Gaio Giulio Cesare.
LA GUERRA CIVILE.



Traduzione di Enrico Oddone.
Introduzione, note e bibliografia di Elio Marinoni.
Consulenza storica di Ida Calabi Limentani.
Copyright 1976 Rusconi Libri S.p.A., Milano.
Prima edizione novembre 1976.
Su concessione Rusconi.



INDICE.


Introduzione.

Commentario primo.
Commentario secondo.
Commentario terzo.
Indice dei nomi di persona.
Bibliografia.



INTRODUZIONE.


1. LA VITA.

Cesare  uno di quei geni poliedrici nella storia dell'umanit, la cui figura non pu essere inquadrata nell'ambito di una precisa e ristretta categoria. Politico abile e spregiudicato, geniale come pochi nell'arte della guerra, perfetto uomo di stato secondo la definizione del Mommsen - egli c'interessa qui soprattutto come uomo di lettere, anzi: come storiografo. Del resto, l'uomo d'azione e lo storiografo vanno di pari passo in opere come i "Commentari" - necessariamente autobiografiche.
La maggior messe di notizie, in particolare sulla vita privata di Cesare, ci  offerta dalle biografie che ne scrissero Plutarco e Svetonio. Ma ricche di preziose informazioni sono altres le principali fonti storiche per l'ultimo secolo della repubblica: il Secondo libro delle "Guerre civili" di Appiano; i libri 40-47 della "Storia romana" di Cassio Dione; l'"Epitome di storia romana" di Anneo Floto, utilissima nel naufragio delle "Storie" liviane per questo periodo; le biografie plutarchee di Pompeo, di Crasso, di Antonio, di Cicerone; il fitto carteggio intrattenuto da quest'ultimo con parenti e amici, tra cui lo stesso Cesare; infine, il "Compendio di storia romana" di Velleio Patercolo (2, 30-39; 41-61).
Nato tra il 102 e il 100 da Gaio Giulio Cesare, che morir improvvisamente d'infarto nell'86-85 dopo essere stato pretore, e da Aurelia, della famiglia consolare Aurelia Cotta, Gaio Giulio Cesare apparteneva alla pi in vista tra le "famiglie troiane" di Roma: la "gens Iulia", che, ricollegandosi, anche in base a una falsa etimologia, a Iulo, figlio di Enea, figlio di Anchise e di Venere, vantava origini divine. Su questa ascendenza divina e al tempo stesso - attraverso la nonna paterna Marcia - regale, Cesare insister fin dal 69, con l'orazione funebre per la zia Giulia, sorella del padre (secondo una caratteristica tendenza a trasformare i funerali in manifestazioni di propaganda). La stirpe di mia zia Giulia, disse in quell'occasione dai rostri, come riferisce Svetonio ("Vita di Cesare", 6,2),  discesa, per parte di madre, da re; per parte di padre,  congiunta con gli di immortali. Infatti, da Anco Marcio sono derivati i re Marcii, il cui nome fu portato da mia madre; da Venere i Giulii, alla cui stirpe appartiene la nostra famiglia. C' dunque, nella stirpe, la sacralit dei re, che hanno il sommo potere tra gli uomini, e la santit degli di, a cui i re stessi sono sottomessi. Ma le vantate origini divine e regali non gl'impedirono di schierarsi ben presto dalla parte dei "populares", verso cui lo sospingevano gli stessi legami familiari (la zia Giulia era la vedova di Mario). Fu allora (85 circa) che i Mariani, temendo il riavvampare della lotta politica al ritorno di Silla dall'Oriente, pensarono di far eleggere Cesare "flamen Dialis" (flamine di Giove): un sacerdozio, che certo si addiceva al giovane aristocratico dalle origini mitiche; ma che lo avrebbe irrimediabilmente escluso, per incompatibilit, dalla vita politica. Non era questo che Aurelia aveva voluto per suo figlio: fu probabilmente per sventare questo disegno che si affrett a far contrarre a Cesare, appena indossata la toga pretesta (84), il primo dei suoi quattro matrimoni, sposandolo a Cossuzia, appartenente a una famiglia equestre, quindi di origine plebea: condizione sufficiente per impedire a Cesare di rivestire quel sacerdozio, di competenza esclusivamente patrizia. Un matrimonio d'interesse spiegherebbe la fretta dimostrata da Cesare (da Aurelia), una volta scongiurato il pericolo, nel ripudiare Cossuzia, per sposare, nell'83, Cornelia, figlia di Cinna, ch'era subentrato a Mario come capo del partito dei "populares" ("i popolari"). Le brillanti prospettive che queste nozze "politiche, rinsaldando i legami - gi stretti attraverso la zia Giulia - tra la "gens Iulia" e il partito democratico, avrebbero dischiuso a questo come al giovane Gaio Cesare, non sfuggirono a Silla, il capo degli oligarchi, che, rientrato vincitore dall'Oriente e imposta la dittatura (approfittando dell'indebolimento dei "populares" causato dalla morte di Cinna), gli ingiunse di ripudiare Cornelia (82). Cesare rifiut e solo la protezione degli "Aurelii" e delle Vestali (sulla sua vita e sulla sua carriera, essendo egli rimasto orfano di padre intorno ai sedici anni, le donne hanno esercitato un influsso determinante) lo salv dall'ira del dittatore. Dovette tuttavia rinunciare alla dote e, per sentirsi sicuro, segu il propretore Marco Minucio Termo nella provincia d'Asia, segnalandosi per la sua abilit diplomatica (ma la fortunata missione presso Nicomede Quarto, re di Bitinia, fece scattare per la prima volta l'accusa, poi ricorrente, di omosessualit - uno degli espedienti, del resto, pi abusati, a torto o a ragione, nella lotta politica) e per il suo valore militare: nell'80, l'assalto alle mura di Mitilene assediata gli valse la corona civica. Passato poi in Cilicia al servizio di Publio Servilio Isaurico, si distinse nella lotta contro i pirati (79-78). Rientrato a Roma nel 78 alla notizia della morte di Silla, si gett nell'agone politico utilizzando il metodo tradizionale delle accuse, con l'attaccare i sillani Gneo Cornelio Dolabella (77) e Gaio Antonio, quest'ultimo denunciato per malversazione presso il pretore peregrino (76). Subito dopo part per Rodi, allo scopo di affinare la propria eloquenza alla scuola del retore Apollonio Molone, che era stato pochi anni prima il maestro di Cicerone. Catturato, durante il viaggio (inizio 76?) dai pirati, promise e pag loro un riscatto superiore a quello richiesto; ma, non appena liberato, armata una flottiglia mosse contro di loro, li cattur, recuper il denaro del riscatto, li fece imprigionare e poi crocifiggere: proprio come, annota Plutarco ("Vita di Cesare", 2,7), diverse volte aveva loro predetto in tono scherzoso. Dopo aver condotto, nel 74-73, fortunate campagne contro le incursioni di Mitridate nella provincia d'Asia, ritornato a Roma apprese d'essere entrato a far parte del collegio dei pontefici, in sostituzione del defunto cugino Gaio Aurelio Cotta. Nello stesso anno (73), rivale di Gneo Popilio nelle elezioni a tribuno militare, risult primo eletto (PLUTARCO, "Vita di Cesare", 5,1). Nel 70, senza rivestire alcuna magistratura, appoggi la restaurazione, operata da Pompeo, console insieme con Crasso, dei diritti dei tribuni della plebe, conculcati da Silla. S'impegn inoltre a favore della "lex Aurelia iudiciaria" (legge di Aurelio sulla composizione delle giurie), proposta dallo zio Lucio Aurelio Cotta, che immetteva nelle giurie competenti per le accuse "de repetundis" (di concussione), ristrette da Silla ai senatori, i cavalieri e i "tribuni aerarii"; e della "lex Plotia" (legge di Plozio) per il ritorno dei "populares" esuli in Spagna. Con le "suasiones" (discorsi di persuasione") pronunciate in difesa di quei due disegni di legge, Cesare, che aveva dimostrato agli inizi degli anni 80 il suo talento nell'oratoria giudiziaria, si segnalava ora in quella politica. Poco dopo, si sarebbe distinto nell'oratoria funebre (vedi PLUTARCO, "Vita di Cesare", 3-5), con l'elogio della zia Giulia (69) e con quello (una novit secondo PLUTARCO, op. cit., 5,4) per la defunta moglie Cornelia (inizio del 68). Nel frattempo era stato eletto questore per l'anno 68. Cesare comincia, a questo punto, a percorrere regolarmente i gradini della carriera senatoria, rispettando - a differenza, per esempio, di Pompeo - gl'intervalli previsti dalla legge tra una magistratura e l'altra: se ne far motivo di vanto nella "Guerra civile" (Commentario 1, capitolo 32,2: "expectato legitimo tempore consulatus"). Come questore, gli tocca, per sorteggio, di seguire l'ex pretore Gaio Antistio Vetere nella Spagna Ulteriore. La questura spagnola di Cesare  legata a due episodi, non sappiamo quanto fededegni, ma comunque significativi, perch ne mostrano la smisurata ambizione: passando da un villaggio alpino, avrebbe detto ch'era meglio essere il primo col, che il secondo a Roma; presso il tempio di Ercole a Gades/Cadice pianse davanti alla statua di Alessandro, infastidito dalla sua ignavia, perch non aveva ancora compiuto nulla di memorabile all'et in cui Alessandro aveva gi sottomesso tutta la terra (SVETONIO, "Vita di Cesare", 7,1). Rientrato a Roma prima della regolare scadenza del mandato questorio, sposa (67 circa) Pompeia, figlia di Quinto Pompeo e nipote di Silla; appoggia, nel 67 e nel 66, le leggi proposte rispettivamente da Gabinio e da Gaio Manlio Prisco che conferivano a Pompeo il comando contro i pirati e contro Mitridate, re del Ponto e Tigrane, re d'Armenia. Nel 65, eletto edile curule insieme con Bibulo, che gli sar poi collega nella pretura e nel consolato e ne sar regolarmente oscurato, s'indebita per dare giochi di sfarzo mai visto: largo uso di mezzi finanziari (senza esitare a contrarre enormi debiti) e grandiosit esibizionistica negli spettacoli rimarranno due costanti della politica di Cesare. Fa poi innalzare sul Campidoglio i trofei e la statua di Mario: la restaurazione mariana, anche a livello iconografico, iniziatasi con i funerali di Giulia, quando il nipote fece sfilare l'immagine di Mario, poteva dirsi compiuta. Dopo aver contribuito al fallimento di un complotto organizzato da Crasso (fine 66-inizio 65), appoggia nel 64, insieme con lui, il disegno di legge proposto dal tribuno della plebe Rullo, che proponeva una redistribuzione di agro pubblico, ivi compreso quello fertilissimo della Campania, e che incontrer l'anno seguente l'insormontabile opposizione di Cicerone console. Nel 63, morto il pontefice massimo Quinto Cecilio Metello Pio, Cesare gli succedeva, riuscendo, col solito mezzo del denaro (di Crasso), a vincere la concorrenza dei pi anziani e illustri candidati Publio Servilio Isaurico, consolare e trionfatore, e Quinto Lutazio Catulo, principe del Senato: anche perch l'elezione del pontefice massimo era nel frattempo stata trasferita dal collegio dei pontefici ai comizi tributi. Nel 62, mentre rivestiva, dopo una brevissima sospensione, la pretura, uno scandalo rischi di comprometterlo. Nella "domus publica" ("casa pubblica"), presso l'antica "regia" e la sede delle Vestali, ch'egli abitava in quanto pontefice massimo, la moglie del pretore celebrava i "Damia" in onore della "Bona Dea". Durante questi riti notturni, interdetti agli uomini e perfino agli animali di sesso maschile, Clodio (che allora, patrizio, si chiamava Claudio), s'introdusse in casa nelle vesti femminili di suonatrice di flauto: a quanto pare, per incontrarsi con Pompeia. Scoperto, fu accusato in tribunale da Cicerone, capo degli ottimati; ma Cesare, che ripudi Pompeia (gennaio 61) perch la moglie del pretore, come ebbe a dire, doveva essere al di sopra di ogni sospetto, non volle rinunciare all'amicizia di quell'aristocratico filopopolare e ne ottenne l'assoluzione. Ritorn quindi, come propretore, nella Spagna Ulteriore, dove le truppe lo salutarono per la prima volta "imperator", un titolo al quale in seguito annetter grande importanza. Rientrato a Roma nel luglio 60, strinse con Crasso e Pompeo un patto privato di alleanza, che ricever poi impropriamente il nome di primo triumvirato. Console nel 59, s'impegna a far ratificare dal Senato gli "acta" di Pompeo in Oriente (per esempio trattato con Mitridate, costituzione della provincia romana di Siria) e a sistemare i suoi veterani attraverso due leggi agrarie, la seconda delle quali estendeva la lottizzazione di terreno pubblico alla Campania. L'alleanza con Pompeo venne rinsaldata attraverso il matrimonio di quest'ultimo con Giulia, figlia di secondo letto di Cesare. Egli, a sua volta, spos l'aristocratica Calpurnia, della famiglia dei Calpurnii Pisoni. Gli avvenimenti della vita privata non gl'impedirono di svolgere un'intensa attivit politica, con numerosi provvedimenti e leggi, in parte in linea con la sua posizione di capo dei "populares" (oltre alle gi citate leggi agrarie, la "lex Iulia de repetundis", legge di Giulio Cesare sulla concussione; la decisione di rendere pubblici gli "Acta senatus" e gli "Acta populi Romani", Rendiconti delle sedute del Senato e dei comizi), in parte dettate da interessi pi personali: cos le due leggi che accordarono ad Ariovisto e a Tolomeo Dodicesimo Aulete il riconoscimento di "rex socius atque amicus populi Romani" (re alleato e amico del popolo romano), permettendo a Cesare di pagare, con gl'ingenti donativi in denaro ricevuti soprattutto dal secondo, parte dei suoi debiti; o la "lex de publicanis" (legge sulle compagnie dei pubblicani), che, riducendo di 1/3 la quota che le compagnie incaricate della riscossione delle imposte nelle province si erano impegnate a rimettere allo stato, mirava a ingraziarsi Crasso, grande debitore di Cesare, che vi aveva degli interessi.
Ricevuto, fin dall'aprile del 59, dalla "lex Vatinia" (legge di Vatinio, tribuno della plebe) il comando proconsolare quinquennale delle due Gallie e dell'Illirico, con quattro legioni e il diritto di fondare colonie, Cesare volle, prima di lasciare Roma, garantirsi alle spalle, indebolendo gli ottimati attraverso processi e leggi proposte da Clodio, divenuto nel frattempo tribuno della plebe (10/12/59 - 10/12/58), di una delle quali rimase vittima Cicerone. Nei primi mesi del 58, il proconsole part per la Gallia Transalpina, con l'intenzione di affrontare gli Elvezi Il racconto delle imprese da lui compiute tra il 58 e il 50 - nel 55 la "lex Pompeia Licinia" (legge di Pompeo e di Licinio Crasso) gli aveva infatti prorogato il comando per un quinquennio, in base agli accordi di Lucca dell'aprile 56 -  affidato ai "Commentari della guerra gallica". Qui ricorderemo soltanto gli onori, che quelle imprese gli valsero: nel 57, per le campagne contro i Nervii e i Suessioni, il Senato gli decret quindici giorni di suppliche; nel 55, con la spedizione in Gran Bretagna, ne merit venti giorni; e altri venti gliene furono concessi nel 52 per la vittoria finale sopra Vercingetorige.
La prolungata assenza da Roma fin tuttavia con l'indebolire la sua posizione. Pompeo, che nel 54 era rimasto vedovo di Giulia, annullando cos, secondo la concezione romana, i suoi legami di parentela con Cesare, fece votare nel 52 una "lex de ambitu" (legge sulla corruzione elettorale) con effetti retroattivi, della quale lo stesso proconsole, una volta uscito di carica, sarebbe potuto rimanere vittima. Per scongiurare il pericolo, Cesare cerc di eliminare l'intervallo tra la scadenza del suo mandato proconsolare e l'assunzione del nuovo consolato a cui aspirava (e che, secondo le leggi, non poteva essere anteriore al 49), facendo votare una legge, proposta dal collegio dei tribuni della plebe, che gli accordava la possibilit di candidarsi "in absentia" (in assenza), cio senza presentarsi a Roma. Senonch gli effetti di questo plebiscito venivano poco dopo (sempre nel 52) annullati di fatto dalla "lex Pompeia de iure magistratuum" (legge di Pompeo sulla normativa giuridica delle magistrature) (vedi pi oltre, Commentario primo, capitolo 32, nota 4). Nel 51, mentre il proconsole, impegnato nella pacificazione della Gallia, assediava "Uxellodunum", si cominci a dibattere in Senato la questione della successione a Cesare nel suo mandato, ma, dopo due sedute, la discussione fu rinviata al primo marzo 50. A partire da questo momento, l'opposizione del tribuno della plebe Gaio Scribonio Curione e del console Lucio Emilio Paolo, comprati, a quanto si diceva, dal denaro di Cesare, provoc tutta una serie di rinvii; Cesare, dal canto suo, nel settembre 50 avanz per la prima volta la proposta, che nei mesi successivi sarebbe stata portata avanti in Senato da Curione, e poi, alla fine 50-inizio 49, dallo stesso proconsole, di una rinuncia bilaterale all'"imperium" (Pompeo deteneva dal 55 il comando proconsolare delle Spagne, rinnovatogli nel 52). Ma la proposta non venne accolta, neppure quando, il primo dicembre 50, su mozione di Curione, fu votata dalla maggior parte dei senatori. Si cerc infatti di annullare il voto sia attraverso il veto d'un altro tribuno, sia diffondendo, per iniziativa del console Gaio Claudio Marcello, la falsa notizia che Cesare stava attraversando le Alpi con dieci legioni. Pochi giorni dopo (7 dicembre), il Senato affidava a Pompeo il comando delle truppe d'Italia contro Cesare. Questi, che nel frattempo si era spostato ai limiti della sua provincia, a Ravenna, e aveva certamente dato l'ordine di mobilitazione a parte delle truppe accampate nei quartieri invernali (vedi pi oltre, Commentario 1, capitolo 8, nota 2), fece pervenire le sue ultime proposte: in un primo tempo, chiese di conservare la Gallia Cisalpina e l'Illirico, con due legioni; poi si dichiar contento dell'Illirico e di una sola legione. Davanti al rifiuto di Pompeo e dei consoli, Cesare rilanci, in una lettera scritta il 26 dicembre e fatta recapitare in Senato dall'ex tribuno Curione ai nuovi consoli la mattina del primo gennaio 49, la proposta di un ritorno bilaterale e simultaneo, da parte di lui stesso e di Pompeo, alla condizione di privati cittadini, aggiungendo minacce abbastanza chiare nel caso di un ulteriore rifiuto. All'ultimatum, il Senato reag intimando al proconsole recalcitrante di licenziare l'esercito, sotto pena di essere dichiarato nemico pubblico. Di qui al senatoconsulto ultimo del 7 gennaio, che proclamava lo stato d'emergenza, il passo fu breve. Pochi giorni dopo (11-12 gennaio 49), Cesare attraversava il Rubicone, aprendo il conflitto. Con questi fatti prendono l'avvio i "Commentari della guerra civile", che hanno per oggetto la prima fase del conflitto, quella combattuta direttamente contro Pompeo (49-48), mentre alle successive fasi, guerreggiate contro i figli Sesto e Gneo Pompeo e contro i pompeiani sopravvissuti, e intrecciantisi con episodi bellici a carattere internazionale (la guerra alessandrina; la spedizione contro Farnace, re del Ponto)  dedicata l'ultima parte del "Corpus Caesarianum" (vedi pi oltre).
La storia di questi avvenimenti coincide con la storia di Roma 49-45. Noi qui accenneremo semplicemente ai riflessi che essi hanno avuto sulla carriera politica di Cesare.
Nel dicembre 49, rientrato a Roma da Marsiglia, esercit per pochi giorni la dittatura senza "magister equitum" ("comandante della cavalleria"), che si affrett a deporre una volta eletto console per il 48, salvo riassumerla, e questa volta per tutto l'anno, il primo gennaio 47, sull'onda del successo finale contro Pompeo (battaglia di Farsalo, 9 agosto 48). La depose solo per rivestire il suo terzo consolato, nell'anno 46. Rientrato a Roma dopo il successo di Tapso (6 aprile 46), celebr, tra la fine di agosto e la fine di settembre, un quadruplice trionfo: sulle Gallie, sull'Egitto, sul Ponto e sull'Africa. Dopo aver sottolineato ancora una volta la sua origine divina dedicando un tempio a Venere genitrice (26 settembre 46), ripart nel dicembre per debellare, in Spagna, gli ultimi pompeiani. Il quinto trionfo (per la vittoria di Munda/Montilla, 17 marzo 45 - a "Gades", il 12 aprile, aveva ricevuto la testa di Gneo Pompeo, come nell'ottobre 48, in Egitto, quella del Magno) fu celebrato un anno pi tardi, nell'ottobre 45; Cesare era allora console per la quarta volta e dittatore per la terza.
Il 14 gennaio del 44, insignito stabilmente del titolo di "imperator", che tuttavia non sembra abbia usato come prenome, come faranno poi gl'imperatori a partire da Augusto, assunse il consolato per la quinta volta e la dittatura per la quarta: quest'ultima, assegnatagli per un decennio, fu trasformata un mese dopo in dittatura perpetua. Il 15 febbraio, durante la cerimonia dei Lupercali, Cesare rifiut per tre volte la corona regale, offertagli prima da Licinio, uno dei "Luperci Iulii" (il nuovo collegio di "luperci" creato da Cesare in suo onore), poi per due volte, da Marco Antonio. Ma questo gesto legalitario, affettato "in extremis", dopo che negli ultimi mesi si era andato impossessando di insegne e prerogative della regalit e aveva lasciato che il Senato gli decretasse onori eroizzanti, se non proprio divinizzanti, non valse a tranquillizzare gli animi degli ottimati. Questi, vistisi tagliati fuori dalla gestione del potere a causa del progressivo accentramento e della trasformazione dello stato in senso personalistico, che Cesare era andato operando soprattutto dopo la fine della guerra civile; e forse anche nauseati, nella loro ideologia conservatrice, dalle mostruose manifestazioni di sfarzo susseguitesi dal 46 in poi, cos contrastanti con l'idealizzata frugalit repubblicana, ordirono una congiura. La mattina delle Idi di marzo, nonostante premonizioni e avvertimenti, Cesare volle ugualmente recarsi al Senato, che avrebbe dovuto in quel giorno, in base alla proposta dell'ex quindecemviro, e zio del dittatore, Aurelio Cotta, proclamarlo re. Appena entrato nella curia, fu accerchiato e assalito dal gruppo dei senatori congiurati. A Marco Giunio Bruto, che si accaniva su di lui col pugnale, avrebbe detto in greco: Anche tu, figlio mio, alludendo forse alla sua origine adulterina. Colpito da ventitr (secondo SVETONIO, "Vita di Cesare", 82,3) o da trentacinque pugnalate (NICOLA DAMASCENO, "Vita di Cesare", 24), si accasci ai piedi della statua di Pompeo. Erano le 11 circa del 15 marzo 44. Il primo gennaio 42 Cesare sarebbe stato ufficialmente divinizzato da Ottaviano, suo figlio adottivo.


2. LE OPERE.

A) Opere perdute.

Le opere minori di Cesare sono andate integralmente perdute, fatta eccezione per qualche verso o frammento citato da autori pi tardi, e per alcune lettere conservate nell'epistolario ciceroniano. La responsabilit di questa perdita risale (quanto meno, per una parte degli scritti giovanili) ad Augusto, che - come dice Svetonio ("Vita di Cesare", 56,9) - ne viet la pubblicazione.
Di pochi anni pi giovane di Cicerone, ebbe gli stessi maestri: per la grammatica Marco Antonio Gnifone, di origine celtica ma formatosi culturalmente ad Alessandria; per l'eloquenza, soprattutto Apollonio Molone. Il primo, d'indirizzo analogista, contribu a rafforzare in lui quell'ideale di chiarezza e di semplicit, che egli esporr pi tardi nel "De analogia" ("Sull'analogia") e che doveva corrispondere a un'inclinazione naturale; dal secondo, avrebbe dovuto apprendere lo stile rodiese, intermedio tra lo sfarzo e l'ampollosit della scuola asiana e la limpida essenzialit della scuola attica, ma il gusto dell'"elegantia", della semplicit lo fece propendere piuttosto per i modelli attici. E' quanto si ricava dal giudizio che sulle sue orazioni - delle quali ci  pervenuto solo qualche titolo e pochi frammenti (vedi sopra) - hanno espresso gli antichi: Cicerone ("Bruto", 262; confronta 252), definendolo il pi elegante degli oratori, ne lodava l'eloquenza splendida senza espedienti (trad. L. Alfonsi); Quintiliano ("L'insegnamento dell'eloquenza", 10,1,114) ne apprezzava la forza espressiva, che non andava tuttavia a scapito di una mirabile purezza della lingua. L'uno e l'altro erano concordi nel ritenere che non sarebbe stato secondo a nessuno, se solo si fosse dedicato con una certa assiduit al Foro. Ma Cesare non si considerava un oratore: nell'introduzione al suo "Anticatone" (vedi pi oltre) egli si schermiva, non senza ironia, con Cicerone, chiedendo di non mettere a confronto la sua eloquenza di soldato con quella d'un oratore di professione (PLUTARCO, "Vita di Cesare", 3,4).
La prima orazione di Cesare, l'accusa di concussione contro il sillano Gneo Cornelio Dolabella, della quale Tacito, 175 anni pi tardi, scriver: ancor oggi, la si legge con ammirazione ("Dialogo intorno agli oratori", 34,7),  del 77. Ancor prima, Cesare si era cimentato nella poesia con una tragedia, "Edipo", e col poemetto "Elogio di Ercole", nel quale egli tesseva le lodi del semidio conquistatore del mondo, di cui Alessandro stesso s'era fatto un modello. Alla poesia ritorn nella maturit, con un poema - "Iter" ("Il viaggio") - composto, se dobbiamo dar retta a Svetonio ("Vita di Cesare", 56,5-6), durante i ventiquattro giorni di viaggio da Roma alla Spagna, nel 46: ma si tratta, forse, di un'esagerazione, motivata dalla prodigiosa rapidit di quest'uomo, anche nello scrivere, cos ammirata dagli antichi (vedi il famoso giudizio di Irzio nella prefazione all'Ottavo libro della "Guerra gallica"). Di queste esercitazioni poetiche, che Tacito ("Dialogo intorno agli oratori", 21,6) ha bollato con una battuta di spirito (Cesare e Bruto scrissero anche opere in versi e le fecero mettere nelle biblioteche; non migliori di quelle di Cicerone, ma pi fortunate, perch che le abbiano fatte sono in meno a saperlo), ci rimangono, oltre a un verso conservato da Isidoro di Siviglia, sei esametri, citati da Svetonio nella "Vita di Terenzio", appartenuti forse ai "Dicta collectanea" ("Raccolta di detti vari"), un'altra operetta giovanile vietata da Augusto (SVETONIO, "Vita di Cesare", 56,9). In questi versi, Cesare dava un giudizio solo in parte positivo sul commediografo, perch mancante di vigore espressivo, anche se amatore della purezza della lingua.
Al principio del "purus sermo" ("purezza della lingua") si dovevano altres conformare i due libri del "De analogia" ("Sull'analogia"), composti nel 54 o nel 52 e dedicati, come c'informa Aulo Gellio ("Le notti attiche", 18,8,3), a Cicerone. In questo trattato grammaticale Cesare si inseriva nella diatriba tra analogisti (alessandrini) e anomalisti (pergameni), prendendo posizione a favore dei primi: nel linguaggio doveva dominare il principio del "logos", ossia della "ratio" ("la regola", "la disciplina"); non l'uso o l'arbitrio. La razionalit di Cesare, recentemente sottolineata da Luca Canali, lasciava cos la sua impronta anche nella questione della lingua. Di quel trattato perduto, ci sono pervenuti i due principi fondamentali, significativi per la valutazione dello stile di Cesare: la scelta delle parole  il principio dell'eloquenza; tieni sempre questo nella mente e nel cuore: evita come uno scoglio le parole rare o desuete.
Infine, il libellismo politico, la polemica propagandistica. Nell'autunno del 46 Cicerone aveva pubblicato un "Elogio di Catone", nel quale esaltava la figura del suicida di Utica, idealizzandolo come l'estremo difensore della libert repubblicana. Dopo una prima replica di Aulo Irzio (confronta CICERONE, "Lettere ad Attico", 12,2,40), fu Cesare stesso a controbattere, dalla Spagna, questa esaltazione, scrivendo, nei primi mesi del 45, i due libri dell'"Anticatone" o "Anticatoni" (confronta soprattutto SVETONIO, "Vita di Cesare", 56,5-6; PLUTARCO, "Vita di Cesare", 3,4; 54,3-6; CICERONE, "Lettere ad Attico", 13, 50,1; 51,1), nei quali, dopo aver paragonato, non senza ironia, i panegirici usciti dalle penne degli ottimati (anche Bruto ne aveva scritto uno: confronta CICERONE, "Lettere ad Attico", 13,46,2) alle orazioni funebri di Pericle e di Teramene (confronta PLUTARCO, "Vita di Cicerone", 39,2), attaccava l'eroe di Utica, unendo alle regole greche dello "psogos" ("biasimo") lo stile convenzionale dell'invettiva politica romana. Poich le consuete accuse di licenza sessuale e di mollezza dei costumi non potevano in questo caso far presa, Cesare contest l'onest di Catone nella condotta degli affari di Cipro (confronta PLUTARCO, "Vita di Catone Minore", 36,4), interpret la sua sobriet come avarizia (confronta PLINIO, "Lettere", 3,12) e non risparmi neppure i suoi - in vero anticonformisti - rapporti matrimoniali. Il tono del "pamphlet" era estremamente aspro (confronta PLUTARCO, "Vita di Cesare", 54,3), ma a Cesare non poteva sfuggire lo sfruttamento ideologico che si era cominciato a fare del suicidio di Utica.
Tuttavia l'attacco, convenzionale, non ebbe successo; in et augustea, Orazio ricorder la nobile morte di Catone, e l'immagine che di lui gli antichi hanno trasmesso alla cultura europea, da Dante all'Alfieri, dal Rollin al Leopardi  quella, idealizzata, degli ottimati (L'attribuzione a Cesare del "De astris" ("Sugli astri") da parte di Macrobio  stata probabilmente influenzata dalla sua opera di riformatore del calendario (vedi la "Premessa alla Tavola cronologica")).


B) Il "Corpus Caesarianum".

L'insieme delle opere che ci sono pervenute sotto il nome di Cesare ("Corpus Caesarianum") comprende: gli otto libri dei "Commentarii de bello Gallico" ("La guerra gallica"); i tre libri dei "Commentarii de bello civili" ("La guerra civile"); il "Bellum Alexandrinum" ("La guerra di Alessandria"); il "Bellum Africanum" ("La guerra d'Africa"); il "Bellum Hispaniense" ("La guerra di Spagna"). Ma la paternit cesariana delle ultime tre opere era gi esclusa da Svetonio ("Vita di Cesare", 56,1), che le attribuiva dubitativamente a Oppio o a Irzio. I moderni concordano, per lo pi, nel ritenere quest'ultimo l'autore della "Guerra di Alessandria", mentre assegnano la redazione della "Guerra d'Africa" e della "Guerra di Spagna" ad altri ufficiali cesariani.
Della "Guerra gallica" (sette libri, col resoconto, anno per anno, degli avvenimenti dal 58 al 52, scritti da Cesare forse nel 52-51; a cui Irzio ne aggiunse un ottavo, condensandovi gli eventi del 51 e del 50), non  questo il luogo di parlare (vedi "Introduzione" a CESARE, "La guerra gallica", vol. 6 della presente collana).
Veniamo, dunque, alla "Guerra civile".


C) La guerra civile.

1. Carattere e "genere" dell'opera.

Nessuno dubita che Giulio Cesare sia da annoverare tra gli storici, ma non dobbiamo dimenticare che "La guerra civile", che qui si presenta, , in un certo senso, un'autobiografia, anzi un frammento di autobiografia che comprende solo due anni di storia. L'opera si apre infatti con la seduta senatoria del primo gennaio 49 e termina con l'esecuzione di Potino (17 novembre 48), abbracciando un arco di tempo assai limitato per un'opera storica. Ma dalla maggior parte delle storie dell'antichit essa si distacca altres non solo perch manca di quegli ampi proemi filosofico-moraleggianti con cui si aprono per esempio le storie di Polibio, di Sallustio, di Dionigi; ma anche perch - a differenza, per esempio, della "Storia della guerra del Peloponneso" tucididea - non vi  premesso neppure un accenno agli antefatti (vedi pi oltre, Commentario 1, capitolo 1, nota 1). Queste caratteristiche, proprie anche della "Guerra gallica", sono connaturate al fatto che, con tali opere, noi ci troviamo in presenza non di vere e proprie "historiae" ("storie"), s invece di "commentarii". Il titolo ufficiale delle due opere doveva essere infatti "Commentarii rerum gestarum belli Gallici" e, rispettivamente, "belli civilis" ("Commentari delle imprese della guerra gallica" e, rispettivamente, "della guerra civile"), come si ricava dalle seguenti testimonianze:
a) CICERONE, "Bruto", 262 (scritto nel 46): "atque etiam commentarios quosdam scripsit rerum suarum" (scrisse anche alcuni commentari delle sue imprese);
b) AULO IRZIO, "La guerra gallica", 8, "Prefazione", 5: "Caesaris nostri commentarios rerum gestarum Galliae" (i commentari delle imprese galliche del nostro Cesare);
c) SVETONIO, "Vita di Cesare", 56,1: "Reliquit et rerum suarum commentarios Gallici civilisque belli" (Cesare ci ha lasciato anche dei commentari delle imprese da lui compiute nella guerra gallica e nella guerra civile).

Ma che cos' un commentario?
Il latino "commentarii" trova precisa corrispondenza etimologica e semantica nel greco "hypomnemata", e con questo termine  stato tradotto, per esempio, da Strabone e dallo stesso Cicerone. L'uno e l'altro vanno intesi non tanto come "libri di memorie", ma piuttosto come "pro memoria, note, appunti", cio, in origine, come qualcosa di provvisorio, che doveva servire per una futura rielaborazione. Erano, in sostanza, appunti di carattere privato, non necessariamente di contenuto storico: cos sentiamo parlare di "commentarii" nella retorica, a designare, evidentemente, il canovaccio della futura orazione (confronta p. es. CICERONE, "Bruto", 164; QUINTILIANO, "L'insegnamento dell'eloquenza", 10,7,30). D'altra parte, il termine "commentarii/hypomnemata" si applicava anche ai registri privati in cui i magistrati romani annotavano, per uso personale, i loro "acta" (confronta p. es. CICERONE, "Contro Verre", 2,5,54; DIONIGI DI ALICARNASSO, "Antichit romane", 1,74,5). Forse pensando a questa accezione, Plutarco, l'unica volta che cita i "Commentari" di Cesare (si tratta di quelli della "Guerra gallica"), li cita come "Efemeridi" ("diarii, "giornali"): un termine, che si addice sia ai "commentarii" di tipo amministrativo, sia anche a quei giornali di guerra (basti pensare alle "Efemeridi di Alessandro"), di cui Cesare si sar certamente servito per la redazione dei suoi "Commentari"; ma che ha forse imbrogliato le carte, contribuendo a diffondere, in passato, l'opinione che nei "commentarii" si dovessero vedere i registri tenuti da Cesare in quanto proconsole. Ma l'aggiunta "rerum gestarum" ("delle imprese"), che figurava nel titolo ufficiale dopo la parola "Commentarii", ne delimita chiaramente il contenuto alle imprese di carattere militare (l'attivit svolta in campo civile-amministrativo non si configura infatti, propriamente, come "res gestae", "imprese", bens come "acta", "provvedimenti"), rendendo poco plausibile questa opinione. D'altra parte, neppure l'ipotesi che il termine "commentarii" indichi, nel caso di Cesare, i bollettini ufficiali di guerra annualmente indirizzati al Senato appare sostenibile: giacch queste relazioni, Cesare stesso le chiama "litterae" (per esempio "La guerra gallica", 2,35,4), e Svetonio ("Vita di Cesare", 56,6) "epistulae" ("lettere").
I "Commentari" di Cesare vanno dunque annoverati tra quelli d'argomento storico-autobiografico, che, in origine semplici annotazioni ad uso privato, avevano ormai conseguito una loro dignit letteraria, configurandosi come un "genere" autonomo, situato a met tra la pura e semplice raccolta di materiale e l'opera storica ("historia/syngramma") propriamente detta:  la definizione che si ricava soprattutto da LUCIANO, "Come si deve scrivere la storia", 48 e seguenti.
Come tali, i "Commentari" di Cesare segnano, nell'ambito della storiografia romana, il punto d'arrivo di un processo di sviluppo iniziatosi intorno al 100 avanti Cristo. La consuetudine, da parte di uomini politici, di redigere opere storiche sulle proprie gesta nasce infatti, nel mondo romano, con alcuni scritti pubblicati all'inizio del primo secolo avanti Cristo:
a) Marco Emilio Scauro pubblic tre "Libri de vita sua", "Sulla sua vita" (PETER, "Historicorum Romanorum reliquiae" (2), rist. an. Stuttgart 1967, vol. I, pp. 185-86), dedicati a Lucio Fufidio (CICERONE, "Bruto", 112);
b) Publio Rutilio Rufo, il cui interesse per la storiografia  dimostrato dal fatto che scrisse in greco una continuazione delle "Storie" di Polibio, lasci almeno cinque libri "Sulla sua vita" (PETER, op. cit., pp. 187-90; confronta F. JACOBY, "Die Fragmente der griechischen Historiker", 815);
c) Quinto Lutazio Catulo, console nel 102 e vincitore dei Cimbri, scrisse un "Libro sul suo consolato e sulle sue imprese" (PETER, op. cit., pp. 191-4), dedicato al poeta epico Aulo Furio (CICERONE, "Bruto", 132).

Queste opere sono definite dalle fonti, che ce ne danno notizia, "libri", non "commentarii", ed  quindi dubbio se sia lecito prenderli in considerazione nella storia dello sviluppo del genere letterario del commentario. Ma essi vanno comunque tenuti presenti qui perch segnano la nascita, nel mondo romano, della storiografia di carattere autobiografico.
Veri e propri "Commentari" (in ventidue libri) furono invece scritti da Silla, che li dedic a Lucullo con la richiesta di farne una "historia" (PLUTARCO, "Vita di Lucullo", 1,4). Lucullo non oppose un aperto rifiuto, ma affid la rielaborazione dell'opera a un greco, liberto di Silla, tale Lucio Cornelio Epicadio. Plutarco, che  la nostra fonte principale per i "Commentari" sillani, si riferisce ad essi quattro volte con il termine "hypomnemata" ("Vita di Silla", 6,10; 37,1; "Vita di Mario", 35,4; "Vita di Lucullo", 4,5) e una volta, nel passo sopra citato della "Vita di Lucullo", con un'espressione (le sue imprese), che traduce il concetto latino di "res gestae", gi presente, come si  visto, nell'opera di Lutazio Catulo. Il passo 1,4 della "Vita di Lucullo"  poi particolarmente importante perch ben chiaro vi appare il rapporto esistente tra commentari e storia vera e propria (gli uni in funzione dell'altra), configurato in maniera analoga a quella che assume presso Cicerone. E' perci tanto pi significativo che proprio quest'ultimo, nel trattato "Sulla divinazione" (1,72) abbia indicato quest'opera come "Sullae historia" (la storia di Silla): ci vuol dire che per Cicerone i commentari sono storia; o quanto meno, rientrano nella storiografia.
Cicerone stesso scrisse un commentario sul suo consolato (nel 63 egli aveva represso la congiura di Catilina). Interessanti sono, a questo proposito, soprattutto due lettere: una a Lucio Lucceio ("Lettere ai familiari", 5,12), e una ad Attico ("Lettere ad Attico", 2,1). Nella prima, Cicerone chiedeva a Lucceio, che aveva gi scritto la storia della guerra sociale e della successiva prima guerra civile, di redigere una monografia che trattasse gli avvenimenti dalla congiura di Catilina al ritorno di Cicerone stesso dall'esilio nel 57. Se Lucceio avesse aderito alla richiesta, egli gli avrebbe mandato "commentarios rerum omnium" (commentari di tutti gli avvenimenti) ("Lettere ai familiari", 5,12,10). Lo storico declin l'invito, ma Cicerone scrisse ugualmente un "commentario sul suo consolato, composto in greco" ("Lettere ad Attico", 1,19,10) e lo invi (confronta "Lettere ad Attico", 2,1,1-2), al filosofo-storico Posidonio d'Apamea, perch si servisse di quel materiale per scriverne una storia. Non si trattava tuttavia d'una disadorna raccolta di appunti, bens di un'opera scritta con tutti gli artifizi della prosa d'arte: tanto che Posidonio non solo non trasse stimolo allo scrivere, ma ne fu anzi dissuaso. Infine, Cicerone promette ad Attico anche un commentario in latino ("Lettere ad Attico", 1,20,6).
I "Commentari" di Cesare si pongono su una linea di continuit rispetto a quelli sillani e ciceroniani in quanto commentari storici a carattere autobiografico, ma segnano rispetto a quelli un decisivo passo avanti perch, rinunciando a quella ch'era ormai divenuta una finzione, di presentarli come opera preparatoria per una narrazione storica, che avrebbe dovuto essere redatta da un autore diverso, per lo pi dedicatario dei commentari stessi, lo scrittore attribuisce ad essi valore autonomo e definitivo di opera letteraria. Ci non toglie che Cicerone applichi anche ai "Commentari" cesariani il consueto schema interpretativo, considerandoli, come i suoi propri, una preparazione all'"historia", secondo lui, com' noto, "opus oratorium maxime" ("opera soprattutto di eloquenza"). Scrive infatti ("Bruto", 262): Cesare volle preparare del materiale, a cui potesse attingere chi ne volesse scrivere la storia. E Irzio, riprendendo il giudizio ciceroniano, nella lettera prefatoria all'ottavo libro della "Guerra gallica" scrive che i "Commentari" sono stati pubblicati perch non mancasse agli scrittori la conoscenza di imprese cos grandi. Ma ci non significa che essi li abbiano considerati un brogliaccio privo di valore letterario. Al contrario, Cicerone li dice veramente degni di approvazione; sono nudi, essenziali e pieni di grazia, possiedono tutti gli ornamenti dell'eloquenza, tolti via soltanto i fregi esteriori ("Bruto", 262). Irzio, a sua volta, ne loda ("l.c.") non solo la perfezione dello stile e della lingua, ma altres la facilit e la rapidit con cui furono scritti. L'uno e l'altro ritengono che, nonch offrire, egli abbia in realt tolto agli storici la possibilit di scrivere.
Una serie di citazioni che Irzio fa nell'ottavo libro della "Guerra gallica", riferendosi al libro precedente (8, 4,3; 30,1; 38,3; 48,11), indica che il singolare "commentarius" si riferisce ai singoli libri. Ora, i primi sette libri della "Guerra gallica" sono dedicati ciascuno a un singolo anno, dal 58 al 52; il terzo libro della "Guerra civile" narra gli avvenimenti del 48. Gli eventi del 49 sono invece divisi tra i primi due libri, ma l'indagine filologica sembra aver dimostrato che essi ne formavano in origine uno solo. Rimane l'ottavo libro della "Guerra gallica", che narra gli avvenimenti di due anni (52 e 51), ma Irzio stesso sembra quasi scusarsene, dicendo di averlo scritto solo per colmare la lacuna di due anni tra "La guerra gallica" e "La guerra civile". Si pu dunque concludere che, di regola, ogni commentario trattava gli eventi di un anno. Irzio stesso del resto diceva: So che Cesare ha scritto singoli commentari per i singoli anni ("La guerra gallica", 8,48,10). Con questa soluzione, Cesare ha innestato la tradizione, di origine ellenistica, dell'"hypomnema" su quella romana repubblicana degli "annales" ("annali").
Quanto all'uso della terza persona nella narrazione, sappiamo troppo poco dei "commentarii" per dire se questa fosse una caratteristica propria del "genere", o un espediente stilistico escogitato da Cesare: in questo caso, non sar da attribuire soltanto a imitazione dell'attico Senofonte da parte del prosatore atticista; ma anche al desiderio di conferire alla narrazione una patina di maggiore obiettivit.
E con ci siamo giunti al problema centrale del valore storico dell'opera.


2. Veridicit della "Guerra civile".

Nell'affrontare la lettura della "Guerra civile", il problema fondamentale che si pone allo storico, o anche soltanto al lettore curioso,  quello della veridicit del racconto cesariano o, al contrario, delle falsificazioni a scopo propagandistico in esso contenute.
La seconda opinione  stata, fra gli altri, programmaticamente sostenuta, in tempi moderni, da Michel Rambaud nel suo libro "L'art de la deformation historique dans les Commenteires de Csar": un libro a tesi, com' evidente fin dal titolo; ma essa affonda le sue radici nel giudizio negativo di Asinio Pollione, conservatoci da Svetonio in quella breve antologia della critica contemporanea ai "Commentari", ch'egli ci offre al capitolo 56 della sua biografia cesariana. Asinio Pollione, scrive dunque Svetonio ("Vita di Cesare", 56,4), ritiene che essi [i "Commentari"] siano stati composti con poca cura e con poco rispetto della verit, poich Cesare accett senza criticarle le notizie sulle imprese dei suoi legati e diede alla luce confusamente, sia di proposito sia per errori della memoria, la narrazione delle imprese proprie; egli pensa che Cesare avrebbe riscritta e corretta la sua opera (trad. A. La Penna). Il giudizio di Pollione contiene tre punti fondamentali: a) l'intenzionalit della deformazione; b) le fonti utilizzate da Cesare: relazioni (scritte e orali) dei suoi ufficiali, oltre ai suoi ricordi (e certamente ai suoi appunti) personali; c) l'accenno alla possibilit di una seconda redazione o edizione dell'opera, testimonianza importante ma ambigua ai fini della datazione dei "Commentari della guerra civile".
Pollione aveva partecipato egli stesso alla guerra come ufficiale cesariano; pi tardi, ne tratt in un'opera storica che cominciava con l'anno 60 e giungeva forse fino a Filippi (42). Le "Historiae" ("Storie") di Pollione sono per noi perdute, ma la loro tendenza pu essere ricostruita attraverso l'utilizzazione che ne fecero gli storici posteriori, in particolare Appiano per le sue "Guerre civili", ma probabilmente anche Plutarco e Cassio Dione (quest'ultimo forse attraverso la mediazione liviana): ad Asinio risale per esempio quasi certamente la tradizione del dado  tratto (vedi pi oltre, Commentario 1, capitolo 8, nota 1). Tale tendenza consisteva nella preoccupazione di Asinio di mettere in rilievo la sua azione, tanto pi decisamente in quanto essa era stata trascurata da Cesare, che non parla mai di lui nella "Guerra civile" (S. MAZZARINO, "Il pensiero storico classico", 2,1, p. 535, nota 475). Ci rende pi facilmente comprensibile l'atteggiamento critico nei confronti di Cesare che si manifesta nel giudizio sui "Commentari". Questo giudizio si riferiva forse anche alla "Guerra gallica", ma in ogni caso riguardava pi specificamente la "Guerra civile", in cui lo scopo propagandistico  pi scoperto e della quale Pollione possedeva un'esperienza di prima mano. Un sentimento di orgoglio ferito pu averlo reso pi severo, ma ci non ci autorizza a respingerlo in blocco. Compito dello storico  di confrontare punto per punto il racconto cesariano con le fonti parallele, avvertendo tuttavia che questo lavoro non pu portare a conclusioni definitive perch, se si eccettua la testimonianza contemporanea offerta dalle lettere di Cicerone, esse sono tutte posteriori e si fondano perci in parte sullo stesso Cesare, in parte su tradizioni diverse (per esempio, quella di Asinio Pollione), ma non necessariamente pi veritiere. I passi in cui il racconto di Cesare si discosta maggiormente da quello delle fonti parallele sono stati indicati e discussi nel commento. Qui ci limitiamo a osservare che essi non sono molto numerosi e che, anche in questi casi, non si tratta per lo pi di vere e proprie falsificazioni, ma piuttosto di trasposizioni di rapporti cronologici, attenuazione o soppressione di alcuni particolari e amplificazione di altri. I fatti sono dunque, di regola, quelli che sono; ma, servendosi di questi artifizi, Cesare li presenta al di l della patina apparentemente fredda e distaccata di una narrazione quasi impersonale, sotto una luce particolare. E' soprattutto l'interpretazione ideologica sottesa al racconto dei fatti a conferire alla "Guerra civile" una funzione propagandistica che, se non va sopravvalutata, non pu neppure essere totalmente negata, perch, se  vero, come ha sottolineato John Collins ("Caesar as political propagandist", pp. 962-3), che i libri avevano nel mondo antico una diffusione estremamente limitata,  altrettanto vero che, a Roma, nella ristretta cerchia dei senatori e dei cavalieri, cio delle persone che contano, essi circolavano liberamente e avevano anzi una funzione di rilievo nella lotta politica: la botta e risposta degli elogi di Catone e degli Anticatoni nel 46-45 valga come esempio,
Questa interpretazione ideologica dei fatti si risolve nella contrapposizione "crudelitas-clementia" (crudelt di Pompeo e dei pompeiani e clemenza di Cesare e dei cesariani) - anche se Cesare si guarda bene dall'usare quest'ultima parola, carica di pericolose connessioni politiche ("clementia"  infatti la virt del monarca legittimo: non a caso CICERONE, "Lettere ad Attico", 8,16.2, parla di insidiosa clemenza!), sostituendola con i pi innocui "misericordia" e "generosit" (CESARE presso CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,7C,1), o anche "lenitas", "moderazione" ("La guerra civile", 1,74,7; 3,98,2) - e nell'applicazione al comportamento dei pompeiani di alcune categorie morali, che qui si segnalano: codardia e pusillanimit ("La guerra civile", 1,12,2; 13,2; 14,1; 15,3; 19-22; 24,3; 30,3; 76,1; 84,4-5; 2,32,8-9; 44,2; 3,96,3); crudelt (1,75,2; 2,18; 44,2; 3,8,3; 14,3; 19,7; 28,4; 31-33; 71,4); rapacit e smania d'onori (1,6,8; 2,18; 3,82-83); vanagloria e iattanza (2,17,3; 3,31,1; 57; 72); incompetenza e inettitudine (1,30,5; 2,17-20). (Per questo elenco mi sono stati utili i repertori di JOHN COLLINS, art. cit., pp. 949-54 e di A. LA PENNA, "Tendenze e arte del Bellum civile di Cesare", pp. 191-95).
In tutto ci, l'ironia e la satira, esercitate con mano leggera ma non senza mordente, giocano un ruolo non secondario.
Storia dunque i "Commentari", ma storia polemica. Del resto, per non correre il rischio di essere antistorici, occorre inquadrare il giudizio sulla veridicit della "Guerra civile" nell'ambito delle teorie retoriche del tempo, per le quali la storiografia era un "genere" artistico, essenzialmente affine all'oratoria. Cicerone scriveva nel "Bruto" (42) che  concesso agli scrittori mentire nelle Storie, al fine di poter dire qualche cosa in maniera pi arguta. Se ci valeva per le "historiae", a maggior ragione doveva valere per quelle opere storiche a carattere autobiografico che sono i commentari. In ogni caso,  stato giustamente affermato che contiene pi falsificazioni l'orazione "In difesa di Milone" nelle sue venticinque pagine, che non l'intera "Guerra civile".
Nel genere dei commentari (o forse anche della storia "tout court"?), quest'ultima  senz'altro una delle opere pi veritiere.


3. Data di composizione e di pubblicazione.

La data di composizione e di pubblicazione della "Guerra civile"  difficile da stabilire, perch le poche testimonianze esterne e i pochi indizi offerti dal testo non si prestano ad un'interpretazione univoca. Trattandosi di una questione ben lungi dall'essere risolta, ci limitiamo qui a qualche cenno.
Per quanto riguarda la data di composizione, gli studiosi hanno formulato tre teorie: datazione alta (49-48); datazione intermedia (47-46); datazione bassa (45-44).
La datazione alta  sostenuta da chi, come il Barwick, pensa che i "Commentari" siano stati scritti man mano che si svolgevano gli avvenimenti: gli attuali primi due libri della "Guerra civile", che trattano gli eventi del 49, sarebbero stati scritti in quell'anno; l'attuale terzo libro, nell'anno successivo. Quest'ipotesi sembra tuttavia contraddetta da due luoghi del terzo libro, nei quali Cesare afferma di essere venuto a conoscenza di certi fatti solo alla fine della guerra (3,18,5; 57,5). Ma di quale guerra si tratta? Il solo conflitto contro Pompeo (49-48), oppure la guerra civile nel suo insieme, fino al 45? Dalla risposta che si d al quesito dipende l'accoglimento della datazione intermedia o di quella bassa. A favore dell'una o dell'altra non si possono portare solidi argomenti. Le testimonianze esterne (il famoso passo del "Bruto", 262; il citato giudizio di Asinio Pollione, la prefazione irziana all'ottavo libro della "Guerra gallica") sono d'incerta interpretazione. Forse l'indizio pi importante a favore della datazione intermedia  costituito dallo scopo propagandistico a cui la "Guerra civile", almeno in parte, risponde: sembra poco probabile che Cesare si sia messo a scriverla, satireggiando personaggi defunti o irrimediabilmente sconfitti, dopo la rotta definitiva dei pompeiani. Si deve anche tener presente che nel 46-45 Cesare fu gi letterariamente impegnato nella redazione del poemetto "Il viaggio" e dell'"Anticatone".
Quanto alla pubblicazione, riesce difficile pensare che Cesare abbia scritto quest'opera polemica per lasciarla nel cassetto: ma non ci sono elementi decisivi per affermare, o per negare, che la "Guerra civile" sia stata edita prima della sua morte. Anche il preteso carattere di incompiutezza del terzo libro  forse spiegabile in parte con errori della tradizione, in parte con la sua mancata revisione, non necessariamente dovuta alla scomparsa del dittatore. Semmai, ha forse ragione il La Penna di ritenere che l'opera terminasse al capitolo 99 del Commentario terzo e che gli ultimi tredici capitoli siano, essi s, di redazione assai tarda, concepiti come inizio di una successiva opera sulla guerra di Alessandria, e siano stati pubblicati da Irzio, dopo la morte di Cesare, come appendice alla "Guerra civile".

ELIO MARINONI.


NOTA: Fonti parallele per gli avvenimenti narrati nella "Guerra civile" sono:

CICERONE, "Lettere" (nrr. 301-422, ed. Tyrrel-Purser).
SVETONIO, "Vita di Cesare".
PLUTARCO, "Vita di Cesare".
PLUTARCO, "Vita di Pompeo".
PLUTARCO, "Vita di Antonio".
APPIANO, "Le guerre civili", 2,32-90.
CASSIO DIONE, "Storia romana", 41-42.
VELLEIO PATERCOLO, "Compendio di storia romana", 2,49-53.
ANNEO FLORO, "Epitome di storia romana", 2,13.
LUCANO, "La guerra civile" o "Farsaglia".
PAOLO OROSIO, "Storie contro i pagani", 6.

Tutte le date indicate nelle note si riferiscono al calendario non riformato. Una tavola di conguaglio con le date del calendario giuliano si trova alla fine del volume. Le date, quando non altrimenti specificate, si intendono avanti Cristo.



NOTA DEL TRADUTTORE.

Il testo su cui  condotta la presente versione  quello proposto da Pierre Fabre, "Csar - La guerre civile", tome premier e second, Paris 1961, nella collezione Les Belles Lettres; ma abbiamo tenuto conto anche della vecchia, ma pur sempre accurata, valida e esemplare edizione con commento di Felice Ramorino, "I commentari De bello civili", quinta edizione, Torino 1925. All'edizione critica del Fabre rimandiamo chi volesse conoscere la tradizione manoscritta di quest'opera di Cesare e i non pochi problemi presentati dal testo.


COMMENTARIO PRIMO.

1.
1. Una lettera di Cesare fu consegnata ai consoli e solo con tenace insistenza i tribuni della plebe ottennero da loro che fosse letta in Senato; ma non fu possibile ottenere di fare una proposta in Senato sul testo della lettera (1). 2. I consoli invece tracciarono un quadro della situazione politica: uno di essi, Lucio Lentulo (2), rese turbolenta l'assemblea col promettere il suo aiuto allo stato, a patto che tutti volessero pronunciarsi con decisione e coraggio; 3. se poi intendevano aver riguardi a Cesare e ottenerne il favore, come gi nei tempi passati, avrebbe seguito la sua strada e non avrebbe tenuto conto dell'autorit del Senato: pure lui, tra l'altro, aveva modo di ottenere il favore e l'amicizia di Cesare. 4. Non diverso fu il discorso di Scipione (3), nel dichiarare che Pompeo si proponeva di intervenire se aveva dietro le sue spalle il Senato; se poi il Senato aveva dei dubbi ed era troppo incerto nell'agire, ogni richiesta di aiuto sarebbe stata in seguito vana, anche con atteggiamento mutato.


2.
1. La riunione del Senato si teneva in Roma e Pompeo non era lontano: per questo il discorso di Scipione pareva uscire dalla bocca stessa di Pompeo (1). 2. Ma parlarono altri, in tono pi accomodante. Parl ad esempio Marco Marcello (2), che venne a proporre al Senato di non prendere decisioni prima di concludere gli arruolamenti in tutta Italia e di ordinare gli eserciti: solo con questa protezione il Senato poteva aver agio di decidere, al sicuro e con libert! 3. Un altro, Marco Calidio, proponeva di rimandare Pompeo nelle sue province per togliere ogni occasione di guerra: se poi si erano sottratte a Cesare due legioni, era in Cesare naturale il timore che si usassero contro di lui e che Pompeo se le tenesse in prossimit di Roma (3). Un altro ancora, Marco Rufo (4), quasi nulla si discost dalla dichiarazione di Calidio. 4. Ebbene, costoro riuscivano a parlare con grande fatica ed erano bersaglio delle ingiurie del console Lucio Lentulo, 5. che assolutamente si rifiut di mettere ai voti la proposta di Calidio. Spaventato dagli insulti, Marcello si rimangi quanto aveva detto.
6. L'intemperanza del console, lo spauracchio di un esercito vicino, le minacce dei fautori di Pompeo, indussero i pi, a malincuore, o meglio costretti, ad accettare la proposta di Scipione. Che era questa: a un giorno fissato, Cesare scioglier l'esercito; in caso contrario, si comporter come nemico dello stato (5).
7. Quando i tribuni della plebe Marco Antonio e Quinto Cassio posero il loro veto alla proposta, subito si accese una discussione sulla validit del veto dei tribuni (6). 8. E allora si sentirono discorsi inauditi: pi si usavano parole sferzanti e feroci, pi nasceva l'applauso dei nemici di Cesare.


3.
1. La seduta del Senato si concluse verso sera, e Pompeo mand subito a chiamare tutti gli appartenenti all'ordine senatorio (1), per far l'elogio dei pi attivi, pronti a nuove battaglie, e rimproverare e scuotere quelli troppo tiepidi. 2. Attirati con la speranza di premi e promozioni, ripresero il servizio militare molti che appartennero ai passati eserciti di Pompeo; molti altri vennero assunti proprio dalle due legioni restituite da Cesare. 3. A Roma si vide un'invasione di commilitoni di Pompeo, di tribuni, di centurioni, di "richiamati" (2).
4. Quanti erano simpatizzanti dei consoli, amici di Pompeo e covavano antico astio contro Cesare, si affollano in Senato (3): 5. qui sorgono grida e una gran confusione, per cui i pi timidi si impauriscono, gli incerti si decidono e a molti si impedisce di fatto la spontaneit di una decisione.
6. Il censore Lucio Pisone dice di voler andare da Cesare; a lui si associa il pretore Lucio Roscio (4), perch Cesare sia informato sugli ultimi avvenimenti: sei giorni sono sufficienti per concludere la missione. 7. Alcuni poi fanno altre proposte, fra cui quella di mandare una delegazione a Cesare per fargli conoscere l'atteggiamento del Senato.


4.
1. Ma tutti costoro trovano una netta opposizione; a loro si contrappongono discorsi del console Lentulo, di Scipione, di Catone. Catone ha da tempo nel sangue l'ostilit verso Cesare e mette in ogni cosa l'amarezza del suo scacco elettorale (1). 2. Lentulo invece si d da fare perch, carico di debiti, spera di comandare un esercito, di governare una provincia, di ricevere grossi compensi per elargizione di titoli regali; e fra i suoi amici si vanta di essere un secondo Silla, nelle cui mani andr a finire tutto il potere dello stato (2).
3. Anche Scipione spera in una provincia da governare e vede se stesso a capo di eserciti: una parte che gli spetta almeno per la parentela con Pompeo (3); e poi si agitano in lui le paure di un processo politico, la accesa vanit e il servilismo verso quei potenti che allora erano influentissimi nella vita politica e nei tribunali.
4. E infine, Pompeo: aizzato dai nemici di Cesare, e intollerante che qualcuno fosse a lui pari in autorit, aveva rotto con Cesare ogni rapporto e in pi si era legato ai comuni avversari, che proprio lui aveva procurato a Cesare nel tempo della loro parentela (4). 5. Era poi inquieto per il caso poco pulito delle due legioni, a cui aveva interrotto il viaggio verso le province di Asia e di Siria e che aveva incorporate nelle proprie forze e sotto il proprio comando (5). Perci non cercava altra soluzione che la guerra.


5.
1. Naturalmente, in una situazione come questa regnano la fretta e la cecit. Non si d modo ai partigiani di Cesare di informarlo e ai tribuni della plebe di sventare i propri rischi, di esercitare il sommo diritto di veto, che non fu messo in discussione neppure da Lucio Silla (1).
2. Allo scadere di sette giorni, i tribuni sono costretti a cercare una via di scampo: un'assurdit, se pensiamo che certi tribuni rivoluzionari della passata storia di Roma erano soliti meditare sul proprio operato e averne timore soltanto dopo otto mesi dall'elezione (2). 3. Si giunge cos alla pi grave e alla definitiva decisione del Senato, che mai si ebbe il coraggio di proporre e di proclamare, se non quasi in un'imminente catastrofe di Roma e nell'assoluta mancanza di una via d'uscita per la salvezza collettiva: l'integrit dello stato  nelle mani dei consoli, dei pretori, dei tribuni della plebe e dei proconsoli che sono alle porte della citt (3).
4. Tale fu il senatoconsulto del 7 gennaio. Quindi, nei primi cinque giorni in cui il Senato si riun (bisogna togliere due giorni dedicati ai comizi (4)), dall'inizio del consolato di Lentulo, si prendono deliberazioni di estrema gravit e rigore sul comando militare di Cesare e su magistrati importanti quali i tribuni della plebe.
5. Questi fuggono subito da Roma e si rifugiano presso Cesare, che in quel tempo si trovava a Ravenna, in attesa di una risposta alle sue richieste molto concilianti e di una soluzione pacifica, affidata a un superstite senso di giustizia (5).


6.
1. Nei giorni successivi il Senato si radun fuori Roma, con la presenza di Pompeo (1), che non fece che ripetere quanto aveva gi detto per bocca di Scipione. Segu un suo elogio al Senato, per l'abilit e il coraggio; poi un elenco delle proprie milizie, che assommavano a dieci legioni in pieno assetto; 2. infine la notizia, non priva per lui di fondamento, che i soldati di Cesare erano mutati nel morale e non volevano sapere non solo di difenderlo, ma neppure di seguirlo.
3. Altre proposte si sottoposero al Senato, come la leva militare in tutta Italia, l'invio, come propretore, di Fausto Silla in Mauretania (2), la facolt per Pompeo di attingere denaro dalle casse dello stato. Una proposta riguard re Giuba, perch fosse considerato alleato e amico; 4. ma Marcello dichiar di opporsi, almeno per il momento (3). Un tribuno della plebe, Filippo, si oppose all'incarico di Fausto (4), 5. mentre sulle altre questioni si fecero decreti del senato.
Si chiamarono cittadini privati al governo delle province, di cui due consolari, il resto pretorie (5). A Scipione tocc in sorte la provincia di Siria e quella di Gallia a Lucio Domizio, mentre Filippo e Cotta, con intesa segreta, non furono nominati; anzi, i loro nomi non furono messi neppure a sorteggio (6).
6. Quando anche i pretori ricevettero le loro province, non attesero che il popolo confermasse il loro potere, come si era sempre fatto per l'innanzi, ma, vestiti del loro mantello rosso (7) e dopo il rituale dei voti, se ne andarono tutti da Roma. 7. E altro accadde, mai prima accaduto, sia per i consoli che si allontanarono dalla citt (8), sia per i cittadini privati che ebbero littori in Roma e sul Campidoglio, contro ogni tradizione (9).
8. Arruolamenti si tennero in tutta Italia (10), si richiesero armi, si estorse denaro dai municipi, se ne sottrasse dai santuari.
Chi pi rispett le leggi degli uomini e degli di? (11)


7.
1. Cesare venne a sapere queste novit e quindi volle parlare ai soldati (1), ricordando le ostilit dei suoi nemici personali in ogni occasione. Il suo cruccio (confessava a loro) era che Pompeo, da lui sempre favorito e sostenuto nell'autorit e nel buon nome, era stato da loro sviato e inasprito con gelosie e con l'unico desiderio di calpestare il nome di Cesare. 2. Altra lamentela era lo scandalo politico - un precedente rovinoso - di bollare con la violenza delle armi, quasi fosse illegale, e di sopprimere il veto dei tribuni, riportato in vigore nel passato proprio con la difesa delle armi (2). 3. Silla, che aveva ridotto quasi a zero il potere dei tribuni, non ebbe il coraggio di togliere il libero esercizio del veto; 4. Pompeo, che si faceva passare come restauratore di poteri perduti, ora toglieva anche i poteri rimasti.
5. Quando mai si era giunti alla grave dichiarazione senatoria che imponeva ai magistrati il dovere di salvare lo stato e ai cittadini romani di tenersi pronti in armi (3)? Fu solo nel caso di leggi rovinose, di tribuni violenti, di sommosse popolari, di illecita occupazione di templi e di luoghi strategici: 6. la storia ci rammenta che questi ben noti episodi furono pagati con la morte di Saturnino e dei Gracchi. Ma ora? Nulla di simile fu non solo fatto, ma neppure pensato: nessuna legge promulgata, nessuna intesa tentata col popolo, nessun fermento popolare (4).
7. Cesare concluse con un'esortazione ai soldati: dovevano difendere dai nemici l'onorabilit e il prestigio di un comandante, che essi avevano seguito per nove anni (5) con immenso beneficio pubblico, con moltissime battaglie vittoriose, con la pace imposta a tutta la Gallia e la Germania.
8. Uno solo fu il grido dei soldati della Tredicesima legione, presente al discorso (Cesare l'aveva fatta venire ai primi allarmi (6); le altre non erano ancora giunte): si dissero pronti a vendicare le offese del proprio comandante e dei tribuni della plebe.


8.
1. Chiara dunque fu la volont dei soldati: perci, con quella legione Cesare part in direzione di Rimini e qui si incontr con i tribuni della plebe che erano venuti a mettersi sotto la sua protezione (1). Mand poi a chiamare le altre legioni dai quartieri invernali, con l'ordine di raggiungerlo (2).
2. A Rimini giunse pure il giovane Lucio Cesare, figlio di un legato di Cesare, per fare una relazione, com'era suo scopo ufficiale; ma poi disse di aver avuto da Pompeo l'incarico per un colloquio riservato (3). 3. Pompeo, infatti, desiderava chiarire il suo comportamento, perch Cesare non pensasse fatto a suo danno quanto egli aveva fatto per il bene dello stato. All'interesse personale egli aveva sempre anteposto il bene pubblico; quindi anche Cesare, nella sua altissima posizione, doveva sacrificare allo stato faziosit e vendette, senza spingere l'odio contro i nemici al punto di colpire lo stato insieme ad essi. Questo, con poco altro di simile, fu il tono del colloquio, dove Pompeo volle apparire del tutto senza colpe.
4. Stesse parole e stessi argomenti furono rivolti a Cesare dal pretore Roscio, che lasciava capire che Pompeo gli aveva messo in bocca le parole (4).


9.
1. Tali colloqui non miravano certamente a riparare le ingiustizie commesse a danno di Cesare. Ma poich egli aveva davanti a s uomini adatti a portare un suo messaggio, chiese tanto al giovane Cesare quanto a Roscio, gi latori di proposte, di aver la cortesia di trasmettere a Pompeo anche le proprie richieste, caso mai fosse possibile, con un piccolo sforzo, spegnere violente discordie e liberare tutta l'Italia dall'angoscia.
2. E premise che un bene irrinunciabile era sempre stato per lui l'onore, pi caro della vita. Come dunque non provar dolore nel vedersi tolto con gusto offensivo dai suoi nemici un privilegio concessogli dal popolo romano, nell'essere costretto a venire a Roma perdendo sei mesi di comando, mentre il popolo aveva deliberato che egli poteva partecipare, pure da lontano, ai prossimi comizi? (1) 3. Ma, per il bene dello stato, egli poteva lasciar cadere questa prima offesa al suo onore.
Quando invi al Senato la richiesta perch si deponesse ogni comando militare, non fu data risposta alcuna (2). 4. Al contrario, si cominciarono a fare arruolamenti in Italia; le due legioni, che gli erano state strappate col pretesto di una spedizione contro i Parti, vennero trattenute; e Roma si riemp di armati (3). E tutto questo non mirava a danneggiarlo? 5. Ma il bene dello stato, se da una parte gli toglieva il desiderio di vendette, dall'altra lo voleva sempre pronto a un accordo. Perci Pompeo vada nelle sue province, tutti e due congedino gli eserciti, in Italia si faccia un disarmo generale, si liberi Roma dalla paura, il Senato e il popolo romano esercitino liberi comizi e l'intera vita politica (4). 6. Perch questo si faccia con pi facilit e patti chiari, perch lo si confermi con giuramento, Pompeo venga da Cesare o permetta che Cesare vada da lui. Nei colloqui tutti i dissensi saranno appianati.


10.
1. Con questo incarico, entrambi giunsero a Capua, dove trovarono i consoli e Pompeo, che ascoltarono le nuove proposte di Cesare. 2. Dopo averne discusso, redigono un documento scritto, che affidano a quei due perch lo consegnino a Cesare (1). Ecco i punti principali: 3. Cesare deve ritornare in Gallia, lasciare Rimini, congedare l'esercito, e solo dopo di questo, Pompeo si recher nelle province di Spagna (2). 4. E sino a quando Cesare non dimostrer di fare quanto promette, i consoli e Pompeo non interromperanno le leve militari.


11.
1. L'ingiustizia era patente: Cesare doveva togliersi da Rimini e tornare nelle sue province, mentre lui, Pompeo, si teneva non solo le province ma anche legioni non sue; Cesare doveva congedare l'esercito, lui invece continuare gli arruolamenti; 2. infine, Pompeo prometteva di ritornare nelle province, ma non fissava una data, cos che non gli si potesse rinfacciare una violazione dei patti se non fosse ancora partito al termine del proconsolato di Cesare (1). 3. Non si fissava poi un giorno per il colloquio, n Pompeo dava ad intendere di muoversi: la pace aveva perduto ogni speranza.
4. Da Rimini Cesare mand ad Arezzo Marco Antonio (2) con cinque coorti; lui si ferm a Rimini con due e cominci ad arruolare; poi occup Pesaro, Fano e Ancona con una coorte ciascuna (3).


TAVOLA PRIMA.

Ritratto di Giulio Cesare.
Esistono numerose statue di Cesare, ma solo questa testa trovata a "Tusculum" (presso Frascati, Roma) ed ora nel Museo di Antichit di Torino  reputata contemporanea. E' stata identificata mediante il confronto con monete recanti il suo ritratto. Le fattezze di Cesare sono cos descritte da Svetonio ("Vita di Cesare" 45,1): Si tramanda che fosse di alta statura, di carnagione chiara, ben formato di membra, il viso piuttosto pieno, gli occhi neri e vivaci.


12.
1. Venne intanto a sapere che l'ex pretore Termo (1) presidiava Gubbio con cinque coorti e muniva la piazzaforte, ma che il favore di tutti gli abitanti era incondizionato verso Cesare (2): perci vi sped Curione con tre coorti che aveva a Pesaro e a Rimini. 2. Termo seppe di questo arrivo, non si fid dell'umore dei municipali (3) e si diede alla fuga liberando Gubbio dalle sue milizie. Durante il tragitto, i soldati lo abbandonarono e se ne tornarono alle loro case. 3. Curione fu accolto in Gubbio con esultanza (4).
Per queste notizie e per la fiducia nell'atteggiamento dei municipali (5), Cesare fece uscire dalle guarnigioni le coorti della Tredicesima legione e part per Osimo. Questa fortezza era occupata con coorti da Azio (6), che intanto, aiutato da senatori in giro di propaganda, faceva leve in tutto il Piceno.


13.
1. Quando seppero che Cesare arrivava, i decurioni (1) di Osimo si recarono compatti da Azio Varo, dichiarando che non stava a loro giudicare della controversia politica, ma che n loro n i loro municipali potevano rifiutarsi di accogliere nella fortezza e nelle loro case il comandante Gaio Cesare, un benemerito dello stato che ha compiuto tante imprese: perci riflettesse un poco sull'avvenire e sul suo presente rischio. 2. Pi che convinto da questo discorso, Varo port fuori citt il presidio che vi aveva acquartierato e si allontan in fretta. 3. Ma alcuni soldati dell'avanguardia di Cesare lo inseguirono e lo obbligarono a fermarsi: 4. vi fu uno scontro, dove Varo fu abbandonato dai suoi, dei quali una parte se ne torn a casa, un'altra raggiunse Cesare.
Insieme a questi fu presentato come prigioniero il centurione primiplo (2) Lucio Pupio, che aveva avuto questo grado medesimo anche prima, quando era stato nell'esercito di Pompeo. 5. Cesare elogi i soldati di Azio, liber Pupio (3) e ringrazi gli abitanti di Osimo, promettendo loro di non dimenticare mai quanto avevano fatto.


14.
1. Le notizie giunsero a Roma e lo spavento fu grande (1), al punto che il console Lentulo, venuto ad aprire l'erario per togliere il denaro destinato a Pompeo secondo la decisione del Senato, fece appena in tempo ad aprire il tesoro pi riposto (2) e fugg a precipizio dalla citt.
Giravano false notizie che Cesare stesse ormai per arrivare; che gi sopraggiungesse la sua cavalleria. 2. Lentulo si tir dietro il collega Marcello e gran numero di magistrati.
3. Gneo Pompeo era partito il giorno prima e andava a raggiungere le legioni ricevute da Cesare e lasciate a svernare in Apulia (3).
4. Non fu pi opportuno condurre leve intorno a Roma, perch malsicuro fu ritenuto tutto il territorio a Nord di Capua. Qui i pompeiani si raccolsero, qui si rinfrancarono, qui ripresero il reclutamento coi coloni che, per la legge Giulia, erano stati insediati a Capua (4). Lentulo arriv al punto di condurre in piazza i gladiatori, che Cesare manteneva l in una palestra, di esaltarli con la speranza di diventare liberi e di proporre di seguirlo dopo aver consegnato loro dei cavalli: 5. ma poi, fatto rinsavire, date le critiche generali su questa trovata (5), li lasci in sorveglianza fra gli schiavi dei cittadini romani residenti in Campania.


15.
1. Cesare avanz da Osimo e attravers l'intero territorio Piceno, mentre le prefetture (1) tutte di quella regione lo accoglievano con sommo fervore e provvedevano l'esercito di ogni bene.
2. Cingoli era una fortezza creata da Labieno e attrezzata a sue spese (2): ma anche da l vennero dei delegati dicendosi pronti a fare con entusiasmo quanto fosse loro comandato: 3. e Cesare comand soldati e li ricevette.
Frattanto la Dodicesima legione (3) raggiunse Cesare, che mosse quindi con due legioni verso Ascoli Piceno. Occupava questa piazzaforte Lentulo Spinther con dieci coorti; ma appena udito che Cesare si avvicinava, fugg dalla sua fortezza, cerc di tirarsi dietro le sue coorti, ma quasi da tutte fu abbandonato (4). 4. Marciava cos con pochi soldati, quando si imbatt in Vibullio Rufo, inviato da Pompeo nel territorio Piceno per alzare il morale ai suoi seguaci. Vibullio venne a sapere quale fosse la situazione in quella terra, prese sotto il suo comando i militari sbandati e disse a Lentulo che se ne poteva andare. 5. Raccolse poi dai paesi vicini tutte le coorti possibili, formate dalle leve di Pompeo; fra queste accolse Lucilio Irro mentre fuggiva da Camerino con sei coorti che dovevano difenderla (5). 6. Riusc quindi a mettere insieme tredici coorti con cui, a marce forzate, arriv a Corfinio presso Domizio Enobarbo (6), con l'annuncio dell'imminente apparire di Cesare con due legioni. 7. Dal canto suo, Domizio si era costituito circa venti coorti, reclutate ad Alba (7), fra i Marsi, i Peligni (8) e nelle terre confinanti.


16.
1. Capitolata Fermo e cacciato in fuga Lentulo (1), Cesare fece ricercare i soldati disertori e promosse una leva; poi gli bast un giorno di sosta per far provviste militari e fu subito a Corfinio (2).
2. Era ormai alle porte, quando cinque coorti mandate innanzi da Domizio tagliarono un ponte sopra un fiume, distante dall'abitato all'incirca tremila passi. 3. Si attacc battaglia proprio in questo punto con le avanguardie (3) di Cesare e poco dopo quelli di Domizio furono ricacciati dal ponte e andarono a chiudersi nella piazzaforte. Le legioni riuscirono a passare il fiume e Cesare le fece sostare davanti alla citt, in un attendamento sotto le mura.


17.
1. Valutata la situazione, con la promessa di generosa ricompensa Domizio mand uomini pratici della regione in Apulia da Pompeo, con un messaggio dove chiedeva, anzi supplicava soccorso (1). Con un attacco su due fronti e sfruttando il territorio accidentato, egli sosteneva di poter accerchiare Cesare (2) con facilit e isolarlo da ogni collegamento. 2. Se si fosse lasciata perdere questa occasione - raccomandava - non solo lui, ma pi di trenta coorti e molti senatori e cavalieri romani sarebbero stati esposti a grave rischio.
3. Poi Domizio volle scuotere i suoi soldati, appost macchine da guerra (3) sulle mura e a ognuno assegn la difesa di una precisa parte della citt. 4. Arringando i soldati promise a ciascuno quindici iugeri (4) di terra dei suoi possessi terrieri e una misura proporzionale ai centurioni e ai richiamati.


18.
1. Lontani da Corfinio sette miglia, gli abitanti di Sulmona fecero sapere a Cesare di essere a sua disposizione, ma di subire le prepotenze del senatore Quinto Lucrezio e di Azio Peligno (1), che tenevano occupata la citt con sette coorti. 2. Marco Antonio ebbe l'ordine di recarsi l con cinque coorti della Tredicesima legione e i Sulmonesi, appena scorsero da lontano le nostre insegne, aprirono le porte e in folla, civili e militari, si fecero incontro ad Antonio con gran festa.
3. Lucrezio e Azio saltarono gi dalle mura. Condotto da Antonio, il secondo chiese di essere portato da Cesare; e Antonio ritorn con le coorti e con Azio il giorno stesso della partenza. 4. Le coorti vinte furono incorporate nell'esercito di Cesare, che lasci libero Azio senza fargli danno.
Nei giorni di attesa si provvide a rafforzare l'attendamento con saldi sbarramenti, ad ammassare frumento dai municipi poco lontani, nell'attesa che pure giungessero le truppe che mancavano. 5. Infatti, nel giro di tre giorni arrivarono l'Ottava legione, ventidue coorti formate dai nuovi arruolamenti della Gallia e quasi trecento cavalieri dal re del Norico (2). Con l'aumento dell'esercito si fece un altro attendamento, ma dalla parte opposta della citt e a cui sovrintese Curione. 6. Nei giorni successivi non rest altro che circondare la citt nemica con trincee e bastioni; e quando questi lavori furono pressoch ultimati, ritornarono gli inviati da Domizio a Pompeo.


19.
1. Il messaggio fu un grave colpo e Domizio fu costretto a mentire nella riunione dello stato maggiore annunciando il prossimo, veloce soccorso di Pompeo (1) bisognava dunque farsi coraggio e pensare a quanto era opportuno per difendere la citt. 2. Lui per, di nascosto, si abbocca con pochi suoi intimi e prepara un piano di fuga.
3. Ma l'espressione di Domizio era in contrasto con le sue parole; in tutto si comportava con pi pavidit e cautela del suo solito; stava in disparte a confabulare con i suoi a lungo, contrariamente alle sue abitudini; evitava incontri e raduni, cos che il suo segreto non pot durare. 4. La verit era che Pompeo aveva replicato di non aver intenzione di spingere le cose al peggio, ma che Domizio si trovava chiuso in Corfinio non per suo consiglio o comando: 5. non gli restava che venire da lui con tutti i soldati, purch lo potesse (2). Ma con l'assedio e lo sbarramento intorno alla citt, com'era possibile?


20.
1. Il piano segreto di Domizio fu scoperto; perci i soldati assediati in Corfinio, sul far della sera, si radunano per conto loro e si consigliano con i tribuni militari, con i centurioni e con quelli fra loro che godevano la comune stima. 2. Cesare li assediava, dicevano; le opere per una guerra di assalto e di posizione erano quasi ultimate; il loro comandante Domizio, in cui avevano creduto e sperato, li aveva traditi e pensava a come fuggire (1) perci era loro diritto la ricerca di uno scampo. 3. Ma subito i Marsi (2) si oppongono a una tale proposta, occupano la parte della citt che sembrava pi sicura e attaccano una cos violenta discussione da azzuffarsi fra loro e mettere mano alle armi. 4. Ma poco dopo si scambiano intermediari e i Marsi vengono a conoscere il progetto di fuga di Domizio, di cui erano all'oscuro.
5. Allora tutti, con decisione unanime, trascinano Domizio all'aperto, lo arrestano, lo sorvegliano e mandano alcuni di loro come messaggeri a Cesare per dirgli di essere disposti ad aprire le porte della citt, a fare la sua volont e a consegnare Domizio vivo nelle sue mani.


21.
1. Dopo queste novit, Cesare ben valutava il grande vantaggio di impadronirsi subito di Corfinio e di condurre all'istante nei suoi attendamenti quelle coorti che avrebbero potuto anche mutare decisione per proposte di donativi o per resipiscenza o per notizie nate chiss come. Sapeva per esperienza che in guerra gli avvenimenti decisivi nascono da faccende trascurabili. 2. Ma temeva che l'entrata dei suoi soldati a Corfinio e l'indisciplina che  propria delle manovre notturne, causassero il saccheggio della citt; perci si congratul con i messaggeri e li risped indietro con l'ordine di sorvegliare le porte e le difese.
3. Dispose poi i suoi soldati sulle opere militari che aveva iniziate, senza lasciare una certa distanza tra l'uno e l'altro, come aveva fatto nei giorni addietro, ma con sentinelle e corpi di guardia continui cos da essere a gomito a gomito e contornare tutta la linea fortificata. 4. Mand in giro ronde di tribuni militari e di prefetti (1) con l'ordine non solo di stroncare sortite, ma di spiare individui isolati che cercassero di uscire di nascosto.
5. Certamente nessuno fu di temperamento tanto ottimista e pacifico da chiudere occhio durante quella notte. 6. La conclusione della vicenda teneva tutti in ansia e or qua or l si agitavano pensieri e sentimenti. Che sarebbe accaduto degli abitanti di Corfinio, di Domizio, di Lentulo (2) e degli altri? Quale la fine di ognuno?


22.
1. Quasi al termine della notte, Lentulo Spinther diede una voce da un baluardo alle nostre vedette e sentinelle. Disse, se era possibile, di voler parlare con Cesare. 2. Gli fu concesso: usc dalla citt con una scorta di soldati di Domizio, che non lo lasciarono che quando fu alla presenza di Cesare.
3. Scopo del colloquio era quello di salvarsi: perci preg e scongiur di essere perdonato, richiam i ricordi di una vecchia amicizia, elenc i favori grandissimi ricevuti da Cesare: 4. per merito di Cesare era entrato nel collegio dei pontefici, aveva ottenuto la provincia di Spagna dopo la pretura, era stato appoggiato nella candidatura consolare (1). 5. E avrebbe continuato, se Cesare non l'avesse interrotto con la sua replica. Non era disceso dalla Gallia Cisalpina per fare del male a qualcuno, ma per respingere gli affronti degli avversari, per ristabilire i tribuni della plebe nel loro potere dopo che furono cacciati da Roma in circostanze ben note, per sentirsi libero col popolo romano dalla tirannia di pochi faziosi (2). 6. Queste parole calmarono Lentulo, che chiese il permesso di ritornare in citt: la salvezza ottenuta era dolce motivo di speranza anche per gli altri, fra cui c'erano alcuni angosciati al punto da pensare a soluzioni disperate.
Cesare lo conged e quello part.


23.
1. Venne l'alba e Cesare volle che da Corfinio fossero fatti venire davanti a lui tutti i senatori, i figli dei senatori, i tribuni militari e i cavalieri romani (1). 2. Fra i senatori c'erano Lucio Domizio, Publio Lentulo Spinther, Lucio Cecilio Rufo, il questore Sestio Quintilio Varo e Lucio Rubrio; e poi c'erano il figlio di Domizio e molti altri giovani e una folla di cavalieri romani e di decurioni che Domizio aveva fatti venire dai loro municipi.
3. Mentre venivano condotti, si dovette difenderli dalle contumelie e dagli scherni dei soldati. Breve fu il discorso di Cesare: molti e grandi suoi favori erano stati contraccambiati con la pi nera ingratitudine; ci nonostante, li lasciava andare sani e salvi.
4. I duoviri (2) di Corfinio poi consegnarono a Cesare sei milioni di sesterzi (3) che Domizio si era portati con s e aveva depositati nella cassa pubblica: ma la somma fu restituita a Domizio. Cesare non voleva apparire pi padrone di s nel perdonare i nemici che nel maneggiare il denaro, anche se sapeva per certo che quello era denaro dello stato e consegnato da Pompeo per le paghe dei soldati (4).
5. In sua presenza fece giurare fedelt ai soldati appartenuti a Domizio e in quel medesimo giorno tolse gli attendamenti per percorrere una normale tappa, dopo essersi fermato a Corfinio in tutto sette giorni. Da qui, attraverso i paesi dei Marrucini, dei Frentani e dei Larinati (5), entr in Apulia.


24.
1. Pompeo venne a conoscere i fatti di Corfinio e perci part da Lucera alla volta di Canosa, e da qui a Brindisi (1). 2. Continuando ad arruolare, prese con s tutte le sue milizie raccolte da ogni dove: giunse ad armare schiavi (2) e pastori, facendoli montare a cavallo e ricavandone circa trecento cavalieri. 3. Di conseguenza, il pretore Lucio Manlio lasci Alba con le sue sei coorti; il pretore Rutilio Lupo, Terracina con le sue tre.
Durante queste manovre, fu avvistata da lontano la cavalleria di Cesare condotta da Vibio Curio, e subito le coorti piantarono in asso Lupo, cambiarono direzione e passarono dalla parte di Curio. 4. Durante altri spostamenti, alcune coorti nemiche incapparono nell'esercito in marcia di Cesare o nella sua cavalleria. Fu fatto prigioniero durante la marcia il comandante dei genieri di Pompeo (3), Numerio Magio da Cremona, 5. e Cesare pens, quando l'ebbe innanzi, di spedirlo a Pompeo con l'incarico di dire che, svanita la possibilit di un colloquio sino ad allora e nell'imminenza del suo arrivo a Brindisi, era urgente per lo stato e la salvezza generale un abboccamento suo con Pompeo. Quando, per le lunghe distanze, le proposte sono fatte per bocca di terzi, non si ottengono i risultati medesimi di quando ci si incontra direttamente, con un'analisi sull'intera situazione.


25.
1. Cesare sper in quest'ultimo tentativo e raggiunse Brindisi (1) con sei legioni, delle quali tre veterane (2) e le altre messe insieme da leve recenti e completate durante le marce. Le coorti appartenute a Domizio furono direttamente inviate da Corfinio in Sicilia (3).
2. Al suo arrivo trov che i consoli erano salpati per Durazzo (4) con gran parte dell'armata e Pompeo era ancora a Brindisi con venti coorti. 3. Se fosse rimasto per occupare la citt, con l'intento di spadroneggiare su tutto il mare Adriatico meridionale dalle coste d'Italia e di Grecia e condurre l'impresa da tutti e due i fronti, ovvero se fosse rimasto l perch non aveva navi a sufficienza, era difficile da appurare. 4. Cesare fu propenso a pensare che Pompeo non volesse perdere l'Italia e decise di ostacolare l'uscita e l'attivit del porto di Brindisi (5).
5. E questo era il suo progetto. Dove l'uscita del porto si presentava molto stretta, dalle due parti della terraferma scaric massi e vario materiale, approfittando del mare nient'affatto profondo in quel punto. 6. Man mano per che si procedeva verso la parte centrale, lo sbarramento non si reggeva per la maggior profondit dell'acqua; e allora, come prolungamento, dispose delle zattere accoppiate, in modo da misurare trenta piedi da ogni lato, 7. tenute ferme ai quattro angoli da altrettante ncore contro l'urto delle onde. 8. Messe bene in opera le prime, altre ne venivano aggiunte, sempre della stessa misura. 9. Le zattere furono colmate di terra e altro materiale, per cui si poteva con facilit passarvi sopra e anche combattervi per la loro difesa; poi, sul davanti e soprattutto sulle fiancate verso l'interno del porto e verso il mare aperto, furono disposti per riparo fascine e plutei (6); 10. infine, su ogni gruppo di quattro, si alzarono torri di due piani, per meglio respingere l'arrembaggio di navi nemiche e i tentativi di incendio.


TAVOLA SECONDA.

Roma, Foro: Curia Iulia.
Le sedute del Senato dovevano tenersi in un edificio sacro ("templum") o pubblico, in Roma entro al pomerio o appena fuori, non oltre il primo miglio. Questo fu il caso delle sedute delle quali vedi "Commentario primo", capitoli 1-6 (vedi nota 1 del capitolo 6); "Commentario primo", capitolo 32,2 (vedi nota 2). Da tempi antichi un edificio speciale, detto "curia", era stato appositamente costruito nel Foro.
La fotografia mostra la "Curia Iulia", iniziata da Cesare nel 44 avanti Cristo, ma completata e dedicata da Augusto e chiamata Giulia in suo ricordo. Fu restaurata da Domiziano nel 94 dopo Cristo; indi da Diocleziano, essendo stata distrutta da un incendio nel 283. Nel secolo Settimo fu usata come chiesa (Sant'Adriano). I restauri moderni hanno conservato all'edificio la forma dioclezianea.


26.
1. Pompeo correva ai ripari e attrezzava per la battaglia dei grossi vascelli da trasporto che aveva catturato nel porto di Brindisi. Vi piant sopra delle torri di tre piani, vi imbarc molte macchine da guerra, un vero arsenale di proiettili e li andava accostando allo sbarramento di Cesare, almeno per infrangere i ripari e disturbare i soldati al lavoro. Ogni giorno, dalle due parti, c'era un attacco a distanza con fionde, frecce e altre armi da getto.
2. Ma Cesare, se da una parte si dedicava alla guerra, dall'altra non pensava di lasciar cadere la possibilit di un accordo; anzi, vi sperava con tutte le sue forze, sebbene con rammarico grande non vedesse il ritorno di Magio (1), che aveva spedito da Pompeo con un preciso incarico, e i sempre nuovi tentativi di transazione gli sminuissero fervore e propositi. 3. Scelse allora il legato Caninio Rebilo e lo incaric di avere un incontro con Scribonio Libone, che era non soltanto suo parente ma anche amico intimo; lo scopo era di incitare Libone a cercare una via di pace e soprattutto un'occasione di colloquio tra Cesare e Pompeo. 4. Da questo colloquio nasceva la grande speranza di deporre le armi con giusti patti; e se la guerra si fosse evitata anche per l'iniziativa e l'abilit di Libone, non era poca la parte di vanto e di ammirazione che gli sarebbe toccata. 5. Dopo aver parlato con Caninio, Libone and da Pompeo e quasi subito ne rec la risposta: i consoli erano partiti; impossibili le trattative per la pace (2). 6. Questo era un ennesimo tentativo; e Cesare si convinse che ormai era vano insistere: se si voleva la guerra, lui l'accettava.


27.
1. Nel volgere di nove giorni (1) lo sbarramento di Cesare era giunto a met, quando tornarono a Brindisi le navi rimandate dai consoli da Durazzo e che avevano trasbordato col la prima parte dell'esercito. 2. Vedere le navi e pensare a partirsene, fu per Pompeo la stessa cosa, anche perch lo impensierivano i preparativi di Cesare e gi da tempo si era persuaso a lasciare l'Italia.
3. Ma egli temeva che al momento dell'imbarco i nemici irrompessero nella citt; quindi, per infrangere l'assalto di Cesare, sbarr le porte urbane, mise barricate nelle strade e nelle piazze, 4. e fece scavare fosse trasversali al senso delle vie, piantandovi dentro pali e rami appuntiti e ricoprendole, invisibili, con graticci e terra. Poi ostru con enormi travi piantate in terra e molto appuntite le vie d'accesso al porto e le due strade che vi scendevano al di fuori della cerchia delle mura. 5. Quando ritenne che altro non c'era da provvedere, fece salire i soldati in gran silenzio sulle navi e nello stesso tempo mise in mostra, qua e l, sulle mura e sulle torri, pochi soldati con armi leggere, scelti fra i "richiamati", gli arcieri e i frombolieri (2). 6. Una volta terminato l'imbarco, l'intesa era di richiamarli con un segnale; e perch pure essi avessero scampo, lasci per loro, in un facile approdo, navi semplici da manovrare.


28.
1. Gli abitanti di Brindisi avevano sino ad allora sofferto le angherie e le prepotenze dei soldati pompeiani e dello stesso Pompeo: vedevano dunque con favore la vicinanza di Cesare (1). 2. Quando seppero che Pompeo se ne andava, e mentre ancora c'era il subbuglio e la tensione della partenza, tutti quanti dall'alto dei tetti si misero a fare dei segnali: Cesare ne colse il senso, fece predisporre le scale da accostare alle mura e comand ai soldati di armarsi, per non perdere l'occasione di uno scontro. 3. Pompeo al far della notte lev le ncore. 4. Allora i soldati di Cesare appostarono le scale, salirono sulle mura, ma non si spinsero oltre, perch alcuni popolani li avvertirono dell'insidia dei fossati invisibili. Guidati sempre da loro, attraverso un lungo passaggio, discesero al porto, dove con barchette e battelli raggiunsero due navi impigliate nello sbarramento di Cesare, con tutto il carico delle truppe, e subito le catturarono.


29.
1. Si poteva risolvere l'impresa raccogliendo una flotta per attraversare il mare e inseguire Pompeo prima che si unisse alle truppe al di l dell'Adriatico: e questo Cesare avrebbe voluto fare. Ma lo distoglievano il disagio e il lungo tempo che tale piano avrebbe richiesto, perch Pompeo si era portato via tutte le navi e aveva tolto ogni possibilit di inseguirlo. 2. Non restava che attendere navi dai porti della Gallia, del Piceno o dallo stretto (1): ma era un'impresa lunga e rischiosa a causa della stagione invernale.
3. Durante la sua assenza dall'Italia, poi, si potevano riorganizzare il vecchio esercito spagnolo di Pompeo e le due province di Spagna, di cui una era a lui legata per eccezionali favori (2); si potevano ricostituire un esercito ausiliario e una nuova cavalleria, che avrebbero messo in pericolo la Gallia e l'Italia. Proprio per questo Cesare non pass.


30.
1. Dunque, l'idea di inseguire Pompeo fu messa per il momento da parte. Urgeva andare in Spagna: quindi Cesare impose ai duoviri di tutti i municipi (1) di procurare navi e di farle giungere a Brindisi. 2. Con una legione sped in Sardegna il legato Valerio (2) e in Sicilia Curione con tre legioni come propretore, che doveva, dopo aver preso possesso dell'isola, far passare subito il suo esercito in Africa.
Erano in quel tempo governatori per la Sardegna Marco Cotta, per la Sicilia Marco Catone e per l'Africa Elio Fuberone, secondo il sorteggio (3). 3. Quando giunse la notizia dell'arrivo di Valerio, gli abitanti di Cagliari, di loro iniziativa, cacciarono Cotta dalla citt ancor prima che Valerio si staccasse dall'Italia: atterrito, il governatore trov scampo dalla Sardegna in Africa, intuendo che questo era un moto generale della provincia.
4. Intanto Catone in Sicilia riarmava le vecchie navi da guerra, ne comandava di nuove alle citt dell'isola e nei suoi preparativi metteva grande impegno: suoi incaricati arruolavano soldati fra i cittadini romani in Lucania e nel Bruzio (4) e fornivano un determinato numero di cavalieri e di fanti dalle popolazioni siciliane. 5. La sua fatica era quasi conclusa, quando arriv la nuova dell'arrivo di Curione. Allora si present davanti a tutti i suoi soldati, lagnandosi di Pompeo perch lo aveva ignorato, anzi tradito; perch senza alcun preparativo si era sobbarcato il peso di una guerra che si poteva evitare; perch, dopo interrogazioni sue e di altri in Senato a Roma, aveva avuto il coraggio di assicurare che tutto era predisposto e pronto per una guerra. Dopo questo sfogo davanti ai soldati, fugg dalla Sicilia (5).


31.
1. Valerio e Curione, insieme ai loro soldati, arrivarono rispettivamente in Sardegna e in Sicilia senza trovarvi chi le governasse.
2. Non cos Tuberone quando fu in Africa (1), dove incontr come governatore quell'Azio Varo di cui gi abbiamo parlato (2). Senza le sue coorti, costui da Osimo, fuggendo, era subito sbarcato in Africa, di sua iniziativa si era eletto governatore della provincia, che allora era libera, ed era riuscito a mettere insieme due legioni. Aveva trovato via facile a questo colpo di mano perch conosceva per esperienza quelle popolazioni e quelle terre, dove pochi anni innanzi era stato per governarle. 3. Mentre Tuberone veleggiava verso Utica (3), Azio gli ingiunse di non avvicinarsi n al porto n alla citt; non permise neppure che fosse sbarcato il figlio di Tuberone, che era ammalato: gli fece riprendere la rotta perch se ne andasse da quel luogo.


32.
1. Il tempo che restava d'avanzo, prima della successiva impresa, Cesare lo volle concedere come riposo ai suoi soldati, che poterono andarsene nei municipi (1) vicini; lui invece part per Roma.
2. Qui, durante la seduta del Senato (2), rifece la storia di tutte le prevaricazioni dei suoi avversari e dimostr di non aver aspirato a incarichi eccezionali, perch, per la candidatura al consolato, aveva atteso il tempo prescritto dalla legge (3) e si era attenuto a quanto fosse permesso a qualsiasi cittadino. 3. I dieci tribuni della plebe avevano proposto di tener conto della candidatura di Cesare anche lontano da Roma; gli avversari si erano opposti; Catone aveva violentemente polemizzato e, secondo una sua vecchia mania, aveva parlato per intere sedute facendo dell'ostruzionismo: ma questo avveniva proprio mentre Pompeo era console; e se Pompeo era contrario alla proposta, perch aveva lasciato che si facesse? e se non era contrario, perch impediva che Cesare approfittasse di un privilegio accordatogli dal popolo? (4)
4. Dimostr di essere stato molto conciliante quando si era fatto promotore dello scioglimento di tutti gli eserciti; quando cio lui, con le sue mani, si era procurato un danno al proprio grado e al proprio prestigio. 5. Dimostr la caparbiet degli avversari, che chiedevano a lui quanto essi non avrebbero concesso e avevano preferito mettere sottosopra il mondo piuttosto che deporre il comando militare e sciogliere gli eserciti. 6. Ricord l'offesa delle legioni sottratte (5) e la cattiveria fuori di ogni norma nel ridurre all'impotenza i tribuni della plebe (6); e poi ramment le proposte da lui avanzate, gli incontri richiesti e sempre rifiutati (7).
7. Dopo tutti questi argomenti, Cesare raccomand con calore al Senato di riprendere la direzione politica e di governare in accordo con lui: se poi, per la paura, si fosse tirato indietro, egli se ne sarebbe assunto l'onere, amministrando lo stato coi suoi propri mezzi. 8. E come prima decisione si dovevano mandare dei messi a Pompeo per trattare la pace: un gesto che non gli faceva temere quanto non molto tempo addietro aveva affermato Pompeo in Senato, cio che le legazioni significassero autorit per chi le riceveva e debolezza per chi le inviava: 9. pensieri, questi, di una mente angusta e pavida. In realt, Cesare affermava il suo primato tanto nelle imprese militari quanto nella legalit e nel senso del giusto.


33.
1. L'invio dei messi fu approvato dal Senato, ma non si trovavano persone da mandare, perch tutti rifiutavano l'incarico della legazione pensando con spavento ai casi propri. 2. Nell'andarsene da Roma, Pompeo in Senato aveva fatto sapere di considerare alla stessa stregua quanti fossero rimasti in Roma e quanti si fossero trovati nel campo di Cesare (1). 3. Perci si sprecarono tre giorni fra palleggiamenti e caute giustificazioni.
Gli avversari di Cesare subornarono persino il tribuno della plebe Lucio Metello per mandare a monte il progetto e ostacolare tutte le altre decisioni che stavano per prendere corpo (2). 4. Cesare intu la manovra e accert che diversi giorni erano trascorsi senza risultato; non volle perdere altro tempo e, interrompendo i suoi disegni, parti da Roma alla volta della Gallia Ulteriore (3).


34.
1. In Gallia egli venne a sapere queste novit. Da Pompeo era stato mandato in Spagna quel Vibullio Rufo che, fatto prigioniero a Corfinio, non molti giorni addietro Cesare aveva lasciato libero (1); 2. Lucio Domizio si era mosso per occupare Marsiglia con sette vascelli veloci, presi a cittadini privati nell'isola del Giglio e nella marina di Cosa, ed equipaggiati con suoi schiavi, liberti e coloni (2). 3. L'arrivo di Lucio era stato preceduto a Marsiglia da alcuni inviati, giovani della nobilt marsigliese, messi in guardia da Pompeo, al suo partire da Roma, perch la nuova amicizia di Cesare non scacciasse il ricordo di quei favori che egli aveva loro fatto nel tempo passato (3).
4. Per questa ingiunzione Marsiglia chiuse le porte al giungere di Cesare, dopo aver richiamato fra le mura le trib barbare degli Albici, che da tempo immemorabile, sotto protezione, vivevano sui monti che dominano la citt (4). 5. Gi dalle terre vicine e da tutti i borghi (5) era stato raccolto frumento per la popolazione, e nella citt si erano aperte fabbriche di armi; grande attivit poi c'era per rimettere a nuovo i baluardi, le porte e la flotta.


35.
1. Allora Cesare convoc a s da Marsiglia i quindici magistrati (1), cercando di convincerli che la prima avvisaglia di guerra non doveva proprio venire dai Marsigliesi, a cui toccava uniformarsi al generale volere di tutta l'Italia, piuttosto che sottostare all'arbitrio di un sol uomo (2). 2. Cesare cerc di esporre tutte quelle ragioni che secondo lui servivano per ricondurli al buon senso.
3. Gli inviati riferirono in patria il sugo di quelle trattative; poi riportarono a Cesare le decisioni prese con l'autorit del popolo di Marsiglia. In sintesi dichiararono di conoscere l'esistenza di una grave scissione politica del popolo romano, ma che a loro non spettava decidere n con un giudizio n tanto meno con la forza quale delle due parti avesse ragione. 4. A capo delle fazioni in conflitto c'erano Gneo Pompeo e Gaio Cesare, tutti e due patroni della citt (3), di cui l'uno, con pubblico atto, aveva loro donato i territori dei Volci Arecomici e degli Elvi, e l'altro, dopo aver vinto i Salli, li aveva a loro sottomessi facendoli tributari (4). 5. Dunque, a pari benefici di entrambi Marsiglia rispondeva con giusta neutralit non aiutando l'uno a danno dell'altro, n accogliendolo in citt o nel proprio porto.


36.
1. Tra questo parlamentare, Domizio fu a Marsiglia con le sue navi: vi fu accolto; ebbe il potere nella citt; gli fu dato il supremo comando nel condurre la guerra (1). 2. Egli diede l'ordine di mandare la flotta a perlustrare in ogni direzione; fece acquisire navi mercantili, quante e dove poteva, e le introdusse nel porto; di quelle difettose nei comandi, nelle travature e negli arredi, si serv per riparare e attrezzare le navi che gi aveva; 3. fece requisire e raccogliere in un pubblico granaio tutto il frumento, con l'avviso di mettere da parte altre merci e scorte, nel caso che la citt subisse un assedio.
4. La provocazione era troppo aperta e perci Cesare condusse tre legioni sotto Marsiglia, mosse torri di legno e gallerie mobili (2) per l'attacco alla citt e dispose di varare ad Arles dodici navi da guerra (3). 5. Le navi furono subito pronte e messe in assetto entro trenta giorni da quando si cominci a far legname; avviate a Marsiglia, furono affidate al comando di Decimo Bruto, mentre al legato Gaio Trebonio spettarono le operazioni terrestri dell'assedio (4).


37.
1. Oltre all'attivit dell'assedio di Marsiglia, Cesare pens di inviare in Spagna il legato Gaio Fabio con tre legioni, che aveva lasciato a Narbona e nei dintorni nell'attesa che l'inverno passasse (1), e gli fece occupare subito alcuni valichi dei Pirenei, che in quel tempo erano in potere del legato pompeiano Lucio Afranio (2). 2. A queste legioni ne mand dietro altre, che svernavano un poco pi lontano; 3. cos che Fabio, secondo gli ordini ricevuti, dopo una rapida manovra, forz e respinse le guarnigioni nemiche sui monti e a lunghe marce scese a incontrare il grosso dell'esercito di Afranio.


38.
1. Sappiamo che Lucio Vibullio Rufo fu inviato da Pompeo in Spagna (1); al suo arrivo, dunque, i legati pompeiani, oltre a Vibullio, furono Afranio, Varrone e Petreio (2). Afranio teneva con tre legioni la Spagna Citeriore; nell'Ulteriore, dal passo di Castulone sino all'Anas, stava Varrone con due legioni, e poi c'era Petreio, pure lui con due legioni, nella terra dei Vettoni, a partire dall'Anas, e nella Lusitania (3).
2. Perci si distribuirono le parti: Petreio, dalla Lusitania passando attraverso i Vettoni, doveva con tutti i suoi soldati risalire la Spagna e congiungersi con Afranio; mentre Varrone, con le legioni gi sue, teneva sotto sorveglianza tutta la Spagna Ulteriore. 3. Con questa intesa, Petreio pretese cavalleria e truppe ausiliarie da tutta la Lusitania e Afranio fece lo stesso dalla Celtiberia, dai Cntabri (4) e da tutte le genti barbariche situate verso l'Oceano. 4. Dopo la riunione di queste nuove forze, attraverso i Vettoni Petreio si un ad Afranio e tutt'e due decisero concordemente di affrontare la guerra presso Lerida, che aveva una posizione strategica (5).


39.
1. Abbiamo detto che tre erano le legioni di Afranio e due quelle di Petreio; ma a queste aggiungiamo circa trenta coorti (quelle della Spagna Citeriore con lo scudo grande, quelle dell'Ulteriore con lo scudo piccolo) e press'a poco cinquemila cavalieri di entrambe le province (1)
2. Cesare si era fatto precedere in Spagna da sei legioni; ma contava pure su milizie ausiliarie, come seimila fanti e tremila cavalieri, gi stati con lui in tutte le battaglie precedenti, e sopra un altrettanto numero di soldati originari di quella Gallia che egli aveva domata: anzi, da qui, ad uno ad uno, per nome aveva chiamato gli uomini pi noti e coraggiosi di tutte quelle popolazioni. C'erano infine duemila soldati di qualit eccezionale, provenienti dall'Aquitania e dalle trib montane che si affacciano sulla provincia della Gallia... (2)
3. Le ultime notizie riferivano nientemeno che Pompeo aveva intenzione di marciare con le legioni alla volta della Spagna attraverso la Mauretania e che non avrebbe tardato a comparire (3). Egli pens invece di prendere in prestito del denaro dai tribuni militari e dai centurioni per distribuirlo al suo esercito. 4. E con questo ottenne due scopi: col debito vincol a s gli interessi degli ufficiali e con l'offerta si conquist l'intera sottomissione dei soldati (4).


40.
1. Fabio cercava di guadagnarsi l'alleanza delle popolazioni pi vicine con messaggi e inviati; poi si trov nella necessit di costruire in fretta sul fiume Segre due ponti alla distanza di quattromila passi (1). Questi due ponti gli servivano per fare raccolta di fieno (2), poich quello disponibile al di qua dal fiume gi da tempo era stato consumato; 2. senonch la stessa cosa e per la stessa ragione facevano i capi dell'esercito pompeiano e spesso ne nascevano scontri di cavalleria.
3. Un giorno, secondo un'abitudine ormai quotidiana, due legioni di Fabio si spostano nel luogo dei soliti scontri per essere di protezione a quanti raccoglievano fieno e passano attraverso il ponte pi vicino all'attendamento, facendosi seguire da tutta la cavalleria, da carri e da bestie da soma. Ma all'improvviso si scatenano raffiche di vento e segue una tal piena del fiume, che il ponte crolla e una gran parte della cavalleria non ha modo di passare. 4. Petreio e Afranio lo vengono a sapere vedendo galleggiare fra i gorghi del fiume le travi e i tavolati del ponte distrutto e senza esitazione Afranio fa passare, sul ponte di pietra che serviva alla citt di Lerida e ai suoi attendamenti, quattro legioni e l'intera cavalleria, affrontando le due legioni di Fabio.
5. Quando lo vede arrivare, Lucio Planco (3), che allora guidava le legioni, senza altra via di uscita, occupa un'altura e si dispone al contrattacco su due fronti opposti, per non essere preso alle spalle dalla cavalleria nemica. 6. Lo scontro non ha proporzione, e tuttavia sono ben contenuti gli assalti delle legioni e della cavalleria. 7. E mentre questa pi incalzava, sono avvistate da lontano, dall'una e dall'altra parte, le insegne (4) di due legioni che Fabio, attraverso il ponte pi a Nord, aveva mandato in aiuto ai nostri, intuendo proprio quanto stava accadendo: cio che i comandanti nemici sfruttavano l'occasione offerta dalla buona sorte per annientare i nostri (5). L'arrivo di esse interrompe l'azione di guerra e le legioni ritornano ai rispettivi campi.


41.
1. Due giorni dopo (1) vi giunse Cesare, accolto nel campo insieme a novecento cavalieri che si era tenuto come scorta. Il ponte distrutto dal maltempo era quasi ricostruito, ma lui pretese che nello spazio di una notte fosse portato a termine.
2. Si rese poi conto della natura del posto: perci, il giorno successivo, assicurati il ponte e l'attendamento con la difesa di sei coorti, senza spostare i bagagli militari, si spinse verso Lerida con tutte le truppe disposte su tre corpi (2) e prese posizione davanti al campo di Afranio. Durante una breve attesa in armi, gli diede la possibilit di attaccare da posizione favorevole. Afranio, vista l'opportunit, fece uscire le truppe e si appost al di sotto del campo, a met pendio del colle. 3. Ma Cesare si accorse che la manovra di Afranio non preparava un combattimento: decise allora di porre il proprio nuovo quartiere a circa quattrocento passi dall'inizio del declivio (3), 4. e perch i suoi soldati nell'esecuzione delle fatiche non fossero intimoriti o distolti con improvvise irruzioni dei nemici, non volle che esso fosse protetto da una barriera di terra, che doveva necessariamente alzarsi sul livello del suolo e apparire anche da lontano, ma che sulla fronte, rivolto al nemico, fosse scavato un fossato largo quindici piedi. 5. Secondo una tattica prestabilita, il primo e secondo corpo dei soldati stavano pronti in armi; dietro questi due, il terzo attendeva al lavoro, di nascosto. Insomma, tutto il progetto fu portato a termine prima che Afranio pensasse a opere di difesa del campo. 6. Sul far della sera, Cesare appost le sue milizie dietro questo fossato e qui sost per tutta la notte successiva, in armi.


42.
1. Anche il giorno successivo trattenne le truppe al di qua del fossato. Pens poi che far venire tutto il materiale occorrente a completare il lavoro avrebbe richiesto troppo tempo (1); perci, per il momento, decise di proseguire il disegno gi avviato: ordin cio alle legioni di sbarrare rispettivamente i lati del campo e quindi fece condurre tutto all'intorno dei fossati della stessa larghezza (2), mentre tenne le altre legioni armate alla leggera di fronte al nemico.
2. Per suscitare allarmi e disturbare quelli che lavoravano, Afranio e Petreio portarono gi certe loro truppe alla base dell'altura e cominciarono a provocare; non per questo Cesare fece smettere i lavori, sicuro della difesa delle tre legioni e dello sbarramento del fossato. 3. Quelli poi non rimasero col a lungo, n si allontanarono molto dal limite della pianura, e ben presto comandanti e truppe ritornarono al loro campo. 4. Nel terzo giorno Cesare cinse il campo con un bastione e fece venire a s le coorti che aveva lasciate nel campo precedente (3), con i carri pieni di bagagli.


43.
1. Tra la citt di Lerida e la vicina altura, dove si erano insediati Afranio e Petreio, c'era una piana di circa trecento passi (1) e quasi al centro di quest'area sorgeva un leggero rialzo del terreno (2). 2. Secondo Cesare, occupare questa posizione e fortifcarla avrebbe dato la possibilit di tagliar fuori i nemici dalla citt, dall'uso del ponte e da qualsivoglia rifornimento (3).
3. Contando su questa mossa, fece uscire dal campo tre legioni e le dispose in ordine di attacco; poi comand che gli antesignani (4) di una sola legione si lanciassero di corsa per occupare quel monticello. 4. Scoperta la manovra, le coorti di Afranio che si trovavano di sorveglianza davanti al campo, furono mandate ad occuparlo a loro volta con un tragitto pi breve. 5. Ne nacque uno scontro: i soldati di Afranio giunsero sull'altura per primi e perci i nostri furono ricacciati; quando poi ai primi vennero mandati dei soccorsi, i nostri a malincuore voltarono le spalle e si ridussero presso le insegne delle legioni.


44.
1. Insolito era il modo di combattere dei soldati di Afranio. Anzitutto si lanciavano con un assalto violento, occupavano una posizione con coraggio, non badavano molto a mantenere lo schieramento, anzi, manovravano isolatamente e alla rinfusa; 2. quando poi venivano messi alle strette, non era per loro un disonore indietreggiare e abbandonare la posizione raggiunta. Avevano preso questa abitudine di guerreggiare nell'affrontare i Lusitani e altre trib barbariche. Ed io ho notato che i soldati sono alquanto influenzati nel loro comportamento da quei popoli fra i quali essi hanno molto a lungo combattuto (1).
3. Appunto questa nuova tattica aveva sconvolto i nostri, che ne erano ben lontani: avevano creduto infatti, con tutto quel correre di soldati isolati, di essere aggirati dal lato che  indifeso (2); e poi era per loro quasi istintivo non rompere lo schieramento, non allontanarsi dal proprio reparto, n abbandonare, se non in caso estremo, la posizione conquistata.
4. Tale dunque fu la causa del disorientamento degli antesignani, i quali ripiegarono verso la propria legione (3): questa, che si trovava nell'ala dello schieramento, non riusc ad arrestare il riflusso e si ritir sopra un'altra altura vicina.


45.
1. Grave apprensione si impadron di quasi tutto lo schieramento: un avvenimento non solo mai accaduto, ma neppure immaginabile. Cesare allora intervenne con parole di fiducia e con l'invio della Nona legione in soccorso; e tanto bast per bloccare il nemico che inseguiva i nostri con spavalderia e ferocia, per fargli volgere le spalle e spingerlo verso la citt di Lerida e ridurlo sotto i contrafforti.
2. Eccitati tuttavia dalla foga, i soldati della Nona legione si impegnarono a restituire il danno patito e perci inseguirono sprovvedutamente i nemici in fuga per un tratto fuori mano, si addentrarono in un terreno sfavorevole e si fecero sotto al monte dove sorge la citt di Lerida. 3. Quando poi vollero staccarsi da qui, i fuggitivi divennero a loro volta inseguitori, sfruttando la posizione elevata.
4. Era quella una plaga molto accidentata, chiusa ai lati da due precipizi, e larga sul davanti tanto da contenere schierate tre coorti (1): non c'era da pensare di far giungere dai fianchi truppe in aiuto e la cavalleria, in caso di difficolt, non dava utilit alcuna. 5. Dall'alto delle mura di Lerida sino al piano scendeva un graduale declivio di circa quattrocento passi: 6. in questo tratto si cacciarono i nostri, spintisi sin l dissennatamente, ascoltando solo il proprio coraggio; e qui cominciarono a combattere con loro danno, perch lo spazio mancava e perch, postisi al cominciare dell'erta, qualsiasi arma da lancio cadeva su di loro con certo bersaglio. Ma essi tenevano duro, valorosi e ostinati, sopportando ogni ferita.
7. Intanto i nemici accrescevano le loro forze e spesso dal campo e attraverso la citt mandavano coorti di rincalzo, perch soldati riposati si avvicendassero con quelli stanchi. 8. E anche Cesare non poteva far altro che mandare l delle coorti, per sostituire quanti erano stremati.


46.
1. Cinque ore continue dur questo modo di combattere. E si venne al punto che i nostri stavano per essere travolti dall'affluire dei nemici, quando, senza pi armi da lancio, misero mano alle spade, si gettarono con disperazione contro le coort in direzione del monte, annientarono i pochi e costrinsero i pi a ripiegare.
2. Ricacciate le coorti sotto Lerida e in parte costrette a rientrare in citt in preda al panico, la manovra di sganciamento dei nostri non ebbe allora problemi. 3. C'era in pi la nostra cavalleria che, sui due fianchi, pur destreggiandosi su passaggi ora bassi ora a precipizio, con incredibile bravura resistette su quel pendio e cavalcando fra le due parti procur ai nostri una ritirata pi facile e pi sicura. 4. Non vi furono cos n vinti n vincitori.
In questo primo scontro morirono settanta dei nostri. Ricordo fra essi Quinto Fulginio, centurione del primo manipolo degli "hastati" della Quattordicesima legione (1): un soldato giunto a quel posto dai gradi pi umili solo per il suo coraggio senza pari. I feriti furono pi di seicento. 5. Afranio perse Tito Cecilio, centurione primiplo (2); e inoltre quattro centurioni e pi di duecento soldati (3).


47.
1. Ma il giudizio conclusivo sulla battaglia di quel giorno fu, per l'una parte e per l'altra, di vittoria.
Quelli di Afranio dicevano: la nostra inferiorit d'armi  nota a tutti; eppure per tanto tempo abbiamo resistito a corpo a corpo, contenuto l'assalto dei cesariani, occupato subito quell'altura che fu all'origine della battaglia, e infine obbligato i nemici, al primo scontro, a far marcia indietro.
Ribattevano i nostri: per cinque ore abbiamo retto a un combattimento in posizione sfavorevole e inferiori di numero; con le spade in pugno abbiamo risalito una altura e infine costretto i nemici a fuggire pur da posizione favorevole e a chiudersi in citt.
Quel monticello, che era stato occasione di battaglia, fu fortificato dai soldati di Afranio con solide difese, e vi fu messa una guarnigione.


48.
1. Due giorni dopo quest'azione militare vi fu un improvviso e grave contrattempo. Scoppi un uragano cos violento, che neppure i pi vecchi ricordavano che tanta pioggia fosse caduta in quei luoghi. 2. Ancora, da tutte le montagne all'intorno le nevi si sciolsero e scesero a valle; la piena super le sponde del fiume Segre e in un sol giorno mise fuori uso i due ponti che Gaio Fabio aveva costruito. 3. Il danno per l'esercito di Cesare fu grande. Il suo campo, come s' spiegato sopra (1), si trovava tra il fiume Segre e il fiume Cinca (2) in confluenza, ma in quel punto distanti trenta miglia: poich non si attraversava n l'uno n l'altro, tutti erano imprigionati di necessit in uno spazio tanto esiguo.
4. Le popolazioni che avevano dimostrato amicizia verso Cesare, non avevano mezzi per inviargli il frumento; quelli che si erano spinti pi lontano alla ricerca di fieno, non riuscivano a tornare perch tagliati fuori dai fiumi; infine, i ben pi importanti rifornimenti dall'Italia e dalla Gallia non avevano modo di raggiungere il campo. 5. La stagione era quanto mai sfavorevole (3): nei granai invernali non c'era pi il vecchio frumento e quello nuovo stava per maturare nei campi; le terre vicine erano state saccheggiate, perch Afranio aveva convogliato quasi tutto il frumento a Lerida, prima del giungere di Cesare, e Cesare nei giorni successivi aveva consumato quel che restava. 6. Certo il bestiame poteva in parte sostituire il frumento in caso di carestia, ma al primo sentore di guerra le popolazioni vicine avevano spinto le mandrie molto lontano.
7. I Lusitani agilissimi nelle armi leggere e guerrieri della Spagna Citeriore col loro piccolo scudo (4), praticissimi di quei luoghi, erano l'ossessione di quanti dei nostri si allontanavano per procacciare fieno e frumento; per loro l'attraversare un fiume era cosa da nulla, perch avevano l'abitudine di presentarsi al servizio militare portando con s degli otri come salvagente.


49.
1. Nell'esercito di Afranio, invece, regnava abbondanza di tutto: c'era molto frumento di scorta e poi quello ammassato poco prima e poi ancora quello che vi giungeva da tutta la Spagna Citeriore; n diverso era il discorso per il foraggio. 2. Il ponte davanti a Lerida (1) non subiva danni e permetteva l'affluire in citt di ogni bene; le terre al di l del fiume Segre non erano state sfruttate e l Cesare non aveva alcun accesso.


50.
1. L'alluvione dur molti giorni. Cesare si prov a rimettere i ponti, ma lo vietava la violenza della corrente e in ogni caso sconvolgevano l'opera dei carpentieri le coorti dei nemici affacciate sull'altra sponda (1); 2. ed esse non avevano un compito difficile, trovando un alleato nei gorghi rapinosi del fiume stesso e nello stretto e isolato bersaglio su cui da tutta l'estensione della sponda scaricavano proiettili. 3. Chi poteva attendere a una costruzione sopra una corrente che trascinava via e nello stesso tempo ripararsi da quei colpi?


51.
1. Afranio venne poi a sapere che molti carriaggi diretti a Cesare si erano forzatamente arrestati davanti alla piena del fiume Segre; li accompagnavano arcieri della Rutenia (1) e cavalieri di Gallia, che seguivano sempre l'abitudine del loro paese, cio quella di spostarsi con numerosi carri e ingombranti bagagli; 2. seguivano poi seimila uomini dalle condizioni pi disparate, con figli e schiavi: insomma, una confusione, un disorientamento generale, perch ognuno agiva di sua testa e tutti compivano quel percorso senza preoccuparsi, anzi con quella fiduciosa confusione propria dei viaggi dei tempi passati, quando c'era pace. 3. C'erano in quella colonna moltissimi giovani ragguardevoli, figli di senatori e appartenenti all'ordine equestre (2); c'erano inviati di citt diverse e quelli di Cesare, di ritorno dalle loro missioni. Ma l'alluvione li aveva costretti tutti a fermarsi 4. e ne approfitt Afranio. Part di notte per sterminarli con l'intera cavalleria e tre legioni, e li raggiunse mentre non se l'aspettavano con l'avanguardia dei cavalieri. Senonch i cavalieri Galli, senza perdere il controllo, si radunarono e si misero al contrattacco. 5. E finch la sfida rest tra forze d'armi uguali, pochi Galli fronteggiarono molti nemici; ma quando sopravvennero le insegne delle legioni, i Galli si ritirarono sui monti non lontani, lasciando pochi morti sul campo.
6. Eppure il tempo in cui si svolse questo scontro concesse a noi un gran balzo verso lo scampo, perch trovammo il momento necessario per trasferirci su posizioni pi elevate. Mancarono quel giorno circa duecento arcieri, pochi cavalieri, non tanti inservienti e bagagli.


52.
1. Queste circostanze fecero alzare il prezzo delle derrate, con una tendenza pi accentuata non solo per la presente carestia ma per le pessimistiche previsioni di un pi lontano futuro. 2. Si giunse a pagare cinquanta denarii un moggio di grano (1). E quel poco frumento non dava vigore ai soldati e ogni giorno cresceva il disagio; 3. e nel giro di pochi giorni a tal punto si mutarono le parti e il caso volle fare il suo gioco, che noi fummo colpiti dalla generale mancanza del necessario, mentre gli altri nuotavano nell'abbondanza e gi cantavano vittoria.
4. Poich il frumento via via mancava, Cesare richiedeva bestie da macello alle popolazioni che avevano accettato la sua alleanza e spediva quindi inservienti alle citt pi lontane, mentre procurava di venire incontro alla miseria che aveva davanti agli occhi con tutti i mezzi di cui disponeva.


53.
1. Afranio e Petreio e la loro consorteria, nelle relazioni al proprio partito in Roma, riportavano questi casi dilatandoli, anzi gonfiandoli. I commenti romani vi aggiungevano poi le frange e si dava quasi per conclusa la guerra. 2. Man mano che arrivavano a Roma documenti e notizie, accorreva tanta gente alla casa di Afranio, dove si scambiavano i pi vivi rallegramenti; dall'Italia molti raggiungevano Gneo Pompeo, alcuni per essere i primi a portare notizie cos belle, altri per non dar l'impressione di essere stati ad aspettare cautamente l'esito del conflitto e di essere fra tutti arrivati per ultimi (1).


54.
1. Dunque Cesare si trovava in una sacca, perch la fanteria e la cavalleria di Afranio chiudevano ogni via d'uscita e non c'era possibilit di portare a termine un ponte.
Ma gli venne l'idea di far costruire dai soldati delle navi, di un modello che negli anni passati gli aveva reso ben noto l'esperienza in Britannia (1). 2. Lo scafo e le principali strutture si traevano da legname leggero: quanto poi della nave emergeva dall'acqua, era fatto di graticci ricoperti di pelli. 3. Quando le ebbe terminate, le trasport di notte ognuna su due carri, alla distanza di ventidue miglia dal campo (2): con esse traghett al di l dal fiume i soldati, che subito occuparono un'altura a ridosso della sponda 4. e qui si trincerarono in brevissimo tempo, prima che i nemici ne avessero sospetto. A questo luogo poi fece arrivare una legione e in due giorni (3), da un punto e dall'altro delle rive, avvi e port a termine la costruzione del ponte. 5. Solo in questo modo riuscirono a giungere da lui senza noie i carriaggi e quanti se ne erano andati per fare incetta di granaglie. Da allora l'approvvigionamento non fu pi un grave problema.


55.
1. Gran parte della nostra cavalleria pass il medesimo giorno al di l del fiume. Intenti a far foraggio, i soldati di Afranio se ne stavano nei campi senza precauzioni e sparsi senza alcuna paura: furono assaliti e circondati in gran numero, sia di uomini che di bestie; e poich Afranio vi mand in aiuto delle coorti "cetrate" (1), secondo un calcolo preciso i nostri si divisero in due scaglioni, sia per difendere la preda gi intrappolata, sia per arrestare quanti sopraggiungevano e respingerli.
2. Una coorte nemica, poi, davanti a tutte le altre si era sciolta dallo schieramento con manovra imprudente: fu immediatamente tagliata fuori, circondata e massacrata. I nostri, attraverso il nostro ponte, fecero ritorno incolumi al campo, carichi di bottino.


56.
1. Contemporanei ai fatti di Lerida furono questi altri di Marsiglia (1). Su progetto di Lucio Domizio, i Marsigliesi allestirono diciassette navi da guerra, di cui undici dotate di ponte di coperta (2); 2. al grosso aggiunsero molte imbarcazioni di minor stazza per sgomentare la nostra flotta gi col loro stesso apparire. Vi fecero salire una folla di arcieri, di quegli Albici di cui gi abbiamo parlato (3), eccitandoli coll'adescamento di svariate ricompense. 3. Per s Domizio si tenne un determinato numero di navi, che stip di coloni e pastori ch'erano al suo seguito (4). 4. Insomma, alla flotta non mancava pi nulla e con grande sicurezza essa si accost alle nostre navi, affidate al comando di Decimo Bruto. Esse erano alla fonda in un'isola che si trova dirimpetto a Marsiglia (5).


57.
1. L'inferiorit di Bruto quanto al numero di navi (1) saltava agli occhi, ma Cesare aveva assegnato alla sua flotta marinai molto coraggiosi, antesignani (2) e centurioni accuratamente scelti da tutte le legioni, e che per di pi avevano chiesto loro questa missione di guerra. 2. Essi avevano disposto sulle navi giganteschi arpioni e bracci di ferro (3), nonch grosse scorte di giavellotti, di "tragule" (4) e d'altre armi da lancio. E quando videro il nemico navigare contro, fecero uscire le navi dalla baia e si scontrarono con i Marsigliesi. 3. N da una parte n dall'altra mancarono violenza e audacia: gli Albici, uomini abituati al peggio, vissuti nell'aspra solitudine dei monti e abili nel trattare le armi, non dimostravano certamente un valore molto inferiore a quello dei nostri: 4. da poco avevano parlato coi Marsigliesi e dentro di s andavano ripetendosi le promesse udite. Anche i pastori di Domizio, invasati dall'attesa di essere liberi (5) dalla schiavit, andavano a gara nel darsi da fare sotto gli occhi del loro padrone.


58.
1. I Marsigliesi puntavano soprattutto sulla velocit delle navi e sull'esperienza dei piloti quando dovevano sfuggire ai nostri arrembaggi, riceverli senza danno, quando volevano, allargando molto la linea d'assalto, circondare i nostri l dove c'era un pi vasto tratto di mare, oppure con pi navi catturare una sola delle nostre, oppure, passando rapidamente di fianco, frantumare per il lungo le file dei nostri remi; 2. ma quando erano costretti a combattere con navi ravvicinate, mettevano da parte l'esperienza e l'arte dei piloti e si volgevano al coraggio dei montanari (1). 3. Noi invece non contavamo su rematori altrettanto addestrati n su piloti altrettanto abili, perch passati da un giorno all'altro su navi da guerra da navi mercantili, al punto da non conoscere ancora la terminologia dell'apparato militare. Altro svantaggio nostro, la lentezza e il peso delle navi: costruite in fretta con legname non stagionato, non rendevano in velocit quanto quelle avversarie (2). 4. Occasione ideale era quella di combattere su navi ravvicinate, soldato contro soldato: allora con sicurezza una sola nostra nave ne affrontava due alla volta e mentre gli arpioni le tenevano ben ferme entrambe, i nostri marinai combattevano su due fronti e si lanciavano sul ponte nemico.
Vi fu cos un vero massacro di Albici e di pastori (3). Parte delle navi col a picco; alcune furono prese con l'intero equipaggio; le superstiti furono ricacciate nel porto. 5. Comprese quelle catturate, in quel giorno i Marsigliesi ne persero nove.


59.
1. A questo primo annuncio felice, ricevuto da Cesare davanti a Lerida, corrispose un rapido mutamento della Fortuna coll'uso del ponte. 2. Atterriti dall'efficacia della nostra cavalleria, i soldati di Afranio non giravano pi con tanta libert e con tanta spavalderia. Facevano foraggio in un'area pi ristretta, non allontanandosi molto dal campo per potervi in fretta ritornare. Oppure con un lungo rigiro cercavano di evitare le scolte e le stazioni di guardia della cavalleria. Dopo qualche danno subito o dopo aver avvistato i nostri cavalieri da lontano, a mezzo il cammino gettavano i loro sacchi e scappavano. 3. Alla fine, lasciavano passare pi giorni senza comparire e decisero persino di foraggiare durante la notte: una cosa mai vista.


60.
1. Circa quei giorni, gli abitanti di Osca e di Calagurris - questi erano allora tributari di quelli (1) - con inviati a Cesare gli promisero di accettare ogni suo comando. 2. Seguirono l'esempio gli abitanti di Tarracona (2), gli Iacetani e gli Ausetani; e pochi giorni dopo gli Illurgavonensi, la cui contrada giunge sino all'Ebro (3).
3. Unica fu la richiesta di Cesare per tutti, cio l'invio di frumento. Promisero e mantennero: con tutte le bestie da soma radunate da ogni dove, lo fecero arrivare al campo.
4. Una coorte di Illurgavonensi, quando seppe la decisione dei propri conterranei, decise di unirsi a Cesare disertando il campo di Afranio. 5. Quanto mutar di vicende in breve tempo! Il ponte funzionava, cinque grandi popolazioni si erano dette alleate, la crisi del frumento risolta, anche le voci che volevano Pompeo in arrivo con il rincalzo delle legioni attraverso la Mauretania (4), erano cadute; da Afranio, infine, si staccavano molte genti ancor pi lontane e passavano a Cesare.


61.
1. Dell'avvilimento dei nemici dopo le ultime vicende approfitt Cesare. Per far passare sul ponte la cavalleria bisognava compiere sempre un lungo percorso (1); perci, dopo aver scelto il punto adatto, fece scavare molti canali di trenta piedi di ampiezza, attraverso i quali incanalare parte dell'acqua del Segre e formare in quel fiume un tratto guadabile (2). 2. Quando il lavoro fu quasi ultimato, Afranio e Petreio ne furono alquanto preoccupati: data la netta supremazia dei cavalieri di Cesare, essi temevano di essere del tutto esclusi dal rifornimento di foraggio e di grano.
Fu allora che essi stabilirono di ritirarsi da quei luoghi e di portare la guerra in Celtiberia (3); 3. e a tal progetto un fatto dava forza, cio che dei due opposti schieramenti di citt che si costituirono nella precedente guerra di Sertorio, quelle vinte temevano l'autorit e la potenza di Pompeo pur lontano (4), quelle che gli erano rimaste fedeli lo veneravano perch vincolate da segnalati favori, mentre il nome di Cesare fra quei barbari era per lo pi ignorato. 4. Appunto in queste terre essi intendevano aspettare grossi rinforzi di cavalleria e molte truppe ausiliarie e si proponevano, sul proprio terreno, di tirare in lungo la guerra sino all'inverno.
5. Presa la decisione, fecero requisire delle imbarcazioni su tutto il corso dell'Ebro, riunendole a Octogesa (5), un fortilizio posto sul fiume, distante dal campo venti miglia. 6. Su questo tratto fluviale fecero poi costruire un ponte di zattere affiancate, e fatte passare due legioni al di l del Segre, le chiusero in un campo protetto da una palizzata di dodici piedi.


62.
1. Allorch queste notizie gli furono riferite da pattuglie di ricognizione, Cesare proseguiva, con enorme fatica dei suoi soldati, giorno e notte, la deviazione della corrente del fiume e aveva ormai conseguito il vantaggio che le truppe a cavallo, sia pure con impaccio e sforzo, potessero o meglio osassero attraversarla; 2. i fanti invece restavano immersi con fuori soltanto le spalle o la parte alta del petto e la profondit dell'acqua, che per giunta scorreva rapinosa, li obbligava a tornare indietro. 3. Tuttavia, la notizia di un ponte costruito sull'Ebro (1) e la possibilit di un guado nel Segre, caddero quasi nello stesso periodo di tempo.


63.
1. Proprio per questo Afranio e Petreio desideravano affrettare la marcia di allontanamento. Lasciarono dunque due coorti ausiliarie per la difesa di Lerida, attraversarono con il resto delle truppe il fiume Segre e riunirono il campo con quelle due legioni che avevano mandate innanzi nei giorni precedenti.
2. A Cesare non restava altra soluzione che molestare e danneggiare con la sola cavalleria le colonne in marcia dei nemici. Il ponte di Cesare obbligava a un lungo percorso (1), mentre quelli riuscivano a portarsi sulle rive dell'Ebro con un tragitto molto minore. 3. Tuttavia i nostri cavalieri attraversarono il fiume: e quando dopo la mezzanotte Petreio e Afranio tolsero il campo, i nostri di colpo apparvero sulla retroguardia e cominciarono a rallentarla e a metterla in difficolt.


64.
1. Allo spuntare dell'alba, dalle alture che confinavano con il campo di Cesare si scorgevano gli ultimi reparti nemici sottoposti con violenza all'assalto della nostra cavalleria. Ora la retroguardia si difendeva interrompendo la marcia, ora passava al contrattacco e respingeva i nostri con l'impiego di tutte le coorti, per poi essere a sua volta inseguita dai nostri ritornati all'assalto.
2. Ma nel campo qua e l si formavano assembramenti di soldati molto delusi, perch si permetteva di fuggire a un nemico ormai in pugno, si prolungava la guerra pi del necessario. Attorniavano centurioni e tribuni militari (1) scongiurandoli di far sapere a Cesare di non voler esser risparmiati n nella fatica n nel rischio, di essere pronti, di avere la forza e l'ardire d'attraversare quel fiume su cui era passata la cavalleria. 3. Per le loro grida cos piene di entusiasmo, Cesare ebbe un ripensamento e anche se esitava ad esporre l'esercito a una corrente ancora cos insidiosa, volle in ogni caso tentare e averne una prova.
4. Da tutte le centurie fece uscire i soldati meno robusti, che per energia e anche per ardire non davano affidamento per un simile tentativo, 5. e con una legione li fece fermare l, di guardia al campo. Uscirono quindi le altre legioni, alleggerite nell'armamento: una fitta fila di animali da soma fu disposta attraverso il fiume prima e dopo il passaggio guadabile (2); e cos l'esercito pass. 6. Pochi soldati travolti dai gorghi furono soccorsi e ripescati dalla cavalleria: nessuno mor affogato.
E quando l'esercito si trov al di l dal fiume senza perdite, Cesare lo riordin, cominciando a disporlo in assetto di guerra su tre linee. 7. L'alacrit dei soldati fu cos stupefacente, che, con l'aggiunta delle sei miglia per arrivare al fiume e col non poco tempo necessario all'impresa del guado, essi riuscirono a raggiungere verso le quattro pomeridiane i nemici (3) ch'erano partiti dopo la mezzanotte precedente.


65.
1. Quando Afranio e Petreio li avvistarono da lontano, colpiti da un fatto quasi inverosimile, si trassero su posizioni elevate e si schierarono a battaglia. 2. Cesare invece diede un poco di respiro all'esercito facendolo sostare in pianura, per non impegnarlo gi stanco nella lotta: non permise tuttavia che i nemici si sottraessero una seconda volta, ma li insegu e li fece desistere, 3. finch quelli furon costretti a mettere il campo prima di quanto avessero stabilito.
Essi infatti tendevano alle montagne gi vicine da cui cominciavano mulattiere erte e strette, a circa cinque miglia. 4. Una volta penetrati fra quelle alture, potevano eludere la cavalleria di Cesare; con guarnigioni ben disposte potevano impedire l'avanzata al nostro esercito ed essi far passare le forze al di l dell'Ebro non solo senza pericolo, ma senza sospetti. 5. Questo sarebbe dovuto essere il loro tentativo, da attuare a ogni prezzo: invece, sfiniti per le scaramucce di un'intera giornata e per la fatica della marcia, rimandarono la difficolt all'indomani (2). Perci Cesare pose anche lui il campo sopra una vicina altura.


66.
1. Verso la mezzanotte, nostri cavalieri catturarono soldati avversari che si erano allontanati troppo dal campo per attingere acqua. Da loro Cesare venne a sapere che i due comandanti stavano facendo uscire l'esercito dal campo, in perfetto silenzio. Alla notizia fece subito suonare le trombe e diffondere per il campo, secondo l'uso militare, il segnale d'allarme. 2. Tale baccano fu udito dagli altri, che rinunciarono a riprendere la marcia e richiusero le forze nel campo, per il timore di essere costretti a combattere di notte, sotto il peso dei bagagli, o di essere imprigionati dentro in strettoie dalla cavalleria di Cesare. 3. Solo al giorno dopo Petreio riusc a partire, di nascosto e con un gruppetto di cavalieri, per esplorare i dintorni; e Cesare fece lo stesso. A esaminare bene la natura di quelle parti fu inviato con pochi compagni, Lucio Decidio Saxa (1). 4. Le due escursioni riportarono naturalmente la stessa notizia: dopo cinque miglia cessavano i percorsi in pianura e cominciavano quelli disagevoli in montagna: per chi avesse per primo occupato quei valichi, sarebbe stato un gioco impedire al nemico di passare di l.


67.
1. Nel consiglio di guerra Afranio e Petreio si diedero a discutere: problema principale era la scelta del momento opportuno per partire. I pi propendevano a fare la marcia durante la notte, quand'era possibile giungere alle balze dei monti prima di essere avvistati; 2. altri, ricordando che la notte precedente si era levato l'allarme nel campo di Cesare, davano per verit scontata che non si poteva uscire di l senza essere visti. 3. Dicevano anche che di notte la cavalleria di Cesare girava numerosa in quei luoghi e presidiava ogni posizione e ogni passaggio; che si dovevano evitare gli scontri notturni, perch in una guerra civile, quando i soldati hanno basso il morale, essi rispondono pi al pnico che al senso del dovere. 4. Alla luce del giorno, invece, contava molto di per s il sentimento della decenza davanti agli occhi di tutti e molto contava la presenza dei tribuni militari e dei centurioni: circostanze tutte che di solito si impongono al soldato e lo vincolano al suo dovere (1). 5. Perci, costi quel che costi, si doveva uscire durante il giorno: le perdite eran gi messe in conto; tuttavia il grosso dell'esercito poteva giungere salvo a conquistare le posizioni prefissate. 6. Questa decisione ebbe la meglio nell'adunanza e fissarono di partire il giorno dopo appena chiaro.


68.
1. Al biancheggiare dell'alba (1), Cesare, fatta una ricognizione sul terreno, port fuori dal campo tutte le truppe e con un lungo giro guid il suo esercito senza alcuna direzione precisa. Quella che portava all'Ebro e a Octogesa era vietata, perch la presidiava il campo nemico che gli stava di fronte. 2. Dovette quindi superare valloni estesi e impervi, dove in molti tratti le rocce dirupate sbarravano il cammino e i soldati erano costretti a passarsi le armi di mano in mano se volevano procedere e compivano gran parte del percorso privi delle armi, spingendosi in su l'un l'altro. 3. Nessuno per rifiutava tali fatiche sfibranti, perch davano per certo che sarebbe stata la fine di tutti i loro sacrifici se fosse loro riuscito di tagliar fuori il nemico dall'Ebro e dall'approvvigionamento.


69.
1. E subito i soldati di Afranio, per godersi lo spettacolo, esultanti correvano fuori dal campo e lanciavano dietro ai nostri urla offensive, convinti che per mancanza di viveri fossimo costretti ad andarcene e a ripiegare verso Lerida. In realt, la nostra prima direzione era opposta a quella stabilita e lasciava credere che avrebbe mirato a tutt'altra parte (1). 2. I loro comandanti portavano alle stelle la propria decisione di non essersi mossi dal campo; molto poi rafforzava la loro certezza il vederci messi in marcia senza bestie da soma e senza bagagli, al punto di dare per scontato che non avremmo molto resistito a tanta fame. 3. Ma quando poi videro che la nostra colonna piegava a poco a poco verso destra (2) e ancor pi si accorsero che l'avanguardia superava l'altezza del loro campo, nessuno fu tanto pigro o schivo da fatiche da non pensare che bisognasse immediatamente uscir fuori e prendere una decisione. 4. Fu dato l'ordine di impugnare le armi: tolte poche coorti lasciate a difesa, usc tutto l'esercito e con marcia rettilinea punt sull'Ebro.


70.
1. L'intera sfida stava nel raggiungere per primi i contrafforti dei monti e quindi si risolveva nell'essere veloci. Da una parte, l'esercito di Cesare era ritardato dai percorsi accidentati, dall'altra quello di Afranio perdeva tempo perch inseguito dalla nostra cavalleria. 2. Ma per Afranio la situazione aveva questo di particolare: che se anche riusciva a raggiungere quelle prime alture verso cui correva, lui certo scampava da un pericolo, ma pi non recuperava le provviste di tutto il suo esercito e le coorti che aveva lasciato nel campo: una volta circondate dalle forze di Cesare, nessuno in nessun modo riusciva a liberarle.
3. Ma Cesare arriv primo: uscito da quegli andirivieni rocciosi, si trov di fronte a una pianura (1) e qui si schier a battaglia contro il nemico. Allora Afranio, che si vedeva l'avanguardia sopraffatta dalla cavalleria e proprio davanti a s il nemico, pens di fermarsi sulla prima altura che incontr. 4. Da qui sped quattro coorti leggere (2) verso un monte che per altezza era visibile da tutti, con l'ordine di occuparlo spingendosi lass di gran corsa (3). E questo era il piano: egli avrebbe puntato verso quel medesimo obiettivo con tutte le truppe, ma poi, mutata la direzione, attraverso passaggi montani, avrebbe raggiunto Octogesa.
5. Mentre le coorti miravano al monte con una necessaria deviazione di marcia, se ne accorse la cavalleria di Cesare e le assal: cos poco armate, non riuscirono a resistere neppure un istante, furono circondate e tutte sterminate sotto gli sguardi dei due eserciti.


71.
1. Era la conclusione di tutta questa campagna? In verit, Cesare non poteva ignorare che i suoi avversari, dopo aver ricevuto un cos grave colpo, di cui erano stati testimoni oculari, non avrebbero resistito per lo sgomento nel caso di una battaglia su posizioni uguali e non difese da natura, tanto pi se circondati dalla cavalleria.
Preghiere per una simile risoluzione gli venivano da tutti. 2. Gli si affollavano intorno legati (1), centurioni e tribuni militari. Perch esitava nel dare la battaglia decisiva? Non vedeva che altro non aspettava la volont di tutti i soldati? 3. Quelli di Afranio? La loro paura era manifesta per molte prove: non avevano soccorso i loro compagni; non si erano mossi dall'altura; traballavano sotto gli assalti della cavalleria; ritiratisi tutti in un sol posto, se ne stavano pigiati senza schieramento, senz'ordine. 4. Si temeva la nostra posizione sfavorevole? Bastava attendere: presto ci sarebbe stata l'occasione di combattere tutti in pianura. Afranio da l doveva venir gi, perch non poteva viverci senza acqua (2).


72.
1. Ma Cesare alimentava un'altra speranza: quella di chiudere la spedizione spagnola senza una battaglia e senza ferite dei suoi soldati, ma solo coll'isolare gli avversari da ogni approvvigionamento. 2. Data per certa la vittoria, perch doveva sacrificare qualcuno dei suoi? Perch permettere che soldati cos eccezionali fossero anche feriti? Perch forzare rischiosamente la mano alla Fortuna? 3. E soprattutto, non spettava a un generale vincere con l'intelligenza quanto con le armi? C'era in pi la dolorosa coscienza che si trattava di cittadini romani votati alla morte (1) e certamente egli preferiva concludere l'impresa senza che nessuno mancasse.
4. Ma la decisione di Cesare non piaceva ai pi e i soldati fra loro parlavano chiaro: poich si sprecavano occasioni di vittoria, essi non avrebbero combattuto anche quando fosse parso opportuno a lui. Ma Cesare non diede ascolto, e si allontan un poco da quella posizione, per alleggerire l'ansia al nemico; 5. e presa l'opportunit, Petreio e Afranio fecero entrare i soldati nel campo. Ma su tutti i monti all'intorno furono poste guarnigioni e quindi sbarrato ogni accesso all'Ebro, e nel punto pi vicino al campo avversario Cesare rafforz il suo campo (2).


73.
1. Perduta la speranza di approvvigionarsi e di raggiungere l'Ebro, l'indomani i due capi si diedero ad angosciose consultazioni sul poco che restava: 2. e cio una via verso Lerida, se volevano ritornare, e un'altra alla volta di Tarracona (1). Durante questo consulto giunse la nuova che la nostra cavalleria disperdeva i loro portatori d'acqua (2) 3. e questo li indusse a dislocare frequenti punti di guardia con cavalleria e coorti "alari" (3), mettendovi fra l'uno e l'altro delle coorti legionarie, e poi a condurre una trincea dal campo sino alle cisterne, cos che il rifornimento potesse svolgersi senza allarmi e senza particolari sorveglianze. 4. Presero su di s tale impresa Petreio e Afranio e per sovrintendere ai lavori si allontanarono alquanto dal campo.


74.
1. Partiti quei due, i loro soldati colsero finalmente l'occasione di dire quanto pensavano: tutti quanti uscirono dal campo e si misero a cercare e a chiamare gli amici e i conterranei che ognuno aveva nel campo nostro. 2. E ci fu per prima cosa un ringraziamento, da tutti e per tutti, perch li avevano risparmiati nel momento di terrore del giorno prima e perch solo per grazia loro erano ancora in vita. Si accertarono poi della lealt di Cesare, se cio avrebbero agito bene affidandosi a lui, rammaricandosi di non averlo fatto sin dal principio, invece di puntare le armi contro gente amica e dello stesso sangue. 3. Eccitati da simili confidenze, chiesero a Cesare una garanzia sulla vita di Petreio e Afranio, per non dare a vedere di aver tramato una nefandezza e di aver tradito la loro parte. Ricevute queste garanzie, dichiararono che sarebbero passati all'istante dalla parte di Cesare e come interlocutori di pace gli mandarono i centurioni di rango pi elevato (1).
4. E cos, come quando si fanno inviti fra amici, gli uni condussero gli altri nel proprio campo (2), ovvero furono condotti fuori dal proprio, al punto che, di due campi, ormai ne appariva uno solo, mentre un buon gruppo di tribuni militari e centurioni si recarono da Cesare e si rimisero a lui. 5. Seguirono l'esempio i capi spagnoli, che i pompeiani avevano richiamato e si tenevano presso come ostaggi: ognuno di essi andava in cerca di un proprio amico, di un proprio conoscente (3), per ottenere, per mezzo loro, una particolare presentazione a Cesare. 6. Anche il figlio molto giovane di Afranio (4), attraverso i buoni uffici del legato Publio Sulpicio Rufo, trattava con Cesare per l'incolumit sua e di suo padre.
7. C'era all'intorno una gran festa generale, una piena esultanza, sia di chi pensava di aver evitato i rischi maggiori, sia di chi pensava di aver finito un'impresa cos ardua senza combattere. Tutti erano concordi nel dire che Cesare raccoglieva il gran premio della moderazione (5) del giorno prima e tutti esaltavano la sua abile condotta.


75.
1. Quando lo venne a sapere Afranio, lasci a mezzo quell'impresa e fece ritorno al campo, con l'intenzione, da quel che traspariva, di affrontare con spirito calmo e obiettivo qualunque accidente gli si presentasse (1). 2. Petreio invece non si sment: diede armi agli schiavi suoi (2), li riun alla coorte pretoria armata alla leggera (3), e a pochi cavalieri barbari, suoi " beneficiarii" (4), che si era sempre portato dietro come guardia del corpo; vol di colpo al forte, tronc le chiacchiere dei soldati, cacci via i nostri dal suo campo, uccise quanti gli riusc di raggiungere. 3. Quelli dei nostri che si sottrassero, si riunirono alla meglio, pur smarriti per l'insidia inattesa; avvolsero il braccio sinistro nei mantelli (5) e impugnarono le spade, difendendosi cos da fanti e cavalieri (6), solo rincuorati dalla vicinanza del campo. Quando riuscirono a raggiungerlo, furono coperti da quelle coorti che stavano sugli ingressi a vigilanza.


76.
1. In mezzo a tanta confusione, Petreio, con le lagrime agli occhi, andava da una squadra all'altra, chiamava per nome i soldati, li scongiurava di non consegnare n lui n il suo capo Pompeo in mano ai nemici, con una totale disfatta.
2. Davanti alla tenda di comando (1) si radun all'improvviso una gran folla e qui Petreio pretese che tutti giurassero di non abbandonare e tradire l'esercito e i comandanti, n di prendere mai delle decisioni all'insaputa degli altri. 3. Su questa formula giur per primo Petreio e costrinse Afranio allo stesso giuramento (2): seguirono i tribuni militari e i centurioni; giurarono infine i soldati, chiamati centuria per centuria.
4. Se poi qualcuno aveva presso di s un soldato di Cesare, fu dato ordine di denunciarlo; e i denunciati furono uccisi di fronte al pretorio, davanti a tutti; tuttavia i pi furon tenuti nascosti da quelli che li avevano ospitati e durante la notte fuggirono al di l della trincea.
5. Cos, il rigore dimostrato dai capi, la crudelt delle pene, il vincolo di un nuovo giuramento, dissolsero la speranza di una resa quasi conclusa, mutarono i sentimenti dei soldati e riportarono la situazione al punto di prima, cio al proseguimento della guerra.


77.
1. Cesare, invece, fece ricercare accuratamente e rimand indietro tutti quei soldati nemici che erano entrati nel suo campo durante le trattative. 2. Ma alcuni fra i tribuni militari e i centurioni, di propria volont, scelsero di restare presso di lui, ed egli in sguito li ebbe nel dovuto riguardo: lasci i centurioni nel loro precedente grado (1) e consider i cavalieri romani in quello di tribuni (2).


78.
1. Nel rifornimento di foraggio e di acqua, i soldati di Afranio si trovavano ancora alle strette e non conseguivano lo scopo. Ai legionari restava poca quantit di grano, perch furono incaricati di trasportare da Lerida la parte bastante per otto giorni (1); la fanteria leggera e gli ausiliari non ne avevano pi, a corto di denaro per procurarselo (2) e fisicamente non idonei a trasportare grossi pesi. 2. Naturalmente molti fra questi trovavano scampo ogni giorno presso Cesare. Quanto mai precaria era dunque la loro situazione.
Ma dei due progetti avanzati in consiglio (3), pareva pi accettabile quello di ritornare a Lerida, dove avevano lasciato un poco di frumento e dove ritenevano che sarebbero stati pi in grado di prendere una decisione completa. 3. Troppo lontana era Tarracona e in un viaggio cos lungo sospettavano che la loro condizione fosse esposta a pi imprevisti.
Quando tutti furono d'accordo, partirono dal campo, 4. mentre Cesare mandava innanzi la cavalleria per danneggiare e ritardare la retroguardia, e lui stesso teneva dietro con le legioni. Non passava momento della giornata che gli ultimi di Afranio non si scontrassero con i nostri cavalieri.


79.
1. C'era tutta una differente tattica di combattimento. La retroguardia nemica era chiusa da coorti armate alla leggera, che nei tratti pianeggianti, con la aggiunta di altre coorti, si mettevano al contrattacco. 2. Quando la marcia era lungo la salita di un monte, la posizione stessa del terreno permetteva di sventare l'insidia, perch quanti eran saliti prima, proteggevano da un posto pi elevato i propri commilitoni che seguivano.
3. Quando invece c'erano avvallamenti e pendii, quelli scesi per primi non riuscivano a dare una mano a quelli dopo, impegnati a difendersi, e i cavalieri nostri, dall'alto, non avevano che da colpire gente in fuga: e qui soprattutto stava il pericolo.
4. Rimaneva quindi una sola soluzione: allorch si avvicinavano tratti in discesa, si ordinava l'alt alle legioni e quindi un violento assalto per allontanare la cavalleria; e mentre questa era distante, tutti, datisi improvvisamente a una gran corsa, si gettavano gi lungo i valloni, li superavano, per poi fermarsi di nuovo sopra le successive alture. 5. Essi non pensavano neppure alla lontana di essere appoggiati dai loro cavalieri, che pur erano in gran numero: dacch erano stati sgominati nelle battaglie precedenti, se ne stavano al centro della colonna in marcia e ne ricevevano per giunta protezione.
Cos spadroneggiava la cavalleria di Cesare, che neppure a un soldato nemico si concedeva d'allontanarsi dal percorso senza essere tolto di mezzo.


80.
1. Per questo modo di combattere, la marcia si snodava lenta e a singhiozzo, e frequenti erano gli arresti per venire in aiuto ai compagni. Il ricordo di un fatto particolare serve d'esempio. 2. Erano avanzati per quattro miglia, sempre pi bersagliati dalla cavalleria: alla fine riuscirono a occupare un'altura (1), dove, senza scaricare i bagagli dal dorso delle bestie, misero il campo, rafforzandolo dal solo lato verso il nemico. 3. Quando si accertarono che anche Cesare aveva posto il campo e aveva gi piantato le tende e lasciati andare i cavalieri in cerca di fieno, verso il mezzogiorno di quella giornata medesima, si buttarono all'improvviso lungo la discesa, sperando in un nostro ritardo per l'assenza dei cavalieri, e ripresero la marcia. 4. Cesare segu la manovra e fu pronto a inseguirli con le legioni che aveva sotto mano (2); fece sostare poche coorti a difesa dei carriaggi, con l'ordine di seguirlo verso le cinque pomeridiane e di richiamare quanti erano nei campi con la cavalleria. Ed ecco che subito la cavalleria ritorn al suo compito giornaliero durante la marcia: 5. si accese una aspra zuffa nella retroguardia, che fu quasi travolta in fuga, e si uccisero moltissimi soldati e alcuni centurioni.
Veloce, l'esercito di Cesare non dava respiro e quasi spuntava da ogni direzione.


81.
1. Davvero i nemici furono nell'impossibilit sia di cercarsi una posizione adatta al campo, sia di procedere nella marcia; perci si fermarono a caso e si attendarono lontani da sorgenti d'acqua e dove proprio la natura non li avvantaggiava (1).
2. Uguali motivi a quelli addotti pi sopra (2) sconsigliarono Cesare dal venire alle armi, e in quel giorno proib che si alzassero tende per essere pi pronto a inseguire il grosso dei nemici, qualora tentassero di sottrarsi all'improvviso mentr'era chiaro o durante la notte. 3. Quand'essi si accorsero della brutta posizione del campo, per l'intera notte spostarono le linee di difesa e per cos dire passarono da un campo all'altro. Niente di diverso fecero all'indomani, sin dall'alba, e cos per tutto il giorno.
4. Ma quanto pi spostavano le difese, e di conseguenza il campo, tanto pi si allontanavano dall'acqua: dal rimedio di un male ne nascevano altri.
5. La prima notte nessuno mise piede fuori dal campo per rifornirsi d'acqua; il giorno successivo, eccetto la difesa del campo, uscirono tutte le truppe solo per questo fine, ma nessuno si fece vedere a foraggiare. 6. Cesare preferiva che penassero fra tali privazioni e venissero a una resa inevitabile, anzich provocare uno scontro (3). Si limit per allora a chiuderli dentro con una barriera e un fossato, per indebolire il pi possibile le loro sortite improvvise, suggerite come inevitabili dalla disperazione. 7. Intanto, costretti dalla mancanza di fieno e consolandosi di essere meno impacciati nell'andarsene, essi uccisero tutte le bestie da soma (4).


82.
1. Due giorni passarono in tali manovre e in tali progetti; il terzo giorno, gli sbarramenti voluti da Cesare erano pressoch chiusi all'ingiro, quando essi, per impedire che si chiudessero del tutto, verso le quattro pomeridiane, diedero il segnale d'uscita alle legioni e si schierarono per combattere al di sotto del loro campo.
2. Cesare allora richiam le legioni dal lavoro, fece radunare tutta la cavalleria e lui pure si dispose al combattimento, presentendo certo il grave danno se tutti avessero creduto che unico suo intento era sfuggire alla prova delle armi contro la volont e la attesa generale. 3. A non volere la battaglia, lo inducevano gli stessi motivi che gi ben conosciamo (1), ma ora uno particolare in pi, perch la mancanza di spazio, anche data per certa la ritirata dei nemici, non concedeva il vantaggio di una piena vittoria.
4. I due campi non distavano pi di duemila piedi (2): di questi, due terzi erano occupati dai due schieramenti, e solo un terzo rimaneva per la rincorsa e lo scontro dei combattenti. 5. Ancora, nel caso di battaglia, la vicinanza dei campi dava un immediato rifugio ai vinti volti in fuga: per questo, sua intenzione era di rispondere a un attacco, ma non di muoverlo per primo.


83.
1. Lo schieramento di Afranio era su due linee di cinque legioni; la terza era di riserva, formata da coorti ausiliarie (1). 2. Quello di Cesare era su tre: nella prima dispose quattro coorti di ciascuna delle sue cinque legioni; nella seconda vi fece corrispondere tre coorti di ciascuna legione, come rincalzo alle prime; nella terza ripet lo stesso ordinamento (2). Arcieri e frombolieri se ne stavano scaglionati in mezzo, mentre le due ali erano chiuse dalla cavalleria.
3. Cos approntati, manifestarono entrambi di perseguire un proprio scopo: Cesare, di non attaccare se non costretto; Afranio, di interrompere gli sbarramenti di Cesare. Una decisione, quindi, si fece attendere: non una mossa da una parte o dall'altra sino al tramonto del sole; solo al calar della notte rientrarono tutti ai campi.
4. Perci il giorno dopo Cesare fece riprendere i lavori per concluderli: allora i nemici forzarono un passaggio sul fiume Segre, con l'intento di varcarlo.
5. Accortosene, Cesare mand oltre il fiume dei soldati Germani (3), armati alla leggera e parte della cavalleria, distribuendo molte vedette sulle rive.


84.
1. Insomma, non avevano pi scampo: da tre giorni gli animali erano senza foraggio (1); mancavano del tutto acqua, legna, grano. Chiesero perci un colloquio per la resa, ma, se fosse possibile, in un posto lontano dall'esercito. 2. A questa condizione Cesare lo rifiut; lo concesse soltanto se accettavano di trattare alla presenza di tutti (2): e solo allora fu accolto come ostaggio il figlio di Afranio (3). 3. Le parti si incontrarono nel posto scelto da Cesare e Afranio parl, mentre tutto l'esercito lo ascoltava.
Non era giusto - diceva - incrudelire contro i due comandanti e contro i soldati, per aver voluto mantenere fedelt verso il loro comandante supremo Gneo Pompeo. 4. Ormai avevano sino in fondo sostenuto la loro parte e sopportato troppi stenti: ogni privazione possibile l'avevano provata; ora poi, rinserrati come belve feroci, erano ridotti a non bere, a non muovere un passo, con tortura intollerabile del corpo e con altrettanto intollerabile umiliazione di dentro. 5. Si dichiaravano dunque vinti; se ancora si usava il perdono (4), essi pregavano e scongiuravano Cesare di non considerare inevitabili le pene estreme (5).
Afranio disse tutto questo nel modo pi umile e disarmato.


85.
1. Cos press'a poco la risposta di Cesare.
A loro meno che ad altri si concedeva come plausibile questa commedia di lamenti e di suppliche, 2. perch, all'infuori di loro due (1), gli altri tutti avevano tenuto fede al loro dovere: lui, Cesare, nel rifiutare uno scontro armato anche in occasioni buone, in luoghi e momenti vantaggiosi, per giungere alla pace senza piangere la perdita di nessuno (2); il proprio esercito, nel rispettare e proteggere i prigionieri, dimenticando le perfidie ricevute e i commilitoni uccisi (3); infine i soldati dell'esercito di Afranio, nell'aver cercato per conto loro di ristabilire la pace, preoccupandosi per che fosse salva la vita di ognuno (4). 3. Dal primo all'ultimo, la condotta di tutti costoro fu ispirata a un senso di umanit (5).
Solo quei due comandanti non intesero mai pronunciare una parola di pace. Infransero la legittimit delle trattative e delle tregue; nel modo pi spietato uccisero uomini ingenui, attratti dal desiderio di scambiarsi una parola (6). 4. A gente irremovibile e spietata di solito accade di aggrapparsi, di aspirare con ogni forza a quanto poco prima hanno calpestato: e quei due ne erano un esempio.
5. Non era sua intenzione accrescere la propria potenza militare sfruttando adesso la prostrazione dei vinti e l'indubbio vantaggio dell'occasione; ma quegli eserciti, che ormai da molti anni gli venivan mandati contro, dovevano essere congedati. 6. Solo a suo danno furono spedite sei legioni in Spagna, arruolata quivi una settima, allestite numerose e potenti flotte, mandati di nascosto capi militari di provata esperienza (7). 7. Nessun provvedimento ebbe come scopo la tranquillit interna delle due Spagne, l'interesse di una provincia, che ormai non abbisognava di queste misure perch consueta a vivere da tempo in pace (8).
8. Tutte queste manovre contro di lui risalivano a molto prima: contro di lui si crearono eccezionali e inauditi comandi, con l'effetto di spadroneggiare nei pubblici affari in Roma, standosene alle porte, e di tenere per tanti anni, pur standosene lontano, le due province pi valide alla guerra (9); 9. contro di lui si mutavano i requisiti per i magistrati, cos che a governare le province venivano inviati non pretori e consoli allo spirar della carica, com'era sempre avvenuto, ma gente favorita e scelta da pochi potenti (10); contro di lui non aveva senso il limite d'et, per cui quanti ebbero onore nelle guerre passate venivano chiamati di nuovo a comandare eserciti (11); 10. contro di lui soltanto non si concedeva quant'era stato concesso, sempre, a tutti i comandanti d'eserciti: conclusa vittoriosamente una campagna, di tornare in patria con qualche segno di pubblica stima (12) o almeno senza oltraggiosa ingratitudine, e di congedare subito dopo l'esercito.
11. Quante prove di tolleranza aveva date nel passato! ed era disposto a darne ancora: ma adesso, se non era sua intenzione tenersi un esercito dopo averlo strappato a loro - e bastava una sua parola per farlo -, non voleva neppure che essi lo tenessero per servirsene contro di lui. 12. Insomma, questo egli imponeva: via tutti i capi dalla provincia e congedo dei soldati; nessun danno per l'avvenire a chi avesse eseguito tali ordini. All'infuori di essi e dopo di essi, nessuna possibilit di un altro accordo.


86.
1. Dai volti e dai gesti dei soldati vinti trasparirono gratitudine ed esultanza: essi si aspettavano chiss mai quale giusto danno, e da un momento all'altro ricevettero il premio di un congedo. 2. Quando si discusse sul luogo e sul tempo di tale provvedimento, tutti quanti, dalle trincee dove si trovavano, cominciarono con grida e con gesti a far intendere di voler esser congedati all'istante e, nel caso di rinvio, di non sperarci pi tanto, nemmeno con tutte le promesse dell'universo.
3. Ma la discussione, in pro e contro, non fu di molte parole e si venne alla decisione che quanti avessero domicilio o propriet in Spagna, se ne andassero subito; tutti gli altri fossero liberi dopo essere giunti al fiume Varo (1). 4. Cesare non toller che alcuno avesse danno, n fosse indotto con violenza a vincolarsi a un giuramento (2).


87.
1. Cesare promise rifornimento di grano sino all'arrivo al fiume Varo, e dispose anche la restituzione ai legittimi possessori di quanto avessero perso in guerra e si trovasse presso i suoi soldati, ai quali risarc il danno della roba tolta, dopo averne fatto un'equa valutazione in denaro. 2. Tutte le controversie sorte in sguito fra i soldati, ebbero spontaneamente in Cesare il loro giusto arbitro. 3. Cos, quando le legioni, quasi in rivolta, chiesero la paga (1) a Petreio e Afranio, e questi dissero che non era ancora giunto il giorno di pagamento, fu deciso di sottoporre la questione a Cesare, e le due parti furono soddisfatte della decisione da lui presa.
4. Nel giro di due giorni (2), fu licenziato un terzo dell'esercito pompeiano; poi venne l'ordine che due legioni precedessero e tutte le altre seguissero, in modo da tenere nel mezzo il campo nemico senza un grande distacco, e di questa operazione fu capo il legato Quinto Fufio Caleno. 5. Sotto la sua guida si comp il tragitto, dalla Spagna al fiume Varo, e nel luogo fissato fu lasciato libero quanto ancora restava dell'esercito vinto.


NOTE.

Note al capitolo primo.
Nota 1. La narrazione della Guerra civile entra subito nel vivo dei fatti, con un esordio che ha fatto perci supporre a qualcuno una lacuna iniziale. Essa infatti si apre col resoconto della seduta senatoria del primo gennaio del 49 (la data si ricava dal capitolo 5,4), nella quale M. Antonio, tribuno della plebe nel 49, diede lettura di una lettera recapitata ai consoli da Curione che, scaduto il suo mandato tribunizio (10 dicembre 50), aveva raggiunto Cesare. Nella lettera (scritta pare il 26 dicembre), Cesare tornava a proporre, e questa volta in maniera ultimativa, la rinuncia bilaterale (da parte di lui stesso e di Pompeo) al comando proconsolare e, di conseguenza, all'esercito. Sul contenuto della lettera Cesare torner pi oltre, ai capitoli 5,5 e 9,3.
Nota 2. Lucio Cornelio Lentulo Crure, uno dei due consoli per l'anno 49; l'altro era Gaio Claudio Marcello. Entrambi di parte pompeiana. La presentazione, da parte dei nuovi consoli appena entrati in carica, di un ordine del giorno sulla situazione generale dello stato rientrava nella normalit costituzionale. Questa volta, naturalmente il discorso verte su Cesare.
Nota 3. Quinto Cecilio Metello Scipione, suocero di Pompeo, che ne aveva sposato in seconde nozze la figlia Cornelia.

Note al capitolo secondo.
Nota 1. Pompeo, rivestito di "imperium" (comando militare) in quanto proconsole della Spagna, non poteva oltrepassare la linea del "pomerium", che segnava i confini dello stato romano propriamente detto, all'interno del quale non era consentito portare le armi. Il suocero Scipione agiva perci da suo portavoce in Roma.
Nota 2. Marco Claudio Marcello, fratello del console del 49 e cugino del console del 50, console egli stesso nel 51.
Nota 3. Marco Calidio, un cesariano, come si vede anche dal tenore del suo discorso. - Pompeo deteneva il governo proconsolare delle province spagnole, ottenuto nel 55 e confermato (probabilmente per un quinquennio) nel 52, ma non vi si era mai recato, facendosi sostituire da tre suoi legati: Afranio per la Spagna Citeriore, Petreio e Varrone (il famoso erudito) per la Spagna Ulteriore (vedi pi oltre, capitolo 38,1). - Col pretesto di una minaccia partica in Siria, che del resto sembr ad un certo punto, effettivamente profilarsi (ne accenna Cicerone nelle lettere dalla Cilicia; e Bibulo, proconsole di Siria nel 51-50, dovette sostenere almeno uno scontro coi Parti, se gli furono decretate suppliche di venti giorni), il Senato aveva chiesto a Cesare nel 50 di restituire una legione che gli era stata prestata da Pompeo nel 53 e di cederne una delle sue. Cesare, pur non ignorando il carattere pretestuoso della motivazione, aveva obbedito. Le legioni non abbandonarono mai l'Italia.
Nota 4. Marco Celio Rufo, amico di Cicerone, che ne aveva assunto la difesa (con l'orazione "In difesa di Celio") in un processo per omicidio e veneficio, dopo un periodo in cui aveva cercato di porsi come mediatore tra le due parti si era schierato dalla parte di Cesare.
Nota 5. La mozione di Scipione, messa ai voti e approvata, costituisce un vero e proprio "senatus consultum" ("decreto del Senato"). Il giorno fissato, ma non esplicitamente indicato nell'ultimatum senatorio, era probabilmente il primo luglio, termine fissato per la presentazione della candidatura al consolato (vedi infatti al capitolo 9,2 l'allusione ai sei mesi di comando sottrattigli). Ci corrispondeva all'intenzione degli ottimati di negare a Cesare la possibilit di candidarsi "in absentia" (cio senza presentarsi personalmente) al consolato, costringendolo a venire a Roma e a ridursi alla condizione di privato cittadino almeno per un semestre (cio fino all'eventuale rivestimento del consolato per il 48).
Nota 6. Dei dieci membri di cui si componeva il collegio dei tribuni della plebe, M. Antonio e Q. Cassio Longino, fratello del futuro cesaricida, erano i due di parte cesariana. - Il veto (o "intercessio") di cui fruivano, fin dalle origini di questa magistratura, i tribuni della plebe consisteva nella possibilit di bloccare qualsiasi provvedimento preso da un magistrato o da un organo dello stato (Senato, comizi). Eccezionalmente, la legittimit del veto poteva essere messa in discussione.

Note al capitolo terzo.
Nota 1. Costituiva, accanto all'ordine equestre, uno dei due ordini privilegiati della societ romana. Si parla di ordini, e non di classi, in quanto la differenziazione non avviene prevalentemente a livello socio-economico (senatori e cavalieri facevano parte entrambi degli strati socialmente ed economicamente pi elevati), ma a livello del diritto pubblico.
Nota 2. Si fa qui riferimento a diversi gradi della carriera militare elencati in ordine discendente. I tribuni sono i "tribuni militem", che, in numero di sei per ogni legione (cinque angusticlavi e uno laticlavio) ne tenevano il comando. I centurioni erano a capo delle singole centurie, in numero di cinquantanove per ogni legione. Gli "evocati", combattenti arruolati in maniera straordinaria e non organizzati in milizia regolare, costituivano un gradino un po' superiore a quello dei semplici commilitoni, all'incirca corrispondente a quello dei graduati dell'esercito ("principales").
Nota 3. Si tratta della seduta del 2 gennaio.
Nota 4. Oltre a due dei tribuni (Marco Antonio e Quinto Cassio), sono questi gli unici magistrati del 49 di parte non pompeiana. L. Calpurnio Pisone Cesonino era il suocero di Cesare; L. Roscio Fabato si recher in effetti da Cesare, non tuttavia in missione ufficiale, bens inviato da Pompeo (vedi pi oltre, capitolo 8,4).

Note al capitolo quarto.
Nota 1. Marco Porcio Catone l'Uticense, che la letteratura di spiriti conservatori idealizzer come difensore dell'ideale repubblicano. A questo processo di idealizzazione, cominciato ben presto, tenter di opporsi Cesare stesso, polemizzando negli "Anticatones", contro l'esaltazione stoicheggiante del personaggio fatta da Cicerone in un elogio funebre andato perduto. Lo stesso Cicerone, del resto, gli aveva riconosciuto altra volta doti di "constantia" pi che di "ingenium". - Presentatosi candidato alle elezioni consolari per il 51, Catone era stato sconfitto da Marcello e Sulpicio, appoggiati da Pompeo, che Catone osteggiava quanto Cesare, perch nell'uno come nell'altro vedeva incarnata quella concezione personalistica del potere alla quale egli s'opponeva.
Nota 2. Ottenere il governo di una provincia significava, oltre che fruire dell'"imperium", anche la possibilit di arricchirsi taglieggiando i sudditi o, nel migliore dei casi, attraverso i bottini di guerra. Altra possibilit di arricchimento era costituita dalle somme che i capi di stato stranieri erano disposti a versare per ottenere dal Senato e dai consoli il titolo di "rex", spesso con l'aggiunta di "socius atque amicus populi Romani" (alleato e amico del popolo romano). - Il paragone tra Silla, che aveva instaurato un ordinamento statale di tipo tirannico, e Pompeo o i pompeiani  uno dei motivi conduttori, d'intonazione chiaramente polemica, dei primi capitoli della "Guerra civile" (vedi capitoli 5,1 e 7,3). Allo stesso Silla, invece, Cesare contrapponeva se stesso, scrivendo, in una lettera a Oppio e Balbo dei primi di marzo del 49 (CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,7C): Lucio Silla che non ho alcuna intenzione di imitare.
Nota 3. Vedi capitolo 1, nota 3. La speranza di Scipione sar ben presto esaudita: in una seduta senatoria immediatamente successiva al 7 gennaio gli sar assegnata la Siria (vedi capitolo 6,5), una provincia recentemente costituita (nel 64) proprio da Pompeo.
Nota 4. Pompeo aveva dapprima sposato Giulia, figlia di Cesare, morta nel 54.
Nota 5. Sono le due legioni di cui ha parlato Calidio (vedi sopra capitolo 2,3 e nota 3).

Note al capitolo quinto.
Nota 1. In realt, sotto Silla il potere dei tribuni della plebe era stato massimamente ridotto. - A partire da questo capitolo, assume un rilievo di primo piano il motivo dei tribuni della plebe: Cesare tende a presentare come uno degli scopi fondamentali della propria azione la difesa di questa magistratura, i cui diritti sono stati schiacciati dalla fazione degli ottimati che opprime la repubblica (l'altro scopo  la restaurazione della propria "dignitas" ferita). La polemica non potrebbe essere pi aspra: gli ottimati vanno persino al di l di Silla, che non aveva osato togliere ai tribuni il diritto di veto.
Nota 2. Cio probabilmente al momento delle elezioni per l'anno successivo. - I sette giorni vanno qui intesi non a partire dalla loro entrata in carica, che aveva luogo il 10 dicembre, ma a partire dal 10 gennaio, inizio dell'anno ufficiale e giorno in cui essi avevano posto il veto alla mozione di Scipione (vedi sopra capitolo 2,7).
Nota 3. Si tratta del "senatus consultum ultimum", un provvedimento di emergenza che, dichiarando una specie di stato di assedio, conferiva pieni poteri ai magistrati e ai promagistrati di rango consolare che si trovassero su suolo italico. La formula  quella consueta. Ricorrendo a questa procedura di estrema gravit, il Senato supera l'ostacolo del veto opposto dai tribuni cesariani che, sentendosi minacciati - o addirittura espulsi o invitati ad andarsene prima dal Senato e poi dalla citt (il particolare non  del tutto chiaro) - abbandonano Roma.
Nota 4. C'era la consuetudine di non riunire il Senato nei giorni in cui si tenevano i comizi (3 e 4 gennaio). Dunque, il Senato non ha pi tenuto conto, all'inizio del 49, della decisione presa col senato-consulto del primo ottobre 51 di riunirsi in deroga a questa norma, a partire dal primo marzo 50, anche nei giorni dei comizi, proprio allo scopo di accelerare la discussione sulle province consolari, dunque sulla successione di Cesare (vedi CICERONE, "Lettere ai familiari", 8,8).
Nota 5. Verso la fine del 50, Cesare, visto il deterioramento della situazione, s'era spostato a Ravenna, l'ultima citt della Gallia cisalpina prima del confine con l'Italia. - Se con l'espressione le sue richieste molto concilianti Cesare si riferisce, come sembra, alla lettera recapitata ai consoli il primo gennaio (vedi sopra, capitolo 1), allora la sua valutazione contrasta singolarmente con quella di Cicerone, che vedendo la cosa dalla parte dei "boni", definisce, in una lettera dei 12 gennaio 49, il messaggio di Cesare al Senato aspro e minaccioso ("Lettere ai familiari", 16,11). In concreto, Cesare accenner alle richieste contenute in quella lettera solo al capitolo 9,3.

Note al capitolo sesto.
Nota 1. In questo capitolo (paragrafi 1-6) Cesare riferisce di alcune sedute senatorie a partire dall'8 gennaio. Le sedute si tengono fuori Roma per permettere a Pompeo di parteciparvi. Vedi sopra, capitolo 2, nota 1.
Nota 2. Fausto Cornelio Silla, figlio del dittatore. - La Mauretania era un regno dell'Africa nord-occidentale (attuali Marocco e Algeria occidentale), che la missione di Fausto Silla avrebbe dovuto stornare dall'amicizia con Cesare.
Nota 3. La formula completa era alleato e amico del popolo romano. Giuba Primo, re di Numidia (uno stato dell'Africa settentrionale, a Est della Mauretania), che antichi favori legavano a Pompeo (vedi pi oltre, "Commentario secondo", capitolo 25,4) e una pi recente inimicizia opponeva a Cesare, si schierer ben presto dalla parte dei pompeiani anche se, al momento, il tentativo di accattivarsene l'appoggio proclamandolo alleato non va in porto, grazie all'opposizione di Marcello, che  probabilmente il console in carica Gaio Claudio Marcello.
Nota 4. Si tratta di Lucio Marcio Filippo, il figlio dell'omonimo console del 56, che troveremo citato or ora. E' interessante notare come Filippo faccia regolarmente uso del diritto di veto. Ci significa che quanto Cesare afferma sull'oppressione dei diritti dei tribuni della plebe non si riferisce alla magistratura in generale, ma ai singoli tribuni di parte cesariana Antonio e Cassio e all'"intercessio" da loro esercitata nei confronti del senatoconsulto del primo gennaio.
Nota 5. Una legge proposta da Pompeo nell'anno del suo famoso consolato "senza collega" (52) (la "lex Pompeia de provinciis ordinandis", legge di Pompeo sulla assegnazione delle province) stabiliva un intervallo minimo di cinque anni tra l'esercizio della magistratura (pretura o consolato) e quello della promagistratura (governatorato di provincia). La designazione dei proconsoli e dei propretori, a cui era affidato il governo delle province a seconda del loro rango, avveniva perci esclusivamente tra privati cittadini.
Nota 6. Le due province pi importanti toccano a due personaggi pompeiani di primo piano: il suocero di Pompeo e Lucio Domizio Enobarbo, che avr un ruolo importante nella condotta della guerra. - Filippo  Lucio Marcio Filippo, padre del tribuno della plebe del 49; Cotta  Lucio Aurelio Cotta. Entrambi, bench in possesso dei requisiti previsti dalla "lex Pompeia de provinciis ordinandis", non sono ammessi all'assegnazione delle province: l'uno perch legato da parentela a Cesare, l'altro perch di non sicura fede pompeiana. - Con la nomina dei nuovi governatori provinciali, il Senato ha finalmente risolto, ma ormai in un clima di aperta illegalit (sottolineato anche da quanto  detto subito dopo circa il mancato rispetto della "lex curiata", che imponeva di "ad populum ferre", "sottoporre al popolo", la designazione dei promagistrati), la questione delle province consolari e in particolare della successione di Cesare.
Nota 7. Si tratta del "paludamentum", simbolo del comando. Le nomine dei governatori di provincia dovevano essere ratificate dai comizi.
Nota 8. Qui il testo dei manoscritti  corrotto, giacch  assolutamente normale che i consoli potessero uscire di citt. O c' una lacuna o il passo  interpolato. In effetti, i consoli fuggirono da Roma pi tardi, il 18 gennaio, appena avuta notizia del passaggio del Rubicone. Plutarco ("Vita di Cesare", 34,1) dice che nella fretta fuggirono senza prima fare i sacrifici prescritti dalla legge.
Nota 9. I littori sono gli accompagnatori, costituenti la "apparitio" (il "seguito") dei magistrati "cum imperio" (cio provvisti del potere di comando militare) e di alti sacerdoti sia in Roma che fuori di Roma. Sul Campidoglio si ergeva il massimo tempio di Roma, dedicato alla triade detta appunto Capitolina, cio a Giove, Giunone e Minerva. - Con gli insistenti richiami al passato (come si era sempre fatto per l'innanzi; mai prima accaduto; contro ogni tradizione), Cesare vuole dipingere la situazione d'incostituzionalit (ossia, in termini di pensiero politico romano, d'infrazione al "mos maiorum", "il costume degli antenati") venutasi a creare a Roma.
Nota 10. Da Roma, il quadro s'allarga all'Italia. La decisione del Senato di indire delle leve, esposta all'inizio del capitolo (paragrafo 3),  ormai tradotta in atto. Sappiamo da altre fonti che l'Italia fu divisa in distretti militari.
Nota 11. Cesare accusa gli avversari non solo di illegalit, ma di sacrilegio. Vedremo che l'accusa di aver preso (o tentato di prendere) denaro dai templi e dall'"aerarium sanctius" ("l'erario pi santo")  un motivo ricorrente nella "Guerra civile": tanto pi significativo, in quanto un sospetto di quel genere gravava sullo stesso Cesare (vedi pi oltre, capitolo 33, nota 2).

Note al capitolo settimo.
Nota 1. Le novit dovrebbero essere quelle esposte fino al capitolo 6 compreso, ma  impossibile, per ragioni cronologiche, che egli abbia appreso, prima di varcare il Rubicone, ci che accadeva a Roma dall'8 gennaio in poi. Bisogner perci intendere l'espressione come riferita agli avvenimenti narrati nel capitolo 5 (soprattutto, il senatoconsulto del 7 gennaio). Ma, anche in questo caso, come poteva Cesare essere al corrente di questi fatti, se l'incontro coi tribuni avviene solo a Rimini (vedi capitolo 8,1)? L'incongruenza deriva dal fatto che Cesare ha anticipato, nella sua narrazione, il discorso ai soldati, spostandolo da Rimini, dove dovette essere pronunciato, a Ravenna, per dare l'impressione d'essersi deciso ad aprire le ostilit solo dopo aver avuto notizia delle gravi decisioni prese a Roma ed essersi accertato della volont dei soldati (vedi l'inizio del capitolo 8). Appiano ("Le guerre civili", 2,33), pi cesariano di Cesare, risolve la contraddizione, ponendo anche l'incontro coi tribuni a Ravenna.
Nota 2. Cesare sottolinea il carattere di novit (e perci d'incostituzionalit) che ha nella storia costituzionale romana, l'abolizione del diritto d'"intercessio" per mezzo delle armi. I poteri dei tribuni, fortemente mutilati dalla costituzione sillana, erano stati restaurati da Pompeo nel 70, durante il suo primo consolato. La restaurazione era avvenuta pacificamente, perci il secondo con le armi di questo passo  sospetto: o  stato interpolato (un codice lo omette), oppure si doveva leggere senza le armi (sarebbe cio caduto "sine", "senza", davanti ad "armis").
Nota 3. Ripete, sintetizzandola, la formula ufficiale del senatoconsulto ultimo.
Nota 4. Contrapponendo la situazione attuale alle passate situazioni di emergenza, Cesare non mette in discussione la legalit del ricorso al senatoconsulto ultimo in s e per s, ma nega che ci fossero le condizioni minime necessarie per un provvedimento di quel genere. Cesare fa riferimento ad alcune forme tipiche di lotta sociale (occupazione di templi e di alture), alludendo in particolare alle drammatiche vicende dello scorcio del secolo Secondo: l'uccisione di Tiberio Gracco nel 133, l'occupazione dell'Aventino da parte di Gaio Gracco nel 122 e la sua uccisione; ancora, l'occupazione del Campidoglio da parte del tribuno Lucio Apuleio Saturnino nel 100 e la sua uccisione. - E' significativo che qui Cesare citi, tra le forme di violenza che hanno giustificato in passato l'emanazione di un senatoconsulto ultimo, la violenza dei tribuni (vedi gi l'accenno ai tribuni rivoluzionari nel capitolo 5,2) e ritenga una giusta espiazione la rovina dei Gracchi e di Saturnino: pur atteggiandosi a difensore dei tribuni della plebe, egli non continua dunque la tradizione popolare che esaltava i "tribuni-martiri", come la troviamo nelle "Rhetorica ad Herennium", 4,31; egli non  pi il capo dei "populares" dell'inizio della carriera, ma  attestato su posizioni assai pi moderate e tende a presentarsi, in questi capitoli della "Guerra civile" ideologicamente importantissimi, non come il sostenitore di una fazione, ma come il difensore della legalit repubblicana. Cesare sembra dunque limitare l'applicabilit del senatoconsulto ultimo all'ambito dei disordini sociali sovvertitori dell'ordine costituito; in realt, l'uso del senatoconsulto ultimo per obbligare un promagistrato recalcitrante, allo spirare del suo mandato, a deporre il comando era pienamente costituzionale. Nella fattispecie, non lo sarebbe solo nel caso in cui il comando di Cesare non fosse ancora scaduto. Ma questa  una questione, sulla quale regna il disaccordo.
Nota 5. Cesare era proconsole delle Gallie (e dell'Illirico) ininterrottamente dal 58.
Nota 6. Verso la fine del 50, anno in cui era stata trasferita nella Cisalpina, a "Tergeste" (Trieste), al posto della Quindicesima, ceduta a Pompeo.

Note al capitolo ottavo.
Nota 1. Sull'incontro coi tribuni vedi sopra, capitolo 7, nota 1. - Passare da Ravenna a Rimini significava passare dalla Gallia Cisalpina al territorio dello stato romano, varcando il Rubicone - un fiumiciattolo d'identificazione non del tutto sicura, ma comunemente ritenuto il Pisciatello (sono stati proposti anche l'Uso e il Fiumicino) - che segnava appunto il confine: si trattava dunque dell'inizio della guerra. Cesare, che non cita neppure il Rubicone, non ha posto in evidenza il significato giuridico di questo episodio, chiarito dalle altre fonti; ma bisogna anche tener presente che egli scriveva - a differenza per esempio di Appiano e di Plutarco - per un pubblico romano, che certamente non ignorava cosa significasse la marcia su Rimini (esso  tuttavia chiarito anche da SVETONIO, "Vita di Cesare", 31,3). Nei "Commentari" non c' neppure traccia della celebre frase il dado  tratto, riferita dalle fonti greche all'imperativo (PLUTARCO, "Vita di Cesare", 32,8; "Vita di Pompeo", 60,4; "Opere morali", 206c; APPIANO, "Le guerre civili", 2,35; ZONARA, 10,7) e da Svetonio nella versione all'indicativo, poi divenuta vulgata ("Vita di Cesare", 32,3: "iacta alea est". Corruzione di "esto"?); e che secondo Plutarco ("Vita di Pompeo", 60,4) sarebbe stata pronunciata in greco, il che si spiegherebbe col fatto che si tratta della seconda parte di un verso di Menandro, conservato per intero in ATENEO, "I sofisti a banchetto", 13,559e. Questa frase, taciuta, oltre che da Cesare, da Dione Cassio (l'unica delle fonti parallele che non abbia drammatizzato l'episodio) e da Velleio Patercolo, e che mirava a ricondurre la decisione di Cesare a una sorta d'ispirazione divina (confronta anche il prodigio e il sogno di cui parlano rispettivamente SVETONIO, "Vita di Cesare", 32,1-2 e PLUTARCO, "Vita di Cesare", 32,9) di cui Cesare stesso non fa cenno, risale probabilmente (confronta infatti PLUTARCO, "Vita di Cesare", 32,7) alla tradizione di Asinio Pollione (vedi "Introduzione").
Nota 2. Come sappiamo da Irzio, autore dell'ottavo libro della "Guerra gallica", Cesare aveva altre otto legioni al di l delle Alpi: quattro avevano posto gli accampamenti invernali nel territorio dei Belgi, sotto Trebonio; quattro nel territorio degli Edui, sotto Fabio. Di queste, le prime a ricongiungersi a Cesare saranno la Dodicesima e l'Ottava che troveremo in azione (rispettivamente, nel Piceno e a Corfinio) un mese circa dopo l'occupazione di Rimini. Per questo motivo,  probabile che in realt Cesare le avesse richiamate gi in precedenza: giacch  impensabile che esse abbiano attraversato le Alpi e percorso un migliaio di chilometri, in pieno inverno, nel giro di una ventina di giorni (da otto a dieci giorni saranno stati necessari per portare, da Rimini ai quartieri d'inverno, l'ordine di richiamo).
Nota 3. Lucio Giulio Cesare sar stato scelto da Pompeo per tenere i rapporti con Cesare in quanto, pompeiano, era figlio di un cesariano e per di pi imparentato con Cesare. Da questo passo le missioni di Lucio Cesare sembrerebbero a prima vista essere due: una ufficiale da parte del Senato (si trattava evidentemente di notificare a Cesare il senatoconsulto del 7 gennaio) e una privata da parte di Pompeo. Siccome per Cicerone ("Lettere ad Attico", 7,13A, 23 o 24 gennaio 49) dimostra di non saperne nulla,  probabile che Lucio abbia agito in missione segreta, esclusivamente per conto di Pompeo.
Nota 4. Anche Fabato agisce come inviato di Pompeo e non del Senato; dal testo non  del tutto chiaro se abbia accompagnato Lucio Cesare (come sembra pi probabile) o se si tratti di una missione successiva.

Note al capitolo nono.
Nota 1. Cesare si lamenta di due cose: a) che il Senato abbia deciso di non tenere pi conto della "ratio absentis", cio del privilegio che gli era stato accordato da un plebiscito del 52, proposto dall'intero collegio dei tribuni della plebe (vedi pi oltre, capitolo 32,3), di potersi candidare alle elezioni consolari senza presentarsi a Roma, b) che in questo modo, obbligandolo a rientrare a Roma come privato cittadino per candidarsi alle elezioni consolari per il 48 (che si sarebbero tenute nell'estate del 49), e inoltre col senatoconsulto ultimo del 7 gennaio, gli vengano sottratti sei mesi di comando. Ma perch parla di sei mesi? Fino al primo luglio 49? O forse vuol dire che, per essere eletti consoli nel 49, lo si sarebbe voluto costringere a rientrare a Roma alla met del 50, e dunque l'"imperium" scadeva alla fine di quell'anno? Forse il fatto che dica "doluisse" (al perfetto)  un indizio in questo senso. - Il comando proconsolare delle Gallie era stato concordato a Cesare per un quinquennio dalla legge Vatinia del 59, e poi prorogato, in seguito agli accordi di Lucca del 56, dalla "lex Pompeia Licinia" (legge di Pompeo e di Licinio Crasso) del 55, probabilmente per un altro quinquennio. Non si sa tuttavia con esattezza quando il suo mandato dovesse spirare (primo marzo 50; fine 50; primo marzo 49); certo, Cesare lascia intendere che non era ancora scaduto. - I comizi, a cui si fa qui allusione, sono i comizi centuriati, responsabili dell'elezione delle magistrature maggiori.
Nota 2. E' la famosa lettera recapitata ai consoli il primo gennaio. Vedi sopra, capitolo 1, nota 1 e capitolo 5, nota 5.
Nota 3. Riprende il tema dei preparativi militari dei pompeiani, gi trattato al capitolo 6. - Sulle due legioni sottratte con il pretesto di una minaccia partica confronta sopra, capitolo 2, nota 3.
Nota 4. Ecco le nuove proposte di Cesare. Rispetto alle precedenti, c' la rinuncia alla "ratio absentis" (questo  il senso dell'accenno ai liberi comizi, come chiarisce il confronto con CICERONE, "Lettere ai familiari", 16,12,3), controbilanciata dalla richiesta (gi formulata da due senatori nella seduta del primo gennaio: vedi sopra, capitolo 2,3-4) che Pompeo si rechi in Spagna a governare effettivamente le province di cui  proconsole.

Note al capitolo decimo.
Nota 1. Secondo Cicerone ("Lettere ad Attico", 7,14,1), L. Cesare incontr Pompeo e i consoli a Teano il 25 gennaio (su Roscio, Cicerone sorvola). La discussione delle proposte di Cesare e la formulazione delle controproposte ebbe luogo, probabilmente, a Capua.
Nota 2. Queste controproposte ci sono note anche dalla lettera citata di Cicerone, nella quale si fa riferimento non solo a Rimini, ma a tutti i centri ormai occupati da Cesare, di cui si parler nei capitoli successivi.

Note al capitolo undicesimo.
Nota 1. Cesare non ritiene dunque spirato il proprio mandato. Bisogna tuttavia tener presente che il passo  corrotto; e i manoscritti parlano propriamente di consolato, non di proconsolato. - Le controproposte dei pompeiani chiedevano che fosse Cesare a fare le prime concessioni: di fronte a ci egli si mostra diffidente.
Nota 2. Come si ricorder, i tribuni di parte cesariana Antonio e Cassio e l'ex tribuno Curione s'erano rifugiati presso Cesare: li troveremo impegnati in diverse operazioni della guerra civile. M. Antonio, gi da tempo legato a Cesare,  il futuro triumviro.
Nota 3. Con l'occupazione di queste citt ha inizio una vera e propria occupazione dell'Italia, che Cicerone, in una lettera scritta tra il 19 e il 21 gennaio ("Lettere ad Attico", 7,11,1), paragona alla calata di Annibale. Si noti, che dall'ordine in cui sono esposti i fatti nei capitoli 9-11, sembrerebbe che Cesare abbia atteso di conoscere le controproposte dei pompeiani prima di procedere all'occupazione delle citt italiche, mentre in realt essa ebbe inizio subito dopo la presa di Rimini. - Ogni legione si suddivideva in dieci coorti, ciascuna delle quali raggruppava sei centurie.

Note al capitolo dodicesimo.
Nota 1. Quinto Minucio Termo, reduce dal governatorato, col titolo di propretore, della provincia d'Asia.
Nota 2. A partire da questo capitolo, uno dei motivi su cui Cesare insiste  il favore degli Italici.
Nota 3. Le citt italiche si dividevano sostanzialmente in municipi - comunit che, conquistate da Roma, avevano mantenuto la loro autonomia amministrativa - e in colonie, centri fondati (o rifondati) da Roma nei territori conquistati. Dall'88 fruivano tutti, in ogni caso, della cittadinanza romana. Gubbio era un municipio.
Nota 4. Su Gaio Scribonio Curione vedi capitolo 1, nota 1 e l'"Indice dei nomi di persona".
Nota 5. Qui si riferisce, in senso lato, agli abitanti dei centri italici fossero essi municipi o colonie.
Nota 6. Secondo Cicerone ("Lettere ad Attico", 7,13B,7), P. Azio Varo si trovava invece a Cingoli.

Note al capitolo tredicesimo.
Nota 1. Scelti per lo pi tra gli ex magistrati locali, o comunque tra i personaggi pi influenti, i decurioni costituivano, in ogni colonia o municipio, una specie di Senato locale.
Nota 2. Dei cinquantanove centurioni di ogni legione, il primiplo era il pi alto di grado. Egli era il "pilus prior" della Prima coorte, comandava cio la centuria "prior" del manipolo dei "pili" della Prima coorte, che naturalmente era la pi importante delle dieci che componevano la legione. Ricordiamo che ogni coorte comprendeva tre manipoli (in ordine di rango decrescente: quello dei "pili" o "triarii"; quello dei "principes" e quello degli "hastati"), ciascuno dei quali suddiviso in due centurie: la "prior" e la "posterior".
Nota 3. Ecco il primo esempio di quella "nova ratio vincendi" ("una nuova maniera di vincere"), basata non pi sulla crudelt ma sulla "misericordia" (o "clementia", come la chiamer Cicerone), alla quale Cesare, in una lettera dell'inizio di marzo del 49 ai suoi agenti Balbo e Oppio (CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,7C,1), dir di volersi ispirare. Vedi pi oltre, capitolo 23, nota 4.

Note al capitolo quattordicesimo.
Nota 1. Poich i consoli fuggirono da Roma il 18 gennaio (e dunque Pompeo il 17: vedi pi oltre, in questo stesso capitolo), lo spavento che si diffuse nella citt e li indusse alla fuga non fu provocato, come sembrerebbe dal racconto di Cesare, dalla notizia della caduta di Osimo e di altri centri, ma da quella del passaggio del Rubicone e della presa di Rimini.
Nota 2. L'erario era, in et repubblicana, l'unica cassa dello stato ed aveva sede nel tempio di Saturno (perci, dopo l'istituzione dell'erario militare nel 6 dopo Cristo, sar anche detto, per distinguerlo da quello, "aerarium Saturni"); una parte di esso, alimentata dal gettito della "vicesima libertatis" (la tassa del 5% sulle manomissioni di schiavi), costituiva l'"aerarium sanctius" o "interius" ("erario pi santo" o "pi riposto"), i cui fondi erano destinati a situazioni di emergenza. Il Senato aveva autorizzato Pompeo ad attingere all'erario (vedi sopra, capitolo 6,3). Si noti l'ambiguit dell'espressione, dalla quale non si riesce a capire n se Lentulo abbia richiuso l'"erario pi santo" (il che renderebbe pi grave l'azione di Cesare stesso, quando, all'inizio di aprile, sar lui stesso ad impossessarsi del denaro dell'erario), n se si sia impossessato del denaro ivi custodito. Da Cicerone ("Lettere ad Attico", 7,15,3; 21,2), sappiamo che, in realt, il denaro pubblico era rimasto a Roma. Vedi pi oltre, nota al capitolo 33,3.
Nota 3. Parte della Puglia odierna. Su queste legioni vedi sopra, capitoli 2 e 9.
Nota 4. La "lex Iulia de agris dividendis" (legge di Giulio Cesare sulla distribuzione di terre), proposta da Cesare durante il suo consolato del 59 per dare una sistemazione ai veterani delle campagne orientali di Pompeo, aveva sanzionato la distribuzione di agro pubblico (il terreno demaniale tolto ai nemici vinti), ivi compreso quello fino allora intoccabile della Campania, a 20000 cittadini (ma secondo Cicerone - "Lettere ad Attico", 2,16 - si sarebbe trattato soltanto di 5000)
Nota 5. Sarebbe stato inconcepibile far servire i gladiatori, cio degli schiavi, nell'esercito romano; per di pi, qui si trattava di schiavi appartenenti a Cesare. - Dopo la conquista romana (211), Capua (l'attuale Santa Maria di Capua Vetere) fu sede di famose scuole gladiatorie: di li prese le mosse la rivolta servile di Spartaco. A Roma, era usanza dei cittadini pi facoltosi allestire a proprie spese pubblici giochi o spettacoli.

Note al capitolo quindicesimo.
Nota 1. Le prefetture erano comunit cittadine dell'"ager Romanus" (anticamente connesse, per lo pi, con la condizione giuridica della "civitas sine suffragio", "cittadinanza senza diritto di voto"), nelle quali la giurisdizione era esercitata, anzich dai duoviri o dai quattuorviri "iure dicundo", propri rispettivamente delle colonie e dei municipi, dai "praefecti iure dicundo", alle dipendenze del pretore urbano.
Nota 2. Non si dovr intendere che a Labieno risaliva la fondazione stessa di quel centro, ma piuttosto che egli aveva contribuito al suo rinnovamento edilizio e alla sua fortificazione. Tito Azio Labieno, figlio di un cavaliere del Piceno, dalla parte di Cesare fin dal 63, all'inizio della guerra civile pass clamorosamente dalla parte di Pompeo. La sua defezione, di cui abbiamo notizia gi da una lettera di Cicerone scritta tra il 19 e il 21 gennaio, quando Cingoli era ancora nelle mani dei pompeiani ("Lettere ad Attico", 7,11,1), costitu, in quei primi mesi del 49, uno dei motivi pi sbandierati della propaganda filopompeiana.
Nota 3. Vedi sopra, capitolo 8, nota 2.
Nota 4. Ascoli, che conosciamo pi tardi come colonia, era allora probabilmente un "municipium". La facile caduta di Ascoli, come degli altri centri del Piceno, terra originaria di Pompeo, che vi aveva probabilmente delle clientele, nelle mani di Cesare si spiega anche tenendo presente che, come  stato giustamente osservato, agli occhi dei suoi clienti Pompeo era il patrono che fuggiva.
Nota 5. Per Lentulo Spinther, Vibullio Rufo e Lucilio Irro si rimanda all'"Indice dei nomi di persona". La fuga di Lentulo da Ascoli sar poi descritta anche da Lucano nella "Guerra civile" o "Farsaglia" (2,468-71).
Nota 6. Lucio Domizio Enobarbo, gi citato al capitolo 6, intorno al quale abbiamo notizie soprattutto dalla biografia svetoniana di Nerone, di cui era il trisnonno. Il "cognomen", portato da tutti gli appartenenti a quel ramo della "gens Domitia", significa "dalla barba rossa".
Nota 7. Si tratta di Alba Fucente.
Nota 8. Popolazioni appenniniche dell'Italia centrale. I Marsi occupavano la regione del Fucino, confinante a Est col territorio dei Peligni (alta valle dell'"Aternus").

Note al capitolo sedicesimo.
Nota 1. La presa di Fermo, altra citt del Piceno, ricordata solo qui, dovette avvenire prima di quella di Ascoli. L'itinerario di Cesare si ricava da una lettera di Pompeo a Domizio raccolta nell'epistolario ciceroniano ("Lettere ad Attico", 8,12B,1), che ricorda anche una tappa intermedia a "Castrum Truentinum".
Nota 2. Citt situata nel territorio dei Peligni, famosa per essere stata col nome di "Italica", la capitale federale degli Italici ribellatisi a Roma ("guerra sociale" del 90).
Nota 3. Si tratta, qui, di truppe di esploratori.

Note al capitolo diciassettesimo.
Nota 1. Nell'epistolario ciceroniano ci sono conservate tre lettere di Pompeo a Domizio (CICERONE, "Lettere ad Attico", 8,12B, C e D), e una ai consoli (12A), scritte intorno alla met di febbraio del 49, nelle quali si insiste perch sia invece Domizio ad abbandonare Corfinio per congiungere le sue forze con quelle di Pompeo. Domizio, che in un primo momento (prima del 9 febbraio) era parso disposto ad accedere alla richiesta di Pompeo, successivamente s'intestardisce a voler difendere Corfinio, e giunge persino a ribaltare la richiesta del Magno. Di qui il drammatico scambio di lettere tra i due, complicato dal fatto che si trattava di due personaggi di pari grado (entrambi proconsoli).
Nota 2. La stessa affermazione, con le stesse parole,  riportata in una lettera di Cicerone ad Attico (7,23,1).
Nota 3. Dette "tormenta", perch servivano per il lancio di massi e di altri proiettili.
Nota 4. Il iugero (letteralmente, la quantit di terreno arabile in un giorno da un "iugum" o coppia di buoi) era una misura agraria di superficie, di 240 x 120 piedi (1 piede = metri 0,296), corrispondente, con buona approssimazione, a 1/4 di ettaro. Domizio era un grandissimo proprietario terriero, come risulta, oltre che da altre fonti, anche dai capitoli 34,2 e 56,3 di questo primo commentario della "Guerra civile".

Note al capitolo diciottesimo.
Nota 1. Due pompeiani. Il primo  Quinto Lucrezio Vespillone, che troveremo anche nel Commentario terzo (capitolo 7,1), del secondo, il "cognomen Paelignus" indica chiaramente la provenienza locale.
Nota 2. Delle otto legioni richiamate dai quartieri invernali, l'Ottava  la seconda ad entrare in scena, preceduta solo dalla Dodicesima. Vedi sopra, capitolo 15,3 e capitolo 8, nota 2. - Il Norico era un regno situato a Nord delle Alpi Carniche, tra l'Inn e l'alto Danubio. Conquistato pacificamente da Augusto tra il 16 e il 14 avanti Cristo, dopo una prima fase d'incerta situazione giuridica, fu organizzato, probabilmente sotto Claudio, in provincia procuratoria. Del re, amico di Cesare, ignoriamo il nome.

Note al capitolo diciannovesimo.
Nota 1. Come s' visto (capitolo 17, nota 1) e come  detto pi oltre nel corso del capitolo, Pompeo non solo si rifiutava di venire in aiuto, ma addirittura scongiurava Domizio di rinunciare alla difesa di Corfinio e di venire a congiungere le proprie forze con le sue.
Nota 2. E' l'ultima delle lettere di Pompeo a Domizio conservate nella corrispondenza di Cicerone ("Lettere ad Attico", 8,12D).

Note al capitolo ventesimo.
Nota 1. Secondo una tradizione meno sfavorevole, che ci  conservata in Seneca ("Sui beneficii", 3,24), Svetonio ("Vita di Nerone", 2) e Plutarco ("Vita di Cesare", 45), Domizio avrebbe tentato di uccidersi col veleno: ma avrebbe poi liberato, per riconoscenza, il medico - evidentemente, uno schiavo -, che gli aveva dato da bere una pozione innocua.
Nota 2. Come s' visto al capitolo 15, Domizio aveva fatto delle leve tra le popolazioni locali.

Note al capitolo ventunesimo.
Nota 1. Sono i prefetti di coorte e i prefetti d'ala (unit di cavalleria).
Nota 2. Senza dubbio Lentulo Spinther, che partecipava alla difesa di Corfinio ed  citato subito dopo, all'inizio del capitolo 22.

Note al capitolo ventiduesimo.
Nota 1. Sulla carriera di questo personaggio vedi l'"Indice dei nomi di persona". Cesare avr potuto favorirne l'ingresso nel collegio dei pontefici (nell'anno 60 circa) in quanto, dal 63, ne era presidente nella sua qualit di pontefice massimo.
Nota 2. Ecco sintetizzata la giustificazione propagandistico-ideologica della guerra civile. Ai motivi consueti della difesa del tribunato della plebe e della propria "dignitas" personale, Cesare aggiunge qui quello, di pi ampio respiro, della lotta contro l'oligarchia degli ottimati che opprime la repubblica. Si noti la contrapposizione tra libert del popolo romano e tirannia di pochi faziosi: anche se il tema della libert era un luogo comune della lotta politica interna con abbastanza chiare connotazioni filopopolari, Cesare non si presenta qui come il capo d'una fazione (quella dei "populares", "i popolari") in lotta contro un'altra, ma come il restauratore delle libert repubblicane. Il concetto di "popolo romano" comprende infatti la totalit dei cittadini ed  un'espressione equivalente a quella di "res publica" ("repubblica"). - Gli "affronti degli avversari" abbracciano tutto l'arco dell'attivit politica di Cesare (vedi infatti capitolo 7,1), ma qui saranno, pi in particolare, il rifiuto della "ratio absentis" e il senatoconsulto ultimo del 7 gennaio (vedi sopra, capitolo 9). - E' questa, dopo il discorso ai soldati del capitolo 7 e l'ambasceria a Pompeo del capitolo 9, la terza volta che Cesare espone i motivi della sua azione. Torner a farlo in altre due occasioni: nel discorso in Senato dell'inizio di aprile (capitolo 32,2 e seguenti) e nella risposta ad Afranio al momento della resa delle truppe pompeiane di Spagna (capitolo 85, specialmente 5 e seguenti).

Note al capitolo ventitreesimo.
Nota 1. Cio tutti i personaggi di rango elevato. I figli dei senatori erano cavalieri di diritto. La questura era la pi bassa delle magistrature regolari della carriera senatoria e dava diritto all'immissione in Senato. I questori, che erano eletti dai comizi tributi e il cui numero era salito a 20, avevano competenze di carattere finanziario.
Nota 2. I duoviri, spesso con la dizione "iure dicundo", "per l'amministrazione della giustizia", erano i detentori del potere giurisdizionale nelle colonie; seguivano gerarchicamente altri due magistrati "aedilicia potestate", rivestiti dell'autorit edilizia", con funzioni "grosso modo" equivalenti a quelle degli edili in Roma. Nei municipi, le stesse coppie di magistrati prendevano nome di quattuorviri. Poich Corfinio era un municipio, ci aspetteremmo un ordinamento quattuorvirale, tanto pi che esso  attestato dalle iscrizioni.
Nota 3. Il sesterzio era la moneta di conto. Divisionario d'argento, equivaleva a 1/4 di denario. Il denario, in et repubblicana, fu pari dapprima a 1/74, poi a 1/82 di libbra (sulla quale vedi pi oltre, Commentario secondo, capitolo 18, nota 4). Poich da varie notizie sulle retribuzioni e sui costi di alcuni generi si ricava che un denario era sufficiente per le spese essenziali di una giornata, ne consegue che il tesoro di Domizio era una somma enorme. Cesare la dice attinta all'erario, ma sappiamo che Pompeo e i consoli erano fuggiti da Roma senza portar via il denaro pubblico dell'"aerarium sanctius" (vedi sopra, capitolo 14, nota 2). Date le enormi ricchezze di Domizio (vedremo pi avanti che egli forma un esercito coi suoi pastori e agricoltori), si pu pensare che fosse denaro suo: confronta infatti CICERONE, "Lettere ad Attico", 8,14,3.
Nota 4. Il comportamento di Cesare a Corfinio fu definito da Cicerone ("Lettere ad Attico", 9,16,1, scritta a Formia il 26 marzo del 49) come "clementia Corfiniensis" (la clemenza dimostrata a Corfinio). Lo stesso Cesare, del resto, in una lettera a Balbo e Oppio dell'inizio di marzo (conservata in CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,7C), aveva enunciato programmaticamente, con riferimento all'impresa di Corfinio, la nuova politica della "misericordia e liberalit", come mezzi atti a prolungare la vittoria; e poco dopo, in una lettera a Cicerone (riportata nelle "Lettere ad Attico", 9,16,2-3), aveva scritto che nulla era pi lontano da lui della crudelt, aggiungendo: non mi preoccupa il fatto che coloro, che io ho lasciato liberi, si apprestino - a quanto si dice - a portare nuovamente la guerra contro di me; infatti, la cosa che pi mi sta a cuore  che io sia coerente con me stesso, ed essi con s. Di fatto, lo stesso Domizio avr, grazie a Cesare, la possibilit di ritornare a combattere tra le file pompeiane, divenendo tra l'altro l'artefice della difesa di Marsiglia nello stesso anno 49: vedi pi oltre, Commentario primo, capitoli 34,2-5; 36,1-3; 56 e seguenti. - Il motivo della "clementia Caesaris" ("clemenza di Cesare"), che sar largamente reclamizzata, per esempio attraverso le monete, soprattutto pi tardi, dopo gli esiti finali della guerra civile, comincia dunque ad affermarsi agli inizi stessi della medesima.
Nota 5. Popolazioni dell'Italia centro-orientale stanziate tra il Sannio e l'Apulia, all'incirca nel territorio dell'attuale Molise, qui citate in successione da Nord-Ovest verso Sud-Est. I Larinati (o abitanti di "Larinum") erano parte dei Frentani.

Note al capitolo ventiquattresimo.
Nota 1. In realt, sappiamo da Cicerone che Pompeo si spost da Lucera a Canosa il 18 febbraio e lasci Canosa per Brindisi il 21, il giorno stesso della resa di Corfinio ("Lettere ad Attico", 8,14,1). Pompeo, che aveva pressantemente sconsigliato Domizio dalla difesa di Corfinio, non aspett dunque di conoscere l'esito dell'assedio per decidersi a partire.
Nota 2. Ci che Lentulo non aveva osato fare (vedi sopra, capitolo 14,4-5), viene ora fatto da Pompeo.
Nota 3. Nella lettera, pi volte citata, a Oppio e Balbo, Cesare si vanta di aver lasciato libero Magio, aderendo a quel principio della "misericordia", che  insieme sua predisposizione personale e suo programma politico (CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,7C,2). - In quest'ultimo scorcio prima dell'abbandono dell'Italia da parte di Pompeo Cesare sembra ancora nutrire, a differenza dell'avversario, qualche speranza di accordo.

Note al capitolo venticinquesimo.
Nota 1. Il 9 marzo, come comunic egli stesso ai suoi agenti Oppio e Balbo (vedi CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,13A,1). La marcia da Corfinio era dunque durata diciassette giorni.
Nota 2. L'Ottava, la Dodicesima e la Tredicesima.
Nota 3. Era particolarmente importante impadronirsi di questa provincia romana, il cui governo era stato assegnato, dopo una serie di rifiuti, a Catone, per gli approvvigionamenti di grano che essa poteva garantire. Vedremo pi oltre che Cesare vi invier Curione come propretore: capitolo 30,2 e 4 e capitolo 31,1.
Nota 4. Citt portuale di fondazione greca, situata sulle coste della provincia romana dell'Illirico (attuale Albania), in una posizione strategica che ne far una piazzaforte importante per i pompeiani.
Nota 5. Al blocco del porto di Brindisi Cesare accenna anche in una lettera del 14 marzo a Quinto Pedio, citata da Cicerone ("Lettere ad Attico", 9,14,1). Con esso, Cesare costringeva Pompeo ad affrettare la partenza o ad accettare l'accerchiamento.
Nota 6. I "plutei", costruiti in legno o in vimini, erano ripari di forma semicircolare o ad angolo retto, mobili su tre ruote.

Note al capitolo ventiseiesimo.
Nota 1. In una lettera ad Oppio e Balbo, Cesare accenna invece al ritorno di Magio, con proposte giudicate inaccettabili (CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,13A,1). E' probabile che Cesare lo abbia nuovamente inviato da Pompeo e che questa volta egli non abbia pi fatto ritorno. Questa interpretazione sembra confermata dall'accenno, immediatamente successivo, ai sempre nuovi tentativi di transazione che si pu riferire alla seconda missione di Magio.
Nota 2. Pompeo maschera il rifiuto di trattare con una motivazione di diritto pubblico, atteggiandosi cos a difensore della legalit costituzionale: spettava infatti ai consoli di decidere sopra la pace o la guerra.

Note al capitolo ventisettesimo.
Nota 1. Siamo dunque giunti al 17 marzo (vedi sopra, capitolo 25, nota 1). Pompeo lasci Brindisi quello stesso giorno (CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,15A), non il 15, come in un primo tempo s'era sparsa la voce (CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,14,3).
Nota 2. Questi soldati, collocati in posizioni eminenti, dovevano coprire la fuga al grosso dell'esercito, dando l'impressione che la citt fosse ancora occupata e segnalando, al tempo stesso, eventuali pericoli.

Note al capitolo ventottesimo.
Nota 1. Ancora una volta, Cesare insiste sul consenso delle popolazioni.

Note al capitolo ventinovesimo.
Nota 1. La Gallia  la Cisalpina, i cui porti s'affacciano sull'Adriatico settentrionale; lo stretto  quello di Messina. Si ricorder che navi di Cesare avevano trasportato in Sicilia le truppe di Domizio (vedi sopra, capitolo 25,1).
Nota 2. Delle due province spagnole di cui Pompeo era proconsole, gli era particolarmente legata la Spagna Citeriore, perch egli vi aveva debellato la rivolta di Sertorio (72).

Note al capitolo trentesimo.
Nota 1. Qui bisogna intendere, genericamente, i supremi magistrati "iure dicundo" delle citt italiche, quale che fosse il loro ordinamento.
Nota 2. Si tratta di Quinto Valerio Orca. - La Sardegna era stata, con la Sicilia, tra i primi territori conquistati ad essere organizzati in provincia, come la Sicilia, era ricca di grano
Nota 3. I governatori di provincia erano stati sorteggiati, tra gli aventi diritto, in una seduta del Senato immediatamente successiva al 7 gennaio: vedi sopra, capitolo 6,5.
Nota 4. Regione corrispondente all'odierna Calabria.
Nota 5. Catone abbandon la Sicilia il 24 aprile, secondo quanto Curione stesso scrisse a Cicerone (CICERONE, "Lettere ad Attico", 10,16,3). Da sempre nemico di Cesare, il futuro Uticense  da lui messo in ridicolo, come del resto gran parte dei pompeiani (si pensi per esempio a Lentulo Spinther: vedi sopra, capitoli 15-16 e 21-22, specialmente capitolo 22).

Note al capitolo trentunesimo.
Nota 1. Provincia romana, costituita nel 146, in seguito alla distruzione di Cartagine, nella fascia mediterranea occidentale del continente, l'Africa abbracciava un territorio all'incirca corrispondente a quello dell'odierna Tunisia. - Lucio Elio Tuberone fu storico ed amico di Cicerone.
Nota 2. Vedi sopra; capitoli 12,3 e 13,1-4.
Nota 3. Citt di fondazione fenicia, situata sulla costa africana a Nord-Ovest di Cartagine, era la capitale della provincia d'Africa. Attuale Bou-Chatir.

Note al capitolo trentaduesimo.
Nota 1. Qui il termine municipio va inteso, naturalmente, in senso lato.
Nota 2. Sappiamo da Dione Cassio (41,15,2), che furono proprio Antonio e Cassio, i tribuni espulsi dal Senato tre mesi prima, a convocare, il primo aprile, ci che ne restava (la maggior parte dei senatori aveva seguito Pompeo). - La seduta avvenne "ad urbem", cio "nei pressi della citt", non dentro di essa, perch Cesare era rivestito di "imperium". Vedi sopra, capitolo 2, nota 1.
Nota 3. Era richiesto un intervallo di dieci anni tra il primo e il secondo consolato. Cesare era stato console nel 59. Vedi anche pi oltre, Commentario terzo, capitolo 1,1 e nota 3.
Nota 4. Un plebiscito proposto dall'intero collegio dei tribuni della plebe nell'anno 52, quando Pompeo era "console senza collega", aveva accordato a Cesare il privilegio della "ratio absentis" (vedi sopra, capitolo 9, nota 1); pochi mesi dopo, tuttavia, una legge rogata dallo stesso Pompeo (la "lex Pompeia de iure magistratuum", legge di Pompeo sulla normativa giuridica delle magistrature), riconfermando la necessit della candidatura "in praesentia", ne annullava praticamente gli effetti, anche se Pompeo era stato allora indotto dagli amici di Cesare ad aggiungere una clausola, che faceva un'eccezione per i privilegi gi concessi. Oltretutto,  possibile che la clausola, bench votata, non abbia potuto essere aggiunta al testo ufficiale della legge, gi depositato nell'erario.
Nota 5. Vedi sopra, capitoli 2,3 e 9,4, con note relative.
Nota 6. Vedi sopra, capitoli 5,1-2; 7,2-3; 22,5. - Cesare usa qui il verbo tecnico "circumscribere", che indica la contestazione, da parte del Senato, del diritto di "intercessio" dei tribuni nella fattispecie. Che si potesse arrivare a una soluzione di questo genere era stato previsto da Cicerone ("Lettere ad Attico", 8,9, 26 o 27 dicembre del 50).
Nota 7. Si ricordino le missioni di L. Cesare e Roscio Fabato (capitoli 9 e 10), di Numerio Magio (capitoli 24,4-5 e 26,2, vedi capitolo 26, nota 1) e di Caninio Rebilo e Scribonio Libone (capitolo 26,3-5).

Note al capitolo trentatreesimo.
Nota 1. Nella "Vita di Cesare" (capitolo 75), Svetonio contrappone l'intransigenza di Pompeo e dei pompeiani, che trattano alla stregua di avversari i neutrali, alla moderazione di Cesare che li considera invece alleati (confronta "Vita di Nerone", 2 a proposito del pompeiano Lucio Domizio Enobarbo, in sostanziale accordo con CESARE, "La guerra civile", 3,83,34).
Nota 2. Cesare sorvola, con un silenzio tendenzioso, sui motivi dell'opposizione di Metello. Sappiamo dalle altre fonti (PLUTARCO, "Vita di Cesare", 35,34; APPIANO, "Le guerre civili", 2,41; DIONE CASSIO, 41,17,2) che egli aveva cercato di opporsi all'apertura dell'erario da parte di Cesare (vedi sopra, capitolo 14, nota 2). Dopo aver pensato, in un primo momento, di farlo uccidere (vedi CICERONE, "Lettere ad Attico", 10,4,8), Cesare si limiter a bandirlo, l'anno successivo, dall'Italia (ivi, 11,7,2). In ogni caso l'accoglienza piuttosto fredda ricevuta a Roma fu un vero scacco per Cesare, che aveva fin qui puntato sul motivo del consenso.
Nota 3. Si tratta della Gallia Transalpina, contrapposta alla Citeriore o Cisalpina. - La partenza da Roma ebbe luogo tra il 6 e l'8 aprile.

Note al capitolo trentaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 15,4.
Nota 2. L'isola del Giglio fa parte dell'arcipelago toscano ed  situata di fronte alla costa di Grosseto. Cosa era citt di fondazione etrusca sull'Argentario. Questa notizia sulla flotta equipaggiata da Domizio contribuisce a darci un'idea delle ricchezze del personaggio: vedi sopra, capitolo 17,4 e nota relativa. - Citt greca, fondata nel 600 come colonia di Focea, Marsiglia aveva mantenuto, sotto il governo romano, la sua autonomia amministrativa e il suo assetto costituzionale (si veda, al capitolo seguente, paragrafo 1, l'accenno ai Quindici).
Nota 3. Dovrebbero essere quelli ricordati (con un accenno, a dire il vero, piuttosto oscuro) al capitolo 35,4.
Nota 4. Popolazione indigena tributaria di Marsiglia, abitante sulle colline a Nord-Est della citt.
Nota 5. Insediamenti a carattere militare e commerciale del territorio di Marsiglia.

Note al capitolo trentacinquesimo.
Nota 1. Si trattava di una specie di giunta ristretta, i cui membri erano scelti tra i seicento appartenenti al consiglio di aristocratici, che detenevano il potere a vita.
Nota 2. Cio di Pompeo. Cesare sembra qui dimenticare che dalla parte di Pompeo stavano i consoli, gran parte dei magistrati e del Senato. Ma egli mostra di ritenere che, una volta abbandonate Roma e l'Italia, essi non possano pi legalmente rappresentare la "res publica". A questo proposito  interessante notare che Cicerone, sottoponendo a critica la decisione di Pompeo di abbandonare Roma, gli mette in bocca questa frase, che ben rappresenta la "dottrina costituzionale" dei pompeiani: "non est in parietibus res publica", lo stato non consiste nei muri di casa (CICERONE, "Lettere ad Attico", 7,11,3. Confronta APPIANO, "Guerre civili", 2,37).
Nota 3. Le citt erano solite scegliersi, tra gli uomini politici pi influenti, a Roma, legati ad esse da vincoli di cittadinanza o di benemerenza, uno o pi patroni, che ne tutelassero gli interessi nell'Urbe.
Nota 4. Il passo, oltre che testualmente corrotto (i manoscritti hanno infatti "victas Gallias" anzich "victos Sallyas"),  anche oscuro, perch i fatti, a cui si fa qui riferimento, non sono altrimenti noti e non sappiamo neppure quale vada attribuito a Cesare e quale a Pompeo. Nel primo caso si tratta della donazione a Marsiglia, da parte di Cesare (o di Pompeo?) e per conto dello stato romano, dei territori di due popolazioni galliche (i Volci Arecomici erano stanziati nella Linguadoca meridionale; gli Elvi abitavano nelle Cevenne), nel secondo si fa riferimento al regime giuridico dell'"adtributio", che ci  noto per alcune popolazioni montane dell'Italia settentrionale in base al quale popolazioni indigene conquistate da Roma venivano "attribuite" a un vicino centro cittadino, dal quale dipendevano amministrativamente e fiscalmente. - I Salli erano una popolazione celto-ligure stanziata in un territorio delimitato a Nord dalla Durance, a Ovest dal Rodano e Est dalle Alpi.

Note al capitolo trentaseiesimo.
Nota 1. In disaccordo con la loro dichiarazione di neutralit (capitolo 35,5), i Marsigliesi si mettono nelle mani di un pompeiano.
Nota 2. Sono le "vineae" ("vigne"), cosiddette perch suggerivano l'immagine di un pergolato. Costruite in legno ricoperto di cuoio e mobili su rulli o ruote, proteggevano i soldati durante i lavori d'assedio (scavo di fossati, costruzione di terrapieni, eccetera). Le torri, anch'esse montate su rulli o ruote, erano costruzioni in legno a pi piani (generalmente tre). Ricoperte, come le "vigne", di cuoio o di sacchi bagnati per difenderle dal fuoco nemico, permettevano ai soldati, disposti sui diversi piani, di compiere azioni offensive sotto le mura.
Nota 3. Situata sul Rodano a circa 30 chilometri dalla foce, Arles fu porto fluviale fino al secolo scorso.
Nota 4. Le scarne parole della narrazione celano le difficolt inaspettatamente incontrate da Cesare, che part da Marsiglia il 5 giugno dopo avervi sostato un mese e mezzo. E' questo, dopo la fredda accoglienza di Roma, il secondo scacco.

Note al capitolo trentasettesimo.
Nota 1. Secondo Aulo Irzio ("La guerra gallica", 8,54), le legioni di Fabio avrebbero dovuto trascorrere l'inverno 50-49 nel territorio degli Edui, ma Cesare, evidentemente, in vista delle ostilit contro Pompeo, le aveva fatte spostare a Sud-Est, verso la Spagna, roccaforte pompeiana. - Citt della Provenza, situata presso il mare non lontano dai Pirenei, Narbona sar, a partire da Augusto, la capitale della Gallia Narbonense (dal 118 avanti Cristo era il capoluogo della provincia della Gallia Transalpina).
Nota 2. Afranio era legato di Pompeo in Spagna fin dal 55. Vedi sopra, capitolo 2, nota 3; e qui sotto, capitolo 38,1

Note al capitolo trentottesimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 34,1.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 2, nota 3.
Nota 3. La Spagna era allora divisa in due province: la Citeriore, che comprendeva la parte nord-orientale della penisola (la pi vicina a Roma), e l'Ulteriore, corrispondente alla parte sud-occidentale. Il governo di quest'ultima era stato suddiviso da Pompeo - prefigurando in qualche modo la ripartizione augustea nelle due province della Betica e della Lusitania - tra Varrone, che ne teneva la parte meridionale, e Petreio, cui era affidata la parte settentrionale. - Castulone era una citt situata nella Sierra Morena; i Vettoni erano una popolazione celtica stanziata tra l'Estrema Dura a Nord, il Tago a Sud e la Lusitania a Ovest; quest'ultima, infine, si estendeva sulla parte occidentale della penisola Iberica, corrispondendo "grosso modo" all'odierno Portogallo.
Nota 4. La Celtiberia era una regione della Spagna Citeriore, corrispondente in parte all'odierna Vecchia Castiglia, abitata da popolazioni montanare di razza mista gallo-iberica; i Cntabri s'affacciavano sull'attuale golfo di Biscaglia.
Nota 5. In latino "Ilerda", citt della Spagna Citeriore, situata in altura, sulla riva destra del Segre, nell'attuale Catalogna. La sua posizione strategica indusse i legati di Pompeo a fissarvi la linea difensiva contro l'avanzata di Cesare.

Note al capitolo trentanovesimo.
Nota 1. Le forze ausiliarie erano organizzate in unit di fanteria (coorti) e in unit di cavalleria ("alae"), i cui effettivi saranno poi fissati in 500 o in 1000 uomini. Il testo fa riferimento a due tipi di scudo: quello grande ("scutum"), quadrangolare, incurvato in modo da formare un semicilindro, in legno rivestito di cuoio e bordato di metallo, alto circa 120-150 centimetri, era lo scudo usato in battaglia dai soldati romani (in marcia usavano uno scudo rotondo, il "clipeus"); quello piccolo, detto "caetra", era uno scudo di cuoio, rotondo, del diametro di circa 60 centimetri, simile a quello dei peltasti greci.
Nota 2. Gran parte delle cifre relative alle forze di Cesare si presentano corrotte nel testo dei manoscritti. Le restituzioni sono, naturalmente, in certa misura ipotetiche. Il passo termina con una lacuna, probabilmente breve. - Gli Aquitani erano stati sottomessi da un legato di Cesare nel 56.
Nota 3. Una delle tante voci false che in quel periodo si andavano diffondendo.
Nota 4. Le largizioni erano uno dei mezzi preferiti da Cesare non soltanto nel rapporto coi soldati, ma anche in politica, dove gli fu spesso rimproverato dagli avversari (ma fu anche oggetto di ammirazione: vedi il famoso raffronto sallustiano tra Cesare e Catone in "La congiura di Catilina", 1,54).

Note al capitolo quarantesimo.
Nota 1. Scendendo dai Pirenei, il Segre ("Sicoris") confluisce nell'Ebro, una quarantina di chilometri a Sud di Lerida, situata, come s' detto (vedi sopra capitolo 38, nota 5), in prossimit della sua riva destra. I pompeiani, accampati immediatamente a Sud di Lerida, controllavano, oltre alla citt, anche il ponte di pietra che, situato proprio di fronte ad essa, permetteva di attraversare il fiume (vedi pi oltre, in questo stesso capitolo, paragrafo 4). Non potendo utilizzare questo ponte, Fabio, che aveva posto il suo campo un po' a Nord della citt, pure a Ovest del fiume, ne fece costruire due a monte di essa, uno in vicinanza del suo attendamento, circa 1 miglio a Nord del ponte di pietra ("pons propior"), l'altro 4 miglia a monte del primo ("pons ulterior").
Nota 2. E, pi in generale, per garantire le comunicazioni con la Gallia.
Nota 3. Lucio Munazio Planco, destinatario, tra l'altro, di una famosa ode oraziana (ORAZIO, "Odi", 1,7)
Nota 4. Ogni lezione aveva, oltre all'"aquila", le proprie insegne ("signa"). probabilmente una per ogni coorte, di cui si prendevano cura i "signiferi".
Nota 5. Compare qui, per la prima volta nella "Guerra civile", il motivo della "Fortuna" (una delle tante astrazioni divinizzate), che ha un posto notevole nell'interpretazione cesariana della storia, come in generale nella storiografia greca e romana di spiriti nazionalisti.

Note al capitolo quarantunesimo.
Nota 1. Il 22 giugno.
Nota 2. E' lo schieramento tradizionale, prediletto da Cesare.
Nota 3. Il colle di Gardeny, su cui avevano il loro accampamento i pompeiani.

Note al capitolo quarantaduesimo.
Nota 1. Si tratta del materiale di fortificazione, cio soprattutto massi, pietrisco, eccetera per terrapieni, e legname per alzare palizzate.
Nota 2. Cio di 15 piedi (vedi sopra, capitolo 41,4).
Nota 3. Cio nel campo di Fabio, situato pi a Nord (vedi sopra, capitolo 40,1). Siamo al 25 giugno; la battaglia ha inizio il giorno successivo.

Note al capitolo quarantatreesimo.
Nota 1. Cio circa 450 metri. In realt la distanza  superiore.
Nota 2. E' la collinetta chiamata Puig Bordel.
Nota 3. Cesare intendeva dunque introdurre un cuneo tra i pompeiani accampati sul colle e quelli che occupavano Lerida. La manovra fallisce.
Nota 4. Sono propriamente i soldati - non  chiaro se di particolari centurie o coorti di ogni legione - schierati davanti alle insegne, col compito di difenderle. In pratica si tratta di truppe di prima fila armate alla leggera, idonee all'esecuzione di rapidi spostamenti e azioni-lampo.

Note al capitolo quarantaquattresimo.
Nota 1. Simili annotazioni etnografico-militari non sono infrequenti in Cesare soprattutto, naturalmente, nella "Guerra gallica".
Nota 2. Cio dal lato destro, non protetto dallo scudo che s'impugna con la sinistra.
Nota 3. Probabilmente la Quattordicesima, schierata all'ala sinistra.

Note al capitolo quarantacinquesimo.
Nota 1. Circa 1500 uomini (ogni coorte ne comprendeva al massimo 600, pi spesso circa 500), disposti su tre linee in file serrate, potevano rappresentare un fronte di poco pi di 300 metri.

Note al capitolo quarantaseiesimo.
Nota 1. Era cio il centurione di una delle due centurie degli "hastati" della prima coorte di quella legione. Sull'ordinamento della legione vedi sopra, capitolo 13, nota 2.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 13, nota 2.
Nota 3. Le cifre indicano abbastanza chiaramente ch'ebbero la peggio i cesariani.

Note al capitolo quarantottesimo.
Nota 1. In realt, Cesare non ne ha mai parlato. Poich quanto detto circa la localizzazione del campo s'addice tanto all'attendamento di Cesare, che a quello di Fabio,  possibile che la spiegazione cadesse nella lacuna al capitolo 39,2.
Nota 2. Il Cinca (latino "Cinga") scende dai Pirenei e si getta da destra nel Segre circa 30 chilometri a Sud-Ovest di Lerida.
Nota 3. Siamo alla fine di giugno del 49, corrispondente alla fine di maggio del calendario riformato.
Nota 4. Chiamato "caetra": vedi sopra, capitolo 39,1 (e nota 1), dove per sono i soldati della Spagna Ulteriore a portare lo scudo piccolo. In 
questo caso, truppe della Spagna Citeriore l'avranno adottato perch impegnate in azioni di guerriglia che richiedevano agilit di movimenti

Note al capitolo quarantanovesimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 40,4 e nota 1.

Note al capitolo cinquantesimo.
Nota 1. Cio sulla sponda sinistra.

Note al capitolo cinquantunesimo.
Nota 1. Regione dell'Aquitania, corrispondente all'attuale distretto di Rouergue.
Nota 2. Senatori e cavalieri costituivano i due ordini privilegiati della societ romana (vedi sopra, capitolo 3, nota 1), differenziantisi soprattutto sul piano delle carriere, rigidamente separate (anche se una vera e propria carriera equestre esister soltanto a partire dall'imperatore Claudio), e, ma solo in parte, sul piano delle attivit economiche: in teoria, era vietato ai senatori di commerciare, ma la legge veniva facilmente elusa, ricorrendo a dei prestanome. Quanto ai cavalieri, a parte l'attivit commerciale, essi costituivano la maggioranza dei membri delle compagnie dei pubblicani, appaltatori della riscossione dei tributi delle province. Ma poi, convertivano spesso i proventi di queste loro attivit in propriet fondiarie. - I figli dei senatori erano cavalieri di diritto.

Note al capitolo cinquantaduesimo.
Nota 1. Il modio era una misura di litri 8 e 3/4. Il prezzo del grano era aumentato spaventosamente: poco pi di vent'anni prima, il grano della Sicilia costava a Roma 1 denario al moggio (vedi CICERONE, "Terzo discorso contro Verre", 196). Se si considera che i soldati dovevano provvedere, di norma, al proprio vettovagliamento, e che la loro paga, da poco raddoppiata dallo stesso Cesare, era in questo momento di 225 denarii annuali (secondo una teoria verosimile), si comprende ancor meglio la gravit della situazione.

Note al capitolo cinquantatreesimo.
Nota 1. Si ricorder che Pompeo era partito per Durazzo (capitolo 27), preceduto dai consoli e da parte dell'esercito (vedi sopra, capitoli 25,2 e 27,1).

Note al capitolo cinquantaquattresimo.
Nota 1. Cesare le aveva conosciute in occasione dello sbarco in Britannia del 55 (vedi CESARE, "La guerra gallica", Commentario quarto, capitolo 20 e seguenti) e avr potuto nuovamente osservarle durante la spedizione dell'anno successivo (su cui vedi "La guerra gallica", Commentario quinto, capitolo 1 e seguenti).
Nota 2. Poco pi di 30 chilometri a monte di Lerida, probabilmente nei pressi di San Llorens.
Nota 3. Probabilmente, l'11 e il 12 luglio.

Note al capitolo cinquantacinquesimo.
Nota 1. Sono quelle che usano come scudo la "caetra": vedi sopra capitoli 39,1 e nota relativa, e 48,7 e nota 4.

Note al capitolo cinquantaseiesimo.
Nota 1. Cesare interrompe qui la narrazione della campagna di Spagna per aggiornare i lettori sull'assedio di Marsiglia (capitoli 56-58).
Nota 2. Il ponte di coperta, oltre a proteggere i rematori e a permettere la collocazione delle macchine da guerra, poteva anche costituire, in caso di arrembaggio, spazio destinato al combattimento. Si ricorder che Cesare aveva a sua volta fatto costruire dodici navi da guerra, e le aveva affidate a Bruto: vedi sopra, capitolo 36,4-5.
Nota 3. Vedi sopra, capitolo 34,4.
Nota 4. Vedi sopra, capitolo 34,2. Qui abbiamo in pi la menzione dei pastori: Domizio, delle cui ricchezze fondiarie si  gi fatto cenno (vedi sopra, capitolo 17, nota 4), possedeva dunque anche terre a pascolo.
Nota 5. Oggi isola Ratonneau.

Note al capitolo cinquantasettesimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 36,4-5; capitolo 56, nota 2.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 43, nota 4
Nota 3. Questi enormi uncini servivano ad agganciare le navi nemiche allo scopo di trasformare il combattimento in un a corpo a corpo di tipo campale.
Nota 4. La "tragula" era un grande giavellotto di origine gallica, provvisto di una cinghia nell'impugnatura per poter essere scagliato a maggior distanza.
Nota 5. Erano dunque di condizione servile: vedi sopra, capitolo 34,2.

Note al capitolo cinquantottesimo.
Nota 1. Cio degli Albici.
Nota 2. Alcuni editori sospettano a questo punto una breve lacuna. In realt il discorso non prosegue regolare; nella versione c' stato un adattamento.
Nota 3. Sono, naturalmente, i pastori di Domizio: vedi sopra, capitoli 56,3 e 57,4.

Note al capitolo sessantesimo.
Nota 1. Osca (oggi Huesca) era una citt della Spagna Citeriore, situata tra l'Ebro e i Pirenei, circa 100 chilometri a Nord-Ovest di Lerida; Calagurris  "Calagurris Fibulariensis" (attuale Lahorre), situata pure a Nord dell'Ebro, a una trentina di chilometri da Huesca. Non va confusa con l'omonima citt (odierna Calahorra) sulla riva destra dell'alto Ebro. - Il testo fa riferimento al regime giuridico (fiscaleamministrativo) della "contributio" o "adtributio", su cui vedi sopra, capitolo 354 e nota 4.
Nota 2. Oggi Tarragona, citt portuale della Spagna Citeriore, situata sulla costa mediterranea a met distanza tra Barcellona e la foce dell'Ebro.
Nota 3. Sono tutti popoli della Spagna Citeriore Nord-orientale, stanziati, i primi due, tra i Pirenei e il basso Ebro (attuale Catalogna); il terzo, lungo la valle inferiore del fiume.
Nota 4. Vedi sopra, capitolo 39,3.

Note al capitolo sessantunesimo.
Nota 1. Il ponte era stato gettato 22 miglia a monte dell'accampamento: vedi sopra, capitolo 54,34.
Nota 2. Questa operazione di ingegneria militare ha una lunga tradizione nell'antica arte della guerra. Qualcosa del genere  attribuito, dalla storiografia greca, addirittura a Talete, che avrebbe diviso, per un certo tratto, le acque del fiume Halys, per permettere all'esercito di Creso di attraversarlo: vedi ERODOTO, "Storie", 1,75,3.
Nota 3. Su questa regione a Sud-Ovest dell'Ebro vedi sopra, capitolo 38,4. La Celtiberia, nella quale i pompeiani decidono di trasferire le ostilit, era gi stata teatro di numerose guerre: ultima quella di Sertorio (79-72).
Nota 4. Inviato in Spagna nel 76 in appoggio a Quinto Cecilio Metello, Pompeo era riuscito ad aver ragione di Sertorio e dei suoi alleati nel 72. - Si ricordi che, nel 49, Pompeo continuava a detenere l'"imperium" delle Spagne. Il "pure lontano"  un'allusione polemica al fatto che egli non si era mai recato nelle sue province: vedi sopra, capitolo 2, nota 3; capitolo 9,5; capitolo 38,1-2 e nota 3.
Nota 5. Citt della Spagna Citeriore, sul basso corso dell'Ebro, d'incerta identificazione, ma in ogni caso tra la confluenza del Segre con l'Ebro e un punto a valle di essa. Da Nord a Sud le localit proposte sono le seguenti: Mequinenza (presso la confluenza dei due fiumi); Almatret, che dista per 7-8 chilometri dall'Ebro, Rivarroja, che sembra meglio accordarsi con la narrazione della "Guerra civile"; e infine Flix. In ogni caso la distanza indicata da Cesare, anche calcolata in linea d'aria,  erronea per difetto, per cui c' chi ha proposto di emendare in 30 miglia (30 anzich 20 dei codici). Ma l'errore - come osserva il Fabre - pu essere dello stesso Cesare, che non fu mai a Octogesa.

Note al capitolo sessantaduesimo.
Nota 1. S'intende, dai pompeiani.

Note al capitolo sessantatreesimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 54,34; confronta capitolo 61,1.

Note al capitolo sessantaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 3,2.
Nota 2. Gli animali disposti a monte e a valle del guado facevano un'azione di sbarramento: quelli a monte rompevano la violenza della corrente, quelli a valle trattenevano i soldati travolti. Cesare aveva gi usato questo accorgimento nelle campagne galliche.
Nota 3. Cio la cavalleria, che s'era lanciata subito all'inseguimento delle truppe di Afranio e Petreio: vedi sopra, capitolo 63,3.

Note al capitolo sessantacinquesimo.
Nota 1. Si tratta dei colli che sorgono a Est dell'Ebro inferiore.
Nota 2. Come altre volte li ridicolizza, mettendone alla berlina la codardia (si pensi soprattutto a Lentulo Spinther: vedi sopra, specialmente capitolo 22), cos qui e altrove Cesare critica i capi pompeiani sul piano tattico-strategico, sottolineando la loro incapacit nella condotta della guerra. Questa maniera di rappresentare i pompeiani  una delle caratteristiche della "Guerra civile" e costituisce uno degli elementi che hanno fatto parlare, per Cesare, di "art de la dformation historique" (vedi il libro di M. Rambaud citato nella "Bibliografia").

Note al capitolo sessantaseiesimo.
Nota 1. Nativo della Celtiberia, doveva conoscere bene quei luoghi.

Note al capitolo sessantasettesimo.
Nota 1. Concetti affini saranno esposti da Curione; vedi pi oltre Commentario secondo, capitolo 31,7.

Note al capitolo sessantottesimo.
Nota 1. Cesare usa questa espressione poetica per indicare un'ora che tenendo conto che questi avvenimenti si svolgono poco dopo il solstizio d'estate (28 luglio pregiuliano = 27 giugno del calendario riformato), pu corrispondere all'incirca alle 4 del mattino.

Note al capitolo sessantanovesimo.
Nota 1. Le truppe di Cesare, uscendo dalla porta settentrionale del loro accampamento, posto a Nord di quello dei pompeiani, volgono le spalle a questi ultimi, dando l'impressione di fuggire. In realt, come  spiegato pi avanti, in questo stesso capitolo (paragrafo 3), si trattava di una manovra di aggiramento: dopo essersi diretto a settentrione, l'esercito di Cesare piega a Est e quindi a Sud per sopraggiungere alle spalle del campo pompeiano.
Nota 2. Poich le truppe di Cesare stavano marciando da Sud verso Nord e i pompeiani, che le osservavano, avevano pure lo sguardo rivolto a settentrione, si tratta di un movimento in senso orario verso Oriente e quindi verso Sud.

Note al capitolo settantesimo.
Nota 1. Probabilmente l'altopiano di Mayals.
Nota 2. Si tratta delle coorti "caetratae": vedi sopra, capitolo 39,1 e nota 1.
Nota 3. Si tratta probabilmente del monte Maneu (491 metri), situato a Nord-Est della confluenza del Segre con l'Ebro, tra questa e l'altopiano di Mayals, da cui dista circa 5 chilometri.

Note al capitolo settantunesimo.
Nota 1. Il testo latino ha "legati": probabilmente si deve intendere "legati legionis" (letteralmente "legati di legione"), cio i comandanti supremi delle singole legioni, che erano, di norma, senatori di rango pretorio.
Nota 2. In mancanza d'approvvigionamenti idrici, Afranio avrebbe dovuto scendere dalla collina, sulla quale s'era provvisoriamente rifugiato (vedi sopra, capitolo 70,3), per dirigersi verso l'Ebro, offrendo cos a Cesare la possibilit di attaccare in pianura.

Note al capitolo settantaduesimo.
Nota 1. I legionari e i cavalieri dell'esercito di Afranio e di Petreio. Compare qui il motivo della "misericordia", di cui Cesare s'era fatto un costume e un programma politico (vedi sopra, capitolo 13, nota 3; capitolo 23, nota 4 e capitolo 24, nota 3). Con l'atteggiamento di Cesare, che egli stesso chiama di moderazione (vedi pi oltre, capitolo 74,7), contrasta fortemente la brutalit dei capi pompeiani: vedi pi oltre, capitoli 75,2; 76,2-5 e 77,1-2.
Nota 2. Cesare pone dei presidii e l'accampamento tra l'Ebro e il campo pompeiano, cos da indurre Afranio e Petreio, tagliati fuori da ogni possibilit di approvvigionamento, a ripiegare verso Nord, puntando su Lerida: vedi il capitolo seguente.

Note al capitolo settantatreesimo.
Nota 1. Ossia una via verso Nord-Nordest e una verso Est-Sudest. Cesare impediva ogni spostamento verso Sud-Ovest, in direzione dell'Ebro; un itinerario in direzione Est-Nordest era sconsigliato dal fatto che Iacetani e Ausetani s'erano pronunciati a favore di Cesare (vedi sopra, capitolo 60,2), come del resto avevano fatto i Tarraconesi (ivi). Anche questo fatto avr pesato sulla scelta della prima alternativa (Lerida), i cui motivi sono esposti pi oltre, capitolo 78,2-3.
Nota 2. Sulle difficolt di approvvigionamento idrico degli afraniani vedi sopra, capitolo 71,4.
Nota 3. Il testo latino fa riferimento alle "cohortes alariae" ("coorti alari"). Le forze ausiliarie comprendevano, come s' detto (vedi sopra capitolo 39, nota 1), unit di fanteria, dette coorti, e unit di cavalleria, dette ali. Le "coorti alari" sono formazioni di fanteria di estrazione provinciale, forse armate alla maniera dei legionari, schierate alle ali. La loro menzione, piuttosto rara, ritorna, con riferimento alla seconda met del Secondo secolo dopo Cristo, in una fonte piuttosto tarda: "Storia Augusta, Clodio Albino", 10,6.

Note al capitolo settantaquattresimo.
1. I centurioni della prima coorte di ogni legione erano detti "primi ordines" e costituivano un grado superiore del centurionato. All'interno di essi, la promozione avveniva da "hastatus posterior" a "princeps posterior" e quindi ad "hastatus prior", "princeps prior" e "primus pilus". Vedi sopra, capitolo 13, nota 2.
Nota 2. Cio nel campo pompeiano.
Nota 3. Il testo latino parla, propriamente, di "ospiti".
Nota 4. Di questo figlio di L. Afranio non conosciamo il nome completo, n altre notizie all'infuori di quelle che sono date nella "Guerra civile".
Nota 5. Vedi sopra, capitolo 72, nota 1.

Note al capitolo settantacinquesimo.
Nota 1. Il tono  ironico: Afranio  un inetto; si direbbe, quasi, un abulico. Petreio, invece,  deciso, ma  altrettanto crudele.
Nota 2. S' gi visto che anche Pompeo e Domizio fanno ricorso agli schiavi: vedi sopra, capitolo 24,2 e, rispettivamente, capitoli 3-1,2 e 57,4.
Nota 3. La coorte pretoria costituiva, nella media e tarda repubblica, la guardia del corpo del comandante ("praetor"). Nel nostro caso, questa funzione  svolta da una coorte "cetrata". - Da Festo (pagina 249 Lindsay), sappiamo che gli appartenenti alla coorte pretoria percepivano uno stipendio pari a una volta e mezzo quello dei normali legionari.
Nota 4. I "beneficiarii" (cos chiamati perch esenti dalle normali "corves" a cui erano sottoposti i soldati semplici), costituivano una categoria dei "principales" ("graduati"). Essi venivano assegnati, assieme ad altri graduati, a questo o a quel comandante di vario grado (dal consolare ai tribuni militari), di cui costituivano l'"officium" (noi diremmo: "lo staff"). Saranno perci detti anche "officiales", da cui il nostro "ufficiali".
Nota 5. Usciti dal campo senza scudo, i soldati di Cesare si vedono ora costretti ad usare i loro mantelli per attutire, in qualche modo, i colpi.
Nota 6. Sono, rispettivamente, i "cetrati" della coorte pretoria di Petreio e i cavalieri barbari del suo "staff", di cui si parla al paragrafo precedente.

Note al capitolo settantaseiesimo.
Nota 1. Davanti alla tenda del comandante, detta "pretorio", si teneva l'assemblea dei soldati ("contio").
Nota 2. Si noti che, bench tanto Petreio quanto Afranio fossero legati di Pompeo in Spagna, il primo era di rango pretorio, a differenza di Afranio, che era consolare e che, come tale, sembra essere stato il comandante in capo delle truppe pompeiane di Spagna. Petreio compie dunque qui un atto di ingiunzione nei confronti di un suo superiore.

Note al capitolo settantasettesimo.
Nota 1. Sembra questa la traduzione pi convincente del latino "in priores ordines", che alcuni interpretano invece come un riferimento al comando delle centurie "priores" (vedi sopra, capitolo 13, nota 2), ritenute pi importanti delle "posteriores". Senonch si tende oggi a ritenere che, dalla decima alla seconda coorte di ogni legione, i centurionati di ogni singola coorte fossero di pari grado e che l'avanzamento avvenisse soltanto passando da coorte a coorte. Si potrebbe allora pensare, dato che i centurioni della prima coorte sono detti "primi ordines", che l'espressione "priores ordines" indichi qui i centurionati delle coorti pi elevate, vicine alla prima. Ma contro l'una e l'altra di queste interpretazioni depone il fatto che a Cesare non conveniva certo creare rivalit nel suo esercito, privilegiando gli ex pompeiani. Certo, nel senso di "precedenti" sarebbe pi normale, in prosa, "pristinos" ma non  la prima volta che Cesare usa espressioni che hanno una colorazione poetica: vedi sopra, capitolo 68,1: al biancheggiare dell'alba ("albente caelo"), al posto del pi consueto allo spuntare dell'alba ("prima luce").
Nota 2. Dei sei tribuni militari di ogni regione, cinque appartenevano all'ordine equestre. Vedi sopra, capitolo 3, nota 2.

Note al capitolo settantottesimo.
Nota 1. "Otto"  congettura in luogo del "ventidue" dei codici (8 anzich 22), che sembra eccessivo, perch il testo parla di poca quantit, e i pompeiani avevano lasciato Lerida da non pi di quattro o cinque giorni.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 52, nota 1. - Con fanteria leggera si traduce qui il latino "caetrati" (vedi sopra, capitolo 39, nota 1).
Nota 3. Vedi sopra, capitolo 73,2.

Note al capitolo ottantesimo.
Nota 1. Spesso identificata con la Sierra Grosa poco a Nord di Mayals, una decina di chilometri (scarsa) a Est-Nordest del monte Maneu, quasi a met percorso tra Rivarroia (Octogesa?) e Lerida.
Nota 2. In questo modo  forse possibile intendere (e salvare) il "relictis" dei manoscritti, che la maggior parte degli editori condanna a favore di varie congetture.

Note al capitolo ottantunesimo.
Nota 1. Senza dubbio, tra la Sierra Grosa e il Segre, probabilmente in un punto a Sud di Torres di Segre e a Est di Aitona.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 72,1-3.
Nota 3. Sempre, naturalmente, in virt delle ragioni addotte al capitolo 72.
Nota 4. Quelle addette al trasporto dei bagagli personali dei soldati. Avranno lasciato in vita, ovviamente, quelle addette al trasporto delle salmerie. Vedi pi oltre, capitolo 84,1.

Note al capitolo ottantaduesimo.
Nota 1. Quelli esposti al capitolo 72,1-3 e a cui si fa riferimento anche al capitolo 81,2.
Nota 2. Circa 600 metri.

Note al capitolo ottantatreesimo.
Nota 1. Il testo latino parla, propriamente, di "coorti alari", su cui vedi sopra, capitolo 73, nota 3.
Nota 2. L'ordinamento verticale vedeva dunque schierati, come su cinque colonne, soldati rispettivamente delle stesse legioni.
Nota 3. Questi Germani, combattenti nell'esercito di Cesare, ricompariranno solo in Commentario terzo, capitolo 52,2. Altri Germani, appartenenti all'esercito di Gabinio, passeranno nell'armata pompeiana: vedi Commentario terzo, capitolo 4,4 e nota 9.

Note al capitolo ottantaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 81, nota 4.
Nota 2. Cesare sottolinea qui il suo atteggiamento democratico nei confronti dei soldati.
Nota 3. Vedi sopra, capitolo 74,6 con nota 4.
Nota 4. Il testo latino fa riferimento alla "misericordia", l'atteggiamento su cui, come s' visto (vedi sopra capitolo 13, nota 3; capitolo 23, nota 4; capitolo 24, nota 3; capitolo 72,3, e nota 1), Cesare insiste programmaticamente.
Nota 5. Afranio teme un'esecuzione in massa di tutti i pompeiani. Altri scorgono invece in queste parole l'allusione a un possibile suicidio.

Note al capitolo ottantacinquesimo.
Nota 1. Afranio e Petreio.
Nota 2. Questo, in effetti, era stato il principio ispiratore di Cesare nella campagna di Spagna, anche contro le pressioni della truppa: vedi specialmente sopra, capitolo 72,1-4 e nota 1.
Nota 3. Vedi sopra, capitoli 75-77.
Nota 4. Cio anche quella dei loro capi, all'insaputa dei quali s'erano fatti promotori d'una iniziativa di pace: vedi sopra, capitolo 74, specialmente 2.
Nota 5. "Misericordia" nel testo latino:  una ripresa, in funzione polemica, del termine usato da Afranio alla fine del suo discorso: vedi sopra, capitolo 84,5 e nota 4.
Nota 6. Vedi sopra, capitoli 75-77.
Nota 7. Con evidente esagerazione, Cesare si riferisce probabilmente alla flotta di Domizio, accorsa a Marsiglia, e all'invio di Vibullio Rufo in Spagna: vedi sopra, capitolo 34,1-2; confronta capitoli 38,1 e 56,1-3.
Nota 8. Il singolare "provincia" si riferisce qui probabilmente alle due Spagne, in caso contrario, bisognerebbe intendere la Citeriore. - La pace vi durava dalla fine della guerra di Sertorio: vedi sopra, capitolo 61, note 3-4.
Nota 9. L'allusione , ancora una volta, al "comando proconsolare" ("imperium proconsulare"), che Pompeo aveva esercitato, a partire dal 54, indirettamente, senza recarsi nelle province a lui assegnate, preferendo rimanere "alle porte" di Roma (provvisto di comando militare, egli non poteva varcare la linea del "pomerium": vedi sopra, capitolo 2, nota 1), per imprimere il proprio indirizzo alla politica senatoria. Vedi sopra, capitoli 9,5 e 61,3. - Prima della rottura, Cesare stesso aveva del resto approvato la permanenza di Pompeo in Italia: vedi "La guerra gallica", Commentario sesto, capitolo 1, 7: perch egli stesso [Pompeo] rimanesse, provvisto di comando, nei pressi di Roma nell'interesse dello stato. Le Spagne sono qui definite tra le province pi valide alla guerra: in contrasto, sembrerebbe, con quanto affermato poco prima sulla durata della pace.
Nota 10. Allusione alla "lex Pompeia de provinciis ordinandis" legge di Pompeo sull'assegnazione delle province, per effetto della quale veniva a ridursi notevolmente il numero dei senatori in possesso dei requisiti necessari per governare una provincia (vedi sopra, capitolo 6, nota 5). Le nomine venivano fatte dal Senato; ma in Senato faceva il bello e il cattivo tempo una "factio paucorum" (consorteria di pochi: vedi sopra, capitolo 22,5). Il tutto va inteso anche con riferimento alle designazioni del gennaio 49, quando i cesariani erano stati esclusi, in seguito ad accordi privati, dall'assegnazione delle province: vedi sopra, capitolo 6,5. In quell'occasione, era anche stata disattesa la "lex curiata" (ivi, paragrafo 6 e nota relativa).
Nota 11. L'accenno non  del tutto chiaro, anche se quasi certamente Cesare si riferisce al dispositivo del senatoconsulto ultimo del 7 gennaio (vedi sopra, capitolo 5,3), in base al quale non solo era stato rinnovato il comando ai proconsoli che si trovavano "ad urbem" ("alle porte della citt", cio su suolo italico), ma probabilmente se ne erano affidati di nuovi a senatori che da tempo non esercitavano l'"imperium". A Cicerone, che formalmente non aveva mai deposto l'"imperium", bench il suo mandato proconsolare fosse scaduto (tanto che Pompeo aveva ad un certo punto pensato di mandarlo a governare la Sicilia: vedi CICERONE, "Lettere ad Attico", 7,7,4), era stato assegnato il distretto della costa marittima campano-laziale, facente capo a Capua.
Nota 12. Si tratta, probabilmente, non solo del trionfo (che Cesare potr celebrare solo nel 46), ma anche del consolato (vedi sopra, capitolo 32,2).

Note al capitolo ottantaseiesimo.
Nota 1. Il Varo (francese Var), scendendo dalle Alpi Marittime al Mediterraneo, segnava il confine tra le due province della Gallia Transalpina e della Gallia Cisalpina.
Nota 2. Cio ad arruolarsi nell'esercito di Cesare.

Note al capitolo ottantasettesimo.
Nota 1. Le prime notizie di una paga ai legionari risalgono all'assedio di Veio (396 avanti Cristo) (LIVIO, 4,59,11; DIODORO SICULO, 14,16,5); ma  solo dalla met del secondo secolo che abbiamo, con Polibio (6,39), concrete indicazioni di un regolare stipendio, la cui entit dovette probabilmente rimanere inalterata fino al raddoppiamento operato da Cesare. Vedi sopra, capitolo 52, nota 1.
Nota 2. Il 3 e il 4 agosto. La resa dei pompeiani (capitoli 84-86) aveva avuto luogo il 2 agosto.



COMMENTARIO SECONDO.


TAVOLA TERZA.

Iscrizione di magistrati di Rimini.
Iscrizione su pietra, commemorativa della costruzione di un'opera pubblica da parte dei due supremi magistrati di Rimini, che dice: Gaio Obulcio, figlio di Gaio (e) Manio Ottavio, figlio di Manio, duoviri, curarono la costruzione di questa opera ("Corpus Inscriptionum Latinarum" 11, 400). Non sappiamo a quale edificio si alluda. Rimini all'epoca della occupazione di Cesare era un municipio, e perci retto da quattuorviri, era stato colonia, retta da duoviri sino al 90 avanti Cristo (su queste magistrature vedi Commentario primo, capitolo 15, nota 1 e capitolo 23, nota 2).


1.
1. Durante gli avvenimenti di Spagna, il legato Gaio Trebonio, a cui spettava condurre l'assedio di Marsiglia (1), predispose sotto la citt un terrapieno, gallerie mobili e torri (2), muovendosi su due fronti. 2. Il primo era nelle vicinanze del porto e dell'arsenale; il secondo presso la porta urbana dove  l'ingresso per chi viene dalla Gallia e dalla Spagna, affacciata su un tratto di mare non lontano dalle bocche del Rodano (3).
3. Quasi da tre lati Marsiglia  bagnata dal mare (4) e solo col quarto  collegata alla terraferma; ma pure qui, nel tratto che si accosta alla cittadella sull'altura (5), la disposizione naturale di una vallata molto profonda e perci ben difesa, oppone perdita di tempo e difficolt a un attacco. 4. Per mettere in opera il suo piano, fu necessario a Gaio Trebonio far venire da tutta la provincia (6) un numero considerevole di bestie da tiro e di uomini (7), nonch provvedersi di vimini e di legname. Soltanto con queste risorse gli riusc di alzare un terrapieno di ottanta piedi (8).


2.
1. Marsiglia, tuttavia, nel corso della sua lunga storia, si era procurata una cos ricca attrezzatura bellica d'ogni genere, una tale disponibilit di macchine da guerra (1), che nessuna galleria mobile, con le coperture di vimini rafforzate, riusciva a sfidare la violenza dei difensori. 2. Travicelli di dodici piedi (2), armati di punta di ferro, e per di pi scagliati dalle balestre pi potenti, riuscivano a passare attraverso quattro strati di copertura e a configgersi in terra.
3. Pertanto, tutta la serie di gallerie (3) fu ricoperta da travi bene accostate dallo spessore di un piede (4) e solo in questa maniera i soldati, passandosi il materiale, facevano avanzare il terrapieno verso le mura. 4. Alla testa di tutte, una galleria gigante di sessanta piedi (5) aveva il compito di preparare il terreno: anch'essa era di travi molto resistenti e avvolte da tutto quel materiale che bastasse a difenderla dal lancio di fuoco e di massi. 5. Tuttavia si andava generalmente a rilento, per l'enormit dei lavori, le misure del terrapieno e delle torri e l'incessante martellare delle macchine belliche. 6 Gli Albici (6), poi, di quando in quando, facevano sortite dalle mura, spargendo fuoco sul terrapieno e sulle torri; nel rintuzzarli non c'era difficolt per i nostri soldati, che ributtavano in citt con molti danni proprio quelli che ne erano usciti per danneggiarci.


3.
1. Intanto Gneo Pompeo mand in aiuto a Lucio Domizio (1) e ai suoi alleati di Marsiglia, Lucio Nasidio con una flotta di sedici navi, di cui alcune corazzate (2).
Purtroppo Curione (3) manc in questo caso di abilit e di accortezza: le navi nemiche percorrono tutto lo Stretto di Sicilia, 2. approdano a Messina, gettano spavento fra magistrati e senatori che si danno alla fuga, catturano una nave dall'arsenale. 3. Con una nave in pi, Nasidio punta alla volta di Marsiglia, dove eludendo la sorveglianza, si fa precedere da un piccolo veliero, per annunciare a Domizio e ai Marsigliesi la sua venuta. La nuova era foriera di entusiasmo: si riunivano due flotte per dare nuovamente battaglia alla flotta di Bruto.


4.
1. Dopo la recente sconfitta sul mare (1), i Marsigliesi avevano tratto fuori dal loro arsenale le navi in disarmo, per averne tante quante prima. Le avevano riparate e attrezzate senza risparmio, giacch non mancavano n rematori n piloti (2); 2. e vi avevano aggiunto navi da pesca, adattandovi opportuna copertura per proteggere i rematori dai colpi d'arma, imbarcandovi arcieri e macchine belliche. 3. Cos rinacque la loro flotta: ed essi vi salirono con coraggio e speranza non minori di prima del conflitto, perch tutti i vecchi e le donne di ogni et si abbandonarono alle suppliche e al pianto, impegnandoli a salvare la citt quasi giunta alla sua fine.
4. Noi uomini soffriamo per un difetto tanto comune quanto spontaneo: quello di accentuare la nostra sicurezza o aggravare la nostra paura, quando ci troviamo di fronte a eventi non bene visibili e conosciuti; e cos fu allora. L'annuncio del vicino arrivo di Lucio Nasidio aveva infuso a quella gente speranza e accanimento: 5. uscirono dal porto sfruttando un vento favorevole e si incontrarono con Nasidio a Tauroente (3), un forte marino di Marsiglia. Qui si prepararono a dar battaglia, dopo essersi rincuorati a vicenda e accordati sul piano da seguire. All'ala destra della flotta si posero i Marsigliesi, a quella sinistra Nasidio.


5.
1. Alla volta di Tauroente, con la flotta accresciuta, punt pure Decimo Bruto. Aveva in pi delle navi fatte varare da Cesare ad Arles (1) e le sei catturate ai Marsigliesi, riparate nei giorni addietro e allestite di tutto punto (2).
2. Prima di navigare contro i nemici, carico di fiducia e d'entusiasmo, aveva parlato ai suoi marinai: se prima avevano sconfitto i Marsigliesi freschi di forze, non dovevano spregiarli adesso come vinti?
3. Dal campo di Gaio Trebonio e da tutta la corona dei colli era facile arrivare con lo sguardo dentro la citt (3): perci si scorgevano tutti i giovani rimasti a casa, tutta la gente pi anziana con figli e mogli, levare al cielo le braccia dalle pubbliche stazioni di guardia o da diversi punti delle mura, ovvero affollarsi verso i templi degli di immortali e prostrati davanti alle statue invocare dai numi la vittoria. 4. Non c'era nessuno, fra tutti i cittadini, che non vedesse riposto il futuro di tutta la propria esistenza nell'esito di quel giorno. 5. Giovani appartenenti alla nobilt e cittadini segnalati di et diversa, si erano avviati su quelle navi dopo essere stati chiamati ad uno ad uno e frastornati con suppliche; talch, se ci fosse stata una sconfitta, capivano che non restava a loro pi nulla d'altro da tentare; se invece avessero vinto, per la salvezza della citt potevano contare sulle loro forze o su quelle in soccorso da altri.


6.
1. Il valore non manc certo ai Marsigliesi quando fu dato il segnale dello scontro; ripensavano alle raccomandazioni sentite ripetere poco prima dai concittadini e si accanivano nella lotta dicendosi che non vi sarebbe stata nessun'altra occasione per una nuova prova e dando per scontato che la loro morte in battaglia non avrebbe di molto preceduto la sorte di tutti i compatrioti, destinati a subire la medesima tragedia della guerra, nel caso che Marsiglia capitolasse.
2. Poich le nostre navi si erano a poco a poco distanziate, col dare spazio si favoriva l'abilit dei piloti e la facilit di manovra delle navi avversarie; e se talvolta i nostri, all'occasione opportuna, agganciavano una nave, calando i bracci di ferro (1), da tutte le parti si accorreva al soccorso dell'equipaggio in pericolo: 3. a spalla a spalla con gli Albici (2), non si sottraevano al duellare a corpo a corpo e il loro ardimento non era di molto inferiore a quello dei nostri. Oltre a ci, le navi pi piccole (3) lanciavano da lontano una vera pioggia di proiettili all'improvviso e procuravano molte ferite ai nostri che non se l'aspettavano o si impegnavano ad altro. 4. Due navi triremi (4) avvistarono la nave ammiraglia di Decimo Bruto, che si distingueva facilmente per il suo vessillo (5), e si lanciarono a tutta forza contro di essa, sulle due fiancate. Ma Bruto, prevista la manovra, fece spingere con tale foga la sua nave, da uscirne fuori un attimo prima: 5. e quelle, lanciate l'una contro l'altra, si scontrarono con tale violenza, che dalla collisione uscirono entrambe con danni irreparabili; una, poi, ebbe la prua tagliata di netto e tutta quanta si sfasci. 6. A questo spettacolo, le navi della flotta di Bruto che si trovavano vicine a quel punto, si mossero all'abbordaggio contro quelle due che pi non si muovevano e in poco le colarono a picco.


7.
1. Le navi di Nasidio, era come se non esistessero e quasi subito uscirono dalla zona di battaglia: non avevano la patria davanti ai loro occhi, non risentivano le esortazioni dei consanguinei e perci non si impegnavano sino ad affrontare la morte (1). 2. Tante erano arrivate a Marsiglia, altrettante rimasero; delle navi dei Marsigliesi, invece, cinque furono affondate e quattro catturate. Una fugg con quelle di Nasidio, che fecero vela verso la Spagna Citeriore.
3. Una nave superstite si diresse per prima verso Marsiglia, per recarvi la notizia; e quando fu prossima alla citt, tutta la folla scese verso il mare per sapere; e quando seppe, vi furono tali scene di strazio, da far credere che proprio in quel momento la citt fosse conquistata dai nemici.
4. Ma i Marsigliesi si riebbero dal colpo: quel poco che restava, si misero a predisporlo a difesa della loro citt.


8.
1. I legionari che attendevano ai lavori situati dalla parte destra (1), vennero nella convinzione che sarebbe stata una gran difesa per loro, date le frequenti sortite degli assediati, se proprio l, sotto i baluardi, avessero costruito una torre di mattoni, che servisse da punto d'attacco e di raccolta. E in tutta fretta, per far fronte alle irruzioni a sorpresa, la costruirono bassa e modesta. 2. Qui si rifugiavano; da qui, se l'assalto si faceva troppo violento e mirava a sopraffare, si difendevano; da qui passavano al contrattacco per far regredire e mettere in fuga il nemico. Questa torre misurava trenta piedi da ogni lato, per di cinque era lo spessore delle mura (2).
3. Ma per gli uomini la pratica  maestra di tutto, quando si accompagna alla prontezza della riflessione (3). Non si tard a scoprire la grande utilit che sarebbe venuta se quella torre fosse stata continuata in altezza. E cos dunque facemmo per completare l'opera.


9.
1. Quando la torre, man mano costruita, giunse all'altezza del primo piano, se ne fiss il pavimento in legno nelle mura perimetrali, in modo che queste ricoprissero le estremit delle travi: se qualcuna ne fosse rimasta scoperta, avrebbe dato esca al fuoco nemico.
2. Oltre il primo piano, si continu a innalzare la torre con mattoni piccoli, fino all'altezza dove la sommit dei plutei (1) e delle gallerie mobili, servivano da riparo; oltre questo limite, disposero due travi laterali, non sporgenti dal filo del muro esterno, perch come telaio reggessero quel tavolato che doveva essere tetto della torre. Sopra le travi disposero perpendicolarmente dei travicelli, ricoperti da assi in modo da tenerli ben saldi.
3. I travicelli messi in opera erano un poco pi lunghi dei lati della torre e quindi sporgevano oltre il filo delle mura, per dar la possibilit di appendervi dei ripari (2) - dietro ai quali si fosse al sicuro dai colpi e si potesse restituirli -, quando si ricominciasse a costruire in muratura al di sotto del tavolato suddetto. 4. La superficie superiore di questo tavolato fu ricoperta di mattoni e di malta, perch fosse inattaccabile dal fuoco nemico, e ancor sopra vi si buttarono dei sacconi, perch i dardi scagliati dalle macchine non spezzassero l'intreccio delle travature o i massi scagliati dalle catapulte non polverizzassero l'ammattonato.
5. Con funi che i marinai usano per le ncore, fabbricarono tre stuoie, lunghe quanto i lati della torre e larghe quattro piedi (3), e le appesero ai travicelli sporgenti, stendendole all'esterno e lungo il perimetro della torre, ma solo sui tre lati da cui si scorgevano i nemici. Come riparo, esse davano un ottimo risultato, gi sperimentato in altre occasioni: non riuscivano a lacerarle n armi da lancio n macchine da guerra.
6. Quando la parte della torre costruita sino allora fu coperta dal tetto e messa al riparo da ogni colpo nemico, i plutei furono impiegati su altra parte del fronte; poi, per mezzo di verricelli, staccandolo dal primo piano, si cominci a tener sospeso il tetto della torre e ad innalzarlo secondo la necessit. 7. Una volta alzato quanto lo permetteva la copertura delle stuoie (4), nascosti e protetti dietro quelle difese, i soldati attendevano alla fatica della muratura, sino a che, con una nuova elevazione del tetto, si preparavano nuovo spazio per continuare a costruire.
8. Quando arriv il momento di stendere il secondo piano, disposero travi coperte all'estremit dai muri esterni, come nel primo, e da quel pavimento di legno si riprese a sollevare, insieme alle stuoie di protezione, quel coperchio destinato ad essere tetto. 9. Si fabbricarono cos sei piani, con lavoro indisturbato, senza ferita alcuna o rischio; e in punti ben studiati si disposero nell'edificio delle feritoie per il lancio dei proiettili.


10.
1. Allorch i nostri furono ben certi che dalla torre ora costruita potevano proteggere ogni altra opera militare all'intorno, cominciarono a fabbricare un'enorme galleria mobile di sessanta piedi di lunghezza con travi spesse due piedi (1), coll'intento di muoverla dalla torre in muratura verso la torre e i baluardi dei nemici.
La grossa galleria aveva questa struttura. 2. Disposte sul suolo due travi della stessa lunghezza, in posizione parallela e alla distanza di quattro piedi, vi furono piantate dentro delle colonnette alte cinque piedi, 3. vincolate da una parte e dall'altra con piccole capriate di poca pendenza, elementi portanti di travi che servissero come tetto della galleria (2). Qui infatti vi posero travi larghe due piedi, tenute strette fra loro con piastre e chiodi; 4. poi, lungo i bordi laterali del tetto e quelli che riunivano le estremit delle travi, piantarono dei tasselli quadrati di legno, della misura di quattro dita, perch sorreggessero le grosse tegole da stendere sopra la galleria.
5. Col tetto cos disposto e con la costruzione fatta in quest'ordine, come le travi venivano stese sulle capriate cos la galleria veniva coperta di tegole e di malta per essere protetta dal fuoco che venisse scagliato dalle mura. 6. Ma sopra lo strato di tegole furono stese delle pelli perch l'acqua, cacciata gi dai nemici attraverso condutture, non riuscisse a disgregare le tegole; e a loro volta le pelli vennero coperte da sacconi, perch non fossero distrutte dal fuoco e dalle pietre scagliate.
7. Tutto questo lavoro fu portato a compimento al riparo delle gallerie pi piccole (3), presso la torre che abbiamo descritto; e all'improvviso, senza che i nemici se lo aspettassero, come si fa per il varo delle navi, con dei rulli messi sotto, l'enorme galleria fu accostata alla torre degli assediati, cos da essere un solo corpo con le mura.


11.
1. Atterriti da tale improvvisa minaccia, i Marsigliesi spinsero avanti con leve i pi grossi macigni che trovarono e precipitandoli dalle mura, li fecero piombare sopra la galleria. La saldezza delle strutture lignee resse all'urto, e tutto quanto precipit dall'alto, scivol gi, lungo i due spioventi del tetto. 2. Quando lo capirono, pensarono ad altro incendiarono botti ricolme di pece e di resina scaricandole gi sulla galleria; ma esse rotolando scorrevano via e, scese gi dai fianchi, venivano allontanate dalla costruzione con pertiche e raffi.
3. Frattanto, al coperto della galleria, i nostri soldati scalzavano con leve le pietre pi basse della torre dei nemici, sulle quali poggiavano le fondamenta. La galleria, poi, era difesa dai nostri proiettili e dalle nostre macchine da guerra dalla torre in muratura: in tal modo, gli assediati venivano respinti dai baluardi e dalle torri (1) e non gli si concedeva la possibilit di proteggere le difese.
4. Dalla torre intaccata dalla galleria erano ormai state tolte moltissime pietre, quand'ecco all'improvviso una parte di essa croll con uno schianto pauroso e di conseguenza stava per tirarsi dietro tutto il resto. Fu allora che, sconvolti per l'imminente saccheggio della loro citt, i Marsigliesi, gettate le armi, si riversarono in folla fuori dalla porta e, con le bende intorno al capo (2), stesero le braccia per chiedere misericordia verso i legati e il nostro esercito.


12.
1. La scena fu inattesa. Tutte le operazioni della guerra subirono un arresto e i soldati, smessa ogni loro fatica, furono presi dalla curiosit di ascoltare, di sapere. 2. La folla dei Marsigliesi avanza verso i legati e l'esercito; poi tutta insieme si getta in terra, ai piedi dei vincitori, e comincia le suppliche. Perch non attendere l'arrivo di Cesare? (1) 3. Non vedevano che la citt era gi conquistata? La cintura d'assedio era completa e non lasciava scampo; la torre, crollata. Come potevano continuare a difendersi? Una volta venuto Cesare, una volta dettata la resa, a un primo loro atto di reazione, non poteva esserci indugio alcuno che impedisse di dare il via, all'istante, al saccheggio. 4. Ma ora bisognava riflettere: il crollo completo della torre avrebbe dato ai soldati, gi eccitati dalla preda, il varco per irrompere in citt e distruggerla.
Tutti questi argomenti, e moltissimi altri dello stesso tono, venivano espressi fra le lagrime e coll'effetto di commuovere chi ascoltava. Certamente fra i Marsigliesi non mancavano persone di cultura (2).


13.
1. E cos i legati si lasciarono commuovere da queste belle parole: tolsero le truppe dalla cintura d'assedio, smisero di assaltare e disposero sentinelle nel giro delle fortificazioni. 2. L'effetto della piet indusse a una specie di tregua (1), nell'attesa che Cesare arrivasse; e nel frattempo, non una freccia dagli spalti, non una freccia dalle nostre file, che si danno alla distensione e lasciano ogni cautela, come se tutto fosse finito.
3. Era stato Cesare, con una lettera a Trebonio, a raccomandare caldamente di non permettere che la citt fosse sottoposta alla violenza del saccheggio: diceva che i soldati, molto inaspriti dall'odio verso i traditori, per il dispregio di cui erano stati oggetto (2) e per l'incessante logoramento, sarebbero stati capaci di uccidere tutti i giovani Marsigliesi (3). 4. E certamente essi minacciavano di farlo. Ci volle una bella fatica nel trattenerli dall'irrompere in citt; ed essi se n'ebbero molto a male, perch addossavano a Trebonio la colpa di aver ostacolato la presa di Marsiglia.


14.
1. Ma quei nemici non si diedero pensiero d'essere leali; lasciarono passare qualche giorno e attesero il momento opportuno per far scattare l'insidia. Era un mezzogiorno, e i soldati nostri se ne stavano impigriti e senza pensieri: chi si era allontanato dal suo posto, chi dopo cos lunga fatica assaporava tanta pace, anche sui baluardi; nessuno aveva armi addosso; anzi, esse erano state riposte nelle fodere. Ed ecco che i Marsigliesi si slanciarono fuori dalle porte e scagliarono il fuoco sulle nostre linee: soffiava un vento impetuoso, che aliment l'incendio, 2. o meglio lo sparpagli tutto all'intorno, cos che in un baleno si avvolsero di fiamme il terrapieno, i plutei, le gallerie (1), la torre, le macchine. Vedemmo ogni cosa bruciata prima di renderci conto come fosse potuto accadere.
3. Certo, un tale improvviso rovescio diede ai nostri una sferzata e corsero ad afferrare quante armi potevano, mentre altri in folla si precipitarono fuori dal campo. Vi fu un immediato contrattacco, ma i nostri non riuscirono a raggiungere quei traditori messi in fuga per la reazione delle armi da lancio e delle macchine appostate sulle mura della citt; 4. cos che essi qui sotto si radunarono ed ebbero tutto il tempo di incendiare la torre in muratura e l'enorme galleria (2). Il sudore di molti mesi in un attimo fu vano per la slealt dei nemici e il turbinare del vento. 5. E la stessa sortita tentarono i Marsigliesi il giorno dopo, quando, ancora con l'aiuto della burrasca, si gettarono contro l'altra torre e il terrapieno (3), spargendovi fuoco. 6. Ma, la prima volta, i nostri avevano di molto allentato il consueto impegno combattivo; ora, invece, dopo l'esperienza del giorno prima, si era preparati a tutto per difendersi. Perci, molti ne ammazzarono e gli altri li ributtarono in citt, prima che riuscissero nel loro intento.


15.
1. A Trebonio non rest che progettare e far costruire di nuovo quanto era stato distrutto; e i soldati vi si accinsero con impegno ben pi ostinato. Essi sperimentavano con mano che alle loro fatiche, al loro grosso impegno, era toccata una misera sorte, e sentivano dentro di s la ferita del proprio onore, deriso da un patto perfidamente violato (1).
Non c'era rimasto neppure da mettere insieme una barricata: nei dintorni di Marsiglia, in lungo e in largo, tutte le piante erano state abbattute e il legname gi trasportato (2). Perci decisero di costruire una barriera di tipo nuovo e mai udito nell'arte militare, cio con due muri di mattoni, dello spessore di sei piedi (3), uniti da travature, in modo da ottenere una larghezza all'incirca pari a quella della barricata precedente, che era stata fabbricata con legname accumulato (4). 2. Dove lo richiedeva la distanza tra i muri o la scarsa resistenza del materiale, erano interposti dei pilastri su cui si gettavano trasversalmente delle travi, che avevano la funzione di aumentare la validit; mentre su tutte le travature si stesero graticci e questi a loro volta furono ricoperti di malta.
3. Sotto tale copertura, i soldati, che non temevano colpi nemici per la protezione del muro e avevano di fronte la postazione di un pluteo (5), senza alcun rischio riuscirono a somministrare tutto il materiale necessario alla costruzione, 4. cos che in fretta l'opera fu pronta, anche perch l'energia e la capacit dei soldati supplirono allo scoramento per la perdita delle lunghe fatiche passate.
Infine, per permettere le uscite improvvise, in alcuni tratti del muro, secondo l'opportunit, si lasciarono delle aperture (6).


16.
1. Con sorpresa amara i Marsigliesi si resero conto che con il lavoro, con lo sforzo di pochi giorni, si erano rifatte quelle opere militari che essi non speravano possibili neppure con l'agio di un lungo periodo di tempo. La nuova costruzione non dava pi possibilit n di un inganno come il precedente, n di una sortita improvvisa dalle mura; non lasciava affatto a loro alcun espediente per poter danneggiare le opere costruite, sia con un colpo di mano dei soldati, sia col lancio del fuoco.
2. Capirono poi, da quel caso particolare, che tutta quanta la citt, nella parte che si univa con la terraferma, rischiava di essere circondata da barriere e da torri, che non avrebbero concesso a loro di reggersi in piedi sulle loro stesse opere difensive, perch la cinta della barriera era stata costruita dal nostro esercito quasi a ridosso delle mura cittadine e bastava lanciare un'arma con la mano per raggiungerle. 3. Questa vicinanza di posizioni annullava l'utilit delle macchine da guerra, idonee alle lunghe gittate, e sulle quali gli assediati fondavano grandi speranze. Nel caso, infine, di un combattimento alla pari dalle torri e dalle mura, i Marsigliesi non si sentivano uguali ai nostri in valore.
Ricorsero quindi a quei patti di resa gi chiesti (1).


TAVOLA QUARTA.

Esempi di monetazione degli anni della guerra civile.
Si tratta di denarii, moneta d'argento che deriv il nome dall'avere avuto originariamente il valore di 10 assi di bronzo (vedi Commentario primo, capitolo 23, nota 3; Commentario terzo, capitolo 103,1, nota 2). La coniazione in et repubblicana ne era normalmente controllata dal Senato ed eseguita sotto la direzione tecnica di magistrali chiamati triumviri (o tresviri) monetali (o "triumviri per fondere e battere il bronzo, l'argento, l'oro"). Essi firmavano le emissioni e, dall'ultimo trentennio del secolo Secondo avanti Cristo, anche emisero tipi con allusioni figurate e iscritte relative a culti famigliari o benemerenze dei propri antenati. In casi eccezionali altri magistrati potevano provvedere a coniazioni per ordine del Senato. Anche i generali in campagne militari potevano battere moneta.
a) Monetazione pompeiana. a. 49 (M. H. CRAWFORD, "Roman Republican Coinage", 444, Cambridge 1974).
Diritto: testa di Apollo con diadema; al basso una stella. La leggenda: Quinto Sicinio, tresviro  la firma del magistrato monetale.
Rovescio: clava con pelle di leone. La leggenda: Gaio Coponio, pretore, per senatoconsulto indica che si tratta di monetazione ordinata dal Senato. Su Coponio (Commentario terzo, capitolo 5,3) vedi "Indice dei nomi di persona".
b) Monetazione pompeiana: a. 48, probabilmente poco prima della battaglia di Farsalo (M. H. CRAWFORD, "Roman Republican Coinage", 446, Cambridge 1974).
Diritto: testa di Numa con diadema, sul quale  iscritto il nome Numa. La leggenda: Gneo Pisone proquestore  la firma del magistrato (non monetale) che ha diretto la coniazione (militare). Gneo Calpurnio Pisone commemora in re Numa il presunto capostipite della sua casata.
Rovescio: prua di nave, con la leggenda. Magno, proconsole. Pompeo aveva ricevuto il soprannome di Magno dopo l'81.
c) Monetazione di Cesare: a. 49-48 (M. H. CRAWFORD, "Roman Republican Coinage", 443, Cambridge 1974).
Diritto: elefante che cammina calpestando un drago. In basso una stella. Leggenda: Cesare. Forse un simbolo di vittoria? L'allusione non  chiara.
Rovescio: tazza, aspersorio, berretta e accetta, insegne del pontificato (Commentario terzo, capitolo 83,1).


17 - 1. Intanto, nella Spagna Ulteriore, su Marco Varrone (1), producevano effetto le notizie che gi da tempo giungevano sugli avvenimenti d'Italia (2) e una progressiva sfiducia sulle sorti del partito pompeiano. Perci i suoi discorsi si volsero tutti a significare grande amicizia verso Cesare. 2. Diceva che la legazione ricevuta da Gneo Pompeo era precedente a questa contesa (3) e certo costituiva un vincolo di fedelt; ma che lui con Cesare, al di l d'ogni dubbio, manteneva un rapporto di amicizia per nulla minore; e ben sapeva quale fosse il dovere di un legato, a cui si d un incarico di piena fiducia, quali fossero le sue possibilit e quale il favore di tutta la provincia verso Cesare. 3. Queste ragioni le metteva dentro in tutti i suoi discorsi, ma si guardava bene dall'inclinare verso una parte o verso l'altra.
4. Ma quando poi seppe che Cesare si era arrestato davanti a Marsiglia (4), che le milizie di Afranio si erano unite con quelle di Petreio; che si erano assembrate ingenti forze ausiliarie e che altrettante si speravano e si attendevano; che l'intera provincia Citeriore era mossa da un unico orientamento; quando, infine, conobbe gli avvenimenti successivi, soprattutto sulle difficolt di foraggiamento presso Lerida (5) - fatti che gli venivano ingigantiti e deformati dai dispacci che gli inviava Afranio -, anch'egli si decise a muoversi verso dove spirava vento favorevole (6).


18.
1. Fece arruolamenti nell'intera provincia e alle due legioni gi formate un circa trenta coorti ausiliarie. Fece ammassare una gran quantit di frumento, da spedire a Marsiglia nonch ad Afranio e Petreio. Fece costruire dagli abitanti di Cadice dieci navi da guerra e in pi pretese che altre molte se ne allestissero a Siviglia (1). 2. Fece portare a Cadice, dopo averli tolti dal santuario di Ercole, tutto il tesoro e ogni oggetto di valore (2); dalla provincia mand a Cadice sei coorti per presidiarla e nomin sovrintendente alla piazzaforte della citt il cavaliere romano Gaio Gallonio, intrinseco di Lucio Domizio, e che Domizio aveva col inviato come procuratore in una faccenda di eredit; infine, nel quartiere di Gallonio fece depositare tutte le armi, d'uso pubblico e privato.
3. A questo punto Varrone non tacque nei suoi discorsi le invettive contro Cesare. Dalle tribune (3) andava spesso affermando che Cesare aveva subito delle sconfitte e molti soldati erano fuggiti da lui e passati dalla parte di Afranio; che le notizie che diffondeva venivano da fonti sicure, da informatori ufficiali. 4. Speculando su queste intimidazioni, costrinse i cittadini romani di quella provincia, del tutto smarriti, a consegnargli diciotto milioni di sesterzi e ventimila libbre d'argento per dare una mano all'utilit comune, nonch centoventimila moggi di grano (4). 5. Alle popolazioni sospettate di favorire Cesare, imponeva richieste pi pesanti, vi metteva guarnigioni e dava autorizzazione a processi che si concludevano con la confisca dei beni privati. Quanti poi avessero tenuto discorsi sovversivi contro lo stato, si vedevano i propri patrimoni incamerati nel pubblico denaro. Cercava persino di trascinare tutta la provincia a giurare fedelt verso di s e verso Pompeo; 6. e quando rimbalzarono le notizie sugli avvenimenti della Spagna Citeriore (5), egli si decise alla guerra.
Il disegno della sua campagna militare era di ritirarsi con due legioni a Cadice, concentrandovi le navi e le scorte di grano; dell'intera provincia egli diffidava, perch la sentiva segretamente ben disposta verso Cesare. In un'isola (6), dove fossero viveri e una buona flotta, non era difficile, a suo modo di vedere, condurre un'impresa militare.
7. Molte ragioni urgenti richiamavano Cesare in Italia; ma egli aveva deciso di non lasciare un angolo della Spagna in guerra, perch sapeva che, soprattutto nella Spagna Citeriore, la passata presenza di Pompeo aveva creato interessi reciproci e vaste clientele (7).


19.
1. E cos Cesare fece calare due legioni nella Spagna Ulteriore, sotto il comando del tribuno della plebe Quinto Cassio (1); avanz a marce veloci con seicento cavalieri e si fece precedere da un'ordinanza che fissava il giorno in cui magistrati e capi di tutte quelle popolazioni volessero avere con lui un abboccamento a Cordova (2). 2. L'ordinanza si riseppe per tutta la provincia e non vi fu una comunit che non inviasse, per quella data, una deputazione del proprio Senato a Cordova; non vi fu un cittadino romano di una certa notoriet che non chiedesse un colloquio per quel giorno. 3. Anche la comunit dei cittadini romani (3) residenti a Cordova, con decisione autonoma, fece chiudere le porte della citt in atto ostile contro Varrone; mise sulle torri e sulla cinta delle mura vedette e posti di guardia; trattenne in citt, per la sua difesa, due coorti, quelle chiamate coloniali (4), giunte col per semplice coincidenza.
4. Fu proprio in quei giorni che gli abitanti di Carmona (5), che  la citt di gran lunga la pi potente di tutta la provincia, con una loro rivolta cacciarono via le tre coorti che erano state imposte da Varrone come difesa della cittadella, e sbarrarono le porte delle mura.


20.
1. Varrone ebbe un motivo in pi di sbrigarsi, cio di arrivare con le legioni al pi presto a Cadice, per non essere tagliato fuori durante la marcia o durante il traghetto. Aveva prove concrete che la provincia manifestava una volont generale e decisa in favore di Cesare (1). 2. Ma da poco si era posto in marcia, quando da Cadice gli giunse un dispaccio. Riferiva che, non appena si era conosciuta l'ordinanza di Cesare, le autorit di Cadice con i tribuni delle coorti (2) col di presidio, si erano accordate per cacciar via dalla piazzaforte Gallonio e consegnare la citt e tutta l'isola a Cesare. 3. Presa tale decisione, avevano intimato a Gallonio di andarsene da Cadice, senza ribellarsi, finch lo poteva fare salvando la pelle; se non l'avesse fatto, ci avrebbero pensato loro. Gallonio si era preso tanta paura e a Cadice non si era pi visto.
4. Il dispaccio non rest segreto: perci una delle due legioni, quella chiamata provinciale (3), mentre Varrone era l presente e la stava guardando, sollev le insegne (4) e usc dal campo, se ne torn a Siviglia e senza provocare disordini si acquartier nella piazza centrale e sotto i portici. 5. Tale gesto fu cos bene accolto dalla comunit dei cittadini romani di quel luogo (5), che ognuno, con affettuosa premura, volle ospitare i legionari in casa propria.
6. Varrone allib. Quando fece preannunciare che, invertito il senso di marcia, si sarebbe diretto a Italica (6), furono proprio i suoi a riferirgli che le porte di quella citt erano state sbarrate. 7. Allora veramente, non sapendo pi in quale direzione andare, mand a dire a Cesare di essere pronto a cedergli quell'unica legione che gli era rimasta ubbidiente. Gli fu mandato Sesto Cesare per rilevarla; 8. e dopo la consegna della legione, Varrone si rec da Cesare a Cordova. Gli fece una relazione generale sul pubblico denaro, coi documenti di cui disponeva (7), gli consegn le somme che aveva con s e gli segnal la quantit e la localit del frumento e delle navi.


21.
1. A Cordova Cesare tenne l'annunciata assemblea (1). Il suo ringraziamento si espresse, per cos dire, per categoria. Vennero per primi i cittadini romani, per l'impegno da loro messo nel mantenere in proprie mani la piazzaforte; poi gli Spagnoli, per aver cacciato le guarnigioni pompeiane; poi i cittadini di Cadice, che avevano annullato i piani dei loro avversari (2) e si erano conquistati la libert; infine, i tribuni militari e i centurioni, che eran andati a Cadice a dar man forte e con la loro presenza avevano corroborato questi propositi. 2. Furono rimesse quelle somme di denaro che i cittadini romani avevano pubblicamente promesso a Varrone, cos come egli reintegr nei propri beni coloro che aveva saputo gi colpiti da confische, per essersi permessi di criticare liberamente (3). 3. Ricompense furono assegnate a comunit e a privati (4); a tutti gli altri si diede la certezza di un futuro migliore. Due giorni si trattenne a Cordova; poi part per Cadice. Qui diede ordine di riportare nel santuario di Ercole il tesoro e gli ex voto trasferiti in una casa privata (5). 4. Come governatore della provincia fu scelto Quinto Cassio, che dispose di quattro legioni. E appunto con quelle navi che Marco Varrone e quelli di Cadice, per ordine di Varrone, avevano allestito, in pochi giorni di navigazione giunse a Tarracona (6), dove il suo arrivo era atteso dalle delegazioni di quasi tutta la Spagna Citeriore.
5. Come aveva fatto altrove (7), anche qui, in privato e in pubblico, rese dovuti riconoscimenti ad alcune comunit; poi lasci Tarracona, e per terra si diresse a Narbona e di l a Marsiglia (8), dove venne a sapere di una legge votata in Roma sulla dittatura e di essere stato eletto dittatore dal pretore Marco Lepido (9).


22.
1. Le calamit di Marsiglia intanto toccavano il parossismo e la stroncavano. L'assoluta miseria, due battaglie navali perdute (1), frequenti tentativi di uscita conclusi nel sangue (2), il flagello di una violenta epidemia causata dal protrarsi dell'assedio e dal peggiorare del cibo - sappiamo che mangiavano tutti panco stantio e orzo guasto, che da tempo avevano messo da parte nei depositi per casi di questo genere -, il crollo della torre (3) e lo smantellamento di gran parte dei bastioni, l'impossibilit di aiuti da province o da eserciti, di cui si era conosciuta la resa al potere di Cesare, furono le ragioni che indussero i Marsigliesi ad arrendersi, questa volta senza intenzioni di frode (4).
2. Tuttavia, pochi giorni innanzi, Lucio Domizio, che gi sospettava della decisione dei Marsigliesi, si procur tre navi: due le consegn ad amici, sulla terza si imbarc lui stesso, e salp approfittando di una pessima visibilit a causa del maltempo. 3. Lo avvistarono le navi che, per disposizione di Bruto, ogni giorno se ne stavano alla fonda vicino al porto con compiti di vigilanza. Esse levarono subito le ncore e lo inseguirono. 4. Delle fuggitive, solo la nave di Domizio forz la corsa, si impegn nella fuga e non fu pi avvistata con l'aiuto della burrasca; le altre due si intimorirono per l'inseguimento delle nostre e ritornarono nel porto.
5. Si attuarono perci le condizioni di resa dei Marsigliesi: essi portarono fuori dalle mura armi e macchine belliche, fecero uscire le navi dal porto e dagli arsenali, tolsero il denaro dall'erario. 6. Cesare risparmi la citt, non certo meritevole ai suoi occhi, ma per la sua fama e antichit (5); vi lasci di guarnigione due legioni, mandando le altre in Italia. Ed egli part per Roma (6).


23.
1. Ma veniamo ora ad altri avvenimenti contemporanei (1).
Dalla Sicilia, Gaio Curione aveva fatto vela verso l'Africa e suo primo pensiero non fu certamente per quelle forze militari che Publio Azio Varo vi aveva gi portate (2). Perci, delle quattro legioni affidategli da Cesare, ne condusse con s due, pi cinquecento cavalieri. La traversata verso l'Africa dur due giorni e tre notti; lo sbarco avvenne in un punto della costa che si chiama Anquillaria. 2. E' un villaggio che dista ventidue miglia da Clipea e durante i mesi estivi offre un soggiorno tutt'altro che disagevole, racchiuso tra due promontori ben rilevati (3).
3. Spiava il suo arrivo il giovane Lucio Cesare (4), tenendosi al largo di Clipea con dieci navi da guerra. Rimaste in secco a Utica dopo la spedizione contro i pirati (5), Publio Azio le aveva fatte riarmare in previsione di questo conflitto. Ma Lucio Cesare fu preso dal timore che le navi di Curione fossero preponderanti: non indugi in alto mare, ma fugg lui solo con una trireme, dotata di ponte di coperta, verso la spiaggia pi vicina; qui abbandon la nave e a piedi continu a fuggire sino ad Adrumeto (6), 4. una fortezza che Gaio Considio Longo occupava con l'effettivo di una legione. Vista la fuga del giovane Cesare, anche le altre navi furono costrette a riparare ad Adrumeto.
5. Tent di inseguirlo il questore Marcio Rufo con dodici unit, che Curione aveva fatto venire dalla Sicilia come convoglio di scorta alle navi cariche di merci; quando avvist la trireme abbandonata sulla spiaggia, Rufo se la prese a rimorchio e con l'intero suo gruppo fece ritorno da Curione.


24.
1. E Curione decise l'avanzata verso Utica su due linee: Marcio Rufo vi andava con le navi, lui per via di terra. In due giorni di marcia giunse alle rive del fiume Bagrada (1), 2. dove lasci insieme alle legioni il legato Gaio Caninio Rebilo, perch egli volle precedere tutti con la cavalleria per esplorare la localit di Castro Cornelio (2), che si riteneva molto opportuna per stabilirvi un campo.
3. Castro Cornelio  un promontorio impervio, dominante sul mare, scosceso sui due fianchi e di accesso difficile, ma con una pendenza meno erta dalla parte che guarda verso Utica. 4. Da questa citt, in linea d'aria, dista poco pi di mille passi; ma si interpone una sorgente su cui per ampio spazio rifluisce il mare, in modo da formare un vasto ristagno d'acqua. Perci, nell'impossibilit di passar oltre, si deve arrivare a Utica con una circonvallazione di sei miglia.


25.
1. Insieme alla ricognizione di Castro, Curione ebbe modo di osservare da lontano il campo di Azio Varo. Esso si addossava alle mura della citt fortificata, presso la porta chiamata Belica (1), in una posizione di indubbio vantaggio: da una parte c'era la stessa fortezza di Utica, dall'altra il teatro, che sta di fronte alla citt, e le cui fondazioni sono poderose, cos che insidioso oltre che stretto era l'accesso in quel campo.
2. Osserv pure, lungo le strade di accesso quanto mai affollate, un passare d'armenti e un trasportare merci, in grande quantit da ogni parte, come suole accadere dalla campagna verso la citt, quando si diffonde la paura di un improvviso stato di guerra. 3. Col proposito di farne scempio e di trarne molta preda, Curione vi mand contro la cavalleria, ma quasi nello stesso tempo, per parare il colpo, Varo sped fuori di Utica seicento cavalieri di Numidia e quattrocento fanti, che il re Giuba aveva mandato di rinforzo pochi giorni innanzi.
4. Questo re, se da una parte teneva con Pompeo un vincolo di amicizia che risaliva a suo padre, dall'altro covava odio contro Curione, che al tempo del suo tribunato della plebe aveva proposto una legge per la soppressione del regno di Giuba e la sua fusione con lo stato romano (2).
5. I cavalieri vennero allo scontro e i Numidi non riuscirono a resistere al primo assalto dei nostri e si ritirarono nel campo sotto le mura, lasciando centoventi uccisi. 6. Quando poi arrivarono le navi da guerra, Curione volle far sapere agli equipaggi delle navi mercantili ancorate presso Utica, in numero di circa duecento, che avrebbe trattato come nemici quanti non avessero all'istante condotto la propria nave a Castro Cornelio. 7. Dal bando di questa ingiunzione non pass quasi tempo, e tutte le navi, levata l'ncora, abbandonarono Utica e si trasferirono nel luogo comandato. E con il loro arrivo il nostro esercito godette l'abbondanza di tutto.


26.
1. L'impresa sembrava bene avviata, tant' vero che Curione, al ritorno nel campo di Bagrada, per acclamazione generale dei soldati fu insignito del titolo di "imperator" (1). E il giorno successivo fece avanzare l'esercito verso Utica e pose il campo davanti alla citt (2).
2. Si stava ultimando il lavoro di difesa, quando dagli avamposti i cavalieri annunciarono che stavano per giungere a Utica molti rincalzi di cavalleria e fanteria inviati da Giuba. E infatti si vide subito da lontano alzarsi un polverone e dopo pochi istanti profilarsi l'avanguardia.
3. Il fatto inatteso sconvolse Curione, che decise di spedirvi contro dei cavalieri per frenare quell'assalto e impedirne l'avanzata, e immediatamente di far sospendere quel lavoro alle legioni e metterle in ordine di combattimento.
4. I nostri cavalieri attaccarono: e ancora le legioni non si erano disposte e fermate al luogo loro, che essi ricacciarono in fuga quei rinforzi regi che, oltre ad essere impacciati per il dislocamento e frastornati, compivano la loro marcia senza disciplina alcuna e con imprudenza. Solo la cavalleria regia non riport danno, perch, lanciatasi veloce lungo il mare, riusc a riparare in citt; la fanteria invece sub un massacro.


27.
1. Ma quando giunse la notte, due centurioni della Marsia (1) disertarono il campo di Curione con ventidue commilitoni loro e passarono in quello di Azio Varo. 2. Che abbiano espresso a Varo il loro giudizio sincero, o che abbiano solo mirato a lusingarlo,  difficile dire: la verit  che siamo portati a credere di cuore a quanto desideriamo e pretendiamo che altri la pensi al nostro stesso modo (2);  certo tuttavia che essi assicurarono che i sentimenti dell'intero esercito erano ostili a Curione e che c'era una necessit soprattutto: che i due eserciti si trovassero di fronte e i soldati potessero scambiarsi qualche parola.
3. Varo ne fu convinto e il giorno dopo, al mattino, fece uscire le legioni: e Curione fece altrettanto. Solo una valle (3) non ampia stava in mezzo ai due schieramenti.


28.
1. Quel Sesto Quintilio Varo che noi abbiamo gi visto a Corfinio (1), si trovava nell'esercito di Azio. Quando fu lasciato libero da Cesare (2), se ne venne in Africa. Le sue legioni, arresesi a Cesare tempo addietro quando lasciarono Corfinio (3), erano passate in Africa sotto il comando di Curione; tolti pochi centurioni, le centurie e i manipoli erano gli stessi.
2. Quintilio non perse l'occasione di farsi sentire: spostandosi lungo tutto lo schieramento di Curione, cominci a raccomandare ai soldati di non dimenticarsi di quel giuramento pur lontano che essi avevano prestato a Domizio e a lui quand'era questore (4); di non impugnare le armi contro coloro che avevano avuto la medesima sorte e passate le medesime disgrazie di un assedio (5); di non difendere proprio quelli che li chiamavano, con profondo sprezzo, disertori. 3. N manc il contentino di una non lontana ricompensa, che dovevano attendersi da un uomo generoso come lui, se avessero seguito tanto lui quanto Azio.
4. Cos egli parl. Ma dalle truppe di Curione non si distinse un cenno di risposta. Ai due comandanti non rest che sciogliere lo schieramento.


29.
1. Eppure nel campo di Curione un persistente sgomento entr nel cuore di tutti. Parlando fra loro, i soldati altro non facevano che accrescerlo. Ognuno pensava e si esprimeva a suo modo, e cos aggiungeva la propria incertezza a quella che aveva ricevuta da un altro. 2. Un pensiero si comunica dalla singola persona a molte altre; ma quando queste se lo passano di bocca in bocca, non ha pi una sola origine, ma diverse (1).
3. Essi press'a poco dicevano (2): la guerra civile era una guerra tutta a suo modo; i soldati avevano pur diritto di agire con libert e seguire una decisione; era certo che le legioni di Curione non molto tempo fa si trovavano dall'altra parte; Cesare sicuramente era generoso, ma l'abitudine di esserlo toglieva valore alla sua stessa generosit; anche schierati in campi avversi, i cittadini degli stessi municipi si sentivano solidali, e tanto da una parte quanto dall'altra c'erano Marsi e Peligni (3).
Sotto le tende e negli assembramenti le conversazioni dei soldati 4. esprimevano incertezza e per questo si prestavano a un'interpretazione pessimistica. Da quelli poi che si davano arie di essere i pi informati, si inventavano persino affermazioni mai dette.


30.
1. Fu quindi necessaria la convocazione del consiglio di guerra (1) per una decisione della massima importanza. 2. Qui furono fatte due proposte. La prima sosteneva la necessit di osare in tutti i modi e di assalire il campo di Varo. Dato il morale dei soldati, il non far nulla sarebbe stato il partito peggiore. Insomma, era meglio dimostrarsi uomini di valore nel combattere e affrontare l'esito di una guerra, che essere abbandonati, traditi dai propri soldati, subire pene capitali.
3. La seconda proponeva di tornare nel colmo della notte a Castro Cornelio (2), perch pi tempo passava, pi si placava l'irrequietezza dei soldati. Nel caso poi di un deprecabile rovescio, con tutte le navi a disposizione ci si poteva riparare in Sicilia per via pi sicura e facile (3).


31.
1. Curione bocci le due proposte, perch se una mancava di coraggio, l'altra ne aveva sin troppo. Era vergognoso pensare a una fuga, imperdonabile quanto dissennato provocare battaglia in situazione sfavorevole. Ma queste press'a poco furono le sue parole.
2. Ditemi: con qual fiducia noi pretenderemmo di impadronirci di un campo quanto mai difeso dalla mano dell'uomo e dalla natura? 3. E nel caso di un grosso insuccesso nostro, quale scopo conseguiremo ritirandoci dall'assedio contro il campo nemico? Voi sapete bene che la Fortuna nelle imprese accorda la simpatia di un esercito verso chi lo comanda, cos come le sconfitte gli procurano esecrazione.
4. Spostare il campo! Ma questo significa un vergognoso fuggire, un rinunciare a tutto, la defezione dell'esercito. Non accetto l'idea che i soldati coscienziosi sospettino di riscuotere poca fiducia e che i disonesti (1) siano sicuri di incutere timore: a questi la nostra pavidit accresce la tracotanza, a quelli la nostra diffidenza sminuisce lo zelo.
5. Ammettiamo pure per assodato quanto si va dicendo sulla defezione dell'esercito - del resto io penso che sia del tutto falsa, o certamente meno grave di quanto si creda -: non  forse meglio, per quanto sta in noi, velarla e nasconderla, piuttosto che metterla sotto gli occhi di tutti? 6. Noi fasciamo le ferite del corpo: la stessa ragione ci induce a coprire le piaghe dell'esercito, per non accrescere la baldanza di chi ci combatte. 7. Per di pi, alcuni suggeriscono di partircene da qui in piena notte: ma sarebbe come dare un'occasione in pi a quanti intendono ammutinarsi. Le rivolte in genere si bloccano o col senso del dovere o con la disciplina; ma la notte fa dimenticare e il dovere e la disciplina (2).
8. Insomma, io non sono cos accecato dal coraggio da pensare di assalire il campo nemico pur senza probabilit di riuscirvi, n cos prigioniero della paura da abbandonare ogni speranza. Non ci resta che esaminare attentamente ogni via di uscita; e credo che per lo pi il mio giudizio sulla questione tra non molto concorder col vostro.


32.
1. Dopo il consiglio di guerra, l'assemblea dei soldati. Curione ricord che Cesare presso Corfinio trasse gran vantaggio dal loro slancio (1), al punto di aver dalla sua gran parte d'Italia per il loro merito e il loro significativo esempio. E prosegu:
2. Da quel momento tutti i municipi (2) seguirono voi e la vostra decisione. Non senza motivo Cesare vi ha tenuto in conto di fedelissimi amici e quegli altri (3) come causa della loro rovina. 3. Nessuna sconfitta sub Pompeo: solo disingannato dal precedente del vostro atteggiamento decise di andarsene dall'Italia. Cesare mi considera fra i suoi amici pi cari: per questo mi ha posto con fiducia in mano vostra, e in mano vostra sono le province di Sicilia e d'Africa, cos necessarie alla salvezza di Roma e dell'Italia (4).
4. Tra voi girano alcuni che vi incitano a disertare dalle nostre file. Ma gente simile non ha scopo pi ambizioso che togliere di mezzo noi e addossare un crimine esecrando (5) a voi, con una sola mossa. Solo i pi perfidi nemici vostri potrebbero augurarvi, come essi in realt vi augurano, di tradire quanti ammettono di dovervi tutto e di passare in potere di quanti ritengono di aver perduto per causa vostra.
5. Ma non avete sentito le imprese di Cesare in Spagna? Due eserciti sbaragliati; due condottieri sconfitti; due province riconquistate (6): e tutto  stato compiuto quaranta giorni dopo che Cesare si trov di fronte ai suoi nemici (7). 6. Una rivincita? Ma come potrebbero prendersela dopo essere stati piegati, loro che non riuscirono a vincere con tutte le forze intatte (8)? E voi avreste seguito Cesare quando non era ancora sicuro della vittoria, e ora, quando la vittoria  certa, vi mettereste al seguito di un vinto, pur potendo com' giusto godere del premio della vostra collaborazione?
7. Quelli di l si lagnano di essere stati piantati in asso e traditi da voi e vi rammentano il giuramento di tanto tempo fa (9). 8. Ma foste voi ad abbandonare Lucio Domizio, o non fu piuttosto Lucio Domizio ad abbandonare voi? Non vi ha forse respinto, lui, mentre eravate pronti a seguirlo fino in fondo? Non cerc di salvarsi la pelle fuggendo senza farsi vedere da voi (10)? Traditi da lui, non siete rimasti in vita per la benevolenza di Cesare? 9. Come avrebbe potuto pretendere da voi fedelt a un giuramento un individuo che depose i fasci (11), rinunci al comando, e come cittadino privato e con le mani legate si mise in potere d'altri? 10. Strano davvero questo problema di coscienza: rifiutare l'attuale giuramento (12) a cui siete realmente vincolati, e far rivivere quell'altro, che fu distrutto con la resa di un comandante, di un uomo senza pi libert civili (13).
11. Potreste anche dire di essere tutti dalla parte di Cesare, ma di avere avversione per me. Io non star ora a parlarvi di mie benemerenze verso di voi: esse a tutt'oggi sono inferiori ancora al mio desiderio e alla vostra attesa; in ogni caso, i soldati han l'usanza di chiedere ricompense alle loro fatiche sempre alla conclusione della guerra. E come essa andr a finire, voi non lo mettete affatto in dubbio. Perch non dovrei parlare della mia scrupolosit, e, a giudicare da quanto  stato conseguito, della mia buona sorte (14)? 12. Vi lamentate forse perch io ho fatto venire sano e salvo l'esercito in Africa, senza aver perso una nave? perch al mio arrivo, nel primo scontro, ho sconfitto la flotta avversaria? perch, due volte in due giorni, la nostra cavalleria ha vinto? perch ho fatto uscire duecento navi mercantili dal porto, dalla base stessa dei nemici, e li ho ridotti al punto di non trarre rifornimenti n per via di terra n dal commercio marittimo (15)? 13. Volete buttar via questa buona sorte? volete rinnegare i vostri capi? Seguite allora la vergogna di Corfinio, la fuga dall'Italia (16), la resa delle Spagne e la guerra d'Africa gi compromessa (17).
14. Ho sempre desiderato di essere considerato un soldato di Cesare; e voi mi avete dato il titolo di "imperator" (18). Se ve ne siete pentiti, vi restituisco la vostra onorificenza. Chiamatemi col mio nome. Non vorrei che mi aveste onorato per disonorarmi.


33.
1. Il discorso impression molto i soldati. Mentre lui parlava, spesso lo interrompevano: non reggevano al grave sdegno di essere sospettati di infedelt. E mentre Curione si allontanava dalla tribuna, tutti quanti gli erano intorno per spronarlo ad essere tranquillo, a dichiarare battaglia senz'esitazione, a mettere alla prova la loro fedelt e il loro ardire. 2. Tanto bast per mutare la volont e l'atteggiamento di tutti; e fra il generale consenso, Curione decise di venire al confronto delle armi, non appena se ne fosse data l'opportunit.
Perci il giorno successivo (1) fece uscire e schierare i soldati nella posizione medesima dei giorni addietro; 3. e nemmeno Azio Varo esit a contrapporre le sue schiere. Non voleva desistere dal tentativo di subornare i soldati di Curione n perdere l'opportunit di combattere con un certo vantaggio.


34.
1. Abbiamo gi visto che fra i due eserciti schierati si interponeva una valle (1), non molto ampia, ma dai pendii accentuati e faticosi da salire. L'uno aspettava al varco l'altro nel tentativo di attraversarla, per potere attaccare da posizione pi elevata (2).
2. Frattanto, dall'ala sinistra di Publio Azio, si vide l'intera cavalleria che si calava al fondo della valle, con interposti moltissimi soldati armati alla leggera. 3. Curione vi sped contro la propria cavalleria e due coorti di Marrucini (3): gli avversari non ressero a questo primo scontro e i cavalieri a briglia sciolta se ne tornarono presso i compagni, mentre i fanti che insieme erano discesi, lasciati a se stessi, erano circondati e sterminati dai nostri. Tutto lo schieramento di Varo guardava fisso, rivolto a quel punto; vedeva la fuga disperata e il massacro dei suoi.
4. Allora un legato di Cesare, Caninio Rebilo, che Curione si era portato dietro dalla Sicilia per la sua lunga e provata esperienza militare (4), disse: O Curione, il nemico  sconvolto! Esiti a sfruttare il momento opportuno?. 5. Curione raccomand ai soldati soltanto - n altro poteva - di ricordarsi delle promesse del giorno prima (5); diede l'ordine di star dietro a s e si lanci alla testa di tutti. Cos aspra era da risalire la valle, che i primi non riuscivano ad aggrapparsi a un appiglio, se non spinti dai compagni che venivano dopo (6). 6. Ma i soldati di Azio, gi sgomenti per la paura e per la fuga sanguinosa dei loro compagni, non avevano la minima intenzione di far resistenza e gi si immaginavano di essere presi dentro dalla cavalleria. Fu cos che tutto lo schieramento di Varo volse le spalle e si chiuse nel campo, prima che si potesse scagliare un'arma o che i nostri si facessero pi sotto.


35.
1. Mentre gli avversari si accalcavano in fuga, un certo Fabio, Peligno di nascita, che nell'esercito di Curione aveva uno dei gradi pi bassi fra i centurioni (1), fu tra i primi a dar loro la caccia; poi, con tutta la voce che aveva, andava cercando Varo chiamandolo per nome, quasi lui fosse un suo soldato e volesse ricordargli, dirgli qualcosa. 2. Chiamato pi volte, Varo si volse a guardare, si ferm e: Chi sei? Che cosa vuoi? gli chiese. Ma Fabio con la spada mir alla spalla indifesa (2) di Varo e quasi lo uccideva: quello infatti alz lo scudo a parare il colpo e fu salvo. Fu allora che i nemici l vicino circondarono Fabio e lo finirono (3).
3. Intanto gli ingressi del campo d'Utica furono ostruiti da tanta massa confusa di gente in fuga: non fu pi possibile passare e in quel punto, senza ferite d'arma, ne morirono pi che nella mischia o nella ritirata. Poco manc che fossero snidati dal loro campo, e alcuni pochi, senza smettere di fuggire, direttamente ripararono a Utica (4).
4. Ma l'accesso a questo campo era impossibile ai nostri, sia per le difese naturali e artificiali, sia perch, usciti a combattere, i soldati di Curione non disponevano di quanto occorreva per assaltare un campo. 5. Perci Curione ricondusse il suo esercito indietro, con tutti i soldati presenti ad eccezione di Fabio. Dall'altra parte, seicento circa furono i morti e mille i feriti (5); e questi ultimi e anche molti altri che si fingevano feriti, dopo che Curione se ne fu andato, presi da paura, dal campo si rintanarono in citt. 6. Messo alla strette dai fatti, e accertato che l'esercito era sgomento, Varo lo trasfer tutto in Utica dopo la mezzanotte, lasciando nel campo vuoto un trombettiere e poche tende, per far credere di essere ancora l.


36.
1. L'indomani (1) Curione si propose di assediare Utica, dando inizio ai lavori per chiuderla all'intorno con un terrapieno. All'interno della citt la confusione era totale. C'era la plebaglia, che per il lungo gusto del vivere tranquillo non voleva sentir parlare di guerra; c'erano i cittadini di Utica, che avevano ricevuto favori da Cesare e in tutto gli dimostravano amicizia; c'era la comunit dei cittadini romani, che si componeva di varie categorie con varie opinioni (2); ma sovrana regnava la paura per i fatti d'arme appena accaduti.
2. Si sentiva parlare di resa ad ogni angolo e si avviavano discussioni con Publio Azio, perch con la sua ostinazione non portasse alla tragedia la sorte di tutti (3). 3. E gi si stavano svolgendo le trattative, quando arrivarono messaggeri da parte di re Giuba (4) con la notizia che il re stava avanzando con molti soldati e che quindi bisognava resistere nel sorvegliare e difendere Utica. Cos, dal colmo della paura si pass alla fiducia.


37.
1. La stessa notizia venne portata pure a Curione. Ma per un po' di tempo non ci volle credere, a tal punto si sentiva sicuro del fatto proprio (1). 2. Inviati e dispacci recavano in quel periodo in Africa le notizie dei successi di Cesare in Spagna (2). Perci, al massimo dell'euforia, non voleva affatto credere che quel re osasse mettersi contro di lui. 3. Ma purtroppo venne a sapere da testimoni sicuri che le truppe di Giuba erano lontane da Utica meno di venticinque miglia; e lasciati in tronco i lavori di assedio, si rassegn a ritornarsene a Castro Cornelio (3). 4. Diede subito mano alla fortificazione del campo, all'ammasso del frumento, alla scorta di legname per carpenteria e subito mand in Sicilia ad avvertire di fargli giungere le due legioni e quanto l restava delle sue forze di cavalleria (4).
5. Il campo di Castro Cornelio era pi che mai adatto per un'impresa bellica: la posizione naturale, la solidit, la vicinanza del mare, la ricchezza di acqua e anche di sale, di cui un gran quantitativo era stato l raccolto dalle saline non lontane (5). 6. Il legname non poteva mancare perch c'erano intorno dei boschi e quanto al frumento, i campi ne erano tutti rigogliosi. Pertanto Curione fu con i suoi pienamente d'accordo nell'attendere gli effettivi dalla Sicilia e nell'impegnarsi nella guerra.


38.
1. Tutto era programmato e concordato, quando si riseppe da alcuni fuggiaschi (1) da Utica, che Giuba era stato richiamato indietro da una guerra scoppiatagli ai confini del regno, da cui non poteva allontanarsi anche per i contrasti sorti dagli abitanti di Leptis (2), e che soltanto un suo ufficiale, Saburra, si dirigeva verso Utica con forze di poco peso. 2. Curione prest fede incautamente (3) a simili informatori, mut interamente il piano e decise di buttarsi nel rischio di uno scontro. La sua giovinezza, il suo coraggio, i successi da poco conseguiti, la sicurezza in un'impresa fortunata, furono per lui tante voci di esortazione a scegliere questa strada.
3. Infervorato da questi suoi sogni, al calar della notte sped tutta la cavalleria contro il campo nemico sopra una riva del fiume Bagrada (4). L certo stava quell'ufficiale Saburra, di cui aveva sentito parlare; ma il re gli stava dietro con il grosso dell'esercito e attendeva alla distanza di seimila passi da Saburra.
4. Partiti con fiducia, i nostri cavalieri compirono di notte il percorso ed assalirono gli avversari, impreparati e distratti, perch i Numidi, non saprei per quale usanza del loro paese, si accampano alla rinfusa e in posizione sparsa (5). 5. Fu cosa facile ucciderne molti, immersi nel sonno e isolati; e molti altri, atterriti, riuscirono a fuggire. Dopo questa impresa, i cavalieri si misero sulla strada del ritorno, portando anche dei prigionieri.


39.
1. Poco prima di giorno, Curione era uscito con tutti i suoi, lasciando cinque coorti a difesa del campo (1). Dopo sei miglia, incontr i cavalieri, seppe la loro impresa. Chiese ai prigionieri: Chi comanda il campo di Bagrada?; e quelli risposero: Saburra.
2. N chiese altro, perch gli urgeva il desiderio di terminare quella marcia; e rivolto alle milizie che gli stavano accanto, disse: Vedete? quello che hanno detto i prigionieri concorda col racconto dei fuggiaschi (2). Il re non  venuto; le truppe di soccorso a Utica sono poche, almeno tali da non poter reggere se messe a fronte con pochi cavalieri. 3. Affrettatevi dunque al bottino e alla vittoria ed io gi da ora penser ai premi vostri e come dimostrare a voi la mia gratitudine.
4. L'impresa dei cavalieri, in s, era stata notevole, soprattutto se si raffronta il loro scarso numero con la gran massa dei Numidi. Ma gli uomini hanno la lingua ben sciolta quando parlano dei propri meriti (3); e i cavalieri, nel ricordarla, gonfiavano l'impresa 5. e portavano a testimonianza la grossa preda, indicavano i prigionieri e i cavalli catturati; insomma, davano ad intendere che ritardo alla vittoria era tutto quel tempo che si sciupava. 6. Alla fiducia di Curione erano di rincalzo i sentimenti appassionati dei suoi (4).
Ordin dunque ai cavalieri di seguirlo e affrett l'avanzata per poter assalire i fuggitivi nella loro maggior confusione. Ma, sfiniti da una notte di cammino, i soldati (5) non riuscivano a tenergli dietro, e ora in un luogo ora in un altro si fermavano a riprendersi. Ma neppure questo sminuiva a Curione la baldanza.


40.
1. Giuba ebbe da Saburra le notizie sullo scontro notturno e gli mand di nascosto duemila cavalieri spagnoli e galli, che teneva di solito presso di s come guardia personale, e un contingente di fanteria in cui aveva completa certezza, mentre lui, con velocit minore, teneva dietro con tutto il resto e con sessanta elefanti.
2. Dai cavalieri che vedeva venir contro, Saburra immagin che sarebbe venuto fra poco Curione: perci mise in assetto di battaglia reparti di cavalleria e fanteria, con l'ordine di retrocedere un poco, se non di ritirarsi, simulando di aver paura; all'occorrenza, ci sarebbe stato il segnale d'attacco e ogni altro ordine richiesto dal momento. 3. Per Curione, i nemici fuggivano: questa convinzione si aggiunse a quella speranza che gi prima egli aveva; perci, dalla posizione elevata dove si trovava, spinse gi l'esercito verso la pianura aperta.


41.
1. Dalle alture verso la pianura il percorso non fu davvero breve, tant' vero che Curione fu costretto a fermarsi con un esercito sfiancato gi dalla fatica di sedici miglia percorse (1).
2. Saburra intanto d un richiamo (2) ai suoi, forma i reparti dello schieramento, va di fila in fila, non fa che esortare. Della fanteria si serve soltanto per impressionare, da lontano; in campo mette solo la cavalleria. 3. Curione fa pure lui quanto deve, spronando i suoi con la convinzione che tutto il risultato sta in quel valore che essi hanno. I fanti sono stremati, i cavalieri pochi e morti di stanchezza, eppure essi mettono impegno e ardire nel combattere; ma sono solo in duecento, dacch gli altri erano rimasti per strada (3). 4. In qualsiasi direzione muovano l'assalto, costringono gli avversari a lasciare le loro posizioni, ma non possono inseguirli in fuga per lungo raggio n lanciare i cavalli a una forte carica.
5. Ma c' di peggio: i cavalieri di Giuba cominciano dalle due ali ad aggirare i nostri reparti e a colpirli alla schiena, distruggendoli; 6. e ogni volta che le nostre coorti si lanciano al contrattacco, fuori dalla loro posizione, i Numidi, rapidi perch non stanchi, eludono la violenza dei nostri, ma poi li circondano mentre tentano di ritornare al posto di prima e li tagliano fuori dal resto dello schieramento. Ogni scelta appare rischiosa, sia restare sul posto e mantenere i reparti, sia buttarsi allo sbaraglio e tentare la sorte.
7. Con i rinforzi spesso mandati di nascosto dal re, i nemici aumentano; i nostri ribattono con meno forza per sfinimento; i feriti non possono uscire dal campo di battaglia, n essere ricoverati al riparo, perch tutt'intorno si chiude il cerchio della cavalleria avversaria. 8. Ormai certi di morire, fanno come tutti gli uomini nell'estremo istante della vita: piangono sulla propria fine, ovvero raccomandano i propri cari a quanti, se mai ce ne saranno, la Fortuna permetter di scampare a quell'eccidio. All'ingiro non c' che paura e morte.


42.
1. In questo generale sconvolgimento non giungono le voci ora autorevoli ora supplicanti di Curione; e poich la situazione  tragica, egli pensa che ultima via di scampo sia occupare tutt'insieme le alture vicine (1) e l portare la mischia. Ma Saburra vi manda la cavalleria e le occupa per primo.
2. Allora i nostri veramente vedono la fine: quanti si danno alla fuga, sono sterminati dalla cavalleria; altri stramazzano al suolo, anche senza ferite. 3. Il comandante della cavalleria Gneo Domizio (2), che gli sta accanto con pochi cavalieri, prega Curione di salvarsi allontanandosi e dirigendosi al campo; quanto a s, gli promette estrema fedelt. 4. Ma Curione d per scontato che, senza il suo esercito, egli non torner a rivedere Cesare, che glielo aveva consegnato fidandosi di lui (3); e continuando a combattere viene ucciso. 5. Pochissimi cavalieri si traggono fuori dalla battaglia. Quanti, come abbiamo detto, si erano fermati nella retroguardia per far riposare i cavalli, intuita da lontano la disfatta dell'esercito, se ne tornano salvi al campo. Tutta la fanteria  distrutta sino all'ultimo uomo.


43.
1. Quando il questore Marcio Rufo (1) ne fu informato al campo, dove era stato lasciato da Curione, pens di raccomandare ai soldati che gli restavano di non perdersi d'animo. Ma quelli si diedero a pregare e a supplicare di accorrere alle navi e di far vela verso la Sicilia. A Rufo non rest che promettere e dar ordine ai capitani di tenere all'approdo ogni naviglio sul far della sera.
2. Ma lo spavento non dava pace: alcuni dicevano di avvistare le schiere di Giuba, altri che stava per arrivare Varo con le sue legioni e che gi si scorgeva la polvere sollevata da tutto quell'accorrere - ma in tutto questo non c'era nulla di vero -, altri ancora spargevano costernazione e allarme per un imminente arrivo della flotta nemica.
Fra tanto smarrimento, ognuno non faceva altro che pensare a s. 3. Quelli che gi si trovavano imbarcati, non vedevano l'ora di partire; la partenza di questi spingeva ad imitarli i capitani delle navi mercantili (2), cos che solo poche navicelle si adunarono per l'operazione d'imbarco, secondo gli ordini.
4. Ma la spiaggia era stipata d'uomini che si facevano strada con violenza per riuscire a imbarcarsi, pochissimi fra molti. Alcune navicelle, prese d'assalto e stracolme, colarono a picco. La paura di un naufragio trattenne le altre dal portarsi a riva.


44.
1. Pochi soldati e soprattutto padri di famiglia, che vi riuscirono per favore o per piet, ovvero furono tanto resistenti da raggiungere le navi a nuoto, accolti a bordo giunsero salvi in Sicilia. Quanto rimaneva dell'esercito di Curione, dopo l'invio durante la notte di centurioni con l'incarico di intermediari, si arrese a Varo. 2. Ma il giorno dopo, Giuba, quando vide davanti a Utica le coorti di questi soldati, pretese che a lui spettassero come sua preda, ne fece uccidere gran parte e pochi scelti ne sped nel suo regno, sebbene Varo protestasse perch cos veniva violata la sua parola (1). Ma non os affatto opporsi.
3. Giuba entr in citt a cavallo, con gran seguito di senatori romani, fra cui c'erano Servio Sulpicio e Licinio Damasippo (2). In Utica stabil e pretese tutto quello che volle. E dopo pochi giorni, con tutte le sue orde, se ne torn nel suo regno (3).


NOTE.

Note al capitolo primo.
Nota 1. Riprende qui, protraendosi fino al capitolo 16, la narrazione dell'assedio di Marsiglia, a cui Cesare ha gi dedicato i capitoli 34-36 e 56-58 del Commentario primo. - Per Trebonio vedi sopra, Commentario primo, capitolo 36,5.
Nota 2. Macchine d'assedio d'impiego congiunto, gallerie ("vigne") e torri (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 36, nota 2) sono qui citate insieme come al capitolo 36,4 del Commentario primo.
Nota 3. Il primo fronte era a Est, nei pressi del porto vecchio; il secondo a Nord-Est, nei pressi della porta a cui metteva capo la via Aurelia, proveniente dalla Spagna.
Nota 4. Il terzo lato  probabilmente quello bordato dalle paludi del "Lacydon" (P. Fabre). Gli altri due sono quello meridionale (dove si trova il porto), e quello orientale, sul mare aperto.
Nota 5. E' l'attuale butte des Moulins.
Nota 6. Naturalmente, la Gallia Transalpina.
Nota 7. Addetti al trasporto del materiale e delle macchine da guerra, non al combattimento.
Nota 8. Poco pi di 23,50 metri (1 piede = metri 0,296).

Note al capitolo secondo.
Nota 1. Sono le macchine per il lancio di proiettili ("tormenta") Ne esistevano di varie specie, tra cui le balestre ("balistae") citate al paragrafo seguente.
Nota 2. Circa 3,50 metri.
Nota 3. Le singole "vigne" venivano disposte l'una in fila all'altra, in modo da costituire delle specie di lunghi porticati.
Nota 4. Vedi nota 8 del capitolo precedente.
Nota 5. La cosiddetta "testuggine" ("testudo"), una baracca di legno solidissimo, mobile su rulli o ruote e ricoperta di materiale antincendio come le vigne e le torri (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 36, nota 2). I sessanta piedi (poco meno di 18 metri) vanno senza dubbio intesi in larghezza.
Nota 6. Sono citati sopra, Commentario primo, capitoli 34,4; 56,2; 57,3; 58,4, e pi oltre, Commentario secondo, capitolo 6,3. Vedi capitolo 34, n 4 del Commentario primo.

Note al capitolo terzo.
Nota 1. Domizio capeggiava, come s' visto, la flotta pompeiana a Marsiglia, che aveva subito una sconfitta ad opera dell'ammiraglio cesariano D. Bruto: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 34,2; 36,1-2, 56-58.
Nota 2. Erano cio rivestite di lamine bronzee, che le proteggevano dal fuoco e dai colpi nemici.
Nota 3. Era stato inviato da Cesare in Sicilia: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 30,2-5 e nota 5 e capitolo 31,1.

Note al capitolo quarto.
Nota 1. Nella cosiddetta battaglia del Frioul: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 57-58.
Nota 2. Marsiglia fondava infatti la sua prosperit sul commercio marittimo.
Nota 3. Citt di origine celtica, situata sulla costa a Sud-Est di Marsiglia, identificata dai pi con l'attuale Tarente (da altri con Saint-Cyr, Sanay, Six-Fours, Le Brusq).

Note al capitolo quinto.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 36,4-5.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 58,5, dove si parla di nove navi prese dai Marsigliesi, ivi comprese quelle catturate, le affondate erano dunque tre.
Nota 3. Secondo il Fabre, ci indicherebbe che il campo di Trebonio non era posto sulla butte des Carmes, 4 metri pi bassa della cittadella, ma sul colle Saint-Charles, dunque pi in lontananza.

Note al capitolo sesto.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 57,2 e nota relativa.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 34, nota 4; sul valore di questi montanari vedi Commentario primo, capitolo 57,3.
Nota 3. Sono i pescherecci di cui s' parlato sopra, Commentario secondo, capitolo 4,2.
Nota 4. Si trattava di navi a tre ordini di remi sovrapposti.
Nota 5. L'insegna del comandante era di norma costituita da un vessillo rosso: vedi per esempio PSEUDO-CESARE, "La guerra di Alessandria", 45,4.

Note al capitolo settimo.
Nota 1. A differenza dei Marsigliesi: vedi sopra, capitolo 6,1. E' l'antico (e non solo antico) "topos" della contrapposizione tra forze nazionali e forze mercenarie o ausiliarie, che tanta fortuna ha avuto nella letteratura europea: da Polibio al Petrarca e al Machiavelli. Qui esso  usato in funzione polemica: insistendo sul valore e sulla determinazione dei Marsigliesi (vedi anche la fine di questo capitolo), Cesare fa risaltare per contrasto l'inettitudine e la codardia dei pompeiani.

Note al capitolo ottavo.
Nota 1. Dopo la narrazione della seconda battaglia navale (capitoli 3-7), l'attenzione si sposta nuovamente sull'assedio per parte di terra. La parte destra dei lavori di assedio , dal punto di vista del campo cesariano, quella situata pi a Nord: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 1,1-2.
Nota 2. Rispettivamente, 9 metri circa e 1,5 metri circa.
Nota 3. Non mancano nel racconto di Cesare, bench tutto teso a una scarna narrazione dei fatti (vedi "Introduzione"), annotazioni di carattere generale come questa o come quella riscontrata al capitolo 4,4 di questo Commentario.

Note al capitolo nono.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 25,9 e nota 6. I soldati di Trebonio innalzano la torre standosene al riparo dei plutei e delle vigne finch possibile; quando per la torre supera in altezza il tetto di queste macchine, allora si vedono costretti ad escogitare un altro tipo di protezione, com' spiegato di seguito.
Nota 2. Senz'altro graticci.
Nota 3. Circa 1,20 metri.
Nota 4. Ch'era, come s' visto, di 4 piedi.

Note al capitolo decimo.
Nota 1. Si tratta del "musculus" (letteralmente "topolino"): una baracca mobile di protezione, sul tipo della "vigna", ma di maggiori dimensioni. Qui, la lunghezza  di circa 18 metri.
Nota 2. Il tetto doveva quindi essere a doppio spiovente poco inclinato.
Nota 3. Le "vigne".

Note al capitolo undicesimo.
Nota 1. Queste torri, come quelle gi menzionate (capitoli 10,1 e 7; 11,3), dovevano essere inserite nella cerchia delle mura.
Nota 2. Si tratta delle "infulae", bende di lana, solitamente bianche, che avvolte intorno al capo, conferivano sacralit, e quindi inviolabilit, a chi le portava.

Note al capitolo dodicesimo.
Nota 1. Naturalmente, ci non implica che i Marsigliesi fossero a conoscenza della lettera di Cesare a Trebonio, di cui al capitolo seguente.
Nota 2. Marsiglia, colonia greca, godeva fama di citt colta.

Note al capitolo tredicesimo.
Nota 1. Dunque non una regolare tregua d'armi, ma una momentanea e ufficiosa sospensione delle ostilit.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 34,4; 35. Dopo aver promesso la neutralit, i Marsigliesi avevano aperto le porte a Domizio (Commentario primo, capitolo 36,1).
Nota 3. Ancora una volta Cesare sottolinea la propria moderazione. La cosa  qui tanto pi significativa, perch non si tratta di pompeiani, ma di nemici stranieri.

Note al capitolo quattordicesimo.
Nota 1. Il testo latino fa riferimento alla "testuggine": vedi sopra Commentario secondo, capitolo 2,4.
Nota 2. E' il "musculus" di cui al capitolo 10. Alla torre, interamente ricoperta di mattoni, il fuoco pot essere appiccato dall'interno.
Nota 3. Poich in precedenza non si  mai parlato di quest'altra torre alcuni editori suppongono a questo punto una lacuna. In ogni caso dato che anche il terrapieno  probabilmente un altro, Cesare si riferisce qui al fronte sinistro, quello situato pi a Sud, in prossimit dell'arsenale: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 1,1-2.

Note al capitolo quindicesimo.
Nota 1. Cesare insiste, nei confronti dei Marsigliesi, sul motivo del tradimento (vedi capitolo 14,1 e confronta capitolo 13,3); ma, come s' visto, non c'era stata tregua ufficiale: vedi sopra, capitolo 13,1.
Nota 2. Secondo Lucano ("La guerra civile" o "Farsaglia", 3, 399-459) Trebonio aveva disboscato, per costruire il primo terrapieno, una foresta sacra dei Liguri, da identificarsi probabilmente con la foresta Sainte-Baume.
Nota 3. Quasi 1,80 metri.
Nota 4. Di questo primo terrapieno si parla al capitolo 1,1 e 4 di questo Commentario, dove ne  indicata l'altezza, ma non l'ampiezza. Questa, tuttavia, corrispondeva senza dubbio a quella della "testuggine", precisata nella misura di 60 piedi = circa 18 metri (Commentario secondo, capitolo 2,4). Tale  dunque, all'incirca, anche la larghezza del nuovo terrapieno.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 25, nota 6.
Nota 6. Con questa costruzione in muratura, Trebonio ha sostituito alle gallerie mobili un vero e proprio tunnel d'accesso alle mura. L'esatta situazione di questo tunnel  incerta: secondo il Fabre, probabilmente a Nord del terrapieno che esso viene a sostituire.

Note al capitolo sedicesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 11,4; capitolo 12,2-4. Il racconto dell'assedio di Marsiglia, che qui s'interrompe, riprender e sar portato a termine al capitolo 22. La descrizione analitica che Cesare ne ha dato fa dei capitoli 1-16 del secondo libro della "Guerra civile" una fonte importante per lo studio della poliorcetica antica; tanto pi che l'assedio di Marsiglia ha interessato anche Vitruvio. Questi, nel suo "De architectura" ("L'architettura"), fornisce (2,16,11-12) dei particolari che integrano la narrazione cesariana.

Note al capitolo diciassettesimo.
Nota 1. Dopo che Petreio era partito per congiungere le sue alle forze di Afranio, l'intera Spagna Ulteriore era rimasta affidata a Varrone: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 38,1-2.
Nota 2. Cio sulla vittoriosa marcia di Cesare da Ravenna a Brindisi, sulla conseguente fuga di Pompeo ed entrata di Cesare in Roma: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 8-33.
Nota 3. Varrone aveva ricevuto da Pompeo la legazione di parte della Spagna Ulteriore nel 49. Vedi sopra, capitolo 2, nota 3; capitolo 38,1 e nota 3.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 34-36.
Nota 5. L'allusione , naturalmente, a diversi fatti della campagna di Spagna, raccontata nel Commentario primo, capitoli 37-55 e 59-87. In particolare, per l'orientamento filopompeiano della Citeriore vedi Commentario primo, capitolo 61,3.
Nota 6. Anche su Varrone si appuntano gli strali dell'ironia cesariana. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 65, nota 2.

Note al capitolo diciottesimo.
Nota 1. I nomi antichi sono "Gades" e "Hispalis", entrambe citt portuali (rispettivamente marittima e fluviale) di quella parte della Spagna Ulteriore che costituir la provincia della Betica: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 38, nota 3.
Nota 2. Il santuario di Ercole Gaditano era situato fuori delle mura della citt, a 12 miglia: vedi POMPONIO MELA, 3,46; STRABONE, 4,5,3. Cesare non fa cadere su Varrone l'accusa di aver tentato d'impossessarsi del denaro del tempio, come ha fatto coi consoli (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 14,1), e come far con Scipione (vedi pi oltre, Commentario terzo, capitolo 33). Il legato intendeva soltanto mettere il tesoro al sicuro da Cesare, che tuttavia lo restituir al tempio: vedi pi oltre, capitolo 21,3.
Nota 3. Propriamente: "dal suo seggio di magistrato (in quanto legato di provincia).
Nota 4. Per il sesterzio vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23, nota 3; la libbra d'argento era fissata in grammi 327; il moggio era pari a litri 8,75.
Nota 5. Cio la resa di Afranio e Petreio.
Nota 6. L'antica "Gades" era stata fondata dai Fenici, secondo un modello d'insediamento tipico di questo popolo, su un'isola (l'isola di "Erythaea", attuale Cadice) posta dirimpetto a un promontorio.
Nota 7. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 61,3; Commentario secondo, capitolo 17,4.

Note al capitolo diciannovesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 2,7; ivi, nota 6, e l'"Indice dei nomi di persona".
Nota 2.- Situata sul medio corso del "Baetis" (attuale Guadalquivir), era la capitale della Spagna Ulteriore.
Nota 3. Il testo latino ha "conventus"; il termine, che ricorre con questo senso anche in Commentario secondo, capitoli 29,3; 36,1; 40,5, indica appunto il raggruppamento dei cittadini romani di una determinata citt.
Nota 4. Perch arruolate nelle colonie romane della provincia.
Nota 5. La latina "Carmo", citt della futura Betica, circa 30 chilometri a Nord-Est di "Hispalis/Siviglia".

Note al capitolo ventesimo.
Nota 1. Come gi aveva fatto a proposito delle citt italiche (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 28, nota 1) cos anche qui Cesare insiste sul motivo del favore delle popolazioni.
Nota 2. Come s' visto al capitolo 19,3, a Cordova erano rimaste di guardia due "coorti coloniali" cio due "cohortes civium Romanorum" ("coorti di cittadini romani"). Queste formazioni ausiliarie erano regolarmente comandate da "tribuni di coorte", che non vanno perci confusi con i "tribuni militum" ("tribuni militari") delle legioni.
Nota 3. Il testo latino ha "vernacula", cio "indigene". - Di norma, le legioni erano costituite da cittadini romani, mentre le fanterie ausiliarie erano ordinate in coorti; nel periodo delle guerre civili esiste tuttavia qualche esempio di legioni di non-cittadini: vedi per esempio PSEUDO-CESARE, "La guerra di Alessandria", 53,5.
Nota 4. Quando ci si accampava, le insegne venivano infisse nel terreno.
Nota 5. E' il "conventus" gi riscontrato al capitolo precedente, paragrafo 3.
Nota 6. Citt della futura Betica, situata sulla riva destra del "Baetis", pochi chilometri a Nord di "Hispalis"/Siviglia nell'attuale localit Santiponce. Patria di Traiano, era stata la prima colonia romana di Spagna (era stata fondata dagli Scipioni nel 206).
Nota 7. Cos intendono i pi il "cum fide" del testo latino; P. Fabre invece: "lealmente". - In mancanza d'un questore, Varrone era responsabile dell'amministrazione finanziaria della provincia.

Note al capitolo ventunesimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 19,1.
Nota 2. Cio dei pompeiani. I cittadini di Cadice sono nominati a parte dagli altri Spagnoli (nei quali sono da vedere in particolare i cittadini di Carmona: capitolo 19,3; di Siviglia: capitolo 20,5; di Italica: capitolo 20,6) per i particolari rapporti che essi intrattenevano con Roma dal tempo della seconda guerra punica, quando erano passati dalla parte dei Romani, ribellandosi alla dominazione cartaginese.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 18,4-5.
Nota 4. Tra le ricompense accordate alle comunit, sappiamo da Dione Cassio (41,24,2) che ci fu la concessione della cittadinanza romana agli abitanti di Cadice.
Nota 5. Forse nella casa di Gallonio, dov'erano state ammassate anche le armi: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 18,2.
Nota 6. Si  calcolato che il viaggio da Cadice a Tarracona sia durato dal 25 settembre al primo ottobre. Per Tarracona vedi sopra, Commentario primo, capitolo 60, nota 2.
Nota 7. Nell'assemblea di Cordova: qui sopra, paragrafo 3.
Nota 8. Vi sarebbe arrivato il 25 ottobre, percorrendo circa 25-30 chilometri al giorno. Per Narbona vedi sopra, Commentario primo, capitolo 37, nota 1.
Nota 9. Su questo fatto abbiamo, oltre a Cesare e alle fonti letterarie parallele, la menzione epigrafica della dittatura nei Fasti consolari capitolini sotto l'anno 705 di Roma = 49 avanti Cristo ("Corpus inscriptionum latinarum", 1(2), p. 28, l. 3). Di norma, la nomina del dittatore spettava a uno dei consoli su decisione del Senato ("ex senatus consulto"), in assenza dei consoli fuggiti dall'Italia, agisce qui il pretore (c' un precedente del 217: vedi LIVIO, 22,8,6). [Non  chiaro per se Lepido abbia agito "ex senatus consulto", come afferma Plutarco ("Vita di Cesare", 37,1) o con plebiscito: non sappiamo infatti se la legge invitasse il Senato a votare un senatoconsulto per la creazione del dittatore, oppure autorizzasse essa stessa il pretore Lepido a nominarlo come sostiene DIONE CASSIO, 41,36,1 o 24. Viste le obiezioni di illegalit sollevate da CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,15,2 (confronta 9,3), sembrerebbe pi verosimile che non ci sia stato senatoconsulto]. La dittatura era assegnata fino alla fine del 49; Cesare la deporr appena eletto console per il 48 dai comizi da lui indetti, prima della fine di dicembre del 49: vedi pi oltre, Commentario terzo, capitolo 1,1; capitolo 2,1 e note.

Note al capitolo ventiduesimo.
Nota 1. Per la prima vedi Commentario primo, capitoli 56-58, per la seconda Commentario secondo, capitoli 3-7.
Nota 2. L'ultimo  quello narrato in Commentario secondo, capitolo 14,5-6.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 11,3-4.
Nota 4. A differenza della prima volta: Commentario secondo, capitoli 11,4-14,1. - La narrazione si riallaccia al capitolo 16,3 di questo Commentario.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 34, nota 2.
Nota 6. Questo viaggio non  descritto nella "Guerra civile": i restanti capitoli del Commentario secondo sono dedicati alla campagna d'Africa di Curione; il terzo si apre con l'accenno ai comizi indetti da Cesare. Dalle fonti parallele (SVETONIO, "Cesare", 69; APPIANO, "Le guerre civili", 2,47; DIONE CASSIO, 41,26-35) sappiamo che, giunto a Piacenza, Cesare dovette affrontare l'ammutinamento della Nona legione. Il silenzio di Cesare sopra questo episodio (sul quale vedi per esempio J. CARCOPINO, "Giulio Cesare", trad. it., Milano, 1975, pp. 438-439)  uno di quelli che vengono addotti a prova della sua parzialit.

Note al capitolo ventitreesimo.
Nota 1. Non alla resa di Marsiglia, ma agli avvenimenti di Gallia e di Spagna fin qui narrati. La partenza di Curione per l'Africa ebbe luogo tra il 5 e il 10 agosto; la sua campagna si svilupp durante il resto del mese.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 30-31.
Nota 3. Mentre l'identificazione di Clipea  sicura - si tratta dell'attuale Kelibia, sulla costa tunisina a Sud del capo Bon (antico "promuntorium Mercuri") - sorgono problemi per l'esatta localizzazione di Anquillaria, perch i dati qui forniti non collimano con le indicazioni del capitolo successivo, paragrafo 1 (due giorni di marcia da Anquillaria al fiume Bagrada). Tenendo conto delle 22 miglia di distanza da "Clupea"/ Kelibia, la si  identificata o con El Ilaouria, 5 chilometri a Sud-Ovest del capo Bon, o con la Baia della Tonnara, 7 chilometri pi a Sud-Ovest della localit precedente. Da queste due localit al fiume Bagrada (attuale Medjerda) ci sono rispettivamente 110 e 100 chilometri circa di percorso effettivo: una distanza certamente troppo lunga per essere coperta in due giorni. Perci: o si corregge il "biduique iter" ("due giorni di marcia") dei manoscritti al capitolo 24,1 in "triduique iter" ("tre giorni di marcia); oppure s'identifica (come fa il Meusel) "Anquillaria" con la futura "Aquae Calidae", emendando in tal caso, al capitolo 23,2, il 22 dei manoscritti in 32 (distanza in linea d'aria) o in 42 (percorso effettivo).
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 8, nota 3 e "Indice dei nomi di persona".
Nota 5. Condotta nel 67 da Pompeo, che ne aveva ricevuto il comando da una legge apposita ("lex Gabinia").
Nota 6. Utica e Adrumeto, come del resto l'incerta Anquillaria, sono situate all'interno del golfo di Tunisi (antico "sinus Carthaginiensis"). Per la prima, vedi sopra, Commentario primo, capitolo 31, nota 3. Adrumeto (oggi Susa/Sousse)  situata nella parte pi profonda del golfo, poco a Sud di Cartagine.

Note al capitolo ventiquattresimo.
Nota 1. Vedi la nota 3 del capitolo precedente. - Il fiume Bagrada  l'attuale Medjerda, nel distretto di Tunisi, il cui basso corso  tuttavia pi a occidente che nell'antichit.
Nota 2. Localit situata 4 chilometri a Est di Utica, allora sul mare, oggi a circa 6 chilometri dalla costa, cos chiamata perch vi aveva posto il campo Publio Cornelio Scipione, poi detto l'Africano, durante la seconda guerra punica.

Note al capitolo venticinquesimo.
Nota 1. Dal dio Bel o Baal, somma divinit fenicia (e Utica era fondazione fenicia: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 31, nota 3.
Nota 2. Il padre di Giuba, Iempsale Secondo, era stato posto nell'81 da Pompeo sul trono di Numidia, un regno situato tra la Mauretania e la provincia d'Africa, di cui Curione aveva proposto nel 50, senza successo, l'incorporazione. Vedi anche sopra, Commentario primo, capitolo 6,3 e nota 3.

Note al capitolo ventiseiesimo.
Nota 1. Cos veniva acclamato dai soldati il generale vittorioso sul campo. L'acclamazione imperatoria dava il diritto di chiedere poi al Senato la concessione del trionfo, che poteva essere accordato o no.
Nota 2. Poco distante quindi dal campo pompeiano di Azio Varo.

Note al capitolo ventisettesimo.
Nota 1. Reclutati da Domizio, i Marsi erano passati, dopo la resa di 
Corfinio, nell'esercito di Cesare: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 15,7; 20,3-5; 23,5.
Nota 2. Questa riflessione, nello stile di Cesare (vedi anche "La guerra gallica", 3,18,6; e quanto ho osservato sopra, Commentario secondo, capitolo 8, nota 3), vuole rendere conto dell'alternativa posta in precedenza. non direi in ordine inverso, come pensano Meusel e Fabre.
Nota 3. Questa valle, ampia circa 70 metri, la si scorge ancor oggi a 140 metri da Utica.

Note al capitolo ventottesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23,2.
Nota 2. Ivi, 3.
Nota 3. Ivi, 5.
Nota 4. Nel 49 Quintilio Varo era questore di Domizio Enobarbo, a sua volta designato governatore della Gallia (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 6,5). - Successivamente quelle truppe avevano giurato nelle mani di Cesare: Commentario primo, capitolo 23,5.
Nota 5. Di Corfinio.

Note al capitolo ventinovesimo.
Nota 1. Riflessioni come questa o come quella del capitolo 27,2, tipiche come s' detto, dello stile narrativo di Cesare, depongono a sfavore di coloro che (come R. e P. Menge) ritennero il racconto della campagna d'Africa (capitoli 23-44 del Commentario secondo) opera del luogotenente di Cesare.
Nota 2. Per tutto il paragrafo 3 e la parte iniziale del paragrafo 4 il testo dei manoscritti si presenta frammentario e corrotto: mentre sembra impossibile restituire il testo esatto dell'archetipo, il senso generale si lascia intravedere; tra le varie proposte di correzione, si  qui accolta quella di Madvig-Ramorino.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 15,7; 20,3-5; Commentario secondo, capitolo 27,1. - Il motivo fondamentale di queste considerazioni  che la guerra, che si stava combattendo, vede affrontarsi da una parte e dall'altra cittadini della repubblica romana. Cesare rappresenta dunque i soldati come ben consapevoli di questo carattere civile del conflitto, anche se (forse per dipingere la psicologia pi semplice della truppa?) esso  qui definito "bellum civile" anzich, come di norma nei "Commentari", "civilis dissensio" (letteralmente "discordia civile"). Altre volte Cesare usa "bellum" per indicare l'aspetto militare del conflitto ma senza l'aggettivo "civile": vedi pi oltre, Commentario terzo, capitolo 1,3

Note al capitolo trentesimo.
Nota 1. Si tratta di una riunione ristretta, limitata al comandante e ai suoi ufficiali. Subito dopo Curione convocher l'assemblea dei soldati: vedi pi oltre, capitolo 32,1 e seguenti.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 24,2 e nota 2.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 25,6-7.

Note al capitolo trentunesimo.
Nota 1. Cos ("improbi" nel testo latino) sono definiti i pompeiani, rovesciando la prospettiva conservatrice dei "boni", che, come Cicerone, riservavano questo epiteto ("improbi") ai cesariani.
Nota 2. Una sentenza simile a questa nel consiglio degli afraniani: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 67,3-4.

Note al capitolo trentaduesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 20,5.
Nota 2. Il termine indica qui generalmente le comunit organizzate dell'Italia, quale che fosse il loro preciso ordinamento.
Nota 3. I pompeiani.
Nota 4. Perch ne assicuravano l'approvvigionamento in grano.
Nota 5. Cio un tradimento, com' spiegato subito dopo. Tale non era stata invece la defezione di Domizio a Corfinio perch, in base al diritto di guerra romano, i soldati non erano tenuti ad obbedire a un generale sconfitto e catturato. Vedi oltre, paragrafi 8-10.
Nota 6. Curione tiene questo discorso intorno alla met d'agosto, pu dunque essere gi a conoscenza della resa di Afranio e Petreio, avvenuta il 2 agosto, anche se la notizia ufficiale arriver solo qualche giorno dopo (vedi pi oltre, Commentario secondo, capitolo 37,2). La capitolazione di Varrone (primi di settembre)  posteriore a questi avvenimenti, ma Curione pu ugualmente parlare di due province sottomesse, in quanto parte dell'Ulteriore era stata affidata a Petreio (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 38,1).
Nota 7. Dal 22 giugno al 2 agosto.
Nota 8. Un concetto analogo nel discorso di Bruto a Marsiglia: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 5,2.
Nota 9. Vedi gli appelli di Quintilio Varo alle truppe di Curione qui sopra, capitolo 28,2.
Nota 10. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 19-20.
Nota 11. I fasci erano i simboli del potere, recati dai littori che accompagnavano i magistrati "cum imperio": vedi sopra, Commentario primo, capitolo 6, nota 9.
Nota 12. Quello prestato nelle mani di Cesare: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23,5.
Nota 13. Il prigioniero perdeva, in quanto tale, i diritti connessi con la cittadinanza.
Nota 14. Quest'accenno alla fortuna di un comandante sembra anticipare il motivo, che tanto successo avr in seguito, della "Fortuna Caesaris" ("Fortuna di Cesare"), cio di una specie di capacit di successo connessa con una particolare protezione soprannaturale (confronta il precedente di "Sulla Felix").
Nota 15. Vedi sopra, Commentario secondo, capitoli 23 e 25-26.
Nota 16. S'intende, di Pompeo e di gran parte del Senato: vedi sopra Commentario primo, capitolo 27.
Nota 17. Naturalmente, per i pompeiani. Ma il testo dei manoscritti  in questo punto corrotto.
Nota 18. Allude all'acclamazione imperatoria di cui al capitolo 26,1 di questo Commentario.

Note al capitolo trentatreesimo.
Nota 1. Il 16 agosto.

Note al capitolo trentaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 27,3 e nota 3.
Nota 2. A questo punto gli editori segnano una breve lacuna, nella quale si dovrebbe fare riferimento a un'azione contemporanea a quella introdotta da "frattanto", con cui s'inizia il paragrafo 2.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 29,5 e nota 5.
Nota 4. Era stato legato di Cesare in Gallia nel 52: vedi CESARE, "La guerra gallica", 7,83 e 90. Confronta l'"Indice dei nomi di persona".
Nota 5. Vedi sopra, capitolo 33,1.
Nota 6. La stessa tecnica era stata adottata dai soldati di Cesare in Spagna: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 68,2.

Note al capitolo trentacinquesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 15,7. Il testo ha "Fabius Paelignus", dove "Paelignus" non  il cognome, ma indica, appunto, l'origine. - Sui diversi gradi del centurionato vedi sopra, Commentario primo, capitolo 13, nota 2; capitolo 77, nota 1.
Nota 2. Perch Varo pensava di avere a che fare con uno dei suoi.
Nota 3. Simili episodi di valore della bassa ufficialit servono a fare da contrappunto al poco coraggio dimostrato in genere dai pompeiani a tutti i livelli (naturalmente nella rappresentazione che ne fa Cesare).
Nota 4. Cio dentro la citt stessa anzich nell'accampamento, che del resto era a ridosso delle mura: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 25,1.
Nota 5 La seconda cifra, non sicura nei manoscritti, pu essere restituita grazie al confronto con APPIANO, "Le guerre civili", 2, 44.

Note al capitolo trentaseiesimo.
Nota 1. Il 17 agosto.
Nota 2. Vengono qui distinte tre categorie della popolazione di Utica, sul piano giuridico pi che su quello socio-economico: a) la massa; b) i cittadini locali, provvisti di pieni diritti politici, c) la comunit dei cittadini romani ("conventus civium Romanorum", come quello di Cordova del Commentario secondo, capitolo 19,3; per gli altri casi vedi ivi, nota 3) ivi residenti, evidentemente per lo pi dediti ad attivit mercantili. All'interno del terzo raggruppamento, Cesare distingue diverse "categorie" o "classi" ("genera"), differenziate, probabilmente, dalle diverse simpatie politiche. - Quali fossero poi i favori resi da Cesare agli Uticensi, non sappiamo.
Nota 3. Cio di tutte le categorie di abitanti sopra citate.
Nota 4. Aveva gi mandato aiuti a Utica: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 25,3. Ora interviene personalmente.

Note al capitolo trentasettesimo.
Nota 1. Si confronti l'accenno alla propria fortuna nel discorso ai soldati: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 32,11.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 32,5 e nota 6.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 24,2 e nota 2.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 23,1.
Nota 5. Sono le saline che ancor oggi si trovano nei pressi di Ghar al Mehanota.

Note al capitolo trentottesimo.
Nota 1. Si tratta, ovviamente, di disertori simulati. L'episodio sar ricordato da Frontino nella sua raccolta di "Stratagemmi" (2,5,40).
Nota 2. "Leptis minor", tra Adrumeto e Tapso, sull'attuale costa tunisina, dove sorge Lemta.
Nota 3. La temerariet di Curione, sottolineata con quest'avverbio da Cesare, contrasta con la ponderatezza che aveva dimostrato nel consiglio di guerra: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 31.
Nota 4. Vedi Commentario secondo, capitolo 24, nota 1.
Nota 5. Analogamente, al capitolo 26,4 di questo Commentario erano stati sorpresi in marcia senza alcuna formazione. Pi di una volta Cesare contrappone la razionalit della maniera di combattere romana al disordine delle popolazioni barbare.

Note al capitolo trentanovesimo.
Nota 1. Le aveva affidate al questore Marcio Rufo: vedi pi oltre, Commentario secondo, capitolo 43,1.
Nota 2. A suo modo, Curione  anche loico.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 8, nota 3; capitolo 29, nota 1.
Nota 4. E' chiaro lo sforzo di Cesare di cercare tutte le possibili scusanti all'imprudenza di Curione; chi invece ritiene questi capitoli scritti dallo stesso Curione (vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 29, nota 1), trova in queste giustificazioni una pezza d'appoggio alla propria tesi.
Nota 5. Non dovrebbe trattarsi dei fanti, che erano usciti sul far del giorno (paragrafo 1 di questo capitolo), ma dei cavalieri che erano stati mandati avanti al calar della notte (capitolo 38,3) e avevano gi sostenuto, per giunta, un primo scontro (ivi, 45). Pi avanti sar infatti detto che, al momento d'attaccare battaglia, solo duecento dei cavalieri erano rimasti con Curione: vedi pi oltre, Commentario secondo, capitolo 41,3.

Note al capitolo quarantunesimo.
Nota 1. Non dalle alture, ma da Castro Cornelio. Sedici miglia dal campo di Castro Cornelio alla riva sinistra del Bagrada  parsa a taluno (Stoffel) una distanza eccessiva, ma noi non conosciamo l'itinerario di Curione.
Nota 2. Certamente non il segnale di battaglia, visto che poi procede a schierare e ad arringare le truppe che del resto erano gi state disposte in ordine di combattimento (vedi sopra, capitolo 40,2). Si sar trattato di un segnale di all'erta, dopo l'attesa. Altri (Meusel) ritiene il testo corrotto.
Nota 3. I cavalieri avevano gi sostenuto uno scontro di notte ed erano ritornati indietro fino a 6 miglia dal campo: vedi sopra, Commentario secondo, capitoli 38,4-5; 39,1. Vedi anche sopra, Commentario secondo, capitolo 39, nota 4.

Note al capitolo quarantaduesimo.
Nota 1. Le colline di Chaouat.
Nota 2. Non pu trattarsi n del figlio di Lucio Domizio Enobarbo fatto prigioniero a Corfinio (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23,2), n di Gneo Domizio Calvino (che riincontreremo nel Commentario terzo, vedi l'"Indice dei nomi di persona"), in quanto entrambi appartenenti alla carriera senatoria.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 39,6 e nota 4.

Note al capitolo quarantatreesimo.
Nota 1. A lui spettava il comando delle cinque coorti lasciate da Curione nell'accampamento: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 39,1.
Nota 2. Sono quelle navi da carico, in numero di circa 200, a cui Curione aveva ordinato di trasferirsi da Utica a Castro Cornelio: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 25,6. - Prime a prendere il largo furono dunque le navi da guerra.

Note al capitolo quarantaquattresimo.
Nota 1. Quella data ai centurioni di cui al paragrafo precedente.
Nota 2. S' toccato il fondo: senatori romani al seguito d'un re barbaro. In seguito a questi avvenimenti, Cesare dichiarer Giuba nemico pubblico di Roma; mentre il Senato pompeiano in Macedonia, grato per l'aiuto dato ad Azio Varo, lo proclamer re amico ed alleato del popolo romano, portando cos in porto la proposta gi avanzata nel gennaio del 49 (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 6,3): su questi fatti vedi LUCANO, "La guerra civile" o "Farsaglia", 5,6; DIONE CASSIO, 41,42.
Nota 3. Questi avvenimenti si svolsero alla fine di agosto (la battaglia di Bagrada, il 20). Nella narrazione degli eventi del 49, i primi due Commentari giungono fino al 25 ottobre (arrivo di Cesare a Marsiglia: Commentario secondo, capitolo 21,5). Il terzo Commentario, a parte brevi cenni ad alcuni avvenimenti del dicembre del 49 nei primi due capitoli, s'inizia col gennaio del 48. E' perci possibile che la narrazione della campagna di Gaio Antonio e Dolabella in Illiria, a cui Cesare fa riferimento pi volte nel corso del Commentario terzo, specie all'inizio (Commentario terzo, capitoli 4,2; 9,1; 10,5, 67,5), trovasse posto qui, dopo il racconto della campagna d'Africa. A meno che non occupasse la lacuna alla fine del capitolo 8,4 del Commentario terzo.



COMMENTARIO TERZO.


1.
1. Con la carica di dittatore (1) Cesare presiedette ai "comizi" elettorali in Roma, dove furono eletti consoli lo stesso Giulio Cesare e Publio Servilio (2). Cesare infatti in questo anno poteva legalmente ridiventare console (3).
2. Chiusi i comizi (4), c'era il problema, in tutta Italia, che il credito era molto in ribasso e quello di un'insolvenza alquanto diffusa; perci Cesare predispose delle commissioni di arbitri al posto dei giudici ordinari. Essi dovevano fissare la stima di beni mobili e immobili rapportata al periodo precedente alla guerra, e in questa misura i creditori dovevano essere regolarmente soddisfatti (5). 3. Il provvedimento mirava a dissolvere o per lo meno ad attenuare la paura della pubblicazione di nuovi registri dove i vecchi debiti fossero cassati (6) - e tali timori sorgono quasi sempre dopo lo scoppio di una guerra e dopo rivolgimenti di politica interna (7) -, e poi servivano a mantenere una pubblica credibilit del debito.
4. Altra decisione egli prese dietro proposta, avanzata nei comizi del popolo, dai pretori e dai tribuni della plebe: riabilit alcuni che eran stati condannati per brogli elettorali in forza di una legge varata da Pompeo, nel periodo di tempo in cui Pompeo tenne in Roma presidii armati delle sue legioni. Quei processi si erano celebrati ciascuno in un sol giorno, con giudici che emettevano il verdetto diversi da quelli che avevano presenziato all'udienza (8). All'inizio della guerra civile, questi condannati si erano presentati a Cesare dicendogli di disporre di loro a suo piacere; e Cesare li consider come se avessero dato un reale contributo, dal momento che ne avevano fatto spontanea offerta. 5. Ma Cesare si preoccup che essi apparissero assolti prima dal giudizio del popolo che da un suo intervento: non voleva passare come ingrato nel ricambiare favori, n invadente nell'arrogarsi una concessione che spettava al popolo (9).


2.
1. Per undici giorni Cesare si dedic a questi affari politici, alle feste latine e al completamento dei comizi (1). Depose poi la dittatura, lasci Roma e giunse a Brindisi (2), 2. dove aveva fissato il luogo di raccolta delle dodici legioni e dell'intera cavalleria. Ma gli facevano difetto le navi da trasporto, perch a malapena riusc ad imbarcarvi quindicimila soldati (3) e seicento cavalieri. E soltanto questo imprevisto non permise che la guerra si concludesse in modo rapido. 3. I reparti poi che prendevano il mare non erano al completo, perch molti soldati erano caduti nei tanti scontri della guerra di Gallia, altri numerosi erano mancati durante il lungo viaggio dalla Spagna, e infine, dopo la salute fisica favorita dalle terre di Gallia e di Spagna, un autunno pieno di malattie infier sull'esercito nell'Apulia e nelle vicinanze di Brindisi (4).


3.
1. Pompeo aveva avuto il respiro di un anno (1) senza la preoccupazione di combattere e mai turbato dalla presenza del nemico. E naturalmente lo aveva tutto dedicato a consolidare la sua parte. Grosse forze navali aveva raccolto dall'Asia (2), dalle isole Cicladi, da Corf, da Atene, dal Ponto, dalla Bitinia, dalla Siria, dalla Cilicia, dalla Fenicia e dall'Egitto. 2. Altre grosse forze aveva preteso che si allestissero dovunque. Grosse somme di denaro aveva chiesto e riscosso dall'Asia, dalla Siria, da tutti i re e dinasti, da tetrarchi (3), dalle libere citt dell'Acaia (4). Grosse somme infine aveva fatto sborsare alle societ di esattori pubblici nelle province che occupava (5).


4.
1. I cittadini romani al seguito di Pompeo costituivano nove legioni. Cinque le aveva portate con s dall'Italia; una era veterana, della Cilicia, che egli chiamava gemella perch composta da due legioni; un'altra da Creta e dalla Macedonia, formata da veterani, congedati da altri comandanti e stabilitisi in quelle province; e due infine dall'Asia, che il console Lentulo (1) si era impegnato ad arruolare.
2. Per togliere poi certi vuoti, aveva immesso nelle legioni un gran numero di soldati di Tessaglia, di Beozia, d'Acaia e d'Epiro (2), e alla rinfusa anche soldati di Antonio (3). 3. Oltre a queste, Pompeo attendeva due legioni dalla Siria guidate da Scipione (4). Annoverava poi, in numero di tremila, arcieri di Creta, di Sparta, del Ponto e della Siria, nonch di altre nazioni, due coorti di seicento frombolieri ciascuna e settemila cavalieri. Vediamo la composizione di questi ultimi: seicento Galli aveva condotto Deiotaro (5) e cinquecento Ariobarzane dalla Cappadocia (6); altrettanti dalla Tracia (7) ne aveva mandati Coti insieme a suo figlio Sadala; 4. duecento venivano dalla Macedonia al comando d'un uomo di valore come Rascipoli (8); cinquecento ne aveva condotti con una flotta il figlio di Pompeo da Alessandria, racimolati fra i soldati di Gabinio, cio quei Galli e Germani che Aulo Gabinio vi aveva lasciato a difesa di re Tolomeo (9); ottocento erano di quella folla di schiavi e pastori posseduta da Pompeo (10); 5. trecento ne diedero Tarcondario Cstore e Domnilao dalla Gallogrecia (11) - il primo era venuto in persona, il secondo aveva mandato il figlio -; duecento furono mandati dalla Siria da Antioco di Commagene (12), prediletto da Pompeo, e fra questi i pi erano arcieri a cavallo. 6. A quanti abbiamo sin qui elencato aveva aggiunto Dardani, Bessi (13) in parte mercenari e in parte reclutati con precetto o volontari, e ancora Macedoni e Tessali e uomini d'altre popolazioni e citt, per cui si era raggiunto quel numero che Prima abbiamo detto (14).


5.
1. Dalla Tessaglia, dall'Asia, dall'Egitto, da Creta, da Cirene (1) e da altre terre le scorte di frumento giungevano a Pompeo incalcolabili.
2. Suo progetto fu di lasciar passare l'inverno fermandosi a Durazzo, ad Apollonia (2), in tutte le citt della costa marina, con l'intenzione di impedire a Cesare la traversata dell'Adriatico. Ogni tratto costiero era presidiato dalla flotta.
3. Cos vi erano distribuiti i comandi. Al figlio di Pompeo le navi egiziane (3), a Decimo Lelio e Gaio Triario quelle d'Asia, a Gaio Cassio quelle siriache, a Gaio Marcello (4) e Gaio Coponio quelle rodiesi, a Scribonio Libone e Marco Ottavio il raggruppamento della Libumia (5) e dell'Acaia. 4. Ma a tutte le operazioni navali presiedeva Marco Bibulo, che aveva il comando supremo.


6.
1. All'arrivo a Brindisi (1) segu un appello di Cesare ai soldati. Ormai - diceva - si era vicini al termine delle fatiche e dei rischi. Dovevano quindi lasciare in Italia senza rimpianti gli schiavi, i bagagli, e imbarcarsi senza causare ingombri, perch sulle navi bisognava far salire il maggior numero possibile di soldati. Del resto, quanto potevano sperare di possedere in seguito alla vittoria e alla sua generosit!
La risposta fu un grido di consenso nell'invitare Cesare a dare ordini e nel promettere di eseguire qualsiasi comando senza resistenza. Le navi salparono il 4 di gennaio (2). 2. Il loro carico - lo abbiamo gi detto (3) - era di sette legioni. 3. Il 5 ci fu lo sbarco sul territorio dei Germinii (4). Non pochi gli scogli e i fondali insidiosi del mare; senza dubbio da evitare i porti, sbarrati dalle forze avversarie; tuttavia Cesare trov un approdo tranquillo nelle vicinanze di una localit che si chiama Paleste (5). Vi arrivarono salve le navi tutte e i soldati riuscirono a prender terra.


7.
1. Non lontano da l, a Orico (1), c'erano Lucrezio Vespillone e Minucio Rufo, per delega di Decimo Lelio al comando di diciotto navi d'Asia (2). E poco pi oltre, a Corf, c'era Marco Bibulo (3), con centodieci navi. 2. Eppure Cesare era arrivato da Brindisi con non pi di dodici navi da guerra di cui quattro solamente pontate, come scorta al convoglio. Ma i primi due non ebbero fiducia in se stessi e neppure si sognarono di uscire dal porto; Bibulo non pot intervenire tempestivamente, perch le navi non erano in ordine e i rematori stavano a terra in libera uscita (4). Anzi, Cesare fu avvistato ormai allo sbarco, prima che la notizia del suo arrivo si diffondesse bene da quelle parti.


8.
1. Dopo lo sbarco dei soldati, Cesare nella notte rimand le navi a Brindisi, per imbarcare e trasportare quanto l restava delle legioni (1) e della cavalleria.
2. Di questa missione fu incaricato il luogotenente Fufio Caleno, un uomo che poteva sbrigarsela con rapidit nel trasbordo delle truppe.
Ma le navi lasciarono terra e navigarono con troppo ritardo; durante la notte non ebbero vento favorevole, e nel viaggio di ritorno accadde un grave incidente.
3. A Corf, Bibulo ormai sapeva dell'arrivo di Cesare e covava la speranza di imbattersi almeno in una parte di quelle navi cariche di gente. Si imbatt invece in quelle senza carico; ne prese di mira trenta e su di esse sfog la rabbia della sua negligenza e del suo smacco: le incendi tutte e nel fuoco fece perire i marinai e i capitani, coll'intento di spargere il terrore su tutti con una rappresaglia cos clamorosa.
4. Dopo questo episodio, dal porto di Sasona (2) sino a quello di Orico (3), in lungo e in largo, presidi, con diversi distaccamenti di navi, gli approdi e tutta la lunghezza della costa marina. Si fece pi diligente (4) e fiss precisi punti di avvistamento: e anche con un inverno cos tempestoso, se ne stava sempre a vigilare sopra le navi, non risparmiandosi fatiche o incarico alcuno, purch Cesare non ricevesse altri soccorsi (5)...


9.
1. Partite le liburniche dall'Illirico, con le navi a sua disposizione, Marco Ottavio (1) giunse a Salona, dove provoc una rivolta delle popolazioni della Dalmazia, comprese quelle meno note, e stacc dall'alleanza con Cesare l'isola di Lissa (2); 2. ma non riusc, n con promesse blande n con lo spauracchio di minacce, a smuovere la comunit di cittadini romani (3) di Salona. Cos si diede ad assediare quella citt tanto bene protetta nella sua posizione naturale su una collina. 3. Ma i cittadini romani pensarono subito di avvantaggiarsi costruendo delle torri di legno. Quando poi si accorsero della debolezza della loro posizione, per essere rimasti in pochi uomini, per di pi stremati da ferite, ricorsero a rimedi eccezionali: affrancarono tutti i giovani schiavi perch combattessero e fecero funzionare le macchine da guerra sostituendo al cordame i lunghi capelli tagliati e intrecciati di tutte le loro donne.
4. Ottavio fu informato della loro ferma decisione e circond Salona con cinque campi militari, cominciando a metterli a dura prova tanto con l'isolarli quanto con l'assalirli. 5. Quelli erano pronti a soffrire il soffribile, ma il loro problema pi urgente era il cibo. Per questo mandarono a Cesare alcuni informatori (4), chiedendo un appoggio: solo di cibo avevano bisogno; tutte le altre disgrazie erano affare loro, da affrontare come potevano.
6. Pass cos diverso tempo. L'assedio tirato in lungo aveva indotto i soldati di Ottavio a essere meno guardinghi (5). L'occasione opportuna per gli assediati fu nell'ora in cui, verso mezzogiorno, i nemici si sbandavano per i fatti loro. Allora misero sulle mura donne e ragazzi, per non far sospettare che qualcosa mancasse dell'andazzo quotidiano; formarono un drappello compatto con gli schiavi che da poco avevano liberati e si lanciarono contro il campo pi vicino d'Ottavio. 7. Lo espugnarono; e poi assalirono il secondo, e poi il terzo e il quarto e l'ultimo: snidarono i nemici dai loro campi, ne uccisero un bel numero e costrinsero i superstiti e fra loro Ottavio a rifugiarsi sulle navi. Cos proprio fin quell'impresa.
8. E gi veniva avanti l'inverno (6), e con tutti gli scacchi subiti, Ottavio, che certo non pensava pi ad assediare Salona, se ne torn accanto a Pompeo a Durazzo.


10.
1. Abbiamo visto che un prefetto di Pompeo, Lucio Vibullio Rufo, fu due volte prigioniero di Cesare e tutt'e due le volte da lui mandato libero: una prima presso Corfnio, una seconda in Spagna (1). 2. Cos favorito, Cesare lo consider il personaggio pi idoneo per la consegna di un messaggio a Pompeo, tanto pi che agli occhi di Pompeo lo stesso Vibullio godeva di un certo prestigio.
3. Questo era in sintesi il messaggio. Cesare e Pompeo dovevano troncare la loro ostinazione, interrompere la guerra e smettere di esporsi ancora ai rischi di una sorte ignota. 4. Gravi rovesci erano accusati sia da una parte che dall'altra, ma potevano almeno servire come esperienza e insegnamento per affrontare il futuro con cautela. 5. Questa la grave situazione di Pompeo: cacciato dall'Italia, perdute la Sicilia, la Sardegna (2), le due Spagne e centotrenta coorti di cittadini romani (3) in Spagna e in Italia. E questa la grave situazione di Cesare: morto Curione, perso l'esercito in Africa, e poi la resa di Antonio e dei suoi soldati sull'isola di Curicta (4). 6. Insomma, un poco di considerazione, non che di se stessi, almeno dello stato (5). Con quanto si era sino a qui sofferto, proprio loro due avevano ormai dimostrato a sufficienza il gran potere della sorte cieca nel corso di una guerra. 7. Occasione unica per parlare di pace era veramente questa, perch si sentivano pieni di fiducia e l'uno si riteneva pari di forza all'altro. Ma poi? La sorte - si ponga il caso - favorisce un poco uno dei due: costui non scender mai a propositi di pace, perch si sentir il pi forte, n si contenter di un'equa ripartizione del potere, perch pretender di pigliarsi tutto.
8. Le passate condizioni di pace furono respinte; quelle di ora dovevano ispirarsi alla volont del Senato e del popolo in Roma (6). 9, Nell'interesse dello stato e di entrambi era doverosa la decisione che, davanti all'assemblea dei soldati, Cesare e Pompeo facessero giuramento di congedare gli eserciti nel giro di tre giorni 10. e di starsene contenti, senz'appello, delle decisioni del popolo e del Senato, dopo aver deposto le armi e ogni speranza in soccorsi decisivi (7).


11.
1. Ricevute queste istruzioni [a Corf] (1), Vibullio consider suo primo dovere informare Pompeo sull'inatteso arrivo di Cesare, perch egli potesse regolarsi al proposito, prima di cominciare a discutere sulle proposte. Non si risparmi dunque nel viaggio, notte e giorno, cambiando cavalli ad ogni luogo di posta per procedere pi in fretta, sino a quando fu alla presenza di Pompeo e gli disse della venuta di Cesare.
2. Si trovava in quei giorni Pompeo nella Candavia (2), e dalla Macedonia stava viaggiando verso le residenze invernali di Apollonia e di Durazzo (3). La novit lo sconvolse; acceler gli spostamenti per essere al pi presto ad Apollonia, per impedire a Cesare di prendersi le citt sul mare.
3. Nel giorno medesimo dello sbarco dei suoi soldati (4), Cesare punt su Orico (5), affidata al comando di Lucio Torquato per volere di Pompeo. Questo Torquato aveva al suo comando una guarnigione di Partini (6): perci, messosi alla difesa della citt, fece chiudere le porte 4. e ordin a quella gente, che era di origine greca (7), di salire sulle mura e di impugnare le armi. Ma essi dichiararono di non voler combattere contro l'autorit legittima del popolo romano (8) e, ancor pi, gli abitanti di Orico, di loro iniziativa, fecero di tutto per accogliere Cesare. Non sapendo pi a chi rivolgersi, Torquato fece aprire le porte, consegn se stesso e la citt a Cesare, e non sub violenza alcuna.


12.
1. La resa di Orico permise l'immediata partenza verso Apollonia. Naturalmente lo riseppe Lucio Staberio, che qui comandava, e che si affrett a far scorte di acqua per la piazzaforte, a metterne a punto le difese e a pretendere ostaggi dai cittadini. 2. Ma essi si ribellarono: non avrebbero consegnato ostaggi, non avrebbero chiuso le porte delle mura in faccia a un console, n presa una decisione contraria a quella dell'Italia intera e di tutto il popolo romano (1).
3. Quando Staberio seppe che questa era la volont generale, senza farsi vedere fugg da Apollonia. E Cesare ne ricevette i rappresentanti e pot entrare in quella citt. 4. Fu un esempio che trascin le citt di Bullide, di Amanzia (2), di molte altre del circondario, e poi tutto l'Epiro. Cesare continuava a ricevere delegazioni che promettevano di eseguire ogni suo ordine (3).


13.
1. Le notizie sulla capitolazione di Orico e di Apollonia accrebbero in Pompeo il timore per Durazzo (1), verso cui puntava con incessanti tappe diurne e notturne. 2. Si diffondevano intanto le voci che Cesare non era lontano. Nella sua fretta, Pompeo non faceva differenza tra giorno e notte, n vi era un tempo per la marcia e un tempo per il riposo; ma tanto bast per spaventare il suo esercito, cos che quasi tutti i soldati originari dell'Epiro e delle terre vicine lo abbandonarono. Molti furono che gettarono le armi e c'era da chiedersi se quella era una marcia o una fuga. 3. Ma quando Pompeo si arrest in vista di Durazzo (2) dando disposizioni per tracciare i limiti del campo, di fronte a un esercito ancora tutto sconvolto, si fece innanzi per primo Labieno (3) e giur di non abbandonare mai il suo capo, di affrontare la sua sorte medesima, qualunque fosse stata. 4. Questo giuramento pass di bocca in bocca, prima ai luogotenenti, poi ai tribuni militari e ai centurioni (4) e infine a tutto l'esercito.
5. Cesare non ebbe pi ragione di agire in fretta quando seppe che la strada verso Durazzo era stata intercettata da Pompeo. Mise il campo nel territorio di Apollonia, sopra una riva del fiume Apso (5), dando sicurezza con difese e con sistemi di vigilanza a quelle citt che avevano acquistato ai suoi occhi tanto merito (6), e decise di attendere il resto delle legioni ancora in Italia (7) e di trascorrere quei mesi rigidi sotto le tende invernali. 6. La stessa intenzione dimostr Pompeo, che mise il campo sull'altra sponda (8) del fiume Apso, dove raccolse tutte le soldatesche proprie e ausiliarie.


14.
1. Intanto a Brindisi Caleno, secondo la disposizione di Cesare (1), imbarcava legioni e cavalieri, quanti gliene permetteva la disponibilit delle navi. Si decise quindi a partire; ma non si era di molto allontanato dal porto, che gli fu recapitato un messaggio di Cesare, che lo informava sull'impossibilit di approdare ai porti e alle coste, saldamente in mano alle flotte avversarie.
2. Cos egli ritorn nel porto di Brindisi e diede ordine alle altre navi di fare altrettanto. Solo una nave continu la navigazione n ascolt il comando di Caleno: non aveva imbarcato soldati e si governava per conto suo (2). Spinta a forza dal vento in direzione di Orico, fu catturata da Bibulo. 3. Dal primo sino all'ultimo, liberi e schiavi, persino i bambini, furono condannati e fatti uccidere (3). Ma  certo che solo da un istante, da un caso veramente eccezionale (4) dipese l'incolumit di tutto l'esercito.


15.
1. Abbiamo visto che Bibulo se ne stava con la flotta a Orico (1) Nasceva cos una curiosa situazione: lui sbarrava a Cesare le marine e i porti, e Cesare sbarrava a lui l'accesso all'entroterra di quelle regioni (2). 2. L'intera fascia costiera era in mano salda di Cesare con opportune guarnigioni e non c'era assolutamente possibilit per Bibulo di far legna, di provvedersi d'acqua, di attraccare. 3. La sua posizione era quasi insostenibile: veniva del tutto a mancare quanto era pi necessario, cos da essere costretti a far venire da Corf, con navi da carico, non solo l'approvvigionamento dei viveri, ma anche legname e acqua. 4. Una volta accadde persino che, per le condizioni troppo cattive del mare, essi furono costretti a raccogliere e bere la rugiada notturna sulle coperte di pelli distese sopra le navi. 5. In un primo tempo, piuttosto che sguarnire le coste e sbloccare i porti, si sobbarcarono a questi grossi disagi con resistenza e senza ripensamenti (3); 6. ma quando giunsero agli estremi a cui ho accennato, quando Libone (4) e Bibulo si trovarono insieme, tutt'e due cominciarono, dalle navi, ad aver contatti con i luogotenenti (5) Marco Acilio e Stazio Murco, di cui il primo sorvegliava le mura di Orico, il secondo sovrintendeva alle guarnigioni di terra. Libone e Bibulo fecero capire di voler trattare con Cesare di questioni molto importanti e di essere alla ricerca di una possibilit per incontrarlo. Aggiunsero qualcosa per dar credito alla loro intenzione; davano insomma a intendere di essere pronti a esaminare una soluzione pacifica. 7. Per il momento chiesero una tregua e l'ottennero. 8. La proposta senza dubbio assumeva grande importanza: era noto che Cesare con tutte le forze mirava a questo risultato (6) e si attendeva che qualcosa di positivo pure nascesse dalla missione di Vibullio (7).


16.
1. Proprio in quei giorni Cesare si era allontanato con una legione per ricevere in alleanza popolazioni pi a meridione (1) e per risolvere il problema del grano, su cui non era tranquillo; e si trovava vicino alla citt di Butroto (2), che ha di fronte l'isola di Corf. 2. Allorch una lettera di Acilio e di Murco gli fece sapere le richieste di Libone e di Bibulo, lasci in quel luogo la legione e da solo ritorn a Orico, 3. dove quei due immediatamente vennero ammessi al colloquio.
Si present soltanto Libone, che chiese di perdonare e comprendere l'assenza del collega. Bibulo aveva sempre un forte astio (3), un'inimicizia anche personale contro Cesare sin da quando erano stati insieme edili e pretori (4). Il motivo della sua assenza dal colloquio era chiaro: anche un gesto di rabbia istintiva avrebbe rovinato un'occasione che offriva altissime speranze, massima utilit. 4. E Libone poi aggiunse che, se fosse stato per lui, sua volont pi grande e di sempre era stata quella di mettersi d'accordo e di disarmare; ma che questa volont non contava pressoch nulla, perch per decisione del consiglio (5) tutti avevano affidato a Pompeo un potere assoluto nella condotta della guerra e negli affari politici. 5. Una cosa potevano fare: riferire a Pompeo le richieste di Cesare dopo averle udite proprio da lui e far pressione su Pompeo per ogni risoluzione che egli avrebbe presa. Era nel frattempo necessaria una tregua sino a quando fosse ritornato da Pompeo e per evitare spiacevoli incidenti dalle due parti.
Il colloquio si chiuse con poco altro sullo stesso argomento e sulle forze, proprie e ausiliarie, vantate da Libone.


17.
1. Che poteva rispondere Cesare a certe domande? Le lasci senza risposta. Anzi, bisognerebbe ora vedere se c' un motivo per ricordare in queste memorie un tal colloquio.
2. Ad ogni modo Cesare faceva la sola richiesta di poter mandare una delegazione a Pompeo, senza che corresse pericolo: perci essi dovevano assumersi la responsabilit di quanto sarebbe accaduto, ovvero l'impegno di riceverla e di accompagnarla sino a Pompeo con ogni vigilanza. 3. Quanto poi alla tregua, la situazione militare mostrava questi due aspetti: essi con la flotta respingevano le sue navi e le truppe di soccorso, cos come egli vietava a loro di rifornirsi d'acqua e di toccare terra. 4. Se desideravano una qualche concessione su questo punto, essi dovevano farla altrettanto sul blocco marittimo; se essi mantenevano il blocco, anche Cesare manteneva il suo divieto. Ma esisteva pur sempre possibilit di un accordo, anche senza concessioni nell'uno e nell'altro fronte: qui non c'era un reale ostacolo (1).
5. Ma Libone non intendeva prendere sotto sua garanzia la delegazione di Cesare n assicurarle un salvacondotto, mettendo tutto nelle mani di Pompeo; dove soltanto faceva insistenza e discuteva con foga, era il progetto della tregua.
6. Quando Cesare cap che tutto il discorso di quello mirava ad alleggerire la gravit della situazione e della penuria dei mezzi, e che egli non suggeriva alcuna speranza o proposta di pace, tronc quelle trattative e si diede tutto al proseguimento della guerra (2).


18.
1. Da molti giorni ormai Bibulo non toccava terra. Il freddo e la fatica lo avevano ridotto in condizioni piuttosto gravi. Possibilit di cura non c'erano, n lui intendeva abbandonare il suo posto di responsabilit; perci la malattia divenne mortale (1).
2. Dopo la scomparsa di Bibulo, non vi fu pi un solo comando supremo, ma in modo autonomo, ognuno col suo grado comandava la flotta assegnatagli secondo il proprio capriccio.
3. Quando si ridusse lo scompiglio provocato nelle file pompeiane dall'improvviso arrivo di Cesare, Vibullio colse un momento che gli parve opportuno e servendosi di Libone, di Lucio Lucceio e di Teofane, che erano sempre a parte degli affari pi importanti di Pompeo (2), prese a riferire sulle proposte di Cesare (3). 4. Ma mentre stava per avviare il suo discorso, Pompeo lo interruppe, n gli permise di proseguire. Disse infatti: Che pu importarmi della vita o della patria, se agli occhi di tutti saranno una concessione fattami da Cesare (4)? Perch certamente tutti penseranno cos, quando crederanno che sono stato ricondotto in Italia da dove io me ne sono andato.
5. Solo a guerra conclusa Cesare venne a conoscere questo episodio da coloro che furono presenti a quelle conversazioni (5). Nondimeno anche per altre vie egli tent una soluzione pacifica attraverso proposte da discutere (6).


19.
1. I campi di Cesare e di Pompeo distavano quant'era ampio il letto del fiume Apso, per cui si infittivano dalle due parti domande e risposte dei soldati, e per tacita intesa di gente che cerca di parlare, in quel tratto di tempo non fu segnalato neppure un atto di ostilit (1).
2. Cesare approfitt per inviare sull'altra riva del fiume un proprio incaricato, Publio Vatinio, per discutere le capitali divergenze che si opponevano a una conciliazione. A voce alta, e ripetutamente, Vatinio rivolse la domanda se mai ancora fosse possibile a cittadini romani mandare degli incaricati ad altri cittadini per parlare di pace senza incorrere in pericoli; una facolt che fu concessa ai fuggiaschi sulle balze dei Pirenei e ai pirati (2); tenuto conto che questa volta si trattava di impedire che dei cittadini puntassero le armi contro altri cittadini.
3. Le parole di Vatinio furono non poche e di profonda commozione, come richiedeva la salvezza propria e comune, e furono ascoltate dai soldati delle due parti in silenzio. 4. Dall'altra parte arriv una risposta: Aulo Varrone prometteva di venire l'indomani per un colloquio e di studiare insieme il modo in cui gli incaricati potessero incontrarsi al sicuro e fare le loro libere proposte. E si fiss l'ora precisa di tale appuntamento.
5. Quando il giorno dopo si giunse al fatto, di l e di qua del fiume si accalc una gran folla, tant'era grande l'attesa per una decisione. Si poteva scorgere nei volti di tutti l'unanime ansia verso la pace. 6. Ma ecco che tra la folla vien fuori Labieno, tronca ogni accenno alla pace (3), si mette a inveire contro Vatinio. 7. Nel bel mezzo di questa rissa cadono all'improvviso proiettili lanciati da ogni parte: Vatinio, protetto dalle armi dei soldati, riesce a evitarli, ma moltissimi vengono feriti, tra cui Cornelio Balbo, Marco Plozio, Lucio Tiburzio e alcuni centurioni e soldati.
8. Allora Labieno esclama: Avete visto? Smettetela dunque di fantasticare sulla pace. Quando avremo davanti a noi la testa mozza di Cesare, solo allora noi diremo che ci sar pace.


20.
1. Contemporaneo a questi avvenimenti,  quello che ha per protagonista Marco Celio Rufo in Roma. Come pretore, sin dall'inizio della magistratura sostenne le parti dei debitori, ma al punto da interferire nell'attivit del pretore urbano Gaio Trebonio (1). Egli continuava a promettere il proprio appoggio ogni qual volta qualcuno volesse far ricorso contro la stima dei beni e contro la decisione fissata per giudizio arbitrale, come Cesare aveva stabilito nell'ultima sua sosta in Roma (2).
2. La saggezza di quel decreto e il senso di responsabilit di Trebonio, che in quel periodo si proponeva di applicare la legge con comprensione e misura, avevano come risultato che difficilmente si potevano trovare individui in cui sorgesse spontanea l'idea di un ricorso. 3. Ci troviamo ancora entro i termini del tollerabile, quando un individuo allega come scusa la propria indigenza, si lagna delle avversit sue e dei tempi, mette innanzi, come pretesto, le difficolt di porre i beni all'incanto senza gravi perdite; ma quale coscienza, quale faccia di bronzo pu avere uno che si professa debitore e pretende che i suoi beni siano intoccabili? 4. Perci, non se ne vedeva uno che avanzasse simili pretese.
Eppure, Celio si dimostr pi intransigente di quegli stessi individui ai quali siffatte pretese eran di vantaggio. 5. Postosi su questa strada, per non apparire di avere senza frutto patrocinato una causa senza fondamento, propose una legge per cui i debiti si pagassero con una dilazione di sei anni, senza computo di interessi


21.
1. A tale decisione si opposero il console Servilio (1) e altri magistrati. Deluso nell'effetto che si proponeva e cercando di inasprire il dissenso, Celio ritir la prima legge, ma ne propose altre due: una esentava i locatari dal pagare l'affitto per un anno, 2. l'altra concerneva i nuovi registri per l'annullamento dei debiti (2). Poi aizz la folla contro Gaio Trebonio e lo cacci fuori dal tribunale, provocando alcuni feriti.
3. Su questi tumulti il console Servilio present una relazione in Senato e il Senato decret l'allontanamento di Celio dalle cariche pubbliche. Con questo decreto il console gli imped l'accesso alle sedute senatorie e lo fece tirar gi dalla pubblica tribuna (3) mentre cercava di arringare.
4. Sconvolto dall'affronto e dal risentimento, fece credere a tutti di aver intenzione di andare da Cesare, ma in realt si mise in contatto, per mezzo di inviati, con Milone.
Dopo l'uccisione di Clodio, Milone era stato condannato all'esilio con quel capo di imputazione (4): ma ancora teneva una parte di quei tanti gladiatori che gli erano serviti nel passato per dare magnifici spettacoli in Roma. Celio Rufo lo richiam in Italia, fece lega con lui e lo mand innanzi con i gladiatori nel territorio di Turi (5), per indurre alla ribellione gli abitanti di quelle montagne, 5. mentre lui prese la direzione di Casilino (6). Ma, contemporaneamente, a Capua furono sorprese le truppe che stavano sotto le sue insegne e a Napoli fu scoperto un gruppo di gladiatori che preparavano un colpo proditorio contro la citt (7). Venute in chiaro le sue trame, Celio fu respinto da Capua e si vide esposto a grave rischio, perch la comunit dei cittadini romani (8) si era sollevata in armi e proponeva di considerarlo pubblico nemico. Quindi mut piano e lasci quella direzione di marcia.


22.
1. Milone frattanto spediva a quanti municipi (1) gli era possibile dei messaggi, dove affermava che ogni sua azione era giustificata dal comando e dall'autorit di Pompeo, che gli aveva affidato quell'incarico per mezzo di Vibullio (2), e spingeva alla ribellione quanti erano in difficolt per debiti. 2. Ma da questi ottenne un risultato molto deludente; allora pens di liberare alcuni ergastolani (3) e di dar l'assalto a Compsa nell'Irpinia (4). L intervenne con una legione il pretore Quinto Pedio (5)... e Milone fu ucciso, colpito da una pietra scagliata dalle mura.
3. Celio intanto continuava a dire di voler raggiungere Cesare e arriv a Turi. Tent di spingere alla rivolta alcuni pochi di questo municipio (6) e promise una ricompensa in denaro a dei cavalieri di Gallia e di Spagna, appartenenti a Cesare, e che l se ne stavano per sorveglianza. Ma anche lui fu ucciso.
4. Insomma, sul principio parvero fatti enormi, che tennero in ansia l'Italia in aggiunta alle difficolt delle magistrature e dei tempi; ma poi la loro soluzione fu rapida e senza conseguenze.


TAVOLA QUINTA.

Macchine da guerra per attacco a mura di citt.
Modelli costruiti in parte secondo le descrizioni fattene da Cesare (soprattutto nella "Guerra gallica"). Da sinistra a destra: torre arietaria, testuggine, "vinea" ( vedi qui, Commentario primo, capitolo 36,4 e nota 2; Commentario secondo, capitolo 1,1-2 e nota 5; Commentario terzo, capitolo 54).


23.
1. Ma torniamo a Libone, che salp non lontano da Orico e giunse a Brindisi al comando di una flotta di cinquanta navi.
Di fronte al porto di Brindisi c' un'isola (1), che egli pens bene di occupare, perch in quel tratto di mare era obbligatoria l'uscita delle nostre navi; in tal modo, secondo il suo pensiero, si evitava di disporre il blocco lungo tutte le coste e davanti a tutti i porti. 2. Poich vi giunse all'improvviso, Libone sorprese in quel luogo alcune navi mercantili e le distrusse, se ne impadron di una, carica di frumento, e fece ai nostri molta paura. Durante la notte, poi, uno sbarco di soldati, fra cui erano arcieri, snid una guarnigione di cavalleria. Libone si avvantaggi a tal punto nelle sue posizioni, da scrivere a Pompeo di dar pure l'ordine, se lo credeva, di tirar in secco e mettere a nuovo le altre navi, perch bastava la sua flotta a tagliar fuori Cesare da quei rinforzi (2).


24.
1. In quei giorni per si trovava a Brindisi Antonio (1), che aveva gran fiducia nella capacit dei suoi soldati.
Egli tolse dalle navi da guerra circa sessanta scialuppe, le corazz sui fianchi con ogni sorta di riparo (2), vi imbarc soldati scelti e le dispose in diversi punti della costa, una lontana dall'altra. Poi diede ordine che due navi triremi (3), fatte costruire a Brindisi, si spingessero verso la stretta imboccatura del porto (4), come se fosse per una esercitazione di rematori.
2. Libone se le vide venire innanzi con eccessiva temerariet e sper di poterle intercettare mandandovi contro cinque quadriremi (5). Ma allorch queste si trovarono a poca distanza, le nostre navi virarono in direzione del porto, mentre le nemiche si davano a un inseguimento spericolato, perch spronate dall'idea del successo. 3. Fu dato un segnale: e allora, da ogni parte, all'improvviso, le scialuppe di Antonio partirono contro il nemico (6); al primo scontro, catturarono una quadrireme con l'equipaggio e i combattenti e obbligarono le altre a tornarsene indietro con uno scacco clamoroso.
4. A una prima disavventura se ne aggiunse poi un'altra, perch i drappelli dei cavalieri disposti da Antonio lungo tutta la costa marittima, vietavano qualsiasi rifornimento d'acqua. Libone era disfatto per l'impotenza e la vergogna. Lasci quindi Brindisi e ci liber dall'assedio (7).


25.
1. Erano ormai passati pi mesi e l'inverno stava volgendo al termine (1), ma le navi e le legioni non riuscivano a lasciare Brindisi per unirsi a Cesare. Non si erano sfruttate, a suo credere, alcune occasioni opportune per l'impresa, poich era certo che in pi giorni erano spirati dei venti di cui si sarebbe dovuto profittare. 2. E quanto pi il tempo passava, tanto pi inflessibili nella sorveglianza si facevano i comandanti delle squadre navali nemiche, tanto maggiore certezza essi avevano nel mantenere il blocco. Con frequenti messaggi, Pompeo persino li rimproverava di non aver mandato a vuoto la prima venuta di Cesare; ed era fuori discussione che avrebbero sbarrato l'accesso al resto del suo esercito. Di giorno in giorno essi attendevano un periodo di tempo pi propizio al trasbordo, a causa delle burrasche.
3. Cesare fu preoccupato e invi ai suoi a Brindisi parole alquanto risentite. Venuta la giornata opportuna, non dovevano affatto perdere l'occasione di mettersi in mare, per dirigere la squadra verso la costa di Apollonia ovvero dei Labeati (2), e l buttarsi finalmente verso terra. Queste due localit erano le meno controllate dalle vedette marine, che non si arrischiavano ad allontanarsi troppo dalle loro basi (3).


26.
1. Eppure a Brindisi non scarsi erano il coraggio e il valore, tenuti ben desti da Marco Antonio e Fufio Caleno. Dagli stessi soldati veniva l'incitamento insistente a partire e la decisione di non sottrarsi a nessun pericolo perch Cesare di l fosse salvo.
Videro il momento giusto quando cominci a soffiare il vento da Sud (1). Disancorarono le navi e il giorno successivo furono spinti oltre Apollonia e Durazzo. 2. Li avvistarono da terra e perci Coponio, che a Durazzo comandava la flotta di Rodi, fece uscire le navi dal porto. Stava gi accostando ai nostri mentre il vento si faceva meno teso, allorch esso prese maggior forza e per i nostri fu un vero alleato (2). 3. N per questo Coponio si dava per vinto; anzi, con duro sforzo e ostinazione dei suoi marinai sperava di poter vincere la violenza della burrasca e per di pi non interrompere l'inseguimento dei nostri, che violente raffiche avevano spinto ben oltre Durazzo.
4. Noi certamente ringraziavamo la benignit della sorte, ma c'era l'assillo di un arrembaggio della flotta di Coponio nel caso che il vento fosse caduto. Avvistato un porticciolo, che si chiamava Ninfeo, tre miglia a Nord di Lisso (3), l si buttaron dentro le navi. Questa insenatura era protetta dal vento di libeccio (4), ma non da quello del Sud: tuttavia la minaccia di una burrasca fu ritenuta inferiore a quella di un assalto delle navi nemiche.
5. Ma qui accadde un vero miracolo (5): non appena le nostre navi si raccolsero l dentro, quel vento del Sud che imperversava da due giorni, si mut in libeccio.


27.
1. Ecco un bell'esempio di improvviso capovolgimento di fortuna (1). Quelli che poco prima erano tutti tesi nella paura, furono accolti da un porto in piena tranquillit; quelli che avevano recato spavento alle nostre navi, furono costretti a pensare ai propri rischi.
2. Col mutarsi delle condizioni, la burrasca lasci al sicuro i nostri, mentre travolse le navi di Rodi (2), in modo che tutte le sedici navi pontate, ad una ad una, furono fracassate contro le scogliere e affondarono. Di tanti rematori e combattenti, una parte trov la morte, lacerata fra gli scogli, una parte fu tratta in salvo dai nostri.
Cesare grazi tutti gli scampati e li lasci tornare a casa loro (3).


28.
1. Due navi di Cesare non riuscirono a tenere la stessa velocit di rotta. Sorprese dalla notte, non furono in grado di sapere dove tutte le altre si fossero riparate e perci si fermarono all'ncora dirimpetto a Lisso (1).
2. Otacilio Crasso, che teneva il comando (2) a Lisso, si accinse ad assalirle circondandole con scialuppe e molte barche, ma nello stesso tempo avanzava proposte per la resa e prometteva salva la vita a quanti si consegnavano. 3. Una di queste due nostre navi aveva imbarcato duecentoventi uomini che appartenevano a una legione di reclute; l'altra, poco meno di duecento, appartenenti a una legione di veterani (3).
4. Da quanto accadde si pu ricavare l'esempio che l'uomo ha la sua principale difesa nel proprio coraggio (4). Impressionate dal gran numero delle imbarcazioni nemiche, sfinite dalla nausea per il mal di mare, le giovani reclute accettarono per buono il giuramento degli avversari sulla loro incolumit e si arresero a Otacilio. Costui se li fece venire innanzi, e diede ordine, con sacrilega violazione del giuramento, di ucciderli in sua presenza nel modo pi disumano (5).
5. Quelli della legione veterana, invece, provati anch'essi dalla burrasca e dai miasmi della sentina, non accettarono di venir meno, neppure per un poco, al loro consueto valore e tirarono in lungo, sinch venisse buio, nelle trattative e nel fingere di volersi arrendere; poi costrinsero il pilota (6) ad accostare la nave a terra e l trascorsero il resto della notte, in una posizione che li metteva al sicuro. Quando fu l'alba, Otacilio mand contro di loro circa quattrocento cavalieri, che erano di ronda in quel tratto di costa marina, e in pi altri armati che li avevano seguiti dalla guarnigione; ma i nostri seppero difendersi: uccisero alcuni avversari e salvi si riunirono ai compagni.


29.
1. La comunit dei cittadini romani (1) che abitavano a Lisso, dopo questo avvenimento, accolse Antonio e gli offr tutto quanto gli occorreva. A loro Cesare, tempo innanzi (2), aveva consegnato la piazzaforte e li aveva incaricati di predisporla alla difesa. Fu allora che Otacilio non si sent sicuro, lasci Lisso in tutta fretta e se ne torn da Pompeo.
2. Antonio fece sbarcare tutte le truppe, che comprendevano tre legioni di veterani, una di reclute e ottocento cavalieri, e rimand la pi parte delle navi in Italia per trasbordare quanto col restava di cavalleria e fanteria (3). 3. Trattenne a Lisso quei grossi battelli da trasporto che sono in uso presso i Galli (4), con una particolare intenzione. Poteva accadere - e la diceria gi si diffondeva - che Pompeo facesse ritornare il suo esercito in Italia, ritenendola sguarnita dalle forze di Cesare. In tal caso bisognava avere sotto mano dei mezzi per tenergli dietro.
Antonio mand subito a Cesare degli informatori per fargli sapere in qual punto aveva sbarcato l'esercito e quanti soldati aveva trasbordato.


30.
1. Quasi nello stesso tempo Cesare e Pompeo appresero le ultime notizie. Essi avevano avvistato da terra le navi spingersi oltre Apollonia e Durazzo [e navigare col vento favorevole da Sud], ma nei primi giorni non sapevano dove fossero andate ad approdare. 2. Quando lo seppero, i loro piani furono naturalmente opposti: Cesare volle raggiungere Antonio al pi presto; Pompeo volle contrastarne la marcia, meditando di assalirlo con agguati quando meno se lo aspettava. 3. Quindi tutti e due fecero uscire l'esercito dal campo di base, lungo le rive del fiume Apso (1): Pompeo, durante la notte e senza farsi vedere; Cesare, durante il giorno e con aperta manovra.
4. Ma per Cesare lo spostamento era maggiore, perch con un ampio giro, risalendo il fiume, doveva trovare un punto per guadarlo, mentre Pompeo, che non doveva attraversare il fiume, con spostamento ben pi rapido, si diresse a tappe veloci contro Antonio (2). 5. E quando seppe di essergli vicino, scelse una posizione opportuna dove sistemare le truppe, le trincer tutte entro un campo e proib di accendere fuochi, perch non si risapesse del loro arrivo.
6. Ma Antonio fu informato su queste manovre dai Greci di quella regione (3). Invi a Cesare delle staffette e tenne i suoi entro il campo un giorno intero; ma gi nel giorno successivo Cesare si univa a lui. 7. Pompeo, dopo quest'ultima notizia, fu preso dal timore di essere preso in mezzo dai due eserciti; lasci quel luogo e con il grosso delle truppe arriv ad Asparagio di Durazzo (4) e qui mise il campo dove gli parve meglio.


31.
1. Ma veniamo ad avvenimenti contemporanei accaduti altrove. Quinto Cecilio Scipione sub degli insuccessi militari nelle vicinanze del monte Amano in Siria (1) e con questo volle fregiarsi del titolo di "imperator" (2). 2. Prosegu su tale strada e impose enormi somme di denaro alle popolazioni e ai piccoli monarchi (3) di quelle terre, pretese dagli esattori (4) della sua provincia il denaro ricavato dalle tasse di due anni e in aggiunta, sempre da loro, volle come anticipo quello dell'anno successivo. A tutta la provincia, infine, impose una leva di cavalleria.
3. Quando riusc ad averla, lasci alle sue spalle, come nemici confinanti, proprio quei Parti che poco prima avevano ucciso il comandante Marco Crasso (5) e avevano rinchiuso in una fortezza il proconsole Marco Bibulo (6), e port via dalla Siria legioni e cavalieri. 4. L'intera Siria fu presa dallo smarrimento e dal panico di una nuova guerra mossa dai Parti. Fra i soldati poi circolava la voce che essi avrebbero marciato contro un nemico, ma non avrebbero mai impugnato le armi contro un cittadino romano e per giunta console (7).
Allora Scipione, per il periodo dell'inverno, port le legioni a Pergamo (8) e nelle citt pi ricche dell'Asia; profuse denaro in favori inauditi e per acquistarsi la simpatia dei soldati concesse a loro di commettere ruberie su quelle popolazioni.


32.
1. Naturalmente non poteva smettere di spremere denaro nel modo pi iniquo da tutta la provincia (1). A tanta avidit si suppliva anche con raggiri diretti alle diverse categorie sociali. 2. Ad esempio, si imponeva una tassa per gli schiavi e i figli; si mettevano imposte sulle colonne, sulle porte (2); si pretendevano viveri, soldati, armi, rematori, macchine da guerra, mezzi di trasporto. Di qualsiasi cosa si potesse fare un nome, tanto bastava per scoprire una nuova imposta.
3. Non soltanto le citt, ma persino borgate e casali avevano propri comandanti con potere militare (3). E quanti fra essi si comportavano nel modo pi dispotico e feroce, venivano proposti come esemplari di uomini e di cittadini.
4. La provincia pullulava di littori (4) e di autorit; formicolava di prefetti e di esattori, che oltre al denaro da estorcere pubblicamente pensavano al loro privato profitto. Con ipocrita dichiarazione di rispettabilit essi coprivano le loro sporche mene, perch continuavano a dire di essere stati snidati dalle loro case, dalla patria, e di aver bisogno di tutto il necessario per tenersi in vita.
5. Per i tributi che colpivano tutti i cittadini in generale - un fenomeno che spesso accade nei periodi di guerra (5) - al malanno precedente ne seguiva un altro: quello dei prestiti ad altissimo interesse, dove la proroga di un sol giorno veniva considerata un gran favore. Ne deriv che in quei due anni i debiti nella provincia (6) si raddoppiarono.
6. Determinate imposizioni fiscali non si facevano soltanto a danno dei singoli cittadini romani di quella provincia, ma anche contro singole comunit (7) e singole citt, e si diceva che altro non erano che prestiti in base a un decreto del Senato (8). E allo stesso modo che in Siria (9), anche qui gli appaltatori dovettero versare come anticipazione l'importo delle tasse per l'anno successivo.


33.
1. Come non bastasse, Scipione diede l'ordine di sottrarre dal tempio di Diana in Efeso il tesoro che l si custodiva da tempo immemorabile (1). Per questa prodezza fiss un giorno preciso in cui sarebbe andato nel tempio in compagnia di molti suoi complici, dell'ordine senatorio. Ma proprio allora lo raggiunse una lettera di Pompeo, che gli riferiva la traversata di Cesare con le legioni e gli imponeva di affrettarsi a giungere con il suo esercito, lasciando ogni altro impegno. 2. Per questa lettera licenzi i suoi complici, si accinse a trasferirsi con le truppe in Macedonia e pochi giorni dopo part.
Solo questa coincidenza salv il tesoro del tempio di Efeso.


34.
1. Dopo la saldatura con l'esercito di Antonio (1) e il richiamo da Orico di quella legione che vi aveva lasciato per la sorveglianza della costa (2), Cesare fece il progetto di conoscere l'umore delle province (3) e di avanzare verso l'interno.
2. Giunsero infatti da lui delegazioni dalla Tessaglia e dall'Etolia (4), che assicurarono l'adempimento della volont di Cesare da parte di quelle popolazioni, purch fosse loro inviata una sua guarnigione. Perci egli sped in Tessaglia Lucio Cassio Longino con la legione delle reclute, designata come la Ventisettesima (5), e duecento cavalieri, e in Etolia Gaio Calvisio Sabino con cinque coorti e pochi cavalieri. Ma soprattutto Cesare raccomand loro, poich quelle regioni erano vicine, di preparargli scorte di viveri.
3. Dispose infine che Gneo Domizio Calvino puntasse verso la Macedonia (6) con due legioni - l'Undicesima e la Dodicesima - e cinquecento cavalieri. 4. Dalla parte di questa provincia che  nota come territorio libero (7), si present quale legato il principe di quei luoghi, Menedemo, che pales a Cesare l'eccezionale favore verso di lui di tutti i suoi sudditi.


35.
1. Uno degli inviati di Cesare, Calvisio, al suo primo giungere fu accolto con grande benevolenza da parte di tutti gli Etoli e si impadron di tutta l'Etolia dopo aver cacciato le guarnigioni avversarie da Calidone e da Naupatto (1).
2. L'altro, Cassio, penetr con la sua legione (2) in Tessaglia, dove esisteva una vera scissione politica, per cui incontrava popolazioni in atteggiamento opposto. Ad esempio, Egesareto (3), ch'era un personaggio notevole per antica potenza, parteggiava per Pompeo; Petreo, un giovane della pi alta nobilt, con tutte le proprie forze favoriva Cesare, mettendogli a disposizione la potenza propria e di quanti lo seguivano.


36.
1. Degli stessi giorni fu l'arrivo di Domizio (1) in Macedonia. E a lui cominciavano a giungere numerose le delegazioni di quelle terre, quando si sparse la notizia che insieme alle legioni stava per arrivare Scipione, su cui tutti dicevano cose straordinarie. Quasi sempre accade che sulle novit improvvise ricami la fantasia (2).
2. Senza sostare in nessun luogo della Macedonia, Scipione con tutta foga si diresse contro Domizio; ma gli era arrivato alla distanza di venti miglia, quando di punto in bianco mut direzione verso la Tessaglia, contro Cassio Longino (3). 3. La manovra fu cos rapida, che l'arrivo e la partenza furono oggetto di una sola notizia. E per rendere pi scorrevole la marcia, Scipione lasci Marco Favonio con otto coorti di guardia a tutti i carriaggi delle legioni (4), nelle vicinanze del fiume Alicmone, che separa la Macedonia dalla Tessaglia (5), dove diede l'ordine di stabilire un campo fortificato. 4. In concomitanza con Scipione, la cavalleria di re Coti, che allora stava in perlustrazione sui confini della Tessaglia (6), part velocemente contro il campo di Cassio.
5. Allora Cassio fu preso da una doppia paura: l'annuncio dell'arrivo di Scipione e l'avvistamento di quei cavalieri di Coti, che egli scambi per quelli di Scipione; perci si ritrasse verso i monti che cingono la Tessaglia (7) e da quei valichi prese a discendere, marciando verso Ambracia (8). 6. E gi Scipione si faceva premura di inseguirlo, quando lo raggiunse un messaggio di Marco Favonio, che lamentava l'arrivo di Domizio con le legioni e gli ricordava l'impossibilit di mantenere quella posizione fortificata per ordine suo, senza un soccorso. 7. A questo appello, Scipione mut piano e itinerario; lasci andare Cassio e si impegn a soccorrere Favonio. 8. Senza mai smettere di marciare giorno e notte, giunse presso di lui con un calcolo di tempo cos preciso, che da una parte si distingueva la fitta polvere sollevata dall'esercito avanzante di Domizio, dall'altra si avvistavano le avanguardie (9) di Scipione.
Cos, se nell'accortezza di Domizio trov la propria salvezza Cassio, nella rapidit di Scipione la trov Favonio.


TAVOLA SESTA.

Carpentiere che attende alla costruzione di una nave.
Calco della parte inferiore della stele funeraria del fabbro navale Publio Longidieno, di Ravenna. Sul fondo si vedono l'ultima linea dell'epitaffio ("Corpus Inscriptionum Latinarum", 11,139) e la rappresentazione di una tabella, che dice circa: Publio Longidieno, figlio di Publio, si affretta alla sua fatica. La stele  probabilmente di et augustea. Augusto stabil una flotta a Ravenna ed una a Miseno. Ancora all'et di Cesare non esistevano flotte di stato, ma ogni governatore di provincia provvedeva autonomamente, sia facendo costruire navi da guerra, sia requisendo navi onerarie o da trasporto.
(Ordini di costruzioni, vedi qui: Commentario primo, capitolo 36,4-5; Commentario secondo, capitolo 1; imbarcazioni fatte fare ai soldati: Commentario primo, capitolo 54,1-3; requisizioni: Commentario primo, capitoli 34,2; 36,2; navi provinciali: Commentario terzo, capitolo 7,1).


37.
1. Due giorni si ferm Scipione acquartierato sopra una sponda del fiume Alicmone, che scorreva tra lui e il campo di Domizio (1); il terzo giorno, appena fu chiaro, fece passare a guado l'esercito. Pose un nuovo campo e sul davanti, la mattina del giorno successivo, dispose le truppe a battaglia. 2. Anche allora (2) Domizio ritenne che non si dovessero avere dubbi nel far uscire le legioni e nel misurarsi con le armi.
Fra i due campi si stendeva una spianata di circa sei miglia (3); perci Domizio col suo schieramento si port sotto al campo di Scipione, mentre costui continu a non voler staccarsi dalle proprie difese. 3. Con tutto questo, e sebbene i soldati di Domizio fossero trattenuti a stento, non si riusc ad attaccare battaglia decisiva. Grosso ostacolo era poi un torrente (4) dalle rive piuttosto ripide, che passava sotto il campo di Scipione e sbarrava ai nostri l'avanzata.
4. A Scipione non sfugg l'impazienza e l'ardore dei nostri nel voler attaccare; previde che un giorno o l'altro sarebbe stato trascinato a combattere anche senza volerlo, oppure avrebbe dovuto starsene, con grave discredito, rintanato nel suo campo, lui che era l giunto attirandosi gli sguardi di tutti (5); perci a un'uscita tutta tracotanza fece seguire una ritirata tutta vergogna. Di notte, senza neppure dare un segnale di partenza (6), ripass il fiume, raggiungendo quella zona da cui si era mosso, e l, sopra un rilievo naturale, non lontano dal fiume, torn a mettere il campo (7).
5. Lasci cos trascorrere pochi giorni, quando pens di sistemare durante la notte degli agguati di cavalieri nel luogo in cui solitamente i nostri si recavano per provvedersi di foraggio.
Come era solito fare ogni giorno, Quinto Varo, che comandava la cavalleria di Domizio, vi fece la sua comparsa e quelli all'improvviso si slanciarono dai nascondigli. 6. Ma i nostri risposero all'aggressione con molta fermezza; ognuno seppe ritrovare, nell'ordine sparso, la propria posizione e per di pi, unitisi in blocco, mossero loro l'assalto contro il nemico. 7. Ne uccisero circa ottanta, li cacciarono in fuga e ne persero due. E cos ritornarono al campo.


38.
1. Nonostante l'accaduto, Domizio non perdeva ancora la speranza di provocare Scipione a uno scontro. Finse allora di essere costretto a muovere il campo per scarsit di frumento; diede il segnale convenuto di partenza (1), si spost di circa tre miglia e sistem tutto l'esercito e la cavalleria in un luogo che sembrava fatto apposta per tendere un'insidia.
2. Scipione volle tenergli dietro e mand innanzi buona parte della cavalleria per rintracciare e studiare il percorso tenuto da Domizio. 3. Essa avanzava, e ormai gli squadroni di testa entravano in un facile agguato, quando il nitrire dei cavalli li mise in sospetto e li indusse a tornare indietro; e quanti li seguivano, vista la loro rapida conversione, smisero di avanzare.
4. Poich l'inganno pi non funzionava, i nostri non stettero ad attendere inutilmente gli altri, ma catturarono due squadroni che avevano incontrato. Pochissimi riuscirono a fuggire e a salvarsi: fra questi il comandante della cavalleria Marco Opimio (2). Quasi tutti i componenti degli squadroni o furono uccisi o presi prigionieri e condotti da Domizio.


39.
1. Abbiamo gi detto (1) che Cesare tolse le guarnigioni lungo il mare. A Orico lasci solo tre coorti a difesa della piazzaforte e pure con l'incarico di proteggere le navi da guerra che aveva fatto venire dall'Italia. Alla guarnigione e alla sorveglianza presiedeva il legato Marco Acilio (2).
2. Egli pens di mettere al riparo le nostre navi in una piccola insenatura del golfo, alle spalle della piazzaforte (3). Le assicur bene a terra e allo stretto imbocco della insenatura mise, come sbarramento, una nave da trasporto affondata, alla quale ne congiunse strettamente un'altra. Sopra quest'ultima fece alzare una torre, proprio di fronte all'ingresso del porticciolo, e vi install dentro dei soldati, che dovevano difenderla e servirsene per sventare qualsiasi colpo di mano.


40.
1. Lo venne a sapere il figlio di Gneo Pompeo, ammiraglio della flotta di Egitto (1), e si port a Orico. Con un argano e a forza di molte funi, trasse in secco la nave sommersa; poi con pi navi si diede ad assaltare l'altra, che da Marco Acilio era stata posta per la difesa (2).
Sulle proprie navi Pompeo aveva eretto alte torri, tenute salde da contrappesi (3), come se il combattimento dovesse svolgersi da un'altura. Dispose anche che ci fosse sempre una sostituzione dei soldati stanchi per la mischia con altri freschi di forze. Estese poi l'attacco in pi punti, poich assaliva le mura della guarnigione, nello stesso tempo, sia da terra con le scale sia dal mare con la flotta, allo scopo di diradare le file dei difensori. Insomma, col logoramento e con l'ingente quantit delle armi da lancio, ebbe la meglio sui nostri; e quando furono cacciati i difensori, che tutti fuggirono buttandosi su barche, riusc ad espugnare quella nave.
2. Nel contempo giunse ad avere saldamente in pugno quella naturale lingua di terra che rende una penisola il luogo dove sorge la piazzaforte, e dopo aver messo dei rulli sotto quattro biremi, le spinse con leve verso l'insenatura interna 4; 3. e cos su due fronti aggred le navi da guerra, che stavano ormeggiate e vuote (5). Ne cattur quattro e alle altre diede fuoco.
4. Concluso questo colpo, lasci sul posto Decimo Lelio, che aveva fatto venire dalla flotta d'Asia (6), e che badava a intercettare ogni rifornimento che giungesse a Orico dalle citt di Billide e Amanzia (7). 5. Da l si port a Lisso, dove Marco Antonio aveva lasciato trenta navi da carico (8): fece irruzione nel porto e le incendi tutte. Ma quando tent di espugnare la cittadella, difesa da cittadini romani appartenenti all'associazione di quel luogo (9) e dai soldati che Cesare vi aveva fatto giungere per proteggerla, perse tre giorni di tempo. Dopo poche perdite durante un vano assalto, lasci l'impresa a mezzo e se ne venne via.


41.
1. Quando Cesare venne a conoscere la posizione di Pompeo presso Asparagio (1), mosse con l'esercito, espugn durante lo spostamento la borgata dei Partini (2), dove Pompeo teneva una guarnigione, e dopo tre giorni fu in vista di Pompeo e gli pose il campo non lontano (3). Il giorno dopo ne usc con tutti i suoi, si schier a battaglia e diede a Pompeo un'occasione per attaccare (4). 2. Ma quello fece comprendere che non era sua intenzione uscire; perci, riportate le schiere entro il campo, Cesare ritenne di attuare un diverso piano.
3. Cos, l'indomani, dopo un lungo giro (5), con un percorso accidentato e disuguale per tutte le sue truppe, punt su Durazzo, con l'intenzione di spingere Pompeo a rinchiudersi l dentro, ovvero di sbarrargliene la strada, tenuto conto che l c'erano i depositi delle provvigioni e tutto il materiale di guerra dei pompeiani (6). E cos avvenne.
4. In verit, in un primo tempo Pompeo non comprese le intenzioni di Cesare. Lo aveva visto partire da quel luogo con una direzione che non portava a Durazzo e pens che egli se ne andasse, costretto dalla penuria dei viveri. Ma ne fu informato il giorno dopo da pattuglie di ricognizione; perci tolse il campo e sper di metterglisi di fronte con un percorso pi breve.
5. Cesare suppose questa manovra e quindi raccomand ai soldati di reggere a un grave sforzo senza fare opposizione; smise di marciare soltanto per poco tempo durante la notte e il mattino successivo fu in vista di Durazzo. Qui pose il campo, quando gi da lontano appariva l'avanguardia di Pompeo.


42.
1. Tagliato fuori da Durazzo, venne a cadere per Pompeo il piano stabilito; e fu quindi costretto ad attuare un secondo piano.
Sistem il suo campo fortificato sopra un'altura, che si chiama Petra e offre un discreto approdo alle navi, anzi le ripara da certi forti venti (1).
2. In questo scalo egli impart l'ordine di raduno a una parte delle navi da guerra e di ammasso del frumento e dei viveri importati dall'Asia e da tutte le regioni in suo potere.
3. Cesare cap che questa fase della guerra si sarebbe protratta per lungo tempo. Non poteva contare sui rifornimenti dall'Italia, perch ogni tratto di litorale era sorvegliato assiduamente dalle forze di Pompeo; le flotte che egli aveva fatto allestire durante l'inverno in Sicilia, in Gallia e in Italia non erano ancora pronte; perci, per rifornirsi, mand i legati (2) Quinto Tillio e Lucio Canuleio in Epiro. Data la distanza di queste regioni, egli fu costretto a sistemare dei granai in determinati punti del tragitto e a prescrivere, alle citt cui spettava, l'obbligo del trasporto.
4. N tralasci di requisire quanto ancora restava di frumento da Lisso, dai Partini (3) e da tutte le borgate. 5. Ma da questa parte c'era poco da sperare, sia per la stessa natura dei campi, situati in luoghi selvaggi e montuosi, dove il grano per lo pi  necessario importarlo, sia perch Pompeo ci aveva pensato prima e nei giorni addietro aveva considerato i Partini sua preda. I suoi cavalieri avevano fatto una vera razzia di frumento, rovistando e mettendo sottosopra tutte le loro case.


43.
1. Arrivato a questo punto, Cesare trasse ispirazione per la sua tattica dalla natura del posto in cui si trovava.
Attorno al campo di Pompeo girava una corona di alture rilevate e impervie (1). Per prima cosa le occup con guarnigioni e le mun con fortini; 2. poi, cos come la posizione di ogni luogo glielo permetteva, condusse da un caposaldo all'altro una linea fortificata, in modo da chiudervi dentro Pompeo. 3. Tale piano conduceva a tre risultati: anzitutto, Cesare si trovava a mal partito per il frumento e Pompeo aveva maggior forza nella cavalleria: solo dunque in tal modo Cesare poteva convogliare da ogni parte, e con minor pericolo, frumento e vettovaglie per i suoi soldati. Poi, si impediva a Pompeo il foraggiamento e si rendeva limitata l'importanza della sua cavalleria nello sviluppo dell'impresa. Infine, si sminuiva il prestigio di cui Pompeo si avvaleva agli occhi delle popolazioni fuori d'Italia, dal momento che in tutto il mondo si sarebbe diffusa la voce che lui era assediato da Cesare e non aveva l'animo di venire a uno scontro decisivo (2).


44.
1. Cos Pompeo si trovava alle strette. Non voleva staccarsi dalla riva del mare e da Durazzo, perch qui aveva riunito tutta l'attrezzatura per la guerra (1), i missili, le armi in genere e le macchine belliche, e provvedeva il frumento all'esercito per mezzo di navi. Non poteva contrastare la linea di accerchiamento di Cesare, se non ricorrendo alla decisione di una battaglia: ma questa, a suo credere, era da escludere almeno per quel tempo. 2. Gli restava da seguire un'ultima strategia: impadronirsi di quante pi alture potesse, dominare con guarnigioni il pi vasto territorio possibile e quindi obbligare le truppe di Cesare a diradarsi al massimo. E cos fu. 3. Con la costruzione di ventiquattro fortini abbracci un perimetro di quindici miglia. Entro questa cerchia v'era possibilit di foraggiarsi e restavano racchiusi molti campi coltivati a pascolo, di cui nel frattempo si giovava il bestiame d'uso militare. 4. E come i nostri avevano tracciato in continuit una linea di sbarramento da un fortino all'altro, perch i pompeiani non si infiltrassero in qualche passaggio, giovandosi di un assalto alle nostre spalle, cos i pompeiani con un circuito pi interno costruivano una loro linea senza interruzione, per non dare ai nostri una via di accesso, con la possibilit di aggredirli da dietro (2).
5. Ma i nostri avversari erano superiori in questi lavori, sia perch disponevano di pi soldati, sia perch, trovandosi all'interno, dovevano seguire un perimetro minore.
6. Quando a Cesare occorreva impadronirsi di una posizione, Pompeo, anche senza l'intenzione di opporsi con tutte le forze e di attaccare battaglia, nei tratti opportuni vi mandava contro arcieri e frombolieri, di cui aveva grande disponibilit (3). 7. Molti dei nostri restavano feriti. Quello delle frecce era diventato un vero incubo. Perci quasi tutti i nostri soldati si erano fabbricati lunghe vesti con imbottite, con materassi, con cuoiame, ovvero coperture qualsiasi per ripararsi da quei colpi.


45.
1. Di qua e di l, la lotta era accanita nel conquistare le cime dove sistemare i fortini. Cesare intendeva sempre pi stringere il cerchio intorno a Pompeo; Pompeo mirava a impadronirsi di un maggior numero di cime a maggior distanza. Nascevano perci frequenti scontri.
2. Uno ve ne fu, quando la Nona legione di Cesare occup un'altura (1) e si accinse a fortificarla, mentre truppe di Pompeo si insediarono sopra un contrafforte molto vicino e posto di fronte, da dove presero a danneggiare i nostri, intenti al loro lavoro. 3. Da un lato, per giunta, esse avevano modo di avvicinarsi per un tratto quasi pianeggiante; disposero quindi da ogni parte arcieri e frombolieri, poi fecero seguire un vero nugolo di armati alla leggera, infine sistemarono macchine da guerra, col solo scopo di interrompere le fortificazioni. Un vero problema era per i nostri lavorare e combattere in un sol tempo. 4. E quando da ogni parte Cesare vide che cadevano dei feriti, comand di abbandonare la posizione e di ritornare al sicuro. Ma una ritirata non poteva esserci che lungo la discesa. 5. Perci gli avversari si fecero sotto con pi violenza, n davano respiro ai nostri che scendevano, credendoli costretti a lasciare quel luogo per semplice paura.
6. Ricordano che per questo episodio Pompeo si lasci andare di fronte ai suoi ufficiali a una sua vanteria (2). Accettava, cio, senza ribattere, di essere definito un comandante di nessuna esperienza, se le legioni di Cesare, con tutto il danno possibile, non si fossero ritirate da quelle posizioni su cui erano avanzate con tracotanza.


46.
1. Cesare si impensier per questa ritirata. Dispose allora che sul limite estremo dell'altura, di fronte ai nemici, si portassero e si contrapponessero degli sbarramenti di graticci, e che al di qua i soldati, mentre erano al coperto, tracciassero un fossato di normale larghezza, cos che la posizione fosse quanto pi impraticabile da ogni lato. 2. Qua e l, dove era opportuno, appost dei frombolieri, per dare protezione ai nostri mentre scendevano. Sbrigate queste disposizioni, la legione (1) pot cominciare a ritirarsi.
3. E ancora i pompeiani presero ad assalire e a sopraffare i nostri con pi sicurezza e temerariet e abbatterono gli sbarramenti messi a difesa, per passare al di l del fossato (2).
4. Cesare seguiva le fasi della lotta. Temeva che quella dei suoi sembrasse una fuga, non una ritirata, con conseguenza di maggior danno. Perci, a met circa della discesa, diede ai suoi un incitamento per bocca di Antonio, che comandava quella legione; fece quindi suonare la tromba e annunciare il contrattacco ai nemici.
5. Si rianimarono all'istante i soldati della Nona legione. Presero a scagliare giavellotti e, muovendo di corsa dal basso, lungo la salita respinsero i pompeiani disorientati e costretti a volgere le spalle. Fu allora che gli sbarramenti appena abbattuti, i pali infissi (3) e il fossato appena tracciato, procurarono a loro un grosso guaio.
6. Ma i nostri considerarono un successo scendere da quell'altura senza danno. Molti furono i nemici uccisi; i nostri ne persero in tutto cinque. Si ritirarono col massimo ordine e, dopo aver ripreso fiato un poco pi oltre, conquistarono altre cime (4) e completarono la linea fortificata.


47.
1. Questo modo di condurre la guerra era eccezionale, mai visto (1). Il gran numero dei fortini, l'ampiezza del teatro delle operazioni, l'estensione delle linee fortificate, tutti gli aspetti della guerra di assedio, si aggiungevano ad altre particolarit. 2. Quando infatti nel passato un esercito si  accinto ad assediare dei nemici, lo ha fatto dopo averli respinti e fiaccati; li ha tenuti accerchiati dopo averli vinti in uno scontro, o resi disanimati con qualche insuccesso, mentre l'esercito vincitore ostentava la preponderanza della fanteria e della cavalleria. Il motivo poi dell'assedio fu quasi sempre nella storia il medesimo quello di togliere agli assediati ogni provvista di viveri. 3. In quel tempo, invece, Cesare, con minore disponibilit di soldati, teneva accerchiate delle forze mai vinte n provate: anzi, queste nuotavano nell'abbondanza di tutto, perch ogni giorno arrivavano col molte navi da ogni porto per scaricarvi vettovaglie (2), n poteva spirare qualsiasi vento che su qualche rotta non fosse favorevole. 4. Cesare, infine, colui che assediava, si trovava in gravissima crisi, perch tutto il frumento era esaurito in qualunque regione circostante (3).
5. Per fortuna sua, i soldati sopportavano il disagio con meravigliosa resistenza. Essi ricordavano che, dopo aver tenuto duro di fronte alle medesime strettezze con risoluta determinazione, l'anno precedente avevano concluso vittoriosamente in Spagna una campagna tra le pi difficili (4); avevano ancora in mente di aver sofferto una grave carestia presso Alesia, anzi, un'altra ancor pi grave presso Avarico (5), e di essere poi stati vincitori di popoli dati per invincibili. 6. Se non mangiavano orzo, accettavano legumi; e poi cominciarono ad apprezzare la carne degli armenti, di cui l'Epiro abbondava (6).


48.
1. Certi soldati nostri, poi, ch'erano liberi da impegni (1), scoprirono un genere di tubero a cui si dava il nome di cara. Mescolato col latte, era alquanto efficace a levar la fame. Esso veniva lavorato per farne una specie di pane 2. e aveva il grande pregio di trovarsi dappertutto (2).
Quando, negli alterchi che nascevano tra una linea e l'altra, i pompeiani ci rinfacciavano di essere dei morti di fame, i nostri, in massa, scagliavano contro di loro pagnotte di questo genere, per dimostrare il contrario (3).


49.
1. Ma gi il grano cominciava a imbiondire (1). La speranza di per s induceva a dimenticare in parte la carestia, con l'attesa che tra poco sarebbe tornata l'abbondanza. Accadeva spesso di sentire, durante il parlottare notturno dei soldati in turno di guardia, che sarebbero vissuti con corteccia d'albero piuttosto di lasciarsi sfuggire Pompeo dalle mani.
2. E con soddisfazione venivano a sapere dai disertori di Pompeo, che l dentro solo i cavalli erano tenuti in vita, mentre le altre bestie erano tutte morte (3); che l'esercito pativa per malattie, sia per lo spazio ridotto, il lezzo contagioso di molti cadaveri, gli strapazzi di ogni giorno per gente non abituata a compierne, sia per l'estrema necessit di acqua.
3. Cesare; infatti, aveva deviato (3) o aveva interrotto con robuste barriere ogni fiume, ogni torrentello che scendeva verso il mare. Poich in quei luoghi montuosi c'erano valloni angusti e dirupati, li aveva bloccati con sbarramenti, fatti con pali infissi in terra e materiale ammassato contro, in modo che l'acqua non passasse.
4. Di necessit, i pompeiani dovevano andare in cerca di terreni bassi e paludosi, scavarvi dei pozzi, con una fatica che si aggiungeva a quella di ogni giorno. Ma queste povere sorgenti erano troppo lontane da certe guarnigioni e subito, per il caldo che gi si faceva sentire, inaridivano.
5. Quelli di Cesare, al contrario, non accusavano malattie e disponevano di grande ricchezza d'acqua: all'infuori del grano, ogni altro mezzo di sussistenza abbondava. E perci, di giorno in giorno, il passar del tempo generava ottimismo, e vedevano avvicinarsi la grande speranza con il maturare delle messi (4).


50.
1. In un genere di guerra insolito come questo, era naturale che dalle due parti si escogitassero insolite tattiche di combattimento (1). Dalla accensione di fuochi, i pompeiani capirono che durante la notte nostre coorti bivaccavano presso le linee. Perci vi si accostavano in gran silenzio e poi scagliavano un nembo di frecce fra quella gente stipata, e subito si ritiravano al punto di partenza (2). 2. Dopo tali incidenti, i nostri, avvalendosi dell'esperienza, trovarono rimedio attizzando fuochi altrove (3)...


51.
1. Publio Silla, lasciato come sostituto (1) da Cesare alla sua partenza, ne fu avvisato e corse in aiuto alla coorte con due legioni. Dopo che queste comparvero, fu facile ricacciare i pompeiani, 2. che non ressero n alla vista n alla carica dei nostri. Buttati gi i primi che erano saliti (2), gli altri si volsero indietro e si ritirarono. 3. Silla dovette richiamare i nostri, messisi all'inseguimento, per il timore che procedessero troppo oltre. Eppure non manc la convinzione di alcuni sulla probabile fine della guerra in quel giorno, soltanto se si fosse insistito con pi audacia nell'inseguire. Ma Silla non merita un rimprovero per la sua decisione. 4. Uno  il compito di un luogotenente e un altro  quello del comandante supremo: il primo deve muoversi secondo precise disposizioni, l'altro deve mirare allo scopo dell'impresa in piena libert. 5. Lasciato da Cesare come sovrintendente al suo campo, Silla liber i soldati in pericolo: di tanto si ritenne soddisfatto e non volle affrontare uno scontro determinante. Con ogni probabilit ci sarebbe stato un gran successo, ma non stava a lui assumersi le responsabilit di un comandante supremo .
6. Un fatto procurava ai pompeiani tanta difficolt nella ritirata. Col loro assalto, si erano portati dal basso verso il luogo molto elevato del fortino, e se avessero scelto la discesa come via di ripiegamento, avrebbero dovuto fare i conti con i nostri, che davano a loro addosso da una posizione pi alta. Non mancava molto al tramonto del sole: la speranza di concludere quella sortita aveva protratto quell'azione sino al limite della notte. 7. Cos Pompeo, con una risoluzione d'obbligo e presa l per l, si port sopra un'altura che distava dal nostro fortino quel tanto che non potesse giungervi neppure un'arma scagliata con una macchina. Qui se ne stette, vi si trincer e vi raccolse tutte le forze.


52.
1. La battaglia di quel fortino non fu la sola, perch contemporaneamente ne divamparono altre in due posizioni differenti. Era evidente il gioco di Pompeo di attaccare altri fortini per tenere impegnate in pi luoghi le nostre energie e togliere il soccorso da un fortino all'altro. 2. In un punto, Volcazio Tullo con tre coorti sostenne l'attacco di un'intera legione e riusc a ricacciarla; in un altro, soldati Germanici (1) sbucarono dalla nostra linea, fecero un massacro e ritornarono alla base senza una ferita.


53.
1. Insomma, in un giorno solo (1) si svolsero sei combattimenti; tre nelle vicinanze di Durazzo (2) e tre lungo le linee (3). Tirando le somme, si contarono duemila pompeiani uccisi, in gran parte "richiamati" e centurioni (4) - e nel numero vi fu anche Valerio Flacco, figlio di quel Lucio che come pretore (5) aveva governato la provincia d'Asia -; e sei insegne militari (6) furono strappate al nemico. 2. Noi, in tutti quegli scontri, non piangemmo la perdita di pi di venti uomini.
3. Ma in quel famoso fortino non vi fu neppure un soldato che non restasse ferito e quattro centurioni, appartenenti a un'unica coorte (7), rimasero ciechi.
4. Quei difensori desiderarono offrire a Cesare una testimonianza di quanto avevano compiuto e di quanto avevano subito: riferirono cio a Cesare che contro quel forte erano stati scagliati circa trentamila colpi. Gli fu messo sotto gli occhi anche lo scudo del centurione Sceva: vi si potevano contare centoventi fori. 5. Per tali meriti verso di s e verso lo stato, Cesare lo premi con duecentomila sesterzi (8) e, fattogli un pubblico encomio, decret che fosse promosso dall'ottavo grado a primpilo (9). Le testimonianze concordavano nel sostenere che, per gran parte, il fortino aveva resistito per merito di Sceva.
Ma poi don anche alla coorte una doppia paga, e grano, vesti, cibi e decorazioni militari (10), in larghissima misura.


54.
1. Pompeo provvide il suo campo (1) di forti difese sfruttando il tempo notturno e nei giorni seguenti alz delle torri. Port sino a quindici piedi di altezza (2) le trincee e ripar quella parte del campo con delle gallerie (3). 2. Lasciati passare cinque giorni, approfittando di un'altra notte (4) di scarsa luce per nubi, sbarr tutti gli ingressi del campo, perch in nessun modo vi si potesse entrare, e poco dopo la mezzanotte condusse via in gran silenzio l'esercito e si ritir nella vecchia linea fortificata.


55.
1. Da quel momento, Cesare ogni giorno faceva avanzare verso una spianata (1) i suoi soldati in ordine di combattimento, nell'attesa che Pompeo si decidesse a misurarsi. Le legioni si portavano sin quasi sotto al campo di Pompeo, ma la nostra prima fila se ne stava discosta quel tanto che non potessero giungervi proiettili lanciati a mano o dalle macchine.
2. Pompeo si curava soltanto di non perdere credito e di non compromettersi nel giudizio degli altri (2): disponeva infatti il suo esercito davanti al campo, in modo che l'ultima fila ne fosse a ridosso della barriera e quindi tutto lo schieramento restasse sotto la copertura dei proiettili lanciati dalla barriera stessa.


56.
1. Cassio Longino e Calvisio Sabino, come abbiam visto, acquistarono a Cesare l'Etolia, l'Acarnania e l'Amfilochia (1); ma Cesare volle conoscere l'atteggiamento dell'Acaia (2) e spingersi oltre quella regione.
2. Vi invi dunque Fufio Caleno, dandogli come compagni Sabino e Cassio con delle coorti. 3. Il loro arrivo fu scoperto da Rutilio Lupo, che come inviato di Pompeo occupava l'Acaia. Prima decisione di Lupo fu di sbarrare l'Istmo (3), per impedire a Fufio l'entrata nella regione.
4. Intanto Fufio, per adesione delle popolazioni, accolse in resa Delfi, Tebe e Orcomeno (4), mentre espugn con la forza alcune altre citt. Altre ancora egli cercava di legare all'alleanza con Cesare per mezzo di legazioni itineranti. E in simili faccende egli era interamente occupato.


57.
1. A tali avvenimenti di Acaia (1) e di Durazzo si accompagnava la notizia certa della venuta di Scipione in Macedonia (2). E poich Cesare non intendeva mutare la sua linea politica (3), gli invi Aulo Clodio, una persona ben nota a entrambi; anzi, Clodio gli fu presentato e raccomandato da Scipione e Cesare lo ebbe sempre nel ristretto numero dei suoi collaboratori.
2. Clodio fu latore di un messaggio e di proposte, la cui sintesi era questa. Tutte le vie di un accomodamento erano state tentate, ma con risultato disarmante. C'era per il sospetto che l'esito negativo fosse da addebitarsi a quanti si erano assunti l'incarico della mediazione, presi dal timore di presentare a Pompeo le proposte di Cesare in un momento inopportuno (4). 3. Scipione aveva un tale ascendente, non solo da dichiarare in piena libert a Pompeo quanto pensava, ma anche, in larga misura, da incitarlo e da correggerlo quando sbagliava; egli era poi alla testa di un esercito per autorit propria, cos che, oltre al prestigio, teneva anche la forza per piegare Pompeo al suo volere (5). 4. Si dedicasse, dunque, a questa impresa: tutti avrebbero riconosciuto a lui solo (6) il gran merito di un'Italia pacificata, delle province ritornate all'ordine e della recuperata salvezza dell'impero (7).
5. Clodio rifer le proposte a Scipione. Nei primi giorni ebbe l'impressione di essere ascoltato volentieri; ma poi non ebbe pi udienza. A guerra terminata, si venne a sapere che Scipione era stato fortemente criticato da Favonio (8). Senza nulla concludere, Clodio torn da Cesare.


58.
1. Per stringere la cavalleria di Pompeo sotto Durazzo e impedirle ogni rifornimento di foraggio, Cesare sbarr due sbocchi - della cui ristrettezza abbiamo fatto cenno (1) - con robusti baluardi e con fortini disposti nella zona.
2. Pompeo si convinse che la cavalleria inviata per mare non otteneva alcun risultato e dopo pochi giorni, sempre con le navi, ne ordin il ritorno e la riaccolse al campo (2). 3. Qui ormai il pascolo era inesistente: i cavalli dovevano nutrirsi con foglie strappate dai rami e con le radici tenere dei giunchi (3), quando fossero triturate. Quanto si era seminato entro le linee, gi era stato consumato. 4. Da qui la necessit di importare foraggio da Corf e dall'Acarnania (4) lungo un tratto di mare non breve; e man mano che la quantit trasportata decresceva, la si doveva compensare con dell'orzo: e con questi difficoltosi provvedimenti si cercava di tenere in efficienza la cavalleria.
5. Ma quando non solo ogni angolo di terra spar orzo, foraggio, l'ultimo stelo d'erba da tagliare, ma pure sparirono le fronde degli alberi, e i cavalli si accasciarono sfiniti per la magrezza, Pompeo vide la necessit di tentare un colpo per uscire da quell'accerchiamento.


59.
1. Fra i cavalieri dell'esercito di Cesare, vi erano due fratelli, Allobrogi (1) di origine, Roucillo e Ego, figli di Adbucillo. Per molti anni, nella loro patria, erano stati (2) gli uomini pi in vista, perch dotati di un coraggio eccezionale. E durante tutte le guerre di Gallia, Cesare si era valso della loro attivit, sempre ineccepibile e ardimentosa. 2. Questa fu la ragione per cui Cesare aveva conferito a loro, fra gli Allobrogi, le pi alte cariche, si era interessato perch, in via eccezionale, fossero eletti nel loro Senato (3) e a loro aveva concesso in Gallia terreni tolti ai nemici e vistose ricompense in denaro. Da bisognosi, si eran fatti ricchi a dismisura. 3. E non solo Cesare li considerava perch valevano, ma pure i loro commilitoni li avevano in simpatia.
Ma l'amicizia di Cesare fece nascere in loro eccessiva sicurezza. Con folle tracotanza, suggerita dal loro istinto barbarico, si credettero superiori a tutti: sprezzavano chiunque stesse loro vicino, rubavano sulle paghe dei cavalieri e quanto arraffavano, prendeva la via di casa loro. 4. Sottoposti a simili vessazioni, tutti quanti i cavalieri si recarono da Cesare, si querelarono delle ingiustizie e a queste accuse ne aggiunsero un'ultima: quei due dichiaravano un numero maggiore di cavalieri, per potersene intascare le paghe.


60.
1. Non era quello il momento di un'esemplare punizione e un certo credito bisognava pur dare al valore di quei due: perci Cesare ritenne di differire a tempo opportuno la soluzione del caso; ma li redargu a parte, perch avevano tratto illecito guadagno a scapito dei cavalieri e li avvert che ogni vantaggio dovevano attenderselo dall'amicizia sua, valutando il futuro da quanto avessero da lui ricevuto nel passato.
2. Ma l'accaduto bast per far nascere in tutti ostilit e discredito verso i due fratelli; ed essi intuivano che cos fosse, non solo dalle rimostranze dei compagni, ma anche dalla loro consapevolezza, diciamo dalla loro coscienza. 3. Nacque cos in loro un moto di rivalsa, con l'idea di non essere forse stati assolti, ma tenuti a rispondere in un tempo non lontano. Perci decisero di staccarsi da noi, di tentare altra sorte e di valersi di nuovi appoggi.
4. D'intesa con pochi loro seguaci (1), da cui attendevano segretezza per un delitto tanto assurdo, dapprima cercarono di uccidere il prefetto di cavalleria (2) Gaio Voluseno, per apparire transfughi nella parte di Pompeo con un certo loro merito, come si seppe dopo, al termine della guerra; 5. ma poi si avvidero che quell'impresa era troppo ardua, n si trovava momento opportuno per mandarla ad effetto. Presero perci in prestito quanto pi denaro fu loro possibile, come se intendessero saldare ogni debito e rendere il mal tolto, acquistarono molti cavalli e fuggirono da Pompeo con quanti erano al corrente del loro piano (3).


61.
1. Erano nobili di nascita; arrivavano equipaggiati da veri guerrieri, con largo seguito di accompagnatori e di animali (1); li seguiva la fama della loro audacia e della predilezione di Cesare; creavano un caso singolare e contrario alla normalit: perch Pompeo non doveva accoglierli di persona, accompagnandoli da una guarnigione all'altra e mettendoli bene in mostra?
2. Prima di quel giorno, nessun soldato di fanteria o di cavalleria era passato da Cesare a Pompeo (2), mentre i casi di fuga da Pompeo a Cesare erano avvenimenti quasi quotidiani; in Epiro e in Etolia, poi, e in ogni regione occupata da Cesare, tutti i giovani appena arruolati disertavano in massa da Pompeo.
3. Ma purtroppo quei due erano bene al corrente di ogni cosa: sapevano quanto non era stato ultimato nelle linee di fortificazione, o quello che lasciava a desiderare a giudizio degli esperti militari, ovvero l'orario preciso di ogni attivit, la distanza da luogo a luogo, lo scrupolo differente nei turni di guardia, a seconda dell'indole o dell'impegno di quelli che vi erano assegnati.
Tutti questi segreti militari i fratelli Allobrogi li svelarono a Pompeo (3).


62.
1. E Pompeo sfrutt queste informazioni per quel piano che gi aveva in mente, come abbiamo accennato (1), per evadere dal blocco.
Anzitutto fa adattare agli elmi dei soldati dei telai protettivi di vimini e ammucchiare in un sol luogo materiale abbondante di sterro. 2. Dopo questo, durante l'oscurit, manda su scialuppe e imbarcazioni veloci, un forte contingente di armati alla leggera e di arcieri, nonch tutto quel materiale; e verso la mezzanotte fa uscire dal campo generale e dalle guarnigioni sessanta coorti e le avvia verso quella parte delle linee che dava sul mare ed era all'estremo opposto del campo generale di Cesare (2). 3. In questo medesimo punto fa arrivare le navi su accennate, stracolme di soldati veloci e di materiale, e quante navi da guerra teneva presso Durazzo, e spiega a ognuno la parte che deve svolgere.
4. In quel tratto della linea fortificata, Cesare aveva messo di guardia il questore (3) Lentulo Marcellino con la Nona legione; e poich Marcellino non godeva di una buona salute, gli aveva assegnato come aiutante Fulvio Postumo (4).


63.
1. Nel punto che abbiamo detto, c'era un fossato di quindici piedi di larghezza, poi, di fronte al nemico, una trincea di dieci piedi di altezza, il cui terrapieno aveva la medesima larghezza. Alla distanza di seicento piedi da qui, c'era una seconda linea, col fronte rivolto in senso opposto alla prima, di proporzioni un poco pi ridotte (1).
2. Nei giorni passati, Cesare temeva un aggiramento con uno sbarco dal mare: per questo col aveva eretto una doppia linea, cos che si potesse tener testa nel caso si fosse attaccati dalle due parti. 3. Si lavorava senza tregua tutti i giorni, ma la vastit del progetto richiedeva un tempo ben maggiore per essere eseguito al completo. Si pensi che il perimetro della linea fortificata abbracciava diciassettemila passi (2). 4 Perci il terrapieno a fronte del mare, che doveva congiungere e chiudere queste due linee, non era ancora stato terminato (3). 5. Pompeo lo venne a sapere perch glielo dissero i disertori Allobrogi (4), e fu per i nostri una grave iattura.
6. Infatti, non appena le nostre coorti, quelle della Nona legione, che avevano vegliato durante la notte presso il mare, smontano di guardia, ecco che sul fare dell'alba giunge all'improvviso l'esercito di Pompeo (5); e mentre i soldati nemici sbarcati oltre le linee lanciano dardi contro la barriera pi esterna(6) e colmano col materiale (7) i fossati, i legionari pompeiani disorientano i difensori della linea pi interna con appoggiarvi le scale, con macchine di ogni tipo e con proiettili, mentre una vera folla di arcieri preme da ogni parte. 7. Le coperture di vimini poste sugli elmi (8) attutiscono di molto i colpi delle pietre da noi scagliate, rimasteci come uniche armi da lanciare. 8. E mentre i nostri sono a mal partito sotto ogni aspetto e non ce la fanno pi a resistere, si viene a palesare il punto debole delle nostre linee, come abbiamo spiegato pi sopra (9). L dove i lavori non erano stati compiuti, in mezzo alle due barriere si infiltrano dei soldati scesi dalle navi, sferrano un assalto contro i nostri sorpresi alle spalle, li ricacciano da tutte e due le linee e li costringono alla fuga.


64.
1. Allo scoppiare di questo attacco furibondo, Marcellino invia dal campo (1) le coorti (2) in aiuto ai nostri che han la peggio; ma esse non vedono che gente in fuga e col loro giungere non riescono a mettervi un riparo n loro stesse a far fronte all'assalto nemico. 2. Ogni reparto che si invia a sostegno, si lascia contagiare dallo spavento della fuga generale e non fa che accrescere disorientamento e rischio, perch una gran massa di gente  di ostacolo al rifluire delle truppe che ripiegano.
3. Nella mischia, un aquilifero (3)  abbattuto da una mortale ferita, si sente mancare, e riesce a scorgere dei nostri cavalieri e dice: Da vivo per tanti anni ho difeso quest'aquila con ogni mia forza; ora che muoio la restituisco a Cesare con la stessa fedelt. Vi prego: non tollerate questo disonore sul campo - nell'esercito di Cesare non  mai successo -: consegnatela sana e salva a lui.
4. Cos quell'aquila fu salva, mentre tutti i centurioni della prima coorte furono uccisi, tranne il comandante della prima centuria (4) del secondo manipolo.


65.
1. Con la carneficina dei nostri, i soldati di Pompeo gi sono vicini al campo di Marcellino, gettando in grave spavento anche le altre coorti.
Marco Antonio per, in una guarnigione non distante da qui (1),  subito messo al corrente, e si fa vedere da lontano mentre scende da un'altura con dodici coorti. Il suo arrivo blocca i pompeiani, rianima i nostri, almeno quel tanto perch si riabbiano dalla pi completa paura.
2. Non molto dopo, con un segnale di fumo da fortino a fortino - era un'usanza invalsa da tempo - Cesare viene chiamato nel luogo della mischia con alcune coorti (2) tratte dalle guarnigioni. 3. Egli vede il grave scacco subito; vede soprattutto Pompeo uscito dall'assedio, col suo campo ormai fissato presso la spiaggia, con la possibilit di foraggiarsi quanto vuole e di avere quanto prima aperta la via del mare.
Fallito il suo piano (3), Cesare cambia tattica di guerra e dispone di fortificare un campo vicino a quello di Pompeo.


66.
1. Il nuovo insediamento si era compiuto, quando alcuni ricognitori di Cesare segnalarono che certe coorti nemiche - l'equivalente forse di una legione - si trovavano dietro un bosco e si dirigevano verso un campo militare abbandonato (1).
2. Vicenda e condizione di questo campo eran le seguenti. Quando nei giorni passati si contrappose agli attacchi dei pompeiani e, come abbiamo visto (2), cercava di chiudere la linea di assedio, la Nona legione di Cesare aveva fissato il suo quartiere in questo luogo. 3. Esso per un lato si accostava a un bosco e non distava dal mare pi di trecento passi (3). 4. Successivamente, per cambiamento di piano richiesto da certi motivi, Cesare aveva trasferito il campo un poco pi oltre (4); ma, passati non molti giorni, l era subentrato Pompeo, che aveva il progetto di farne la sede di pi legioni. Perci, lasciati gli sbarramenti di confine precedenti, ne aveva costruiti dei pi ampi all'esterno, 5. cos che, racchiuso entro il campo maggiore, il campo minore aveva l'aria di un fortino, per cos dire, di una roccaforte. 6. Dall'angolo sinistro del campo, poi, aveva condotto uno sbarramento di difesa, di circa quattrocento passi, sino al fiume (5), perch i soldati vi attingessero acqua in piena libert.
7. Ma pure lui, mutato il suo piano per certi motivi che qui non mette conto ricordare (6), si era ritirato da quel luogo, cos che il campo era rimasto vuoto per pi giorni, ma intatto l'intero suo sistema difensivo.


67.
1. I ricognitori, dunque, riferirono a Cesare che la legione (1) si era sistemata l dentro e la notizia venne confermata da alcuni fortini, dove si era seguita quella manovra dalla loro posizione elevata sui monti.
Dall'ultimo campo di Pompeo, quella localit distava circa cinquecento passi (2), 2. e Cesare si augurava di poter annientare quella legione, cercando una rivincita dopo l'insuccesso di quella giornata. Lasci dunque al lavoro due coorti, per far credere tutti i suoi uomini ancora impegnati nel fortificare; 3. lui, con un giro fuori mano, con la maggior preoccupazione di non farsi vedere, guid su due schieramenti (3), contro la legione di Pompeo e il campo minore, le altre coorti in numero di trentatr, fra le quali era la Nona legione, che aveva perso molti centurioni (4) ed era ormai impoverita di soldati.
4. La sua idea iniziale ebbe successo, perch egli vi giunse prima che Pompeo potesse avvedersene, e anche se possenti erano le difese del campo, tuttavia un rapido assalto con l'ala sinistra, dove egli si trovava, sloggi i pompeiani dalle prime difese (5).
5. Davanti alle porte del campo stavano come sbarramento dei cavalli di frisia (6): perci in questo punto si attacc un breve a corpo a corpo, poich i nostri cercavano di penetrare, gli avversari difendevano il proprio posto, con in pi Tito Pulleone - per il cui intervento abbiamo visto (7) tradito l'esercito di Gaio Antonio - che da quella posizione contrattaccava con tutta la sua foga.
6. Il valore ci diede il successo: spezzati i cavalli di frisia, irrompemmo dapprima nel campo maggiore, poi anche nel fortino che vi era racchiuso, dove si era raccolta la legione ripiegata. E qui furono uccisi alcuni che non cessavano di contrattaccare.


68.
1. La Fortuna ha una sua onnipotenza, non solo in altri eventi umani, ma direi soprattutto in guerra. Da cause trascurabili nascono i pi sbalorditivi mutamenti di situazione (1). E cos accadde allora.
2. Le coorti dell'ala destra di Cesare non erano pratiche del luogo (2) e seguirono la linea fortificata sopraddetta (3), che da quel campo giungeva sino al fiume, invano cercandovi un ingresso e scambiandola per un lato della recinzione del campo. 3. Quando si accorsero dell'errore e che quello sbarramento portava al fiume, lo infransero in un punto, lo valicarono senza che nessuno vi si opponesse, e dietro quelle coorti si mise tutta la nostra cavalleria.


69.
1. Tali operazioni richiesero tempo, quanto bastava perch ne fosse informato Pompeo, che venne in aiuto ai suoi con la legione Quinta (1) disimpegnata dai lavori per il campo recente.
Cos la sua cavalleria si stava avvicinando alla nostra e il suo esercito ordinato a battaglia era avvistato dai nostri che avevano conquistato il campo: il capovolgimento della situazione fu istantaneo. 2. La legione pompeiana (2) gi vinta, ripresasi per l'attesa di un rapido soccorso, cercava di opporsi alla porta decumana (3), anzi tentava degli assalti contro di noi; la cavalleria di Cesare, che per una stretta breccia saliva sullo sbarramento per valicarlo, si vide preclusa la possibilit di una ritirata e cominci a disperdersi. 3. La nostra ala destra, che sempre aveva manovrato staccata da quella sinistra (4), si rese conto dello sbandamento della cavalleria, non aspett di essere imprigionata all'interno (5) e quindi ripieg verso il punto dov'era la breccia. Ma qui si doveva passare uno alla volta; perci molti si buttarono dallo sbarramento alto dieci piedi nel fossato sottostante (6). I primi vi rimasero schiacciati e i loro cadaveri fecero da ponte agli altri, che solo cos trovarono via libera e scampo.
4. Quelli della nostra ala sinistra videro dal campo l'arrivo di Pompeo e la fuga dei compagni; presi dallo sgomento di essere intrappolati tra i nemici di fuori e quelli di dentro, si ritirarono ripercorrendo in senso contrario il cammino di prima (7), n potevano avere altra preoccupazione. Era un quadro di confusa violenza, di spaventi, di annientamento.
Cesare fu costretto ad afferrare di sua mano dei vessilli di quanti fuggivano e a ordinare di arrestarsi. Ma era inutile: chi continuava a scappare abbandonando il proprio cavallo, chi nel terrore ignorava persino le proprie insegne. Non uno si fermava.


70.
1. Alla completa disfatta del nostro esercito dopo cos gravi rovesci, due circostanze si opposero: per Pompeo, che poco prima era stato spettatore della fuga dei suoi soldati dal campo (1), un esito come questo era al di l di ogni attesa e quindi egli non osava accostarsi troppo alle barriere, sospettando qualche colpo insidioso; i suoi cavalieri, poi, erano frenati nell'inseguimento dalle strettezze dei passaggi obbligati, gi ostruiti dai soldati di Cesare.
2. Minime cause, dunque, ebbero per l'una e per l'altra parte importanza determinante (2). Quello sbarramento dal campo al fiume tolse una vittoria sua, ormai indiscussa, a Cesare, che gi aveva conquistato il campo tenuto dai pompeiani; e sempre quello sbarramento, frenando la foga degli inseguitori, procur ai nostri uno scampo (3).


71.
1. Nelle due battaglie di quest'unico (1) giorno Cesare perse novecentosessanta soldati (...) e cavalieri romani noti, come Tuticano Gallo, figlio del senatore (2), Gaio Fleginate di Piacenza, Aulo Granio di Pozzuoli, Marco Sacrativiro di Capua (3), cinque tribuni militari (4), trentadue centurioni. 2. La maggior parte di essi per senza una ferita d'arma, nei fossati, sugli spalti, sulle rive del fiume, schiacciati da una folla travolta nella pi pazza delle fughe. Perdemmo anche trentadue insegne militari.
3. Per questa impresa conferirono a Pompeo il titolo di "imperator" (5). E Pompeo lo accett e permise in seguito di essere cos salutato; ma non scrisse questo titolo nei suoi documenti e nemmeno ostent i fregi di alloro sui fasci che lo accompagnavano (6).
4. Labieno, purtroppo, fece di tutto per ottenere da lui la consegna dei prigionieri. E se li fece condurre davanti a s - c'era da crederlo - per dare spettacolo. E perch lui, che era un traditore (7), desiderava far apparire indiscussa la sua fedelt, chiamava per nome i suoi vecchi compagni d'armi, rivolgeva a loro insulti volgari (8) e continuava a domandare se era proprio abitudine di vecchi soldati quella di scappare. E, come fosse un pubblico spettacolo, li fece ammazzare.


72.
1. L'eccesso di sicurezza e di baldanza dopo questa vittoria, indusse i pompeiani a non preoccuparsi pi dello sviluppo della guerra, ma a credere di avere ormai vinto. 2. Essi non riflettevano sulle vere cause del successo: cio il poco numero dei nostri soldati, la posizione sfavorevole e la difficile irruzione in un campo gi occupato, la paura doppia all'interno e all'esterno, la frattura dello schieramento in due tronconi, cos che l'uno non poteva giovare all'altro. 3. Ancora, non riflettevano che non c'era stato uno scontro risolutivo, n una battaglia degna di questo nome, e che maggior danno aveva causato a noi non tanto il nemico, quanto la furibonda ressa in uno spazio esiguo. 4. Amavano scordare, infine, l'eterna logica della guerra: cio come spesso cause trascurabili - o ingiustificata apprensione, o paura improvvisa, o demoralizzante timor religioso -, producono gravi insuccessi (1), e quante volte ricade sui propri soldati l'errore del comandante o la negligenza di un tribuno militare.
Come se avessero vinto per loro esclusivo valore e non si desse pi il caso di un mutamento, essi propagandavano esultanti per tutto il mondo, a voce e per iscritto, la vittoria di quel giorno (2).


73.
1. Cesare, dunque, vide caduto il suo piano iniziale (1) e dovette pensare a rinnovare l'intera strategia della guerra.
2. Ritir subito tutte le guarnigioni dai fortini e smantell la linea fortificata; radun in un solo posto l'esercito e tenne un'assemblea militare.
Nel suo discorso raccomand ai soldati di non avvilirsi per quanto era accaduto, di non soccombere alla presente paura, di non mettere sullo stesso piano una sola sconfitta, e per giunta limitata, e le molte vittorie passate. 3. C'era da ringraziare la Fortuna per aver conquistato l'Italia al prezzo di nessuna vittima, per aver ridotto all'obbedienza le due Spagne, pur avendo contro condottieri scaltrissimi e abilissimi (2), nonch soldati fatti per la guerra, per aver preso possesso di province vicine e molto fertili (3). Perch dimenticare con quale fortuna tutti quanti erano sbarcati sani e salvi, pur passando in mezzo a flotte nemiche, pur con i porti, anzi con tutte le coste strettamente presidiate (4)? 4. Che tutto vada per il meglio,  un'assurda pretesa; ma la sfortuna pu essere combattuta con una fiduciosa risoluzione (5).
Qualunque altra persona si poteva incolpare dell'insuccesso, ma non Cesare. 5. Egli aveva scelto la posizione giusta per combattere, si era impadronito del campo, aveva snidato e cacciato in fuga quanti resistevano. La vittoria ormai raggiunta e stretta in pugno era svanita o per mancanza d'animo dei soldati, o per qualche errore, o per un caso insondabile (6); inutile, certo, farne un processo: era necessario, invece, cercare in ogni modo di riscattare col coraggio il colpo ricevuto. 6. Solo cos la perdita si mutava in guadagno, com'era avvenuto a Gergovia (7). Solo cos, quanti provavano ancora paura, sarebbero stati i primi a chiedere di combattere (8).


74.
1. Tale in breve fu il suo discorso. Indic poi alla pubblica infamia alcuni portainsegna e li rimosse dal loro grado (1).
2. Ma dopo quella sfortuna, l'intera armata fu presa da un tale sofferto puntiglio, da tale impazienza di cancellare quel brutto ricordo, che nessuno attendeva l'ordine o del tribuno o del centurione, ma ciascuno da s si sottoponeva, quasi volesse espiare, a fatiche alquanto pesanti e concordemente tutti smaniavano di combattere. Alcuni ufficiali, poi, adducendo ragioni di opportunit, insistevano perch ci si fermasse in quel luogo e si venisse a una decisione attaccando. 3. Ma Cesare non si sentiva tranquillo finch i suoi soldati non fossero usciti da quello stato di agitazione; e a suo credere, solo un certo periodo di tempo bastava a farli ritornare alla normalit.
Quando sciolse la linea d'assedio, si riaffacci grave il problema dei rifornimenti (2).


75.
1. Non perse tempo. Ebbe cura solo dei feriti e degli ammalati, e poi, in piena segretezza, al calare della notte, dal campo mand tutti i carriaggi alla volta di Apollonia e solo al termine della tappa concesse il meritato riposo (1). Una legione si accompagn come scorta.
2. Concluso questo primo spostamento, lasci al campo due legioni e le altre (2), nelle ultime ore della notte, le condusse fuori da pi uscite e le avvi lungo lo stesso percorso; lasci trascorrere un poco di tempo e poi fece dare con le trombe il segnale di togliere il campo, per rispettare l'uso militare e far conoscere la propria partenza il pi tardi possibile (3). Usc con rapida manovra, raggiunse la retroguardia e in breve non fu pi avvistato dal campo.
3. Pompeo allora fu certo del piano di Cesare e non tard a inseguirlo, ma con il proposito di balzare addosso agli avversari nel disagio della dislocazione, e cio quando la paura  maggiore. Fece perci uscire dal campo le truppe e mand innanzi la cavalleria per staccare dal resto la retroguardia; ma non pot raggiungerla, perch Cesare, che marciava senza le salmerie (4), aveva acquistato un gran distacco.
4. Ma non fu cos quando si frappose il fiume Genuso (5), che tra l'altro aveva sponde quasi impraticabili. Sempre decisa a inseguire, qui la cavalleria impegn una azione contro gli ultimi dei nostri. 5. Cesare vi contrappose la propria e vi aggiunse quattrocento soldati scelti (6); ed essi si comportarono cos bene, che in quella battaglia equestre ricacciarono tutti i pompeiani, ne uccisero parecchi e ritornarono a riprendere la marcia senza aver subito perdite.


76.
1. Compiuta era la marcia regolare messa in programma da Cesare per quel giorno e l'esercito si trovava al di l del fiume Genuso (1); perci fece sosta nel vecchio campo in vista di Asparagio (2), dove non permise che un solo soldato uscisse dal recinto. Mand fuori la cavalleria, per far credere che andasse a foraggiare; ma essa ebbe l'ordine che, uscita da una porta del campo, subito rientrasse da quella opposta.
2. Allo stesso modo, Pompeo, dopo la marcia di quel giorno, si ferm nel suo vecchio campo vicino ad Asparagio (3), 3. ma i suoi soldati, che non avevano nulla da fare perch le attrezzature erano intatte, in parte se ne allontanarono alquanto per far legna e per provvedersi di fieno, in parte, depositate le armi nelle loro tende, abbandonarono quel campo per ritornare nel precedente, che non era lontano (4), a riprendersi buona parte delle salmerie e dei propri bagagli, che furono costretti a lasciare quando fu dato improvviso l'ordine della partenza.
4. Come Cesare aveva previsto, in questa condizione i pompeiani non erano in grado di riprendere l'inseguimento. Allora, verso mezzogiorno, diede il segnale di rimettersi in cammino: l'esercito usc fuori e con otto miglia da quel luogo comp un doppio programma di marcia (5), mentre Pompeo se ne stava a guardare a causa dei suoi soldati sparsi in ogni dove.


77.
1. Il giorno dopo (1), Cesare fece lo stesso. Sul far della sera mand avanti i carriaggi e lui part verso il termine della notte, per affrontare qualsiasi imprevisto con soldati alleggeriti nell'equipaggiamento, nel caso fossero obbligati ad accettare uno scontro. E nei giorni successivi (2) continu a fare altrettanto.
2. Furono giorni impegnati su fiumi molto profondi (3) e sopra sentieri quasi impraticabili: eppure non si ricevette alcun danno.
3. Dopo il ritardo del primo giorno, Pompeo si diede molto da fare in quelli seguenti, ma non venne a capo di nulla, anche se prolungava le tappe (4) nell'intento di raggiungere coloro che si trovavano ben avanti. Perci nel quinto giorno smise di tener loro dietro e si persuase che doveva trovare un altro piano.


78.
1. Cesare non vedeva l'ora di arrivare ad Apollonia per ricoverarvi i feriti, per dare il soldo alle truppe, per convalidare le alleanze, per disporre guarnigioni nei maggiori centri. 2. Ma in queste svariate incombenze impieg quel tempo che poteva un uomo assillato dalla fretta. Il suo pensiero fisso era Domizio (1) e verso di lui andava con tutta la velocit di cui era capace, sempre nel timore che Pompeo lo precedesse.
3. Queste erano le principali ipotesi su cui si fondava tutto il suo piano. Se Pompeo lo seguiva, si allontanava dal mare e si staccava da quei rifornimenti che aveva ammassati a Durazzo (2): in tal modo era costretto ad accettare la sfida a condizioni pari. Se Pompeo ritornava in Italia, Cesare univa il suo esercito con quello di Domizio e partiva alla difesa dell'Italia attraverso l'Illirico. Se Pompeo tentava di assalire Apollonia e Orico (3) col proposito di escluderlo da ogni tratto della costa, Cesare aggrediva Scipione, obbligando Pompeo a portargli un aiuto indispensabile.
4. A Gneo Domizio sped dunque delle staffette con un messaggio, impartendogli degli ordini precisi; lasci a difesa di Apollonia quattro coorti, di Lisso (4) una, di Orico tre; fece ricoverare quanti per ferite erano ancora sofferenti, e riprese la marcia attraverso l'Epiro e l'Atamania (5).
5. Del resto, Pompeo aveva intuito il proposito di Cesare e questo lo spingeva a raggiungere subito Scipione (6), con due scopi. Se Cesare andava in quella direzione, Scipione doveva essere aiutato; se poi non voleva staccarsi dal mare e da Orico, nell'attesa delle legioni e della cavalleria ancora in Italia (7), lui con tutta l'armata assaliva Domizio.


79.
1. Quanto abbiamo detto, era motivo per l'uno e per l'altro di una corsa pi che di una marcia, sia per giungere in tempo a dar man forte, sia per non perdere la preziosa occasione per una vittoria. 2. Ma la tappa di Apollonia aveva deviato Cesare da un percorso breve, mentre Pompeo procedeva speditamente verso la Macedonia passando per la Candavia (1).
3. Altro inconveniente si aggiunse, del tutto impensato. Per tanti e tanti giorni, Domizio aveva tenuto il proprio campo di fronte a quello di Scipione (2), ma poi, per approvvigionarsi, se ne era allontanato alla volta di Eraclea (3) e la Fortuna volle che si mettesse proprio sulla strada di Pompeo. 4. E, al tempo di quei fatti, Cesare non sapeva nulla.
Frattanto Pompeo diffondeva per ogni provincia e citt le sue relazioni sulla battaglia svoltasi a Durazzo, certamente con toni molto pi solenni e vanitosi di quanto la semplice realt comportasse; per giungere poi a credere che Cesare fuggiva quasi senza pi soldati, il passo era breve. Ma ci bastava per rendere a Cesare insidiosi gli spostamenti, per staccare dalla sua alleanza alcune citt; 5. e allora non c'era da stupirsi se le staffette da Cesare a Domizio (4) e da Domizio a Cesare, pur con diversi itinerari, in nessun modo riuscivano a compiere la loro missione.
6. Ma quegli Allobrogi compatrioti di Roucillo e di Ego, che abbiamo visto (5) finiti disertori nel campo di Pompeo, quando riconobbero durante una tappa i ricognitori di Domizio, sia per una vecchia amicizia nata dall'aver sofferto insieme le guerre di Gallia, sia per vanaglorioso compiacimento, riferirono gli avvenimenti come si erano svolti e aggiunsero la notizia della partenza di Cesare e del prossimo arrivo di Pompeo. 7. Informazione preziosissima: con appena quattro ore di anticipo, Domizio, per grazia nemica, evit un disastro e si diresse a incontrar Cesare verso Eginio, un borgo proprio sul confine della Tessaglia (6).


80.
1. Cos i due eserciti si unirono (1) e Cesare raggiunse Gomfi, che  il primo centro della Tessaglia per chi giunge dall'Epiro (2). Pochi mesi prima, questa gente, di sua iniziativa, aveva mandato a Cesare una delegazione per dirgli che quanto possedeva era a sua disposizione e che una guarnigione sua era bene accolta (3). 2. Ma purtroppo era gi arrivata col quella benedetta notizia della battaglia di Durazzo, che si era arricchita di tante frange (4). 3. Perci il pretore della Tessaglia (5) Androstene, che sicuramente preferiva essere alleato di un Pompeo vittorioso che compagno di un Cesare vinto, raccolse dalle campagne in quella citt una vera folla di schiavi e di uomini liberi, sbarr le porte di accesso e mand a dire a Scipione e a Pompeo di venire in aiuto, perch poteva contare sulla propria difesa nel caso di un rinforzo immediato, ma non era pronto per un lungo assedio. 4. Ma alla notizia della partenza degli eserciti da Durazzo, Scipione aveva raggiunto Larisa (6) e Pompeo non si trovava vicino alla Tessaglia.
5. Cesare allora stabil un campo fortificato, ordin di fabbricare scale e grosse gallerie di legno e di tener pronti sbarramenti di fascine (7). 6. Quando pot disporne, si rivolse ai soldati per rianimarli e per ricordar loro l'enorme importanza che assumeva, per far fronte alla mancanza di tutto, la presa di un centro cos rifornito e ricco. L'esempio di Gomfi avrebbe causato spavento alle altre citt; ma bisognava far presto, prima che arrivassero i soccorsi avversari.
7. Cesare ebbe tutto l'entusiasmo dei suoi soldati. Nello stesso giorno (8) in cui era arrivato, verso le tre pomeridiane, prese ad assalire quella citt dalle mura imponenti e la espugn prima che il sole tramontasse. I soldati furono cos liberi di saccheggiarla (9). Tolse poi il campo e giunse a Metropoli (10) precedendo notizie e commenti della citt appena espugnata.


81.
1. Quelli di Metropoli, consigliati dalle medesime voci che circolavano (1), si comportarono dapprima come quelli di Gomfi, chiudendo le porte della citt e stipando le mura di difensori; ma quando seppero la fine di Gomfi dai prigionieri che Cesare mise bene in mostra sotto i loro baluardi, si decisero ad aprire le porte 2. e non ricevettero affatto alcun danno.
Era naturale mettere a confronto la buona sorte di Metropoli e la sciagura di Gomfi; quindi non rest nessuna citt della Tessaglia che si opponesse a Cesare e ignorasse la sua volont, ad eccezione di Larisa, occupata da forze ingenti di Scipione (2).
3. Cesare intanto si era trovato una posizione vantaggiosa, in una pianura (3), anche perch le messi erano ormai mature. Qui decideva di attendere l'arrivo di Pompeo e di tentare la parte risolutiva della guerra.


82.
1. E appunto dopo pochi giorni Pompeo entr in Tessaglia (1). Davanti all'esercito adunato tenne un discorso di ringraziamento per i suoi, di esortazione per i soldati di Scipione, invitati, ormai a vittoria sicura, a prendere parte al bottino e alle ricompense. Le legioni tutte si confusero in un solo campo; gli onori di Pompeo furono anche quelli di Scipione, che ebbe il suo trombettiere e il suo quartier generale (2). 2. Raddoppiati di numero per la fusione di due grandi eserciti, sentivano ormai avverarsi l'attesa generale, e la vittoria farsi da speranza realt, cos che ogni pausa appariva come un ritardo al loro ritorno in Italia. Pompeo agiva con calma o dopo una dovuta riflessione? Dicevano che quella questione era affare di un solo giorno e che il loro capo era attaccato al comando e considerava alla stregua di servi tori uomini che erano stati pretori e consoli.
3. Era argomento di pubblica conversazione la disputa sulle promozioni e sulle cariche sacerdotali (3); anno per anno gi si fissavano i consoli, ovvero si assegnavano i beni mobili ed immobili di quanti si trovavano nel campo di Cesare (4). 4. In un consiglio di guerra si accese una violenta discussione se bisognava tener conto nei prossimi comizi pretorii di Lucilio Irro, che non era l presente, perch Pompeo lo aveva inviato in missione dai Parti (5). I sostenitori reclamavano la lealt di Pompeo e quanto egli aveva garantito prima della partenza a Irro, la cui brutta figura metteva in cattiva luce l'autorit stessa di Pompeo; gli altri obiettavano che uno solo non doveva pretendere un privilegio (6), mentre comune era la fatica e il rischio della guerra.


83.
1. Domizio (1), Scipione e Lentulo Spinther, attizzavano ogni giorno il loro litigio, pieno di insulti feroci, quasi un pubblico spettacolo, nel contendersi la carica sacerdotale (2) tenuta da Cesare. Lentulo parlava sempre della dignit della sua vecchiaia, Domizio buttava innanzi la posizione sociale e il suo buon credito, Scipione partiva sicuro per la parentela con Pompeo.
2. Si diede pure il caso che Acuzio Rufo accusasse davanti a Pompeo Lucio Afranio di aver tradito il proprio esercito: tempo e luogo del delitto, la guerra in Spagna (3).
3. E sempre durante un consiglio di guerra, Lucio Domizio fece una proposta: concluse le ostilit, si dovevano distribuire tre registri per voti a tutti gli appartenenti all'ordine senatorio (4), purch avessero partecipato con loro alla guerra, cos da assegnare una qualifica a quanti se ne erano rimasti a Roma, ovvero si erano trovati nei territori dominati da Pompeo, ma non gli avevano dato aiuto militare. Un registro era per quelli da scagionare da ogni accusa, il secondo per quelli da condannare a morte, il terzo per le multe in denaro (5).
4. Insomma, non ce n'era uno che non si affaccendasse per le proprie cariche, o per premi in denaro, o per condanne contro i nemici personali. Non si chiedevano in qual modo ottenere la vittoria finale, ma come sfruttarla.


84.
1. L'approvvigionamento era compiuto, i soldati si erano ripresi e un certo intervallo di tempo era trascorso dagli avvenimenti militari di Durazzo; da qui la possibilit per Cesare di valutare obiettivamente il morale dei suoi. Fu allora che egli ritenne giunto il momento di saggiare le intenzioni di Pompeo, cio la sua volont di combattere.
2. Quindi l'esercito lasci il campo, si dispose a battaglia, dapprima su proprie posizioni e un poco discosto dal campo di Pompeo (1), ma nei giorni seguenti allontanandosi dal suo e portandosi sotto le alture dove era il nemico. Giorno dopo giorno, la ripetuta manovra dava ai nostri pi sicurezza. 3. Tuttavia, per la cavalleria Cesare non abbandonava la tattica passata, a cui abbiamo gi accennato (2): poich essa era alquanto inferiore di numero, decise di far combattere in mezzo ai cavalieri soldati, giovani e scattanti, scelti fra i migliori (3), con armi che permettessero la corsa, addestrati a muoversi in un tal genere di combattimento anche con esercizio quotidiano.
4. Si ottenne cos il risultato che mille cavalieri, pure in una pianura tutta sgombra, riuscissero a contenere, in caso di necessit, l'assalto di settemila pompeiani, senza lasciarsi molto scomporre dallo squilibrio delle forze. 5. Uno scontro equestre avvenuto in quei giorni ci fu favorevole e con altri vi rimase ucciso uno dei due Allobrogi, che abbiamo visto disertori nelle tende di Pompeo (4).


85.
1. Il campo avversario era sopra un'altura (1), e Pompeo schierava i suoi proprio alla base di essa, sempre col tentativo - che era evidente - di attirare Cesare in una posizione che non gli conveniva. 2. Allora Cesare cap che non avrebbe in alcun modo attirato Pompeo al combattimento; si volse perci a una tattica che gli parve vantaggiosa: muovere da l il campo e non fissarsi in nessun luogo. Ottenne cos tre risultati: con frequenti spostamenti e con l'arrivo in posti diversi, si procacciava con pi comodit i rifornimenti; durante quelle tappe poteva nascere l'occasione buona per la battaglia; con quelle marce giornaliere disturbava l'esercito di Pompeo, di non eccezionale resistenza.
3. Questa tattica aveva in mente; e gi aveva dato il segnale della partenza e le tende erano state smontate, quando si accorse che lo schieramento di Pompeo, contrariamente a quanto aveva fatto ogni giorno, si era distaccato un poco di pi dal suo limite, in modo da offrire battaglia in posizione non sfavorevole. 4. Quando i soldati gi si incolonnavano lungo le uscite, Cesare si fece innanzi e cos disse: C' un contrordine. La partenza  sospesa. Ora pensiamo a combattere, come sempre abbiamo desiderato. Siamo pronti alla prova. Non troveremo pi un'altra occasione come questa. E subito fece metter gi ogni bagaglio e port fuori i soldati dal campo.


86.
1. Lo abbiamo saputo dopo, ma anche Pompeo si era proposto questo scontro finale dopo le continue insistenze dei suoi. Giorni prima, durante una seduta di guerra, aveva anche affermato che l'esercito di Cesare si sarebbe dato alla fuga ancor prima dell'urto delle due fronti. 2. E molti lo guardarono increduli; ma lui aggiunse: So bene che la mia previsione non vi convince. Ma mettevi bene in testa il mio piano: affronterete cos la prova con maggior sicurezza. 3. Ho dato istruzione ai nostri cavalieri - e loro mi hanno assicurato l'assoluta ubbidienza - di aggirare l'ala destra di Cesare, il cui fianco  indifeso (1), non appena le due fronti si avvicineranno. Con questa manovra alle spalle, raggireremo i nemici disorientati, prima di scagliare un sol colpo contro di loro.
4. Finiremo cos la guerra senza esporre le legioni a rischio e quasi senza una goccia di sangue. A me questo obiettivo non pare difficile, se  vero che siamo i pi forti nella cavalleria.
5. Con queste parole diede pure l'ordine di tenersi ben preparati per il giorno dopo. Essi avevano chiesto di combattere: ora se ne dava proprio l'occasione buona; non bisognava deludere l'attesa sua e di ogni altro.


87.
1. Dopo di lui prese la parola Labieno. Come fece un elogio sperticato del piano di Pompeo, cos tratt con disprezzo le forze di Cesare. E disse: O mio Pompeo, tu non devi credere di avere davanti quell'esercito che sgomin la Gallia e la Germania. 2. Sono stato testimone di tutte le battaglie e non ti parlo a cuor leggero di cose sconosciute. Di quell'esercito adesso rimane una minima frazione; il grosso ormai non c' pi, com' naturale dopo tanti scontri. L'epidemia del passato autunno ne ha fatti morire molti in Italia (1), molti se ne sono andati a casa loro e molti sono rimasti al di l del mare (2). 3 Non avete sentito la notizia che sono state fatte delle coorti (3) a Brindisi con quanti non sono partiti con il pretesto della salute? 4. Le milizie che voi vi trovate di fronte sono state ricostruite con le leve di questi anni nella Gallia Citeriore e numerosissimi sono quelli provenienti dalle colonie della Transpadana (4). Se un nucleo valido vi fu, esso  scomparso nelle due disfatte (5) di Durazzo.
5. Aggiunse a queste parole il giuramento (6) di non tornare al campo se non vincitore e spinse tutti gli altri a fare altrettanto. 6. Pompeo ne fu felice e prest lui pure giuramento, e fra tanti non ve ne fu uno che esitasse a giurare.
7. Queste scene si svolsero nel consiglio di guerra e quando si sciolsero se ne andarono tutti pieni di gran fiducia e di esultanza. Avevano ormai la vittoria in cuore (7). Come era possibile che sopra un argomento cos capitale e da un comandante cos serio si dovessero dare speranze illusorie?


88.
1. Fattosi pi vicino al campo di Pompeo, Cesare ebbe modo di osservare lo schieramento, che era disposto in questo modo. 2. Nell'ala sinistra c'erano le due legioni lasciate da Cesare, in seguito a un decreto del Senato, nei primi tempi delle ostilit, e designate col nome di Prima e Terza (1): con queste se ne stava Pompeo.
3. Al centro si trovava Scipione con le sue legioni di Siria. Nell'ala destra prendeva posto la legione di Cilicia (2), affiancata alle coorti di Spagna, condotte sin l da Afranio, come abbiamo visto (3). 4. E su di esse Pompeo faceva qualsiasi scommessa.
Tra il centro e le ali si disponeva il resto delle forze, che complessivamente raggiungevano le centodieci coorti. 5. I soldati assommavano a quarantacinquemila; e ad essi bisognava aggiungere, sparsi in ogni settore dello scacchiere, circa duemila "richiamati", "beneficiari" da eserciti precedenti (4). Restarono infine sette coorti, lasciate nel campo e nelle guarnigioni vicine in caso di necessit.
6. L'ala destra era come racchiusa e protetta da un corso d'acqua, dalle rive impraticabili (5): questo fu il motivo per cui Pompeo pose nell'ala sinistra l'intera cavalleria, gli arcieri e i frombolieri tutti.


89.
1. Cesare non si discost dall'ordinamento gi altre volte scelto (1). Mise la Decima legione nell'ala destra, la Nona nella sinistra, anche se assottigliata molto dopo le battaglie di Durazzo; ma a questa accost l'Ottava, in modo da fare una sola legione di due, con l'intesa che l'una fosse di appoggio all'altra. 2. Ottanta coorti si trovavano in quello schieramento, con un totale di ventiduemila uomini (2). Due coorti erano rimaste al campo per difesa (3). 3. Nell'ala sinistra volle dare il comando a Antonio, nella destra a Publio Silla e al centro a Gneo Domizio. Cesare si mise proprio di fronte a Pompeo (4).
4. Quando si rese conto dello schieramento qui sopra riassunto (5), gli venne il timore che l'ala destra fosse accerchiata dal numero esorbitante dei cavalieri avversari. Perci, dalla terza linea tolse una coorte per ogni legione e con queste costitu una quarta linea da contrapporre alla cavalleria (6). Spieg quale fosse il suo intendimento e avvert che il successo di quel giorno stava appunto nell'abilit di quelle coorti. (5). Alla terza fila poi raccomand di non muovere all'attacco senza un suo ordine: avrebbe lui dato un segnale con una bandiera (1), quando fosse venuto il momento.


90.
1. Cesare non trascur l'usanza militare di rivolgere ai soldati un incitamento per la prossima battaglia; vi aggiunse anche l'esplicito ricordo di quanto bene egli avesse dimostrato all'esercito in ogni tempo sino a quel giorno.
Ma volle soprattutto che tenessero presente una verit incontestabile, di cui proprio i soldati suoi erano diretti testimoni. Cesare aveva cercato la pace con ogni sforzo, aveva tentato trattative per mezzo di Vatinio, altre trattative con Scipione per mezzo di Aulo Clodio, nuovi procedimenti con Libone, a Orico, per riallacciare dei rapporti (1). 2. Versare inutilmente il sangue dei soldati era stato per lui sempre un delitto, cos come sottrarre allo stato un esercito distruggendolo (2). 3. Questo soltanto disse; e poich i soldati lo chiedevano e li vedeva impazienti di combattere, fece dare con la tromba il segnale d'attacco.


91.
1. C'era nell'esercito di Cesare un "richiamato" (1), di nome Crastino, che l'anno precedente aveva tenuto il posto di primpilo (2) nella Decima legione. Il suo valore era ben segnalato.
2. Quando si diede l'attacco, egli si mise a gridare: Voi del mio manipolo, seguitemi! Date al vostro capo quanto avete promesso! Questa  l'ultima battaglia! Alla fine, lui avr il suo onore, noi la nostra libert! (3). 3. E poi, voltosi a Cesare, aggiunse: Oggi, o mio capo, non mi importa se vivr o morr; ma dovrai ringraziarmi!. 4. Cos disse. E per primo si lanci avanti dall'ala destra. E centoventi soldati scelti e volontari gli andarono dietro.


92.
1. Tra i due schieramenti si era lasciato spazio bastante perch lo scontro da una parte e dall'altra si svolgesse con completa manovra. 2. Ma l'ordine di Pompeo ai suoi era stato di aspettare l'assalto di Cesare, senza muoversi dal posto loro, lasciando che lo schieramento avversario si aprisse.
Pare che Gaio Triario avesse suggerito a Pompeo tale accorgimento: lasciare cio che il primo balzo dei soldati nostri, la loro foga iniziale, si scatenassero esaurendosi e che le file degli assalitori si diradassero: compatti nelle loro posizioni, si sarebbero cos mossi all'assalto di un esercito gi sbandato; 3. ed era facile supporre che le armi da getto sarebbero piombate con danno minore su soldati immobili al loro posto che su soldati lanciati in corsa contro quelle armi, e che i soldati di Cesare si sarebbero stroncati per affanno e stanchezza, poich la distanza della loro corsa diventava doppia (1).
4. Non ho esitazione nel ritenere che la concezione di Pompeo avesse un vizio fondamentale. Il combattente avverte dentro di s una smania, una indomabilit che gli vengono dal profondo, e che tanto pi si accendono nel preludio di una battaglia.
5. Errore del comandante  soffocarla, e quindi suo dovere  eccitarla. Altrimenti non ci sarebbe ragione alcuna di tenere in vita un'abitudine antichissima, come quella di far squillare trombe da ogni parte e di alzare un grido generale all'inizio di ogni battaglia. Sono manifestazioni che pretendono di spaventare il nemico e di stimolarci alla prova (2).


93.
1. Al segnale d'attacco i nostri soldati balzarono avanti con le armi pronte al lancio (1), ma ben presto si accorsero che i pompeiani non si facevano a loro incontro. Fecero quindi tesoro della propria abilit e dell'esempio di altre battaglie: quasi fossero un sol corpo, frenarono la corsa, si bloccarono a circa met della distanza per non arrivare all'urto senza pi forze, attesero per un breve intervallo di tempo, ripresero poi a correre, scagliarono le armi, e infine subito, come Cesare aveva a loro imposto, impugnarono le spade.
2. I soldati di Pompeo non vennero certo meno al loro impegno (2). Si difesero dalla scarica dei proiettili, ressero all'urto delle nostre legioni, non si spostarono dalle loro linee, e dopo aver scagliato a loro volta le armi, furono pronti con le spade in pugno.
3. Durante queste fasi, i cavalieri pompeiani dell'ala sinistra, secondo il piano predisposto (3), in blocco passarono all'assalto e con essi sciam tutta la gran massa degli arcieri. 4. Fu un assalto improvviso, che sconcert la nostra cavalleria (4), che respinta perse posizione, e per questo i cavalieri di Pompeo incalzavano con pi insistenza, si aprivano a raggiera con i loro squadroni, cominciando una manovra di aggiramento delle nostre forze dal lato indifeso.
5. Il disegno fu intuito da Cesare, che diede il segnale convenuto alla quarta fila, costituita poco prima dagli effettivi delle coorti (5). 6. L'assalto fu istantaneo e violento: e tale fu la carica contro i cavalieri di Pompeo, che non uno di essi tenne il proprio posto, ma tutti voltarono il cavallo e non solo lasciarono quel luogo, ma abbandonandosi subito a rapida fuga ripararono sui monti pi elevati (6).
7. Senza pi cavalleria, gli arcieri e i frombolieri, privi di appoggio, furono sterminati. 8. E continuando la loro violenza, le coorti della quarta fila, mentre ancora i nemici contrattaccavano e resistevano sul campo, aggirarono l'ala sinistra e assalirono i soldati di questo settore alle spalle (7).


94.
1. Fu a questo punto che Cesare segnal l'attacco a quella terza fila, che sino a quel momento se n'era stata tranquilla sulla sua posizione. 2. Cos, soldati di fresco vigore subentravano a soldati gi stanchi, mentre altri soldati nostri compivano l'aggiramento alle spalle del nemico; il quale appunto non pot resistere e in massa si mise a fuggire.
3. Cesare certamente non si ingann nel credere, come aveva affermato (1) esortando i suoi, che la vittoria sarebbe cominciata ad apparire da quelle coorti dislocate nella quarta fila dello schieramento e destinate alla cavalleria avversaria. 4. Loro per prime scalzarono la cavalleria di Pompeo; loro fecero strage di arcieri e frombolieri; loro circondarono lo schieramento pompeiano dall'ala sinistra e ne prepararono la fuga (2).
5. Quando Pompeo vide ricacciati i suoi cavalieri e sent che tutto sconvolto era quel nerbo in cui metteva ogni sua speranza, non si attese pi nulla anche dagli altri, si allontan dalla mischia, si diresse a cavallo al campo, e ai centurioni, da lui posti a guardia presso la porta pretoria (3), url in modo che lo udissero anche i soldati: Sorvegliate il campo! Difendetelo a ogni costo! anche nel peggio! Vengo a ispezionare tutte le porte in giro, a provvedere alle difese!. 6. Questo disse; poi si precipit sotto la sua tenda. Non si attendeva pi nulla, eppure aspettava come andasse a finire (4).


95.
1. Nella fuga i pompeiani trovarono riparo entro le difese del campo, ma Cesare pens di non dar loro respiro; si rivolse quindi ai soldati, incitandoli a sfruttare l'amicizia della Fortuna e ad assaltare il campo nemico. 2. Tutti erano prostrati per l'opprimente calura: la lotta non aveva avuto tregua sino al mezzogiorno (1): ma l'ordine fu accolto con l'atteggiamento di chi  preparato a qualsiasi fatica.
3. La difesa pi valida del campo veniva dalle coorti col lasciate a sorveglianza (2); ma ancor pi si distinguevano i soldati di Tracia e le milizie ausiliarie dei popoli barbari. 4. Quanto al resto, i soldati sottrattisi in fuga dalla battaglia, abbattuti nel morale e sfiniti di stanchezza, gettarono in gran parte le armi e le insegne militari e si diedero pi pensiero di proseguire la fuga che di difendere la loro base. 5. Quelli poi che si erano appostati dietro le difese, non ressero alla grossa tempesta dei proiettili: ridotti allo stremo dalle ferite, lasciarono la posizione e subito, scelti come capi improvvisati dei centurioni e dei tribuni militari, si rifugiarono sulle impervie alture (3) che avevano il campo di Pompeo sui primi contrafforti.


96.
1. Chi ne avesse avuto voglia, aveva davanti a s, nel campo di Pompeo, lo spettacolo di verdeggianti e freschi pergolati, di tanta argenteria ben messa in mostra, di tende pavimentate con zolle d'erba tenera e recente, dei padiglioni di Lucio Lentulo e di alcuni altri ombreggiati da rami d'edera, e di diverse cose sorprendenti, che testimoniavano raffinatezze fuori luogo e avventata sicurezza di vittoria. Quale dubbio mai poteva avere sull'esito di quel giorno, gente che era andata alla ricerca di simili superfluit? 2. Eppure, persone di questa mentalit osavano rinfacciare lo sperpero all'esercito di Cesare, cos temprato alla povert pi rigorosa, anzi, cos bisognoso sempre del necessario per campare.
3. Erano i nostri gi penetrati entro le barriere del campo, quando Pompeo mont sul primo cavallo che vide, si tolse tutti i distintivi di comandante supremo, usc dal campo dalla porta decumana (1) e immediatamente, spronando con furia il cavallo, part verso Larisa (2). 4. Qui non intese fermarsi, ma prosegu con la stessa fretta, raccogliendo nella fuga pochi suoi fedeli, senza cessare di allontanarsi durante la notte.
Giunse cos alla riva del mare con un seguito di trenta cavalieri e s'imbarc su una nave che trasportava grano (3). Alcuni testimoni riferirono che di quando in quando si sfogava in lamenti. Com'era possibile - diceva tra s - essere stato cieco a tal punto da attendersi una vittoria da una razza di gente (4) che aveva dato per prima il via alla fuga e suggeriva quasi il sospetto di un tradimento?


97.
1. Cesare entr vincitore nel campo di Pompeo e fece di tutto per distogliere i soldati dall'istinto della preda e per spingerli a concludere quel poco che restava dell'impresa. 2. Riusc ad imporsi e diede disposizione per circondare il monte (1) con una linea d'assedio. Ma i pompeiani si sentirono perduti, perch quel monte non aveva sorgenti; lo abbandonarono e in massa, gi per le balze senza sentieri, presero a ripiegare alla volta di Larisa.
3. Furono avvistati da Cesare, che si vide costretto a dividere le proprie forze: lasci una parte delle legioni nel campo di Pompeo, un'altra parte rimand nel campo proprio e quattro legioni condusse con s. Volle cos, seguendo un percorso ben pi agevole (2), sbarrare lo scampo ai pompeiani che si allontanavano e dopo un'avanzata di sei miglia, si mise in assetto di guerra. 4. Quando i pompeiani si videro braccati, si fermarono sopra un'altura, ma alla cui base scorreva un corso d'acqua (3).
Cesare sapeva bene che i suoi soldati erano esausti per una fatica durata tutto il giorno; vedeva poi gi scendere la notte; tuttavia si rivolse ancora ad essi ed ottenne: con uno sbarramento separ la montagna dal fiume, in modo che durante la notte i pompeiani non attingessero acqua. 5. Questa fatica era appena terminata, quando i nemici inviarono una delegazione e si impegnarono a trattare la resa. Alcuni dell'ordine senatorio (4), che si erano confusi con essi, pensarono di mettersi in salvo fuggendo durante l'oscurit.


TAVOLA SETTIMA.

Ritratto di Pompeo.
Non esistono statue di Pompeo a lui contemporanee. Questa testa (calco; busto restaurato), che proviene da Roma (ora a Copenaghen),  forse di et adrianea (117-138 dopo Cristo). Ritratti di Pompeo furono coniati, dopo la sua morte, su monete emesse in Spagna dai figli Gneo Pompeo e Sesto Pompeo (45-44 avanti Cristo). Cos lo descrive Plutarco ("Vita di Pompeo", 2,1-2): Anche il suo aspetto fin dalla giovinezza lo aiut ad accaparrarsi l'altrui benevolenza e parl in suo favore pi della stessa sua parola. Perch il suo atteggiamento, che aveva dell'infantile, era ad un tempo maestoso e dolce onde fin dalla sua fiorente giovinezza cominciarono a mostrarsi le sue abitudini austere e commendevoli. Portava i capelli lievemente prolissi e aveva negli occhi una certa vivacit ben contenuta, che faceva assomigliare il suo volto a quello di Alessandro (traduzione A. Ribera).


98.
1. All'alba Cesare volle che tutti coloro che si erano rifugiati sopra il monte scendessero al fiume e buttassero le armi. 2. Quelli ubbidirono senza un segno di resistenza. E quando gli furono dinanzi, si gettarono a terra piangendo, tesero a lui le mani supplicando, invocarono salva la propria vita. Ma Cesare non volle lasciarli in quello stato, ordin a loro di levarsi da terra, li convinse a riprendersi da quello sgomento, ricordando di essere propenso al perdono (1), e fece a tutti grazia della vita. I soldati suoi ebbero l'ordine tassativo di non torcere un capello ad alcuno, di non togliere a nessuno anche un nonnulla.
3. Quando gli parve di aver tutto sistemato, fece venire dal campo (2) le legioni l acquartierate e ordin che quelle che lo avevano seguito ritornassero al campo alla loro volta e si prendessero riposo. E nella giornata stessa (3) giunse a Larisa.


99.
1. Quella battaglia cost la morte di non pi di duecento soldati, ma si sent soprattutto la perdita di una trentina di centurioni, uomini eccezionali. 2. Quel Crastino, di cui ho parlato poco prima (1), pure lui cadde, mentre combatteva da eroe: una spada puntata con violenza gli squarci il volto. 3. E furono veritiere quelle parole che lui aveva pronunciato mentre si avviava alla battaglia. Certo, Cesare conveniva di dovergli in sommo grado riconoscenza, perch in quella mischia il valore di Crastino fu senza paragone.
4. Pare che dalla parte di Pompeo le perdite fossero di quindicimila soldati (2); certamente pi di ventiquattromila si presentarono alla resa - e fra questi pure le coorti a difesa delle guarnigioni, arresesi a Silla (3) -; e non pochi infine trovarono scampo nelle comunit pi vicine. Dopo la battaglia, Cesare si vide presentare centottanta vessilli nemici e nove aquile legionarie (4). 5. Scappato dal campo verso il monte (5), Lucio Domizio non ebbe pi la forza di proseguire e alcuni cavalieri lo uccisero.


100.
1. Ma veniamo ad altre vicende contemporanee.
Con la sua flotta, Decimo Lelio punt su Brindisi e con la stessa manovra da noi descritta a proposito di Scribonio Libone, occup l'isola che fronteggia il porto della citt (1). 2. Con lo stesso procedimento (2), anche Publio Vatinio, che teneva il supremo comando in Brindisi, fece corazzare e attrezzare di tutto punto alcune scialuppe e lasci credere ai marinai di Lelio di avere ingresso facile; ma cattur una quinquereme (3), che si era arrischiata troppo in avanti, e altre due navi di stazza minore, chiuse nella stretta imboccatura del porto. Sempre come nel passato, Vatinio dispose sulle coste dei drappelli di cavalleria, per impedire ai marinai avversari di attingere acqua.
3. Ma Lelio ebbe la fortuna di una stagione che favoriva i trasporti per mare (4) e quindi si faceva venire l'acqua con navi da carico da Corf e da Durazzo, senza lasciarsi distogliere dal proprio disegno. N la perdita imperdonabile delle navi, n l'estrema mancanza del necessario (5), riuscirono ad allontanarlo dal porto e dall'isola. Ma la situazione per lui precipit, quando giunse la notizia dello scontro avvenuto in Tessaglia (6).


101.
1. Altro fatto contemporaneo fu la venuta in Sicilia di Gaio Cassio con una squadra navale di marinai di Siria, di Fenicia, di Cilicia (1). La forza marittima di Cesare in quel settore era divisa in due sezioni: il pretore Publio Sulpicio ne guidava una a Vibo (2), non lontano dallo Stretto, Marco Pomponio l'altra, presso Messina.
Ma Cassio fu rapidissimo nel presentarsi con le navi davanti a Messina, prima che Pomponio sospettasse il suo arrivo: 2. lo sorprese quindi impreparato, senza una sentinella che desse l'allarme, senza un chiaro ordinamento predisposto. Il vento era forte e spirava a proposito: perci Cassio diresse contro la flotta di Pomponio delle navi mercantili colme di materia resinosa, di pece, di stoppa e di ogni genere di materiale infiammabile e incendi tutti i vascelli, che erano trentacinque, di cui venti pontati. 3. Il disastro dissemin terrore.
Anche se un'intera legione presidiava Messina, la citt fu sul punto di capitolare; anzi, i pi la davano per persa, se proprio in quel drammatico momento non fossero giunte le prime voci sulla grande vittoria di Cesare. 4. Fu merito soprattutto di queste notizie, quant'altre mai arrivate a buon punto, se la citt riusc a difendersi. Ma Cassio si allontan da Messina e fece subito vela contro la squadra di Sulpicio a Vibo. Anche se i nostri vascelli, circa quaranta, erano stati allineati in secco lungo la riva, per giustificata paura dopo il triste caso di Messina (3), i nemici non ritennero di mutare il sistema di attacco. Spirando ancora il vento opportuno, Cassio spinse a terra delle navi da carico predisposte ad appiccare il fuoco; e le fiamme si avvilupparono alle due estremit della fila e cinque vascelli arsero. 5. E il fuoco dilagava serpeggiando sotto l'accresciuta forza del vento.
Fu allora che alcuni soldati delle legioni veterane, che erano stati lasciati l perch ammalati e con l'incarico di proteggere le navi, non si trattennero davanti a tale insultante provocazione. 6. Senza ricevere alcun ordine, salirono sopra delle navi, salparono e mossero all'assalto della flotta di Cassio. Catturarono cos due quinqueremi (4) in una delle quali stava Cassio; ma questi salt dentro una scialuppa e riusc a fuggire. In pi, due triremi furono affondate.
7. La notizia della lotta risolutiva svoltasi in Tessaglia (5) giunse non molto dopo e in modo che anche i pompeiani furono costretti a crederci. Prima d'allora, infatti, obiettavano che erano tutte falsit messe in giro dai legati e dai partigiani di Cesare. Accertata dunque la notizia, a Cassio non rest che ritirarsi con la sua flotta da quel tratto di mare.


102.
1. Naturalmente Cesare (1) pospose ogni altro intento alla caccia di Pompeo, in qualsiasi parte lo avesse condotto la sua fuga, nel timore che riuscisse a ricostituirsi delle milizie e a ricominciare la guerra. L'inseguimento proseguiva giorno per giorno con tappe che impegnavano la cavalleria nel massimo sforzo, mentre una legione seguiva a distanza, con spostamenti pi brevi.
2. In Amfipoli (2) apparve un bando, nel nome di Pompeo, perch tutti i giovani di quella provincia (3), sia Greci, sia cittadini romani, l si radunassero per un giuramento militare. 3. Ma non appariva chiaro, se Pompeo avesse fatto affiggere quel bando per sviare la diffidenza verso di s, in modo da tenere nascosto il pi a lungo possibile il progetto di una fuga verso luoghi ben pi distanti, ovvero tentasse di mantenere in proprio potere la Macedonia con nuovi reclutamenti e senza che nessuno glielo contestasse.
4. E' certo che sost una notte intera (4), sopra una nave in attesa nel porto. Mand a chiamare alcuni amici che aveva ad Amfipoli e da tutti si fece consegnare del denaro per affrontare le spese pi immediate; ma quando lo raggiunse la notizia che Cesare stava avvicinandosi, spar da quel luogo e in poche giornate di navigazione approd a Mitilene (5).
5. Qui una burrasca lo obblig a sostare per due giorni; poi, formando una breve squadra con navi piccole e veloci, raggiunse la Cilicia (6) e poi Cipro. 6. Qui lo sorprese la notizia di una decisione unanime degli abitanti di Antiochia (7) e dei cittadini romani che si trovavano in quella citt per affari (8). Essi infatti si erano armati per impedirgli di avvicinarsi e avevano mandato messaggeri con il divieto di ingresso in Antiochia a quanti dei pompeiani in fuga, come si andava dicendo, si erano ridotti nei centri vicini. La contravvenzione a questo divieto comportava il rischio di morte.
7. Lo stesso caso avvenne poco prima a Lucio Lentulo, console nell'anno precedente, all'ex console Publio Lentulo e ad alcune altre personalit in Rodi (9). Si erano messi al seguito di Pompeo in fuga ed erano sbarcati nell'isola, ma non furono accolti n in porto n in citt; anzi, furono ricevuti da alcuni incaricati con l'ingiunzione di andarsene da quel luogo; e contro il loro desiderio non rest ad essi che riprendere il mare.
8. Di citt in citt si andava ormai diffondendo la notizia che Cesare stava per giungere.


103.
1. Queste notizie non buone dissuasero Pompeo dal recarsi in Siria. Nel frattempo requis i fondi alle compagnie degli appaltatori delle imposte (1), contrasse dei prestiti con privati facoltosi e sped sulle navi casse di monete (2) per la paga ai soldati. Gli riusc poi di armare duemila uomini, che in parte scelse fra gli schiavi delle compagnie, in parte raccozz da mercanti (3), che fra gli schiavi loro gli avevano proposto quelli adatti al suo scopo.
E la sua ultima tappa fu la citt di Pelusio (4). Caso volle che l si trovasse il re Tolomeo, un ragazzino (5). 2. In quel tempo, con grande apparato di truppe, egli muoveva guerra a sua sorella Cleopatra, che aveva bandita dal regno pochi mesi innanzi, attraverso le mene di parenti e di amici (6). I campi militari di Tolomeo e di Cleopatra non erano molti distanti; 3. e fu al primo che Pompeo si rivolse. Gli chiedeva di essere accolto in Alessandria (7) e, nella presente malasorte, di avere in lui una difesa; e tutto questo nel ricordo di una vincolante amicizia col padre del ragazzo (8).
4. Ma gli inviati di Pompeo non si limitarono a svolgere lo scopo della loro missione, bens si lasciarono andare a confidenziali colloqui con gli ufficiali del re e a pregarli di spendere una buona parola per Pompeo e di non infierire contro un uomo gi sventurato.
5. Molti fra questi erano uomini di Pompeo: erano una parte del suo esercito che Gabinio aveva presa sotto il suo comando in Siria, da qui trasferita ad Alessandria e, concluse le operazioni militari, lasciata a disposizione di Tolomeo, il padre appunto del ragazzo (9).


104.
1. Il tema di quelle conversazioni non rimase segreto. Alcuni favoriti, che per l'et infantile del re esercitavano la reggenza (1), presero il sospetto - e questa fu la versione che continuarono a ripetere in seguito -, che l'esercito reale fosse come sobillato dagli inviati di Pompeo, con la mira di renderlo padrone di Alessandria e dell'intero Egitto; ma vi  pure l'ipotesi che essi non videro nel futuro di Pompeo alcun guadagno.
E' nostra esperienza comune che, quando vanno male le cose, gli amici si svelano nemici. Perci, con finzione diplomatica, diedero una generosa risposta agli inviati di Pompeo e lo invitarono a venire dal re; 2. ma poi attuarono una trama segreta e spedirono, con l'incarico di uccidere Pompeo, un certo Achilla, prefetto reale, un uomo sordo a ogni scrupolo, e un tribuno militare, Lucio Settimio.
3. Nella sua nave, Pompeo fu chiamato da questi due come si chiama un amico e si lasci convincere a sbarcare per una vaga conoscenza di Settimio, che sotto Pompeo fu comandante di una centuria al tempo della guerra contro i pirati (2). Con uno o due dei suoi, Pompeo sal sopra una barca, dove Achilla e Settimio lo uccisero 3. Anche Lucio Lentulo fu arrestato per ordine del re e ucciso in prigione.


105.
1. L'arrivo di Cesare in Asia Minore (1) sorprese Tito Ampio nel tentativo di sottrarre parte del tesoro dal tempio di Diana in Efeso (2). Per il suo scopo, Tito aveva convocato tutti i senatori della provincia per averli come testimoni sull'entit della somma asportata (3). Ma la presenza di Cesare mand all'aria i suoi progetti e lo costrinse a fuggire. 2. Furono dunque due le occasioni in cui Cesare protesse il tesoro di Efeso (4).
3. Giravano voci di miracoli. Nel tempio di Minerva nell'Elide (5), quando si fece all'indietro il calcolo dei giorni, si scoperse che, nel giorno stesso della grande vittoria di Cesare, la statua della Vittoria, posta davanti a quella di Minerva e sempre in posizione frontale, si era girata verso i battenti e la soglia del santuario. 4. Sempre in quel giorno fatale, in Antiochia di Siria (6), per due volte si ud un cos gran frastuono di armati e un cos gran clangore di trombe, che tutta la popolazione corse ad armarsi e si dispose sulle mura. E lo stesso miracolo accadde a Tolemaide (7).
5. E ancora a Pergamo (8): nella parte pi interna e sacra del santuario, quella che i Greci chiamano "dyta", dove a nessuno, tranne che ai sacerdoti,  concesso di accedere, si misero a rullare i timpani. 6. E infine a Tralles (9), nel tempio della Vittoria, dove si era consacrato una statua di Cesare, si mostrava una palma che proprio durante quei giorni era cresciuta dal pavimento, fra gli interstizi delle lastre di pietra (1).0


106.
1. Ma la sosta di Cesare in Asia dur pochi giorni, perch gli giunse notizia che Pompeo era stato visto a Cipro (1). Fu facile prevedere che da l si sarebbe diretto in Egitto, non solo per i suoi rapporti stretti con quel regno (2), ma anche per i molti vantaggi che quella regione gli offriva.
Part con quella legione da cui si era fatto seguire dalla Tessaglia, con un'altra che al comando del legato Quinto Fufio si era fatto venire dall'Acaia (3), con ottocento cavalieri, con dieci navi da guerra di Rodi e poche altre d'Asia, ed entr cos in Alessandria (4). 2. Abbiamo detto due legioni; in realt la somma complessiva degli uomini era di tremiladuecento: tutti i mancanti non ce la fecero a tener dietro, immobilizzati da ferite ricevute in battaglia, o sfiniti dal logoramento di cos lunghe distanze. 3. Rassicurava tuttavia Cesare la risonanza universale delle sue imprese: perci si permetteva di mettersi in cammino con forze modeste ed era certo che nessun luogo gli serbava delle sorprese.
4. La notizia dell'uccisione di Pompeo l'ebbe in Alessandria (5).
Appena sbarcato dalla nave, fu accolto dalle grida dei soldati che re Tolomeo aveva lasciati a difesa della piazzaforte (6); poi una folla gli venne incontro minacciosa, perch Cesare si faceva precedere dai fasci (7). Tutta quella gente continuava a sostenere che con questo apparato si tendeva a sminuire la sovranit di Tolomeo.
5. Ma il tumulto fu contenuto; per nei giorni successivi molto spesso la folla si assembrava e provocava disordini. Molti soldati di Cesare furono uccisi in attentati lungo le vie e in tutti i quartieri della citt.


107.
1. Fu per questi motivi che Cesare dispose l'arrivo dall'Asia di altre legioni, formate con soldati che gi furono di Pompeo. In quel tempo egli non poteva allontanarsi da Alessandria a causa dei venti etesii, che spiravano in direzione nettamente contraria a quanti si mettono in mare partendo da quel porto (1). 2. Ebbe cos modo di chiarire che lo stato di guerra tra Tolomeo e Cleopatra era una questione che direttamente riguardava il popolo romano e lui stesso in veste di console; una questione che tanto pi lo coinvolgeva, perch durante il suo primo consolato, in forza di una legge e di una delibera del Senato, era stata conclusa un'alleanza tra Roma e il vecchio Tolomeo (2).
Insomma, la volont di Cesare era che re Tolomeo e sua sorella Cleopatra licenziassero gli eserciti di cui disponevano e alla sua presenza sciogliessero ogni controversia legalmente, piuttosto che con la violenza.


108.
1. Reggente del regno, per la minorit del re (1), era un eunuco di nome Potino, il suo aio. Fu lui il primo a suscitare, fra gli amici intimi, piagnistei e risentimenti dispettosi in favore del suo re, chiamato, secondo lui offensivamente, a difendere la propria causa. 2. Trov poi, come esecutori di un suo piano, certi individui fra gli amici di corte (2), cos da far venire di nascosto l'esercito da Pelusio ad Alessandria, sotto il supremo comando di quell'Achilla che gi abbiamo conosciuto (3). 3. Potino, con dispacci e per mezzo di inviati, spieg chiaramente il suo disegno ad Achilla, che si infervor in vista di un compenso, ma letteralmente si gonfi quando le promesse gli furono fatte dal re.
4. Nel testamento del vecchio Tolomeo, erano stati designati come eredi al trono il maggiore dei due figli maschi e la maggiore delle due femmine (4); 5. e tanto gli stava a cuore questa disposizione, che sempre in quel testamento Tolomeo ne affidava l'esecuzione al popolo romano, nel nome di tutti gli di e di tutti quei trattati di alleanza che egli aveva stipulato in Roma (5). 6. Una copia del testamento era stata portata da una delegazione a Roma, perch fosse custodita nell'erario (6) - ma poi la destinazione fu impossibile a causa dei rivolgimenti politici ed essa rimase in casa di Pompeo -; un'altra copia, identica, fu trattenuta e autenticata (7), ed era nota in Alessandria.


TAVOLA OTTAVA.

Arco di Orange (Vaucluse, Francia).
Probabilmente di et augustea, decorato con rappresentazioni militari, scene di battaglie, trofei terrestri e navali. Orange, citt gallica di nome "Arausio", aveva ricevuto una colonia di veterani di Cesare; l'arco, elevato su fondazioni anteriori, viene considerato commemorativo delle vittorie di Cesare e della colonizzazione. In particolare i trofei marini alluderebbero alle vittorie navali davanti a Marsiglia (Commentario primo, capitolo 58, Commentario secondo, capitoli 4-7).


109.
1. Cesare stava trattando tali problemi, coll'intenzione di appianare i dissensi dei sovrani come un alleato e un arbitro imparziale, quando all'improvviso giunse la nuova che l'esercito reale con l'intera cavalleria si dirigeva verso Alessandria (1). 2. Le sue truppe non erano di sicuro cos numerose da poterne fare gran conto, nel caso di un combattimento in campo aperto, fuori della citt (2). Altra via d'uscita non c'era, se non tenersi nella piazzaforte, sulle proprie posizioni, e cercare di interpretare il piano militare di Achilla.
3. Ad ogni modo, impose lo stato generale di allarme e consigli al re di scegliere fra i suoi consiglieri quelli che godevano di maggior prestigio e di inviarli a parlamentare con Achilla, il quale doveva chiarire lo scopo della sua manovra. 4. Tolomeo scelse Dioscoride e Serapione, che erano stati tempo addietro delegati a Roma (3) e avevano goduto molta considerazione presso Tolomeo il vecchio.
5. Ma quando questi due giunsero da Achilla, costui li volle avere davanti, ma non per starli ad ascoltare o per apprendere il motivo della loro missione, bens per dar l'ordine di arrestarli e di ucciderli. Il primo, dato per morto, fu soltanto gravemente ferito e subito fu sottratto dai compagni del seguito e portato in salvo; l'altro invece sub la condanna.
6. Il grave episodio indusse Cesare a tenere il re in suo potere (4). Egli anzitutto sapeva che il nome del re era l'autorit pi grande agli occhi degli Egiziani (5) e voleva poi dimostrare che quel conflitto era sorto da un colpo di stato compiuto da un pugno di briganti, non certamente dalla decisione del re.


110.
1. L'esercito che si trovava con Achilla non doveva essere sottovalutato, sia per gli effettivi, sia per qualit di soldati, sia per esperienza di guerra. 2. Esso raggiungeva la somma di ventimila uomini, i quali un tempo avevano militato sotto Gabinio (1), ma passati poi al modo di vivere licenzioso proprio di Alessandria, avevano completamente dimenticato la dignit e la seriet di cittadini romani; si erano sposati con donne egiziane, da cui molti avevano avuto figli (2). 3. Erano a loro compagni un'accozzaglia di predatori e di pirati delle province di Siria e di Cilicia e delle terre circostanti. Quell'esercito era anche il rifugio di uomini al bando e condannati a morte (3). 4. Alessandria dava ampia accoglienza e una certa possibilit di campare a tutti i nostri schiavi fuggiti dal loro padrone: bastava mettersi in lista ed erano di fatto soldati. Se poi uno di loro cadeva in mano del padrone, veniva ripreso a forza solo con il consenso dei soldati, che avevano tutto l'interesse a difendere i compagni da quella violenza, che pure su di loro incombeva, perch si trovavano nel medesimo difetto (4).
5. L'armata di Alessandria, poi, aveva assunto degli atteggiamenti abusivi per antica abitudine: condannava a morte i favoriti del re (5), si spartiva i patrimoni dei ricchi, assediava la reggia per ottenere un aumento di paga, a suo capriccio cacciava alcuni dal regno e altri richiamava. Duemila cavalieri completavano questo esercito.
6. Insomma, tutti questi uomini avevano passato i loro anni nelle continue guerre di Alessandria, avevano riportato sul trono il vecchio Tolomeo, avevano ucciso i due figli di Bibulo (6), avevano guerreggiato contro gli Egiziani: la loro esperienza militare veniva da questo passato (7).


111.
1. Achilla si sentiva sicuro con queste truppe, e quasi per schernire l'esiguit di quelle di Cesare, si impossess di una parte di Alessandria, ad eccezione di quella che gi Cesare occupava con le sue forze (1). Il primo assalto fu diretto contro il palazzo dove Cesare risiedeva (2); ma lungo le strade erano state disposte delle coorti che fermarono quella sortita.
2. Altra zona di combattimento era il porto (3); anzi, qui le operazioni militari raggiunsero il loro massimo sviluppo. 3. Mentre infatti con nuclei isolati si combatteva in moltissime vie della citt, nel porto i nemici tentavano d'impadronirsi, con una valanga di soldati, delle navi da battaglia. Ce n'erano cinquanta, mandate prima in aiuto a Pompeo e poi l ritornate, dopo la conclusione del conflitto in Tessaglia (4): erano tutte triremi e quinqueremi (5), attrezzate ed equipaggiate di tutto punto per prendere il mare. Oltre a queste, ce n'erano ventidue, tutte pontate, che solitamente stavano alla fonda in Alessandria a scopo difensivo.
4. Se Cesare perdeva quella flotta, i nemici avrebbero tenuto sotto controllo l'intero porto e le vie del mare, escludendo Cesare da ogni rifornimento e dall'arrivo di soccorsi militari. 5. Dunque la continua violenza della lotta fu proporzionata alla sua importanza: quelli cercavano una rapida conclusione vittoriosa, noi vedevamo qui la nostra via di scampo.
6. Ma Cesare consegu un punto a suo favore, perch incendi tutte quelle navi ed altre ancora che si trovavano nell'arsenale (6), dal momento che non riusciva, con i pochi soldati a disposizione, a presidiare un fronte cos vasto; poi, con rapida manovra, fece sbarcare alcuni soldati presso Faro.


112.
1. Faro  una torre di smisurata altezza, un vero capolavoro di architettura, che si trova sopra una isola; anzi, fu l'isola a dare il nome alla torre (1). 2. Quest'isola si trova ad Alessandria e ne forma per cos dire il porto, tant' vero che i passati re d'Egitto vi costruirono una diga di novecento passi, con un'enorme massicciata calata nel mare, congiungendo l'isola alla citt quasi con un ponte dalla stretta carreggiata (2).
3. Sull'isola vi abitano degli Egiziani; le case vi si sono agglomerate con l'aspetto di una cittadina. Ma pi che normali abitanti, qui ci sono pirati, perch  loro abitudine depredare qualsiasi nave che l venga a finire fuori della sua rotta, o per errore di manovra o per violenza di burrasche. 4. Se poi quanti stanno a Faro non danno il permesso, non  possibile l'accesso al porto alle navi, a causa della stretta imboccatura.
5. Cesare ben sapeva tutto questo e se ne preoccupava. Quando per vide che i nemici erano completamente presi dalla battaglia, fece sbarcare i suoi soldati, occup Faro e vi pose una guarnigione. 6. L'impresa ebbe come risultato che granaglie e truppe ausiliarie giungessero a lui dal mare con piena sicurezza. E in tutte le province confinanti si trovavano suoi inviati per sollecitare l'invio di rinforzi.
7. In tutti i quartieri di Alessandria la battaglia si svolse senza vinti n vincitori e senza che nessuno lasciasse il proprio posto: un risultato favorito dalla ristrettezza dei luoghi in cui si combatteva. Pochi furono i morti dalle due parti; e Cesare volle avere ben saldamente in mano i capitali punti strategici, che fece sbarrare da difese, sfruttando le ore notturne. 8. In quella zona di Alessandria, c'era una parte, la meno vasta, del palazzo reale, scelta in un primo tempo come sua residenza; alla reggia era addossato il teatro (3), che poteva servire anche da fortilizio, e apriva accessi verso il porto e ogni altro scalo. 9. Erano posizioni gi fortificate, ma nei giorni seguenti Cesare le volle ancor pi munite, cos da contrapporle come un'invalicabile barriera e non essere obbligato a combattere senza una sua decisione.
10. In quei giorni, la figlia minore del vecchio Tolomeo (4), nella speranza che la successione al trono fosse tutta in discussione, fugg dal palazzo reale presso Achilla e con lui si diede a condurre la guerra. 11. Ma subito scoppi tra loro due la discordia sul supremo comando e ne profittarono i soldati col ricevere donativi. L'uno e l'altra cercarono di conciliarseli a loro grave discapito.
12. A questa novit del campo nemico fu contemporanea quella di Potino, pedagogo del re fanciullo e reggente (5). Pur trovandosi nella parte presidiata da Cesare, mand ad Achilla dei suoi inviati, con la raccomandazione di proseguire la lotta e di non disanimarsi. Ma gli inviati furono scoperti e arrestati, e Cesare condann a morte Potino.
Ma questo fu l'avviamento di un'altra guerra, combattuta in Alessandria d'Egitto (6).


NOTE.

Note al capitolo primo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 21,5 e nota 9.
Nota 2. Si tratta dei comizi centuriati, cui spettava l'elezione delle magistrature pi alte (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 9, nota 1), e dei comizi tributi, che eleggevano le magistrature inferiori alla pretura. Normalmente venivano convocati in estate dai consoli in carica; ma, fuggiti questi dall'Italia, vengono ora (inizio di dicembre) indetti da Cesare nella sua qualit di dittatore. Il Servilio, eletto con Cesare al consolato per il 48,  Publio Servilio Vatia Isaurico, figlio dell'omonimo console del 79, che invano aveva conteso a Cesare la nomina a pontefice massimo.
Nota 3. Un plebiscito del 342 stabiliva che la medesima magistratura fosse iterabile solo dopo un intervallo di dieci anni (Cesare era stato console per la prima volta nel 59). Poich per al "legalmente" della traduzione corrisponde, nel testo latino, l'espressione "per leges" (letteralmente "secondo le leggi"),  probabile che Cesare faccia qui riferimento, oltre che alla legge del 342, anche alla "lex Pompeia de iure magistratuum" (legge di Pompeo sulla normativa giuridica delle magistrature) del 52, che riconfermava le disposizioni gi vigenti per l'eleggibilit alle magistrature, e in particolare la necessit di porre la candidatura "in praesentia" ("di persona), cio a Roma, dopo aver deposto l'"imperium" ("comando"). Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 9,2; capitolo 32,2 e note relative.
Nota 4. Secondo DIONE CASSIO, 41,43,1, solo i cittadini autorizzati da Cesare avevano potuto porre la candidatura; inoltre, il numero dei pretori, edili e questori fu aumentato (secondo DIONE, ivi, raddoppiato).
Nota 5. Imponendo la rivalutazione dei beni mobili e immobili e autorizzando i debitori a pagare con questi anzich con denaro liquido (come avrebbero preteso i creditori) Cesare attuava di fatto una diminuzione dei debiti. La stima dei beni e la soluzione delle eventuali controversie era affidata, anzich ai giudici ordinari, a una speciale commissione di arbitri. Com' spiegato subito dopo, la soluzione aveva carattere di compromesso.
Nota 6. Tali timori erano diffusi tra i "boni" fin da prima che scoppiasse la guerra: vedi CICERONE, "Lettere ad Attico", 10,8,2 (e confronta gi 7,11,1 del 19-21 gennaio 49). Del resto, costanti dei movimenti rivoluzionari dell'antichit classica, dalla Grecia arcaica a Roma, furono le richieste di abolizione dei debiti e di restituzione della terra. Ma Cesare, sia perch mirasse ora soprattutto ad acquistare la fiducia dei "boni" rimasti a Roma, sia che non avesse mai pensato ad attuare un provvedimento di questo genere, deluse questa volta, anche se non le mand del tutto a vuoto (vedi nota precedente), le attese dei "populares".
Nota 7. Il testo distingue fra "bella" ("guerre") e "civiles dissensiones" ("discordie civili"), che  l'espressione maggiormente usata da Cesare, insieme con "controversiae civiles", per indicare la guerra civile: "La guerra civile", Commentario primo, capitolo 67,3; Commentario terzo, capitolo 3,1; e CESARE in CICERONE, "Lettere ad Attico", 10,8B,2. Cesare usa anche "bellum" per indicare la guerra civile, ma con esclusivo riferimento agli avvenimenti militari: per esempio "La guerra civile", Commentario primo, capitolo 26,6; Commentario terzo, capitoli 1,2; 2,2; 16,4; 17,3. Vedi anche sopra, Commentario secondo, capitolo 29,3 e nota 3.
Nota 8. Tra le altre leggi proposte da Pompeo nel 52 figurava anche una "lex de ambitu" (legge sui brogli elettorali), con effetti retroattivi. In quell'anno Pompeo, console per la terza volta e senza collega, in deroga alle norme previste dal plebiscito del 342 e dalla stessa legge "de iure magistratuum" da lui presentata (aveva infatti rivestito il suo secondo consolato nel 55), aveva avuto per di pi il permesso di tenere presidii armati in Roma. - Per rendere pi efficace l'applicazione della legge, era prevista una procedura speciale per i relativi processi: l'escussione dei testimoni era affidata a una giuria di 360 membri, tra i quali ne venivano poi scelti 81, che potevano ridursi a 51 per il diritto di ricusazione delle parti in causa, per ascoltare le arringhe (il cui tempo era d'altra parte limitato) ed emettere la sentenza. Di questa procedura Cesare d una descrizione sommaria, solo in parte esatta, tendente comunque ad ingigantirne gli effetti. - Anche il ritorno degli esiliati era stato previsto da Cicerone, "Lettere ad Attico", 7,11,1.
Nota 9. E' il solito atteggiamento legalitario di Cesare, soprattutto nel campo della conservazione dei diritti del popolo: vedi in particolare sopra, Commentario primo, capitolo 9,5 e la polemica sui tribuni della plebe: Commentario primo, capitolo 5,1-2 e 4; capitolo 7,2-4; capitoli 22,5; 32,6.

Note al capitolo secondo.
Nota 1. Gli undici giorni sono probabilmente dal 2 al 12 dicembre. Dopo l'elezione dei consoli, i comizi dovettero procedere a quella degli altri magistrati (vedi sopra, capitolo 1, nota 4). - Le feste latine ("Feriae latinae"), istituite da Tarquinio il Superbo in onore di Giove laziale, si tenevano annualmente sul monte Albano e dovevano essere indette dai consoli. Nel 49, fuggiti i consoli il 18 gennaio, non erano ancora state celebrate: vi provvede perci Cesare come dittatore.
Nota 2. Questa prima dittatura dur nominalmente circa due mesi (da met ottobre circa al 12 dicembre, data probabile della sua deposizione), ma fu fruita da Cesare solo undici giorni. Come nota il Carcopino (op. cit., p. 511, nota 118), egli la tenne in cos poco conto da non nominare neppure, come facevano di norma i dittatori, e come far pi tardi egli stesso, un suo "magister equitum" ("comandante della cavalleria"). Ottenuta l'elezione a console per il 48, Cesare si affrett a deporre quella magistratura di carattere straordinario per assumere, come console designato dai comizi del popolo romano, una posizione pienamente legalitaria come rappresentante della "res publica" romana, non curandosi neppure di rimanere, per circa 20 giorni (fino all'entrata in carica come console, il primo gennaio del 48), nominalmente privo d'"imperium": sappiamo infatti che aveva deposto quello proconsolare delle Gallie assegnando, come dittatore, il governo della Transalpina a Decimo Bruto e della Cisalpina a M. Calidio (vedi APPIANO, "Le guerre civili", 2,48). - Rivestito della legalit formale, Cesare poteva ora veramente interpretare la guerra non come lotta di due fazioni, ma dello stato contro dei ribelli, postisi fuori dalla legalit abbandonando l'Italia. Naturalmente, a questa interpretazione Pompeo contrapponeva la dottrina, rifacentesi all'esempio di Temistocle (vedi CICERONE, "Lettere ad Attico", 10,8,4), secondo cui "non est in parietibus res publica", lo stato non consiste nei muri di casa (CICERONE, "Lettere ad Attico", 7,11,3; confronta APPIANO, "Le guerre civili", 2,37). Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 35, nota 2. - La partenza da Roma avvenne probabilmente il 13 dicembre; l'arrivo a Brindisi, il 22.
Nota 3. Sembrerebbe neppure un terzo degli effettivi: dodici legioni costituiscono in teoria un'armata di almeno 50000 uomini. Ma Cesare stesso afferma subito dopo che gli effettivi delle legioni erano fortemente ridotti e al capitolo 6,2 dice di aver imbarcato sette legioni (poco pi di 2000 uomini a legione), cio una in pi della met.
Nota 4. E' singolare che, tra le cause della riduzione degli effettivi, Cesare citi le campagne galliche, le cui perdite potevano essere state rimpiazzate, e non le pi recenti campagne di Spagna. - Quanto al viaggio dalla Spagna, Cesare era partito da Tarracona per Marsiglia il primo ottobre: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 21, nota 6.

Note al capitolo terzo.
Nota 1. S'era imbarcato a Brindisi il 17 marzo: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 27-28, capitolo 27, nota 1.
Nota 2. S'intende, la provincia romana d'Asia, costituita nel 133 su buona parte del territorio dell'Asia Minore (Anatolia, Turchia). Province romane erano pure Cilicia e Siria, la seconda delle quali costituita dallo stesso Pompeo e governata allora (49) dal suocero Scipione. Col nome di Fenicia, poi, viene indicata la regione costiera della Siria meridionale. Ponto e Bitinia, situati nell'Asia Minore settentrionale e affacciantisi sul Mar Nero, costituivano in questo periodo un regno autonomo; cos pure, naturalmente, l'Egitto.
Nota 3. Il testo distingue fra re, riconosciuti in quanto tali da Roma; dinasti, cio sovrani, in genere di piccoli territori, a cui il Senato non aveva ancora accordato il titolo regio; e tetrarchi, governatori di uno dei quattro distretti di una tetrarchia.
Nota 4. Si tratta di quelle citt greche a cui Roma aveva accordato l'autonomia anche dopo la costituzione della provincia d'Acaia.
Nota 5. Sono le "societates publicanorum", appaltatrici della riscossione dei tributi provinciali, costituite per lo pi da appartenenti all'ordine equestre. - Le province, occupate da Pompeo, erano l'Acaia e la Macedonia.

Note al capitolo quarto.
Nota 1. Lucio Cornelio Lentulo Crure console nel 49. Vedi l'"Indice dei nomi di persona". - La Macedonia, provincia romana dal 146, confinava a Ovest con l'Illirico, a Sud con l'Epiro e con la Tessaglia, a Est con il mare Egeo, a Nord con la Tracia.
Nota 2. Il termine Acaia sembra qui indicare non tanto la provincia romana di questo nome, ma, come gli altri nomi a cui  mescolato, una regione della Grecia: precisamente, il Peloponneso. Tessaglia, Beozia ed Epiro sono regioni del Nord-Est, dell'Est e dell'Ovest della Grecia.
Nota 3. Quindici coorti di Gaio Antonio, legato di Cesare, dopo aver combattuto insieme con le truppe di Dolabella nell'Illirico, si arresero, forse in seguito a tradimento (vedi pi oltre, capitolo 67,5) ai pompeiani nell'isola di "Curicta" (Veglia, Dalmazia). Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 44, nota 3.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 6,5 e l'"Indice dei nomi di persona".
Nota 5. Galli va qui inteso per "Galati", come pi comunemente si designano le popolazioni celtiche che, in et ellenistica, si stanziarono in Asia Minore, dando vita allo stato della Galazia. Di una parte di questa era re, o meglio tetrarca, Deiotaro.
Nota 6. Regione interna dell'Asia Minore, tra la Cilicia e il Ponto.
Nota 7. La Tracia, regione balcanica situata tra la Macedonia e il Mar Nero, era in questo periodo un regno autonomo; sar organizzata in provincia romana nel 46 dopo Cristo.
Nota 8. Su questo condottiero vedi DIONE CASSIO, 47,25,2; 48,2.
Nota 9. Gabinio era intervenuto in Egitto nel 55 per rimettere sul trono Tolomeo Dodicesimo Aulete; sulle truppe (in parte galliche e germaniche) che vi aveva lasciato a presidio, vedi anche pi oltre, capitoli 103,5; 110,2. Germani militavano anche nelle file di Cesare: Commentario primo, capitolo 83,5; Commentario terzo, capitolo 52,2.
Nota 10. Pompeo, come gi Domizio, non esita a mettere in campo i suoi schiavi: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 34,2; 56,3; confronta capitolo 24,2 e nota 2.
Nota 11. Altro nome della Galazia, sulla quale vedi sopra, nota 5.
Nota 12. Piccolo stato nella regione della catena montuosa del Tauro, tra la Siria e la Cilicia, lasciato in vita da Pompeo.
Nota 13. I Dardani erano una popolazione illirica stanziata nella parte meridionale della futura Mesia superiore, corrispondente alla Serbia attuale; i Bessi, una popolazione tracia abitante la regione dell'alto Ebro (oggi Maritza).
Nota 14. Cio settemila: vedi sopra, paragrafo 3.

Note al capitolo quinto.
Nota 1. Capitale della Cirenaica, che dal 66 costituiva con Creta una sola provincia.
Nota 2. Per Durazzo vedi sopra, Commentario primo, capitolo 25, nota 4. Apollonia era una citt dell'Epiro nord-occidentale, situata a pochi chilometri dalla costa adriatica, tra il confine con l'Illirico e il fiume "Aous" (Voiutza), sul sito dell'attuale Poiani (Albania). Altri la identifica invece con Avlona/Valona, a Sud di detto fiume. Vedi pi oltre, capitolo 77, nota 2.
Nota 3. Vedi sopra, capitolo 4,4.
Nota 4. E' il Gaio Claudio Marcello console nel 49.
Nota 5. La Liburnia era una regione costiera dell'Illirico, intorno all'attuale Zara, i cui abitanti avevano inventato navi leggere e veloci, che da loro presero nome di "liburniche": vedi pi oltre, capitolo 9,1. Confronta ORAZIO, "Odi", 1,37.

Note al capitolo sesto.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 2, nota 2.
Nota 2. E' una delle poche date indicate esplicitamente dallo stesso Cesare.
Nota 3. Si tratta di un rimando al Commentario terzo, capitolo 2,2, dove tuttavia il numero delle legioni non  specificato. Anche altre volte (per esempio sopra, Commentario primo, capitolo 48,3; pi oltre, Commentario terzo, capitolo 15,1) Cesare fa dei rimandi inesatti. Indizio dell'incompiutezza dell'opera? Cos il Fabre.
Nota 4. Poich il nome di questa popolazione non ricorre altrove, esso  corretto da molti autori in quello dei Ceraunii, abitanti sui monti Acroceraunii. In ogni caso si deve trattare di una popolazione epirota a ridosso della costa tra Orico e Paleste (vedi pi oltre).
Nota 5. Paleste ("Palaeste")  correzione che s'impone al "Pharsalia" dei codici che, non altrimenti attestato come toponimo, s'avvicina a quello famoso di Farsalo ("Pharsalus") e riproduce il titolo, vulgato in seguito, ma non originario, del poema di Lucano. Paleste  invece citata dallo stesso LUCANO, "La guerra civile" o "Farsaglia", 5,460, ed  continuata dalla forma attuale del nome: Palasa o Paljasa o Pagliassa, sull'antica costa epirota, poco a Sud del promontorio Acroceraunio.

Note al capitolo settimo.
Nota 1. Porto dell'Epiro all'estremit Sud della baia di Valona, circa 40 chilometri a Nord di Paleste; attuale Eriko/Paleocastro, in Albania.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 5,3.
Nota 3. Vedi sopra, capitolo 5,4.
Nota 4. Come al solito, codardia e scarsa avvedutezza caratterizzano i pompeiani.

Note al capitolo ottavo.
Nota 1. Ne erano rimaste cinque: vedi sopra, capitoli 2,2 e 6,2.
Nota 2. Oggi Saseno, isola di rimpetto alla costa epirota, a Nord del promontorio Acroceraunio.
Nota 3. Il testo  incerto. I manoscritti hanno "corici" (o "coryci", o "coricy"), che pu essere emendato in "Orici" ("di Orico"). Ma da Sasona a Orico il tratto di costa sembrerebbe troppo breve per una operazione di presidio cos importante come  quella di Bibulo; d'altra parte, correggere Sasona, concordemente trdito, in Salona (vedi pi oltre, capitolo 9,1 e nota), sarebbe arbitrario. E' perci preferibile leggere, col Mommsen, "Curici", "di Curico", citt dell'isola di "Curicta" nel golfo del Quarnaro (vedi pi oltre, capitolo 10,5 e nota). Da Sasona a Curico, si ha una linea difensiva che copre tutta la costa illirica e la costa epirota settentrionale. Inoltre, i due estremi sono cos dati da Sud a Nord, com' pi naturale visto il punto di partenza di Bibulo ("Corcyra"/Corf).
Nota 4. Poche righe sopra, Cesare ne aveva sottolineato la negligenza (paragrafo 3). La ripresa  ironica.
Nota 5. A questo punto si apre nel testo una lacuna, come mostra innanzitutto l'incompiutezza della frase finale, che del resto risulta, nella traduzione proposta, da un tentativo di emendamento. Si  pensato che nella lacuna trovasse posto il racconto della sconfitta di Gaio Antonio e Dolabella in Illirico ad opera di M. Ottavio, perch il capitolo 9 si riallaccia a questa vicenda, narrando le imprese di Libone ad essa successive. E' tuttavia possibile che i fatti di Antonio e Dolabella fossero narrati alla fine del Commentario secondo (vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 44, nota 3), anche se l'accenno di Commentario terzo, capitolo 4,2 non costituisce un argomento decisivo a favore della seconda ipotesi. Altre volte, infatti, si trovano nella "Guerra civile" rimandi inesatti o accenni a fatti che si suppongono narrati in precedenza, ma in realt non lo sono: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 6, nota 3 e i passi ivi citati.

Note al capitolo nono.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5, nota 5.
Nota 2. Salona era un porto della Dalmazia, a 5 chilometri dall'attuale Spalato; di fronte ad essa, si trova l'isola di Lissa (anticamente "Issa"). Le vicende qui narrate sono anteriori allo sbarco di Cesare sulla costa epirota (5 gennaio 49); prima di riprendere la narrazione da questo punto (capitolo 10), Cesare ha informato i lettori sugli avvenimenti dell'anno precedente in questa zona.
Nota 3. Sui "conventus civium Romanorum", vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 19, nota 3, capitolo 36, nota 2.
Nota 4. Non sappiamo dove questa legazione abbia raggiunto Cesare.
Nota 5. Quella di essere negligenti  una delle accuse pi ricorrenti nei confronti dei pompeiani.
Nota 6. L'impresa s'era dunque svolta nell'autunno del 49.

Note al capitolo decimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 15,4; 34,1; confronta capitoli 38,1; 85,12; 87 (qui non si accenna esplicitamente a Vibullio Rufo, ma al licenziamento di tutta l'armata pompeiana di Spagna).
Nota 2. Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 30,2-3; 31,1.
Nota 3. L'espressione indica qui genericamente la fanteria legionaria romana.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4, nota 3. L'isola di Curicta (attuale Veglia/Krk) si trova di fronte alla costa dalmata dell'Adriatico, a Sud di Fiume.
Nota 5. Si noti, qui e al paragrafo 9 (dove l'ordine  inverso), la stretta connessione tra interesse personale e interesse della repubblica.
Nota 6. Poich la legazione di Vibullio Rufo avviene nel gennaio del 48, quando Cesare  ormai console in carica, egli pu ora a maggior ragione e legittimamente atteggiarsi a difensore della repubblica e dei suoi organismi, rovesciando la situazione di un anno prima, quando erano stati i pompeiani ad affermare che ogni trattativa di pace doveva passare attraverso il Senato e i comizi: vedi soprattutto CICERONE, "Lettere ed Attico", 7,14,1 a proposito della legazione di Lucio Cesare e Roscio di cui ai capitoli 9-11 del Commentario primo. In realt, la situazione  parzialmente diversa perch, a differenza di Cesare nel gennaio 49, anche Pompeo ha alle sue spalle un Senato: ma si tratta di un Senato transfuga che, sradicato dalla sua logica base territoriale (Roma e l'Italia) non , agli occhi di Cesare, che una mera finzione. A questo proposito vedi sopra, Commentario terzo capitolo 2, nota 2.
Nota 7. La frase conclusiva del capitolo, qui non riportata, o  stata interpolata o  manchevole della parte finale, giacch  inammissibile che Cesare s'impegnasse incondizionatamente a congedare il suo esercito. Essa suona infatti cos: 11. Perch queste condizioni fossero pi facilmente approvate da Pompeo, egli avrebbe licenziato tutte le sue truppe terrestri e le sue guarnigioni urbane.

Note al capitolo undicesimo.
Nota 1. I manoscritti hanno: "his expositis Corcyrae", ma la menzione di "Corcyra"/Corf sembrerebbe da espungersi perch l'abboccamento con Cesare deve essere avvenuto a Paleste. Si potrebbe anche tradurre: esposte queste condizioni a Corf, s'intende a Bibulo, che l si trovava, vedi sopra, capitolo 8,3 (ma era ancora l, oppure stava costeggiando la costa epirota e illirica, intento a porre presidi? Vedi capitolo 8,4). Ma il viaggio, che Vibullio compie per recarsi da Pompeo,  tutto per terra (capitolo 11,1). Penserei perci che la precisazione "Corcyrae" (a Corf) si sia introdotta nel testo dopo che il "Vibullius" dell'archetipo s'era alterato in "Bibulus" ("Vibullius"  infatti restituzione dell'Aldo).
Nota 2. Regione montuosa dell'Illirico orientale, verso il confine con la Macedonia; attraversata dalla via Egnazia, proveniente da Tessalonica (Macedonia) e diretta a Durazzo (Illirico) e Apollonia (Epiro), che fu certamente usata da Pompeo in quest'occasione.
Nota 3. Vedi rispettivamente Commentario terzo, capitolo 5, nota 2; Commentario primo, capitolo 25, nota 4.
Nota 4. Il 5 gennaio 48: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 6,3. La narrazione riprende dal capitolo 8,1.
Nota 5. Vedi Commentario terzo, capitolo 7, nota 1. Per percorrere i circa 40 chilometri che separavano Paleste da Orico, Cesare dovette attraversare la catena montuosa degli Acrocerauni. I disagi di questa breve traversata sono raccontati da Appiano nel suo libro sull'Illirico (capitolo 12). A Orico, Cesare giunse la mattina del 6 gennaio.
Nota 6. Popolazione illirica stanziata a Est di Durazzo.
Nota 7. Tali sono qui considerati i Partini.
Nota 8. Impersonata da Cesare, console in carica nel 48. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 2, nota 2; capitolo 10, nota 6.

Note al capitolo dodicesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 114 e note.
Nota 2. Due citt dell'Epiro, sul corso inferiore del fiume "Aous" (oggi Voiutza); la prima sulla riva destra, circa 30 chilometri a Sud-Est di Apollonia, nei pressi dell'attuale Gradista (o del villaggio di Hecalj?); la seconda sulla riva sinistra, circa 25 chilometri pi a monte, in corrispondenza dell'attuale Pljoca.
Nota 3. L'occupazione di Apollonia ebbe luogo il 7 gennaio. La resa delle altre citt, subito dopo. Nel giro di una settimana, l'Epiro settentrionale (in questo momento, quello strategicamente pi importante) era caduto nelle mani di Cesare.

Note al capitolo tredicesimo.
Nota 1. Durazzo era stata scelta, insieme con Apollonia, come sede dei quartieri invernali: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,2; qui erano stati ammassati gli approvvigionamenti di cui al capitolo 5,1.
Nota 2. Il 9 gennaio.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 15, nota 2; e l'"Indice dei nomi di persona".
Nota 4. Su questi gradi della carriera militare vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 2; capitolo 13, nota 2, capitolo 71, nota 1.
Nota 5. Oggi Semeni, fiume dell'Illirico meridionale, che scorreva "grosso modo" parallelo al confine fra questa provincia e l'Epiro, gettandosi nell'Adriatico una ventina di chilometri a Nord d'Apollonia.
Nota 6. Tutte le citt epirote citate (e non citate: vedi Commentario terzo, capitolo 12,4) ai capitoli 11 e 12.
Nota 7. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 8,1 e seguenti.
Nota 8. Naturalmente, su quella destra.

Note al capitolo quattordicesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 8,2.
Nota 2. Doveva trattarsi di una nave privata, noleggiata per il trasporto di materiale bellico. Come tale, non era sottoposta all'autorit di Caleno.
Nota 3. Consueta crudelt dei pompeiani, contrapposta alla clemenza, di cui Cesare ha dato un nuovo esempio alla fine del capitolo 11 di questo Commentario.
Nota 4. Cio dalla tempestiva consegna del messaggio. Pur non dicendolo esplicitamente, Cesare comincia a presentarsi come protetto dalla Fortuna: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 32. nota 14.

Note al capitolo quindicesimo.
Nota 1. Veramente, al capitolo 7,1 e al capitolo 8,3  detto che Bibulo si trovava a Corcira; dal capitolo 8,4 risulta che presidiava la costa da Sasona a Curico (vedi nota 3); al capitolo 14,2, infine, la flotta di Bibulo si trova all'altezza di Orico.
Nota 2. Vedi sopra, capitolo 11,3.
Nota 3. L'elogio  rivolto alle truppe; ma Bibulo stesso  uno dei rarissimi capi pompeiani per cui Cesare dimostri una certa stima (vedi pi oltre, capitolo 18,1), anche se altrove ne ha sottolineato la crudelt (vedi sopra, capitolo 14,2-3) e, in un'occasione, la negligenza (vedi sopra, capitolo 8,3). Non dissimile il giudizio su Petreio: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 75, nota 1.
Nota 4. Dalle acque di Durazzo, dove stazionava con la sua flotta (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,3), Scribonio Libone era dunque disceso a Orico in soccorso di Bibulo.
Nota 5. S'intende, di Cesare.
Nota 6. La volont di pace di Cesare  ben nota ai suoi legati: l'azione di propaganda esplicata nei confronti dell'esercito dev'essere stata rilevante.
Nota 7. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 10.

Note al capitolo sedicesimo.
Nota 1. Vedi sopra, capitolo 12,4.
Nota 2. Citt dell'Epiro nei pressi della costa ionica, attuale Butrinto/Vutsindro (Albania).
Nota 3. Ne abbiamo avuto una prova al capitolo 8,3 (in entrambi i passi, il testo latino ha la parola "iracundia").
Nota 4. Nell'edilit (65), come nella pretura (62) e pi tardi nel consolato (59), a Bibulo era toccata la sventura di avere sempre come collega Cesare: ne era stato regolarmente oscurato. Vedi SVETONIO, "Vita di Cesare", 10,1 (edilit; confronta DIONE CASSIO, 37,8,1-2); 20,4 (consolato). - Come nel caso di Catone (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 4,1), Cesare parla qui di rivalit personali, non di contrasti politici di fondo.
Nota 5. S'intende, di guerra.

Note al capitolo diciassettesimo.
Nota 1. Cesare afferma qui esplicitamente la dottrina, che si pu evincere da precedenti trattative, della complementariet di strategia e diplomazia: in altre parole, l'apertura di trattative non richiede la sospensione delle attivit militari.
Nota 2. L'unica trattativa di pace avviata dai pompeiani viene cos a cadere a causa del mancato accoglimento della richiesta di Cesare di poter inviare egli stesso a Pompeo, sotto garanzia, una delegazione ufficiale, il che avrebbe significato il riconoscimento di Cesare come controparte sullo stesso piano, mentre i pompeiani si ostinavano a considerarlo un nemico pubblico. Il rifiuto di Libone smaschera, agli occhi di Cesare, il carattere pretestuoso della sua richiesta.

Note al capitolo diciottesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 15, nota 3.
Nota 2. Dovevano costituire una specie di consiglio ristretto, di carattere non ufficiale, paragonabile forse agli ellenistici "amici del re" o al futuro "consilium principis" ("consiglio dell'imperatore").
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 10 e 11,1-2.
Nota 4. Il valore sotteso a quest'affermazione, anche se non espressamente citato,  quello della "dignitas" (la "dignit" personale), cosicch possiamo avvicinare questa sentenza a quella di Cesare in Commentario primo, capitolo 9,2. Strettamente connesso al motivo personale della "dignitas"  quello della patria, con un nesso simile a quello osservato sopra, Commentario terzo, capitolo 10, nota 5.
Nota 5. Cio i personaggi citati al paragrafo 3.
Nota 6. Poich anche le altre trattative si sono svolte "attraverso conversazioni", bisogner qui intendere colloqui di nuovo genere: non pi abboccamenti segreti, ma negoziati pubblici alla presenza delle truppe.

Note al capitolo diciannovesimo.
Nota 1. Una situazione simile s'era creata in Spagna: vedi Commentario primo, capitolo 74. In una certa misura, essa  tipica di ogni guerra civile.
Nota 2. L accenno  ai fuggiaschi dell'esercito sertoriano, che, vinti da Pompeo (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 61, nota 4), erano stati da lui stanziati nella citt di "Lugdunum Convenarum" in Aquitania; e ai pirati del Mediterraneo orientale, pure sconfitti da Pompeo (vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 23, nota 5).
Nota 3. Qui il testo non  del tutto sicuro; il traduttore ha accolto la lezione "missa oratione de pace". In effetti, "il discorso in tono moderato" ("summissa oratione") dei manoscritti  parso a molti editori far difficolt, considerato il carattere impulsivo di Labieno e tenuto conto anche del contesto.

Note al capitolo ventesimo.
Nota 1. Cesare scrive, con linguaggio colorito, che Celio pose il suo palco ("tribunal") accanto al seggio ("sella", caratteristica dei magistrati nelle loro funzioni) su cui Trebonio giudicava (Nota del Traduttore). Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 18,3 e nota 2. In pratica, i due termini ("tribunal" e "sella") si equivalgono. - Il pretore urbano era competente per le controversie tra cittadini romani. Celio era invece il "praetor peregrinus" cio per gli stranieri.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 1,2-3.
Nota 3. Celio, postosi dalla parte di Cesare all'inizio del conflitto, era forse rimasto deluso del carattere moderato e conservatore della sua legislazione in materia di debiti. D'altra parte, il mancato conseguimento della pretura urbana aveva alimentato in lui l'ostilit nei confronti di Trebonio.

Note al capitolo ventunesimo.
Nota 1. P. Servilio Isaurico: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 1,1.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 1,3 e nota 6.
Nota 3. Letteralmente, "dai rostri", che adornavano la tribuna degli oratori nel Foro.
Nota 4. Condannato all'esilio, nonostante la difesa di Cicerone (orazione "pro Milone"), per avere ucciso Clodio in uno scontro di bande armate sulla via Appia nel 52, Milone si era stabilito a Marsiglia.
Nota 5. Citt del Bruzio (Calabria) di fondazione greca (444), nei pressi dell'attuale Terranova.
Nota 6. Citt della Campania sul sito dell'odierna Capua, a qualche chilometro dalla Capua antica.
Nota 7. Napoli o Capua? Molto probabilmente, quest'ultima.
Nota 8. Si tratta del "conventus civium Romanorum", su cui vedi sopra Commentario secondo, capitolo 19, nota 3; capitolo 36, nota 2.

Note al capitolo ventiduesimo.
nota 1. Anche qui, come altre volte, il termine sembra usato in senso lato, per indicare le comunit organizzate di tipo cittadino.
Nota 2. Si tratta senza dubbio di una menzogna; Milone  stato richiamato in Italia da Celio: vedi capitolo 21,4.
Nota 3. Erano gli schiavi rinchiusi negli "ergastula" (abitazioni estremamente disagevoli, ove si tenevano gli schiavi, talora anche incatenati).
Nota 4. I manoscritti hanno "Cosam in agro Turino" ("Cosa nel territorio di Turii"), ma nessuna localit di questo nome si trova nel territorio di Turii (una Cosa si trovava in Etruria: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 34, nota 2). Poich Velleio (2,68) afferma che Milone mor "ad Compsam in Hirpinis" (presso Compsa nel territorio degli Irpini), bisogna restituire "Compsam" (di cui "Cosam"  variante grafica volgare) "in agro Hirpino" ("Compsa nell'Irpinia").
Nota 5. A questo punto si apre probabilmente nel testo una breve lacuna.
Nota 6. Qui il termine  usato in senso tecnico.

Note al capitolo ventitreesimo.
Nota 1. E' l'antica isola di Pharos, corrispondente all'attuale S. Andrea o Bara (secondo altri, Liesina), che chiude l'imboccatura del porto.
Nota 2. La sicumera di Libone ricever un duro colpo: vedi il capitolo seguente. Anch'essa  un tratto tipico della rappresentazione dei capi pompeiani.

Note al capitolo ventiquattresimo.
Nota 1. Si tratta di M. Antonio.
Nota 2. Graticci e plutei, gi visti in opera nelle operazioni belliche terrestri.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 6, nota 4.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 25,5; confronta Commentario terzo, capitolo 23,1 e nota 1.
Nota 5. Navi a quattro file (ordini) sovrapposte di rematori.
Nota 6. Antonio aveva disposto le scialuppe (vedi paragrafo 1) lungo la costa interna, all'imboccatura del porto.
Nota 7. Come nota il Fabre, certamente pi per l'impossibilit di approvvigionamento idrico che per la perdita di una quadrireme.

Note al capitolo venticinquesimo.
Nota 1. Siamo probabilmente nella seconda met di marzo, visto che lo sbarco di Antonio a Ninfeo (vedi capitolo 26) avviene il 27 di quel mese. Dallo sbarco a Paleste (5 gennaio) sono passati poco meno di tre mesi.
Nota 2. Ovvero dei Labeati ("sive ad Labeatium")  aggiunta dello Hofman. I Labeati erano una popolazione illirica stanziata a Nord di Durazzo, con capitale Scodra (oggi Scutari).
Nota 3. Fino all'altezza del fiume Apso la costa era controllata da Cesare. - Secondo APPIANO, "Le guerre civili", 2,58 sarebbe stato un certo Postumio a recapitare a Brindisi due lettere, una indirizzata ai capi (Gabinio, Antonio, Caleno), l'altra all'esercito. Le fonti parallele (SVETONIO, "Vita di Cesare", 58; LUCANO, "La guerra civile" o "Farsaglia", 5,497-702; PLUTARCO, "Vita di Cesare", 38, APPIANO, "Le guerre civili", 2,56-58) aggiungono un particolare che ha del "romanzesco": Cesare stesso avrebbe tentato di raggiungere il resto delle sue truppe durante una tempesta su una barca noleggiata.

Note al capitolo ventiseiesimo.
Nota 1. Il testo latino fa riferimento all'Austro, un vento che spira da Sud.
Nota 2. Dall'intensit del vento traevano maggiore profitto le navi cesariane, per lo pi pesanti bastimenti da trasporto, che non le leggere navi da guerra pompeiane, spinte soprattutto a forza di remi.
Nota 3. Porto della costa illirica (oggi San Giovanni di Medua in Dalmazia), 5 chilometri a Nord-Ovest di Lisso, su cui vedi pi oltre, capitolo 28, nota 1.
Nota 4. Africo nel testo latino. E' il vento di Sud-Ovest, da cui il Ninfeo, aperto a Sud,  protetto da una lingua di terra che, protraendosi nel mare in direzione Nord-Sud, lo chiude a Ovest.
Nota 5. Un altro segno della particolare protezione di cui gode Cesare.

Note al capitolo ventisettesimo.
Nota 1. Altre volte Cesare ha annotato rapidi mutamenti della Fortuna a suo favore: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 59,1, 60,5, o a suo svantaggio: Commentario primo, capitolo 52,3; Commentario terzo, capitolo 68,1.
Nota 2. Mutando la direzione del vento, le navi di Coponio, che inseguivano quelle cesariane in direzione Sud-Nord, non lo ricevono pi in poppa, ma ne sono investite sulla fiancata sinistra.
Nota 3. Conformemente al principio-programma della "clementia". Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23, nota 4.

Note al capitolo ventottesimo.
Nota 1. Oggi Alessio/Ljesch, citt dell'Illirico (Dalmazia) sulla riva sinistra del Drin, a 8 chilometri circa dalla foce.
Nota 2. Naturalmente, per conto di Pompeo.
Nota 3. Antonio era partito da Brindisi con tre legioni di veterani e una di reclute, oltre a 800 cavalieri: vedi capitolo seguente, paragrafo 2 e nota.
Nota 4. Vedi quanto ho osservato sopra, Commentario secondo, capitolo 8, nota 3.
Nota 5. Al solito. crudelt e perfidia caratterizzano il comportamento dei capi pompeiani.
Nota 6. Evidentemente il timoniere non intendeva abbandonare la nave, col rischio di perderla. E' chiaro che la nave e il suo equipaggio non facevano parte della flotta di guerra, ma erano stati requisiti o, nella migliore delle ipotesi noleggiati: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 14,2 e nota 2.

Note al capitolo ventinovesimo.
Nota 1. Sui "conventus civium Romanorum" vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 19, nota 3 e capitolo 36, nota 2; quello di Lisso ricompare al capitolo 40,5 di questo Commentario.
Nota 2. Quand'era proconsole, oltre che delle Gallie, dell'Illirico.
Nota 3. Fino a questo momento sono state trasportate undici legioni (sette Cesare pi quattro Antonio) e 1300 cavalieri (500 Cesare pi 800 Antonio). A Brindisi rimaneva ancora una legione, non sappiamo quanta cavalleria: vedi Commentario terzo, capitoli 22,2; 6,2.
Nota 4. Nel testo latino "pontones". Su di essi abbiamo la tarda (secolo Settimo dopo Cristo) testimonianza d'Isidoro di Siviglia ("Discorsi", 19,1,24), stando al quale si tratterebbe di pesanti vascelli da trasporto a remi, usati soprattutto nella navigazione fluviale. Cesare avr avuto modo di conoscerli direttamente nel corso delle sue campagne galliche, ma non ne fa menzione nell'"excursus" etnografico del sesto libro della "Guerra gallica" (n altrove). - Riferendosi pi oltre (capitolo 40,5) a queste imbarcazioni col nome pi generico di "navi da carico" ("naves onerariae"), Cesare dir che ne erano state lasciate trenta.

Note al capitolo trentesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 13,5-6; 19,1; e note relative.
Nota 2. Da Nord a Sud, la successione era la seguente: truppe di Antonio, presso Ninfeo e Lisso; campo di Pompeo; fiume Apso; campo di Cesare.
Nota 3. Cio dei Partini: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 11,3, e note 6-7. - Oppure pi genericamente qui "Greci" = Illirici.
Nota 4. Citt dell'Illirico sulla riva destra (vedi pi oltre, capitolo 76,1 e nota 2) del fiume Genuso (oggi Skumbi) a una decina di chilometri dalla costa, probabilmente nei pressi dell'attuale Rogozina (secondo altri, di Subzoti). Prima di ripiegare su questa localit, Pompeo aveva evidentemente posto il campo (vedi paragrafo 5) pi a Nord.

Note al capitolo trentunesimo.
Nota 1. Il monte Amano (attuale Alma Dagi, in Turchia)  una diramazione meridionale della catena montuosa del Tauro che, distendendosi da Ovest ad Est all'altezza del golfo di Isso (presso Alessandretta/ Iskenderun), separava la Cilicia dalla Siria. Di quest'ultima provincia, Scipione era stato proconsole nel 49 (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 6,5).
Nota 2. L'ironia, una delle armi di cui Cesare scrittore si serve contro i capi pompeiani, non potrebbe essere pi tagliente. - Sugli scontri sostenuti da Scipione non siamo meglio informati, ma si sar trattato, come gi per il suo predecessore Bibulo (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 2, nota 3), di scaramucce di frontiera contro i Parti: vedi pi oltre, paragrafo 3 di questo capitolo. - Sulla concessione del titolo di "imperator" vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 26, nota 1.
Nota 3. Nel testo latino, "tyrannis", usato con valore generico per indicare i signori di citt o territori formalmente indipendenti, ma situati entro i confini della provincia.
Nota 4. Si tratta dei pubblicani.
Nota 5. A Carre, in Mesopotamia, nel 53. Fu allora che cominci a generarsi quel terrore dei Parti, di cui risuona l'eco in tanta letteratura di et cesariana e augustea e che poteva anche essere utilizzato a scopi politici: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 9,4 e nota 3. Stanziati nella Persia settentrionale e nella Mesopotamia, i Parti minacciavano i confini orientali (province di Cilicia e soprattutto di Siria) dello stato romano.
Nota 6. Eppure Bibulo aveva ottenuto, per quegli scontri, "supplicationes" ("suppliche") di 20 giorni, con l'approvazione di Catone! Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 2, nota 3. Di Bibulo, come di Scipione, Cesare mette in evidenza solo gli scacchi.
Nota 7. Cio contro Cesare. Anche qui, le truppe si mostrano consapevoli del carattere civile del conflitto. Per l'insistenza sulla copertura legale del consolato vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 2, nota 2. - In questi due paragrafi (3-4), Cesare accusa Scipione di aver lasciato sguarniti la sua provincia e i confini orientali dell'"impero" (forse prima della fine del suo mandato proconsolare) per accorrere a concentrare le sue forze con quelle di Pompeo. Troviamo qui per la prima volta accennato un motivo, che sar poi sviluppato da autori successivi, in particolare da Lucano ("La guerra civile" o "Farsaglia", specialmente 1,8 e seguenti; 7,421 e seguenti): cio l'idea che la guerra civile ricacciava in secondo piano le guerre esterne e portava a un indebolimento dello stato. Di qui la sua insensatezza non solo da un punto di vista etico o umanitario, ma anche da quello utilitaristico (anch'esso a suo modo etico, ma ispirato a un'etica collettiva) degl'interessi dello stato. - Si noti anche che Cesare ritiene valido, quando gli torna a profitto, quel motivo del "terrore dei Parti", a cui aveva altra volta negato valore (vedi Commentario primo, capitolo 9,4; confronta capitolo 2, nota 3): nulla ci permette infatti di dire che, in questo momento, il timore di un tale conflitto fosse pi reale di allora. - Sull'utilizzazione politica di questo motivo vedi la nota 5 di questo capitolo.
Nota 8. Attuale Bergama (Turchia). Citt della Misia (Asia Minore), gi capitale del regno degli Attalidi, era il capoluogo della provincia romana d'Asia, le cui citt perpetuavano le tradizioni secolari di lusso e ricchezza proverbiali.

Note al capitolo trentaduesimo.
Nota 1. Poich alla fine del capitolo (paragrafo 6)  stata adottata la congettura "ut in Syria" ("allo stesso modo che in Siria"), si deve trattare qui della provincia d'Asia, a cui ci ha portato la fine del capitolo 31. Rimane tuttavia una difficolt d'ordine costituzionale: come pu Scipione agire in questo modo in una provincia che non  la sua?
Nota 2. Le prime rientrano nella categoria delle imposte sul lusso; le seconde dovevano colpire tutti indistintamente. Anche CICERONE, "Lettere ai familiari", 3,8,5 parla di queste tasse.
Nota 3. Nel testo latino, "imperium".
Nota 4. Vedi sopra Commentario primo, capitolo 6, nota 9.
Nota 5. Un'annotazione simile, sempre in tema di questioni finanziarie, al Commentario terzo, capitolo 1,3.
Nota 6. Vedi nota 1.
Nota 7. Sono i "conventus civium Romanorum", sui quali vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 19, nota 3; capitolo 36, nota 2.
Nota 8. Il riferimento, frutto del resto di una congettura, peraltro ovvia e accolta da tutti gli editori,  al senatoconsulto del 7 gennaio 49, che concedeva a Pompeo di servirsi del denaro pubblico: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 6,3; 14,1. Confronta APPIANO, "Le guerre civili", 2,34.
Nota 9. Vedi sopra, capitolo 31,2; confronta nota 1 di questo capitolo.

Note al capitolo trentatreesimo.
Nota 1. A Efeso (oggi Seltchuk, Turchia), una delle pi famose citt della Ionia, situata alla foce del Caistro (oggi Ktchk Menderes), sorgeva un famoso "Artemision" (tempio di Artemide, divinit corrispondente alla latina Diana). L'accusa di aver tentato d'impadronirsi di tesori dei templi  uno dei motivi utilizzati da Cesare nella sua propaganda antipompeiana: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 14,1 e nota 2; capitolo 6. nota 11: confronta capitolo 33,3 e nota 2; pi oltre, Commentario terzo, capitolo 105,1-2.

Note al capitolo trentaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 30,6.
Nota 2. Certamente le guarnigioni di cui sopra, Commentario terzo, capitolo 15,2.
Nota 3. Finora aveva conosciuto quello dell'Epiro e dell'Illirico.
Nota 4. Regione della Grecia, confinante a Ovest con l'Acarnania a Nord con l'Epiro, e a Est con la Tessaglia; a Sud col golfo di Corinto.
Nota 5. Ogni legione aveva un numero d'ordine, spesso seguito da un appellativo.
Nota 6. Dov'era diretto Scipione: vedi sopra, capitolo 33,2.
Nota 7. La parte occidentale, confinante con l'Illirico e con l'Epiro.

Note al capitolo trentacinquesimo.
Nota 1. Citt dell'Etolia meridionale. La prima sorge presso l'attuale Kastro di Kurtaga (Grecia), a una quindicina di chilometri dalla costa settentrionale del golfo di Corinto; la seconda (oggi Lepanto/Epaktos) s'affaccia sulla costa suddetta, circa 40 chilometri a Est di Calidone.
Nota 2. La Ventisettesima. Vedi sopra, capitolo 34,2.
Nota 3. Di questo illustre cittadino di Larissa (sulla quale vedi pi oltre, Commentario terzo, capitolo 80,4 e nota) parla anche CICERONE, "Lettere ai familiari", 13,25.

Note al capitolo trentaseiesimo.
Nota 1. Gneo Domizio Calvino: vedi sopra, capitolo 34,3.
Nota 2. Un pensiero analogo sopra, Commentario secondo, capitolo 4,4.
Nota 3. Vedi sopra, capitoli 34,2; 35,2.
Nota 4. Il numero  inconsuetamente elevato, ma Scipione s'apprestava ad allontanarsi parecchio dal campo.
Nota 5. Attuale Vistritza. Fiume principale della Macedonia meridionale, ha le sorgenti nel Pindo e si getta nel golfo Termaico (oggi golfo di Salonicco). Il confine passava in realt un po' pi a Sud del fiume.
Nota 6. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4,3. - Molto probabilmente il confine  quello con la Macedonia.
Nota 7. Si tratta di una diramazione meridionale del gruppo del Pindo segnante il confine tra la Tessaglia e l'Epiro.
Nota 8. Citt dell'Epiro meridionale, nei pressi del golfo omonimo (oggi Arta, Albania).
Nota 9. Si tratta degli "antecursores", su cui vedi sopra, Commentario primo, capitolo 16,3 e nota 3; e "La guerra gallica", 5,47,1.

Note al capitolo trentasettesimo.
Nota 1 Il campo di Scipione  quello in cui si era fortificato M. Favonio, sulla riva destra del fiume (vedi capitolo 36,3), il campo di Domizio si trovava invece a Nord del fiume, presso la sua riva sinistra.
Nota 2. Cio nonostante le condizioni sfavorevoli, determinate dal congiungimento delle forze di Scipione con quelle di Favonio. Cesare aveva sottolineato il carattere deciso di questo legato alla fine del capitolo precedente.
Nota 3. Questa  la cifra concordemente trdita dai manoscritti; ma, poich nella valle del Vistritza non ci sono pianure di tale ampiezza (circa 9 chilometri), alcuni editori o commentatori correggono il 6 in 2 (Stoffel) o in 3 (Loriti) (il secondo emendamento  paleograficamente preferibile). L'errore, tuttavia, potrebbe risalire allo stesso Cesare, che non fu in quei luoghi.
Nota 4. Secondo alcuni, quello che scorre nei pressi di Vantza.
Nota 5. Vedi sopra, capitolo 36,1.
Nota 6. La stessa espressione sopra, Commentario primo, capitolo 66,1; pi oltre, Commentario terzo, capitolo 38,1.
Nota 7. Di nuovo sulla riva destra dell'"Aliacmon"/Vistritza, ma non nel punto in cui s'era accampato Favonio; secondo alcuni presso Kesaria.

Note al capitolo trentottesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 37, nota 6.
Nota 2. Ogni unit di cavalleria ("ala", dalla posizione che aveva nello schieramento), era comandata da un "praefectus equitum" ("comandante dei cavalieri") e si suddivideva in un certo numero di "turmae" ("squadroni"): 24 nel caso di "ala miliaria" (di 1000 cavalieri); 16 nel caso di "ala quingenaria" (di 500 cavalieri). Vedi IGINO, "De munitione castrorum" ("Come fortificare gli accampamenti"), 16.

Note al capitolo trentanovesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 34,1.
Nota 2. I manoscritti hanno "Caninus" (con le varianti di "Caninius" e "Caninianus"), che era appunto il "cognomen" di questo personaggio, attestato da un'iscrizione (vedi "Corpus Inscriptionum Latinarum", 14,153). Confronta sopra, Commentario terzo, capitolo 15,6.
Nota 3. Il testo fa riferimento, propriamente, al "porto interno", situato alle spalle della citt e comunicante per mezzo di un canale con la baia di Valona (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 7, nota 1; pi oltre, capitolo 40,2).

Note al capitolo quarantesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,3.
Nota 2. Vedi la fine del capitolo precedente.
Nota 3. Cos si traduce qui l'espressione "ad libram", che i pi intendono invece: "di uguale altezza". Nel primo caso, scopo dei contrappesi era di ridurre le oscillazioni determinate dal rollio delle navi.
Nota 4. Vedi sopra, capitolo 39,2 e nota 3. - Le biremi erano navi a due ordini sovrapposti di remi. Per l'uso dei rulli confronta sopra, Commentario secondo, capitolo 10,7.
Nota 5. Vedi sopra, capitolo 39,2.
Nota 6. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,3.
Nota 7. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 12, nota 2.
Nota 8. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 29,3 e nota 4.
Nota 9. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 29,1 e nota 1.

Note al capitolo quarantunesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 30,7 e nota 4.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 11,3 e nota 6.
Nota 3. Sulla riva sinistra del fiume Genuso/Skumbi, come risulta da quanto  detto in seguito, capitolo 76,1.
Nota 4. Dopo gli scacchi subiti dalla flotta, si fa pi reale il pericolo d'un ritorno di Pompeo in Italia, lasciata alle spalle indifesa: per scongiurarlo, non resta a Cesare che affrontare subito il Magno.
Nota 5. Anzich puntare direttamente a Nord, Cesare, per celare il suo piano, opera un'ampia diversione verso Est.
Nota 6. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,1-2.

Note al capitolo quarantaduesimo.
Nota 1. Anticipato da Cesare a Durazzo, a cui tra l'altro faceva capo la via Egnazia, Pompeo si accampa una ventina di chilometri pi a Sud, a Petra (forse in corrispondenza dell'attuale Sasso Bianco/Chkam), una localit costiera, al riparo dai venti provenienti da Nord e da Est, che gli permetteva di rimanere in contatto con Durazzo per via di mare: vedi pi oltre, capitolo 44,1. Siamo intorno alla met di aprile del 48.
Nota 2. Abbiamo adottato la lezione "legatos" del codice quinto (gli altri codici hanno: "legatum").
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 11,3 e nota 6; capitolo 41,1.

Note al capitolo quarantatreesimo.
Nota 1. Sono colline di modesta altezza, che cingono la pianura costiera immediatamente a Sud di Durazzo.
Nota 2. Cesare si sente in dovere di giustificare la temerariet d'un'impresa cos vasta, che ha stupito, non sempre positivamente, contemporanei e posteri antichi e moderni: vedi DOLABELLA presso CICERONE, "Lettere ai familiari", 9,9,2; APPIANO, "Le guerre civili", 2,60-61; NAPOLEONE, "Prcis...", 11,4,4. In ogni caso, sembra che si sia ispirato alla tattica gi messa in opera ad Alesia, al cui assedio si richiama esplicitamente pi oltre, capitolo 47,5. - Si noter che, tra le motivazioni, Cesare non trascura quelle d'ordine psicologico.

Note al capitolo quarantaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 41,3.
Nota 2. La tattica di Pompeo consiste nell'opporre al gigantesco vallo di Cesare un'analoga linea di fortificazione, interna a quella, ma il pi possibile estesa. All'inizio del paragrafo l'opera di Cesare viene considerata ultimata, mentre  in corso di realizzazione, il testo  sospetto.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4,3-5.

Note al capitolo quarantacinquesimo.
Nota 1. Secondo Stoffel, il colle di Tilai.
Nota 2. Pi di una volta Pompeo  presentato nei "Commentari" come vanaglorioso.

Note al capitolo quarantaseiesimo.
Nota 1. La Nona: vedi sopra, capitolo 45,2.
Nota 2. Utilizzandoli cio come ponti.
Nota 3. Sono le pertiche piantate nel terreno per sostenere i graticci.
Nota 4. Le colline di Seferai, un po' alle spalle (circa 1,5 chilometri a Est) del colle di Tilai. Pompeo ha dunque raggiunto lo scopo di fare arretrare la linea di fortificazione cesariana. Cesare ha cercato di parare il colpo simulando una ritirata volontaria.

Note al capitolo quarantasettesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 43, nota 2.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 42, nota 1.
Nota 3. Si trovano, qua e l, nei "Commentari", osservazioni di carattere generale, teorico sull'arte della guerra. Qui, in particolare, esse riguardano la poliorcetica o tecnica dell'assedio.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, per esempio, capitolo 48,4-7.
Nota 5. Alesia (attualmente Alise-Sainte-Reine, presso Laumes, in Borgogna) era una citt dei Mandubii; Avarico (attualmente Bourges) era la capitale dei Biturigi in Aquitania. Entrambe furono espugnate da Cesare nel 52: vedi "La guerra gallica", 7,13-32; 68-89. Per Alesia vedi anche sopra. Commentario terzo, capitolo 43, nota 2: pi oltre, capitolo 73, nota 7.
Nota 6. Il soldato (e non soltanto il soldato) romano era soprattutto un mangiatore di frumento. Del resto, la cultura alimentare dell'Italia (come quella di altri paesi mediterranei e, in generale, di molti paesi poveri)  stata, fino a pochi anni fa, essenzialmente cerealicola.

Note al capitolo quarantottesimo.
Nota 1. I codici presentano la lezione "valeribus", evidentemente guasta.
Nota 2. Si tratta probabilmente dell'"arum esculentum", un tubero che cresce in Albania, dove  noto come "kelkass".
Nota 3. Anche questo fa parte della guerra psicologica. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 43, nota 2.

Note al capitolo quarantanovesimo.
Nota 1. E' una delle non frequenti indicazioni stagionali della "Guerra civile". A darla, Cesare  stato portato dal discorso sulle vettovaglie (capitoli 47,4-48). Siamo dunque almeno alla met di giugno = met di maggio del calendario riformato.
Nota 2 . L'anno precedente, in Spagna, i pompeiani avevano dovuto ammazzare essi stessi le bestie da soma: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 81,7 e nota 4.
Nota 3. Un'operazione analoga sopra, Commentario primo, capitolo 61,1 e nota 2.
Nota 4. Il capitolo si chiude ritornando, secondo la tecnica della composizione anulare ben nota ai prosatori classici (per esempio Erodoto), al punto di partenza.

Note al capitolo cinquantesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 47,1.
Nota 2. Sul gran numero di arcieri nell'esercito di Pompeo vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 4,3-5; 44,6.
Nota 3. A questo punto si apre nel testo un'ampia lacuna, della quale si riesce a ricostruire, "grosso modo", il contenuto, grazie alle fonti parallele (DIONE CASSIO, 41,50,3-4; FLORO, 2,13; SVETONIO, "Vita di Cesare", 68) e al seguito dello stesso racconto cesariano. In essa trovava posto una sortita di Cesare fin sotto le mura di Durazzo, per impedire il passaggio sulla terraferma di parte della cavalleria pompeiana, trasportata da Petra per mare. Della sua assenza approfittava Pompeo, mandando quattro legioni all'attacco di uno dei fortini cesariani, strenuamente difeso per quattro ore da una sola coorte della Sesta legione, fino all'arrivo del comandante interinale P. Cornelio Silla con due legioni. Da questo punto riprende la narrazione al capitolo 51.

Note al capitolo cinquantunesimo.
Nota 1. Letteralmente, Cesare dice d'avergli affidato il comando dell'accampamento.
Nota 2. I fortini erano posti in posizione elevata.
Nota 3. Come aveva giustificato la temerariet di Curione (vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 39 e nota 4), cos Cesare approva qui la prudenza e la disciplina di Silla. Finch possibile, egli prende la difesa dei suoi soldati e dei suoi ufficiali.

Note al capitolo cinquantaduesimo.
Nota 1. Senza dubbio, quelli che militavano nell'esercito di Cesare: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 83,5 e nota 3.

Note al capitolo cinquantatreesimo.
Nota 1. Il 25 giugno del 48.
Nota 2. A questi Cesare accennava nella lacuna tra i capitoli 50 e 51: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 50, nota 3.
Nota 3. Narrati ai capitoli 51-52 di questo Commentario.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 2; capitolo 13, nota 2, capitolo 77, nota 1.
Nota 5. Qui il termine  usato per propretore. Accusato "de repetundis" ("di concussione") per il suo governatorato del 62, era stato difeso nel 59 da Cicerone con l'orazione "pro Flacco" ("in difesa di Flacco").
Nota 6. Sulle insegne, probabilmente una per ogni coorte, vedi sopra Commentario primo, capitolo 40, nota 4.
Nota 7. Quella che per alcune ore aveva retto da sola l'urto delle legioni pompeiane: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 50, nota 3. Era probabilmente la ottava corte: vedi pi oltre, paragrafo 5 di questo capitolo.
Nota 8. 50000 denarii. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23, nota 3.
Nota 9. Con ogni probabilit, l'espressione ottavo grado indica che si trattava di un centurione dell'ottava coorte, che si vide direttamente promosso al primipilato (sul quale vedi sopra, Commentario primo, capitolo 13, nota 2). Del resto, l'esatto meccanismo di avanzamento dei centurioni  ancora oggetto di discussione.
Nota 10. Per i soldati semplici si trattava di "torques", "armillae", "phalerae" ("collane, braccialetti, borchie"), che troviamo spesso espressamente citate nelle iscrizioni d'et imperiale. - Per quanto riguarda la paga vedi sopra, Commentario primo, capitolo 52, nota 1. Sui donativi di vesti vedi LIVIO, "Storie", 7,37,2.

Note al capitolo cinquantaquattresimo.
Nota 1. Il racconto riprende dal capitolo 51,7.
Nota 2. Circa 4,50 metri.
Nota 3. Sono le "vineae" ("vigne", su cui vedi sopra, Commentario primo, capitolo 36, nota 2. Qui esse sono utilizzate per proteggere il passaggio da una parte all'altra delle fortificazioni.
Nota 4. Molto probabilmente, la notte tra il 30 giugno e il primo luglio (confronta sopra, capitolo 53, nota 1).

Note al capitolo cinquantacinquesimo.
Nota 1. Probabilmente tra Durazzo e Petra, presso il vallone di Chimbril; ma la topografia di questa campagna  tutt'altro che sicura.
Nota 2. Pompeo cura soprattutto le apparenze. Del resto, confronta sopra Commentario terzo, capitolo 46,4.

Note al capitolo cinquantaseiesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 34-36, dove tuttavia si parla di Etolia e Tessaglia. Tra queste due regioni si trova appunto l'Amfilochia, affacciantesi a Ovest sul golfo d'Ambracia (attuale Arta); tra quest'ultimo e il golfo di Corinto si estende l'Acarnania, confinante a Est con l'Etolia.
Nota 2. Qui il termine indica il Peloponneso. Assicuratesi le legioni a Nord dell'istmo di Corinto, Cesare intendeva dunque assicurarsi basi di appoggio anche a Sud di esso.
Nota 3. Di Corinto.
Nota 4. Delfi si trovava nella Focide; Tebe e Orcomeno, in Beozia.

Note al capitolo cinquantasettesimo.
Nota 1. Qui il termine sembra indicare, pi genericamente, la provincia di questo nome. Sulle diverse accezioni con cui  impiegato nei "Commentari" questo toponimo vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4, nota 2.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 36-38.
Nota 3. Ch'era quella di cercare fino all'ultimo una soluzione pacifica del conflitto. Cesare definisce questa linea politica come suo "pristinum institutum" ("antico proposito", ma anche "antico principio di condotta"), cos come aveva chiamato "meum institutum" il principio della clemenza: CESARE presso CICERONE, "Lettere ad Attico", 9,7C,2; confronta sopra, Commentario primo, capitolo 23, nota 4.
Nota 4. Precedenti proposte di pace erano state inoltrate per mezzo di Lucio Giulio Cesare e Lucio Roscio (Commentario primo, capitoli 9,5-11,3); di N. Magio (Commentario primo, capitoli 24,5; 26,2); di Caninio Rebilo (Commentario primo, capitolo 26,3-5), nel 49; di Vibullio Rufo (Commentario terzo, capitoli 10,2; 11,1; 18,34); di Bibulo e Libone (Commentario terzo, capitoli 15,6; 17,6;  l'unica iniziativa di pace di parte pompeiana), nel 48. A ci sono da aggiungere: nel 49 la proposta, fatta da Cesare stesso in Senato, d'inviare delegazioni senatoriali a Pompeo per trattare la pace (Commentario primo, capitoli 32,8-33,4); e nel 48, le trattative informali di Publio Vatinio presso il fiume Apso (Commentario terzo capitolo 19).
Nota 5. L'"auctoritas" ("ascendente", "prestigio") di Scipione nei confronti di Pompeo deriva in parte dalla vita privata (ne era il suocero) in parte dal diritto pubblico: era infatti ancora rivestito dell'"imperium" ricevuto come proconsole di Siria (per la possibilit di mantenere l'"imperium" al di l dei termini del mandato promagistratuale vedi sopra, Commentario primo, capitolo 85, nota 11; oltretutto, il suo mandato non era forse ancora scaduto) ed era perci l'unico a detenere ancora un comando indipendente, come sottolinea lo stesso Cesare; poteva perci trattare con Pompeo - come a suo tempo Domizio: vedi sopra Commentario primo, capitolo 17, nota 1 - da pari a pari anche se a Pompeo il Senato aveva affidato la direzione generale della guerra.
Nota 6. A lui solo, e non a Pompeo e a Cesare. Cesare cerca di fare leva sulla vanit di Scipione: un tratto caratteristico del personaggio e, pi in generale, dei capi pompeiani (naturalmente nel quadro che Cesare ne dipinge).
Nota 7. Anzich parlare genericamente della "repubblica", Cesare si riferisce in concreto alle diverse parti di cui essa consta (l'Italia e le province) e ne riassume la totalit con il concetto di "impero" ("imperium") Alcuni studiosi hanno attribuito a quest'espressione il valore di una formulazione programmatica.
Nota 8. Bench fosse a lui subordinato. Il tentativo di spezzare l'unit del fronte pompeiano viene cos a fallire. Con esso, naufraga anche l'ultimo tentativo di pace fatto da Cesare.

Note al capitolo cinquantottesimo.
Nota 1. Evidentemente nell'attuale lacuna tra i capitoli 50 e 51 del Commentario terzo: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 50, nota 3. Durazzo sorge su una penisola. I due stretti passaggi bloccati da Cesare sono: l'istmo che a Nord-Ovest collega la penisola alla terraferma; e il ponte che a Sud-Est collega l'estremit meridionale della penisola pure alla terraferma.
Nota 2. La manovra di Pompeo aveva avuto come scopo, oltre a quello di provvedere foraggio per i cavalli, di stornare Cesare dalla sua linea fortificata per lanciare contro di essa, parzialmente sguarnita, un massiccio attacco: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 50, nota 3; capitolo 51.
Nota 3. Frequenti su quella costa paludosa.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 56, nota 1.

Note al capitolo cinquantanovesimo.
Nota 1. Popolazione celtica, stanziata tra il Rodano, l'Isre, le Alpi Graie e il lago di Ginevra (distretti del Delfinato e della Savoia).
Nota 2. Si adotta la lezione di uno dei codici.
Nota 3. S'intende, il consiglio degli Allobrogi. Tali organismi dei popoli celtici sono regolarmente interpretati da Cesare secondo il modello del Senato romano: vedi "La guerra gallica", 1,31,6; 2,5,1; 28,7; 3,16,4; 17,3; 4,11,3; 5,54,3; 7,32,5; 33,2; 55,4. Confronta, con riferimento ad altre popolazioni, "La guerra civile", Commentario secondo capitoli 3,2; 19,2.
Nota 4. Si tratta del bottino.

Note al capitolo sessantesimo.
Nota 1. Cesare parla, propriamente, di "clientes", ("clienti"): anche qui si tratta di un'interpretazione romana: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 59, nota 3.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 38, nota 2.
Nota 3. Questi Allobrogi non vogliono presentarsi a Pompeo con le mani vuote: i cavalli surrogano la mancata uccisione di Voluseno.

Note al capitolo sessantunesimo.
Nota 1. Contrariamente all'uso consueto, qui "iumenta" non possono essere che i cavalli: vedi la fine del capitolo precedente.
Nota 2. E Labieno (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 15, nota 2, sotto Commentario terzo, capitolo 71,4)? Ma qui si parla di soldati semplici.
Nota 3. Inserita a questo punto (capitoli 59-61), la storia di questi transfughi ha lo scopo di ridimensionare i meriti di Pompeo nell'impresa raccontata a partire dal capitolo 62.

Note al capitolo sessantaduesimo.
Nota 1. Il filo del racconto riprende da Commentario terzo, capitolo 58,5.
Nota 2. Cio all'estremit meridionale delle linee di Cesare, che s'avvicinavano alla costa nei pressi del limite Sud del golfo di Durazzo, 1,5 chilometri circa a Sud del fiume "Palamnus" (attuale Lesnikia), alla cui foce faceva capo il settore sinistro delle linee di Pompeo. Gli accampamenti generali di Cesare e di Pompeo erano invece situati all'estremit opposta (settentrionale) delle rispettive linee, tra Durazzo e Petra.
Nota 3. Sulle funzioni del questore vedi sopra, Commentario primo, capitolo 23, nota 1.
Nota 4. Il campo di Marcellino e di Postumo si trovava dunque nei pressi dell'estremit meridionale del vallo cesariano, nelle vicinanze di Cavaa.

Note al capitolo sessantatreesimo.
Nota 1. Per l'equivalenza metrica del piede romano vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 1, nota 8. La prima linea, analiticamente descritta nelle sue componenti,  quella rivolta a Nord, verso le linee nemiche; la seconda, che correva - senz'altro parallela -180 metri circa alle spalle della prima, era stata predisposta, com' chiarito al paragrafo 2, contro un attacco da Sud, proveniente dal mare.
Nota 2. 25-26 chilometri. Quella di Pompeo, interna a questa, ne misurava 22 circa: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 44,3.
Nota 3. Cio il corridoio di 180 metri circa di larghezza delimitato dalle due linee non era ancora stato bloccato da un vallo trasversale, "grosso modo" parallelo alla costa, che ne congiungesse gli estremi.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 59-61.
Nota 5. Il passo presenta, nella tradizione manoscritta, parecchie incertezze.
Nota 6. Quella pi a Sud.
Nota 7. Appositamente trasportato con le navi: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 62,2-3.
Nota 8. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 62,1.
Nota 9. Vedi sopra, paragrafo 34 di questo capitolo.

Note al capitolo sessantaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 62,4 e nota 4.
Nota 2. Forse  caduto, nel testo latino, il numero delle coorti.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 40, nota 4.
Nota 4. Nel testo, "princeps prior", cio colui che comanda la centuria "prior" del manipolo dei "principes": vedi sopra, Commentario primo, capitolo 13 nota 2; capitolo 74, nota 1. - Erano dunque morti gli altri quattro centurioni nella prima coorte, infatti - che  quella presso la quale stava di regola l'aquila della legione - manca il "pilus posterior".

Note al capitolo sessantacinquesimo.
Nota 1. Antonio era probabilmente accampato sulle colline di Djefa, 5 chilometri circa a Nord del campo di Marcellino.
Nota 2. Contrariamente all'uso consueto, il numero non  precisato. Confronta sopra, Commentario terzo, capitolo 64, nota 3.
Nota 3. Cesare riconosce sia la sconfitta subita sul campo, sia il fallimento della tattica del blocco (su questo secondo punto il suo giudizio sembra eccessivamente negativo).

Note al capitolo sessantaseiesimo.
Nota 1. Questo campo si trovava poco a Sud del fiume Lesnikia, a breve distanza dalla costa (vedi pi oltre, paragrafo 3).
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 45-46.
Nota 3. 450 metri circa.
Nota 4. 3 chilometri circa pi a monte, se si tratta, come sembrerebbe, del campo di Marcellino (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 62, nota 4).
Nota 5. Si tratta dell'angolo sinistro dal punto di vista della linea fortificata di Pompeo, quindi dell'angolo di Nord-Est. Di qui al fiume Palamnus/Lesnikia la distanza era dunque di 600 metri circa.
Nota 6. Una formula simile in Commentario terzo, capitolo 17,1.

Note al capitolo sessantasettesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 66,1.
Nota 2. Cio mezzo miglio = 740 metri circa.
Nota 3. Al posto del consueto schieramento su tre linee ("acies triplex").
Nota 4. Vedi per esempio sopra, Commentario terzo, capitolo 64,4.
Nota 5. Cio dal vallo.
Nota 6. Nel testo, "ericius" = "riccio", una lunga trave irta di spuntoni di ferro.
Nota 7. Nella lacuna che segue il Commentario secondo, capitolo 44 o il Commentario terzo, capitolo 8. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 44, nota 3; Commentario terzo, capitolo 8, nota 5.

Note al capitolo sessantottesimo.
Nota 1. Idee analoghe sopra, Commentario terzo, capitolo 10,6, e "La guerra gallica", 6,30,2; 35,2.
Nota 2. Queste coorti non appartenevano, evidentemente, alla Nona legione. Quanto a Cesare, ha tenuto a precisare che egli si trovava all'ala sinistra: vedi capitolo precedente, paragrafo 4.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 66,6.

Note al capitolo sessantanovesimo.
Nota 1. Si  qui mantenuta la lezione "V legionem" dei codici L, MUR, che la maggior parte degli editori emenda in "V legiones" ("cinque legioni").
Nota 2. E' quella di cui si parla al capitolo 67,6.
Nota 3. E' la porta che si apre sul lato posteriore dell'accampamento, dalla parte opposta rispetto alla porta "praetoria", rivolta invece verso il nemico.
Nota 4. Vedi sopra, capitolo precedente, nota 2.
Nota 5. Cio tra la trincea, che congiungeva il vecchio accampamento col fiume, e il nuovo accampamento di Pompeo, situato presso la costa.
Nota 6. Poich ai dieci piedi della trincea ne vanno aggiunti probabilmente altrettanti di profondit del fossato, il salto doveva essere di 6 metri circa.
Nota 7. Dalla porta decumana, presso la quale avevano sospinto i soldati pompeiani (vedi 2 e nota 3), verso la porta pretoria, per uscire dal campo prima di essere raggiunti alle spalle da Pompeo.

Note al capitolo settantesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 69,2.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 68,1.
Nota 3. Una formulazione analoga al capitolo 36,8 di questo Commentario.

Note al capitolo settantunesimo.
nota 1. Intorno alla met di luglio del 48 (le date proposte, in parte sulla base di SVETONIO, "Vita di Cesare", 35,1, oscillano tra il 6 e il 17). Nelle fonti parallele il numero dei morti varia dai 1000 di PLUTARCO, "Vita di Cesare", 41,1 (lo stesso Plutarco, nella "Vita di Pompeo", 65,3, seguendo evidentemente una fonte pi ostile a Cesare, d 2000) ai 4000 di PAOLO OROSIO, "Storia contro i pagani", 6,15,21.
Nota 2. Il testo  corrotto. Dopo le perdite della fanteria, ci aspetteremmo quelle complessive della cavalleria. Ma il testo parla invece semplicemente di alcuni "equites Romani", cio di appartenenti all'ordine equestre (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 51, nota 2). Per di pi il primo personaggio citato  l'unico della lista di cui non sia indicato il prenome e presenta una formazione onomastica di tipo inconsueto se Tuticano  il gentilizio e Gallo il "cognomen". Ma Gallo potrebbe essere l'etnico ("della Gallia"), cos come degli altri  indicata l'"origo" (la citt di origine): in questo caso sarebbe figlio di un "senatore" gallico (si  gi visto che Cesare interpreta romanamente le istituzioni celtiche: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 59,2 e nota 3), ma non potrebbe essere un cavaliere romano. Alcuni editori suppongono perci una lacuna dopo "soldati" e traspongono la frase "e cavalieri romani noti" dopo "Tuticano Gallo, figlio del senatore". Quest'ultimo sarebbe perci citato come esempio illustre tra le perdite della cavalleria, nella quale avevano largo spazio le forze ausiliarie.
Nota 3. Piacenza era colonia romana nel territorio della Gallia Cisalpina; Pozzuoli e Capua, colonie romane in Campania. Su Capua vedi anche sopra, Commentario primo, capitolo 14, nota 5.
Nota 4. "Cinque" (V)  emendamento di "L", "cinquanta", della tradizione manoscritta, una cifra assurdamente eccessiva. Sui tribuni militari e sui centurioni vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 2; capitolo 13, nota 2.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 26, nota 1. Il titolo poteva essere posposto al nome nel prescritto delle lettere.
Nota 6. Le corone d'alloro erano concesse in seguito all'acclamazione imperatoria. Sui fasci vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 32, nota 11. Probabilmente Pompeo non si valse dei diritti connessi col titolo d'"imperator", perch l'aveva ottenuto per una vittoria riportata in una guerra civile.
Nota 7. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 15, nota 2; e "Indice dei nomi di persona".
Nota 8. La violenza, anche verbale,  uno dei tratti di Labieno: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 19,6 e nota 3.

Note al capitolo settantaduesimo.
Nota 1. Concetti analoghi sopra, Commentario terzo, capitoli 68,1; 70,2.
Nota 2. Questo capitolo e buona parte del precedente mirano a ridurre la portata della vittoria di Durazzo, sottraendone parte del merito ai pompeiani, di cui vengono poste in risalto la crudelt (capitolo 71,4) e la iattanza (capitolo 72).

Note al capitolo settantatreesimo.
Nota 1. Cio quello di bloccare Pompeo.
Nota 2. L'elogio, motivato dall'economia del discorso, va ad Afranio e Petreio, certamente pi che a Varrone. Quanto ai soldati fatti per la guerra, potrebbero essere, pi che i legionari, gli ausiliari delle province spagnole, di cui anche altrove Cesare ha sottolineato la bellicosit: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 85,8.
Nota 3. Generalmente s'intende la Sicilia e la Sardegna (vedi sopra, Commentario primo, capitoli 30-31; confronta Commentario terzo, capitolo 10,5), ma L.-A. Costans e P. Fabre, in considerazione dell'aggettivo "vicine" ("finitimas"), pensano che si tratti della Tessaglia, dell'Etolia e della Macedonia (vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 34-36; 56,1). Tuttavia, possono queste province essere definite "molto fertili" (nel testo "frumentarias", "ricche di grano")? "Finitimas" pu essere inteso rispetto all'Italia, a cui Sicilia e Sardegna sono "vicine", anche se non "confinanti".
Nota 4. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 5-8; 25-29.
Nota 5. Sar un concetto caro al Machiavelli. - Un analogo riepilogo dei passati successi nella "contio" ("arringa") di Curione, dove pure ricorre il motivo della Fortuna: vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 32, specialmente paragrafi 5-6; 11-13.
Nota 6. Nel testo, "Fortuna".
Nota 7. Citt della Gallia, nell'Arvernia, non lontana dall'odierna Clermont-Ferrand, che Cesare aveva invano assediato nel 52, ricompensato tuttavia poco dopo dalla vittoria finale ad Alesia: vedi "La guerra gallica", 7,36-53. - Sul ricordo di Alesia durante la campagna di Durazzo, vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 43, nota 2; capitolo 47,5.
Nota 8. Cio Pompeo avrebbe dovuto accettare la battaglia campale alla quale da mesi sfuggiva.

Note al capitolo settantaquattresimo.
Nota 1. Perch avevano abbandonato le insegne: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 69,4. Poich il signifero non ha un rango superiore a quello del soldato semplice, ma solo una funzione speciale (un "munus"), la degradazione consiste semplicemente nella perdita di questa funzione. Vedi anche sopra, Commentario primo, capitolo 40, nota 4.
Nota 2. Perch le carovane, che portavano le derrate dalle regioni vicine (vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 34-36), non erano pi protette dal vallo contro gli assalti della cavalleria pompeiana.

Note al capitolo settantacinquesimo.
Nota 1. Per Apollonia, vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5, nota 2. Non si deve intendere che dovessero compiere in una sola tappa l'intero tragitto fino ad Apollonia (ben pi di 50 chilometri!), ma che dovevano percorrere la tappa fino al fiume Genuso senza soste: vedi infatti pi oltre, capitolo 77,1; confronta capitolo 76,1.
Nota 2. Erano quattro (Cesare ne aveva con s sette).
Nota 3. Il testo dei codici  qui alterato. La maggior parte degli editori accoglie l'emendamento "serissime" ("il pi tardi possibile"), ma il segnale di partenza ("conclamari", corrispondente a "conclamare vasa" - vedi sopra, Commentario primo, capitolo 67,2; e pi oltre, Commentario terzo, capitoli 37,4; 38,1 - non pu avere altro senso) produceva proprio l'effetto contrario. Meglio perci l'emendamento del Fabre (pi vicino del resto alla lezione dei codici): "quam suetissima", "la pi consueta possibile". Suonando il segnale, Cesare intende dare alla partenza l'aspetto d'una manovra ordinaria, anzich d'una fuga precipitosa.
Nota 4. Vedi paragrafo 1.
Nota 5. Fiume dell'Illirico (attuale Skumbi), che si getta nell'Adriatico una cinquantina di chilometri a Nord di Apollonia. Le sue rive scoscese superano, in alcuni punti, i 5 metri di profondit.
Nota 6. Si tratta degli "antesignani", sui quali vedi sopra, Commentario primo. capitolo 43, nota 4.

Note al capitolo settantaseiesimo.
Nota 1. La marcia regolare ("iustum iter") era di circa 5 ore, pari a 25 chilometri. Altre volte si parla di "grande marcia" ("iter magnum"), di circa 7 ore = circa 30 chilometri, e di "marcia forzata" ("iter maximum") senza limiti prefissati. Percorrendo circa 25 chilometri Cesare ha attraversato il fiume Genuso/Skumbi: il luogo in cui aveva radunato l'esercito (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 73,2) e da cui era partito si trovava dunque a Est dell'estremit meridionale del golfo di Durazzo, qualche chilometro a Sud del fiume Palamnus/Lesnikia.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 41,1 e nota 3; capitolo 30,7 e nota 4. Poich il campo di Cesare  "di rimpetto" ad Asparagio,  probabile che questa citt si trovasse sulla riva destra del fiume.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 41,1.
Nota 4. Circa 25 chilometri: vedi nota 1 di questo capitolo (Pompeo era accampato un po' pi a Ovest di Cesare).
Nota 5. Oltre alla "marcia regolare" compiuta in mattinata (erano partiti poco prima dell'alba: vedi sopra, capitolo 75,2), Cesare fa percorrere all'esercito una seconda semitappa di circa 12 chilometri.

Note al capitolo settantasettesimo.
Nota 1. E' questo il secondo giorno della marcia verso Apollonia. Secondo lo Stoffel, l'8 luglio; secondo altri, poco dopo la met del mese.
Nota 2. Dal fiume Genuso/Skumbi ad Apollonia/Poiani ci sono poco meno di 40 chilometri. Di questi, almeno 12 sono stati percorsi nella seconda "semitappa" della prima giornata (vedi sopra capitolo 76,4 e nota 5). Ne restavano dunque poco pi di 25, percorribili in una giornata o al massimo in due: stupisce perci l'espressione "nei giorni successivi" (s'intende, al secondo giorno dall'inizio dello spostamento), che ritorna al paragrafo 3, dove per di pi si parla di "grandi marce" di Pompeo. In considerazione di ci, alcuni studiosi identificano Apollonia, anzich con Poiani, con Avlona/Valona, 30 chilometri circa a Sud del fiume "Aous"/Voiutza e a una quarantina di chilometri da Poiani. In questo caso, i fiumi a cui accenna il paragrafo 2 sarebbero l'Apso/Semeni (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 13, nota 5) e l'"Aous"/Voiutza.
Nota 3. Vedi la nota precedente.
Nota 4. Anzich per marce regolari, procedeva per grandi marce: vedi capitolo precedente, nota 1.

Note al capitolo settantottesimo.
Nota 1. Si tratta di Domizio Calvino, mandato da Cesare in Macedonia (vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 34; 36-38), e che si trovava allora a Eraclea (vedi pi oltre, capitolo 79,2).
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,1-2.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 7, nota 1.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 28, nota 1.
Nota 5. Regione dell'Epiro sud-orientale, confinante con la Macedonia e con la Tessaglia.
Nota 6. Scipione si era acquartierato presso il fiume Alicmone (vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 37-38, specialmente capitolo 37,1); ma, alla notizia della partenza di Cesare e di Pompeo dalla zona di Durazzo, aveva preso a muoversi in direzione di Larissa (vedi pi oltre, capitolo 80,4).
Nota 7. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 29,2.

Note al capitolo settantanovesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 11, nota 2. Pompeo, che, nell'inseguimento di Cesare, non si era spinto molto a Sud del fiume Genuso (vedi sopra, capitoli 75,4-76,2; 77,3), poteva utilizzare la via Egnazia, che mesi prima aveva percorso in senso opposto: vedi sopra Commentario terzo, capitolo 11,2 e nota 2.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 37,1.
Nota 3. Si tratta di Eraclea Lyncestis, citt della Macedonia, comunemente identificata con l'attuale Monastir/Bitola (Jugoslavia) sulla via Egnazia, a Nord-Est del lago "Lychnitis" (odierno Ochryda). Cesare ignaro di questo spostamento, si stava dirigendo pi a Sud, verso il vecchio campo sull'Alicmone (vedi capitolo precedente, paragrafo 4).
Nota 4. Vedi sopra, capitolo 78,4.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 59-61.
Nota 6. Citt dell'Epiro nell'alta valle del fiume Peneo (attuale Salamvria), al confine con la Tessaglia e in prossimit di quello con la Macedonia, nei pressi dell'odierna Kalabaka, sulla strada che, attraverso il passo di Zigos, congiungeva appunto l'Epiro con la Tessaglia.

Note al capitolo ottantesimo.
Nota 1. Il congiungimento sarebbe avvenuto a Eginio il 24 luglio (Stoffel).
Nota 2. E' l'attuale Palaeo-Episkopis (Grecia), 20 chilometri circa a Sud-Ovest di Eginio. Sulla strada, vedi capitolo precedente, nota 6.
Nota 3. Sulle legazioni dalla Tessaglia vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 34,2.
Nota 4. Vedi capitolo 79,4.
Nota 5. Qui "pretore"  usato nel senso militare di comandante supremo di una regione in stato di guerra.
Nota 6. Non era dunque molto distante da Gomfi. Larisa (attuale Larissa, Grecia), presso la riva destra del medio Peneo, 70 chilometri circa a Est di Gomfi, era la principale citt della Tessaglia.
Nota 7. Le solite macchine e strumenti d'assedio. Su queste gallerie di legno, chiamate "musculi", vedi sopra, Commentario secondo, capitolo 10,1 e nota 1.
Nota 8. Il 26 luglio del 48.
Nota 9. Una delle rare volte in cui Cesare non fa sfoggio di moderazione. Ma  ancora troppo bruciante il ricordo dello scacco di Durazzo.
Nota 10. Citt della Tessaglia nord-occidentale 20 chilometri circa a Sud-Est di Gomfi (attuale Palaeo-kastro, Grecia).

Note al capitolo ottantunesimo.
Nota 1. Vedi capitolo precedente, paragrafo 2.
Nota 2. Vedi capitolo precedente, paragrafo 4.
Nota 3. La pianura di Farsalo, a Sud-Est di Metropoli. - Siamo alla fine di luglio. Ripresa, dopo l'estenuante guerra di posizione presso Durazzo, la guerra di movimento, Cesare l'ha portata avanti con rapidit prodigiosa. Tra la presa di Gomfi e l'arrivo nella piana di Farsalo trascorsero forse meno dei sette giorni di cui parla APPIANO, "Le guerre civili", 2,64.

Note al capitolo ottantaduesimo.
Nota 1. Secondo Stoffel, il congiungimento con l'esercito di Scipione avvenne il primo agosto.
Nota 2. Propriamente, il "pretorio" o tenda del comandante supremo (vedi sopra, Commentario primo, capitolo 76, nota 1). Con questi onori, Pompeo riconosce al suocero un "potere di comando" pari al suo: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 57, nota 5.
Nota 3. Congiunte, in Roma, con l'attivit politica, con la sola eccezione del "flamen Dialis" ("flamine di Giove").
Nota 4. Potrebbe essere il capolavoro dell'ironia cesariana, se questo racconto non fosse confermato da Cicerone ("Lettere ad Attico", 11,6,2).
Nota 5. Vedi l'"Indice dei nomi di persona". Dopo avere invano conteso a Celio l'edilit, Irro intendeva dunque candidarsi alla pretura per il 47.
Nota 6. Si ripropone, dunque, la questione della "ratio absentis", ch'era stata, in fondo, il "casus belli" tra Cesare e Pompeo: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 9, nota 1; capitolo 32, nota 4.

Note al capitolo ottantatreesimo.
Nota 1. Lucio Domizio Enobarbo.
Nota 2. Il pontificato massimo, che Cesare ricopriva dal 63. Vedi anche sopra, Commentario terzo, capitolo 1, nota 2. L'elezione del pontefice massimo, che avveniva un tempo per cooptazione all'interno del collegio dei pontefici, era stata trasferita ai comizi centuriati proprio in vista della nomina di Cesare. Secondo Cicerone, anche Lentulo Crure partecipava alla contesa: "Lettere ad Attico", 11,6,6.
Nota 3. Afranio s'era mostrato meno risoluto di Petreio: vedi in particolare sopra, Commentario primo, capitolo 75,1-2.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 1.
Nota 5. I tre registri proposti da Domizio s'ispirano alle tre tavolette a disposizione dei giudici per emettere le sentenze, recanti rispettivamente le sigle "A" ("absolvo", "assolvo"), "C" ("condemno", "condanno"), "N.L." ("non liquet", "non  chiaro", noi diremmo: assoluzione per insufficienza di prove).

Note al capitolo ottantaquattresimo.
Nota 1. Secondo APPIANO, "Le guerre civili", 2,65, la distanza tra i due era di 30 stadi = 5,5 chilometri circa.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 75,5.
Nota 3. Sono gli "antesignani": vedi sopra, Commentario primo, capitolo 43, nota 4 Commentario terzo, capitolo 75, nota 6.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 59-61.

Note al capitolo ottantacinquesimo.
Nota 1. Cesare non d indicazioni precise sulla topografia della campagna di Farsalo (il cui nome, tra l'altro, non ricorre mai nei "Commentari"), che  stata perci variamente ricostruita. Secondo Stoffel, il campo di Pompeo era posto sulle pendici del Karadja-Ahmet, sulla riva sinistra del fiume Enipeo (oggi Tsanarlis, Grecia) nel punto in cui questo, con un'ampia ansa, piega verso Ovest; quello di Cesare circa 5,5 chilometri pi a Ovest, nei pressi del colle di Krindir, 4 chilometri a Nord-Nordest di Farsalo.

Note al capitolo ottantaseiesimo.
Nota 1. L'ala destra di Cesare era rivolta verso l'aperta pianura, l'ala sinistra era protetta dalla riva sinistra del fiume Enipeo, nel tratto in cui questo scorre da Est verso Ovest.

Note al capitolo ottantasettesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 2,3.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 2,2-3.
Nota 3. Contrariamente all'uso cesariano, il numero non  precisato. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 65,2 e nota 2.
Nota 4. La parte della Cisalpina situata a Nord del Po, dove frequenti erano le colonie romane (alcune dedotte dallo stesso Cesare: per esempio, "Novum Comum", attuale Como).
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 71,1.
Nota 6. Simili giuramenti spettacolari rientrano nel carattere del personaggio, che del resto, transfuga, sentiva il bisogno di dare prove di fedelt: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 13,3.
Nota 7. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 83,4.

Note al capitolo ottantottesimo.
Nota 1. Sono le due legioni sottratte a Cesare col pretesto di una minaccia partica: vedi sopra, Commentario primo, capitoli 2,3 e nota 3; 4,5; 9,4; 32,6. Nell'esercito di Cesare erano la Sesta e la Quindicesima.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4,1.
Nota 3. Non se ne fa cenno nel testo trdito dei "Commentari". O la notizia si trovava in una parte del testo andata perduta (per esempio la lacuna tra i capitoli 50 e 51 del Commentario terzo); oppure ci troviamo di fronte a una dimenticanza di Cesare. Imprecisioni di questo genere (se di tali si tratta - vedi anche, per esempio Commentario terzo capitolo 56,1 e nota) potrebbero confermare l'incompiutezza della guerra civile (vedi sopra, "Introduzione").
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 2; capitolo 75, nota 4.
Nota 5. Senza dubbio l'Enipeo (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 85, nota 1), il cui nome tuttavia non ricorre mai nella "Guerra civile" e al quale Cesare si riferisce pi avanti (capitolo 97,4) col termine "flumen", "fiume", sempre che si tratti dello stesso corso d'acqua, mentre qui esso  designato come "rivus" (propriamente "ruscello"). Le sponde di questo fiume hanno, in questo tratto, una profondit di 5-6 metri.

Note al capitolo ottantanovesimo.
Nota 1. Vedi per esempio sopra, Commentario terzo, capitolo 67,3-4. Questa volta l'ala sinistra  la pi tranquilla, perch protetta dal fiume Enipeo: Cesare vi schiera le legioni pi malridotte.
Nota 2. Le coorti di Cesare erano dunque pi assottigliate di quelle di Pompeo (vedi capitolo precedente, paragrafi 4-5).
Nota 3. Secondo APPIANO, "Le guerre civili", 2,75, a guardia del campo erano rimasti 2000 uomini, cifra che corrisponderebbe piuttosto a sette delle coorti assottigliate di Cesare.
Nota 4. Dunque all'ala destra: vedi capitolo precedente, paragrafo 2. - Gneo Domizio  il Calvino.
Nota 5. Vedi sopra, capitolo 88.
Nota 6. Evidentemente, a riparo della propria ala destra. L'esercito era stato schierato regolarmente su tre linee.
Nota 7. Il "vexillum", un drappo solitamente rosso.

Note al capitolo novantesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 19,5-7, capitoli 16-17 (quest'ultima trattativa  avviata dai pompeiani). Cesare ricorda qui solo gli ultimi tentativi di pace. Per il suo "studium pacis" ("desiderio della pace") vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 57, note 3 e 4.
Nota 2. Un concetto analogo sopra, Commentario primo, capitolo 72,3. Moderazione e clemenza sono rese particolarmente necessarie dal carattere civile del conflitto.

Note al capitolo novantunesimo.
Nota 1. Nel testo, "evocatus". Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 2.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 13, nota 2.
Nota 3. Nella breve esortazione di Crastino, Cesare ha nuovamente sintetizzato gli scopi della guerra civile: restaurazione del proprio onore ("dignitas") e della libert dei cittadini romani, oppressi da una "fazione di pochi" ("factio paucorum"). Vedi sopra, Commentario primo, capitoli 7,7; 9,2-3 e 5; 22,5 e nota 2; 32,4.

Note al capitolo novantaduesimo.
Nota 1. Perch avrebbero dovuto percorrere, anzich la met, l'intera distanza che separava i due schieramenti.
Nota 2. E' una delle non infrequenti osservazioni di Cesare sull'arte della guerra. La tattica di Pompeo, riprovata da Cesare per ragioni psicologiche, riscosse - al dire di Appiano ("Le guerre civili", 2, 79) anche dei consensi.

Note al capitolo novantatreesimo.
Nota 1. Il primo attacco veniva portato a distanza per mezzo delle armi da getto (qui "pila", "giavellotti"); ad esso subentrava poi la lotta a corpo a corpo con le spade.
Nota 2. L'elogio potrebbe stupire. Ma, oltre che accrescere, di riflesso, il merito dei cesariani, si deve tener presente che le critiche di Cesare sono rivolte quasi sempre ai comandanti, non alla truppa (contrapposti nella maniera pi evidente in Commentario primo, capitolo 85,2-3).
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 86,3 e nota 1.
Nota 4. Sette volte meno numerosa di quella pompeiana (1000 cavalieri contro 7000: confronta APPIANO, "Le guerre civili", 2,70), ch'era comandata da Labieno (PLUTARCO, "Vita di Pompeo", 61,1).
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 89,4 e nota 6.
Nota 6. Le alture di Karadja-Ahmet: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 85, nota 1.
Nota 7. Le coorti disposte da Cesare dietro la propria cavalleria non si limitano a disperdere quella nemica, ma, sullo slancio, attaccano anche il fianco sinistro della fanteria pompeiana. - L'insolito attacco di fanteria ai cavalli nemici (le fonti parallele - APPIANO, "Le guerre civili", 2,76 e 78; PLUTARCO, "Vita di Cesare", 45 e "Vita di Pompeo", 69 e 71; FLORO, 2,13, etcetera - parlano anche dell'ordine, dato da Cesare, di colpire i cavalieri al volto utilizzando i giavellotti come spade) ha mandato in frantumi la tattica di Pompeo, segnando l'inizio della disfatta: vedi capitolo seguente, paragrafo 3.

Note al capitolo novantaquattresimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 89,4.
Nota 2. Vedi capitolo precedente, paragrafi 5-8.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 69, nota 3.
Nota 4. Non una parola di commento - secondo una tecnica spesso usata nei "Commentari" - allo sconcertante comportamento di Pompeo.

Note al capitolo novantacinquesimo.
Nota 1. E aveva avuto inizio all'alba: PLUTARCO, "Vita di Cesare", 43,3. Per di pi siamo in piena estate: la battaglia ebbe luogo il 9 agosto (= 28 o 29 giugno del calendario riformato, secondo le equivalenze proposte da Stoffel e da Le Verrier).
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 88,5.
Nota 3. La stessa espressione (nel testo, "altissimos montis"), per indicare le stesse alture, al capitolo 93,6: vedi ivi, nota 6; Commentario terzo, capitolo 85, nota 1.

Note al capitolo novantaseiesimo.
Nota 1. Quella posteriore: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 69, nota 3; confronta capitolo 76,1.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 80, nota 6.
Nota 3. Alla foce del Peneo/Tsanarlis, circa 40 chilometri a Nord-Est di Larissa. Da Farsalo a Larissa, Pompeo ne aveva percorsi un'altra cinquantina. - Su questa fuga, vedi soprattutto PLUTARCO, "Vita di Pompeo", 73 e seguenti.
Nota 4. Cio della sua cavalleria.

Note al capitolo novantasettesimo.
Nota 1. Quello su cui s'erano rifugiati i pompeiani: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 93,6 e nota 6; capitolo 95,5.
Nota 2. Probabilmente, anzich puntare direttamente su Larissa attraversando l'Enipeo alle spalle del Karadja-Ahmet, prese a seguire il corso del fiume.
Nota 3. Secondo Stoffel si tratterebbe ancora del Karadja-Ahmet e dell'Enipeo. Confronta tuttavia sopra, Commentario terzo, capitolo 88, nota 5.
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 3, nota 1.

Note al capitolo novantottesimo.
Nota 1. Si tratta, sia pure con un termine diverso (nel testo: "lenitas", "moderazione"; confronta sopra, Commentario primo, capitolo 74,7), del consueto motivo della clemenza.
Nota 2. Dal suo campo: vedi sopra, capitolo precedente, paragrafo 3.
Nota 3. Il 10 agosto.

Note al capitolo novantanovesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 91.
Nota 2. Plutarco ("Vita di Cesare", 46,2; "Vita di Pompeo", 72,3) e Appiano ("Le guerre civili", 2, 82), mentre confermano (con riserva) le scarse perdite cesariane (vedi qui sopra, paragrafo 1), riducono a 6000, basandosi su Asinio Pollione - testimone oculare e storico lui pure della guerra civile (vedi "Introduzione") - la cifra delle perdite pompeiane. Le cifre si riferiscono solo all'esercito regolare, lasciando fuori le forze ausiliarie (APPIANO, ivi).
Nota 3. P. Cornelio Silla: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 89,3; e "Indice dei nomi di persona".
Nota 4. Vedi sopra, Commentario primo, capitolo 40, nota 4.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 95,5 e nota 3.

Note al capitolo centesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 23,1 e nota 1.
Nota 2. Cio, usando la stessa tattica di cui si era servito, contro Libone, M. Antonio: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 24.
Nota 3. Nave a cinque ordini sovrapposti di remi. M. Antonio aveva catturato una quadrireme: sopra, Commentario terzo, capitolo 24,3.
Nota 4. Libone aveva compiuto il suo tentativo di blocco durante l'inverno; quello di Lelio, si svolge nella primavera-estate.
Nota 5. Proprio queste cause avevano fatto desistere Libone: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 24,4.
Nota 6. Cos Cesare chiama la battaglia di Farsalo: vedi pi oltre capitoli 101,7; 111,3.

Note al capitolo centounesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 5,3, confronta capitolo 31 e nota 2.
Nota 2. L'attuale Vibo Valentia, nel golfo di Sant'Eufemia. Al nome della localit seguono le parole "ad fretum", "presso lo stretto" (s'intende, di Messina), che alcuni editori condannano, perch Vibo ne dista una settantina di chilometri.
Nota 3. Il passo  forse guasto, e l'interpretazione incerta. Ci si  chiesti come la notizia dei fatti di Messina avesse potuto raggiungere Vibo prima di Cassio, ma in realt Cesare dice semplicemente "propter eundem timorem" ("a causa dello stesso timore"): cio i cesariani di Vibo temevano, come l'avevano temuto quelli di Messina, l'incendio delle loro navi.
Nota 4. Vedi capitolo precedente, nota 3.
Nota 5. Vedi capitolo precedente, nota 6.

Note al capitolo centoduesimo.
Nota 1. Dopo una digressione di due capitoli per informarci delle operazioni negli altri teatri di guerra, Cesare riprende il filo del racconto, interrotto al capitolo 99. Alcuni studiosi ritengono tuttavia che "La guerra civile", cos come fu redatta da Cesare, terminasse proprio a questo punto: vedi sopra, "Introduzione".
Nota 2. Citt della Macedonia, sull'odierno golfo di Orfni, nei pressi della foce dello Strimone (attuale Struma). Vi passava la via Egnazia.
Nota 3. La Macedonia.
Nota 4. Probabilmente, la notte tra il 12 e il 13 agosto.
Nota 5. La principale citt dell'isola di Lesbo (attuale Metelino, Grecia), di fronte alla costa anatolica. Pompeo vi giunse il 16 agosto facendovi scalo per imbarcare la moglie Cornelia, che vi aveva lasciato all'inizio del conflitto. Mentre Cesare parla di una sosta di due giorni in questa localit, secondo PLUTARCO, "Vita di Pompeo", 74 il Magno non scese neppure a terra, attendendo la moglie sulla nave.
Nota 6. Provincia romana dell'Anatolia sud-orientale, confinante a Sud, all'altezza del golfo di Alessandretta/Iskenderun, con la Siria. Di fronte alle coste della Cilicia e della Siria settentrionale, l'isola di Cipro, che dal 58 era annessa alla provincia di Cilicia.
Nota 7. Si tratta di Antiochia sull'Oronte (attuale Antakja sull'Asi Nehri, Turchia), capitale del regno dei Seleucidi e quindi della provincia romana di Siria. Grande centro commerciale perch, situata a una ventina di chilometri dalla costa mediterranea, vi facevano capo le vie carovaniere provenienti dall'Oriente.
Nota 8. Si tratta dei "negotiatores" ("commercianti"), che hanno lasciato, in parecchie citt dell'Oriente mediterraneo, ricordo di s, soprattutto attraverso testimonianze epigrafiche. - Per comprendere questa, e altre simili prese di posizione antipompeiane nelle province, giova tener presente che Cesare era, nel 48, il console in carica; e dunque Pompeo un ribelle in lotta contro la legalit repubblicana. La presa di posizione degli Antiocheni  tanto pi significativa in quanto, nel 49-48, governatore della provincia di Siria era stato il suocero di Pompeo, Scipione.
Nota 9. La citt all'estremo nord-orientale dell'isola omonima.

Note al capitolo centotreesimo.
Nota 1. Nel testo, semplicemente "societates" ("compagnie"). ma si tratta senz'altro delle "societates publicanorum" ("compagnie degli appaltatori delle imposte"), su cui vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 3, nota 5.
Nota 2. Nel testo, "(monete di) bronzo". I soldati ricevevano una paga giornaliera in "asses", "assi" . L'"asse" era stato originariamente pari a 1/10 di denario, ma da lungo tempo s'era svalutato a 1/16.
Nota 3. Sono, evidentemente, i "negotiatores" di Cipro (vedi capitolo precedente, nota 8).
Nota 4. Citt dell'Egitto, all'estremit del ramo orientale del delta del Nilo (attuale Et Tina, nei pressi di porto Said).
Nota 5. Tolomeo Tredicesimo Dioniso aveva allora tredici anni. In base al testamento del padre, Tolomeo Aulete, avrebbe dovuto dividere il regno con la sorella Cleopatra Settima Filopatore, ma, sobillato dal suo "entourage", l'aveva espulsa. Dopo essersi rifugiata in Siria, Cleopatra era allora ritornata nel tentativo di riprendere il regno.
Nota 6. Che costituivano allora, a causa della minore et del sovrano, il consiglio di reggenza: vedi capitolo seguente, paragrafo 1. - E' probabile che "amici" ("amici", "favoriti") designi qui, come in capitolo 104,1, tecnicamente gli "amici del re", un'istituzione tipica delle monarchie ellenistiche.
Nota 7. Fondata da Alessandro Magno nell'inverno 332-331 all'estremit occidentale del delta, nei pressi dell'antico villaggio di Rhacotis, era la capitale dell'Egitto tolemaico (attuale Alessandria-Iskenderia).
Nota 8. Scacciato dal regno nel 57, Tolomeo Aulete era stato a Roma ospite di Pompeo, che due anni dopo ne aveva imposto il ritorno sul trono: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4, nota 9.
Nota 9. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4, 4 e nota 9.

Note al capitolo centoquattresimo.
Nota 1. Vedi capitolo precedente, nota 6. - Si trattava soprattutto di Potino, di Achilla - dei quali  fatta menzione pi avanti - e del retore Teodoto di Chio, il cui nome non ricorre nella "Guerra civile".
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 23,3 e nota 5.
Nota 3. Il 28 settembre, quando si apprestava a compiere i 58 anni (la data si evince da VELLEIO PATERCOLO, 2,53,3 e da PLINIO, "Storia naturale", 37,13). Le fonti parallele sottolineano il ruolo di Teodoto, a cui risalirebbe il consiglio di uccidere Pompeo: vedi LIVIO, "Perioca" 112; ANNEO FLORO, 2,13,60; PLUTARCO, "Vita di Cesare", 48,2 e "Vita di Pompeo", 77,3; 80,7-9; APPIANO, "Le guerre civili", 2,84. - Numerosi particolari sulla fine di Pompeo in LUCANO, "La guerra civile" o "Farsaglia", 8,653 e seguenti.

Note al capitolo centocinquesimo.
Nota 1. Cesare non fornisce dettagli sul passaggio dalla Tessaglia all'Asia Minore. Sappiamo che raggiunse Amfipoli e di l, attraverso la Tracia, l'Ellesponto (stretto dei Dardanelli). Attraversato quest'ultimo, mise piede in Asia il 19 settembre.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 33, nota 1.
Nota 3. La stessa cosa aveva fatto Scipione: Commentario terzo, capitolo 33,1.
Nota 4. La prima fu, appunto, con Scipione: ivi, paragrafi 1-2. L'accusa di sacrilegio  un motivo ricorrente della propaganda antipompeiana, come, pi in generale, della lotta politica nel mondo romano: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 14,1 e nota 2; capitolo 6, nota 11. - A questo punto gli editori segnalano una lacuna, nella quale doveva avere inizio l'elenco dei prodigi che prosegue nel resto del capitolo: il paragrafo 3, infatti, ha inizio, come il 6, con l'iterativo "item", "e ancora.
Nota 5. Una delle principali citt della regione omonima, nel Peloponneso nord-occidentale.
Nota 6. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 102, nota 7.
Nota 7. Si tratta di Tolemaide in Fenicia, sul sito dell'attuale San Giovanni d'Acri o Acre o Acca (Israele).
Nota 8. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 31, nota 8. Il tempio  quello di Dioniso (confronta DIONE CASSIO, 41,61,3).
Nota 9. Citt della Caria (Asia Minore), a Nord del fiume Meandro (presso l'attuale Aydin sul Buyuk Menderes, Turchia). - In tutto il capitolo, Cesare d il nome romano delle corrispondenti divinit greche a cui i templi erano dedicati. E' significativo che, tra le divinit menzionate, compaia due volte la Vittoria/Nike, nel secondo caso associata al nome di Cesare. Per quanto la statua non sia di per s, nel mondo romano, elemento di divinizzazione,  possibile che il simulacro di Cesare, posto nel tempio della Vittoria, venisse a configurare per lui la situazione ellenistica di "synnaos theos", "dio che ha il tempio in comune" (con un altro), particolarmente nota per i sovrani lagidi.
Nota 10. Di questi prodigi parlano anche Plutarco ("Vita di Cesare", 47; "Vita di Pompeo", 68) e Lucano ("La guerra civile" o "Farsaglia", 7,172 e seguenti). Essi costituiscono, in certa misura, un luogo comune della storiografia classica; stupiscono, semmai, in uno storico come Cesare, che concede uno spazio cos modesto al soprannaturale. (Ma vedi "Introduzione").

Note al capitolo centoseiesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 102,5-6.
Nota 2. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 103,3 e nota 8. Tra i "molti vantaggi" che l'Egitto sembrava offrire a Pompeo c'era, per esempio, la presenza dei soldati ex pompeiani di Gabinio.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 56,2-4.
Nota 4. Il 2 (per esempio Judeich) o il 4 (Stoffel) ottobre.
Nota 5. Cesare non potrebbe essere pi lapidario. A drammatizzare l'episodio (davanti alla testa di Pompeo, presentatagli da Teodoto, il console si sarebbe sciolto in lacrime) hanno pensato le fonti parallele: vedi per esempio PLUTARCO, "Vita di Cesare", 48,2 e "Vita di Pompeo", 80,5; LUCANO, "La guerra civile" o "Farsaglia", 9,1010 e seguenti; DIONE CASSIO, 42,7,3-8,1.
Nota 6. Il re s'era infatti spostato a Pelusio: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 103,2.
Nota 7. Recati dai 12 littori che accompagnavano Cesare in quanto console in carica.

Note al capitolo centosettesimo.
Nota 1. Venti tipici del Mediterraneo orientale, spiranti per lo pi da Nord-Ovest verso Sud-Est. - La motivazione ha carattere pretestuoso; del resto, vedi il paragrafo seguente.
Nota 2. Durante il primo consolato di Cesare (59) Tolomeo Aulete era stato dichiarato, con una legge proposta dallo stesso Cesare alleato e amico del popolo romano.

Note al capitolo centottesimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitoli 103,1; 104,1.
Nota 2. Nel testo, "amici del re". Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 103, nota 6.
Nota 3. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 104,2-3.
Nota 4. Tolomeo Tredicesimo Filopatore Filadelfo e Cleopatra settima Filopatore; i cadetti erano Tolomeo il Giovane (futuro Quattordicesimo) e Arsinoe.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 107, nota 2; confronta capitolo 103, nota 8.
Nota 6. L'erario serviva anche da archivio di stato: vedi sopra, Commentario primo, capitolo 14, nota 2; confronta capitolo 32, nota 4.
Nota 7. Col sigillo dei testimoni.

Note al capitolo centonovesimo.
Nota 1. Vedi capitolo precedente, paragrafi 2-3.
Nota 2. Cesare aveva con s due legioni (vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 106,1). Non lo avevano ancora raggiunto quelle richiamate dall'Asia (capitolo 107,1).
Nota 3. Dioscoride  comunemente identificato con il medico alessandrino Dioscoride Phakas. Serapione  probabilmente da identificarsi con lo stratego di Cleopatra in Cipro nel 43 (vedi APPIANO, "Le guerre civili", 4,61) Pi difficile  determinare l'anno di questa ambasceria in ogni caso, prima del 51).
Nota 4. Achilla s'era reso colpevole d'insubordinazione nei confronti di Tolomeo Filopatore Filadelfo.
Nota 5. In Egitto, la monarchia ellenistica della dinastia macedone dei Lagidi s'era innestata sulle antiche tradizioni monarchiche faraoniche e persiane.

Note al capitolo centodecimo.
Nota 1. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4,4, nota 9; capitolo 103,5.
Nota 2. Questi uomini si erano pienamente integrati nella societ greco-egizia alessandrina. Dimentichi di Roma, erano irrecuperabili. La mollezza e licenza della maniera di vivere delle citt ellenistiche sono un luogo comune della letteratura latina.
Nota 3. Cesare accumula questi particolari per dipingere quello di Achilla non come un esercito regolare, ma come una banda di disperati.
Nota 4. I diritti del cittadino romano sullo schiavo non cessavano fuori dei confini dello stato.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 103, nota 6.
Nota 6. Per la restaurazione dell'Aulete vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 4, nota 9; capitolo 103, nota 8. - Due dei figli di Bibulo, inviati nel 50, quand'egli era proconsole della Siria, ad Alessandria - non sappiamo per quale scopo - erano stati uccisi dai gabiniani, forse perch il loro padre, al tempo del suo consolato (59), s'era opposto a che Tolomeo Dodicesimo fosse dichiarato alleato e amico dei popolo romano.
Nota 7. Con questi pochi tratti, Cesare ci ha dato una descrizione magistrale dei disordini, della turbolenza e insomma della situazione di anarchia venutasi a creare in Alessandria sotto gli ultimi Tolomei.

Note al capitolo centoundicesimo.
Nota 1. Questa parte era il quartiere descritto nel capitolo seguente, paragrafo 8, situato presso il Porto Reale (vedi capitolo seguente, note 2-3).
Nota 2. Un'ala della reggia: vedi capitolo seguente, paragrafo 8.
Nota 3. Il Porto Reale, o comunque il Porto Grande (vedi capitolo seguente, nota 2).
Nota 4. La battaglia di Farsalo. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 100, nota 6.
Nota 5. Vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 24, nota 5; capitolo 100, nota 3. Per le navi "pontate" vedi sopra, Commentario primo, capitolo 56, nota 2.
Nota 6. Quest'incendio coinvolse disgraziatamente la biblioteca incenerendone tutti i volumi: vedi per esempio PLUTARCO, "Vita di Cesare", 49,3; DIONE CASSIO, 42,38.

Note al capitolo centododicesimo.
Nota 1. Su un isolotto collegato da un molo all'estremit Nord-Est dell'isola di Faro, situata di fronte ad Alessandria a meno di 1,5 chilometri dalla costa, nel sito in cui sorge oggi il Forte Qait Bey, Tolomeo Primo Soter aveva fatto costruire (la data esatta  incerta) una torre con lanterna (il fuoco doveva essere amplificato e proiettato per mezzo di un sistema di specchi) per segnalare ai naviganti l'ingresso nel porto. La torre, la cui edificazione  comunemente attribuita a Sostrato di Cnido, che in realt ne fu forse soltanto il dedicante, si ergeva con tre piani sopra una base poligonale, come si ricava dalle descrizioni letterarie e figurative. Essa prese il nome dall'isola, e a sua volta ha dato il nome alle torri costiere di segnalazione.
Nota 2. Si tratta dell'"Eptastadion", una diga lunga sette stadi = 900 passi = 1350 metri circa, che, congiungendo l'isola ad Alessandria, ne divideva il porto in due minori: quello occidentale o "Eunostos" e quello orientale o Porto Grande, all'estremit nord-orientale del quale si apriva a sua volta il Porto Reale.
Nota 3. Il quartiere fortificato da Cesare  quello immediatamente a Sud del Porto Reale, noto come "Brucheion".
Nota 4. Arsinoe: vedi sopra, Commentario terzo, capitolo 108, nota 4.
Nota 5. La notizia  gi data al capitolo 108,1. E' perci probabile che la frase pedagogo... reggente sia una glossa inseritasi poi nel testo.
Nota 6. Quest'ultima frase, che vuol fare da collegamento tra la "Guerra civile" e l'anonima "Guerra di Alessandria",  giustamente condannata dalla maggior parte degli editori. - Con questi avvenimenti della met circa del novembre 48 ha termine la "Guerra civile", cos come essa ci  pervenuta. Vedi sopra, "Introduzione".



INDICE DEI NOMI DI PERSONA.

Il primo numero rimanda al Commentario, il secondo al capitolo, il terzo al paragrafo.

ACHILLA - E' stratego di Tolomeo Tredicesimo re d'Egitto; insieme con l'eunuco Potino e il retore Teodoto di Chio forma il consiglio di reggenza durante la minorit di Tolomeo. E' esecutore, insieme al tribuno Lucio Settimio, dell'uccisione di Pompeo sbarcato in Egitto: 3,104,2-3. D'accordo con Potino si mette a capo dell'esercito egiziano al Pelusio e marcia contro Cesare in Alessandria: 3,108,2. Fa uccidere due delegati inviati da Tolomeo su consiglio di Cesare per giungere a un accordo: 3,109,2-5. Minaccia Cesare con la grande armata di Alessandria: 3,110,1. Guida la battaglia contro Cesare nelle vie di Alessandria e soprattutto nel porto; ma non impedisce a Cesare un successo e lo sbarco nell'isola di Faro: 3,111,1 e seguenti. Arsinoe, la figlia minore di Tolomeo Dodicesimo Aulete, si rifugia da lui per condurre la guerra contro Cesare; ma ben presto sorgono gravi discordie: 3,112,10-11. Per ordine di Arsinoe sar ucciso dall'eunuco Ganimede.
ACILIO - Marco Acilio Canino, legato di Cesare nel 48. A lui Cesare affida la difesa delle mura di Orico: 3,15,6. False manovre di approccio dei pompeiani a Cesare attraverso Acilio e Murco: 3,16,2. Con una guarnigione deve custodire a Orico le navi portate da Cesare da Brindisi in Epiro; compie opere di difesa: 3,39. Gneo Pompeo, figlio di Pompeo Magno, lo assale dal mare, lo vince e gli distrugge le navi: 3, 40,1-3.
ACUZIO RUFO - Partigiano di Pompeo, accusa, davanti a Pompeo, prima della battaglia di Farsalo, Lucio Afranio di aver tradito l'esercito nella campagna di Spagna contro Cesare: 3,83,2.
ADBUCILLO - Capo degli Allobrogi; i suoi due figli Roucillo e Ego tradiscono Cesare passando nell'esercito di Pompeo: 3,59,1.
AFRANIO - Figlio di Afranio (il successivo). Combatte in Spagna col padre contro Cesare; ma interviene per una resa dell'esercito: 1,74,6. Viene dato come ostaggio a Cesare per la resa dell'esercito pompeiano in Africa: 1,84,2.
- Lucio Afranio, console nel 60, legato di Pompeo nella Spagna Citeriore fin dal 55. Nel 49 comanda una guarnigione al valico dei Pirenei, e contro lui si dirige Fabio: 1,37,1 e 3. Occupa con tre legioni la Spagna Citeriore; le sue forze si uniscono con quelle di Marco Petreio, comandante della Spagna Ulteriore: entrambi decidono di resistere a Cesare a Lerida: 1,38. Guerra di posizione tra l'esercito di Afranio e Petreio e quello di Cesare presso Lerida: sciagure, carestia, episodi infausti dell'esercito di Cesare: 1,39,1; 40,4; 41,2-5; 42,2; 43,1 e 4; 48,5; 49,1; 51,1 e 4; 53,1-2. Defezione di popolazioni spagnole da Afranio: 1,60,5. Afranio con Petreio decide di portare la guerra in Celtiberia; costruisce il campo fortificato di Octogesa, sull'Ebro: 1,61,1 e seguenti; 63,3. Nella guerra di spostamento l'esercito di Afranio ha la peggio e deve la sua salvezza alla volont di Cesare di non impegnarsi in uno scontro decisivo, con perdite di soldati: 1,65,155.; 67,1; 70,1-3; 71,3-4; 72,5. Afranio si allontana dal campo militare per approvvigionamento d'acqua; durante la sua assenza l'esercito fraternizza con quello di Cesare e chiede la resa: 1,73,4; 74. Venutone a conoscenza, si ritira negli accampamenti: 1,75,1. E' costretto da Petreio a prestare giuramento militare: 1,76,3. Afranio  assediato da Cesare; suo discorso di capitolazione: 1,83,1; 84,3-5. Controversia di Afranio sulla paga dei soldati arresi a Cesare: 1,87,3. Afranio e Marco Varrone, legato della Spagna Ulteriore: 2, 17,4; 18,1 e 3. Dopo la sconfitta in Spagna, Afranio raggiunge Pompeo in Oriente. Nel campo di Farsalo, Afranio  accusato da Acuzio Rufo di aver tradito il suo esercito in Spagna: l'accusa  presentata a Pompeo: 3,83,2. Le truppe spagnole di Afranio nell'ala destra dello schieramento di Farsalo: 3,88,3. Afranio aveva servito Pompeo anche in precedenti spedizioni, come quella contro Sertorio e contro Mitridate. Segue ancora Pompeo dopo la disfatta di Farsalo; e muore a Tapso, in Africa, ucciso in una rivolta di soldati.
AMPIO - Tito Ampio Balbo fu tra i pi tenaci avversari di Cesare. Tribuno della plebe nel 63, pretore nel 59, proconsole d'Asia l'anno successivo. Fu con Lucio Lentulo in Asia. Dopo la battaglia di Farsalo, tenta di impadronirsi di parte del tesoro del tempio di Diana in Efeso, ma ne  distolto dall'arrivo di Cesare: 3, 105,1. Ritorn in Roma, dove ottenne la grazia di Cesare nel 46, per merito di Cicerone, di cui era molto amico.
ANDROSTENE - "Prefetto militare" della Tessaglia nel 48, all'arrivo di Cesare si chiude nella citt di Gomfi, preparandosi a subire l'assedio: 3,80,3.
ANTIOCO PRIMO - Re della Commagene, riusc a mantenere il suo potere per merito di Pompeo. A lui quindi invia duecento cavalieri per le forze che in Oriente attendevano l'arrivo di Cesare: 3,4,5.
ANTONIO - Gaio Antonio, secondo figlio di Marco Antonio Cretico; fratello minore di Marco Antonio (vedi sotto); legato di Cesare nel 49. Con Publio Cornelio Dolabella difende l'Illirico dagli attacchi dei pompeiani;  costretto alla resa nell'isola di Curicta (Veglia) con quindici coorti a Marco Ottavio legato di Pompeo. Il fatto d'armi era probabilmente narrato in una parte non pervenutaci del resto dei "Commentari". La disfatta fu pure causata dal tradimento di Tito Puleione: 3,10,5; 67,5. Otterr come pretore la Macedonia nel novembre del 44;  ivi come proconsole nell'anno successivo, ma verr esonerato dalla carica, indi fatto uccidere da Marco Bruto, probabilmente al principio del 42.
- Marco Antonio, il futuro triumviro con Cesare Ottaviano e Marco Lepido. Figlio maggiore di Marco Antonio Cretico; nato l'82 circa; comandante della cavalleria di Aulo Gabinio in Siria dal 58 al 55; combatte nelle campagne militari di Palestina e di Egitto;  legato di Cesare in Gallia nel 54; viene eletto questore per il 51 e segue Cesare nelle campagne di questo anno e di quello successivo. Tra la fine del 50 e l'inizio del 49, come tribuno della plebe, prende le difese di Cesare assente, in Roma, contro i fautori accaniti di Pompeo. Si oppone alla proposta di Scipione in Senato, che impone a Cesare il licenziamento dell'esercito, col dilemma di essere dichiarato nemico dello stato: 1,2,7. Antonio raggiunge a Rimini Cesare, che lo invia ad Arezzo con cinque coorti: 1,11,4. Con cinque coorti della Tredicesima legione entra in Sulmona con giubilo degli abitanti: 1,18,2-3. Mentre si svolge la campagna di Spagna, assume il comando delle truppe di Cesare in Italia. Nel porto di Brindisi respinge l'attacco delle navi di Lucio Scribonio Libone, partito da Orico: 3,24. Insieme a Fufio Caleno parte da Brindisi per portare navi e soldati a Cesare; dopo peripezie approda a Ninfeo nell'Illirico: 3,26,1 e seguenti. A scapito dei pompeiani  accolto nella vicina citt di Lisso: 3,29,1-2. Unisce le sue truppe con quelle di Cesare: 3,30,2,4 e 6; 34,1. Da Gneo Pompeo, figlio di Pompeo Magno, vengono distrutte le sue navi lasciate a Lisso: 3,40,5. E' a capo di una legione nella battaglia delle linee fortificate di Durazzo: 3,46,4. Soccorre Cesare nel rovescio dello scontro di Durazzo: 3,65, 1. Comanda l'ala sinistra dell'esercito nella battaglia di Farsalo: 3,89,3. Avvenimenti nella vita di Marco Antonio successivi alla guerra civile sono: nel 47  "magister equitum" di Cesare dittatore; dopo la morte di Cesare, perseguita i congiurati, mira alla successione e si scontra con Ottaviano a Modena (43); partecipa al triumvirato con Ottaviano e Lepido; ottiene la morte di Cicerone suo implacabile nemico; partecipa alla vittoria di Filippi in Macedonia contro Bruto e Cassio uccisori di Cesare (42); ottiene la parte orientale dell'impero: sua intesa con Cleopatra; nonostante un incontro con Ottaviano a Brindisi (40)  con lui in aperta rivalit; nella battaglia navale di Azio (31) viene sconfitto con Cleopatra da Ottaviano; alla caduta di Alessandria, si uccide insieme a Cleopatra (30).
ARIOBARZANE TERZO, re di Cappadocia (52-42). Invia cinquecento cavalieri a Pompeo per lo scontro con Cesare in Oriente: 3,4,3. Dopo la battaglia di Farsalo fa atto di sottomissione a Cesare.
ARSINOE - Figlia minore di Tolomeo Dodicesimo Aulete, da questi esclusa dalla successione al trono di Egitto. Scoppiata la guerra tra Tolomeo Tredicesimo e Cleopatra, eredi designati, e venuto Cesare in Egitto, approfitta dell'esercito di Alessandria comandato da Achilla per inserirsi nella lotta di successione. Suoi contrasti con Achilla, di cui cercher la morte: 3,108,4; 112, 10-11 Non  citata per nome da Cesare.
AZIO - Publio Azio Varo, pretore, poi governatore della provincia d'Africa, forse nel 52; fu tra i pi tenaci oppositori di Cesare. Con le sue coorti occupa Osimo e tiene leve militari in tutto il Piceno; all'arrivo di Cesare, i decurioni di Osimo si rifiutano di combattere: Azio  abbandonato dai suoi: 1,12,3; 13,1-2 e 4. Fuggito da Osimo, si reca in Africa, gi sua provincia, della quale si impadronisce trovandola vacante: 1,31, 2-3. Il cesariano Gaio Curione passa dalla Sicilia in Africa sfidando le forze navali di Azio: 2,23,1-3. Accampamento munitissimo di Azio presso le mura di Utica con soccorsi militari di re Giuba: 2,25,1 e 3. Due centurioni traditori fuggono con una schiera dal campo di Curione a quello di Azio e lo assicurano sull'infedelt dell'esercito cesariano; ma la prova fallisce: 2,27; 28,1 e 3. Perplessit nell'esercito di Curione di fronte al campo di Azio: 2,30,2-3. Azio viene messo in fuga da Curione, per poco non viene ucciso da un certo Fabio Peligno e si chiude con l'esercito in Utica: 2,33,3; 34,2-3 e 6; 35,1-2 e 6. Azio  pregato dai cittadini di Utica di arrendersi, ma muta parere alla notizia dei rinforzi di re Giuba: 2,36,2-3. Dopo la morte in battaglia di Curione, l'esercito cesariano sconfitto si arrende ad Azio: 2,43,2; 44,1-2. Azio morir combattendo nell'esercito pompeiano alla battaglia di Munda in Spagna nel 45.
- Gaio Azio Peligno. Pompeiano, cerca di impedire alle forze di Cesare l'ingresso in Sulmona; ma gli abitanti della citt aprono le porte a Marco Antonio. Cesare aggrega al suo esercito le truppe vinte e lascia libero Azio: 1,18,1-4.

BIBULO - Marco Calpurnio Bibulo fu edile curule nel 65 con Gaio Giulio Cesare, pretore urbano nel 62, console nel 59 sempre con Cesare, da cui sar separato da profondo dissidio. Dopo un proconsolato in Siria nel 51-50, ritorna a Roma alleandosi con Pompeo nel 49. Pompeo gli affida il comando generale della flotta nell'Adriatico dopo lo sbarco a Durazzo: 3,5,4; in particolare centodieci navi presso l'isola di Corf: 3,7, 1; con queste cerca di intercettare il gruppo delle navi di Cesare, che dall'Illirico tornavano a Brindisi, e ne distrugge trenta: 3,8,3. Cattura a Orico una nave fuori rotta di Cesare: 3,14,2. Conduce l'assedio marittimo contro Cesare, padrone dell'entroterra ma tagliato fuori dai porti: tuttavia grave, a causa dei rifornimenti,  pure la situazione per Bibulo, che non intende partecipare, data l'antica rivalit, a un colloquio di intesa con Cesare: 3,15,1 e 6; 16,2-3. Per freddo e fatica muore sulla propria nave: 3,18,1. Ricordo di Bibulo assediato dai Parti in Siria: 3,31, 3. Due figli, che Bibulo ebbe da Porcia, figlia di Catone, uccisi dall'armata di Alessandria: 3,110,6.
BRUTO - Decimo Giunio Bruto Albino fu giovane ufficiale di Cesare in Gallia, dove nel 56 comand la flotta contro i Veneti. Legato di Cesare, nel 49,  messo a capo della flotta costruita ad Arles per presidiare il porto di Marsiglia, ribellatasi a Cesare e passata dalla parte di Pompeo: 1,36,5. Affrontato dalla flotta del pompeiano Lucio Domizio Enobarbo, ottiene nelle acque di Marsiglia una bella vittoria: 1,56, 3; 57,1 e seguenti. Viene ancora assalito, presso Marsiglia, vicino al borgo di Tauroento, dalle navi di Lucio Nasidio, mandato in soccorso da Pompeo, e ottiene nuova vittoria: 2,3,3; 5,1-2; 6,4 e 6. Insegue Domizio Enobarbo che fugge con una nave da Marsiglia: 2,22,3. Da Cesare  assegnato al comando della Gallia Transalpina, nel 48. Prediletto da Cesare, prese parte tuttavia alla congiura contro di lui nel 44. Fu assediato in Modena da Marco Antonio, ma approfitt della rivalit di Ottaviano contro Antonio, sconfitto in questa citt. Condannato da Ottaviano all'esilio, fu ucciso mentre tentava di fuggire per raggiungere in Macedonia quel Marco Giunio Bruto, il pi noto uccisore di Cesare, col quale non va confuso. Nella battaglia di Filippi in Macedonia, nel 42, gli uccisori di Cesare furono tutti annientati.

CALIDIO - Marco Calidio fu pretore nel 57, favorevole al ritorno di Cicerone dall'esilio, e celebre oratore. Nella famosa seduta del Senato del gennaio del 49, propone che Pompeo parta per le sue province di Spagna per togliere ogni pretesto di conflitto con Cesare: 1,2,3 e 5. Muore nel 47, mentre si trova al comando della Gallia Cisalpina.
CALPURNIO Bibulo: vedi "Bibulo".
CALPURNIO Pisone Cesonino: vedi "Pisone".
CALVINO: vedi "Domizio Calvino".
CALVISIO - Gaio Calvisio Sabino, nel 48 legato di Cesare, che dopo essersi unito a Orico con l'esercito di Antonio, manda Calvisio con cinque coorti in Etolia per ridurla in proprio potere: 3,34,2; 35,1. Dopo l'Etolia, viene mandato in Acaia con la stessa missione: 3,56,1. Sar governatore della provincia di Africa nel 45, console nel 39, e nel 38 comander la flotta romana contro Sesto Pompeo.
CANINIO REBILO - Gaio Caninio Rebilo fu legato di Cesare in Gallia nel 52. A Brindisi viene mandato da Cesare a Scribonio Libone perch si faccia intermediario di pace con Pompeo: 1,26,1,3 e 5. Accompagna Curione nella campagna d'Africa e viene lasciato a custodia del campo presso il fiume Bagrada: 2,24,2. Davanti a Utica, nel breve successo militare di Curione, lo esorta a inseguire i soldati del pompeiano Azio in fuga: 2,34,4; nel 46 assedia Tapso; nel 45 comanda le truppe a Siviglia ("Hispalis");  console suffecto per un solo giorno, il 31 dicembre del 45 [confronta CICERONE, "Lettere ai familiari", 7,30,1].
CANINO: vedi "Acilio Canino".
CANULEIO - Lucio Canuleio, legato di Cesare,  inviato in Epiro con l'incarico di approvvigionamenti: 3, 42,3.
CASSIO - Gaio Cassio Longino fu questore di Crasso nella campagna contro i Parti, sfuggendo al disastro di Carre nel 53 e difendendo la Siria dagli assalti dei vincitori, che come proquestore respinse presso Antiochia nel 51. Eletto tribuno della plebe nel 49, lascia Roma al seguito di Pompeo, che lo mette a capo della sua flotta di Siria: 3,5,3. Dopo Farsalo, compie con la flotta un'incursione contro le navi di Cesare a Messina e a Vibo, incendiandone molte: 3,101,1,4 e 6-7. Dopo la morte di Pompeo, ebbe approcci con Cesare, fu pretore nel 44, ma lo troviamo tra i congiurati delle Idi di marzo. Mor nella battaglia di Filippi, nel 42.
- Lucio Cassio Longino, fu fratello minore del precedente e del successivo; serv come proconsole sotto Cesare nel 48 con una legione per occupare la Tessaglia: 3,34,2; 35,2. Su di lui si dirige l'esercito di Metello Scipione, venuto dalla Siria in aiuto di Pompeo; ma Cassio si ritira verso Ambracia: 3,36,2,4-5, 7-8. E' impegnato poi nell'occupazione dell'Acaia: 3,56,1-2.
- Quinto Cassio Longino fu fratello dei precedenti; questore di Pompeo in Spagna probabilmente nel 52, fu tribuno della plebe nel 49, fautore di Cesare, insieme a Marco Antonio si oppone in Senato alla proposta di Scipione contraria a Cesare: 1,2,7. Accompagna Cesare nel 49 nella Spagna Ulteriore con due legioni: 2,19,1; nel 48 viene nominato, da Cesare dittatore, governatore di questa provincia: 2,21,4. Sappiamo che per la sua avidit provoc insurrezioni a Cordova; fu quindi destituito da Cesare e mor in un naufragio lasciando la Spagna.
CASTORE: vedi "Tarcondario Castore".
CATONE - Marco Porcio Catone, detto il Minore o l'Uticense, pronipote di Marco Porcio Catone il Maggiore o il Censore. Nacque nel 95; fu celebre anche come cultore di filosofia stoica, per integrit e severit di costumi; nella vita politica rappresent l'ultima difesa della Roma repubblicana. Fu questore forse nel 64, tribuno della plebe nel 62; appoggi Cicerone nella lotta contro Catilina e fu per la condanna a morte dei congiurati. Nell'antagonismo fra Cesare e Pompeo, vide il rischio della libert e non prese partito finch non ne fu costretto. Fu pretore nel 54; nella celebre seduta del Senato all'aprirsi del 49, per inimicizia personale si schiera contro Cesare: 1,4,1. Per conto di Pompeo, ottiene nel 49 il governo della Sicilia, ma, impreparato a difendersi, fugge all'arrivo di Curione: 1,30,2 e 4-5. In un discorso in Senato, di ritorno da Brindisi e prima della campagna di Spagna, Cesare ricorda l'ostinata inimicizia di Catone: 1,32,3. Segue Pompeo in Oriente; dopo Farsalo, ripar in Africa, prima a Cirene e poi a Utica, dove, dopo la sconfitta dei pompeiani d'Africa a Tapso nel 46, si diede la morte, restando nella memoria dei posteri come simbolo della libert civile e morale (vedi "Introduzione").
CECILIO - Tito Cecilio, centurione primpilo nell'esercito di Pompeo, ucciso a Lerida: 1,46,5.
- Lucio Cecilio Metello: vedi "Metello".
- Quinto Cecilio Metello Scipione: vedi "Scipione".
- Lucio Cecilio Rufo fu fratellastro di Silla, amico di Cicerone, tribuno della plebe nel 63, pretore nel 57 e nemico di Clodio. Con altri dell'ordine senatorio  vinto da Cesare a Corfinio e lasciato libero: 1,23,2.
CELIO - Marco Celio Rufo, oratore, tribuno della plebe nel 52, edile curule nel 50, pretore nel 48. Nel 56, accusato di veneficio da Clodia, sorella del celebre Clodio, era stato difeso da un'orazione di Cicerone ("pro Caelio"). All'inizio della guerra civile si mostr fautore di Cesare: 1,2,3; ma diviene suo avversario nel 48. In qualit di pretore intralcia l'opera del pretore urbano Trebonio, che in Roma esercita l'arbitrato proposto da Cesare sulla questione dei debiti; destituito da un senatoconsulto, lascia Roma, si unisce con Milone tornato dall'esilio di Marsiglia e cerca di far ribellare le popolazioni dell'Italia meridionale; ma  ucciso a Turi: 3,20; 21,3-5; 22,3.
CESARE - Gaio Giulio Cesare. "Passim", col semplice "cognomen" (Cesare); solo in 3,1,1, trattandosi dell'indicazione ufficiale del console del 48,  citato con gentilizio e "cognomen" (Giulio Cesare).
- Lucio Giulio Cesare, cugino del dittatore, partigiano di Pompeo. Suo padre era legato di Cesare. Lucio incontra Cesare a Rimini con profferte di Pompeo: 1,8, 2; ritorna a Capua da Pompeo, a cui d la risposta di Cesare: 1,10,1. A Clupea, in Africa, Lucio fugge davanti alle navi di Curione: 2,23,3-4. Morir nella battaglia africana di Tapso, nel 46.
- Sesto Giulio Cesare, cugino di Cesare e suo partigiano. Nella guerra di Spagna, dopo la resa di Varrone a Cordova, riceve in consegna da lui una legione: 2, 20,7.
CLEOPATRA - Figlia di Tolomeo Dodicesimo Aulete, re d'Egitto; designata dal padre a succedergli al trono insieme al fratello Tolomeo Tredicesimo col titolo di Cleopatra Settima Filopatore: 3,103,2; 107,2.
CLODIO - Aulo Clodio, legato di Cesare nel 48: amico comune di Cesare e di Metello Scipione,  incaricato da Cesare di intavolare con Scipione delle trattative di pace nel 48; ma il tentativo fallisce: 3,57,1 e 5. Nel discorso ai soldati prima della battaglia di Farsalo, Cesare ricorda il suo tentativo di pace per mezzo di Clodio: 3,90,1.
- Publio Clodio Pulcro, figlio di Appio Claudio Pulcro, console nel 79; fratello di Clodia, la "Lesbia" di Catullo; mut il nome Claudio, di tradizione patrizia, nella forma plebea Clodio, facendosi pure adottare da un plebeo per conseguire il tribunato della plebe, che ottenne nel 59. Nel 62 fu causa di grave scandalo nella casa di Cesare durante i riti della "Bona Dea"; fu processato e assolto. Con violenta demagogia fece votare leggi rivoluzionarie e pretese l'esilio di Cicerone. Durante l'assenza di Cesare impegnato nella guerra di Gallia, domin Roma con bande armate contro il suo antagonista Milone, che ne caus la morte nel 52. Cesare ricorda Milone in esilio per la morte di Clodio: 3,21,4.
CONSIDIO - Gaio Considio Longo fu propretore della provincia d'Africa poco prima della guerra civile, forse gi nel 51 e nel 50. Nel 49, nonostante la designazione di Azio Varo, fu "legatus pro praetore" della stessa provincia. Pompeiano, presidia Adrumeto durante la campagna d'Africa: 2,23,4. Resta in Africa dopo la disfatta di Curione; dopo la sconfitta di Tapso (46) fugge verso la Numidia, ma  ucciso dalla sua scorta.
COPONIO - Gaio Coponio prese parte probabilmente alla sfortunata guerra di Crasso contro i Parti; pretore nel 49 (per la coniazione di denarii da lui curata, vedi Tavola quarta), segu il partito di Pompeo. Insieme a Gaio Marcello ha il comando della flotta di Rodi presso Durazzo: 3,5,3; 26,2-4.
CORNELIO - Lucio Cornelio Balbo, d'origine spagnola, fu pompeiano nella guerra civile. Nel 56 fu difeso da un'orazione di Cicerone ("pro Balbo"), perch accusato di aver usurpato la cittadinanza romana, in realt ricevuta da Pompeo. Viene ferito nei tentativi di colloquio fra Cesare e Pompeo presso il fiume Apso: 3, 19,7. Console suffecto nel 40, fu anche uomo di cultura e letterato: a Roma fece costruire un teatro noto col suo nome.
- Cornelio Lentulo: vedi "Lentulo" (Crure, Marcellino, Spinther).
- Cornelio Silla: vedi "Silla".
COTI - Re delle popolazioni tracie degli Asti e degli Odrisi, alleato di Pompeo, a cui manda il proprio figlio Sadala con circa cinquecento cavalieri: 3,4,3; 36,4.
COTTA - Lucio Aurelio Cotta fu pretore nel 70, console nel 65; allo scoppio della guerra civile si accost a Cesare e non venne preso in considerazione nell'assegnazione delle province nel 49: 1,6,5. Fu amico di Cicerone. Fedele a Cesare, non venne pi in Senato dopo la sua uccisione.
- Marco Aurelio Cotta fu pompeiano. Governatore della provincia di Sardegna nel 49,  cacciato dall'isola dagli abitanti di Cagliari: 1,30,2-3.
CRASSO - Marco Licinio Crasso ("Dives": il ricco), nacque tra il 115 e il 114; fu celebre oratore, sfugg alla persecuzione dei mariani e fu partigiano di Silla. Nel 72 vinse Spartaco in Lucania; ma l'impresa fu conclusa da Pompeo, con cui fu console nel 70. Fu censore nel 65 e con le sue immense ricchezze ebbe peso nella vita politica. Nel 64 sostenne la candidatura al consolato di Catilina e fu accusato di aver partecipato alla congiura. Nel 60  triumvro con Cesare e Pompeo; nel 56 partecipa al convegno di Lucca ed  eletto console nel 55 assieme a Pompeo: ottiene per cinque anni il governo della Siria. Quivi come proconsole fa incursioni in Mesopotamia con l'intento di invadere la Partia, ma  vinto e ucciso dai Parti nella battaglia di Carre del 53, ricordata da Cesare: 3,31,3.
CRASTINO - (Crassiano o Crassinio secondo Plutarco). Veterano nell'esercito di Cesare, col grado di primpilo nella Decima legione. Di eccezionale valore, a Farsalo, lanciatosi per primo dall'ala destra, con un assalto eroico cade in combattimento: 3,91; 99,2-3. L'episodio di Cesare  riecheggiato da Plutarco ("Vita di Cesare", 44): Cesare lo chiam per nome e gli domand: "Che c' da sperare, Crassinio? Come stiamo a coraggio?". E Crassinio, tendendo la destra, gli rispose forte: "Vinceremo superbamente, Cesare; per quanto mi riguarda, vivo o morto che io sar, oggi dovrai lodarmi". Dette queste parole, si lanci di corsa....
CURIO: vedi "Vibio Curio".
CURIONE - Gaio Scribonio Curione, figlio dell'omonimo console del 76; si accost a Cesare, secondo alcuni perch soccorso in grave situazione finanziaria; fu questore di Gaio Claudio Pulcro in Asia forse gi nel 54 e nel 53; tribuno della plebe nel 50. Fu lui che port in Senato la lettera-ultimatum di Cesare il primo gennaio del 49. All'inizio della guerra civile,  da Cesare mandato con tre coorti a Gubbio contro Quinto Minucio Termo, che fugge: 1,12,1-3. Nell'impresa di Corfinio viene messo a capo di un secondo campo militare: 1, 18,5. Come propretore, con due legioni dategli da Cesare e sottratte a Corfinio a Lucio Domizio,  mandato in Sicilia; conosciuto il suo arrivo, Marco Porcio Catone, che si trovava nell'isola, fugge: 1,30,2 e 5; 31,1. Mentre  in Sicilia, non si accorge del passaggio nello Stretto delle navi che, alla guida di Lucio Nasidio, Pompeo manda in aiuto ai Marsigliesi: 2,3,1. Dalla Sicilia passa in Africa, sottovalutando le forze di Publio Azio Varo: approda ad Anquillaria: 2,23,1 e 5. Mandato innanzi Marcio Rufo con le navi verso Utica, marcia sino al fiume Bagrada e qui pone il campo; Giuba, re dei Numidi, gli  ostile, perch, come tribuno della plebe, nell'anno precedente, Curione aveva tentato di togliergli il regno: perci Giuba manda soccorsi militari ad Azio; al primo scontro Curione  vincitore, e dai soldati viene acclamato "imperator"; subito dopo, oltre alla cavalleria, sconfigge la fanteria di Giuba; ma due centurioni della Marsia, con un gruppo di soldati, fuggono dal suo campo e insieme a Sesto Quintilio Varo, che si trovava nel campo di Azio reduce da Corfinio, sobillano l'esercito di Curione; perci Curione convoca il consiglio di guerra e raduna l'assemblea dei soldati, tenendovi un discorso; schierato l'esercito a battaglia, sconfigge i soldati di Azio e li spinge entro Utica, ma si trattiene dall'assalire il campo nemico; ritorna a Castro Cornelio, nel timore dell'arrivo di Giuba; ma una falsa notizia, che gli fa credere Giuba trattenuto nel suo regno, lo induce a battaglia, dove  sopraffatto e ucciso; Marcio Rufo cerca di salvare il resto dell'esercito, facendolo imbarcare alla volta della Sicilia: 2,24-29, passim; 31,1; 33-43, passim. Grave per Cesare la notizia della sconfitta e morte di Curione: 3,10,5. Curione in Roma fu pure celebre oratore. Spos Fulvia, che poi si un in matrimonio con Marco Antonio.

DECIDIO - Lucio Decidio Saxa fu partigiano di Cesare: originario della Celtiberia, da lui ebbe la cittadinanza romana. Durante le operazioni militari in Spagna,  inviato da Cesare ad esplorare i luoghi tra Lerida e Octogesa: 1,66,3. Con l'appoggio di Cesare fu tribuno della plebe nel 44; partecip alla battaglia di Modena; come legato di Antonio, combatt contro Bruto e Cassio; legato di Antonio in Siria dal 42 al 40, fu ucciso durante un rovescio militare.
DEIOTARO - Uno dei tetrarchi della Galazia (della parte occidentale), alleato del popolo romano e designato come re dal Senato, dietro appoggio di Pompeo, nel 59. Nel 48 invia a Pompeo, che si prepara ad affrontare Cesare, seicento Galati: 3,4,3. Dopo la battaglia di Farsalo fugg in Asia; privato del regno da Farnace, venne rimesso sul trono da Cesare. Nel 45 fu accusato di un complotto contro Cesare, ma fu assolto per la difesa di Cicerone ("pro rege Deiotaro"). Dopo la morte di Cesare, godette la protezione di Marco Antonio; mor verso il 40.
DIOSCORIDE - Ex funzionario di Tolomeo Aulete, messo a morte da Achilla riesce a salvarsi: 3,109,4-5.
DOMIZIO - Gneo Domizio, prefetto della cavalleria di Curione: nella sconfitta d'Africa esorta Curione a mettersi in salvo, senza essere assaltato: 2,42,3.
- Gneo Domizio Calvino, legato di Lucio Valerio Flacco in Asia nel 62, tribuno della plebe nel 59, pretore nel 56, console nel 53, partigiano di Cesare. Da Cesare  mandato in Macedonia nel 48: 3,34,3. E' evitato un suo scontro con Scipione: 3,36,1-2; 6 e 8; dopo aver inseguito Cassio Longino, Scipione ritorna verso Domizio, presso il fiume Alicmone, ma non si decide a una battaglia risolutiva: 3,37,1-2 e 5; 38, 1-2 e 4. Dopo molte difficolt, l'esercito di Domizio si ricongiunge con quello di Cesare: 3,7-8,2-5; 79, 3 e 5-7. Nella battaglia di Farsalo  al centro dello schieramento di Cesare: 3,89,3. Parteciper alla spedizione contro Farnace; sar console per la seconda volta nel 40, poi proconsole in Spagna.
- Gneo Domizio Enobarbo, figlio di Lucio (il seguente), fu fatto prigioniero da Cesare a Corfinio: 1,23,2. Far parte della congiura delle Idi di marzo; sar dalla parte di Antonio dopo Filippi; console nel 32, passer dalla parte di Ottaviano e morir prima della battaglia di Azio.
- Lucio Domizio Enobarbo, cognato di Catone, fu tra i pi ostinati avversari di Cesare; questore nel 66, edile curule nel 61, pretore nel 58, console nel 54; eletto proconsole della Gallia Transalpina al posto di Cesare nel 49: 1,6,5. Posto alla difesa di Corfinio, tenta di respingere Cesare; inutilmente invoca soccorsi da Pompeo in Puglia; all'insaputa dei soldati prepara una fuga da Corfinio con pochi amici, ma viene scoperto e fatto prigioniero dai suoi stessi soldati, che decidono di darlo in potere a Cesare; e Cesare gli dona la libert: 1,15-17, passim; 19-21, passim; 23,2 e 4. Con una flotta occupa Marsiglia, di cui assume il comando: 1,34,2; 36,1. Viene a battaglia navale con Decimo Bruto, da cui sar sconfitto: 1,56,1-3; 57,4. Viene soccorso a Marsiglia da Lucio Nasidio, mandatogli da Pompeo: 2,3,1 e 3. Gaio Gallonio, procuratore d'affari di Domizio,  governatore di Cadice: 2, 18,2. Divenuta disperata la situazione di Marsiglia, Domizio tenta la fuga con una nave e vi riesce avventurosamente: 2,22,2. Ricordo di Domizio fatto da Sesto Quintilio Varo, in Africa, ai soldati di Curione, che avevano combattuto sotto Domizio a Corfinio: 2, 28,2. Curione ricorda che fu Domizio ad abbandonare a Corfinio i suoi soldati, che sono cos liberi dal giuramento: 2,32,8. Prima di Farsalo, Domizio discute con altri per la successione a Cesare nella carica di pontefice massimo: 3,83,1. Dopo la rotta di Farsalo, Domizio cerca scampo sulle montagne, ma stremato di forze  ucciso dai cavalieri di Marco Antonio: 3,99,5.
DOMNILAO - Uno dei tetrarchi della Galazia; invia cavalieri galati in aiuto a Pompeo: 3,4,5.

EGESARETO - Eminente cittadino di Tessaglia, fautore di Pompeo: 3,35,2. Dopo Farsalo, fu perdonato da Cesare.
EGO - Figlio di Abducillo, principe degli Allobrogi, e fratello di Roucillo, con cui passa dalla parte di Cesare - che lo teneva in grande onore - a quella di Pompeo, dopo aver tentato di uccidere il capo della cavalleria Gaio Voluseno e dopo aver sottratto denaro per la paga militare. I fratelli svelano a Pompeo i punti meno resistenti della linea fortificata costruita da Cesare attorno alle truppe pompeiane a Durazzo: 3,59,1; (60-61); 79,6.

FABIO - Gaio Fabio (Adriano?) fu pretore nel 58, proconsole d'Asia nel 57, legato di Cesare in Gallia dopo il 54. Dietro ordine di Cesare, all'inizio del 49, con tre legioni forza i valichi dei Pirenei contro Afranio, entrando in Spagna: 1,37,1 e 3. Affronta Afranio e Petreio presso Lerida; fa costruire due ponti sul fiume Segre, di cui uno  distrutto dalla tempesta, con grave danno del campo cesariano: 1,40,1 e 7. Un'altra piena del fiume distrugge i due ponti: 1,48,2. Probabilmente Fabio mor durante la spedizione di Spagna.
- Fabio, il Peligno, centurione dell'esercito di Curione, durante la battaglia presso Utica, in Africa, cerca di uccidere Publio Azio Varo, che aveva invitato alla diserzione i soldati cesariani: 2,35,1-2 e 5.
FAVONIO - Marco Favonio, edile nel 52, pretore nel 49. Prima avversario di Pompeo, ne fu poi fautore durante la guerra civile. Metello Scipione lo lascia a capo di una guarnigione presso il fiume Alicmone, in Macedonia: 3,36,3 e 6-8. Biasima Scipione perch ha accolto Aulo Clodio con proposte di pace di Cesare: 3,57,5. Dopo Farsalo ripar in Italia, dove ebbe il perdono di Cesare. Dopo le Idi di marzo, si un a Bruto e Cassio, partecip alla battaglia di Filippi, dove fu fatto prigioniero e poi ucciso.
FILIPPO - Lucio Marcio Filippo, console nel 56, escluso dal sorteggio delle province all'inizio del 49 perch favorevole a Cesare (aveva sposato una figlia di una sorella di Cesare): 1,6,5.
- Lucio Marcio Filippo, figlio del precedente, fu tribuno della plebe nel 49 e si oppose alla missione di Fausto Silla in Mauretania: 1,6,4. Probabilmente pretore nel 44, console suffecto nel 38, proconsole in Spagna nel 34, sar personaggio segnalato nella Roma augustea.
FLEGINATE - Gaio Fleginate, cavaliere romano di Piacenza, cade nel combattimento presso Durazzo: 3, 71,1.
FUFIO - Quinto Fufio Caleno, tribuno della plebe nel 61, sostenitore di Clodio e inimicissimo di Cicerone, fu legato di Cesare nel 51 e nel 49. Di ritorno dalla Spagna, Cesare gli affida alcune legioni da condurre in Italia, dopo la disfatta dell'esercito di Afranio e Petreio: 1,87,4. Dopo lo sbarco sulla costa epirota, Cesare riunir le navi a Brindisi per trasportare il resto dell'esercito: affida l'impresa a Caleno: 3,8,2. Uscito dal porto di Brindisi, con le navi cariche di soldati,  richiamato indietro da un avviso di Cesare, che svela lo sbarramento delle navi pompeiane davanti alle coste dell'Illirico e dell'Epiro: 3,14,1 e 2. Riesce felicemente a compiere il trasbordo insieme a Marco Antonio: 3,26,1. Occupa, con o senza resistenza, le citt di Delfi, Tebe e Orcomeno: 3,56,2-4. Conduce dall'Acaia una legione a Cesare in Alessandria d'Egitto, dopo la battaglia di Farsalo: 3,106,1. Sar console nel 47, poi seguace di Antonio; proconsole o legato di Antonio in Italia e nella Gallia Transalpina dal 42 al 40, anno della sua morte.
FULGINIO - Quinto Fulginio, centurione di Cesare, appartenente al primo manipolo degli "hastati" della Quattordicesima legione; muore in uno scontro presso Lerida: 1,46,4.
FULVIO - Fulvio Postumo, cesariano, aiutante di campo del questore Lentulo Marcellino, in uno dei punti deboli della linea fortificata di Cesare intorno a Durazzo: 3,62,4.

GABINIO - Aulo Gabinio  noto soprattutto per la sua "lex Gabinia", proposta durante il tribunato della plebe nel 67, che affid a Pompeo il comando della guerra contro i pirati con poteri straordinari, venti legioni e cinquecento navi. Da qui il grande favore di Pompeo, di cui fu legato in Oriente. Console nel 58, proconsole in Siria dal 57 al 54, rimette sul trono Tolomeo Dodicesimo Aulete e lascia a presidio in Egitto parte delle sue truppe, composte da Galli e da Germani. Il suo nome ricorre nell'opera di Cesare a proposito di questi soldati: 3,4,4; 103,5. Sottoposto a processi fu condannato all'esilio, ma, richiamato da Cesare nel 49 e mandato come suo legato nell'Illirico, vi muore nel 47.
GALLO: vedi "Tuticano Gallo".
GALLONIO - Gaio Gallonio, cavaliere romano, venuto nel 49 in Spagna per amministrare un'eredit, riceve da Varrone il comando della piazzaforte di Cadice, ma presto vi rinuncia e fugge: 2,18,2; 20,2-3.
GIUBA - Giuba Primo, re dei Numidi, figlio di Iempsale secondo, nemico di Cesare, amico e alleato di Pompeo, che aveva rimesso Iempsale sul trono. Nacque verso l'85, fu a Roma in missione diplomatica nel 63, successe nel trono a Iempsale prima del 50 e fu sempre dalla parte di Pompeo. Nel gennaio del 49 viene proposto in Senato di proclamarlo "amico e alleato del popolo romano": 1,6,3. Particolarmente ostile a Curione (vedi), che per conto di Cesare si accingeva a intraprendere la sfortunata campagna d'Africa: 2,25,4. Da qui i suoi soccorsi ad Azio Varo, che si difendeva davanti le mura di Utica: 2,36,3. Ingannato da false notizie, Curione viene sconfitto nella battaglia presso il fiume Bagrada: 2,38,1; 40,1; 43,2. Crudelt di Giuba sui cesariani vinti in Utica: 2,44,2. Dichiarato nemico pubblico da Cesare, e re amico e alleato del popolo romano da Pompeo e dal Senato in Macedonia, dopo la morte di Pompeo fu sconfitto a Tapso con Scipione e Afranio; fugg insieme a Petreio a Zama, dove si fece uccidere da costui, che poi a sua volta si uccise. Il suo regno fu annesso all'impero come provincia, con il nome di "Africa nova".
GRACCHI - I due celebri tribuni, citati come personaggi politici di tempi rivoluzionari della repubblica romana, entrambi uccisi in tumulti: Tiberio Sempronio (162-133) e Gaio Sempronio (154-121): 1,7,6.
GRANIO - Aulo Granio, cavaliere romano, nativo di Pozzuoli, ucciso durante gli scontri di Durazzo: 3,71,1.

LABIENO - Tito (Azio) Labieno, originario di Cingoli nel Piceno, nacque verso il 100, coetaneo di Cesare, che conobbe in una spedizione militare in Cilicia, a venti anni, sotto Publio Servilio. Fu tribuno della plebe nel 63, poi, dal 58, legato di Cesare e suo luogotenente durante tutte le campagne di Gallia. Ma all'inizio della guerra civile fu tra i pi accaniti e irriducibili nemici di Cesare. Nonostante Labieno, da Cingoli vengono ambasciatori per dichiarare a Cesare ubbidienza: 1,15, 2. Insieme a Pompeo, a Durazzo, giura di seguirne sino in fondo la sorte: 3,13,3. Interrompe un tentativo di accordo per la pace fra gli eserciti di Cesare e Pompeo presso il fiume Apso: 3,19,6 e 8. Dopo i combattimenti di Durazzo, sfortunati per Cesare, dileggia pubblicamente e fa uccidere i prigionieri, suoi vecchi compagni: 3,71,4. Parla con disprezzo dell'esercito di Cesare prima della battaglia di Farsalo e costringe tutti con giuramento alla vittoria: 3,87, 1-5. Dopo la morte di Pompeo  con Catone in Africa, dove subisce la sconfitta di Tapso; si rifugia in Spagna, dove prende parte alla battaglia di Munda (45), in cui trova la morte.
LELIO - Decimo Lelio, figlio di Decimo Lelio legato in Spagna con Pompeo nel 77, milita pure lui sotto Pompeo nel 62 e fu tribuno della plebe nel 54. Nel 48, presso Durazzo, insieme a Gaio Triario,  a capo della flotta d'Asia: 3,5,3. Un distaccamento delle sue navi  a Orico, sotto il comando di Lucrezio Vespillone e Minucio Rufo: 3,7,1. Segue Gneo Pompeo (figlio) alla conquista di Orico e vi rimane per tagliare fuori la piazzaforte dai rifornimenti: 3,40,4. Cerca di bloccare Vatinio con le navi di Cesare nel porto di Brindisi; ma l'impresa si risolve in nulla, soprattutto dopo la notizia della sconfitta di Farsalo: 3,100,1 e 3. Forse partecipa alla seconda campagna cesariana d'Africa e si uccise dopo la battaglia di Tapso (46).
LENTULO - Lucio Cornelio Lentulo Crure fu pretore nel 58, console nel 49, all'inizio della guerra civile, e tenace avversario di Cesare. Suo discorso in Senato dopo la lettera-ultimatum di Cesare il primo gennaio del 49: 1,1,2. Sua invettiva contro i fautori di Cesare: 1, 2,4-5. Esasperata ambizione politica di Lentulo: 1,4. Sotto il consolato di Lentulo, si prendono gravissimi provvedimenti contro Cesare: 1,5,4. Dopo la fuga da Roma, tenta di reclutare gladiatori in Capua, ma desiste: 1,14,1 e 4. Arruola due legioni in Asia da portare a Pompeo: 3,4,1. Assurdo sfarzo della tenda di Lentulo nel campo militare presso Farsalo: 3,96,1. Dopo Farsalo, fugge a Rodi ma gli  impedito lo sbarco: 3,102,7. Dopo l'uccisione di Pompeo, viene fatto arrestare da Tolomeo Tredicesimo re d'Egitto e ucciso in carcere: 3,104,3.
- Publio Cornelio Lentulo Marcellino fu questore di Cesare nel 48; nella sfortunata battaglia di Durazzo  in parte sostituito dall'aiutante Fulvio Postumo e il suo campo  al centro di violenti combattimenti: 3, 62,4;64,1;65,1.
- Publio Cornelio Lentulo Spinther fu edile curule nel 63, pretore nel 60, governatore in Spagna Citeriore nel 59, console nel 57 e proconsole in Cicilia. Godette il favore politico di Cesare, ma all'inizio della guerra civile fu dalla parte di Pompeo. Tiene con dieci coorti la citt di Ascoli Piceno, ma fugge abbandonato dai soldati all'avvicinarsi di Cesare: 1,15,3; 16,1. Partecipa alle vicende di Corfinio, ma Cesare lo rimanda libero insieme ad altri dignitari: 1,21,6; 22,1 e 6; 23,1. Prima di Farsalo, contende con Domizio e Scipione sulla successione a Cesare nella carica di pontefice massimo: 3,83,1. Dopo la sconfitta di Farsalo, fugge a Rodi con Lucio Cornelio Lentulo Crure, ma non  accolto: 3,102,7.
LEPIDO - Marco Emilio Lepido, cesariano, pretore nel 49, presiede i comizi che conferiscono a Cesare la dittatura: 2,21,5. Governatore della Spagna Citeriore ebbe il trionfo nel 47; nel 46 fu console insieme a Cesare, dal 46 al 44 fu "magister equitum" di Cesare dittatore. Dopo la morte di Cesare si alleer con Marco Antonio e Ottaviano, divenendo subito successore di Cesare nel pontificato massimo. Proconsole della Gallia Transalpina e della Spagna Citeriore nel 44 e 43, costitu con Ottaviano e Antonio nel 43 il secondo triumvirato. Aggiunta la Spagna Ulteriore alle sue province, dopo un altro trionfo fu console per la seconda volta nel 42. Ma dopo la vittoria di Filippi la sua importanza and declinando. Ritiratosi a vita privata, mantenendo solo la carica di pontefice massimo, morir nel 13 o 12.
LIBONE: vedi "Scribonio Libone".
LICINIO - Licinio Crasso Damasippo, senatore, fautore di Pompeo, accompagna re Giuba nel suo ingresso trionfale a Utica, dopo la sconfitta di Curione: 2,44, 3. Prender parte alla seconda campagna d'Africa, morendo dopo la battaglia di Tapso (46).
LUCCEIO - Lucio Lucceio, oratore e storico, a cui Cicerone chiese di scrivere la storia del proprio consolato nel 63, partigiano di Pompeo, segu quest'ultimo nella guerra civile. E' presente al colloquio che con Pompeo ha l'inviato di Cesare, Vibullio Rufo, su proposte di pace, subito respinte: 3,18,3. Riconciliatosi con Cesare dopo Farsalo, cadde probabilmente vittima delle proscrizioni del 43.
LUCILIO - Gaio Lucilio Irro, tribuno della plebe nel 53, si mostr fedele a Pompeo, tentando, ma senza successo, assieme al collega Marco Celio Viniciano di proporne la dittatura. Sul principio della guerra civile fugge da Camerino, di cui aveva la difesa, con sei coorti, ed  ricevuto in resa da Vibullio Rufo: 1,15,5. Da Pompeo  mandato a Orode, re dei Parti, per chiedere aiuti, ma viene imprigionato. Prima della battaglia di Farsalo, i pompeiani discutono se, nei prossimi comizi pretorii, visti con la certezza della vittoria, si debba tener conto di lui anche assente: 3,82,4.
LUCREZIO - Quinto Lucrezio Vespillone, senatore, partigiano di Pompeo, all'inizio della guerra civile occupa Sulmona con sette coorti, ma dopo l'arrivo di Marco Antonio, accolto con giubilo dalla popolazione, fugge: 1,18,1 e 3. Comanda, insieme a Minucio Rufo, una squadra navale d'Asia a Orico e non osa affrontare le navi di Cesare: 3,7,1. Dopo Farsalo  amico di Cesare, sfugge alla proscrizione dei nuovi triumviri nel 43; per concessione di Ottaviano  console nel 19.

MAGIO - Numerio Magio, nativo di Cremona, segu Pompeo nel 49. Fatto prigioniero dalle milizie di Cesare dopo l'impresa di Corfinio,  liberato e incaricato di esporre a Pompeo condizioni di pace: 1,24,4; 26,2.
MANLIO - Lucio Manlio Torquato, amico di Cicerone, pretore nel 49, si mise dalla parte di Pompeo. Si oppone alla calata di Cesare in Italia, ma con sei coorti fugge da Alba Fucente: 1,24,3. L'anno successivo, messo a difesa di Orico, cerca di tener lontano Cesare, ma  piegato dal volere degli abitanti: Cesare lo accoglie in resa e lo lascia libero: 3,11,3-4. Dopo Farsalo, si rec in Africa, dove fu ucciso presso Ippona.
MARCELLINO: vedi "Lentulo Marcellino".
MARCELLO - Gaio Claudio Marcello, fratello di Marco (il seguente), console nel 49 e uno dei pi tenaci avversari di Cesare. E' contrario alla proclamazione di Giuba alleato e amico del popolo romano, in una delle sedute senatoriali all'apertura della guerra civile: 1, 6,4. Insieme al collega Lentulo fugge da Roma verso Capua: 1,14,2. Nell'anno successivo comanda, per conto di Pompeo, le navi di Rodi, insieme a Gaio Coponio: 3,5,3. Con ogni probabilit, mor prima della battaglia di Farsalo.
- Marco Claudio Marcello, pretore nel 54, console nel 51, avversario di Cesare. Nella celebre seduta del Senato all'inizio della guerra civile, fece proposte moderate, ma ne fu distolto dalla violenza del console Lentulo: 1,2,2 e 5. Il suo nome non ricorre in altri episodi della guerra civile. Fu in esilio a Mitilene, poi richiamato anche in seguito all'orazione di Cicerone ("pro Marcello"); ma fu assassinato mentre lasciava Atene.
MARCIO - Marcio Rufo, questore nel 49 presso l'armata di Curione in Africa. Insegue con le navi il pompeiano Lucio Cesare presso Adrumeto: 2,23,5. Curione lo manda innanzi a Utica con le navi: 2,24,1. Tenta di riportare in Sicilia quanto resta dell'esercito di Curione sconfitto: 2,43,1.
MARCO ANTONIO: vedi "Antonio" (il triumviro).
MENEDEMO - Capo della Macedonia cosiddetta libera (occidentale), si dichiara favorevole a Cesare: 3, 34,4.
METELLO - Lucio Cecilio Metello fu tribuno della plebe nel 49, avversario di Cesare. Al ritorno di Cesare in Roma da Brindisi, Metello fa in modo che cada la proposta di Cesare di inviare ambasciatori a Pompeo per un accordo: 1,33,3. Non ricordato da Cesare  l'episodio di Metello che a lui si oppone in difesa dell'erario pubblico, aperto da Cesare per le spese di guerra.
MILONE - Tito Annio Milone Papiano, tribuno della plebe nel 57, pretore nel 55,  il noto rivale di Clodio, da lui ucciso nel 52. Esiliato a Marsiglia, nonostante la difesa di Cicerone, ritorna in Italia nel 48 e si unisce a Celio Rufo nel creare dei torbidi nella parte meridionale della penisola, ma muore a Compsa: 3,21,4; 22,1.
MINUCIO - (Marco?) Minucio Rufo, pompeiano, comandante delle navi asiatiche a Orico insieme a Lucrezio Vespillone; non osa affrontare la flotta di Cesare: 3,7,1.
MURCO- vedi "Stazio Murco".

NASIDIO - Lucio Nasidio, dell'ordine equestre, pompeiano, mandato con una flotta di sedici navi in aiuto di Lucio Domizio a Marsiglia, attraversa lo Stretto di Sicilia all'insaputa di Curione: 2,3,1; ma a Tauroento, presso Marsiglia, subisce una grave sconfitta: 2,4,4-5. Non desistette dal combattere i cesariani in Spagna e in Africa; mor verso il 46.

OPIMIO - Marco Opimio, pompeiano, prefetto della cavalleria di Metello Scipione, cade in un agguato in Macedonia, tesogli da Gneo Domizio Calvino e riesce a sfuggire con pochi: 3,38,4.
OTACILIO - Otacilio Crasso, ufficiale pompeiano, comandante della piazzaforte di Lisso (Alessio), sorprende due navi cesariane, una di reclute e l'altra di veterani; le reclute sono uccise, i veterani si salvano: 3, 28,2-5. Per il favore verso Cesare dei cittadini di Lisso, Otacilio ripara presso Pompeo: 3,29,1.
OTTAVIO - Marco Ottavio, edile curule nel 50, legato di Pompeo nel 49 e 48, ha, insieme a Scribonio Libone, il comando della flotta achea e liburnica: 3,5, 3. Si propone di sollevare le popolazioni dalmate contro Cesare, ma subisce un grave scacco a Salona ed  costretto a ritornare a Durazzo presso Pompeo: 3,9, 1,4 e 6-8. Dopo la battaglia di Farsalo, raggiunge i pompeiani superstiti in Africa.

PEDIO - Quinto Pedio, nipote di Cesare (figlio di una sorella) e suo legato in Gallia nel 58; pretore nel 48; davanti alle mura di Compsa sconfigge Milone (vedi): 3,22,2.
PETREIO - Marco Petreio, come legato di Gaio Antonio, sconfisse in Etruria Catilina nel 62; come legato di Pompeo in Spagna dal 55 al 49, ebbe la Lusitania e congiunse con Afranio (vedi) le sue forze per opporsi a Cesare a Lerida, dove, dopo alterne vicende, fu costretto ad arrendersi: 1,38,1-4; 39,1; 40,4; 42,2; 43,1; 53,1; 61,2; 63,3; 65,1; 66,3; 67,1; 72-76, passim; 87,3. Marco Varrone, governatore della Spagna Ulteriore, e le vicende militari di Afranio e Petreio: 2,17,4; 18,1. Dopo la sconfitta in Spagna, pass da Pompeo in Tessaglia, dove sub pure la rotta di Farsalo; fugg poi in Africa, dove, dopo la battaglia di Tapso (46), d'accordo con Giuba lo uccise e si uccise.
PETREO - Giovane d'alta nobilt della Tessaglia, favorevole a Cesare: 3,35,2.
PISONE - Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, pretore probabilmente nel 61, console nel 58; imparentato con Cesare, che aveva sposato nel 59 la figlia di lui Calpurnia; proconsole della Macedonia nel 55, censore nel 50: nella seduta del 2 gennaio dell'anno successivo, in Senato, insieme al pretore Lucio Roscio, si incarica di informare Cesare a Ravenna sugli avvenimenti in Roma: 1,3,6.
PLANCO - Lucio Munazio Planco fu legato di Cesare nella Gallia dal 54: comandante della fanteria cesariana di Fabio negli scontri di Lerida: 1,40,5. Fu "praefectus urbi" nel 46 (?), pretore forse nel 45, governatore della Transalpina nel 43 (?), console nel 42 con Marco Emilio Lepido. Probabilmente proconsole in Asia nel 40, governatore delle province di Asia dal 40 al 38 (?) e di Siria nel 35 per Antonio; ma pass poi dalla parte di Antonio a quella di Ottaviano prima della battaglia di Azio; nel 27 fu l'autore della proposta di dare ad Ottaviano il titolo di Augusto; fu censore nel 22.
PLOZIO - Marco Plozio, ufficiale di Cesare, ferito nel fallimento delle trattative tra il campo di Cesare e quello di Pompeo presso il fiume Apso nell'Illirico: 3,19,7.
POMPEO - Gneo Pompeo Magno (il Grande) (106-48). Nell'89 col padre Gneo Pompeo Strabone prende parte alla conquista di Ascoli durante la guerra sociale. Nell'87 salva il padre da una congiura militare. Nell'83 disponendo di vaste ricchezze, favorisce Silla arruolandogli tre legioni. Ripudiata la prima moglie, sposa la figliastra di Silla. Negli anni 82-80, per conto di Silla, sconfigge i seguaci di Mario in Sicilia e in Africa. Si acquista sul campo il titolo di "Magno". Dopo la morte di Silla  contro Marco Emilio Lepido in difesa della legalit sillana. Nel 76 come proconsole combatte con scarso successo in Spagna contro Sertorio (vedi). Nel 71, rientrando in Italia, stermina i superstiti dei gladiatori di Spartaco e divide il trionfo con Licinio Crasso. Nel 70 ottiene il consolato senza aver percorso interamente i gradi delle magistrature e abolisce la "costituzione" sillana. Nel 67 combatte una vittoriosa guerra contro i pirati nel Mediterraneo. Nel 66 succede a Lucio Lucullo nella guerra contro Mitridate re del Ponto. Vasta opera di Pompeo nell'Oriente mediterraneo: costituisce (64) la provincia di Siria; torna in Italia (62). Si accosta politicamente a Cesare. Nel 60 forma il cosiddetto primo triumvirato, con Cesare e Crasso. Nel 56 riunione dei triumviri a Lucca. Nel 55  console la seconda volta, insieme a Crasso. Dopo il consolato, ha un comando straordinario quinquennale in Spagna. Ma Pompeo resta in Roma con una politica gradatamente ostile a Cesare e appoggiata dal Senato. Nel 52  console per la terza volta; questa volta "sine collega". Propone alcune leggi, tra cui la "lex Pompeia de provinciis ordinandis", la "lex Pompeia de iure magistratuum", la "lex Pompeia de ambitu". Nel 49, inizio della guerra civile; Pompeo fugge da Roma a Brindisi, da dove si imbarca per l'Illirico. Grande raduno di forze militari soprattutto dalle province di Oriente. Nel 48 successi militari di Pompeo a Durazzo contro Cesare; sconfitta di Farsalo in Tessaglia. Pompeo ripara ad Amfipoli, Mitilene, Cilicia, Cipro ed Egitto, dove viene ucciso da inviati di re Tolomeo Tredicesimo.
- Gneo Pompeo, figlio di Pompeo Magno, conduce al padre cinquecento cavalieri con una flotta da Alessandria: 3,4,4. E' messo a capo delle navi egiziane presso Durazzo: 3,5,3. Vince con un assalto le difese di Marco Acilio, legato di Cesare a Orico, e gli distrugge le navi: 3,40,1.
POMPONIO - Marco Pomponio, gi legato di Pompeo nella guerra contro i pirati,  comandante, durante la guerra civile, della flotta di Cesare nel porto di Messina, dove viene incendiata da un'azione fulminea di Gaio Cassio: 3,101,1 e seguenti.
POSTUMO: vedi "Fulvio Postumo".
POTINO - Membro del consiglio di reggenza durante la minorit di re Tolomeo Tredicesimo. Chiama in Alessandria contro Cesare l'esercito stanziato a Pelusio, sotto il comando di Achilla, uccisore di Pompeo: 3,108,1. Durante la guerra tra Cesare e le forze di Achilla, Potino  sorpreso mentre trama col nemico e messo a morte da Cesare: 3,112,12.
PULEIONE - Tito Puleione, centurione gi distintosi nella guerra di Gallia, ma passato a Pompeo durante la guerra civile: costringe Gaio Antonio ad arrendersi nell'isola di Curicta e combatte valorosamente nella battaglia di Durazzo, sfortunata per Cesare: 3,67,5.
PUPIO - Lucio Pupio, centurione primpilo nell'esercito di Pompeo e di Azio Varo; catturato da Cesare a Osimo,  lasciato libero: 1,13,4-5.

QUINTILIO - Sesto Quintilio Varo, questore nel 49 e partigiano di Pompeo,  fatto prigioniero da Cesare a Corfinio, ma subito rilasciato: 1,23,2. Si reca in Africa, presso Publio Azio Varo, con cui conduce la guerra contro i cesariani, incitando presso Utica i soldati di Curione alla diserzione: 2,28,1-2. Fu amico degli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio; partecip quindi alla battaglia di Filippi, dopo la quale si fece uccidere da un liberto. Il figlio di lui, Publio Quintilio Varo, ricevette la rovinosa sconfitta da Arminio nella selva di Teutoburgo, sotto Augusto (9 dopo Cristo).

RASCIPOLI - Capo macedone (secondo altri tracio), guida un contingente di duecento cavalieri inviato a Pompeo: 3,4,4.
REBILO: vedi "Caninio Rebilo".
ROSCIO - Lucio Roscio Fabato, gi legato di Cesare in Gallia,  pretore nel 49 e nella seduta del Senato si offre col censore Lucio Pisone di raggiungere Cesare per informarlo sulle vicende di Roma: 1,3,6. Roscio incontra Cesare a Rimini: 1,8,4. Con Lucio Cesare, lascia Rimini per raggiungere Capua, dove si trovano i consoli e Pompeo: a loro riferisce le richieste di Cesare: 1,10,1. Morir nella guerra di Modena, nel 43.
ROUCILLO - Allobrogo gi al servizio di Cesare e passato al campo di Pompeo: 3,59,1; 79,6. Vedi "Adbucillo" ed "Ego".
RUBRIO - Lucio Rubrio, senatore romano, seguace di Pompeo, fatto prigioniero a Corfinio, ma subito liberato da Cesare: 1,23,2.
RUTILIO - Publio Rutilio Lupo, pompeiano, tribuno della plebe nel 56, pretore nel 49: durante la discesa di Cesare verso Brindisi, fugge da Terracina con tre coorti: 1,24,3. Per conto di Pompeo governa nell'48 l'Acaia e fortifica l'Istmo di Corinto all'arrivo degli eserciti dei luogotenenti di Cesare: 3,56,3.

SABINO: vedi "Calvisio Sabino".
SABURRA - Generale di Giuba, re dei Numidi, trae in inganno Curione, che crede in una facile vittoria e nell'assenza di Giuba;  personaggio importante per la vittoria dei pompeiani in Africa: 2,38,1 e 3; 39, 1; 40,1-2; 41,1; 42,1.
SACRATIVIRO - Marco Sacrativiro, cavaliere romano di Capua, cesariano, cade nei combattimenti di Durazzo: 3,71,1 .
SADALA - Figlio di Coti, re di Tracia,  inviato in aiuto con cinquecento cavalieri a Pompeo: 3,4,3.
SATURNINO - Lucio Apuleio Saturnino fu tribuno della plebe il 103 e il 100, propose una serie di leggi in favore del popolo e dei veterani di Mario. Ma avendo infranta la legalit e degenerato in una lotta civile, eletto tribuno per la terza volta, ebbe contro lo stesso Mario, console per la sesta volta, e fu ucciso con il collega il primo giorno del loro ufficio (10 dicembre 100). E' ricordato come personaggio dei tempi pi inquieti della repubblica: 1,7,6.
SCEVA - Centurione di Cesare, esempio del valore e della durezza dei combattimenti lungo la linea fortificata di Durazzo: 3,53,4.

SCIPIONE - Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, figlio di Publio Cornelio Scipione Nasica (l'avversario dei Gracchi e celebrato oratore) e adottato da Quinto Cecilio Metello Pio, fu suocero di Pompeo, che aveva sposato la figlia di lui Cornelia; console con Pompeo nel 52, proconsole di Siria nel 49. Nella seduta del Senato con cui si aprono i "Commentari" si dichiara per Pompeo: 1,1,4; le sue proposte contro Cesare vengono approvate: 1,2,1 e 6; si oppone a mediazioni con Cesare: 1,4,1 e 3. In una riunione del Senato fuori Roma, Pompeo riprende le proposte di Scipione: 1,6, 1 e 5. Arruola per Pompeo due legioni in Siria: 3, 4,3. Compie malversazioni in Siria per raccogliere denaro e parte con le truppe lasciando la provincia indifesa di fronte ai Parti: 3,31,1. Le stesse cose compie nella provincia d'Asia: 3,32. Tentativo di saccheggiare il tesoro del celebre tempio di Diana in Efeso; ma Scipione  richiamato da Pompeo in Macedonia: 3,33. Si dirige in Tessaglia contro Cassio Longino, ma poi affronta Gneo Domizio Calvino presso il fiume Alicmone, dove  tratto in inganno con parte delle truppe: 3,36,1 e 5-8; 37,1-4; 38,1-2. Cesare inutilmente tratta con lui di pace per mezzo di Aulo Clodio: 3,57,1,3 e 5. Manovre di Cesare di fronte all'unione degli eserciti di Pompeo e di Scipione: 3,78,3 e 5; 79,3. Conduce le legioni a Larissa: 3,80,3-4. Occupa la citt di Larissa: 3,81,2. Euforia di Pompeo e Scipione per il prossimo scontro con Cesare: 3,82,1. Contende con Domizio e Lentulo sulla carica di pontefice massimo, da assumersi dopo la vittoria su Cesare: 3,83,1. Comanda a Farsalo il centro dello schieramento con le legioni di Siria: 3,88,3. Cesare, prima della battaglia, ricorda le sue trattative di pace con Scipione: 3,90,1.
SCRIBONIO - Gaio Scribonio Curione: vedi "Curione".
- Lucio Scribonio Libone, partigiano di Pompeo, suocero di Sesto, figlio di Pompeo Magno, legato di Pompeo e comandante di una parte della sua flotta nell'Adriatico nel 49 e 48; gli  amicissimo il cesariano Caninio Rebilo, che Cesare manda da lui per aver colloqui sulla pace: 1,26. Presso Durazzo, con Marco Ottavio comanda la flotta liburnica e achea: 3,5,3. Presso Orico, avvia un colloquio con Cesare, ma senza risultato: 3,15-18, passim. Da Orico, tenta di bloccare il porto di Brindisi, dove si trova Marco Antonio, ma deve ritirarsi: 3,23,1; 24,2 e 4. Prima della battaglia di Farsalo, Cesare ricorda il colloquio con Libone sulla pace: 3,90,1. Il pompeiano Decimo Lelio tenta nel porto di Brindisi l'impresa di Libone: 3,100,1. Otterr il consolato nel 34.
SERAPIONE - Ex funzionario di Tolomeo Dodicesimo Aulete, re d'Egitto, durante una missione  ucciso da Achilla, messosi a capo dell'armata di Alessandria: 3,109, 4-5. Vedi note ivi.
SERTORIO - Quinto Sertorio, cavaliere della Sabina, combatt sotto Cepione in Gallia nel 105, poi sotto Mario contro i Cimbri e Teutoni nel 102; questore nel 90, poi legato nella guerra sociale; entr in Roma con Cinna nell'87. Pretore probabilmente nell'83. Con la vittoria di Silla si rifugia in Spagna e in Mauretania, vincendo truppe sillane; dopo Silla, organizza in Spagna uno stato autonomo, vincendo Quinto Metello Pio e poi Pompeo nel 76; perisce in una congiura nel 72. Fama di Pompeo in Spagna al tempo della guerra contro Sertorio; su di essa contano Afranio e Petreio: 1,61,3.
SERVILIO - Publio Servilio Isaurico  eletto console per il 48 insieme a Cesare: 3,1,1. Interviene in Senato contro gli abusi del pretore Marco Celio Rufo, contrario alle disposizioni di Cesare: 3,21,1-3.
SETTIMIO - Lucio Settimio, centurione sotto Pompeo al tempo della guerra dei pirati, e tribuno militare dell'armata di Alessandria, non esita a uccidere, insieme ad Achilla, Pompeo: 3,104,2-3.
SILLA - Fausto Cornelio Silla, figlio del dittatore e genero di Pompeo, questore nel 54; si propone che venga inviato in Mauretania all'inizio della guerra civile, ma il tribuno Filippo oppone il veto: 1,6,3-4. Combatte a Farsalo ed  ucciso nella battaglia di Tapso.
- Lucio Cornelio Silla, il dittatore (138-78): 1,4,2; 5,1; 7,3.
- Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore, gi accusato di complicit con Catilina e difeso da Cicerone (l'orazione "pro Sulla"  del 62), milita nell'esercito di Cesare e si segnala nei combattimenti di Durazzo: 3, 51,1,3 e 5. Comanda l'ala destra di Cesare nella battaglia di Farsalo: 3,89,3. Dopo la sconfitta di Farsalo dei pompeiani, a lui si arrendono le coorti poste a difesa delle guarnigioni: 3,99,4.
STABERIO - Lucio Staberio comanda per conto di Pompeo la piazzaforte di Apollonia in Epiro, ma fugge all'avvicinarsi di Cesare: 3,12,1 e 3.
STAZIO - Lucio Stazio Murco, insieme a Marco Acilio, dirige per conto di Cesare la difesa di Orico; informa Cesare sulla volont di Libone e Bibulo di avere un colloquio con lui: 3,15,6; 16,2.
SULPICIO - Servio Sulpicio, senatore romano, entra in Utica insieme a re Giuba, dopo la vittoria africana su Curione: 2,44,3.
- Publio Sulpicio Rufo, legato di Cesare, prima in Gallia, poi in Spagna nel 49,  intermediario del figlio di Afranio per la richiesta d'una resa degli eserciti pompeiani tra Lerida e Octogesa: 1,74,6. Nel 48  a capo, con rango pretorio, della lotta di Cesare a Vibo, che viene incendiata da Gaio Cassio: 3,101,1. Nel 47 governatore dell'Illirico, sar censore durante il secondo triumvirato.

TARCONDARIO CASTORE (pi comunemente "Tarcondimoto") - Tetrarca di una parte della Galazia o Gallogrecia, genero di re Deiotaro, manda a Pompeo un soccorso di trecento cavalieri: 3,4,5.
TEOFANE - Di Mitelene, amico di Pompeo, che gli diede la cittadinanza romana; fu storico e scrisse sulle imprese del suo benefattore. E' presente al colloquio di Pompeo con Vibullio sulle proposte di pace, presso il fiume Apso: 3,18,3.
TERMO - Quinto Minucio Termo, tribuno della plebe nel 64, propretore d'Asia dal 52 al 50,  cacciato da Curione da Gubbio all'inizio della guerra civile: 1, 12,1-2.
TIBURZIO - Lucio Tiburzio, ufficiale di Cesare, ferito negli scontri presso il fiume Apso: 3,19,7.
TILLIO - Quinto Tillio  inviato da Cesare per fare incetta di grano in Epiro: 3,42,3.
TOLOMEO - Tolomeo Dodicesimo Aulete, re d'Egitto dall'80 al 51; deposto da una rivolta popolare nel 58, si appella a Roma; interviene il proconsole di Siria Aulo Gabinio, che lo rimette sul trono nel 55, lasciandogli truppe a difesa: 3,4,4; 103,5. Sotto il primo consolato di Cesare, un decreto del Senato aveva proclamato Tolomeo alleato di Roma; nel 48 Cesare interviene per attuare le sue volont testamentarie: 3,107,2; 108, 4-5. Dioscoride e Serapione dignitari di Tolomeo: 3,109,4. Le truppe di Gabinio e Tolomeo: 3,110,6. Tentativo di Arsinoe, figlia minore di Tolomeo: 3,112,10.
- Tolomeo Tredicesimo, figlio del precedente, re d'Egitto insieme alla sorella Cleopatra secondo il testamento del padre. Guerra di Tolomeo contro Cleopatra per escluderla dal trono: 3,103,2. Tentativo di Cesare di rappacificare Tolomeo e Cleopatra: 3,107,2.
TORQUATO: vedi "Manlio".
TREBONIO - Gaio Trebonio, questore forse nel 60, tribuno della plebe nel 55, quando propose la legge per dare per cinque anni la Spagna a Pompeo e la Siria a Crasso; legato di Cesare dopo il 54. A lui Cesare affida l'assedio da terra di Marsiglia: 1,36,5. Preparativi di Trebonio per il difficile assedio della citt: 2,1,1 e 4. Il campo di Trebonio dominante la citt di Marsiglia: 2,5,3. Resa ingannevole dei Marsigliesi; Trebonio vieta il saccheggio della citt: 2,13,3-4. Dopo la sortita e le distruzioni dei Marsigliesi, Trebonio riprende i lavori d'assedio: 2,15,1. E' pretore urbano nel 48 e arbitro nella questione dei debitori, in ci contrastato da Marco Celio Rufo: 3,20,1-2; 21, 2. Sar console suffecto nel 45, proconsole in Asia nel 44 e 43; nel 42,  fatto uccidere da Dolabella a Smirne.
TRIARIO - Gaio Triario, ufficiale pompeiano, comandante della flotta d'Asia insieme a Decimo Lelio: 3,5,3. Sue proposte strategiche a Pompeo, prima della battaglia di Farsalo: 3,92,2-3.
TUBERONE - Lucio Elio Tuberone, seguace di Cesare, designato governatore della provincia d'Africa dal Senato (pompeiano) all'inizio del 49, la trova gi occupata dal pompeiano Azio Varo, che lo respinge: 1,30, 2; 31,2-3. Tuberone passa allora dalla parte di Pompeo e partecipa alla battaglia di Farsalo. Indi torna nuovamente nelle grazie di Cesare.
TUTICANO GALLO - Seguace di Cesare, ucciso nei combattimenti di Durazzo: 3,71,1.

VALERIO - Lucio Valerio Flacco (padre del seguente), pretore nel 63; propretore della provincia d'Asia nel 62: 3,53,1.
- Publio Valerio Flacco, seguace di Pompeo, caduto nei cambattimenti di Durazzo: 3,53,1.
- Quinto Valerio Orca, legato di Cesare, inviato in Sardegna con una legione: 1,30,2-3; 31,1.
VARO: vedi Azio; vedi "Quintilio".
- Quinto Azio Varo, prefetto della cavalleria di Gneo Domizio Calvino, si salva da un'imboscata dei pompeiani presso il fiume Alicmone: 3,37,555.
VARRONE - Aulo Terenzio Varrone, ufficiale pompeiano, citato durante le fallite trattative di pace presso il fiume Apso: 3,19,4.
- Marco Terenzio Varrone, di Rieti (116-27),  uno dei grossi nomi della letteratura latina erudita, dove ebbe immensa produzione. Si dedic tuttavia, anche se con modesto successo, alla carriera politica e militare: fu con Pompeo nel 76 alla guerra contro Sertorio; tribuno della plebe, pretore, in date incerte; legato di Pompeo nella guerra contro i pirati; ancora legato in Spagna durante la guerra civile. Qui egli tiene con le legioni la Spagna Ulteriore: 1,38,1-2. Propende prima per Cesare, ma, conosciute le sue difficolt all'assedio di Marsiglia, si volge in favore di Pompeo: 2,17,1. Disorientamento di Varrone all'avvicinarsi di Cesare a Cordova; sua fallita impresa a Cadice e resa a Cesare: 2,19-21, passim. E' ancora a Durazzo con i pompeiani (insieme a Cicerone); ma dopo Farsalo si riconcilia con Cesare. Dopo il 44, subir l'ostilit di Marco Antonio.
VATINIO - Publio Vatinio fu questore nel 63, tribuno della plebe nel 59, pretore nel 55, console nel 47. Legato di Cesare in Gallia e militante fra le file di Cesare nella guerra civile. E' banditore della volont di pace di Cesare sulle rive del fiume Apso, di fronte al campo di Pompeo: 3,19,2-3 e 6. Il ricordo di questo fatto  nella concione di Cesare ai suoi soldati prima della battaglia di Farsalo: 3,90,1. Dopo la battaglia di Farsalo, difende il porto di Brindisi dagli attacchi navali di Decimo Lelio, che desiste: 3, 100,2.
VESPILLONE: vedi "Lucrezio".
VIBIO CURIO - E' comandante di cavalleria di Cesare all'inizio della guerra civile. Alla sua vista, le coorti di Rutilio Lupo, pompeiano, fuggito da Terracina, si disperdono: 1,24,3.
VIBULLIO - Lucio Vibullio Rufo, fautore di Pompeo. All'avanzata di Cesare, nel Piceno raccoglie le truppe di capi pompeiani fuggitivi e li guida da Domizio Enobarbo a Corfinio: 1,15,4. Liberato da Cesare a Corfinio,  inviato da Pompeo in Spagna, dove operano Afranio e Petreio: 1,34,1; 38,1. Liberato da Cesare una seconda volta in Spagna,  da lui inviato in missione di pace a Pompeo, durante le operazioni dell'Illirico: 3,10,1-2; 11,1. Attesa di Cesare per la missione di Vibullio: 3,15,8. Fallisce la missione: 3, 18,3. Milone fa il nome di Vibullio nel tentativo di sollevare le popolazioni dell'Italia meridionale: 3, 22,1.
VOLCAZIO - Gaio Volcazio Tullo, gi ufficiale di Cesare in Gallia, nel 48 si distingue con le sue coorti nelle battaglie lungo la linea fortificata, alle spalle di Durazzo: 3,52,2.
VOLUSENO - Gaio Voluseno, prefetto della cavalleria di Cesare nel 48. Gli Allobrogi Roucillo e Ego tentano di ucciderlo prima di lasciare il campo di Cesare per passare in quello di Pompeo: 3,60,4.



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(La presente bibliografia ha carattere selettivo e scopo orientativo).

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M. BORDA, G. FUNAIOLI, L. PARETI, A. VALORI, "Caio Giulio Cesare", Roma 1957.
J. MADAULE, "Csar", Paris 1959.
CH. PARAIN, "Jules Csar", Paris 1959.
A. KRAWCZUK, "Caius Julius Caesar", Wroclaw 1962.
J.F.C. FULLER, "Julius Caesar, man, soldier, and tyrant", London 1965.
D. RASMUSSEN (ed.), "Caesar" ("Wege der Forschung" 43), Darmstadt 1967.
M. GELZER, "Caesar. The politician and the stateman", trad. ingl. della sesta ed. tedesca (Wiesbaden 1960), Oxford 1968.
M. GRANT, "Julius Caesar", London s.d.
M. RAMBAUD, "Csar", Paris 1974.

J. VOGT, "Caesar und seine Soldaten", Leipzig 1940.
A. ALFOLDY, "Studien ber Caesars Monarchie", Lund 1953.
F. SEMI, "Il sentimento di Cesare", Padova 1966.
G. DOBESCH, "Caesars Apotheose zu Lebzeiten und sein Ringen um den Knigstitel. Untersuchungen ber Caesars Alleinherrschaft", Wien 1966.
H. GESCHE, "Die Vergottung Caesars", Kallmnz 1968.
S WEINSTOCK, "Divus Iulius", Oxford 1971.
R ETIENNE, "Les Ides de mars. L'assassinat de Csar ou de la dictature?", Paris 1973.


b) La guerra civile (avvenimenti, tattica, ideologia).
C. STOFFEL, "Histoire de Jules Csar", "Guerre civile", 2 voll. Paris 1887.
G. VEITH, "La campagna di Durazzo tra Cesare e Pompeo", trad. it., Roma 1942.
CH. MEIER, "Caesars Brgerkrieg", in "Entstehung des Begriffs 'Demokratie'. Vier Prolegomena zu einer historischen Theorie", Frankfrt/Mein 1970.
K. RAAPLAUB, "Dignitatis contentio. Studien zur Motivation und politischen Taktik im Brgerkrieg zwischen Caesar und Pompeius", Mnchen 1974.

P. GRAINDOR, "La guerre d'Alexandrie", Le Caire 1931.
A. BERNAND, "Alexandrie la Grande", Paris 1966.
P.M. FRASER, "Ptolemaic Alexandria", 3 voll., Oxford 1972.


c) Cesare come scrittore
(vedi anche 3).
G. PERROTTA, "Cesare scrittore", in Maia, 1 (1948), pp. 5-32.
F. BOEMER, "Der Commentarius. Zur Geschichte und literarischen Form der Schriften Caesars", in Hermes, 81 (1953), pp. 210-50.
F. ARNALDI, "Cesare storico", in "Cesare nel bimillenario della morte", cit., pp. 51-66.
K.L. RINTELEN, "Cicero und Caesar", Diss. Marburg 1955.
F.E. ADCOCK, "Caesar as a man of letters", Cambridge 1956.
G. FUNAIOLI, "Giulio Cesare scrittore", in Studi Romani, 5 (1957), pp. 136-50.
D. RASMUSSEN, "Caesars Commentarii. Stil und Stilwandel am Beispiel der direkten Rede", Gttingen 1963.
L. CANALI, "Personalit e stile di Cesare", Roma 1963.
O. SEEL, "Caesarstudien", Stuttgart 1967.
K. KUMANIECKI, "Ciceros Cato und der Anti-Cato Caesars", in "Festschrift fr K. Bchner", Wiesbaden 1970, pp. 168-88.
K.E. PETZOLD, "Cicero und Historie", in Chiron, 2 (1972), pp. 253-76.
G. PIANEO, "C. Iulius Caesar", in Meander, 27 (1972), pp. 471-86.
P. CUGUSI, "Osservazioni sull'epistolario di Cesare, Studi sull'epistolografia latina, 2: l'et ciceroniana e augustea", in Annali della Facolt di lettere, filosofia e magistero dell'Universit di Cagliari, 35 (1972), pp. 41-92.
L. RADITSA, "Julius Caesar and his writings", in "Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt", 1, 3, Berlin/New York 1973, pp. 417-56.


d) La fortuna.
FR. GUNDOLF, "Csar, histoire et lgende", trad. fr., Paris 1933.
A. ROSTAGNI, "Cesare nella storia della cultura", in "Cesare nel bimillenario della morte", cit., pp. 215-28.
J. BRUNEAU, "La figure de Jules Csar de Dante  Shakespeare", in Etudes anglaises, 1965, pp. 591-604.
J. GEIGER, "Zum Bild Julius Caesars in der rmischen Kaiserzeit", in Historia, 24 (1975), pp. 444-53.


3. LA GUERRA CIVILE.

a) Tendenza, propaganda, veridicit dell'opera
(vedi anche 2c).

P. FABRE, "Introduction a Csar, La guerre civile", t. 1, Paris 1936, pp. 26-33 numeri romani.
M. RUCH, "La veracit du rcit de Csar dans les six premiers chapitres du 'de bello civili'", in Revue des tudes latines, 27 (1949), pp. 118-37.
ID., "Csar, le Commentarius et la propagande autour de l'anne 45", in Bulletin de l'Association G. Bud, 1959, pp. 501-15.
K. BARWICK, "Caesars Bellum civile: Tendenz, Abfassungszeit und Stil", Berlin 1951.
A. LA PENNA, "Tendenze e arte del 'Bellum civile' di Cesare", in Maia, 5 (1952), pp. 191-233.
J.H. COLLINS, "Propaganda, ethics and psychological assumptions in Caesar's writings", Diss. Frankfurt/Mein 1952.
G. PASCUCCI, "I mezzi espressivi e stilistici di Cesare nel processo di deformazione storica dei Commentari", in Studi classici e orientali, 6 (1957), pp. 134-74.
M. RAMBAUD, "L'art de la deformation historique dans les Commentaires de Csar(2)", Paris 1966.
G. VOI, "Clementia e lenitas nella terminologia e nella propaganda cesariana", in "Contributi dell'Istituto di Storia Antica", 1, Universit Cattolica, Milano 1972, pp. 121-5.
A. BACHOFEN, "Caesars und Lucans Bellum civile; ein Inhaltsvergleich", Zrich 1972.
J.H. COLLINS, "Caesar as political psopagandist", in "Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt", 1, 1, Berlin/New York 1972, pp. 922-66 (sulla "Guerra civile" in particolare pp. 944-63).
F.H. MUTSCHLER, "Erzhlstil Und Propaganda in Caesars Kommentarien", Heidelberg 1975.


b) Caratteri, lingua, stile, data di composizione e di pubblicazione
(vedi anche 2c e 3a).

H. ERKELL, "Augustus, Felicitas, Fortuna. Fortuna-Tyche bei Caesar", Diss. Gteborg 1952.
G. SCHWEICHER, "Schicksal und Glck in den Werken Caesars", Diss. Kln, 1963.
T.A. MCGILL, Jr., "Caesar's forms and syntax", New York 1966.
L.C. PEREZ CASTRO, "Notas sobre el vocabulario militar en los Commentarios Cesarianos de la Guerra civil", in Cuadernos de filologia clasica, 1971, 2, pp. 257-77.
G. PASCUCCI, "Interpretazione linguistica e stilistica del Cesare autentico", in "Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt", 1, 3, cit,, pp. 488-522.
M. CHENERIE, "L'architecture du Bellum civile de Csar", in Pallas: Annales de l'Universit de Toulouse-Le Mirail, 10 (1974) pp. 14-31.
H.A. GARTNER, "Beobachtungen zu Bavelementen in der antiken Historiographie, besonders bei Livius und Caesar", Historia, Einzelschriften, Heft 25, Wiesbaden 1975.
J.H. COLLINS, "On the date and interpretation of the Bellum civile", in American Journal of Philology, 80 (1959), pp. 113-32.
L. CANALI, "Problemi della prefazione irziana", in Maia, 17 (1965), pp. 125-40.
L. CANFORA, "Cesare continuato", in Belfagor, 25 (1970), pp. 419-29.


c) Storia della tradizione.
J. ANDREAU, "La division en livres et les mentions d'auteur dans le Corpus csarien", in Revue des tudes latines, 27 (1949), pp. 138-49.
V. BROWN, "The textual transmission of Caesar's Civil War", Mnemosyne, Suppl. 23, Leiden 1972.


d) Edizioni italiane (testo latino).
C. GIULIO CESARE, "I commentari 'De bello civili'", illustrati da F. Ramorino, Torino 1888.
C. IULIUS CAESAR, "Commentarii de bello civili". Recensuit, praefatus est, brevi appendice critica instruxit D. Bassi, Torino 1916.
C. IULIUS CAESAR, "Commentarii de bello civili". Recensione e note di E. Garizio, nuova ed. riveduta da L. Castiglioni, Torino 1934.
CESARE, "La guerra civile", a cura di A. La Penna, Torino 1954.
C. GIULIO CESARE, "La guerra civile, libro terzo". Testo, introduzione e commento a cura di R. Giomini, Roma 1965.
CAIUS IULIUS CAESAR, "De bello civili", Padova 1969.


e) Edizioni bilingui italiane.
CESARE, "La guerra civile. Testo latino e traduzione in italiano di G. Lipparini, Bologna 1951.
"Opere di Gaio Giulio Cesare(2)" ("La guerra civile", pp. 489-767), a cura di R. Ciaffi e L. Griffa, Torino 1973.


f) Traduzioni italiane secoli Diciannovesimo-Ventesimo
(vedi anche 3e).

"Commentari di Caio Giulio Cesare in nostra volgar lingua recati", ed. corretta [Precedono: "La vita di Caio Giulio Cesare compendiata da Enea Vico"; "Proemio di Andrea Palladio"], 2 voll., Milano, 1815.
C. GIULIO CESARE, "I commentarii della guerra gallica e della guerra civile" volgarizzati da F. Baldelli con appunti biografici e critici per cura di L. Corio, Milano 1866 ("La guerra civile", pp. 168-264).
CAIO GIULIO CESARE, "Commentari sulla guerra civile", traduzione di P. Gorgolini e M. Marchesini, Torino 1925.
CAIO GIULIO CESARE, "Commentari sulle guerre gallica e civile" volgarizzati da C. Ugoni con notizie biografiche e storiche per cura di G. Finzi, Torino 1925 ("La guerra civile", pp. 211-359).
CAIO GIULIO CESARE, "La guerra civile". Versione, introduzione e note di G.E. Rota, Milano 1944.


g) Edizioni commentate (non scolastiche).
C. JULIUS CAESAR, "Commentarii de bello civili", erklrten von F. Kraner und F. Hofmann, 11. und 12. Auflage von H. Meusel, Neudr. mit Nachwort und bibliographischen Nachtrgen von H. Oppermann, Berlin 1959.
C. IULIUS CAESAR, "Bellum civile", commentato da L. Havas, Budapest 1969.
CSAR, "Guerre civile, livre premier", a cura di M. Rambaud, Paris 1962.
C. GIULIO CESARE, "La guerra civile, libro terzo". Testo, introduzione e commento a cura di R. Giomini, Roma 1965.


h) Lessici.
H. MEUSEL, "Lexicon Caesarianum", voll. primo e secondo, 1-2, Berlin 1887-1893, rist. an. Berlin 1958.
H. MERGUET, "Lexicon zu den Schriften Caesars und seiner Fortsetzer", Jena 1886, rist. an. Hildesheim 1961.


4. QUESTIONI STORICHE SPECIFICHE RELATIVE ALLA GUERRA CIVILE; E STUDI PIU' RECENTI SU SINGOLI PASSI DELLA GUERRA CIVILE.

C.A. GIANNELLI, "Le date di scadenza del proconsolato di Giulio Cesare", in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, s. 2, 35 (1966), p. 107 ss.
H. GESCHE, "Die quinquennale Dauer und der Endtermin der gallischen Imperien Caesars", in Chiron, 3 (1973), pp. 179-220.
W.E. GWATIUN, Jr., "Some recections on the battle of Pharsalus", in Transactions of the American Philological Association, 87 (1956), pp. 109-24.
E. WISTRAND, "The date of Curio's African campaign", in Eranos, 61 (1963), pp. 38-44.
E. DOBLHOFER, "Curio bei Caesar", in Der altsprachliche Unterricht, 16, 3 (1973), pp. 42-50.
M. LIBERANOME, "Alcune osservazioni su Cesare e Antonio", in Rivista di filologia e d'istruzione classica, 96 (1968), pp. 407-18.
W.B. TYRREL, "Labienus' departure from Caesar in january 49 B.C.", in Historia, 21 (1972), pp. 424-40.
K.H. LEE, "Caesar B.C. 1.84.4: who are the pabulatores?", in Classical Journal, 70 (1975), pp. 38-9.
K. RAAFLAUB, "Zum politischen Wirken der caesarfreundlichen Volkstribunen am Vorabend des Brgerkrieges", in Chiron, 4 (1974) pp. 293-326.
ID., "Caesar und die Friedensverhandlungen zu Beginn des Brgerkrieges von 49 v. Chr.", ivi, 5 (1975), pp. 247-300.
M. RAMBAUD, "Le camp de Fabius prs d'Ilerda. Un problme csarien", in Les tudes classiques, 44 (1976), pp. 25-34.


5. RASSEGNE CESARIANE.

H. OPPERMANN, "Nachwort" e "Bibliographische Nachtrage", in "C. Iulii Caesaris Commentarii de bello civili", erkl. von F. Kraner und F. Hofmann, 11. und 12. Aufiage von H. Meusel, Berlin 1959, pp. 375-94; 416-25.
ID., "Probleme und heutiger Stand der Caesarforschung", in D. RASMUSSEN (ed.), "Caesar", cit., pp. 485-522.
E. PARATORE, "Das Caesarbild des zwangzigsten Jahrhunderk in Italien", ivi, pp. 474-84.
J. COLLINS, "A selective survey of Caesar scholarship since 1935", in Classical World, 57 (1963), pp. 46-51; 81-88.
M. RAMBAUD, "Etudes csariennes", in "L'art de la deformation historique dans les Commentaires de Csar(2)", cit., pp. 397-436.
J. KROYMANN, "Caesar und das Corpus Caesarianum in der neueren Forschung: Gesamtbibliographie 1945-1970", in "Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt", 1, 3, cit., pp. 457-87.
