LA CINA CONTEMPORANEA 1949-1994
di Napoleone Colajanni
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edita dalla Newton Compton
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
Premessa
Questo scritto non  un reportage, anche se  possibile riscontrare
qualche presenza di esperienze dirette; esso si propone lo scopo di
cercar di capire come  stato possibile che la Cina compisse nel giro
di qualche decennio un cammino che la ha portata a passare dalla
condizione di un paese arretrato, debole, quasi colonizzato, a quella
di un paese in rapidissimo sviluppo. Cercher quindi di esaminare i
problemi che questo sviluppo pone e l'impatto che esso pu avere
sul resto del mondo. Si tratta di problemi complessi, tutti oggetto di
discussioni, con punti di vista e conclusioni assai diversi. Conclusioni 
definitive e assolute certezze non sono possibili.
Ho cercato di descrivere i mutamenti e le politiche che hanno
cambiato pi volte e in varie direzioni l'economia cinese. Naturalmente
non si poteva fare a meno di inquadrare tutto ci nel dibattito politico.
L'approccio che seguo, e che a me, con tutti i benefici del dubbio,
appare pi convincente,  quello dell'interpretazione della Cina di
oggi al lume della sua cultura e della sua storia. Certi paralleli, come
quello fra nuovi e vecchi mandarini, gli uomini del miracolo cinese e
gli amministratori dell'Impero, possono sembrare disinvolti, ma
solo se non si percepisce quante cose abbiano in comune.
Ho un grande debito verso tre autori e tre libri. Etienne Balazs, la
cui Burocrazia Celeste mi ha fornito la teoria; Carl Riskin che in
China's Political Economy d la documentazione pi attenta di tutti i
mutamenti intervenuti; Ruan Ming del cui Deng Xiaoping non condivido 
la tesi politica ma che offre una straordinaria vista dall'interno 
del dibattito politico al vertice del partito comunista cinese.
1. Cercare di capire
Della Cina oggi si parla soprattutto per i suo miracolo economico, e 
la cosa colpisce certo l'immaginazione. Nel giro di una generazione 
un popolo di un miliardo e duecento milioni di persone, un quinto 
della popolazione di tutto il mondo, tenta di passare da condizioni
di povert estrema, in cui si moriva letteralmente per la fame, a
livelli di vita che superano largamente quelli di sopravvivenza, per
avvicinarsi ai paesi mediamente sviluppati. Le implicazioni di tutto
ci non possono essere sottovalutate. Continuare indefinitamente
con i ritmi di sviluppo attuali non sar facile, ma se il ridimensionamento
non sar particolarmente drastico, nel 2005 la Cina sar la maggiore 
potenza economica del globo per quantit di prodotto e per consumi.
Ci non potr non avere conseguenze sconvolgenti anche sull'equilibrio
politico mondiale.
Basta un contatto diretto, anche rapido e superficiale, per cogliere
che si tratta di un processo di cui le cifre danno soltanto una pallida
idea. Comunicare con la Cina non  facile, e non solo per via della
lingua. Il cinese guarda sempre con distacco gli stranieri. Venditori e
impiegati pubblici tendono a considerarli come polli da spennare. In
qualsiasi mercato, tranne che nei negozi per stranieri, c' per la stessa 
merce un prezzo per cinesi e un prezzo per stranieri, spesso pi
volte superiore. Per i treni e gli aerei, per i biglietti d'ingresso nei
musei e nei giardini, la cosa  ufficiale. I cinesi sono passati dal 
complesso di superiorit verso i barbari dell'Occidente, all'esperienza
della brutale superiorit tecnologica e dello sfruttamento semicoloniale
da parte di questi. La presenza di questa duplicit di sentimenti,
di superiorit e di inferiorit, si manifesta nel modo in cui un cinese
reagisce quando uno straniero fa qualcosa che egli non apprezza: un
riso, che non si capisce mai se sia di disprezzo o un semplice modo
di nascondere l'imbarazzo, e forse  tutti e due. Nella pratica, poi, 
almeno chi non  pregiudizialmente ostile, finisce per accettare di 
essere trattato in questo modo, perch non sente in ci ostilit, ma uno
stato di cose con cui si impara a convivere.
Come s'impara a convivere con l'imperante disordine, tristemente 
sperimentato da chiunque abbia dovuto adoperare un mezzo pubblico 
di trasporto. Molte di queste cose si trovano in tutti i paesi in
via di sviluppo, ma in Cina c' una cosa che ne allevia l'impatto
sull'animo occidentale, predisposto alla razionalit, all'ordine,
all'uguaglianza tra le persone:  il senso dell'armonia che sembra 
innato in questo popolo, e di cui l'arte d una documentazione 
straordinaria, ma di cui si trova la manifestazione in ogni angolo del 
paese, dai meravigliosi giardini ai banchi dei fruttivendoli. Nelle zone
povere della Cina nord-occidentale, il mais viene messo a seccare
non spargendolo semplicemente su un piano, per terra o su un tetto,
ma a formare figure, a decorare i muri delle case, i lampioni, gli 
alberi. Ogni villaggio in autunno sembra decorato a festa.
Questo senso dell'armonia finisce per attenuare l'impatto del
cambiamento. In certe zone questo  vertiginoso, come a Canton.
Qui un enorme albergo di pessimo gusto americano, con una cascata
d'acqua in un vestibolo alto qualche decina di metri, domina un 
immenso mercato alimentare dove si vendono spezie, cani, gatti, 
tartarughe, pesci vivi e marinati, salamandre, quando si trovano, perch
si tratta di un cibo prelibato e rarissimo. Nei giardini di Pechino si
vedono giovani coppie che si scambiano tenerezze all'occidentale, o
ballano alla musica di un portatile, cose assolutamente inconcepibili
solo cinque anni fa. Piazza Tien An Men  una specie di punto di ritrovo 
di tutta la Cina, affollata da visitatori che vengono da ogni parte 
della Celeste Repubblica, e soprattutto dai bambini cinesi che
guardano il mondo con espressione assorta. Alla periferia il discorso
 diverso e si misura l'enormit del compito che questo paese sta 
affrontando. Nelle campagne dello Shan Xi si possono fare decine di
chilometri senza vedere un solo trattore, mentre i campi di mais sono
lavorati a mano; nei ricchi orti del Guangdong l'irrigazione si fa ancora
con due annaffiatoi tenuti alle estremit di un bilanciere, di quel
bilanciere che  lo strumento secolare per il trasporto delle merci a
fatica d'uomo, e che si vede dovunque in Cina.
La vecchia Cina della letteratura e dei luoghi comuni ricompare
sempre, ma non riesce a sopraffare l'impressione pi forte che  il
movimento. Niente a che vedere con la staticit delle grandi citt
dell'Unione Sovietica di un tempo. A impressioni cos forti si  
portati a reagire in modi assai contrastanti. C' chi ostenta diffidenza,
forse perch non sa che pesci pigliare. Gli imprenditori ci pensano in
misura sempre crescente, perch sanno che un mercato di quelle dimensioni
che sviluppa la propria capacit di acquisto  come un pozzo senza 
fondo. Pensando solo a vendere non capiscono per che
cosa pu venire dopo e come si dovranno fare i conti con questo paese. 
I capi di governo non hanno ancora una linea e non sanno come
trattare. I politologi tradizionali ripetono che dal mercato non pu
non venire la democrazia di tipo occidentale, non riescono a comprendere
come questo ancora non avvenga, e allora, magari surrettiziamente
pensano che tutto croller. Insomma continua l'ambiguit
dell'approccio occidentale verso la Cina. 
Nel passato, la Cina  stata un paese misterioso ma di grande fascino. 
Nel mondo contemporaneo la sua immagine era di pauroso
decadimento e di grande debolezza di fronte alle potenze occidentali
che ne fecero di fatto una colonia commerciale. I giapponesi pensarono
persino che fosse possibile impadronirsene. La rivoluzione e la
guerra civile invece portarono il comunismo all'apice della potenza
e consacrarono la nuova presenza della Cina nel mondo. Un paese
semicoloniale era riuscito a liberarsi con le sue forze e tutti stavano a
guardare cosa sarebbe successo.
Per l'Occidente il fatto che questa liberazione fosse stata opera dei
comunisti signific una rottura drastica e la Cina fu isolata per lunghi
anni. Le convulse vicende interne cinesi, la Rivoluzione culturale con
i suoi eccessi e i suoi rituali incomprensibili per l'occidente,
contribuirono a rendere ancora pi profondo l'isolamento. L'avvicinamento 
venne soltanto a seguito della rottura tra Cina e Unione Sovietica, 
perch i nemici dei nemici sono amici potenziali. Ma anche i
mutamenti in corso rischiano di non essere adeguatamente compresi.
Il gran salto verso il mercato viene identificato come spostamento
puro e semplice verso il capitalismo, e ci si attende che ci porti
automaticamente all'introduzione della democrazia, cos come viene
comunemente intesa in Occidente. Si dimenticano le caratteristiche
originali della civilt cinese e si trasporta meccanicamente uno
schema. Cos lo schematismo porta a negare obiettivit alle ragioni
che hanno indotto nel 1989 i dirigenti cinesi a reprimere i movimenti
giovanili a Piazza Tien An Men mentre tutto il mondo occidentale
celebrava la caduta del comunismo sovietico. Bisogna smettere di
credere che la democrazia occidentale sia un valore universale; essa
 frutto della storia dell'Occidente, e non pu essere trapiantata cos
com' in una parte del mondo che ha una grande cultura propria, con
fortissimi caratteri originali, che il periodo di asservimento 
semicoloniale non  riuscito a intaccare.
La Cina nel mondo.
Il rapporto della Cina con il resto del mondo  stato sempre complesso. 
Il territorio era abbastanza vasto per rendere possibile una
frammentazione che ha fatto s che la storia della Cina fosse una 
successione di spaccature e riunificazioni. Entro questo territorio si 
sviluppata una marcata unit culturale, in primo luogo per il fatto
che una etnia, quella Han, era dominante. Questa unit si  andata
costruendo in modo pragmatico, assimilando i popoli e mantenendo
certe diversit. Esemplare  l'unificazione della lingua scritta, che
lascia le diversit dei dialetti. Lo stesso ideogramma, col suo 
significato, si pronuncia in modo diverso in parti diverse del paese. 
Il cantonese, non nella costruzione della frase, ma nel vocabolario,
 una lingua radicalmente diversa dal mandarino, che  la lingua di 
Pechino, ma ogni cinese pur parlando dialetti diversi comprende la 
lingua scritta.
Se insisteremo molto sulla funzione della cultura e degli orientamenti
culturali nel trattare di questioni che sembrano molto pratiche,
 perch gli intellettuali hanno avuto nella storia della Cina un ruolo
del tutto particolare. La Repubblica popolare, come il Celeste Impero,
 tenuta insieme da una ideologia che si compenetra e si identifica
con lo Stato, per cui l'autorit di governo non  semplicemente 
amministrativa, non si riduce allo Stato minimo, ma  soprattutto guida ai
comportamenti dei singoli, attraverso un complesso sistema di mediazioni, 
di tolleranze, di repressioni. Il potere politico e amministrativo 
 quindi l'una e l'altra cosa, il capo del villaggio  un capo, e spesso
abusa del suo potere, ma  anche una guida, e il rapporto dei contadini
con lui  consapevole di ci, anche nella ribellione.
Non  esatto comunque dire che la cultura cinese non abbia mai
comunicato con l'esterno. Ne fanno fede una grande importazione
culturale, quella del buddismo dall'India, e una grande esportazione,
quella verso il Giappone. Come la cultura cinese  rimasta indipendente
dall'India, cos il Giappone, dopo aver rotto la propria dipendenza 
dall'egemonia culturale cinese, ha preso la propria via. La diversit
vera, profonda e oggettiva,  con la cultura occidentale. I rapporti 
della Cina con l'India e col Giappone si sono organizzati entro
un cerchio ben definito, comunque estraneo alla cultura occidentale.
La diversit con l'Occidente riguarda tutti e tre i grandi paesi asiatici,
India, Cina e Giappone. Non  vero che il Giappone ha assimilato
la cultura occidentale. Ha accolto le tecniche e quella parte del 
patrimonio culturale pi direttamente legata alle tecniche della 
produzione; e anche nell'economia, ad esempio nel modo di organizzare e
gestire le imprese, le differenze sono grandissime e palesi.
Oggi si tratta di vedere se quel che ha fatto il Giappone nell'ottocento 
sar possibile alla Cina del Duemila. Nel 1860 il movimento
dell'autorafforzamentO, una delle tante societ segrete dell'epoca,
aveva come obiettivo di prendere i valori cinesi come base, la tecnologia
occidentale per scopi pratici. Parola d'ordine del movimento era che
la Cina deve capire i barbari per poterli controllare.
Il 23 febbraio 1992 il Ren Min Ri Bao, organo del partito comunista
cinese, scriveva: Solo assorbendo in modo critico gli elementi della
cultura occidentale invece che respingendoli, potremo prosperare.
Le sole idee che la Cina ha importato dall'Occidente e ha 
rielaborato attraverso la propria cultura, non sono quelle del 
liberalismo e del capitalismo, ma quelle della democrazia e del 
socialismo. Le idee della democrazia ispirarono la rivoluzione 
del 1911 e Sun Yat Sen, che alla proclamazione della Repubblica ricord 
che ammirando i sistemi egualitari di Francia e America, ci siamo 
riuniti per rovesciare la tirannia e restaurare i diritti dell'uomo. 
Il marxismo come dottrina e gli ideali del socialismo non sono stati
trapiantati meccanicamente nel partito comunista cinese, ma sono stati
il punto di partenza per una rielaborazione che ha portato alla 
trasformazione in atto, passando attraverso la rivoluzione e le convulse 
vicende che l'hanno seguita. Le critiche pi pesanti che l'Occidente
muove alla Cina sono dirette proprio verso quella parte della cultura
cinese che  stata pi aperta all'influenza occidentale.
La conquista del potere in Cina da parte del partito comunista,
proprio perch trovava in Occidente una rispondenza almeno dottrinale
nel movimento operaio, avrebbe potuto cominciare a costruire
le premesse per una maggiore apertura. Invece la divisione del mondo 
in due blocchi imped che questo accadesse. La rottura con l'Unione 
Sovietica e la rivoluzione culturale fecero il resto; solo attraverso
una tormentata evoluzione si  arrivati all'apertura di oggi.
Una opportunit per l'Occidente.
Dal modo con cui l'Occidente tratter la Cina possono venire conseguenze
radicalmente opposte. La Cina pu essere una grande opportunit per i
paesi industriali sviluppati. L'Asia orientale, la Cina, l'Indonesia, 
in un possibile futuro presumibilmente anche l'India, sono mercati di
una dimensione che non ha riscontro in tutto il pianeta. Ma si tratta 
di capire che i paesi industriali sviluppati si trovano ormai da 
tempo invischiati in una condizione che, se non  di crisi,  di 
stagnazione, con tutte le conseguenze che ci comporta, anche sul
terreno politico, culturale, dei valori. Il commercio mondiale si svolge 
per quattro quinti tra paesi che si scambiano fra di loro gli stessi
prodotti, e quando si arriva alla saturazione di certi consumi la 
domanda non pu che ristagnare. Quando la domanda cade, diminuiscono 
le prospettive di profitto in imprese che producono beni e perci 
cadono gli investimenti reali e si d la preferenza agli investimenti
finanziari. Invece di macchinari si producono centri di divertimento, 
che oltre tutto, hanno come risvolto un appiattimento culturale che
sta raggiungendo livelli insopportabili.
Lo sviluppo di mercati della dimensione di quelli dell'Asia orientale
pu offrire una via di uscita per il rilancio della produzione e la
ripresa dello sviluppo. Ma a patto di non considerarli semplicemente
come sbocchi per le merci e per gli investimenti. Quel che  avvenuto 
di pi importante nel 20esimo secolo  forse la rivoluzione dei paesi 
coloniali che non accettano pi l'imposizione di modelli formatisi al di
fuori della loro storia e della loro esperienza.
Per paesi come la Cina, data la forza della sua tradizione, la cosa 
pi rilevante che mai. Sono possibili tre ipotesi per i rapporti tra
Cina e paesi industriali sviluppati. La prima  quella di una modifica
lenta nei rapporti, di un commercio in cui la Cina aumenti di qualcosa 
la sua parte rispetto ai livelli attuali; alla fin fine la Cina, pur 
tenendo conto del suo miracolo,  ancora poca cosa nel commercio
mondiale, la Corea ancora conta di pi. Della Cina finirebbe per 
occuparsi non chi produce le migliori tecnologie, ma chi sa vendere
meglio (naturalmente tra questi finiranno per esserci gli italiani). Ma
la prospettiva di un mondo ricco, statico e soddisfatto, che coesiste
con uno che invece si sviluppa tumultuosamente non pu reggere a
lungo. Tanto pi che ai confini di questo mondo industriale sviluppato
ci sono realt come l'Africa del Nord, la Turchia, il Medio Oriente, 
con le loro masse sterminate e la loro povert ancora senza
via di uscita, e l'aggressivit del fondamentalismo islamico.
La seconda ipotesi  quella dell'integrazione della Cina nel sistema 
del capitalismo di questi paesi sviluppati.  la via che propongono
le classi dirigenti occidentali, i politici, gli imprenditori, i 
finanzieri, i mass media. Dovrebbe realizzarsi fondamentalmente 
attraverso l'imposizione dei modelli di consumo e l'introduzione in
Cina di una democrazia parlamentare, del pluripartitismo, in tutto 
simile a quella europea e americana. Questo richiamo alla democrazia
consente di caricare di etica il tentativo di integrare una societ 
attraverso l'imposizione di un modello. In sostanza invece di fare la
guerra dell'oppio, come fecero gli inglesi per costringere i cinesi a
consumare l'oppio prodotto dalla Compagnia delle Indie, si pu far
ricorso a strumenti di pressione assai pi civili, come i ricatti sul
commercio o l'isolamento internazionale, per imporre una Disneyland 
a Shanghai.
La Cina  aperta all'imitazione di questo modello, tanto  visibile
nelle citt la diffusione di T-shirts, walkman, film di categoria B, e
tutti i prodotti di largo consumo. Il fatto, decisivo per l'esito di tutto
il processo in corso in Cina,  per il rapporto tra i due o trecento 
milioni di persone che sono direttamente investite dal processo di 
trasformazione e il miliardo che ancora deve esserlo. Su questo rapporto
si gioca tutto. Non si tratta tanto di giudicare il modello di vita 
occidentale, ma semplicemente di constatare che non pu essere trasferito 
di peso in una societ di un miliardo e trecento milioni di persone. 
Non potrebbe che essere confinato in una parte largamente minoritaria,
e quindi provocare una crisi profonda che metterebbe in discussione tutto.
La terza via  quella della collaborazione reciproca. Il mercato cinese
e dell'Asia orientale pu essere la grande occasione, forse anche 
l'unica, per la ripresa dello sviluppo economico nei paesi 
industrializzati. A condizione che si sappia che sono necessarie profonde
trasformazioni nella struttura economica dell'Occidente. Un sistema
economico fondato in misura crescente sui servizi e sulle attivit 
finanziarie non si pu integrare con i paesi in via di sviluppo. Le 
stesse ragioni che rendono assai rischiosa l'importazione del modello di
consumi occidentali, fa s che sia pericolosa per la Cina l'apertura
selvaggia a servizi come la finanza e le assicurazioni, anche se una
economia aperta non pu farne a meno.
D'altra parte se l'Occidente vuole esportare i propri prodotti, e anche
i propri servizi, verso il mercato cinese, deve accettare in cambio 
dei prodotti industriali. Ora questi possono essere, per un periodo 
ancora non breve, solo beni di consumo di massa, in cui il costo
della mano d'opera  il fattore determinante della competitivit: 
tessile, abbigliamento, prodotti vari. Ma ci comporta il 
ridimensionamento di queste produzioni nei paesi occidentali, e questo 
non  un processo indolore; fino a ora le implicazioni del discorso 
non sembra siano chiare.
Il Pacifico, circolo che non c'.
Uno dei modi con cui si copre il tentativo di portare avanti la seconda 
ipotesi  il continuo parlare del Pacific Rim, il circolo del Pacifico 
che comprenderebbe le due sponde dell'oceano, e quindi Stati Uniti, Cina,
Giappone, gli altri paesi asiatici. Questa sarebbe la zona dinamica 
del mondo.
A parte il fatto che la geopolitica con il suo parlare di spazi e zone,
non  mai stata molto affidabile,  lecito dire che in realt non esiste
una zona del Pacifico. Esistono parti dei tre continenti che si 
affacciano sull'oceano legate da correnti di scambio che si vanno 
intensificando, anche se ancora gli scambi tra le due sponde rappresentano
soltanto il 10 per cento del commercio mondiale, mentre quello interno
all'Europa  il 35,4, e anche quello interno all'Asia lo supera. Di
reale c' che questa corrente commerciale supera gi, anche se di
poco, quella tra America ed Europa, che  il 9,3 per cento. Che gli scambi
commerciali possano aumentare rapidamente,  perfettamente comprensibile,
considerando anche la parte del Giappone. La Cina in questa corrente si
sta ricavando una parte crescente: in due anni l'attivo
commerciale della Cina con gli Stati Uniti  raddoppiato passando
da dieci a oltre venti miliardi di dollari.
Ma il fatto  che il circolo del Pacifico non potr mai essere una
regione legata da un modello di sviluppo con tratti comuni. Per questo
occorrerebbe che ci fossero non solo correnti commerciali, ma
almeno una vicinanza nella concezione dei rapporti reciproci. In Europa,
il mercato comune  stato reso possibile dagli elementi comuni
a tutti i paesi. La storia d'Europa, anche se non pu dirsi unitaria, 
una storia di rapporti intensi fra diversi paesi; le culture sono diverse,
ma le origini sono in comune, nella cultura greca e in quella cristiana. 
Gli ordinamenti, se non sono identici, sono certamente compatibili
tra di loro. Eppure malgrado tutto ci, si pu vedere chiaramente 
quanto sia arduo il compito di creare una autentica comunit europea.
Il rapporto tra Europa e Stati Uniti  assai forte perch la cultura
americana  figlia di quella europea, non solo per le sue origini, ma
anche perch nel corso dell'immigrazione del 19esimo secolo l'America
ha assimilato apporti anche sensibilmente diversi da quelli delle origini
anglosassoni, e cos si  aperta a tutta l'Europa. Lo stesso pu
dirsi per i paesi anglosassoni del Pacifico, Australia e Nuova Zelanda.
La prospettiva di una integrazione economica in un primo tempo
dell'America del Nord, Stati Uniti, Canada, Messico, e poi possibilmente 
di una estensione a tutte le Americhe,  possibile per la continuit 
territoriale. Ci sono milioni di immigrati che entrano ogni anno
negli Stati Uniti dai paesi dell'America Latina. Ci crea legami assai
intensi, e gli Stati meridionali degli Stati Uniti sono delle vere e 
proprie zone di ponte, in cui si parla pi spagnolo che inglese.
Gli elementi comuni tra la costa occidentale americana, il Giappone 
e la Cina, sono soltanto superficiali, sono di tecnica e non di
cultura. Per quanto riguarda il Giappone, il modello di consumi non
basta per fare una affinit culturale; quanto alla Cina, la sua tradizione
politica non potr mai garantire quell'ambiente istituzionale di
cui l'impresa capitalistica non pu fare a meno per il suo sviluppo.
Il capitalismo si  sviluppato in parallelo con le istituzioni cui  
intimamente legato, e che costituiscono una condizione necessaria. La
realt cinese di oggi  tutta dentro una tradizione fatta di statalismo,
pragmaticamente adattata alle condizioni reali, ma in un modo che
non pu essere assimilato.
Se iI Pacific Rim  solo un'espressione che va bene per la pubblicit,
quella che emerge  invece una regione, l'Asia orientale, formata 
da popoli diversi, ma legati da un intreccio di rapporti di ogni
genere. Tutti i paesi di questa regione hanno imboccato la via dello
sviluppo accelerato. Ha cominciato un secolo e mezzo fa il Giappone,
hanno seguito i quattro draghi di medie dimensioni; dopo, Malesia, 
Thailandia; ha cominciato a muoversi l'Indonesia e si sta aggiungendo 
il Viet Nam che, per fare un esempio,  diventato un paese 
esportatore di riso.
La crisi del Giappone e l'Asia orientale.
Fu la classe dirigente giapponese a rendersi conto per prima
dell'unitariet dell'Asia orientale e a farne un obiettivo della propria
politica. Lo scopo di guerra del Giappone non era, e non poteva essere
l'annientamento degli Stati Uniti come potenza economica e
militare, ma appunto la divisione con gli americani del Pacific Rim.
I dirigenti giapponesi sapevano che lo sviluppo dell'Asia avrebbe
assorbito tutte le forze di cui il paese poteva disporre e che non si 
poteva restare eternamente sull'orlo di un equilibrio instabile, con gli
americani che minacciavano sempre di bloccare il petrolio. Ma i
giapponesi non fallirono solo perch persero la guerra. Fallirono
perch si mossero secondo la logica di imporre una supremazia,
piuttosto che di conquistare una egemonia. I paesi conquistati, a 
cominciare da gran parte della Cina, non furono mai associati in un 
sistema unitario, e resi in qualche modo compartecipi della sua direzione
ma semplicemente sottomessi e umiliati. Persino laddove esisteva un
movimento nazionalista e antimperialista che avrebbe potuto essere
un alleato naturale in funzione antiamericana, i giapponesi
non riuscirono a legarselo. In Cina le crudelt commesse durante
l'occupazione furono infami. Le stragi di Nanchino costituiscono
una delle pagine pi atroci della storia dell'umanit.
Non solo in Cina, ma in tutta l'Asia orientale il Giappone non 
visto e non pu essere visto come una guida. Si possono avere rapporti 
di affari, ma verso i giapponesi la diffidenza  profonda. Non si
tratta solo di eredit della guerra o di politica; le divergenze sono
nella concezione del mondo e quindi anche nella produzione. Uno
scrittore cinese ha descritto la societ giapponese come un blocco di
granito e quella cinese come un vassoio colmo di sabbia. Ogni granello
di sabbia  una famiglia, e i granelli non sono tenuti assieme,
come in America, dalla legge, dallo Stato e dagli ideali comuni, e
nemmeno come in Giappone, dall'idea della solidariet nazionale, ma
dalla conoscenza vicendevole, dalla fiducia e dall'obbligazione reciproca. 
L'impresa cinese, anche quella media,  gestita autocraticamente, 
ma  portata naturalmente alla cooperazione, molto spesso
oltre le frontiere. Questa  una chiave essenziale per comprendere
l'estrema duttilit del sistema cinese, rispetto all'integrazione 
organicistica giapponese.
A tutto ci bisogna aggiungere un fatto nuovo, degli ultimi due
anni e cio la profondit della crisi giapponese, che da economica 
diventata politica. Il Paese del Sol Levante si trova a un punto critico.
Il modello del miracolo giapponese  venuto meno, per la stagnazione 
che colpisce tutto il mondo sviluppato, compreso il mercato interno
giapponese. Il sistema economico giapponese  un sistema fortemente
integrato: le banche finanziano le grandi imprese, e da queste 
dipendono strettamente le piccole subfornitrici. Sei grandi
gruppi, i keiretsu, dove si trovano assieme banche e grandi imprese
industriali e compagnie commerciali, controllano praticamente met
dell'economia, e realizzano una stretta collaborazione con lo Stato. In
un sistema integrato uno squilibrio si diffonde rapidamente e rischia
di entrare in crisi. Negli ultimi anni si sono sommate tre cause di crisi:
la domanda mondiale  andata rallentando la propria crescita e
non  probabile che possa raggiungere i livelli di prima; i costi del
lavoro e del capitale sono aumentati; le fonti di finanziamento si
sono in parte inaridite perch la propensione al risparmio diminuisce
per il rapido invecchiamento della popolazione.
Ci sul terreno economico. Ma in legame con questi fatti si stanno
verificando tensioni nuove, che mettono in difficolt il modello. 
Il sistema politico fondato sul dominio di un solo partito, attraverso
elezioni manovrate da leggi elettorali di comodo e dalla corruzione,
senza una dialettica capace di selezionare una classe dirigente, ha 
dimostrato tutte le sue lacune, e anche se non  stato travolto,  stato
seriamente intaccato dagli scandali. Nella societ ci sono fatti nuovi,
l'unit familiare si va evolvendo, la natalit diminuisce, mentre la
giovent giapponese respinge in misura crescente il lavoro in fabbrica.
Quel caposaldo della societ che  l'impiego a vita nelle imprese
va cedendo alle pressioni della competizione internazionale.
Per avere una funzione di guida il Giappone dovrebbe avere capacit 
che attualmente non ha. Decentra produzioni a Taiwan, in Thailandia, 
in Viet Nam, e in tutto il Sud Est, oltre che in Cina, ma questo
non significa assumere una leadership finch i paesi con cui si vuole
collaborare vengono considerati al livello esclusivo dei subfornitori.
Cos gli investimenti giapponesi in Asia sono s cresciuti, dal 12 per
cento del totale nell'89 al 14 per cento, ma quelli in USA sono ancora 
il 45 per cento e quelli in Europa il 22. Anche il commercio con la Cina
ha limiti notevoli; esso  ancora il 4 per cento del commercio giapponese,
meno di quello con Taiwan. Gli investimenti giapponesi in Cina non sono che
l'1,6 per cento del totale degli investimenti giapponesi all'estero. Le
tecnologie che i giapponesi trasferiscono in Cina sono arretrate, destinate
a produzioni di bassa qualit per il mercato interno cinese ma non
esportabili, oppure fondate soltanto sullo sfruttamento del basso costo 
del lavoro.
Il risultato  che i paesi asiatici dipendono dal Giappone assai
meno di quel che si potrebbe credere. Gli stessi mercati finanziari di
Hong Kong e Singapore, che sono grandi mercati, sono collegati
con l'America e l'Europa assai pi che non con il Giappone.
Le carte della Cina
Nell'Asia orientale, invece, la Cina potr giocare pienamente le
sue carte. Non  stata una potenza imperialista, si trova al centro della
regione, i suoi legami, economici e culturali, sono gi molteplici.
Al punto che la Banca Mondiale, in un recente studio, parla gi di
Grande Cina. Hong Kong, Taiwan, Singapore sono entit politiche
completamente cinesi che stanno gi realizzando una integrazione
profonda con la Cina. Hong Kong e Singapore si attrezzano gi, la
prima in attesa del rientro entro i confini della Cina al 1997, la
seconda nella sua indipendenza, a diventare i centri finanziari di questa
immensa economia; Taiwan mira a essere la parte tecnologicamente 
pi avanzata.
Ma c' in Asia orientale un fattore cha sta gi giocando un ruolo
assai importante. Per la Cina l'apertura verso l'estero, nel commercio
e negli investimenti, ha un ruolo decisivo. Il commercio con
l'estero equivale a un terzo del reddito nazionale;  l'investimento
estero con le capacit di esportazione, l'apporto di tecnologie e di
capacit manageriali, il fattore pi dinamico dello sviluppo cinese.
Questi investimenti non sono n giapponesi, n americani, n europei,
sono di cinesi, degli huaqiao, dei cinesi di oltremare. Questi
sono stati spesso considerati come gli ebrei dell'Asia orientale, e 
contro di essi spesso sono state scatenate persecuzioni altrettanto feroci
dei pogrom antisemiti. Il colpo di Stato contro Soekarno in Indonesia
fu accompagnato dal massacro di oltre mezzo milione di cinesi,
accusati di essere comunisti. In Malaysia il governo ha cercato di
malesizzare le imprese, ma il risultato  stato un calo di investimenti,
per cui ha dovuto buttare la spugna. Tutti e quattro i paesi sulla 
via del decollo, Malaysia, Indonesia, Thailandia e Filippine, hanno
minoranze cinesi che hanno un peso stupefacente nelle loro economie.
In Indonesia alla met degli anni Ottanta il 70-75 per cento di tutte le
attivit economiche private e nazionali, vale a dire non statali, n di 
propriet estera, appartenevano a cittadini etnicamente cinesi. In 
Thailandia, i cinesi controllano la met del capitale delle banche e 
il 90 per cento delle attivit manifatturiere. Nel 1990 il reddito
nazionale prodotto dai cinesi dell'Asia orientale, includendo Hong Kong,
Singapore e Taiwan, sarebbe stato 450 miliardi di dollari, pi grande di un
quarto di quello allora prodotto dalla Cina. I cinesi sono grandi 
risparmiatori. Su scala mondiale si pu stimare che i cinesi d'oltremare 
detengono attivi liquidi (vale a dire senza gli investimenti in azioni 
o titoli finanziari) per 1.500-2.000 miliardi di dollari. Per avere un
termine di confronto, nel 1990 i depositi bancari dei giapponesi erano
3.000 miliardi di dollari.
La gestione familiare di queste attivit non  un ostacolo ma un
incentivo all'impegno in Cina, che per la diaspora costituisce una
grande opportunit. Per deludente che a volte sia stata la politica cinese,
i legami sono sempre rimasti forti. Cos Hong Kong e Taiwan da soli 
rappresentano i due terzi del totale degli investimenti esteri in
Cina, il resto dei cinesi della diaspora aggiungono un altro 15 per cento. 
E non si tratta solo di investimenti ufficiali, tramite le banche; ci sono
infiniti canali familiari, relazioni che i cinesi fuggiti dal Fujian verso
Taiwan o dal Guangdong verso Hong Kong, riannodano con i loro
villaggi di origine. Si calcola che industriali di quest'ultima citt 
diano lavoro nel Guangdong a quattro milioni di dipendenti, il triplo
della popolazione in et di lavoro di Hong Kong.
Ma il ruolo dei cinesi d'oltremare  duplice. Se essi sono uno dei
fattori pi importanti del dinamismo della madrepatria, nelle economie
dei paesi del Sud Est fungono da collegamento con la Cina.
L'espansione cinese  diventata un motore per l'economia di questi
paesi,  la Cina che ha consentito ai paesi della zona di mantenere un
tasso di crescita del 7 per cento mentre l'economia mondiale nel suo 
complesso cresceva dello 0,5 per cento. Paradossalmente il fatto che la
Cina rimarr a lungo in uno stato ancora iniziale di sviluppo sar un
fattore che le consentir di essere un punto di riferimento per molto tempo
ancora, s'intende se riuscir a evitare le crisi possibili.
Questa possibilit dipender anche dall'Occidente, dal modo in
cui reagir. Se la Cina dovesse essere ricacciata indietro le conseguenze
non sarebbero soltanto una perdita di opportunit, ma un aggravarsi 
delle tensioni in tutto il mondo. D'altra parte, pensare di poter 
imporre un proprio modello economico e politico, e far dipendere da
questo la propria posizione,  velleitario e rischia di ritorcersi
contro lo stesso Occidente. Un mondo diviso  un mondo instabile,
che non serve agli interessi di nessuno, ma perch il mondo possa
essere davvero unito occorre che gli scambi economici non siano un
canale per esportare modelli di civilt, che paesi dotati di una civilt
ricca e antica quanto quella occidentale non hanno nessuna intenzione 
di accettare.
2. La Cina di Mao
Al punto in cui si trova oggi la Cina  giunta attraverso un cammino 
drammatico, con brusche giravolte e cupe tragedie. La vittoria
dei comunisti segna il punto di partenza di un'epoca nuova. C' chi
ritiene che prima o dopo si finir per discutere della guerra civile e
della rivoluzione come di uno dei tanti interregni tumultuosi tra una
dinastia e l'altra della millenaria storia cinese. Ma l'avvento dei
Comunisti ha segnato un cambiamento sostanziale: ha segnato la fine
dell'isolamento, prima sul terreno delle idee, e dopo, attraverso un
percorso tormentato, sul terreno economico. Che la trasformazione
della Cina in paese moderno possa avere successo  ancora in 
discussione: quello che  certo  che, nel bene e nel male, all'isolamento 
non potr pi tornare.
La rivoluzione democratica del 1911 non mise radici profonde.
Sun Yat Sen era stato capace di unificare il movimento nazionalista
per trasformarlo in una organizzazione di lotta, il Guomindang,
collegandolo con le rivendicazioni democratiche e superare la rivolta
xenofoba. Il paese rimase per frazionato tra diverse zone dove di
fatto regnavano tiranni militari locali. L'influenza del Giappone e
delle potenze occidentali rimase assai forte, e la Repubblica nazionalista
non riusc a contrastarla. Il primo, oltre a possedere pezzi di
territorio cinese, come Dalien e Qingdao, aveva una zona di influenza 
in Manciuria. Le seconde controllavano la vita economica della
Cina partendo dalle concessioni, soprattutto quella di Shanghai, e da
Hong Kong. In realt il loro controllo si limitava alle attivit 
commerciali e a quel tanto di industria manifatturiera che c'era, di una
parte non molto grande, quella costiera, mentre il resto del paese
continuava a essere quello della societ contadina, e dei grandi 
proprietari di terra.
Chang Kai Shek era riuscito a unificare, almeno sulla carta, il paese, 
con l'aiuto dei comunisti, ma ruppe con questi prima ancora che
l'opera fosse completata, ed ebbe cos inizio una guerra civile durata,
fino al 1949, con la breve interruzione della lotta comune contro i
giapponesi. Le fasi di questa guerra civile, l'impresa della Lunga
Marcia per trasferire l'esercito comunista dalla Cina centrale a quella 
del Nord, ai confini con la Mongolia Esterna, sono ben note.
Conseguenza della rottura fu che il regime del Guomindang assunse
come proprio obiettivo principale quello della lotta contro i comunisti 
piuttosto che il rinnovamento del paese.
I comunisti invece si muovevano su una linea estremamente duttile. 
Le loro posizioni non potevano essere assimilate puramente e
semplicemente a quelle del comunismo classico. Il partito comunista 
era stato fondato, come era avvenuto per la maggior parte dei
partiti comunisti in tutto il mondo, da intellettuali di formazione 
democratica e cultura marxista. Le leve che avevano permesso a questi
gruppi di acquistare una influenza reale nel popolo cinese erano state
due: la posizione antimperialista che li colleg con il nazionalismo,
e la difesa degli interessi elementari di un proletariato che era
ben poco consistente, ma concentrato nelle zone Costiere dove dominava
il capitalismo occidentale. Era con questo partito che Chang
Kai Shek aveva consumato la rottura, riuscendo a piegarne la resistenza.
Ma a questi colpi il partito comunista cinese reag adottando
una nuova linea, che doveva dare scacco a Chang Kai Shek e determinarne
la sconfitta, e il cui principale fautore era Mao Zedong.
Questa politica era fondata sull'alleanza con tutti i ceti sociali, anche
capitalistici, contro i grandi proprietari fondiari che erano la forza
pi parassitaria, e le forze imperialiste. La forza decisiva erano allora
i contadini, non il proletariato, e questa era una svolta radicale con
la linea precedente del partito che ricalcava quella tradizionale dei
partiti comunisti occidentali. Con Mao, il partito comunista assumeva
una capacit propria di elaborazione che lo distingueva dalla linea 
e dalla politica dell'URSS; era gi una linea marcatamente cinese.
 vero che il linguaggio era quello tradizionale, che si parlava di 
dittatura del proletariato, e della direzione da parte della classe 
operaia, ma la pratica, in primo luogo quella militare, dove la guerriglia, 
forma di lotta tipicamente contadina, soppiant il modello della 
Rivoluzione di Ottobre, l'insurrezione proletaria delle citt, era 
tutt'altra. In questa divergenza tra formulazioni teoriche e pratica
politica si delinea, fin dall'inizio del maoismo, un'ambiguit che i
successori di Mao erediteranno, e che si inserisce perfettamente in 
una tradizione culturale cinese. Questa linea veniva messa in pratica 
durante la lotta armata: nei territori controllati dall'esercito 
comunista si procedeva a una riforma agraria di tipo elementare, 
consistente nell'esproprio e nella redistribuzione della terra, senza 
porsi nemmeno i problemi della produttivit. Questa posizione fu decisiva 
per conquistare ai comunisti l'appoggio dei contadini poveri e senza terra.
Del marxismo-leninismO di stampo Sovietico Mao aveva preso
sostanzialmente una cosa: la concezione del partito come nucleo 
ferreamente organizzato e centralizzato, sottoposto alla guida di un
capo. Il punto era anche essenziale per mantenere l'accordo con
l'URSS, dato che Mao sapeva fin troppo bene che attaccando la funzione
di guida del movimento operaio di tutto il mondo da parte di
Stalin, avrebbe aperto la contestazione a se stesso.
Prima dell'avvento di Mao alla guida del partito, i sovietici
avevano cercato di imporre la propria direzione. Ora, pur consapevoli 
delle diversit che si andavano manifestando, e diversamente da 
quanto avevano fatto con altri partiti, considerando anche i successi 
che quella linea portava nella resistenza contro i giapponesi, si 
guardarono bene dal rompere con Mao. Cos, nell'immediato dopoguerra 
quando le truppe sovietiche si ritirarono dalla Manciuria, gi Stato
vassallo del Giappone e che era stata occupata con una fulminea campagna,
praticamente la consegnarono ai comunisti cinesi, e da l parti la grande
offensiva che port Chang Kai Shek alla sconfitta.
Gli inizi (1949-1952).
Le condizioni della Cina all'avvento del regime comunista erano
disastrose. Nel 1936, alla vigilia dell'invasione giapponese, l'industria
era praticamente in mano straniera: societ straniere controllavano 
l'80 per cento della produzione di acciaio; il 76 per cento di quella 
dell'energia elettrica; il 64 per cento di quella cotoniera; le ferrovie 
per il 90 per cento e il naviglio mercantile per il 70 per cento.
Le banche e la finanza erano totalmente controllate dall'estero: il
predominio era inglese, imprese finanziarie come Jardine e Fleming,
la Hong Kong e Shanghai Bank, erano diventati colossi internazionali
sfruttando un mercato povero, ma enorme, come quello cinese.
I giapponesi si erano impadroniti dei beni delle societ occidentali. 
Dopo la guerra, questi vennero confiscati dal governo di Chang Kai Shek
e trasferiti a un gruppo ristretto di capitalisti cinesi, le cosiddette
quattro famiglie, lo stesso Chang Kai Shek, T.V. Sung, H. H. Kung e 
Chen Lifu, che accumularono un enorme potere. I gruppi controllati da
queste famiglie rappresentavano i due terzi del capitale industriale,
praticamente tutta l'industria moderna, e detenevano una parte 
schiacciante dei mezzi di trasporto e comunicazione. Il potere economico 
era integrato col potere politico; grazie allo Stato erano venuti in 
possesso dei loro beni e grazie allo Stato ne difendevano il possesso. 
Lo Stato era sotto il loro dominio, e di esso si servivano in tutti i 
modi possibili, dalla corruzione all'uso della forza militare, per tenere 
la situazione sotto controllo. Inoltre lo Stato serviva a contrattare 
l'aiuto americano, che veniva indirizzato a loro beneficio. Nel 1948 
gli investimenti privati americani rappresentavano l'80 per cento degli 
investimenti esteri. Il capitale cinese era ristretto a piccole imprese 
che erano state falcidiate prima dalle espropriazioni
giapponesi e poi dall'inflazione post bellica. L'industria era concentrata
in Manciuria, e nelle zone costiere, e aveva una incidenza irrisoria 
sulla formazione del prodotto interno. La vita commerciale
delle citt, di quegli enormi formicai umani che sono le citt cinesi,
era nelle mani di uno strato notevolmente esteso di speculatori, di
usurai, di artigiani, che controllavano praticamente tutto il reddito
prodotto nelle citt fuori dal grande capitale delle quattro famiglie.
La corruzione era lo strumento che teneva uniti gli interessi dei
piccoli speculatori e dei grandi gruppi che controllavano lo Stato.
Era il quadro tipico dei paesi sottosviluppati di recente indipendenza.
Nelle campagne i tre quarti della terra erano in mano al 10 per cento della
popolazione agricola. Al polo opposto, una quantit enorme di contadini 
poveri, quattrocento milioni, con una propriet polverizzata. I proprietari
di piccoli appezzamenti, di fazzoletti di terra, erano numerosi, ma il
prodotto era insufficiente a sfamare le famiglie contadine, e cos 
dovevano affittare altra terra. La forma principale di conduzione 
era l'affitto pagato in natura, un rapporto assai simile a
quello diffuso nell'Italia meridionale fino al 1950, e la quota da dare
al proprietario andava dal 50 all'80 per cento del prodotto. I proprietari 
controllando i mercati fissavano praticamente il prezzo dei prodotti
agricoli, e facendo anticipazioni a tassi di interesse draconiani
accumulavano enormi profitti. Con l'inflazione del dopoguerra i contadini
ricevettero un duro colpo. Si comprende benissimo come nella conquista 
del potere da parte dei comunisti essi abbiano visto una liberazione.
Non tutti reagirono per allo stesso modo. Quelle ricordate erano
condizioni prevalenti nelle zone cerealicole, che costituivano comunque 
la parte pi rilevante dell'agricoltura e dove era insediata la
grande maggioranza della popolazione agricola. Nelle zone costiere,
soprattutto nel Sud, la piccola propriet era pi diffusa e pi solida, e
l'agricoltura pi trasformata; prevalevano le coltivazioni orticole e
l'allevamento di maiali e pollame, per l'approvvigionamento delle
grandi citt. Le condizioni dei contadini erano quindi migliori.
In contadini di questo tipo la preoccupazione per una possibile
espropriazione era diffusa. All'avvicinarsi dell'armata comunista, ci
fu una emigrazione di massa, di alcuni milioni di persone, soprattuttto
dal Fujian e dal Guangdong, non solo di speculatori, grandi e piccoli, 
ma di contadini e di artigiani, che si diressero a Taiwan e Hong Kong, 
e poi oltre, in tutta l'Asia orientale. Essi spesso portavano con
s i risparmi sotto forma di moneta liquida e cos due futuri draghi
dello sviluppo, Taiwan e Hong Kong ricevettero, in un territorio 
sufficientemente piccolo, un apporto concentrato di capitali e di mano
d'opera qualificata. Fu principalmente questa emigrazione la base
dello sviluppo impetuoso di questi territori, che invest anche gli 
altri paesi dell'Asia sud orientale.
Nella ricostruzione, il partito comunista cinese si mosse sulla stessa 
linea seguita durante la rivoluzione. A fondamento della sua politica 
fu posta quella che fu chiamata la Nuova Democrazia. Si operava una 
distinzione netta tra democrazia e socialismo; nel primo programma 
della Conferenza consultiva del popolo cinese, approvato il
29 settembre 1949, che fu il testo fondamentale per la costruzione
del nuovo Stato cinese, gli avversari del regime erano individuati
nell'imperialismo, nel feudalesimo e nel capitale burocratico. I nemici
non erano i capitalisti presi nel loro insieme, grandi e piccoli:
anzi si sosteneva apertamente che gli aspetti positivi del capitalismo
privato, nella citt e nelle campagne, avrebbero dovuto essere utilizzati
per lungo tempo ancora. Conseguentemente, non si nazionalizzavano tutte 
le imprese, ma si confiscavano solo quelle del capitale burocratico, 
quello delle quattro famiglie. Di fatto per tutte le imprese di una 
certa dimensione vennero nazionalizzate. Nelle imprese private, i 
rapporti di produzione venivano definiti in un accordo tra sindacati 
e impresa, e non c'erano n direzione amministrativa dall'alto, n 
obblighi stabiliti dall'autorit statale.
Il punto di partenza era che l'agricoltura costituiva l'80 per cento
dell'economia cinese. Anche per l'agricoltura si indicava la via della
gradualit e del pragmatismo, sollecitando la costituzione di gruppi 
di aiuto reciproco, che avrebbero dovuto costituire i germi della
cooperazione e successivamente della collettivizzazione. Lo Stato
manteneva un controllo ferreo sulle finanze e sul commercio estero.
Il primo intervento dello Stato fu quello di combattere un'inflazione 
che raggiungeva il 20 per cento al giorno. A una data stabilita, nel 
novembre 1949, si procedette a una stretta selvaggia, bloccando tutti i
prestiti bancari, nonch tutta la spesa pubblica non strettamente 
indispensabile; persino gli stipendi pubblici non furono pagati per un
certo periodo di tempo. Gli speculatori avevano ammassato grandi
quantit di merci con denaro preso a prestito, e si assoggettavano a
pagare tassi di interesse che arrivavano al 200 per cento al mese; di
fronte a una stretta cos violenta furono costretti a vendere merci.
In concomitanza, le imprese commerciali statali buttarono sul mercato i 
loro stocks e i prezzi riuscirono in qualche modo a fermarsi.
Naturalmente ci port alla rovina una grande quantit di piccole imprese
private. Pi di met delle banche di Shanghai e un decimo delle imprese
commerciali della citt dovettero chiudere. La produzione del tessuto 
di cotone diminu del 40 per cento.
La lotta contro l'inflazione doveva durare qualche anno. Si era
proceduto all'emissione di una moneta del tutto nuova, il renminbi,
ma il suo valore era talmente incerto che i prestiti nazionali venivano 
calcolati in una unit di conto, il fen, cio l'equivalente di 3 kilogrammi
di riso, 0,75 di farina di grano, 1,33 metri di cotonata, e 8 kilogrammi di
carbone. Buona parte delle imposte venivano riscosse in natura. Essenziale 
per tutta la manovra era il controllo tolalitario del sistema bancario. 
Appena i prezzi cominciarono a stabilizzarsi, i risparmi tornarono ad 
affluire nelle banche. Si pot allora allentare la stretta sul credito
e cominciare a concedere finanziamenti alle imprese private e alle 
cooperative.
L'esperienza fatta allora, di combattere l'inflazione con restrizioni
violente, e il successo conseguito, anche se a caro prezzo, marc
l'orientamento delle istituzioni finanziarie cinesi; anche ai nostri
giorni l'inflazione  il pericolo principale per l'equilibrio della
societ cinese, ma non sono molto cambiati i mezzi per combatterla.
La stabilizzazione dei prezzi consent anche di portare avanti la 
riforma agraria. Durante la guerra civile, questa era stata realizzata nei
territori occupati dai comunisti, attraverso espropriazioni generalizzate,
comprendendo anche le scorte in natura, il bestiame e le abitazioni. Con
la legge del 1950 si stabiliscono criteri differenziati. Ai proprietari
non coltivatori vengono espropriati i terrni, e i capitali agrari, compreso
il bestiame da lavoro e da allevamento. Per quanto rlguada i proprietari 
coltivatori, i famosi kulak della rivoluzione russa, non si espropriarono 
i terreni coltivati direttamente o attraverso salariati fissi, ma solo i
terreni dati in affitto che superavano il limite del doppio della 
superficie media della propriet terriera del villaggio; considerata la
polverizzazione della propriet, il limite era abbastanza basso. La terra
veniva nazionalizzata e redistribuita tra i contadini, non in propriet ma 
in affidamento perpetuo. Per avere una idea della dimensione del processo,
furono espropriati 46,5 milioni di ettari, pari al 46 per cento delle
terre coltivate, a beneficio di trecento milioni di contadini. In 
media 0,15 ettari per persona. La riforma agraria portava a un'ulteriore
polverizzazione della propriet fondiaria.
Malgrado tutti gli sforzi per graduarlo, il movimento per la riforma 
agraria fu tumultuoso, e in molte zone non ci si cur molto della
politica di alleanze. I proprietari d'altra parte resistettero con la 
forza, e ci fu un periodo di conflitti assai duri e di grande violenza. Le
repressioni diventavano pi violente a mano a mano che il potere
popolare si andava installando nella Cina del Sud, dove l'agricoltura
era pi ricca.
Il processo di stabilizzazione sub un colpo di arresto con la guerra 
di Corea, nel 1950. La Corea del Nord aveva invaso la Corea del Sud, 
e dopo averla quasi completamente conquistata era stata battuta
dagli americani, che a loro volta erano arrivati ai confini con la Cina.
I cinesi videro in questo una minaccia esterna che si collegava alla
controrivoluzione interna. Intervennero allora pesantemente e ricacciarono,
a prezzo di perdite enormi, gli americani sulla vecchia linea
di separazione tra la Corea del Nord e quella del Sud. La guerra fu
una dura prova e aggrav bruscamente le tensioni interne.
Il modo con cui i dirigenti cinesi reagirono a questo stato di cose
fu tipico di un certo modo di affrontare i problemi. La pressione
esterna per soffocare la rivoluzione spingeva la direzione politica
del paese a passare dalle iniziali posizioni moderate a politiche 
progressivamente pi repressive. L'impegno bellico aveva costretto lo
Stato a rallentare la pressione per la stabilizzazione dell'economia, e
il mercato era nuovamente dominato dai privati, nelle citt e nelle
campagne. Lo Stato non era in grado di opporre una resistenza adeguata 
per la debolezza delle sue strutture e l'incompetenza dei quadri, ed 
era permeabile alla corruzione, vecchia piaga della societ cinese.
Le risorse finanziarie dello Stato erano insufficienti. Le esigenze 
di spesa aumentavano velocemente perch lo Stato si assumeva
sempre nuovi compiti, compresi quelli militari, mentre le entrate non
tenevano il passo per l'arretratezza dell'amministrazione ereditata
dal regime imperiale che il Guomindang aveva lasciato sostanzialmente
immutata.
La risposta non fu cercata in provvedimenti amministrativi ma nel
lancio di una grande campagna, detta dei tre contro, sanfan, e dei
cinque contro, wufan. La campagna era contro i tre vizi principali
dei quadri, la corruzione, lo spreco, e la burocrazia, e contro i cinque
comportamenti negativi principali dei privati, le bustarelle, l'evasione 
fiscale, l'abuso di beni dello Stato, la truffa nei contratti, e la 
sottrazione di informazioni economiche. L'obiettivo economico era
quello di assicurare entrate allo Stato, chiedendo la restituzione delle
somme truffate, dato che le entrate fiscali non davano un gettito
nemmeno lontanamente adeguato, per far fronte agli impegni vecchi
e nuovi. Ma la ricerca di fondi veniva caricata di un forte contenuto
simbolico, in nome della lotta contro la corruzione, contro corrotti, i
quadri, e corruttori, gli imprenditori privati. Si scatenava cos una
pressione di massa, appoggiata dalle strutture dello Stato, per colpire
certe forze sociali non nell'economia, dove dominavano, ma sul terreno
politico.
Si mettevano in movimento le masse, facendo assegnamento
sull'iniziativa personale, e la mobilitazione spontanea. Le indicazioni 
per la mobilitazione erano semplici, gli obiettivi contro cui si
chiedeva un impegno dal basso erano popolari, e si mettevano in
moto tutti i risentimenti e le frustrazioni delle masse pi povere.
Nelle imprese, i dipendenti si servivano della campagna per cercare
di strappare condizioni di vita migliori. Il movimento dei cinque
contro port a investigare su circa 450.000 imprese, e di queste i tre
quarti risultarono in qualche modo responsabili di qualcuno dei cinque
vizi. Era un attacco portato contro una classe nel suo complesso,
ma non con l'obiettivo di annientarla. L'obiettivo era piuttosto quello
di diminuirne il potere. Pochissimi furono imprigionati, ma una
gran quantit di piccoli capitalisti fu costretta a pagare forti multe, a
titolo di risarcimento. Come  evidente, era impossibile controllare
un movimento di questo tipo, e gli eccessi non mancarono. Si dovette 
correre ai ripari, e si provvide alla rateazione del pagamento delle
somme dovute, e si mise un freno alle richieste salariali, ma la 
conclusione fu che ancora una volta numerose imprese fallirono e i 
produttori privati subirono un altro duro colpo.
Questo modo di procedere rimane tuttora una caratteristica tipicamente
cinese del modo di governare. Esso non trova riscontro nell'esperienza
storica dell'Occidente, che lo trova rozzo e incomprensibile, con la 
sua semplificazione elementare delle posizioni, divise nettamente tra 
bene e male, divisione spesso accentuata da un linguaggio immaginifico.
Chiaramente,  possibile solo dove esiste un potere centrale, un capo 
supremo, che non si serve soltanto della legge e dell'autorit per farla
rispettare, ma ha un potere di orientamento anche spirituale e morale.
Non si tratta solo di carisma, ma di qualcosa di pi forte ancora e 
questo  un potente strumento di orientamento dei movimenti delle masse.
Il prezzo che si paga  la semplificazione che rinunzia alla razionalit
per puntare tutto sull'agitazione. Il risvolto di questa condizione, che
con la Rivoluzione culturale raggiunger il parossismo,  che gli eccessi
sono inevitabili e la societ  sempre attraversata da grandi flussi e 
riflussi che la tengono in perpetuo movimento magmatico.
Di stabilizzazione economica in queste condizioni non si poteva
nemmeno parlare. In realt invece della stabilizzazione, una volta
apposta una barriera politica al rafforzamento del capitalismo, e a
caro prezzo, si pass a un grande sforzo per lo sviluppo dell'economia
statale. La storia della Cina contemporanea  fatta da un succedersi 
di svolte, spesso improvvise, e spesso radicali.
Il modello sovietico (1952-1959).
Il modello per quest'impresa esisteva gi, ed era quello sovietico.
A sceglierlo concorrevano ragioni diverse. La guerra di Corea aveva
messo in evidenza la necessit di avere una industria militare, senza
di cui la Cina sarebbe stata sempre alla merc di qualsiasi invasore.
Senza una forte industria statale non poteva essere concepito un 
processo di accumulazione sufficientemente intenso per affrontare gli
enormi problemi del sottosviluppo. L'URSS forniva anche il modello
per le finanze statali, dato che le entrate derivavano in modo 
assolutamente preponderante dalla cosiddetta imposta sui profitti, cio in
pratica dalla fissazione dei prezzi per tutte le merci.
Di pianificazione si era naturalmente parlato molto, ma la realt
era ben diversa. Una effettiva pianificazione non poteva esserci.
Non c'erano le grandi imprese statali su cui l'autorit pianificatrice
poteva esercitare la propria direzione. D'altra parte, su un sistema
formato da milioni di imprese contadine e di piccoli imprenditori, 
possibile agire soltanto in modo indiretto, soprattutto attraverso il
fisco o condizionandole nella disponibilit di mezzi finanziari attraverso 
la manovra monetaria. Il sistema delle piccole imprese e delle
aziende contadine invece si finanziava attraverso un circuito al di
fuori delle banche e dello Stato, basato sui risparmi familiari in forma
liquida, mentre il sistema fiscale statale era nelle condizioni gi viste.
Erano tutte ragioni che rendevano impossibile a quell'epoca una
pianificazione di tipo amministrativo secondo il modello sovietico,
dove tutti i prezzi erano fissati dall'alto e ogni impresa riceveva gli
obiettivi di produzione.
Lo sforzo principale fu dedicato alla creazione di una economia di
Stato prima inesistente, nel campo dell'industria pesante, e alla
esecuzione di alcune enormi opere pubbliche attraverso la mobilitazione
della mano d'opera, con metodi non lontani da quelli con cui era
stata costruita la Grande Muraglia nel terzo secolo a.C.
Parallelamente, si sarebbe rafforzata la finanza statale, rendendo
possibile un prelievo sui profitti delle imprese. Nel 1959 questo
prelievo rappresentava il 60 per cento delle entrate dello Stato. Ancora
oggi, le entrate derivanti dal prelievo sui profitti delle imprese statali 
costituisce il grosso delle entrate tributarie.
Fu questo il periodo in cui furono pi stretti i legami e maggiore
l'influenza dell'Unione Sovietica. Gli aiuti sovietici per la costruzione
di alcuni grandi impianti e lo sfruttamento delle risorse naturali 
furono sostanziali. Durante il primo piano quinquennale l'aiuto
ammont alla met di tutta la costituzione di capitali fissi. Esso non
assumeva la forma di doni, ma di condizioni di particolare favore nel
finanziamento e nei prezzi delle forniture, e cos la Cina poteva 
conservare anche formalmente, cosa a cui i cinesi tengono molto, la 
propria autonomia e la propria indipendenza. Le importazioni venivano
pagate attraverso esportazioni e cos la bilancia commerciale con
l'URSS, passiva per la Cina nei primi anni del periodo per le importazioni 
di macchinari, divent attiva gi nel 1956. L'aiuto per la costruzione 
dei grandi impianti e il trasferimento di tecnologie comportarono 
l'impegno di oltre diecimila tecnici sovietici e la formazione dei 
quadri industriali cinesi. Senza questo aiuto non sarebbe
stata possibile la costituzione del primo nucleo di specialisti cinesi
nella grande industria moderna, dato che l'Occidente sbarrava ogni porta.
Mao defin questo periodo come quello in cui la Cina si inclinava da 
un lato. L'espressione indica chiaramente che la scelta era
conseguenza di uno stato di necessit e che era temporanea. Non ci
possono per essere dubbi sul fatto che la scelta fu determinante per
i successivi sviluppi, in quanto riusc a dotare il paese di una iniziale
base produttiva senza di che gli sviluppi successivi non sarebbero
stati possibili. Cosa pi importante ancora, grazie agli aiuti fu possibile
mantenere un livello di accumulazione elevato senza diminuire
il tenore di vita, anzi aumentandolo. Alla Cina fu cos risparmiata,
almeno in quel periodo, l'esperienza drammatica dei primi due piani
quinquennali sovietici, quando la costruzione dell'industria era 
avvenuta attraverso una accumulazione forzata ai danni delle campagne,
provocando fame e disastri. Come si vedr subito, anche la Cina doveva 
sperimentare una simile esperienza, ma ci avvenne quando si
abbandon questo sistema economico.
Nel corso del primo piano quinquennale 1952-1957 il prodotto interno 
lordo aument di circa il 50 per cento, al ritmo dell'8 per cento all'anno.
I risultati furono oltremodo positivi e gli stessi ambiziosi obiettivi 
del piano furono superati, non solo per l'industria moderna, ma anche per 
la piccola industria delle imprese artigiane. Fatto ancor pi importante,
la produzione agricola era aumentata del 4,5 invece del previsto 4,3.
La riforma agraria era stata portata a termine nel suo complesso entro 
il 1952, con l'eccezione delle regioni periferiche, Tibet e Xinjiang. 
Durante il primo piano quinquennale l'agricoltura cinese fu in
grado di fornire risorse per l'industrializzazione, e nello stesso tempo
di sopperire ai propri bisogni in investimenti. Ci avveniva senza
la collettivizzazione forzata, come invece era accaduto in URSS, e si
dimostrava che questa non era indispensabile, quando c'era un aiuto
esterno, per avviare un processo di trasformazione. La capacit di 
risparmio dei cinesi aveva giocato un ruolo essenziale, ma decisiva fu
la scelta politica di non ricorrere a metodi di direzione amministrativa 
nelle campagne. Questi erano stati tentati, ma furono abbandonati, 
ricorrendo invece alla promozione dell'aiuto reciproco, che era 
tradizionale nelle campagne cinesi, e che poteva essere influenzato e
diretto attraverso il paternalismo dei capi del villaggio, tutti comunisti,
attraverso consigli, sollecitazioni, minacce, ma senza ricorrere a 
drastici interventi.
Il processo di industrializzazione comportava per un aumento
della differenziazione tra citt e campagna. Per trasferire mano
d'opera nell'industria pesante si pagarono in questa salari pi alti,
ma soprattutto si istitu nelle citt un primitivo abbozzo di Stato 
sociale: esistevano pensioni, misere, ma esistevano, per i lavoratori
dell'industria di Stato, c'erano ospedali e assistenza medica. La cultura
cinese faceva del mantenimento dei genitori anziani un dovere a
cui era vergognoso sottrarsi, e questo ancora oggi consente di non
mettere in atto un sistema di previdenza se non in forma assai limitata.
Ma quel poco che era possibile fare in questo campo costituiva
una enorme differenza nei confronti delle campagne. La tendenza ad
approfondire la differenza tra citt e campagna si era manifestata gi
nel 19esimo secolo sotto la spinta dell'intervento economico occidentale,
e il Guomindang non l'aveva in seguito contrastata. Nel corso
dell'industrializzazione fu ulteriormente accentuata, e, come si vedr,
costituisce uno dei problemi pi carichi di incognite per la Cina di oggi.
In sintesi, i risultati erano importanti, per molti versi decisivi per
l'avvenire, ma pieni di contraddizioni. Furono gli indubbi successi
conseguiti a provocare entro il partito comunista un confronto che
doveva diventare scontro. L'osservatore occidentale si trova spesso
in difficolt a comprendere le cause vere della lotta politica che a pi
riprese ha lacerato il partito comunista cinese, tanto queste cause
sono ricoperte da simboli e allusioni, in un linguaggio politico per
noi scarsamente comprensibile. Una tendenza  quella di spiegare
tutto in termini personali, di lotta di personalit per il potere, oppure
in termini di confronti di ideologie diverse, come se queste cadessero 
dal cielo. Elementi del genere si ritrovano sempre, ma non possono 
bastare a spiegare tutto. In realt si pu capire la lotta politica 
interna del partito comunista cinese soltanto mettendola in relazione
con i fatti della struttura istituzionale ed economica della societ,
con le contraddizioni reali.
Per dirigere un processo di trasformazione economica si presentavano
tre vie diverse. La prima era quella della direzione amministrativa 
accentrata, con una burocrazia forte, sul modello sovietico; la
seconda era quella di realizzare un forte decentramento, ma sempre
all'interno di un sistema politico, in cui erano le istanze politiche a
dirigere l'economia, ma facendo in modo che questo si realizzasse in
una articolazione di poteri, su scala dell'intero paese e non solo al
centro, affidando all'ideologia e alle campagne politiche piuttosto che
alle istituzioni l'unit del movimento; la terza era quella di espandere 
il potere delle imprese nei confronti della direzione dell'economia
e lasciare al mercato il compito di regolare una parte, pi o meno
grande, dei rapporti economici.
Nel corso dell'attuazione del primo piano quinquennale si scelse
la seconda strada. Come abbiamo gi detto, alla possibilit di attuare
il modello sovietico di direzione centralizzata si opponevano ragioni
oggettive. Mao d'altra parte era convinto che la crescita di una 
generazione di tecnocrati avrebbe limitato il suo potere, mentre d'altra
parte non pensava affatto che uno sviluppo della democrazia potesse
costituire un contrappeso al potere dei tecnocrati. Si pu dire che il
contrasto tra politici e tecnocrati sia il filo conduttore della 
storia del partito comunista cinese dopo la rivoluzione. Naturalmente
occorre stare attenti alle interpretazioni schematiche. I politici
non ignoravano certo i problemi dell'economia, e i tecnocrati non
erano affatto dei manager che ragionavano solo con i numeri. Tutta
la classe dirigente cinese era impregnata della stessa cultura, e lo stile
di direzione simbolico non era una esclusiva di Mao, ma era patrimonio
comune di tutti, anche dei tecnocrati. Si trattava di accenti diversi
e di gradazioni diverse. Ancora oggi, sbaglia chi crede che la nuova 
classe dirigente cinese abbia assunto nei confronti dell'economia un
atteggiamento di tipo occidentale.
I politici, con alla testa Mao, privilegiavano l'ideologia rispetto
all'interesse materiale, e quindi anteponevano gli incentivi ideali, i
grandi movimenti di massa, agli interessi materiali, pronti a pagare il
prezzo di continui rivolgimenti. I tecnocrati erano i sostenitori
delle altre due vie, identificandosi di volta in volta, e nelle diverse
soluzioni, con la burocrazia centrale, con i manager delle imprese e
con l'amministrazione centrale che in ogni caso, quale che fosse la
funzione affidata al mercato, avrebbe dovuto gestire la politica economica.
Gi durante l'attuazione del piano quinquennale si erano manifestate
tendenze diverse per quanto riguarda gli incentivi. Agli incentivi
ideali si era fatto largo ricorso, puntando sullo sviluppo della 
coscienza politica, sottolineando l'egualitarismo e l'appartenenza ai
gruppi. Ci era facilitato dalla pratica di pagare in natura, con beni di
sussistenza, gli stipendi dei quadri. Nelle fabbriche si creavano 
organismi come i comitati di fabbrica che spingevano all'identificazione
dei lavoratori con gli obiettivi dell'impresa. Ma i tecnocrati 
contrastavano la tendenza, respingendo il ricorso esclusivo a stimoli
politici, combattendo l'egualitarismo e sostenendo differenziali salariali
secondo la qualit e la produttivit del lavoro. Il risultato era un 
sistema di retribuzioni estremamente frammentato.
Tutto sommato l'esperienza di tipo sovietico fu nel tempo abbastanza 
breve e gi nel 1955 le cose cominciavano a cambiare. L'esigenza della
trasformazione sociale e dello sviluppo delle forze produttive rimaneva
per imperiosa.
Le Comuni e il Grande balzo in avanti (1956-1966).
Il modo con cui si cerc di perseguire un obiettivo di sviluppo accelerato
secondo un via diversa da quella sovietica fu il Grande balzo in avanti. 
Con questa formula, applicando il metodo della semplificazione e della
suggestione per ottenere la mobilitazione delle masse, si defin la 
campagna per aumentare la produzione attraverso la collettivizzazione 
e il decentramento dell'iniziativa. Fu il periodo delle Comuni.
A determinare la scelta di imboccare questa strada furono due ragioni: la
prima  la divisione che si andava delineando all'interno del gruppo
dirigente del partito tra i maoisti e i tecnocrati; la seconda  
che, malgrado i successi conseguiti nell'inizio dell'industrializzazione,
i progressi apparivano ancora terribilmente lenti in relazione alle
necessit della trasformazione.
Mettendo da parte il linguaggio simbolico, il Grande Balzo fu 
concepito come una accumulazione accelerata, spremendo risorse
dalle campagne e sfruttando al massimo l'unica risorsa disponibile
su vasta scala, il lavoro. Solo che le risorse formatesi non dovevano
essere convogliate interamente al centro, ma in buona parte riutilizzate
localmente per la costruzione di una industria che soddisfacesse
alle esigenze di una popolazione che rimaneva legata in prevalenza
alle campagne. Lo Stato avrebbe continuato a fare la sua parte
nell'industria pesante, ma l'accelerazione maggiore sarebbe dovuta
venire dalla periferia. La gestione collettiva della terra avrebbe dovuto
consentire un risparmio di forza lavoro e quindi una disponibilit 
che avrebbe dovuto essere impiegata nella costruzione dell'industria
locale e nella dotazione di infrastrutture nei villaggi. La 
collettivizzazione dei consumi avrebbe anche essa dovuto liberare
energie: le mense collettive rendevano disponibili gli addetti ai 
servizi domestici, soprattutto le donne. Alla base vi era una grande
campagna ideologica, per cui, a parole, la differenza con i metodi
staliniani avrebbe dovuto essere palese. L violenza amministrativa,
in Cina trionfo della coscienza e realizzazione attraverso il consenso.
Nella teoria e nella pratica c'era continuit col pensiero del Mao
della rivoluzione e della guerra civile. Si partiva anche allora dalle
campagne, per forzarne il movimento in una certa direzione, attraverso
una direzione ideologica che veniva dall'esterno, ma che conquistava
consenso. Soprattutto all'ideologia spettava il compito di
realizzare le alleanze e le coperture necessarie. Cos un movimento
essenzialmente contadino, grazie alla direzione di un pensiero superiore,
diventava capace di realizzare compiti che in condizioni diverse erano
stati realizzati dalla borghesia o dalla classe operaia. La 
mistificazione arrivava al punto di sostenere che la direzione dello 
Stato era nelle mani della classe operaia, cosa chiaramente impossibile
per la scarsa consistenza di una classe che aveva cominciato ad assumere
qualche connotato solo nel periodo della pianificazione.
Durante la guerra civile e la ricostruzione, la politica ufficialmente
proclamata era stata quella della Nuova Democrazia, dell'alleanza di
contadini, operai, piccola borghesia produttiva, capitalisti non 
monopolistici, contro l'imperialismo e i grandi sfruttatori. In realt,
come si  visto, i piccoli imprenditori erano stati pi volte spremuti
dei loro averi e ridotti all'impotenza come classe. Nel periodo del
piano si era portata avanti la campagna dei Cento Fiori la cui parola
d'ordine era: che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero
si confrontino. Le anime belle occidentali vi videro una manifestazione 
di liberalismo e si affrettarono a metterla a confronto con il 
conformismo sovietico. In effetti, durante la campagna ci furono 
manifestazioni letterarie nuove e diverse dalla letteratura della 
ottimistica propaganda ufficiale. Ma il liberalismo era una cosa ben 
lontana dalla politica del partito comunista cinese. Quando si pass 
all'uniformit ideologica del Grande Balzo si disse che la campagna 
era servita solo per individuare i novantanove fiori da tagliare!
Tra la politica della Nuova Democrazia e il Grande Balzo c' un
contrasto evidente; l'ideologia del Grande Balzo negava che una
classe non proletaria, della citt e delle campagne, potesse avere una
funzione positiva nello sviluppo e riduceva a nulla la politica delle
alleanze, in quanto solo un partito diventava il motore di tutto. La
politica della Nuova Democrazia semplicemente non esisteva pi,
senza che della svolta fosse stata data una motivazione.
Nello stesso modo, durante il Grande Balzo, mentre un'ondata di
collettivizzazione forzata travolgeva le strutture produttive, Mao
enunciava le dieci relazioni fondamentali da mantenere, quelle tra
agricoltura e industria nel senso di continuare l'accumulazione in
primo luogo in agricoltura; quella tra costa e interno, per privilegiare
l'interno; la conciliazione degli interessi dello Stato, delle imprese e
degli individui, nel senso di una generale moderazione. Tutte 
affermazioni moderate, in profondo contrasto con la pratica.
Spesso si d di tutto ci una spiegazione grossolana e cio che la
Nuova Democrazia, i Cento Fiori, altro non fossero che propaganda,
senza alcun fondamento reale, mentre le formulazioni essenziali, 
soprattutto quelle relative al ruolo dirigente del proletariato, sarebbero
da ridurre allo schematismo marxista. Le cose non sono cos semplici.
Bisogna ben comprendere che nella tradizione culturale cinese
c' un forte elemento volontaristico, e il cambiamento della realt 
reso possibile in primo luogo dal corretto pensiero che mette in 
movimento gli uomini. Diversamente dal pensiero democratico
dell'Occidente, per cui l'agire degli uomini si realizza attraverso la
composizione di tante convinzioni o di tanti interessi utilitaristici 
individuali, in questa tradizione c' un pensiero ispiratore che si 
trasmette attraverso i canali delle regole della convivenza sociale, il 
rispetto verso gli anziani, i genitori, le autorit. Solo i saggi, 
l'imperatore o Mao, insieme con i letterati o i quadri del partito, 
possono avere consapevolezza dei fini, e quindi possono adoperare il
pensiero per dirigere il movimento degli uomini.
 senza senso definire questo metodo col termine doppiezza,
anche se questa  la definizione che viene spontanea. Si tratta invece
di un sistema internamente coerente, in cui il rispetto delle regole 
una norma morale, senza che la fonte del potere venga giudicata nel
merito o mai messa in discussione. Questa fonte  per tenuta a una
contropartita, ed  l'obbligo del buongovemo, l'obbligo di perseguire 
il benessere dei cittadini. Fin dall'ottavo secolo avanti Cristo una
corrente di pensiero sostenne che se il governo non  buono l'insurrezione
 legittima, e il successo dell'insurrezione  la prova che il
Cielo ha permesso che un governo cattivo fosse rovesciato, in quanto 
solo i governi buoni possono durare. Valeva anche l'opposto, e cio
che se una insurrezione veniva schiacciata, questa era la prova che si
trattava di un tentativo malvagio, e che il governo era buono! In questa
coerenza sta la motivazione etica dell'assolutismo. Quando l'assolutismo
proteggeva i signori feudali era cattivo, quando proteggeva i contadini
diventava buono e per questo dura.
Per mettere in moto gli uomini durante il Grande Balzo si part
dalla tradizione cinese dell'aiuto reciproco, ma per forzarla fino ad
arrivare a fare di un impegno volontaristico il principale fattore di
sviluppo delle forze produttive e il fondamento della costruzione del
comunismo. Nelle campagne, come gi detto, alla riforma agraria
non avevano fatto seguito tentativi di collettivizzazione. Si era 
proceduto alla costituzione di Squadre di Aiuto Reciproco, che alla fine
del 1953 comprendevano circa il 40 per cento delle famiglie contadine.
Meno di un terzo di queste erano formazioni permanenti, essendo
per la maggior parte occasionali. Alla stessa data le cooperative agricole,
con una dimensione media di venti-trenta famiglie, comprendevano 
soltanto lo 0,2 per cento delle famiglie contadine; nel giugno del 1955
grazie ad uno sforzo particolarmente intenso, questo numero di famiglie 
era arrivato al 14 per cento del totale.
Il 31 luglio 1955 Mao proclama la collettivizzazione. Questa viene
portata avanti a valanga. Nel dicembre 1955 le cooperative comprendono 
il 59 per cento delle famiglie e compaiono i collettivi; dopo un
anno, alla fine del 1956 i collettivi comprendono l'88 per cento delle
famiglie.
Alla fine del 1958 i collettivi erano spariti a loro volta per essere 
sostituiti dalle Comuni.
L'obiettivo proclamato da Mao era la trasformazione in quindici
anni di tutta l'agricoltura cinese dalla piccola impresa familiare con
bestiame da lavoro, a una agricoltura meccanizzata su vasta scala e
trasformata da grandi opere di bonifica, ed era del tutto irrealistico.
I diversi tipi di cooperativa riflettono la scalata successiva verso 
forme sempre pi intense di collettivizzazione, fino a raggiungere livelli 
di vita collettiva aberranti. Nella cooperativa, la terra, il bestiame e
gli strumenti di lavoro restavano di propriet individuale, ma venivano
impiegati collettivamente; ogni membro riceveva un compenso per il lavoro
e uno per i capitali messi disposizione. Nei collettivi la propriet 
della terra e dei capitali era comune. Ai singoli venivano lasciati 
una piccolissima estensione di terra, gli animali da cortile e piccoli 
attrezzi da lavoro. La direzione del collettivo pagava le tasse, 
finanziava il fondo di investimenti, e divideva il resto tra i soci 
secondo i giorni lavorativi prestati. L'unit base era la brigata che 
corrispondeva alla dimensione delle cooperative di primo livello, 
venti-trenta famiglie.
Questi collettivi, gi di grandi dimensioni, furono tutti riorganizzati 
in Comuni, molto pi grandi, ciascuna in media della dimensione 
di 5.000 famiglie, cio di molti villaggi assieme, spesso senza alcun 
rapporto con le condizioni geografiche e le relazioni economiche
del territorio. La Comune era organizzata su tre livelli, la direzione, 
la brigata che corrispondeva adesso al vecchio collettivo, e la
squadra di produzione che corrispondeva alla vecchia cooperativa.
La Comune era l'unit di base dove convergevano tutte le attivit
economiche, agricoltura, industria, commercio, con l'educazione, e
la milizia territoriale. Erano insieme unit economiche e amministrative.
Promuovevano i servizi sociali con l'obiettivo di liberare
dai lavori domestici sempre pi mano d'opera per gli impieghi produttivi,
procedendo alla costituzione di mense collettive, nidi d'infanzia e 
cos via. Si tendeva all'egualitarismo nella ripartizione delle
risorse disponibili, ma il pi delle volte il sistema di retribuzione 
attraverso i giorni di lavoro veniva sostituito da distribuzioni in 
natura; quando le risorse erano scarse i contadini non avevano alcun
mezzo per procurarsi alimenti. La vita individuale mano a mano
spariva, e nella vita collettiva imperava il potere dei dirigenti locali.
La brigata divenne l'organo di governo fondamentale per le campagne 
cinesi, per il prelievo fiscale, la redistribuzione del reddito, l'anagrafe.
Le Comuni divennero cos l'organo decentrato di uno sforzo di
investimenti portato avanti a via di direttive generali, senza un 
controllo effettivo. I tentativi di produzione industriale si diffusero
enormemente, senza tener conto della produttivit, impiegando grandi 
risorse umane per produrre assai poco e quindi creando tensioni
nell'occupazione. Si costru un gran numero di acciaierie da cortile,
piccoli impianti con cui si produceva acciaio con i metodi di due secoli
prima. Eppure qualcuno calcola che fino a 60 milioni di persone
furono impiegate in queste cosiddette acciaierie.
Nelle citt le Comuni non erano possibili. Quelle che si chiamarono 
cos erano organismi che gestivano servizi di consumo collettivo.
Ci fu anche nelle citt una spinta verso la collettivizzazione dei 
consumi, le mense collettive, i nidi d'infanzia, dove i bambini venivano
in sostanza allevati fuori delle famiglie, ma trasportare i metodi di
produzione delle Comuni nelle imprese industriali era molto pi difficile.
Se questo non era possibile, la spinta egualitaria e anticentralistica 
esercit pur sempre un ruolo, in quanto la funzione dei direttori
di fabbrica fu continuamente contestata; senza arrivare a mutamenti
istituzionali nelle forme di gestione, l'autorit di organi operai come
i consigli di fabbrica cresceva, e costituiva un fattore di turbamento
della produzione.
Quel che avvenne fu la pratica liquidazione dell'iniziativa privata
che con il movimento dei cinque contro era gi stata assai ridotta.
I capitalisti superstiti consegnarono le loro imprese allo Stato, 
chiedendo di potervi lavorare in associazione; in pratica eseguivano gli
ordini dall'alto. In corrispettivo alle propriet conferite avrebbero
dovuto ricevere dei titoli che davano un interesse del 5 per cento; 
l'interesse fu pagato fino al 1966 poi cess. In questo modo fu liquidata 
la propriet privata dei mezzi di produzione.
Nello stesso periodo si consum un atto di decisiva importanza
per l'avvenire della Cina, la rottura con l'Unione Sovietica. 
Le differenze tra i due regimi, come si  visto, non erano da poco, n una
parvenza di unit ideologica poteva assicurarla. Solo la fraseologia,
il rigido controllo sulla libert di espressione e la scomparsa della
propriet privata nei mezzi di produzione erano comuni tra i due
partiti comunisti, cinese e sovietico; per il resto le Comuni non avevano
niente a che vedere con i kolkhoz, e soprattutto i metodi di direzione
dello Stato e dell'economia erano radicalmente diversi, 
burocratico-amministrativo, uno, ideologico e decentrato, l'altro. Questo
avrebbe potuto anche essere superato se non fossero intervenuti,
dopo la morte di Stalin, due fatti. Il primo fu la destalinizzazione
portata avanti a tutta forza e con metodi sbrigativi da Khrusciov, che
metteva in discussione le forme di culto della personalit, cui Mao,
per ragioni tutte cinesi, non poteva rinunciare. La seconda, su cui si
sa ben poco, fu un tentativo che Mao avrebbe fatto nel 1957 di assumere 
il ruolo di Stalin nella direzione del movimento comunista internazionale,
tentativo fallito per la resistenza dei capi dei partiti occidentali e 
dell'Est europeo.
Il conflitto precipit abbastanza rapidamente. La cosa  comprensibile 
in quanto le direzioni in cui i due partiti si muovevano erano
assolutamente divergenti. In Cina si cercava di superare il sottosviluppo 
accelerando la formazione di una societ comunista; in URSS
si tentava, in modo faticoso e incerto di introdurre qualche forma di
mercato in una economia che cominciava a perdere colpi dopo gli
innegabili successi dell'industrializzazione, della guerra e della 
ricostruzione. Khrusciov tentava anche di allentare la pressione dando
in qualche modo una maggior libert di espressione, cosa che in
Cina era esclusa, dopo la liquidazione della campagna dei Cento
Fiori. L'URSS cercava la coesistenza con le potenza capitaliste, in 
primo luogo gli Stati Uniti; la Cina si sentiva, a ragione, isolata e 
perseguitata e, in qualche modo, costantemente minacciata.
Il conflitto assunse per anche un tono ideologico esasperato che
non poteva che aggravare le cose. Khrusciov and avanti per la sua
strada, senza preoccuparsi eccessivamente di tener conto delle esigenze
del suo alleato cinese, nemmeno di quelle legittime. Alle proteste e 
alle critiche rispose con atti politici. Annull un impegno per
la fornitura di armi nucleari alla Cina, facendola sentire ancora pi
esposta al ricatto atomico americano. Cosa pi grave di tutte, nel luglio
del 1960 richiam tutti i tecnici sovietici che assistevano la Cina
nella costruzione dei grandi impianti industriali. Questo comport
praticamente l'arresto della costruzione di numerose grandi fabbriche;
non poche miniere e centrali elettriche dovettero essere chiuse;
i progetti per le future costruzioni annullati; il lavoro in gran parte
dell'industria fu messo nella confusione per la mancanza di pezzi di
ricambio. La Cina pag per questa decisione un prezzo assai elevato.
Finiva nel discredito l'idea della pianificazione. Dopo il 1960 non
ci sono pi tentativi di rilanciare una pianificazione centrale. Non
poteva venir meno per la necessit di costruire una grande industria. 
Si procedette in un modo assai empirico: le grandi imprese non
erano pi collegate in un sistema, erano finanziate dallo Stato e una
parte della loro produzione era acquistata dallo Stato, mentre un'altra
parte doveva essere collocata attraverso rapporti con una miriade
di organizzazioni politiche locali, da cui dipendevano le imprese, 
nelle citt e nelle Comuni. Questo era conseguenza del decentramento
che Mao aveva posto alla base del Grande balzo in avanti. Le grandi
imprese diventarono quindi cronicamente antieconomiche, senza poter
assolvere nemmeno alla funzione che le grandi imprese sovietiche
avevano avuto durante i primi piani quinquennali, e cio quella di
agire da fattore trainante per un intero processo pianificato di 
industrializzazione.
La rottura port alla contrapposizione su scala internazionale, e
per un certo periodo di tempo i cinesi cercarono di organizzare una
propria zona di influenza ideologica e politica. Ottennero qualche
scarso successo nei paesi in via di sviluppo, e solo nei pi poveri.
Anche a prescindere dalle Comuni, la via cinese alla rivoluzione e
alla trasformazione della societ era troppo particolare per poter 
essere esportata. Il modello seguito dall'Unione Sovietica era stato
esportato nei paesi dell'Europa orientale che si trovavano nella sua
sfera di influenza, ma gi in questa parte di Europa le contraddizioni
si dimostrarono tali da creare una situazione in cui il modello poteva
essere mantenuto solo con la forza. Anche l'esperienza del tentativo
cinese dimostra che i modelli non si possono esportare.
Una serie di ragioni portarono dunque al fallimento del Grande
balzo in avanti. I disastri pi gravi avvennero nelle campagne. La
collettivizzazione forzata e la spinta verso l'impiego della mano
d'opera nell'industria e nei servizi portarono ad una caduta verticale
nella produzione agricola. La produzione di cereali diminu del
40 per cento, la disponibilit di calorie del 30 per cento. La conseguenza 
fu una spaventosa carestia. Il tasso di mortalit raggiunse cifre 
incredibili e super abbondantemente nel 1960 un tasso di natalit che 
invece andava declinando. La disponibilit di cibo scese al di sotto di
quella dei paesi sottosviluppati pi colpiti dalla fame. Ci furono milioni
e milioni di morti per fame; la popolazione della Cina diminu
in cifra assoluta. Fu una grande tragedia per le campagne cinesi.
N era riuscito il tentativo di trasformare il modo di vita. 
L'aspirazione alla libert opponeva una resistenza che si rivel pi
forte del furore ideologico. La forza delle relazioni personali, cos 
grande in Cina, aveva il sopravvento su quella delle istituzioni pubbliche. 
Le mense collettive sacrificavano la ricchezza e la variet del cibo; i
gruppi di cucito non potevano sostituire la manutenzione dell'abbigliamento
domestico. Ma anche sul terreno puramente economico la collettivizzazione 
della vita precipitava verso il fallimento.
La cosa paradossale era che il Grande Balzo, concepito per utilizzare 
appieno la risorsa lavoro, aveva portato allo spreco di questa risorsa, 
che pure in Cina era ingentissima, per cui ci si trovava di fronte a 
scarsezza di forza lavoro nel settore pi critico, quello 
dell'alimentazione, al punto che, per la prima volta dopo il 1949, la Cina
dovette importare cereali.
Le reazioni a questo stato di cose dovevano essere il prodromo per
un nuovo drammatico capitolo della storia politica della Cina 
contemporanea. Il peso negativo dei fatti era talmente grande che non
poteva essere ignorato. In realt una parte, forse la maggioranza, del
gruppo dirigente del partito comunista cinese si rese conto ben presto 
delle contraddizioni che si aprivano. Gi nel 1959 Peng Dehuai
aveva definito questa linea come frutto di fanatismo piccolo borghese
e aveva detto che anche Mao era responsabile. Questi fece
una certa autocritica e fu possibile una prima correzione che consistette
nella eliminazione di una serie di progetti e soprattutto nella
chiusura di una quantit di iniziative industriali che, togliendo lavoro 
alla terra, avevano provocato la crisi agricola e la carestia. I dirigenti
locali del partito che nel controllo delle attivit industriali avevano 
una fonte di potere resistettero a questi cambiamenti. 
Si continu con il ristabilimento di alcune norme di pianificazione,
che non riprendevano pi il modello sovietico, in quanto davano,
almeno sulla carta, priorit all'agricoltura negli investimenti.
Nell'industria ci si limit a investimenti nei settori strategici, e il 
tasso di accumulazione fu ridotto a livelli pi misurati. Comparve 
persino qualche considerazione teorica sulla possibilit che il mercato
potesse giocare un ruolo. I Settanta articoli di politica industriale
ristabilirono funzioni direttive o organizzative tradizionali nelle 
fabbriche, e restaurarono l'autorit dei direttori di fabbrica. La linea 
generale era per sempre fortemente ispirata dal volontarismo. Il sistema
industriale dipendeva per il suo funzionamento dall'iniziativa a
livello degli organismi produttivi inferiori; le relazioni tra diverse
imprese erano ridotte al minimo e l'influenza dei dirigenti locali era
fortissima. Quest'ultima caratteristica  rimasta come un filo rosso
in tutta la storia della Cina contemporanea ed  possibile verificarla
anche nella trasformazione in atto. Il metodo di direzione dell'industria
fu reso esplicito dal modello di Daqing, il centro petrolifero costruito
durante gli anni terribili della fame, che sperimentava un rapporto di
produzione in cui i quadri esercitavano anche lavoro manuale, e gli 
insediamenti erano diffusi su una larga area attorno al centro di 
produzione per non separare gli operai dalla campagna.
L'agricoltura registr subito una notevole ripresa. Gli investimenti
venivano concentrati nelle zone dove il pericolo delle inondazioni, 
piaga secolare della Cina, era minore. Inoltre lo sforzo di produzione di
fertilizzanti cominciava a dare i suoi frutti. Anche l'impiego di variet
altamente produttive di riso e di grano, come accadde anche in
India, ebbe un'influenza positiva. Ma il punto essenziale fu lo 
smantellamento della Comune che cominci ad essere messo in atto; la
rinnovata fiducia nella capacit dell'impresa familiare per l'aumento 
della produzione fu espressa con la parola d'ordine: Non importa
che un gatto sia bianco o nero, purch acchiappi dei topi, parola 
d'ordine in seguito attribuita a Deng Xiaoping, che per prendeva 
periodicamente le distanze da questa attribuzione quando poteva 
comportare dei rischi. Non si soppresse la Comune come organo 
amministrativo e di decentramento statale, ma si oper sul suo 
funzionamento economico. Si cominci con lo spezzare le organizzazioni
che erano troppo pesanti. Nel 1966 la Comune aveva in media nove
brigate e 66 squadre. La brigata inquadrava in media 171 famiglie e
la squadra in media 24. Le squadre diventarono la base dell'organizzazione.
Esse erano titolari della propriet della terra, organizzavano
la propria forza lavoro, ed erano autonome nello stabilire le regole
per la distribuzione del reddito. Quest'ultimo diritto rimaneva spesso 
sulla carta per l'intervento degli organi politici superiori. L'imposta
variava secondo i luoghi tra il 5 e il 15 per cento del prodotto, e lo
Stato comprava a prezzi superiori una parte del prodotto eccedente la 
quota. Circa il 30 per cento del prodotto andava a copertura delle spese
e per gli investimenti e una piccolissima parte, il 2 per cento per la
previdenza, assistenza ai vecchi che non avevano una famiglia che li
sostenesse, e rudimentali spese sanitarie. La cosa suscettibile di
importanti sviluppi era che la squadra poteva dare in concessione dei 
lavori a singoli lavoratori o a gruppi con un contratto, denominato
contratto di tipo familiare. Questo sistema sar il punto di partenza 
della riforma del 1979, che a sua volta  stata, come si vedr, la 
condizione per lo slancio attuale dell'economia cinese.
La brigata era l'organo intermedio: distribuiva l'acqua e dirigeva
l'utilizzazione delle macchine agricole. Non aveva pi imprese industriali
e artigianali, trasferite alle squadre ogni volta che era possibile.
Quanto alla Comune, essa cerc di ricrearsi una funzione nell'industria,
non secondo il folle sistema del Grande Balzo, quanto cercando di
approfittare della ripresa economica. I consumi collettivi sparirono, e 
si diede pi spazio ai servizi sociali veri e propri. La Comune rest 
comunque l'organo amministrativo fondamentale delle campagne cinesi.
Le trasformazioni erano significative, ma ancora improntate a
grande provvisoriet. La conseguenza pi clamorosa della crisi era
stata la perdita di autorit da parte di Mao. L'equilibrio si era spostato
a favore dei tecnocrati e nel 1959 Liu Shaoqi fu nominato presidente 
della Repubblica. Si apr un intenso dibattito sulle forme migliori 
di incentivazione e si pens di costituire grosse unit produttive, 
simili ai conglomerati, che avessero un certo grado di autonomia.
Per le imprese si pensava a prendere come misura dell'efficienza il
profitto invece che il prodotto lordo, ci che portava a misurare
l'efficienza sulla base di quanto si produceva, prescindendo dal fatto
che la produzione si vendesse o meno. In sostanza era una discussione
assai simile a quella che negli stessi anni aveva luogo nell'Unione
Sovietica.
Mao non accett questo stato di cose, e la sua autocritica si rivel
un semplice espediente. Tent di lanciare un nuovo movimento, che
chiam Movimento per l'educazione socialista, con la parola d'ordine 
assai indicativa rilanciare la lotta di classe, ma la direzione del
partito lo fece fallire. Mao allora si decise ad aprire una guerra senza
quartiere contro la direzione dominata dai tecnocrati e fu la
Rivoluzione culturale.
La Rivoluzione culturale (1966-1977).
Questa altro non fu che una campagna politica di inaudita violenza,
promossa da Mao contro il partito, con la parola d'ordine famosa: 
bombardare il Quartier Generale per liquidare i tecnocrati 
appoggiandosi a forze al di fuori dal partito stesso. Non si trattava
nemmeno di forze sociali ben identificate, e perci non  possibile
dare un contenuto di classe al movimento. Il primo discrimine fu 
generazionale, e la giovent fu base di partenza e punta di diamante
della Rivoluzione culturale. Ma il movimento fu squisitamente politico.
Esso si rifaceva a tendenze sempre presenti nella storia e nella
societ della Cina, come in molte societ contadine, ma collegandosi
anche a ideali e a ideologie ben identificabili altrove, l'egualitarismo,
l'anarchismo. Questo diede alla Rivoluzione culturale un'eco
internazionale ben pi vasta che non il Grande balzo in avanti.
In sostanza la Rivoluzione culturale fu un periodo di frammentazione 
dello Stato, anch'esso non nuovo nella storia della Cina. Un sistema
organico di direzione del paese non esisteva. A prescindere dal fatto
che la lotta aveva origine dal suo interno, anche se fosse stato unito,
il partito comunista non era ancora una organizzazione capace di dirigere
un miliardo di cinesi. La guida da parte del Capo era insostituibile, e
le forze che vedevano tutti i pericoli dell'esasperazione della lotta
politica, che pure esistevano, e di cui Zhou Enlai era l'espressione 
pi alta, non si contrapponevano a Mao, non solo e non tanto per 
opportunismo, ma nel timore che, distruggendo quel sistema di direzione 
politica, non si sarebbe potuto sostituirvi nient'altro e che in 
conseguenza la Cina si sarebbe disgregata.
Qui apparve la debolezza politica oggettiva dei tecnocrati e il
fatto che non avevano ancora messo radici profonde nella realt cinese.
L'approccio razionale non poteva diventare di massa se non metteva 
in movimento esigenze elementari come il benessere e il miglioramento
nel tenore di vita.  quanto far in seguito Deng. Ma ci poteva essere
realizzato soltanto scatenando l'individualismo e le forze del mercato,
e a quel tempo nessuno voleva questo. I tecnocrati quindi, pur avendo
ragione nel resistere all'attacco di Mao, non potevano andare fino in 
fondo non avendo una linea sufficientemente coerente da opporre. L'unica 
organizzazione che rimase unita e centralizzata fu l'esercito e questo 
per ragioni analoghe a quelle di Zhou, si mantenne sostanzialmente 
neutrale intervenendo solo a reprimere situazioni di particolare violenza 
o pericolosit, quando le ribellioni di massa si impadronivano di intere
citt. In quanto era l'unica forza che aveva la possibilit di rimettere
sotto controllo la situazione quando essa sfugg di mano allo stesso Mao,
nel settembre 1967, l'esercito dovette intervenire pesantemente. Si calcola 
che 1.750.000 studenti e alcune migliaia di quadri furono deportati nelle
campagne, in campi di lavoro. Le perdite dell'esercito assommarono a 
decine di migliaia.
Obiettivo principale della rivolta furono i quadri di partito e gli 
intellettuali. Le forme che essa prese furono sempre esasperate e 
occasionali, in quanto solo raramente si costituivano nuovi organi di 
governo. Il movimento consisteva in continui attacchi di massa, ora a
questo ora a quell'organo del partito, del potere statale o della cultura,
portati soprattutto da masse di giovani, le Guardie Rosse. Il movimento
si articolava in gruppi che nascevano spesso casualmente, e venivano
molto spesso a contrasto fra di loro, fino allo scontro armato, come
accadde a Wuhan, con scambio di accuse reciproche di servire il 
capitalismo. Il paese era continuamente percorso in lungo e in largo 
da masse di giovani che sottoposero le ferrovie a un enorme sovraccarico 
di lavoro. Il tutto era denominato scambio di esperienze rivoluzionarie.
Gli episodi di autentica barbarie che si verificarono sono ben noti.
Il dispregio per la persona umana raggiunse livelli inauditi, con la
raffinata umiliazione della personalit di chi si voleva colpire. Dirigenti
del partito, professori universitari, uomini di cultura, furono
messi fisicamente alla gogna. Si finiva col dare ragione ai luoghi comuni
sul sadismo di massa dei cinesi. Molti dei capi storici del partito 
furono eliminati fisicamente; una delle menti pi acute del partito,
Liu Shaoqi mor in carcere, mentre Deng Xiaoping era confinato e
costretto a lavori forzati. Anche i danni materiali furono assai gravi.
Una parte non insignificante del patrimonio artistico venne distrutta.
 evidente che la marea colpiva alla cieca e anche i quadri della
produzione furono investiti, e spesso si trattava di situazioni locali,
di vendette personali e di tutto quello che, come  facile comprendere,
pu accadere in situazioni del genere. il funzionamento
dell'amministrazione statale venne in buona parte bloccato. Il partito
praticamente era scomparso: il 70 per cento dei membri del comitato 
centrale, venticinque dei ventinove segretari delle province, tredici
membri su diciotto del primo comitato direttivo della rivoluzione culturale
furono epurati. Con il 1969 la situazione si stabilizz, sotto il 
controllo dell'esercito, allora comandato da Lin Biao. La via di uscita fu
il sistema cosiddetto dei tre in uno, la ricerca di un equilibrio a tre,
tra vecchi quadri ed esponenti delle masse ribelli, con la mediazione
dell'esercito. I comitati del tre in uno, come si chiamarono, non furono
una nuova forma istituzionale, ma semplicemente la scappatoia per
uscire dalla Rivoluzione culturale.
Appare verosimile l'ipotesi che la potenza dell'esercito e di Lin Biao
abbia cominciato a dare ombra a Mao, che aveva iniziato un
lento processo di revisione del suo stesso estremismo. Imprigionati i
suoi avversari pi accaniti, Mao cerc di rimettere in piedi 
l'organizzazione del partito, ma Lin Biao resistette, finch non scompar 
in circostanze tuttora non chiare. A quanto si disse, aveva tentato un
complotto, sventato per tempo. Il fatto  che contro Mao l'esercito non
lo avrebbe seguito.
Sopra lo scontro di massa che lacerava il Paese, si svolgeva una
lotta senza quartiere per il potere. Il settennio tra il 1969 e il 1976 
quello del pi stravagante culto della personalit di Mao. Questi
cadde sempre di pi sotto l'influenza della moglie Jiang Qing e di altri
estremisti, Wang Hongwen, Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan,
quella che in seguito fu chiamata la banda dei quattro, ma aveva
sufficiente esperienza per sapersi destreggiare, bilanciando l'estremismo
di sinistra con la destra. Cos nel 1973 Deng Xiaoping fu riabilitato 
e persino posto a dirigere l'attivit quotidiana, quando Zhou Enlai
si ammal. Questi adattamenti furono bilanciati da una campagna di
critica di Lin Biao e Confucio, stavolta scarsamente comprensibile 
nel merito per gli stessi cinesi, salvo il fatto che con Confucio 
bisognava intendere Zhou Enlai. La campagna tendeva a mobilitare gli 
operai, e le sue conseguenze sulla produzione furono subito negative. 
Ma Zhou, prima di soccombere al cancro, fece in tempo a tracciare le
linee della ripresa, approfittando anche della stato di senescenza di Mao.
La fine reale della Rivoluzione culturale si ebbe con il Quarto
congresso del popolo, nel gennaio 1975, cui Mao non assistette. Qui
Zhou Enlai pose come obiettivo la costruzione di un sistema economico
e industriale indipendente e relativamente ampio per il 1980, e insieme 
quello delle Quattro Modernizzazioni: realizzare una vasta
modernizzazione di agricoltura, industria, difesa nazionale e scienza e 
tecnologia, per la fine del secolo, per consentire all'economia di
collocarsi ai primi posti nel mondo.
Erano i primi segni del mutamento che doveva portare alla Cina di oggi.
Mao li guardava sempre con diffidenza, e senza spazzar via Zhou
tendeva sempre a bilanciarne l'autorit con l'azione politica dei
quattro, i quali ora piuttosto che agli studenti, si appoggiavano agli
operai, e risuscitavano i dibattiti sull'imborghesimento dei quadri
comunisti. Imborghesimento che non veniva dalla propriet dei mezzi
di produzione, ma dal tenore di vita, dal costume, da tutto
quel mondo delle apparenze che in Cina  decisivo per stabilire una
posizione sociale che non  collegata esclusivamente alla disponibilit 
di mezzi economici. I tentativi di importare tecnologia dall'estero 
venivano combattuti invece in nome dell'indipendenza nazionale.
I tecnocrati rispondevano con prese di posizioni che si servivano 
della fraseologia tipica della Rivoluzione culturale per coprire
posizioni ragionevolmente realistiche. Il dibattito principale fu attorno
ai venti punti contenuti nello scritto di Deng: Alcune questioni
sull'accelerazione dello sviluppo dell'industria. Vi si sottolineava 
la necessit di ricorrere alle importazioni di tecnologia, e di ristabilire
una direzione manageriale nelle imprese. Largo spazio veniva fatto agli 
incentivi materiali, in netto contrasto con le tendenze egualitarie.
L'equilibrio riusc a mantenersi fino alla morte di Zhou nel gennaio 1976.
Subito dopo questo avvenimento si verific una brusca oscillazione. La
prima Tien An Men cio la manifestazione di massa in memoria di Zhou Enlai
aveva un indirizzo politico preciso, il sostegno della linea di Deng, che,
almeno a parole, era stato proclamato da Mao suo erede. Ma la sinistra 
and all'attacco e Deng dovette di nuovo sparire, pare sotto la protezione
di un generale a Canton, regione soltanto sfiorata dalla Rivoluzione 
culturale. Non  chiaro quanto di questa eclisse fosse dovuto a minacce 
reali o alla prudenza dello stesso Deng, che negli anni successivi si
sarebbe rivelato un manovratore di prim'ordine, pronto a effettuare 
ritirate anche notevoli, pur di mantenere la navigazione verso l'obiettivo
di fondo. La morte di Mao, pochi mesi dopo quella di Zhou, non port 
cambiamenti immediati. La banda dei quattro fu immediatamente
estromessa dal potere e imprigionata, ma il mutamento politico fu
lento. Si ebbe un sorta di interregno, in cui la confusione si andava
lentamente sedimentando, gestito da Hua Guofeng, semplice ago
della bilancia, debole e senza idee. Una situazione che doveva durare 
fino al 1977, cio fino al rientro trionfale di Deng.
Il carattere prevalentemente politico del movimento fece s che la
Rivoluzione culturale avesse sulla struttura del Paese un impatto
sensibilmente diverso da quello del Grande Balzo. Non ci furono
mutamenti istituzionali duraturi, come quelli delle Comuni. Il tentativo
pi avanzato in questo senso, la Comune di Shanghai, con un richiamo 
formale alla Comune parigina, assai diversa dalle Comuni del Grande
Balzo, del febbraio 1966, doveva finire in un compromesso, di cui era
garante l'esercito. In sostanza la pressione delle masse non aveva uno
sbocco e finiva per esaurirsi nel rinnovo della classe dirigente del
partito comunista.
Socialmente, la cosa decisiva fu l'assenza di una catastrofe demografica
come quella della fame del 1960. E qui si verifica una delle
ironie di cui la storia non manca. La societ pot resistere allo 
sconquasso della Rivoluzione culturale proprio in virt di quel
decentramento che era stato un motivo essenziale del Grande Balzo, e che
nello stesso tempo, portato all'esasperazione, ne aveva provocato il
fallimento. Dopo la riorganizzazione delle Comuni, le campagne cominciavano
a godere dei primi frutti del riequilibrio e quindi poterono procedere 
verso l'aumento della produzione. Alle campagne si continuavano a spremere
risorse attraverso le tasse e fissazione di prezzi bassi per i prodotti, 
ma localmente si ricreavano nuovi equilibri, e gli organi decentrati erano
in grado di opporre una resistenza elastica alle pressioni delle bande
vaganti di giovani che caratterizzarono quel periodo.
Ancora una volta, nelle citt la situazione era diversa. Qui la tensione 
era molto maggiore perch vi erano concentrati gli studenti, e
gli eccessi furono pi gravi. In tutte le citt gli operai organizzavano
collettivi di discussione bloccando la produzione. A un certo momento 
si diffuse la tendenza a mettersi a viaggiare da un capo all'altro 
della Cina, a spese delle imprese, per portare dovunque fosse necessario
il verbo della Rivoluzione culturale, con le conseguenze che si
possono immaginare.
Il superamento delle diseguaglianze tra citt e campagna non figurava 
al primo piano tra gli obiettivi del movimento. In realt per
tutta la Rivoluzione culturale, e una volta superata la catastrofe del
Grande Balzo, lo Stato continu a privilegiare gli investimenti nelle
citt: nel 1962 in piena Rivoluzione culturale, gli investimenti nelle
campagne erano un terzo di quelli nell'industria. Il reddito medio
per abitante delle citt non solo era superiore a quello della campagne,
di pi del doppio, ma cresceva anche pi rapidamente. Le campagne si
difendevano cercando di aumentare i prezzi dei prodotti agricoli, ma 
questo non bastava a colmare la differenza.  vero che la Rivoluzione
culturale aveva portato nelle campagne a un miglioramento netto nella 
dotazione di servizi sociali, educazione e sanitari in primo luogo, 
servendosi dello spostamento forzato di quadri per cogliere due piccioni
con una fava, allontanando intellettuali sospetti dalle citt e 
conquistando consensi in campagna. Ma il risultato generale era sempre 
quello di un accrescimento della differenza. In generale, la Rivoluzione
culturale non riusc a modificare in senso egualitario i rapporti tra
le varie parti della societ cinese. Le differenze tra le varie provincie 
rurali erano poco rilevanti, e diminuirono ulteriormente, ma di poco, 
mentre la differenziazione del reddito disponibile pro capite tra citt 
e campagna era quella media che si verifica in tutti i paesi in via di
sviluppo. I divieti assai drastici per l'urbanizzazione impedirono per
che si creassero situazioni come quelle di Bombay o Citt del Messico. 
Ci fu invece una sensibile contrazione dei differenziali salariali, e tra
la retribuzione del lavoro intellettuale e quella del lavoro manuale.
Gli studenti, che erano stati la forza d'urto della Rivoluzione culturale,
si trovarono alla fine di essa a dover pagare uno scotto salato.
La spinta egualitaria era stata molto forte alla partenza, motivata dal
fatto che i figli dei quadri potevano godere di un insegnamento migliore,
e finivano per avere i posti migliori. Questa spinta ebbe successo, 
e le universit furono aperte a un accesso di massa; solo che gli 
attacchi contro gli intellettuali, la deportazione fisica di docenti
depressero fortemente il livello qualitativo dell'insegnamento.
Nell'economia, come si  detto, l'incidenza della Rivoluzione
culturale fu minore di quanto si potesse credere. I guasti alla produzione
industriale erano stati notevoli, ma in sostanza si trattava di 
interruzioni della produzione, non di devastazione del sistema, come
era accaduto per le imprese agricole con la istituzione delle Comuni.
Fu perci relativamente pi semplice, una volta ricondotti gli operai
al lavoro, riprendere la produzione. Naturalmente per mantenere i
tassi di sviluppo si dovette pagare un prezzo assai elevato, facendo
forti investimenti per ottenere scarsi aumenti di produzione. Una
parte degli investimenti fu pagata con la riduzione del tenore di vita.
Nel 1975 i consumi individuali erano al livello del 1955, i salari reali
erano inferiori del 17 per cento, la superficie abitabile ulteriormente
diminuita. Gli investimenti poterono essere finanziati grazie al fatto 
che le imprese statali continuavano a pagare le imposte sui profitti e 
si continuava a prelevare imposte dalle campagne, che ora potevano pagare 
un po' di pi. Cos  evidente, che, grazie alla pianificazione che
aveva portato alla costruzione delle imprese di Stato e alla revisione
che aveva interrotto il Grande Balzo, l'economia cinese riusc a evitare
il tracollo. Anche il decentramento, che era stato uno dei punti di
forza del Grande Balzo, serviva per aiutarsi a sopravvivere. Agli organi 
amministrativi locali e alle imprese era stato concesso il diritto
di trattenere una quota di ammortamento per il rinnovo delle attrezzature.
Queste non venivano affatto rinnovate e i fondi in realt venivano
usati per nuovi investimenti, con una palese complicit tra autorit
amministrative locali e direzioni di impresa. In Cina esistono sempre
rapporti de facto che spesso hanno assai poco a che fare con quelli
proclamati dalle leggi. Anche oggi  il decentramento che ha consentito
lo sviluppo dell'iniziativa locale, soprattutto nel Sud.
L'eco internazionale della Rivoluzione culturale fu enorme. La
sua fase pi intensa corrispose di fatto con l'ondata di tensioni che
invest tutto il mondo capitalista attorno al 1968. Oltretutto erano gli
studenti che in Oriente come in Occidente assumevano un ruolo di
punta nel tentativo di rottura dei vecchi equilibri. La risonanza 
ideologica si costituiva facilmente. Ma in Occidente come in Oriente da
questo movimento non venne alcuna prospettiva politica nuova; la
direzione del movimento operaio e comunista rimase nelle mani dei
vecchi gruppi, le svolte, dove si compirono, avvennero in ogni caso
dopo, quando la crisi del comunismo si and aggravando, e furono
svolte nel senso opposto a quello indicato dal 1968 e dalla Rivoluzione 
culturale cinese. I tentativi di imitare in Occidente il rituale della
Rivoluzione culturale erano palesemente ridicoli, tanto diversa era
la temperie culturale tra le due parti del mondo.
Anche nei confronti dei paesi in via di sviluppo il tentativo di 
stabilire una influenza ideologica sostanzialmente fall. Lin Biao aveva
elaborato una sorta di teoria generale del movimento rivoluzionario
mondiale, per cui le campagne, cio i paesi poveri, in cui dominavano
i contadini, avrebbero accerchiato le citt, vale a dire la parte 
industrializzata del mondo. Ci non serviva certo ad acquistare 
influenza nella classe operaia, e nemmeno tra gli strati di borghesia
nazionale che, piacesse o no, erano alla base delle nuove classi 
dirigenti del Terzo Mondo.
Paradossalmente, ma non tanto, il culmine del culto della personalit
di Mao coincise con la svolta dei rapporti con l'America. Non
tanto paradossale, perch la rottura con Mosca era arrivata al conflitto
armato, quando i cinesi tesero imboscate a pattuglie di guardie di
confine sovietiche sul fiume Ussuri. La Cina attuava le regola ben
conosciuta per cui nei momenti di difficolt interna si va alla ricerca
di un nemico esterno che serva a compattare la nazione. Gli Stati
Uniti erano alle prese con l'avventura nel Viet Nam e avevano assoluto
bisogno di esser certi della neutralit cinese. Approfittarono
perci della situazione per metter fine, nel 1971, a una rottura che
per molti versi non aveva pi senso. La Cina popolare fu accolta
all'ONU, e furono ristabiliti i rapporti diplomatici, anche se la
diffidenza continuava a rimanere fortissima. In un certo senso era stato 
il Viet Nam a proteggere la Cina costringendo gli americani alla revisione
della propria politica.
C' ancora un aspetto della Rivoluzione culturale che va rilevato,
tanto  legato a una tradizione culturale secolare. Una cosa che colpisce
nella lettura dei documenti dell'epoca non  tanto la fraseologia, che 
pure  ridondante e truculenta, ma la misura in cui tutto appare 
intriso di ambiguit. Si afferma una cosa, per intenderne il contrario,
e si affida al destinatario il compito di interpretare. Il gioco
dello schermo, per cui la polemica  indiretta e si parla di Confucio
per intendere Zhou Enlai,  certo ostica ai palati occidentali, ma non
si pu far altro che accettarla. La cosa che non  senza conseguenze
 che la dissimulazione porta spesso all'ambiguit concettuale e
l'azione politica si esaurisce nel lavoro sulla fraseologia, invece di
mettere in luce gli elementi reali. Che l'ambiguit sia radicata nella
cultura cinese,  argomento che deve essere lasciato ai sinologi, 
ammesso che la scienza che essi praticano esista davvero. Vale la pena
di ricordare per le argomentazioni che sostengono che persino nella
struttura di una lingua che fa dipendere il significato di una parola
dal contesto in cui si trova, sia immanente un elemento di ambiguit.
Anche la scrittura, con la molteplicit dei significati, sarebbe marcata 
da ci. Come che sia, non si pu pensare che masse talmente vaste come
quelle che scesero in campo siano state semplicemente strumentalizzate
da chi, attraverso parole d'ordine ben calibrate, sapeva sfruttare
fino in fondo tali ambiguit. Le motivazioni del movimento erano
certamente sentite, ma sostanzialmente ancestrali: si riducevano tutte
all'anarchismo tradizionale che il comunismo non era riuscito a
superare, ridotto per giunta a civettare con esso. Non era una ribellione
contro il modo tradizionale di far politica della Cina, ma semplicemente
una variante di esso, come ce ne sono state molte nella sua storia. 
La rivoluzione continuava a essere voluta dal Cielo, contro i cattivi
governanti.
3. La Cina di Deng
Il dopo Mao  dominato dalla figura di Deng Xiaoping. La storia
di questo periodo  quella della lotta politica interna al partito 
comunista cinese sulle riforme; dell'impatto delle riforme sul popolo; 
della trasformazione dell'economia della nuova collocazione della
Cina nel mondo.
Nel luglio 1977 Deng Xiaoping viene riconfermato vice primo
ministro e vice presidente del partito comunista cinese. Numero uno
nei due incarichi era Hua Guofeng. Non ci pu essere pi chiara 
manifestazione dell'equilibrio formale raggiunto tra le due tendenze
dopo la morte di Mao e la immediata liquidazione della banda dei
quattro. Hua era stato designato da Mao alla successione e, sebbene
non fosse uomo di particolare rilievo, era il simbolo del maoismo
nella vita del partito. Solo la forza dei fatti lo aveva costretto al 
compromesso.
Sotto la direzione di Hua Guofeng si attu la progressiva affermazione 
della posizione di Deng. Ci avvenne gradualmente, senza scosse 
laceranti, ma con continuit. Non fu nemmeno un processo inesorabilmente
progressivo ma conobbe passi avanti e passi indietro. In questo doveva
emergere una qualit politica essenziale di Deng, e cio la capacit 
di associare il perseguimento di una coerente linea generale con una
grande flessibilit tattica, realizzata non soltanto nelle ambigue 
prese di posizione che sono una costante della vita politica cinese ma
nei fatti. In questo senso Deng appare meno legato all'ideologia e 
appare agli occhi occidentali come un uomo politico pi moderno e 
certamente pi comprensibile.
Con lui la contrapposizione tra politici e tecnocrati va cambiando, 
e vi si sostituisce una pi sfumata. I tecnocrati non erano
mai stati degli econoimicisti nel senso classico della parola, e li
abbiamo chiamati cos solo per comodit, e per non ripetere l'abusato
termine di realisti. Mentre procede l'affermazione di Deng come
dirigente si va lentamente profilando una nuova divisione, non tra
chi vuole le riforme e chi non le vuole, ma tra chi le vuole perseguire
in modo accelerato e chi le vuole tenere sotto controllo, tra chi lega
le riforme economiche alla liberalizzazione politica e chi vuole
mantenere salda la direzione dello Stato e cercare un nuovo equilibrio
tra mercato e direzione dell'economia e dello Stato. La divisione 
si riscontrer all'interno del partito comunista, ma comincer a
essere percepita anche nella societ cinese, e si manifester in modi
diversi nell'opinione pubblica, malgrado le persistenti difficolt di
espressione. Le proteste spontanee, che non sono mai venute meno
nell'immenso territorio, e che in un certo senso erano state 
istituzionalizzate dalla Rivoluzione culturale, rimarranno per a
questo livello, senza trovare un coordinamento capace di dar loro una 
espressione politica.
Che la via del cambiamento in Cina dovesse necessariamente essere 
tortuosa apparve assai presto dopo la scomparsa di Mao. Di raddrizzare 
l'economia c'era urgente bisogno, visti i danni provocati da
un quindicennio di tensioni. Le cause del guasto erano per di due tipi
diversi e coesistenti: una prima causa era un tasso di accumulazione
eccessivamente elevato, che aveva tolto risorse ai consumi e privilegiato
la grande industria, e che pur tra mille contraddizioni si era
mantenuto; la seconda era un decentramento portato all'esasperazione 
con le Comuni e con la Rivoluzione culturale che avevano duramente 
colpito la direzione centralizzata dell'economia. Una eccezionale 
caratteristica specifica dell'esperienza cinese  che l'elevata
accumulazione era stata mantenuta attraverso il decentramento, e
quindi non si stabiliva una identit tra centralizzazione ed elevata
accumulazione, come fa la pigrizia intellettuale della propaganda
occidentale. La via di uscita fu ricercata gradualmente, con grande
empirismo, e i tre anni della transizione, tra il 1976 e il 1979, in cui la
direzione, almeno sulla carta, era di Hua Guofeng, furono impiegati
nella riflessione e nell'acquietare nelle fabbriche le acque mosse dalla
Rivoluzione culturale. In questo senso, nell'ottobre 1978 si aggiorna
il piano economico decennale che era stato preparato da Hua e che si
riduceva a una velleitaria esercitazione, concepita in situazioni 
completamente diverse.
Sul terreno politico le tensioni furono maggiori. Tutti compresero
facilmente che la liquidazione della banda dei quattro segnava
una crisi nel potere maoista. L'allentamento del controllo sull'attivit
intellettuale che ne segu port a manifestazioni esplicite e a 
richieste inequivocabili di cambiamento del regime in senso democratico. 
Il punto pi elevato fu la cosiddetta Primavera di Pechino,
che prese inizio con l'affissione di manifesti scritti a mano, come i
dazibao della Rivoluzione culturale, ad uno dei crocicchi principali
di Pechino, su quello che si chiam il muro della democrazia. Segu
un periodo di breve durata. ma assai intenso, con manifestazioni di
piazza, cortei, diffusione di riviste ciclostilate. Il governo lasci 
correre per qualche tempo, finch il movimento non assunse aspetti 
politicamente pi espliciti, soprattutto per il contributo di alcuni 
giovani intellettuali sensibili ai valori della democrazia occidentale, 
come Wei Jinsheng o di revisionisti marxisti, come Xu Wenli e Wang
Xizhe. Wei Jinsheng era il creatore della formula della Quinta 
modernizzazione da aggiungere alle quattro di Zhou Enlai: la 
modernizzazione della vita politica. Il movimento fu represso e gran parte
dei suoi dirigenti fin in carcere.
Ci non significa che si ritorn al maoismo; l'opera di rinnovamento 
rosegu con la progressiva limitazione dei poteri di Hua Guofeng, 
diventato una sorta di capro espiatorio per le imprese di Mao, 
e l'eliminazione dei quadri a lui collegati. Hua rimarr nel Politburo
fino al 12esimo Congresso del PCC, settembre 1982, ma gi nel 
febbraio 1980 perder la maggioranza nell'organo supremo del partito,
con l'uscita dei suoi seguaci, mentre entrano i due delfini di Deng,
Hu Yaobang e Zhao Ziyang. Nel settembre dello stesso 1980 Thao diventa
primo ministro, e nel giugno 1981 Hu viene nominato presidente del 
Comitato centrale, carica che poi sar ridenominata in quella
di segretario del partito
Il gradualismo, l'empirismo e la cautela sono le caratteristiche
dello stile di Deng. Quanto fosse delicato l'equilibrio su cui il 
processo si reggeva si pu comprendere riferendosi ai quattro princpi
cardine enunciati da Deng nel marzo 1979: Dobbiamo mantenere
la strada socialista; dobbiamo sostenere la dittatura del proletariato;
dobbiamo sostenere la direzione del partito comunista dobbiamo
sostenere il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong.
Questa sembra proprio una delle pi rozze enunciazioni dell'ortodossia 
sovietica. Si pu stabilire un collegamento tra questi princpi
e la liquidazione della Primavera di Pechino nello stesso mese.
Ma tre mesi dopo si procedeva alla istituzione delle prime quattro
zone economiche speciali, nel Guangdong e nel Fujian, dove si cominciava
ad allentare la briglia sull'iniziativa privata e si consentiva
la creazione di compagnie miste tra cinesi e stranieri.
Anche la politica estera procedeva ad adeguamenti, ricercando
nuovi equilibri. Nel dicembre 1978 si erano ristabilite le relazioni 
diplomatiche con gli Stati Uniti. I rapporti con l'URSS restavano invece
bloccati, anche se non ricadevano al livello degli scontri armati sui
confini. La Cina rimaneva impigliata in una contraddizione profonda 
in relazione al Viet Nam. In un primo tempo i cinesi avevano cercato
di convincere i vietnamiti dell'opportunit di tener conto delle
esigenze della politica cinese per un riavvicinamento con gli americani,
rinunciando a occupare Saigon. Ostinati come sempre, i vietnamiti
si rifiutarono e procedettero alla liberazione dell'intero territorio 
nazionale. I dirigenti cinesi tentarono di imporre con la forza il proprio
ruolo con un'operazione militare, nel marzo 1979, forse anche a fini
interni, per dimostrare la risolutezza della direzione del dopo Mao,
ma l'esercito cinese fu sconfitto sul campo. Da allora i rapporti tra i
due paesi divennero pessimi e i cinesi, quando i vietnamiti invasero
la Cambogia per porre fine al regime atrocemente sanguinario dei
Khmer rossi, non esitarono a sostenere questi ultimi.
L'avvio del decollo (1979-1985).
La grande svolta che lentamente si andava cos preparando riprendeva 
l'obiettivo fondamentale della rivoluzione, e cio il superamento 
dell'arretratezza economica. La svolta consiste nel modo in
cui esso viene perseguito. Non pi la direzione centralizzata dello
Stato e del partito, come nel primo piano quinquennale, e nemmeno
la spinta dal basso motivata ideologicamente, come era accaduto
con le Comuni prima, e con la Rivoluzione culturale dopo. Il punto
pi forte della posizione di Deng non era politico, ma era la 
rivalutazione degli incentivi materiali all'attivit economica. Per 
questo si doveva compiere, con la necessaria cautela, un'opera di 
revisione del pensiero di Mao, e Deng non si sottrasse a questo compito. 
Nel giugno 1981, nella stessa sessione del Comitato centrale che 
elegger Hu Yaobang segretario del partito, viene approvata la
Risoluzione su alcune questioni che riguardano la storia del partito. 
Con questa aveva fine il culto di Mao, e senza liquidarlo nelle forme 
esasperate con cui in URSS si era proceduto al riesame del ruolo di 
Stalin, si stabiliva che gli errori di Mao si verificarono dal 1957, cio
dal Grande Balzo in poi. Con un buonsenso certo non consueto nelle 
tradizioni del movimento comunista, Deng ammise che n lui, n Zhou Enlai,
n Liu Shaoqi, n altri avevano obiettato niente a Mao e al Grande Balzo,
e quindi erano corresponsabili. Il punto di crisi e di lacerazione  
identificato nella Rivoluzione culturale, la quale avrebbe dilapidato
il talento di un'intera generazione del popolo cinese.
La revisione ideologica e il cambiamento di direzione del partito
sono strettamente legati con la preparazione del decollo economico
partendo dall'agricoltura che costituisce il dato predominante del
periodo tra il 1979 e l'85. Sono state le campagne cinesi che hanno
creato le condizioni per il tumultuoso sviluppo successivo. Il modello 
di sviluppo seguito partiva dalla liberalizzazione delle produzioni
e soprattutto dall'adeguamento dei prezzi dei prodotti agricoli. Ci
avrebbe portato a un aumento di reddito nelle campagne e quindi
della domanda di beni di consumo della popolazione rurale. Per soddisfarla,
si puntava non sull'industria di Stato, che continuava a essere diretta
con i tradizionali metodi della pianificazione, ma sull'industria 
cosiddetta collettiva, cio quella dipendente dalle province e
dai comuni, oltre che dalle cooperative. La maggiore produzione
dell'industria avrebbe portato a una estensione dell'occupazione 
industriale, e ad uno sviluppo delle zone urbane. Si partiva dalla 
tecnologia tradizionale, e si lasciavano le porte aperte agli investimenti
esteri, concentrati questi nelle zone economiche speciali. Cos si sarebbe
innescato un processo capace di autoalimentarsi, perch il
maggiore reddito avrebbe portato a un volume maggiore di risparmio.
Con il sistema delle Comuni, che era anch'esso di decentramento, 
c'era una differenza notevole: l'industria delle Comuni aveva per
obiettivo principalmente l'autoconsumo, adesso si puntava a
stabilire rapporti di mercato, e quindi a sostituire sempre di pi
l'economia monetaria a quella del baratto.
Tutta la prima fase della grande riforma si svolse su questa linea.
Tra il 1978 e il 1984 le vendite di beni di consumo aumentarono
dell'84 per cento nelle aree urbane e del 146 per cento nelle aree rurali
che erano la locomotiva dello sviluppo. Il modo con cui si arriv a mettere
in moto questa imponente forza era ancora una volta caratterizzato
dall'empirismo. Non si instaur la propriet privata individuale della
terra, in una sorta di controriforma agraria, ma si procedette a spostare
la propriet verso il basso, da un organo collettivo a un altro pi
piccolo, dalla Comune alla brigata e poi alla squadra: come abbiamo
visto la squadra corrispondeva pi o meno ad un gruppo di famiglie,
cio a un piccolo villaggio.
Un passo decisivo, ma sempre di transizione, fu il passaggio della
gestione a unit ancora pi piccole della squadra, cio alle famiglie.
La squadra contrattava col piccolo gruppo la produzione e lasciava il
gruppo libero di determinare la distribuzione del prodotto. Alla 
famiglia veniva assegnato un determinato pezzo di terra, e una certa
percentuale del prodotto doveva andare alla squadra che era responsabile
dell'irrigazione, delle macchine agricole e degli animali da lavoro. 
Tutta la parte di produzione eccedente rimaneva alla libera disponibilit 
della famiglia.
Il passo successivo, rapidamente compiuto, fu quello di trasferire
alle famiglie, oltre la terra, anche tutto il resto, cio le macchine e 
gli animali. La squadra fissava soltanto le quote da consegnare e le tasse
per l'uso della terra. Il contadino disponeva liberamente della produzione
oltre la quota di consegna obbligatoria: poteva venderla allo
Stato a un prezzo superiore di quello della quota o venderla sul libero 
mercato. La propriet non era quindi individuale, ma si trattava di
una specie di enfiteusi, in cui la quota era il canone, per cui era come
se il contadino fosse proprietario, senza averne per il titolo. S'intende
che alle famiglie rimaneva sempre la quota di propriet privata, il cui 
limite era stato elevato, contemporaneamente alle restrizioni su quel 
che poteva essere coltivato privatamente.
Una delle cose tipicamente cinesi di questo processo fu che a questo
sistema si arriv con metodi sottilmente ambigui. La ragione era
che nel momento in cui fu avviata la riforma l'equilibrio politico era
ancora assai instabile e ogni passo nella direzione delle imprese 
individuali destava sospetti. La riforma fu avviata nel dicembre 1978
dalla terza sessione del Comitato centrale. Lo spostamento verso il
basso non era una direttiva formale, ma fu contenuto in due proposte
avanzate dal Comitato centrale per la discussione e per uso 
sperimentale: una proposta di Decisione del Comitato centrale su 
alcune questioni concernenti l'accelerazione dello sviluppo agricolo e
una proposta di modifiche di regolamento per la Comune agricola.
Contemporaneamente i prezzi del grano di quota statale venivano
aumentati del 20 per cento e quelli degli acquisti oltre la quota
obbligatoria del 50 per cento. Gli altri prodotti avevano aumenti simili.
Il culmine dell'ambiguit veniva raggiunto nel Documento n. 75 del 1981. 
Ufficialmente non si dava alcuna direttiva di passare alla
responsabilit familiare nella gestione, e non c'era alcun giudizio
sulla decollettivizzazione, ma si diceva che c'era una discussione in
corso. Lo Stato sosteneva la gestione familiare in due casi: nelle aree
povere dove i lavoratori avevano perso la fiducia nella produzione
collettiva e dove il sistema era stato provato e aveva avuto successo.
Le espressioni, specialmente la prima dato che la stragrande
maggioranza dei contadini preferiva la gestione familiare, erano ambigue
al punto da consentire un espansione generalizzata del sistema
della Responsabilit Familiare della Gestione, come si chiam, senza 
dare una direttiva espressa.
Formalmente il sistema della Responsabilit Familiare di Gestione  
ancora il sistema vigente. Non c' pi il tentativo di imporre
dall'alto al contadino cinese una direttiva sul suo comportamento. Le
condizioni di vita su una parte non piccola delle campagne cinesi sono
effettivamente cambiate, anche se rimangono zone notevolmente arretrate, 
e certe tensioni sono rimaste. Le Comuni hanno cessato di esistere anche 
come organizzazioni amministrative con la nuova Costituzione dell'82, 
che sostitu loro lo Xiang, tradizionale denominazione del villaggio. 
Le imprese industriali di propriet della Comune sono state affidate per
la gestione a societ miste, i cui soci, oltre agli organi locali, sono 
le brigate e le squadre, che diventano organismi collettivi di 
partecipazione verso l'alto, non organi attraverso i quali esercitare 
il potere, come erano nel regime delle Comuni. Di fatto, queste imprese
sono gestite dai manager, le decisioni che hanno particolare rilevanza
economica, come gli investimenti, sono per prese dagli organi
amministrativi. Il capo della squadra, che, ricordiamolo, raggruppa 
un certo numero di famiglie,  come il vecchio capo villaggio della 
vecchia Cina, sempre paternalista, qualche volta autoritario, e anche 
questo suscita la sua parte di tensioni.
L'effetto delle riforme fu un aumento della domanda da parte delle 
campagne che scosse tutta l'economia, un aumento del tasso di
natalit tale da preoccupare il governo, un aumento della produttivit 
agricola tale da causare persino una sovrabbondanza di mano d'opera. 
Quest'ultimo fenomeno si verific soprattutto nelle zone
pi vicine alle citt, dove l'agricoltura era specializzata. Dove le
condizioni naturali lo consentivano, si estesero le culture industriali,
e diminu nel complesso la cultura a cereali.
Con la libert di gestione sulla famiglia contadina gravano nuove
spese, fertilizzanti, sementi selezionate, uso delle macchine agricole,
lavoro nei periodi di punta. La forza dell'iniziativa pi libera nelle 
campagne porta per a una pressione nei confronti dello Stato.
L'esecuzione delle grandi opere di trasformazione resta fuori della
portata della gestione familiare, e si richiede perci un intervento
dello Stato in investimenti, che invece di fatto  andato diminuendo.
La riforma dell'agricoltura fu la condizione per arrivare a quello
che oggi  la Cina. Ci non significa che il rapporto tra citt e 
campagna sia definitivamente riequilibrato. Dopo un periodo di alcuni
anni, all'incirca tra il 1979 e l'85, in cui le campagne crescono 
economicamente pi delle citt, il processo si inverte. Le nuove tensioni
che si suscitano possono avere un peso enorme per l'avvenire della Cina.
Il trionfo del mercato (1985-1994).
Con il successo delle riforme in agricoltura la politica maoista  di
fatto abbandonata. L'altra grande leva di trasformazione  l'apertura
all'estero. Si pone per subito la questione se procedere o no 
simultaneamente a riforme politiche, a una evoluzione verso un regime 
liberal-democratico di tipo occidentale, a cui strati consistenti di 
intellettuali sono molto sensibili. Si creano cos le condizioni di nuove 
crisi. Crisi in economia, perch uno sviluppo tumultuoso non pu essere 
dominato con i vecchi metodi di direzione. Crisi politiche, perch si 
richiede che l'allentamento del controllo amministrativo sull'economia
si accompagni alla libert di espressione. La richiesta porta in piazza 
folte masse soprattutto di giovani provocando una lotta politica interna 
al partito comunista assai intensa, anche se non riassume in nessun modo
le forme drammatiche che avevano dato occasione alla Rivoluzione culturale.
Qui emerge di nuovo la figura di Deng, che si muove per disinnescare 
tutte le tensioni. Il suo obiettivo  di mantenere a tutti i costi
l'essenziale del processo di trasformazione, senza arrivare a confronti
di linee. Quando le resistenze sono troppo forti, piuttosto che
arrivare alle rotture, non esita a ripiegare, fino al punto di sacrificare
uno dopo l'altro, in occasioni diverse, tutti e due i suoi delfini, prima
Hu Yaobang, e poi Zhao Ziyang.
Il filo rosso delle crisi politiche  dato dall'economia. C' una
concordanza impressionante tra le tensioni politiche e quelle economiche.
Lo schema si  gi ripetuto almeno due volte: sviluppo accelerato,
che provoca inflazione, intervento pesante di deflazione condotto
con metodi primitivi e vere e proprie cure da cavallo, conseguente 
protesta contro il governo, precipitare del dibattito interno al partito, 
repressione.
 possibile che l'intensit dello sviluppo abbia colto di sorpresa il
gruppo dirigente. La scelta verso l'apertura all'estero fu certo meditata,
ma il fatto esplosivo fu l'intensit degli apporti dall'esterno. Gli
investimenti esteri passarono da una cifra insignificante a 3,5 miliardi 
di dollari nell'89. Lo strumento furono le zone economiche speciali, 
dove si dava un'autonomia pi larga alle autorit locali, possibilit 
di deroga ai regolamenti in materia di salari, prezzi e collocamento 
dei lavoratori. Si fissavano esenzioni fiscali, totali per cinque
anni, e con una riduzione del 50 per cento successivamente, e possibilit 
per gli investitori esteri di riesportare una parte dei profitti. Gi nel
1979 ne erano state istituite quattro, due nel Guangdong, Shenzhen, al
confine con Hong Kong, e Zhuhai a quello di Macao, e due nel Fujian, 
Shantou e Xiamen. Si discusse se istituirle anche a Shanghai, ma si 
decise di non farlo, forse per preoccupazione delle sue tradizioni
autonomiste.
Sempre muovendosi sul terreno sperimentale si crearono zone
aperte con incentivi pi ristretti di quelli delle zone speciali, ma
con un forte decentramento di autorit, specialmente in materia valutaria 
e di commercio con l'estero. Nel 1984 quattordici citt diventarono
aperte e immediatamente esse crearono sul proprio territorio zone
industriali dotate di infrastrutture con caratteristiche analoghe a 
quelle delle zone speciali. I poteri venivano assegnati senza
una normativa specifica, caso per caso. Nell'85 il delta del Jiang
Chiang e quello del Xi Chiang, nell'87 l'intera isola di Hainan 
diventarono aperte. La normativa era talmente elastica, che tutto 
diventava possibile, purch non fosse mai detto apertamente. In queste
zone si precipitarono gli investitori, per sfruttare il basso costo della
mano d'opera cinese e riesportare i prodotti. Il salario medio cinese
 di un dollaro al giorno, contro 4 a Hong Kong e 5 a Taiwan. Persino 
in India il salario operaio  superiore, 1,4 dollari. Nelle zone 
economiche speciali il salario  per due o tre volte superiore a quello
delle altre zone. Un operaio in una fabbrica di Shenzhen guadagna
720 yuan al mese, mentre un ricercatore dell'Accademia di scienze
sociali di Pechino ne guadagna 250.
I rapporti di lavoro con le imprese straniere sono assai particolari.
Queste pagano in valuta l'importo dei salari a una societ statale, ma
 la Foreign Enterprise Service Corporation (FESCO) che riversa una
parte dell'equivalente al lavoratore in moneta cinese non convertibile.
Il lavoratore in pratica  dipendente dall'impresa, ma viene pagato
dallo Stato. Le imprese dipendono inoltre dalla FESCO per tutti i servizi 
di cui hanno bisogno (biglietti aerei, telefono).  una situazione
che non ha nulla a che vedere col mercato come lo intendiamo comunemente,
dato che non esiste un rapporto diretto tra lavoratore e datore di 
lavoro, ma solo un rapporto con un intermediario, in regime di
monopolio legale.
In questo modo si sviluppava l'industria e si rafforzava la bilancia
dei pagamenti cinese che cominci a segnare avanzi cospicui. In
questo quadro il fattore scatenante  stato probabilmente quello 
degli Hua Qiao, dei cinesi all'estero. La diaspora cinese ha realizzato
da sola il 70 per cento degli investimenti esteri in Cina dopo l'85.
Con la diaspora cinese si stabilirono rapporti diretti assai stretti.
Taiwan, che a parole rappresentava l'arcinemico, fu uno degli investitori
pi attivi. Hong Kong realizza nel Guangdong la met degli investimenti 
stranieri in tutta la Cina. Inoltre Hong Kong ha la funzione di 
raccogliere la valuta estera proveniente dalle esportazioni e
reinvestirla in Cina alle condizioni di favore delle zone speciali.
Cos una parte degli investimenti esteri non sono di cinesi all'estero,
ma di cinesi residenti dell'interno. La via dello sviluppo era ancora il
decentramento, anche se in forma completamente diversa dalla concezione
che fu posta alla radice del Grande Balzo e della Rivoluzione culturale.
In rapporto con questi investimenti le esportazioni triplicarono tra
il 1979 e l'84; nel 1993 le esportazioni raggiungono i 100 miliardi di
dollari e la quota dei prodotti manifatturati  passata dal 50 all'80 per 
cento. Tra il 1991 e il 1992 l'esportazione di macchinari e mezzi di 
trasporto  aumentata dell'86 per cento in un anno.
Contemporaneamente procedeva la liberalizzazione dei prezzi,
per i prodotti agricoli e industriali. Gi i prezzi amministrati erano
andati aumentando in relazione all'aumento del prezzo corrisposto
dallo Stato ai contadini. Il passo decisivo che si compie  la sostituzione
degli ammassi a prezzo fissato d'autorit, con la contrattazione del 
prezzo da parte dello Stato. Contemporaneamente si andava gradualmente
liberalizzando l'attivit commerciale, per cui non ci fu mai nelle 
grandi citt scarsezza di prodotti, anche se i prezzi andavano aumentando.
La transizione pot avvenire senza scosse particolarmente gravi grazie 
anche al fatto che esistevano gi circuiti diversi di approvvigionamento,
statale o regionale, e il mercato libero non era mai stato abolito. 
Il numero di prodotti allocati dal centro pass da 250 nell'80 a 20 
nell'88, mentre solo un ottavo della produzione agricola  oggi acquistato
dallo Stato, e a prezzi contrattati, non fissati d'autorit. Vale la pena
di ricordare per che il potere contrattuale dello Stato resta forte, e
i mezzi di persuasione non sono da poco; altro ennesimo esempio di
ambiguit cinese. Il numero dei prodotti a prezzi controllati che 
ancora nel 1991 era di 737, pass a 89 nel 1992.
Lo sviluppo dell'industria prese corpo in questo quadro, grazie a
una domanda crescente dalle campagne e un afflusso di investimenti
dall'estero. La quota dell'industria di Stato che era del 75 per cento 
della produzione nell'80, con la parte restante data dall'industria
collettiva, cio degli enti locali e delle cooperative, passa 
al 55 per cento nel 1990, e compare un 8 per cento di industria privata
o di partecipazione estera. Non che l'industria di Stato diminuisca la
produzione,  quella collettiva che si espande molto rapidamente e
assorbe una quota crescente di investimenti, fino a raggiungere il 48 per
cento del totale degli investimenti nel 1992.
Le imprese non statali operano in un vuoto legale. Un piccolo numero 
sono chiaramente private, e le joint ventures con l'estero hanno ancora 
un peso nel complesso limitato. Il grosso sono le imprese collettive,
cio degli enti locali e delle province. Alcune di queste sono solo
copertura di privati, alcune sono autentica propriet dei lavoratori,
la grande maggioranza sono controllate da holdings di propriet degli 
enti locali. In ogni caso le imprese si comportano come se fossero 
private, esattamente come i contadini si comportano come se fossero
proprietari della terra. Esempio precipuo di ambiguit e di
flessibilit, e se non si capisce questo non si capisce nulla del modo
in cui funziona l'economia cinese. Il sistema di finanziamento di
questa industria  altrettanto ingarbugliato. Nel 1978 in Cina c'era
una sola banca, la Banca del popolo, che era insieme banca di emissione 
e banca commerciale; in sostanza era il cassiere dello Stato.
Oggi la Banca del popolo  solo banca centrale, ci sono sei banche
commerciali, tutte di propriet dello Stato, con 120.000 sportelli, 
alcune banche regionali e cooperative di credito con 60.000 sportelli.
Tra il 1978 e il 1991 i depositi sono aumentati di sedici volte in termini
reali, dato che i cinesi sono grandi risparmiatori e il risparmio  circa
il 40 per cento del reddito nazionale. Il risparmio non va solo ai depositi
bancari, ma anche ai titoli di Stato, obbligazioni di imprese, e alle
azioni quotate in Borsa, solo l dove  possibile, cio a Shanghai e
Shenzhen. In altre citt esistono delle Borse di fatto, cio esiste un
mercato di titoli.
Anche nel caso della Borsa, non esiste una regolamentazione degna 
di questo nome. Attualmente le due Borse sono regolate da organismi
locali, e i controlli sono quasi inesistenti. Il volume di affari
cresce rapidamenW~ perch esse sono diventate centro di frenetiche
speculazioni, dove affluisce molto denaro di cinesi all'estero, e anche
di banche d'affari occidentali. Nel complesso la loro funzione nel
finanziamento dell'industria  assai scarso, anche perch gli azionisti
stranieri, che possono essere solo di minoranza, non sono protetti.
Cos le Borse di Shanghai e Shenzhen sono diventate centri di
speculazione finanziaria e monetaria, su cui affluiscono capitali
esteri fluttuanti. In tre anni la capitalizzazione alla Borsa di Shanghai
 passata da 1,4 miliardi di yuan a pi di 200. Per le societ
quotate sono passate solo da 60 a 100. L'indice delle quotazioni 
passato da 100 al dicembre 1990 a pi di mille a fine 1993, ma questo
riguarda l'aumento delle quotazioni delle azioni di tipo A, riservate
ai cinesi, mentre quelle di tipo B, riservate agli stranieri, sono cadute
del 50 per cento. La speculazione continua lo stesso a investire, anche 
se si va spostando verso l'immobiliare.
Si spiega cos la cautela verso l'apertura di nuove Borse. La grande
propensione al risparmio dei cinesi potrebbe alimentare fondi di
investimento e capitale per le imprese. Ma le due Borse di Shanghai
e Shenzhen sono troppo fluttuanti, in continua tensione, e gli investitori
si dedicano alla speculazione perch non hanno altro modo di investire
il proprio denaro.
Nella posizione pi debole si trova l'industria di Stato che fornisce
i prodotti di base: acciaio, petrolio, cemento, fertilizzanti. Per i
finanziamenti dipende dallo Stato; i suoi prezzi sono gli unici che
continuano a essere controllati; la gestione  pi amministrativa.
Inoltre essa fornisce una parte notevole delle entrate dello Stato, ed 
lo strumento di cui questo si serve per controllare l'economia, e ci
significa che quando c' una crisi la prima cosa che lo Stato fa  
tagliare gli investimenti nell'industria pubblica. Si capisce come ci
finisca per costituire un punto di debolezza.
Il passaggio alla nuova economia non avvenne senza scosse. Lo
sviluppo rapido e scarsamente controllato ha provocato inflazione, e
non poteva essere diversamente, ma ha provocato anche la crisi fiscale 
dello Stato. Le entrate dello Stato sono cadute dal 34 per cento del 
prodotto interno lordo nel 1978 a meno del 20 per cento nel 1991. Ma 
la quota del governo centrale  circa la met, perch esso non  in 
grado di riscuotere imposte se non dalle imprese che direttamente 
gestisce. Per le altre entrate deve raggiungere accordi con le
province. Queste a loro volta trattano con gli enti locali che 
riscuotono direttamente. Il sistema fiscale  quindi una vera e propria 
contrattazione, simile a quella della Cina imperiale. Cos la
contribuzione delle province dipende da rapporti di forza. Shanghai 
paga in cifra assoluta dieci volte di pi, e per persona cinquanta volte
di pi, della provincia del Guangdong, che  pi ricca. Le stesse imprese 
di Stato tendono anche a contrattare con l'amministrazione, barattando 
il versamento delle imposte con i sussidi.
L'inflazione port nel 1988 il paese sull'orlo della catastrofe. Il
costo della vita aument del 22 per cento, livello ben lontano da quello di
certi paesi latino-americani o della Russia di oggi, ma insostenibile
per una economia ancora fragile. Nel settembre dell'88 ci fu un'ondata
di panico, con acquisti di massa e prelievi di depositi bancari.
L'effetto dell'inflazione fu accentuato, come subito vedremo, dalla
crisi politica e si procedette a drastiche misure di deflazione, che 
ricordavano quelle del 1950. Il credito fu strangolato, si ristabil il
controllo di certi prezzi, il controllo del commercio con l'estero fu
riportato al centro.
La manovra ottenne un risultato tangibile. L'inflazione croll al
2 per cento, ma la crescita del reddito cadde dal 13 per cento dell'88 
al 2 per cento nell'89. Un milione di piccole imprese private fallirono,
aument la disoccupazione, e il disavanzo dello Stato. Probabilmente le
misure furono esagerate, ma  vero che difficilmente quel tasso di 
inflazione poteva essere sostenuto. E gli strumenti a disposizione per 
intervenire sull'inflazione erano, e sono ancora, di efficacia assai 
limitata. Probabilmente non c'era altro da fare, ma che le cose fossero ben
diverse dal 1950 fu dimostrato dalla ripresa successiva.
Nel 1950 la deflazione aveva portato alla collettivizzazione dell'economia.
Nell'89 avrebbe potuto avere conseguenze politiche altrettanto
significative, ma di segno opposto. A Piazza Tien An Men la richiesta di
liberalizzazione confluiva con la protesta per la stretta, e di fronte a 
questa combinazione il gruppo dirigente temette di perdere il controllo 
della situazione, e decise la repressione. Che si trattasse di un 
irrigidimento politico ma che ci non significasse modifica della politica
economica si vide subito. L'economia si riprese immediatamente sul binario
tracciato. Nell'89 la Cina aveva una bilancia dei pagamenti passiva 
per 4,5 miliardi di dollari, nel 1990 pass a un attivo di 9 miliardi. 
Quando la banca centrale rifinanzi l'economia con una forte immissione 
di moneta, il reddito aument, ma non aumentarono i prezzi. Il contributo 
pi rilevante, ancora una volta, fu quello degli investimenti esteri, in 
prevalenza dei cinesi d'oltremare, che aumentarono rapidamente. Sono stati
i cinesi all'estero a dare fiducia, dopo Tien An Men, al regime di Deng.
La sola Shangai, che con 13.000.000 di abitanti  la pi grande citt
della Cina, ha avuto 3 miliardi di dollari di investimenti esteri nel 
1992 e sette miliardi nel 1993.
La lotta politica attorno alle riforme (1979-1992).
Da questo sviluppo e dalle sue ricadute traggono origine le crisi
politiche che a due riprese si manifestarono nel periodo, raggiungendo 
il punto pi grave nel giugno 1989 con il massacro di Piazza Tien
An Men. La politica di decollettivizzazione dell'agricoltura, prima,
e di apertura verso l'estero dopo, erano state portate avanti con 
decisione, ma non con l'accordo di tutto il gruppo dirigente del partito
comunista. Il gruppo che per eliminare Hua Guofeng si era alleato
con Deng non era per disposto a sostenere tutte le sue posizioni.
I successi che si stavano conseguendo, in primo luogo il sostanziale
miglioramento delle condizioni di vita prima nelle campagne e poi
nelle citt, e la cautela di Deng avevano permesso l'eliminazione di
Hua Guofeng senza grosse lacerazioni. Ma, anche prima che Hua
venisse allontanato, s erano manifestate nuove lacerazioni.
La stessa rapidit dello sviluppo aveva suscitato nuove forze 
soprattutto tra gli intellettuali e i giovani, come sempre accade, 
dovunque, in circostanze simili. Il tema era quello della richiesta di 
riforme politiche, in forme gradatamente sempre pi occidentali con la
rivendicazione di uno Stato di diritto. Anche per l'economia, subito
dopo la morte di Mao, vennero avanzate proposte nuove, particolarmente 
per la riforma dell'industria di Stato e del sistema finanziario.
Il gruppo dei conservatori non era maoista, era semmai di tipo sovietico.
Aveva difeso gli incentivi materiali contro Mao e osteggiato
le comuni, appoggiava la riforma in agricoltura, ma per l'industria e
quindi le citt sosteneva ancora la pianificazione centralizzata, anche
se pensava di privilegiare l'industria leggera. Il suo leader, Chen Yun, 
era forse l'unico autentico quadro operaio del gruppo dirigente.
Pi largo era lo schieramento che si opponeva alla riforma politica,
del partito e dello Stato, con una larga base sociale nella burocrazia,
in nome della funzione dirigente del partito comunista.
Questa dialettica si manifest presto, ma per un certo periodo venne
gestita senza che le tensioni montassero eccessivamente. Deng
affront questa situazione tenendo sempre di riserva i Quattro princpi
fondamentali che venivano buoni nei momenti opportuni. Il fatto che 
avesse consentito la liquidazione della Primavera di Pechino gli dette
una copertura con i conservatori. Nell'agosto 1980 fece per un tentativo
di porre, in modo avanzato, i problemi della riforma politica, fissando
l'obiettivo di garantire a tutto il popolo il diritto di dirigere lo Stato.
Il pendolo non tard per a spostarsi verso i conservatori. I primi
passi dello sviluppo destavano preoccupazioni. Nelle zone economiche 
speciali si era provocata un'ondata di corruzione su vasta scala
che investiva tutto; il decentramento stava portando alla crisi fiscale
dello Stato; la situazione in Polonia con la vittoria di Solidarnoscz
faceva temere che qualcosa del genere potesse verificarsi anche in
Cina. Deng non intendeva rompere su un terreno che poteva essere
di debolezza, e si alline cautamente nella campagna che fu scatenata
contro il liberalismo, fino a parlare di lotta contro l'inquinamento 
spirituale. Tutto ci dur per due anni, senza che Hu Yaobang
avesse la forza di bloccare le iniziative dei conservatori che dentro il
partito erano forti. Ma dopo il successo della riforma in agricoltura,
la riforma dell'economia ristagnava e allora Deng, dopo un viaggio
nel Sud, Guangdong e Fujian, le zone pi progredite del paese, ripart
all'attacco. Nell'ottobre 1984 vengono approvate le decisioni sulle
Riforme di struttura dell'economia in cui per la prima volta compare 
l'espressione socialismo di mercato. Insieme con questo viene 
riproposta la questione della riforma politica, in termini meno
avanzati di quanto era stato fatto nell'80, ma certo significativi: si
dettero segni concreti di liberalizzazione al congresso dell'Unione
degli scrittori. In questo, Hu Yaobang ebbe un ruolo di punta.
Il successo della riforma economica era palese, anche se le contraddizioni
erano altrettanto evidenti. A questo punto si mise in movimento
una forza che spingeva ad andare avanti rapidamente sulla riforma
politica e a premere dall'esterno sul partito. Prese corpo un
grosso movimento studentesco, che mise paura a tutti. Migliaia di
giovani erano stati mandati all'estero a studiare ed erano tornati in
gran parte conquistati dalle idee della democrazia. I conservatori
non potevano accettarlo, e Deng si alline con essi. Non serve a nulla
invocare per Deng dati caratteriali, come  usa fare la polemica
politica cinese che, secondo la tradizione, privilegia sempre gli
aspetti legati alle qualit e difetti personali. Probabilmente la ragione
vera del suo allineamento fu che a nessun costo intendeva che si
ripetesse l'esperienza della Rivoluzione culturale, e quindi ogni 
movimento doveva essere represso. Nel 1987 cos avvenne, e questo
cost il posto di segretario a Hu Yaobang, che venne sostituito da
Zhao Ziyang.
Tra l'87 e l'89 la situazione si ripet in modo pressoch identico.
Ci fu un fattore esterno, la crisi dell'URSS e la politica di Gorbaciov,
che intendeva avviare la riforma politica. Ma questa provoc lo 
sfaldamento del potere sovietico, e quindi dette argomenti ai 
conservatori. La differenza sta nel fatto che nell'87 non ci fu bisogno
di ricorrere alla repressione violenta, mentre nell'89, anche per il 
maggiore rilievo dei movimenti, vi si fece ricorso. D'altra parte la 
situazione economica, come si  visto, doveva essere messa sotto controllo.
Non si poteva correre il rischio di una crisi contemporanea sui due
fronti e Deng avall ancora una volta la repressione. Zhao Ziyang
aveva invece cercato il compromesso col movimento, e fu sostituito
da Jiang Zemin. Il pensiero di quest'ultimo era che Una manciata
di persone aveva tentato di dar vita a una sedicente classe media 
destinata a servire da forza sovversiva contro il sistema socialista.
Tien An Men ha portato al consolidamento della politica che si
basa contemporaneamente sull'economia mista e lo Stato autoritario. 
Su questo il gruppo dirigente sembra sufficientemente concorde,
e la differenziazioni esistono solo sui tempi della trasformazione
dell'economia. Dopo un altro viaggio al Sud, nei primi mesi del '92,
Deng rilanci la politica economica del socialismo di mercato, lanciando
l'idea che  il popolo che decide se gli affari della Cina sono
gestiti correttamente e che il popolo deve arricchirsi. Il dogma
dell'armonia da ricercare sempre non deve tarpare le ali ai tentativi,
anche se errori si possono sempre compiere.
Con il 14esimo congresso nell'ottobre 1992 Deng viene assunto in cielo.
Lascia ogni incarico e non interviene pi nel dibattito. Mao era
stato il punto di riferimento della prima generazione di dirigenti 
comunisti, Deng della seconda, lo spazio si apre alla terza. I vecchi che
controllavano ancora l'esercito, come Yang Shangkun, presidente della 
Repubblica, vanno in pensione, e Jiang Zemin diventa presidente
oltre che segretario del partito.
Il dopo Deng  cominciato (1993).
Il problema di oggi, del breve tempo che ci separa dal 14esimo Congresso, 
 quello della crisi da rapida crescita. Problema di nuovo tipo, ma non
per questo meno pieno di pericoli; non si tratta soltanto del rischio che
si riproduca una situazione come quella del 1989, ma che si avvii un 
processo che metta in discussione la struttura unitaria della Cina. 
Nell'89 il governo pot riprendere il controllo della situazione con 
metodi amministrativi che costarono il fallimento a milioni di piccoli 
imprenditori. Ma l'economia cinese  ancora come un autocarro che pu 
essere fermato solo portandolo a sbattere.
Nel 1993 il prodotto interno lordo  salito del 14 per cento, le 
esportazioni del 22 per cento, gli investimenti esteri del 65 per cento.
Ma le importazioni sono salite del 51 per cento e si  creato un deficit,
il costo della vita nelle grandi citt  aumentato del 20 per cento, 
lo yuan si  svalutato del 12 per cento. Questi sono i dati del 
surriscaldamento della situazione.
Agli inizi del 1994 i segni di tensione sono evidenti. Le autorit della
citt di Pechino hanno reintrodotto controlli sui prezzi del grano,
dell'olio da ardere e delle uova. Ma soprattutto nelle campagne i segni
di malcontento si moltiplicano. Dopo aver dato inizio alla svolta
economica, il movimento nelle campagne si  fortemente rallentato.
I contadini non hanno denaro a sufficienza e, secondo quel che ha riferito
il giornale ufficiale cinese di lingua inglese, hanno in qualche
provincia assaltato gli uffici postali. Il reddito medio annuo per 
abitante, da non confondere col salario medio per lavoratore,  nelle
campagne di circa 770 yuan, meno della met di quello delle citt.
La liberalizzazione ha avuto anche come conseguenza che una parte
notevole dei risparmi dei contadini  investita nelle citt, mentre gli
investimenti statali nelle campagne sono fermi.
Il governo si  dato come compito prioritario quello di controllare
l'inflazione e insieme proseguire la politica delle riforme. Questo 
il senso del conferimento di poteri notevoli, quasi dittatoriali,
sull'economia a Zhu Ronji, ex sindaco di Shanghai e attualmente
vice primo ministro, sostenitore aperto della riforma economica e
personalit emergente. Questo l'orientamento gi dimostrato, ma
ci non significa affatto che sia un sostenitore della riforma del 
sistema politico. Pu essere considerato un progressista soltanto in 
rapporto a chi vuole strette pi forti e tempi pi lenti nella riforma
dell'economia. Il tema della riforma politica  scomparso dal dibattito.
L'obiettivo  di ridurre il tasso di crescita dell'economia dal 14 al
9 per cento nel 1994 e l'inflazione dal 17 (21 nelle citt) al 13 per 
cento. Gli strumenti di cui Zhu si sta servendo per mettere in atto un 
programma di austerit che non sia una stretta non sono molti, n molto 
efficienti. Non esistendo un autentico sistema finanziario, le leve
finanziarie sono inefficaci; la debolezza del sistema fiscale rende
impossibile una sua manovra e molti poteri, di diritto o di fatto, sono
stati trasferiti alle province. Cos solo in parte le misure annunciate 
da Zhu, aumento del tasso di interesse e una riduzione della spesa
pubblica, sono efficaci come leve di controllo dell'economia. Per il 
resto le misure sono quelle gi sperimentate: i dipendenti delle imprese 
di Stato sono obbligati ad acquistare titoli di Stato; le banche chiedono 
il rientro dei prestiti e il credito viene ristretto. A questo si aggiunge
un pi stretto controllo sulla banca centrale e sulla quantit di moneta.
Zhu Ronji  diventato anche governatore della Banca del popolo. Il governo
cerca di accrescere il controllo sulle provincie, anche se
spesso la cosa  solo velleitaria. Cos si  deciso di bloccare
l'espansione delle zone di sviluppo speciale, aree industriali 
attrezzate con speciali benefici anche fiscali, decisi dalle province,
che sono una cosa diversa dalle zone economiche speciali, e che
erano passate da 117 alla fine del 1991 a pi di 2.000 alla fine del
1992. In pratica sono le imprese di Stato che sostengono il peso
maggiore della stretta.
L'efficacia di queste misure deve ancora essere valutata. L'opinione 
degli economisti cinesi  per che non si sono raggiunti i livelli di
panico dell'88. Anche il disavanzo del commercio con l'estero pu
essere fronteggiato, usando le riserve accumulate negli anni precedenti, 
che sono notevoli. Resta il fatto per che a sostenere il peso
della stretta non saranno solo gli speculatori, ma anche le imprese,
come sempre. Questo potrebbe portare a una forte caduta degli investimenti
e a bloccare la ripresa. Nell'89 furono gli investimenti esteri a
sbloccarla. Oggi la situazione potrebbe anche essere diversa.
Le misure di austerit servono per soltanto nel breve periodo,
non possono risolvere i problemi di fondo. Questi sono la mancata
riforma delle industrie di Stato e la mancanza di strumenti di controllo
applicabili a tutta l'economia. Portare avanti la riforma economica 
significa affrontare questi temi.
La linea  stata esposta in un documento, Decisioni su temi che
riguardano la costituzione di una struttura dell'economia socialista
di mercato, approvato nella Terza sessione del Comitato centrale
del 14esimo Congresso. L'obiettivo  realizzare entro il 2000 le riforme
delle industrie di Stato, del sistema bancario, della sicurezza sociale,
del sistema fiscale.
Il mercato libero dovrebbe essere esteso al lavoro, alla propriet
immobiliare, alla finanza, e il controllo statale dovrebbe avvenire 
attraverso strumenti macroeconomici, piuttosto che attraverso 
disposizioni amministrative. Lo Stato dovrebbe mantenere la propriet
delle maggiori imprese, le altre verrebbero privatizzate. Quelle che
rimangono statali sarebbero trasformate in societ miste, pubblico-private,
con gestione manageriale. Per quanto riguarda la finanza,
tre banche di sviluppo dovrebbero gestire i crediti politici, lasciando
libere le banche commerciali; la Banca del popolo dovrebbe
essere una vera banca centrale e i tassi di interesse sarebbero quelli
di mercato. Lo Stato dovrebbe cessare di essere il gestore dell'industria 
pubblica, per diventare semplice proprietario azionista, separando 
propriet e gestione, per cui i manager sarebbero indipendenti
dai ministeri, avrebbero completo controllo sulle retribuzioni e la
politica del lavoro, e sarebbe ammesso il fallimento anche per le imprese 
statali. Si sta tentando anche un esperimento di azionariato
operaio, manco a dirlo nel ricco Guangdong dove le imprese statali
sono pi redditizie. In alcune imprese il 30 per cento del capitale 
stato ceduto ai dipendenti, con l'obbligo di non vendere le azioni per un
anno. Naturalmente sono state vendute subito, e i loro prezzi sono
andati crescendo.
Si dovrebbe istituire un sistema di sicurezza sociale, con prestazioni
di pensioni, assistenza sanitaria e indennit di disoccupazione,
finanziato da contributi sui salari. Sarebbero ammesse attivit 
integrative private. Il sistema fiscale dovrebbe essere profondamente 
riformato. Il disavanzo dello Stato  attualmente il 4 per cento del 
prodotto interno lordo; in realt diventa il doppio se si tien conto 
delle perdite delle imprese statali. Ma la parte dello Stato sulle 
entrate fiscali diminuisce costantemente, ed  passata dal 34 per cento
del prodotto interno lordo prima delle riforme, quattordici anni fa,
al 19 per cento oggi.
Si dovrebbe porre fine al sistema della contrattazione delle imposte, 
per cui le province trattengono tutte le entrate fiscali superiori
alla quota che hanno contrattato con lo Stato. Nuove imposte dovrebbero
essere introdotte, in primo luogo una sul valore aggiunto;
le imposte sul reddito d'impresa unificate su una aliquota del 33 per
cento, e le imposte ripartite tra centro e province. Allo Stato andrebbero 
le tariffe doganali, le imposte sul reddito delle imprese statali, e quella
sul valore aggiunto; alle province, quelle sul reddito personale, sui
terreni e sui redditi delle imprese locali.
La volont di procedere  dimostrata da una serie di decisioni. Il
25 giugno 1993 si  deciso di aprire agli stranieri attivit di servizio
come trasporti, banche e commercio. Col primo gennaio 1994  stato 
soppresso il doppio tasso di cambio, il che dovrebbe consentire di
avere entro cinque anni la convertibilit dello yuan. Il cambio non 
pi un monopolio, e gli operatori sul mercato dei cambi sono liberi.
Le cose naturalmente non sono lisce. La FESCO, la societ che fornisce
i servizi alle imprese straniere, ha immediatamente aumentato
del 50 per cento le proprie tariffe, e alle rimostranze delle imprese ha 
risposto minacciando discretamente uno sciopero degli operai, che essa
paga per conto delle imprese.
Se la riforma del sistema politico  scomparsa dall'agenda, si affronta 
la riforma dell'apparato statale. Il numero dei dipendenti dello Stato
e delle imprese statali dovrebbe diminuire di otto milioni, su
circa 34. Dovrebbero essere soppressi ministeri, uffici e dipartimenti
e create al loro posto nuove strutture pi agili. Si dovrebbe aumentare 
la retribuzione degli impiegati statali, che vanno abbandonando in
misura crescente l'impiego. Il numero dei funzionari del partito
 9,2 milioni. Di questi non si dice nulla.
Cos la Cina tenta di organizzare il proprio avvenire. Il regime ha
una base sociale forte, ed  il ceto legato alla riforma, quello degli
imprenditori, sotto qualsiasi forma si presentino. Dovunque i lavoratori 
e i contadini godono di un tenore di vita mai sperimentato prima,
anche se distribuito in modo sempre meno egualitario. L'aspirazione
alla libert sembra sopita e la Cina sembra soddisfatta di un regime
che celebra la memoria del grande timoniere Mao come una liturgia,
che ogni tanto mette il bavaglio a qualcuno, e il giorno dopo libera
qualche altro. Le tensioni sotterranee covano per sempre.
4) Stato e societ, vecchio e nuovo
Solo una mistura straordinaria di vecchio e nuovo ha potuto consentire 
alla Cina di passare attraverso trasformazioni cos profonde
pur pagando prezzi assai elevati. In questa mistura consiste l'originalit
della societ cinese, eredit di una cultura ricca e antica. Alla
sua presenza viva si deve il fascino sottile e contraddittorio che suscita
il modo di essere del popolo cinese. Si trattava certamente una
cultura di lite. Ma alcuni elementi essenziali sono passati fin nelle
parti pi appartate della popolazione. Il comunismo cinese non ha
rotto con questa cultura, e d'altronde non sarebbe stato possibile.
Quando ha tentato di creare condizioni completamente nuove, le
Comuni, mentre la Rivoluzione culturale non riusc nemmeno ad
abbozzare un nuovo ordine, dovette ritirarsi.
In Cina la prima impressione  quella di trovarsi in uno dei tanti
paesi che si chiamano in via di sviluppo. Basta per una breve 
esperienza per capire che non  cos. Dei paesi in via di sviluppo, 
almeno delle citt, mette in mostra l'occidentalizzazione, il consumismo
povero, le imitazioni dei prodotti, i ricchi che di quei prodotti 
dispongono davvero. Il cambiamento del tenore di vita nelle
citt della costa  stato impressionante per la sua rapidit. A Canton
gli alberghi non hanno nulla che li distingua da quelli americani
di massa; oltretutto sono loro a averli costruiti.
Nelle campagne il discorso  diverso. Nelle zone vicine alle citt
le condizioni sono di relativa agiatezza. Una famiglia che risiede nel
delta dello Changjiang, vicino Shanghai, da meno di mezzo ettaro di
terreno in gestione ricava il riso per tutto l'anno, un po' di cotone,
ma soprattutto aggiunge praticamente un altro stipendio al proprio
reddito, perch una parte viene coltivata ad aglio, che viene comprato 
ad alto prezzo da una compagnia del villaggio, che lo esporta
nell'Asia del Sud-Est. Nello stesso villaggio una officina di 
liquefazione e imbottigliamento di gas d lavoro a una diecina di persone.
Il suo direttore si definisce autodidatta; l'officina peraltro sembra
essere sul punto di cadere a pezzi.
Nelle zone cerealicole tradizionali si apprezza invece quanto sia
difficile far fare un salto a tutto un paese di un miliardo e duecento
milioni di abitanti che partiva da condizioni assai arretrate. Il
progresso rispetto alle condizioni precedenti  enorme, si mangia carne
due volte la settimana, ci sono le prime dotazioni di beni di consumo
durevole, ma le condizioni di vita sono incomparabilmente pi arretrate 
di quelle delle citt costiere. La mancanza di mezzi di trasporto
spinge a utilizzare i trattori pi per spostare uomini che come macchine 
agricole, e la lavorazione della terra  manuale, anche in zone
dove il trattore sarebbe facilmente impiegabile. La trebbiatura del
riso si fa con macchine elementari, mosse dall'uomo. Nelle valli dello
Huanghe e dei suoi affluenti le case-grotta sono una cosa normale.
Mentre nelle citt il modo di vestire  occidentale, nelle campagne la
giacca blu alla Mao costituisce per molti l'unico indumento disponibile, 
e ci sono ragazzi che vanno a piedi scalzi. Anche nelle medie
citt, nelle case, tranne quelle di nuova costruzione che non sono
molte, non ci sono servizi igienici, che sono collettivi. Pu capitare
di vedere una lavatrice che scarica l'acqua sporca nella pubblica via.
I servizi sono ancora in condizioni arretrate. Un pechinese deve 
pagare 5.000 yuan per avere il telefono, che costa 50 yuan al mese.
Ma malgrado queste condizioni, la cosa che colpisce di pi  la
vitalit di un popolo che si muove in continuazione e che cerca
sempre nuove cose da fare. Si pu incontrare in un hutong, uno
dei vicoli aggrappati alle mura della Citt proibita di Pechino, un
tale che si proclama disoccupato, ma a domanda risponde che si 
licenziato dall'impiego pubblico perch a fare il commerciante si
guadagna di pi. Le vie di ogni citt sono invase da banchetti di
vendita, di vendite di cibi cotti dove la gente si sfama in continuazione.
Il mercato del lavoro  abbandonato a se stesso. Sui marciapiedi delle
citt siedono giovani con grandi cartelli dove offrono il proprio 
lavoro. Il doppio lavoro  cosa normale, e cos il lavoro
domestico. Ci sono ragazze che fanno tre turni di lavoro in case 
diverse e nella casa dove fanno quello serale restano a dormire. Cos 
le diseguaglianze crescono rapidamente. Un riparatore di biciclette
guadagna venti volte di pi di un impiegato statale. L'impressione
che si ricava  per che le diseguaglianze non costituiscano un motivo
di lacerazione.
Ancora nelle citt assai pi che non in campagna, il costume ha
avuto nel giro di dieci anni un vero e proprio capovolgimento.
All'avanguardia di questo movimento sono palesemente le donne,
dall'abbigliamento al modo di comportarsi. Nella vita politica e 
produttiva il loro ruolo  ancor scarso ma nella vita della societ civile
la loro funzione  inconfondibile.
Gli uomini del miracolo.
Chi sono stati i protagonisti di questo miracolo? Qui ricompare
l'ambiguit e la multivalenza della Cina, la cosa che ha fatto scervellare
generazioni di sinologi. In Cina le cose coesistono con il loro
opposto, sembra che non si arrivi mai a una sintesi che sia il superamento
dell'una e dell'altra, ma che il positivo e il negativo siano sempre 
ben evidenti con la propria fisionomia.
Nella vita sociale occorre rendersi conto del fatto che in Cina non
esiste l'impero della legge. Il cinese, sia esso operaio, contadino o
segretario del partito, non pensa mai per categorie giuridiche. Solo
per il diritto penale esiste una giurisprudenza, che si avvicina 
grandemente al diritto romano, ma contiene anche elementi aggiuntivi,
da antiche norme di diritto penale. Un accusato non pu essere condannato
prima che abbia sottoscritto una confessione completa. Vi
sono anche leggi destinate a impedire assolutamente che un accusato 
venga costretto alla confessione. Cos la parte pi importante della
procedura  quella che riguarda la formulazione della confessione
in confronto al documento d'accusa: ossia l'accusato ha sempre la
possibilit di sottoscrivere solo quelle formule che  disposto ad 
accettare, e il giudizio viene pronunciato in base al risultato finale, 
ossia alla sua confessione. La tradizionale mancanza di un vero e proprio
diritto civile ha costretto alla creazione di un altro sistema che
doveva adattarsi completamente alla prassi del partito comunista.
Mancano i discrimini, la forza della legge  pi nominale che reale e
la sua applicazione  affidata alla consuetudine che  tollerante, salvo
l'intervento da parte dell'autorit suprema. questo sistema che
rende possibile anche violenze per noi non immaginabili, come
quelle della Rivoluzione culturale. In realt in Cina non esiste la 
nozione dei diritti, e il tentativo di coloro che volevano riformare il
sistema politico e arrivare allo Stato di diritto  fallito perch chi
resisteva si appoggiava ad una tradizione profondamente radicata.
La legislazione in Cina  totalmente frammentata. Il Congresso
del popolo, l'equivalente del Parlamento, approva leggi; il Consiglio
di Stato, cio il governo, emana decisioni; le agenzie governative 
e i dipartimenti promulgano regolamenti, ma quali siano le relative
competenze non  ben chiaro. E questo si ripete al livello
delle province e delle citt, il pi delle volte in modo contraddittorio.
Si aggiunga che anche i testi sono redatti in modo da lasciare aperta
la strada a interpretazioni spesso divergenti e si capir che tutto  
affidato al buonsenso, all'unit di giudizio sui valori ultimi, e comunque
c' uno spazio enorme per il compromesso. Ricompare qui un
altro elemento caratteristico della societ cinese: la necessit di una
unit culturale e ideologica, perch ci si riesce a muoversi in tali 
intrichi normativi solo se c' un comune modo di sentire.
Si capir anche la necessit del muoversi per campagne di massa con
parole d'ordine semplificate fino all'eccesso, per consentire
di raggiungere le parti pi lontane, fisicamente e per cultura, del popolo.
Certe espressioni politiche, su cui noi occidentali abbiamo spesso 
esercitato la nostra ironia, erano condizione necessaria per mettere 
in movimento forze reali.
Si pu dire che i protagonisti del miracolo siano tre classi sociali, i
contadini: il ceto medio minuto dei piccolissimi commercianti e artigiani,
gli imprenditori. Dalla storia della Cina che si  tentato di riassumere
appare chiara la funzione delle prime due classi, dominante ancora 
quella dei contadini, che ha dovuto subire i capovolgimenti pi pesanti. 
Questa, anche se ancora in gran parte in condizioni arretrate, sembra 
ora aver raggiunto in certo qual modo un nuovo equilibrio, anche se
temporaneo. Un grande polmone la seconda con i suoi piccoli commerci, 
e con tutti i suoi alti e bassi a ogni mutamento di rotta del regime e
a ogni crisi economica. Questa classe aveva trovato nella flessibilit,
nella capacit di risparmiare e nella solidariet familiare le
proprie fonti di finanziamento.
Le infinite vie del profitto.
La novit pi grossa  la terza classe. Gli imprenditori cinesi non
sono i proprietari delle imprese industriali che gestiscono, sono 
impiegati pubblici, che sulla carta prendono solo uno stipendio e i premi.
Le imprese cinesi sono in piccolissima parte straniere, poco pi
numerose sono imprese miste cinesi e straniere, la stragrande maggioranza
sono imprese pubbliche. Per gli investimenti dipendono dalle decisioni
degli organi amministrativi, per cui il rapporto tra imprese, organi
amministrativi e banche finisce per essere un rapporto in cui i 
legami personali sono l'unico modo di trattare. In ultima istanza 
il potere economico  in mano agli amministratori pubblici.
Questi dipendenti pubblici si comportano come se fossero imprenditori 
privati. Cos ministeri, collettivit locali, e persino l'esercito 
organizzano direttamente imprese, per esportare e disporre di divisa
estera. Pare che a Pechino alcuni grandi alberghi di livello 
internazionale siano gestiti in associazione tra il ministero degli
interni e capitali americani, o dall'esercito insieme con cinesi di Taiwan.
Che vantaggio ricavano questi pubblici dipendenti, imprenditori
di fatto se non di diritto, dal fare profitti? Qui la mancanza di un 
organico sistema di leggi crea situazioni che noi siamo immediatamente 
portati a giudicare abnormi.  innegabile che la corruzione ha
una funzione economica. Si spiega in conseguenza il pensiero attribuito 
a Zhao Ziyang che nel 1987 avrebbe detto che l'affarismo dei
burocrati poteva essere un mezzo utilizzato dal Comitato centrale
per favorire la diffusione del mercato. Di corruzione certamente si
tratta: ma se manca una legge adeguata, come si fa a identificarla e
perseguirla, se non in via di fatto? Questo  quello che lo Stato e il
partito cercano di fare, con i mezzi a propria disposizione, e anche
con la preoccupazione di non arrivare mai al punto di rompere il
consenso. Per poter mettere in moto forze reali la voglia di arricchirsi 
 una molla troppo importante.
Non si parla qui del crimine organizzato, che esiste, come esiste il
commercio della droga con il Laos, attraverso la frontiera dello Yunnan.
Si tratta di fatti come quello rivelato nel giugno 1992 dalla Banca
agricola cinese che ha dovuto pubblicamente comunicare che non
intendeva onorare lettere di credito fraudolente per 10 milioni di
dollari. Ed  difficile giudicare il modo di formazione dei manager
in imprese come la Citic Pacific, societ privata quotata a Hong
Kong, che nello scorso gennaio ha investito un miliardo e mezzo di
dollari per acquistare quote nelle telecomunicazioni e nella produzione
di energia di Hong Kong. La Citic, China Investment Trust International 
Corporation,  la lunga mano del governo cinese per le operazioni 
all'estero, insieme con la Bank of China, che opera all'estero ed 
 una cosa ben diversa dalla Banca del popolo. Presidente della Citic
Pacific  Larry Yung, figlio di Rong Yiren presidente della Citic 
di Pechino. E un grandissimo numero di imprese che lavorano con 
l'estero sono dirette da figli e parenti di alti dirigenti
del partito e dello Stato.
Nel 1987 nella lotta per spostare Deng Xiaoping dalla loro parte, i
conservatori si servirono del caso Hainan. L'isola costituiva nella
sua interezza una zona aperta, e quindi poteva disporre liberamente
della valuta di cui veniva in possesso. Solo che la impieg non per
l'industria ma per importare automobili e la motorizzazione di Hainan
crebbe a livelli di paesi molto pi ricchi. I dirigenti di Hainan
sembra se la siano cavata con una reprimenda. Ancora oggi a Hong Kong
spariscono ogni giorno tre Mercedes che vengono contrabbandate in Cina.
Tutto ci avviene nell'ambito di un decentramento reale, che fa
parte integrante dell'eredit culturale cinese. Nella Cina imperiale lo
Stato non era incarnato dall'imperatore. La monarchia era un simbolo 
indispensabile, ma gli effettivi detentori del potere erano i mandarini. 
Essi governavano con grande discrezionalit e costituirono
l'armatura entro la quale la molecolare societ contadina poteva essere 
tenuta unita. L'alternativa reale al mandarinato era la disgregazione. 
Il mandarino aveva una reale autonomia e il rapporto con il
potere centrale si riduceva all'obbligo di versare una certa contribuzione;
pi o meno come accade con l'attuale sistema fiscale che Zhu Ronji vorrebbe
riformare. Ma essenziale era l'unit ideologica, mantenuta attraverso il 
potere che aveva l'Imperatore di sostituire in qualsiasi momento i suoi
funzionari, e gli imperatori di personalit pi forte ne usavano
largamente. La funzionalit dello Stato dipendeva per sempre da loro.
Gli esami che il mandarino doveva passare erano di letteratura per 
mettere alla prova le sue concezioni; se li passava poteva amministrare 
entro limiti molto larghi. In questo sistema, senza alcun controllo dal
basso, nell'ambito di un rapporto altamente gerarchizzato, la corruzione
era endemica.
I nuovi mandarini.
Certamente questa organizzazione dello Stato conteneva germi di
disgregazione, e pi volte nella storia della Cina questa frammentazione
si  verificata. I capi delle province si sono resi indipendenti e
spesso hanno tentato di dare l'assalto al trono. Ma che cosa ha tenuto
insieme la Cina e la ha riunificata ogni volta che si  divisa nel corso
di tremila anni di storia? Per avere un paragone di che cosa questo
significhi immaginiamo che un impero come quello di Roma abbia
ceduto alle invasioni barbariche, ma poi s sia ricomposto nei confini 
di prima cio dall'Inghilterra all'Iraq. Spezzata in cinque o sei
parti la Cina si ricompone ancora e arriva fino ad oggi nella sua 
dimensione di partenza. Non bastano cose come la geografia o l'omogeneit 
etnica a spiegare tutto. Il cemento unitario  stata l'ideologia
dominante, non dogmatica, non di origine trascendentale, ma tutta
laica, che ha sopravvissuto alla penetrazione di religioni di origine
esterna come il buddismo. Un'ideologia e non una religione, perch
non ha chiesa, non ha una dottrina, ma solo un metodo, fondato sul
rispetto degli altri, l'ossequio alla famiglia e alla tradizione, 
l'obbedienza ai capi, per lontani che siano. Sono queste le basi della 
morale confuciana, che  contemporaneamente un'arte di governare, 
forse soprattutto un'arte di governare, in cui il consenso come forma di
esercizio del potere e nello stesso tempo garanzia di convivenza
civile  una cosa essenziale. Un potere civile, che funziona senza
leggi scritte, sulla base della tradizione, alimentata dal culto del
passato, e in cui il funzionario  sacrosanto in quanto rappresentante
dello Stato, non in quanto individuo.
Il confucianesimo  stato il cemento ideale e politico della storia
della Cina. Il passato  per la Cina una cosa assai importante, fonte
di insegnamento ed esempio di cui tener conto. Del resto una cosa
evidente  l'impegno che il regime comunista ha messo e mette nel
riportare alla luce le memorie storiche del passato. Sia detto di passata,
una cosa che colpisce in Cina  la difficolt a preparare il futuro
secondo un disegno o un modello. Quelli che predominano sono l'empirismo
e la sperimentazione.
Il partito comunista cinese ha fatto le sue campagne contro il 
confucianesimo, alcune puramente strumentali, come quella del 1977.
Non ha potuto costruire per un modo di dirigere il paese che fosse
radicalmente diverso. Le stesse contestazion al modo di governare
confuciano traggono i loro precedenti dalla storia della cultura cinese.
I legisti, tradizionali oppositori dei confuciani, sostenevano un
potere forte in cui l'efficacia  il criterio supremo di tutte le misure
atte ad assicurare il prestigio del sovrano la forza  preferita alla 
persuasione morale, il fine giustifica i mezzi, l'ideale del potere  uno
Stato potente, centralizzato, governato da un principe assoluto, assistito
da consiglieri. La Rivoluzione culturale, almeno quel che proclamava 
di essere sulla carta, avrebbe potuto essere interpretata, e lo  stata
da parte di alcuni intellettuali di sinistra europei, come il tentativo
di sovvertire l'antico ordine di cose. In realt non aveva niente di 
libertario, e meno ancora di democrazia dal basso, come molti ingenui
credettero in buona fede. Certamente la concezione di mettere in
movimento le masse contro il quartier generale era in contrasto
con il confucianesimo tradizionale. Ma termin con il culto di Mao
che era perfettamente in linea con la tradizione legista.
Il problema di fronte a cui ci troviamo se vogliamo comprendere
la situazione della Cina di oggi  che gli strumenti concettuali della
cultura occidentale non sono sufficienti a spiegarci contraddizioni
che pure sono palesi. Il funzionario statale che contemporaneamente
 manager di impresa e si comporta come un capitalista, che trova
nella mancanza di leggi il modo di far profitto, personale e per la
propria impresa,  una figura che non rientra in nessuno schema 
occidentale. Il suo superiore, l'equivalente dell'azionista o del 
padrone, il dirigente amministrativo che si occupa dell'impresa, in 
qualche modo pu essere paragonato al mandarino. Solo che i nuovi
mandarini governano imprese industriali e non solo l'agricoltura; il
loro rapporto con lo Stato rassomiglia molto a quello del passato. 
Il potere centrale deve fare i conti con queste forze, e sa benissimo che
se rompe con esse il rischio  la disintegrazione dello Stato. Lo Stato
cerca continuamente di riequilibrare queste forze con il proprio potere
ma deve arrestarsi a un certo punto e raggiungere un compromesso.
Stando cos le cose, diventa del tutto assurdo pretendere che si 
applichino alla Cina regole che non sono sue. In questo quadro la 
democrazia come la intendiamo noi, con una pluralit di partiti che 
vogliono cose diverse, non avrebbe senso perch porterebbe rapidamente
alla dissoluzione del sistema, senza che ce ne sia un altro per
sostituirlo. Altra cosa  la democrazia, o meglio il pluralismo, 
all'interno del sistema, cio una dialettica di posizioni diverse entro la
forza dominante, quella dell'lite politica. Di una pluralit di posizioni
c' bisogno, e questa  stata sempre mantenuta nella storia della
burocrazia celeste, per conservare la capacit di aprire vie diverse
quando si rendesse necessario. Anche questo fa parte della tradizione 
confuciana, che limitava i poteri dell'imperatore, con lo strumento 
dei censori, che vigilavano sul rispetto delle regole morali. Nemmeno 
Mao riusc a liberarsi una volta per tutte di tutti i suoi oppositori,
come era riuscito a Stalin; anche Deng ha dovuto fare i conti con le 
altre fazioni e fare passi indietro quando era necessario.
Un socialismo di tipo asiatico.
Una societ di questo genere pu non diciamo essere, ma si pu
considerare sulla via di un diventare socialista, almeno nel senso in
cui noi intendiamo questa parola? Se si prende in considerazione la
propriet dei mezzi di produzione la Cina  un paese socialista. La
propriet della terra non  privata, tranne che per i piccolissimi 
appezzamenti delle famiglie, ed  soggetta solo al pagamento della tassa,
come il tributo che la comunit primitiva doveva allo Stato; la
propriet dell'impresa industriale  pubblica, dello Stato, della 
provincia, della comunit, e anche la propriet delle imprese a 
partecipazione straniera  fortemente condizionata. Una certa forma di 
gestione, quella della responsabilit contrattuale, simile a quella della
responsabilit familiare che separava la gestione dalla propriet della
terra e aveva costituito il fattore principale dello sviluppo agricolo,
viene talvolta messa in atto anche nelle imprese industriali. In
questo sistema la responsabilit della finanza ricade tutta sull'impresa 
e non sull'organo amministrativo che la possiede, ma nessuno sa
cosa succede quando l'impresa va in perdita. La legge sui fallimenti
non  quasi mai applicata.
Il fatto  che la gestione dell'impresa  come se fosse privata, e i
profitti prendono vie traverse per arrivare alle tasche degli imprenditori,
amministratori o pubblici o manager d'impresa. Grandi industriali non
ce ne sono, perch la grande industria  statale, ed  probabile che 
rimanga tale. Ci sono invece i piccoli imprenditori che fanno fortuna,
grossi speculatori, e i banchieri privati, quasi usurai, ma non bastano
a diventare dominanti in un paese di 1.200 milioni di abitanti. Prima 
del potere comunista, contavano perch avevano il potere politico.
C' invece un punto in cui l'economia cinese differisce radicalmente 
dalle economie del socialismo reale come le abbiamo conosciute, ed  
la libert dei prezzi cui si  arrivati con grande gradualit. Propriet 
pubblica dei mezzi di produzione, e responsabilit di gestione, fino 
alla determinazione dei prezzi, sono le due caratteristiche, opposte,
che collocano l'economia cinese in una zona indistinta tra capitalismo
e socialismo.
Non c' altro modo di capire che cosa debba intendersi per capitalismo
e per socialismo in Cina se non rifarsi ancora una volta alla
sua storia. Quello che i comunisti cinesi chiamano regime feudale,
cio il regime della Cina imperiale prima dell'irruzione dell'Occidente,
in realt non lo era. Feudale era il regime basato sul potere assoluto 
dei signori del territorio, che caratterizz un periodo che va 
all'incirca dal 1000 al 200 avanti Cristo. Con l'istituzione
dell'Impero si costituisce una formazione sociale diversa, quella
che Marx defin modo di produzione asiatico.
Questo regime  proprio delle societ agricole, e i produttori, singoli 
o facenti parte di comunit per la coltivazione collettiva della
terra, non sono soggetti all'autorit di un singolo proprietario, dotato
o meno di diritti di tipo feudale, ma sono sottoposti a una autorit
esterna, che cura le grandi opere collettive, in primo luogo quelle
idrauliche, mantiene l'ordine pubblico, in una parola governa. 
I mandarini erano la realizzazione di questo Stato, e l'impero cinese 
riuscito, grazie alla flessibilit del sistema di amministrazione e al
confucianesimo a perpetuare questa forma di produzione. Il capitalismo
fu imposto dall'Occidente ma divenne rapidamente quello delle
Quattro famiglie e dello sfruttamento da parte dello straniero. Non
poteva mettere radici e non riusc a liquidare questa forma di Stato,
come era riuscito a fare in altre parti del mondo coloniale.
I gestori delle imprese sono capitalisti? La tecnica che adoperano
lo  ma, slegati dalla propriet dei mezzi di produzione, la loro 
possibilit di arricchirsi dipende dalla tolleranza dello Stato.
Lo stesso si dica per i privati, i mercanti, i gestori di servizi, 
i banchieri: pi volte milioni di essi sono stati spazzati via dalle
deflazioni. Non c' niente di istituzionale che li protegga. La mancanza 
del diritto condiziona la possibilit di definire capitalista questa
struttura. Il capitalismo ha potuto svilupparsi solo quando sono state 
create le strutture giuridiche che lo definissero e lo proteggessero,
tutelando la propriet privata. In Cina non c' niente di tutto questo.
Le societ per azioni sono organismi di fatto; i bilanci scarsamente
attendibili; le Borse sono luoghi dove si scambiano pezzi di carta a
prezzi cervellotici.
Definire capitalista questo tipo di societ non  possibile. D'altra
parte di quella che  comunemente considerata una caratteristica 
essenziale del socialismo, e cio l'eguaglianza, non c' grande evidenza.
L'eguaglianza che  forte nelle campagne  il portato della povert,
non della redistribuzione del reddito. La dottrina di Mao era certamente
egualitarista, ma in questo la sua linea  totalmente abbandonata. 
Nella Cina di oggi le diseguaglianze crescono, tra citt e campagna, 
tra le varie province, tra gli individui, e non  vero che a ciascuno
va secondo il suo lavoro.
Ci troviamo in un regime in cui lo Stato ha una funzione essenziale e
i diritti dell'individuo, la societ civile, gli sono subordinati, in
politica e in economia. Se questo Stato controllasse il processo di 
accumulazione avrebbe un carattere che pi di ogni altro potrebbe 
definire un'economia socialista nel mondo di oggi, ma non ha gli 
strumenti per poter esercitare questo controllo. Sembra che sia sulla via
per costruirli, analoghi nella forma, ma solo nella forma, a quegli
strumenti che nelle societ capitalistiche servono a stabilire un 
controllo su un processo di accumulazione del capitale che anche l  un
processo sociale.
Solo che in queste ultime l'appropriazione  individuale, mentre
dove lo Stato predomina  collettiva. E qui, non tanto nella propriet
dei mezzi di produzione, sta la differenza. Per questo l'esperienza
cinese deve essere motivo di riflessione per tutti. Possiamo dire che
quella cinese  una economia di mercato in un quadro statalista. Si
potrebbe definire a scelta, socialismo di tipo asiatico, o capitalismo
di tipo asiatico. Del resto, anche gli altri paesi del Sud-est asiatico
non si sono sviluppati con l'individualismo ma grazie a un marcato
intervento statale.
Successo in Cina, sconfitta in URSS.
Solo le peculiarit della storia cinese possono far comprendere
come questo paese sia riuscito a trovare una via per passare nel giro
di mezzo secolo da una economia paurosamente arretrata a una economia 
in via di sviluppo, passando attraverso una serie di sconvolgimenti. 
Nello stesso lasso di tempo in cui la Cina passava dalla pianificazione
centralizzata alle Comuni, alla Rivoluzione culturale, all'economia 
di mercato, in URSS non succedeva niente, n in economia, n 
nella gestione dello Stato. Dopo i primi piani quinquennali,
che furono una grande cosa, dall'URSS non  venuto alcun contributo
alla ricerca di nuove vie. La Cina aveva una risorsa di cui l'URSS non
disponeva, una fonte di imprenditorialit come i cinesi di oltremare,
gli Hua Qiao, ma aveva ben altri handicap. Invece quando l'URSS 
stata costretta dalla stagnazione ad affrontare problemi che non potevano
esser aggirati  fallita miseramente.
L'illusione di Gorbaciov  stata di poter realizzare il passaggio a
una economia di mercato demolendo per prima cosa lo Stato sovietico.
Il risultato  che lo Stato  stato demolito e che la Russia, a meno
di una netta inversione di politica, si avvia ad essere non una societ
capitalistica avanzata, ma un paese in via di sottosviluppo, con grandi 
diseguaglianze, sotto il dominio di forze speculative.
Non si possono fare riforme tanto profonde come l'instaurazione
di una economia di mercato, con uno Stato debole. Questo i dirigenti
cinesi, anche per la tradizione che  stata pi volte richiamata, non
hanno voluto farlo ed  difficile ritenere che possano farlo in avvenire.
Senza uno Stato forte non era possibile nemmeno il gradualismo.
Si guardi a una questione decisiva per l'instaurazione di una economia 
di mercato, quella dei prezzi. La Cina  andata avanti nella 
liberalizzazione con riforme accuratamente programmate e sperimentate,
mentre gli altri paesi si sono lasciati attrarre dall'idea del salto
in avanti. Il prezzo dei prodotti agricoli  stato liberalizzato soltanto
quando, grazie alla gestione delle scorte statali, i prezzi del mercato
nero si avvicinavano a quelli ufficiali. La Cina non ha mai conosciuto 
in questi anni il panico e la scarsit che portano all'iperinflazione,
e quando ha avuto la sensazione che si potesse creare ha soffocato
l'inflazione coi mezzi forti. L'inflazione in Russia ha raggiunto il
1200 per cento, in Cina il livello pi alto  stato il 22 per cento.
Se procede con i piedi di piombo nelle privatizzazioni, malgrado gli
insistenti consigli di professori e uomini politici occidentali schiavi
dell'ideologia reaganiana,  perch tutta la sua struttura organizzativa
e finanziaria era fondata su prezzi non di mercato. Metterle sul mercato
significa votarle alla rovina anche se tecnicamente efficienti.
Marx e Confucio.
Organizzatore supremo di questa trasformazione  stato il partito
comunista cinese, che ha fornito insieme l'imperatore e i mandarini.
Malgrado le apparenze, le stravaganze del culto di Mao, e la ferocia
belluina di certi passaggi della lotta politica, il partito comunista
cinese non  stato mai monolitico. E questo ha costituito un grande
vantaggio perch ha mantenuto sempre aperta una dialettica di idee.
In questo senso, dopo un periodo di iniziale conformismo, e per merito 
precipuo di Mao, il partito cinese non ha assomigliato mai molto
agli altri partiti comunisti di osservanza sovietica. Grazie a questa
flessibilit ha sempre cercato vie nuove, anche pagando il prezzo di
crisi profonde, cui altri partiti non avrebbero potuto resistere. Vale
anche per il partito, come per quasi tutte le cose in Cina, l'idea della
coesistenza di princpi diversi, di bene e male, che rimangono sempre 
presenti, separati e conflittuali. Non per nulla per Mao: l'equilibrio
 sempre relativo e temporaneo, lo squilibrio  assoluto e costante.
Nessun capo, nemmeno Mao,  stato dittatore assoluto. Mentre
c'era il culto della personalit, Zhou Enlai stava in piedi, riabilitava
Deng, gestiva gli affari dello Stato. Certamente faceva quel che poteva,
piegandosi continuamente al compromesso, ma non si capisce
come sarebbe potuto accadere quel che poi  accaduto senza la continuit
di una presenza di questo tipo. Cos Deng non si  mai liberato 
completamente dei suoi nemici ma ha dovuto sparire tre volte dalla 
vita politica, compiere pi di una ritirata e abbandonare i suoi uomini
pi di una volta. Anche questo pluralismo fa parte della tradizione 
confuciana; abbiamo ricordato come presso l'imperatore fosse
sempre presente il capo dei censori la cui funzione era di controllarne
le azioni. Se vogliamo continuare nel parallelo, Deng  confuciano e
Mao legista. Non per caso un suo detto tramandato fuori dall'ufficialit 
 che la sua dottrina di governo era Marx pi Chi Shi Huang, Marx pi il
primo imperatore della Cina unificata, che impose il predominio dei 
legisti e fece bruciare i libri di Confucio.
La domanda su quanto di Marx sia presente in questo partito  del
tutto legittima. In realt lo  ben poco, e il tributo che sempre di
meno si va rendendo al marxismo appare sempre pi rituale, a uso
esterno, soprattutto via via che va scomparendo anche la seconda
generazione dei quadri comunisti. D'altronde lo stesso Marx aveva
scritto: Pu darsi che il socialismo cinese stia al socialismo europeo 
come la filosofia cinese all'hegelismo.
5. Ce la faranno?
La trasfomazione di un paese arretrato delle dimensioni della Cina, di una 
vecchissima societ agraria senza specialisti, senza tecnici, senza un 
forte proletariato industriale, senza capitali, e la cui borghesia inetta 
 formata solo, diciamoio francamente, dagli avanzi di ciassi condannate 
a scomparire, l'industrializzazione di un tale paese  gi in s
un'impresa sovrumana. Ma questo progetto porta su di s in pesante ipoteca 
di un burocraticismo millenario... Chi vincer ia gara di velocit: 
l'industria e i suoi nuovi padroni, la burocrazia del partito comunista, o 
il contadino e in vecchia burocrazia tarata? Come la metteranno con le 
piaghe congenite dei funzionarismo, la corruzione, la frode, l'arrivismo
e l'irresponsabilit? Il dubbio  permesso e, se si considera la sola Cina,
non sar risolto tanto in fretta. Ma la sorte della Cina  ormai 
indissolubilmente legata alla sorte della societ moderna... Soltanto la
sua ulteriore evoluzione, per il momento segreto degli di, dar la 
risposta definitiva.
Queste parole di Etienne Balasz, uno dei pi grandi studiosi della
Cina, scritte oltre trent'anni fa, hanno ancora una attualit pungente.
Il dubbio riguarda l'economia e riguarda la forma di governo, il
modo in cui  organizzata la societ cinese.
Il gruppo dirigente cinese ha affrontato la questione cui si riferisce
Balasz mettendo insieme burocratismo e imprenditorialit, per cui i
nuovi padroni dell'industria sono gli stessi burocrati del partito
comunista. La vecchia burocrazia sopravvive nelle campagne, ma le
Comuni le hanno dato un colpo da cui non  facile che risorga. Essa
deve adattarsi ai tempi nuovi, e questa  una grande novit. Quanto
alle piaghe congenite, esse sopravvivono certamente e sono consapevolmente
fronteggiate da un regime che fa della possibilit di arricchirsi, 
senza guardare troppo per il sottile, una leva del progresso.
Ma proprio per questo il regime non pu rinunziare al suo autoritarismo.
Questo sistema ha due punti deboli dove possono verificarsi possibili 
rotture. Il primo  il rapporto tra citt e campagna, tra zone sviluppate
e zone arretrate. Tenendo conto del fatto che una parte non
indifferente dell'economia sfugge alle statistiche, secondo uno studio
recente 60 milioni di abitanti avrebbero superato il livello dei
1.000 dollari di reddito, quel livello oltre il quale ci si possono 
permettere televisori a colori e altri beni di consumo durevole. Nel 2000
questi potrebbero diventare 200 milioni. La capacit di acquisto 
aumentata anche dalla politica sociale tipica dei regimi comunisti
per cui per le abitazioni, i trasporti, l'energia, i cinesi delle citt
spendono il 5 per cento del reddito, contro il 20-40 per cento negli 
altri paesi asiatici. Ma questi redditi sono concentrati nelle zone 
costiere. Il limite dei 1.000 dollari  superato in nove zone urbane:
Shenzhen, Guangzhou e altre due zone al Sud, Shanghai e Hangzhou all'Est;
Pechino e Tianjin e Dalien al Nord. Nel 2000 queste zone potrebbero 
essere sessanta.
Resterebbero altri otto-novecento milioni di abitanti che hanno
compiuto anch'essi grandi passi, ma che non reggono il confronto
con le zone pi prospere. La Cina ha bisogno di uno sviluppo estremamente 
rapido, perch solo cos, e grazie al dinamismo della parte
avanzata, pu far fronte a una domanda che tender inevitabilmente a
crescere anche nelle campagne. Senza di questo il rischio di disgregazione 
diventerebbe reale.
Ci sono per due pericoli: l'insufficienza di capitali e la possibilit
di inflazione. Teoricamente la Cina pu sostenere benissimo uno
sviluppo del 10 per cento all'anno fino al 2000, superando cos i 
risultati del Giappone e di tutti gli altri paesi del Sud-est asiatico. 
Procedendo lo sviluppo economico, aumenta per la domanda di 
infrastrutture, e quindi la domanda di capitale che si aggiunge a quella
per l'industria. Nei trasporti e nell'energia, la Cina ha carenze 
gravissime che possono diventare, anzi che stanno gi diventando,
strozzature reali per lo sviluppo. Inoltre la distribuzione attuale degli 
investimenti, pubblici e privati, che privilegia largamente le zone 
costiere, dovr necessariamente essere modificata a favore delle campagne, 
e quindi la domanda complessiva di capitale  destinata ad aumentare 
fortemente. Il primo ministro Li Peng ha dichiarato che nelle condizioni
attuali  impossibile che i contadini producano generi alimentari
in misura sufficiente a tenere il passo con la crescita della popolazione.
I cinesi risparmiano in media il 35-40 per cento del reddito disponibile, e
anche se il reddito  basso possono produrre una grande quantit di
risorse monetarie. Ma il circuito finanziario per l'utilizzazione del
risparmio  assai arretrato e c' pi di un segno di una tendenza a 
impiegare il risparmio in modo speculativo, perch rende di pi 
investire in terreni che non in industria. La trasformazione del sistema 
fiscale  condizione necessaria. Fino a ora, la domanda di capitale 
stata coperta dall'afflusso di investimenti esteri, principalmente dei
cinesi di oltremare. Che si mantenga un flusso adeguato di investimenti
esteri  assolutamente vitale;  possibile inoltre che a esso si
aggiungano gli investimenti dei paesi industriali. L'industrializzazione 
in Cina  partita secondo lo schema collaudato nel Sud-est asiatico,
cio lo sfruttamento dei bassi costi del lavoro nelle lavorazioni per
conto terzi; la seconda ondata di investimenti esteri potrebbe mirare a
produzioni destinate al mercato interno cinese pi che alle esportazioni. 
I segni che questo  possibile non mancano. Gli industriali di Taiwan,
che pure stanno decentrando in Cina la produzione dei computer, premono 
ormai per l'abrogazione nei contratti di collaborazione delle clausole 
che riservano all'esportazione i tre quarti della produzione. Il problema 
pi grosso  che se le importazioni crescono troppo rapidamente, a seguito
del miglioramento del tenore di vita, e in mancanza di prodotti locali,
l'afflusso di investimenti necessario per compensare un passivo della 
bilancia commerciale che comincia a manifestarsi dev'essere molto alto.
Lo Stato ha comunque necessit di rilanciare un processo molto
pi centralizzato di formazione delle risorse e di orientamento degli
investimenti, e per questo deve portare avanti la riforma fiscale e del
sistema finanziario, Su questa via Zhu Rongji si muove, e molti dei
cambiamenti strutturali messi in atto nel 1993 o programmati per il
1994 mirano a rafforzare il controllo del potere centrale, a spese delle
province pi prospere.
Gli anatemi contro il centralismo sono astratti. Lo spostamento
delle province costiere verso il libero mercato ha provocato un
boom, ma potrebbe innescare il disordine economico nell'intero
paese. La Cina si  giovata del fatto che la sua tradizione di 
decentramento le ha evitato gli errori di un eccessivo centralismo 
di tipo sovietico, ma oggi deve andare verso un rafforzamento del centro. 
Il decentramento, che ha costituito un incentivo grandissimo per lo
sviluppo, diventa in questo caso un ostacolo che non  facile superare.
 necessario per che lo sviluppo non esca fuori dal controllo,
perch una inflazione galoppante avrebbe in una economia dualistica 
conseguenze molto pi gravi di quelle che avrebbe in una societ
pi omogenea. Non c' bisogno di arrivare all'iperinflazione per trovarsi
in emergenza. Una crescita dei prezzi del 20 per cento che per altre
economie sarebbe tollerabile, in Cina  gi pericolosa. Metterebbe
in moto una spirale infernale, con i contadini che dovrebbero pagare
pi cari i prodotti industriali e perci aumenterebbero i prezzi dei
prodotti agricoli, causando richieste di aumenti salariali.
Fino a ora, come si  visto, lo Stato ha combattuto l'inflazione con
cure violente, e non  da escludere che si dovr tornare a far ricorso
ad esse, finch non saranno messi in opera metodi meno rozzi di 
intervento nella politica economica. Combattere l'inflazione  l'impegno
immediato della direzione, e nel giro di un anno si vedr se avr
avuto successo. Se il governo centrale dovesse fallire in questo 
tentativo ne uscirebbe profondamente indebolito.
Lo Stato forte  condizione per l'attuazione delle riforme e per
fare in modo che lo spostamento verso il mercato investa l'intero
paese. Uno degli approcci tradizionali che l'Occidente applica alla
Russia e vuole applicare alla Cina,  che esiste una relazione 
indissolubile tra mercato libero e democrazia politica. Si ritiene quindi
che non si potr portare avanti la liberalizzazione del mercato senza
democratizzare il sistema politico. La maggioranza degli studiosi e
dei pubblicisti dell'Asia orientale contestano questa tesi. La Cina ha
ritmi di sviluppo incomparabilmente pi alti di quelli di altri paesi a
regime pi democratico. Si ricorda anche che Gorbaciov ha messo
l'accento pi sull'apertura politica, la glasnost, che non sulla riforma
economica, la perestrojka, ed  andato incontro al fallimento, trascinando
con s l'intero sistema. Se la Cina dovesse consolidare i propri 
successi potrebbe diventare un esempio per il Terzo Mondo di
cui l'Occidente sarebbe costretto a tener conto.
Non c' una inevitabilit della democrazia. C' un detto cinese
yi fang, jiu luan, se cessa il controllo, c' immediatamente il 
disordine. Ogni volta che  venuto meno lo Stato forte - dicono i 
dirigenti cinesi - si sono avuti i signori della guerra. Se si va troppo 
in fretta verso la democrazia, il rischio  che tutto cada a pezzi, e 
sarebbe peggio che nell'Unione Sovietica. Si potrebbe andare verso il
caos, la divisione o anche verso qualcosa di peggio. Mao stesso
avrebbe detto nel 1963: Temiamo di poter cessare di essere un paese 
rivoluzionario e diventare un paese revisionista. Quando questo
accade in un paese socialista, esso diventa peggio di un paese capitalista.
Un partito comunista pu diventare di fatto un partito fascista.
Qui viene in primo piano il secondo possibile punto di rottura, quello
di una lacerazione tra generazioni che potrebbe finire per diventare
ideologica, tra chi non accetta pi la secolare tradizione di costruzione
di un consenso morale e politico attraverso il riconoscimento 
dell'autorit, e chi invece si  appoggiato su questa tradizione per 
portare la societ cinese sulla via della modernizzazione.
Una tale rottura  possibile. C' certamente una pressione dell'Occidente:
la forza delle sue idee di libert e di democrazia ha nella Cina di oggi
un riscontro che prima non aveva, non fosse altro che per il progresso
enorme compiuto nell'alfabetizzazione di massa realizzata dal regime
comunista. Ma anche qui non si pu ridurre tutta la questione alla
pressione dall'esterno. C' nella tradizione un elemento di immobilismo,
un rivolgere sempre lo sguardo al passato, che entra in conflitto con la
modernizzazione, per cui le cause di una possibile crisi possono essere
interne alla tradizione stessa. Negli intellettuali l'insofferenza verso
questa tradizione  assai presente.
Il partito comunista cinese deve porsi la questione del modo di 
governare. I tre fondamenti del buon governo secondo la tradizione
confuciana, cibo abbondante, armamenti adeguati e fiducia del popolo, 
non possono pi essere praticati come prima, affidandosi alla
burocrazia. Il modo dei legisti e di Mao, col suo culto dello Stato e
del Capo, non  nemmeno esso praticabile, salvo provocare crisi
gravissime. D'altra parte la prospettiva di una democrazia di tipo 
occidentale  pressoch inesistente in Cina, che non pu fare a meno di
uno Stato forte. In una struttura sociale per la cui coesione  
indispensabile la presenza costante di una autorit superiore, allora non
 facile fare a meno della mistura di tolleranza, di paternalismo e di
maniera forte che  forse il modo pi efficiente per mantenere l'unit
del paese.
Ma per questo c' bisogno che il sistema si mantenga e dimostri di
poter assicurare il progresso costante nel tenore di vita, quello che il 
sistema sovietico non  riuscito ad assicurare. C' bisogno del sistema,
pi che di un Capo, e del mantenimento di un elemento di coesione
ideologica, di cui la Cina non pu fare a meno. Dei fondamenti del
buongoverno il pi importante  la fiducia del popolo.
Naturalmente il nazionalismo gioca anch'esso una parte.  stato
questo il fattore che ha consentito a Chang Kai Shek di tenere in
qualche modo insieme la Cina per venticinque anni. Ma il nazionalismo 
del Guomindang non poteva organizzare l'uscita del paese dal 
sottosviluppo perch era troppo legato ai ceti mercantili delle citt e
al potere delle quattro famiglie e si reggeva grazie al tacito consenso
della feudalit delle campagne.  stata la combinazione tra nazionalismo
e riforma agraria a consentire la vittoria dei comunisti cinesi, e
ora  la combinazione tra nazionalismo e un livello di benessere che
mai il popolo cinese ha raggiunto che fornisce un elemento a sostegno 
del regime.
L'apertura verso il mondo  irreversibile, ma non si pu per questo 
essere costretti ad assimilare una cultura estranea. L'unica via per
mantenere una identit, e quindi l'unit del paese,  l'adattamento
della tradizione. A ci aiuta molto l'empirismo che fa parte integrante
della tradizione. Si tratta di vedere se sar possibile realizzare
questo adattamento, trovare un nuovo equilibrio di elementi diversi
che regga all'impatto dell'individualismo che il miglioramento del
tenore di vita porta con s. Come la struttura economica non potr
mai essere assimilata meccanicamente n a quella del capitalismo o
dello Stato sociale occidentale n a quella del defunto socialismo
reale, ma sar sempre un modo di produzione diverso, con un'atomizzazione 
dei rapporti produttivi e insieme una forte presenza di un'autorit
esterna, cos i diritti di libert, l'autodeterminazione dovranno 
coesistere con la stessa presenza esterna, con lo Stato forte.
Le regole di comportamento confuciane erano che il figlio rispettasse
il padre, il fratello minore il fratello maggiore, i sudditi il principe,
milioni di persone il sovrano. Adattare queste regole alle nuove
situazioni, lasciarne cadere parte, forse  questa l'unica via possibile.
In forme diverse, eppure nuove, sarebbe la vecchia Cina a ricomparire
ancora una volta.
Riusciranno i dirigenti cinesi a costruire questo nuovo equilibrio?
Di questo non si pu esser certi. Ma questo pone problemi enormi
anche all'Occidente. Non si possono forzare le cose e pretendere che
la Cina rompa con la sua storia per diventare un'altra cosa. Ma 
nell'interesse dell'Occidente e di tutto il mondo che il tentativo riesca.
FINE
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