PROTREPTICO AI GRECI
di CLEMENTE ALESSANDRINO
Introduzione, Traduzione
a cura di Quintino Cataudella
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
INTRODUZIONE
Clemente non nacque cristiano. Egli  un Convertito; ci si pu domandare
che cosa lo abbia Spinto alla conversione - se, come per Giustino, la
superiorit della morale evangelica, o, come per Taziano, la semplicit
delle Sacre Scritture. Ogni ipotesi  destinata a rimaner tale, giacch
n egli n altri ci ha lasciato alcun accenno che possa gettar luce su
quel momento decisivo della sua vita. Ma c' un'opera di Clemente che
potrebbe avere un'importanza singolare al riguardo, se considerata nella
tormentata umanit ch' nascosta sotto la costruzione polemica e la
trascinante foga della vittoriosa affermazione, pi che negli elementi,
e nei materiali, di cui la polemica  intessuta e su cui sorge
l'edificio nuovo della fede. Quest'opera infatti noi vogliamo parlare,
com' chiaro, del Protreptico -  un invito alla conversione: e ci si
pu legittimamente domandare se essa non sia, nella sua pi intima
essenza, il dramma di un'anima, e perci, per noi, il documento di
un'anima, che cerca Dio, e lo trova, attraverso esperienze interiori e
crisi e dubbi e superamenti, nella conquistata fede di Cristo. Il fatto
che egli invita a non discutere nei riguardi del problema se si debba
coltivare Dio o no, alla stessa guisa che si discute quando si tratta
dei piccoli problemi della vita, non vuol dire che egli sia arrivato
alla fede senz'averci pensato sopra e averne discusso a lungo con se
stesso: tutt'altro. Il consiglio che d agli uomini sembra essere
l'epilogo della sua esperienza di convertito. La fede innata, che egli,
facendosi consigliere agli uomini, invita a interrogare, come testimone
attendibile, tratto dall'intimo essere di ciascuno,  la scoperta che
egli ha fatto in se stesso, dopo il fallimento di ogni anteriore
esperienza di pensiero e di dubbio. Ragioni intellettuali, oltre che
morali, si debbono cercare al fondo della sua conversione. Quella
religione politeistica, contro la quale Clemente appunta le armi
dell'ironia e dello scherno,  stata anche la sua religione; quelle
pratiche dei misteri, nelle quali egli si indugia con particolare
insistenza, per metterne in luce i ripugnanti particolari, sono state -
tuttavia - i mezzi coi quali egli stesso ha cercato, inutilmente, la sua
unione con la divinit. Quella filosofia pagana, la naturalistica, e
l'altra, pi vera, di Socrate e di Platone, di cui rivela, per la prima,
l'errore fondamentale, per l'altra, l'insufficienza, sono state le tappe
attraverso le quali egli stesso  passato nel suo graduale
perfezionamento, fino al raggiungimento della suprema verit. Quelle
obiezioni che egli si muove e quelle resistenze - come quella della
consuetudine, contro la quale combatte lungamente - che egli
polemicamente si pone innanzi, sono quelle stesse che egli ha trovato
nel suo spirito, lungo il cammino verso la verit, e che ha, alla fine,
superato e vinto egli stesso. Intesa cos, quest'opera acquista un
nuovo, particolare significato. Noi non conosciamo la data della
conversione, n se il Protreptico sia stato scritto a poca distanza di
tempo da essa; certo  che l'opera sembra portar viva l'eco di
esperienze passate e recenti, ed essere piena ancora dell'ardore di
lotte da poco sostenute. La fiamma di un nuovo amore, nato in questa
temperie di lotte e di vittoria, percorre e scalda quest'opera: quello
stesso del Logos di Dio, del Signore che compassiona, esorta,
ammonisce, salva, custodisce, l'amore di chi, per dirla con Paolo, non
considera sua preda la salvezza che egli ha raggiunto. Nessuna prova
esterna vi , che valga a precisare con sufficiente esattezza la
cronologia del Protreptico; le stesse prove interne - se ve ne sono -
non possono essere usate che con molta larghezza e in via di semplice
ipotesi. N giova il confronto con gli scritti apologetici del tempo,
anch'essi, del resto, non databili con precisione, dato il carattere di
tale genere di scritti, che ripetono i medesimi motivi e temi ed esempi,
senza che sia possibile precisare la natura dei rapporti e ricondurre ad
un'unica fonte i tratti pi o meno comuni a tali scritti. Rilevo nelle
note un buon numero di confronti, taluni anche sintomatici, tra il
Protreptico e, per esempio, l'Ottavio di Minucio Felice e altri scritti
apologetici; ma  un terreno quanto mai sdrucciolevole, e il limitarsi a
rilevarli, senza tentare di trarne conclusioni, non  soltanto,
naturalmente, una misura di prudenza. Una cronologia generalmente
ammessa pone per il Protreptico come terminus ante quem il 202; io
tenderei a portare indietro questa data, prendendo come termine di
riferimento il 197, l'anno delle persecuzioni, di cui l'Apologetico di
Tertulliano riflette tutta la ferocia e, d'altra parte, tutta la nobilt
generosa dei Cristiani, mentre nel Protreptico non v' - o non v' quasi
alcun accenno a persecuzioni. Contentarsi bisogna di queste date,
alquanto vaghe. In compenso potremo considerare con maggiore sicurezza
le condizioni spirituali del tempo, e le condizioni della Chiesa, e la
figura di Clemente, nel suo tempo. Nel secondo secolo il Cristianesimo
era diventato potente; non era pi una minoranza debole e negletta, ma
rappresentava una forza considerevole, che si imponeva all'attenzione di
tutti. Si poteva disprezzare questa nuova religione, dar credito alle
pi strane dicerie sul suo conto, lanciarle le accuse pi gravi, ma
ignorarla e trascurarla non era pi possibile. E affluivano proseliti ad
essa, non solo dalle infime classi, quegli schiavi quelle donnette quei
pezzenti sui quali si ferma lo scherno sprezzante di Celso, ma uomini
delle classi colte si volgevano con interesse curioso a questa religione
per conoscerne i segreti e il carattere, se non, come spesso accadeva,
per combatterla o per farsene seguaci. S'aprivano cos al Cristianesimo
nuove e imprevedute zone di diffusione e di conquista; la filosofia
pagana, specialmente attraverso talune sue scuole, veniva a contatto
della nuova religione, e ne studiava la sostanza di pensiero e il
tormento dei problemi, ch'erano i suoi medesimi problemi. Il
Cristianesimo, a questo contatto, veniva ad affinare le sue armi di
persuasione e di propaganda, e a farsi, per dir cos, filosofia; un
problema nuovo veniva inevitabilmente a porsi, quello dei rapporti
dell'antico col nuovo. Doveva buttarsi via tutto quello che proveniva
dall'antico? o era possibile conciliare l'antico pensiero con la nuova
religione? ( noto come risposero alla domanda parecchi pensatori
cristiani, in particolar modo Clemente: non era da buttar via quello che
di buono era nell'antica filosofia; scintille del Verbo erano balenate
anche ai filosofi pagani; il Cristianesimo non era che il frutto maturo,
il coronamento della filosofia pagana). V'era presso i pagani un
pubblico di fedeli, seguaci della religione per tradizione o per
abitudine, e un pubblico pi ristretto, di uomini di pensiero, educati
alle scuole dei filosofi. N diversamente presso i cristiani, accanto ai
seguaci dalla fede schietta e ingenua, erano quelli che portavano con s
l'eredit insopprimibile del pensiero pagano assorbito nelle scuole dei
filosofi, e particolarmente queste condizioni pare si trovassero ad
Alessandria, dove il Didaskaleion di Clemente appare un vigoroso centro
intellettuale; e v'erano anche delle zone grige di convertiti a met,
non ancora staccatisi interamente dalle vecchie abitudini e incapaci di
farsi un'anima interamente nuova. La lotta ingaggiata dal Cristianesimo
doveva tener conto di questa diversit di esigenze, in relazione al
diverso carattere degli avversari: e se le armi della polemica contro la
concezione popolare degli di, aguzzate cinque secoli prima da Platone e
riprese dai Cinici, valevano per il pubblico pi largo, non pi erano
buone - per esempio - per uomini che, come Celso, non consideravano di
le statue, ma solo "Theon anathemata", e non credevano ai miti e alle
leggende popolari e poetiche. La religione dei misteri aveva trovato nel
secondo secolo condizioni favorevoli di ripresa, e pareva appagare, non
solo nelle classi popolari, ma anche negli uomini di pensiero, l'innato
bisogno di elevazione verso il divino e di comunione col dio. La
battaglia contro il politeismo e l'idolatria non poteva dirsi
completamente vinta, a causa della persistenza di essi, che attraverso
le varie forme dell'arte e le manifestazioni della vita religiosa,
riempivano ancora ogni atto della vita dell'uomo comune, e dell'uomo
che, anche senza essere un filosofo, si elevava sulla comune per
educazione letteraria e abitudine di pensiero. La Chiesa doveva ancora
lottare per la sua affermazione: occorreva vincere le ultime resistenze
passive, rappresentate dalla tradizione; occorreva mostrare alle classi
colte dei pagani, ai pensatori che alla conquista di Dio erano mossi con
la stessa guida presa da Clemente - Platone -, la necessit. di superare
il punto raggiunto da questa guida, e indicare il mezzo che solo poteva
dare la rivelazione di Dio: Cristo. Nel secondo secolo, verso la fine,
era cessata negli ambienti cristiani la preoccupazione derivante dalla
credenza nella prossima fine del mondo, e appariva sempre pi chiara la
missione del Verbo filantropo: quella di dare a tutte le genti la luce
della verit e il dono della salvezza. Il problema che si affacciava
agli spiriti pi nobili e alle menti pi chiare era quello della
conversione di tutta l'umanit: compito arduo e grande, per il quale
occorreva la fede pi ardua e pi grande. In quest'ambiente, e mossa da
questi bisogni e volta a questi scopi, nasceva l'opera che della
conciliazione dell'antico col nuovo, intesa come superamento dell'antico
nella conquista della vera scienza rivelata dal Cristianesimo,
rappresenta il frutto pi conscio, e che del senso di questa divina
missione, illuminatrice e salvatrice,  tutta piena nel vasto mpito
delle ispirate esortazioni - il Protreptico di Clemente Alessandrino.
Interessante sarebbe potere inserire il Protreptico nel contrasto vivo,
delle polemiche che si agitavano in quel tempo tra i sostenitori
dell'antica religione e i banditori della nuova. Purtroppo la nostra
conoscenza degli scritti rappresentanti la  reazione pagana dei primi
secoli non  molto ricca, ma vi  un'opera pressocch contemporanea del
Protreptico (pare sia stata composta verso il 178) la quale  molto
significativa a tale proposito, perch illumina i rapporti e le
posizioni del Cristianesimo e del paganesimo, in quel conflitto di
credenze e di idee che invase nel secondo secolo anche il campo del
pensiero; essa  il Discorso Vero di Celso. Sebbene non si possa pensare
a una diretta polemica di Clemente con Celso, il fatto stesso che il
Discorso Vero esprime l'atteggiamento del pensiero pagano nei riguardi
del Cristianesimo, e riassume le obiezioni e le reazioni che sorgevano
nel campo pagano verso la nuova religione, e la difesa che esso opponeva
agli attacchi del Cristianesimo - pu servire a far riconoscere alcuni
degli obiettivi polemici dello scrittore cristiano, che altrimenti non
apparirebbero in questa luce.  significativo intanto che alcune
citazioni, da Eraclito e da Platone, ricorrano in tutti e due gli
scrittori, in Celso e in Clemente: segno di quella utilizzazione che, a
diverso fine, si faceva indifferentemente da pensatori pagani e da
pensatori cristiani, della antica filosofia greca, se non di
imprecisabili rapporti concreti tra i due scritti, in gran parte di
ispirazione platonica - giova dire - tutti e due. Sarebbe lungo
analizzare i punti di incontro delle due opposte correnti. Molti degli
atteggiamenti polemici s'indovinano facilmente anche senza poterne
addurre le prove. Doveva essere - per esempio -, ed era, facile negli
ambienti pagani confondere la religione del Cristianesimo con le
religioni dei misteri (Eleusi, Mitra, eccetera), e prendere la figura di
Cristo come quella di un impostore; orbene, il Protreptico di Clemente 
concepito nella sua sostanza come contrapposizione del Cristianesimo -
come religione che attua la comunione con Dio - alla religione dei
misteri, che tale comunione si proponevano di attuare, ma che erano
lontani dal realizzare. In questa religione dei misteri Clemente non
vede che impostura e opera di demoni, e a tipica figura di impostore
prende il fondatore dei misteri, Orfeo; ma pi grande della stessa
leggenda di Orfeo egli considera la realt di Cristo, confrontata sul
fondamento della interpretazione allegorica dell'azione trascinatrice
del primo. Il Discorso Vero di Celso contiene un passo in cui sono
opposti a Cristo, come pi degni degli onori divini, se non Eracle ed
Asclepio, almeno Orfeo che ebbe spirito pio e mor anche lui di morte
violenta  (e Anassarco ed Epitteto). Agli attacchi dei Cristiani contro
la idolatria (in Clemente essi hanno una parte notevolissima), Celso
oppone, da una parte, l'esempio di popoli, come gli Sciti e i Persiani
(esempi noti anche a Clemente), che ebbero una concezione non diversa da
quella dei Cristiani, nei riguardi delle immagini degli di; dall'altra,
una concezione diversa dalla popolare, sul valore e sul significato
delle statue degli di. Uno degli argomenti a cui ricorrevano i pagani
per sostenere la causa della loro religione, era la necessit, il dovere
che tutti hanno di seguire la religione dei padri, quella che Clemente
chiama la consuetudine ("sunetheia"). Si spiega cos come in parecchi
degli scrittori cristiani di questo tempo Tertulliano, Minucio Felice,
Clemente Alessandrino - appaiano attacchi contro questa difesa del
paganesimo; e il tono con cui essi muovono a questo attacco, armati
delle armi dell'ironia o del semplice buon senso (Tertulliano dice, in
sostanza: per quando vi fa comodo, dalle usanze dei padri vi
allontanate volentieri; e Clemente, giocando sul significato di
"sunteia": e allora perch non continuate a seguire in tutto
l'abitudine, e a nutrirvi sempre di latte, come foste abituati da
bambini?, mostra chiaramente che essi avevano di fronte considerazioni
di carattere popolare, una forma passiva di resistenza, pi che una
salda opposizione di pensiero. Celso ripresenta questo motivo, e gli d
una base di argomentazioni filosofiche; a queste argomentazioni
risponder, ponendosi sullo stesso terreno, Origene, il grande discepolo
di Clemente. Mi sembra difficile che Clemente abbia mirato al Discorso
Vero di Celso. Il Protreptico di Clemente, cos inserito, per quanto era
possibile, nel contrasto delle polemiche del tempo, appare un libro
vivo, il cui interesse  anche di portata storica, documentaria, e non
un libro retorico, sia pure di una retorica volta alla propaganda e alla
edificazione. Sotto la veste dell'acceso e commosso banditore della
verit, dell'erudito largo di notizie e di citazioni,  nascosto il
pensatore e il polemista, che, se per gli scopi del suo scritto non
mette in luce gli obiettivi polemici, non perci se li nasconde o li
ignora. Ma se il Protreptico ha anche questa sostanza polemica, non
perci si pu dire che esso sia, nel senso che si d alla parola, un
libro polemico, un'apologia, del tipo di quelle di altri scrittori,
anteriori o contemporanei a Clemente. Il Protreptico di Clemente  stato
infatti avvicinato agli scritti degli Apologeti del secondo secolo, ai
quali lo ricondurrebbe il carattere della polemica contro il paganesimo
e la presenza di motivi e di argomenti polemici comuni.  stata cos
riconosciuta nel Protreptico una parte (che, tolto il capitolo
introduttivo, comprenderebbe i primi sette capitoli) di preciso
carattere apologetico, e una che costituirebbe il protreptico vero e
proprio, dal capitolo ottavo fino alla fine. In realt, una simile
distinzione dello scritto riguarda quasi unicamente la materia, ma non
lo spirito dell'opera: e non diversamente deve dirsi della definizione
di esso e del suo accostamento a un determinato genere di scritti. Chi
legge le Apologie di Giustino, di Taziano, di Teofilo di Antiochia, di
Tertulliano, di Minucio Felice, di Atenagora, e le confronta col
Protreptico di Clemente, non pu effettivamente non rilevare in essi il
ricorrere frequente, e perfin fastidioso, di esempi comuni alle une e
all'altro, di citazioni, di spunti, perfino di atteggiamenti o ironici o
indignati, formanti quasi una materia comune senza preciso segno di
individuabile originalit. Ma questa materia pu essere riempita di uno
spirito diverso nei vari scrittori: e se - per esempio - in Tertulliano
la dimostrazione dell'origine umana delle divinit dei pagani e
l'attacco contro l'idolatria servono a difendere i Cristiani dall'accusa
di non sacrificare e di non rendere culto agli imperatori e di non
seguire la religione tradizionale - in Clemente i medesimi motivi
polemici servono a mostrare, in quel mondo pagano di idee e di costumi,
la mancanza di quel divino a cui la sua anima aspira e che ha trovato
nella nuova religione, che si contrappone nettamente e completamente
all'antica. L'elemento negativo (apologetico) e l'elemento positivo
(protreptico) non sono perci assolutamente separabili in Clemente: ma
l'uno, l'elemento apologetico, - a parte ogni ragione pratica che pot
consigliarne l'ampiezza di svolgimento -  dialetticamente in servizio
dell'altro; e non  che la forma negativa dell'esortazione, che, mentre
invita alla salvezza, mostra l'errore che bisogna superare per giungere
a quella. "Apotrpousai" (dall'inganno dannoso) e "protrpousai" (verso
la salvezza) egli chiama, al principio del capitolo 8, le scritture dei
Profeti: e potrebbe dirsi del suo scritto, che nell'abbandono delle
vecchie credenze trova le premesse della rinnovata giovinezza degli
spiriti. Il primo capitolo termina con l'esortazione a cercare Cristo,
perch Cristo  il solo mezzo per giungere alla contemplazione di Dio. E
il secondo capitolo comincia con l'esortazione a non cercare gli empi
santuari e gli oracoli; e continua, fino alla fine del capitolo quarto,
col mostrare, in un lungo esame, la ciurmeria dei misteri che ignorano
il vero Dio, e l'errore delle credenze religiose che divinizzano dei
semplici uomini, e l'indegnit di questi di, che non sono in realt che
demoni inumani, e la stoltezza della idolatria; e conclude, nella forma
caratteristica dello stile protreptico, con queste parole: Non vi 
dunque che un solo rifugio per chi vuole giungere alle porte della
salvezza, e questo  la divina sapienza. Nei capitoli che seguono
Clemente esamina la falsit delle opinioni dei filosofi, che divinizzano
la materia, e distingue da essi Platone, in compagnia del quale va alla
ricerca di Dio, e sceglie dagli scritti di alcuni altri filosofi dei
tratti che essi scrissero a ispirazione di Dio (e che bastano per la
conoscenza di Lui a chi  in grado, anche in piccola misura - di
investigare la verit) - e dagli scritti di alcuni poeti, che
riconobbero l'errore e testimoniarono la verit, perch ebbero alcune
scintille del Verbo, e cosi mostrarono chiaro a tutti che chi fa o
dice qualche cosa senza il Verbo  come coloro che si sforzano di
camminare senza piedi. Passa cos, col capitolo ottavo, alle scritture 
dei profeti che distolgono dall'errore ed esortano alla salvezza,
e indica nell'assomigliarsi a Dio per quanto  possibile, la piet, e in
Dio il maestro adatto, come colui che ha il potere di realizzare
nell'uomo questa rassomiglianza (capitolo 9). Attacca poi l'ultima
posizione, l'ultima resistenza (passiva), dei non credenti: la
consuetudine (capitolo 10) e con ragionamenti e dimostrazioni, in cui
ritornano motivi della polemica antipagana, incomincia la serie delle
esortazioni alla conoscenza di Dio e alla salvezza, per giungere alle
quali Cristo  il nostro  compagno di lotta: esortazioni che si
fanno sempre pi suadenti e appassionate - sia che rievochi il beneficio
divino (capitolo 11), o che faccia balenare dinanzi agli occhi degli 
ascoltatori la visione dei misteri del Verbo (capitolo 12), fino 
all'ispirato invito alla iniziazione nei misteri veramente santi, dietro
l'esempio di lui, che alla luce delle fiaccole ha la contemplazione dei
cieli e di Dio, e diventa santo mediante l'iniziazione, facendo da ierofante 
il Signore, che segna del suo sigillo il myste e lo illumina e lo consegna
al Padre, perch sia custodito in eterno. Appare da questo semplice 
schema l'unit dell'opera, che tra l'esortazione iniziale a cercare Cristo 
e quella finale al battesimo, ha come suo centro la contrapposizione tra 
i due mezzi per giungere alla contemplazione di Dio: quello pagano 
(i misteri) e quello cristiano (Cristo). Certo, qualche cosa esce fuori da 
questa lineare figurazione, e supera i confini dello schema logico: n ci 
pu minimamente sorprendere in uno scrittore come Clemente, che non poteva
restare insensibile, data la sua formazione di cultura, agli allettamenti 
della erudizione (se pure egli sembri lavorare non direttamente sui testi 
degli autori che cita, ma su compilazioni generali e florilegi) e al 
desiderio di porre in servizio della polemica antipagana le sue conoscenze
speciali (egli fu forse iniziato ai misteri, ma non  necessario supporlo
per spiegare la larghezza dei riferimenti che egli d su di essi). Ma 
l'opera non resta perci meno una, n meno resta, essenzialmente e 
soprattutto, un protreptico, per lo spirito che la informa e che d 
un suo speciale significato alla parte apologetica, come anche per la
tecnica della composizione, coi suoi caratteristici tratti conclusivi, 
esortativi, da premesse in forma ipotetica, e la stessa tessitura di
citazioni che spesso preparano le conclusioni o le confortano. 
A riconoscere questa tecnica, questo stile protreptico, giova, pi che 
l'aiuto dei pochi frammenti del Protreptico di Aristotele, il confronto 
con quello, simile anche nella struttura al clementino, di Giamblico. 
Una antitesi fondamentale costituisce il centro logico del Protreptico 
di Clemente, quella tra "anaphresthai eis thon" e "pophresthai eis
anthropon", come ha osservato il Festugire; antitesi che trova espressione
anche nella sopradetta contrapposizione tra i misteri pagani che restano 
nella sfera umana, e il mistero cristiano che  segnato della presenza
del divino. Per tale antitesi l'unit dell'opera di Clemente acquista un
carattere di chiara interiorit.  probabile che le condizioni spirituali, 
religiose, dei tempi abbiano contribuito a dare al problema religioso in 
Clemente questa particolare impostazione. ma certamente sono da riconoscere,
anche in essa, come in tanti particolari, influssi platonici. Il platonismo
di Clemente appare cos non frammentario, n esteriore, ma interiore e 
fondamentale, nel senso che da esso Clemente  salito alla
conoscenza di Dio, e ha visto illuminata nel suo profondo la
rivelazione della eterna verit, di Dio, la quale doveva essergli data 
dalla fede, poich Dio nessuno conobbe, se non il Figlio e colui al quale
il Figlio Lo abbia rivelato.
Il Protreptico  generalmente considerato come la prima opera di quella
trilogia che, nella sistemazione degli scritti di Clemente fatta dagli
studiosi, comprende insieme con esso il Pedagogo e gli Stromati. A
questo disegno trilogico sembra alludere chiaramente Clemente stesso,
quando nel primo capitolo del primo libro del Pedagogo parla di un 
"lgos protreptics", di un "lgos paidagogs" e di un "lgos didascalics",
in cui il Lgos, pur essendo uno, si divide, e sotto le cui forme,
nell'ordine in cui esse si seguono, opera sugli uomini. Resta dubbio se 
gli Stromati rappresentino la terza parte della trilogia, o solo una
introduzione alla terza parte che non sarebbe stata mai scritta, oppure 
siano del tutto indipendenti dal disegno trilogico; ma sulla posizione del
Protreptico rispetto al Pedagogo v' consenso pressocch generale. Anche
ammessa la priorit del Protreptico, per la quale mancano per esplicite
indicazioni di prova, bisogna dire tuttavia che quando Clemente scriveva
il Protreptico nessuna idea di un simile sviluppo dell'opera e di un
simile collegamento di essa con altre opere, era nella sua mente; e il
Protreptico  un'opera in s conclusa, che non presuppone
necessariamente ulteriori svolgimenti e approfondimenti particolari.
Giova confrontare a questo scopo l'introduzione al Pedagogo, nella quale
 fatta la distinzione del Logos sopra riferita, e indicata, per dir
cos, la successione cronologica in cui appaiono le sue tre forme, con
un passo del Protreptico, in cui l'apparizione del Logos  distinta
nei tre momenti di "demiourgs", di didscalos e di thes, largitori, il
primo del vivere, mediante la creazione, il secondo del ben vivere, il 
terzo della vita eterna. Il Logos s'identifica qui col Dio creatore e 
salvatore; e nello stesso capitolo, poco prima, aveva parlato del Logos
di Dio, il Signore, che compassiona, educa, esorta, ammonisce, salva, 
custodisce. Qui il "lgos paidagogics" (se anche non voglia dir nulla
la priorit dell'azione educativa sulla esortativa) non  distinto dal
"lgos protreptics", come  fatto invece nell'introduzione del
Pedagogo. Vi sono inoltre nel Protreptico temi di carattere propriamente
pedagogico - come quello relativo all'usanza di tenere nelle
camere da letto quadri con figure oscene, e di fare imprimere nei
castoni degli anelli, per servirsene come sigillo, immagini lascive - che
appariranno trattati anche nel Pedagogo, con quella minore
ampiezza, che era richiesta dalla maggiore ampiezza della trattazione
precedente. Ci confermerebbe quello che sopra ho detto, che la
inserzione del Protreptico in un piano organico di ripartizione
trilogica  posteriore alla sua composizione. Nella prima opera il
Logos  protreptico e, insieme, pedagogo e maestro. La distinzione
programmatica dei compiti del Logos appartiene ai tempi della composizione 
del Pedagogo; e diciamo ai tempi, perch  verosimile che la introduzione
del Pedagogo sia stata scritta quando la composizione di quest'opera
era, se non terminata, certo, in gran parte, compiuta.
In questi ultimi anni il rinnovato esame portato sulle opere del primo
Aristotele, e le scoperte fatte in questo campo dallo Jaeger e, con
vastit e penetrazione maggiori, dal Bignone, hanno posto su un
terreno di concretezza il problema dei rapporti tra una delle opere
pi significative di quel periodo dell'antico filosofo - il Protreptico - e
l'opera del filosofo cristiano che ne riproduce il titolo. Doveva infatti
apparire sempre pi probabile che Clemente - ammiratore, studioso, seguace
di Platone - fosse attratto anche verso le opere del discepolo di Platone, 
che dell'insegnamento del Maestro mostravano le tracce e i segni 
inconfondibili d'ascensione d'anima e di pensiero. La presenza, poi, di 
un tratto assai sintomatico, per il fatto di trovarsi anche in altri testi, 
che dal Protreptico aristotelico certamente derivano, e cio nel 
Protreptico di Giamblico e nell'Ortensio di Cicerone,  stata una prova 
della fondatezza di tali rapporti, che occorreva precisare nella loro 
natura, ma che non potevano in alcun modo negarsi. Questo tratto rivelatore
 l'immagine del supplizio dei pirati etruschi, a proposito della quale 
il Bignone osserv che, se essa dimostrava in Clemente la conoscenza del
Protreptico di Aristotele, probabilmente altri punti di contatto si 
sarebbero dovuti scoprire tra l'opera dello scrittore cristiano e quella 
scritta dal primo Aristotele. Di estendere l'esame per trovare altre
tracce di rapporti e altri punti di contatto tra i due scritti si propose
Giuseppe Lazzati; il quale non si limit a Clemente, ma Basilio, Atenagora,
Agostino, Sinesio eccetera, formarono oggetto del suo studio. La conclusione 
del Lazzati  che Clemente non solo conobbe il Protreptico aristotelico, 
ma scrisse il suo Protreptico in costante riferimento polemico a quello 
scritto: ed  conclusione forse eccessiva, nella forma, almeno, in cui  
formulata, e allo stato della nostra conoscenza dell'opera aristotelica. 
Giacch, se il paragone dei predoni etruschi pu ritenersi derivato 
direttamente dal Protreptico aristotelico, per quelle ragioni a cui sopra 
ho accennato - nonostante che esso ricorra in altri scritti, oltre quelli
di carattere protreptico, legati all'opera aristotelica, e in Clemente
stesso serva a illustrare un rapporto diverso (anima e corpo in Aristotele; 
idolatri e statue in Clemente), e sia riferito come espressione proverbiale,
comune - la stessa cosa non si pu dire di molti dei nuovi rapporti 
messi in luce dal Lazzati, e di altri che si potrebbero aggiungere a 
quelli da lui considerati. Io non ripresenter qui le osservazioni fatte 
al lavoro del Lazzati, del resto ricco di pregi, da quanti si sono occupati
di esso, dal Mariotti - per esempio - e  dal Festugire. Uno degli
argomenti a cui ricorre il Lazzati per dimostrare 
l'intenzione polemica di Clemente nei riguardi del Protreptico 
aristotelico  che, mentre Aristotele si rivolge ai giovani, Clemente si 
rivolge ai vecchi, quasi per mostrare che tutti, giovani e vecchi,
sono chiamati alla conoscenza di Dio, a differenza della
"phrnesis", il cui acquisto era raccomandato dal filosofo
pagano soltanto ai giovani. In realt non si capisce
perch il Protreptico clementino dovrebbe pensarsi destinato 
a un uditorio formato di vecchi; da chi intende in
questo modo il passo di Clemente in cui si parla agli
uditori come a delle persone gi vecchie, giunte al tramonto 
della vita, non si  osservato che la vecchiaia di
cui si parla in quel passo  una vecchiaia, non individuale
ma etnica: vecchi sono gli Elleni, come l'Elicona e il
Citerone, come i loro di, come tutto il loro mondo di
leggende e di miti.  una vecchiaia da intendere in
senso proprio non pi che la giovinezza, a cui gli uomini
debbono tornare, per potere entrare nel regno di Dio.
 Eliminata, perch troppo vaga, o troppo poco provata,
la maggior parte degli altri rapporti supposti dal Lazzati, 
non resterebbe - a parte, naturalmente, il paragone dei 
predoni etruschi - che il tratto che si riferisce
al concetto di "oikea aret", e non solo al concetto, ma
anche al paragone dei cavalli e dei buoi. Concetto,
senza dubbio, tipicamente aristotelico, ma di quei concetti 
che, nonostante la presenza del sintomatico paragone, 
potevano diffondersi come materia comune, senza
necessario riferimento all'opera originale; e ad ogni modo
non  abbastanza perch si possa concludere molto pi di
quello che concludeva il Bignone: che cio Clemente conobbe 
il Protreptico di Aristotele e lo ebbe in qualche modo
presente nello scrivere il suo discorso esortatorio, che con
quello ha in comune la materia di taluni temi e argomenti.
 Ma se dalla considerazione di somiglianze formali e
perci pi sintomatiche, passiamo a quella di rapporti
di contenuto, vedremo estendersi il campo della ricerca,
anche se da essa non debbano venire modificati i risultati gi acquisiti.
 Un motivo, per esempio, che indirettamente, e in una
luce polemica, ci ricondurrebbe al Protreptico di Aristotele 
 quello (ma il Lazzati non vi si ferma a questo
scopo) delle condizioni migliori in cui l'uomo pu filosofare 
(o, per Clemente, muovere alla conoscenza di Dio): la ricchezza, 
la nobilt eccetera. Aristotele dedicava
perci il suo protreptico al ricco principe Temisone,
considerando le ricchezze come aiuto al filosofare; e
polemizzando con Aristotele, Cratete pensava di scrivere 
un protreptico a Filisco calzolaio, sicuro che questi
ne avrebbe tratto maggiore guadagno per il filosofare,
che colui al quale aveva dedicato il suo Protreptico
Aristotele; ed Epicuro nell'epistola a Meneceo invitava 
a filosofare i giovani e i vecchi, i ricchi e i poveri
(cfr. anche Orazio, ep. II, 24 e seguenti). Orbene, Clemente dice 
che a chi vuole giungere alla conoscenza di Dio non  di impedimento 
la mancanza di cultura n la povert n l'oscurit del nome n la miseria.
Ma  chiaro che, nonostante l'apparente posizione polemica
dei due atteggiamenti, questi possono considerarsi indipendenti 
l'uno dall'altro; e che, se mai, la contrapposizione  nelle due
diverse, opposte concezioni di vita dei pagani e dei cristiani, 
come mostra anche il biasimo che fa Celso al Cristianesimo, 
di rivolgersi a degli ignoranti, a dei pezzenti, a degli schiavi.
 Un altro punto sul quale il Lazzati non si ferma 
quello in cui Clemente polemizza contro quei pensatori,
che, pure avendo compreso che l'uomo  meravigliosamente 
fatto per la contemplazione del cielo, si volgono ad 
adorare le cose che sono nel cielo: punto che richiama 
evidentemente quel passo del Protreptico di Giamblico,
che il Jaeger consider come derivante dal Protreptico 
aristotelico - nel quale  citata l'opinione di Pitagora che 
considera propria della natura dell'uomo la contemplazione del cielo, 
e quella di Anassagora, che lo scopo della vita umana fa consistere 
nel contemplare il cielo, e gli astri del cielo, il sole e la luna .
Ma anche di questo punto si ha da dire quello che si  detto per l'altro,
esaminato sopra: che, cio, tali confronti non varrebbero a denunciare 
una precisa, diretta opposizione polemica: sebbene l'ultimo punto - come 
la connessione col precedente argomento (che si pu ricondurre
al Protreptico aristotelico) farebbe supporre - sembri 
avere di mira pi che altro la teologia astrale del primo Aristotele.
 Clemente nel suo Protreptico raccolse e fuse in una sola
voce le voci esortatrici del Signore, di Giovanni, dei
Profeti, di Paolo; e a questa voce nuova diede forma e
modi del modello antico, che aveva accolto un'altra voce
famosa, la quale aveva segnato una data significativa
dello spirito greco, e, attraverso il tramite di chi in Roma
ne aveva raccolto lo spirito e l'esempio, doveva giungere,
precorritrice e suaditrice, ad Agostino. In questa fusione
di antico e di nuovo nell'opera di Clemente non  tanto
da vedere un segno dell'eclettismo della sua forma di
pensiero, n il risultato della sua educazione letteraria.
quanto l'espressione di quella stessa armonia ed equilibrio
di spirito, che determin la sua posizione di cristiano
nei confronti del sapere greco: per tale armonia ed equilibrio
di spirito, l'opera di Clemente - con tutto ci
che essa ha di originale e perfino, direi, di barbarico,
nello stile, e di arditamente nuovo in certi atteggiamenti
di pensiero - si pone nel solco luminoso della grande
tradizione ellenica.
 Il Protreptico di Clemente  scritto con intendimenti
artistici. Era ci, come il Bignone ha osservato, nella
tradizione dei "logoi protreptico" ma, a prescindere
dall'esempio della tradizione, la particolare destinazione
dello scritto, dedicato al pubblico e non a sfere determinate
di esso ( chiaro che non poteva pensarsi destinato
alla scuola, il cui pubblico deve supporsi in massima parte
formato di credenti), e la concezione che Clemente aveva
dei rapporti tra il Cristianesimo e la cultura profana - concezione 
liberale, conciliativa, e non intransigente, come
quella di Taziano e di Tertulliano - dovevano fare apparire 
agli occhi di Clemente un'opera come quella che egli
si proponeva di scrivere, come un campo adatto per far
prova dinanzi al pubblico dei Greci, di quelle eleganze
e di quegli artifici appresi alle scuole dei Greci.
 Gi il principio del discorso presenta il tipo caratteristico
di periodare per "kola" corrispondenti, ed  stato 
analizzato dal Norden, che lo ha distinto nei suoi
simmetrici membretti. Il periodo muove spesso per
rotti asindeti, rapidamente seguentisi; e non v' pagina, 
quasi, che non offra esempi di brillanti antitesi,
di giuochi di parole, di effetti di assonanze, e talvolta
di rime. Si direbbe che talora il periodo si svolga secondo
una linea musicale, e che un ritmo musicale - che spesso
non  che un giuoco di assonanze - regoli, e quasi faccia
sorgere, le immagini, e perfino le idee, pi che esserne
queste suscitatrici e regolatrici. Si veda, per esrmpio, il principio 
dell'ultimo capitolo, dove l'immagine della "pags par suggerita dalla
parola "apgei" precedente.
 Le citazioni frequenti, dalle Scritture e da scrittori
profani, e l'uso non raro di un modo di espressione in
cui  facile riconoscere echi e reminiscenze, formali e
letterarie, delle une e degli altri, danno alla composizione
un'apparenza di mosaico. La sintassi acquista anche in
conseguenza di ci un'andatura spezzata, e lo stile una
impronta letteraria, che pu anche, talora, suonar
falsa, e che certamente rivela, insieme con l'artificio, 
l'influsso di una abitudine di cultura, diventata quasi vita
di pensiero e modo di concepire e di esprimersi. Le allusioni, 
spesso anche difficili a cogliere, colorano, qua e l,
l'espressione di un'ironia sottile, che nasce da impreveduti 
accostamenti e imprevedute conclusioni da premesse,
logiche o di fatto, accettate nel giuoco polemico. Vi 
anche una forma particolare di simbolismo, per cui sono
tolte dal mondo greco figure note (Tiresia, Ulisse), e
sono fatte partecipi, quasi persone operanti e non soltanto
freddi simboli, del dramma dialettico che si rappresenta e si vive.
N mancano i pezzi a effetto, come la viva narrazione 
dell'episodio di Eunomo e della cicala pitica, e la
colorita "kprasis" dei sacerdoti di Cibele; n le allocuzioni 
piene di pathos, come quella all'imperatore Adriano
e quella all'indovino Tiresia. Si avrebbe torto di vedere
in queste allocuzioni solo un mezzo retorico di rappresentazione 
efficace, come nelle antitesi solo un procedimento stilistico. 
Il pensiero si semplifica in formule; l'antitesi  nella 
realt del pensiero, nelle concezioni, nelle
anime; sale dal fondo delle cose per trovare nella parola
l'espressione che ne fissa e ne chiarifica i termini. E le
allocuzioni sono spesso espressione di una commossa
partecipazione, di quel senso nuovo - anche se anteriore
al Cristianesimo - di solidariet umana, che cre la forma
oratoria della omilia e trov nella forma della epistola
un mezzo di pi efficace contatto di anime: specialmente
quando la finzione letteraria con la quale Clemente si fa
presenti alla fantasia uomini del passato e figure mitologiche, 
cede il posto alla realt, e il piccolo uditorio si allarga
a una cerchia pi vasta, fino a comprendere tutta
l'umanit, alla quale l'oratore offre il dono della salvezza.
 Per questi atteggiamenti oratori e per l'abbondanza
di certi svolgimenti e per certe abitudini stilistiche e
certa cura di partizioni logiche del discorso, e uso di
preterizioni e altre maniere retoriche - Clemente pu
apparire, magari frequentemente, schiavo della educazione
retorica; ma retore non  mai: la sostanza di pensiero 
di cui tutta l'opera  intessuta, e la sincerit dei sentimenti 
e del sentimento della sua missione, viste nel
clima del tempo, fervido di lotte e di speranze immortali,
collocano la figura di Clemente scrittore in una posizione
che sfugge a ogni classificazione del genere.
 stato, in particolare, da tutti messo in rilievo l'uso
frequente in tutto il Protreptico, del linguaggio dei misteri. 
Bisogna dire, e risulta da quello che fin qui ho detto,
che l'uso di questo linguaggio non  affatto esteriore,
non  sovrapposto, ma nasce dalla stessa concezione che
 al fondo dell'opera di Clemente. Il Cristianesimo  
concepito da Clemente come una forma di iniziazione, 
mirante, come le iniziazioni ai misteri, a una suprema epoptia,
alla contemplazione di Dio. Le immagini, cos, e le formule 
che esprimono nei misteri pagani le varie fasi del
rito e le impressioni dei mysti passano ad esprimere per
una voluta contrapposizione di cose le corrispondenti fasi
e impressioni del mistero cristiano ( Oh misteri veramente
santi! O luce pura! Alla luce delle fiaccole contemplo i
cieli e Dio, eccetera). E accanto a questo uso del linguaggio
mistico, passa nell'espressione del mistero cristiano una
corrispondente mitologia: di fronte alle baccanti, sorelle 
di Semele, le figlie di Dio, le belle agnelle; e di
fronte alle orge pagane, il coro dei giusti, gli angeli, i
profeti, le vergini; di fronte al Citerone, il monte amato da Dio.
  Ma l'espressione di questi momenti supremi, ineffabili,
che trascendono l'attivit conoscitiva, di queste ascensioni
d'anima verso le verit eterne, fatta mediante il linguaggio
dei misteri, indipendentemente dalla accennata idea di
contrapposizione polemica, ha ancora l'origine profonda
in Platone, nel Platone del Fedro e del Convito, che considerava 
la filosofia stessa come una specie di iniziazione;
e il Cristianesimo  per Clemente la filosofia pi alta, e
pi vera, la sola che possa dare effettivamente la contemplazione di Dio.
Una figura parietale del cimitero di San Callisto - del terzo 
secolo all'incirca - rappresenta Orfeo che ammansa
le fiere: simbolo del Cristo, che con la dolcezza del
Verbo, ammansa quelle fiere pi selvagge di tutte che
sono gli uomini. La figura sembra illustrare quel passo
di Clemente in cui la potenza del Nuovo Canto, del Cristo,
 assomigliata a quella di Orfeo e considerata superiore
ad essa: e potrebbe essere presa a simbolo di tutto il Protreptico, 
della sua missione incantatrice della selvatichezza (della ignoranza,
cio, e delle false credenze) e trascinatrice delle anime verso gli
alti termini della eterna salute.

PROTREPTICO AI GRECI
CAPITOLO 1
 Amfione tebano e Arione di Metimna furono, tutti e
due, abili nel canto, e, tutti. e due, mito e ancora
questo loro canto ... argomento di canto per il coro degli
Elleni - a causa dell'arte musicale per la quale l'uno
adesc un pesce, l'altro cinse di mura Tebe. Un altro
cantore, un trace (altro mito ellenico, questo), ammansiva le 
fiere col semplice canto e trapiantava da un posto
all'altro gli alberi, i faggi, per mezzo della musica. Potrei
narrarti anche un altro mito, fratello di questi, e parlarti
di un altro cantore, Eunomo locrese, e della cicala Pitica. 
Era raccolta a Pito una solenne adunanza di Elleni,
per celebrare la morte del serpente, ed era Eunomo che
cantava il canto funebre del rettile; se questo canto fosse
un inno o un lamento funebre sul serpente non saprei
dire: quello che  certo  che vi era una gara, ed Eunomo
suonava la cetra nell'ora della calura, quando le cicale,
scaldate dal sole, cantavano sotto le foglie, su per i monti.
Esse cantavano certamente, non in onore del serpente
morto, del Pitico, ma del Dio sapientissimo un canto
sciolto da ogni legge, migliore dei canti di Eunomo, regolati 
da leggi. Ed ecco si spezza una corda al Locrese, la
cicala vola sul giogo della cetra, trillava sopra lo strumento
musicale come su di un ramo: e il cantore, adattato il suo
al canto della cicala, suppl in tal modo la corda mancante.
Non fu dunque la cicala a essere attirata dal canto di
Eunomo, come vuole il mito, che innalz a Pito una statua
di bronzo raffigurante Eunomo con la sua cetra, e la alleata
del Locrese nella gara: ma spontaneamente essa vola sulla
cetra, e canta spontaneamente, mentre agli Elleni, invece,
sembra che essa non abbia fatto che rispondere alla musica di quello.
 Come dunque avete potuto prestar fede a vane favole,
fino a supporre che gli animali siano affascinati dalla
musica? Invece, solo il volto luminoso della verit (a
quanto pare) vi sembra imbellettato, ed  guardato da
voi con diffidenza. E cos, il Citerone e l'Elicona e i monti
degli Odrisi e dei Traci, luoghi di iniziazione all'errore,
a causa dei misteri sono stati consacrati e celebrati
con inni. Io, sebbene non si tratti che di favole, mi
commuovo alle tante sventure, che sogliono essere
argomento di tragedie: per voi invece le storie luttuose 
sono diventate drammi, e gli attori dei drammi
spettacolo di gioia. Ma i drammi, e i poeti concorrenti 
alle Lenee, e gi completamente ebbri,
recingiamoli magari di edera, mentre essi delirano stranamente 
nel celebrare il bacchico rito, ma... rinchiudiamoli, 
insieme coi satiri e il tiaso furente e col restante
coro di demoni, nei gi invecchiati Elicona e Citerone.
E facciamo scendere, invece, dall'alto, dal cielo, la Verit,
insieme con la splendidissima Sapienza, verso il monte
sacro di Dio e il coro sacro dei profeti. Ed essa, brillando
di una luce che splende quanto pi lontano  possibile, 
illumini dappertutto coloro che si rotolano nelle
tenebre, e liberi gli uomini dall'errore, tendendo la sua
altissima mano, cio l'intelligenza, verso la salvezza. Ed
essi, rialzate le loro teste, e levati gli occhi verso l'alto,
lascino il Citerone e l'Elicona ed abitino Sion: Da Sion
infatti uscir la Legge e il Verbo del Signore da Gerusalemme, 
cio il Verbo celeste, il genuino competitore,
incoronato nel teatro di tutto il mondo. E il mio Eunomo
canta, non sul modo di Terpandro n su quello di Capione, 
e neppure su quello frigio o lidio o dorico,
ma sull'eterno modo della nuova armonia, che ha nome
da Dio, il canto nuovo, il canto levitico:
che duolo ed ira lenisce e d l'oblio d'ogni male.
Dolce e verace farmaco contro il dolore  stato infuso
in questo canto.
Mi sembra perci che quel Trace e il Tebano e il Metimneo 
siano stati una sorta di uomini che non sono uomini, 
degli impostori, e che col pretesto della musica 
avendo corrotto la vita umana, per mezzo di qualche abile
incantesimo essendo invasati dal demone, per condurre
gli uomini alla rovina, celebrando delle efferatezze nei
riti dei misteri e facendo dei lutti l'oggetto di onori
divini, per primi abbiano tratto gli uomini al culto degli
idoli: e con pietre e con tavole, cio con statue e
pitture, abbiano posto le fondamenta alla balordaggine
della consuetudine, aggiogando alla estrema schiavit, coi
loro canti e i loro incantamenti, quella libert veramente
bella, di coloro che sono liberi cittadini sotto il cielo.
 Ma non tale  il mio cantore, n  giunto per sciogliere
in lungo tempo l'amara schiavit dei demoni che ci
tiranneggiano: ma facendoci passare dal giogo dei demoni
al giogo mite e filantropico della piet, di nuovo 
richiama verso il cielo quelli che sono stati scagliati sulla
terra. Solo lui infatti, fra quanti mai furono, mansuefaceva le 
fiere pi selvagge di tutte, cio gli uomini: mansuefaceva volatili, 
cio gli uomini leggeri, rettili, cio gli ingannatori, 
leoni, cio gli iracondi, porci, cio gli uomini
dediti ai piaceri, lupi, cio gli uomini rapaci. Pietre
e legno sono gli inintelligenti, ma anche pi insensibile
delle pietre  l'uomo immerso nell'ignoranza. Testimone
venga a noi la voce profetica, che s'accorda col canto
della verit, voce che compiange coloro che si son consumati 
nell'ignoranza e nella follia: Dio  capace di far 
sorgere da queste pietre dei figli ad Abramo : Dio,
il quale, avendo commiserato la grande stupidit e la durezza
di cuore di quelli che sono diventati pietre rispetto
alla verit, dest il seme della piet, dotato del sentimento
della virt, da quelle pietre, cio, dalle genti che hanno
creduto nelle pietre. Un'altra volta, in un certo punto
ha chiamato prole di vipere certi ipocriti velenosi e 
versipelle, che tendono insidie alla giustizia.
Ma anche di questi serpenti, se qualcuno di sua volont
si penta, seguendo il Verbo, diventa uomo di Dio . 
Altri chiama allegoricamente lupi, vestiti di pelli
di pecore, intendendo significare i rapaci in forme di
uomini. E tutte queste selvaggissime fiere, e le consimili
pietre, lo stesso canto celeste le trasform in uomini mansueti. 
Eravamo infatti, eravamo una volta anche noi
dissennati, disobbedienti, erranti, schiavi di piaceri e 
desideri vani, viventi nella malizia e nell'invidia, odiosi e
odiantici l'un l'altro, come dice la Scrittura Apostolica,
ma quando apparve la bont e la filantropia di Dio, nostro
Salvatore, essa ci salv, non per effetto delle opere che
noi compiemmo in giustizia, ma secondo la sua misericordia.
 Vedi quanto pot il nuovo canto! Esso ha fatto uomini
dalle pietre e uomini dalle fiere. Quelli che erano altrimenti
morti, perch non erano partecipi di quella che
 veramente vita, solo ch'ebbero ascoltato il canto, rivissero. 
Questo canto anche ordin armoniosamente l'universo,
e accord la dissonanza degli elementi in un ordine
di consonanza, affinch l'intero cosmo si armonizzasse con
esso: e lasci andare libero il mare, ma gli imped di invadere 
la terra, e rese ferma, al contrario, la terra, che
prima era mobile, e la fiss come confine del mare.
E calm l'impeto del fuoco con l'aria, quasi che temperasse
l'armonia dorica con la lidia; e mitig il rigido freddo
dell'aria con la mescolanza del fuoco, temperando armonicamente 
queste estreme note dell'universo. E questo
canto incorrotto - sostegno del tutto e armonia dell'universo - che 
si estese dal centro alle estremit e dai
vertici al centro, armonizz questo tutto, non secondo
la musica tracia, che  simile a quella di Iubal, ma
secondo la paterna volont di Dio, che David emul. Il
Verbo di Dio, nato da David ed esistente prima di
lui, disprezz la lira e la cetra, strumenti inanimati, e,
avendo armonizzato collo Spirito Santo questo mondo,
ed il piccolo mondo, cio l'uomo, la sua anima come il
suo corpo, suona a Dio per mezzo di questo strumento
di molte voci, e canta con questo strumento che  l'uomo: 
 Giacch tu sei per me cetra e flauto e tempio : 
cetra, per l'armonia, flauto, per lo spirito, tempio,
per il Verbo, affinch l'una risuoni, l'altro spiri, e l'altro
comprenda il Signore. Appunto David, il re, il citarista,
di cui poco fa abbiamo fatto menzione, esortava alla verit, 
distoglieva dagli idoli, e molto era lontano dal celebrare 
i demoni, i quali anzi erano scacciati da lui con la
musica verace, con la quale egli col solo canto guar Saul,
quando questi era posseduto da essi. Il Signore fece
l'uomo bello, spirante strumento, fatto a sua immagine:
e certamente Egli stesso  uno strumento di Dio: strumento 
in tutto armonico, ben accordato e santo, sapienza
che  sopra questo mondo, Verbo celeste.
 Che cosa vuole dunque questo strumento, il Verbo di
Dio, il Signore, e il Nuovo Canto? Schiudere gli occhi
dei ciechi e aprire le orecchie dei sordi e guidare verso
il cammino della giustizia quelli che zoppicano o errano,
mostrare Dio agli uomini dissennati, far cessare la corruzione, 
vincere la morte, riconciliare col Padre i figli
disobbedienti. Lo strumento di Dio  filantropico: il Signore 
compassiona, castiga, esorta, ammonisce, salva,
custodisce, e, per di pi, come ricompensa della nostra
istruzione, promette il regno dei cieli, questo solo guadagno 
traendo di noi, cio la nostra salvezza. Il vizio infatti 
si nutre della rovina degli uomini, la verit, invece,
come l'ape, senza guastare nessuna delle cose esistenti,
non si allieta che della salvezza degli uomini. Tu hai
dunque la promessa di Dio, hai la sua filantropia: partecipa della grazia.
 E il mio canto salutare non crederlo nuovo nello stesso
senso in cui si dice nuovo un utensile o una casa: giacch
esso era prima della stella del mattino e nel principio 
era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo .
Ma antico l'errore, e cosa nuova la verit
sembra essere. Sia dunque che l'antichit dei Frigi sia
dimostrata da mitiche capre, o, al contrario, che quella
degli Arcadi sia dimostrata dai poeti che li dichiarano
anteriori alla luna, o ancora, che quella degli Egiziani
sia dimostrata da coloro che sognano che la terra di costoro 
sia stata la prima a produrre di ed uomini: ma
nessuno di costoro  anteriore a questo mondo, noi, invece, 
siamo anteriori alla fondazione del cosmo, in quanto
a che, per il fatto di essere destinati ad essere in Lui,
siamo stati generati anteriormente da Dio, noi, le creature 
razionali del Verbo di Dio, per il quale esistiamo
dal principio, perch il Verbo era nel principio.
Ma in quanto il Verbo era dall'origine, era ed  principio
divino di ogni cosa, ma in quanto ora prese il nome - anticamente 
santificato, e degno della potenza: Cristo - il Verbo  stato
da me chiamato Nuovo Canto.
 Il Verbo dunque, cio Cristo,  la causa, e del nostro
essere anticamente (era infatti in Dio) e del nostro esser
bene, ed ora  apparso personalmente agli uomini
questo Verbo, il solo che  tutte e due le cose, Dio e
uomo, causa per noi di tutti i beni, dal quale imparando
il vivere rettamente, siamo avviati verso la vita eterna.
Infatti, secondo quel divino Apostolo del Signore, la
grazia salutare di Dio apparve a tutti gli uomini istruendoci, 
affinch, rifiutata l'empiet e i desideri mondani,
vivessimo sobriamente e giustamente e piamente nel
mondo di ora, aspettando la beata speranza e l'apparizione
della gloria del grande Dio e Salvatore nostro Ges Cristo . 
Questo  il Canto Nuovo, cio l'apparizione,
che fra di noi ha brillato soltanto ora, del Verbo che era
nel principio, e perci preesisteva: apparve sulla terra da
poco il preesistente Salvatore, apparve Colui che esiste
in Colui che esiste (perch  il Verbo era presso Dio ),
come Maestro; apparve il Verbo dal quale sono state
create tutte le cose, e dopo averci dato nel principio il
vivere, mediante la creazione, come Demiurgo, ci insegn
il ben vivere, apparsoci come Maestro; per poterci procurare 
dopo, come Dio, il vivere eternamente.
 Egli per non ora per la prima volta ebbe compassione
di noi, per il nostro errore, ma gi prima, dal principio,
ne aveva avuto compassione, ed ora Egli, essendo apparso,
ci ha salvati mentre eravamo gi sul punto di perire.
Giacch ancora la maligna e strisciante fiera, con le sue
arti magiche rende schiavi gli uomini e li supplizia, 
vendicandosi su di essi, come a me pare, al modo dei barbari,
che si dice leghino gli schiavi di guerra ai cadaveri, finch
insieme putrefacciano. Questo maligno tiranno, infatti, 
questo serpente, avvinti a pietre e tavole e statue e
altrettali idoli, mediante l'infelice vincolo della superstizione, 
quegli uomini che riesce a far suoi fin dalla nascita, 
li porta, proprio secondo il detto, a seppellire vivi
insieme con quelli, finch insieme con quelli periscano.
Perci (poich uno solo  l'ingannatore, che nel principio
trasse Eva verso la morte, e ora vi trae anche gli altri
uomini), uno anche  il soccorritore e ausiliatore nostro,
il Signore, che dal principio preannunziava profeticamente
e ora gi anche chiaramente ci invita alla salvezza.
 Fuggiamo dunque, ubbidendo al precetto dell'Apostolo,
il principe della potest dell'aria, dello spirito che ora
opera nei figli della disobbedienza , e accorriamo
presso il Salvatore, il Signore, che ora e sempre esortava
gli uomini alla salvezza, per mezzo dei prodigi e dei segni
in Egitto, e nel deserto per mezzo del rovo e della nuvola
che in grazia della Sua filantropia seguiva, come una
ancella, gli Ebrei. Col timore destato da queste cose
egli incitava gli uomini dal cuore indurito, ma in seguito
anche per mezzo del sapientissimo Mos e dell'amante
della verit, Isaia, e di tutto il coro profetico, Egli 
converte al Verbo in modo pi razionale quelli che hanno
orecchie per udire; e qualche volta insulta, qualche volta
anche minaccia, su alcuni degli uomini anche piange, per
altri canta: e fa come un buon medico, che cura i corpi
ammalati, applicando ad alcuni cataplasmi, per altri ricorrendo 
a frizioni, e per altri a lavaggi, e alcuni aprendo
col ferro, altri bruciando, qualche volta anche amputando,
se mai sia possibile che l'uomo, anche a costo di perdere
qualche parte o membro, ricuperi la salute. Di molte voci
 il Salvatore, e di molti modi, per ottenere la salvezza
degli uomini: minacciando ammonisce, insultando converte, 
lamentando compassiona, suonando esorta, per
mezzo del rogo parla (perch quelli avevano bisogno di
segni e di prodigi) e col fuoco spaventa gli uomini, facendo
suscitare in cima a una colonna la fiamma, segno insieme 
di grazia e di terrore: per gli obbedienti, luce,
per i disobbedienti, fuoco. Ma poich la carne  pi
pregevole della colonna e del rovo, dopo quelle cose parlano 
i profeti, il Signore stesso che parla in Isaia, Egli
stesso in Elia, Egli stesso nella bocca dei profeti. Ma se
tu non credi nei profeti e ritieni una favola cos gli uomini
come il fuoco, ti parler il Signore stesso,  il quale, essendo
nella forma di Dio, non fece sua propriet della
sua uguaglianza con Dio: ma vuot se stesso , il Dio
misericordioso che desidera salvare l'uomo. E lo stesso
Verbo ormai ti parla chiaramente, riempiendo di vergogna
la vostra incredulit, s, dico, il Verbo di Dio diventato
uomo, affinch anche tu da un uomo possa imparare
come un uomo diventi Dio.
 Quindi non  assurdo, o amici, che, mentre Dio sempre
ci esorta alla virt, noi, invece, rifiutiamo l'aiuto e rimandiamo 
la salvezza? Non ci esorta dunque alla salvezza
anche Giovanni e non  egli interamente una voce esortatrice? 
Interroghiamo dunque lui stesso:  Chi sei? di
quale paese? Non dir di essere Elia, negher di
essere Cristo, ma confesser di essere voce gridante nel
deserto. Chi  dunque Giovanni? Per abbracciarlo
in una immagine, sia lecito dirlo una voce del Verbo
esortatrice, gridante nel deserto. Che cosa gridi, o voce?
 Dillo anche a noi.  Fate diritte le vie del Signore . 
Precursore  Giovanni e la sua voce  precorritrice del
Verbo, voce incitatrice, che prepara alla salvezza, voce
esortatrice alla eredit dei cieli, voce per la quale la terra
sterile e deserta finisce di essere infeconda.
 Questa fertilit secondo me la predisse la voce dell'Angelo; 
precorritrice del Signore era anche quella, la quale
dava la buona novella alla donna sterile, come Giovanni
al deserto. Per questa voce del Verbo, dunque, la donna
sterile diventa feconda di figli e la terra deserta produce
frutti. Le due voci precorritrici del Signore, quella 
dell'Angelo e quella di Giovanni, vogliono significare, 
secondo me, la salvezza riposta in serbo per noi, cosicch,
dopo l'apparizione di questo Verbo, noi riportiamo il
frutto della fecondit, cio la vita eterna. La Scrittura,
infatti, col mettere insieme le due voci, chiarisce il tutto:
 Ascolti, colei che non partorisce; parli, colei che non
ha i dolori del parto, poich pi numerosi saranno i figli
della derelitta, che di colei che ha il marito  . E a noi
che l'Angelo recava la buona novella, noi che Giovanni
esortava a conoscere l'agricoltore, a cercare l'uomo. Il
marito della sterile e il coltivatore della terra deserta
sono infatti una stessa persona, la quale riemp della 
divina potenza cos la donna sterile come la terra deserta.
Poich molti erano i figli della donna di nobile nascita,
ma era in seguito senza figli a causa della sua incredulit
(cio, la donna ebrea, che in origine aveva avuto molti figli), 
la donna sterile riceve il marito, la terra deserta
l'agricoltore; quindi ambedue diventarono madri l'una
di frutti, l'altra di figli credenti, in virt del Verbo; ma
ancora per gli increduli rimane sterile e deserta.
 Giovanni, l'araldo del Verbo, in questo modo esortava
ad essere preparati per la venuta di Dio, cio di Cristo:
e questo era ci che voleva significare il silenzio di Zacharia: 
silenzio, che aspettava il frutto precursore di
Cristo, affinch la luce della verit, cio il Verbo,
rompesse, divenuto buona novella, il mistico silenzi dei
profetici enigmi. Ma tu, se desideri vedere veramente
Dio, ricorri a purificazioni, che si addicono a Dio, non
a foglie di alloro e a bende adornate di lana e di porpora,
ma incoronato di giustizia e cinto delle foglie della 
temperanza, cerca con ogni cura Cristo. Giacch io sono
la porta, dice in un luogo, la quale bisogna che imparino
coloro che vogliono conoscere Dio, affinch egli ci
apra tutte le porte dei cieli; giacch sono razionali le porte
del Verbo, e non le apre che la chiave della fede.
 Nessuno conobbe Dio se non il Figlio e colui al quale
l'abbia rivelato il Figlio . Io so bene che Colui che
apre questa porta, sinora chiusa, dopo rivela le cose che
son dentro e ci mostra quelle cose che non era possibile
prima conoscere, se non da coloro che siano entrati per
mezzo di Cristo, ch' il solo per mezzo del quale si
possa contemplare Dio.
CAPITOLO 2
 Non state dunque a cercare i penetrali dei templi, dove
non  Dio, e le bocche dei baratri, piene di ciurmeria, o
il lebete Thesprotio o il tripode Cirrheo o il vaso di bronzo
di Dodona. La vecchia quercia venerata dalle sabbie
deserte e l'oracolo ch' ivi, marcito insieme con la
quercia, abbandonateli alle leggende che hanno fatto gi
il loro tempo. Ha taciuto cos la fonte di Castalia, e l'altra
fonte di Colofone e le altre acque profetiche ugualmente
son morte: e, bench tardi, si sono tuttavia rivelate finalmente 
vuote del loro vano orgoglio, dopoch si dispersero
insieme colle leggende che loro erano proprie. Esponici,
anche, della restante vaticinazione o piuttosto farneticazione,
i responsi... che non rispondono: l'oracolo
Clario, il Pitico, il Didimeo, Amfiarao, Apollo, e Amfiloco;
e, se vuoi, consacra insieme con essi gli osservatori
dei prodigi, e gli auguri e gli interpreti dei sogni. Va' a
porre nello stesso tempo presso il Pitio gli aleuromanti 
e i crithomanti e i ventriloqui, che son tenuti tuttora
in grande onore presso il popolo. E i santuari degli Egiziani 
e le necromanzie dei Tirreni siano abbandonati alle
tenebre. Vere scuole di inganno degli uomini non credenti,
e bische di pretto errore, sono queste, in tutto piene di
follia. Compagni di questo genere di ciurmeria sono le
capre, esercitate alla vaticinazione, e i corvi educati
dagli uomini a dare responsi.
 E che diresti se ti esponessi i misteri? Non ne far la
parodia, come dicono abbia fatto Alcibiade, ma metter 
a nudo assai bene, fondandomi sulla verit, la ciurmeria 
che  nascosta sotto di essi, e, come sulla scena
della vita, presenter per mezzo dell'encyclema agli
spettatori della verit gli stessi vostri cos detti di, ai
quali appartengono le mistiche iniziazioni. Dioniso furente 
i Baccanti lo adorano col rito della pazzia sacra, la
quale consiste nel divoramento di carni crude, per il quale
essi compiono la distribuzione rituale delle carni delle
vittime, incoronati di serpenti, invocando col nome di
Evan quella Eva, a causa della quale l'errore tenne dietro
da presso; e simbolo dei riti bacchici  un serpente consacrato. 
Ora, va notato che, secondo l'esatta voce degli
Ebrei, il nome Evia, con lo spirito aspro, significa serpente
femina; Demetra e Core sono diventate gi l'argomento
di un dramma mistico, e l'errare e il ratto e il lutto
delle due li celebra Eleusi alla luce delle fiaccole.
 Ora, mi sembra che l'etimologia delle parole orgia e mysteria 
sia, per la prima, da org (= ira) - dall'ira, cio, che
Demetra concep contro Zeus -, per l'altra da mysos - dalla 
contaminazione cio, che si verific nei riguardi
di Dioniso -. Ma se anche derivi da un certo Myunte
attico, che Apollodoro dice essere perito in una caccia,
io non ho alcuna difficolt: vuol dire che i vostri misteri
sono stati glorificati con onori sepolcrali. Puoi seguire altra
via, e intendere mysteria - poich le lettere si corrispondono - come 
mytheria: giacch, se mai altri, proprio
questi tali miti vanno a caccia dei pi barbari dei Traci,
dei pi insensati dei Frigi, dei superstiziosi tra gli Elleni.
Perisca dunque colui che fu l'iniziatore di questo inganno
per gli uomini: sia esso Dardano, che introdusse i misteri
della Madre degli di, sia Eetione, che fond le cerimonie e 
i riti dei Samotraci, sia quel Frigio, Mida, che
impar dall'Odrisio, e quindi diffuse tra i suoi sudditi,
l'abile inganno. Giacch, quanto a me, non mi potrebbe
mai persuadere coi suoi inganni il ciprio isolano, Cinyra,
il quale, nell'ambizione di divinizzare una meretrice del
suo paese, os portare dalla notte alla luce del giorno gli
osceni riti di Afrodite. Melampo, il figlio di Amythaone,
fu, secondo altri, quegli che trasport dall'Egitto nell'Ellade 
le feste di Demetra, cio un lutto celebrato con inni. 
Per conto mio, questi uomini, padri di empi miti
e di perniciosa superstizione, io li chiamerei originatori
di mali, poich furono essi che piantarono nella vita umana
quel seme di male e di rovina che sono i misteri.
 Ma ormai, giacch  giunto il momento, dimostrer
che piene di inganno e di ciurmeria sono le vostre stesse
cerimonie: e se voi siete stati iniziati, ancora di pi riderete 
di queste vostre venerate leggende. Parler apertamente
delle cose che voi tenete nascoste, senza vergognarmi
di dire quello che voi non vi vergognate di adorare. 
Quella aphrogenes (0= nata dalle spume), dunque, e
kyprogenes (= nata a Cipro), l'amante di Cinyra (dico
Afrodite, la  philomedes, perch nacque dai medea ,
da quei genitali amputati di Urano, da quei genitali libidinosi, 
che dopo il taglio fecero violenza all'onda), in quanto
 per voi degno frutto delle parti salaci, nei riti in cui
si celebra questa volutt marina un grano di sale,
come simbolo della sua nascita, e un fallo sono dati in
regalo a coloro che si iniziano nell'arte della fornicazione;
e questi nell'essere iniziati, pagano ad essa il tributo di
una moneta, come gli amanti all'amica.
I misteri di Deo non sono altro che gli amorosi amplessi
di Zeus con la madre Demetra, e l'ira di Deo (che non
so se in seguito debba chiamare ancora madre o moglie)
a causa delfa quale si dice sia stata chiamata Brimo, e le
supplicazioni di Zeus, e la bevanda di fiele e lo strappamento 
del cuore delle vittime e le altre operazioni nefande.
I medesimi riti compiono i Frigi in onore di Attis e di
Cibele e dei Coribanti. Essi hanno diffuso la storia di
Zeus, come egli, strappati i testicoli di un montone, sia
andato a gettarli in mezzo al seno di Deo, pagando cos
una finta pena dell'amplesso violento, col simulare di
aver mutilato se stesso. I simboli di questa iniziazione,
quando io ve li abbia, per soprappi, esposti, vi muoveranno 
certamente il riso, anche se non ne abbiate voglia
per la condanna che loro ne deriva.  Mangiai dal timpano,
bevvi dal cembalo, portai il cerno, mi introdussi nella
camera nuziale. Questi simboli non sono un obbrobrio? 
non sono una beffa i misteri? E che diresti se aggiungessi 
il resto? Diventa incinta Demetra, cresce Core e
di nuovo questo Zeus, che l'aveva generata, si unisce
con Persefone, con la propria figlia, dopo essersi unito
con la madre Deo, dimentico della precedente contaminazione
(padre e corruttore della vergine, Zeus), e si
unisce in forma di serpente e cos si rivel per quello
che era in realt.  certo almeno che simbolo dei misteri 
Sabazii per coloro che si iniziano  il  dio che si
avvolge attraverso il seno; questo  un serpente che 
fatto svolgere attraverso il seno di coloro che vengono
iniziati, una prova della intemperanza di Zeus. Persefone
diviene incinta di un bimbo in forma di toro; certo, dice
un poeta cultore degli idoli:
Padre al serpente un toro e padre al toro un serpente,
sopra il monte un bifolco  il suo nascosto stimolo,
con stimolo di bifolco indicando, io credo, la ferula che
incoronano i Baccanti. Vuoi che ti racconti anche la raccolta 
dei fiori fatta da Persefone, e il suo canestro, e
il ratto compiuto da Aidoneo, e la voragine apertasi nella
terra, e le troie di Eubuleo, inghiottite insieme con le
due dee, ch' la ragione per la quale nelle Tesmoforie,
nel visitare le sacre caverne della dea, sogliono cacciarvi
dentro delle porchette?. Questo  il mito che le donne
festeggiano variamente nelle citt, nelle Tesmoforie, nelle
Sciroforie, nelle Arretoforie, rappresentando drammaticamente 
in molti modi, come in una tragedia, il ratto di Persefone.
 I misteri di Dioniso sono addirittura inumani. Egli
era ancora piccolo, e, mentre i Cureti danzavano intorno
a lui una danza guerriera, i Titani essendosi introdotti
con inganno, e avendolo allettato con giocattoli infantili,
questi Titani dunque lo fecero a brani, che ancora
era un bambino, come dice il poeta della Iniziazione, il tracio Orfeo:
il turbo, il rombo, e i pupattoli dalle flessibili membra
ed i begli aurei pomi delle canore Esperidi.
E non  inutile, allo scopo di condannarli, esporre gli inutili
simboli di questa vostra iniziazione: l'astragalo,
la palla, la trottola, le mele, il rombo, lo specchio, il
vello. Atena dunque, per avere sottratto il cuore di
Dioniso, fu chiamata Pallade dal palpitare (pllein) del
cuore. Ma i Titani che lo avevano sbranato, posto un
lebete su di un tripode e gettatevi le membra di Dioniso,
prima le facevano cuocere e poi, conficcatele negli spiedi,
le tenevano sopra il fuoco .  Zeus, apparso dopo
(forse, poich era dio, per avere sentito l'odore delle
carni che stavano cuocendo, che   l'onore dovuto, che
i vostri di riconoscono  di avere avuto in sorte) 
fa scempio dei Titani col fulmine, e le membra di Dioniso
le affida al figlio suo Apollo perch le seppellisca. Questi,
giacch non disobbed a Zeus, le trasporta sul Parnaso e
qui depone il cadavere fatto a brani.
 Se vuoi contemplare anche i riti dei Coribanti, sappi
che questi erano tre fratelli, due dei quali, avendo ucciso
il terzo, avvolsero in un drappo di porpora il capo del
morto e, dopo averlo incoronato, lo seppellirono, portandolo 
su uno scudo di bronzo ai piedi dell'Olimpo. E
questo sono i misteri, per dirla in breve, niente altro
che stragi e seppellimenti; i sacerdoti di questi misteri,
chiamati Anactotelesti da coloro ai quali interessa
chiamarli, aggiungono altri strani portenti a questo fatto
luttuoso, quando proibiscono di porre sulla tavola apio
con tutte le radici; giacch credono che l'apio appunto
sia nato dal sangue coribantico versato: alla stessa guisa
precisamente che le donne che festeggiano le Tesmoforie
evitano di mangiare i frutti del melograno che siano caduti 
a terra, perch ritengono che i melograni siano nati
dalle gocce del sangue di Dioniso. Chiamando poi col
nome di Cabiri i Coribanti proclamano anche il rito dei
Cabiri: giacch questi due fratricidi, presa, quasi spoglia
del combattimento la cesta, nella quale erano posti i
genitali di Dioniso, la portarono nella Tirrenia, mercanti
di merce gloriosa; e qui prendevano dimora, essendo
esuli, e trasmisero ai Tirreni il loro prezioso insegnamento 
di piet, consistente nella venerazione di genitali
e di una cesta. E questa fu non senza verosimiglianza
la ragione per la quale alcuni vogliono dare a Dioniso
il nome di Attis, perch privato dei genitali.
 E che meraviglia che i Tirreni, che sono dei barbari,
siano cos iniziati ai misteri di vergognose passioni, quando
gli Ateniesi e il resto dell'Ellade, mi vergogno perfino a
dirlo, hanno miti pieni di vergogna come quelli che si
riferiscono a Deo? Deo infatti, errando alla ricerca della
figlia Core, presso Eleusi (questa  una localit dell'Attica) 
 vinta dalla stanchezza, e si siede su un pozzo, in
preda al dolore. Questo  proibito anche ora a coloro
che vengono iniziati, affinch non sembri che gli iniziati 
imitino la dea nel suo dolore. Abitavano in quel
tempo Eleusi degli indigeni i cui nomi erano Baub,
Dysaules, Triptolemo, e inoltre Eumolpo ed Eubuleo.
Bifolco era Triptolemo, pastore Eumolpo, porcaro Eubuleo; 
 da essi che fior in Atene questa ierofantica stirpe
degli Eumolpidi e dei Keryci. Ordunque (giacch non
mi tratterr dal dirlo) Baub, avendo ospitato Deo, le
porge un beverone, e poich questa rifiutava di prenderlo 
e non voleva bere (poich era in lutto), Baub dispiaciutasi 
fortemente della cosa, ritenendo il rifiuto come
un'offesa fatta a lei, alzate le vesti, scopre le sue vergogue,
e le mostra alla dea. Essa invece, Deo, si diletta di quella
vista e a stento finalmente accetta la pozione, rallegrata
da quello spettacolo. Questi sono i secreti misteri degli
Ateniesi. Questi misteri riferisce anche Orfeo, e io ti citer i 
versi stessi di Orfeo, affinch tu abbia nel mistagogo un testimone 
della loro svergognatezza:
Cos dicendo, i pepli si tir in alto e mostr
un'immagine oscena del corpo; era quella di Iacco fanciullo,
ridente (poich l'agitava) di sotto al sen di Baub;
e allora la dea, poich vide, sorrise dentro il suo cuore,
e accett il lucido vaso con entro la mista bevanda.

E il motto dei misteri eleusinii :  digiunai, bevvi il 
cyceone, presi dalla cesta, avendo fatto quello che dovevo
fare, riposi nel canestro e dal canestro nella cesta .
Begli spettacoli davvero, e che si addicono a una dea!
Questi riti di iniziazione sono dunque degni della notte
e del fuoco e del  magnanimo, o piuttosto insensato,
popolo degli Erettidi, e, inoltre, anche degli altri
Elleni, cui  dopo morte attendono cose che neppure si
aspettano. A chi vaticina Eraclito di Efeso? Ai  nottivaghi, 
ai maghi, ai baccanti, alle baccanti, ai mysti , a costoro 
egli minaccia le pene dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco;
 giacch empiamente essi si iniziano ai
misteri che sono in uso fra gli uomini  . 
Consuetudine dunque e vana credenza sono i misteri,
e cio un inganno teso dal serpente, inganno che gli 
uomini venerano, allorch con falsa piet coltivano queste
iniziazioni che non sono in realta iniziazioni e questi riti
pieni di empiet. E quali sono anche le ceste mistiche!
Bisogna infatti rivelare le cose sacre che si contengono
in esse, e denunziare le cose non dicibili. Queste cose non
sono dolci di sesamo, e piramidi e dolci in forma di gomitoli 
e focacce dai molti ombelichi e grani di sale e un
serpente, il mistico simbolo di Dioniso Bassareo? Non
sono melagrane, oltre a ci, e rami di fico, e ferule, e tralci
di edera, e oltre a ci, focacce rotonde e papaveri? Sono
queste le loro cose sacre! E, inoltre, gli ineffabili simboli
di GE Temide (cio Demetra): l'origano, la lucerna, la spada, il 
pettine femminile, che , in linguaggio eufemistico e mistico,
l'organo femminile. O che sfacciata impudenza! Una
volta la notte, che copriva il piacere per gli uomini temperanti, 
era silenziosa: ora, divenuta una tentazione all'intemperanza 
per coloro che si iniziano, la notte  piena
di voci; e il fuoco con la luce delle fiaccole rivela le oscene
passioni. Spegni, o ierofante, il fuoco. Risparmia, o daduco, 
le lampade; la luce accusa il tuo Iacco; lascia che
la notte nasconda i misteri; i riti siano onorati dalle tenebre; 
il fuoco non rappresenta una parte da teatro: il
suo compito  di convincere e di punire.
 Questi, i misteri degli atei: atei giustamente io chiamo
costoro, che non hanno conosciuto Colui che  veramente
Dio, e venerano un bambino sbranato dai Titani e una
donnetta in lutto, e le parti che veramente ma soltanto
per pudore non si possono nominare. Duplice 
la forma di ateismo di cui essi sono affetti, la prima consistente
nel fatto che ignorano Dio, in quanto a che non
riconoscono come Dio quegli che  veramente Dio; l'altra, 
la seconda, la quale consiste in questo errore, di credere 
che esistano coloro che non esistono, e di chiamare
di questi che in realt non sono di o piuttosto che 
neppure esistono, ma che non sono che semplici nomi. Per
questo l'Apostolo ci biasima dicendo:  Ed eravate stranieri
ai patti della promessa, non avendo la speranza, ed essendo 
atei nel mondo.
 Molti beni ricadano sul capo del re degli Sciti, chiunque
mai egli sia stato! Questi trafisse con un dardo un
suo concittadino, che presso gli Sciti imitava il rito della
Madre degli di, in uso presso i Ciziceni, battendo un
timpano e facendo risuonare un cembalo e tenendo appese
al collo immagini della dea, come un menagyrte: per
la considerazione che questi, che era divenuto lui stesso
effeminato presso i Greci, si faceva maestro anche agli
altri Sciti di quella morbosa effeminatezza. Perci (giacch
non bisogna affatto nasconderlo) mi vien fatto di meravigliarmi 
come mai abbiano chiamato atei Evemero di Agrigento e
Nicanore di Cipro e Diagora e Ippone, tutti e due di Melo, e 
inoltre quello di Cirene (chiamato Teodoro) e molti altri, 
che sono vissuti saggiamente e hanno scorto pi acutamente, 
credo, degli altri uomini l'errore riguardante questi di.
Essi,  vero, non hanno conosciuto la verit stessa,
ma almeno hanno sospettato l'errore, il che non  piccola 
scintilla di saggezza, la quale cresce, come seme, verso la verit.
Uno di essi prescrive agli Egiziani:  Se li stimate di, non piangeteli
n battetevi; ma se li piangete, non stimateli pi di ; un
altro, avendo preso un Eracle, fatto d'un pezzo di legno
(stava a cuocere qualche cosa in casa, come  verosimile),
 Su dunque, o Eracle disse - ora  tempo che come
ad Euristeo, cos anche a noi compia questa tredicesima
fatica, e a Diagora appresti il desinare! , e quindi lo
pose nel fuoco come un pezzo di legno.
 Punti estremi dell'ignoranza sono dunque l'ateismo e
l'adorazione dei demoni, al di qua dei quali bisogna cercare 
in tutti i modi di mantenersi. Non vedi il santo interprete 
della verit, Mos, che vieta all'eunuco e al mutilato dei 
genitali e inoltre al figlio della meretrice di
prender parte all'assemblea?. Vuol significare oscuramente, 
coi due primi, il costume ateo, che  stato privato
della divina e generativa potenza, con l'altro, col terzo,
colui che si attribuisce molti falsi di, invece di colui che
solo  Dio, come il figlio della cortigiana si attribuisce
molti padri, per ignoranza del suo vero padre. Ma vi
era negli uomini una certa innata, originaria comunanza
col cielo, la quale si  ottenebrata per l'ignoranza, ma
improvvisamente balza fuori dalle tenebre e torna a 
risplendere, come mostrano, per esempio, quei versi nei
quali da qualcuno  stato detto:
Vedi questo infinito etere in alto
che circonda la terra nel suo molle
abbraccio... 
E questi altri:
Della terra veicolo, che hai sede
sopra la terra, chiunque sia, a vedere
incomprensibile... 

E quante altre cose di tal natura cantano i figli dei poeti.
Ma opinioni errate e condotte fuori dalla retta via,
opinioni veramente perniciose, volsero  la pianta celeste , 
l'uomo, fuori dalla vita celeste e lo piegarono
sulla terra, a figure fatte di terra avendolo indotto ad
attaccarsi. Alcuni infatti, facilmente ingannandosi riguardo 
allo spettacolo del cielo, e fidando nella sola vista,
nell'osservare i movimenti degli astri, furono presi da
meraviglia e divinizzarono gli astri chiamandoli di da
thein (= correre), e adorarono il sole, come gli Indi, e
la luna, come i Frigi. Altri, nel cogliere i frutti coltivati
delle piante, chiamarono Deo il grano, come gli Ateniesi,
e Dioniso la vite, come i Tebani. Altri, avendo considerato
il contraccambio che suole avere il male, divinizzano le
punizioni, adorando perfino le sventure. Da qui i poeti
drammatici hanno inventato le Erinni e le Eumenidi, e
di Palamnei e Prostropei e, inoltre, Alastori. Anche
alcuni filosofi, seguendo l'esempio dei poeti, rappresentano, 
anche loro, come divinit le varie forme delle vostre
passioni, il Timore, e l'Amore, e la Gioia, e la Speranza,
come fece appunto anche l'antico Epimenide, che innalz
in Atene altari alla Hybris e alla Anaideia. Altri di,
derivati dagli stessi avvenimenti della vita, sono creati
dagli uomini e sono rappresentati corporeamente tali
sono le divinit attiche Dike e Clotho e Lachesi e Atropo,
e Eimarmne, e Aux e Thall. Vi  una sesta maniera
di introdurre l'inganno e di fornire nuovi di, quella, in
base alla quale gli uomini annoverano i dodici di, dei
quali Esiodo canta quella sua teogonia, e ai quali si riferisce 
tutto ci che Omero dice intorno agli di. Ne resta
un'ultima (poich sette sono tutte queste maniere), quella
che ha origine dai benefici divini che vengono agli uomini.
Non conoscendo infatti il dio che li beneficava inventarono 
certi Dioscuri salvatori, ed Eracle allontanatore di
mali e Asclepio medico.
 Sono queste le sdrucciolevoli e dannose trasgressioni
della verit, che trascinano gi dal cielo l'uomo e lo volgono 
verso il baratro. Voglio ora mostrarvi da vicino gli
stessi di, perch vediate quali siano e se veramente esistano,
affinch una buona volta cessiate dall'errore e di
nuovo accorriate al cielo.  Giacch eravamo anche noi
figli dell'ira, come anche gli altri; ma Dio, che  ricco in
misericordia, per il grande suo amore, col quale ci am,
quando eravamo gi morti nel peccato ci fece rivivere
insieme con Cristo.  Giacch il Verbo  vivente ,
e quegli che  stato sepolto insieme con Cristo  elevato
insieme con Dio. Ma quelli che sono ancora non credenti, 
sono chiamati  figli dell'ira, allevati, cio, per
l'ira. Ma noi non siamo pi creature dell'ira, perch
ci siamo staccati dall'errore, e balziamo verso la verit.
In questo modo noi, che una volta eravamo figli della licenza,
siamo diventati ora, grazie all'amore del Verbo per l'uomo,
figli di Dio; ma  a voi che si riferisce il vostro
poeta, l'agrigentino Empedocle:
 per questo che voi, da gravi mali crucciati
non mai dagli acerbi dolori l'animo alleggerirete.
Orbene, la maggior parte delle cose riguardanti i vostri
di non sono che favole e invenzioni; ma le altre, quelle
che si  creduto che siano realmente avvenute, non sono
che delle notizie riferentisi a degli uomini turpi e che
sono vissuti dissolutamente:
Con folle orgoglio voi andate, e il dritto e giusto sentiero
abbandonato, per quello partiste di rovi e di spini.
A che andate errando, mortali? Cessate, o stolti, Lasciate
l'oscuritd della notte, e conquistate la luce! 
Questo ci prescrive la profetica e poetica Sibilla, ce
lo prescrive anche la Verit, la quale, spogliando da queste
spaventevoli e terrificanti maschere la turba degli di, dimostra con
alcune somiglianze di nome la falsit delle vostre credenze.
 Cos, per esempio: vi son di quelli i quali riferiscono
che vi furono tre di chiamati Zeus, uno, nato dall'Etere, in Arcadia,
gli altri due, figli di Crono; di questi due, 
l'uno nato in Creta, l'altro, invece, in Arcadia. Vi
sono di quelli che suppongono esseri state cinque dee
chiamate Atena, l'una figlia di Efesto, la Ateniese, l'altra
di Nilo, l'Egiziana, la terza di Crono, la inventrice della
guerra, la quarta di Zeus, che i Messeni hanno chiamato
Coryphasia dalla madre, e infine la figlia di Pallante e di
Titanide figlia dell'Oceano, la quale, avendo ucciso 
empiamente il padre, si  adornata della pelle paterna come
di un vello. Inoltre, di divinit chiamate Apollo, Aristotele
ne elenca una prima, il figlio di Efesto e di Atena
(qui non  pi vergine Atena), una seconda in Creta, il
figlio di Cyrbante, una terza, il figlio di Zeus, e una quarta,
l'Arcade, il figlio di Sileno; questo  chiamato Nomio
presso gli Arcadi; oltre a questi il libico, il figlio di
Ammone. E il grammatico Didimo aggiunse a questi
anche un sesto, il figlio di Magnete. Ma quanti Apolli
vi sono anche attualmente, uomini innumerevoli, mortali e 
destinati a perire, i quali sono stati chiamati in modo
simile a quello con cui furono chiamate le divinit sopradette? 
E se ti dicessi i molti Asclepii o gli Ermes che si
annoverano o gli Efesti della mitologia? Non vi parr che
io faccia opera superflua, sommergendo i vostri orecchi
con tutti questi nomi? Ma le patrie e le arti e le vite e,
oltre a ci, le tombe, dimostrano che essi sono stati uomini.
 Ares, per esempio, il quale  quanto pi  possibile
onorato anche presso i poeti,
Ares, degli uomini peste, omicida, eversore di mura. 
questo  voltafaccia e  implacabile era, come dice
Epicarmo, spartano, ma Sofocle lo sa trace ed
altri arcade. Omero dice che fu tenuto incatenato per
tredici mesi:
Toller Ares, allora che Oto ed il forte Efialte,
d'Aloeo figli, legaronlo in saldi nodi gagliardi;
ed in prigione di bronzo fu legato per tredici mesi.
Molti beni ricadano sulla testa dei Cari, i quali gli fanno
sacrifizi di cani. E gli Sciti non cessino di sacrificargli gli
asini, come dice Apollodoro, e Callimaco:
Febo di tra iperborei sacrifizi d'asini sorge.
E lo stesso poeta, altrove:
Dilettan Febo le splendide immolazioni di asini.
Efesto, che Zeus scagli dall'Olimpo,  dalla soglia divina , 
caduto a Lemno, faceva il fabbro ferraio, essendo storpio di tutti 
e due i piedi,  ma sotto, le gambe sottili movevansi agili .
Hai anche il medico, non solo il fabbro tra gli di; 
e il medico era avaro, si chiamava Asclepio. E ti citer il tuo poeta, 
il beota Pindaro:
Indusse anche quello con grande mercede
nelle mani apparsogli, l'oro;
ma con le mani il Cronide lanciata la folgore
traverso il petto di entrambi, lor tolse il respiro
rapidamente, ed il fulmine ardente inflisse loro la morte;
ed Euripide:
Fu Zeus la causa, che mi uccise il figlio
Asclepio, col lanciargli in cuor la folgore.
Questo dunque giace fulminato nei confini di Cynosuride.
Filocoro poi, dice che in Teno  onorato come medico
Poseidone; e che la Sicilia  posta sopra Crono e che qui
egli giace sepolto. Patrocle di Thuri e Sofocle il
giovane in alcune tragedie narravano la storia dei due
Dioscuri. Questi Dioscuri furono degli uomini mortali,
se la testimonianza di Omero  attendibile quando dice:
ormai li teneva la terra datrice di vita
l in Lacedemone, nella patria terra diletta.
Venga innanzi anche l'autore dei poemi Ciprii:
Mortale Castore, e a lui  stato assegnato un destino
di morte: immortale  invece, il rampollo d'Ares, Polluce.
Questa  una menzogna poetica, ma Omero  pi degno
di fede di lui, quando parla di ambedue i Dioscuri, e,
oltre a ci, quando mostra che Eracle era un fantasma:
 l'eroe - dice infatti -  Eracle, di grandi opere
esperto. Eracle dunque anche lo stesso Omero sa
che fu uomo mortale. Il filosofo Ieronimo descrive anche
la conformazione del suo corpo: piccolo, dai capelli ricci,
forzuto. E Dicearco lo dice magro, muscoloso, nero,
dal naso aquilino, dagli occhi cilestrini, dai capelli
lunghi. Questo Eracle dunque, dopo essere vissuto
cinquantadue anni, fin la vita, ed ebbe gli onori funebri
per mezzo della pira dell'Eta.
 E le Muse, che Alcmane fa nascere da Zeus e da
Mnemosyne, e gli altri poeti e prosatori divinizzano e
venerano, e gi anche intere citt consacrano musei in loro
onore, - queste non erano che delle servette Mysie, comprate 
da Megaclo, la figlia di Macar. Macar era re dei
Lesbii, ed era sempre in lite con la moglie. Se n'affliggeva
Megaclo per la madre; e che cosa non era disposta a fare?
E cos essa compra queste ancellette Myse, tante di numero 
(quante le Muse), e le chiama Moisai secondo il
dialetto eolico. E insegn loro a cantare le antiche 
imprese, e ad accompagnarsi con la cetra armoniosamente.
Ed esse, citareggiando continuamente e bellamente affascinandolo
coi loro canti, placavano l'animo di Macar e
lo facevano cessare dall'ira. A ricordo di questo beneficio,
Megaclo, come ringraziamento per conto della madre, innalz 
statue di bronzo raffiguranti le fanciulle e ordin
che fossero onorate in tutti i templi. E tali sono le Muse;
il racconto si trova presso Myrsilo di Lesbo.
 Udite ora gli amori dei vostri di, le straordinarie storie
della loro intemperanza e le loro ferite e le catene e le
risa e le battaglie e le schiavit e i simposi e gli amplessi
e le lacrime e le passioni e le lascive volutt. Chiamami
Poseidone e lo stuolo delle fanciulle da lui corrotte, Amfitrite, 
Amymone, Alope, Melanippe, Alcyone, Ippothoe, Chione e 
le altre innumerevoli, nelle quali, pur essendo
tante, non si saziavano ancora i desideri del vostro Poseidone. 
Chiamami anche Apollo: egli  Febo, tanto vate
sacro che buon consigliere. Ma non dice cos Sterope n
Aethusa n Arsinoe n Zeuxippe, n Prothoe n Marpessa n Hypsipyle; 
giacch Dafne riusc, solo lei, a sfuggire al vate e alla sua violenza.
E venga infine lo stesso Zeus, il padre  - secondo voi -  degli uomini
e degli di . Tanto egli era dato ai piaceri venerei da
desiderare tutte le donne e saziare in tutte il suo desiderio.
Si saziava infatti di donne, non meno che di capre il
becco dei Thmuiti. E io ammiro, o Omero, i tuoi versi:
Disse, e col cenno delle canee ciglia il Cronide
assent: le chiome divine ondeggiaron sul capo immortale
del nume, e scroll il grande Olimpo... 
Pieno di maest, o Omero, tu rappresenti Zeus, e gli attribuisci 
un cenno del capo che  stato molto pregiato. Ma
se per poco gli mostri, o uomo, il cinto (di Venere),
Zeus si rivela per quello che , e la sua chioma si copre
di disonore. A qual punto di intemperanza si  spinto
quello Zeus, che tante notti godette con Alcmena! Neppure, 
infatti, le nove notti furon lunghe per l'intemperante
(ma l'intera vita, al contrario, era breve per la sua incontinenza)
perch ci procreasse il dio allontanatore di mali.
Figlio di Zeus era Eracle, di Zeus veramente, egli che
fu generato da una lunga notte e che comp pazientemente 
le dodici fatiche in lungo tempo, ma le cinquanta
figlie di Thestio in una lunga notte viol, nello stesso
tempo divenuto adultero e sposo di tante vergini. Non
senza ragione dunque i poeti lo chiamano  infelice  e
 scellerato . Lungo sarebbe riferire i suoi adulterii
d'ogni sorta e le sue corruzioni di fanciulli. Neppure,
infatti, neppure dai fanciulli si astennero i vostri di:
uno am Ila, un altro Iacintho, un altro Pelope, un altro
Chrysippo, un altro Ganimede. Questi sono gli di che
le vostre donne debbono adorare, tali essi si augurino
che siano i loro mariti, altrettanto temperanti, affinch
siano simili agli di, col mostrarsi pieni di uno zelo uguale
al loro. Questi di i vostri figli si abituino a venerare,
perch diventino uomini, prendendo gli di come un
chiaro esempio di fornicazione.
 Ma forse, degli di, soltanto i maschi sono infrenabili
riguardo ai piaceri venerei;
ma le dee, come donne, restarono in casa, ciascuna,
per pudore
- dice Omero, - vergognandosi, le dee, nella loro gravit, 
di vedere Afrodite sorpresa in adulterio. Ma esse
sono pi ardentemente licenziose, essendo legate in adulterio - Eos 
con Tithono, Selene con Endymione, Nereide con Eaco, Teti con Peleo, 
Demetra con Iasione, Persefone con Adoni. Afrodite, copertasi di 
vergogna con Ares, pass a Cinyra e spos Anchise e insidiava Fetonte
e amava Adoni, gareggiava con la boopide, e le dee, svestitesi, 
a causa del pomo, stavano nude, intente al pastore,
per vedere quale di esse gli sembrasse bella.
 Su dunque, esaminiamo brevemente anche gli agoni e disperdiamo 
queste solenni adunanze sepolcrali, i giuochi
istimici, nemei, pitici e soprattutto olimpici. A Pito dunque
si venera il serpente pitico e l'adunanza tenuta in onore
del serpente prende il nome di giuochi Pitici. Nell'istmo il
mare sput un miserevole rifiuto, e i giuochi Istmici piangono 
Melicerte. A Nemea giace sepolto un altro ragazzo,
Archemoro, e la celebrazione fatta sulla tomba di questo
ragazzo prende il nome di giuochi Nemei. La vostra Pisa,
o Panelleni,  la tomba di un auriga frigio, e le libazioni
che si fanno in onore di Pelope, cio i giuochi Olimpici,
lo Zeus di Fidia se le fa proprie. Misteri erano dunque,
in origine, come sembra, gli agoni, poich si tenevano
in onore di morti, come anche gli oracoli, e ambedue,
dopo, sono divenuti pubblici. Ma i misteri che si tengono
ad Agra e quelli che si tengono ad Alimunte dell'Attica sono 
stati limitati ad Atene; ma gli agoni e i falli che
si consacrano a Dioniso, i quali hanno infestato la vita
umana, sono, invece, una infamia mondiale.
 Bacchus enim descendendi ad Inferos desiderio flagrabat, 
sed viam ignorabat: hanc Prosymnus quidam
promittit se monstraturum, verum non sine mercede.
Merces ea in se quidem parum erat honesta, attamen
honesta satis Baccho. Erat autem gratia Venerea, quam
Bacchus postulabatur. Deo igitur non repugnanti petitio
statim explicatur: isque iureiurando promittit, si redierit,
se, quod vellet, facturum. Cum viam didicisset, abiit,
rursusque rediit, nec offendit Prosymnum erat enim
mortuus. Tum vero amatori ut debitum solveret, ad monumentum
eius se confert, et muliebria patiendi desiderio
flagrat. Cum ergo ficulneum excidisset ramum, instar
virilis membri efformat; et ei insidens, promissum persolvit 
mortuo. Atque hoc facinus mystico ritu commemorant, 
qui Baccho Phallos fere per universas Graeciae
urbes erigunt.  Giacch, se non fosse in onore di
Dioniso che fanno il corteo solenne e cantano l'inno alle
vergogne, sarebbe vergognosissimo quello che compiono 
- dice Eraclito -,  Ade  lo stesso che Dioniso, in
onore del quale folleggiano e baccheggiano , non
tanto, come io credo, per l'ubbriachezza del corpo, quanto
per la vergognosa rivelazione sacra della licenza.
 A ragione perci questi vostri di sono schiavi, perch
si sono resi schiavi delle passioni, ch anzi, anche prima
dei cos detti iloti presso i Lacedemoni, subiva il giogo
servile Apollo sotto Admeto in Fere, Eracle in Sardi,
sotto Omfale; Poseidone e Apollo erano servi di Laomedonte, 
quest'ultimo come un servo inutile, che evidentemente non aveva 
nemmeno potuto ottenere la libert dal precedente padrone; in 
quel tempo essi anche edificarono le mura di Ilio al Frigio. 
Omero non si vergogna di dire che Atena faceva luce ad Ulisse,
tenendo un'aurea lucerna  nelle mani. E leggemmo di Afrodite,
che, come una serviciattola impudica, port ad Elena lo sgabello 
e lo pose di fronte al suo amante perche lo attirasse all'amplesso. 
Paniasi, inoltre, racconta che, oltre questi, moltissimi altri di 
servirono ad uomini, cos scrivendo:
Soffr Demetra, e il famoso dai piedi storpiati soffr
e soffr Poseidone, soffr Apollo dall'arco d'argento,
di servir presso un uomo mortale per la durata di un anno:
soffr, costretto dal padre, anche Ares dall'animo ardente,

e quello che segue.
 naturale, per conseguenza, che qucsti vostri di -
dediti agli amori e soggetti alle passioni - ci siano presentati 
anche soggetti in tutto agli accidenti propri dell'umana natura. 
Giacch certamente ad essi mortale  la carne. Lo testimonia 
con molta precisione Omero, quando introduce Afrodite a 
lanciare alte e acute grida per la ferita, e narra che lo stesso 
bellicosissimo Ares fu ferito da Diomede nel fianco. Polemone poi
dice che anche Atena fu ferita da Ornyto; e Omero
dice inoltre che anche Aidoneo fu ferito di saetta da
Eracle, e la stessa cosa narra Paniasi di Elios. Questo
stesso Paniasi racconta che anche Era, la pronuba, fu
ferita in Pylo sabbiosa dallo stesso Eracle. E Sosibio 
dice che anche Eracle fu ferito dagli Ippocoontidi
nella mano. Se vi sono ferite, vi  anche sangue; il
poetico icore infatti  anche pi schifoso del sangue,
giacch per icore non si intende altro che la putrefazione
del sangue.  necessario dunque offrir loro cure e
cibi, di cui hanno bisogno. Per questo, banchetti e sbornie
e risate e amplessi, mentre, se fossero immortali e 
bisognosi di niente ed esenti da vecchiaia, non godrebbero
dei piaceri umani dell'amore n metterebbero al mondo
figliuoli n si addormenterebbero. Lo Stesso Zeus partecip 
ad una mensa umana presso gli Etiopi, e a una inumana e nefanda,
invitato presso Lycaone l'arcade. Certo  che, senza volerlo, 
egli si riempiva di carni umane; giacch il dio ignorava che 
Lycaone l'arcade, il suo ospite, aveva sgozzato il proprio figlio 
(si chiamava Nyctimo) e l'aveva imbandito, come piatto prelibato, a
Zeus. Bello, questo Zeus, l'indovino, l'ospitale, il protettore 
dei supplici, il clemente, il panompheo, il vendicatore delle colpe: 
o, piuttosto, l'ingiusto, l'iniquo, il senza legge, l'empio, l'inumano,
il violento, l'adultero, il lascivo. Ma allora egli esisteva, quando
era tale, quando cio era un uomo: ora, invece, mi pare 
che i anche vostri miti siano gi invecchiati. Zeus non  
pi serpente, non cigno, non aquila, non uomo lascivo, 
non vola come dio, non  dato all'amore di fanciulli, 
non ama, non fa violenza: eppure vi sono ancora molte e 
belle donne, anche pi belle di Leda e pi floride di Semele, 
e giovanetti pi freschi e pi eleganti del frigio bifolco. Dov' ora
quell'aquila? dove il cigno? dove lo stesso Zeus? Egli  
invecchiato insieme con l'ala; non per si pente dei trascorsi
amorosi n impara a essere temperante. Il mito vi  svelato
nella sua nudit; mor Leda, mor il cigno, mor l'aquila.
Cerchi il tuo Zeus? Non frugare il cielo, ma la terra. Te lo dir il
Cretese, nella cui terra  seppellito, come dice Callimaco nei suoi inni:
... ch il tuo sepolcro, o sovrano,
l'hanno innalzato i Cretesi... 
 morto dunque Zeus (non dolertene, o Leda), come il
cigno, come l'aquila, come l'uomo lascivo, come il serpente.
 Ma mi sembra che ormai anche gli stessi adoratori dei
demoni, bench a malincuore, comprendano tuttavia il
loro errore riguardo agli di:
ch non son nati da antica quercia, e neppure da pietra,

ma sono della stirpe degli uomini, bench fra poco
si trover che essi non sono che quercie e pietre.
Stafilo, per esempio, racconta che a Sparta era venerato
uno Zeus Agamennone. Fanocle nel libro intitolato
 Gli amori o i belli racconta che Agamennone, il re
degli Elleni,  quegli che innalz un tempio ad Argynno
Afrodite, in memoria del suo amasio Argynno. Gli
Arcadi, come dice Callimaco negli Aitia, venerano
una Artemide Apanchomene (strangolata). E un'altra Artemide, 
detta Condylitis,  onorata in Metimna. Vi  anche, nella 
Laconia, il tempio di un'altra Artemide, detta Podagra, 
come dice Sosibio. Polemone conosce una statua di Apollo 
con la bocca aperta, e un'altra ancora, onorata nell'Elide,
di Apollo goloso. Qui, nell'Elide, gli Elei sacrificano a Zeus
scacciatore di mosche; e i Romani sacrificano ad Eracle
scacciatore di mosche e alla Febbre e allo Spavento, che
essi mettono, anche questi, tra i compagni di Eracle.
Lascio andare gli Argivi e i Laconi: gli Argivi rendono
culto ad Afrodite Tymborychos (= scavatrice di sepolcri), 
e gli Spartani venerano Artemide Chelytis (= che tossisce), 
poich nel loro dialetto si dice chelyttein il tossire.
 Credi che le notizie che ti presentiamo siano desunte
da noi da qualche fonte non autentica? Sembra che tu
non riconosca neppure i tuoi scrittori - che io chiamo
a testimoni contro la tua incredulit -, quali hanno
riempito di empio ludibrio - poveri voi! tutta la
vostra vita, che non merita, in realt, di essere chiamata
vita. Non sono invero onorati uno Zeus calvo, in Argo,
e un altro, vendicatore, in Cipro? Non sacrificano ad
Afrodite Peribaso (= divaricatrix) gli Argivi, e ad Afrodite 
etera gli Ateniesi, e ad Afrodite callipigia i Siracusani, 
quella che il poeta Nicandro ha in un punto
chiamato  calliglutea?. Taccio, infine, di Dioniso choiropsalas: 
adorano i Sicioni questo Dioniso,
avendolo posto a presiedere agli organi femminili, venerando 
in questo modo, come ispettore della vergogna,
il fondatore della licenza. Tali sono per gli stessi loro
adoratori gli di, e tali sono gli adoratori stessi che si fan
giuoco degli di o piuttosto beffeggiano ed oltraggiano
se stessi. E quanto migliori dei Greci, che adorano tali
di, non sono gli Egiziani, che per villaggi e citt venerano 
i bruti animali? Infatti queste divinit degli Egiziani,
sebbene siano degli animali, non sono per adultere, non
sono lascive e neppure una di esse va in caccia di piaceri
che siano contro natura. Ma di quale natura siano invece
le divinit dei Greci, che bisogno c' ancora di dirlo,
quando esse sono state gi smascherate a sufficienza?
 Ordunque, gli Egiziani, dei quali poco fa ho fatto menzione, 
sono divisi secondo i loro culti. Di essi, i Syeniti
venerano il pesce fagro, quelli che abitano Elefantina,
il meote (altro pesce, questo), gli Oxyrynchiti, ugualmente,
il pesce che prende il nome dalla loro regione; ancora,
gli Eracleopolitani l'ichneumone, i Saiti e i Tebani la
pecora, i Lycopolitani il lupo, i Cynopolitani il cane, il
bue Api quelli di Memfi, i Mendesi il capro.
Ma voi, che siete in tutto migliori degli Egiziani - esito
a dirvi peggiori -, che non cessate di deridere ogni giorno
gli Egiziani, come vi comportate nei riguardi degli animali 
irragionevoli? Tra voi, i Tessali onorano le cicogne
a causa della costumanza, i Tebani le donnole a causa
dalla nascita di Eracle. E che dire, per tornare ad
essi, dei Tessali? Si racconta che essi venerano le formiche
poich hanno appreso che Zeus, presa la forma di una
formica, si mescol con Eurymedusa, la figlia di Cletore,
e gener Myrmidone. Polemone racconta che gli abitanti
della Troade venerano i topi indigeni, che chiamano
sminthi, perch rosero le corde degli archi nemici, e da
quei topi diedero ad Apollo il nome di Sminthio.
Eraclide nelle sue  Fondazioni dei templi dell'Acarnania dice 
che dove  il promontorio di Actio e il tempio
di Apollo Actio si sacrifica prima un bue alle mosche.
N mi dimenticher dei Sami (i Sami, come dice Euforione, venerano 
la pecora) n dei Siri che abitano la
Fenicia, dei quali alcuni venerano le colombe, altri
i pesci, cos esageratamente come gli Elei venerano Zeus.
 Ebbene dunque, dal momento che non sono di quelli
ai quali rendete culto, mi sembra opportuno esaminare
quindi se essi siano in realt demoni, iscritti, come voi
dite, in questa seconda categoria. Giacch, se essi sono
realmente demoni, sono ingordi e impuri.  possibile
trovare demoni indigeni, che raccolgono onore nelle
varie citt anche apertamente (come gli di): presso i
Cythni Menedemo, presso i Teni, Callistagora, presso i
Delii, Anio, presso i Laconi, Astrabaco.  onorato
anche un certo eroe a Falero  sulla poppa della nave,
e la Pitia ordin ai Plateesi di sacrificare ad Androcrate
e a Democrate e a Cycleo e a Leucone nel tempo in cui le
guerre mediche erano nel loro pieno. E chi  capace
di fare anche un piccolo esame pu abbracciare di un
solo sguardo anche altri numerosissimi demoni:
tre miriadi sono sulla terra nutrice di molti
i demoni immortali, custodi di umani mortali.

Chi siano questi custodi, o Beota, non rifiutarti di dirci.
O  chiaro che essi sono questi, e quelli pi onorati di
essi, i grandi demoni, Apollo, Artemide, Leto, Demetra,
Core, Plutone, Eracle, e lo stesso Zeus. Ma essi, o Ascreo,
non ci custodiscono per impedirci di fuggire, ma forse
per impedirci di peccare: essi, che certamente di peccati 
sono inesperti. Qui  il caso di dire il proverbio:
 il padre
che non si emenda, emenda il figlio.
Se anche, dunque, essi sono custodi, lo fanno, non
perch si ispirino a sentimenti di benevolenza verso
di voi, ma perch, tutti intesi alla vostra rovina, a
guisa di adulatori, si gettano sulla vita umana, adescati 
dal fumo dei sacrifizi. E i demoni stessi riconoscono 
in un certo punto la loro ghiottoneria quando dicono:
La libazione e il fumo:  questo l'onor che sortimmo.
Quali altre parole, se acquistassero la parola, direbbero
gli di degli Egiziani, quali i gatti e le donnole, se non
queste parole omeriche e poetiche, e amiche dell'odore
del grasso, e dell'arte della cucina? Tali sono dunque
presso di voi gli di e i demoni, e se vi sono anche altri
chiamati semidei, alla stessa maniera dei semiasini. N
infatti avete penuria di nomi per formare i composti 
necessari alla vostra empiet.
CAPITOLO 3
 Orbene dunque, aggiungiamo anche questo, che i vostri
di sono demoni inumani e odiatori degli uomini, che
non solo sono lieti della follia degli uomini, ma, oltre a
ci, anche godono delle umane uccisioni. Essi forniscono
a se stessi occasioni di godimento, ora nelle lotte armate
degli stadi, ora nelle innumerevoli contese delle guerre,
per avere al massimo grado di che rimpinzarsi a saziet
di sangue umano; e gi essi, piombando come flagelli per
citt e popoli, chiesero l'offerta di libagioni crudeli. 
Aristomene di Messene, per esempio, sgozz trecento uomini
a Zeus di Ithome, credendo di avere buoni auspici, 
sacrificando tante e, insieme, tali ecatombi tra gli altri era
Teopompo, il re dei Lacedemoni, nobile vittima. I popoli Tauri,
che abitano intorno alla penisola taurica, sacrificano 
senz'altro ad Artemide Taurica quelli degli stranieri 
che abbiano catturati nel loro territorio, di quelli
cio che hanno fatto naufragio. Questi tuoi sacrifizi li
presenta sulla scena in una tragedia Euripide. Monimo
nella sua  Raccolta delle cose mirabili  racconta di un
uomo, di un Acheo, sacrificato a Peleo e a Chirone in
Pelle, citt della Tessaglia; Anticleide nei  Ritorni 
ci fa sapere che i Lyctii (sono questi una trib di Cretesi)
immolano uomini a Zeus, e Dosida dice che i Lesbi
offrono un simile sacrifizio a Dioniso. Quanto ai Focesi 
(non tralascer infatti neppure questi), Pitocle nel
terzo libro dell'opera  Sulla Concordia , racconta che
questi offrono l'olocausto di un uomo ad Artemide Taurica. 
L'attico Eretteo e il romano Mario sacrificarono
le loro proprie figlie, l'uno a Persefone, come narra 
Demarato nel primo libro della sua opera  Argomenti di
tragedie , e l'altro, Mario, agli di allontanatori di
mali, come narra Doroteo nel quarto libro della sua  Storia italica .
 Filantropici davvero appaiono da questi esempi i vostri
demoni: e come non dovrebbero, analogamente, apparire
pii i loro adoratori? Gli uni, che sono invocati come salvatori, 
gli altri, che chiedono la salvezza agli insidiatori
della loro salvezza. Certamente, mentre suppongono di
fare a quelli un sacrifizio favorevole, non s'accorgono
di sgozzare, intanto, degli uomini. Infatti un'uccisione
non diventa sacrifizio in ragione del luogo in cui essa 
stata consumata, neppure se uno sgozzi un uomo ad Artemide 
e a Zeus in un luogo in apparenza - sacro, piuttosto che 
per ira e cupidigia, altri demoni dello stesso
genere, sugli altari piuttosto che nelle strade, e lo 
consacri come vittima; ma uccisione e omicidio  un tale
sacrificio. Perch dunque, o uomini sapientissimi tra tutti
gli esseri viventi, fuggiamo le fiere selvagge, e se ci 
imbattiamo in un orso o in un leone, ci volgiamo fuori della
nostra strada 
come chi ha visto un serpente, s'arresta ed arretra di scatto
nelle gole di un monte, e trema per tutte le membra,
e si ritira indietro...,
e quanto ai demoni invece, pur sentendo gi prima e
comprendendo che essi sono esiziali e nefasti insidiatori
e odiatori degli uomini e sterminatori, non cambiate
strada di fronte ad essi, e non tornate indietro? Che cosa
di vero potrebbero dire i malvagi o a chi potrebhero 
giovare? Comunque, io posso dimostrarti che l'uomo  
migliore di questi vostri di - i quali, poi, non sono che
demoni - e che Ciro e Solone sono migliori di Apollo,
il dio della vaticinazione. Amante dei doni  il vostro
Febo, ma non amante degli uomini. Trad il suo amico
Creso, e dimenticatosi della mercede che aveva ricevuto
(cos era amante dell'ambiguit) trasse Creso attraverso
l'Aly sulla pira. Amando in questo modo, i demoni guidano 
verso il fuoco. Ma tu, o uomo, pi filantropico
e pi veritiero di Apollo, abbi compassione di colui che
sta legato sulla pira. E tu, o Solone, vaticina la verit, e
tu, o Ciro, fa' spegnere la pira. Impara finalmente, o
Creso, a essere saggio, ora che la sventura ti ha insegnato
la vera saggezza. Ingrato  quello che tu adori, prende
la mercede, e, dopo aver preso l'oro, in cambio, mentisce.
 Vedi la fine  non  il demone a dirtelo, ma l'uomo. Non
ambiguamente vaticina Solone. Questo solo oracolo troverai 
veritiero, o barbaro; questo tu metterai alla prova sulla pira.
 Da ci mi vien fatto di domandarmi maravigliato, da
quali mai fantasie siano stati indotti coloro che per primi,
essendo stati essi stessi ingannati, proclamarono agli uomini
la loro superstizione, ordinando per legge di venerare
degli scellerati demoni: sia che sia stato quel Foroneo,
sia che Merope, sia che qualche altro, i quali la leggenda
vuole che per primi abbiano innalzato ai demoni templi
ed altari, e, inoltre, abbiano offerto sacrifizi.  certo
che in tempi posteriori inventavano degli di, che facevano 
oggetto di adorazione. Certo, questo Eros, che si
dice essere tra i pi antichi degli di, non l'onorava
nessuno prima che Charmo avesse fatto suo un giovinetto
e gli avesse innalzato un'ara nell'Accademia come segno
di riconoscenza per la brama appagata: e hanno chiamato
Eros l'intemperanza della passione, deificando cos una
brama smodata. E gli Ateniesi, di Pan non sapevano
nemmeno chi fosse, prima che Filippide lo avesse detto loro.
 naturale dunque che la superstizione, avendo preso
principio da un qualche punto, sia divenuta fonte di
stolta malvagit, e quindi, non essendo stata frenata,
ma sempre pi accresciutasi, procedendo con l'abbondanza
di un fiume, si sia fatta creatrice di molti demoni, 
sacrificando ecatombi e tenendo solenni adunanze e 
innalzando statue ed edificando templi, i quali
- giacch non tacer neppure di questi, ma smascherer anche essi -
sono chiamati templi eufemisticamente, ma in realt furono dei sepolcri. 
Ma voi, almeno ora, dimenticate il culto dei demoni, vergognandovi 
di onorare delle tombe. Nel tempio di Atena in Larissa,
nell'acropoli, vi  la tomba di Acrisio;
ad Atene, nell'acropoli, vi  quella di Cecrope, come
dice Antioco nel libro nono delle sue  Storie. Ed
Erittonio? Non  sepolto nel tempio di Atena Poliade? 
E Immarado, il figlio di Eumolpo e di Daira,
non  sepolto nel recinto dell'Eleusinio, che  sotto
l'acropoli? Le figlie di Celeo non sono state sepolte ad
Eleusi? A che elencarti le donne Hyperboree? Esse
si chiamano Hyperoche e Laodice, e sono sepolte in
Delo, nell'Artemisio; questo  nel tempio di Apollo
Delio. Leandrio dice che Cleocho  stato sepolto a
Mileto nel Didimeo. Non si deve trascurare qui,
seguendo Zenone di Mindo, il monumento funebre di
Leucophryne, la quale ha avuto sepoltura nel tempio
di Artemide in Magnesia, n l'ara di Apollo in Telmesso;
narrano che sia, anche questo, il monumento funebre 
dell'indovino Telmesso. Tolomeo, il figlio di Agesarco, 
nel primo libro dell'opera  Intorno al Filopatore 
dice che in Pafo nel tempio di Afrodite ha avuto sepoltura Cinyra 
e i discendenti di Cinyra. Ma, se volessi percorrere tutti i sepolcri 
adorati da voi,
neppur mi basterebbe tutto il tempo;
quanto a voi, se non penetra in voi un qualche senso di
vergogna per la vostra audacia, siete allora addirittura come 
dei morti che vanno in giro, perch credete nei morti:
Miseri, che  questo male di cui soffrite? Di tenebre
sono le vostre teste avvolte... 
CAPITOLO 4
 Se, oltre a questo, io vi porr innanzi le statue stesse,
perch le osserviate, passandole in rassegna troverete che
 una vera sciocchezza questa vostra consuetudine, per
la quale venerate delle opere insensibili,  fatte da mani
di uomini . Anticamente infatti gli Sciti adoravano
l'acinace, gli Arabi la pietra, i Persiani il fiume, e,
degli altri uomini, quelli che erano ancora pi antichi
innalzavano pali altissimi di legno ed erigevano colonne
di pietre, che chiamavano xana, per il fatto che la materia
era stata levigata (xo]. Certo, in Icaro il simulacro di
Artemide era un pezzo di legno non lavorato, e quello
di Era Citeronia in Tespia era un tronco tagliato, e quello
della Era di Samo, come dice Aethlio, prima era una
tavola, dopo, durante il governo di Prode, fu fatta in
forma umana. Dopoch si cominci a dare agli xana
forma umana, questi presero il nome di brete, da brotoi
(= uomini). Lo storico Varrone dice che in Roma
anticamente lo xanon di Ares non era che un'asta, poich
gli artisti non si erano volti ancora a questa, bella in
apparenza, arte della malora. Ma dopoch fior l'arte, crebbe l'errore.
 senz'altro evidente, oramai, come delle pietre e
del legno, e per dirla in breve, della materia, gli uomini 
abbiano fatto statue di forma umana, con le quali
simulate la piet, calunniando la verit; ma tuttavia,
poich questo punto ha bisogno di una qualche dimostrazione, 
non ci dobbiamo rifiutare di darla. Che, dunque,
lo Zeus di Olimpia e la Poliade di Atene le abbia fatte
Fidia, d'oro e d'avorio,  chiaro probabilmente a tutti.
Che, poi, lo xanon di Era in Samo sia stato fatto da Smilide 
figlio di Euclide, lo racconta Olimpico nella sua
 Storia di Samo . Non dubitate dunque che delle
cos dette Dee  Venerande  in Atene, due le abbia
fatte Scopa della cos detta pietra lychnea, e Calos
quella di mezzo; posso citarti Polemone che lo racconta
nel quarto libro della sua opera  Contro Timeo. N
dubitate che le statue di Zeus e di Apollo in Patara della
Licia le abbia fatte ancora quel Fidia, come anche i leoni
che sono dedicati insieme con esse; ma se, come dicono
alcuni, l'arte  quella di Bryaxis, non ne faccio una 
questione: hai anche questo statuario, attribuiscile a quale
dei due tu voglia. E inoltre opera di Telesio di Atene,
come dice Filocoro, sono le statue di nove cubiti di
Poseidone e di Amfitrite, che si adorano in Teno. Demetrio
nel secondo libro della  Storia di Argo , riferisce
che dello xanon di Era in Tirinto la materia fu il pero
e l'autore Argo. Molti forse si meraviglieranno 
nell'apprendere che il Palladio, quello chiamato  caduto-dal-cielo,
che si racconta Diomede e Ulisse abbiano tolto
da Ilio e affidato a Demofoonte, era fatto delle ossa di
Pelope, come l'Olimpico Zeus di altre ossa, quelle di una
fiera indica; e come fonte di questa notizia adduco
Dionisio, che la racconta nella quinta parte del  Ciclo.
Apella nella  Storia di Delfo  dice che vi sono due
Palladii, e che ambedue sono stati costruiti da uomini.
Ma perch nessuno supponga che io abbia tralasciato
questo per ignoranza, vi citer la statua di Dioniso Morycho 
in Atene, la quale  stata fatta della cos detta
pietra phellatas, ed  opera di Sicone, figlio di Eupalamo, 
come dice Polemone in una epistola. Vi furono
anche due altri scultori, credo cretesi (si chiamavano
Scillide e Dipeno); questi fecero le statue dei Dioscuri
in Argo e la statua di Eracle in Tirinto e lo xanon di
Artemide Munychia in Sicione.
 Ma a che indugiare in queste cose, quando  possibile
mostrarvi chi era il gran demone stesso, l'egiziano Sarapide, 
che sappiamo essere stato ritenuto degno di
particolare venerazione da parte di tutti gli uomini, quello
di cui hanno osato dire che non  fatto da mani d'uomo?
Alcuni raccontano che esso fu mandato come offerta di
ringraziamento dai Sinopei a Tolomeo Filadelfo re dell'Egitto 
il quale se li era cattivati, quando essi, soffrendo
di una carestia, avevano mandato a prendere frumento 
dall'Egitto -, e che questo xanon era una statua di Plutone.
Egli, ricevuta la statua, la innalz sul promontorio, che
ora chiamano Rhacoti, dove si trova anche il tempio di
Sarapide, oggetto di venerazione; la regione  vicina al 
cimitero. Essendo morta in Canobo la sua concubina Blistiche, 
Tolomeo la fece l trasportare e le diede sepoltura
sotto il tempio anzidetto. Altri dicono che Sarapide era
una statua del Ponto, e che fu trasportata ad Alessandria
con l'onore di una solenne adunanza festiva. Solo Isidoro
dice che la statua fu portata da parte delle genti di Seleucia
abitanti presso Antiochia, le quali si erano trovate, anche
esse, in penuria di frumento ed erano state sostentate da
Tolomeo. Ma Atenodoro, il figlio di Sandone, mentre
voleva dimostrare l'arcaicit di Sarapide, inciamp in non
so che cosa, poich venne a dimostrare che esso  una
statua fatta da uomini. Egli dice che il re egiziano Sesostri,
dopo aver soggiogato la maggior parte delle genti elleniche,
tornato in Egitto, condusse con s degli abili artisti; fu
lui dunque che fece fare con grande sontuosit la statua
del suo avo Osiride, della quale  autore l'artista Bryaxis
- non l'ateniese, ma un omonimo di quel Bryaxis -,
il quale si  servito, per la costruzione, di una materia
mista e varia. Egli aveva infatti limatura di oro e di 
argento e di rame e di ferro e di piombo e anche di stagno;
e non gli mancava nessuna delle pietre egiziane, frammenti
di zaffiro e di ematite e di smeraldo, ma anche di topazio.
Avendo ridotto in polvere, dunque, tutte queste cose e
avendole mescolate, le color col ciano, a causa di che il
colore della statua  nerastro, e avendo impastato il
tutto con la tintura rimasta dal funerale di Osiride e di
Api, egli plasm la statua di Sarapide, il cui nome anche
allude alla comunanza col funerale e al fatto di essere
stata costruita col materiale della sepoltura, essendo Osirapide 
un composto di Osiride e di Api.
 Un altro nuovo dio, in Egitto, quasi proprio tra i Greci,
lo ha creato l'imperatore dei Romani, divinizzando
solennemente il suo amato, che era bellissimo sopra ogni
altro. Antinoo egli consacr allo stesso modo come con
Ganimede aveva fatto Zeus; non si frena facilmente infatti
una brama che non ha ritegno; e ora vi sono degli uomini
che celebrano le notti sacre di Antinoo, la vergogna delle
quali conosceva l'amante, che le aveva vegliate insieme
con lui. Perch mi annoveri tra gli di quegli che  stato
onorato per la sua prostituzione? Perch ordinasti che
fosse pianto come un figlio? Perch vai magnificando
la sua bellezza?  vergognosa la bellezza che l'oltraggio
ha fatto marcire. Non tiranneggiare, o uomo, la bellezza,
n recare oltraggio al giovane ch' nel suo fiore: conservala 
pura perch sia bella. Sii re della bellezza, non tiranno. 
Rimanga libera; allora riconoscer la tua bellezza,
quando tu hai conservato pura la sua immagine; allora
adorer la bellezza, quando essa  il vero archetipo delle
cose belle. Ma ormai vi  gi un sepolcro dell'amato,
vi  un tempio di Antinoo e una citt; e come, io credo,
i templi, cos anche i sepolcri sono ammirati, piramidi e
mausolei e labirinti, altri templi dei morti, come quelli
sono sepolcri degli di. Come maestra vi citer la profetica Sibilla:
Non la parola profetica di Febo bugiardo, che gli uomini
stolti dissero dio ed a torto chiamarono vate,
ma del gran Dio, che mani d'uomini non plasmarono
simile agli idoli muti, di levigata pietra.
Essa per chiama rovine i templi, preannunziando cos
che il tempio di Artemide Efesia per effetto di voragini
e di terremoti , sar inghiottito:

Supina gemer Efeso, piangendo presso le rive,
e un tempio invano cercando, che non esiste pi.

Dice che il tempio di Iside e di Sarapide in Egitto sar
distrutto e bruciato:

Iside, dea infelicissima, presso il corso del Nilo rimani,
sola, furente, muta sulle sabbie dell'Acheronte,
e continuando quindi:
E tu di molte pietre inerti coperto, Sarapide,
giaci, ruina grandissima, nell'Egitto tre volte infelice.

Ma tu, se non vuoi dare ascolto alla profetessa, ascolta
almeno il tuo filosofo, Eraclito di Efeso, che rimprovera
ai simulacri la loro insensibilit:  E pregano questi simulacri,
come se uno conversasse con le pareti della
casa. Non sono strani infatti coloro che supplicano
delle pietre, e poi le collocano, tuttavia, quasi che fossero
vive ed agenti, dinanzi alle porte, che adorano Ermes
come dio, e pongono l'Agyieo come portiere? Se infatti 
li offendono come privi di senso, perch li adorano
come di? Se poi credono che essi abbiano della sensibilit 
perch li pongono come portieri? I Romani, attribuendo 
alla Tyche i loro pi grandi successi, e credendo
questa una dea grandissima, l'andarono a porre nella latrina, 
assegnando alla dea, come degno tempio, la cloaca.
 Ma certamente alla pietra insensibile, e al legno, e al
ricco oro non importa affatto n del grasso n del sangue
n del fumo, dai vapori del quale, mentre si intende onorarli,
sono anche anneriti; ma neppure dell'onore, come
neppure dell'insulto. Le statue sono pi spregevoli
di qualunque essere vivente. E non riesco a comprendere
come mai siano state divinizzate le cose insensibili, e
compiango come infelici, a causa della loro stoltezza,
quelli che cadono in questo errore. Sebbene infatti vi
siano alcuni animali che non hanno tutti i sensi, come
i vermi e i bruchi e quanti appaiono subito imperfetti
a causa della nascita, come le talpe e il topo-ragno, che
Nicandro chiama  cieco e sordo ,  ma almeno essi
sono superiori a questi xana e alle statue, che sono 
interamente insensibili, poich almeno un senso solo lo hanno,
per esempio quello dell'udito o quello del tatto o quello
corrispondente all'olfatto o al gusto: quelle invece, le
statue, non hanno neppure un senso solo. Vi sono molti
degli animali, che non hanno n vista n udito n voce,
come ad esempio la famiglia delle ostriche, ma vivono
tuttavia e crescono e inoltre sentono l'influsso della luna:
le statue, invece, sono brute, non fanno nulla, non sentono 
nulla, sono legate, inchiodate, fissate, fuse, limate,
segate, levigate, cesellate. Gli statuari  oltraggiano
la insensibile terra, facendole cambiare la natura
che le  propria, con l'indurre per effetto della propria
arte gli uomini ad adorarla; i fabbricatori di di adorano,
non gli di e i demoni, almeno secondo il mio modo di
intendere, ma la terra e l'arte, cio le statue. La statua
 infatti veramente materia morta alla quale ha dato forma
la mano dell'artista. Per noi invece l'immagine di Dio
non  una cosa sensibile, di materia sensibile, ma  cosa
intellegibile. Cosa intellegibile, non sensibile,  Dio,
quegli che solo  veramente Dio.
 E, d'altra parte, negli stessi infortuni che incolgono
alle statue, i cultori dei demoni, gli adoratori delle pietre,
apprendono per esperienza a non adorare la materia 
insensibile, soggetta alla stessa necessit degli altri, ma sono
trascinati alla rovina dalla loro superstizione; sebbene
disprezzino le statue, non vogliono tuttavia apparire di
disprezzarle del tutto, ma il comportamento degli stessi
di ai quali le statue sono state dedicate d loro la dimostrazione
dell'errore in cui sono caduti. Infatti, il tiranno
Dionisio il giovane, tolta alla statua di Zeus in Sicilia la
veste d'oro, ordin di mettergliene una di lana, dicendo
spiritosamente che questa era migliore di quella d'oro,
perch d'estate pi leggera e pi calda d'inverno.
Antioco di Cizico, essendo in difficolt finanziarie, ordin
di fondere la statua d'oro di Zeus, che era della grandezza
di quindici cubiti, e di collocare al suo posto una statua
simile a quella, ma fatta di altra materia meno preziosa,
e solo ricoperta di foglie d'oro. E le rondini, e la
maggior parte degli uccelli, volando lasciano cadere sulle
statue stesse il contenuto del loro ventre, senza curarsi
n di Zeus Olimpio n di Asclepio Epidaurio n di Atena
Poliade o dell'egiziano Sarapide: voi neppure da essi
apprendete che le statue sono prive di sensibilit. Ma vi
sono anche dei malfattori o dei nemici invasori, i quali,
per turpe avidit di guadagno, devastarono i templi e 
depredarono le offerte votive o anche fusero le statue. E
se Cambise o Dario o altri, nel suo furore, pose mano
a imprese di questo genere, e se un tale uccise l'egiziano
Api, io rido perch.., uccise il loro stesso dio, ma mi 
indigno se perpetrava ci per amore di guadagno. Volentieri
dunque trascurer questo genere di malvagit, perch
lo ritengo frutto di avidit, non prova della debolezza
degli idoli. Ma non sono certo avidi di guadagno il fuoco
e i terremoti, n, certo, temono o hanno rispetto dei demoni 
e delle loro statue pi di quanto non ne abbiano le
onde dei ciottoli ammucchiati lungo i lidi. Io conosco un
fuoco capace di convincere e di curare il male della 
superstizione: se vuoi cessare da questa demenza, il fuoco
ti illuminer Questo fuoco consum tra le fiamme il
tempio che era in Argo, insieme con la sacerdotessa Cryside,
e il tempio di Artemide in Efeso, il secondo dopo
il tempo delle Amazzoni, e spesso ha devastato il Campidoglio 
che  a Roma; non si astenne neppure dal tempio
di Sarapide che  nella citt di Alessandria. Ad Atene
ahbatt il tempio di Dioniso Eleuterio, e quello di Apollo
in Delfi prima fu preda di una procella e dopo fu annientato
da un  fuoco intelligente . In questo ti  mostrato
solo il preludio di quelle cose che ti promette il fuoco.
 Gli autori delle statue, poi, non fanno vergognare quelli
di voi che sono in senno, e non li inducono a disprezzare
la materia? L'ateniese Fidia, per esempio, che scrisse sul
dito dello Zeus Olimpio Pantarce bello   (giacch
per lui non era bello Zeus, ma il proprio amato); Prassitele, 
come mostra chiaramente Posidippo nel suo libro
 Intorno a Cnido , nell'apprestare la statua della Afrodite Cnidia,
la ha rappresentata somigliante nell'aspetto
alla sua amante Cratina, affinch gli sciagurati potessero
adorare l'amante di Prassitele. Quando Frine, la etera
tespiese, era nel suo fiore, tutti i pittori prendevano a
modello la bellezza di Frine nel dipingere le immagini
di Afrodite, come, da parte loro, gli scultori effigiavano
gli Ermes in Atene prendendo a modello Alcibiade. Non
resta che al tuo giudizio il cmpito di concluderne se
voglia adorare anche le etere.
 Da qui, credo, furono spinti gli antichi re a disprezzare
questi miti, e a proclamare liberamente - poich la cosa
non offriva pericoli da parte degli uomini - se stessi
come di, dimostrandoci in questo modo che anche gli
altri di non erano che degli uomini, i quali erano stati
divinizzati a cagione della fama: Ceyce, il figlio di Eolo,
era chiamato Zeus dalla moglie Alcione, Alcione, a sua volta, 
era, chiamata Era dal marito. Tolomeo quarto era chiamato Dioniso, 
e Mitridate il Pontico era chiamato, anche
lui, Dioniso. Voleva anche Alessandro essere creduto
figlio di Ammone ed essere rappresentato con le corna
dagli statuari, desiderando oltraggiare con un corno il
bel volto di uomo. E non solo i re, ma anche dei privati
glorificavano se stessi con denominazioni divine, come il
medico Menecrate, quello che era soprannominato Zeus.
Che bisogno c' di citare Alexarco (questi, che era,
quanto al sapere, grammatico, come narra Aristo di Salamina,
trasformava se stesso nel dio Sole)? Che bisogno c' 
di ricordare anche Nicagora (era questi Zelita di stirpe, 
vivente ai tempi di Alessandro; Nicagora si
chiamava Ermes e portava il vestimento di Ermes, come
egli stesso attesta) - dal momento che a svilire i miti
intorno agli di sono intere nazioni e citt con tutti i loro
abitanti, le quali si mettono la maschera di adulatori:
semplici uomini, che gonfi di vanagloria, trasformano se
stessi (cio degli uomini come loro) in esseri pari agli
di, e votano a se stessi onori straordinari? E ora decretano 
che si adori nel Cynosarge il Macedone di Pella,
Filippo il figlio di Aminta, quello  dalla clavicola spezzata 
e storpio di una gamba, quello a cui fu cavato un
occhio, e in seguito proclamano Demetrio, anche lui, dio,
e nel punto in cui egli discese dal cavallo nell'entrare in
Atene, vi  il tempio di Demetrio Cataibtes (= che discende), 
e are dappertutto, e gli si preparavano dagli
Ateniesi le nozze con Atena, ma egli disdegnava la dea,
non potendo sposare la sua statua, e saliva con l'etera
Lamia sull'acropoli e si giaceva nel talamo di Atena,
mostrando alla vecchia vergine le posizioni erotiche della
giovane etera. Non bisogna prendersela dunque neppure 
con Ippone, che immortala la sua morte. Questo
Ippone fece scrivere sul suo monumento funebre questo distico:
Questa  la tomba di Ippone, che pari ai numi immortali
fu fatto dalla Moira, poi che egli fu morto.
Bravo, o Ippone! Tu ci indichi l'errore umano. Se gli
uomini non hanno prestato fede a te, quando potevi
parlare, di te morto divengano perci discepoli. Questo
 l'oracolo di Ippone: cerchiamo di comprenderlo. Quelli
che sono adorati presso di voi furono una volta degli
uomini, che in seguito, naturalmente, sono morti: il mito
e il tempo li hanno circondati di onore. Sogliono infatti,
in certo qual modo, le cose presenti essere disprezzate a
causa della consuetudine, ma le cose passate, lontane, a
causa della oscurit prodotta dal tempo, dalla possibilit
di un'immediata confutazione, sogliono trarre onore dalle
cose inventate, e, mentre le cose presenti sogliono non
essere credute, quelle passate sono invece anche ammirate.
E cos dunque gli antichi morti, glorificati nel lungo 
periodo dell'errore, sono stimati di dai posteri. Una prova
di questo ve la danno i vostri stessi misteri, le solenni
adunanze, le catene e le ferite e gli di piangenti:
Povero me, ch Sarpdone, il pi diletto degli uomini,
 destin che da Patroclo, figliuol di Menezio, sia vinto!
 stato superato il volere di Zeus, e il vostro Zeus, a causa
di Sarpedone, piange, sconfitto.
 A ragione cosi voi stessi li avete chiamati idoli (cio fantasmi)
e demoni, poich Atena stessa e gli altri di
Omero li chiam demoni, onorandoli cos per la loro natura cattiva:
Essa saliva all'Olimpo
alla casa di Zeus che ha l'egida, presso i restanti demoni. 
Come dunque potranno ancora essere ritenuti di gli
idoli e i demoni, quando questi non sono in realt che
spiriti abbominevoli e impuri, riconosciuti da tutti come
terreni e immondi, incombenti sulla terra,  aggirantisi
intorno ai sepolcri e alle tombe, che sono precisamente
i luoghi dove essi appaiono confusamente come  foschi
fantasmi?. Questo sono i vostri di, gli idoli, le ombre
e, oltre a questi, quelle  zoppe  e  rugose, dagli occhi
distorti , le Litai, figlie di Tersite piuttosto che di
Zeus, cos che non senza spirito mi sembra dica Bione,
quando si domanda come potrebbe essere giusto che gli
uomini chiedano a Zeus quella bellezza di prole che
neppure lui pot dare a se stesso. Ahim, quale empiet!
Voi sotterrate, nella misura in cui vi  possibile, la 
incorruttibile essenza, e quell'essere incontaminato, 
quell'essere santo, avete seppellito nelle tombe, privando la 
divinit della sua reale e vera essenza. Perch dunque attribuiste
a quelli che non sono di gli onori che sono propri
di Dio? Perch, abbandonato il cielo, avete onorato la
terra? Che altro  l'oro o l'argento o l'acciaio o il ferro
o il rame o l'avorio o le pietre preziose? Non sono essi
terra e provenienti dalla terra? Non sono figli di una sola
madre, la terra, tutte queste cose che tu vedi? Perch
dunque, o stolti e senza senno (giacch voglio tornare
sull'argomento), avendo bestemmiato il luogo iperuranio, 
avete trascinato al suolo la piet, foggiandovi divinit 
terrene, e, andando dietro a queste cose generate
invece che al Dio ingenerato, siete piombati in tenebre
pi profonde?  bello il marmo pario, ma non  ancora
Poseidone,  bello l'avorio, ma non  ancora l'Olimpio.
La materia ha bisogno sempre dell'arte, Dio non ne ha
bisogno. Sorse l'arte, la materia  stata rivestita della
forma; e la ricchezza della sostanza rappresenta un 
valore economico, ma per la sola forma diventa oggetto di
venerazione. Oro  la tua statua,  legno,  pietra, , se
la consideri dall'origine, terra, la quale ha ricevuto forma
dall'artista. Io mi sono abituato a calpestare la terra, non
ad adorarla; giacch per me non  lecito affidare mai le
speranze dell'anima alle cose inanimate.
 Bisogna perci avvicinarsi, quanto pi  possibile, alle
statue, affinch sia dimostrato anche dal loro aspetto che
connaturato con esse  l'errore. Sono improntate infatti
molto chiaramente le figure delle statue, del segno caratteristico 
dei demoni. Cos, se qualcuno, andando intorno, osservi 
le pitture e le statue, riconoscer subito i
vostri di dalle riprovevoli caratteristiche, Dioniso dalla
sua veste, Efesto dalla sua arte, Demetra dalla sua sventura, 
Ino dal suo velo, dal suo tridente Poseidone, dal
suo cigno Zeus; Eracle lo indica la pira, e se uno veda
rappresentata una donna nuda, riconosce l'aurea Afrodite. 
Cos il famoso Pigmalione di Cipro si innamor
di una statua di avorio; la statua era di Afrodite, ed era
nuda;  vinto il Ciprio da quella figura e si mescola con
la statua; e questo, lo racconta Filostefano. Un'altra
Afrodite in Cnido era di marmo, ed era bella, un altro
si innamor di essa e si mescola col marmo, (lo racconta
Posidippo; il primo nella  Storia di Cipro, l'altro
in quella di Cnido): tanto potere ebbe l'inganno esercitato 
dall'arte, la quale divenne in tal modo seduttrice e
trascinatrice nel baratro per quegli uomini lascivi.
Capace di simili effetti  l'arte manuale, ma essa non 
tale da ingannare la parte razionale, e quelli che vivono
secondo la ragione. A causa infatti della somiglianza della
pittura, dei colombi volarono verso un dipinto rappresentante
una colomba, e cavalli nitrirono verso cavalle
bellamente dipinte. Dicono che una fanciulla si innamor
di una immagine, e un bel giovane, di una statua cnidia:
ma in tali casi erano gli occhi degli spettatori a essere
ingannati dall'arte. Giacch nessun uomo sano di mente
si sarebbe mescolato con la statua di una dea, n sarebbe
stato seppellito con una morta, n si sarebbe innamorato 
di un demone e di una pietra. Ma, quanto a voi,
l'arte vi inganna con un altro genere di ciurmeria, se
anche non inducendovi ad innamorarvene, certamente
per ad onorare e ad adorare e statue ed i dipinti. Il
dipinto  somigliante: si lodi, in tal caso, l'arte, ma
non inganni l'uomo, cercando di passare per verit. 
rimasto tranquillo il cavallo, la colomba non si  mossa,
pigra  rimasta l'ala: ma la vacca di Dedalo, la quale era
di legno, sedusse un toro selvaggio, e l'arte costrinse
la fiera, trattala in inganno, a coprire una donna innamorata. 
Tanto stimolo le arti, coi loro malvagi artifici,
destarono nelle creature prive di senno. Ma le scimmie
sono oggetto di ammirazione presso i loro allevatori e
guardiani perch esse non si lasciano ingannare dalla 
somiglianza di immagini di cera o di fango e dagli abbigliamenti 
di fanciulle: voi sarete dunque inferiori alle scimmie, 
poich ponete attenzione a immaginette di pietra e
di legno e d'oro e di avorio e a pitture. Di tali perniciosi
trastulli sono per voi autori gli scalpellini e gli statuari
e i pittori e i carpentieri e i poeti, che introducono una
simile, grande moltitudine di di, nei campi Satiri e Pani,
nelle selve Ninfe, oreadi e amadriadi, e inoltre presso le
acque e presso i fiumi e le fonti, le Naiadi, e presso il
mare, le Nereidi. I maghi vantano perfino come servitori
della loro empiet i demoni, essendoseli aggregati come
domestici, poich li hanno resi a forza loro schiavi 
mediante l'azione delle loro formule magiche.
 Inoltre le nozze degli di e le loro procreazioni di figli
e i loro parti, che tutti ricordano, e gli adulteri, che sono
cantati dai poeti, e i banchetti, che danno materia a commedie, 
e le risate durante il convito, introdotte nei vostri
poemi, mi spingono a gridare (anche se io voglia tacere):
ahim, quale empiet! Avete fatto del cielo una scena, e
ci ch' divino  diventato per voi dramma, e, sotto la
maschera di demoni, avete fatto commedia di ci ch'
santo, volgendo in derisione, come in un dramma satiresco, 
la vera piet, per mezzo della superstizione.
Egli intanto, suonando la lira, cominciava a cantar bellamente:
Cantaci, Omero, quel bel canto
intorno all'amore di Are e Afrodite dalla bella corona,
come la prima volta nelle case di Efesto si unirono,
di nascosto; e avea fatti parecchi doni, e macchi
il letto di Efesto sovrano...

Cessa, Omero, il canto; non  bello, insegna l'adulterio;
di fornicare noi non permettiamo neppure alle nostre
orecchie. Giacch noi, noi siamo i portatori dell'immagine
di Dio in questo simulacro, che vive e si muove, ch' l'uomo, 
immagine che abita con noi, ci consiglia, ci accompagna, 
partecipa del nostro focolare, dei nostri affetti, si commuove 
per noi. Noi siamo stati consacrati come un'offerta a
Dio per amore di Cristo, noi  la razza eletta, il regale 
sacerdozio, la gente santa, il popolo scelto, che una volta non
eravamo popolo e ora siamo il popolo di Dio , che,
secondo Giovanni, non siamo  dal basso , ma abbiamo
appreso il tutto da colui che venne dall'alto, che abbiamo 
compreso la distribuzione di Dio, che ci siamo
esercitati  a camminare in novit di vita.
Ma non la pensano cos i pi; gettati da parte il pudore
e il timore, essi si fanno dipingere nelle loro case le
impure passioni dei loro demoni. E cos, intesi come
sono alla lussuria, essi hanno ornato le loro camere
nuziali con certe tavolette dipinte, appese in alto a guisa
di offerte votive, prendendo l'intemperanza per piet:
e mentre giacciono nel letto, durante gli amplessi, fissano
lo sguardo a quella Afrodite ignuda, stretta in catene
nell'atto dell'adulterio. E tanto prediligono la rappresentazione 
della effeminatezza che fanno imprimere
nei castoni dei loro anelli il lascivo uccello volante verso
Leda, servendosi cos di un sigillo, ch' in tutto degno
della intemperanza di Zeus. Questi sono i modelli della
vostra mollezza, questo il fondamento divino delle vostre
sregolatezze, questi gli insegnamenti offerti dai vostri di,
che fornicano insieme con voi.  Giacch, ci che ciascuno
vuole, questo anche crede , secondo l'oratore ateniese.
E quali anche le altre vostre immagini! Statuine di Pan
e fanciulle nude e satiri ubbriachi e itifalli, che vengono
presentati nudi nelle pitture, e che la loro stessa 
intemperanza condanna. Ormai non vi vergognate pi di
ammirare i dipinti rappresentanti le posizioni di ogni
genere di lussuria esposti apertamente in pubblico; ma
anzi li custodite, tenendoli appesi in alto come offerte 
votive, come se fossero veramente le immagini dei
vostri di, consacrando nelle vostre case queste stele di
svergognatezza, facendovi dipingere ugualmente, cos
le posizioni di Filenide come le fatiche di Eracle.
Di queste cose noi vi dichiariamo che bisogna dimenticare 
non solo l'uso, ma anche la vista e la semplice audizione.
Hanno fornicato le vostre orecchie, si sono prostituiti
i vostri occhi, e, ci che  la cosa pi strana,
prima dell'amplesso, i vostri sguardi hanno commesso
adulterio. O voi che faceste violenza all'uomo e cancellaste
con l'ignominia ci che di divino  nella creatura,
siete del tutto non credenti per potervi abbandonare alle
vostre passioni, e credete negli idoli perch imitate la loro
intemperanza, ma non credete in Dio, perch non sopportate 
la temperanza; e le cose migliori le avete odiate,
le cose peggiori onorate, fattivi spettatori della virt e
campioni del vizio.
  Beati  solo perci, per dir cos, per consenso
unanime, tutti quelli, secondo la Sibilla,

che negheran tutti i templi, pur avendoli visti,
e gli altari che sono sedi vane di pietre insensibili,
e i simulacri di pietra e le statue fatte da mani,
di sangue animato insozzate e di sacrifici cruenti
di quadrupedi e bipedi e di uccelli e di fiere.

A noi invece  espressamente proibito di esercitare quest'arte 
ingannatrice.  Giacch tu non farai , dice il profeta, 
 somiglianza di qualunque cosa, fra quante sono
in cielo, in alto, e fra quante sono in terra, in basso .
Forse ancora potremmo stimare di la Demetra di Prassitele 
e la Core e il mistico Iacco, oppure l'arte di Lisippo
e le mani di Apelle, le quali hanno rivestito la materia
della forma della gloria divina? Ma voi ponete ogni vostra
cura al modo come mai la statua possa essere fatta quanto
pi bella  possibile, e intanto non vi date pensiero che
non siate resi voi stessi simili alle statue, a cagione della
insensibilit. Molto chiaramente e brevemente perci la
parola del profeta biasima questa abitudine, quando dice
che  tutti gli di delle genti sono immagini di demoni;
Dio fece i cieli e ci che  nel cielo. E cos alcuni,
movendo da qui, cadono, non so come, in errore e adorano, 
piuttosto che Dio, l'arte divina, il sole e la luna e
il restante coro degli astri, assurdamente ritenendoli di,
mentre non sono altro che gli strumenti per misurare il
tempo.  Giacch dal Verbo di lui furono fissati stabilmente 
e dal soffio della sua bocca tutta la potenza di essi. 
Ma l'arte umana crea case e navi e citt e pitture: 
le cose che fa Dio, come le potrei enumerare? Volgi
lo sguardo al mondo intero,  opera di lui; e il cielo e il
sole e gli angeli e gli uomini sono  opera delle sue dita.
Quanto  grande la potenza di Dio! La sua sola volont
 creazione del mondo. Solo Dio infatti lo fece, poich
egli solo  veramente Dio. Col semplice volere egli crea,
e alla sola espressione del suo volere segue immediatamente 
l'attuazione. Qui si svia il coro dei filosofi,
i quali, mentre riconoscono che l'uomo  mirabilmente
fatto per la contemplazione del cielo, adorano le cose
che appaiono nel cielo e che si percepiscono con la vista.
Se anche infatti non siano umane le opere che sono nel
cielo, ma certamente sono state fatte per gli uomini. E
nessuno di voi adori il sole, ma desideri l'autore del sole,
n divinizzi il mondo, ma cerchi il creatore del mondo.
Un solo rifugio resta dunque, a quanto pare, a chi vuole
giungere alle porte della salvazione: la divina sapienza.
Da qui, come da un sacro asilo, l'uomo che tende alla salvezza 
da nessuno dei demoni pu essere pi trascinato via.
CAPITOLO 5
 Percorriamo, se vuoi, anche le dottrine che i filosofi
affermano orgogliosamente intorno agli di, se mai ci
riesca di scoprire che anche la stessa filosofia per vanit di
dottrina personifica la materia, o di poter mostrare di
passaggio che, anche quando sono delle potenze divine
quelle che divinizza, essa vede la verit come in sogno. Essi
ci lasciarono infatti gli elementi, celebrando come principii 
di tutte le cose, Talete di Mileto l'acqua, e Anassimene, 
anche lui di Mileto, l'aria, il quale fu seguito da
Diogene d'Apollonia. Parmenide di Elea introdusse come
di il fuoco e la terra; di questi due, supposero dio uno
solo, il fuoco, Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso;
quanto ad Empedocle d'Agrigento, questi, avendone
incontrato un gran numero, annovera tra gli di, oltre a
questi quattro elementi, l'odio e l'amicizia.
 Atei erano dunque anche questi, perch con una certa
sapienza che non  sapienza adorarono la materia e, se
anche non onorarono le pietre o il legno, divinizzarono
tuttavia la terra che  la madre di questi, e, se anche non
inventano Poseidone adorano tuttavia l'acqua stessa.
Che altro  mai infatti Poseidone se non una sostanza
liquida chiamata cos da posis?. Come certamente
il bellicoso Ares  cos chiamato da arsis e da anairesis (= distruzione), 
che  soprattutto la ragione, mi pare, 
per la quale molti, confitta al suolo la spada, si 
limitano a sacrificare ad essa, quasi che sacrificassero ad
Ares. Tale costume  degli Sciti, come dice Ludosso nel
secondo libro del suo  Periodo della terra , mentre,
tra gli Sciti, i Sauromati, come dice Icesio nel suo libro
 Sui misteri, venerano l'acinace. Questo  stato anche 
il caso dei seguaci di Eraclito, che venerano il fuoco
come principio generatore del mondo: giacch questo
fuoco  quello che altri chiamarono Efesto. Tra i Persiani 
i Magi onorano il fuoco e cos molti di quelli che
abitano l'Asia, e, oltre questi, i Macedoni, come dice Diogene 
nel primo libro della sua Storia persiana .
Che bisogno c' che io menzioni i Sauromati, i quali,
come racconta Nimfodoro, nei suoi  Costumi barbarici , 
venerano il fuoco? O i Persiani e i Medi e i
Magi? Dinone dice che questi sacrificano a cielo
scoperto, perch ritengono che il fuoco e l'acqua siano
le sole immagini di di. Non vi ho celato neppure l'ignoranza
di costoro. Giacch, se essi credono di sfuggire
per la massima parte all'errore, scivolano per in un altro
inganno: non hanno ritenuto, come gli Elleni, immagini
di di il legno e le pietre, n gli ibis e gli icneumoni, come
gli Egiziani, ma hanno ritenuto tali il fuoco e l'acqua,
come i filosofi. Molti secoli dopo tuttavia, come Berosso 
nel terzo libro della sua Storia caldaica  ci mostra, essi
veneravano statue di forma umana; questo costume fu
introdotto da Artaserse, figlio di Dario e padre di Ocho,
il quale fu il primo a innalzare a Babilonia e a Susa e ad
Echatana la statua di Afrodite Anaitide e insegn ad
adorarla ai Persiani e ai Baetri e a Damasco e a Sardi.
Riconoscano dunque i filosofi come loro maestri i Persiani
o i Sauromati o i Magi, dai quali essi hanno appreso
l'empiet di considerare come oggetto di venerazione i
primi principii, ignorando il primo autore di tutte le
cose e creatore degli stessi primi principii, il Dio senza
principio, e invece venerando questi elementi  umili 
e  deboli , come dice l'Apostolo, che sono stati fatti
per il servizio degli uomini.
 Degli altri filosofi, quanti, superati gli elementi,
cercarono qualche cosa di pi alto e di pi eccellente,
celebrarono, alcuni l'infinito, come Anassimandro (era
di Mileto) e Anassagora di Clazomene e Archelao di
Atene. Questi due preferirono la mente all'infinito, Leucippo 
di Mileto invece e Metrodoro di Chio lasciarono
anche essi, a quanto sembra, due principii, il pieno
e il vuoto. Prese questi due principii e vi aggiunse le
immagini (idoli) l'abderita Democrito. Quanto al crotoniate 
Alcmeone, questi credeva che fossero di gli
astri, ritenendoli animati (non tacer neppure l'impudenza di
costoro), Senocrate (di Calcedone, questi)
dice oscuramente che i pianeti sono sette di, e che l'ottavo  
il mondo risultante di tutte le stelle fisse. N tralascer
gli Stoici, i quali dicono che il divino attraversa tutta
la materia, anche la pi spregevole, e cos coprono addirittura 
di vergogna la filosofia. Non credo gravoso, giunto
a questo punto, far menzione anche dei Peripatetici. Il
padre di questa setta, poich non conobbe il padre
di tutte le cose, crede che quegli che  detto  supremo 
sia l'anima del tutto; cio egli suppone che l'anima
del mondo sia Dio, e cos egli si trafigge da se stesso.
Giacch egli limita la provvidenza solo fino alla luna, e
poi ritiene Dio il cosmo, e cos cade in contraddizione
perch afferma che  Dio ci che  privo di Dio. Il celebre 
Teofrasto di Ereso, il discepolo di Aristotele, in
un punto suppone che sia Dio il cielo, in un altro che sia
lo spirito. Epicuro solo dimenticher e volentieri, il
quale crede, nella sua estrema empiet, che nulla stia a
cuore a Dio. E quanto ad Eraclide Pontico, che cosa
bisogna dire? Vi  un solo punto in cui non sia tratto,
anche lui, verso gli idoli di Democrito?
CAPITOLO 6
 E una grande turba di questo genere si riversa sopra
di me, introducendo, come una specie di spauracchio, 
delle assurde immagini illusorie di strani demoni,
e favoleggiando con chiacchierio di vecchiette: noi siamo
per molto lontani dal permettere ad uomini di ascoltare
tali discorsi, noi che neppure siamo soliti confortare i
nostri bambini quando piangono, raccontando loro delle
favole, perch temiamo di nutrire in essi nello stesso
tempo l'empiet proclamata da costoro, che si credono
sapienti, mentre non conoscono la verit meglio dei bambini. 
Perch dunque - in nome della verit! - tu dimostri che coloro che 
credono in te sono soggetti a flusso e a movimento
e a disordinati vortici? Perch mi riempi
la vita umana di idoli, immaginando che venti
o aria o fuoco o terra o pietre o legno o ferro, questo
mondo stesso, siano di, e parlando vanamente e ciarlando 
della divinit anche degli astri erranti, agli uomini
che in realt sono diventati erranti per mezzo di questa
molto celebrata astrologia - non direi astronomia? Io
desidero il Signore dei venti, il Signore del fuoco, il 
Creatore del mondo, il Datore della luce al sole: Dio cerco,
non le opere di Dio. Chi dunque potrei prendere dalla
tua parte come compagno nella ricerca? Giacch noi non
disperiamo interamente di te. Se vuoi, prendiamo Platone. 
Come dunque bisogna andare alla ricerca di Dio,
o Platone?  Il padre e autore di questo mondo  impresa
difficile trovare e, trovatolo,  impossibile dichiararlo a tutti. 
Perch insomma, in nome di Lui stesso?  Perch
non pu essere espresso assolutamente. Bene, o Platone;
hai sfiorato la verit, ma non stancarti, insieme con
me intraprendi la ricerca intorno al bene; giacch in
tutti gli uomini interamente, ma specialmente in quelli
che occupano il loro tempo nei ragionamenti,  stato
instillato un certo effluvio divino. In grazia di esso,
anche mal volentieri, essi riconoscono che vi  un solo
Dio, e che questo  esente da morte e da nascita, e che
in alto, nelle pi lontane regioni del cielo, in una sua 
propria e particolare specola, esiste veramente per sempre.
Dio, quale deve, dimmi, concepirsi?
Quegli che tutto vede e non  visto,
dice Euripide. Mi sembra perci che erri Menandro, dove dice:
O Sole, te bisogna adorar prima,
poi ch' per te che gli altri di si vedono,
giacch neppure il sole potrebbe mostrar mai il vero Dio,
ma lo potrebbe mostrare il buon Verbo, il quale  il sole
dell'anima, per il quale soltanto, quando dentro sia sorto
nella profondit della mente, s'illumina l'occhio dell'anima. 
Perci non senza ragione Democrito dice che
 pochi degli uomini sapienti, sollevate le mani verso
quel luogo che ora noi Elleni chiamiamo aere, favoleggiano 
di Zeus; giacch egli tutto sa e d tutto e lo toglie
ed  re di tutto . Ragionando in modo simile anche
Platone dice oscuramente di Dio:  Intorno al re di tutte
le cose, tutte le cose sono, e quella  la causa di tutti quanti
i beni . Chi  dunque il re di tutte le cose? Dio, la
misura della verit delle cose che sono. Come perci
le cose che si misurano sono comprese dalla misura, cos
anche la verit  misurata e compresa dal conoscere Dio.
Il veramente santo Mos dice: Non vi sar nella tua
borsa bilancia e bilancia, grande o piccola, n vi sar
nella tua casa misura grande o piccola, ma una bilancia
vera e giusta sar a te , intendendo Dio come bilancia
e misura e numero del tutto. Giacch gli ingiusti e iniqui
idoli stanno nascosti in casa, nella borsa, e cio nella,
per cos dire, anima insozzata. Ma la sola giusta misura,
cio il solo veramente Dio, il quale  sempre invariabilmente 
e costantemente imparziale, misura tutte le
cose e le pesa, abbracciando e tenendo in equilibrio la
natura universa con la sua giustizia, come con una bilancia. 
 Dio, come anche dice l'antico discorso, avendo
il principio e la fine e il mezzo di tutte quante le cose
che esistono, tiene una via diritta, andando intorno secondo 
natura. A lui tien dietro sempre la giustizia, punitrice 
di quelli che si allontanano dalla legge divina.
Da dove derivi, o Platone, la verit a cui tu alludi oscuramente? 
Da dove derivi l'abbondante apporto degli argomenti, 
il quale vaticina il culto di Dio?  Pi sapienti
di questi, egli dice, sono le genti barbare . Conosco
i tuoi maestri, anche se tu voglia nasconderli. Tu apprendi
la geometria dagli Egiziani, l'astronomia dai Babilonesi,
ricevi dai Traci le salutari incantagioni, molte cose
te le hanno insegnate gli Assiri; ma nelle leggi, in quelle
che sono veraci, e nella credenza intorno a Dio, tu sei
stato aiutato dagli stessi Ebrei,
che non con inganni vani onorano l'opre degli uomini
fatte d'oro e di bronzo e d'argento e di avorio,
immagini di uomini morti, in legno e in marmo effigiati,
e quante i mortali onorano nel loro vano consiglio;
ma levano verso il cielo le pure mani nell'alba,
dal letto appena levati, e sempre purificano il corpo
con acqua, ed onorano solo chi sempre regna immortale.

 E a me, o filosofia, non questo solo, Platone, ma molti
altri ancora affrttati a presentare, che proclamano Dio
quello che solo  veramente Dio, per ispirazione di Lui, se
in qualche punto abbiano colto la verit. Non  di carattere 
cinico questa concezione, di Antistene, ma effetto
dell'insegnamento di Socrate: Dio - egli dice - non
somiglia a nessuno, perci nessuno pu conoscerlo esattamente 
da una somiglianza. Senofonte ateniese,
apertamente, anche lui, avrebbe scritto intorno alla verit,
portando la sua testimonianza al pari di Socrate, se non
avesse temuto il veleno che uccise Socrate; non di meno
vi allude oscuramente.  Quegli - dice - che scuote
tutte le cose e le serena, che sia grande e potente  chiaro,
ma quale sia di forma non  chiaro: neppure il sole infatti, 
che appare luminosissimo, neppure esso sembra
permettere che lo si guardi, ma se qualcuno impudentemente 
lo miri,  privato della vista. Donde deriva dunque il figlio 
di Grillo questa sua sapienza? O non  chiaro che dalla profetessa 
degli Ebrei, che cos oracoleggia?
Ma quale carne pu dunque vedere con gli occhi il celeste,
e vero Dio immortale, che abita nel cielo?
Ma neppure, di fronte ai raggi del sole resistere
possono gli occhi degli uomini, poi ch'ei son nati mortali.
Cleante di Pedase, il filosofo stoico, espone non una teogonia 
poetica, ma una vera teologia. Egli non nascose quello che
pensava intorno a Dio:
Il bene quale sia, mi chiedi? Ascolta:
esso  ordinato, giusto, santo, pio,
di s padron, proficuo, bello, debito,
grave, schietto, sempre vantaggioso,
senza paura o duolo, utile, andino,
giovevole, piacevole, sicuro,
caro, onorato, coerente....  
glorioso, modesto, mite, provvido,
forte, costante, eterno, senza biasimo.
Non libero  chi mira all'opinione,
sperando di ritrarne un qualche bene.
Qui chiaramente egli insegna, credo, quale  la natura
di Dio, e come l'opinione comune e la consuetudine riducano 
in servit coloro che seguono esse e non cercano Dio. 
Non bisogna trascurare neppure Pitagora e quelli
della sua scuola, i quali dicono: Dio  uno solo; ma egli
non , come alcuni credono, fuori dell'ordinamento 
dell'universo, ma  in esso, essendo presente interamente
nello intero ciclo, presiedente a tutta la creazione, 
temperamento di tutte le et, e autore di tutti i suoi poteri, e
illuminatore di tutte le sue opere nel cielo, e padre di
tutto, mente e animazione dell'intero ciclo, movimento
di tutte le cose .
 Bastano anche queste cose, riferite dagli stessi pagani
per ispirazione di Dio, e da noi scelte, come una guida
verso la conoscenza di Dio, a colui che  capace, sebbene
in piccola misura, di scorgere la verit.
CAPITOLO 7
 Ma venga a noi (poich non basta la sola filosofia) anche
la stessa poesia, sebbene interamente occupata nella menzogna, 
a testimoniare una buona volta la verit, o piuttosto a 
confessare dinanzi a Dio la sua deviazione da
essa, rappresentata dai suoi miti. Si presenti qualunque
poeta voglia venire per primo. Arato, dunque, pensa che
la potenza di Dio attraversa l'universo:
...perch ben salde tutte le cose crescano,
per questo, lui sempre per primo, e ultimo si propiziano;
salve, padre, grande prodigio, e grande aiuto per gli uomini!
Allo stesso modo anche Esiodo di Ascra parla oscuramente di Dio:
Giacch egli  di tutti sovrano e di tutti signore,
n degli immortali alcun altro con te sul potere ha conteso.
Inoltre, anche sulla scena essi svelano la verit: l'uno,
Euripide, volto lo sguardo all'etere e al cielo,  Questo stima Dio , 
dice; l'altro, Sofocle, il figlio di Sofillo:
Uno in verit, un solo  Dio,
che fece il cielo e la terra vastissima,
e dei flutti marini il rilucente
rigonfiamento, e la forza dei venti.
Ma noi, molti mortali, errando in cuore,
come conforto delle nostre pene,
i simulacri degli di innalzammo,
immagini di pietra o bronzo o d'oro
o d'avorio. Ed a questi dedicando
sacrifizi e solenni feste vane
in questo modo d'esser pii crediamo.

Questo qui, ormai anche temerariamente present sulla
scena agli spettatori la verit. E il tracio interprete dei
misteri e nello stesso tempo poeta, Orfeo, figlio di Eagro,
dopo l'esposizione dei riti sacri e la trattazione della 
divinit degli idoli, introduce la palinodia della verit, 
cantando cos una buona volta, sebbene tardi, un discorso
veramente sacro:
Parler a quelli ch' lecito, chiudete le porte o profani,
tutti ugualmente; tu, ascoltami, figliuol della Luna, Museo,
giacche il vero dir, n le cose che pria ti parvero in petto
della vita diletta ti priveranno. E tu guarda
alla divina parola, ed a questa sta attento, e dirigi
rettamente del cuore l'urna ove ha sede intelletto;
e per la via dritta incamminati, e guarda solo al Signore,
del mondo,
immortale. Quindi continuando, soggiunge apertamente:
Uno solo , da s nato, e da uno solo son nate
tutte le cose; e in esse ei si aggira, e nessun dei mortali
lo vede, ed ei vede tutti... 
Cos dunque Orfeo: col tempo almeno egli comprese finalmente 
di essere stato nell'errore.
Ma tu non indugiare, accorto mortale, ed affrettati,
e indietro rivolgendoti, propiziati cos Dio.
I Greci infatti, sebbene, avendo indubbiamente ricevuto
talune scintille del Verbo divino, abbiano fatto sentire 
solo pochi accenti della verit, testimoniano la potenza
di essa che non  stata nascosta; ma insieme, d'altra
parte, rivelano la propria debolezza, perch non giunsero
fino al termine. Giacch oramai credo che a chiunque 
diventato chiaro che coloro che fanno o anche dicono
qualche cosa senza il Verbo della Verit, sono simili a
quelli che si sforzano di camminare senza piedi.
 Ti spingano alla salvezza anche gli attacchi che i poeti
comici, costretti dalla forza della verit, fanno ai vostri
di. Il poeta comico Menandro, per esempio, dice nella
commedia intitolata  L'auriga :
Non mi piace un dio che vada fuori
con una vecchia a spasso, n che penetri
dentro le case con la tavoletta,
come un sacerdote questuante: tali infatti sono i sacerdoti 
questuanti di Cibele. Donde a ragione Antistene
diceva ad essi, quando chiedevano l'elemosina: Io non
nutro la madre degli di, perch la nutrono gli di.
Di nuovo lo stesso poeta comico, nella commedia intitolata 
 La sacerdotessa, indignato contro questa consuetudine,
cerca di combattere l'empia arroganza di
questo errore, aggiungendo saggiamente:
                          se, dunque, l'uomo
trae coi cembali Dio dovunque voglia
quei che fa questo  pi grande di Dio.
Ma sono questi strumenti d'audacia
e di forza, trovati dagli uomini... 
E non solo Menandro, ma anche Omero ed Euripide e
molti altri poeti smascherano i vostri di e non temono
minimamente di insultarli. Per esempio, Atena la chiamano 
 mosca canina , ed Efesto  zoppo di tutti e due i piedi, 
e ad Afrodite Elena dice:
n coi tuoi piedi all'Olimpo fare ritorno mai pi.
Di Dioniso scrive Omero apertamente:
Ei che una volta di Dioniso furente perseguit
le nutrici pel monte di Nisa santissimo; ed esse
tutte versarono a terra i sacri arredi, dal crudo
Licurgo (percosse)... 
Degno veramente della socratica scuola  Euripide, poich
guard solo la verit e disprezz gli spettatori, sia quando
smaschera Apollo,
che le sedi del centro della terra
abita, e d ai mortali sicurissimi
oracoli,
con queste parole:
a lui ubbidendo uccisi la madre,
lui giudicate empio ed uccidete;
lui, e non io, pecc, che pi ignorante
e del bello e del giusto egli  di me,
sia quando introduce Eracle furioso e, in altro punto,
ubbriaco e insaziabile. Come no, infatti? Egli che,
mentre banchettava con carni
         mangiava dopo fichi verdi
sguaiatamente latrando cos che
l'avrebbe un barbaro compreso... 
E gi nel dramma intitolato  Ione  presenta senza alcun
ritegno gli di agli spettatori:
Come pu esser giusto che voi stessi
che faceste per gli uomini le leggi
siate accusati di violarle? Se
- ci non sar, ma voglio far l'ipotesi -
tu e Poseidone e Zeus ch' re del cielo
delle nozze violente il conto rendere
agli uomini doveste, il fio pagando
delle ingiustizie, vuotereste i templi.
CAPITOLO 8
 tempo dunque, ora che gli altri argomenti sono stati
gi da noi trattati nell'ordine dovuto, di passare alle scritture 
dei profeti. E infatti i loro oracoli, coll'indicarci nel
modo pi chiaro le basi per giungere alla piet, costituiscono 
il fondamento della verit. Se anche dei sistemi
di vita virtuosi siano accorciatoie della salvezza, sono le
divine scritture - spoglie come sono di ogni ornamentazione
e di ogni estranea bellezza di parole e di ogni
vacuit e adulazione - che rialzano l'uomo soffocato dal
vizio, rendendo saldo ci che di sdrucciolevole  nella
vita, con una sola e medesima voce curando molti mali,
distogliendoci, da una parte, dall'inganno dannoso e, dall'altra,
esortandoci chiaramente alla salvezza che ci sta
dinanzi agli occhi. Cos per esempio, per prima la profetessa, 
la Sibilla, ci canti il canto della salvazione:
Ecco, a tutti Egli  chiaro, senza errore; venite,
non ricercate sempre la tenebra e la caligine.
Del sole, ecco, la dolce luce sopra ogni altra risplende.
Ma imparate e ponete nei vostri petti sapienza.
V' un solo Dio, che manda i terremoti e le piogge
e i venti e i fulmini e fami e pesti e lutti dogliosi,
e nevi e geli. Ma a che dire ad una ad una le cose?
Governa il cielo e domina la terra ed esiste realmente.
Con grande ispirazione essa assomiglia qui l'inganno
alla tenebra e la conoscenza di Dio al sole e alla luce; e
avendo posto tutte e due le cose in comparazione, ci insegna 
quale debba essere la nostra scelta; giacch la menzogna non
 dispersa dal nudo confronto col vero, ma  scacciata a forza,
e bandita, dalla pratica della verit. Geremia, il profeta 
sapientissimo, o piuttosto lo Spirito Santo
in Geremia, mostra che cosa  Dio. Io sono, dice,  un
Dio che  vicino, e non un Dio lontano. Se l'uomo far
qualche cosa di nascosto, non lo vedr io? Non riempio
io i cieli e la terra? dice il Signore . Di nuovo poi per
mezzo di Isaia:  Chi misurer, dice, il cielo col palmo
e la intera terra col pugno? . Considera la grandezza
di Dio, e stupisci! Questi  quello che dobbiamo adorare,
del quale dice il profeta:  Davanti alla tua faccia i monti
si liqueferanno, come davanti alla faccia del fuoco si liquef la cera.
Questi, dice,  Dio,  del quale  trono il cielo, sgabello la terra, 
 il quale se aprir il cielo, tremore prender te . 
Vuoi anche sentire che cosa dice questo profeta intorno agli idoli?
Saranno esposti a esempio di fronte al sole e i loro cadaveri saranno cibo
per gli uccelli del cielo e per le fiere della terra, e saranno
fatti putrefare dal sole e dalla luna, cose che essi stessi
amarono ed a cui essi stessi servirono, e sar incendiata
la loro citt. Dice anche che gli elementi e il mondo
saranno distrutti insieme con essi:  La terra, dice,
 invecchier e il cielo passer ,  ma la parola di Dio
rimane in eterno . E che cosa dice Dio, quando di
nuovo vuole rivelarsi per mezzo di Mos?  Vedete, vedete 
che io sono Dio e non vi  altro Dio all'infuori di
me. Io uccider e far vivere; io percuoter e io saner,
e non vi  uno che sfuggir alle mie mani.
 Ma vuoi udire anche un altro vaticinatore? Hai tutto
il coro dei profeti, i compagni di Mos. Che cosa dice
ad essi lo Spirito Santo per mezzo d Osea? Non esiter
a dirvelo:  Ecco, io sono colui che d forza al tuono e
che crea il vento , le mani del quale fondarono la
milizia del cielo. E ancora per mezzo di Isaia (ti ricorder 
anche queste parole): Io sono, dice,  io sono il Signore 
che parla il linguaggio della giustizia e annunzia
la verit. Riunitevi insieme e venite; deliberate insieme,
voi che siete salvi dalle genti. Non compresero, quelli che
innalzano il legno, immagine scolpita di essi, e pregano
gli di che non li salveranno. Quindi, un po' pi
gi: Io sono, dice  Dio, e non vi , tranne me, altro
giusto, e salvatore non vi  all'infuori di me. Volgetevi
a me e sarete salvati, voi che venite dai confini della terra;
io sono Dio e non ve n' altro; su me stesso lo giuro.
E si adira contro gli idolatri, dicendo:  A chi assomigliaste
il Signore? O a quale somiglianza lo assomigliaste? Fece
forse il fabbro un'immagine, o, fuso l'oro, l'orefice la
indor? , e quello che segue. Forse siete dunque
anche voi idolatri? Ma ora almeno evitate le minacce del
Signore: giacch gemeranno le immagini scolpite e fatte
con le mani, o piuttosto quelli che hanno creduto in
esse, giacch la materia  insensibile. Inoltre, egli dice:
 Il Signore scuoter le citt abitate e prender con la
sua mano tutta la terra come un nido . A che parlarti
dei misteri di sapienza e dei detti che provengono da un
giovane ebreo sapientissimo?. Il Signore mi cre nel
principio delle sue vie, avanti le sue opere   e  Il
Signore d sapienza e dalla sua faccia sono conoscenza
e intelligenza .  Fino a quando, o pigro, giacerai?
Quando ti desterai dal sonno? Se sarai solerte, verr a
te come fonte la tua messe, cio il Verbo paterno,
la buona lucerna, il Signore che reca la luce, la fede
e la salvezza a tutti. Giacch  il Signore che fece la terra
nella sua forza, come dice Geremia, raddrizz il mondo
nella sua sapienza . La sapienza infatti, che  il suo
Verbo, raddrizza verso la verit noi che eravamo caduti
nella idolatria. E questa  la prima resurrezione, la resurrezione 
dalla trasgressione: perci, per distoglierci da ogni
forma di idolatria, il divino Mos ha lanciato questo grido
bellissimo: Odi, Israel, il Signore  il tuo Dio, il Signore
 uno solo, e:  Adorerai il Signore tuo Dio e a lui
solo servirai . Ora dunque intendete, o uomini, secondo 
l'ammonimento di quel beato salmista che fu
David:  Date opera all'istruzione, affinch un giorno
non si adiri il Signore, e voi andrete in rovina fuori della
via giusta, quando divamper rapidamente il suo sdegno.
Beati tutti quelli che hanno creduto in Lui . E gi,
nella sua immensa piet per noi, il Signore ci d il canto
salutare, simile a un motivo di marcia: Figli degli
uomini, fino a quando sarete gravicordi? Perch amate
la vanit e cercate la menzogna?   Quale , dunque,
questa vanit e quale questa menzogna? Te lo spiegher
il santo Apostolo del Signore quando accusa gli Elleni
 perch, avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono
come Dio, n gli resero grazie, ma diventarono vani nei
loro ragionamenti, e mutarono la gloria di Dio nella 
somiglianza di una immagine di uomo corruttibile, e 
servirono alla creatura piuttosto che al Creatore . 
E invero Dio  quegli che  nel principio fece il cielo e la
terra; e tu invece non comprendi Dio, ma adori il
cielo, e come non  empiet la tua? Ascolta ancora un
profeta che dice:  Verr meno il sole e il cielo si oscurer,
ma splender l'onnipotente in eterno e saranno scosse le
potenze dei cieli, e i cieli saranno arrotolati, essendo distesi 
e ripiegati insieme come una pelle  (queste infatti sono le parole 
profetiche)  e la terra fuggir dalla faccia del Signore .
CAPITOLO 9
 E potrei addurti infiniti passi della Scrittura, dei quali
neppure  una virgola passer, che non sia compiuta;  giacch 
la bocca del Signore, cio lo Spirito Santo,  disse queste cose. 
 Non pi far poco conto, dunque, dice,  o figlio mio, della 
punizione del Signore, n scoraggiarti quando sei da lui biasimato.
Oh l'immenso amore per l'uomo! Non fa come il maestro
con gli scolari, n come il padrone coi servi, n come Dio
con gli uomini, ma come un tenero padre , che ammonisce
i suoi figli. Quindi, Mos confessa  di essere
spaurito e tremante , quando udiva parlare del Verbo;
e tu, quando odi lo stesso Verbo divino, non sei preso
da timore? Non sei turbato? Non stai in guardia e, nello
stesso tempo, non ti affretti ad imparare, cio non ti affretti
verso la salvezza, temendo l'ira di Dio, amando la
sua grazia, cercando ardentemente la speranza, per potere 
evitare il giudizio? Venite, venite, o miei giovani;
giacch, se non diverrete di nuovo come i fanciulli e
non sarete rigenerati, come dice la Scrittura, non potrete
ricevere il Padre vero, n entrerete mai nel regno
dei cieli . Come infatti  permesso di entrare allo
straniero? Ma quando, credo, egli sar iscritto e avr la
cittadinanza e ricever il Padre, allora egli sar nelle
cose del padre , allora sar stimato degno di ottenere
l'eredit, allora parteciper del regno paterno insieme col
figlio legittimo,  l'amato . Giacch questa  la Chiesa
primogenita, la quale  composta di molti buoni figliuoli.
Questi sono i primogeniti, che sono stati iscritti nella
popolazione dei cieli, e celebrano solenni feste insieme
con tante  miriadi di angeli . Questi primogeniti figli
siamo noi, che siamo gli alunni di Dio, i legittimi amici
del suo  primogenito , che primi fra tutti gli altri
uomini abbiamo conosciuto Dio, che primi ci siamo
distaccati dal peccato, primi ci siamo separati dal demonio.
 Ma ora, tanto pi negatori di Dio sono taluni, quanto
pi amico degli uomini  Dio. Egli infatti da schiavi vuole
che noi diventiamo suoi figli, questi anche di diventare
suoi figli hanno disdegnato. O la grande follia!  del
Signore che voi avete vergogna. Egli promette la libert,
ma voi fuggite verso la servit. Largisce la salvezza, ma
voi vi abbassate alla condizione umana. Dona la vita
eterna, ma voi aspettate la sua punizione e preferite  il
fuoco che il Signore prepar per il diavolo e i suoi angeli .
Per questo il beato Apostolo dice:  Attesto
nel Signore che non pi voi camminiate, come anche le
Genti camminano, nella vanit della loro mente, essendo
ottenebrate nel loro intelletto e alienate dalla vita di Dio,
per l'ignoranza che  in esse a causa dell'indurimento del
loro cuore; le quali, essendo divenute insensibili, si abbandonarono 
alla intemperanza per commettere ogni opera
di impurit e di cupidigia. Quando un tale testimone
biasima la stoltezza degli uomini e invoca il nome di Dio,
che altro resta allora ai non credenti, se non il giudizio
e la condanna? Ma il Signore non si stanca di ammonirli,
di spaventarli, di esortarli, di incitarli, di riprenderli;
desta gli uomini dal sonno e solleva dalle stesse tenebre
quelli che hanno perduto la via giusta: Dstati , dice,
 tu che dormi, e risorgi dai morti, e splender sopra di te
Cristo il Signore , il sole della resurrezione, Egli
che  nato  prima della stella dell'alba  e larg la
vita coi suoi raggi.
 Nessuno dunque disprezzi il Verbo, per non disprezzare,
senza accorgersene, se stesso. Dice infatti in un punto
la Scrittura: Oggi se ascolterete la sua voce, non indurite 
i vostri cuori come nella esasperazione del giorno
della tentazione nel deserto, dove i vostri padri tentarono
me col mettermi alla prova. Se vuoi sapere che cosa
 la  prova, te lo spiegher lo Spirito Santo:  E videro
le opere mie , dice,  per quaranta anni; perci mi indignai
con questa generazione e dissi: sempre errano nel
loro cuore, ma essi non conobbero le mie vie; cosicch
io giurai nella mia ira: essi non entreranno nel mio riposo . 
Vedete la minaccia! vedete l'esortazione! vedete la punizione! 
Perch dunque ancora mutiamo la grazia per l'ira, e non accogliamo
con orecchie aperte il Verbo, e non ospitiamo nelle pure anime Dio? 
Giacch grande  la grazia della sua promessa, se oggi ascolteremo
la sua voce: e questo  oggi  si accresce giorno per giorno,
finch si dir  oggi . Fino alla consumazione di tutte
le cose continua e 1' oggi e l'apprendimento; e allora
il vero  oggi, l'indefettibile giorno di Dio, si estende
insieme con gli evi.
 Ascoltiamo sempre, dunque, la voce del Verbo divino;
giacch l'oggi  immortale;  immagine degli evi, e
simbolo della luce il giorno, e luce per gli uomini  il
Verbo, per mezzo del quale noi contempliamo Dio.
Ben a ragione, dunque, per quelli che credettero e che
obbediscono la grazia sar sovrabbondante, ma per
quelli che non credettero e che errano nel cuore n
conobbero le vie del Signore, che Giovanni ci ordin di
fare rette e di preparare, con costoro Dio si sdegn e per
essi non ha che minacce. E appunto il compimento della
minaccia lo ricevettero per enigma i vecchi Ebrei erranti
nel deserto: si dice infatti che essi a causa della incredulit 
non entrarono nel riposo, prima che, preso a seguire 
il successore di Mos, bench tardi, coi fatti compresero 
finalmente di non potersi salvare altrimenti che
col credere come credette Ges.
 Ma il Signore, essendo amante degli uomini, esorta
tutti gli uomini  alla conoscenza della Verit, e
per questo manda il Paracleto. Qual  dunque questa
conoscenza? La piet; la piet  utile a tutto, come
dice Paolo,  poich ha la promessa della vita di ora e
di quella futura . Se si mettesse in vendita la salvezza
eterna, o uomini, a qual prezzo, confessatelo, la comprereste? 
Neppure se uno misurasse tutto il Pattolo, il mitico
fiume dell'oro, potrebbe contare un prezzo equivalente 
alla salvezza. Non perdetevi di coraggio, dunque:
voi avete la possibilit, se lo volete, di comprare questa
preziosissima salute col tesoro che vi  proprio, cio con
l'amore e la fede, che  il giusto prezzo della vita eterna.
Questo prezzo Dio l'accetta volentieri.  Giacch noi
abbiamo sperato nel Dio vivente, che  il salvatore
di tutti gli uomini, e specialmente di quelli che credono. 
Gli altri, aggrappati al mondo, come certe alghe
alle rocce marine, dell'immortalit fanno poco conto, 
come il vecchio Itacese desiderando, non la verit
e la patria celeste e quella che  la vera luce, ma il fumo.
 La piet, poi, consistendo nel rendere simile a Dio,
per quanto  possibile, l'uomo, gli assegna come
adatto maestro Dio, il solo, cio, che possa realizzare
degnamente questa rassomiglianza dell'uomo a Dio. 
Riconoscendo come veramente divino questo insegnamento,
l'Apostolo dice:  Tu, o Timoteo, hai conosciuto fin da
bambino le sacre lettere, che sono capaci di renderti 
sapiente verso la salvezza per mezzo della fede in Cristo.
Giacch realmente sacre sono le lettere, le quali ci rendono 
sacri e divini, e le scritture composte di queste lettere 
e sillabe sacre - cio i libri sacri - lo stesso Apostolo
in conseguenza le chiama ispirate da Dio , poich
 sono utili per l'istruzione, per la confutazione, per la
correzione, per l'educazione che  in giustizia, affinch
sia perfetto l'uomo di Dio, preparato per ogni opera
buona . Nessuno potrebbe essere cos scosso dalle esortazioni
degli altri santi, come da quelle del Signore stesso,
che ama gli uomini; giacch non altro che questo  il
suo unico cmpito: la nostra salvezza.  lui stesso che
grida, esortando alla salute:  Il regno dei cieli si 
avvicinato. Egli converte gli uomini, quando essi
si avvicinano a lui per il timore. E ugualmente l'Apostolo 
del Signore, esortando i Macedoni, si fa interprete 
della divina parola, dicendo: Il Signore si 
avvicinato; state attenti che non siamo trovati a mani vuote .
Ma voi siete a tal punto senza timore, o piuttosto senza
fede, che non obbedite n allo stesso Signore n a Paolo,
che pure  stato prigioniero per la causa di Cristo.
Gustate e vedete che Dio  buono . La fede vi guider,
l'esperienza vi insegner, la Scrittura vi educher,
Udite qua, o figli - dicendo -, io vi insegner il timore
del Signore . Quindi brevemente aggiunge, come se
si indirizzasse ad uomini che hanno gi creduto,  Quale
 l'uomo che vuole la vita, e ama vedere dei giorni
buoni? . Siamo noi, diremo, noi gli adoratori del bene,
gli zelanti per le cose buone. Udite dunque, voi  che
siete lontano, udite, voi che siete vicino . Il Verbo
non  nascosto a nessuno; esso  una luce comune a tutti,
splende per tutti gli uomini; nessuno  cimmerio 
nel Verbo. Affrettiamoci verso la salute, verso la resurrezione;
affrettiamoci, noi che siamo molti, a riunirci in
un solo amore, secondo l'unit dell'unica sostanza;
perseguiamo similmente l'unit, con la pratica delle buone
opere, cercando la buona monade. Ora, l'unit proveniente 
dalla pluralit, traendo una divina armonia dalla
polifonia e dalla dispersione, diventa una sola sinfonia,
che obbedisce a un solo corego e a un solo maestro,
il Verbo, e che non cessa fino a quando abbia raggiunto 
la verit stessa, dicendo:  Abba padre .
Questa  la verace parola che Dio accetta di buon
grado dai suoi figli, il primo frutto che Egli raccoglie da essi.
CAPITOLO 10
 Ma, voi dite, non  ragionevole sovvertire una consuetudine 
tramandataci dai nostri padri. E perch allora non
continuiamo a servirci del primo nutrimento, del latte, al
quale indubbiamente le nutrici ci abituarono dalla nascita?
Perch aumentiamo o diminuiamo la paterna sostanza, e
non la conserviamo sempre uguale, come l'abbiamo ricevuta? 
Perch non vomitiamo pi nel seno paterno e non
compiamo pi le altre cose, con le quali, quando eravamo
piccini ed eravamo allevati sotto la direzione delle madri,
provocavamo il riso, ma ci correggemmo da noi stessi,
anche se non trovammo buoni precettori? Inoltre, quando
si tratta delle vostre passioni, le deviazioni dalla consuetudine, 
se anche siano dannose e pericolose, tuttavia vi riescono, 
in un certo qual modo, piacevoli: e quando
si tratta della vita, non abbandoneremo la consuetudine
malvagia ed esposta alle passioni e priva di Dio? E non
ci volgeremo verso la verit, anche se i nostri padri si 
indignino, e non cercheremo Colui che  veramente nostro
padre, scacciata fuori la consuetudine come un veleno
mortale? Questo infatti  proprio il pi bello dei cmpiti
a cui stiamo attendendo, mostrarvi che  per effetto di
follia, e cio di questa sciaguratissima abitudine, che la
piet  stata odiata: giacch non avrebbe potuto mai essere
odiato o ripudiato s gran bene, il maggiore di quanti
siano mai stati donati da Dio al genere umano, se voi 
non vi foste lasciati trascinare dall'abitudine, e non aveste
quindi chiuso i vostri orecchi a noi, e a guisa di cavalli
riottosi che strappano le redini e mordono il freno, non
aveste fuggito i nostri ragionamenti, desiderando scrollarvi 
dal dorso noi, gli aurighi della vostra vita, e trascinati
ai precipizi della rovina dalla vostra insensatezza, non
aveste stimato esecrando il sacro Verbo di Dio. Vi
toccano perci in conseguenza, come premi della vostra
scelta, per dirla con Sofocle,
senno fuggito via, orecchie inutili,
vani pensieri,

e non sapete che questo  vero pi di ogni altra cosa,
che cio i buoni e i pii avranno buono il contraccambio,
poich hanno onorato ci che  buono, quelli che al contrario
sono cattivi, avranno la pena adeguata, e che sul
capo del principe del male  stato sospeso il castigo.
Certo,  a lui che rivolge la minaccia il profeta Zacharia:
 Faccia vendetta su di te Colui che scelse Gerusalemme:
ecco, non  questo un tizzone strappato dal fuoco? 
Quale  dunque questa brama di morte volontaria, che
ancora spinge gli uomini? Perch si sono rifugiati presso
questo tizzone mortifero, insieme col quale saranno bruciati, 
mentre sarebbe stato loro possibile vivere bene secondo Dio
e non secondo la consuetudine? Giacch Dio largisce la vita, 
la cattiva consuetudine invece, dopo il passaggio da questa 
vita, infligge un vano pentimento insieme con la punizione,
e  dopo aver sofferto lo stolto comprende che il culto 
dei demoni porta la rovina, e la piet la salvezza.
 Guardate coloro che servono presso gli idoli: sordidi
nella capigliatura, mal ridotti in vesti squallide e a brandelli, 
ignari assolutamente di bagni, con le unghie lunghe
come quelle delle bestie selvagge, molti anche privati della
virilit, dimostrazione vivente che i templi degli idoli non
sono che delle tombe o delle carceri: costoro mi sembra
che piangano gli di, non che li venerino, poich lo stato
in cui si trovano  degno pi di compassione che di piet
religiosa. E voi, vedendo queste cose, restate ancora
ciechi, e non leverete gli occhi verso il padrone di tutte
le cose e signore dell'universo? Non fuggirete dal carcere 
terreno, per rifugiarvi nella compassione che viene
dai cieli? Giacch Dio nel suo grande amore per gli uomini 
difende l'uomo, come fa l'uccello madre, che vola
sopra l'uccellino caduto dal nido, e se mai un serpente
spalanchi la bocca verso l'uccellino
svolazza intorno la madre, piangendo i figli diletti.
Dio  un padre e cerca la sua creatura e guarisce la caduta
e scaccia il serpente e riconforta l'uccellino, e lo esorta
a volare di nuovo verso il nido. Inoltre, i cani, quando si
sono smarriti, andando dietro con le nari all'odore, 
scoprono le tracce del loro padrone, e i cavalli dopo avere
scrollato dal dorso il cavaliere, a un fischio di esso, 
ubbidiscono al loro padrone:  Conosce , dice,  il bue
il suo padrone e l'asino la greppia del suo signore, ma
Israel non mi conobbe . E che cosa fa dunque il Signore? 
Non si ricorda del male, ancora ha compassione,
ancora vi richiede il pentimento. Io voglio domandarvi
se non vi sembri assurdo che noi uomini, che siamo l'ultima 
creazione di Dio, e da lui abbiamo ricevuto la
nostra anima e siamo in tutto di Dio, serviamo ad un altro
padrone e, oltre a ci, veneriamo, invece del re il tiranno,
e invece del buono, il malvagio. Chi infatti - in nome della
verit! - essendo sano di mente abbandona ci che 
buono per stare insieme col male? Chi  colui che fugge
da Dio per convivere coi demoni? Chi, potendo essere
figlio di Dio, gode di essere schiavo? O chi, potendo
essere cittadino del cielo, cerca l'erebo, mentre gli 
possibile coltivare i campi del paradiso e percorrere
gli spazi del cielo e partecipare della vitale e incorruttibile 
fonte, camminando nell'aria, sulla traccia
di quella luminosa nube, come Elia, contemplando
la pioggia che porta la salvezza? Ma alcuni invece, a
guisa dei vermi, avvoltolandosi nelle paludi e nel fango,
cio nelle correnti del piacere, si pascono di inutili e
futili delizie, da veri uomini porcini. I porci infatti,
dice,  godono del fango pi che dell'acqua pura e,
come dice Democrito, vanno pazzi per i rifiuti.
Non facciamoci dunque, non facciamoci ridurre in
schiavit, n diventiamo simili ai porci, ma come
veri  figli della luce , leviamo gli occhi e guardiamo 
in alto verso la luce, badando che il Signore
non ci smascheri come spurii, come fa il sole con le aquile.
 Pentiamoci dunque e passiamo dall'ignoranza alla conoscenza, 
dall'imprudenza alla prudenza, dall'intemperanza alla temperanza, 
dall'ingiustizia alla giustizia, dall'empiet a Dio.  un bel 
pericolo disertare passando nel campo di Dio. 
Di molti altri beni  dato di godere a noi, gli amanti 
della giustizia, che perseguiamo la eterna
salvezza, ma di quelli specialmente a cui allude lo stesso
Dio, quando per mezzo di Isaia dice:  Vi  un'eredit
per quelli che servono il Signore . Bella invero ed
amabile  questa eredit, costituita non di oro n di argento 
n di vesti, in cui possono penetrare la tignola e il
ladro, che non pone gli occhi che sulla terrena ricchezza,
ma di quel tesoro della salvezza, al quale bisogna
che noi tendiamo col diventare amanti del Verbo:  da
qui che partono insieme con noi le nobili opere, e prendono 
il volo con noi sull'ala della verit.
 Questa eredit ce la trasmette l'eterno testamento di
Dio, il quale ci fornisce l'eterno dono; e questo nostro
padre amantissimo, che veramente  nostro padre, non
cessa di esortarci, di ammonirci, di emendarci, di amarci;
giacch neppure cessa mai di salvarci, ma ci consiglia il
meglio:  Divenite giusti, dice il Signore, voi che avete
sete, venite all'acqua, e quanti non avete denaro, venite
e comprate e bevete senza denaro   al lavacro, alla
salvezza, alla illuminazione che egli ci esorta, gridando
quasi e dicendo: Ti d la terra e il mare, o figlio, e il
cielo e quanti esseri viventi sono in essi te li regalo; solo,
o figlio, abbi sete del padre; gratuitamente ti sar rivelato
Dio; la verit non si vende al minuto, Egli ti d anche
i volatili e i pesci e gli animali che sono sulla terra. Queste
cose il padre le ha create perch tu ne goda gratuitamente.
Con denaro le dovr comprare il figlio spurio, giacch egli
 figlio della perdizione, perch ha preferito servire
a Mammona ; ma a te, al figlio legittimo, dico, affida
ci che  tuo proprio, a te che ami il padre e per il quale
ancora egli opera e al quale solo egli fa anche la promessa, 
dicendo: E la terra non sar venduta in eterno,
giacch essa non  soggetta alla corruzione;  mia 
infatti tutta la terra ,  anche tua, se tu accoglierai
Dio. Perci giustamente la Scrittura (l questo buon annunzio 
a coloro che hanno creduto: I Santi del Signore
erediteranno la gloria di Dio e la potenza di Lui. Quale
specie di gloria, dimmi, o beato?  Quella che occhio
non vide n orecchio ascolt n entr in cuore di uomo:
ed essi si allieteranno nel regno del loro Signore in eterno,
amen. Voi avete, o uomini, la divina promessa della
grazia, avete udito, d'altra parte, anche la minaccia del
castigo, le due cose per mezzo delle quali il Signore salva,
educando l'uomo per mezzo del timore e della grazia.
Perch indugiamo? Perch non evitiamo la punizione?
Perch non accettiamo il dono? Perch non scegliamo
le cose migliori, cio Dio invece del Maligno, e non 
preferiamo la sapienza alla idolatria e prendiamo la vita in
cambio della morte?  Ecco, dice,  di fronte alla vostra
faccia ho posto la morte e la vita. Ti tenta il Signore
perch scelga la vita. Ti consiglia, come padre, di obbedire 
a Dio.  Giacch se mi ascolterete, dice,  e vorrete,
mangerete i beni della terra  - e questa  la grazia 
dell'ubbidienza; ma se non mi ubbidirete n vorrete, la
spada e il fuoco vi divoreranno  - e questo  il giudizio
della disobbedienza. Giacch la bocca del Signore ha
detto queste cose , e la parola del Signore  legge di verit.
 Volete che io diventi vostro buon consigliere? Ebbene,
ascoltatemi: e io, se possibile, vi offrir la mia opera.
Bisognerebbe che voi, o uomini, quando ragionate intorno
al bene stesso, chiamaste in vostro aiuto la fede innata,
che  un testimone attendibile, tratto dal vostro intimo
essere, la quale sceglie con la maggior chiarezza ci che
 il meglio, e non cercaste se il bene debba essere
perseguito, ma lo compiste senz'altro. E infatti, quando
si tratta di vedere, per esempio, se uno si debba ubbriacare 
o no, bisognerebbe porre in bilancia la cosa; voi
invece, prima di aver considerato la questione, vi ubbriacate; 
e cos, se si tratta di fare ingiuria, voi non ricercate
se si debba farla, ma quanto pi presto  possibile la fate.
Soltanto dunque quando si tratta di vedere se Dio debba
essere onorato, voi cercate se si debba farlo, e cos quando
si tratta di vedere se questo sapiente Dio e Cristo debba
essere seguito, questa cosa stimate degna di deliberazione
e di esame, mentre non capite neppure che cosa sia mai
ci che conviene a Dio. Abbiate fede in noi, anche se
allo stesso modo come fate nel caso dell'ubbriachezza,
affinch diventiate sobri; abbiate fede in noi, anche se
allo stesso modo come nel caso dell'ingiuria, affinch
viviate. Ma se anche volete persuadervi dopo avere 
contemplato la manifesta fede delle cose ineffabili, ebbene
io vi presenter in abbondanza gli argomenti che vi 
daranno la persuasione intorno al Verbo. E voi (giacch le
patrie usanze in cui siete stati prima educati non vi 
permettono pi di attendere alla verit) vogliate ascoltare
ormai come stanno le cose che seguono. E nessuna vergogna 
di questo nome vi metta in prevenzione, giacch
 dessa che danneggia grandemente gli uomini,
distogliendoli dalla salvezza.
   Svestitici dunque davanti a tutti nello stadio della verit, 
combattiamo la lotta legittima, nella quale  arbitro
il santo Verbo e agonoteta il padrone dell'universo. Non
piccolo  il premio che ci  proposto, l'immortalit. Non
preoccupatevi pi, dunque, neppur poco, di quello che
dicono di voi talune canaglie della piazza, empi coreuti
della superstizione, che sono ridotti fin sull'orlo del baratro 
dalla loro dissennatezza e follia, fabbricatori di idoli
e adoratori di pietre. Sono essi infatti che hanno osato
divinizzare degli uomini, annoverando come tredicesimo
dio Alessandro il Macedone,  che Babilonia dimostr
mortale. Ammiro perci quel saggio di Chio, di nome
Teocrito: dopo la morte di Alessandro, Teocrito, irridendo 
alle vane opinioni che gli uomini avevano intorno
agli di, disse ai suoi concittadini:  State di buon animo,
cittadini, finch vedete gli di morire prima degli uomini.
Ma chi adora e si fa compagni di che possono
essere visti e la massa raccogliticcia di questi esseri 
generati,  molto pi infelice di quegli stessi demoni. Dio
infatti non  mai, in nessun modo, ingiusto come sono
i demoni, ma, quanto pi  possibile, giustissimo , e
nulla  a lui pi simile che quegli di noi che divenga
quanto pi giusto  possibile.
Venite fuori nella via, artigiani,
che la figlia di Giove, la gorgpide,
dea Industre, con i vagli sollevati
supplicate,
stolti fabbricatori e adoratori delle pietre! Vengano
il vostro Fidia e Policleto e anche Prassitele ed Apelle,
e quanti altri esercitano le arti manuali, i quali sono terreni 
lavoratori di terra. Giacch una certa profezia dice
che allora le cose di qui avranno esito infelice, quando
gli uomini crederanno nelle statue. Vengano dunque
ancora, giacch non mi stancher di chiamarli, questi
micro-artisti. Nessuno di essi ha mai creato una immagine 
spirante, n fatto molle carne della terra. Chi liquefece 
il midollo o chi rese compatte le ossa? chi distese
i nervi o chi gonfi le vene? chi vers in esse il sangue o
chi vi distese intorno la pelle? Come potrebbe qualcuno
di essi fare degli occhi che vedono? Chi soffi dentro i
corpi l'anima? Chi don il sentimento della giustizia?
Chi ha promesso l'immortalit? Solo il Creatore del tutto,
il padre, supremo artista, foggi quella vivente
statua che siamo noi, l'uomo; ma il vostro Zeus Olimpio, 
immagine di immagine, molto lontana dalla verit, 
 una bruta opera di mani attiche.  Immagine
di Dio  infatti il suo Verbo (e il Verbo divino,
luce archetipo della luce,  legittimo figlio della Mente),
e un'immagine del Verbo  l'uomo vero, cio la mente
che  nell'uomo, il quale per questo  detto essere stato
creato a immagine di Dio e a sua somiglianza,
perch, per mezzo dell'intelligenza del suo cuore, egli 
fatto simile al divino Verbo e perci razionale. Ma
le statue di forma umana, che dell'uomo visibile e nato
dalla terra sono immagine terrena e lontana dalla verit,
non sono evidentemente che materia che ha ricevuto una
temporanea impronta. Nient'altro dunque che piena di
follia mi  parsa essere quella vita, che con tanta cura si
occupa della materia.
 La consuetudine che vi ha fatto gustare la servit e la
assurda cura di futili minuzie  stata fomentata da vana
opinione; ma degli empi riti e delle ingannevoli cerimonie
 causa l'ignoranza, la quale, avendo posto nel genere
umano il principio di sorti esiziali e di odiosi idoli, con
l'escogitare numerose forme di demoni, impresse in coloro 
che la seguono il marchio di una continua morte.
Ricevete dunque l'acqua razionale; lavatevi, voi che siete
insozzati, purificatevi delle macchie dell'abitudine con
le stille della verit: bisogna essere puri per salire al cielo.
Sei uomo, la cosa che hai pi in comune con gli altri;
cerca colui che ti ha creato; sei figlio, la cosa che ti  pi
propria, riconosci tuo Padre. Ma tu persisti ancora nei
tuoi peccati, consumandoti nei piaceri? A chi dir il Signore: 
  vostro il regno dei cieli?. Esso  vostro,
solo che vogliate; poich esso  di coloro che hanno prescelto 
Dio; di voi, solo che vogliate aver fede e seguire
l'accorciatoia della predicazione, a cui obbedendo le genti
di Ninive, per mezzo di una sincera penitenza, mutarono
in magnifica salvezza l'attesa rovina.
 Come dunque dice - potrei salire al cielo? La via   
il Signore,  stretta s, ma  che viene dal cielo,
stretta, s, ma che conduce al cielo: stretta, in quanto
 disprezzata sulla terra, larga, in quanto  adorata nei
cieli. Quindi, colui che non sent mai parlare del Verbo,
ha l'ignoranza come scusa del suo errore, ma colui che
lo ud con le sue orecchie, e con l'anima non l'ascolt,
porta dalla sua convinzione la disubbidienza, e quanto
pi parr essere sapiente, tanto pi la sua intelligenza
gli sar causa di male, perch ha la sapienza come accusatrice, 
in quanto non ha scelto il meglio. Giacch, come
uomo, egli  fatto per natura per essere in stretto rapporto
con Dio. Come, dunque, non obblighiamo il cavallo ad
arare n il toro a cacciare, ma volgiamo ciascun animale
a quell'opera a cui  adatto per natura, cos certamente
 dell'uomo: in quanto egli  nato per la contemplazione 
del cielo ed  veramente  una pianta celeste ,
noi lo chiamiamo alla conoscenza di Dio, poich abbiamo
compreso ci che  proprio di lui, e particolare, ci che
lo differenzia da tutti gli altri animali, consigliandogli di
provvedersi di piet, come di un viatico sufficiente per
l'eternit. Coltiva la terra, gli diciamo, se sei agricoltore,
ma conosci Dio mentre coltivi la terra; e naviga, tu che
ami la navigazione, ma invocando il pilota celeste; la
conoscenza di Dio ti ha colto mentre facevi il soldato:
ascolta il generale che ti ordina ci che  giusto.
 Voi che siete dunque come gravati da sonno e da
ubbriachezza, riprendete i vostri sensi e, volti gli occhi
intorno, considerate un poco che cosa significhino le
pietre che adorate e le spese che sostenete vanamente
intorno alla materia. L'ignoranza  l'oggetto per cui 
consumate le sostanze e il patrimonio, che  come dire la
morte, l'oggetto per cui consumate la vostra vita. Giacch
questo solo  il termine che avete trovato alla vostra vana
speranza; n siete capaci di aver compassione di voi stessi,
ma neppure siete nelle condizioni opportune per seguire
il consiglio di coloro che hanno compassione di voi per il
vostro errore, poich siete schiavi della cattiva abitudine,
ed essendo attaccati ad essa, di vostra volont, fino all'ultimo 
respiro, siete trascinati gi verso la rovina.  Giacch
la luce  venuta nel mondo e gli uomini amarono pi le
tenebre che la luce , mentre sarebbe stato possibile
purificarsi delle cose che sono di impedimento alla salvezza, 
dell'orgoglio cio e della ricchezza e del timore, ripetendo 
questi versi del poeta:
Dove portar queste grandi ricchezze? ove errando
vo io stesso? 
Voi non volete dunque respingere queste vane fantasie
e rinunziare alla consuetudine stessa, dicendo alla vana opinione:
Sogni falsi, addio! Nulla eravate voi?
Che cosa infatti credete, o uomini, che siano l'Ermes Tychone 
e quello di Andocide e l'Amyeto?. Certo  manifesto a 
tutti che per voi sono pietre, come anche lo
stesso Ermes. Come non  dio l'alone e come non  dio
l'arcobaleno, ma sono speciali modificazioni dell'aria e delle
nuvole, e al modo stesso che non  dio il giorno n l'anno
n il tempo che  formato di essi, cos non sono di neppure 
il sole n la luna, dai quali ciascuno dei periodi sopra
detti  delimitato. Quale uomo dunque, che sia in senno,
potrebbe ritenere di la punizione e il castigo, e la giustizia 
e la vendetta? Neppure, allora, le Erinn n le Moire
n l'Eimarmene, poich neppure sono di lo stato n la
gloria n la ricchezza, che anche  rappresentata cieca
dai pittori. Se poi divinizzate il pudore e l'amore e il
piacere, seguano a questi la vergogna e il desiderio e la
bellezza e l'accoppiamento. Non a ragione dunque si 
stimerebbero pi presso di voi divinit gemelle il sonno e
la morte, i quali non sono che condizioni a cui sono
soggetti per natura tutti gli animali; n certamente avrete
ragione di dire dee la sorte n la fatalit n le Parche.
Se non sono dee la contesa e la battaglia, neppure Ares
n Enyo sono di. Ancora, se i fulmini e i lampi e le piogge 
non sono di, come possono essere di il fuoco e l'acqua? 
Come possono essere dee le stelle cadenti e le comete, 
che si formano per una certa condizione dell'atmosfera? 
Chi chiama dea la fortuna, chiami dea anche
l'azione. Adunque, se nessuna di queste cose  stimata
essere dio, n alcuna di quelle figure fatte con le mani
e prive di sensibilit, ma  manifesto che una certa 
provvidenza di potere divino ci circonda, null'altro resta che
riconoscere questo: che, cio, il solo Dio veramente esistente 
veramente solo  ed esiste.
 Ma voi che non capite somigliate agli uomini che hanno
bevuto la mandragora o qualche altra droga; Dio vi
conceda di destarvi una buona volta da questo sonno e
di comprendere Dio, e che non vi appaia come dio l'oro
o la pietra o l'albero o l'azione o la passione o la malattia
o il timore.  Giacch vi sono  veramente  tre miriadi
di demoni sulla terra nutrice di molti, e non  immortali , 
ma neppure mortali (giacch non sono partecipi del senso, 
perch possano partecipare anche della morte), ma essi sono
dei padroni - di pietra e di legno - degli uomini, e oltraggiano
e violano la vita umana, per mezzo della consuetudine.  La terra, dice,
 del Signore, e tutta la sua plenitudine. E allora
perch, mentre te la godi nei beni del Signore, osi ignorare 
il padrone? Lascia la mia terra - ti dir il Signore, -
non toccare l'acqua che io faccio scaturire, non partecipare 
dei frutti che io coltivo; paga, o uomo, il prezzo
del tuo nutrimento a Dio; riconosci il tuo padrone; sei
una creazione propria di Dio; ci che  proprio di Lui,
come potrebbe esser giusto che divenisse alieno a Lui?
Giacch ci che  stato alienato, essendo privato del suo
legame con Lui,  privato della verit. Non vi volgete
forse verso uno stato di insensibilit, come press'a poco
Niobe, o, piuttosto per parlarvi in linguaggio pi mistico,
a somiglianza della donna ebrea (gli antichi la chiamavano 
moglie di Lot)? Abbiamo appreso che questa donna
fu trasformata in pietra per il fatto di essere innamorata
di Sodoma: con Sodomiti si intendono gli atei e quelli
che sono volti all'empiet, duri di cuore e stolidi. Queste
parole credile dette a te da parte di Dio:  Non credere
che le pietre e il legno e gli uccelli e i serpenti siano cose
sacre, e gli uomini no; ma, tutto al contrario, stima
veramente sacri gli uomini, e invece le fiere e le pietre
stimale quello che sono. Giacch vi sono tra gli uomini
degli infelici e miseri, i quali credono che Dio parli per
mezzo di un corvo o di una cornacchia, ma che per mezzo
dell'uomo non dica nulla, e onorano il corvo come nunzio
di Dio, e perseguitano invece l'uomo di Dio, il quale non
gracchia n gracida ma parla, io credo, il linguaggio della
ragione, e tentano inumanamente di uccidere Lui che li
istruisce umanamente, e li chiama alla salvezza, mentre
essi non attendono la grazia che viene dall'alto n cercano 
di evitare il castigo. Giacch non hanno fede in Dio 
n comprendono pienamente la sua potenza.
 Ma, come ineffabile  il suo amore per gli uomini, cos
illimitato  il suo odio per i cattivi. Da una parte la sua
ira nutre la punizione sul peccato, dall'altra, il suo amore
per gli uomini accumula benefici sul pentimento.  la
cosa pi miseranda di tutte l'esser privati dell'aiuto che
viene da Dio. La perdita della vista e la sordit sono perci 
pi dolorose di tutte le altre privazioni imposteci dalla
prepotenza del Maligno: giacch l'una ci ha tolto la 
contemplazione del cielo, l'altra ci ha privato dell'insegnamento 
divino. Ma voi, pur essendo infermi rispetto alla
verit, e cio ciechi nella mente e sordi nell'intelligenza,
non ve ne dolete, non ve ne crucciate, non avete desiderato 
di vedere il cielo e l'autore del cielo n avete cercato
di udire e di conoscere il creatore e padre di tutte le cose,
applicando la vostra scelta alla salvezza. Nessun impedimento 
si oppone infatti a colui che tende verso la conoscenza 
di Dio, non la mancanza di istruzione, non la povert, 
non l'oscurit del nome, non la miseria; n alcuno, quando 
ha  conquistato col bronzo  o col ferro la vera sapienza, 
desidera cambiarla. Giacch questo  certamente ben detto 
pi di ogni altra cosa:
Il buono cerca sempre la salvezza;
giacch, colui che  zelante per il giusto, in quanto amante
di Colui che non ha bisogno di niente,  bisognoso di
poco lui stesso, perch non in altro che nello stesso Dio
ha riposto la sua beatitudine, dove non  tignola, non
ladro, non pirata, ma l'eterno donatore di beni. Ben
a ragione dunque siete stati assomigliati a quei serpenti,
che hanno le orecchie chiuse agli incantatori.  Giacch
l'animo loro, dice la Scrittura,   a somiglianza del
serpente, come di un aspide sordo e che tien chiuse le
sue orecchie, il quale non udr la voce degli incantatori . 
 Ma voi invece lasciatevi incantare della vostra
selvatichezza e accogliete il mite e nostro Verbo e
sputate fuori il letale veleno, affinch quanto pi 
possibile vi sia dato di spogliarvi della corruzione, come
a quelli  dato di spogliarsi della vecchiezza.
 Udite me, e non otturate le orecchie n ostruite l'udito,
ma ponete nella mente le cose che vi dico.  bello il rimedio 
dell'immortalit; cessate una buona volta di strisciare 
come serpenti.  Giacch i nemici del Signore leccheranno 
la polvere, dice. Levate il vostro capo dalla
terra all'etere, guardate su al cielo, ammiratelo, cessate
di insidiare il calcagno dei giusti e di impedire  la via 
della verit. Divenite prudenti e innocui):
forse il Signore vi dar l'ala della semplicit (giacch Egli
si  proposto di fornire di ali i nati dalla terra) affinch,
abbandonate le caverne della terra, possiate abitare i cieli.
Solo, pentiamoci con tutto il cuore, per potere con tutto
il cuore ricevere Dio.  Sperate in Lui , dice,  tutta la
radunanza di popolo: effondete dinanzi a Lui tutti i vostri
cuori . Egli parla a coloro che sono esenti da iniquit,
Egli ha compassione di essi e li ricolma di giustizia. Credi,
o uomo, in Colui che  uomo e Dio; credi, o uomo, in
Colui che ha sofferto ed  adorato; credete, gli schiavi,
nel Dio vivente che  morto; voi tutti, uomini, credete
in Colui che solo  Dio di tutti gli uomini. Credete e
ricevete come ricompensa la salute.  Cercate Dio, e la
vostra anima vivr. Chi cerca Dio cerca la sua propria
salvezza: hai trovato Dio, hai la vita. Cerchiamo dunque,
affinch anche viviamo. La ricompensa del ritrovamento
 la vita presso Dio.  Esultino e si allietino in te tutti
quelli che ti cercano e dicano in perpetuo: sia magnificato Dio. 
Bell'inno di Dio  l'uomo immortale, edificato sulla 
giustizia, nel quale sono stati impressi gli oracoli 
della verit. Dove infatti, fuori che in un'anima prudente, 
bisogna iscrivere la giustizia? dove l'amore? dove
il pudore? dove la mitezza? Bisogna, io credo, imprimere 
nell'animo queste divine scritture, e considerare
la sapienza come ottimo punto di partenza, a qualunque
parte della vita gli uomini si siano volti, e stimare la 
sapienza stessa come un tranquillo porto di salvezza: giacch
 per mezzo della sapienza che buoni padri dei loro figli
sono quelli che si sono rifugiati presso il Padre, e buoni
figli per i loro genitori sono quelli che hanno conosciuto
il Figlio, e buoni mariti delle loro spose sono quelli che
si sono ricordati dello Sposo, e buoni padroni dei loro
servi sono quelli che sono stati affrancati dalla estrema servit.
Oh pi felici degli uomini, che sono nell'errore, le
bestie! Esse vivono come voi nell'ignoranza, ma non simulano 
la verit; non vi sono tra esse razze di adulatori;
i pesci non adorano i demoni, gli uccelli non venerano
gli idoli, solo il cielo essi ammirano, poich non possono
conoscere Dio, essendo stati giudicati indegni della ragione. 
Non vi vergognate perci di aver reso voi stessi
pi irragionevoli anche degli animali irragionevoli, voi
che tante et della vita avete consumato nell'empiet?
Siete stati fanciulli, quindi adolescenti, quindi giovani,
quindi uomini, ma buoni, non mai. Abbiate rispetto 
almeno della vostra vecchiaia; divenite saggi, ora che siete
arrivati al tramonto della vita, e, seppure al termine
della vita, riconoscete Dio, affinch il termine della vita
vi riacquisti un principio di salvezza. Invecchiaste
nel culto dei demoni, venite giovani al culto di Dio: Dio
vi porr nel numero dei fanciulli innocenti. L'Ateniese
dunque segua le leggi di Solone e l'Argivo quelle di Foroneo 
e lo Spartano quelle di Licurgo, ma se tu ti iscrivi
tra il popolo di Dio, il cielo  la tua patria, Dio il 
legislatore. E quali sono le leggi?  Non ucciderai, non commetterai 
adulterio, non corromperai fanciulli, non ruberai,
non dirai falsa testimonianza, amerai il Signore tuo Dio . 
Vi sono anche i complementi di queste leggi,
conformi alla ragione e santi discorsi iscritti negli stessi
cuori degli uomini:  Amerai il prossimo tuo come te
stesso  e  A chi ti percuote in una guancia offri anche
l'altra , e  Non desidererai, giacch anche col solo
desiderio hai commesso adulterio . Quanto, certamente, 
non  meglio per gli uomini del raggiungere l'oggetto 
dei propri desideri il non voler desiderare fin da
principio ci che non bisogna desiderare?
 Ma voi non avete la forza di sopportare l'asprezza attraverso 
cui si giunge alla salvezza; come, per, tra i cibi,
ci dilettiamo di quelli che sono dolci, pregiandoli di pi
a causa della lusinga del piacere, ma sono quelli amari,
che riescono aspri al gusto, quelli che ci curano e ci dnno
la salute, ch anzi l'asprezza delle medicine fortifica i
deboli di stomaco, cos la consuetudine ci diletta e ci
solletica, ma, mentre l'una, la consuetudine, ci spinge verso
il baratro, l'altra, la verit, ci solleva al cielo,  aspra in
principio, ma buona nutrice di giovani; e santa 
questa camera delle donne e prudente questa assemblea
dei vecchi; n  difficile ad avvicinarsi o impossibile
a prendersi, ma  vicinissima, nostra inquilina, 
risiedente, come dice oscuramente il sapientissimo Mos,
in tre parti del nostro essere, nelle mani e nella bocca
e nel cuore. Questo  un simbolo genuino della verit, 
in quanto a che essa  composta di tutte e tre
queste cose, del consiglio, dell'azione e della parola. N
temere di quest'altro, che cio i numerosi e illusori diletti
ti allontanino dalla sapienza: tu stesso spontaneamente
oltrepasserai la futilit della consuetudine, come fanno
i fanciulli che gettano via i loro giocattoli, appena siano
divenuti adulti. Con una incredibile rapidit e con una
benevolenza accessibile a tutti la potenza divina brill
sulla terra, e riemp del seme della salvezza l'universo.
Giacch senza divina cura non avrebbe potuto compiere
in cos breve tempo tanta opera il Signore, che, in apparenza 
disprezzato, nella realt era adorato; Egli, il
purificatore e salvatore e benigno, il divino Verbo, il
veramente manifestissimo Dio, Quegli che fu eguagliato
al padrone dell'universo, perch era figlio di Lui e  il
Verbo era in Dio ; Quegli che fu creduto quando
in principio fu annunziato, e fu riconosciuto quando,
presa la maschera di uomo e fattosi di carne, rappresent
il dramma salutare dell'umanit. Giacch Egli era un vero
campione, e campione compagno della sua creatura; e
rapidissimamente essendo stato diffuso a tutti gli uomini,
pi rapidamente del sole, in quanto era sorto dalla stessa
volont del Padre, facilissimamente brill su di noi, 
mostrandoci, per mezzo dei suoi insegnamenti e dei suoi 
miracoli, Dio, e donde venisse Lui stesso e chi fosse: e cio,
il Verbo nostro araldo, mediatore e salvatore, fonte di vita
e di pace, diffuso su tutta la faccia della terra, per mezzo
del quale l'universo  gi diventato, per dir cos, un mare di beni.
CAPITOLO 11
 Considera un poco, se vuoi, rifacendoti alle origini, il
beneficio divino. Il primo uomo quando giuocava in
piena libert nel paradiso era ancora il fanciullo di Dio;
ma quando, soggiacendo al piacere (il serpente rappresenta 
allegoricamente il piacere che striscia sul ventre,
vizio terreno volto verso la materia) si lasciava sedurre
dalle passioni, il fanciullo divenuto uomo a causa della
sua disubbidienza, e per non avere ascoltato il Padre, si
vergognava di Dio. Quanto non pot il piacere! L'uomo,
che per la sua innocenza era stato libero, fu trovato 
avvinto dai peccati. Il Signore volle di nuovo scioglierlo
dai legami e legatosi alla carne (questo  un mistero divino) 
soggiog il serpente e rese schiavo il tiranno, cio
la morte, e cosa pi straordinaria di tutte mostr
libero, grazie al gesto delle sue mani distese, quell'uomo
ch'era stato fuorviato dal piacere ed era stato legato dalla
corruzione. O misterioso prodigio! Si  piegato il Signore,
ma si rialz l'uomo, e quegli che era caduto dal paradiso
riceve dell'ubbidienza un premio pi grande, il cielo!
Perci mi sembra che, poich lo stesso Verbo  venuto
a noi dal cielo, noi non dobbiamo pi andare alle scuole
umane, cercando con soverchio interesse Atene e il resto
dell'Ellade e, oltre a questo, la Ionia. Se infatti nostro
maestro  Colui che ha riempito il tutto coi suoi santi
poteri, con la creazione, la salvezza, la beneficenza, la
legislazione, la profezia, l'istruzione, tutto ora ci
insegna il maestro e per mezzo del Verbo tutto il mondo
 diventato ormai Atene ed Ellade. Giacch, certamente,
dopo aver creduto al mito poetico, che ricorda come
Minosse il Cretese sia stato compagno di Zeus, voi
non negherete fede al fatto che noi siamo diventati 
scolari di Dio, che ci siamo acquistata la sapienza realmente
vera, quella a cui i sommi filosofi accennarono oscuramente 
soltanto, ma che gli scolari di Cristo compresero
e predicarono. Inoltre, l'intero Cristo, per dir cos, non
si divide; non vi  pi n barbaro, n Giudeo n Greco,
non vi  n maschio n femina, ma un uomo nuovo trasformato 
dal santo spirito di Dio.
 Quindi, gli altri consigli e precetti sono di poco conto
e trattano di questioni specifiche, per esempio, se occorra
sposare, se occorra prender parte alla politica, se occorra
procreare figliuoli; sola universale esortazione e che 
riguarda evidentemente l'intera vita, che tende in ogni
occasione, in ogni circostanza al fine supremo, cio alla
vita,  la piet verso Dio.  necessario soltanto vivere
secondo la norma di essa, per vivere eternamente; la
filosofia invece, come dicono gli antichi,  una continua
deliberazione, che concilia un perpetuo amore di sapienza. 
 Ma il precetto del Signore  splendente da lungi, 
e che d luce agli occhi . Accogli Cristo, accogli
la facolt di vedere, accogli la tua luce
perch ben tu conosca tanto l'uomo che il dio.
  dolce  il Verbo che ci ha illuminati  pi dell'oro e
delle pietre preziose;  desiderabile pi del miele e del
favo . Come infatti non dovrebbe essere desiderabile
Colui che ha reso chiara la mente che stava sepolta nelle
tenebre, e ha aguzzato  i luciferi occhi dell'anima?
Come infatti  se non ci fosse il sole, per ci che dipende
dagli altri astri tutto il mondo sarebbe notte, cos,
se non avessimo conosciuto il Verbo e non fossimo stati
illuminati dai suoi raggi, in nulla differiremmo dalle 
galline alimentate con ogni cura, essendo ingrassati nelle
tenebre e allevati per la morte. Accogliamo la luce per
potere accogliere Dio. Accogliamo la luce e diventiamo
discepoli del Signore. Questo appunto  quello che egli
ha promesso al Padre:  Narrer il tuo nome ai miei fratelli; 
in mezzo all'assemblea innegger a te . Inneggia
e narra a me il Padre tuo, Dio; le tue narrazioni mi salveranno, 
il tuo canto mi istruir. Fino ad ora ho errato
nella mia ricerca di Dio, ma poich tu mi guidi con la
tua luce, o Signore, io trovo Dio per mezzo tuo e ricevo 
il Padre da te, divento tuo coerede, poich non
ti vergognasti di avermi per tuo fratello.
 Cancelliamo dunque, cancelliamo l'oblio della verit;
rimosse l'ignoranza e le tenebre che ci impediscono come
nebbia la vista, contempliamo quegli che  veramente
Dio inneggiando a Lui prima con queste parole:  Salve, luce. 
Una luce brill dal cielo su noi, che eravamo seppelliti
nelle tenebre, e chiusi nell'ombra della morte,
una luce pi pura del sole, pi dolce della vita di quaggi.
Quella luce  la vita eterna, e quante cose partecipano
di essa, vivono; ma la notte teme la luce e nascondendosi
per la paura lascia il posto al giorno del Signore: l'universo
 diventato luce insonne, e l'occidente si  trasformato
in oriente. Questo  ci che ha voluto dire  la nuova
creazione : giacch il sole di giustizia  che cavalca 
l'universo, percorre in modo uguale tutto il genere umano, 
imitando il padre suo che  fa sorgere il suo sole su tutti
gli uomini  e sparge su di essi la rugiada della verit. 
Egli trasform l'occidente in oriente e crocifisse la 
morte in vita e, avendo strappato l'uomo dalla rovina, 
lo elev al cielo, tramutando la corruzione
in incorruttibilit e trasformando la terra in cielo -
egli, l'agricoltore divino,  che mostra i presagi favorevoli 
e desta i popoli al lavoro , che  buono,  richiamandoci 
alla memoria la vita vera e largendoci l'eredit
del padre, eredit grande veramente e divina e che non
pu essere tolta, per mezzo del celeste insegnamento facendo 
un Dio dell'uomo,  dando leggi alla loro mente
e scrivendole nel cuore di essi . A quali leggi egli
allude?  Che tutti conosceranno Dio, dal piccolo fino al
grande; e propizio, dice Dio,  sar ad essi e non mi
ricorder dei loro peccati. Accogliamo le leggi della vita,
ubbidiamo a Dio che ci esorta; apprendiamolo, affinch
ci sia benigno; rendiamo a Lui, bench non abbia bisogno
di niente, una ricompensa di gratitudine, cio l'obbedienza,
come una specie di pigione pagata a Dio per la nostra
dimora di quaggi.
Oro per bronzo, il valore di cento bovi per quello di nove,

per il prezzo di un po' di fede Egli ti d da coltivare
questa immensa terra e l'acqua per bere e altra per navigarvi, 
e l'aria per respirare e il fuoco per esercitare i mestieri
e il mondo per abitarvi; da qui egli ti ha concesso
di mandare una colonia nel cielo: tutte queste grandi
opere e benefici egli ti ha dato in compenso di un po' di
fede. Inoltre: coloro che credono nei ciurmadori ammettono 
gli amuleti e le formule di incantagione, perch
credono che essi apportino salvezza; e voi non volete
fornirvi dello stesso celeste amuleto del Verbo Salvatore, 
e, credendo nella incantagione di Dio, essere liberati 
dalle passioni, che sono malattie dell'anima,
ed essere strappati al peccato? Giacch il peccato  morte
eterna. Certo, completamente privi di senso e
ciechi come le talpe passate la vostra vita nelle tenebre,
null'altro facendo che mangiare, andando in sfacelo per
la corruzione di cui riboccate. Ma vi , vi  la verit che
grida:  Dalle tenebre splender la luce . Splenda
dunque questa luce nella parte pi profonda dell'uomo,
nel cuore, e sorgano i raggi della conoscenza, rivelando
e illuminando l'uomo nascosto dentro, il discepolo della
luce, l'amico di Cristo e suo coerede; specialmente
quando alla nostra conoscenza sar giunto il nome, preziosissimo 
e venerabile sopra ogni altro, di Colui che 
buon padre a un figlio pio e buono, e che d precetti miti
e ordini salutari al figlio suo. Colui che gli obbedisce
ha la meglio in ogni cosa: egli segue Dio, obbedisce
al Padre, lo conobbe mentre egli errava, am Dio, am
il prossimo, ademp il comandamento di Dio, cerca il
premio, reclama la promessa.
 Proposito di Dio  sempre di salvare il gregge degli
uomini. Questa fu anche la ragione per cui il buon Dio
mand il buon Pastore: e il Verbo, avendo spiegata
la verit, mostr agli uomini l'altezza della salvezza,
affinch essi o, pentitisi, si salvassero, o, non avendo ubbidito,
fossero giudicati. Questa  la predicazione della giu-
stizia, buon annunzio per coloro che ubbidiscono, segnale
del giudizio per coloro che hanno disubbidito. Ma la
tromba dal forte suono  raccoglie col suo squillo i
soldati e proclama la guerra: e Cristo, intonato un canto
di pace fino ai limiti della terra, non raccoglier dunque
i suoi soldati di pace? Egli raccolse davvero, o uomo,
col suo sangue e con la sua parola il suo esercito incruento,
e affid ad essi il regno dei cieli. La tromba di Cristo 
il suo evangelo: Egli suon la tromba, e noi l'udimmo.
Armiamoci delle armi di pace  vestendoci della corazza
della giustizia  e imbracciando lo scudo della fede e 
cingendo il nostro capo dell'elmo della salvezza, e aguzziamo
 il pugnale dello Spirito, che  la parola di Dio. Cos
l'Apostolo ci schiera in pacifici ordinamenti: queste sono
le nostre armi invulnerabili: armati di queste schieriamoci
contro il Maligno. Spegniamo i dardi incandescenti del
Maligno con le cuspidi d'acqua temprate dal Verbo, ricambiando 
i benefici con lodi di ringraziamento e onorando
Dio per mezzo del Verbo divino.  Giacch mentre tu ancora 
parli, Egli dir - dice: - ecco, io ti sono vicino .
 Santa e benedetta questa potenza, per mezzo della
quale Dio diventa concittadino degli uomini!  dunque
meglio e preferibile per l'uomo diventare nello stesso
tempo imitatore e servitore della essenza pi alta fra le
cose che esistono; giacch nessuno potr imitare Dio, se
non per mezzo del servizio che gli rende piamente, n,
d'altra parte, servirlo e venerarlo, se non con l'imitarlo.
L'amore celeste e veramente divino in questo modo viene
agli uomini, quando nella stessa anima pu brillare la
scintilla della vera bellezza accesa dal Verbo divino;
e, ci ch' la cosa pi grande, la salvezza corre di pari
passo insieme col sincero desiderio di essa, poich sono,
per cos dire, aggiogati insieme l'elezione e la vita. Perci 
 questa sola esortazione, quella alla verit, che si
pu dire simile ai pi fedeli degli amici, in quanto a che
essa resta con noi fino all'estremo soffio della vita, ed 
buona guida per mezzo dell'intero e perfetto spirito dell'anima 
a coloro che si dirigono verso il cielo. A che cosa
dunque ti esorto? A salvarti io ti spingo. Questo vuole
Cristo: in una parola, Egli ti fa dono della vita. E chi 
Lui? Apprendilo in breve: Verbo di verit, Verbo di 
incorruttibilit, Colui che rigenera l'uomo, riconducendolo
alla verit; lo stimolo della salvezza, Colui che scaccia la
corruzione, Colui che espelle la morte, Colui che costru
negli uomini il suo tempio per collocare negli uomini
Dio. Purifica il tempio, e i piaceri e le mollezze, come
fiore effimero, abbandonali al vento ed al fuoco, ma coltiva 
saggiamente i frutti della temperanza, e consacra te
stesso come primizia a Dio, affinch tu possa essere non
solo opera di Dio, ma anche sua gioia. L'una e l'altra
cosa conviene a chi  amico di Cristo, mostrarsi, cio,
degno del regno ed essere stimato degno del regno.
CAPITOLO 12
 Fuggiamo dunque la consuetudine, fuggiamola come
pericoloso promontorio o come la minaccia di Cariddi o
le mitiche Sirene: la consuetudine soffoca l'uomo, lo allontana 
dalla verit, lo conduce fuori della vita,  un laccio,
 un baratro,  una fossa,  una rete funesta:
Lungi da questo fumo e da questo flutto trattieni
la nave... 
Fuggiamo, o compagni di navigazione, fuggiamo questo
flutto. Esso erutta fuoco; v' un'isola maligna, piena di
ossa e di cadaveri ammucchiati; canta in essa una piccola
meretrice nel fiore degli anni - la volutt - dilettandosi
di una musica volgare.
 O degli Achei gran vanto, qua vieni Ulisse famoso,
ferma la nave e ascolta un pi divino canto.
La meretrice ti loda, o navigante, e ti dice celebrato nei
canti, e cerca di far sua la gloria degli Elleni. Lascia
che essa si pasca dei cadaveri. Uno spirito celeste viene
a recarti aiuto. Passa oltre alla volutt; essa inganna.
N donna dall'abito ai clunei aderente ti inganni la mente
ciarlando con blande parole, mentre ricerca il tuo nido.
Naviga oltre il canto; esso produce la morte. Solo che
tu voglia, hai vinto la rovina; e, legato al legno della
nave, sarai libero da ogni corruzione. Sar tuo pilota il
Verbo di Dio, e lo Spirito Santo ti far approdare ai porti
dei cieli. Allora contemplerai il mio Dio, e sarai iniziato a
quei santi misteri e godrai di quelle cose che sono nascoste
nei cieli, a me riservate,  le quali n orecchio ud n
pervennero al cuore  di alcuno.
Ed a me sembra di veder due soli
e due cittd di Tebe,
diceva un tale a cui il furore bacchico faceva vedere dei
fantasmi, ebbro di pretta ignoranza. Io sento compassione 
di lui, che  in stato di ubbriachezza, e vorrei 
richiamarlo, lui che  in tale stato di dissennatezza, alla
sobria salute, giacch il Signore gradisce il pentimento,
e non la morte del peccatore. Vieni, o insano, non appoggiato 
al tirso, non redimito di edera; getta via la mitra,
getta via la nebride, torna in senno: ti mostrer il
Verbo e i misteri del Verbo, descrivendoli a somiglianza
dei tuoi misteri. Questo  il monte amato da Dio, non
teatro di storie atroci come il Citerone, ma consacrato
ai drammi della verit: un monte sobrio, ombroso di sante
selve; baccheggiano in esso, non le sorelle di Semele, la
 colpita dal fulmine , le Menadi, le iniziate all'abominevole 
distribuzione di carni crude, ma le figlie
di Dio, le belle agnelle, che celebrano i venerandi
riti del Verbo, riunendo un coro sobrio. Il coro  formato
dei giusti, e il loro canto  un inno al re dell'universo.
Toccano le cetre le fanciulle, cantano a gloria gli angeli,
parlano i profeti, si leva un suono di musica; seguono di
corsa il tiaso, si affrettano quelli che sono stati chiamati,
desiderando ricevere il Padre. Vieni a me, o vecchio,
anche tu; lascia Tebe, e metti da parte la tua arte profetica 
e l'insania bacchica, e lsciati guidare dalla mia mano
verso la verit. Ecco, io ti d il legno per appoggiarti.
Affrttati, Tiresia, abbi fede, riavrai la vista. Cristo,
per il quale gli occhi dei ciechi tornano a vedere,
splende su di te pi luminosamente del sole. La notte
fuggir da te, il fuoco avr paura di te, la morte andr via
da te. Vedrai i cieli, o vecchio, tu che non riesci a vedere Tebe.
 O i misteri veramente santi! o luce pura! Alla luce
delle fiaccole contemplo i cieli e Dio, divengo santo
per mezzo della iniziazione, fa da ierofante il Signore e
segna col suo sigillo il myste illuminandolo, e poich
questi ha creduto, lo consegna al Padre perch sia custodito 
in eterno. Questi sono i baccanali dei miei misteri! Se vuoi,
anche tu fatti iniziato, e danzerai insieme
con gli Angeli intorno all'ingenerato e imperituro e solo
veramente Dio, cantando l'inno insieme con noi il Verbo
di Dio. Questo Ges, immortale, unico grande pontefice 
dell'unico Dio, che  anche Padre, prega per gli
uomini ed esorta gli uomini:  Udite, voi genti innumerevoli , 
o piuttosto quanti tra gli uomini siete dotati
di ragione, e barbari ed Elleni; io invoco tutta la stirpe
degli uomini dei quali sono il creatore per volont del
Padre. Venite a me per essere ordinati sotto un solo Dio
e sotto il solo Verbo di Dio; e non superate gli animali
privi di ragione soltanto per la ragione, ma fra tutti i
mortali a voi soli io concedo di godere dell'immortalit.
Voglio infatti, voglio rendervi partecipi anche di questa
grazia, dandovi nella sua interezza il beneficio, l'incorruttibilit. 
E vi largisco il Verbo, la conoscenza di Dio,
me stesso intero vi largisco. Questo sono io, questo vuole
Dio, questo  la concordia, questo  l'armonia del Padre,
questo  il Figlio, questo  Cristo, questo  il Verbo di
Dio, braccio del Signore, potenza dell'universo, la volont
del Padre. O voi tutte immagini, ma non tutte somiglianti
al vostro modello, io voglio correggervi secondo l'archetipo 
affinch diventiate anche simili a me. Vi unger con
l'unguento della fede, per mezzo del quale scacciate la
corruttibilit, e vi mostrer nella sua nudit la figura della
giustizia, per mezzo di cui salite a Dio.  Venite a me,
tutti voi che siete stanchi e oppressi dal carico, ed io vi
far riposare; portate il mio giogo su di voi e apprendete
da me che io sono mite e umile di cuore, e troverete
riposo alle vostre anime. Giacch il mio giogo  buono
e il mio carico lieve  Affrettiamoci, corriamo, immagini 
del Verbo amate da Dio e fatte a sua somiglianza;
affrettiamoci, corriamo, solleviamo il suo giogo, sottoponiamoci 
al giogo della incorruttibilit, amiamo Cristo,
il buon auriga degli uomini. Egli condusse sotto lo stesso
giogo l'asino giovane insieme col vecchio; e avendo
aggiogato insieme la coppia degli uomini dirige il carro
verso l'immortalit, affrettandosi verso Dio per compiere
chiaramente ci a cui aveva alluso oscuramente, prima
dirigendosi verso Gerusalemme, ed ora verso i cieli,
bellissimo spettacolo per il Padre, il Figlio immortale che
torna vittorioso! Cerchiamo perci di essere pieni di
ardore per ci che  bello, e uomini cari a Dio; e 
cerchiamo di acquistarci i pi grandi dei beni, cio Dio e
la vita. Il Verbo  il nostro soccorritore: confidiamo in
lui e non ci venga mai tanto desiderio n di argento
e d'oro n di gloria, quanto dello stesso Verbo della
verit. Non  infatti, non  cosa grata a Dio stesso, se
noi facciamo pochissimo conto delle cose che sono di
grandissimo valore, e facciamo maggior conto invece
degli evidenti eccessi di ignoranza, di inintelligenza,
di indifferenza, di idolatria, che costituiscono l'estrema empiet.
 Non a torto dunque i figli dei filosofi credono che
gli stolti in tutto ci che fanno agiscano in modo empio
e nefando; e quando inoltre pongono la stessa ignoranza
tra le forme di follia, null'altro fanno se non riconoscere 
che la maggior parte degli uomini sono pazzi. La
ragione dimostra che non vi  dubbio quale delle due cose
sia migliore, essere savi o pazzi. Bisogna dunque che noi,
tenendoci stretti alla verit con tutte le nostre forze, 
seguiamo, nella nostra saggezza, Dio, e consideriamo sue
tutte le cose, come in realt esse sono; e, inoltre, bisogna
che noi, sapendo di essere la pi bella delle sue possessioni, 
ci affidiamo a Dio, amando il Signore Dio e considerando 
questo come cmpito nostro per tutta la vita.
E se  le cose degli amici sono comuni , e l'uomo 
amico di Dio (giacch amico a Dio egli  certamente attraverso
la mediazione del Verbo) tutte le cose sono allora
dell'uomo, perch tutte le cose sono di Dio, e sono comuni 
ad ambedue gli amici tutte le cose, a Dio cio ed
all'uomo.  tempo dunque per noi di dire pio soltanto
il cristiano, e ricco e saggio e nobile, e perci
immagine di Dio fatta a sua somiglianza, e di dirlo e di
crederlo divenuto  giusto e santo con intelligenza
per opera di Cristo Ges, e, nella stessa misura, anche
simile, ormai, a Dio. Certo, non nasconde questa grazia
il Profeta, quando dice:  Io dissi che siete di e figli 
dell'Altissimo tutti. Noi infatti, noi Egli ha adottato, e
di noi soli vuole essere chiamato padre, non di quelli
che non gli ubbidiscono. Ordunque la condizione nostra,
dei seguaci di Cristo, , a un dipresso, questa: quali
sono i consigli, tali anche i nostri discorsi, quali i discorsi,
tali anche le azioni, e quali le opere tale la vita.
Buona  tutta la vita degli uomini che hanno conosciuto Cristo.
 Basta, io credo, quello che ho detto; e forse mi sono
spinto troppo lontano, mosso dal mio amore per gli uomini,
nell'effondere ci che avevo da Dio, trattandosi di
esortare gli uomini al massimo dei beni, cio alla salvezza.
Quando si parla della vita che non ha mai fine, non vogliono
infatti neppure i discorsi finir mai di rivelarne i
misteri. Ma a voi resta ancora questo ultimo gesto, cio
di scegliere ci che  utile a voi, o il giudizio o la grazia.
Quanto a me, io credo che neppure sia il caso di dubitare
quale delle due cose sia migliore: n infatti  lecito 
confrontare la vita con la perdizione.
