Caio Giulio Cesare.

La guerra civile.

Traduzione di Elena Zaffagno.

Testo elettronico adattato ai mezzi di lettura dei ciechi, dalla Fondazione
Ezio Galiano. Catanzaro, 16 Febbraio 2000.

LIBRO PRIMO.
1.
Dopo che la lettera di Cesare fu consegnata ai consoli, si ottenne con
difficolt, nonostante la forte insistenza dei tribuni della plebe, che essa
fosse letta in senato; non si pot invece ottenere che se ne discutesse
ufficialmente. I consoli presentano una relazione sulla situazione dello
stato. Il console L. Lentulo aizza il senato; promette di non fare mancare il
suo sostegno allo stato, se i senatori vorranno esprimere il loro parere con
coraggio e forza; ma se essi hanno riguardo per Cesare e ricercano il suo
favore, come hanno fatto nei tempi passati, egli prender posizione nel
proprio interesse senza sottostare all'autorit del senato; del resto
anch'egli ha modo di trovare rifugio nel favore e nell'amicizia di Cesare. Con
il medesimo tono si esprime Scipione:  intenzione di Pompeo difendere lo
stato, se il senato lo asseconda; ma se il senato esita o agisce con troppa
mollezza, invano implorer il suo aiuto, se in seguito lo vorr.

2


Questo discorso di Scipione, poich la seduta del senato si teneva in
citt e Pompeo era vicino, sembrava uscire dalle labbra dello stesso Pompeo.
Qualcuno aveva espresso un parere pi moderato, come in un primo tempo M.
Marcello che, presa la parola in quell'intervento, sostenne che non era il
caso di discutere della cosa in senato prima che si facessero in tutta Italia
leve e si arruolassero eserciti, sotto la cui protezione il senato avrebbe
osato decretare con sicurezza e liberamente il proprio volere; come M.
Calidio, che proponeva che Pompeo tornasse nelle sue province, perch non vi
fosse motivo di ricorso alle armi; Cesare temeva, egli diceva, che, essendogli
state sottratte due legioni, Pompeo le trattenesse presso la citt, tenendole
di riserva con intenzioni ostili nei suoi confronti; come M. Rufo, che faceva
suo il parere di Calidio, addirittura mutandone solo poche parole. Tutti
costoro, travolti dalla clamorosa protesta del console L. Lentulo, erano
oggetto di violenti attacchi. Lentulo dichiar di non avere assolutamente
intenzione di mettere in votazione la mozione di Calidio; Marcello, atterrito
dalle clamorose proteste, ritir la sua. Cos la maggior parte dei senatori,
trascinata dalle grida del console, dalla paura che suscitava la vicinanza
dell'esercito, dalle minacce degli amici di Pompeo, pur controvoglia e per
costrizione, approva la proposta di Scipione: che Cesare, prima di un dato
giorno, smobiliti l'esercito; se non lo fa, risulti chiaro che egli ha
intenzione di agire contro lo stato. Fanno opposizione i tribuni della plebe,
M. Antonio e Q. Cassio. Subito si pone in discussione il veto dei tribuni.
Vengono espressi pareri pesanti; quanto pi ciascuno parla con arroganza e
durezza, tanto pi  colmato di lodi dagli avversari di Cesare.

3


Conclusa verso sera la seduta del senato, tutta la classe dei senatori
viene convocata da Pompeo fuori della citt. Pompeo loda i risoluti e li
incoraggia per l'avvenire, rimprovera e sprona quelli troppo esitanti. Da ogni
parte, con la speranza di ricompense e di promozioni, vengono richiamati alle
armi molti soldati delle vecchie truppe di Pompeo; sono richiamati in servizio
molti soldati provenienti dalle due legioni consegnate da Cesare. La citt si
riempie di commilitoni di Pompeo, di tribuni, di centurioni, richiamati in
servizio. Tutti gli amici dei consoli, i clienti di Pompeo e coloro che
avevano vecchi rancori verso Cesare vengono radunati nel senato; le loro grida
e il loro accorrere in massa atterriscono i pi deboli, rassicurano gli
incerti; ai pi invero  sottratto il potere di deliberare liberamente. Il
censore L. Pisone, e parimenti il pretore L. Roscio, si dichiarano disponibili
ad andare da Cesare, per metterlo al corrente di questi avvenimenti; chiedono
sei giorni di tempo per portare a termine la missione. Da alcuni viene anche
proposto di inviare ambasciatori a Cesare, che gli espongano il volere del
senato.

4


A tutte queste proposte fa resistenza e opposizione l'intervento del
console, di Scipione e di Catone. Vecchi rancori nei riguardi di Cesare e il
dolore del suo insuccesso elettorale aizzano Catone. Lentulo  mosso dalla
grande quantit di debiti, dalla speranza di avere un esercito e delle
province e dai doni degli aspiranti al titolo di re. Tra i suoi si vanta di
star per diventare un secondo Silla nelle cui mani ritorner il potere
supremo. Stimola Scipione una medesima speranza di governo di province e di
comando di eserciti che, per legami di parentela, pensa di potere dividere con
Pompeo; e nello stesso tempo lo stimolano il timore di processi e la propria
vanit e l'adulazione dei potenti che in quel tempo avevano grandissima
influenza nello stato e nei tribunali. Lo stesso Pompeo, incitato dagli
avversari di Cesare e poich non voleva che nessuno gli fosse pari per
prestigio, si era del tutto allontanato dalla sua amicizia e si era
riconciliato con comuni avversari, che, in gran parte, egli stesso aveva
procurato a Cesare al tempo della loro parentela. Contemporaneamente, indotto
dal disonore di avere trattenuto a sostegno della propria influenza e
supremazia politica due legioni destinate all'Asia e alla Siria, manovrava
affinch la contesa fosse condotta a un confronto armato.

5


Per queste ragioni tutto viene fatto in fretta e confusamente. Non si d
tempo ai congiunti di Cesare di informarlo n viene concessa ai tribuni della
plebe la possibilit di allontanare da s il pericolo n di conservare il
supremo diritto di veto, che L. Silla aveva loro lasciato; ma, dopo solo sette
giorni, sono costretti a pensare alla propria incolumit, la qual cosa quei
turbolentissimi tribuni della plebe dei tempi passati solevano prendere in
esame e temere solo all'ottavo mese delle loro funzioni. Si giunge
precipitosamente a quel gravissimo ed estremo decreto del senato, al quale
prima mai si ricorse nonostante l'audacia dei relatori se non, per cos dire,
quando la citt fu in mezzo alle fiamme e quando si disper della salvezza di
tutti: provvedano i consoli, i pretori, i tribuni della plebe e i proconsoli
che sono vicini alla citt affinch lo stato non subisca alcun danno. Ci
viene registrato con decreto del senato il 7 gennaio. E cos nei primi cinque
giorni in cui si poterono tenere le sedute del senato, dal giorno in cui
Lentulo diede inizio al proprio consolato, fatta eccezione per i due giorni
dedicati al comizio, si prendono gravissime e rigorosissime delibere nei
confronti del potere militare di Cesare e di persone assai ragguardevoli, i
tribuni della plebe. Subito i tribuni della plebe fuggono da Roma e si
rifugiano presso Cesare. In quel tempo egli era a Ravenna e attendeva risposte
alle sue cos moderate richieste, sperando che, per un senso di umana
moderazione, il conflitto si potesse risolvere pacificamente.

6


Nei giorni successivi, le sedute del senato si tengono fuori Roma. Pompeo
presenta quelle medesime proposte che aveva fatto conoscere per bocca di
Scipione; loda la fermezza e la coerenza del senato; enumera le sue forze;
afferma di avere pronte dieci legioni; inoltre di avere appreso e accertato
che i soldati sono ostili a Cesare: non li si pu indurre a difenderlo o,
soltanto, a seguirlo. Circa le altre questioni viene proposto al senato quanto
segue: si facciano leve in tutta Italia; Fausto Silla sia mandato in
Mauritania come propretore; sia data facolt a Pompeo di usare il denaro
dell'erario pubblico. Si presentano proposte anche nei riguardi del re Giuba:
sia dichiarato alleato e amico. Marcello nega di potere per il momento
sottoscrivere la proposta. Filippo, tribuno della plebe, pone il veto alla
mozione relativa a Fausto. Vengono registrati i decreti del senato riguardanti
gli altri punti. A privati vengono assegnate le province, due consolari, le
altre pretorie. A Scipione tocca in sorte la Siria, a L. Domizio la Gallia.
Filippo e Cotta vengono esclusi per manovre di parte e i loro nomi non sono
posti nell'urna. In tutte le altre province vengono inviati pretori. E non
attendono - come era accaduto negli anni precedenti - che il loro potere sia
ratificato dal popolo, e, con addosso il paludamento di porpora, dopo avere
fatto i sacrifici rituali, escono dalla citt. I consoli, cosa non mai
accaduta prima, ... si allontanano dalla citt e privati cittadini,
contrariamente a ogni esempio del passato, tengono littori in citt e sul
Campidoglio. In tutta Italia si fanno leve, si obbliga a fornire armi, si
esige denaro dai municipi, denaro viene sottratto dai templi, tutte le leggi
divine e umane vengono sovvertite.

7


Cesare, venuto a conoscenza di questi fatti, parla ai soldati. Rammenta
gli affronti fattigli dagli avversari in ogni tempo; e si duole che Pompeo,
per invidia e gelosia della sua gloria, sia stato da essi sedotto e corrotto,
mentre egli stesso lo ha sempre aiutato nella carriera e ne  stato il
sostenitore. Lamenta che  stato introdotto un precedente, insolito nello
stato, cio che il veto dei tribuni, che negli anni addietro era stato
ristabilito con le armi, con le armi ora venga infamato e soffocato. Silla,
pur avendo spogliato il potere dei tribuni di ogni forza, tuttavia aveva
lasciato libero il veto; Pompeo, che sembra avere restituito i privilegi
perduti, ha tolto anche quelli che i tribuni hanno avuto in passato.
Ogniqualvolta si decret che i magistrati provvedessero affinch lo stato non
ricevesse alcun danno (e con questa formula e con questo decreto il popolo
romano veniva chiamato alle armi), ci fu fatto in caso di leggi perniciose,
di azioni di forza dei tribuni, di sommosse popolari, con l'occupazione di
templi e di posizioni dominanti; e rammenta che questi fatti del passato sono
stati espiati con la morte di Saturnino e dei Gracchi. In quel tempo nulla di
questo fu fatto e neppure pensato: non fu promulgata nessuna legge, non vi fu
inizio di ricorso al popolo, non venne fatta alcuna sommossa. Esorta i soldati
a difendere dagli avversari la reputazione e l'onore del comandante sotto la
cui guida, durante nove anni, hanno servito fedelmente lo stato e combattuto
moltissime battaglie con esito favorevole, hanno portato pace in tutta la
Gallia e la Germania. Elevano un grido di approvazione i soldati della XIII
legione che era presente (questa infatti egli aveva richiamato all'inizio del
disordine, le altre invece non erano ancora giunte), proclamando di essere
pronti a respingere le ingiurie arrecate al loro comandante e ai tribuni della
plebe.

8


Cesare, conosciuta la disposizione d'animo dei soldati, si dirige con
quella legione a Rimini e qui incontra i tribuni della plebe che presso di lui
erano venuti a trovare rifugio; richiama dagli accampamenti invernali le
rimanenti legioni con l'ordine di seguirlo. L giunge il giovane L. Cesare, il
cui padre era luogotenente di Cesare. Costui, terminato il discorso su altri
argomenti, per i quali era venuto, dichiara di avere per lui da parte di
Pompeo messaggi di carattere privato: dice che Pompeo vuole scusarsi dinanzi a
Cesare, che non prenda per offesa personale le azioni che egli ha compiuto per
il bene dello stato; dice che alle amicizie personali egli ha sempre anteposto
l'interesse pubblico. Anche Cesare, in considerazione della sua posizione,
deve per il bene dello stato sacrificare il proprio interesse e il proprio
risentimento e non adirarsi con gli avversari cos violentemente da risultare,
sperando di danneggiarli, di danno allo stato. Aggiunge poche considerazioni
del medesimo tono che unisce alle scuse di Pompeo. Il pretore Roscio presenta
a Cesare quasi i medesimi argomenti e con le medesime parole, dimostrando di
essere stato ben istruito da Pompeo.

9


Era chiaro che tutto ci non serviva a cancellare le offese; tuttavia
Cesare, approfittando di uomini adatti, tramite i quali poteva trasmettere il
suo volere a Pompeo, chiede a entrambi, dal momento che gli hanno riferito le
ambascerie di Pompeo, di non rifiutarsi di riferire a lui anche le sue
richieste, per vedere se mai, con poca fatica, fossero in grado di sanare
grandi controversie e liberare dal timore tutta l'Italia. Dice che egli ha
sempre posto l'onore al primo posto, considerandolo pi importante della vita.
Che ha provato dolore perch, con atto oltraggioso, gli  stato strappato
dagli avversari un privilegio concesso dal popolo romano e, privato di sei
mesi di comando, egli  stato richiamato a Roma, bench il popolo avesse
deliberato che nei prossimi comizi si ritenesse valida la sua candidatura, pur
se assente. Tuttavia, per il bene dello stato, ha sopportato di buon grado
questo danno; quando ha mandato una lettera al senato, chiedendo che tutti i
comandanti venissero allontanati dagli eserciti, neppure questo ha ottenuto.
In tutta Italia si fanno arruolamenti, sono trattenute le due legioni che gli
sono state sottratte col pretesto della guerra contro i Parti; la popolazione
 in armi. A che volgono tutte queste manovre se non a suo danno? Pur tuttavia
egli  pronto a rassegnarsi e a tutto sopportare per il bene dello stato.
Pompeo se ne ritorni nelle sue province, tutti e due congedino gli eserciti,
tutti in Italia lascino le armi, il popolo venga liberato dal timore, siano
garantiti al senato e al popolo romano liberi comizi e l'esercizio della cosa
pubblica. Perch ci si possa fare pi facilmente e con patti sicuri, sanciti
da giuramento, o Pompeo si avvicini o lasci che sia Cesare ad avvicinarsi;
tutte le controversie si potrebbero dirimere tramite contatti diretti.

10


Assuntosi l'incarico, Roscio insieme a L. Cesare giunge a Capua, dove
trova i consoli e Pompeo; riferisce le richieste di Cesare. Dopo essersi
consultati, danno una risposta e, tramite loro, per iscritto rimettono a
Cesare le loro proposte, i cui punti principali sono questi: Cesare ritorni in
Gallia; si allontani da Rimini, congedi l'esercito; Pompeo sarebbe andato in
Spagna quando egli avesse eseguito questi ordini. Nel contempo, fino a che non
sarebbe stato certo che Cesare avrebbe mantenuto le sue promesse, i consoli e
Pompeo non avrebbero interrotto gli arruolamenti.

11


Era proposta ingiusta esigere che Cesare si ritirasse da Rimini e
ritornasse nella sua provincia, mentre Pompeo conservava e le sue province e
le legioni altrui; pretendere che venisse congedato l'esercito di Cesare,
quando Pompeo faceva le leve; promettere di partire per la sua provincia e non
fissare la data della partenza, cos che, se anche, una volta terminato che
fosse il proconsolato di Cesare, non fosse ancora partito, non sarebbe
tuttavia apparso vincolato da alcuno scrupolo di mentire; inoltre il non
fissare una data per l'abboccamento e il non promettere di incontrarlo
facevano fortemente disperare dei propositi di pace. E cos manda M. Antonio
da Rimini ad Arezzo con cinque legioni; egli con due legioni si ferma a Rimini
e qui si dispone a fare leve; con una coorte per citt si impossessa di Pisa,
Fano, Ancona.

12


Informato nel frattempo che il pretore Termo con cinque legioni tiene
Gubbio e che fortifica la citt e che tutti gli Iguvini sono ottimamente
disposti nei suoi confronti, invia Curione con tre coorti che aveva a Pisa e a
Rimini. Venuto a conoscenza del loro arrivo, Termo, che non si fidava del
consenso del municipio, ritira le coorti dalla citt e si d alla fuga. I suoi
soldati, durante la marcia, disertano e se ne tornano a casa. Curione si
impadronisce di Gubbio col massimo consenso di tutti. Conosciuti i fatti,
confidando nei consensi dei municipi, Cesare ritira dai presidi le coorti
della tredicesima legione e marcia su Osimo; questa posizione era tenuta da
Azzio che vi aveva introdotto le coorti e faceva, mandando in giro senatori,
leve in tutto il Piceno.

13


Alla notizia dell'arrivo di Cesare, i decurioni di Osimo, in gran numero,
si recano da Azzio Varo; gli dichiarano che non spetta a loro giudicare; che
n loro n gli altri municipi possono accettare che il comandante C. Cesare,
benemerito dello stato, autore di tante imprese, sia tenuto lontano dalla
citt e dalle sue mura; Varo, dunque, tenga conto del giudizio dei posteri e
del proprio pericolo. Indotto da queste parole, Varo ritira dalla citt il
presidio che vi aveva introdotto e si d alla fuga. Pochi soldati
dell'avanguardia di Cesare, dopo averlo inseguito, lo costrinsero a fermarsi.
Attaccata battaglia, Varo viene abbandonato dai suoi; una parte dei soldati se
ne torna a casa; i rimanenti raggiungono Cesare. Viene fatto prigioniero e
condotto insieme a quelli L. Pupio, centurione primipilo, che prima aveva
avuto quel medesimo grado nell'armata di Cn. Pompeo. Cesare, poi, si
congratula con i soldati di Azzio, lascia libero Pupio, ringrazia gli Osimati
e promette di serbare il ricordo del loro operato.

14


Giunta notizia a Roma di questi fatti, si diffuse all'improvviso un
terrore tanto grande che il console Lentulo, che era andato ad aprire l'erario
e a prelevare, secondo le disposizioni del senato, il denaro da dare a Pompeo,
dopo avere aperto la sala in cui era conservata la riserva del tesoro
pubblico, subito se ne fugg da Roma. Si andava infatti falsamente dicendo che
Cesare stava per sopraggiungere e che i suoi cavalieri erano vicini. Lentulo
fu seguito dal collega Marcello e dalla maggior parte dei magistrati. Cn.
Pompeo, partito da Roma il giorno prima, si dirigeva verso le legioni che
aveva ricevuto da Cesare e che aveva stanziato a svernare in Puglia. Gli
arruolamenti intorno a Roma vengono sospesi; a tutti risulta lampante che al
di qua di Capua non vi  sicurezza. Solamente a Capua ci si rincuora e si
ritrova il coraggio e si incomincia ad arruolare i coloni che, in conseguenza
della legge Giulia, erano stati qui insediati. Vengono condotti in piazza i
gladiatori della scuola gladiatoria di Cesare a Capua; Lentulo li rende
risoluti con la speranza di libert; fornisce loro cavalli e d l'ordine di
seguirlo. In seguito, criticato dai suoi per tale iniziativa biasimata da
tutti, li divide, affinch fossero sorvegliati insieme agli schiavi delle
comunit campane.

15


Cesare, uscito da Osimo, attraversa tutto l'Agro Piceno. Tutte le
prefetture di quella regione lo accolgono con grande entusiasmo e danno ogni
sorta di aiuto al suo esercito. Giungono da lui ambasciatori provenienti anche
da Cingoli, cittadina che era stata fondata da Labieno e costruita con il suo
denaro, e gli assicurano una completa e diligente esecuzione degli ordini.
Cesare fa richiesta di soldati; glieli inviano. Nel frattempo la dodicesima
legione raggiunge Cesare. Alla testa di queste due legioni egli si dirige ad
Ascoli Piceno. Questa citt era occupata da Lentulo Spintere e dalle sue dieci
coorti. Costui, alla notizia dell'arrivo di Cesare, fugge via dalla citt e
nel tentativo di trascinarsi dietro le coorti viene abbandonato da gran parte
dei soldati. Rimasto con pochi uomini durante la marcia incontra Vibullio
Rufo, che era stato mandato da Pompeo nel Piceno per rassicurare gli abitanti.
Vibullio, venuto a conoscenza da lui della situazione del Piceno, si fa
consegnare i soldati e lo congeda. Cos pure raggruppa dalle regioni
confinanti quante coorti pu fra i soldati arruolati da Pompeo; fra questi
raccoglie Lucilio Irro, in fuga da Camerino, con le sei coorti che qui egli
aveva tenuto di presidio. Con i soldati raccolti, forma tredici coorti. E con
esse, a marce forzate, giunge a Corfinio presso Domizio Enobarbo e gli
annuncia che Cesare con le due legioni  vicino. Da parte sua Domizio aveva
messo insieme circa venti coorti, raccogliendo uomini da Alba, dai Marsi, dai
Peligni e dalle regioni confinanti.

16


Dopo la capitolazione di Fermo e la cacciata di Lentulo, Cesare fa
ricercare i soldati che hanno disertato le file di Lentulo e ordina gli
arruolamenti. Egli stesso, dopo un solo giorno di sosta per gli
approvvigionamenti, marcia su Corfinio. Quando vi giunse, cinque coorti, che
Domizio Marso in precedenza aveva inviato dalla citt, stavano tagliando il
ponte sul fiume distante dalla citt circa tre miglia. Qui l'avanguardia di
Cesare attacc battaglia e in breve tempo i soldati di Domizio furono
scacciati dal fiume e costretti alla ritirata in citt. Cesare, fatto
attraversare il fiume alle legioni, si ferm presso Corfinio e si accamp
vicino alle mura.

17


Domizio, venuto a conoscenza di come stavano i fatti, manda a Pompeo in
Puglia, con la promessa di grandi ricompense, uomini pratici del posto con una
lettera, per chiedere e supplicare di andare in suo soccorso: "Con due
eserciti, in luoghi stretti,  facile accerchiare Cesare e tagliargli
l'approvvigionamento. Se Pompeo non viene in aiuto, egli stesso e pi di
trenta coorti e un gran numero di senatori e cavalieri romani si troveranno in
pericolo". Nel frattempo Domizio, dopo avere incoraggiato i suoi, dispone le
macchine da guerra sulle mura e assegna a ciascuno di essi un suo settore per
la difesa della citt; ai soldati convocati in assemblea promette terreni di
sua propriet, quindici iugeri a ciascuno e in quantit proporzionale ai
centurioni e ai soldati richiamati dal congedo.

18


Frattanto viene annunciato a Cesare che gli abitanti della citt di
Sulmona, che dista da Corfinio sette miglia, desiderano obbedire ai suoi
ordini, ma che ne sono impediti dal senatore Q. Lucrezio e da Azzio Peligno,
che con l'aiuto di sette coorti occupavano questa citt. Cesare invia col M.
Antonio con cinque coorti della tredicesima legione. Gli abitanti di Sulmona,
alla vista delle nostre insegne, aprirono le porte e tutti quanti, civili e
soldati, uscirono esultanti incontro ad Antonio. Lucrezio e Azzio balzarono
gi dalle mura. Azzio, condotto davanti ad Antonio, chiede di essere mandato
da Cesare. Antonio fa ritorno con le coorti e con Azzio il giorno stesso in
cui era partito. Cesare riun quelle coorti al suo esercito e lasci andare
Azzio sano e salvo. Nei primi giorni Cesare provvede a fortificare il suo
accampamento con grandi strutture di difesa, a fare giungere dai municipi
vicini provviste di frumento, in attesa delle altre truppe. Nei primi tre
giorni si uniscono a lui l'ottava legione, ventidue coorti formate con i
recenti arruolamenti in Gallia e circa trecento cavalieri, inviati dal re del
Norico. Al loro arrivo pone un secondo accampamento dall'altra parte della
citt, al cui comando mette Curione. Nei giorni successivi provvede a cingere
la citt con un vallo e con bastioni. Il lavoro  in gran parte ultimato
quando fanno ritorno i messaggeri inviati a Pompeo.

19


Letta attentamente la risposta, Domizio, dissimulandone il vero
contenuto, comunica in consiglio che Pompeo sarebbe presto giunto in loro
aiuto; esorta i presenti a non perdersi d'animo e ad allestire le strutture di
difesa della postazione. Lo stesso Domizio, in un colloquio segreto con pochi
suoi intimi, manifesta invece la decisione di darsi alla fuga. Dal momento che
il volto di Domizio non s'accordava con le sue parole ed egli in ogni suo atto
agiva con troppa esitazione e timidezza rispetto al suo solito comportamento
dei giorni precedenti e pi del solito si tratteneva molto a parlare in
segreto con i suoi con la scusa di doversi consigliare, mentre evitava le
assemblee ufficiali e le riunioni, non si pot per troppo tempo nascondere e
dissimulare la verit. Pompeo infatti aveva risposto di non avere intenzione
di trascinare la situazione alle estreme conseguenze; Domizio non era andato a
Corfinio per suo consiglio o per suo ordine: quindi, se ne aveva possibilit,
che facesse da lui ritorno con tutte le milizie. Ma questo era impossibile per
l'assedio e per le linee di fortificazione attorno alla citt.

20


Divulgatosi il piano di Domizio, i soldati di stanza a Corfinio alle
prime luci della sera si appartano e, tramite i tribuni dei soldati, i
centurioni e quelli che fra essi godevano di maggiore credito, cos fra loro
discutono: sono assediati da Cesare; i lavori di fortificazione sono quasi
terminati; il loro capo Domizio, con il quale sono rimasti, in lui fiduciosi e
pieni di speranza, li tradisce tutti e decide di fuggire; devono pensare alla
loro salvezza. In un primo tempo cominciano a non essere d'accordo su queste
decisioni i Marsi che s'impossessano di quella parte della citt che sembra la
meglio fortificata; tra di essi sorge un tale disaccordo da rischiare di
venire alle mani e dirimere la contesa con le armi; ma poco tempo dopo, in
seguito a uno scambio di messaggeri da entrambe le parti, vengono a conoscenza
di ci che ignoravano, il progetto di fuga di L. Domizio. Cos, di comune
accordo, fanno uscire allo scoperto Domizio, lo circondano, lo prendono
prigioniero e mandano a Cesare ambasciatori, scelti tra di loro, per
comunicargli che sono pronti ad aprirgli le porte, a eseguire i suoi ordini, a
consegnare nelle sue mani L. Domizio vivo.

21


Venuto a conoscenza di questi fatti, Cesare, sebbene giudicasse di grande
interesse impadronirsi al pi presto della postazione e trasferire nel proprio
accampamento le legioni col stanziate, per evitare che o elargizioni o
pressioni o false notizie facessero mutare volere (infatti in guerra spesso da
avvenimenti di poco conto nascono grandi pericoli), temendo tuttavia che
l'ingresso dei soldati, con il favore della notte, agevolasse il saccheggio
della citt, colma di lodi gli ambasciatori che erano da lui giunti, li
rimanda in citt, d loro ordine di vigilare porte e mura. Egli stesso dispone
i soldati su quelle strutture di fortificazione che aveva fatto costruire, non
a intervalli prestabiliti, secondo la consuetudine dei giorni precedenti, ma
con distaccamenti di sorveglianza continua, vicini gli uni agli altri per
garantire una totale protezione; fa svolgere servizio di pattuglia ai tribuni
dei soldati e ai prefetti con l'incarico non solo di ostacolare sortite, ma
anche di stare in guardia contro sortite clandestine di singoli individui. E
in verit quella notte nessuno di loro fu cos trascurato o ignavo da dormire.
E tanto grande era l'attesa di come sarebbero andate a finire le cose che
ciascuno con la mente e con il desiderio si volgeva a opposti pensieri e si
chiedeva che cosa sarebbe accaduto agli abitanti stessi di Corfinio, a
Domizio, a Lentulo, a tutti gli altri e quale destino sarebbe toccato a
ciascuno.

22


Sul finire della notte Lentulo Spintere, dall'alto delle mura, dice alle
sentinelle e alle nostre guardie di volere, se possibile, incontrare Cesare.
Concesso il permesso, lo lasciano uscire dalla citt; i soldati di Domizio non
si allontanano da lui finch non giunge al cospetto di Cesare. Con lui inizia
a trattare la propria salvezza; lo prega e lo scongiura di risparmiarlo, gli
ricorda l'antica amicizia e passa in rassegna i benefici, per altro veramente
grandi, ricevuti da Cesare: grazie al suo aiuto era entrato nel collegio dei
pontefici, dopo la pretura aveva ottenuto la provincia di Spagna, era stato
sostenuto nella candidatura al consolato. Cesare interrompe le sue parole: gli
ricorda che  uscito dalla sua provincia non per fare del male, ma per
difendersi dalle ingiurie degli avversari, per ristabilire nei loro poteri i
tribuni della plebe cacciati dalla citt in quell'occasione, per vendicare se
stesso e il popolo romano, la cui libert era stata soffocata da un pugno di
fanatici. Lentulo, rinfrancato dalle sue parole, chiede il permesso di tornare
in citt: assicura a Cesare che anche per gli altri sar di conforto e
speranza l'avere egli ottenuto da lui grazia; lo informa che alcuni sono cos
atterriti da arrivare a darsi la morte. Ottenuto il permesso, si allontana.

23


Alle prime luci, Cesare ordina che dinanzi a lui siano condotti tutti i
senatori e i loro figli, i tribuni dei soldati e i cavalieri romani.
Appartenevano all'ordine senatorio L. Domizio, P. Lentulo Spintere, L. Cecilio
[Spintere] Rufo, il questore Sex. Quintilio Varo, L. Rubrio; vi erano inoltre
il figlio di Domizio e moltissimi altri giovinetti e un gran numero di
cavalieri romani e di decurioni che Domizio aveva fatto venire dai municipi.
Li fa condurre tutti davanti a s e proibisce ai soldati di insultarli e
beffeggiarli; rivolge poche parole, lamentando che da parte loro non  stata
dimostrata gratitudine per i grandissimi favori che egli ha loro fatto; li
congeda lasciandoli tutti incolumi. I sei milioni di sesterzi, che Domizio
aveva portato e depositato nella cassa pubblica, consegnati a Cesare dai
duumviri di Corfinio, vengono restituiti a Domizio; Cesare non voleva infatti
apparire pi equilibrato nei confronti della vita degli uomini che nei
confronti del denaro, pur consapevole che quello era denaro dello stato, dato
a Domizio da Pompeo per la paga dei soldati. Ordina ai soldati di Domizio di
giurargli fedelt e, lo stesso giorno, muove l'accampamento e, dopo una sosta
a Corfinio, in tutto sette giorni, si mette in cammino marciando a ritmo
regolare e, attraversato il territorio dei Marrucini, dei Frentani, dei
Larinati, giunge in Puglia.

24


Pompeo, venuto a conoscenza dei fatti accaduti a Corfinio, da Lucera va a
Canosa e di qui a Brindisi. Fa radunare da ogni parte presso di s tutte le
truppe formate dai nuovi coscritti; arma servi e pastori; fornisce loro
cavalli; con essi mette insieme circa trecento cavalieri. Il pretore L. Manlio
fugge via da Alba con sei coorti, il pretore Rutilio Lupo con tre da
Terracina; quando queste truppe vedono da lontano la cavalleria di Cesare,
comandata da Vibio Curio, abbandonato il pretore, portano le insegne dalla
parte di Curio e passano sotto il suo comando. Parimenti nelle tappe
successive, alcune coorti si imbattono nell'esercito di Cesare, altre nella
sua cavalleria. N. Magio, di Cremona, comandante del genio dell'esercito di
Pompeo, fatto prigioniero durante la marcia, viene condotto al cospetto di
Cesare. Egli lo rimanda da Pompeo con queste proposte: poich fino a quel
momento non era stato possibile un colloquio ed egli stesso stava per giungere
a Brindisi, nell'interesse dello stato e per la salvezza di tutti era
necessario che egli incontrasse Pompeo; invero, quando, costretti da grande
distanza, si conducono negoziati tramite altre persone, le cose procedono ben
diversamente da quando la discussione avviene direttamente.

25


Inviate queste proposte, Cesare giunse a Brindisi con sei legioni, tre di
veterani e le altre formate dalle nuove leve e completate durante la marcia;
infatti aveva subito mandato da Corfinio in Sicilia le coorti di Domizio.
Venne a conoscenza che i consoli erano partiti con gran parte dell'esercito
alla volta di Durazzo e che Pompeo era a Brindisi con venti coorti; ma non
aveva potuto sapere con sicurezza se Pompeo era rimasto per mantenere in suo
possesso Brindisi, per avere con pi facilit il controllo di tutto il mare
Adriatico, a partire dalle estreme parti dell'Italia e dai territori della
Grecia, ed essere in grado di condurre la guerra dai due fronti, o se qui si
era fermato per carenza di navi; Cesare, nel timore che Pompeo non avesse
intenzione di lasciare l'Italia, stabil di bloccare ogni via d'uscita e il
libero uso del porto di Brindisi. Questo era il piano dell'operazione.
Dall'una e dall'altra estremit del litorale, nel punto in cui l'imboccatura
del porto era pi stretta, faceva innalzare un molo e un argine, perch il
mare in quel tratto era poco profondo. Man mano che ci si allontanava da quei
due punti, non potendo essere costruito un terrapieno per la maggiore
profondit dell'acqua, faceva collocare, in continuazione della diga, coppie
di zattere della larghezza di trenta piedi per lato. Le faceva fissare con
quattro ancore, una da ciascun lato, perch non venissero spostate dai flutti.
Una volta completate e messe al loro posto queste zattere, ne faceva
successivamente aggiungere altre di pari grandezza. Le faceva riempire di
terra e di altro materiale, affinch fosse possibile passarvi sopra e
accorrere alla difesa; faceva proteggere la parte frontale ed entrambi i
fianchi con graticci e palizzate; sopra ogni quarta zattera faceva innalzare
una torre di due piani per una migliore difesa contro l'abbordaggio e gli
incendi.

26


In risposta a questi preparativi, Pompeo faceva allestire grandi navi da
carico, prese nel porto di Brindisi. Su di esse faceva innalzare torrette a
tre piani e, riempitele con molte macchine da guerra e con ogni genere di
armi, le lanciava contro i lavori di sbarramento, che Cesare stava facendo,
per distruggere le zattere e fare azione di disturbo. Cos ogni giorno da
entrambe le parti si combatteva da lontano con fionde, frecce e altri tipi
d'arma. Cesare, pur dirigendo queste operazioni, non credeva tuttavia che si
dovessero interrompere le trattative di pace. Sebbene si stupisse molto che
Magio, inviato a Pompeo con le sue proposte, non gli venisse rimandato e
sebbene i reiterati tentativi di pace rallentassero il suo slancio e i suoi
piani, tuttavia giudicava di dovere perseverare con ogni mezzo in quel
proposito. E cos manda il luogotenente Caninio Rebilo, intimo e parente di
Scribonio Libone, a parlare con costui; gli affida l'incarico di esortare
Libone a essere mediatore di pace; chiede sopra tutto di potere avere un
colloquio con Pompeo; sottolinea di avere piena fiducia che, se ci sar
possibile, si metter fine alla guerra con giuste trattative; fa presente che,
se si porr fine alle armi per l'intercessione e l'intervento di Libone, egli
conseguir grande parte di gloria e onore. Libone, dopo l'abboccamento con
Caninio, parte per andare da Pompeo. Poco dopo riferisce che, essendo andati
via i consoli, senza di essi non  possibile iniziare una trattativa. E cos
Cesare, dopo avere troppe volte invano tentato di giungere alla pace, ritiene
di dovere finalmente abbandonare tale proposito e pensare alla guerra.

27


Cesare ha quasi terminato met dei suoi lavori, gli erano serviti nove
giorni, quando fanno ritorno a Brindisi, rimandate dai consoli, le navi che
avevano trasportato a Durazzo la prima parte dell'esercito. Pompeo, o
scoraggiato dai lavori di Cesare o perch sin da subito aveva deciso di
lasciare l'Italia, all'arrivo delle navi incomincia a preparare la partenza e,
per ritardare con pi facilit l'attacco di Cesare, fa murare le porte per
evitare che i soldati, al momento stesso della partenza, facciano irruzione in
citt, fa barricare le vie e le piazze, fa scavare fosse attraverso le vie e
vi fa collocare pali e tronchi con la punta aguzza. Livella il terreno facendo
coprire i buchi con terra e sottili graticci; infine con grandissime travi
dalla punta aguzza, fissate al suolo, sbarra le vie d'accesso e le due strade
che al di qua delle mura portavano al porto. Fatti questi preparativi, ordina
ai soldati di imbarcarsi in silenzio; dispone poi sulle mura e sulle torri a
distanza gli uni dagli altri soldati armati alla leggera, scegliendoli fra gli
arcieri e i frombolieri richiamati in servizio. D disposizione che si
ritirino a un segnale convenuto, quando tutti i soldati si sono imbarcati: e
lascia loro, in un posto di facile accesso, imbarcazioni leggere e veloci.

28


Gli abitanti di Brindisi, risentiti per il comportamento sprezzante di
Pompeo e per i soprusi dei suoi soldati, stavano dalla parte di Cesare. E
cos, venuti a sapere della partenza di Pompeo, mentre tutti correvano qua e
l impegnati in quel preparativo, mandavano ovunque segnali dai tetti. Cesare,
venuto a conoscenza di ci che accadeva grazie a loro, d ordine di preparare
delle scale e di armare i soldati, per non perdere l'opportunit di
intervenire. Pompeo sul fare della notte salpa. I soldati che erano stati
posti di guardia sulle mura vengono richiamati al segnale convenuto e, per il
percorso stabilito, si precipitano sulle navi. I soldati, collocate le scale,
salgono sulle mura, ma avvertiti dagli abitanti di Brindisi di fare attenzione
alla palizzata nascosta e alle fosse, si fermano e, guidati da loro su un
percorso pi lungo, arrivano al porto e, raggiunte con barche e zattere due
navi piene di soldati che si erano incagliate sul molo fatto costruire da
Cesare, se ne impadroniscono.

29


Cesare, pur ritenendo di grande importanza per il compimento della sua
impresa riunire una flotta, attraversare il mare e inseguire Pompeo prima che
costui potesse fare affidamento su aiuti di oltre mare, temeva tuttavia la
lentezza di quella operazione, che necessitava di gran tempo, poich Pompeo
gli aveva tolto per il momento la possibilit di inseguirlo avendo egli gi
fatto incetta di tutte le navi. Non rimaneva che attendere le navi provenienti
dalle pi lontane regioni della Gallia e del Piceno e dallo stretto di
Messina. E, data la stagione, la cosa sembrava lunga e difficile. Inoltre
Cesare non voleva che, durante la sua assenza, si rinforzassero l'esercito
veterano di Pompeo e le due Spagne, una delle quali era molto legata a Pompeo
per i grandissimi favori ricevuti, che venissero organizzate truppe ausiliarie
e una cavalleria e che si cercasse di sollevare l'Italia e la Gallia.

30


E cos per il momento Cesare tralascia di inseguire Pompeo; decide di
partire alla volta della Spagna; ordina ai duumviri di ogni municipio di
procurarsi delle navi e farle pervenire a Brindisi. Manda in Sardegna con una
legione il luogotenente Valerio, in Sicilia il propretore Curione con tre
legioni; gli ordina, non appena presa la Sicilia, di trasportare subito in
Africa l'esercito. M. Cotta governava la Sardegna, M. Catone la Sicilia;
l'Africa era toccata in sorteggio a Tuberone. Gli abitanti di Cagliari,di
propria iniziativa, non appena seppero che da loro era stato inviato Valerio,
e prima ancora che egli lasci l'Italia, cacciano dalla citt Cotta. Costui,
atterrito perch capiva che tutta la provincia la pensava allo stesso modo,
fugge dalla Sardegna in Africa. In Sicilia Catone faceva riparare vecchie navi
da guerra, e ne richiedeva delle nuove alle citt. Lavorava con grande
impegno. In Lucania e nel Bruzzio faceva leve di cittadini romani tramite i
suoi luogotenenti; esigeva dalle citt della Sicilia un certo numero di
cavalieri e fanti. Quando queste operazioni erano quasi compiute, Catone,
venuto a conoscenza dell'arrivo di Curione, in una adunanza pubblica si
lamenta di essere stato abbandonato e tradito da Cn. Pompeo che, senza alcun
preparativo, aveva intrapreso senza necessit una guerra e, alle sue domande e
a quelle del senato, aveva assicurato di avere preparato e predisposto tutto
all'uopo. Dopo essersi cos lamentato in assemblea, fugge via dalla provincia.

31


Approfittando dell'assenza di governo, con l'esercito Valerio sbarca in
Sardegna, Curione in Sicilia. Quando Tuberone giunge in Africa, trova al
governo di questa provincia Azzio Varo; costui, perse le truppe presso Osimo,
come si  detto, subito dopo la fuga era sbarcato in Africa e, trovatala senza
governatore, di sua testa se ne era impadronito e, fatte le leve, aveva messo
insieme due legioni; esperto com'era dei luoghi e degli uomini, pratico della
provincia trov facilmente il modo di intraprendere tali imprese, poich pochi
anni prima, dopo la pretura, ne aveva ottenuto il governo. Varo impedisce
l'accesso al porto e alla citt a Tuberone che con le navi si avvicinava a
Utica, non gli consente neppure lo sbarco del figlio malato, ma lo costringe a
levare le ancore e ad allontanarsi da quella zona.

32


Fatto questo, Cesare, volendo usare il tempo che gli rimaneva per fare
riposare i soldati, li conduce nei municipi pi vicini; egli invece si dirige
alla volta di Roma. Convoca il senato ed espone le ingiurie arrecategli dagli
avversari. Dichiara di non avere cercato nessun potere illegittimo, ma, dopo
avere atteso il tempo stabilito dalla legge per il consolato, di essere stato
pago di questa carica che era concessa a tutti i cittadini. Ricorda che,
nonostante l'opposizione dei suoi avversari e la resistenza violentissima di
Catone, il quale secondo una sua antica abitudine guadagnava giorni e giorni
tirando per le lunghe con i suoi discorsi, al tempo del consolato di Pompeo
era stato proposto da dieci tribuni che si tenesse conto della sua
candidatura, pur se egli era assente: se Pompeo fosse stato contrario alla
proposta, perch avrebbe permesso che essa venisse presentata? E se era
favorevole, perch avrebbe impedito che egli si servisse di tale beneficio
voluto dal popolo? Fa notare la sua tolleranza, avendo egli per primo chiesto
il congedo degli eserciti, mostrandosi con tale proposta disposto a perdere
dignit e onore. Mette in luce l'accanimento degli avversari che rifiutano di
fare ci che pretendono dagli altri e preferiscono porre tutto quanto a
soqquadro piuttosto che lasciare potere ed esercito. Fa notare l'ingiuria a
lui arrecata togliendogli le legioni, la crudelt e l'insolenza nel limitare
il potere dei tribuni; ricorda le proposte di pace che egli ha avanzato, gli
abboccamenti richiesti e rifiutati. In nome di ci prega e chiede ai senatori
di assumere il governo e amministrare la cosa pubblica insieme a lui. Ma se
essi fuggono per timore, dichiara di non avere intenzione di sottrarsi a
questo onere: di governare da solo lo stato. Sostiene che  opportuno mandare
ambasciatori a Pompeo per trattare un accordo e dichiara di non temere ci che
poco prima Pompeo aveva detto in senato, cio che a quelli ai quali si inviano
ambasciatori si attribuisce autorit e che il mandarli  segno della paura di
chi li manda. Queste affermazioni sono opinioni di chi  piccolo e debole.
Egli invero, come ha cercato di primeggiare con le sue imprese, cos vuole
essere superiore per giustizia ed imparzialit.

33


Il senato approva la proposta di mandare ambasciatori, ma non si trovava
chi mandare e, sopra tutto, ciascuno rifiutava, per timore, questo incarico di
ambasciatore. Pompeo infatti, allontanandosi dalla citt, aveva detto in
senato che avrebbe considerato alla stessa stregua coloro che fossero rimasti
a Roma o che fossero stati nell'accampamento di Cesare. Cos si perdono tre
giorni in dispute e rifiuti. Gli avversari di Cesare sobillano anche il
tribuno della plebe Lucio Metello per mandare in lungo la cosa e impedire
quanto altro Cesare avesse deciso di fare. Cesare, venuto a conoscenza di tale
piano, dopo avere invano perduto alcuni giorni, per non sprecare il tempo che
gli rimaneva, parte da Roma e giunge nella Gallia Ulteriore.

34


Quando vi giunge, viene a sapere che Pompeo aveva mandato in Spagna
Vibullio Rufo che egli, pochi giorni prima, aveva fatto prigioniero a Corfinio
e poi lasciato andare; e che Domizio era parimenti partito per occupare
Marsiglia con sette navi molto veloci che aveva sequestrato a cittadini
privati nell'isola del Giglio e nel territorio di Cosa, equipaggiate con
servi, liberti e suoi contadini; che prima erano stati mandati a Marsiglia in
qualit di ambasciatori dei giovani nobili marsigliesi che Pompeo, nel
lasciare Roma, aveva esortato a non dimenticare gli antichi suoi benefici per
quelli di recente ricevuti da Cesare. Accolto questo invito, i Marsigliesi
avevano chiuso le porte a Cesare; avevano chiamato presso di loro gli Albici,
gente barbara che fin dai tempi antichi era sotto la loro protezione e abitava
le montagne sopra Marsiglia; avevano fatto venire grano in citt dai paesi
vicini e da tutti i castelli; avevano predisposto in citt fabbriche di armi;
riparavano le mura, le porte, la flotta.

35


Cesare convoca presso di s i quindici notabili di Marsiglia. Porta
avanti con loro trattative affinch i Marsigliesi non diano origine alla
guerra; ricorda che loro dovere  seguire l'esempio autorevole di tutta
l'Italia pi che obbedire alla volont di uno solo. Ricorda loro le altre
ragioni che crede utili a farli rinsavire. I quindici notabili, dopo avere
riferito il discorso di Cesare ai concittadini, cos gli rispondono in loro
nome: comprendono che il popolo romano  diviso in due partiti, non compete
loro n sono in grado di stabilire quale dei due partiti difenda una causa pi
giusta. Capi di queste fazioni sono Cn. Pompeo e C. Cesare, entrambi
protettori della citt: uno ha ceduto loro pubblicamente i territori dei Volci
Arecomici e degli Elvi, l'altro ha loro assegnati come tributari i Salii vinti
in guerra e ha aumentato i proventi. Pertanto, dinanzi a uguali benefici,
devono pagare un uguale tributo di riconoscenza, e non aiutare l'uno contro
l'altro n accogliere (i contendenti) in citt o nel porto.

36


Durante questi colloqui, Domizio giunge con le navi a Marsiglia e,
accolto dai Marsigliesi, viene messo a capo della citt; a lui  affidata la
suprema direzione della guerra. Al suo comando la flotta viene inviata
ovunque; si impossessano delle navi onerarie ove possono e le conducono in
porto; si servono di quelle poche provviste di ferro, legname o altri attrezzi
per riparare e armare le altre; raccolgono nei magazzini dello stato il
frumento che viene trovato; mettono in serbo altri tipi di merce e vettovaglie
da utilizzare nel caso di un assedio della citt. Cesare, mosso da tali
affronti, conduce tre legioni davanti a Marsiglia; ordina la costruzione di
torri e casotti mobili per l'assedio della citt, ad Arles fa costruire dodici
navi da guerra. Esse vengono costruite e armate dopo soli trenta giorni dal
taglio del legname; condotte a Marsiglia, Cesare le pone sotto il comando di
D. Bruto e lascia il suo luogotenente C. Trebonio all'assedio della citt.

37


 Mentre porta avanti e dirige questi preparativi, manda innanzi in Spagna
il luogotenente C. Fabio con tre legioni, che aveva lasciato a svernare a
Narbona e dintorni, e ordina che siano occupati in breve tempo i passi dei
Pirenei, che al momento teneva con dei presidi il luogotenente pompeiano L.
Afranio. Ordina alle altre legioni, che svernavano pi lontano, di seguire
Fabio, che, secondo gli ordini, ha rapidamente scacciato il presidio dai passi
pirenei e, a marce forzate, si  diretto contro l'esercito di Afranio.

38


All'arrivo di L. Vibullio Rufo, che come si  detto era stato mandato in
Spagna da Pompeo, Afranio, Petreio e Varrone, luogotenenti di Pompeo, dei
quali il primo controllava con tre legioni la Spagna Citeriore, il secondo,
con due legioni, quella Ulteriore dal valico di Castulo all'Anas, il terzo,
con un uguale numero di legioni, a partire dall'Anas il territorio dei Vettoni
e la Lusitania, si dividono tra di loro i compiti: Petreio, dalla Lusitania
attraverso il territorio dei Vettoni, si deve congiungere, insieme con tutte
le milizie, con Afranio, Varrone con le legioni in suo possesso deve difendere
tutta la Spagna Ulteriore. Stabilito ci, Petreio fa richiesta di cavalieri e
truppe ausiliarie a tutta la Lusitania, Afranio alla Celtiberia, ai Cantabri e
a tutti i barbari confinanti con l'Oceano. Radunate queste forze, Petreio,
passando per il territorio dei Vettoni, raggiunge in breve tempo Afranio; per
comune accordo stabiliscono di condurre le operazioni di guerra presso Ilerda,
a causa della sua posizione strategica.

39


Come prima si  detto, le legioni di Afranio erano tre, quelle di Petreio
due; inoltre le coorti provenienti dalla Spagna Citeriore, armate di scudo, e
dalla Spagna Ulteriore, armate di scudo leggero, erano circa trenta e i
cavalieri provenienti da entrambe le province erano circa cinquemila. Cesare
aveva inviato in Spagna sei legioni, circa seimila fanti ausiliari, tremila
cavalieri, che aveva avuto con s in guerre precedenti, e un uguale numero
provenienti dalla Gallia che aveva pacificato, arruolando con chiamate
nominali i pi nobili e valorosi di tutte le citt; duemila uomini del nobile
popolo degli Aquitani e di quello che abita le montagne che confinano con la
Gallia. Aveva sentito dire che Pompeo si dirigeva in Spagna con le legioni
passando per la Mauritania e che vi sarebbe giunto in breve tempo. Subito
prese in prestito denaro dai tribuni dei soldati e dai centurioni e lo
distribu all'esercito. Con tale iniziativa ottenne due risultati: con tale
debito vincol la volont dei centurioni e con l'elargizione riconquist il
favore dei soldati.

40


Fabio, con lettere e messaggeri, tentava di guadagnarsi le simpatie delle
popolazioni vicine. Aveva fatto costruire sul fiume Segre due ponti distanti
fra loro quattro miglia. Attraverso questi ponti mandava a fare rifornimenti,
poich nei giorni precedenti era stato consumato tutto ci che era al di qua
del fiume. La stessa cosa, e per il medesimo motivo, facevano i comandanti
dell'esercito di Pompeo e spesso entrambi si scontravano con attacchi di
cavalleria. Un giorno che due legioni di Fabio, uscite come di consueto per
presidiare quelli che andavano in cerca di viveri, avevano attraversato il
fiume dal ponte pi vicino, seguite da tutta la cavalleria e dai carri,
all'improvviso per la violenza dei venti e la piena del fiume il ponte fu
interrotto e una gran parte della cavalleria fu tagliata fuori. Petreio e
Afranio vennero a conoscenza della cosa, poich terra e graticci venivano
trascinati dalla corrente. Subito Afranio, attraverso il suo ponte che
congiungeva la citt con il suo accampamento fece passare quattro legioni e
tutta la cavalleria muovendo contro le due legioni di Fabio. Alla notizia del
suo arrivo, L. Planco, che era a capo delle legioni, costretto dalla necessit
occupa una zona elevata e schiera i soldati su due fronti per non essere
circondato dalla cavalleria. Cos, venuto alle mani, pur con forze impari,
sostiene l'impetuoso assalto di legioni e cavalieri. Quando i cavalieri hanno
dato inizio alla battaglia, si scorgono da lontano, da entrambe le parti, le
insegne delle due legioni che C. Fabio aveva mandato in aiuto ai nostri dal
ponte pi lontano, sospettando che sarebbe accaduto ci che avvenne, cio che
i comandanti nemici mettessero a frutto la situazione e l'aiuto della Fortuna
per assalire i nostri. Al loro arrivo la battaglia viene troncata e i due
comandanti riconducono le loro legioni nell'accampamento.

41


Due giorni dopo, Cesare con novecento cavalieri che si era tenuto di
scorta giunge nell'accampamento. Il ponte, interrotto per la tempesta, era
quasi rifatto; diede ordine che fosse completato nella notte. Studiata la
natura dei luoghi, lascia di scorta al ponte e all'accampamento sei legioni e
tutto il bagaglio; il giorno dopo, con tutte le milizie schierate su tre file,
parte per Ilerda e si ferma sotto l'accampamento di Afranio e l per un po'
indugiando in armi offre occasione di battaglia in una posizione favorevole.
Presentatasi l'occasione, Afranio conduce fuori le truppe e si ferma a met
del colle sotto l'accampamento. Cesare, come vide che dipendeva da Afranio se
non si attaccava battaglia, ordina di porre l'accampamento a circa
quattrocento passi dai piedi del monte e, affinch i soldati durante le
operazioni di lavoro non fossero sorpresi da improvvisi assalti dei nemici e
distolti dal lavoro, proib che si facessero fortificazioni con bastioni, che
dovevano necessariamente essere di alte dimensioni e visibili da lontano, ma
diede ordine che venisse scavata, di fronte al nemico, una fossa di quindici
piedi. La prima e la seconda fila rimaneva in armi, come era stata schierata
dall'inizio; dietro di loro la terza schiera, di nascosto, portava avanti il
lavoro. Cos tutto fu completato prima che Afranio comprendesse che
l'accampamento veniva fortificato. Verso sera Cesare ritira le legioni al di
qua di questa fossa e qui, in armi, trascorre tranquillamente la notte
seguente.

42


Il giorno dopo trattiene tutto l'esercito al di qua del fossato e, poich
si doveva cercare alquanto lontano materiale per la trincea, ordina per il
momento lavori simili a quelli del giorno prima; assegna alle singole legioni
la fortificazione dei singoli lati dell'accampamento e d ordine che si
scavino fosse della medesima larghezza. Afranio e Petreio, per seminare
scompiglio e impedire i lavori, fanno avanzare le loro milizie fino alle pi
basse pendici del monte e provocano a battaglia; ma nemmeno per questo Cesare
interrompe i lavori, confidando nell'aiuto delle tre legioni e nella difesa
della fossa. Quelli, dopo essersi fermati non a lungo e senza spingersi troppo
lontano dai piedi del colle, riconducono le milizie nell'accampamento. Il
terzo giorno Cesare fortifica l'accampamento con una palizzata e d ordine che
siano ivi condotti i bagagli e le coorti che aveva lasciato nell'accampamento
precedente.

43


Vi era tra la citt di Ilerda e il colle vicino, dove Petreio e Afranio
avevano l'accampamento, una pianura di circa trecento passi; quasi nel punto
intermedio vi era una modesta altura. Cesare sperava che, se se ne fosse
impossessato e l'avesse fortificata, avrebbe tagliato fuori gli avversari dal
ponte, dalla citt e da tutte le vettovaglie in essa accumulate. Con questa
speranza conduce fuori dall'accampamento tre legioni e, disposte le file di
battaglia in luoghi idonei, ordina all'avanguardia di una sola legione di
avanzare e occupare quel colle. Una volta che ci fu noto, le coorti di
Afranio che erano di guarnigione davanti all'accampamento vengono velocemente
mandate per una via pi breve a occupare il medesimo luogo. Si giunge a
battaglia e, poich per primi erano sopraggiunti sul colle i soldati di
Afranio, i nostri vengono respinti e, in seguito all'invio di altri aiuti
nemici, vengono costretti alla fuga e a ritirarsi presso le legioni.

44


La tattica dei soldati di Afranio era di avanzare subito con grande
impeto, prendere audacemente posizione, non conservare le file, combattere qua
e l in piccoli gruppi; se venivano incalzati, giudicavano non vergognoso
ritirarsi e abbandonare la posizione, perch con i Lusitani e con altri
barbari si erano abituati a un metodo rozzo di combattimento; avviene quasi
sempre che ogni soldato risenta delle abitudini dei luoghi in cui ha servito a
lungo. In quell'occasione questa tattica sconvolse i nostri non avvezzi a quel
genere di combattimento; poich gli avversari avanzavano di corsa uno a uno, i
nostri pensavano di venire attaccati dal fianco scoperto; avevano inoltre
pensato di dovere conservare le proprie file, non allontanarsi dalle insegne
e, senza grave causa, non lasciare quella posizione che avevano raggiunto. E
cos per lo scompiglio dell'avanguardia la legione che si trovava in quell'ala
non fu in grado di tenere la propria posizione e si ritir sul colle vicino.

45


Cesare, poich inaspettatamente e insolitamente quasi tutto l'esercito
era in preda allo scompiglio, rincuora i suoi e fa venire loro in aiuto la
nona legione; sbaraglia i nemici che inseguivano i nostri con accanimento e
baldanza e li costringe di nuovo a volgere le spalle e a ritirarsi verso la
citt di Ilerda e a fermarsi sotto le mura. Ma i soldati della nona legione,
trasportati dal desiderio di riparare il danno ricevuto, inseguiti
sconsideratamente troppo a lungo i fuggitivi, avanzano in un luogo sfavorevole
e salgono su per il monte dove vi era la citt di Ilerda. Quando poi vogliono
ritirarsi da l, di nuovo i soldati di Afranio da una posizione pi alta li
incalzano. Il luogo era scosceso, ripido da entrambi i lati, e si stendeva
tanto in larghezza da essere riempito da tre coorti schierate, n potevano
essere inviati aiuti dai lati n i cavalieri potevano venire in soccorso a chi
si trovava in difficolt. Dalla parte della citt vi era poi un luogo
leggermente declive che si protraeva in lunghezza per circa quattrocento
passi. Da questa parte si svolgeva la ritirata dei nostri, perch fin l si
erano spinti sconsideratamente mossi dal loro ardore. Si combatteva in questo
luogo sfavorevole sia per la sua angustia sia perch i nostri si erano fermati
proprio alle pendici del monte cos che nessun dardo veniva lanciato invano
contro di loro. Tuttavia con il valore e la costanza si facevano forza e
sopportavano colpo su colpo. Le forze nemiche aumentavano e dall'accampamento,
attraverso la citt, di continuo venivano inviate coorti per sostituire
soldati stanchi con quelli riposati. Cesare tentava di operare lo stesso
avvicendamento; inviando in zona di battaglia coorti fresche, faceva ritirare
i soldati stanchi.

46


In tal modo si combatt ininterrottamente per cinque ore e i nostri,
siccome erano incalzati troppo massicciamente dal numero degli avversari e non
avevano pi giavellotti, si lanciano su per il monte contro le coorti nemiche
a spade sguainate; ne uccidono pochi, ma costringono gli altri a ripiegare.
Spinte le truppe sotto le mura e in parte, per il terrore, cacciatele nella
citt, ai nostri fu data facilmente la possibilit di ritirata. Inoltre,
sebbene la nostra cavalleria si fosse fermata in basso in una zona avvallata,
tuttavia tenta, con grandissimo valore, di salire sul colle e, cavalcando in
mezzo alle due schiere, permette ai nostri una ritirata pi facile e sicura.
Cos si combatt con esito vario. Nel primo scontro caddero circa settanta dei
nostri e fra essi Q. Fulginio, primo centurione degli astati della legione
XIV, il quale era giunto dai gradi inferiori a quella posizione per il suo
valore; i feriti sono pi di seicento. Tra i seguaci di Afranio vengono uccisi
T. Cecilio, centurione del primo manipolo e oltre a lui quattro centurioni e
pi di duecento soldati.

47


Ma fu opinione comune a entrambe le parti di essere risultate vincitrici
di questa giornata: quelli di Afranio poich, sebbene a giudizio di tutti
sembrassero essere inferiori, avevano resistito per cos tanto tempo nel corpo
a corpo e avevano sostenuto l'impeto dei nostri e dall'inizio avevano tenuto
la posizione e il colle, e ci era stato causa di battaglia, e nel primo
attacco avevano costretto i nostri a darsi alla fuga; i nostri invece poich
avevano retto per cinque ore a una battaglia in posizione sfavorevole con un
numero non pari di forze, poich erano saliti sul monte con le spade in pugno,
poich avevano costretto gli avversari a fuggire da un luogo elevato e li
avevano respinti in citt. I soldati di Afranio fortificarono con grandi opere
di difesa quella collinetta per la quale si combatt e vi posero un presidio.

48


Due giorni dopo questi avvenimenti accade una improvvisa disgrazia. Si
scatena infatti un temporale cos forte come non mai si diceva fosse accaduto
in quei luoghi. Inoltre su tutti i monti si sciolsero le nevi e le acque
superarono le pi alte rive del fiume e in un solo giorno interruppero
entrambi i ponti che C. Fabio aveva fatto costruire. La cosa rec all'esercito
di Cesare grandi difficolt. Infatti essendo l'accampamento, come si  detto
sopra, tra i due fiumi Sicori e Cinga, per un tratto di trenta miglia non era
possibile passare n l'uno n l'altro e inevitabilmente tutti erano trattenuti
in questo spazio ristretto; le citt che si erano alleate con Cesare non
potevano inviargli frumento e coloro che si erano molto allontanati per
cercare foraggio, tagliati fuori dai fiumi, non potevano fare ritorno e non
potevano giungere all'accampamento i grandi approvvigionamenti provenienti
dall'Italia e dalla Gallia. La stagione, poi, era particolarmente sfavorevole
poich non vi era frumento nei granai e mancava molto al nuovo raccolto e le
citt erano state saccheggiate, poich Afranio prima dell'arrivo di Cesare
aveva trasportato quasi tutto il frumento a Ilerda; e se ne era rimasto Cesare
lo aveva consumato nei giorni precedenti; le citt confinanti, a causa della
guerra, avevano mandato lontano il bestiame che durante la carestia poteva
essere un aiuto alternativo. Coloro che si erano allontanati in cerca di
foraggio e frumento venivano incalzati dai Lusitani armati alla leggera e dai
soldati cetrati della Spagna Citeriore, pratici di quei luoghi; avevano
facilit ad attraversare a nuoto il fiume, poich secondo la loro consuetudine
non andavano sotto le armi senza otri.

49


Di contro l'esercito di Afranio aveva ogni cosa in abbondanza. Nei giorni
precedenti era stato raccolto e trasportato molto frumento; molto ne veniva
portato da ogni provincia; vi era foraggio in grande quantit. Il ponte di
Ilerda offriva la possibilit di avere senza alcun pericolo tutto e i luoghi
al di l del fiume erano integri nelle loro risorse perch Cesare non poteva
assolutamente raggiungerli.

50


Questa piena dur parecchi giorni. Cesare tent di ricostruire i ponti,
ma la piena del fiume non lo permetteva e le coorti nemiche disposte lungo la
riva ostacolavano il completamento dei lavori. Era loro facile essere
d'ostacolo sia per la configurazione dello stesso fiume e per la altezza delle
acque sia perch da tutte le rive venivano scagliati dardi in un solo posto e
per di pi angusto. Risultava difficile portare a termine i lavori sul fiume
in rapida e contemporaneamente evitare i dardi.

51


Viene comunicato ad Afranio che grandi approvvigionamenti, diretti a
Cesare, erano fermi presso il fiume. Erano qui giunti arcieri ruteni,
cavalieri della Gallia con molti carri e grandi bagagli, come l'uso gallico
richiede. Vi erano inoltre circa seimila uomini di ogni categoria sociale con
i servi e i figli; ma nessun ordine, nessun comando sicuro vi era, ciascuno
agiva secondo il proprio giudizio e tutti procedevano senza timore, senza
disciplina come nei giorni e nelle tappe precedenti. Vi erano parecchi giovani
di nobile famiglia, figli di senatori e di cavalieri, vi erano ambascerie
delle citt, vi erano luogotenenti di Cesare. A tutti costoro la strada era
preclusa dalla piena. Afranio con tutta la cavalleria e tre legioni si muove
di notte per annientarli e, mandati avanti i cavalieri, li assale
all'improvviso. Tuttavia la cavalleria dei Galli si appronta velocemente e
attacca battaglia. Finch il combattimento fu condotto ad armi pari, costoro,
pur essendo pochi, fecero fronte a un gran numero di nemici; ma, quando
incominciarono ad avvicinarsi le insegne delle legioni, perduti pochi soldati,
si rifugiano sui monti vicini. La durata di questa battaglia fu decisiva per
la salvezza dei nostri; infatti, approfittando di questo tempo, si ritirarono
sulle alture. In quel giorno si persero circa duecento sagittari, pochi
cavalieri, un numero non grande di addettial trasporto dei bagagli e non molte
salmerie.

52


Di conseguenza per tutti questi motivi, i prezzi rincararono, rincaro che
di solito diventa pesante non solo per la carestia presente, ma anche per il
timore del futuro. Gi il grano per la carestia era salito a cinquanta denari
il moggio e la mancanza di frumento aveva fiaccato le forze dei soldati e il
disagio cresceva di giorno in giorno. E cos in pochi giorni si era verificato
un grande cambiamento della situazione e la Sorte era cos peggiorata che i
nostri lottavano contro la totale mancanza delle cose necessarie, mentre i
nemici abbondavano di tutto e si ritenevano superiori. Cesare, dal momento che
non vi era abbondanza di frumento, esigeva dalle citt alleate bestiame;
inviava alle citt pi lontane addetti al trasporto; ed egli si difendeva
dalla carestia presente con i mezzi che poteva.

53


Afranio, Petreio e i loro amici mandavano a Roma ai loro queste notizie,
anzi le amplificavano ed esageravano. Le dicerie accrescevano ancora le
esagerazioni, sicch la guerra sembrava essere quasi terminata. Giunte a Roma
queste lettere e queste notizie, vi era un grande accorrere alla casa di
Afranio e ci si felicitava; molti partivano dall'Italia e andavano da Cn.
Pompeo, alcuni per essere i primi a portare tale notizia, altri per non
sembrare di avere atteso l'esito della guerra ed essere arrivati ultimi fra
tutti.

54


Essendo la situazione cos difficile e tutte le vie essendo occupate dai
soldati e dai cavalieri di Afranio e non potendo essere ricostruiti i ponti,
Cesare ordina ai soldati di fabbricare navi di quel tipo che l'esperienza
britannica negli anni passati gli aveva fatto conoscere. Le chiglie e
l'ossatura erano fatte di legno leggero; il rimanente corpo delle navi era
intessuto di vinchi e rivestito di pelli. Quando sono compiute, di notte le fa
portare, con dei carri uniti, a circa ventidue miglia dall'accampamento e con
queste navi trasporta i soldati al di l del fiume e occupa di sorpresa il
colle vicino alla riva. Lo fortifica in fretta prima che gli avversari se ne
accorgano. Poi trasporta qui la legione e in due giorni, lavorando da entrambi
i lati, fa completare il ponte. E cos senza pericolo fa arrivare presso di s
i viveri e coloro che erano usciti in cerca di frumento, incominciando a
rendere pi facile l'approvvigionamento.

55


Nello stesso giorno fece passare il fiume a una gran parte dei cavalieri.
Costoro, assaliti i foraggiatori avversari che non se l'aspettavano e quelli
che stavano qua e l sparsi senza alcun timore, prendono un grandissimo numero
di giumenti e di uomini e, quando vengono mandate in aiuto le coorti cetrate
di Afranio, abilmente si dividono in due gruppi, gli uni per presidiare la
preda, gli altri per fare resistenza a quelli che sopraggiungevano e per
respingerli. E una coorte che temerariamente davanti a tutte era avanzata
oltre la linea di combattimento, isolata dalle rimanenti, viene circondata e
distrutta. I soldati di Cesare, incolumi, ritornano con una grande preda
nell'accampamento attraverso il medesimo ponte.

56


Mentre si svolgono questi avvenimenti nei pressi di Ilerda, gli abitanti
di Marsiglia, valendosi del consiglio di L. Domizio, armano diciassette navi
da guerra, delle quali undici erano coperte. A queste aggiungono molte piccole
barche per incutere col numero stesso terrore alla nostra flotta. Imbarcano un
gran numero di sagittari e di Albici, dei quali si  parlato prima, e li
incitano con promesse di premi. Domizio si riserva un determinato numero di
navi e le equipaggia di coloni e pastori che si era portato appresso. E cos
allestita la flotta di ogni cosa, con grande baldanza si dirigono verso le
nostre navi comandate da D. Bruto e ancorate presso l'isola che si trova di
fronte a Marsiglia.

57


Bruto si trovava in grande inferiorit per il numero di navi, ma Cesare
aveva assegnato alla sua flotta uomini valorosissimi scelti fra tutte le
legioni, alfieri e centurioni che avevano fatto richiesta di tale incarico.
Costoro avevano preparato ramponi e raffi di ferro e si erano armati con un
gran numero di giavellotti, aste e armi di altro tipo. Cos, venuti a
conoscenza dell'arrivo dei nemici, traggono fuori dal porto le loro navi e
attaccano battaglia con i Marsigliesi. Da entrambe le parti si combatt con
grande coraggio e accanimento; e gli Albici, fieri montanari abituati alle
armi, non erano molto inferiori ai nostri per valore. Costoro da poco tempo si
erano separati dai Marsigliesi e conservavano nel cuore le loro recenti
promesse, e i pastori di Domizio, eccitati dalla speranza di libert, si
sforzavano di dare prova del loro valore sotto gli occhi del padrone.

58


Gli stessi Marsigliesi, confidando nella velocit delle navi e
nell'abilit dei timonieri, si prendevano gioco dei nostri e schivavano i loro
assalti e, finch era loro possibile prendere il largo, estesa per un tratto
pi ampio la linea del combattimento, si sforzavano di circondare i nostri o
di assalire a una a una le nostre navi con un gran numero di loro navi o, se
era possibile, di affiancarsi e rompere i remi. Quando poi non potevano fare a
meno di venire abbordati, messa da parte l'arte e le astuzie dei piloti,
facevano ricorso al valore dei montanari. I nostri non solo avevano rematori
meno addestrati e nocchieri meno accorti, che erano stati presi in gran fretta
dalle navi da carico e non avevano ancora imparato il vocabolario tecnico
degli attrezzi, ma erano anche impediti dalla lentezza e dal peso delle navi.
Erano infatti state costruite in fretta con legname non stagionato e non
avevano lo stesso vantaggio della celerit. E cos pur di avere modo di
combattere da vicino, volentieri si scagliavano con una singola nave contro
due e, lanciate le mani di ferro, tenendo ferme entrambe le navi, combattevano
da una parte e dall'altra, arrembando le navi dei nemici. Uccidono un gran
numero di Albici e di pastori, affondano parte delle navi, ne catturano alcune
con l'equipaggio, ricacciano nel porto le altre. In quel giorno andarono
perdute nove navi marsigliesi, comprese quelle catturate.

59


Nei pressi di Ilerda viene riferita a Cesare questa prima buona notizia e
contemporaneamente, completato anche il ponte, la sorte in breve tempo muta.
Gli avversari, sconvolti dal valore della cavalleria, si muovevano con minore
libert e audacia; talora, senza allontanarsi troppo dall'accampamento per
assicurare una pronta ritirata, si procuravano foraggio in spazi ristretti,
talora, con un giro assai lungo, cercavano di evitare le sentinelle e i posti
di guardia della cavalleria o, quando ricevevano qualche danno o vedevano da
lontano la cavalleria, trovandosi a mezza strada, gettavano i bagagli e si
davano alla fuga. Alla fine avevano stabilito di sospendere per parecchi
giorni il foraggiamento e di andare in cerca di foraggio di notte
contrariamente all'abitudine di tutti.

60


Frattanto gli Oscensi e i Calagurritani, che erano tributari degli
Oscensi, inviano a Cesare ambasciatori e promettono di eseguire i suoi
comandi. Li seguono i Tarragonesi, gli Iacetani, gli Ausetani e, pochi giorni
dopo, gli Ilergaoni, che confinano con il fiume Ebro. A tutti costoro Cesare
chiede forniture di frumento. Le promettono e, requisite da ogni parte tutte
le bestie da soma, le trasportano nell'accampamento. Anche una coorte degli
Ilergaoni, conosciuta la decisione della loro citt, passa dalla parte di
Cesare, togliendo le insegne dal posto di guardia afraniano per portarle nel
suo campo. In breve tempo un grande mutamento della situazione: completato il
ponte, ottenuta l'amicizia di cinque grandi citt, risolto il problema del
vettovagliamento, cessate le voci sulle legioni che si dicevano venire in
aiuto, condotte da Pompeo, passando per la Mauritania; molte popolazioni,
anche alquanto lontane, abbandonano Afranio e si alleano con Cesare.

61


Mentre gli animi degli avversari erano atterriti da questi eventi,
Cesare, per non dovere sempre fare transitare la cavalleria per il ponte con
un lungo giro, trovato un luogo idoneo, fece costruire parecchie fosse larghe
trenta piedi con le quali deviare una parte del fiume Sicori e creare un guado
in questo fiume. Quasi terminati questi lavori, Afranio e Petreio sono colti
dal grande timore di essere completamente tagliati fuori dai rifornimenti di
frumento e foraggio, poich Cesare era molto forte nella cavalleria. Cos essi
stessi decidono di lasciare quei luoghi e trasferire in Celtiberia l'azione
bellica. Veniva in appoggio a questa decisione anche il fatto che delle due
opposte fazioni che nella guerra precedente avevano parteggiato per Q.
Sertorio, le popolazioni vinte temevano il nome e il potere di Pompeo, bench
lontano, quelle che erano rimaste nell'alleanza, colmate di grandi benefici,
lo amavano, mentre il nome di Cesare fra quelle popolazioni barbare risultava
alquanto poco noto. Qui in Celtiberia speravano in un gran numero di cavalieri
e di truppe ausiliarie e, su un territorio a loro favorevole, pensavano di
potere trascinare la guerra fino al periodo invernale. Presa questa decisione
danno ordine di radunare le navi reperite lungo tutto il corso del fiume Ebro
e di condurle a Octogesa, citt sulla riva del fiume a venti miglia
dall'accampamento. Presso questa localit ordinano di costruire un ponte di
navi; conducono due legioni al di l del fiume Sicori e fortificano
l'accampamento con un vallo di dodici piedi.

62


Venuto a conoscenza della cosa tramite esploratori, Cesare, con durissimo
lavoro dei soldati, senza posa di giorno e di notte, era giunto a tal punto
nel deviare il fiume, che i cavalieri, sebbene con difficolt e a stento,
potevano tuttavia osarne l'attraversamento, ma i fanti stavano fuori solo con
le spalle e la parte superiore del petto ed erano ostacolati nel passaggio
dall'altezza delle acque e talora anche dalla rapidit delle correnti. Ma
tuttavia quasi nel medesimo tempo veniva diffusa la notizia che il ponte
sull'Ebro era quasi completato e che si era trovato un guado nel Sicori.

63


Allora invero pi che mai i nemici pensavano di dovere affrettare la
partenza. E cos lasciate due coorti ausiliarie di guardia a Ilerda, con tutte
le milizie attraversano il Sicori e si uniscono alle due legioni che l'avevano
passato nei giorni precedenti. A Cesare non rimaneva che molestare e assalire
con la cavalleria la schiera nemica. Infatti il passaggio sul suo ponte
prevedeva un lungo giro, mentre i nemici potevano giungere all'Ebro con un
tragitto pi breve. I cavalieri inviati da Cesare attraversano il fiume e,
quando intorno alla mezzanotte Afranio e Petreio iniziano la marcia, si
mostrano all'improvviso alla retroguardia nemica e, sparsisi in gran numero
all'intorno, incominciano a creare ostacoli e a impedire la marcia.

64


Allo spuntare del giorno dalle alture vicine all'accampamento di Cesare
si scorgeva la retroguardia nemica, violentemente incalzata dagli attacchi
della nostra cavalleria, talora resistere e talora venire sbaragliata; altre
volte i nemici muovevano all'assalto e, con l'impeto di tutte le coorti
insieme, facevano indietreggiare i nostri, poi di nuovo i nostri inseguivano i
nemici dopo averli costretti a fare cambiamento di fronte. In tutto
l'accampamento poi si formavano capannelli di soldati che si lagnavano che
Cesare si lasciasse sfuggire di mano il nemico e che la guerra di conseguenza
andasse troppo per le lunghe. Si rivolgevano ai tribuni dei soldati e ai
centurioni a pregarli che per mezzo loro Cesare venisse informato di non
badare alle loro fatiche o pericoli: essi erano pronti, erano in grado e
osavano attraversare il fiume nel punto in cui era stata fatta passare la
cavalleria. Incoraggiato dalle loro voci e dal loro ardore, Cesare, pur
temendo di esporre l'esercito alla piena di un fiume tanto grande, giudica
tuttavia opportuno rischiare e fare il tentativo. Ordina pertanto di
selezionare fra tutte le compagnie i soldati pi deboli il cui coraggio e
forza sembravano non essere all'altezza dell'impresa. Lascia costoro con una
legione a guardia dell'accampamento; conduce fuori le rimanenti legioni senza
bagagli e, posto un grande numero di bestie da tiro e da soma al di sopra e al
di sotto del guado, fa attraversare all'esercito il fiume. A pochi di questi
soldati le armi furono portate via dalla corrente; vengono raccolti e
sostenuti dalla cavalleria; nessuno tuttavia perde la vita. Fatto passare
incolume l'esercito, Cesare schiera le milizie e incomincia a condurre avanti
l'esercito disposto su tre file. E nei soldati tanto fu l'ardore che,
nonostante l'allungamento della marcia con un giro di sei miglia e il lungo
indugio nel guadare il fiume, prima delle tre del pomeriggio raggiunsero
quelli che erano usciti dall'accampamento dopo la mezzanotte.

65


Quando Afranio con Petreio li scorse di lontano e li riconobbe, atterrito
dalla situazione inaspettata, si ferm nei luoghi pi elevati e schier
l'esercito in ordine di battaglia. Cesare lascia riposare l'esercito in
pianura per non esporlo stanco al combattimento. Insegue e cerca di trattenere
il nemico che tenta di nuovo di riprendere il cammino. I nemici sono costretti
ad accamparsi prima di quanto avevano stabilito. Infatti le montagne erano a
ridosso e a distanza di cinque miglia li attendevano strade difficili e
strette. Desideravano entrare fra questi monti per sfuggire alla cavalleria di
Cesare e, dopo avere posto presidi nelle zone pi anguste, impedire l'avanzata
del suo esercito e potere essi stessi senza pericolo e paura condurre le
milizie al di l dell'Ebro. Essi dovevano tentare e portare a termine a ogni
costo tale operazione; ma stanchi per il combattimento di tutto il giorno e
per la fatica del cammino rimandarono al giorno successivo il progetto. Anche
Cesare pone l'accampamento su un colle vicino.

66


Intorno alla mezzanotte, Cesare viene informato dai soldati di Afranio
che si erano allontanati per procurare acqua ed erano stati catturati dalla
cavalleria, che i capi nemici in silenzio facevano uscire le truppe
dall'accampamento. Conosciuta la mossa, fa dare il segnale d'allarme e fa
gridare, secondo il costume militare: "Ai bagagli". Gli Afraniani, sentito
chiaramente il baccano, temendo di essere costretti a combattere di notte
impacciati dal peso del bagaglio o di rimanere chiusi dalla cavalleria di
Cesare nelle zone anguste, interrompono la marcia e trattengono le truppe
nell'accampamento. Il giorno dopo Petreio con pochi cavalieri va a esplorare
di nascosto il territorio. Dall'accampamento di Cesare si fa altrettanto.
Viene mandato L. Decidio Saxa con pochi soldati a osservare la natura del
luogo. Entrambi riferiscono ai loro la medesima notizia: le prime cinque
miglia di strada sono in pianura, vengono quindi luoghi aspri e montuosi;
l'esercito che per primo avesse occupato questi passi angusti avrebbe senza
difficolt tenuto lontano di qui il ne-mico.

67


Petreio e Afranio in un consiglio di guerra discutono per fissare il
momento migliore per la partenza. I pi proponevano che si marciasse di notte:
si poteva giungere alle gole prima che i Cesariani se ne accorgessero. Altri,
tirando in ballo che la notte precedente era stato dato l'allarme
nell'accampamento di Cesare, sostenevano che non si poteva partire di
nascosto. Dicevano che la cavalleria di Cesare di notte s'aggirava nei
dintorni e presidiava ogni luogo e via; sostenevano che si dovevano evitare
combattimenti notturni, poich un soldato spaventato in una guerra civile di
solito d ascolto pi alla paura che al giuramento. Ma la luce del giorno da
sola sollecita un senso di vergogna, perch si agisce davanti agli occhi di
tutti; molta vergogna arreca anche la presenza dei tribuni e dei centurioni.
Tutto ci, di solito, fa s che i soldati facciano il loro dovere. Perci, a
ogni costo, dovevano aprirsi un passaggio; anche a prezzo di qualche perdita
si sarebbe salvato il grosso dell'esercito e si sarebbe potuta raggiungere la
postazione desiderata. Nel consiglio prevale questo parere e stabiliscono di
partire il giorno dopo all'alba.

68


Cesare, fatti esplorare i luoghi, all'alba conduce tutte le milizie fuori
dall'accampamento e fa loro fare un lungo giro senza un percorso prestabilito.
Infatti le strade che conducevano all'Ebro e a Octogesa erano in possesso dei
nemici che vi avevano posto di fronte l'accampamento. Cesare doveva quindi
attraversare valli molto estese e inaccessibili, in molte parti rocce scoscese
impedivano il passaggio sicch era necessario passare le armi di mano in mano
e i soldati avanzavano per gran tratto gli uni tirando su gli altri disarmati.
Ma nessuno rifiutava questa fatica poich pensavano che, se avessero potuto
impedire al nemico di passare l'Ebro e privarlo del frumento, quella sarebbe
stata la fine di tutte le fatiche.

69


In principio i soldati di Afranio uscivano lieti fuori dall'accampamento
a osservare e accompagnavano i nostri con grida di oltraggio: gridavano che
erano costretti a fuggire e a ritornare a Ilerda per mancanza di viveri.
Infatti la marcia era all'opposto della meta proposta e sembrava che si
procedesse in direzione contraria. I loro comandanti invero elogiavano la
decisione dei soldati di essere rimasti nell'accampamento e molto rinforzava
la loro opinione il vedere marciare i nostri senza giumenti e bagagli; erano
pertanto convinti che i nostri non potevano sopportare pi a lungo la mancanza
di viveri. Ma quando videro che a poco a poco la schiera si voltava verso
destra e si accorsero che ormai i primi superavano la linea del loro
accampamento, non vi fu nessuno cos pigro o cos scansafatiche da non pensare
che si doveva subito uscire dall'accampamento e correre ai ripari. Si grida
"all'armi!" e, lasciate l poche coorti di presidio, tutte le milizie escono e
marciano direttamente verso l'Ebro.

70


La contesa fra chi per primo avrebbe preso possesso delle gole e dei
monti dipendeva tutta dalla velocit, ma le difficolt delle strade facevano
ritardare l'esercito di Cesare, mentre la sua cavalleria ostacolava le truppe
di Afranio inseguendole. Tuttavia per i seguaci di Afranio la situazione era
giunta a tale nodo cruciale che, se per primi avessero occupato i monti verso
i quali si dirigevano, essi stessi avrebbero evitato il pericolo, ma non
avrebbero potuto salvare i bagagli di tutto l'esercito e le coorti lasciate
nell'accampamento; isolati dall'esercito di Cesare, non avrebbero potuto in
nessun modo ricevere aiuto. Cesare giunse per primo e, trovata una pianura
oltre le grandi rupi, qui schier contro il nemico l'esercito in ordine di
battaglia. Afranio, poich la sua retroguardia era incalzata dalla cavalleria,
vedendo davanti a s il nemico, trovato un colle vi si ferm. Da questo punto
invia quattro coorti cetrate sul monte che appariva il pi alto di tutti. D
l'ordine di andare a occuparlo di corsa con l'intenzione di dirigervisi egli
stesso con tutte le forze e di giungere a Octogesa, cambiando strada e
passando per le alture. Mentre i soldati cetrati si dirigevano qui con un
percorso obliquo, la cavalleria di Cesare li vede e li assale; non furono in
grado di sostenere nemmeno per un po' la forza della cavalleria e dopo essere
stati tutti quanti circondati vengono uccisi al cospetto di entrambi gli
eserciti.

71


Era il momento opportuno per condurre a buon esito l'azione. E invero non
sfuggiva a Cesare che l'esercito atterrito, subita una cos grande perdita
davanti agli occhi di tutti, non era in grado di opporre resistenza,
soprattutto perch circondato da ogni parte dalla cavalleria, qualora si
venisse alle armi in una zona aperta e piana; tutti insistevano perch
attaccasse battaglia. Luogotenenti, centurioni, tribuni dei soldati
accorrevano presso di lui invitandolo a non esitare a combattere: il morale di
tutti i soldati, dicevano,  altissimo, dall'altra parte gli Afraniani in
molte situazioni hanno mostrato i segni del loro timore, non sono venuti in
aiuto ai loro, non sono scesi dal colle, a stento hanno sostenuto gli attacchi
della cavalleria e, riunite in un solo luogo le insegne, tutti in mucchio, non
badano a tenere i ranghi. Se si temeva lo svantaggio della posizione, si
avrebbe avuto la possibilit di combattere in un luogo qualsiasi, poich di
sicuro Afranio doveva scendere dalla sua altura non potendo rimanere per tanto
tempo senza acqua.

72


Cesare aveva sperato di potere portare a termine la campagna senza
combattere e senza danno dei suoi, poich aveva impedito agli avversari
l'approvvigionamento: perch dunque perdere alcuni dei suoi pur in uno scontro
favorevole? Perch permettere che i suoi soldati, tanto meritevoli nei suoi
confronti, venissero colpiti? Perch infine tentare la Fortuna? Tanto pi che
non  meno degno di un comandante vincere col senno piuttosto che con la
spada. Era mosso da piet anche verso i concittadini che vedeva in pericolo di
vita; preferiva raggiungere lo scopo con la loro incolumit e salvezza. Tale
proposito di Cesare non trovava il consenso della maggior parte dei soldati;
essi invero apertamente tra di loro andavano dicendo che, se veniva sprecata
una tale occasione di vittoria, quand'anche Cesare lo avesse voluto, essi non
avrebbero pi combattuto. Cesare persiste nel suo parere e si allontana un po'
da quel luogo per attenuare il timore dei nemici. Petreio e Afranio,
presentatasi l'opportunit, fanno ritorno nell'accampamento. Cesare, disposti
dei presidi sui monti, impedito ogni passaggio verso l'Ebro, pone il suo
accampamento ben fortificato il pi vicino possibile a quello dei nemici.

73


Il giorno successivo i capi degli avversari, assai sconvolti perch
avevano perduto ogni speranza di potere fare approvvigionamenti e di
raggiungere il fiume Ebro, si consultano su ci che rimaneva da fare. Vi era
una strada, se volevano, per ritornare a Ilerda, un'altra per raggiungere
Tarragona. Mentre stavano deliberando su ci viene riferito che i cercatori di
acqua sono incalzati dalla nostra cavalleria. Saputa la cosa, predispongono
numerosi posti di guardia di cavalleria e di truppe ausiliarie e fra di essi
collocano coorti di legionari; incominciano a costruire un vallo
dall'accampamento in direzione delle sorgenti per potersi procurare acqua
entro la fortificazione, senza paura e senza creare posti di guardia. Petreio
e Afranio si dividono fra di loro il lavoro e per portare a compimento l'opera
si allontanano alquanto dall'accampamento.

74


Alla loro partenza i soldati, colta la possibilit di avere colloqui con
i nostri, escono in massa e ognuno cerca e chiama chi nell'accampamento di
Cesare conosceva o aveva compaesano. Per prima cosa tutti quanti ringraziano
tutti i Cesariani poich il giorno precedente, mentre erano atterriti, li
avevano risparmiati: sono in vita grazie a loro. Quindi chiedono se potevano
fidarsi del comandante, se avrebbero fatto bene a consegnarsi a lui e si
dolgono di non averlo fatto dall'inizio e di avere portato le armi contro
amici e parenti. Incoraggiati da questi discorsi, chiedono a Cesare che
Petreio e Afranio abbiano salva la vita, perch non sembrasse che avessero
macchinato delle azioni delittuose contro di loro n li avessero traditi.
Rassicurati su tali punti, garantiscono di portare subito le insegne dalla
parte di Cesare e gli inviano come ambasciatori i centurioni dei primi ordini
per trattare la pace. Intanto, in seguito a inviti reciproci, gli uni
conducono nel loro accampamento gli amici, gli altri vengono chiamati fuori
dai loro conoscenti, sicch i due accampamenti sembravano essere ora uno solo.
Parecchi tribuni militari e centurioni si recano da Cesare e a lui si
raccomandano; lo stesso avviene da parte dei capi spagnoli che gli Afraniani
avevano fatto venire presso di s e che tenevano nell'accampamento come
ostaggi. Costoro andavano cercando i loro parenti e ospiti per avere ognuno,
tramite essi, modo di raccomandarsi a Cesare. Anche il giovane figlio di
Afranio, per intermediazione dell'ambasciatore Sulpicio, trattava con Cesare
della propria salvezza e di quella del padre. Ovunque vi erano manifestazioni
di gioia e testimonianze di gratitudine, da parte di chi aveva evitato
pericoli cos gravi e da parte di chi pensava di avere concluso un'impresa
cos importante senza danno. A giudizio di tutti, ora Cesare riceveva un
importante frutto della sua moderazione del giorno precedente; da tutti quanti
la sua decisione di non combattere veniva approvata.

75


Afranio, venuto a sapere di tali avvenimenti, lascia l'opera iniziata e
rientra nell'accampamento, pronto, come sembrava, a sopportare di buon animo
qualunque accidente gli fosse capitato. Petreio invece non si scoraggia. Arma
la gente del suo seguito; con costoro e con la coorte pretoria dei cetrati e
con pochi cavalieri barbari, suoi beneficiari, che era solito tenere a guardia
della sua persona, vola all'improvviso verso il vallo, interrompe i discorsi
dei soldati, allontana i nostri dall'accampamento, uccide quelli che cattura.
I rimanenti dei nostri si radunano e, spaventati dall'improvviso pericolo,
avvolgono il braccio sinistro nel mantello e impugnano le spade e cos si
difendono dai cetrati e dai cavalieri,confidando nella vicinanza del campo. E
si ritirano nell'accampamento e vengono difesi da quelle coorti che erano di
guardia presso le porte.

76


Compiuto ci, Petreio in lacrime passa da un manipolo all'altro e chiama
i soldati per nome, li scongiura di non lasciare in balia degli avversari n
lui n Pompeo, il loro comandante assente. Prontamente vi  un affollamento di
soldati davanti alla tenda pretoria. Petreio chiede che tutti giurino di non
tradire e di non abbandonare l'esercito e i comandanti e di non prendere
decisioni, ciascuno per s, separatamente dagli altri. Egli stesso per primo
pronuncia la formula del giuramento; fa prestare lo stesso giuramento ad
Afranio; seguono i tribuni militari e i centurioni; i soldati, fatti avanzare
per centurie, fanno il medesimo giuramento. Ordinano che chiunque abbia presso
di s soldati di Cesare li presenti; al cospetto di tutti uccidono davanti
alla tenda pretoria coloro che sono stati consegnati. Ma i pi vengono
nascosti da coloro che li avevano accolti e di notte vengono fatti scappare
attraverso la trincea. Cos il terrore cagionato dai capi, la crudelt del
massacro, il nuovo vincolo del giuramento portarono via la speranza di una
resa immediata, mutarono l'animo dei soldati e ricondussero la situazione alla
fase di prima: la guerra.

77


Cesare ordina di ricercare con grande cura e rimettere in libert i
soldati nemici che erano giunti a colloquio nel suo accampamento. Ma tra i
tribuni militari e i centurioni alcuni di propria volont rimasero presso di
lui. In seguito Cesare li tenne in grande considerazione; diede ai centurioni
i pi alti gradi e ai cavalieri romani la dignit tribunicia.

78


Gli Afraniani erano tormentati dalla mancanza di foraggio, a stento
riuscivano ad approvvigionarsi di acqua. I legionari avevano una certa
quantit di frumento, poich era stato dato loro ordine di condurre da Ilerda
viveri per otto giorni, i cetrati e gli ausiliari non ne avevano per niente,
perch avevano pochi mezzi per procurarlo e un fisico non abituato a portare
pesi. E cos ogni giorno un gran numero di loro trovava rifugio da Cesare. La
situazione si trovava in tale punto critico. Ma delle due proposte presentate
sembrava migliore quella di ritornare a Ilerda, poich qui avevano lasciato un
po' di frumento. Confidavano di prendere col altre decisioni. Tarragona
distava troppo; comprendevano che in quel viaggio potevano capitare molti
imprevisti. Approvato quel piano, partono dal campo. Cesare manda innanzi la
cavalleria per raggiungere e trattenere la retroguardia e di persona tiene
dietro con le legioni. Non v'era un momento in cui gli ultimi della
retroguardia non venissero attaccati dai cavalieri.

79


Si combatteva in questo modo: le coorti armate alla leggera chiudevano la
retroguardia e nei luoghi piani la maggior parte di esse si fermava. Se si
doveva salire un monte, la natura stessa del luogo facilmente allontanava il
pericolo, poich dai luoghi superiori quelli che erano andati innanzi
proteggevano i compagni durante la salita; quando erano vicini a una valle o a
un pendio, coloro che erano innanzi non potevano portare aiuto a quelli che
rimanevano indietro; allora la cavalleria, da luoghi pi elevati, lanciava
dardi alle spalle dei nemici e la situazione era di grande pericolo. Quando ci
si avvicinava a posti di tal fatta, non rimaneva che ordinare alle legioni di
fermarsi e respingere la cavalleria con grande impeto e, una volta
allontanatala, subito di gran corsa precipitarsi tutti insieme nelle valli e
cos, dopo averle attraversate, di nuovo fermarsi su alture. Infatti non solo
non potevano avere aiuto dalla loro cavalleria, sebbene numerosa, ma,
atterrita com'era dai precedenti scontri, la tenevano in mezzo alle file e per
di pi la dovevano difendere. Nessun cavaliere poteva uscire dalla linea di
marcia senza essere catturato dalla cavalleria di Cesare.

80


Quando si combatte in tale modo, si avanza lentamente, per brevi tratti e
spesso ci si ferma per recare aiuto ai compagni; e cos avvenne allora.
Infatti, dopo essere avanzati quattro miglia, incalzati senza tregua dalla
cavalleria nemica, occupano un monte elevato e qui, senza levare neppure il
bagaglio ai giumenti, pongono il campo, fortificandolo solo dal lato verso il
nemico. Quando s'accorsero che Cesare aveva posto il campo e innalzate le
tende e inviata la cavalleria a cercare foraggio, essi, verso mezzogiorno,
all'improvviso si precipitano fuori e, sperando in una tregua per
l'allontanamento della nostra cavalleria, incominciano a mettersi in marcia.
Cesare, accortosi della cosa, li insegue con le legioni che si erano riposate
e lascia poche coorti di guardia ai bagagli; d ordine di seguirlo alle ore
sedici e di richiamare i foraggiatori e la cavalleria. Subito la cavalleria
ritorna al suo quotidiano lavoro di disturbo durante la marcia. Si hanno
accaniti combattimenti con la retroguardia sicch questa quasi si d alla fuga
e parecchi soldati, e anche alcuni centurioni, vengono uccisi. L'esercito di
Cesare incalzava e, tutto insieme, stava addosso al nemico.

81


Allora invero non essendo possibile n trovare un luogo adatto per porre
il campo n avanzare, i Pompeiani sono costretti a fermarsi e ad accamparsi
lontano dall'acqua e in posizione sfavorevole. Ma Cesare, per i medesimi
motivi sopra esposti, non li provoc a battaglia e in quel giorno non volle
che fossero poste le tende affinch tutti fossero pi pronti all'inseguimento,
se i nemici, di giorno o di notte, avessero tentato una sortita. Costoro,
accortisi della posizione pericolosa dell'accampamento, per tutta la notte
portano in avanti le linee di difesa e spostano il campo in altra sede.
Continuano lo stesso lavoro anche il giorno successivo fin dall'alba e vi
impiegano tutta la giornata. Ma quanto pi procedevano nel lavoro e spostavano
avanti il campo, tanto pi erano lontani dall'acqua e si rimediava al presente
male con altri mali. La prima notte nessuno esce dal campo in cerca d'acqua;
il giorno successivo, lasciato un presidio nel campo, fanno uscire tutte le
truppe per l'approvvigionamento d'acqua, nessuno viene mandato in cerca di
foraggio. Cesare preferiva tenerli in tali tormenti e costringerli alla
capitolazione piuttosto che risolvere il combattimento con le armi. Tenta
tuttavia di circondarli con una trincea e una fossa in modo da impedire al
massimo sortite improvvise, alle quali pensava che per forza avrebbero dovuto
ricorrere. I nemici, costretti dalla mancanza di cibo e per essere pi liberi
nei movimenti, fanno uccidere tutte le bestie da soma.

82


In queste operazioni e in questi piani si consumano due giorni; il terzo
giorno una gran parte del lavoro di Cesare era ormai terminato. I nemici per
impedire il completamento della rimanente parte di fortificazione, dato il
segnale intorno all'ora nona, portano fuori le legioni e si mettono in ordine
di battaglia dinanzi al campo. Cesare richiama le legioni dai lavori, ordina a
tutta la cavalleria di radunarsi, fa lo schieramento di battaglia; infatti
sembrare di volere fuggire la battaglia, contro l'opinione dei soldati e
l'attesa di tutti, sarebbe stato svantaggioso. Ma era indotto a non volere
combattere dai medesimi motivi che si sono detti e ancor pi perch, anche se
i nemici fossero stati costretti alla fuga, la ristrettezza dello spazio non
gli sarebbe potuta essere di grande aiuto per ottenere una vittoria
schiacciante. Infatti gli accampamenti non distavano tra loro pi di duemila
piedi. Di questo spazio due terzi erano occupati dalle schiere; l'altro terzo
era stato lasciato libero per le scorrerie e l'assalto dei soldati. Se si
attaccava battaglia, la vicinanza del campo dava ai vinti un pronto rifugio
dalla fuga. Per questo motivo aveva deciso di opporre resistenza, se i nemici
l'avessero assalito, ma di non essere il primo ad attaccare battaglia.

83


La linea di battaglia afraniana, composta da cinque legioni, era su due
fronti; le coorti ausiliarie collocate sulle ali costituivano una terza linea
di riserva. Lo schieramento di Cesare era su tre file; ma la prima linea era
formata da venti coorti, ossia da quattro coorti provenienti da ciascuna delle
cinque legioni; la seconda linea di sostegno era formata da tre coorti di ogni
legione e la terza da altrettante e ciascuna coorte era collocata dietro alla
propria legione; in mezzo allo schieramento erano posti i saettatori e i
frombolieri; la cavalleria chiudeva i fianchi. Con tale schieramento sembrava
a entrambi gli eserciti di potere mantenere il proprio piano: Cesare di non
attaccare battaglia se non costretto, Afranio di impedire i lavori di
fortificazione di Cesare. In tal modo la situazione viene protratta alle
lunghe e gli schieramenti vengono mantenuti fino al tramonto; quindi entrambi
gli eserciti tornano al campo. Il giorno successivo Cesare si appresta a
terminare le fortificazioni stabilite; gli Afraniani a tentare di passare il
fiume Sicori, se fosse stato possibile attraversarlo. Accortosi della cosa,
Cesare fa passare al di l del fiume i Germani armati alla leggera e una parte
della cavalleria e dispone sulle rive numerosi posti di guardia.

84


Alla fine gli Afraniani, bloccati in ogni modo, ormai da quattro giorni
senza foraggio per gli animali rimasti, mancanti di acqua, legna, frumento,
chiedono un abboccamento, possibilmente in luogo lontano dalla vista dei
soldati. Cesare non accetta questa richiesta, concede solo un abboccamento al
cospetto di tutti; gli viene dato in ostaggio il figlio di Afranio. L'incontro
avviene nel luogo scelto da Cesare. Alla presenza di entrambi gli eserciti
prende la parola Afranio: n loro n i soldati, dice, sono colpevoli per avere
voluto restare fedeli al loro generale Cn. Pompeo. Ma a sufficienza hanno
assolto il loro dovere e a sufficienza hanno sofferto; hanno sopportato la
mancanza di tutto; ora invero, circondati come fiere, viene loro impedito di
bere, di muoversi e non sono in grado di sopportare col corpo i patimenti e
con l'animo la vergogna. Pertanto si dichiarano vinti; implorano e supplicano,
se  rimasto un sentimento di piet, di non essere messi in condizione di
giungere all'estremo martirio. Afranio pronuncia tali parole quanto pi
umilmente e dimessamente pu.

85


A tali parole Cesare risponde: a nessuno meno che ad Afranio conviene il
ruolo di chi si lamenta e cerca compassione. Tutti gli altri infatti avevano
fatto il loro dovere: lui, Cesare, che non aveva voluto venire alle armi anche
in condizioni favorevoli, in un luogo e in un momento conveniente, affinch
persistessero al massimo tutte le opportunit di pace; il suo esercito, che
nonostante le ingiurie ricevute e le uccisioni dei compagni, aveva salvato e
protetto i soldati nemici in propria mano; e infine i soldati dell'esercito
nemico, che di propria iniziativa avevano agito per trattative di pace e in
tal modo avevano pensato di provvedere alla salvezza di tutti i loro compagni.
Cos ognuno, coerentemente, secondo il grado, aveva agito in base a un
sentimento di piet. Sono stati i capi a essere contrari alla pace: essi non
hanno mantenuto fede al diritto di colloquio e di tregua e hanno ucciso con
grande crudelt uomini senza difese e tratti in inganno col pretesto del
colloquio. Era pertanto accaduto a loro ci che suole accadere per lo pi a
uomini troppo ostinati ed arroganti, cio di ricorrere, desiderandolo
ardentemente, a ci che poco prima avevano disprezzato. Ora egli non chiede,
approfittando della loro sottomissione e del favore della circostanza, di che
accrescere le sue forze; ma pretende che siano congedati quegli eserciti
mantenuti ormai per troppi anni contro di lui. N infatti per altro motivo
sono state mandate in Spagna sei legioni e qui ne  stata arruolata una
settima, e tante e cos grandi flotte sono state apprestate e sono stati di
nascosto mandati comandanti esperti di guerra. Nessuno di tali provvedimenti
era stato preso per la pacificazione delle Spagne e per l'utilit della
provincia che durante il periodo di pace non aveva avuto bisogno di nessun
aiuto. Gi da tempo tutti i provvedimenti erano rivolti contro di lui, contro
di lui si istituivano comandi di nuovo genere cos che una medesima persona,
standosene alle porte di Roma, presiedeva le questioni della citt e, pure
assente, teneva per tanti anni due bellicosissime province; contro di lui
venivano mutate le leggi sul conferimento delle magistrature per essere
mandati nelle province non dopo la pretura e il consolato, come nel passato,
ma attraverso l'elezione e l'approvazione di pochi; contro di lui non valeva
pi la giustificazione dell'et poich venivano chiamate al comando degli
eserciti persone segnalatesi in precedenti guerre; contro di lui solo non si
manteneva ci che era sempre stato concesso a tutti i generali, di tornare in
patria, dopo avere compiuto campagne fortunate, o con qualche onore o
certamente senza ignominia e di congedare l'esercito. Tuttavia egli ha
sopportato con pazienza e sopporter ancora tutto ci; e ora vuole non tenersi
l'esercito a loro sottratto, cosa che tuttavia non sarebbe per lui difficile,
ma che non rimanga a loro per potersene servire contro di lui. Dunque, come 
stato detto, ordina di uscire dalle province e di congedare l'esercito; se ci
viene fatto, egli non ha intenzione di nuocere a nessuno. Questa  l'unica e
l'ultima condizione di pace.

86


Ai soldati queste parole di Cesare risultarono graditissime e piacevoli,
come si pot anche comprendere dai segni esteriori: essi si aspettavano
qualche giusto castigo, ottenevano invece, senza richiederlo, il premio del
congedo. Infatti quando si discusse del luogo e del tempo del congedo, tutti,
e con grida e con gesti delle mani, dal vallo dove si trovavano cominciarono a
dare segno di volere essere subito congedati, poich se, nonostante le
assicurazioni date, il congedo fosse stato rimandato ad altro tempo, non
potevano averne pi sicurezza. Dopo una breve discussione da entrambe le
parti, si giunge alla conclusione di congedare subito quelli che avevano
domicilio o propriet in Spagna, gli altri presso il fiume Varo; da parte di
Cesare si ha la garanzia che non venga fatto loro alcun danno e che nessuno
sia costretto ad arruolarsi contro voglia.

87


Cesare promette di fornire frumento da quel momento fino all'arrivo al
fiume Varo. Aggiunge anche che venga restituito ai possessori ci che  stato
perduto in guerra e sia in possesso dei suoi soldati; fatta una giusta stima
d ai suoi soldati denaro corrispondente al valore di questi oggetti. Tutte le
controversie sorte tra i soldati furono poi rimesse spontaneamente al giudizio
di Cesare. Poich le legioni, quasi con una sorta di rivolta, richiedevano a
Petreio e Afranio la paga militare, ed essi sostenevano che non era ancora
giunto il momento, si richiese il giudizio di Cesare ed entrambe le parti
furono soddisfatte della sua decisione. Una terza parte circa dell'esercito fu
congedata in due giorni; Cesare ordin a due sue legioni di marciare avanti e
alle altre di tenere dietro, in modo che i campi non fossero lontani fra di
loro; affida tale incarico al luogotenente Q. Fufio Caleno. La marcia dalla
Spagna al fiume Varo avvenne secondo le sue prescrizioni e qui fu congedato il
resto dell'esercito.


LIBRO SECONDO



1


Mentre in Spagna avvengono questi fatti, il legato Caio Trebonio, che era
stato lasciato ad assediare Marsiglia, incomincia a fare condurre da due parti
verso la citt un terrapieno e fare portare davanti ad essa vinee e torri. Una
parte era vicina al porto e ai cantieri navali, l'altra alla porta per dove si
entra provenendo dalla Gallia e dalla Spagna, presso quel tratto di mare che
tocca la foce del Rodano. Infatti Marsiglia  bagnata dal mare quasi da tre
lati della citt; il quarto  quello che offre accesso dalla parte di terra.
Anche la parte di questo spazio che si estende fino alla rocca della citt,
protetta dalla natura del luogo e da una valle profondissima, necessita di un
lungo e difficile assedio. Per condurre a termine questi lavori C. Trebonio fa
venire da tutta la provincia un gran numero di giumenti e di uomini; d ordine
che siano portati vimini e legname. Radunato ci, fa costruire un terrapieno
alto ottanta piedi.

2

Ma tante erano in citt, da molto tempo, le attrezzature belliche di ogni
tipo e tanto grande la moltitudine delle baliste che nessuna vinea, per quanto
coperta di vimini, poteva sostenere la loro violenza. Infatti travi di dodici
piedi, munite di punte di ferro e scagliate da enormi balestre, si
configgevano in terra dopo avere trapassato quattro ordini di graticci. E
cos, congiungendo insieme travi dello spessore di un piede, si costruivano
gallerie, attraverso le quali si passava di mano in mano il materiale per il
terrapieno. Procedeva innanzi una testuggine di sessanta piedi per spianare il
terreno, costruita anch'essa di aste di legno molto resistente e ricoperta di
tutto ci che poteva proteggere da pietre e proiettili incendiari. Ma
l'imponenza dei lavori, l'altezza del muro e delle torri, la moltitudine delle
macchine da guerra rallentavano tutto l'andamento dell'assedio. Venivano anche
fatte numerose incursioni fuori della citt da parte degli Albici e si cercava
di appiccare il fuoco al terrapieno e alle torri; i nostri soldati con
facilit respingevano tali tentativi e inoltre, infliggendo loro gravi
perdite, ricacciavano in citt gli incursori.

3


Frattanto L. Nasidio, mandato da Pompeo in aiuto a L. Domizio e ai
Marsigliesi con una flotta di sedici navi, di cui poche corazzate,
attraversato lo stretto giunge con le navi a Messina, senza che Curione se ne
accorga o se lo aspetti; per l'improvviso terrore i capi e i senatori fuggono
dalla citt ed egli porta via dai cantieri navali una nave nemica. Aggiuntala
alle altre sue, fa rotta verso Marsiglia e, di nascosto mandata avanti una
piccola nave, avvisa Domizio e i Marsigliesi del suo arrivo e li esorta
vivamente a combattere di nuovo contro la flotta di Bruto, essendo venute in
aiuto le sue forze.

4


I Marsigliesi, dopo la precedente sconfitta, avevano riparato le vecchie
navi, tratte fuori dagli arsenali nello stesso numero di quelle perdute, e le
avevano armate con grande cura (disponevano di un buon numero di rematori e di
comandanti); vi avevano aggiunto battelli da pesca che avevano coperto per
protezione, perch i rematori fossero al sicuro dal getto dei proiettili;
riempirono tutte queste imbarcazioni di saettatori e di macchine da guerra.
Allestita in tal modo la flotta, incitati dalle preghiere e dal pianto di
tutti, vecchi, madri e fanciulle, a venire in aiuto alla citt in un momento
di estremo pericolo, s'imbarcano con non meno coraggio e fiducia che nella
precedente battaglia. Infatti per una normale debolezza della natura umana
avviene che in presenza di situazioni insolite e sconosciute si abbia maggiore
fiducia [e pi fortemente si tema]; allora accadde cos; infatti l'arrivo di
L. Nasidio aveva riempito la citt di grande speranza e di ardore.
Approfittando di un vento favorevole escono dal porto e giungono a Tauroento,
che  una piazzaforte dei Marsigliesi, presso Nasidio e qui dispongono le navi
in ordine di battaglia e di nuovo si rinsaldano nella volont di combattere e
discutono i piani di battaglia. L'ala destra  assegnata ai Marsigliesi,
quella sinistra a Nasidio.

5


Verso il medesimo luogo si dirige Bruto, dopo avere incrementato il
numero delle navi. Infatti a quelle costruite ad Arles per ordine di Cesare
aveva aggiunto le sei navi prese ai Marsigliesi. E cos esorta i suoi a
disprezzare da vinti quei nemici che avevano debellato quando erano intatti
nelle forze e, pieno di buona speranza e di coraggio, muove contro di loro.
Era facile dall'accampamento di Trebonio e da tutte le alture vedere dentro la
citt tutta la giovent che era ivi rimasta e tutti gli anziani con i figli e
le mogli nei luoghi pubblici, nei posti di guardia e sulle mura tendere le
mani al cielo o andare nei templi degli di immortali e, prostrati davanti
alle statue, chiedere loro la vittoria. E fra tutti non vi era nessuno che non
pensasse che il destino di tutti loro dipendeva dall'esito di quella giornata.
E infatti i giovani di nobile nascita e i pi ragguardevoli cittadini di ogni
et, chiamati nominatamente e pregati di imbarcarsi, erano saliti sulle navi;
sapevano bene che, se accadeva qualche disgrazia, non rimaneva loro nulla da
tentare; se invece risultavano vincitori, confidavano nella salvezza della
citt grazie alle loro forze o ad aiuti esterni.

6


Attaccata battaglia, niente offusc il valore dei Marsigliesi. Ma, memori
delle esortazioni che avevano ricevuto poco prima dai loro, combattevano con
tanto coraggio da sembrare di non potere avere in futuro nessun'altra
occasione per ripetere il tentativo, pensando che coloro che perdevano la vita
in battaglia precedevano di poco la sorte degli altri cittadini che, una volta
presa la citt, avrebbero dovuto patire il medesimo destino di guerra. E,
poich le nostri navi si erano a poco a poco allontanate le une dalle altre,
si presentava ai comandanti nemici l'occasione per mostrare la loro abilit e
l'agilit delle navi. E se talora i nostri, cogliendo il momento opportuno,
avevano abbordato una nave con ganci di ferro, i nemici da ogni parte venivano
in soccorso di chi si trovava in difficolt. E invero gli Albici, che si erano
ad essi uniti, erano non inferiori nel combattimento corpo a corpo e non molto
lontani dal valore dei nostri. Nel medesimo tempo la grande violenza dei dardi
lanciati a distanza dalle navi pi piccole arrecava molte ferite ai nostri che
venivano colpiti all'improvviso, senza aspettarselo e mentre erano impegnati
nel combattimento. Due triremi, vista la nave di D. Bruto, che con facilit
poteva essere riconosciuta dall'insegna, l'avevano attaccata da due parti. Ma
Bruto, previsto l'attacco, forz la velocit della nave s da precederle, pur
se di poco. Quelle, lanciate a piena velocit, si scontrarono tra di loro cos
violentemente da risentire entrambe in modo grave dello scontro; anzi una,
spezzatosi il rostro, si sfasci completamente. Alla vista di ci, le navi
della flotta di Bruto pi prossime attaccano quelle navi in difficolt e in
poco tempo le affondano entrambe.

7


Ma le navi di Nasidio non furono di alcuna utilit e ben presto si
allontanarono dal combattimento; infatti n la vista della patria n
l'esortazione dei parenti li spingeva a fare fronte all'estremo pericolo della
vita. Perci nessuna di quelle navi fu perduta; cinque navi della flotta
marsigliese furono affondate, quattro prese, una fugg con le navi di Nasidio,
che si diressero tutte verso la Spagna Citeriore. Ma una delle navi rimaste fu
mandata a Marsiglia per portare questa notizia e, quando gi si avvicinava
alla citt, tutta la cittadinanza si precipit per sapere e, avuta la notizia,
cadde in un cos grande dolore che la citt sembrava essere stata conquistata
dal nemico proprio in quel momento. Tuttavia i Marsigliesi nondimeno
cominciarono a completare gli ultimi preparativi per la difesa della citt.

8


I legionari, che erano impegnati nei lavori d'assedio sul lato destro,
capirono dalle continue sortite dei nemici che poteva essere loro di grande
aiuto, se avessero costruito l da un lato sotto le mura una torre a guisa di
castello e di riparo. In un primo momento ne costruirono una piccola e poco
elevata contro gli attacchi improvvisi. In essa si rifugiavano; da essa, se
erano incalzati da un assalto pi violento, si difendevano; da essa si
lanciavano a respingere e inseguire il nemico. Questa torre era larga in ogni
lato trenta piedi; lo spessore delle pareti era di cinque piedi. In seguito
invero, poich in ogni cosa l'esperienza  maestra, quando vi si aggiunge
l'intelligenza dell'uomo, si cap che poteva essere di grande utilit
estenderla in altezza. In questo modo fu fatto.

9


Quando l'altezza della torre giunse al primo piano, incastrarono le travi
del tavolato nelle pareti cos che le estremit delle tavole venissero
protette dalla muratura esterna, affinch nulla sporgesse a cui il nemico
potesse appiccare il fuoco. Sopra questa travatura, per quanto lo permetteva
il riparo del pluteo e delle gallerie, continuarono la costruzione con mattoni
e sopra questo muro, non lontano dalle estremit delle pareti, appoggiarono di
traverso due travi su cui poggiare quella travatura che doveva essere di tetto
alla torre. E sopra quelle travi posero perpendicolarmente dei travicelli che
unirono con assi. Fecero questi travicelli un po' pi lunghi e sporgenti della
parte esterna delle pareti in modo che fosse possibile appendervi stuoie per
difendersi dai proiettili e respingerli, mentre sotto quel tavolato
continuavano ad essere costruite le pareti. Coprirono la parte superiore
dell'impalcatura con mattoni e fango perch il fuoco nemico non potesse essere
di danno e sopra vi gettarono imbottiture affinch i proiettili scagliati con
le macchine non rompessero la travatura o i sassi scagliati dalle catapulte
non sconnettessero i muri. Poi con funi d'ancora fecero tre stuoie lunghe come
le pareti della torre e larghe quattro piedi e, lasciandole pendere intorno
alla torre, le legarono alle travi che sporgevano, dalle tre parti che davano
sul nemico; questo era il solo genere di copertura esperimentato in altre
circostanze che non poteva essere trapassato n da dardo n da proiettile.
Quando invero quella parte della torre che era stata terminata fu coperta e
protetta da ogni tiro dei nemici, portarono via i plutei per usarli in altro
lavoro. A partire dal primo piano dell'impalcatura cominciarono a sollevare e
a innalzare con leve il tetto della torre che faceva parte a s. Quando lo
avevano innalzato tanto quanto lo permetteva l'altezza delle stuoie, nascosti
e protetti dentro queste coperture, costruivano le mura con i mattoni e di
nuovo con un'operazione di leve creavano lo spazio per continuare
l'edificazione. Quando pareva il momento di costruire un altro piano, come
prima collocavano travi protette dalle estremit dei muri e a partire da
quella travatura di nuovo sollevavano il tetto e le stuoie. Cos con sicurezza
e senza alcun danno o pericolo costruirono sei piani e, dove parve opportuno,
lasciarono nella costruzione alcune feritoie per il lancio dei proiettili.

10


Quando furono sicuri che da quella torre potevano difendere le opere
d'assedio tutt'intorno, cominciarono a costruire una galleria coperta lunga
sessanta piedi con travi di due piedi, che potesse condurre dalla torre di
mattoni alla torre e al muro dei nemici. Questa la forma della galleria:
dapprima sono poste sul terreno due travi di uguale lunghezza distanti tra di
loro quattro piedi e su di esse vengono conficcate colonnette alte cinque
piedi. Congiungono tra di loro queste colonnette con cavalletti con lieve
inclinazione, dove collocare le travi che dovevano coprire la galleria. Sopra
collocano travi di due piedi e le assicurano con lamine e chiodi di ferro.
All'estremit del tetto e delle travi fissano asticelle quadrate larghe
quattro dita per tenere fermi i mattoni collocati sulla galleria. Cos con il
tetto a punta costruito in successione, a mano a mano che le travi sono
collocate sui cavalletti, la galleria viene coperta di mattoni e di fango per
essere protetta dal fuoco lanciato dalle mura. Strisce di cuoio vengono stese
sui mattoni perch acqua eventualmente incanalata e immessa non potesse
sconnettere i mattoni. Il cuoio poi viene coperto di materassi per non venire
distrutto a sua volta dal fuoco e dalle pietre. Questa opera  condotta a
termine  fino alla torre tutta al riparo delle vinee e subitamente, senza che
i nemici se l'aspettassero, con una tecnica navale, sottoponendo dei rulli,
l'avvicinano alla torre nemica, fino a congiungerla alla costruzione.

11


Atterriti da questo pericolo, subito gli assediati spingono con delle
leve macigni quanto pi grossi possibile e, fattili precipitare dal muro, li
fanno cadere sulla galleria. La solidit del materiale sostiene il colpo e
tutto ci che cade scivola lungo gli spioventi del tetto. Vedendo ci, i
nemici cambiano piano; incendiano barili pieni di pece e resina e li gettano
dal muro sulla galleria. I barili, rotolando, precipitano; caduti a terra ai
fianchi, vengono allontanati dalla galleria con forche e pertiche. Frattanto
sotto la galleria i soldati con leve scalzano alla base della torre dei nemici
le pietre che ne costituivano le fondamenta. La galleria viene difesa dai
nostri con frecce e proiettili scagliati dalla torre di mattoni; i nemici si
allontanano dalle mura e dalle torri; non  pi concessa la possibilit di
difendere il muro. Rimosse molte pietre dalla torre vicina alla galleria,
all'improvviso una parte di quella torre crolla, la rimanente parte a sua
volta stava per cadere, quando i nemici, atterriti per l'eventuale saccheggio
della citt, inermi si precipitano tutti quanti fuori dalla porta con le sacre
bende, tendendo supplichevolmente le mani ai luogotenenti e all'eser-_cito.

12


Presentatasi questa insolita situazione, ogni operazione di guerra viene
sospesa e i soldati desistono dal combattimento, mossi dal desiderio di
ascoltare e sapere. I nemici, giunti al cospetto dei luogotenenti e
dell'esercito, si gettano tutti ai loro piedi; scongiurano di aspettare
l'arrivo di Cesare. Essi, dicono, vedono la loro citt presa; le opere
d'assedio completate, la torre abbattuta e perci rinunciano alla difesa.
Dicono inoltre che, se essi, quando giunger Cesare, non eseguiranno i suoi
ordini, non ci sar nessun motivo per indugiare nel distruggerla subito, a un
suo cenno. Spiegano che, se la torre cadr del tutto, non si potr impedire ai
soldati, desiderosi di preda, di irrompere nella citt, distruggendola. Queste
e molte altre simili considerazioni vengono esposte da uomini colti quali
erano, con pianti e tono tale da suscitare grande piet.

13


Commossi da questi pianti e preghiere i luogotenenti ritirano i soldati
dalle opere d'assedio, desistono dall'attacco; lasciano posti di guardia
innanzi ai lavori. Raggiunta per un sentimento di compassione una sorta di
tregua, si attende l'arrivo di Cesare. Dalle mura i nostri non scagliano
nessun dardo; come se la guerra fosse finita, tutti attenuano l'attenzione
nella sorveglianza. Cesare infatti aveva per iscritto vivamente raccomandato a
Trebonio di non permettere l'espugnazione a forza della citt affinch i
soldati, troppo scossi e dall'odioso tradimento e dal disprezzo verso di loro
e dalla continua fatica, non massacrassero tutti gli adulti; e ci essi
minacciavano di fare. E a stento furono allora trattenuti dal fare irruzione
nella citt e mal volentieri sopportarono quel divieto poich pareva che il
non avere preso la citt dipendesse da Trebonio.

14


Ma i nemici, in mala fede, cercano un momento favorevole per un subdolo
inganno e, lasciato passare qualche giorno, mentre i nostri se ne stanno
rilassati e tranquilli, a mezzogiorno, all'improvviso, quando alcuni si sono
allontanati, altri sui posti stessi dei lavori si sono concessi un riposo
dalla lunga fatica e tutte le armi sono state messe via e coperte, irrompono
fuori dalle porte, e danno fuoco ai lavori di assedio approfittando di un
vento forte e favorevole. Il vento propag il fuoco cos velocemente che in un
momento trincea, gallerie, testuggine, torre, macchine da guerra furono in
fiamme e tutto ci fu distrutto prima che si potesse capire in che modo
l'incendio era avvenuto. I nostri, scossi dall'improvvisa sciagura, afferrano
le armi che possono, altri si lanciano fuori dal campo. Assaltano i nemici, ma
le frecce e i proiettili scagliati dalle mura impediscono di inseguire i
fuggitivi. Quelli si ritirano ai piedi del muro e qui, senza ostacolo,
incendiano la galleria e la torre di mattoni. Cos il lavoro di molti mesi in
un attimo va in rovina per la perfidia dei nemici e la violenza della
tempesta. Il giorno dopo i Marsigliesi fecero il medesimo tentativo. Favoriti
dalla medesima tempesta con maggiore temerariet fecero una sortita e
attaccarono presso l'altra torre e l'altra trincea e appiccarono molti
incendi. Ma i nostri, come nei giorni precedenti avevano allentato tutta
l'attenzione, cos messi in guardia dal fatto dell'ultimo giorno, avevano
preparato tutto per la difesa. E cos, dopo avere ucciso molti nemici,
ricacciarono in citt i rimanenti senza che questi avessero portato a termine
il loro piano.

15


Trebonio cominci a organizzare la ricostruzione di ci che era stato
distrutto con un entusiasmo dei soldati molto maggiore. Infatti quando videro
che con la distruzione delle opere belliche tante loro fatiche erano andate
perdute, provando profondo dolore poich, violata la tregua con l'inganno,
erano stati scherniti nel loro valore, dal momento che non rimaneva materiale
per costruire di nuovo una trincea giacch, per lungo e per largo nel
territorio di Marsiglia, tutti gli alberi erano stati tagliati e portati via,
decisero di costruire un terrapieno di nuovo tipo, mai visto prima, con due
mura di mattoni di sei piedi di spessore, uniti da un tavolato, quasi della
stessa larghezza di quello che era stato costruito con il legname trasportato.
Laddove l'intervallo tra i muri o la debolezza del legname sembrano
richiederlo, si interpongono dei pilastri, si pongono di traverso travi che
possano essere di sostegno e si copre di graticci tutta la travatura, i
graticci vengono cosparsi di fango. Al riparo i soldati, protetti a destra e
sinistra dal muro e di fronte da una protezione di tavole, portano senza
pericolo qualunque materiale serva per la costruzione. Il lavoro viene
condotto velocemente; la perdita di un lavoro costato lungo tempo viene in
poco tempo sanata dalla velocit e dal valore dei soldati. Vengono lasciate
nel muro, l dove pareva opportuno, delle porte per potere fare delle sortite.

16


I nemici si accorsero che con un duro lavoro in pochi giorni erano state
ricostruite quelle opere che essi speravano non potessero essere rifatte se
non in un lungo tempo, sicch non vi era per loro occasione di inganno o
sortita e non rimaneva alcun punto attraverso cui arrecare danno ai soldati
con le armi o ai lavori con il fuoco. Parimenti comprendono che tutta quanta
la citt, dalla parte di terra, poteva essere accerchiata dal muro e dalle
torri, sicch non sarebbe stato loro possibile resistere a pi fermo sulle
loro stesse fortificazioni: il nostro esercito infatti sembrava quasi
costruire le mura del terrapieno appoggiate alle mura della citt cos che i
proiettili potevano essere scagliati a mano, mentre per il poco spazio non
potevano usare le loro macchine da guerra, in cui avevano posto grande
speranza. Quando comprendono che sul muro e sulle torri il combattimento pu
essere condotto nelle stesse condizioni e che essi non possono eguagliare i
nostri in valore, ricorrono alle medesime condizioni di resa della volta
precedente.

17


Nella Spagna Ulteriore Marco Varrone, in un primo tempo, venuto a
conoscenza degli avvenimenti verificatisi in Italia e diffidando del successo
di Pompeo parlava di Cesare molto favorevolmente: diceva di essere impegnato
con Pompeo, che lo aveva nominato luogotenente e di essere quindi costretto a
mantenersi fedele. Ci nonostante non meno stretto era il suo rapporto di
amicizia con Cesare ed egli non ignorava quale  il dovere di un luogotenente
con un incarico di fiducia; sapeva quali erano le sue forze e quale la
disposizione d'animo verso Cesare in tutta la provincia. Riprendeva queste
argomentazioni in tutti i suoi discorsi, senza propendere verso alcun partito.
Ma quando in seguito seppe che Cesare si tratteneva presso Marsiglia, che le
truppe di Petreio si erano congiunte con l'esercito di Afranio, che si erano
radunate grandi forze ausiliarie, nella speranza e nell'attesa di molte altre,
che tutta la provincia citeriore era dalla loro parte, e quando poi venne a
sapere ci che era capitato a Ilerda per mancanza di vettovaglie, notizie
queste inviategli per iscritto da Afranio che le aveva gonfiate ed esagerate,
anch'egli cominci a muoversi dove muoveva la Fortuna.

18


In tutta la provincia fece reclutamenti; completate due legioni, aggiunse
a esse circa trenta coorti di milizie ausiliarie. Raccolse una grande quantit
di frumento da inviare ai Marsigliesi e parimenti ad Afranio e Petreio. Ordin
ai Gaditani di costruire dieci navi da guerra, inoltre ne fece costruire molte
altre a Ispali. Fece portare dal tempio di Ercole nella citt di Gades tutto
il denaro e tutti gli oggetti preziosi; mand col di presidio dalla provincia
sei coorti e mise a capo della citt di Gades Gaio Gallonio, cavaliere romano
amico di Domizio, che qui era giunto mandato da Domizio come procuratore in
una questione di eredit; fece radunare tutte le armi pubbliche e private
nella casa di Gallonio. Egli stesso pronunci parole dure contro Cesare.
Spesso dal palco afferm che Cesare aveva subito sconfitte, che un gran numero
di suoi soldati erano passati dalla parte di Afranio; e che egli era venuto a
sapere ci da messaggeri sicuri, da fonti sicure. Costrinse i cittadini romani
della sua provincia, atterriti da queste notizie, a promettere, per la
pubblica amministrazione, diciotto milioni di sesterzi, ventimila libbre
d'argento e centoventi moggi di grano. Imponeva oneri pi pesanti alle citt
che credeva essere amiche di Cesare e vi mandava presidi e autorizzava
processi contro i privati che avevano pronunciato parole o discorsi contro lo
stato e confiscava i loro beni. Costringeva tutta la provincia a giurare
fedelt a lui e a Pompeo. Venuto a sapere di ci che era avvenuto nella Spagna
Citeriore, si preparava alla guerra. Il suo piano di guerra era il seguente:
recarsi con due legioni a Gades, concentrare l le navi e tutto il frumento;
aveva saputo infatti che l'intera provincia era favorevole a Cesare. Una volta
raccolti nell'isola frumento e navi, riteneva non difficile tirare in lungo la
guerra. Cesare, sebbene richiamato in Italia da molte questioni urgenti, aveva
tuttavia stabilito di non lasciare in Spagna nessun focolaio di guerra, poich
sapeva che nella provincia citeriore grandi erano i benefizi di Pompeo e molti
erano i suoi clienti.

19


Pertanto mandate nella Spagna Ulteriore due legioni con Quinto Cassio,
tribuno della plebe, egli stesso con seicento cavalieri avanza a marce forzate
e si fa precedere da un editto, fissando il giorno in cui voleva che i
magistrati e i capi di tutte le citt gli si presentassero a Cordova. Dopo la
promulgazione di questo editto in tutta la provincia non vi fu citt che non
mandasse a Cordova, alla data stabilita, una rappresentanza del senato, non vi
fu cittadino romano di una certa importanza che non vi giungesse nel giorno
fissato. Contemporaneamente la stessa colonia di Cordova, di propria
iniziativa, chiuse le porte a Varrone, dispose sulle torri e sulle mura
sentinelle e corpi di guardia e trattenne presso di s per la difesa della
citt le due coorti che erano dette coloniali, giunte col per caso. Nel
medesimo tempo gli abitanti di Carmona, di gran lunga la citt pi potente di
tutta la provincia, di propria iniziativa cacciarono le tre coorti, mandate da
Varrone a presidiare la rocca della citt, e chiusero le porte.

20


Per questi motivi Varrone si affrettava a giungere quanto prima con le
legioni a Gades perch la via di terra e il passaggio di mare non gli
venissero bloccati; tanto e cos benevolo favore nei confronti di Cesare si
poteva constatare nella provincia. Aveva fatto poca strada quando gli viene
recapitata una lettera proveniente da Gades per informarlo che, non appena si
era avuta conoscenza dell'editto di Cesare, i notabili di Gades si erano
accordati con i tribuni delle coorti che erano l di guarnigione per scacciare
dalla citt Gallonio e salvaguardare citt e isola per Cesare. Presa questa
decisione, intimarono a Gallonio di lasciare Gades spontaneamente finch gli
era concesso di farlo senza pericolo; ma se egli non l'avesse fatto, avrebbero
preso le opportune decisioni. Spinto da questo timore Gallonio lasci Gades.
Venuta a conoscenza di ci, una delle due legioni che erano dette provinciali,
disert dal campo di Varrone, in sua presenza e sotto i suoi occhi, e ritorn
a Ispali e, senza arrecare danno, sost nel foro e sotto i portici. E i
cittadini romani di quella colonia approvarono a tal punto quel gesto che
ciascuno accolse ospitalmente e con gran piacere presso di s i legionari.
Varrone, atterrito da questi fatti, cambi direzione di marcia e mand a dire
che sarebbe andato a Italica, ma dai suoi fu informato che gli erano state
chiuse le porte. Allora invero, preclusa ogni strada, manda a dire a Cesare di
essere pronto a consegnare la legione a chi egli ordinava. Cesare gli manda
Sesto Cesare e gli ordina di consegnarla a lui. Consegnata la legione, Varrone
giunge a Cordova presso Cesare; dopo avere reso lealmente i conti della
pubblica amministrazione, gli consegna il denaro che aveva con s e gli mostra
quanto frumento e navi possedeva e dove erano.

21


Convocata in Cordova un'assemblea, Cesare porge a tutti un ringraziamento
distinto per singole categorie: ai cittadini romani, poich si erano impegnati
a tenere la citt in loro potere, agli Spagnoli, poich avevano scacciato la
guarnigione, agli abitanti di Gades, poich avevano annientato gli sforzi dei
nemici e avevano riacquistato la libert; ai tribuni dei soldati e ai
centurioni, che erano giunti col per la difesa, poich avevano appoggiato col
loro valore le decisioni di quella gente. Condona il denaro che i cittadini
romani avevano promesso a Varrone per l'erario; restituisce i beni a coloro ai
quali erano stati confiscati, come era venuto a sapere, per avere parlato
troppo liberamente. Ad alcune popolazioni consegna premi da destinare alla
cosa pubblica e a privati e colma gli animi delle altre popolazioni di
speranza per il futuro; fermatosi due giorni a Cordova, si dirige a Gades;
ordina che siano riportati nel tempio il denaro e gli oggetti preziosi che dal
tempio di Ercole erano stati portati in casa privata. Mette a capo della
provincia Quinto Cassio; gli assegna quattro legioni. Egli stesso con quelle
navi che M. Varrone aveva fatto costruire e con quelle che, per comando di
Varrone, gli abitanti di Gades avevano costruito, giunge in pochi giorni a
Tarragona. Qui legazioni di quasi tutta la provincia citeriore attendevano il
suo arrivo. Con lo stesso criterio attribuiti onori e ricompense, privatamente
e pubblicamente, ad alcune citt, parte da Tarragona e giunge, via terra, a
Narbona e di qui a Marsiglia. Qui viene a sapere che era stata promulgata una
legge per la nomina di un dittatore e che egli stesso era stato eletto
dittatore dal pretore Marco Lepido.

22


I Marsigliesi, sfiniti da ogni genere di mali, ridotti all'estrema
penuria di viveri, sconfitti due volte in battaglie navali, sconfitti in
frequenti sortite, travagliati anche da una grave pestilenza dovuta al lungo
assedio e al cambiamento in peggio del vitto (tutti infatti si nutrivano di
panco raffermo e di orzo guasto che avevano raccolto da tempo per una
situazione del genere e portato nei magazzini pubblici), diroccata una torre,
crollata gran parte delle mura, perduta ogni speranza di aiuto da parte di
province o di eserciti, che avevano saputo essere caduti in potere di Cesare,
decidono di arrendersi lealmente. Ma, pochi giorni prima, L. Domizio, venuto a
conoscenza dell'intenzione dei Marsigliesi, allestite tre navi, due delle
quali aveva assegnato a suoi familiari, mentre egli stesso era salito sulla
terza, part approfittando del tempo burrascoso. Quando le navi, che per
ordine di Bruto facevano quotidiana guardia presso il porto, lo videro, levate
le ancore cominciarono a inseguirlo. Delle tre navi solo quella di Domizio
acceler e continu a fuggire e col favore della burrasca si sottrasse alla
vista, mentre le altre due navi, atterrite dall'accorrere delle nostre, si
rifugiarono nel porto. Gli abitanti di Marsiglia portano fuori dalla citt,
come era stato comandato, armi e macchine da guerra, fanno uscire le navi dal
porto e dai cantieri, consegnano il denaro dell'erario pubblico. Fatto ci,
Cesare, risparmiando quei cittadini pi per la fama e l'antica origine che per
i meriti della citt nei suoi riguardi, lascia qui due legioni di presidio,
manda tutte le altre in Italia; egli stesso parte alla volta di Roma.

23


Nel medesimo tempo C. Curione, partito dalla Sicilia per l'Africa e
tenendo in poco conto sin da principio le milizie di P. Azzio, trasportava due
legioni delle quattro che aveva ricevuto da Cesare e cinquecento cavalieri;
dopo due giorni e tre notti di navigazione approda in un luogo detto
Anquillaria, distante ventiduemila passi da Clupea, che durante l'estate offre
un discreto ancoraggio ed  chiuso da due alti promontori. L. Cesare figlio,
che aspettava il suo arrivo presso Clupea con le dieci navi da guerra, che,
tratte in secco a Utica dopo la guerra con i pirati, P. Azzio aveva fatto
riparare per questa guerra, temendo per il numero delle navi di Curione era
rientrato dall'alto mare e, spinta verso la riva pi vicina una trireme
protetta, abbandonandola poi sul lido, era fuggito verso Adrumeto per via di
terra. C. Considio Longo difendeva questa citt con il presidio di una
legione. Le altre navi di Cesare, dopo la sua fuga, si rifugiarono ad
Adrumeto. Il questore Marcio Rufo, seguitolo con dodici navi che Curione aveva
fatto venire dalla Sicilia come scorta alle navi da carico, quando vide sul
lido la nave abbandonata, la trasse in mare a rimorchio; egli stesso con la
flotta ritorna da C. Curione.

24


Curione manda avanti a Utica Marcio con le navi; egli stesso con
l'esercito vi si dirige e, dopo un percorso di due giorni, giunge presso il
fiume Bagrada. Qui lascia con le legioni il luogotenente C. Caninio Rebilo;
egli va avanti con la cavalleria a esplorare il campo Cornelio, poich quella
localit era giudicata molto adatta per l'accampamento. Si tratta infatti di
un colle ripido a picco sul mare, erto e scosceso da entrambe le parti, ma
tuttavia con un pendio un po' pi dolce dalla parte rivolta verso Utica. In
linea retta dista da Utica poco pi di mille passi. Ma su questa via vi  una
fonte, dove il mare per ampio tratto si insinua e in quel punto si forma un
vasto ristagno d'acqua. Per evitarlo, si giunge in citt con un giro di sei
miglia.

25


Esplorata questa localit, Curione vede il campo di Varo addossato al
muro della citt presso la porta che  detta Belica, assai protetto dalla
natura del luogo, da una parte dalla stessa citt di Utica, dall'altra dal
teatro che si trova davanti alla citt, essendo l'accesso all'accampamento
difficile e stretto poich le fondamenta del teatro sono immense.
Contemporaneamente s'accorge che molte merci, che per timore di un repentino
tumulto sono condotte dalla campagna nella citt, vengono portate da ogni
parte e che le vie sono stipate. Manda qui la cavalleria per fare preda e
saccheggio; contemporaneamente per proteggere quel convoglio Varo manda dalla
citt seicento cavalieri numidi e quattromila fanti che il re Giuba pochi
giorni prima aveva inviato in aiuto a Utica. Costui aveva con Pompeo rapporti
di amicizia per l'ospitalit a lui data dal padre e un sentimento di rancore
verso Curione, poich quando questi era tribuno della plebe aveva promulgato
una legge con la quale aveva proposto di confiscare il regno di Giuba. I
cavalieri si scontrano e invero i Numidi non poterono reggere il primo assalto
dei nostri, ma, dopo che ne rimasero uccisi circa centoventi, gli altri si
rifugiarono nel campo presso la citt. Frattanto all'arrivo delle navi da
guerra Curione ordina che sia comunicato alle navi da carico, che stavano
davanti a Utica in numero di circa duecento, che egli avrebbe considerato
nemici coloro i quali non avessero immediatamente indirizzato le navi verso il
campo Cornelio. Fatta questa intimazione, levate in un istante le ancore,
tutte le navi lasciano Utica e si recano dove  stato comandato. Tale azione
procur all'esercito abbondanza di ogni cosa.

26


Compiuto ci, Curione si ritira nell'accampamento presso Bagrada e per
acclamazione dell'intero esercito viene salutato comandante supremo; il giorno
seguente conduce l'esercito a Utica e pone il campo presso la citt. Quando
non erano ancora compiuti i lavori dell'accampamento, i cavalieri dagli
avamposti annunciano l'arrivo a Utica di grandi rinforzi di cavalleria e
fanteria mandati da Giuba; contemporaneamente si vedeva una grande nube di
polvere e in un attimo era in vista l'avanguardia. Curione, scosso da questo
fatto inatteso, manda avanti la cavalleria per sostenere il primo impeto e
fermare l'avanzata del nemico; egli stesso, distolte in breve tempo le legioni
dai lavori di costruzione del campo, le schiera in ordine di battaglia. I
cavalieri attaccano battaglia e, prima che le legioni possano spiegarsi
completamente e prendere posizione, tutti i rinforzi del re, impediti dai
bagagli e senza ordine, poich avevano fatto il cammino scompostamente perch
senza timore, sono messi in fuga. La cavalleria rimane quasi del tutto
incolume, poich si ritira velocemente lungo il litorale nella citt, ma viene
ucciso un gran numero di fanti.

27


La notte successiva due centurioni marsi con ventidue soldati delle loro
compagnie fuggono dal campo di Curione presso Azzio Varo. Costoro, sia che gli
riferissero realmente la loro opinione sia che lo compiacessero dicendo cose
gradite (e infatti crediamo volentieri a ci che vogliamo e speriamo che gli
altri provino ci che noi stessi proviamo), lo assicurano che l'animo di tutto
quanto l'esercito  contrario a Curione e che  sopra tutto necessario che gli
eserciti si incontrino e abbiano possibilit di parola. Spinto da questo
parere Varo, la mattina dopo, porta fuori dal campo le legioni. La medesima
cosa fa Curione ed entrambi schierano le truppe in una valle non grande che
tra loro si frapponeva.

28


Nell'esercito di Varo vi era Sesto Quintilio Varo che, come si  detto
sopra, era stato a Corfinio. Costui, lasciato in libert da Cesare, era venuto
in Africa, l dove Curione aveva condotto quelle legioni che Cesare in tempi
precedenti aveva ricevuto provenienti da Corfinio, sicch, ad eccezione di
pochi centurioni sostituiti, centurie e manipoli erano rimasti gli stessi.
Quintilio, colta questa occasione per parlare, incominci a girare intorno
alla schiera di Curione e a scongiurare i soldati di non dimenticare il
giuramento fatto a Domizio e a lui quando era questore, e a non portare le
armi contro quelli che avevano avuto la medesima Fortuna e, durante l'assedio,
avevano sofferto i medesimi mali, e a non combattere in favore di quelli dai
quali venivano con disprezzo chiamati disertori. A queste aggiunse poche altre
parole per suscitare speranza di premi che dovevano aspettarsi dalla sua
liberalit, se avessero seguito lui ed Azzio. Nonostante questo discorso, da
parte dell'esercito di Curione non vi fu alcun tipo di reazione e cos
entrambi i comandanti riconducono nel campo le proprie truppe.

29


Ma nel campo di Curione un grande timore assal tutti gli animi; in breve
tempo esso viene accresciuto dai diversi discorsi dei soldati. Infatti ognuno
metteva in piedi delle congetture e a ci che aveva sentito dire da un altro
aggiungeva qualcosa del proprio timore. Quando una diceria, pure essendo
frutto di uno solo, si propaga a pi persone, e uno la trasmette a un altro,
le fonti di essa sembrano essere diverse. +Era una guerra civile, un genere di
uomini che  lecito agiscano liberamente e seguano il loro volere, queste le
legioni che poco prima erano state nel campo avverso ... infatti anche la
consuetudine con la quale venivano concessi aveva mutato il beneficio di
Cesare ... anche i municipi erano uniti a partiti diversi ... e infatti non da
Marsi e Peligni venivano come coloro che nella notte precedente nelle tende e
alcuni commilitoni ... discorsi dei soldati, cose troppo gravi, dubbiose pi
dubbiosamente venivano accolte+. Infatti alcune cose venivano inventate da
coloro che volevano apparire i pi informati.

30


In conseguenza di ci riunitosi il consiglio, si incomincia a deliberare
sulla situazione generale. Alcuni erano del parere che in ogni modo si dovesse
fare uno sforzo e assalire l'accampamento di Varo, poich giudicavano che
l'ozio era dannoso pi di ogni altra cosa in considerazione della disposizione
d'animo dei soldati; dicevano poi che era meglio tentare valorosamente in
battaglia la sorte della guerra piuttosto che patire l'estremo supplizio,
abbandonati e traditi dai propri soldati. Vi era chi proponeva di ritirarsi
verso la mezzanotte al campo Cornelio affinch il maggior lasso di tempo
intercorso contribuisse a sanare l'animo dei soldati; se poi qualcosa di pi
grave fosse accaduto, grazie alla grande moltitudine di navi con pi sicurezza
e facilit avrebbero trovato rifugio in Sicilia.

31


Curione disapprova entrambi i pareri e diceva che quanto una proposta
mancava di coraggio, tanto l'altra ne presentava in eccesso: gli uni contavano
su di una fuga vergognosissima, gli altri pensavano di dovere combattere anche
in una posizione sfavorevole. "Con che fiducia", disse, "confidiamo di potere
espugnare un campo oltremodo protetto per natura del luogo e per lavori di
fortificazione? O invero che vantaggio avremo se rinunciamo all'assalto del
campo dopo avere ricevuto gravi perdite? Come se non fosse il buon esito delle
azioni a conciliare ai capi la benevolenza dei soldati e la sconfitta gli odi!
E il cambiamento poi del campo che cosa comporta, se non una turpe fuga, la
perdita di ogni speranza e il malumore dei soldati? E infatti non 
conveniente che i buoni soldati sospettino che si ha poca fiducia in loro n
che i cattivi siano consci di essere temuti, poich la nostra paura agli uni
aumenta la sfrenatezza, agli altri riduce l'ardore. Che se anche", continu,
"giudicassimo certo ci che si dice sul malanimo dell'esercito, cosa che io
invero confido essere del tutto falsa o sicuramente meno grave di quello che
si pensa, non  meglio dissimularla e tenerla nascosta piuttosto che
confermarla col nostro operato? Non  forse vero che, come le ferite di un
corpo, cos le debolezze di un esercito vanno tenute nascoste per non
accrescere nei nemici la speranza? E inoltre aggiungono che si parta a
mezzanotte, perch, come io credo, coloro che tentano di tradire possano farlo
con maggiore facilit. E infatti azioni di tal fatta sono tenute a freno o
dalla vergogna o dal timore, di cui la notte  sopra tutto nemica. Per tali
motivi non ho tanta audacia da pensare che si debba, ancorch senza speranza,
attaccare l'accampamento, n tanto timore da perdermi d'animo; penso che prima
si debba esaminare ogni possibilit e confido di potere ben presto prendere
insieme a voi una decisione sul da farsi".

32


Sciolto il consiglio di guerra, Curione convoca l'assemblea dei soldati.
Ricorda quale ardore  stato riscontrato in loro presso Corfinio da Cesare,
che, col loro aiuto ed esempio, ha occupato gran parte d'Italia. "Tutti i
municipi, uno dopo l'altro", dice, "hanno seguito voi e la vostra condotta e,
non senza ragione, Cesare su voi espresse giudizi molto favorevoli, i suoi
nemici invece molto severi. Pompeo infatti, pure senza essere stato vinto in
alcuna battaglia, traendo un infausto auspicio dal vostro comportamento ha
lasciato l'Italia; Cesare ha affidato alla vostra lealt me, a lui molto caro,
la provincia di Sicilia e l'Africa, senza le quali Roma e l'Italia non possono
essere difese. Ora vi sono coloro che vi esortano a ribellarvi a noi. Che cosa
infatti vi  di pi desiderabile per loro che contemporaneamente sopraffare
noi e legare voi con la complicit di una azione scellerata? O nella loro ira
che cosa di peggio possono augurare per voi se non questo, che inganniate
quelli che riconoscono di esservi in tutto debitori e vi diate nelle mani di
chi pensa di essere perduto per causa vostra? E poi non avete udito le imprese
di Cesare in Spagna? Due eserciti messi in fuga; due generali vinti; due
province sottomesse; questo  ci che  stato fatto in quaranta giorni, dal
momento in cui Cesare  giunto al cospetto degli avversari. Forse che coloro
che non sono stati in grado di opporre resistenza quando avevano le forze
intatte, ora che sono in rovina potrebbero resistere? Voi poi, che avete
seguito Cesare quando la vittoria era incerta, ora che ormai la sorte della
guerra  decisa, quando dovreste ricevere il premio dei vostri servizi
seguirete il vinto? Infatti essi dicono di essere stati abbandonati e traditi
da voi e rammentano il primo giuramento. Invero avete voi abbandonato L.
Domizio o L. Domizio voi? Non  forse vero che egli vi ha abbandonato quando
voi eravate pronti a subire l'estrema sorte? Non  forse vero che di nascosto
a voi ha cercato di salvarsi fuggendo? Non  forse vero che, traditi da lui,
siete stati salvati dalla clemenza di Cesare? Come avrebbe potuto tenervi
legati dal giuramento colui che, gettati i fasci e deposto il comando, era
egli stesso caduto, privato cittadino e prigioniero, in potere altrui? Ecco un
nuovo tipo di obbligo: disprezzare quel giuramento dal quale siete vincolati e
rispettare quello che  stato sciolto per la capitolazione del comandante e
per la perdita dei diritti civili. Ma, credo, voi siete contenti di Cesare,
malcontenti di me. Io non ho intenzione di parlare dei miei meriti nei vostri
confronti, che fino a ora sono minori di quanto io voglia e voi vi aspettiate,
ma tuttavia i soldati sono soliti chiedere il premio della loro fatica sempre
dopo l'esito della guerra e neppure voi dubitate quale esso sar. Perch
invero dovrei passare sotto silenzio il mio zelo nell'adempiere i doveri o la
mia Fortuna, considerando a che punto finora sono giunte le cose? Vi rincresce
forse che io abbia trasportato l'esercito sano e salvo, senza avere perso
neppure una nave? Che, appena arrivato, abbia sconfitto al primo assalto la
flotta dei nemici? Che due volte in due giorni sia risultato vittorioso in
battaglie equestri? Che abbia stanato dal porto e dal golfo duecento navi da
carico nemiche e abbia ridotto i nemici a non potersi rifornire di viveri n
per via terra n con le navi? Ripudiata questa Fortuna e questi comandanti,
seguirete voi l'ignominia di Corfinio, la fuga d'Italia, la resa della Spagna,
presagi della guerra d'Africa? Quanto a me, volevo essere chiamato soldato di
Cesare, voi mi avete dato il titolo di comandante supremo. Se vi pentite di
ci, rinuncio per voi al beneficio, restituite a me il mio nome affinch non
paia che mi abbiate dato quell'onore per oltraggiarmi.

33


I soldati, scossi da questo discorso, di continuo lo interrompevano
mentre parlava: appariva evidente che essi sopportavano con grande dolore il
sospetto di tradimento; invero mentre egli si allontana dall'assemblea tutti
quanti lo esortano a essere coraggioso e a non esitare ad attaccare battaglia
in qualsiasi luogo e a mettere alla prova la loro fedelt e valore. In seguito
a ci, mutata l'opinione e la volont di tutti e con il consenso generale,
Curione stabilisce di affidare l'esito alla battaglia, presentandosene appena
l'opportunit; e il giorno seguente fa uscire le truppe dal campo e le colloca
in ordine di combattimento nel medesimo luogo dove si era fermato nei giorni
precedenti. Neppure Azzio Varo esita a condurre fuori le truppe per non
lasciarsi sfuggire l'occasione che gli capitava sia di provocare i soldati
nemici sia di combattere in posizione favorevole.

34


Vi era fra i due eserciti, come si  detto sopra, una valle, non molto grande,
ma era difficile e ripida la via per salirvi. L'uno e l'altro dei comandanti
aspettava per attaccare battaglia in posizione pi favorevole, nel caso le
milizie nemiche avessero deciso di attraversarla ... Frattanto dal lato
sinistro di P. Azzio si vedeva tutta la cavalleria e, mescolati ad essa,
numerosi armati alla leggera scendere nella valle. Contro di essi Curione
lancia la cavalleria e due coorti di Marrucini; la cavalleria nemica non resse
il loro primo impeto, ma, a briglia sciolta, trov rifugio presso i suoi; i
fanti armati alla leggera, abbandonati da coloro con i quali si erano lanciati
all'assalto, venivano circondati e uccisi dai nostri. Tutto l'esercito di
Varo, rivolto da questa parte, vedeva la fuga e l'annientamento dei suoi.
Allora Rebilo, luogotenente di Cesare, che Curione aveva condotto con s dalla
Sicilia, poich sapeva essere grande esperto di arte militare, disse:
"Curione, vedi il nemico atterrito; perch indugi ad approfittare
dell'occasione?". Ed egli, dopo avere detto ai soldati solo questo, di tenere
a mente ci che il giorno prima gli avevano promesso, ordina di seguirlo e si
slancia davanti a tutti. La valle era cos impervia che i primi non riuscivano
facilmente a salire senza il sostegno dei compagni. Ma i soldati di Azzio, cui
la fuga e la strage dei loro aveva colmato l'animo di terrore, non pensavano
affatto a resistere e si vedevano gi ormai tutti quanti circondati dalla
cavalleria. E cos, prima che si potesse tirare una freccia o che i nostri
avanzassero oltre, tutta la schiera di Varo volse le spalle e cerc rifugio
nel campo.

35


Durante questa fuga un Peligno, di nome Fabio, che aveva uno dei gradi
pi bassi dell'esercito di Curione, raggiunta la prima fila dei fuggitivi,
andava in cerca di Varo chiamandolo per nome ad alta voce s da sembrare
essere uno dei suoi soldati e volerlo avvertire e parlargli. Quando Varo, dopo
essere stato pi volte chiamato, lo vide, si ferm, e chiese chi fosse e che
cosa volesse, quello tir un colpo di spada al fianco e manc poco che
uccidesse Varo; egli, alzato lo scudo per difendersi dall'attacco, evit
questo pericolo. Fabio circondato dai soldati che erano pi vicini viene
ucciso. Le porte dell'accampamento vengono ostruite da una moltitudine
disordinata di fuggitivi e viene impedito il passaggio; muoiono pi soldati in
quel luogo senza ricevere ferita che in battaglia o durante la fuga e non
manc molto che venissero scacciati dal campo; alcuni uomini, senza
interrompere la corsa, si diressero verso la citt. Ma l'accesso era allora
impedito per un verso dalla natura del luogo e dalle fortificazioni e per
l'altro dal fatto che i soldati di Curione, usciti per combattere, mancavano
di quei mezzi necessari per espugnare il campo. E cos Curione riconduce
l'esercito nell'accampamento con tutti i suoi soldati incolumi, eccetto Fabio;
mentre fra i nemici ne furono uccisi circa seicento e feriti mille. Alla
partenza di Curione tutti costoro e molti altri, che si fingevano feriti,
lasciano l'accampamento e si rifugiano, per la paura, nella citt. Varo,
accortosi di ci, visto il terrore dell'esercito, lasciati nel campo un
trombettiere e poche tende per ingannare il nemico, verso mezzanotte, in
silenzio, riconduce l'esercito in citt.

36


Il giorno successivo Curione intraprende l'assedio di Utica e il suo
accerchiamento con un vallo. Vi era nella citt una moltitudine non avvezza
alla guerra, per il lungo periodo di pace; gli Uticensi grazie ad alcuni
benefici ricevuti da Cesare gli erano molto favorevoli; la colonia di
cittadini romani era formata da varie classi; grande era il terrore che
avevano prodotto le battaglie precedenti. E cos gi tutti parlavano
apertamente di resa e trattavano con P. Azzio perch con la sua ostinazione
non volesse mettere in pericolo la sorte di tutti. Durante queste trattative,
giunsero ambasciatori mandati dal re Giuba per annunciare che egli era vicino
con grandi truppe e per esortarli a custodire e difendere la citt. Questa
notizia confort il loro animo sconvolto.

37


La medesima notizia veniva annunciata a Curione, ma per un certo tempo
non ci pot credere tanto grande era la fiducia che aveva nella sua fortuna. E
gi da messaggeri e da lettere venivano riferiti in Africa i successi di
Cesare in Spagna. Esaltato da queste notizie pensava che il re non avrebbe
tentato nulla contro di lui. Ma quando venne a sapere da fonti certe che le
truppe di Giuba distavano da Utica meno di venticinque miglia, lasciate le
opere di fortificazione, si rifugi nel Campo Cornelio. Cominci ad ammassare
qui frumento, a fortificare il campo, a radunare legname e invi subito in
Sicilia l'ordine di mandargli due legioni e il resto della cavalleria.
L'accampamento era adattissimo a condurre la guerra ad oltranza per la natura
del luogo e il modo in cui era fortificato, per la vicinanza del mare, per
l'abbondanza di acqua e di sale, di cui una grande quantit era stata portata
col dalle vicine saline. Il legname non poteva mancare per la quantit di
alberi, non poteva mancare il frumento di cui erano pieni i campi. E cos, col
consenso di tutti i suoi, Curione si apprestava ad aspettare le rimanenti
truppe e a trascinare in lungo la guerra.

38


Definito ci e approvati questi piani, Curione viene a sapere da alcuni
disertori della citt che Giuba, richiamato da una guerra con un popolo vicino
e da controversie con gli abitanti di Leptis, si era fermato nel suo regno e
che il suo prefetto Saburra, che era stato mandato con poche truppe, era
vicino a Utica. Credendo sconsideratamente a queste fonti, muta piano e
stabilisce di risolvere la questione con il combattimento. Molto
contribuiscono a questa decisione la giovinezza, il grande coraggio, i
successi del passato, la speranza di condurre a buon fine l'impresa. Mosso da
ci, sul fare della notte manda tutta la cavalleria verso l'accampamento dei
nemici nei pressi del fiume Bagrada; di tale campo era capo Saburra, di cui
prima si era detto; ma il re con tutte le milizie gli teneva dietro e si era
fermato a una distanza di sei miglia da Saburra. I cavalieri, inviati da
Curione, compiono di notte il cammino e assaltano i nemici che, impreparati,
non se lo aspettavano. I Numidi, secondo un'abitudine dei barbari, si erano
sdraiati qua e l senza alcun ordine. Assalitili mentre erano immersi nel
sonno e sparpagliati, ne uccidono un gran numero; molti fuggono in preda al
terrore. Compiuta questa azione i cavalieri fanno ritorno da Curione e gli
conducono i prigionieri.

39


Curione con tutte le milizie prima del giorno era uscito dal campo
lasciandovi di guardia cinque coorti. Avanzato per sei miglia, incontra i
cavalieri e viene a conoscenza della loro azione; chiede ai prigionieri chi 
a capo del campo di Bagrada; rispondono Saburra. Per la fretta di terminare il
viaggio tralascia di chiedere altre informazioni e, volgendosi alle schiere
pi vicine, dice: "Vedete, o soldati, che le parole dei prigionieri collimano
con quelle dei disertori? Il re  lontano, poche sono le milizie inviate e
queste non hanno potuto tenere testa a pochi cavalieri. Dunque affrettatevi
verso la preda, verso la gloria, in modo che io possa gi cominciare a pensare
ai vostri premi e a dimostrarvi la mia riconoscenza". L'impresa che i
cavalieri avevano compiuta, per se stessa, era veramente grande, sopra tutto
se il loro esiguo numero veniva paragonato a una moltitudine cos grande di
nemici. Tuttavia tale azione era ricordata dagli stessi con troppa
esagerazione, cos come gli uomini di solito volentieri parlano dei propri
meriti. Inoltre venivano messe in bella mostra molte spoglie, venivano esibiti
uomini e cavalieri prigionieri sicch ogni indugio sembrava essere un ritardo
per la vittoria. E cos alla speranza di Curione si aggiungeva l'ardore dei
soldati. Ordina ai cavalieri di seguirlo e accelera la marcia per potere
assalire i nemici atterriti quanto mai per la fuga. Ma i cavalieri, sfiniti
per la marcia di tutta la notte, non potevano stargli dietro e si fermavano
gli uni qui gli altri l. Neppure ci diminuiva la speranza di Curione.

40


Giuba, informato da Saburra dello scontro notturno, gli manda in aiuto
duemila cavalieri spagnoli e galli che era solito tenere con s a guardia
della propria persona, e quella parte di fanti in cui aveva pi fiducia. Egli
stesso con le rimanenti milizie e sessanta elefanti tiene dietro con passo pi
lento. Saburra, sospettando che si avvicinasse lo stesso Curione poich era
stata mandata avanti la cavalleria, schiera fanti e cavalieri e ordina loro di
indietreggiare a poco a poco e ritirarsi fingendo paura; egli, quando fosse
necessario, avrebbe dato il segnale di combattimento, ordinando ci che avesse
compreso che la situazione richiedeva. Curione fa scendere le milizie dalle
alture alla pianura; infatti nel suo animo, poich egli credeva che i nemici
fossero in fuga, l'impressione dell'attuale circostanza si aggiungeva alla
precedente speranza.

41


Quando si fu allontanato alquanto da queste alture, poich l'esercito,
dopo avere percorso sedici miglia, era ormai sfinito dalla stanchezza, si
ferm. Saburra d il segnale ai suoi, schiera l'esercito in ordine di
battaglia e incomincia ad aggirarsi fra le schiere, esortandole; ma impiega la
fanteria solo in seconda linea tanto per fare impressione col numero,
lanciando invece all'attacco la cavalleria. Curione non viene meno al suo
dovere ed esorta i suoi a riporre nel valore ogni speranza. N ai soldati,
sebbene stanchi, n ai cavalieri, sebbene pochi e sfiniti dalla fatica,
difettavano zelo e valore per combattere; ma i cavalieri erano in tutto
duecento, poich gli altri si erano fermati durante la marcia. Costoro,
ovunque andavano all'attacco, costringevano il nemico a retrocedere, ma non
erano in grado di inseguire i fuggitivi troppo oltre n di incitare i cavalli
a maggiore foga. Ma la cavalleria nemica incomincia a circondare la nostra
schiera da entrambi i lati e ad assalirla alle spalle. Ogni qual volta delle
coorti avanzavano all'attacco staccandosi dallo schieramento, i Numidi freschi
di forze velocemente sfuggivano all'assalto dei nostri e le circondavano e le
tagliavano fuori mentre tentavano di rientrare di nuovo nei loro ranghi. Cos
non appariva sicuro n mantenere la posizione e conservare lo schieramento n
avanzare all'attacco e tentare la sorte. Le milizie nemiche aumentavano di
continuo per gli aiuti inviati dal re; ai nostri venivano meno le forze per la
stanchezza e quelli che erano stati feriti non erano in grado n di uscire
dalla schiera n di rifugiarsi in un luogo sicuro, poich tutto l'esercito era
stretto in una morsa, circondato dalla cavalleria nemica. Costoro, disperando
della propria salvezza, come sono soliti fare gli uomini in fin di vita, o
commiseravano la propria morte o raccomandavano i propri familiari se mai la
Fortuna avesse potuto salvare qualcuno di essi dal quel pericolo. Ovunque non
vi era altro che paura e pianto.

42


Curione, quando capisce che non si d ascolto n alle sue esortazioni n
alle sue preghiere, essendo tutti attanagliati dal terrore, pensando che,
vista la situazione disastrosa, vi era una sola via di salvezza, ordina a
tutti di occupare i colli vicini e di portarvi le insegne. Ma questi vengono
occupati dalla cavalleria inviata da Saburra. Allora invero i nostri giungono
alla massima disperazione e una parte di essi in fuga viene uccisa dalla
cavalleria, una parte s'accascia a terra pure senza ferite. Gneo Domizio,
comandante della cavalleria, schierandosi con pochi uomini attorno a Curione,
lo esorta a cercare salvezza nella fuga e a tornare nel campo, e gli promette
di non abbandonarlo. Ma Curione dichiara che mai, dopo avere perduto
l'esercito che Cesare gli aveva affidato con fiducia, sarebbe tornato al suo
cospetto e cos, mentre combatte, viene ucciso. Pochissimi cavalieri si
salvano dalla battaglia; ma quelli che, come si  detto, si erano fermati alla
retroguardia per ristorare i cavalli, resisi conto da lontano della fuga
dell'esercito intero, incolumi ritornano al campo. I fanti, dal primo
all'ultimo, vengono tutti uccisi.

43


Conosciuti tali fatti, il questore Marco Rufo, lasciato da Curione nel
campo, esorta i suoi a non perdersi d'animo. Quelli lo pregano e lo
scongiurano di riportarli in Sicilia con le navi. Lo promette e ordina ai
comandanti delle navi di tenere, sul fare della sera, tutte le lance ancorate
presso il lido. Ma il terrore di tutti fu cos grande che gli uni dicevano che
le truppe di Giuba erano vicine, gli altri che Varo era addosso con le legioni
e gi scorgevano la polvere di quelli che sopraggiungevano, mentre non
accadeva proprio nulla di tutto ci, altri ancora supponevano che la flotta
nemica in breve tempo sarebbe giunta al volo. E cos, poich erano tutti
sconvolti, ognuno pensava a se stesso. Coloro che erano sulle navi da guerra
acceleravano la partenza. La loro fuga istigava i comandanti delle navi da
carico; solo poche barchette si radunavano per eseguire il loro compito, come
era stato ordinato. E sul lido affollato tanta era la gara a chi, in tale
moltitudine, per primo riuscisse a imbarcarsi, che alcune imbarcazioni
affondavano per il peso della gente, altre tardavano ad avvicinarsi, temendo
la stessa fine.

44


Per questi motivi accadde che solo pochi soldati e padri di famiglia, che
erano influenti per autorit o suscitavano commiserazione o erano in grado di
raggiungere a nuoto le navi, furono imbarcati e giunsero sani e salvi in
Sicilia. Le altre truppe, inviati di notte a Varo dei centurioni in qualit di
ambasciatori, si consegnarono a lui. Il giorno dopo Giuba, vedendo dinanzi
alla citt le coorti di questi soldati, dichiar pubblicamente che erano sua
preda di guerra e ordin che una gran parte di loro venisse uccisa; pochi
soldati, da lui scelti, furono mandati nel suo regno, sebbene Varo lamentasse,
senza per osare opporsi, che egli offendeva la sua lealt. Lo stesso re,
entrato a cavallo in citt, seguito da parecchi senatori, fra i quali Servio
Sulpicio e Licinio Damasippo, in pochi giorni stabil e ordin che cosa voleva
si facesse in Utica. E dopo pochi giorni ritorn con tutte le milizie nel suo
regno.


LIBRO TERZO



1


Cesare in qualit di dittatore convoca i comizi elettorali; vengono
eletti consoli Giulio Cesare e Publio Servilio; era infatti questo l'anno in
cui, secondo le leggi, gli era concesso di diventare console. Ci compiuto,
dal momento che in tutta Italia il credito era in grave crisi e non venivano
pagati i debiti, dispose che fossero nominati degli arbitri e che per mezzo di
essi si facesse la stima dei beni mobili ed immobili per sapere quanto
valesse, prima della guerra, ciascuno di questi beni, e che essi fossero
consegnati ai creditori. Stim che questo provvedimento fosse molto opportuno
sia per fugare o diminuire il timore di nuovi libri dei conti, cosa che quasi
sempre suole accadere dopo guerre e discordie civili, sia per tutelare la
fiducia verso i debitori. Parimenti, a mezzo di proposte di legge sottoposte
al popolo dai pretori e dai tribuni della plebe, reintegr in tutti i loro
diritti parecchi cittadini condannati in forza della legge di Pompeo sui
brogli, al tempo in cui Pompeo aveva in citt il presidio delle legioni,
quando si svolgevano in un solo giorno processi in cui alcuni giudici
ascoltavano, altri emettevano la sentenza. Questi cittadini all'inizio della
guerra civile si erano offerti a Cesare, se egli voleva avvalersi dei loro
servigi in guerra, perci li giudic come se se ne fosse servito, dal momento
che si erano messi a sua completa disposizione. Aveva infatti stabilito che
costoro dovessero venire reintegrati per giudizio popolare piuttosto che
sembrare riabilitati per suo favore, per non apparire o ingrato nel dimostrare
la propria riconoscenza o arrogante nel sottrarre al popolo un suo privilegio.

2


Impiega undici giorni per sbrigare queste cose, per celebrare le Ferie
latine e per portare a termine tutti i comizi; rinuncia alla dittatura, parte
da Roma e giunge a Brindisi. Aveva ordinato che si recassero col dodici
legioni e tutta la cavalleria. Ma di navi trov solo un numero sufficiente a
trasportare, a mala pena, quindicimila legionari e cinquecento cavalieri. Solo
questo [la scarsit delle navi] manc a Cesare per condurre a termine la
guerra in breve tempo. Inoltre quelle stesse legioni che vengono fatte
imbarcare sono al di sotto del numero effettivo di uomini in quanto molti di
essi erano venuti a mancare in tante guerre galliche, e il lungo viaggio dalla
Spagna ne aveva di molto diminuito il numero e l'autunno insalubre in Puglia e
attorno a Brindisi aveva messo a prova la salute di tutto l'esercito che
proveniva dalle salutari regioni della Gallia e della Spagna.

3


Pompeo, che aveva avuto un intero anno per mettere insieme le truppe,
tranquillo poich in tale periodo non vi era stata guerra e interventi da
parte dei nemici, aveva raccolto dall'Asia, dalle isole Cicladi, da Corcira,
da Atene, dal Ponto, dalla Bitinia, dalla Siria, dalla Cilicia, dalla Fenicia
e dall'Egitto una grande flotta; aveva comandato che un'altra grande flotta
fosse costruita in ogni luogo, aveva preteso e ottenuto una considerevole
quantit di denaro richiesta in Asia e in Siria e da tutti i re, dinasti e
tetrarchi e dai liberi popoli dell'Acaia, aveva costretto le societ di
cavalieri delle province in suo possesso a versargli una grande quantit di
denaro.

4


Aveva allestito nove legioni di cittadini romani; cinque le aveva
trasportate dall'Italia, una di veterani dalla Cilicia, che chiamava "gemella"
perch formata da due legioni, una da Creta e dalla Macedonia composta di
soldati veterani che, congedati da precedenti comandanti, si erano fermati in
quelle province, due dall'Asia che il console Lentulo aveva fatto arruolare.
Inoltre, a completamento degli effettivi, aveva distribuito fra le legioni un
gran numero di soldati provenienti dalla Tessaglia, Beozia, Acaia ed Epiro; a
questi aveva unito i soldati di Antonio. Oltre a queste aspettava due legioni
provenienti dalla Siria con Scipione. Aveva tremila arcieri giunti da Creta,
da Sparta, dal Ponto, dalla Siria e da altre citt, due coorti di frombolieri
ciascuna formata di seicento uomini, e settemila cavalieri. Di questi,
seicento erano Galli portati da Deiotaro, cinquecento li aveva portati
Ariobarzane dalla Cappadocia; circa un medesimo numero aveva procurato dalla
Tracia Coto, che aveva mandato il figlio Sadala; della Macedonia ve ne erano
duecento, al cui comando era Rascipoli, uomo di grande valore; cinquecento,
Galli e Germani, provenivano da Alessandria ed erano fra quei gabiniani che A.
Gabinio l aveva lasciato di presidio presso il re Tolomeo, e Pompeo figlio li
aveva condotti con la flotta; ottocento li aveva raccolti fra i suoi servi e
pastori; trecento li avevano dati dalla Gallogrecia Castore Tarcondario e
Domnilao (uno era venuto di persona, l'altro aveva mandato il figlio);
duecento erano stati mandati dalla Siria da Antioco Commagene, al quale Pompeo
diede grandi ricompense, e di questi la maggior parte erano arcieri a cavallo.
A questi aveva aggiunto Dardani, Bessi in parte mercenari in parte arruolati o
volontari, e inoltre Macedoni, Tessali e uomini di altre nazioni e citt; in
tal modo aveva formato quel numero che sopra abbiamo detto.

5


Aveva radunato dalla Tessaglia, dall'Asia, dall'Egitto, da Creta, da
Cirene e da altre regioni una grandissima quantit di frumento. Aveva deciso
di svernare a Durazzo, ad Apollonia e in tutte le citt marittime per impedire
a Cesare di attraversare il mare e a tal fine aveva disposto una flotta su
tutto il litorale. Era a capo delle navi egiziane Pompeo figlio, di quelle
asiatiche D. Lelio e C. Triario, delle siriache C. Cassio, di quelle di Rodi
C. Marcello e C. Coponio, della flotta liburnica e achea Scribonio Libone e
Marco Ottavio. M. Bibulo, pur se preposto a tutte le operazioni marittime
aveva tuttavia anche la direzione generale; a lui apparteneva il comando
supremo.

6


Cesare, non appena giunse a Brindisi, tenne un discorso ai soldati
dicendo che, poich si era ormai giunti al termine delle fatiche e dei
pericoli, di buon animo lasciassero in Italia schiavi e bagagli e salissero
sulle navi senza impedimenti in modo che un maggiore numero di soldati potesse
venire imbarcato e che ponessero ogni speranza nella vittoria e nella sua
liberalit. Poich tutti insieme gli avevano gridato di comandare ci che
voleva e che avrebbero fatto di buon animo qualunque cosa avesse comandato,
salp il 4 gennaio. Come si  detto, furono imbarcate sette legioni. Il giorno
dopo raggiunse la terra dei Germini. Tra le scogliere dei Cerauni e altri
luoghi pericolosi trovato un posto tranquillo, temeva infatti ogni porto,
poich li credeva tutti in mano ai nemici, sbarc i soldati dalle navi, tutte
incolumi dalla prima all'ultima, presso quella localit chiamata Paleste.

7


A Orico vi erano Lucrezio Vespillo e Minucio Rufo con diciotto navi
asiatiche delle quali essi erano a capo per ordine di D. Lelio; a Corcira vi
era M. Bibulo con centodieci navi. Ma quelli, non fidandosi delle proprie
forze, non osarono uscire dal porto, sebbene Cesare avesse condotto di scorta
in tutto solo dodici navi lunghe da guerra, fra cui quattro coperte; e Bibulo,
a sua volta, dal momento che non aveva le navi in ordine per salpare e i
rematori erano dispersi, non lo affront in tempo poich Cesare fu visto
vicino a terra prima che la notizia del suo arrivo si fosse sparsa in quei
luoghi.

8


Sbarcati i soldati, Cesare rimanda nella stessa notte le navi a Brindisi
perch si potessero trasportare le altre legioni e la cavalleria. A questa
operazione era stato preposto il luogotenente Fufio Caleno, che doveva
trasportare velocemente le legioni. Ma le navi, che avevano preso troppo tardi
il largo e non ebbero dalla loro la brezza notturna, sulla via del ritorno
incontrarono una cattiva sorte. Bibulo infatti, informato a Corcira
dell'arrivo di Cesare, sperando di potersi imbattere in qualche nave carica,
incontr quelle vuote; e incrociatene circa una trentina, contro di loro sfog
la rabbia dovuta alla sua negligenza e alla sua esasperazione: le incendi
tutte e nel medesimo incendio uccise marinai e comandanti delle navi, sperando
di atterrire gli altri con la gravit del castigo. Compiuta questa impresa,
occup con la flotta, in lungo e in largo, gli ancoraggi e tutti i litorali da
Sasone al porto di Curico e, scaglionati pi scrupolosamente i corpi di
guardia, egli stesso, nonostante il rigore dell'inverno pernottava sulle navi
vigilando, disprezzando ogni fatica o incarico, senza aspettarsi un aiuto,
pure di potere venire alle armi con Cesare ...

9


Dopo la partenza delle navi liburniche dall'Illiria M. Ottavio giunse a
Salona con le sue navi. Qui, dopo avere sollevato i Dalmati e gli altri
barbari, provoc la rottura dell'alleanza di Issa con Cesare; ma non potendo,
n con preghiere n con minacce, smuovere la cittadinanza di Salona, decise di
assediare la citt ( questa protetta sia dalla natura del luogo sia da un
colle). Ma in poco tempo i cittadini romani costruirono delle torri di legno
per difendersi e non potendo opporre resistenza per l'esiguo numero di uomini,
indeboliti dalle molte ferite, ricorsero al rimedio estremo e liberarono tutti
i servi in et giovanile e, dopo avere tagliato i capelli di tutte le donne,
fecero corde per le macchine da guerra. Ottavio, venuto a conoscenza del loro
piano, cinse la citt con cinque accampamenti e cominci a incalzarla
contemporaneamente con assedio e assalti. Quelli, pur disposti a sopportare
tutto, erano tormentati sopra ogni cosa dalla mancanza di viveri. Perci
mandarono ambasciatori a Cesare per chiedergli aiuto. Sostenevano da soli,
come potevano, gli altri disagi. Dopo molto tempo, poich la durata
dell'assedio aveva reso i soldati di Ottavio alquanto trascurati, cogliendo il
momento del mezzogiorno quando i nemici si allontanavano, disposti fanciulli e
donne sulle mura, perch le abitudini quotidiane sembrassero immutate, formata
una schiera con quelli che avevano da poco liberati, fecero irruzione nel pi
vicino degli accampamenti di Ottavio. Espugnatolo, con lo stesso impeto
assalirono il secondo, quindi il terzo e il quarto e poi il quinto e
cacciarono i nemici da tutti i campi e, uccisone un gran numero, costrinsero i
rimanenti e lo stesso Ottavio a trovare rifugio sulle navi. Questo fu l'esito
dell'assedio. E gi si avvicinava l'inverno e, subti tanti danni, Ottavio,
non sperando pi di espugnare la citt, si ritir a Durazzo presso Pompeo.

10


Abbiamo detto che L. Vibullio Rufo, prefetto di Pompeo, era caduto due
volte in potere di Cesare e da questo rimesso in libert, una volta a
Corfinio, una volta in Spagna. Cesare, per i benefici che gli aveva concesso,
aveva giudicato costui idoneo per essere mandato con proposte da Cn. Pompeo,
per l'ascendente che su di lui, come sapeva, egli esercitava. Queste per sommi
capi erano le proposte: entrambi dovevano porre fine alla loro ostinazione,
deporre le armi e non tentare pi a lungo la Fortuna. Entrambi avevano
ricevuto danni abbastanza grandi, che potevano servire di lezione e di esempio
s da temerne altri: Pompeo, scacciato dall'Italia, dopo avere perduto la
Sicilia e la Sardegna e le due Spagne e centotrenta coorti di cittadini romani
in Italia e Spagna; lui, Cesare, con la morte di Curione e la perdita
dell'esercito africano e la resa di Antonio e dei soldati presso Curitta. Non
dovevano danneggiare se stessi e lo stato dal momento che essi con i loro guai
erano prova sufficiente di quanto pu la Fortuna in guerra. Era proprio questo
il momento irripetibile per trattare la pace, finch tutti e due confidavano
in se stessi e le forze sembravano pari; ma se per caso la Fortuna avesse
fatto qualche piccola concessione a uno dei due, chi si credeva superiore non
avrebbe voluto sapere di condizioni di pace, n si sarebbe contentato di parti
uguali colui che confidasse di potere avere tutto. Dal momento che prima non
ci si era potuti accordare, le condizioni di pace dovevano essere chieste al
senato e al popolo romano. Ci conveniva allo stato ed era opportuno che
piacesse anche a loro. Se entrambi, immediatamente, alla presenza dei soldati,
avessero giurato di congedare entro tre giorni l'esercito, deposte le armi e
sciolte le truppe ausiliarie, nelle quali ora ponevano fiducia, di necessit
entrambi avrebbero di buon animo accettato il giudizio del popolo e del
senato. Affinch questa proposta potesse essere pi facilmente accettata da
Pompeo, avrebbe congedato tutte le sue truppe terrestri e le milizie delle
citt...

11


Vibullio, dopo avere riferito queste proposte [a Corcira], ritenne non
meno necessario informare Pompeo dell'improvviso arrivo di Cesare affinch
potesse prendere decisioni in merito prima di iniziare a esaminare
l'ambasceria. E cos, senza interrompere il cammino n di giorno n di notte
e, per andare veloce, cambiando i cavalli in tutte le stazioni, si dirige da
Pompeo per annunziargli l'arrivo di Cesare. In quel momento Pompeo era a
Caldavia e dalla Macedonia si dirigeva ad Apollonia e a Durazzo nei quartieri
invernali. Ma, turbato dall'avvenimento inatteso, con marce pi veloci
cominci a dirigersi ad Apollonia affinch Cesare non si impadronisse delle
citt della costa. Ma Cesare, sbarcate le truppe, nel medesimo giorno si
dirige a Orico. Quando vi giunse, L. Torquato, che per ordine di Pompeo era a
capo della citt e qui teneva un presidio di Partini, fece chiudere le porte e
tent di difendere la citt; quando ordin ai Greci di salire sulle mura e di
prendere le armi, quelli dissero di non avere intenzione di combattere contro
l'autorit del popolo romano; poi spontaneamente i cittadini tentarono di
accogliere Cesare. Torquato, perduta ogni speranza di aiuto, apr le porte e
consegn la citt e se stesso a Cesare, che lo lasci incolume.

12


Capitolata Orico, Cesare si dirige senza alcun indugio ad Apollonia. Alla
notizia del suo arrivo L. Staberio, che qui comandava, cominci a fare portare
acqua nella rocca e a fortificarla e a richiedere ostaggi dagli abitanti di
Apollonia. Ma questi dissero che non glieli avrebbero dati e che non avevano
intenzione di chiudere le porte al console n di assumere deliberazioni
contrarie a quelle dell'intera Italia [il popolo romano]. Conosciuto il loro
parere, Staberio fugge di nascosto da Apollonia. Gli abitanti mandano
ambasciatori a Cesare e lo accolgono in citt. Seguono il loro esempio gli
abitanti di Billide, di Amanzia e le altre citt vicine e tutto l'Epiro;
mandati ambasciatori a Cesare, promettono di eseguire i suoi ordini.

13


Ma Pompeo, venuto a conoscenza di quanto era avvenuto a Orico e ad
Apollonia e temendo la perdita di Durazzo, vi si dirige marciando giorno e
notte, mentre si andava dicendo che Cesare si avvicinava. Una paura tanto
grande si impadron del suo esercito che, poich nella fretta faceva della
notte giorno, non interrompendo la marcia, quasi tutti i soldati dell'Epiro e
quelli provenienti dalle regioni vicine disertavano, parecchi gettavano le
armi e la marcia pareva simile a una fuga. Ma quando Pompeo si ferm presso
Durazzo e ordin di porre il campo, poich l'esercito era ancora in preda al
terrore, Labieno per primo si fa avanti e giura di non lasciarlo e di essere
pronto ad andare incontro alla medesima sorte che la Fortuna avesse riservato
a Pompeo. Lo stesso giuramento fanno gli altri luogotenenti; li seguono i
tribuni dei soldati e i centurioni e il medesimo giuramento fa tutto
l'esercito. Cesare, visto che la marcia su Durazzo era stata prevenuta da
Pompeo, finisce di marciare in fretta e pone il campo presso il fiume Apso nel
territorio degli Apolloniati, perch le citt benemerite fossero difese da
fortini e posti di guardia [a difesa] e stabilisce di aspettare qui l'arrivo
delle altre legioni dall'Italia e di svernare in tenda. Altrettanto fa Pompeo
e, posto il campo al di l del fiume Apso, vi conduce tutte le milizie e le
truppe ausiliarie.

14


Caleno, imbarcate a Brindisi legioni e cavalleria, quel tanto che le navi
potevano contenerne, come era stato comandato da Cesare, salpa e,
allontanatosi un po' dal porto, riceve una lettera da Cesare che lo informa
che i porti e tutto il litorale sono in mano alla flotta nemica. Venuto a
conoscenza di ci, fa ritorno in porto e richiama tutte le navi. Una di esse,
che continu la navigazione e non obbed al comando di Caleno, poich non
c'erano soldati a bordo ed era comandata da un privato, spintasi fino a Orico,
fu presa da Bibulo che sfog il proprio odio sui servi e su tutti gli uomini
liberi, non risparmiando neppure i fanciulli, uccidendo tutti. Cos da un
breve intervallo di tempo e da un caso accidentale dipese la salvezza di tutto
l'esercito.

15


Bibulo, come si  visto sopra, era sulla flotta presso Orico e come egli
impediva a Cesare la via di mare e l'ingresso ai porti, cos era impedito a
lui stesso lo sbarco in tutti i punti di quelle regioni. Infatti collocati qua
e l dei presidi, tutte le coste erano in mano a Cesare e non vi era modo n
di fare legna e acqua n di ormeggiare le navi. La situazione era di estrema
difficolt e i Pompeiani erano tormentati dalla totale mancanza del necessario
s da essere costretti a portare da Corcira con navi da carico oltre che i
viveri anche legna e acqua. Ci nonostante sopportavano pazientemente e di
buon animo queste difficolt e ritenevano di non dovere togliere la
sorveglianza alle coste e lasciare i porti. Ma trovandosi nelle difficolt che
ho detto e essendosi unito Libone a Bibulo, entrambi, dalle navi, dialogano
con i luogotenenti M. Acilio e Stazio Murco, dei quali l'uno era preposto alla
difesa delle mura della citt, l'altro alle difese di terra: dicono di volere
discutere con Cesare di cose della massima importanza, se a loro viene
concessa la possibilit. A conferma di ci aggiungono poche parole per
mostrare di avere intenzione di negoziare un trattato. Frattanto chiedono un
armistizio e lo ottengono. Di grande importanza infatti sembrava la proposta
che presentavano e sapevano che la cosa era molto desiderata da Cesare e si
pensava che si sarebbe ottenuto qualche risultato dalle proposte di Vibullio.

16


Cesare in quel tempo, partito con una sola legione per ricevere la
sottomissione delle citt pi meridionali e per procurarsi del frumento di cui
aveva penuria, si trovava nei pressi di Butroto, citt di fronte a Corcira.
Qui, informato per lettera da Acilio e Murco delle richieste di Libone e
Bibulo, lascia la legione e fa ritorno a Orico. Giuntovi, i Pompeiani vengono
convocati a colloquio. Libone si fa avanti e porge le scuse per l'assenza di
Bibulo, poich questi era di carattere fortemente iracondo e aveva con Cesare
un'inimicizia anche privata nata al tempo dell'edilit e della pretura; per
questo motivo aveva evitato il colloquio affinch la sua irascibilit non
turbasse il negoziato che si sperava di grandissima utilit. , dice, e fu
sempre grandissimo desiderio di Pompeo che si venisse a un accordo e si
deponessero le armi; essi non hanno nessun potere per trattare, perch secondo
il decreto del consiglio il comando supremo della guerra e di tutto il resto
era stato affidato a Pompeo. Ma, una volta conosciute le richieste di Cesare,
essi le avrebbero fatte pervenire a Pompeo e Pompeo, esortato da loro, avrebbe
da solo preso le rimanenti decisioni. Durasse frattanto l'armistizio in modo
che si potesse fare ritorno da Pompeo e nessuno dei due avversari potesse
danneggiare l'altro. A ci aggiunge poche parole sulle ragioni del conflitto e
sulle proprie truppe e milizie ausiliarie.

17


A queste ultime considerazioni Cesare non ritenne di dovere per il
momento rispondere n pensiamo ora che ci sia un motivo sufficiente per
ricordarle. Cesare chiedeva che gli fosse possibile mandare ambasciatori a
Pompeo senza pericolo e che essi stessi garantissero il buon esito della cosa
oppure li prendessero in consegna e li conducessero alla presenza di Pompeo.
Per quanto concerneva la tregua, la situazione della guerra era in questi
termini che essi con la flotta erano di ostacolo alle sue navi e alle truppe
ausiliarie, mentre egli li teneva lontani dalla terraferma e
dall'approvvigionamento di acqua. Se volevano che questo ostacolo venisse
tolto, rinunziassero al blocco navale; se essi tenevano duro, anch'egli aveva
intenzione di tenere duro. Ci nonostante si poteva trattare dell'accordo,
anche senza concessioni e ci non era per loro un impedimento. Libone rispose
di non potere n accettare la tutela degli ambasciatori di Cesare n garantire
per la loro sicurezza; faceva ricadere ogni responsabilit su Pompeo: su un
solo punto insisteva, la tregua che esigeva con grande insistenza. Quando
Cesare comprese che egli aveva ordito tutto il suo discorso per ovviare al
pericolo presente e alla mancanza di provviste e che non recava alcuna
speranza o condizione di pace, ricondusse il suo pensiero alla guerra.

18


Bibulo, al quale da molti giorni era impedito lo sbarco, gravemente
ammalato a causa della fatica e del freddo, non potendo essere curato e non
volendo abbandonare l'incarico assunto, non sopport la virulenza della
malattia. Dopo la sua morte nessuno ebbe da solo il comando supremo, ma
ciascuno comandava le proprie navi autonomamente e secondo il proprio
giudizio. Vibullio, sedato il tumulto suscitato dall'improvviso arrivo di
Cesare, appena il momento gli parve opportuno, assistito da Libone, L. Lucceio
e Teofane, con i quali Pompeo era solito consultarsi sugli affari della
massima importanza, cominci a discutere delle proposte di Cesare. Aveva
appena cominciato a parlare quando Pompeo lo interruppe e gli imped di
proseguire oltre il discorso: "Che importa a me", disse "della vita o dei
diritti civili, se sembreranno da me posseduti per la benevolenza di Cesare? E
questa opinione non potr essere cancellata, poich sembrer che io sia stato
ricondotto a forza in Italia, dalla quale mi sono allontanato". Terminata la
guerra, Cesare venne a conoscenza di questi fatti da coloro che furono
presenti al colloquio. Ci nonostante tent in altro modo di fare trattative
di pace mediante abboccamenti.

19


Tra i due campi di Pompeo e di Cesare vi era soltanto il fiume Apso e i
soldati avevano fra di loro frequenti colloqui e, come da loro comune accordo,
non veniva nel frattempo scagliato alcun dardo. Cesare manda il luogotenente
P. Vatinio sulla riva del fiume stesso per fare ci che gli pareva essere pi
utile per la pace: domandare, pi volte e a gran voce, se non era lecito a
cittadini romani inviare ad altri cittadini romani ambasciatori per trattative
di pace, cosa che  concessa anche agli schiavi che fuggono dai Pirenei e ai
predoni, sopra tutto perch tentavano di impedire che ci fosse uno scontro
armato fra concittadini. Parl a lungo con tono supplichevole, come egli
doveva, trattandosi della salvezza sua e di tutti, e fu ascoltato in silenzio
da entrambi gli eserciti. Dai Pompeiani fu risposto che Aulo Varrone
dichiarava che il giorno dopo sarebbe andato al colloquio e che insieme a loro
avrebbe esaminato in che modo gli ambasciatori potessero venire senza pericolo
ed esporre ci che volevano. Viene fissata una certa ora per l'incontro. E il
giorno dopo quando ci si incontr da entrambe le parti si radun una grande
folla; grande era l'attesa dell'evento e l'animo di tutti sembrava rivolto
alla pace. In mezzo a questa moltitudine avanza Tito Labieno e con tono
moderato incomincia a parlare di pace e a discutere con Vatinio.
All'improvviso dardi scagliati da ogni parte interrompono a met i loro
discorsi; Vatinio, riparato dalle armi dei soldati, li evita; tuttavia vengono
feriti molti, fra i quali Cornelio Balbo, M. Plozio, L. Tiburzio, alcuni
centurioni e soldati. Allora Labieno: "Smettetela dunque di parlare di
accordi; infatti nessuna pace vi pu essere con noi se non quando verr
portata la testa di Cesare".

20


In quel medesimo tempo il pretore M. Celio Rufo si assunse la causa dei
debitori e, all'entrata in carica, pose il suo seggio accanto a quello di Caio
Trebonio, pretore urbano, e, se qualcuno ricorreva in appello sugli estimi e
sui pagamenti imposti dal giudice, prometteva di aiutarlo secondo quanto
Cesare aveva stabilito quando era a Roma. Ma per l'equit del decreto e
l'umanit di Trebonio, che riteneva che in quelle circostanze si dovesse
esercitare il diritto con clemenza e moderazione, avveniva che non si poteva
trovare chi per primo si appellasse contro le sentenze. Infatti  forse
proprio di un animo mediocre prendere a pretesto la povert e lamentarsi delle
disgrazie proprie o di quelle dei tempi e mettere avanti le difficolt di
vendita all'asta, ma mantenere intatti i propri beni, quando si riconoscono i
propri debiti, quale coraggio o impudenza richiede? E cos non si poteva
trovare nessuno che presentasse tale richiesta. E Celio si mostr pi duro di
quelli stessi ai quali la cosa era d'utilit. E, dopo un simile inizio, per
non sembrare di essersi dato inutilmente a una causa ingiusta, promulg una
legge che prevedeva il pagamento dei debiti entro sei anni senza interesse.

21


Poich il console Servilio e altri magistrati si opponevano ed egli
otteneva meno successo di quanto aveva previsto, Celio Rufo, per eccitare le
passioni degli uomini, abrogata la legge precedente, ne promulg altre due,
una con la quale abbuon agli inquilini l'affitto di un anno, l'altra con la
creazione di nuovi registri di debiti. Il popolo si sollev contro C.
Trebonio, vi furono alcuni feriti ed egli fu cacciato dal suo seggio. Di
questi avvenimenti il console Servilio rifer al senato il quale decret che
Celio doveva essere rimosso dalla carica. In base a tale decreto il console
gli imped l'accesso al senato e, mentre tentava di pronunciare un discorso,
lo fece scendere dalla tribuna degli oratori. Celio, turbato dalla vergogna e
dal dolore, pubblicamente finse di andare da Cesare; di nascosto mand messi a
Milone, che, ucciso Clodio, era stato esiliato per tale crimine, e lo richiam
in Italia, poich egli, che aveva dato grandi spettacoli, possedeva ancora un
certo numero di gladiatori; Milone, unitosi a lui, fu mandato a Turi per
sollevare i pastori. Egli era giunto a Casilino quando le sue insegne militari
e le sue armi furono prese a Capua e fu scoperta a Napoli la schiera di
gladiatori che tramava per la resa della citt; conosciuti i suoi piani, fu
bandito da Capua. Temendo il pericolo, poich la citt aveva preso le armi e
lo considerava un nemico pubblico, abbandon il suo piano e mut cammino.

22


Frattanto Milone, diramata ai vari municipi una lettera con la quale
comunicava di agire in ossequio al comando e al volere di Pompeo, trasmessigli
da Vibullio, istigava coloro che pensava essere oppressi dai debiti. Ma, non
potendo con essi ottenere risultati, apr alcuni ergastoli e inizi l'attacco
di Compsa nell'agro Irpino. Qui, con una legione dal pretore Q. Pedio ..., fu
colpito da una pietra scagliata dalle mura e mor. E Celio, partito, come
andava dicendo, alla volta di Cesare, giunse a Turi. Qui, mentre sobillava
alcuni abitanti di quel municipio e prometteva denaro a cavalieri di Cesare,
galli e spagnoli, mandati l di guarnigione, venne ucciso da costoro. E cos
la fase iniziale di avvenimenti importanti, che tenevano in ansia l'Italia
perch i governanti erano occupati in altre faccende e le circostanze
suscitavano preoccupazione, ebbe una fine rapida e facile.

23


Libone, partito da Orico alla testa di una flotta di cinquanta navi,
giunse a Brindisi e occup l'isola che si trova di fronte al porto, poich
riteneva preferibile difendere con sorveglianza stretta un solo luogo, per
dove era necessario che i nostri passassero, piuttosto che tutti i lidi e i
porti. Costui, arrivato all'improvviso, si imbatt in alcune navi da carico
che incendi; ne port con s una carica di frumento e cagion ai nostri
grande paura; sbarcati di notte fanti e sagittari, scacci il presidio di
cavalieri e approfitt del favore della posizione a tal punto da mandare una
lettera a Pompeo, dicendo che, se voleva, desse l'ordine di tirare in secco le
navi per le riparazioni: egli con le sue navi era in grado di impedire che
Cesare ricevesse aiuti.

24


In quel tempo Antonio si trovava a Brindisi; confidando nel valore dei
soldati protesse con graticci e parapetti circa sessanta scialuppe delle navi
grandi; vi imbarc soldati scelti e le dispose in parecchi luoghi
separatamente lungo il litoraneo; ordin alle due triremi, che aveva fatto
costruire a Brindisi, di portarsi verso l'imboccatura del porto col pretesto
di esercitare i rematori. Quando Libone vide che esse erano avanzate con
troppa audacia, sperando di poterle sorprendere mand contro di esse cinque
quadriremi. Quando queste erano vicine alle nostre navi, i nostri veterani si
rifugiavano nel porto, quelli, eccitati dal loro ardore, con troppa imprudenza
le inseguivano. Cos, a un segnale convenuto, all'improvviso da ogni parte le
scialuppe di Antonio si lanciarono contro i nemici e, al primo assalto, si
impadronirono di una di queste quadriremi con i rematori e i difensori e
costrinsero le altre a fuggire vergognosamente. A questo insuccesso si
aggiunse il fatto che i cavalieri disposti da Antonio lungo la costa
impedivano ai nemici l'approvvigionamento di acqua. Libone, indotto da questa
necessit e dall'onta, si allontan da Brindisi e tolse l'assedio ai nostri.

25


Erano gi passati molti mesi e l'inverno era quasi finito e da Brindisi
non giungevano a Cesare n navi n legioni. E a Cesare sembrava che si fossero
perdute alcune occasioni propizie, dal momento che pi di una volta erano
soffiati venti favorevoli ai quali pensava che avrebbero dovuto senz'altro
affidarsi. E quanto pi il tempo passava, tanto pi i comandanti della flotta
nemica stavano vigili a sorvegliare e avevano maggiore speranza di tenere
lontano i nostri. E con frequenti lettere di Pompeo venivano rimproverati,
poich non avevano saputo impedire in un primo momento l'arrivo di Cesare; ed
erano pertanto ora incitati a ostacolare il resto dell'esercito; e cos ogni
giorno li aspettava una situazione pi difficile per la navigazione a causa di
venti sempre pi deboli. Cesare turbato da questa situazione scrisse con tono
alquanto duro ai suoi a Brindisi che, colto un vento propizio, non si
lasciassero sfuggire l'opportunit di prendere il mare, per vedere se potevano
dirigere la rotta verso il lido di Apollonia e condurre col le navi. Questi
luoghi erano completamente privi di sorveglianza, perch le navi nemiche non
osavano allontanarsi troppo dai porti.

26


I Cesariani danno prova di audacia e coraggio e, sotto il comando di
Marco Antonio e Fufio Caleno, per incitamento degli stessi soldati che non si
tiravano indietro di fronte a nessun pericolo per la salvezza di Cesare,
approfittando del vento australe, salpano e il giorno dopo passano davanti ad
Apollonia e Durazzo. Avvistatili dalla terraferma, Coponio, che a Durazzo
comandava la flotta di Rodi, fa uscire dal porto le navi e, quando gi si era
avvicinato alle nostre navi favorito da un vento piuttosto debole, l'Austro
cominci a soffiare in modo violento e fu di aiuto ai nostri. Egli, invero,
non demordeva per questo dal suo tentativo, ma con lo sforzo e la fatica dei
marinai sperava di potere vincere la violenza della burrasca e di inseguire
non di meno i nostri che pure avevano oltrepassato Durazzo grazie alla grande
forza del vento. I nostri, pur favoriti dalla Fortuna, tuttavia temevano
l'attacco della flotta nemica nel caso che il vento si fosse calmato.
Trovandosi di fronte il porto, chiamato Ninfeo, a tre miglia da Lisso, vi
fecero entrare le navi (questo porto era protetto dall'Africo, ma non riparato
dall'Austro), giudicando il pericolo della tempesta minore di quello della
flotta avversaria. Non appena furono entrati, per un incredibile colpo di
fortuna, l'Austro che aveva soffiato per due giorni si mut in Africo.

27


Fu possibile allora vedere un improvviso capovolgimento della Fortuna.
Coloro che poco prima avevano temuto per la propria salvezza, erano accolti in
un porto sicurissimo; quelli che avevano messo in pericolo le nostre navi
erano costretti a temere per la propria salvezza. E cos, mutata la
situazione, la tempesta protesse i nostri e si abbatt contro le navi rodie:
tutte e sedici le navi coperte, dalla prima all'ultima, vengono distrutte e
affondate e del gran numero di rematori e combattenti una parte, sbattuta
contro gli scogli, rimane uccisa, una parte viene tratta in salvo dai nostri.
Cesare a tutti risparmi la vita e li mand a casa.

28


Due nostre navi, che avevano navigato pi lentamente, sorprese dalla
notte, non sapendo quale rotta avessero preso le altre, gettarono le ancore di
fronte a Lisso. Otacilio Crasso, comandante del presidio di Lisso, si
apprestava ad assalirle con battelli e parecchie imbarcazioni di piccola
stazza; contemporaneamente iniziava trattative per la resa e prometteva
salvezza a chi si arrendeva. Una delle due navi aveva imbarcato duecentoventi
uomini di una legione di reclute, l'altra poco meno di duecento di una legione
di veterani. Questi uomini fecero comprendere quanto pu aiutare la forza
d'animo. Infatti le reclute, atterrite dalla moltitudine delle navi e sfinite
dal rollio e dal mal di mare, sentiti i nemici giurare che non avrebbero
recato loro alcun danno, si arresero a Otacilio; tutti costoro, condotti
dinanzi a lui, a dispetto del vincolo del giuramento, vengono crudelmente
uccisi in sua presenza. Ma i soldati della legione veterana, parimenti
tormentati dalla violenza della tempesta e dalla puzza della sentina,
giudicarono di non dovere affatto desistere dal valore di un tempo, e, fatta
trascorrere la prima parte della notte discutendo le condizioni di una
ipotetica resa, costringono il comandante a fare approdare la nave. Trovato un
luogo adatto, passarono qui il resto della notte e all'alba, quando Otacilio
mand loro contro i cavalieri che sorvegliavano quella parte di spiaggia,
circa quattrocento, e gli armati che li seguivano dal presidio di Lissa, si
difesero e, dopo averne uccisi alcuni, incolumi fecero ritorno dai nostri.

29


In seguito a questi avvenimenti, la colonia di cittadini romani che
occupava Lisso, citt un tempo data loro e fatta fortificare da Cesare,
accolse Antonio e lo aiut in ogni modo. Otacilio, temendo per s, fugge dalla
citt e si ricongiunge con Pompeo. Antonio, sbarcate tutte le truppe, il cui
effettivo totale era di tre legioni di veterani, una di reclute e di ottocento
cavalieri, rimanda in Italia la maggior parte delle navi per il trasporto
degli altri cavalieri e soldati; lascia a Lisso le navi grosse, di tipo
gallico, con il piano che, se per caso Pompeo, ritenendo l'Italia priva di
difesa, vi avesse trasportato l'esercito (e questa era la voce corrente),
Cesare avrebbe avuto una possibilit di inseguirlo. In gran fretta manda
messaggeri a Cesare per comunicargli in quali regioni aveva fatto sbarcare
l'esercito e quanti soldati aveva trasportato.

30


Cesare e Pompeo, quasi nel medesimo tempo, vengono a sapere queste
notizie. Infatti avevano visto passare le navi oltre Apollonia e Durazzo
[avevano fatto rotta in quella direzione], ma i primi giorni non sapevano dove
erano andate. Informati della cosa, i due prendono decisioni opposte: Cesare
di congiungersi al pi presto con Antonio, Pompeo di opporsi, durante la
marcia, ai nemici che sopraggiungevano e assalirli, possibilmente
sorprendendoli con agguati. Nel medesimo giorno entrambi conducono gli
eserciti fuori dagli accampamenti invernali stanziati presso il fiume Apso;
Pompeo di nascosto e di notte; Cesare alla luce del giorno, davanti agli occhi
di tutti. Ma Cesare doveva percorrere un cammino pi lungo e fare un ampio
giro, rimontando il fiume per poterlo attraversare a guado; Pompeo, procedendo
speditamente poich non doveva attraversare il fiume, a marce forzate si
dirige contro Antonio. Quando Pompeo si rese conto di essere vicino, scelto un
luogo adatto, vi ferm le milizie, trattenne tutti i suoi soldati nel campo e
imped di accendere fuochi per celare meglio il suo arrivo. La cosa viene
subito riferita dai Greci ad Antonio. Egli, mandati ambasciatori a Cesare, si
trattenne per un giorno solo nel campo; il giorno seguente Cesare giunse
presso di lui. Pompeo, venuto a conoscenza del suo arrivo, per non essere
circondato da due eserciti, si allontana da quella posizione e con tutte le
milizie giunge ad Asparagio di Durazzo e qui pone il campo in un luogo adatto.

31


In quel tempo Scipione, nonostante qualche perdita subta presso il monte
Amano, si era proclamato comandante supremo. Fatto ci aveva imposto il
pagamento di forti somme alle citt e ai sovrani, aveva parimenti preteso
dagli appaltatori della sua provincia il pagamento delle tasse arretrate di
due anni; dai medesimi si era fatto anticipare, come prestito, la somma delle
imposte dell'anno successivo e aveva ordinato a tutta la provincia un
arruolamento di cavalieri. Ottenuto ci, lasciandosi alle spalle, alla
frontiera, quei nemici, i Parti, che poco prima avevano ucciso il generale
Marco Crasso e assediato M. Bibulo, porta via dalla Siria le legioni e i
cavalieri. Ma la provincia della Siria era profondamente preoccupata e
timorosa di una guerra con i Parti e si sentiva dire dai soldati che essi
erano pronti, se fossero stati guidati ad assalire il nemico, ma non avrebbero
preso le armi contro un concittadino e un console. Pertanto egli condusse le
legioni nei quartieri invernali a Pergamo e nelle citt pi ricche; fece
grandissime elargizioni e, per assicurarsi il favore dei soldati, permise loro
di saccheggiare le citt.

32


Frattanto in tutta la provincia si esigeva con grande severit il
versamento dei contributi imposti. Inoltre, per desiderio di denaro, venivano
escogitate molte nuove imposte, secondo le classi dei cittadini; sulle singole
persone, schiavi o liberi, veniva imposto un tributo; veniva richiesta
un'imposta sulle colonne, sulle porte, sul frumento, sui soldati, sulle armi,
sui rematori, sulle macchine da guerra, sui trasporti; purch si potesse
trovare il nome di una cosa, questo sembrava essere motivo sufficiente per
esigere denaro. Non solo alle citt, ma quasi a ogni borgata e singolo
villaggio venivano preposti capi con comando militare. E chi di questi aveva
agito con maggiore durezza e crudelt veniva giudicato il migliore degli
uomini e dei cittadini. La provincia era piena di littori e di autorit, zeppa
di esattori e di prefetti che, oltre che alle tasse imposte, pensavano anche
al proprio guadagno personale; infatti andavano dicendo che, espulsi dalla
patria e dalla casa, mancavano di ogni cosa necessaria, per coprire con una
etichetta d'onest un comportamento vergognosissimo. A ci si aggiungevano i
pesantissimi interessi, come per lo pi suole accadere in tempo di guerra,
quando a tutti vengono imposti tributi; e in queste circostanze dicevano
essere una donazione il differimento del pagamento di un sol giorno. E cos il
debito della provincia in quel biennio si moltiplic. E per questo motivo non
solo ai cittadini romani di quella provincia, ma anche alle singole comunit e
alle singole cittadinanze venivano imposti determinati tributi e andavano
dicendo che quelle somme venivano richieste in prestito in base a un decreto
del senato; agli appaltatori delle imposte pubbliche, poich avevano
racimolato dei capitali, venivano richiesti in prestito i tributi dell'anno
successivo.

33


Inoltre Scipione aveva ordinato di portare via dal tempio di Diana a
Efeso il denaro che era stato depositato in passato. E nel giorno stabilito
per questa operazione si era giunti nel tempio con parecchi senatori che
Scipione aveva convocato presso di s, quando viene recapitata a Scipione una
lettera da parte di Pompeo che annunciava che Cesare aveva passato il mare con
le legioni, invitandolo ad affrettarsi a giungere da lui con l'esercito e a
rimandare ogni altro impegno. Ricevuta questa lettera, Scipione congeda i
senatori convocati; egli stesso comincia a preparare il viaggio per la
Macedonia e dopo pochi giorni part. Questa circostanza salv il denaro di
Efeso.

34


Cesare, unitosi all'esercito di Antonio, dopo avere ritirato da Orico la
legione che qui aveva posto per difendere la costa, giudicava di dovere
mettere alla prova le province e avanzare oltre; ed essendo a lui giunti dalla
Tessaglia e dall'Etolia ambasciatori a promettere che, se fosse stato mandato
un presidio, le cittadinanze di quei popoli avrebbero eseguito gli ordini,
mand in Tessaglia L. Cassio Longino con la legione di reclute chiamata la
ventisettesima e con duecento cavalieri e in Etolia C. Calvisio Sabino con
cinque coorti e pochi cavalieri; li esort, in modo particolare, a provvedere
all'approvvigionamento, poich quelle regioni erano vicine. Ordin a Cn.
Domizio Calvino di partire per la Macedonia con due legioni, la undicesima e
la dodicesima, e con cinquecento cavalieri; Menedemo, mandato come
ambasciatore dalla zona di quella provincia, che era chiamata libera, e che di
quelle regioni era il capo, assicurava uno straordinario favore di tutti i
suoi verso Cesare.

35


Fra questi Calvisio, accolto al suo arrivo col massimo consenso di tutti
gli Etoli, respinti i presidi nemici da Calidone e da Naupatto, si impadron
di tutta l'Etolia. Cassio giunse in Tessaglia con una legione. Qui, poich vi
erano due fazioni, trovava differenti disposizioni d'animo fra i cittadini:
Egesareto, uomo di antica potenza, era favorevole a Pompeo; Petreo, giovane di
grande nobilt, aiutava Cesare con tutte le sue forze e con i mezzi suoi e
della sua fazione.

36


Nel medesimo tempo Domizio giunse in Macedonia; e quando gi cominciavano
a venire da lui numerose legazioni delle citt, fu annunciato, con grande
risonanza e clamore generale, che Scipione era vicino con le legioni e che
presso tutti aveva suscitato grande fama e stima; infatti, per lo pi, di
fronte a una situazione nuova il clamore supera la realt. Costui, senza
fermarsi in nessun luogo della Macedonia, con grande impeto marci verso
Domizio e, quando dist da lui ventimila passi, all'improvviso si diresse in
Tessaglia contro Cassio Longino. E fece ci cos celermente che la notizia del
suo avvicinamento e quella del suo arrivo furono contemporanee. E, per
marciare pi velocemente, lasci presso il fiume Aliacmone, che divide la
Macedonia dalla Tessaglia, M. Favonio con otto coorti di scorta agli
impedimenti delle legioni e ordin di costruire qui un campo fortificato. Nel
medesimo tempo la cavalleria del re Coto, che di solito si trovava presso i
confini della Tessaglia, si diresse al volo verso il campo di Cassio. Allora
questi, sconvolto dalla paura, venuto a conoscenza dell'arrivo di Scipione e
visti i cavalieri che pensava fossero suoi, si diresse sui monti che
circondano la Tessaglia e di qui cominci a marciare verso Ambracia. Ma
Scipione, mentre si affrettava a inseguirlo, ricevette una lettera da parte di
M. Favonio che gli annunciava che Domizio era vicino con le legioni e di non
potere, senza l'aiuto di Scipione, mantenere il presidio affidatogli. Ricevuta
questa lettera, Scipione muta piano e direzione; cessa di inseguire Cassio, si
affretta a portare aiuto a Favonio. E cos, con marcia forzata di giorno e di
notte, lo raggiunse proprio al momento giusto per potere contemporaneamente
scorgere la polvere dell'esercito di Domizio e vedere le prime avanguardie di
Scipione. Cos la scaltrezza di Domizio salv Cassio, la velocit di Scipione
Favonio.

37


Scipione, fermatosi due giorni nell'accampamento stabile presso il fiume
Aliacmone che scorreva fra il suo campo e quello di Domizio, il terzo giorno
all'alba fa guadare il fiume all'esercito e, posto il campo, il mattino del
giorno dopo dispone dinanzi ad esso le milizie a battaglia. Domizio allora
ritenne di non dovere esitare a fare uscire le legioni e attaccare battaglia.
Ma dal momento che la pianura fra i due campi era di circa tremila passi,
Domizio fece avanzare il proprio schieramento fin sotto il campo di Scipione,
mentre quest'ultimo continuava a non allontanarsi dal vallo. Ma, quantunque i
soldati di Domizio fossero a stento tenuti a freno, accadde che non si
attaccasse battaglia, massimamente perch un ruscello dalle rive scoscese,
posto sotto il campo di Scipione, impediva l'avanzare dei nostri. Scipione,
quando vide il loro ardente desiderio di combattere, all'idea che il giorno
dopo o sarebbe stato costretto, suo malgrado, al combattimento o sarebbe
rimasto nel suo campo con grande infamia, egli, che aveva suscitato tanta
attesa col suo arrivo, dopo la sua avanzata temeraria si ritir
ignominiosamente e di notte, senza neppur dare il segnale di togliere il
campo, attravers il fiume e ritorn l donde era venuto e ivi, vicino al
fiume, pose il campo su di un luogo elevato. Pochi giorni dopo, di notte con
la cavalleria prepar un agguato ai nostri, nel posto in cui quasi sempre, nei
giorni precedenti, erano soliti foraggiare; e quando, secondo l'abitudine di
ogni giorno, giunse Q. Varo, prefetto della cavalleria di Domizio, quelli
all'improvviso balzarono fuori dai loro appostamenti. Ma i nostri con coraggio
sostennero il loro attacco e in breve tempo ciascuno rientr nei propri ranghi
e tutti insieme a loro volta contrattaccarono i nemici. Fra i quali circa
ottanta furono uccisi, gli altri furono messi in fuga; i nostri, perduti due
uomini, tornarono al campo.

38


Dopo questo fatto Domizio, sperando di potere indurre Scipione a
combattere, finse di essere costretto a togliere il campo per scarsezza di
cibo e dato l'ordine secondo il costume militare, allontanatosi tremila passi,
fece fermare tutto l'esercito e la cavalleria in un luogo adatto e nascosto.
Scipione, che si era preparato a inseguirlo, mand avanti in esplorazione gran
parte della cavalleria, per conoscere il percorso di Domizio. Dopo che questi
erano avanzati e i primi squadroni erano caduti nell'agguato, gli altri,
insospettiti dal nitrito dei cavalli, ripiegarono e quelli che li seguivano,
vista la loro veloce ritirata, si fermarono. I nostri, scoperto l'agguato [dei
nemici], tanto per non aspettare invano gli altri, imbattutisi in due
squadroni nemici, li fecero prigionieri. Fugg soltanto M. Opimio, prefetto
della cavalleria. Tutti gli altri furono o uccisi o condotti prigionieri da
Domizio.

39


Cesare, dopo avere ritirato i presidi dalla costa, come si  detto sopra,
lasci a Orico tre coorti per difendere la citt e ad esse assegn la difesa
delle navi da guerra che aveva condotto dall'Italia. Il luogotenente Canino
era preposto a questo incarico e alla citt. Costui fece portare le nostre
navi in una zona pi interna del porto, dietro la citt, e le fece ormeggiare
a terra e all'ingresso del porto fece collocare una nave da carico che era
stata affondata e a questa ne un una seconda, sul davanti della quale fece
costruire una torre rivolta all'ingresso del porto e la riemp di soldati,
affidando loro la difesa contro attacchi improvvisi.

40


Venuto a conoscenza di ci, Cn. Pompeo figlio, che era a capo della
flotta egiziana, venne a Orico e, presa a rimorchio la nave sommersa,
adoperandosi con molte funi riusc a trascinarla via. L'altra nave, collocata
a difesa da Acilio, egli la assal con molte navi sulle quali aveva fatto
erigere delle torri di pari altezza sia per combattere da una posizione pi
elevata, sostituendo in continuazione soldati freschi a quelli sfiancati, sia
per tentare contemporaneamente l'assalto delle mura della citt da varie
parti, da terra con le scale e dalle navi, in modo da dividere le forze
nemiche. A prezzo di sforzi e con una grande quantit di proiettili sconfisse
i nostri e, respinti i difensori che si rifugiarono sui battelli e fuggirono,
cattur quella nave. Nel medesimo tempo si impossess, dall'altra parte, della
diga naturale posta di fronte alla citt che fa di essa una penisola; port in
una parte pi interna del porto quattro triremi spinte a forza di leve, dopo
avervi messo sotto dei rulli. E cos assalite da entrambe le parti le navi da
guerra che erano ormeggiate a terra e senza difesa, ne condusse via quattro e
incendi le rimanenti. Portata a compimento questa impresa, lasci D. Lelio,
trasferito dalla flotta asiatica, per impedire che giungessero
approvvigionamenti in citt da Billide e Amanzia. Egli stesso, recatosi a
Lisso, assal trenta navi da carico lasciate dentro il porto da M. Antonio e
le incendi tutte. Dopo avere tentato di espugnare Lisso, che era difesa da
cittadini romani che appartenevano a quella colonia, e da soldati mandati da
Cesare a presidiarla, rimasto l tre giorni, perduti pochi soldati
nell'assedio, se ne part senza portare a compimento l'impresa.

41


Cesare, venuto a sapere che Pompeo era ad Asparagio, si diresse qui con
l'esercito, ed espugnata lungo il percorso la citt dei Partini, dove Pompeo
aveva un presidio, il terzo giorno raggiunse Pompeo [in Macedonia] e pose il
campo vicino a lui e il giorno dopo, condotte fuori tutte le truppe e
schieratele in ordine di battaglia, offr a Pompeo l'occasione di combattere.
Quando comprese che egli se ne stava sulle sue posizioni, ricondotto
l'esercito nell'accampamento, pens di dovere seguire un altro piano. E cos
il giorno dopo part alla volta di Durazzo con tutte le milizie, facendo un
grande giro lungo un percorso difficile e angusto, con la speranza di potere o
ricacciare Pompeo in Durazzo o tagliarlo fuori da quella citt, dove egli
aveva trasportato tutte le vettovaglie e il materiale necessario per tutta la
guerra. E cos accadde. Pompeo infatti in un primo momento, ignorando il piano
di Cesare e vedendo che era partito in direzione opposta a quella della citt,
pensava che se ne fosse andato via per mancanza di cibo; informato in seguito
da esploratori, il giorno dopo lev il campo con la speranza di andargli
incontro per una via pi breve. Cesare, sospettando che sarebbe accaduto ci,
esort i soldati a sopportare di buon animo la fatica e, sospesa la marcia
solo per un breve periodo della notte, al mattino giunse a Durazzo, proprio
mentre si vedeva da lontano l'avanguardia di Pompeo, e qui pose il campo.

42


Pompeo, tagliato fuori da Durazzo, quando vede fallito il suo primo
piano, ne utilizza un secondo e, in una zona elevata, detta Petra, che offre
un piccolo accesso alle navi e le protegge da alcuni venti, fortifica il campo
in una posizione elevata. D ordine che col si riunisca parte delle navi da
guerra e sia portato frumento e vettovaglie dall'Asia e da tutte le regioni in
suo potere. Cesare, pensando che la guerra si sarebbe trascinata troppo alle
lunghe e disperando di avere rifornimenti dall'Italia, poich tutte le coste
erano sorvegliate con grande diligenza dai Pompeiani e tardavano ad arrivare
le sue navi fatte costruire durante l'inverno in Sicilia, in Gallia e in
Italia, invi in Epiro per l'approvvigionamento i luogotenenti Q. Tillio e L.
Canuleio e, poich queste regioni erano troppo lontane, stabil di creare
granai in determinati posti e divise fra le citt vicine il compito di
trasportare il frumento. Parimenti ordin di requisire il frumento che si
trovava a Lisso e fra i Partini e in tutti i villaggi. Era pochissimo sia per
la natura del terreno stesso, poich i luoghi sono aspri e montuosi e per lo
pi si usava frumento importato, sia perch Pompeo aveva previsto ci e nei
giorni precedenti aveva depredato i Partini e aveva fatto trasportare a Petra
dai cavalieri tutto il frumento raccolto dopo avere depredato e spogliato le
case dei Partini.

43


Venuto a conoscenza di ci, Cesare studia un piano tenendo conto della
natura del luogo. Circondavano infatti il campo di Pompeo moltissime colline
elevate e scoscese. In un primo momento le occup con dei presidi e vi fece
costruire dei fortilizi. Poi, come richiedeva la conformazione di ciascun
luogo, fatte condurre linee fortificate da un fortilizio all'altro, inizi a
circondare Pompeo con un vallo, mirando a questi fini: poich il
vettovagliamento scarseggiava e Pompeo aveva a disposizione molti cavalieri,
rifornire da ogni parte, con minore pericolo, frumento e vettovaglie
all'esercito, impedire contemporaneamente il foraggiamento a Pompeo e rendere
la sua cavalleria impossibilitata ad agire, in terzo luogo sminuire il
prestigio di cui Pompeo sembrava godere sopra tutto presso le popolazioni
straniere, poich si sarebbe diffusa in tutto il mondo la notizia che Pompeo
era assediato da Cesare e non osava venire a battaglia.

44


Pompeo non voleva allontanarsi n dal mare n da Durazzo, dove aveva
concentrato tutto il materiale da guerra, i proiettili, le armi, le macchine e
dove faceva portare con le navi il frumento per l'esercito, n poteva d'altra
parte impedire le opere di fortificazione di Cesare, a meno di non volere
venire a battaglia: cosa che aveva stabilito per il momento di non dovere
fare. Non rimaneva che ricorrere all'estrema risorsa della guerra: occupare il
maggior numero di colline, tenere presidi su una zona il pi possibile vasta e
frazionare, quanto pi poteva, le truppe di Cesare; e cos accadde. Infatti
vennero costruiti ventiquattro fortilizi, che abbracciavano una zona di
quindici miglia, entro cui si effettuava il foraggiamento e che comprendeva
molti luoghi coltivati, che potevano servire al momento per pascolare il
bestiame. E come i nostri avevano costruito da un fortilizio all'altro
fortificazioni ininterrotte, affinch in nessun posto i Pompeiani facessero
irruzione assalendoli alle spalle, cos quelli, nel loro spazio interno,
costruivano linee fortificate ininterrotte perch i nostri non potessero in
nessun posto penetrare e attaccarli alle spalle. Ma i Pompeiani erano pi
veloci nei lavori, poich erano superiori per numero di soldati e, essendo
all'interno, avevano un perimetro minore da fortificare. E quando Cesare
doveva prendere una di quelle posizioni, Pompeo, sebbene avesse deciso di non
impiegare nel contrasto tutte le sue forze e di non attaccare battaglia,
tuttavia mandava in posizioni strategiche arcieri e frombolieri, di cui aveva
un gran numero. E molti dei nostri rimanevano feriti e s'era diffusa una
grande paura delle frecce e quasi tutti i soldati si erano confezionate
tuniche o coperture con imbottiture, coperte e pelli per evitare i dardi.

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Entrambi si impegnavano con grande sforzo per occupare buone posizioni:
Cesare per stringere Pompeo in uno spazio il pi possibile ristretto, Pompeo
per impossessarsi del maggior numero di colline in un perimetro il pi ampio
possibile; e per questo motivo le scaramucce si facevano frequenti. In una di
queste, una volta, avendo la nona legione di Cesare occupato una certa
posizione, di cui aveva iniziata la fortificazione, Pompeo, che si era
impadronito di un colle vicino che fronteggiava questo luogo, cominci a
impedire ai nostri il lavoro. E, dal momento che aveva da una parte un accesso
quasi pianeggiante, dapprima dispose intorno arcieri e frombolieri, poi invi
una grande moltitudine di soldati armati alla leggera e fece avanzare le
macchine da guerra, ostacolando i nostri lavori; non era infatti facile per i
nostri contemporaneamente difendersi e lavorare. Cesare, vedendo che i suoi
uomini venivano da ogni parte colpiti, ordin la ritirata e l'allontanamento
dalla zona. La ritirata si faceva per un pendio. Cos i Pompeiani incalzavano
con pi accanimento e non permettevano ai nostri la ritirata, poich a loro
sembrava che i nostri lasciassero la posizione mossi da paura. Si dice che in
quell'occasione Pompeo, pavoneggiandosi con i suoi, affermasse che accettava
di essere giudicato comandante di nessun valore, se le legioni di Cesare
fossero riuscite, senza ricevere un grandissimo danno, a ritirarsi da dove
s'erano temerariamente spinte.

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Cesare, temendo per la ritirata dei suoi, ordin di portare graticci
verso l'estremit della collina di fronte al nemico, collocandoli a
sbarramento e, protetti cos i soldati, al di qua dei graticci fece scavare un
fossato di media larghezza e rendere ovunque il terreno quanto pi possibile
impraticabile. Egli stesso colloc in luoghi adatti dei frombolieri che
fossero di aiuto ai nostri nella ritirata. Compiute queste operazioni ordin
alla legione di ritirarsi. I Pompeiani, quindi, con maggiore insolenza e
audacia incominciarono a premere e incalzare i nostri e, per superare i
fossati, abbatterono i graticci collocati a difesa. Cesare, accortosi di ci,
temendo che sembrasse non una ritirata, ma una fuga e che ne derivasse un
danno maggiore, quasi a met del percorso, fatti esortare i suoi da Antonio,
che era a capo della legione, ordin di dare con la tromba il segnale di
combattimento e di attaccare i nemici. I soldati della nona legione, ritrovata
d'un tratto l'intesa, scagliarono dardi e, con una corsa veloce risalito il
pendio dalla posizione pi bassa, respinsero a precipizio i Pompeiani
costringendoli alla fuga. Ma i graticci rovesciati, i pali nascosti e le fosse
scavate furono di grande impedimento alla loro ritirata. I nostri invero, ai
quali bastava ripiegare senza danno, dopo avere ucciso molti nemici e perduti
soltanto cinque uomini, si ritirarono in tutta tranquillit e, occupate altre
colline un poco al di qua di quel luogo, condussero a compimento i lavori di
fortificazione.

47


Era un modo di combattere nuovo e fuori dal comune sia per il grande
numero di fortilizi, per la vastit dell'area, per le imponenti
fortificazioni, per le complesse tecniche di assedio, sia per altri motivi.
Infatti chiunque tenta un assedio, serra il nemico incalzandolo dopo che esso
 stato fiaccato o indebolito o superato in battaglia o provato da qualche
insuccesso, forte della sua superiorit nel numero di soldati e cavalieri;
scopo poi dell'assedio di solito  questo: impedire il vettovagliamento ai
nemici. Ma in quel frangente Cesare, con un numero inferiore di soldati,
serrava un esercito integro, in buona salute e che aveva abbondanza di tutto;
infatti ogni giorno una gran numero di navi giungeva da ogni parte a portare
provviste e non poteva soffiare alcun vento che non fosse favorevole almeno a
una parte delle navi. Cesare invece, consumata tutta la scorta di frumento
raccolta in lungo e in largo nella zona, si trovava in grandissime difficolt.
Ci nonostante i soldati sopportavano questa situazione con straordinaria
resistenza. Ricordavano infatti che nell'anno precedente in Spagna con gli
stessi patimenti, e con la loro fatica e resistenza, avevano portato a termine
una guerra durissima; non dimenticavano di avere sofferto una grande carestia
presso Alesia, una ancora pi grande presso Avarico e di essere risultati
vincitori di popoli fortissimi. Ed essi non rifiutavano l'orzo e i legumi,
quando venivano loro distribuiti, ma gradivano molto il bestiame, proveniente
dall'Epiro, dove ve ne  in grande abbondanza.

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Gli uomini che facevano parte delle truppe ausiliarie trovarono anche un
tipo di radice, detta "cara", che, unita al latte, alleviava molto la mancanza
di cibo. Ne facevano una specie di pane. Ve ne era in grande quantit. Pani
fatti con questa radice, quando i Pompeiani rivolgevano loro parole di scherno
rinfacciando ai nostri la fame, venivano scagliati da ogni parte contro di
loro per frustrare la loro speranza.

49


E ormai il frumento incominciava a maturare e la speranza stessa aiutava
a sopportare la carestia, poich i nostri confidavano di avere entro breve
tempo abbondanza di cibo; e durante le veglie e nei dialoghi si sentiva dire
spesso dai soldati che, piuttosto che lasciarsi sfuggire di mano Pompeo,
avrebbero mangiato la corteccia degli alberi. Con piacere venivano anche a
sapere dai disertori che i cavalli dei nemici venivano tenuti in vita, ma che
il restante bestiame era tutto morto e che i nemici stessi non erano pi in
buona salute, tormentati come erano dalla mancanza di spazio, dal puzzo
nauseabondo proveniente da una moltitudine di cadaveri, dalle fatiche
quotidiane, loro che non erano avvezzi a lavorare, e dall'assoluta mancanza di
acqua. Infatti tutti i fiumi e i ruscelli che si dirigevano al mare Cesare o
li aveva fatti deviare o li aveva sbarrati con grandi lavori ed essendo le
valli, a causa delle asperit dei luoghi, strette e di difficile transito,
egli le aveva sbarrate, piantando per terra dei pali e ammassando contro di
essi della terra per trattenere l'acqua. E cos i nemici erano per necessit
costretti a cercare luoghi bassi e paludosi ove scavare dei pozzi e questa
fatica si aggiungeva ai lavori quotidiani. Ma quelle sorgenti si trovavano
troppo lontane da alcuni presidi e, inoltre, per il caldo velocemente si
prosciugavano. Al contrario l'esercito di Cesare godeva ottima salute, aveva
acqua in grande abbondanza e vettovaglie di ogni genere, ad eccezione del
frumento, in grande quantit. Stando cos le cose, vedevano ogni giorno la
situazione migliorare e, col maturare del grano, aumentare la speranza.

50


In questo nuovo tipo di guerra nuovi metodi di combattimento venivano
escogitati da entrambe le parti. I nemici, poich avevano capito dai fuochi
notturni che le nostre coorti bivaccavano presso le fortificazioni, si
avvicinavano in silenzio e lanciavano una pioggia di frecce sulla moltitudine,
ritirandosi subito presso i loro. In seguito a queste vicende in nostri, resi
accorti dall'esperienza, ricorrevano a questo rimedio, accendere altrove i
fuochi ...

51


Frattanto P. Silla, che Cesare alla sua partenza aveva messo a capo del
campo, informato dei fatti venne in aiuto alla coorte con due legioni; al suo
arrivo i Pompeiani furono respinti con facilit. E infatti non ressero alla
vista e all'impeto dei nostri e, mentre le prime file furono sbaragliate, gli
altri volsero le spalle e abbandonarono la posizione. Ma Silla chiam indietro
i nostri che si erano dati all'inseguimento perch non andassero troppo
avanti. Ma i pi ritengono che la guerra avrebbe potuto finire proprio in quel
giorno, se egli avesse voluto inseguire con pi tenacia. Ma la sua decisione
non sembra da biasimare, infatti diversi sono i compiti del luogotenente e del
comandante supremo: il primo deve agire in tutto e per tutto secondo gli
ordini, il secondo deve liberamente decidere in base alla situazione generale.
Silla, che era stato lasciato da Cesare nell'accampamento, una volta liberati
i suoi, fu contento e non volle venire alle armi, anche se vi era la
possibilit di un felice esito dell'azione, e fece ci per non dare
l'impressione di avere assunto le funzioni del comandante supremo. Una
circostanza rendeva ai Pompeiani molto difficile la ritirata. Infatti, partiti
da una posizione pi bassa, si erano fermati sulla cima di un colle: se si
fossero ritirati per il pendio, temevano l'inseguimento dei nostri da una
posizione pi elevata; inoltre non mancava molto al tramonto perch, nella
speranza di concludere l'azione, avevano protratto il combattimento quasi fino
alla notte. Pertanto Pompeo, decidendo in base alla necessit del momento,
occup una collinetta abbastanza distante dal nostro fortilizio tanto da non
potere essere a tiro dei proiettili scagliati dalle macchine da guerra; vi si
ferm, fortific la posizione e vi riun tutte le milizie.

52


Nel medesimo tempo, inoltre, si combatt in due luoghi. Infatti Pompeo
aveva assalito pi fortilizi contemporaneamente per dividere le forze in modo
da impedire l'invio di soccorsi dai presidi vicini. Nel primo di questi luoghi
Volcacio Tullo con tre coorti sostenne l'impeto di una legione e la respinse;
nel secondo i Germani, usciti dalle nostre fortificazioni, uccisero parecchi
nemici e ritornarono sani e salvi dai loro.

53


E cos in un solo giorno furono combattute sei battaglie, tre presso
Durazzo, tre presso le fortificazioni; fatto il bilancio di tutti questi
combattimenti, ci risultava che le perdite pompeiane erano di circa duemila
uomini, fra cui veterani richiamati e parecchi centurioni, fra i quali Valerio
Flacco L. figlio di colui che aveva ottenuto la pretura in Asia; furono prese
sei insegne militari. Non pi di venti dei nostri uomini caddero in tutte
queste battaglie. Ma nel fortilizio non vi fu nessun soldato che non venisse
ferito e quattro centurioni della coorte ottava persero gli occhi. Volendo,
inoltre, rendere testimonianza delle fatiche e del pericolo da essi sostenuti,
contarono davanti agli occhi di Cesare circa trentamila frecce lanciate contro
il fortilizio, inoltre sullo scudo del centurione Sceva, presentato a Cesare,
furono trovati centoventi fori. Cesare gli don, per i suoi meriti verso di
lui e verso lo stato, duecentomila denari e pubblicamente lo promosse da
centurione di ottavo ordine a centurione di primo ordine (infatti era chiaro
che il fortilizio era stato salvato sopra tutto per il suo contributo); poi
elarg alla coorte un doppio stipendio e, con grande generosit, frumento,
vestiario, cibo e decorazioni militari.

54


Pompeo, accresciute poderosamente di notte le fortificazioni, nei giorni
seguenti costru delle torri e, fatti edificare i baluardi alti quindici
piedi, copr con vinee quella parte dell'accampamento. Cinque giorni dopo,
approfittando di un'altra notte nuvolosa, fece ostruire tutte le porte del
campo per sbarrare il passaggio e, poco dopo mezzanotte, condusse fuori
l'esercito in silenzio e si rifugi nel campo precedente.

55


(56) Tutti i giorni successivi Cesare fece uscire nella pianura
l'esercito in formazione di combattimento, caso mai Pompeo volesse venire a
battaglia, e spinse le legioni fin quasi sotto il suo campo: la sua prima fila
distava dalle fortificazioni del campo di Pompeo quel tanto da essere fuori
dalla portata di proiettili scagliati a mano o con macchine da guerra. Pompeo,
a sua volta, per non perdere la propria reputazione e credibilit presso i
soldati, schierava l'esercito davanti al campo in modo che la terza fila fosse
a ridosso del vallo e tutto l'esercito schierato potesse essere difeso con i
proiettili lanciati dal vallo stesso.

56


(55) Una volta ricevute in sottomissione l'Etolia, l'Acarnania e
l'Anfilochia, grazie, come abbiamo detto, a Cassio Longino e Calvisio Sabino,
Cesare ritenne opportuno attaccare l'Acaia e procedere un poco oltre. E cos
mand col Q. Caleno insieme a Salino e Cassio con le loro coorti. Alla
notizia del loro arrivo Rutilio Lupo, che era stato mandato da Pompeo a
governare l'Acaia, diede ordine di fortificare l'istmo per tenere Fufio
lontano dall'Acaia. Caleno ottenne la sottomissione spontanea di Delfi, Tebe e
Orcomeno; prese alcune citt con la forza, si adoper, mediante l'invio di
ambasciatori, per portare le altre a un accordo con Cesare. Queste attivit
assorbivano quasi completamente Fufio.

57


Mentre questi fatti accadevano in Acaia e presso Durazzo, si viene a
sapere che Scipione era giunto in Macedonia. Cesare, non dimentico del
primitivo disegno, gli invia Aulo Clodio, amico comune, che, da lui presentato
e raccomandato fin da prima, era considerato uno dei suoi intimi. Gli consegna
una lettera e messaggi per Scipione, che cos in breve si possono riassumere:
egli tutto aveva tentato per la pace, pertanto pensava che, se non si era
concluso nulla, era solo per colpa di quelli che egli aveva voluto fossero gli
artefici della trattativa, poich essi avevano timore di recare i suoi
messaggi a Pompeo in momento non opportuno. Ma Scipione aveva tanta autorit
non solo per esporre liberamente il suo pensiero, ma anche, in larga misura,
per fare pressione e correggere chi sbagliava; d'altra parte era a capo di un
suo esercito e, oltre all'autorit, aveva anche le forze per fare opera di
costrizione. Se avesse fatto ci, la pace dell'Italia, la quiete delle
province, la salvezza della nazione sarebbero state attribuite da tutti a lui
solo. Clodio porta a Scipione questa ambasciata e, nei primi giorni viene
ascoltato volentieri, almeno sembrava, nei successivi non  pi ammesso al
colloquio, poich Scipione era stato rimproverato da Favonio, come poi si
seppe a guerra finita; torn quindi da Cesare senza avere portato a termine
l'incarico.

58


Cesare, per immobilizzare pi facilmente la cavalleria di Pompeo presso
Durazzo e impedirle il foraggiamento, sbarr con grandi opere di
fortificazione i due accessi, che, come abbiamo detto, erano molto stretti e
innalz qui dei fortilizi. Pompeo, dopo alcuni giorni, quando s'accorse che la
cavalleria non gli era di alcun vantaggio, la fece di nuovo rientrare con le
navi presso di s all'interno delle fortificazioni. La penuria di foraggio era
grandissima, cos che nutrivano i cavalli con foglie raccolte dagli alberi e
tenere radici di canna pestate; infatti avevano consumato tutto il frumento
che era stato seminato entro le fortificazioni. Erano costretti a fare
giungere frumento da Corcira e dall'Acarnania con un lungo tragitto per mare,
e, poich la quantit era inferiore al bisogno, erano costretti ad aggiungere
orzo e a nutrire i cavalli in questo modo. Ma quando vennero a mancare non
solo l'orzo e il foraggio e l'erba tagliata in tutti i campi, ma anche le
foglie sugli alberi e i cavalli erano consunti dalla magrezza, Pompeo giudic
di dovere fare un tentativo di sortita.

59


Vi erano presso Cesare, nella sua cavalleria, due fratelli Allobrogi,
Roucillo ed Eco, figli di Adbucillo, che per molti anni era stato al comando
del suo popolo, uomini di singolare valore, della cui opera, eccellente e
valorosissima, Cesare si era servito in tutte le guerre galliche. A costoro in
patria, per questi motivi, aveva fatto affidare cariche molto importanti e li
aveva, eccezionalmente, fatti eleggere senatori; aveva dato loro in Gallia
terreni sottratti ai nemici e grandi premi in denaro, facendoli, da poveri che
erano, ricchi. Costoro, per il loro valore, erano non solo stimati da Cesare,
ma anche considerati dall'esercito; ma, fiduciosi dell'amicizia di Cesare e
trascinati da una stolta arroganza tipica dei barbari, disprezzavano i loro
compagni, defraudavano la paga dei cavalieri e sottraevano tutto il bottino
per mandarlo a casa. I cavalieri, irritati da questi fatti, andarono tutti
insieme da Cesare e si lamentarono pubblicamente dei loro soprusi e in pi
aggiunsero che da quelli era stato dichiarato un falso numero di cavalieri per
appropriarsi indebitamente della loro paga.

60


Cesare, giudicando che quello non era il momento per punizioni, con atto
di grande condiscendenza per il loro valore, differ l'intera disputa; li
rimprover privatamente per i guadagni sui cavalieri, ricordando loro che
dovevano attendersi ogni bene solo dalla sua amicizia e sperare, come per il
passato, in altri suoi favori. Questa vicenda tuttavia rec loro grande offesa
e il disprezzo da parte di tutti, e tale disprezzo lo coglievano sia dai
rimproveri degli altri sia dal giudizio e rimorso della propria coscienza.
Spinti da questa vergogna e credendo forse di non essere assolti, ma di venire
risparmiati solo temporaneamente, decisero di allontanarsi da noi e tentare
una nuova sorte, sperimentando nuove amicizie. E accordatisi con qualche loro
cliente, che osarono mettere a parte di una simile azione delittuosa, dapprima
tentarono di uccidere il prefetto di cavalleria C. Voluseno, come in seguito,
a guerra finita, si venne a sapere, per potere trovare rifugio da Pompeo con
qualche benemerenza; quando la cosa apparve troppo difficile e non vi era
possibilit di condurla a termine, preso a prestito quanto pi denaro
poterono, come se volessero dare soddisfazione ai loro compagni e restituire
il mal tolto, dopo avere comprato molti cavalli, passarono dalla parte di
Pompeo con i complici del loro piano.

61


Poich erano di nobile famiglia, ed erano giunti riccamente equipaggiati
e con grande scorta e con molti giumenti ed erano considerati uomini valorosi
ed erano stati tenuti in grande onore presso Cesare, e poich inoltre la
situazione si presentava nuova e insolita, Pompeo li ostentava conducendoli in
giro per i presidi. Infatti prima di allora nessuno, n fante n cavaliere,
era passato da Cesare a Pompeo, mentre quasi ogni giorno c'era chi disertava
Pompeo per Cesare, addirittura in massa disertavano i soldati arruolati in
Epiro e in Etolia e i soldati di tutte quelle terre in mano a Cesare. Ma i due
Allobrogi, informati su tutto, sulle fortificazioni non ancora portate a
termine e sui relativi punti deboli, almeno a parere degli esperti militari,
avevano inoltre preso nota delle ore delle operazioni, delle distanze tra i
luoghi, della diligenza con cui erano vigilati i posti di guardia, diversa
secondo lo zelo o il carattere di chi era preposto alla guardia e avevano
riferito tutto quanto a Pompeo.

62


Pompeo, venuto a conoscenza di queste cose e avendo deciso gi in
precedenza, come si  detto, di fare una sortita, ordina ai soldati di
preparare con vimini coperture per gli elmi e di ammassare materiale per
formare un terrapieno. Predisposto ci, di notte fa salire su battelli e navi
veloci un gran numero di soldati armati alla leggera e di arcieri e caricare
tutto il materiale per il terrapieno. Intorno a mezzanotte fa uscire fuori dal
campo maggiore e dai presidi sessanta coorti conducendole da quella parte
delle fortificazioni rivolta verso il mare e molto lontana dall'accampamento
pi grande di Cesare. Col manda le navi cariche, come si  detto, di soldati
armati alla leggera e del materiale e le navi da guerra di stanza a Durazzo e
a ciascuno impartisce ordini dettagliati. Presso quelle fortificazioni Cesare
aveva disposto il questore Lentulo Marcellino con la nona legione. A costui,
che non godeva di buona salute, aveva affiancato, come aiutante, Fulvio
Postumo.

63


In quel luogo vi era una fossa di quindici piedi e, dirimpetto al nemico,
una palizzata alta dieci piedi, il cui terrapieno si estendeva altrettanto in
larghezza; a una distanza di seicento piedi vi era, rivolto dalla parte
opposta, un altro vallo con una fortificazione un po' pi bassa. Infatti
Cesare, nei giorni precedenti, aveva fatto costruire un duplice vallo in quel
luogo, temendo che i nostri venissero circondati dalle navi, in modo da potere
resistere nel caso si fosse combattuto su due fronti. Ma la mole del lavoro e
l'ininterrotta fatica di ogni giorno non permettevano il compimento
dell'impresa, poich la lunghezza della linea delle fortificazioni era di
diciassette miglia. E cos il bastione posto trasversalmente di fronte al mare
che doveva congiungere queste due fortificazioni non era ancora terminato. E
il fatto, noto a Pompeo, poich gli era stato riferito dai disertori
Allobrogi, rec grande danno ai nostri. Infatti, quando le nostre coorti
[della nona legione] avevano finito il turno di guardia presso il mare,
all'improvviso all'alba giunsero i Pompeiani [vi fu l'arrivo dell'esercito]: i
soldati imbarcati sulle navi, giunti alle spalle, scagliavano proiettili
contro il bastione esterno, altri riempivano di materiale le fosse e
contemporaneamente i legionari, appoggiate le scale, atterrivano i difensori
della fortificazione interna, scagliando a mano e con macchine proiettili di
ogni tipo, mentre una grande moltitudine di arcieri incalzava da entrambi i
lati. La copertura di vimini posta sopra gli elmi era una valida difesa dai
colpi di pietra, unica arma in mano ai nostri. E cos, mentre i nostri
venivano incalzati in ogni modo e a fatica resistevano, ci si rese conto, come
sopra si  detto, del difetto della fortificazione; i Pompeiani, sbarcati nel
tratto di mare fra i due bastioni, l dove il lavoro di fortificazione non era
stato completato, fecero impeto contro i nostri alle spalle e li cacciarono da
entrambe le linee di fortificazione costringendoli a fuggire.

64


All'annuncio di questo assalto improvviso, Marcellino manda dal campo
coorti ... in aiuto ai nostri in difficolt, ma queste trovarono i nostri in
fuga e non poterono col loro arrivo infondere coraggio; esse stesse non
sostennero l'assalto nemico. E cos, qualunque aiuto inviato, contaminato dal
terrore dei fuggitivi, aumentava a sua volta terrore e pericolo: infatti la
ritirata veniva impedita dal gran numero di uomini. In quella battaglia un
aquilifero, ferito gravemente, mentre gi gli venivano meno le forze, alla
vista dei nostri cavalieri disse: "Quest'aquila io da vivo per molti anni l'ho
difesa con grande zelo e ora, morendo, la restituisco a Cesare con la medesima
fedelt. Vi prego, non permettete che sia commesso atto vergognoso per l'onore
militare, cosa che mai  avvenuta prima nell'esercito di Cesare, e
consegnategliela intatta". In tal modo l'aquila fu salvata, sebbene fossero
uccisi tutti i centurioni della prima coorte, eccetto il centurione al comando
della prima centuria.

65


E gi i Pompeiani si avvicinavano al campo di Marcellino con grande
strage dei nostri e recando non poco terrore alle altre coorti, quando Marco
Antonio, che era a capo del posto di presidio pi vicino, annunciatagli la
disfatta viene visto scendere dalle alture con dodici coorti. Il suo arrivo
arrest i Pompeiani e rincuor i nostri, cosicch si rinfrancarono dalla
tremenda paura. E non molto dopo Cesare, non appena un segnale di fumo da
fortino a fortino lo avvert, secondo l'usanza dei tempi passati, giunse nel
medesimo luogo con alcune coorti tratte dai presidi. Venuto a conoscenza della
sconfitta subta e visto che Pompeo era uscito dalle trincee e fortificava il
campo lungo il mare per potere foraggiare liberamente e avere possibilit di
accesso alle navi, Cesare cambia il piano di guerra, poich non aveva ottenuto
gli scopi prefissati, e ordina di trincerarsi vicino a Pompeo.

66


Terminata questa fortificazione, gli esploratori di Cesare videro, dietro
a una foresta, alcune coorti, che sembravano avere l'effettivo di una legione
e venivano condotte verso un vecchio accampamento. La posizione del campo era
questa. Nei giorni precedenti la nona legione di Cesare, dopo essersi opposta
alle truppe pompeiane e, come si  detto, dopo avere costruito una cinta di
fortificazioni, aveva posto qui il suo campo. Tale campo era vicino a una
foresta e distava dal mare non pi di trecento passi. In seguito Cesare,
mutato il piano per certi motivi, port il campo un poco oltre quella
posizione; pochi giorni dopo Pompeo aveva occupato questo medesimo luogo e,
poich aveva intenzione di tenere l un maggiore numero di legioni, lasciata
la trincea interna, ne aveva aggiunta una pi ampia. E cos il campo minore
incluso in quello maggiore faceva da fortino e da roccaforte. Parimenti
dall'angolo sinistro del campo aveva condotto fino al fiume una linea di
fortificazioni di circa quattrocento passi perch i soldati potessero pi
liberamente e senza pericolo approvvigionarsi di acqua. Ma anche Pompeo,
mutato piano per certi motivi che non  necessario ricordare, si era
allontanato da quel luogo. Cos per parecchi giorni il campo era rimasto
vuoto, e tutto il sistema di difesa era intatto.

67


Gli esploratori informarono Cesare che in quel campo erano state portate
le insegne della legione; avvistamenti da alcuni fortilizi pi elevati
confermarono la stessa cosa. Questo luogo distava dal nuovo campo di Pompeo
circa cinquecento passi. Cesare, sperando di potere piombare addosso a questa
legione e desiderando vendicare il danno ricevuto in quel giorno, lasci nelle
fortificazioni due coorti per fare credere che si compissero lavori di
rafforzamento; egli stesso condusse verso la legione e il campo minore di
Pompeo, con un percorso discosto e il pi segretamente possibile, le rimanenti
legioni schierate su due file, in numero di trentatr, fra cui vi era la nona
legione che aveva perduto molti centurioni e che aveva un ridotto numero di
soldati. E la sua prima convinzione non fu fallace. Infatti giunse prima che
Pompeo potesse accorgersene, e, nonostante le fortificazioni del campo fossero
imponenti, dall'ala sinistra, dove egli stesso si trovava, colp con un rapido
attacco i Pompeiani e li scacci dal vallo. Una trave irta di punte di ferro
era posta dinanzi alle porte. Qui si combatt per un po': i nostri tentavano
di fare irruzione e i Pompeiani di difendere il campo; qui combatt da eroe
Tito Pullione, per opera del quale, come abbiamo detto, fu tradito l'esercito
di C. Antonio. Ma i nostri vinsero per il loro valore e, distrutta la trave,
dapprima fecero irruzione nel campo maggiore, poi anche nel fortilizio che si
trovava dentro il campo pi grande, poich l si era ritirata la legione che
era stata respinta; uccisero alcuni nemici che qui facevano resistenza.

68


Ma la Fortuna, che ha grande potere in tutti gli altri eventi ma sopra
tutto in guerra, in breve spazio di tempo produce grandi mutamenti, e cos
avvenne allora. Le coorti dell'ala destra di Cesare, non conoscendo il posto,
avanzarono lungo il trinceramento, che, come sopra abbiamo detto, si estendeva
dal campo al fiume, alla ricerca di una porta pensando che quello fosse il
trinceramento del campo. Ma quando ci si accorse che esso andava a finire al
fiume,dopo avere distrutta la fortificazione senza che nessuno opponesse
difesa, la oltrepassarono e tutta la nostra cavalleria segu quelle coorti.

69


Frattanto Pompeo, trascorso questo lasso di tempo abbastanza lungo,
all'annuncio del fatto mand in aiuto ai suoi cinque legioni tolte dalle opere
di fortificazione; nel medesimo tempo la sua cavalleria si avvicinava alla
nostra; i nostri che avevano occupato il campo vedevano l'esercito schierato e
improvvisamente tutta la situazione mut. La legione di Pompeo, rassicurata
dalla speranza di un pronto aiuto, tentava di fare resistenza alla porta
decumana e, inoltre, contrattaccava i nostri. La cavalleria di Cesare, poich
si trovava a salire per un angusto passaggio attraverso il terrapieno, temendo
di non potersi ritirare dava inizio alla fuga. L'ala destra, che era separata
dalla sinistra, accortasi che i cavalieri erano in preda al panico, perch
temevano di essere schiacciati entro la fortificazione, si ritirava dal lato
dal quale aveva fatto irruzione e la maggior parte di questi soldati, per non
imbattersi in strettoie, si gettavano da un bastione alto dieci piedi nelle
fosse e, schiacciati i primi che erano caduti, gli altri, passando sui loro
corpi, guadagnavano uscita e salvezza. I soldati dell'ala sinistra, vedendo
dal vallo che Pompeo si avvicinava e che i loro compagni fuggivano, temendo di
trovarsi rinchiusi in strettoie con il nemico dentro e fuori, cercavano la
ritirata per dove erano giunti. Ovunque vi era tumulto, paura, fuga, sicch,
sebbene Cesare strappasse le insegne dalle mani di chi fuggiva e ordinasse di
fermarsi, alcuni, lasciati i cavalli, continuavano la loro fuga, altri per il
timore abbandonavano anche le insegne e proprio nessuno faceva resistenza.

70


In questa situazione di massima gravit concorreva a impedire che tutto
l'esercito fosse distrutto il fatto che Pompeo, temendo, penso, degli agguati,
poich questi fatti erano accaduti oltre ogni sua speranza, avendo egli visto
poco prima fuggire dal campo i suoi soldati, non os per un certo tempo
avvicinarsi alle fortificazioni e la sua cavalleria, per l'angustia dei
passaggi e per il fatto che erano stati occupati dai soldati di Cesare, era
lenta nell'inseguimento. Cos fatti di poco conto ebbero grande importanza per
entrambe le parti. Le fortificazioni, condotte dal campo al fiume, impedirono
infatti, quando ormai il campo di Pompeo era preso, la vittoria di Cesare
quasi ormai certa. Lo stesso ostacolo rallent la velocit degli inseguitori e
rec salvezza ai nostri.

71


Nelle due battaglie di questa sola giornata Cesare perse
novecentosessanta soldati e noti cavalieri romani, Tuticano Gallo, figlio di
un senatore, C. Fleginate da Piacenza, A. Granio di Pozzuoli, M. Sacrativiro
di Capua, cinque tribuni militari e trentadue centurioni. In gran parte tutti
costoro morirono senza alcuna ferita ma, per il terrore e la fuga dei loro
compagni, schiacciati nelle fosse, sulle fortificazioni e sulle rive del
fiume. Si persero trentadue bandiere. Pompeo venne in quella battaglia
salutato col nome di imperator. Mantenne questo titolo e in seguito permise di
essere salutato in tal modo, ma non fu solito usarlo nelle sue lettere n pose
sui fasci la corona d'alloro. Invece Labieno, ottenuta da lui la consegna dei
prigionieri, fattili condurre tutti dinanzi a s, per ostentare maggiormente,
come sembrava, la propria fedelt a Pompeo, pur essendo egli un disertore, li
chiam commilitoni e, dopo avere chiesto loro con parole fortemente
oltraggiose se i soldati veterani fossero soliti fuggire, li uccise alla
presenza di tutti.

72


In seguito a queste vittorie nei Pompeiani la baldanza e la presunzione
crebbero tanto che non pensarono pi al modo di condurre la guerra, credendo
ormai di avere vinto. Essi non capivano che a causare la sconfitta fossero
stati lo scarso numero dei nostri soldati, il luogo sfavorevole, il difficile
accesso a un campo gi occupato dal nemico, la duplice paura dentro e fuori le
fortificazioni, l'esercito separato in due parti, sicch l'una non aveva
potuto portare aiuto all'altra. A ci non aggiungevano inoltre che non era
stato condotto alcun attacco violento, che non si era combattuta una vera
battaglia e che i nostri, con il loro stesso ammassarsi in grande moltitudine
entro luoghi angusti, avevano arrecato a se stessi maggiore danno di quello
ricevuto dal nemico. Non ricordavano infine una situazione tipica della
guerra: quanto spesso cause di piccolissimo conto o di falso sospetto o di
improvviso terrore o di scrupolo religioso hanno arrecato grandi danni; quante
volte o per incapacit del comandante o per colpa di un tribuno l'esercito
subisce uno scacco; ma come se avessero vinto per valore n potesse accadere
alcun mutamento di sorte, diffondevano per tutto il mondo, mediante messaggi e
lettere, la vittoria di quel giorno.

73


Cesare, costretto a rinunciare ai suoi precedenti progetti, pens di
dovere cambiare totalmente il piano di guerra. E cos, richiamati
contemporaneamente tutti i presidi e abbandonato l'assedio e riunito in un
solo posto l'esercito, tenne un discorso ai soldati esortandoli a non
addolorarsi per quanto era avvenuto, a non lasciarsi demoralizzare dagli
avvenimenti e a non anteporre a molte battaglie favorevoli una sconfitta sola
e per di pi di poco conto. Dovevano ringraziare la Fortuna perch avevano
conquistato l'Italia senza subire perdite; perch avevano pacificato le due
Spagne, comandate da capi esperti e molto abili e per di pi alla guida di
soldati animati da grande spirito bellico; perch avevano in loro potere le
province confinanti, ricche di frumento; dovevano infine ricordare con quanta
fortuna, in mezzo alle flotte nemiche, erano stati trasportati tutti incolumi,
mentre non solo i porti, ma anche i lidi erano pieni di nemici. Se poi non
andava tutto per il meglio, si doveva aiutare la Fortuna con l'azione. E la
responsabilit del danno subito era da attribuirsi a chiunque altro ma non a
lui. Egli aveva scelto un luogo adatto per il combattimento, si era
impadronito del campo nemico, aveva cacciato e vinto quelli che opponevano
resistenza. Ma se il loro turbamento o qualche sbaglio o anche la Fortuna
avevano impedito una vittoria sicura e gi alla portata di mano, tutti
dovevano darsi da fare per rimediare col valore al danno subito. Se cos
facevano, il danno si sarebbe mutato in bene, come era avvenuto presso
Gergovia, ed essi, che prima avevano avuto paura di combattere, si sarebbero
offerti spontaneamente al combattimento.

74


Tenuto questo discorso, boll d'infamia alcuni portabandiera e li rimosse
dal grado. E invero un dolore grande per la sconfitta e un desiderio di
riparare la vergogna si diffusero in tutto l'esercito cos che ognuno, senza
aspettare il comando di un tribuno o di un centurione, imponeva a se stesso
come castigo fatiche pi gravi del solito e tutti, all'unisono, ardevano dal
desiderio di combattere; anzi alcuni ufficiali superiori, spinti da ragioni
militari, giudicarono di dovere rimanere in quel luogo e rimettere la sorte al
combattimento. Cesare, al contrario, non poneva abbastanza fiducia in soldati
sconvolti e riteneva di dovere lasciare passare un po' di tempo per
rinfrancare gli animi; inoltre, poich aveva lasciato le fortificazioni, era
grandemente preoccupato per l'approvvigionamento.

75


E cos, senza porre indugio, avuta cura solo dei feriti e dei malati, in
silenzio sul fare della notte dal campo invi tutti i bagagli ad Apollonia e
diede l'ordine di non fare sosta prima di avere terminato il cammino. Di
scorta fu mandata una sola legione. Fatto ci, trattenne nel campo due
legioni; verso le tre di notte condusse fuori le altre da varie porte e le
fece procedere per la stessa via; dopo un po', per conservare gli usi militari
e perch la sua partenza apparisse il pi normale possibile, ordin l'adunata;
subito dopo usc e raggiunse la retroguardia e in breve tempo fu fuori dalla
vista del campo. Pompeo, capito il suo piano, non pose alcun indugio
all'inseguimento, ma proponendosi lo stesso fine di potere sorprendere i
nostri impediti nella marcia, condusse l'esercito fuori dal campo e mand
innanzi la cavalleria per fermare la retroguardia nemica. Non pot tuttavia
raggiungerla, perch Cesare era avanzato molto dal momento che marciava libero
senza bagagli. Ma quando si giunse al fiume Genuso, che aveva le rive
scoscese, la cavalleria raggiunse la retroguardia e cerc di fermarla
provocandola a battaglia. Ad essa Cesare oppose i suoi cavalieri e vi aggiunse
quattrocento antesignani, armati alla leggera; costoro furono di grande
utilit perch, una volta attaccato il combattimento equestre, respinsero
tutti i nemici e ne uccisero parecchi e, senza accusare perdite, si riunirono
alla loro colonna.

76


Completata regolarmente la marcia da lui prevista per quel giorno e
trasportato l'esercito al di l del fiume Genuso, Cesare si ferm nel suo
vecchio campo di fronte ad Asparagio e trattenne tutti i fanti entro le
fortificazioni. Mand fuori la cavalleria col pretesto del foraggiamento, ma
diede ordine che rientrasse subito nel campo per la porta decumana. Parimenti
Pompeo, compiuto il percorso fissato per quel giorno, si ferm nel suo vecchio
campo presso Asparagio. I suoi soldati non erano impegnati in alcun lavoro,
poich le fortificazioni erano integre; pertanto alcuni si allontanavano un
po' troppo per fare legna o per cercare foraggi, altri, poich avevano
ricevuto all'improvviso l'ordine della partenza e avevano abbandonato gran
parte dei bagagli piccoli e grandi e d'altronde il vecchio campo era vicino e
si potevano riprendere le cose abbandonate, depositate le armi nelle tende,
lasciavano la trincea. Poich i Pompeiani non erano in grado di inseguirlo,
come egli aveva previsto che sarebbe accaduto, Cesare, dato il segnale di
partenza intorno a mezzogiorno, condusse fuori l'esercito e, facendo una
marcia lunga il doppio in un solo giorno, si allontan da quel luogo di otto
miglia; Pompeo, essendosi allontanati i suoi soldati, non pot fare
altrettanto.

77


Il giorno successivo allo stesso modo Cesare sul fare della notte manda
innanzi i bagagli e, intorno alla quarta vigilia, esce anch'egli, in modo da
potere affrontare un attacco improvviso con l'esercito non impedito dai
bagagli, qualora si fosse presentata la necessit di combattere. La stessa
cosa fece anche nei giorni successivi. In tal modo riusc a non subire danni,
nonostante fiumi molto profondi e strade piene di ostacoli. Pompeo, per
l'indugio del primo giorno, nonostante gli inutili sforzi di quelli
successivi, bench procedesse a marce forzate, desiderando raggiungere i
nostri che l'avevano preceduto, il quarto giorno pose fine all'inseguimento e
pens bene di seguire un altro piano.

78


Era necessario a Cesare raggiungere Apollonia per lasciarvi i feriti, per
dare la paga ai soldati, per rassicurare gli alleati, per lasciare presidi
nelle citt. Per assolvere questi impegni impieg solo il tempo necessario,
perch aveva una grande fretta; temeva che Domizio fosse colto all'improvviso
dall'arrivo di Pompeo e, spinto da tale ansiet, si dirigeva verso di lui il
pi rapidamente possibile. Secondo Cesare il piano di tutta l'azione bellica
si basava su questi punti: se Pompeo si fosse diretto l, Cesare lo avrebbe
costretto a combattere privo di frumento e vettovaglie, lontano dal mare e da
quelle truppe che aveva radunato a Durazzo, pertanto a condizioni pari alle
sue; se Pompeo fosse invece passato in Italia, Cesare si sarebbe unito
all'esercito di Domizio e, passando per l'Illiria, avrebbe portato aiuto
all'Italia; se poi Pompeo avesse tentato di assalire Apollonia e Orico,
tagliandolo fuori da tutti i lidi, Cesare, assediando Scipione, lo avrebbe
costretto ad accorre in aiuto ai suoi. Pertanto, mandati innanzi messi, Cesare
scrisse a Cn. Domizio, chiarendogli il proprio piano e, disposte quattro
coorti di presidio ad Apollonia, una a Lissa, tre a Orico, lasciati quelli che
erano inabili per le ferite, cominci a marciare attraverso l'Epiro e
l'Atamania. Anche Pompeo, prevedendo il piano di Cesare, giudicava opportuno
raggiungere in fretta Scipione; se Cesare si dirigeva col, egli avrebbe
portato aiuto a Scipione; se Cesare non voleva allontanarsi dalla costa e da
Orico, poich attendeva legioni e cavalleria dall'Italia, egli avrebbe
assalito Domizio con tutte le truppe.

79


Per questi motivi entrambi volevano fare presto, e per essere di aiuto ai
loro e per non perdere l'occasione di annientare i nemici. Ma il transito per
Apollonia aveva allontanato Cesare dalla via pi breve, Pompeo invece,
passando attraverso la Candavia, aveva un percorso agevole verso la Macedonia.
Inoltre improvvisamente sorse un'altra difficolt, poich Domizio che aveva
per pi giorni tenuto il campo di fronte a Scipione si era allontanato per
fare provviste e si era diretto a Eraclea [Sentica che si trova ai piedi dei
monti della Candavia], cos che sembrava che la Fortuna stessa lo facesse
incontrare con Pompeo. Fino a quel momento Cesare ignorava questi fatti.
Contemporaneamente, a causa delle lettere sul combattimento svoltosi presso
Durazzo, inviate da Pompeo in tutte le province e citt, lettere in cui i
fatti venivano ampliati e gonfiati, si era diffusa la voce che Cesare era
stato battuto e messo in fuga e che aveva perduto quasi tutte le truppe.
Queste notizie avevano reso pericoloso il cammino di Cesare, queste notizie
alienavano parecchie citt dalla sua amicizia. In seguito a questi fatti
avvenne che i messi inviati per diverse vie da Cesare a Domizio e da Domizio a
Cesare non poterono in alcun modo portare a termine il loro viaggio. Ma gli
Allobrogi, famigliari di Roucillo e di Eco, che, come abbiamo detto, erano
fuggiti presso Pompeo, visti lungo il percorso gli esploratori di Domizio, un
po' per la loro antica amicizia, poich avevano combattuto insieme in Gallia,
un po' perch spinti da vanagloria, riferirono tutto quanto l'accaduto e li
informarono della partenza di Cesare e dell'arrivo di Pompeo. Domizio,
informato da questi, precedendo grazie a loro il nemico di appena quattro ore,
evit il pericolo e and incontro a Cesare che giungeva presso Eginio, citt
situata di fronte alla Tessaglia.

80


Una volta congiuntisi gli eserciti, Cesare giunse a Gonfi, la prima citt
della Tessaglia per chi giunge dall'Epiro; pochi mesi prima la popolazione di
questa citt aveva mandato spontaneamente ambasciatori a Cesare per mettergli
a disposizione tutti i propri beni, chiedendogli un presidio di soldati. Ma
gi era giunta col, gonfiata in molte parti, la notizia, di cui parlammo,
della battaglia di Durazzo. Pertanto Androstene, pretore della Tessaglia,
preferendo essere compagno della vittoria di Pompeo piuttosto che alleato di
Cesare nelle avversit, raduna dai campi nella citt tutta la moltitudine di
schiavi e liberi, chiude le porte e manda ambasciatori a Scipione e a Pompeo,
chiedendo di venire in suo aiuto: egli confidava nelle fortificazioni della
citt, se avesse ricevuto soccorso in breve tempo; ma non era in grado di
sostenere un assedio di lunga durata. Scipione, venuto a conoscenza della
partenza degli eserciti da Durazzo, aveva condotto le legioni a Larissa;
Pompeo non era ancora vicino alla Tessaglia. Cesare fortific il campo e diede
ordine di costruire scale e gallerie coperte e di preparare graticci in vista
di un assalto improvviso. Portati a termine questi lavori, dopo avere esortato
i soldati, mostr loro di quanta utilit sarebbe stato, per alleviare la
mancanza di ogni cosa, impadronirsi di una citt ricca e ben fornita e nello
stesso tempo, con l'esempio di questa, incutere terrore alle altre citt e
fare ci in breve tempo, prima dell'arrivo degli aiuti. E cos, approfittando
di un eccezionale ardore dei soldati, nel medesimo giorno in cui era giunto,
dopo le tre pomeridiane, cominci ad assediare la citt dalle altissime mura e
la espugn prima del tramonto; la lasci al saccheggio dei soldati e subito
mosse il campo e giunse a Metropoli prima che vi arrivassero notizie e fama
della presa della citt.

81


Gli abitanti di Metropoli, presa in un primo tempo la medesima decisione,
in quanto indotti dalle medesime voci, chiusero le porte e riempirono le mura
di armati, ma in seguito, venuti a conoscenza, da prigionieri che Cesare aveva
fatto avvicinare alle mura, di quanto era accaduto a Gonfi, aprirono le porte.
Essi vennero trattati con ogni riguardo e quando si confront la sorte di
Metropoli con la situazione di Gonfi non vi fu nessuna citt della Tessaglia,
eccetto Larissa, che era occupata da grandi forze di Scipione, che non
ubbidisse a Cesare e non ne eseguisse gli ordini. Cesare, trovato nella
pianura un luogo adatto al rifornimento di grano, che era ormai quasi maturo,
stabil di attendere qui l'arrivo di Pompeo e di fissarvi il campo operativo
militare.

82


Pompeo giunge in Tessaglia pochi giorni dopo e, tenuto un discorso
davanti a tutto l'esercito, ringrazia i suoi ed esorta i soldati di Scipione,
dal momento che la vittoria era gi assicurata, a essere partecipi della preda
e dei premi e, dopo avere riunito in un solo campo tutte le legioni, divide
con Scipione l'onore del comando e ordina che anche per lui squillino le
trombe e che per lui venga allestita una seconda tenda pretoria. Aumentate le
truppe di Pompeo e congiuntisi due grandi eserciti, viene confermata la
precedente opinione di tutti e cresce la speranza di vittoria, cos che ogni
momento che passava sembrava ritardare il ritorno in Italia e se talora Pompeo
agiva troppo lentamente o ponderatamente, dicevano che il compimento della
guerra non richiedeva che un giorno solo, ma che egli si compiaceva del
comando e che teneva in conto di schiavi gli ex consoli e pretori. E gi da
tempo apertamente contendevano fra loro ricompense civili e cariche religiose
e stabilivano i consolati per gli anni successivi; altri richiedevano le case
e i beni dei Cesariani. In un consiglio vi fu tra di loro una grande
controversia se fosse opportuno tenere conto, nei prossimi comizi pretori,
della candidatura di Lucilio Irro, che era assente in quanto mandato da Pompeo
presso i Parti; i suoi amici imploravano la lealt di Pompeo, che mantenesse
ci che gli aveva promesso alla sua partenza, perch non sembrasse essere
stato ingannato per mezzo della sua autorit; gli altri non volevano che uno
solo venisse preferito a tutti, quando uguali erano fatiche e pericoli.

83


Ben presto Domizio, Scipione e Lentulo Spintere, nelle quotidiane
discussioni sulla successione al pontificato di Cesare, giunsero pubblicamente
a gravissime ingiurie verbali: Lentulo ostentava il privilegio dell'et,
Domizio vantava il favore e l'autorit di cui godeva a Roma, Scipione
confidava nella parentela con Pompeo. Acuzio Rufo inoltre accus, presso
Pompeo, L. Afranio del tradimento dell'esercito, che diceva essere accaduto in
Spagna. E L. Domizio in consiglio disse che era favorevole a che, una volta
terminata la guerra, ai senatori che avevano partecipato con loro alla guerra
venissero distribuite tre tavolette di voto, per esprimere singoli giudizi su
chi era rimasto a Roma o chi, trovandosi nelle terre occupate da Pompeo, non
aveva combattuto: una sarebbe stata la tavoletta per assolvere da ogni
imputazione; un'altra per condannare a morte, la terza per infliggere multe.
In una parola tutti discutevano o delle proprie cariche o delle ricompense in
denaro o dei nemici da perseguire e pensavano non in che modo vincere, ma come
mettere a frutto la vittoria.

84


Provveduto al vettovagliamento e rincuorati i soldati, lasciato
trascorrere dalla battaglia di Durazzo il tempo necessario per conoscere a
sufficienza l'animo dei soldati, Cesare giudic opportuno di saggiare
l'intenzione e la volont di Pompeo di combattere. E cos condusse fuori dal
campo l'esercito e lo schier a battaglia, dapprima in posizioni favorevoli e
alquanto lontano dal campo di Pompeo, poi, nei giorni seguenti, allontanandosi
dal suo campo e schierando le truppe ai piedi dei colli occupati dai
Pompeiani. La qual cosa rafforzava di giorno in giorno il morale del suo
esercito. Tuttavia manteneva, per la cavalleria, la medesima disposizione di
cui abbiamo detto: poich i suoi cavalieri erano molto inferiori per numero
ordin che giovani e soldati armati alla leggera, scelti tra gli antesignani,
con armi adatte alla velocit, combattessero in mezzo ad essi, affinch con un
esercizio quotidiano acquisissero esperienza anche di questo genere di
combattimento. Il risultato di ci fu che un migliaio di cavalieri,
impadronitisi della pratica, erano in grado, anche in campo aperto, di
sostenere l'impeto di settemila pompeiani senza facilmente spaventarsi per la
loro grande superiorit numerica. E infatti in quei giorni combatt con
successo una battaglia equestre, uccidendo con alcuni altri Eco, uno dei due
Allobrogi, che, come sopra abbiamo detto, si erano rifugiati presso Pompeo.

85


Pompeo, che aveva il campo sul colle, schierava l'esercito ai piedi di
esso, aspettando sempre, come sembrava, che Cesare si esponesse in posizione
sfavorevole. Cesare, ritenendo che in nessun modo Pompeo potesse essere
trascinato a battaglia, giudic essere questa per s la migliore tattica di
guerra: muovere il campo da quel posto e stare sempre in marcia, con questi
obiettivi: usufruire delle migliori occasioni di approvvigionamento spostando
il campo e toccando luoghi diversi e, contemporaneamente, durante la marcia,
trovare qualche opportunit di combattimento e, con quotidiane marce, sfinire
l'esercito di Pompeo, non abituato alla fatica. Stabilito ci, dato gi il
segnale della partenza e smontate le tende, ci si accorse che poco prima,
contrariamente alla abitudine di ogni giorno, la schiera di Pompeo si era
allontanata un po' troppo dal vallo, cos che sembrava che si potesse
combattere in posizione non sfavorevole. Allora Cesare, quando gi la schiera
in ordine di marcia era alle porte, disse ai suoi: "Dobbiamo rimandare al
momento la marcia e pensare al combattimento, come abbiamo sempre desiderato.
Siamo pronti a combattere; non facilmente in seguito troveremo l'occasione". E
subito conduce fuori le truppe pronte a combattere.

86


Anche Pompeo, come poi si venne a sapere, su esortazione di tutti i suoi,
aveva stabilito di venire a battaglia. E infatti, anche nel consiglio di
guerra, nei giorni precedenti aveva detto che l'esercito di Cesare sarebbe
stato annientato prima che le schiere si scontrassero. Essendosi molti
meravigliati di questa affermazione, disse: "So di promettere una cosa quasi
incredibile, ma sentite il piano che ho ideato, affinch andiate alla
battaglia con animo pi saldo. Ho consigliato ai nostri cavalieri, e mi hanno
dato assicurazione che lo avrebbero fatto, di dare l'assalto, quando si sia
arrivati molto vicini, all'ala destra di Cesare, ossia dalla parte scoperta,
e, una volta aggirata la schiera alle spalle, di mettere in fuga l'esercito
disorientato prima che dai nostri venga scagliata una freccia contro il
nemico. E cos senza pericolo per le legioni e quasi senza spargimento di
sangue concluderemo la guerra. La cosa inoltre non  difficile dal momento che
siamo tanto pi forti nella cavalleria". Contemporaneamente li ammon di stare
pronti per il giorno successivo e, poich vi era possibilit di combattere,
come spesso avevano chiesto, di non deludere n la sua n l'altrui
aspettativa.

87


Dopo di lui parl Labieno e, disprezzando le milizie di Cesare, esaltando
con somme lodi il piano di Pompeo, disse: "Non credere, o Pompeo, che questo
sia l'esercito che ha vinto la Gallia e la Germania. Io fui presente a tutte
le battaglie e non dico sconsideratamente cose non conosciute. Sopravvive una
piccolissima parte di quell'esercito; il grosso  andato perduto, il che
doveva necessariamente accadere in tante battaglie; molti li ha distrutti in
Italia la pestilenza dell'autunno, molti sono tornati a casa, molti sono
rimasti nel continente. Forse non avete sentito dire che fra quelli rimasti
per motivi di salute sono state formate coorti a Brindisi? Queste milizie che
vedete sono state formate con le leve fatte in questi anni nella Gallia
Citeriore e la maggiore parte proviene dalle colonie transpadane. Del resto
quella che era la sua forza si  perduta nelle due battaglie di Durazzo". Dopo
avere detto ci, giur di non fare ritorno al campo se non da vincitore e
esort gli altri a fare lo stesso. Pompeo, lodando questo proposito, fece lo
stesso giuramento; e invero fra gli altri non ci fu nessuno che esit a
giurare. Fatto questo nel consiglio di guerra, tutti si allontanarono con
grande speranza e gioia; e gi pregustavano nel pensiero la vittoria, poich
sembrava che nulla potesse essere garantito invano da parte di un comandante
tanto esperto a proposito di un fatto cos importante.

88


Cesare, avvicinatosi al campo di Pompeo, si accorse che l'esercito di
costui era schierato in questo modo: sull'ala sinistra vi erano le due legioni
mandate da Cesare all'inizio della guerra per decreto del senato, di queste
una era detta "prima", l'altra "terza"; in quella posizione vi era lo stesso
Pompeo. Scipione con le legioni siriache occupava il centro dell'esercito. La
coorte cilicia, unita alle coorti spagnole che, come dicemmo, furono condotte
da Afranio, era stata collocata all'ala destra. Pompeo pensava che queste
fossero le coorti pi forti. Aveva collocate le altre fra il centro e le ali e
aveva completato l'effettivo con centodieci coorti. Vi erano
quarantacinquemila uomini; dei veterani richiamati ve ne erano circa duemila
che, esonerati dai lavori pesanti, avevano fatto parte dei precedenti eserciti
e ora si erano uniti a lui. Pompeo li aveva distribuiti in tutto l'esercito.
Aveva dislocato come presidio nel campo e nei vicini fortilizi le rimanenti
sette coorti. Un corso d'acqua dalle rive impraticabili difendeva la sua ala
destra; per questo motivo aveva collocato tutta la cavalleria, tutti gli
arcieri e i frombolieri sull'ala sinistra.

89


Cesare, mantenendo l'ordine di battaglia del passato, aveva disposto la
decima legione sull'ala destra, la nona sulla sinistra, sebbene fosse stata
molto ridotta nelle battaglie di Durazzo; e cos a questa aggiunse la legione
ottava, facendone appena una di due; e aveva dato l'ordine che l'una fosse di
sostegno all'altra. Aveva schierate in linea di battaglia ottanta coorti, il
cui contingente era di ventiduemila uomini; aveva lasciato di presidio nel
campo sette coorti. Aveva preposto all'ala sinistra Antonio, alla destra P.
Silla, al centro Cn. Domizio. Egli stesso si pose di fronte a Pompeo. Non
appena si rese conto della tattica bellica nemica che abbiamo detto, temendo
che l'ala destra venisse circondata dalla moltitudine dei cavalieri,
velocemente lev dalla terza schiera una compagnia per legione e con queste
form una quarta fila che oppose alla cavalleria e indic che cosa voleva che
si facesse: avvert che la vittoria di quel giorno dipendeva dal valore di
quelle coorti. Contemporaneamente ordin alla terza fila [e a tutto
l'esercito] di non andare all'assalto senza il suo comando: quando avesse
voluto l'assalto, avrebbe dato il segnale col vessillo.

90


Esortato l'esercito alla battaglia secondo il costume militare e messi in
evidenza i propri meriti verso l'esercito in ogni tempo, principalmente
ramment che poteva provare con la testimonianza dei soldati con quanto zelo
aveva cercato la pace, quali trattative aveva condotto per mezzo di Vatinio
negli abboccamenti, quali per mezzo di Aulo Claudio con Scipione, in che modo
si fosse adoperato con Libone presso Orico perch si mandassero ambasciatori.
Egli non aveva mai abusato del sangue dei soldati n aveva voluto privare la
repubblica dell'uno o dell'altro esercito. Tenuto questo discorso, poich i
soldati lo richiedevano e ardevano dalla brama di combattere, diede con la
tromba il segnale.

91


Nell'esercito di Cesare vi era un veterano richiamato, Crastino, che
nell'anno precedente sotto di lui aveva guidato la prima centuria della decima
legione, uomo di singolare valore. Costui, dato il segnale, disse: "Seguitemi
voi che foste del mio manipolo e servite il vostro comandante, come avete
promesso. Rimane questa sola battaglia; al suo termine Cesare riavr la sua
dignit e noi la nostra libert". Contemporaneamente, volgendo lo sguardo a
Cesare, disse: "Oggi, o comandante, far in modo che tu abbia a ringraziare
me, o vivo o morto". Dopo avere detto queste parole, per primo corse
all'attacco dall'ala destra e circa centoventi soldati volontari scelti [della
medesima centuria] lo seguirono.

92


Tra le due schiere vi era rimasto solo lo spazio che bastava ai due
eserciti per venire all'attacco. Ma Pompeo aveva precedentemente detto ai suoi
di aspettare l'assalto di Cesare e di non muoversi dalla posizione e di
lasciare che l'esercito di Cesare si scompaginasse. Si diceva che, per
consiglio di C. Triario, avesse dato questo ordine di modo che la forza dei
soldati si infrangesse nel primo attacco e la schiera si fiaccasse, sicch i
soldati pompeiani, collocati nelle proprie file, avrebbero potuto assalire i
nemici dispersi. Sperava che, trattenendo sulle loro posizioni i soldati, i
giavellotti sarebbero caduti con danno minore di quello subito andando
incontro ai proiettili scagliati; nello stesso tempo sperava che i soldati di
Cesare venissero fiaccati dalla distanza doppia che dovevano coprire di corsa.
Ma invero ci sembra che Pompeo abbia fatto ci senza nessuna ragione, poich
per natura sono innati in tutti l'entusiasmo e l'esuberanza che vengono accesi
dal desiderio di battaglia. I comandanti non devono reprimerli, ma
potenziarli; e non invano nell'antichit si stabil che le trombe squillassero
da ogni parte e tutti quanti levassero grida; si pens di atterrire con questi
mezzi i nemici e di incitare i propri soldati.

93


Ma, dato il segnale di attacco, i nostri soldati, avanzati di corsa con i
giavellotti contro i nemici e accortisi che i Pompeiani non andavano
all'assalto, pratici per esperienza e ammaestrati in battaglie precedenti,
spontaneamente rallentarono e si fermarono quasi a met distanza per non
avvicinarsi stremati e, dopo un breve intervallo di tempo, ripresa nuovamente
la corsa, lanciarono i giavellotti e rapidamente, come era stato ordinato da
Cesare, misero mano alle spade. Invero i Pompeiani non vennero meno al loro
dovere. Infatti sostennero il lancio dei giavellotti e l'assalto dei
legionari; conservarono le file e dopo avere lanciato i giavellotti ricorsero
alle spade. Nello stesso tempo, come era stato ordinato, tutti i cavalieri dal
lato sinistro di Pompeo si lanciarono all'assalto e si rivers tutta la
moltitudine degli arcieri. La nostra cavalleria non sopport il loro assalto,
ma, respinta dalle sue posizioni, indietreggi un poco e i cavalieri di Pompeo
cominciarono, perci, a incalzare con pi accanimento, a disporsi a squadroni
e ad aggirare dal lato scoperto il nostro schieramento. Quando Cesare si
accorse di ci, diede il segnale di combattimento alla quarta fila che aveva
formata con sei coorti. Quelle coorti si lanciarono con prontezza e, in
schieramento di assalto, con tanta irruenza assalirono i cavalieri di Pompeo
che nessuno di loro resistette e tutti, fatto "dietro front", non solo si
allontanarono dalla posizione, ma subito fuggirono, dirigendosi verso i monti
pi alti. Respinti questi, tutti gli arcieri e i frombolieri, abbandonati
senza protezione e senza armi, vennero uccisi. Col medesimo impeto le coorti
aggirarono il lato sinistro, mentre i Pompeiani ancora combattevano e
resistevano nel loro schieramento iniziale, e li attaccarono alle spalle.

94


Nel medesimo tempo Cesare ordin di avanzare alla terza fila che fino a
quel momento era rimasta in riposo e ferma nella sua posizione. E cos
ricevendo i soldati sfiniti il cambio di forze fresche e riposate, mentre gli
altri assalivano alle spalle, i Pompeiani non furono in grado di reggere e si
diedero tutti alla fuga. Cesare invero non si era ingannato nel pensare che il
principio della vittoria dipendeva da quelle coorti che erano state dislocate
nella quarta fila contro la cavalleria, come egli stesso aveva affermato
nell'esortare i soldati. Da queste coorti infatti dapprima fu sbaragliata la
cavalleria, dalle medesime furono annientati arcieri e frombolieri, dalle
medesime fu circondata la schiera pompeiana dal lato sinistro e fu provocato
l'inizio della fuga nemica. Ma Pompeo, quando vide la propria cavalleria
respinta e si accorse che era in preda al terrore quella parte dell'esercito
su cui sopra tutto confidava, e, non avendo inoltre fiducia negli altri, si
allontan dal campo di battaglia e subito si diresse a cavallo
nell'accampamento e a quei centurioni che aveva posto di guardia presso la
porta pretoria disse a voce alta perch i soldati lo udissero: "Proteggete
l'accampamento e difendetelo con zelo, se le cose dovessero volgere al peggio.
Io faccio il giro delle altre porte per rassicurare i presidi
dell'accampamento". Dopo avere detto queste parole, se ne and nella tenda
pretoria, persa la fiducia nell'esito finale, ma tuttavia aspettando gli
eventi.

95


Cesare, respinti dentro il vallo i Pompeiani in fuga, stimando non
opportuno lasciare tregua ad essi in preda al terrore, esort i soldati a
sfruttare il favore della Fortuna, assalendo l'accampamento. Ed essi, sebbene
affaticati dal grande caldo (infatti la battaglia si era protratta fino a
mezzogiorno), tuttavia disposti a ogni fatica obbedirono al comando.
L'accampamento era difeso con zelo dalle coorti che qui erano state lasciate
di presidio, ma molto pi strenuamente dai Traci e dalle truppe ausiliarie
barbare. Infatti i soldati che, provenienti dalla battaglia, qui si erano
rifugiati, atterriti e sfiniti dalla stanchezza, per lo pi senza armi e
insegne militari, pensavano pi a riprendere la fuga che a difendere il campo.
E anche quelli che si erano fermati dentro il vallo non furono in grado di
sostenere troppo a lungo la fitta pioggia di dardi, ma prostrati dalle ferite
abbandonarono la posizione e tutti subito, con a capo centurioni e tribuni
militari, si rifugiarono sulle vette dei monti vicini all'accampamento.

96


Nell'accampamento di Pompeo si poterono vedere pergolati di frasche, una
grande quantit di argenteria esibita, tende pavimentate con zolle di erba
fresca, le tende di Lucio Lentulo e di alcuni altri coperte di edera e inoltre
altre cose che testimoniavano un lusso eccessivo e la fiducia nella vittoria,
cos che facilmente si poteva pensare che i nemici, che cercavano piaceri non
necessari, non avevano avuto alcun timore per l'esito di quella giornata.
Eppure costoro criticavano il lusso dell'esercito di Cesare, quanto mai povero
e paziente, cui erano sempre mancate tutte le cose di prima necessit. Pompeo,
quando ormai i nostri erano all'interno del vallo, trovato un cavallo, gettate
le insegne di comandante, se ne and rapidamente dal campo per la porta
decumana e si diresse subito a spron battuto verso Larissa. N qui si ferm,
ma, imbattutosi in alcuni dei suoi in fuga, con la medesima velocit, senza
fermarsi neppure di notte, accompagnato da trenta cavalieri giunse al mare e
si imbarc su una nave frumentaria, spesso lamentandosi, come si diceva, di
essersi tanto ingannato s da sembrare quasi tradito, poich a iniziare la
fuga erano stati proprio quegli uomini dai quali aveva sperato la vittoria.

97


Cesare, impadronitosi del campo, chiese insistentemente ai soldati,
occupati a fare bottino, di non sprecare l'occasione per condurre a termine il
resto dell'impresa. Ottenuto ci, cominci a fare lavori di fortificazione
intorno al monte. I Pompeiani, poich il monte era senza acqua, non si
fidarono a rimanere in quella posizione e, lasciato il monte, tutti insieme
cominciarono a dirigersi attraverso le giogaie verso Larissa. Accortosi di
ci, Cesare divise le sue truppe e ordin a una parte delle legioni di
rimanere nel campo di Pompeo, ne rimand una parte nel proprio accampamento,
condusse quattro legioni con s e per una strada pi comoda inizi a marciare
per sbarrare la strada ai Pompeiani. Avanzato seimila passi, schier le truppe
a battaglia. Visto ci, i Pompeiani si fermarono su un monte, ai piedi del
quale scorreva un fiume. Cesare rivolse parole di incoraggiamento ai soldati
e, sebbene fossero sfiniti dalla fatica continua di tutta la giornata e ormai
si avvicinasse la notte, tuttavia fece isolare con una fortificazione il fiume
dal monte perch di notte i Pompeiani non potessero rifornirsi di acqua.
Compiuta questa operazione, i Pompeiani cominciarono a trattare la resa
mandando ambasciatori. Alcuni esponenti dell'ordine senatorio, che si erano
uniti ai Pompeiani, di notte cercarono salvezza nella fuga.

98


Cesare all'alba ordin a tutti coloro che si erano fermati sul monte di
scendere in pianura dalle alture e consegnare le armi. Eseguirono l'ordine
senza fare opposizione e gettatisi a terra con le mani tese, in lacrime,
chiesero a Cesare salva la vita. Cesare, dopo averli consolati, ordin loro di
alzarsi e rivolte loro poche parole in merito alla sua clemenza, perch
avessero meno timore, fece a tutti grazia della vita e diede ordine ai suoi
soldati di non fare violenza a nessuno di essi e di non portare via nulla di
loro appartenenza. Date scrupolosamente queste disposizioni, ordin alle altre
legioni di raggiungerlo dall'accampamento e a quelle che aveva condotto con s
di fare ritorno nel campo per riposarsi a loro volta; il medesimo giorno
giunse a Larissa.

99


In quella battaglia Cesare non lament la perdita di pi di duecento
soldati, ma perse circa trenta centurioni, uomini valorosi. Mentre combatteva
valorosamente fu ucciso anche Crastino, che sopra abbiamo ricordato, colpito
in pieno viso da un colpo di spada. E non aveva detto il falso andando in
battaglia. Cesare infatti pensava che in quella battaglia il valore di
Crastino fosse stato straordinario e riteneva di dovergli, per i suoi meriti,
una grandissima riconoscenza. Sembrava che l'esercito pompeiano avesse contato
circa quindicimila caduti, ma si arresero in pi di ventiquattromila (infatti
anche le coorti che erano di guardia nei fortilizi si consegnarono a Silla),
inoltre molti trovarono rifugio nelle citt vicine; dalla battaglia furono
portate a Cesare centottanta insegne militari e nove aquile. L. Domizio fu
ucciso dai cavalieri mentre fuggiva dall'accampamento verso il monte, quando
ormai le forze gli erano venute meno per la stanchezza.

100


Nel medesimo tempo D. Lelio giunse con la flotta a Brindisi e nel
medesimo modo in cui, come prima dicemmo, oper Libone, occup l'isola che
fronteggia il porto di Brindisi. Similmente Vatinio, che era al comando di
Brindisi, con imbarcazioni coperte e fornite di opportuno equipaggiamento
attir le navi di Lelio e cattur, all'imboccatura del porto, una quinquereme
che si era spinta troppo lontano e due navi minori, e parimenti, con reparti
di cavalleria opportunamente disposti, cominci a impedire ai marinai
l'approvvigionamento d'acqua. Ma Lelio, approfittando della stagione
abbastanza favorevole alla navigazione, con navi da carico portava ai suoi
acqua da Corcira e da Durazzo e non veniva distolto dal suo progetto e, prima
di avere avuto notizia della battaglia combattuta in Tessaglia, n
l'ignominiosa perdita delle navi, n la mancanza di ogni cosa necessaria
poterono cacciarlo dal porto e dall'isola.

101


Quasi nel medesimo tempo Cassio con una flotta di navi siriache, fenicie
e cilicie venne in Sicilia e, dal momento che la flotta di Cesare era divisa
in due parti, una sotto il comando del pretore P. Sulpicio presso Vibona,
l'altra sotto il comando di M. Pomponio presso Messina, egli si diresse con le
sue navi a volo su Messina prima che Pomponio avesse sentore del suo arrivo.
Trovatolo in preda a confusione, senza alcuna sorveglianza e con le navi non
schierate, approfittando di un vento forte e favorevole, scagli sulla flotta
di Pomponio navi onerarie riempite di fiaccole, pece, stoppa e altro materiale
incendiario e bruci tutte le navi, in tutto trentacinque, di cui venti
coperte. Da tale avvenimento deriv un timore tanto grande che, sebbene vi
fosse a Messina una legione di presidio, a stento la citt fu difesa e, se nel
medesimo tempo non fossero giunte, tramite cavalieri che facevano regolare
servizio di informazione, notizie della vittoria di Cesare, i pi ritenevano
che la citt sarebbe stata perduta. Ma la citt pot essere difesa grazie
all'opportuno arrivo delle notizie e quindi Cassio punt sulla flotta di
Sulpicio a Vibona. Poich i nostri avevano messo in secco circa quaranta navi
per il medesimo timore, i Pompeiani ricorsero alla tattica di prima. Cassio,
approfittando del vento favorevole spinse navi da carico allestite per
provocare un incendio; e il fuoco appiccato da un'estremit e dall'altra fece
incendiare cinque navi. E poich il fuoco per la violenza del vento si
estendeva su di un fronte troppo vasto, i soldati delle vecchie legioni che,
essendo malati, erano stati lasciati di presidio alle navi, non sopportarono
la vergogna; spontaneamente si imbarcarono, salparono, assalirono la flotta di
Cassio e catturarono due quinqueremi su una delle quali era Cassio. Ma Cassio
fugg raccolto da una imbarcazione. Furono inoltre prese due triremi. Non
molto tempo dopo si venne a sapere della battaglia avvenuta in Tessaglia cos
che la cosa risult certa agli stessi Pompeiani; infatti prima di allora si
pensava che fossero tutte invenzioni di ambasciatori e di amici di Cesare.
Venuto a conoscenza del fatto, Cassio si allontan con la flotta da quei
luoghi.

102


Cesare, abbandonate tutte le altre cose, giudic di dovere inseguire
Pompeo in qualunque posto si rifugiasse fuggendo, in modo che non potesse
radunare di nuovo altre truppe e riaprire le ostilit. E ogni giorno avanzava
di tanto quanto era possibile con la cavalleria e aveva dato ordine a una
legione di tenere dietro a tappe pi brevi. Ad Anfipoli era stato emanato un
editto in nome di Pompeo secondo cui tutti i giovani di quella provincia,
Greci e cittadini romani, dovevano riunirsi per prestare giuramento militare.
Ma non si poteva capire se Pompeo avesse emanato quell'editto per allontanare
i sospetti in modo da nascondere il pi a lungo possibile il proposito di fuga
in zone pi lontane o per tentare, con nuove leve, di conservare la Macedonia,
se nessuno lo avesse attaccato. Egli stesso rimase all'ancora una sola notte
e, chiamati presso di s gli ospiti di Anfipoli e richiesto del denaro per le
spese necessarie, venuto a conoscenza dell'arrivo di Cesare, si allontan da
quel luogo e in pochi giorni giunse a Mitilene. Fu trattenuto per due giorni
dal maltempo e, aggiunte alle sue altre navi leggere, si rec in Cilicia e da
qui a Cipro. Qui venne a sapere che, col consenso di tutti gli abitanti di
Antiochia e dei cittadini romani che l facevano commercio, erano state prese
le armi per impedirgli l'accesso alla citt e che erano stati inviati
ambasciatori a coloro che si diceva si fossero rifugiati nelle regioni vicine
perch non venissero ad Antiochia; se lo avessero fatto, avrebbero corso
grande pericolo di vita. Questa medesima cosa era accaduta a Rodi a L.
Lentulo, che l'anno precedente era stato console, all'ex console P. Lentulo e
ad alcuni altri. Essi, avendo seguito nella fuga Pompeo ed essendo giunti
sull'isola, non erano stati accolti n nella citt n nel porto e, quando fu
loro notificato da legati l'ordine di allontanarsi da quei luoghi, pur contro
la loro volont presero il largo. E ormai la notizia dell'arrivo di Cesare era
arrivata fino a quelle citt.

103


Pompeo, venuto a conoscenza di questi fatti, abbandonato il piano di
raggiungere la Siria, preso del denaro dagli appaltatori e chiestone altro a
prestito ad alcuni privati, caricata sulle navi una grande quantit di bronzo
per uso militare, armati duemila uomini, in parte scelti fra i servi degli
appaltatori, in parte raccolti dai mercanti, quelli che ciascun mercante
riteneva idonei a questo scopo, giunse a Pelusio. Qui vi era per caso il re
Tolomeo, appena fanciullo, che con truppe imponenti stava combattendo contro
la sorella Cleopatra, che pochi mesi prima aveva scacciata dal regno su
istigazione di amici e parenti. L'accampamento di Cleopatra non distava molto
dal suo. Pompeo mand legati a Tolomeo per chiedergli, in nome dell'ospitalit
e dell'amicizia del padre, di accoglierlo in Alessandria e proteggerlo nella
disgrazia con le sue forze. Ma gli ambasciatori che erano stati mandati da
Pompeo, portato a termine l'incarico, cominciarono a parlare alquanto
liberamente con i soldati del re e a esortarli a prestare il loro aiuto a
Pompeo e a non abbandonarlo nella sua sorte. Fra quelli vi erano parecchi ex
soldati di Pompeo, dal cui esercito Gabinio li aveva accolti in Siria e poi
condotti in Alessandria e, terminata la guerra, lasciati presso Tolomeo, padre
del fanciullo.

104


Allora, venuti a conoscenza di queste cose, gli amici del re che per la
giovane et del fanciullo avevano la reggenza del regno, sia perch spinti dal
timore, come poi andavano dicendo, che Pompeo, sobillato l'esercito regio,
occupasse Alessandria e l'Egitto, sia per disprezzo della sorte di Pompeo,
infatti in genere nella disgrazia gli amici diventano nemici, risposero ai
messi inviati da Pompeo con apparente cortesia, invitandolo a venire dal re.
Ma, tenuto un consiglio segreto, inviarono Achilla, prefetto regio, uomo di
singolare audacia, e L. Settimio, tribuno militare, a ucciderlo. Pompeo,
avvicinato in modo cortese da costoro e incoraggiato da un certo rapporto di
confidenza con Settimio, poich durante la guerra piratica costui aveva
guidato un reparto del suo esercito, sal con pochi dei suoi su una piccola
nave; qui viene ucciso da Achilla e da Settimio. Parimenti L. Lentulo viene
fatto catturare dal re e ucciso in carcere.

105


Cesare, giunto in Asia, scopriva che Tito Ampio aveva tentato di portare
via il tesoro dal tempio di Diana a Efeso e che per questo motivo aveva
chiamato tutti i senatori dalla provincia per averli a testimoni sulla somma
di denaro, ma che era fuggito perch disturbato dall'arrivo di Cesare. E cos
in due momenti diversi Cesare venne in soccorso del tesoro di Efeso ...
Parimenti, calcolando i giorni a ritroso, si era notato che nel giorno in cui
Cesare aveva vinto, nel tempio di Minerva a Elide, una statua della Vittoria,
posta proprio davanti a quella di Minerva e rivolta fino a quel momento verso
di essa, si era girata verso le porte e la soglia del tempio. Nel medesimo
giorno ad Antiochia, in Siria, due volte si ud il clamore dell'esercito e un
suono di trombe tanto forte da fare accorrere da ogni parte i cittadini armati
sulle mura. La stessa cosa avvenne a Tolemaide. A Pergamo, nei recessi e nelle
zone segrete del tempio, dove non  lecito l'accesso tranne che ai sacerdoti,
e che i Greci chiamano adyta, risuonarono i timpani. Similmente a Tralli, nel
tempio della Vittoria, dove avevano consacrato una statua di Cesare, veniva
mostrata una palma spuntata in quei giorni dal pavimento fra le giunture delle
pietre.

106


Cesare, trattenutosi pochi giorni in Asia, avendo udito che Pompeo era
stato visto a Cipro, congetturando che si dirigesse in Egitto, date le sue
relazioni con questo regno e per le comodit che esso offriva, con una legione
alla quale aveva dato ordine di seguirlo dalla Tessaglia, e con un'altra che
aveva fatto condurre dall'Acaia dal luogotenente Q. Fufio, con ottocento
cavalieri e con dieci navi da guerra di Rodi e poche altre dell'Asia, giunse
ad Alessandria. Queste legioni erano formate da tremiladuecento soldati; gli
altri, fiaccati dalle ferite sofferte nelle battaglie e dalla fatica e dalla
lunghezza del viaggio, non poterono seguirlo. Ma Cesare, confidando nella fama
delle imprese compiute, non aveva esitato a partire sia pure con poche forze,
giudicando che ogni luogo sarebbe risultato ugualmente sicuro. Ad Alessandria
venne a sapere della morte di Pompeo e qui, appena sceso dalla nave, ud le
grida dei soldati che il re aveva lasciato di presidio nella citt, e vide che
una moltitudine di gente gli veniva incontro ostilmente, poich i fasci lo
precedevano. Tutta la gente andava dicendo che la regia maest veniva lesa da
tale fatto. Sedato questo tumulto, nei giorni seguenti vi furono numerose
sedizioni originate da assembramenti di persone e parecchi soldati furono
uccisi per le strade, in ogni parte della citt.

107


In considerazione di questi fatti, Cesare diede ordine che venissero
trasferite dall'Asia altre legioni, che egli aveva formato con soldati
pompeiani. Egli stesso infatti era trattenuto forzatamente dai venti etesii,
che soffiano contrari per chi salpa da Alessandria. Frattanto, giudicando che
era di pertinenza del popolo romano e sua, in quanto console, dirimere le
controversie fra Tolomeo e sua sorella e che tanto pi la cosa lo riguardava
poich nel precedente consolato aveva fatto, per legge e per decreto del
senato, un'alleanza con Tolomeo padre, fece sapere che era di suo gradimento
che il re Tolomeo e sua sorella Cleopatra sciogliessero gli eserciti che
avevano e ponessero fine alle dispute davanti a lui, secondo le vie legali,
piuttosto che tra loro con le armi.

108


A causa della giovane et del fanciullo un eunuco di nome Potino, suo
pedagogo, era reggente del regno. Egli, in un primo momento, cominci a
lamentarsi fra i suoi e a provare indignazione che un re fosse chiamato a
difendersi; successivamente, trovati fra gli amici del re alcuni pronti ad
aiutarlo nei suoi piani, fece venire di nascosto da Pelusio ad Alessandria
l'esercito e mise a capo di tutte le milizie lo stesso Achilla di cui abbiamo
fatto cenno. Lo istig e inorgogl con promesse sue e del re e gli fece sapere
il suo piano per mezzo di lettere e ambasciatori. Nel testamento di Tolomeo
padre erano stati indicati come eredi il maggiore dei due figli e la pi
anziana delle due figlie. Nel medesimo testamento, in nome degli dei e dei
patti stipulati con Roma, Tolomeo chiamava a testimone il popolo romano perch
venissero rispettate queste disposizioni. Una copia del testamento era stata
portata a Roma per mezzo di suoi ambasciatori perch venisse depositata
nell'erario (questa copia non pot essere depositata nell'erario a causa dei
rivolgimenti politici e rimase presso Pompeo), una seconda copia uguale era
stata lasciata ad Alessandria e, siglata col sigillo, era stata pubblicata.

109


Mentre davanti a Cesare vengono trattate tali questioni, poich egli
vuole sopra tutto, in qualit di arbitro e amico comune, dirimere le
controversie dei sovrani, all'improvviso giunge la notizia che l'esercito
regio e tutta la cavalleria si dirigono su Alessandria. Le milizie di Cesare
non erano affatto tali per numero che si potesse contare su di esse nel caso
si fosse dovuto combattere fuori della citt. Non gli rimaneva che restare
sulle sue posizioni nella citt e tentare di conoscere il piano di Achilla.
Tuttavia diede ordine ai soldati di stare in armi ed esort il re a inviare ad
Achilla ambasciatori scelti fra le persone pi autorevoli tra i suoi familiari
e a manifestargli il proprio volere. Dal re furono inviati Dioscoride e
Serapione, che erano stati entrambi ambasciatori a Roma e avevano avuto grande
autorit presso Tolomeo padre. Giunsero presso Achilla ed egli, quando
arrivarono al suo cospetto, prima di ascoltarli e di conoscere per quale
motivo fossero stati inviati, ordin di catturarli e ucciderli. Uno di essi fu
ferito e, preso dai suoi, fu portato via come se fosse morto, l'altro fu
ucciso. Dopo questi fatti, Cesare fece in modo di avere in suo potere il re,
ritenendo che il nome del re avesse grande autorit presso i sudditi, perch
sembrasse che la guerra era stata intrapresa non per iniziativa del re, ma per
decisione di pochi cittadini privati, per giunta avventurieri.

110


Le truppe che erano con Achilla erano tali da non apparire disprezzabili
n per numero n per qualit n per esperienza militare. Aveva infatti in armi
ventimila uomini. Queste truppe erano formate con soldati di Gabinio, ormai
avvezzi alla vita licenziosa di Alessandria e dimentichi del nome e della
disciplina del popolo romano, che col avevano preso moglie e la maggior parte
dei quali aveva avuto figli. A questi si aggiungevano ladroni e assassini
raccolti in Siria, nella provincia della Cilicia e nelle regioni vicine. Si
erano inoltre radunati e arruolati molti condannati a morte ed esuli. Per
tutti i nostri schiavi fuggitivi Alessandria rappresentava un sicuro rifugio e
una sicura condizione di vita purch si arruolassero nell'esercito. Se
qualcuno di essi veniva ripreso dal suo padrone, i soldati, per accordo
unanime, glielo portavano via, poich essi stessi, dal momento che erano nella
stessa situazione di colpa, difendevano i loro compagni dalla violenza come se
fosse un pericolo loro. Costoro, secondo una vecchia consuetudine
dell'esercito alessandrino, erano soliti chiedere la morte degli amici del re,
saccheggiare i beni dei ricchi, assediare la casa del re per avere un aumento
di stipendio, scacciare alcuni dal regno, chiamarvi altri. Vi erano inoltre
duemila cavalieri. Tutti costoro erano diventati veterani attraverso le
numerose guerre di Alessandria, avevano rimesso sul trono Tolomeo padre,
avevano ucciso i due figli di Bibulo, avevano condotto guerre contro gli
Egiziani. Da ci derivava la loro esperienza militare.

111


Confidando su tali milizie e disprezzando l'esiguo numero dei soldati di
Cesare, Achilla occupava Alessandria, tranne quella parte della citt che era
in mano a Cesare a ai suoi soldati. Con un primo assalto tent di fare
irruzione nella casa di Cesare, ma questi sostenne il suo attacco grazie a
delle coorti disposte lungo le vie. E nel medesimo tempo si combatt presso il
porto e questo fu il combattimento di gran lunga pi pesante.
Contemporaneamente, divisesi le forze in drappelli, si combatteva anche in
parecchie vie e i nemici con un gran numero di soldati tentavano di
impadronirsi delle navi da guerra. Fra queste ve ne erano cinquanta mandate in
aiuto a Pompeo, che, terminata la guerra in Tessaglia, erano tornate a casa,
tutte quadriremi e quinqueremi allestite e completamente equipaggiate per la
navigazione; oltre a queste ve ne erano ventidue, tutte coperte, che erano
solite stare di presidio ad Alessandria. Se i nemici se ne fossero
impadroniti, una volta sottratta a Cesare la flotta, sarebbero stati padroni
del porto e di tutto il mare e avrebbero impedito a Cesare i vettovagliamenti
e l'arrivo di aiuti. E cos si combatt con tanto accanimento quanto era
dovuto, vedendo nella lotta gli uni una veloce vittoria, gli altri la chiave
della loro salvezza. Ma Cesare ebbe la meglio e incendi tutte quelle navi e
le rimanenti che erano nei bacini, poich con poche truppe non era possibile
la difesa di uno spazio cos ampio, e subito sbarc i soldati presso Faro.

112.
Il Faro  sull'isola una torre di grande altezza, di mirabile costruzione;
essa trae il proprio nome dall'isola. Quest'isola, posta di fronte ad
Alessandria, ne crea il porto; ma i primi re gettarono in mare un molo lungo
novecento passi che, con un angusto passaggio, la unisce quasi come un ponte,
alla citt. In quest'isola vi sono abitazioni di Egiziani e un quartiere
grande come una citt; e qualunque nave, ovunque, per inesperienza o per
burrasca si allontana un poco dalla rotta, viene di solito depredata
piratescamente. Inoltre nessuna nave pu entrare in porto, a causa della
stretta imboccatura, contro la volont degli occupanti di Faro. E Cesare,
temendo ci, mentre i nemici erano impegnati nella battaglia, fatti sbarcare i
soldati, si impossess di Faro e vi pose un presidio. E per conseguenza di ci
si garant in sicurezza l'afflusso per mare di frumento e rinforzi. Mand
infatti richieste di aiuto attorno, per tutte le province vicine. Nelle altre
parti della citt si combatt in modo che ci si ritir alla pari e nessuno dei
due contendenti fu ricacciato (causa di ci fu l'angustia del luogo); pochi
uomini furono uccisi da entrambe le parti; Cesare si impadron dei punti
strategici e di notte li fortific. In quella zona della citt vi era una
piccola parte della reggia, che egli aveva subito occupato per abitarvi, e il
teatro, collegato alla reggia, che fungeva da rocca e aveva un accesso al
porto e ai cantieri navali del re. Nei giorni successivi potenzi queste
fortificazioni, perch, avendole di fronte, gli servissero da mura e non fosse
costretto a combattere contro la sua volont. Frattanto la figlia minore del
re Tolomeo, nella speranza del possesso del regno vacante, lasci la reggia
rifugiandosi da Achilla e incominci a dirigere la guerra insieme a lui. Ma in
breve tempo sorse tra loro una contesa sul potere supremo e ci fece s che le
elargizioni ai soldati fossero aumentate; ciascuno cercava infatti di
conquistarsi il loro favore con grandi profusioni di denaro. Mentre presso i
nemici accadeva ci, Potino [tutore del fanciullo e reggente del regno, che si
trovava nel quartiere occupato da Cesare] mandava ambasciatori ad Achilla
esortandolo a non desistere dall'impresa e a non perdersi d'animo; i suoi
messaggeri furono denunziati e catturati ed egli fu ucciso. Questi furono gli
inizi della guerra alessandrina.
FINE.
