STORIA ED EPOPEA DELLA CAVALLERIA  
di FRANCO CUOMO
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
Indice:
Le origini della cavalleria
- Origini leggendarie
- Origini storiche
Le crociate
- In Terrasanta
- In Europa
L'istituzione cavalleresca
- Riti d'iniziazione e regole d'appartenenza
- L'ultimo cavaliere
- Gli ordini dinastici
Emuli e analogie
- Draghi cinesi, stelle d'Africa, imperatori d'America
- La cavalleria islamica
- Alle radici dell'integralismo
- L'ordine degli assassini
- Contaminazioni e modelli europei
- I samurai
Simboli e codici araldici
- La scienza del blasone
- Le armi parlanti
- La memoria storica
- Comuni e corporazioni
La letteratura cavalleresca
- I trovatori
- Canzoni di gesta e romanzi cortesi
- Minnesang tedeschi e favolelli italiani
- Ariosto, Tasso, Boiardo e Pulci
- Dal Cid a Don Chisciotte
- Eroi romantici: Ivanhoe e Fieramosca
Cronologia
Bibliografia

LE ORIGINI DELLA CAVALLERIA
Per comprendere il fenomeno della cavalleria bisogna tenere
conto ch'essa, prima di essere una istituzione storicamente ri-
scontrabile, fu un'idea, fondata sulla pratica di alcuni comporta-
menti essenziali, attinenti a valori quali l'amicizia, la lealt verso
i propri stessi nemici, il rispetto per la parola data, la piet verso
l'avversario battuto sul campo, la protezione dei deboli e la soli-
dariet verso il popolo di Dio - cio l'umanit intera - nella
sua globalit.
Innestandosi su questo tessuto di valori la fedelt verso un si-
gnore o una fratellanza d'armi, si ebbe l'istituzionalizzazione
della cavalleria e il suo ordinamento, quindi l'inizio della fase
storica.
La sovrapposizione o l'affiancamento della spiritualit religio-
sa a tali legami, con l'obbligo di difendere la fede contro qualsiasi
nemico, completarono la sintesi di quelli che potremmo definire
i caratteri essenziali della cavalleria. Ai quali se ne aggiunsero via
via degli altri, determinati dalla contingenza storica e locale, man
mano che gli ordini proliferarono in Europa e altrove.
Per accedere alla comunit cavalleresca era richiesta una ini-
ziazione complessa, una vera e propria investitura spirituale, che
comportava il superamento di prove volte a sondare la volont (e
la capacit) di adempiere agli obblighi che la condizione di cava-
liere comportava.
Tale investitura poteva avvenire sul campo, da parte del signore
o di un capo rappresentativo della sua autorit, di fronte a mani-
festazioni di generosit e di coraggio che gi di per se stesse cor-
rispondevano al superamento delle prove altrimenti previste.
Avveniva per il pi delle volte presso la corte del signore che il
cavaliere si accingeva a servire, a conclusione - come vedremo -
di un tirocinio iniziato fin dall'adolescenza.

ORIGINI LEGGENDARIE.
Le origini della cavalleria sono leggendarie, ma la leggenda
esprime in termini fantastici una realt primordiale attendibile
in qualche modo riconducibile all'oscurit di un'et remota. Ne
parla in questi termini il catalano Ramon Llull (Raimondo Lul-
lo, mistico e filosofo, denominato nella societ colta medievale
Doctor illuminatus) nel suo Libro dell'Ordine della Cavalleria,
trattato allegorico e dottrinale sulle idealit cavalleresche nella
loro accezione spirituale pi estesa. Vi fu in origine, scrive Lullo,
un evo barbaro, nel corso del quale scomparvero dal mondo la
lealt, la solidariet, la verit e la giustizia, per cui dilagarono
slealt, inimicizia, ingiuria e falsit, provocando errore e disordi-
ne nel popolo di Dio. Fu necessario allora restaurare la giustizia
perduta attraverso il timore, e perch ci potesse avvenire
tutto il popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto
uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d'animo, lealt,
saggezza e forza.
A quest'uomo cos straordinario, in grado di prevalere su tutti
per nobilt, coraggio, tenacia e devozione ai suoi princpi, fu
dato per compagno quello che tra tutti gli animali  il pi bello,
il pi veloce, il pi pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio, il pi
adatto a servire l'uomo, cio il cavallo. E per questo, conclude 
Lullo, fu detto cavaliere.

IL MISTERO DELLA CAVALLERIA.
Ricorre spesso nella letteratura cavalleresca, e pi che altro ne-
gli studi intorno all'esoterismo della cavalleria, il cenno al mi-
stero ch'essa sottintende. Non esiste tuttavia un'opera che, al di
l delle pi fantastiche divagazioni, spieghi in che cosa questo
consista. Perch? Perch, come tutti i misteri esoterici, sostengo-
no quanti se ne sono finora occupati, esso non  rivelabile. Non
perch segreto. Non  rivelabile perch non  comprensibile a
chi non lo conosce per esperienza diretta. Tentare di parlarne,
da parte di chi ne ha nozione, sarebbe come voler descrivere il sa-
pore di un'arancia a chi non l'ha mai gustato.
Il mistero della cavalleria, dunque, se non lo si vuol ridurre
semplicisticamente a un'asettica cognizione storica,  conoscibile
soltanto attraverso una percezione naturale dei princpi che
esprime. Il che appare tanto pi ermetico se si considera che si
tratta, come si  visto, di princpi tutto sommato elementari, ac-
cessibili a chiunque per la loro rispondenza - almeno teorica - a
comuni criteri di carit e amore, fedelt, altruismo, mai divenuti
desueti anche se spesso disattesi.
In quest'ottica la lettura del fenomeno cavalleresco conserva
una sua straordinaria attualit, dovuta alla sopravvivenza dei va-
lori che ne caratterizzarono il decorso, e che nessuna rivoluzione, 
nessun sommovimento della storia ha mai rimosso, di fatto,
dall'immaginario popolare.
Su questo aspetto della cavalleria si  soffermato in epoca tutto
sommato recente (1930) lo storico francese Victor Emile Michelet, 
che nel libro Il segreto della cavalleria ne rivendica appunto
l'attualit. La sua tesi  che questo mondo sprofonderebbe il
giorno in cui non producesse pi un cavaliere. Completa l'as-
sunto una digressione sul valore metaforico della Grande Av-
ventura, con riferimento esplicito alla ricerea del Graal in quan-
to simbolo di tutto quello che di bene c' al mondo, quintessenza
appunto dello spirito della cavalleria.
Re Art non  morto, scrive Michelet. Vive nell'isola di
Avalon, sempre atteso dai Bretoni, con la spada Excalibur al
fianco. Nemmeno Merlino  morto. Dorme il suo sonno nella fo-
resta di Brocelandia, nella selva di Paimpont. La sua arpa  na-
scosta nella grotta di Fingal, in Scozia. Quando verr l'Anticristo
a tentare la conquista del Santo Graal, Art e Merlino si risve-
glieranno per difendere il vaso sublime. Anche se  molto im-
probabile che la sacra coppa possa trovarsi ancora tra noi, con-
clude questo fine esegeta dell'ermetismo cavalleresco, poich
quando nessun mortale  pi degno di possederlo, il Graal ab-
bandona la terra e risale al cielo, dove rimane sorretto dalle mani
degli angeli.
Si pu capire quali divagazioni letterarie possano essere scatu-
rite nei secoli da tali suggestioni. Si tratta con ogni evidenza delle
medesime sollecitazioni sulla spinta delle quali Cervantes edifica
la geniale follia di Don Chisciotte, Ariosto resuscita il mito
dell'alato Ippogrifo per condurre Astolfo sulla luna, Cirano af-
fronta da solo cento uomini armati alla Porta di Nsle.
 tuttavia sintomatico, ai fini di quanto si  detto sull'attualit
dei valori cavallereschi, il modo in cui si pone nei loro confronti
uno scrittore non certo sospetto di cedimenti allo spirito della
fiaba, come l'americano John Steinbeck, premio Nobel per la
letteratura, che cos sintetizza in Gesta di re Art e dei suoi nobili
cavalieri il senso dell'iniziazione alla Tavola Rotonda: Giuraro-
no di non ricorrere mai alla violenza senza un giusto scopo, di
non abbassarsi mai all'assassinio e al tradimento. Giurarono sul
loro onore di non negare mai misericordia a chi ne facesse richie-
sta, e di proteggere fanciulle, gentildonne e vedove, facendone
valere i diritti senza mai sottoporle alla loro lussuria. E promise-
ro di non battersi mai per una causa ingiusta o per vantaggi per-
sonali. Questo giuramento pronunciarono i cavalieri tutti della
Tavola Rotonda, e ad ogni Pentecoste lo rinnovarono.

LA TAVOLA ROTONDA.
Al primo posto nella leggenda cavalleresca, ben lontana da
qualsiasi riscontro storico, c' la Tavola Rotonda, collocata dagli
studiosi di araldica tra gli ordini falsi o supposti (Lucio Cap-
pelletti, Gli ordini cavallereschi). Non sono mancati, tuttavia, tra
ricercatori e cronisti d'ogni tempo, coloro che hanno tentato di
dare fondamento storico alla sua esistenza.
Scrive il monaco Pierre Helyot, noto anche come il Pre Hip-
polyte, nella sua monumentale storia della cavalleria (otto volu-
mi) che un ordine militare chiamato della Tavola Rotonda fu
istituito nell'anno 516 dal famoso Art, re favoloso d'Inghilterra,
il quale cre cavalieri di detto ordine ventiquattro signori della
sua corte, che in certi dati giorni mangiavano insieme con lui ad
una tavola rotonda.
Una falsa tavola rotonda, realizzata in et indefinibile,  oggi
esposta al castello di Winchester come attrazione turistica.
Escludendo comunque che sia mai esistito un ordine della Ta-
vola Rotonda, resta in piedi per altri storici l'ipotesi che tale de-
nominazione indicasse in epoca remota una sorta di singolar
tenzone, al termine della quale i partecipanti si recavano a cena-
re in casa di colui che aveva organizzato la pugna, assidendosi a
una tavola rotonda. Non si trattava, evidentemente, di un duello 
all'ultimo sangue.
Ma  chiaro che i miti cavallereschi, sia pure riferiti in certi casi
a un contesto storico reale, non possono essere analizzati secon-
do i criteri della storiografia corrente. Che Art e i suoi cavalieri
siano realmente esistiti oppure no, che Lancillotto abbia davvero
spasimato d'amore per Ginevra o che Parsifal abbia messo in
gioco la propria purezza per ritrovare la sacra coppa del Graal 
del tutto irrilevante al fine di comprendere ci che la leggenda
della Tavola Rotonda storicamente dimostra. In altre parole, la
leggenda colma il vuoto storico di un'et oscura, fornendo un
supporto immaginario alla carenza di dati reali, quanto basta per
poter ricostruire un quadro attendibile di eventi e personaggi
condizionati nei loro comportamenti da regole ben definite, cor-
rispondenti a una precisa gerarchia di valori.
A questi valori va rapportato il segreto dell'iniziazione cavalle-
resca, che comportava l'annientamento dell'individuo e la sua ri-
nascita in funzione di un ruolo eroico superiore, secondo ceri-
moniali che rinnovavano nei loro tratti essenziali i grandi riti di
ammissione all'et adulta (o all'esercizio della caccia, della guerra,
della magia) nelle societ primitive.

L'EDEN DEI CAVALIERI
La percezione del mistero significava per il nuovo cavaliere
una reintegrazione dello stato edenico primitivo, come scrive
l'antropologa Dominique Viseux nel suo saggio su L'iniziazione
cavalleresca nella leggenda arturiana, o ancora pi specificamente
il conseguimento di uno stato che si pu qualificare come an-
drogino, corrispondente all'unione delle due Nature.
In quest'ottica, il simbolismo della Dama da ricercare per com-
pletare la propria identit  indispensabile alla comprensione del-
l'iniziazione cavalleresca. L'accesso all'anima e al castello della
Dama comporta il superamento di prove inaudite. Ma questo
non  che l'inizio di un percorso spirituale, contrassegnato da ul-
teriori pi complesse prove, a conclusione del quale c' il compi-
mento dell'impresa definitiva ed assoluta, identificabile per i ca-
valieri della Tavola Rotonda nella ricerca del Graal.
Il cavaliere, dunque, nel corso di questo suo itinerario dovr
misurarsi con due ordini di misteri, che gli esoteristi distinguono
in Piccoli e Grandi Misteri. I primi sono quelli connessi all'eser-
cizio dell'azione, per il quale  sufficiente l'investitura cavallere-
sca; i secondi riguardano la pratica della contemplazione, per la
quale  necessaria una pi elevata iniziazione sacerdotale. Ed 
attraverso quest'ultimo passaggio iniziatico che si compie il de-
stino autentico del cavaliere, ponendolo in gara con gli altri per il
conseguimento della perfezione.
C' un posto vuoto alla tavola di Art, alla sua destra, riservato
a quel cavaliere che ecceller su tutti per doti spirituali oltre che
per il primato nell'azione.  detto seggio periglioso, ma non
per i pericoli che l'impresa comporta, bens per quelli che posso-
no derivare dalla sua realizzazione, per orgoglio e vanit. Per
questo il seggio periglioso  detto anche seggio di Giuda,
esponendo chi conquistasse il diritto di sedervi al rischio di tradi-
re le proprie idealit.
 questa la lezione pi nitida che si pu trarre dalla leggenda di
Art e dei suoi eroi visionari, perennemente in armi per la realiz-
zazione di un sogno, perennemente in procinto di farcela, peren-
nemente sconfitti alla soglia del compimento dalla loro umana
imperfezione. Che nemmeno l'illusione mistica del Graal, forse
perch generata anch'essa dall'ambizione di poterlo possedere,
 in grado di sanare.
Quali protagonisti della cavalleria leggendaria, i gentiluomini
della Tavola Rotonda per la storia non esistono se non in quanto
fantasmi di un ordine falso o supposto. Sono presenti per,
come pochi altri, questi signori della cavalleria inesistente con le
loro donne, nel grande libro della poesia universale.
Li definisce Francesco Petrarca quei che le carte empion di sogni. 
Nel suo Trionfo dell'amore la parola errante (cavaliere)
fa rima con amante.

I PALADINI
Il passaggio dalla leggenda alla storia lo segnano i paladini di
Carlo Magno. Se si volesse stabilire una data di trapasso dal mito
alla realt la si dovrebbe individuare nella notte di Natale dell'800,
allorquando Carlo Magno cinge con la benedizione del pontefice
Leone III la corona di sacro romano imperatore.
Solo a quel punto la cavalleria esce dal sogno, e tutto quello
ch'era stato retaggio di fiaba diventa materia storica. Non ci sono
pi per i paladini di Francia draghi da sconfiggere, dame da pro-
teggere, incantesimi da sciogliere, ippogrifi da cavalcare per po-
tersi inerpicare fino ai reami della luna, ma solo citt da espugna-
re o da difendere, territori sconfinati da controllare. In nome
della santa causa di sempre,  vero, ma anche di interessi che
ormai non hanno pi niente a che fare con le originarie illusioni.
Sono passati ventidue anni, alla data in cui Carlo Magno diven-
ta imperatore, dal disastro di Roncisvalle. Le gesta di Rolando
ed Olivieri non sono pi che una pallida memoria, un pretesto di
poesia, che non trova ragione di esistere, se non in quanto cita-
zione marginale, nel freddo contesto storico dei fatti.
La storia non  generosa quanto la fiaba. Per la fiaba, i paladini
rappresentano la gloria che onora le insegne di Carlo: Rolando
e Olivieri primi tra tutti, poi Berengario, Ottone, Gerino, Ivo,
Ivorio, Gerieri, Ansegi, Sansone, Gerardo ed Engelieri sono i do-
dici eroi che il sovrano considera suoi pari ed ai quali affida in
ogni circostanza il proprio stesso destino. Per la storia, non sono
che la milizia personale del re, i cui membri vengono di volta in
volta ricompensati per i propri servigi con cariche politiche e feudi.
Rolando, per la storia, non  che il prefetto della Marca di Bre-
tagna sotto Carlo Magno, destinato a morire nella gola di Ronci-
svalle (778) in un'imboscata tesagli da predoni baschi. La leggen-
da, poi, trasformer i baschi in saraceni, dato che in effetti Ro-
lando comandava la retroguardia franca di ritorno da una infrut-
tuosa spedizione contro i principati arabi della Spagna
settentrionale.
L'evento, considerato irrilevante dagli storici,  riportatO negli
Annales royales e nella Vita Karoli di Eginardo, biografo e confi-
dente di Carlo Magno, che furono la fonte della Chanson de Roland 
e di altre canzoni di gesta.
Diversamente dalla fiaba, la storia  impietosa con la cavalleria
di Carlo, evidenziando la futilit delle leggende fiorite intorno
ad essa. Quel che conta  la realizzazione del sogno imperiale di
Carlo, connotato fin dalle origini da una insolita spirituale grandezza.
Il fatto  che l'impero non  un regime politico ma un ideale,
spiega Jean Calmette nel suo saggio sl mondo feudale. Signifi-
ca l'unit dell'Occidente sotto un sovrano che esercita i pieni po-
teri temporali nell'interesse della repubblica cristiana. Una du-
plice delega divina aleggia sui fedeli... Il papa e l'imperatore
sono al vertice della gerarchia che presiede ai destini dei corpi e
delle anime.
L'impero  la Citt di Dio. L'imperatore, per l'unzione del
papa,  l'espressione terrena della visione politica agostiniana, il
difensore ufficiale della fede, l'avvocato, il protettore ricono-
sciuto della Chiesa.  il detentore, in breve, del ruolo che tre se-
coli dopo assumer Goffredo di Buglione dopo la conquista di
Gerusalemme, prediligendo la qualifica di avvocato del Santo
Sepolcro a quella di re.
 fatale che, al momento stesso in cui Carlo assume un ruolo
storico definito, Rolando e gli altri paladini si ritraggano nelle
nebbie del mito. Se la cavalleria diventa storia, ai suoi eroi non
resta che rifugiarsi nella favola. Ed attraverso la favola sopravvi-
vono le loro gesta, intessute di fede temeraria e di evanescente pu-
rezza, ma anche di visioni inesplicabili e di passioni tormentose.
Ne danno trepida testimonianza i quattromila endecasillabi
della Chanson de Roland e l'intero ciclo carolingio. La morte di
Rolando - e il dialogo sul campo di battaglia con Olivieri, che l'esor-
ta a desistere dal suo inutile orgoglio ed evitare un massacro chie-
dendo soccorso al re -  tra le fantasie pi struggenti che l'immagi-
nario cavalleresco abbia mai prodotto in letteratura.

Origini storiche
Le origini storiche della cavalleria sono sicuramente barbari-
che, riconducibili all'Europa cristiana e druidica. Non esistono
nel mondo antico precedenti rapportabili allo spirito e alle fun-
zioni della cavalleria medievale, anche se in Grecia  presente fin
dal VI secolo avanti Cristo una classe politica e sociale denomina-
ta ad Atene degli eupatridi, poi detti con la costituzione di Solone
ippeis, cio cavalieri, comprensiva di quei cittadini che per le loro
condizioni economiche potevano permettersi il mantenimento
di un cavallo.
Erano dunque cavalieri, perch in grado di servirsi anche in
guerra del cavallo, anche se principalmente come mezzo di traspor-
to, gli esponenti di una casta ricca, prevalente anche politicamente
sui ceti meno abbienti. Con il decadere della monarchia nella civilt
ellenica, infatti, furono appunto costoro a prendere il potere attra-
verso la costituzione di governi oligarchici.
Anche a Roma, dove la forza dell'impero  nella poderosa mac-
china delle legioni appiedate, l'uso militare del cavallo  sporadi-
co, e per lo pi limitato all'azione di mercenari reclutati tra le tri-
b barbariche assoggettate. Sono denominati equites, cavalieri, i
cittadini appartenenti - come in Grecia - ad una classe ricca, in
grado dunque di potersi concedere il lusso del cavallo.
Requisiti essenziali per essere ammessi all'Ordine equestre
erano un censo non inferiore ai quattrocentomila sesterzi e l'ap-
partenenza ad una famiglia, se non patrizia, almeno ingenua,
cio libera da qualsiasi vincolo di servit.
Come gli ippeis greci, dunque, gli equites romani non sono nien-
te di pi di una categoria anagrafica, con importanti prerogative
sociali e anche politiche. In breve, i cavalieri costituiscono a
Roma una classe distinta dalla plebe ma contrapposta a quella
senatoria. Prevalgono tra i senatori i grandi proprietari terrieri
mentre gli equites detengono il controlio del capitale mobiliare
attraverso attivit commerclali e finanziarie. Gli uni e gli altri
godono di speciali privilegi, hanno diritto a posti riservati a teatro,
i cosiddetti proedria, e si fregiano di un anello d'oro che ne con-
traddistingue il rango.

L'EROE BARBARO
Solo per gradi, con il crollo dell'impero e l'incedere dei costumi
barbarici, il titolo di eques o di caballarius and distaccandosi
dall'originaria connotazione anagrafica per indicare un combat-
tente. Non venne meno, tuttavia, l'attribuzione di nobilt che il
ruolo comportava, essendo il combattimento a cavallo segno di
distinzione, data la spesa che comportava il mantenimento della
bestia e dello scudiero, nonch la particolarit delle armi e
dell'addestramento.
L'evolversi delle tecniche determinato dall'arrivo in Occidente
del ferro di cavallo, della sella e della staffa, del tutto sconosciute
ai romani ed invece familiari ai popoli nomadi dell'Asia centrale,
determina a partire dal IV secolo una riscoperta decisiva del ruo-
lo del combattimento a cavallo.
Se ne hanno i primi segni con le grandi invasioni dei goti e degli alani.
Per Bisanzio l'adozione delle nuove tecniche determina una
vera e propria rivoluzione nell'arte militare. Allo stesso modo gli
arabi conferiscono alla cavalleria un ruolo primario nei loro
schieramenti.
Ma non basta essere un guerriero a cavallo per potersi chiama-
re cavaliere. Gli unni non hanno rivali nella razzia e nel combat-
timento a cavallo, ma non sono cavalieri. L'orda vive in totale
promiscuit con la bestia: gli uomini mangiano, dormono, vivono
in sella, tanto che un cronista dell'epoca li scambi per centauri.
Eppure non sono cavalieri.
Franchi e longobardi cominciano in qualche modo a proporre
sulla scena della storia l'immagine - non l'idea, solo l'immagine -
del cavaliere. Si fa avanti con essi un indefinibile guerriero che,
oltre ad essere una temibile unit da guerra,  tale in ragione di
certe regole inviolabili, dalle quali non pu derogare. La sua in-
tera esistenza ne  condizionata.
Questo nuovo strano soldato, che affiora da brume protostori-
che,  rozzo e violento, idealmente confuso da un paganesimo
ormai logoro, eppure consapevole dell'uso cui  destinata la pro-
pria spada in quanto vincolato da un rapporto di totale fedelt
verso il signore cui deve l'investitura delle armi. Al punto che non
v' nulla di pi turpe e spregevole, riporta fin dal primo secolo
Tacito nel dare conto dell'ordine tribale germanico, che soprav-
vivere al proprio capo caduto in battaglia.
Ci spiega la compattezza della conversione cristiana di interi
eserciti barbari all'unisono con il proprio re, come nel caso
dell'armata franca di Clodoveo dopo la vittoria sugli alamanni
nel 495 a Tolbiac.

IL NUOVO SOLDATO CRISTIANO
L'accettazione del credo cristiano da parte di questi tremendi
guerrieri ne ingentilisce il ruolo attraverso nuove forme d'inizia-
zione, che conferiscono allo stato di fatto un accredito ideale ol-
tre che istituzionale. Attraverso le regole che impone il rituale
cristiano, in altre parole, il cavaliere smette di essere strumento
di un signore per diventare strumento di un'idea.
Cambiano quindi i valori cui deve sottostare la spada del cava-
liere, che non sono pi quelli della cieca servit, ma di una lumi-
nosa causa che sfugge, per il suo spessore ideale, a qualsiasi para-
metro terreno. In breve, il cavaliere barbarico di un tempo, spiri-
tualmente dirozzato dalla rivelazione evangelica, diventa milite
della solidariet e della speranza, sia pure condizionato dalla ri-
gida ipoteca dell'investitura ecclesiastica.
Non lascia dubbi in tal senso il Pontificale romanum nel sancire
che la benedizione alla spada del nuovo cavaliere dev'essere im-
partita affinch non danneggi ingiustamente alcuno e difenda
quanto vi  di giusto e di retto. Pi specificamente, nel Pontifi-
cale di sant'Albano di Magonza  previsto che la benedizione sia
impartita all'arma perch essa si elevi a difesa delle chiese, delle
vedove, degli orfani e di tutti i servi di Dio contro il flagello dei
pagani.
Su questo terreno si pongono le basi definitive dell'ordine ca-
valleresco nella sua generalit. La nuova societ che il cavaliere 
chiamato per disciplina a difendere  la stessa nella quale opera-
no i grandi operai dell'Occidente, costruttori di cattedrali, mona-
ci e copiatori di manoscritti, archivisti della conoscenza perduta.
Per adempiere il compito che i nuovi scenari gli impongono,
l'antico guerriero deve rinunciare all'errante solitudine delle sue
saghe originarie, diventando capo o gregario, ma comunque in-
serito in una rigida compagine militare. Lo far, senza rinunciare
alla sua naturale vocazione per l'avventura, finalizzata per alla
realizzazione di un progetto storico complesso, nel quale l'estro
individuale dovr sempre pi coniugarsi con l'iniziativa comune.
Fu cos che la cavalleria divenne quel che Leone Gautier defini-
sce la forma cristiana della condizione militare, traendone la
conclusione che il cavaliere  il soldato cristiano (La Cavalle-
ria, 1891).

L'ORDINE FEUDALE
L'inquadramento del cavaliere in un ordine sociale articolato
su pi componenti ed il suo impiego militare nell'ambito di eser-
citi organizzati non ridimensionarono il problema dei costi, gi
sensibile a livello individuale. Veri e propri reparti di cavalleria
potevano essere allineati solo da ricchi proprietari terrieri, e
questo spiega perch il cavaliere medievale trovi nel feudalesimo
la sua collocazione naturale. Ci non imped a molti gentiluomi-
ni, tuttavia, di scendere in campo autonomamente, investendo le
proprie risorse in imprese di vasto respiro, come la crociata, sen-
za collocarsi sotto la bandiera di una specifica nazione o casata.
Si trattava per lo pi di giovani dalle risorse esigue, nonostante la
loro nobile origine, che si univano ad altri cavalieri di uguale con-
dizione mediante veri e propri contratti, che li impegnavano a di-
videre oneri e profitti dell'impresa. Nascevano cos delle societ
di proporzioni assai ridotte, piccole confraternite con finalit di
guerra e di ricavo economico, dotate di proprie insegne e gerar-
chie. Si trattava in breve di organismi che riproducevano su scala
minima la struttura dei grandi ordini cavallereschi, nei quali
l'elemento idealistico appariva strettamente connesso alle finali-
t pratiche da conseguire.
Gli annali della cavalleria ne ricordano diversi, prevalentemente 
in Francia, quali il Tiercelet nel Poitou, la Pomme d'Or in Alvernia 
e la Compagnia di San Giorgio nel Rougemont.

LE CROCIATE
Se l'Europa feudale fu la culla della cavalleria, le crociate ne fu-
rono il banco di prova.
Anche se la partecipazione di contingenti a cavallo fu quantita-
tivamente limitata - si calcola che i cavalieri sotto le insegne cri-
stiane alla prima crociata non furono pi di duemilacinquecento,
forse tremila - ad essi tocc in ogni caso, per fama e grandezza
delle imprese compiute, il ruolo di protagonisti delle operazioni
che portarono alla nascita degli Stati latini in Terrasanta, com-
prensivi del regno di Gerusalemme, del principato di Antiochia,
delle contee di Edessa e di Tiro, oltre ad innumerevoli altri terri-
tori, variamente amministrati da signori feudali, compagnie
commerciali, ordini religiosi e militari.

In Terrasanta
In questo contesto nacquero e raggiunsero la loro maggiore
fortuna i grandi ordini cavallereschi degli ospitalieri, dei templa-
ri e dei teutonici. La cui storia si distingue da quella degli altri or-
dini proliferati nel corso delle crociate - a cominciare da quello
pi che mai prestigioso del Santo Sepolcro, fondato da Goffredo
di Buglione e tuttora esistente sotto l'autorit del Vaticano - per
le loro prerogative istituzionali, che garantivano un'autonomia
talmente vasta da farne dei veri e propri Stati sovrani.

GLI OSPITALIERI
Il primo dei grandi ordini cavallereschi sorti in funzione delle
crociate fu quello degli ospitalieri di San Giovanni, oggi cavalieri
di Malta, praticamente il solo che sia giunto fino a noi conservando 
intatte tutte le prerogative di sovranit, personalit giuridica
internazionale, autonomia economica e guarentigie diplomatiche.
Le origini dell'idea ospitaliera, sulla quale si costituiranno in se-
guito numerosi ordini cavallereschi, sono antecedenti alla prima
crociata. Molto prima che Goffredo di Buglione mettesse piede
in Terrasanta, i mercanti amalfitani erano riusciti ad ottenere dal
califfo fatimita d'Egitto - pagando un tributo annuo - il permes-
so di edificare in Gerusalemme una chiesa e un ospedale, luogo
di asilo e di assistenza per i pellegrini.
L'ospedale  in piena funzione, sotto la direzione di un monaco
amalfitano, alla data della conquista e della successiva costitu-
zione del regno latino di Gerusalemme, retto da Goffredo di Bu-
glione. Il monaco si chiama Gerardo de' Sasso (o di Tune, secon-
do altre fonti) ed  in odore di santit per essere prodigiosamen-
te scampato alla pena capitale, avendolo i musulmani accusato
di avere lanciato pane ai crociati affamati dalle mura durante
l'assedio. La gente lo chiama il Beato Gerardo. Sar lui ad istitu-
zionalizzare la mansione di soccorso ai pellegrini costituendo
una confraternita religiosa (1099) che chiama Ordine ospitaliero
di San Giovanni in Gerusalemme.
Non basta per prendersi cura dei pellegrini; bisogna proteg-
gerli dalla furia dei saraceni. Cos, nel giro di venti anni, da uomi-
ni di carit e di fede quali erano, gli ospitalieri diventano guerrie-
ri.  il successore del Beato Gerardo, fra' Raimondo du Puy, se-
condo gran maestro, a trasformare l'Ordine in un'organizzazione
militare.
Acquista consistenza storica in tal modo la figura del frate cava-
liere, del monaco soldato, anomalia cristiana che scaturisce dalle
contingenze della guerra santa in outremer, come le genti
d'Europa chiamano gli sconfinati territori che si estendono dalle
coste nordafricane, oltre la Palestina e la Siria, su per il Libano e
la Persia, fin dove le conoscenze geografiche consentono all'im-
maginazione di spaziare.
Gli ospitalieri non sono soli. Altri monaci guerrieri si costitui-
scono in milizia sotto le insegne templari, teutoniche, gerosoli-
mitane del Santo Sepolcro. Ci sar sempre un'aspra rivalit tra
loro, ma anche un'eroica solidariet quando si tratter di affron-
tare il nemico in proporzioni talvolta di uno a cento.
Considerate le loro origini, i cavalieri di San Giovanni adottano
come insegna la croce amalfitana ad otto punte, che simbolizza-
no tra l'altro le beatitudini della fede. Lo stendardo  rosso, la
croce bianca. I mantelli sono neri. Ben presto gli arabi, dopo
averne conosciuto l'impeto in battaglia, li chiameranno con reve-
renziale timore gli uomini neri, cos come chiameranno i tem-
plari diavoli bianchi.
La loro fama assume proporzioni leggendarie, al pari di quella
dei templari. Ed  significativo che perfino il Saladino, avversa-
rio generoso e leale, propenso a fare grazia della vita ai cristiani
catturati sul campo, poneva senza esitazione a morte templari e
ospitalieri. Ne diede una crudele prova ad Hattin, dopo la disa-
strosa sconfitta crociata del 1187, facendone impalare o trucida-
re in altro modo atroce oltre duecento.
Il 1187  l'anno tragico della caduta di Gerusalemme, che segna
il primo decisivo rovesciamento di una situazione favorevole ai
cristiani, che aveva permesso loro d'impadronirsi di territori
sconfinati e inestimabili tesori.
Gli ospitalieri si sacrificheranno in massa per difendere le mura
della Citt della Pace, come la chiamano gli arabi. Ed anche fra'
Ruggero des Moulins, gran maestro dell'Ordine, cadr combat-
tendo contro le orde del Saladino. Non  il primo n sar l'ultimo
dei principi ospitalieri rimasti sul campo.
L'illusione del Santo Sepolcro va sgretolandosi come le pietre
delle torri atterrate. Gerusalemme sar ripresa, poi definitiva-
mente perduta nel 1244. Restano tuttavia da difendere gli altri
principati latini d'oltremare e le loro genti. Se il regno di Gerusa-
lemme  caduto, c' ancora quello di Antiochia, i principati di
Tiro e di Edessa, la contea di Tripoli, la fiorente Giaffa e il pre-
zioso approdo di San Giovanni d'Acri.
Ospitalieri, teutonici e templari presidiano la smisurata frontie-
ra, resistendo alla morsa musulmana mediante sanguinose sorti-
te da munitissimi castelli che dominano i punti nevralgici del ter-
ritorio. Ma nel 1271 la pi leggendaria di queste fortezze, l'im-
menso Krak dei cavalieri, tenuto dagli ospitalieri, cade.
Per edificare l'imprendibile Krak erano state sterrate intere
montagne, enormi monoliti frantumati, abbattuti e trasformati
templi in cave di pietra. La sua perdita e lo sterminio dell'intera
guarnigione ospitaliera seminano il panico nella cristianit. Ma
dall'Europa non giungono soccorsi. I cavalieri di Terrasanta
sono sempre pi soli, mentre la morsa musulmana va irrimedia-
bilmente stringendosi.
Cadono Giaffa, Tripoli, Antiochia e la roccaforte di Margat,
considerata imprendibile anch'essa. A venti anni dal disastro del
Krak l'annientamento del dominio cristiano in outremer pu dirsi
compiuto. Poche centinaia di ospitalieri, templari e teutonici,
appoggiati da evanescenti milizie genovesi, si arroccano ad Acri,
sulla costa, per permettere alla popolazione superstite d'imbar-
carsi per l'Europa. Resistono oltre un mese contro centosessan-
tamila saraceni provenienti dall'Egitto e dalla Siria, respingendo
l'orda fino a quando l'ultima donna cristiana  in salvo sull'ultima nave.
Nessuno dei difensori di Acri cade in mano al nemico. Ridotti a
poche decine, si raggruppano su di un'unica torre, che crolla sotto 
l'urto degli attaccanti, seppellendoli insieme.
Il gran maestro degli ospitalieri Giovanni de Villiers  tra i su-
perstiti imbarcati sulle navi perch feriti e inabili al combatti-
mento. Porta le sue insegne a Cipro, dove s'insedia provvisoriamente.
Bastano pochi anni per riorganizzare l'Ordine e renderlo pronto,
sotto il profilo sia militare che spirituale, a riprendere la sua
guerra contro l'Islam. Lo scenario non  pi il deserto, non pi le
rocce dei valichi libanesi, ma il mare.
La prima conquista degli ospitalieri tornati in armi  l'isola di
Rodi, dove si stabiliscono in forze. Avvalendosi poi della consu-
lenza di esperti navigatori ed architetti navali genovesi, appron-
tano una flotta di agili galere dall'elegante profilo di lame galleg-
gianti, con le quali s'impossessano di Lero, Cos, Nisiro, Calchi,
Limonia, Castelrosso e numerose altre isole dell'Egeo.
Le fortune dei cavalieri di San Giovanni, divenuti ora di Rodi,
sono da questo momento affidate al mare, sia per quanto riguar-
da i commerci che per quella che rimane la loro crociata perma-
nente, rivolta soprattutto a contrastare la marineria turca e la pi-
rateria barbaresca. L'Ordine pu a tutti gli effetti considerarsi, in
questa fase della sua storia, una repubblica marinara aristocratica 
(ai cavalieri erano richiesti i quattro quarti di nobilt, in certi
casi i dodici quarti) su modello genovese o veneziano. Con una
connotazione multinazionale in pi, poich riunisce gentiluomini 
provenienti da ogni paese dell'Occidente cristiano, raggrup-
pati per evidenti ragioni di praticit in otto capitoli denominati
lingue. Vi si parla l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco, il
provenzale, il castigliano, l'aragonese e il portoghese.
 una ecumenica comunit militare, le cui navi battono le rotte
pi impraticabili, spingendosi oltre al Bosforo fino al Mar Nero.
Intralciano l'azione dei corsari tunisini, ma praticano a loro volta
con profitto la guerra di corsa, facendo bottino sulle rotte otto-
mane. Partecipano alle imprese navali pi spettacolari della cri-
stianit, quali la presa di Smirne e i frequenti sbarchi sulle coste
nordafricane.
La sproporzione con le forze dell'impero ottomano  per
enorme. Anche Rodi  destinata a cadere. Nel 1522 Solimano II
attacca l'isola con settecento navi ed un esercito di duecentomila
uomini, pi reparti di minatori e genieri addestrati allo scavo e
alla demolizione.
Lo sbarco  preceduto da un massiccio bombardamento navale.
I cavalieri cristiani sono solo trecento, pi alcune migliaia di mi-
liti reclutati tra la popolazione. Resistono sei mesi, fino a quando
la gente di Rodi, esausta e decimata, implora il gran maestro Vil-
liers de l'Isle-Adam di chiedere la paee.
I cavalieri ancora in vita e in grado di combattere non sono che
poche decine. Ammirato di tanto valore, il sultano Solimano offre 
loro l'onore delle armi e la promessa che i rodioti non subiranno violenze.
La popolazione, ci nonostante, chieder ed otterr di seguire
gli ospitalieri sulle loro navi, che fanno vela verso Candia.
Segue un periodo di pena ed incertezza per gli ospitalieri, che
senza ricevere alcun aiuto dai sovrani d'Europa vagano tra Candia 
e la Sicilia, tra Civitavecchia e Marsiglia, fino a quando Carlo V 
non metter a loro disposizione Malta, chiedendo come
compenso simbolico un falcone da caccia l'anno. L'isola  infatti
ricca di tali volatili.
L'originale contratto dar vita alla leggenda del falcone
maltese, dovuta allo smarrimento di un falco d'oro, tempestato
di gemme, inviato in dono dagli ospitalieri all'imperatore per ri-
cambiare il suo gesto.
 il 1530. Sono passati otto anni dalla tragedia di Rodi quando
gli ospitalieri s'insediano a Malta. Si trasferiscono con loro le fa-
miglie superstiti della popolazione rodiota, che vengono chiamati 
dai maltesi Grech, cognome oggi diffusissimo nell'isola.
Con rapidit sorprendente, l'Ordine riprende il dominio del
Mediterraneo, trasformando l'isola in una base inespugnabile.
Resister al pi spietato assedio che la storia navale ricordi,
quando nel 1565 turchi e barbareschi tenteranno di ripetere (con
cinquecento navi e cinquantamila uomini, in prevalenza gianniz-
zeri della guardia ottomana e predoni del feroee pirata Draghut
Pasci) l'impresa di Rodi.
Basteranno a respingere gli assedianti non pi di sei-settecento
cavalieri dell'Ordine, appoggiati da una forza di novemila uomini 
armati - meno di un quinto degli attaccanti - e per lo pi civili,
popolani maltesi, poco avvezzi al combattimento anche se deter-
minati a difendere le loro case.
Tramontarono definitivamente in quei giorni le illusioni musul-
mane di trasformare Malta in una base per il controllo del Medi-
terraneo, dalla quale muovere per invadere la Sicilia e l'Europa.
Molte leggende sfiorirono, molte ne nacquero. Ebbe fine, tra l'altro, 
il mito di Draghut, terrore dei naviganti cristiani, ucciso su di
un picco dell'isola che oggi si chiama Draghut Point.
Il gran maestro Jean de la Valette, che aveva umiliato la coali-
zione islamica, leg da quel momento all'isola il suo nome, ordi-
nando la costruzione di una cittadella fortificata, divenuta poi
capitale maltese, che porta tutt'ora il suo nome.
I cavalieri terranno Malta, dopo l'assedio, per oltre due secoli.
Ma non saranno le armi dell'Islam a scacciarli dall'isola. Sar
Napoleone Bonaparte, per impossessarsi dei loro tesori, ad in-
frangere nel 1798 la secolare neutralit degli ospitalieri nei con-
fronti di ogni nazione d'Europa.
La repubblica francese, a quella data, non riconosceva l'Ordine. 
Tutti i beni ospitalieri in Francia erano gi stati confiscati, e
numerosi cavalieri uccisi nei massacri rivoluzionari.
Napoleone giunge all'isola con una flotta che trasporta l'intero
corpo d'armata destinato alla spedizione d'Egitto ed intima che
Malta gli venga consegnata. Il gran maestro Ferdinand von
Hompesch ordina una difesa simbolica, poi, dopo le prime can-
nonate, la resa. Napoleone sbarca e depreda nel giro di poche
ore le case dell'Ordine. Mentre si allontana con il suo bottino di
ori ed argenti, cavalieri sorpresi isolati fuori dai loro quartieri
vengono linciati da popolani eccitati dalla propaganda repubbli-
cana. Muoiono senza difendersi, fedeli al principio che vieta loro
di levare la spada contro un altro cristiano.
La presa di Malta da parte di Napoleone rimane tra gli episodi
meno chiari della storia dell'Ordine. Una difesa dell'isola sareb-
be stata non solo possibile ma destinata probabilmente al succes-
so. L'Ordine aveva in mare due vascelli, una fregata e tre galere.
Sugli spalti della terraferma erano allineate 1400 bocche da fuo-
co, tra cannoni e mortai di vario calibro. La guarnigione contava
infine 332 cavalieri, 1200 armigeri del reggimento Malta e una
milizia locale di 12.800 uomini, pi i battaglioni da sbarco delle
unit navali, 300 fanti sulle galee e 400 sui vascelli.
Era del tutto improbabile, a queste condizioni, che Napoleone
potesse avere rapidamente la meglio, senza impegnarsi in un assedio 
prolungato che l'avrebbe distolto dall'impresa d'Egitto. Non
si comprendono dunque le ragioni della resa, a meno di non vo-
lerle ricondurre all'imperativo ideale di evitare spargimento di
sangue tra europei.
Il resto  storia recente. La diaspora degli ospitalieri scacciati
da Malta si concluse nel 1827 a Roma, dove s'insediarono per
concessione di Leone XII e dove tutt'ora risiedono, pur conservando 
la storica denominazione di cavalieri di Malta.

I TEMPLARI
Misteri mai del tutto chiariti avvolgono la storia del secondo
grande ordine cristiano di Terrasanta, quello dei templari, prota-
gonista di una delle pi cupe ed enigmatiche tragedie d'ogni
tempo. Ed  certo che di tutti gli ordini religiosi e militari sop-
pressi nella storia niuno lo fu pi tragicamente di quello dei
templari, scrive nel suo celebre saggio sulla cavalleria Licurgo
Cappelletti. N mancano tutt'ora, tra gli storici, coloro che consi-
derano l'annientamento dell'Ordine del Tempio, con la condanna
al rogo dell'ultimo gran maestro Jacques de Moley e dei pochi
cavalieri sopravvissuti allo sterminio, nel 1314, come uno dei pi
disastrosi infortuni nei quali sia incorsa la civilt occidentale.
Tale punto di vista si fonda sul dato che mai nessuna societ or-
ganizzata fu tanto vicina quanto lo furono i templari - n mai lo
 stata in seguito - alla realizzazione di un progetto di pacifica-
zione universale attraverso il sincretismo religioso e filosofico tra
le due grandi civilt contrapposte del Mediterraneo, quella isla-
mica e quella cristiana. Su tali basi avrebbe dovuto prendere cor-
po, con ogni verosimiglianza, il disegno templare rivolto a dare
vita ad una federazione di Stati europei programmaticamente
destinata a stringere vincoli di fratellanza con gli altri popoli del
bacino mediterraneo, coinvolgendo quindi l'intera societ civile
dell'epoca.
 dunque presumibile che proprio dall'essere giunti pericolosa-
mente vicini al compimento di un'utopia cos eretica sia derivata
la rovina dei templari, molto pi che dalle ragioni riportate in su-
perficie dalla storia, quali l'intento predatorio di Filippo il Bello,
re di Francia, che si appropri dei loro tesori.
Tutto questo spiegherebbe oltre tutto le ragioni per cui, tra le
accuse rivolte ai templari nel corso dei processi cui vennero sot-
toposti, con interrogatori graduati su sei livelli di tortura, figu-
ri quella di avere adorato nel segreto delle loro cripte un idolo bi-
fronte denominato Baphomet. Il che potrebbe anche corrispon-
dere al vero, tenendo per conto che non di un idolo si trattava
ma del simbolo di un'idea universale di affratellamento, volta a
riunire in un'unica testa i due volti della civilt, l'uno pallido e
glabro, l'altro moro e ricciuto. Gli opposti, d'altro canto, sono
sempre stati presenti nella speculazione filosofica templare,
come i loro stessi emblemi dimostrano, a cominciare dallo sten-
dardo bianconero detto Baussant o Beaucent, dal francese arcai-
co Vaucent, cio valgo per cento. Tant' che i templari di lingua 
italiana lo chiamavano il Valcento.
Molte ipotesi sono state formulate per tentare di comprendere
come potessero essere giunti ad una concezione cos avanzata
del rapporto tra i popoli, cos tollerante nei confronti di ogni cre-
do, questi irriducibili guerrieri, che tra i crociati si erano sempre
distinti per la loro spietata determinazione in battaglia. Bisogna
per tenere conto che, a differenza degli altri crociati, che anda-
vano e venivano dall'Europa, vivendo episodicamente l'esperienza 
d'outremer, i templari erano stanziali in Terrasanta, in stabile
contatto con la popolazione araba. Erano insomma, in senso mo-
derno, dei veri e propri bordermen, gente di confine tra civilt di-
verse, che non smobilitava per tornarsene a casa tra una spedi-
zione e l'altra.
Questa loro permanenza ininterrotta tra i musulmani permise
con ogni probabilit ai templari di radicarsi a tal punto nella realt 
orientale da intrecciare veri e propri scambi culturali, diremmo 
oggi, con i circoli islamici pi evoluti: con i sufi, con i dervisci,
ma soprattutto con gli ismaeliti dello Shayk al Jabal, il leggenda-
rio Vecchio della Montagna, con i quali sussistevano particolari
affinit dottrinarie ed organizzative.
Sotto il profilo religioso, infatti, i templari erano di vocazione
giovannita, cio cultori e interpreti del pi ermetico dei quattro
Vangeli, propensi a una lettura pi simbolica che letteraria delle
verit della fede. A loro volta, gli ismaeliti si distinguevano dagli
altri gruppi islamici per la convinzione che la lettura simbolica
del Corano - e la comprensione del simbolo - affrancasse il fedele 
dall'osservanza della norma.
Analogie ancora pi sorprendenti sussistevano poi sotto il pro-
filo gerarchico e militare, tali da far apparire quasi speculari le
strutture organizzative dei templari e degli assasi, la setta ismae-
lita detta anche degli assassini o hashishin per la diceria secondo
la quale fosse lo smodato consumo di hashish a determinare l'in-
condizionata sottomissione degli adepti alla volont dello Shayk.
Entrambi gli ordini si fondavano infatti su di una doppia gerar-
chia, i cui gradi corrispondevano perfettamente tra loro: una ge-
rarchia accessibile, composta di cavalieri per i cristiani e rafi per
i musulmani, scudieri e fida'i, fratelli e lasik; ed una gerarchia oc-
culta, superiore, ascendente dai priori o kabr ai grandi priori o
da', fino al gran maestro o Shayk al Jabal.
Va per detto che tali affinit - e gli stretti rapporti di comuni-
cazione che ne derivarono - non indussero comunque mai i tem-
plari a cedimenti o patteggiamenti sul campo delle armi. La mac-
china da guerra del Tempio non venne mai meno al suo ruolo,
che imponeva a ciascun cavaliere una disciplina disumana e una
spietata fermezza di fronte al nemico.
Di tale durezza si ha riscontro nei regolamenti e nei rituali tem-
plari: Voi non agirete mai secondo i vostri desideri, avvertiva
l'officiante prima dell'iniziazione dei nuovi cavalieri. Se vorrete
andare al di l del mare, vi si terr di qua; se vorrete restare qua,
vi si mander di l. Se vorrete risiedere ad Acri, vi si mander a
Tripoli o ad Antiochia o in Armenia. Se vorrete restare in Terra-
santa, vi si mander in Puglia o in Sicilia, in Lombardia o in Francia, 
in Inghilterra o in Borgogna, e dovunque noi abbiamo case o
capitanerie o interessi da proteggere. E se vorrete dormire, vi si co-
mander di vegliare; se vorrete vegliare, vi si ordiner di riposare.
Se vorrete sostare, vi si far camminare; se vorrete mettervi in mar-
cia, vi s'imporr l'attesa. E quando vi si ordiner di partire, non sa-
prete mai perch n per dove. Siete certo, fratello, di poter soppor-
tare tutto questo?
 nel segno di tanta durezza che i templari, al di l del loro so-
gno di tolleranza e di pace, rimasero fino all'ultimo - fino a quan-
do si tratt di difendere l'ultimo palmo di terra cristiana sugli
spalti insanguinati di Acri - la pi temuta milizia crociata in Ter-
rasanta. N si resero probabilmente conto, al momento di abban-
donarla per sempre, che proprio con la perdita definitiva di Gerusa-
lemme e il dissolversi delle grandi illusioni d'oltremare, avrebbero
raggiunto l'apice della loro potenza in Europa.
Questo pu apparire paradossale, riferito a una societ cavalle-
resca nata e consolidatasi in funzione delle crociate, ma si spiega
con il fatto che, pur avendo esaurito con la perdita del Santo Se-
polcro il loro ruolo di guerrieri cristiani, i templari furono di fatto
l'unica organizzazione in grado di assicurare alle grandi famiglie
dei principati latini il trasferimento dei propri tesori in Occidente. 
Si tratt in pratica della prima e certamente di una delle pi
complesse esportazioni di capitali della storia, nella quale con-
fluirono - per essere smistati in tutta Europa - tanto i beni dei si-
gnori che dei mercanti e delle confraternite religiose.
Da qui, partendo dalle commissioni riscosse per l'operazione, i
templari edificarono un sistema bancario di concezione moderna, 
inventando nuovi strumenti di credito, come l'assegno e il tra-
veller's cheque.
Ne deriv un profitto di tali proporzioni da consentire loro di
porre le basi per un potere economico smisurato. Al punto che
molti sovrani d'Europa - per buona parte indebitati con l'Ordine
- finissero per trovarsi nelle condizioni di non poter pi prendere
decisioni di rilievo internazionale senza mettere in conto la spada 
dei templari.
Si pu ben dire che mai nessun ordine cavalleresco sia stato cos
ricco e potente quanto lo fu quello del Tempio agli albori del
'300, mai un'utopia tanto vicina alla sua realizzazione. Eppure
mai un'illusione si consum tanto in fretta.
La neutralizzazione completa dei templari si comp nel giro di
una notte, grazie a uno scaltro colpo di mano dei servizi segreti
francesi, che con un pretesto fiscale (la riscossione delle decime)
s'introdussero nelle sedi del Tempio da un capo all'altro della Francia. 
Ciascun cavaliere si lasci arrestare senza opporre resistenza,
certo di poter contare sulla forza occulta ed invincibile degli altri
confratelli, non immaginando che in quella stessa notte del 13 ottobre 
1307 venivano anch'essi arrestati.
Fu cos che la cavalleria templare, la pi terribile arma d'offesa
e di difesa contro l'Islam, fu annientata grazie a una trappola conce-
pita da un re cristiano in poche ore. Segregati nei sotterranei di re-
moti castelli, i cavalieri dal bianco mantello scomparvero cos, la-
sciandosi morire per la maggior parte sotto la tortura pur di non ri-
velare segreti n ammettere colpe infamanti.
Seguirono anni di persecuzioni e di roghi, finch nel 1312 una
bolla papale del pavido Clemente V, in tutto e per tutto sottomesso
alla volont di Filippo IV, ratific con amarezza e tristezza lo
scioglimento del Tempio.
Due anni dopo gli ultimi templari andavano al rogo con il gran
maestro Jacques de Molay, maledicendo Filippo, Clemente e il
consigliere regio Nogaret, artefice ed esecutore del piano. Tutti
e tre li seguirono nella morte entro un anno.
Erano passati meno di due secoli dalla costituzione dell'Ordi-
ne, fondato nel 1118 a Gerusalemme da otto cavalieri, guidati
dal francese Ugo di Payns, che si erano presentati al re Baldovino 
cavalcando in due il medesimo cavallo.
Si sono formulate le ipotesi pi varie sul significato di questa
immagine, riprodotta sui sigilli dell'Ordine. Per alcuni raffigura
la povert cui erano votati questi monaci soldati; per altri si rife-
risce a pi sofisticate tecniche di combattimento e di marcia. Ma
la chiave vera, con ogni probabilit, ha una valenza esoterica pi
complessa.
I cavalieri furono accolti con ogni riguardo dal re Baldovino,
grazie anche all'avallo del patriarca di Gerusalemme Guarimondo,
ed alloggiati nei locali ricavati dalle rovine del tempio di 
Salomone, per cui furono detti templari.
Il concilio di Troyes (1128) segn la data del riconoscimento
dell'Ordine, divenuto agguerrita milizia, da parte del pontefice
Onorio II, che lo ricopr di privilegi. Bernardo di Chiaravalle fiss
poi la regola di questa cavalleria, stabilendo che i suoi membri
non avessero nulla di proprio, nemmeno la loro volont, dato
che l'unica loro preoccupazione era quella di armare di fede lo
spirito, di ferro il corpo.
Il rogo del 1314 non segna la fine dell'avventura templare, ma
solo l'inizio della loro diaspora. I templari escono dalla storia ed
entrano nella leggenda, inserendosi in altri ordini o mimetizzan-
dosi nell'area dell'esoterismo pi occulto. Segni del loro passag-
gio si ritrovano nelle compagnie iniziatiche pi disparate, dai ro-
sacroce ai fedeli d'amore, cui lo stesso Dante appartenne. Trac-
ce del templarismo sono riscontrabili anche nei rituali massonici,
e c' chi sostiene che l'attuale rito scozzese antico e accettato
sia scaturito dall'esodo degli ultimi templari in Scozia, dove ri-
composero segretamente le fila della loro societ.
Voci circolate durante la rivoluzione francese diffusero la cre-
denza che fosse stato un templare - o almeno un individuo di-
chiaratosi tale - il boia cui venne affidata l'esecuzione di Luigi XVI,
ultimo discendente di Filippo il Bello. Il che starebbe a significa-
re che non soltanto i templari sarebbero sopravvissuti nei secoli,
nonostante la catastrofe abbattutasi sul Tempio, ma avrebbero
conservato un tale potere da mettere a segno la loro vendetta.
Per quanto leggendaria, tale credenza corrisponde all'ipotesi
che i templari nella loro clandestinit siano stati molto attivi in
Francia, annoverando tra i propri maestri segreti uomini di grande 
potere, come Filippo d'Orleans nel 1705, Luigi Augusto di
Borbone nel 1724, Luigi Enrico di Borbone principe di Cond
nel 1737, Luigi Ercole Timolon de Coss Brissac nel 1776 e
Claude Mathieu Radix de Chevillon nel 1792, anno del Terrore.

I TEUTONICI
I cavalieri teutonici si costituirono in ordine monastico e reli-
gioso con intenti apparentemente simili a quelli degli ospitalieri
e dei templari, cio proteggere i pellegrini e curare i malati,
avendo come punto di partenza un ospedale fondato da mercanti 
di Brema e di Lubecca in Terrasanta. La prima costituzione
dell'Ordine, che ricorda in qualche modo il rapporto originario
degli ospitalieri con i mercanti amalfitani, avveniva nel 1128 a
Gerusalemme. Ma meno di un secolo dopo, nel 1198, un gruppo
di cavalieri tedeschi al seguito della crociata lo rifondava accen-
tuandone il carattere militare. Perfezion tale riforma Federico II 
intorno al 1212, adeguando gli statuti al modello ospitaliero
per quanto concerneva i doveri inerenti la religione e al modello
templare per quel che riguardava la guerra.
Quanto all'apparenza esteriore, alle armi, alle insegne, alle uni-
formi, i cavalieri teutonici non si differenziavano granch dagli
altri crociati. Indossavano ampi mantelli bianchi alla maniera dei
templari, contrassegnati da quella caratteristica croce nera pa-
tente che in futuro sarebbe divenuta la croce germanica, ed
ostentavano sull'elmo vistose piume, anch'esse nere. Ricorreva sugli 
scudi e sui sigilli l'emblema dell'aquila, un'aquila dalle ali aper-
te e gli artigli protesi a ghermire, ma non difettavano altri anima-
li araldici, quale il leone rampante.
C'era tuttavia una differenza fondamentale, una incolmabile
disparit di comportamenti e di vedute tra i cavalieri teutonici e
tutti gli altri ordini sorti all'epoca delle crociate. Ed era che,
mentre gli altri erano nati e si erano sviluppati in un'ottica uni-
versale, quasi ecumenica, i teutonici rimasero vincolati fin dalle
origini ad un'idea nazionale rigidamente circoscritta alla Vaterland 
germanica. In altre parole, mentre templari e ospitalieri co-
stituirono autentiche multinazionali della fede, ancorando i propri
disegni politici ed economici ad effettive idealit umanitarie, i ca-
valieri teutonici non furono che dei tedeschi associati tra loro per
un'impresa straordinaria in terre lontane.
Questa particolarit del loro stato non imped ai cavalieri dalla
croce nera, qual era l'emblema dei teutonici, di vivere da prota-
gonisti la guerra santa e dividere in misura equanime con gli
altri gloria e rovina dell'avventura d'outremer. Anche se altre im-
prese, loro pi congeniali, li attendevano sui lidi settentrionali
dell'Europa, dove c'era da cristianizzare le trib baltiche e delle
inesplorate lande orientali.  l, nel gelo a loro tanto pi familia-
re dei torridi venti del deserto, che si comp il destino di questi
crociati del ghiaccio.
Tre papi s'interessarono all'Ordine nel corso della sua storia,
contendendone all'imperatore il controllo: Clemente III, che as-
sicur ai cavalieri, sia pure informalmente, l'approvazione eccle-
siastica; Celestino III, che diede loro la regola monastica di
sant'Agostino, cos come ai templari era stata data quella di san
Bernardo; ed Innocenzo III, che ne ratific infine la costituzione,
ponendoli sotto la protezione della Vergine.
In tal modo, con il duplice avallo dell'impero e del papato - cir-
costanza di per s insolita nel gioco dei contrasti tra i massimi po-
teri dell'epoca - entravano prestigiosamente negli annali della
cristianit i cavalieri dell'Ordine teutonico di Santa Maria in Ge-
rusalemme, detto anche di Nostra Signora dei tedeschi (Ordo
Sanctae Mariae Teutonicorum) o pi semplicemente Deutsche
Orden. Ed  rimarchevole, tra le differenze che fin dalle origini
caratterizzarono sensibilmente l'Ordine rispetto alle altre orga-
nizzazioni analoghe, a parte la rigida norma che precludeva l'ac-
cesso a chiunque non fosse aristocratico e di lingua tedesca, il
ruolo riservato alle donne, che furono sempre presenti e attive
nei suoi ranghi, soprattutto per quanto riguardava l'assistenza ai
feriti e agli ammalati.
Per lo stretto rapporto d'intesa con l'imperatore Federico II,
rappresentato nell'Ordine da maestri di sua fiducia, a comincia-
re dall'amico e consigliere personale Hermann von Salza, i cava-
lieri teutonici acquisirono un esteso potere in Puglia e in Sicilia,
dove si trovarono presto a controllare castelli e propriet d'im-
menso valore. Ma il loro grande sogno di gloria e di potenza era
rivolto all'estremo Nord dell'Europa, dove fin dall'inizio del se-
colo XIII intrapresero una complessa opera d'insediamento e di
conquista, senza trascurare con questo la Terrasanta, dov'erano
impegnati con eguale slancio nello scontro di proporzioni plane-
tarie - se si tiene conto di quelli che erano allora i confini del
mondo - tra la mezzaluna e la croce.
Quali protagonisti dunque di una duplice crociata, contro l'ido-
latria animista delle trib baltiche nel gelo dell'estremo setten-
trione d'Europa e contro i musulmani nelle assolate plaghe deser-
tiche, i cavalieri teutonici finirono per assurgere nel giro di pochi
anni a grande fama nelle cronache militari cristiane, contendendo 
il primato sul campo a templari e ospitalieri.
Non si pu certo stabilire una graduatoria sul valore mostrato
in battaglia e l'entit del contributo di sangue versato da ciascu-
no di questi grandi ordini cavallereschi in quella sconfinata arena
di morte che fu la crociata.  certo per che, tra tutti, i teutonici
si distinsero per una loro quasi morbosa vocazione al sacrificio,
un'incontenibile ansia di ricercare la morte in combattimento,
ereditata evidentemente da una tradizione pagana che la conver-
sione al cristianesimo non aveva ancora del tutto espurgato dei
suoi miti. Tra i quali sopravviveva in specie la propensione a con-
siderare il paradiso stesso come qualcosa di simile al Walhalla di
Odino, un asilo di guerrieri e di eroi, al quale la gente comune
non poteva avere accesso.
Quel che ne derivava, in definitiva, era l'inconfessabile convin-
zione che la beatitudine celeste fosse qualcosa d'incompatibile
con lo spirito di pace. Il che finiva per alimentare oltre misura
quest'aberrante mistica della morte violenta, inflitta o subita.

IN EUROPA
Con la perdita definitiva di Gerusalemme ed il disfacimento dei
regni cristiani d'oltremare, i cavalieri teutonici abbandonarono
la Terrasanta per concentrare l'intera loro forza sull'esteso fron-
te che dal Baltico si prolungava verso oriente, su territori nei
quali la loro guerra di religione e di conquista si era da tempo
trasformata in intensa e sanguinosa opera di colonizzazione.
Mantenendo uno stato di guerra permanente, che di volta in
volta lo pose a confronto con i danesi e con i lituani, con i polacchi, 
con i russi e con i mongoli, l'Ordine realizz qui la sua fun-
zione storica pi duratura, ponendo le basi per la nascita della
Prussia moderna mediante un capillare progetto d'insediamento
e civilizzazione nelle Marche tedesche dell'Est.
Potendo contare sulle medesime guarentigie concesse dall'impe-
ratore ai principati tedeschi, lo stato dei cavalieri assunse tale po-
tenza da spingersi con le proprie armate - e con i propri architet-
ti, costruttori ineguagliabili per rapidit e grandiosit delle opere
realizzate - oltre la Polonia, su per la costa baltica e pi avanti,
verso la Russia. Sorsero cos, in tempi brevissimi, citt come
Riga, Koenigsberg, Marienwerde, Kulm, fortezze Gome Marienburg 
e Gollub, porti e centri di attivit commerciali floridissime,
ma soprattutto si posero le condizioni per arrestare l'urto delle
ricorrenti migrazioni barbariche sul versante orientale d'Europa, 
di cui fanno fede le determinanti sconfitte subite dai mongoli
a Wahlastadt e altrove.

I CROCIATI DEL GHIACCIO
Contribu a rafforzare la potenza teutonica la fusione con l'Or-
dine polacco dei cavalieri di Dobrino, fondato dal duca Corrado
di Malzovia nel 1219 per combattere gli slavi di Prussia, e con
quello dei Portaspada di Livonia, fondato nel 1202 dal vescovo
Alberto di Apeldera per contrastare i culti pagani. Accresciuta
cos la propria forza militare, lo stato dell'Ordine teutonico si
estese territorialmente inglobando la Pomerania e Danzica (1309), 
l'Estonia (1346), la Lituania (1370), l'isola di Gotland (1398) 
e altre vaste contrade.
Dopo avere per umiliato e sottomesso tutti i loro vicini, ed es-
sersi elevati al rango di grande potenza europea, i cavalieri teu-
tonici videro profilarsi un rapido declino all'inizio del '400. Scon-
fitti disastrosamente a Tannenberg nel 1410 da Ladislao II di Polonia, 
furono costretti ad accettare trattati che ne ridimensiona-
rono notevolmente la potenza. Stretti nella morsa dei principi
tedeschi avidi di terre, da un lato, e delle popolazioni slave, dall'altro, 
si trovarono a fronteggiare difficolt sempre maggiori, ac-
centuate dall'affermarsi della riforma luterana.
Fu proprio quest'ultimo grande movimento a generare la crisi
definitiva dell'Ordine. Contaminati essi stessi dalle nuove idee
religiose, questi incrollabili cavalieri della fede si divisero tra lu-
terani e papisti, entrando fatalmente in conflitto tra loro, finch
nel 1525 il gran maestro Alberto di Brandeburgo ader alla causa
protestante, trasformando la Prussia in ducato ereditario brandeburghese. 
Si dissolse a questo modo lo stato teutonico, non l'Ordine, 
che sopravvisse sotto l'ala della monarchia asburgica,
presso la quale si rifugiarono gli ultimi cavalieri rimasti fedeli al
credo cattolico.
La protezione asburgica serv a impedire, in seguito, il tentativo
di sopprimere l'Ordine da parte di Napoleone Bonaparte. Francesco I 
d'Austria ne riorganizz gli statuti, accentuando il legame
con la propria dinastia, nel 1834.
Non si pu negare, al lume di un'analisi storica obiettiva, che i
cavalieri teutonici, nella loro spietata determinazione, furono
portatori di civilt presso popoli barbari nei quali vigeva ancora il
regime tribale. Ma non si pu al tempo stesso ignorare l'orrore di
certe loro gesta, rispondenti alla logica di una guerra di sterminio 
tendente alla metodica sopraffazione di popoli differenti per
religione e per razza, con l'unico intento d'imporre dovunque un
incondizionato predominio tedesco. Ed  principalmente per
questo, pi che per le ragioni gi riportate, che la loro storia non
pu essere in alcun modo confusa con quella di altri ordini caval-
lereschi nei quali l'amore e la piet costituirono regola di com-
portamento e di vita, al di l delle contingenze storiche pi atroci.
Tutto questo non sminuisce, per, l'importanza decisiva
dell'azione svolta dall'Ordine in difesa delle frontiere orientali
d'Europa, nei confronti di nemici di gran lunga pi spietati,
come i tartari dilagati nel XIII secolo nell'Asia minore e nelle Russie.
Si deve probabilmente a questo se il debito di riconoscenza 
occidentale verso i cavalieri teutonici  prevalso sull'ombra cupa
della loro vocazione alla pratica delle pi crudeli regole di guerra, 
inducendo la Chiesa a prenderli sotto la propria protezione
dopo il crollo dell'impero asburgico.
Vagamente riformato in conformit del diritto canonico nel
1929, l'Ordine teutonico ha oggi accentuato il suo carattere mo-
nastico, in conformit con gli statuti approvati dalla Santa Sede
nel 1965.

ALLE FRONTIERE DELL'EST
In una condizione del tutto anomala, nello scontro tra civilt di-
verse ai confini orientali d'Europa, vennero a trovarsi i principati
russi cristiani, considerati terra di conquista sia dai cavalieri teu-
tonici, nonostante la fede in comune, che dai tartari. Stretti cos
su due fronti dall'orda barbara e dalla macchina militare teutonica, 
difficilmente sarebbero potuti sopravvivere fino a costituirsi
in nazione se un eroe aristocratico e popolare al tempo stesso
non avesse radunato un esercito e demolito con una serie di vit-
torie il mito dell'invincibilit nemica. Quest'eroe fu il principe
Alessandro Jaroslavic di Novgorod, detto Nevskij per avere bat-
tuto sulle rive della Neva (1240) le forze coalizzate di scandinavi
e danesi, destinato in seguito a regnare sul granducato di Kiev e
di Vladimir, cio sull'embrione originario della Russia moderna.
Alla prima fortunata battaglia del giovane principe allora poco
pi che ventenne sulla Neva ne seguirono altre contro i cavalieri
teutonici e i loro alleati Portaspada di Livonia, che avevano co-
stituito dalla Prussia su per le coste del Baltico uno stato di con-
cezione cavalleresca, organizzato secondo criteri monastici e militari.
Leggendario tra tali scontri fu quello sulle acque ghiacciate del
lago Pejpus, che per i cavalieri si risolse in un autentico disastro.
Respingere i tedeschi, per, non bastava. Anche i tartari di
Gengis Khan, ormai insediati nella Russia orientale e meridio-
nale, avevano costituito uno stato di potenza temibile, denomi-
nato l'Orda d'Oro e destinato ad espandersi verso l'Europa e
l'Asia minore. La tradizione epica vuole che Nevskij abbia scon-
fitto anche i tartari e affrancato i principi russi dall'obbligo di
versare ingenti tributi all'Orda d'Oro per evitare i saccheggi. Ma
non  esatto. A Nevskij va il merito di avere negoziato con i tar-
tari un'intesa che assicurasse la sopravvivenza dei piccoli stati
russi, non essendovi altre possibilit d'impedire lo sterminio 
della popolazione.
Ci vorranno due secoli, infatti, per consentire ad uno zar
(Ivan III, nel 1476) di decidere la sospensione del tributo all'Orda
d'Oro e respingere la rappresaglia dei tartari.
Deposte le armi dopo il compromesso con i tartari, Nevskij si ri-
tir nel monastero di Vladimir, dove mor all'et di quarantacin-
que anni nel 1263, portandosi dietro una fama di santo e d'eroe
che gli valse, insieme alla devozione del popolo russo, la gloria
degli altari.
Rese omaggio a questa immagine di cavaliere sospesa tra l'or-
goglio del guerriero e l'umilt del saggio, cinque secoli dopo, lo zar
Pietro I istituendo nel 1772 l'Ordine di Sant'Alessandro Nevskij.
Nell'emblema dell'Ordine il principe era raffigurato a cavallo
con una mano tesa benedicente. Si dipartivano da quest'immagine 
i bracci di una croce smaltata rossa, tra i quali svettavano
quattro aquile nere a due teste.
Gli scopi non si differenziavano in apparenza da quelli di altre
analoghe istituzioni d'Europa, essendo riassumibili nella volont
imperiale di premiare meriti, sia civili che militari, acquisiti -
come recitava semplicemente il motto - al servizio della patria. 
Doveva trattarsi tuttavia, nelle intenzioni di Pietro il Grande, 
di meriti talmente particolari ed elevati da giustificare la nor-
ma statutaria per cui soltanto i cavalieri di Sant'Alessandro Nevskij 
potessero accedere all'Ordine di Sant'Andrea, il pi antico
ed esclusivo dell'impero russo.
Il titolo di gran maestro fu assunto in prima persona dallo zar, il
quale per mor poco dopo, senz'avere il tempo di nominare alcun 
cavaliere. Fu cos sua moglie Caterina I, succedutagli
nell'impero e nella maestranza, ad investire nel 1725 il primo ca-
valiere di Sant'Alessandro.
 curioso rilevare che, a differenza di ogni altro ordine zarista
abolito dopo la rivoluzione d'ottobre, quello dedicato al principe
Nevskij venne reinventato nel 1942 - e posto accanto all'Ordine
di Lenin - quale ricompensa al valore militare nell'infuriare di
una guerra che ancora una volta contrapponeva il popolo russo
alla furia teutonica.

LA RECONQUISTA IBERICA
Le crociate in Terrasanta non furono certo l'unica prova che la
cavalleria cristiana dovette sostenere contro le armi dell'Islam.
Parallelamente alla conquista e alla perdita della Terrasanta,
aveva luogo in Spagna e Portogallo una guerra secolare, denomi-
nata reconquista iberica, per la liberazione della penisola dal do-
minio musulmano. Anche qui lo spirito della crociata ebbe il suo
peso tra le motivazioni cristiane, ma in modo pi complesso, ac-
cresciuto da qualcosa di simile ad una componente patriottica,
oltre che religiosa, per quanto tale termine possa suonare ana-
cronistico in riferimento a un'epoca nella quale il concetto di pa-
tria appariva pi vago che mai. Fu anche per questo, con ogni
evidenza, che diversamente dalla guerra in Terrasanta, combat-
tuta da cavalieri provenienti da ogni parte d'Europa, la reconqui-
sta iberica fu sostenuta quasi esclusivamente da signori spagnoli
e portoghesi, con simboliche presenze straniere. Ed  significativo 
che nel 1215, momento di grave crisi per i cristiani in Palestina, 
il papa Innocenzo III privasse del beneficio dell'assoluzione
(dovuto per consuetudine religiosa a tutti i crociati) i cavalieri
impegnati in Spagna, con la motivazione ch'era necessario far
confluire tutte le forze dell'Occidente in Terrasanta.
L'invasione araba della penisola iberica si comp a ondate,
nell'arco di meno di un secolo, tra il 622 e il 711, senza incontrare
inizialmente alcuna resistenza. Emblematico in tal senso  il caso
del conte Julian Gomari, governatore bizantino di Ceuta, presidio 
cristiano sulla costa marocchina antistante Gibilterra, passato 
ingloriosamente alla storia per avere consegnato agli arabi -
come molti altri governatori cristiani, del resto - le chiavi della
sua citt.
Bisogna considerare, per avere un'idea del potere islamico
all'epoca, che il dominio dell'impero arabo nell'VIII secolo si
estendeva da Lisbona fino all'India e a tutta la Russia meridionale, 
e poi dall'Africa settentrionale fino all'Asia Minore ed oltre
lungo una fascia che comprendeva Marocco, Senegal, Siria, Persia, 
Afghanistan e Pakistan. Ne facevano parte vasti territori cri-
stiani, oltre alla Spagna e al Portogallo, quali la Sicilia, l'Armenia
e un largo tratto dei Balcani. Capitale dell'impero era Damasco,
Bagdad il suo centro intellettuale.
Soffocato da questo gigante, l'Occidente cristiano era ben mi-
sera cosa. L'impero bizantino era ormai polverizzato, l'Europa
divisa tra paganesimo e cristianesimo, per buona parte prostrata
in una condizione di primitiva barbarie.
Questo spaventoso accerchiamento, reso sempre pi soffocante 
dall'espansione su per la Spagna e per i Balcani, spiega in ter-
mini razionali le cause vere delle crociate, non in quanto guerre
di aggressione ma di difesa, volte a spezzare una tenaglia che al-
trimenti si sarebbe stretta sull'Europa intera, islamizzandola.
In questo scenario and maturando l'idea di crociata tra le po-
polazioni d'Europa, dalle quali dobbiamo escludere all'epoca
quelle iberiche, sottoposte dagli arabi a un giogo cos stretto da
risolversi nella fusione quasi assoluta delle due societ.
Molto si  detto e teorizzato intorno alla liberalit con cui gli
spagnoli vennero assimilati nell'ordine islamico dominante, data
anche la frequenza di matrimoni misti, ma in realt la sottomis-
sione politica (e fiscale, attraverso una tassa chiamata alcabala)
fu totale. Si deve certamente riconoscere che i musulmani diedero 
vita in Spagna ad una societ progredita e colta, ricca di scuo-
le, avanzata sul piano tecnico e industriale, mirabile per la ma-
gnificenza architettonica dei suoi edifici. Ma  anche vero che gli
spagnoli in questa societ si chiamavano muzarabes, cio ara-
bizzati (dal verbo ist'arab, che vuol dire imitare gli arabi), i
governatori visir, i giudici caid. Le torri divennero almirantes 
(minareti) e gli altari minrab.
Il Corano sostitu nella vita civile ogni altra norma, non soltanto
per quanto riguardava le pratiche religiose ma i rapporti sociali
pi comuni. Non si pu dire insomma che la condizione degli autoctoni 
cristiani fosse cos felice nella Spagna dominata dagli arabi.
La risposta cristiana a questa oppressione fu lenta e avvelenata
da rivalit e intrighi. I primi segni d'iniziativa cristiana si hanno
con la fondazione di un regno di montanari e pastori nelle Asturie (718),
retto dal barbaro Pelajo, e la creazione della Marca Hispanica, 
comprendente parte dell'Aragona e della Catalogna, da
parte di Carlo Magno. Soltanto intorno all'anno Mille si costitui-
sce su basi pi durature la contea di Castiglia (970), destinata a
divenire regno nel 1157.
Quanta poca coesione vi fosse tra le forze cristiane, del resto, lo
si evince dall'ostilit incontrata da Carlo Magno al suo primo
tentativo di attraversare i Pirenei, contrastato da una coalizione
di catalani, baschi e musulmani. Il massaero di Roncisvalle ne fa
fede. Per non parlare delle lotte tra Asturie e Leon, tra Leon e Ca-
stiglia, tra Castiglia e Portogallo, non ancora regno indipendente
ma conteso approdo naturale della Galizia sull'Atlantico, da cui
il suo nome di Puerto Gallego.
Le operazioni militari che segnano l'inizio della guerra di libe-
razione vera e propria, cio della reconquista intesa come lotta
per l'indipendenza religiosa e nazionale, risalgono al 1214, allor-
quando Alfonso VIII di Castiglia sconfigge l'esercito arabo in una
grande battaglia campale alle Navas de Tolosa. L'unione dei re
cristiani di Spagna e Portogallo diventa, dopo quella data, pres-
soch totale; minima  invece la partecipazione degli altri europei, 
impegnati a combattere l'Islam in Terrasanta.
Nel 1248 cadono i califfati di Cordova e Siviglia. Gli arabi ven-
gono ricacciati anno dopo anno verso il mare, finch i castigliani
giungono nel 1294 allo stretto di Gibilterra, dov'era sbarcata sette 
secoli prima l'orda dell'emiro Tarik, che tutt'ora d nome al
promontorio (Gebel el Tarik, cio monte di Tarik).
Da quel momento solo il regno di Granada  musulmano. Lo ri-
marr fino al 1492.
In questa saga sanguinosa, protrattasi per secoli, hanno radici
le leggende cavalleresche spagnole, di cui si canta nei romances.
Il primo e pi popolare di questi documenti poetici  il Cantar de
mio Cid (1140), che trae spunto dalla storia di Don Rodrigo Diaz
de Vivar, conquistatore di Valenza nel 1094, per delineare l'imma-
gine di un guerriero insolito, mediterraneo, d'ingenua cortesia
ed incondizionata lealt, dotato di straordinarie capacit di ri-
presa nella sfortuna. Con una nota in pi, che  quella del supe-
ramento di ogni pregiudizio di razza e di religione, per cui sono
degni di amicizia e di rispetto tanto il moro che il cristiano.
Rodrigo  Sidi per gli arabi, cio signore, donde l'appellativo
di Sid o Cid, e Campeador per gli spagnoli, vale a dire cavaliere
che domina il campo, volgarizzazione del termine arcaico campi-
doctor, ovvero tecnico della guerra, colui che organizza e gestisce
lo scontro armato campale.
Insieme al mito eroico del Cid nascono negli anni pi turbinosi
della riscossa cristiana i grandi ordini cavallereschi di Calatrava
(1158), di Alcantara (1176) e di Sant'Jago della Spada (1170) in
Castiglia e Leon; e d'Avis (1146) e del Cristo (1319) in Portogallo. 
Le loro storie si assomigliano, poich tutti nascono in funzio-
ne della guerra contro gli arabi; ed oltre ad essere simili, in certi
casi, s'intersecano. Fino a determinare la fusione di pi ordini in
uno, come accadde per quelli di Calatrava, d'Alcantara e d'Avis.
Il primo e pi famoso dei tre, fondato da Sancio III di Castiglia
con l'intento di creare una milizia cavalleresca contro i mori su
modello di quella templare, era stato cos chiamato per ricordare
la liberazione della citt di Calatrava ad opera di Alfonso il
Guerriero (padre di Sancio) nel 1147.
La popolarit dei cavalieri di Calatrava crebbe rapidamente
nella cristianit per il succedersi di vittorie sugli arabi, fino a
quando non vennero in gran parte massacrati dopo essere stati
battuti a loro volta dall'emiro Yacoub-ben-Youssef. Scacciati
cos da Calatrava, riconquistata dai mori, i superstiti cavalieri si
trasferirono a Ciruelos e, successivamente, in altre piazzeforti,
finch Alfonso IX non cedette loro la citt di Alcantara.
Qui la storia dei cavalieri di Calatrava s'intreccia con quella di
altri ordini, non avendo essi forze sufficienti per tenere da soli
Alcantara e le altre roccaforti loro affidate. La fusione non giov
all'Ordine di Calatrava, che, nonostante il suo primato, ne usc
indebolito e sempre pi coinvolto in manovre di potere, intrighi,
faziose competizioni interne.
Il pi simile agli ordini costituiti dai crociati in Terrasanta fu
quello di Sant'Jago, creato da tredici gentiluomini con l'intento
di proteggere dalle scorrerie degli arabi i pellegrini diretti al san-
tuario di Compostela, una delle mete pi venerate d'Europa.
Come gli ospitalieri, come i templari, come i teutonici in outremer, 
i tredici cavalieri divennero presto una legione, e da semplici 
protettori dei pellegrini si trasformarono in truppa scelta di prima linea.
Prevalse nella cavalleria iberica della reconquista il modello
templare, com'era prevedibile, considerata la contiguit nella
penisola tra civilt cristiana e moresca. Non si tratt, del resto,
della semplice ispirazione ad un modello ideale, ma del manteni-
mento di una presenza reale, che trov la sua pi concreta
espressione nella creazione dell'Ordine del Cristo da parte di re
Dionigi I del Portogallo nel 1318, subito dopo il rogo dei templari, 
per accogliere i superstiti cavalieri del Tempio.

L'ISTITUZIONE CAVALLERESCA
Mentre in outremer si succedevano le crociate, in Europa la ca-
valleria si consolidava istituzionalmente, favorita dall'indeboli-
mento dell'autorit imperiale centrale e dal rafforzamento del
potere feudale. La crescita delle prerogative proprie dei vassalli,
un tempo legati alla terra ricevuta quali semplici amministratori
di un bene necessario al loro mantenimento, si era praticamente
risolta nella nascita di nuove unit politiche oltre che economi-
che, dotate di autonomia pressoch assoluta sui rispettivi territori.
Il cavaliere, che nell'antica societ germanica non era uomo li-
bero, ma vincolato da un patto di totale dipendenza al suo signo-
re, aveva acquistato tutt'altra fisionomia nella societ franca e
longobarda di fine millennio, mescolando i propri destini a quelli
delle famiglie dominanti. Si era cos creato un nuovo ceto di uo-
mini provenienti da classi diverse, in parte rampolli di casate no-
bili ed agiate, in parte arricchiti attraverso scorrerie in terre lon-
tane o spregiudicate speculazioni. Insieme, gentiluomini e av-
venturieri avevano costituito una nuova cavalleria, che gli storici
riconoscono in grande ascesa intorno al 1050.  da quella data in
poi che i cavalieri si avviano a diventare uomini di governo, oltre
che d'armi. A molti di loro viene affidata l'amministrazione della
giustizia locale dai signori cui hanno prestato quello che veniva
definito il giuramento di preferenza. Si perfezionano in questo
periodo le regole di accesso alla cavalleria, sempre pi dirette a
circoscrivere tale privilegio ai discendenti di coloro che gi lo 
detengono.

RITI D'INIZIAZIONE E REGOLE D'APPARTENENZA
La preparazione del giovane cavaliere  complessa, ed inizia fin
dall'infanzia. Partendo da tenerissima et, il ragazzo attraversa i
tre gradi di damicellus (paggio), vassaletus (valletto) ed armiger
(scudiero), nel corso dei quali apprende non soltanto l'uso e la
manutenzione delle armi, ma regole di cortesia e precetti religiosi.
Viene quindi consacrato cavaliere intorno ai quindici-sedici
anni, ma si hanno anche casi di fanciulli divenuti tali per ragioni
di prestigio dinastico intorno agli undici-dodici anni. La tenden-
za generale, tuttavia, considerate anche le mansioni pratiche che
il cavaliere era chiamato ad assolvere, sar quella di ritardare il
tempo dell'investitura ai ventun anni.
Per la sua natura religiosa, oltre che militare, la vestizione -
com'era chiamata l'iniziazione cavalleresca - era considerata gi
alla fine del decimo secolo un ottavo sacramento. Il candidato vi si
preparava con una notte di veglia in armi nella cappella di fami-
glia, inginocchiato davanti all'altare. Veniva poi purificato con
un bagno rituale, confessato e comunicato. Seguiva una messa so-
lenne, al termine della quale avveniva la vestizione vera e propria,
che consisteva nella consegna da parte del sacerdote della spada
consacrata, degli speroni, dello scudo, della lancia e delle varie
parti dell'armatura, che appunto il giovane indossava.
La cerimonia si concludeva infine con l'accollata o palmata,
cio con un colpo inferto col palmo della mano dal padrino sulla
nuca del neofita, o anche di piatto con la spada sulla spalla. Era
consuetudine che il colpo fosse di una certa forza, tanto da far
vacillare il ricevente.
Poteva essere anche il sacerdote a chiudere la cerimonia invece
del padrino, cingendo in vita la spada al candidato e rivolgendogli 
due semplici parole: Sii cavaliere.
Veniva scelta per tale cerimonia, solitamente, una ricorrenza
religiosa di una certa importanza, come la Pentecoste o il Natale,
o anche la festa di qualche santo, ma spesso avveniva sul campo,
dove i giovanissimi scudieri venivano impegnati in battaglia al se-
guito dei loro signori.
Quest'ultima pratica, rivolta a premiare il valore sull'abbrivio
dell'emozione provocata dal combattimento, and prevalendo
tra i secoli XI e XIII, che segnarono il massimo splendore della ca-
valleria.
 nell'arco di questo periodo che l'immagine del cavaliere assume 
un credito enorme nei confronti della societ cristiana, attra-
verso una vera e propria santificazione della professione delle
armi, che estende i doveri cavallereschi ben oltre l'originario vin-
colo di fedelt feudale.
Pur non essendo sempre sinonimo di ricchezza, la condizione di
cavaliere  per lo pi equiparata per dignit e prestigio a quella
del principe presso cui l'investito esercita le proprie funzioni. Ne
consegue che quella ch'era in origine una consuetudine, cio non
ammettere tra i cavalieri uomini di bassi o incerti natali, aveva fi-
nito per diventare legge. Leggi tedesche e siciliane del 1152 e del
1179 vietano di combattere nella cavalleria ai contadini ed ai figli
di preti, perch servi gli uni ed illegittimi gli altri. Norme analo-
ghe, sempre pi restrittive, vengono approvate in Spagna, in
Francia ed altrove. Stabiliscono le Cortes di Catalogna nel 1235
che nessuno sar fatto cavaliere che non sia figlio di cavaliere.
Accentuano qualche anno dopo questo precetto le leggi angioine,
decretando che bisognava avere entrambi i genitori nobili per
poter ricevere gli speroni di cavalieri.
Tale rigore appare attenuato nel corpo giuridico di San Luigi,
che contempla la possibilit di fare cavaliere in via eccezionale
un contadino divenuto proprietario di un feudo da almeno quattro
generazioni.
Solo i sovrani si prendono la libert di stabilire talvolta deroghe
alle regole d'accesso alla cavalleria. Negli statuti di Federico II
del 1231 si legge che nessuno acquisir rango di cavaliere che
non sia di famiglia cavalleresca salvo che per grazia di nostra spe-
ciale licenza.
Il titolo di cavaliere, del resto, era considerato anche la ricom-
pensa per straordinarie gesta di coraggio e meriti acquisiti so-
prattutto in battaglia. Si pu capire dunque la necessit che le
leggi sulla chiusura della casta cavalleresca fossero in qualche
modo elastiche.
Tale elasticit, per, non fu intesa da tutti quale apertura di
fronte all'eccezionalit dei meriti da premiare, ma quale fonte di
denaro per erari sovrani dissestati. La pratica di mettere in ven-
dita il titolo di cavaliere, dunque, and diffondendosi dal XIII se-
colo in poi, trovando uno dei suoi pi attivi mercanti in Filippo il
Bello. Il quale giunse ad ufficializzare la svendita, dicendosi
pronto ad investire delle insegne cavalleresche chiunque fosse stato 
in grado di pagarlo, subito dopo la sconfitta di Courtray nel
1302, ancora impressionato dalla strage dei suoi cavalieri da parte 
delle fanterie fiamminghe.
Arginarono tuttavia eccessi di degrado le iniziative di altri so-
vrani per la costituzione di ordini cavallereschi effettivamente ri-
volti a riunire figure rappresentative della societ dell'epoca. In
tal modo la qualifica cavalleresca and sempre pi acquistando il
valore di un'onorificenza, indipendentemente dal decadere della 
funzione militare della cavalleria.

L'ULTIMO CAVALIERE
Scandiscono le tappe di questo declino le grandi disfatte di forti
contingenti a cavallo da parte di milizie appiedate. Si assiste nei
secoli XIV e XV ad una riscoperta delle antiche strategie di guerra,
fondate sulla forza della falange macedone o della legione romana, 
possenti e mobilissime formazioni di fanteria.
Favorisce questo ricorso storico l'avvento degli eserciti comunali, 
quasi esclusivamente composti di fanti.
Sono le milizie delle citt fiamminghe a sconfiggere la cavalleria 
di Filippo il Bello nella citata battaglia di Courtray, agli albori
del secolo XIV, dimostrando la vulnerabilit del cavaliere di fronte 
ad una massa d'uomini in grado di arrestarne l'impeto e disarcionarlo.
Altre stragi di cavalieri storicamente memorabili si hanno du-
rante la guerra dei Cento Anni a Crecy e a Poitiers, nel 1346 e nel
1356, dove le fanterie inglesi sperimentano per la prima volta
l'uso massiccio del cosiddetto arco lungo, investendo la cavalleria 
francese con nugoli di frecce.
I cavalieri nelle loro armature sono praticamente invulnerabili,
ma i cavalli sotto di loro si abbattono sul terreno. Cos appiedati
ed impacciati nei movimenti, vengono sommersi dalla massa dei
fanti e sterminati.
In un analogo disastro si risolve per la cavalleria francese la bat-
taglia di Azincourt, nel 1415. Impantanati nel terreno reso molle
dalla pioggia, non sono in grado di caricare. Vengono quindi cir-
condati, tirati gi di sella e massacrati.
Giovanna d'Arco pianger, qualche anno dopo, ricordando la
fine del fiore della cavalleria francese ad Azincourt, da lei vendi-
cata con la liberazione di Orleans, Auxerre, Troyes, Chalons e Reims (1429).
Ma la vera fine della cavalleria non  da ricondursi tanto al de-
clino del suo primato militare quanto al decadimento delle sue
idealit e delle regole su cui si fondava.  per questo che molti
storici sono concordi nell'indicare come data simbolica della sua
fine - nonostante la sopravvivenza ed il proliferare degli ordini
cavallereschi nei secoli successivi - il 1504, anno della presa della
fortezza bavarese di Kufstein da parte degli imperiali di Massimi-
liano I. In quell'occasione, infatti, contravvenendo vistosamente
all'etica cavalleresca, l'imperatore ordin che il comandante e gli
altri superstiti della guarnigione venissero decapitati. E per quanto
le cronache della cavalleria fossero intessute di episodi crudeli,
spesso in contrasto con la regola che imponeva di concedere
misericordia all'avversario sconfitto, la strage degli inermi di-
fensori di Kufstein compromise agli occhi dell'Europa gentile,
dell'Europa cortese dei balli e dei tornei, l'immagine di questo
imperatore detto l'ultimo cavaliere.
L'appellativo gli era stato attribuito per la magnificenza dei
suoi tornei, nei quali la tradizione germanica si fondeva con
quella francese, assimilata peraltro dal matrimonio con Isabella
di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario. Il senso di questa defi-
nizione fu tuttavia rovesciato, dopo la disonorevole vicenda di
Kufstein, da quanti sostennero che l'ultimo cavaliere doveva
considerarsi tale, non per i suoi bei tornei, ma per avere segnato
- tradendone lo spirito - la fine della cavalleria.
 opinione comune, del resto, che gli stessi suoi tornei rappre-
sentarono, nella loro grandiosit retorica, la fine di una tradizio-
ne fatta di agilit e di destrezza. Il Kobelturnier tedesco - che con-
sisteva nell'abbattere il cimiero dell'avversario servendosi di lan-
ce poligonali di spaventose dimensioni - e le altre giostre prati-
cate da Massimiliano comportavano movimenti lenti e pesanti a
causa dell'armatura greve, per indossare la quale era richiesto un
alto grado di specializzazione, lontanissimo da quell'avventuroso
esprit che aveva caratterizzato un tempo le spregiudicate tenzoni 
delle corti francesi.
Contribu a snaturare lo spirito originario dei tornei il rigore di
un cerimoniale che li rendeva sempre pi simili a parate circensi,
dissolvendo non soltanto la spericolata giocondit della giostra,
ma anche l'allegria che in passato ne aveva costituito la cornice
pi vistosa. Come si evince da questa disinvolta cronaca: In un
torneo francese le dame alla fine trovaronsi spoglie d'ogni orna-
mento, scollate e sbracciate, coi capelli svolazzanti sovra le spalle, 
avendo dato ogni cosa onde addobbare i propri campioni; del
che sulle prime pigliarono vergogna, poi, accortesi che stavano
tutte nel medesimo partito, presero a ridere della loro avventura, 
avendo regalato ogni cosa senza avvedersi di rimanere svestite.
Episodi del genere non erano affatto eccezionali nel clima ecci-
tato dei tornei, al punto che non c'era poi da stupirsi nel vedere
talvolta comparire dame che traevansi dietro incatenati i propri
amanti in guisa di cavalieri serventi, superbe di mostrare il trionfo 
della bellezza sulla gagliardia.

GLI ORDINI DINASTICI
Al di l della necessit di armare eserciti per difendere i propri
territori o conquistarne altri, ogni signore dotato di prerogative
sovrane - barone o imperatore che fosse - si trovava inevitabil-
mente di fronte all'esigenza, prima o poi, di tenere uniti i suoi ca-
valieri perch non si facessero guerra tra loro ma ponessero le
proprie armi all'esclusivo suo servizio. Perch ci fosse possibile
bisognava alimentare tra costoro rapporti di solidariet, lealt,
fratellanza, oltre che naturalmente di fedelt incondizionata.
Non importava che la compagnia fosse numerosa; importava che
fossero saldi i legami al suo interno e che ne facessero parte, so-
prattutto, quei pochi vassalli davvero in grado - per valore, pote-
re, prestigio personale - di controllare tutti gli altri.
A tale scopo  sorta la maggior parte degli ordini cavallereschi
legati alle singole dinastie d'Europa, diversamente da quelli costi-
tuiti - principalmente in funzione delle crociate - per iniziativa
di pi cavalieri animati dall'urgenza di realizzare finalit di co-
mune interesse, di fede o di guadagno, di azzardo, di avventura.
 in quest'ottica che sono sorti, nell'intento di premiare una ri-
stretta cerchia di gentiluomini selezionati da tenere uniti intorno
al re, i pi rappresentativi sodalizi cavallereschi d'Europa, dal-
l'Ordine della Giarrettiera al Collare dell'Annunziata, al Dannebrog 
danese, ai citati ordini spagnoli di Alcantara e Calatrava.
I pretesti per la loro costituzione furono di volta in volta diversi,
abilmente elaborati o ispirati da una casualit improvvisa, eroica
o miracolosa in certi casi, apparentemente frivola in certi altri,
ma sempre rispondenti al fine ultimo di riunire gli uomini del re,
gratificandoli con onori e privilegi, in organismi altamente rap-
presentativi e agevolmente controllabili.
Lo dimostra in maniera del tutto chiara un'analisi sia pure rapida 
dei pi significativi ordini cavallereschi d'Europa, tutti con-
vergenti negli scopi essenziali nonostante la particolarit delle
origini, delle forme, delle caratteristiche di ognuno.
Quanto sia andata diffondendosi nei secoli la tendenza a creare
ordini cavallereschi presso tutte le corti d'Europa (ed anche di
ogni altro continente, ma si tratta di un fenomeno emulativo da
esaminare a parte) lo si evince dalla difficolt di stabilire il loro
numero effettivo, che sicuramente si aggira intorno alle diverse
centinaia. In uno studio precedente, limitandoci soltanto agli or-
dini dei quali era possibile ricostruire l'itinerario storico o ricer-
care le origini leggendarie, ne abbiamo censiti oltre trecento,
(F. Cuomo, Gli ordini cavallereschi nel mito e nella storia, 
Roma, Newton Compton, 1992.)
ma quelli davvero significativi per la storia della cavalleria non
sono che poche decine.
Ne ricordiamo a titolo esemplificativo, tra quelli giunti fino ai
nostri giorni, i pi celebri: gli Ordini della Giarrettiera e del 
Bagno (Inghilterra), l'Ordine del Cardo (Scozia), il Collare della
SS. Annunziata (Italia), l'Ordine costantiniano di San Giorgio e
l'Ordine di San Gennaro (Due Sicilie), la Milizia di N.S. Ges
Cristo (Portogallo e Santa Sede), l'Ordine dell'Elefante e il Dan-
nebrog (Danimarca), l'Ordine dei Serafini o del Cordone Azzurro (Svezia), 
l'Ordine del Toson d'Oro (Spagna); e per citare il pi noto 
degli ordini creati in regime repubblicano, numerosi anch'essi, 
la Legion d'Onore (Francia).

1. Ordine della Giarrettiera, costituito secondo le fonti storiche
pi attendibili da Edoardo III nel 1344. Esistono almeno due ver-
sioni, una epica e l'altra pi mondana, sulle circostanze che ne
determinarono la nascita. La versione eroica tramanda che il se-
gnale dell'attacco alla battaglia di Crecy (1346) fosse dato dal re
in persona sventolando sulla punta della lancia un laccio azzurro,
di quelli usati per assicurare alla gamba la calza, e che inoltre la pa-
rola d'ordine nel campo inglese fosse garter, cio giarrettiera.
Secondo la versione cortigiana, invece, la giarrettiera da cui
trae nome l'Ordine sarebbe quella della contessa di Salisbury,
amante del re, caduta e raccolta dal sovrano durante una festa da
ballo. In quest'occasione Edoardo avrebbe reagito all'ilarit
maldicente dei cortigiani con la celebre battuta Honny soit qui
mal y pense.
Non mancano le varianti, sia sul versante eroico che su quello
mondano. C' chi sostiene che l'origine dell'Ordine risalirebbe
alle crociate e che sarebbe stato Riccardo I a istituirlo durante
l'assedio di Acri, distribuendo legacci di cuoio ai suoi cavalieri
perch potessero meglio riconoscersi nella mischia. E per quanto 
riguarda la versione del ballo, c' chi afferma che sarebbe stata 
la regina Filippa di Heinaut, moglie di Edoardo III, non la sua
amante, a perdere la giarrettiera, pronunciando lei stessa di 
persona la frase Honny soit qui mal y pense, poi divenuta motto
dell'Ordine.
Ma v' anche chi attribuisce ragioni eminentemente politiche
alla costituzione dell'Ordine. Secondo il Froissart ed altri storici
Edoardo III avrebbe riunito quaranta gentiluomini in un Ordine
della Giarrettiera Blu, colore araldico di Francia, per dimostrare
di non voler esercitare alcuna oppressione sui francesi. Ed in tal
senso sarebbe da interpretare anche il motto, rivolto a smentire,
non a caso in francese, chi avesse osato mettere in dubbio (qui
mal y pense) le sue buone intenzioni.
Sugli scopi dell'Ordine si sofferma anche il filosofo David
Hume nella sua Storia d'Inghilterra sostenendo che nelle inten-
zioni del re esso dovesse servire ad eccitare vieppi lo spirito di
obbedienza e di emulazione alla corte inglese. A tal fine il so-
vrano aveva posto l'Ordine sotto la protezione di Dio, della Ver-
gine, di sant'Edoardo e di san Giorgio, ottenendone il riconosci-
mento (con il nome definitivo di Ordine della Giarrettiera e di San
Giorgio) dal pontefice Clemente VI con due bolle, nel 1348 e nel
1349. Qualche problema statutario era poi sorto in seguito alla
riforma anglicana, ma Enrico VIII non aveva avuto difficolt a
porvi riparo, nel 1522, adottando modifiche volte ad adeguare la
regola dell'Ordine al nuovo scenario religioso.

2. Ordine del Bagno, costituito da Enrico IV nel 1399, anno della
sua incoronazione. Le sue origini sono curiose e controverse
quanto quelle della Giarrettiera. La denominazione viene spie-
gata dallo storico William Camden in questo modo: Enrico IV
era immerso nella sua vasca da bagno allorch gli fu annunciato
che due povere vedove erano venute a chiedergli protezione e
giustizia contro le angherie di certi suoi ministri. Egli usc allo-
ra prontamente dal bagno dicendo che i suoi doveri di re dovevano 
essere al di sopra dei suoi personali piaceri, ed ascolt le ve-
dove soddisfacendo le loro richieste. Qualche giorno dopo, a ri-
cordo del suo bel gesto, istituiva l'Ordine del Bagno, chiamando
per primi a farne parte quei gentiluomini che avevano interrotto
le sue abluzioni per annunciargli l'arrivo delle vedove e caldeg-
giarne la causa.
Come per la Giarrettiera, ci sono per il Bagno altre versioni in-
torno alle sue origini. C' chi sostiene ch'esse risalgano alla do-
minazione anglosassone, chi invece ritiene che sia stato Riccardo II 
a istituire l'Ordine nel 1377 per celebrare la conquista del-
l'Irlanda, creando cavalieri per primi i quattro signori dell'isola,
appena assoggettata al suo potere.
Tali versioni non spiegano per quella denominazione del Bagno. 
Appare dunque pi credibile tra le ipotesi alternative a
quella fornita dal Camden, che Enrico IV abbia costituito l'Ordine 
per ricordare un bagno collettivo, con trentacinque scudieri,
al termine di una notte di veglia. E veglia, si sa, pu significare
tutto: veglia di preghiera, veglia di attesa, veglia di bagordi.
Furono in ogni caso quei trentacinque scudieri, secondo questa
versione, a ricevere per primi le insegne dell'Ordine. Non  da
escludere che tutto questo si ricolleghi all'usanza ricorrente di
far precedere l'iniziazione cavalleresca da un bagno purificatore.
Antichi rituali prevedevano che l'aspirante cavaliere, prima di
essere condotto nella cappella in cui trascorrere la notte di pre-
ghiera, venisse immerso in una vasca, lavato e quindi rasato. La
cerimonia del bagno era una delle pi complesse, poich il
neofita, dopo essere stato asciugato, doveva addormentarsi, per
essere svegliato subito dopo dagli officianti e rivestito di una tu-
nica verde. Dopo avere vegliato tutta la notte, doveva essere ri-
condotto a letto, addormentarsi ed essere di nuovo svegliato,
quindi rivestito con una tunica rossa per l'iniziazione vera e propria.
Si trattava di una cerimonia molto comune nella cavalleria,
tant' che ricorre nel suo lessico il termine di cavaliere bagnato 
per indicare un cavaliere di nuova investitura.
L'Ordine del Bagno riveste tutt'ora un significato di particolare
rilievo nell'ottica dell'unit britannica. Il suo emblema  contras-
segnato da uno scudo con tre corone imperiali d'oro, che sotto il
profilo religioso rappresentano la Trinit e sotto quello politico i
tre regni d'Inghilterra, Scozia e Galles. Il motto ribadisce il con-
cetto dell'unione: Tria juncta in uno. Adornano lo stemma sim-
boli altrettanto eloquenti, come la rosa d'Inghilterra e il cardo di Scozia.

3. Ordine del Cardo o della Ruta, detto anehe Ordine di Sant'Andrea. 
Venne costituito nel 1540 da Giacomo V, re di Scozia, anche 
se la tradizione degli highlanders ne fa risalire le origini a mi-
tici re, come Ungo dei Pitti o Acajo degli Scoti.
Araldicamente, il valore simbolieo del cardo - particolarmente
sentito dai montanari di Scozia -  analogo a quello di altre pian-
te spinose. Esso rappresenta cio la forza di difesa contro gli as-
salti provenienti dall'esterno. Tale significato, di per s austero e
misantropico,  per ingentilito dall'aspetto raggiato della
cima, che ne mitiga il rigore. Il motto dell'Ordine del Cardo con-
ferma la valenza originaria dell'emblema: Nemo me impune lacessit, 
cio nessuno mi sfida (o provoca, o aggredisce) impunemente.
L'Ordine venne abolito dopo la morte della regina Elisabetta,
quando Giacomo VI di Scozia divenne anche re d'Inghilterra
come Giacomo I. Fu per restaurato nel 1687 da Giacomo II, ed
 giunto ai nostri giorni mantenendo inalterata la sua originaria
identit di clan. Tutt'ora non ammette che nobili scozzesi, riser-
vando solo due posti agli inglesi ed uno a un principe della casa reale.

4. Ordine del Collare della SS. Annunziata, costituito nel 1362 da
Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde per la predilezione di
quel colore negli stendardi e nel vestire. Gi nel 1350 il conte
aveva creato un Ordine denominato del Cigno Nero, riservato a
un ristretto numero di cavalieri che s'impegnavano a soccorrersi
reciprocamente e a non farsi guerra. Arbitri di eventuali contese
sarebbero stati i cavalieri stessi.
Ma questo evidentemente non bastava. Cos Amedeo VI costi-
tuiva pochi anni dopo un nuovo ordine, di gran lunga pi seletti-
vo, detto del Collare, composto da quindici soli cavalieri, a lui le-
gati da vincoli di particolare devozione. Senza scalfire comunque
il rapporto di parit tra il sovrano (ch'era uno dei quindici) e gli
altri membri, i quali in segno di grande intimit solevano chiamarsi 
fratelli e compagni.
Formalizzava questo rapporto di stretta familiarit il diritto dei
cavalieri di fregiarsi del titolo di cugini germani del signore, il
quale peraltro aveva l'obbligo di dar favori, consigli e protezione 
ai cavalieri fratelli e compagni contro chiunque.
Il collare ha un suo preciso significato simbolico, in quanto se-
gno di fedelt per chi lo porta e di dominio per chi lo impone.
Meno chiaro  il senso dei nodi che lo adornano, divenuti nella
consuetudine araldica nodi di Savoia, ma detti anche in origine
nodi del Signore, nodi di Salomone e lacci d'amore.
Aleggia intorno a quest'ultima definizione l'ipotesi romantica -
sostenuta dallo storico Luigi Cibrario nella sua ricerca del 1842
su Cavalieri e uffiziali dell'Ordine supremo della SS. Nunziata -
che quella divisa del giovine principe fosse probabilmente origi-
nata da un gentile affetto. Secondo tale congettura l'istituzione
dell'Ordine sarebbe coincisa con il dono ad Amedeo, da parte di
una misteriosa dama, di un bracciale intrecciato di capelli anno-
dati a quel modo. Ed in effetti i nodi del collare sono adornati di
minute inesplicabili rose, fiori d'amore.
L'ipotesi non appare del tutto gratuita se si tiene conto, tra l'altro, 
del simbolismo cavalleresco dei colori. Il verde del quale il
conte di Savoia amava vestirsi e decorare la propria armatura era
considerato colore di Venere, che indossato da un cavaliere si-
gnificava passione d'amore, ardore, speranza. Come il rosso in-
dicava che trattavasi di cavaliere di ventura, senz'altra ricchezza
che la propria spada; il bianco era indice di fede, il nero di tristez-
za e costanza, il turchino di magnanimit e via dicendo.
 risaputo in ogni caso che Amedeo nutrisse un vero e proprio
culto per questi nodi, che usava negli stendardi, sugli abiti, sulla
gualdrappa del cavallo, e come segno distintivo nei tornei.
Ancora pi ermetico del significato del nodo appare quello
dell'acronimo FERT, aggiunto all'emblema del Collare nel 1409 da
Amedeo VIII detto il Pacifico, primo duca di Savoia. Molte inter-
pretazioni ne sono state date. Secondo alcuni le quattro lettere
significano: Frappez, entrez, rompez tout; secondo altri: Forti-
tudo ejs regnum tenuit, oppure Fortitudo ejus Rhodum tenuit,
alludendo a una presunta spedizione di Amedeo VI a Rodi.
Tra le ipotesi pi curiose v' quella che FERT possa significare:
Foemina erit ruina tua, riferendosi a un ammonimento rivolto
a Vittorio Amedeo II, gran donnaiolo, dal beato Sebastiano Valfr, 
suo confessore. Ma non si capisce perch i Savoia avrebbero
dovuto assumere come motto della casata una rampogna.
Pi credibilmente l'acronimo potrebbe riferirsi alla frase Foe-
dere et religione tenemur, il cui significato riproduce non soltanto
lo spirito del Collare ma del vincolo cavalleresco in generale,
fondato appunto sul patto e sulla religione. Ma FERT potrebbe
anche essere un'abbreviazione della parola fert, che in linguag-
gio arcaico starebbe per forteresse o anche per fermet. E c' infine 
chi sostiene che quel FERT possa leggersi come voce del verbo
ferre, cio portare o anche sopportare, in armonia con la vo-
lont di Amedeo VIII di rendere onore attraverso l'istituzione
dell'Ordine alla Vergine Annunziata. In questa chiave FERT sa-
rebbe un'esortazione a portare fede a Maria e a sopportare
nel suo nome ogni pena.
Questa connotazione mariana del Collare fu resa in tutta evi-
denza nel 1518 da Carlo III, detto il Buono, che arricch il gioiello
con un pendaglio raffigurante la Vergine all'atto di ricevere l'an-
nunzio dall'arcangelo Gabriele, cambiando la denominazione in
Ordine supremo della SS. Annunziata. Sempre a partire da quella 
data il numero dei cavalieri fu portato da quindici (numero
stabilito in onore delle quindici allegrezze della Vergine Maria
e di tutta la Corte celeste) a venti: cinque in pi per onorare le
cinque piaghe del Cristo.
L'Ordine non sub modifiche sostanziali con la costituzione del
regno d'Italia, salvo che per l'ammissione a farne parte - per vo-
lont di Vittorio Emanuele II, sancita nel 1869 - di cittadini an-
che privi di quarti nobiliari, purch altamente meritevoli verso la
corona.
L'Ordine non ha cessato di esistere con la caduta della monarchia 
in Italia nel 1946, ma  tutt'ora gestito da Casa Savoia mediante 
nuove regolari ammissioni. Trattandosi infatti di un ordine 
d'origine dinastica e familiare, antecedente alla costituzione
del regno, ha vita autonoma e salda reputazione nei carnet
dell'araldica europea, dov' paragonato per spessore storico a
quello della Giarrettiera.
Non  venuto meno, per quanti ne fanno parte, il diritto di con-
siderarsi cugini del re.

5. Sacro Angelico Imperiale Ordine Costantiniano di San Giorgio,
sopravvissuto all'estinzione del regno delle Due Sicilie, in quan-
to appartenente per diritto dinastico alla casa di Borbone.  cer-
to il pi eccellente degli ordini dell'Italia prerisorgimentale,
tant' che il regno delle Due Sicilie e il ducato di Parma se ne
contendevano le insegne. Le sue origini si facevano risalire al mi-
racolo della croce che Costantino il Grande pretese di vedere in
cielo con la scritta In hoc signo vinces prima di sconfiggere
Massenzio nel 312.
Al di l della leggenda, comunque, l'Ordine risulta costituito
nel 1190 dall'imperatore di Costantinopoli, Isacco Angelo Comneno, 
il quale lo chiam angelico per ricordare il proprio nome,
costantiniano per ribadire la pretesa dei Comneni di discendere 
da Costantino, di San Giorgio per onorare il protettore della 
cavalleria.
Tra i primi ad averne fatto parte figurano imperatori e re, come
Federico Barbarossa, Riccardo Cuordileone, Filippo II di Francia,
Casimiro di Polonia, Alfonso IX di Castiglia, Guglielmo II di Sici-
lia, Sancio VI di Navarra, Alfonso II d'Aragona.
Con la fine dell'impero d'Oriente la famiglia dei Comneni con-
tinu a dispensare titoli e onorificenze costantiniane per denaro.
Finch l'ultimo ed unico erede, Giovanni Andrea Angelo Flavio
dei Lascaris Paleologhi, per evitare che una cos antica istituzio-
ne finisse con lui, cedette nel 1697 il gran magistero a Francesco
Farnese, duca di Parma e Piacenza.
Successivamente, per intrecci dinastici dovuti all'estinzione dei
Farnese, il ducato di Parma pass all'Infante di Spagna don Carlo, 
divenuto nel 1734 re di Napoli. Da qui la doppia pretesa del
regno delle Due Sicilie e del ducato di Parma alla dispensa delle
insegne costantiniane. Ne  attuale gran maestro il duca di Castro, 
Ferdinando di Borbone, ultimo pretendente al trono delle
Due Sicilie.
In una situazione analoga, dopo vicende pressoch identiche, si
trova il prestigioso Ordine di San Gennaro, di derivazione bor-
bonica, al quale appartengono per tradizione trenta cavalieri.

6 Milizia di N. S. Ges Cristo, detta anche Ordine supremo del
Cristo. Venne costituita in Portogallo da re Dionigi nel 1318 ed
assimilata dallo Stato della Chiesa l'anno successivo per diritto
di collazione con bolla di Giovanni XII, senza che da parte por-
toghese vi fosse alcun assenso.
La situazione che ne deriv fu quanto mai anomala, persistendo
nei secoli la doppia pretesa della corona portoghese e del soglio
pontificio, che continuarono ad amministrare l'istituzione -
spartita in due rami - ciascuno per proprio conto. Accresceva il
nonsenso di questa collazione il fatto che l'Ordine fosse stato
costituito da re Dionigi per accogliervi gli ultimi cavalieri tem-
plari, perseguitati nel resto dell'Europa dalle autorit ecclesia-
stiche. Appariva dunque paradossale la volont del pontefice
d'inserire nei propri quadri cavallereschi ci che restava, sia pure
in altra forma, di un ordine che insieme al re di Francia aveva
contribuito a distruggere.
Il paradosso tuttavia non fece scandalo. Dionigi non aveva alcun 
interesse a impelagarsi in una vertenza con il papa per la
maestranza di un ordine che comunque restava per met sotto le
sue insegne. Si cre dunque uno stato di fatto nel quale finirono
per essere salvi gli scopi di entrambi i pretendenti.
Il re del Portogallo accentu la connotazione militare dell'Ordine, 
ponendo al primo posto tra i doveri dei suoi membri la lotta
contro i musulmani ed imponendo ai giovani cavalieri un noviziato 
di tre anni di guerra, oltre che i voti di castit e povert. Il
papa gli diede carattere esclusivamente onorifico. Alla fine del
XV secolo, poi, Alessandro VI abol i voti di povert e castit, dando 
licenza ai cavalieri di prendere moglie. Seguirono altre riforme,
volte ad accentuare privilegi e dignit della milizia, finch
nel 1905 Pio X ne trasform anche il nome in Ordine Supremo del Cristo.

7. Ordine dell'Elefante. L'insolito riferimento a un animale cos
poco familiare all'araldica europea non ha impedito a questo so-
dalizio cavalleresco danese di essere posto alla pari, per dignit
storica e rigore nell'assegnazione, con gli ordini della Giarrettiera 
e dell'Annunziata.
Le sue origini si fanno risalire al XII secolo. A istituirlo sarebbe
stato re Canuto VI di Danimarca per celebrare l'azione di un cro-
ciato danese che si riteneva avesse ucciso in una mischia con i sa-
raceni un elefante.
Evidentemente Canuto, grande protagonista delle guerre per il
dominio del Baltico, conquistatore della Livonia e di altri estesi
territori germanici e polacchi, non aveva molta pratica di crociate 
in Terrasanta. Non si ha notizia storica, infatti, dell'uso di ele-
fanti in combattimento da parte degli arabi. Ma di questo non bi-
sogna poi stupirsi tanto, poich il terreno in cui affondano radici
gli ordini cavallereschi  pi spesso mitico che storico, pi spesso
legato a prodigi, visioni, trasfigurazioni della realt, che a fatti
concreti.
Storicamente, i primi dati ufficiali (e reali, consultabili) sull'Or-
dine dell'Elefante sono del 1478, anno in cui la sua esistenza vie-
ne ratificata formalmente da re Cristiano I, che fissa statuti rigo-
rosi (non pi di trenta cavalieri) e ottiene due anni dopo l'appro-
vazione di papa Sisto I. Del tutto superflua quest'ultima, se non
per un arco di tempo limitato, poich l'espandersi della riforma
luterana anche in Danimarca ne mut in breve l'indirizzo religio-
so. Per cui fu rimossa dagli emblemi dell'Ordine l'immagine del-
la Vergine - che i cavalieri portavano sospesa a una collana de-
corata di croci alternate ad elefanti - e fu posta come condizione
per le investiture la pratica del credo protestante. Ai nostri giorni
lo stemma dell'Ordine raffigura un elefante bianco con zanne
dorate, una torre multicolore sul dorso, e sul capo un conducen-
te nero che stringe in pugno una lancia d'oro. Il motto, che par-
rebbe alludere alla mole del pachiderma,  Magni animi pretium. 
Sono rimaste invariate le condizioni che limitano l'ammissione 
esclusivamente a cavalieri di religione luterana, i quali ab-
biano precedentemente militato (per almeno otto giorni,  scritto)
nel prestigioso Ordine del Dannebrog, che vuol dire forza
dei danesi, anch'esso di antica tradizione.

8. Ordine del Dannebrog. Le sue origini, come quelle dell'Ordi-
ne dell'Elefante, sono del tutto fantastiche, seppure connesse a
eventi storici reali, registrati nel 1219 durante la crociata
nell'Estonia pagana di Valdemaro II, re di Danimarca.
Contro il tentativo di essere convertiti e privati delle loro terre
gli estoni avevano opposto una dura resistenza, mettendo in se-
ria difficolt l'armata di Valdemaro ed impadronendosi dello
stendardo reale. E le cose sarebbero andate molto male per gli
attoniti danesi se all'improvviso non fosse apparsa in cielo una
bandiera rossa con una grande croce bianca, che lentamente cal
sulla truppa.
Il prodigio diede forza ai danesi, che, rincuorati, ripresero il so-
pravvento e sgominarono gli estoni.
Una cronaca d'epoca fornisce, al di l della versione miracoli-
stica, una spiegazione storicamente credibile dell'evento. Sostie-
ne infatti lo storico Gruber nella sua Cronaca di Livonia che Val-
demaro in difficolt venisse provvidenzialmente soccorso dai
suoi vassalli dell'isola di Rugen, i quali inalberavano appunto un
orifiamma con croce bianca in campo rosso. Da qui nacque, con
ogni probabilit, l'idea di Valdemaro di fare propria quell'insegna,
divenuta l'attuale bandiera di Danimarca, ovvero Dannebrog.
Per celebrare l'avvenimento Valdemaro fond un ordine caval-
leresco, detto del Dannebrog, chiamando a farne parte i coman-
danti che gli erano stati accanto in quella spedizione.
Da allora la mitica bandiera fu presente sul campo ad ogni
guerra combattuta dai danesi, finch non and perduta nella
campagna contro i dimarsi, alla battaglia di Meldrop, nel 1500.
La perdita di una reliquia cos venerata determin un periodo
di decadimento dell'Ordine ad essa ispirato, che con la riforma
luterana si sciolse del tutto, per essere per ricostituito nel 
1671 da Cristiano V.
Oggi, dopo successive modifiche statutarie deliberate da Federico VI 
nel 1808, l'Ordine del Dannebrog  aperto a fasce pi
estese di cittadini, comprendendo sotto il nome di Dannebrog
Manner (uomini del Dannebrog) quei danesi meritevoli di par-
ticolare benemerenza regia ma tuttavia privi delle qualit neces-
sarie per poter accedere al titolo di cavaliere.

9. Ordine dei Serafini, detto anche dei Cherubini o del Cordone
azzurro, il pi antico della penisola scandinava, tutt'ora tenuto in
gran conto. Si vuole che sia stato costituito nel 1334 da Magno IV
Ericksson, re di Svezia, per ricordare l'apparizione di una legio-
ne angelica nei cieli di Uppsala durante un epico assedio da parte pagana.
In mancanza di riscontri storici precisi, dunque, la nascita del-
l'Ordine dei Serafini va collocata nel tormentato periodo dell'av-
vicendamento dall'originario paganesimo scandinavo alla nuova
religione cristiana, cio intorno all'anno Mille, prima dell'esodo
delle ultime trib devote agli antichi di verso l'Islanda.
La tradizione ne fa risalire l'origine al decimo secolo, attribuendone
la costituzione al leggendario re Magno. Anche se la sua istituzione 
formale venne ratificata nel pi moderno contesto del XIV secolo 
da re Magno IV, con l'intento di difendere il cristianesimo
dalle nuove eresie. Ed  per questa sua connotazione inquisitoria
che l'Ordine venne soppresso con l'avvento dell'idea luterana.
Per tornare alla ribalta della storia nel 1748, quando re Federico I 
decise di festeggiare il suo settantaduesimo compleanno restaurando 
gli antichi ordini svedesi.
Venne ricostituito, tra questi, l'Ordine della Stella Polare, i cui
cavalieri avevano il compito ideale di non lasciare giammai im-
pallidire lo splendore del nome svedese.

10. Ordine del Toson d'Oro, costituito nel 1429 a Bruges da Filippo 
il Buono, duca di Borgogna, in occasione delle sue nozze con
l'infanta Isabella del Portogallo. Era destinato in origine a riunire 
trentuno cavalieri - come gli Argonauti, mitici cercatori del
Vello d'Oro, alla cui leggenda s'ispirava - di rango e virt eccezionali.
Non c' da stupirsi che un sovrano cristiano si sia ispirato a un
mito pagano per la costituzione di un ordine destinato a primeg-
giare nello scenario araldico europeo, poich nel suo valore sim-
bolico la vicenda del Vello o Tosone d'Oro (la pelle dell'ariete
sacro a Giove ricercata da Giasone per preservarsi dalle potenze
infernali e ritrovare il regno perduto) anticipa di millenni quella
del Graal.
Esiste una straordinaria analogia tra il Vello della tradizione
mitologica pagana e il santo Graal di quella cristiana. La sacralit 
di entrambi ha origine divina: la pelle proviene dall'animale
alato di Zeus, il calice dal tavolo dell'ultima cena. Entrambi sono
contrassegnati da intenti pietosi: l'ariete sottrae un fanciullo alla
morte, il calice serve a raccogliere il sangue dalle ferite del Cri-
sto. Entrambi hanno avuto rapporto con il sacrificio e con il san-
gue. Entrambi, infine, per i loro poteri sovrannaturali, sono al
centro di una ricerca che comporta il superamento di prove inau-
dite. Per entrambi scendono in campo eroi e forze divine, maghi
e sacerdoti. Ed  significativo che in entrambe le leggende il ruolo 
della donna - regina come Ginevra o maga come Medea - sia
fondamentale quanto quello del guerriero.
L'Ordine del Toson d'Oro assurse presto ad un tale prestigio,
nella considerazione dei principi europei, da essere conteso per
ragioni dinastiche tra l'impero asburgico e il regno di Spagna,
che tutt'ora ne detiene la maestranza. La sua insegna  una pelle
di montone d'oro - il Tosone o Vello d'Oro, per l'appunto - pen-
dente da una catena anch'essa d'oro, adornata con delle B che in-
dicano la casa fondatrice di Borgogna, irradianti scintille.

11. Legion d'Onore, costituita nel decimo anno della repubblica
francese da Napoleone Bonaparte primo console (con legge del
29 floreale o 19 maggio 1802) per riempire il vuoto lasciato dalla
soppressione dei grandi sodalizi monarchici, quali l'Ordine di
Santo Spirito e quello di San Michele, depositari di una grandeur
secolare.
Per quanto diretti ad evocare lo spirito degli statuti cavallere-
schi tradizionali, i regolamenti della Legion d'Onore prevedeva-
no fin dall'origine una particolare apertura. L'Ordine, destinato
a premiare meriti militari e civili, era inizialmente composto di
sedici coorti, nelle quali erano raggruppati cinquantasette uffi-
ciali di vario grado e trecentocinquanta legionari.
La restaurazione monarchica rispett la Legion d'Onore, diver-
samente da quanto era accaduto negli anni della rivoluzione riguardo 
agli altri ordini cavallereschi, perseguitati e disciolti dalle
autorit repubblicane. Luigi XVIII ne riconferm gli statuti, limi-
tandosi a togliere l'effigie di Napoleone dalla decorazione per
sostituirla con quella di Enrico IV. Il disegno originale fu tuttavia
ripristinato nel 1848, ed  rimasto praticamente immutato - sal-
vo per quanto riguardava la corona imperiale, sostituita con una
corona di quercia nel 1870, alla caduta del secondo impero - fino
ai nostri giorni: una stella a cinque raggi smaltata di bianco con il
profilo di Napoleone, e sul retro un'aquila che artiglia la folgore,
sovrastante il motto Honneur et Patrie.
Ogni limitazione, per quanto concerne il numero e la naziona-
lit dei nuovi membri,  oggi caduta con i nuovi statuti della Le-
gion d'Onore, che accoglie cittadini di diversi paesi.

EMULI E ANALOGIE
Ad emulazione degli ordini cavallereschi europei sono sorte
dovunque istituzioni aventi lo scopo di conferire titoli ed onorifi-
cenze per conto dei rispettivi governi. Si tratta di un fenomeno
del tutto estraneo allo spirito della cavalleria, di cui ricalca in su-
perficie determinate apparenze, diffuso per lo pi nei paesi
esposti un tempo - per ragioni coloniali o di tradizione - all'influenza 
degli Stati europei.

DRAGHI CINESI, STELLE D'AFRICA, IMPERATORI D'AMERICA
Tra quelli che hanno avuto una sia pure effimera notoriet nei
rispettivi contesti - il cui mutamento ne ha poi provocato nella
maggior parte dei casi l'estinzione - sono da ricordare a titolo
esemplificativo: l'Ordine del Dragone (1864) e del Dragone doppio (1871),
istituiti dagli imperatori cinesi Tsai-choun e Kuangsu
per rendere onore agli alleati occidentali che avevano stroncato la
rivolta della sanguinaria setta t'ai-ping; il Sant'Ordine del Siam
(1869) e quello della Gran Corona (1873), riservato a nove soli
cavalieri il primo ed esclusivamente ai membri della famiglia
reale thailandese il secondo; l'Ordine della Stella del Merito
(Calcutta, 1884), costituito dal rajah Sourindro Mohun in con-
trapposizione alla Stella dell'India e alla Corona delle Indie, vo-
luti in quegli stessi anni dalla regina Vittoria per ricompensare
tanto i servigi dei funzionari britannici che dei notabili indiani; gli
ordini della Stella d'Etiopia (1870) e del Sigillo di Salomone
(1871), rispettivamente fondati dal ras dello Scioa (successiva-
mente imperatore) Menelik e dal negus Giovanni; l'Ordine della
Redenzione africana (1879), voluto dalla prima assemblea legi-
slativa della Liberia (Stato appena creato per accogliere i neri li-
berati} allo scopo di premiare tutti coloro che si fossero battuti
contro la schiavit.
Ad ordini d'ispirazione umanitaria e civile come quest'ultimo
se ne contrapposero numerosi altri d'ispirazione coloniale, come
la Stella africana nel Congo belga (1888), istituita da Leopoldo II
per compensare chi avesse reso servigi alla causa della civilt
africana, o apertamente schiavistica, come la Stella Nera di Porto
Novo (1890), inventata dal re indigeno Toffa, fornitore di ne-
grieri per le Americhe.
Si avvicinarono in certa misura ai fasti degli ordini dinastici eu-
ropei quelli fondati da Pedro I di Braganza in Brasile e da Massi-
miliano d'Asburgo in Messico. Il primo, dopo essersi proclamato
imperatore del Brasile in conflitto con il padre Giovanni, re del
Portogallo, istitu l'Ordine della Croce del Sud (1825) per cele-
brare l'indipendenza brasiliana. Costitu qualche anno dopo
l'Ordine imperiale della Rosa in occasione del matrimonio -
com'era consuetudine frequente tra i sovrani europei, cui dina-
sticamente apparteneva - con la principessa Amalia Augusta
Eugenia di Leuchtenberg.
Pur rinunciando alla corona del Portogallo, che gli sarebbe
spettata alla morte del padre, Pedro I tenne ad importare in Bra-
sile la tradizione cavalleresca portoghese, rifondando antichi or-
dini risalenti alla guerra contro i mori, come quelli del Cristo, di
Sant'Jago della Spada e di San Benedetto d'Avila.
Massimiliano d'Asburgo, arciduca d'Austria, incoronato impe-
ratore del Messico per un compromesso con la Francia, fond nel
breve arco di tempo del suo regno, prima di essere fucilato dai ri-
voluzionari di Juarez nel 1867, l'Ordine dell'Aquila Messicana e
l'Ordine di San Carlo, quest'ultimo riservato alle dame - consue-
tudine anche questa diffusa presso le corti europee - in onore
della consorte Carlotta.
Ordini di nessun conto nacquero poi all'insegna delle illusioni
imperiali di dittatori effimeri e sanguinari come Iturbide in Mes-
sico (Agostino I, fondatore dell'Ordine di Nostra Signora di
Guadalupe, caro anche al generalissimo Lopez di Sant'Ana, la
cui fama  legata al massacro di Alamo) e Souloque di Haiti
(Faustino I, creatore dell'Ordine di San Faustino e di una Legion
d'Onore indigena).
Molti altri ordini proliferarono in contrasto con i pi elementari
princpi della cavalleria in America Latina. Gli esempi non
mancano. L'Ordine di Santa Rosa e della Civilt nasce in Honduras (1868) 
per premiare belle azioni d'ogni genere -  detto
negli statuti, con particolare attenzione alle virt militari e reli-
giose - ma lo sfondo  quello dei torbidi conflitti d'interesse per
l'appalto delle piantagioni di banane alle compagnie statunitensi; 
l'Ordine di San Juan viene istituito in Nicaragua (1857) per
onorare la causa della giustizia e del diritto mentre il paese 
insanguinato da una persistente guerra civile, aggravata da inge-
renze inglesi e nordamericane in vista della progettazione di un
canale interoceanico; l'Ordine del Merito  costituito in Vene-
zuela (1861) per valorizzare le attivit scientifiche e letterarie
mentre infuriano i disordini generati dalla rivaluzione di Julian
Castro, preludio al sanguinoso conflitto tra liberali federalisti e
conservatori.
Fa eccezione in questo scenario desolante l'Ordine del Busto
del Libertador, dedicato a Simon Bolivar quand'era ancora in
vita (1826) dall'assemblea legislativa del Per, successivamente
riconosciuto come proprio da altri governi, tra cui nel 1856 il 
Venezuela, patria di questo apostolo sfortunato dell'indipendenza
e dell'unit latino-americana.
In due sole civilt si riproposero fenomeni analoghi, anche se
dissimili, a quelli della cavalleria occidentale, vale a dire nell'Islam
con la futuwat e nel Giappone feudale con i samurai.

LA CAVALLERIA ISLAMICA
La dimostrazione che il mistero della cavalleria non sia decifra-
bile all'esterno del contesto culturale cristiano, trattandosi di un
fenomeno esclusivo della civilt occidentale, ci viene stranamente 
da un episodio che ha per protagonista il Saladino, quindi uno
dei pi rappresentativi e nobili esponenti della cultura che ad essa
pi di ogni altra si contrapponeva- e tutt'ora si contrappone - cio
quella islamica.
Accadde che dopo avere sconfitto i crociati ad Hattin ed essersi
impadronito di Acri, Sidone, Ascalona, Nazareth ed infine Ge-
rusalemme (1187) il Saladino fu preso dal desiderio di conoscere
il segreto della cavalleria, e per accedervi non trov altro
modo che rivolgersi ad uno dei suoi prigionieri, il barone franco
Hugues de Tabarie, chiedendogli umilmente - con quella umilt
di cui soltanto i grandi spiriti sono capaci - di essere fatto cavalie-
re. La cronaca di questa stupefacente iniziazione alla cavalleria
cristiana del pi grande dei condottieri musulmani  riportata
con poetica verosimiglianza nelle Ciento novelle antike (pi note
come Novellino) del secolo XIII.
Pare del resto che il Saladino non fosse il solo ad avvertire questa 
urgenza di essere consacrato alla cavalleria secondo il rituale
cristiano. Una richiesta identica venne rivolta dal mamelucco
Octai a re Luigi IX di Francia, suo prigioniero dopo la disfatta di
Mansurah (1250). Al diniego del sovrano, Octai lo minacci con
la scimitarra gridandogli: Non sai che sono padrone della tua
vita?; e Luigi rispose: Fatti cristiano, ed io ti far cavaliere.
Si capisce, se si d il giusto peso a simili episodi, la peculiarit
cristiana del fenomeno cavalleresco. Ci non toglie, per, che
possano ricercarsi delle analogie con la futuwat islamica.
Futuwat in arabo vuol dire cavalleria, fatah cavaliere. Ma pi
che indicare cavalleria in senso stretto, il termine racchiude tutta
una serie di significati che nell'insieme compendiano lo spirito
cavalleresco, anche in senso occidentale. Vale a dire giovent, ar-
dimento, valore, nobilt, generosit, energia, attitudine al combat-
timento e, pi in profondit, conquista di verit, annientamento di
s in funzione di una spiritualit superiore.
Rendono un'idea della vastit dei contenuti lessicali attribuibili
al termine futuwat le oltre duecento definizioni riportate dal Kitab 
af-futuwat (Libro della cavalleria), scritto intorno all'anno
Mille (tra il IV e V secolo dell'Egira) da Abd ar-Rashman as-Sulam,
uno dei primi e pi popolari maestri sufi della civilt islamica.
Tali definizioni sono in effetti sentenze volte ad esprimere
l'estrema complessit spirituale della futuwat, condizione pi
contemplativa che attiva, nella quale le regole del vivere quoti-
diano sono strettamente collegate con dettami religiosi, il cui
fine ultimo  l'annullamento dell'individuo in Dio.
In breve, per Sulam, la futuwat  essere generosi verso gli altri
senza discriminazioni, andare con tutta naturalezza verso un fra-
tello in Dio anche senza essere invitato, adottare condotta e at-
teggiamenti elevati a immagine di quelli della gente del Paradiso, 
amarsi in Dio e visitarsi senz'altro scopo che il farlo per Dio,
applicarsi alla pulizia spirituale che si addice alla propria relazione 
personale con Dio... e molte altre cose.
 chiaro che sentenze del genere, pi che riferirsi a una inizia-
zione cavalleresca vera e propria, alludono a una via iniziatica di
tipo teologico e filosofico, praticabile attraverso la meditazione e
l'ascesi. Per questo la futuwat  innanzitutto un principio intorno
al cui significato si sono cimentati con speculazioni diverse i
grandi circoli religiosi dei primi secoli dell'Egira. Cos, per cia-
scuno dei grandi maestri accreditati a Bagdad e per le pi dispara-
te scuole islamiche la futuwat  una cosa diversa: per Hasan ab-Basri 
(VIII secolo)  ci che si pu chiamare la scienza utile, per
Abu Afs (IX secolo)  agire con rettitudine senza esigere che gli
altri facciano altrettanto ma anche procedere alla distruzione
degli idoli e in specie dell'idolo che ciascun uomo ha dentro di s,
per Umar Suwarard (XII secolo)  il segnale posto come sten-
dardo sulla Ka'aba (la pietra sacra della Mecca) e i pellegrini che
la percepiscono a distanza ne hanno il cuore riempito di gioia.
Ci sono poi quelli che per ragioni etimologiche estendono alla
futuwat anche i valori del termine fatuwa, che indica sentenza re-
ligiosa, verdetto, responso (un esempio recente di fatuwa  la
condanna emessa dall'ayatollah Khomeini nei confronti dello
scrittore Salman Rushdie).
Sovrapponendo tutti questi significati si arriva a qualcosa di as-
sai lontano dall'idea cavalleresca occidentale, la cui componente
iniziatica  funzionale a compiti nei quali prevale l'azione. Anche 
se il fine ultimo del cavaliere cristiano  l'edificazione della
Gerusalemme celeste pi che la conquista di quella terrena.
Altrettanto complessa  l'interpretazione del termine fatah,
che in arabo sta ad indicare il cavaliere. Alla lettera vorrebbe
dire semplicemente giovane, ma i pi sottili esegeti del Corano 
gli attribuiscono una valenza simbolica, intendendo la giovent 
quale condizione permanente dei beati. Ricorre infatti
nell'immaginario islamico la credenza che gli abitanti del Paradiso 
siano tutti giovani, e Dio stesso  indicato in un passo che de-
scrive la sua rivelazione al Profeta come un essere di grande
bellezza, un giovane dalla folta capigliatura, seduto sul trono
della Grazia.
In definitiva,  solo in un'accezione ridotta del suo inesauribile
significato che la parola futuwat  stata usata per indicare le asso-
ciazioni cavalleresche medievali. Cos come oggi, con eguale
parzialit, sta ad indicare le organizzazioni giovanili nei paesi
arabi. Allo stesso modo, d'altro canto, si sono chiamate tanto le
confraternite religiose, i pi esclusivi circoli sufi e dervisci, quan-
to le antiche gilde degli artigiani musulmani, fondate su vincoli di
fratellanza e segretezza analoghi a quelli vigenti tra i compagnons 
europei delle corporazioni operaie.

ALLE RADICI DELL'INTEGRALISMO
 legato al nome di Maometto quello del primo cavaliere isla-
mico riconosciuto dalla tradizione religiosa con il titolo di fatah,
cio Ali ibn-abi Talib, cugino e genero del Profeta, avendone
sposato la figlia Fatima, santa musulmana rinomata per la dovizia 
dei suoi miracoli.
Fu l'arcangelo Gabriele, considerato messaggero di Dio tanto
dai cristiani che dai musulmani, a rivolgersi ad Ali chiamandolo
per la prima volta fatah. La leggenda vuole che l'apparizione sia
avvenuta sul campo di battaglia di Ud, nel 624, e che l'arcangelo
abbia pronunciato la frase: Non c' altro fatah che Ali e non c'
spada che la sua Dhu-l Faqar. Non v' esagerazione in queste
parole, se rapportate dal mito alla storia. Ali fu uno straordinario
combattente, anche se un pessimo politico, indeciso e contrad-
dittorio nelle sue scelte, il quale non seppe far valere alla morte
di Maometto il suo diritto alla successione. Ne derivarono con-
trasti e intrighi sanguinosi, che segnarono profondamente la co-
munit musulmana originaria, contrapponendo al genero anche
la vedova del Profeta. Coinvolti cos in una guerra fratricida, i se-
guaci di Ali si trovarono minacciati su due fronti, dagli integrali-
sti di Zobeir e dai siriani di Moawiya. Sconfissero i primi nella
battaglia detta del Cammello (656) e stavano per annientare de-
finitivamente anche i secondi a Siffin (657), quando Ali - non si
sa se per grandezza d'animo, spirito di pace o ingenuit - accett
di risolvere la questione con un arbitrato. Che diede ragione a
Moawiya, isolando Ali tra i suoi stessi seguaci, molti dei quali lo
abbandonarono per eleggere un nuovo califfo. I cavalieri fedeli
ad Ali furono cos costretti a battersi contro i loro confratelli
d'un tempo, annientandoli a Nahrawan (658) e dimostrando an-
cora una volta l'imbattibilit del loro capo sul campo. Ma il carisma 
del capo era perduto, e tre anni dopo Ali veniva assassinato,
mentre si recava a pregare nella moschea di Kufra.
Da queste contese scaturisce lo scisma che tutt'ora lacera il
mondo musulmano, contrapponendo i seguaci dell'ortodossia
originaria, cio i sunniti, ai fedeli di Ali, sostenitori del suo diritto
alla successione di Maometto, cio gli sciiti.
L'epopea del primo cavaliere islamico  alla base dell'Ordine di
Ali, costituito in et remota dai sovrani di Persia, dove il movi-
mento sciita si diffuse fin dalle origini, soppiantando ogni altra for-
ma di culto. La singolarit dell'Ordine - singolarit reale, nel sen-
so letterale del termine - consisteva nel fatto che non ammettesse 
che un unico cavaliere, nella persona dello sci, gran maestro
di se stesso. E per quanto possa apparire paradossale il caso del
cavaliere che si consacra tale da solo, del tutto estraneo agli annali 
della cavalleria occidentale, si spiega probabilmente con l'in-
tento di attribuire simbolicamente al regnante - prescindendo da
qualsiasi credibilit dinastica - una discendenza diretta dal genero 
del Profeta.
L'ultimo a fregiarsi dell'insegna di Ali, consistente in un meda-
glione con l'effigie del fatah contornata di diamanti,  stato Reza
Pahlevi, poi detronizzato da Khomeini.

L'ORDINE DEGLI ASSASSINI
Le regole spirituali della futuwat acquistano una connotazione
politica e militare in seno a quella che probabilmente  stata la
setta pi misteriosa e controversa del mondo islamico, cio l'Ordine 
degli assasi o assassini dello Shaykh al-Jabal, il Vecchio della
Montagna, in grado di estendere il proprio dominio su territori
sconfinati attraverso una strategia intessuta di macchinazioni e
di segreti. Molte analogie sono state fatte tra le societ degli as-
sasi e dei templari, caratterizzate entrambe da una stretta commi-
stione di esoterismo e progettualit politica nel conseguimento
dei propri fini. Vi sono inoltre diversi elementi che lasciano rite-
nere probabile l'esistenza di un'intesa sotterranea tra i cavalieri
del Tempio e i fatah della Montagna, volta alla elaborazione di
un sincretismo filosofico tra la mezzaluna e la croce, sul quale
fondare l'utopia della pacificazione universale.
 su questa illusione che con ogni probabilit s'infranse il pote-
re sconfinato di entrambi gli ordini, destinati ad esaurire tragica-
mente la propria storia nel breve giro di due secoli.
L'ultimo Vecchio della Montagna, Hasan II, mor pugnalato
verso la met del secolo XIII da congiurati osservanti dell'orto-
dossia islamica per avere abolito in seno all'Ordine i riti tradizio-
nali e lasciato trapelare l'essenza reale della sua dottrina. Inizi a
questo modo il declino degli assasi, perseguitati e dispersi all'ini-
zio del '300, negli stessi anni che segnavano in Europa, per una
cupa fatalit, la fine dei templari.
Le analogie tra templari ed assasi, in ogni caso, non sono esten-
sibili nemmeno in parte alle cavallerie d'oriente e d'occidente, la
cui diversit  talmente profonda da rendere ardua la ricerca di
punti di contatto. Nonostante gli sforzi di certi esegeti, soprattutto
arabi, di accomunare addirittura in un unico mito il simbolo pi
puro ed esclusivo della tradizione cavalleresca occidentale, cio
il calice del Graal, e la coppa della futuwat, oggetto semplice-
mente rituale, utilizzato per le libagioni nel banchetto iniziatico
del nuovo fatah. Il che, pi che accomunare le due tradizioni,
pone in evidenza la loro incompatibilit. N pu ravvisarsi un su-
peramento di tale dissonanza nella disinvolta propensione di
molti governanti musulmani a costituire in et moderna ordini
cavallereschi ad imitazione di quelli occidentali.

CONTAMINAZIONI E MODELLI EUROPEI
Ha predominato in questo scenario ripetitivo e convenzionale,
che non offre particolari spunti di originalit rispetto a quanto si
 detto per altre situazioni registrate al di fuori dell'Europa, l'in-
tento di onorare soprattutto gli stranieri con splendidi oggetti,
come la stella a quaranta raggi dell'Ordine di Imtiaz (Turchia,
1879), che nelle intenzioni del sultano Abdul Hamid doveva se-
gnare l'apertura di una et di deferenza ed amicizia verso i so-
vrani esteri, o l'emblema gemmato della Palma e dell'Alligato-
re (Sudan, data incerta), straordinariamente simile a quello in-
glese della Giarrettiera. Per non parlare dell'Ordine del Segno
della Gloria (Nichan-i-Iftikar, Turchia, 1831), al conferimento
del quale venivano dispensate decorazioni con un numero varia-
bile di brillanti a seconda del grado di favore accordato dal so-
vrano, che ciascun insignito poteva abbellire con l'aggiunta di al-
tre gemme a propria discrezione.
Ed  curioso rilevare che diversi di questi ordini fossero addirit-
tura interdetti ai musulmani, come quello del Leone e del Sole
(Persia, 1808), destinato a compensare esclusivamente prove di
amicizia rese da stranieri, con particolare riguardo agli ambasciatori.
La stretta somiglianza con gli ordini occidentali era inoltre ac-
cresciuta dal ricorso del sovrano, per giustificarne l'esistenza,
alla medesima necessit di premiare meriti acquisiti per i servigi
resi allo Stato o alla casa regnante. Corrispondono a tale criterio
l'Ordine dell'Osmani (Turchia, 1861), l'Ordine della Stella rag-
giante (Zanzibar, 1875), l'Ordine del Nilo (Egitto, 1923). N
mancano, in questo scenario emulativo dei fasti cavallereschi europei, 
ordini femminili a modello di quelli esistenti presso le corti 
cristiane, con fini di carit, di cultura, di promozione delle arti,
quali il Chefakat turco (1880), l'Al Kamal egiziano (1923), l'Or-
dine per le Dame persiano (1873).
Come in diversi Stati d'Europa, infine, si registra nei paesi mu-
sulmani l'esistenza di ordini riservati esclusivamente ai regnanti
tra cui parrebbero eccellere per rigore quello della Casa hussei-
nita (Tunisia, 1837) e il Collare di Fouad I (Egitto, 1936). Ma
l'aspetto pi sconcertante di questa eterogenea realt cavallere-
sca  data dagli ordini concepiti in stato di soggezione coloniale,
come la Stella d'Anjouan (isole Comore, 1870), o per celebrare
l'instaurazione di un protettorato straniero, come l'Insegna splen-
dente (sultanato di Tadjourah, 1888), in occasione dell'insedia-
mento francese. A quest'ultima categoria va indirettamente
ascritto un sodalizio di pi antica data, l'Ordine di Tunisi e di Bor-
gogna, fondato da Carlo I dopo avere sconfitto il corsaro Barbarossa,
conquistato la citt e rimesso sul trono il proprio alleato Mulay Assan.
 significativo che l'Ordine, per quanto rivolto ad onorare il
reggente islamico, venisse posto sotto la protezione di sant'Andrea, 
la cui croce ne divenne l'emblema, anche se poi qualcuno vi
aggiunse la mezzaluna.

I SAMURAI
Vi sono molte ragioni per collocare il samurai giapponese tra le
immagini guerriere che maggiormente si avvicinano a quella del
cavaliere feudale d'occidente. Anche se le differenze sono co-
munque tali da non consentire un raffronto in profondit.
Il samurai  in origine, tra l'VIII e il XII secolo, semplicemente un
soldato colono, che coltiva la terra ricevuta per meriti di guerra,
come i veterani delle legioni romane. Ed  solo verso la met del
XII secolo, con la crisi del potere imperiale e il divampare delle
lotte tra i signori locali, che il samurai lascia la terra e prende le
armi per servire con maggiore profitto un daimyo, cio un feuda-
tario, assumendo in molti casi la dignit di un vassallo. Prende
vita in tal modo una casta di soldati ereditari, il cui ruolo diventa
determinante quando l'autorit imperiale si disgrega del tutto
per concentrarsi nelle mani degli shogun, signori della guerra in-
vestiti di pieni poteri dall'imperatore stesso per avere raggiunto
il vertice della gerarchia militare. Shogun infatti non  che l'ab-
breviazione di sei-itai-shogun, cio comandante in capo contro i
barbari, titolo dispensato dal sovrano fin dall'VIII secolo a tutti i
generali che avevano combattuto contro le genti nemiche delle
isole del nord.
Si pu parlare in tal senso dell'esistenza di un antichissimo Ordine 
degli Shogun, creato dall'imperatore prima che questi suoi
generali si sostituissero a lui (senza tuttavia deporlo) diventando
a loro volta detentori di poteri dinastici.
Per comprendere lo spessore storico degli eventi legati alle im-
prese dei samurai bisogna tenere conto che l'era feudale in Giap-
pone si protrasse, dopo l'avvento degli shogun e il ridimensiona-
mento dell'imperatore a pura immagine rappresentativa, fino
alla seconda met del secolo scorso. Per cui la presenza e l'inci-
denza di questi guerrieri nella civilt nipponica furono di gran
lunga pi marcate di quanto non siano state quelle del cavaliere
nella storia d'Europa, essendo il feudalesimo occidentale delimi-
tato entro un arco di tempo incomparabilmente pi ristretto.
Bisogna inoltre considerare che, pur essendo i samurai legati a
un rigido codice d'onore detto bushido, fondato su di un giura-
mento di fedelt incondizionata al proprio signore, non v' nulla
di paragonabile in questo loro patto ai valori della cavalleria cristiana.
Esemplare in tal senso, per comprendere la differenza radicale
tra le due situazioni,  la saga dei quarantasette ronin, vassalli del
daimyo Asano Naganori, cui sono ispirati almeno una quarantina 
di drammi giapponesi.
La vicenda ha un fondamento storico, che risale al 1701, anno
nel quale Naganori, recatosi a visitare il suo shogun, viene insul-
tato da un alto funzionario di corte, tale Kira Yoshinaka. Il
daimyo replica all'offesa con un colpo di spada simbolico, feren-
do leggermente Yoshinaka. Ma lo shogun, pur comprendendo le
ragioni dell'offeso, non pu perdonargli di avere snudato l'arma in
sua presenza, quindi gli ordina di suicidarsi.
Naganori obbedisce facendo harakiri sul posto.
I quarantasette ronin, legati da giuramento di fedelt a Naganori, 
aspettarono due anni perch si creassero condizioni favore-
voli alla vendetta; quindi uccisero nella sua casa il funzionario
Yoshinaka, ne spiccarono il capo dal busto e lo posero come trofeo 
sulla tomba del loro signore.
Essendo tutto questo conforme al codice d'onore dei samurai,
lo shogun ebbe parole d'elogio per i quarantasette vassalli, ma
egualmente ordin loro di suicidarsi per chiudere un contenzio-
so che altrimenti, di vendetta in vendetta, si sarebbe trascinato
per generazioni. Ed essi obbedirono senza esitare, come il loro
signore Nagamura, facendo tutti harakiri.
Oltre a doveri di tale rigore, naturalmente, il regime degli shogun
comportava notevoli vantaggi per questa casta di guerrieri, grati-
ficati dai propri signori con benefici e poteri sempre pi estesi.
Questo stato di cose si protrasse fino al 1867, anno nel quale il
dispotismo feudale degli shogun ebbe termine per la rivoluzione
intrapresa da una nuova giovane casta di samurai con l'intento di
restituire il primato all'imperatore.
A quell'epoca l'et d'oro dei samurai era ormai conclusa da pi
di due secoli. Da quando cio gli shogun Tokugawa avevano ri-
stabilito l'ordine, nel secolo XVII, privando i samurai della loro
principale ragione di essere e trasformandoli in una casta paras-
sitaria, sempre pi chiusa, anche se attivamente coinvolta nella
gestione del potere.
Cos, con un passaggio netto e privo di gradualit dal medioevo
all'et moderna, rinacque alla vigilia del XX secolo il Giappone
imperiale, sotto lo scettro del mikado Mutsuhito (o Meiji Tenno), 
promulgatore di un programma di riforme volte ad emancipare 
la nazione dalla sua condizione feudale ed inserirla nel con-
sesso internazionale a pari dignit con le potenze occidentali.
Sorsero in tale contesto nuovi ordini cavallereschi, a imitazione
di quelli europei. Per premiare i fedelissimi che l'avevano soste-
nuto nella sua battaglia di rinnovamento, Mutsuhito costitu nel
1875 l'Ordine del Sol Levante, contrassegnato dal tradizionale
emblema nipponico del disco rosso contornato da raggi. Per fa-
vorire poi lo scambio di onori e di riconoscimenti con gli altri Stati 
fond nel 1877 l'Ordine supremo del Crisantemo, destinato a
re, principi ed eminenti personalit straniere.
Altri sodalizi vennero costituiti per compiacere la casta militare
(Ordine del Nibbio, 1890), artisti ed intellettuali (Tesoro sacro,
1888), dame di corte (Ordine della Corona, 1888, per iniziativa
dell'imperatrice Karuko). Statuti e regolamenti non si discostano 
da quelli in uso presso le pi esclusive corti d'Europa. Anche
in questo, evidentemente, nella elargizione di onori ed onorifi-
cenze, Mutsuhito volle restare fedele alla sua determinazione
d'imitare i sovrani occidentali, considerando funzionale al suo
programma di riforme l'approfondimento di ogni aspetto del vi-
vere civile, per quanto fatuo all'apparenza.

SIMBOLI E CODICI ARALDICI
L'universo della cavalleria  pervaso di simboli e segni non sem-
pre decifrabili, per accedere ai quali  necessario ricorrere a stru-
menti d'indagine inconsueti. Tra questi riveste una funzione del
tutto particolare, per quanto declassato dai profani a mero eser-
cizio estetico, lo studio di quella che per secoli fu considerata la
scienza principe per eccellenza. Vale a dire quell'arte del bla-
sone, come spiega l'araldista Goffredo di Crollalanza, che com-
pone le bizzarre divisioni dello scudo, immagina esseri fantastici,
scruta nella mitologia, nella storia, nell'archeologia, nelle mate-
matiche, nelle scienze fisiche, nel costume dei popoli, per trarne
figure e insegne, e traccia con segni emblematici sugli scudi delle
famiglie e delle citt e delle nazioni, le vicende, le appellazioni, i
titoli e le particolarit di esse, mediante un mezzo conosciuto da
tutte le genti, il simbolo, questo potente ausiliario della storia.
Si tratta insomma di una sorta di ricerca caleidoscopica tra co-
lori e immagini variamente composte, la cui combinazione su di
uno scudo produce informazioni storiche accessibili ai detentori
di un codice esclusivo, che  quello della cavalleria e dell'araldica.

LA SCIENZA DEL BLASONE
Il complesso delle figure emblematiche e dei segni riuniti sugli
scudi araldici rappresenta il blasone, che nel lessico cavalleresco
indica anche la scienza che ha per oggetto di nominare, spiega-
re e disporre codeste figure o pi semplicemente, com' spiega-
to nella Grammatica araldica del Tribolati, l'arte di descrivere le
armi gentilizie. Ne deriva una forma di comunicazione univer-
sale, regolata da norme ancorate a tradizioni secolari, in grado di
produrre un linguaggio di rara efficacia semiotica. Un linguaggio
che ebbe la cavalleria per autore, il bisogno per movente, il tro-
feo per iscopo, i tornei e le crociate per occasione, la battaglia
per culla, l'armatura per campo, il disegno per mezzo, il simbolo
per ausiliare, il creato per materia, l'ideografia per concetto, il
blasone per conseguenza. Cos s'ingegna di definire questa in-
solita disciplina, creativa ma vincolata a tecniche precise, l'aral-
dista Goffredo di Crollalanza nel suo trattato di fine '800 Genesi
e storia del linguaggio blasonico.
Leggenda e storia tramandano emblemi di et remota, come le
figure che decoravano gli scudi dei prodigiosi eroi omerici, ma
anche di et classica, come la farfalla e il granchio delle insegne
di Cesare, significanti la velocit e la lentezza indispensabili per
realizzare una brillante azione militare, il leone di Pompeo, la
sfinge di Augusto, il toro di Seleuco, la rana di Mecenate, il dra-
go di Epaminonda. Ed anche le genti e le citt inalberavano
stemmi: Atene la civetta, Babilonia la colomba, Tebe la sfinge, i
persiani l'aquila d'oro oppure il sole, i macedoni la clava, gli ar-
cadi la luna, i galli di Vercingetorige l'allodola. Ma solo con l'av-
vento della cavalleria feudale e il consolidarsi di poteri ereditari
si posero le premesse perch l'araldica potesse divenire scienza, 
instaurando un sistema di regole rigorose, volte a garantire
attraverso la lettura degli emblemi un'identificazione complessa
di ciascuna famiglia d'Europa. Con riferimenti alle sue preroga-
tive, ai suoi domini, ai suoi rapporti con le altre casate. La neces-
sit di rendersi riconoscibili ad amici e nemici fu avvertita soprat-
tutto con le crociate, quando ciascun signore, approdato in terre
lontane con una moltitudine di altri cercatori di gloria e di avven-
tura, sent l'urgenza di ostentare un segno che lo distinguesse.
Nacque cos il blasone in quanto segno di riconoscimento, cos
chiamato dal tedesco blasen, cio soffiare, in riferimento
all'uso degli araldi di suonare il corno nei tornei per invitare i
contendenti a mostrarsi con le proprie insegne.
Il primo simbolo araldico in senso per cos dire moderno fu la
croce esibita in Terrasanta sugli scudi: azzurra per i cavalieri pro-
venienti dall'Italia, bianca per i francesi, nera o arancione per i
tedeschi, rossa per gli spagnoli, verde per i sassoni, giallorossa
per gli inglesi. Ed oltre che per il colore, le croci si distinsero pre-
sto per la variet della forma. Si ebbero cos, per citare solo le pi
comuni, la croce ramponata, la gigliata, la biforcata, la
mulinata, la patente, la fitta, la nodosa, la doppia o
patriarcale, la tripla o papale, la raggiata, la teutonica
la latina, la greca, la trifogliata, l'uncinata, la serpenti-
fera, la cordonata, la ricrocettata e via dicendo. Ma la croce 
non bastava, da sola, per distinguere ciascuna famiglia. Si
and perci diffondendo l'uso di adottare immagini che in qual-
che modo richiamassero alla mente i nomi: una colonna per i Colonna, 
un orso per gli Orsini romani e gli Orseoli di Venezia, un
gambero per i Gambara di Brescia, delle pentole per Pignatelli
di Napoli, un bue per i Vitelleschi, un profilo costiero per i Co-
stanzo, un noce per i Nogaret ed una felce per i Fougers di Fran-
cia, un diavolo per i Teufel tedeschi, una chiesa per i Gleijeses,
napoletani originari delle Fiandre, il cui nome evoca appunto
una iglesia. N mancarono immagini volte ad evocare un'azione,
come il cane che addenta l'osso per i Canossa e i cervi in corsa -
incalzati dal cacciatore - per gli Incalzi di Puglia.

LE ARMI PARLANTI
Per la loro espressivit diretta ed immediata, volta a rappresen-
tare per immagini una parola, questi blasoni furono detti armi
parlanti. La loro potenzialit semantica and ulteriormente af-
finandosi con l'adozione di colori destinati a sottolineare uno
stato d'animo, un carattere, un attributo qualsiasi del cavaliere:
la purezza e la fede con il bianco, la speranza e l'ardore con il verde, 
la malinconia con il nero, l'urgenza di vendetta con il rosso, la
ricchezza e gli onori con l'oro, la passione d'amore con l'argento,
la magnanimit con il turchino, secondo una serie di convenzioni
spesso mutevoli, destinate a generare col tempo i cosiddetti 
colori propri di determinati casati.
Ebbero cos origine il verde fosco dei conti di Fiandra, il rosso
dei duchi di Borgogna, il bianco dei principi di Lorena, fino
all'azzurro dei re di Francia.
L'interpretazione dei segni distintivi di ciascuna famiglia, come
la loro creazione, esul ben presto dall'ambito esclusivamente ar-
tistico per acquistare la dignit di una dottrina scientifica in con-
tinuo divenire, alla cui elaborazione furono chiamati specialisti
dei settori pi disparati della conoscenza.
Contribuisce in maniera determinante all'affermazione di tale
dottrina l'adozione delle armi parlanti, generalmente colloca-
ta dagli storici nell'arco del XII secolo, cio nel pieno dell'evolver-
si della creativit araldica. Che secondo la classifica pi comune-
mente accettata dagli esperti - elaborata dal visconte di Magny
nella sua Science du blason - si articola in cinque fasi storiche:
origini e primo impiego dei segni e dei colori tutt'ora in uso, non
anteriore al secolo decimo; ricorso alla raffigurazione simbolica, nel
secolo XI; invenzione delle armi parlanti, nel secolo XII; acqui-
sizione del principio della stabilit ed ereditariet di tutte le
armi in generale, a partire dal XIII secolo; instaurazione definiti-
va di un codice per la trasmissione dei titoli sulla base di rigorose
provanze di nobilt, nel XIV secolo.
Elemento determinante nell'ambito di questa evoluzione fu il
diffondersi delle occasioni d'incontro e di confronto, non soltan-
to in guerra ma nelle cerimonie civili e nei tornei, che accrebbe
nelle diverse famiglie l'ambizione di farsi riconoscere attraverso
stemmi sempre pi elaborati, tendenti ad indicare non soltanto un
nome ma le imprese, i fasti, le glorie attribuibili a quel nome. Ai
tratti onginari delle armi parlanti, quindi, se ne aggiunsero altri
con lo scopo d'illustrare la fama e il retaggio storico della famiglia.
Si ricorse alla raffigurazione di piante secolari che simboleggia-
vano l'antichit delle radici, a torri merlate per indicare possedi-
menti e conquiste, ad animali d'ogni specie per trarne le pi lam-
biccate metafore, ma anche a mostri mitologici e chimere, a cor-
pi astrali, a pietre dure o preziose, a soggetti tratti dalle insegne
dei nemici battuti, ed a quanti altri stratagemmi la fantasia degli
araldisti potesse immaginare. Si pensi, per averne un'idea, a
quante diverse forme d'espressione potesse dare luogo un unico
animale araldico, come ad esempio il leone, tra i pi popolari di
tutti. Poteva essere raffigurato in posizione di riposo o all'atto di
balzare, disteso o rampante, alato, ruggente, coronato o con il
capo sovrastato da un elmo, con la criniera stilizzata in varie fog-
ge oppure scomposta, con l'artiglio proteso o ritratto, le fauci
spalancate o serrate, armato di spada come quello di San Marco
o di scimitarra come quello di Persia, con scettro, con collare
con il globo ed altri segni della regalita, con una o pi teste, con
il corpo che si tramuta in drago, pesce, grifone o qualsivoglia mo-
struosit. Come l'aquila, del resto, e ogni altra creatura del be-
stiario araldico. Ciascuna delle quali portatrice di un suo specifi-
co messagglo: la salamandra per la presunta resistenza al fuoco
la remora per la mitica capacit di rallentare la navigazione dei
grandi vascelli, l'istrice per la prontezza difensiva dei suoi dardi
il cigno per la nobilt del suo canto finale, la fenice per la rinasci-
ta dalle proprie ceneri, il pellicano per la sua vocazione a nutrire
della sua stessa carne la prole, la vipera per il suo morso letale, il ca-
storo per la diceria secondo la quale soleva strapparsi i genitali pur
di non farsi catturare dal cacciatore.

LA MEMORIA STORICA
Moltiplic i significati racchiusi nel blasone l'adozione di divise 
o motti di varia ispirazione, talvolta ermetici, tal altra com-
memorativi, allusivi, didascalici. Alle originarie armi parlanti ed
a quelle simboliche se ne aggiunsero presto altre di pi com-
plesso significato, che nella Veritable art du blason del Menestrier
sono raggruppate in sei specie fondamentali: armi di dominio,
proprie dei regni e degli Stati sovrani; di dignit, indicative di
una carica; di concessione, derivanti da una investitura; di pa-
dronanza, aggiuntive di nuovi titoli a quello principale; di co-
munit, distintive di un ordine, di una citt o di una fede; gen-
tilizie, cio familiari in senso tradizionale.
Altre se ne aggiunsero in funzione di nuovi messaggi, volti a
rendere sempre pi esteso e completo il significato desumibile
da ogni stemma, quali ad esempio le armi di alleanza, contenen-
ti i quarti degli avoli, quelle di successione, trasmesse in man-
canza di un erede del sangue, di sostituzione, acquisite da una
famiglia estinta, e di assunzione, aggiunte al proprio blasone in
ricordo di un'impresa.
Indipendentemente dai significati, poi, ciascun blasone fu detto
in ragione della sua struttura visiva semplice o composto, a
seconda se comprensivo di uno o pi stemmi, piano o carico, 
se illustrato da una sola o svariate figure, colori, elementi.
Ebbero il sopravvento, in questa giostra della fantasia, le scelte
rivolte ad evidenziare azioni effettivamente compiute per la-
sciarne memoria alla posterit. Le famiglie che avevano parteci-
pato alle crociate aggiunsero allo stemma la mezzaluna, i Colonna 
e i Doria le insegne tolte ai turchi nella battaglia di Lepanto, i
Comanes di Spagna un re moro incatenato per ricordare la presa
di Cordova, i Montmorency sedici uccelli per indicare altrettanti
trofei strappati al nemico sul campo, i Visconti un emblema sara-
ceno raffigurante una serpe che divora un uomo. Cristoforo Co-
lombo, insignito del titolo di ammiraglio del Mare Oceano, si
fregi di un globo terrestre d'oro sormontato dalla croce, emblema 
riassuntivo della scoperta, della ricchezza e della catechizza-
zione (lui non poteva immaginare quanto sanguinosa) seguita
alla conquista.
Divenne d'uso comune, inoltre, registrare sugli stemmi matri-
moni, alleanze, unioni e spartizioni di beni, mediante accorpa-
menti e frazionamenti destinati a dare nel blasone testimonianza
visiva delle grandi mutazioni dinastiche e territoriali. Per farlo fu
necessario elaborare un accorto sistema d'incastro e sovrapposi-
zione di spazi geometrici denominati in linguaggio araldico
quarti, bande, pali, fasce, sbarre.
Dalla loro commistione nacquero figurazioni intricate, quali la
inquadratura in squadra, il contrinquarto, lo spaccato a tri-
foglio, la interzatura in pergola, pi tutta una serie di varianti
dovute a partizioni, trinciature, tagli, merlature, cos vasta e
complessa da rendere necessaria nell'ambito dell'araldica un'ul-
teriore specializzazione, detta della brisura dal francese briser,
cio rompere, spezzare, frantumare.
A quali effetti potessero portare queste alterazioni del blasone
per l'introduzione di nuovi emblemi lo si pu evincere ai giorni
nostri dallo stemma britannico, che riunisce intorno al leone im-
periale il liocorno argentato di Scozia, il leopardo d'oro d'Inghil-
terra, il drago di San Giorgio - protettore della cavalleria e della
Giarrettiera - pi innumerevoli altri simboli. Ancora pi intricato 
nella molteplicit dei suoi segni appariva quello dell'impero
austroungarico, che inquartava intorno all'aquila bicipite asbur-
gica gli aquilotti mutilati dei Lorena (senza becco e senza artigli
per indicare i nemici sottomessi), la croce patriarcale sul triplice
colle verde d'Ungheria, la martora saltellante tra i due fiumi ar-
gentati della Schiavonia, i sette castelli rossi della Transilvania,
le corone di Galizia, la pantera rampante della Stiria, l'aquila
con verga e trifoglio del Tirolo, i leoni neri della Carinzia, il te-
schio di cinghiale della Serbia, i ferri di cavallo della Rascia, pi
una miriade di riferimenti iconografici a pretese territoriali verso
paesi un tempo posseduti, quali la Spagna, le Indie, la Sicilia e il
regno di Gerusalemme. Ma il primato della complessit andava
certamente, sul finire del secolo scorso, al re di Prussia e impera-
tore di Germania, che riuniva in un unico blasone cinquantasei stemmi.

COMUNI E CORPORAZIONI
Le contingenze della storia fecero s che, per quanto regolata
da un codice rigido, apparentemente inadeguabile a nuovi sce-
nari, l'araldica non restasse per lungo tempo retaggio esclusivo di
una classe. L'avvento del Comune come entit rappresentativa
del popolo nella sua unit impose la necessit di contraddistingue-
re le citt e le organizzazioni cittadine con propri stemmi, perve-
nuti fino ad oggi con tutto il loro carico di significati. E spesso si
tratt di armi parlanti alla maniera di quelle delle grandi fami-
glie, come per il toro di Torino, il pesce di Pescia, il monte sor-
montato da un catino di Montecatini. Ma il pi delle volte pre-
valse il ricorso alle croci ed al consueto bestiario araldico, come
dimostrano i leoni di Venezia e di Firenze, la lupa di Roma, la si-
rena di Napoli, gli orsi di Berna e di Sangallo.
Agli stemmi delle citt si sovrapposero quelli dei quartieri, ed
anche il popolo minuto tenne a distinguersi, acquistando co-
scienza dei propri diritti, in funzione della sua specificit sociale
e produttiva. Il che avvenne attraverso le corporazioni e le altre
societ rappresentative delle diverse categorie cittadine, che
inalberarono come insegna i propri utensili da lavoro.
Le grandi mutazioni storiche e l'avvicendarsi di valori diversi
nella societ umana hanno privato i simboli del loro significato,
riducendoli a pura apparenza. La lettura, tuttavia, dei segni ri-
portati sulla superficie di uno scudo rimane ancora, per chi  in
grado di decifrarne la testimonianza, un efficace sistema per
orientarsi nelle nebbie del tempo.
Il blasone non  la storia, per ne  l'illustrazione: come la
mente non  l'anima, ma la manifestazione dell'anima. Il suo
linguaggio si pu dire strano, se volete, ma preciso e universale
quanto quello dell'algebra e della geometria. Pu in conclusio-
ne rappresentare un utile contributo per risalire il filo della me-
moria storica senza sacrificare all'esigenza comunque preminente 
della verit la suggestione del mito.

LA LETTERATURA CAVALLERESCA
La letteratura  essenziale quanto la storia - secondo alcuni pi
della storia, data l'insufficienza dei documenti d'archivio - alla
conoscenza della cavalleria.  di questo avviso il pi autorevole
storico della cavalleria del secolo scorso, Jacques Flach (1846-1921), 
secondo il quale i poemi epici francesi costituiscono la
base per scoprire quello che fu il movente dell'istituto.
Per quanto superata dai metodi storiografici contemporanei,
questa convinzione che la letteratura potesse costituire lo spec-
chio della vita reale  indicativa della visione romantica che ca-
ratterizz nei secoli passati la ricerca intorno al fenomeno cavalleresco.
In questa direzione si erano rivolti nella prima met dell'800 gli
studi di Friedrich Diez (179~1876) e Claude Fauriel (1772-1844)
sulla poesia trobadorica, le canzoni di gesta e i romanzi cortesi,
intendendo tali opere come testimonianza diretta della cavalleria.
Affianca e sostiene questa tesi il poeta Giosu Carducci, che
scandisce la storia della cavalleria in tre fasi, ciascuna delle quali
connotata da una specifica manifestazione letteraria:
1. l'et eroica e religiosa, coincidente con la prima crociata, che
si riconosce nella poesia epica del ciclo carolingio;
2. l'et avventurosa e galante, nella quale si pone come dovere
fondamentale la difesa dei deboli e principalmente della donna,
che trova espressione nella poesia trobadorica e nei romanzi del
ciclo bretone, dove il culto della dama trionfa in modo tale da
trasfigurarne la fragilit in potenza;
3. l'et della decadenza e della fredda imitazione di modelli
passati, che segna il passaggio dal Medioevo al Rinascimento,
contrassegnata da episodi come quello riportato da Franco Sacchetti 
nel Trecentonovelle (1392) sulla visita di Carlo V a Bologna,
nel corso della quale l'imperatore, infastidito dal caldo e dalla
ressa, fece cavalieri in massa i cittadini che lo acclamavano (Non
puedo mas... Estote milites, todos, todos...: Non ce la faccio pi...
Siate cavalieri, tutti, tutti...).  un'epoca, quest'ultima, che trova
riscontro letterario nel Don Chisciotte di Cervantes (1605) e nel
poema eroicomico di Alessandro Tassoni La secchia rapita (1622).

I TROVATORI
Per definire storicamente la cavalleria, spiega Carducci, si deve
ricorrere alla letteratura che produsse, dato che non si tratt di
una istituzione vera e propria, ma piuttosto di un complesso
raffinato di costumi e delle opinioni che dominavano nella socie-
t feudale, un ideale di perfezione morale sociale e militare a cui
si poteva aspirare liberamente e prendevasi pi o meno sul serio
secondo le varie condizioni dell'anima e della vita propria.
In quest'ottica va considerato l'intreccio tra fantasia letteraria e
realt storica, badando tuttavia a non confonderne i relativi pa-
rametri: Non che nell'et di Carlomagno e tanto meno del miti-
co Art la Cavalleria esistesse, chiarisce a scanso di equivoci il
poeta, ma ambedue le et furono foggiate "cavallerescamente"
per quel bisogno che ogni istituzione ha di porre il suo ideale in
un tempo pi o meno da s remoto.
La lontananza dell'ideale da raggiungere  del resto un elemen-
to ricorrente a tal punto, nella letteratura trobadorica tra il seco-
lo XI ed il XIII, da imporsi anche nell'amore. I trovatori provenzali
affermano esplicitamente di temere pi d'ogni altra cosa la rea-
lizzazione dei propri desideri, come se da ci dovesse derivare la
fine del sogno.
Ne deriva un'esaltazione appassionata dell'amor londhana: la
donna perfetta  quella irraggiungibile. Il trovatore Sordello da
Goito, italiano di lingua provenzale, descrive con tale slancio
l'estasi dell'amore irrealizzato, nel '200, che il suo amico Bertran
d'Alamon lo crede pazzo. Ma la medesima ebbrezza di solitudine 
era gi stata espressa con identico trasporto, un secolo prima,
dal principe dei trovatori provenzali Jaufr Rudel, perdutamente 
innamorato della mai veduta contessa di Tripoli.
L'ideale cavalleresco s'inserisce in questa visione riproponendo
nell'amore le stesse caratteristiche del rapporto feudale di vas-
sallaggio. L'universo sentimentale del cavaliere  contiguo a
quello sociale: entrambi presuppongono uno stato di sottomis-
sione - alla dama come al sovrano - ed un servizio da compiere.
I trovatori, d'altro canto, sono in prevalenza nobili o comunque
legati all'ambiente cortigiano. Ne trasfigurano poeticamente il
modello, producendo una letteratura di classe, com' stato det-
to in epoca recente. Il concetto era tuttavia chiaro fin dalle origi-
ni, essendo questo il significato della primitiva definizione di
letteratura cortese, cio di corte.
Ma l'ideale cortese non costituisce che un aspetto della lettera-
tura cavalleresca, insufficiente da solo a esprimere l'essenza del
fenomeno cui si riferisce. Per poterne avere una cognizione com-
pleta bisogna tenere conto dello spirito eroico espresso dalle
canzoni di gesta, animate da toni austeri del tutto contrastanti
con l'aura gentile dei romanzi cortesi.
 per questo che qualsiasi tentativo d'indagare mito e realt
della cavalleria attraverso fonti esclusivamente letterarie non
pu prescindere da un'analisi complessiva dei diversi modelli
d'ispirazione.
Da un lato vi sono le saghe eroiche di Orlando e di Oliviero, di
Uggeri, di Rinaldo, di Guglielmo d'Orange e degli altri cavalieri
che incarnano l'idea del conflitto tra civilt contrapposte
dell'inesauribile confronto tra cristiani e musulmani. Dall'altro
ci sono i protagonisti di imprese egualmente eroiche ma avulse
da uno scenario politico delimitato: Lancillotto, Percival, Galvano 
e gli altri cercatori del Graal agiscono al di fuori di un con-
testo storico riconoscibile, non combattono per uno schieramento 
contro un altro, ma per l'affermazione di quei valori nei quali
si riconoscono in maniera del tutto personale.

CANZONI DI GESTA E ROMANZI CORTESI
Carlo Magno e i suoi paladini, per quanto trasfigurati dalla leg-
genda, corrispondono a una realt storica ben definita, espri-
mendo in termini letterari lo spirito della crociata, schematica-
mente raffigurato nelle canzoni di gesta. Art e la Tavola Ro-
tonda non sono trasfigurabili nella leggenda, perch gi leggen-
da essi stessi, destinati ad esprimere letterariamente lo spirito
cortese dell'affermazione individuale.
I poemi epici francesi denominati canzoni di gesta sono circa
un centinaio, il cui nucleo pi arcaico risale alla fine del secolo XI.
Ne fanno parte la Canzone di Orlando, la Canzone di Guglielmo,
il Pellegrinaggio di Carlo Magno ed altre storie inizialmente scritte 
per essere recitate pi che lette. Subentrano nei secoli succes-
sivi innovazioni sia d'ordine formale, come l'introduzione della
rima o la versione in prosa, che di contenuto, come l'immissione
di temi amorosi congeniali alla societ cortese.
L'itinerario della letteratura cortese dall'originaria Provenza
all'Europa intera comincia invece con l'ascesa di Eleonora
d'Aquitania ai troni di Francia (nozze con Luigi VII, nel 1147) e
d'Inghilterra (nozze con Enrico II Plantageneto, nel 1152, dopo il
ripudio del primo).
Considerata la maggiore personalit femminile della storia po-
litica e letteraria del suo tempo, Eleonora costitu le mitiche
corti d'amore, imponendo codici di comportamento senti-
mentale che entrarono nel costume cavalleresco accanto ai valori 
tradizionali, contribuendo ad una sua sensibile trasformazione.
Sia in Francia che in Inghilterra la corte di Eleonora divenne il
principale centro di vita e letteratura cortese, dando respiro eu-
ropeo ad una tradizione poi continuata dalle figlie divenute con-
tesse di Blois e di Troyes. E alla corte di quest'ultima prese corpo
definitivo, ad opera di Chrtien de Troyes, considerato il mag-
giore poeta medievale prima di Dante, il romanzo cortese ver-
sificato in francese antico, animato dalle figure intorno alle quali
si  poi tentato di costruire nei secoli l'identit del cavaliere
esemplare.
L'opera complessiva di Chrtien de Troyes comprende cinque
romanzi dedicati agli eroi bretoni (Lancillotto, Percival, Ivano
eccetera) e un paio di canzoni alla maniera dei trovatori, ch'era
quanto mai composita e varia.
A seconda del soggetto e dello stile, infatti, i canti trobadorici si
dividevano in plahn (lamento in morte di un eroe), tencons (dispute 
poetiche a pi voci su di un medesimo argomento), sirventes
(canti di servitori),pastourelles (canti pastorali e galanti), ballads
(versi per danze) e romances (canzoni a base narrativa), ma la ca-
ratteristica essenziale, per quanto concerne la cavalleria, fu l'af-
fermazione del principio che l'individuo potesse acquisire nobilt 
attraverso l'amore, indipendentemente dalla realizzazione di
eroiche imprese.
 questo il dato che appare con maggiore evidenza nei versi di
Jaufr Rudel, di Moniot d'Arnes, di Raimbaut de Vaqueiras, di
Thibaut de Champagne, di Blondel de Nesle e di tanti altri trova-
tori (o trovieri, se operanti nella Francia settentrionale, al di fuori
dell'influenza provenzale).

MINNESANG TEDESCHI E FAVOLELLI ITALIANI
In Germania, dove la poesia cortese viene diffusa alla fine del
secolo XII dai trovieri, pi vicini dei trovatori meridionali allo spi-
rito tedesco, i loro canti vengono definiti Minnesang, cio can-
zoni dell'amore sublime. Il poeta Meinloh von Sevlingen, ini-
ziatore del genere in lingua tedesca, introduce il termine Diest
(servizio) per indicare la funzione di queste canzoni, che ven-
gono quindi chiamate anche Minnediest, vale a dire servizio
dell'amore sublime. Dividono con Meinloh la paternit di que-
sto nuovo genere in Germania i poeti lirici Kurenbere e Dieter von Aist.
Allo stesso modo in cui il cavaliere era servito e accompagnato
dallo scudiero, il trovatore si avvaleva di un esperto musicista, il
giullare o jongleur, diretto discendente del joculatores e dei mini-
stellae latini, che cantavano nelle piazze e nei trivii. Oltre ad ac-
compagnare musicalmente il poeta, ed a seguirlo presso le varie
corti, il jongleur riceveva in molti casi il compito di diffonderne il
repertorio nei suoi vagabondaggi. La sua attivit diveniva in que-
sti casi autonoma, e contribuiva all'esportazione della poesia tro-
badorica fuori della Francia.
Si deve prevalentemente a giullari e menestrelli la divulgazione
a carattere popolare, oltre che cortigiano, delle canzoni d'ispira-
zione amorosa e cavalleresca, attraverso racconti verseggiati detti 
in Italia favolelli, di qualit meno preziosa della lirica trobado-
rica ma pi congeniale al grande pubblico.
Molte corti italiane accolsero i portatori di questo nuovo messag-
gio poetico.
Trovatori e giullari furono ospitati con grande magnificenza dai
marchesi del Monferrato, dai Malaspina in Lunigiana, dagli
Estensi nella Marca trevigiana, dai conti di San Bonifacio e dai
signori di Romano. Ad alcuni di essi furono conferiti titoli nobi-
liari e prebende. Tocc questa sorte a Raimbaut de Vaqueiras, figlio 
di nobili decaduti, che venne armato cavaliere dal marchese
Bonifacio del Monferrato e part al suo seguito nel 1202 per la
quarta crociata. Lo stesso onore era toccato in Germania a
Meinloh, fatto cavaliere da Enrico VI a Magonza durante la 
Pentecoste del 1184.
Era uso comune tra questi poeti cavalieri usare il termine domnejar 
(che potremmo tradurre correttamente donneggiare)
per esprimere l'intimit con il proprio signore: Ho donneggiato
con voi, canta Raimbaut all'indirizzo di Bonifacio, intendendo
in tal modo di avere diviso con lui la passione per le donne, ovvero 
la pi forte delle debolezze.

ARIOSTO, TASSO, BOIARDO E PULCI
Tanto al romanzo cortese che alle canzoni di gesta si rifan-
no i grandi poemi rinascimentali che segnano la ripresa dell'epica
cavalleresca nel '500, Nell'Orlando furioso (1516-1532) del-
l'Ariosto come nella Gerusalemme liberata (1565-1575) del Tasso 
sono presenti a livello di altissima poesia lo spirito di crociata
e quello d'amore, l'idea eroica del conflitto tra popoli e il grovi-
glio di sentimenti, passioni, gelosie.
Precedono e annunciano questa rinascita letteraria il romanzo
in versi Meliador di Froissart, che riprende nel 1388 la cornice ar-
turiana per inserirvi avventure di nuova invenzione, e alcuni
compendi di storie desunte tanto dal ciclo bretone che da quello
carolingio. Appartengono a quest'ultimo genere un resoconto
romanzesco della storia della Britannia fino alla morte di Art,
compilato nel 1391 per la biblioteca di Luigi II di Borbone, e una
versione in prosa delle leggende di Carlo Magno nel 1454, poi
tradotta in inglese da Lord Berners con il titolo The Boke of Duke
Huon of Bordeaux. V' poi da ricordare il romanzo La morte
d'Art (Le Morte D'arthur), pubblicato nel 1485 da Caxton e ri-
tenuto anonimo fino al 1934, anno in cui la scoperta del mano-
scritto originario permise d'identificarne l'autore in Thomas
Malory, gentiluomo e bandito coinvolto nella guerra delle Due
Rose, che l'avrebbe scritto in prigione poco dopo la met del secolo XV.
Gli antesignani della fioritura epica in Italia esprimono stili ed
intenti diversi, riconducibili a tre opere principali: I Reali di Fran-
cia di Andrea da Barberino (fine '300), compendio narrativo di
sei libri ricavati dalle leggende di matrice carolingia; l'Orlando
innamorato di Matteo Maria Boiardo, scritto tra il 1476 e il 1483,
poema di tono leggero ed elegante, che ha la particolarit di fon-
dere elementi carolingi e bretoni in un intreccio comune; il Morgante 
Maggiore di Luigi Pulci (1478), poema d'intento parodistico, 
volto a ridicolizzare le imprese cavalleresche esagerandone
gli aspetti prodigiosi.
Non esistono opere rilevanti di letteratura cortese in Italia pri-
ma dei Reali, tranne rifacimenti e traduzioni dalle canzoni di
gesta, alle quali probabilmente apparteneva il libro galeotto
citato da Dante nell'Inferno come elemento scatenante della
passione di Paolo e Francesca.

DAL CID A DON CHISCIOTTE
Una particolarit nell'ambito della letteratura cavalleresca 
costituita dall'epica spagnola, che senza rifarsi alla tradizione ca-
rolingia n a quella bretone attinge ai grandi temi della reconqui-
sta iberica, partendo dal gi citato Cantar de mio Cid (1140), pri-
mo documento poetico sul conflitto che per secoli contrappose
mori e cristiani di Spagna. Tra i poemi e i resoconti immediata-
mente successivi al Cantar ricopre un particolare rilievo storico
la Cronica Najarense (1160), che riunisce le storie relative ai primi 
re di Castiglia. Ma la fioritura letteraria pi intensa si ha tra i
secoli XIV e XV, nel corso dei quali nascono i cosiddetti Romances
Vijecos, repertorio storico e poetico di eventi del passato.
Un romance di straordinario interesse per il rapporto che stabili-
sce tra letteratura spagnola e canzoni di gesta  stato scoperto
soltanto di recente a Pamplona. Ha per titolo Roncesvalles e s'ispira 
alla strage dei paladini di Carlo Magno riportando il lamento
del re per la morte di Rolando.
Ma l'opera che conferisce alla letteratura spagnola una sua ini-
mitabile peculiarit per quanto concerne l'immaginario cavalle-
resco  certamente il Don Chisciotte (1605-1615) di Cervantes,
che pone la decadenza della cavalleria al crocevia tra realt e so-
gno, esaltandone le illusioni all'atto stesso di smascherarle. Se,
infatti, il fine dichiarato del romanzo  quello di far venire in
uggia alla gente le false e stravaganti favole dei libri cavallere-
schi, il risultato che ne deriva  un'esaltazione del tessuto fanta-
stico di questi ultimi, recuperato con ironia e tenerezza in un
contesto di straordinario spessore narrativo. Nonostante i suoi
toni demistificatori della cavalleria, infatti, il Don Chisciotte  a
tutti gli effetti un romanzo cavalleresco, tecnicamente fedele ad
una struttura tradizionale, che prevede una continua intersezione 
tra le avventure del protagonista - ordinate in precisa succes-
sione temporale - ed altre storie. Il Don Chisciotte  insomma
una ingegnosa invenzione che non ha precedenti n epigoni,
nella quale sono compendiati con armonia impareggiabile quei
tratti della letteratura cavalleresca che cos l'autore stesso riassu-
me: epico, lirico, tragico, comico, con tutte le qualit contenute
nelle gentili e piacevoli arti della poesia e dell'eloquenza.

EROI ROMANTICI: IVANHOE E FIERAMOSCA
Un'ultima fioritura letteraria sui temi cavallereschi, dopo la de-
cadenza di cui fu geniale testimonianza il Don Chisciotte, si ha sul
finire del '700, come reazione forse al razionalismo imperante,
ma anche per l'obiettiva congenialit del genere ai gusti roman-
tici dell'epoca, soprattutto in Inghilterra.
Diedero impulso a questa letteratura di ritorno le Letters on
Chivalry and Romance di Hurd (1762), alle quali seguirono ri-
stampe di antichi testi e ricerche storiche di taglio romanzesco
intorno alla realt medievale. Ne deriv un filone letterario
ch'ebbe il suo esponente pi rappresentativo in Walter Scott, cui
arrisero fama e fortuna con il popolarissimo ciclo di Waverley ed
altri autentici best-sellers, quali Ivanhoe (1820) e Quentin Durward 
(1823). Ed  significativo che la propensione di sir Walter
Scott per il racconto cavalleresco sia emersa solo in seguito a un
prolungato esercizio poetico intorno ai temi cortesi, contrassegnato 
da composizioni come Il lamento dell'ultimo menestrello (1805) 
e La signora del lago (1810).
Al di l comunque dell'invenzione lirica e narrativa, il mondo
cavalleresco fu oggetto di ricerca storica ed approfondimento
saggistico da parte di sir Walter Scott, autore tra l'altro di un 
Essay on the Chivalry (Saggio sulla cavalleria).
A queste ricerche si ricollega l'ispirazione di Lord Alfred Tennyson 
per i suoi Idilli del re, la serie di poemi narrativi sulla leg-
genda d'Art scritti nell'arco di trent'anni, dal 1859 al 1889, che
rappresenta l'opera pi completa della sua maturit.
Si ha riscontro in Italia di questo rinnovato interesse ottocentesco 
per il mondo della cavalleria dal successo di opere narrative
come l'Ettore Fieramosca di Massimo D'Azeglio (1833) e La battaglia 
di Benevento di Francesco Domenico Guerrazzi (1836), ma si tratta 
di romanzi storici nei quali l'intento patriottico risorgimentale 
prevale - principalmente nel Fieramosca - sulla suggestione cavalleresca.

CRONOLOGIA
495. Vittoria dei franchi di Clodoveo sugli alamanni a Tolbiac, e conversione cristia-
na di tremila soldati. Inizia la metamorfosi del guerriero tribale in cavaliere.
516. Ipotesi leggendarie del monaco Pierre Helyot fanno risalire a questa data l'isti-
tuzione della Tavola Rotonda. Ipotesi storiche indicano Artus o Artur come un
capo delle trib cimbre in lotta con gli anglosassoni all'inizio del VI secolo.
622. Gli arabi guidati dall'emiro Tarik invadono la Spagna approdando nel punto
che verr battezzato Monte di Tarik, cio Gibilterra.
624. Ali, genero di Maometto, viene proclamato primo cavaliere dell'Islam dal-
l'arcangelo Gabriele, dopo la battaglia di Ud.
638. Il califfo Omar conquista Gerusalemme.
656. Battaglia del Cammello, tra musulmani di diverse fazioni. Ali sconfigge gli in-
tegralisti di Zobeir.
711. La penisola iberica  interamente in mano agli arabi, che vi insediano i loro
califfati.
718. Si costituisce sui monti delle Asturie il primo regno cristiano di Spagna, retto
dal pastore Pelajo.
732. Il re dei franchi Carlo Martello ferma gli arabi a Poitiers.
778. Eccidio di Roncisvalle. Il paladino Orlando  massacrato con la retroguardia
franca dai baschi, poi divenuti nella leggenda saraceni.
800. Natale, con l'unzione imperiale di Carlo Magno la cavalleria esce dalla leggen-
da ed entra nella storia.
842. Gli arabi nel sud dell'Italia. Occupano Taranto e Messina.
892. Si conclude la conquista araba della Sicilia.
900. ca. Inizia la conversione cristiana della Scandinavia. Molte trib pagane si ri-
fugiano in Islanda.
970. I cristiani di Spagna costituiscono la contea di Castiglia, che diverr regno nel 1157.
1076. I turchi selgiucidi conquistano Gerusalemme.
1094. Il leggendario Cid toglie agli arabi la citt di Valenza.
1095. Urbano II indice la prima crociata a Clermont-Ferrand.
1095. Partono a scaglioni diversi Pietro l'Eremita (crociata dei pezzenti),
Goffredo di Buglione, Raimondo di Tolosa e gli altri condottieri 
cristiani (crociata feudale o dei baroni).
1097. Penetrazione crociata in Asia minore. Riconquista di Nicea, che 
viene restituita all'imperatore Alessio e vittoria di Dorileo.
1098. Assedio e presa di Antiochia. Costituzione delle contee di Edessa e 
di Tripoli.
1099. I crociati conquistano Gerusalemme al comando di Goffredo di Buglione,
che assume il titolo di Avvocato del Santo Sepolcro e costituisce l'omonimo
ordine gerosolimitano.
Fra' Gerardo di Sasso fonda la confraternita per l'assistenza ai pellegrini
che diverr l'Ordine ospitaliero di San Giovanni in Gerusalemme, poi 
cavalieri di Malta. 
1100. Morte di Goffredo di Buglione. Baldovino I re di Gerusalemme.
1100 ca. Risale a questi anni il nucleo arcaico della canzoni di gesta, 
di cui fanno parte la Canzone di Orlando, la Canzone di Guglielmo e il 
Pellegrinaggio di Carlo Magno.
1102. I crociati prendono Cesarea.
1103. Conquista di Acri da parte cristiana.
1108. L'Ordine ospitaliero si costituisce su basi militari. Fra' Gerardo  
il primo gran maestro.
1114. I cavalieri del Santo Sepolcro vengono posti sotto la regola 
agostiniana.
1118. Ugo di Payns con otto cavalieri fonda a Gerusalemme l'Ordine del Tempio.
1122. Il Concordato di Worms pone fine alla lotta per le investiture tra 
Impero e papato.
1128. I templari vengono riconosciuti al Concilio di Troyes da papa Onorio II. 
Bernardo di Chiaravalle scrive la regola dell'ordine.
Nasce in Terrasanta per iniziativa di mercanti tedeschi un centro di 
assistenza ospedaliero che dar origine all'Ordine teutonico.
1140. La Canzone del Cid in Spagna, primo documento poetico del conflitto
tra cristiani e mori nella penisola iberica.
1146. Bernardo di Chiaravalle predica la seconda crociata.
1147. Parte la seconda crociata al comando di Luigi VII di Francia e 
Corrado III di Germania.
Eleonora d'Aquitania sposa Luigi VII di Francia. La letteratura cortese si
espande dalla Provenza all'Europa.
La citt spagnola di Calatrava viene strappata ai mori da Alfonso il
Guerriero, che l'affida ai templari.
1148. Sconfitta dei re crociati di fronte a Damasco.
1149. Viene costituito in Spagna il primo ordine femminile, detto delle
Dame della Scure, per ricordare le donne di Tortosa, che respinsero i 
saraceni, dai quali erano state assalite in assenza dei loro uomini, a 
colpi di mazza e di scure.
1150. ca. Chrtien di Troyes, il maggiore poeta medievale prima dl Dante,
elabora i romanzi del ciclo bretone, dedicati a Lancillotto, Percival, 
Ivano e altri eroi della Tavola Rotonda.
1152. Seconde nozze di Eleonora d'Aquitania, con Enrico II Plantageneto.
1153. Baldovino conquista Ascalona.
1158. Sancio III di Castiglia costituisce l'Ordine di Calatrava, per 
combattere gli arabi.
1160. Testimonianze della lotta contro i mori nella Cronica Najarense, 
storia dei primi re di Castiglia.
1164. Conversione definitiva dei popoli scandinavi: Uppsala diventa sede 
arcivescovile e capitale religiosa del nord.
1170. Si costituisce in Spagna l'Ordine di Alcantara, destinato a fondersi
con quello di Calatrava.
1171. Saladino al potere in Egitto.
1174. Saladino conquista la Siria.
1175. Saladino sultano di Siria, Egitto Palestina e Mesopotamia.
1176. Nasce l'Ordine di Sant'Jago della Spada, per la protezione dei 
pellegrini diretti al santuario di Compostela.
1177. Baldovino IV sconfigge Saladino a Montgisard.
1180. Tregua tra Saladino e Baldovino.
1182. Saladino attacca Nazareth, Tiberiade, Beirut.
1185. Sale sul trono di Gerusalemme il bambino Baldovino V, che presto 
morir. Gli succeder Guido di Lusignano.
1185-1192. Inizia e si consolida in Giappone il dominio degli shogun, nel 
quale si svilupper il fenomeno dei samurai.
1187. Disastrosa sconfitta crociata ad Hattin. Vengono impalati duecento 
cavalieri templari e ospitalieri.
Saladino riconquista Gerusalemme.
1188. Gengis Khan unifica le trib mongole e minaccia l'Occidente.
1189-1192. Terza crociata. Vi partecipano Federico Barbarossa, Filippo II 
Augusto e Riccardo Cuordileone.
1190. Federico Barbarossa conquista Konia e muore annegato.
Nasce a Costantinopoli l'Ordine costantiniano di San Giorgio, il pi antico
degli ordini oggi esistenti di pertinenza dei Borboni delle Due Sicilie.
1191. Riccardo Cuordileone prende Acri e sconfigge Saladino a Arsuf.
1192. Nuova vittoria di Riccardo su Saladino a Jaffa, ma i crociati non 
riescono a riprendere Gerusalemme.
1193. Saladino muore.
1200 ca. La poesia trobadorica si espande dalla Francia settentrionale in 
Germania, dando origine ai Minnesang o canzoni dell'amore sublime.
1202. Il vescovo Alberto di Alpedera fonda l'Ordine dei Portaspada di 
Livonia, che si fonder successivamente con quello teutonico.
1202-1204. Quarta crociata con la partecipazione di Venezia.
1204. I crociati saccheggiano Costantinopoli. Fondazione dell'impero latino
d'Oriente.
1208. Innocenzo III bandisce la crociata contro gli albigesi (catari) 
in Linguadoca. La guida Simone di Montfort.
1209. Massacri a Bziers e nelle altre citt albigesi prese dai crociati. 
Inizia la decadenza della poesia trobadorica e della lingua d'Oc.
1212. Si verifica il misterioso fenomeno delle crociate dei fanciulli.
1214. Inizia la reconquista iberica, guerra di liberazione contro i mori. 
Alfonso VIII di Castiglia sconfigge l'esercito musulmano 
alle Navas de Tolosa.
1217-1221. Quinta crociata condotta dal re di Ungheria Andrea II e 
Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme.
1218. I crociati conquistano Damietta.
1219. San Francesco d'Assisi in Egitto.
Si costituisce l'Ordine polacco dei cavalieri di Dobrino per combattere
contro gli slavi di Prussia, destinato ad essere assorbito dall'Ordine 
teutonico.
Valdemaro II di Danimarca conquista l'Estonia pagana con una vittoria 
ritenuta miracolosa e fonda l'Ordine del Dannebrog.
1221. Fallisce la spedizione crociata verso il Cairo. Perdita di Damietta.
1225. Federico II sposa Isabella di Brienne e diventa re di Gerusalemme.
1227. I principi tedeschi sconfiggono Valdemaro a Borhoved, togliendogli 
il dominio del Baltico.
1228-1229. Sesta crociata.
1229. Federico ottiene la restituzione di Gerusalemme mediante il trattato di 
Jaffa con il sultano Al-Kamil.
Il trattato di Parigi sancisce l'annessione della Linguadoca alla Francia.
1236. I tartari di Batu Khan si insediano con l'Orda d'Oro nella Russia 
orientale e meridionale, minacciando le frontiere d'Europa.
1240. Il principe Alessandro Jaroslavic di Novgorod sconfigge svedesi e 
danesi sulla Neva per cui sar detto Nevskij.
1242. Nevskij sconfigge i cavalieri teutonici sul lago ghiacciato di 
Pejpus. Il peso dei cavalieri provoca la rottura del ghiaccio, facendoli 
sprofondare nelle acque. 
1243. Presa di Montsgur, ultima roccaforte albigese in Linguadoca.
1244. I musulmani riprendono definitivamente Gerusalemme.
1248. Cadono in Spagna i califfati di Cordova e di Siviglia.
Settima crociata condotta da Luigi IX.
1250. Disastro della settima crociata a Mansurah, dove viene catturato 
re Luigi IX di Francia con il suo seguito. Il riscatto di
quattrocentomila bisanti d'oro viene pagato con qualche difficolt 
dai templari.
1270. Ottava crociata, condotta da Luigi IX, che muore non appena giunto 
a Tunisi.
1271. Cade in Terrasanta il Krak dei cavalieri, leggendaria fortezza 
cristiana sul valico di Homs, nodo strategico delle vie di Damasco, 
Tripoli e Aleppo.
1274. I mamelucchi saccheggiano la Cilicia.
1275. Raimondo Lullo (Ramon Llull) scrive il Libro dell'Ordine della 
Cavalleria, sulle origini leggendarie.
1291. Perdita di Acri ed espulsione dei franchi dall'Oriente.
1294. I castigliani giungono fino a Gibilterra, liberando l'intera 
Spagna dai mori, tranne Granada, che rimarr musulmana fino al 1492.
1307. Colpo di mano di Filippo il Bello contro l'Ordine del Tempio. 
I templari vengono arrestati in massa con uno stratagemma. Seguono anni 
di persecuzione e torture.
1309. I cavalieri teutonici annettono Danzica e la Pomerania alla Prussia.
1312. Il papa Clemente V ratifica con una bolla lo scioglimento dell'Ordine 
del Tempio.
1314. Rogo dei templari sull'isola della Cit a Parigi. Il gran maestro 
Jacques de Molay e pochi cavalieri superstiti vengono arsi davanti 
a Notre-Dame.
1318. I templari superstiti vengono accolti da re Dionigi in Portogallo,
dove fondano l'Ordine della Milizia di Cristo.
1334. Re Magno IV di Svezia costituisce l'Ordine dei Serafini, detto anche 
dei Cherubini o del Cordone Azzurro, per ricordare l'apparizione di una 
legione angelica nei cieli di Uppsala durante un assedio all'epoca della 
guerra contro i pagani.
1344. Edoardo III costituisce in Inghilterra l'Ordine della Giarrettiera.
1346. Una giarrettiera sulla punta di una lancia  il segnale d'attacco degli 
inglesi alla battaglia di Crecy.
I teutonici conquistano l'Estonia.
1362. Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde, costituisce l'Ordine del
Collare, che poi diverr della SS. Annunziata.
1370. I teutonici conquistano la Lituania.
1388. Il poema Meliador di Froissart rinnova la tradizione arturiana, 
fondendo storie dei cicli bretone e carolingio.
1391. Viene compilato un resoconto romanzesco della morte di Art per 
la biblioteca di Luigi II di Borbone.
1392. Testimonianze di vita cavalleresca nel Trecentonovelle di Franco 
Sacchetti.
1398. I teutonici occupano l'isola di Gotland ed estendono il proprio 
dominio su altri territori.
1399. Enrico IV d'Inghilterra fonda l'Ordine del Bagno.
1400 ca. Andrea da Barberino, scrittore e cantore di piazza, scrive I Reali
di Francia, rielaborando storie del ciclo carolingio.
1409. Amedeo VIII di Savoia introduce sull'emblema del Collare il 
misterioso acronimo FERT.
1410. Sconfitta dei cavalieri teutonici a Tannenberg da parte del re 
Ladislao II di Polonia che impone loro pesanti rinunce territoriali.
1418. L'imperatore Sigismondo costituisce l'Ordine del dragone rovesciato 
per combattere l'eresia hussita in Boemia.
1454. Compilazione anonima di una versione in prosa della leggenda di 
Carlo Magno, poi tradotta in inglese da Lord Berners con il titolo
The Boke of Duke Huon of Bordeaux.
1469. Luigi XI fonda l'Ordine di San Michele per onorare l'arcangelo che 
protesse Giovanna d'Arco ad Orleans.
1476-1483. Matteo Maria Boiardo scrive l'Orlando innamorato.
1478. Cristiano II di Danimarca ratifica l'esistenza dell'Ordine 
dell'Elefante, le cui origini leggendarie risalgono alle guerre per il 
dominio del Baltico nel XII secolo.
Satira delle imprese cavalleresche nel Morgante Maggiore di Luigi Pulci.
1485. Esce il romanzo La morte d'Art di Thomas Malory, ritenuto anonimo 
fino al 1934.
1514. Clamorosa violazione di ogni regola cavalleresca da parte 
dell'imperatore Massimiliano I, detto per questo l'ultimo cavaliere, 
che ordina di giustiziare i superstiti della guarnigione bavarese di 
Kufstein dopo la resa.
1516~1532. Ludovico Ariosto scrive l'Orlando furioso.
1522. Assedio di Rodi. Trecento cavalieri ospitalieri resistono contro 
duecentomila turchi per mesi.
Enrico VIII modifica gli statuti degli ordini cavallereschi d'Inghilterra 
per adeguarli alla nuova chiesa anglicana.
1525. Scisma tra i cavalieri teutonici. Il gran maestro Alberto di 
Brandeburgo aderisce alla causa protestante.
1530. Gli ospitalieri si insediano a Malta, che dar il nome definitivo 
all'Ordine.
1535. Carlo I costituisce l'Ordine di Tunisi e di Borgogna, aperto a 
islamici e cristiani, per celebrare la vittoria sul corsaro musulmano 
Barbarossa.
1540. Giacomo V di Scozia fonda l'Ordine del Cardo e della Ruta, detto 
anche di Sant'Andrea.
1565. Assedio di Malta. Settecento cavalieri e novemila maltesi al comando
del gran maestro Jean de la Valette respingono cinquantamila turchi. Muore 
nell'assedio il feroce pirata barbaresco Dragut Pasci.
1565-1575. Torquato Tasso scrive la Gerusalemme liberata.
1600. ca. Fioriscono in Spagna i Romances Vijecos, repertorio storico 
cavalleresco.
1605-1615. Cervantes scrive il Don Chisciotte, che pone il tramonto della 
cavalleria al crocevia tra sogno e realt.
1622. La cavalleria fa da sfondo al poema eroicomico La secchia rapita 
di Alessandro Tassoni.
1701. Saga tragica dei quarantasette ronin di Naganori, tema ricorrente 
nella letteratura giapponese su shogun e samurai.
1762. Escono in Inghilterra le Lettere sulla cavalleria e il romanzo di Hurd.
1793. Persecuzione degli ordini cavallereschi in Francia.
1798. Napoleone Bonaparte occupa Malta e confisca i beni dell'Ordine.
1802. Per colmare il vuoto determinato dalla soppressione degli ordini 
francesi Napoleone istituisce la Legion d'Onore.
1816. Restaurazione in Francia degli ordini soppressi dalla rivoluzione.
1816-1870. Proliferano nell'Europa della Restaurazione nuovi ordini 
cavallereschi, destinati a un'effimera storia.
1820. Con Ivanhoe di Walter Scott il romanzo d'ispirazione cavalleresca 
diventa best-seller.
1823. Quentin Durward di Walter Scott ripete il successo di Ivanhoe.
1827. Si conclude a Roma la diaspora dei cavalieri di Malta, che 
s'insediano per concessione di Leone XIII sull'Aventino.
1833. Successo editoriale dell'Ettore Fieramosca di Massimo D'Azeglio. 
L'ideale cavalleresco diventa pretesto patriottico.
1836. La battaglia di Benevento di Francesco Domenico Guerrazzi rilegge 
il passato in chiave risorgimentale.
1859-1889. Lord Alfred Tennyson scrive Gli idilli del re, poemi narrativi 
sulla leggenda d'Art.
1861. Nasce la Stella dell'India, primo ordine coloniale inglese.
1929. La Santa Sede approva le nuove norme dell'Ordine teutonico.

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