Fonte:   Enchiridion Vaticanum Vol. 1 - Doc. Concilio Vaticano II (1962-1965)
Autore:  Concilio Vaticano II
Luogo:   Roma (S. Pietro), 21 novembre 1964
Data:    1964/11/21

COSTITUZIONE DOGMATICA SULLA CHIESA (LUMEN GENTIUM)

INDICE
CAPITOLO I
IL MISTERO DELLA CHIESA
La chiesa sacramento di Cristo
Il disegno salvifico universale del Padre
Missione e opera del Figlio
Lo Spirito santificatore della chiesa
Il regno di Dio
Le immagini della chiesa
La chiesa, corpo di Cristo
Chiesa realt visibile e spirituale
CAPITOLO II - IL POPOLO DI DIO
Nuova alleanza e nuovo popolo
Il sacerdozio comune
L'esercizio del sacerdozio comune nei sacramenti
Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio
Universalit dell'unico popolo di Dio
I fedeli cattolici
La chiesa e i cristiani non cattolici
La chiesa e i non cristiani
Carattere missionario della chiesa
CAPITOLO III
COSTITUZIONE GERARCHICA DELLA CHIESA E IN PARTICOLARE DELL'EPISCOPATO
La costituzione gerarchica della chiesa: Proemio
Vocazione e istituzione dei Dodici
I vescovi, successori degli apostoli
La sacramentalit dell'episcopato
Il collegio dei vescovi e il suo capo
Relazioni dei vescovi in seno al collegio
Il ministero dei vescovi
La funzione dottrinale
La funzione di santificare
La funzione di governare
I presbiteri: relazioni con Cristo, con i vescovi e il popolo
I diaconi
CAPITOLO IV  - I LAICI
I laici nella chiesa
Natura e missione dei laici
Dignit dei laici nel popolo di Dio
L'apostolato dei laici
Funzione sacerdotale e cultuale
Funzione profetica e testimonianza
Funzione regale
Il disegno salvifico universale del padre
Funzione regale
Relazioni con la gerarchia
I laici, anima del mondo
CAPITOLO V
UNIVERSALE VOCAZIONE ALLA SANTIT NELLA CHIESA
La santit nella chiesa
Vocazione universale alla santit
Multiforme esercizio dell'unica santit
2 - Il disegno salvifico universale del padre
Vie e mezzi della santit
CAPITOLO VI - I RELIGIOSI
I consigli evangelici nella chiesa
Natura a importanza dello stato religioso
Importanza dello stato religioso
Autorit della chiesa e stato religioso
Grandezza della consacrazione religiosa
CAPITOLO VII
INDOLE ESCATOLOGICA DELLA CHIESA PEREGRINANTE
E SUA UNIONE CON LA CHIESA CELESTE
Indole escatologica della nostra vocazione
Comunione della chiesa celeste con la chiesa pellegrinante
Relazioni della chiesa pellegrinante con la chiesa celeste
Relazioni della chiesa pellegrinante con la chiesa celeste
Disposizioni pastorali del concilio
CAPITOLO VIII
LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
Proemio
Maria nel mistero di Cristo
Maria e la chiesa
L'intenzione del concilio
II funzione della beata vergine nell'economia della salute
La madre del Messia nell'antico testamento
Maria nell'annunciazione
Maria e l'infanzia di Ges
Maria e la vita pubblica di Ges
Maria dopo l'ascensione
Cooperazione alla redenzione
Funzione salvifica subordinata
Maria vargine e madre, modello della chiesa
La chiesa vergine e madre
Le virtu' di Maria che la chiesa deve imitare
IV  - Il culto della beata vergine maria
Natura e fondamento del culto di Maria
Norme pastorali
V - Maria segno di certa speranza e di consolazione per il
peregrinante popolo di dio
Maria segno del popolo di Dio
Maria interceda per l'unione dei cristiani
Notificazioni del segretario del concilio
Notificazioni del segretario del concilio
Nota esplicativa previa

                          CAPITOLO I
                     IL MISTERO DELLA CHIESA
La Chiesa  sacramento in Cristo
1. Cristo  la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato
nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il
Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli
uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della
Chiesa. E siccome la Chiesa , in Cristo, in qualche modo il
sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con
Dio e dell'unit di tutto il genere umano, continuando il tema
dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare
ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria
missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono pi
urgente questo dovere della Chiesa, affinch tutti gli uomini,
oggi pi strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici
e culturali, possano anche conseguire la piena unit in Cristo.
Disegno salvifico universale del Padre
2. L'eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e
di bont, cre l'universo; decise di elevare gli uomini alla
partecipazione della sua vita divina; dopo la loro caduta in
Adamo non li abbandon, ma sempre prest loro gli aiuti per
salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, " il quale 
l'immagine dell'invisibile Dio, generato prima di ogni creatura "
(Col 1,15). Tutti infatti quelli che ha scelto, il Padre fino
dall'eternit " li ha distinti e li ha predestinati a essere
conformi all'immagine del Figlio suo, affinch egli sia il
primogenito tra molti fratelli " (Rm 8,29). I credenti in Cristo,
li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, gi
annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente
preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'antica
Alleanza, stabilita infine " negli ultimi tempi ",  stata
manifestata dall'effusione dello Spirito e avr glorioso
compimento alla fine dei secoli. Allora, infatti, come si legge
nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, " dal giusto
Abele fino all'ultimo eletto ", saranno riuniti presso il Padre
nella Chiesa universale.
Missione del Figlio
3.  venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale ci ha
scelti in lui prima della fondazione del mondo e ci ha
predestinati ad essere adottati in figli, perch in lui volle
accentrare tutte le cose (cfr. Ef 1,4-5 e 10). Perci Cristo, per
adempiere la volont del Padre, ha inaugurato in terra il regno
dei cieli e ci ha rivelato il mistero di lui, e con la sua
obbedienza ha operato la redenzione. La Chiesa, ossia il regno di
Cristo gi presente in mistero, per la potenza di Dio cresce
visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita sono
significati dal sangue e dall'acqua, che uscirono dal costato
aperto di Ges crocifisso (cfr. Gv 19,34), e sono preannunziati
dalle parole del Signore circa la sua morte in croce: " Ed io,
quando sar levato in alto da terra, tutti attirer a me " (Gv
12,32). Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale
Cristo, nostro agnello pasquale,  stato immolato (cfr. 1 Cor
5,7), viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della
nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane
eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l'unit dei
fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor
10,17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con
Cristo, che  la luce del mondo; da lui veniamo, per mezzo suo
viviamo, a lui siamo diretti.
Lo Spirito santificatore della Chiesa
4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla
terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo
Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinch
i credenti avessero cos attraverso Cristo accesso al Padre in un
solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi  lo Spirito che d la vita,
una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv
4,14; 7,38-39); per mezzo suo il Padre rid la vita agli uomini,
morti per il peccato, finch un giorno risusciter in Cristo i
loro corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella
Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16;
6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione
di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26).
Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verit (cfr. Gv
16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e
dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce
dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la
forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e
la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poich lo Spirito
e la sposa dicono al Signore Ges: " Vieni " (cfr. Ap 22,17).
Cos la Chiesa universale si presenta come " un popolo che deriva
la sua unit dall'unit del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo ".
Il regno di Dio
5. Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa
fondazione. Il Signore Ges, infatti, diede inizio ad essa
predicando la buona novella, cio l'avvento del regno di Dio da
secoli promesso nella Scrittura: " Poich il tempo  compiuto, e
vicino  il regno di Dio " (Mc 1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno
si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e
nella presenza di Cristo. La parola del Signore  paragonata
appunto al seme che viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14):
quelli che lo ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge
di Cristo (cfr. Lc 12,32), hanno accolto il regno stesso di Dio;
poi il seme per virt propria germoglia e cresce fino al tempo
del raccolto (cfr. Mc 4,26-29). Anche i miracoli di Ges provano
che il regno  arrivato sulla terra: " Se con il dito di Dio io
scaccio i demoni, allora  gi pervenuto tra voi il regno di Dio
" (Lc 11,20; cfr. Mt 12,28). Ma innanzi tutto il regno si
manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio
dell'uomo, il quale  venuto " a servire, e a dare la sua vita in
riscatto per i molti " (Mc 10,45). Quando poi Ges, dopo aver
sofferto la morte in croce per gli uomini, risorse, apparve quale
Signore e messia e sacerdote in eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6;
7,17-21), ed effuse sui suoi discepoli lo Spirito promesso dal
Padre (cfr. At 2,33). La Chiesa perci, fornita dei doni del suo
fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carit,
umilt e abnegazione, riceve la missione di annunziare e
instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di
questo regno costituisce in terra il germe e l'inizio. Intanto,
mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con
tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella
gloria.
Le immagini della Chiesa
6. Come gi nell'Antico Testamento la rivelazione del regno viene
spesso proposta in figure, cos anche ora l'intima natura della
Chiesa ci si fa conoscere attraverso immagini varie, desunte sia
dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici
o anche dalla famiglia e dagli sponsali, e che si trovano gi
abbozzate nei libri dei profeti.
La Chiesa infatti  un ovile, la cui porta unica e necessaria 
Cristo (cfr. Gv 10,1-10).  pure un gregge, di cui Dio stesso ha
preannunziato che ne sarebbe il pastore (cfr. Is 40,11; Ez 34,11
ss), e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono
per incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso
Cristo, il buon Pastore e principe dei pastori (cfr. Gv 10,11; 1
Pt 5,4), il quale ha dato la vita per le pecore (cfr. Gv 10,11-
15).
La Chiesa  il podere o campo di Dio (cfr. 1 Cor 3,9). In quel
campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono stati i
patriarchi e nel quale  avvenuta e avverr la riconciliazione
dei Giudei e delle Genti (cfr. Rm 11,13-26). Essa  stata
piantata dal celeste agricoltore come vigna scelta (Mt 21,33-43,
par.; cfr. Is 5,1 ss). Cristo  la vera vite, che d vita e
fecondit ai tralci, cio a noi, che per mezzo della Chiesa
rimaniamo in lui, e senza di lui nulla possiamo fare (cfr. Gv
15,1-5).
Pi spesso ancora la Chiesa  detta edificio di Dio (cfr. 1 Cor
3,9). Il Signore stesso si paragon alla pietra che i costruttori
hanno rigettata, ma che  divenuta la pietra angolare (Mt 21,42
par.). Sopra quel fondamento la Chiesa  costruita dagli apostoli
(cfr. 1 Cor 3,11) e da esso riceve stabilit e coesione. Questo
edificio viene chiamato in varie maniere: casa di Dio (cfr. 1 Tm
3,15), nella quale cio abita la sua famiglia, la dimora di Dio
nello Spirito (cfr. Ef 2,19-22), la dimora di Dio con gli uomini
(cfr. Ap 21,3), e soprattutto tempio santo, il quale,
rappresentato dai santuari di pietra,  l'oggetto della lode dei
santi Padri ed  paragonato a giusto titolo dalla liturgia alla
citt santa, la nuova Gerusalemme. In essa infatti quali pietre
viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale
(cfr. 1 Pt 2,5). E questa citt santa Giovanni la contempla
mentre, nel momento in cui si rinnover il mondo, scende dal
cielo, da presso Dio, " acconciata come sposa adornatasi per il
suo sposo " (Ap 21,1s).
La Chiesa, chiamata " Gerusalemme celeste " e " madre nostra "
(Gal 4,26; cfr. Ap 12,17), viene pure descritta come l'immacolata
sposa dell'Agnello immacolato (cfr. Ap 19,7; 21,2 e 9; 22,17),
sposa che Cristo " ha amato.. . e per essa ha dato se stesso, al
fine di santificarla " (Ef 5,26), che si  associata con patto
indissolubile ed incessantemente " nutre e cura " (Ef 5,29), che
dopo averla purificata, volle a s congiunta e soggetta
nell'amore e nella fedelt (cfr. Ef 5,24), e che, infine, ha
riempito per sempre di grazie celesti, onde potessimo capire la
carit di Dio e di Cristo verso di noi, carit che sorpassa ogni
conoscenza (cfr. Ef 3,19). Ma mentre la Chiesa compie su questa
terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (cfr. 2 Cor 5,6),
 come un esule, e cerca e pensa alle cose di lass, dove Cristo
siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa  nascosta
con Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparir rivestita
di gloria (cfr. Col 3,1-4).
La Chiesa, corpo mistico di Cristo
7. Il Figlio di Dio, unendo a s la natura umana e vincendo la
morte con la sua morte e resurrezione, ha redento l'uomo e l'ha
trasformato in una nuova creatura (cfr. Gal 6,15; 2 Cor 5,17).
Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come
suo corpo i suoi fratelli, che raccoglie da tutte le genti.
In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che,
attraverso i sacramenti si uniscono in modo arcano e reale a lui
sofferente e glorioso. Per mezzo del battesimo siamo resi
conformi a Cristo: " Infatti noi tutti " fummo battezzati in un
solo Spirito per costituire un solo corpo " (1 Cor 12,13). Con
questo sacro rito viene rappresentata e prodotta la nostra unione
alla morte e resurrezione di Cristo: " Fummo dunque sepolti con
lui per l'immersione a figura della morte "; ma se, fummo
innestati a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in
una resurrezione simile alla sua " (Rm 6,4-5). Partecipando
realmente del corpo del Signore nella frazione del pane
eucaristico, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi: "
Perch c' un solo pane, noi tutti non formiamo che un solo
corpo, partecipando noi tutti di uno stesso pane" (1 Cor 10,17).
Cos noi tutti diventiamo membri di quel corpo (cfr. 1 Cor
12,27), "e siamo membri gli uni degli altri" (Rm 12,5).
Ma come tutte le membra del corpo umano, anche se numerose, non
formano che un solo corpo cos i fedeli in Cristo (cfr. 1 Cor
12,12). Anche nella struttura del corpo mistico di Cristo vige
una diversit di membri e di uffici. Uno  lo Spirito, il quale
per l'utilit della Chiesa distribuisce la variet dei suoi doni
con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle
necessit dei ministeri (cfr. 1 Cor 12,1-11). Fra questi doni
eccelle quello degli apostoli, alla cui autorit lo stesso
Spirito sottomette anche i carismatici (cfr. 1 Cor 14). Lo
Spirito, unificando il corpo con la sua virt e con l'interna
connessione dei membri, produce e stimola la carit tra i fedeli.
E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le altre
membra; se un membro  onorato, ne gioiscono con esso tutte le
altre membra (cfr. 1 Cor 12,26).
Capo di questo corpo  Cristo. Egli  l'immagine dell'invisibile
Dio, e in lui tutto  stato creato. Egli  anteriore a tutti, e
tutte le cose sussistono in lui.  il capo del corpo, che  la
Chiesa.  il principio, il primo nato di tra i morti, affinch
abbia il primato in tutto (cfr. Col 1,15-18). Con la grandezza
della sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri, e con la
sua perfezione e azione sovrana riempie delle ricchezze della sua
gloria tutto il suo corpo (cfr. Ef 1,18-23).
Tutti i membri devono a lui conformarsi, fino a che Cristo non
sia in essi formato (cfr. Gal 4,19). Per ci siamo collegati ai
misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e resuscitati
con lui, finch con lui regneremo (cfr. Fil 3,21; 2 Tm 2,11; Ef
2,6). Ancora peregrinanti in terra, mentre seguiamo le sue orme
nella tribolazione e nella persecuzione, veniamo associati alle
sue sofferenze, come il corpo al capo e soffriamo con lui per
essere con lui glorificati (cfr. Rm 8,17). Da lui " tutto il
corpo ben fornito e ben compaginato, per mezzo di giunture e di
legamenti, riceve l'aumento voluto da Dio " (Col 2,19). Nel suo
corpo, che  la Chiesa, egli continuamente dispensa i doni dei
ministeri, con i quali, per virt sua, ci aiutiamo
vicendevolmente a salvarci e, operando nella carit conforme a
verit, andiamo in ogni modo crescendo verso colui, che  il
nostro capo (cfr. Ef 5,11-16 gr.).
Perch poi ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr. Ef 4,23),
ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale, unico e identico
nel capo e nelle membra, d a tutto il corpo vita, unit e moto,
cos che i santi Padri poterono paragonare la sua funzione con
quella che il principio vitale, cio l'anima, esercita nel corpo
umano. Cristo inoltre ama la Chiesa come sua sposa, facendosi
modello del marito che ama la moglie come il proprio corpo (cfr.
Ef 5,25-28); la Chiesa poi  soggetta al suo capo. E poich "in
lui abita congiunta all'umanit la pienezza della divinit " (Col
2,9), egli riempie dei suoi doni la Chiesa la quale  il suo
corpo e la sua pienezza (cfr. Ef 1,22-23), affinch essa sia
protesa e pervenga alla pienezza totale di Dio (cfr. Ef 3,19).
La Chiesa, realt visibile e spirituale
8. Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra e
incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunit di fede,
di speranza e di carit, quale organismo visibile, attraverso il
quale diffonde per tutti la verit e la grazia. Ma la societ
costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo,
l'assemblea visibile e la comunit spirituale, la Chiesa
terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono
considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una
sola complessa realt risultante di un duplice elemento, umano e
divino. Per una analogia che non  senza valore, quindi, 
paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la
natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza,
a lui indissolubilmente unito, cos in modo non dissimile
l'organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che
la vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,16).
Questa  l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo
una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro,
dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro (cfr. Gv
21,17), affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e
la guida (cfr. Mt 28,18ss), e costitu per sempre colonna e
sostegno della verit (cfr. 1 Tm 3,15). Questa Chiesa, in questo
mondo costituita e organizzata come societ, sussiste nella
Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai
vescovi in comunione con lui, ancorch al di fuori del suo
organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di
verit, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla
Chiesa di Cristo, spingono verso l'unit cattolica. Come Cristo
ha compiuto la redenzione attraverso la povert e le
persecuzioni, cos pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa
via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Ges
Cristo " che era di condizione divina... spogli se stesso,
prendendo la condizione di schiavo " (Fil 2,6-7) e per noi " da
ricco che era si fece povero " (2 Cor 8,9): cos anche la Chiesa,
quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi
umani, non  costituita per cercare la gloria terrena, bens per
diffondere, anche col suo esempio, l'umilt e l'abnegazione. Come
Cristo infatti  stato inviato dal Padre " ad annunciare la buona
novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito "
(Lc 4,18), " a cercare e salvare ci che era perduto" (Lc 19,10),
cos pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono
afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei
sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si
fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire
il Cristo. Ma mentre Cristo, " santo, innocente, immacolato " (Eb
7,26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo
scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa,
che comprende nel suo seno peccatori ed  perci santa e insieme
sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il
cammino della penitenza e del rinnovamento. La Chiesa " prosegue
il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le
consolazioni di Dio ", annunziando la passione e la morte del
Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virt del
Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e
amore le afflizioni e le difficolt, che le vengono sia dal di
dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con
fedelt, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a
che alla fine dei tempi esso sar manifestato nella pienezza
della luce.
                           CAPITOLO II
                        IL POPOLO DI DIO
Nuova alleanza e nuovo popolo
9. In ogni tempo e in ogni nazione  accetto a Dio chiunque lo
teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia Dio volle
santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza
alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che
lo riconoscesse secondo la verit e lo servisse nella santit.
Scelse quindi per s il popolo israelita, stabil con lui
un'alleanza e lo form lentamente, manifestando nella sua storia
se stesso e i suoi disegni e santificandolo per s. Tutto questo
per avvenne in preparazione e figura di quella nuova e perfetta
alleanza da farsi in Cristo, e di quella pi piena rivelazione
che doveva essere attuata per mezzo del Verbo stesso di Dio
fattosi uomo. " Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali
io stringer con Israele e con Giuda un patto nuovo... Porr la
mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l'imprimer; essi mi
avranno per Dio ed io li avr per il mio popolo... Tutti essi,
piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore " (Ger 31,31-
34). Cristo istitu questo nuovo patto cio la nuova alleanza nel
suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando la folla dai Giudei e
dalle nazioni, perch si fondesse in unit non secondo la carne,
ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i
credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme
corruttibile, ma di uno incorruttibile, che  la parola del Dio
vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo
Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono " una stirpe eletta,
un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in
salvo... Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece 
popolo di Dio " (1 Pt 2,9-10).
Questo popolo messianico ha per capo Cristo " dato a morte per i
nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione " (Rm
4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che  al di
sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per
condizione la dignit e la libert dei figli di Dio, nel cuore
dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge
il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati
(cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio,
incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere
ulteriormente dilatato, finch alla fine dei secoli sia da lui
portato a compimento, quando comparir Cristo, vita nostra (cfr.
Col 3,4) e " anche le stesse creature saranno liberate dalla
schiavit della corruzione per partecipare alla gloriosa libert
dei figli di Dio " (Rm 8,21). Perci il popolo messianico, pur
non comprendendo effettivamente l'universalit degli uomini e
apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per
tutta l'umanit il germe pi forte di unit, di speranza e di
salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di
carit e di verit,  pure da lui assunto ad essere strumento
della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della
terra (cfr. Mt 5,13-16),  inviato a tutto il mondo.
Come gi l'Israele secondo la carne peregrinante nel deserto
viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), cos il nuovo Israele
dell'era presente, che cammina alla ricerca della citt futura e
permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di Cristo (cfr.
Mt 16,18);  il Cristo infatti che l'ha acquistata col suo sangue
(cfr. At 20,28), riempita del suo Spirito e fornita di mezzi
adatti per l'unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti
coloro che guardano con fede a Ges, autore della salvezza e
principio di unit e di pace, e ne ha costituito la Chiesa,
perch sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento
visibile di questa unit salvifica. Dovendosi essa estendere a
tutta la terra, entra nella storia degli uomini, bench allo
stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo
cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni  sostenuta
dalla forza della grazia di Dio che le  stata promessa dal
Signore, affinch per la umana debolezza non venga meno alla
perfetta fedelt ma permanga degna sposa del suo Signore, e non
cessi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa,
finch attraverso la croce giunga alla luce che non conosce
tramonto.
Il sacerdozio comune dei fedeli
10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr.
Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo " un regno e sacerdoti per il
Dio e il Padre suo " (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la
rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati
vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un
sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attivit del
cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di
colui, che dalle tenebre li chiam all'ammirabile sua luce (cfr.
1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando
nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano
se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm
12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la
richieda, rendano ragione della speranza che  in essi di una
vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il
sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano
essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno
all'altro, poich l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo,
partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote
ministeriale, con la potest sacra di cui  investito, forma e
regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel
ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i
fedeli, in virt del loro regale sacerdozio, concorrono
all'offerta dell'eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col
ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con
la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e la carit
operosa.
Il sacerdozio comune esercitato nei sacramenti
11. Il carattere sacro e organico della comunit sacerdotale
viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virt. I fedeli,
incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto
della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati
quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la
fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della
confermazione vengono vincolati pi perfettamente alla Chiesa,
sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in
questo modo sono pi strettamente obbligati a diffondere e a
difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri
testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico,
fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la
vittima divina e se stessi con essa cos tutti, sia con l'offerta
che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione
liturgica, non per in maniera indifferenziata, bens ciascuno a
modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa
comunione, mostrano concretamente la unit del popolo di Dio, che
da questo augustissimo sacramento  adeguatamente espressa e
mirabilmente effettuata.
Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono
dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui;
allo stesso tempo si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno
inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro
conversione con la carit, l'esempio e la preghiera. Con la sacra
unzione degli infermi e la preghiera dei sacerdoti, tutta la
Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e
glorificato, perch alleggerisca le loro pene e li salvi (cfr. Gc
5,14-16), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e
morte di Cristo (cfr. Rm 8,17; Col 1,24), per contribuire cos al
bene del popolo di Dio. Inoltre, quelli tra i fedeli che vengono
insigniti dell'ordine sacro sono posti in nome di Cristo a
pascere la Chiesa colla parola e la grazia di Dio. E infine i
coniugi cristiani, in virt del sacramento del matrimonio, col
quale significano e partecipano il mistero di unit e di fecondo
amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si
aiutano a vicenda per raggiungere la santit nella vita
coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno cos, nel
loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in
mezzo al popolo di Dio (cfr. 1 Cor 7,7). Da questa missione,
infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi
cittadini della societ umana, i quali per la grazia dello
Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano
attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe
chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro
figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria
di ognuno, quella sacra in modo speciale.
Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e d'una tale
grandezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati
dal Signore, ognuno per la sua via, a una santit, la cui
perfezione  quella stessa del Padre celeste.
Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio
12. Il popolo santo di Dio partecipa pure dell'ufficio profetico
di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui,
soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carit, e
coll'offrire a Dio un sacrificio di lode, cio frutto di labbra
acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalit dei fedeli,
avendo l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non
pu sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua propriet
mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo,
quando " dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici " mostra
l'universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero,
per quel senso della fede, che  suscitato e sorretto dallo
Spirito di verit, e sotto la guida del sacro magistero, il quale
permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non pi una
parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il
popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai
santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio
penetra in essa pi a fondo e pi pienamente l'applica nella
vita.
Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare
il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad
adornarlo di virt, ma " distribuendo a ciascuno i propri doni
come piace a lui " (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di
ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e
pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento
e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: "
A ciascuno la manifestazione dello Spirito  data perch torni a
comune vantaggio " (1 Cor 12,7). E questi carismi, dai pi
straordinari a quelli pi semplici e pi largamente diffusi,
siccome sono soprattutto adatti alle necessit della Chiesa e
destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e
consolazione. Non bisogna per chiedere imprudentemente i doni
straordinari, n sperare da essi con presunzione i frutti del
lavoro apostolico. Il giudizio sulla loro genuinit e sul loro
uso ordinato appartiene a coloro che detengono l'autorit nella
Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito,
ma di esaminare tutto e ritenere ci che  buono (cfr. 1 Ts 5,12
e 19-21).
L'unico popolo di Dio  universale
13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio.
Perci questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere
a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinch si adempia
l'intenzione della volont di Dio, il quale in principio cre la
natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli
dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mand il Figlio suo,
al quale confer il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2),
perch fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e
universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mand
lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per
tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti  principio di
associazione e di unit, nell'insegnamento degli apostoli e nella
comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere
(cfr. At 2,42).
In tutte quindi le nazioni della terra  radicato un solo popolo
di Dio, poich di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini
del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli
sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito
Santo, e cos " chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra
". Siccome dunque il regno di Cristo non  di questo mondo (cfr.
Gv 18,36), la Chiesa, cio il popolo di Dio, introducendo questo
regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al
contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e
le forme di vita dei popoli in ci che esse hanno di buono e
accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda
infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono
state date in eredit le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui citt
queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is
60,4-7). Questo carattere di universalit, che adorna e distingue
il popolo di Dio  dono dello stesso Signore, e con esso la
Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare
tutta l'umanit, con tutti i suoi beni, in Cristo capo,
nell'unit dello Spirito di lui.
In virt di questa cattolicit, le singole parti portano i propri
doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e
le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e
per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unit. Ne consegue
che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma
nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poich fra
i suoi membri c' diversit sia per ufficio, essendo alcuni
impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia
per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato
religioso, tendendo alla santit per una via pi stretta, sono un
esempio stimolante per i loro fratelli. Cos pure esistono
legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese
particolari, con proprie tradizioni, rimanendo per integro il
primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla
comunione universale di carit, tutela le variet legittime e
insieme veglia affinch ci che  particolare, non solo non
pregiudichi l'unit, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano,
tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione
circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse
materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a
condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le
parole dell'Apostolo: " Da bravi amministratori della multiforme
grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono
che ha ricevuto" (1 Pt 4,10).
Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unit
del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a
questa unit in vario modo appartengono o sono ordinati sia i
fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine
tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama
alla salvezza.
I fedeli cattolici
14. Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli
cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla
tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante  necessaria
alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi
nel suo corpo che  la Chiesa,  il mediatore e la via della
salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessit
della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo
confermato la necessit della Chiesa, nella quale gli uomini
entrano per il battesimo come per una porta. Perci non possono
salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa
cattolica  stata fondata da Dio per mezzo di Ges Cristo come
necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare.
Sono pienamente incorporati nella societ della Chiesa quelli
che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua
organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e
che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di
fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla
comunione, sono uniti, nell'assemblea visibile della Chiesa, con
il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi.
Non si salva, per, anche se incorporato alla Chiesa, colui che,
non perseverando nella carit, rimane s in seno alla Chiesa col
"corpo", ma non col "cuore". Si ricordino bene tutti i figli
della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta
ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se
non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere,
non solo non si salveranno, ma anzi saranno pi severamente
giudicati.
I catecumeni che per impulso dello Spirito Santo desiderano ed
espressamente vogliono essere incorporati alla Chiesa, vengono ad
essa congiunti da questo stesso desiderio, e la madre Chiesa li
avvolge come gi suoi con il proprio amore e con le proprie cure.
I cristiani non cattolici e la Chiesa
15. La Chiesa sa di essere per pi ragioni congiunta con coloro
che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma
non professano integralmente la fede o non conservano l'unit di
comunione sotto il successore di Pietro. Ci sono infatti molti
che hanno in onore la sacra Scrittura come norma di fede e di
vita, manifestano un sincero zelo religioso, credono amorosamente
in Dio Padre onnipotente e in Cristo, figlio di Dio e salvatore,
sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con
Cristo, anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese o
comunit ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno
anche l'episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la
devozione alla vergine Madre di Dio. A questo si aggiunge la
comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi, una
certa vera unione nello Spirito Santo, poich anche in loro egli
opera con la sua virt santificante per mezzo di doni e grazie e
ha dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento del
sangue. Cos lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo
desiderio e attivit, affinch tutti, nel modo da Cristo
stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un
solo Pastore. E per ottenere questo la madre Chiesa non cessa di
pregare, sperare e operare, esortando i figli a purificarsi e
rinnovarsi perch l'immagine di Cristo risplenda pi chiara sul
volto della Chiesa.
I non cristiani e la Chiesa
16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il
Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio.
In primo luogo quel popolo al quale furono-dati i testamenti e le
promesse e dal quale Cristo  nato secondo la carne (cfr. Rm 9,4-
5), popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei
padri, perch i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr.
Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro
che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i
musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo,
adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicher gli
uomini nel giorno finale. Dio non e neppure lontano dagli altri
che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poich
egli d a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cfr At 1,7,25-
26), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr.
1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di
Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e
coll'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la
volont di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza,
possono conseguire la salvezza eterna. N la divina Provvidenza
nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono
ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio,
ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita
retta. Poich tutto ci che di buono e di vero si trova in loro 
ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il
Vangelo e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinch
abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati
dal maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato
la verit divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto
che il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo e morendo
senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale.
Perci la Chiesa per promuovere la gloria di Dio e la salute di
tutti costoro, memore del comando del Signore che dice: "
Predicate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15), mette ogni
cura nell'incoraggiare e sostenere le missioni.
Carattere missionario della Chiesa
17. Come infatti il Figlio  stato mandato dal Padre, cos ha
mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: "Andate
dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad
osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi
tutti i giorni, sino alla fine del mondo " (Mt 28,18-20). E
questo solenne comando di Cristo di annunziare la verit
salvifica, la Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne
l'adempimento sino all'ultimo confine della terra (cfr. At 1,8).
Essa fa quindi sue le parole dell'apostolo: " Guai... a me se non
predicassi! " (l Cor 9,16) e continua a mandare araldi del
Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano pienamente costituite e
continuino a loro volta l'opera di evangelizzazione.  spinta
infatti dallo Spirito Santo a cooperare perch sia compiuto il
piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio della
salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la Chiesa
dispone coloro che l'ascoltano a credere e a professare la fede,
li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavit dell'errore e
li incorpora a Cristo per crescere in lui mediante la carit
finch sia raggiunta la pienezza. Procura poi che quanto di buono
si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti
e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia
purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione
del demonio e felicit dell'uomo. Ad ogni discepolo di Cristo
incombe il dovere di disseminare, per quanto gli  possibile, la
fede. Ma se ognuno pu conferire il battesimo ai credenti, 
tuttavia ufficio del sacerdote di completare l'edificazione del
corpo col sacrificio eucaristico, adempiendo le parole dette da
Dio per mezzo del profeta: " Da dove sorge il sole fin dove
tramonta, grande  il mio Nome tra le genti e in ogni luogo si
offre al mio Nome un sacrificio e un'offerta pura ". Cos la
Chiesa unisce preghiera e lavoro, affinch il mondo intero in
tutto il suo essere sia trasformato in popolo di Dio, corpo
mistico di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e in Cristo,
centro di tutte le cose, sia reso ogni onore e gloria al Creatore
e Padre dell'universo.
                          CAPITOLO III
              COSTITUZIONE GERARCHICA DELLA CHIESA
                E IN PARTICOLARE DELL'EPISCOPATO
Proemio
18. Cristo Signore, per pascere e sempre pi accrescere il popolo
di Dio, ha stabilito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono
al bene di tutto il corpo. I ministri infatti che sono rivestiti
di sacra potest, servono i loro fratelli, perch tutti coloro
che appartengono al popolo di Dio, e perci hanno una vera
dignit cristiana, tendano liberamente e ordinatamente allo
stesso fine e arrivino alla salvezza. Questo santo Sinodo,
sull'esempio del Concilio Vaticano primo, insegna e dichiara che
Ges Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha
mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal
Padre (cfr. Gv 20,21), e ha voluto che i loro successori, cio i
vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei
secoli. Affinch poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso,
prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabil il
principio e il fondamento perpetuo e visibile dell'unit di fede
e di comunione. Questa dottrina della istituzione, della
perpetuit, del valore e della natura del sacro primato del
romano Pontefice e del suo infallibile magistero, il santo
Concilio la propone di nuovo a tutti i fedeli come oggetto certo
di fede. Di pi proseguendo nel disegno incominciato, ha
stabilito di enunciare ed esplicitare la dottrina sui vescovi,
successori degli apostoli, i quali col successore di Pietro,
vicario di Cristo e capo visibile di tutta la Chiesa, reggono la
casa del Dio vivente.
L'istituzione dei dodici
19. Il Signore Ges, dopo aver pregato il Padre, chiam a s
quelli che egli volle, e ne costitu dodici perch stessero con
lui e per mandarli a predicare il regno di Dio (cfr. Mc 3,13-19;
Mt 10,1-42); ne fece i suoi apostoli (cfr. Lc 6,13) dando loro la
forma di collegio, cio di un gruppo stabile, del quale mise a
capo Pietro, scelto di mezzo a loro (cfr. Gv 21 15-17). Li mand
prima ai figli d'Israele e poi a tutte le genti (cfr. Rm 1,16)
affinch, partecipi del suo potere, rendessero tutti i popoli
suoi discepoli, li santificassero e governassero (cfr. Mt 28,16-
20; Mc 16,15; Lc 24,45-48), diffondendo cos la Chiesa e, sotto
la guida del Signore, ne fossero i ministri e i pastori, tutti i
giorni sino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). In questa
missione furono pienamente confermati il giorno di Pentecoste
(cfr. At 2,1-36) secondo la promessa del Signore: " Riceverete
una forza, quella dello Spirito Santo che discender su di voi, e
mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la
Samaria, e sino alle estremit della terra " (At 1,8). Gli
apostoli, quindi, predicando dovunque il Vangelo (cfr. Mc 16,20),
accolto dagli uditori grazie all'azione dello Spirito Santo,
radunano la Chiesa universale che il Signore ha fondato su di
essi e edificato sul beato Pietro, loro capo, con Ges Cristo
stesso come pietra maestra angolare (cfr. Ap 21,14; Mt 16,18; Ef
2,20).
I vescovi, successori degli apostoli
20. La missione divina affidata da Cristo agli apostoli durer
fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poich il Vangelo che
essi devono predicare  per la Chiesa il principio di tutta la
sua vita in ogni tempo. Per questo gli apostoli, in questa
societ gerarchicamente ordinata, ebbero cura di istituire dei
successori.
Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero ma
perch la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro
morte, affidarono, quasi per testamento, ai loro immediati
cooperatori l'ufficio di completare e consolidare l'opera da essi
incominciata raccomandando loro di attendere a tutto il gregge
nel quale lo Spirito Santo li aveva posti a pascere la Chiesa di
Dio (cfr. At 20,28). Perci si scelsero di questi uomini e in
seguito diedero disposizione che dopo la loro morte altri uomini
subentrassero al loro posto Fra i vari ministeri che fin dai
primi tempi si esercitano nella Chiesa, secondo la testimonianza
della tradizione, tiene il primo posto l'ufficio di quelli che
costituiti nell'episcopato, per successione che decorre
ininterrotta fin dalle origini sono i sacramenti attraverso i
quali si trasmette il seme apostolico. Cos, come attesta S.
Ireneo, per mezzo di coloro che gli apostoli costituirono vescovi
e dei loro successori fino a noi, la tradizione apostolica in
tutto il mondo  manifestata e custodita .
I vescovi dunque hanno ricevuto il ministero della comunit per
esercitarlo con i loro collaboratori, sacerdoti e diaconi.
Presiedono in luogo di Dio al gregge di cui sono pastori quali
maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del
governo della Chiesa. Come quindi  permanente l'ufficio dal
Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli apostoli,
e da trasmettersi ai suoi successori, cosi  permanente l'ufficio
degli apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi in perpetuo
dal sacro ordine dei vescovi. Perci il sacro Concilio insegna
che i vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto
degli apostoli quali pastori della Chiesa, e che chi li ascolta,
ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che ha
mandato Cristo (cfr. Lc 10,16).
Sacramentalit dell'episcopato
21. Nella persona quindi dei vescovi, assistiti dai sacerdoti, 
presente in mezzo ai credenti il Signore Ges Cristo, pontefice
sommo. Pur sedendo infatti alla destra di Dio Padre, egli non
cessa di essere presente alla comunit dei suoi pontefici in
primo luogo, per mezzo dell'eccelso loro ministero, predica la
parola di Dio a tutte le genti e continuamente amministra ai
credenti i sacramenti della fede; per mezzo del loro ufficio
paterno (cfr. 1 Cor 4,15) integra nuove membra al suo corpo con
la rigenerazione soprannaturale; e infine, con la loro sapienza e
prudenza, dirige e ordina il popolo del Nuovo Testamento nella
sua peregrinazione verso l'eterna beatitudine. Questi pastori,
scelti a pascere il gregge del Signore, sono ministri di Cristo e
dispensatori dei misteri di Dio (cfr. 1 Cor 4,1). Ad essi  stata
affidata la testimonianza al Vangelo della grazia di Dio (cfr. Rm
15,16; At 20,24) e il glorioso ministero dello Spirito e della
giustizia (cfr. 2 Cor 3,8-9).
Per compiere cosi grandi uffici, gli apostoli sono stati
arricchiti da Cristo con una effusione speciale dello Spirito
Santo disceso su loro (cfr. At 1,8; 2,4; Gv 20,22-23), ed essi
stessi con la imposizione delle mani diedero questo dono
spirituale ai loro collaboratori (cfr. 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6-7),
dono che  stato trasmesso fino a noi nella consacrazione
episcopale. Il santo Concilio insegna quindi che con la
consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del
sacramento dell'ordine, quella cio che dalla consuetudine
liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene
chiamata sommo sacerdozio, realt totale del sacro ministero. La
consacrazione episcopale conferisce pure, con l'ufficio di
santificare, gli uffici di insegnare e governare; questi per,
per loro natura, non possono essere esercitati se non nella
comunione gerarchica col capo e con le membra del collegio. Dalla
tradizione infatti, quale risulta specialmente dai riti liturgici
e dall'uso della Chiesa sia d'Oriente che d'Occidente, consta
chiaramente che dall'imposizione delle mani e dalle parole della
consacrazione  conferita la grazia dello Spirito Santo ed 
impresso il sacro carattere in maniera tale che i vescovi, in
modo eminente e visibile, tengono il posto dello stesso Cristo
maestro, pastore e pontefice, e agiscono in sua vece.  proprio
dei vescovi assumere col sacramento dell'ordine nuovi eletti nel
corpo episcopale.
Il collegio dei vescovi e il suo capo
22. Come san Pietro e gli altri apostoli costituiscono, per
volont del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il
romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori
degli apostoli, sono uniti tra loro. Gi l'antichissima
disciplina, in virt della quale i vescovi di tutto il mondo
vivevano in comunione tra loro e col vescovo di Roma nel vincolo
dell'unit, della carit e della pace e parimenti la convocazione
dei Concili per decidere in comune di tutte le questioni pi
importanti mediante una decisione che l'opinione dell'insieme
permetteva di equilibrare significano il carattere e la natura
collegiale dell'ordine episcopale, che risulta manifestamente
confermata dal fatto dei Concili ecumenici tenuti lungo i secoli.
La stessa  pure suggerita dall'antico uso di convocare pi
vescovi per partecipare all elevazione del nuovo eletto al
ministero del sommo sacerdozio. Uno  costituito membro del corpo
episcopale in virt della consacrazione sacramentale e mediante
la comunione gerarchica col capo del collegio e con le sue
membra.
Il collegio o corpo episcopale non ha per autorit, se non lo si
concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale
suo capo, e senza pregiudizio per la sua potest di primato su
tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il romano Pontefice, in
forza tutta la Chiesa, ha su questa una potest piena, suprema e
universale, che pu sempre esercitare liberamente. D'altra parte,
l'ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli
nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si
perpetua il corpo apostolico,  anch'esso insieme col suo capo il
romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una
suprema e piena potest su tutta la Chiesa sebbene tale potest
non possa essere esercitata se non col consenso del romano
Pontefice. Il Signore ha posto solo Simone come pietra e
clavigero della Chiesa (cfr. Mt 16,18-19), e lo ha costituito
pastore di tutto il suo gregge (cfr. Gv 21,15 ss); ma l'ufficio
di legare e di sciogliere, che  stato dato a Pietro (cfr. Mt
16,19),  noto essere stato pure concesso al collegio degli
apostoli, congiunto col suo capo (cfr. Mt 18,18; 28,16-20).
Questo collegio, in quanto composto da molti, esprime la variet
e l'universalit del popolo di Dio; in quanto poi  raccolto
sotto un solo capo, significa l'unit del gregge di Cristo. In
esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza
del loro capo, esercitano la propria potest per il bene dei loro
fedeli, anzi di tutta la Chiesa, mente lo Spirito Santo
costantemente consolida la sua struttura organica e la sua
concordia. La suprema potest che questo collegio possiede su
tutta la Chiesa,  esercitata in modo solenne nel Concilio
ecumenico. Mai pu esserci Concilio ecumenico, che come tale non
sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro; ed 
prerogativa del romano Pontefice convocare questi Concili,
presiederli e confermarli. La stessa potest collegiale insieme
col papa pu essere esercitata dai vescovi sparsi per il mondo,
purch il capo del collegio li chiami ad agire collegialmente, o
almeno approvi o liberamente accetti l'azione congiunta dei
vescovi dispersi, cos da risultare un vero atto collegiale.
Le relazioni all'interno del collegio episcopale
23. L'unit collegiale appare anche nelle mutue relazioni dei
singoli vescovi con Chiese particolari e con la Chiesa
universale. Il romano Pontefice, quale successore di Pietro,  il
perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unit sia dei
vescovi sia della massa dei fedeli. I singoli vescovi, invece,
sono il visibile principio e fondamento di unit nelle loro
Chiese particolari queste sono formate ad immagine della Chiesa
universale, ed  in esse e a partire da esse che esiste la Chiesa
cattolica una e unica. Perci i singoli vescovi rappresentano la
propria Chiesa, e tutti insieme col Papa rappresentano la Chiesa
universale in un vincolo di pace, di amore e di unit. I singoli
vescovi, che sono preposti a Chiese particolari, esercitano il
loro pastorale governo sopra la porzione del popolo di Dio che 
stata loro affidata, non sopra le altre Chiese n sopra la Chiesa
universale. Ma in quanto membri del collegio episcopale e
legittimi successori degli apostoli, per istituzione e precetto
di Cristo sono tenuti ad avere per tutta la Chiesa una
sollecitudine che, sebbene non sia esercitata con atti di
giurisdizione, contribuisce sommamente al bene della Chiesa
universale. Tutti i vescovi, infatti, devono promuovere e
difendere l'unit della fede e la disciplina comune all'insieme
della Chiesa, formare i fedeli all'amore per tutto il corpo
mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e
di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia (cfr. Mt
5,10), e infine promuovere ogni attivit comune alla Chiesa,
specialmente nel procurare che la fede cresca e sorga per tutti
gli uomini la luce della piena verit. Del resto  certo che,
reggendo bene la propria Chiesa come una porzione della Chiesa
universale, contribuiscono essi stessi efficacemente al bene di
tutto il corpo mistico, che  pure il corpo delle Chiese.
La cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra
appartiene al corpo dei pastori, ai quali tutti, in comune,
Cristo diede il mandato, imponendo un comune dovere, come gi
papa Celestino ricordava ai Padri del Concilio Efesino. Quindi i
singoli vescovi, per quanto lo permette l'esercizio del
particolare loro dovere, sono tenuti a collaborare tra di loro e
col successore di Pietro, al quale in modo speciale fu affidato
l'altissimo ufficio di propagare il nome cristiano. Con tutte le
forze devono fornire alle missioni non solo gli operai della
messe, ma anche aiuti spirituali e materiali, sia da s
direttamente, sia suscitando la fervida cooperazione dei fedeli.
I vescovi, infine, in universale comunione di carit, offrano
volentieri il loro fraterno aiuto alle altre Chiese, specialmente
alle pi vicine e pi povere, seguendo in questo il venerando
esempio dell'antica Chiesa.
Per divina Provvidenza  avvenuto che varie Chiese, in vari
luoghi stabilite dagli apostoli e dai loro successori, durante i
secoli si sono costituite in vari raggruppamenti, organicamente
congiunti, i quali, salva restando l'unit della fede e l'unica
costituzione divina della Chiesa universale, godono di una
propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un proprio
patrimonio teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto
le antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno
generate altre a modo di figlie, colle quali restano fino ai
nostri tempi legate da un pi stretto vincolo di carit nella
vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri.
Questa variet di Chiese locali tendenti all'unit dimostra con
maggiore evidenza la cattolicit della Chiesa indivisa. In modo
simile le Conferenze episcopali possono oggi portare un
molteplice e fecondo contributo acciocch il senso di
collegialit si realizzi concretamente.
Il ministero episcopale
24. I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono dal
Signore, cui  data ogni potest in cielo e in terra, la missione
d'insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni
creatura, affinch tutti gli uomini, per mezzo della fede, del
battesimo e dell'osservanza dei comandamenti, ottengano la
salvezza (cfr. Mt 28,18-20; Mc 16,15-16; At 26,17 ss). Per
compiere questa missione, Cristo Signore promise agli apostoli lo
Spirito Santo e il giorno di Pentecoste lo mand dal cielo,
perch con la sua forza essi gli fossero testimoni fino alla
estremit della terra, davanti alle nazioni e ai popoli e ai re
(cfr. At 1,8; 2,1 ss; 9,15). L'ufficio poi che il Signore affid
ai pastori del suo popolo,  un vero servizio, che nella sacra
Scrittura  chiamato significativamente " diaconia ", cio
ministero (cfr. At 1,17 e 25; 21,19; Rm 11,13; 1 Tm 1,12).
La missione canonica dei vescovi pu essere data per mezzo delle
legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e universale
potest della Chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla stessa
autorit o da essa riconosciute, oppure direttamente dallo stesso
successore di Pietro; se questi rifiuta o nega la comunione
apostolica, i vescovi non possono essere assunti all'ufficio.
La funzione d'insegnamento dei vescovi
25. Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione
del Vangelo. I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede che
portano a Cristo nuovi discepoli; sono dottori autentici, cio
rivestiti dell'autorit di Cristo, che predicano al popolo loro
affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della
vita, la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori
dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cfr. Mt
13,52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal
loro gregge gli errori che lo minacciano (cfr. 2 Tm 4,1-4) . I
vescovi che insegnano in comunione col romano Pontefice devono
essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della
divina e cattolica verit; e i fedeli devono accettare il
giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in cose di fede e
morale, e dargli l'assenso religioso del loro spirito. Ma questo
assenso religioso della volont e della intelligenza lo si deve
in modo particolare prestare al magistero autentico del romano
Pontefice, anche quando non parla " ex cathedra ". Ci implica
che il suo supremo magistero sia accettato con riverenza, e che
con sincerit si aderisca alle sue affermazioni in conformit al
pensiero e in conformit alla volont di lui manifestatasi che si
possono dedurre in particolare dal carattere dei documenti, o
dall'insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera
di esprimersi.
Quantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della
prerogativa dell'infallibilit, quando tuttavia, anche dispersi
per il mondo, ma conservando il vincolo della comunione tra di
loro e col successore di Pietro, si accordano per insegnare
autenticamente che una dottrina concernente la fede e i costumi
si impone in maniera assoluta, allora esprimono infallibilmente
la dottrina di Cristo. La cosa  ancora pi manifesta quando,
radunati in Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori
e giudici della fede e della morale; allora bisogna aderire alle
loro definizioni con l'ossequio della fede.
Questa infallibilit, della quale il divino Redentore volle
provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della fede e
della morale, si estende tanto, quanto il deposito della divina
Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente
esposto. Di questa infallibilit il romano Pontefice, capo del
collegio dei vescovi, fruisce in virt del suo ufficio, quando,
quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli che conferma
nella fede i suoi fratelli (cfr. Lc 22,32), sancisce con atto
definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale. Perci
le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se
stesse e non in virt del consenso della Chiesa, essendo esse
pronunziate con l'assistenza dello Spirito Santo a lui promessa
nella persona di san Pietro, per cui non hanno bisogno di una
approvazione di altri, n ammettono appello alcuno ad altro
giudizio. In effetti allora il romano Pontefice pronunzia
sentenza non come persona privata, ma espone o difende la
dottrina della fede cattolica quale supremo maestro della Chiesa
universale, singolarmente insignito del carisma
dell'infallibilit della Chiesa stessa. L'infallibilit promessa
alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale quando esercita il
supremo magistero col successore di Pietro. A queste definizioni
non pu mai mancare l'assenso della Chiesa, data l'azione dello
stesso Spirito Santo che conserva e fa progredire nell'unit
della fede tutto il gregge di Cristo.
Quando poi il romano Pontefice o il corpo dei vescovi con lui
esprimono una sentenza, la emettono secondo la stessa
Rivelazione, cui tutti devono attenersi e conformarsi,
Rivelazione che  integralmente trasmessa per scritto o per
tradizione dalla legittima successione dei vescovi e specialmente
a cura dello stesso Pontefice romano, e viene nella Chiesa
gelosamente conservata e fedelmente esposta sotto la luce dello
Spirito di verit. Perch poi sia debitamente indagata ed
enunziata in modo adatto, il romano Pontefice e i vescovi nella
coscienza del loro ufficio e della gravit della cosa, prestano
la loro vigile opera usando i mezzi convenienti per non ricevono
alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito
divino della fede.
La funzione di santificazione
26. Il vescovo, insignito della pienezza del sacramento
dell'ordine,  " l'economo della grazia del supremo sacerdozio"
specialmente nell'eucaristia, che offre egli stesso o fa offrire
e della quale la Chiesa continuamente vive e cresce. Questa
Chiesa di Cristo  veramente presente nelle legittime comunit
locali di fedeli, le quali, unite ai loro pastori, sono anch'esse
chiamate Chiese nel Nuovo Testamento. Esse infatti sono, ciascuna
nel proprio territorio, il popolo nuovo chiamato da Dio nello
Spirito Santo e in una grande fiducia (cfr. 1 Ts 1,5). In esse
con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i
fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore, " affinch
per mezzo della carne e del sangue del Signore siano strettamente
uniti tutti i fratelli della comunit". In ogni comunit che
partecipa all'altare, sotto la sacra presidenza del vescovo viene
offerto il simbolo di quella carit e " unit del corpo mistico,
senza la quale non pu esserci salvezza". In queste comunit,
sebbene spesso piccole e povere e disperse,  presente Cristo,
per virt del quale si costituisce la Chiesa una, santa,
cattolica e apostolica. Infatti " la partecipazione del corpo e
del sangue di Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ci
che riceviamo ".
Ogni legittima celebrazione dell'eucaristia  diretta dal
vescovo, al quale  demandato il compito di prestare e regolare
il culto della religione cristiana alla divina Maest, secondo i
precetti del Signore e le leggi della Chiesa, dal suo particolare
giudizio ulteriormente determinante per la propria diocesi. In
questo modo i vescovi, con la preghiera e il lavoro per il
popolo, in varie forme effondono abbondantemente la pienezza
della santit di Cristo. Col ministero della parola comunicano la
forza di Dio per la salvezza dei credenti (cfr. Rm 1,16), e con i
sacramenti, dei quali con la loro autorit organizzano la
regolare e fruttuosa distribuzione santificano i fedeli. Regolano
l'amministrazione del battesimo, col quale  concesso partecipare
al regale sacerdozio di Cristo. Sono i ministri originari della
confermazione, dispensatori degli ordini sacri e moderatori della
disciplina penitenziale, e con sollecitudine esortano e
istruiscono le loro popolazioni, affinch nella liturgia e
specialmente nel santo sacrificio della messa compiano la loro
parte con fede e devozione. Devono, infine, coll'esempio della
loro vita aiutare quelli a cui presiedono, serbando i loro
costumi immuni da ogni male, e per quanto possono, con l'aiuto di
Dio mutandoli in bene, onde possano, insieme col gregge loro
affidato, giungere alla vita eterna.
La funzione di governo
27. I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate come
vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione,
l'esempio, ma anche con l'autorit e la sacra potest, della
quale per non si servono se non per edificare il proprio gregge
nella verit e nella santit, ricordandosi che chi  pi grande
si deve fare come il pi piccolo, e chi  il capo, come chi serve
(cfr. Lc 22,26-27). Questa potest, che personalmente esercitano
in nome di Cristo,  propria, ordinaria e immediata, quantunque
il suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema
autorit della Chiesa e, entro certi limiti, in vista
dell'utilit della Chiesa o dei fedeli, possa essere ristretto.
In virt di questa potest i vescovi hanno il sacro diritto e
davanti al Signore il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di
giudicare e di regolare tutto quanto appartiene al culto e
all'apostolato.
Ad essi  pienamente affidato l'ufficio pastorale ossia
l'abituale e quotidiana cura del loro gregge; n devono essere
considerati vicari dei romani Pontefici, perch sono rivestiti di
autorit propria e con tutta verit sono detti " sovrintendenti
delle popolazioni " che governano. La loro potest quindi non 
annullata dalla potest suprema e universale, ma anzi  da essa
affermata, corroborata e rivendicata, poich  lo Spirito Santo
che conserva invariata la forma di governo da Cristo Signore
stabilita nella sua Chiesa.
Il vescovo, mandato dal padre di famiglia a governare la sua
famiglia, tenga innanzi agli occhi l'esempio del buon Pastore,
che  venuto non per essere servito ma per servire (cfr. Mt
20,28; Mc 10,45) e dare la sua vita per le pecore (cfr. Gv
10,11). Preso di mezzo agli uomini e soggetto a debolezza, pu
benignamente compatire gli ignoranti o gli sviati (cfr. Eb 5,1-
2). Non rifugga dall'ascoltare quelli che dipendono da lui,
curandoli come veri figli suoi ed esortandoli a cooperare
alacremente con lui. Dovendo render conto a Dio delle loro anime
(cfr. Eb 13,17), abbia cura di loro con la preghiera, la
predicazione e ogni opera di carit; la sua sollecitudine si
estenda anche a quelli che non fanno ancor parte dell'unico
gregge e li consideri come affidatigli dal Signore. Essendo egli,
come l'apostolo Paolo, debitore a tutti, sia pronto ad annunziare
il Vangelo a tutti (cfr. Rrn 1,14-15) e ad esortare i suoi fedeli
all'attivit apostolica e missionaria. I fedeli poi devono
aderire al vescovo come la Chiesa a Ges Cristo e come Ges
Cristo al Padre, affinch tutte le cose siano concordi e unite 61
e siano feconde per la gloria di Dio (cfr. 2 Cor 4,15).
I sacerdoti e i loro rapporti con Cristo, con i vescovi, con i
confratelli e con il popolo cristiano
28. Cristo, santificato e mandato nel mondo dal Padre (cfr. Gv
10,36), per mezzo degli apostoli ha reso partecipi della sua
consacrazione e della sua missione i loro successori, cio i
vescovi a loro volta i vescovi hanno legittimamente affidato a
vari membri della Chiesa, in vario grado, l'ufficio del loro
ministero. Cos il ministero ecclesiastico di istituzione divina
viene esercitato in diversi ordini, da quelli che gi anticamente
sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi. I presbiteri, pur non
possedendo l'apice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi
nell'esercizio della loro potest, sono tuttavia a loro congiunti
nella dignit sacerdotale e in virt del sacramento dell'ordine
ad immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote (cfr. Eb 5,1-10;
7,24; 9,11-28), sono consacrati per predicare il Vangelo, essere
i pastori fedeli e celebrare il culto divino, quali veri
sacerdoti del Nuovo Testamento. Partecipi, nel loro grado di
ministero, dell'ufficio dell'unico mediatore, che  il Cristo
(cfr. 1 Tm 2,5) annunziano a tutti la parola di Dio. Esercitano
il loro sacro ministero soprattutto nel culto eucaristico o
sinassi, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo
mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro
capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano
fino alla venuta del Signore (cfr. 1 Cor 11,26), l'unico
sacrificio del Nuovo Testamento, quello cio di Cristo, il quale
una volta per tutte offr se stesso al Padre quale vittima
immacolata (cfr. Eb 9,11-28). Esercitano inoltre il ministero
della riconciliazione e del conforto a favore dei fedeli
penitenti o ammalati e portano a Dio Padre le necessit e le
preghiere dei fedeli (cfr. Eb 5,1-4). Esercitando, secondo la
loro parte di autorit, l'ufficio di Cristo, pastore e capo,
raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati
da un solo spirito, per mezzo di Cristo nello Spirito li portano
al Padre e in mezzo al loro gregge lo adorano in spirito e verit
(cfr. Gv 4,24). Si affaticano inoltre nella predicazione e
nell'insegnamento (cfr. 1 Tm 5,17), credendo ci che hanno letto
e meditato nella legge del Signore, insegnando ci che credono,
vivendo ci che insegnano.
I sacerdoti, saggi collaboratori dell'ordine episcopale e suo
aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio,
costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio sebbene
destinato a uffici diversi. Nelle singole comunit locali di
fedeli rendono in certo modo presente il vescovo, cui sono uniti
con cuore confidente e generoso, ne assumono secondo il loro
grado, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con
dedizione quotidiana. Essi, sotto l'autorit del vescovo,
santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro
affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e
portano un grande contributo all'edificazione di tutto il corpo
mistico di Cristo (cfr. Ef 4,12). Sempre intenti al bene dei
figli di Dio, devono mettere il loro zelo nel contribuire al
lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi di tutta la Chiesa. In
ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro
apostolico del vescovo, i sacerdoti riconoscano in lui il loro
padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo, poi,
consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori, come figli e amici
cos come il Cristo chiama i suoi discepoli non servi, ma amici
(cfr. Gv 15,15). Per ragione quindi dell'ordine e del ministero,
tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi, sono associati al
corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono
al bene di tutta la Chiesa.
In virt della comunit di ordinazione e missione tutti i
sacerdoti sono fra loro legati da un'intima fraternit, che deve
spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto,
spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni e
nella comunione di vita, di lavoro e di carit.
Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno
spiritualmente generato col battesimo e l'insegnamento (cfr. 1
Cor 4,15; 1 Pt 1,23). Divenuti spontaneamente modelli del gregge
(cfr. 1 Pt 5,3) presiedano e servano la loro comunit locale, in
modo che questa possa degnamente esser chiamata col nome di cui 
insignito l'unico popolo di Dio nella sua totalit, cio Chiesa
di Dio (cfr. 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1). Si ricordino che devono, con
la loro quotidiana condotta e con la loro sollecitudine,
presentare ai fedeli e infedeli, cattolici e non cattolici,
l'immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e
rendere a tutti la testimonianza della verit e della vita; e
come buoni pastori ricercare anche quelli (cfr. Lc 15,4-7) che,
sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la
pratica dei sacramenti o persino la fede.
Siccome oggigiorno l'umanit va sempre pi organizzandosi in una
unit civile, economica e sociale, tanto pi bisogna che i
sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro sotto la
guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni causa di
dispersione, affinch tutto il genere umano sia ricondotto
all'unit della famiglia di Dio.
I diaconi
29. In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai
quali sono imposte le mani " non per il sacerdozio, ma per il
servizio ". Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella "
diaconia " della liturgia, della predicazione e della carit
servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e con il suo
presbiterio.  ufficio del diacono, secondo le disposizioni della
competente autorit, amministrare solennemente il battesimo,
conservare e distribuire l'eucaristia, assistere e benedire il
matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi,
leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il
popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli,
amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla
sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carit e di
assistenza, i diaconi si ricordino del monito di S. Policarpo: "
Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verit del
Signore, il quale si  fatto servo di tutti ".
E siccome questi uffici, sommamente necessari alla vita della
Chiesa, nella disciplina oggi vigente della Chiesa latina in
molte regioni difficilmente possono essere esercitati, il
diaconato potr in futuro essere ristabilito come proprio e
permanente grado della gerarchia. Spetter poi alla competenza
dei raggruppamenti territoriali dei vescovi, nelle loro diverse
forme, di decidere, con l'approvazione dello stesso sommo
Pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano
istituiti per la cura delle anime. Col consenso del romano
Pontefice questo diaconato potr essere conferito a uomini di et
matura anche viventi nel matrimonio, e cos pure a dei giovani
idonei, per i quali per deve rimanere ferma la legge del
celibato.
                           CAPITOLO IV
                             I LAICI
I laici nella Chiesa
30. Il santo Concilio, dopo aver illustrati gli uffici della
gerarchia, con piacere rivolge il pensiero allo stato di quei
fedeli che si chiamano laici. Sebbene quanto fu detto del popolo
di Dio sia ugualmente diretto ai laici, ai religiosi e al clero,
ai laici tuttavia, sia uomini che donne, per la loro condizione e
missione, appartengono in particolare alcune cose, i fondamenti
delle quali, a motivo delle speciali circostanze del nostro
tempo, devono essere pi accuratamente ponderati. I sacri
pastori, infatti, sanno benissimo quanto i laici contribuiscano
al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti
da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione
salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso
ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei
confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi
propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente
cooperino, nella loro misura, al bene comune. Bisogna infatti che
tutti " mediante la pratica di una carit sincera, cresciamo in
ogni modo verso colui che  il capo, Cristo; da lui tutto il
corpo, ben connesso e solidamente collegato, attraverso tutte le
giunture di comunicazione, secondo l'attivit proporzionata a
ciascun membro, opera il suo accrescimento e si va edificando
nella carit" (Ef 4,15-16).
Natura e missione dei laici
31. Col nome di laici si intende qui l'insieme dei cristiani ad
esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso
sancito nella Chiesa, i fedeli cio, che, dopo essere stati
incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e,
nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale,
profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella
Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo
cristiano.
Il carattere secolare  proprio e peculiare dei laici. Infatti, i
membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati
nelle cose del secolo, anche esercitando una professione
secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati
principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i
religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio
che il mondo non pu essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo
spirito delle beatitudini. Per loro vocazione  proprio dei laici
cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole
secondo Dio. Vivono nel secolo, cio implicati in tutti i diversi
doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita
familiare e sociale, di cui la loro esistenza  come intessuta.
Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo
di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio
ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo
a manifestare Cristo agli altri principalmente con la
testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro
fede, della loro speranza e carit. A loro quindi particolarmente
spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle
quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e
crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al
Creatore e Redentore.
Dignit dei laici nel popolo di Dio
32. La santa Chiesa , per divina istituzione, organizzata e
diretta con mirabile variet. "A quel modo, infatti, che in uno-
stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le
stessa funzione, cos tutti insieme formiamo un solo corpo in
Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri " (Rm
12,4-5).
Non c' quindi che un popolo di Dio scelto da lui: " un solo
Signore, una sola fede, un solo battesimo " (Ef 4,5); comune  la
dignit dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la
grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione;
non c' che una sola salvezza, una sola speranza e una carit
senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella
Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione
sociale o al sesso, poich " non c' n Giudeo n Gentile, non
c' n schiavo n libero, non c' n uomo n donna: tutti voi
siete uno in Cristo Ges" (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via,
tutti per sono chiamati alla santit e hanno ricevuto a titolo
uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2 Pt
1,1). Quantunque alcuni per volont di Cristo siano costituiti
dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri,
tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla
dignit e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il
corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i
sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in s
unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro
da una comunit di rapporto: che i pastori della Chiesa
sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni degli altri e a
servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano
volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai maestri. Cos,
nella diversit stessa, tutti danno testimonianza della mirabile
unit nel corpo di Cristo: poich la stessa diversit di grazie,
di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di
Dio, dato che " tutte queste cose opera... un unico e medesimo
Spirito" (1 Cor 12,11).
I laici quindi, come per benevolenza divina hanno per fratello
Cristo, il quale, pur essendo Signore di tutte le cose, non 
venuto per essere servito, ma per servire (cfr. Mt 20,28), cos
anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero,
insegnando e santificando e reggendo per autorit di Cristo,
svolgono presso la famiglia di Dio l'ufficio di pastori, in modo
che sia da tutti adempito il nuovo precetto della carit. A
questo proposito dice molto bene sant'Agostino: " Se mi spaventa
l'essere per voi, mi rassicura l'essere con voi. Perch per voi
sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello  nome di ufficio,
questo di grazia; quello  nome di pericolo, questo di salvezza
".
L'apostolato dei laici
33. I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti nell'unico
corpo di Cristo sotto un solo capo, sono chiamati chiunque essi
siano, a contribuire come membra vive, con tutte le forze
ricevute dalla bont del Creatore e dalla grazia del Redentore,
all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente.
L'apostolato dei laici  quindi partecipazione alla missione
salvifica stessa della Chiesa; a questo apostolato sono tutti
destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della
confermazione. Dai sacramenti poi, e specialmente dalla sacra
eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carit verso Dio
e gli uomini che  l'anima di tutto l'apostolato. Ma i laici sono
soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in
quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non pu
diventare sale della terra se non per loro mezzo. Cos ogni
laico, in virt dei doni che gli sono stati fatti,  testimonio e
insieme vivo strumento della stessa missione della Chiesa "
secondo la misura del dono del Cristo " (Ef 4,7).
Oltre a questo apostolato, che spetta a tutti i fedeli senza
eccezione, i laici possono anche essere chiamati in diversi modi
a collaborare pi immediatamente con l'apostolato della gerarchia
a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l'apostolo
Paolo nell'evangelizzazione, faticando molto per il Signore (cfr.
Fil 4,3; Rm 16,3 ss). Hanno inoltre la capacit per essere
assunti dalla gerarchia ad esercitare, per un fine spirituale,
alcuni uffici ecclesiastici.
Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare,
perch il disegno divino di salvezza raggiunga ogni giorno pi
tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Sia perci
loro aperta qualunque via affinch, secondo le loro forze e le
necessit dei tempi, anch'essi attivamente partecipino all'opera
salvifica della Chiesa.
Partecipazione dei laici al sacerdozio comune
34. Il sommo ed eterno sacerdote Ges Cristo, volendo continuare
la sua testimonianza e il suo ministero anche attraverso i laici,
li vivifica col suo Spirito e incessantemente li spinge ad ogni
opera buona e perfetta.
A coloro infatti che intimamente congiunge alla sua vita e alla
sua missione, concede anche di aver parte al suo ufficio
sacerdotale per esercitare un culto spirituale, in vista della
glorificazione di Dio e della salvezza degli uomini. Perci i
laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito
Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti per produrre
frutti dello Spirito sempre pi abbondanti. Tutte infatti le loro
attivit, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e
familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e
corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie
della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte
spirituali gradite a Dio attraverso Ges Cristo (cfr. 1 Pt 2,5);
nella celebrazione dell'eucaristia sono in tutta piet presentate
al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore. Cos anche
i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti,
consacrano a Dio il mondo stesso.
Partecipazione dei laici alla funzione profetica del Cristo
35. Cristo, il grande profeta, il quale con la testimonianza
della sua vita e con la potenza della sua parola ha proclamato il
regno del Padre, adempie il suo ufficio profetico fino alla piena
manifestazione della gloria, non solo per mezzo della gerarchia,
che insegna in nome e con la potest di lui, ma anche per mezzo
dei laici, che perci costituisce suoi testimoni provvedendoli
del senso della fede e della grazia della parola (cfr. At 2,17-
18; Ap 19,10), perch la forza del Vangelo risplenda nella vita
quotidiana, familiare e sociale. Essi si mostrano figli della
promessa quando, forti nella fede e nella speranza, mettono a
profitto il tempo presente (cfr. Ef 5,16; Col 4,5) e con pazienza
aspettano la gloria futura (cfr. Rm 8,25). E questa speranza non
devono nasconderla nel segreto del loro cuore, ma con una
continua conversione e lotta "contro i dominatori di questo mondo
tenebroso e contro gli spiriti maligni" (Ef 6,12), devono
esprimerla anche attraverso le strutture della vita secolare.
Come i sacramenti della nuova legge, alimento della vita e
dell'apostolato dei fedeli, prefigurano un cielo nuovo e una
nuova terra (cfr. Ap 21,1), cos i laici diventano araldi
efficaci della fede in ci che si spera (cfr. Eb 11,1), se senza
incertezze congiungono a una vita di fede la professione di
questa stessa fede. Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo
fatto con la testimonianza della vita e con la parola acquista
una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto
che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo.
In questo ordine di funzioni appare di grande valore quello stato
di vita che  santificato da uno speciale sacramento: la vita
matrimoniale e familiare. L'esercizio e scuola per eccellenza di
apostolato dei laici si ha l dove la religione cristiana permea
tutta l'organizzazione della vita e ogni giorno pi la trasforma.
L i coniugi hanno la propria vocazione: essere l'uno all'altro e
ai figli testimoni della fede e dell'amore di Cristo. La famiglia
cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virt
presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata. Cos,
col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di
peccato e illumina quelli che cercano la verit.
I laici quindi, anche quando sono occupati in cure temporali,
possono e devono esercitare una preziosa azione per
l'evangelizzazione del mondo. Alcuni di loro, in mancanza di
sacri ministri o essendo questi impediti in regime di
persecuzione, suppliscono alcuni uffici sacri secondo le proprie
possibilit; altri, pi numerosi, spendono tutte le loro forze
nel lavoro apostolico: bisogna tuttavia che tutti cooperino all
estensione e al progresso del regno di Cristo nel mondo. Perci i
laici si applichino con diligenza all approfondimento della
verit rivelata e domandino insistentemente a Dio il dono della
sapienza.
Partecipazione dei laici al servizio regale
36. Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perci esaltato
dal Padre (cfr. Fil 2,8-9),  entrato nella gloria del suo regno;
a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta
al Padre se stesso e tutte le creature, affinch Dio sia tutto in
tutti (cfr. 1 Cor 15,27-28). Questa potest egli l'ha comunicata
ai discepoli, perch anch'essi siano costituiti nella libert
regale e con l'abnegazione di s e la vita santa vincano in se
stessi il regno del peccato anzi, servendo il Cristo anche negli
altri, con umilt e pazienza conducano i loro fratelli al Re,
servire i1 quale  regnare. Il Signore infatti desidera estendere
il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici: i1 suo regno che 
regno " di verit e di vita, regno di santit e di grazia, regno
di giustizia, di amore e di pace " e in questo regno anche le
stesse creature saranno liberate dalla schiavit della corruzione
per partecipare alla gloriosa libert dei figli di Dio (cfr. Rm
8,21). Grande veramente  la promessa, grande il comandamento
dato ai discepoli: " Tutto  vostro, ma voi siete di Cristo, e
Cristo  di Dio " (1 Cor 3,23).
I fedeli perci devono riconoscere la natura profonda di tutta la
creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e
aiutarsi a vicenda a una vita pi santa anche con opere
propriamente secolari, affinch il mondo si impregni dello
spirito di Cristo e raggiunga pi efficacemente il suo fine nella
giustizia, nella carit e nella pace. Nel compimento universale
di questo ufficio, i laici hanno il posto di primo piano. Con la
loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro
attivit, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino
efficacemente l'opera loro, affinch i beni creati, secondo i
fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire
dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per
l'utilit di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro
pi convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura,
portino al progresso universale nella libert umana e cristiana.
Cos Cristo per mezzo dei membri della Chiesa illuminer sempre
di pi l'intera societ umana con la sua luce che salva.
Inoltre i laici, anche consociando le forze, risanino le
istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che
provocano al peccato, cos che tutte siano rese conformi alle
norme della giustizia e, anzich ostacolare, favoriscano
l'esercizio delle virt. Cos agendo impregneranno di valore
morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del
mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della
parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono pi
larghe, per permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo.
Per l'economia stessa della salvezza imparino i fedeli a ben
distinguere tra i diritti e i doveri, che loro incombono in
quanto membri della Chiesa, e quelli che competono loro in quanto
membri della societ umana. cerchino di metterli in armonia fra
loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere
guidati dalla coscienza cristiana, poich nessuna attivit umana,
neanche nelle cose temporali, pu essere sottratta al comando di
Dio. Nel nostro tempo  sommamente necessario che questa
distinzione e questa armonia risplendano nel modo pi chiaro
possibile nella maniera di agire dei fedeli, affinch la missione
della Chiesa possa pi pienamente rispondere alle particolari
condizioni del mondo moderno. Come infatti si deve riconoscere
che la citt terrena, legittimamente dedicata alle cure secolari,
 retta da propri principi, cos a ragione  rigettata 1 infausta
dottrina che pretende di costruire la societ senza alcuna
considerazione per la religione e impugna ed elimina la libert
religiosa dei cittadini.
I laici e la gerarchia
37. I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere
abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa,
soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti; ad
essi quindi manifestino le loro necessit e i loro desideri con
quella libert e fiducia che si addice ai figli di Dio e ai
fratelli in Cristo. Secondo la scienza, competenza e prestigio di
cui godono, hanno la facolt, anzi talora anche il dovere, di far
conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della
Chiesa. Se occorre, lo facciano attraverso gli organi stabiliti a
questo scopo dalla Chiesa, e sempre con verit, fortezza e
prudenza, con rispetto e carit verso coloro che, per ragione del
loro sacro ufficio, rappresentano Cristo. I laici, come tutti i
fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ci che i
pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del
loro magistero e della loro autorit nella Chiesa, seguendo in
ci l'esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla
morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libert dei
figli di Dio. N tralascino di raccomandare a Dio con le
preghiere i loro superiori, affinch, dovendo questi vegliare
sopra le nostre anime come persone che ne dovranno rendere conto,
lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13,17).
I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignit e
la responsabilit dei laici nella Chiesa; si servano volentieri
del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli
uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libert e margine
di azione, anzi li incoraggino perch intraprendano delle opere
anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con
paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i
desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano
quella giusta libert, che a tutti compete nella citt terrestre.
Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono
attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si
afferma nei laici il senso della propria responsabilit, ne 
favorito lo slancio e le loro forze pi facilmente vengono
associate all'opera dei pastori. E questi, aiutati
dall'esperienza dei laici, possono giudicare con pi chiarezza e
opportunit sia in cose spirituali che temporali; e cos tutta la
Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore
efficacia la sua missione per la vita del mondo.
Conclusione
38. Ogni laico deve essere davanti al mondo un testimone della
risurrezione e della vita del Signore Ges e un segno del Dio
vivo. Tutti insieme, e ognuno per la sua parte, devono nutrire il
mondo con i frutti spirituali (cfr. Gal 5,22) e in esso
diffondere lo spirito che anima i poveri, miti e pacifici, che il
Signore nel Vangelo proclam beati (cfr. Mt 5,3-9). In una
parola: " ci che l'anima  nel corpo, questo siano i cristiani
nel mondo ".
                           CAPITOLO V
         UNIVERSALE VOCAZIONE ALLA SANTIT NELLA CHIESA
La santit nella Chiesa
39. La Chiesa, il cui mistero  esposto dal sacro Concilio, 
agli occhi della fede indefettibilmente santa. Infatti Cristo,
Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito  proclamato " il
solo Santo ", am la Chiesa come sua sposa e diede se stesso per
essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l'ha unita a s
come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per
la gloria di Dio. Perci tutti nella Chiesa, sia che appartengano
alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla
santit, secondo le parole dell'Apostolo: " S, ci che Dio vuole
 la vostra santificazione " (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). Orbene,
questa santit della Chiesa costantemente si manifesta e si deve
manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei
fedeli; si esprime in varie forme in ciascuno di quelli che
tendono alla carit perfetta nella linea propria di vita ed
edificano gli altri; e in un modo tutto suo proprio si manifesta
nella pratica dei consigli che si sogliono chiamare evangelici.
Questa pratica dei consigli, abbracciata da molti cristiani per
impulso dello Spirito Santo, sia a titolo privato, sia in una
condizione o stato sanciti nella Chiesa, porta e deve portare nel
mondo una luminosa testimonianza e un esempio di questa santit.
Vocazione universale alla santit
40. Il Signore Ges, maestro e modello divino di ogni perfezione,
a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione
ha predicato quella santit di vita, di cui egli stesso  autore
e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come  perfetto il
vostro Padre celeste" (Mt 5,48). Mand infatti a tutti lo Spirito
Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore,
con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr Mc
12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv
13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo
delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia,
giustificati in Ges nostro Signore, nel battesimo della fede
sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della
natura divina, e perci realmente santi. Essi quindi devono, con
l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la
santit che hanno ricevuto. Li ammonisce l'Apostolo che vivano "
come si conviene a santi " (Ef 5,3), si rivestano "come si
conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di
misericordia, di bont, di umilt, di dolcezza e di pazienza "
(Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro
santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22). E poich tutti
commettiamo molti sbagli (cfr. Gc 3,2), abbiamo continuamente
bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare:
" Rimetti a noi i nostri debiti " (Mt 6,12).
 dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel
Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza
della vita cristiana e alla perfezione della carit e che tale
santit promuove nella stessa societ terrena un tenore di vita
pi umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le
forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle,
affinch, seguendo l'esempio di lui e diventati conformi alla sua
immagine, in tutto obbedienti alla volont del Padre, con piena
generosit si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del
prossimo. Cos la santit del popolo di Dio crescer in frutti
abbondanti, come  splendidamente dimostrato nella storia della
Chiesa dalla vita di tanti santi.
Esercizio multiforme della santit
41. Nei vari generi di vita e nei vari compiti una unica santit
 coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e,
obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verit Dio
Padre, camminano al seguito del Cristo povero, umile e carico
della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria.
Ognuno secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare
per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera
per mezzo della carit. In primo luogo i pastori del gregge di
Cristo devono, a immagine del sommo ed eterno sacerdote, pastore
e vescovo delle anime nostre, compiere con santit e slancio,
umilt e forza il proprio ministero: esso, cos adempiuto, sar
anche per loro un eccellente mezzo di santificazione. Chiamati
per ricevere la pienezza del sacerdozio,  loro data la grazia
sacramentale affinch, mediante la preghiera, il sacrificio e la
predicazione, mediante ogni forma di cura e di servizio
episcopale, esercitino un perfetto ufficio di carit pastorale
non temano di dare la propria vita per le pecorelle e, fattisi
modello del gregge (cfr. 1 Pt 5,3), aiutino infine con l'esempio
la Chiesa ad avanzare verso una santit ogni giorno pi grande.
I sacerdoti, a somiglianza dell'ordine dei vescovi, dei quali
formano la corona spirituale partecipando alla grazia
dell'ufficio di quelli per mezzo di Cristo, eterno ed unico
mediatore, mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio
crescano nell'amore di Dio e del prossimo, conservino il vincolo
della comunione sacerdotale, abbondino in ogni bene spirituale e
diano a tutti la viva testimonianza di Dio emuli di quei
sacerdoti che nel corso dei secoli, in un servizio spesso umile e
nascosto, hanno lasciato uno splendido esempio di santit. La
loro lode risuona nella Chiesa di Dio. Pregando e offrendo il
sacrificio, com' loro dovere, per il loro popolo e per tutto il
popolo di Dio, cosciente di ci che fanno e confermandosi ai
misteri che compiono anzich essere ostacolati dalle cure
apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, ascendano
piuttosto per mezzo d esse ad una maggiore santit, nutrendo e
dando slancio con l'abbondanza della contemplazione alla propria
attivit, per il conforto di tutta la Chiesa di Dio. Tutti i
sacerdoti e specialmente quelli che, a titolo particolare della
loro ordinazione, portano il nome di sacerdoti diocesani,
ricordino quanto contribuiscano alla loro santificazione la
fedele unione e la generosa cooperazione col loro vescovo.
Alla missione e alla grazia del supremo Sacerdote partecipano in
modo proprio anche i ministri di ordine inferiore; e prima di
tutto i diaconi, i quali, servendo i misteri di Dio e della
Chiesa devono mantenersi puri da ogni vizio, piacere a Dio e
studiarsi di fare ogni genere di opere buone davanti agli uomini
(cfr. 1 Tm 3,8-10; e 12-13). I chierici che, chiamati dal Signore
e separati per aver parte con lui, sotto la vigilanza dei pastori
si preparano alle funzioni di sacri ministri, sono tenuti a
conformare le loro menti e i loro cuori a una cos eccelsa
vocazione; assidui nell'orazione, ferventi nella carit, intenti
a quanto  vero, giusto e onorevole, facendo tutto per la gloria
e l'onore di Dio. A questi bisogna aggiungere quei laici scelti
da Dio, i quali sono chiamati dal vescovo, perch si diano pi
completamente alle opere apostoliche, e nel campo del Signore
lavorano con molto frutto.
I coniugi e i genitori cristiani, seguendo la loro propria via,
devono sostenersi a vicenda nella fedelt dell'amore con l'aiuto
della grazia per tutta la vita, e istruire nella dottrina
cristiana e nelle virt evangeliche la prole, che hanno
amorosamente accettata da Dio. Cos infatti offrono a tutti
l'esempio di un amore instancabile e generoso, edificando la
carit fraterna e diventano testimoni e cooperatori della
fecondit della madre Chiesa, in segno e partecipazione di
quell'amore, col quale Cristo am la sua sposa e si  dato per
lei. Un simile esempio  offerto in altro modo dalle persone
vedove e celibatarie, le quali pure possono contribuire non poco
alla santit e alla operosit della Chiesa. Quelli poi che sono
dediti a lavori spesso faticosi, devono con le opere umane
perfezionare se stessi, aiutare i concittadini e far progredire
tutta la societ e la creazione verso uno stato migliore; devono
infine, con carit operosa, imitare Cristo, le cui mani si
esercitarono in lavori manuali e il quale sempre opera col Padre
alla salvezza di tutti, in ci animati da una gioiosa speranza,
aiutandosi gli uni gli altri a portare i propri fardelli,
ascendendo mediante il lavoro quotidiano a una santit sempre pi
alta, santit che sar anche apostolica.
Sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo sofferente
per la salute del mondo quelli che sono oppressi dalla povert,
dalla infermit, dalla malattia e dalle varie tribolazioni, o
soffrono persecuzioni per la giustizia: il Signore nel Vangelo li
ha proclamati beati, e " il Dio... di ogni grazia, che ci ha
chiamati all'eterna sua gloria in Cristo Ges, dopo un po' di
patire, li condurr egli stesso a perfezione e li render stabili
e sicuri" (1 Pt 5,10).
Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno pi
santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono
quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le
ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la
volont divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio
temporale, la carit con la quale Dio ha amato il mondo.
Vie e mezzi di santit
42. " Dio  amore e chi rimane nell'amore, rimane in Dio e Dio in
lui " (1 Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori
per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5);
perci il dono primo e pi necessario  la carit, con la quale
amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma
perch la carit, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele
deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l'aiuto della
sua grazia compiere con le opere la sua volont, partecipare
frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'eucaristia, e alle
azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera,
all'abnegazione di se stesso, all'attivo servizio dei fratelli e
all'esercizio di tutte le virt. La carit infatti, quale vincolo
della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm
13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, d loro forma e
li conduce al loro fine. Perci il vero discepolo di Cristo 
contrassegnato dalla carit verso Dio e verso il prossimo.
Avendo Ges, Figlio di Dio, manifestato la sua carit dando per
noi la vita, nessuno ha pi grande amore di colui che d la vita
per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Gi fin dai
primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri
lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d'amore
davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori.
Perci il martirio, col quale il discepolo  reso simile al suo
maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo,
e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, 
stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carit.
Ch se a pochi  concesso, tutti per devono essere pronti a
confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via
della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla
Chiesa.
Parimenti la santit della Chiesa  favorita in modo speciale dai
molteplici consigli che il Signore nel Vangelo propone
all'osservanza dei suoi discepoli. Tra essi eccelle il prezioso
dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr, Mt
19,11; 1 Cor 7,7), di consacrarsi, pi facilmente e senza
divisione del cuore (cfr. 1 Cor 7,7), a Dio solo nella verginit
o nel celibato. Questa perfetta continenza per il regno dei cieli
 sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, quale
segno e stimolo della carit e speciale sorgente di fecondit
spirituale nel mondo.
La Chiesa ripensa anche al monito dell'Apostolo, il quale
incitando i fede]i alla carit, ]i esorta ad avere in s gli
stessi sentimenti che furono in Cristo Ges, il quale " spogli
se stesso, prendendo la natura di un servo... facendosi
obbediente fino alla morte " (Fil 2,7-8), e per noi "da ricco che
era si fece povero " (2 Cor 8,9). L'imitazione e la testimonianza
di questa carit e umilt del Cristo si impongono ai discepoli in
permanenza; per questo la Chiesa, nostra madre, si rallegra di
trovare nel suo seno molti uomini e donne che seguono pi da
vicino questo annientamento del Salvatore e pi chiaramente lo
mostrano, abbracciando, nella libert dei figli di Dio, la
povert e rinunziando alla propria volont: essi cio per amore
di Dio, in ci che riguarda la perfezione, si sottomettono a una
creatura umana al di l della stretta misura del precetto, al
fine di conformarsi pi pienamente a Cristo obbediente.
Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a
perseguire la santit e la perfezione del proprio stato. Perci
tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri affetti,
affinch dall'uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento
alle ricchezze contrario allo spirito della povert evangelica
non siano impediti di tendere alla carit perfetta; ammonisce
infatti l'Apostolo: Quelli che usano di questo mondo, non vi ci
si arrestino, perch passa la scena di questo mondo (cfr. 1 Cor
7,31 gr.).
                           CAPITOLO VI
                           I RELIGIOSI
I consigli evangelici nella Chiesa
43. I consigli evangelici della castit consacrata a Dio, della
povert e dell'obbedienza, essendo fondati sulle parole e sugli
esempi del Signore e raccomandati dagli apostoli, dai Padri e dai
dottori e pastori della Chiesa, sono un dono divino che la Chiesa
ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva.
La stessa autorit della Chiesa, sotto la guida dello Spirito
Santo, si  data cura di interpretarli, di regolarne la pratica e
anche di stabilire sulla loro base delle forme stabili di vita.
Avvenne quindi che, come un albero che si ramifica in modi
mirabili e molteplici nel campo del Signore a partire da un germe
seminato da Dio, si sviluppassero varie forme di vita solitaria o
comune e varie famiglie, il cui capitale spirituale contribuisce
al bene sia dei membri di quelle famiglie, sia di tutto il corpo
di Cristo. Quelle famiglie infatti forniscono ai loro membri gli
aiuti di una maggiore stabilit nella loro forma di vita, di una
dottrina provata per il conseguimento della perfezione, della
comunione fraterna nella milizia di Cristo, di una libert
corroborata dall'obbedienza, cos che possano adempiere con
sicurezza e custodire con fedelt la loro professione religiosa,
avanzando nella gioia spirituale sul cammino della carit.
Un simile stato, se si riguardi la divina e gerarchica
costituzione della Chiesa, non  intermedio tra la condizione
clericale e laicale, ma da entrambe le parti alcuni fedeli sono
chiamati da Dio a fruire di questo speciale dono nella vita della
Chiesa e ad aiutare, ciascuno a suo modo, la sua missione
salvifica.
Natura e importanza dello stato religioso
44. Con i voti o altri impegni sacri simili ai voti secondo il
modo loro proprio, il fedele si obbliga all'osservanza dei tre
predetti consigli evangelici; egli si dona totalmente a Dio amato
al di sopra di tutto, cos da essere con nuovo e speciale titolo
destinato al servizio e all'onore di Dio. Gi col battesimo 
morto al peccato e consacrato a Dio; ma per poter raccogliere in
pi grande abbondanza i frutti della grazia battesimale, con la
professione dei consigli evangelici nella Chiesa intende
liberarsi dagli impedimenti che potrebbero distoglierlo dal
fervore della carit e dalla perfezione del culto divino, e si
consacra pi intimamente al servizio di Dio. La consacrazione poi
sar pi perfetta, in quanto legami pi solidi e stabili
riproducono di pi l'immagine del Cristo unito alla Chiesa sua
sposa da un legame indissolubile.
Siccome quindi i consigli evangelici, per mezzo della carit alla
quale conducono congiungono in modo speciale coloro che li
praticano alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale
deve pure essere consacrata al bene di tutta la Chiesa. Di qui
deriva il dovere di lavorare, secondo le forze e la forma della
propria vocazione, sia con la preghiera, sia anche con l'attivit
effettiva, a radicare e consolidare negli animi il regno di
Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra. Per questo la
Chiesa difende e sostiene l'indole propria dei vari istituti
religiosi. Perci la professione dei consigli evangelici appare
come un segno, il quale pu e deve attirare efficacemente tutti i
membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della
vocazione cristiana. Poich infatti il popolo di Dio non ha qui
citt permanente, ma va in cerca della futura, lo stato
religioso, il quale rende pi liberi i suoi seguaci dalle cure
terrene, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti
gi presenti in questo tempo, meglio testimonia l'esistenza di
una vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo,
e meglio preannunzia la futura resurrezione e la gloria del regno
celeste. Parimenti, lo stato religioso imita pi fedelmente e
rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il
Figlio di Dio abbracci venendo nel mondo per fare la volont del
Padre e che propose ai discepoli che lo seguivano. Infine, in
modo speciale manifesta l'elevazione del regno di Dio sopra tutte
le cose terrestri e le sue esigenze supreme; dimostra pure a
tutti gli uomini la preminente grandezza della potenza di Cristo-
Re e la infinita potenza dello Spirito Santo, mirabilmente
operante nella Chiesa.
Lo stato di vita dunque costituito dalla professione dei consigli
evangelici, pur non concernendo la struttura gerarchica della
Chiesa, appartiene tuttavia inseparabilmente alla sua vita e alla
sua santit.
La gerarchia e lo stato religioso
45. Essendo ufficio della gerarchia ecclesiastica di pascere il
popolo di Dio e condurlo a pascoli ubertosi (cfr. Ez 34,14),
spetta ad essa di regolare sapientemente con le sue leggi la
pratica dei consigli evangelici, strumento singolare al servizio
della carit perfetta verso Dio e verso il prossimo 6, Essa
inoltre, seguendo docilmente gli impulsi dello Spirito Santo,
accoglie le regole proposte da uomini e donne esimi, e, infine
dopo averle messe a punto pi perfettamente, d loro una
approvazione autentica; con la sua autorit vigile e protettrice
viene pure in aiuto agli istituti, dovunque eretti per
l'edificazione del corpo di Cristo, perch abbiano a crescere e
fiorire secondo lo spirito dei fondatori.
Perch poi sia provveduto il meglio possibile alle necessit
dell'intero gregge del Signore, il sommo Pontefice pu, in
ragione del suo primato sulla Chiesa universale e in vista
dell'interesse comune esentare ogni istituto di perfezione e
ciascuno dei suoi membri dalla giurisdizione dell'ordinario del
luogo e sottoporli a s solo. Similmente essi possono essere
lasciati o affidati alle proprie autorit patriarcali. Da parte
loro i membri nel compiere i loro doveri verso la Chiesa secondo
la loro forma particolare di vita, devono, conforme alle leggi
canoniche, prestare riverenza e obbedienza ai vescovi, a causa
della loro autorit pastorale nelle Chiese particolari e per la
necessaria unit e concordia nel lavoro apostolico.
La Chiesa non solo erige con la sua sanzione la professione
religiosa alla dignit dello stato canonico, ma con la sua azione
liturgica la presenta pure come stato di consacrazione a Dio. La
stessa Chiesa infatti, in nome dell'autorit affidatagli da Dio,
riceve i voti di quelli che fanno la professione, per loro
impetra da Dio gli aiuti e la grazia con la sua preghiera
pubblica, li raccomanda a Dio e impartisce loro una benedizione
spirituale, associando la loro offerta al sacrificio eucaristico.
Grandezza della consacrazione religiosa
46. I religiosi pongano ogni cura, affinch per loro mezzo la
Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai fedeli e
agli infedeli: sia nella sua contemplazione sul monte, sia nel
suo annuncio del regno di Dio alle turbe, sia quando risana i
malati e gli infermi e converte a miglior vita i peccatori, sia
quando benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, sempre
obbediente alla volont del Padre che lo ha mandato.
Tutti infine abbiano ben chiaro che la professione dei consigli
evangelici, quantunque comporti la rinunzia di beni certamente
molto apprezzabili, non si oppone al vero progresso della persona
umana, ma al contrario per sua natura le  di grandissimo
profitto. Infatti i consigli, volontariamente abbracciati secondo
la personale vocazione di ognuno, contribuiscono
considerevolmente alla purificazione del cuore e alla libert
spirituale, stimolano in permanenza il fervore della carit e
soprattutto come  comprovato dall'esempio di tanti santi
fondatori, sono capaci di assicurare al cristiano una conformit
pi grande col genere di vita verginale e povera che Cristo
Signore si scelse per s e che la vergine Madre sua abbracci. N
pensi alcuno che i religiosi con la loro consacrazione diventino
estranei agli uomini o inutili nella citt terrestre. Poich, se
anche talora non sono direttamente presenti a fianco dei loro
contemporanei, li tengono tuttavia presenti in modo pi profondo
con la tenerezza di Cristo, e con essi collaborano
spiritualmente, affinch la edificazione della citt terrena sia
sempre fondata nel Signore, e a lui diretta, n avvenga che
lavorino invano quelli che la stanno edificando.
Perci il sacro Concilio conferma e loda quegli uomini e quelle
donne, quei fratelli e quelle sorelle, i quali nei monasteri,
nelle scuole, negli ospedali e nelle missioni, con perseverante e
umile fedelt alla loro consacrazione, onorano la sposa di Cristo
e a tutti gli uomini prestano generosi e diversissimi servizi.
Esortazione alla perseveranza
47. Ognuno poi che  chiamato alla professione dei consigli,
ponga ogni cura nel perseverare e maggiormente eccellere nella
vocazione a cui Dio l'ha chiamato, per una pi grande santit
della Chiesa e per la maggior gloria della Trinit, una e
indivisa, la quale in Cristo e per mezzo di Cristo  la fonte e
l'origine di ogni santit.
                          CAPITOLO VII
          INDOLE ESCATOLOGICA DELLA CHIESA PEREGRINANTE
               E SUA UNIONE CON LA CHIESA CELESTE
Natura escatologica della nostra vocazione
48. La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Ges e
nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santit,
non avr il suo compimento se non nella gloria celeste, quando
verr il tempo in cui tutte le cose saranno rinnovate (cfr. Ap
3,21), e col genere umano anche tutto l'universo, il quale 
intimamente congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo
fine, trover nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr. Ef
1,10; Col 1,20).
E invero il Cristo, quando fu levato in alto da terra, attir
tutti a s (cfr. Gv 12,32 gr.); risorgendo dai morti (cfr. Rm
6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per
mezzo di lui costitu il suo corpo, che  la Chiesa, quale
sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del
Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla
Chiesa e attraverso di essa congiungerli pi strettamente a s e
renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del
proprio corpo e del proprio sangue. Quindi la nuova condizione
promessa e sperata  gi incominciata con Cristo; l'invio dello
Spirito Santo le ha dato il suo slancio e per mezzo di lui essa
continua nella Chiesa, nella quale siamo dalla fede istruiti
anche sul senso della nostra vita temporale, mentre portiamo a
termine, nella speranza dei beni futuri, l'opera a noi affidata
nel mondo dal Padre e attuiamo cos la nostra salvezza (cfr. Fil
2,12).
Gi dunque  arrivata a noi l'ultima fase dei tempi (cfr. 1 Cor
10,11). La rinnovazione del mondo  irrevocabilmente acquisita e
in certo modo reale  anticipata in questo mondo: difatti la
Chiesa gi sulla terra  adornata di vera santit, anche se
imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e
la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2
Pt 3,13), la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue
istituzioni, che appartengono all'et presente, porta la figura
fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali
ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la
manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22).
Congiunti dunque con Cristo nella Chiesa e contrassegnati dallo
Spirito Santo " che  il pegno della nostra eredit " (Ef 1,14),
con verit siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente
(cfr. 1 Gv 3,1), ma non siamo ancora apparsi con Cristo nella
gloria (cfr. Col 3,4), nella quale saremo simili a Dio, perch lo
vedremo qual  (cfr. 1 Gv 3,2). Pertanto, " finch abitiamo in
questo corpo siamo esuli lontani dal Signore " (2 Cor 5,6);
avendo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente (cfr. Rm
8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cfr. Fil 1,23). Dalla
stessa carit siamo spronati a vivere pi intensamente per lui,
il quale per noi  morto e risuscitato (cfr. 2 Cor 5,15). E per
questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cfr. 2
Cor 5,9) e indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi
contro gli agguati del diavolo e resistergli nel giorno cattivo
(cfr. Ef 6,11-13). Siccome poi non conosciamo il giorno n l'ora,
bisogna che, seguendo l'avvertimento del Signore, vegliamo
assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della
nostra vita terrena (cfr.Eb 9,27), di entrare con lui al
banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati (cfr. Mt 25,31-
46), e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri (cfr.
Mt 25,26), di andare al fuoco eterno (cfr Mt 25,41), nelle
tenebre esteriori dove "ci sar pianto e stridore dei denti " (Mt
22,13 e 25,30). Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi
tutti compariremo " davanti al tribunale di Cristo, per ricevere
ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avr
fatto di bene o di male " (2 Cor 5,10), e alla fine del mondo "
usciranno dalla tomba, chi ha operato il bene a risurrezione di
vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna " (Gv
5,29, cfr Mt 25,46). Stimando quindi che " le sofferenze dei
tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si dovr
manifestare in noi" (Rm 8,18; cfr 2 Tm 2,11-12), forti nella fede
aspettiamo "la beata speranza e la manifestazione gloriosa del
nostro grande Iddio e Salvatore Ges Cristo" (Tt 2,13) " il quale
trasformer allora il nostro misero corpo, rendendolo conforme al
suo corpo glorioso" (Fil 3,21), e verr "per essere glorificato
nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che avranno creduto ".
La Chiesa celeste e la Chiesa peregrinante
49. Fino a che dunque il Signore non verr nella sua gloria,
accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt 25,31) e, distrutta
la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (cfr. 1 Cor
15,26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra,
altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine
godono della gloria contemplando " chiaramente Dio uno e trino,
qual  ". Tutti per, sebbene in grado e modo diverso,
comunichiamo nella stessa carit verso Dio e verso il prossimo e
cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti
quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una
sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4,16). L'unione
quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti
nella pace di Cristo non  minimamente spezzata; anzi, secondo la
perenne fede della Chiesa,  consolidata dallo scambio dei beni
spirituali. A causa infatti della loro pi intima unione con
Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta la Chiesa nella
santit, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e
in molteplici maniere contribuiscono ad una pi ampia
edificazione (cfr. 1 Cor 12,12-27). Ammessi nella patria e
presenti al Signore (cfr. 2 Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e
in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre
offrendo i meriti acquistati in terra mediante Ges Cristo, unico
mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2,5), servendo al
Signore in ogni cosa e dando compimento nella loro carne a ci
che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo corpo
che  la Chiesa (cfr. Col 1,24). La nostra debolezza quindi 
molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.
Relazioni della Chiesa celeste con la Chiesa peregrinante
50. La Chiesa di coloro che camminano sulla terra, riconoscendo
benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Ges
Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana coltiv
con grande piet la memoria dei defunti e, "poich santo e
salutare  il pensiero di pregare per i defunti perch siano
assolti dai peccati", ha offerto per loro anche suffragi. Che gli
apostoli e i martiri di Cristo, i quali con l'effusione del loro
sangue diedero la suprema testimonianza della fede e della
carit, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo
ha sempre creduto; li ha venerati con particolare affetto insieme
con la beata vergine Maria e i santi angeli e ha piamente
implorato il soccorso della loro intercessione. A questi in breve
se ne aggiunsero anche altri, che avevano pi da vicino imitata
la verginit e la povert di Cristo e infine altri, il cui
singolare esercizio delle virt cristiane e le grazie insigni di
Dio raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli.
Il contemplare infatti la vita di coloro che hanno seguito
fedelmente Cristo,  un motivo in pi per sentirsi spinti a
ricercare la citt futura (cfr. Eb 13,14 e 11,10); nello stesso
tempo impariamo la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli
cose del mondo e secondo lo stato e la condizione propria di
ciascuno, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cio
alla santit. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della
nostra natura umana, sono tuttavia pi perfettamente trasformati
nell'immagine di Cristo (cfr. 2 Cor 3,18), Dio manifesta agli
uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto. In loro 
egli stesso che ci parla e ci d un segno del suo regno verso il
quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr. Eb
12,1) e una tale affermazione della verit del Vangelo, siamo
potentemente attirati.
Non veneriamo per la memoria degli abitanti del cielo solo per
il loro esempio, ma pi ancora perch l'unione della Chiesa nello
Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carit
(cfr. Ef 4,1-6). Poich, come la cristiana comunione tra i
cristiani della terra ci porta pi vicino a Cristo, cos la
comunit con i santi ci congiunge a lui, dal quale, come dalla
loro fonte e dal loro capo, promana ogni grazia e la vita dello
stesso popolo di Dio.  quindi sommamente giusto che amiamo
questi amici e coeredi di Ges Cristo, che sono anche nostri
fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute
grazie a Dio, "rivolgiamo loro supplici invocazioni e ricorriamo
alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie
da Dio mediante il Figlio suo Ges Cristo, Signore nostro, il
quale solo  il nostro Redentore e Salvatore ". Infatti ogni
nostra vera attestazione di amore fatta ai santi, per sua natura
tende e termina a Cristo, che  " la corona di tutti i santi " e
per lui a Dio, che  mirabile nei suoi santi e in essi 
glorificato.
La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in maniera
nobilissima, poich specialmente nella sacra liturgia, nella
quale la virt dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i
segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della
divina Maest tutti, di ogni trib e lingua, di ogni popolo e
nazione, riscattati col sangue di Cristo (cfr. Ap 5,9) e radunati
in un'unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio
uno in tre Persone Perci quando celebriamo il sacrificio
eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa
celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto
della gloriosa sempre vergine Maria, del beato Giuseppe, dei
beati apostoli e martiri e di tutti i santi.
Disposizioni pastorali del Concilio
51. Questa veneranda fede dei nostri padri nella comunione di
vita che esiste con i fratelli che sono nella gloria celeste o
che dopo la morte stanno ancora purificandosi, questo sacrosanto
Concilio la riceve con grande piet e nuovamente propone i
decreti dei sacri Concili Niceno II Fiorentino e Tridentino. E
allo stesso tempo con pastorale sollecitudine esorta tutti i
responsabili, perch, se si fossero infiltrati qua e l abusi,
eccessi o difetti, si adoperino per toglierli o correggerli e
tutto ristabiliscano per una pi piena lode di Cristo e di Dio.
Insegnino dunque ai fedeli che il vero culto dei santi non
consiste tanto nel moltiplicare gli atti esteriori, quanto
piuttosto nell'intensit del nostro amore fattivo, col quale, per
il maggiore bene nostro e della Chiesa, cerchiamo "dalla vita dei
santi l'esempio, dalla comunione con loro la partecipazione alla
loro sorte e dalla loro intercessione l'aiuto". E d'altra parte
insegnino ai fedeli che il nostro rapporto con gli abitanti del
cielo, purch lo si concepisca alla piena luce della fede, non
diminuisce affatto il culto di adorazione reso a Dio Padre
mediante Cristo nello Spirito, ma anzi lo arricchisce.
Tutti quanti infatti, noi che siamo figli di Dio e costituiamo in
Cristo una sola famiglia (cfr. Eb 3), mentre comunichiamo tra noi
nella mutua carit e nell'unica lode della Trinit santissima,
rispondiamo all'intima vocazione della Chiesa e pregustando
partecipiamo alla liturgia della gloria perfetta. Poich quando
Cristo apparir e vi sar la gloriosa risurrezione dei morti, lo
splendore di Dio illuminer la citt celeste e la sua lucerna
sar l'Agnello (cfr. Ap 21,24). Allora tutta la Chiesa dei santi
con somma felicit di amore adorer Dio e "l'Agnello che  stato
ucciso" (Ap 5,12), proclamando a una voce: "A colui che siede sul
trono e all'Agnello, benedizione onore, gloria e dominio per
tutti i secoli dei secoli " (Ap 5,13-14).
                          CAPITOLO VIII
               LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO
              NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
I. Proemio
52. Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la
redenzione del mondo, " quando venne la pienezza dei tempi, mand
il suo Figlio, nato da una donna... per fare di noi dei figli
adottivi" (Gal 4,4-5), " Egli per noi uomini e per la nostra
salvezza  disceso dal cielo e si  incarnato per opera dello
Spirito Santo da Maria vergine ". Questo divino mistero di
salvezza ci  rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore
ha costituita quale suo corpo e nella quale i fedeli, aderendo a
Cristo capo e in comunione con tutti i suoi santi, devono pure
venerare la memoria "innanzi tutto della gloriosa sempre vergine
Maria, madre del Dio e Signore nostro Ges Cristo "
Maria e la Chiesa
53. Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio dell'angelo
accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e port la vita al
mondo,  riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e
Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del
Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo,
 insignita del sommo ufficio e dignit di madre del Figlio di
Dio, ed  perci figlia prediletta del Padre e tempio dello
Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede di
gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme
per, quale discendente di Adamo,  congiunta con tutti gli
uomini bisognosi di salvezza; anzi,  " veramente madre delle
membra (di Cristo)... perch cooper con la carit alla nascita
dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra ".
Per questo  anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto
singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello
per essa nella fede e nella carit; e la Chiesa cattolica,
istruita dallo Spirito Santo, con affetto di piet filiale la
venera come madre amatissima.
L'intenzione del Concilio
54. Perci il santo Concilio, mentre espone la dottrina
riguardante la Chiesa, nella quale il divino Redentore opera la
salvezza, intende illustrare attentamente da una parte, la
funzione della beata Vergine nel mistero del Verbo incarnato e
del corpo mistico, dall'altra i doveri degli uomini, e i doveri
dei credenti in primo luogo. Il Concilio tuttavia non ha in animo
di proporre una dottrina esauriente su Maria, n di dirimere le
questioni che il lavoro dei teologi non ha ancora condotto a una
luce totale. Permangono quindi nel loro diritto le sentenze, che
nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte circa colei,
che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto pi alto e
il pi vicino a noi 4.
II. Funzione della beata Vergine nell'economia della salvezza
La madre del Messia nell'Antico Testamento
55. I libri del Vecchio e Nuovo Testamento e la veneranda
tradizione mostrano in modo sempre pi chiaro la funzione della
madre del Salvatore nella economia della salvezza e la propongono
per cos dire alla nostra contemplazione. I libri del Vecchio
Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale
lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo.
Questi documenti primitivi, come sono letti nella Chiesa e sono
capiti alla luce dell'ulteriore e piena rivelazione, passo passo
mettono sempre pi chiaramente in luce la figura di una donna: la
madre del Redentore. Sotto questa luce essa viene gi
profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori
caduti in peccato, circa la vittoria sul serpente (cfr. Gen
3,15). Parimenti,  lei, la Vergine, che concepir e partorir un
Figlio, il cui nome sar Emanuele (cfr. Is 7, 14; Mt 1,22-23).
Essa primeggia tra quegli umili e quei poveri del Signore che con
fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. E infine con
lei, la figlia di Sion per eccellenza, dopo la lunga attesa della
promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova " economia
", quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana per
liberare l'uomo dal peccato coi misteri della sua carne.
Maria nell'annunciazione
56. Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da
parte della predestinata madre precedesse l'incarnazione, perch
cos, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna
contribuisse a dare la vita. Ci vale in modo straordinario della
madre di Ges, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto
rinnova e da Dio  stata arricchita di doni consoni a tanto
ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri
invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune
da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e
resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua
concezione dagli splendori di una santit del tutto singolare, la
Vergine di Nazaret  salutata dall'angelo dell'annunciazione, che
parla per ordine di Dio, quale " piena di grazia " (cfr. Lc 1,28)
e al celeste messaggero essa risponde " Ecco l'ancella del
Signore: si faccia in me secondo la tua parola " (Lc 1,38). Cos
Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, divent
madre di Ges, e abbracciando con tutto l'animo, senza che alcun
peccato la trattenesse, la volont divina di salvezza, consacr
totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e
all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in
dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente.
Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu
strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooper
alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza. Infatti,
come dice Sant'Ireneo, essa "con la sua obbedienza divenne causa
di salvezza per s e per tutto il genere umano ". Onde non pochi
antichi Padri nella loro predicazione volentieri affermano con
Ireneo che " il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua
soluzione coll'obbedienza di Maria; ci che la vergine Eva leg
con la sua incredulit, la vergine Maria sciolse con la sua fede"
e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria "madre dei viventi e
affermano spesso: " la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo
di Maria ".
Maria e l'infanzia di Ges
57. Questa unione della madre col figlio nell'opera della
redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di
Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria,
partendo in fretta per visitare Elisabetta,  da questa
proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre
il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45);
nella nativit, poi, quando la madre di Dio mostr lieta ai
pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminu
la sua verginale integrit, ma la consacr l0 Quando poi lo
present al Signore nel tempio con l'offerta del dono proprio dei
poveri, ud Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto
segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l'anima
della madre, perch fossero svelati i pensieri di molti cuori
(cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Ges e
averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel
tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue
parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e
le meditava (cfr. Lc 2,41-51).
Maria e la vita pubblica di Ges
58. Nella vita pubblica di Ges la madre sua appare distintamente
fin da principio, quando alle nozze in Cana di Galilea, mossa a
compassione, indusse con la sua intercessione Ges Messia a dar
inizio ai miracoli (cfr. Gv 2 1-11). Durante la predicazione di
lui raccolse le parole con le quali egli, mettendo il Regno al di
sopra delle considerazioni e dei vincoli della carne e del
sangue, proclam beati quelli che ascoltano e custodiscono la
parola di Dio (cfr Mc 3,35; Lc 11,27-28), come ella stessa
fedelmente faceva (cfr. Lc 2,19 e 51). Cos anche la beata
Vergine avanz nella peregrinazione della fede e serb fedelmente
la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un
disegno divino, se ne stette (cfr. Gv 19,25), soffrendo
profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno
al suo sacrifico, amorosamente consenziente all'immolazione della
vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Ges morente
in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole:
Donna, ecco tuo figlio (cfr. Gv 19,26-27).
Maria dopo l'ascensione
59. Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il
mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito
promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della
Pentecoste " perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le
donne e Maria madre di Ges e i suoi fratelli" (At 1,14); e
vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello
Spirito che all'annunciazione, l'aveva presa sotto la sua ombra.
Infine la Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia
di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu
assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore
esaltata quale regina dell'universo per essere cos pi
pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap
19,16) e vincitore del peccato e della morte.
III. La beata Vergine e la Chiesa
Maria e Cristo unico mediatore
60. Uno solo  il nostro mediatore, secondo le parole
dell'Apostolo: " Poich non vi  che un solo Dio, uno solo 
anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Ges, che
per tutti ha dato se stesso in riscatto " (1 Tm 2,5-6). La
funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura
o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra
l'efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli
uomini non nasce da una necessit oggettiva, ma da una
disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla
sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla
mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge
tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l'unione
immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita.
Cooperazione alla redenzione
61. La beata Vergine, predestinata fino dall'eternit,
all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la
madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su
questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente
associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile
ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo,
presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo
morente in croce, ella cooper in modo tutto speciale all'opera
del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente
carit, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per
questo ella  diventata per noi madre nell'ordine della grazia.
Funzione salvifca subordinata
62. E questa maternit di Maria nell'economia della grazia
perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato
nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce,
fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti anche
dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione
salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a
ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con
la sua materna carit si prende cura dei fratelli del Figlio suo
ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a
che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata
Vergine  invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata,
ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice. Ci per va inteso in
modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignit e alla
efficacia di Cristo, unico mediatore.
Nessuna creatura infatti pu mai essere paragonata col Verbo
incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo  in vari
modi partecipato, tanto dai sacri ministri, quanto dal popolo
fedele, e come l'unica bont di Dio  realmente diffusa in vari
modi nelle creature, cos anche l'unica mediazione del Redentore
non esclude, bens suscita nelle creature una varia cooperazione
partecipata da un'unica fonte.
E questa funzione subordinata di Maria la Chiesa non dubita di
riconoscerla apertamente; essa non cessa di farne l'esperienza e
la raccomanda all'amore dei fedeli, perch, sostenuti da questo
materno aiuto, siano pi intimamente congiunti col Mediatore e
Salvatore.
Maria vergine e madre, modello della Chiesa
63. La beata Vergine, per il dono e l'ufficio della divina
maternit che la unisce col Figlio redentore e per le sue
singolari grazie e funzioni,  pure intimamente congiunta con la
Chiesa: la madre di Dio  figura della Chiesa, come gi insegnava
sant'Ambrogio, nell'ordine cio della fede, della carit e della
perfetta unione con Cristo. Infatti nel mistero della Chiesa, la
quale pure  giustamente chiamata madre e vergine, la beata
vergine Maria occupa il primo posto, presentandosi in modo
eminente e singolare quale vergine e quale madre. Ci perch per
la sua fede ed obbedienza gener sulla terra lo stesso Figlio di
Dio, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo,
come una nuova Eva credendo non all'antico serpente, ma, senza
alcuna esitazione, al messaggero di Dio. Diede poi alla luce il
Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra i molti fratelli
(cfr. Rm 8,29), cio tra i credenti, alla rigenerazione e
formazione dei quali essa coopera con amore di madre.
La Chiesa vergine e madre
64. Orbene, la Chiesa contemplando la santit misteriosa della
Vergine, imitandone la carit e adempiendo fedelmente la volont
del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedelt
diventa essa pure madre, poich con la predicazione e il
battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti
ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure  vergine,
che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando
la madre del suo Signore, con la virt dello Spirito Santo
conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza,
sincera la carit.
La Chiesa deve imitare la virt di Maria
65. Mentre la Chiesa ha gi raggiunto nella beatissima Vergine
quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr.
Ef 5,27), i fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere
nella santit per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano
gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virt davanti
a tutta la comunit degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con
piet nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo
fatto uomo, con venerazione penetra pi profondamente nel supremo
mistero dell'incarnazione e si va ognor pi conformando col suo
sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione
alla storia della salvezza, riunisce per cosi dire e riverbera le
esigenze supreme della fede, quando  fatta oggetto della
predicazione e della venerazione chiama i credenti al Figlio suo,
al suo sacrificio e all'amore del Padre. A sua volta la Chiesa,
mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa pi simile al suo
grande modello, progredendo continuamente nella fede, speranza e
carit e in ogni cosa cercando e compiendo la divina volont.
Onde anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente
guarda a colei che gener il Cristo, concepito appunto dallo
Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche
nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine infatti
nella sua vita fu modello di quell'amore materno da cui devono
essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della
Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini.
IV. Il culto della beata Vergine nella Chiesa
Natura e fondamento del culto
66. Maria, perch madre santissima di Dio presente ai misteri di
Cristo, per grazia di Dio esaltata, al di sotto del Figlio, sopra
tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente
onorata con culto speciale. E di fatto, gi fino dai tempi pi
antichi, la beata Vergine  venerata col titolo di " madre di Dio
" e i fedeli si rifugiano sotto la sua protezione, implorandola
in tutti i loro pericoli e le loro necessita. Soprattutto a
partire dal Concilio di Efeso il culto del popolo di Dio verso
Maria crebbe mirabilmente in venerazione e amore, in preghiera e
imitazione, secondo le sue stesse parole profetiche: "Tutte le
generazioni mi chiameranno beata, perch grandi cose mi ha fatto
l'Onnipotente" (Lc 1,48). Questo culto, quale sempre  esistito
nella Chiesa sebbene del tutto singolare, differisce
essenzialmente dal culto di adorazione reso al Verbo incarnato
cosi come al Padre e allo Spirito Santo, ed  eminentemente
adatto a promuoverlo. Infatti le varie forme di devozione verso
la madre di Dio, che la Chiesa ha approvato, mantenendole entro i
limiti di una dottrina sana e ortodossa e rispettando le
circostanze di tempo e di luogo, il temperamento e il genio
proprio dei fedeli, fanno si che, mentre  onorata la madre, il
Figlio, al quale sono volte tutte le cose (cfr Col 1,15-16) e nel
quale "piacque all'eterno Padre di far risiedere tutta la
pienezza " (Col 1,19), sia debitamente conosciuto, amato,
glorificato, e siano osservati i suoi comandamenti.
Norme pastorali
67. Il santo Concilio formalmente insegna questa dottrina
cattolica. Allo stesso tempo esorta tutti i figli della Chiesa a
promuovere generosamente il culto, specialmente liturgico, verso
la beata Vergine, ad avere in grande stima le pratiche e gli
esercizi di piet verso di lei, raccomandati lungo i secoli dal
magistero della Chiesa; raccomanda di osservare religiosamente
quanto in passato  stato sancito circa il culto delle immagini
di Cristo, della beata Vergine e dei santi. Esorta inoltre
caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad
astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come
pure da una eccessiva grettezza di spirito, nel considerare la
singolare dignit della madre di Dio. Con lo studio della sacra
Scrittura, dei santi Padri, dei dottori e delle liturgie della
Chiesa, condotto sotto la guida del magistero, illustrino
rettamente gli uffici e i privilegi della beata Vergine, i quali
sempre sono orientati verso il Cristo, origine della verit
totale, della santit e della piet. Sia nelle parole che nei
fatti evitino diligentemente ogni cosa che possa indurre in
errore i fratelli separati o qualunque altra persona, circa la
vera dottrina della Chiesa. I fedeli a loro volta si ricordino
che la vera devozione non consiste n in uno sterile e passeggero
sentimentalismo, n in una certa qual vana credulit, bens
procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere
la preminenza della madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore
verso la madre nostra e all'imitazione delle sue virt.
V. Maria, segno di certa speranza e di consolazione per il
peregrinante popolo di Dio
Maria, segno del popolo di Dio
68. La madre di Ges, come in cielo, in cui  gi glorificata nel
corpo e nell'anima, costituisce l'immagine e l'inizio della
Chiesa che dovr avere il suo compimento nell'et futura, cos
sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio
quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando
non verr il giorno del Signore (cfr. 2 Pt 3,10).
Maria interceda per l'unione dei cristiani
69. Per questo santo Concilio  di grande gioia e consolazione il
fatto che vi siano anche tra i fratelli separati di quelli che
tributano il debito onore alla madre del Signore e Salvatore,
specialmente presso gli Orientali, i quali vanno, con ardente
slancio ed anima devota, verso la madre di Dio sempre vergine per
renderle il loro culto. Tutti i fedeli effondano insistenti
preghiere alla madre di Dio e madre degli uomini, perch, dopo
aver assistito con le sue preghiere la Chiesa nascente, anche
ora, esaltata in cielo sopra tutti i beati e gli angeli, nella
comunione dei santi interceda presso il Figlio suo, fin tanto che
tutte le famiglie di popoli, sia quelle insignite del nome
cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, in
pace e concordia siano felicemente riunite in un solo popolo di
Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinit.
21 novembre 1964

                     DAGLI ATTI DEL CONCILIO
                      ECUMENICO VATICANO II
    Notificazioni fatte dall'Ecc.mo Segretario generale nella
                  congregazione generale 123.a
 stato chiesto quale debba essere la qualificazione teologica
della dottrina esposta nello schema sulla Chiesa e sottoposto
alla votazione. La commissione dottrinale ha dato al quesito
questa risposta: " Come  di per s evidente, il testo del
Concilio deve sempre essere interpretato secondo le regole
generali da tutti conosciute ". In pari tempo la commissione
dottrinale rimanda alla sua dichiarazione del 6 marzo 1964, di
cui trascriviamo il testo:
"Tenuto conto dell'uso conciliare e del fine pastorale del
presente Concilio, questo definisce come obbliganti per tutta la
Chiesa i soli punti concernenti la fede o i costumi, che esso
stesso abbia apertamente dichiarato come tali.
"Le altre cose che il Concilio propone, in quanto dottrina del
magistero supremo della Chiesa, tutti e singoli i fedeli devono
accettarle e tenerle secondo lo spirito dello stesso Concilio, il
quale risulta sia dalla materia trattata, sia dalla maniera in
cui si esprime, conforme alle norme d'interpretazione teologica".
Per mandato dell'autorit superiore viene comunicata ai Padri una
nota esplicativa previa circa i " modi " concernenti il capo
terzo dello schema sulla Chiesa. La dottrina esposta nello stesso
capo terzo deve essere spiegata e compresa secondo lo spirito e
la sentenza di questa nota.
16 novembre 1964
                     NOTA ESPLICATIVA PREVIA
La commissione ha stabilito di premettere all'esame dei "modi" le
seguenti osservazioni generali:
1) "Collegio" non si intende in senso " strettamente giuridico ",
cio di un gruppo di eguali, i quali abbiano demandata la loro
potest al loro presidente, ma di un gruppo stabile, la cui
struttura e autorit deve essere dedotta dalla Rivelazione.
Perci nella risposta al modus 12 si dice esplicitamente dei
Dodici che il Signore li costitu " a modo di collegio o "gruppo"
(coetus) stabile ". Cfr. anche il modus 53, c. Per la stessa
ragione, per il collegio dei vescovi si usano con frequenza anche
le parole "ordine" (ordo) o "corpo" (corpus). Il parallelismo fra
Pietro e gli altri apostoli da una parte, e il sommo Pontefice e
i vescovi dall'altra, non implica la trasmissione della potest
straordinaria degli apostoli ai loro successori, n, com'
chiaro, "uguaglianza" (aequalitatem) tra il capo e le membra del
collegio, ma solo "proporzionalit" (proportionalitatem) fra la
prima relazione (Pietro apostoli) e l'altra (papa vescovi).
Perci la commissione ha stabilito di scrivere nel n. 22 non
"medesimo" (eodem) ma "pari" modo. Cfr. modus 57.
2) Si diventa "membro del collegio" in virt della consacrazione
episcopale e mediante la comunione gerarchica col capo del
collegio e con le membra. Cfr. n. 22.
Nella consacrazione  data una "ontologica" partecipazione ai
"sacri uffici", come indubbiamente consta dalla tradizione, anche
liturgica. Volutamente  usata la parola "uffici" (munerum), e
non "potest" (potestatum), perch quest'ultima voce potrebbe
essere intesa di potest esercitabile di fatto (ad actum
expedita). Ma perch si abbia tale potest esercitabile di fatto,
deve intervenire la "determinazione" canonica o "giuridica"
(iuridica determinatio) da parte dell'autorit gerarchica. E
questa determinazione della potest pu consistere nella
concessione di un particolare ufficio o nell'assegnazione dei
sudditi, ed  concessa secondo le norme approvate dalla suprema
autorit. Una siffatta ulteriore norma  richiesta "dalla natura
delle cose", trattandosi di uffici, che devono essere esercitati
da "pi soggetti", che per volont di Cristo cooperano in modo
gerarchico.  evidente che questa "comunione"  stata applicata
nella vita della Chiesa secondo le circostanze dei tempi, prima
di essere per cos dire codificata "nel diritto". Perci  detto
espressamente che  richiesta la comunione "gerarchica" col capo
della Chiesa e con le membra. "Comunione"  un concetto tenuto in
grande onore nella Chiesa antica (ed anche oggi, specialmente in
Oriente). Per essa non si intende un certo vago "sentimento", ma
una "realt organica", che richiede una forma giuridica e che 
allo stesso tempo animata dalla carit. La commissione quindi,
quasi d'unanime consenso, stabil che si scrivesse: " nella
comunione "gerarchica" ". Cfr. Mod. 40 ed anche quanto  detto
della "missione canonica", sotto il n. 24. I documenti dei
recenti romani Pontefici circa la giurisdizione dei vescovi vanno
interpretati come attinenti questa necessaria determinazione
delle potest.
3) Il collegio, che non si d senza il capo,  detto essere:
"anche esso soggetto di suprema e piena potest sulla Chiesa
universale ". Ci va necessariamente ammesso, per non porre in
pericolo la pienezza della potest del romano Pontefice. Infatti
il collegio necessariamente e sempre si intende con il suo capo,
"il quale nel collegio conserva integro l'ufficio di vicario di
Cristo e pastore della Chiesa universale". In altre parole: la
distinzione non  tra il romano Pontefice e i vescovi presi
insieme, ma tra il romano Pontefice separatamente e il romano
Pontefice insieme con i vescovi. E siccome il romano Pontefice e
il "capo" del collegio, pu da solo fare alcuni atti che non
competono in nessun modo ai vescovi, come convocare e dirigere il
collegio, approvare le norme dell'azione, ecc. Cfr. Modo 81. Il
sommo Pontefice, cui  affidata la cura di tutto il gregge di
Cristo, giudica e determina, secondo le necessit della Chiesa
che variano nel corso dei secoli, il modo col quale questa cura
deve essere attuata, sia in modo personale, sia in modo
collegiale. Il romano Pontefice nell'ordinare, promuovere,
approvare l'esercizio collegiale, procede secondo la propria
discrezione, avendo di mira il bene della Chiesa.
4) Il sommo Pontefice, quale pastore supremo della Chiesa, pu
esercitare la propria potest in ogni tempo a sua discrezione,
come  richiesto dallo stesso suo ufficio. Ma il collegio, pur
esistendo sempre, non per questo permanentemente agisce con
azione "strettamente" collegiale, come appare dalla tradizione
della Chiesa. In altre parole: Non sempre  "in pieno esercizio",
anzi non agisce con atto strettamente collegiale se non ad
intervalli e "col consenso del capo". Si dice " col consenso del
capo ", perch non si pensi a una "dipendenza", come nei
confronti di chi  "estraneo"; il termine "consenso" richiama, al
contrario, la "comunione" tra il capo e le membra e implica la
necessit dell'atto", il quale propriamente compete al capo. La
cosa  esplicitamente affermata nel n. 22 ed  ivi spiegata. La
formula negativa "se non" (nonnisi) comprende tutti i casi, per
cui  evidente che le "norme" approvate dalla suprema autorit
devono sempre essere osservate. Cfr. modus 84.
Dovunque appare che si tratta di "unione" dei vescovi "col loro
capo", e mai di azione dei vescovi "indipendentemente" dal papa.
In tal caso, infatti, venendo a mancare l'azione del capo, i
vescovi non possono agire come collegio, come appare dalla
nozione di "collegio". Questa gerarchica comunione di tutti i
vescovi col sommo Pontefice  certamente abituale nella
tradizione.
N. B.- Senza la comunione gerarchica l'ufficio sacramentale
ontologico, che si deve distinguere dall'aspetto canonico
giuridico, "non pu" essere esercitato. La commissione ha pensato
bene di non dover entrare in questioni di "liceit" e "validit",
le quali sono lasciate alla discussione dei teologi, specialmente
per ci che riguarda la potest che di fatto  esercitata presso
gli Orientali separati e che viene spiegata in modi diversi.
                        + PERICLE FELICI
                  Arcivescovo tit. di Samosata
                Segretario generale del Concilio
