi  pi  guerrieri,  ma  meno capaci di sostener la guerra;
    avrebbe potuto in un momento invadere tutta la terra,  ma  a  capo  di
    qualche  tempo  la  terra  tutta  si  sarebbe  vendicata  e la nazione
    francese sarebbe stata distrutta.  Di un antico si diceva che o doveva
    esser  Cesare  o  pazzo;  di  Robespierre si avrebbe potuto dire che o
    doveva essere il dittatore del mondo o pazzo.
    Ho  cercato  nella  storia  un  uomo  a  cui  Robespierre  si  potesse
    assomigliare.  Alcuni  de'  suoi amici ed anche de' suoi nemici lo han
    paragonato a Silla;  ma convien dire  che  i  primi  non  conoscessero
    Robespierre ed i secondi non conoscessero Silla.
    Robespierre ha molta somiglianza con Appio.  Differivano nelle massime
    che predicavano;  non so se differissero  nello  scopo  che  si  avean
    prefisso,  perch  per  me    ben  lontano  dall'esser  evidente  che
    Robespierre,  predicando  libert,  non  tendesse  al  dispotismo;  ma
    ambedue  egualmente  ambiziosi  e,  nella  loro ambizione,  egualmente
    crudeli,  egualmente imbecilli.  Ambedue volevano stabilir colle leggi
    quel dispotismo,  il quale non  altro che la forza distruttrice della
    legge.   Ambedue  ebbero  quell'autorit,   che  Macchiavelli   chiama
    pericolosissima,   libera  nel  potere,  limitata  nel  tempo,  onde
    nell'uomo nasce brama di perpetuarla,  n  gli  mancano  i  mezzi;  ma
    questi,  non  essendosi  dati dalle leggi a quel fine al quale egli li
    indirizza,  debbono per  necessit  divenir  tirannici.  N  l'uno  n
    l'altro  comprese  la massima o di non offender nessuno,  o di fare le
    offese ad un tratto e dipoi rassicurare gli uomini e dar loro  cagioni
    di  quietare  e  fermare  l'animo;  ma  rinfrescavano  ogni giorno ne'
    cittadini,  con nuove crudelt,  nuovi timori,  e rendevan feroce quel
    popolo  che  volevan dominare.  Ambedue volevan stabilire l'impero col
    terrore;  non eran militari,  n soffrivano  la  milizia  della  quale
    temevano,  ma  aveano  alla  medesima sostituita l'inquisizione ed una
    prostituzione di giudizi, che  pi crudele di ogni milizia,  perch 
    costretta  a  punire  i  delitti  che  questa  previene  ed accresce i
    sospetti che questa minora. Questa specie di tirannide, che chiamar si
    potrebbe decemvirale,   la pi terribile di  tutte,  ma  per  buona
    sorte  la meno durevole.
    Per  gli  uomini  che riflettevano,  il moderantismo non era che uno
    stato intermedio,  il quale ne dovea produrre  un  altro.  La  nazione
    respirava  dopo  la  lotta che avea sostenuta con Robespierre,  ma non
    ancora avea scelto il punto del suo riposo.  Un eccesso di energia  ne
    dovea produrre un altro di rilasciatezza. La guerra contro Robespierre
    era stata desiderata dalla nazione;  ma era stata fatta da un partito,
    il quale poi, come suol avvenire,  avea affidata la somma delle cose a
    mani perfide e sciagurate. La nazione sotto Robespierre fu costretta a
    salvar la sua libert: sotto il Direttorio la sua indipendenza.
    Questo   il corso ordinario di tutte le rivoluzioni.  Per lungo tempo
    il popolo si agita senza saper ove fermarsi: corre sempre agli estremi
    e non sa che la felicit  nel mezzo.  Guai  se,  come  avvenne  altre
    volte al popolo fiorentino, esso non ritrova mai questo punto!
















    19. QUANTE ERANO LE IDEE DELLA NAZIONE?

    Il male, che producono le idee troppo astratte di libert,  quello di
    toglierla mentre la vogliono stabilire.  La libert  un bene,  perch
    produce  molti  altri  beni,   quali  sono  la   sicurezza,   l'agiata
    sussistenza,    la   popolazione,    la   moderazione   dei   tributi,
    l'accrescimento dell'industria e tanti altri  beni  sensibili;  ed  il
    popolo,  perch ama tali beni, viene poi ad amare la libert. Un uomo,
    il quale,  senza procurare ad  un  popolo  tali  vantaggi,  venisse  a
    comandargli  di  amare  la  libert,  rassomiglierebbe  l'Alcibiade di
    Marmontel, il quale voleva esser amato per se stesso.
    La  nazione  napolitana  bramava  veder  riordinate  le  finanze,  pi
    incomode per la cattiva distribuzione che per la gravezza de' tributi;
    terminate le dissensioni che nascevan dalla feudalit, dissensioni che
    tenevano  la  nazione  in  uno  stato  di  guerra  civile;  divise pi
    equamente le immense terre che trovavansi accumulate nelle mani  degli
    ecclesiastici  e  del  fisco.  Questo  era il voto di tutti: quest'uso
    fecero della loro libert quelle popolazioni,  che da per loro  stesse
    si  democratizzarono,  e  dove o non pervennero o sol pervennero tardi
    gli agenti del governo e de' francesi.
    Molte popolazioni si divisero i terreni,  che prima appartenevano alle
    cacce regie. Molti si revindicarono le terre litigiose del feudo. Ma
    io  non  ho  cognizione  di  tutti  gli  avvenimenti,  n importerebbe
    ripeterli,  essendo tutti gli stessi.  In Picerno,  appena  il  popolo
    intese  l'arrivo  de' francesi,  corse,  seguendo il suo paroco,  alla
    chiesa a render grazie al Dio d'Israele,  che avea visitato e redento
    il  suo  popolo.  Dalla  chiesa pass ad unirsi in parlamento,  ed il
    primo atto della sua libert fu quello di chieder conto  dell'uso  che
    per  sei  anni  si  era  fatto del pubblico danaro.  Non tumulti,  non
    massacri,  non violenze accompagnarono la revindica de' suoi  diritti:
    chi  fu  presente  a  quell'adunanza  ud  con  piacere ed ammirazione
    rispondersi dal maggior numero a taluno, che proponeva mezzi violenti:
    - Non conviene a noi, che ci lagniamo dell'ingiustizia degli altri, il
    darne l'esempio.  - Il secondo uso della libert fu di rivendicare  le
    usurpazioni del feudatario. E quale fu il terzo? Quello di far prodigi
    per  la  libert  istessa,  quello  di  battersi  fino  a  che  ebbero
    munizioni,  e,  quando non ebbero pi munizioni,  per aver del piombo,
    risolvettero   in  parlamento  di  fondersi  tutti  gli  organi  delle
    chiese...  - I nostri santi - si disse - non ne hanno  bisogno.  -  Si
    liquefecero  tutti gli utensili domestici,  finanche gl'istrumenti pi
    necessari della  medicina;  le  femmine,  travestite  da  uomini  onde
    imporre  al  nemico,  si  batterono in modo da ingannarlo pi col loro
    valore che colle vesti loro.
    Non son questi gli estremi  dell'amore  della  libert?  Ed  a  questo
    stesso  segno  molte  altre  popolazioni  pervennero;  e  pervenute vi
    sarebbero tutte,  poich  tutte  aveano  le  stesse  idee,  i  bisogni
    medesimi ed i medesimi desidri.
    Ma,  mentre  tutti avean tali desidri,  moltissimi desideravano anche
    delle  utili  riforme,   che  avessero  risvegliata  l'attivit  della
    nazione,  che  avessero  tolto  l'ozio  de' frati,  l'incertezza delle
    propriet,  che  avessero  assicurata  e  protetta  l'agricoltura,  il
    commercio;  e  questi  formavano  quella classe che presso di tutte le
    nazioni  intermedia tra il popolo e la nobilt. Questa classe, se non
     potente quanto la nobilt  e  numerosa  quanto  il  popolo,    per
    dappertutto  sempre  la  pi  sensata.   La  libert  delle  opinioni,
    l'abolizione de' culti,  l'esenzione dai  pregiudizi  era  chiesta  da
    pochissimi,  perch  a  pochissimi  interessava.  Quest'ultima riforma
    dovea  seguire  la  libert  gi  stabilita;  ma,  per  fondarla,   si
    richiedeva la forza, e questa non si potea ottenere se non seguendo le
    idee del maggior numero. Ma si rovesci l'ordine, e si volle guadagnar
    gli  animi  di  molti,  presentando loro quelle idee che erano idee di
    pochi.
    Che sperare da quel  linguaggio  che  si  teneva  in  tutt'i  proclami
    diretti al nostro popolo?  Finalmente siete liberi...  Il popolo non
    sapeva ancora cosa fosse libert: essa  un sentimento e non  un'idea;
    si  fa  provare  coi fatti,  non si dimostra colle parole.  Il vostro
    Claudio  fuggito, Messalina trema... Era obbligato il popolo a saper
    la storia romana per conoscere la  sua  felicit?  L'uomo  riacquista
    tutt'i suoi diritti...  E quali?  Avrete un governo libero e giusto,
    fondato sopra i princpi dell'uguaglianza;  gl'impieghi non saranno il
    patrimonio  esclusivo  de'  nobili e de' ricchi,  ma la ricompensa de'
    talenti e della virt...  Potente motivo per il popolo,  il quale non
    si  picca n di virt n di talenti,  vuol esser ben governato,  e non
    ambisce cariche!  Un santo entusiasmo si manifesti in tutt'i  luoghi,
    le  bandiere  tricolori  s'innalzino,   gli  alberi  si  piantino,  le
    municipalit, le guardie civiche si organizzino... Qual gruppo d'idee
    che il popolo o non intende o non cura!  I destini  d'Italia  debbono
    adempirsi.  Scilicet id populo cordi est: ea cura quietos sollicitat
    animos. I pregiudizi, la religione,  i costumi...  Piano!  mio caro
    declamatore;  finora  sei stato solamente inutile,  ora potresti esser
    anche dannoso.
    Il corso delle  idee    quello  che  deve  dirigere  il  corso  delle
    operazioni  e  determinare  il grado di forza negli effetti.  Le prime
    idee che si debbono far valere sono le idee di tutti;  quindi le  idee
    di  molti;  in  ultimo luogo le idee di pochi.  E,  siccome coloro che
    dirigono una rivoluzione sono sempre pochi di numero ed hanno pi idee
    degli altri,  perch veggono pi mali e  comprendono  pi  beni,  cos
    molte   volte    necessario  che  i  repubblicani  per  istabilir  la
    repubblica si scordino di loro stessi.  Molti mali  soffr  per  lungo
    tempo Bruto, moltissimi ne previde, ma, finch fu solo a soffrire ed a
    prevedere, tacque; molti ne soffrirono i patrizi prima che si lagnasse
    il  popolo;  finalmente  il fatto di Lucrezia fece ricordare ad ognuno
    che era marito: allora Bruto parl prima al popolo e lo mosse,  poscia
    parl  al  senato,  e,  quando  la rivoluzione fu compta,  ascolt se
    stesso. Tutto si pu fare: la difficolt  sola nel modo. Noi possiamo
    giugnere col tempo a quelle  idee  alle  quali  sarebbe  follia  voler
    giugner  oggi: impresso una volta il moto,  si passa da un avvenimento
    all'altro,  e l'uomo diventa un essere  meramente  passivo.  Tutto  il
    segreto consiste in saper donde si debba incominciare.
    Non  si  pu  mai  produrre  una  rivoluzione,  a meno che non sia una
    rivoluzione religiosa,  seguendo idee troppo generali,  n seguendo un
    piano unico.  Mille ostacoli tu incontrerai ad ogni passo,  che non si
    erano preveduti; mille contraddizioni d'interessi, che,  non potendosi
    distruggere,  necessit conciliare. Il popolo  un fanciullo, e vi fa
    spesso  delle difficolt alle quali non siete preparato.  Molte nostre
    popolazioni non amavano l'albero perch non ne intendevano  l'oggetto,
    e talune, che s'indispettivano per non intenderlo, lo biasimavano come
    magico;  molte, invece dell'albero, avrebbero voluto un altro emblema.
    E' indifferente che una rivoluzione abbia un emblema o un altro,  ma 
    necessario che abbia quello che il popolo intende e vuole.
    In  molte popolazioni eravi un male da riparare,  un bene da procurare
    per poter allettare il popolo: le stesse risorse non vi erano in altre
    popolazioni;  n potevano la legge o  il  governo  occuparsi  di  tali
    oggetti  se  non  dopo  che  la  rivoluzione  era  gi  compiuta.   Le
    rivoluzioni attive sono sempre  pi  efficaci,  perch  il  popolo  si
    dirige subito da se stesso a ci che pi da vicino l'interessa. In una
    rivoluzione passiva conviene che l'agente del governo indovini l'animo
    del  popolo  e  gli  presenti  ci che desidera e che da se stesso non
    saprebbe procacciarsi.
    Talora il bene generale  in collisione  cogl'interessi  de'  potenti.
    L'abolizione  de'  feudi,  per  esempio,  reca  un  danno  notabile al
    feudatario; ma, pi del feudatario,  sono da temersi coloro che vivono
    sul  feudo.  Il  popolo trae ordinariamente la sussistenza da costoro;
    comprende che, dopo un anno,  senza il feudatario vivrebbe meglio,  ma
    senza  di  lui  non  pu vivere un anno: il bisogno del momento gli fa
    trascurare  il  bene  futuro,  quantunque  maggiore.  Il  talento  del
    riformatore    allora quello di rompere i lacci della dipendenza,  di
    conoscer le  persone  egualmente  che  le  cose,  di  far  parlare  il
    rispetto,  l'amicizia,  l'ascendente che taluno,  o bene o male,  gode
    talora su di una popolazione.
    Spesse volte ho visto che una  popolazione  ama  una  riforma  anzich
    un'altra.   Molte   popolazioni   desideravano   la  soppressione  de'
    monasteri,  molte non la volevano ancora:  piucch  la  superstizione,
    influiva sul loro spirito il maggiore o minor bisogno in cui erano de'
    terreni. Non urtate la pubblica opinione; crescer col nuovo ordine di
    cose  il  bisogno,  e  voi sarete sollecitato a distruggere ci che un
    momento prima si voleva conservare.
    Basta dar avviamento alle cose;  di molte non  si  comprende  oggi  la
    necessit o l'utile, e si comprender domani: cos avrete il vantaggio
    che farete far dal popolo quello che vorreste far voi.
    Non  vi curate degli accessorii,  quando avete ottenuto il principale.
    Io,  che ho voluto esaminar la rivoluzione pi nelle idee  de'  popoli
    che  in  quelle de' rivoluzionari,  ho visto che il pi delle volte il
    malcontento nasceva dal volersi fare talune  operazioni  senza  talune
    apparenze  e  senza talune solennit che il popolo credeva necessarie.
    Avviene nelle rivoluzioni come avviene nella filosofia,  dove tutte le
    controversie  nascono meno dalle idee che dalle parole.  I riformatori
    chiamano  forza  di  spirito  l'audacia  colla  quale  attaccano  le
    solennit  antiche;  io la chiamo imbecillit di uno spirito che non
    sa conciliarle colle cose nuove.
    Il gran talento del riformatore  quello di menare il popolo  in  modo
    che  faccia  da  s  quello  che  vorresti  far  tu.  Ho  visto  molte
    popolazioni fare da per  loro  stesse  ci  che,  fatto  dal  governo,
    avrebbero condannato. Volendo - dice Macchiavelli - che un errore non
    sia  favorito da un popolo,  gran rimedio  fare che il popolo istesso
    lo abbia a giudicare.  Ma a questo grande oggetto non si perviene  se
    non  da  chi ha gi vinto tanto la vanit de' fanciulli di preferir le
    apparenze alle cose reali,  quanto la vanit anche  di  quegli  uomini
    doppiamente fanciulli, che non conoscono la vera gloria e che la fanno
    consistere nel far tutto da loro stessi.
    Siccome  nelle  rivoluzioni  passive  il  gran  pericolo    quello di
    oltrepassare il segno in cui il popolo vuole fermarsi e dopo del quale
    vi abbandonerebbe, cos il miglior partito,  il pi delle volte,   di
    restarsene  al  di  qua.  Il  governo  avea  ordinata  la soppressione
    istantanea di molti monasteri; e questa, commessa a persone non sempre
    fedeli,  non avea prodotto que'  vantaggi  che  se  ne  speravano.  Si
    poteano  i  conventi  far rimanere,  ma colla legge di non ricever pi
    nuovi monaci; i loro fondi, con altra legge, si dichiaravano censiti a
    coloro che ne  erano  affittuali,  colla  libert  di  acquistarne  la
    propriet;   e   cos   si   otteneva  la  ripartizione  de'  terreni,
    l'abolizione del monistero a capo di pochi anni, e frattanto ai monaci
    si avrebbe potuto vender anche caro questo prolungamento di esistenza.
    Il voler far in un momento tutto ci che si  pu  fare  non    sempre
    senza  pericolo,  perch  non  senza pericolo che il popolo non abbia
    pi n che temere n che sperare da voi.
    Il popolo  ordinariamente pi saggio e pi giusto di  quello  che  si
    crede.  Talora le sue disgrazie istesse lo correggono de' suoi errori.
    Ho veduto delle popolazioni diventar repubblicane ed  armarsi,  perch
    nella  loro indifferenza erano state saccheggiate dagl'insorgenti.  In
    Caiazzo  taluni  della  pi  vile  feccia  del  popolo  insursero   ed
    attaccarono  le autorit costituite;  tutti gli altri erano spettatori
    indolenti: gl'insorgenti soli furono i pi forti, vollero rapinare,  e
    questo  ruppe il letargo degli altri.  Allora gl'insorgenti non furono
    pi soli: tutta la popolazione  difese  le  autorit  costituite;  ed,
    istruita  dal  pericolo,  Caiazzo divenne la popolazione pi attaccata
    alla repubblica.
    Da tutto si pu trar profitto: tutto pu esser  utile  ad  un  governo
    attivo,  che conosca la nazione e non abbia sistemi.  Tutt'i popoli si
    rassomigliano;  ma gli effetti delle loro  rivoluzioni  sono  diversi,
    perch diversi sono coloro che le dirigono.
    Molti  avvenimenti io potrei narrare in prova di ci che ho detto;  ma
    si potrebbe dir tutto senza una noia mortale?  Agli esteri  bastano  i
    risultati;  i nazionali, quando vogliano, possono applicare a ciascuno
    di essi i fatti ed i nomi che gi sanno.




    20. PROGETTO DI GOVERNO PROVVISORIO.

    Nello stato in cui era la nazione napolitana,  la scelta delle persone
    che  formar  doveano il governo provvisorio era pi importante che non
    si pensa.  Noi riferiremo a questo proposito ci che taluno propose  a
    Championnet ed a coloro che consigliavano Championnet.
    Il  primo  passo  in  una  rivoluzione  passiva  quello di guadagnar
    l'opinione  del  popolo;  il  secondo    quello  d'interessare  nella
    rivoluzione il maggior numero delle persone che sia possibile.  Queste
    due operazioni, sebbene in apparenza diverse,  non sono per in realt
    che una sola; poich quello istesso che interessa nella rivoluzione il
    maggior  numero  delle persone vi fa guadagnare l'opinione del popolo,
    il quale,  non potendo giudicar mai di una rivoluzione e di un governo
    per  princpi  e  per teorie,  non potendo ne' primi giorni giudicarne
    dagli  effetti,  deve  per  necessit  giudicarne  dalle  persone,  ed
    approvare  quel governo che vede commesso a persone che egli  avvezzo
    a rispettare.
    Tra gl'impiegati del re di Napoli molti ve ne sono, i quali non hanno
    giammai fatta la guerra alla rivoluzione;  amici della  patria  perch
    amanti  del  bene,  ed  attaccati  al  governo  del re sol perch quel
    governo dava loro un mezzo onesto di  sussistenza.  Molti  di  costoro
    meritano  di  esser  impiegati per i loro talenti e possono guadagnare
    alla rivoluzione l'opinione di molte classi del popolo.
    Il fro ne somministra moltissimi;  e la classe del fro,  una  volta
    guadagnata,  strascina seco il quinto della popolazione. Moltissimi ne
    somministra  la  classe  degli  ecclesiastici,   e  vi    da  sperare
    altrettanto  di  bene:  il  resto  si  avrebbe  dalla nobilt (uso per
    l'ultima volta questa parola per indicare un ceto  che  pi  non  deve
    esistere,  ma che ha esistito finora) e dalla classe de' negozianti. I
    nobili si crederanno meno offesi,  quando si vedranno  non  del  tutto
    obbliati;  ed  i  negozianti,  finora disprezzati da' nobili,  saranno
    superbi di un onore che li eguaglia ai loro rivali,  e pu la  nazione
    sperar da loro aiuti grandissimi ne' suoi bisogni.  In Napoli questa 
    la classe amica del popolo,  poich da questa classe  dipende  e  vive
    quanto in Napoli vi sono pescatori, marinai, facchini e di altri tali,
    che  formano  quella  numerosa  e  sempre  mobile parte del popolo che
    chiamansi 'lazzaroni'.  Utili anche sarebbero molti ricchi proprietari
    delle  province,  i quali possono col ci che possono i negozianti in
    Napoli,  e potranno dare al governo quei lumi che non ha e che non pu
    avere altrimenti sulle medesime.
    Per  effetto  della  nostra  mal  diretta  educazione  pubblica,   la
    cognizione delle nostre cose  si  trova  riunita  al  potere  ed  alla
    ricchezza:  coloro che hanno per loro porzione il sapere,  per lo pi,
    tutto sanno fuorch ci che saper si dee.  Allevati colla lettura  de'
    libri  inglesi e francesi,  sapranno le manifatture di Birmingham e di
    Manchester,   e  non  quelle  del   nostro   Arpino;   vi   parleranno
    dell'agricoltura  della Provenza,  e non sapranno quella della Puglia;
    non vi  tra loro chi non sappia come si elegga un re di Polonia o  un
    imperatore  dei  romani,   e  pochi  sapranno  come  si  eleggono  gli
    amministratori di una nostra municipalit;  tutti vi diranno il  grado
    di  longitudine  e  di  latitudine d'Othaiti: se domandate il grado di
    Napoli,  nessuno sapr dirlo.  Un tempo i nostri si occuparono di tali
    cose, ed ebbimo scrittori di questi oggetti prima che le altre nazioni
    di  Europa ancora vi pensassero.  Oggi ciascuno sdegna di occuparsene,
    vago di una gloria straniera,  quasi che si potesse  meritare  maggior
    stima  dagli altri popoli ripetendo loro male ci che essi sanno bene,
    che dicendo loro ci che ancora non sanno.  Queste cognizioni  intanto
    sono  necessarie,  e,  per averle,  o convien ricorrere ai libri senza
    ordine e senza gusto scritti due secoli fa,  o  convien  dipendere  da
    coloro  i  quali,  per  avere  maneggiati gli affari del Regno e viste
    diverse nostre regioni,  conoscono e  gli  uomini  e  lo  stato  degli
    uomini.  Per  difetto  della  nostra  educazione,  la  scienza che noi
    abbiamo  inutile, e siam costretti a mendicare le utili dagli altri.
    Ma,  affinch le cognizioni delle cose patrie non  siano  scompagnate
    dai lumi della filosofia universale di Europa,  ed affinch coloro de'
    quali abbiam bisogno per opinione non diventino i nostri  padroni  per
    necessit,  affinch  gli  antichi interessi (se pure costoro avessero
    interesse per l'antico governo) non opprimano i nuovi,  a  costoro  si
    unir  un  doppio  numero  di savi e virtuosi patrioti: cos avremo il
    vantaggio del patriotismo nelle decisioni,  ed il patriotismo avr  il
    vantaggio  delle cognizioni patrie nell'esame e dell'opinione pubblica
    nell'esecuzione.
    Invece di fare l'assemblea, che chiamar si potrebbe 'costituente', di
    venticinque persone,  far si potrebbe di ottanta,  e combinare in  tal
    modo  insieme  tutti  questi  vantaggi.  Un'assemblea  provvisoria  di
    ottanta non  troppo  grande  per  una  nazione  che  dee  averne  una
    costituzionale  pi  che  doppia:  all'incontro una di venticinque pu
    sembrare troppo piccola,  specialmente non essendosi ancora pubblicata
    la costituzione.  Il popolo potr credere che si voglia prender giuoco
    di lui e che si pensi ad escluderlo da tutto. Un generale estero,  che
    venisse  egli  solo  a  darci  la  legge,  si  tollererebbe come un re
    conquistatore,  e l'oppressione,  in cui ciascuno vedrebbe  gli  altri
    tutti,  gli renderebbe tollerabile la propria; ma, subito che chiamate
    a parte della sovranit la nazione,  conviene che usiate pi riguardi:
    o  conviene  dar a tutti o a nessuno;  i consigli di mezzo non tolgono
    l'oppressione e vi aggiungono l'invidia.
    Si passava ad indicare,  in tutte le  classi,  de'  veri  patrioti,  i
    quali,  senza  esser  ascritti  a  verun  club,  amavano  la patria ed
    avrebbero saputo renderla felice...  Ma i nomi di costoro sarebbe  ora
    colpevole imprudenza rivelare.




















    21. MASSIME CHE SI SEGUIRONO.

    Io  prego  tutti  coloro  i  quali  leggeranno  questo paragrafo a non
    credere che io intenda scrivere la satira de' patrioti. Se il patriota
     l'uomo che ama la patria,  non sono  io  stesso  un  patriota?  Come
    potrei  condannare un nome che onora tanti amici,  de' quali or piango
    la lontananza o la perdita?  Noi possiamo esser superbi che in  Napoli
    la classe de' patrioti sia stata la classe migliore: ivi,  e forse ivi
    solamente,  la  rivoluzione  non    stata  fatta  da  coloro  che  la
    desideravano  sol  perch  non  avevano che perdere.  Ma in una grande
    agitazione politica  impossibile che i scellerati non si  rimescolino
    ai buoni,  come appunto, agitando un vaso,  impossibile che la feccia
    non si rimescoli col fluido.  Il grande  oggetto  delle  leggi  e  del
    governo  di far s che, ad onta de' nomi comuni de' quali si vogliono
    ricoprire, si possano sempre distinguere i buoni dai cattivi, e che si
    riconosca  per  patriota  solo colui che  degno di esserlo.  Allora i
    cattivi non corromperanno l'opera de' buoni.  Allora  il  governo  de'
    patrioti  sar  il  migliore  de'  governi,  perch sar il governo di
    coloro che amano la patria.  Ma tale  la dura  necessit  delle  cose
    umane,  che  spesso  le  maggiori avvertenze,  che si prendono per far
    prevalere i buoni,  non fanno che allontanarli e  verificare  l'antico
    adagio: che nelle rivoluzioni trionfano sempre i pessimi.
    Nelle  altre  rivoluzioni  i rivoluzionari non buoni han fatto sorgere
    princpi pessimi.  In quella di Napoli princpi non nostri e non buoni
    fecero perdere gli uomini buoni.  Nulla di migliore degl'individui che
    avevamo,  perch i  princpi  loro  individuali  erano  retti:  se  le
    operazioni  politiche  non  corrisposero  alle loro idee,  ci avvenne
    perch i princpi pubblici non erano di essi ed erano fallaci.  Questi
    princpi politici per necessit doveano corromper tutto.
    Alcuni falsi patrioti o maligni speculatori, ai quali n la classe de'
    buoni  n  un  solo  del  governo  ader  mai,  dicevano che tutti gli
    aristocratici,  che  tutt'i  vescovi,  tutt'i  preti,   tutt'i  ricchi
    dovevano  essere distrutti.  Non erano contenti che fossero eguagliati
    agli altri.  La repubblica fiorentina operava una volta  cogli  stessi
    principi;  e la repubblica fiorentina fu perci in una continua guerra
    civile,   che  finalmente  produsse  la  sua  morte.   Questo  avviene
    inevitabilmente  tutte  le volte che la repubblica non  fondata sopra
    la giustizia;  e non lo  mai ogni qual volta,  dopo aver distrutta la
    classe,   continua  a  perseguitar  l'individuo,  non  perch  ami  le
    distinzioni della classe gi estinta, ma solo perch le apparteneva un
    giorno.  I romani si  contentarono  di  far  che  i  plebei  potessero
    ascendere  a  tutte  le  cariche:  questo  era  il giusto e formava la
    libert; se essi avessero voluto escluderne i patrizi sol perch erano
    patrizi,  sarebbe stato lo stesso che voler  rimettere  il  patriziato
    dopo averlo distrutto e voler far nascere la guerra civile.
    Pretendevano  non  doversi  impiegar  nessuno di coloro che aveano ben
    servito il re. Era giusto che non s'impiegassero coloro,  se mai ve ne
    erano,   che   lo   aveano  servito  nei  suoi  capricci,   nelle  sue
    dissolutezze,  nelle sue tirannie;  che  doveano  l'onore  di  servire
    all'infamia onde si eran ricoperti.  Ma molti,  servendo il re,  avean
    servita la patria;  e molti altri,  al contrario,  non  aveano  potuto
    servire  il  re,  perch  non  meritavano servir la patria: l'escluder
    quelli,  l'ammetter questi,  sol perch quelli aveano servito il re  e
    questi  non  gi,  non  era  lo  stesso  che tradire la patria e farla
    servire  da  coloro  che  non  sapeano  servirla?   Chi  dunque  dovea
    impiegarsi?   Coloro  solamente  che  erano  patrioti.  La  repubblica
    napolitana fu considerata come una preda,  la di cui divisione spettar
    dovea  a  pochissimi;  e  questo  fu  il  segnale,  n  poteva esserlo
    diversamente,  della guerra civile tra la parte numerosa della nazione
    e la parte debole.
    Questo  fece  mancare tutt'i buoni agenti della repubblica: se un uomo
    di genio e da bene  raro in tutto  il  genere  umano,  come  mai  pu
    ritrovarsi  poi facilmente in una classe poco numerosa?  E' vero che i
    clamori della folla n esprimevano il voto de' buoni n eran di  norma
    al  governo;  ma,  in  circostanze  precipitose ed incerte,  quando la
    curiosit pubblica  grandissima ed ignote sono ancora le  massime  di
    un governo nuovo, n vi  tempo e modo da paragonare le voci ai fatti,
    i clamori,  sebben falsi, producono un male reale, perch il popolo li
    crede massime del governo e se ne offende.  Il pi difficile,  in tali
    tempi,   il far sorgere una opinione che dir si possa pubblica;  fare
    che nel tempo istesso e  parlassero  molti,  perch  le  voci  riunite
    producono  effetto  maggiore,  e  le  parole  fossero  concordi,  onde
    l'effetto,  per  contrasto  delle  medesime,  non  venisse  distrutto.
    Questo,  per  altro,  era  in  Napoli  pi  difficile ad ottenersi che
    altrove; tra perch la rivoluzione non era attiva,  ma passiva,  n vi
    era,  in conseguenza, un'opinione predominante, ma si imitavano quelle
    di Francia, le quali erano state molte e diverse,  onde  che vi erano
    alcuni terroristi,  altri moderati,  ecc.;  tra perch le opinioni
    non eran libere,  e spesso prevaleva per effetto di forza  quella  che
    non era la pi comune; tra perch finalmente il tempo fu brevissimo, e
    l'opinione  pubblica,  ovunque non vi  forza che possa dirigerla,  ha
    bisogno di tempo lunghissimo.
    E' un'osservazione costante  che  il  popolo  non  s'inganna  mai  ne'
    particolari;  ma  una  fazione  s'inganna,  e molto pi una fazione la
    quale riduce le virt ed i talenti tutti ad un solo nome,  di cui  usa
    egualmente  e Catilina e Catone.  Il vero patriotismo  l'amor della
    patria,  ed ama la patria chi vuole il suo bene ed ha  i  talenti  per
    procurarlo.  Se  lo separate da queste idee sensibili,  allora formate
    del patriotismo una parola chimerica,  la quale  apre  il  campo  alla
    calunnia  ed  impedisce  all'uomo  da  bene,  che  non   fazioso,  di
    accostarsi al governo; allora si sostituisce al merito reale un merito
    di opinione che ciascuno pu fingere, ed il merito reale rimane sempre
    dietro a quello dei ciarlatani.
    Con questi mezzi abbiam veduti allontanati dal  corpo  legislativo  il
    virtuoso  Vincenzio  Russo  ed  alcuni altri,  tra' quali uno che,  in
    quelle circostanze, avrebbe potuto esser utile alla patria.
    Se la nostra rivoluzione fosse stata  attiva,  i  nostri  patrioti  si
    sarebbero  conosciuti  nell'azione  precedente,  il  che  non  avrebbe
    lasciato luogo alla impostura,  e si sarebbero conosciuti  per  quello
    che  ciascun  valea.  Si   detto realmente che le guerre civili fanno
    sviluppare i geni di una nazione,  non perch li facciano nascere,  ma
    perch  li  fanno  conoscere;  perch ciascuno nell'azione si mette al
    posto che il suo genio gli assegna,  e la  scelta  per  lo  pi  suole
    riuscir buona, perch si giudica dell'uomo dai suoi fatti.
    Presso  di  noi  l'uomo era riputato patriota da che apparteneva ad un
    club.  Ma,  quando anche questa invenzione inglese di club fosse stata
    atta  a  produrre  un  giorno  una  rivoluzione,  pure,  non  avendola
    prodotta, non potea far giudicare degli uomini se non dalle parole.  I
    nostri  clubs non avean ancora superata la prima prova delle congiure,
    che  quella di conservare il segreto tra il  numero:  composti  sulle
    prime  da  pochi  individui,  allorch incominci la persecuzione,  si
    sciolsero.  Quando venne la rivoluzione,  si trovarono  moltissimi,  i
    quali non aveano fatto altro che dare il loro nome negli ultimi tempi,
    uomini  che  non  si  conoscevano  neanche tra loro,  e tra costoro fu
    facile a qualunque audace rimescolarsi e dichiararsi patriota.
    Cos la patria fu in pericolo  di  esser  vittima  dell'ambizione  de'
    privati,  poich  non si trattava di soddisfar questa con servigi resi
    alla patria medesima,  ma bens con quelli  che  taluno  forsi  voleva
    renderle;  non si esaminava chi sapeva,  chi potea,  ma si cercava chi
    voleva;  ed in tale gara il pi audace  mentitore,  il  pi  sfacciato
    millantatore doveano vincere il merito e la virt sempre modesta.











    22. ACCUSA DI ROTONDO - COMMISSIONE CENSORIA.

    S'incominci  dai  primi  giorni  della repubblica a fare una guerra a
    tutti   gl'impiegati:   accuse   sopra   accuse,   deputazioni   sopra
    deputazioni:  chi  ambiva  una carica non dovea far altro che mettersi
    alla testa di un certo  numero  di  patrioti  e  far  dello  strepito.
    Siccome tutto si aggirava su parole vaghe che niuno intendeva, cos la
    ragione  non  poteva  aver  luogo  e  dovean  vincere  il  numero e lo
    strepito,  prima forza che gli uomini usano nelle gare civili,  finch
    passino  ad  usarne  un'altra  pi  efficace  e pi crudele.  All'uomo
    ragionevole e dabbene non rimaneva che involgersi nel suo  mantello  e
    tacere.
    Prosdocimo Rotondo, eletto rappresentante, offese l'invidia di qualche
    suo nemico.  Si mosse Nicola Palomba ad accusarlo: Nicola Palomba, che
    non conosceva Rotondo,  ma,  entusiasta ed in conseguenza poco saggio,
    credea che ei fosse indegno della carica, sol perch qualche suo amico
    lo  credeva  tale.   Un'accusa  di  tale  natura  non  avrebbe  dovuto
    ammettersi,  poich l'indegnit di taluno potr far s che il  sovrano
    non lo elegga;  ma,  eletto che l'abbia,  perch sia deposto prima del
    tempo stabilito dalla legge, vi  bisogno di un delitto.  Ammessa per
    una volta l'accusa,  conveniva esaminarla: nella repubblica deve esser
    libera l'accusa,  ma punita la calunnia.  Io non so se  Rotondo  fosse
    reo: so per ch'egli insisteva perch fosse giudicato; so che, dimesso
    dalla  carica,  pubblic  il conto della sua amministrazione,  e tutti
    tacquero.  Il presidente allora del comitato centrale vedea in  questo
    affare,   in  apparenza  privato,  quanto  importasse  conservarsi  il
    rispetto alla legge, senza di cui non vi  governo,  ed intendeva bene
    che  una  folla  di  patrioti poteva diventar fazione,  subito che non
    fosse pi nazione. Ma, poco di poi, alcuni,  disperando di farsi amare
    e  rendersi forti colla nazione,  vollero adular la fazione,  e non si
    permise che dell'affare di Rotondo pi si parlasse.  Palomba part pel
    dipartimento del quale era stato nominato commissario.  Gli fu data, 
    vero,  la facolt di proseguir  l'accusa  anche  per  mezzo  de'  suoi
    procuratori: ma non si trattava di dargli una facolt;  era necessario
    imporgli un'obbligazione. Palomba non avrebbe dovuto partire, se prima
    non adempiva al dovere che gl'imponeva l'accusa.  In un governo giusto
    l'accusatore  nel tempo istesso accusato;  e,  mentre si disputava se
    Rotondo era degno o no di seder tra i legislatori,  Palomba  non  avea
    diritto  di  esser  nominato  commissario.  Dispiacque  a Rotondo ed a
    tutt'i buoni un silenzio che sacrificava il governo alla fazione e  la
    fazione all'individuo.
    Il  segreto,  una  sola  volta svelato,  tolse ogni freno all'intrigo.
    Napoli si vide piena di adunanze  patriotiche,  che  incominciarono  a
    censurare  le  operazioni  e  le  persone  del  governo.   Ma  non  si
    contentavano di mettere cos un freno  alla  condotta  di  coloro  che
    potevano abusare della somma delle cose, ottimo effetto che la libert
    de'   partiti  produce  nella  repubblica;   non  si  contentavano  di
    osservarsi a vicenda: voleano combattersi,  voleano vincersi;  le loro
    censure  voleano  che  avessero  la forza di accuse,  e cos lo studio
    delle parti dovea degenerare in guerra civile.
    Non vi fu pi uno il quale non fosse accusato;  ma,  siccome le accuse
    non  erano  dirette  dall'amore  della patria,  cos non erano fondate
    sulla ragione: motivi personali le facevano nascere, gli stessi motivi
    le facevano abbandonare. Si aggiugneva a ci che,  il pi delle volte,
    le  contese  decidevansi  per  autorit degli esteri.  Sebbene le loro
    decisioni talora fossero giuste,  non potevano per mai esser  legali,
    perch,  anche quando si eseguiva la legge,  parlava l'uomo.  Cos gli
    uomini non si avvezzavano mai  a  credere  che  a  soddisfare  i  loro
    desidri  non  vi  fosse  altra via che quella della legge;  e,  senza
    questa intima e profonda persuasione, non vi  repubblica.  Il costume
    pubblico  si  corrompe;  le stte non servono pi la patria,  ma bens
    l'uomo che esse credono superiore alla legge,  e quest'uomo fomenta in
    segreto una divisione che assoda il suo imperio.  I partiti corrompono
    l'uomo,  e l'uomo corrompe la nazione.  Gl'intriganti prendono le loro
    misure, i buoni si vedono senza alcuna difesa, i faziosi (importa poco
    di qual partito essi siano:  fazioso chiunque non  del partito della
    patria) trionfano;  e, siccome l'unico mezzo di acquetarli  quello di
    dar loro una carica,  cos si vedono elevati molti che la nazione  non
    vuole e che ruinano poi la nazione.
    Male funesto,  non ultima causa della nostra ruina,  e che i buoni non
    debbono giammai obbliare,  onde esser pi cauti ad accordare  la  loro
    confidenza ai pessimi, che la forza della rivoluzione spinge sempre in
    alto!  Essi  divengono  assai  pi  terribili  in  una  rivoluzione di
    opinione,  nella quale un sentimento che non si vede,  un nome che  si
    pu  fingere,  tengono  spesso  il luogo delle vere virt e del merito
    reale;  in una rivoluzione  prodotta  da  armi  straniere,  in  cui  
    inevitabile   la   sconsigliata   profusione  delle  cariche:  tra  il
    conquistatore,  il quale spesso non sa ci che dona n a chi dona,  ma
    sa solo che ci che dona non  suo;  e tra i primi da lui impiegati, i
    quali rammentano pi i bisogni di un amico che quelli di uno Stato che
    odiavano, e,  pieni ancora dell'impazienza di obbedire,  di rado sanno
    temperarsi nell'uso di comandare.
    Il governo, per acquetare un poco i rumori, istitu una commissione di
    cinque  persone per esaminare coloro che doveano impiegarsi: non erano
    impiegati se non quei tali che dalla commissione venissero  approvati;
    chi era riprovato veniva escluso per sempre.
    Questa istituzione fu effetto delle circostanze.  Le accuse, i reclami
    erano infiniti;  il tempo era breve;  il bisogno di ben  conoscere  le
    persone urgente.  La commissione della quale parliamo,  fu imaginata a
    fine di bene;  le furon date istruzioni limitatissime,  quasi private:
    ma  essa  divenne,  contro la mente del governo,  una magistratura che
    avea ed  esercitava  giurisdizione  regolare,  manteneva  un  officio,
    riceveva  petizioni,  faceva decreti.  L'istituzione cangi natura,  e
    questo avvien sempre in tutte le istituzioni  simili.  Se,  invece  di
    istituire  una  commissione,  si  fosse obbligato Palomba a proseguire
    l'accusa; se fosse stato condannato, come era di giustizia,  o Palomba
    o Rotondo, quattro quinti de' clamori sarebbero cessati, ed il governo
    avrebbe conosciuto meglio le persone e le cose.  Accaduto una volta un
    disordine, specialmente ne' primi giorni di un governo nuovo,  di rado
    il popolo conosce la vera cagione del medesimo, e tutto attribuisce al
    governo: male inevitabile e gravissimo,  il quale deve persuaderci che
    non tutto ci di cui il popolo si  doleva  era  sempre  cagionato  dal
    governo;  che le intenzioni eran sempre pure, ma non eran sempre buone
    le istituzioni;  e queste non eran sempre buone,  perch li  princpi,
    dalli quali dipendevano,  eran fallaci; e finalmente che in un governo
    nuovo  necessit far quanto meno  si  possa  d'istituzioni  tali  che
    possino  divenir  arbitrarie.  Tutto deve esser potentemente afferrato
    dalla mano di chi governa.


    23. LEGGI - FEDECOMMESSI.

    Io seguo il corso delle mie  idee  anzich  quello  de'  tempi.  Tanti
    avvenimenti  si  sono  accumulati e quasi addensati in s breve tempo,
    che essi,  invece di succedersi,  s'incrocicchiano tra loro,  n se ne
    pu giudicar bene se non osservandone i loro rapporti.
    Il momento della rivoluzione in un popolo  come un momento di tumulto
    in un'assemblea: i dispareri, il calore della disputa, destano tanti e
    s  vari  rumori,  che  impossibile riesce far ascoltare la voce della
    ragione.  Se allora un uomo rispettabile per la sua prudenza e pel suo
    costume si mostra,  gli animi si acchetano,  tutti l'ascoltano: il suo
    nome gli guadagna l'attenzione di tutti,  egli pu far udire  la  voce
    della ragione. Nel primo momento l'opinione  necessaria per dar luogo
    alla  ragione;  ma  nel  secondo  conviene  che  la ragione sostenga e
    confermi l'opinione.
    Que' fatti che finora abbiam riferiti aveano per iscopo il  guadagnare
    la  confidenza  del  popolo  prima che il governo avesse agito;  ma il
    governo dovea finalmente agire e dovea colle  opere  meritarsi  quella
    confidenza  che avea gi guadagnata...  Esso si occup dell'abolizione
    de' fedecommessi e della feudalit,  che formavano presso di noi i pi
    grandi ostacoli all'eguaglianza ed al governo repubblicano.
    L'istituzione  de'  fedecommessi  porta seco lo spirito di conservar i
    beni nelle famiglie,  spirito non compatibile  coll'eguaglianza  nelle
    repubbliche ben ordinate.  Forse,  cos in Roma come in Sparta, l'amor
    dell'eguaglianza avea fatto nascere lo spirito della conservazione de'
    beni.  Ma i nostri fedecommessi non aveano di romano altro che il nome
    e  le  formole  esterne  di  ci  che  chiamasi sostituzione: queste
    antiche istituzioni,  unite alle  idee  di  nobilt  ereditaria  e  di
    successione feudale,  avean prodotto presso di noi un mostro, di cui a
    torto incolperemmo i  romani.  Nel  regno  di  Napoli,  ove  tutte  le
    ricchezze  sono  territoriali,  si  erano  i fedecommessi moltiplicati
    all'estremo, e moltiplicato avevano ancora il numero de' celibi, degli
    oziosi, de' poveri, de' litiganti, ecc.
    La riforma fu semplice e ragionevole.  Non si distrusse la volont de'
    testatori che fino a quel tempo aveano ordinato de' fedecommessi,  tra
    perch una legge nuova non deve mai annullare i fatti precedenti,  tra
    perch la riforma della propriet non deve distruggerne il fondamento,
    il quale altro non  che il possesso autorizzato dal costume pubblico.
    Ma  i  beni de' fedecommessi rimanendo liberi in mano de' possessori e
    la legge proibendo  di  ordinarne  de'  nuovi,  una  sola  generazione
    sarebbe   stata   sufficiente  a  produrre  quella  divisione  che  si
    desiderava, ma che,  ordinata dalla pubblica autorit,  si sarebbe mal
    volentieri accettata.
    A'  secondogeniti  ed  a'  legatari  fu  disposto darsi il capitale di
    quella parte del fedecommesso di cui godevano la rendita: cos  ebbero
    anche essi una propriet da trasmettere ai loro figli.  Il calcolo de'
    capitali fu ordinato farsi sulla rendita  alla  ragione  del  tre  per
    cento;  e  cos,  in  una  nazione  ove i fondi sono in commercio alla
    ragione non minore del cinque e del sei per  cento,  le  porzioni  de'
    legatari venivano indirettamente a duplicarsi,  e si correggeva, senza
    violenza,  quella disuguaglianza che lo spirito di primogenitura  avea
    introdotta nelle porzioni de' figli di uno stesso padre.
    Questa  legge fu saggia e ben accetta a tutti: i possessori stessi de'
    fedecommessi non perdevano tanto colla cessione  ai  legatari,  quanto
    guadagnavano  coll'acquistar  la libera propriet de' loro beni in una
    nazione che incominciava a sviluppare qualche attivit.  I legami  de'
    fedecommessi  erano  gi  mal tollerati,  e da' dissipatori che volean
    abusare dei loro beni, e da' saggi i quali voleano usarne in bene.
    Forse  sarebbe  stato  giusto  aggiugnere  alla  legge  la  condizione
    aggiuntavi  dall'imperatore  Leopoldo,  allorch  fece  la riforma dei
    fedecommessi di Toscana.  Giudicando questo ottimo sovrano  che  manca
    alla  giustizia  chiunque  priva  del diritto alla successione un uomo
    nato  e  nodrito  con  esso,  riserb  la  capacit  di  succedere  ai
    fedecommessi  non solo ai possessori,  ma anche ai chiamati gi nati o
    da nascere da matrimoni contratti prima della legge,  molti de'  quali
    eransi fatti colla speranza di una successione fedecommessaria.
    Rimanevano  ancora  alcuni  altri  oggetti da determinarsi: rimaneva a
    prendersi delle misure sui tanti e s ricchi monti di maritaggi che vi
    sono in Napoli e che altro in realt poi non sono che fedecommessi  di
    famiglia  e  di  gente...  Ma  tali  oggetti  dipendevano  dalla legge
    testamentaria,   dallo  stato  della  nazione   e   da   tante   altre
    considerazioni,  che era meglio aspettare tempo pi opportuno. Di rado
    nella  rivoluzione  francese  ed  in  quelle  che  sono  scoppiate  in
    conseguenza,  di  rado  si   peccato per soverchia lentezza in far le
    leggi: spessissimo per soverchia precipitanza.













    24. LEGGE FEUDALE.

    La legge feudale richiedeva pi lungo esame e presentava interessi pi
    difficili a conciliarsi.  Quella dei  fedecommessi  toglieva  poco  ai
    possessori  dei  medesimi,  e quel poco davalo ai figli ed ai fratelli
    loro: la legge dei feudi toglieva ai feudatari  moltissimo,  e  questo
    passava  agli  estranei,  che  talvolta erano i loro nemici.  Intanto,
    l'abolizione dei  feudi  era  il  voto  generale  della  nazione.  Gli
    abitanti  delle  province  ardevano  di  tanta impazienza,  che aveano
    quasich strascinato il re a dare alla feudalit de'  colpi,  i  quali
    sentivano pi di democrazia che di monarchia.  Io dico ci per un modo
    di dire,  ma non son certo che la feudalit convenga pi  all'una  che
    all'altra di queste due forme di governo. La forma di governo a cui la
    feudalit  meglio  conviene    l'aristocrazia:  aristocratici erano i
    governi di tutta l'Europa nell'epoca in cui la feudalit prevaleva. Le
    monarchie presenti  dell'Europa  eransi  elevate  sulle  rovine  della
    medesima:  ove  essa  era  rimasta  intatta,  il  governo  era rimasto
    aristocratico,  siccome in Polonia;  ove era stata temperata,  ma  non
    distrutta,  era surto una specie di governo misto, come in Inghilterra
    e nella Svezia: ove era stata  interamente  distrutta,  era  surto  un
    governo  aristocratico,  come in una grandissima parte dell'Europa,  e
    specialmente in quella  parte  che  altre  volte  componeva  l'immensa
    monarchia  di Spagna,  essa era rimasta in uno stato singolare,  dove,
    avendo perduti tutt'i diritti che rappresentava in faccia al  sovrano,
    avea conservati tutti quelli che una volta avea sul popolo.  Prendendo
    per punto di paragone un vassallo degl'imperatori svevi, un pari della
    Gran Bretagna gli somiglia molto pi che un napolitano  quando    nel
    parlamento, il napolitano gli somiglia molto pi dell'inglese quando 
    nelle sue terre.
    Ma  i  primi  diritti  sono  gloriosi  al  feudatario  e  posson esser
    utilissimi ed al sovrano ed allo Stato;  i secondi sono al  feudatario
    vergognosi,  perch  non    mai glorioso tutto ci che  oppressivo e
    nocivo allo Stato,  al sovrano,  agli stessi baroni,  perch tendono a
    distruggere  l'industria,   dalla  quale  solamente  dipende  la  vera
    prosperit di una nazione.  Questi diritti sono i diritti  dei  popoli
    barbari.  Ovunque  si  sviluppa  l'industria,  essi  vanno a cadere in
    obblio,  ed  interesse degli stessi feudatari  che  ci  succeda.  In
    Russia  gli stessi grandi possessori di terra hanno incominciato a dar
    libert e propriet agli  uomini  che  le  abitano:  con  questa  sola
    operazione, han quasi triplicato il valore delle terre loro.
    I  feudatari  prevedevano  che  la  rivoluzione li avrebbe obbligati a
    nuovi sacrifici,  e bramavano che fossero i minori  possibili.  Taluni
    repubblicani  troppo ardenti avrebbero voluto loro toglier tutto.  Tra
    questi due estremi il mezzo era difficile a  rinvenirsi.  Non  vi  era
    neanche un esempio da seguire: la Francia, ove i grandi feudatari eran
    rimasti distrutti dalla guerra civile,  non ebbe bisogno di leggi dopo
    l'opera delle armi.  Giuseppe secondo nella Lombardia  avea  da  lungo
    tempo eguagliata la condizione de' beni.
    Molte  popolazioni incominciarono dal fatto,  prendendo il possesso di
    tutti i beni de' baroni: se tutte avessero fatto lo stesso,  la  legge
    sarebbe  stata  men  difficile a concepirsi.  La forza autorizza molte
    cose che la ragione non deve ordinare,  ed il  popolo  stesso  ama  di
    veder approvati molti trascorsi che fremerebbe vedendo comandati.
    La  discussione  del  progetto di legge fu interessante.  Le due parti
    contendenti  seguivano  opinioni  diverse,   secondo  i  loro  diversi
    interessi;  i princpi erano opposti,  e, come suole avvenire allorch
    si va agli estremi, n sempre veri n sempre atti alla quistione.
    I feudatari credevano che la conquista potesse essere  un  diritto;  i
    repubblicani  la  credevano sempre una forza,  e,  quando anche avesse
    potuto diventar diritto,  dicevano che,  se un tempo i  baroni  aveano
    conquistata la nazione,  ora la nazione avea conquistati i baroni: una
    nuova conquista potea spogliare gli usurpatori nel modo stesso e collo
    stesso diritto con cui essi  spogliato  aveano  altri  usurpatori  pi
    antichi.
    I  feudatari  credevano  legittimi  tutti  i  titoli  che  dipendevano
    dall'antico  governo,  che  essi  riputavano  del  pari  legittimo:  i
    patrioti  credevano  illegittimo  tutto ci che non era stato fatto da
    una repubblica. Se si udivano i feudatari, tutto dovea conservarsi; se
    si udivano i patrioti,  tutto dovea distruggersi,  poich,  dichiarato
    una volta illegittimo un governo, non vi era ragione per cui parte dei
    suoi atti si dovesse abolire e parte conservare.
    Questo era lo stesso che far la causa degli usurpatori e dei governi e
    non dell'umanit e della nazione,  che eran tradite per soverchio zelo
    dai loro stessi difensori. Oggi si dice: - Un re non potea far questo;
    - domani un re avrebbe detto:  -  Questo  non  si  potea  far  da  una
    repubblica. - Quando prenderemo noi per principio la salute del popolo
    ed  esamineremo,  non ci che un governo potea,  ma solo ci che dovea
    fare?  Voler ricercare un titolo di propriet nella natura  lo stesso
    che  voler distruggere la propriet: la natura non riconosce altro che
    il possesso,  il quale non diventa propriet se non per consenso degli
    uomini.  Questo consenso  sempre il risultato delle circostanze e dei
    bisogni nei quali il popolo si trova. Tutto ci che la salute pubblica
    imperiosamente non richiede, non pu senza tirannia esser sottomesso a
    riforma, perch gli uomini,  dopo i loro bisogni,  nulla hanno e nulla
    debbono  aver  di  pi  sacro  che i costumi dei loro maggiori.  Se si
    riforma ci che non  necessario riformare,  la rivoluzione avr molti
    nemici e pochissimi amici.
    La  feudalit  presso di noi presentava una massa immensa di possessi,
    di propriet,  di esazioni,  di preminenze,  di  diritti,  acquistati,
    ricevuti,  usurpati  da diverse mani ed in tempi diversi.  I feudatari
    non furono in origine che semplici possessori  di  fondi  coll'obbligo
    della fedelt,  e, colla legge della devoluzione, essi non differivano
    dagli altri proprietari se non per aver ricevute dalla mano di un uomo
    quelle terre  che  altri  ricevute  avea  dalla  sorte.  Ma  i  grandi
    feudatari  erano nel tempo istesso grandi officiali della corona,  ed,
    in tempi  di  anarchia  o  di  debolezza,  quei  rappresentanti  della
    sovranit,  potenti  ed  inamovibili,  fecero obbliar la sovranit che
    rappresentavano: quei diritti,  che essi esercitavano  come  officiali
    della corona,  divennero prima diritti del feudatario,  indi della sua
    famiglia, finalmente del feudo. In tempi di continue guerre civili,  i
    pochi uomini liberi che eran rimasti nelle nostre regioni,  non avendo
    n sicurezza n  propriet,  chiesero  la  protezione  dei  potenti  e
    l'ottennero a prezzo di libert.
    Grandi  erano  certamente  questi abusi;  ma tale era l'infelicit dei
    tempi,  tale la condizione degli uomini,  tale  la  desolazione  delle
    nostre  contrade,  che  essi dovettero sembrar tollerabili effetti,  e
    talora, giunti all'estremo, produssero il ritorno del bene. Gli uomini
    moltiplicati dovettero estendere la loro industria  e  reclamarono  la
    loro  libert  civile:    questo  il primo passo che le nazioni fanno
    verso la coltura. Un re di spirito generoso,  che voleva elevarsi,  si
    rese  forte  col  favore del popolo,  che egli difese contro gli altri
    tiranni  minori,  e  le  monarchie  di  Europa  sorsero  dalle  rovine
    dell'aristocrazia  feudale.  Noi  vediamo  nella nostra storia tutti i
    passi dati dal popolo, le opposizioni de' baroni, l'ondeggiar perpetuo
    de' sovrani a seconda che temevano o de' baroni o  de'  popoli,  e  la
    rapacit del fisco,  eterno traditore de' baroni, de' popoli e dei re.
    La storia indica la strada da seguire uniforme alle idee  de'  popoli;
    le  stesse  leggi feudali indicano la riforma della feudalit;  quella
    riforma, che i popoli bramano, che i baroni non possono impugnare.
    Non bastava una legge che dichiarasse  abolita  la  feudalit:  questa
    legge sarebbe stata pi pomposa che utile. Poco rimaneva presso di noi
    che  avesse  l'apparenza  feudale:  il  difficile  era  riconoscer  la
    feudalit anche dove parea che non vi fosse.  I feudatari  aveano  de'
    diritti  acquistati  come officiali della corona e come protettori de'
    popoli: tali diritti non doveano pi esistere in una forma di governo,
    in cui la sovranit veniva restituita al popolo ed  il  cittadino  non
    dovea  aver altro protettore che la legge.  I baroni possedevano delle
    terre: non bastava che queste fossero eguagliate alla condizione delle
    altre.  Se la riforma  fosse  rimasta  a  questi  termini,  i  baroni,
    sgravati dall'adoa e dalla devoluzione,  divenuti proprietari di terre
    libere,  avrebbero guadagnato  molto  pi  di  quello  che  loro  dava
    l'esazione  de'  diritti incerti,  vacillanti ed odiosi: il popolo non
    avrebbe guadagnato nulla. In una nazione, in cui l'industria  attiva,
    sar vantaggio del feudatario far coltivare  le  sue  terre  dall'uomo
    libero,  anzich  dallo  schiavo.  Una  nazione oziosa e povera chiede
    esser sgravata  dai  tributi:  una  nazione  ricca  ed  industriosa  
    contenta di pagare,  purch abbia mezzi di accrescer la sua industria.
    Nell'immensa estensione di terreni che i baroni  possedevano,  non  vi
    erano  che  pochi  i  quali  appartenessero  al feudo: negli altri voi
    vedevate un cumulo di diritti diversi accatastati l'uno sopra  l'altro
    ed  appartenenti  a  persone  diverse,  tra  le  quali  era  facile il
    riconoscere che il pi potente dovea esser l'usurpatore. Quindi veniva
    restituita alle popolazioni gran parte  di  quella  massa  di  terreni
    feudali,  chiamati demaniali de' feudi e che ne formavano la maggior
    parte;  i boschi doveano per necessit divenire  oggetti  di  pubblica
    ispezione;  ai  feudatari  veniva  a  rimaner pure tanto di terreno da
    esser ricchi,  quando all'ozio avessero sostituita l'industria;  e  la
    nazione,  senza  legge  agraria,  avrebbe  avuta,  se  non la perfetta
    eguaglianza,  almeno quella moderazione  di  beni,  che  in  una  gran
    nazione    pi  utile,   meno  pericolosa  e  pi  vicina  alla  vera
    eguaglianza.
    Non mai si vide pi chiaramente quanto il freddo e costante esame  sia
    pi pericoloso agli usurpatori che il caldo e momentaneo entusiasmo. I
    baroni  avrebbero  mille  volte  amato  ritornare  ai  princpi  della
    conquista e della  legittimit,  che,  sebbene  in  apparenza  pi
    distruttivi,  erano  pi facili a combattersi,  pi facili ad eludersi
    nell'esecuzione. Ma come combattere princpi evidenti, che essi stessi
    aveano riconosciuti anche nell'abolito governo?  Ad onta di tutto ci,
    il  progetto  non  pass senza grandi dispareri: la spirante feudalit
    avea tuttavia molti difensori. Talun legislatore credeva nulla potersi
    decidere  sulla  feudalit,  perch  nulla  avea  deciso  la  Francia:
    invincibile  argomento  per un rappresentante di una nazione libera ed
    indipendente!  Pagano credeva non esser  giunto  ancora  il  tempo  di
    decidere  la  controversia:  egli  riconosceva  necessarie e giuste le
    abolizioni de' diritti,  ma voleva che non si  toccassero  i  terreni,
    quasi  che  un  popolo  non dovesse esser oppresso,  ma potesse essere
    legittimamente misero.  Taluno volea che l'affare si fosse commesso ad
    un tribunale,  che si sarebbe di ci incaricato;  ma, se le leggi sono
    fatte pel popolo,  i giudizi sono fatti per i potenti,  i  quali,  col
    possesso,  coi cavilli e talora colla prevaricazione, riacquistano coi
    giudizi tutto ci che il popolo avea guadagnato colle leggi.
    Tanto importa che le idee del legislatore sieno a livello  con  quelle
    della  nazione e che i progetti di legge contengano quelle idee medie,
    che tutti gli uomini sentono ed a cui tutti convengono!  Se  si  fosse
    rimasto agli estremi, la legge non si sarebbe avuta o avrebbe prodotta
    una   guerra   civile;   essa   avrebbe  portata  con  s  l'apparenza
    dell'ingiustizia.  Fondata su princpi che nessuno poteva negare,  gli
    stessi  baroni  pi avversi alla rivoluzione l'avrebbero sofferta,  se
    non con indifferenza (poich chi potrebbe pretendere che taluno  resti
    indifferente alla perdita di tante ricchezze?), almeno con decoro.
    Ma, nel tempo appunto in cui il governo era occupato della discussione
    del progetto di questa legge,  Championnet fu richiamato, e Magdonald,
    che a lui successe,  fu ben lontano dal voler sanzionare  ci  che  il
    governo  avea  fatto.   Si  dovette  aspettare  Abrial,  il  quale  fu
    ragionevole e giusto. Ma intanto il tempo era scorso,  ed il timore di
    disgustar   diecimila   potenti  fece  perdere  ai  francesi  ed  alla
    repubblica l'occasione di guadagnar gli animi di cinque milioni.
    E' degna di osservazione la differenza che passa  tra  la  discussione
    che  sulla feudalit vi fu in Francia e quella che vi  stata tra noi.
    Parlando della prima,  Anquetil dice che la discussione dell'Assemblea
    incominci  da  una  proposizione  fatta  per render sicura l'esazione
    delle rendite a coloro che ne possedevano i diritti,  e,  passando  da
    idea in idea,  si fin coll'abolizione di tutti i diritti.  In Francia
    s'incominci dalle massime moderate e  si  pass  alle  esagerate;  in
    Napoli  da  queste  si ritorn a quelle.  Ed era ci nell'ordine della
    natura, perch noi riprendevamo le idee dal punto istesso nel quale le
    avean lasciate i francesi.  Quindi  che tra noi furono pi  esagerate
    le  opinioni de' privati che le idee del governo.  Il governo segu la
    massima che le leggi sulle propriet hanno una giustizia  propria,  la
    quale  consiste  nel  far  s  che  ciascuno  perda  il  meno  che sia
    possibile; e,  nel caso della riforma feudale,  si pu far in modo che
    guadagnino  ambedue  i  partiti.  Io per me son sicuro che i feudatari
    potrebbero guadagnar pi con una legge  nuova  che  colle  antiche.  I
    diritti feudali si sostengono pel solo uso del fro. Da che fu imposto
    tra  noi  l'obbligo  ai  giudici  di dettar le loro sentenze sul testo
    espresso della legge, i diritti feudali sono stati di giorno in giorno
    aboliti,  e col tempo lo saranno  tutti.  Ma  una  legge  nuova  dovea
    considerarsi piuttosto come una transazione che come un decreto; ed il
    lunghissimo  possesso  poteva  per essa acquistar forza di titolo.  La
    nuova legge feudale non dovea aver per iscopo n chimerica eguaglianza
    di beni n revindica di domni,  ma solamente di liberare il popolo da
    tutto ci che turbava l'esercizio dell'autorit pubblica, comprimeva e
    distruggeva  l'industria  ed  impediva  la  libera  circolazione delle
    propriet.






    25. RELIGIONE.

    Oggi le idee de' popoli di Europa sono giunte a tale stato,  che non 
    possibile  quasi  una  rivoluzione  politica  senza che strascini seco
    un'altra rivoluzione religiosa, dovech prima la rivoluzione religiosa
    era quella che per lo pi produceva la politica.  Da ci  forse  nasce
    che le rivoluzioni moderne abbiano meno durata delle antiche?
    In   Francia  la  parte  della  rivoluzione  religiosa  dovette  esser
    violenta,  perch  violento  era  lo  stato  della  nazione  a  questo
    riguardo.  Si  riunivano  in  Francia  tutti  gli  estremi.  Essa avea
    innalzata in Europa l'autorit papale;  essa  era  stata  la  prima  a
    scuoterne il giogo,  ma scuotendolo non l'avea rotto come si era fatto
    in Inghilterra, ma le antiche idee erano rimaste per materia di eterne
    dispute su degli oggetti che conviene solamente credere.  Il clero era
    continuamente alle prese con Roma; i parlamenti lo erano col clero; la
    corte ondeggiava tra il clero,  i parlamenti e Roma. La nazione non si
    potea arrestare ai primi passi,  una volta dati:  l'incredulit  venne
    dietro all'esame;  ma, nata in mezzo ai partiti, risvegliar dovette la
    gelosia dei potenti,  e si vide in Francia la massima  tolleranza  ne'
    filosofi e la massima intolleranza nel governo e nella nazione.  Poche
    nazioni di Europa possono,  in questo pregio di barbara  intolleranza,
    contendere coi colti ed umani francesi.
    La  nazione  napolitana  trovavasi  in  uno  stato  meno violento.  La
    religione era un affare individuale;  e,  siccome esso non interessava
    n  il  governo  n  la  nazione,  cos  le ingiurie fatte agli di si
    lasciavano agli  di  istessi.  Il  popolo  napolitano  amava  la  sua
    religione, ma la religione del popolo non era che una festa, e, purch
    la festa se gli fosse lasciata,  non si curava di altro. In Napoli non
    vi era da temere nessuno de'  mali  che  l'abuso  della  religione  ha
    persuasi a tanti popoli della terra.
    Il  fondo  della  religione  uno,  ma veste nelle varie regioni forme
    diverse a seconda della diversa indole dei  popoli.  Essa  rassomiglia
    molto alla favella di ciascuno di essi.  In Francia,  per esempio,  al
    pari della lingua,   pi didascalica che in Italia;  in Italia   pi
    poetica,  cio pi liturgica,  che in Francia. In Francia la religione
    interessa pi lo spirito che il cuore ed i sensi;  in  Napoli,  pi  i
    sensi ed il cuore che lo spirito.
    Qual  altra  nazione di Europa si pu vantare di non aver mai prodotta
    una setta di eresia e di essersi sempre ribellata ogni volta che le si
     parlato di Sant'officio e d'Inquisizione?  La nazione che ha  eretto
    un  tribunale  nazionale  indipendente  dal  re  contro questa barbara
    istituzione,  che tutte le altre nazioni di  Europa  hanno  almen  per
    qualche  tempo  riconosciuta e tollerata,  deve essere la pi umana di
    tutte.
    In Napoli era facile far delle riforme sulle ricchezze del clero tanto
    secolare quanto regolare. Una gran parte della nazione era in lite col
    medesimo per ispogliarlo delle sue rendite,  n  il  rispetto  per  la
    religione  e  per i suoi ministri l'arrestava.  Perch dunque,  quando
    queste riforme si vollero tentare  dalla  repubblica,  furono  odiate?
    Perch  i nostri repubblicani,  seguendo sempre idee troppo esagerate,
    voleano far due passi nel tempo in cui ne  doveano  far  uno:  l'altro
    avrebbe dovuto venir da s,  e sarebbe venuto. Ma essi, mentre voleano
    spogliare i preti, volean distruggere gli di;  si un l'interesse dei
    primi  e  dei  secondi,  e  si  rese  pi  forte  la  causa dei primi.
    Ritorniamo sempre allo stesso principio: si volea fare pi  di  quello
    che il popolo volea,  e conveniva retrocedere;  si potea giugnere alla
    mta, ma se ne ignorava la strada.
    Conforti credeva che una religione non si possa riformare se  non  per
    mezzo  di un'altra religione.  La religione cristiana ridotta a poco a
    poco alla semplicit del Vangelo;  riformate nel  clero  le  soverchie
    ricchezze di pochi e la quasi indecente miseria di molti; diminuito il
    numero  dei  vescovati  e dei benefici oziosi;  tolte quelle cause che
    oggi separan troppo gli ecclesiastici dal governo e li  rendono  quasi
    indipendenti,  sempre indifferenti e spesso anche nemici, ecc. ecc.: 
    la religione che meglio di ogni  altra  si  adatta  ad  una  forma  di
    governo moderato e liberale.  Nessun'altra religione tra le conosciute
    fomenta tanto lo spirito di libert.  La pagana  avea  per  suo  dogma
    fondamentale  la forza: produceva degli schiavi indocili e dei padroni
    tirannici.  La religion cristiana ha per base la giustizia universale:
    impone  dei doveri ai popoli egualmente che ai re,  e rende quelli pi
    docili,  questi meno oppressori.  La religione cristiana    stata  la
    prima  che abbia detto agli uomini che Iddio non approva la schiavit:
    per effetto della religione cristiana, abbiamo nell'Europa moderna una
    specie di libert diversa dall'antica;  ed   probabile  che  i  primi
    cristiani,  nella loro origine, altro non fossero che persone le quali
    volevano,  in  tempi  corrottissimi,   ridurre  la  pi  superstiziosa
    idolatria  alla  semplicit  della  pura ed eterna ragione,  ed il pi
    orribile dispotismo che mai abbia oppresso la cervice del genere umano
    (tale era quello di Roma) alle norme della giustizia.
    Ma gli uomini  (diceva  Conforti)  corrono  sempre  agli  estremi.  La
    filosofia,   dopo   aver   predicata   la   tolleranza,     diventata
    intollerante, senza ricordarsi che,  se non  degno della religione il
    forzar la religione, non  degno neanche della filosofia.
    Non    ancora dimostrato che un popolo possa rimaner senza religione:
    se voi non gliela date, se ne former una da se stesso. Ma, quando voi
    gliela date,  allora formate una  religione  analoga  al  governo,  ed
    ambedue  concorreranno al bene della nazione: se il popolo se la forma
    da s,  allora la religione sar  indifferente  al  governo  e  talora
    nemica.  Cos  tutti  gli abusi della religione cristiana sono nati da
    quegli stessi mezzi che si voglion prendere oggi per ripararli.
    Conforti credeva che la Francia istessa si sarebbe un giorno ricreduta
    de' suoi princpi, e che, quando si credeva di aver distrutti i preti,
    altro non avea fatto che  accrescerne  il  desiderio,  e  che  avrebbe
    dovuto  renderli  di  nuovo,   contentandosi  il  governo  di  potersi
    restringere a quelle riforme alle quali si sarebbe dovuto arrestare.
    Ma gli altri erano lontani dall'avere le idee di Conforti,  n seppero
    mai  determinarsi  a  prendere su tale oggetto un espediente generale.
    Ondeggiando tra lo stato della nazione e gli esempi  della  rivoluzion
    di Francia, abbandonarono quest'oggetto importante alla condotta degli
    agenti  subalterni;  e questo fu il peggior partito a cui si potessero
    appigliare. Un atto di forza avrebbe fatto odiare e temere il governo:
    questa indolenza lo fece odiare e disprezzare nel tempo istesso.
    Il popolo si stanc tra le tante opinioni contrarie degli  agenti  del
    governo,  e  prov tanto maggior odio contro i repubblicani quanto che
    vedeva le loro operazioni  essere  effetti  della  sola  loro  volont
    individuale.  L'odio contro gl'individui che governano,  odio che poco
    pu in un governo antico,    pericolosissimo  in  un  governo  nuovo;
    perch,  siccome il governo nuovo  tale quale lo formano gl'individui
    che lo compongono, il popolo contro gl'individui niun soccorso aspetta
    da un governo che conosce,  e l'odio contro  di  quelli  diventa  odio
    contro di questo.
    E' un carattere indelebile dell'uomo quello di sostener con pi calore
    le  opinioni proprie che le altrui,  pi le opinioni che crede nuove e
    particolari che le antiche e comuni.  Io credo,  e  fermamente  credo,
    che,  se  le  operazioni che taluni agenti si permisero contro i preti
    fossero state ordinate dal governo, il loro zelo sarebbe stato minore.
    La legge nulla determinava: il suo silenzio proteggeva le persone ed i
    beni degli ecclesiastici;  quindi quei pochi agenti del  governo,  che
    voleano  dare  sfogo  alle  loro idee proprie,  si doveano restringere
    agl'insulti. Or gl'insulti ricadono pi direttamente contro gli di, e
    le operazioni contro gli uomini. La condotta di molti repubblicani era
    tanto pi pericolosa quanto  che  si  restringeva  alle  sole  parole:
    mentre si minacciavano i preti,  si lasciavano;  ed essi ripetevano al
    popolo che gli agenti del governo l'aveano pi colla religione che coi
    religiosi,  perch,  mentre si lasciavano i beni,  si  attaccavano  le
    opinioni.  Si avrebbe dovuto far precisamente il contrario,  ed allora
    tutto sarebbe stato nell'ordine.
    Il governo si avvide,  ma tardi,  dell'errore: volle emendarsi e  fece
    peggio.  Il  popolo comprese che il governo operava pi per timore che
    per interna persuasione; e, quando ci si  compreso, tutto  perduto.


    26. TRUPPA.

    Un governo nuovo ha pi bisogno di forza che un governo antico, perch
    l'esecuzione della legge, per quanto sia giusta, non pu esser mai con
    sicurezza affidata  al  pubblico  costume:  gli  scellerati,  che  non
    mancano giammai, hanno campo maggiore di calunniarla e di eluderla; ed
    i  deboli  sono  pi  facilmente  sedotti  o trascinati nell'ondeggiar
    dubbioso tra le antiche opinioni e le nuove.
    I  francesi  impedirono  per  ogni  organizzazione  di  forza   nella
    repubblica napolitana.  Il primo loro errore fu quello di temer troppo
    la capitale;  il secondo,  di non temere abbastanza le province.  Essi
    non  aveano  truppa  per  inviarvene,  e  di  ci  non  poteano  esser
    condannati; ma essi non permisero che si organizzasse truppa nazionale
    che vi potesse andare in  loro  vece,  e  di  ci  non  possono  esser
    scusati.
    Dagli  avanzi  dell'esercito  del  re  di  Napoli si potea formare sul
    momento un corpo di  trentamila  uomini,  di  persone  che  altro  non
    chiedevano  che vivere.  Essi formavano il fiore dell'esercito del re,
    poich erano quelli appunto che erano stati gli ultimi  a  deporre  le
    armi. Tra questi, per il loro coraggio, si distinsero i camisciotti:
    contesero a palmo a palmo il terreno fino al castello del Carmine. Ci
    dovea farli stimare, e li fece odiare. Furono fatti tutti prigionieri:
    conveniva o assoldarli per la repubblica o mandarli via. Si lasciarono
    liberi  per  Napoli,  e  furono  stipendiati  da coloro che in segreto
    macchinavano la rivoluzione. Si tennero cos i controrivoluzionari nel
    seno istesso della capitale.
    S'incominci a raccogliere i soldati del re in  Capua,  indi  un'altra
    volta   in  Portici.   La  repubblica  napolitana  era  in  istato  di
    mantenerli;  essi avrebbero potuto salvar la patria,  salvar l'Italia:
    ma,  appena si vide incominciare l'operazione, che fu proibita. A quei
    pochissimi soldati che si permise di ritenere non  si  accordarono  se
    non  a  stento  le  armi,  che  erano tutte nei castelli in potere dei
    francesi.
    Intanto si volea disarmare la popolazione. Come farlo senza forze?  Ma
    i  francesi temeano egualmente le popolazioni ed i patrioti;  e questo
    loro soverchio timore fece dipoi  che  le  popolazioni  si  trovassero
    armate  per  offenderli,  ed  i patrioti per difendersi disarmati.  Si
    ordinava il disarmo,  ed intanto i custodi francesi  delle  armi,  non
    conoscendo  gli  uomini  e  le  cose  in  un paese per essi nuovo,  le
    vendevano; e ne compravano egualmente tanto il governo repubblicano, a
    cui era giusto restituirle senza paga,  quanto i traditori,  a cui era
    ingiusto  darle  anche  con  paga.  I mercenari,  che avrebbero potuto
    diventar nostri amici, non avendo onde vivere,  passarono a raddoppiar
    la forza dei nemici nostri.
    Oltre  di  una  truppa  di  linea,  si  avrebbe  potuto sollecitamente
    organizzare una gendarmeria: allora quando ordinossi a  tutt'i  baroni
    di  licenziare  le  loro  genti  d'armi,   costoro  sarebbero  passati
    volentieri al servizio della repubblica;  essi non sapevano far  altro
    mestiere:  abbandonati dalla repubblica,  si riunirono agl'insorgenti.
    Essi avrebbero potuto formare un corpo di cinque in seimila uomini,  e
    tutti valorosi.
    Si  ordin congedarsi gli armigeri baronali,  e non si pens alla loro
    sussistenza;  si soppressero i tribunali provinciali,  e non si  pens
    alla  sussistenza  di  tanti individui che componevano le loro forze e
    che ascendevano ad un numero anche maggiore degli armigeri...  -  Essi
    sono dei scellerati - diceva taluno,  il quale voleva anche i gendarmi
    eroi.  Ma questi  scellerati  continuarono  ad  esistere,  poich  era
    impossibile  ed inumano il distruggerli,  ed esistettero a danno della
    repubblica. Erasi obbliato il gran principio che bisogna che tutto il
    mondo viva.
    L'avea del tutto obbliato De Rensis,  allorch pubblic quel  proclama
    con cui diceva agli uffiziali del re che a chiunque avesse servito il
    tiranno  nulla  a  sperar rimanea da un governo repubblicano.  Questo
    linguaggio,  in bocca di un ministro di guerra,  dir volea a  mille  e
    cinquecento  famiglie,  che aveano qualche nome e molte aderenze nella
    capitale: - Se volete vivere, fate che ritorni il vostro re.  - Questo
    proclama segn l'epoca della congiura degli uffiziali.  Il proclama fu
    corretto dal governo col fatto,  poich molti uffiziali del re  furono
    dalla repubblica impiegati.  Ben si vide dalle persone che avean senno
    esser stato esso piuttosto feroce nelle parole che nelle idee, effetto
    di quella specie di eloquenza che allora predominava,  e per la  quale
    la parola la pi energica si preferiva sempre alla pi esatta;  ma, io
    lo ripeto, nelle rivoluzioni passive, quando le opinioni sono varie ed
    ancora incerte,  le parole poco misurate  posson  produrre  gravissimi
    mali.  Le eccezioni, le quali si reputan sempre figlie del favore, non
    distruggevano le impressioni prodotte una volta dalla legge  generale:
    molti  rimasero  ancora ondeggianti;  moltissimi si trovavano gi aver
    dati passi irretrattabili contro un governo che credevano ingiusto. La
    durata della nostra repubblica non fu che di cinque  mesi:  nei  primi
    gli  uffiziali  non  poterono ottener gradi;  negli ultimi non vollero
    accettarne.
    Si vuole dippi?  Degli stessi insorgenti si avrebbero potuto  formare
    tanti amici.  Essi seguivano un capo,  il quale per lo pi non era che
    un ambizioso: questo capo,  quando non avesse potuto  estinguersi,  si
    poteva  guadagnare,  e  le  sue forze si sarebbero rivolte a difendere
    quella repubblica, che mostrava di voler distruggere.


    27. GUARDIA NAZIONALE.

    Il nostro governo erasi ridotto  a  fondar  tutte  le  speranze  della
    patria sulla guardia nazionale.  Ma la guardia nazionale dev'essere la
    forza del popolo, e non mai quella del governo.
    Tutto fu ruinato in Francia,  quando il  governo  credette  non  dover
    avere  altra  forza:  la  Vandea  non  fu  mai ridotta,  gli assassini
    ingombrarono tutte le strade,  non vi fu  pi  sicurezza  pubblica  ed
    invece della tranquillit si ebbero le sedizioni.  Il primo difetto di
    ogni guardia nazionale  l'esser  pi  atta  all'entusiasmo  che  alla
    fatica; il secondo  che, quando non difende la nazione intera, quando
    a  buon  conto  una parte della nazione  armata contro dell'altra,  
    impossibile evitare  che  ciascun  partito  non  abbia  tra  le  forze
    dell'altro  dei  seguaci,  degli  amici,  i quali impediscano o almeno
    ritardino le operazioni.
    La  vera  forza  della  guardia  nazionale   risulta   dall'uniformit
    dell'opinione: ove non siasi giunto ancora a tale uniformit,  convien
    usare molta scelta nella sua formazione.  Non si debbono ammettere  se
    non  quelli  i  quali  si  presentino per volontario attaccamento alla
    causa,  o che abbiano nella loro educazione princpi di onest  e  nel
    loro  stato  civile  una  cautela  di  responsabilit.  Quei  tali che
    Aristotile direbbe formare in ogni citt la classe  degli  ottimi,  se
    non sono entusiasti, di rado almeno saranno traditori.
    Io  parlo  sempre  de' princpi di una rivoluzione passiva.  Nei primi
    giorni della nostra repubblica infiniti furono quelli che  diedero  il
    loro nome alla milizia nazionale: rispettabili magistrati, onestissimi
    cittadini,  i principali tra i nobili, quanto insomma vi era di meglio
    nella citt,  disperando dell'abolito governo,  voleva farsi un merito
    col nuovo. Conveniva ammetterli: si sarebbe ottenuto il doppio intento
    di compromettere molta gente e di guadagnare l'opinione del popolo: in
    ogni evento infelice, il libro che conteneva i loro nomi avrebbe forse
    potuto  formar  la salute di molti.  Ma si volle spinger la parzialit
    anche nella formazione della  guardia  nazionale:  allora  il  maggior
    numero si ritir,  e non si ebbe l'avvertenza neanche di conservare il
    libro che conteneva i loro nomi.
    Si  formarono  quattro  compagnie  di  patrioti:  essi   erano   tutti
    entusiasti,  tutti bravi. Ma quattro compagnie erano poche. Si dovette
    ritornare al punto donde si era partito,  ed ammettere coloro  che  si
    erano  esclusi.  Ma  essi  non ritornavano pi.  Si ordin che nessuno
    potesse essere ammesso a cariche  civili  e  militari,  se  prima  non
    avesse prestato il servizio nella guardia nazionale.  Ci era giusto e
    dovea bastare.  Ma si volle ordinare che tutti si ascrivessero,  e nel
    tempo  stesso si ordin un'imposizione per coloro che volessero essere
    esentati: dico volessero,  perch i motivi di esenzione erano  tali,
    che ciascuno potea fingerli,  ciascuno potea ammetterli,  senza timore
    di poter  essere  smentito  se  li  fingeva,  o  rimproverato  se  gli
    ammetteva.  Che  ne  avvenne?  Coloro  che  poteano  esser  mossi  dal
    desiderio delle cariche erano senza dubbio i migliori  del  paese,  ma
    essi  per  lo  pi  erano  ricchi,  e  comprarono  l'esenzione: furono
    costretti ad ascriversi coloro  che  non  aveano  n  patriottismo  n
    onest  n  beni,  e  cos la legge fece passar le armi nelle mani dei
    nostri nemici.
    Si volle sforzar la nazione, che solo si dovea invitare. L'imposizione
    riusc gravosissima per le province.  Il governo  era  passato  da  un
    estremo all'altro: prima non volea nessuno, poi voleva tutti. Era per
    da  riflettersi  che  questa misura fu presa quando gi incominciava a
    vedersi lo stato intero delle cose  volgersi  ad  inevitabile  rovina.
    Allora,  siccome  in  chi opera non vi  luogo a calcolo,  cos in chi
    giudica non deve predominar il sistema.  Il governo  allora  giuocava,
    come  suol  dirsi,  tutto per tutto.  Trista condizione di tempi,  nei
    quali taluno, per non aver potuto far ci che voleva,   poi costretto
    a volere ci che non pu!  Altre massime,  altra direzione nelle prime
    operazioni avrebbero fatta evitar la necessit di dover fondare  tutte
    le  speranze  della patria nella guardia nazionale;  e forse la patria
    sarebbesi salvata.
    Se la guardia nazionale in  Francia  erasi  sperimentata  inutile,  in
    Napoli  dovea  prevedersi inevitabilmente nociva,  perch,  essendo la
    rivoluzione passiva,  la massima parte della  nazione  dovea  supporsi
    almeno  indifferente  ed  inerte.   Avendo  io  osservato  le  guardie
    nazionali in molti  luoghi  delle  province,  ho  sempre  trovata  pi
    diligente  ed  energica  quella dove o erasi sofferto o temevasi danno
    dalle insorgenze. L'amor di s ridestava l'amor della patria. Pure, ad
    onta di tutto ci,  la guardia nazionale non produsse  in  noi  alcuno
    sconcerto, e nella capitale fu pi numerosa e pi attiva di quello che
    si  avrebbe  potuto sperare.  Insomma,  n il governo mancava di rette
    intenzioni,  n il popolo di buona volont: l'errore era  tutto  nelle
    massime  e  nella  prima  direzione data agli affari.  A misura che ci
    avviciniamo al termine di questo Saggio, vediamo i mali moltiplicarsi:
    son come tanti fiumi,  e tutti diversi,  ma che intanto derivano dalla
    stessa  sorgente;  ed  il  maggior  utile,  che  trar  si  possa dalla
    osservazione di questi avvenimenti, io credo che sia appunto quello di
    vedere quanti generi di mali posson derivare da un  solo  errore.  Gli
    uomini   diventeranno   pi   saggi,   quando  conosceranno  tutte  le
    conseguenze che un picciolo avvenimento pu produrre.




    28. IMPOSIZIONI.

    Championnet,  entrando coll'armata vittoriosa in  Napoli,  impose  una
    contribuzione  di  due  milioni  e  mezzo di ducati da pagarsi tra due
    mesi.  Tale imposizione era assolutamente  esorbitante  per  una  sola
    citt  gi  desolata dalle immense depredazioni che il passato governo
    vi avea fatte.  Championnet avrebbe potuto esigere il doppio a poco  a
    poco,  in pi lungo spazio di tempo.  Quando Championnet se ne avvide,
    si pent e mostr pentirsi del fatto, ma non lo ritratt; anzi stabil
    quindici milioni per le province, a suo tempo.
    Ma chi potrebbe esporre il modo,  quasi direi capriccioso,  col  quale
    un'imposizione  per  se  stessa smoderata fu ripartita?  Nulla era pi
    facile che seguire il piano della decima che  gi  esigeva  il  re,  e
    proporzionare  cos  la  nuova  imposizione alla quantit dei beni che
    nell'officio della decima trovavasi gi liquidata.  Si videro famiglie
    milionarie   tassate   in   pochi   ducati,   e   tassate   in   somme
    esorbitantissime quelle che nulla possedeano: ho visto la stessa tassa
    imposta a chi avea sessantamila ducati all'anno di rendita,  a chi  ne
    avea dieci,  a chi ne avea mille.  Le famiglie dei patrioti si vollero
    esentare,  mentre forse era pi giusto che dassero le prime  l'esempio
    di  contribuire con generosit ai bisogni della patria.  Si cangiarono
    tutte le idee: ci che era imposizione fu considerato come una pena, e
    non si calcolarono tanto i beni quanto i  gradi  di  aristocrazia  che
    taluno  avea  nel  cuore.  -  Noi  tassiamo  l'opinione  - risposero i
    tassatori ad una donna che  si  lagnava  della  tassa  imposta  a  suo
    marito, il quale, non avendo altro che il soldo di uffiziale, fuggendo
    il re, avea perduto tutto. Si tenne da coloro ai quali il governo avea
    commesso  l'affare  una  massima che appena si sarebbe tollerata in un
    generale di un'armata vittoriosa  e  nemica.  Una  tassa  imposta  sul
    pensiero  apriva  tutto  il  campo all'arbitrio.  Questo  il male che
    producono le imposizioni male immaginate e mal dirette;  quando  anche
    evitate  l'ingiustizia,  non  potete evitare il sospetto che producono
    sul popolo gli effetti medesimi dell'ingiustizia.
    Difatti non vi era in Napoli tanto danaro da pagar  l'imposizione.  Fu
    permesso  di  pagarla  in  metalli  preziosi  ed  in  gioie.  Chi  era
    incaricato a riceverle ne  fu  nel  tempo  istesso  il  tesoriere,  il
    ricevitore,  l'apprezzatore;  ed  il  popolo  credette che tutto fosse
    trafficato   non   colla   bilancia   dell'equit,   ma   con   quella
    dell'interesse  dell'esattore.  Io  non  intendo  affermare ci che il
    popolo credeva. Il governo, per dar fine ai tanti reclami,  nomin una
    commissione composta di persone superiori ad ogni sospetto.
    Mentre  in  Napoli si esigeva una tale imposizione,  le province erano
    vessate per un ordine del nuovo governo,  con cui  si  obbligavano  le
    popolazioni  a  pagar  anche l'attrasso di ci che doveano all'antico.
    Quest'ordine  fatale  dovette  esser  segnato   in   qualche   momento
    d'inconsideratezza  e per ragion di pratica.  Si segu l'antico stile,
    lo stile di tutt'i governi: difatti fu un solo dei  membri  componenti
    il governo quegli che sottoscrisse il decreto, ed io so per cosa certa
    che  non  lo  credette di tanta importanza da meritare una discussione
    cogli altri suoi compagni.  Non avvert che quello stile non conveniva
    ad una rivoluzione. Poco tempo prima, il governo avea abolito un terzo
    della  decima,  ed  avea fatta sperare l'abolizione intera.  La decima
    interessava pi la capitale che le province,  e di quella pi  che  di
    queste, per eterna fatalit, si occup sempre il nostro governo. Ma le
    province  si  doveano  aspettar  mai  questo  linguaggio da un governo
    nuovo,  che avea bisogno di guadagnar la  loro  affezione?  In  Ostuni
    Giuseppe  Ayroldi,  uno de' principali della citt e che conosceva gli
    uomini,  si oppose alla pubblicazione ed  all'esecuzione  dell'ordine.
    Egli ne prevedeva le funeste conseguenze. Il governo non si rimosse; e
    quale  ne  fu  l'effetto?  Ostuni  si rivolt,  ed Ayroldi fu la prima
    vittima del furore popolare.
    Esse nel tempo stesso erano tormentate dalle  requisizioni  arbitrarie
    di taluni commissari e generali.  Mali inevitabili in ogni guerra,  ma
    maggiori sempre quando la nazione vincitrice non ha  quell'energia  di
    governo, che tutto attira a s e fa s che le passioni dei privati non
    turbino   l'unit  delle  pubbliche  operazioni.   L'esercito  di  una
    repubblica, se non  composto dei pi virtuosi degli uomini, cagioner
    sempre maggiori mali dell'esercito  di  un  re.  Questi  mali  portano
    sempre  seco  loro il disgusto de' popoli verso colui che ha vinto,  e
    impongono al  vincitore  verso  l'umanit  l'obbligo  di  un  compenso
    infinito,  che  solo  pu  assicurare  la  conquista  e  quasi  render
    legittima la forza.
















    29. FAIPOULT.

    Finalmente venne Faipoult.  Egli con un editto,  in cui si ripeteva un
    decreto del Direttorio esecutivo,  dichiar tutto ci che la conquista
    avea dato alla nazione francese.  Si parlava di conquista dopo che  si
    era  tante volte promessa la libert;  e,  per conciliar la promessa e
    l'editto,   si  chiamava  frutto  della  conquista  tutto  ci   che
    apparteneva al fuggito re.
    Ma  quali  erano  i  beni  del re,  che non fossero della nazione?  Si
    chiamava fondo del re la reggia,  che suo padre non  avea  al  certo
    condotto da Spagna; si chiamavano beni del re i fondi dell'ordine di
    Malta  e  dell'ordine  costantiniano,  i  quali  erano  certamente de'
    privati; i monasteri,  che erano de' monaci e che,  ove non vi fossero
    pi  monaci,  non perci diventavano beni del re;  gli allodiali,  de'
    quali il re non era che amministratore;  e si spinse la cosa  fino  al
    segno  di  dichiarar  beni  del  re i banchi,  deposito del danaro de'
    privati, la fabbrica della porcellana e gli avanzi di Pompei, nascosti
    ancora nelle viscere della terra.  Il re istesso,  ne'  momenti  della
    maggior  ebbrezza  del  suo potere,  non avea giammai tenuto un simile
    linguaggio,  e forse in bocca di un re sarebbe stato meno dannoso alla
    nazione  e  meno  strano:  meno  dannoso,  perch,  per  quanto  ei si
    prendesse,  tutto rimaneva alla nazione,  tra  la  quale  egli  stesso
    restava;  meno  strano,  perch  egli  era  realmente  il capo di quel
    governo,  e non vi  era  nei  suoi  detti  la  contraddizione  che  si
    osservava nell'editto di Faipoult.
    Tale editto potea far rivoltar la nazione: Championnet lo previde e lo
    soppresse; Faipoult si oppose, e Championnet discacci Faipoult.
    O  Championnet,  tu  ora pi non esisti;  ma la tua memoria riceva gli
    omaggi dovuti alla fermezza ed alla giustizia tua.  Che importa che il
    Direttorio abbia voluto opprimerti?  Egli non ti ha per avvilito.  Tu
    diventasti allora l'idolo della nazione nostra.
    Il richiamo di Championnet fu un male per la repubblica napolitana. Io
    non voglio decidere del suo merito militare: ma  egli  era  amato  dal
    popolo di Napoli; e questo era un merito ben grande.










    30. PROVINCE - FORMAZIONE DI DIPARTIMENTI.

    Ma quale intanto era lo stato delle province?  Esse finalmente doveano
    richiamar l'attenzione del governo, forse,  fino a quel punto,  troppo
    occupato  della  sola  capitale.  Il  miglior partito sarebbe stato di
    farvi le minori novit possibili;  ma,  come  sempre  suole  avvenire,
    s'incominci  dal  farsene  le  pi  grandi  e le meno necessarie.  Il
    maggior numero delle rivoluzioni ha avuto un  esito  infelice  per  la
    soverchia premura di cangiare i nomi delle cose.
    S'incominci  dalla  riforma  dei  dipartimenti.  Volle incaricarsi di
    quest'opera  Bassal,   francese,   che  era  venuto  in  compagnia  di
    Championnet.  Qual  mania   mai quella di molti di voler far tutto da
    loro!  Quest'uomo,  il quale non avea  veruna  cognizione  del  nostro
    territorio, fece una divisione ineseguibile, ridicola. Un viaggiatore,
    che  dalla  cima  di un monte disegni di notte le valli sottoposte che
    egli non abbia giammai vedute, non pu far opera pi inetta.
    La natura ha diviso essa istessa il territorio del  regno  di  Napoli:
    una  catena  non interrotta di monti lo divide da Occidente ad Oriente
    dagli Apruzzi fino all'estremit  delle  Calabrie;  i  fiumi,  che  da
    questi  monti  scorrono ai due mari che bagnano il nostro territorio a
    settentrione ed a mezzogiorno,  formano  le  suddivisioni  minori.  La
    natura  dunque  indicava  i  dipartimenti: la popolazione,  i rapporti
    fisici ed economici di ciascuna citt  o  terra  doveano  indicare  le
    centrali ed i cantoni.
    Invece  di  ci,  si  videro  dipartimenti che s'incrociavano,  che si
    tagliavano a vicenda;  una terra,  che era poche miglia discosta dalla
    centrale  di  un  dipartimento,  apparteneva  ad  un'altra  da cui era
    lontana  cento  miglia;   le  popolazioni  della  Puglia   si   videro
    appartenere  agli Apruzzi;  le centrali non furono al centro,  ma alle
    circonferenze;   alcuni  cantoni  non   aveano   popolazione,   mentre
    moltissimi ne aveano soverchia,  perch sulla carta si vedevano notati
    i nomi dei paesi e non le loro qualit.
    Si vuol di pi? Molte centrali di cantoni non erano terre abitate,  ma
    o monti o valli o chiese rurali,  ecc.  ecc., che aveano un nome sulle
    carte; molte terre, avendo un doppio nome, si videro appartenere a due
    cantoni diversi.
    Dopo un mese,  il governo,  che non avea potuto impedire  l'opera  del
    cittadino  Bassal,  la  dovette  solennemente abolire,  e fu necessit
    ricorrere a quel metodo col quale avrebbe  dovuto  incominciare,  cio
    d'incaricare  di  un'opera geografica i geografi nostri.  Frattanto si
    comand che si  conservasse  l'antica  divisione  delle  province,  la
    quale,  sebbene difettosa,  era per tollerabile.  Ma intanto si crede
    forsi picciolo male che il governo (poich il popolo non conosceva  n
    era  obbligato  a  conoscere  Bassal),  con  ordini  male  immaginati,
    ineseguibili,  strani,   perda  nell'animo  della  popolazione  quella
    opinione di saviezza che sola pu ispirare la confidenza?




















    31. ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE.

    Forse  il miglior metodo per organizzare le province era quello di far
    uso delle autorit costituite che gi  vi  erano.  Tutte  le  province
    aveano  di  gi  riconosciuto  il nuovo governo: le antiche autorit o
    conveniva distruggerle tutte,  o tutte conservarle.  Non so  quale  di
    questi  due  mezzi  sarebbe  stato il migliore: so che non si segu n
    l'uno n l'altro,  ed i consigli  mezzani  non  tolsero  i  nemici  n
    accrebbero gli amici.
    Con  un  proclama  del  nuovo  governo  si  ordin  a tutte le antiche
    autorit costituite delle province che rimanessero in attivit fino  a
    nuova   disposizione.   Intanto   s'inviarono   da   per   tutto   dei
    democratizzatori,  i quali urtavano ad ogni momento la giurisdizione
    delle  autorit antiche;  e,  siccome queste erano ancora in attivit,
    rivolsero  tutto  il  loro  potere  a  contrariar  le  operazioni  dei
    democratizzatori novelli.  In tal modo si permise loro di conservar il
    potere,  per  rivolgerlo  contro  la  repubblica,  quando  ne  fossero
    disgustati;   e   s'inviarono  i  democratizzatori,   perch  avessero
    un'occasione di disgustarsi.
    Quale strana idea era quella  dei  democratizzatori?  Io  non  ho  mai
    compreso  il significato di questa parola.  S'intendea forse parlar di
    coloro che andavano ad organizzar un governo in una provincia?  Ma  di
    questi  non  ve ne abbisognava al certo uno per terra.  S'intendeva di
    colui che andava, per cos dire,  ad organizzare i popoli e render gli
    animi repubblicani?  Ma questa operazione n si potea sperare in breve
    tempo n richiedeva un commissario del  governo.  Le  buone  leggi,  i
    vantaggi  sensibili  che  un  nuovo governo giusto ed umano procura ai
    popoli,   le  parole  di  pochi  e  saggi  cittadini,   che,   vivendo
    senz'ambizione  nel  seno  delle  loro famiglie,  rendonsi per le loro
    virt degni dell'amore e della confidenza dei loro  simili,  avrebbero
    fatto quello che il governo da s n dovea tentare n potea sperare.
    Quando   voi  volete  produrre  una  rivoluzione,   avete  bisogno  di
    partigiani;   ma,   quando  volete  sostenere  o  menare  avanti   una
    rivoluzione  gi  fatta,  avete  bisogno  di  guadagnare  i  nemici  e
    gl'indifferenti.  Per produrre la  rivoluzione,  avete  bisogno  della
    guerra,  che sol colle stte si produce; per sostenerla, avete bisogno
    della pace,  che nasce dall'estinzione di  ogni  studio  di  parti.  A
    persuadere il popolo sono meno atti, perch pi sospetti, i partigiani
    che  gl'indifferenti.  Quindi  che,  in una rivoluzione passiva,  voi
    dovete far pi conto di coloro che non sono dalla vostra che di quelli
    che gi ci sono;  e,  siccome  fu  un  errore  e  l'istituzione  della
    commissione  censoria  e  la  prima  pratica seguta per la formazione
    della guardia nazionale,  perch tendevano a ristringer  le  cose  tra
    coloro  soli che eran dichiarati per la buona causa,  cos fu anche un
    errore,   e  fu  frequente  presso  di  noi,   l'impiegare  colui  che
    volontariamente  si  offeriva,  in preferenza di colui che volea esser
    richiesto,  ed il servirsi dell'opera dei giovani  anzich  di  quella
    degli  uomini  maturi.  Non quelli che con facilit,  ma bens che con
    difficolt guadagnar si possono,  sono coloro che pi  vagliono  sugli
    animi  del  popolo.  I  giovani  non vi mancano mai nella rivoluzione;
    Russo li credeva perci pi atti alla medesima: se egli con ci  volea
    intendere che erano pi atti a produrla,  avea ragione; se poi credeva
    che fossero perci pi  atti  a  sostenerla,  s'ingannava.  I  giovani
    possono  molto  ove  vi    bisogno di moto,  non dove vi  bisogno di
    opinione.
    Giovanetti  inesperti,  che  non  aveano  veruna  pratica  del  mondo,
    inondarono  le  province  con  una  carta di democratizzazione,  che
    Bisceglia,  allora membro del comitato centrale,  concedeva a chiunque
    la  dimandava.  Essi  non erano accompagnati da verun nome;  fortunati
    quando non erano preceduti da uno poco  decoroso!  Non  aveano  veruna
    istruzione  del  governo:  ciascuno  operava  nel suo paese secondo le
    proprie idee;  ciascuno credette che la riforma dovesse  esser  quella
    che egli desiderava: chi fece la guerra ai pregiudizi, chi ai semplici
    e severi costumi dei provinciali,  che chiam rozzezze: s'incominci
    dal disprezzare quella stessa nazione che si dovea elevare all'energia
    repubblicana,  parlandole troppo altamente di una  nazione  straniera,
    che  non ancora conosceva se non perch era stata vincitrice;  si urt
    tutto ci che i popoli hanno di pi sacro, i loro di, i loro costumi,
    il loro nome. Non manc qualche malversazione, non manc qualche abuso
    di novella autorit,  che risvegliava gli spiriti di partito,  non mai
    estinguibili tra le famiglie principali dei piccioli paesi.  Gli animi
    s'inasprirono. Il secondo governo vide il male che nasceva dall'errore
    del primo: Abamonti specialmente richiam quanti ne potette di  questi
    tali democratizzatori. Ma il male era gi troppo inoltrato; il vincolo
    sociale  dei  dipartimenti  erasi  gi rotto,  poich si era gi tolta
    l'uniformit della legge e la riunione delle forze: non mancava che un
    passo per la guerra civile, ed infatti poco tard a scoppiare.
    Come no?  Una popolazione scosse il giogo del giovanetto;  le altre la
    seguirono: le popolazioni che eran repubblicane, cio che aveano avuta
    la  fortuna  di  non  aver  democratizzatori o di averli avuti savi si
    armarono contro le insorgenti.  Ma queste aveano idee  comuni,  poich
    quelle  dell'antico  governo  eran  comuni a tutte;  s'intendevano tra
    loro; le loro operazioni erano concertate.  Nessuno di questi vantaggi
    avevano  le popolazioni repubblicane.  Le antiche autorit costituite,
    che conservavano tuttavia molto potere, erano, almeno in segreto,  per
    le  prime.  Qual  meraviglia  se,  dopo qualche tempo,  le popolazioni
    insorgenti,   sebbene  sulle  prime  minori  di  numero  e  di  forze,
    oppressero  le  repubblicane?  Si  volle  tenere  una strada opposta a
    quella della natura.  Questa forma le sue operazioni in getto,  ed  il
    disegno  del  tutto precede sempre l'esecuzione delle parti: da noi si
    vollero fare le parti prima che si fosse fatto il disegno.



















    32. SPEDIZIONE CONTRO GL'INSORGENTI DI PUGLIA.

    La nazione napolitana non era pi una:  il  suo  territorio  si  potea
    dividere  in  democratico  ed  insorgente.  Ardeva  l'insorgenza negli
    Apruzzi e comunicava con quella  di  Sora  e  di  Castelforte.  Queste
    insorgenze  si  doveano  in  gran parte all'inavvertenza ed al picciol
    numero dei  francesi,  i  quali,  spingendo  sempre  innanzi  le  loro
    conquiste  n  avendo  truppa  sufficiente  da  lasciarne dietro,  non
    pensarono ad  organizzarvi  un  governo.  Che  vi  lasciarono  dunque?
    L'anarchia.  Questa non  possibile che duri pi di cinque giorni. Che
    ne dovea avvenire?  Dopo qualche giorno,  dovea sorgere un  ordine  di
    cose,  il  quale  si  accostasse pi all'antico governo,  che i popoli
    sapeano,  piuttosto che al nuovo,  che essi ignoravano;  e l'idea  dei
    nuovi  conquistatori dovea associarsi negli animi loro alla memoria di
    tutti i mali che avea prodotti l'anarchia.
    Il cardinal Ruffo,  il quale ai primi giorni di febbraio avea occupata
    la Calabria dalla parte di Sicilia, spingeva un'altra insorgenza verso
    il  settentrione  e veniva a riunirsi alle altre insorgenze in Matera.
    Il governo troppo tardi avea spedito nelle  Calabrie  due  commissari,
    tali appunto quali gli abitanti non gli voleano: per che, senza forze,
    erano  stati  costretti  a fuggire,  e fu fortunato chi salv la vita.
    Monteleone,  ricca e popolata citt,  ripiena di spirito repubblicano,
    avea  opposta  una  resistenza  ostinata  a  Ruffo;  ma,  sola,  senza
    comunicazione,  era stata costretta a  cedere.  E  nello  stesso  modo
    cedettero tutte le altre popolazioni di Calabria.
    Tutte  le  popolazioni  repubblicane  delle  altre province,  isolate,
    circondate,   premute  da  per  tutto  dagl'insorgenti,   si  vedevano
    minacciate   dello  stesso  destino.   Si  aggiungeva  a  ci  che  le
    popolazioni  insorgenti  saccheggiavano,   manomettevano   tutto;   le
    popolazioni repubblicane erano virtuose.  Ma,  quando, per effetto dei
    partiti, gli scellerati non si possono tenere a freno, essi si dnno a
    quel partito i di cui princpi sono pi conformi  ai  loro  propri,  e
    forzano,  per  cos  dire,  gli  di a non essere per quella causa che
    approva Catone.
    Si vollero distruggere le insorgenze della  Puglia  e  della  Calabria
    come  le  pi  pericolose,  come  le  pi lontane e le pi difficili a
    vincere,  perch le pi vicine alla Sicilia.  Partirono da Napoli  due
    picciole  colonne,  una  francese,  che  prese  il  cammino di Puglia,
    l'altra di napolitani,  comandata da Schipani,  che  prese  quello  di
    Calabria  per  Salerno.  Ma  la  colonna di Puglia dovea anch'essa per
    l'Adriatico ed il Ionio passar nella Calabria e riunirsi alla  colonna
    di Schipani.
    Il  comandante della colonna francese,  aiutato dai patrioti e soldati
    che conduceva Ettore Carafa e dai patrioti  di  Foggia,  distrusse  la
    formidabile  insorgenza  di  Sansevero;  indi,  spingendosi pi oltre,
    prese Andria e poi Trani,  e fu egli che distrusse l'armata dei  crsi
    nelle vicinanze di Casamassima.  Ma egli abus della sua forza.  Prese
    settemila ducati che trasportava il corriere pubblico, e che avrebbero
    dovuti esser sagri;  e,  quando gliene fu chiesto conto,  non  potette
    dimostrare  che  essi  erano degl'insorgenti.  Il troppo zelo di punir
    questi forsi lo ingann! Non seppe distinguere gli amici dagl'inimici,
    ed,  ove si trattava d'imposizioni,  la condizione dei  primi  non  fu
    migliore di quella dei secondi.  Bari, in una provincia tutta insorta,
    avea fatti prodigi per difendersi.  Quando  egli  vi  giunse,  dovette
    liberarla da un assedio strettissimo,  che sosteneva da quarantacinque
    giorni: vi entra e,  come se fosse una citt  nemica,  le  impone  una
    contribuzione  di  quarantamila  ducati.  La  stessa condotta tenne in
    Conversano,  cui,  ad onta di esser stata  assediata  dagl'insorgenti,
    impose  la  contribuzione di ottomila ducati.  Nella provincia di Bari
    non vi rest un paio di fibbie d'argento.  Tutto fu dato per pagar  le
    contribuzioni imposte.
    Le  prime armi di una rivoluzione virtuosa doveano esser la prudenza e
    la giustizia;  ed i nostri traviati fratelli meritavano pi  di  esser
    corretti che distrutti. Facendo altrimenti, si credevano vinti, mentre
    non erano che fugati.  Trani fu saccheggiata; questa bella, popolosa e
    ricca citt fu distrutta; ma gl'insorgenti di Trani rimanevano ancora:
    essi, all'avvicinarsi dei francesi, si erano tutt'imbarcati,  pronti a
    ritornare  pi  feroci,  tosto  che i francesi avessero abbandonate le
    loro case.
    Lo dir io?  Le tante vittorie  ottenute  contro  gl'insorgenti  hanno
    distrutti pi uomini da bene che scellerati.  Questi,  consci del loro
    delitto, pensano sempre per tempo alla loro salvezza. L'uomo dabbene 
    clto all'improvviso ed inerme: la sua casa  saccheggiata del pari  e
    forse  anche prima di quella dell'insorgente,  perch l'uomo dabbene 
    quasi sempre il pi ricco, e, quando l'insorgente ritorna,  lo ritrova
    disgustato di colui da cui ha sofferto il saccheggio.
    Un  buon  governo  vuole  esser  forte  ma non crudele,  severo ma non
    terrorista.  Le insorgenze di Napoli si  poteano  ridurre  a  calcolo.
    Pochi  erano  i punti centrali delle medesime,  e chiunque conosceva i
    luoghi vedeva  essere  quegl'istessi  che  nell'antico  governo  erano
    ripieni di uomini i pi oziosi e pi corrotti e,  per tal ragione, pi
    miserabili e pi facinorosi.  Nei luoghi dove in tempo del re vi  eran
    pi  ladri,  contrabbandieri  ed  altra  simile genia,  in tempo della
    repubblica vi furono pi insorgenti.  Erano luoghi d'insorgenza Atina,
    Isernia,  Longano, le colonie albanesi del Sannio, Sansevero, ecc. Nei
    luoghi ove la gente era industriosa ed,  in conseguenza,  agiata e ben
    costumata,  si potea scommettere cento contro uno che vi sarebbe stata
    una eterna tranquillit.
    I primi motori dell'insorgenza furon coloro che  avean  tutto  perduto
    colla  ruina dell'antico governo,  e che nulla speravano dal nuovo: se
    questi furon molti,  gran parte della colpa ne fu del governo istesso,
    che non seppe far loro nulla sperare, e che fece temere che il governo
    repubblicano  fosse  una  fazione.  Eppure la repubblica avea tanto da
    dare,  che era pericolosa follia  credere  di  poter  sempre  dare  ai
    repubblicani!
    Grandi  strumenti  di  controrivoluzione  furono  tutte le milizie dei
    tribunali provinciali,  tutti gli armigeri dei baroni,  tutt'i soldati
    veterani  che il nuovo ordine di cose avea lasciati senza pane,  tutti
    gli assassini che correvano con  trasporto  dietro  un'insorgenza,  la
    quale  dava loro occasione di poter continuare i loro furti e quasi di
    nobilitarli.  Luoghi di grande insorgenza furono perci quasi tutte le
    centrali delle province,  come Lecce,  Matera,  Aquila, Trani, dove la
    residenza delle autorit provinciali,  delle loro forze  e  di  quanto
    nelle province eravi di scellerati,  che ivi si trovavano in carcere e
    che,  nell'anarchia che accompagn il cangiamento del governo,  furono
    tutti scapolati, riuniva pi malcontenti e pi facinorosi.
    Costoro  strascinarono  tutti  gli  altri  esseri pacifici e meramente
    passivi,  intimoriti egualmente  dall'audacia  dei  briganti  e  dalla
    debolezza del governo nuovo.
    Contro  tali  insorgenze  non  vale  tanto una spedizione militare che
    distrugga,  quanto una forza sedentaria  che  conservi:  gl'insorgenti
    fuggivano  alla vista di un esercito: tostoch l'esercito era passato,
    una picciola forza, ma permanente, loro avrebbe impedito di riunirsi e
    di agire.  Il soldato non soffre le stazioni: brama la guerra  ed  ama
    che il nemico si renda forte a segno di meritare una spedizione,  onde
    aver l'occasione di misurarsi,  la gloria di vincerlo ed il piacere di
    spogliarlo.
    Il  comandante  francese  padrone  di  Trani  fu  chiamato da Palomba,
    commissario del dipartimento della  Lucania,  perch  marciasse  sopra
    Matera ad impedire che vi si formasse un'insorgenza, che potea divenir
    pericolosa  per  quel  dipartimento.  Ma,  Matera  non  essendo ancora
    rivoltata, non vi and,  perch non avrebbe potuto farla saccheggiare.
    E,  quando,  premurato dalle reiterate istanze di Palomba,  s'incamin
    con tutte le forze che aveva,  fu richiamato in Napoli.  L'insorgenza,
    che  in  Matera  era  tutta  pronta  e solo compressa dal timore della
    vicinanza delle forze superiori, quando queste furono lontane, scoppi
    e si riun a quella della Calabria.
    Ma perch non marci Palomba istesso colle  sue  forze  sopra  Matera?
    Perch Palomba,  come commissario,  non avea saputo trovare i mezzi di
    riunirle  e  di  sostenerle;   perch  il  suo  generale  Mastrangiolo
    tutt'altro  era  che  generale.   Caldi  ambidue  del  pi  puro  zelo
    repubblicano,  colle pi pure intenzioni,  ma privi di quella pubblica
    opinione,  che  sola  riunisce le forze altrui alle nostre,  e di quel
    consiglio,  senza di cui non vagliono mai nulla n le forze nostre  n
    le  altrui,  tutti  e  due  non sapeano far altro che gridare Viva la
    repubblica!, ed intanto aspettare che i francesi la fondassero,  come
    se  fosse  possibile  fondare  una  repubblica colle forze di un'altra
    nazione! Nel dipartimento il pi democratico della terra,  colle forze
    imponenti di Altamura,  di Avigliano,  di Potenza,  di Muro,  di Tito,
    Picerno,  Santofele,  ecc.  ecc.,  Mastrangiolo perdette il suo  tempo
    nell'indolenza.  I bravi uffiziali,  che aveva attorno, lo avvertirono
    invano del pericolo che lo premeva: l'insorgenza crebbe e lo costrinse
    a fuggire.











    33. SPEDIZIONE DI SCHIPANI.

    Schipani rassomiglia Cleone di Atene e Santerre di Parigi. Ripieno del
    pi caldo zelo per la rivoluzione,  attissimo a  far  sulle  scene  il
    protagonista  in  una  tragedia di Bruto,  fu eletto comandante di una
    spedizione destinata a passar nelle Calabrie,  cio nelle due province
    le  pi  difficili a ridursi ed a governarsi per l'asprezza dei siti e
    per il carattere degli abitanti.  Non avea seco che ottocento  uomini,
    ma  essi erano tutti valorosi e di poco inferiori di numero alla forza
    nemica.
    Schipani  marcia:  prende  Rocca  di  Aspide,   prende  Sicignano.   A
    Castelluccia  trova  della  gente  riunita  e fortificata in una terra
    posta sulla cima di un monte di difficilissimo accesso.
    Vi erano per mille strade per ridurla.  Castelluccia era una picciola
    terra,  che potea senza pericolo lasciarsi dietro. Egli dovea marciare
    diritto  alle  Calabrie,   ove  eranvi  diecimila  patrioti   che   lo
    attendevano;  ove Ruffo non era ancora molto forte, ed andava tentando
    appena una controrivoluzione,  di cui forse egli stesso disperava;  e,
    discacciato   una  volta  Ruffo,   tutte  le  insorgenze  della  parte
    meridionale della nostra regione andavano a cedere.  Ma  Schipani  non
    seppe  conoscere  il  nemico  che  dovea  combattere,  n seppe,  come
    Scipione, trascurare Annibale per vincere Cartagine.
    Tutt'i luoghi intorno a Castelluccia  erano  ripieni  di  amici  della
    rivoluzione.  Campagna,  Albanella,  Controne,  Postiglione, Capaccio,
    ecc.,  potevano dare pi di tremila uomini agguerriti: il  commissario
    del Cilento ne avea gi pronti altri quattrocento, ed anche di pi, se
    avesse voluto, ne avrebbe potuto riunire. Se Schipani avesse avuto pi
    moderato  desiderio  di  combattere  e  di  vincere,  e  se  prima  di
    distruggere i nemici avesse pensato a rendersi sicuro degli amici, che
    gli offerivano i loro soccorsi,  avrebbe potuto facilmente formare una
    forza infinitamente superiore a quella che dovea combattere.
    Avrebbe  potuto  ridurre  Castelluccia  per  fame,   poich  non  avea
    provvisioni  che  per   pochi   giorni:   avrebbe   potuto   prenderla
    circondandola  e  battendola  dalla cima di un monte che la domina;  e
    questo consiglio gli fu suggerito dai cittadini di Albanella  e  della
    Rocca,  che si offrirono volontari a tale impresa.  Qual disgrazia che
    tal consiglio non sia nato da se stesso nella mente di Schipani!  Egli
    avea  un'idea romanzesca della gloria,  e riputava vilt il seguire un
    consiglio che non fosse suo.
    Questo  suo  carattere   fece   s   che   ricusasse   l'offerta   dei
    castelluccesi,  i  quali  volean  rendersi,  a  condizione per che la
    truppa non  fosse  entrata  nella  terra;  e  l'altra,  offertagli  da
    Sciarpa, capo di tutta quella insorgenza, di voler unire le sue truppe
    alle  truppe  della repubblica,  purch gli si fosse dato un compenso.
    Schipani rispose come Goffredo:

    Guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco.

    Questo stesso carattere gli fece immaginare un piano  d'assalto  della
    Castelluccia  da  quel  lato  appunto  per  lo  quale il prenderla era
    impossibile. I nostri fecero prodigi di valore.  Il nemico,  forte per
    la sua situazione,  distrusse la nostra truppa colle pietre.  Schipani
    fu costretto a ritirarsi; e,  cadendo in un momento dall'audacia nella
    disperazione, la sua ritirata fu quasi una fuga.
    La  spedizione  diretta da Schipani dovea esser comandata dal valoroso
    Pignatelli  di  Strongoli.  E'  stata  una  disgrazia  per  la  nostra
    repubblica  che  Pignatelli,  per  malattia sopravvenutagli,  non pot
    allora prestarsi agli ordini del governo ed al desiderio dei buoni.
    Dopo questa operazione,  Schipani fu inviato contro  gl'insorgenti  di
    Sarno.  Giunse  a Palma,  incendi due ritratti del re e della regina,
    che per caso vi si ritrovarono,  arring al popolo  e  se  ne  ritorn
    indietro.  Vi  andarono  i  francesi,  saccheggiarono  ed incendiarono
    Lauro, donde tutti gli abitanti erano fuggiti,  e non uccisero un solo
    insorgente. Cos gl'insorgenti di Lauro e di Sarno, non vinti, ma solo
    irritati,  si  unirono  a  quelli  di Castelluccia e delle contrade di
    Salerno, gi vincitori.
    34. CONTINUAZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE.

    In tale stato erano le cose,  quando le autorit  dipartimentali,  gi
    inviate ne' dipartimenti,  incominciarono l'opera della organizzazione
    delle municipalit.
    Per una rivoluzione non vi  oggetto pi importante della  scelta  de'
    muncipi.  Dipende  da  essi  che  la  forza del governo sia applicata
    convenientemente in tutt'i punti;  dipende da essi di far amare o  far
    odiare il governo. Il popolo non conosce che il municipe, e giudica da
    lui di coloro che non conosce.
    Per eleggere i muncipi in una nazione, la quale gi anche nell'antica
    costituzione avea un governo municipale, si volle seguire il metodo di
    un'altra  che  non  conosceva municipalit prima della rivoluzione;  e
    cos,  mentre  si  promettevano  nuovi  diritti  al  popolo,   se  gli
    toglievano  gli antichi.  Era quasi fatalit seguire le idee,  sebbene
    indifferenti, de' nostri liberatori!
    L'elezione de' muncipi fu affidata ad un collegio  di  elettori,  che
    furono  scelti  dal  governo.  - Qual  dunque questa libert e questa
    sovranit che ci promettete?  - dicevano le  popolazioni.  -  Prima  i
    muncipi  erano  eletti da noi;  abbiam tanto sofferto e tanto conteso
    per conservarci questo diritto contro i baroni e contro il fisco! Oggi
    non lo abbiamo pi.  Prima i muncipi rendevano  conto  a  noi  stessi
    delle  loro operazioni;  oggi lo rendono al governo.  Noi dunque colla
    rivoluzione,  anzich guadagnare,  abbiam perduto?  - Si volea spiegar
    loro il sistema elettorale; si volea far comprendere come continuavano
    a  dirsi  eletti da loro quelli che erano eletti dai suoi elettori: ma
    le popolazioni non credevano n  erano  obbligate  a  credere  ad  una
    costituzione  che  ancora  non  si  era pubblicata.  Si diceva che gli
    elettori dovessero un giorno esser eletti dal popolo;  ma  intanto  il
    popolo  vedeva  che  erano  eletti dal governo: il fatto era contrario
    alla  promessa.   Quando  anche  la  costituzione  fosse   stata   gi
    pubblicata,  i  popoli  credevan  sempre  superfluo  formar  un  corpo
    elettorale  per  eleggere  coloro  che  prima  in  modo  pi  popolare
    eleggevano  essi  stessi,  e  riputavano sempre perdita il passare dal
    diritto dell'elezione immediata a  quello  di  una  semplice  elezione
    mediata.
    Ho  osservato in quella occasione che le scelte de' muncipi fatte dal
    popolo furono meno cattive di quelle fatte dai collegi elettorali, non
    perch i collegi fossero intenzionati a far il male,  ma perch  erano
    nell'impossibilit di fare il bene,  perch non conoscevano le persone
    che eleggevano e perch spesso eleggevano persone che  il  popolo  non
    conosceva.  Io  ripeto  sempre lo stesso: nella nostra rivoluzione gli
    uomini eran buoni, ma gli ordini eran cattivi.  Io comprendo l'utilit
    di  un collegio elettorale dipartimentale,  che elegga o proponga que'
    magistrati che soprastano  alla  repubblica  intera;  ma  un  collegio
    dipartimentale  che  discenda  ad  eleggere i magistrati municipali mi
    sembra un'istituzione  antilogica,  per  la  quale  dalle  idee  delle
    specie, invece di risalire a quella del genere, si voglia discendere a
    quella  degl'individui,  che debbon precedere l'idea della specie.  E'
    vero che in taluni momenti si richieggono negli uomini pubblici  molte
    qualit che il popolo o non conosce o non apprezza;  ma voi, che avete
    il governo della nazione, sapete molto poco,  quando non sapete far s
    che l'elezione cada sulle persone degne della vostra confidenza, senza
    alterare l'apparenza della libert.
    Che ne avvenne? I collegi elettorali distrussero le elezioni fatte dal
    popolo,  disgustarono  il  popolo  e gli uomini popolari che il popolo
    avea eletto.  Se il collegio elettorale chiedeva degli  uomini  probi,
    questi  erano  pi  noti al popolo,  coi quali convivevano,  che a sei
    persone inviate da Napoli, le quali non conoscevano il popolo n erano
    conosciute  dal  medesimo;   se  chiedeva  degli  uomini  utili   alla
    rivoluzione,  quali potevano esser mai questi se non quegl'istessi che
    il popolo amava e che il popolo rispettava? Questa parola popolo, in
    tutt'i luoghi ed in tutt'i tempi,  altro non dinota che quattro,  tre,
    due  e  talvolta  una sola persona,  che,  per le sue virt,  pe' suoi
    talenti,  per le sue maniere,  dispone degli animi di una  popolazione
    intera: se non si guadagnano costoro, invano si pretende guadagnare il
    popolo,  e  non  senza  pericolo  talora  uno  si  lusinga  di  averlo
    guadagnato.
    Dopo qualche tempo i collegi elettorali  furono  aboliti;  ma  non  si
    restitu  l'antico  diritto  alle popolazioni.  Si credette male degli
    uomini il male che nasceva  dalle  cose.  S'inviarono  de'  commissari
    organizzatori,  cui  si diedero tutte le facolt del corpo elettorale;
    si commise ad un solo quel diritto che prima almeno esercitavano  sei;
    e, con ci, l'esercizio, sebbene fosse pi giusto, parve pi tirannico
    e  pi capriccioso.  Diverso sarebbe stato il giudizio del popolo,  se
    questi commissari fossero stati inviati prima. La loro istituzione era
    pi conforme alla natura,  alle antiche idee de'  popoli,  ai  bisogni
    della rivoluzione.










    35. MANCANZA DI COMUNICAZIONE.

    Ma  il  governo,  mentre  si  occupava della organizzazione apparente,
    trascurava o, per dir meglio, era costretto a trascurare, la parte pi
    essenziale dell'organizzazione vera,  che consiste nel mantener libera
    la  comunicazione  tra le diverse parti di una nazione.  Sarebbe stato
    inescusabile  il  governo,   se  questa  trascuratezza   fosse   stata
    volontaria;  ma essa era una conseguenza inevitabile della scarsezza e
    della non buona direzione delle forze.  Se poca forza,  ben ripartita,
    la quale avesse agito continuamente sopra tutt'i punti, o almeno sopra
    i punti principali, sarebbe stata bastante a prevenire, ad impedire, a
    togliere  ogni  male;  molta,  che agiva per masse e per momenti in un
    punto solo, non potea produrre che un debole effetto e passeggiero.
    Le province ignoravano ci che si ordinava nella capitale; la capitale
    ignorava ci che  avveniva  nelle  province.  Si  crederebbe?  Non  si
    pubblicavano  neanche  le  leggi.  Due  mesi  dopo la pubblicazione in
    Napoli della legge feudale,  non fu  questa  pubblicata  in  tutto  il
    dipartimento del Volturno,  vale a dire nel dipartimento pi vicino; e
    la legge feudale era tutto nella nostra rivoluzione.
    Questa legge, che dovea esser nota ai popoli ai quali giovava, fu nota
    ai soli baroni che offendeva, perch questi soli erano nella capitale.
    Questa   sola   circostanza   avrebbe   di   molto    accelerata    la
    controrivoluzione, se una parte non piccola della primaria nobilt non
    fosse stata per sentimento di virt attaccata alla repubblica, ad onta
    de' non piccoli sacrifici che le costava.
    Intanto  circolavano  per  i  dipartimenti tutte le carte che potevano
    denigrare il nuovo ordine  di  cose,  e  passavano  per  le  mani  de'
    realisti,  i quali accrescevano colle loro insidiose interpretazioni i
    sospetti che ogni popolo ha per le novit.
    Questa mancanza di comunicazione fu quella che favor l'impostura  dei
    crsi  Boccheciampe e De Cesare nella provincia di Lecce;  e di questa
    profittarono il cardinal Ruffo e tutti gli altri capi  sollevatori,  e
    riusc  loro facile il far credere che in Napoli era ritornato il re e
    che il governo repubblicano erasi sciolto. Essi erano creduti,  perch
    il governo nelle province era muto, n pi si udiva la sua voce. Ruffo
    dava  a  credere  alle  province  che  fosse estinta la repubblica: il
    Monitore repubblicano, al contrario,  dava a credere alla capitale che
    fosse   morto  Ruffo.   Ma  l'errore  di  Ruffo  spingeva  gli  uomini
    all'azione, e quello de' repubblicani gli addormentava nell'indolenza;
    ed a Ruffo giovavano egualmente e l'errore de' realisti e  quello  de'
    repubblicani.



    36. POLIZIA.

    I  realisti  aveano  pi  libera e pi estesa comunicazione pel nostro
    territorio che lo stesso governo repubblicano.  Le Calabrie erano loro
    aperte;   aperto   era   tutto   il   littorale  del  Mediterraneo  da
    Castelvolturno fino  a  Mondragone,  cosicch  gl'insorgenti  di  quei
    luoghi  erano  confortati  ed  aveano  armi  e munizioni dagl'inglesi,
    padroni de' mari;  aperto avea il  mare  anche  Proni,  che  comandava
    l'insorgenza  degli  Apruzzi.  Tutte  queste  insorgenze  si  andavano
    stringendo  intorno  Napoli,   ed  in  Napoli  stessa   aveano   delle
    corrispondenze  segrete,  che  loro  davano  nuove sicure dell'interna
    debolezza.
    Nulla fu tanto trascurato quanto la polizia nella capitale.  In  primo
    luogo  non  si  pens  a  guadagnar  quelle  persone che sole potevano
    mantenerla.  La polizia,  al  pari  di  ogni  altra  funzione  civile,
    richiede i suoi agenti opportuni,  poich non tutti conoscono il paese
    e  sanno  le  vie,  per  lo  pi  tortuose  ed  oscure,   che  calcano
    gl'intriganti e gli scellerati. Felice quella nazione ove le idee ed i
    costumi  sono  tanto  uniformi  agli  ordini pubblici,  che non vi sia
    bisogno di polizia.  Ma,  dovunque essa vi ,  non  e non deve  esser
    altro   che  il  segreto  di  saper  render  utili  pochi  scellerati,
    impiegandoli ad osservare e  contenere  i  molti.  Ma  in  Napoli  gli
    scellerati e gl'intriganti furono odiati, perseguitati, abbandonati. I
    nuovi  agenti della polizia repubblicana erano tutti coloro che aveano
    educazione e morale,  perch essi erano quelli  che  soli  amavano  la
    repubblica. Or le congiure si tramavano tra il popolaccio e tra quelli
    che  non  aveano  n  costume  n educazione,  perch questi soli avea
    potuto comprar l'oro di Sicilia e d'Inghilterra. Quindi le congiure si
    tramavano quasi in un paese diverso,  di cui gli agenti della  polizia
    non  conoscevano  n  gli  abitanti  n  la  lingua;  e  la morale de'
    repubblicani, troppo superiore a quella del popolo,   stata una delle
    cagioni della nostra ruina.
    La  seconda  cagione  fu che il gran numero de' repubblicani si separ
    soverchio dal popolo;  onde ne avvenne che il popolo ebbe sempre  dati
    sicuri  per  saper  da  chi  guardarsi.  Questo  fece s che fosse ben
    esercitata  quella  parte  della   polizia   che   si   occupa   della
    tranquillit,  perch  per  essa bastava il timore;  mal esercitata fu
    l'altra che invigila sulla sicurezza,  perch per essa  necessaria la
    confidenza.  Il popolo,  temendo,  era tranquillo; ma, diffidando, non
    parlava: cos si sapeva ci che esso faceva e s'ignorava ci che  esso
    macchinava.
    I  francesi  forse  temettero  pi  del  dovere un popolo sempre vivo,
    sempre  ciarliero;  credettero  pericoloso  che  questo  popolo,   per
    necessit  di clima e per abitudine di educazione,  prolungasse i suoi
    divertimenti fino alle ore pi avanzate della notte.
    Il popolo si vide attraversato nei suoi piaceri,  che  credeva  e  che
    erano  innocenti;  cadde  nella malinconia (stato sempre pericoloso in
    qualunque popolo e precursore della disperazione;  e non vi furono pi
    quei luoghi dove,  tra l'allegrezza e tra il vino,  il pi delle volte
    si scoprono le congiure.  Il carattere e le intenzioni dei popoli  non
    si  possono  conoscere  se  non  se quando essi sono a lor agio: in un
    popolo oppresso le congiure sono pi frequenti  a  macchinarsi  e  pi
    difficili a scoprirsi.
    E'  indubitato  che in Napoli erasi ordita una gran congiura,  uno dei
    grandi agenti della quale fu un certo Baccher. Baccher fu arrestato in
    buon punto: le fila dei congiurati non furono scoperte;  ma intanto la
    congiura rimase priva di effetto.









    37. PROCIDA - SPEDIZIONE DI CUMA - MARINA.

    Il  primo  progetto dei congiurati era quello che gl'inglesi dovessero
    occupar Ischia e Procida, come difatti l'occuparono, onde aver maggior
    comodit di mantenere una corrispondenza in Napoli  e  di  prestare  a
    tempo opportuno la mano alle altre operazioni. Questo inconveniente fu
    previsto;  ma  il  governo  non  avea  forze  sufficienti per custodir
    Procida: i francesi non compresero il pericolo di perderla.
    Gl'inglesi,  padroni di Procida,  tentarono uno sbarco  nel  littorale
    opposto di Cuma e Miseno. Un distaccamento di pochi nostri, che occup
    il  littorale,  lo  imped;  e  la corte di Sicilia dovette pi di una
    volta fremere per le disfatte dei suoi superbi alleati.
    Forse sarebbe riuscito anche di discacciarli dall'isola.  Ma la nostra
    marina  era  stata  distrutta dagli ultimi ordini del re;  e nei primi
    giorni della nostra repubblica le spese sempre esorbitanti,  che  seco
    porta  un  nuovo  ordine  di cose,  avean tolto ogni modo di poter far
    costruire anche una sola barca cannoniera.  I pochi  e  miseri  avanzi
    della  marina  antica furono per indolenza di amministrazione militare
    dissipati;  e si vide vendere  pubblicamente  il  legno,  le  corde  e
    finanche i chiodi dell'arsenale.
    Caracciolo,  ritornato dalla Sicilia e restituito alla patria, ci rese
    le nostre speranze. Caracciolo valeva una flotta. Con pochi,  mal atti
    e   mal   serviti   barconi,   Caracciolo  os  affrontar  gl'inglesi:
    l'officialit di marina,  tutta la marineria  era  degna  di  secondar
    Caracciolo. Si attacca, si dura in un combattimento ineguale per molte
    ore;  la  vittoria  si  era  dichiarata  finalmente per noi,  che pure
    eravamo i pi deboli: ma il vento viene a strapparcela dalle mani  nel
    punto della decisione; e Caracciolo  costretto a ritirarsi, lasciando
    gl'inglesi malconci,  e si potrebbe dire anche vinti, se l'unico scopo
    della vittoria non fosse stato quello di guadagnar Procida.  Un  altro
    momento,  e  Procida  forse  sarebbe  stata  occupata.  Quante  grandi
    battaglie,  che sugl'immensi campi del mare  han  deciso  della  sorte
    degl'imperi,  non  si  possono paragonare a questa picciola azione per
    l'intelligenza e pel coraggio de' combattenti!
    Il vento,  che imped la riconquista di Procida,  fu un vero male  per
    noi,  perch  tratanto  i  pericoli  della  patria  si accrebbero.  Le
    disgrazie diluviavano: dopo due o tre giorni,  si ebbero altri mali  a
    riparare pi urgenti di Procida;  e la nostra non divisibile marina fu
    costretta a difendere il cratere della capitale.





    38. IDEE DI TERRORISMO.

    La storia di una rivoluzione non  tanto storia dei fatti quanto delle
    idee.  Non essendo altro una  rivoluzione  che  l'effetto  delle  idee
    comuni di un popolo,  colui pu dirsi di aver tratto tutto il profitto
    dalla storia, che a forza di replicate osservazioni sia giunto a saper
    conoscer il corso delle medesime. Nell'individuo la storia dei fatti 
    la stessa che la storia delle idee sue,  perch egli non pu esser  in
    contraddizione con se stesso.  Ma,  quando le nazioni operano in massa
    (e  questo    il  vero  caso  della  rivoluzione),   allora  vi  sono
    contraddizioni ed uniformit,  simiglianze e dissimiglianze; e da esse
    appunto dipende il tardo o sollecito, l'infelice o felice evento delle
    operazioni.
    La congiura di Baccher,  l'occupazione di Procida,  i rapidi progressi
    dell'insorgenza aveano scossi i patrioti,  e,  nella notte profonda in
    cui fino a quel punto  avean  riposati  tranquilli  sulle  parole  dei
    generali  francesi e del governo,  videro finalmente tutto il pericolo
    onde erano minacciati.  Il primo sentimento di un uomo che sia  o  che
    tema  di  esser  offeso  sempre quello della vendetta,  la quale,  se
    diventa massima di governo, produce il terrorismo.
    Il governo napolitano,  quantunque composto di persone che tanto avean
    sofferto  per  l'ingiusta  persecuzione  sotto la monarchia,  credette
    vilt vendicarsi,  allorch,  avendo il sommo potere nelle  mani,  una
    vendetta  non  costava che il volerla.  Pagano avea sempre in bocca la
    bella lettera che Dione  scrisse  ai  suoi  nemici  allorch  rese  la
    libert a Siracusa, ed il divino tratto di Vespasiano, quando, elevato
    all'impero,  mand a dire ad un suo nemico che egli ormai non avea pi
    che temere da lui.
    Noi incontriamo sempre i nostri governanti,  allorch  ricerchiamo  la
    morale individuale.
    Ma  molti  patrioti  accusarono il governo di un moderantismo troppo
    rilasciato,  a cui  si  attribuivano  tutt'i  mali  della  repubblica.
    Siccome  in  Francia  al  terrorismo era succeduta una rilasciatezza
    letargica e fatale di tutt'i princpi,  cos il terrorismo era rimasto
    quasi  in  appannaggio alle anime pi ardentemente patriotiche.  Forse
    ci avvenne anche perch il cuore umano  mette  l'idea  di  una  certa
    nobilt  nel  sostenere  un partito oppresso,  per vendicarsi cos del
    partito trionfante che invidia: forse in Napoli si eran  vedute  salve
    talune  persone,  che  la giustizia,  la pubblica opinione,  la salute
    pubblica voleano distrutte o almeno allontanate.
    Ma vi era un mezzo saggio tra  i  due  estremi.  Il  terrorismo    il
    sistema di quegli uomini che vogliono dispensarsi dall'esser diligenti
    e severi;  che,  non sapendo prevenire i delitti,  amano punirli; che,
    non sapendo render gli uomini migliori,  si  tolgono  l'imbarazzo  che
    dnno  i  cattivi,  distruggendo  indistintamente cattivi e buoni.  Il
    terrorismo lusinga l'orgoglio, perch  pi vicino all'impero; lusinga
    la pigrizia naturale degli uomini, perch  molto facile.  Ma richiede
    sempre  la  forza  con  s: ove questa non vi sia,  voi non farete che
    accelerare la vostra ruina. Tale era lo stato di Napoli.
    In  Napoli  le  prime  leggi  marziali  de'  generali  in  capo  erano
    terroristiche,  perch  tali son sempre e tali forse debbono essere le
    leggi di guerra: esse non poteano produrre  e  non  produssero  alcuno
    effetto,  imperocch  come  eseguite  voi la legge,  come l'applicate,
    quando tutta la nazione  congiurata a nascondervi i fatti e salvare i
    rei? Robespierre avea la nazione intera esecutrice del terrorismo suo.
    Quando le pene non sono livellate  alle  idee  de'  popoli,  l'eccesso
    stesso della pena ne rende pi difficile l'esecuzione e,  per renderle
    pi efficaci, convien renderle pi miti.
    Negli ultimi tempi si eresse in Napoli un tribunale  rivoluzionario,
    il  quale  procedeva cogli stessi princpi e colla stessa tessitura di
    processo del terribile comitato di Robespierre. Forse quando si eresse
    era troppo tardi,  ed altro non  fece  che  tingersi  inutilmente  del
    sangue  degli  scellerati  Baccher  nell'ultimo  giorno  della  nostra
    esistenza civile,  quando la prudenza consigliava un perdono,  che non
    potea  esser  pi dannoso.  Ma,  quand'anche un tal tribunale si fosse
    eretto prima, la legge stessa,  colla quale se ne ordinava l'erezione,
    sarebbe  stato un avviso alla nazione perch si fosse posta in guardia
    contro il tribunale eretto.
    Il terrorismo cogl'insorgenti si  prov  sempre  inutile.  E  che?  -
    scrivea la saggia e sventurata Pimentel - quando un metodo di cura non
    riesce, non se ne sapr tentare un altro?.
    Difatti  si  accord  un'amnistia agl'insorgenti: non a tutti,  perch
    sarebbe stata inutile;  ma a coloro che il governo ne  avesse  creduti
    degni,  onde  cos ciascuno si fosse affrettato a meritarla,  e questo
    desiderio avesse fatto nascere il sospetto e la divisione  tra  tutti.
    Ma  tale  perdono  dovea  farsi  valere  per mezzo di persone sagge ed
    energiche,  le quali avessero potuto penetrare ed eseguire gli  ordini
    del  governo  in tutt'i punti del nostro territorio.  Io lo ripeto: la
    mancanza delle comunicazioni tra le diverse parti  dello  Stato  e  la
    mancanza  delle  forze  diffuse  in  molti  punti  per  mantener  tale
    comunicazione,  la mancanza a  buon  conto  della  diligenza  e  della
    severit  erano  l'origine  di  tutti  i nostri mali e facevan credere
    necessario ad alcuni un terrorismo,  il quale non avrebbe fatto  altro
    che accrescerli.




    39. NUOVO GOVERNO COSTITUZIONALE.

    Forse  con  pi ragione domandavano i patrioti la riforma del governo.
    Tralasciando i motivi privati,  che spingevano taluni a declamare  pi
    di  quello  che conveniva,  era sicuro per che si voleva una riforma.
    Abrial finalmente giunse commissario organizzatore del nostro Stato, e
    si accinse a farla.
    Ma vi  erano  nell'antico  governo  molti  che  godevano  la  pubblica
    confidenza,  o perch la meritassero,  o perch l'avessero usurpata; e
    questi secondi (pochissimi per altro di  numero)  erano,  come  sempre
    suole avvenire,  pi accetti,  pi illustri de' primi,  perch le lodi
    che loro si davano non rimanevano senza premio.  - Questi sono i primi
    che  io  toglierei  -  diceva  acutamente,  ma invano,  in una societ
    patriotica il cittadino Mazziotti.  Un governo formato da un'assemblea
    si  riduce  a cinque o sei teste,  le quali dispongono delle altre: se
    queste rimangono, voi inutilmente cangiate tutta l'assemblea.
    Le intenzioni  di  Abrial  erano  rette:  Abrial  fu  quello  che  pi
    sinceramente amava la nostra felicit e quello di cui pi la nazione 
    rimasta contenta.  Le sue scelte furono molto migliori delle prime; e,
    se non furono tutte ottime,  non fu certo sua colpa,  poich n poteva
    conoscere il paese in un momento,  n vi dimor tanto tempo quanto era
    necessario a conoscerlo.
    Abrial divise i poteri che Championnet avea riuniti. Il governo da lui
    formato fu il seguente: nella commissione esecutiva, Abamonti; Agnese,
    napolitano, ma che aveva dimorato da trent'anni in Francia, ove avea i
    beni e famiglia; Albanese; Ciaia;
    Delfico,  il quale non potette per le insorgenze di Apruzzo mai venire
    in Napoli. I ministri furono: primo dell'interno, De Filippis; secondo
    di giustizia e polizia, Pigliacelli; terzo di guerra, marina ed affari
    esteri,  Manthon;  quarto di finanze,  Macedonio.  Tra i membri della
    commissione legislativa vi furono  sempre  Pagano,  Cirillo,  Galanti,
    Signorelli, Scotti, De Tommasi, Colangelo, Coletti, Magliani, Gambale,
    Marchetti...  Gli altri si cambiarono spesso, e noi non li riferiremo;
    tanto pi che,  nello stato in cui era allora la nostra nazione,  poco
    potea il potere legislativo, e tutto il bene e tutto il male dipendeva
    dall'esecutivo.
    Con  ci Abrial volle darci la forma della costituzione prima di avere
    una costituzione,  e con ci rese i  poteri  inattivi,  e  discordi  i
    poteri  dei  cittadini.  Questo  involontario errore fu cagione di non
    piccoli mali,  perch la divisione de' poteri ci  diede  la  debolezza
    nelle operazioni in un tempo appunto in cui avevamo bisogno dell'unit
    e  dell'energia  di un dittatore;  ch'egli per altro non poteva darci,
    perch,  incaricato di eseguire le istruzioni del Direttorio francese,
    avrebbe  ben potuto modificare in parte gli ordini che si trovavano in
    Francia stabiliti,  ma non mai cangiarli intieramente.  Talch tutti i
    fatti  ci conducono sempre all'idea,  la quale dir si pu fondamentale
    di questo Saggio: cio che la prima norma fu sbagliata,  ed i migliori
    architetti non potevano innalzar edifizio che fosse durevole.


















    40. SALE PATRIOTICHE.

    Taluni  credevano  che  col  mezzo  delle  sale patriotiche si potesse
    attivare la rivoluzione; e furono perci stabilite.  Ma come mai ci
    si potea sperare?  Io non veggo altro modo di attivare una rivoluzione
    che quello d'indurci il popolo: se la rivoluzione  attiva,  il popolo
    si unisce ai rivoluzionari;  se  passiva, convien che i rivoluzionari
    si uniscano al popolo, e, per unirvisi,  convien che si distinguano il
    meno che sia possibile.  Le sale patriotiche,  e nell'uno e nell'altro
    caso, debbono essere le piazze.
    Qual  bene  hanno  mai  esse  prodotto  in  Francia?  Hanno,   direbbe
    Macchiavelli,  fatto  degenerare  in stte lo spirito di partito,  che
    sempre vi  nelle repubbliche,  e,  come sempre suole avvenire,  hanno
    spinto  i  princpi  agli  estremi,  hanno  fatto cangiar tre volte la
    costituzione, hanno a buon conto ritardata l'opera della rivoluzione e
    forse l'hanno distrutta.  Senza societ patriotiche,  le altre nazioni
    di Europa aveano dirette le loro rivoluzioni con princpi pi saggi ad
    un fine pi felice.
    Ma  l'abuso  delle  sale  per  attivare la rivoluzione dipendeva da un
    principio  anche   pi   lontano.   L'oggetto   della   democrazia   
    l'eguaglianza;  e,  siccome  in  ogni  societ vi  una disuguaglianza
    sensibilissima tra le varie classi che la compongono,  cos si  giunge
    al governo regolare o abbassando gli ottimati al popolo,  o innalzando
    il popolo agli ottimati. Ma, siccome gli ottimati, insieme coi diritti
    e colle ricchezze,  hanno ancora princpi e costumi,  cos,  quando le
    cose  si  spingono  all'estremo,  non solo si sforzano a cedere i loro
    diritti e divider le loro ricchezze (il che sarebbe giusto),  ma anche
    a rinunciare ai loro costumi.
    Si  volea fraternizzare col popolo,  e per fraternizzare s'intendeva
    prendere i vizi del popolaccio,  prender le  sue  maniere  ed  i  suoi
    costumi;  mezzi che possono talora riuscire in una rivoluzione attiva,
    in cui  il  popolo,  in  grazia  dello  spirito  di  partito,  perdona
    l'indecenza,  ma non mai in una rivoluzione passiva, in cui il popolo,
    libero da passioni  tumultuose,    pi  retto  giudice  del  buono  e
    dell'onesto.  Doveasi  perci  disprezzare il popolo?  No,  ma bastava
    amarlo per esserne amato, distruggere i gradi per non disprezzarlo,  e
    conservar  l'educazione  per  esserne  stimato  e per poter fargli del
    bene.
    Ammirabile e fortunata  stata per questo la repubblica romana, in cui
    i patrizi,  mentre cedevano ai loro diritti,  forzavano il  popolo  ad
    amarli  ed  a  rispettarli  pei  loro  talenti e per le loro virt: il
    popolo cos divenne libero e  migliore.  Nella  repubblica  fiorentina
    tutte  le rivoluzioni erano dirette da quella fraternizzazione,  che
    s'intendeva in Firenze come s'intese un tratto in Francia; e perci la
    repubblica  fiorentina  ondeggi  tra  perpetue  rivoluzioni,   sempre
    agitata e non mai felice: il popolo, o presto o tardi, si annoiava dei
    conduttori,  che  non  aveano  ottenuto il suo favore se non perch si
    erano avviliti, ed,  annoiato dei suoi capi,  si annoiava del governo,
    ch'esso  di rado conosce per altro che per l'idea che ha di coloro che
    governano.
    Si condussero taluni lazzaroni del Mercato nelle sale; ma questi erano
    per lo pi comperati e, come  facile ad intendersi, non servivano che
    a discreditare maggiormente la rivoluzione.  Non  sempre,  anzi  quasi
    mai, l'uomo del popolo  l'uomo popolare.
    Le sale patriotiche attivavano la rivoluzione,  attirando una folla di
    oziosi,  che vi correva a consumar cos quella vita di cui non  sapeva
    far uso.  I giovani sopra tutti corrono sempre ove  moto,  e ripetono
    semplici tutto ci che loro si fa dire.
    Intanto pochi abili ambiziosi si prevalgono del nome di  conduttori  e
    di  moderatori  di  sale  per  acquistarsi un merito;  e questo merito
    appunto, perch troppo facile, perch inutile alla nazione, un governo
    saggio non deve permettere o (ci che val lo stesso) non deve  curare:
    senza di ci, i faziosi se ne prevaleranno per oscurare, per avvilire,
    per opprimere il merito reale.  Taluni buoni, i quali vedevano l'abuso
    che delle sale si potea fare,  credettero bene  di  opporre  una  sala
    all'altra e,  se fosse stato possibile, riunirle tutte a quella ove lo
    spirito fosse pi  puro  ed  i  princpi  fossero  pi  retti;  ed  il
    desiderio  della  medicina  fu  tanto,  che  si credette poter aver la
    salute dallo stesso male.  Ma io lo  ripeto:  quando  l'istituzione  
    cattiva,  rende inutili gli uomini buoni, perch o li corrompe o li fa
    servire, illusi dall'apparenza del bene, ai disegni dei cattivi.
    I vostri maggiori - diceva il console Postumio al popolo  di  Roma  -
    vollero  che,  fuori  del  caso  che  il  vessillo elevato sul Tarpeio
    v'invitasse alla coscrizione di un esercito,  o i tribuni  indicessero
    un concilio alla plebe,  o talun altro dei magistrati convocasse tutto
    il popolo alla concione,  voi non vi dobbiate riunir cos alla ventura
    ed a capriccio: essi credevano che, dovunque vi fosse moltitudine, ivi
    esser  vi dovesse un legittimo rettore della medesima.  In Francia le
    societ popolari,  rese costituzionali da Robespierre,  che avea quasi
    voluto render costituzionale l'anarchia,  o non produssero sulle prime
    molti mali, o i mali che produssero non si avvertirono, perch, quando
    una nazione soffre moltissimi mali,  spesso un male serve  di  rimedio
    all'altro.  In Napoli,  dove, per la natura della rivoluzione, le sale
    erano meno necessarie, si corruppero pi sollecitamente.
    Chi  veramente patriota non perde il suo tempo a ciarlare nelle sale;
    ma vola a  battersi  in  faccia  all'inimico,  adempie  ai  doveri  di
    magistrato,  procura  rendersi  utile  alla  patria  coltivando il suo
    spirito ed il suo cuore:  voi  lo  ritrovate  ov'  il  bisogno  della
    patria,  non dove la folla lo chiama; e, quando non ha verun dovere di
    cittadino da adempire,  ha quelli di uomo,  di padre,  di  marito,  di
    figlio,  di  amico.  Il  governo non lo vede;  ma guai a lui se non sa
    riconoscerlo e ritrovarlo!  Il solo governo buono  quello agli  occhi
    del  quale  ogni  altro uomo non si pu confondere con questo,  n pu
    usurpare la stima che se gli deve,  se non facendo lo stesso;  per cui
    la  prima  parte  di  un  ottimo governo  quella di far s che non vi
    sieno altre classi, altre divisioni che quelle della virt, ed evitare
    a quest'oggetto tutte le istituzioni che potrebbero riunire i virtuosi
    a coloro che  non  lo  sono,  tutti  i  nomi  finanche  che  potessero
    confonderli.
    Io  non  confondo  colle sale patriotiche quei circoli d'istruzione,
    ove la giovent va  ad  istruirsi,  a  prepararsi  al  maneggio  negli
    affari,  ad ascoltare le parole dei vecchi ed accendersi di emulazione
    ai loro esempi, a rendersi utile ai loro simili ed acquistare dai suoi
    coetanei quella stima che  un  giorno  meriter  dalla  patria  e  dal
    governo.  In Napoli se ne era aperto uno, e con felici auspci: il suo
    spirito era quello di proporre  varie  opere  di  beneficenza  che  si
    esercitavano  in  favore  del  popolo:  si  soccorsero  indigenti,  si
    prestarono senza mercede all'infima classe del popolo i soccorsi della
    medicina e  dell'ostetricia.  Questa  era  l'istituzione  che  avrebbe
    dovuto perfezionarsi e moltiplicarsi.
    41. COSTITUZIONE - ALTRE LEGGI.

    Tali  erano  le idee del popolo.  Le cure della repubblica erano ormai
    divise da che si eran divisi i poteri;  e la commissione  legislativa,
    sgravata  dalle  cure  del  governo,   si  era  tutta  occupata  della
    costituzione, il di cui progetto,  formato dal nostro Pagano,  era gi
    compto.  Ma di questo si dar giudizio altrove, come di cosa che, non
    essendosi  n  pubblicata  n  eseguita,   niuna  parte  occupa  negli
    avvenimenti della nostra repubblica.
    Altri  bisogni pi urgenti richiamavano l'attenzione della commissione
    legislativa.
    Volle occuparsi a riparare al disordine  dei  banchi.  Fin  dai  primi
    giorni della rivoluzione,  la prima cura del governo fu di rassicurare
    la nazione, incerta ed agitata per la sorte del debito dei banchi,  da
    cui  pendeva  la  sorte  di  un terzo della nazione.  Un tal debito fu
    dichiarato debito nazionale.  Tale operazione fu da taluni lodata,  da
    altri  biasimata,  secondo  che  si  riguardava  pi il vantaggio o la
    difficolt dell'impresa:  tutti  per  convenivano  che  una  semplice
    promessa  potea tutt'al pi calmare per un momento la nazione,  ma che
    essa sarebbe  poi  divenuta  doppiamente  pericolosa,  quando  non  si
    fossero  ritrovati  i  mezzi di adempirla.  Allora tutta la vergogna e
    l'odiosit di un fallimento sarebbe ricaduta sul nuovo governo,  e  si
    sarebbe  intanto perduto il solo momento favorevole,  quale era quello
    di una rivoluzione,  in cui la colpa e  l'odio  del  male  si  avrebbe
    potuto  rivolgere  contro il re fuggito,  e gli uomini l'avrebbero pi
    pazientemente tollerato,  come uno di quegli avvenimenti  inseparabili
    dal  rovescio di un impero,  effetto pi del corso irresistibile delle
    cose che della scelleraggine de' governanti.  Cos il governo non fece
    allora che una promessa, e rimaneva ancora a far la legge.
    Ma,  quando  volle  occuparsi  della  legge,  non  era  forse il tempo
    opportuno.  La nazione era oppressa da mille mali,  le opinioni  erano
    vacillanti, tutto era inquietezza ed agitazione. In tale stato di cose
    il  far delle leggi utili e forti  ottimo consiglio: sgravasi cos la
    somma de' mali che opprimono il  popolo  e  si  scema  il  motivo  del
    malcontento;  il  farne delle inutili e delle inefficaci  pericoloso,
    perch al malcontento, che gi si soffre per il male,  l'inutilit del
    rimedio aggiunge la disperazione. Se non potete fare il bene, non fate
    nulla: il popolo si lagner del male e non del medico.
    La commissione legislativa altro non fece (e, per dire il vero, allora
    che  potea  far  di  pi?) che rinnovare per i beni,  ch'eran divenuti
    nazionali,  quella ipoteca che gi il re avea accordata  sugli  stessi
    beni,  quando  erano regi.  Gli esempi passati poteano far comprendere
    che questa operazione sola era inutile.  Questi beni non  poteano  mai
    esser in commercio, perch riuniti in masse immense in pochi punti del
    territorio  napolitano;  ed  i  possessori  delle carte monetate erano
    molti,  divisi in tutt'i punti e non voleano fare acquisti  immensi  e
    lontani.  Quando furono esposti in vendita,  in tempo del re,  i fondi
    ecclesiastici, i quali non aveano questo inconveniente, si ritrovarono
    pi facilmente i compratori.  Si aggiungeva a ci  l'incertezza  della
    durata della repubblica,  la quale alienava maggiormente gli animi dei
    compratori;  l'incertezza della sorte dei beni che davansi in ipoteca,
    quasi contesi tra la nazione ed il francese: per eseguir le vendite in
    tanti pericoli,  conveniva offerire ai compratori vantaggi immensi,  e
    cos  tutt'i  fondi  nazionali  non  sarebbero  stati  sufficienti   a
    soddisfare una picciola parte del debito pubblico.
    Il  debito  nazionale  in Napoli non era tale che non si avesse potuto
    soddisfare.  Era pi incomodo che gravoso.  Conveniva una pi regolata
    amministrazione,   e  questa  vi  fu:  infatti,   in  cinque  mesi  di
    repubblica,  il governo,  colle rendite di sole  due  province,  tolse
    dalla circolazione un milione e mezzo di carte. Con tanta moralit nel
    governo,  si  potea  far  quasi  a meno della legge per un male che si
    avrebbe potuto forsi guarire col solo fatto,  e che si sarebbe guarito
    senza  dubbio,  se  le  circostanze  interne  ed esterne della nazione
    fossero state meno infelici.  Ma conveniva,  nel  tempo  istesso,  che
    tutta la nazione avesse soddisfatto il debito nazionale; conveniva che
    questo debito avesse toccato la nazione in tutt'i punti; e, dove prima
    gravitava  solo  sulla  circolazione,   si  fosse  sofferto  in  parte
    dall'agricoltura e dalla propriet: cos il debito,  diviso in  tanti,
    diveniva leggiero a ciascuno.
    La  nazione  napolitana    una  nazione agricola.  In tali nazioni la
    circolazione  sempre pi languida che nelle nazioni manifatturiere  o
    commercianti;  ed  il  danaro,  o presto o tardi,  va a colare,  senza
    ritorno, nelle mani dei possessori dei fondi.
    Difatti in Napoli,  e specialmente  nelle  province,  non  mancava  il
    danaro:  ma questo danaro era accumulato in poche mani,  mentrech per
    la circolazione non vi erano che carte.  Conveniva attivare  tutta  la
    nazione,  ed  offerire  ai  proprietari  di  fondi  delle occasioni di
    spendere quel danaro che tenevano inutilmente accumulato. Conveniva...
    Ma io non iscrivo un trattato di finanze: scrivo solo ci che pu  far
    conoscere la mia nazione.








    42. ABOLIZIONE DEL TESTATICO, DELLA GABELLA DELLA FARINA E DEL PESCE.

    Per  giudicare  rettamente  di  un  legislatore,  conviene  che ei sia
    indipendente;  per far che  le  sue  leggi  abbiano  tutto  l'effetto,
    conviene che egli sia libero.  Quando o altri uomini o le cose tendono
    a frenare i suoi pensieri e le sue mani, quando la sovranit  divisa,
    pretenderete invano veder quel legislatore,  nelle di cui  mani    il
    cuore  delle  nazioni: i consigli son timidi,  le misure mezzane;  tra
    l'imperiosa necessit e l'occasione  precipitosa,  spesso  il  miglior
    consiglio  non    quello  che si pu seguire,  o solo si segue quando
    l'occasione  gi passata,  e di tutte le  operazioni  voi  altro  non
    potete  rilevare  che  la  purit  del cuore e la rettitudine dei suoi
    pensieri.
    Cos, non altrimenti che la legge sui banchi, riuscirono inutili quasi
    tutte le altre leggi immaginate per isgravare i popoli  dai  pesi  che
    nell'antico  governo  sofferiva.  Io non ne eccettuo che la sola legge
    colla quale si abol la gabella  del  pesce;  legge  che  produsse  un
    effetto immediato, e trasse alla repubblica gli animi di quasi tutti i
    marinai ed i pescatori della capitale.
    Quando  si abol la gabella sulla farina,  non si ottenne l'intento di
    far ribassare il prezzo de' grani in Napoli,  dove,  per le insorgenze
    che aveano gi chiuse tutte le strade delle province, non potevano ivi
    pi entrar grani nuovi, e quei che esistevano erano pochi ed avean gi
    pagato il dazio. Il popolo napolitano disse allora: che la gabella si
    era tolta quando non vi era pi farina.
    Dal 1764 era in Napoli molto cresciuto il prezzo del grano; e, sebbene
    questo  aumento  fosse  in parte effetto della maggior ricchezza della
    nazione,  non si poteva per mettere in controversia che l'aumento del
    prezzo  degli altri generi non era proporzionato all'aumento di quello
    del grano. Questo non era alterato, quando si paragonava al prezzo del
    grano nelle altre nazioni di Europa; ma era alteratissimo, allorch si
    paragonava al prezzo degli  altri  generi  presso  la  stessa  nazione
    napolitana.   Tutto  il  male  nasceva  da  che  l'industria,   ed  in
    conseguenza  la  ricchezza,   non  si  era   risvegliata   e   diffusa
    equabilmente  sopra tutt'i generi ed in tutte le persone.  Il male era
    tollerabile nelle province, ma insoffribile nella capitale, non perch
    il grano mancasse,  non perch il prezzo ne fosse molto pi  caro  che
    nelle  province;  ma  perch  Napoli  conteneva  un  numero immenso di
    renditieri,  di oziosi o di persone che,  senza essere  oziose,  nulla
    producevano  e  che  non  partecipavano  dell'aumento dell'industria e
    della ricchezza nazionale.  Per rendere il popolo napolitano  contento
    sull'articolo  del  pane,  o conveniva migliorarlo e renderlo cos pi
    attivo e pi ricco,  o conveniva render pi  misere  le  province:  la
    prima  operazione avrebbe reso il popolo napolitano contento dei nuovi
    prezzi;  la seconda  avrebbe  fatto  ritornar  gli  antichi.  La  sola
    abolizione  della gabella era nella capitale un'operazione pi pomposa
    che utile.
    Guardiamola nelle province.  Essa dovette esser inutile in quei luoghi
    nei  quali  non si pagava,  e questi formavano il numero maggiore;  in
    quelli nei quali si pagava,  dovette riuscire  piuttosto  dannosa.  Il
    ritratto  della  gabella  serviva  a  pagare le pubbliche imposizioni:
    proibir quella e pretender queste era un contradditorio;  rinunciare a
    queste  era impossibile tra i tanti urgentissimi bisogni dai quali era
    allora il governo  premuto;  obbligare  le  popolazioni  a  sostituire
    all'antico  metodo  un  nuovo,  ed  obbligarle  a  sostituirlo di loro
    autorit (giacch colla legge non si era preveduto questo  caso),  era
    pericoloso in un tempo in cui lo spirito di partito n fa conoscere il
    giusto  n  lo  fa  amare.  Un dio solo avrebbe potuto persuadere alle
    popolazioni che una novit non  fosse  stata  allora  una  ingiustizia
    patriotica.  Infatti  molte  popolazioni,  che  per  la vicinanza alla
    capitale erano nello stato  di  portar  i  loro  reclami  al  governo,
    chiesero che la gabella sulla farina si ristabilisse.
    Nella  costituzione  antica  del  regno  di  Napoli,  ove  si trattava
    d'imposizioni dirette,  il sovrano quasi altro non faceva che  imporre
    il  tributo:  la  ripartizione  era determinata da una legge quasi che
    fondamentale dello Stato,  ed il modo di esigerlo era in  arbitrio  di
    ciascuna  popolazione.  Non  si esigeva dappertutto nello stesso modo:
    una popolazione avea una gabella,  un'altra ne avea un'altra;  chi non
    avea gabelle e pagava la decima sul raccolto del grano, chi pagava sui
    fondi,  chi in un modo, chi in un altro, secondo le sue circostanze, i
    suoi prodotti,  i suoi bisogni,  i suoi costumi e talora i  pregiudizi
    suoi.  Questo metodo di amministrazione avea i suoi inconvenienti;  ma
    questi inconvenienti si potean correggere, e conservare un metodo,  il
    quale, se non toglieva il male, lo rendeva per meno sensibile.
    Questo  stato  della  nazione  fece  s che inutile riuscisse anche la
    legge  sull'abolizione  del  testatico.  Nessun  testatico,   nessuna
    imposizione  personale  avr  luogo nella nazione napolitana.  Questo
    stesso, e colle stesse parole, era stato detto quasi tre secoli prima:
    quella legge era tuttavia in vigore nel Regno;  ed  intanto,  ad  onta
    della medesima,  si pagava l'imposizione personale. In pochi luoghi si
    esigeva ancora sotto il  nome  di  testatico;  in  molti  si  pagava
    ricoperta  del nome d'industria;  in moltissimi si pagava pagando un
    dazio indiretto sui  generi  di  prima  necessit,  che  si  consumano
    egualmente da chi possiede e da chi non possiede: ove in un modo,  ove
    in un altro,  il testatico si pagava dappertutto e non  era  in  verun
    luogo nominato.  La legge esisteva;  ma l'abuso,  cangiando le parole,
    faceva una frode alla legge.
    Prima di riformare l'antico sistema delle  nostre  finanze,  conveniva
    conoscerlo:  la  riforma  dovea essere simultanea ed intera.  Tutte le
    parti di un sistema di finanze hanno stretti rapporti tra loro e collo
    stato intero della nazione.  Ma la maggior parte degli Stati di Europa
    erano nati, non dalle unioni spontanee, ma dalla conquista: il signore
    di  un  piccolo  Stato avea oppressi gli altri con diversi mezzi ed in
    diversi tempi;  per lo pi si erano transatti colle  popolazioni,  che
    avean  conservati i loro usi,  i dazi loro,  i loro costumi.  Una gran
    nazione non fu che  l'aggregato  di  tante  piccole  nazioni,  che  si
    consideravano  come  estranee  tra loro;  ed il sovrano si considerava
    estraneo a tutte.  Invece di  leggi,  si  chiedevano  privilegi;  il
    sistema  delle finanze non era che un'unione di diversi pezzi fatti da
    mani e in tempi diversi; i bisogni del momento, non essendo mai quelli
    della nazione,  facevano s che,  invece di  correggersi  gli  antichi
    abusi,   se  ne  aggiugnessero  dei  nuovi;   e  tutto  ci  produceva
    quell'orribile caos di finanze, in cui,  al dir di Vauban,  era grande
    quell'uomo che sapesse immaginar nuovi nomi per poter imporre un nuovo
    tributo senza alterare gli antichi.
    Era venuta l'epoca fortunata della riforma; ma questa riforma n dovea
    esser  fatta  con  leggi  particolari,  le  quali  o presto o tardi si
    sarebbero contraddette, n in un momento.  Era l'opera di molto tempo.
    Sulle prime, per contentare il popolo, il quale fra le novit  sempre
    impaziente  di  veder  segni  sensibili di utile,  bastava dire che si
    pagassero solo due terzi delle antiche imposizioni. Questa diminuzione
    di un terzo  di  tutt'i  tributi  avrebbe  attirato  alla  rivoluzione
    maggior numero di persone;  mentre colla sola abolizione del testatico
    e della gabella della farina non si giovava che ai poveri. In sguito,
    quando il favore dei ricchi non era pi tanto necessario e l'odio loro
    tanto pericoloso, i poveri si sarebbero del tutto sgravati. Un governo
    stabilito deve esser giusto; un governo nuovo deve farsi amare: quello
    deve dare a ciascuno ci che  suo;  questo deve  dare  a  tutti.  Una
    commissione   a  quest'oggetto  stabilita  avrebbe  fatto  in  sguito
    conoscere le antiche finanze,  i  nuovi  bisogni  dello  Stato,  e  si
    sarebbe  formato un sistema generale e durevole,  su di cui si sarebbe
    potuta fondare la felicit della nazione.










    43. RICHIAMO DE' FRANCESI.

    Ma eccoci alfine ai giorni infelici della nostra repubblica: i mali da
    tanto tempo trascurati, ormai ingigantiti, ci soverchiano e minacciano
    di  opprimerci.   Le  Calabrie  si  erano   interamente   perdute,   e
    gl'insorgenti  delle  Calabrie  comunicavano di gi cogl'insorgenti di
    Salerno e di Cetara e si stendevano fino a Castellamare. Questa stessa
    citt fu occupata dagl'inglesi,  e si vide  la  bandiera  dei  superbi
    britanni sventolar vincitrice in faccia della stessa capitale.
    I francesi ripresero Castellamare e Salerno;  Cetara fu distrutta. Ma,
    pochi giorni dopo,  i  francesi  furon  costretti  ad  abbandonare  il
    territorio napolitano,  richiamati nell'Italia superiore;  e,  sebbene
    tentassero  colorire  con   pomposi   proclami   la   loro   ritirata,
    gl'insorgenti  ben  ne  compresero  il  motivo  e  ne trassero audacia
    maggiore.  Salerno fu di nuovo occupata:  a  Castellamare  s'invi  da
    Napoli  una  forte  guarnigione,  la  quale  per  fu  ridotta a dover
    difendere la sola citt,  quasi  assediata  dalle  insorgenze  che  la
    circondavano.
    Magdonald,  partendo,  lasci  una guarnigione di settecento uomini in
    Sant'Elmo;  circa duemila rimasero a difender  Capua,  e  quasi  altri
    settecento  in  Gaeta.  Egli  avea  promesso lasciar una forte colonna
    mobile;  ma questa poi in effetti altro non fu che una debole  colonna
    di  quattrocento  uomini,  i  quali,  distaccati  dalla guernigione di
    Capua, venivano a Sant'Elmo, donde altri quattrocento uomini partivano
    alternativamente per Capua.
    Questa forza sarebbe stata superflua presso di noi, se da principio ci
    fosse stato permesso di organizzar la forza nazionale.  Poich il  far
    questo ci era stato tolto, la forza rimasta era insufficiente.
    I  rovesci  d'Italia  mostravano  gi lo stato di languore,  in cui la
    rilassatezza del governo direttoriale  avea  gittata  la  Francia.  La
    Francia  diminuiva di forze in proporzione che cresceva di volume;  le
    nuove repubbliche organizzate in Italia,  che avrebbero dovuto  essere
    le  sue alleate,  furono le sue province;  invece di esserne amati,  i
    francesi  ne  furono  odiati,  perch  essi,  invece  di  amarle,   le
    temettero.
    I romani, di cui i francesi volevano esser imitatori, ritraevano forza
    dagli  alleati.   Gli  spagnuoli  tennero  una  condotta  diversa,  ed
    avvilirono quelle nazioni che doveano esser loro amiche.  Ma  ci  che
    potea  ben riuscire per qualche tempo agli spagnuoli,  per lo stato in
    cui allora si ritrovava l'Europa,  non poteva riuscire al  Direttorio,
    che avea da per tutto governi regolari e potenti ai loro confini.
    Quando,  in  sguito  di  una  conquista,  si  vuole  organizzare  una
    repubblica,  l'operazione  sempre pi difficile che quando  conquista
    un re. Un re deve avvezzare i popoli ad ubbidire, perch egli non deve
    far altro che schiavi; un conquistatore, che far voglia dei cittadini,
    deve  avvezzarli  ad  ubbidire  e  a comandare.  Ma non si avvezzano i
    popoli a comandare senza dar loro l'indipendenza, la quale richiede un
    sacrifizio,  per lo pi doloroso,  di autorit per parte di colui  che
    conquista.  E  quindi  che quasi sempre vana riesce la libert che si
    riceve in dono dagli altri popoli,  perch,  non essendovi chi  sappia
    comandare,  non  vi  sar nemmeno chi sappia ubbidire,  ed,  invece di
    saggi ordini di governo,  non si hanno che le  volont  momentanee  di
    coloro  che  comandano la forza straniera;  volont che sono tanto pi
    ruinose quanto il comando  pi vacillante  e  poco  o  nulla  vale  a
    prolungarlo  il  merito della buona condotta.  La libert invidia e la
    legge toglie gl'impieghi anche agli ottimi.
    Questi cangiamenti ne produssero degli  altri  ugualmente  rapidi  nel
    governo  delle  nuove  repubbliche.  Quasi  ogni  mese si cangiavano i
    governanti nella repubblica romana.  Come sperare quella stabilit  di
    princpi,  quella  costanza  di  operazioni,  che  solo pu rendere le
    repubbliche  ferme  e  vigorose?  Talora,  oltre  dei  governanti,  si
    violentava anche la costituzione; e quello stesso Direttorio, che avea
    violata  la  costituzione  francese,  rovesci anche la cisalpina.  Si
    trovarono delle anime eroiche,  che seppero resistere agl'intrighi  ed
    alla forza, e preferirono la libert del loro giuramento al favore del
    conquistatore.  In Napoli, quando si temeva che le idee del Direttorio
    potessero non esser quelle dell'indipendenza e felicit della nazione,
    tutt'i governanti giurarono di deporre la carica.  Non vi fu  uno  che
    esit un momento.  Ma possiamo noi contare sopra un popolo di eroi? Il
    maggior numero  sempre debole;  ed il popolo intero come pu amar una
    costituzione  che  non  si  abbia  scelta da se stesso e che non possa
    conservare n distruggere se non per volere altrui?  Si aggiunga a ci
    che  il principio fondamentale delle repubbliche,  che  il rispetto e
    l'amore pe' suoi  cittadini,  mentre  rende  un  governo  repubblicano
    attentissimo  ad ogni ingiustizia che si commetta tra' suoi,  lo rende
    negligente sulla sorte degli esteri: un proconsolo  era  giudicato  in
    Roma  da  coloro  che  erano suoi eguali e che temevano pi di lui che
    delle province desolate.  Le repubbliche italiane segnavano l'et  con
    sempre  nuovo  languore  invece di rassettarsi cogli anni,  quanto pi
    vivevano pi  si  accostavano  alla  morte;  e  le  altre  repubbliche
    d'Italia,  dopo  quattro  anni  di libert,  si trovarono tanto deboli
    quanto la nostra lo era al principio della sua politica rivoluzione.
    Se  i  francesi  avessero  permesso  alla  repubblica   cisalpina   di
    organizzare   una  forza  regolare,   se  lo  avessero  permesso  alla
    repubblica romana,  avrebbero potuto pi lungo  tempo  contrastare  in
    Italia    contro    le   forze   austro-russe:   se   non   impedivano
    l'organizzazione delle forze napolitane,  queste avrebbero  assicurata
    la  vittoria  al  partito  repubblicano.  Ma  il  voler  difendere  la
    repubblica cisalpina,  la romana,  la napolitana  colle  sole  proprie
    forze;  il  voler  temere  egualmente  il  nemico e gli amici,  era la
    massima di un governo che vuol crescer il numero  dei  soggetti  senza
    aumentar la forza.
    Si parla tanto del tradimento di Scherer: Scherer trad il governo, ma
    la condotta di quel governo avea di gi tradita una gran nazione.
    La rivoluzione di Napoli potea solo assicurar l'indipendenza d'Italia,
    e   l'indipendenza   d'Italia   potea   solo   assicurar  la  Francia.
    L'equilibrio tanto vantato di Europa non pu  esser  affidato  se  non
    all'indipendenza italiana; a quell'indipendenza, che tutte le potenze,
    quando  seguissero  pi  il loro vero interesse che il loro capriccio,
    dovrebbero tutte procurare.  Chiunque sa riflettere converr meco che,
    nella  gran  lotta  politica  che oggi agita l'Europa,  quello dei due
    partiti rimarr vincitore che pi sinceramente favorir l'indipendenza
    italiana.
    Il destino avea finalmente fatto pervenire i momenti;  ma  il  governo
    che  allora  avea  la Francia non fu buono per eseguire gli ordini del
    destino,   ed  i  prodirettoriali   governi   d'Italia   non   seppero
    comprenderne le intenzioni.
    Dura  necessit  ci  costrinse a trascurare tutti gli esterni rapporti
    che  avrebbero  potuto  salvar  la  nostra  esistenza  politica.   Noi
    ignoravamo ci che si faceva nel rimanente dell'Europa, e l'Europa non
    sapeva la nostra rivoluzione se non per bocca dei nostri nemici. Dalla
    stessa  Cisalpina,  dalla  stessa  armata  francese  non  avevamo  che
    gazzette o rapporti pi frivoli di  una  gazzetta  e  pi  mendaci.  I
    generali  francesi  ci  scrivean  sempre vittorie,  perch questo loro
    imponeva la ragion della guerra: ma il nostro interesse era  di  saper
    anche  le disfatte;  e l'ignoranza in cui rimase il governo e le false
    lusinghe che gli furon  date  di  prossimo  soccorso  accelerarono  la
    perdita,  se  non  della repubblica,  almeno dei repubblicani.  Napoli
    avrebbe potuto salvar l'Italia;  ma l'Italia cadde,  ed involse  anche
    Napoli nella sua ruina.












    44. RICHIAMO DI ETTORE CARAFA DALLA PUGLIA.

    I  francesi  dovettero  aprirsi  la ritirata colle armi alla mano,  ed
    all'isola di Sora e nelle gole  di  Castelforte  perdettero  non  poca
    gente.  Appena  essi partirono,  nuove insorgenze scoppiarono in molti
    luoghi.
    Roccaromana suscit l'insorgenza nelle sue terre alle mura  di  Capua.
    Egli divenne l'istrumento pi grande della nobilt, a cui apparteneva,
    e del popolo,  tra cui avea un nome. Il governo lo avea disgustato, lo
    avea degradato forsi per sospetti  troppo  anticipati;  ma  non  seppe
    osservarlo,  ritrovarlo reo e perderlo: offendendo, non seppe metterlo
    nella impossibilit di far male.  Luigi de Gams organizz nello stesso
    tempo una insorgenza in Caserta.  Queste insorgenze, unite a quelle di
    Castelforte e di Teano, ruppero ogni comunicazione tra Capua e Gaeta e
    tra il governo napolitano ed il resto dell'Italia.
    La ritirata dei francesi dalla provincia di  Bari  fece  insorgere  di
    nuovo quella provincia di Lecce.  In Puglia eravi ancora Ettore Carafa
    colla sua legione, ed, oltre la legione, avea un nome e molti seguaci;
    ma, sia imprudenza,  sia,  come taluni vogliono,  gelosia del governo,
    Carafa  fu  richiamato  da  una  provincia  dove poteva esser utile ed
    inviato a guernire la fortezza di Pescara. La ritirata di Carafa fu un
    vero male per quelle province e per la  repubblica  intera.  A  questo
    male si sarebbe in parte riparato, se riusciva a Federici di penetrare
    in  Puglia  ed  a Belpulsi nel contado di Molise;  ma le spedizioni di
    questi due, ritardate soverchio,  non furono intraprese se non dopo la
    partenza delle truppe francesi, quando cio era impossibile eseguirle.
    Cos  sopra  tutta  la superficie del territorio napolitano rimanevano
    appena dei punti democratici.  Ma questi punti contenevano degli eroi.
    Nel  fondo  della  Campania  era Venafro,  che sola avea resistito per
    lungo tempo a Mammone,  comandante dell'insorgenza di Sora:  con  poco
    pi  di  forza,  avrebbe  potuto prendere la parte offensiva.  I paesi
    della Lucania fecero prodigi  di  valore,  opponendosi  all'unione  di
    Ruffo con Sciarpa;  e, se il fato non faceva perire i virtuosi e bravi
    fratelli
    Vaccaro, se il governo avesse inviati loro non pi che cento uomini di
    truppa di linea,  qualche uffiziale e le munizioni da guerra che  loro
    mancavano, forse la causa della libert non sarebbe perita. Gli stessi
    esempi  di  valore davano le popolazioni repubblicane del Cilento,  le
    quali per lungo tempo impedirono che l'insorgenza delle  Calabrie  non
    si riunisse a quella di Salerno. Foggia finalmente era una citt piena
    di  democratici:  essa  avea una guardia nazionale di duemila persone;
    era una citt che, per lo stato politico ed economico della provincia,
    potea trarsi dietro la provincia intera;  e da Foggia una linea  quasi
    non  interrotta  prendeva pel settentrione verso gli Apruzzi,  dove si
    contavano Serracapriola, Casacalenda, Agnone,  Lanciano...  Dall'altra
    parte,   per   Cirignola  e  Melfi,   Foggia  comunicava  colle  tante
    popolazioni democratiche della provincia di Bari e della Lucania.  Noi
    vorremmo poter nominare tutte le popolazioni e tutti gl'individui;  ma
    n tutto distintamente sappiamo, n tutto senza imprudenza apertamente
    si pu dire: un  tempo  forse  si  sapr,  e  si  potr  loro  rendere
    giustizia.
    Ma  che  fare?  A  tutte  queste  forze  mancava la mente,  mancava la
    riunione tra tutti questi punti,  mancava un piano comune per le  loro
    operazioni.  Non si creder, ma intanto  vero: una delle cagioni, che
    pi hanno contribuito a rovesciar la nostra repubblica,  stata quella
    di non aver avute  nelle  province  delle  persone  che  riunissero  e
    dirigessero  tutte  le  operazioni:  gl'insorgenti aveano tutti questi
    vantaggi.








    45. CARDINAL RUFFO.

    Ruffo intanto trionfava in Calabria.  Dalla Sicilia,  ove era  fuggito
    seguendo la corte,  era ritornato quasich solo nella Calabria;  ma le
    terre nelle quali si  era  fermato  erano  appunto  le  terre  di  sua
    famiglia.  Quivi  il  suo  nome gli diede qualche seguace: a questi si
    aggiunsero tutti quelli che si trovavan condannati nelle  isole  della
    Sicilia,  ai quali fu promesso il perdono;  tutt'i scellerati banditi,
    fuorusciti delle Calabrie, ai quali fu promessa l'impunit. A Ruffo si
    unirono il preside della  provincia,  Winspeare,  e  l'uditore  Fiore.
    L'impunit, la rapina, il saccheggio, le promesse facili, il fanatismo
    superstizioso;  tutto concorse ad accrescergli seguaci. Incominci con
    picciole operazioni,  pi per tentare gli animi  e  le  cose  che  per
    invadere.  Ma,  vinte  una volta le forze repubblicane perch divise e
    mal dirette, superata Monteleone, attacc e prese Catanzaro,  capitale
    della Calabria ulteriore, e, passando quindi alla citeriore, attacc e
    prese  Cosenza,  sede  di  antico ed ardente repubblicanismo.  Cosenza
    cadde vittima degli errori  del  governo,  perch  disgust  il  basso
    popolo  coll'ordine  di  doversi  pagare  anche  gli  arretrati  delle
    imposizioni dovute al re,  perch vi costitu comandante della guardia
    nazionale  il  tenente  De  Chiara,  profondo  scellerato ed attaccato
    all'antico governo.  Quando Ruffo era gi vicino a Cosenza,  De Chiara
    era alla testa di sette in ottomila patrioti, risoluti di vincere o di
    morire.  Ruffo  aveva  appena  diecimila uomini.  Quando queste truppe
    furono a vista,  De Chiara ordin la ritirata;  intanto  ad  un  segno
    concertato   scoppi   la  sollevazione  dentro  Cosenza:  cosicch  i
    repubblicani si  trovarono  tra  due  fuochi;  ma,  ci  non  ostante,
    riguadagnano  la  citt  e  si  difendono tre giorni.  Labonia e Vanni
    corrono a radunar gente nelle loro  patrie.  Ma,  quando  il  soccorso
    giunse, Cosenza era gi caduta. Essi si ridussero a dover fare prodigi
    di  valore nella difesa di Rossano.  Ma Rossano,  rimasta sola,  cadde
    anch'essa: cadde  Paola,  una  delle  pi  belle  citt  di  Calabria,
    incendiata  dal  barbaro  vincitore,  indispettito  da  un  valore che
    avrebbe dovuto ammirare.  La fama  del  successo  ed  il  terrore  che
    ispirava  lo  resero padrone di tutte le Calabrie fino a Matera,  dove
    incontr  il  crso  De  Cesare,   di  cui  parlammo   nel   paragrafo
    decimosesto.
    Il disegno di Ruffo era di penetrar nella Puglia.  Altamura formava un
    ostacolo a questo disegno. Ruffo l'assedia;  Altamura si difende.  Per
    ritrovare  esempi  di difesa pi ostinata,  bisogna ricorrere ai tempi
    della storia antica.  Ma  Altamura  non  avea  munizioni  bastanti:  a
    difendersi  impiegarono  i  suoi abitanti i ferri delle loro case,  le
    pietre,  finanche la moneta  convertirono  in  uso  di  mitraglia;  ma
    finalmente dovettero cedere.  Ruffo prese Altamura di assalto, giacch
    gli abitanti ricusarono sempre di  capitolare;  e,  dove  prima  nelle
    altre  sue  vittorie  avea  usato apparente moderazione,  in Altamura,
    sicuro gi da tutte le parti,  stanco di guadagnar gli animi che potea
    ormai vincere,  volle dare un esempio di terrore. Il sacco di Altamura
    era stato promesso ai suoi soldati: la citt fu  abbandonata  al  loro
    furore;  non fu perdonato n al sesso n all'et. Accresceva il furore
    dei soldati la nobile ostinazione degli abitanti,  i quali,  in faccia
    ad un nemico vincitore,  col coltello alla gola, gridavano tuttavia: -
    Viva la repubblica!  - Altamura non fu che un mucchio di ceneri  e  di
    cadaveri intrisi di sangue.
    Dopo  la  caduta  di  Altamura,  Sciarpa  soggiog i bravi abitanti di
    Avigliano, Potenza, Muro, Picerno, Santofele, Tito, ecc. ecc., i quali
    si erano uniti per la difesa comune. La stessa mancanza di provvisioni
    di guerra,  che avea fatta perdere Altamura,  li costrinse a cedere  a
    Sciarpa;  ma,  anche  cedendo  al  vincitore,  conservarono  tanto  di
    quell'ascendente  che  il  valore  d  sul  numero,   che  fecero  una
    capitolazione onorevole,  colla quale, riconoscendo di nuovo il re, le
    loro persone e le cose rimaner  dovessero  salve.  Ben  poche  nazioni
    possono gloriarsi di simili esempi di valore.
    Intanto  Micheroux  fece  nell'Adriatico  uno  sbarco  di  russi,  che
    occuparono Foggia.  L'occupazione,  sia caso,  sia arte,  avvenne  ne'
    giorni  in cui la fiera richiamava col gli abitanti di tutte le altre
    province  del  Regno;   e  cos  la   nuova   dell'invasione,   sparsa
    sollecitamente,  port negli altri luoghi il terrore anche prima delle
    armi.
    Chi non sarebbesi rivoltato allora  contro  il  governo  repubblicano,
    dopo  i  funesti  esempi  di  coloro  che eran rimasti vittima del suo
    partito,  vedendo dappertutto  il  nemico  vincitore  e  niuna  difesa
    rimaner   a  sperarsi  dagli  amici?   Si  era  gi  nel  caso  che  i
    repubblicani,  ridotti a picciolissimo numero,  sembravano essi  esser
    gl'insorgenti.  Eppure l'amore per la repubblica era cos grande,  che
    faceva ancora amare il governo,  e tutt'i  repubblicani  morirono  con
    lui.
    Un  poco  di  truppa  francese  e  patriotica che era in Campobasso fu
    costretta ad abbandonarla. Si perdette anche il contado di Molise. Non
    si era pensato a guadagnar  le  posizioni  di  Monteforte,  Benevento,
    Cerreto   ed  Isernia,   onde  impedire  le  comunicazioni  di  queste
    insorgenze tra loro.  Riboll l'insorgenza di  Nola,  comunicando  con
    quella di Puglia; e Napoli fu quasi che assediata.





    46. MINISTRO DELLA GUERRA.

    Si  era esposto mille volte al ministro della guerra tutto il pericolo
    che si correva per le insorgenze troppo trascurate; ma egli credeva ed
    avea fatto credere  al  governo  non  esser  ci  altro  che  voci  di
    allarmisti.  Si  giunse  a  promulgare  una legge severissima contro i
    medesimi;   ma  la  legge  dovea  farsi  perch  gli  allarmisti   non
    ingannassero  il  popolo,  e non gi perch il governo fosse ingannato
    dagli adulatori.
    Il governo era su questo oggetto molto mal  servito  da'  suoi  agenti
    tanto  interni  che  esterni,  poich  per  lo pi eransi affidati gli
    affari a coloro i quali altro non aveano che l'entusiasmo; ed essi pi
    del pericolo temevano la fatica di doverlo prevedere.
    I popoli non erano creduti.  Si chiesero de' soccorsi al  governo  per
    frenare  l'insorgenza scoppiata nel Cilento.  Si proponeva al ministro
    che s'inviassero i francesi.  - I francesi - si rispondeva - non  sono
    buoni  a frenare l'insorgenza;  - e si diceva il vero.  - Vi anderanno
    dunque i patrioti?  - I patrioti  faranno  peggio.  -  Ma  intanto  il
    pessimo di tutt'i partiti fu quello di non prenderne alcuno; ed il pi
    funesto  degli  errori fu quello di credere che il tempo avesse potuto
    giovare a distruggere l'insorgenza.
    Il ministro della guerra diceva sempre al governo che egli si occupava
    a formare un piano, che avrebbe riparato a tutto.  Prima parte per di
    ogni piano avrebbe dovuto esser quella di far presto.
    Si disse al ministro che avesse occupata Ariano,  e non cur di farlo;
    se gli disse che avesse occupata Monteforte,  e  non  cur  di  farlo.
    Manthon credeva che il nemico non fosse da temersi.  Fino agli ultimi
    momenti ei lusing se stesso ed il governo: credeva  che  i  russi,  i
    quali  erano  sbarcati  in  Puglia,  non  fossero veramente russi,  ma
    galeoti che il re  di  Napoli  avea  spediti  abbigliati  alla  russa.
    Gl'insorgenti erano gi alla Torre, lo stesso Ruffo co' suoi calabresi
    era in Nola,  Micheroux co' russi era al Cardinale, Aversa era insorta
    ed aveva rotta ogni comunicazione tra Napoli e Capua;  ed il  ministro
    della guerra,  a cui tutto ci si riferiva, rispondeva non esser altro
    che pochi briganti,  i quali  non  avrebbero  ardito  di  attaccar  la
    capitale.  Quale  stranezza!  Una  centrale immensa,  aperta da tutt'i
    lati,  il di cui popolo vi  nemico,  a cui dopo un giorno  si  toglie
    l'acqua e dopo due giorni il pane!...






    47. DISFATTA DI MARIGLIANO.

    Ma  chi potea smuovere il ministro della guerra dall'idea di difendere
    la repubblica nella centrale?  Egli volle anche difenderla in un  modo
    tutto suo.  Non impieg se non picciolissime forze, le quali, se prima
    sarebbero state bastanti ad impedire che  l'insorgenza  nascesse,  non
    erano poi sufficienti a combatterla.
    Egli  avea fatto credere al governo ed alla nazione che potea disporre
    di ottomila uomini di truppe di linea; ma questa colonna,  colla quale
    si  avrebbe potuto formare un campo per difendere Napoli,  non si vide
    mai intera. Molti credettero che si avrebbe potuto riunire gran numero
    di patrioti, se si dichiarasse la patria in pericolo; ma,  sia timore,
    sia  soverchia  confidenza,  questo linguaggio franco non si volle mai
    adottare dal governo,  e solo si ridusse ad ordinare che  ad  un  tiro
    designato  di cannone tutti della milizia nazionale dovessero condursi
    ai loro posti,  e gli altri del popolo ritirarsi nelle loro  case,  n
    uscirne,  sotto  pena  della vita,  prima del nuovo segno.  Misura pi
    allarmante  di  qualunque  dichiarazione  di  pericolo,  poich,   non
    dichiarandolo,   lasciava   libero  il  capo  alla  fantasia  alterata
    d'immaginarlo pi grande di quello  che  era;  misura  che  non  dovea
    usarsi   se   non   negli   estremi   casi  e  che,   essendosi  usata
    imprudentemente la prima volta, quando bisogno non vi era, fece s che
    si fosse usata quasi che inutilmente, quando poi vi fu bisogno.
    Intanto le infinitesimali colonne spedite da Manthon furono ad una ad
    una distrutte.  Quella comandata da Span  fu  battuta  a  Monteforte;
    l'altra, comandata da Belpulsi, che dovea esser per lo meno di mille e
    duecento  uomini,  vanguardia  di un corpo pi numeroso,  e che poi si
    trov essere in tutto di duecentocinquanta, fu costretta a retrocedere
    da Marigliano, ove non potea pi reggere in faccia a tutta la forza di
    Ruffo.  La sola colonna di Schipani resse nella Torre dell'Annunziata,
    perch  era  composta  di  numero  maggiore,  perch  non poteva esser
    circondata se prima non si guadagnava Marigliano e  perch  finalmente
    era   sotto   la   protezione   delle  barche  cannoniere,   le  quali
    allontanavano l'inimico dalla strada che va lungo il mare.  La  nostra
    marina  continu  a  ben meritare della patria e,  finch vi rimase il
    minimo legno,  tenne sempre lontani gl'inglesi.  E  chi  mai  demerit
    della patria, all'infuori di coloro che alla patria non appartenevano?
    Ma  finalmente  Ruffo,  padrone di Nola e di Marigliano,  si avanz da
    quella via verso Portici,  tagliando cos la ritirata alla colonna  di
    Schipani  e  togliendole ogni comunicazione con Napoli.  Tra Portici e
    Napoli vi era il picciol forte di Vigliena,  difeso da pochi patrioti;
    e,  ad  onta delle forze infinitamente superiori di Ruffo,  sostennero
    oltre ogni credere il forte: quando furono ridotti alla  necessit  di
    cederlo,  risolverono  di  farlo  saltar per aria.  L'autore di questa
    ardita risoluzione fu Martelli.
    Non minor valore dimostr la colonna di  Schipani:  si  apr  per  sei
    miglia  la  strada  in  mezzo ai nemici,  prese de' cannoni,  giunse a
    Portici.  Le nuove che si aveano di Napoli,  la quale si  credeva  gi
    presa,  indussero  alcuni vili a gridar viva il re e costrinsero gli
    altri a rendersi prigionieri di guerra.
















    48. CAPITOLAZIONE.

    Ma Napoli non era presa ancora.  I nostri si eran  battuti  con  sorte
    infelice nel d 13 giugno al ponte della Maddalena, e furono costretti
    a ritirarsi nei castelli.  Il governo si era gi ritirato nel Castello
    nuovo.  Il solo castello del Carmine,  il quale altro non    che  una
    batteria  di mare e che per la via di terra non si pu difendere,  era
    caduto nelle mani degl'insorgenti.
    E quale castello di Napoli, all'infuori di Sant'Elmo si pu difendere?
    Il partito migliore sarebbe stato quello di abbandonar  la  citt,  e,
    fatta  una  colonna  di  patrioti,  che  allora forse per la necessit
    sarebbe divenuta numerosissima, guadagnar
    Capua per la via di Aversa o di Pozzuoli. Questo era stato il progetto
    di Girardon,  che comandava in Capua le poche forze  francesi  rimaste
    nel  territorio della repubblica napolitana.  Se questo progetto fosse
    stato eseguito, Napoli non sarebbe divenuta, come addivenne, teatro di
    stragi,  d'incendi,  di  scelleraggini  e  di  crudelt;  ed  ora  non
    piangeremmo la perdita di tanti cittadini.
    Durante   l'assedio   dei   castelli   il  popolo  napolitano,   unito
    agl'insorgenti,  commise delle barbarie  che  fan  fremere:  incrudel
    financo contro le donne, alz nelle pubbliche piazze dei roghi, ove si
    cuocevano  le  membra  degl'infelici,   parte  gittati  vivi  e  parte
    moribondi.  Tutte queste scelleraggini furono eseguite sotto gli occhi
    di Ruffo ed alla presenza degl'inglesi.
    I due castelli Nuovo e dell'Uovo,  difesi dai patrioti, fecero intanto
    per qualche giorno la pi vigorosa resistenza.  Se i patrioti avessero
    avuto  un  poco pi di forza,  avrebbero potuto riguadagnar Napoli: ma
    essi non erano  che  appena  cinquecento  uomini  atti  alle  armi;  e
    Mgeant,  che comandava in Sant'Elmo, non permise pi ai suoi francesi
    di unirsi ai nostri.
    Si sono tanto ammirati i  trecento  delle  Termopili,  perch  seppero
    morire;  i nostri fecero anche dippi: seppero capitolare coll'inimico
    e salvarsi;  seppero almeno una volta far  riconoscere  la  repubblica
    napolitana.
    La  capitolazione  fu  sottoscritta  nella fine di giugno.  Si promise
    l'amnistia;  si diede a ciascuno la libert di partire o  di  restare,
    come pi gli piaceva;  e tanto a coloro che partissero quanto a coloro
    che restassero si promise la sicurezza delle persone e degli averi. La
    capitolazione fu sottoscritta da Ruffo,  vicario generale  del  re  di
    Napoli;  da Micheroux, generale delle sue armi; dall'ammiraglio russo;
    dal comandante delle forze turche; da Food, comandante i legni inglesi
    che si trovarono all'azione;  e da Mgeant,  il quale,  in nome  della
    repubblica  francese,  entr garante della napolitana.  Furon dati per
    parte di Ruffo degli ostaggi  per  la  sicurezza  dell'esecuzione  del
    trattato, e questi furon consegnati a Mgeant.
    Per   eseguire   il   trattato   fu   stabilito   un  armistizio,   ma
    nell'armistizio si prepar il tradimento.  Appena che la regina  seppe
    l'occupazione   di   Napoli,   invi  da  Palermo  milady  Hamilton  a
    raggiungere Nelson.  - Voglio prima perdere - avea detto la regina  ad
    Hamilton  - tutti e due i regni che avvilirmi a capitolar coi ribelli.
    - Che Hamilton si prestasse a servir la regina, era cosa non insolita;
    essa finalmente non disponeva che dell'onor suo:  ma  che  Nelson,  il
    quale avea trovata la capitolazione gi sottoscritta,  prostituisse ad
    Hamilton l'onor suo, l'onor delle sue armi,  l'onor della sua nazione;
    questo  ci che il mondo non aspettava, e che il governo e la nazione
    inglese non dovea soffrire.
    Nelson  col resto della sua flotta giunse nella rada di Napoli durante
    l'armistizio,  e dichiar che un trattato fatto senza di lui,  che era
    ammiraglio  in  capo,  non  dovea esser valido;  quasi che l'onorato e
    valoroso Food, che era persona legittima a ricevere i castelli, non lo
    fosse poi ad  osservare  le  condizioni  della  resa;  quasi  che  una
    capitolazione potesse esser legittima per una parte ed illegittima per
    l'altra,  e,  non  volendo  mantener le promesse fatte alla repubblica
    napolitana,  non fosse necessario restituire ai suoi agenti tutto  ci
    che  per  tali  promesse aveano gi consegnato.  Acton diceva e faceva
    dire al re,  che era a bordo dei  vascelli  inglesi,  circondato  per
    dalle  creature  di  Carolina:  che  un  re non capitola mai coi suoi
    ribelli.  Egli infatti era padrone di non capitolare;  ma  si  poteva
    domandare se mai,  quando un re abbia capitolato, debba o no mantenere
    la sua parola!  Intanto i patrioti  per  Napoli  erano  arrestati;  la
    partenza  di quei che eransi imbarcati si differiva;  Mgeant che avea
    gli ostaggi  nelle  sue  mani,  Mgeant  che  avea  ancora  forza  per
    resistere,  che poteva e doveva essere il garante della capitolazione,
    Mgeant dormiva.  Nel  tempo  dell'armistizio  permise  che  i  nemici
    erigessero le batterie sotto il suo forte.  Fu attaccato,  fu battuto,
    non fece una sortita, appena spar un cannone, fu vinto, si rese.
    Segn una capitolazione vergognosissima al nome francese. Quando dovea
    rimaner solo per ricoprirsi di obbrobrio,  perch non capitol insieme
    cogli  altri  forti?  Restitu  gli  ostaggi,  ad  onta  che vedesse i
    patrioti non ancora partiti e ad onta che resistesse ancora Capua, ove
    gli ostaggi si poteano conservare.  Promise di consegnare  i  patrioti
    che erano in Sant'Elmo,  e li consegn.  Fu visto scorrere tra le file
    dei suoi soldati,  e riconoscere ed indicare qualche infelice  che  si
    era  nascosto alle ricerche,  travestito tra quei bravi francesi,  coi
    quali avea sparso il suo  sangue.  Neanche  Matera,  antico  ufficiale
    francese,  fu  risparmiato,  ad  onta  dell'onor  nazionale  che dovea
    salvarlo e del diritto di tutte  le  genti.  Fu  imbarcato  colla  sua
    truppa,  part  solo  colla  sua  truppa,  e  non  domand neanche dei
    napolitani.
    E vi  taluno il quale ardisce di mettere in dubbio che Mgeant sia un
    traditore?   E  quest'uomo  intanto  ancora   disonora,   portandolo,
    l'uniforme  francese,  che    l'uniforme della gloria e dell'onore?.
    Bravi ed  onorati  militari  destinati  a  giudicarlo,  avvertite:  il
    giudizio,  che  voi  pronuncerete  sopra di lui,  sar il giudizio che
    cinque milioni di uomini pronunzieranno sopra di voi!















    49. PERSECUZIONE DE' REPUBBLICANI.

    Dopo la partenza di Mgeant,  si spieg tutto l'orrore del destino che
    minacciava i repubblicani.
    Fu  eretta una delle solite Giunte di Stato nella capitale;  ma gi da
    due mesi un certo Speziale,  spedito espressamente  da  Sicilia,  avea
    aperto  un macello di carne umana in Procida,  ove condann a morte un
    sartore perch avea cuciti gli  abiti  repubblicani  ai  muncipi,  ed
    anche  un  notaro,  il  quale  in  tutto  il  tempo della durata della
    repubblica non avea mai fatto nulla e si era  rimasto  nella  perfetta
    indifferenza. - Egli  un furbo - diceva Speziale: -  bene che muoia.
    - Per suo ordine morirono Span,  Schipani,  Battistessa. Quest'ultimo
    non era morto sulla forca; dopo esservi stato sospeso per ventiquattro
    ore,  allorch si port in chiesa per seppellirlo,  fu  osservato  che
    dava ancora qualche languido segno di vita.  Si domand a Speziale che
    mai si dovea fare di lui: - Scannatelo - egli rispose.
    Ma la Giunta che si era  eretta  in  Napoli  si  trov  per  accidente
    composta  di  uomini dabbene,  che amavano la giustizia ed odiavano il
    sangue.  Ardirono dire  al  re  esser  giusto  e  ragionevole  che  la
    capitolazione   si   osservasse:  giusto,   perch,   se  prima  della
    capitolazione si poteva  non  capitolare,  dopo  aver  capitolato  non
    rimaneva altro che eseguire; ragionevole, perch non  mai utile che i
    popoli  si  avvezzino  a diffidare della parola di un re,  e perch si
    deturpa cos la causa di ogni altro sovrano e si toglie ogni mezzo  di
    calmare le rivoluzioni.
    Allora  fu  che  Acton disse che,  se non avea luogo la capitolazione,
    poteva averlo la clemenza del re.  Ma qual clemenza,  qual  generosit
    sperare  da  chi  non  osservava un trattato?  La prima caratteristica
    degli uomini vili  quella di mostrarsi superiori al giusto e di voler
    dare per capriccio ci che debbono per legge: cos  sotto  l'apparenza
    del  capriccio  nascondono  la  vilt,  e  promettono  pi di quel che
    debbono per non osservare quello che hanno promesso. Rendasi giustizia
    a Paolo primo.
    Egli conobbe quando importasse che  i  popoli  prestassero  fede  alle
    parole  dei  sovrani,  ed  il  di  lui  gabinetto  fu  sempre  per  la
    capitolazione.  Il maggior numero degli officiali della flotta inglese
    compresero  quanta  infamia  si sarebbe rovesciata sulla loro nazione,
    giacch il loro ammiraglio  era  il  vero,  l'unico  autore  di  tanta
    violazione del diritto delle genti; e si misero in aperta sedizione.
    La  Giunta intanto rammentava al governo le leggi della giustizia;  ed
    invitata a formare una classificazione di trentamila persone arrestate
    (poich non meno di tante ve ne erano in tutte le carceri del  Regno),
    disse che doveano esser posti in libert, come innocenti, tutti coloro
    i  quali  non  fossero accusati di altro che di un fatto avvenuto dopo
    l'arrivo dei francesi.  La rivoluzione in Napoli non  potea  chiamarsi
    ribellione,  i  repubblicani  non  eran ribelli,  ed il re non potea
    imputare a delitto azioni commesse dopo che egli non  era  pi  re  di
    Napoli,  dopo  che  per un diritto tanto legittimo quanto quello della
    conquista, cio quanto lo stesso diritto di suo padre e suo,  aveano i
    francesi  occupato  il  di  lui  regno.  Che  se  i repubblicani avean
    professate massime le quali parevan distruttrici della monarchia,  ci
    neanche  era  da imputarsi loro a delitto,  perch eran le massime del
    vincitore,   a  cui  era  dovere  ubbidire.   Essi  avean   professata
    democrazia, perch democrazia professavano i vincitori: se i vincitori
    si fossero governati con ordini monarchici,  i vinti avrebbero seguite
    idee diverse.  L'opinione dunque  non  dovea  calcolarsi,  perch  non
    solamente non era volontaria,  ma era necessaria e giusta,  perch era
    giusto ubbidire al vincitore. Il voler stabilire la massima contraria,
    il pretendere che un  popolo  dopo  la  legittima  conquista  ritenghi
    ancora  le antiche affezioni e le antiche idee,   lo stesso che voler
    fomentare l'insubordinazione,  e coll'insubordinazione voler  eternare
    la  guerra civile,  la mutua diffidenza tra i governi ed i popoli,  la
    distruzione di ogni morale pubblica e privata, la distruzione di tutta
    l'Europa.  Al ministero di Napoli ci dispiaceva,  perch nella guerra
    era  rimasto  perdente;  ma,  se  fosse stato vincitore,  se invece di
    perderlo avesse conquistato un regno, gli sarebbe piaciuto che i nuovi
    suoi sudditi  avessero  conservato  troppo  tenacemente  e  fino  alla
    caparbiet  l'affezione  alle  antiche massime ed agli ordini antichi?
    Non avrebbe punito come ribelle chiunque avesse troppo  manifestamente
    desiderato l'antico sovrano?  La vera morale dei principi deve tendere
    a render facile la vittoria,  e non gi  femminilmente  dispettosa  la
    disfatta.
    I  princpi  della  Giunta eran quelli della ragione,  e non gi della
    corte.  In questa i partiti eran divisi.  Dicesi  che  la  regina  non
    volesse  la  capitolazione,  ma  che,  fatta  una  volta,  ne  volesse
    l'osservanza: difatti era inutile coprirsi di  obbrobrio  per  perdere
    due o trecento infelici.  Ruffo,  autor della capitolazione, voleva lo
    stesso, e divenne perci inviso ed alla regina, che non avrebbe voluta
    la capitolazione, ed agli altri,  ai quali non dispiaceva che si fosse
    fatta,  ma  non volevano che si osservasse.  Le istruzioni,  che furon
    date alla Giunta,  da persone degne di fede  si  assicura  che  furono
    scritte   da   Castelcicala.   In   esse  stabilivasi,   come  massima
    fondamentale, esser rei di morte tutti coloro i quali avean seguta la
    repubblica: bastava che taluno avesse portata la  coccarda  nazionale.
    Per avere una causa di vendetta,  ammetteva che il re era partito; ma,
    per averne una ragione,  asseriva che,  ad onta  della  partenza,  era
    rimasto sempre presente in Napoli.  Il Regno si dichiarava un regno di
    conquista,  quando si trattava di distruggere tutt'i  privilegi  della
    Citt  e  del  Regno,  i  quali  si  chiamano  quasi in tutta l'Europa
    privilegi,  mentre dovrebbero esser diritti,  perch  fondati  sulle
    promesse   dei  re;   ma,   quando  si  trattava  di  dover  punire  i
    repubblicani, il Regno non era mai stato perduto. Tale fu la logica di
    Caligola,  quando condannava a morte egualmente e chi piangeva  e  chi
    gioiva per la morte di Drusilla.
    Nelson,  unico  autore  dell'infrazione  del  trattato,  quell'istesso
    Nelson che avea condotto il re in Sicilia, lo ricondusse in Napoli, ma
    sempre suo prigioniero;  n mai,  partendo o ritornando,  ebbe mai  la
    minima cura dell'onor di lui: giacch, partendo, lo tenne in mostra al
    popolo  quasi  uom che disprezzasse ogni segno di affezione che questo
    gli dava; tornando,  quasi insultasse ai mali che soffriva.  Egli vide
    dal suo legno i massacri e i saccheggi della capitale. Poco di poi con
    suo rescritto avvis i magistrati che egli avea perdonato ai lazzaroni
    il  saccheggio  del  proprio  palazzo,  e  sperava  che gli altri suoi
    sudditi, dietro il di lui esempio, perdonassero egualmente i danni che
    avean  sofferti!  Tutti  gl'infelici  che  il  popolo  arrestava  eran
    condotti  e  presentati  a lui,  tutti pesti,  intrisi di polvere e di
    sangue,  spirando quasi l'ultimo respiro.  Non s'intese mai da lui una
    sola parola di piet.  Era quello il tempo, il luogo ed il modo in cui
    un re dovea mostrarsi al popolo suo?  Egli era in mezzo ai legni pieni
    d'infelici  arrestati,   che  morivano  sotto  i  suoi  occhi  per  la
    strettezza del sito,  per  la  mancanza  di  cibi  e  dell'acqua,  per
    gl'insetti,  sotto  la  pi  ardente  canicola,  nell'ardente clima di
    Napoli. Egli avea degl'infelici ai ferri finanche nel suo legno.
    Con tali princpi,  la corte dovea stancarsi,  e si stanc ben presto,
    delle   noiose   cure   che  la  Giunta  si  prendeva  per  la  salute
    dell'umanit.   Gli  uomini  dabbene,   che  la  componevano,   furono
    allontanati: non rimase altro che Fiore, il quale da piccioli princpi
    era pervenuto alla carica di uditore provinciale in Catanzaro,  donde,
    fuggiasco pel taglione in tempo della  repubblica,  era  ritornato  in
    Napoli,  come  Mario  in  Roma,  spirando  stragi e vendette.  Ritorn
    Guidobaldi, seco menando, come in trionfo,  la coorte delle spie e dei
    delatori,  che  erano  fuggiti  con lui.  A questi due furono aggiunti
    Antonio La  Rossa  e  tre  siciliani:  Damiani,  Sambuti  ed,  il  pi
    scellerato di tutti, Speziale.
    La  prima  operazione  di  Guidobaldi  fu quella di transigersi con un
    carnefice.  Al numero immenso di coloro che egli volea impiccati,  gli
    parve  che  fosse  esorbitante  la  mercede di sei ducati per ciascuna
    operazione,  che per antico  stabilimento  il  carnefice  esigeva  dal
    fisco;  credette  poter  procurare  un  gran risparmio,  sostituendo a
    quella mercede una pensione mensuale.  Egli  credeva  che  almeno  per
    dieci o dodici mesi dovesse il carnefice esser ogni giorno occupato.
    La  storia  ci offre mille esempi di regni perduti e poscia colle armi
    ricuperati: in nessuno per si ritrovano eguali esempi di tale  stolta
    ferocia.  Silla  fece morire centomila romani non per altro che per la
    sua volont: Augusto depose la sua ferocia colle armi.
    Un  altro  re  di  Napoli,  Ferdinando  primo  di  Aragona,   capitol
    egualmente coi suoi sudditi, e poscia sotto specie di amicizia li fece
    tutti assassinare. Ma, mentre commetteva il pi orribile tradimento di
    cui ci parli la storia,  mostr almeno di rispettare l'apparenza della
    santit dei trattati.  Mostrarono almeno gli  alleati,  che  li  avean
    garantiti,  di  reclamarne  l'esecuzione.  Il  nostro  storico Camillo
    Porzio attribuisce a questa scelleraggine le calamit,  che poco  dopo
    oppressero e finalmente distrussero la famiglia aragonese in Napoli.
    La  vera  gloria  di un vincitore  quella di esser clemente: il voler
    distruggere i suoi nemici per la sola ragione di  esser  pi  forte  
    facile,  e  nulla  ha  con  s  che il pi vile degli uomini non possa
    imitare.  Una vendetta rapida e forte    simile  ad  un  fulmine  che
    sbalordisce; ma porta seco qualche carattere di nobilt. Il deliziarsi
    nel  sangue,  il  gustare  a sorsi tutto il calice della vendetta,  il
    prolungarla al di l del pericolo e dell'ira del momento, che sola pu
    renderla, se non lodevole, almeno scusabile,  il vincer la ferocia del
    popolo e lo stesso terrore dei vinti,  e far tutto ci prostituendo le
    formole pi sacre della giustizia;  ecco ci che non    n  utile  n
    giusto n nobile. La storia ha dato un luogo distinto tra i tiranni ai
    geni  cupi  e  lentamente crudeli di Tiberio e di Filippo secondo,  ai
    fatti dei quali la posterit aggiunger gli orrori commessi in Napoli.
    Si conobbe finalmente la legge di maest,  che dovea  esser  di  norma
    alla Giunta nei suoi giudizi; legge terribile, emanata dopo il fatto e
    da  cui neanche gl'innocenti si potevan salvare.  Eccone li principali
    articoli, quali si sono potuti raccogliere dalle voci pi concordi tra
    loro e pi consone alle sentenze pronunziate dalla Giunta, poich  da
    sapersi  che  questa  legge,  colla  quale  si  sono  giudicati  quasi
    trentamila individui, non  stata pubblicata giammai.
    Sono  dichiarati  rei di lesa maest in primo capo (e perci degni di
    morte) tutti coloro  che  hanno  occupato  i  primari  impieghi  della
    sedicente repubblica. Per primari impieghi s'intendevano le cariche
    della   rappresentanza  nazionale,   del  direttorio  esecutivo,   dei
    generali,    dell'alta    commissione    militare,    del    tribunale
    rivoluzionario.   Egualmente  erano  rei  tutti  coloro  che  fossero
    cospiratori prima  della  venuta  dei  francesi.  Sotto  questo  nome
    andavano  compresi  tutti coloro che aveano occupato Sant'Elmo e tutti
    coloro che erano andati ad  incontrare  i  francesi  in  Capua  ed  in
    Caserta;  ad  onta  che  la  cessione  di  Capua  fosse stata fatta da
    autorit legittima; ad onta che tra i privilegi della citt di Napoli,
    riconosciuti dal re, vi fosse quello che, giunto il nemico a Capua, la
    citt di Napoli potesse,  senza taccia di ribellione,  prendere quegli
    espedienti  che  volesse,  ed  invitare anche il nemico;  ad onta che,
    essendo legittima la cessione di Capua e  di  tutte  le  province  del
    Regno  a settentrione della linea di demarcazione,  un numero infinito
    di persone,  che dimoravano nella capitale,  ma che intanto aveano  la
    cittadinanza  in  quelle  province,  fossero  divenuti  legittimamente
    cittadini francesi; ad onta finalmente che, dopo la resa di Capua,  in
    Napoli  fosse  cessata ogni autorit legittima: niun re,  niun vicario
    regio, niun generale, nessuna forza pubblica;  tutto era nell'anarchia
    ed  a ciascuno nell'anarchia era permesso di salvar come meglio poteva
    la propria vita.
    Intanto, ad onta di tutto ci,  furon dichiarati rei tutti coloro che
    nelle  due  anarchie  avessero fatto fuoco sul popolo dalle finestre;
    cio tutti coloro i quali non avessero sofferto che la pi  scellerata
    feccia del popolo tra la licenza dell'anarchia li assassinasse.
    Tutti  coloro  che  avevano continuato a battersi in faccia alle armi
    del re,  comandate dal cardinal Ruffo,  o a vista del re,  che stava a
    bordo degl'inglesi. Questo articolo avrebbe portate alla morte per lo
    meno  ventimila  persone,  tra  le  quali  eranvi  tutti coloro che si
    trovavan rifugiati a Sant'Elmo, i quali, neanche volendo,  poteano pi
    separarsi dai francesi.
    Tutti  coloro  che  avessero  assistito  all'innalzamento dell'albero
    nella piazza dello Spirito santo (perch in quell'occasione si atterr
    la statua di Carlo terzo) o alla festa nazionale in cui si  lacerarono
    le bandiere reali ed inglesi, prese agl'insorgenti.
    Tutti  coloro  che  durante  il  tempo  della  repubblica  aveano,  o
    predicando o scrivendo,  offeso il re o l'augusta  sua  famiglia.  La
    legge  del  Regno esentava dalla pena di morte chiunque non avea fatto
    altro che parlare.  La legge diceva: Se  stato mosso da  leggerezza,
    nol curiamo;  se da follia,  lo compiangiamo;  se da ragione, gli siam
    grati; e, se da malizia, lo perdoniamo, a meno che dalle parole non ne
    possa nascere un attentato pi grave.  Una legge posteriore a  questa
    condann  a  morte  tutti  coloro  i  quali avean parlato o scritto in
    un'epoca,  nella quale forse nessuno poteva render ragione di ci  che
    avea  fatto.  Si  vide allora che non bastava non aver offese le leggi
    per esser sicuro.
    Finalmente tutti coloro i quali in modo deciso avessero dimostrata la
    loro empiet  verso  la  sedicente  caduta  repubblica.  Quest'ultimo
    comprendeva tutti.
    Per  questo  articolo  infatti  fu  condannata  a  morte la sventurata
    Sanfelice.  Essa non avea altro delitto che quello di aver rivelato al
    governo  la  congiura  di Baccher,  quando era sul punto di scoppiare.
    Niuna parte avea avuta n nella rivoluzione  n  nel  governo.  Questa
    operazione  le  fu  ispirata  dalla  pi pura virt.  Non pot reggere
    all'idea del massacro,  dell'incendio e della ruina totale di  Napoli,
    che   i   congiurati   avean  progettata.   Questa  generosa  umanit,
    indipendente da ogni opinione di governo e da ogni spirito di partito,
    le cost la vita; e fu spinta la ferocia al segno di farla entrare tre
    volte in cappella,  ad onta della consuetudine del Regno,  la  quale
    ragionevolmente  volea che chi avesse una volta sofferta la cappella
    aver dovesse la grazia della vita.  Non ha sofferta  infatti  la  pena
    della  morte  colui che per ventiquattr'ore l'ha veduta inevitabile ed
    imminente? Eppure,  rompendosi ogni legge di piet,  ogni consuetudine
    del Regno,  la sventurata Sanfelice,  dopo un anno, fu decollata senza
    delitto!
    Coloro che erano ascritti alla sala  patriotica,  bench  colle  loro
    mani  istesse  avessero  segnata  la  loro  sentenza  di morte (non si
    comprende  perch:  un'adunanza  patriotica    un  delitto   in   una
    monarchia,  perch    rivoluzionaria;  in  un governo democratico,  
    un'azione indifferente), pure Sua Maest,  per la sua innata clemenza,
    li  condanna  all'esilio  in  vita colla perdita de' beni,  se abbiano
    prestato  il  giuramento;  quelli  che  non  l'hanno  prestato,   sono
    condannati a quindici anni di esilio.
    Finalmente  coloro,  i  quali avessero avute cariche subalterne e non
    avessero altri delitti,  saranno riserbati all'indulto che Sua  Maest
    conceder. Questo indulto fu immaginato per due oggetti: il primo era
    quello  di  far  languire  un anno nelle carceri coloro che non aveano
    alcun delitto.  - Mio figlio  innocente - diceva una sventurata madre
    a  Speziale.  -  Ebbene  - rispondeva costui,  - se  innocente,  avr
    l'onore di  uscir  l'ultimo.  -  Il  secondo  oggetto  era  quello  di
    condannare almeno nell'opinione pubblica, con un perdono, anche coloro
    che per la loro innocenza doveano essere assoluti.
    Non avea forse ragione la regina,  quando,  se  vero ci che si dice,
    si opponeva a questa  prostituzione  di  giudizi?  Io  vorrei  che  si
    esaminassero  li  giudizi  della  Giunta  e di coloro che dirigevan la
    Giunta,  non colle massime della ragione e della  giustizia  naturale,
    non  colle  massime della stessa giustizia civile,  poich neanche con
    queste si troverebbe ragion di condannar come ribelli coloro  i  quali
    non avean fatto altro che ubbidire ad una forza legittima e superiore,
    alla quale era stato costretto a cedere lo stesso re; ma colle massime
    dell'interesse  del  re.  Io  non  dir  che  la  giustizia  il primo
    interesse di un re: ammetto anzi che l'interesse del  re    la  norma
    della giustizia. Ed anche allora, chi potrebbe assolver molti (io dico
    molti,  e  sono  ben  lontano  dal dir tutti: sono ben lontano dal
    credere tutt'i membri della Giunta simili a Speziale,  e forse  taluno
    non  ha  altra  colpa  che  quella di non esser stato abbastanza forte
    contro i tempi); chi potrebbe,  dico,  assolver molti di aver non solo
    conculcata  la  giustizia,  ma anche tradito il re?  Quando Silla fece
    scannare seimila sanniti,  disse al senato,  allarmato  da'  gemiti  e
    dalle  grida  di quest'infelici: - Ponete mente agli affari: son pochi
    sediziosetti che si correggono per ordine mio.  - Silla era pi grande
    e forse anche men crudele.
    Se  coloro  che consigliavano il re gli avessero parlato il linguaggio
    della saviezza e gli avessero fatto scrivere  un  editto,  in  cui  si
    fosse  ai  popoli parlato cos: Coloro i quali han seguto il partito
    della repubblica, ora che questo partito  caduto, han pensato di aver
    bisogno di una capitolazione per la loro salvezza.  Se  essi  avessero
    conosciuto  il mio cuore,  avrebbero compreso che questa capitolazione
    era  superflua.  Questo  errore    stato  la  causa  di  tutt'i  loro
    traviamenti. Obblio tutto. Possano cessare tutt'i partiti e riunirsi a
    me  per  il  vero bene della patria!  Possa questa generosit far loro
    comprendere il mio cuore e rendermi degno del loro amore!  Possano  le
    tante vicende e le tante sventure sofferte renderli pi saggi!  Se, ad
    onta di tutto ci,  vi  taluno a cui il  nuovo  ordine  di  cose  non
    piaccia,  siagli permesso partire. Ma, o che parta o che resti, i suoi
    beni,  la sua persona,  la sua famiglia saranno intatte,  ed in me non
    trover  che  un  padre;   in  quel  momento,...   momento  forsi  di
    disinganno...  un proclama di questa natura avrebbe riuniti tutti  gli
    animi.  La  nazione  non sarebbe stata distrutta da una guerra civile;
    ...  l'amor del popolo avrebbe prodotta la sicurezza del re e la forza
    del  Regno...  Se  oggi il regno di Napoli si trova diviso,  desolato,
    pieno di odii intestini, quasi sul punto di sciogliersi,  perch il re
    non  dice ai suoi ministri e suoi consiglieri: - Voi siete stati tanti
    traditori! voi colpate alla mia rovina!-? L'esecuzione di questa legge
    spavent finanche gli stessi  carnefici  della  Giunta.  Essa  avrebbe
    fatto  certamente  rivoltare  il  popolo.   La  stessa  crudelt  rese
    indispensabile  la  moderazione.   Vennero  da  Palermo  le  note  de'
    proscritti;  ma  rimase la legge,  affinch si potesse loro apporre un
    delitto.
    Le sentenze erano fatte prima del giudizio.  Chi  era  destinato  alla
    morte dovea morire, ancorch il preteso reo fosse minore.
    Tutti li mezzi si adoperavano per ritrovare il delitto;  nessuno se ne
    ammetteva per difendere l'innocenza.  Il nome del re dispens a  tutte
    le formole del processo,  quasi che si potesse dispensare alla formola
    senza dispensare alla giustizia.
    Ventiquattro ore di tempo si accordavano alla difesa: i testimoni  non
    si ammettevano,  si allontanavano,  si minacciavano,  si sbigottivano,
    talora anche si arrestavano;  il tempo intanto scorreva,  e l'infelice
    rimaneva senza difesa.  Non confronto tra i testimoni,  non ripulse di
    sospetti, non ricognizione di scritture si ammettevano;  non debolezza
    di sesso,  non imbecillit di anni potevan salvare dalla morte. Si son
    veduti condannati  a  morte  giovinetti  di  sedici  anni;  giudicati,
    esiliati fanciulli di dodici. Non solo tutt'i mezzi della difesa erano
    tolti, ma erano spenti tutt'i sensi di umanit.
    Se  la  Giunta,  per invincibile evidenza d'innocenza,   stata talora
    quasi costretta ad assolvere suo malgrado un infelice,  si  veduto da
    Palermo  rimproverarsi di un tal atto di giustizia,  e condannarsi per
    arbitrio chi era stato o assoluto o condannato a  pena  molto  minore.
    Dal   processo   di  Muscari  nulla  si  rilevava  che  potesse  farlo
    condannare; ma troppo zelo avea mostrato Muscari per la repubblica,  e
    si  voleva  morto.  La  Giunta,  dicesi,  ebbe  ordine di sospender la
    sentenza assolutoria e di non decidere la causa finch  non  si  fosse
    ritrovata  una causa di morte.  A capo di due mesi  facile indovinare
    che questa causa si trov. Pirelli, uno dei migliori uomini che avesse
    la patria,  uno dei migliori magistrati che avesse lo Stato,  anche in
    tempo  del  re,  fu  dalla  Giunta  assoluto:  i trenta di Atene quasi
    arrossirono di condannare Focione.  Pirelli era per  segnato  tra  le
    vittime,   e   da   Palermo  fu  condannato  ad  un  esilio  perpetuo.
    Michelangiolo Novi era stato condannato all'esilio;  la  sentenza  era
    stata gi eseguita,  si era gi imbarcato,  il legno era per far vela:
    giunge un ordine da Palermo, e fu condannato al carcere perpetuo nella
    Favignana.  Gregorio Mancini era stato gi giudicato,  era  stato  gi
    condannato  a quindici anni di esilio;  di gi prendeva commiato dalla
    moglie e dai figli: un ordine di Speziale lo chiama,  e lo  conduce...
    dove?...   alla  morte.   Altre  volte  si  era  detto  che  le  leggi
    condannavano ed i re facevano le grazie: in  Napoli  si  assolveva  in
    nome della legge e si condannava in nome del re.
    Intanto  Speziale,  a cui venivano particolarmente commesse le persone
    che si  volevan  perdute,  nulla  risparmiava  n  di  minacce  n  di
    suggestioni n d'inganni per servire alla vendetta della corte. Nicola
    Fiani era suo antico amico;  Nicola Fiani era destinato alla morte, ma
    non era n convinto n confesso.  Speziale si ricorda della sua antica
    amicizia:  dal  fondo di una fossa,  ove il povero Fiani languiva tra'
    ferri, lo manda a chiamare; lo fa condurre sciolto,  non gi nel luogo
    delle  sedute  della  Giunta,  ma  nelle  sue stanze.  Nel vederlo gli
    scorrono le lagrime;  lo abbraccia: - Povero amico!  a quale stato  ti
    veggo io ridotto! Io sono stanco di pi fare la figura di boia. Voglio
    salvarti. Tu non parli ora al tuo giudice; sei coll'amico tuo. Ma, per
    salvarti,  convien  che  tu mi dica ci che hai fatto.  Queste sono le
    accuse contro di te. In Giunta fosti saggio a negare; ma ci che dirai
    a me non lo sapr  la  Giunta...  -  Fiani  presta  fede  alle  parole
    dell'amicizia;  Fiani  confessa...  -  Bisogna scriverlo;  servir per
    memoria...  - Fiani scrive.  E' inviato al suo  carcere,  e  dopo  due
    giorni va alla morte.
    Speziale  interrog Conforti.  Dopo avergli domandato il suo nome e la
    carica che nella repubblica  avea  ottenuto,  lo  fa  sedere.  Gli  fa
    sperare  la clemenza del re;  gli dice che egli non avea altro delitto
    che la carica,  ma che una carica eminente era segno di patriotismo,
    e perci delitto in coloro che erano stati, senza merito e senza nome,
    elevati per solo favore di fazione rivoluzionaria.  Conforti era tale,
    che ogni governo sarebbe stato onorato da lui.  Indi gli  parla  delle
    pretensioni  che la corte avea sullo Stato romano.  - Tu conosci - gli
    dice - profondamente tali interessi. - La corte ha molte memorie mie -
    risponde Conforti. - S, ma la rivoluzione ha fatto perdere tutto. Non
    saresti in grado di occupartici di nuovo?  - E,  cos dicendo,  gli fa
    quasi  sperare  in  premio  la vita.  Conforti vi si occupa;  Speziale
    riceve il lavoro del rispettabile vecchio; e,  quando ne ebbe ottenuto
    l'intento, lo mand a morire.
    Qual  mostro  era mai questo Speziale!  Non mai la sua anima atroce ha
    conosciuto altro  piacere  che  quello  di  insultar  gl'infelici.  Si
    dilettava  passar  quasi  ogni  giorno  per  le prigioni a tormentare,
    opprimere colla sua presenza coloro che non poteva uccidere ancora. Se
    avea il rapporto di qualche infelice morto di disagio  o  d'infezione,
    inevitabile  in  carceri  orribili,  dove gli arrestati erano quasich
    accatastati, questo rapporto era per lui l'annunzio di un incomodo di
    meno. Un soldato insorgente uccise un povero vecchio, che per poco si
    era avvicinato ad una finestra della sua carcere a  respirare  un'aria
    meno  infetta:  gli  altri della Giunta volean chieder conto di questo
    fatto: - Che fate voi?  - disse Speziale;  - costui non ha fatto altro
    che  toglierci  l'incomodo di fare una sentenza.  - La moglie di Baffa
    gli raccomanda il suo marito... - Vostro marito non morr - gli diceva
    Speziale;  - siate di buon animo: egli non avr  che  l'esilio.  -  Ma
    quando? - Al pi presto.-
    Intanto scorsero molti giorni: non si avea nuova della causa di Baffa.
    La moglie ritorna da Speziale,  il quale si scusa che non ancora avea,
    per altre occupazioni,  potuto disbrigar la causa  del  marito;  e  la
    congeda confermandole le stesse speranze che altra volta le avea date.
    -  Ma perch insultare questa povera infelice?  - gli disse allora uno
    che era presente al discorso...  Baffa  era  stato  gi  condannato  a
    morte;  ma la sentenza s'ignorava dalla moglie.  Chi pu descrivere la
    disperazione,  i lamenti,  le grida,  i rimproveri  di  quella  moglie
    infelice?  Speziale  con  un  freddo sorriso le dice: - Che affettuosa
    moglie!  Ignora finanche il destino di suo marito.  Questo appunto  io
    voleva  vedere.  Ho  capito: sei bella,  sei giovine,  vai cercando un
    altro marito. Addio.-
    Sotto la direzione di un tale uomo, ciascuno pu comprendere quale sia
    stata la maniera con cui sieno stati tenuti i carcerati.  Quante volte
    quegli  infelici  hanno desiderata ed invocata la morte!...  Ma la mia
    mente  stanca di pi occuparsi de' mali dell'umanit...  Il mio cuore
    gi freme!

    50. TALUNI PATRIOTI.

    Dopo  la  caduta della repubblica,  Napoli non present che l'immagine
    dello  squallore.   Tutto  ci  che  vi  era  di  buono,   di  grande,
    d'industrioso,  fu  distrutto;  ed appena pochi avanzi de' suoi uomini
    illustri  si  possono  contare,   scampati  quasi  per  miracolo   dal
    naufragio,  erranti,  senza  famiglia  e  senza  patria,  sull'immensa
    superficie della terra.
    Si pu valutare a pi di ottanta milioni di ducati la perdita  che  la
    nazione ha fatto in industrie; quasi altrettanto ha perduto in mobili,
    in argenti,  in beni confiscati: il prodotto di quattro secoli  stato
    distrutto in  un  momento.  Si  son  veduti  de'  monopolisti  inglesi
    mercanteggiare  i  nostri  capi d'opera di pittura,  che il saccheggio
    avea  fatti  passare  dagli  antichi  proprietari   nelle   mani   del
    popolaccio, il quale non ne conosceva n il merito n il prezzo.
    La  rovina  della  parte  attiva  della nazione ha strascinata seco la
    rovina della nazione intera: tutto il popolo rest senza  sussistenza,
    perch  estinti  furono  o dispersi coloro che ne mantenevano o che ne
    animavano l'industria;  e gli stessi controrivoluzionari piangono  ora
    la perdita di coloro che essi stessi hanno spinti a morte.
    Aggiungete a questi danni la perdita di tutt'i princpi, la corruzione
    di  ogni costume,  funeste ed inevitabili conseguenze delle vicende di
    una rivoluzione;  una corte che da oggi in avanti riguarda la  nazione
    come  estranea  e  crede  ritrovar nella di lei miseria e nella di lei
    ignoranza la sicurezza sua;  e l'uomo che pensa vedr con  dolore  una
    gran  nazione  respinta  nel suo corso politico allo stato infelice in
    cui era due secoli fa.
    Salviamo da tanta rovina taluni esempi di virt: la memoria di  coloro
    che  abbiamo  perduti  l'unico bene che ci resta,   l'unico bene che
    possiamo trasmettere alla posterit.  Vivono ancora le grandi anime di
    coloro  che Speziale ha tentato invano di distruggere;  e vedranno con
    gioia i loro nomi,  trasmessi da noi a quella posterit che essi tanto
    amavano,  servir  di  sprone  all'emulazione  di  quella virt che era
    l'unico oggetto de' loro voti.
    Noi abbiamo sofferti gravissimi mali; ma abbiam dati anche grandissimi
    esempi di virt.  La giusta posterit obblier gli  errori  che,  come
    uomini, han potuto commettere coloro a cui la repubblica era affidata:
    tra essi per ricercher invano un vile, un traditore. Ecco ci che si
    deve aspettare dall'uomo, ed ecco ci che forma la loro gloria.
    In  faccia  alla morte nessuno ha dato un segno di vilt.  Tutti l'han
    guardata con quell'istessa  fronte  con  cui  avrebbero  condannati  i
    giudici del loro destino. Manthon, interrogato da Speziale di ci che
    avesse fatto nella repubblica, non rispose altro che: - Ho capitolato.
    -  Ad  ogni  interrogazione non dava altra risposta.  Gli fu detto che
    preparasse la sua difesa: - Se non basta la capitolazione,  arrossirei
    di ogni altra.-
    Cirillo,  interrogato  qual  fosse la sua professione in tempo del re,
    rispose: - Medico. - Nella repubblica? - Rappresentante del popolo.  -
    Ma  in  faccia  a  me  che sei?  - riprese Speziale,  che pensava cos
    avvilirlo. - In faccia a te? Un eroe. -
    Quando fu annunziata a Vitagliani la sua  sentenza,  egli  suonava  la
    chitarra;  continu  a  suonarla  ed  a  cantare finch venne l'ora di
    avviarsi al suo destino. Uscendo dalle carceri, disse al custode: - Ti
    raccomando i miei compagni: essi sono  uomini,  e  tu  potresti  esser
    infelice un giorno al pari di loro. -
    Carlomagno, montato gi sulla scala del patibolo, si rivolse al popolo
    e gli disse: - Popolo stupido!  tu godi adesso della mia morte.  Verr
    un giorno, e tu mi piangerai: il mio sangue gi si rovescia sul vostro
    capo e,  se voi avrete la fortuna di non  esser  vivi,  sul  capo  de'
    vostri figli. -
    Granal  dall'istesso  luogo  guard  la  folla  spettatrice:  - Vi ci
    riconosco - disse - molti miei amici: vendicatemi! -
    Nicola Palomba era gi sotto al patibolo: il commesso  del  fisco  gli
    dice che ancora era a tempo di rivelare de' complici.  - Vile schiavo!
    -  risponde  Palomba  -  io  non  ho  saputo  comprar  mai   la   vita
    coll'infamia. -
    -  Io  ti  mander  a morte - diceva Speziale a Velasco.  - Tu?...  Io
    morir, ma tu non mi ci manderai.  - Cos dicendo,  misura coll'occhio
    l'altezza  di  una  finestra  che era nella stanza del giudice,  vi si
    slancia sotto i suoi occhi,  e lascia lo  scellerato  sbalordito  alla
    vista  di  tanto  coraggio ed indispettito per aver perduto la vittima
    sua.
    Ma,  se vi vuole del coraggio per darsi la morte,  non se ne  richiede
    uno  minore per non darsela,  quando si  certo di averla da altri.  A
    Baffa,  gi certo del suo destino,  fu  offerto  dell'oppio.  Egli  lo
    ricus;  e,  morendo,  dimostr che non l'avea ricusato per vilt. Era
    egli,  al pari di Socrate,  persuaso che l'uomo sia  posto  in  questo
    mondo  come  un  soldato  in fazione e che sia delitto l'abbandonar la
    vita, non altrimenti che lo sarebbe l'abbandonare il posto.
    Questo sangue freddo,  tanto superiore allo  stesso  coraggio,  giunse
    all'estremo nella persona di Grimaldi. Era gi condannato a morte; era
    stato  trattenuto  dopo  la  condanna  pi  di  un  mese  tra'  ferri;
    finalmente l'ora fatale arriva: di notte,  una compagnia di  russi  ed
    un'altra  di soldati napolitani lo trasportano dalla custodia al luogo
    dell'esecuzione. Egli ha il coraggio di svincolarsi dalle guardie;  si
    difende da tutti i soldati, si libera, si salva. La truppa lo insiegue
    invano  per  quasi  un miglio;  n lo avrebbe al certo raggiunto,  se,
    invece di fuggire, non avesse creduto miglior consiglio nascondersi in
    una casa,  di cui trov  la  porta  aperta.  La  notte  era  oscura  e
    tempestosa;  un  lampo  lo  trad  e  lo  scoperse ad un soldato,  che
    l'inseguiva da lontano. Fu raggiunto. Disarm due soldati,  si difese,
    n  lo  potettero  prendere se non quando,  per tante ferite,  era gi
    caduto semivivo.
    Quante perdite dovr piangere,  e per lungo tempo,  la nostra nazione!
    Io  vorrei poter rendere ai nomi di tutti quell'onore che meritano,  e
    spargere sul loro cenere quei fiori che forse chi sa se  essi  avranno
    giammai!  Ma  chi  potrebbe  rammentarli tutti?  Io non posso render a
    tutti quella giustizia che meritano,  tra perch non ho potuto  sapere
    tutto ci ch' avvenuto ne' diversi luoghi del Regno, tra perch nella
    mia emigrazione non ho avuta altra guida che la mia memoria,  la quale
    non ha potuto tutto ritenere.  Mi sia perci permesso  trattenermi  un
    momento sopra taluni pi noti.
    Caracciolo Francesco.  Era,  senza contraddizione,  uno de' primi geni
    che avesse l'Europa.  La nazione lo stimava,  il re lo amava;  ma  che
    poteva  il  re?  Egli  fu invidiato da Acton,  odiato dalla regina,  e
    perci sempre perseguitato.  Non vi fu alcuna specie di mortificazione
    a  cui  Acton  non  lo  avesse  assoggettato;   si  vide  ogni  giorno
    posposto...  Caracciolo era uno di quei pochi che al  pi  gran  genio
    riuniva  la  pi pura virt.  Chi pi di lui amava la patria?  Che non
    avrebbe fatto per lei?  Diceva che la  nazione  napolitana  era  fatta
    dalla natura per avere una gran marina, e che questa si avrebbe potuto
    far  sorgere  in pochissimo tempo;  avea in grandissima stima i nostri
    marinari. Egli mor vittima dell'antica gelosia di Thurn e della vilt
    di Nelson...  Quando gli fu annunziata la morte,  egli passeggiava sul
    cassero,  ragionando  della  costruzione  di  un legno inglese che era
    dirimpetto, e prosegu tranquillamente il suo ragionamento. Intanto un
    marinaro avea avuto l'ordine di  preparargli  il  capestro:  la  piet
    glielo impediva... Egli piangeva sulla sorte di quel generale, sotto i
    di  cui  ordini  aveva  tante  volte militato.  - Sbrigati - gli disse
    Caracciolo: -  ben grazioso che,  mentre io debbo  morire,  tu  debbi
    piangere.  -  Si  vide  Caracciolo  sospeso come un infame all'antenna
    della fregata Minerva; il suo cadavere fu gittato in mare. Il re era
    ad Ischia,  e venne nel giorno susseguente,  stabilendo la sua  dimora
    nel  vascello  dell'ammiraglio Nelson.  Dopo due giorni il cadavere di
    Caracciolo apparve sotto il vascello,  sotto gli occhi  del  re...  Fu
    raccolto  dai  marinari,  che  tanto l'amavano,  e gli furono resi gli
    ultimi offici nella chiesa di Santa Lucia,  che era prossima alla  sua
    abitazione;  offici  tanto  pi pomposi quantoch senza fasto veruno e
    quasi a dispetto di chi allora poteva tutto, furono accompagnati dalle
    lagrime sincere di tutt'i poveri abitanti di quel  quartiere,  che  lo
    riguardavano come il loro amico ed il loro padre.
    Simile a Caracciolo era Ettore Carafa.  Quest'eroe,  unitamente al suo
    bravo aiutante Ginevra,  sostenne Pescara anche dopo le  capitolazioni
    di Capua,  Gaeta e Sant'Elmo. Caduto nelle mani di Speziale, mostrgli
    qual fosse il suo  coraggio,  ed  and  a  morte  con  intrepidezza  e
    disinvoltura.
    Cirillo  Domenico.  Era uno de' primi tra i medici di una citt ove la
    medicina era benissimo intesa e coltivata;  ma la medicina formava  la
    minor  parte  delle  sue cognizioni,  e le sue cognizioni formavano la
    minor parte del suo merito.  Chi pu lodare abbastanza la sua  morale?
    Dotato  di  molti beni di fortuna,  con un nome superiore all'invidia,
    amico della tranquillit e della pace, senza veruna ambizione, Cirillo
     uno di quei pochi, pochi sempre,  pochi in ogni luogo,  che in mezzo
    ad una rivoluzione non amano che il bene pubblico. Non  questo il pi
    sublime  elogio che si possa formare di un cittadino e di un uomo?  Io
    era seco lui nelle carceri; Hamilton e lo stesso Nelson, a' quali avea
    pi volte prestato i soccorsi della sua  scienza,  volevano  salvarlo.
    Egli ricus una grazia che gli sarebbe costata una vilt.
    Conforti  Francesco.  Si  gi detto il tratto di perfidia che gli us
    Speziale.  A questo si aggiunga che Conforti in tutto il  corso  della
    sua  vita  avea reso de' servigi importanti alla corte;  avea difesi i
    diritti della sovranit contro le pretensioni di Roma;  avea fissati i
    nuovi  princpi per i beni ecclesiastici,  princpi che riportavano la
    ricchezza nello Stato e la felicit nella nazione; molte utili riforme
    erano nate per suo consiglio;  la corte per sua opera avea rivendicati
    pi  di  cinquanta  milioni  di  ducati  in  fondi...  Conforti era il
    Giannone,  era il Sarpi della nostra et;  ma avea fatto pi di  essi,
    istruendo  dalla  cattedra  e  formando,  per cos dire,  una giovent
    nuova.  Pochi sono i napolitani che sanno leggere,  che non lo abbiano
    avuto a maestro. E quest'uomo, senza verun delitto, si mand a morire!
    Egli  riuniva  eminentemente tutto ci che formava l'uomo di lettere e
    l'uomo di Stato.
    Pagano Francesco Mario.  Il suo nome vale un elogio.  Il suo "Processo
    criminale"    tradotto  in  tutte  le  lingue,  ed  ancora uno delli
    migliori libri che si abbia su tale oggetto.  Nella  carriera  sublime
    della  storia  eterna del genere umano voi non rinvenite che l'orme di
    Pagano, che vi possano servir di guida per raggiugnere i voli di Vico.
    Pimentel Eleonora Fonseca. Audet viris concurrere virgo.  Ma essa si
    spinse  nella  rivoluzione,  come Camilla nella guerra,  per solo amor
    della  patria.   Giovinetta  ancora,   questa  donna   avea   meritata
    l'approvazione  di  Metastasio per i suoi versi.  Ma la poesia formava
    una piccola parte delle tante cognizioni che l'adornavano.  Nell'epoca
    della repubblica scrisse il "Monitore napolitano", da cui spira il pi
    puro ed il pi ardente amor di patria. Questo foglio le cost la vita,
    ed  essa affront la morte con un'indifferenza eguale al suo coraggio.
    Prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caff,  e le sue parole
    furono: - Forsan haec olim meminisse iuvabit. -
    Russo Vincenzio.  E' impossibile spinger pi avanti di quello che egli
    lo spinse l'amore della  patria  e  della  virt.  La  sua  opera  de'
    "Pensieri politici"  una delle pi forti che si possano leggere. Egli
    ne  preparava  una seconda edizione,  e l'avrebbe resa anche migliore,
    rendendola pi  moderata.  La  sua  eloquenza  popolare  era  sublime,
    straordinaria...  Egli tuonava, fulminava: nulla poteva resistere alla
    forza delle sue parole...  Sarebbe stato utile che si fossero raccolte
    delle memorie sulla sua condotta nel carcere.  Egli fu sempre un eroe.
    Giunto al luogo del supplizio, parl lungamente con un tuono di voce e
    con un calore di sentimento,  il quale ben mostrava che la morte potea
    distruggerlo, non mai per il suo aspetto poteva avvilirlo.
    Quasi  cinque  mesi dopo,  ho inteso raccontarmi il suo discorso dagli
    uffiziali che vi assistevano,  con quella forte  impressione  che  gli
    spiriti  sublimi  lascian  perpetua  in  noi,  e  con quella specie di
    dispetto  con  cui  gli  spiriti  vili  risentono   le   irresistibili
    impressioni  degli  spiriti troppo sublimi...  Oh!  se la tua ombra si
    aggira ancora intorno a coloro che ti  furono  cari,  rimira  me,  fin
    dalla pi tenera nostra adolescenza tuo amico,  che piango,  non te (a
    te che servirebbe il pianto?), ma la patria per cui inutilmente tu sei
    morto.
    Federici Francesco.  Era maresciallo in tempo del re;  fu generale  in
    tempo della repubblica.  Il ministro di guerra lo rese inutile, mentre
    avrebbe potuto esser  utilissimo.  La  stessa  ragione  lo  avea  reso
    inutile  in  tempo  del  re.  Egli  sapeva  profondamente l'arte della
    guerra;  ma insieme coll'arte della guerra  egli  sapeva  mille  altre
    cose, che per lo pi ignorano coloro che sanno l'arte della guerra. Il
    suo coraggio nel punto della morte fu sorprendente.
    Scotti Marcello. E' difficile immaginare un cuore pi evangelico. Egli
    era  l'autore  del Catechismo nautico,  opera destinata all'istruzione
    de' marinai dell'isola di Procida,  sua  patria,  che  meriterebbe  di
    esser universale.  Nella disputa sulla chinea scrisse,  sebben senza
    suo nome,  l'opera della Monarchia papale,  di cui non si  era  veduta
    l'eguale  dopo  Sarpi e Giannone.  Nella repubblica fu rappresentante.
    Mor vittima dell'invidia di taluni suoi compatrioti.
    Parlando di Scotti,  la mia memoria mi rammenta il virtuoso vescovo di
    Vico, il rispettabile prelato Troise, e chi no? Figli della patria! La
    vostra memoria  cara,  perch  la memoria della virt. Verr, spero,
    quel giorno in cui,  nel luogo istesso nobilitato dal vostro martirio,
    la  posterit,  pi  giusta,  vi  potr  dare quelle lodi che ora sono
    costretto a chiudere nel profondo del cuore e,  pi felice,  vi  potr
    elevare un monumento pi durevole della debole mia voce.


    51. CONCLUSIONE.

    Il  re,  strascinato  da'  falsi  consigli,  produsse  la rovina della
    nazione.  I suoi ministri o non amavano o  non  curavano  la  nazione:
    dovea perci perdersi,  e si perdette.  I repubblicani, colle pi pure
    intenzioni, col pi caldo amor della patria, non mancando di coraggio,
    perdettero loro stessi  e  la  repubblica,  e  caddero  colla  patria,
    vittime  di quell'ordine di cose,  a cui tentarono di resistere,  ma a
    cui nulla pi si poteva fare che cedere.
    Una rivoluzione ritardata o respinta   un  male  gravissimo,  da  cui
    l'umanit  non si libera se non quando le sue idee tornano di nuovo al
    livello coi governi suoi;  e quindi i  governi  diventano  pi  umani,
    perch pi sicuri;  l'umanit pi libera,  perch pi tranquilla;  pi
    industriosa e pi felice,  perch non deve consumar  le  sue  forze  a
    lottare contro il governo. Ma talora passano de' secoli e si soffre la
    barbarie,  prima  che  questi tempi ritornino;  ed il genere umano non
    passa ad un nuovo ordine di beni se non a traverso degli  estremi  de'
    mali.
    Quale sar il destino di Napoli,  dell'Italia,  dell'Europa? Io non lo
    so:  una  notte  profonda  circonda  e  ricopre  tutto   di   un'ombra
    impenetrabile.  Sembra  che  il destino non sia ancora propizio per la
    libert italiana;  ma sembra dall'altra  parte  che  egli,  col  nuovo
    miglior ordine di cose,  non ne tolga ancora le speranze, e fa che gli
    stessi re travaglino a preparar quell'opera che con infelice  successo
    hanno tentata i repubblicani.  Forse la corte di Napoli,  spingendo le
    cose all'estremo,  per desiderio smoderato di conservare il Regno,  lo
    perder  di nuovo;  e noi,  come della prima  avvenuto,  dovremo alla
    corte anche la seconda rivoluzione,  la quale sar pi felice,  perch
    desiderata e conseguta dalla nazione intera per suo bisogno e non per
    solo altrui dono.
    Queste  cose  io  scriveva  sul  cader  del  1799,  e  gli avvenimenti
    posteriori le hanno confermate.  La corte di  Napoli  ha  prodotto  un
    nuovo cangiamento politico;  e questo,  diretto da altre massime,  pu
    produrre nel Regno quella felicit che si sper invano dal primo.
    Dal 1800 fino al 1806 abbiamo veduto la corte di Napoli seguir  sempre
    quelle stesse massime dalle quali tanti mali eran nati; la Francia, al
    contrario,  cangiar  quegli  ordini,  da'  quali,  siccome  da  ordini
    irregolarissimi,  nessun bene e nessuna  durevolezza  di  bene  poteva
    sperarsi; e si pu dire che alla nuova felicit, che il gran Napoleone
    ora  ci ha data,  abbiano egualmente contribuito e l'ostinazione della
    corte di Napoli ed il cangiamento avvenuto nella Francia.
    Per  effetto  della  prima  gli  stessi  errori  han   confermata   ed
    accresciuta  la debolezza del Regno: nell'interno lo stesso languor di
    amministrazione,  la  stessa  negligenza  nella  milizia,   la  stessa
    inconseguenza  ne'  piani,  diffidenza  tra  il  governo e la nazione,
    animosit, spirito di partito pi che ragione;  nell'esterno la stessa
    debolezza,  la stessa audacia nelle speranze e timidit nelle imprese,
    la stessa malafede: non si  saputo n evitar la guerra  n  condurla;
    si  suscitata, e si  rimasto perdente.
    Per  effetto  del  secondo,  nella  Francia  gli  ordini pubblici sono
    divenuti pi regolari: i diversi poteri  pi  concordi  tra  loro:  il
    massimo tra essi pi stabile, pi sicuro; perci meno intento a vincer
    gli  altri che a dirigerli tutti al bene della patria: le idee si sono
    messe al livello con quelle di tutte  le  altre  nazioni  dell'Europa;
    perci  minore  esagerazione  nelle  promesse,  animosit  minore  ne'
    partiti,  facilit maggiore dopo la vittoria di stabilire  presso  gli
    altri popoli un nuovo ordine di cose: il potere pi concentrato;  onde
    meno  disordine  e  pi  concerto  nelle  operazioni  de'   comandanti
    militari,  abuso minore nell'esercizio de' poteri inferiori,  maggiore
    prudenza,  perch comune a tutti  e  dipendente  dalla  stessa  natura
    comune  degli ordini e non dalla natura particolare degl'individui: al
    sistema di democratizzazione  sostituito  quello  di  federazione,  il
    quale  assicura  la  pace,  che   sempre per i popoli il maggiore de'
    beni; e che finalmente ha procurati all'Italia tutti que' vantaggi che
    non poteva avere col sistema precedente,  secondo il quale  si  voleva
    amica  e  si temeva rivale;  onde,  non formando mai in essa uno Stato
    forte  ed  indipendente,   andava  a   distruggersi   interamente:   e
    finalmente,  oltre tutti questi beni, il dono grandissimo di un re che
    tutta l'Europa venerava per la sua mente e pel suo cuore.
    Me felice,  se la lettura di questo libro potr convincere un solo de'
    miei lettori che lo spirito di partito nel cittadino  un delitto, nel
    governo  una  stoltezza;  che  la  sorte  degli Stati dipende da leggi
    certe, immutabili,  eterne,  e che queste leggi impongono ai cittadini
    l'amor   della   patria,   ai   governi   la  giustizia  e  l'attivit
    nell'amministrazione  interna,  il  valore,   la  prudenza,   la  fede
    nell'esterna;  che  alla  felicit  de'  popoli sono pi necessari gli
    ordini che gli uomini; e che noi, dopo replicate vicende, siamo giunti
    ad avere al tempo istesso ordini buoni ed  un  ottimo  re;  e  che  la
    memoria del passato deve esser per ogni uomo, che non odia la patria e
    se stesso, il pi forte stimolo per amare il presente.
