

    Giulio Cesare Croce.
    BERTOLDO - BERTOLDINO.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    Bertoldo: pagina 3.
    Bertoldino: pagina 97.


















    BERTOLDO.
    Nuovamente reviste e ristampate con il suo  testamento  nell'ultimo  e
    altri detti sentenziosi che nel primo non erano.


    Proemio.

    Qui  non  ti narrer,  benigno lettore,  il giudicio di Paris,  non il
    ratto di Elena,  non l'incendio di Troia,  non il passaggio d'Enea  in
    Italia,  non  i longhi errori di Ulisse,  non le magiche operazioni di
    Circe, non la distruzione di Cartagine,  non l'esercito di Serse,  non
    le  prove  di Alessandro,  non la fortezza di Pirro,  non i trionfi di
    Mario,  non le laute mense di Lucullo,  non i magni fatti di Scipione,
    non  le  vittorie  di Cesare,  non la fortuna di Ottaviano,  poich di
    simil fatti le istorie ne danno a chi legge piena  contezza;  ma  bene
    t'appresento  innanzi  un villano brutto e mostruoso s,  ma accorto e
    astuto,  e  di  sottilissimo  ingegno;  a  tale,  che  paragonando  la
    bruttezza del corpo con la bellezza dell'animo,  si pu dire ch'ei sia
    proprio un sacco di grossa tela,  foderato di dentro di  seta  e  oro.
    Quivi udirai astuzie, motti, sentenze, arguzie, proverbi e stratagemme
    sottilissime  e  ingegnose  da far trasecolare non che stupire.  Leggi
    dunque,  che di ci  trarrai  grato  e  dolce  trattenimento,  essendo
    l'opera piacevole e di molta dilettazione.


    Le sottilissime astuzie di Bertoldo.

    Nel  tempo  che  il  Re Alboino,  Re dei Longobardi si era insignorito
    quasi di tutta Italia,  tenendo il seggio reggale nella bella citt di
    Verona, capit nella sua corte un villano, chiamato per nome Bertoldo,
    il qual era uomo difforme e di bruttissimo aspetto; ma dove mancava la
    formosit  della persona,  suppliva la vivacit dell'ingegno: onde era
    molto arguto e pronto nelle risposte, e oltre l'acutezza dell'ingegno,
    anco era astuto,  malizioso e tristo di natura.  E la statura sua  era
    tale, come qui si descrive.


    Fattezze di Bertoldo.

    Prima,  era costui picciolo di persona, il suo capo era grosso e tondo
    come un pallone,  la fronte crespa e rugosa,  gli occhi rossi come  di
    fuoco,  le  ciglia  lunghe  e  aspre come setole di porco,  l'orecchie
    asinine,  la bocca grande e alquanto storta,  con il  labro  di  sotto
    pendente  a guisa di cavallo,  la barba folta sotto il mento e cadente
    come quella del becco,  il naso adunco e righignato all'ins,  con  le
    nari  larghissime;  i denti in fuori come il cinghiale,  con tre overo
    quattro gosci sotto  la  gola,  i  quali,  mentre  che  esso  parlava,
    parevano  tanti pignattoni che bollessero;  aveva le gambe caprine,  a
    guisa di satiro,  i piedi lunghi e larghi e tutto il corpo peloso;  le
    sue  calze erano di grosso bigio,  e tutte rappezzate sulle ginocchia,
    le scarpe alte e ornate di grossi tacconi. Insomma costui era tutto il
    roverso di Narciso.


    Audacia di Bertoldo.

    Pass dunque Bertoldo  per  mezzo  a  tutti  quei  signori  e  baroni,
    ch'erano innanzi al Re,  senza cavarsi il cappello n fare atto alcuno
    di riverenza e and di posta a sedere appresso il Re,  il quale,  come
    quello che era benigno di natura e che ancora si dilettava di facezie,
    s'immagin che costui fosse qualche stravagante umore,  essendo che la
    natura suole spesse volte infondere in simili  corpi  mostruosi  certe
    doti particolari che a tutti non  cos larga donatrice;  onde,  senza
    punto alterarsi, lo cominci piacevolmente ad interrogare, dicendo:


    Ragionamento fra il Re e Bertoldo.

    Re. Chi sei tu, quando nascesti e di che parte sei?
    Bertoldo. Io son uomo,  nacqui quando mia madre mi fece e il mio paese
     in questo mondo.
    Re. Chi sono gli ascendenti e descendenti tuoi?
    Bertoldo.  I  fagiuoli,  i  quali bollendo al fuoco vanno ascendendo e
    descendendo su e gi per la pignatta.
    Re. Hai tu padre, madre, fratelli e sorelle?
    Bertoldo. Ho padre, madre, fratelli e sorelle, ma sono tutti morti.
    Re. Come gli hai tu, se sono tutti morti?
    Bertoldo.  Quando mi partii da casa io gli lasciai che tutti dormivano
    e  per  questo io dico a te che tutti sono morti;  perch,  da uno che
    dorme ad uno che sia morto io faccio poca differenza,  essendo che  il
    sonno si chiama fratello della morte.
    Re. Qual  la pi veloce cosa che sia?
    Bertoldo. Il pensiero.
    Re. Qual  il miglior vino che sia?
    Bertoldo. Quello che si beve a casa d'altri.
    Re. Qual  quel mare che non s'empie mai?
    Bertoldo. L'ingordigia dell'uomo avaro.
    Re. Qual  la pi brutta cosa che sia in un giovane?
    Bertoldo. La disubbidienza.
    Re. Qual  la pi brutta cosa che sia in un vecchio?
    Bertoldo. La lascivia.
    Re. Qual  la pi brutta cosa che sia in un mercante?
    Bertoldo. La bugia.
    Re. Qual  quella gatta che dinanzi ti lecca e di dietro ti sgraffa?
    Bertoldo. La puttana.
    Re. Qual  il pi gran fuoco che sia in casa?
    Bertoldo. La mala lingua del servitore.
    Re. Qual  il pi gran pazzo che sia?
    Bertoldo. Colui che si tiene il pi savio.
    Re. Quali sono le infermit incurabili?
    Bertoldo. La pazzia, il cancaro e i debiti.
    Re. Qual  quel figlio ch'abbrugia la lingua a sua madre?
    Bertoldo. Lo stuppino della lucerna.
    Re.  Come  faresti  a  portarmi  dell'acqua  in  un  crivello e non la
    spandere?
    Bertoldo. Aspettarei il tempo del ghiaccio, e poi te la porterei.
    Re.  Quali sono quelle cose che  l'uomo  le  cerca  e  non  le  vorria
    trovare?
    Bertoldo.  I pedocchi nella camicia,  i calcagni rotti e il necessario
    brutto.
    Re. Come faresti a pigliar un lepre senza cane?
    Bertoldo. Aspettarei che fosse cotto e poi lo pigliarei.
    Re. Tu hai un buon cervello, s'ei si vedesse.
    Bertoldo. E tu saresti un bell'umore, se non rangiasti.
    Re.  Ors,  addimandami ci che vuoi,  ch'io son qui pronto per  darti
    tutto quello che tu mi chiederai.
    Bertoldo. Chi non ha del suo non pu darne ad altri.
    Re. Perch non ti poss'io dare tutto quello che tu brami?
    Bertoldo.  Io vado cercando felicit,  e tu non l'hai; e per non puoi
    darla a me.
    Re. Non son io dunque felice,  sedendo sopra questo alto seggio,  come
    io faccio?
    Bertoldo.  Colui che pi in alto siede,  sta pi in pericolo di cadere
    al basso e precipitarsi.
    Re.  Mira quanti signori e baroni mi stanno  attorno  per  ubidirmi  e
    onorarmi.
    Bertoldo.  Anco  i  formiconi  stanno attorno al sorbo e gli rodono la
    scorza.
    Re.  Io splendo in questa corte come propriamente splende il sole  fra
    le minute stelle.
    Bertoldo.   Tu  dici  la  verit,  ma  io  ne  veggio  molte  oscurate
    dall'adulazione.
    Re. Ors, vuoi tu diventare uomo di corte?
    Bertoldo. Non deve cercar di legarsi colui che si trova in libert.
    Re. Chi t'ha mosso dunque a venir qua?
    Bertoldo.  Il creder io che un re fosse pi grande  di  statura  degli
    altri  uomini  dieci o dodeci piedi,  e che esso avanzasse sopra tutti
    come avanzano i campanili sopra tutte le case; ma io veggio che tu sei
    un uomo ordinario come gli altri, se ben sei re.
    Re.  Son ordinario di statura s,  ma di potenza e di ricchezza avanzo
    sopra gli altri, non solo dieci piedi ma cento e mille braccia. Ma chi
    t'induce a fare questi ragionamenti?
    Bertoldo. L'asino del tuo fattore.
    Re. Che cosa ha da fare l'asino del mio fattore con la grandezza della
    mia corte?
    Bertoldo.  Prima  che fosti tu,  n manco la tua corte,  l'asino aveva
    raggiato quattro mill'anni innanzi.
    Re. Ah, ah, ah! Oh s che questa  da ridere.
    Bertoldo. Le risa abbondano sempre nella bocca de' pazzi.
    Re. Tu sei un malizioso villano.
    Bertoldo. La mia natura d cos.
    Re. Ors,  io ti comando che or ora tu ti debbi partire dalla presenza
    mia, se non io ti far cacciare via con tuo danno e vergogna.
    Bertoldo.  Io ander, ma avvertisci che le mosche hanno questa natura,
    che se bene sono cacciate via,  ritornano ancora: per se tu mi  farai
    cacciar via, io torner di nuovo ad insidiarti.
    Re.  Or  va';  e  se  non torni a me come fanno le mosche,  io ti far
    battere via il capo.


    Astuzia di Bertoldo.

    Partissi dunque Bertoldo,  e andatosene a casa e  pigliato  uno  asino
    vecchio, ch'egli aveva, tutto scorticato sulla schiena e sui fianchi e
    mezo  mangiato  dalle mosche,  e montatovi sopra,  torn di nuovo alla
    corte del Re accompagnato da un milione di  mosche  e  di  tafani  che
    tutti  insieme facevano un nuvolo grande,  s che a pena si vedeva,  e
    gionto avanti al Re, disse:

    Bertoldo. Eccomi, o Re, tornato a te.
    Re.  Non ti diss'io che,  se tu non tornavi a me come mosca,  ch'io ti
    farei gettar via il capo dal busto?
    Bertoldo. Le mosche non vanno elleno sopra le carogne?
    Re. S, vanno.
    Bertoldo.  Or  eccomi  tornato  sopra  una  carogna scorticata e tutta
    carica di mosche, come tu vedi,  che quasi l'hanno mangiata tutta e me
    insieme  ancora:  onde  mi tengo aver servato quel tanto che io di far
    promisi.
    Re. Tu sei un grand'uomo.  Or va,  ch'io ti perdono,  e voi menatelo a
    mangiare.
    Bertoldo. Non mangia colui che ancora non ha finito l'opera.
    Re. Perch, hai tu forse altro da dire?
    Bertoldo. Io non ho ancora incominciato.
    Re.  Ors,  manda via quella carogna,  e tu ritirati alquanto da banda
    perch io veggio venire in  qua  due  donne  che  devono  forse  voler
    audienza  da  me;  e  come  io le avr ispedite,  tornaremo di nuovo a
    ragionare insieme.
    Bertoldo. Io mi ritiro, ma guarda a dare la sentenza giusta.


    Lite donnesca.

    Vennero dunque due donne dinanzi al Re,  e una di quelle aveva  rubato
    uno  specchio di cristallo all'altra,  e quella di chi era lo specchio
    si chiamava Aurelia, e l'altra che l'aveva rubato si chiamava Lisa, la
    quale aveva il detto specchio in mano.  E Aurelia querelandosi innanzi
    al re, disse:
    Aurelia. Sappi, Signore, che costei ieri sera fu nella camera mia e mi
    rubb quello specchio di cristallo ch'ella tiene in mano.  Io gliel'ho
    addimandato pi volte, ed essa me lo nega e non me lo vuol restituire,
    e per io t'addimando giustizia.
    Lisa.  Questa non  la verit,  anzi sono pi giorni ch'io lo  comprai
    dei  miei  danari  e non so come costei abbia tanto ardire di chiedere
    quello che non  suo.
    Aurelia.  Deh,  giustissimo Re,  non dar credito alle false parole  di
    costei, perch ella  una ladra publica che non ha conscienza n fede,
    e sappi tua Maest che io non mi sarei mossa a chiedere quello che non
     mio per tutto l'oro del mondo.
    Lisa.  O che conscienza grossa!  Sa ella mo' bene dare ad intendere di
    essere lei quella dalla ragione, e chi ti credesse,  ah,  sorella,  ne
    sapresti trovare delle megliori? Ma noi siamo dinanzi a un giudice che
    conoscer la mia innocenza e la tua falsit.
    Aurelia.  O terra,  perch non t'apri a inghiottire questa ribalda che
    con tanta sfacciataggine nega quello che  mio,  e di  pi  si  sforza
    dare ad intendere di esser lei quella dalla ragione e io dal torto?  O
    Cielo, scopri tu la verit di questo fatto.


    Sentenza giusta del Re.

    Re. Ors,  achettatevi,  che or ora io vi consolar.  Pigliate qua voi
    questo  specchio  e  spezzatelo  minutamente  e  diassene  tanti pezzi
    all'una quanto all'altra e cos tutte dua  saranno  contente.  Che  ne
    dite voi?
    Lisa.  Io s mi contento,  perch cos sar finita la lite fra noi, n
    gridaremo pi insieme.
    Aurelia. No, no. Diasi pur pi tosto a lei che romperlo, perch io non
    potrei mai soffrire di vedere che fosse spezzato cos bello  specchio;
    e  chi  sa  che  un giorno,  rimorsa dalla conscienza,  ella non me lo
    renda.  Portiselo dunque costei intiero a casa e  sia  qui  finita  la
    nostra tenzone.
    Lisa.  La  sentenza  del re mi piace;  spezzisi pure,  che mai pi non
    avremo da rugare insieme. Su, che si venghi al fatto.


    Prudenza del Re.

    Re.  Ors,  io conosco veramente che lo specchio  di  colei  che  non
    vuole  che si spezzi;  perch al pianto,  alle lagrime e al supplicare
    ch'ella fa,  quanto al giudicio mio,  mostra segno chiarissimo ch'ella
    n'  patrona  e  che  quest'altra gliel'ha involato.  Diasi adunque lo
    specchio a lei e mandisi via l'altra vergognosamente.
    Aurelia. Io ti ringrazio infinitamente,  benignissimo Signore,  poich
    conoscendo  con  la  tua  prudenza  la malizia di costei,  hai dato la
    sentenza retta, come giusto giudice;  onde pregar sempre il cielo che
    ti conservi e ti dia tutte le prosperit che desideri.
    Re. Va' in pace, e sforzati d'esser da bene. In vero si conosce che lo
    specchio    di  costei  perch  al lagrimar ch'ella faceva,  mostrava
    chiaro segno ch'ei fosse suo.

    Bertoldo ridendo di tal sentenza, dice:
    Bertoldo. Questa non  buona cognizione, o Re.
    Re. Perch non  buona cognizione?
    Bertoldo. Tu credi dunque alle lagrime delle donne?
    Re. Perch non vuoi tu ch'io gli creda?
    Bertoldo.  Or non sai tu che il suo pianto  un inganno?  e  che  ogni
    cosa ch'esse fanno o dicono  l'istesso, per ch'esse piangono con gli
    occhi e ridono con il cuore;  ti sospirano dinanzi,  poi ti burlano di
    dietro,  parlano al contrario di quello ch'esse pensano,  e pensano al
    contrario  di  quello  ch'esse parlano;  per il versare delle lagrime
    loro,  lo sbattersi,  la mutazione della faccia,  tutte  sono  fraudi,
    inganni e tradimenti che gli scorrono per la mente per adempire i loro
    ingordi e insaziabili desiderii.


    Lodi date dal Re alle donne.

    Re.  Tanto  hanno  in  esse bont le donne,  senno e prudenza,  quanto
    alcuna di queste cose da te impostegli a torto;  e se a sorte pur  una
    pecca  per fragilit  degna di scusa,  per esser ella pi molle e pi
    facile al cadere in questi difetti che non  l'uomo. Ma dimmi un poco,
    non si pu dire che sia morto colui che sia  separato  da  tal  sesso?
    Prima,  la donna ama il suo marito,  genera i figliuoli, li alleva, li
    nodrisce,  li costuma e gli mostra tutte le buone  creanze.  La  donna
    regge la casa,  mantien la robba, custodisce la famiglia, sollecita le
    serve e provede a tutti i disordini che possono avvenire in casa,  ama
    con fedelt,   dolce da praticare, nobile da conversare, schietta nel
    contrattare e discreta nel comandare, pronta nell'ubidire,  onesta nel
    ragionare, modesta nel procedere, sobria nel mangiare, parca nel bere,
    mansueta  con  quelli  di  casa  e trattabile con quelli di fuora.  In
    somma,  la donna apresso l'uomo si pu  dire  ch'ella  sia  una  gemma
    orientale,  legata in oro purissimo;  e per una, che caschi in qualche
    frenesia o umore stravagante, mille all'incontro ne sono onestissime e
    da bene; e per io tengo che la sentenza da me data sia stata giusta.
    Bertoldo.  Veramente si vede che tu ami molto le  donne,  e  per  hai
    fatto s bella spiegata di parole in lode loro.  Ma che dirai tu se io
    ti far tornare a dietro tutto quello che in  suo  favore  hai  detto,
    prima che tu vadi a dormire doman di sera?
    Re.  Quando tu farai questo, il quale tengo che sia impossibile che lo
    facci,  io dir che tu sei il primo uomo del mondo;  ma se tu  non  lo
    farai io ti far impiccar subito.
    Bertoldo. Ors, a rivederci domani.

    Cos,  essendo sera, il Re si ritir nelle sue stanze e Bertoldo, dopo
    aver cenato,  and a dormire alla stalla  per  quella  notte,  andando
    fantasticando  fra  s  di trovar strada acci che il Re cantasse alla
    roversa di quanto avea detto in lode delle donne;  e,  avendo  pensato
    una nuova astuzia,  si pose a dormire,  aspettando il giorno per porla
    in essecuzione.


    Astuzia di Bertoldo.

    Venuta la mattina,  Bertoldo si lev dalla paglia  e  and  a  trovare
    quella  femina alla quale il Re aveva data la sentenza in favore e gli
    disse:
    Bertoldo. Tu non sai quello che ha determinato il Re?
    Aurelia. Io non so nulla se tu non me lo dici.
    Bertoldo. Egli ha commesso che lo specchio sia spezzato, com'ei disse,
    e dato la  met  a  quell'altra  perch  ella  si    appellata  della
    sentenza;  onde  il  Re,  per  non  udire  pi  querelle,  vuole,  col
    dividerlo, sodisfare all'una e all'altra.
    Aurelia.  Come che il Re  ha  determinato  che  il  mio  specchio  sia
    spezzato, se di gi egli ha sentenziato ch'esso mi sia restituito sano
    e intiero? Oh, che tu mi burli, va' via!
    Bertoldo.  Io non ti burlo,  certo; che gliel'ho udito dire con la sua
    propria bocca.
    Aurelia. Ohim,  che  quello ch'io sento;  forsi ei fa questo per dar
    sodisfazzione  a quella maledetta femina.  Oh che giuste sentenze,  oh
    che nobili azioni d'un Re,  oh povera  giustizia,  come  sei  tu  bene
    amministrata,  poich  adesso si crede pi alla bugia che alla verit.
    Oh misera me! Pur converr ch'io ti veggia rotto in mille pezzi,  caro
    il mio specchio, uh, uh!
    Bertoldo. Il ciel volesse che non vi fusse di peggio.
    Aurelia. E che cosa vi pu essere di peggio per me che questo?
    Bertoldo.  Egli  ha  ordinato  una  legge che ogni uomo debba prendere
    sette mogli.  Or mira un poco tu che ruina sar per le case con  tante
    femine.
    Aurelia.  Come, ch'ei vuole che ogni uomo pigli sette mogli? Oh questo
     ben peggio che s'ei facesse rompere quanti specchi sono nella citt.
    Ma che pazzia  questa che gli  saltata nel capo?
    Bertoldo. Io non ti so dire altro, e t'ho detto tutto quello che a lui
    ho udito dire; a voi donne sta il diffendervi,  prima che il male vada
    pi avanti.

    Cos  avendogli  cacciato questo pulce nell'orecchio si part da lei e
    se ne torn alla corte aspettando di udire qualche gran novit  avanti
    che fusse notte.


    Tumulto di donne della citt per questa baia.

    Partito Bertoldo,  Aurelia credendosi che ci fusse la verit,  subito
    and a trovare le sue vicine e gli  fece  palese  quel  tanto  che  da
    Bertoldo aveva udito;  le quali,  udendo tal cosa,  entrarono in tanta
    smania e in tanta furia che gettavano  fuoco  per  tutto;  e  in  meno
    d'un'ora  si  sparse tal nuova per tutta la citt;  onde si raccolsero
    insieme pi di due mila femine,  le quali,  avendo discorso gran pezzo
    sopra  tal  fatto,  si  risolsero  alla fine di andar a trovar il Re e
    quivi alla sua presenza gridar tanto e far  tanto  romore,  che  esso,
    vinto dalla loro importunit, si risolvesse a fare che la legge da lui
    nuovamente  imposta  non  andasse pi avanti.  E cos,  tutte piene di
    rabbia e colme di sdegno, andarono a corte e ivi gionte cominciarono a
    fare i pi gran strepiti e le maggior grida del mondo,  a tale che  il
    Re  era  quasi  stordito,  n sapendo la cagione di cos gran tumulto,
    rest tutto confuso e pieno di  maraviglia;  laonde  non  potendo  pi
    sopportar  tanta  insolenza,  tratto  dalla colera e dallo sdegno,  fu
    sforzato di ponere la pazienza da una banda nell'ultimo.


    Il Re va in colera con le donne e Bertoldo gode.

    E rivolto a quelle con faccia  turbata,  disse  loro:  "Che  novit  
    questa ch'io sento?  E di dove procede questa sollevazione?  Chi vi ha
    messo in tanta smania?  Dove nasce tanto fracasso?  Perch fate  tanta
    ruina? Sete voi forse spiritate? Che malanno avete? Ditelo in mal ora,
    femine del diavolo".

    Donne. Che novit  la tua, o Re? Che umore di pazzia ti  saltato nel
    capo  -  rispose  una  delle pi audaci e rabbiose - che frenesia ti 
    tocca a  ordinare  che  ogn'uomo  pigli  sette  mogli?  O  che  nobile
    considerazione  di prudente re!  Ma sappi certo che ella non ti ander
    fatta.
    Re. Che cosa dite voi sciocche? Parlate pianamente, ch'io v'intenda, e
    vi risponder.
    Donne.  Parlar pianamente,  eh?  Anzi bisognarebbe tirarti gi di quel
    seggio regale, dove ora siedi, e cavarti ambidue gli occhi.
    Re.  Che ingiuria, che dispiacere v'ho fatto io? Ditelo alla schietta,
    e non v'affocate tanto, cagne rabbiose che sete.
    Donne. Non te l'abbiamo noi detto un'altra volta?
    Re. Io non vi ho bene inteso, per tornatelo a dire.
    Donne. Non  il peggior sordo, quanto quello che non vuole udire.  Noi
    ti  torniamo  a  dire che tu hai fatto un grande errore a ordinare per
    legge che ogn'uomo pigli sette donne per moglie,  e  che  tu  dovresti
    attendere  ai negozi tuoi e del tuo regno e non t'impacciare in quello
    che a te non s'appartiene.  Hai tu inteso adesso?  Ma ben si vede  che
    non hai punto di cervello e che sei pazzo affatto.


    Il Re scaccia le donne e biasma il sesso feminile.

    Ah,  sesso ingrato e discortese, quando feci io tal legge? Levatevi or
    ora dalla presenza mia e andate alla malora, seme ribaldo e importuno,
    che adesso io conosco chiaramente che donna non  vuol  dinotare  altro
    che danno e femina semina zizanie e discordie,  che dalla casa ov'ella
    si parte si tira dietro ci che pu col rastello, e dove ella entra vi
    porta la fiamma e  il  fuoco;  ella    una  sentina  d'inganni  e  di
    tradimenti,  un  baratro  infernale nel quale si sentono di continuo i
    pianti e i lamenti de' miseri mariti;  elle sono la ruina  de'  padri,
    tormento  delle  madri,  flagello de' fratelli,  vergogna de' parenti,
    consumamento delle case,  e in somma elle sono pena e  afflizzione  di
    tutto il genere umano. Andate via tutte nella mala perdizione e non mi
    tornate  mai pi innanzi,  spiriti infernali e bestie malvagie che voi
    siete.  Oh che fracasso,  oh  che  rovina  hanno  fatto  queste  pazze
    scatenate  per niente!  Ma s'io posso sapere chi sia stato l'autore di
    questa novit, io son risoluto di riconoscerlo secondo ch'egli merita.
    Ecco che pur sono andate via queste insolenti,  che poco vi   mancato
    ch'esse non mi abbino cavati gli occhi con le dita.

    Partite le donne e quietatosi alquanto il Re, Bertoldo ch'era stato in
    disparte ad ascoltar il tutto,  essendogli riuscito il suo disegno, si
    fece, ridendo, innanzi al Re e gli disse:
    Bertoldo.  Che dici,  o Re?  Non ti diss'io che prima che tu andasti a
    letto  il  giorno d'oggi tu leggeresti il libro alla roversa di questo
    che ieri dicesti in lode  delle  donne?  Or  vedi,  ch'elle  ti  hanno
    chiarito.
    Re.  O  che  cervelli  diabolici andar a trovare inventiva ch'io abbia
    ordinato che ogni uomo debba prendere sette mogli,  cosa che  mai  non
    m'imaginai, n pure me la sognai. O che mal seme, o che crudel razza!
    Bertoldo. Tu sai i patti che sono fra te e me.
    Re.  Tu hai molto ben ragione;  per vien, siedi meco su questo seggio
    regale, poich tu l'hai meritato.
    Bertoldo. Non ponno capire quattro natiche in un istesso seggio.
    Re.  Io ne far fare un altro appresso di questo e vi  sederai  su,  e
    darai audienza come me.
    Bertoldo.  N amore,  n signoria non vuol compagnia; per governa pur
    tu, che sei Signore.
    Re. Io dubito che tu sia stato l'auttore di questo fracasso.
    Bertoldo.  Tu l'hai indovinato alla prima  e  non  mi  puoi  castigare
    altrimente perch'io mi son ingegnato per adempire quanto avea promesso
    di fare.
    Re. Ors, poich questa  stata tua invenzione, io ti perdono; ma come
    hai tu ordita questa diavoleria?
    Bertoldo.  Io  sono  andato a trovar colei alla quale tu concedesti lo
    specchio e gli ho dato ad intendere  che  tu  volevi  di  nuovo  farlo
    spezzare  e  darne la met alla sua avversaria,  e di pi che tu avevi
    ordinato che ogn'uomo pigliasse sette  mogli  e  perci  costei  aveva
    radunato  cos  gran  numero  di  femine  insieme  e  hanno  fatto  lo
    schiamazzo che tu hai sentito.


    Il Re si pente di aver detto male delle donne,  onde torna di nuovo  a
    lodarle.

    Re.  Tu  sei  stato un grand'inventore,  ma per di malizia,  e tu hai
    quasi causato un gran disordine oggi,  e hanno avuto  mille  raggioni,
    non che una,  a muoversi ad ira contro di me; e non potevo credere che
    il sesso donnesco fusse cos privo di cervello che si  movesse  a  far
    tanto  rumore  senza grandissima cagione;  e qual maggior occasione di
    questa gli potevi tu dare a  farle  irritare  verso  di  me?  E  a  me
    parimente  hai  dato occasione di dire contro di loro quello ch'io non
    vorrei aver detto per tutto l'oro  del  mondo;  e  ne  son  dolente  e
    pentito,  e torno a dire che la donna  un fonte di virt, un fiume di
    bont,  un giardino di costumi,  un monte di benignit,  un  prato  di
    gentilezza,  un campo di cortesia,  un specchio di prudenza, una torre
    di magnanimit, un mare di pudicizia, e un fermo scoglio di costanza e
    di fermezza. Per chi vuol essere mio amico non dica male delle donne,
    perch'elle non offendono alcuno, non portano armi,  non cercano risse,
    ma sono tutte mansuete, placide, benigne e quiete, amabili e ornate di
    tutte  le  creanze,  si  ch  non  incitar pi l'ira mia verso di loro
    perch io ti far dare condegno castigo.
    Bertoldo.  Io  non  toccher  pi  le  corde  di  questa  cittera,  ma
    attenderemo ad altro e saremo amici.
    Re.  S,  perch dice il proverbio: sta' discosto all'acqua corrente e
    da can che mostra il dente.
    Bertoldo. Ancora, l'acqua cheta e l'uomo che tace, non mi piace.


    La Regina manda a domandar Bertoldo al Re, perch lo vuol vedere.

    Mentre ragionavano cos famigliarmente il Re  e  Bertoldo,  giunse  un
    messo  da  parte  della  Regina,  il  qual  disse al Re come la Regina
    desiderava di vedere Bertoldo,  pregando sua Maest a mandarglielo;  e
    perch  ella  aveva  inteso che costui si pigliava spasso di burlar le
    donne,  aveva fatto pensiero di farlo bastonare ben bene;  onde il Re,
    udito la dimanda della Regina, volto a Bertoldo, gli disse:
    Re. La Regina ha mandato a domandarti. Ecco il messo, il qual  venuto
    a posta, ch'ella brama di vederti.
    Bertoldo. Tanto per male, quanto per bene si portano le ambasciate.
    Re. La conscienza sempre rimorde l'uomo tristo.
    Bertoldo. Il riso della corte non si conf con quello della villa.
    Re. L'innocente passa libero fra le bombarde.
    Bertoldo. La donna irata, la fiamma impicciata e la padella forata son
    di gran danno in casa.
    Re. Spesso interviene all'uomo tristo quello ch'ei teme.
    Bertoldo.  Il  gambaro  spesse  volte  salta  fuora  della padella per
    salvarsi, e si trova nelle bragie.
    Re. Chi semina iniquit raccoglie de' mali.
    Bertoldo. Sotto la scuffia bianca spesso vi sta la tigna ascosa.
    Re. Chi ha intricato la tela la destriga.
    Bertoldo. Mal si pu destricare, quando i capi sono avviluppati.
    Re. Chi semina le spine non vada senza scarpe.
    Bertoldo. Non si pu combattere contra pi forti di s.
    Re. Non temere che alcuno ti faccia oltraggio.
    Bertoldo. Al buon confortatore non duole il capo.
    Re. Temi tu forsi che la Regina ti facci dispiacere?
    Bertoldo. Donna iraconda, mar senza sponda.
    Re.  La Regina  tutta piacevole e brama  di  vederti;  per  va'  via
    allegramente, e non dubitare.
    Bertoldo. In ultimo se ne dir, e tal ride che pianger.


    Bertoldo  condotto dalla Regina.

    Cos Bertoldo fu condotto dalla Regina,  la quale avendo inteso,  come
    vi dissi, la burla fatta a quelle donne il giorno innanzi, aveva fatto
    preparare alquanti bastoni e commesso alle sue donne che, serratolo in
    una camera,  gli sbattessero ben bene la polvere di sul  mantello;  e,
    subito  ch'essa  lo  vide,   mirando  quel  mostruoso  aspetto,  tutta
    sdegnata, disse:
    Regina. Mira che ceffo di babuino.
    Bertoldo. Il laveggio grida dietro la padella.
    Regina. Come t'addimandi tu?
    Bertoldo. Io non domando nulla.
    Regina. Come ti chiami?
    Bertoldo. Chi mi chiama, io gli rispondo.
    Regina. Dico come tu t'appelli.
    Bertoldo. Io non mi sono mai pelato, ch'io mi ricorda.

    Mentre che la Regina interrogava Bertoldo,  una delle serve  port  di
    nascosto un vaso pieno d'acqua per fargli batter dentro il sedere,  ma
    il villano astuto,  accortosi di ci,  stava molto bene  avvertito,  e
    subito  pens  una  nuova  astuzia,  seguitando  pur  la Regina il suo
    parlare.


    Astuzia di Bertoldo, perch non gli fusse bagnato il podice.

    Regina. Come fai tu tante astuzie, che tu pari un indovino?
    Bertoldo. Ogni volta che mi vien adacquato il sedere, io indovino ogni
    cosa,  e so se una donna fa l'amore e se ella ha mai fatto errore  con
    alcuno,  e s'ella  casta overo impudica;  e in somma io indovino ogni
    cosa,  e se vi fusse chi mi volesse bagnar di dietro io vi saprei  dir
    ogni cosa adesso, adesso.


    Bertoldo scampa la furia dell'acqua.

    Allora  quella  serva  che  aveva  portato  il secchio con l'acqua per
    bagnarlo, udendo tal parola, lo port via pian piano,  per sospetto di
    non essere scoperta di qualche macchia; n ve ne fu alcuna che ardisse
    di  fargli  scherzo alcuno,  perch tutte avevano,  come si suol dire,
    qualche straccio in bucato. Ma la Regina,  che ardeva di sdegno contro
    di  costui,  impose che esse pigliassero un bastone per ciascheduna in
    mano e lo bastonassero ben bene;  ond'esse se gli avventarono  addosso
    con  maggior  impeto  che  non  fecero  le furiose Baccanti addosso al
    misero  Orfeo.  Onde,  vedendosi  il  povero  Bertoldo  in  cos  gran
    pericolo,  ricorse  di nuovo all'usata astuzia,  e rivolto a loro cos
    disse:


    Nuova astuzia di Bertoldo per non esser bastonato.

    Bertoldo. Quella di voi che ha trattato di avvelenar il Re alla mensa,
    quella sia la prima a  pigliare  il  legno  e  percuotermi,  ch'io  mi
    contento.
    Allora  tutte s'incominciarono a guardare l'una con l'altra,  dicendo:
    "Io non ho mai pensato di far questo"; "N io", rispondeva l'altra,  e
    cos  di  mano  in  mano risposero tutte e per sino la Regina,  a tale
    ch'esse tornarono i bastoni al suo  luogo  e  il  sagacissimo  e  buon
    Bertoldo rest illeso da quelle aspre percosse per allora.


    La Regina brama che Bertoldo sia bastonato per ogni modo.

    La  Regina,  che tuttavia ardeva di sdegno contra Bertoldo,  e volendo
    per ogni modo ch'ei fosse bastonato, mand a dire alle sue guardie che
    nell'uscir fuora lo bastonassero senza remissione  alcuna  e  lo  fece
    accompagnare  a quattro dei suoi servi,  i quali poi gli portassero la
    nuova di tutto quello ch'era successo.


    Astuzia sottilissima  di  Bertoldo,  per  non  essere  percosso  dalle
    guardie.

    Quando  Bertoldo  vidde  che  in  modo  alcuno  non la poteva fuggire,
    ricorse all'usato giudicio e,  volto alla  Regina  disse:  "Poi  ch'io
    veggio  chiaramente che pur tu vuoi ch'io sia bastonato,  fammi questa
    grazia: ti prego in cortesia,  che la domanda  onesta e la puoi fare,
    in  ogni  modo a te non importa pur ch'io sia bastonato,  di' a questi
    tuoi che mi vengono accompagnare,  che dicano alle guardie che portino
    rispetto al capo e che elle menino poi il resto alla peggio".
    La Regina,  non intendendo la metafora, comand a coloro che dicessero
    alle guardie che portassero rispetto al capo e che  poi  menassero  il
    resto alla peggio che sapevano;  e cos costoro, con Bertoldo innanzi,
    s'inviarono verso le guardie,  le quali aveano di gi i legni in  mano
    per  servirlo  della buona fatta;  onde Bertoldo incominci a caminare
    innanzi agli altri di buon passo,  s che era discosto da loro un buon
    tratto di mano.  Quando coloro che l'accompagnavano viddero le guardie
    all'ordine per far il fatto  ed  essendo  omai  Bertoldo  arrivato  da
    quelle,  cominciarono da discosto a gridare che portassero rispetto al
    capo e che poi menassero il resto alla peggio, che cos aveva ordinato
    la Regina.


    I servi sono bastonati in cambio di Bertoldo.

    Le guardie,  vedendo Bertoldo innanzi agli altri,  pensando  che  esso
    fusse  il  capo  di  tutti,  lo lasciarono passare senza fargli offesa
    alcuna,  e quando giunsero i servi gli cominciarono  a  tempestare  di
    maniera  con quei bastoni che gli ruppero le braccia e la testa,  e in
    somma non vi fu membro n osso che non  avesse  la  sua  ricercata  di
    bastone.  s tutti pesti e fracassati tornarono alla Regina, la quale,
    avendo udito che Bertoldo con tale astuzia s'era salvato e aveva fatto
    bastonare i servi in suo luoco,  arse verso di lui di doppio sdegno  e
    giur  di  volersene vendicare,  ma per allora cel lo sdegno che ella
    avea, aspettando nuova occasione; facendo in tanto medicare i servi, i
    quali, come vi dissi,  erano stati acconci per le feste,  come si suol
    dire.


    Bertoldo torna dal Re, e fa una burla a un parasito.

    Venuto  l'altro  giorno,  la  sala  regale  s'incominci  a  empire di
    cavalieri e baroni,  secondo  il  solito,  e  Bertoldo  non  manc  di
    comparire  al  modo  usato;  laonde  vedutolo il Re,  lo chiam a s e
    disse:
    Re. E bene, come pass il negozio fra te e la Regina?
    Bertoldo. Dall'orlo alla scarpa vi fu poco vantaggio.
    Re. Il mare era molto turbato.
    Bertoldo. Chi sa ben veleggiare passa ogni golfo sicuramente.
    Re. Il cielo minacciava gran tempesta.
    Bertoldo. La tempesta s' scaricata sopra d'altri.
    Re. Credi tu che sia tornato sereno?
    Bertoldo. Io lasciai il cielo molto turbato.


    Insolenza d'un parasito.

    Allora un parasito che stava appresso il Re,  il quale serviva  ancora
    per  far  ridere  e  si  chiamava Fagotto per essere egli uomo grosso,
    picciolo di statura,  con il capo calvo,  disse  al  Re:  "Di  grazia,
    Signore,  fammi grazia ch'io ragioni un poco con questo villano, ch'io
    lo voglio chiarire".  Disse il Re a lui: "Fa' quello che ti  pare;  ma
    guarda  a non fare come fece Benvenuto,  il quale and per radere e fu
    raduto". "No, no - rispose Fagotto - io non ho paura di lui",  e volto
    verso Bertoldo con un ceffo stravagante le disse:
    Fagotto. Che dici tu barbagianni caduto del nido?
    Bertoldo. Con chi parli tu, allocco spennacchiato?
    Fagotto. Quante miglia sono dal far della luna ai Bagni di Lucca?
    Bertoldo. Quanto fai tu dal caldaron della broda alla stalla?
    Fagotto. Per che causa fa la gallina negra l'ova bianche?
    Bertoldo.  Per  che  causa  il  staffile del Re fa venire nere a te le
    chiappe di Fabriano?
    Fagotto. Chi sono pi, i Turchi o gli Ebrei?
    Bertoldo. Chi sono pi, quelli che tu hai nella camicia o nella barba?
    Fagotto. Il villano e l'asino nacquero tutti due a un parto istesso?
    Bertoldo.  Il gnattone e il porco mangiano  tutti  due  ad  un'istessa
    conca?
    Fagotto. Quant' che tu non hai mangiato rape?
    Bertoldo. Quant' che non t' stato dato la coperta?
    Fagotto. Sei tu un bufalo o una pecora?
    Bertoldo. Non mettere in ballo i tuoi parenti.
    Fagotto. Sin quando starai tu a lasciar da parte le tue astuzie?
    Bertoldo. Quando tu lascierai stare di leccare i piatti di cucina.
    Fagotto. Al villano non gli dar bacchetta in mano.
    Bertoldo. Al porco e alla rana non gli levare il fango.
    Fagotto. Il corvo mai non port nuova buona.
    Bertoldo. Il nibbio e l'avoltore vanno sempre dietro le carogne.
    Fagotto. Io sono uomo da bene e ben creato.
    Bertoldo. Chi si loda s'imbroda.
    Fagotto. Il villano  un mal animale.
    Bertoldo. E l'adulatore  un brutto mostro.
    Fagotto. Non fu mai villano senza malizia.
    Bertoldo.   Non  fu  mai  gallo  senza  cresta,   n  parassito  senza
    adulazione.
    Fagotto. Le tue scarpe hanno aperta la bocca.
    Bertoldo. Le ridono di te, che sei una bestia.
    Fagotto. Le tue calze sono tutte rappezzate.
    Bertoldo. Meglio  avere rappezzato le calze che il mostaccio come hai
    tu.

    Avea costui molti segni sulla faccia che gli erano stati dati per  suo
    benemerito;  dove che,  sentendosi toccare sul vivo, n sapendo che si
    rispondere, venne rosso in viso come il fuoco per vergogna,  tanto pi
    che tutta la corte cominci a ridere di questo motto, onde cominciossi
    ad  acchettare;  e  volontieri  si saria partito se quei cavalieri non
    l'avessero trattenuto.
    Ma Bertoldo,  che per aver ragionato assai aveva  la  bocca  piena  di
    saliva,  n  sapendo  dove sputare,  essendo ornata la sala tutta e le
    pareti di panni di seta e d'oro,  disse al Re:  "Dove  vuoi  tu  ch'io
    sputi?" Disse il Re: "Va,  sputa in piazza".  Allora Bertoldo voltossi
    verso Fagotto, qual era tutto calvo,  come gi vi dissi,  gli sput in
    mezo  della  testa,  onde  costui  alterato  si  querel innanzi al Re
    dell'ingiuria fatta.  Disse Bertoldo: "Il Re mi ha dato licenza  ch'io
    sputi in piazza; e qual  la pi bella piazza quanto la tua testa? Non
    si dice per proverbio,  testa calva,  piazza da pedocchi?  Ecco dunque
    ch'io non ho fatto errore alcuno,  e  che  io  ho  sputato  in  piazza
    secondo la commissione del Re".
    Tutta  la  corte  diede  ragione a Bertoldo,  e Fagotto spazzandosi la
    zucca convenne aver  pazienza;  e  avrebbe  voluto  esser  digiuno  di
    essersi  mai impacciato con lui;  e tutti n'ebbero gran piacere perch
    costui faceva professione di bellissimo ingegno e dava delle canzoni a
    tutti; e ora non ardiva a pena di alzare pi gli occhi per vergogna, e
    fu quasi per andarsi a impiccare per il dispiacere.
    E perch era sera,  il Re accomiat tutti i  suoi  baroni  e  disse  a
    Bertoldo che tornasse da lui il d seguente,  ma che non fusse n nudo
    n vestito.


    Astuzia galante di Bertoldo nel tornare innanzi al Re nel  modo  ch'ei
    gli aveva detto.

    Venuta  la mattina,  Bertoldo comparve alla presenza del Re involto in
    una rete da pescare, e il Re, vedutolo a quella maniera, gli disse:
    Re. Perch sei tu comparso cos alla presenza mia?
    Bertoldo.  Non dicesti tu ch'io tornassi a te questa mane e che io non
    fosse n nudo n vestito?
    Re. S, dissi.
    Bertoldo.  Ed eccomi involto in questa rete,  con la quale parte copro
    delle membra, e parte restano scoperte.
    Re. Dove sei stato fino ad ora?
    Bertoldo. Dove son stato pi non sono, e dove son ora non vi pu stare
    altri che me.
    Re. Che cosa fa tuo padre, tua madre, tuo fratello e tua sorella?
    Bertoldo. Mio padre d'un danno ne fa due; mia madre fa alla sua vicina
    quello che non gli far mai pi;  mio fratello quanti ne trova,  tanti
    ne  ammazza;  e  mia  sorella  piange  di quello ch'ella ha riso tutto
    quest'anno.
    Re. Dichiarami questo imbroglio.
    Bertoldo. Mio padre, nel campo desiderando di chiudere un sentiero, vi
    pone dei spini;  onde quei che solevano passare  per  detto  sentiero,
    passano  or  di  qua  or  di l dai detti spini,  a tale che d'un solo
    sentiero, che vi era, ne viene a far due.  Mia madre serra gli occhi a
    una sua vicina che muore, cosa che non gli far mai pi. Mio fratello,
    stando  al  sole,  ammazza  quanti  pedocchi trova nella camicia.  Mia
    sorella tutto quest'anno s' data trastullo con il suo marito,  e  ora
    piange nel letto i dolori del parto.
    Re. Qual  il pi lungo giorno che sia?
    Bertoldo. Quello che si sta senza mangiare.
    Re. Qual  la pi gran pazzia dell'uomo?
    Bertoldo. Il riputarsi savio.
    Re. Per che causa vien pi presto canuta la testa che la barba?
    Bertoldo. Perch i capelli son nati prima della barba.
    Re. Qual  quel figlio che pela la barba a sua madre?
    Bertoldo. Il fuso.
    Re. Qual  quell'erba che fin i ciechi la conoscono?
    Bertoldo. L'ortica.
    Re. Qual  quella femina che balla sempre nell'acqua e mai non si lava
    i piedi?
    Bertoldo. La barca.
    Re. Qual  colui che si serra in prigione da sua posta?
    Bertoldo. Il bigatto, o cavaliero da seta.
    Re. Qual  il pi tristo fiore che sia?
    Bertoldo. Quello ch'esce della botte quando si finisce il vino.
    Re. Qual  la pi sfacciata cosa che sia?
    Bertoldo. Il vento, che si caccia fin sotto i panni delle donne.
    Re. Qual  colei che nessun non la vuole in casa?
    Bertoldo. La colpa.
    Re. Qual  quel storto che taglia le gambe a tutti i dritti?
    Bertoldo. Il ferro, overo falce da mietere il grano.
    Re. Qual  la pi gramma femina che sia?
    Bertoldo. La gramma da fare il pane.
    Re. Quanti anni hai tu?
    Bertoldo. Chi numera gli anni fa conto con la morte.
    Re. Qual  la pi bianca cosa che sia?
    Bertoldo. Il giorno.
    Re. Pi del latte?
    Bertoldo. Pi del latte e della neve ancora.
    Re.  Se  tu  non  mi  fai  vedere  questo,  io  ti  voglio far battere
    duramente.
    Bertoldo. Oh infelicit e miseria delle corti.


    Astuzia ingegnosa di Bertoldo, per non aver delle busse.

    And dunque Bertoldo e prese un secchio di  latte  e  secretamente  lo
    port nella camera del Re e serr tutte le finestre, ed era mezogiorno
    ed  entrando  il  Re  nella camera venne a urtare nel detto secchio di
    latte e lo rovers tutto,  e poco vi manc ch'ei non  cadesse  con  la
    faccia  per terra;  onde tutto irato fece aprire i balconi e,  vedendo
    quel latte sparso per terra ed esso  avere  urtato  in  quel  secchio,
    cominci a gridare, dicendo:
    Re.  Chi  stato colui che ha posto quel secchio di latte nella camera
    mia e ha serrato le finestre acci ch'io v'urti dentro?
    Bertoldo. Sono stato quell'io, per provarti che il giorno  pi bianco
    e pi chiaro del latte,  perch se il latte fosse stato pi bianco del
    giorno egli t'avria fatto lume per la camera e non averesti urtato nel
    secchio, come hai fatto.
    Re.  Tu  sei un astuto villano e a ogni cesto trovi il suo manico.  Ma
    chi  questo che viene in qua? Costui  un messo della Regina,  certo,
    e  ha  una  lettera  in mano.  Tirati un poco da banda,  ch'io intenda
    quello che dice costui.
    Bertoldo.  Io mi ritiro e il Ciel voglia ch'ella non sia trista  nuova
    per me.


    Umor fantastico saltato nel capo alle donne della citt.

    Venne dunque il messo inanzi,  e fatto la debita riverenza al Re,  gli
    porse la carta in mano, il cui contenuto era questo, che le matrone di
    quella citt,  cio le pi nobili,  bramavano,  anzi  pur  dimandavano
    liberamente  al  Re  di  potere  esse  ancora  entrare  n  consigli e
    reggimento della citt,  come erano i loro mariti,  e  metter  fave  e
    balottare,  e udire le querele e sentenziare, e in conclusione di fare
    anch'esse tutto quello che facevano quelli del Senato e primati  della
    citt,  allegando  che  ve  n'erano state dell'altre che avevano retto
    imperii e regni con tanta prudenza,  e pi tal  ora  che  non  avevano
    fatto  molti  re  e imperatori passati,  e che molte erano uscite alla
    campagna armate e avevano diffesi i loro stati e regni  valorosamente,
    e che perci il Re non doveva rifiutarle ma accettarle e far partecipe
    ancor loro di quanto addimandavano, perch pur loro pareva strana cosa
    che  gli  uomini  avessero  il  dominio d'ogni cosa e che esse fossero
    tenute per nulla;  alludendo nel fine che tanto esse  sariano  secrete
    nelle  cose  d'importanza  quanto gli uomini e forse pi,  e di ci la
    Regina faceva molta instanza, raccomandandogli caldamente tal negozio.
    Letto il Re la lettera,  e inteso la pazza domanda di  queste  femine,
    non sapeva che risoluzione si dovesse prendere;  onde volto a Bertoldo
    gli narr tutto il fatto, il quale prese fortemente a ridere,  onde il
    Re alterato alquanto gli disse:
    Re. Tu ridi, manigoldo?
    Bertoldo.  Io rido per certo, e chi non ridesse adesso meritarebbe che
    gli fussero cavati tutti i denti.
    Re. Perch?
    Bertoldo. Perch queste donne ti hanno scorto per un babuino e non per
    Alboino, e per questo elle ti hanno fatto questa pazza domanda.
    Re. A loro sta il domandare, a me il servirle.
    Bertoldo. Tristo quel cane che si lascia prendere la coda in mano.
    Re. Parla, ch'io t'intenda.
    Bertoldo. Triste quelle case che le galline cantano e il gallo tace.
    Re. Tu sei come il sole di marzo, che commove e non risolve.
    Bertoldo. A buono intenditore poche parole bastano.
    Re. Cavamela fuori del sacco una volta.
    Bertoldo. Chi vuol tener la casa monda, non tenghi polli n colomba.
    Re. A proposito, chiodo da carro, vieni alla conclusione.
    Bertoldo. Ch'intende, chi non intende, e chi non vuol intendere.
    Re. Chi s'impaccia con frasche, la minestra sa di fumo.
    Bertoldo. Che cosa vuoi tu da me, insomma?
    Re. Io voglio il tuo consiglio in questa occasione.
    Bertoldo. La formica chiede del pane alla cicala, adesso.
    Re.  So che tu hai ingegno e che sei copioso d'invenzioni,  e per  io
    voglio dare a te l'assunto di tutto questo negozio.
    Bertoldo.  Se a me dai l'assonto di questo, non ti dubitare che presto
    te le caver da torno;  lassa pur far a me,  che s'elle ti parlano mai
    pi di questo fatto, io sono un cane.
    Re. Ors, inggnati di espedirle quanto prima.
    Bertoldo. Lassa pur fare a me.


    Astuzia  di  Bertoldo  per cavare questo capriccio del capo alle dette
    femine.

    And dunque Bertoldo in piazza e compr un uccelletto,  e lo  pose  in
    una  scatola e portollo al Re dicendo che mandasse quella scatola cos
    serrata alla Regina e che essa la mandasse a quelle donne  e  che  gli
    commettesse  espressamente  che  non  l'aprissero  e  che  la  mattina
    seguente tornassero e che portassero la scatola cos serrata che il Re
    gli farebbe loro la grazia di quanto chiedevano.  Il  messo  prese  la
    scatola  e  la  port  alla  Regina,  la  quale la consegn alle dette
    matrone  che  in  camera  di  lei  stavano  aspettare   la   risposta,
    commettendole  espressamente da parte del Re che non dovessero in modo
    alcuno aprir la detta scatola e che tornassero il d seguente, ch'elle
    avriano ottenuto tutto quello ch'esse desideravano dal Re.  E cos  si
    partirono tutte consolate dalla Regina.


    Curiosit di cervelli donneschi.

    Partite  che  furono  le  dette  femine  dalla Regina,  gli venne gran
    desiderio di vedere quello ch'era  in  detta  scatola  e  cominciarono
    l'una  con l'altra a dire: "Vogliamo noi veder quello che si rinchiude
    qui dentro?" Altre dicevano: "Non facciamo,  perch  abbiamo  espressa
    commissione  di  non  aprirla,  perch  forsi  v' dentro qualche cosa
    importante per il Re". "Che cosa vi pu egli essere? - dicevano le pi
    curiose - e poi se noi l'apriamo non sapremo ancora serrarla  com'ella
    sta? S, s, apriamola pure e siaci dentro quello che si voglia".


    Risoluzione di donne.

    Al  fine,  dopo  molti  bisbigli  fatti  fra di loro,  si risolsero di
    aprirla,  n cos tosto ebbero levato il coperchio,  che l'uccello che
    v'era  dentro  spieg  l'ali  e  si  lev in aere e vol via;  onde ne
    restarono tutte confuse e di mala voglia,  e tanto pi poich esse non
    poterono vedere che uccello si fusse quello, perch con tanta velocit
    se  gli lev di vista che non poterono discernere s'egli era o passero
    o rosignuolo,  perch  se  l'avessero  veduto  avrebbono  forsi  fatto
    instanza  di  averne  uno  simile  a quello,  e la mattina che seguiva
    avriano portato la scatola come l'avevano avuta e non vi  saria  stato
    male alcuno.


    Dolore delle dette donne per essergli scampato via l'uccello.

    Stavano  dunque tutte dolenti e malenconiche queste povere madonne per
    aver perso il detto uccello,  e riprendendo la sua curiosit dicevano:
    "Meschine noi, come avremo pi faccia di tornare innanzi al Re, poich
    non  abbiamo  osservato  il  suo comandamento,  n abbiamo solo potuto
    tener stretto l'uccello per una notte.  Misere e sconsolate  noi,  che
    animo,  che  ardire  sar  il  nostro domattina?" Cos passarono tutta
    quella notte con dolore  e  angustia,  n  si  sapevano  risolvere  se
    dovevano tornare il d seguente innanzi al Re, o pur starsene a casa.


    Risoluzione di donne animose.

    Passata  la  notte  e  tornato  il  giorno  chiaro,  le dette donne si
    levarono e si ridussero insieme,  e come disperate  non  sapevano  che
    partito  si  dovessero pigliare circa il tornare pi alla presenza del
    Re,  per l'errore commesso;  e parimente stavano in dubbio se dovevano
    tornare  dalla  Regina,  o  s  o no;  chi diceva a un modo e chi a un
    altro, chi persuadeva di andare, chi di restare.  Al fine,  dopo molti
    parlamenti,  si  fece  innanzi  una  di  loro  che  aveva  un poco pi
    gagliardo il cervello di tutte l'altre e disse:  "A  che  perdere  pi
    tempo  in far tante chiacchiere fra noi?  L'errore  gi fatto,  n si
    pu coprire,  n manco emendare se non con chiedere perdono  al  Re  e
    confessare  liberamente  il  fatto com'egli sta.  Imperocch esso  di
    natura benigno e massime con le donne,  facilmente ci perdoner;  e io
    sar la prima andare inanzi.  Su, fate buon animo e seguitatemi poich
    questa all'ultimo non  morte d'uomo;  sarebbe mai  egli  pi  che  un
    uccelletto  da quattro quattrini il quale  volato via?  Venite meco e
    non temete punto".  Altre dicevano che il Re  averebbe  pi  a  sdegno
    l'atto della disobedienza,  che se esse gli avessero fatto scampar via
    quanti fagiani e pernici egli si trovava avere ne'  suoi  boschetti  e
    giardini.  Al fine, volta e rivolta, si risolsero d'appresentarsi alla
    Regina e narrargli il fatto, e cos fecero.


    Le donne vanno dalla Regina ed essa le conduce innanzi al Re.

    Udendo la Regina simil cosa,  rest molto travagliata nell'animo e non
    sapeva che si dire, n che si fare, temendo di qualche gran disordine;
    pur  fece buon cuore e and dal Re con tutta questa comitiva di donne,
    le quali dovevano essere sino a trecento e tutte quante  venivano  col
    capo  basso  e  tutte  vergognose.  Giunto che fu la Regina nella gran
    sala,  salut il Re ed esso rese a lei il saluto allegramente;  poi la
    fece  sedere  appresso  di  s  e  gli  addimand  che  buona nuova la
    conduceva a lui con tanta compagnia di donne.


    La Regina racconta al Re la fuga dell'uccelletto.

    Disse la Regina: "Sappia tua Maest ch'io son venuta qui dinanzi  alla
    tua  Corona  con  queste  nobilissime  madonne  per  la risposta della
    domanda fatta a te per via d'entrare ancor esse ne'  negozi  e  offici
    istessi  che  hanno  quei  del  Senato;  alle  quali avendo tua Maest
    mandato  quella  scatola  con   espressa   commissione   ch'elle   non
    l'aprissero  in  modo alcuno e tornarla a lei nel modo ch'ella gli era
    stata data,  ora una pi curiosa dell'altre avendo desiderio di vedere
    quello che vi si rinchiudeva dentro,  l'aperse non pensando pi oltre;
    e l'uccello subito scamp via; onde elle sono restate tanto addolorate
    di simil fatto ch'elle non ardivano di levar pi la testa,  n mirarti
    in  viso  per  la  gran vergogna ch'elle hanno per aver trasgredito il
    precetto regale. Tu dunque,  che sempre fosti benigno e clemente verso
    tutti,  perdona loro,  pregoti, tale errore, che non per disubbidire a
    tua Maest,  ma per un loro curioso desiderio hanno fatto simil fallo.
    Eccole  qui  pentite  e  dolenti  innanzi  a  te,  ch'elle ti chiedono
    umilmente perdono".


    Il Re si mostra turbato forte e riprende le donne di  tal  fatto,  poi
    gli perdona e le manda a casa.

    Allora il Re mostrando avere a sdegno simil fatto, volto a loro con un
    viso turbato,  disse: "Voi vi siete dunque lasciato scampare l'uccello
    fuori della scatola?  Ahi,  femine sciocche e di poco cervello!  e poi
    avete ardimento di voler entrare ne' consigli segreti della mia corte?
    Or  come  potreste,  ditemi  voi,  tenere  un  secreto,  dove  andasse
    l'interesse dello stato mio e  della  vita  degli  uomini,  se  un'ora
    intiera  non  avete  potuto tener serrato una scatola,  la quale io ho
    raccommandata con tanta instanza?  Tornate dunque ai vostri esercizi e
    ad aver cura delle vostre famiglie e governare le case vostre,  come 
    solito vostro,  e lasciate il governo della citt agli uomini.  Io  so
    che le cose andrebbono per i loro piedi, s'elle avessero a passare per
    le vostre mani: non vi sarebbe cosa tanto secreta e occulta che non si
    sapesse  in  un'ora per tutta la citt.  Ors,  levatevi su,  ch'io vi
    perdono,  e andate alle case vostre e non entrate  mai  pi  in  simil
    frenetico".
    Poi  licenzi  similmente la Regina,  facendola accompagnare sino alle
    sue stanze da molti cavalieri.  Cos si partirono quelle povere  donne
    tutte di mala voglia, n mai pi parlarono di entrare in consiglio, n
    di  balottare o mettere fave,  essendo elle state balottate per sempre
    dal Re per opera per dell'astuto Bertoldo,  al quale il  Re  rivolto,
    ridendo, disse:
    Re.  Questa    stata  una bellissima invenzione,  ed  riuscita molto
    bene.
    Bertoldo. Ben vada la capra zoppa, fin che nel lupo ella s'intoppa.
    Re. Perch dici tu questo?
    Bertoldo. Perch donna, acqua e fuoco per tutto si fan dar luoco.
    Re. Chi ha il seder nell'ortica, spesse volte gli formica.
    Bertoldo. Chi sputa contra il vento si sputa nel mostaccio.
    Re. Chi piscia sotto la neve forza  che si discopra.
    Bertoldo. Chi lava il capo all'asino perde la fatica e il sapone.
    Re. Parli tu forsi cos per me?
    Bertoldo. Per te parlo apunto e non per altri.
    Re. Di che cosa ti puoi tu doler di me?
    Bertoldo. Di che poss'io lodarmi?
    Re. Dimmi in che cosa tu ti senti aggravato da me.
    Bertoldo. Io ti sono stato coadiutore in cosa di tanta importanza e tu
    in cambio di assicurarmi della vita mi dai la burla.
    Re. Io non son tanto ingrato ch'io non conosca i tuoi meriti.
    Bertoldo. Il conoscerli  poco, il tutto  il riconoscerli.
    Re. Taci, ch'io ti voglio rimunerare in guisa ch'io voglio che tu stia
    sempre a pi pari.
    Bertoldo. Anco quelli che sono appiccati stanno a pi pari.
    Re. Tu interpreti ogni cosa alla roversa.
    Bertoldo. Chi dice cos l'indovina quasi sempre.
    Re. Tu dici male e fai male ancora.
    Bertoldo. Che male faccio io nella tua corte?
    Re. Tu non hai punto di civilt n di creanza.
    Bertoldo. Ch'importa a te s'io son ben creato o scostumato?
    Re. M'importa assai, perch troppo villanescamente ti porti meco.
    Bertoldo. La causa?
    Re.  Perch quando tu vieni alla presenza  mia  mai  non  ti  cavi  il
    cappello e non t'inchini.
    Bertoldo. L'uomo non deve inchinarsi all'altr'uomo.
    Re.  Secondo  le  qualit degli uomini si devono usare le creanze e le
    riverenze.
    Bertoldo.  Tutti siamo di terra,  tu di terra,  io di terra,  e  tutti
    torneremo in terra; e per la terra non deve inchinarsi alla terra.
    Re. Tu dici il vero, che tutti siamo di terra; ma la differenza qual 
    fra  te  e  me  non  altro se non che,  s come d'un'istessa terra si
    fanno varii vasi,  parte  che  in  essi  tengono  liquori  preciosi  e
    odoriferi e altri che servono a esercizi vili e negletti, cos io sono
    uno  di  quelli  che rinchiudono in s balsami,  nardi e altri liquori
    preciosi,  e tu uno di quelli nei quali s'orina  e  vi  si  fa  peggio
    ancora: e pure tutti sono fabricati da una mano istessa e d'un'istessa
    terra.
    Bertoldo.  Questo  non ti nego,  ma ben ti dico che tanto sono fragili
    l'uno quanto l'altro,  e quando ambo son rotti i pezzi si  gettano  l
    per le strade e dall'uno all'altro non si fa differenza alcuna.
    Re. Ors, sia come si voglia, io voglio che tu t'inchini a me.
    Bertoldo. Io non posso far questo, abbi pazienza.
    Re. Perch non puoi?
    Bertoldo.  Perch  io  ho mangiato delle pertiche di salice e per non
    vorrei scavezzarle nel piegarmi.
    Re.  Ah,  villan tristo,  io voglio al tuo dispetto che tu  t'inchini,
    come tu torni alla presenza mia.
    Bertoldo. Ogni cosa pu essere, ma duro gran fatica a crederlo.
    Re. Domattina si vedr l'effetto; va' pur a casa per questa sera.


    Il  Re fa abbassar l'uscio della sua camera acci Bertoldo convenga in
    chinarsi nell'entrar dentro la mattina.

    Partissi Bertoldo,  e il Re fece abbassar  l'uscio  della  sua  camera
    tanto  che chi voleva entrare in essa,  bisognava per forza inchinarsi
    con il capo;  e ci fece acci che Bertoldo alla tornata ch'ei  faceva
    si dovesse inchinare nell'entrare e cos venisse a fargli riverenza al
    suo dispetto. E cos stava aspettando il giorno per vedere il successo
    della cosa.


    Astuzia di Bertoldo per non inchinarsi al Re.

    La mattina l'astuto Bertoldo torn alla corte,  come era suo solito, e
    veduto l'uscio abbassato in quella maniera penso subito alla malizia e
    conobbe che il  Re  aveva  fatto  far  questo  solamente  perch  esso
    nell'entrare a lui se le inchinasse; onde in cambio di chinare il capo
    e   abbassarlo   nell'entrare  dentro,   volt  la  schiena  ed  entr
    all'indietro a tal che, in cambio di far riverenza al Re, gli volt il
    podice e l'onor con le natiche.  Allora il Re conobbe che costui  era
    astuto  sopra  gli altri astuti ed ebbe caro simil piacevolezza;  pur,
    mostrando d'essere alquanto alterato, gli disse:
    Re. Chi t'ha insegnato,  villan ribaldo,  d'entrar nelle case a questa
    foggia?
    Bertoldo. Il gambaro.
    Re. Perch il gambaro? Tu hai avuto un buon pedante, certo.


    Favola del gambaro e della granzella narrata da Bertoldo.

    Bertoldo.  Tu  dei sapere che il mio padre aveva fin a dieci figliuoli
    ed era povero come ancora son io,  e perch spesse volte  non  vi  era
    pane  da  cena,  egli,  in  iscambio  di cibarci e mandarci pasciuti a
    letto,  ci soleva contare  qualche  favola  a  buon  conto  per  farci
    addormentare,  e cos la solevamo passare fino alla mattina;  onde fra
    l'altre ch'io gli ud raccontare, questa mi rest nella mente, e se tu
    hai pazienza di darmi un poco di  udienza,  udirai  cosa  che  non  ti
    spiacer e torna a punto al proposito nostro.
    Re. Di' pur su, che ci mi sar di sommo piacere.
    Bertoldo.  Diceva il mio padre che quando le bestie parlavano e che le
    civette cacavano mantelli,  che  il  gambaro  e  la  granzella,  amici
    carissimi, si disposero d'andare un poco per lo mondo a vedere come si
    viveva  negli  altri  paesi  (e il gambaro allora caminava all'innanzi
    come fa l'altro bestiame,  e similmente la Granzella  non  andava  per
    traverso,  come  fanno  al  presente).  Ora  costoro  partironsi dalle
    paterne case, andarono molto tempo girando il mondo e furono nel regno
    delle cavallette;  poi passarono su quello delle lucerte,  che confina
    con  quello  del  Re  de' parpaglioni,  e cos circondarono gran parte
    della terra e videro vari riti e vari  costumi  fra  quelle  bestiole;
    alla  fine  capitarono nel paese de' schiratoli ed era sera;  e perch
    fra gli schiratoli e le  donnole  era  grandissima  guerra  per  esser
    confinanti  insieme  e per una nuova sospizione di tradimento si stava
    in arme dall'una e dall'altra parte,  arrivati questi due compagni  in
    simil luoco,  furono dalle guardie scoperti e tolti per due spioni;  e
    subito presi e legati furono condotti innanzi  al  loro  capitano,  il
    quale,  fattogli essaminare minutamente non trov in essi altro se non
    che, desiderosi di veder del mondo, erano giunti in quelle parti e che
    come forastieri non erano informati di cosa alcuna, e che bramavano di
    esser posti in libert e tornarsene  alle  patrie  loro;  o  pure,  se
    volevano  trattenergli  per  soldati,  gli  dessero il soldo come agli
    altri, ch'essi gli averiano serviti in quella guerra fidelissimamente.
    Inteso ci dal capitano, subito gli fece slegare,  e parendogli essere
    bestie da fazzione, per avere tanti piedi e tante braccia, gli accett
    e subito gli fece passar la panca. Ora avvenne che, essendo mandato il
    gambaro  a  spiare  quello  che  si faceva nel campo de' nemici,  come
    quello ch'era nuovo personaggio in  quel  paese  e  che  caminava  con
    grandissimo  silenzio  e  spesso  si copriva tutto sotto la coda,  non
    sarebbe conosciuto cos facilmente;  esso and animosamente nel  campo
    nemico e,  trovando le guardie che dormivano, pass avanti e and fino
    al padiglione del Donnolotto,  pensando ch'ivi ancora si dormisse;  ma
    il  meschino  ebbe  la  mala  fortuna  perch ivi si stava svegliato e
    giocavano a massa e topa,  onde nel porre ch'ei fece il  capo  dentro,
    subito  fu visto da uno di quei soldati,  il quale cheto cheto si lev
    da giocare,  che il povero  gambaro  non  se  n'avidde,  e  preso  uno
    stanghetto  gli  tir  cos  fatto  colpo  sul capo,  che lo stord di
    maniera ch'ei parea morto,  e se egli non si fusse trovato indosso  le
    sue solite arme, il cervello gli andava a spasso.
    Colui che lo percosse, non sapendo ch'ei fosse una spia, ma credendosi
    che  quivi fosse capitato a caso,  non avendo mostaccio a proposito da
    spia e credendolo morto, lo prese per le corna e lo gett in un fosso,
    e senza altro sospetto torn a giocare. Ora, ritornato il misero in se
    stesso e non potendo appena  levare  il  capo  per  la  gran  percossa
    ricevuta,  giur  di  mai  pi non voler entrare con il capo inanti in
    luoco alcuno,  ma caminare con la coda,  acci se pi gli veniva  dato
    delle  busse,  che  pi  tosto  gli fusse dato sulla schiena che sulla
    testa.  Cos,  tornato al campo,  fece la relazione di quanto gli  era
    intravenuto,  e  come  le  guardie  dormivano ma che nel padiglione si
    veghiava;  onde il capitano fece armare chetamente le sue  schiere,  e
    and  ad  assaltare  il  nemico  e  prese il padiglione e uccise tutti
    quelli che vi  erano  dentro,  e  fecero  le  vendette  del  bastonato
    gambaro.  Il  quale,  per  non  giunger pi a simil passo,  disse alla
    granzella: "Andiamoci con Dio,  perch la guerra non fa per noi".  "Ma
    come  fuggiremo  - disse la granzella - che non siano vedute le nostre
    pedate?" "Tu caminerai  per  traverso  -  disse  il  gambaro  -  e  io
    all'indietro,  e  cos ci torremo di sotto".  Piacque la proposta alla
    granzella, e subito si lev in punta di piedi e gentilmente cominci a
    caminare di gallone e con tanta destrezza che il gambaro a pena poteva
    tenergli dietro; e cos si partirono dal campo e mai non potero coloro
    sapere dove fossero andati per lo stravagante caminare  che  facevano.
    Cos giunsero alle case loro e,  per i pericoli ne' quali erano stati,
    lasciarono per testamento che tutti i descendenti loro  dovessero  per
    l'avenire  caminare  sempre  come  avevano fatto essi nel tornare alle
    case loro;  e fin ora si vede che il gambaro camina all'indietro e  la
    granzella per fianco.  E perch il gambaro ebbe quella bacchettata sul
    capo nel cacciarsi nel padiglione, io me lo son sempre tenuto a mente,
    e per questo nel cacciarmi nella tua camera sono entrato alla roversa,
    perch meglio  che il sedere sia percosso che  il  capo.  Or  che  ne
    dici? Non  bella questa favola?
    Re.  S, certo, e sei stato un grand'uomo. Ors vattene a casa e torna
    domani da me e fa' ch'io ti vegga e non ti vegga, e portami l'orto, la
    stalla e il molino.
    Bertoldo. Indovinala tu, Grillo. Ors, io vado,  e m'ingegnar di fare
    quel ch'io sapr.


    Astuzia di Bertoldo per comparire innanzi al Re nel modo sopradetto.

    Il giorno seguente Bertoldo fece fare una torta a sua madre di bietole
    ben unta con butiro,  casio e ricotta in abbondanza,  e poi,  preso un
    crivello da formento,  se lo pose sopra la fronte,  s che pendeva gi
    al petto e al ventre;  e cos con esso e con la torta torn dal Re, il
    quale, vedendolo comparire in guisa tale, ridendo disse:
    Re. Che cosa vuol dire quel crivello che tu hai dinanzi al viso?
    Bertoldo.  Non mi commettesti tu ch'io tornassi a te in modo tale  che
    tu mi vedessi e non mi vedessi?
    Re. S, ti commisi.
    Bertoldo.  Eccomi dunque doppo i buchi di questo crivello,  dove tu mi
    puoi vedere e non mi puoi vedere.
    Re. Tu sei un grand'uomo e ingegnoso;  ma dove l'orto,  la stalla e il
    molino ch'io ti dissi che tu portassi?
    Bertoldo.  Ecco qui questa torta, nella quale vi sono infuse tutte tre
    le dette cose, cio la bietola, la quale dinota l'orto,  il casio,  il
    butiro  e  la  ricotta,  che  significa la stalla,  e la spoglia della
    farina, che altro non vuol dimostrare che il molino.
    Re. Io non ho mai veduto n pratticato il pi vivo intelletto del tuo;
    per serviti della mia corte in ogni tua occorrenza.


    Piacevolezza di Bertoldo.

    A queste parole Bertoldo,  scostatosi alquanto  dal  Re  e  ritiratosi
    nella  corte,  si  cal  le  brache,  mostrando  di  voler fare un suo
    servigio corporale; laonde, veduto il Re tal atto, gridando, disse:
    Re. Che cosa vuoi tu fare manigoldo?
    Bertoldo.  Non dici tu ch'io mi serva della  tua  corte  in  ogni  mia
    occorrenza?
    Re. S, ho detto; ma che atto  questo?
    Bertoldo.  Io  me  ne voglio servire adunque a scaricare il peso della
    natura, il quale tanto m'aggrava ch'io non posso pi tenerlo.
    Allora uno di quelli della guardia del Re,  alzato un  bastone,  volse
    percuoterlo,  dicendogli: "Brutto poltrone, va' alla stalla dove vanno
    gli asini pari tuoi, e non fare queste indignit innanzi al Re, se non
    vuoi ch'io t'assaggi le  coste  con  questo  legno".  A  cui  Bertoldo
    rivolto, disse:
    Bertoldo.  Va'  destro,  fratello,  n  voler  tu fare il sofficiente,
    perch le mosche che volano sulla testa ai tignosi vanno  sulla  mensa
    regale  ancora  e  cacano  nella  propria  scodella del Re e pure esso
    mangia quella minestra;  e io dunque non potr fare i miei servigi  in
    terra,  che  cosa necessaria? E tanto pi che il Re ha detto ch'io mi
    serva della sua corte in ogni mio bisogno?  E qual maggior bisogno per
    servirmene poteva venirmi che in questo fatto?
    Intese  il  Re  la  metafora  di Bertoldo e si cav di deto un ricco e
    precioso anello e, volto a lui, disse:
    Re.  Piglia questo anello,  ch'io te lo dono;  e tu,  tesoriero,  va',
    porta qui mille scudi ch'io gliene voglio far un presente or ora.
    Bertoldo. Io non voglio che tu m'interrompa il sonno.
    Re. Perch interrompere il sonno?
    Bertoldo.  Perch  quand'io  avessi quell'anello e tanti danari io non
    poserei mai, ma mi andarei lambiccando il cervello di continuo, n mai
    pi potrei trovar pace n quiete.  E poi si suol  dire:  chi  l'altrui
    prende,  se  stesso  vende.  Natura  mi  fece libero,  e libero voglio
    conservarmi.
    Re. Che cosa poss'io dunque fare per gratificarti?
    Bertoldo. Assai paga, chi conosce il beneficio.
    Re. Non basta conoscerlo solamente, ma riconoscerlo ancora con qualche
    gratitudine.
    Bertoldo. Il buon animo  compto pagamento all'uomo modesto.
    Re. Non deve il maggiore cedere al minore di cortesia.
    Bertoldo.  N deve il minore accettar cosa che sia  maggiore  del  suo
    merito.


    La Regina manda di nuovo a chieder Bertoldo al Re.

    Mentre essi andavano cos ragionando insieme, giunse un altro messo da
    parte  della Regina,  con una lettera la quale conteneva che il Re gli
    mandasse  Bertoldo  per  ogni  modo,  ch,  sentendosi  ella  un  poco
    indisposta,  voleva  passare  il tempo alquanto con le piacevolezze di
    lui.  Ma ci era al contrario,  anzi ch'ella aveva fatto  pensiero  di
    farlo  privar di vita,  avendo inteso che per opera sua quelle matrone
    avevano ricevuto quello affronto dal Re,  per lo quale erano in  tanta
    rabbia  che  se l'avessero potuto aver nelle mani l'averiano lapidato.
    Il Re,  letta la lettera,  prestando fede alle  parole  della  Regina,
    volto a Bertoldo, disse:
    Re.  La  Regina di nuovo mi t'ha mandato a domandare e dice ch'essendo
    alquanto indisposta vorrebbe che tu l'andasti un poco a  trattenere  e
    fargli passar l'umore con le tue piacevolezze.
    Bertoldo.  Anco  la  volpe  talora  si  finge  inferma  per trapolar i
    polastri.
    Re. A che proposito dici tu questo?
    Bertoldo. Perch n tigre, n femina fu mai senza vendetta.
    Re. Leggi qui, se tu sai leggere.
    Bertoldo. La prattica mi serve per libro.
    Re. Sdegno di donna nobile tosto passa via.
    Bertoldo. Le cernici coperte tengono un pezzo calda la cenere.
    Re. Non odi tu le buone parole ch'ella ti manda a dire?
    Bertoldo. Buone parole e tristi fatti ingannano i savi e i matti.
    Re. Ors, chi ha d'andar vada, che l'acqua non  spada.
    Bertoldo. Chi  scottato dalla minestra calda soffia sulla fredda.
    Re. Da corsaro a corsaro non si perde altro che i barili vuoti.
    Bertoldo. Una cosa pensa il ghiotto, l'altra il tavernaro.
    Re. Il far servizio mai non si perde.
    Bertoldo. Servizio con danno, Dio ti dia il mal anno.
    Re. Non aver paura di nulla nella mia corte.
    Bertoldo. Meglio  esser uccello di campagna che di gabbia.
    Re. Ors,  non ti far bramar pi;  va' via,  perch cosa tanto pregata
    poco  poi grata.
    Bertoldo. Tristo colui che d essempio ad altrui.
    Re. Chi sta pi, vorrebbe star pi.
    Bertoldo. Chi spinge la nave in mare sta sulla riva.
    Re. Ors, va' dove ti mando, e non temere.
    Bertoldo. Quando il bue va alla mazza, suda dinanzi e trema di dietro.
    Re. Fa' un animo di leone e va' via arditamente.
    Bertoldo. Non pu far animo di leone chi ha il cuore di pecora.
    Re.  Va' via sicuramente,  che la Regina non ha pi odio teco,  ma s'
    passata quella burla in riso.
    Bertoldo. Riso di signore, sereno di verno, cappello di matto,  trotto
    di mula vecchia, fanno una primiera di pochi punti.
    Re. Non ti far pi aspettare perch ogni tardanza  poi noiosa.
    Bertoldo.  Ors, io vado, poich tu me lo comandi; vada come si vuole,
    in ogni modo, o per l'uscio o per la porta bisogna entrarvi.


    Bertoldo con una bellissima astuzia si ripara dal primo  empito  della
    Regina.

    Cos  Bertoldo  s'invi per andare dalla Regina,  e avendo inteso come
    ella aveva commesso ai suoi  cagnateri  che  subito  ch'egli  giongeva
    nella  sua  corte  essi  gli lasciassero andare tutti i cani incontro,
    acci da quelli fusse crudelmente stracciato  (tanto  era  incrudelita
    verso di lui), nel passare ch'ei fece per piazza vidde per buona sorte
    un villano il quale aveva una lepre viva,  e comperolla,  mettendosela
    sotto il mantello;  e quando fu gionto nella detta  corte  gli  furono
    lasciati  i  cani,  i  quali  venivano  verso  lui correndo quasi come
    affamati, e l'averiano morto e stracciato con i fieri denti.  Ma esso,
    vedendo il gran pericolo nel quale ei si trovava, subito lasci gir la
    lepre  che egli avea sotto,  la quale non s tosto fu veduta dai cani,
    che lasciarono stare di morder Bertoldo e si posero  a  correr  dietro
    alla lepre,  com' lor natura, a tale ch'esso rest salvo e illeso dai
    crudi morsi di quei fieri cani, e cos si ridusse innanzi alla Regina,
    la quale tutta ammirativa, credendolo morto da quei cani,  tutta piena
    di disdegno e ira gli disse:
    Regina. Tu sei qua, brutto assassino?
    Bertoldo. Cos non ci fussi come ci sono.
    Regina. Come sei scampato dai denti de' miei fieri cani?
    Bertoldo. La natura ha provisto all'accidente.
    Regina. La moglie del ladro non rise sempre.
    Bertoldo. Chi va al molino, bisogna che s'infarini.
    Regina. Chi ha le prime non va senza.
    Bertoldo. A chi tocca leva.
    Regina. A te toccar a questa volta.
    Bertoldo. Non viene ingannato se non chi si fida.
    Regina. Promettere e non dare, vien per matto confortare.
    Bertoldo. Chi manco pu, paga il bo'.
    Regina. Chi non gli gioca mal li spende.
    Bertoldo. A chi la va bene, par savio.
    Regina. Andar bestia e tornar bestia  tutt'uno.
    Bertoldo. Non bisognava entrarci, disse la volpe al lupo.
    Regina. Pur ci sei venuto tu, che fai l'astuto e il malicioso.
    Bertoldo.  Pazienza, disse il lupo all'asino: tal va al sposalizio che
    non va a tavola.
    Regina. Ogni tempo viene, a chi pu aspettarlo.
    Bertoldo. Ventura, pur che poco senno basta.
    Regina. Dietro il tuono suol venire la tempesta.
    Bertoldo. Il pesce grosso mangia il picciolo.
    Regina. Ogni gallo non conosce fava.
    Bertoldo.  Ogni serpe ha il veleno nella coda,  ma la femina irata  lo
    tiene per tutta la vita.
    Regina.  Tu  non  camperai  del  certo  questa volta,  usa pure quanta
    malizia tu puoi e sai,  ch'io non voglio che tu ti vanti di  fare  pi
    stratagemme contra le donne.
    Bertoldo.  Chi non va a una fornata va all'altra,  e chi va pi presto
    inganna il compagno; per sbrigarmi in un tratto.  In ogni modo,  come
    disse  la volpe al villano,  se noi campassimo mille anni,  noi non ci
    guardaremo mai pi di buon occhio, n sar buon stomaco fra di noi.


    La Regina fa mettere Bertoldo in un sacco.

    Allora la Regina tutta adirata lo fece pigliare e legar  stretto,  poi
    lo fece condurre in una camera appresso a quella dove lei dormiva;  e,
    perch'ella non si fidava ch'esso non scampasse, come aveva fatto altre
    volte con le sue astuzie,  lo fece mettere in un sacco e gli pose  per
    guardia  un sbirro il quale lo guardasse sino alla mattina,  con animo
    poi di mandarlo a gettare nel fiume o fargli  altra  cosa,  ch'ei  non
    potesse fargli pi burle.  E cos il misero Bertoldo rest serrato nel
    sacco, n mai ebbe timore della morte se non in quella volta;  pure si
    pens   una   nuova  astuzia  per  uscir  del  sacco,   e  gli  riusc
    mirabilissimamente, e fu questa.


    Astuzia nobilissima di Bertoldo per uscir fuori del sacco.

    Rest dunque il povero Bertoldo serrato nel sacco,  con la guardia  di
    quello  sbirro;  e avendosi imaginato una nuova astuzia,  mostrando di
    parlare fra se stesso,  incominci querelandosi  a  dire:  "O  fortuna
    maledetta,  come  ti  pigli  tu  spasso  di travagliare tanto i ricchi
    quanto i poveri! Oh robba iniqua, dove m'hai tu condotto? Meglio saria
    stato per me se il padre mio m'avesse lasciato mendico, che ora io non
    sarei a cos tristo passo congiunto.  Che cosa  ha  giovato  a  me  il
    vestirmi  di questi rozzi e ruvidi panni per mostrare di esser povero,
    s'io sono stato scoperto per ricco, come io sono?  Onde questi tiranni
    per  l'avidit  della  robba mia si vogliono imparentar meco;  ma vada
    come si voglia,  io non consentir mai di prenderla,  ch io son  uomo
    contrafatto  e so ch'ella non sarebbe tutta mia,  e se la Regina vorr
    ch'io la pigli al mio dispetto, qualche cosa sar".


    Lo sbirro comincia a impaniarsi.

    Allora lo sbirro udendo queste parole ed  essendo  curioso  di  sapere
    dove derivava simil ragionamento,  ed essendo alquanto compassionevole
    di natura, disse:
    Sbirro.  Che ragionamento  questo che tu fai?  Perch  sei  tu  stato
    messo in questo sacco, poveraccio?
    Bertoldo.  Eh,  fratello,  a te non importa saper le mie miserie, per
    lasciami lamentare e tu attendi a far l'ufficio  al  quale  sei  stato
    messo.
    Sbirro.  Se  ben  faccio  lo sbirro,  per questo son uomo anch'io e ho
    compassione delle calamit de' compagni, e se io non potr darti aiuto
    con le forze mie in questo  tuo  travaglio,  ti  dar  almeno  qualche
    consolazione di parole.
    Bertoldo.  Poca consolazione puoi darmi,  perch il termine  breve di
    quanto s'ha da fare.
    Sbirro. Ti vogliono forsi far frustare?
    Bertoldo. Peggio.
    Sbirro. Dar della fune?
    Bertoldo. Peggio.
    Sbirro. Mandar in galera?
    Bertoldo. Peggio.
    Sbirro. Far impiccare?
    Bertoldo. Peggio.
    Sbirro. Far squartare?
    Bertoldo. Peggio ancora.
    Sbirro. Abbruggiare?
    Bertoldo. Mille volte peggio.
    Sbirro. Che diavolo ti possono far (peggio) di queste sei cose?
    Bertoldo. Mi vogliono dar moglie.
    Sbirro. E questo  peggio che esser frustato,  aver della fune,  andar
    in galera, esser impiccato, squartato e abbruggiato? O bestia che sei,
    io mi credea che questo fusse un gran fastidio.  Oh s che questa  da
    cantare nella chitarra!
    Bertoldo.  Non che il prender moglie sia peggio (di quello)  ch'io  ho
    detto;  ma  il modo che vogliono tenere in darmela mi d pi travaglio
    che se mi fessero tutte queste cose che m'hai detto.
    Sbirro. E che modo vogliono essi tenere? Parla chiaro.
    Bertoldo. E' l nissun altro che te? Perch io non vorrei essere udito
    da qualchedun altro, perch'io sarei poi rovinato affatto.
    Sbirro. Non v' altri che me; parla pure sicurissimamente.
    Bertoldo. Di grazia, che non mi facci poi la spia.
    Sbirro.  Non  dubitar  di  questo,   ch'io  non  ho  mai  fatto  simil
    professione, n manco voglio incominciare adesso.
    Bertoldo. Ors, io mi voglio fidar di te, perch al parlare che tu fai
    tu mi pari galantuomo;  e poi vada com'ella si voglia, quello che deve
    essere non pu mancare.
    Sbirro. Ors cominciami a narrare il negozio, ch'io ti ascolter.
    Bertoldo.  Tu dei dunque sapere che trovandomi io ricco  de'  beni  di
    fortuna,  ma  difforme  e  mostruoso  di vista,  confinando con i miei
    poderi con un gentiluomo il quale ha una figliuola bellissima, costui,
    avendo visto le ricchezze mie,  s' pensato (bench  io  sia  villano,
    brutto,  come ti dico) di voler darmi questa sua figliuola per moglie,
    e pi volte me n'ha fatto parlare,  non gi perch gli piaccia il  mio
    aspetto, ma per la gran robba ch'io mi trovo, che in quanto della vita
    mia  non  credo  ch'ei  se  ne  curi un aglio,  anzi credo che egli mi
    vorrebbe piuttosto vedere sulle forche.
    Sbirro. Tu sei dunque ricco?
    Bertoldo.  Ricchissimo d'armenti,  di greggi,  di possessioni e d'ogni
    cosa.
    Sbirro. Quanto puoi tu aver d'entrata?
    Bertoldo. Io mi trovo avere un anno per l'altro sei mila scudi e pi.
    Sbirro.  Cancaro!  Vi  sono dei signori che non hanno tanto.  E questo
    gentiluomo  ricco, lui?
    Bertoldo.  Egli si trova stare assai commodo,  ma  appresso  di  me  
    poverissimo.
    Sbirro. Quanto pu aver egli d'entrata?
    Bertoldo. Da mille scudi in circa.
    Sbirro.  Ei  non    per  cos povero come tu dici.  E' poi nobile di
    famiglia?
    Bertoldo. Nobilissimo.
    Sbirro. Non ti vuole egli dar nulla in dote?
    Bertoldo. S, vuole; ma io ti dir il tutto,  poich siamo qua.  Ma io
    non posso parlare in questo sacco se tu non gli sleghi la bocca, tanto
    ch'io possa metter fuori la testa,  che poi tornarai a serrarlo,  come
    avrai inteso il fatto intieramente.
    Sbirro. Volentieri,  eccola slegata,  ragiona via allegramente.  Ma tu
    hai  un  brutto  mostaccio.  Se  il resto corrisponde al viso,  tu dei
    essere un brutto manigoldo.
    Bertoldo. Cavami del tutto fuori e vedrai la mia bella disposizione.
    Sbirro.  S,  ma bisogna che vi torni poi dentro,  come hai finito  di
    ragionare, e ch'io ti serri come stavi prima.
    Bertoldo. Siamo d'accordo in questo, non ti dubitare.


    Lo sbirro cava Bertoldo fuori del sacco.

    Sbirro. Ors, vien fuori.
    Bertoldo. Eccomi. Che ti pare di questa bella vitina?
    Sbirro.  A f, che tu sei un garbato cavaliero. O pu far il Cielo! Io
    non ho mai visto la pi brutta bestia di te. T'ha mai visto la sposa?
    Bertoldo. Ella mai non m'ha veduto, e perch ella non mi vegga m'hanno
    fatto cacciare in questo sacco e vogliono condurla in questa stanza  e
    fare  ch'io  la  sposi  senza  lume  e  quando  poi l'aver sposata mi
    scopriranno e bisogner ch'ella si contenti al suo dispetto,  che cos
      stabilito,  e a me subito sar sborsato due mila doble di Spagna le
    quali gli dona la Regina, acci non gli scappi cos buona ventura.
    Sbirro. Una buona ventura,  certo.  O che bambino grazioso da tener in
    braccio!  O  robba  mal  nata,  quanti  poveri  uomini  e povere donne
    affuoghi tu? Mira, di grazia, costui, che pare un mostro infernale;  e
    perch esso ha delle facolt, i gentiluomini nobili hanno di grazia di
    fare  parentato con esso lui.  Or bene dice vero il proverbio,  che la
    robba fa stare il tignoso al balcone.  A me che son povero e  che  gi
    non  sono  mostruoso  come  questo  diavolo,  non  intraverrebbe simil
    ventura; ma la robba malvaggia  causa di questo. Pazienza.
    Bertoldo.  Se tu fossi galant'uomo io ti  farei  ricco  questa  notte;
    perch io mi sono rissoluto di non voler costei in modo alcuno, perch
    intendo  ch'ella   bella come un sole,  per mi vado pensando ch'ella
    non sarebbe tutta mia.  L'altra  poi,  vedendomi  s  contrafatto,  mi
    potrebbe  dar forse il boccone e farmi tirare le calcie.  Per,  se tu
    vuoi entrare in questo sacco in mio cambio,  io ti  rinonciar  questa
    gran ventura.
    Sbirro.   Qualche  buffalaccio  farebbe  tal  pazzia,   che,  come  mi
    scoprissero poi, e ch'io non fussi te,  mi facessero tirare il guindo
    e farmi fare il saltarello del groppo.
    Bertoldo.  Non dubitare di questo, perch subito che tu averai sposata
    la sposa e che ti scopriranno,  tu che sei un giovane  garbato  e  non
    orrendo come me, ella vedendoti non dir altrimente che non ti voglia,
    e  quello che sar fatto non potr pi tornare a dietro e beccarai via
    le due mila doble ed entrarai in possesso di quella robba,  perch  il
    padre    vecchio  e  poco  pi  pu  stare andare a fare dell'erba al
    cavallo  del  Gonnella;   s  che  tu  potrai  per  l'avvenire  vivere
    onoratamente senza essercitare pi questo tuo mestiero cos vituperoso
    e infame.
    Sbirro.  Tu la fai molto facile la cosa; ma io non voglio per pormi a
    questo rischio: entra pur tu nel sacco.
    Bertoldo.  Oh poveraccio che tu sei,  non sai tu che il  si  dice  che
    all'uomo  audace  giova il tentar la fortuna?  Che cosa di male ti pu
    intravenire in questo negozio?  Vuoi tu che il padre di lei ti  faccia
    dispiacere, come l'avrai sposata? Vuoi tu che lei, ch' tutta modesta,
    dica che non ti voglia?  Vuoi tu che la Regina, la quale  tanto larga
    e liberale,  non voglia sborsare i danari per parere avara?  Tutti  si
    rimetteranno  a  quello  che  vuole  il  Cielo  e  la passaranno sotto
    silenzio,  e tu andarai in casa della sposa e con il tempo sarai erede
    del tutto e sarai onorato da tutti come gentiluomo.
    Sappi,  sappi  conoscere  cos  gran ventura,  e pensa che ogni d non
    s'appresentano simili occasioni. Su, dunque,  entra nel sacco e non vi
    pensar  pi,  perch  se vi fusse qualche pericolo per te io non te lo
    direi,  che io sono un uomo schietto,  n saprei  dire  una  bugia,  e
    inanzi  che  sia  domani ora di desinare,  t'accorgerai s'io ti voglio
    bene.


    Lo sbirro comincia a cascare alla rete.

    Sbirro.  Tu me la dipingi tanto garbatamente,  che quasi quasi mi  hai
    fatto  venir  voglia  d'entrare in questa impresa.  Io ho sempre udito
    dire che chi non s'arrischia non guadagna.  Chi sa che  il  Cielo  non
    abbi preparato per me questa ventura?
    Bertoldo  mostra di non volere pi che lo sbirro entri nel sacco,  per
    fargliene venir pi desiderio.
    Bertoldo.  Io non ti so dire tante chiacchiere.  Colui che non conosce
    la fortuna quando gli viene in mano, la va poi cercando indarno. Se il
    Cielo  vuol  farti questo dono,  perch lo vuoi tu ricusare?  Ma io so
    bene che se tu conoscessi la  mia  sincerit,  tu  non  faresti  tante
    repulse.  Ors,  fratello,  fa' quello che ti pare.  Io non voglio pi
    starmi affaticare in farti  tanti  prologhi;  ecco,  ch'io  entro  nel
    sacco,  vienmi pure a serrare,  ch'io non ti direi pi nulla per tutto
    l'oro del mondo.
    Sbirro.  Fermati ancora un poco,  che v' ben del  tempo  da  entrarvi
    dentro.
    Bertoldo.  Chi  ha  tempo  non aspetti tempo.  Io veggo che tu non sai
    conoscer tua ventura, e per non voglio pi star a intuonarti il capo,
    perch pazzo  colui che vuol far del bene a suo dispetto.


    Lo sbirro si risolve d'entrar nel sacco.

    Sbirro. Ors, io conosco veramente che queste tue parole vengono da un
    puro zelo d'amore che tu mi porti,  e veggo che tu ti  scommodi  molto
    per me; per io non voglio abusare simil cortesia. Eccomi qui risoluto
    per  entrare  nel  sacco  e  fare quel tanto che tu hai detto,  perch
    quando aver sposata costei,  bisogner ben poi ch'ella sia mia e  che
    tutti abbino pazienza al suo dispetto.
    Bertoldo. Ors, vien pur, serra il sacco, ch'io entro dentro.
    Sbirro. Aspetta, non v'entrare, perch io sono risoluto d'entrarvi.
    Bertoldo.  Io non voglio pi farne altro;  vien pur,  lega la bocca al
    sacco.
    Sbirro. Di grazia, caro fratello, non mi vietare simil ventura,  ch'io
    te la domando per cortesia.
    Bertoldo.  Ors,  io non voglio mancare di farti questo beneficio,  se
    bene tu m'hai fatto alterare alquanto. Entra dunque dentro e non stare
    a parlar pi, ma sta' aspettar quello che ha da venire,  che domattina
    vedrai che opera io avr fatta per te.
    Sbirro.  S'io non t'avessi per galant'uomo e per uomo schietto, io non
    mi lasciarei ridurre a serrarmi in questo sacco,  ma si vede  che  sei
    l'istessa bont.
    Bertoldo.  Il  Ciel  ti  fa  parlare adesso.  Ors,  caccia ben dentro
    quell'altro braccio e abbassa un poco gi la testa,  perch tu sei  un
    poco pi alto di me, e non potrei legar la bocca.
    Sbirro.  Ohim, io mi stroppio il collo. Ors, lega pure, in ogni modo
    non ponno star arrivare i parenti, secondo che tu hai detto.
    Bertoldo.  Fra due o tre ore al pi  sarai  espedito.  Ors,  io  t'ho
    legato,  sta'  cheto  e  non dir pi nulla,  acci la cosa vada com'ha
    d'andare.
    Sbirro.  Io  non  parler  pi,  ma  appoggiami  al  muro,  perch  mi
    stancherei a star ritto tanto.
    Bertoldo. Eccoti appoggiato. Stai tu bene?
    Sbirro. Benissimo.
    Bertoldo.  Ors,  cito  e  senza  lingua;  e  sappiti reggere,  che il
    bisogna.
    Sbirro.  Io non parlo pi e sta' pur cheto  ancor  tu,  e  lascia  che
    venghi la sposa.


    Bertoldo compra il porchetto e lascia lo sbirro nelle peste.

    Posto  ch'ebbe Bertoldo lo sciocco sbirro nel sacco,  fece pensiero di
    subito scampar via e non aspettare altrimente la tempesta che gli  era
    per cadere adosso la mattina che succedeva;  e, bisognando passare per
    le stanze della Regina, accost pi volte l'orecchio se udiva nessuno;
    n sentendo anima nata per quelle camere (perch erano tutti nel primo
    sonno),  aperse l'uscio pian piano della camera dov'egli era ed  entr
    nella  sala  e  di  qui  nella  camera  dove  dormiva  la  Regina,   e
    appressandosi al letto di lei cheto cheto trov ch'essa  dormiva  come
    un  tasso,  onde  pens  di fargli una beffa,  e,  preso una delle sue
    vesti,  se la pose indosso e cos vestito da donna pass per tutte  le
    altre  stanze dove dormivano le dame;  e,  avendo trovato le chiavi di
    tutte  le  porte  dal   capo   del   letto   della   nutrice,   aperse
    destrissimamente  tutti gli usci e usc fuori del palazzo.  Ed essendo
    nevato la notte aveva paura che le  sue  pedate  non  lo  scoprissero;
    onde,  come  astuto,  si pose le scarpe in piedi alla roversa,  a tale
    che,  in cambio d'andare in l,  pareva ch'ei venisse  in  qua.  Cos,
    tanto  and  di  qua e di l,  che alfine capit ad un forno dietro le
    mura della citt e si ficc dentro.
    La Regina non trovando la veste d la colpa allo  sbirro  che  l'abbia
    rubbata, e credendo parlar con Bertoldo parla con lo sbirro ch'era nel
    sacco.
    Venuta  la  mattina,  entrarono le damigelle per vestir la Regina,  n
    trovando la veste ch'esse gli avevano cavato la sera,  restarono tutte
    ammirate e stupefatte.  Alfine la Regina, fattosi portare altra veste,
    si lev tutta furiosa e subito and alla camera  dove  aveva  lasciato
    Bertoldo  nel  sacco,  n  vedendo la guardia ch'ella aveva messo alla
    custodia sua,  dubit che lo sbirro fosse stato quello che gli  avesse
    rubbata  la veste e che si fosse gito con Dio;  e giur,  se lo poteva
    aver nelle mani, di farlo subito impiccare. Poi, accostatasi al sacco,
    disse: "E bene, galant'uomo, sei tu pi dell'umor di prima?"
    Sbirro. Signora no, anzi son qui per pigliarla quanto prima.
    Regina. Che cosa vuoi tu pigliare, una medicina?
    Sbirro. L'avete voi posta all'ordine?
    Regina. La faremo metter all'ordine or ora.
    Sbirro. Quanto pi presto sar ispedito, l'avr pi caro.
    Regina. Non passer molto tempo, che tu sarai consolato.
    Sbirro. Non vedo l'ora d'aver quest'allegrezza.  Su,  fate ch'ella sia
    condotta or ora.
    Regina. Dico che fra poco ti condurremo da lei, sta' pur allegro.
    Sbirro. Se i nostri patti sono ch'ella venghi in questa camera e ch'io
    la sposi incognitamente e ch'io tiri le due mila doble poi come l'avr
    sposata, a che voler farmi andar da lei? Fate ch'ella sia condotta qua
    e far quel tanto ch'io ho da fare.
    Regina. Che parla questo villano di sposa e di doble? Cavatelo un poco
    fuori di quel sacco, ch'io lo veggia in viso.


    Lo  sbirro  esce  fuori  del sacco in cambio di Bertoldo,  e la Regina
    tutta stupefatta dice:
    Regina. Chi t'ha posto in quel sacco, sciagurato?
    Sbirro. Colui ch'aveva da essere lo sposo, il quale, non volendo colei
    che gli volete dare,  ha rinunciato a me  questa  ventura.  Per  fate
    venir  la  sposa  e le doble,  ch'io son qui per far quel tanto che va
    fatto.
    Regina.  Che sposa?  che  doble  dici  tu?  Parla  pi  chiaro,  ch'io
    t'intenda.
    Sbirro.  La sposa che volevate dare a quel villano con quelle due mila
    doble.
    Regina. T'ha forsi dato colui a intendere questa pappolata?
    Sbirro.  Dico ch'egli ha detto del miglior senno ch'egli  ha,  e  m'ha
    posto in questo sacco a posta ed ei se n' fuggito via;  per venghisi
    all'espedizione, fin ch'io son di vena di fare la ricevuta.


    Lo sbirro vien bastonato;  poi,  tornato nel sacco,  mandato a  gettar
    nell'Adice.

    Regina.  Adesso,  adesso  far  venir  le doble;  intanto preparati al
    ricevere, ch'io voglio che il contratto sia fatto a tue spalle.
    Sbirro.  Io sono qui per  questo  e  un'ora  mi  pare  mille  anni  di
    contarle; ma avvertite ch'io le voglio di peso e trabocchenti.
    Regina.  Tu le conterai prima;  poi,  se non saranno di peso, io te le
    far cambiare.  In questo mezo comincia a contare,  e  quelle  che  ti
    paiono leggiere, dillo.
    Il che poi detto,  subito fece comparire quattro de' suoi serventi con
    un buon bastone per uno,  i quali tosto cominciarono  a  bastonare  il
    povero  sbirro,  il  quale,  sentendosi  tempestare  con tanta rovina,
    incominci a gridare e raccomandarsi; ma nulla gli giov perch coloro
    lo lasciarono in terra come morto,  n bast di questo,  ch la Regina
    lo  fece  tornar nel sacco e portarlo a gettar nel fiume,  e cos quel
    povero disgraziato tir le doble di peso, mal per lui,  e in cambio di
    prender moglie s'ammogli nell'Adice del tutto.


    Bertoldo sta nel forno e la Regina il fa cercar per tutto.

    Dopo  che l'infelice sbirro fu mandato a bere,  si fece gran diligenza
    per  trovar  Bertoldo,  ma  per  le  pedate  volte  alla  roversa  non
    poteva(si) comprendere ch'ei fosse uscito fuori di corte,  e la Regina
    lo fece cercar per  tutto  con  animo  risoluto  di  farlo  impiccare,
    parendogli pur grave la beffa della veste e dello sbirro.


    Bertoldo  viene  scoperto  nel forno da una vecchia,  e si divulga per
    tutto la Regina esser nel forno.

    Stava dunque il misero Bertoldo in quel  forno  e  udiva  il  tutto  e
    cominci  a  temere molto della morte e si pent d'esser mai andato in
    quella corte e non ardiva d'uscire fuori per non essere preso, sapendo
    che la Regina gli aveva mal animo adosso;  e ora tanto  pi  avendogli
    fatto  la  burla  dello sbirro e della veste,  dubitava ch'ella non lo
    facesse impiccare.  Ma avendo indosso quella veste,  ch'era lunga,  n
    avendola tirata ben dentro del forno tutta, essendone restata fuori un
    lembo,  volse  la  sua  mala  sorte ch'ivi venne a passare una vecchia
    appresso al detto forno, e conosciuto l'orlo della veste,  che pendeva
    fuori,  che  quella era una delle vesti della Regina,  si pens che la
    Regina fusse rinchiusa nel detto forno;  onde and in un tratto da una
    sua  vicina  e  gli disse che la Regina era in quel forno.  And colei
    seco e, guardando nel forno, vidde la detta veste, e, conoscendola, lo
    disse ad un'altra,  quell'altra ad un'altra e cos di mano in  mano  a
    tale  che non fu meza mattina che per tutta la citt and la nuova che
    la Regina era in un forno dietro le mura della citt.


    Il Re dubita che Bertoldo non abbi portato la Regina in quel forno,  e
    va a chiarirsi del fatto.

    Udendo il Re simil fatto, dubit che Bertoldo avesse portato la Regina
    in  quel  forno,  perch  lo  conosceva tanto tristo che credeva ch'ei
    potesse fare ogni cosa, e le strattagemme del passato maggiormente gli
    crescevano il sospetto; onde subito and alla camera della Regina e la
    trov ch'ella era tutta arrabbiata;  e inteso da lei  la  beffa  della
    veste,  si fece condurre a quel forno e guardando in esso vidde costui
    nel detto avviluppato nella veste della Regina,  e tosto lo fece tirar
    fuori,  minacciandolo della morte;  e cos fu spogliato della veste il
    povero villano e rest con gli suoi strazzi intorno;  e tra  che  esso
    era  brutto  di  natura  e avendosi tutto tinto il mostaccio nel detto
    forno, pareva proprio un diavolo infernale.


    Bertoldo  tirato fuori del forno e il Re sdegnato dice:
    Re.  Pur ti ci ho  colto,  villan  ribaldo,  ma  a  questa  volta  non
    scamperai del certo, se non sei il gran diavolo.
    Bertoldo. Chi non vi  non vi entri, e chi v' non si penti.
    Re. Chi fa quello che non deve, gli avviene quello che non crede.
    Bertoldo.  Chi  non  vi  va  non vi casca,  e chi vi casca non si leva
    netto.
    Re. Chi ride il venere, piange la domenica.
    Bertoldo. Dispicca l'appiccato, egli appiccher poi te.
    Re. Fra carne e unghia, nissun non vi pungia.
    Bertoldo. Chi  in difetto,  in sospetto.
    Re. La lingua non ha osso e fa rompere il dosso.
    Bertoldo. La verit vuol star di sopra.
    Re. Ancor del ver si tace qualche volta.
    Bertoldo. Non bisogna fare, chi non vuol che si dica.
    Re. Chi si veste di quel d'altri, presto si spoglia.
    Bertoldo. Meglio  dar la lana, che la pecora.
    Re. Peccato vecchio, penitenza nuova.
    Bertoldo. Pissa chiaro, indorme al medico.
    Re. Il menar delle mani dispiace fino ai pedocchi.
    Bertoldo.  E il menar de' piedi dispiace a  chi    tratto  gi  dalle
    forche.
    Re. Fra un poco tu sarai uno di quelli.
    Bertoldo. Inanzi orbo, che indovino.
    Re.  Ors,  lasciamo andare le dispute da un lato.  Ol,  cavaliero di
    giustizia,  e voi altri ministri,  pigliate costui e menatelo or ora a
    impendere  a  un  arbore,  n  si  dia orecchie alle sue parole perch
    costui  un villano tristo e scelerato che ha il diavolo  nell'ampolla
    e  un  giorno  sarebbe  buono per rovinare il mio stato.  Su,  presto,
    conducetelo via, n si tardi pi.
    Bertoldo. Cosa fatta in fretta non fu mai buona.
    Re. Troppo grave  stato l'oltraggio che tu hai fatto alla Regina.
    Bertoldo. Chi ha manco ragione, grida pi forte.  Lasciami almeno dire
    il fatto mio.
    Re.  Alle  tre si fa cavallo e tu glien'hai fatte pi di quattro,  che
    gli sono state di troppo affronto. Va' pur via.
    Bertoldo.  Per aver detto la verit ho da patir  la  morte?  Deh,  non
    esser cos crudele contra di me, ti prego.
    Re.  Tu  sai bene quello che dice il proverbio: odi,  vedi e tace,  se
    vuoi vivere in pace; e, chi vuol bene a madonna,  vuol bene a messere.
    Per non mi star pi a intuonar l'orecchie,  perch quanto pi preghi,
    pi gitti indarno le parole e pesti acqua in mortaio.


    Esclamazione di Bertoldo per la sentenza data dal Re contra di lui.

    Bertoldo. Ors pure, il proverbio dice il vero: o servi come servo,  o
    fuggi come cervo,  perch corvi con corvi non si cavano mai gli occhi,
    e i parenti si  vedono  condurre  alla  forca,  ma  fra  loro  non  si
    appiccano;  per  tutto  quello che luce non  oro,  ma chi non fa non
    falla;  parola detta e pietra tratta non pu tornar  a  dietro,  e  un
    torso di verze  cagione talora della morte di mille mosche; ma tal mi
    ride  in  bocca  che  ha  il  rasoio sotto,  onde meglio  un'oncia di
    libert,  che dieci libre d'oro,  perch alla fine lupo non mangia  di
    lupo,  e  per per cantare il corvo perse il formaggio,  come ho fatto
    io, che, per aver canzonato in amaro son ridotto al buco del gatto, n
    mi scamperiano le ali di Dedalo,  ch il Re ha gi dato la sentenza  e
    la  sua parola non pu tornare a dietro,  ancorch si dica che chi pu
    fare pu anco disfare.


    Astuzia ultima di Bertoldo per campar la vita, seguitando il suo dire.

    Bertoldo.  Ors pur Bertoldo,  qui ti bisogna far un animo di leone  e
    mostrar la tua generosit a questo passo,  poich tanto dura il dolore
    quanto tarda il morire,  e quello che non  si  pu  vendere,  si  deve
    donare.  Eccomi dunque pronto,  o Re, a essequire quanto hai ordinato.
    Ma,  prima ch'io muoia,  io bramo una grazia da te e sar l'ultima che
    mi farai pi.
    Re.  Eccomi  pronto  per fare quello che domandi,  ma di' presto,  ch
    m'hai fastidito con quel tuo longo cianciume.
    Bertoldo.  Comanda,  ti prego,  a questi tuoi  ministri,  che  non  mi
    appicchino  sin  tanto  che  io  non  trovo una pianta o arbore che mi
    piaccia, che poi morir contento.
    Re.  Questa grazia  ti  sia  concessa.  Su,  conducetelo  via,  n  lo
    sospenderete se non a una pianta che gli piaccia, sotto pena della mia
    disgrazia. Vuoi altro da me?
    Bertoldo. Altro non ti chieggio, e ti rendo grazie infinite.
    Re. Ors, a Dio Bertoldo, abbi pazienza per questa volta.


    Bertoldo  non trova arbore n pianta che gli piaccia,  onde i ministri
    infastiditi lo lasciano andare.

    Non comprese il Re la metafora di Bertoldo,  onde costoro lo  menarono
    in un bosco pieno di varie piante,  e,  quivi non ve n'essendo nissuna
    che gli piacesse,  lo condussero per tutti i boschi d'Italia,  n  mai
    poterono  trovare  pianta,  arbore  n tronco che gli piacesse;  onde,
    fastiditi dal lungo viaggio e ancora avendo conosciuto la  sua  grande
    astuzia,  lo  slegarono e lo posero in libert,  e ritornati al Re gli
    narrarono il tutto. Il quale,  oltra modo si stup del gran giudicio e
    sottile ingegno di costui,  tenendolo per uno de' pi accorti cervelli
    che fossero al mondo.


    Il Re manda di nuovo a cercar Bertoldo e trovatolo va in persona  dove
    sta e con preghi e gran promesse lo fa tornare alla corte.

    Passato  lo  sdegno  al  Re,  mand  di  nuovo  a  cercar  Bertoldo e,
    trovatolo,  lo fece pregare a tornare in corte,  che il tutto gli  era
    stato  perdonato;  ed  esso  gli mand a dire che cavoli riscaldati n
    amore ritornato non fu mai buono,  e che non v'era tesoro che  pagasse
    la libert.  Onde il Re vi and in persona e lo preg e supplic tanto
    che alfine(bench contra sua voglia) lo condusse in corte e  gli  fece
    perdonare alla Regina,  e volse ch'ei stesse sempre appresso della sua
    corona,  n faceva cosa alcuna senza il consiglio  di  lui.  E  mentre
    ch'ei  stette  in quella corte,  ogni cosa and di bene in meglio;  ma
    essendo egli usato a mangiar cibi grossi e  frutti  selvatichi,  tosto
    ch'esso  incominci  a  gustar  di  quelle  vivande gentili e delicate
    s'inferm gravemente a morte,  con grandissimo  dispiacere  del  Re  e
    della  Regina,  i quali dopo la sua morte vissero poi sempre sotto una
    vita trista e infelice.


    Morte di Bertoldo e sua sepoltura.

    I medici non conoscendo la sua complessione, gli facevano i rimedi che
    si fanno  alli  gentiluomini  e  cavalieri  di  corte;  ma  esso,  che
    conosceva la sua natura,  teneva domandato a quelli che gli portassero
    una pentola di fagiuoli con la cipolla dentro e delle rape cotte sotto
    la cenere,  perch sapeva lui che con tal cibi  saria  guarito;  ma  i
    detti  medici  mai  non lo volsero contentare.  Cos fin sua vita con
    questa volont,  colui ch'era tenuto un altro Esopo da tutti,  anzi un
    oracolo,  e fu pianto da tutta la corte,  e il Re lo fece sepelire con
    grandissimo onore,  e quei medici si pentirono di non  gli  aver  dato
    quant'esso gli addimandava nell'ultimo, e conobbero che egli era morto
    per non l'aver essi contentato.  E il Re, a perpetua memoria di questo
    grand'uomo,  fece scolpire nella sua  sepoltura  in  lettere  d'oro  i
    seguenti  versi in forma d'epitafio,  facendo vestire di nero tutta la
    sua corte, come se fosse morto uno dei primati di quella.


    Epitafio di Bertoldo.

    In questa tomba tenebrosa e scura
    Giace un villan di s difforme aspetto,
    Che pi d'orso che d'uomo avea figura;
    Ma di tant'alto e nobile intelletto
    Che stupir fece il mondo e la natura.
    Mentr'egli visse e fu Bertoldo detto,
    Fu grato al Re; mor con aspri duoli
    Per non poter mangiar rape e fagiuoli.


    Detti sentenziosi di Bertoldo innanzi la sua morte.

    Chi  uso alle rape non vada ai pasticci.
    Chi  uso alla zappa non pigli la lancia.
    Chi  uso al campo non vada alla corte.
    Chi vincer il suo appetito sar un gran capitano.
    Chi non mangia da tutte due le bande, non  buona simia.
    Chi guarda fisso nel sole e non strenuta, gurdati da quello.
    Chi ogni d si veste di nuovo, grida ognor con il sartore.
    Chi lascia stare i fatti suoi per far quelli d'altri, ha poco senno.
    Chi vuol salutare ognuno frusta presto la berretta.
    Chi batte la moglie d da mormorare ai vicini.
    Chi misura il suo stato non sar mai mendico.
    Chi gratta la rogna d'altri la sua rinfresca.
    Chi promette nel bosco, deve osservare la parola nella citt.
    Chi ha paura degli uccelli non semini il miglio.
    Chi far come il riccio star sempre sicuro in casa.
    Chi va in viaggio porti il pane in seno e il bastone in mano.
    Chi crede ai sogni fonda i suoi pensieri nella nebbia.
    Chi pone la sua speranza in terra, si discosta dal cielo.
    Chi  pigro delle mani non vada a tinello.
    Chi ti consiglia in cambio d'aiutarti, non  buon amico.
    Chi castiga la cagna, il cane sta discosto.
    Chi imita la formica l'estate, non va per pane in presto il verno.
    Chi tira il sasso in alto, gli torna a dare sul capo.
    Chi va alla festa e ballar non sa, ingombra il loco e altro non fa.
    Chi tuol moglie per robba, la borsa va a marito.
    Chi d il maneggio di casa alle donne, ha sempre le filiere all'uscio.
    Chi non pu portar la sua pelle  una trista pecora.
    Chi usa la robba in mala parte, alla morte vede le sue partite.
    Chi loda uno innanzi che l'abbia praticato, spesso si d delle mentite
    da se stesso.
    Chi d del pane ai cani d'altri, spesso vien latrato dai suoi.
    Chi non d la sua mercede all'operaio non ha dell'uomo giusto.
    Chi mangia a gusto d'altrui non mangia mai cosa che gli faccia pro.
    Chi si pretende di saper nulla, quello  pi sapiente degli altri.
    Chi vuol correggere altri, diasi buon essempio a se medesimo.
    Chi fugge le volont terrene, mangia frutti celesti.
    Chi si trova senza amici  come corpo senza anima.
    Chi manda la lingua avanti del pensiero non ha del saggio.
    Chi all'uscir di casa pensa quello che ha da  fare,  quando  torna  ha
    finito l'opera.
    Chi d presto quello che promette, d due volte.
    Chi pecca, e fa peccar altrui, ha da far due penitenze in una volta.
    Chi a se stesso non  buono, manco pu esser buono per altri.
    Chi vuol seguir la virt, bisogna scacciare il vizio.
    Chi domanda quello che non spera d'avere, a se stesso nega la grazia.
    Chi ha buon vino in casa, ha sempre i fiaschi alla porta.
    Chi elegge l'armi vuol combattere con vantaggio.
    Chi navica nel mar delle sensualit si sbarca al porto delle miserie.
    Chi del ben d'altri si attrista, altri ride del suo male.
    Chi ti lecca dinanzi, ti morde di dietro.
    Chi sta in sospetto, vada a buon'ora a letto.
    Chi ha la virt per guida va sicuro al suo viaggio.


    Testamento di Bertoldo trovato sotto al capezzale del suo letto,  dopo
    la sua morte.

    Queste sentenze tutte fece il Re imprimere in lettere d'oro,  e quelle
    poner sopra la porta della sala regia, acci ognuno le potesse vedere,
    n  si  poteva consolare della perdita di cos grand'uomo.  E quelli i
    quali  erano  restati  custodi  della  camera  del   detto   Bertoldo,
    nell'accommodare  il  letto dove esso dormir solea,  trovorno sotto il
    matarazzo un fagotto  di  strazzi  e  di  scritture,  dove  senz'altro
    indugio portarono il detto stramazzo inanzi al Re, il quale, facendolo
    subito  sciorre,  trov  tra quelle tattare il testamento che il detto
    aveva fatto  molti  giorni  innanzi  ch'ei  morisse,  n  mai  l'aveva
    palesato a nissuno;  la causa, forse, acci che nissuno non sapesse di
    che stirpe n di che  parte  egli  si  fusse,  essendo  un  uomo  cos
    stravagante.  Or sia come si voglia, command il Re adunque che subito
    si andasse per il notaro che l'avea fatto,  acci glielo leggesse alla
    presenza sua; e cos il detto notaro comparve in un tratto e, fatto la
    debita riverenza al Re, disse:
    Notaro.  Eccomi,  Sacra Corona, per essequire quel tanto che da lei mi
    sar comandato.
    Re. Avete voi fatto il testamento di Bertoldo?
    Notaro. S, Sacra Maest, ch'io l'ho fatto.
    Re. E quanto  che l'avete fatto?
    Notaro. Pu essere da tre mesi in circa.
    Re.  Or  eccolo,  prendetelo  e  leggetelo  voi,  ch  questa  lettera
    notaresca non capisco troppo,  per le stravaganti zifere che vi solete
    fare per dentro.
    Notaro. Anzi,  Signore,  ch'io non so scrivere se non volgare,  perch
    mai  non  potei  passare  il  Donato  con tutto ci ch'io andassi alla
    scuola ventidue anni,  e per non attendo ad altro che alle differenze
    de' villani.
    Re. Qual  il vostro nome?
    Notaro. Io mi addimando Cerfoglio de' Viluppi, per servirla sempre.
    Re.  Bel  nome  avete  certo  e  anche  il cognome pu passare;  ma vi
    starebbe meglio al parer mio nome Sier Imbroglio,  poich  imbrogliate
    cos bene il mondo. Ors, leggete allegramente, Sier Cerfoglio, e dite
    forte, adagio e chiaro, ch'io v'intenda.


    Sier Cerfoglio legge il testamento.

    Al nome del buon cominciamento, e sia in bene; vedendo e conoscendo io
    Bertoldo  figliuolo  del  quondam  Bertolazzo,  del  gi Bertuzzo,  di
    Bertin, di Bertolin da Bertagnana, che tutti noi mortali siamo proprio
    come tante vessiche gonfie  che  ogni  picciola  pontura  le  manda  a
    spasso,  e che come l'uomo giunge agli settant'anni, come oramai io mi
    ritrovo,  si pu dire che sia sulle ventitre ore e che non possa stare
    a battere le ventiquattro,  e poi buona notte. Per fin ch'io mi trovo
    un poco di sale nella zucca voglio accomodare alquanto  i  fatti  miei
    con fare un poco di testamento s per mia sodisfazione,  come anco per
    sodisfare a' miei parenti e amici ai quali io mi trovo esser obligato;
    e cos voi,  Sier Cerfoglio,  sarete pregato di rogarvi di questo  mio
    testamento e mia ultima volont e prima.
    Lasso  a  mastro Bartolo ciavattino le mie scarpe da quattro suole,  e
    otto soldi di moneta corrente per essermi  stato  sempre  amorevole  e
    avermi  pi  volte prestato la lesina da trappongere i tacconi e fatto
    altri servigi, etc.
    Item a mastro Ambrogio spacciator di corte soldi diece per avermi  pi
    volte portato il braghiero a far conciare e fatto altri servigi, etc.
    Item  a  barba  Sambuco  ortolano il mio cappello di paglia per avermi
    talora dato un mazzo di porri la mattina a buona  ora  per  fare  buon
    stomaco e aguzzarmi l'appetito.
    Item  a  mastro  Allegretto  canevaro  la  mia  correggia  larga  e il
    scarsellotto,  per avermi empito il bottrigo ogni volta che io ne avea
    bisogno, e fatti altri servigi, etc.
    Item a mastro Martino cuoco il mio coltello e la mia guaina per avermi
    alcune  volte cotto delle rape sotto le cernici e fatto della minestra
    de fagiuoli con della cipolla,  cibo conferente alla  mia  natura  pi
    assai che le tortore, le pernici e i pastizzi, etc.
    Item  alla  zia Pandora bugattara il mio pagliarizzo dove dormo suso e
    due scaranne, desligate e tre brazza di tela da farsi due grembiali, e
    questo per avermi pi volte lavato i scalfarotti e tenuto nette le mie
    massarizie, etc.
    Item, il resto de' strazzi,  tattare e ciangatole ch'io mi trovo nella
    camera,  rinuncio  e lascio a mastro Braghetton solfanaro,  per avermi
    talora portato a donare un castagnaccio e altre cosette uguali al  mio
    gusto, etc.
    Item,  lasso a Fichetto ragazzo di corte stafillate numero venticinque
    con un buon stafile per avermi forato l'orinale e fattomi pisciare nel
    letto e attaccatomi un chiocchetto overo zaganella di dietro e orinato
    in una scarpa  e  fattomi  molte  altre  burle;  e  questo  bramo  sia
    essequito quanto prima etc., perch egli  un gran tristo, etc.
    Re.  Di  questo  non  si  mancher  etc.  Seguitate pur innanzi,  Sier
    Cerfoglio.
    Notaro. Item, perch quando venni qua gi, che ne foss'io digiuno,  io
    lasciai  la  Marcolfa mia moglie con un figlio chiamato Bertoldino che
    deve aver da diece anni in circa,  n per mi lasciai intendere dov'io
    mi  gissi  acci  non  mi  tenessero  dietro,  non  avendo mostacci da
    comparire in questi luochi,  parendo pi tosto babuini  che  altro,  e
    trovandomi  aver un podere e certe poche bestiole,  lascio la Marcolfa
    donna e madonna d'ogni cosa fin  che  il  figliuolo  abbi  venticinque
    anni,  che  poi  allora  voglio sia padrone assoluto d'ogni cosa,  con
    patto che se esso piglia moglie cerchi di non impazzarsi con gente  da
    pi di s.

    Che non si domestichi con i suoi maggiori.
    Che non dia danno ai suoi vicini.
    Che mangi quando n'ha, e che lavori quando pu.
    Che non pigli consigli da gente che sia andata a male.
    Che non si lasci medicar a medico amalato.
    Che non si lasci cavar sangue a barbiero che gli tremi la mano.
    Che dia suo dovere a tutti.
    Che sia vigilante ne' suoi negozi.
    Che non s'impacci in quello che non gl'importa.
    Che non facci mercanzia di quello che non s'intende.

    E sopra il tutto ch'ei si contenti del suo stato,  n brami di pi,  e
    consideri che molte volte l'agnello va innanzi la pecora,  cio che la
    morte  ha  la  balestra  in mano per tirare tanto a' giovani quanto a'
    vecchi; che se pensar a tutte queste cose, non inciamper mai in cosa
    che gli possa dar danno, e far felice ed ottimo fine.
    Item,  non mi trovando altro,  poich non ho voluto accettar mai nulla
    dal  mio Re,  il quale non ha mancato di persuadermi a prendere da lui
    anelli, gioie, danari, veste, cavalli e altri ricchi presenti,  perch
    forse  con  simili ricchezze non avrei mai posato e forse ancora avrei
    fatto mille insolenze, e fattomi odioso a tutti,  come alcuni che,  di
    bassi  e vili che sono,  ascendono per fortuna a gradi alti e sublimi,
    n per con tante dignit non escono fuora del fango  del  quale  sono
    impastati;  io  mi  contento di morir povero e sapere ch'io non ho mai
    usato adulazione al mio Re, ma sempre consigliatolo fedelmente in ogni
    occasione ch'egli mi ha chiamato,  parlando liberamente secondo che io
    l'ho  inteso,   e  non  altrimente.  E  per  mostrargli  parimente  in
    quest'ultimo fine l'affetto ch'io gli porto,  gli lascio questi  pochi
    di  documenti,  i quali non si sdegnar accettare e osservare insieme,
    ancor ch'essi eschino fuor della bocca di un rustico villano,  e  sono
    questi, cio:

    Di tenere la bilancia giusta, tanto per il povero, quanto pel ricco.
    Di far veder minutamente i processi, inanzi che si venghi all'atto del
    condennare.
    Di non sentenziare mai nessuno in colera.
    Di farsi benevoli i suoi popoli.
    Di premiare i buoni e i virtuosi.
    Di castigare i rei.
    Di  scacciar  gli  adulatori,  i  gnattoni e le lingue mal dicenti che
    mettono fuoco per le corti.
    Di non aggravare i suoi sudditi.
    Di tenere la protezzione delle vedove e pupilli,  e difendere le  loro
    cause.
    Di  espedire  le  liti,  n lasciare stracciar i poveri litiganti,  n
    farli correre in su e gi per le scale del foro tutto il giorno.
    Che osservando questi pochi ricordi viver lieto e  contento,  e  sar
    tenuto da tutti per ottimo e giusto Signore, e qui finisco.

    Udito il Re il prefato testamento e gli ottimi ricordi a lui lasciati,
    non  puot  fare  che  non  mandasse  le  lagrime  fuor  degli  occhi,
    considerando alla gran prudenza che rognava in costui e  l'amor  e  la
    fedelt  che  esso  gli avea portato in vita e dopo la morte.  E cos,
    fatto donare a Sier Cerfoglio  cinquanta  ducati,  lo  licenzi;  poi,
    secondo  che  il  Magno Alessandro conserv fra le pi care e preciose
    gioie l'Iliade d'Omero, cos esso fece riporre il detto testamento fra
    le sue pi ricche e pregiate gemme;  poi cominci a fare instanza  che
    si  trovasse  dove fosse il suo figliuolo Bertoldino e la Marcolfa sua
    madre e che si conducessero alla citt,  che per ogni modo gli  voleva
    appresso  di  lui,  per  memoria  del  detto  Bertoldo;  e cos esped
    alquanti cavalieri che l'andassero a cercare per quei monti  e  boschi
    vicini e che non tornassero a lui se non gli avevano con essi.

    Cos si partirono i detti cavalieri,  e tanto andarono girando attorno
    che li trovarono.  Ma di quello che ne  segu,  s'udir  in  un  altro
    volume,  e presto, che questo non passa pi oltre per ora, lasciandovi
    intanto il buon giorno. Addio.



















    BERTOLDINO.
    Le piacevoli e ridicolose semplicit di Bertoldino
    Figliuolo del gi astuto e accorto Bertoldo
    con le sottili e argute sentenze della Marcolfa
    sua madre e moglie del gi Bertoldo.

    Opera tanto piena di moralit quanto di spasso.


    Proemio.

    Ogni pianta,  ogni albero e ogni radice suole produrre il  frutto  suo
    secondo la sua specie, n mai prevaricare di quanto gli ha ordinato la
    gran madre natura,  maestra di tutte le cose. Solo la pianta dell'uomo
     quella che varia e manca, onde molte volte si vede che d'un padre di
    bella presenza nasce un brutto, anzi mostruoso figlio, e d'un dotto un
    ignorante e goffo.  La causa di ci lascio disputare a chi sa,  poich
    io  non  son scolastico n cattedrante,  ma un uomo dozzinale e che ha
    poca cognizione di simil cose;  per non  star  quivi  a  rendere  la
    ragione di quanto o di tanto, n dove si derivi simil variet, ma solo
    io  m'accingo  per  spiegarvi  in  queste  carte la vita di Bertoldino
    figliuolo del quondam Bertoldo,  la cui natura tanto fu differente dal
    padre,  quanto  il piombo dall'oro e il vetro dal cristallo,  essendo
    esso Bertoldo pieno di tanta vivacit e di tanto ingegno,  e la  madre
    sua  parimente di tanto alto e chiaro intelletto,  ed esso (un) essere
    tanto semplice che mai non fu cos il figliuolo di Midgone,  il quale,
    come scrivono molti,  dispensava tutto il giorno a numerare l'onde del
    mare,  o di quell'altro che si levava di tre  ore  inanzi  giorno  per
    vedere crescere un fico ch'egli aveva nell'orto.  Insomma, qui udirete
    la vita d'un semplice, anzi d'un balordo,  se non in tutto,  almeno in
    parte,  ma avventurosissimo,  essendo la fortuna stata sempre fautrice
    di questi tali,  come bene  disse  il  gentilissimo  Ariosto,  quando,
    descrivendo le pazzie d'Orlando,  disse: "Ma la Fortuna, che de' pazzi
    ha cura",  e via discorrendo;  e molte volte  si  mostra  nemica  agli
    uomini savi e sapienti,  come chiaramente si vede di giorno in giorno.
    Or dunque, mentre io mi vado preparando per descrivere, come ho detto,
    le simplicit di questo galante umore, e voi intanto venite preparando
    l'orecchie vostre a udirle,  perch ne trarrete utile e  spasso  a  un
    tempo istesso. State sani, addio.


    Il  Re Alboino manda attorno gente per vedere se si trova alcuno della
    razza di Bertoldo.

    Dopo la morte dell'astutissimo Bertoldo essendo restato il Re  Alboino
    privo  di  cos  grand'uomo,  dalla  cui bocca scaturivano detti tanto
    sentenziosi e che con la prudenza  sua  aveva  scampato  molti  strani
    pericoli  nella  sua  corte,  gli  parea  di  non  poter  vivere senza
    qualcheduno il quale,  oltre che gli desse consiglio e aviso nelle sue
    differenze,  come facea gi il detto Bertoldo,  gli facesse ancora con
    qualche  piacevolezza  passare  tal  volta  l'umore;  e  pur  s'andava
    imaginando   che  della  razza  di  esso  Bertoldo  vi  fusse  rimasto
    qualchedun altro,  il qual,  se bene non fusse  stato  cos  astuto  e
    accorto come il detto, avesse almeno avuto alquanto di quel genio e di
    quella  sembianza,  per  tenerlo appresso di s,  come faceva la buona
    memoria di esso Bertoldo. E cos stando nell'istesso pensiero si venne
    a ricordare come nel suo testamento Bertoldo  aveaffatto  menzione  di
    sua  moglie  e  di  Bertoldino  suo  figliuolo,   e  lasciatolo  erede
    universale di tutto il suo avere, ma per non avea specificato dove n
    in qual luogo essi dimorassero,  per esser forse pi  tosto  gente  da
    boschi e da montagne che da citt,  essendo persone rozze e lontane da
    ogni civilt;  onde si pens d'espedire gente attorno per quei monti e
    per  quei villaggi,  ch'andassero a cercare dove si trovavano costoro,
    se pur erano al mondo; e, fatta tal disposizione,  chiam a s uno de'
    suoi pi famigliari di corte,  addimandato Erminio,  e gli commise che
    senz'altro indugio esso montasse a cavallo e si ponesse  in  via,  con
    altri compagni con esso lui,  e che cercassero la moglie di Bertoldo e
    il figliuolo,  se erano vivi,  e gli conducessero a lui,  e di ci gli
    fece grandissima instanza, per l'amor grande che esso portava al detto
    Bertoldo.


    Gli   uomini  del  Re  si  partono  per  andare  a  essequire  il  suo
    commandamento.

    Udito il commandamento del Re,  Erminio (che  cos  si  chiamava  quel
    cavaliero,  come  ho  detto) fattogli la debita riverenza non stette a
    indugiar punto, ma, preso con essolui alquanti gentiluomini, montarono
    a cavallo e si posero in viaggio,  e  cercarono  tutti  quei  villaggi
    attorno,  addimandando  a  ognuno  che  trovavano  se gli sapevano dar
    notizia di queste genti,  n mai  poterono  trovare  uomo  che  gliene
    sapesse  dar  novella;  onde erano quasi disperati per lo strettissimo
    precetto il quale gli aveaffatto il Re lor signore,  cio ch'essi  non
    tornassero  a lui senza condurgli costoro.  Alfine,  dopo molto girare
    attorno,  capitarono sopra un monte molto aspro e selvaggio,  dove non
    pareva loro vi potesse abitare altro che animali indomiti e fieri, non
    vi  essendo altro che boschi e ruinose rupi,  e si pentirono pi fiate
    di essere saliti col s, e tosto voltarono i lor cavalli a dietro per
    tornare a basso,  e nel calare al piano giunsero suso un sentiero,  il
    quale  guidava alla volta d'un bosco,  e aviatisi per quello,  essendo
    assai battuto dalla pesta degli uomini e delle bestie,  andarono tanto
    innanzi,  ch'essi  gionsero  in  mezzo al detto bosco,  il quale dalla
    parte di settentrione era cinto e adombrato d'altissime  querce  e  da
    mezzogiorno  alquanto  aperto,  ma circondato da sassi grandissimi,  i
    quali venivano a servire quasi per  fortezza  del  loco  cos  formato
    dalla  natura,  e  nel  mezzo  del  detto  bosco  vi  si  stava un vil
    cappanuccio fatto di frasche e di terra e coperto di tegole, e innanzi
    all'uscio di quello vi sedeva una donna di aspetto molto difforme,  la
    quale  con  la  conocchia  a  lato  filava alla spera del sole;  quale
    vedendo queste genti giongere l su,  tosto levatasi da sedere  se  ne
    entr  nel suo cappanno e serr l'uscio,  come quella che rare volte o
    non mai era usa a vedere simil personaggi in tal loco, e appoggiatogli
    il manico del badile si fortific dentro,  temendo fossero  genti  che
    gli  volessero  fare  qualche  oltraggio;  e  questa  era la moglie di
    Bertoldo,  la quale con il  suo  figliuolo  Bertoldino  (che  cos  si
    chiamava)  dimorava  su  quelle  briccole,  e  il  detto  doveva avere
    quattordici o quindici anni in circa,  ed era gito a pascere le  capre
    per quei boschi, ed ella si chiamava Marcolfa.


    Erminio chiama la Marcolfa e la prega aprirgli l'uscio.

    Vedendo  Erminio  che quella femina s'era fortificata in casa,  ancora
    che con un pugno esso avesse potuto battere gi l'uscio, nondimeno non
    volse  per   usarle   atto   alcuno   d'incivilt,   ma   chiamandola
    amorevolmente  la  cominci  a  pregare  ch'ella gli volesse aprire in
    cortesia,  attento ch'essi non erano l per fargli  danno  alcuno,  ma
    solo per giovargli; ond'ella, affacciatasi a una picciola fenestruccia
    della detta capanna, cos disse:
    Marcolfa. Che cosa cercate voi qua su per queste biche?
    Erminio.  Aprite l'uscio, madonna, che noi non siamo venuti qua se non
    per farvi beneficio.
    Marcolfa.  Non pu fare beneficio di gran rilievo ad altri chi  fuora
    di casa sua.
    Erminio.  Se ben noi siamo fuora di casa nostra,  vi potiamo per fare
    assai giovamento. Venite alquanto fuora, che vi vogliamo parlare.
    Marcolfa.  Chi cerca di cavarmi fuor  di  casa  mia  cerca  pi  tosto
    nocermi che di giovarmi; per gite alla via vostra, che questo sar il
    maggior giovamento che voi potiate farmi.
    Erminio. Dite, madonna mia, avete voi marito?
    Marcolfa.  Chi  cerca di sapere i fatti altrui mostra di curare poco i
    suoi.
    Erminio.  Buono per miaff;  ma ditemi,  per cortesia,  se  voi  avete
    marito o no.
    Marcolfa. Io l'averei se esso non avesse mangiato.
    Erminio. Odi questa, se va a proposito. E come l'avereste voi, se esso
    non avesse mangiato?
    Marcolfa.  Se  esso  non  avesse  mangiato pavoni,  pernici,  fagiani,
    tortore e altri cibi delicati, i quali erano contro la sua natura,  ma
    avesse  atteso a mangiare delle castagne,  come era usato prima,  esso
    sarebbe vivo, che ora egli  morto.
    Erminio. Buona proposizione aff;  ma,  ditemi,  chi era questo vostro
    marito, se vi piace?
    Marcolfa.  Il  pi  bello e il pi garbat'uomo che si potesse veder al
    mondo.
    Erminio. Come si chiamava esso per nome?
    Marcolfa.  Poich bramate saperlo,  io  ve  lo  dir,  e  si  chiamava
    Bertoldo.
    Erminio. Bertoldo dunque era vostro marito?
    Marcolfa. Signor s.
    Erminio.  O  buona  nuova  per noi!  E quello era il pi bell'uomo del
    mondo?
    Marcolfa. Maides, anzi agli occhi miei esso parea un Narciso,  perch
    a  una  donna onesta deve sempre pi piacere il suo marito,  che tutti
    gli altri.
    Erminio. E voi piacevate ad esso.
    Marcolfa.  Non solo esso mi amava,  ma di me  avea  una  gelosia,  che
    creppava.
    Erminio.  Ors,  di qui chiaro si vede che ogni simile apetisce il suo
    simile, e in vero esso avea grandissima ragione d'esser geloso, perch
    certamente voi eravate una copia d'amanti molto lascivi.
    Marcolfa.  La bellezza sta nel volto,  s,  ma molto pi nelle virt e
    nelle belle qualit dell'animo,  e per si suol dire per proverbio che
    non  bello chi  bello,  ma bello chi piace;  perch ancora  vi  sono
    degli  uomini belli,  i quali poi hanno delle qualit dispiacevoli,  e
    degli brutti,  all'incontro,  i quali hanno in essi certe grazie  date
    dal  Cielo,  le quali gli fanno amabili e graziosi a chi gli prattica,
    s come particolarmente parea che regnassero in Bertoldo mio consorte.
    Erminio.  Voi dite la verit.  Ma ditemi,  di grazia,  avete voi alcun
    figliuolo di lui?
    Marcolfa. Io n'ho uno, ma non l'ho.
    Erminio. Come l'avete, se non l'avete?
    Marcolfa.  Quando esso  in casa posso dire che io l'abbia; ma ora che
    egli  fuora, posso dire di non averlo altrimenti.
    Erminio. E dove si ritrova ora questo vostro figliuolo?
    Marcolfa. Domandatelo alle sue scarpe, le quali vanno seco per tutto.
    Erminio. Per donna di montagna voi siete molto arguta.
    Marcolfa. Egli  segnale ch'io sono stata sotto un buon maestro.
    Erminio. S, certo. Ors, madonna mia,  io vi faccio intendere come il
    Re  nostro  signore  ci  manda  a cercarvi ambidue,  ch,  per la gran
    benivolenza ch'esso portava  a  Bertoldo  vostro  marito,  esso  vuole
    tenervi appresso e far vostro figliuolo uno de' primi della sua corte;
    per  venite  fuora  sicuramente,  che  vi  potiamo  parlare  con  pi
    commodit.
    Marcolfa. Eccomi, che cosa volete voi dirmi?
    Erminio. Che cosa avete voi di buono da pransare?
    Marcolfa.  Chi cerca saper quello che bolle nelle pentole  altrui,  ha
    leccate le sue.
    Erminio. Voi siete una maliziosa femina.
    Marcolfa.  Quest'aere  sottile  porge  cos.  Ma poich bramate sapere
    quello che io mi trovo da mangiare,  io ve lo dir: io tengo in questa
    pentoletta quattro erbe selvatiche senza sale.
    Erminio. Quattro erbe senza sale, ohim, or come potete voi mangiarle?
    Marcolfa.  L'appetito    condimento  delle vivande,  e per la nostra
    mensa viene a esser pi lauta e  sontuosa  assai  che  quella  del  Re
    vostro, perch sopra questi alpestri monti la fame sempre precede alla
    digestione,  e  l'esercizio  provoca la detta fame,  e il digiuno fa i
    cibi saporiti e buoni, e la sete fa l'acque dolcissime e delicate.
    Erminio.  Veramente a questo vostro parlare si vede  che  siete  stata
    discepola di esso Bertoldo,  dalla cui bocca mai non usc fuori parola
    che non fosse piena di sentenze. Ma, ditemi,  come faremo noi a vedere
    questo vostro figliuolo?
    Marcolfa. Aprite gli occhi come esso viene, e lo vedrete, se non siete
    ciechi.
    Erminio.  Ors,  tanto  faremo;  ma  intanto che noi l'aspettiamo,  ci
    fareste un piacere menarci un poco nella vostra cantina a  bere,  ch,
    dapoi che cavalchiamo cost su questi monti, mai non abbiamo bevuto.
    Marcolfa. Di grazia, i miei signori, venite pure con essa meco.


    La  Marcolfa  mena i detti sopra un limpido ruscello d'acqua e,  quivi
    giunta, dice a loro:
    Marcolfa.  Eccovi,  onorati signori,  la cantina mia e del mio figlio,
    alla  quale  veniamo  ogni  d  a  trarci  la sete con tutto il nostro
    bestiame.  Beete ora quanto vi pare,  poich le  nostre  botti  stanno
    sempre  piene,  e  tanto le lasciamo aperte la notte quanto il giorno.
    Beva chi vuole,  e se bevesti tre giorni  continui  di  questo  chiaro
    liquore non v'alteraresti punto, n vi sarebbe pericolo n sospetto di
    goccia  n  di paralisia,  come spesse volte suole accadere a molti di
    quelli i quali caricano l'orcia di quei vini grandi e possenti,  senza
    meta  n misura alcuna,  i quali similmente levano l'intelletto e sono
    causa di mille strani inconvenienti, perch, come l'uomo ha riscaldato
    il cervello,  facilmente si piega a far delle cose indegne e  di  poca
    lode,  onde  esso d da ridere bene spesso al volgo e fa piangere quei
    di casa;  ma chi beve di questa sta sempre in tono e sempre ha il  suo
    cervello a segno.
    Erminio.  Veramente, madonna, che questa vostra cantina  molto nobile
    e non v' sospetto, come dite voi, che niuno vi spini le botti. Ma non
    avete voi almeno un qualche vaso da poterne attingere un  poco,  tanto
    che noi beviamo?
    Marcolfa.  Qua  su non vi capitano mai boccalari n pentolari,  e per
    noi non abbiamo  bicchiere,  n  scodella;  ma  in  tal  occasione  ci
    serviamo  della  tazza  la  quale ci ha dato la madre natura,  cio le
    mani, s come ancora converr che facciate voi ora, se vorrete bere.
    Erminio. Ors, ancor noi ci accomodaremo secondo l'ocasione.  Ma chi 
    questo, che viene in qua con quelle capre?
    Marcolfa. Questo  Bertoldino, figliuolo di Bertoldo e mio.
    Erminio. O buona nuova aff. Vieni ben innanzi, Bertoldino.
    Bertoldino si maraviglia di quelle genti a cavallo, che mai pi non ne
    avea veduto, e dice:
    Bertoldino.  Che genti e che bestie attaccati insieme sono queste, mia
    madre, che parlano qua con essa voi?
    Erminio. Costui ci ha dato delle bestie sulle prime.
    Marcolfa. E' signale che vi ha conosciuti da discosto. Ors, vieni pur
    innanzi, che questi gentiluomini ti vogliono parlare.
    Bertoldino. I gentiluomini sono dunque mezzo uomini e mezzo cavalli?
    Erminio. Bccati su quest'altra, quasi che voglia dire che siamo mezzo
    uomini e tutto il resto cavalli.
    Marcolfa. Non vuol dir cos altrimenti,  ma dice questo perch vi vede
    sopra  quei  cavalli,  cosa  ch'esso  non  ha veduto fin ora in questi
    luoghi,  e si  pensato che voi e le bestie dove  sedete  suso,  siate
    tutti una cosa.
    Erminio. Ors, questo non ci d fastidio; fatelo pur venire innanzi.
    Bertoldino.  O  quante gambe hanno costoro,  e n'hanno sei per uno!  O
    quanto devono correre forte!
    Marcolfa. Quelle quattro che toccano terra sono quelle del cavallo,  e
    le dua che pendono dai lati sono le sue di loro.
    Bertoldino.  Questi  animali,  che  mangiano  il ferro,  deono aver le
    budelle di piombo.
    Erminio. S, e' l'hanno di stagno. O quest' il bel barbagianni, e non
    vuol gi somigliarsi al padre,  ch'esso  era  accortissimo  e  d'acuto
    ingegno,  e  costui  fin ad ora mostra di essere una delle gran pecore
    che vadino in beccaria.  O quanto spasso vuole aver il  Re  di  questo
    cucco  dispennato,  se  lo potiamo condurre a lui!  Ors,  Bertoldino,
    poniti all'ordine, che bisogna che tu vegni con essi noi.
    Bertoldino. E dove mi volete voi menare?
    Erminio. Alla corte del Re nostro signore.
    Bertoldino. A che fare? A stare per gentiluomo con un servitore?
    Erminio. S bene, ah ah ah! Oh che dolce sempliciotto  questo!
    Bertoldino. E quella corte  maschia o femina; sta ella a terreno, o a
    tassello?
    Erminio. Ella star dove vorrai tu. Vientene pur via allegramente, che
    te felice se saprai conoscere la tua buona ventura.
    Bertoldino.  Di che panni va ella vestita questa buona ventura,  acci
    che io la possa conoscere come io la veggio? Ditemelo un poco.
    Erminio.  Ella  va vestita d'oro e d'argento e pietre preciose,  delle
    quali tu ancora sarai riccamente vestito,  e praticherai  fra  dame  e
    cavalieri,   da'  quali  sarai  onorato  e  riverito  come  gentiluomo
    principale del nostro Re.
    Bertoldino.  Potr io poi menare le mie capre nella sala del Re quando
    mi parer?
    Erminio.  S,  s, vien pur via, n dubitare di nulla; e voi, madonna,
    ch'io non so il vostro nome.
    Marcolfa. Marcolfa mi chiamo.
    Erminio.  Madonna  Marcolfa,  se  volete  venire  ponetevi  ancor  voi
    all'ordine quanto prima, e aviamoci.
    Marcolfa. Tanto  ordine ch'io lasci mai questo tugurio, ancor ch'esso
    sia  di  pali e di terra,  quant' ordine che i villani lascino mai le
    malizie loro;  anzi bramo che quanto prima voi ve  n'andiate  di  qua,
    perch l'aria de' monti non si conf con quella del piano; e ancora vi
    prego a non volermi privare di questo figlio, attento ch'egli senza di
    me non camparebbe al mondo quattro giorni, essendo composto di materia
    grossa  e  leggiero di cervello,  a tale ch'egli sarebbe il babuino di
    corte,  e si sa che nelle corti non vi  voglion  simili  garzotti,  ma
    genti astute e accorte, che sappino bene il fatto loro.
    Erminio.  Quello che lui non sapr se gli insegnar, n vi mancheranno
    maestri che lo disciplinaranno e che gli  daranno  le  buone  creanze.
    Lasciate pur che venghi con noi, e non vi dubitate di nulla.
    Marcolfa. Che dici, Bertoldino, ci vuoi tu andare, o no?
    Bertoldino.  Se venite ancor voi io mi vi lascier ridurre, altramente
    io non voglio partirmi di qua su.


    La Marcolfa si risolve d'andare con Bertoldino alla citt.

    Marcolfa.  Ors,  io mi risolvo di venire ancor io teco,  acci che tu
    possi far bene,  e che tu non perda tanta ventura. Ma innanzi ch'io mi
    parta io voglio raccomandare  la  casa  nostra  a  questa  vicina  qui
    appresso,  la quale n'abbi custodia fin al nostro ritorno,  se mai pi
    tornaremo qua su.
    Bertoldino. E io a chi lascier le mie capre?
    Marcolfa. A lei ancora le lascierai.
    Bertoldino.  No,  no,  io me le voglio condurre  innanzi  con  il  mio
    bastone.
    Erminio. Non occorre che tu meni la gi capre n becchi, ch ve ne son
    in abbondanza.
    Bertoldino. Vi son delle mandre di vacche ancora col gi?
    Erminio.  S,  ti  dico,  e  assai pi copia di qua su.  Vieni pur via
    allegramente.
    Bertoldino.  Eccomi dunque pronto a lasciar queste,  poich la gi non
    ne mancano dell'altre. Ors, mia madre, rinunciate le mie capre ancora
    alla nostra vicina, e sbrighiamoci in un tratto.
    Marcolfa. Adesso adesso sar alla via.

    Cos  la  Marcolfa raccomand la casa alla sua vicina,  che ne tenesse
    cura fin al suo ritorno,  e messe un poco di stoppa e quattro  fuse  e
    due  ciavatte in una sporta,  e tolto la gatta e una gallina,  ch'ella
    avea,  l'una in una sachetta e l'altra in grembo,  s'invi  co'  detti
    gentiluomini  alla  volta  della  citt;   i  quali,   volendo  metter
    Bertoldino a cavallo, non poterono mai fargli aprirle gambe,  onde gli
    convenne  porlo cos a traverso della sella come un sacco di grano,  e
    cos cavalcando di buon passo,  lasciando la  Marcolfa  venire  a  sua
    commodit, gionsero alla citt, dove che, andato la nuova al Re di tal
    venuta,  subito  gli  usc incontro con tutta la sua corte,  e vedendo
    costui a traverso di quel cavallo incominci fortemente  a  ridere,  e
    poi disse ad Erminio:
    Re. Che fagotto  quello che tu hai a traverso di quel cavallo?
    Erminio.  Serenissimo  Signore,  questo    Bertoldino,  figliuolo  di
    Bertoldo,  il quale avemo trovato sopra questi alpestri monti,  in  un
    luogo  aspro  e selvaggio,  e vien con esso la madre di lui ancora,  e
    sar qua presto, perch ella camina di buonissimo passo.
    Re.  Perch non avete voi messo costui a cavallo  come  si  fanno  gli
    altri?
    Erminio.  Perch  mai  non v' stato possibile,  con tutto ci che noi
    abbiamo fatto ogni sforzo per metterlo in  sella,  ch'esso  mai  abbia
    voluto  aprir le gambe,  onde s'abbiamo voluto condurlo,  ha bisognato
    metterlo cos a traverso,  come fanno i macellai i vitelli che vanno a
    torre  in  villa,  e  credo  che  la Corona vostra avrebbe fatto ben a
    lasciarlo star a casa sua,  ch' pi grosso dell'acqua de' macheroni e
    se  gli darebbe a creder che gli asini volassero,  e volea al dispetto
    del mondo condurre le sue capre qua gi,  e avemo durato fatica grande
    a levarlo dalle castagne e dalle ghiande.
    Re.  Ors, non importa, toglietelo gi di quel cavallo, che gli devono
    essere venute le budelle in bocca, e fate destramente, che voi non gli
    fate male. Veramente all'effigie non pu negare di non esser figliuolo
    di Bertoldo; e come dite voi ch'ei si chiama per nome?
    Erminio.  Bertoldino  il nome suo,  e la madre Marcolfa,  la quale  
    questa  che  viene in qua,  ed  donna molto accorta e d'assai sottile
    ingegno;  ma costui  bene il rovescio della medaglia,  s  del  padre
    come della madre ancora.


    La Marcolfa saluta il Re.

    Marcolfa.  Il  Cielo  ti  salvi  e  mantenga,  o serenissimo Re,  e ti
    accreschi ognora pi stato e grandezza.
    Re.  E a voi ogni sorte di consolazione,  madonna Marcolfa.  Siete voi
    stanca?
    Marcolfa. Stanca sarei io s'io non avessi caminato.
    Re.  Come,  stanca  se  voi  non  avesti  caminato?  Questo   un gran
    paradosso; ditemelo pi chiaro.
    Marcolfa.  Ve lo dir,  Signore.  Colui che camina per obedire al  suo
    superiore,  come  ho  fatto  io,  non  si  stanca mai,  ma s bene chi
    volontieri non lo serve si stanca, anco che vada piano, anzi,  se bene
    ei  non  si  muove,  perch  ha  gi  stanco  il  pensiero e la voglia
    d'aggradirlo innanzi che si ponga in camino.
    Re.  Questo  il pi chiaro segno che voi mi  potiate  dare  di  esser
    stata  moglie  del  mio caro Bertoldo,  poich a pena qui giunta avete
    sputato fuori una sentenza cos nobile. Ors, che gli sia preparato il
    loro appartamento e che siano vestiti nobilmente secondo  l'uso  della
    nostra corte, e che siano condotti dalla Regina.
    Marcolfa. Di grazia, serenissimo, concedimi un favore, ti prego.
    Re. Volontieri; comandate pure che cosa volete sicuramente.
    Marcolfa.  Non ci far levare d'intorno questi nostri panni,  i quali 
    tanto tempo che noi siamo usi portare, perciocch chi spoglia l'arbore
    della sua antica veste,  non solo esso non fa pi frutti,  ma si secca
    affatto;  voglio riferire che,  se tu ci fai adornare di panni d'oro e
    d'argento,  noi potressimo,  mirandoci talmente addobbati e con quelle
    spoglie  cos  ricche  e  di  gran pregio intorno,  darci ad intendere
    d'esser di qualche gran lignaggio,  scordandoci in tutto  la  bassezza
    nostra,  montar  in  superbia  e  in  ambizione e voler farci temere a
    questo e quello, e insomma inasinirci affatto,  poich non si trova al
    mondo  la  pi  insolente  bestia  quanto il villano il quale si trova
    posto in alto stato dalla fortuna;  per lassaci i nostri panni,  come
    ho detto,  perch mirando quelli staremo ognora umili e bassi, essendo
    nati per esser servi e non padroni.
    Re. Gran parole sono queste, che tu dici, e degne da notarsi; e mostri
    in vero la sincerit dell'animo tuo,  e  conosco  chiaramente  che  il
    Cielo dispensa le grazie sue tanto ne' luoghi ruvidi e alpestri quanto
    nelle popolate citt, dove sono le scuole delle scienze e degli studi;
    e  perci  tanto pi voglio che tu sii adornata di ricchi vestimenti e
    che tu sia servita quanto la Regina istessa.
    Marcolfa.  Ascolta,  o serenissimo Re,  ti prego,  prima una filateria
    piacevole, ma che torna a proposito nostro, la quale mi disse una sera
    la  buona  memoria  di  Bertoldo mio marito,  mentre stavamo presso al
    fuoco a mondare delle castagne.
    Re. Volontieri v'ascolto; dite pur su.
    Marcolfa.  Mi disse ch'egli avea udito raccontare a suo avolo,  che fu
    una volta l nelle parti della Trabisonda,  dove si sbarcano le scorze
    dell'anguille  affumicate,   un  asinaccio  grande  e  alto  di  gambe
    quant'ogni gran cavallo,  il quale vedendo un d certi corsieri con le
    selle guarnite d'oro e di perle riccamente ornate,  e la briglia e  il
    freno   con   borchie   e   rosette   d'oro,   e  valdrappe  riccamate
    superbissimamente,  gli entr nel capo  (o  che  bestiazza)  di  esser
    anch'esso  adobbato  in  tal maniera,  e ne fece motto al suo padrone,
    pregandolo per quanto egli avea cara la sua pelle come  era  morto,  a
    voler  fargli  fare  una  sella,  briglia  e  valdrappa  della maniera
    ch'avevano quei corsieri,  adducendo per ragione ch'esso non era manco
    nobile  del cavallo,  essendo anch'esso stato creato con tutto l'altro
    bestiame in un  istesso  giorno,  onde  per  antichit  non  cedeva  a
    nessun'altra bestia che si fusse.
    Alle  cui parole il padrone cos rispose: "Messer asino mio caro,  non
    v'accorgete voi che dite una gran baccaleria?  Perch,  quando  furono
    create le bestie,  come voi dite, a ciascuna di esse furono dispensati
    i loro uffici, cio il bue all'aratro, il cane al pagliaio, il gatto a
    prender i toppi,  il mulo al basto,  il cavallo alla sella,  e l'asino
    qual siete voi alla soma e alle bastonate.  Per voi non farete nulla,
    perch, se bene voi avesti attorno tutto l'oro di Mida,  sempre sarete
    conosciuto per un asino,  e poi avete le orecchie tanto lunghe che non
    potrete mai negare di non esser un asinaccio da legnate,  come siete".
    A  cui  rispose  messer  l'asino: "Se l'orecchie longhe ch'io tengo mi
    hanno da scoprire per un asino,  a questo tosto si trovar rimedio con
    il  farmele  ascortare  atteso  la testa,  che poi allora io parer un
    bertone,  dove che,  come sar guarnito con la valdrappa lunga  e  gli
    altri fornimenti, chi sar quello che mi scorga per un asino? Fate pur
    venire or ora il marescalco, e quanto prima mi tagli l'orecchie" (mira
    che   bestiale   ambizione  d'un  asinaccio).   Cos  il  padrone  per
    compiacerlo gli fece tagliar tutte due l'orecchie presso alla zucca  e
    l'aberton galantemente,  e poi lo fece guarnire nobilissimamente e lo
    pose fra i suoi corsieri;  il qual per esser s grande,  com'ho detto,
    fu  tolto  su  le  prime per un corsiero di molta stima.  Ma perch la
    natura supera  l'accidente,  il  misero  animalaccio,  vedendo  passar
    un'asina  per  strada,  subito  si  discavall e s'inasin di nuovo e,
    lasciando  i  cavalli,  incominci  a  correre  dietro  a  quell'asina
    raggiando, e gett in terra la valdrappa e la sella e ruppe la briglia
    e  fece  mille  mali,  scoprendosi  in tutto e per tutto un vile asino
    com'egli era;  onde coloro che  fin  allora  l'avevano  tolto  per  un
    cavallo, scorgendolo al raggiare e all'altre asinesche creanze ch'egli
    era un asino,  tosto lo presero e lo menarono nella stalla,  e ivi gli
    dierono una buona prebenda di bastonate e lo ritornarono sotto la soma
    secondo ch'egli era usato prima. Quest'esempio, o serenissimo Re,  pu
    servire a noi, che se tu ci farai vestire riccamente, e mettendoci co'
    principali della tua corte, ognuno ci mirer e ammirer finch staremo
    cheti;  ma, come poi ci udiranno parlare, ci scorgeranno per due goffi
    e rustici montanari e,  dove prima ci avevano in pregio  e  stima,  si
    faranno beffe di noi e forse ancora ci faranno qualche scherzo. Sicch
    o  lasciaci  questi panni bigi che noi abbiamo,  o,  se pur vuoi farci
    vestire, facci vestir moderatamente, senza oro n seta, perch'io ti so
    dire che noi non siamo per riuscire troppo bene  in  questa  corte,  e
    massime questo mio figliuolaccio, il qual  pi goffo che lungo e ogni
    giorno  far  qualche  disproposito  da  far ridere la gente,  e forse
    ancora piangere.
    Re.  Questa favola che tu m'hai narrata  molto esemplare,  ma non  ho
    dubbio  che  tu  faccia scappate,  perch fin ad ora m'hai dato chiaro
    segno del tuo raro intelletto,  e non ti tengo per  donna  ruvida,  se
    bene i panni e la vil scorza lo dimostrano, ma s bene per un oracolo;
    e  se  bene  Bertoldino  alcuna  volta parlasse o facesse qualche cosa
    fuora di proposito,  come tu dici,  sar sempre per iscusato per esser
    egli  giovane  e non ancora esperto nelle citt,  e ogni d praticando
    con questi cortegiani piglier senno e ingegno.  Tu  dunque,  Erminio,
    menali  agli  loro  appartamenti  e falli vestire di buon panno fino e
    provedigli di quello che gli occorre,  e,  come son posati,  conduceli
    dalla Regina, ch'io so che li vedr molto volontieri.
    Erminio. Tanto far, Signore. Ors, venite con esso meco.
    Bertoldino. E dove ci volete voi menare?
    Erminio.  Venite  pur  meco  e non vi dubitate,  ch'io vi voglio menar
    nell'alloggiamento di vostro padre.
    Bertoldino. Mio padre alloggia sotto terra, lui,  e per voi ci volete
    seppellire con esso lui. O mia madre, torniancene a casa nostra.
    Marcolfa.  Ei  vuol dire nelle stanze dove alloggiava tuo padre quando
    egli era vivo, balordo che tu sei.
    Bertoldino. Faceva dunque osteria mio padre?
    Marcolfa. Perch osteria?
    Bertoldino.  Ma s'ei dice dove  alloggiava  mio  padre,  forza    ben
    ch'egli fosse oste.
    Marcolfa.  Ei  vuol  dir dov'egli abitava,  cio le stanze dove stava.
    Ohim,  ben lo diss'io,  ch'io sarei impacciata  qua  gi  con  questo
    bestiolo. O, foss'io restata a casa mia, volesselo il Cielo!
    Erminio.  Ors, venite pur meco e non vi sgomentiate, ch questo non 
    nulla.
    Cos Erminio li condusse in una bellissima stanza  tutta  adobbata  di
    panni  d'arazzi e spalliere d'oro,  co' due letti ornati di padiglioni
    di broccato e cupola d'oro,  e coperte di seta con bellissimi ricami e
    altre cose di grandissimo valore, e dopo fece venire lo sartore del Re
    a vestirli alla civile; dove che, stringendo esso alquanto il giuppone
    alla  gola a Bertoldino,  come a quello ch'era usato a portare i panni
    larghi, credendo che il detto sartore lo volesse affocare,  incominci
    a dire gridando:
    Bertoldino. Perch mi fa impiccare il Re? o strangolarmi qui?
    Sartore. Perch impiccare o strangolare? Che cosa dici tu?
    Bertoldino. Non sei tu il boia?
    Sartore. Io non sono il boia altramente, ma s bene il sartore del Re.
    Bertoldino. L'hai tu mai impiccato lui?
    Sartore. Perch vuoi tu ch'io l'impicchi, s'egli  mio Signore?
    Bertoldino.  Perch impicchi tu me adunque, se mai non l'hai appiccato
    lui?
    Sartore.  Come,  che  io  t'impicco?  e  che  cosa  ti  faccio  io  da
    impiccarti?
    Bertoldino.  Tu  mi  stringi  tanto  la  gola ch'io non posso avere il
    fiato.
    Sartore. Egli  il vestimento, che va cos assettato alla gola,  e per
    questo a te pare che io t'affochi nell'accomodarlo.
    Bertoldino.  Se  tu  vai  stringendo un poco pi,  io non terr saldo,
    perch sento che mi vien suso un castagnaccio ch'io ho  mangiato  poco
    fa. Guarda che il viene; non te lo diss'io, ch'io non terrei saldo?

    Bertoldino  impronta  il mostaccio al Sartore con un castagnaccio,  ed
    esso tutto colerico dice:
    Sartore. O ti venga il cancaro,  porcaccio!  Mira come tu m'hai concio
    il mostaccio! Ohib, possi tu creppare!
    Bertoldino.  Non  te  l'ho io detto prima,  ch'io non starei al segno,
    perch tu mi stringevi troppo la gola?  Lasciami pur un  poco  i  miei
    panni  vecchi  a  me,  ch'io  non  voglio  che  tu mi ficchi in quelle
    sacchette, ch'io mi vi affogherei dentro.
    Sartore. Ors,  insomma il villano,  o alla citt o alla villa ch'egli
    si sia, sempre conviene ch'esso mostri la sua villania, perch mai non
    si  cavarebbe  la rana del pantano.  Piglia gli tuoi panni e vestiti a
    tuo modo,  ch,  a voler vestir te nobilmente,    proprio  un  volere
    mettere  la  sella  a  un porco;  e qui ti lasso con il malanno che ti
    pigli, ch'io voglio andare a lavarmi il mostaccio.

    Cos il sartore, col grugno tutto impiastrato di pasta di castagne, se
    n'and a casa borbottando a lavarsi il volto; poi fece la relazione al
    Re di quanto gli era  avvenuto.  Il  qual  udendo  ci  fu  quasi  per
    iscoppiare  di ridere,  e poi gli mand un altro sartore,  il qual gli
    fece  un  abito  alquanto  pi  largo,   e  alla  Marcolfa  fece  fare
    medesimamente  una zimarra di buon panno fino,  e poi cos vestiti gli
    fece condurre  dalla  Regina,  la  quale  mirando  quei  due  mostacci
    contrafatti  non  pot  fare  che  non desse nelle risa;  la qual cosa
    vedendo la Marcolfa,  dopo  avergli  fatto  una  riverenza  cos  alla
    grossolana, e salutatola all'usanza di montagna, disse queste parole:


    Favola esemplare narrata dalla Marcolfa alla Regina a proposito di chi
     goffo e vuol abitare in corte.

    Marcolfa. Serenissima Regina, io udii una volta raccontare a una certa
    vecchia  di  l  su  nel  nostro  comune che gi le cornacchie soleano
    parlare come facciamo noi,  e diceva questa buona  vecchia,  la  quale
    dovea avere cento e vent'anni, che a questi animali sempre  piacciuto
    di  alloggiare  sui  campanili  (come  ancora  in questi tempi) e dice
    ch'elle andarono una volta ad abitare sopra la Torre  di  Babilonia  e
    che,  stando  elle  colass,  notavano  i  fatti di tutte le genti,  e
    vedevano che l'uno ingannava l'altro,  vedevano gli artegiani  la  pi
    parte bugiardi,  i padroni sconoscenti, i servitori infedeli, le serve
    inobedienti, le madri poco modeste, le figliuole scapestrate,  i padri
    dissoluti,  i  figliuoli viziosi,  le vedove scandalose,  i cortegiani
    ambiziosi,  i  parasiti  adulatori,  i  buffoni  sfacciati,  gli  osti
    lusinghieri, le meretrici falsissime, i ruffiani malvaggi e scelerati,
    e  insomma  vedevano  tutto  il mondo avviluppato,  dove che notando i
    fatti d'ognuno,  come ho detto,  gli andavano appalesando a  tutto  il
    mondo, a tale che l'uno pi non si fidava dell'altro, e tutti i negozi
    andavano a male e ogni cosa alla peggio;  onde, essendosi scoperto che
    questi uccellacci erano cagione di tanta ruina,  furono citati dinanzi
    al  tribunale  della  regina  delli  uccelli e ivi accusati della loro
    loquacit, siccome, andando scoprendo i vizi di questo e di quello, il
    mondo non faceva pi  facende;  onde  la  detta  regina  gli  fece  un
    precetto,  sotto  pena  di essergli pelato il capo con acqua bollente,
    che mai pi elle non dovessero parlare,  e le  priv  in  tutto  della
    favella.  Pure  stanno  ancor  con  speranza di riaverla un giorno per
    poter scoprire i vizi di questi tempi,  i quali pi  che  mai  son  in
    colmo,  e di continuo van gridando cr,  cr,  cio di d in d stanno
    aspettando che gli sia concessa la grazia di poter parlare. Ma,  prima
    ch'elle  il  perdessero,  disse  la  buona  vecchia  ch'ella  gli  ud
    raccontar questa ch'io ora ti dir se mi fai  grazia  d'ascoltarmi,  e
    tutto torna a profitto nostro.
    Regina.  Dite pur su, che queste vostre parole fin ad ora m'hanno dato
    grandissimo contento, n mai mi stancarei di stare a udirvi.


    Favola de i schiratoli e i topi dai fichi secchi.

    Marcolfa. Dissero dunque questi uccelli che,  nel tempo che le lumache
    tessevano  delle pellicce,  si trovarono nella citt delle sanguettole
    alcuni topi,  i quali faceano mercanzia  di  fichi  secchi  e  teneano
    fornite  tutte le citt lor vicine,  onde si partirono alcuni mercanti
    dell'India Pastinaca con alquanti sacchi di noci moscate per venirle a
    barattare in tanti barili  di  fichi  secchi;  e  un  giorno,  essendo
    alquanto  stanchi pel lungo viaggio,  si posero all'ombra d'una querce
    antica e frondosa molto, qual era in mezzo a un verdeggiante prato,  e
    quivi s'addormentarono;  e mentre essi dormivano giunse un gran stuolo
    di porci cinghiali e,  accostatisi a quei sacchi,  gli dierono  dentro
    de' grugni e mangiarono tutte le dette noci,  ma ne portarono tutti la
    mala pena, perch, essendo usi a mangiar delle ghiande, sbito ch'essi
    ebbero quelle noci in corpo,  se gli  mosse  un  tal  garbuglio  nelle
    budelle,  che  non  solo  furono  astretti a vomitare,  ma ci ch'essi
    tenevano nel corpo ancora,  e si espedirono tutti in poco d'ora;  onde
    di  qui  nacque  il proverbio che le noci moscate non sono fatte per i
    porci cinghiali.  Svegliati che furono i detti mercanti,  e trovando i
    sacchi  loro  tutti  stracciati  e mangiata la lor mercanzia da' detti
    porci,  restarono molto dolenti;  pur non volsero restar di  non  gire
    innanzi,  trovandosi  alcune  pelli  di  donnola  da donar al re delle
    tinche fritte,  al quale nel passar che fecero in detta  citt  gliele
    appresentarono,  ed  esso  in  iscambio  di  quelle  fece  far loro un
    bellissimo presente, il quale parte fu tartuffi, parte sorbe secche, e
    cos con dette robbe passarono nella citt  delle  sanguettole,  e  fu
    proprio  quell'anno  che si segarono i prati,  ed essendo giunti quivi
    barattarono quei tartuffi e quelle sorbe  in  tanti  barili  di  fichi
    secchi,  dandogli giunta alquanti funghi salati,  i quali si trovavano
    avere in un bussolotto di terra creta cotta al sole.  Cos con i detti
    barili  s'imbarcarono  nel  porto  delle salamandre e dopo alquanti d
    arrivarono nel porto de' scarafaggi e trovandosi travagliati dal  mare
    si  rissolsero  di  sbarcarsi  in detta citt e ivi riposarsi alquanti
    giorni,  e,  fatto  portare  i  detti  barili  in  doana,  gli  fecero
    sgabellare;  ma  i poveretti,  fidandosi troppo de' gabellini,  furono
    traditi da essi,  poich,  avendo quei scarafaggi anasato i barili de'
    detti fichi, tosto s'imaginarono una frode, la qual fu questa, cio di
    votargli que' barili di fichi ed empirli di tante di quelle pallottole
    di  sterco  di  bue  (con  riverenza) ch'essi son usi di fare l'estate
    nelle careggiate delle strade.  Pensatosi dunque quest'inganno,  tosto
    lo posero in esecuzione e votarono tutti i barili,  cavandone i fichi,
    e gli riempirono di quella mercanzia che gi vi ho detto e,  bollati i
    detti  barili e fatto loro passaporto e segnata la bolletta e presa la
    fede della sanit, si partirono di l e in pochi d gionsero nelle lor
    contrade,  dove tutta la citt corse a  rallegrarsi  seco  dell'essere
    essi  tornati  sani  e  salvi  alla patria;  e perch ognuno avea gran
    desiderio di  veder  la  mercanzia  ch'essi  aveano  condotta,  furono
    pregati a voler aprire i barili.
    Non fu mai tanta furia quando si d la fava il d de' morti alle porte
    de'  ricchi,  n  tanta calca di villani il sabato a comprar del sale,
    quanto era la furia e la calca di coloro  che  volevano  comprare  de'
    detti  fichi,  e  quelli  che  non potevano avicinarsi gli gettavano i
    fazzoletti co' danari come si  fa  a  quelli  che  cantano  in  banco,
    pregandogli  con  la  beretta  in  mano ch'essi gliene dessero chi una
    libbra, chi due,  chi pi,  chi manco;  ed era tanta la moltitudine di
    quelli  ch'essi  aveano  intorno,  che  andarono  a pericolo pi volte
    d'esser soffocati.  Pur  Alfine  apersero  i  detti  barili,  dove  in
    iscambio  di  trovarvi  i  fichi  secchi  dentro,  vi  trovarono tante
    pallottole di  sterco  di  bue,  onde  restarono  talmente  confusi  e
    scornati,  che  non sapevano che si dire;  e quelli i quali gli aveano
    dato i lor danari se gli fecero rendere indietro,  e se  gli  lev  un
    schiamazzo  dietro di batter de mani,  e di zufolare,  che i poverelli
    furono quasi per andarsi a impiccare per la mala  vergogna,  vedendosi
    esser  stati burlati a quella foggia,  e vedersi similmente far dietro
    il ciambello da quelli i quali aspettavano i fichi  secchi,  e  vedere
    loro appresentarsi delle sudette pallottole;  n furono mai pi arditi
    di comparire sulla pubblica piazza, ma si ritirarono alla villa,  dove
    che, pensando a simil caso, in pochi giorni morirono disperati.
    Questa  favola  mi  narrava  la detta vecchia,  la quale torna tanto a
    proposito nostro, che non si pu dir di pi, poich il Re ha mandato a
    pigliarci di l su pensando  che  noi  siamo  dolci  e  domestici  nel
    conversare  e  nelle creanze,  e riusciremo tante di quelle pallottole
    impastate l per le strade dai scarafaggi,  cio da' costumi  rozzi  e
    villani,  a  tale  che  chi  ci  ha  guidati qua gi avr spesso delle
    rampogne da tutta la corte, avendo condotti, in iscambio di due barili
    di fichi dolci e saporiti,  due barili d'una mercanzia stomacosa  come
    siamo  noi,  che in poco tempo verremo a nausea a tutti,  e gi questo
    mio fantacciotto ha cominciato a dare segno delle sue  balorderie,  le
    quali ogni d pi anderanno crescendo; onde era meglio assai per il Re
    lassarci  stare  a  casa  nostra,  che  farci  venire qua gi a essere
    babuini di corte. Ma chi cos vuole cos abbia;  io ho mostrato fin ad
    ora che io sono pronta per sempre ad ubidire all'una e l'altra Maest.

    La Regina si stupisce dell'eloquenza della Marcolfa e dice:
    Regina.  Madonna Marcolfa, io non posso credere all'eloquenza vostra e
    a' belli essempi che voi m'avete addotti che voi siate altramente nata
    sui monti,  ma s bene alla citt fra i studi e le scienze,  poich io
    non  so  qual  oratore  si trovasse fra noi,  il quale sapesse con tal
    facondia di parole e con pi ornato modo  esplicare  il  suo  concetto
    improvisamente,  come avete fatto voi.  E se il marito vostro,  mentre
    visse fra noi,  fece gi stupire questa corte con  tante  sue  sottili
    astuzie  e  dotte  sentenze che uscirono dalla sua bocca,  e voi fin a
    quest'ora non solo fate stupire,  ma trasecolare chi vi  sente;  onde,
    per  mostrarvi  un  poco  di segno di gratitudine,  ecco ch'io vi dono
    questo ricco anello. Piglitelo e ponetevelo in dito,  e portatelo per
    amor mio.
    Marcolfa.  Non deve la donna vedova portare altro anello in dito,  che
    quello il quale gli fu posto dal suo marito,  e per a me basta questa
    verghetta d'argento,  qual  l'anello matrimoniale, cio quello che mi
    fu messo in dito quando fui sposata.
    Regina. Che posso io dunque darvi, che sia a proposito vostro?
    Marcolfa. Non avete cosa per me, che pi non bisogna per voi.
    Regina. Di qual cosa ho io bisogno, che sono regina di tutta l'Italia,
    e di tesori e ricchezze non cedo ad altra donna che sia in terra?
    Marcolfa. Oh, vi mancano pur tante cose, serenissima Signora.
    Regina. Che cosa mi manca? Ditemelo, vi prego.
    Marcolfa. Io non mi partir di questa corte,  ch'io vi far confessare
    di  propria bocca ch'avete bisogno di mille cose;  e perch il bisogno
    viene dalla povert,  voi venite a essere molto pi povera che non son
    io, e avrete pi bisogno di me, ch'io non avr di voi.
    Regina.  Quando mi farete vedere questo,  sarete una gran donna. Ors,
    conduceteli alle stanze loro,  e tu,  Bertoldino,  vieni  a  visitarmi
    spesso.
    Bertoldino. Che cosa vuol dire visitare?
    Marcolfa. Vuol dire lassarsi vedere da lei spesso.
    Bertoldino. Son io forse un setaccio, che sia chiaro e spesso?
    Marcolfa.  Non  vi diss'io,  serenissima Regina,  che noi saressimo la
    mercanzia delle pallottole? Udite questo balordo, come ha bene inteso.
    Regina. Questo non importa, anzi che le corti non sono belle se non vi
    sono di tutti gli umori. Ors, andatevi pur a posare.


    Ragionamento di Bertoldino e sua madre nelle lor stanze.

    Cos furono menati in una bellissima stanza,  e dato loro tutto quello
    che gli facea bisogno, e stando ivi tutti dua, Bertoldino incominci a
    dire a sua madre:
    Bertoldino.  Mia madre, io ho udito dire che la Regina vuol star sopra
    tutte le altre donne;  per sarebbe ben fatto che quanto prima noi  ce
    ne tornassimo a casa nostra,  perch s'ella vi monta adosso una volta,
    ella vi far saltare le budelle fuor  del  corpo,  ch'ell'  grande  e
    grossa pi che non  la nostra vacca;  per leviamoci di qua,  innanzi
    ch'ella vi faccia creppare.
    Marcolfa.  Quel dire di stare sopra  le  altre  donne  non  vuol  dire
    ch'ella voglia montargli adosso,  goffo che tu sei;  ma come signora e
    padrona vuol essere maggiore di tutte  l'altre  ed  essere  onorata  e
    riverita da quelle come il giusto vuole.
    Bertoldino. S, s, voi vederete bene, s'ella vi monta addosso una sol
    volta, s'ella vi far ridere o piangere.
    Marcolfa.  Ors,  io  t'intendo  benissimo;  tu  sei  un  balordo,  un
    maccarone, e non so come si possa stare che d'un uomo di tanto acuto e
    raro ingegno,  com'era tuo padre,  sia uscito  un  cedrone  di  questa
    fatta.
    Bertoldino. Ditemi un poco, chi nacque prima: io, o mio padre?
    Marcolfa.  Odi  quest'altra,  s'ella sa di sale!  O ignorantone che tu
    sei,  vuoi tu essere nato prima di  tuo  padre?  O  meschina  me,  non
    fuss'io mai venuta qua gi con questo guffo!
    Bertoldino. Al Re se gli d del messere, o del maestro?
    Marcolfa.  Io  credo che tutto quello che uscir fuora dalla bocca tua
    sar tutto buono,  perch,  in ogni modo quando tu volessi dir meglio,
    sempre  dirai peggio;  per,  se vuoi essere tenuto per uomo che parli
    bene, non aprir mai la bocca.
    Bertoldino.  E se a sorte m'occorresse a sbadagliare,  non volete  voi
    ch'io apra la bocca?
    Marcolfa.  Ors,  apri  quello che ti pare;  in ogni modo io credo che
    fino a quest'ora la corte t'abbia scorto per un buffalaccio, e gi gli
    hai cominciato a dar da ridere e gliene darai ogn'ora pi.
    Bertoldino. Le corti ridono dunque esse ancora?  Ma dove hanno elle la
    bocca?
    Marcolfa.  Ohim, taci, che pare che io senta venire gente. Oh, egli 
    il Re in persona, che viene diritto alle nostre stanze.
    Bertoldino. Che vuole egli da noi, questo bel messere?
    Marcolfa. Ohim, serra la bocca e non dir niente.
    Bertoldino. Io la serro, guardate mo' s'io l'ho ben serrata.
    Marcolfa. S, s. Ors,  tienela cos stretta fin ch'io ti dico che tu
    l'apri.


    Il Re dona un podere fuora della citt a Bertoldino e a sua madre.

    Mentre  essi  ragionavano  insieme,  Bertoldino  e  sua madre,  il Re,
    ch'avea avuto assai solazzo,  tanto della pecoraggine  di  lui  quanto
    dell'acutezza  dell'ingegno di lei,  li fece montare con esso suso una
    carroccia e,  conduttogli fuor della citt due  tratti  di  mano,  gli
    diede  in dono un bellissimo podere,  con un nobile palazzo e un ameno
    giardino con peschiera  e  fontane,  boschetti,  vigne  e  altre  cose
    deliciose, dicendo alla Marcolfa:
    Re.  Perch,  essendo voi usati alla vostra libert,  vi pare forse di
    essere imprigionati qua dentro la citt, ecco io vi faccio libero dono
    di questo  bel  palazzo  che  vedete,  con  questo  podere,  giardino,
    peschiera,  fontana e quanto si contiene sotto di lui;  con patto per
    che tu,  Bertoldino,  ti lasci vedere ogni giorno  una  volta  da  me.
    Entrate dunque in questo palazzo, il qual  fornito di quanto occorre,
    e, se nulla vi mancher, io vi far fare provisione di tutto.
    Marcolfa.  Per  mille  volte  io ringrazio la tua gran magnanimit,  o
    benignissimo Re,  e conosco certo che ci non viene per merito  alcuno
    che sia in noi, poich io, come femina nata e allevata in paese ruvido
    e  selvaggio,  non  mi trovo aver qualit alcuna in me la quale sia da
    praticare in questi luochi regi,  ma  s  bene  fra  montuose  rupi  e
    scoscese  ruine,  ove  non  albergano  n  creanze,  n  virt alcuna.
    Parimente questo mio bamboccio,  il quale non so s'egli sia di  stucco
    over di sambuco,  tanto  goffo e balordo, ch'io non so a quello ch'ei
    si possa servire se non far ridere il volgo, altro da lui non credo si
    possa aspettare;  perch d'un'acqua cos dolce  uscito un pesce  cos
    amaro,  cio  che d'un padre tanto accorto e di sottile ingegno,  come
    era Bertoldo,  sia uscito un figliuolaccio tanto stupido com' questo,
    il quale, quando si vuol levare la mattina, non sa se si metta gi del
    letto i piedi prima, o la testa.
    Re.  E' vero questo,  Bertoldino?  Tu non rispondi.  Ol,  tu tieni s
    stretta la bocca.
    Marcolfa. Io gli ho fatto precetto che la tenghi cos serrata.
    Re. Per che causa volete ch'ei la tenga cos?
    Marcolfa.  Perch esso mi ha addimandato se a vostra Maest si d  del
    messere o del maestro, e io gli ho detto ch'egli dir ben ogni cosa se
    mai non aprir la bocca, perch sempre parla alla riversa.
    Re.  Io mi credevo ch'esso avesse fatto qualche gran fallo,  ma questo
    non  errore alcuno,  anzi a me piacciono altro tanto,  e pi,  queste
    sorti  d'umori semplici prodotti dalla natura,  che quelli che fanno i
    semplici e i goffi artificiosamente, anzi pur maliziosamente, per cos
    dire. Ors, parla, Bertoldino,  ch'io ti do licenza che dici.  Apri la
    bocca.
    Bertoldino. Mia madre vuole ch'io la tenghi serrata.
    Marcolfa. Ors parla pur su, ch'io ti do licenza; ma guarda dire delle
    tue. Che dirai qui al nostro Re? Di' su.
    Bertoldino. Io vorrei quanto prima ch'ei si partisse di qua.
    Marcolfa. Ah, ribaldo, queste son cose da dire a un nostro Signore, il
    qual ci haffatto tanti benefici? E perch vuoi tu ch'ei se ne vada?
    Bertoldino. Perch mentre egli sta qui io non posso andar a merenda.
    Marcolfa. Udite che bella creanza, Signore. Vi pare che questo sia per
    riuscire  buon cortegiano?  Oh zucconaccio da semente,  in iscambio di
    render grazie a vostra Maest del gran dono ch'ella  ci  haffatto,  ei
    brama che gite via per andare a merenda.
    Re.  Egli ha molto ben ragione; io non l'ho mica per balordo in questo
    fatto.  Ors,  io me ne vado.  Restate in pace,  e ricordati di venire
    ogni giorno una volta a vedermi: hai tu inteso?
    Bertoldino.  Signor messer maestro s. Ma, ditemi, chi  pi lungo: il
    giorno della citt, o quello della villa?
    Re. Tanto uno quanto l'altro; vieni pur via allegramente.
    Marcolfa.  Odi quest'altra: s' pi lungo il giorno  della  villa  che
    quello  della  citt.  Oh  cavallaccio  che  sei!  Ors  non dubitate,
    Signore, che io lo mandar ogni giorno da lei.
    Re. Ors mi raccomando, Bertoldino. A rivedersi, madonna Marcolfa.
    Marcolfa. Gite in pace,  serenissimo Signore,  che il Cielo vi dia ci
    che desiderate.


    Simplicit di Bertoldino ridicolosa con le rane della peschiera.

    Partito  che  fu  il Re,  la Marcolfa e Bertoldino restarono al podere
    donatogli da lui,  il quale era fornito di tutto  quello  che  a  loro
    faceva bisogno,  s per il vivere quanto per ogn'altra commodit; e in
    mezzo al detto giardino vi era una  bella  peschiera  piena  di  varie
    sorti di pesci, e vi erano ancora delle rane, le quali rane, un giorno
    che  esso  Bertoldino  stava  sopra  la  detta peschiera a mirare quei
    pesci, i quali givano per l'acqua guizzando, cantavano forte; e perch
    nel linguaggio loro pare ch'elle dicano quattro,  quattro,  Bertoldino
    credendo  ch'elle  dicessero  che  il Re non gli avesse dato altro che
    quattro scudi,  avendone egli dato pi di  mille,  saltato  in  colera
    subito  corse a casa e,  preso un coffanetto dove erano i detti scudi,
    lo port sopra la peschiera e,  pigliandone fin a cento in  un  pugno,
    gli gett col dove le dette rane facevano maggior strepito, dicendo a
    loro: "Togliete,  bestie del diavolo;  numerate se sono quattro, overo
    cento".  Ma non per questo le rane s'acchettavano,  anzi parea ch'elle
    raddoppiassero il gracchiar loro;  onde esso,  pigliatone altrettanti,
    glieli gett a basso,  dicendo: "Ah,  canaglia,  io vi far ben vedere
    ch'egli  ce n'ha dato pi di millanta".  E cos fece pi volte,  tanto
    ch'egli gett quei mille  scudi  nella  peschiera,  n  potendole  far
    racchettare,  tutto  pieno  d'ira  e  di  sdegno  gli trasse dietro il
    coffanetto dove essi erano dentro e, dicendo loro un mare di villanie,
    se ne torn a casa tutto imbestiato; onde la madre,  vedendolo cos in
    furia e riscaldato dalla colera e dalla smania, gli disse:
    Marcolfa. Che cosa hai, Bertoldino, che tu sei cos riscaldato?
    Bertoldino. Io sono in colera con le rane della nostra peschiera.
    Marcolfa. Per che causa? Che oltraggio t'hanno elle fatto?
    Bertoldino. Lo sapranno ben esse.
    Marcolfa. Ti hanno elle interrotto il sonno con il loro rappellare?
    Bertoldino. Peggio mi hanno fatto.
    Marcolfa. Pisciato sulle scarpe?
    Bertoldino. Mille volte peggio.
    Marcolfa. Che cosa ti possono elle aver fatto? Di' su.
    Bertoldino. Il Re non ci ha egli donato quel coffanetto pien di scudi?
    Marcolfa. S, ha. Perch?
    Bertoldino.  Perch  quelle  maladette  bestie dicevano ch'esso non ce
    n'avea donato pi di quattro; onde io gliene ho gettato un buon pugno,
    ed elle pur andavano dicendo quattro, quattro,  e io gliene ho gettato
    un  altro pugno,  e poi un altro,  e un altro,  a tale ch'io glieli ho
    gettati tutti,  ed elle ognora pi forte gridavano  quattro,  quattro;
    onde,  vedendole ostinate in quest'umore, tutto pieno di colera gli ho
    gettato a  basso  il  coffanetto  ancora,  acci  che  numerandoli  si
    chiariscono quanti scudi ci ha donati il Re, e che poi gli tornino nel
    coffanetto,  ch'io  l'andar  poi a pigliare e lo portar a casa con i
    detti scudi dentro.  Or che ne dite,  mia madre?  Non ho io  fatto  da
    galantuomo a chiarir quelle bestie?
    Marcolfa. Tu hai gettati tutti i scudi nella peschiera?
    Bertoldino.  Se dicevano che essi non erano pi di quattro,  non ho io
    fatto bene a fargli vedere che sono pi di millantaquattro?
    Marcolfa.  O poverina me,  o tapina Marcolfa!  O s,  che questa   da
    contare!  O pazzo, matto, bismatto e senza cervello che sei, ch'io non
    so che mi tenghi ch'io non t'affochi.
    Che vuoi tu che dica il Re di questa  tua  pazzia,  quando  la  sapr?
    Questa    la  volta ch'egli ci espedir per tante bestie e ci caccer
    alle forche, e meritamente, solamente per le tue gran balordaggini, le
    quali sono tanto grandi, che un pazzo affatto non ne farebbe di pi.
    Bertoldino.  Dica pur Sua Maestranza ci che gli pare  e  piace,  esso
    dovrebbe accostumare le sue rane, che non volessero saper quanti scudi
    egli dona via.  Il peggio sar che,  s'elle vanno dietro gracchiando a
    quel modo,  e ch'elle mi faccino montare in colera un'altra volta,  io
    gettar  nella  peschiera tutto il mobile di casa,  e lo vedrete,  che
    elle non mi stiano un poco a intonare il capo,  ch'io gl'insegnar  di
    farmi dietro il chiasso, ch'io sono pi bestia di loro.
    Marcolfa.  Questo si sa,  n mai dicesti pi vero d'adesso;  anzi, pi
    bestia di tutte l'altre bestie.
    Bertoldino.  Udite fin da star qui s'elle son ostinate e s'elle  fanno
    pi  schiamazzo  che  mai.  Non  mi tenete,  ch'io gli voglio andare a
    gettare questa cassa sulla testa.
    Marcolfa.  Frmati,  frmati!  O poverina me,  lascia stare l  quella
    cassa.
    Bertoldino. Fate dunque voi ch'elle stiano chete.
    Marcolfa.  Io  lo  far,  maffrmati,  ch'io  le far pigliar a questi
    pescatori da rane con il  boccone,  s  ch'elle  non  ti  daranno  pi
    fastidio.  Aspettami qui,  ch'io voglio andare alla citt a veder se a
    sorte io gli posso trovare, e farle venire a prender tutte,  poich la
    tua  balordaggine  vuol cos.  Non ti partir di qui attorno alla casa,
    che non ci sia levato qualche cosa.


    Bertoldino fa in bocconi tutto il pane che si trova in casa e lo getta
    nella peschiera.

    Partita che fu la Marcolfa, Bertoldino fece un'altra balorderia,  anzi
    due, le quali furono queste, ch'avendo egli udito dire a sua madre che
    le  rane si pigliano col boccone,  udendole cantare ad alta voce,  non
    potendole pi comportare, and tutto instizzato alla cassa del pane e,
    pigliatolo tutto,  lo fece in bocconi e ne emp  un  sacco;  poi  and
    sopra  la  peschiera e gettvegli tutti dentro,  dove che al percotere
    dell'acqua tutte le rane scamparono in  fondo  della  peschiera,  e  i
    pesci,  a tanta copia di pane,  corsero tutti e, quivi urtandosi l'uno
    contro l'altro, pareva che facessero fra di loro una crudel battaglia,
    e in poco d'ora  gli  dierono  spedizione;  onde  Bertoldino,  vedendo
    questo, mont in tanta colera, che si dispose di volere accecare tutto
    quel  pesce perch avea mangiato tutti i bocconi del pane ch'egli avea
    gettati nell'acqua,  s che le rane non avevano potuto averne  pur  un
    minimo  boccone,  ma  tutte s'erano tuffate nel fondo della peschiera,
    come ho detto, per il gran movimento dell'acqua che facevano fare quei
    pesci mentre si toglievano il pane di bocca l'uno all'altro,  e andato
    in  casa  prese  un  sacco di farina per gettarla negli occhi al detto
    pesce e accecarlo e,  tornato  sopra  la  peschiera,  secondo  ch'esso
    vedeva il detto pesce venire al sommo dell'acqua, ed egli con una pala
    gli  gettava  adosso  di  quella  farina,  pensando  pure,  il  povero
    sempliciotto,  di cavargli  gli  occhi;  ma  quello,  guizzando  sotto
    l'acqua, poco curandosi di simil fatto, cos gett tutto quel sacco di
    farina  nella  peschiera  e  pensando  di aver cavato gli occhi a quel
    pesce, ritorn a casa tutto contento,  credendosi di aver fatte le sue
    vendette.


    Bertoldino entra nel cesto dell'oca a covare in cambio di lei.

    Fatto Bertoldino questa bella galanteria torna a casa e vede l'oca che
    sta  in  un cesto grande a covare l'ova,  e la fece levar su,  ed esso
    entr nel detto cesto in atto di covare,  e alla prima ruppe tutte  le
    ove  con  il  podice,  ed erano oramai per nascere i pavarini.  E cos
    stando nel  detto  cesto,  giunse  la  Marcolfa,  la  quale  non  avea
    altrimenti  cercato  pescatori  da  rane,  sapendo  ella  che  non era
    possibile a pigliarle  tutte,  ma  era  stata  dalla  Regina  a  darle
    alquanto  di  trattenimento,  e  ancora  per passare un poco d'affanno
    ch'ella avea delle gran balorderie di costui; e giunta a casa (come vi
    dico) batt all'uscio chiamando Bertoldino, che gli aprisse, dicendo:
    Marcolfa. Bertoldino, o Bertoldino, vieni, aprimi l'uscio.
    Bertoldino. Io non posso venire.
    Marcolfa. Perch non puoi venire? Dove sei tu?
    Bertoldino. Io sono nel cesto dell'oca.
    Marcolfa. E che fai tu in quel cesto, ribaldo?
    Bertoldino. Io covo i pavarini.
    Marcolfa. Tu covi i pavarini? O meschina me,  tu averai rotte tutte le
    ove. Vieni aprir quest'uscio, in tua mal'ora.
    Bertoldino.  Io non posso venire,  dico,  perch cominciano a nascere,
    ch'io ne sento uno che mi d del becco nelle natiche.
    Marcolfa.  O povera sventurata me,  che debbo io fare con costui?  Non
    fosse  io  mai  venuta  qua  gi  con  questa bestia.  Bertoldino,  oh
    Bertoldino!
    Bertoldino. Zitto, zitto, mia madre, che l'oca mi guarda.
    Marcolfa. E vieni aprirmi quest'uscio in tua buon'ora.
    Bertoldino. Ors aspettate, ch'io vengo.
    Cos Bertoldino esce fuora del cesto e apre l'uscio a  sua  madre,  la
    quale,  vedendolo  cos  impegolato  di  dietro  di  quei tuorli d'ova
    ch'esso  avea  rotti  nel  cesto  con  le  natiche,   tutta  disperata
    incominci a dire:
    Marcolfa. O traditore, o assassino!
    Bertoldino. Che cosa avete voi?
    Marcolfa.  Che  cosa  io  ho?  Ah,  manigoldo  che  sei,  mira  qua la
    bell'opera che tu hai fatto, sporco, bestia!  Ors,  io voglio insomma
    andare a pigliarmi licenza dal Re di tornar sulle montagne, perch noi
    non siamo degni di tanto bene.  O, quanto bene avevaffatto tuo padre a
    non appalesare al Re,  n a niuno,  ch'egli avesse  figliuoli,  perch
    aveva  previsto che tu non saresti stato buono da niente.  Guarda qui,
    bestiaccia, quello che tu hai fatto,  che tu mi hai rotto tutte le ova
    e hai soffocato tutti i pavarini,  i quali cominciavano gi a nascere,
    e ti sei sporcato tutte le calcie di dietro.  E che  dirai  tu  al  Re
    quando  ei  ti chieder che cosa  stato quello che t'ha sporcato cos
    di dietro?
    Bertoldino. Dir ch'io ho fatto una frittata alle mie natiche.
    Marcolfa. O gentil risposta da giovane discreto!  Ors,  cvati quelle
    calcie,  ch'io  te  le  voglio lavare,  e mettiti queste e vieni,  che
    mangiamo un boccone, ch bisogna che tutti due andiamo alla citt.
    Bertoldino. E che volete voi mangiare, se non v' pane in casa?
    Marcolfa. Come, che non v' pane in casa? Non ve n'era un mezzo sacco?
    Bertoldino. S, che v'era.
    Marcolfa. Ma dov' andato?
    Bertoldino. Non dicesti voi che le rane si pigliavano con i bocconi?
    Marcolfa. S, ti disse. E bene, che vuoi tu dire?
    Bertoldino.  Io ho sminuzzato tutto il  pane  quale  era  in  casa  in
    bocconi, e l'ho gettato nella peschiera, perch'io volevo pigliar tutte
    quelle rane con quei bocconi;  ma quei maladetti pesci sono corsi e se
    l'hanno tranguggiato tutto, a tale ch'elle non hanno potuto averne pur
    un picciolo bocconcino.  Ma lasciate,  ch'io gli ho fatto  una  burla,
    ch'io  voglio che voi ridiate un pezzo.  Cominciate pur a ridere,  mo'
    ridete, cancaro!
    Marcolfa. Ch'io rida? Ah, traditore, quest' un bel principio da farmi
    ridere,  s,  da farmi piangere.  E che burla  questa che tu gli  hai
    fatto?  Di' su,  manigoldo, ch'io m'aspetto un'altra pazzia maggior di
    questa.
    Bertoldino. Sapete il sacco dalla farina?
    Marcolfa. S, ch'io lo so. Sta' pur a udire.
    Bertoldino.  Io ero tanto instizzato contra quel  pesce,  perch  egli
    aveva  mangiato  il pane a quelle rane,  che io ho preso quel sacco di
    farina e gliela ho gettata tutta negli occhi.
    Marcolfa. E perch hai tu fatto questo?
    Bertoldino. Perch io glieli voleva cavare, e credo di averne accecati
    pur assai,  perch io gliene gettavo sulla testa le  palate  piene,  e
    credo che non vedano pi lume.
    Marcolfa.  O  balordo,  o  pazzo,  o mentecato che sei!  Perch non ti
    soffocai io nelle fasce subito che fusti nato? O Bertoldo, che diresti
    se tu fussi vivo,  tu che eri un fonte di sentenze,  e udire  le  gran
    balorderie di questo pecorone?  Ors preprati,  che io voglio che noi
    andiamo fino alla citt, che il Re e la Regina ti vuol vedere.
    Bertoldino. Perch non vengono essi qua, se mi vogliono vedere?
    Marcolfa.  Signor s,  toccher a loro a venire da voi,  che siete  un
    gran personaggio, aff. Ors serra l quella bocca, e non l'aprire pi
    fino  che  non  siamo  tornati  a casa,  che tu non facci come l'altra
    volta,   che  pur  volesti  aprirla  ancorch  io  t'avessi   commesso
    espressamente che tu la tenessi serrata.
    Bertoldino.  E se il Re mi domandar qualche cosa,  chi volete che gli
    risponda per me, il mio taffanario?
    Marcolfa. Parler ben io, taci pur tu,  bestia,  e lascia la cura a me
    di questo.
    Bertoldino. Ors, io la serro. L'ho io ben serrata?
    Marcolfa.  Ors tienla cos,  n l'aprir fin ch'io non te lo dico,  se
    non vuoi ch'io ti ricami il vestito con un bastone,  tornti che siamo
    a casa.

    Cos  la  Marcolfa  e  Bertoldino un'altra volta andorno alla citt e,
    giunti che essi  furono  dal  Re,  esso  gli  fece  molte  carezze,  e
    interrogando Bertoldino come stava,  esso tenendo la bocca stretta non
    rispondeva nulla, onde il Re voltatosi alla Marcolfa disse:
    Re. Per che causa non mi risponde costui? Ha perduto forse la favella,
    o gli  venuto qualche strano accidente, ch'ei non possa parlare?
    Marcolfa.  Meglio per lui,  ch'ei non avesse mai  parlato,  perch'egli
    dice  tutto  alla  riversa,  e  peggio    che ne fa ancora,  e adesso
    nuovamente n'haffatto una molto brutta,  mentre io sono stata fuora di
    casa.
    Re. Che cosa ha egli fatto di brutto? Ha forse pisciato nel letto?
    Marcolfa. Peggio, Signore.
    Re. Vi ha egli caccato?
    Marcolfa. Peggio mille volte.
    Re.  Che  domine  pu aver fatto costui?  Io non so che si possino far
    cose pi brutte o sporche di queste.
    Marcolfa.  Quando ve lo dir,  Signore,  so che  v'alterarete,  e  con
    giusta  ragione,  e  meglio  sarebbe  stato che voi ci avesti lasciati
    stare l su nelle nostre briccole,  che farci condurre qua gi a farci
    scorgere per due pecore balorde, come in vero noi siamo.
    Re.  E che cosa d'importanza haffatto costui ditelo ormai,  che io gli
    perdono, e sia che grave errore esser si voglia.

    Cos la Marcolfa narra al Re tutto  quello  che  haffatto  Bertoldino,
    cio  di  gettare i scudi nella peschiera alle rane,  e il pane,  e la
    farina per accecare il pesce,  e in  ultimo  il  covazzo  dell'oca,  e
    insomma  tutte  le  balorderie  ch'egli  avea  fatte;  onde il Re,  in
    iscambio di farli qualche gran riprensione, come meritava,  incominci
    a  ridere  di  maniera tale che fu forza a gettarsi sul letto,  e dopo
    alquanto di spazio levatosi su, pur tuttavia ridendo disse:
    Re.  Sono queste dunque le gran cose che voi mi volevate dire?  Io  mi
    pensava ch'egli avesse fatto qualche gran misfatto; ma questo  nulla,
    anzi  egli  haffatto  molto  bene  a  insegnare  di procedere a quelle
    bestie. Ors, questo non importa, non vi mancheranno danari,  n pane,
    n farina, e quello che vi occorrer: state pur allegri.
    Marcolfa. Poich cos vi piace, Signore, io non dico pi nulla, poich
    gi ho fatte le mie proteste che costui non ha tutto quel senno che se
    gli  dovrebbe;  anzi,  perch  io  so  che  mai  esso  non dice cosa a
    proposito, gli ho fatto commandamento ch'egli non apra la bocca ancora
    questa volta sin che non siamo tornati  a  casa,  perch  temo  sempre
    ch'esso non dica qualche gran stravaganteria.
    Re.  E io di nuovo gli do licenza ch'egli apra la bocca,  e che parli.
    Conducetelo dunque dalla Regina,  che ella abbia un poco di spasso;  e
    tu Bertoldino,  come sei fra quelle dame, di' alla libera tutto quello
    che ti pare, e senza rispetto alcuno.
    Andate.


    Bertoldino viene alle mani con una  donzella  della  Regina,  chiamata
    Libera.

    Cos andarono la Marcolfa e Bertoldino dalla Regina, la quale gli fece
    molte  carezze,  e  perch  il  Re  aveva  detto a Bertoldino che egli
    dicesse quello che gli pareva alla libera,  essendo nella detta stanza
    una  donzella  della Regina nominata Libera,  e udendola esso chiamare
    per nome, credendo che il Re gli avesse detto che egli dicesse a colei
    quello che gli parea,  la incominci  villanescamente  a  motteggiare,
    dicendo:
    Bertoldino. Addio, Libera, che pagaresti a essere bastonata?
    Libera.  Perch bastonata? Le bastonate si danno agli asini pari tuoi,
    e villani come sei tu.
    Bertoldino.  Io sarei un asino s'io fussi tuo marito,  che proprio  tu
    hai ciera d'un'asinaccia vecchia.
    Libera.  Se io mi cavo una pianella,  te la butter sul capo,  bestia,
    villano, porco che sei. Mira chi si vuole domesticare con una par mia!
    Va', guarda le capre, montanaraccio che sei.
    Bertoldino.  Io non veggio la pi bella capra che te,  io,  che tu fai
    proprio le calcole, come fa una capra.
    Libera.  Aspetta,  che  io  ti  voglio  battere questo zoccolo su quel
    grugno di porco.
    Bertoldino.  Se tu mi romperai il grugno di porco,  e io ti  ammaccar
    quel naso di civetta con questa scarpa.
    Regina.  Ors,  fermatevi un poco,  e dimmi tu,  Bertoldino, chi ti ha
    detto che tu dica quelle parolacce a questa mia donzella.
    Bertoldino. Il Re me l'ha detto, e domandatelo qui a mia madre.
    Regina. E' vero questo, madonna Marcolfa?
    Marcolfa.  Serenissima Regina,  io ho gi fatto tutti i miei protesti,
    come parimente ho detto al Re che costui non dar gusto niuno, essendo
    alquanto scemo di cervello;  anzi,  perch oggi ei non dicesse qualche
    balorderia innanzi a lui e a voi,  io gli  avevo  fatto  commandamento
    ch'esso  tenesse  la bocca serrata fin che noi fussimo tornati a casa;
    ma il Re vostro consorte non solo gli ha dato licenza di parlare,  ma,
    di  pi,  che  egli possa dire alla libera ci che gli pare.  E perch
    costui intende per l'orecchie,  come fanno le pentole per  il  manico,
    avendo udito nominare questa vostra donzella che si chiama Libera,  ha
    pensato,  il balordo,  che il Re gli abbia detto ch'ei dica  a  questa
    Libera  qui  tutto  quello che gli pare e piace,  e per egli ha usato
    questa bellissima creanza che avete visto.


    La Regina ride di questo caso e il Re dona di nuovo cinquecento  scudi
    a Bertoldino.

    Quando  la  Regina  ebbe  udita  simil  baia,  si pose a ridere di tal
    maniera,  che  bisogn  slacciarla  da  tutte  due  le  bande,   e  in
    quell'istante giunse il Re, e chiedendo la causa di ci gli fu narrato
    il  tutto;  onde  di nuovo si raddoppiarono le risa,  e il Re poi fece
    donare  (mira  che  fortuna  d'un  villano  indiscreto,  che  meritava
    cinquanta  bastonate  pi  tosto che altro) a costui cinquecento scudi
    d'oro,  e cos gli licenzi che tornassero alla  lor  abitazione;  ma,
    innanzi  che  si  partissero,  la  Regina  disse  a Bertoldino che per
    l'avvenire non si  domesticasse  pi  con  le  sue  dame,  ma  che  si
    attaccasse  alla modestia,  ch quella  la vera creanza di quelli che
    pratticano nelle corti; ed esso,  fatto un bello inchino all'usanza di
    montagna,  promise  di  ci  fare,  e cos si partiro e tornaro al lor
    podere.


    Bertoldino,  per le parole della  Regina,  s'attacca  ai  panni  della
    moglie  dell'ortolano chiamata Modesta,  e se la tira dietro per tutta
    la villa.

    Giunti ch'essi furono alla  lor  magione,  Bertoldino,  il  qual  avea
    promesso alla Regina di attaccarsi alla modestia, intendendo ogni cosa
    alla  roversa,  secondo  il  suo  goffo intelletto,  si incontr nella
    moglie dell'ortolano,  che si chiamava  Modesta,  e  pensando  ch'ella
    avesse detto a quella Modesta,  subito senza altro dire se gli attacc
    ai panni, e cominci a tirarsela dietro,  come tira il lupo la pecora,
    e con tanta la nobil destrezza, che quasi gli rovers i panni in capo,
    e se non fusse stato ch'ella si andava aiutando al pi ch'ella poteva,
    ella  avrebbe  mostrato  il  pi  bello  di  Roma;  e  vedendosi  cos
    strascinare a questo pazzo (che cos mi pare di dirgli ora) incominci
    a gridare talmente,  ch'ella fu udita dal suo marito,  il quale subito
    corse  a  quel  rumore  con  un grosso palo in mano e,  vedendo costui
    tirare sua moglie a quella foggia, fu per tirargli di quel legno sulla
    testa,  ma rest  di  farlo  per  il  rispetto  grande  che  bisognava
    portargli per comandamento del Re, e gliela lev dalle mani con fatica
    grande, dicendo:
    Ortolano. Chi t'ha insegnato, bestia, d'usare questi atti villani alle
    moglie d'altri?
    Bertoldino. La Regina.
    Ortolano.  Perch la Regina? Che cosa haffatto mia moglie alla Regina,
    da farla strascinare a questa foggia?
    Bertoldino. Vaglielo domanda a lei, che saprai il tutto, e ispedissiti
    quanto prima se non vuoi che io torni  a  fare  qualche  cosa  di  mia
    testa, perch io sono un mal bestione, se tu non lo sai.
    Ortolano. Purtroppo lo so. Ors, io mi voglio andar a chiarire or ora.
    Bertoldino.  Or va', e torna presto, che io possa finire d'imparare la
    creanza, che m'ha detto ch'io studi, la Regina.


    L'ortolano va alla citt per chiarirsi dalla  Regina  della  causa  di
    simil fatto.

    Cos  l'ortolano,  tutto pieno di colera,  senza indugiare punto corse
    alla  citt  e,  andato  dalla  Regina,   gli  narr  questo  negozio,
    domandando  a  lei s'era vero ch'essa avesse commesso a Bertoldino che
    si tirasse sua moglie dietro per la villa,  e che  gli  rovesciasse  i
    panni in capo e gli facesse simil insolenza. La Regina si stup di tal
    fatto e rispose ch'ella non gli avea commesso tal cosa, anzi, che essa
    l'aveva  ammonito,  se  egli voleva apprendere la creanza della corte,
    ch'ei si attaccasse alla modestia e tirasse dietro  a  quella  strada,
    che  si  sarebbe ben creato e imparerebbe il procedere civile;  "e non
    gli ho detto altramente,  che egli s'attacchi ai panni di tua  moglie,
    n d'altra donna della villa".
    Ortolano. Ohim, Signora, mia moglie ha nome Modesta.
    Regina. Tua moglie ha nome Modesta?
    Ortolano. Signora s.
    Regina.  Ors,  io t'ho inteso.  Costui haffatto giusto con tua moglie
    quello che haffatto qui con la Libera mia cameriera,  che  il  Re  mio
    consorte  gli  aveva  detto  ch'egli dicesse quello che gli pareva via
    alla libera;  e,  avendo il goffo pensato che dicesse a questa Libera,
    avendola sentita chiamare cos per nome, vi  stato un gran che fare a
    poterglielo levare d'intorno.
    Ortolano. Ors, questa  stata un'altra babionata a questa foggia, che
    il nome di mia moglie ha causato questo disordine; per, con sua buona
    grazia,  io  me  ne  torner  a  casa,  che questo bestionaccio non ne
    facesse di peggio.
    Regina.  Ors vattene,  e di' alla Marcolfa che quanto prima venghi da
    me, che io ho grandissimo bisogno di lei.
    Ortolano. Tanto far, serenissima Signora.

    Cos l'ortolano torn a casa e narr il tutto alla moglie, quale se ne
    era  fuggita  a  casa  e serratasi in una stanza,  perch ancora aveva
    sospetto di colui; e con bel modo poi lo placorno, s che esso non gli
    fece pi nessun oltraggio.  Poi l'ortolano  disse  alla  Marcolfa  che
    andasse  quanto prima dalla Regina,  la quale avea grandissimo bisogno
    di lei;  ed ella senza dimora torn alla citt e,  giunta innanzi alla
    Regina,  gli  fece la debita riverenza,  ed essa,  amorevolmente e con
    benigna faccia accogliendola,  la fece sedere appresso di lei,  e  poi
    gli disse:
    Regina. Io avevo grandissimo bisogno di voi, madonna Marcolfa; io dico
    tanto  bisogno,  ch'io  non  so  se  mai ebbi bisogno di nessuna altra
    persona al mondo quant'io avevo ed ho di voi ora.
    Marcolfa. Il bisogno viene da necessit, e la necessit dalla povert,
    e la povert da non avere quella cosa della quale s'ha carestia. Per,
    avendo voi bisogno ora di me,  venite a essere povera  pi  di  me  in
    questo fatto,  che non ho bisogno di voi,  n di nulla del vostro;  ed
    ecco che io vi ho provato che ognuno,  per grande e quanto potente  si
    voglia, ha bisogno di qualche cosa.
    Regina.  Voi  dite  la  verit,  e con chiara ragione mi avete provato
    questo,  onde io non dir pi ch'io  sia  felice  e  ch'io  non  abbia
    bisogno di nulla,  perch, come voi avete detto, avendo io ora bisogno
    di voi, vengo a esser pi povera di voi, non avendo voi bisogno di me.
    Ors,  lasciamo andare un poco questo da parte  per  ora.  Il  bisogno
    ch'io ho di voi adesso ve lo dir, e bisogna che voi mi aiutate in una
    cosa.
    Marcolfa.  Pur  ch'io  sia  buona,  mia  Signora,  son  qui pronta per
    servirla.
    Regina. Se non fusti buona non vi averei fatta venir qua gi con tanta
    instanza. Voi dovete dunque sapere come questa notte passata l'abbiamo
    spesa tutta in canti,  in suoni e balli,  e nell'ultimo  poi    stato
    proposto  da  questi cavalieri e dame di fare un gioco da mettere suso
    de' pegni,  e cos ciascuno aveva messo suso un pegno,  dove  che  per
    riscuotergli  si  comandava  varie  cose,  facendo  chi recitare delle
    ottave,  chi de' madrigali,  chi come poner lettere amorose,  chi  una
    cosa,  chi  un'altra,  secondo  il voler di chi avea il pegno in mano,
    onde a me,  ch'avevo posto suso un ricco diamante per pegno mi fu dato
    un quesito da esplicare,  se io lo voleva riscuotere; il quale quesito
    fu questo,  notatelo bene: "Non ho acqua e bevo acqua,  e s'io  avessi
    acqua  berrei del vino".  E io mai non lo potei indovinare,  e mi sono
    lambiccato il cervello dietro,  e quanto pi ci vado  pensando,  tanto
    pi mi avviluppo;  e quel cavaliero che tiene il detto diamante non me
    lo vuol dare per fin ch'io non gli spiano il  detto  quesito.  Ora  il
    bisogno  ch'io tengo di voi  questo,  ch'io so che siete di sottile e
    acuto intelletto,  che voi mi dicesti  quello  che  vuol  dire  questo
    quesito, perch mi pare molto intricato da dichiararlo, dicendo che vi
     uno che non si trova aver acqua, e pur beve dell'acqua, e che s'egli
    avesse dell'acqua ch'esso berrebbe del vino.  Indovinala tu grillo. S
    che bisogna qui che strologate un poco per me, acci io possa chiarire
    il detto enimma e riscuotere il mio pegno.
    Marcolfa. Altro bisogno non v' che questo per conto mio? O,  questa 
    una cosa che la sanno tutti i nostri pecorari l su.
    Regina. E' possibil questo? Io la tengo per una cosa molto intricata.
    Marcolfa. Ors, io ve la voglio dizziferare or ora.
    Regina. Ci mi sar di grandissimo contento, e vi restar obligata.
    Marcolfa. Il quesito dunque, che voi dite,  un monaio, il qual sta in
    un molino di quelli che non hanno mai acqua se non quando piove; onde,
    non  avendo  acqua  da poter macinare,  non pu guadagnar tanto che si
    compri del vino, onde esso e la sua famiglia conviene bere dell'acqua,
    che s'egli avesse dell'acqua in  abbondanza,  da  poter  macinare,  si
    potrebbe comprar del vino e non sarebbe necessitato a bere dell'acqua:
    e questa  la vera e reale interpretazione dell'enimma a voi proposto.
    Avetelo voi bene inteso?
    Regina.  Benissimo  l'ho  inteso,  e  veramente  conosco  che  la  sua
    interpretazione sta cos giustamente;  ma  io  mai  non  avrei  saputo
    indovinarlo,  e  vi  ringrazio  infinitamente  e  con questo io voglio
    riscuotere il mio pegno. Ma, di grazia,  andate dietro cos ragionando
    di qualche cosa, che le vostre parole mi levaranno un poco l'umore.
    Marcolfa.  Mala  cosa   quando il fiume esce fuora del suo letto,  ma
    peggio assai quando viene l'umore all'uomo o alla donna potente.
    Regina. Perch?
    Marcolfa. Perch il fiume spaventa i campi a lui vicini solamente,  ma
    l'uomo potente, quando si trova un fantastico umore nel capo, spaventa
    tutto il suo stato e i suoi sudditi insieme.
    Regina.  S,  quando  l'umore procedesse da qualche strano pensiero di
    ricevuto oltraggio,  e aspirare alla vendetta o  a  qualche  suo  gran
    dissegno,  e  non  lo  poter  essequire;  ma l'umor mio non procede da
    nessuna di queste cose,  anzi non vi saprei dire io stessa da  che  si
    vegna, basta ch'io sento che io ho l'umore.
    Marcolfa. Chi ha umore non ha sapore.
    Regina. Io non v'intendo.
    Marcolfa.  Dir  in  modo che m'intenderete.  L'acqua perch si chiama
    umida?
    Regina.  Perch ella  umore che bagna e rende umido e molle per tutto
    ov'ella passa.
    Marcolfa.  Voi dite benissimo,  e quando la bevete di che sapore vi sa
    ella?
    Regina. Di niente, anzi  insipida e di poco gusto.
    Marcolfa. Eccovi, dunque, che chi  umorista non ha amore n sapore, e
    d poco gusto a chi lo prattica,  anzi viene a nausea a tutti.  Ben  
    vero  che  vi  sono degli umori di pi sorte,  perch ve ne sono degli
    allegri, de' malenconici, de' pazzi, de' bestiali, de' piacevoli,  de'
    fastidiosi,  degli umori falsi e degl umori leggieri e semplici, anzi
    balordi affatto,  come ora si trova essere questo mio bambocciaccio di
    figliuolo,  il quale,  per esser sempliciotto e goffo, tiene fra tutti
    gli altri il primo loco.
    Regina.  Non viene ch'egli sia pazzo,  ma  viene  ch'egli    alquanto
    ottuso  di  cervello.  Ma  come pu essere che di Bertoldo e voi,  che
    siete stati l'istessa accortezza, sia uscito un figliuolo di cos poco
    giudicio?
    Marcolfa. Io vi dir, Signora. Voi sapete che,  quando noi donne siamo
    gravide,  ci viene volont di cose stravaganti,  e ve ne sono state di
    quelle che gli  venuto voglia fin di sterco  di  bue,  di  milze,  di
    teste di lepre,  di magoni,  e insomma chi d'una cosa, chi d'un'altra,
    secondo ch'elle avranno veduto o imaginato.  Onde  a  me,  mentre  ero
    gravida  di costui,  venne voglia d'un cervello d'oca,  e mi toccai il
    capo, e per questo costui  nasciuto con un cervello d'oca,  la qual 
    un animale il pi balordo che si trovi;  e che sia la verit,  l'oca 
    tanto priva d'intelletto,  che mai la sera non  sa  trovar  la  stanza
    ov'ella suol dormire,  e si dura pi fatica a guidar un'oca la sera al
    pollaio, che non si fa tutto l'altro bestiame. E questa  la causa che
    costui  cos simpliciaccio e balordo.
    Regina.  Ors,  madonna Marcolfa,  bisogna aver pazienza.  Ve ne  sono
    degli altri che sono peggio di lui.  Per questo,  egli non fa cose che
    non si possino tolerare, ma tutte sono cose burlevoli e da spasso.  Or
    voi menatela un poco a merenda.
    Marcolfa.  Io  non  voglio far nulla,  ma me ne voglio tornare a casa,
    perch io mi stimo di  trovare  qualche  cosa  di  nuovo,  secondo  il
    solito. Il Cielo da male vi guardi.
    Regina.  Andate  in pace,  e tomate spesso da me,  che sempre vi vedr
    volontieri.


    Bertoldino viene portato in aria dalle grue e tratto nella peschiera.

    Mentre la Marcolfa stava a ragionare con  la  Regina,  Bertoldino,  il
    quale  era restato a casa,  stando egli nel cortile vidde volare sopra
    la detta casa pi volte un gran stormo di grue,  e subito s'imagin di
    volerle  prendere;  e  perch  elle  tal  volta  calavano  a  terra l
    d'intorno,  venendo a bere a un albuolo fatto a uso di dare da bere ai
    porci,  si  pens  di  volerle  imbriacare,  e  subito and in cantina
    dov'era un barillo di luiatico della buona fatta,  il quale gli  aveva
    mandato a donare il Re, e pigliato il detto barillo in spalla lo port
    di  sopra  e  rovers  tutto  quel luiatico nel detto albuolo,  poi si
    ritir in un canto della casa per vedere quello  che  facevano  quelle
    grue.  Le  quali  non  cos tosto sentirono l'odore di quel buonissimo
    liquore,  che calarono attorno al detto  albuolo  e  incominciarono  a
    cacciarvi  dentro  il  becco,  e  gustando  quella delicata bevanda ne
    bevettero tanta la gran quantit, che Alfine s'embriacarono tutte,  n
    potendo  elle  sostenersi  in  piedi  per il gran fumo che gli and al
    capo, caderono chi qua chi l, a tale che parea che fossero morte.  La
    qual  cosa vedendo Bertoldino,  corse con grande allegrezza e le prese
    tutte, e ponendosele con le teste sotto la centura si mosse per venire
    a incontrare la  madre  con  le  dette  grue  cos  attaccate  attorno
    attorno,  che  pareva  una  cosa stravagante da vedere.  Or mentre con
    allegrezza cos caminava, ecco le grue,  le quali avevano gi digerito
    il  vino,  si vennero a risentire e,  trovandosi con il capo stretto a
    quella foggia, che a pena poteano respirare, subito per uscire di quel
    laccio cominciarono a dibattere l'ali di maniera tale  che,  levandosi
    in  alto,  portarono  seco  in aria il povero Bertoldino e lo levarono
    tanto in su, che la Marcolfa,  la qual tornava dalla citt,  lo vidde,
    n  sapendo  la  causa  di tal cosa,  tutta tremando e piena d'affanno
    incominci a gridar dicendo:
    Marcolfa. O poverina me,  che cosa veggio io?  O Bertoldino,  che cosa
    vuol dir questo? Ohim, dove vai?
    Bertoldino.  Io  vado  a  cena  con le grue;  state cheta,  che ben io
    torner presto a casa.
    Marcolfa.  Tu  tornerai  presto,  eh?  Oh  misera  me!  Bertoldino,  o
    Bertoldino!
    Bertoldino. Io non son pi Bertoldino, ch'io sono una grue.
    Marcolfa. O povera Marcolfa, le grue mi portano via costui. Ohim, Dio
    sa che non lo portino in qualche parte che io non lo veda mai pi.  Or
    che debb'io pi fare in questo mondo?  Deh,  morte,  levami  di  tanti
    guai, ti prego.


    Le grue portano Bertoldino sopra la peschiera, e vi casca dentro.

    In  tanto  che  la  Marcolfa  si lamenta di simil cosa,  le grue,  che
    avevano portato Bertoldino un  pezzo  discosto,  rivoltarono  il  volo
    verso  la  casa  dove  elle aveano bevuto e,  passando a caso sopra la
    peschiera,  volse la mala disgrazia che la  centura  dov'elle  avevano
    fitto  il  capo  si  ruppe;  dove che il meschino,  a guisa del misero
    Icaro, col capo in gi e i piedi in alto,  venne a basso e diede tanto
    la gran percossa nella peschiera,  che, per il peso del gran tuono che
    fece nell'acqua, tutto il pesce che vi era dentro salt sulla riva;  e
    perch la fortuna ha cura de' pazzi,  ecco, dopo essersi tuffato due o
    tre volte sotto l'acqua,  Alfine  usc  fuora  senza  male  alcuno,  e
    intanto  giunse  la Marcolfa e,  vedendolo tutto molle,  gli addimand
    come era stata questa cosa dicendo:
    Marcolfa. Dimmi un poco, poveraccio, come ti hanno portato queste grue
    cos in aria.
    Bertoldino.  Io le ho embriacate con quel barillo di luiatico che n'ha
    mandato a donare il Re.
    Marcolfa. O poveretta me, e come hai tu fatto, traditore?
    Bertoldino.  Io l'ho messo tutto nell'albuolo de' porci, e quelle grue
    sono calate all'odore di quello e l'hanno bevuto tutto,  e cos  ebrie
    sono  cascate  come morte in terra,  e io me le son poste con la testa
    sotto la centura per portarle a casa,  e quando io sono  stato  vicino
    alla  porta  elle  si  sono  risentite  e hanno incominciato a battere
    l'ali,  di maniera ch'elle m'hanno portato un pezzo in  su  e,  se  la
    centura  non si rompeva,  io volevo ch'elle mi portassero a casa della
    luna e,  come io ero stato l su,  io volevo ch'elle mi portassero  in
    Calecut, che dicono che vi  un paese dove tutte le donne sono femine.
    Marcolfa.  No,  le saranno maschie.  O povero pane,  a chi ti lasci tu
    mangiare? Ors andiamo a casa,  ch'io ti leva quei panni molli che hai
    attorno,  e  ch'io te ne metta degli asciutti.  Insomma,  un pazzo non
    piglia fastidio alcuno al mondo,  se ben cascassero  le  stelle.  Mira
    costui,  il  qual   stato in un pericolo s grande,  e si prende ogni
    cosa per gioco.  Ma che debbo far io con questo pazzo umore,  il quale
    ogni d pi va facendo delle balorderie? Ors, va' l in casa.
    Bertoldino.  Io  non  voglio venire ancora,  perch io mi asciugar al
    sole.  Andate pur voi a  portarmi  un  cesto,  ch'io  voglio  andar  a
    cogliere un cesto di quel pesce,  qual  saltato fuora della peschiera
    quando vi sono caduto dentro,  ch'io voglio farne un presente  al  Re,
    ch'io so ch'egli l'aver molto caro, e tanto pi quando egli intender
    la maniera ch'io ho tenuta in prenderlo.  Oh, quanto ha egli da ridere
    di questo nuovo modo di pescare.
    Marcolfa. S certo, ch'ell' da ridere, o goffo che sei. Non t'accorgi
    tu che non hai punto di cervello, e che tu sei balordo affatto?
    Bertoldino.  N'avesti cos voi e tutte l'altre persone del mondo,  che
    le  cose  passariano  molto  meglio ch'elle non fanno.  Ma ditemi,  di
    grazia, quando voi mi faceste vi ero io presente?
    Marcolfa. E non mi stare pi a rompere il capo con queste goffarie,  e
    va' l in casa una volta, ti dico.
    Bertoldino.  Io dico ch'io voglio andare a cogliere quel pesce,  e che
    m'andate a  portare  una  cesta,  altramente  io  me  lo  porr  nelle
    braghesse e lo portar al Re. M'avete voi inteso?
    Marcolfa.  Ohim,  costui far pur troppo quanto egli dice,  perch in
    esso non  dritto n roverso. Ors aspettami, ch'io vado a prendere la
    cesta e i panni, e sar quivi adesso adesso.


    Bertoldino fa una gran battaglia con le mosche.

    Intanto che la Marcolfa va a pigliare la cesta  e  i  panni,  come  ho
    detto,  Bertoldino si spoglia nudo e mette i panni a sciugare al sole;
    e perch era sul mezzogiorno, nel pi estremo caldo che sia il mese di
    luglio, le mosche incominciarono a dargli beccate di libra, ora su una
    spalla ora sull'altra, ora su un braccio ora sul collo, ora da un lato
    ora dall'altro,  dandogli un aspro e crudele assalto attorno;  per  la
    qual  cosa egli,  montato in colera da dovero,  tolse alquanti rami di
    salice e,  fattone due manelle a guisa d'uno scoppatore,  incominci a
    sfidare quelle mosche alla battaglia;  e, secondo ch'esso menava da un
    lato,  elle volavano dall'altro,  e cos ei s'andava scopando  da  sua
    posta,  n  potendosi  insomma  difendere da tanta noia,  incominci a
    chiamare sua madre,  che lo venisse ad  aiutare,  dicendo  alle  dette
    mosche:  "Aspettate,  aspettate,  che  adesso  mia  madre vi chiarir.
    Correte,  correte,  mia madre,  che le mosche mi vogliono mangiare!" A
    questa  voce la Marcolfa salt fuora di casa,  temendo di qualche gran
    cosa che gli fosse intravenuta,  e vede questo poveraccio  con  quelle
    manelle  di  stroppe in mano che si flagellava,  e,  toltogliele dalle
    mani,  subito gli pose indosso una camiscia asciutta e lo fece entrare
    in  letto.  E  perch  la  caduta  della peschiera e lo star cos nudo
    nell'occhio del sole parea che alquanto l'avesse  travagliato,  e  che
    gli facesse doler la vita, la Marcolfa s'invi verso la citt per gire
    a pigliar conseglio da un medico di quanto se gli dovea fare in simile
    occasione.  E giunta innanzi alla Regina riverentemente la salut,  ed
    ella rendendogli cortesemente il saluto la incominci a interrogare di
    quello ch'ella era  andata  a  fare  da  quell'ora  (ch'era  un  caldo
    eccessivo) alla citt, dicendo:
    Regina.  Che  buona  ventura  vi  guida da quest'ora,  che  cos gran
    caldo, a venire alla citt?
    Marcolfa.  Buona ventura non ,  ma s bene  mala  ventura  mi  ci  ha
    guidata.
    Regina. Ohim, che cosa v' incontrato? E' morto forse Bertoldino, che
    voi parete cos angustiata?
    Marcolfa.  Buona ventura sarebbe per me,  la mia Signora, s'egli fosse
    morto.
    Regina. Perch? Che cosa v'ha egli fatto, che vi dia tanto travaglio?

    La Marcolfa narra alla Regina  tutto  quello  il  qual    successo  a
    Bertoldino; la quale, dopo aver riso un pezzo, cos dice:
    Regina.  Veramente,  madonna  Marcolfa,  io  vi  do  gran ragione e mi
    dispiace dei vostri  affanni.  Ma  dove  l'avete  lasciato  quando  vi
    partisti di casa?
    Marcolfa.  Io  lo lasciai in letto alquanto pesto e,  per quanto posso
    comprendere, con un poco di febre,  perch,  volendosi difendere dalle
    mosche, si  dato una frustata della mal fatta.
    Regina.   Bisognarebbe  dunque  mandargl  il  medico,  il  quale  gli
    ordinasse quanto bisogna,  perch,  essendo egli nello stato che dite,
    bisognarebbe che gli fossero poste le ventose o cavato sangue, o fatto
    altro rimedio secondo il male. Su, che si vadi a chiamare il medico di
    corte, il quale or ora monti sulla mula e vadi a vedere quel tanto che
    si  conviene di fare per la salute di Bertoldino.  Andate innanzi voi,
    madonna Marcolfa,  che fra poco d'ora il medico sar da voi,  e  tutto
    quello  che occorrer vi si mander;  n vi state a mettere affanno di
    questo,  ch'elle sono tutte burle,  e quando il Re  lo  sapr  n'aver
    grandissimo piacere.
    Marcolfa.  Io so che i pazzi danno piacere e spasso a tutti, eccetto a
    quelli di casa.  Ors,  io vado;  ma dubito ch'egli non voglia che  il
    medico gli vadi intorno,  perch egli  un cervello cos balordo,  che
    pensar ch'esso gli voglia fare qualche dispiacere. Nondimeno egli non
    manchi di venire,  perch,  quando egli  avr  visto  quanto  occorre,
    ordinar  a  me  quel  tanto che si deve fare,  e io poi con destrezza
    veder di eseguire  quel  tanto  che  mi  si  ordinar.  Restate  alla
    buon'ora.
    Regina. Andate in pace.


    Il medico va a vedere Bertoldino e vi  assai da fare fra di loro.

    Partita la Marcolfa dalla citt e arrivata a casa,  entr nella stanza
    ov'era Bertoldino e trov ch'egli dormiva, e aprendo i balconi and al
    letto di lui e lo chiam pi volte;  ma esso era tanto  soffocato  nel
    sonno,  che non rispondeva, n poteva aprire gli occhi. Intanto arriv
    il medico e, apressatosi al letto, lo scoperse un poco per vedere come
    stava,  e trovandolo assai pesto per la caduta,  e ancora per  essersi
    dato quelle stroppacciate, disse alla Marcolfa:
    Medico. Guardate, madonna, se lo potete far svegliare, acci che io lo
    possi  ben  vedere  per tutto,  che poi vi ordinar quel tanto che voi
    avrete a fare.
    Marcolfa. Bertoldino, o Bertoldino, non odi? Svgliati!
    Bertoldino. Io non mi posso svegliare.
    Marcolfa. Perch non puoi?
    Bertoldino. Non vedete s'io dormo?
    Marcolfa. E svgliati in tua buon'ora; se no,  ch'io ti tirer gi del
    letto.
    Bertoldino.  E  andate  un  poco a filare,  e non mi date impaccio.  O
    questa sar bella: se io dormo quant'io posso, volete che io mi desti?
    Medico.  Ah,  ah,  ah!  O questa  ben da ridere.  Ei parla e dice che
    dorme. O questo s, che  un cervel bislacco.
    Bertoldino.  Chi    questo  barbone  ch'  qui  con  voi?  E' egli un
    castratore?  Aff,  me non castrarete,  messere.  Andate pure a fare i
    fatti vostri e ringraziate il Cielo ch'io dormo, ch s'io non dormessi
    mi levarei su e vi darei tante bastonate che io vi fiaccherei; ma buon
    per voi che io non son svegliato.
    Medico.  Questo sarebbe a punto quello ch'io vado cercando.  Fratello,
    ors, attendi pur dunque a dormire come tu fai, che buon per me che tu
    non sei svegliato.  Ors,  madonna,  io  ho  visto  tutto  quello  che
    occorre,  cos di grosso; e per io vi mandar cinque pillole, che gli
    scarichino la testa,  e perch non gli potresti fare un serviziale gli
    porrete  una  cura  e  gli darete un poco di cassia in bocconi per tre
    mattine,  e tutte le dette cose saranno qui fra mez'ora;  n dubitate,
    che non avr male. Restate in pace, a Dio.
    Marcolfa.  Andate,  che  il  Cielo  v'accompagni,  e  vi ringrazio per
    infinite volte e direi di darvi da bere, ma le grue ci hanno bevuto il
    vino.
    Medico.  Non ho bisogno di nulla.  Restate sana e  lasciatelo  dormire
    come fa.

    Cos il medico si part,  ridendo della gran semplicit di costui, che
    ragionava tuttavia e diceva che dormiva;  e,  giunto alla Regina,  gli
    narr questa babionata: la quale rise tanto, che vi manc poco che non
    se  gli  aprisse il petto,  e cos fece il Re.  Poi ordinarono che gli
    fusse mandate le dette robbe e cos fu fatto,  e tosto che la Marcolfa
    ebbe in mano le dette medicine and al letto da Bertoldino, dicendo:
    Marcolfa. Dormi tu pi, barbagianni?
    Bertoldino. E s'io non dormessi, che vorresti voi da me?
    Marcolfa. Io ti voglio dare una medicina che ha ordinato il medico che
    io ti dia, che subito guarirai.
    Bertoldino. Io dormo, io dormo. Pigliatela voi per me.
    Marcolfa.  Ors  lvati a sedere,  ch bisogna che tu pigli un poco di
    cassia, e poi t'unger le spalle con un poco di unto di dialtea, e non
    averai mal nessuno.
    Bertoldino. Ch'io mangi una cassa? O che la mangi lui, s'egli ha fame.
    Marcolfa. Dico della cassia in bocconi, o pure la vorrai pigliare cos
    in canna, che nell'uno o nell'altro modo ti far giovamento.
    Bertoldino.  Come vuol egli ch'io tranguggi delle casse e delle canne,
    quell'animalaccio?  Perch  non  ha ordinato che mi fate una decina di
    castagnacci? Oh, egli deve esser il bello ignorante.
    Marcolfa.  Io ti far poi i castagnacci,  quando tu avrai tolti questi
    rimedi;  e,  se non vuoi questa cassia, piglia queste quattro pillole;
    poi ti metter questa cura,  ch queste ti  scaricaranno  di  sopra  e
    quest'altra di sotto, e non avrai pi male.
    Bertoldino.  Ors,  io  mi  contento di far quello che voi volete,  ma
    fatemi poi i castagnacci.
    Marcolfa. Non ti dubitar di questo, lascia pur fare a me.  Ors,  ecco
    qua  le  pillole,  e  questa   la cura.  Tranguggia queste pallottine
    prima, e poi io ti metter la cura.
    Bertoldino. Datemi ogni cosa in mano a me.
    Marcolfa. Piglia, e sfrzati di mandarle gi. Su, fa' buon animo.
    Bertoldino si caccia la cura in gola e le pillole per dissotto,  e  la
    Marcolfa dice:
    Marcolfa. Ohim, che fai tu, bestia? Frmati, che elle non vanno tolte
    a quella foggia. O meschina me! Quello che va di sotto, tu lo metti al
    contrario.
    Bertoldino.  E  lasciate  fare a chi sa.  Credete voi ch'io sia pazzo?
    Siete voi,  che non avete ben inteso il medico.  Volete ch'io mi cacci
    di dietro questa cosa qual  tutta coperta di mle? O, io sarei il bel
    balordo.  Ella va tolta per bocca,  e queste pallotte gi a basso;  ho
    ben cervello ancor io.

    Cos la Marcolfa ben puote gridare a sua posta,  che  il  sempliciotto
    tranguggi  quella cura e si pose le pillole nel taffanario;  ma quasi
    se ne pent,  perch quella cura cos melata gli s'impast nella gola,
    n voleva andar n su n gi,  onde fu quasi per affogarsi,  e voltava
    gli occhi come uno  spiritato;  onde  la  Marcolfa,  vedendolo  a  tal
    partito,  subito  mand  a  chiamare il medico,  il quale,  venuto per
    commandamento della Regina, gli diede non so che a bere,  che gli fece
    saltar  fuora  della  gola quella cosa con tanta furia,  che il povero
    medico non potendosi schivare a tempo,  ella gli venne a  dare  in  un
    occhio un colpo tale che fu per cavarglielo,  e gli impiastr tutta la
    barba con altra robba che gli venne dietro;  a tale  che  il  meschino
    dur fatica a nettarsi, con tutto ci che si lavasse assai volte, e se
    ne  torn a casa tutto colerico,  maledicendo i pazzi e ancora chi gli
    aveva inviato quella bestia.


    La Marcolfa domanda a Bertoldino come sta,  ed  esso  dice  voler  de'
    castagnacci.

    Marcolfa. E bene, come ti senti, Bertoldino?
    Bertoldino. Benissimo, e star molto meglio quando voi m'averete fatto
    i castagnacci ch'io vi domandai.
    Marcolfa.  S, aff, che te gli sei guadagnati con le tue belle virt.
    Tu hai pure quasi accecato quel povero medico con quella cura,  che tu
    t'eri cacciata nella gola.
    Bertoldino. Suo danno. Io non l'avea chiamato qua.
    Marcolfa. So che non ve l'hai chiamato, perch ti era chiusa la strada
    al parlare.
    Bertoldino.  Anzi,  mentre che io avevo quel boccone nella gola non vi
    era pericolo ch'io moressi di fame,  come  faccio  ora;  per,  se  mi
    volete  vivo,  fatemi  venticinque castagnacci,  ch io sento che sono
    tanto debole, ch'io (non) posso a pena star in piedi.
    Marcolfa.  Adesso adesso vado a servirti,  poich cos  vuole  la  mia
    buona fortuna.
    Bertoldino. Andate ben via presto, e ispeditevi.

    La Marcolfa fa venticinque castagnacci a Bertoldino ed esso gli mangia
    tutti;  poi va a corcarsi sotto un olmo e vi dorme tutto un giorno,  e
    il Re lo manda a torre in carroccia e, come l'ha innanzi, gli dice:
    Re. Come stai, Bertoldino?
    Bertoldino. Io sto qui ritto.
    Re. Io lo veggio, ma voglio dire: come ti senti?
    Bertoldino. Io sento sonar le campane.
    Re. Dico se ti senti male, o bene.
    Bertoldino. Se io sento sonar le campane, non sento io bene?
    Re.  Dove stai,  Bernardo?  Io vado alla fiera.  O che gentil umore  
    questo!  Pare a te ch'egli risponda a coppe? Ors, conducetelo un poco
    dalla Regina.
    Bertoldino. Conducetela qui lei da me.
    Re. No, no; va' pur con costoro, e non temere di nulla.

    Cos lo condussero dalla Regina,  la quale,  tosto ch'ella  lo  vidde,
    ridendo disse:
    Regina.  O,  ecco  qua  messer  Bertoldino nostro.  Che si fa,  messer
    Bertoldino?
    Bertoldino.  Le vacche che sono pregne fanno elle,  e non io,  signora
    madonna maestra Regina.
    Regina.  Voglio dire se ti senti pi aggravato dal male, ch'io intendo
    che sei stato infermo un poco.
    Bertoldino.  Io non mi sono mai partito da casa se non  ora:  guardate
    voi  se io sono stato a Fermo,  n manco so dove si sia,  e che cosa 
    questo Fermo? un pagliaro, o pur una colombara?
    Regina. S, s,  una colombara. Ors, dimmi ch' di tua madre.
    Bertoldino.  Quand'io la lasciai ella dava da bere ai figliuoli  della
    nostra chioccia, che n'haffatto fin a trenta.
    Regina. La tua chioccia ha dunque fatto figliuoli?
    Bertoldino.  Del certo, che ne fa. E perch non ne fate ancor voi? Non
    avete forse buon gallo?
    Regina. Son io una gallina, balordo, ch'abbia bisogno di gallo?
    Bertoldino.  Ma mia madre dice che se le nostre galline  non  avessero
    buon gallo,  ch'elle non fariano mai figliuoli,  e le galline non sono
    esse ancor femine come voi?  Per,  se volete dei  figliuoli,  cercate
    avere buon gallo, e noi vi prestaremo il nostro se lo vorrete, e io ve
    lo portar.
    Regina.  Non mi occorre gallo,  no, io ti ringrazio. Ors, menatelo un
    poco a merenda.
    Bertoldino. Fatemi pur un poco prima menare a fare i miei bisogni, che
    questo m'importa pi.
    Regina. Tu hai molto ben ragione. Dove sei, Filandro?
    Filandro. Son qui, serenissima Signora.
    Regina. Conduci costui dove ti dir, e andate via quanto prima.
    Filandro. Dove vuoi ch'io ti meni?
    Bertoldino. A fare i miei servizi.
    Filandro.  Costui si vuol vuotare innanzi ch'ei vada a empirsi.  Ors,
    vieni via.  O che nuovo pesce  questo? Io non so che gusto si abbiano
    i prncipi di questi buffoni e di queste zucche mal salate, che pi li
    apprezzano che non fanno ogni gran letterato, e ogni giorno gli donano
    vestimenti d'oro e di seta e danari in quantit grande, e all'incontro
    poi hanno mille virtuosi e uomini sapienti nella corte invecchiati ne'
    suoi servigi,  n hanno mai avuto da essi un minimo  guiderdone  delle
    fatiche  loro,  e  i  miseri  si vanno pascendo di fumo e d'ombra e di
    speranza vana,  fra i quali vengo a essere io uno di quelli,  il quale
    ho servito in questa corte tanti e tanti anni,  con tanta fedelt, con
    tanto amore a questi signori, n mai ho scorto in essi un minimo segno
    di recognizione, anzi, per pi mio scorno, son ridotto ora a menare un
    villano a cacare.
    Or mira se questa  una degna mercede,  e se io sono nel fine  di  mia
    vita  ridotto a fare un nobile officio.  O povero Filandro!  Ors vien
    via, che possi tu caccare le budelle, porco che sei.
    Bertoldino. Dove mi vuoi tu menare?
    Filandro. Io ti voglio menare al cantaro.
    Bertoldino.  Io non voglio cantare adesso.  Non t'ho io  detto  quello
    ch'io voglio fare? Menami in un campo, e poi lascia fare a me.
    Filandro.  Ors  vieni,  che  io ti condurr dove tu vuoi,  poich mia
    buona ventura vuol cos; ma per questa volta mi ci trappolerai.

    Cos Filandro lo condusse in capo al giardino, ov'era un fosso,  e ivi
    fece  quanto  gli  occorse;  poi  lo  men nella salvarobba delle cose
    mangiative e gli diede del pane,  del buon salamo e del buon  vino  da
    bere;  e  finito  di  merenda  torn dalla Regina,  la quale vedendolo
    disse:
    Regina. Hai tu merendato bene?
    Bertoldino. Signora madonna s.
    Regina. Che t'hanno essi dato di buono?


    Bertoldino in cinque volte non sa dir salamo.

    Bertoldino. Del lassamo, e del pane.
    Regina. Di che?
    Bertoldino. Del samallo.
    Regina. Io non t'intendo.
    Bertoldino. Del malasso.
    Regina. Peggio che peggio.
    Bertoldino.  Dico ch'io ho mangiato del lamasso,  io parlo pur  ancora
    schietto,  e torno a dire che io ho mangiato del massallo: voi m'avete
    pur inteso a questa volta.
    Regina. Che nomi sono questi di lassamo, samallo,  malasso,  lamasso e
    massallo? Io non capisco quello che si voglia dir costui, n credo che
    l'intendesse il bene intendi.
    Filandro.  Esso vuol dire del salamo, serenissima Signora. Miri vostra
    Maest se questo  un zuccon da friggere  della  buona  fatta,  a  non
    poter dire in cinque volte salamo.

    Se la Regina rise di simil fatto,  lo lascio pensare; e intanto giunse
    il Re e,  inteso la causa di ci,  si diede a rider di tal sorte,  che
    alle  risa di lui rideva tutta la corte,  e dur tal ridere tutto quel
    giorno,  e talmente gli entr in bocca quelle parole  di  lassamo,  di
    samallo,  di malasso,  di lamasso e massallo,  che quando volevano del
    salamo essi ancora, pareva che non sapessero pi dire se non lassamo e
    samallo e malasso,  lamasso e massallo,  e dur parecchi giorni  simil
    cosa.  Fece  poi  il Re condurre Bertoldino a casa in carroccia;  dove
    arrivato, la Marcolfa disse:
    Marcolfa.  Che cosa hai veduto nella citt,  Bertoldino,  che  pi  ti
    piaccia?
    Bertoldino. La pentola della cucina del Re.
    Marcolfa. Perch la pentola della cucina del Re?
    Bertoldino.  Perch  ella deve tenere pi di cento minestre,  tanto ha
    ella larga la pancia.
    Marcolfa. Sempre tu pensi al mangiare.
    Bertoldino. Chi non pensa al mangiare non pensa a vivere, e io so,  se
    non mangiassi, che io morirei.
    Marcolfa. Ors, tu dici la verit; ma, dimmi un poco, che hai imparato
    di bello in corte?
    Bertoldino. Io ho imparato di andare su e gi per le scale del palazzo
    del Re da mia posta.
    Marcolfa.  Sei  stato  un  grand'uomo  certo,  e  mostri avere un gran
    cervello.
    Bertoldino. Ditemi, mia madre, le anitre sono elle oche?
    Marcolfa. S, s. Ors,  va' pur,  dormi un sonno,  che a punto tu di
    alle oche con questa tua pecoraggine.
    Bertoldino.  Io vi volevo domandare una cosa ancora,  e me l'era quasi
    scordata.
    Marcolfa. Che cosa  questa, che mi vuoi dimandare? Di' su.
    Bertoldino. Quando voi mi facesti, ci eravate voi?
    Marcolfa. Ohim, non mi rompere pi il capo, ch'io son tanto fastidita
    del fatto tuo, che io non posso sentirti.
    Bertoldino.  O state a sentire se questa  bella.  Mentre che io stava
    in  camera della Regina,  io mi son accorto ch'ella non ha pi che due
    gambe, e la nostra vacca ne ha quattro. Or che ne dite voi?
    Marcolfa.  Che vuoi tu ch'io dica?  Io dico che quando ti  feci  avrei
    fatto meglio a fare una buona torta.
    Bertoldino.  Fuss'egli pure stato vero,  che n'avresti dato un pezzo a
    me ancora.

    Cos con questi ragionamenti venne la sera,  e se n'andarono a  letto;
    poi  la  mattina  si  levarono,  e la Marcolfa disse voler andare alla
    citt a comperar del sale e altre cose necessarie per la casa, e sopra
    il tutto raccomand  i  pulcini  a  Bertoldino,  che  ne  avesse  cura
    accioch  il nibbio non gli furasse.  Partita la Marcolfa,  Bertoldino
    prese tutti i detti polli e gli leg per un piede ciascheduno di loro,
    e fattone una lunga filza ne pose un bianco in capo di tutti,  poi gli
    mise  in mezzo l'ara,  ed esso ritiratosi sotto il portico stava poi a
    veder quello che ne doveva succedere. Ed ecco il nibbio,  che comincia
    a  girare  attorno alla casa e a fare il varco,  calando a poco a poco
    sopra i detti pulcini,  e vedendo quel bianco,  che faceva  pi  bella
    vista delli altri,  si cal adosso a quello e,  dandogli di becco,  lo
    lev in aria con tutti gli altri che vi erano attaccati;  e Bertoldino
    ridendo forte gridava: "Tira il bianco,  tira il bianco, che tu averai
    quelli altri ancora!" Cos il nibbio si port via tutti i pulcini,  e,
    tornata  che fu la Marcolfa dalla citt,  Bertoldino gli and incontro
    ridendo, ed ella disse:
    Marcolfa. Che cosa hai, che tu ridi? Vi  qualche cosa di nuovo?
    Bertoldino. O mia madre, io ho pur avuto il bel piacere,  e quando voi
    saperete il perch, riderete ancor voi.
    Marcolfa. Ors, questa sar stata una delle tue. E che piacere  stato
    questo tuo?
    Bertoldino.  O il bel piacere, o il bel piacere! Mia madre, di grazia,
    cominciate a ridere.
    Marcolfa. Di che vuoi ch'io rida,  di',  buffalo,  se io non so quello
    che tu dica?
    Bertoldino. Sapete i nostri polli?
    Marcolfa. S, ch'io lo so.
    Bertoldino. Io ho fatto una burla al nibbio.
    Marcolfa. Oh, il Cielo mi aiuti! E che burla  stata questa?
    Bertoldino. Io li ho legati l'uno con l'altro in una lunga filza, ed 
    venuto  il  nibbio,  e  gli ha portati via tutti in una botta,  che ha
    durato una fatica la maggior del mondo,  e io tenevo gridato: "Tira il
    bianco,  tira il bianco, che tu averai tutti gli altri ancora!" perch
    io avevo messo quel bianco in capo della filza,  e se voi  gli  avesti
    veduti saresti creppata dalle risa,  a vedere quell'uccellaccio, che a
    pena poteva portar via tanta brigata in una volta. Or che ne dite voi?
    Non ci ho fatto io stare quell'uccellaccio?
    Marcolfa. Uccellaccio sei tu, bestia, balordo.  Dunque tu hai lasciato
    portar  via  i  polli al nibbio?  Io non so che mi tenghi ch'io non ti
    pigli pel collo e ch'io non t'affochi. O re Alboino, tu mostri bene di
    essere balordo affatto, a compiacerti d'un pazzo com' questo.  Or qui
    chiaramente  si  vede che non giova aver virt,  n creanza,  ma sorte
    sola.  Mira,  di grazia,  quanta stima fa questo pazzo di re (che  pur
    dir  cos)  di  questo  cavallaccio da pistrino.  Insomma,  ognuno ha
    qualche ramo di pazzia, e io son pi che sicura che quando il Re sapr
    questa castronaggine, che in iscambio di fargli qualche riprensione, e
    anco di farlo bastonare,  ch'esso ne aver grandissimo piacere  e  gli
    mander a donare qualche bel presente.  O vatti mo' consuma sui libri,
    povero filosofo, che ne trarrai una bella mercede,  poich si vede che
    in  questa  corte  pi  vien  stimato  e premiato un sciocco e balordo
    montanaro, che cento uomini dotti e sapienti.  Ors,  il mondo va cos
    adesso. Ma dimmi dov' la chioccia?
    Bertoldino. Ella  serrata nel pollaio, perch non impedisca il nibbio
    che  possa portar via i pulcini,  com'haffatto.  Credete voi ch'io sia
    balordo?
    Marcolfa.  Ors (pur pazienza) va' l in casa,  che in vero tu sei  un
    astuto giovine; ma se questa cosa va all'orecchie del Re, che pensi tu
    che egli dir, balordo mentecato che tu sei?
    Bertoldino. E chi volete voi che glielo dica?
    Marcolfa. Forse che non sono qui intorno delle orecchie che ci odono?
    Bertoldino.  Io  non  veggio altro che l'asino dell'ortolano,  io;  il
    quale appunto pare che ci  stia  ascoltare.  Vedete  come  egli  tiene
    l'orecchie tese? Ma gli proveder ben io adesso adesso.


    Bertoldino taglia l'orecchie all'asino dell'ortolano.

    Marcolfa. Frmati, o l, che cosa vuoi tu fare?
    Bertoldino. Io voglio tagliar l'orecchie a questo asinaccio che ci sta
    ascoltare.
    Marcolfa.  O  meschina  me!  Egli  ha  tagliato  l'orecchie  all'asino
    dell'ortolano. Or che dir egli?  Oh,  questa  ben la volta che il Re
    ci manda a far i fatti nostri; e avr ragione, o ribaldo, o traditore!
    Bertoldino.  Ribaldo e traditore  quest'asino, che vuol udire i fatti
    nostri. Ma tu non gli udirai gi pi, che tu non hai l'orecchie.
    Marcolfa.  Or ecco l'ortolano che viene in qua.  Tu l'udirai bene dire
    il fatto suo,  e avr gran ragione, e converr che tu gli paghi il suo
    asino, che gliel'hai abbertonato.
    Ortolano. Chi ha tagliato l'orecchie al mio asino?
    Bertoldino. Son stato io.
    Ortolano. Per che causa?
    Bertoldino. Perch egli stava a udire tutti i fatti nostri.
    Ortolano.  Ors,  qui non v' bisogno di buffoni.  Io voglio che tu mi
    paghi  il mio asino,  e adesso adesso vado a darti una querela innanzi
    al Re.
    Marcolfa. Udite, ortolano, non state a dare altramente querela, che io
    vi sodisfar. State cheto, e lasciate far a me.
    Ortolano. No, no. Io voglio che il Re sappia ogni cosa,  perch costui
    l'altro giorno ancora si misse attorno a mia moglie, e vi fu da fare a
    levargliela  dalle  mani;  e  non  vorrei  che  un giorno gli saltasse
    l'umore e che me ne facesse una che  mi  pelasse  pi  che  alcuna  di
    queste. Alla citt, alla citt!


    L'ortolano  va  a dare la querela a Bertoldino innanzi al Re,  e il Re
    manda per lui,  ed esso comparisce con le orecchie dell'asino in seno,
    e il Re dice:
    Re. Vien qui, Bertoldino.
    Bertoldino. Son qui, maestrissimo Signore.
    Re. Ftti innanzi tu ancora, ortolano.
    Ortolano. Eccomi, serenissimo Re.
    Re. Che contesa  la vostra?
    Ortolano.  Costui  mi  ha  abbertonato  il  mio  asino,  e  io dimando
    giustizia.
    Re. E' vero questo, Bertoldino?
    Bertoldino. E' vero; ma l'asino, messere...
    Re. L'asino pur sei tu. Ors, va' dietro.
    Bertoldino.  Ei stava con l'orecchie tese ad ascoltare quello  che  io
    dicevo con mia madre;  e io,  perch esso non stia pi a udire i fatti
    altrui,  gli ho tagliato tutte dua l'orecchie.  Ma,  perch'ei  non  si
    pensasse ch'io volessi mangiarmi l'orecchie del suo asino, eccole qua,
    ch'io le ho portate meco.  Pigliale, e fagliele attaccar di nuovo, che
    mia madre pagher il magnano che le appunter.
    A queste parole il Re si pose a ridere di maniera che  a  pena  poteva
    respirare, e, ritornato in s, disse:
    Re.  Ors, ortolano, tu vedi che Bertoldino  galant'uomo, e, se ti ha
    abbertonato il tuo asino,  non per vuole nulla del tuo: ecco che esso
    ti rende l'orecchie di quello. E per la sentenza mia  questa: che mi
    pare che, per condegno castigo di tal delitto, esso debbia montare sul
    tuo asino, e che tu lo conduca a casa sopra di quello. Ti piace questa
    sentenza?
    Ortolano.  Questo   un castigo che viene sopra l'asino e io,  e non a
    lui.  Signore,  io domando che mi sia  pagato  il  mio  asino,  e  poi
    cavalchilo chi vuole.
    Re. Ors, quanto vuoi tu ch'egli ti dia del tuo somaro?
    Ortolano.  Ei  mi cost otto ducati l'anno passato,  e faccio conto di
    non volere perdervi nulla.
    Re. Ors tu hai ragione. Vien qua, Erminio; dove sei?
    Erminio. Eccomi, serenissimo Signore.
    Re. Da' un poco otto ducati qui all'ortolano; e tu, Bertoldino, piglia
    quell'asino, che io te lo dono, montavi suso, e andate a casa insieme,
    e siate buoni vicini.
    Ortolano.  Tanto  faremo,  Signore.  Ors,  monta  su,  Bertoldino,  e
    andiamo.  Arri,  t sta'! Che diavolo fai tu! Tu sei caduto dall'altra
    banda.
    Bertoldino.  E' mi pesa pi la testa che non fa il taffanario,  e  per
    questo sono traboccato dall'altro lato.  Ma tienlo saldo. T sta', tr
    tr,  Arri l!  O lassami mo' la cavezza a me.  Arri,  va' l!  Addio,
    messere.


    L'asino  tra' gi Bertoldino e gli ammacca una costola,  e la Marcolfa
    va alla citt e, con una bella comparazione fatta al Re e alla Regina,
    ottiene grazia di tornare alla sua abitazione di dove era venuta.

    Giunta la Marcolfa alla citt,  and dov'era il Re e la Regina in  una
    stanza,   i   quali   ancora  ridevano  delle  solenni  simplicit  di
    Bertoldino, e, fatto lor la debita riverenza, disse a lei il Re:
    Re. Che buone nuove ci apportate voi, madonna Marcolfa?
    Marcolfa. Non ho nuova, Signore, che buona sia.
    Re. Perch? Che v' incontrato?
    Marcolfa.  Bertoldino  caduto gi dell'asino e s' tutto amaccato  da
    un  lato,  e  io son venuta a pigliare un poco d'unguento da ungerlo e
    ancora per narrarvi una novella,  la quale torna a proposito mio,  pur
    che da voi mi sia dato udienza.
    Re.  Dite pur su,  madonna Marcolfa, che molto ci sar grato d'udirla,
    s come ci sono grate tutte l'altre cose vostre.
    Marcolfa.  Nel tempo che i formiconi di sorbo andavano a  cacciare  le
    cimici gravide, trovavasi nella citt delle penne di struzzo una mosca
    vedova,  alla quale era stato ucciso il marito, pochi giorni erano, da
    un lombriccio,  con un partegianone di quelli  che  portarono  gi  in
    Italia  i  parpaglioni  dall'ali  dorate,  quali passarono all'impresa
    della mostarda cremonese, quell'anno che si viddero tanti cremonesi in
    Cremona. Onde avvenne che,  passando dritto la casa della detta uno di
    quei ragnacci dalle zampe lunghe, egli la vidde affacciata al balcone,
    e  perch  era sabato ella s'avea lavato il capo quel giorno,  di modo
    che lei pareva molto pi bella  del  solito,  onde  costui,  dato  una
    balestrata  d'occhi  alla  finestra ov'ella stava,  subito rest preso
    d'amore per le bellezze di quella gentil signora,  n  cos  tosto  fu
    tocco dalle saette di messer Cupido,  ch'esso incominci a passeggiare
    innanzi e indietro,  e levandosi sulle punte dei piedi caminava  molto
    gentilmente; onde la vezzosetta vedovella, accortasi di ci, tirandosi
    alquanto  dentro  dalla  finestra,  come fanno le vedove modeste,  ora
    affacciandosi un poco, facendo anch'essa alquanto dell'occhietto e tal
    ora un poco di ghignetto per burlarlo, fece s che il poveraccio rest
    cotto del tutto, n potendosi astenere dal gran calore che sentiva nel
    petto gli venne volont di rampegarsi su per  la  muraglia,  e  andare
    dentro  per  la  finestra,  pensandosi  ch'ella  fusse di quelle ch'io
    voglio dire. E cos incominci a grapparsi con le ungie e a caminar in
    su verso il detto balcone,  avendo  fatto  disegno,  dopo  il  piacere
    ch'egli  sperava  di  avere con lei,  tornare poi gi attaccato al suo
    filo.   Cos  andando  su  allegramente,   ella,   che  vidde   questa
    sfacciataggine, parendogli un amante un poco troppo presontuoso, tosto
    corse  a pigliare una caldaia di lesciva,  ch'ella aveva al fuoco,  la
    quale voleva oprare a fare  una  bollita  a  un  par  di  brache  d'un
    pidocchio  opilato  il quale ella teneva in casa a camera locanda;  n
    cos tosto costui trasse le zatte al balcone per  saltar  dentro,  che
    ella  gli rovers quella lesciva adosso per pelarlo.  Ma egli,  ch'era
    destrissimo,  accorgendosi presto di quell'atto,  avendo  in  capo  un
    guscio di lupino per zucchetto, tosto che sent pioversi adosso quella
    lesciva, abbandonato la muraglia si lasci cadere gi all'indietro, e,
    bench gli cogliesse un poco sulla testa, non per l'offese molto, per
    il zucchetto che ho detto, il quale lo difese da quella.
    Ma il peggio fu che,  cadendo gi, il zucchetto and a spasso, ed egli
    venne a percuotere con il capo suso un osso di  persico,  e  tutto  il
    cervello  ch'egli  avea  gli  corse nel podice,  e da quell'ora fin al
    tempo d'adesso i ragni hanno portato sempre il lor cervello di dietro,
    e sempre cercano far  vendetta  con  le  mosche  per  tale  oltraggio,
    tendendogli  le reti per tutto,  come gli uccellatori,  e tosto che ne
    hanno preso una te gli spiccano la testa,  e poi la  lasciano  andare.
    Cos credo intravenisse a questo mio fantoccio di stucco, il quale una
    volta,  seguendo  una  capra  dietro  un'alta rupe,  nel salire su per
    quell'erta cadde addietro e venendo gi percosse con il capo sopra  un
    tronco d'un sambuco, e cos tutto il cervello gli corse nelle natiche,
    e  gli  rest  leggiera  la testa come il sambuco,  e sempre uccella a
    mosche, a grilli, a farfalle e parpaglioni, e non rest,  come si suol
    dire,  n rana n barbastrello,  n mai  per aver pi senno di quello
    ch'ei s'abbia avuto  fin  ad  ora;  e  per  vostre  Maest  farebbono
    un'opera lodatissima a lasciarci tornare alle nostre briccole, perch,
    se ben ho inteso le sentenze di Bertoldo mio marito, buona memoria, ei
    disse  che chi  uso alla zappa non pigli la lancia,  e chi  uso alle
    cipolle non vada ai pastizzi;  e tutto questo cade a proposito nostro,
    ch'essendo  nati,  in  luochi  ermi  e  selvaggi,  non  siamo genti da
    praticare nelle citt.
    Re. Molto bene avete detto, madonna Marcolfa; ma chi ha bevuto il mare
    pu ancora bevere il Po.  Per,  se fin ad ora  abbiamo  compatito  le
    simplicit di Bertoldino,  anzi ne abbiamo avuto sommo piacere,  tanto
    faremo per l'avvenire,  e forse che  con  la  lunga  conversazione  di
    questa corte egli potrebbe pigliar pi ingegno che non ha;  per questo
    la cura non  in tutto disperata.
    Marcolfa. Chi nasce pazzo non guarisce mai.
    Re. Chi mal balla, ben solazza.
    Marcolfa. Chi ha un vizio per natura, fin alla fossa dura.
    Re. Chi non ha cervello abbi gambe.
    Marcolfa. Al mal mortale n medico n medicina non vale.
    Re. Meglio  aver un passerino in seno, che dieci nella siepe.
    Marcolfa. Meglio  essere uccello di campagna, che di gabbia.
    Re. Ogni dritto ha il suo roverso.
    Marcolfa. Ogni testa ha il suo capello, ma non il suo cervello.
    Re. Ogni cosa si sa comportare, eccetto il buon tempo.
    Marcolfa. Ognuno d pane, ma non come mama.
    Re. Che volete voi inferire per questo?
    Marcolfa.  Io voglio inferire che non si  fece  mai  bucato,  che  non
    piovesse.
    Re. Un'ora di buon sole asciuga mille bugate.
    Marcolfa. Chi ben non torce i panni, non si asciugano in tre giorni.
    Re.  Parlate un poco pi chiaro,  ch'io non intendo bene queste vostre
    ziffere.
    Marcolfa. Non  il peggior sordo di quello che non vuol intendere.
    Re.  Ors,  ecco ch'io  v'ascolto:  ingegnatevi,  con  un'altra  bella
    comparazione  a  proposito vostro,  di persuadermi a lasciarvi andare,
    ch'io do la parola,  da quello ch'io sono,  di  non  farvi  resistenza
    alcuna,  bench  di  ci io ne senta doglia al cuore,  ma di lasciarvi
    gire a  voglia  vostra,  e  ancora  farvi  tai  presenti,  che  sarete
    gentiluomini l su.


    La Marcolfa narra un'altra bella favola.

    Marcolfa.  Ors, le vostre Maest ascoltino dunque. Quando le lucciole
    faceano mercanzia di lanterne,  fu un lumacotto di quelli  da  quattro
    corna,  il  quale  prese per moglie una di quelle lumachine vergate di
    giallo e di rosso molto galante,  che vengono fuora delle siepi quando
    cadono  quelle  belle  ruggiadine il mese d'aprile.  E quella sera che
    esso la men a casa,  si fece un  sontuosissimo  banchetto,  al  quale
    invit  tutti gli suoi parenti e amici,  e vi furono un gran numero di
    virtuosi,  fra i quali v'erano quattro gambari di canale che  sonavano
    eccellentissimamente  di viole da gamba e un calabrone,  che sonava di
    arpicordo gentilissimamente;  e cos,  finito  che  fu  la  cena,  una
    parpaglia  cant  nel  chitarrone alcune belle aere,  ma per essere un
    poco affreddata non pot dar quella sodisfazione ch'era suo desiderio;
    onde si fecero levare le tavole  e  sgombrare  la  sala,  accioch  si
    potesse  ballare  commodamente,  e  poi  si  diede  in un tratto negli
    stromenti e s'incominci a fare chiaranzane e balletti,  dove  che  un
    calabrone e una farfalla ferono una barriera insieme molto galante,  e
    un grillo bianco e una zenzala,  ballarono un spagnuoletto  con  tanta
    leggiadria,  che  fu  un gran stupore.  Poi,  quando furono stanchi di
    ballare,  si posero a fare dei giuochi e dierono  quell'assunto  a  un
    pulice,  qual era assai burlevole, che fusse il maestro del giuoco; il
    quale senza farsi troppo pregare accett l'impresa e  fece  molti  bei
    giuochi  da mettere suso dei pegni,  e ivi s'udirono di bei motti e di
    nobilissime sentenze e sottilissimi quesiti, con risposte argutissime,
    e insomma la veglia pass molto galante,  ma l'imperfezione della cosa
    fu  che  il giuoco and tanto alla lunga,  che ognuno si stuf e molti
    s'addormentarono per il tedio che ne sentivano.  E cos  siamo  ancora
    noi,  serenissimi  Signori,  che  fino a questa ora pare che la nostra
    veglia sia passata assai bene,  ma il giuoco  va  un  poco  troppo  in
    lungo,  e  sempre  stiamo su l'istesso tenore;  per parmi che sia ben
    fatto a mutare alquanto aria.  Forse che  quella  di  l  su  lo  far
    alquanto pi svegliato,  bench io non lo posso credere;  pure, perch
    ogni uccello canta meglio nel suo nido  che  in  quelli  degli  altri,
    bramo  di  tornar ancor io costui al suo nido nato,  e poi faccia che
    verso egli vuole; sicch vi prego, serenissimi Signori,  a darci buona
    licenza,  poich  in  ogni  modo  da alcun di noi non siete per trarre
    construtto alcuno che profittevole sia per voi.
    Re.  Ors,  madonna Marcolfa,  noi vi vogliamo contentare,  perch con
    tante nobili comparazioni ci siete venuta innanzi, e veramente voi non
    siete donna selvaggia e alpestre,  ma un oracolo,  e meritamente fosti
    accoppiata con un uomo di valore come era Bertoldo,  le quali sentenze
    ho  fatto  scolpire  in  oro  sopra la porta del mio studio a perpetua
    memoria di un tanto elevato ingegno,  e me ne  vado  servendo  secondo
    l'occasione.  Ora chiamisi un poco Erminio.  Ma eccolo qua. O Erminio,
    va' in camera mia e piglia quel coffanetto di velluto nero,  dove sono
    duemila scudi d'oro,  e portalo qua a madonna Marcolfa. Poi va' al mio
    mercatante da panno e ftti dare quattro pezze di panno fino e ducento
    braccia di tela da lenzuoli e da camicie,  e fa' mettere all'ordine la
    lettiga  (mira  che  personaggi  da lettiga) e che essi siano condotti
    all'albergo loro, e che se gli mandino sino a dieci sacchi di farina e
    dieci botti di vino,  e insomma tutto quello che gli fa bisogno  tanto
    per il viaggio come per vivere a casa sua.  Ors, madonna Marcolfa, la
    grazia vi  concessa di poter andare e tornare a  vostro  beneplacito,
    ancorch,  come ho gi detto,  io e la Regina sentiamo molto dolore di
    questa vostra partita;  pure noi non vogliamo se non quello che volete
    voi.


    La Marcolfa ringrazia il Re e la Regina de' benefici ricevuti da essi.

    Marcolfa.  Non ho lingua, n petto, n cuore a bastanza, o serenissime
    Maest, da potervi rendere le debite grazie dei tanti benefici, grazie
    e favori ch'indegnamente ho ricevuti da quelle; ma,  dove mancher io,
    supplir  Quello  che  regge  il  tutto,  il  quale mai non cesser di
    pregarlo a rendervi il guiderdone per me,  e che vi conceda grazia  di
    conservare il vostro regno in pace e felicit,  dandovi forze e valore
    contra i nemici vostri, e vi guardi da insidie e tradimenti, e insomma
    ch'ei vi conceda ogni  vostro  desiderio  e  diavi  ogni  contento;  e
    all'una  e all'altra Corona qui genuflessa chiedo perdono se per sorte
    fussi trascorsa in qualche errore,  o con parole o  con  fatti  o  con
    altro,  o in qualunque modo io avessi usato poco rispetto e riverenza,
    domando nuovamente perdono;  e con buona grazia delle loro serenissime
    Maest  io  ander  a  preparare le mie poche masserizie,  e in questa
    partita me gli raccordo umilissima serva.
    Alle parole della Marcolfa il Re e la Regina non  poterono  contenersi
    dalle  lagrime  e  dandogli  buona  licenza si ritirarono nelle camere
    loro, dove stettero alquanti giorni con gran malenconia per la partita
    di lei.  E cos la detta Marcolfa si  part  con  il  suo  Bertoldino,
    carica  di  scudi  e  altri doni,  e furono condotti in lettiga fin al
    tugurio loro;  dove a tal arrivo corsero tutti i vicini a  rallegrarsi
    con  essi  loro,  e  si  fecero feste e bagordi rusticali per alquanti
    giorni  per  quei  monti,   e  abbrucciarono  due  o  tre  boschi  per
    allegrezza.  E  ivi  si  goderono  il  resto  della  loro vita lieta e
    tranquilla,  e Bertoldino faceva poi col su il  dottore,  e  fece  di
    belle burle,  ma perch non vi era l su chi sapesse scrivere,  non se
    ne fa menzione.
    Ben vi fu un montanaro che di l a poco tempo venne al piano  e  disse
    che,  quando  costui  giunse  all'et di trent'anni,  che egli divenne
    savio e accorto;  ma in quanto a me duro fatica a crederlo.  Pur  ogni
    cosa  pu  essere,   ma  so  bene  che  vi  sono  tre  cose  che  sono
    difficilissime da guarirsi, le quali sono queste: la pazzia,  i debiti
    e il cancaro. E con questo vi lascio, addio.
