LA SOLUZIONE FINALE
LO STERMINIO DEGLI EBREI
di Enzo Collotti
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
INDICE:
1) L'antisemitismo tra le due guerre mondiali.
2) Caratteri e specificit dell'antisemitismo nazista: le idee.
3) Caratteri e specificit dell'antisemitismo nazista: la pratica
4) Le premesse della soluzione finale: la ghettizzazione degli
ebrei nella Polonia invasa
5) Il protocollo di Wannsee e le deportazioni nei campi di
sterminio dall'intera Europa
6) Le complicit e il silenzio del mondo
7) Bilancio del genocidio
Cronologia
   
1) L'antisemitismo tra le due guerre mondiali.
Lo sterminio degli ebrei promosso e attuato dal regime nazionalsocia-
lista va visto nel quadro di una pi generale recrudescenza delle 
ostilit contro gli ebrei che si diffuse sul continente europeo in
modo particolare dopo la prima guerra mondiale. Fu nell'ambito della 
crisi politica, sociale e culturale prodotta dalla guerra mondiale, 
vera e propria crisi di valori, che teorie antisemite e razziste di di-
versa estrazione e matrice culturale, gi variamente introiettate nella 
cultura e nella politica della societ europea sin dalla met dell'Ot-
tocento, conobbero nuova diffusione e nuova vitalit. La guerra fu
certamente decisiva, con il mutamento di mentalit che anticipava
forme di predisposizione e di accettazione nei confronti di visioni to-
talizzanti dell'organizzazione sociale e politica degli Stati e di con-
trapposizioni frontali e totali di ideologie e di regimi, nel prefigura-
re la qualit nuova che l'antisemitismo avrebbe assunto sino a sfo-
ciare nel razzismo codificato dalle legislazioni degli Stati totalitari
di ispirazione fascista e in particolare della Germania nazista.
Naturalmente, nelle diverse parti dell'Europa le sue modalit eb-
bero caratteristiche e compirono percorsi relativamente diversi in
rapporto al contesto delle singole societ nazionali e dei rispettivi
contesti sociali. Si possono tuttavia individuare alcune condizioni e
motivazioni comuni che furono alla base della diffusione generale
del fenomeno. La prima motivazione risiede certamente nell'oscuro 
senso di catastrofe della civilt che si accompagn generalmente alla 
constatazione del declino dell'Europa e della sua egemonia per effetto 
dei nuovi equilibri scaturiti dalla guerra mondiale. Nella ricerca di
forze oscure alle quali attribuire l'origine dei mali che affliggevano
l'Europa, il ricorso all'antisemitismo fu uno degli strumenti di pi 
facile accesso e successo ad opera di demagoghi e di manipolatori di mas-
se e di pi immediata spendibilit presso un pubblico di larghi strati.
Con le sue terribili semplificazioni l'antisemitismo, che riconduce-
va ad una causa unica l'origine delle difficolt del presente, sembra-
va poter dare una risposta una volta per tutte agli interrogativi esi-
stenziali dei popoli duramente colpiti, su tutti i versanti delle barri-
cate, dalle difficolt del dopoguerra. In particolare, i popoli che era-
no usciti sconfitti dal conflitto e per i quali era particolarmente dif-
ficile nel disorientamento del momento individuare le cause reali della 
sconfitta e rimettere in discussione tradizioni, istituzioni e ceti
dirigenti che erano stati intesi come parti di una identit nazionale,
trovarono nell'antisemitismo una sorta di valvola di sfogo che dava
soddisfazione agli interrogativi sul passato, evitando che si aprissero
processi critici e autocritici pi scomodi e pi inquietanti, e che of-
friva anche per il futuro bersagli e obiettivi intorno ai quali incanalare 
e aggregare il consenso. Ritorneremo sulla funzione esercitata al riguar-
do da quello strumento di agitazione demagogica che furono i Protocolli 
dei Savi di Sion, ma non bisogna dimenticare che neppure a livello
pi raffinato mancarono voci (come Spengler), all'incrocio tra cata-
strofismo cosmico e profetismo provvidenzialistico, in cui le preoccu-
pazioni per la sorte della razza bianca potevano prestarsi nella loro
ambiguit a strumentalizzazioni razziste anche in senso antisemita.
Un secondo fattore di diffusione dell'antisemitismo fu costituito
dalla risonanza con la quale si diffuse il mito della rivoluzione bol-
scevica in Russia. Presso l'opinione pubblica conservatrice dell'inte-
ra Europa, e anche al di fuori del nostro continente, la rivoluzione
bolscevica fu associata alla presenza se non addirittura al ruolo cen-
trale e promozionale che in essa avrebbero svolto gli ebrei: lo ste-
reotipo del giudeo-bolscevismo costitu uno slogan di facile effetto,
ad uso di tutti coloro che facevano leva sulle angosce e sulle paure di
ceti colpiti dalle conseguenze della guerra, atterriti dalle trasforma-
zioni in atto, dissestati dal disordine economico e sociale di una dif-
ficile fase di transizione e dalla crisi politica e di valori che il 
conflitto aveva portato con s. Si rinnovava la vecchia paura della ri-
voluzione, quasi a stabilire dalla grande rivoluzione dell'89 alla ri-
voluzione bolscevica, la continuit ininterrotta dell'eversione del 
complotto ebraico.
La fusione dell'antisemitismo con l'antibolscevismo funse da fatto-
re moltiplicatore di una avversione, che, con il tempo e il cumularsi
di schemi razzistici e di schemi ideologici, consegner al fanatismo
razzista dei regimi fascisti una miscela a dir poco esplosiva. Natural-
mente, la partecipazione di molti ebrei, in genere intellettuali, ai
movimenti rivoluzionari in Russia come in altre parti d'Europa, in
Germania come in Ungheria, ma anche altrove, non aveva nulla a
che fare con un complotto internazionale ebraico, al di l della con-
traddizione di voler presentare il vertice della finanza ebraica come
protagonista o ispiratore della rivoluzione bolscevica. Anche questo, 
un esempio significativo di come ci che importava all'antisemitismo 
non era la realt effettiva della congiura ebraica ma la possibilit 
di agitare il semplice spettro della sua esistenza. Non si trattava
di costringere le masse a confrontarsi con una realt, ma di tenerle
in uno stato di soggezione e di tensione permanente sotto la sugge-
stione di una minaccia tanto ipotetica quanto in eterno agguato.
Gli avvenimenti di Russia, nel loro duplice versante di trionfo del-
la rivoluzione bolscevica e di scioglimento dell'impero zarista, ebbe-
ro tuttavia ripercussioni di portata pi generale, al di l delle mere
contrapposizioni ideologiche. Il processo di assestamento sia in
Russia sia nel nuovo sistema di Stati che scatur dalla dissoluzione
dell'impero zarista si accompagn, nel clima di incertezza che colp
ceti sociali e comunit nazionali, ad uno spostamento massiccio di
ebrei dall'Est dell'Europa verso le regioni centro-occidentali. Si ri-
peteva cio il processo di occidentalizzazione degli ebrei dell'Europa
orientale che sin dall'Ottocento aveva accompagnato le fasi di con-
vulsioni dell'autocrazia zarista sotto la spinta di pulsioni nazionali-
ste e confessionali. Adesso, tuttavia, prevalenti nell'esodo di ebrei
dalla Russia e dai nuovi Stati (Polonia e Stati baltici in primo luogo)
erano stati in primo luogo l'incertezza economica del futuro e la
speranza di porvi riparo con l'insediamento in contesti considerati
pi tolleranti e insieme pi capaci di integrare la nuova emigrazione
all'interno di una popolazione ebraica ormai assestata. Meta privi-
legiata della nuova emigrazione furono la Germania di Weimar e la
neonata repubblica austriaca. Tuttavia, contrariamente alle aspet-
tative, l'emigrazione degli Ostjuden (espressione che nello spazio di
lingua tedesca non fu usata solo come dato sociologico ma fu intesa
anche in senso spregiativo) non si risolse altrettanto pacificamente
di quanto era avvenuto anteriormente alla guerra mondiale: dalla pre-
senza dei nuovi emigranti trassero pretesto i nazionalisti e i superna-
zionalisti che agitavano il fantasma dell'infeudamento agli stranieri e
della crescente giudeizzazione delle popolazioni germaniche.
In particolare, i fermenti antisemiti trovarono terreno fertile in 
tutte quelle situazioni dell'Europa centro-orientale in cui alla for-
mazione di Stati nuovi si univano i problemi derivanti dalla presenza 
di forti nuclei di popolazione ebraica, legati per tradizionale inse-
diamento a quelle terre (massime in Polonia) ma connotati anche da una 
forte autonomia culturale e religiosa e da una relativa omogeneit sociale. 
La situazione era tale che un grande storico inglese, H. Seton-Watson,
pot valutare che la situazione degli ebrei di Polonia e di Romania
era gi disperata nel 1939, prima ancora cio dello scatenamento
del secondo conflitto mondiale e dell'espansione diretta nazista.
In queste circostante l'antisemitismo assunse molteplici volti. In
contesti privi ancora di solide borghesie nazionali, di classi dirigenti
assestate e di una sicura identit nazionale la leva del nazionalismo
and quasi sempre associata a un virulento antisemitismo, in cui si
cumulavano l'immagine dell'ebreo come concorrente nella vita eco-
nomica, l'ostilit all'ebreo come elemento estraneo, fattore di divi-
sione della omogeneit cristiano-cattolica su cui faceva leva la Chie-
sa cattolica per accrescere con il consenso di larghi strati sociali il
proprio peso specifico nei nuovi Stati in assestamento.
Si scontrarono in quest'area, in cui per molta parte degli ebrei aveva
appena inizio il processo di emancipazione che nell'Europa occidenta-
le e in Germania era gi stato vissuto nei decenni precedenti, l'antise-
mitismo come forma tradizionale di reazione al processo di moderniz-
zazione e forme nuove di reazione contro gli ebrei pi specificamente
legate alla nascita dei nuovi Stati e dei problemi relativi di affermazio-
ne di identit nazionale, di convivenze confessionali, di creazione di
nuovi parametri ideologici. La concentrazione urbana, tipica general-
mente degli insediamenti ebraici anche nell'Europa centro-orientale,
accresceva l'ostilit contro gli ebrei dei ceti pi dinamici e intrapren-
denti in una fase di incerto sviluppo e di ridefinizione delle aree di 
mercato, una volta saltate le frontiere tradizionali tra i vecchi Stati.
Il problema della tutela degli ebrei negli Stati di nuova formazione
non era sfuggito alla consapevolezza degli artefici dei trattati di pace
che impegnarono con specifici trattati delle minoranze Polonia, Ju-
goslavia, Romania, Grecia e Cecoslovacchia, alla tutela delle minoranze, 
ivi compresi esplicitamente gli ebrei, sotto l'egida della Societ delle
Nazioni; che questa, poi, non si sia fatta garante del rispetto di queste
regole rientra nel bilancio fallimentare della Societ delle Nazioni.
Tra gli strumenti di diffusione dell'antisemitismo va ricordata in par-
ticolare la rimessa in circolazione, nelle circostanze del dopoguerra,
del noto falso della polizia zarista conosciuto come I protocolli dei Savi
Anziani di Sion. L'importanza di questo testo, che si pu considerare
una summa di sloganistica e precettistica antisemita di facile assimila-
zione, che aveva al suo centro l'idea martellante del complotto ebraico
per la conquista del mondo dei gentili, non consisteva tanto nel suo
contenuto quanto nel tipo di operazione manipolatoria che fu sviluppata 
per suo mezzo. L'impatto psicologico pi efficace fu esercitato sicura-
mente dal fascino dell'occulto, che  l'elemento che ne garant il
successo a livello internazionale, oltre alla possibilit offerta dalle 
traduzioni e dall'adattabilit del testo alle situazioni specifiche dei 
diversi ambiti culturali e nazionali. Nella teoria del complotto ad ope-
ra dell'oligarchia finanziaria dell'ebraismo internazionale, ci che
poteva fare presa sul grosso pubblico non era di per s l'idea del
complotto, che incarnava fra l'altro una visione demonologica della
storia pi facilmente recepibile in ambienti di cultura religiosa e an-
tilluministica, ma l'idea del complotto come opera di un potere oc-
culto e invincibile. I savi di Sion erano presentati come i possessori
del segreto dell'arte di governare, il segreto era una delle condizioni
della loro invincibilit, della loro infallibilit e ci rendeva 
plausibile anche la loro onnipotenza e la loro onnipresenza.
L'immagine tipica dell'iconografia antiebraica di estrazione cri-
stiano-cattolica dell'idra dalle cento teste, del mostro tentacolare,
che gi era stata applicata allo schema massoneria-liberalismo-demo-
crazia e che pi tardi sar estesa anche al bolscevismo e al giudeo-
bolscevismo, non fu che la traduzione visiva e popolaresca dell'osses-
sione del complotto ad opera di forze occulte che minavano l'armonia
e il benessere dei popoli. L'evocazione di fronte a fenomeni nuovi e
non interamente ancora conosciuti della vita sociale e politica di un 
simile passepartout, capace di fornire una spiegazione onnicomprensiva
di fenomeni politici e sociali ben pi complessi, funse come fattore di
rassicurazione nei confronti di ceti soprattutto della piccola e media
borghesia insidiati da insicurezza economica ma anche, e spesso priori-
tariamente, da problemi di status, di collocazione e di identit in un
ruolo ben definito nella societ. Al limite, gli ebrei non c'entravano
nulla. Importante non era che l'oligarchia ebraica potenzialmente
padrona del mondo di cui parlavano i Protocolli esistesse realmente,
ma che il meccanismo psicologico di cattura del consenso implicito
nei Protocolli funzionasse e servisse, sfruttando appunto il suo im-
pianto irrazionalistico, da tessuto connettivo, da elemento di unifi-
cazione del messaggio dell'antisemitismo al di l di ogni frontiera.
Se dunque i Protocolli offrivano un comodo schermo e lo schema
ideologico per la demonizzazione degli ebrei, o meglio dell'ebreo
come efficacemente in genere si esprimeva la pubblicistica antisemita
a sottolineare la volont di colpire non singoli individui ma appunto 
un genere e nella sua ottica una razza, i germi dell'antisemitismo 
si diffusero anche in contesti in cui il processo di emancipazione 
e di integrazione aveva precedenti di indubbia solidit. Come nel
caso della Germania, sul quale ci soffermeremo a parte per il ruolo
particolare che assunse, anche in Francia la guerra mondiale aveva
avuto un esito ambivalente per gli ebrei: da una parte, aveva raffor-
zato il senso di appartenenza alla comunit nazionale, con l'alto li-
vello di partecipazione patriottica che era stato spontaneamente di-
mostrato dalle rispettive componenti ebraiche; dall'altra, l'esplosio-
ne nazionalistica che aveva fatto seguito alla guerra aveva tenuto a 
sottolineare le differenze e a rimarcare la marginalit e in qualche 
modo la solitudine degli ebrei.
Nella Francia uscita vincitrice dalla guerra non si verificarono le
forme di reazione che furono tipiche dalla Germania sconfitta, an-
che perch non furono messe in discussione le istituzioni tradiziona-
li, che continuavano a fare della Terza Repubblica la legittima ere-
de della Grande rivoluzione che aveva saputo superare, attraverso
lacerazioni dolorose, la ferita dell'affare Dreyfus. Come  stato ri-
petutamente sottolineato dagli studi, nella Francia del dopoguerra,
e forse anche nel corso della grande depressione a cavallo tra la fine
degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta, le correnti nazionaliste,
pi che usare l'antisemitismo come strumento politico demagogico,
diedero luogo a ripetute manifestazioni di xenofobia. Se nella tradi-
zione politica della Francia la tolleranza verso i diversi era stata 
alimentata dagli ideali di eguaglianza, soprattutto dopo la guerra e 
a causa dell'aumento del deficit demografico lo spirito di tolleranza
era imposto dalla necessit stessa che la Francia aveva di ricorrere a
forza-lavoro dall'esterno, si trattasse di emigranti dall'Italia o da 
altri paesi continentali o di lavoratori provenienti dalle vecchie 
colonie francesi, non solo dalla fascia mediterranea maghrebina, ma 
anche dall'Africa nera. Quando, a seguito della conquista dell'Etiopia,
si riaccese nell'Italia fascista il problema razziale come conseguenza
delle inevitabili contaminazioni tra italiani ed abissini, il fascismo
riscopr la minaccia di un attentato alla purezza della stirpe. Ai mol-
ti motivi di polemica contro la Francia si aggiunse l'accusa nei suoi
confronti di non avere una consapevolezza razziale; la Francia di-
ventava anzi, agli occhi del fascismo, un pericolo per l'intera Europa
perch il suo lassismo razziale, se non addirittura una consapevole po-
litica di mescolanza con le popolazioni di colore, rischiava di generaliz-
zare a livello continentale l'esempio della Francia. L'ombra del metic-
ciato - agli occhi dei fascisti i bastardi erano peggio degli africani
puri - faceva incombere su tutta l'Europa la minaccia concreta di un
declassamento della razza bianca. Nel suo estremismo razzista il fasci-
smo italiano, fautore di una rigida politica separatista, non vedeva 
altra soluzione che rispedire in Africa tutti gli immigrati di colore.
Al di l delle polemiche fasciste, in Francia le avvisaglie della crisi
e della disoccupazione avevano alimentato le polemiche contro la ma-
nodopera di colore che costituiva una pericolosa concorrente dei la-
voratori francesi; la polemica xenofoba si estese quindi contro il flus-
so dell'emigrazione in generale, compresi gli ebrei che dall'inizio de-
gli anni Trenta affluivano in Francia, sia per sfuggire al nazismo, sia
per effetto dell'insicurezza di prospettive politiche e psicologiche 
che si stava generalizzando in tutta Europa.
Non solo agli occhi della propaganda fascista, ma anche della stes-
sa destra francese, l'esperienza del Fronte popolare presieduto dal
socialista Blum, con la quale la Francia affront la crisi politico-
parlamentare degli anni Trenta e la perdita di credibilit della demo-
crazia travolta anche dagli scandali dell'intreccio tra politica e affari
(lo scandalo Straviski), divenne l'emblema di una nuova congiura
ebraica. Il socialista Blum divenne semplicemente l'ebreo Blum
longa manus di un nuovo complotto giudaico, avversario irriducibile
dell'Italia, simbolo di tutte le qualit negative della Terza repubbli-
ca e della democrazia, sotto la cui maschera si celava anche il com-
plotto dell'antifascismo internazionale contro l'Italia.
Se in Francia l'antisemitismo rimaneva a livello di polemica, in al-
tre parti d'Europa si moltiplicavano i sintomi di un passaggio dal li-
vello della polemica e, caso mai, della discriminazione spicciola alla
persecuzione sistematica. L'Italia avvi nel settembre del 1938 il varo
di una vera e propria legislazione contro gli ebrei, quando gi in altri
contesti - Ungheria, Polonia, Romania - le spinte antisemite tende-
vano a generalizzare vecchie pratiche (come in Ungheria) o forme
pi sommerse di discriminazioni in una vera e propria codificazione
normativa. Senza essere state direttamente fomentate dalla Germania 
nazista, queste tendenze erano state indubbiamente incoraggiate 
dal salto di qualit che l'antisemitismo aveva compiuto nel
Terzo Reich, sin dal 1933, come vedremo pi ampiamente nel capitolo 
successivo. In Italia, come altrove, la nuova ondata di antisemiti-
smo mostr un volto ambivalente: fu prodotto autoctono, scaturito
dall'interno della dinamica politica del fascismo o dei regimi autori-
tari dei paesi dell'Europa orientale; ma fu anche effetto diretto o in-
diretto del montare della persecuzione in Germania.
Il primo insegnamento che proveniva dall'esperienza tedesca era
che la persecuzione contro gli ebrei era possibile senza scontrarsi
frontalmente n con la resistenza degli ebrei stessi n con una rea-
zione e una pressione massiccia dell'opinione pubblica internazio-
nale e segnatamente di quella dei paesi democratici. Una seconda
reazione che derivava dal montare della persecuzione in Germania
fu quella di paesi come la Polonia e la Romania che si sentirono mi-
nacciati dalle misure tedesche contro gli ebrei, perch si sarebbero
trovati costretti a riaccogliere i cittadini ebrei che come stranieri 
venivano espulsi dalla Germania. Lungi dal prestare aiuto a quanti ten-
tavano di rifugiarsi dalla Germania nella patria d'origine, Polonia e
Romania eressero nuove barriere di fronte al ritorno degli ebrei. La
Polonia soprattutto, dove la violenza dell'antisemitismo delle de-
stre nazionaliste era tale che si rifiutava anche solo l'ipotesi della
loro assimilazione, con un atteggiamento quindi chiaramente ispirato
a una concezione biologica e razzista, aveva sviluppato e continuava
a sviluppare progetti radicali di evacuazione degli ebrei dal proprio
territorio (il progetto Madagascar, prima ancora che dai nazisti era
gi stato preso in considerazione sia dalla diplomazia francese che
da quella polacca); la tragedia che si andava consumando ai danni
degli ebrei tedeschi o residenti in Germania, non indusse la Polonia
a desistere dai piani di una espulsione degli ebrei che non potevano
non distogliere l'attenzione e la sensibilit dell'opinione pubblica
da quanto stava accadendo in Germania.
Infine, per convinzione o per convenienza, tutti i paesi che si stava-
no aggregando intorno alla Germania nazista finirono per adottare
o irrigidire piattaforme o pratiche antisemite quasi a volersi mettere
al passo con il Terzo Reich, per non restare indietro rispetto alla po-
tenza capofila, per atto di piaggeria o nella errata credenza che in
tal modo potessero accrescere il proprio potenziale di contrattazio-
ne nei confronti del pi potente partner. Alla luce di questo comples-
so ordine di considerazioni va considerato anche il caso dell'adozio-
ne dell'antisemitismo di Stato nell'Italia fascista.
Abbiamo gi accennato alla svolta che il 1938 introdusse nella ge-
neralizzazione delle normative antiebraiche in tutta Europa, a co-
minciare nel marzo dall'Anschluss austriaco che consegn alla Ger-
mania i duecentomila ebrei che vivevano nell'Austria repubblicana.
In questo quadro rientr il caso dell'Italia, in cui sull'onda di 
esigenze di tutela della stirpe legate alla dominazione africana il 
fascismo esalt una questione razziale, ponendo al centro della sua 
campagna la lotta contro gli ebrei. Indipendentemente dalla sopravviven-
za di vecchi motivi di antisemitismo mutuati dalla tradizione cattoli-
ca e dalla lunga predicazione antisemita di Preziosi e della Vita ita-
liana, il fascismo coni nuovi stereotipi antisemiti, fondendo questi
elementi della tradizione con il tentativo di esasperare una questione
razziale in Italia, sia per galvanizzare il consenso intorno al regime 
in un momento che preludeva alla preparazione psicologica della guerra,
alla vigilia del patto di Monaco del 1938, sia per allineare l'Italia 
alla politica della Germania e mostrarsi cos alleato fedele e zelante.
La scelta dell'obiettivo di colpire gli ebrei fu in buona parte un pre-
testo, che fece individuare certamente i fascisti pi accaniti e pi
orientati in senso filonazista (i Farinacci, ma non solo loro), ma che
mise alla prova anche il conformismo dilagante incoraggiato dal cli-
ma della dittatura. Basta dare un'occhiata alla stampa di provincia,
al di l di quella di livello nazionale naturale portavoce del regime,
per rendersi conto del livello di volgarit e di opportunismo che si
diffuse capillarmente nel paese. Mussolini aveva un bel dire che il
razzismo italiano era diverso da quello tedesco, che era spirituale
e non biologico, ma quando si arriv al dunque le leggi razziali defi-
nivano gli ebrei su base biologica e non certo su base semplicemente
culturale o religiosa. Nelle sue punte pi radicali - il Manifesto della
razza degli scienziati fascisti del luglio del 1938 - pur di puntare al-
l'isolamento degli ebrei e di farne un bersaglio, il fascismo tent di
inventarsi una razza italiana, come razza pura, come razza nordica,
mantenutasi nei millenni incontaminata, un corpo sano dal quale
bisognava espellere ora l'elemento infido, contaminatore e disgre-
gatore degli ebrei. Quasi a legittimare ulteriormente la campagna an-
tiebraica, oltre a farne lo strumento asservito alle potenze plutocra-
tiche, alle democrazie atee e massoniche, il fascismo tese a identifi-
care bugiardamente l'antifascismo con il giudaismo, quasi che, con-
trariamente a ogni evidenza, si dovesse individuare in ogni ebreo un
antifascista, laddove al di l di singoli episodi un atteggiamento di
generalizzata ostilit per il fascismo fu ingenerato negli ebrei italia-
ni, per tradizione profondamente integrati nella societ e nei com-
portamenti politici della media degli italiani, unicamente dalla per-
secuzione fascista. Quindi una ulteriore forzatura per cercare di aiz-
zare la popolazione a rinvenire il nemico non all'esterno ma nel suo
stesso interno, cos da istigare odio, sospetto, ribrezzo.
Per ironia della sorte, i primi provvedimenti per la difesa della raz-
za portarono la firma di quello che  considerato un fascista criti-
co, del ministro dell'educazione nazionale Bottai, che strumenta-
lizzava la campagna razziale per l'impossibile obiettivo di rigenera-
re il fascismo e di rilanciare l'idea di una rivoluzione fascista. Ma 
le spese intanto le fecero gli ebrei che, alunni o insegnanti a tutti 
i livelli, venivano cacciati dalle scuole italiane, mentre contemporanea-
mente veniva a cessare, con l'obbligo di abbandonare l'Italia, il ri-
fugio precario (Voigt) che molti ebrei stranieri, in particolare tede-
schi e austriaci, avevano trovato in Italia pur sotto il regime fascista
tra il 1933 e l'inizio del 1938, nel tentativo di sottrarsi alla perse-
cuzione nazista. Il 17 novembre del 1938, a dieci giorni dal pogrom della 
notte dei cristalli nel Terzo Reich, il regime emanava il corpo prin-
cipale delle leggi razziali con la proclamazione del divieto di matrimonio 
di cittadini italiani di razza ariana con appartenenti ad altra razza. 
Nel corso del 1939 la legislazione persecutoria fu completata con l'espul-
sione degli ebrei, oltre che dai pubblici impieghi, dalle attivit pro-
fessionali e dalle attivit commerciali ed economiche in genere.
Nessuna attenuante dal punto di vista etico o politico pu essere
invocata a favore del fascismo italiano. Il fatto che gli ebrei potero-
no trovare solidariet in larga parte della popolazione o che trovas-
sero protezione nella stessa politica della S. Sede, interessata fra
l'altro a tutelare le prerogative accordate alla Chiesa dal Concorda-
to del 1929 soprattutto in materia matrimoniale, in nulla attenua le
responsabilit del regime, il quale fra l'altro, predisponendo il cen-
simento dell'agosto del 1938 cre una sorta di anagrafe degli ebrei e
con ci uno strumento che sarebbe stato utilizzato dopo l'armistizio
dell'8 settembre del 1943 per la caccia all'ebreo e per la deportazio-
ne nei campi di sterminio. Dopo le leggi di Norimberga del 1935 la
legislazione italiana fu l'apparato normativo pi esteso ed analitico
che fosse introdotto nel mondo. Non se ne pu valutare la sostanza
valutandolo in senso pi blando al confronto con la legislazione e la
prassi nazista; lo si deve valutare in base alla lesione che rec ai 
diritti civili e umani e al tentativo di imbarbarimento del popolo 
italiano che con esso fu compiuto.
Non si pu argomentare che in tal modo il regime italiano volle di-
mostrare alla Germania che era possibile differenziarsi da essa con
una legislazione meno severa (posto che poi lo fosse), come afferma-
to anche di recente (De Felice): l'unico modo per differenziarsi dal-
la Germania era di non avviare alcuna persecuzione, ma il servilismo
del fascismo e la concorrenza tra le potenze dell'Asse ostavano a una
ipotesi del genere. L'ampio potere discrezionale che lo Stato si ri-
serv per l'applicazione delle leggi razziali, con il dispensare esoneri
dalla persecuzione ( questa la cosiddetta discriminazione), se at-
tenu il rigore della persecuzione introdusse ulteriori momenti di
corruzione e rispose al criterio tutto italiano di risolvere un proble-
ma di principio con lo strumento delle scappatoie personali o buro-
cratiche. Non rappresent comunque la revoca neppure parziale di
un principio persecutorio indegno di un popolo civile.
Non possiamo soffermarci sugli sviluppo di questa legislazione nel
corso del conflitto mondiale, n sulla capillare prassi amministrati-
va ed esecutiva che attest comunque il coinvolgimento nell'opera-
zione di settori non marginali dell'apparato dello Stato. Se il tenta-
tivo di sensibilizzare il popolo italiano contro gli ebrei, di dargli 
come voleva il regime una coscienza razziale, riusc soltanto parzial-
mente non fu certo merito del regime, ma delle resistenze, del senso
della propria dignit e del non perduto spirito di civilt che anim
una parte non trascurabile della popolazione, al di l di opportuni-
sti, conformisti, profittatori e delatori.
Con i provvedimenti presi dal governo italiano e con le norme diret-
tamente o indirettamente rivolte a limitare l'influenza degli ebrei
che tra la fine del 1937 e i primi mesi del 1938 furono introdotte in
Romania, Polonia e Ungheria l'antisemitsmo attravers una svolta
storica. L'illusione che fosse possibile circoscrivere la persecuzione o
ridurre l'influenza degli ebrei per esempio in misura proporzionale alla
percentuale del loro numero sul complesso della popolazione si scon-
tr con la logica e la dinamica della persecuzione. La natura stessa dei
regimi, apertamente fascisti o fortemente ispirati da concezioni autori-
tarie, che impediva un confronto delle idee e il rispetto delle minoran-
ze di qualsiasi tipo esse fossero, tendeva ad enfatizzare ogni mo-
mento persecutorio spingendo all'ulteriore progressione sulla via
della emarginazione totale degli ebrei. Quello che qualcuno poteva
considerare il male minore, come in realt apparve anche a molti
ebrei, era un piano inclinato senza possibilit di porre freni. La con-
clusione con la quale I. Bibo sintetizzava quanto era avvenuto in Un-
gheria - ogni passo compiuto sulla via della persecuzione fin per inco-
raggiare ogni ulteriore provvedimento - definiva i termini di un proces-
so generale, che tendeva a fare gravitare le singole situazioni nazio-
nali verso l'esperienza pi radicale della Germania nazista, la cui
egemonia culturale si esercitava intanto, prima ancora dell'occupazio-
ne diretta di quei territori, con l'incoraggiamento a seguirne l'esempio.

2) Caratteri e specificit dell'antisemitismo nazista: le idee.
Nel contesto europeo la situazione in cui pi evidente fu la revivi-
scenza dell'antisemitismo dopo la guerra mondiale fu rappresentata
appunto dall'area della Germania. Sia per l'afflusso di una nuova emi-
grazione ebraica dai paesi dell'Europa centro-orientale, come abbiamo 
gi accennato, sia per la pi stretta integrazione dei motivi del-
l'antisemitismo nel bagaglio politico-culturale della reazione della
Destra radicale e in parte anche di quella conservatrice alla sconfit-
ta e ai moti rivoluzionari del 1918-19, l'antisemitismo trov in Ger-
mania uno dei suoi terreni privilegiati, che sfruttava fra l'altro la 
mai interrotta tradizione dell'antisemitismo ottocentesco, nella versione 
pi spiccatamente confessionale del pastore protestante Stocker, 
o in quelle pi spiccatamente nazionalistiche che erano confluite nel-
l'esaltazione del germanesimo del movimento pangermanico, sino ad 
assumere contorni pi specificamente razzisti negli anni della guerra
mondiale.
Una ormai decennale tradizione, che tendeva a combattere gli ebrei 
come estranei alla cultura e alla civilt tedesche in nome di va-
lori genuini del popolo e della nazione germanici, si andava a fonde-
re e a confondere sempre pi con elementi apertamente razzistici,
fossero essi derivati da visioni biologistiche o darwinistiche, o da 
impostazioni volontaristiche e vitalistiche che dalla constatazione del-
l'esistenza di razze di tipo diverso pervenivano alla teorizzazione del-
la superiorit di una razza, e nel caso specifico di una determinata
razza, quella germanica, sulle altre. La visione del mondo come esito 
dello scontro tra razza ariana e razze inferiori, fu al centro dell'opera
dello scrittore anglo-tedesco Houston Chamberlain, uno degli autori
preferiti dal Kaiser Guglielmo secondo, che da questo primo nucleo di
pensiero nei suoi Fondamenti del diciannovesimo secolo (1899) teorizz 
sul finire del secolo la superiorit della razza germanica e la ne-
cessit di preservare i caratteri di un popolo e la coscienza della sua
superiorit attraverso la preservazione dalle contaminazioni. Come
i teorici della superiorit della razza germanica in quanto espressio-
ne di un pensiero e di una coscienza pi organici e superiori - il giu-
daismo era da lui considerato pi che come collettivit razziale come
fatto eminentemente culturale - Chamberlain non poteva essere con-
siderato immediatamente un teorico del razzismo in senso biologico, 
sebbene non potesse essere immune da rimproveri in questo senso, 
ma egli forn indubbiamente suggestioni, armi e strumenti ai grandi 
semplificatori che a distanza di due decenni avrebbero posto l'an-
tagonismo tra germanici ed ebrei non sul terreno di una lotta tra
culture, ma sul terreno di una competizione per la vita o per la 
morte, in cui uno dei contendenti era destinato non solo a soccombere
ma addirittura a scomparire.
Indipendentemente dalle sue intenzioni Chamberlain fin per fornire 
all'imperialismo tedesco dell'et guglielmina uno dei principali
strumenti della sua armatura ideologica, contribuendo a fare della
questione ebraica uno dei nodi centrali della politica tedesca, quasi
che la politica mondiale della Germania, che era nei sogni di Gugliel-
mo secondo, potesse ridursi alla soluzione di una questione ebraica, 
che assumeva il ruolo mistificato di giustificazione dell'imperialismo 
tedesco. La guerra mondiale, indipendentemente dal comportamento
patriottico e di totale lealt nazionale dell'ebraismo tedesco, cre il
clima e l'ambiente necessario e insieme ideale perch i fermenti se-
minati da un Chamberlain e travasati nella cultura nazionalistica e
populistica si fondessero in una coerente piattaforma, capace di le-
gittimare l'individuazione del nemico nell'ebreo, come causa di tutti
i mali della Germania, e di dare una motivazione e una coesione al
fronte interno. Da fatto culturale l'antisemitismo era diventato fat-
tore immediatamente politico. Se gi nella seconda met dell'Ottocento 
la questione ebraica come questione politica era stata uno dei sintomi 
del cambiamento di qualit e della rilevanza del tutto nuova dell'antise-
mitismo, si verificava ora un ulteriore salto di qualit. L'anti-
semitismo non era uno dei tanti possibili motivi conflittuali, ma di-
ventava programma politico esclusivo, motivo centrale di una prospettiva 
politica e ideale che al posto di altri livelli di scontro politico,
sociale, culturale, sostituiva la lotta contro gli ebrei.
L'antisemitismo fu uno degli ingredienti essenziali di tutte le cor-
renti nazionalconservatrici che avversarono le tendenze pacifiste o
semplicemente non guerrafondaie prima, le forze rivoluzionarie o
anche solo riformatrici in un secondo momento. Tra i vari impulsi
negativi che furono scatenati dalla rivoluzione di novembre, l'an-
tisemitismo fu certo uno dei pi rilevanti e dei pi immancabili. I cri-
minali di novembre, l'espressione con la quale i nazionalsocialisti
bolleranno socialdemocratici, comunisti e democratici in generale
che si erano battuti per il mutamento istituzionale del 1918 e per l'in-
staurazione della repubblica democratica, furono aggrediti come ebrei
o come asserviti al giudaismo. Al di l delle grandi differenze politi-
che che dividevano i protagonisti del cambiamento istituzionale, ci
che agli occhi dei nazionalisti estremi li omologava era il loro ebrai-
smo; la versione tedesca dei Protocolli dei Savi di Sion divenne uno
dei testi sacri dei corpi franchi e dei volontari antirepubblicani e
antibolscevichi. Lo stereotipo del giudeo-bolscevismo trov nelle diffi-
colt politiche, economiche e sociali della repubblica di Weimar uno
dei suoi bersagli preferiti. Come supremo insulto la repubblica fu defi-
nita Judenrepublik, che vuol dire insieme repubblica di ebrei o re-
pubblica asservita agli ebrei; all'avidit degli ebrei furono attribuiti 
gli oneri della pace di Versailles; agli ebrei fu attribuita la forma 
democratica dello Stato tedesco come ipotesi estranea alla tradizione 
politica specificamente tedesca; monopolio degli ebrei fu considerata 
la grande stampa democratica; come degenerate, in quanto fra l'altro 
emanazione dello spirito ebraico, furono condannate la cultura e l'arte 
degli anni di Weimar per i loro spiccati valori democratici e pacifisti.
Infine, principalmente contro gli ebrei, e peggio ancora se oltre ad
essere democratici, socialisti o comunisti erano anche ebrei, da Rosa
Luxemburg a Kurt Eisner, si rivolse il terrorismo dell'estrema Destra 
che sin dagli esordi insanguin il faticoso cammino della repubblica 
di Weimar. La vittima pi illustre di questo terrorismo fu Walther
Rathenau, ebreo, ministro degli Esteri della repubblica, grande in-
dustriale, filosofo e scrittore che come responsabile dell'economia
di guerra del Reich nel corso della grande guerra era stato uno dei
cervelli dello sforzo bellico tedesco. Colpire Rathenau significava col-
pire l'esempio forse pi alto del patriottismo di un ebreo tedesco, il
simbolo di quella tensione tra patriottismo tedesco e identit ebrai-
ca, tra integrazione nella societ tedesca e tutela della propria spe-
cificit, comune a tanta parte degli ebrei tedeschi e specifico in par-
ticolare della personalit di Rathenau.
Con l'emergere all'orizzonte politico del movimento nazionalsociali-
sta, l'antisemitismo cessava di essere generico motivo di lotta po-
litica, espressione di uno stato d'animo pi o meno popolare, pi o
meno diffuso, pi o meno indotto. La discriminazione che di fatto
esisteva sul piano sociale e che era stata fatta propria anche da set-
tori importanti dell'apparato dello Stato nell'era guglielmina veniva
teorizzata ora come legge di esclusione ad opera dello Stato. Il pro-
cesso di emancipazione che aveva avuto nei paesi tedeschi tardiva e
discontinua applicazione minacciava ora una totale regressione. L'an-
tisemitismo diventava programma politico, aspirava a diventare politica 
di Stato. D'ora in poi il mondo si divideva in due, tra la Germania e 
i nemici della Germania. Tra questi ultimi in prima fila, anche in 
quanto promotori del complotto contro la Germania, erano gli ebrei. 
Per la prima volta il programma del partito nazionalsocialista
tedesco dei lavoratori (NSDAP) fissava al centro della piattaforma
di una forza politica la questione ebraica.
La novit dell'antisemitismo nazista consisteva anzitutto nell'in-
transigenza con la quale veniva affermato il principio razziale in sen-
so prioritariamente e specificamente antisemita. In passato non era-
no mancate certo voci che tendevano a porre limiti alla presenza de-
gli ebrei, si adottasse il criterio cosiddetto proporzionale o qualsiasi
altro criterio. La NSDAP rompeva decisamente con la tradizione che
voleva semplicemente porre limiti alla presenza degli ebrei. Sin dal
programma del 1920 essa poneva un problema di carattere diverso;
ci cui mirava era l'espulsione totale degli ebrei dalla societ tede-
sca, preludendo gi allora non ad una politica di semplice separati-
smo, che sarebbe stata gi di per s una novit gravissima, ma ad una
politica che mirava a espellere gli ebrei dalla societ e possibilmente
dal suolo della Germania. Per prima cosa gli ebrei dovevano essere
privati della cittadinanza tedesca, in base alla presunzione dello loro
appartenenza a un gruppo razziale, nel senso del sangue, diverso e
inferiore. Da questo principio preliminare discendevano tutti gli altri
limiti che dovevano essere posti alla presenza degli ebrei, che, in quan-
to stranieri, non avrebbero potuto godere n dei diritti civili e poli-
tici n della possibilit di ricoprire cariche pubbliche o posti di re-
sponsabilit nella vita politico-culturale.
Non solo gli ebrei tedeschi, tali per lungo e secolare insediamento
sarebbero stati privati della cittadinanza, ma si anticipava gi il cri-
terio dell'espulsione degli ebrei stabilendo che dovessero lasciare il
suolo tedesco gli ebrei immigrati in Germania dopo lo scoppio della
prima guerra mondiale. In tal modo la liberalit della repubblica di
Weimar, che aveva accolto gli ebrei orientali provenienti da terri-
tori ad est della Germania, si rovesciava in una pratica tipicamente
illiberale, che prevedeva intanto l'espulsione degli ebrei provenienti
dalla pi recente ondata di immigrazione e sanciva un criterio che
facilmente poi avrebbe potuto essere applicato anche agli ebrei che
venivano privati della cittadinanza tedesca.
In ricorrenti circostanze la campagna contro gli ebrei fu ritmata fa-
cendo riferimento alle loro responsabilit immediate, si trattasse di
Versailles o delle cause dell'inflazione e della crisi. Raggiunse il 
culmine, come vedremo, in occasione della grande depressione alla fine
degli anni Venti, alla vigilia dell'agonia definitiva della repubblica.
Ma tra il 1925 e il 1927 la pubblicazione di Mein Kampf di Adolf Hi-
tler forn, dopo le diverse ristampe dei Protocolli, un nuovo stru-
mento agitatorio per la diffusione dell'antisemitismo con i caratteri
che abbiamo appena cercato di delineare. Hitler, che giurava sul-
l'autenticit dei Protocolli contro tutte le evidenze del falso, costru, 
partendo dalle esperienze autobiografiche dell'adolescenza vissuta
nell'impero austro-ungarico, una vera e propria mistica della razza
fondata essenzialmente (anche se non esclusivamente) sull'odio nei
confronti degli ebrei. Muovendo dalla lezione di due dei padri del-
l'antisemitismo della Vienna ottocentesca, Georg von Schonerer,
che associava l'intransigenza antisemita all'ideale pangermanico, e
il cristiano-sociale Karl Lueger, che aveva scoperto l'uso strumenta-
le dell'antisemitismo come piattaforma capace di aggregare emoti-
vamente grandi masse, Hitler formul la tesi semplicistica che il tra-
monto dell'impero asburgico fosse dovuto non solo al suo carattere
multinazionale ma soprattutto alla mescolanza delle razze che avevano 
contaminato e indebolito l'elemento germanico. Da questa affrettata 
e approssimativa tesi storica egli deriv una sorta di summa razziale 
che consegn al capitolo 11esimo della prima parte del Mein Kampf.
La costruzione dottrinale di Hitler, priva di qualsiasi fondamento
storico e scientifico e non verificabile in alcun modo, poggiava su una
serie di luoghi comuni ossessivamente ripetuti. Magnificando le stesse
leggi di natura, Hitler partiva dalla considerazione dell'incrocio tra
razze come del primo peccato dell'uomo contro la natura e contro
se stesso, per identificare la purezza razziale nella razza del pi 
forte, che tale era in quanto espressione della razza migliore.
La razza migliore a sua volta era espressione creativa del ceppo aria-
no, destinata ad essere fondatrice di civilt e di cultura e non solo
trasmettitrice di tali valori, ma deputata anche a soggiogare le razze
inferiori. Obiettivo polemico di Hitler era soprattutto il pacifismo
identificato con le razze inferiori contro la capacit di conquista e di
dominazione della razza superiore. Causa della decadenza e della
estinzione di civilt e nazioni era la mescolanza razziale intesa come
mescolanza di sangue. La superiorit dell'ariano non derivava tanto
dalle sue doti intellettuali quanto dal suo spirito di sacrificio a 
favore della collettivit, considerato come un dato intimamente legato
alla sua qualit razziale, dalla quale scaturiva anche l'istinto alla 
consapevolezza della intima necessit di conservazione della specie.
Come si vede, fondamentalmente un miscuglio di biologismo e di
volontarismo era il presupposto del modello razziale disegnato da
Hitler, al quale si contrapponeva come polo antagonista l'ebreo come
il pi pericoloso nemico, eterno parassita nel corpo degli altri po-
poli. L'ebreo, infatti, secondo Hitler, non possiede una propria ci-
vilt o cultura, ma si  sempre alimentato appropriandosi dei prodotti 
del lavoro intellettuale altrui, saccheggiando in altri termini il
patrimonio culturale dei popoli con i quali viene a contatto. Il suo
intelletto non  e non pu essere un intelletto creativo, ma solo un
intelletto distruttore, disgregatore. Ma alimentandosi di altri popoli
l'ebreo ne diventa anche fecondatore:  e rimane il tipico parassi-
ta, un parassita che come un pernicioso bacillo si diffonde sempre
dippi, non appena ne sia invitato da un terreno favorevole. L'effet-
to della sua presenza  uguale a quello di un parassita: dove compa-
re, dopo un periodo di tempo pi o meno lungo, il popolo che lo ospi-
ta si estingue.
Una qualit specifica dell'ebreo come parassita che vive nel corpo di 
altre nazioni e di altri Stati  il suo istinto perenne alla menzogna.
Infatti pu preservare la sua sopravvivenza in mezzo agli altri popoli
soltanto facendo credere di non essere un popolo ma soltanto una
comunit religiosa; ossia, la prima menzogna di cui si rende respon-
sabile consiste nel rinnegare la sua stessa natura. Quanto pi  in-
telligente il singolo ebreo, tanto pi facilmente gli riuscir di realiz-
zare questo inganno. E grandi parti del popolo che lo ospita crede-
ranno che egli sia veramente un francese, un inglese, un tedesco o un
italiano, sia pure di una confessione particolare. Senonch il giudai-
smo non  mai stato una religione ma sempre un popolo con deter-
minate particolarit razziali.
Dalla prima menzogna, che nega che il giudaismo sia una razza e
non una semplice religione, discendono necessariamente le altre men-
zogne. Tra le quali quella concernente la lingua. Per lui essa non 
il mezzo per esprimere le sue idee ma il mezzo per nasconderle. In-
fatti, parla francese, ma pensa giudaico e mentre cesella versi tede-
schi ne svigorisce l'essenza della razza.
La prova incontrovertibile e inconfutabile del fatto che l'intera esi-
stenza degli ebrei  fondata sulla menzogna in permanenza  data
dai Protocolli, che indipendentemente dalla testa giudaica da cui
scaturiscono, mostrano con certezza addirittura orripilante la na-
tura e l'attivit del popolo ebraico, mettendone a nudo gli intimi le-
gami e i fini ultimi. Dai Protocolli Hitler trasse certamente l'ispira-
zione per la rappresentazione dei fini e delle modalit di organizza-
zione politica degli ebrei identificati con il marxismo, i sindacati pro-
letari e la democrazia, senza troppo senso n storico n concettuale
per le distinzioni e per le contraddizioni sottese a questa rappresentazione.
Ci che a questo punto preme  illustrare la conclusione politica che
Hitler trasse da una rappresentazione cos caricaturale della que-
stione ebraica come motivo monocausale di tutti i mali della Ger-
mania, a partire dal crollo del 1918. La risposta alla causa unica del-
la decadenza della Germania consisteva nel ripristino della purezza
del sangue, nella liberazione dall'infezione giudaico-marxista, dalla
paralisi progressiva marxistico-pacifista che gi nell'agosto del 1914
come nemico interno, aveva insidiato l'ultima fiammata dell'istin-
to di autonoma conservazione nazionale. La fondazione di uno Stato 
germanico di nazione tedesca, una formulazione carica di suggestioni 
storiche e di richiami alle glorie nazionali, era la conclusione della 
costruzione di questa interpretazione monocausale della situazione 
della Germania dopo Versailles.
Come triste presagio ammonitore si deve leggere oggi una frase che
Hitler consegn al Mein Kampf senza che a suo tempo facesse scan-
dalo, quando, insistendo sul ruolo degli ebrei come anima e cervello
della disgregazione all'interno della Germania che avrebbe portato
alla disfatta del 1918, scriveva:
Se all'inizio della guerra e durante la guerra avessimo tenuto sotto 
il gas asfissiante 12 o 15 mila di questi corruttori del popolo ebrei, 
come dovettero sopportare sul campo centinaia di migliaia tra i nostri 
migliori lavoratori tedeschi di ogni ceto e professione, i milioni di 
vittime al fronte non sarebbero stati invano. Al contrario, eliminare 
al momento giusto 12 mila manigoldi avrebbe salvato forse la vita a un 
milione di tedeschi normali, preziosi per il futuro.
Il richiamo politico immediatamente pi percepibile nel clima del
dopoguerra era certamente quello che Hitler avrebbe sviluppato nella
seconda parte del Mein Kampf quando additava tra i pericoli incom-
benti sulla Germania la minaccia della diffusione del bolscevismo e
presentava quest'ultimo come null'altro che lo strumento attraver-
so il quale il giudalsmo mondiale compiva il tentativo di impadro-
nirsi del mondo. Nel momento in cui nella lotta senza quartiere con-
tro il bolscevismo additava il compito e la missione della Germania,
Hitler unificava in un formidabile strumento politico-propagandi-
stico, che si potenziava con la somma dei diversi elementi, motivi
politici ed ideologici, l'aspirazione del nuovo imperialismo tedesco
all'espansione verso l'Est, con l'obiettivo specifico di conquistare una
parte almeno del territorio russo, sotto la mistificazione ideologica
della lotta contro giudaismo e bolscevismo. Questo era il messaggio
che nella seconda met degli anni Venti il nazismo in ascesa conse-
gnava alle generazioni di tedeschi che con fatica combattevano la loro
quotidiana battaglia per risalire dalla china della sconfitta e delle sue
conseguenze politiche, sociali ed economiche.
Naturalmente, Hitler non fu il solo a diffondere messaggi del tipo
di quello che abbiamo citato. Ma fu certamente colui che ebbe mag-
giore capacit di semplificazione e di creazione, attraverso formula-
zioni demagogiche e fideistiche, di un bagaglio dottrinale di facile di-
vulgazione e di facile assimilazione, senza che ci si ponessero troppi
problemi intorno alla veridicit di affermazioni tanto apodittiche e
cos poco problematiche. Hitler era la punta estrema, nella sua radi-
calit, nella sua arroganza e nella sua volgarit, di quella cultura del
dopoguerra, apocalittica e insieme militarizzata, cui hanno prestato
attenzione non pochi studiosi, a cominciare da Mosse. La miseria del
dopoguerra e l'attenzione per il problema demografico ridestata dal 
bilancio per le perdite che la guerra aveva causato in tutti i paesi
belligeranti, contribuirono a portare al centro dell'attenzione di an-
tropologi, economisti, demografi il problema della razza.
La lotta contro l'accumulazione nei grandi centri urbani delle con-
traddizioni dello sviluppo accresciute dall'urgenza di porre rimedio
a nuove ondate di disoccupazione, di senzatetto, di rifugiati che il
dopoguerra aveva messo in circolazione e che tendevano comunque
a gravitare sui maggiori centri urbani, non gener soltanto una let-
teratura realistica di impronta fortemente sociale, n ispir soltanto
politiche riformatrici soprattutto ad opera di amministrazioni comu-
nali socialiste. Aliment anche una letteratura apocalittico-reazio-
naria che sotto il manto della demonizzazione della citt moderna,
come emblema dei mali della societ contemporanea, finiva per di-
chiarare guerra a tutte le forme di avanguardia e di progressivismo
nella vita economico-sociale, e non solo culturale, e a rivalutare come
antidoto i valori della razza, identificati come valori della tradizio-
ne. Esemplare nel caso tedesco fu, tra gli altri, Hans F.K. Gunther, au-
tore di scritti come Nobilt e razza, Razza e stile e La teoria della 
razza del popolo tedesco, la cui opera, meno volgare del razzismo hitleria-
no, cerc di dare nobilitazione culturale al razzismo non ripetendo
l'ossessivo monotematismo di Hitler, ma ricollegandosi esplicita-
mente o implicitamente alla teoria darwiniana o alla critica della ci-
vilt spengleriana: naturalmente, il risultato degli scritti di Gunther
era anch'esso convergente verso l'esaltazione del razzismo contro gli 
ebrei. Pi complesso, tuttavia, era il percorso che egli aveva affron-
tato, mettendo allo scoperto il profondo conservatorismo di questa
apparente rivoluzione razziale, per approdare alla demonizzazione
reazionaria del moderno processo di urbanizzazione. La critica del-
l'urbanesimo, del modo di vita della citt moderna, l'esaltazione della
razza contadina, dell'idillio campagnolo (che sar propria anche del
futuro ministro dell'agricoltura del Terzo Reich Walther Darr)
rappresentarono la sutura tra un certo tipo di pensiero di antropo-
logia sociale e di critica della civilt e il razzismo biologico, che 
sar pi propriamente tipica del nazionalsocialismo.
Il mito del 20esimo secolo di Alfred Rosenberg, uscito nel 1930, di cui 
furono diffuse centinaia di migliaia di copie, richiamava non solo nel 
titolo l'ambizioso progetto di filosofia della vita e della storia gi 
anticipato da Chamberlain. Redattore capo del Voelkischer Beobachter
l'organo del partito nazionalsocialista, e ideologo dello stesso, an-
che se nel regime nazista non gli sar attribuito mai un peso corri-
spondente al ruolo che pur formalmente ricopriva, Rosenberg colti-
v l'ambizione di dare una interpretazione strettamente razziale
della storia del mondo nel cui quadro si collocava la storia della raz-
za nordica come fattore di egemonia e di ordine etnico, estetico e
politico e al suo interno dell'elemento germanico, del sangue germa-
nico come espressione pi alta della civilt occidentale. Riallacciando-
si al profetismo di Chamberlain, proclamava il mito del sangue e
dell'unita del sangue germanico come idea politica, mito appunto, del
20esimo secolo. Anche nel caso di Rosenberg, nessun fondamento scientifi-
co o storico era riscontrabile alla base di teorizzazioni del genere se 
non l'apparente simmetria e coerenza dei sillogismi costruiti dall'autore.
Nel terzo libro dedicato a delineare Il Reich a venire Rosenberg trac-
ciava i binari del nuovo Stato destinato a scaturire dalla fusione dei
caratteri razziali con le qualit di uno Stato solidamente e unicamen-
te maschile: la funzione della donna di procreatrice e di conserva-
trice della razza ne ribadiva la subalternit, che veniva espressa nel-
l'antinomia tra l'uomo architettonico, in quanto colui che pla-
smava, che creava, che costruiva e la donna lirica, elemento non de-
terminante, non propulsivo, al massimo ispiratore, che poi, se e in
quanto vittima della sua emancipazione, finiva per essere o mera-
mente intellettuale o puramente erotica. L'emancipazione della
donna dall'emancipazione femminile  la prima richiesta di una ge-
nerazione di donne, desiderosa di salvare il popolo e la razza, l'eter-
no inconscio, il fondamento di ogni civilt, dal suo tramonto. Ma
perch questo potesse accadere la donna doveva rimanere estranea
al logoramento del mercato del lavoro. "Per la donna devono resta-
re aperte tutte le possibilit di dispiegamento delle sue energie, ma
una cosa deve essere chiara: giudice, soldato e sostegno e guida del-
lo Stato deve essere e rimanere l'uomo."
Occorrevano nature non liriche per affrontare i compiti del fu-
turo: Il pi duro degli uomini sar appunto sufficientemente duro
per il futuro d'acciaio. Quando ci saranno carcere duro e pena di mor-
te per il dispregio della razza e del popolo, per la violazione della
razza, occorreranno nervi d'acciaio e le maniere pi brusche perch
l'inaudito possa diventare, alla fine, naturale. Ulteriormente inasprite
dopo l'avvento al potere nel 1933, queste proposizioni danno un'idea
chiara del modo in cui l'idea della razza era destinata, attraverso la
ripartizione dei ruoli tra uomo e donna, a permeare la vita dell'inte-
ra societ, sino a prefigurare, in polemica diretta con la lezione del
Vecchio e del Nuovo Testamento, la creazione di una pagana Chie-
sa nazionale tedesca (Deutsche Volkskirche), come comunit spiri-
tuale tedesca, al servizio del mito della nazione.
Integrandosi con la vulgata hitleriana, Rosenberg alternava infine
massime pi propriamente politiche - la democrazia come sistema
politico estraneo ai tedeschi, cos come lo Stato germanico era estra-
neo agli ebrei - a semplici luoghi comuni del pi rozzo antisemiti-
smo - la menzogna malattia del germanico, elemento vitale del-
l'ebreo. La problematica dell'anima, dello spirito razziale del po-
polo tedesco doveva essere al primo posto tra i compiti di attualit
immediata del Nuovo Reich, di cui si intravedeva l'imminente asce-
sa. La valorizzazione di una Chiesa nazionale tedesca, come forma
per istituzionalizzare l'aspirazione, la nostalgia dello spirito 
razziale nordico nel segno del mito popolare, rimase una costante nel
pensiero di Rosenberg, che contrapponeva soprattutto alla Chiesa di
Roma l'istituzionalizzazione del mito del sangue, come forma pagana 
di sostituzione di un credo fondato sulla tradizione religiosa della
cristianit. L'attenzione con la quale Rosenberg sin da quest'epoca
prefigurava anche i rituali della nuova chiesa, ne prefigurava l'archi-
tettura e la cornice musicale che dai grandi della musica tedesca
(Bach, Gluck, Handel, Beethoven) doveva trarre la colonna sonora
per l'esaltazione eroicistica del popolo tedesco, non era che il prelu-
dio di quella mitica e mistica religione della razza che nel regime na-
zista avrebbe rappresentato soltanto la superficiale vernice cultura-
le della materiale e fisica persecuzione sistematica contro gli ebrei e
della ininterrotta polemica contro la Chiesa, sino a sconfinare in atti
di vera e propria persecuzione antireligiosa e anticonfessionale.
Se l'opera di un ideologo come Rosenberg poteva sconfinare nella
metapolitica, nella sfera non immediata della operativit politica,
l'agitazione razzista accompagn l'azione quotidiana di erosione del-
le basi della democrazia weimariana e della convivenza civile del par-
tito nazionalsocialista, al di l della risonanza che il pensiero di Ro-
senberg o di altri ideologi della razza ebbe sulla pubblicistica e sulla
libellistica volkisch e nazionalconservatrice dell'epoca. Prima anco-
ra dell'avvento del regime nazionalsocialista, il popolo tedesco fu
letteralmente avvelenato dalla diffusione di una stampa antisemita
che popolarizzava e diffondeva a livello di massa le teorizzazioni dei
vari Rosenberg. Tra i protagonisti di questo avvelenamento non si
devono ricordare soltanto i propagandisti del partito nazionalsocialista, 
i Goebbels, Himmler, eccetera, i quali ciascuno nel proprio ambito di 
attivit prendevano a bersaglio l'ebreo come obiettivo privilegiato di
un mondo altro, come simbolo di una diversa concezione di vita.
Il posto pi rilevante in questa schiera di protagonisti della lotta
contro gli ebrei spetta a Julius Streicher, organizzatore del partito
nazionalsocialista nella provincia di Norimberga, una delle culle del
movimento, vero e proprio inventore di un genere letterario antise-
mita, che traduceva la violenza verbale dell'invettiva e dell'ingiuria
in una iconografia e in una rappresentazione grafica dell'ebreo che
tendeva a suscitare la condanna e il ribrezzo delle sue qualit morali
attraverso il rifiuto e il disgusto provocati dalle sue fattezze fisiche.
Julius Streicher sarebbe finito sulla forca di Norimberga, per l'opera 
di perversione e per l'istigazione all'odio cui egli indusse grandi
masse di persone rese insensibili dalla sua predicazione alla violazione 
di diritti umani e civili che da essa avrebbe tratto legittimazione.
Abbiamo accennato alla specializzazione editoriale che fu la carat-
teristica del giornalismo di Julius Streicher, editore dall'inizio del
1923 del giornale Der Sturmer, settimanale tedesco per la lotta per
la verit, destinato a diventare l'organo di una sorta di antisemiti-
smo della vita quotidiana. Streicher che sferzava i lettori inculcando
incessantemente nella loro testa lo slogan Gli ebreisono la nostra ro-
vina!, derivato dall'antisemitismo ottocentesco (il primo probabil-
mente a formularlo fu H. Treitschke, colui che diede dignit acca-
demica all'antisemitismo), comp un'operazione politico-pubblici-
taria degna di un raffinato conoscitore della psicologia collettiva,
quale probabilmente non era, da tutto quanto si sa sulla sua mode-
sta formazione culturale; ma ebbe sicuramente l'intuizione e l'istin-
to di come si poteva sfruttare la paura dell'ebreo, come proiezione
del complotto internazionale ebraico per la distruzione dell'umani-
t e della Germania, riducendola alla misura dell'uomo e, soprat-
tutto, della donna comune, con un compiacimento che rasentava
oscenit e pornografia. Una delle costanti del lavoro di Streicher,
sino al 1945, fu la rappresentazione orripilante dei caratteri fisici
dell'ebreo; ma dal punto di vista dell'introiezione e dell'elaborazio-
ne pi profonda dell'odio nei suoi confronti pi importante ancora
fu l'insinuazione perenne sulle mire sessuali degli ebrei, sulla sua
costante aspettativa di insidiare la donna, la ragazza, la bambina te-
desca, allo scopo di deturparne e infettarne la razza.
Questo stereotipo dell'ebreo come bacillo velenoso e contagioso,
paragonabile a un insetto pernicioso, capace di inquinare tutto ci
che toccava o a cui anche solamente si avvicinava, fu la grande tro-
vata pubblicitaria di Streicher e il veicolo pi potente per l'inte-
riorizzazione del pericolo ebraico in masse di popolazione, in masse
di benpensanti devoti alla religione nazionale e amanti dell'ordine,
per i quali l'ebreo si deformava nell'immagine diabolica di colui che
oltre a corrompere la razza era capace di ogni imbroglio, di ogni in-
ganno, di ogni nefandezza e lordura, la rappresentazione cio del
disordine fisico e spirituale. La volgarit del linguaggio e dell'argo-
mentazione non fu sufficiente a mettere sull'avviso i lettori, costitu
anzi uno strumento di maggiore identificazione tra loro e la cerchia
dei compilatori del giornale, che giunse a tirature altissime, in certi
periodi certo oltre il mezzo milione di copie (sino in determinate oc-
casioni, pare, a due milioni), che sferz senza piet gli ebrei e senza
eguali in altri strumenti della propaganda nazista ne invoc la con-
danna a morte: dalla condanna del singolo ebreo, reo di delitto con-
tro la razza, alla condanna degli ebrei come collettivit il passo non
sarebbe stato molto lungo.
Goebbels, Ley, Himmler: non vi fu uno solo tra i membri del verti-
ce nazionalsocialista che non abbia recato il suo contributo all'arric-
chimento del lessico e dell'immaginario collettivo contro gli ebrei.
Quando negli anni della crisi di Weimar le tensioni non solo politi-
che, ma anche economico-sociali raggiunsero il punto pi alto, la
strumentalizzazione dell'antisemitismo si fece pi scoperta ma an-
che pi minacciosa. Di fronte ai milioni di lavoratori, operai, impie-
gati, piccoli esercenti, che perdevano il posto di lavoro o dovevano
chiudere la loro bottega la menzognera parola d'ordine cacciate gli
ebrei, prendete il loro posto, quasi che per quella via si potesse rias-
sorbire la disoccupazione - gli ebrei non erano neppure l'un per cen-
to della popolazione tedesca, mentre la disoccupazione saliva a co-
prire tra il 40 e il 50 per cento della forza-lavoro attiva - non si 
rivel per quello che era, una parola d'ordine demagogica e mistifica-
trice, ma sort il suo effetto propagandistico coinvolgendo nell'inganno
una massa ingente di elettori che votarono per il partito nazionalso-
cialista, nella disperata aspettativa di uscire dalla crisi. L'avere 
assunto la parola d'ordine dell'antisemitismo al centro del proprio 
programma politico, che caratterizz la qualit nuova dell'odio contro 
gli ebrei dopo la prima guerra mondiale, sembr premiare anche la sfida 
che il nazionalsocialismo lanci al popolo tedesco e al mondo intero.

3) Caratteri e specificit dell'antisemitismo nazista: la pratica
Se il primo elemento di novit organico all'antisemitismo nazional-
socialista fu costituito dall'intransigenza del principio razzista, 
il secondo momento fondamentale fu rappresentato non solo dalla
volont di passare dalla sfera delle intenzioni a quella delle realiz-
zazioni, ma dalla traduzione in pratica effettiva della segregazione
dalla societ tedesca che era stata minacciata nei confronti degli
ebrei. Si pu ipotizzare che questo processo, che attraverso la segre-
gazione e poi la totale espulsione dalla societ per pervenire alla
stessa distruzione fisica degli ebrei tedeschi e in generale della po-
polazione ebraica caduta sotto dominazione tedesca dopo lo scate-
namento della seconda guerra mondiale e l'invasione dell'Europa
occidentale e di buona parte dei territori dell'Europa orientale, sia
stato in qualche modo agevolato dal silenzio del mondo, in quanto
espressione di incredulit di fronte al carattere abnorme e in quella 
dimensione inedito che aveva assunto la persecuzione. La stessa enormi-
t del crimine provoc in primo luogo una reazione di paralisi, che tut-
tavia non deve impedire di porre incessantemente l'inquietante do-
manda su come  potuto accadere.
Sin dalle prime settimane dell'assunzione del potere, che non fu il 
risultato di una vera e propria conquista quanto dell'insediamento in
un potere che la repubblica di Weimar sconfitta trasmise ai nazional-
socialisti, attraverso l'incarico formale del cancellierato affidato ad
Hitler dal presidente della repubblica Hindenburg, parole d'ordine
antisemite e gesti di intolleranza e di boicottaggio nei confronti de-
gli ebrei entrarono a fare parte della quotidianit del nuovo sistema.
Tra i primi ad essere diffamati, cacciati dalla Germania o perseguitati 
in patria furono intellettuali ebrei, giornalisti ebrei, professioni-
sti ebrei, prima ancora del boicottaggio proclamato il primo aprile
1933. Il processo di allontanamento degli ebrei dalla vita attiva e poi
semplicemente dalla compagine sociale non poteva avvenire, e non
avvenne, con un atto solo e in un solo momento. Fu viceversa un filo
conduttore che accompagn buona parte della parabola del Terzo
Reich, nei momenti dell'ascesa e del trionfo, nei quali la lotta con-
tro gli ebrei veniva portata tra le motivazioni della mobilitazione to-
tale intorno al regime e gli ebrei erano additati tra gli obiettivi da 
distruggere in quanto simbolo del nemico interno ed esterno, come
nei momenti della sconfitta e della ritirata entro il perimetro sem-
pre pi stretto del Terzo Reich assediato da tutte le parti, nei quali
sugli ebrei, ormai fisicamente annientati nei territori controllati dal-
la Germania, veniva fatta ricadere la responsabilit delle sconfitte e
la maledizione di una catastrofe simile alla fine del mondo.
Anticipando le tappe della parabola di lotta agli ebrei si pu avan-
zare una periodizzazione di questo tipo: una prima fase di sviluppo
della campagna contro gli ebrei abbracci il periodo dall'inizio del-
l'avvento al potere della NSDAP alle leggi di Norimberga, ossia dal
1933 al settembre del 1935; fu la fase delle premesse, che altern
violenze di fatto a provvedimenti amministrativi che facevano da
copertura e addirittura da incoraggiamento a quelle violenze. La se-
conda fase si colloc tra le leggi di Norimberga, che sancivano l'iso-
lamento e la segregazione civile degli ebrei nella societ tedesca con
l'inasprimento delle pratiche restrittive e l'accelerazione del tenta-
tivo di sopprimere ogni traccia di vita e di sopravvivenza ebraica al-
l'interno del Reich: la notte dei cristalli, dopo l'Anschluss austria-
co, dopo il Patto di Monaco nel novembre del 1938 indic il passag-
gio ad un ulteriore momento in cui, in concomitanza con la marcia
sempre pi ineluttabile verso la guerra, caddero anche le residue ra-
gioni di coprire verso l'esterno la violenza della persecuzione e le paro-
le d'ordine contro gli ebrei diventarono funzione diretta della prepara-
zione non solo psicologica della guerra. Tra la fine del 1938 e lo scoppio
della guerra nel settembre del 1939 aveva inizio quindi la terza fase, 
che avviava un ulteriore aumento di intensit della persecuzione non sol-
tanto nei confronti degli ebrei all'interno del Reich, ma anche nei con-
fronti degli ebrei dei territori invasi dell'Ovest e soprattutto dell'Est
dell'Europa. Decisiva fu l'invasione della Polonia, ossia dell'area cen-
tro-europea nella quale si trovava insediato il nucleo relativamente pi
forte della popolazione ebraica in Europa (il nucleo in assoluto pi ri-
levante rimaneva pur sempre quello che si trovava entro i confini
dell'Unione sovietica). Fu in questa fase che, fallito ormai il tentativo 
di costringere gli ebrei all'emigrazione forzata dall'Europa e posto di
fronte agli interrogativi e alle contraddizioni nelle quali si intreccia-
vano credo razziale e misure pratiche, il Terzo Reich pose mano al
tentativo prima di concentrare la gran massa degli ebrei europei in
territori conquistati a oriente, poi di concepire l'utopia negativa del-
la totale distruzione fisica degli ebrei, la soluzione finale, la cui
esecuzione definitiva, a partire dalla conferenza del Wannsee del gen-
naio del 1942, copr quella che possiamo considerare la quarta ed ul-
tima fase dell'annientamento degli ebrei d'Europa.
Sembra ormai assodato per la storiografia che la distruzione fisica
degli ebrei non fu fin dall'inizio l'obiettivo immediato della persecu-
zione nazista. L'eliminazione degli ebrei dalla vita associata e produt-
tiva all'interno del Reich si accompagn fino al tornante del 1938 al-
l'idea che fosse possibile con una forte pressione indurre gli ebrei a
lasciare la Germania, il fatto che a un certo momento si pensasse
addirittura, con il piano Madagascar, di organizzare un esodo in mas-
sa degli ebrei sembra confermare una ipotesi di questo genere. Sicu-
ro per  che se anche pensarono all'emigrazione forzata degli ebrei
i dirigenti nazisti nulla fecero per assicurarsi che ci fosse possibile,
n presero quelle necessarie iniziative politico-diplomatiche verso
l'esterno che sole avrebbero potuto consentire il conseguimento di
un simile obiettivo. Le proteste anzi che rivolsero a paesi che accoglie-
vano i rifugiati dalla Germania attestano esattamente il contrario.
Il primo atto ufficiale contro gli ebrei fu il boicottaggio dei negozi e
degli studi professionali proclamato il primo aprile 1933. Ma gi prima
di quella data si erano avuti diversi segnali di come stessero cambiando
le cose. A seguito dell'incendio del Reichstag, del quale non sono anco-
ra stati accertati i mandanti, tra le prime vittime degli arresti operati
grazie alla prima sospensione dei diritti di libert della Costituzione
weimariana vi erano non pochi ebrei, comunisti, socialdemocratici, pa-
cifisti. L'insulto contro gli ebrei era quotidiano; H. Goring, ministro 
del Reich e capo del governo prussiano, l'11 marzo dichiar pubblicamen-
te che non avrebbe impiegato la polizia per proteggere i grandi magaz-
zini di propriet ebraica, al contrario l'avrebbe impiegata senza piet
contro chi danneggiasse il popolo tedesco: per gli ebrei non esisteva pi
l'uguaglianza di fronte alla legge. Erano anni che i nazisti aspettavano
la resa dei conti con i traditori ed ora finalmente era arrivato il momento.
Il primo aprile il boicottaggio contro le attivit economiche degli
ebrei fu presentato come ritorsione contro il complotto ordito dal-
l'ebraismo internazionale per boicottare le merci tedesche. Il boicot-
taggio era perci un'azione difensiva, come si legge nel testo redatto
da J. Streicher, con il quale la NSDAP fece appello alla popolazione
perch partecipasse a quella che doveva essere la prima grande di-
mostrazione di massa contro gli ebrei, mentre le SA, la milizia di
partito, mobilitavano picchetti per bloccare l'accesso ai negozi e agli
studi degli ebrei o incollavano scritte contro gli ebrei sulle loro vetri-
ne. E in quello stesso primo aprile J. Goebbels, neoministro della
propaganda e Gauleiter di Berlino, arringava nella capitale del
Reich la folla contro gli ebrei, accusati di avere scatenato una campa-
gna d'odio contro la Germania, e aggiungeva minaccioso: In Germa-
nia gli ebrei godono di una ospitalit, che per la verit non meritano
affatto. Essi ora avevano lanciato una sfida alla Germania: nella
sua posizione di forza la Germania proponeva agli ebrei tre giorni di
sospensione del boicottaggio, per consentire agli ebrei di fare cessa-
re l'agitazione della stampa internazionale. Ma il messaggio conte-
nuto nella proposta di tregua era tutt'altro che rassicurante: se la ca-
nea contro la Germania non fosse cessata il boicottaggio sarebbe
stato ripreso in modo da distruggere l'ebraismo tedesco!. E la mi-
naccia veniva ripetuta poco dopo: Colpiremo chi lo merita, e con
una furia tale da fargli scomparire la capacit di ascoltare e di vede-
re. Gli ebrei tedeschi erano ormai ostaggi dei nazisti.
Gi da queste premesse appariva chiaro come l'operazione del boi-
cottaggio nazista non era una semplice azione dimostrativa: il parti-
to che si apprestava a diventare partito di Stato spalleggiava l'inizia-
tiva politica contro gli ebrei, come preludio per una epurazione in
grande stile agitando apertamente la minaccia di voler distruggere
l'ebraismo tedesco. Fosse un semplice segnale destinato a convince-
re l'intera popolazione tedesca che i nazionalsocialisti al potere in-
tendevano fare sul serio, fosse un progetto pi meditato e premedi-
tato, il boicottaggio non poteva rimanere senza ripercussioni: prima
ancora che fosse varata una normativa legislativa o amministrativa
che in pratica revocava nei confronti degli ebrei il processo secolare
di emancipazione, il messaggio del boicottaggio rappresentava intan-
to una forma immediatamente intimidatoria che, incutendo paura
ai singoli, incominciava a infrangerne la capacit di fare fronte ad
una offensiva di violenza che non solo era coperta o convalidata, ma
direttamente promossa dagli organi di partito e di governo. Eser-
centi e professionisti abbandonati a se stessi potevano solo cercare
di mettersi in salvo, la stessa cessione dei loro esercizi andava incon-
tro alla svalutazione patrimoniale; le esistenze individuali erano
cos minacciate non soltanto nella loro incolumit fisica ma anche
nelle possibilit di sopravvivenza economica. Il disegno dei nazio-
nalsocialisti mirava a privare gli ebrei delle loro basi di sussistenza.
A distanza di pochi giorni, il 7 aprile la condizione degli ebrei si trov
insidiata da un nuovo, grave provvedimento. La legge per il riordino
della burocrazia, come fu eufemisticamente chiamato un provvedimento 
che era una gigantesca operazione di epurazione, prevedeva esplicitamente 
(all'articolo 3) l'allontanamento dei funzionari che non fossero di 
origine ariana. Ebbe cos inizio l'epurazione degli ebrei dalla
pubblica amministrazione, che non colp un numero assai rilevante di
persone (anche se oper soprattutto con grandi squilibri settoriali); 
successive ordinanze dell'inizio di maggio resero esecutivo il principio
dell'esclusione degli ebrei dalla magistratura, dalla scuola, dall'univer-
sit, secondo un principio che non rispondeva all'adozione del crite-
rio proporzionale in atto in altri contesti come criterio limitativo, ma
che voleva essere un provvedimento punitivo di pura e semplice espul-
sione dell'ebreo in quanto tale. Lo stesso principio in base al quale,
gi in occasione del boicottaggio del primo aprile, i nazionalsociali-
sti avevano invocato l'esclusione degli ebrei da ogni attivit profes-
sionale con l'argomentazione che un professionista non avrebbe po-
tuto avere un rapporto di fiducia con i rispettivi clienti non ebrei, 
perch ne avrebbe approfittato per influenzarne l'atteggiamento, ossia
per seminare il veleno della mentalit giudaica.
Lo stillicidio delle misure destinate ad incidere giorno per giorno
sulla dignit umana e sulle possibilit di sopravvivenza lavorativa de-
gli ebrei tedeschi sembr non avere fine. Il 18 aprile dello stesso anno
la legge che riordinava la professione forense costitu un'ulteriore
tappa: non espulse ancora gli ebrei che gi esercitavano l'avvocatu-
ra e il notariato, ma dispose che a partire da quel momento gli ebrei
non potevano avere pi accesso a quest'ambito professionale. L'espul-
sione definitiva degli ebrei dalla professione sarebbe stata decretata
pi tardi, alla fine di settembre del 1938, ma intanto, tra difficolt
materiali (boicottaggio) e umiliazioni di varia natura, la compagine
dei professionisti ebrei si assottigliava: chi poteva si ritirava dalla
professione o emigrava, i pi erano ridotti rapidamente in miseria,
la clientela era limitata solamente agli ebrei. Nel settembre del 1938,
quando fu totalmente inibita loro l'attivit forense, i governanti na-
zisti inventarono un'altra norma di degradazione degli ebrei: poteva
sopravvivere nella professione un numero limitato di ebrei per ser-
vire la clientela ebraica, ma per rimarcare le differenze gli avvocati
ebrei non si sarebbero pi chiamati con questo nome ma venivano
declassati a semplici consulenti.
Provvedimenti analoghi furono adottati nei confronti dei medici un 
campo nel quale l'antisemitismo alla Sturmer, sino al limite del-
l'insinuazione pi morbosa, si dimostr particolarmente attivo ed
efficace. L'esclusione degli ebrei dalla professione medica fu asso-
ciata nella propaganda e nell'immaginario collettivo al ribrezzo per
il contatto fisico tra il medico ebreo e il paziente (e pi spesso la 
paziente) ariano. Ne derivava immediatamente l'idea del contagio,
dell'inquinamento non solo spirituale ma anche fisico che la presen-
za del medico ebreo non poteva non indurre nella clientela ariana. I
medici ebrei non solo furono cacciati dalle casse mutue (1934), essi
non potevano esercitare neppure come professionisti privati. La loro
sorte assunse un significato fortemente simbolico in quanto, come gi 
detto, nelle loro persone si materializzava la possibilit della con-
taminazione razziale. La loro definitiva espulsione dall'attivit me-
dica fu deliberata nel luglio del 1938. Come nel caso dell'attivit fo-
rense fu consentito il permanere nella professione a poche centinaia
di medici ebrei, che furono anch'essi declassati a semplici curatori
di malattie, con il compito specifico di praticare le loro prestazioni
unicamente nei confronti della clientela ebraica. All'inizio del 1939
furono privati dell'abilitazione professionale anche i dentisti e i ve-
terinari, poi fu la volta dei farmacisti. Si era cos progressivamente
allargata la cerchia dei soggetti della popolazione ebraica cui veni-
vano a mancare le basi del sostentamento.
L'estensione del cosiddetto Arierparagraph, ossia della clausola, gi 
prevista dalla legge sul riordino della burocrazia, della esclusio-
ne dei "non ariani" e quindi della necessit di provare la purezza
della propria origine razziale, al di l delle istituzioni pubbliche ad
una serie di associazioni private e alle stesse confessioni (fu al cen-
tro di forti polemiche soprattutto nella Chiesa evangelica), fu il dato
caratterizzante dell'atmosfera di sospetto e di vera e propria caccia
all'ebreo che si insinu tra la popolazione tedesca. L'estensione del
principio razziale alla vita culturale ebbe riflessi particolarmente
pesanti. Gi il 25 aprile 1933 era stato introdotto il numerus clausus
per l'accesso di scolari e studenti ebrei alle scuole e alle universit;
successivamente l'epurazione tocc l'unione degli scrittori e con la
creazione della Camera della cultura del Reich gli ebrei erano esclusi
a priori dall'accesso a qualsiasi attivit creativa o esecutiva nel cam-
po della letteratura, dell'informazione, del giornalismo, del teatro,
della musica, del cinematografo, dell'editoria.
L'incidenza sociale della discriminazione si faceva sempre pi viva
e visibile. Non solo la teoria della razza diventava materia obbliga-
toria nell'insegnamento ma leggi importanti come quella sui pode-
ri ereditari, che riformava un settore determinato della propriet
terriera, escludevano a priori dai benefici della legge chi non fosse
di sangue tedesco. Prima ancora dunque delle leggi di Norimberga, gli 
ebrei si trovarono di fatto o di diritto in una condizione di mino-
rit, dimidiati si pu dire nella loro cittadinanza. Progressivamente
anche il privilegio accordato agli ebrei che si fossero resi particolar-
mente benemeriti dal punto di vista patriottico (combattenti e de-
corati della prima guerra mondiale) di essere esclusi dai provvedi-
menti di espulsione dall'amministrazione o dalle professioni fu can-
cellato. Addirittura non bastava pi che il pubblico funzionario fos-
se di razza ariana, doveva esserlo anche il coniuge (dall'agosto del
1933). Al di l di ogni enfasi ideologica, la valenza biologica dell'an-
tisemitismo nazista si disvelava senza pi infingimenti: gli ebrei non
venivano perseguitati n per le idee religiose che professavano, n
per gli atti veri o presunti che potevano essere loro addebitati, in
particolare per il complotto da essi ordito contro la Germania, ma
semplicemente per il fatto di essere tali e pertanto per il fatto di esistere.
Il 1935 rappresent l'anno chiave per la codificazione della minorit 
civile e giuridica degli ebrei: le leggi di Norimberga, approvate il
15 settembre dal Reichstag, riunito contestualmente al congresso
del partito nazionalsocialista di Norimberga che ne aveva acclama-
to la proclamazione, fornirono la cornice giuridica del nuovo statu-
to degli ebrei nella Germania nazista. Si trattava di due testi: la leg-
ge per la cittadinanza del Reich e la legge per la protezione del san-
gue tedesco e dell'onore tedesco. La prima legge stabiliva che la cit-
tadinanza tedesca era attribuita soltanto agli appartenenti allo
Stato di sangue tedesco o affine, aprendo gi con questa analogia una
casistica soggetta al potere arbitrario e discrezionale dell'autorit
esecutiva. Gli ebrei non venivano privati puramente e semplicemente 
della cittadinanza tedesca ma venivano privati della qualit di
cittadini del Reich, diventavano sudditi. Gli ebrei perci non diventa-
vano apolidi, venivano collocati in una sorta di limbo sufficiente tutta-
via a privarli della parte attiva della cittadinanza (riconoscimento dei
diritti politici), ma non a svincolarli dagli obblighi della sovranit 
tedesca.
La seconda legge aveva effetti ancora pi dirompenti perch segnava
una profonda interferenza della sfera pubblica nella sfera della pi pri-
vata intimit dei cittadini. La legge prescriveva infatti il divieto di ma-
trimonio tra ebrei (ed estranei alla razza di altro tipo: zingari in primo
luogo) e cittadini di pieno diritto e proclamava addirittura la nullit 
dei matrimoni del genere esistenti. La seconda disposizione fondamentale
di questa legge stabiliva il divieto di rapporti sessuali tra ebrei e cit-
tadini tedeschi creando il reato di violazione della razza (Rassen-
schande). In base alla legge per la protezione del sangue tedesco ad essi
erano imposti divieti particolarmente umilianti - non potevano esporre 
la bandiera nazionale tedesca - nonostante la maggior parte di essi si 
sentisse, ed era, animata da forti sentimenti patriottici. Addirittura 
offensivo doveva suonare poi il divieto per gli ebrei di impiegare 
personale domestico femminile tedesco al di sotto dei 41 anni,
quasi a recepire nella legge stessa l'antisemitismo alla Sturmer
che vedeva dappertutto l'ebreo come maniaco sessuale in ogni momento 
pronto a insidiare la purezza della donna tedesca.
Questa seconda legge, oltre a confermare la revoca formale del-
l'emancipazione accordata agli ebrei nei primi decenni dell'Ottocen-
to, apr una serie infinita di controversie nel campo della famiglia e
del diritto della famiglia, sconvolse nuclei familiari, vide alti funzio-
nari costretti a sciogliere il matrimonio per non sacrificare la pro-
pria carriera, produsse infiniti casi di vilt e di cinismo, rese molti 
individui sempre pi soggetti all'influenza o al benestare di potenti 
dignitari del regime. Apr soprattutto la problematica dei matrimoni
misti e della sorte dei figli dei matrimoni misti, estese il divieto di
matrimonio tra ebrei e misti cosiddetti di secondo grado, che in
quanto avevano uno solo dei nonni ebrei erano parificati ai tede-
schi. L'introduzione dell'albero genealogico per dimostrare i livelli
di purezza della razza, sotto il controllo dell'ufficio stirpe del partito
nazionalsocialista, comport, con le difficolt di accertamenti demo-
grafico-anagrafici che spesso dovevano risalire a lungo nel tempo,
una variegata casistica, soggetta a mutevoli valutazioni e talvolta an-
che ai mutevoli umori dei dignitari nazisti. Si pu dire per che pre-
valsero orientamenti radicali: cos come non fu riconosciuta la con-
versione per mezzo del battesimo, in omaggi alla concezione bio-
logica, almeno in un primo tempo prevalse un concetto estensivo
dei divieti matrimoniali, per esempio: nel caso in cui si dovesse te-
mere che ne derivassero discendenti suscettibili di inquinare il san-
gue tedesco. Per le stesse autorit tedesche l'indeterminatezza delle
normative sui misti rappresent non pochi ostacoli nella deliba-
zione di giudizi in materia matrimoniale e di diritto familiare come
in questioni ereditarie o di altra natura. Tra le altre vessazioni impo-
ste agli ebrei bisogna ricordare che nell'ottobre 1938 fu imposto
loro di assumere obbligatoriamente il prenome Sara o Israel a secon-
da che fossero femmine o maschi. Dall'ottobre dello stesso anno i
passaporti degli ebrei dovevano recare il segno distintivo della J.
Le leggi di Norimberga, che suscitarono allarme nell'opinione pubbli-
ca internazionale, ma non a sufficienza per produrre prese di posizione
ferme da parte delle potenze democratiche, troppo preoccupate degli
sviluppi generali della situazione internazionale (aggressione italiana
all'Etiopia, guerra di Spagna, superamento dei vincoli di Versailles
da parte del Terzo Reich), non dovevano rappresentare l'ultima tappa 
nel processo di revisione dello statuto degli ebrei. I fatti suc-
cessivi dimostrarono anzi che non di una semplice modifica della
condizione degli ebrei si doveva trattare, come molti di loro stessi si
erano illusi, ma della accelerazione della loro "dissimilazione",
come si espressero gli stessi protagonisti delle nuove leggi. Accele-
rarne cio la separazione dal popolo tedesco per renderne pi facile
l'espulsione dal territorio del Reich, ossia ancora, al momento, l'emi-
grazione forzata.
Mentre nel novembre del 1938 fu definitivamente decretata l'espul-
sione dei giovani ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado, tra il 1937
e il 1938 la condizione degli ebrei - dopo una breve pausa nell'estate
del 1936 durante le Olimpiadi berlinesi, allo scopo semplicemente
di salvare le apparenze in un momento in cui molti osservatori stra-
nieri si trovavano in Germania - and incontro ad ulteriori inaspri-
menti. Ebbe inizio l'espropriazione totale dei patrimoni ebraici e d'al-
tra parte, con l'Anschluss austriaco del marzo del 1938, l'estensione
della sovranit tedesca sulla non indifferente quota degli ebrei au-
striaci (oltre 200 mila) indusse le autorit tedesche a porsi in termini
accelerati il problema dell'espatrio forzato degli ebrei. I due ordini
di problemi si intrecciarono, facendo confluire le pressioni che sca-
turivano dal cumulo delle diverse circostanze nell'unico obiettivo di
privare gli ebrei di qualsiasi mezzo di sussistenza, sia che li si costrin-
gesse all'emigrazione dopo averli depredati di tutti i loro averi, sia
che se ne tollerasse la loro permanenza nel Grande Reich, a condi-
zioni prossime alla povert e all'emarginazione sociale completa. Il
risvolto di questa situazione era l'avocazione dei patrimoni ebraici
al Reich o a dignitari nazisti: l'arianizzazione dei beni ebraici fu
presentata come contributo all'economia tedesca in piena prepara-
zione bellica, ma serv anche a soddisfare appetiti privati e a coprire
demagogicamente bisogni sociali (a Vienna gli immobili dai quali
venivano cacciati gli ebrei venivano dati con grande clamore a fami-
glie bisognose di nuove abitazioni o di abitazioni pi adeguate).
Responsabile per l'arianizzazione dei patrimoni ebraici fu in buo-
na parte il maresciallo Goring, in quanto responsabile del piano qua-
driennale, varato nell'agosto del 1936, destinato alla programma-
zione dell'economia di guerra. Sin dal settembre del 1936 era stato
preso in esame il piano per risolvere la questione ebraica con l'espul-
sione totale degli ebrei dal Reich: una delle condizioni essenziali
per realizzare questo progetto era che essi fossero privati di ogni
possibilit di sopravvivenza economica. Abbiamo visto come fosse
gi stata realizzata la graduale marginalizzazione degli ebrei impe-
gnati nelle professioni; come il boicottaggio avesse gi in qualche
modo circoscritto le attivit economiche degli ebrei e avesse dato
inizio a un lento passaggio di molti esercizi ebraici in altre mani.
Nel 1938 l'espulsione dall'economia divenne sistematica: il 25 aprile
fu stabilito l'obbligo per gli ebrei possessori di patrimoni superiori 
ai 5.000 marchi di farne denuncia, segu l'obbligo della registrazione 
e il censimento delle imprese industriali e commerciali ebraiche come
operazione preliminare per imporne l'alienazione alle condizioni det-
tate dall'autorit nazista, spesso dalla stessa NSDAP, al di fuori di
qualsiasi valore di mercato, e quindi in circostanze tali da favorirne
l'acquisizione ad opera di persone o di ambienti legati al partito nazi-
sta. N gli ebrei potevano disporre liberamente del denaro ricavato
dalla vendita sia pure fittizia dei loro beni, poich questo veniva conge-
lato su conti bancari controllati dallo Stato. Paradossalmente, nel mo-
mento in cui si volevano costringere gli ebrei ad emigrare li si voleva
privare anche dei mezzi per emigrare. In particolare la necessit di li-
quidare la forte comunit ebraica di Vienna spinse Adolph Eichmann,
responsabile dell'ufficio viennese per l'emigrazione degli ebrei, a esco-
gitare un sistema accelerato di spoliazione dei patrimoni ebraici per
accrescere il ritmo delle espulsioni dal Reich, considerato ancora
troppo blando. Giocarono dunque come fattori che spinsero a strin-
gere i tempi in direzione dello spossessamento totale dei beni degli
ebrei e insieme dell'emigrazione forzata due fattori fondamentali:
l'Anschluss austriaco e i pogrom della cosiddetta notte dei cristalli.
In effetti, i provvedimenti che fecero seguito alla notte dei cristal-
li furono talmente immediati da far pensare che essi fossero in realt
gi predisposti, pronti ad entrare in vigore non appena se ne presen-
tasse la circostanza pi favorevole. Infatti, non pi tardi del 9 no-
vembre del 1938 entrava in vigore l'ordinanza per la degiudeizza-
zione dell'economia tedesca, che non si limitava a imporre il censi-
mento degli esercizi ebraici e a incoraggiarne indirettamente l'alie-
nazione, ma che stabiliva il divieto per gli ebrei di gestire attivit
artigiane e di commercio al dettaglio; poco dopo era resa impossibi-
le agli ebrei qualsiasi residua attivit industriale.
I fatti del 9 novembre 1938 ebbero tra le loro conseguenze quelle
di aggravare ulteriormente, se mai fosse stato possibile, la condizio-
ne complessiva degli ebrei tedeschi e in genere degli ebrei in Ger-
mania. Data la centralit che la notte dei cristalli assunse in que-
sto contesto  necessario soffermarsi su questo episodio che, pre-
sentato come altre circostanze dei rituali di massa nella Germania
nazista - tra gli esempi pi cospicui il fal dei libri proibiti dal 10
maggio del 1933, che non a caso vide il rogo di alcuni tra gli autori
ebraici di maggiore rilevanza nella cultura contemporanea (Freud
ma anche Einstein) - come espressione di spontaneo furore popolare, 
fu in realt il frutto di una orchestrazione della propaganda uffi-
ciale, allo scopo di coprire con il plauso della folla l'ulteriore 
imbarbarimento della persecuzione.
L'antefatto: tra le misure sempre pi restrittive nei confronti degli
ebrei, il 28 ottobre 1938 il governo del Reich decret l'espulsione
degli ebrei di nazionalit polacca che vivevano in Germania. La si-
tuazione di costoro si fece estremamente precaria dati l'antisemiti-
smo imperante in Polonia e la reazione del governo polacco, che
mand di fatto in campo di concentramento gli ebrei che rientrava-
no senza mezzi dalla Germania. Il 7 novembre un giovane emigrato
polacco, Herschel Grynszpan, uccideva a Parigi, per protesta contro
la deportazione dei propri genitori in base all'espulsione di cui so-
pra, il consigliere dell'ambasciata tedesca Ernst von Rath. Immedia-
tamente scatt nel Reich una vera e propria rappresaglia promossa
dal ministero della propaganda, dal partito nazista, dalle autorit di
polizia, dal maresciallo Goring come responsabile del piano qua-
driennale. Sin dalla sera del 7 novembre la centrale della propagan-
da aveva dato istruzioni perch tutta la stampa tedesca fornisse con
grande rilievo (la notizia dovr dominare tutta la prima pagina) i
dettagli dell'attentato, anticipando che esso dovr avere le pi gra-
vi conseguenze per gli ebrei in Germania, anche per gli ebrei stra-
nieri, e attribuendone l'origine ad un complotto del giudaismo in-
ternazionale e in particolare agli ebrei emigrati dalla Germania.
Il 12 novembre lo stesso Goebbels, dal quale erano partite le istruzio-
ni per organizzare la rappresaglia, sull'organo ufficiale del partito nazi-
sta, il Volkischer Beobachter, presentava il pogrom che era stato scate-
nato nella notte tra il 9 e il 10 novembre come una esplosione vulcani-
ca scaturita spontaneamente dal popolo tedesco: il governo tedesco
veniva presentato addirittura in funzione di moderatore della giusta col-
lera popolare e della risposta spontanea alla provocazione ebraica.
Il bilancio degli atti di violenza compiuti nella cosiddetta notte dei
cristalli (cos denominata dalla strage di vetrine di negozi ebraici) fu
cos sintetizzato in via provvisoria dal capo della polizia di sicurezza
Heydrich in un rapporto a Goring, responsabile dell'ordine interno in
quanto presidente dei ministri di Prussia, dell'11 novembre 1938:
...negozi distrutti 815, case d'abitazione incendiate o distrutte 29, 
sinagoghe incendiate 191, sinagoghe totalmente distrutte 76, oltre a 
diecine di episodi di distruzione e violazioni di istituzioni e cimiteri 
ebraici. 36 ebrei uccisi e alcune diecine feriti; 20 mila ebrei arrestati.
Gli arresti di quei giorni furono il primo caso di deportazione col-
lettiva di ebrei nei campi di concentramento.
Come era evidente, con le violenze del 9 novembre la qualit della
persecuzione assumeva una dimensione nuova: il passaggio alla vio-
lenza fisica di massa stava a indicare che nessuna inibizione esisteva
pi nei confronti delle vittime designate; la distruzione materiale di
oggetti ed edifici (come le sinagoghe e le istituzioni ebraiche) che
facevano parte del paesaggio e del tessuto urbano tedesco erano
una forma di violentazione dell'identit degli ebrei (di cui si voleva
fare scomparire anche la memoria) e degli stessi tedeschi (nei quali
si voleva fare perdere la traccia di tutto ci che aveva significato 
tolleranza e convivenza); soprattutto voleva significare licenza di 
scatenare qualsiasi violenza e qualsiasi oltraggio nei confronti di 
una parte minoritaria, indifesa ed inerme della stessa popolazione tede-
sca. L'indifferenza, prodotta da insensibilit o anche da paura, con
la quale la maggior parte della popolazione assistette al pogrom, as-
sai pi della asserita spontaneit della sua partecipazione, stava a
testimoniare il processo di assuefazione all'isolamento degli ebrei in
pieno dispiegamento: vista a posteriori, una sorta di prova generale
di quanto sarebbe accaduto in anni successivi, quando le deporta-
zioni si susseguirono a ritmo sempre pi accelerato, senza che si do-
vessero segnalare reazioni di rilievo da parte della popolazione.
Le violenze del pogrom non si esaurirono nelle distruzioni fisiche.
Al danno delle distruzioni segu l'oltraggio di fare ricadere sugli ebrei
le responsabilit dell'accaduto. Il 12 novembre Goring impose alla
collettivit degli ebrei tedeschi il pagamento di una penale a favore
del piano quadriennale nella misura di un miliardo di marchi. Inol-
tre, agli ebrei venne imposto di riparare immediatamente a proprie
spese i danni arrecati a negozi e abitazioni dalla indignazione po-
polare. In questo contesto segu, ad opera dello stesso Goring, il
divieto generalizzato per gli ebrei di esercitare attivit commerciali
ed artigiane a partire dal primo gennaio 1939 o anche solo di ricopri-
re la veste di dirigente d'azienda o di essere membro di una coope-
rativa. Alla fine di dicembre fu disposta la liquidazione delle impre-
se industriali di propriet ebraica e l'obbligo di alienare le propriet
agricole nonch di disfarsi di partecipazioni azionarie o di altro tipo
di titoli subordinandone le condizioni totalmente alle decisioni di
liquidatori o di autorit giudiziarie che non avevano alcun interesse
a favorire le alienazioni a condizioni di vantaggio per gli ebrei, ma
viceversa la vera e propria svendita dei loro beni. Queste e altre di-
sposizioni prese nello stesso torno di tempo - per esempio per quanto
riguarda l'espulsione totale e definitiva degli alunni ebrei dalle scuole
tedesche - erano destinate a incidere profondamente sullo statuto
generale degli ebrei e a forzare il punto della loro condizione a tre
anni dalle leggi di Norimberga.
Se si tenta perci il bilancio della situazione degli ebrei a questo
stadio, non si pu non condudere che il pogrom del 9 novembre rap-
presenta un momento fondamentale nella periodizzazione della
persecuzione, nel senso che fece venire meno l'illusione, che ancora
molti ebrei nutrivano, di potere rimanere in Germania sia pure in
condizioni di cittadinanza limitata (come sudditi e non come citta-
dini). Questa possibilit in realt veniva completamente smentita
nel momento in cui ebbero inizio le deportazioni: non era ancora la
soluzione finale ma era gi il superamento di una soglia al di l
della quale non si intravedevano n battute d'arresto n segni di op-
posizione. Dopo il 9 novembre del 1938 il governo del Reich poteva
fare degli ebrei qualsiasi cosa, perch il processo di assuefazione
dell'opinione pubblica alla persecuzione aveva raggiunto, per con-
vinzione o per intimidazione, un sufficiente grado di stabilizzazione.
Per tentare un bilancio della situazione degli ebrei a questo punto
si possono fornire alcuni dati sulla misura dell'esodo degli ebrei dal-
la Germania e qualche dettaglio sul modo degli espropri (come di
fatto furono le alienazioni dei beni) patrimoniali subiti dagli ebrei.
Difficile quantificare questi dati nel senso che ogni stima non pu
che rappresentare un'approssimativa dimensione. Ma occorre dire
qualche cosa anche intorno alle modalit con le quali sopravviveva-
no all'interno del Reich nazista le attivit istituzionali degli ebrei.
In primo luogo la rappresentanza istituzionale degli ebrei tede-
schi, che non a caso recava la denominazione di Unione centrale dei
cittadini tedeschi di fede ebraica (Centralverein deutscher Staatsbur-
ger Judischen Glaubens, fondata nel 1893), a sottolineare la priorit
della opzione nazionale, aveva continuato ad esistere, sia pure con po-
teri pi limitati e soggetta a un pi rigoroso controllo da parte dello
Stato. Nel 1936, a un anno dalle leggi di Norimberga, essa fu co-
stretta a modificare la sua denominazione, e si capisce: gli ebrei non
erano pi cittadini ma solo sudditi - in quella meno incisiva di Judi-
scher Centralverein, che era significativa soltanto della ostentata de-
gradazione della componente ebraica. All'inizio del 1939 essa fu
sciolta anche nella nuova veste. In sua vece fu imposta la creazione
di una Reichsvereinigung der Juden in Deutschland con il compito
esplicito di forzare l'emigrazione degli ebrei. Di fronte alla progres-
siva emarginazione degli ebrei dalla societ tedesca le istituzioni
ebraiche cercarono di attrezzarsi per assicurare una esistenza auto-
noma e in certo senso autarchica degli ebrei come comunit separa-
ta all'interno del Reich, con opere culturali, istituzioni scolastiche,
iniziative assistenziali, consulenze per l'emigrazione.
Ma nell'ottica degli ebrei l'emigrazione non era al primo posto,
non si trattava di organizzare l'esodo in massa ma piuttosto la coesi-
stenza come collettivit all'interno della separatezza voluta dal regi-
me nazista e in certo senso accettata dalla comunit degli ebrei. Si
svilupp una dinamica che nella misura in cui espelleva gli ebrei dal-
la societ tedesca li spingeva anche a riaggregarsi per difendere con
la sopravvivenza la loro identit. In origine, il regime nazista non 
osteggi lo sviluppo separato di attivit culturali degli ebrei, anzi 
promosse nella primavera del 1933 la creazione della Lega culturale 
degli ebrei tedeschi (il Kulturbund), che doveva essere destinata a pro-
durre le attivit teatrali, musicali e cinematografiche per la popola-
zione ebraica, che veniva gradualmente privata della fruizione cul-
turale del resto della popolazione tedesca e orientata verso la frui-
zione separata di produzioni riservate ai soli ebrei. L'alto numero di
intellettuali e artisti ebrei garant anche un notevole livello qualita-
tivo delle produzioni culturali promosse dal Kulturbund.
La sua opera apr gi allora la discussione sui modi di essere e di
sentirsi ebrei nella Germania nazista e successivamente, nella sto-
riografia, la discussione se l'attivit del Kulturbund avesse contribui-
to a conservare e a rafforzare l'identit ebraica o non fosse stata uno
strumento di inganno e di autoinganno nelle mani dei nazisti, impe-
dendo che gli ebrei si rendessero conto sino in fondo del baratro nel
quale si trovavano e si orientassero massicciamente verso l'emigra-
zione, unica alternativa allo sterminio cui furono condannati gli ebrei
rimasti in Germania. Una polemica che non  risolvibile con risposte
categoriche - non tutti gli ebrei erano nelle condizioni anche materiali
per poter emigrare, n l'attivit culturale sotto il nazismo rappresent
necessariamente un segno di resa: aliment certo l'illusione che fosse
possibile rimanere in Germania, ma nutr anche la permanenza di una
identit ebraica come esigenza insopprimibile anche e proprio nelle
condizioni drammatiche della persecuzione. Essa sta solo a dimostrare
la drammatica mancanza di alternative nella quale furono costretti gli
ebrei. Del resto, il Kulturbund che era riuscito a sopravvivere anche
alle difficolt dei primi anni di guerra, l'11 settembre del 1941 fu
sciolto: il 14 ottobre ebbero inizio le deportazioni dal territorio del
Reich. Si era entrati ormai nella fase della soluzione finale.
All'inizio di ottobre del 1941 fu definitivamente proibita l'emigra-
zione degli ebrei. Per quanto riguarda la popolazione ebraica che si
trovava nel 1933 nel territorio del Reich, ammontante a poco pi di
500.000 unit, si stima che ne siano emigrati circa la met. Il mag-
giore centro di popolazione ebraica rimase la capitale del Reich,
Berlino, in cui alla vigilia delle deportazioni vivevano ancora sicura-
mente alcune decine di migliaia di ebrei. La maggior parte delle emi-
grazioni si erano verificate presumibilmente tra il 1934 e il 1938, provo-
cando modifiche sensibili nella composizione della popolazione ebrai-
ca, poich erano emigrati soprattutto gli appartenenti alle classi di et
tra i 20 e i 45 anni, ossia appartenenti a generazioni piuttosto giova-
ni in et di lavoro e in et anche suscettibili di affrontare cambia-
menti di professionalit. Anche la composizione per sesso della po-
polazione ebraica sub squilibri, perch coloro che emigrarono erano
in maggioranza uomini. Non ultima tra le conseguenze sociali dell'emi-
grazione era che chi rimaneva apparteneva spesso alla categoria dei
meno abbienti: per emigrare non occorrevano soltanto il coraggio e la
capacit di ricominciare un'esistenza all'esterno, non solo in Pale-
stina secondo l'aspirazione sionista, ma in ogni parte del mondo, ma
anche un minimo di disponibilit materiali e finanziarie. Il meccani-
smo che presiedeva all'espatrio tendeva a privare chi emigrava non
solo di tutto ci che doveva lasciare in Germania ma anche dei mezzi 
di sussistenza per poter emigrare, in una delle tante contraddizioni 
da cui era caratterizzata anche la politica razziale nazista.
La svolta del novembre 1938 ebbe anche altre conseguenze. Tra queste 
la pi importante fu certamente la legge del 30 aprile 1939 relativa 
ai contratti d'affitto con gli ebrei, che stabilendo la possibilit di 
relegarli in appositi spazi abitativi introduceva di fatto il principio 
della loro ghettizzazione. Il primo settembre successivo, all'atto
dell'aggressione alla Polonia, agli ebrei veniva imposto anche il co-
prifuoco: d'inverno non potevano uscire di casa dopo le 20, d'estate
dopo le 21. Ormai gli ebrei erano considerati poco meno che alla
stregua di sudditi nemici. Tra le molte vessazioni che ad essi furono
imposte nel corso della guerra, dalla proibizione di tenere apparec-
chi radio all'obbligo di consegnare le pellicce e i capi di vestiario con
guarnizioni di pellicce, all'esclusione dalla distribuzione di generi
alimentari, o ad altre ancora, la pi vergognosa fu certamente l'ob-
bligo, imposto a partire dal primo settembre 1941, di portare la stel-
la gialla (la stella di David), che li esponeva al pubblico ludibrio e
creava intorno a loro l'atmosfera di sospetto e di pubblica reiezione.
Una sorta di uccisione civile che ne anticipava l'uccisione fisica.

4) Le premesse della soluzione finale: la ghettizzazione degli
ebrei nella Polonia invasa
Quanti nemici sono in agguato contro queste lepri indifese.
DAVID RUBINOWICZ

In Polonia vivevano, come abbiamo gi accennato, circa 3 milioni di
ebrei, 2 milioni dei quali nell'area invasa dai tedeschi. Gli ebrei polac-
chi subirono la violenza dell'invasione tedesca da un duplice punto di
vista: gi in quanto polacchi erano considerati una popolazione infe-
riore da sottomettere ai tedeschi come forza-lavoro schiavizzata. Hitler
e Himmler impartirono draconiane disposizioni agli organismi militari
e polizieschi tedeschi sin dalle prime settimane dello scatenamento
della guerra. In quanto ebrei, poi, su di essi pendeva la minaccia del-
la distruzione fisica. Se nei confronti della Polonia in generale do-
minava un sentimento di vendetta, che si sarebbe scatenato nella fu-
ria devastatrice delle forze d'occupazione, nei confronti degli ebrei
era stabilito in partenza che essi non dovessero essere trattati alla
stregua di esseri umani, sia pure nemici. Hans Frank, capo del Go-
vernatorato generale, ossia della parte della Polonia destinata a di-
ventare null'altro che colonia di sfruttamento da parte del Grande
Reich, parlava degli ebrei come di insetti schifosi: non pu sorpren-
dere perci che i poliziotti tedeschi, i membri delle SS o i soldati 
della Wehrmacht introiettassero regole e modi di comportamento che
venivano suggeriti dall'alto in totale dispregio di ogni diritto umano.
Quando invase la Polonia, la Germania non aveva ancora fatto una
scelta univoca per la soluzione della questione ebraica. Oscillava anco-
ra tra la persecuzione e l'emigrazione coatta. Nei primi mesi del con-
flitto accarezz anche l'idea, gi coltivata dalla diplomazia francese e
da quella polacca, di deportare gli ebrei in una grande riserva nell'Ocea-
no Indiano. Il piano dovette essere accantonato. A met del 1941 venne 
interdetta ogni possibilit per gli ebrei di emigrare.
Questo significava che gli ebrei che si trovavano nell'area di influenza
della Germania erano ormai racchiusi in una enorme trappola. Si deve
ragionevolmente supporre che in quest'epoca si fosse gi affermata
l'idea della distruzione fisica degli ebrei, la soluzione finale.
Dopo l'occupazione della Polonia le autorit tedesche si prospet-
tarono nei confronti degli ebrei un certo numero di soluzioni con
utilizzazione del territorio polacco. Per prima cosa presero in consi-
derazione l'ipotesi di trasferire sul suolo polacco gli ebrei tedeschi
residenti nell'area del Grande Reich, beninteso nelle parti della Po-
lonia che non erano destinate ad essere annesse al Reich. In secon-
do luogo si preoccuparono di stabilire la sorte degli ebrei polacchi.
Nei confronti di questi ultimi sin dal 21 settembre 1939 il capo del
servizio di sicurezza del Reich Heydrich aveva stabilito il criterio 
fondamentale della concentrazione degli ebrei polacchi in grandi ghet-
ti urbani. L'esecuzione di quest'opera di trasferimento coatto degli 
ebrei era affidata alle unit speciali della polizia di sicurezza, le
cosiddette Einsatzgruppen, che successivamente avrebbero trovato
impiego nella campagna contro l'Unione Sovietica. Ma gi nelle
prime settimane dell'invasione si moltiplicarono i casi di uccisioni
selvagge di ebrei ad opera delle unit speciali o di singoli elementi
delle forze di occupazione che venivano coperte a priori dai superiori
gerarchici. Oggi sappiamo che l'entit di queste uccisioni selvagge,
che ebbero anche la complicit delle forze armate regolari della
Wehrmacht, autorizza a considerare l'operazione delle Einsatzgrup-
pen una vera e propria anticipazione della soluzione finale. La
Polonia si preannunciava gi come una sorta di laboratorio nel quale 
si sperimentava la possibilit di procedere ad assassinii in massa e
puramente e semplicemente all'eliminazione fisica degli ebrei.
In effetti, i diversi aspetti procedettero parallelamente. Gi il 12
ottobre 1939 ebbero inizio le evacuazioni degli ebrei dal territorio
del Reich verso la Polonia, precisamente con la prima deportazione
degli ebrei viennesi e dai territori della Boemia e Moravia, trasfor-
mati nel 1939 in Protettorato del Reich. Dall'inizio del 1940 presero
la strada della Polonia convogli di ebrei (e di zingari) da altre aree 
e citt della Germania. Un processo che sar accelerato e completato
quando l'invasione anche dell'Unione Sovietica metter a disposizione 
dei tedeschi altri spazi ed altre aree utili per la deportazione.
La concentrazione degli ebrei della Polonia nei grandi ghetti urbani
richiede ancora qualche precisazione preliminare. La prima riguarda il
significato dell'operazione; la seconda sottolinea in qualche modo la
specificit della situazione polacca rispetto al resto dell'Europa. Oggi 
 facile, ricostruendo storicamente le tappe della soluzione finale,
pervenire alla conclusione che la fase della ghettizzazione altro non fu
che una fase di preparazione, la fase di passaggio dalla dispersione del-
la popolazione ebraica all'invio nei campi di sterminio. Non siamo in
grado di dimostrare su base documentaria che queste erano precisa-
mente le intenzioni dei nazisti sin dal settembre del 1939, ma sappiamo
con certezza che nelle istruzioni per le Einsatzgruppen trasmesse il 21
settembre 1939 Heydrich faceva una netta distinzione, nella trattazio-
ne della questione ebraica tra l'obiettivo finale - che, sottolineava,
richiede pi lontane scadenze - e le tappe intermedie, da attuare a
breve scadenza, per la realizzazione di quell'obiettivo. Il concentra-
mento degli ebrei nei ghetti si poneva per l'appunto come prima con-
dizione preliminare per l'obiettivo finale.
Non solo la concatenazione logica degli eventi, ma possiamo dire
anche l'evidenza documentaria, ci autorizzano a considerare la con-
centrazione degli ebrei nei grandi ghetti come l'anticamera dello ster-
minio. Una volta realizzata la concentrazione di una massa cos im-
ponente di ebrei nei ghetti sarebbe stato incomparabilmente pi fa-
cile disporre di essi nel modo pi semplice e pi svincolato da osta-
coli che fosse necessario. Ci che, in quest'epoca, non sembra fosse
stato ancora deciso era il metodo della completa liquidazione fisica
degli ebrei. Certo  che la ghettizzazione non era fine a se stessa, ma
neppure la meta finale del processo: era solo una tappa intermedia.
Vedremo anche che questa stessa tappa intermedia, per le condizioni 
in cui era ammassata la popolazione ebraica, era concepita come inizio 
di uno sterminio in massa.
Accennavamo ad una seconda considerazione legata al processo
di ghettizzazione in Polonia e pi tardi in altri centri dell'Europa
orientale invasa. Il fatto che, per contro, non vi fu un analogo pro-
cesso di concentrazione degli ebrei nei paesi invasi dell'Europa oc-
cidentale: n in Olanda, n in Francia, per citare i paesi con il mag-
gior numero di ebrei, n altrove. Questo non vuol dire che gli ebrei
di questi paesi non fossero deportati: essi furono generalmente de-
portati nei campi di sterminio in Polonia, senza passare dai grandi
ghetti. La risposta a come e perch si  verificata questa disparit di
trattamento all'Est e all'Ovest  piuttosto complessa. In linea di mas-
sima bisogna dire che la Polonia fu concepita dai nazisti proprio
come una specie di obitorio dell'Europa, di campo cimiteriale speri-
mentale, di discarica delle scorie dell'umanit inferiore: uno spre-
gio supremo per la nazione polacca. Naturalmente, non  escluso che
dal punto di vista tecnico, per ripugnante che possa essere esprimersi
in questi termini, in una materia cos intessuta di sofferenze e di bar-
barie, la concentrazione delle strutture dello sterminio ne rendesse
pi economica e pi razionale l'intera operazione, anche se poi il
convergere dei convogli da tutta Europa costituiva un aggravio di
non poco conto per il sistema dei trasporti in tempo di guerra.
La ragione forse pi profonda per la quale all'Europa occidentale
fu risparmiata l'onta dei ghetti risiede nel maggior riguardo che i te-
deschi ebbero verso l'opinione pubblica occidentale e, nella speran-
za che la minore visibilit (relativa s'intende) della persecuzione
avrebbe avuto di conseguenza minore risonanza di stampa e propa-
gandistica. Le popolazioni dell'Europa occidentale potevano essere
considerate pur sempre a un livello approssimativamente uguale a
quello dei tedeschi, anche se razzialmente non potevano aspirare a una
totale parificazione. La lesione dei diritti umani sarebbe stata pi pale-
se, la riprovazione pi aperta e immediata. Anche solo dal Diario di
Anna Frank un testo del quale si sottovaluta spesso il significato docu-
mentario,  possibile rendersi conto di come le razzie dei tedeschi non
potessero rimanere senza risonanza e di come mettessero in movimento 
il collaborazionismo della polizia locale ma anche la solidariet del
resto della popolazione. In un paese come la Polonia, in cui l'antisemi-
tismo era cos profondamente radicato e diffuso, i tedeschi avevano
meno bisogno di guardarsi le spalle e di avere riguardo per settori di
opinione pubblica. La Francia e l'Olanda, sia pure subalterne, poteva-
no avere un qualche futuro nell'Europa nazista, la Polonia era destina-
ta alla colonizzazione:  questa, probabilmente, la ragione profonda
per la quale in Polonia era ammissibile qualsiasi orrore.
Del resto, l'immagine stessa del ghetto, cos come anche al di l della
realt veniva divulgata dalla stessa propaganda nazista, come foco-
laio di ogni sozzura e di epidemie, sembrava fatta apposta per esse-
re associata all'immagine di caos e di mosaico nazionale con la quale
venivano presentate in genere le popolazioni inferiori dell'Europa
orientale. La creazione dei grandi ghetti, che dilatavano aree di tra-
dizionale residenza ebraica comport il pi delle volte un duplice
trasferimento di popolazione: dalle campagne verso la citt; e all'in-
terno delle stesse aree urbane verso determinati quartieri. La popo-
lazione ebraica veniva concentrata per consentirne il censimento e
in secondo luogo per renderne possibile il migliore controllo. Il tra-
sferimento coatto degli ebrei dalle campagne derivava probabil-
mente dalla volont di liberare pi terra possibile per la colonizza-
zione tedesca e soprattutto per rendere pi facile disporre di una po-
polazione che altrimenti, dispersa in aree rurali e in superfici molto
ampie, sarebbe con minore difficolt sfuggita ad ogni controllo.
Primo ad essere costituito fu il ghetto di Lodz, la grande metropoli
dell'industria tessile polacca, ribattezzata Litzmannstadt e annessa
al Reich con l'Alta Slesia nella nuova provincia del Warthegau. Uf-
ficialmente esso fu creato il 10 dicembre 1939; seguirono il ghetto di
Varsavia, il 2 ottobre 1940, il ghetto di Cracovia il 3 marzo 1941, il
ghetto di Lublino il 24 marzo 1941, il ghetto di Radom nell'aprile
del 1941, per non citare che i ghetti-delle principali localit.
Dopo l'aggressione dell'Unione Sovietica vennero creati altri ghetti:
tra i pi importanti a Bialystok (in zona gi appartenente alla Polonia),
a Vilno (nella Lituania poi annessa all'Urss), a Leopoli (nella parte
della Polonia che era stata annessa nel settembre del 1939 all'Urss).
Prima ancora della creazione dei ghetti i nazisti imposero l'insedia-
mento di Consigli ebraici, formati dai maggiorenti delle comunit
(Judische Altestenrate, comunemente chiamati Judenrate) presso ogni
comunit ebraica. In tal modo i consigli ebraici, del cui collabora-
zionismo si discute vivacemente non solo nella storiografia ebrai-
ca, erano immediatamente costituiti come ostaggi nelle mani dei te-
deschi. Attraverso la mistificazione della riesumazione di un tradizio-
nale organismo di autogestione delle comunit, in realt i tedeschi
volevano raggiungere l'obiettivo di costringere gli ebrei a identifi-
carsi con i loro carnefici, dando essi stessi esecuzione agli ordini de-
stinati a predisporre la loro stessa distruzione fisica. Era meno im-
portante, dal punto di vista dei tedeschi, fornire verso l'esterno l'im-
magine di una autogestione dei ghetti che crearsi la possibilit di
servirsi strumentalmente degli stessi ebrei, spaccandone l'omoge-
neit e operando una profonda separazione tra i membri dei consigli 
degli anziani, sui quali ricadevano gravose decisioni, e la moltitu-
dine dei membri, ossia la popolazione delle comunit e dei ghetti,
che sarebbero stati costretti a subirne le conseguenze.
La condizione dei ghetti fu determinata da un complesso di circo-
stanze. La prima di esse era la loro stessa dimensione. Il ghetto di
Varsavia arriv ad avere 400 mila abitanti (e forse pi), ossia da solo
la dimensione di una citt medio-grande; il ghetto di Lodz arriv ad
averne poco meno di 200 mila: per dare un'idea delle dimensioni, e
quindi della somma dei problemi umani e sociali che si addensava-
no nel ghetto. Per comprendere in maniera pi precisa che cosa questo 
significava occorre fornire un altro dato: nel caso di Varsavia quella
porzione di popolazione che abbiamo citato, che era pari al 25 per
cento della popolazione dell'intera capitale polacca, era costretta a
vivere su una superficie di 400 ettari, che era inferiore di appena 4,5
per cento dell'area totale della citt di Varsavia. La densit per etta-
ro della popolazione del ghetto era di 1100 persone, ossia pi di dieci
volte la densit media della popolazione della citt di Varsavia.
Il ghetto di Lodz misurava una superficie di 4,13 chilometri qua-
drati: vale a dire che su un ettaro vivevano circa 500 ebrei.
Il ghetto si presentava generalmente come una citt nella citt, ma
dal momento che i ghetti furono chiusi, ossia resi impermeabili ri-
spetto al resto delle citt, ci che avvenne poco tempo dopo la crea-
zione, i loro abitanti si potevano considerare a domicilio coatto. Il
15 ottobre del 1941 il Governatore generale Frank eman un'ordi-
nanza in base alla quale era prevista la pena di morte per gli ebrei
che avessero lasciato l'area di abitazione loro assegnata; lo stesso va-
leva per le persone che avessero offerto loro rifugio. Storicamente il
ghetto aveva rappresentato anche un rifugio e un centro di alimen-
tazione culturale della popolazione ebraica, che aveva convertito in
circostanze positive la costrizione imposta dall'esterno; nelle circo-
stanze della ghettizzazione imposta dai nazisti il ghetto poteva svi-
luppare soltanto le sue potenzialit negative. La vita nel ghetto di una
ingente massa di popolazione addensata gli uni sugli altri non svi-
luppava necessariamente solidariet, come in qualsiasi istituzione
della segregazione, della quale il ghetto riproduceva le dinamiche
psicologiche e sociali. L'autogestione del ghetto, che nella migliore
delle ipotesi aveva le sue scuole, i suoi ospedali, le sue mense popo-
lari, i suoi giornali, i suoi negozi, anche la sua prigione, persino i 
caff, qualche luogo di divertimento, dava una parvenza di normalit a
una situazione che normale in ogni caso non era.
In teoria, la popolazione del ghetto avrebbe dovuto procurarsi il
vitto da sola, con la propria attivit produttiva. Di fatto, ci non po-
teva avvenire per le pi svariate ragioni, ma gi in partenza alla po-
polazione del ghetto erano state attribuite razioni alimentari infe-
riori di un quarto o anche della met a quella degli altri polacchi. Po-
sto, poi, che le razioni venissero effettivamente erogate, ci che da
tutte le testimonianze disponibili non risultava essere avvenuto con
regolarit.
Nel ghetto di Lodz, considerato una sorta di azienda privilegiata a
favore della Wehrmacht, nell'estate del 1942 la razione alimentare
di un abitante addetto al lavoro ammontava in media a 1100 calorie
al giorno. Accanto al problema del sovraffollamento, che fu esaspe-
rato ulteriormente quando i tedeschi fecero confluire nei ghetti po-
lacchi gli ebrei razziati da tutta Europa e soprattutto dall'interno 
della Germania e dell'Austria, le pagine pi drammatiche della quoti-
dianit nel ghetto furono costituite dalla fame e dalle malattie. Lo
spettacolo degli ebrei che si accasciavano per strada stroncati dal-
l'inedia  uno dei fatti che con maggior frequenza ricorre nelle testi-
monianze. Emanuel Ringelblum, lo storico del ghetto di Varsavia,
annotava: La mortalit tra la popolazione ebraica  enorme. In
una settimana  salita da 150 a 500-600 persone. La gente muore
per le strade. Quando le hanno chiesto perch uscisse di casa con i
figli, una donna ha risposto che preferiva morire all'aperto. Per le
vie si vedono centinaia di persone sdraiate a terra prive di sensi. E
Ringelblum con l'esperienza del cronista non tralasciava di annotare
anche i fenomeni sociali apparentemente marginali, che in realt
erano parte integrante di un quadro apocalittico di involontario sa-
pore romanzesco, tra Balzac e Brecht: Oltre agli svenuti autentici, ci
sono i simulatori, che stramazzano ogni due minuti. Si pu resistere
alle grida con cui chiedono pane, ma quando ti cadono svenuti ai
piedi, bisogna fermarsi (26 aprile 1941). Mary Berg, un'ebrea pri-
vilegiata in quanto cittadina americana, si imbatt in un cadavere:
Lungo i muri erano accovacciate figure umane simili a fagotti di
stracci vecchi. A un certo punto, sono inciampata in un corpo uma-
no, senza accorgermi che era un cadavere. Era quasi nudo, coperto
solo da pochi giornali leggeri che il vento tentava invano di strappare
ai sassi che li trattenevano. Le lunghe gambe, di un bianco latteo,
erano rigidamente allungate (10 ottobre 1941). E la stessa Mary
Berg ci trasmette l'immagine dei sognatori di pane. Chi sono i so-
gnatori di pane? Sono coloro che ritirano con gli ultimi spiccioli la
misera razione di 125 grammi, che fanno sparire in un attimo per re-
stare stecchiti ad attendere la morte stesi nella neve. Quali sono i
pensieri estremi di questi disgraziati e perch serrano cos selvag-
giamente i pugni? Il loro ultimo sguardo  certamente rivolto alla
vetrina della bottega davanti alla quale si sono stesi per morire. In
quella vetrina vedono pane bianco, formaggio, perfino dolci; si ada-
giano nell'ultimo sonno sognando di addentare una pagnotta... (5
febbraio 1941).
Poco pi che decenne David Rubinovicz, nella provincia di Radom,  
costretto a lasciare con la famiglia il villaggio di campagna per es-
sere confinato in un'area urbana, dalla quale non potranno pi usci-
re e nella quale a condannarli a morte per fame non sar solo l'esi-
gua quantit di generi alimentari ma anche l'enorme aumento dei
prezzi provocato dalla scarsit della merce: Ora s che i pi poveri
moriranno di fame. Le teorie dei carri carichi di cadaveri fanno parte
del paesaggio urbano. Mark Edelmann nei suoi ricordi sul ghetto di
Varsavia: File di carretti avanzano nelle strade. Le carcasse schele-
triche sono ammucchiate le une sulle altre. Le teste traballano ad ogni
sobbalzo sul selciato, sbattono l'una contro l'altra e urtano le spon-
de del carro. Nel ghetto di Lodz David Sierakowiak, studente e in-
segnante in una scuola del ghetto, scandisce le tappe della sopravvi-
venza da un giorno all'altro. Di minuto in minuto. Di pasto in pa-
sto (20 giugno 1942), alla vigilia della breve speranza che l'inferno
e con esso la guerra avesse a finire presto, accesa dall'aggressione te-
desca all'Urss. Ma gi quasi un anno prima aveva osservato come i
cadaveri che si trovano nelle nostre strade danno a tutto il ghetto un
volto cadaverico, putrescente (20 agosto 1941). Il diario di David
Sierakowiak  la cronaca ininterrotta di uno sfinimento per fame. Il
cibo diventa un fatto ossessivo, tanto pi in quanto il giovane David
ha la capacit di osservare su di s e i suoi coetanei le conseguenze
della progressiva denutrizione sullo stato psichico e intellettivo: le
razioni hanno l'effetto di iniezioni, che si danno a un moribondo, per
allungargli di qualche tempo la vita. E si era appena a un anno dal-
la creazione del ghetto. Il 10 agosto del 1941 annotava: Nell'ora di
biologia abbiamo avuto una lezione sulla tubercolosi. Il nostro inse-
gnante di biologia ci ha detto che secondo le stime pi recenti dei me-
dici del ghetto il 99-100 per cento della popolazione  infetta di tu-
bercolosi. Prospettive splendide! Il ghetto  diventato un materiale
scientifico fantastico. Peccato solo che i nostri medici non possano pre-
sentare al mondo intero i loro successi nel campo della scienza!.
Una minestra come misura di tutte le cose sembra essere il motivo con-
duttore di questa testimonianza, certo tra i documenti pi lucidi e im-
pressionanti dell'opera di distruzione implicita nella costituzione stessa 
del ghetto.
Il tifo e la tubercolosi furono, oltre alle uccisioni dirette, le cause 
maggiori della mortalit nel ghetto. C' la minaccia di un'epidemia di
tubercolosi; il Ghetto  talmente sovraffollato, che si diffonderebbe
come un incendio. Casi frequenti di gente che va a frugare nei bido-
ni dell'immondizia (E. Ringelblum, 28 febbraio 1941). Il tifo fa stra-
ge... L'epidemia si estende. Il tifo  dappertutto. Minaccia da tutte
le parti. Con la fame, diventa il signore onnipotente del ghetto. La
mortalit mensile raggiunge la cifra di seimila, cio il due per cento
della popolazione, annota M. Edelmann. Il tifo si diffonde con spa-
ventosa rapidit. Ieri mi sono trovata addosso un pidocchio. Se sono
infetta avr i primi sintomi del male fra due settimane (Mary Berg,
10 ottobre 1942). E la stessa Mary Berg riporta notizie di Lodz:
Lodz  devastata dalla tubercolosi e, data la mancanza di medicine, 
pochi potranno sopravvivere a lungo... La gente muore spesso di
paura e di semplice fame... La tisi miete numerosissime vittime. Non
c' una persona del ghetto che non sia contagiata, ma i tedeschi con-
tinuano a far arrivare nuovi carichi di ebrei dalla Germania (17 mag-
gio 1942). A Lodz il flagello della tubercolosi uccise, tra il 1940 e 
il 1944, 43.000 persone, pressappoco un quarto della popolazione del 
ghetto.
Tra i tanti morti, lo spettacolo pi sconvolgente  quello della mor-
te dei bambini. E. Ringelblum:
Lo spettacolo pi raccapricciante  quello dei bambini morti assiderati; 
per le strade si vedono bambini che se ne stanno l, scalzi, con le ginoc-
chia nude, gli abiti laceri, e piangono. Stasera, 14 (novembre 1941) ho 
sentito un marmocchio di tre anni che si lamentava. Domani mattina, tra 
poche ore, probabilmente lo troveranno morto di freddo. Al principio di 
ottobre, quando  caduta la prima neve, una settantina di bambini morti 
di freddo furono trovati sulle scale degli edifici diroccati. Questo dei 
bambini morti assiderati sta diventando un fenomeno di massa. La polizia 
dovrebbe istituire in via Nowolipie 20 un asilo speciale per i ragazzi 
della strada, ma intanto i bambini morti e il pianto di quelli vivi 
continuano a essere lo sfondo permanente del ghetto.

Mary Berg:
Ho visto coricati sul pavimento bambini sporchi seminudi, scossi da un 
pianto convulso. In un angolo era seduta, in lacrime, una deliziosa 
bambina di quattro o cinque anni. Non ho potuto impedirmi di accarezzarle 
i capelli biondi spettinati. La bambina mi ha guardato con i suoi grandi 
occhi azzurri e mi ha detto: Ho fame. Ho provato un sentimento di 
profonda vergogna. Quel giorno io avevo mangiato, ma non avevo con me 
un pezzo di pane da darle. Mi sono allontanata senza pi osare guar-
darla in faccia (12 giugno 1941).

Come abbiamo gi anticipato, i tedeschi imposero l'autogestione
dei ghetti attraverso lo Judenrat, che era chiamato a dare esecuzione
agli ordini dei tedeschi, investendosi cos del compito odioso di pro-
cedere esso stesso a mantenere l'ordine tra la popolazione del ghet-
to e, in altre parole, di fare il lavoro sporco per conto dei tedeschi,
disponendo fra l'altro di una polizia ebraica. Da questo punto di vi-
sta i tedeschi ottennero il duplice risultato di avere al loro servizio
una struttura ebraica e al tempo stesso di dividere la stessa compo-
nente ebraica, che vedeva nello Judenrat e nel personale da esso di-
pendente uno strumento del nemico, o un nemico dal punto di vista
di classe, e spesso tutte e due queste figure. A Plock, nel Warthegau,
le donne i cui mariti erano stati reclutati per il lavoro forzato urlava-
no: Banditi ! Assassini! In voi, non c' la bench minima traccia del-
l'ebreo! Come potete restare freddi di fronte alla sofferenza dei vo-
stri fratelli! (Gutermann).
A Varsavia la gestione del ghetto si svolse sotto la presidenza del-
l'ingegner Adam Czerniakw, che probabilmente nell'illusione di
salvare il salvabile si assunse un compito certo pi grande di lui, ma
soprattutto smentito quotidianamente da ci che i tedeschi gli ri-
chiedevano e dalle condizioni stesse nelle quali in maniera preordi-
nata si trov a operare. Il Diario che stese sino al giorno della sua
morte dimostra quanto egli fosse una figura tragica, stretto tra l'illu-
sione di fare qualcosa per alleviare e forse prolungare l'esistenza
degli ebrei, e la realt della sua totale e ineluttabile subalternit ai
tedeschi. La sua scelta fu quella di tentare di accontentare i tedeschi
per impedire che sulla popolazione ebraica si abbattesse un pugno 
ancora pi duro; ma in realt egli non pot impedire nulla e, al
contrario, su di lui si rovesci la responsabilit di avere assecondato
le richieste dei tedeschi o addirittura di avere assunto iniziative che
acceleravano lo sterminio programmato dai tedeschi. Le accuse di
Ringelblum furono implacabili: Il Consiglio ebraico di Varsavia 
quello che dimostra il maggior disinteresse per la propria comuni-
t (sin dall'ottobre del 1940 con un crescendo di giudizi negativi
con il passare degli anni). Tutte le testimonianze sono concordi
nell'attestare che anche la polizia di Czerniakw finiva fatalmente
per privilegiare sistematicamente gli ebrei ricchi o comunque bene-
stanti e per sacrificare sempre e prioritariamente i poveri, coloro
che non erano in grado di farla franca in alcun modo, perch non
avevano i mezzi finanziari per corrompere o per pagare qualsivoglia
balzello o perch il loro rango sociale non li ammetteva nell'antica-
mera del potere. Il 23 luglio del 1942 i tedeschi gli ordinarono di
dare inizio alla deportazione degli ebrei del ghetto di Varsavia "verso
l'est", in realt verso i campi di sterminio, cominciando con un traspor-
to di bambini. Non sappiamo se soltanto allora Czerniakw si rese con-
to di quale sorte aspettava gli abitanti del ghetto. Sta di fatto che 
poche ore dopo si suicid avvelenandosi. Mary Berg annot: Il presidente
Adam Czerniakw si  suicidato ieri sera, 23 luglio, perch non ha pi
avuto la forza di sopportare le sue terribili responsabilit.
Il presidente dello Judenrat di Lodz Mordechaj Chaim Rumkowsky
scelse una strategia diversa. Riusc a convincere i tedeschi che era
possibile utilizzare la manodopera del ghetto a vantaggio delle for-
niture militari della Wehrmacht per quanto riguardava l'abbiglia-
mento militare, uniformi, calzature, accessori e via dicendo. Pren-
dendo l'avvio da un laboratorio di sartoria il ghetto di Lodz divenne
in effetti un anello importante nel sistema di equipaggiamento tes-
sile della Wehrmacht. Rumkowsky si comportava a un tempo come
un imprenditore e un dittatore, che imponeva duri orari di lavoro,
cercando di mantenere l'ordine con una polizia ebraica dal pugno
rigido, ostentando atteggiamenti populistici alla maniera di un Fuh-
rer, appellandosi e intrattenendosi direttamente con la popolazione
alla stregua di sudditi, secondo anche la testimonianza pi volte ci-
tata di David Sierakowiak, ostentando paternalismo e maniera for-
te. Si era comunque conquistato uno spazio di autonomia verso i te-
deschi, che ne apprezzavano per convenienza la capacit organizzati-
va e l'ascendente verso la popolazione ebraica, cui impose sacrifici
ottenendo una certa dose di efficienza. Si stima che ancora nell'estate
del 1944 nel ghetto di Lodz lavorassero per l'economia di guerra te-
desca 60.000 ebrei. Per questa ragione il ghetto di Lodz fu l'ultimo ad
essere liquidato, soltanto nell'agosto del 1944, quando il grosso della
soluzione finale era gi stato portato al suo tragico compimento.
La popolazione del ghetto aveva in sostanza due padroni altrettanto 
esigenti: i tedeschi e lo Judenrat, che doveva essere a sua volta esi-
gente per poter soddisfare i tedeschi. Gli ebrei del ghetto erano to-
talmente alla merc dell'occupante. Fin quando i ghetti furono
aperti gli ebrei poterono avere scambi personali e rapporti com-
merciali con le parti ariane adiacenti della citt alla cui periferia 
erano compresi. Ma quando il ghetto fu chiuso nessun rapporto era
pi possibile tra le due parti di una stessa citt. Il ghetto era delimi-
tato da mura o da sbarramento di filo spinato. Uscire dal ghetto co-
stava la morte. David Rubinowicz ha cos espresso il senso della
condizione dell'ebreo vincolato a un territorio ferreamente delimi-
tato: Siamo legati adesso come i cani alla catena. Anche il con-
trabbando, uno dei mezzi privilegiati per la sopravvivenza nel ghet-
to, divenne sempre pi difficile, sebbene in esso venissero impiegate
anche bande di bambini per la maggiore facilit che essi avevano di
passare attraverso le maglie dei reticolati (un esempio  riferito tra
gli altri da Mary Berg).
Anche il perimetro del ghetto era soggetto all'arbitrio totale dei te-
deschi che ne allargavano o, pi spesso, ne restringevano l'ampiezza
a piacimento, via via che svuotavano il ghetto con le deportazioni.
L'angoscia della popolazione che viveva ai margini del ghetto era
costituita dalla prospettiva che blocchi interi di case venissero ta-
gliati improvvisamente fuori dal ghetto provocando nuovi sposta-
menti e nuovi affollamenti. Le case che davano sulla parte ariana
della citt erano rigorosamente murate su quel versante. L'isolamen-
to del ghetto dal momento della sua chiusura doveva essere totale:
esso non era soltanto un fatto materiale, quasi si trattasse dell'atto
estremo di una politica di separatismo, ma doveva creare anche le
premesse dell'isolamento psicologico. Gli ebrei si dovevano sentire
non soltanto isolati ma anche soli; era questo un effetto premedita-
to del trattamento che veniva loro riservato; in teoria, non avrebbe-
ro dovuto sapere nulla di ci che accadeva nel mondo circostante e
del procedere delle operazioni belliche: nella realt, esistevano molti
mezzi, dalla stampa clandestina, alla fuga di notizie, alle stesse radio
clandestine, alla mai spenta circolazione di persone tra le due parti
della citt (a Varsavia Janina Bauman riusc a porsi in salvo nascon-
dendosi nella parte ariana con la complicit di polacchi solidali).
Prima della chiusura del ghetto era gi stata introdotta la separazio-
ne tra ebrei e non ebrei nei trasporti pubblici. Dopo la chiusura del
ghetto il sistema interno del trasporto per soli ebrei contribu a ren-
dere sempre pi precaria la vita della comunit. Emanuel Ringelblum, 
tra le molte notazioni a questo riguardo, il 23 ottobre 1941: I
tram ebrei sono spaventosamente affollati, e non pulitissimi. Quan-
do si viaggia, viene il voltastomaco.
La vita nel ghetto non era destinata ad alimentare solidariet. Anzi,
le vessazioni che venivano subite, la necessit di sopravvivere, ali-
mentavano rivalit e scontri. Il furto divenne fenomeno frequentis-
simo, la mendicit reale o simulata un vero e proprio mestiere. Dove
non era possibile esercitare un mestiere, la mancanza di lavoro ave-
va come corrispettivo anche la mancanza di mezzi di sussistenza, per
cui dilagava la microcriminalit. Ma questo non era soltanto una
conseguenza secondaria della segregazione degli ebrei, era un risul-
tato scontato sulla via predeterminata del loro imbarbarimento. La
distruzione fisica degli ebrei doveva avvenire anche per questa via;
per giunta gli ebrei dovevano uccidersi tra di loro. La polizia ebraica
doveva anche essere lo strumento di un sistema punitivo tendente a
trasformarsi in un processo di autodistruzione. L'ebreo non contava
e non doveva contare niente. Nei suoi confronti l'arbitrio dei tede-
schi era assoluto.
Quando i tedeschi trasportavano nei ghetti polacchi gi sovraffol-
lati gli ebrei tedeschi deportati dal Grande Reich innescavano nuo-
vi conflitti tra gli ebrei polacchi gi stremati dalla permanenza nel
ghetto e gli ultimi arrivati, che erano nuovi all'esperienza del ghetto
e che apparivano ancora ben vestiti e ben nutriti. La differenza tra
loro e gli ebrei polacchi rimase fin quando il livellamento del ghetto
non declass anche i nuovi arrivati. Ma al primo arrivo a Lodz degli
ebrei tedeschi benestanti le ripercussioni sul livello dei prezzi, che
presero a salire, non indussero sentimenti di solidariet nei con-
fronti dei nuovi arrivati. Il 16 ottobre 1941 David Sierakowiak regi-
strava l'arrivo a Lodz dei primi ebrei deportati da Vienna: Hanno
portato un vagone di pane e avevano con s valigie favolose. Vestiti
splendidamente. Qualcuno ha i figli al fronte. Sono pastori o medi-
ci. Migliaia. Ne arriveranno ogni giorno la stessa quantit, sino a
farne 20.000. Ci sbancheranno completamente. Il giorno dopo al-
tro arrivo, questa volta dalla Boemia: Sembra che si siano informa-
ti se  facile trovare una abitazione con due camere e acqua corren-
te. Tipi interessanti.... Questi "europei occidentali" adesso vedran-
no come vivono gli uomini nel Reich tedesco. Ma il fatto che ora fi-
niranno anch'essi in queste condizioni di per s non ci aiuta. E
ancora all'arrivo degli ebrei dal Lussemburgo, splendidamente ve-
stiti, si vedeva che essi non avevano vissuto in Polonia. Compra-
vano tutto ci che trovavano facendo raddoppiare i prezzi: Nono-
stante siano qui appena da un paio di giorni, si lamentano gi della fame.
Gli ebrei, totalmente nelle mani dei tedeschi, furono sfruttati per il
lavoro, ma il lavoro che apparentemente poteva rappresentare una
fonte sia pur modesta di reddito e di alimentazione era a sua volta
un mezzo per il loro annientamento. La richiesta di volta in volta di
contingenti per lavori temporanei costringeva lo Judenrat a effettuare
una selezione, poich doveva mandare al lavoro uomini (o donne)
validi e in et adeguata. Questo automaticamente segnalava negati-
vamente gli inabili e gli anziani, che ingrossavano le file dei disoccu-
pati e che furono i primi a sparire con le deportazioni. Talvolta i te-
deschi procedevano a vere e proprie razzie, accompagnate sempre da 
violenze del tutto gratuite. L'esercizio gratuito della violenza su-
gli ebrei inermi - dall'umiliante taglio della barba ai faticosi esercizi
ginnici imposti sulla pubblica via, ad autentiche efferatezze con ba-
stonature e sparatorie - faceva parte del potere di vita e di morte
che i tedeschi avevano sugli ebrei. I tedeschi abitualmente non cir-
colavano nel ghetto, a marcare la distanza dagli ebrei, presentati come
apportatori di infezioni e causa di epidemie, ma vi compivano scor-
ribande uccidendo il pi delle volte a caso, per scherno, se non addi-
rittura per scherzo.
Nei confronti degli ebrei si scatenarono livelli di sadismo difficil-
mente immaginabili. A Plock un gruppo di ebrei  sorpreso per stra-
da nelle ore del coprifuoco: Allora l'SS pretese di mostrarci la sua
enorme benevolenza: secondo la sua legge, essere fuori dopo l'ora
del coprifuoco, comportava venticinque colpi di scudiscio, ma se ac-
cettavamo di frustarci l'un l'altro come si conveniva, con ardore e
con tutte le nostre forze, lui avrebbe ridotto la pena a dieci colpi
(Guterman). Gli ebrei, racconta Ringelblum, dovevano camminare
a zig-zag perch quando incrociavano un tedesco sul marciapiede
dovevano scendere; ma in generale dovevano salutare il tedesco:
...chi  lento nel togliersi il cappello davanti ai tedeschi  costretto
a fare ginnastica servendosi, come pesi, di pietre da lastricato e di
tegole. Anche gli ebrei vecchi vengono obbligati a fare sollevamenti.
Quelli prendono alcuni fogli di carta, li fanno in tanti pezzettini, 
sparpagliano i pezzettini in mezzo al fango, e ordinano alla gente di 
raccoglierli. Quando la gente si china, la bastonano (19 novembre 1940).
I nazisti curarono anche la ripresa propagandistica dei ghetti. La
cinematografia di guerra nazista si industri ripetutamente di ritrar-
re scene di vita nel ghetto, ora per mostrare la parvenza di autoge-
stione che il Reich si degnava di concedere agli ebrei, ora per stig-
matizzare il modo di vita ebraico, ora ancora per dimostrare la ma-
gnanimit e il senso di giustizia dei tedeschi. Tutte le testimonianze
diaristiche e memorialistiche ricordano questa circostanza. Del re-
sto, da queste occasioni hanno tratto origine testimonianze fotogra-
fico-documentarie indispensabili e inconfutabili per la conoscenza
della vicenda dei ghetti. Nello stesso Diario di Czerniakw vi  trac-
cia di questo interesse dell'organizzazione della propaganda nazista
per filmare la vita del ghetto. Per parte sua Mary Berg, di fronte 
alle sconvolgenti scene provocate dalla fame e dalle epidemie che fal-
ciavano i pi indifesi, come i bambini, il 31 luglio 1941 invocava in-
genuamente, sapendo benissimo che non sarebbe stato possibile, la
presenza della stampa internazionale: Dove siete, corrispondenti
dei giornali stranieri? Perch non venite qui a descrivere le scene
sensazionali del ghetto? Non avrete voglia di rovinarvi l'appetito
scommetto. Oppure vi accontentate di ci che vi raccontano i nazisti
- che hanno chiuso gli ebrei nel ghetto per proteggere la popolazio-
ne ariana dalle epidemie e dal sudiciume?. Che era appunto quello
che andavano raccontando i giornalisti nazisti.
Non  vero infatti che la stampa nazista non parlasse di queste cose
che nessuno sapeva che esistevano i ghetti e via dicendo. Il 9 marzo
1941 il settimanale Das Reich, il giomale di Joseph Goebbels, in una
corrispondenza da Varsavia parlava esclusivamente del ghetto, pre-
sentandolo come il luogo in cui con fantastica evidenza si metteva
in mostra il modo di vivere anarchico di queste centinaia di mi-
gliaia; non c' certo sul nostro continente altro luogo che offra uno
spaccato cos plastico della mancanza di disciplina e della trasanda-
tezza della massa semitica. Con un sol colpo d'occhio  possibile ab-
bracciare l'enorme ributtante molteplicit di tutti i tipi ebraici del-
l'oriente; una raccolta di ci che  asociale, effluvi provenienti da
case sozze e luride botteghe lungo tutte le strade, e dietro le finestre
sfilano i volti barbuti e occhialuti dei rabbini - un orrido panorama
(...) L'esclusione degli ebrei ha tolto alla vita della citt molto disor-
dine. L'apparato amministrativo scorre pi liscio e con meno turba-
tive da quando non deve occuparsi pi della incontrollabilit delle
cellule familiari e tribali ebraiche. Insomma, un'immagine fatta ap-
posta per avvalorare la tesi nazista che il ghetto doveva servire a cir-
coscrivere il focolaio di infezione che esportava le epidemie nel resto
del mondo, come se queste non fossero state generate dalle bestiali
condizioni di vita cui erano condannati gli abitanti del ghetto.
Nel ghetto di Varsavia morirono 100 mila ebrei, nel ghetto di Lodz
poco pi di 40 mila. Contro le cifre della mortalit quelle della nata-
lit erano semplicemente ridicole. Il ghetto non era fatto per pro-
creare. Una anticipazione dello sterminio. Da questo punto di vista
la ghettizzazione era gi, per la modalit stessa con la quale veniva
eseguita e per le condizioni abbrutite di vita cui condannava gli ebrei
un modo di provocarne l'annientamento in massa. Il presagio dell'an-
nientamento si coglie esplicitamente in molte delle testimonianze
che abbiamo citato. Ma non si tratta solo di un presagio. Tra i tanti
documenti che ci confermano l'obiettivo finale della distruzione fi-
sica vogliamo citare l'ordine con il quale il capo dell'amministrazio-
ne del distretto di Kalisch Uebelhoer comunicava il 10 dicembre
1939 l'istituzione del ghetto di Lodz. Il documento cos concludeva:
L'istituzione del ghetto, naturalmente,  soltanto una misura tran-
sitoria. Mi riservo di stabilire in quale momento e con quali mezzi si
proceder a ripulire degli ebrei il ghetto e con questo la citt di Lodz.
L'obiettivo finale deve essere, in ogni caso, quello di cauterizzare in-
tegralmente questo bubbone.

5) Il protocollo di Wannsee e le deportazioni nei campi di
sterminio dall'intera Europa
Scrive Goebbels nel suo Diario intimo, 27 marzo 1942:
Cominciando da Lublino, gli ebrei del Governatorato generale di Polonia 
vengono ora evacuati verso Est. Il sistema in vigore  piuttosto barbarico
e non  il caso di descriverlo qui pi particolareggiatamente. Non ne 
resteranno molti, di ebrei... Un castigo divino si sta abbattendo sugli 
ebrei, castigo che, per barbaro che sia,  pienamente meritato... Ma non 
bisogna lasciarsi andare a inutili sentimentalismi. Se non combattessimo 
gli ebrei, essi ci sterminerebbero.  una lotta di vita o di morte fra la 
razza ariana e il bacillo ebraico... I ghetti che resteranno vuoti nelle 
citt del Governatorato generale saranno ripopolati con ebrei scacciati 
dal Reich. Processo che dovr venir ripetuto di tanto in tanto. Non sar 
divertente per gli ebrei...
Il processo di raccolta degli ebrei nei grandi ghetti a cominciare
dagli ebrei di Polonia, sul quale ci siamo soffermati nel capitolo pre-
cedente, lasciava ancora aperto il quesito sulla loro sorte definitiva,
anche se l'ipotesi che si andasse incontro a una pura e semplice ca-
tastrofe si faceva strada con sempre maggiore probabilit. Furono
certamente ventilate ipotesi per concentrare gli ebrei in aree deter-
minate procedendo alla loro espulsione dall'Europa o relegandoli al
margine del continente sotto influenza tedesca. L'idea pi radicale di
una emigrazione forzata in massa  associata al piano Madagascar, col-
tivato per breve tempo dalla diplomazia tedesca nell'estate del 1940,
non sappiamo se soltanto nell'ipotesi di una conclusione vittoriosa del
conflitto o sin dall'immediato. L'invio degli ebrei nell'isola dell'Oceano
Indiano presupponeva comunque che i tedeschi ne avessero il controllo; 
caduta questa possibilit, dopo lo sbarco nell'isola di forze inglesi e
della Francia libera, di fatto non esistevano le premesse per la realizza-
zione del piano. Questo, d'altronde, a meno di non pensare ad una tra-
sformazione dell'isola in un campo di sterminio, comportava pur sem-
pre dal punto di vista nazista lo svantaggio che il successo dell'opera-
zione avrebbe consentito la sopravvivenza nella riserva oceanica di un
forte nucleo di popolazione ebraica destinata a perpetuare il germe
dell'ostilit e del complotto contro la Germania.  questa una delle
ragioni pi forti per dubitare che i nazisti avessero pensato seria-
mente alla possibilit di sfruttare sino in fondo l'ipotesi Madagascar.
Provvisoria fu anche l'ipotesi di raccogliere gli ebrei in una grande
sacca, nei pressi di Lublino, tra questa citt e la localit di Nisko. 
Ma anche l'operazione Nisko fin per essere accantonata, vuoi per la sua
irrealizzabilit, vuoi perch la concentrazione degli ebrei in un'area
cos limitata avrebbe creato alla lunga problemi che i tedeschi non
avrebbero potuto in alcun modo controllare. Comunque, quale che
fosse la soluzione inventata o immaginata, l'unica indicazione che si
pu trarre da questi tentativi  che i nazisti non pensarono in alcun
momento a porre gli ebrei in una condizione di marginalit ma pur
sempre di sopravvivenza.
Le testimonianze stesse sulla condizione dei ghetti confermano
che il ghetto era concepito come soluzione provvisoria per la liqui-
dazione definitiva della popolazione ebraica e al tempo stesso come
anticipazione dello sterminio.
Nel corso del 1941-42 si andarono delineando in maniera pi precisa 
i contorni della tappa successiva alla ghettizzazione. L'estensione 
sul territorio polacco, comprese le aree della Polonia annesse al
Reich (come nel caso di Auschwitz), del sistema concentrazionario,
con specifico riguardo a quelli che non erano pi semplici campi di
concentramento ma veri e propri e programmati campi di sterminio,
era in funzione diretta del nuovo salto qualitativo che si pensava di 
imprimere alla questione ebraica.
L'incrocio, poi, tra il piano di sterminio degli ebrei e il pi generale
progetto di ristrutturazione territoriale e demografico dell'Est eu-
ropeo, noto con il nome di Generalplan 0st, non lasciava alternativa
alcuna alla soluzione della liquidazione fisica.
Nel frattempo, non bisogna dimenticare infatti che una nuova ur-
genza era stata determinata dall'aggressione nazista all'Unione So-
vietica. Con questa estensione del conflitto non soltanto il Terzo
Reich inglobava nelle aree sotto suo controllo diretto nuove consi-
stenti masse di ebrei nei territori polacchi aggregati all'Urss nel set-
tembre del 1939, nei territori baltici e nelle zone dell'Urss occupate,
dalla Bielorussia all'Ucraina, a cominciare dai rilevanti nuclei ebraici
di Minsk e di Kiev. La lotta contro gli ebrei acquistava nuova dimen-
sione per la violenza stessa della strumentalizzazione ideologica
con la quale veniva condotta la guerra contro l'Urss, presentata
come crociata contro il giudeo-bolscevismo. Guerra antibolscevica
e crociata antigiudaica erano cos associate nella violenza distrutti-
va che si abbatteva sull'Urss e che, di fatto, riconosceva licenza di
uccidere agli uomini delle Einsatzgruppen e della stessa Wehrmacht,
che, quando non vi collabor attivamente, copr comunque i crimini
commessi contro le popolazioni slave, considerate razza inferio-
re, e segnatamente quelli contro gli ebrei.
La conduzione della guerra contro l'Urss come guerra di sterminio
caratterizz l'ulteriore imbarbarimento dei tedeschi che si pot
constatare sia nel massacro sistematico dei prigionieri di guerra so-
vietici sia negli eccidi compiuti a carico della popolazione civile. 
La strage di Babi Jar, dove nel settembre del 1941 i tedeschi massacra-
rono alcune decine di migliaia di ebrei (sicuramente oltre 30 mila)
della vicina Kiev, fu emblematica delle uccisioni in massa che con-
notarono l'invasione dell'Unione Sovietica. Per un momento i tedeschi 
dovettero pensare anche a ricacciare nei territori sovietici occupati 
gli stessi ebrei polacchi, ma l'insicurezza sul corso della guerra e
le difficolt pratiche di un cos ingente spostamento di popolazioni
fecero cadere nel nulla anche questo proposito. Ma gi nei primi mesi
di invasione dell'Urss le Einsatzgruppen e le unit della Wehrmacht 
uccisero poco meno di un milione di ebrei, non soltanto come risposta
ad eventuali atti di resistenza e di ribellione contro le forze armate
tedesche, ma proprio in base alla presunzione (almeno cos fu fatto
credere) che ogni ebreo fosse un bolscevico e costituisse un pericolo
per le forze e per il popolo tedesco. Fanatismo ideologico e forza
del pregiudizio condizionarono il comportamento delle unit tedesche 
in una guerra senza quartiere che nulla aveva a che fare con le
esigenze di sicurezza della Wehrmacht.
Che si trattasse di una condotta premeditatamente orientata al-
l'esplicazione della violenza massima, e non come risposta o reazio-
ne alla resistenza dell'avversario,  provato dal fatto che le disposi-
zioni per il comportamento delle unit speciali (le Einsatzgruppen)
furono emanate prima dell'inizio dell'offensiva contro l'Unione So-
vietica; tali disposizioni prevedevano sia la selezione del personale,
in cui era fondamentale la presenza di uomini della polizia di sicu-
rezza e dello SD, ossia di uomini particolarmente addestrati e con-
siderati particolarmente affidabili dal punto di vista della disciplina
e dell'obbedienza agli ordini; sia le norme di comportamento per il
conseguimento degli obiettivi. Compito delle Einsatzgruppen era
fondamentalmente quello di liquidare i nemici ideologici e politici
del nazismo, non solo partigiani, franchi tiratori, esponenti del par-
tito bolscevico, ma in generale ebrei e zingari, indipendentemente
da ogni possibile imputazione, per il fatto stesso di essere tali.
Le Einsatzgruppen, in numero di 4 (A, B, C, D), furono predisposte
in modo da coprire tutto l'arco geografico dello spiegamento tede-
sco, dal nord verso il sud. Il tribunale militare americano che nel
1947 condusse il processo contro le Einsatzgruppen valut intorno al
milione di uomini, donne e bambini il numero delle vittime delle
operazioni da esse eseguite. Gi prima della fine del 1941, e quindi
anche al di fuori del quadro della soluzione finale in senso stretto, 
le uccisioni in massa ammontavano a molte centinaia di migliaia di es-
seri umani. Questo per sottolineare come, a differenza dell'ipotesi
avanzata dallo storico americano A.J. Mayer, la decisione dello ster-
minio non fu conseguente alla battuta d'arresto e alla consapevolez-
za che la Wehrmacht ebbe del fallimento della campagna contro l'Urss
ma anteriore ad essa, in quanto appunto guerra di sterminio su base
ideologica e biologica.
Alla fine del 1941 il meccanismo della distruzione in massa, del
quale le Einsatzgruppen non erano che una variante relativamente
autonoma, era ormai in pieno dispiegamento. Infatti la conferenza
del Wannsee, nei pressi di Berlino, del 20 gennaio del 1942 non rap-
present, come talvolta si dice, il momento in cui fu decisa la solu-
zione finale, ma semplicemente la tappa fondamentale per il suo
coordinamento e la sua sincronizzazione a livello dell'intero conti-
nente europeo. Sappiamo infatti che al pi tardi il 31 luglio 1941
Heydrich aveva ricevuto da Goering l'ordine di predisporre i piani
operativi per la soluzione finale, l'eufemismo dietro il quale si ce-
lava la decisione di procedere alla totale e definitiva liquidazione fi-
sica degli ebrei. Letteralmente, in questa data, Goering incaricava
Heydrich, come capo della polizia di sicurezza e dello SD, di predi-
sporre tutte le necessarie misure per preparare dal punto di vista or-
ganizzativo, pratico e materiale una soluzione complessiva della
questione ebraica nell'area dell'Europa sotto influenza tedesca..
Come dimostra il caso delle Einsatzgruppen, la pratica comunque
di procedere all'esecuzione in massa di ebrei era ormai abbastanza
diffusa anche in altre parti dell'Europa occupata dai nazisti. Nell'area
della Jugoslavia sconfitta, con particolare riferimento alla Serbia,
era usuale che la Wehrmacht procedesse alla fucilazione in massa de-
gli ebrei presi in ostaggio (o comunque con questo pretesto) e poi
massacrati in occasione di aggressioni dei partigiani nei confronti di
militari tedeschi. Provato  anche l'uso precoce in Serbia di camere
a gas mobili per accelerarne lo sterminio (Manoschek). Ma la crea-
zione dei campi di sterminio spost il massacro dal livello dell'effe-
ratezza selvaggia dei reparti speciali alla premeditazione scientifica
dell'eccidio programmato e industrializzato.
La creazione dei campi di sterminio non fu solo l'esasperazione del-
le pratiche di segregazione di una larga componente della societ
gi sperimentata con i campi di concentramento e con i grandi ghetti. 
Essa implicava infatti la convergenza verso la tecnologia della morte 
di diversi fattori e la complicit nell'omicidio in massa di numerose 
articolazioni dell'apparato dello Stato e di spezzoni della stessa
societ tedesca, nonch dei collaboratori dei tedeschi nei paesi in-
vasi. Essa presupponeva, inoltre, che fossero gi stati sperimentati si-
stemi di uccisioni in massa, per risolvere con relativa rapidit e sen-
za fare troppo clamore le operazioni relative non solo al fatto mate-
riale dell'uccisione di inermi ma anche alla eliminazione dei cadave-
ri. La sperimentazione e il collaudo dei sistemi di uccisione in massa
furono rappresentati di fatto dall'operazione eutanasia a carico (prin-
cipalmente) dei malati di mente e di affetti da malattie incurabili.
La perversione dell'uso delle cliniche psichiatriche a questo scopo
fu l'esperienza fondamentale che apr la strada alle uccisioni in mas-
sa dei campi di sterminio. Il fatto stesso che nello sterminio degli
ebrei polacchi fosse adoperata una quipe di uomini delle SS e dello
SD che si era gi impegnata nell'operazione eutanasia  la confer-
ma della continuit che fu stabilita tra queste imprese.
D'altronde, alle difficolt tecniche dello sterminio si aggiungeva
anche la necessit di disporre del materiale umano idoneo a spor-
carsi le mani in una tale impresa. L'orrore profondo che circonda
l'intera vicenda del genocidio continua a porre interrogativi anche
intorno all'abbrutimento e all'educazione totalitaria che resero pos-
sibile lo sterminio. La problematica sollevata da Hannah Arendt al-
l'epoca del processo di Gerusalemme contro Eichmann e tradotta
nella formula della banalit del male  tuttora pi viva e pi aper-
ta che mai. Bisogna comunque ribadire l'indissociabilit di crimini
di questa dimensione dalla natura del regime politico del totalitari-
smo nazista: il primo passo della distruzione consistette infatti da
una parte nella spersonalizzazione delle vittime, nel negare ogni ri-
spetto per la loro umanit; dall'altra nel forgiare una generazione di
uomini capaci di agire senza tenere in alcun conto le conseguenze
che le loro azioni - e quali azioni! - avrebbero inevitabilmente pro-
dotto su altri esseri umani. Spersonalizzazione delle vittime ma an-
che normalizzazione burocratica dei carnefici, uccisione in essi di
ogni senso di umanit e di responsabilit, alienazione totale della
propria libert di coscienza e identificazione altrettanto totale con
un sistema fondato sul pi completo disprezzo della vita umana.
Quando il 20 gennaio 1942 si riun la conferenza di Wannsee, sulla
quale ritorneremo, erano gi stati predisposti gli strumenti per proce-
dere allo sterminio fisico degli ebrei. Era gi stato individuato uno dei
metodi base per l'eliminazione fisica in breve tempo di una enorme
massa di uomini; era gi stata predisposta rinstallazione dei primi cam-
pi di sterminio; era gi stata allestita la macchina per i trasferimenti 
forzati degli ebrei verso i campi di sterminio, attraverso un duplice 
percorso: l'inizio dello svuotamento dei ghetti con l'inoltro ai campi 
di sterminio degli ebrei che in essi erano gi concentrati; l'inizio 
delle razzie degli ebrei nei territori occupati soprattutto dell'Europa 
occidentale e, dopo un periodo pi o meno lungo di internamento in 
Francia,  in Belgio o in Olanda, il loro avvio direttamente verso i 
campi di sterminio.
Cerchiamo di procedere con ordine. La prima applicazione delle
camere a gas fu sperimentata per l'uccisione dei malati di mente e
per i cosiddetti affetti da malattie inguaribili. I primi esperimenti
con camere a gas mobili furono fatti a Chelmno all'inizio di dicembre 
del 1941; questo sistema, che consisteva nell'uso dei gas di scap-
pamento degli automezzi per l'uccisione dei passeggeri, aveva dal
punto di vista dei tedeschi il vantaggio che risparmiava alle Einsa-
tzgruppen i traumi delle fucilazioni. Lo sviluppo di questo principio
port, con la collaborazione di laboratori e tecnici dell'industria,
all'invenzione delle camere a gas, che furono installate in tutti i campi
di sterminio, con l'uso di appositi preparati chimici, e che trovarono
l'applicazione pi intensa e quantitativamente pi rilevante nel com-
plesso di Auschwitz-Birkenau. Nelle sue memorie il comandante ad
Auschwitz, Hoss fornisce una serie di dati tecnici impressionanti
sull'efficienza sugli impianti distruttivi di Birkenau, addirittura esa-
gerandone il rendimento. Gli studi pi recenti - ultimo quello del
Pressac - hanno consentito di meglio precisare procedure e dimen-
sioni della tecnica di distruzione di vite umane con l'attiva parteci-
pazione delle industrie interessate al profitto indipendentemente
da ogni preoccupazione di altra natura.
La grande massa degli ebrei fu inviata nei campi di sterminio situati 
in massima parte sul territorio polacco, comprese le aree annesse
al Grande Reich. Nella nuova provincia del Warthegau si trovavano
infatti sia il lager di Auschwitz, la cui attivit aveva avuto inizio 
nel maggio del 1940 come campo di lavoro e d'internamento, non quindi, in
origine, come campo di sterminio; sia il lager di Chelmno, la cui attivit
ebbe inizio tra ottobre e novembre del 1941 immediatamente ed esclu-
sivamente come campo di sterminio. A questo punto,  necessario si-
tuare geograficamente i campi di sterminio in Polonia per rendersi
conto della loro collocazione strategica rispetto ai grandi ghetti.
Il lager di Chelmno si trovava ad ovest di Varsavia e a 60 chilometri
a nord-ovest di Lodz; Auschwitz - la polacca Oswiecim - si trovava
a una sessantina di chilometri a sud-ovest di Cracovia. Alla fine del
1941 cominci la costruzione dei campi di Belzec e di Majdanek.
Belzec, a sud-est di Lublino, fu il secondo campo di sterminio aper-
to dai nazisti, cominci a funzionare nel febbraio del 1942 nell'am-
bito della Aktion Reinhard. Majdanek, anch'esso costruito nei pressi
di Lublino, cominci a funzionare nel novembre del 1941, come campo 
di lavoro e per i prigionieri di guerra russi, che i tedeschi trat-
tarono ora come lavoratori forzati ora semplicemente come destinati 
al massacro, mai come prigionieri di guerra e pertanto tutelati
dal rispetto delle convenzioni internazionali. Si sa che Majdanek
ospit deportati di una cinquantina di nazionalit e di tutte le cate-
gorie di internati, compresi militari italiani catturati dopo l'armisti-
zio dell'8 settembre del 1943. A nord-est di Varsavia fu allestito an-
che il campo di Treblinka, che sorse in origine, sin dall'agosto del 1941,
come campo di lavoro forzato e che si svilupp dall'estate del 1942
come campo di sterminio. Il campo di Treblinka presentava alcune
particolarit. Presenziava all'arrivo dei deportati una particolare mes-
sa in scena, che si evidenziava sin dall'ingresso, che simulava l'ingres-
so di una sinagoga con iscrizioni in ebraico. La ferrovia che accede-
va al campo arrivava ad una baracca che simulava una stazione in piena 
regola, dotata di attrezzature normali, di biglietteria, buffet, de-
posito bagagli, orari ferroviari e cos via, allo scopo di offrire ai 
viaggiatori in arrivo la parvenza rassicurante di una stazione di transito
o di smistamento per l'avviamento al lavoro o per il trasferimento in
un'altra area di popolamento. Nel distretto di Lublino fu situato an-
che il campo di Sobibor, nei pressi della omonima stazione ferrovia-
ria, la cui costruzione ebbe inizio alla met di marzo del 1942. Esso
entr effettivamente in funzione all'inizio del maggio successivo; vi
finirono oltre agli ebrei di Lublino, molti di quelli deportati dall'Olan-
da, principalmente gli ebrei austriaci, tedeschi e di altri paesi dell'Eu-
ropa gi deportati nel ghetto modello che i nazisti avevano aperto sul
territorio della vecchia Cecoslovacchia, a Theresienstadt, come i te-
deschi ribattezzarono la vecchia Terezin.
Alla luce di questi primi dati va valutata la sostanza e l'importanza
della conferenza che il 20 gennaio 1942 riun nella villa sul Grosser
Wannsee, nella ridente zona lacustre alla periferia sud-orientale di
Berlino, attorno ad Heydrich e ai suoi principali collaboratori, a comin-
ciare da Eichmann, gli esponenti dell'amministrazione del Governato-
rato e i rappresentanti di tutti i dicasteri e gli uffici del Reich (per 
la precisione: interni, giustizia, dei territori dell'Est, degli esteri, 
della cancelleria del Reich, del piano quadriennale, della segreteria 
del partito nazista) coinvolti nella gigantesca operazione di deportazione 
e di annientamento degli ebrei dell'intera Europa sotto controllo tedesco.
Il contenuto della conferenza relativa alla soluzione finale della
questione ebraica europea, sulla base del protocollo, si pu divide-
re nettamente in due parti. Nella prima parte Heydrich, a nome di
Goering fece una sintesi retrospettiva sullo stato sino ad allora con-
seguito dalla lotta contro gli ebrei, attraverso i due momenti del-
l'espulsione degli ebrei dai settori vitali e dallo spazio vitale del po-
polo tedesco, con lo sbocco intanto di accelerarne l'emigrazione dal
territorio del Reich, non senza sottolineare che tutti gli uffici respon-
sabili erano consapevoli degli svantaggi (presumibilmente la soprav-
vivenza degli ebrei) di questa emigrazione, che tuttavia era stata
presa in considerazione in mancanza di altre possibilit di soluzio-
ne del problema.
Nonostante tutte le difficolt, al 31 ottobre 1941 erano stati co-
stretti ad emigrare circa 537 mila ebrei, dei quali 360 mila dal vec-
chio Reich e il resto dall'Austria e dal Protettorato di Boemia e Mo-
ravia. Tuttavia, l'emigrazione era stata interdetta a seguito dello
stato di guerra e delle possibilit offerte dai territori orientali, 
presumibilmente nella previsione di una deportazione in massa degli
ebrei verso l'Est.
La seconda parte dell'intervento di Heydrich era rivolta alle pro-
spettive future in vista della imminente soluzione finale della que-
stione ebraica.
Da essa risultava anzitutto la consapevolezza di una serie di difficolt 
cui andava incontro la realizzazione del progetto, che a grandi linee 
prevedeva per prima cosa un colossale trasferimento della popolazione 
ebraica nei territori orientali per essere impiegati nel lavoro forzato
per l'economia di guerra.
Si trattava in realt di una applicazione del principio dell'annienta-
mento mediante il lavoro. Infatti, affermava Heydrich, inquadrati
in grandi colonne per il lavoro, con separazione dei sessi, gli ebrei in
grado di lavorare saranno condotti in questi territori costruendo
strade, operazione durante la quale senza dubbio una grande parte
di loro verr meno per decremento naturale. E qui veniva l'idea
centrale del progetto. A questo punto il nucleo che alla fine so-
pravviver a tutte le vicende, poich in questo caso si tratter della
parte suscettibile della maggior resistenza, dovr essere trattato in
maniera conforme, poich costituendo il frutto di una selezione na-
turale, qualora fosse lasciato in libert, si dovrebbe considerare la
cellula germinale di una nuova rinascita ebraica (vedi l'esperienza
storica).
A questo scopo l'Europa doveva essere setacciata da ovest a est;
gli ebrei sarebbero stati evacuati nei cosiddetti ghetti di transito e
da l trasportati verso l'Est.
Gli ebrei oltre i 65 anni di et non dovevano essere evacuati ma in-
viati in un ghetto per anziani, a Theresienstadt, compresi gli ebrei con
benemerenze patriottiche, grandi invalidi di guerra e decorati con
croce di ferro di prima classe. Qualche problema comportava la de-
portazione dai paesi alleati e satelliti; a proposito per esempio del-
l'Italia, Heydrich si poneva il problema di mettersi in contatto con i
vertici della politica italiana; una notazione particolarmente inte-
ressante, anche perch se risultasse dimostrato, come si pu evince-
re da pi di un elemento, che il governo fascista era al corrente che
anche gli ebrei italiani erano compresi nel piano di soluzione fina-
le, cadrebbe definitivamente ogni alibi nel suo comportamento sia
prima che dopo l'8 settembre del 1943, quando l'ordine della Re-
pubblica sociale di concentrare gli ebrei in pochi campi di interna-
mento equivaleva inevitabilmente a rendere possibile senza colpo
ferire la loro cattura da parte dei tedeschi. E le proteste dei vecchi
repubblichini di avere voluto preservare la vita degli ebrei italiani
non avrebbero senso alcuno: essi erano perfettamente consapevoli
che consegnarli ai tedeschi significava condannarli a morte. Ma gi
prima dell'armistizio del 1943 il perseverare nella persecuzione, sa-
pendo che cosa intendevano i tedeschi, cre le basi di una complici-
t difficilmente smentibile.
Non a caso si sottolineava che la razzia degli ebrei nella Francia oc-
cupata e anche nella parte non occupata avrebbe proceduto con
tutta probabilit senza grandi difficolt, dato che anche in Francia
gi le autorit locali del regime di Vichy avevano avviato, anche pri-
ma di ogni imposizione da parte dei tedeschi, l'opera di separazione
e segregazione degli ebrei, sin dall'emanazione dello statuto per gli
ebrei del 3 ottobre 1940, vero e proprio editto di revoca dell'eman-
cipazione consacrata dalla Rivoluzione francese.
Non ci soffermiamo su altri dettagli che impegnarono i partecipan-
ti alla conferenza, a cominciare dal problema dei cosiddetti misti,
che meriterebbe una trattazione a parte. Bisogna invece sottolineare 
i criteri generali di novit che essa introduceva negli sviluppi del
trattamento da riservare agli ebrei. Dal punto di vista generale il prin-
cipio base era la loro evacuazione verso l'Est, senza che fosse deter-
minata l'esatta destinazione. Ma noi possiamo dire senza dubbio al-
cuno che sotto questa dizione non si nascondeva pi alcun piano di
spostamento verso aree riservate agli ebrei ma solo il trasferimento
ai campi di sterminio. La seconda considerazione  che, nella fase
della congiuntura bellica in cui cadeva la programmazione della so-
luzione finale, non ci si voleva privare neppure della forza-lavoro
degli ebrei; l'adozione in misura massiccia del duplice criterio di eli-
minarli non senza averne spremuto sino all'ultimo le energie fisiche,
per contraddittorio che esso fosse, voleva conciliare l'intransigenza
del principio razzista con le esigenze di quanti accentuavano priori-
tariamente la necessit di mobilitare tutte le energie per lo sforzo
bellico.
Un'altra indicazione importante che emerse dalla conferenza di
Wannsee era la priorit assoluta che si voleva assegnare nella realiz-
zazione della soluzione finale agli ebrei del Governatorato gene-
rale, ossia degli ebrei polacchi. In questo senso la conferenza si face-
va portavoce delle pressioni che il governatore generale Frank ave-
va fatto nelle settimane precedenti per accelerare l'eliminazione
degli ebrei del Governatorato. Il 16 dicembre del 1941 Frank par-
lando ai membri della sua amministrazione aveva invocato il modo
di procedere pi spietato contro gli ebrei, dicendo chiaramente che
il problema non era di trasferirli ad est ma di liquidarli fisicamente.
Gli ebrei altro non erano che bocche inutili, anzi pericolose (schadli-
che Fresser: mangiatori nocivi). Nel Governatorato c'erano, con tut-
te le appendici, 3 milioni e mezzo di ebrei Questi 3 milioni e mez-
zo di ebrei non possiamo fucilarli, non possiamo avvelenarli, ma
possiamo attuare interventi che in qualche modo portino a un risul-
tato di annientamento... Il Governatorato generale deve essere li-
berato dagli ebrei alla stessa stregua del Reich. Alla conferenza di
Wannsee il rappresentante di Frank, Buhler, riprese e svilupp que-
sti concetti, insistendo significativamente sul fatto che qui non oc-
correva valutare difficolt di trasporti (la localizzazione dei campi
di sterminio era pi che eloquente!, ma sottolineando soprattutto
l'urgenza di eliminare il pericolo imminente di epidemie che prove-
niva dallo ebreo come portatore d'infezioni e protagonista di
contrabbando che sconvolgeva la struttura economica del paese.
Erano cos poste le premesse per dare inizio allo svuotamento dei
ghetti che con le grandi deportazioni dal resto d'Europa, e segnata-
mente dall'Europa occidentale, doveva rappresentare il nucleo cen-
trale dell'intera operazione.
Quando la conferenza si riun, lo sterminio degli ebrei era iniziato,
e non solo nelle forme selvagge dell'azione delle Einsatzgruppen,
specialmente dopo l'invasione dell'Unione Sovietica. Gi nel dicem-
bre del 1941 il campo di annientamento di Chelmno aveva incomin-
ciato l'opera sistematica di eliminazione fisica. L'evacuazione del
ghetto di Lodz, che fu quello destinato a durare pi a lungo in virt
della sua utilit per le forniture alla Wehrmacht, cominci relativa-
mente presto: nel gennaio del 1942 furono diretti a Chelmno gli zin-
gari del ghetto di Lodz ma anche i primi contingenti di ebrei amma-
lati o inabili al lavoro. Lo sgombero dal ghetto degli elementi non
utilizzabili doveva servire fra l'altro a consentire la deportazione nel
ghetto di altri ebrei dal vecchio territorio del Reich, dalla Ostmark
(Austria) e dal Protettorato di Boemia e Moravia. I primi convogli
dal ghetto di Varsavia alla volta di Treblinka partirono nel luglio del
1942. Nel maggio del 1942 la popolazione ebraica di Lublino era gi
stata in gran parte spedita nei campi di sterminio.
Nel Governatorato generale il coordinamento delle operazioni per
l'evacuazione degli ebrei e il loro annientamento nei campi di ster-
minio, fu tenuto dal generale delle SS Globocnik, comandante delle
SS e della polizia del distretto di Lublino, nel quadro della cosiddet-
ta Aktion Reinhard (cos denominata in omaggio alla memoria di
Reinhard Heydrich, morto a seguito di un attentato di partigiani ce-
chi), che oltre che una gigantesca caccia all'uomo fu anche una co-
lossale impresa di rapina risultante dal saccheggio di tutti i beni, 
oggetti di valore, effetti personali, titoli di investimento, sottratti 
agli ebrei, una occasione anche di arricchimento privato. Il 19 luglio
Himmler ordin che la deportazione degli ebrei dal Governatorato
avesse termine entro la fine dell'anno; per quella data non vi dove-
vano essere pi ebrei, salvo che nei residui campi di raccolta, ossia
in ci che sopravviveva dei ghetti.
Era la popolazione ebraica dei ghetti consapevole che al di l del
ghetto esisteva l'ulteriore tappa della soluzione finale? Tutte le
testimonianze che possediamo ci dicono che nella societ del ghetto
circolavano voci sufficientemente attendibili sulla sorte che atten-
deva i suoi abitanti. E le voci rimbalzavano da un ghetto all'altro, da
Lodz a Varsavia, da Vilno a Bialystok, da Varsavia a Lodz. Gi a set-
tembre del 1941 Ringelblum riferiva voci di una possibile espulsione 
dal Governatorato di tutti gli ebrei, senza che ancora fosse chiaro
che cosa ci potesse significare. Dopo il pogrom del 18 aprile del
1942 nel ghetto di Varsavia le notizie di analoghi massacri in altri
ghetti si moltiplicavano. Alla fine di aprile e al principio di maggio
- annotava Ringelblum - siamo vissuti sotto l'incubo della deporta-
zione. Nel giugno del 1942 Ringelblum esprimeva l'oscuro presagio che 
gravava sulla sorte degli ebrei polacchi:
Arrivano continuamente notizie sul programma di sterminio sistematico dei 
bambini e del vecchi ebrei. Quel che  capitato nelle province, ora sta 
capitando a Biala Podloska, dove sono scomparsi sessanta vagoni carichi 
di bambini inferiori ai dieci anni e di vecchi superiori ai sessanta.  
chiaro che non si tratta affatto di mandare gente in un campo di lavoro, 
ma semplicemente dell'annientamento dei giovanissimi e dei molto vecchi. 
Gli ebrei che non possono lavorare per le finalit tedesche sono gente di 
cui non si ha bisogno. Sono i primi da sterminare. Eccettuato l'episodio 
del Faraone che ordin di affogare nel Nilo tutti i neonati ebrei, questo 
 un fatto che nella storia ebraica non ha precedenti...
La propaganda inglese conferm i sospetti che gli ebrei di Varsavia 
nutrivano gi per altri canali d'informazione. I nomi dei campi di
sterminio di Chelmno e di Belzec divennero di dominio pubblico.
Anche Mary Berg conosceva l'esistenza dei campi di sterminio: il 30
marzo 1942 annotava le molte voci non controllate che circolava-
no sul campo di lavoro disciplinare di Treblinka, il peggiore di tut-
to il territorio del Governatorato generale. Il 5 luglio registrava la
voce insistente della imminente deportazione della popolazione del
ghetto. E non doveva trattarsi, come pur si sospettava, soltanto di
una voce messa in circolazione dai tedeschi per seminare il panico
tra gli ebrei. Il 22 luglio aveva inizio la deportazione in massa degli
ebrei del ghetto.
Anche nel ghetto di Lodz David Sierakowiak registrava l'afflusso
nel ghetto degli ebrei cacciati dalle localit minori e il deflusso dei
superstiti del ghetto che non erano impegnati nelle commesse di la-
voro per i tedeschi. Il settembre del 1942 registrava l'evacuazione
degli ospedali del ghetto:
All'alba l'intera zona degli ospedali  stata circondata e tutti gli 
infermi, senza eccezione alcuna, sono stati caricati su camion e cacciati 
dal ghetto. Poich nel frattempo, dalle notizie riportate da quanti sono 
qui affluiti dalle province, si  venuti a conoscere come i tedeschi si 
sbarazzano di questi trasferimenti, la citt  stata presa da un panico 
colossale. All'atto del caricamento degli infermi si sono svolte scene
sconvolgenti. Questi individui sanno che vanno a morire! Si sono addirit-
tura levati per difendersi contro i tedeschi, e hanno dovuto caricarli 
sui camion con la forza. Dagli ospedali, dove pi tardi comparvero i 
tedeschi, una parte dei degenti si era data alla fuga nelle condizioni 
pi diverse.
Queste sono certo fra le prime annotazioni sulle insurrezioni dei
ghetti che da Varsavia a Bialystok a Vilno avrebbero caratterizzato
la fase finale di sopravvivenza e di difesa estrema della popolazione
ebraica contro lo sterminio, in un crescendo di drammatizzazione in
cui fatalismo e impotenza di molti si alternavano a gesti ora sporadi-
ci ora pi organizzati e collettivi di resistenza, come quelli che carat-
terizzarono l'insurrezione e la resistenza del ghetto di Varsavia (19
aprile-16 maggio 1943), in un'epoca in cui lo sterminio degli ebrei
era gi stato in buona parte consumato.
Mentre avvenivano la deportazione degli ebrei dai grandi ghetti
della Polonia e il massacro nelle aree settentrionali della Polonia e
dei paesi baltici, nonch la deportazione dalla Slovacchia, che aveva
avuto inizio alla fine di ottobre del 1941, l'avvio della soluzione fi-
nale nell'Europa occidentale prese le mosse con la sincronizzazione
della deportazione degli ebrei da Francia, Belgio, Olanda e Stati
nordici. Abbiamo gi accennato alle responsabilit della autorit
collaborazioniste di Vichy per la deportazione degli ebrei, tra i quali
molti rifugiati tedeschi e di altre nazionalit, dalla Francia. I primi
convogli dalla Francia giunsero ad Auschwitz nel giugno del 1942;
essi continuarono ininterrottamente nei mesi successivi. Gli ebrei
che si trovavano in Belgio vennero radunati in campi di internamento
principalmente a Malines; il primo convoglio per Auschwitz part
il 4 agosto 1942. I primi ebrei deportati dall'Olanda giunsero ad
Auschwitz nel luglio del 1942 provenienti dal campo di internamento
di Westerbork. Anna Frank il 9 novembre 1942, dal suo rifugio segreto, 
annotava nel Diario:
I nostri molti amici ebrei un p alla volta vengono deportati tutti. La 
Gestapo per questa gente non ha il minimo riguardo, la si carica sempli-
cemente su carri bestiame e la si trasporta a Westerbork, il grande campo 
di concentramento per ebrei nella Drenthe... Westerbork dev'essere tremendo. 
Non ti danno quasi niente da mangiare per non parlare del bere. C' acqua 
solo per un'ora al giorno e solo un bagno e un gabinetto per alcune 
migliaia di persone. Dormono tutti insieme, uomini, donne, e a queste e 
ai bambini spesso vengono rasati i capelli. Quasi impossibile fuggire. La
gente  segnata dal cranio rasato e spesso dall'aspetto ebraico. Se gi 
in Olanda ,  cos grave, come vivranno nelle terre barbariche e lontane 
dove vengono mandati? Supponiamo che per lo pi vengano assassinati. La 
radio inglese parla di camere a gas, forse  la morte pi rapida.
Un'altra testimonianza della consapevolezza che le vittime avevano
della sorte che era loro riservata. Altrove allude esplicitamente
alla Polonia.
Relativamente pi tardi ebbe inizio la deportazione dalla Norvegia
e dalla Danimarca, in cui il numero relativamente esiguo di ebrei
aveva fatto considerare meno urgente l'attuazione della soluzione
finale. Il primo trasporto di ebrei dalla Norvegia part per Auschwitz
il 25 ottobre 1942. Praticamente fall il tentativo di deportare gli
ebrei dalla Danimarca: i tedeschi poterono catturare meno del 10
per cento degli ebrei che si trovavano in Danimarca e che il primo
ottobre 1943 furono deportati a Theresienstadt. La maggior parte
infatti degli ebrei erano riusciti a porsi in salvo e a fuggire con 
l'aiuto delle stesse autorit danesi.
Nel corso del 1943 le deportazioni degli ebrei polacchi erano quasi
cessate: il grosso della popolazione ebraica era gi stato distrutto.
Continuarono le deportazioni da varie parti d'Europa, soprattutto
da territori che erano caduti solo in quest'epoca sotto il controllo 
diretto tedesco o che si trovavano in zone periferiche. Questo fu il
caso della comunit israelitica di Salonicco, donde il primo convo-
glio per Auschwitz part il 15 marzo 1943 (l'ultimo all'inizio di ago-
sto dello stesso anno), primo atto dell'annientamento pressoch com-
pleto del nucleo pi rilevante di popolazione ebraica della Grecia.
Sfugg alla deportazione soltanto la comunit ebraica bulgara, per il
rifiuto del governo della Bulgaria di consegnare i propri cittadini
ebrei ai tedeschi. Diversa fu la sorte degli ebrei italiani o che si 
trovavano in Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943. Con 
la complicit della RSI essi furono deportati nei campi di sterminio
(prevalentemente, ma non esclusivamente, ad Auschwitz). La prima 
deportazione in massa intrapresa direttamente dai tedeschi fu
quella degli ebrei romani, il 16 ottobre 1943. Attraverso il campo di
transito di Fossoli, quello di Bolzano e la Risiera di San Sabba, alla
periferia di Trieste, dove fu installato persino un forno crematorio
che lo caratterizza non solo campo di transito ma anche direttamen-
te come luogo di sterminio, furono inoltrati la maggior parte degli
invii alla deportazione.
L'ultimo atto della tragedia degli ebrei riguard la sorte degli ebrei
di due ex alleati della Germania, caratterizzati entrambi da una lun-
ga tradizione antisemita. Bench soggetti a una legislazione limita-
tiva dei loro diritti e della loro posizione, e bench colpiti ripetuta-
mente da pogrom, gli ebrei ungheresi non furono direttamente e fi-
sicamente minacciati nel loro complesso fin quando la Germania
non occup l'Ungheria, il 19 marzo 1944, dopo che essa ebbe mani-
festato l'intenzione di seguire l'esempio dell'Italia e di uscire dal 
conflitto mondiale. In precedenza il governo ungherese aveva rifiutato
di consegnare gli ebrei ai tedeschi. La distruzione degli ebrei unghe-
resi si realizz in un lasso di tempo rapidissimo: alla met di aprile
del 1944 incominci la loro raccolta in una serie di localit, donde
alla met di maggio ebbe inizio la deportazione ad Auschwitz.
Pi complessa fu la sorte degli ebrei rumeni e che caddero sotto
controllo della Romania dopo l'aggressione all'Unione Sovietica e
la rioccupazione di territori (Bessarabia, Bucovina) che la Romania
in precedenza aveva dovuto cedere all'Urss. L'evacuazione forzata
di molte decine di migliaia di ebrei dai territori occupati dalla Ro-
mania verso territori spostati pi ad oriente, in parte gi occupati dai
tedeschi, espose una massa ingente di ebrei a uccisioni selvagge, a
pogrom, allo stillicidio anche di operazioni delle unit speciali tede-
sche. Tuttavia gli ebrei rumeni non furono consegnati ai tedeschi
nonostante i progetti predisposti dagli uffici di Eichmann. Nell'esta-
te del 1942 il governo romeno abbandon ogni piano di eccidi in
massa e sembr volere favorire piuttosto l'esodo in massa degli
ebrei dalla Romania, principalmente alla volta della Palestina. La
Romania si sottrasse cos alla pretesa del Reich nazista di porre 
sotto il suo controllo anche la programmazione della soluzione fina-
le in quel paese e quando nell'estate del 1944 usc dal conflitto con
la resa all'Unione Sovietica, aveva alle spalle un bilancio certamen-
te pesante di eccidi, che tuttavia non raggiungeva i livelli della 
soluzione finale divisata dai tedeschi.
La sorte degli ebrei deportati nei campi di sterminio  nota ed  ri-
masta affidata ad alcune testimonianze che, al di l del sicuro valore
anche letterario, come quella di Primo Levi Se questo  un uomo, toc-
cano problemi non solo storici ma anche etici. Torneremo pi avan-
ti e sul problema delle responsabilit e sul bilancio della soluzione
finale in termini di distruzione di vite umane e di un patrimonio
della civilt e della cultura del nostro continente. Qui bisogna ricor-
dare che la maggior parte delle vittime che giungevano ai campi di
sterminio, ove non fossero inserite nella macchina bellica tedesca
come forza-lavoro schiavizzata, erano destinate all'immediata distru-
zione fisica. Il campo di sterminio, come esasperazione e variante
estrema del sistema concentrazionario, di per s gi cos carico di
valenze negative, quasi non ha bisogno di essere raccontato: esso
non era destinato alla sopravvivenza sia pure precaria dei deportati
ma alla loro rapida consumazione. La rampa di Auschwitz, che e di-
ventata il simbolo della selezione che condannava uomini e donne
alla sopravvivenza di qualche mese o all'annientamento immediato, 
segna appunto il confine, oltre che tra la vita e la morte, tra rispetto
della dignit umana e ragion di Stato. Solo la ragion di Stato, ossia il
desiderio e la necessit di sfruttare ogni residua energia umana, ren-
deva possibile di prolungare l'esistenza ad Auschwitz e fece s che
non molti, ma un numero sufficiente di testimoni sopravvivesse.
Si pu dire che l'ultimo atto della tragedia fosse rappresentato in
coloro che non erano stati distrutti immediatamente dalle camere a
gas dal crollo del sistema dello sterminio messo in crisi dall'avanzata
delle armate antinaziste. Una serie di campi di sterminio furono chiu-
si dopo che ebbero assolto alla funzione di annientamento in massa
soprattutto degli ebrei polacchi: questo fu il caso di Belzec, di Sobi-
bor, di Treblinka, tutte situazioni nelle quali i tedeschi cercarono di
far scomparire anche le tracce di quanto questi luoghi erano stati te~
stimoni e protagonisti. Ma nei campi che sopravvissero fino all'arri-
vo dei liberatori la tragedia ebbe un'ulteriore appendice. Le cosid-
dette marce della morte, che presero le mosse allorch le SS ordina-
rono le evacuazioni dei Lager, rappresentarono un supplemento di
supplizio e un ulteriore contributo alla selezione e al genocidio 
degli ebrei 
Soprattutto all'approssimarsi dell'armata rossa ad Auschwitz l'in-
tenzione di trasferire i superstiti lavoratori coatti a marce forzate, a
piedi o in convogli indegni di qualsiasi essere umano, verso altri cam-
pi di concentramento sempre pi interni al territorio del Reich, ver-
so Buchenwald, Mauthausen, Flossenburg o Dachau, nel cuore del-
l'inverno (Auschwitz fu liberata il 27 gennaio 1945), la fatica e i 
rigori della stagione diedero un contributo cospicuo all'ulteriore 
falcidia dei sopravvissuti. La macchina dello sterminio ripiegava ormai
su se stessa senza perdere quel carattere di assurdit distruttiva che
aveva rappresentato la sua ragion d'essere. Come animata da un in-
controllabile automatismo essa continuava a distruggere vite uma-
ne senza ormai neppure la pi lontana parvenza di plausibilit e di
motivazione, per puro sadismo, per pura dimostrazione di forza e di
fanatismo, perch comunque nessun risultato positivo avrebbe po-
tuto essere conseguito da esseri ridotti ormai a larve umane. La lo-
gica dello sterminio era diventata un meccanismo fine a se stesso
che non ubbidiva pi, per assurdo che tutto ci possa sembrare, ad
alcuna regola di convenienza e di produttivit. Quali obiettivi voles-
sero conseguire i superstiti comandi delle SS con le marce della morte
risulta francamente incomprensibile, al di l, appunto, dell'ipotesi
di una perpetuazione dell'eccidio sino all'estremo dei mezzi possibi-
li, nella speranza forse che la distruzione totale dei deportati potes-
se significare anche la cancellazione di ogni traccia dei crimini.

6) Le complicit e il silenzio del mondo
La macchina dello sterminio continu a lavorare fino all'ultimo.
Essa tuttavia aveva rallentato i suoi ritmi e la sua intensit in con-
formit all'opera di distruzione che aveva compiuto - sicuramente alla
met del 1944 la distruzione degli ebrei d'Europa era in gran parte
gi un fatto compiuto. I tedeschi tentarono di farne scomparire le
tracce, ma non dappertutto vi riuscirono o ne ebbero l'intenzione.
Soprattutto, se  vero che l'operazione avrebbe dovuto avvenire nel
pi totale segreto, altrettanto vero  che era assolutamente poco rea-
listico, e al di fuori di ogni ragionevole previsione, che una operazio-
ne di dimensioni cos colossali come quella che era stata programmata 
potesse realizzarsi senza che pervenisse a conoscenza di strati
numerosi di persone, di addetti all'amministrazione e ai servizi (a co-
minciare dai trasporti e dalle ferrovie), al di l degli stessi uomini 
dei diversi corpi di polizia o della Wehrmacht che per ragioni di ufficio
erano coinvolti, direttamente o indirettamente, nella realizzazione
della soluzione finale.
Il silenzio, dunque, dei molti che vennero a conoscenza degli eccidi
e che non avvertirono di dovere in alcun modo reagire fu certamente 
una delle condizioni che resero possibile lo sterminio; ma fu l'in-
dice anche, meno passivamente, delle complicit che costituirono una
forma di partecipazione attiva all'operazione. Dove  sicuro che il
discorso sull'automatismo della macchina della distruzione e sulla
normalizzazione burocratica del personale che ne costitu il nucleo
operativo non deve prescindere dalla considerazione della misura
in cui la tradizione dell'antisemitismo, soprattutto in Germania ma
anche altrove, rappresent uno dei prerequisiti che favorirono la ca-
duta di ogni inibizione e l'indifferenza di fronte allo sterminio in
massa. Del resto, anche su questi fattori, e non soltanto sulla obbe-
dienza passiva di buona parte del popolo tedesco, dovettero fare
leva i dirigenti nazisti quando sferzavano con la loro propaganda la
popolazione in guerra a concentrare contro gli ebrei, come sintesi e
anima nera della coalizione avversaria, l'odio dovuto al nemico.
Dal punto di vista propagandistico gli ebrei non scomparvero mai
dall'orizzonte di Goebbels. La necessit di rendere permanente la
tensione contro gli ebrei fu la cortina fumogena che accompagn la
loro distruzione, ma non ne fu una mistificazione. Se si leggono at-
tentamente gli articoli settimanali di Goebbels di questo periodo e
gli infuocati discorsi in pubblico che egli teneva periodicamente
nell'intento di galvanizzare la mobilitazione bellica del popolo tede-
sco (anche anteriormente alla nomina conferitagli da Hitler nel lu-
glio del 1944 di plenipotenziario per la guerra totale), Goebbels non
nascose mai che la sorte degli ebrei significava la loro distruzione, la
loro estirpazione. Sotto questo profilo Goebbels proseguiva nella li-
nea non della profezia ma della minaccia che Hitler aveva proferito
al Reichstag sin dal lontano 30 gennaio 1939 quando aveva affermato 
che se si fosse giunti alla guerra i primi a farne le spese sarebbero
stati gli ebrei. Il decalogo contro gli ebrei dettato da Goebbels nel
novembre del 1941, nella fase di preparazione della soluzione fina-
le, letto oggi, acquista un significato ancora pi sinistro di quanto
gi non risultasse dalla lettera delle sue parole: Gli ebrei portano
la responsabilit della guerra. Con il trattamento che noi infliggia-
mo loro non patiscono alcun torto. Lo hanno pi che meritato. Sba-
razzarsi definitivamente di loro  affare del governo.
E non si peritava di rispondere direttamente alla stampa anglo-
sassone e alla propaganda inglese che aveva incominciato a denun-
ciare i crimini commessi ai danni degli ebrei. Il 18 febbraio del 1943,
dopo la resa tedesca a Stalingrado e un anno dopo la conferenza del
Wannsee, al Palazzo dello Sport di Berlino Goebbels, in un ennesi-
mo tentativo di coagulare contro bolscevismo e giudaismo una in-
ternazionale dei popoli asserviti al Terzo Reich, rivendicava il sa-
crosanto diritto della Germania di distruggere gli ebrei:
Nel giudaismo vediamo un pericolo imminente per ogni paese. Come altri 
popoli se ne difendano, ci  indifferente. Ma come ce ne difendiamo noi, 
questo  affare nostro, nel quale non tolleriamo alcun tipo di interven-
zione. Il giudaismo nasconde, rappresenta un fenomeno infettivo, che 
agisce da centro di contagio. Quando l'estero che ci  nemico leva la 
sua sacrosanta protesta contro la nostra politica antiebraica e sparge 
ipocrite lacrime di coccodrillo sulle nostre misure contro il giudaismo
tutto questo non pu impedirci di fare quanto  pi necessario. In ogni 
caso, la Germania non ha intenzione di piegarsi a questa minaccia giudaica,
ma anzi di fare fronte contro di essa tempestivamente, e se necessario 
con l'estirpazione e l'esclusione pi completa e pi radicale del giudaismo.
Cosa che, come ormai sappiamo, la Germania stava abbondantemente gi 
facendo.
Se gi questi discorsi erano trasparenti, nel senso che da essi si pu
dedurre quali fossero senza mezzi termini le intenzioni dei nazisti
anche senza bisogno che scendessero in particolari, altrove Goeb-
bels si abbandonava ad allusioni che dopo tutto quanto  successo
non possono non assumere un sapore terribilmente funesto e maca-
bro; come quando, parlando il 4 giugno 1944 ai quadri nazionalso-
cialisti nella semidistrutta citt di Norimberga, ironizzava ammiccando:
Sarebbe stato molto poco saggio se prima della presa del potere avessimo 
spiattellato agli ebrei in modo assai preciso che cosa intendevamo fare 
di loro.
Aggiungendo:
 stato bene, molto bene, e opportuno, che almeno una parte degli ebrei 
abbia pensato: Bene, cos male le cose non andranno; questi parlano molto, 
ma si vedr che cosa riusciranno a fare.  stato molto bene che essi non 
abbiano preso tanto sul serio, come in realt meritava, il movimento 
nazionalsocialista.
Ma ormai si era a cose fatte. Lo sterminio degli ebrei a quell'epoca
era per tre quarti gi realt. Se gi queste note potrebbero valere
come risposta per bocca degli stessi esponenti nazisti, risposta per
cos dire autentica, a quanti mettono in dubbio ancor oggi, o soprat-
tutto oggi, la realt della soluzione finale, dei campi di sterminio
e del genocidio, una testimonianza ancor pi cruda si pu conside-
rare quella con la quale Himmler, guardando retrospettivamente
alle imprese compiute dagli uomini al suo comando, si indirizz a
Posen il 4 ottobre 1943 all'adunanza dei Gauleiter nazisti:
In questo contesto, in questa ristrettissima cerchia voglio accennare a 
una questione che tutti voi, camerati del partito, assumete come naturale, 
la questione ebraica (...)  facile dire, signori miei, in poche parole 
bisogna estirpare gli ebrei. Ma per chi deve eseguire, richiede quanto 
di pi duro e di pi difficile esiste. Vedete, naturalmente sono ebrei, 
chiaro: non sono che ebrei; ma pensate voi stessi quanti, anche del 
partito, hanno rivolto a qualsiasi altro ufficio la celebre richiesta in 
cui si dice che, naturalmente, tutti gli ebrei sono porci, che solo il 
tal dei tali  un ebreo decente, al quale non si deve torcere un capello 
(...) In Germania infatti abbiamo tanti milioni di uomini ciascuno dei 
quali ha il suo celebre ebreo decente, che questo numero  di per s pi 
grande di quello degli ebrei (...)
Vi prego di ascoltare soltanto e di non parlare mai di ci che sto per 
dirvi in questo consesso. Ci  stato domandato: e come la mettiamo con 
le donne e i bambini? Mi sono deciso di trovare anche a questo proposito 
una soluzione assolutamente chiara. Infatti, non mi tenevo autorizzato a 
estirpare gli uomini [ossia a ucciderli o a farli uccidere] e a fare 
diventare grandi i loro vendicatori, nei confronti dei nostri figli e ni-
poti, sotto veste dei loro figli.  stato necessario prendere la difficile 
decisione di fare scomparire questo popolo dalla faccia della terra. Per 
l'organizzazione che ha dovuto eseguire quest'incarico si  trattato del 
compito pi difficile assolto finora. Esso  stato eseguito, credo di 
poterlo dire, senza che i nostri uomini e i nostri comandanti avessero a 
riportare danni nell'anima e nello spirito. Questo rischio era ovvio (...)
Entro la fine di quest'anno la questione ebraica nei territori da noi 
occupati sar risolta (...)
E per quanto riguarda la questione ebraica vorrei concludere. Adesso ne 
siete informati e tenetevelo per voi. Forse in un'epoca successiva potremo 
riflettere se sar necessario dire al popolo tedesco qualcosa di pi in 
proposito. Io credo che  stato meglio che noi ci siamo fatti carico di 
ci per il nostro popolo, che ce ne siamo assunti la responsabilit 
(la responsabilit di un'azione, non soltanto di un'idea) e ce ne
porteremo il segreto nella tomba con noi.
Paradossalmente, Himmler si presentava quasi come un avversario 
dell'antisemitismo, perch in fondo l'antisemitismo non era che
una ideologia e, come egli soleva dire, non era con le ideologie che
si uccidevano i pidocchi: la questione ebraica era una questione di
pulizia e come per spidocchiare non valevano ideologie ma solo l'al-
lontanamento fisico dei pidocchi, altrettanto doveva valere per gli
ebrei. Se questa fosse soltanto una prova del basso livello umano e
culturale di uno degli uomini al vertice del regime nazista, la cosa 
in fondo non avrebbe molta importanza; ma purtroppo non di questo
si trattava, bens dell'elaborazione di una teoria politica e dell'attua-
zione di una iniziativa politica conforme.
Tra le stranezze di Himmler, a dir poco, c'era anche il fatto che per
quanto potesse volere che i crimini del nazismo rimanessero nasco-
sti era assolutamente impossibile che non trapelasse nulla; nascosti
al pi potevano rimanere, ma neppure questo era concepibile, i me-
todi, i sistemi della distruzione di un intero gruppo minoritario, ma
il fatto di per s, la scomparsa degli ebrei, era del tutto inconcepibile
che potesse passare sotto silenzio. Anche sotto questo profilo biso-
gna pensare che questi uomini avessero perso ogni contatto con le
dimensioni del mondo reale, accecati dalla facilit dei successi o dal
fanatismo delle loro convinzioni. E tuttavia il fatto che la distruzio-
ne fisica della popolazione ebraica sia avvenuta senza apparenti rea-
zioni dal mondo esterno, certo non dalla societ tedesca, certo non
dalle potenze della coalizione antinazista, ha posto e pone anche sul
piano storiografico il problema di quanto il mondo sapesse e del
perch nessun serio tentativo fu fatto per arrestare o quanto meno
per contrastare i propositi omicidi del regime nazista.
Se mai  stato adoperato con seriet, l'argomento che non si sape-
va che cosa stava avvenendo per spiegare e giustificare l'inerzia del
mondo appare oggi storiograficamente improponibile. Sebbene cir-
condato da segreto e da cautele infinite lo sterminio degli ebrei era
fatto troppo complesso perch nulla trapelasse. Abbiamo gi visto
che negli stessi ghetti gli ebrei avevano avuto pi che sentore della
sorte ultima che li attendeva. La diffusione dell'informazione attra-
verso chi riusciva a scappare o attraverso mille altri modi di fuga di
notizie, attraverso le testimonianze degli stessi tedeschi o di elementi
al loro servizio addetti ai molti ingranaggi della complessa macchina 
omicida, seppure non esatta nei particolari, era tuttavia sufficiente 
a dare l'allarme e a far conoscere qualcosa di pi di un'idea di
ci che incombeva sulla sorte degli ebrei. Dopo un periodo di lungo
silenzio, di rimozione riempita soltanto dall'eco ancora troppo vicina 
provocata dalla visione diretta all'atto della liberazione, tra il 1944
e il 1945, dei resti dei campi di sterminio e in generale del sistema
concentrazionario, una visione sufficiente a fare immaginare l'orrore 
del sistema all'apice del suo funzionamento, gli interrogativi e la
ricerca delle ragioni del perch tutto pass inosservato nel momento 
in cui si svolgevano quei terribili fatti hanno sollecitato una serie
di approfondimenti e di risposte all'angosciosa domanda: si sapeva?
e se si sapeva, perch nessuno ha tentato di fermare la tragedia quan-
do si era ancora in tempo?
Sul problema della conoscenza, ripetiamo, non vi possono essere
dubbi. I fatti nella loro dimensione generale furono noti relativa-
mente presto. Emissari del governo polacco in esilio informarono in
maniera abbastanza dettagliata di quanto stava accadendo nei cam-
pi di sterminio sin dall'inverno del 1942. Quando giunse a Londra
un testimone di eccezione, Karski, quindi al pi tardi nel novembre
del 1942, il governo inglese disponeva di informazioni sufficiente-
mente sicure sulla gi avanzata operazione per la liquidazione dei
ghetti e con essi della stessa vita fisica degli ebrei. Era ormai gi
troppo tardi per impedire che i tedeschi mettessero in atto i loro
propositi, non per arrestarne il definitivo compimento. Nel dicem-
bre del 1942 le nazioni alleate condannarono apertamente la be-
stiale politica di sterminio degli ebrei praticata dai tedeschi e pro-
misero la sanzione a carico di questi crimini.
Ma prima ancora molti altri erano venuti a conoscenza di quanto
stava accadendo nell'Europa occupata dai tedeschi. La critica si 
concentrata largamente sul comportamento del Vaticano, sia perch 
sicuramente fu questo uno dei canali privilegiati per fare perve-
nire l'informazione, sia perch si confidava che un pronunciamento
da parte dell'alta autorit morale del pontefice potesse conseguire
un esito in qualche misura positivo. L'informazione per i canali ec-
clesiastici non perveniva soltanto dalla Germania e dalla Polonia.
Proveniva anche da altri territori occupati, dalla Francia, dove una
parte dell'alto clero denunci coraggiosamente la deportazione degli 
ebrei, come dalla Slovacchia, dove invece veniva denunciata l'iner-
zia se non addirittura la colpevole collaborazione del clero all'emar-
ginazione degli ebrei. La tradizione antisemita di larga parte della
Chiesa cattolica fu certo all'origine di reticenze, insensibilit, com-
plicit. Fu lamentato anche che in realt la Chiesa si muoveva prefe-
ribilmente a favore degli ebrei diventati cattolici, ossia di coloro 
che cercavano di sottrarsi alla persecuzione con la conversione.
La Chiesa cattolica non lesin caritatevole aiuto ai perseguitati
con le modalit pi diverse (anche se le conversioni dell'ultima ora
non apparivano gradite agli stessi ebrei). Ma manc la voce autore-
vole che fu pi volte invocata  sollecitata dalle stesse potenze allea-
te per pronunciare la riprovazione e la condanna dei crimini della
Germania nazista. Il silenzio e il riserbo di Pio 12esimo  al centro 
della polemica di quanti ritengono che la parola del papa non avrebbe
potuto rimanere senza conseguenze. L'esempio di quanto era acca-
duto, allorch il vescovo di Munster von Galen condann l'eutana-
sia costringendo Hitler a cessarne o quanto meno a ridurne drastica-
mente la pratica, sembrava suggerire che l'intervento della massima
autorit spirituale della cristianit avrebbe sortito un qualche effet-
to. L'argomentazione sostenuta dagli apologeti del papa, secondo
la quale ogni pubblica protesta sarebbe stata inutile se non addirit-
tura dannosa, in quanto avrebbe potuto peggiorare la situazione,
non risulta credibile: peggio di come andavano le cose non avrebbe-
ro potuto andare.
N d'altronde il silenzio attenu in alcun modo la persecuzione.
Temeva il papa rappresaglie sulla Chiesa in Germania?  possibile,
ma neppure questo argomento sembra sufficiente a spiegare la vo-
lont di non intervenire con una pubblica condanna del genocidio.
Alla luce della documentazione sin qui prodotta, a partire da quella
pubblicata dalla stessa Santa Sede in risposta ai suoi critici, resta
tuttora valida la risposta (argomentata soprattutto dal Miccoli) se-
condo la quale il comportamento della Santa Sede e di Pio 12esimo in
particolare fu determinato dalla volont di non indebolire in alcun
momento la Germania nazista, per non indebolirne la funzione di
baluardo contro il bolscevismo e l'Unione Sovietica. Nello scontro
tra Germania e Unione Sovietica gli ebrei sarebbero stati vittime di
un gioco che passava sopra la loro testa. Ma anche in questi termini
la posizione del Vaticano non sembra uscirne nobilitata: sui valori
del cristianesimo avrebbe prevalso infatti quella che a suo modo fu,
anche nell'ottica del Vaticano, una ragion di Stato.
Altrettanto informati di quando stava accadendo furono i dirigenti
della Croce Rossa internazionale, anche se la loro possibilit di in-
tervento diretto era certamente limitata e se la deportazione degli
ebrei poneva l'istituzione di fronte a compiti che oltrepassavano il
suo tradizionale campo di intervento. In ragione delle loro stesse fun-
zioni, i delegati della CRI ebbero in pi di una circostanza occasio-
ne di entrare in contatto diretto con la realt dei campi di concen-
tramento e di sterminio. Le aspettative che in essa furono riposte, in
particolare da organizzazioni ebraiche, andarono fortemente deluse. 
Suoi delegati visitarono il ghetto di Theresienstadt e altri campi
di concentramento. L'attivit assistenziale che essa svolse rimase av-
volta dall'anonimato e dal silenzio. Lo storico che ha studiato il ten-
tativo di fare intervenire la CRI a favore degli ebrei ungheresi, l'ul-
timo grosso contingente che forse avrebbe potuto essere salvato dalla 
distruzione fisica, ha concluso rilevando la permanente reticenza 
della CRI a prendere iniziative in generale nella questione degli
ebrei, riflesso probabilmente della politica del governo svizzero sul
cui suolo la CRI operava. Nel caso specifico, poi, dell'Ungheria, fa-
tale fu il ritardo con il quale fu suggerito il tentativo di entrare in
contatto diretto con Hitler, proposta che peraltro non fu approvata
dagli organi dirigenti della CRI, prima che la partita fosse definiti-
vamente perduta.
Sembra che la linea della CRI non si sia mai discostata dal rifiuto
con il quale, alla met di ottobre del 1942, il Consiglio della CRI
aveva respinto la proposta di formulare una pubblica protesta contro 
la deportazione degli ebrei e l'acquisita consapevolezza delle in-
tenzioni dei nazisti di procedere alla loro totale distruzione fisica.
Neppure l'azione umanitaria tradizionale della CRI fu estesa agli
ebrei, se non in casi limitati e quasi sporadici.  opinione comune
degli studiosi che l'insufficienza e l'inefficacia dell'iniziativa della
CRI, che avrebbe dovuto attivarsi soprattutto sul terreno assisten-
ziale per rendere meno dura la vita e la sopravvivenza dei deportati,
non deriv soltanto dagli ostacoli che venivano frapposti dalle auto-
rit tedesche alla possibilit di entrare nei campi d'internamento
n soltanto dalle difficolt di omologare le nuove categorie di de-
portati alle categorie tradizionali dei prigionieri di guerra e degli 
internati civili nei cui confronti la CRI era abilitata a lavorare. Esse
derivarono anche, se non soprattutto, dalla scarsa convinzione che
ebbero i dirigenti dell'organizzazione di doversi fare carico di un
problema che aveva connotati completamente nuovi, ma che soprattutto 
implicava problemi politici che non erano risolvibili con i mezzi 
della diplomazia tradizionale.
Informati erano anche i governi alleati o collaborazionisti con la
Germania. Una puntuale messa a punto delle notizie di cui disponeva
il governo di Roma non  stata ancora realizzata. Ma non c' dubbio
che attraverso canali giornalistici (si ricordi per tutti il racconto
di Malaparte), attraverso testimonianze degli stessi soldati
italiani nelle zone in cui entravano a contatto con le forze d'occupa-
zione tedesche, attraverso i canali ecclesiastici, e infine attraverso i
normali canali diplomatici, il governo fascista aveva a disposizione
un ventaglio di notizie sufficienti a definire non episodi singoli ma il
quadro della tragedia degli ebrei e insieme la prospettiva globale
della politica tedesca. Anche solo attraverso le testimonianze gi
pubblicate nei Documenti diplomatici italiani o attraverso lettere di
soldati, la conoscenza di ci che avveniva in Polonia e nei territori
orientali occupati si pu considerare nella sua sommariet pi che
indicativa. Sulla base di queste informazioni una autorit che avesse
voluto intervenire, come fu il caso per quanto riguarda gli ebrei in
territori occupati dall'Italia prima dell'armistizio del 1943, in Fran-
cia, in Jugoslavia e in Grecia, avrebbe avuto motivazioni sufficienti
per farlo.
Per quanto cauto fosse il linguaggio dei diplomatici il tenore dei di-
spacci era sufficientemente eloquente. Il testo pi noto in materia,
che  il pi esplicito, un rapporto dell'ambasciatore a Berlino Alfieri
del 3 febbraio 1943 riguardava specificamente la deportazione dai
grandi ghetti polacchi, la scomparsa di ebrei dalle citt tedesche, la
cui diminuzione era riscontrabile a vista d'occhio per il semplice fat-
to che diventava sempre pi difficile incontrare individui con il se-
gno distintivo della stella gialla. L'allusione alla sorte di tutti 
costoro era esplicita: su di essa, scriveva il rappresentante italiano, 
non possono nutrirsi molti dubbi, e aggiungeva che le autorit tedesche
non hanno fatto e non fanno mistero degli scopi prefissi, citando
la volont di sterminio fisico degli ebrei apertamente manifestata,
per esempio, da Rosenberg e parlando di esecuzioni in massa. Altro
dato interessante per collocare nel suo giusto contesto il documento
citato  che alla data della sua redazione - quindi all'inizio di feb-
braio del 1943 - l'autore dava ormai per risolto il problema ebrai-
co, sia che alludesse ad una decisione definitiva cui mancava soltan-
to la piena realizzazione, sia che intendesse alludere al dato di fatto
di una materiale soluzione del problema con la gi avvenuta o in
corso di esecuzione eliminazione degli ebrei. A un anno dalla confe-
renza di Wannsee non era lontano dal vero chi valutava che l'opera
dello sterminio era gi a buon punto. Nel primo trimestre del 1943
l'ufficio statistico delle SS, attraverso il cosiddetto rapporto Kor-
herr che fu esibito al processo di Norimberga, calcolava che alla fine
del 1942 erano gi stati uccisi poco meno di 3 milioni di ebrei.
L'esempio dell'Italia, al di l di ogni altra considerazione, sta a 
significare che il silenzio degli alleati della Germania non fu meno
importante di altri silenzi, nel senso che non fu frapposto alcun
ostacolo all'azione della Germania. Naturalmente, ancora pi forti
furono le responsabilit di coloro che nei paesi occupati collabora-
rono attivamente con le autorit tedesche. Questa responsabilit va
fortemente sottolineata perch senza l'aiuto dei collaborazionisti, fos-
sero reclutati tra i filofascisti e filonazisti francesi piuttosto che 
tra le diverse gamme dell'antisemitismo polacco e slovacco, lituano o 
lettone, tra la polizia olandese o gli ausiliari greci, tra i naziona-
listi ucraini e via dicendo, i tedeschi da soli non sarebbero stati in 
grado di realizzare l'immane opera dello sterminio, n per quanto riguarda 
la concentrazione delle vittime da tutte le parti d'Europa, n per quanto 
riguarda la loro sorveglianza nei Lager in attesa della eliminazione.
In sintesi, non solo ai governi ma anche all'opinione pubblica in-
ternazionale era nota la situazione cui andavano incontro gli ebrei
d'Europa. In un opuscolo della propaganda inglese, diffuso presu-
mibilmente all'inizio del 1943, la situazione era descritta nelle sue
grandi linee: La Polonia - scriveva -  divenuta, grazie ai tedeschi,
il macello in cui si raccolgono e massacrano gli ebrei, non soltanto
polacchi, ma di tutta quanta l'Europa. L'opuscolo recava un titolo
inequivocabile: Lo sterminio degli ebrei.
Gli elementi cos sommariamente raccolti devono servire per ri-
flettere sulle condizioni complessive che hanno facilitato direttamen-
te, attraverso l'azione di complici e collaboratori, o agevolato indi-
rettamente, attraverso il silenzio e l'inazione, l'opera di distruzione
dei tedeschi. Questo, naturalmente, non deve servire in alcun modo
per capovolgere le responsabilit, nel senso che quali che siano sta-
te le responsabilit degli altri Stati e delle diverse autorit che ab-
biamo chiamato in causa, nessun dubbio pu e deve sussistere sulle
responsabilit prioritarie degli ideatori e dei realizzatori della so-
luzione finale. Del resto, la dichiarazione con la quale il primo no-
vembre del 1943 le potenze della coalizione antinazista proclama-
vano, a nome delle Nazioni Unite, la decisione di punire le atrocit
commesse dai nazisti nei territori occupati dell'Europa fotografava,
nei suoi termini generali, responsabilit irrefutabili. Ci, comunque,
non esime dal continuare a porsi il problema, al di l delle responsabi-
lit tedesche, di come sia stato possibile che lo sterminio avvenisse sen-
za che fossero intrapresi tentativi efficaci per contrastarlo. Allo sta-
dio attuale degli studi crediamo che le risposte pi plausibili si possa-
no racchiudere in due diversi ordini di considerazioni.
Valutando la disattenzione o lo scarso interesse con i quali i gover-
ni alleati, massime quello inglese, considerarono le notizie che per-
venivano loro, n la scarsa attendibilit delle fonti, n la paura di 
scatenare una campagna d'odio contro i tedeschi o il risveglio di un 
nuovo antisemitismo, elementi tutti figli delle esagerazioni propagandi-
stiche con le quali in passato si era stati tentati di condannare le
atrocit attribuite ai tedeschi gi durante la prima guerra mondiale,
che si erano rivelate psicologicamente e politicamente controproducenti, 
possono giustificare il disinteresse degli alleati. Al fondo della
rinuncia ad operare per tentare di indurre i tedeschi ad autorizza-
re una emigrazione in massa degli ebrei pur durante la guerra, l'unico
modo che avrebbe assicurato la loro salvezza, si devono considerare
le difficolt e gli oneri che una simile soluzione avrebbe comportato
per Inghilterra nelle circostanze della guerra e per gli stessi Stati
Uniti, che non avevano mai modificato le norme relative all'immi-
grazione dall'esterno. Soprattutto nel quadro generale della strate-
gia alleata, in una fase del conflitto in cui pur dopo l'ingresso in guer-
ra degli Stati Uniti la sorte delle armi non era ancora decisa e in cui
comunque la decisione non era di portata immediata, il salvataggio
degli ebrei avrebbe costituito una diversione impegnativa. Essa
d'altronde si presentava come un fatto marginale rispetto alla som-
ma di problemi che la mobilitazione per la guerra imponeva alle forze 
alleate.
Fu certo sottovalutato il significato morale e politico di una possi-
bile operazione di salvataggio degli ebrei, ma questa soprattutto ri-
maneva pur sempre in secondo ordine rispetto alle priorit dello sfor-
zo bellico: l'impegno e l'importanza di combattere contro la Germa-
nia. Se si possa attribuire importanza determinante in questa ina-
zione alla incredulit con la quale si ricevevano le notizie 
questione pi che mai aperta. Che gli ebrei nel resto del mondo
guardassero con incredulit all'ondata preoccupante delle notizie
pu essere comprensibile; dal punto di vista psicologico era anche
una forma di difesa. Meno plausibile  che esse fossero accolte con
tanto scetticismo da parte di organismi politici responsabili. In que-
sto caso sarebbe stato doveroso fare almeno il tentativo di accertare
nel modo pi accurato possibile di che cosa si trattasse. E credo che
giustamente  stato detto che questa disattenzione denotava, fra
l'altro, una comprensione insufficiente di ci che era il regime nazi-
sta, contro il quale pure si concentrava il fuoco della guerra.
Pi duro sembra dover accettare che in fin dei conti la sorte degli
ebrei non era un motivo sufficiente per coinvolgere governi, popoli,
istituzioni. Certo, tutti avrebbero dovuto fare sacrifici per coopera-
re al risultato del salvataggio, ma proprio questo comunque non ri-
sultava nell'ordine delle priorit, per le ragioni pi diverse: per in-
credulit, inveterato ottimismo, rifiuto di accettare una verit che si
riteneva troppo amara e troppo sconvolgente, per le difficolt che a
tutti sarebbero derivate dalla realizzazione di un afflusso in massa
degli ebrei sopravvissuti. Le priorit dettate dalle esigenze belliche
sembrano comunque le motivazioni pi plausibili e pi razionalmente 
accettabili di fronte alle omissioni che caratterizzarono questa storia. 
Naturalmente, non  da escludere, nel considerare il complesso sfondo 
politico e psicologico che port a queste omissioni, la presenza di 
elementi di altro tipo ma certo non estranei alle radici della vicenda 
di cui si parla. Si tratta di formulare un'ipotesi, ma essa non appare 
fuori luogo nel contesto considerato. Non si deve ritenere che questo 
disinteresse possa essere stato provocato e alimentato anche (non 
esclusivamente, s'intende) da un residuo, inconscio o consapevole che 
fosse, di antisemitismo presso l'opinione pubblica dei paesi interessati? 
Se la loro sorte era estranea al resto del mondo, forse ancora pi 
estranea lo era perch in fin dei conti si trattava solo di ebrei. Non 
sembri una forzatura, ma probabilmente  legittimo porsi un interrogativo 
del genere, se si pensa all'avvelenamento dell'opinione pubblica dalla 
quale ha tratto le basi di consenso o di omert l'intera vicenda che  
racchiusa in queste pagine.

7) Bilancio del genocidio
Lo sterminio degli ebrei non costituisce un oggetto non raccontabile. 
Se la sua atrocit ha spinto talvolta a relegarlo nell'ambito della 
irrazionalit e della indeterminatezza, quasi a significare la non
comprensione e, soprattutto, la non comprensibilit di ci che  ac-
caduto, altre volte ha prevalso la tentazione di omologarlo ai grandi
eccidi di cui  cosparsa la storia del nostro secolo (e di altri) senza
sottolinearne i caratteri di novit e anche di unicit, nel senso che si
 trattato di un principio sin qui inedito di annientamento totale di
un gruppo minoritario ad opera dell'autorit e dell'organizzazione
di uno Stato moderno. E giustamente si  anche insistito da parte di
studiosi (Baumann ma non solo lui) e di interpreti-testimoni (Primo
Levi in testa) che l'unicit e la singolarit del fenomeno non signifi-
cano assolutamente la sua non ripetibilit. Ci, non in quanto si tratta
di un fenomeno ascrivibile alla naturale malvagit del genere umano 
(e non soltanto di una popolazione specifica, nel caso concreto
del popolo tedesco), ma in quanto  espressione di uno sviluppo e
delle caratteristiche specifiche della societ contemporanea, con i
suoi meccanismo di anonimia e di automatismo gi richiamati da
H. Arendt. Una impostazione e insieme uno spostamento dell'asse
interpretativo che ci aiutano a riflettere anche sul problema delle
responsabilit che  moralmente e socialmente indissociabile da
una esperienza come quella della soluzione finale.
La contrapposizione tra l'ipotesi della programmazione dello ster-
minio e quella della sua realizzazione come risultato dell'opera di
un meccanismo cresciuto in un certo senso su se stesso, quasi capace
di sviluppare un proprio automatismo una volta dispiegate determinate 
premesse, cui ha corrisposto nella storiografia soprattutto tedesca 
l'antitesi tra storici intenzionalisti e storici funzionalisti, rive-
lava la sua importanza soprattutto sotto il profilo delle responsabili-
t. Chi insiste sulla programmazione ne individua l'agente e l'idea-
tore primo nella figura di Adolf Hitler, come se si trattasse anche
dell'unico responsabile dell'intera vicenda. Ma questa, in realt
come abbiamo cercato di dimostrare, implica un complesso di com-
partecipazioni e di corresponsabilit che, ben al di l della persona
di Hitler, coinvolge un'intera organizzazione sociale, attraverso una
articolazione settoriale che riflette la complessit della struttura de-
gli apparati dello Stato nazionalsocialista e quindi la capillarit di
coinvolgimenti e responsabilit. N la programmazione senza questo 
complesso piano organizzativo, n il dispiegamento della macchina 
del genocidio senza una programmazione sarebbero in grado da soli 
di dare una risposta al problema fondamentale di come  stato 
possibile e di come si sono ripartite le diverse responsabilit. 
solo l'intreccio di programmazione e di realizzazione che fa capire i
diversi stadi dell'operazione, non certo lineare nella sua consequen-
zialit ma sicuramente coerente nella successione delle diverse fasi,
in ragione dell'adattamento agli sviluppi cos della situazione inter-
na tedesca come delle circostanze della guerra in generale. In questa 
direzione si muovono alcuni tra i pi autorevoli studiosi del siste-
ma di annientamento nazista, quali Raoul Hilberg, nei suoi studi
fondamentali sulla distruzione dell'ebraismo europeo e nelle sue ri-
flessioni conclusive su carnefici e vittime, o Wolfgang Sofsky, nel
suo studio sul sistema concentrazionario come sintesi dell'ordine del
terrore e simbolo della istituzionalizzazione della violenza.
Soltanto l'inserimento dello sterminio degli ebrei in questo contesto 
rende anche possibile considerare le cifre del genocidio nell'ordine 
delle possibilit umane, senza essere schiacciati da un dato quan-
titativo tanto macroscopico quanto intimidatorio, nel senso che la
sua dimensione di per s sembrerebbe tacitare la ricerca di qualsiasi
spiegazione. E tuttavia la ricerca dell'esattezza delle cifre, nella mi-
sura pi attendibile possibile non certo nell'irraggiungibile calcolo
al cento per cento, fa parte del doveroso compito di riportare la vi-
cenda dal limbo dell'indistinto, che potrebbe contribuire ad alimen-
tare una visione mitologica non controllabile con gli strumenti della
razionalit, alla realt conoscibile. Certo, siamo consapevoli che il
modo pi vero e pi efficace di ricostruire il bilancio delle vittime
sarebbe quello, in taluni casi come in quello italiano anche riuscito
(per merito di L. Picciotto Fargion), di restituire un nome e un volto
a ciascuna singola vittima. Ma la semplice quantificazione cui siamo
costretti non  che il rovescio della spersonalizzazione e della dein-
dividualizzazione (Sofsky) delle vittime, come condizione prima
per l'esercizio anonimo della violenza istituzionalizzata. Un calcolo
che comunque vale la pena di fare perch in pochi casi come in que-
sto la dimensione del crimine ne definisce anche la qualit.
Non  da nascondere neppure che la necessit di dare una dimensione 
quantitativa pi attendibile possibile al genocidio  derivata anche 
dall'esigenza di controbattere l'offensiva di coloro che, nel quadro 
di una propaganda neonazista e neofascista, si sono studiati di
negare lo sterminio, donde la loro definizione di negazionisti o di
assassini della memoria, secondo la bella definizione di Pierre Vi-
dal-Naquet, e la formulazione della menzogna di Auschwitz, che
in Germania ha dato luogo addirittura a sanzione penale, in quanto
la negazione stessa dell'evidenza  stata considerata istigazione
all'odio razziale.
E tuttavia le difficolt di pervenire ad una definizione esatta delle
cifre sono molteplici. Noi stessi abbiamo ricordato il tentativo com-
piuto dai nazisti di fare scomparire le tracce del crimine. Ma anche
se possedessimo tutta la copiosa documentazione che  stata ali-
mentata dalla meticolosa burocrazia che ha prodotto i crimini avrem-
mo una rappresentazione soltanto parziale delle cifre. Molta parte
dei deportati nei campi di sterminio venivano registrati, ma di molti
di coloro che venivano al loro arrivo immediatamente selezionati
per le camere a gas non rimaneva traccia alcuna. In questo, come in
molti altri casi, non si pu procedere che attraverso stime valutative
fondate sull'incrocio di dati diversi (se mancano le cifre degli arrivi
si possono riscontrare quelle delle partenze, ricostruendo dove pos-
sibile i convogli avviati verso i campi di sterminio), che richiede 
negli interpreti un lavoro approfondito e complesso e una conoscenza
perfetta di molteplici fonti e canali di informazione.
Nel corso di decenni di ricerche, per le ragioni appena dette e per
distruzioni e dispersioni di archivi provocati da cause belliche o da
incuria e disattenzione, non  stato infatti possibile accertare e ac-
quisire una cifra assoluta e corretta. Ma sin dalle prime acquisizioni
della corte internazionale di Norimberga istituita per giudicare i
principali criminalnazisti, che rubric i crimini connessi alla solu-
zione finale sotto la voce dei crimini contro l'umanit, si afferm la
dimensione approssimativa di sei milioni di ebrei uccisi. Uno dei primi
studiosi che affrontando la ricostruzione complessiva della soluzione
finale ne tent anche l'analisi statistica, Gerald Reitlinger, volle 
tenersi su cifre particolarmente prudenti: la sua valutazione oscillava 
tra una stima minima di 4.194.000 di vittime e una stima massima di
4.581.200. Hilberg per parte sua, come autore della ricerca com-
plessiva pi analitica, valut in 5.100.000 il numero degli ebrei uccisi
dalla persecuzione nazista, di cui 3 milioni nei campi di sterminio e
di concentramento, il rimanente nei ghetti o nelle operazioni sel-
vagge delle Einsatzgruppen. Anche in questo caso, le stime sono da
considerarsi passibili di errore per difetto piuttosto che per eccesso.
Da ultimo, l'intera materia  stata riesaminata a fondo, con la veri-
fica di tutti i dati disponibili e l'analisi critica di tutte le stime 
esistenti, nel corso di una ricerca coordinata da Wolfgang Benz, uno
dei maggiori specialisti della storia dell'antisemitismo, con la colla-
borazione di numerosi specialisti di diversi paesi, sotto gli auspici
dell'Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera, una fra
le principali istituzioni nel campo degli studi sul nazionalsocialismo.
Il risultato pi interessante di questa ricerca  che dal lavoro degli
storici  emerso un dato fondamentalmente vicino a quello gi anti-
cipato all'epoca del processo di Norimberga. La stima formulata
dall'equipe di studiosi che ha lavorato con il Benz oscilla infatti tra
la cifra minima di 5.290.000 ebrei uccisi e la stima massima di poco
pi di 6.000.000. 
La persecuzione degli ebrei ha alterato profondamente aspetti della
civilt e della cultura europea.  stato ferito a morte anzitutto il 
senso della tolleranza e della convivenza tra comunit diverse su cui
sembrava essere stato costruito il volto plurinazionale e plurietnico
dell'Europa tra la Rivoluzione francese e i processi ottocenteschi di
unificazione nazionale, almeno sino alla prima guerra mondiale. Ma
il calcolo di ci che l'Europa e il mondo hanno perduto non pu es-
sere un calcolo meramente aritmetico di quanta parte della popola-
zione ebraica  andata perduta. Da questo punto di vista, il calcolo
pi probabile ci dice che a seguito della persecuzione nazista  an-
dato distrutto circa un terzo della popolazione ebraica che viveva nel
mondo prima dello scatenamento del secondo conflitto mondiale.
Con la distruzione degli ebrei d'Europa il nostro continente ha per-
so una componente essenziale soprattutto nel cuore dell'Europa, nel-
l'area centro-orientale, della sua cultura. La violenta destrutturazio-
ne sin dalle radici di insediamenti secolari, che avevano contribuito
a imprimere la loro fisionomia alla cultura e al pensiero europeo, ha
lasciato un vuoto difficilmente colmabile. Dallo stesso paesaggio
urbano europeo sono scomparse in buona parte le testimonianze fi-
siche di quella presenza; socialmente sono scomparsi quartieri e te-
stimonianze viventi di tradizioni; sono scomparsi mestieri, ceti arti-
giani e professioni, che, nati spesso sull'onda di antiche discrimina-
zioni religiose prima ancora che politiche, avevano finito poi per esse-
re rivalutati come espressione peculiare della popolazione ebraica.
La scomparsa degli ebrei da tanta parte dell'Europa non  avvenu-
ta soltanto per distruzione fisica, ma anche per l'emigrazione forza-
ta in conseguenza della persecuzione. Un'emigrazione che non si 
arrestata negli anni diretti della persecuzione: si pensi a quanti tra i
pochi sopravvissuti hanno preferito scegliere, anche dopo la libera-
zione, la via della persecuzione, non sopportando il disagio di vivere
nei contesti sociali che avevano provocato l'espulsione e la distruzio-
ne di tanta parte della popolazione ebraica. O, in anni appena suc-
cessivi, non resistendo, dopo la formazione dello Stato di Israele
alla tentazione di ritrovare un punto di riferimento nel neonato Sta-
to ebraico e di contribuire alla realizzazione di nuove utopie politi-
che e sociali.
Le stime che abbiamo citato innanzi sono il risultato del lavoro in-
crociato di storici e di giuristi. Questi ultimi furono direttamente co-
involti nelle ricerche in quanto protagonisti delle istruttorie e poi
dei collegi giudicanti nei processi che ebbero come imputati coman-
danti e membri delle guarnigioni dei campi di sterminio. Al di l del
grande processo di Norimberga della corte interalleata (1945-46) e
dei processi successivamente celebrati da corti militari alleate
(compreso quello alle Einsatzgruppen), nonch di quelli celebrati
nell'immediato dopoguerra in Unione Sovietica e in Polonia, bisogn
attendere gli anni Sessanta per assistere a un rinnovato interesse an-
che sotto il profilo giudiziario alle indagini sui campi di sterminio.
Una vera e propria svolta non soltanto nelle conoscenze sulla per-
secuzione, ma anche nel modo di affrontare la problematica che ad essa 
era sottesa con riferimento cos alle circostanze di fatto come alle
caratteristiche del sistema sociale e politico che ne avevano consen-
tito lo sviluppo, fu costituita con tutta evidenza dal processo cele-
brato nel 1961 a Gerusalemme nei confronti di Adolph Eichmann,
il braccio destro di Heydrich nella realizzazione della soluzione fi-
nale. La discussione allora aperta intorno alla sua personalit, e al
ruolo di un burocrate apparentemente normale nell'ingranaggio della 
distruzione fisica di interi gruppi minoritari, diede un contributo 
fondamentale a riportare il discorso sui crimini del nazismo
nell'area della comprensibilit e della razionalit. Al tempo stesso,
respingendo l'ipotesi della responsabilit collettiva del popolo tede-
sco, che aveva attecchito durante e subito dopo la guerra presso i so-
stenitori di soluzioni punitive sommarie e globali, essa aiutava a in-
dividuare responsabilit precise e soprattutto a interpretare la feno-
menologia sociale che aveva reso possibile un uso cos distruttivo de-
gli strumenti del potere.
La fine della guerra fredda, attenuando l'esigenza di rigide contrap-
posizioni e facendo cessare forme di omert o di rimozione nei con-
fronti dei crimini del nazismo, e per essi di personaggi o anche di 
vecchi quadri militari e civili che avevano servito il regime nazista 
e che avevano successivamente reso servigi alle forze anglo-americane 
in funzione antisovietica, diede un nuovo impulso alla ricerca di respon-
sabili di crimini nazisti e all'accertamento di verit terribili per 
troppo tempo taciute.
Fu cos che una serie importante di processi ebbe luogo nella Re-
pubblica federale tedesca nel corso degli anni Sessanta e dopo la ri-
presa delle istruttorie che metteva fine alla forzata interruzione che
aveva contribuito ad alimentare l'ondata di rimozione dei crimini
nazisti. Tra la fine del 1963 e l'agosto del 1965 fu celebrato a Franco-
forte sul Meno il primo dei grandi processi ai superstiti responsabili
dei campi di sterminio, quello di Auschwitz; seguirono i processi re-
lativi a Treblinka (1964-65), Belzec (1965), Sobibor (1965-66), un se-
condo processo Treblinka (1970), per citare solo i casi pi rilevanti.
Il fatto di aprire i processi non rispondeva soltanto ad astratti crite-
ri di giustizia, sebbene fosse di per s importante pervenire all'iden-
tificazione e alla punizione di responsabilit personali specifiche. Esso
rispondeva anche ad un debito di carattere morale nei confronti
delle vittime e dei paesi che erano stati offesi dall'invasione e dalla
strategia dello sterminio. Indirettamente, finiva per assolvere anche
ad una funzione di conoscenza in quanto consentiva il recupero e
l'accumulazione di una documentazione diretta o indiretta (come
nel caso delle testimonianze), la cui valutazione era essenziale non
solo per l'accertamento in s ma anche come fondamento per la
conservazione della memoria dei fatti accaduti.
Il problema della memoria, di non dimenticare i crimini commessi
contro l'umanit per ragioni razziali, si presentava con diversi ri-
svolti. Era soprattutto un problema politico ed un problema di ca-
rattere etico. Voleva dire non coltivare l'oblio di quanto era accadu-
to, ma voleva dire anche tenere presente la realt che aveva reso
possibile quei crimini. Non si doveva trattare cio di una memoria
inerte, ma della consapevolezza critica che la memoria aveva un sen-
so se, oltre a non dimenticare le vittime, rappresentava uno stimolo
per approfondire le circostanze che avevano accompagnato l'esplo-
sione di barbarie che si era scatenata nell'odio contro gli ebrei, gli
zingari e gli slavi, ossia tutta l'umanit considerata inferiore, e nei
campi di sterminio.
Il problema della memoria non , n pu essere, risolto una volta
per tutte. Il dovere di non dimenticare, come, per i sopravvissuti, il
dovere di testimoniare, secondo la formulazione lasciataci da Primo
Levi, non si pu esaurire n nei momenti commemorativi n nelle
forme della monumentalizzazione rituale e della rappresentazione
simbolica dei fatti accaduti. Il problema fondamentale  la presa di
coscienza di ci che la lesione inflitta alla dignit umana rappresen-
ta per l'intera umanit.  soltanto questa consapevolezza che pu
rendere immuni contro il ripetersi di fenomeni di sterminio come
quello che abbiamo preso in esame nei capitoli precedenti. La stes-
sa consapevolezza che pu rendere vigili contro ogni tentativo di ne-
gare ci che  accaduto o, peggio ancora forse, di ridimensionare l'ac-
caduto, non dal punto di vista di quella superiore visione che  la na-
turale conseguenza della distanza temporale dai fatti accaduti, ma
dal punto di vista dell'acquiescenza, di una forma di passiva rasse-
gnazione per scacciare un passato scomodo, inquietante.
La ricerca di facili soluzioni di pacificazione con la propria coscienza
gi in passato produsse periodi di rimozione, facilitati da scelte e
strategie politiche. L'impegno di tenere viva una memoria individua-
le, senza la quale non vi  neppure memoria collettiva, non  impe-
gno di poco conto. Essa implica comunque una adeguata iniziativa
per la conoscenza di questa storia e chiama quindi in causa l'opera
delle istituzioni scolastiche ed educative a tutti i livelli. Implica 
una visione critica della realt in un mondo che tende alla massificazio-
ne e all'omologazione acritica dell'informazione, come forma di tran-
quillante sociale in un'epoca in cui la storia come strumento critico
rischia di diventare un fattore di disturbo e di sovversione.
Al di l di ogni influenza della collettivit, se una lezione si pu
trarre dall'esperienza di un'epoca cos terribile come quella che ha
prodotto i campi di sterminio, essa consiste nel richiamo al senso di
responsabilit e al rapporto tra la coscienza individuale e il senso
del proprio dovere nei confronti della societ ma anche dell'umani-
t. Questo fa tutt'uno con la considerazione che soltanto l'educazio-
ne totalitaria delle societ totalitarie del nostro secolo, e tra esse 
la societ formata dal nazionalsocialismo nell'ambito dei regimi fasci-
sti ne  stata certamente l'incarnazione pi radicale, poteva coltiva-
re l'utopia negativa della distruzione dei diversi e produrre i livel-
li di spersonalizzazione necessari per creare cos gli strumenti attivi
della dominazione come i soggetti passivi del dominio.
E poich ricordare  necessario anche perch certe situazioni po-
tenzialmente sempre riproducibili non si ripetano bisogna combattere 
alla radice i gemmi del razzismo. Il ricordo dei fatti accaduti non
 di per s un antidoto sufficiente, ma  certamente un requisito es-
senziale. Certo, fatti che accadono intorno a noi - episodi di razzi-
smo quotidiano e guerre etniche combattute in nome di separatismi
delle pi diverse origini - possono non apparire incoraggianti, e di
fatto non lo sono. Ma soltanto se terremo desta la sensibilit intorno
ai pericoli che queste situazioni comportano potremo impedire che
essi abbiano a sfociare in tragedie come quelle che abbiamo vissuto
negli anni del secondo conflitto mondiale.
Questo significa anche che i conti con il passato non si chiudono
mai definitivamente, perch il solo modo di chiudere i conti  quello
di comportarsi nel presente in modo che il passato non possa ritor-
nare, n interamente n parzialmente.

Cronologia
1920. Febbraio. Il programma del partito nazionalsocialista (NSDAP) 
formula la richiesta della privazione della cittadinanza tedesca per gli 
ebrei e la loro espulsione da uffici pubblici e responsabilit culturali.
1933. 30 gennaio. Nomina di Hitler a cancelliere del Reich.
28 febbraio. Dopo l'incendio del Reichstag l'ordinanza del presidente 
della repubblica per la protezione del popolo e dello Stato autorizza 
l'abolizione di norme sui diritti fondamentali della Costituzione di 
Weimar e arresti di oppositori politici.
23 marzo. Legge dei pieni poteri ad Hitler.
1 aprile. Boicottaggio nel Reich dei negozi ebrei e degli studi profes-
sionali di medici e avvocati ebrei.
7 aprile. La legge del Reich per il risanamento della burocrazia prescrive 
l'esclusione dei funzionari non ariani.
22 aprile.  vietato nel Reich l'accesso alle casse mutue dei medici 
non ariani.
25 aprile. Introduzione del numerus clausus per l'accesso alle universit 
e alle scuole tedesche di studenti ebrei.
10 maggio. Fal dei libri proibiti nel Reich.
14 luglio. Legge del Reich sulla sterilizzazione degli affetti da malattie 
ereditarie.
22 settembre. Creazione della Camera della cultura del Reich: esclusione 
degli ebrei da ogni attivit nel campo della cultura, dello spettacolo e 
della informazione.
29 settembre. La legge sui poderi ereditari esclude dalla propriet della 
terra chi non  di sangue tedesco.
1935. 21 maggio. Esclusione dal servizio militare nel Reich per chi non  
di origine ariana.
15 settembre. Proclamazione delle leggi di Norimberga che privano gli 
ebrei della piena cittadinanza tedesca e proibiscono il matrimonio tra 
cittadini tedeschi ed ebrei. Gli ebrei sono privati dei diritti politici 
e della capacit di ricoprire uffici pubblici.
1936. 21 ottobre. L'Unione centrale dei cittadini tedeschi di fede ebraica 
deve denominarsi Unione centrale ebraica
1937.15 aprile. Esclusione nel Reich degli ebrei dall'ammissione agli 
esami di dottorato.
16 novembre. Per disposizione del ministro degli interni del Reich pu 
essere consentito il passaporto agli ebrei solo per espatriare e per 
pochi altri casi eccezionali.
1938. 12 Marzo. Con l'Anschluss austriaco rientrano sotto il controllo 
del Reich circa 200.000 ebrei austriaci. Inizio della persecuzione anche 
in Austria.
26 Aprile. Obbligo per gli ebrei nel Reich di denunciare i patrimoni su-
periori ai 5000 marchi.
9 giugno. Gli ebrei non possono frequentare le universit tedesche neppure 
come uditori.
14 giugno. Obbligo nel Reich di registrazione per tutti gli esercizi in-
dustriali di ebrei.
20 giugno. Esclusione nel Reich degli ebrei dall'attivit di borsa.
6 luglio. Esclusione nel Reich degli ebrei da una serie di attivit com-
merciali.
14 luglio. Pubblicazione del Manifesto della razza degli scienziati fascisti.
23 luglio. Obbligo per gli ebrei nel Reich di una carta di identit.
25 luglio. Cessazione degli ebrei nel Reich dalla concessione di esercizio 
della professione medica.
17 agosto. Obbligo per gli ebrei nel Reich di assumere il prenome di Sara 
se donne e Israel se uomini.
5 settembre. Il governo italiano espelle gli ebrei come insegnanti e come 
alunni dalle scuole di ogni livello.
27 settembre. Cessazione nel Reich dell'attivit professionale degli av-
vocati ebrei.
5 ottobre. Obbligo per gli ebrei di fare contrassegnare i passaporti con 
la J (Jude).
28 ottobre. Espulsione dal Reich degli ebrei di nazionalit polacca.
7 novembre. Attentato a Parigi contro il consigliere dell'ambasciata 
tedesca v. Rath.
9-10 novembre. Notte dei cristalli promossa in tutto il Reich dal partito 
nazionalsocialista
12 novembre. Imposizione agli ebrei di un risarcimento di un miliardo di 
marchi. Ordinanza per l'esclusione degli ebrei dalla vita economica nel 
Reich, chiusura di tutti gli esercizi commerciali e artigianali ebrei.
Proibizione per gli ebrei di frequentare nel Reich teatri, cinema, concerti, 
esposizioni.
15 novembre. Esclusione definitiva degli ebrei dalle scuole tedesche.
17 novembre. Il governo fascista emana i Provvedimenti per la difesa della 
razza italiana
28 novembre. Requisizione nel Reich degli alloggi di propriet ebraica.
3 dicembre. Obbligo nel Reich dell'alienazione forzata di aziende indu-
striali, di propriet terriere, titoli di credito, gioielli e beni 
artistici di propriet di ebrei.
1939. 24 gennaio. Creazione dell'Ufficio centrale del Reich per l'emigra-
zione ebraica.
15 marzo. Occupazione di Praga e distruzione della Cecoslovacchia; nascita 
del Protettorato di Boemia e Moravia
15 marzo. Proibizione dell'emigrazione illegale degli ebrei dal Reich.
30 aprile. Legge del Reich sui contratti d'affitto per gli ebrei.
1 settembre. Invasione della Polonia e inizio della seconda guerra mondiale.
Introduzione nel Reich del coprifuoco per gli ebrei.
Hitler autorizza ufficialmente le pratiche di eutanasia per gli infermi 
considerati inguaribili o non degni di vivere.
12 ottobre. Prima deportazione dall'Austria e dal Protettorato di Boemia 
e Moravia alla volta del Governatorato generale nella Polonia occupata.
30 ottobre. Himmler ordina la deportazione degli ebrei e dei polacchi dai 
territori annessi al Reich nel resto della Polonia occupata.
28 novembre. Il governatore generale Hans Frank ordina la creazione di 
Consigli ebraici (Judenrate) nella Polonia occupata.
10 dicembre. Creazione del ghetto di Lodz nella Polonia occupata.
1940. 22-24 giugno. Armistizio tra le potenze dell'Asse e la Francia, 
divisa tra zona occupata e zona sotto controllo del governo di Vichy.
2 ottobre. Creazione del ghetto di Varsavia
3 ottobre. Il governo di Vichy emana lo Statuto per gli ebrei.
1941. 3 marzo. Creazione del ghetto di Cracovia nella Polonia occupata.
14 aprile. Creazione del ghetto di Lublino nella Polonia occupata.
20 maggio. Proibizione del passaggio di ebrei dalla Francia occupata 
alla Francia di Vichy per impedire la possibile emigrazione dall'Europa.
22 giugno. Aggressione della Germania contro l'Unione Sovietica; inizio 
dell'attivit delle Einsatzgruppen e dell'uccisione selvaggia di ebrei.
31 luglio. Il maresciallo Goring incarica Heydrich di predisporre i 
preparativi per la soluzione finale della questione ebraica.
Agosto. Proibizione definitiva per gli ebrei di emigrare dall'area sotto 
influenza tedesca.
1 settembre. Introduzione nel Reich della stella gialla per gli ebrei.
3 settembre. Primi esperimenti ad Auschwitz di camere a gas.
29 settembre. Massacro di ebrei a Babi Jar nella Russia occupata.
14 ottobre. Inizio delle deportazioni di ebrei dal Reich alla volta dei 
ghetti della Polonia e di altri territori occupati.
Fine ottobre. Inizio delle deportazioni dalla Slovacchia.
Fine dicembre. Inizio delle uccisioni in massa nel campo di sterminio di 
Chelmno.
1942. 15 gennaio. Inizio delle deportazioni dal ghetto di Lodz al campo di 
sterminio di Chelmno.
20 gennaio. Alla conferenza del Wannsee Heydrich d le istruzioni per il 
coordinamento della soluzione finale nell'intera Europa sotto controllo 
tedesco.
17 marzo. Creazione del campo di sterminio di Belzec.
Met marzo. Inizio dell'Aktion Reinhard guidata dal generale delle SS 
Globocnik per la liquidazione degli ebrei polacchi.
27 marzo. Inizio delle deportazioni dalla Francia alla volta di Auschwitz.
Inizio maggio. Entrata in funzione del campo di sterminio di Sobibor.
Giugno. Inizio dell'uccisione in massa con il gas ad Auschwitz.
2 giugno. Inizio della deportazione di ebrei tedeschi nel ghetto di 
Theresienstadt.
Luglio. Inizio dell'attivit del campo di sterminio di Treblinka.
5 luglio. La famiglia di Anna Frank ad Amsterdam si nasconde nel rifugio 
segreto.
22 luglio. Inizio delle deportazioni dal ghetto di Varsavia alla volta 
dei campi di sterminio.
23 luglio. Suicidio di A. Czerniakw presidente dello Judenrat del ghetto 
di Varsavia.
Luglio. Arrivo ad Auschwitz dei primi ebrei deportati dall'Olanda.
4 agosto. Partenza del primo convoglio di ebrei deportati dal Belgio.
25 ottobre. Prime deportazioni dalla Norvegia.
Dicembre. Fine dell'attivit del campo di Belzec.
1943.15 marzo. Prime deportazioni degli ebrei di Salonicco verso i campi 
di sterminio.
19 aprile-16 maggio. Insurrezione del ghetto di Varsavia e sua definitiva 
distruzione ad opera dei tedeschi.
2 agosto. Rivolta nel campo di Treblinka.
16 agosto. Insurrezione del ghetto di Bialystock.
8 settembre. Armistizio dell'Italia e occupazione del paese da parte 
della Wehrmacht.
1 ottobre. Deportazione a Theresienstadt di ebrei danesi.
16 ottobre. Deportazione ad Auschwitz degli ebrei romani.
15 novembre. Il Manifesto di Verona del partito fascista repubblicano 
proclama gli ebrei italiani cittadini stranieri.
Met novembre. Distruzione del campo di Treblinka che non ha pi ragione di
esistere.
30 novembre. Il ministro degli interni della Repubblica di Sal ordina 
l'internamento degli ebrei su suolo italiano.
1944. 19 marzo. Occupazione dell'Ungheria da parte della Wehrmacht e inizio 
della deportazione degli ebrei ungheresi.
23 luglio. L'Armata rossa libera il campo di Majdanek.
4 agosto. Anna Frank e la famiglia vengono arrestati e deportati. 
Anna Frank morir a Bergen-Belsen nell'inverno del 1945.
Fine agosto. Liquidazione definitiva del ghetto di Lodz.
26 novembre. Distruzione ad opera dei tedeschi delle camere a gas e dei 
crematori di Auschwitz.
1945. 17 gennaio. I tedeschi abbandonano il campo di Chelmno.
27 gennaio. L'Armata rossa libera Auschwitz
24 febbraio. Partono da Trieste gli ultimi ebrei deportati dall'Italia.
8 maggio. Capitolazione della Germania.
19 novembre. Inizio a Norimberga del processo contro i principali criminali 
di guerra nazisti dinanzi alla Corte militare internazionale.
FINE



