IL PENSIERO POLITICO DEL NOVECENTO  
di UMBERTO CERRONI
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
INDICE
1 - IL LASCITO DELL'OTTOCENTO
2 - LE TRASFORMAZIONI DELLO STATO
3 - L'ET DEI FASCISMI
4 - SOCIALISMI E COMUNISMI
5 - SCHMITT, KELSEN, SCHUMPETER
6 - SVILUPPI DELLA DEMOCRAZIA
7 - POLITICA E SOCIET COMPLESSA
8 - PROSPETTIVE DI FINE SECOLO
CRONOLOGIA
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Nota
Il pensiero politico non opera nel vuoto storico.  strettamente collegato 
ai processi politici reali, che a loro volta fanno parte dell'insieme 
sociale in movimento.
Non si  voluto trascurare questo essenziale e complesso collegamento. 
Rinunciando alla ritrattistica degli autori, le principali opere del 
pensiero politico sono state assunte principalmente come corredo di 
diagnosi e di prognosi che ha accompagnato la politica del Novecento. 
Il lettore trover alla fine una bibliografia essenziale, che pu essere 
integrata con quella indicata nelle note, e una cronologia
degli eventi e delle opere.

1 - IL LASCITO DELL'OTTOCENTO
1. STRUTTURE SOCIALI E FORME POLITICHE.
La storia socio-politica del ventesimo secolo inizia con un generale
sviluppo delle tendenze che avevano dominato l'economia e la politi-
ca dell'Ottocento: accumulazione di capitali, industrializzazione, espan-
sione territoriale, competizione per la conquista dei mercati. Si trat-
tava di tendenze segnate da aspri conflitti di potenza per la redistri-
buzione delle risorse e per il dominio del pianeta. Ne derivarono guer-
re ricorrenti e crisi economiche che colpirono duramente proprio le
regioni pi sviluppate del pianeta e generarono grandi movimenti di
massa. Per fronteggiare queste contraddizioni sociali e politiche la
cultura europea condusse un profondo riesame e un aggiornamento
dei modelli politici, economici, istituzionali ricevuti dal passato.
La dinamica generale della societ industriale entra in difficolt mol-
to gravi per una serie di motivi. In primo luogo lo sviluppo industriale
che accompagna la crescita delle grandi imprese esige una crescente
disponibilit di materie prime e di energia e ci impone non solo lo
sfruttamento delle risorse nazionali, ma anche la conquista di nuove
regioni e di nuovi mercati. In secondo luogo la crescita della produ-
zione industriale accentua progressivamente quella che era stata chia-
mata la questione sociale. La formazione di una cospicua classe ope-
raia addetta alle industrie si accompagna alla formazione di grandi cen-
tri urbani, allo sviluppo di un forte associazionismo sindacale e politico,
all'intensificarsi delle controversie di lavoro e del conflitto sociale. 
In terzo luogo i nuovi strati sociali coinvolti nel processo della 
industrializzazione diventano rapidamente portatori di rivendicazioni 
sociali e politiche che premono contro il ristretto assetto dello Stato 
ottocentesco.
Da questi fenomeni si sprigiona un dinamismo sconosciuto alla vecchia
societ agraria, dispersa in piccoli centri rurali, retta da istituzioni 
elitarie e priva di grandi stimoli culturali. Questo crescente dinamismo so-
spinge lo Stato ad abbandonare le vecchie politiche di astensionismo
per risolvere controversie e conflitti e al tempo stesso a ricercare basi
pi larghe di consenso sociale e politico per condurre grandi imprese
economiche interne (armamenti, ferrovie, strade, previdenza, assi-
stenza) ed esterne (rivendicazioni sulle frontiere, conquiste coloniali).
Il quadro socio-politico degli inizi del Novecento  efficacemente rap-
presentato dalla estensione del suffragio, che indica sia il grado di parte-
cipazione alla vita politica, sia la capacit della classe dirigente di 
cooptare nella gestione dello Stato i nuovi strati sociali emergenti. In 
Gran Bretagna la percentuale degli elettori (sulla popolazione superiore 
ai venti anni) sale dal 7,1 nel 1832 al 16,4 nel 1867, al 28,5 nel 1884, 
al 74,0 nel 1918. In Germania soltanto nel 1912 la percentuale degli 
elettori raggiunge il 38,7 per cento. In Italia la partecipazione politica
era inferiore al 10 per cento e solo nel 1913 raggiunge il 42,0 per cento. 
Il suffragio femminile si espande molto lentamente in Europa: si realizza
in Nuova Zelanda nel 1893, in Australia nel 1894, in Norvegia nel 1913, 
in Islanda e Danimarca nel 1915, in Finlandia e Russia nel 1917.
Questi dati si riferiscono all'Europa, agli USA e a qualche Stato membro
del Commonwealth inglese. Era questa la parte pi evoluta del
pianeta, del quale tuttavia occupava una superficie relativamente mo-
desta. Il resto del mondo era, con qualche importante eccezione (il
Giappone, la Cina), in condizioni di dipendenza coloniale e, comunque, 
di estrema arretratezza economica, sociale e politica.

2. IL DIBATTITO SUL CAPITALISMO.
Un problema rilevante sul piano politico oltre che su quello econo-
mico riguardava le asserzioni relative al supposto impoverimento del
proletariato e alla progressiva erosione dei ceti intermedi. Sulla con-
sistenza di tale impoverimento (assoluto o relativo) si basava la pro-
spettiva stessa di sviluppo della societ capitalistica e della stessa po-
litica socialista. Un impoverimento delle classi lavoratrici avrebbe de-
terminato quel sottoconsumo che doveva condurre alla crisi economica
e al crollo del capitalismo. Di fronte a questa eventualit si imponeva ai
partiti socialisti una scelta fra una politica di riforme intese a migliorare
la condizione operaia e una politica rivoluzionaria orientata ad abbatte-
re l'ordinamento esistente per sostituirlo con il socialismo. Tutto ci ri-
proponeva i complessi problemi del rapporto fra socialismo e democra-
zia, fra economia e politica, fra societ e Stato. E suscitava, sul versante
della cultura liberale, non meno grandi problemi di accertamento delle
tendenze socio-economiche dei provvedimenti politici da prendere.
Appunto su questi temi Eduard Bernstein (1850-1932) aveva pub-
blicato una serie di articoli sulla Neue Zeit, successivamente raccolti
nel 1899 in volume col titolo I presupposti del socialismo e i compiti del-
la socialdemocrazia. Dalla constatazione che le condizioni economi-
che del proletariato, anche grazie alle lotte politiche condotte, erano
andate migliorando Bernstein prendeva le mosse per revisionare
l'intera tradizione marxista. Egli respingeva la teoria del crollo della
societ capitalistica per impossibilit di superare le crisi di sottocon-
sumo. Da qui Bernstein passava a negare la necessit di un passaggio
rivoluzionario al socialismo e sosteneva la possibilit di una trasfor-
mazione sociale mediante riforme. Il riformismo e l'introduzione del
suffragio universale avrebbero consegnato il potere ai lavoratori. Il
movimento  tutto, il fine  nulla, concludeva Bernstein, esortando a
una revisione radicale del materialismo storico e ad un ritorno a Kant.
Sganciati dal determinismo sociale delle lotte di classe, lo Stato e la
politica dovevano recuperare una specifica dimensione ideale e etica.
Questo riesame dell'opera di Marx coinvolse molti studiosi ed ebbe
importanti punti di riferimento: L'Anticritica di Karl Kautsly (1899),
vari articoli di Georgij Plechanov, Riforma e rivoluzione di Rosa Luxem-
burg(l899), La teoria marxiana dello sviluppo sociale di P. Struve (1898).
Anche in Italia il dibattito fu sospinto da Benedetto Croce e da Gio-
vanni Gentile verso una riconsiderazione critica generale dell'opera
di Marx. Nel 1896 Croce, che aveva avuto inizialmente simpatie so-
cialiste, aveva recensito con equilibrio critico l'importante scritto di
Antonio Labriola Del materialismo storico. Ma nel 1899, presentando
il suo volume Materialismo storico ed economia marxista, contrappo-
neva l'entusiasmo, che desta la prima lettura di uno scrittore geniale
come Marx al disgusto per le pedanterie, i sofismi e la vacuit dei
suoi prossimi scolari. Gentile, per parte sua, conduceva con il suo li-
bro Lafilosofia di Marx (1899) una fine esegesi che riportava nella tra-
dizione speculativa il tentativo marxiano di fondazione di una scienza
sociale. Questa tempestiva discussione scientifica e la ricezione di non
pochi stimoli della cultura marxista consentirono a Croce e Gentile e
al neo-idealismo un lungo predominio nella cultura italiana.
Diversi furono gli esiti del dibattito nel resto d'Europa. Specialmen-
te in Germania e in Russia esso ebbe sviluppi molto importanti sia sul
piano teorico sia su quello politico pratico. In Germania le analisi pi
importanti del capitalismo furono quelle di Werner Sombart (1863-1941)
e di Max Weber (1864-1920); in Russia quelle di Pietr Struve e
soprattutto di Vladimir Ilic Lenin (1870-1924).
Il termine capitalismo non compariva nel lessico di Marx; esso
venne introdotto da Sombart, collaboratore di Max Weber, che inti-
tol la sua opera principale Il capitalismo moderno (1903). Lo stesso
Weber portava avanti da tempo le sue indagini sul capitalismo che
culminano nel 1904 nel saggio L'etica protestante e lo spirito del capita-
lismo. In quest'opera Weber afferma che in una storia universale
della civilt, da un punto di vista puramente economico, il problema
centrale non  lo svolgimento dell'attivit capitalistica come tale... ma
bens il sorgere del capitalismo industriale borghese con la sua orga-
nizzazione razionale del lavoro libero. Ci che particolarmente inte-
ressava Weber era la connessione fra lo sviluppo capitalistico e il co-
stituirsi di uno Stato rappresentativo costituzionale dotato di un dirit-
to formale e di un apparato tecnico-razionale. Lo studio di questa
connessione aveva condotto Weber a pi vaste indagini sul rapporto
tra la formazione dell'impresa capitalistica, lo spirito del protestante-
simo, il razionalismo e le forme dello Stato moderno.

3. GLI ULTIMI ARRIVATI
Mentre nel Settecento e nella prima met dell'Ottocento l'oggetto
preferenziale dell'analisi sociale, economica e politica era stata l'In-
ghilterra, negli ultimi decenni l'osservazione scientifica si era sposta-
ta verso i paesi che giungevano con ritardo allo sviluppo moderno e
specialmente verso Germania e Russia. I motivi erano diversi. La Ger-
mania aveva completato l'unificazione nazionale all'ombra di una gran-
de personalit come Bismarck sconfiggendo prima l'Austria e poi la
Francia. Essa si presentava all'inizio del secolo XX come uno Stato
giovane e al tempo stesso ricco di potenzialit economica, di forza
politica e di prestigio culturale. La sua ascesa economica, in partico-
lare, era stata rapidissima: in soli trenta anni, fra il 1870 e il 1900, la
Germania era passata dal quarto al secondo posto fra i paesi indu-
striali. Per di pi intraprendeva una politica di espansione ma presen-
tava al tempo stesso una forte organizzazione politica socialista che
vantava l'eredit di Marx e di Engels.
All'interno della esperienza tedesca venivano a conflitto le due gran-
di tradizioni del nazionalismo e del socialismo di cui - notava Max
Weber nel 1895 - erano portatori due diversi soggetti sociali: la bor-
ghesia e il proletariato. Weber avvertiva l'originalit e gravit della si-
tuazione tedesca e scriveva:
 pericoloso e a lungo andare inconciliabile con l'interesse della nazione 
il fatto che una classe economicamente in declino detenga il potere politico. 
Ma ancora pi pericoloso  il fatto che delle classi verso le quali si 
sposta il potere economico e con esso la prospettiva del potere politico, 
non siano ancora politicamente mature per la guida dello Stato. Ai nostri 
giorni, la Germania  minacciata da entrambe le cose, ed  questo il motivo 
per cui attualmente corriamo un serio pericolo in questa situazione.
(M. WEBER, Scritti politici, Catania 1970.)
La situazione tedesca era abbastanza tipica per le nazioni in ritar-
do ove maturava un grave contrasto tra le esigenze di sviluppo socio-
economico e il carattere frenato dell'evoluzione politica, tra le spinte
provenienti dagli strati nuovi della societ e la cultura politica tradi-
zionalista del vertice statale. Una situazione ancora pi grave era
quella dell'Italia e della Russia. L'Italia aveva raggiunto la sua unit
nazionale profittando, in larga misura, di circostanze diplomatiche e
comprimendo gravi problemi interni. Ma anche in Italia, di fatto, si
era sviluppato un precoce e forte movimento socialista. Ma il caso pi
grave era certamente la Russia ove la servit della gleba era stata
abolita nel 1861 e gli istituti rappresentativi erano inesistenti.
Mentre in Italia il dibattito sul capitalismo si spense abbastanza pre-
sto in ragionamenti filosofici, in Russia prese un andamento pi largo,
pi incisivo sulle analisi sociali e sulle prospettive politiche. Prota-
gonisti del dibattito furono Lenin, Struve e N.K. Michajlovskij. Lenin
aveva pubblicato nell'ultimo decennio dell'Ottocento numerosi scrit-
ti di considerevole rilevanza scientifica. 
(V.I. LENIN, Scritti economici, a cura di U. Cerroni, Roma 1977.)
Con notevole indipendenza di pensiero Lenin 
conferiva particolare rilievo alla questione agraria
nel quadro del capitalismo moderno e respingeva la teoria sottocon-
sumistica delle crisi di Sismondi, che in Occidente rinverdiva nella
elaborazione di Rosa Luxemburg e dell'estrema sinistra. Alla do-
manda che allora circolava in Russia se il capitalismo poteva svilup-
parsi quando la massa del popolo  povera e s'impoverisce sempre
pi egli rispondeva che l'impoverimento non solo non ostacola lo
sviluppo del capitalismo, ma, al contrario,  precisamente l'espressio-
ne del suo sviluppo e dei processi di selezione, differenziazione e con-
centrazione dell'economia capitalistica. Polemico con il tradizionali-
smo populista, Lenin affermava che le nuove forze sociali dovevano
prendere la testa del processo di modernizzazione battendosi per la
democrazia rappresentativa e le libert politiche. Questa analisi so-
spinse l'economista Lenin a dedicarsi all'azione politica. E fu certa-
mente questa analisi che fece maturare la sua teoria della guida so-
cialista del movimento democratico in un paese contadino.

4. IMPERIALISMO, CROLLO, GUERRA
Oltre al tema della natura del capitalismo in ascesa, un'altra que-
stione animava gli studi sociali agli inizi del nuovo secolo: la questio-
ne dell'imperialismo. Essa concerneva l'intensificarsi dei contrasti in-
ternazionali causati dall'espansionismo delle grandi potenze, ma si
collegava anche alla vecchia questione del mercato e alla nuova
questione coloniale.
Alcune opere importanti affrontarono questi problemi con criteri
interpretativi anche molto diversi sia sul versante liberale che su quello
socialista: M. Weber, Lo Stato nazionale e la politica economica (1895),
J.A. Hobson, L'imperialismo (1902), R. Hilferding, Il capitale finan-
ziario (1910), R. Luxemburg, Riforme e rivoluzione (1898) e L'accu-
mulazione di capitale (1913), N.I. Bucharin, L'economia mondiale e
l'imperialismo (1915), V.I. Lenin, L'imperialismo fase suprema del ca-
pitalismo (1917).
L'espansionismo economico e territoriale si era fortemente intensi-
ficato. Secondo Hobson nel periodo 1884-1900 la Gran Bretagna acquist 
3,7 milioni di miglia quadrate con 57 milioni di abitanti, la Fran-
cia 3,6 milioni di miglia con una popolazione di 16,7 milioni di abitan-
ti, il Belgio 900.000 miglia con 30 milioni di abitanti e il Portogallo
800.000 miglia con 9 milioni di abitanti.
Alla vigilia della prima guerra mondiale l'idea che le colonie costi-
tuissero una essenziale appendice dell'economia e della stessa civilt
occidentale non era seguita soltanto dai critici socialisti, ma era alla
base anche di molte concezioni liberali. Sul piano economico essa si
collegava con la politica di potenza dei grandi Stati occidentali, con la
visione competitiva delle relazioni internazionali. Nelle teorie libera-
li la conquista delle colonie era ritenuta essenziale allo sviluppo
dell'economia nazionale e rientrava nei compiti di civilizzazione del-
le nazioni. Anche i critici dell'imperialismo ritenevano che in definitiva
il colonialismo fosse parte organica e ineliminabile della politica e
dell'economia capitalistica.
Accentuazioni differenti non mutavano sostanzialmente il quadro.
Diverse, per, erano le strategie politiche proposte. Mentre Lenin,
sulla scia di Rosa Luxemburg, vedeva nel capitalismo imperialista un
fatale generatore di guerre, Kautsky e in parte Bucharin lo considera-
vano come una fase di superorganizzazione dell'economia, Hobson e
Schumpeter come una fase in cui la razionalizzazione capitalistica ve-
niva a scontrarsi con le tradizioni nazionalistiche ataviche.
Tanto il liberale Hobson quanto il marxista Lenin, per, intravede-
vano prospettive catastrofiche. Scriveva Hobson che poteva presen-
tarsi il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di
permettere l'esistenza di nazioni industriali pi progredite, le cui
classi elevate riceverebbero dall'Asia e dall'Africa enormi tributi e,
mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di
servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione. 
Lenin commentava: Hobson ha completamente ragione. Se le
potenze dell'imperialismo non incontrassero resistenza, esse giunge-
rebbero direttamente a quel risultato.
(V.I. Lenin, Opere scelte, Roma, 1965, p. 651)
Strettamente connesso con la questione dell'imperialismo, un altro
problema andava imponendosi: quello della guerra e, pi in generale,
quello della violenza nella politica. Gi Weber affermava nel 1895
che ai nostri discendenti non dobbiamo dare, come viatico del loro
cammino, la pace e la felicit umana, bens la lotta incessante per la
salvaguardia del nostro carattere nazionale. 
(M. WEBER, Scritti politici, cit., p. 93.)
La questione nazionale che nell'Ottocento era stata principalmente 
una questione attinente alla unificazione e alla indipendenza 
delle nazioni assumeva caratteristiche di conquista militare 
e di espansione economica, trovava motivazioni di 
giustizia internazionale per le nazioni proletarie. 
In tal modo essa coinvolgeva emotivamente vasti strati popolari.
Le nazioni venivano a contrapporsi, in talune rappresentazioni teoriche,
anche in termini razziali. Persino Weber arrivava a parlare di razze
inferiori e affermava: Noi siamo uno Stato di potenza. 
(M. WEBER, op. cit., p. 127.)
Anche Antonio Labriola guard con favore alla conquista italiana della 
Libia.  da notare che nello stesso dibattito di fine secolo attorno 
al marxismo si erano manifestate interpretazioni che portavano al centro 
della questione politica il tema della forza. Chi sosteneva la prospettiva
della rivoluzione per l'instaurazione di una societ socialista conferi-
va al momento della forza un rilievo che in Marx non c'era. Persino
Croce, nel riconoscere l'importanza dell'opera di Marx, teneva a sot-
tolineare il principio della forza, della lotta, della potenza, e la cau-
stica opposizione alle insipidezze giusnaturalistiche, antistoriche e
democratiche, ai cosiddetti ideali dell'89.

Nel passaggio al nuovo secolo andava cos costituendosi una nuova
atmosfera culturale incline ad una drastica revisione dell'eredit ot-
tocentesca e romantica dell'ultimo trentennio. Sulla scia di Treitschke
e di Ranke avanzava in Germania una revisione storicista della cultu-
ra positivista. Wilhelm Dilthey (1833-1911) sottolineava il nesso sto-
rico e organico che salda Stato e nazione. Egli respingeva sia l'indivi-
dualismo liberale sia l'economicismo socialista che minacciavano la
comunit germanica e lo Stato-potenza ereditato da Bismarck. Una
diretta integrazione fra individui e Stato - sosteneva Dilthey - pu con-
solidare lo Stato-potenza purch si ispiri al tradizionalismo tedesco.
Si affermava la formula teorica: Il nostro interesse  nostro diritto.
(B. CROCE, Materialismo storico ed economia marxistica, Bari 1968, p. XIII.)
Anche Friedrich Meinecke (1862-1954) si muove sulla linea di una 
rivendicazione dello Stato-potenza e di una giustificazione della ragion 
di Stato. Egli scriver nel 1924:
la ragion di Stato  la norma dell'azione politica, la legge motrice dello 
Stato. Ma ciascuno Stato possiede una sua propria individualit sicch
la ragione dello Stato consiste nel riconoscer se stesso e il suo ambiente,
e nel trarre da questa conoscenza le massime dell'operare. Forza ed eticit
si saldano nella compagine naturalistica della comunit che organizza la sua
potenza pratica e spirituale nello Stato: cratos ed ethos fondano lo Stato
e fanno la storia. Tuttavia Meinecke avverte la problematicit di
questo nesso tra forza e etica e si chiede fino a dove si spinge in questo 
il mero istinto di potenza, la gioia di dominare, l'ambizione - fino a che
punto la preoccupazione etica per il bene del complesso a lei connesso 
modera questo istinto?. Egli ritiene, comunque, che si possano pronunciare
soltanto giudizi particolari caso per caso riconoscendo che la ragion di 
Stato  una norma d'azione della massima duplicit e scissione, essa ha 
un lato rivolto alla natura e uno allo spirito, e, per cos dire, una 
parte centrale dove natura e spirito interferiscono... Cos l'azione 
secondo la ragion di Stato procede in una perenne vicenda di luce e di 
tenebre.
(F. MEINECKE, L'idea della ragion di Stato nella storia moderna, 
Firenze 1977, Introduzione.)
La connessione fra espansionismo economico, instabilit politica,
conflittualit sociale e pericolo di guerra venne dunque messa in luce
su versanti teorici differenti con il consolidarsi di tendenze nazionali-
stiche irredentistiche da una parte e di tendenze rivoluzionarie
dall'altra. Non mancarono casi significativi di commistione: l'impe-
rialismo economico, il nazionalismo aggressivo e la guerra stessa ven-
nero presentati come elementi destinati a rinnovare la societ cos
come la questione sociale fu talora presentata come un problema
che soltanto l'uso rivoluzionario della forza avrebbe risolto.

5. LUXEMBURG, LENIN, SOREL
Passando all'azione politica Lenin aveva rivendicato alla classe ope-
raia, alleata ai contadini, una funzione modernizzatrice. Essa doveva
esigere non soltanto riforme economiche ma soprattutto riforme po-
litiche che portassero la Russia alla democrazia. Solo in seguito, dopo
il fallimento della rivoluzione del 1905 e di fronte all'aggravarsi della
situazione mondiale Lenin teorizzer il passaggio del capitalismo a
una fase imperialista nella quale la necessit di sfuggire alle crisi da
sottoconsumo motiva il ricorso alla guerra.
In sostanza Lenin abbandonava la sua giovanile teoria di un capita-
lismo capace di superare le crisi mediante l'espansione del mercato
attuata con investimenti crescenti nel capitale costante. Egli accetta-
va ora l'analisi che dell'economia capitalistica aveva gi dato Rosa
Luxemburg. Questa diversa analisi, corroborata dalle nuove tenden-
ze espansioniste e belliciste, sospinse Lenin verso una diversa strate-
gia politica.
Gi nel Che fare? (1902) Lenin aveva fortemente esaltato la necessi-
t di una forte organizzazione centralizzata, la funzione dei rivoluzio-
nari professionali nel partito, la necessit di una stimolazione del mo-
vimento rivoluzionario. Tutti questi elementi volontaristici non fece-
ro che aumentare nella teoria e nell'azione dei bolscevichi, che Lenin
definiva nel 1905 i giacobini della socialdemocrazia contemporanea.
(V.I. Lenin, op. cit. p. 353)
Una evoluzione per certi aspetti contraria segue invece il pensiero
di Rosa Luxemburg (1871-1919) passata anche lei dagli studi di eco-
nomia alla azione politica. Pur essendo di origine polacca ella aveva
con s la pi complessa tradizione del socialismo tedesco e doveva
confrontarsi con forze e tradizioni politiche pi raffinate di quelle
presenti nell'impero russo. Il suo radicalismo teorico, perci, venne
presto a misurarsi con il funzionamento reale delle istituzioni rappre-
sentative e con l'articolazione della societ tedesca.
Gi nel 1904, intervenendo sui Problemi di organizzazione della so-
cialdemocrazia russa Rosa Luxemburg scriveva: che il movimento
socialdemocratico dei paesi arretrati debba imparare dal pi vecchio
movimento dei paesi pi progrediti, appartiene al novero delle verit
consolidate e venerande. 
(R. LUXEMBURG, Scritti politici, a cura di L. Basso, Roma 1965, pp. 217 ss.)
Intuendo le conseguenze negative di una sopravvalutazione dell'organizzazione 
e del partito e in genere dell'elemento volontaristico nella lotta politica 
ella rilevava che
la difficolt principale della lotta socialdemocratica in Russia  il fatto 
che il dominio di classe borghese  nascosto dal dominio della violenza 
dell'assolutismo... Il problema dell'organizzazione  quindi per la 
socialdemocrazia russa particolarmente difficile non solo perch deve 
crearla senza avere a disposizione tutte le procedure formali della 
democrazia borghese, ma soprattutto perch deve crearla in certo modo, 
come il buon Dio dal nulla, nel vuoto, senza la materia prima politica 
che di solito viene preparata nella societ borghese.
Diffidente nei confronti di ogni autoritarismo e preoccupata di ri-
spettare le libert anche all'interno delle organizzazioni rivoluziona-
rie, Rosa Luxemburg concludeva: L'ultracentralismo raccomandato
da Lenin ci sembra pervaso in tutto il suo essere non dallo spirito po-
sitivo e creatore ma dallo spirito sterile del guardiano notturno. La
sua concezione  fondamentalmente diretta a controllare l'attivit di
partito e non a fecondarla, a restringere il movimento e non a svilup-
parlo, a soffocarlo e non a unificarlo. Rosa Luxemburg intuiva in-
somma che il processo rivoluzionario non poteva essere forzato con
lo strumento della organizzazione perch - diceva efficacemente - il
mezzo si rivolta contro lo scopo.
Georges Sorel (1847-1922) incarna con evidenza il carattere e le
tendenze della cultura politica europea nella transizione da un secolo
all'altro. Non solo per le molte relazioni che intrattenne con teorici e
politici e per le influenze che esercit, ma soprattutto per l'esplicita
teorizzazione che egli fece del ruolo della violenza nell'azione politica.
Sorel collabor molto presto con una rivista di ispirazione marxista
e stabil gi nel 1895 una intensa corrispondenza con Croce che dur
fino alla sua morte. Notevole successo ebbero nelle pi diverse dire-
zioni politiche le sue Riflessioni sulla violenza, uscite in volume nel
1908 ma gi note in forma di articoli a partire dal 1905. I suoi scritti
influenzarono tutti i grandi movimenti politici e uomini cos diversi
come Mussolini e Gramsci.
Seguace di Proudhon e allievo di Bergson, Sorel accoglie l'idea della
lotta di classe e le linee generali dell'analisi di Marx circa la critica
della societ borghese e la vocazione socialista del proletariato. Egli
critica in modo radicale ogni forma di parlamentarismo e di riformi-
smo ma respinge anche l'idea di costruire uno Stato socialista
(l'idea che il proletariato abbia come missione storica di imitare la
borghesia). Ci costituirebbe soltanto un mutamento di padroni
per soddisfare ideologi, politicanti e speculatori, tutti adoratori e
sfruttatori dello Stato. In nome delle rivendicazioni economiche So-
rel propone invece l'organizzazione di uno sciopero generale dei la-
voratori che imponga con la violenza proletaria una forma libera di
associazione produttiva.
La lotta socialista deve per Sorel essere finalizzata a questa violenta
e risolutiva esplosione che non significher affatto una catastrofe del-
l'ordine sociale, ma una sua rigenerazione morale. Lo sciopero gene-
rale, infatti,  nella rovina totale delle istituzioni e dei costumi qual-
cosa di possente, di nuovo e d'intatto;  ci che, propriamente parlan-
do, costituisce l'anima del proletariato rivoluzionario; essa non sar
travolta nella generale decadenza dei valori morali, se i lavoratori
avranno abbastanza energia per sbarrare il cammino ai borghesi cor-
ruttori, rispondendo alle loro lusinghe con la pi eloquente brutalit.
Ma il singolare ondeggiamento fra destra e sinistra disperse abba-
stanza rapidamente la possibilit organizzativa del sindacalismo rivo-
luzionario. Con l'esaltazione della violenza come forza risanatrice e
moralizzatrice il pensiero di Sorel divenne piuttosto un lievito ribelli-
stico destinato a fermentare in tutte le direzioni della cultura politica.

II. Le trasforrnazioni dello Stato
1. LA CRISI DELLO STATO LIBERALE
Il problema centrale dello Stato liberale era divenuto dappertutto
quello del rapporto da stabilire con le masse urbanizzate dall'indu-
strializzazione.
La centralit assunta dal rapporto di lavoro emerge con grande evi-
denza da quelle che possono considerarsi le due pi importanti anali-
si della societ moderna di fine secolo: Comunit e societ di Ferdi-
nand Tnnies (1887) e La divisione sociale del lavoro (1893) di Emile
Durkheim.
Tnnies (1855-1936) imposta la sua sociologia sulla distinzione fra
la comunit premoderna a solidariet meccanica di gruppo e la mo-
derna societ individualistica. Questa distinzione poggia sulla disinte-
grazione storica del gruppo e sulla emersione di un rapporto sociale
individualizzato in cui ognuno sta per conto proprio ed  tuttavia
sospinto dalla necessit esistenziale a offrire continuamente la sua pre-
stazione produttiva. La societ moderna si configura come una socie-
t di scambio (nella quale, come aveva gi detto Adam Smith, ognu-
no  un commerciante) e addirittura - giunge a dire Tnnies - come
una guerra latente fra gli individui. Essa  punteggiata da accordi
contrattuali che rendono possibili sia l'attivit produttiva industriale
sia l'esistenza stessa dei lavoratori. Al centro di questi accordi sta il
contratto di lavoro che collega le due grandi classi della societ ed 
la forma attraverso la quale masse di uomini vengono riunite o si ri-
uniscono per un lavoro comune.
(F. TNNIES Comunit e societ Milano 1979, p. 243.)
Non diversa era stata la considerazione del lavoro nei sociologi della
scuola positivista e nel pi grande sociologo di fine secolo Emile Durk-
heim (1858-1917). Questi, reagendo al tradizionale economicismo li-
berale e socialista, sottolineava che il contratto non  autosufficiente
ma presuppone una regolamentazione che si estende e si complica
come la stessa vita contrattuale e lamentava che i rapporti del capi-
tale e del lavoro sono restati, fino ad oggi, nello stesso stato di inde-
terminatezza giuridica: una lacuna che tutti i popoli attualmente sen-
tono e si sforzano di colmare.
(E. DURKHEIM, La divisione del lavoro sociale, Milano 1962, pp. 358-359.)
Emergeva cos il problema di un intervento sociale dello Stato e del-
la regolazione giuridica dei nuovi rapporti indotti dai processi di in-
dustrializzazione. Per questo motivo Durkheim parlava della solida-
riet contrattuale come di un essenziale tipo di solidariet organica
che doveva regolare la nuova societ, una volta tramontata la solida-
riet meccanica premoderna. Egli concludeva il suo libro segnalando
il bisogno urgente di nuove regole giuridiche e sollecitando la crescita
del nuovo diritto contrattuale e del nuovo diritto amministrativo.
Una volta di pi si constata - scriveva Durkheim - che il contratto li-
bero non  autosufficiente, dal momento che  possibile soltanto grazie 
a una organizzazione sociale molto complessa.
(E. DURKHEIM, op. cit., pp. 376-377).
La societ liberale, centrata economicamente sulla figura del citta-
dino-proprietario e strutturata politicamente su un regime molto ac-
centrato e poco impegnato nella gestione sociale, doveva ora fronteg-
giare movimenti e organizzazioni di massa in cui gli interessi comuni
di vasti ceti sociali stimolavano e imponevano azioni collettive.
Nel complesso tutto l'impianto dello Stato liberale viene ormai mes-
so in discussione. Si parla sempre pi spesso di trasformazioni dello
Stato, di un diritto vivente che preme sul diritto vigente, di un diritto
sociale che si affianca al diritto individuale-privato, di un rapporto di-
namico fra societ civile e societ politica.

2. LIBERALISMI
Di fronte a questa complessa situazione di ebollizione sociale le tra-
dizionali categorie teoriche del liberalismo non reggono meglio delle
istituzioni dello Stato liberale. E nelle tensioni che si determinano vie-
ne in evidenza la diversa consistenza delle tradizioni nazionali del li-
beralismo.
In Gran Bretagna il liberalismo manifesta una grande duttilit, pari
alla prontezza con cui l'lite che dirige lo Stato opera l'apertura verso
le masse. John Stuart Mill (180~1873), Thomas Hill Green (183~1882)
e Leonard Trelawny Hobhouse (1864-1929) conducono gi nella se-
conda met dell'Ottocento una importante opera di aggiornamento
teorico che libera la tradizione inglese dal predominio del vecchio in-
dividualismo proprietario.
La persona  una persona sociale, suona una celebre affermazione
di Green e su questo concetto poggia l'idea cardinale della equality of
opportunity per tutti. La libert, in questo quadro culturale inglese,
diviene - nota Guido De Ruggiero - non tanto un diritto dell'indivi-
duo quanto una necessit sociale. Essa non riposa sul diritto di A di
essere lasciato a se stesso da B, ma sul dovere di B di trattare A come
un essere razionale... Fondata sulla personalit, essa postula liberi sco-
pi per lo sviluppo personale di ogni membro della comunit. 
(G. DE RUGGIERO, Storia del liberalisrno europeo, Bari 1925, p. 168.)
Entro questo nuovo orizzonte cade sia l'ostilit di principio all'intervento
statale sia la propensione autoritaria dello Stato nei confronti del cit-
tadino. Nasce cos il liberalismo sociale attivo nel mondo anglosas-
sone, dove non a caso le politiche liberali hanno sostenuto con mi-
glior successo che nei paesi latini il confronto con il socialismo.
(V. ZANONE, Il liberalismo moderno, in Storia delle idee politiche 
economiche e sociali, vol. VI, Torino 1972, p. 200.)
Alla fine dell'Ottocento, nei suoi Saggi fabiani (1889), Sidney Webb
poteva affermare che il socialismo non era che la realizzazione su sca-
la generale dell'individualismo e Sidney Olivier giungeva a dire che esso
era, anzi, l'individualismo razionalizzato. 
(Cfr. G. H. SABINE, Storia delle dottrine politiche, Milano 1967, p. 567.)
Come scrive George Sabine, in Gran Bretagna da John Stuart Mill in poi, 
non vi  stato alcun pensatore liberale importante, fatto salvo 
Herbert Spencer, che difendesse una teoria che anche soltanto si 
avvicinasse al laissez faire. (Ivi, pp. 569-570)
In questa ristrutturazione teorica del liberalismo pes fortemente la
tradizione empirica e pragmatica inglese: contro l'astratto razionali-
smo continentale si imponeva un'idea diversa della politica come au-
toorganizzazione degli interessi e come gestione concordata della co-
munit.
Evoluzione non molto diversa ha il liberalismo americano. La tradi-
zione liberale americana si era costituita nella fusione, realizzatasi
con la rivoluzione del 1776, tra spirito indipendentista nazionale, or-
ganizzazione costituzionale delle autonomie territoriali e autotutela
delle libert politiche e religiose degli individui e delle collettivit.
Del tutto assente era negli USA la tradizione del privilegio cetuale, delle
riforme illuminate del monarca, del costituzionalismo octroy, del-
l'organicismo statalista. Il significato profondo dell'individualismo
americano faceva corpo non tanto con la propriet individuale quan-
to con la piccola comunit organizzata attorno alla scuola, alla par-
rocchia, al giudice e allo sceriffo elettivi: agli strumenti che concreta-
mente garantivano le libert dei differenti piccoli gruppi. Era assente
il peso delle tradizioni feudali e di quelle monarchiche cos come quel-
lo di un razionalismo in lotta con la Chiesa. In questa atmosfera il li-
beralismo americano pot svilupparsi senza grandi contese teoriche,
risolvendo i problemi nuovi con semplici emendamenti di una Costi-
tuzione rimasta sostanzialmente identica per due secoli.
Sul continente europeo la situazione era profondamente diversa.
Pesava qui la lunga storia dei conflitti fra tradizione romana e tradi-
zione germanica, fra Chiesa e Impero, fra ceti corporativi, fra Comu-
ni guelfi e Comuni ghibellini, fra Stati nazionali che si contendevano
confini e territori, fra monarchici e repubblicani, fra cristiani, ebrei e
musulmani, fra cattolici e protestanti.
Difficile e sussultoria diventa, in questo quadro, l'organizzazione
dello Stato moderno: la Francia, dopo l'esperienza imperiale carolin-
gia, conosce una monarchia plurisecolare e, dopo la rivoluzione del
1789, cinque repubbliche.
Non a caso nel primo scorcio del nuovo secolo la Francia  percorsa
da nervosismi intellettuali, espressi, oltre che da Sorel, da filosofi come
Bergson che esalta lo slancio vitale e come Blondel che enfatizza l'azio-
ne, da scrittori che alimentano speranze rinnovatrici e miti del passa-
to come Maurras, Barrs e Pguy, da intellettuali come Proust e Valry
che mettono a fuoco le nuove varianti psicologiche dell'esistenza.
Particolarmente influenti sono in Francia alcuni giuristi di grande
levatura come M. Hauriou, A. Esmein, L. Duguit che studiano le nuove
dinamiche sociali sotto il profilo delle implicazioni politiche e della
regolazione giuridica. Sono essi, di fatto, che operano una importante 
sutura fra la sociologia e la politica.
In Germania il liberalismo presenta aperture pi modeste. Derivato
dal razionalismo kantiano, esso resta ancorato alle due stelle polari
della propnet individuale e dell'autorit dello Stato e conosce ben poche
varianti e sfumature. Da qui la sua ristretta influenza, essendo premuto
da un lato dallo statalismo burocratico-militare di estrazione prussiana,
dall'altro dalla cospicua forza pratica e teorica del socialismo.
L'Italia segue sostanzialmente le tracce della Germania. La situa-
zione politica cambia soltanto con Giolitti che, pur ricorrendo a me-
todi discutibili, tenta una mediazione fra i vecchi ceti conservatori e i
nuovi soggetti sociali. Manca tuttavia a questa operazione un soste-
gno teorico adeguato. La cultura politica del liberalismo italiano re-
sta a lungo fortemente influenzata da filosofemi idealistici inclini al
compromesso fra le nuove istanze modernizzatrici, democratiche e
laiche e il tradizionalismo monarchico, clericale e conservatore.

3. CROCE E GENTILE
Due sono gli esponenti di spicco del liberalismo italiano al debutto
del nuovo secolo: Benedetto Croce (1866-1952) e Giovanni Gentile
(1875-1944). Di Croce si  gi fatto cenno. Nel panorama italiano egli
viene ad assumere un ruolo paragonabile a quello di Weber in Ger-
mania. Egli rompe il silenzio culturale del liberalismo conservatore,
apre il dialogo critico col socialismo teorico frustando al tempo stesso
l'incultura e insieme la baldanzosa ignoranza, e, peggio ancora, l'im-
broglio, che regnavano nella cerchia socialistica. 
(B. CROCE, Come nacque e come mor il marxismo teorico in Italia, in 
Materialismo storico ed economia marxistica, cit., p. 266.)
Croce accoglie inoltre suggerimenti importanti del materialismo storico 
che assume come canoni di interpretazione storica. Lascia invece in 
disparte, a differenza di Weber, la rilevanza metodologica dell'opera di 
Marx e avversa drasticamente la problematica della sociologia scientifica.
Sul piano delle teorie politiche Croce propugna un liberalismo an-
corato alle tradizioni dello Stato monarchico sabaudo. Come Weber
egli vede nello Stato principalmente il portatore di una visione spiri-
tuale della vita garantita dal monopolio legittimo della forza, ma resta
fermo su una distinzione netta tra liberalismo e democrazia che lo
trattiene dalla comprensione dei problemi nuovi e delle riforme che
di impongono.
Alla base del liberalismo crociano sta sostanzialmente - come egli stesso 
afferma - una visione metapolitica. Lo Stato non  un fatto, ma una 
categoria spirituale, 
(B. CROCE, Etica e politica, Bari 1967, p. 177. Qui e in seguito ci si 
riferisce allo scritto Elementi di politica che risale al 1924.)
cui l'azione politica si rapporta secondo la categoria dell'utile e cio 
del rapporto mezzo-fine, senza riferimento alla sfera degli interessi 
esistenziali e sociali. Diventa cos assolutamente equivalente il 
perseguimento del fine con la forza o con il consenso perch
forza e consenso sono in politica termini correlativi, e dov' l'uno, non 
pu mai mancare l'altro. Sganciato dalla specifica soddisfazione dei propri 
interessi e bisogni e perci da una positiva domanda di rappresentanza 
nella decisione politica, il consenso diventa puro atto di assenso e pu 
persino coincidere con la sopportazione tacita.
Ogni consenso  forzato, pi o meno forzato, cio tale che sorge sulla 
"forza" di certi fatti, e perci "condizionato": se la condizione di fatto 
muta, il consenso, com' naturale, viene ritirato, scoppiano il dibattito e 
la lotta, e un nuovo consenso si stabilisce sulla condizione nuova. 
Ne consegue una sostanziale irrilevanza della condizione
personale degli individui e anche delle circostanze sociali in cui essi si 
rapportano: in ogni Stato autorit e libert sono inscindibili... la 
libert si dibatte contro l'autorit e pur la vuole, e senz'essa non 
sarebbe; e l'autorit reprime la libert, eppure la tien viva o la suscita 
perch senz'essa non sarebbe. La libert si riduce ad una indeterminata
gioia del fare, gioia del vivere. Con De Maistre Croce pu concludere 
che bisogna sempre predicare ai popoli i benefici dell'autorit e ai 
principi quelli della libert.
Da qui la necessit di respingere le teorie unilaterali, tra cui anche 
quelle democratiche, che esaltano concettualmente istituti e categorie che 
debbono invece restare puri e semplici espedienti pratici.
In questo quadro teorico la ricognizione del mondo degli interessi,
dei rapporti sociali storicamente dati, delle circostanze esistenziali
sfuma in una generica esaltazione della vita, che si barrica provvi-
soriamente dietro la separazione di morale e politica. Di fatto, al cen-
tro della politica resta per Croce la forza, quella forza che  forza di
bene proprio in quanto culmina nella potenza dello Stato e da qui
trabocca nella vita morale che lo relativizza nella storia. Ma nono-
stante questo addolcimento dello Stato etico resta sullo sfondo l'idea
che i migliori sono i forti perch dai duri domini dei forti escono
poi le societ ingentilite e civili che a quei domini formano contrasto,
e nondimeno senza quella barbarie generosa, non sarebbero. Il cen-
tauro del Machiavelli non  soltanto rappresentazione dell'impasto
di cratos ed ethos che caratterizza la vita politica, ma diventa anche un
valore simbolico che sar temperato soltanto dal sentimento di fidu-
cia nella Provvidenza che regge le cose umane. Nonostante le pro-
messe di secolarizzazione l'indagine di Croce sulla politica sfuma nel-
la fede. L'impresa resta dimezzata da una manzoniana e compromis-
soria filosofia della vita.
Per il liberalismo di Croce la politica resta, come per Gladstone, la
via per produrre e promuovere, non la democrazia ma l'aristocrazia,
la quale  veramente vigorosa e seria quando non  aristocrazia chiu-
sa ma aperta, ferma bens a respingere il volgo, ma pronta sempre ad
accogliere chi a lei si innalza. Il problema delle istituzioni democra-
tiche e delle libert politiche si trasvaluta cos nel culto di una religio-
ne filosofica della libert: quella che una volta si chiamava la religio-
ne insita o naturale, e ora si potrebbe chiamare storica. Queste pa-
role venivano rese pubbliche nel 1924 quando gi Croce aveva votato
la fiducia al governo Mussolini, prima del radicale cambio di rotta
che lo avrebbe portato all'opposizione contro il fascismo. In quello
stesso anno sul Corriere italiano del primo febbraio Croce aveva affer-
mato che il cuore del fascismo...  l'amore per la patria italiana,  il
sentimento della salvezza di essa e perci dello Stato italiano;  la giu-
sta convinzione che uno Stato senza autorit non  uno Stato.
(Cfr. A. HAMILTON, L'illusione fascista, Milano 1972, p. 55.)
L'itinerario di Giovanni Gentile  pi netto.  ben riassunto nella let-
tera inviata da Gentile a Mussolini (presidente del Consiglio) e pub-
blicata dal Giornale d'Italia il primo giugno 1923.  doveroso e chiari-
ficatore ricordarla: Mi son dovuto persuadere che il liberalismo,
com'io l'intendo e come l'intendevano gli uomini della gloriosa Destra, 
che guid l'Italia nel Risorgimento, il liberalismo della libert nel-
la legge e, perci, nello Stato forte, e nello Stato concepito come una
realt etica, non  oggi rappresentato in Italia dai liberali che sono
pi apertamente contro di Lei, ma, per l'appunto, da Lei.
(Cfr. op. cit.. p. 53)
L'attualismo gentiliano esalta l'azione e vi condensa anzi il mondo
del soggetto perch una forma meramente teoretica dello spirito
non  concepibile e perch tutto  chiuso nel processo della volont. 
(G.GENTILE,I fondamenti della filosofia del dirittO (1916,)Firenze 1937.)
L'agire ha dentro di s le sue ragioni e costituisce la molla stessa
del pensiero (la realt del pensiero  la realt). In esso la volont
opera come concordia discors (una pace senza guerra non  possibile), 
che  intelligibile soltanto come processo spiritualizzato dal sog-
getto.  dunque il soggetto spirituale che ordina anche l'agire sociale
e politico sicch la societ non  gi inter homines, ma in interiore ho-
mine. Ma questa spiritualizzazione coesiste con una visione autorita-
ria della sfera sociale perch chi dice societ, dice autorit Il sog-
getto spirituale unificante ha bisogno di realizzare - con la legge - un
ordine sociale valido per tutti e tuttavia opera senza stabilire nessuno
spazio per la espressione libera delle altrui volont. Demolito il
giusnaturalismo che oppone i diritti individuali alla comunit, rifiuta-
ta ogni intrusione materialistica degli interessi, respinta la democra-
zia come sistema garantito di rappresentanza pluralistica, lo Stato
etico di Gentile realizza l'unificazione spirituale con ricorso alla forza
coattiva del diritto in nome dell'unit della nazione, della volont di
essere uniti come popolo. Ma qual  il volere di un popolo? Non cer-
to la somma dei voleri degli individui che lo costituiscono, bens quel
volere unico che ognuno di questi individui (pochi, molti, moltissimi)
attua come volere che valga per volere di tutti: ossia il volere uno in-
dividuale come volere comune, in quanto riesce ad esser tale 
Il successo pratico, dunque, di chi riesce a far valere come comune il
suo volere diventa il regolatore della dinamica storica. L'unificazione
spirituale  necessaria, ma ne risulta portatore chi vince. Pertanto la
spiritualit deve assumere la forza come suo strumento essenziale. La
forza diventa cos il supporto della spiritualit, di cui  portavoce la
personalit forte del Capo, al quale gli individui possono soltanto cre-
dere. Sprovvisto degli istituti elettivi lo Stato etico perde anche la lai-
cit tipica dello Stato moderno. Nella sua ultima opera Gentile arri-
ver a scrivere: Lo spirito laico (lo Stato laico)  una favola perch
il fondo spirituale della soggettivit  occupato proprio dalla religio-
ne tradizionale: una politica vuota di ogni religiosit sarebbe... una
politica artificiosamente bruta e meccanica priva d'afflato spirituale.
Vamno cos perduti tutti gli acquisti e i caratteri dello Stato moderno.
(G. GENTILE, Genesi e struttura della societ (1943), Milano 1954, 
pp. 122,125.)

4. GLI ELITISTI
La crescita della societ di massa suscitava gi da tempo in Europa
riflessioni teoriche importanti. In particolare la filosofia di Friedrich
Nietzsche (1844-1900) e di Henri Bergson (1859-1941) avevano semi-
nato uno spirito di diffidenza e di rivolta contro la folla. Il primo ave-
va cercato nella sublimazione intellettuale e artistica dell'individuo un
rifugio di fronte alla avanzante massificazione e alla psicologia del
branco e aveva rimesso in questione con il suo nichilismo l'intera tra-
dizione culturale moderna. Il secondo aveva contrapposto al fallito
programma illuministico una prospettiva vitalistica, aperta all'Irra-
zionalismo. Maturava un nuovo clima intellettuale.
Le novit che i processi sociali stavano determinando nella politica
furono registrati da tre sociologi italiani: Vilfredo Pareto (1848-
1923), Gaetano Mosca (1858-1941) e Roberto Michels (1876-1936).
Essi sono solitamente accomunati con il termine elitisti perch l'og-
getto principale della loro indagine fu costituito dalla concentrazione
del potere in una ristretta classe politica (lite). Tale concentrazione 
considerata una diretta conseguenza dell'intensificarsi ed estendersi
dei fenomeni di organizzazione nella societ e nello Stato moderno.
La dissoluzione progressiva del gruppo primario familiare e l'atomiz-
zazione che ne deriva si accompagnano bens a un isolamento degli
individui, ma anche a un loro crescente inserimento nel rapporti pro-
duttivi, sociali, culturali della comunit. Inoltre la frantumazione del-
la struttura segmentaria della societ premoderna modella le attivit
individuali sulla base di stereotipi, che rendono evidenti somiglianze
e convergenze di interessi, forme di vita, bisogni, comportamenti.
L'associazionismo viene potentemente sviluppato dall'intensificarsi
della vita politica democratica: la libert di associazione, che Costitui-
sce un cardine della democrazia, viene stimolata dall'estendersi del
suffragio, dall'espletamento delle elezioni, dalla crescita di attivit pro-
pagandistiche, dal radicarsi dei partiti politici nel territorio. Questa
diffusione dei fenomeni organizzativi genera altri fenomeni impor-
tanti come la formazione di strati professionali addetti alle funzioni
organizzative e ad altre funzioni connesse. Si accresce altres la pro-
duzione di formalit e procedure intese a regolare il fenomeno orga-
nizzativo e il cui possesso consente di sfruttare vantaggiosamente i
processi decisionali. Cos, nota Weber, la crescita della democrazia si
accompagna in certa misura alla crescita della burocrazia. Ma pi in
generale - come dice Michels - l'organizzazione  la madre del pre-
dominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti, dei de-
legati sui deleganti. Chi dice organizzazione dice oligarchia.  que-
sta la cosiddetta legge ferrea delle tendenze oligarchiche nella orga-
nizzazione politica.
L'attenzione di Pareto va soprattutto a due temi: alle dinamiche so-
cio-culturali che si istituiscono fra lites e masse e al fenomeno cre-
scente dell'associazionismo sindacale. Su questi due temi egli forni-
sce nel suo volume Trasformazioni della democrazia (1921) una signi-
ficativa registrazione delle difficolt che insorgono nelle societ de-
mocratiche quando il processo di partecipazione politica si allarga
mettendo in crisi i vecchi sistemi di regolazione. Di fronte a queste
difficolt il liberalismo di Pareto inclin verso soluzioni autoritarie
che gli fecero guardare con qualche simpatia il fascismo.
Anche Mosca cerc di spostare l'attenzione degli studi politici ita-
liani dalla filosofia alla ricerca positiva e pu considerarsi uno dei
fondatori della moderna scienza politica italiana. Professore di dirit-
to costituzionale, egli divenne il primo docente di storia delle dottrine
politiche aprendo una tradizione nuova, collaterale a quella giuridi-
ca, di studio dei fenomeni politici e degli istituti costituzionali. Ogget-
to delle sue analisi sono le differenti forme storiche in cui si organizza
la classe politica. Quest'ultima, secondo Mosca, adempie a tutte le
funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi, che ad esso
sono uniti. La grande massa dei governati, invece,  diretta e rego-
lata dalla prima in modo pi o meno legale ovvero pi o meno arbi-
trario e violento, e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi
materiali di sussistenza e quelli che alla vitalit dell'organismo politi-
co sono necessari.
Nei primi decenni del secolo lo studio delle masse occupa anche la
sociologia europea. Gi sul finire dell'Ottocento Gabriel Tarde (1843-
1904) aveva analizzato le componenti istintuali della folla, nella quale
si spengono i controlli razionali. Gustave Le Bon (1841-1931) studia
in particolare la Psicologia delle folle, che egli vede dominata da una 
irresponsabilit collegata all'anonimato e al carattere emozionale dei
comportamenti. In questi caratteri della folla viene individuata la sua
facile sottomissione alle suggestioni del capo.
Pi ampia  l'analisi del rapporto lite-masse del filosofo spagnolo
Jos Ortega y Gasset (1883-1955). Egli opera per un rinnovamento
generale della cultura sociale e politica del suo paese, ben presto mi-
nacciato direttamente dal fascismo, cercando di rinnovare il liberalismo 
(Politica vecchia e nuova, Meditazioni del Chisciotte, 1914). Ortega 
inquadra il rapporto fra lite e massa nei processi di industrializza-
zione, urbanizzazione e democratizzazione (Il tema del nostro tempo
1923). Egli ricostruisce in particolare i fenomeni della nascente cultu-
ra di massa (La ribellione delle masse, 1929) tentando di mediare la
concezione individualista e quella collettivista della storia
Ortega ritiene che l'individuo a s preso  un'astrazione giacch egli
vive e opera entro un tessuto sociale (Io sono io e le mie circostanze).
D'altra parte la massa manca di creativit ed  un insieme arti-
ficiale, indotto dal fenomeno della agglomerazione moderna, e ca-
rico di pericoli. Scrive Ortega: Molti uomini ritornano ad aver no-
stalgia del gregge. Si abbandonano con passione a ci che in essi c'era
ancora della natura delle pecore. Vogliono marciare nella vita uniti,
in un cammino collettivo, lana contro lana, e il capo chino. Per questo
in molti paesi d'Europa si vanno cercando un pastore e un mastino.
La societ, tuttavia,  una unit dinamica di minoranze attive e di
masse passive. Massa  soprattutto l'uomo medio che converte il dato
quantitativo della moltitudine in una determinazione qualitativa.
Questo processo genera un pericoloso involgarimento, una sorta di di-
ritto della volgarit cui occorre reagire. Ci  possibile perch la vita
umana  complessivamente progredita e la societ  ormai un eser-
cito di capitani.  dunque possibile sconfiggere la ragione della
non-ragione e battere la pretesa di dirigere la societ senza averne
la capacit. La forma politica pi alta della convivenza moderna 
per Ortega la democrazia liberale, il pi nobile appello che abbia ri-
suonato nel mondo: essa respinge la violenza degli invasori verticali 
che assaltano il potere e governa con l'opposizione.
(ORTEGA Y GASSET, La ribellione delle masse, Bologna 1962, passim.)

5. DOPO LA GUERRA MONDIALE
Il nazionalismo, con la guerra, trova un collaudo mondiale, un ban-
co di prova generale che lo proietta in primo piano staccandolo dalle
costellazioni politiche tradizionali del liberalismo e gli propone una
netta caratterizzazione differenziale. Per lo scompaginamento che la
guerra determina nelle idee e negli schieramenti esso diventa anche il
crogiuolo di molte novit polarizzando, per esempio, importanti mi-
noranze intellettuali che operano con forme innovative ai margini
della cultura prevalente. Basti pensare al futurismo letterario e arti-
stico, che era particolarmente vivace proprio in paesi politicamente
meno evoluti come l'Italia. La guerra viene vista come un possente
acceleratore della storia e della vita che rompe gli schemi tradiziona-
li, taglia via le mediazioni burocratiche e diplomatiche, chiede deci-
sione, coraggio, critica, innovazione, efficienza.
Il nazionalismo si incontra e si fonde con altri vettori della inquietu-
dine politica e si scontra violentemente con pressioni di segno contra-
rio. Ne nasceranno fenomeni destinati a segnare l'avvenire dell'Eu-
ropa e del mondo intero: 1. la ribellione contro tutte le sofferenze
coagulate nella pi grande ribellione alla guerra trova il sorprenden-
te, inatteso sbocco della rivoluzione russa su cui Lenin innesta il suo
programma internazionalista e socialista; 2. il suffragio universale in
Russia e Germania e il suffragio generale maschile in Italia; 3. la na-
scita di nuovi partiti di massa di vario orientamento politico (comuni-
sti, cattolici, fascisti); 4. l'impostazione dei grandi problemi di mas-
sa della politica sociale (occupazione, previdenza e assistenza, sani-
t, istruzione); 5. l'avvio sia pure tra infinite difficolt e pochi successi
della organizzazione politica internazionale; 6. l'apertura delle due
grandi sfide di sistema alla politica e alla societ liberale: il comuni-
smo e il fascismo.
Su tutti questi problemi non c'erano state grandi anticipazioni teori-
che e programmatiche: segno non tanto della inadeguatezza della
cultura politica ricevuta, forse, quanto piuttosto della profondit e
novit del cambiamento. La teoria si fogger necessariamente in cor-
so d'opera e si caratterizzer appunto per una forte carica di pragma-
tismo e di politicizzazione. E anche questo indica quanto provvisorie
saranno le nuove sistemazioni della politica, presto rimesse in que-
stione. Il dato pi certo era la crisi verticale delle strutture e della cul-
tura del passato. Nel 1919 Paul Valry annotava: Noi, le civilt, ora
sappiamo che siamo mortali.

III. L'ET DEI FASCISMI
1. FASCISMO E FASCISMI
Occorre precisare subito che il nome fascismo va riferito esclusiva-
mente al fascismo italiano, attuatosi come regime politico fra il 1922
e il 1945. Gli altri regimi autoritari comparsi in Europa in quel perio-
do e in qualche modo ispirati al fascismo italiano presentano sempre
caratteri specifici differenziali.  dunque opportuno parlare di fasci-
smi e non di fascismo se si vogliono considerare le varianti di movi-
menti e di regimi statuali che si ebbero in Europa nella prima met
del secolo. Naturalmente un nucleo comune a tutti i fascismi esiste e
consiste nella critica frontale allo Stato e ai partiti liberali esistenti in
nome di uno Stato nuovo che tendenzialmente abolisce l'istituto
della rappresentanza elettiva, abolisce la libert di associazione politi-
co-sindacale, statalizza le principali strutture dell'opinione pubblica e
combatte violentemente i partiti socialisti e comunisti.
Il ragionamento consente di sussumere sotto la denominazione di fa-
scismi anche un fenomeno come il nazismo tedesco che, in realt, so-
pravanz per molti aspetti il fascismo sotto il profilo della portata sto-
rica e della potenza politico-economico-militare. Nonostante i tenta-
tivi che sono stati fatti per accentuare le differenze tra fascismo e na-
zismo non pare dubbio che il fascismo italiano costitu un essenziale
punto di riferimento per la formazione del movimento e del pro-
gramma politico del nazismo negli anni Venti.
Una denominazione diversa, invece, deve essere adottata per movi-
menti e regimi autoritari talora anche esplicitamente ispirati ad aspetti
del fascismo italiano venuti in essere fuori dell'Europa e specialmen-
te in Africa, nel vicino e nel medio Oriente, nell'America latina. Qui
viene a mancare un punto di riferimento storico costante ed essenzia-
le del fascismo e cio l'esistenza di uno Stato liberale da abbattere e
di una specifica crisi socio-politica come quella che si verific in Eu-
ropa dopo la prima guerra mondiale.

2. LA CRISI EUROPEA
Lacerata dai nazionalismi, la vecchia Europa poteva reggere soltan-
to se ognuna delle grandi potenze poteva contare su un solido equili-
brio interno giacch ogni crisi interna diventava una occasione per le
potenze nemiche. Ora l'irruzione delle masse, legittimata dalla esten-
sione dei diritti, dalla espansione del suffragio, dalla crescita dei grandi
partiti organizzati, metteva a repentaglio ogni giorno quell'equili-
brio, specialmente negli anelli deboli: Italia, Germania, Russia.
In Italia lo Stato liberale vedeva nascere nel 1919 un partito cattolico
che organizzava una forza rimasta per decenni all'opposizione, dopo
la fine dello Stato temporale della Chiesa e dopo la presa di Roma. In
quello stesso anno cattolici e socialisti poterono contarsi: ebbero ri-
spettivamente 1.155.552 e 1.840.593 voti e grazie alla proporzionale
poterono inviare alla Camera rispettivamente 100 e 156 deputati su
un totale di 509. I liberali ebbero 252 deputati e persero la maggio-
ranza a favore dei loro antagonisti storici. Per di pi il socialismo tro-
vava anche sulla scena internazionale un punto di riferimento inspera-
to nella rivoluzione russa. Sempre nel 1919 nascevano i Fasci di combatti-
mento in cui Mussolini organizzava ex-combattenti che alle rivendica-
zioni nazionaliste (vittoria mutilata) univano promesse populiste
(voto alle donne) e rivoluzionarie (Repubblica).
In Germania la situazione precipitava a causa della sconfitta subita,
delle riparazioni belliche e del disastro economico che ne derivava. Il
ritardo storico del rinnovamento delle istituzioni apriva le porte a mo-
vimenti rivoluzionari e conseguentemente a manovre controrivoluzio-
narie. Nasceva una democrazia fragile che introdusse il suffragio uni-
versale e si trov ben presto assediata da forze politiche contrappo-
ste. Iniziava la storia drammatica della Repubblica di Weimar, pun-
teggiata da moti rivoluzionari, scontri di piazza e tentativi di colpi di
Stato.
In Russia, infine, l'arretratezza tradizionale si sald ad una vasta osti-
lit alla guerra. Ne risult una miscela esplosiva che nel 1917 port al
potere la sinistra bolscevica, guidata da Lenin e Trotskij. La rivolu-
zione di febbraio aveva bens portato al potere forze filooccidentali
(democratici costituzionali, socialrivoluzionari e menscevichi) ma
essi dovettero, per, cavalcare una tigre non potendo da una parte
soddisfare il desiderio di pace delle masse dissanguate e non volendo,
dall'altra, piantare in asso le potenze occidentali alleate ed affini sul
piano ideologico. 
(E. NOLTE, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Bologna 
1970, p. 35.)
La tigre li scroll e Lenin prese il potere con il suo
piccolo partito (meno di centomila membri) raccogliendo vaste masse 
attorno all'idea della pace immediata.
Sull'onda della rivoluzione d'ottobre un processo rivoluzionario scos-
se l'Europa orientale dagli immensi territori dell'impero russo all'Un-
gheria, alla Germania. La nascita della Repubblica nella Germania
sconfitta, in particolare, porta nel cuore dell'Europa il movimento dei
soviet e in Germania lo scontro raggiunge il suo apice con un evento
che scaver un solco profondo fra socialisti e comunisti: l'assassinio di
Rosa Luxemburg.
Con la guerra l'Europa era entrata in un periodo di lacerazione pro-
fonda che sarebbe durato fino alla fine della seconda guerra mondia-
le. Si  parlato, in proposito, di guerra civile europea (E. Nolte), e
di seconda guerra dei trent'anni (A. Giolitti).

3. MAX WEBER E THOMAS MANN
Max Weber (1864-1920) e il giovane Thomas Mann rappresentano
molto bene il disagio teorico e culturale della tradizione liberale di fron-
te a questo mutamento profondo della societ. Il primo lasci una im-
ponente ricerca, pubblicata postuma nel 1922 con il titolo Economia
e societ, in cui cercava di dare una nuova sistemazione al rapporto eco-
nomia-politica-diritto-morale e che resta una delle grandi opere del-
la sociologia scientifica del secolo.
Mentre ricostruisce con finezza l'affermarsi delle tendenze mercan-
tili nell'economia moderna e la mobilit e calcolabilit che esse con-
feriscono ai vari settori della societ, Weber chiude il processo politi-
co in una alternativa drastica: o una democrazia di capi con "macchi-
na" oppure una democrazia senza capi, vale a dire il dominio dei "po-
litici di professione" senza vocazione, senza le qualit carismatiche
interiori che fanno appunto un capo.
Weber  convinto che non  la massa politicamente passiva che ge-
nera il capo, ma  il capo politico che si procura il seguito e conquista
la massa con la demagogia. 
(M. WEBER, Economia e societ, Milano 1971, vol. II, pp. 739 ss.)
Esageratamente timoroso delle novit egli continuava a 
muoversi nella ottica di uno Stato veteroliberale e negava 
la possibilit di una moderna democrazia del cittadino aperta
a tutti e finalizzata a uno sviluppo generale della cultura.
Per molti aspetti e sia pure con una motivazione assai differente Weber 
accettava la stessa alternativa che delineavano i sostenitori di nuovi
regimi totalitari basati sul rapporto diretto fra il Capo e la massa. E
anche Weber teneva fermo, al centro della politica, il tema della forza
che da tempo segnava la cultura europea. Cos, in apertura della sua
conferenza su La politica come professione (1919), per definire il mez-
zo specifico proprio dello Stato e di ogni associazione politica citava
l'affermazione di Trotskij che Ogni Stato  fondato sulla forza.
(M. WEBER, Il lavoro intellettuale come professione, Torino 1948, p. 48.)
Dalla centralit della forza Weber ricavava anche una riduzione ge-
nerale della politica a lotta per il potere: Politica significher dun-
que per noi aspirazione a partecipare al potere o ad influire sulla ri-
partizione del potere, sia tra gli Stati, sia nell'ambito di uno Stato.
Lo Stato si ripresentava sotto il tradizionale profilo di un rapporto di
dominazione di alcuni uomini su altri uomini, il quale poggia sul mez-
zo della forza legittima. Anzich evidenziare l'elemento del consen-
so cui si ispirava la cultura emergente della democrazia, Weber sotto-
lineava che perch lo Stato esista bisogner dunque che i dominati si
sottomettano all'autorit che pretendono i dominatori del momento.
Weber vedeva certo acutamente che l'estensione della partecipazio-
ne creava istituti e apparati che mutavano profondamente la vecchia
politica. Ma anzich promuovere un'azione di organizzazione civica
delle nuove masse preferiva guardare al passato e alla politica dei gran-
di capi plebiscitari come Gladstone e Bismarck che si sottomettono
parlamenti, burocrazie, partiti, apparati. Scrive Weber:  appunto
questo il prezzo con cui si paga la direzione mediante un capo. Ma non
v' che questa scelta: o una democrazia autoritaria (Fhrerdemokratie)
organizzazione di tipo "macchina", o democrazia senza capo, vale a dire
dominio dei "politici di professione" senza vocazione, senza le qualit
intime carismatiche che appunto creano un capo. C'era per un altro
pericolo: che le grandi masse non si riconoscessero nel vecchio Stato li-
berale proprio perch esso non le accoglieva e che si trovassero altri capi.
Weber mor nel 1920 e in quello stesso anno usciva Il tramonto del-
l'Occidente di Oswald Spengler (1880-1936), che proponeva come ri-
medio alla dissoluzione della civilt occidentale un nuovo cesarismo.
La Germania, terra decisiva del mondo, aveva bisogno - per Spen-
gler - di un cambiamento radicale, guidato da una aristocrazia spiri-
tuale capace di riscattare la razza ariana e la tradizione germanica. Un
Fhrer si stava preparando da qualche parte in Germania.
Analogo spirito di diffidenza verso la democrazia aperta alle masse
circola in un singolare libro giovanile di Thomas Mann (Considera-
zioni di un impolitico) scritto negli anni della guerra mondiale, pubbli-
cato nel 1918 e rifiutato in seguito dall'autore. Anche Mann prende le
distanze dalle nuove forme della politica, arretra di fronte all'espan-
sione della democrazia e protesta contro la politica in generale. Egli
contrappone politica e spiritualit affermando che lo spirito non  politica
(TH. MANN, Considerazioni di un impolitico, Bari 1967.)
e che la differenza fra spirito e politica comporta quella
fra cultura e civilizzazione, fra anima e societ, fra libert e diritto di
voto, fra arte e letteratura. Sul filo di un estetismo raffinato (che ri-
corda assai pi D'Annunzio che Wilde) Mann rivendica non gi un ri-
tiro nell'arte, bens una pubblica solitudine, cio un impegno eroi-
co nella antipolitica e nella antidemocrazia. Scrive Mann:
L'autonegazione dello spirito a favore della vita della vita forte e 
soprattutto bella costituisce senza dubbio un definitivo ed estremo 
affrancamento dalla tirannia degli ideali, una sottomissione non pi 
fatalistica ma entusiasta, fremente di erotismo, alla forza.. Il politico
che intendiamo noi  l'uomo dello spirito, anzi dello spirito bello e
puro, radicale e letterario; , per questo, l'uomo dalla parola possente.
Anche la conclusione di Mann  del tutto scettica sulla democrazia
(la democrazia  la veste con cui si presenta il declino dello Stato):
lo spaventa persino Mazzini. Egli cerca di ricondurre la realt nuova
dentro gli schemi della politica di Bismarck, ripresentato in tutto il li-
bro come modello del liberalismo tedesco.
Riaffiorava in questa cultura estetizzante ed elitaria di un certo pa-
triziato intellettuale europeo il dannunziano rancore antidemocrati-
co contro il gran dogma dell'Ottantanove. A nome di quei patrizi
che si sentivano spogliati d'autorit in nome dell'uguaglianza, Ga-
briele D'Annunzio (1863-1938) aveva gi posto un significativo que-
sito nel 1895: bisogna davvero diventar soci dei banchieri ebrei, eser-
citar la nostra piccola parte di sovranit riempiendo la scheda del voto
coi nomi dei nostri mezzani, dei nostri sarti, dei nostri cappellai, dei
nostri calzolai, dei nostri usurai e dei nostri avvocati?.
(G. D'ANNUNZIO, Prose, Milano 1983, p. 206.)
La trasfigurazione letteraria e mitologica consentiva ormai il passaggio
all'azione gi sperimentata nella guerra. Proprio D'Annunzio aveva ri-
vendicato l'intervento nel 1914 con una precoce esaltazione della violenza:
Non  pi tempo di parlare ma di fare; non  pi tempo di concioni ma di 
azioni, e di azioni romane. Se considerato  come crimine l'incitare alla 
violenza i cittadini, io mi vanter di questo crimine... Le nostre sorti
non si misurano con la spanna del merciaio ma con la spada lunga. Per col
bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli
e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe... I pi maneschi di voi
saranno della citt e della salute pubblica benemeritissimi.
(op. cit., pp. 445 ss.)
In Italia l'estetismo buttava ora in volgarit: incominciavano ad ope-
rare le squadre d'azione di Mussolini e D'Annunzio sperimentava a
Fiume anche l'effimera costruzione di una Costituzione basata sulle
corporazioni medievali. Nel 1919 Gramsci commentava l'impresa
dannunziana di Fiume scrivendo: il gesto letterario diventa un feno-
meno sociale.

4. VUOTO POLITICO E DEFICIT STRATEGICO
Nel primo ventennio del secolo l'avversione alla democrazia affiora
continuamente. Enrico Corradini, presentando nel 1903 la rivista Il
Regno parla delle furie del numero scatenate contro tutti i valori e
chiede un po' di militarismo. Giuseppe Prezzolini lamenta che sia
mancato alla borghesia italiana un esempio e una voce: cio un uomo.
Giovanni Papini proclama nel 1904: E noi andiamo gaiamente con-
trocorrente nella fiumana limacciosa della contemporanea democra-
zia trionfante. Alfredo Rocco chiede una societ organica, immota
nelle sue gerarchie e regolata da una ferrea ragion di Stato.
Ma il vuoto politico fu determinato anche dalla incapacit teorica
della cultura socialista, oscillante fra un astensionismo massimalista
anarcoide e un riformismo esitante nella assunzione di precise respon-
sabilit di governo. Il socialismo scontava un utopismo che si era ali-
mentato di astratti filosofemi e di determinismi economici e che ora
sperava nella mitologia internazionalista dei Soviet russi. Oppure ri-
piegava in piccolo trasformismo.
La cultura politica non-liberale era unificata solo dalla irrequietudi-
ne protestataria, dalla esortazione attivistica all'azione, dalla attesa di
un generico evento risolutivo cui un po' tutti davano il nome di rivolu-
zione. A sinistra la rivoluzione significava contrapporre alla dittatura
della borghesia una dittatura del proletariato che oscillava fra il mito
della estinzione dello Stato, quello della esaltazione di un indefinito
ordine nuovo e quello della partecipazione alla rivoluzione mondia-
le. A destra la rivoluzione significava abbattere lo Stato liberale bor-
ghese, astensionista, indifferente per bloccare gli eccessi della li-
bert e il disordine per istituire uno Stato organico, gerarchico, ef-
ficiente che proiettasse la nazione verso nuove rivendicazioni nazio-
naliste e coloniali. Non mancava neppure chi parlava di rivoluzione
liberale e di rivoluzione cristiana. In tutti i casi poteva parlarsi di rivo-
luzione senza programma.

5. STATO E RIVOLUZIONE
 significativo che nel 1917, all'indomani della rivoluzione di feb-
braio, Lenin cercasse di ricostruire in Stato e rivoluzione la dottrina di
Marx e di Engels sullo Stato. Lenin scrive il suo libro alla vigilia della
rivoluzione d'ottobre e lo lascia incompiuto perch ritorna all'azione
politica per guidare il suo partito alla vittoria.  significativo che Le-
nin decidesse di occuparsi di un tema teoricamente cos complesso pro-
prio alla vigilia della rivoluzione, ma  ancor pi significativo che di un
tema cos rilevante per l'azione politica se ne occupasse soltanto nel 1917.
Lenin costruisce la sua opera come una raccolta sistematica di cita-
zioni di Marx e Engels senza fare sostanziale differenza fra i due teo-
rici del socialismo. Egli continuava cos una tradizione consolidata e
che tuttavia non mancava di eccezioni rilevanti (prima di tutte quella di
Antonio Labriola). Fra l'altro Lenin trascurava l'unica opera di Marx
dedicata allo Stato: quella Questione ebraica del giovane Marx che,
pure, Lenin conosceva.
In Stato e rivoluzione anche Lenin sviluppava una critica del vecchio
parlamentarismo e proponeva di fare del parlamento un organo di la-
voro e di contatto continuativo con la societ, aprendo lo Stato a for-
me di democrazia diretta. Ma tutti questi problemi restavano imbri-
gliati nella questione del potere. Se infatti la democrazia politica era
suscettibile di espansione, perch ridurre lo Stato a macchina e per-
ch spezzarla? E una volta spezzata la macchina, come fu fatto nel-
l'Ottobre, perch sciogliere l'Assemblea Costituente? Perch limita-
re le libert politiche individuali e collettive? Una risposta mancava.
Dopo il 1917 la Russia divent il campo insanguinato di una terribi
le e lunga guerra civile, ma una componente della guerra civile fu
proprio il restringimento delle libert politiche e lo scioglimento
dell'Assemblea Costituente. D'altra parte la rivoluzione, che aveva
vinto in nome della pace, venne subito impegnata nel comunismo di
guerra. La costruzione di uno Stato nuovo ridusse cos la base del
consenso sociale e sospinse la Russia verso una utopica impresa in-
ternazionale.
Operava la speranza - presto fallita - che alla Russia si unissero altri
Paesi e soprattutto la Germania. Nella primavera del 1919 - ricorda
Nolte - Zinoviev, presidente dell'Internazionale comunista, scriveva:
Nel momento in cui scriviamo queste righe, la terza Internazionale
ha gi come suoi pilastri fondamentali tre repubbliche dei Soviet:
l'Ungheria, la Russia, la Baviera. Ma nessuno potr meravigliarsi se
nel momento in cui queste righe saranno pubblicate, le repubbliche
dei Soviet non saranno pi tre, ma sei o un numero ancora maggiore.
La vecchia Europa viene sempre pi risucchiata nel vortice della rivo-
luzione proletaria. 
(E. NOLTE, op. cit., p. 51.)
Anche il realismo politico dei materialisti ha le sue ingenuit e i 
suoi utopismi.

6. ANTONIO GRAMSCI
Le due menti teoricamente pi fini erano in Italia all'indomani della
guerra Giovanni Gentile e Antonio Gramsci.
Portatore della cultura liberale ma anche lettore attento di Marx, Gen-
tile avvertiva le difficolt del liberalismo di fronte ai fenomeni nuovi.
Egli ne critica l'astrattezza e ristrettezza cercando di ristrutturarlo at-
torno a una idea pi ampia dello Stato coniugando la teoria dell'auto-
rit politica con quello che egli chiamava l'umanesimo del lavoro. Lo
Stato nuovo deve essere per Gentile uno Stato etico, gerarchico, cor-
porativo: uno Stato, cio, che riconosce tutta intera la comunit in
quanto  nazione e cio comunit spirituale. In questa spiritualizza-
zione del popolo-nazione Gentile recupera bens il lavoratore come
cittadino, ma sussumendolo ad uno Stato gerarchizzato di cui diventa
piuttosto esecutore che costruttore, giacch la sua struttura  preco-
stituita dall'alto secondo una scala gerarchica discendente. Egli com-
prende l'importanza assunta dal nuovo mondo del lavoro, ma lo vin-
cola attraverso le corporazioni ad un assetto sociale non modificabile
e attraverso la gerarchia non-elettiva ad uno Stato presupposto alla
volont e agli interessi degli individui e verso il quale il lavoratore non
pu pi utilizzare neppure gli strumenti di libert che lo Stato liberale
riconosceva.
Il Gramsci (1891-1937) del dopoguerra  carico di tensione intellet-
tuale e morale e conduce analisi acute sul blocco della cultura libera-
le e sulle istanze nuove che salgono dalla societ. Ma  ancora immer-
so in una politica attivistica e in una visione esplosiva della dinamica
sociale di ispirazione soreliana. Egli legge il tentativo avviato da Le-
nin in Russia come una rivoluzione contro il Capitale che legittima
ogni sfida volontaristica.
Gramsci avverte e denuncia nella cultura liberale una grave incapacit di 
integrare davvero le masse lavoratrici nello Stato. I liberali e i 
nazionalisti - scrive nel 1917 - dicono (o dicevano) rispettivamente di 
volere che in Italia si creasse qualcosa di simile allo stato inglese e 
allo Stato germanico. La polemica contro il socialismo  tutta tessuta 
sull'aspirazione di questo Stato etico potenziale in Italia. Ma in Italia 
 mancato completamente quel periodo di svolgimento che ha reso possibile 
l'attuale Germania e Inghilterra. Pertanto se portate alle ultime 
conseguenze i ragionamenti dei liberali e dei nazionalisti italiani, 
ottenete come risultato nel presente questa formula: il sacrifizio 
da parte del proletariato... I nazionalisti e i liberali non arrivano 
fino a sostenere che in Italia esista un ordine qualsiasi. Sostengono che
quest'ordine dovr esistere, purch i socialisti non intralcino la fatale 
sua instaurazione.
(A. GRAMSCI, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Roma 1967, p. 45.)
E nel 1918: Lo Stato democratico non  il portato del buon cuore e della
buona educazione,  una necessit di vita della grande produzione, degli 
scambi intensi, dell'addensarsi della popolazione nelle citt moderne 
capitalistiche.
(Op. Cit., p. 132.)
Gramsci polemizzava anche contro il vecchio socialismo (E noi si
dovrebbe rimanere sempre alle georgiche, al socialismo agreste e
idillico?) e contro il dirigismo giacobino (Il giacobinismo  una vi-
sione messianica della storia... Esso disabitua i cervelli dallo studio
serio). Si oppone pertanto alla attendista politica del se, dominio del-
la pigrizia mentale, e al messianismo culturale che finisce col diven-
tare un'utopia, col creare dei dilettanti e dei leggeri irresponsabili.
Calato completamente nella lotta politica Gramsci non pot limare
le sue analisi. Soltanto in seguito, nel carcere, pot concentrarsi negli
studi. I suoi Quaderni del carcere possono essere considerati come
una doppia autocritica: l'autocritica di un capo politico sconfitto che
riesamina la strategia perdente e quella di un grande intellettuale che
ripercorre la storia d'Italia per capire i ritardi della modernizzazione
e la vittoria del fascismo. Sotto il primo profilo Gramsci rivede impli-
citamente gran parte del suo giovanile attivismo soreliano, accentua
le sue riserve sulle correnti interpretazioni di Marx e in particolare su
quelle sovietiche. Sotto il secondo profilo, pur senza essere un'opera
sistematica, i Quaderni mettono a fuoco molti problemi nuovi della
politica nella societ di massa: il rapporto fra governanti e governati,
il ruolo della cultura ai vari livelli della vita sociale e politica, 
l'importanza degli intellettuali, le funzioni del partito politico di massa,
il rapporto fra politica, tecnica e burocrazia, il rilievo del suffragio uni-
versale, il peso della questione cattolica in Italia.

7. LO STATO FASCISTA
Il fascismo in Italia raccolse forze sociali disparate, di provenienza
politica la pi diversa (socialisti, anarchici, sindacalisti rivoluzionari,
cattolici clericali, nazionalisti, repubblicani atei, ex ufficiali monar-
chici) unificate dal malcontento nei confronti delle agitazioni operaie
e contadine e del trattato di pace. Una seria elaborazione program-
matica mancava anche perch il fascismo nasceva come movimento
di piazza organizzato da azioni squadriste e spedizioni punitive
condotte per rappresaglia contro leghe, camere del lavoro, sezioni
socialiste, giornali.
La domanda di ordine e la protesta della piccola borghesia urbana,
della grande propriet e del ceto burocratico e militare contro l'eser-
cizio di libert molto recenti e un profondo conflitto sociale conflui-
rono in un movimento molto dinamico ma privo di coordinate teori-
che. Ordine significava Stato forte, ostilit al parlamento e ai partiti
meno scioperi, rivendicazioni territoriali per l'Italia. In queste condi-
zioni il programma politico unificante era molto elementare: A chi
l'Italia? A noi!. Per il resto Mussolini non manc di dirsi conservato-
re e sovversivo al tempo stesso. Alla vigilia della Marcia su Roma af-
fermava: Il nostro programma  semplice. Vogliamo governare l'Italia.
Nel 1922 il primo governo Mussolini ottenne la fiducia e i pieni po-
teri con una maggioranza schiacciante: 429 voti contro 116 e 7 aste-
nuti alla Camera, e 196 voti contro 19 al Senato. All'opposizione re-
starono soltanto comunisti, socialisti e repubblicani. Altrettanto indi-
cativa  la composizione del primo governo Mussolini: soltanto 5 fa-
scisti con 3 indipendenti, 1 nazionalista, 2 popolari, 4 liberali.
Il partito fascista, che contava nel 1919, 19.000 iscritti arriv nel 1921
a contarne oltre 300.000. Ma, pur avendo registrato una forte crescita
come forza organizzata, in quello stesso anno ottenne soltanto 30 de-
putati. Un passo decisivo fu fatto con l'approvazione di una legge elet-
torale maggioritaria che consent a Mussolini di presentare nel 1924
il cosiddetto listone con la copertura di circa 150 candidati liberali (60
ex deputati liberali, una dozzina di ex sottosegretari, sette ex ministri,
ben due ex presidenti del Consiglio). Il presentatore della nuova leg-
ge elettorale, Giacomo Acerbo, avrebbe poi pubblicato i Fondamenti
della dottrina fascista della razza (Roma 1940).
Le leggi fascistissime che dovevano istituire il regime fascista fu-
rono annunciate il 3 gennaio 1925 ma furono tutt'altro che una eve-
nienza congiunturale. Nel marzo di quello stesso anno Giovanni Gen-
tile affermava che avendo il popolo italiano ritrovato la sua unani-
mit... non  pi il caso di contare e misurare i singoli uomini. 
(N. VALERI, La lotta politica in Italia dall'unit al 1925, Firenze 1966, 
pp. 578-588.)
Due commissioni impostarono la trasformazione dello Stato e, come  stato
notato, la continuit fra i due organi era rappresentata dal presidente:
il liberalfascista Giovanni Gentile. Il re, che non aveva voluto acco-
gliere i motivi costituzionali invocati dalle opposizioni, avrebbe potuto 
impugnare il decreto presidenziale. Ma non lo fece.
(E. SANTARELLI, Storia del fascismo, vol. I, Roma 1981, p. 392.)
And cos perfezionandosi il profilo del regime fascista: emargina-
zione del parlamento finch non verr sostituito dalla Camera dei fa-
sci e delle corporazioni, accentramento del potere nel governo cui ve-
niva attnbuita una funzione normativa primaria, potenziamento della fi-
gura del capo del governo (nominato dal re e davanti a lui responsabile),
investitura gerarchica degli enti locali, controllo delle associazioni
politiche, revocabilit dei funzionari non fedeli al fascismo.
Il capo del governo Mussolini assumeva il titolo di Duce del fasci-
smo, il Gran Consiglio del fascismo diveniva l'organo supremo del
potere, la Milizia assorbiva i membri delle squadre d'azione fasciste e
diveniva un corpo armato dello Stato. Un Tribunale speciale per la
difesa dello Stato assolveva alle funzioni di repressione politica. La
pena di morte venne reintrodotta nel sistema penale. I liberi sindacati 
furono sostituiti dal sindacato fascista giuridicamente riconosciuto.
Farinacci arriv a proporre, senza ottenerla, la subordinazione dei
prefetti al partito anzich al ministero degli Interni. Persino per gli
iscritti al partito venne introdotto il giuramento. In seguito si arriver
alla fascistizzazione dei giovani con le varie organizzazioni fasciste le-
gate alla scuola, alla introduzione della cultura fascista come materia
di insegnamento. L'iscrizione al partito divenne al tempo stesso un
mezzo di controllo, un necessario strumento di lavoro e di carriera,
una fonte di privilegi piccoli e grandi.
Il quadro generale delle trasformazioni dello Stato venne cos rias-
sunto da Alfredo Rocco, che era stato ministro della Giustizia:
Lo Stato liberale, le cui origini remote debbono farsi risalire a movimenti 
spirituali e politici estranei al nostro Paese e allo spirito italiano, si
costitu in Italia soprattutto per motivi di opportunit contingente... La 
stessa struttura dello Stato liberale democratico ne faceva per s un 
fragile edificio, la cui resistenza era legata al concorso di 
condizioni che mancavano in Italia. Lo Stato fascista ... lo Stato che 
realizza al massimo della potenza e della coesione l'organizzazione 
giuridica della societ. E la societ nella concezione del fascismo, non  
una pura somma di individui, ma  un organismo che ha una sua propria vita 
e suoi propri fini che trascendono quelli degli individui e
un proprio valore spirituale e storico. Anche lo Stato, che della societ  
la giuridica organizzazione,  per il fascismo un organismo distinto dai 
cittadini che a ciascun momentO ne fanno parte, il quale ha una sua propria
vita e suoi propri fini, superiori a quelli dei singoli, a cui i fini dei 
singoli debbono essere subordinati.
(A. ROCCO, La trasformazione dello Stato, Roma 1927, pp. 12 ss.)
Quanto alle politiche dello Stato fascista lo stesso Rocco scriveva:
Socialmente lo Stato fascista ha fini suoi propri, cio una propria 
funzione e una propria misslone. Lo Stato fascista non  agnostico, come 
lo Stato liberale, in ogni campo della vita collettiva; al contrario, in 
ogni campo ha la sua morale, la sua religione, la sua missione politica 
nel mondo, la sua funzione di giustizia sociale, infine il suo com-
pito economico. E perci lo Stato fascista deve difendere e diffondere la 
moralit nel popolo; deve occuparsi dei problemi religiosi e perci 
professare e tutelare la religione cattolica - deve fare giustizia fra le 
classi, vietando la sfrenata autodifesa di classe, infine deve promuovere 
l'aumento della produzione e della riccheza, adoperando, quando occorre,
la molla possente dell'interesse individuale, ma intervenendo anche
quando occorre, con la sua propria iniziativa.
(Op. Cit. p. 17.)
L'intera costruzione liberale dello Stato venne abbattuta: la libera rap-
presentanza politica, il consenso espresso secondo regole e procedure
certe, il libero confronto elettorale, il voto segreto, il controllo sugli
organi dello Stato mediante la divisione dei poteri, persino la laicit.
Subentrava il diretto rapporto fra il capo e la massa confermato da
elezioni plebiscitarie e da manifestazioni oceaniche. Sullo sfon-
do non potevano non profilarsi l'arbitrio tirannico e la guerra. L'esal-
tazione della romanit e dei destini imperiali accompagnavano, del
resto, una crescente aggressivit internazionale.

8. IL NAZISMO
Anche il nazismo trova, come il fascismo, pochi teorici. Le due pi
grandi personalit operanti nel periodo nazista furono il filosofo Martin 
Heidegger (1889-1976) e Carl Schmitt (1888-1985), che per ebbero 
con il regime nazista rapporti complicati. Pur dovendosi ovvia-
mente distinguere fra elaborazioni culturali e responsabilit politi-
che, l'uno e l'altro possono essere assunti, comunque, come punti di
riferimento per valutare il retroterra intellettuale del nazismo. Men-
tre, per, l'opera di Schmitt si svolse interamente nel campo della
teoria politica e giuridica, l'opera filosofica di Heidegger se ne tenne
sostanzialmente lontana, incidendovi solo indirettamente.
Carl Schmitt prende le mosse da una riconsiderazione critica della
separazione fra societ e Stato, punto di partenza della teoria politica
classica sia liberale che socialista. 
(Cfr. C. SCHMITT, Le categorie del politico, Bologna 1972.)
In questo rapporto - secondo Schmitt - si  verificato un 
grande mutamento storico che esige grandi novit teoriche.
Scrive Schmitt: Il contrasto fra l'impiego ufficiale di con-
cetti classsici e la realt effettiva di scopi e metodi propriamente rivo-
luzionari si  solo acuito e pertanto l'epoca dei grandi sistemi  su-
perata. Lo sconvolgimento sociale del nuovo secolo viene interpre-
tato come una generale messa in mora della tradizione intellettuale e
delle forme politiche ricevute. Si tratta di compiere una rifondazione
radicale dello Stato con una scienza interamente politicizzata.
Questa rifondazione teorica parte dalla rifusione dello Stato nel con-
cetto prestatuale del politico. La politica  spinta volitiva che ha le
sue radici a monte della Costituzione. Alla base della Costituzione,
infatti, sta gi una scelta costitutiva, una decisione politica. Questa de-
cisione costitutiva vive, come gi indicato da tanta cultura tedesca, in
una originaria, fondamentale unit del popolo con se stesso e con la
sua terra. Poich Stato  lo status politico di un popolo organizzato
su un territorio chiuso si tratta di ricostruire i rapporti naturalistici
primordiali del popolo con il sangue e la terra. Troncati i collegamen-
ti con le vecchie antitesi polemiche (con religione, cultura, econo-
mia, diritto, scienza) la sfera del politico diventa il campo di conflitti
radicali e totali attinenti allo stesso processo dell'esistenza, della vita.
In questo processo il criterio fondamentale  la identificazione e di-
scriminazione di amici e nemici.
Nemico - scrive Schmitt nel 1932 - non  il concorrente o l'avversario in 
generale. Nemico non  neppure l'avversario privato che ci odia in base a 
sentimenti di antipatia. Nemico  solo un insieme di uomini che combatte 
almeno virtualmente, cio in base ad una possibilit reale, e che si 
contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Sulla 
base di questo criterio la contrapposizione politica  la pi
intensa ed estrema di tutte e i concetti di amico, nemico e lotta 
acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in 
modo specifico alla possibilit reale dell'uccisione fisica.
Se l'avversario  un nemico esistenziale radicale il conflitto politico
tende inevitabimente a svilupparsi come guerra. La guerra  anzi il
presupposto fondamentale e implicito della politica sicch la guerra
non ha bisogno di essere n religiosa, n moralmente buona n reddi-
tizia. La politica cessa di essere uno status normale governato da re-
gole e procedure e si presenta invece come una radicale contrapposi-
zione che si configura come stato di eccezione.  bens vero che com-
pito primario dello Stato  la pacificazione interna, ma proprio que-
sta finalit comporta di identificare ed eliminare primariamente il
nemico interno. Proprio cos la comunit politica si eleva, attraverso
questo potere sulla vita fisica degli uomini, sopra ogni altro tipo di co-
munit o di societ.
Sradicata da ogni riferimento al mondo degli interessi e delle volon-
t individuali, la politica viene a configurarsi per Schmitt come un dato
naturalistico strutturato da bisogni esistenziali di sopravvivenza del
gruppo e inerente non gi a scopi razionali, a programmi sociali, a idea-
li bens a conflitti esistenziali con altri popoli e alla conquista di terri-
tori. Si tratta di fenomeni ineliminabili perch sono propri della con-
vivenza umana come tale. La visione hobbesiana della societ si libe-
ra cos di qualsiasi possibilit di uscire dalla competizione belluina, che
adesso caratterizza il rapporto reciproco sia degli individui che dei
popoli. Questa lotta impostata sulla forza e orientata alla distruzione
del nemico diventa la bussola che guida lo Stato. La scomparsa di que-
sto profilo ferino dalla vita pubblica  impossibile perch segnerebbe
la scomparsa stessa del pubblico come tale: del politico. La stessa si-
gnoria del diritto non significa altro che la legittimazione di un deter-
minato status quo raggiunto nel conflitto esistenziale dei gruppi uma-
ni. E il politico non scompare dal mondo per il fatto che un popolo
non ha pi la forza o la volont di mantenersi nella sfera del politico
stesso: scompare semplicemente un popolo debole
Bersaglio teorico principale di Schmitt diventa il liberalismo dell'Ot-
tocento che ha snaturato e modificato tutte le concezioni politiche ri-
ducendo la lotta a semplice concorrenza economica e il confronto a
discussione: una concorrenza eterna e una discussione senza fine che
deformano la natura del conflitto politico. Per di pi il liberalismo con-
figura lo Stato come uno Stato di diritto e cio come un sistema sta-
tuale dominato da norme impersonali e generali, come tali lontane dal-
la vita e contrarie al dinamismo storico.
Il governo delle leggi  per Schmitt soltanto una finzione artificio-
sa che coarta alla ubbidienza di norme astratte per annientare ogni na-
turale diritto di resistenza. Poich lo Stato di diritto maschera in real-
t il plusvalore politico addizionale di chi possiede il potere e la forza
si tratta di sostituirlo con lo Stato totale (= totalitario) che prende in-
vece le mosse dal riconoscimento dei fondamenti naturalistici della
politica. Lo Stato  per sua natura uno Stato amministrativo che si su-
bordina sia la legge che la giustizia e assolve la funzione suprema di ge-
stire la vita di un popolo.
In relazione specifica con la Germania Schmitt afferma che lo 
sconvolgimento borghese-liberale del secolo decimonono signific un'epoca 
di conflitti continui, aperti o coperti, fra governo e parlamento, fra 
Stato e rappresentanza nazionale. Ma il conflitto principale era fra lo 
Stato militare e il costituzionalismo borghese e proprio questo 
conflitto imped l'inserzione dell'operaio tedesco nel secondo Reich 
fondato da Bismarck. Continuava Schmitt (in un testo successivamente 
emendato): Solo dopo la vittoria del movimento nazionalsocialista sussiste
la possibilit di superare con un'altra struttura di tutto lo Stato 
(l'unit a tre membra di Stato, movimento e popolo) i concetti
costituzionali del pensiero sociale borghese, e di impedire la 
restaurazione - altrimenti del tutto naturale - di quel sistema statale
che Adolf Hitler nel suo discorso al Reichstag del 30 gennauo 1934 ha 
caratterizzato come compromesso borghese-legittimistico.
(C. SCHMITT, Principi polilici del nazionalsocialismo, a cura di 
Delio Cantimori, Firenze, 1935.)
Schmitt chiede dunque di ricomporre il dualismo fra militare e bor-
ghese: cio fra la tradizione militaristica prussiana e la costituzione po-
litica moderna. Ma ci pu essere ottenuto soltanto militarizzando la
costituzione e inserendo cos l'elemento militare nel cuore stesso del-
lo Stato. Tuttavia uno Stato di capi (Fhrerstaat) non pu fare un vero
compromesso con uno Stato di diritto costruito partendo dal borghe-
se liberale. Nello Stato di diritto liberale borghese e nella figura astrat-
ta del cittadino diventava evidente per Schmitt il contrasto di cultura
e propriet contro stirpe e terra (Blut und Boden).
La Costituzione di Weimar reincarnava per Schmitt, appunto, quel-
la contraddizione fra tradizione militare e Costituzione politica, fra co-
stituzione proprietaria e comunit nazionale e sradicava il popolo te-
desco dalla sua vocazione militare (soldatisch). Non a caso Schmitt e-
videnziava questa contraddizione nell'avvento del suffragio universale
e nella contemporanea abolizione del servizio militare obbligatorio:
una cittadinanza generale dello Stato senza un servizio universale
dello Stato - una sorprendente mostruosit.
Il riscatto della Germania incominciava, secondo Schmitt, con il po-
tere nazista anche perch il 30 gennaio 1933 il feldmaresciaUo dell'eser-
cito tedesco della guerra mondiale Hindenburg aveva nominato can-
celliere del Reich tedesco un soldato tedesco - Hitler - ma proprio
come un soldato politico.

9. L'IDEOLOGIA DELLO STERMINIO
Il nazismo non fu il solo movimento politico che giunse a praticare
lo sterminio, ma fu il solo che ne dette una fondazione teorica. Si  vi-
sto che Schmitt rifondeva l'idea di Stato nel rapporto fra etnos e terri-
torio, fra popolo e suolo patrio, fra vincolo di sangue e vincolo natu-
ristico alla terra.
Per Schmitt anche il capo  vincolato da un legame di sangue al suo
popolo e pretende una uguale fedelt: il giuramento riassume il signi-
ficato medievale della fiducia personale e della vincolazione al grup-
po di sangue. Schmitt dileggia il giuramento liberale-borghese pre-
stato alle norme astratte e impersonali di una Costituzione anzich al
monarca o al capo. Solo l'uguaglianza di stirpe viene assunta come ga-
ranzia che il potere del capo non diventi tirannia e arbitrio e che la fe-
delt dei seguaci non degeneri. Essa fissa la funzione primaria del
capo che  di identificare i nemici del popolo (un concetto che circo-
lava gi nel lessico staliniano) per isolarli ed eliminarli e stabilisce fra
i membri del popolo un legame irresolubile perch non disponibile.
L'identit della razza  per Schmitt tanto pi necessaria quando le
trasformazioni sociali attivano un processo di dissoluzione dell'astratto
diritto normativo e introducono nell'ordinamento giuridico clausole
d'ordine generale: concetti regolativi, valutazioni di situazioni, di in-
teressi e di motivi, riferimenti al buoncostume, alla fiducia, al vantag-
gio proporzionato, allo stato di necessit, al divieto di abusare. In que-
sta situazione Schmitt adotta la formula del ministro Freisler: Non
riforma della giustizia ma riforma dei giuristi. Non si tratta per di
riscoprire il diritto giurisprudenziale degli ordinamenti liberali anglo-
sassoni. Questo diritto, infatti, resta esso stesso astratto perch l'indi-
vidualismo liberale fa riferimento alla persona in generale, all'uomo
universale, non al membro del popolo tedesco in concreto.
Schmitt arriva a scrivere: Un estraneo alla stirpe pu atteggiarsi criti-
camente e adoperarsi sagacemente quanto vuole, pu leggere libri e
scrivere libri; ma egli pensa e intende diversamente perch egli  fat-
to in un altro modo, e rimane, in ogni ordine di idee essenziale, nelle
condizioni esistenziali della sua propria natura.
Questa irrimediabile alterit del non-tedesco diventa non solo un pro-
lungamento enorme della tradizionale ricerca del capro espiatorio,
ma il fondamento di una sistematica emarginazione, persecuzione, di-
struzione del diverso, un criterio per identificare il nemico dello Stato
e il traditore che lo difende. Disgregata la comune appartenenza al
genere umano, fondata l'identit del nemico su caratteri puramente
biologici, l'ideologia dello sterminio di massa e del genocidio  appron-
tata: i lager e le camere a gas verranno.
L'ideologia dello sterminio si salda in un corpo unico con l'aggressi-
vit militaresca, con il diniego del diritto internazionale e della sovra-
nit delle nazioni, con il rifiuto dei diritti umani e delle libert moder-
ne, con la discriminazione dello stesso diritto di esistenza degli indivi-
dui. Solo il dominio del mondo pu salvare il popolo dei signori
(Herrenvolk) e solo la gerarchia dei signori pu dar pace al mondo. I
popoli inferiori debbono piegarsi alla missione salvifica del popolo
tedesco. Non esistono altre possibilit perch la comune razionalit
del genere umano  un artificio liberale borghese e perch lo spirito
del popolo  originale e comunicabile soltanto per sangue.
La cultura europea viene travolta e inghiottita in una visione irrazio-
nale e naturista che mette capo a forme congiunte di spiritualismo ma-
gico e di brutalit razzista. La seconda guerra mondiale ne dette tre-
menda documentazione.
Nella atmosfera politico-culturale della Repubblica di Weimar la con-
trapposizione fra il positivismo giuridico formalistico di Kelsen e il dra-
stico decisionismo naturalistico di Schmitt non trov una composizio-
ne. Kelsen ripar in America.
Invano aveva tentato una mediazione Rudolf Smend (1882-1975).
Con la sua principale opera Costituzione e diritto costituzionale del
1928 Smend sostenne contro Kelsen che la dottrina dello Stato ri-
chiede una teoria materiale dello Stato e oppose a Schmitt la necessi-
t di vedere nello Stato un processo di integrazione. 
(R. SMEND, Costituzione e diritto costituzionale, Milano 1988.)
Ispirandosi alla cultura vitalistica e fenomenologica di Dilthey, Husserl, 
Simmel, Smend riprendeva in chiave spiritualistica il programma weberiano 
della integrazione di nuovi strati sociali nella comunit statale. Ma la 
comunit statale tedesca era adesso in dissoluzione. L'incapacit del vec-
chio Stato a compiere una tempestiva nazionalizzazione delle masse 
determinava ormai una divaricazione estrema delle forze e delle
culture politiche. Fu merito di Smend di porre al centro del processo
di integrazione i diritti fondamentali che egli intendeva sganciare
teoricamente dal puro garantismo individualistico-liberale. Tuttavia
in questa focalizzazione dei diritti fondamentali Smend dava partico-
lare rilievo alla loro funzionalit alla comunit di senso e di valori. In
tal modo la costruzione teorica rischia talora di sfociare in un nuovo
organicismo. Come  stato detto, Smend parlava un linguaggio 
superato e impari (G. Zagrebelsky).

10. LIBERALI ANTIFASCISTI
Non tutto il liberalismo si schier con il fascismo in Italia. Una parte
minoritaria ma culturalmente importante vide tempestivamente il pe-
ricolo di un appoggio al fascismo dato con la speranza o l'illusione di
utilizzarlo o di moderarlo. E anche fra coloro che sostennero il primo
governo Mussolini ci furono, dopo il delitto Matteotti, ripensamenti
importanti e spesso decisivi, come quelli di Croce, Mosca, Salandra,
Orlando.
Tra le forze di ispirazione liberale che si impegnarono nell'ammo-
dernamento del liberalismo italiano non ci furono per la verit grandi
pensatori. Numerosi furono per i contributi provenienti da studiosi
e uomini politici della generazione liberale sconfitta. Debbono essere
ricordati i nomi dei dodici professori universitari (uno su mille, fu no-
tato) che rifiutarono il giuramento al fascismo: Ernesto Buonaiuti, Mario 
Carrara, Gaetano De Sanctis, Antonio De Viti De Marco, Gior-
gio Errera, Giorgio Levi della Vida, Piero Martinetti, Bartolo Nigri-
soli, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Vol-
terra. Questi nomi non debbono essere dimenticati.
Fra le opere di qualche rilievo teorico vanno segnalate La democra-
zia (1924) di Giovanni Amendola (1886-1926), La democrazia in Ita-
lia (1925) di Guglielmo Ferrero (1871-1942), La rivoluzione meridio-
nale (1925) di Guido Dorso (1892-1947), Socialismo liberale (1930) di
Carlo Rosselli (1899-1937), La democrazia (1933) di Francesco Save-
rio Nitti (1868-1953), Crisi del diritto e dello Stato (1935) di Silvio Tren-
tin, gli Scritti sul fascismo di Gaetano Salvemini (1873-1957). Va an-
che ricordato il Manifesto di Ventotene (1941) di Altiero Spinelli e Er-
nesto Rossi, da cui prende avvio l'europeismo italiano.
Il testo pi importante di questo nuovo liberalismo pu considerarsi
La rivoluzione liberale di Piero Gobetti (1901-1926), pubblicato nel
1924, che alle nuove generazioni liberali proponeva un cambio signi-
ficativo di modelli: Cattaneo invece di Gioberti, Marx invece di Maz-
zini. Riproponendo la valutazione critica del Risorgimento e dell'in-
tera storia unitaria italiana Gobetti si distaccava nettamente dal vec-
chio liberalismo. Egli si affiancava al movimento operaio che consi-
derava il primo movimento laico d'Italia, capace di recare alla sua
ultima logica il significato rivoluzionario moderno dello Stato e di
condudere in una nuova etica e in una nuova religiosit la lotta con-
tro le morte fedi. Riesaminando i torti della teoria liberale Gobet-
ti criticava Croce e Gentile. Accusava il primo di astrattismo illumini-
sta e il secondo di ridurre il liberalismo a pura arte di governo (per il
Gentile la politica liberale si fa dall'alto: solo il ministro pu chiamar-
si liberale) e di indulgere alla morale della tirannide. In tal modo
- concludeva Gobetti - il problema della libert viene dimenticato,
per un artificio dialettico, nella preoccupazione, coltivata da tutti i de-
spoti, dell'autorit.
(P. GOBETTI, La rivoluzione liberale, Torino 1972.)
Nel 1925 usciva la Storia del liberalismo di Guido De Ruggiero, che pu 
essere considerata la prima sistematica riflessione autocritica liberale. 
Vi si leggeva: Nell'economia generale del movimento politico europeo, il 
liberalismo italiano ha un'importanza modesta. Esso non  che un riflesso 
di dottrine e di indirizzi stranieri, notevole, del resto, per lo sforzo 
che vi si rivela di un riadattamento alle condizioni particolari dell'Ita-
lia. De Ruggiero concludeva scrivendo: La forza con cui gl'italiani 
sapranno riaffermare la dignit della persona umana, dar la misura della 
loro capacit a percorrere la via del liberalismo moderno. In nota De 
Ruggiero citava, a conforto della sua fiducia nel risveglio liberale, 
una postilla della Critica di Croce nella quale si affermava che
i regimi autoritari durano solo nei popoli in decadenza, e per quelli in 
moto e in ascesa non hanno durevolezza; e che le compressioni non fanno 
se non preparare pi terribili esplosioni di quelle forze che conveniva 
non comprimere ma lasciare svolgere tra le opposizioni che suscitano o 
che portano dentro se stesse.
(G. DE RUGGIERO, Storia del liberalismo europeo, Bari 1925, pp. 299 
e 373-374.)
Nel 1931 usciva un altro libro importante: la Storia del Risorgimento
italiano di Adolfo Omodeo, riesame critico cui si educarono molti gio-
vani italiani. Il libro terminava auspicando quella piena e robusta con-
sapevoleza dei problemi politici nella loro complessit, di cui purtrop-
po finora ha scarseggiato l'Italia. La retorica cominciava a sbollire.
Particolare interesse merita l'evoluzione del pensiero di Benedetto
Croce. Pur appartandosi dalla vita politica, egli non cess affatto di
occuparsi di politica nel suo lavoro teorico e divenne un importante
punto di riferimento per la cultura di opposizione. Importante fu l'ac-
centuazione della distinzione fra liberalismo politico e liberismo eco-
nomico, una distizione che apr una prospettiva meno drastica nel
rapporto teorico fra il liberalismo e le altre dottrine politiche. Quel
rapporto venne presentato come possibile; auspicabile divenne in par-
ticolare il rapporto fra liberalismo e democrazia.
Nel 1943 Croce, in una nota della Critica, ritorn sul contrasto, al
quale gi negli anni di giovent io assistetti, di destra e sinistra, di mo-
deratismo o conservatorismo e progressivismo politico, di liberalismo
e democrazia. 
(B. CROCE, La mia filosofia, Milano 1993, pp. 271 ss.)
Afferm allora la necessit di una concordia discors fra i due 
concetti per evitare un liberalismo scettico, fiacco e inope-
roso, o anche egoistico e una democrazia senza guida e senza freno.
Nel 1944 Croce scriveva: Circa gli annunzi della morte della libert,
a renderli credibili non bastano le contumelie e gli sghignazzamenti
che sulla vuota tomba vers in Italia e altrove una torma di sconcia
gente ubriaca. Ammise anche, nel liberalismo italiano, errori di ine-
sperienza e di mancato approfondimento.
(Op. Cit. pp. 71 ss.)

11. IL PENSIERO POLITICO CATTOLICO
Un notevole impulso culturale al pensiero politico-sociale cattolico
provenne dal movimento modernista (Adolf Harnack, Alfred Loisy,
Ernesto Buonaiuti) che propose un profondo rinnovamento delle tra-
dizioni religiose a confronto con le nuove tendenze della scienza, con
il liberalismo e il socialismo. La ripresa della elaborazione politica e il
distacco dall'astensionismo clericale culminano nell'opera di Romolo
Murri (1870-1944), ispiratore del movimento della Democrazia cri-
stiana e di una netta distinzione fra religione e azione politica. Con I
cattolici e la questione politica in Italia gi nel 1897 Murri chiede una
presenza del cattolico come cittadino all'interno dello Stato. Egli pro-
pone ai cattolici una libera competizione con le forze liberali e socialiste
per l'orientamento culturale e per la direzione politica delle masse e del-
lo stesso Stato. La sua formula Libert noi chiediamo anche nel cristia-
nesimo e il cristianesimo cerchiamo nella libert esprime sinteticamente 
l'adesione ai processi della modernizzazione culturale e politica. Mur-
ri accetta lo Stato laico ma formula una disapprovazione completa del
principio liberale ossia dell'individualismo liberista e propone la rior-
ganizzazione sociale attraverso una rete di associazioni economiche e
sociali e una pi larga partecipazione allo Stato costituzionale.
Nel 1905 nel suo discorso di Caltagirone Luigi Sturzo (1871-1959)
chiede che i cattolici abbandonino il tradizionalismo clericale e si co-
stituiscano in un partito politico laico e autonomo mettendosi alla
pari con gli altri partiti non come unici depositari della religione o
come armata permanente delle autorit religiose che scendono in
guerra guerreggiata, ma come rappresentanti di una tendenza popo-
lare nazionale nello sviluppo del viver civile.
La conclusione operativa di tutti questi fermenti fu nel 1919 la fon-
dazione del Partito popolare italiano ad opera di Luigi Sturzo. Sturzo
riprende e aggiorna il programma di Toniolo e Murri incardinandolo
su una intensa partecipazione organizzata alla vita politica nazionale
condotta in autonomia dalle gerarchie della Chiesa e in libero confron-
to con le altre forze politiche.
Il popolarismo - scrive Sturzo in Chesa e Stato (1939) -  democratico
ma differisce dalla democrazia liberale perch nega il sistema individualista 
e accentrato dello Stato e vuole lo Stato organico e decentrato;  liberale 
(nel senso sano della parola) perch si basa sulle libert civili e 
politiche, che afferma eguali per tutte, senza monopoli di partiti e 
senza persecuzioni di religione, di razza e di classe;  sociale, nel 
senso di una riforma a fondo del regime capitalista attuale, ma si distacca 
dal socialismo perch ammette la propriet privata, pur rivendicandone la 
funzione sociale; afferma il suo carattere cristiano, perch non vi pu 
oggi essere etica e civilt che non sia cristiana.
(L. STURZO, Chiesa e Stato, in Opere scelte, a cura di G. De Rosa, 
vol. III, Bari 1992.)
Altri esponenti della cultura politica cattolica in Italia furono Filippo 
Meda (1869-1939), Guido Miglioli (1879-1954) e Alcide De Gasperi (1881-1954), 
che diriger nel 1944 il nuovo partito della Democrazia cristiana.
L'inserimento organizzato delle forze cattoliche nella vita politica
fu molto importante in Italia. Esso segn, innanzi tutto, la inclusione
nella vita nazionale di una grande massa di uomini e di donne che era-
no a lungo rimasti emarginati politicamente. In secondo luogo questa
nuova presenza politica pose fine alla contrapposizione frontale fra
liberalismo e socialismo. Infine dette vita a forti organizzazioni sindaca-
li e politiche in tutto il paese, specialmente fra i contadini. Tutto ci con-
tribu notevolmente alla unificazione politica della nazione e impose
un generale riesame critico del carattere elitario dello Stato italiano.
Una notevole fioritura del pensiero politico di ispirazione cristiana
si ebbe anche in Francia. Qui ebbe particolare sviluppo e seguito il
personalismo nelle varianti del personalismo esistenzialista di Gabriel
Marcel e di Nicolaj Berdjaev, del personalismo spiritualista di Lavelle
e Le Senne, del personalismo tradizionalista di Thibon e De Fabrgues, 
del personalismo democratico di Archambault e di Jacques
Maritain. Maritain (1882-1973), il pensatore cattolico pi importan-
te, riprende le linee del pensiero tomista e le svolge in direzione di un
umanesimo integrale che egli mette a contrasto con le inclinazioni to-
talitarie dell'epoca.
Al centro della prospettiva di Maritain sta la persona umana, valore
fondamentale cui deve riferirsi la struttura democratica dello Stato
moderno. I conflitti sociali possono trovare infatti una composizione
attorno ai valori del personalismo e del cristianesimo, risorse spiri-
tuali per coordinare una convivenza ispirata alla solidariet.

IV. SOCIALISMI E COMUNISMI
1. ATTIVISMO E IDEOLOGIE
La guerra aveva creato due grandi aggruppamenti di Stati e pur es-
sendo scoppiata in Europa era stata una guerra mondiale. L'entrata
in guerra degli USA fu un fatto storico di grande portata che pose ter-
mine non soltanto all'isolazionismo americano ma anche alla struttu-
ra sostanzialmente eurocentrica delle relazioni internazionali.
All'interno delle nazioni europee c'era stata una grossa spaccatura
pro e contro la guerra e su questa spaccatura si era sviluppata per la
prima volta nella storia una grande controversia politica che aveva vi-
sto operare due grandi schieramenti ideologici metanazionali.
L'opposizione concettuale fra democrazia formale e democrazia rea-
le, fra paese legale e paese reale entr nel bagaglio teorico-politico di
quasi tutti gli schieramenti politici. L'ostilit delle diplomazie occi-
dentali alla Russia diretta dai bolscevichi e la propaganda internazio-
nalista dei partiti comunisti inserirono nel quadro dei dibattiti politici
elementi nuovi di tensione. Si aggiunga che il tema della democrazia
era tutt'altro che teoricamente chiaro. Dopo essere stata avversata a
lungo dalle grandi correnti di pensiero, la democrazia comincia a di-
ventare oggetto di una contesa generale. Sempre pi spesso si regi-
strano significative integrazioni lessicali: si parla di social-democra-
zia, di liberal-democrazia, di democrazia nazionale, di democrazia cri-
stiana, di cattolicesimo democratico. Lo stesso partito bolscevico che
prende il potere in Russia nel 1917 si denomina ancora Partito ope-
raio socialdemocratico di Russia.
I partiti comunisti nascono sotto il segno di queste ambiguit teori-
camente irrisolte e politicamente sottoposte a scelte pragmatiche. Il
caso teoricamente pi rappresentativo  la raccolta di saggi Storia e
coscienza di classe di un filosofo raffinato come Girgy Lukcs (1885-
1971), edita nel 1923. Vi si legge che il problema della legalit o della
illegalit nell'azione politica  un mero problema tattico che deve es-
sere deciso in base a motivi di utilit del momento.
L'uso contemporaneo ed alternativo di armi legali e illegali - scrive 
Lukcs -  necessario anche perch solo in questo modo diventa possibile 
la messa a nudo dell'ordinamento giuridico come brutale apparato di potere 
dell'oppressione capitalistica, che  il presupposto di un atteggiamento 
rivoluzionario spregiudicato verso il diritto e lo Stato. E ancora: 
 uno degli scopi fondamentali di ogni partito comunista costringere 
il governo del proprio paese alla rottura del suo ordinamento giuridico 
ed il partito legale dei socialtraditori a sostenere apertamente questa 
rottura del diritto.
(G. LUKCS, Storia e coscienza di ciasse, Milano 1967, p. 328.)
Il partito diventava l'unico motore e regolatore del movimento rela-
tivizzando tutte le categorie della politica. Era pronta la cultura del
Partito-Stato. Nel 1956 Lukcs avrebbe sperimentato con l'invasione
sovietica dell'Ungheria il peso di queste ambiguit e ne1 1967, in una
nuova prefazione al suo libro (che giudicava ora un'opera mancata) 
riconosceva errata la proposizione di due diversi scopi strategici. 
Secondo Lukcs bisognava scegliere in maniera univoca la strategia
della repubblica democratica, che egli intendeva per nella for-
mula della dittatura democratica degli operai e dei contadini proposta 
da Lenin nel 1905. Lukcs riconosceva tuttavia che si trattava di
un passo indietro impossibile e documentava cos un'impasse senza uscite.

2. IDEOLOGIE E UTOPIE
Nel 1929 Karl Mannheim (1893-1947) pubblicava Ideologia e utopia,
un libro che portava in primo piano con una analisi sistematica ancor-
ch discutibile un tema che era ormai caratteristico della cultura po-
litica: il tema delle ideologie. Mannheim affermava che il libro non
aveva per argomento il concreto pensiero degli uomini. Scopo di que-
sti studi non  pertanto quello di considerare il pensiero, quale appa-
re nei testi di logica, ma di osservare in che modo esso funziona nella
vita pubblica e nella politica, ovvero come uno strumento di vita col-
lettiva. In maniera del tutto indipendente Mannheim indagava lo
stesso tema che Pareto aveva affrontato esaminando le azioni non-lo-
giche e che era stato esaminato su un piano generale da Marx in un'ope-
ra che verr pubblicata soltanto nel 1932: L'ideologia tedesca.
Per una singolare vicenda i due testi di Mannheim e di Marx sono
passati nella cultura sociologica senza grande distinzione e alla teoria
marxiana dell'ideologia sono state attribuite impostazioni che sono
piuttosto di Mannheim.
Secondo Mannheim il marxismo scopr che nella realt storica e
politica non pu esistere alcuna "pura teoria". Esso vede chiaramen-
te come dietro ogni dottrina si celi la coscienza di una classe. Questo
pensiero collettivo, che procede in accordo a determinati interessi e
situazioni sociali, fu chiamato da Marx ideologia. Mannheim con-
clude che ogni forma di pensiero storico e politico  in effetti condi-
zionato dalla situazione concreta di colui che pensa e del gruppo cui
appartiene. Esemplificando egli arriva a sostenere che sono le rivo-
luzioni che creano un pi valido tipo di conoscenza. Come spiegare
allora la preparazione intellettuale delle rivoluzioni, il peso indubbio
che le indagini sociali condotte dagli intellettuali esercitano nell'ana-
lizzare i fenomeni sociali e nel delinearne le prospettive teoriche e
politiche? L'intera scienza sociale viene cos revocata in dubbio.
Quanto a Marx resterebbe difficile, dalle posizioni di Mannheim,
spiegare non solo l'indubbio sforzo teoretico della sua opera e il suo
impegno scientifico, ma l'apprezzamento di scienziati come Smith e
Ricardo e la sua stessa critica metodologica a Hegel. Comunque, a
partire dal 1927 furono pubblicati importanti testi inediti di Marx: la
Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, i Manoscritti econo-
mico-filosofici del 1844, L'ideologia tedesca, i Grundrisse. Queste ope-
re avrebbero largamente rinnovato quel marxismo che nella tradizio-
ne politica pratica era gi da tempo presentato, invece, come teorica-
mente chiaro e concluso.
Nella interpretazione di Mannheim e di altri l'ideologia diventava
un consapevole programma di azione del quale non si deve indagare
altro sostrato che l'interesse e la volont di classe. Nella Ideologia te-
desca, invece, Marx sosteneva la possibilit di una scienza sociale: l
dove cessa la speculazione... comincia la scienza reale e positiva... Ca-
dono le frasi sulla coscienza e al loro posto deve subentrare il sapere
reale... La vita materiale degli individui, che non dipende affatto dal-
la loro pura "volont", il loro modo di produzione e la forma di rela-
zioni che si condizionano a vicenda, sono la base reale dello Stato....
Il libro di Mannheim pu considerarsi il primo di una vasta lettera-
tura (marxista e no) che a partire dagli anni Trenta lavorer alla dif-
ficile interpretazione del tema delle ideologie e che cercher di met-
tere ordine in ci che la politica corrente aveva affrettatamente defi-
nito come marxismo. La difficolt fu tale che nacque appunto negli
anni Trenta il mito dei due Marx: un giovane Marx radicale, demo-
cratico e anche scienziato e un Marx adulto o maturo ristrettosi
nell'economia e nella politica, per gli uni, dedicatosi al servizio dei la-
voratori per gli altri. Questa distinzione verr sostenuta principal-
mente dai teorici ufficiali sovietici, che nel giovane Marx umanista e
democratico paventavano un rilancio della politica socialdemocratica. 
La ricomposizione unitaria dell'opera di Marx aspetta ancora.

3. SOCIALISMO E DEMOCRAZIA
Fra i teorici socialisti il dibattito sulla democrazia non si era mai
chiuso. Sia pure in termini confusi esso era continuato sulle tracce
della controversia di fine seeolo. Aveva costituito, per cos dire, soltan-
to un capitolo della grande questione del capitalismo e cio il capito-
lo della via al potere. Ma dopo la guerra imponenti problemi nuovi
avevano mutato il quadro: la guerra stessa, la rivoluzione russa, il fa-
scismo in Italia, la spaccatura fra socialisti e comunisti, l'introduzione
del suffragio universale, l'esperienza della Repubblica di Weimar
avevano portato con forza in primo piano il problema della democra-
zia. Il liberalismo stesso, rivedendo continuamente il rapporto con la
tradizione e le rivendicazioni democratiche, ne prendeva atto e andava 
rinnovandosi.
La grande crisi economica scoppiata nel 1929 impose una revisione
profonda alle teorie del liberismo economico mentre i grandi proble-
mi della disoccupazione e dello Stato sociale sospinsero vasti settori
sindacali e politici a una altrettanto profonda revisione. In Gran Bre-
tagna fra il 1931 e il 1935 il primo ministro laburista Mac Donald di-
resse un governo di coalizione con laburisti, liberali e conservatori.
Negli USA la presidenza di Franklin Delano Roosevelt imposto una
politica economica di tipo interventista e nei paesi dell'Europa set-
tentrionale i partiti socialdemocratici impostarono i programmi dello
Stato sociale.
L'altro polo degli interessi teorici era costituito dalla Russia, dive-
nuta URSS nel 1924. Alla esperienza sovietica guardavano soprattutto
i nuovi partiti comunisti che si erano distaccati dal tronco del movi-
mento socialista e che erano particolarmente attivi in tutto l'Occiden-
te nella lotta contro il fascismo. I temi che animavano la discussione
teorica erano sostanzialmente due: l'impostazione di una economia
socializzata e pianificata e la creazione di una democrazia nuova,
variamente denominata democrazia socialista, proletaria, operaia, so-
vietica avente al centro la figura del cittadino-lavoratore.

4. FRA DUE GUERRE MONDIALI: KEYNES E BAUER
Nonostante le crescenti tensioni e opposizioni della politica andava
dunque crescendo nella cultura di ispirazione liberale come in quella
di ispirazione socialista un processo di ripensamento critico. Di fron-
te al crollo delle libert in Italia e in Germania e di fronte alle ambi-
gue esperienze del nuovo Stato sovietico i migliori pensatori europei
avviavano una riconsiderazione importante della propria tradizione
culturale. Le due figure che meglio rappresentano - ad un alto livello
teorico - questo processo sono Lord Maynard Keynes (1883-1946) e
Bruno Bauer (1881-1938). Essi appartenevano alla medesima genera-
zione ma avevano formazione e orientamento culturale assai diversi.
Keynes, un aristocratico economista inglese, propugnava una politi-
ca economica nuova per sanare le conseguenze della crisi generata sia
dalle riparazioni sia soprattutto dalla disoccupazione di massa. Ri-
prendendo temi del dibattito sul capitalismo dei primi anni del secolo
Keynes intrecciava e integrava brillantemente l'analisi che liberali e
socialisti avevano dato del nesso fra sottoconsumo e crisi. Nella sua
Teoria generale dell'occupazione, interesse e moneta (1936), Keynes
conveniva che la crisi poteva essere determinata e aggravata dal sot-
toconsumo derivato dalla disoccupazione e dai bassi salari, ma re-
spingeva l'idea che ci avrebbe condotto al crollo del capitalismo. Ri-
teneva invece che si potesse prospettare un vero e proprio equilibrio
da sottooccupazione, e cio uno sviluppo senza piena occupazione. Per
evitare questa prospettiva bisognava ricorrere a investimenti pubblici
per potenziare la domanda effettiva e rilanciare lo sviluppo.
Keynes reagiva cos alla divaricazione teorica che aveva contrappo-
sto verticalmente liberalismo e socialismo (Tutti noi siamo abituati
a trovarci talora su una faccia della luna, talora sull'altra, senza sape-
re quale strada le colleghi...). Gi nel 1926 Keynes aveva scritto: Li-
beriamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tem-
po, si  basato il laissez faire. Non  vero che gli individui posseggano
una "libert naturale" imposta sulle loro attivit economiche. Non vi
 alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che
posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non  governato dal-
l'alto in modo che gli interessi privati e sociali coincidano sempre. Svi-
luppando idee che gi circolavano nella sociologia economica ameri-
cana, Keynes affermava che nelle grandi societ per azioni del capita-
lismo pi evoluto i proprietari del capitale, ossia gli azionisti, sono
quasi interamente dissociati dall'amministrazione, col risultato che
l'interesse personale diretto degli amministratori nel conseguimento
di grandi profitti diventa del tutto secondario. Quando si  raggiunto
questo stadio saranno pi considerate dagli amministratori la stabili-
t generale e la reputazione dell'ente che il massimo di profitto per
gli azionisti. Queste affermazioni venivano esposte in un opuscolo
intitolato significativamente La fine del laissez faire.
L'economia di guerra, la necessit di fronteggiare la disoccupazione
e la crisi economica mondiale, la creazione di enti pubblici economici
nell'Italia fascista, l'impostazione di istituti di assistenza e previdenza
nei paesi nord-europei, la stessa esperienza del rapido sviluppo del-
l'economia pianificata sovietica inducevano a una revisione impor-
tante del tradizionale liberismo. Anche i teorici liberali prendevano
in considerazione elementi di regolazione dell'economia e riesami-
navano la tradizionale riduzione del liberalismo politico a liberismo
economico. In Italia lo stesso Benedetto Croce sosteneva la non iden-
tit dei due termini contro l'irrigidimento liberista di Luigi Einaudi.
Croce notava che al liberismo  stato conferito il valore di legge so-
ciale sicch da legittimo principio economico si  convertito in ille-
gittima teoria etica. Occorre invece riconoscere il primato non al-
l'economico ma all'etico liberalismo e trattare i problemi economi-
ci in rapporto a questo. Concludeva Croce che il liberalismo non
pu accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito in-
dividuale, e ricchezza solo l'accumulamento dei mezzi a tal fine.
(B. CROCE, Liberismo e liberalismo (1924), Cit., pp. 276 ss.)
La tendenza a separare liberalismo e liberismo e quindi a spezzare il
riduzionismo proprietario era destinata a continuare via via che si in-
tensificavano il progresso tecnico, la rivoluzione dei manager e
l'economia di guerra. In tal modo il liberalismo recepiva le grandi no-
vit del secolo e dall'astensionismo economicista passava a riflettere
costruttivamente sulla nuova economia sociale e sui problemi solle-
vati dalla democrazia.
Sul versante del socialismo teorico un analogo processo di revisione
andava accennandosi dopo la rovinosa spaccatura fra socialisti rivo-
luzionari e socialisti riformisti, una spaccatura che aveva determinato
le condizioni politiche della vittoria di Hitler in Germania. La revisio-
ne, su questo versante, doveva avere un segno diverso e metter capo
al riconoscimento della validit permanente delle forme e delle isti-
tuzioni della democrazia politica. Su questa tendenza alla revisione
teorica del rapporto fra socialismo e democrazia incominciava a pe-
sare molto duramente, inoltre, la tragica deformazione del nuovo Sta-
to sovietico. Nell'URSS, infatti, la dittatura staliniana, trincerata die-
tro l'idea di una democrazia socialista, cio di una democrazia diversa
dalla democrazia formale, metteva al bando ogni dissenso e, esiliato
Trotskij, dava inizio a un terribile periodo di terrore processando e
mandando a morte gli stessi capi della rivoluzione.
Nel 1936 Otto Bauer, uno dei teorici del cosiddetto austromarxismo
e uno dei dirigenti della socialdemocrazia, pubblicava un libro intito-
lato Tra due guerre mondiali? Il punto interrogativo era un puro segno
di cautela perch la prognosi del libro era quella di un avvenire di guer-
ra. Le tre parti del libro erano rispettivamente dedicate alla crisi mon-
diale, alla crisi della democrazia, alla crisi del socialismo.
Respingendo l'idea che il fascismo costituisse lo sbocco fatale del 
capitalismo, Bauer scriveva: Le prospettive di vittoria del fascismo non 
sono le stesse in tutti i paesi. Sono minori nei paesi in cui la democrazia 
 di vecchia data e affonda le sue radici nella coscienza del popolo, che 
non nei paesi di giovane democrazia. Bauer riconsiderava anche 
l'esperienza sovietica e affermava che lo stesso sviluppo industriale in 
corso avrebbe determinato l'abbandono della dittatura del proletariato... 
In contrasto con le dittature fasciste, la dittatura bolscevica di partito 
ha sempre mantenuto dentro di s un elemento democratico... Quanto pi 
l'Unione Sovietica si allontana dal periodo pi penoso e travagliato, quanto
pi riesce a migliorare il tenore di vita degli operai, tanto
pi facile risulter creare un reale accordo interno, attraverso i metodi 
dell'illuminazione e della persuasione, tra la dittatura proletaria e i 
proletari stessi... L'Unione Sovietica si avvicina a uno stadio in cui 
non avr pi bisogno di imporre un potere dittatoriale, in cui diventer
necessaria una democratizzazione anche se un passaggio repentino dalla 
dittatura sovietica alla democrazia non  sicuramente possibile.
(O. BAUER, Tra due guerre mondiali?, Torino 1979, passim.)

5. I TEORICI SOVIETICI
Il dibattito sullo Stato si era imposto in Russia sia sotto il profilo del-
la riorganizzazione istituzionale dello Stato, sia sotto il profilo della
costruzione di un nuovo ordinamento giuridico. Nonostante le affer-
mazioni di Lenin in Stato e rivoluzione la teoria marxista dello Stato
risultava tutt'altro che chiara. Del resto, come notava Hans Kelsen
nel 1920, il "marxismo" si  diffuso nel mondo non tanto negli scritti
originali di Marx ed Engels quanto piuttosto in quelli di Kautsky.
(H. KELSEN, Socialismo e Stato, Bari 1978, p. 177.)
Adesso i nodi teorici del socialismo venivano al pettine della storia.
I contributi scientifici sovietici pi importanti vennero, sul problema
dello Stato, della politica e del diritto, dai giuristi che si trovavano di
fronte alla concreta necessit di reimpostare le basi teoriche del nuo-
vo Stato. Fra di essi spiccano, per motivi differenti, i nomi di Ptr
Stucka (1865-1932), Evgenij Pasukanis (1891-1938?) e Andrej Vysinskij 
(1883-1954). Tutti e tre questi autori si richiamavano alle fonti della
tradizione marxista, di cui possedevano una buona conoscenza. E tut-
ti e tre proponevano una diversa interpretazione dell'opera di Marx.
Stucka pone alla base della teoria dello Stato l'idea del diritto di clas-
se, Pasukanis l'analisi della astrattezza del diritto borghese moderno,
Vysinskij una teoria normativa che incarna la ragion di Stato sovietica.
Stucka si dedic soprattutto alla teoria del nuovo diritto civile (il ter-
mine diritto privato venne bandito) e part dalla affermazione che sol-
tanto l'introduzione del criterio della lotta di classe pu consentire alla
giurisprudenza di divenire scienza. Ci signifiea che la scienza non 
pi possibile con puri strumenti cognitivi: come per Schmitt occorre
che intervenga una garanzia personale. Non si tratter, nello Stato
socialista, di una garanzia razziale, ma di una garanzia di classe ba-
sata sulla origine sociale. Di fatto la definizione ufficiale del diritto che
aveva corso nell'URSS affermava: Il diritto  un sistema (o ordinamen-
to) di rapporti sociali corrispondenti agli interessi della classe domi-
nante e tutelato dalla forza organizzata di questa classe. Si trattava,
dunque, di prendere come punto di riferimento gli interessi della classe
operaia anzich gli interessi della borghesia per costruire un ordina-
mento giuridico socialista. Su questa base, per, la nozione del diritto
come sovrastruttura assumeva un significato servente e peggiorativo
che tendeva a identificare il diritto con i rapporti economici, sulla scia
del tradizionale economicismo. Stucka stesso si rendeva conto che
in realt il termine sovrastruttura aveva un senso metaforico. Egli pre-
cisava: La sostanza della disputa, per, non sta nel rapporto tra base
e sovrastruttura; si tratta piuttosto di vedere se il concetto fondamen-
tale del diritto vada individuato nel sistema dei rapporti concreti o in
una regione astratta, cio nella norma scritta.
(Cfr. P. STUCKA, La funzione rivoluzionaria del dirittoo e dello Stato,
a cura di U. Cerroni, Torino 1967.)
Pi originale  la teoria politico-giuridica di Pasukanis, autore di
un'opera su La teoria generale del diritto e il marxismo (1924), il pi
importante tentativo di reinterpretare il diritto con riferimento alla for-
ma di merce e ai rapporti mercantili-capitalistici. Partendo dal pre-
supposto fondamentale che la regolamentazione giuridica nasce dal-
l'antagonismo degli interessi privati, Pasukanis ne mette in relazione
lo sviluppo con l'evolversi dello scambio e della economia mercantile
atomizzata. sia pure oscillando fra una concezione istituzionalista e
una concezione normativa, egli cerca di dar conto della correlazione
esistente fra il moderno diritto formale astratto e i rapporti sociali ca-
pitalistici utilizzando, fra l'altro, gli Studi occidentali. Rifiutata la sem-
plicistica riduzione del diritto alla volont della classe dominante,
Pasukanis cerca di ricostruire il raccordo esistente fra l'economia
moderna e le forme giuridiche dello Stato di diritto liberale. Egli re-
cupera in qualche modo il carattere non strumentale delle forme giu-
ridiche anche nella societ socialista. Non essendo forme della volon-
t, ma istituti connessi ai rapporti sociali storicamente esistenti, le
forme giuridiche assumevano una loro specifica funzione fino a che i
rapporti sociali non fossero mutati.
Per Vysinskij, professore dell'Universit di Mosca nominato nel 1931
alle pi alte cariche della magistratura, queste teorie erano in grave
contrasto con le esigenze politiche dello Stato sovietico. Egli ne con-
dusse perci una critica radicale cercando di mediare (senza riuscirvi) 
classismo e normativismo. Critic per un verso la svalutazione del-
la norma e della legalit ma rivendicando poi alle leggi sovietiche una
essenziale funzione politica. Lo Stato restava per Vysinskij un puro
strumento della volont politica del partito e il diritto non poteva es-
sere altro che espressione di tale volont. Osteggiando duramente gli
avversari teorici, Vysinskij non manc di far valere l'argomento della
forza come Procuratore generale nei processi staliniani. Stucka mor
precocemente, ma Pasukanis mor in qualche lager e rest senza tomba. 
Furono entrambi riabilitati soltanto dopo la morte di Stalin e di Vysinskij.
La tragica esperienza dei migliori giuristi sovietici attestava che al-
l'interno della dittatura staliniana nessuna prospettiva scientifica seria
poteva svilupparsi attorno ai problemi politici. Quando il confronto
internazionale rilanci nel dopoguerra il dibattito scientifico sul dirit-
to e sullo Stato bisogn incominciare a smantellare l'edificio staliniano.

6. SEGNALI DI SVOLTA
Alle soglie della seconda guerra mondiale molti dei maggiori espo-
nenti del socialismo teorico scomparivano. Fra tutti Max Adler fu il pi
dotato dal punto di vista teorico, come provano i suoi libri Marx come
pensatore (1908), La critica sociologica della conoscenza e Kant (1924),
L'enigma della societ (1936). Il suo testo politico pi importante fu
Democrazia politica o democrazia sociale pubblicato nel 1926. Il titolo
del libro indicava non un dilemma ma un problema di integrazione.
Per Adler il capitalismo ha cessato di essere un modo di produzio-
ne anarchico ed  ormai divenuto, grazie allo sviluppo di trust, car-
telli e monopoli, un capitalismo organizzato. Il quesito che si pone  il
seguente: L'organizzazione della vita economica, che il capitalismo si
 sforzato di realizzare in misura sempre crescente, sar fatta a van-
taggio di una oligarchia di capitalisti, oppure a vantaggio della comuni-
t?. Una risposta positiva  affidata alla possibilit di costruire una
democrazia funzionale e cio una democrazia in cui la classe operaia
operi contro i limiti classisti del vecchio Stato e la trasformi in una de-
mocrazia sociale. La democrazia sociale - conclude Adler -  la tra-
sformazione pi radicale delle forme esteriori della vita umana, la
lotta per questa democrazia importa dunque la trasformazione pi
completa dell'uomo d'oggi.
Per il movimento socialista l'accettazione della democrazia cessava
di apparire come una capitolazione. D'altra parte la democrazia stes-
sa recepiva molte rivendicazioni socialiste, compreso il suffragio uni-
versale. Nei Quaderni del carcere riconsiderava il problema anche
Gramsci: La democrazia politica - egli scriveva - tende a far coincide-
re governanti e governati: essa non era dunque pi una finzione e
neppure uno strumento. E non era neppure il dominio del numero
sprezzato da molti teorici liberali. I numeri - scriveva ancora Gramsci
in polemica con gli elitisti - sono un semplice valore strumentale, che
danno una misura e un rapporto e niente di pi. E che cosa poi si mi-
sura? Si misura proprio l'efficacia e la capacit di espansione e di per-
suasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle lites,
delle avanguardie ecc., cio la loro razionalit o storicit o funziona-
lit concreta.
Anche uno scrittore appartato e di difficile classificazione come Ernst
Jnger (1895, vivente) registrava nelle sue opere non gi il tramonto
spengleriano della civilt europea, ma piuttosto una sua profonda an-
che se vaga ristrutturazione. Jnger criticava le chiusure formalisti-
che e l'individualismo asociale cui si dava ormai da tempo il nome di
spirito borghese. Nel suo libro L'operaio (1932) Jnger parlava di
un trapasso dalla democrazia borghese allo Stato del lavoro (un tema
che affiorava anche nell'opera di Ugo Spirito), della irruzione di ele-
menti nuovi in quello che Jnger definiva lo spazio borghese. Ci
troviamo in un processo - egli scriveva - nel quale ai princpi univer-
sali viene imposta una direzione, e in cui la libert da qualcosa si tra-
sforma in libert per qualcosa.
Con un vivido linguaggio letterario e senza pretesa di giudicare (il
nostro compito consiste nel vedere, non nel valutare), Jnger presen-
tava il film degli anni Venti-Trenta. Egli evidenziava sia la frantuma-
zione della sovranit dei vecchi Stati invasi dall'associazionismo di mas-
sa e dai grandi conflitti sociali, sia i caratteri confusi, contraddittori,
bizzarri dei nuovi programmi politici. Ecco un brillante fotogramma:
... anche i pi espliciti diritti di sovranit vengono privatizzati. A lato
della polizia nascono milizie cittadine e organizzazioni di autodifesa.
Mentre si cerca di santificare l'alto tradimento presentandolo come una 
delle tante facce dello spirito cosmopolita, il lato sanguinoso della vita
si traduce in una giustizia segreta la quale si serve di boicottaggi, 
attentati e delitti politici progettati da tribunali clandestini. 
I distintivi dello Stato sovrano e della nazionalit sono sostituiti da 
distintivi di partito; i giorni della campagna elettorale, delle votazioni 
e dell'apertura del parlamento somigliano a una mobilitazione, quasi una 
prova generale della guerra civile. I partiti sembrano secernere da s 
eserciti permanenti tra i quali regna uno stato latente di guerra di 
avamposti...
(E. JNGER, L'operaio, Parma 1991.)
Naturalmente quelle di Jnger non erano solo nebulose fantasie
teoriche, ma percezioni del grande sconvolgimento che stava portan-
do alla seconda guerra modiale. Nessuna delle previsioni, innestate ad
una esperienza storica che stava per consumarsi, avr piena conferma,
ma il mondo del secondo dopoguerra sar profondamente diverso 
da quello nato nella prima met del secolo.

V. SCHMITT, KELSEN, SCHUMPETER
1. IL SECONDO DOPOGUERRA
La seconda guerra mondiale costitu la conclusione di un unico, lun-
go processo trentennale di riaggiustamento delle relazioni internazio-
nali, delle istituzioni statuali e della cultura politica. Al tempo stesso
la sconfitta del nazismo e del fascismo rilanci con grande vigore e su
un terreno nuovo il problema della democrazia. Tanto nella prima
met del secolo il concetto stesso di democrazia era stato contestato,
limitato, avversato, quanto nella seconda met esso fu esaltato da
ogni parte fino a divenire un esperanto politico nel quale si versavano
significati molto diversi. Hans Kelsen aveva in certo modo intravisto
per tempo il pericolo scrivendo nel 1929 che democrazia  la parola
d'ordine che nei secoli XIX e XX domina quasi universalmente gli spi-
riti; ma, proprio per questo, essa perde, come ogni parola d'ordine, il
senso che le sarebbe proprio. Ognuno si sentiva autorizzato a versa-
re nella democrazia una sua variante.
La speranza di una profonda rigenerazione era fondata sul fatto che
la stessa vita internazionale si andava riorganizzando in forme armo-
niche o almeno pacifiche sotto la tutela della Organizzazione delle Na-
zioni Unite in base a idee democratiche, sancite nello statuto e preci-
sate successivamente nella Dichiarazione universale dei diritti umani
(1948). Ci aliment il dibattito teorico sia nei paesi vinti sia nei paesi
vincitori. Harold Joseph Laski (1893-1950) e John Dewey (1859-1952)
segnano il punto pi alto che in Gran Bretagna e negli USA raggiunse
il riesame critico della cultura politica della prima met del secolo.
Laski, esponente politico del laburismo inglese, fu uno studioso acu-
to di scienze politiche e prese le mosse da una valutazione critica del
liberalismo individualista che - affermava - garantisce soprattutto la
libert e l'uguaglianza dei detentori di beni. Nella sua maggiore
opera (Le origini del liberalismo europeo, 1936), Laski dedica un capi-
tolo alla crisi del liberalismo che, a suo avviso, era caduto in uno stato
di panico di fronte alla sfida socialista e alla rivoluzione d'ottobre.
Il fascismo sorge secondo Laski come tecnica istituzionale del capi-
talismo nella sua fase di contrazione e distrugge il liberalismo che
era stato consentito dalla fase di espansione. Il suo scopo  di impor-
re alle masse quella disciplina sociale che crea le condizioni sotto le
quali il capitalismo spera che sar ripresa la possibilit di fare dei pro-
fitti. Pur riconoscendo i meriti storici del liberalismo e in particolare
il suo apporto alla costruzione di istituzioni politiche libere Laski ri-
tiene che il liberalismo  sempre stato influenzato dalla sua tenden-
za a considerare i poveri come uomini falliti per colpa loro. Di fatto
alla base dello Stato liberale furono i bisogni della classe proprietaria.
Lo Stato doveva ora assumere alla sua base, dopo il suffragio univer-
sale, i bisogni di tutti, compresi i lavoratori e i poveri. Questo proces-
so era incominciato con la prima guerra mondiale: allora, conclude
Laski, l'umanit sembr ritornare ad un lungo periodo invernale.
Possiamo consolarci solamente con la speranza che una prossima ge-
nerazione scopra nei suoi rigori il pallido preludio ad una primavera
pi fulgida.
(H. LASKI, Le origini del liberalismo europeo, Firenze 1962.)
John Dewey sviluppa la sua analisi del liberalismo osservando so-
prattutto gli squilibri psicologici e culturali che esso induce (quantifi-
cazione e spersonalizzazione della vita, squilibrio fra persona e con-
dizioni di vita). Si tratta - per Dewey - di andare oltre il liberalismo
per superare quella che egli chiama la tragedia della "fine dell'indi-
vidualismo", dovuta al fatto che mentre i singoli sono ora presi in un
vasto complesso di associazioni, non v' un riflettersi armonico di
quel che importano tali relazioni in una concezione della vita. Una
ricostruzione dell'armonia sociale si impone e implica la formazione
di un nuovo tipo psicologico e morale. Da qui l'impegno teorico di
Dewey nei problemi della scuola e della pedagogia. La sola forma di
organizzazione sociale ora possibile si fonda su un controllo demo-
cratico e comunitario: Oggi i fini possono essere conseguiti soltanto
col rifiutare i mezzi ai quali il primo liberalismo si era affidato.
J. DEWEY, Liberalismo e azione sociale, Firenze 1948.)
In Italia il processo di rigenerazione culturale e politica si accompa-
gnava a un bilancio molto critico della intera vita unitaria. Gi la voce
quasi isolata di Gobetti aveva rimproverato allo Stato liberale di aver
ritardato una partecipazione politica pi vasta e una revisione del
centralismo. Aveva scritto Gobetti: Non si osava discorrere di auto-
nomie regionali per non compromettere l'unit e si voleva mante-
nere il diritto elettorale a una ristretta oligarchia quasi per premiare
la minoranza che aveva preparato l'unit e non complicare il proble-
ma dello Stato con l'intervento di nuove masse popolari, sinora ne-
glette e ignorate. Gobetti criticava le astuzie e le lusinghe di De-
pretis e poi le facili seduzioni della megalomania di Crispi e
rimproverava a Giolitti la ripresa dei metodi di Depretis. A Sturzo, 
infine, imputava una pratica liberale moderata e una capacit
di continuare i compiti del giolittismo. Il fascismo era stato il frutto
di questa storia e poteva essere la tomba delle coscienze civili.
Nei Quaderni del carcere, pubblicati dopo la guerra, il bilancio che
Gramsci tracciava della storia unitaria era analogo. Scriveva Gramsci:
I laici hanno fallito al loro compito storico di educatori ed elaboratori 
della intellettualit e della coscienza morale del popolo-nazione, non hanno
saputo dare una soddisfazione alle esigenze intellettuali del popolo: 
proprio per non aver rappresentato una cultura laica, per non aver saputo 
elaborare un moderno umanesimo capace di diffondersi fino agli strati pi 
rozzi e incolti, come era necessario dal punto di vista nazionale, per 
essersi tenuti legati a un mondo antiquato, meschino, astratto, troppo in-
dividualistico o di casta.
Concludeva Gramsci: Ma se i laici hanno fallito, i cattolici non hanno 
avuto maggior successo.
La guerra, la sconfitta, il crollo del fascismo, la Resistenza, la nascita
della Repubblica e la prima Costituzione scritta su mandato del popolo 
aprivano le porte a una democrazia nuova, carica di un passato
pesante e di un avvenire difficile.

2. UN NUOVO JUS PUBLICUM. CARL SCHMITT
Tre autori rappresentano egregiamente il passaggio al nuovo conte-
sto storico-politico che viene in essere dopo la seconda guerra mon-
diale: Carl Schmitt, di cui si  gi parlato in rapporto al nazismo, Jo-
seph Alois Schumpeter (1883-1950) e Hans Kelsen (1881-1973). Si
tratta di tre autori europei di cultura tedesca, schierati su posizioni
differenti, che hanno vissuto per intero i drammi della prima met del
secolo: scienziato della politica il primo, economista il secondo, giuri-
sta il terzo, tutti e tre impegnati nell'analisi della politica europea e
mondiale.
Carl Schmitt, sospeso dall'insegnamento universitario e internato
per un anno in un campo di concentramento americano, non corresse
sostanzialmente le sue posizioni teoriche e si limit a ritirarsi dalla
politica attiva. Nel 1950 egli pubblic l'ultima e forse pi importante
opera intitolata Il nomos della terra, che costituisce un tentativo di bi-
lancio della grande costruzione giuridica moderna succeduta alla me-
dievale respublica christiana. Al centro dell'opera sta la natura che la
legge moderna assume fra diritto statale e diritto internazionale.
In questo quadro Schmitt sbozza implicitamente una teoria globale
del diritto e della politica che prende le mosse da una critica del for-
malismo neokantiano e in particolare del formalismo legalistico di Kelsen. 
Scopo di Schmitt  di dare un fondamento positivo ma non formalistico 
al diritto e alla politica. All'idea kelseniana dello spazio in-
teso soltanto come pura sfera di validit della legge, Schmitt con-
trappone un nomos terrestre carico di valori naturistici e ancorato alla
matrice spaziale dello Stato nazionale. Ma egli ricava quei valori dai
mitologismi nazional-germanici del sangue e della terra
Pi attendibile risulta la critica di Schmitt al formalismo legalistico
del normativismo giuridico kelseniano, ma essa si sviluppa sulla im-
plicita base di una grave svalutazione del carattere ordinatore e rego-
latore della legge e quindi della cultura. La staticit dell'ordinamento
giuridico formale e gerarchizzato di Kelsen viene sostituita da una di-
namica che non riceve fondamenti e argomenti storici e che risulta
pervertita dai miti locali in contrasto con l'idea weberiana del di-
sincanto progressivo dei popoli. La categoria dello spazio viene di fat-
to alimentata con il tradizionale corredo dello spiritualismo magico
proprio del romanticismo tedesco.
Manca, infine, nella teoria di Schmitt qualsiasi riferimento alla pos-
sibilit di una effettiva e legittima organizzazione internazionale (l'Onu
era gi nata). Schmitt resta fermo alla dicotomia fra Stato e diritto in-
ternazionale, che segn e disgreg l'europea Societ delle Nazioni, di
cui non fecero parte gli USA, in cui l'URSS entr tardi e da cui l'Italia
fascista usc. Dal suo osservatorio eurobismarckiano Schmitt auspica
con poche speranze la possibilit che il globo spirituale del nostro pia-
neta possa diventare un globo reale. Egli sembra non intendere in al-
cun modo che soltanto la carica rinnovatrice della democrazia pu
spostare in avanti le frontiere della sovranit nazionale e sollevare sulla
scena internazionale i problemi del riconoscimento di tutti gli spazi e
di tutti i popoli in un quadro di solidariet generale. Schmitt insomma
resta bloccato sulla soglia delle straordinarie novit della seconda met
del secolo: decolonizzazione, democratizzazione, suffragio universale.
Anche Kelsen si era sempre occupato del rapporto fra Stato e diritto
internazionale. Un momento saliente nella sua elaborazione fu La
dottrina pura del diritto del 1934. In questo testo il sistema gerarchico
delle norme si chiude nella Norma fondamentale, che non ha la strut-
tura logico-deduttiva delle altre norme ed  piuttosto un fatto, una in-
stauratio politica.  il riconoscimento internazionale, secondo Kel-
sen, che conferisce validit giuridica all'instaurazione statale in base
al criterio della effettivit.
Kelsen non nega la possibilit di una diversa unificazione fra diritto
statale e diritto internazionale. Il diritto internazionale potrebbe es-
sere infatti assunto come valido dallo Stato nazionale. Equiparando i
due procedimenti Kelsen sgombra il campo da difficolt tecniche circa 
la possibilit di una organizzazione internazionale. Ma al tempo
stesso lascia da parte il problema teorico-politico propriamente detto
della liquidazione delle colonie, della parificazione giuridica dei po-
poli e degli Stati. Il suo resta piuttosto un esercizio di logica giuridica
che un reale contributo a risolvere i nuovi problemi.

3. HANS KELSEN
La sconfitta delle forze che avevano abbattuto le libert in Italia e in
Germania impose una analisi critica della propria storia e degli ordi-
namenti politici che non erano stati in grado di evitare il fascismo. La
nuova democrazia non doveva ereditare i difetti di quella antica. Fu
questo elementare ragionamento che sospinse a un importante con-
fronto critico con il passato. Alle nuove generazioni risultava difficil-
mente comprensibile, per esempio, questa affermazione che Kelsen
aveva fatto ancora nel 1929: Il popolo come insieme dei titolari dei
diritti politici, anche in una democrazia radicale, rappresenta soltan-
to una piccola frazione della cerchia degli individui sottoposti all'or-
dine statale, del popolo come oggetto del potere... L'esclusione degli
schiavi e - questo ancor oggi - delle donne dai diritti politici, non impe-
disce affatto di considerare un ordinamento statale come democrazia.
(H. KELSEN, I fondamenti della democrazia e altri saggi, Bologna 1986, 
pp. 21-22.)
Importante fu l'opera di approfondimento condotta da Kelsen sulla
struttura sistemica dell'ordinamento giuridico nello Stato di diritto e
sull'impianto procedurale delle democrazie moderne. Inoltre Kelsen
raccolse un'altra eredit culturale: la tradizione weberiana del politei-
smo dei valori. Kelsen la svilupp fino a concludere che fondamento
culturale della democrazia deve essere il relativismo filosofico, senza
di cui si avrebbe una forma di assolutismo dei valori. In polemica con
Niebuhr, per esempio, Kelsen afferma che anche il principio di tolle-
ranza presuppone il relativismo.  lecito per obiettare che la tolle-
ranza necessita di garanzie sicch le libert democratiche che la ga-
rantiscono non possono essere definite relative.
Altre opere importanti di Kelsen furono Socialismo e Stato (1921), Il
problema del parlamentarismo (1924), Teoria generale del diritto e dello
Stato (1945).

4. JOSEPH SCHUMPETER
Nel 1942 Schumpeter pubblicava un importante libro che avrebbe
conferito un nuovo orientamento agli studi sulla democrazia e alla
scienza politica. Il libro si intitolava Capitalismo socialismo democra-
zia e costituiva una riconsiderazione globale dei grandi problemi
emersi nella prima met del secolo. Il libro constava di cinque parti i
cui titoli componevano una essenziale agenda di quei problemi: 
1. La dottrina marxista; 2. Pu il capitalismo sopravvivere?; 3. Pu funzio-
nare il socialismo?; 4. Socialismo e democrazia; 5. Schizzo storico dei
partiti socialisti.
Il libro di Schumpeter era una singolare summa delle difficolt teo-
riche che si annunciavano alla cultura politica della seconda met del
Novecento. Egli ne era consapevole se nella premessa alla seconda
edizione scriveva: L'annuncio che una nave sta affondando non 
disfattista: pu essere disfattista solo lo spirito in cui lo si accoglie.
L'equipaggio pu incrociare le braccia e darsi al bere, come pu pre-
cipitarsi alle pompe. Se si limita a negare il fatto, per quanto documenta-
to, il suo atteggiamento  quello che si chiama escapist (evasionista).
(J.A. SCHUMPETER, Capitalismo socialismo democrazia, Milano 1964.)
Le premesse da cui muove Schumpeter nel delineare la sua teoria
democratica sono di analisi economica. Egli riprende il dibattito sul
capitalismo e arriva a concludere che il capitalismo  in declino e che
una forma sociale socialista deve inevitabilmente sorgere da un'al-
trettanto inevitabile decomposizione della societ capitalistica.
Tracciando un giudizio conclusivo su Marx basato sulla esperienza del 
secolo che era trascorso dalla sua indagine Schumpeter affermava 1, che 
nessuno al quale stia a cuore un'analisi puramente economica pu parlare 
di successo incondizionato; 2, che nessuno al quale prema una costruzione 
ardita pu parlare di fallimento assoluto sicch se Marx cade spesso - e
a volte irrimediabilmente - in errore, i suoi critici furono ben
lontani dall'aver sempre ragione. In sostanza Marx ha messo a nudo un 
dato storico essenziale e cio che la societ borghese  gettata in uno
stampo puramente economico; le sue fondamenta e le sue sovrastrutture 
sono tutte di materiale economico. L'edificio guarda verso il lato
economico della vita.
La fase nuova dello sviluppo socio-economico si annunciava secon-
do Schumpeter sotto il segno di un poderoso aumento del progresso
tecnologico. Questo progresso riuscir a fronteggiare la riduzione del-
le risorse naturali ma non invece il dissociarsi della figura dell'im-
prenditore-proprietario dalle funzioni tecnico-operative dell'impresa.
Il progresso economico tende a spersonalizzarsi e automatizzarsi e il
lavoro dei tecnici e dei manager tende a soppiantare l'azione personale
del capo, il quale non ha pi l'occasione di gettarsi nella mischia: non 
nulla pi che un funzionario. Si va perci verso una evaporazione del-
la propriet, quindi anche verso una minore propensione al risparmio e
all'investimento: verso una filosofia a breve termine.
Schumpeter preconizzava la decomposizione della vecchia societ
industriale capitalistica e l'affermarsi del socialismo. Pi incerto,
per, si dimostrava nella definizione del socialismo; per socialismo
egli intendeva infatti una grande variet di prospettive che vanno da
una graduale burocratizzazione fino alla pi pittoresca delle rivolu-
zioni. Il socialismo era per Schumpeter un Proteo culturale, di cui
rifiutava le forme storiche conosciute. La sola definizione che Schum-
peter azzardava del socialismo (che personalmente non invocava)
era abbastanza generica: Definisco socialismo (centralista) quell'or-
ganizzazione della societ in cui i mezzi di produzione sono control-
lati e le decisioni e che cosa e come distribuirlo sono prese dall'auto-
rit pubblica.
Compito essenziale della democrazia era per Schumpeter non la tra-
smissione della sovranit popolare o la rappresentanza degli individui,
bens la produzione di un governo. E ci avveniva fissando rigorose
procedure destinate a disciplinare l'accettazione dei leader da parte
degli elettori.
Con questa impostazione veniva accantonata tutta la tematica clas-
sica sulla sovranit politica e l'attenzione veniva spostata sulle tecni-
che di costruzione elettiva dell'lite governante. Centrali divenivano
le regole per la presentazione del leader, per la libera competizione
elettorale, per l'efficiente funzionamento della domanda e dell'offer-
ta nel mercato politico e della impresa politica. La funzionalit
della politica agli interessi doveva essere garantita dalle volizioni di
gruppo e cio dalle espressioni politiche dei gruppi di pressione.
La scomparsa della centralit del parlamento accentua il ruolo dei
differenti sottosistemi della politica (magistratura, mezzi di informa-
zione, propaganda, gruppi di pressione). L'accento non cade pi sulle
impostazioni ideologiche degli schieramenti politici, ma piuttosto sui
programmi a breve termine e sull'efficienza dei sistemi decisionali.
La democrazia  il governo dell'uomo politico, il popolo ha l'opportu-
nit di accettare o rifiutare gli uomini che dovranno governarlo, legi-
slazione e amministrazione sono prodotti della lotta di concorrenza
per il potere politico.
Il modello che lo studioso europeo emigrato in America assumeva
nella sua teoria democratica era quello degli USA. Ma traeva argomen-
ti efficaci dall'analisi della stessa esperienza inglese ove la figura del
leader attraversa i tre stadi del capo-partito che diviene in forme quasi
automatiche leader parlamentare e quindi capo del governo (premier).
Nell'Europa del dopoguerra la teoria politica di Schumpeter non
ebbe seguito immediato e suscit anche diffidenze: nel 1964 Habermas
affermava che Schumpeter riconduce in ultima istanza il processo di
formazione della volont democratica a un procedimento regolamen-
tato di acclamazione per lites chiamate alternativamente al potere.
Ma in seguito la teoria di Schumpeter divenne uno dei punti di riferi-
mento della scienza politica.

5. LA CADUTA DELLE DEMOCRAZIE
Un'altra importante linea del ripensamento critico andava verso la
riconsiderazione dei processi che avevano determinato il crollo delle
democrazie.
Nel 1978 lo spagnolo-americano Juan Linz, presentando il suo libro
La caduta dei regimi democratici, in cui confluiva una lunga ricerca
sui fascismi in Europa, faceva il punto sui pericoli che corrono le de-
mocrazie moderne. Scriveva Linz:
La marcia su Roma, la Machtergreiferung di Hitler, la guerra civile spagnola, 
i colpi di stato di Praga nel 1948 e quello contro Allende, questi drammi 
sono il simbolo di un trasferimento di potere, si fissano nella mente 
della gente come date fondamentali nella sua storia...  possibile che 
gli scienziati sociali scoprano un modello comune in questi pro-
cessi che conducono a mutamenti di regime...  possibile costruire un 
modello almeno descrittivo del processo del crollo della democrazia che 
possa infine contribuire ad una migliore comprensione dei suoi elementi 
e della sua dinamica?
(J. LINZ, La caduta dei regimi democratici, Bologna 1981.)
Linz sintetizzava questi quattro connotati della democrazia: a. libert 
giuridicamente garantita di formulare e promuovere alternative
politiche e quindi rispetto delle libert di associazione e di espressio-
ne nonch dei diritti fondamentali dell'individuo; b. competizione li-
bera e non violenta tra lites sanzionata da controlli periodici del loro
titolo a governare; c. inclusione di tutte le cariche politiche importanti
nel processo democratico; d. partecipazione politica di tutti senza di-
scriminazioni politiche. Dalla competizione politica possono essere
esclusi soltanto partiti sleali e cio orientati alla conquista del potere
per vie non legali. In un regime politico in cui le leggi possono essere
democraticamente cambiate nessuno ha il diritto di sfidarle.
Ma perch si crede nella legittimit delle istituzioni democratiche?
La risposta di Linz chiama in causa la portata della socializzazione
politica e quindi le varianti storiche che la cultura civica assume nelle
differenti societ. In particolare risultano fondamentali i livelli rag-
giunti dalla cultura diffusa, dalla scuola, dai mezzi di comunicazione.
Su questi livelli incidono largamente gli intellettuali. Ma una demo-
crazia deve essere anche efficace ed effettiva: efficacia ed effettivit pos-
sono rafforzare, mantenere o indebolire, infatti, la legittimit. L'effi-
cacia consiste nella capacit di un regime di dare ai problemi fonda-
mentali soluzioni tali da essere percepite come soddisfacenti. Sotto
questo profilo - nota Linz - i regimi democratici si trovano di fronte a
difficolt maggiori che i regimi non democratici perch la libert di
informazione e di critica rende manifesti i difetti e le implicazioni del-
le scelte politiche e limita le possibilit di manipolazione.
L'effettivit, infine,  la capacit di attuare le politiche elaborate, ot-
tenendo i risultati previsti. Anche le buone leggi debbono confrontar-
si con le discrepanze tra aspettative e risultati e la carenza di effettivi-
t indebolisce l'autorit dello Stato e quindi anche la sua legittimit.
Il quadro coordinato di tutti questi elementi definisce la stabilit di
un sistema democratico e la sua capacit di durare.

6. LA LEALT DEMOCRATICA
Linz impostava nel suo libro anche il delicato tema della lealt de-
mocratica delle forze politiche. Egli indicava questi criteri di valutazio-
ne: esplicito rifiuto del ricorso alla forza, impegno a non chiedere l'in-
tervento delle forze armate, rifiuto dell'uso eversivo delle agitazioni
politiche e sindacali, disponibilit ad assumere responsabilit politiche 
di governo. Nessuno di questi criteri risulta necessario e sufficiente e
nel complesso Linz stesso ritiene che la definizione della slealt politica
sia di per s assai difficile o rischi l'ambiguit. Risultano pi efficaci i
mezzi ordinari della repressione penale condotta nell'ambito della costi-
tuzione democratica perch una difesa della democrazia con mezzi
ademocratici non ha molte probabilit di produrre il suo riequilibrio.
Pur accettando il criterio di Schmitt secondo cui sovrano  chi deci-
de in uno stato di eccezione, Linz afferma che in realt questo stesso
esercizio di sovranit  ben altro che un puro impiego della forza. Pog-
gia piuttosto su una accumulazione nel tempo di risorse profonde di
legittimit. Un esponente del regime fascista come Dino Grandi ebbe
a dichiarare che il fascismo non aveva distrutto la democrazia italiana,
ma l'aveva soltanto seppellita. Linz conclude che tuttavia la vio-
lenza ha un suo ruolo proprio nel minare la fiducia nella democrazia
e nel creare un vuoto di potere. In termini pi generali si pu dire che
la stabilit di un regime democratico  assai pi il risultato della storia
civile di un paese che non delle pure tecniche politiche.
Su questi temi bisogna ricordare quattro importanti opere che nel
dopoguerra hanno fatto un bilancio sistematico del totalitarismo: Le
origini del totalitarismo di Hannah Arendt (1951), Le origini della de-
mocrazia totalitaria (1952) di J.L. Talmon, Lo Stato democratico e lo
Stato autoritario di Franz Neumann (1957) e Democrazia e totalitarismo 
di Raymond Aron (1965).
Hannah Arendt (1906-1975) ricerca le origini del totalitarismo mo-
derno nelle vicende che hanno generato nel secolo XIX grandi strut-
ture centralizzate di potere, cui si sono richiamati i nuovi movimenti
di massa. Ne  nata una miscela politica che ha sovvertito la migliore
tradizione intellettuale europea. Questo processo  stato avviato dal-
la progressiva dissoluzione del citoyen nel bourgeois e della libert ci-
vica nella ricerca dell'arricchimento.
Pi importante  l'altro libro della Arendt intitolato Vita activa
(1958) che costituisce una rivisitazione generale della politica mo-
derna a confronto con quella antica. La Arendt mette bene in luce che
il moderno processo di equiparazione degli uomini scaturisce dalla
dissoluzione del gruppo, che destinava gli schiavi alla sfera lavorativa
e i liberi alla sfera politica. La fine della schiavit comporta nel mon-
do moderno la nascita dell'homo laborans e la tendenziale riunifica-
zione delle due sfere. Secondo la Arendt la societ costituisce oggi
l'organizzazione pubblica dello stesso processo vitale e ogni comuni-
t umana  ormai trasformata in societ di lavoratori e datori di lavo-
ro. Ma al tempo stesso la societ di massa si presenta come un mondo
incapace di riunire gli uomini in una vita effettivamente comune.
Essa resta una societ lacerata ed  solo generosa utopia tentare di ri-
comporla. Ci che rende la societ di massa cos difficile da soppor-
tare non , o almeno non lo  principalmente, il numero delle perso-
ne implicate, ma il fatto che il mondo che sta tra di loro ha perduto il
suo potere di riunirle insieme. Da qui i fenomeni della alienazione
moderna: la vita privata si svolge come assenza degli altri, la vita pub-
blica come distacco dalla sfera esistenziale. L'uomo moderno si trova
cos a vivere tanto la solitudine privata quanto l'insidia della massifi-
cazione: La sola cosa che la gente ha in comune  l'interesse privato.
Di Aron va ricordato un importante contributo critico alla teoria po-
litica: L'oppio degli intellettuali (1955). Aron riprende la polemica di
Jules Benda contro il tradimento dei chierici e cio contro la subor-
dinazione delle attivit intellettuali alle scelte politiche. Egli critica
l'ideologizzazione implicita nella politica di massa che conduce in real-
t alla spoliticizzazione della massa e alla personalizzazione del pote-
re. Secondo Aron oggi esiste la possibilit di una diagnosi della realt
meno febbrile e orientata alla scienza. La lotta politica pu essere at-
tenuata, tenuto conto del fatto che alcuni valori sostenuti dal sociali-
smo sono ormai integrati nelle societ evolute. Infine le vecchie ideo-
logie europee devono fare i conti con i paesi del Terzo Mondo che le
criticano o addirittura le respingono. In aspra polemica con la teoria
sartriana dell'impegno degli intellettuali nella politica, Aron esorta-
va: invochiamo di tutto cuore l'avvento degli scettici se devono
estinguere i fanatismi. Dietro l'eccesso polemico affiorava un serio
contributo a far sfebbrare l'Europa.

VI. SVILUPPI DELLA DEMOCRAZIA
1. SCIENZA POLITICA E SCIENZA SOCIALE
L'estensione assunta dalle esperienze della democrazia ha dato im-
pulso a una imponente raccolta di fatti, documenti, dati statistici. Ci
ha irrobustito la conoscenza della politica e ha ulteriormente solleci-
tato la propensione empirica degli studi politici troppo a lungo imbri-
gliati in matrici filosofiche e in schemi giuridici o appiattiti in variabili
dell'economia. Questa tendenza, tuttavia, si  dovuta confrontare con
la necessit di non perdere la capacit di ordinare fatti e dati e di rap-
portarli al funzionamento complessivo delle istituzioni politiche.
Uno studioso americano che avvert precocemente questa necessit
di riclassificazione delle categorie teoriche  David Easton. Nel 1953
egli registrava nella sua opera Il sistema politico la riluttanza della
nuova scienza politica americana ad adottare le prospettive concettuali 
solitamente associate al metodo scientifico. Se in Europa, almeno
nell'Europa continentale, una lunga tradizione filosofica e giuridica
aveva a lungo tenuto in subordine la scienza politica, in America ac-
cadeva in qualche modo il contrario e cio che la raccolta dei fatti in-
ducesse a trascurarne la ricostruzione in ampi quadri teorici. Easton
reagisce a questo pericolo e rivendica la necessit di un impianto teo-
retico della scienza politica (il libro si apriva con un richiamo ad Ari-
stotele). Nella fase in cui gli studi sociali hanno una grande dilatazio-
ne empirica vi  scarsamente bisogno - scriveva Easton - di insistere
nel sottolineare che la conoscenza scientifica deve essere ben fondata
sui fatti: bisogna piuttosto sottolineare che
in se stessi e per se stessi i fatti non ci mettono in grado di spiegare o
comprendere un evento. I fatti debbono essere ordinati in qualche modo, 
cos che si possano vedere le connessioni che esistono fra di loro... senza
una lucida comprensione del ruolo della teoria e delle sue possibilit, 
la ricerca politica non pu non rimanere frammentaria ed eterogenea, 
incapace di mantenere la promessa contenuta nella sua designazione di
scienza politica.
Constatata questa fuga dal ragionamento scientifico Easton pole-
mizza con chi, come l'inglese Michael Oakeshott, reagisce aggancian-
do la ragione alla grande saggezza del pregiudizio, cio della espe-
rienza pratica accumulata storicamente nella plasticit dell'agire po-
litico. Respinto lo zibaldone empirista (lo scienziato politico ameri-
cano  nato libero, ma dovunque  in catene, legato ad un passato di
iperfattualismo), Easton critica anche la dissoluzione delle speranze
razionali. A modello viene riproposta l'opera dei classici come Comte 
o Marx il cui interesse stava nella proiezione delle tendenze del
presente nel futuro, mentre la scienza politica attuale ha tollerato l'in-
novazione, non l'ha incoraggiata. I fatti, insomma, vanno studiati, ma i
fatti implicano la teoria perch i fenomeni costituiscono un sistema che
 parte del sistema sociale globale e che solo a fini di analisi pu essere
provvisoriamente isolato. Tutta la vita sociale  interdipendente.
Uno dei primi annunci delle novit che stavano maturando in America 
e che anticipavano processi in preparazione anche in Europa fu il
libro Colletti bianchi di Charles Wright Mills, pubblicato nel 1951.
Sebbene il sottotitolo precisasse che si trattava di una indagine sulla
classe media americana, il libro era in realt un grande disegno delle
novit sociali che scompaginavano l'intera societ americana avvian-
dola al capitalismo maturo. La crescita dei grandi trust scompigliava
prima di tutto la classe dei piccoli e medi imprenditori distruggendo
la piccola societ autoequilibrantesi e provvidenziale, che costitui-
va soprattutto una intelaiatura protettiva e garantista. Ma il processo
di trasformazione travolgeva anche il vecchio mondo rurale e la pic-
cola citt trascinando nel circuito del mercato tutti i ceti e tutte le at-
tivit, compresi i ceti professionali e le attivit intellettuali. Ora la li-
bera concorrenza diventava libert di plasmare la nuova societ con
una rete di iniziative e di istituzioni che creavano una grande gabbia
burocratica nella quale un minor numero di individui manipolano
cose, un numero maggiore trattano persone e simboli. Ormai il potere
derivante dalla propriet viene esercitato per interposta persona - dice
Wright Mills - attraverso un reticolo di corridoi che evocano Kafka.
Alle vecchie forme dirette del conflitto sociale subentra un sofisticato
gioco di raccolta del consenso in cui domina la manipolazione (la
manipolazione ha sostituito l'autorit).

2. COMPORTAMENTO E ISTITUZIONI
La cultura politica tradizionale aveva privilegiato l'impostazione fi-
losofico-giuridica conferendo all'indagine sulla politica un andamen-
to logico-deduttivo. La reazione del comportamentismo e cio lo stu-
dio dei comportamenti effettivi degli effettivi attori della politica era
stata pi che legittima. Non poteva certo essere trascurato lo studio
delle attivit, delle aspettative, delle finalit che gli individui si pone-
vano: nella democrazia sono proprio gli individui che insediano il perso-
nale dirigente con l'elezione e pilotano le istituzioni come leader.
Nondimeno, dopo Schumpeter, il timone della indagine politica era
stato spostato troppo unilateralmente verso l'empirismo. Si arrivava
a considerare le istituzioni politiche come semplici arene per il con-
fronto degli individui, lo Stato come una pura macchina da dirigere e
i partiti come semplici aggregati di interessi elementari.
Uno specialista dei processi socio-politici di civilizzazione come Norbert 
Elias, respingendo la contrapposizione dilemmatica fra individuo
e societ, ha ricostruito con acume nei suoi studi, fin dagli anni Trenta, 
l'intreccio che caratterizza la moderna societ degli individui.
(N. ELIAS, La societ degli individui, Bologna 1990.)
Elias non segnala cos soltanto il fatto ben noto che la societ moder-
na estende e universalizza il processo di individualizzazione, ma an-
che l'altro fatto che i moderni individui sono enti sociali avvolti da un
rete di interrelazioni oggettive. La societ non va intesa come mera
massa indifferenziata, ma come una massa in costante processo di
differenziazione sociale. Elias rileva che ci si muove invece in
quell'antitesi permanente che fa apparire l'individuo come il fine e la
societ come il mezzo o, inversamente, la societ come l'elemento
pi importante, il fine supremo e il singolo soltanto come un mezzo,
come un elemento meno importante. Considerati in profondit, sia
gli individui sia la societ che essi insieme compongono sono privi di
scopo allo stesso modo e tenuti insieme, piuttosto, dal tessuto stesso
delle relazioni interindividuali. Da qui nascono le catene invisibili
o strutture sociali che a livello politico si presentano come istituzioni.
In esse l'individuo opera assumendo stili di comportamento che sono
storicamente preesistenti. Ogni individuo nella societ contempora-
nea agisce come un attore che pu liberamente svolgere ruoli precon-
figurati. Il singolo cresce da un intreccio di individui a lui preesistente
e si inserisce in un intreccio che egli stesso contribuisce a formare.
Senza questi chiarimenti teorici individualismo e olismo rischiano di
contrapporsi troppo nettamente sul piano metodologico e poi anche
sul piano dell'indagine concreta. E cos ad un estremo possiamo tro-
vare l'empirismo radicale criticato da Easton e all'altro una singolare
riesumazione del nichilismo, magari in nuove vesti rivoluzionarie.
 in fondo proprio questa la prospettiva che si accenna in Occidente
attorno al '68, mentre si stanno svolgendo grandi trasformazioni tec-
nologiche che condurranno alla societ postindustriale.

3. FUGHE E DISILLUSIONI: MARCUSE E FOUCAULT
Una visione della societ come un tutto totalitario non matura sol-
tanto nella critica di Orwell. Su un altro versante anche Herbert Mar-
cuse (1898-1979), a suo modo, la ripresenta nella sua analisi della so-
ciet industriale. Questa tende ad essere totalitaria e anzi lo  gi:
l'uomo  ormai (nel 1964) a una (sola) dimensione.
(H. MARCUSE, L'uomo a una dimensione, Torino 1967.)
Marcuse vede la societ industriale capitalistica come un tutto indif-
ferenziato nel quale si perpetua un anonimo, impersonale dominio
(non diverso dal potere su cui scrivono i politologi), nel quale la demo-
crazia resta inerte, impotente e fittizia e sotto il quale si effettua la
chiusura dell'universo politico.
In questo quadro di analisi la teoria sfuma in utopia e l'indagine rea-
le in empirismo radicale: La trascendenza storica viene vista come tra-
scendenza metafisica, inaccettabile al pensiero scientifico. Il punto di vi-
sta operazionista e comportamentista, adottato largamente come
"abito di pensiero", diventa il punto di vista dell'universo costituito.
La societ moderna come societ della mobilitazione totale non si
presenta pi come la societ della possibile individualizzazione e sog-
gettivazione di tutti, bens come un nuovo totalitarismo, un universo
amministrato, un mix di Stato del benessere e di Stato belligerante.
Un astuto e manipolatorio Dominio-Potere provoca persino la inva-
sione del domicilio privato da parte di una compatta opinione pubblica 
e l'apertura della camera da letto ai mezzi di comunicazione di massa.
In questo ambiente socio-politico le funzioni delle libert democra-
tiche scompaiono e quelle della cultura vengono ridotte ad un pensie-
ro puramente negativo e appiattito sulla politica contingente. Ormai
- dice Marcuse - l'universo totalitario della razionalit tecnologica 
l'ultima incarnazione dell'idea di Ragione... La razionalit scientifi-
co-tecnica e la manipolazione sono saldate insieme da nuove forme
di controllo sociale... La tela di ragno del dominio  diventata la tela
della Ragione stessa... In questa societ  il razionale, piuttosto del-
l'irrazionale, che diventa il pi efficace veicolo di mistificazione.
Anche Michel Foucault si muove, in Europa, nel circuito chiuso di
una diagnosi che non d pi scampo. Siamo alla fine della teoria: bi-
sogna rinunciare alla teoria e al discorso generale perch il discorso
 ancora parte del sistema come il linguaggio. Abbandonata la teoria,
l'alternativa sar soltanto l'esperienza: la societ futura si comincia a
delineare forse attraverso esperienze come la droga, il sesso, la vita
comunitaria, un'altra coscienza, un altro tipo di individualit. Dopo
l'empirismo radicale verr un antiempirismo altrettanto radicale, fat-
to soltanto di valori alternativi di pura contestazione, di controinfor-
mazione, di controgiustizia: un antimondo. Sia Foucault che Louis
Althusser parlano di una teoria che  pratica, addirittura di una prati-
ca filosofica. Scrive Foucault: La teoria non sar l'espressione, la tra-
duzione o l'applicazione d'una pratica, ma una pratica essa stessa...
Non pi il sapere ma la vita.
Lo avevano gi detto anche Bergson e Sorel ai primi del secolo. Ma
non si trattava di una pura e semplice regressione filosofico-metafisica 
dell'indagine. Vi si introducevano anche spezzoni reali di una analisi
nichilista che l'Europa degli anni Settanta-Ottanta avrebbe raccolto
fra le schegge impazzite del terrorismo. Nel frattempo profondi processi
stavano per sconvolgerne le strutture economiche e politiche.

4. LA DECOLONIZZAZIONE E I DANNATI DELLA TERRA
Nell'atmosfera degli anni Sessanta il Terzo Mondo entr nel giro del-
la cultura europea come un soggetto teorico rilevante, uscendo da una
lunga estraneit. C'era gi stato, per la verit, un contatto con il co-
munismo cinese, mediato dai libri di Mao Zedong, ma si era trattato
di un contatto sporadico che non aveva esercitato influenze. L'in-
fluenza crebbe dopo il 1956 quando la Cina incominci a svolgere un
ruolo internazionale autonomo in aperta competizione con l'URSS. In-
cominci allora una qualche incidenza del Terzo Mondo sulle strate-
gie politiche e sulla cultura occidentale.
Ma c'era gi stato un segnale di provenienza diversa. Nel 1961 era
uscito il libro di Frantz Fanon (1926-1962) I dannati della terra con una
esplosiva, invitante prefazione di Jean Paul Sartre: Europei, aprite
questo libro, andateci dentro... Leggete Fanon: saprete che, nel tem-
po della loro impotenza, la pazzia omicida  l'inconscio collettivo dei
colonizzati... Le nostre anime belle sono razziste... Noi siamo stati i
seminatori di vento; la tempesta  lui. Figlio della violenza, attinge in
essa ad ogni istante la sua umanit: eravamo uomini a sue spese, si fa
uomo alle nostre. Un altro uomo: di qualit migliore. Era, probabil-
mente, un nuovo riflesso dello spengleriano tramonto dell'Occidente.
Il libro di Fanon, uno psichiatra della Martinica, aveva una sua alta
dignit nel presentare il mondo coloniale dalla parte dei colonizzati e
nel rappresentarne la fondamentale scissione (lo spartiacque, il con-
fine  indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia). E aveva
anche forti ragioni nel dire duramente che la ripresa del discorso po-
teva avvenire soltanto dopo la reintegrazione dell'indipendenza e della
libert delle colonie. Ma la sospensione dovuta alla lotta difficilmen-
te poteva allontanare i problemi politici della riorganizzazione dei
nuovi Stati indipendenti. Per sondarli sarebbe stato ancora necessa-
rio rivisitare le biblioteche, anche quelle europee, come del resto gi
testimoniava il pregevole tessuto letterario del libro di Fanon.
Era vero che la lotta armata indica che il popolo decide di aver fi-
ducia solo nei mezzi violenti. Ed era anche vero che l'argomento che
sceglie il colonizzato gli  stato indicato dal colono e, per un ironico
capovolgimento,  il colonizzato che, adesso, afferma che il colonialismo 
non capisce altro che la forza. Nel breve periodo l'argomento
era inoppugnabile. Ma sarebbe venuto il tempo ( venuto un po' dap-
pertutto, prima o poi) che i problemi del nuovo assetto dello Stato in-
dipendente avrebbero domandato alla teoria generale del diritto e
dello Stato qualche soluzione. La scienza politica sarebbe servita a
tutti non perch bianca, europea o occidentale, ma semplicemente
perch scienza: nelle sue stesse contraddizioni e difficolt avrebbe
aiutato i nuovi arrivati a costruire, se possibile, uno Stato democrati-
co di diritto e competenze professionali indigene.
Il libro di Fanon merita di essere riletto a distanza di tre decenni per
verificare quanto sia stato difficile per i nuovi Stati costruire se stessi.
Di fronte ai tribalismi, ai militarismi dei signori della guerra, agli in-
tegralismi religiosi assume un significato nuovo il finale del libro. Fa-
non affermava che tutti gli elementi d'una soluzione ai grandi pro-
blemi dell'umanit sono, in momenti diversi, esistiti nel pensiero del-
l'Europa anche se l'azione politica non ha certo realizzato la missio-
ne che le spettava. Oggi  forse un motivo per tener meglio distinte, in
Europa e fuori, cultura e politica e per non respingere la prima in nome
della seconda.

5. UN DIRITTO CATEGORICO: IL SUFFRAGIO UNIVERSALE
Nel 1964 Geoffrey Barraclough, storico inglese docente a Oxford,
delineando il quadro generale della storia contemporanea intitolava
un centrale capitolo del suo libro Guida alla storia contemporanea
Dall'individualismo alla democrazia di massa. Il capitolo si apriva
con una citazione tratta dal saggio La ribellione delle masse di Jos
Ortega y Gasset: il fenomeno pi importante dell'epoca contempo-
ranea  il sorgere delle masse. Aggiungeva Barraclough che l'avven-
to della societ di massa aveva cambiato radicalmente il contesto,
non solo delle nostre vite individuali, ma anche del sistema politico in
cui  organizzata la nostra societ.
(G. BARRACLOUGH, Guida alla storia contemporanea, Bari 1971, p. 127.)
Barraclough scriveva, nel pieno della guerra fredda:
Parlare di difesa della democrazia come se stessimo difendendo qualcosa che
possedevamo da generazioni, o persino da secoli  del tutto inesatto. Il 
tipo di democrazia prevalente oggi in Europa occidentale, quella che noi 
chiamiamo sommariamente democrazia di massa  un nuovo tipo di democrazia,
creata per la maggior parte negli ultimi sessanta o settanta anni, e 
differente dalla democrazia liberale del XIX secolo in alcuni 
punti essenziali.
La novit consisteva principalmente per lo storico di Oxford nel fat-
to che gli elementi politicamente attivi non costituivano pi un corpo
relativamente piccolo di uomini facenti parte di un medesimo sfondo
sociale, ma provengono da una vasta societ amorfa che abbraccia tutti
i livelli di censo e di educazione.
Di fatto la cultura politica prendeva atto che il suffragio universale
era ormai uno dei criteri distintivi della nuova democrazia. Il diritto
di voto per uomini e donne entrava nel corredo essenziale della citta-
dinanza moderna, diventava un diritto categorico. Cos, appunto, lo
definisce Robert A. Dahl nel libro La democrazia e i suoi critici pub-
blicato negli USA nel 1989, che pu considerarsi una importante,
ancorch lontana nel tempo, risposta alla teoria di Joseph Schumpeter. 
(R.A. DAHL, La democrazia e i suoi critici, Roma 1990. Nella medesima 
direzione G. BURDEAU, La democrazia (1956), Milano 1964, R.A. DAHL, 
Poliarchia (1971), Milano 198l, C.B. MAcPHERSON, La Vita e i tempi della 
democrazia liberale (1977), Milano 1981.)
Per Schumpeter, infatti, poich si tratta in democrazia di eleggere 
i leader per decidere,  del tutto secondaria l'ampiezza che assume
l'universo degli elettori (il popolo o demo) e il diritto di voto  piutto-
sto una funzione tecnica che un diritto. L'estensione del suffragio,
perci, non fa parte dei prinvcpi normativi della democrazia rappresen-
tativa e pu seguire criteri contingenti e variabili.
Dahl respingeva la tesi di Schumpeter perch essa eliminerebbe la
distinzione tra la democrazia e un ordinamento non-democratico do-
minato da una lite collegiale.
Bisogna forse aggiungere che  fondamentalmente sbagliato consi-
derare, come fanno i teorici del razionalismo politico, il voto soltanto
o principalmente come una designazione di capacit. Il voto  in
primo luogo un diritto di autotutela del cittadino che si estrinseca
nella scelta libera dei legislatori. Pi precisamente il diritto di voto
 l'istituto con cui inizia, per il tramite della rappresentanza, la tra-
sformazione degli interessi individuali in interesse generale. La co-
scienza dei propri interessi  il primo essenziale livello della coscien-
za politica (John Dewey citava in proposito il proverbio inglese Tutti
sanno se le scarpe sono strette).
Qualche anno prima, nel 1978, in un saggio su Democrazia rappresenta-
tiva e democrazia diretta Norberto Bobbio aveva precisato ottima-
mente la questione. 
(N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, Torino 1984, pp. 29 ss.)
La democrazia rappresentativa - diceva Bobbio -
chiede che il rappresentante sia un fiduciario e non un delegato e che
il fiduciario rappresenti gli interessi generali e non gli interessi partico-
lari. La democrazia rappresentativa, cio, attraversa tre fasi: a. l'au-
todeterminazione del cittadino che, a tutela dei propri interessi, no-
mina dei fiduciari; b. questi fiduciari non vincolati da mandato impe-
rativo rappresentano tutto il popolo; c. come rappresentanti del popolo
costruiscono secondo il principio maggioritario l'interesse generale e
lo fissano nella legge. Nel 1980 Bobbio precisava che ci che caratte-
rizza un sistema politico democratico non  il principio di maggioranza 
ma il suffragio universale, o se si vuole il principio di maggioranza
applicato a votazioni condotte col suffragio universale.
(N. BOBBIO et al., Democrazia, maggioranza e minoranze, Bologna 1981, p. 42)
Nei principali Stati d'Occidente si  dunque consolidato un nuovo
tipo di Stato che solo parzialmente corrisponde al tradizionale mo-
dello liberale di netta separazione fra societ civile autonoma e indi-
pendente e Stato astensionista e puramente politico. Oggi, nota Gio-
vanni Bognetti, nella societ civile i diritti fondamentali dell'indivi-
duo comprendono, oltre ai classici diritti di libert, anche diritti poli-
tici per tutti e diritti sociali. L'azione dello Stato, poi, oltre a 
tutelare i diritti fondamentali deve anche promuovere lo sviluppo economico
e sociale della collettivit e ci comporta inevitabilmente il supera-
mento dello Stato liberale "piccolo". 
(G BOGNETTI, La divisione dei poteri, Milano 1994, pp. 56 ss.)
Il nuovo Stato liberale pi grande  propriamente ci che denominiamo 
Stato democratico.

6. LIBERAZIONE E NON-VIOLENZA
Nella seconda met del secolo la politica si  andata articolando in
numerose direzioni. Si  sviluppata quella che si pu denominare una
politica delle differenze e cio una politica modellata su problemi
settoriali di grande rilevanza. Il pensiero politico, differenziandosi,
ha dato vita a molte teorie della politica. Si parla ormai di una teoria
politica del Terzo Mondo che ha valorizzato le tradizioni culturali na-
zionali e le ha ulteriormente sviluppate. Si tratta quasi sempre di una
teoria elaborata dai leader politici e che raramente scavalca in signi-
ficato e durabilit l'occasione e le circostanze pratiche. Vanno co-
munque ricordati, oltre i gi menzionati Mao Zedong (1893-1976) e
Frantz Fanon (1926-1962), il peruviano Jos Carlos Mariategui
(1895-1930), che ricava dalla conoscenza di Gramsci importanti ele-
menti di analisi per la sua indagine sui contadini e gli indios, Ernesto
Che Guevara (1928-1967), argentino-cubano teorico della pianifi-
cazione socialista ma anche dei fuochi di guerriglia.
Tra le varie politiche differenziali una specifica produzione concerne
la teoria della negritudine e della liberazione dei neri d'America, che an-
novera soprattutto Malcolm X (1925-1965) e Stokely Carmichael (1943,
vivente), oltre al gi ricordato Senghor, senegalese. Vanno inoltre ri-
cordate le opere sulla rivoluzione sessuale e femminile e specialmente
La rivoluzione sessuale (1945) di Wilhelm Reich, Il Secondo Sesso (1949)
di Simone de Beauvoir, Maschio e femmina (1949) di Margareth Mead,
Eros e civilt (1964) di Herbert Marcuse, Avere o essere? (1976) di
Erich Fromm, Amo a te (1993) di Luce Irigaray.
Un vasto campo di riflessioni  ormai divenuta, infine, la teoria della
pace e della non-violenza. Vanno in proposito ricordate alcune opere
rappresentative: Il mio socialismo (1959) e La mia non-violenza
(1960) di Mohandas Karamchand Gandhi, Italia non-violenta (1949)
di Aldo Capitini, Il problema della guerra e le vie della pace (1984) di
Norberto Bobbio.
Gandhi (1869-1948), in particolare, ha esercitato un influsso politi-
co straordinario essendo riuscito con metodi non-violenti a condurre
un grande paese come l'India all'indipendenza. I suoi modelli di rife-
rimento - dichiar Gandhi nel 1922 - sono Zoroastro, Mahavir, Da-
niele, Ges, Maometto, Nanak. Egli non si professa affatto un visio-
nario, si definisce un idealista pratico perch quella che egli chia-
ma la religione della non-violenza non si rivolge affatto ai soli santi e
ai profeti. Essa  fatta anche per la gente comune perch la non-vio-
lenza  la legge della nostra specie, come la violenza  la legge delle
creature brute. La non-violenza significa sopportazione consapevole 
ma non sottomissione remissiva alla volont del sopraffattore, 
una opposizione di tutta la propria anima alla volont del tiranno.
Sotto questa legge anche un singolo pu sfidare l'intera potenza di
un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la propria religione,
la propria anima e avviare la caduta di quell'impero o la sua rigenera-
zione. Gandhi non chiede che l'India pratichi la non-violenza perch
debole ma che la pratichi consapevole della propria forza e del
proprio potere. Un democratico  per Gandhi un disciplinato, un
militante che sperimenta la democrazia nella sua stessa vita, che
deve pensare e sognare non in termini personali o della propria par-
te, ma soltanto di democrazia. Gandhi respinge il particolarismo e
pensa che l'essenza stessa della democrazia  che ogni persona rap-
presenti tutti i vari interessi che compongono la nazione. Nelle que-
stioni di coscienza, per, la legge della maggioranza non ha valore:
Una viva fede non pu scaturire dalla regola della maggioranza.
(M.K. GANDHI, Il mio credo, il mio pensiero, Roma, Newton Compton, 
1992, passim.)

VII. POLITICA E SOCIET COMPLESSA
1. BENESSERE E POLITICA
Nel mezzo secolo che ci separa dalla seconda guerra mondiale le de-
mocrazie occidentali hanno aumentato in maniera cospicua il benes-
sere secondo una strategia che ha preso il nome di compromesso keyne-
siano. Il contenuto di tale strategia comprendeva in sostanza l'accet-
tazione del suggerimento di Lord Keynes di abbandonare un astratto
laissez faire per adottare un sistema combinato di concorrenza capita-
listica aperta e di redistribuzione politica concordata fra le parti so-
ciali. Su questa base ha preso corpo uno Stato sociale o del benessere 
che ha retto lungamente la prova e che tuttavia nell'ultimo venten-
nio ha perso efficienza e legittimit. La prognosi di Schumpeter non
si  avverata per intero, ma certo  di molto cresciuto lo spessore del
parassitismo che preme sull'iniziativa economica. Non visibile al pri-
mo sguardo, esso si manifesta nelle speculazioni finanziarie e nelle
difficolt monetarie, ma anche nel grande peso dei corpi occulti. Il
calo di natalit si  verificato, ma a contrasto  enormemente cresciuta 
la pressione delle immigrazioni. La crescita dei nuovi paesi indu-
strializzati dell'Asia e la internazionalizzazione del mercato hanno
messo alla frusta le economie nazionali europee e specie quelle pi de-
boli imponendo di rivedere la politica dei redditi. La grande espan-
sione della spesa pubblica determinatasi negli anni della costruzione
dello Stato sociale e assistenziale grava sulle economie reali con il dis-
sesto dei conti pubblici e il peso degli interessi.
In queste condizioni la barra dello Stato oscilla fortemente ora in
una direzione ora in un'altra alternando, sulle onde dei cicli economi-
ci, cicli politici di destra e di sinistra. La pressione della congiuntura
internazionale impone una direzione politica stabile, spesso insidiata
dalle esigenze del parlamentarismo, e una prontezza di intervento ri-
formatore che si traduce in un eccesso di decretazione governativa
oppure in una pioggia di leggine pseudoamministrative. La crescita
della economia dei servizi, il progresso tecnico, l'integrazione comu-
nitaria e internazionale sollevano problemi nuovi: di adeguamento
tempestivo delle strutture pubbliche e private agli standard interna-
zionali, di crescita e specializzazione tempestiva delle conoscenze e
della formazione, di percezione degli spazi nuovi in cui collocare l'ini-
ziativa economica e politica, di espansione della alta cultura e della
cultura media, di aggiornamento rapido dell'istruzione scolastica e
della informazione. Il venir meno della guerra fredda ha eliminato un
rasoio politico che tagliava fuori una serie di questioni invocando la
ragion di Stato e il confronto internazionale.
In queste condizioni si  fatta largo una esigenza di razionalizzazio-
ne del sistema politico che ha spostato l'asse verso i temi della stabili-
t e dell'efficienza di governo, cui i regimi di democrazia parlamenta-
re e i sistemi proporzionali puri erano poco adatti. L dove provvedi-
menti economici radicali hanno ristrutturato lo Stato sociale si  de-
terminato uno scontento che ha invertito il ciclo politico, mentre l
dove non si  osato prendere drastici provvedimenti  il ciclo econo-
mico a invertire la tendenza.

2. DEMOCRAZIA COMPLESSA
Questo processo di insediamento della societ complessa, nella quale
i rapporti sociali si infittiscono e si arricchiscono di tecnologie comu-
nicative e manovrano nuovi codici simbolici,  stato particolarmente
studiato in Germania da Niklas Luhmann e Jrgen Habermas, due stu-
diosi di formazione giuridica che hanno riesaminato la tradizione teo-
rico-politica di Weber, Schmitt e Kelsen.
Luhmann rileva che nella societ evoluta la forza non pu pi occu-
pare il centro della politica e il potere stesso non si identifica pi con
la pura forza. La societ, pertanto, non  pi separata e opposta allo
Stato, come pensava la teoria classica della vecchia Europa. Politica e
potere hanno bisogno di una codificazione secondaria meno rudimen-
tale e pi sofisticata. Il centro della attivit politica e del potere si spo-
sta verso il diritto e ci significa anche che il diritto esce dal suo isola-
mento normativo-formale.  appunto grazie alla coazione giuridica
che si pu ottenere una riduzione della complessit sociale senza pro-
vocare i traumi dell'uso della forza e, soprattutto, senza diminuire la
legittimazione del potere. Luhmann afferma che le stesse strutture
formali del diritto non sono pi ricomprese in una sezione separata e
autoreferenziale. Il diritto di cui si parla  infatti il diritto positivo e
non il diritto naturale. Il diritto positivo stesso vige in forza non gi di
una astratta gerarchia normativa, ma di una decisione dalla quale
quella gerarchia prende avvio come un sistema funzionale. Ne scatu-
risce un sistema integrato di politica e diritto che assume il fine preci-
puo di automantenersi. Le norme necessarie alla politica sono per-
tanto poste dalla politica stessa a fini di autoconservazione. Ma poi-
ch il diritto positivo poggia sulla coazione l'unit del sistema, per
mantenere la sua stabilit, ha soprattutto bisogno di garantire il mo-
nopolio della forza. Sulla base di questo monopolio lo Stato pu defi-
nire le strutture funzionali di cui la societ necessita. L'iniziale apertura
verso l'integrazione sociale si rivela alla fine una sofisticata subordina-
zione: le nuove forme della societ complessa sono cos ricondotte al
tema della forza, tema weberiano~crociano caro alla vecchia Europa.
(N. LUHMANN, Potere e complessit sociale, Milano 1979.)
Habermas critica questo circolo vizioso nel quale entra la teoria si-
stemica quando tratta il mutamento sociale come una minaccia alla
stabilit e concepisce ogni sistema a partire dal centro di controllo. Cer-
cando di ricostruire l'itinerario storico che sta alle spalle della societ
complessa Habermas sottolinea il deficit delle vecchie impostazioni
economicistiche. Egli riconosce che quel deficit doveva essere colma-
to dal ricorso alla forza proprio perch supponeva che lo Stato fosse
soltanto una macchina azionata dalla forza. Le tendenze di crisi si spo-
stano ora dall'economia all'amministrazione statale, concepita da Ha-
bermas - per - come una funzione della accumulazione economica.
Lo Stato di diritto appare allora anche a Habermas soltanto come una
sofisticata maschera esteriore della forza.
(J. HABERMAS, La crisi della razionalit del capitalismo maturo, Bari 1979.)
Il passaggio dalla societ industriale alla pi complessa societ post-
industriale implica un processo di formalizzazione delle relazioni so-
ciali, adeguata alla soggettivazione degli individui. Lo Stato di diritto
tende oggi, diversamente da quanto accadeva in passato, a pareggiare
i dislivelli perch riceve impulso dai processi sociali e dalle connesse
tendenze democratiche. Ignorando questo intreccio profondo lo Stato 
di diritto viene a configurarsi alla vecchia maniera formalistica del
tradizionale Rechtstaat. Le sue novit appaiono allora soltanto come
un trucco, inganni funzionalmente necessari (Habermas). E allora
riguadagnano spazio teorico le tradizionali teorie della forza.

3. INDIVIDUALISMO E STRATEGIE NARCISISTICHE
Nella societ complessa si producono anche tensioni nuove che accen-
tuano e affinano le tendenze dell'individualismo asociale. Le esami-
nava nel 1979 lo storico americano Christopher Lasch. 
(CH. LASCH, La cultura del narcisismo, Milano 1981.)
Egli le collegava anche all'avvicinarsi della fine del secolo e del 
secondo millennio, ad una sorta di bilancio interiore che ognuno sta 
inconsapevolmente impostando. Affiora su una sempre pi vasta superficie 
umana, secondo Lasch, una psicologia del disagio, il senso della fine e 
l'incubo o inconfessato desiderio di morte che ha ispirato tanta parte del-
l'arte e della letteratura del Novecento.
Siamo entrati, secondo Lasch, non gi in una fase pi avanzata del
tradizionale culto del privato ma in uno stadio nuovo in cui cresce
una personalit narcisista riprodotta e moltiplicata dai modelli televi-
sivi. Nella societ dello spettacolo accade che per il narcisista il
mondo  uno specchio, mentre per l'individualista primitivo era una
terra di nessuno da modellare secondo la sua volont. Esercitato a
una continua, ossessiva proiezione di se stesso negli stereotipi della
societ dell'immagine e dello spettacolo, l'uomo rientra in s come in
una prigione, tormentato dalla depressione e dall'ansia. Egli cerca la
terapia dell'analista o si consola coi modelli ideali di autorealizza-
zione dei capitani d'industria. Si adatta a pensare la realt attraverso
gli specchi televisivi e a misurare gli uomini non da ci che fanno ma
dal successo che ne ricavano, un successo che deve essere protocollato 
dall'opinione pubblica. L'uomo dell'organizzazione di cui aveva
parlato William White entra in una fase non tanto eterodiretta quan-
to nevrotica, da cui esce in cerca di successo, comando, guadagno.
L'edonismo maschera il cinismo e la lotta per il potere e per l'apparenza.

4. DOPO L'UTILITARISMO
La complessit della societ contemporanea non  fatta soltanto di una
maggiore presenza e attivit delle strutture pubbliche e neppure sol-
tanto dalle sempre pi intense attivit private. Essa dipende soprat-
tutto da una crescente interdipendenza generale degli individui che si
stabilisce indipendentemente dalle scelte individuali, dalle contratta-
zioni private o dalle interferenze pubbliche. Nella societ complessa
l'individuo si muove in una rete di ambienti di cui gli sfuggono le con-
nessioni oggettive. Cresce in tal modo la necessit di canali comunican-
ti fra le varie situazioni ambientali e di codici interpretativi adeguati.
Ma cresce soprattutto quello che Elias ha chiamato lo strato Noi della
complessa personalit dell'individuo moderno. Si tratta di una sempre
pi stretta connessione naturale, sociale, funzionale. Il declino dell'am-
biente naturale, il calo delle risorse, le immigrazioni, le nuove epide-
mie si sommano alle tipiche conseguenze della crescita metropolita-
na (traffico, smog, rumore). Le nuove tecnologie, infine, rimodellano
di continuo la rete degli ambienti. Si impone ormai una ecologia della
mente (G. Bateson) e una etologia umana che scavalca le frontiere
della psicologia dell'inconscio collettivo. Nella societ complessa la ci-
vilt delle buone maniere non basta pi e lo stesso tradizionale model-
lo del contratto sociale, dello stare ai patti, delle pure e semplici con-
venienze e utilit di breve termine esige una riconsiderazione critica.
Come ha scritto Elias l'intreccio degli uomini obbedisce ad una
normativa che  pi potente ed  qualcosa di diverso da quanto pro-
gettano e vogliono gli individui. 
(N. ELIAS, Op cit., p. 49.)
Cresce una catena di interdipendenze naturali, economiche, giuridiche, 
psicologiche che innervosiscono il mondo circostante e gli 
individui che lo popolano.

5. INTERDIPENDENZE E TRASFORMAZIONI
Tre autori hanno particolarmente affrontato questo profilo della ci-
vilt contemporanea con risultati di notevole rilievo anche per l'ordi-
ne politico: Norbert Elias, John Rawls e Hans Jonas.
Di Norbert Elias (1897-1990) si  gi fatto cenno. Egli ha il merito di
aver sottolineato con forza le risultanze istituzionali dei comporta-
menti individuali nella societ evoluta e, viceversa, le influenze che
sull'individuo esercita il funzionamento delle istituzioni.
Nota Elias che una pi attenta analisi della sociologia dello svilup-
po dimostra chiaramente che lo sviluppo delle strutture politiche ed
economiche sono due aspetti inseparabili dell'evoluzione del nesso
funzionale rappresentato dalla societ nel suo complesso. Le istitu-
zioni coordinanti possono anche ritardare il proprio adeguamento alle
necessit funzionali dell'economia, ma non senza costi gravi e vice-
versa solo nell'astrazione pu pensarsi una economia che funziona nel
vuoto di un libero mercato senza istituzioni. Finisce cos il mito di un
homo clausus la cui capacit cognitiva si tramuta in un apparente pri-
vilegio soggettivistico di sovrapposizione sia alla societ che alla na-
tura. In realt il sistema in cui vive il genere umano si struttura a tre 
livelli (natura-societ-stato).
Finisce per anche l'utilit di ricorrere al generico concetto di potere
per indicare il variegato insieme che muove la dinamica sociale. La pa-
rola potere  di solito usata - dice Elias - come se si riferisse ad un og-
getto isolato ed immobile, mentre essa esprime una relazione tra due
o pi persone, oppure addirittura tra persone e oggetti della natura.
(N. ELIAS, Che cos' la sociologia? Torino 1990.)
Il potere  un attributo delle relazioni e non pu essere sostantivato
senza cadere in un nuov teleologismo che vela le relazioni che azio-
nano la dinamica del mutamento.
John Rawls (vivente)  lo studioso americano che meglio ha rappre-
sentato lo scontento teorico nei confronti della vecchia tradizione em-
pirista-utilitarista messa a confronto con le imponenti novit sociali e
politiche della seconda met del secolo. La sua opera Una teoria della
giustizia (1971) vuole generalizzare e portare ad un pi alto livello
di astrazione la teoria tradizionale del contratto sociale di Locke,
Rousseau e Kant. 
(J. RAWLS, Una teoria della giustizia, Milano 1983.)
Rawls si professa tuttavia kantiano e costruisce lo schema 
di una giustizia come equit che postula come preliminare alla
societ un accordo originario di tipo razionalistico. Il difetto della co-
struzione sta, come in ogni teoria neokantiana, nella configurazione
di due piani separati: la teoria, che deve ordinare la realt sociale muo-
vendosi con una razionalit pura e metastorica, e una realt sostan-
zialmente statica.
Rawls ammette che naturalmente nessuna societ pu essere uno
schema di cooperazione a cui gli uomini partecipano volontariamente
in senso letterale, ognuno nasce in una certa societ e in una partico-
lare posizione e la natura di questa posizione influenza concretamen-
te le sue aspettazioni di vita. Il suo accordo preliminare funziona
solo nel presupposto che la societ si avvicina quanto pi  possibile
all'idea di uno schema volontario. Non c' tuttavia nessuna garanzia
di fronte alle evenienze involontarie e ai risultati non programmati di
cui parla Elias. La teoria di Rawls resta una pura proposta filosofica
che non aiuta molto la diagnosi sociale, ma segna un notevole passo
avanti nei confronti del contrattualismo liberale di stampo economi-
cistico. Egli critica, in particolare, la minore importanza che in passa-
to veniva attribuita alle libert politiche di tutti e al suffragio universa-
le rispetto alla libert di coscienza individuale e alla libert personale.
Hans Jonas (1903-1993), teologo e filosofo, segue con attenzione e
fine comprensione gli sviluppi socio-politici e il progresso tecnologi-
co e respinge l'inclinazione al panico che si avverte in certe zone della
cultura europea (non in quella americana). Nella sua opera Il princi-
pio responsabilit egli afferma, in polemica con Bloch: al principio
speranza contrapponiamo il principio responsabilit e non il princi-
pio paura.
Jonas propone un'etica della responsabilit che prenda atto delle
interdipendenze sempre pi fitte che affiorano sull'onda del progresso 
tecnico. Egli imposta una serrata revisione dell'etica kantiana del-
la quale respinge il criterio della pura intenzionalit priva di riferi-
menti storici. Il principale punto di riferimento  per Jonas l'interdi-
pendenza ambientale, ma egli ne ricava indicazioni che impegnano
l'uomo come membro del genere umano a una comprensione re-
sponsabile delle conseguenze della sua azione di fronte agli altri. In
particolare Jonas chiede responsabilit nella gestione dell'ambiente,
nel tutelare le aspettative delle future generazioni e nel combattere
ogni discriminazione razzista.

6. COMUNICAZIONE E POLITICA
La importanza dei mezzi di comunicazione di massa nella politica era
stata intravista negli anni Venti-Trenta quando cinema e radio este-
sero la loro presenza. Ad essi fecero ampio ricorso i partiti al potere
in Italia, in Germania e in Russia. George Orwell aveva messo al cen-
tro della costruzione totalitaria descritta in 1984 l'uso di una neolin-
gua che doveva fornire un mezzo di espressione per la concezione del
mondo e per le abitudini mentali del Socing, ma soprattutto quello di
rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Orwell, nella sua
satira, intravedeva sia la potenza di nuovi linguaggi tecnologici, sia il
risultato ambiguo che ne poteva derivare. E del resto il pensiero filo-
sofico europeo aveva parimenti teorizzato l'ambiguit della tecnica. I toni
cupi, anzi, erano nettamente prevalenti nelle valutazioni di Spengler, di
Heidegger, di Jnger. Ma soltanto nella seconda met del secolo gli stru-
menti e le tecniche della comunicazione di massa avrebbero costituito
un'imponente sezione della vita quotidiana in tutto il pianeta.
Sul piano di una filosofia pi ravvicinata alla industria culturale e
alla politica la prima analisi della influenza pervasiva e dirompente dei
mezzi di comunicazione di massa fu la Dialettica dell'illuminismo di
Max Horkheimer (1895-1973) e Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969), 
massimi esponenti della cosiddetta Scuola di Francoforte.
(M. HORKHEIMER - T. W. ADORNO, Dialettica dell'illuminismo, Torino 1974.)
L'opera fu pubblicata nel 1947 in America, ove i due pensatori erano
emigrati abbandonando la Germania. Essi presentavano nel libro un
giudizio maturato in due diverse esperienze: quella della Germania
nazista e quella degli USA, entrati nella fase del capitalismo maturo.
L'analisi si inquadrava in una generale diagnosi critica e negativa della 
civilt razionalista e tecnologica ispirata all'illuminismo. In essa - 
affermava la premessa alla prima edizione - non c' pi posto per la 
fiducia nella scienza perch nel presente sfacelo della civilt 
borghese  entrata in crisi non solo l'organizzazione ma il senso stesso
della scienza. Le attivit intellettuali sono ormai ridotte a merci e il 
pensiero stesso  pura ragione strumentale i cui prodotti, con il progresso
tecnico, forniscono ai gruppi sociali che ne dispongono una immensa 
superiorit sul resto della popolazione. D'altra parte il processo di 
utilizzazione dei prodotti intellettuali attraverso i nuovi mezzi
tecnici li sottopone a forme di adattamento e di controllo che rendono 
addirittura superflua la censura. Tanto nei regimi totalitari, dunque, 
quanto nei regimi democratici siamo alla autodistruzione dell'illuminismo, 
all'eclisse della ragione. E alla attivit razionale  legata la libert. 
L'individuo  ormai asservito alla potenza di un apparato di po-
tere che ora si dota di un grandioso strumentario tecnico che incide sulla 
stessa formazione della cultura. Il fine precipuo della scienza di 
sostituire al mito la conoscenza razionale viene sovvertito dalla 
possibilit di impiegare la tecnica per creare su scala di massa nuove 
mitologie. Ci  reso possibile dal consumismo collegato alla vita quoti-
diana e alla circolazione delle merci. Il benessere crescente  mediato 
dalla pubblicit e dagli stereotipi del conformismo. Cos gli uomini 
pagano l'accrescimento del loro potere con l'estraniazione da ci su cui 
lo esercitano perch il dominio universale sulla natura si ritorce contro
lo stesso soggetto pensante. E con la reificazione dello spirito di cui 
si dota l'apparato dominante vengono stregati, come in una nuova barba-
rie, gli stessi rapporti interni fra gli uomini compresi quelli che 
ciascuno ha con se stesso. Ora il singolo si riduce a un crocevia di 
reazioni e comportamenti convenzionali che si attendono praticamente da lui. 
Gli oggetti creati dagli uomini diventano autonomi strumenti di 
disumanizzazione. Nel circuito di bisogni artificialmente promossi e
di una manipolazione avallata dal gradimento l'industria culturale 
determina la sovversione del rapporto mezzi-fini e porta l'illuminismo a 
risolversi nell'inganno totale delle masse grazie alla mediazione del 
divertimento. Anzich far circolare le verit, l'industria culturale 
modella le verit sulla circolazione commerciale sicch la parola
che non  mezzo ad uno scopo commerciale appare priva di senso. Anche il 
linguaggio  svuotato e il discorso ridiventa chiacchiera. La realt 
diventa un surrogato dell'artificio. La stessa personalit individuale 
viene scardinata e ridotta a fare di s l'apparecchio adatto al successo.
Cos ognuno  sospinto in pari tempo a un isolamento per comunicazione e 
a una imitazione coatta. La comunicazione provvede ad uguagliare gli 
uomini isolandoli. Nella cella della sua pretesa intimit l'individuo 
s'imbatte nella stessa potenza da cui cerca rifugio in se stesso. Ci fa 
della sua fuga un'illusione senza speranza.
Questi giudizi catastrofci ma non privi di importanza possono sem-
brare esagerati per l'epoca della radio e dell'altoparlante, ma diven-
tano se non plausibili certo sconcertanti nell'et della televisione, dei
registratori, dei compact disc, dei satelliti, dei personal computer, del
fax e del telefono portatile.
La comunicazione, sviluppatasi specialmente con l'informazione e
l'intrattenimento di massa, ha successivamente invaso - col diffondersi
dell'automazione e del computer - il sistema della produzione, del la-
voro, degli apparati burocratici,  penetrata nei corpi di polizia e ne-
gli eserciti fino a diventare in taluni casi il nucleo essenziale dei mezzi
di controllo dello Stato, come nel caso del tentato golpe di Mosca nel 1993.
La comunicazione, dunque, non  pi n un momento isolato anche
se rilevante della giornata e neppure un flusso unidirezionale che dal
centro va in periferia. Essa non si assesta come separata sezione del
tempo libero, ma va sempre pi a costituire la struttura stessa della at-
tivit lavorativa. Questa si presenta sempre pi marcatamente come
un flusso interattivo fra centrali e terminali, nel quale ogni stazione di
lavoro  di volta in volta emittente e ricevente. La comunicazione inol-
tre  mediata sempre meno dalla scrittura e persino dalla parola. La
scrittura si riduce a didascalia, la parola ad annuncio: il cuore della co-
municazione diventa l'immagine nella doppia variante della immagine 
televisiva e della videoscrittura.
Gli effetti, in particoiare, si sono fatti sentire nella politica sotto il
profilo dello spostamento progressivo del confronto politico dai centri 
organizzativi alla televisione e della imponente crescita delle tecniche 
seduttive. Si parla ormai addirittura di una politica-spettacolo.
Non  mancato chi, come Habermas,  arrivato a identificare i rap-
porti sociali stessi con i rapporti comunicativi. Qui tuttavia in aiuto
della sociologia pu intervenire la semantica: l'essenzialit della co-
municazione sta in definitiva nel comunicare qualcosa ed  pertanto
il mondo delle cose, della produzione di cose da parte di uomini che
debbono riprodurre la propria esistenza, che resta al centro dell'uni-
verso sociale. Almeno finch la comunicazione intende comunicare
significati, che hanno come riferimento cose e uomini. Pu, natural-
mente, comunicare anche significati artificiali, attribuendo senso a pure
finzioni. In tal caso - come nella cultura spettacolare-pubblicitaria -
si tratta, tuttavia, di un senso deprivato di significato, propriamente
insignificante. Cos nasce soltanto la neolingua di Orwell, finalizzata a
sradicare il pensare stesso, che  il sostrato fondativo della comunica-
zione umana. Il problema diventa quello di far crescere il livello ge-
nerale della cultura per controllare, appunto, sensi e significati.
La politica viene progressivamente modificata da un eccesso di pro-
paganda ad effetto spettacolare che spesso  non solo roboante ma
insultante, insinuante e calunniosa. Il lessico politico si appiattisce e
si involgarisce. L'argomentazione lascia il posto allo scoop, al trucco
fisico e psicologico che viene riproposto e rilanciato dagli effetti gior-
nalistici e televisivi. Prende corpo una politica dell'immagine e persi-
no una politica dello spettacolo. La propaganda diventa seduzione.
Le tendenze contrastanti non mancano, tuttavia. Cresce l'informa-
zione, cadono le grandi barriere spaziali e linguistiche, la dimestichezza
con eventi, uomini, cose aumenta e sia pure lentamente cresce anche
la capacit di selezionare, distinguere e giudicare. Si tratta di tenden-
ze che operano per nel lungo periodo e che perci vengono spesso
sottovalutate a breve termine.

VIII. PROSPETTIVE DI FINE SECOLO
1. DOPO LA GUERRA FREDDA
La dissoluzione dell'URSS ha mutato profondamente il panorama
della politica internazionale. Ha in primo luogo posto termine a una
lunga e pericolosa epoca di permanente confronto competitivo che
ingenerava gravi tensioni politiche, ostilit, sospetti, pregiudizi, stru-
mentalismi e scontri locali. In secondo luogo la vita degli Stati si  li-
berata di una contrapposizione permanente che non lasciava spazio
n al regolare funzionamento della democrazia come alternanza al
potere, n alla cooperazione critica delle forze politiche. In terzo luo-
go uno spazio enorme - da Praga a Vladivostok - si  messo in movi-
mento sulla via della democrazia. Il processo non si  svolto senza dif-
ficolt anche gravi, ma non ha registrato - come si poteva invece pre-
vedere - tracolli sanguinosi.
Il panorama internazionale  almeno in parte rasserenato. Il proble-
ma centrale sembra essere il rilancio dell'ONU in forme nuove che, a
cinquant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale, garantiscano
la partecipazione di tutti gli Stati alla decisione politica per moderare
lo scontro fra le grandi potenze. Essenziale sembra anche una decisa
evoluzione della cultura politica verso l'accettazione della sovranit
internazionale. I due temi sono strettamente collegati: sar difficile
una democrazia internazionale senza un allentamento delle ten-
sioni, ma questo sar facilitato dalla partecipazione di tutti gli Stati
alla decisione. Decisiva diventa la crescita di una cultura politica ca-
pace di far interagire i due processi respingendo sia l'eredit della po-
litica di potenza, sia l'esclusivismo degli integralismi nazionalisti.

2. I DIRITTI FONDAMENTALI
La fissazione dei diritti umani fondamentali in una Dichiarazione
universale (1948) ha gettato le basi per costruire un solido edificio di or-
ganizzazione internazionale. Naturalmente alla condizione che quei
diritti siano concretamente rispettati e attuati negli Stati e che esista-
no istituti e strumenti atti a garantirli.
La Carta dei diritti umani, che si apre con la solenne affermazione
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignit e diritti,
contiene gli essenziali postulati di una convivenza civile e di una costru-
zione politica democratica. La Carta costituisce pertanto una base 
importante per promuovere sia l'organizzazione internazionale pacifica
sia il funzionamento democratico degli Stati. Tuttavia l'esperienza ha
dimostrato che le grandi divergenze fra gli Stati possono impedire l'at-
tuazione delle sue prescrizioni e soprattutto possono alterarne l'in-
terpretazione e vietarne il controllo.
I diritti fondamentali godono di una crescente legittimazione cultu-
rale e da qui prende avvio il processo di strumentazione del controllo
e del sanzionamento. Peter Hberle propone addirittura l'adozione
costituzionale di una clausola di sviluppo, analoga al IX emendamento
della Costituzione USA, che dovrebbe impegnare gli Stati ad una vera
e propria promozione culturale e giuridica dei diritti mediante una in-
terpretazione aperta. Hberle cita ad esempio l'articolo 3 della Costi-
tuzione italiana sulla rimozione degli ostacoli che si frappongono al
conseguimento di una reale uguaglianza. Vale la pena di menzionare
anche l'articolo 9 della Costituzione spagnola: Spetta ai poteri pub-
blici creare le condizioni affinch la libert e l'uguaglianza dell'indivi-
duo e dei gruppi di cui esso fa parte siano reali ed effettive, nonch di
eliminare gli ostacoli che impediscano o rendano difficile il loro pie-
no godimento, e agevolare la partecipazione di tutti i cittadini alla
vita politica, economica, culturale e sociale.
In questa configurazione lo Stato democratico moderno assume uno
specifico dovere di promozione culturale che lo rende in qualche modo
uno Stato di cultura, in una nuova, inedita accezione. Come promoto-
re del processo di civilizzazione e di crescita culturale lo Stato  ora
vincolato al dovere internazionale di rispettare e attuare i diritti fon-
damentali.

3. LA RATIO LAICA DELLA CULTURA
Ha scritto Hannah Arendt che la cultura  per definizione laica,
volendo dire che essa non si piega ad altre esigenze che non siano le
proprie ragioni, autonome e indipendenti. Da qui pu partire la con-
figurazione di un moderno Stato di cultura che rilanci la democrazia
incardinandola sullo Stato di diritto e sviluppi lo Stato di diritto inne-
standolo alla democrazia. La connessione democrazia-diritto, in que-
sta prospettiva, cessa di essere una semplice sommatoria di regole del
gioco e di puro rispetto della legalit. Se lo Stato democratico di diritto
assume come sua propria finalit la promozione-espansione dei diritti 
esso si impegna in una impresa civile di grande respiro che pu me-
diare le esperienze storiche del liberalismo e del socialismo.
Questa opera di integrazione storica, del resto, costituisce l'itinera-
rio reale lungo il quale  avanzata l'esperienza degli Stati democratici
anche se i contrasti politici e le stesse differenze teoriche hanno potu-
to velarlo. Le costituzioni pi avanzate sono ormai pacchetti integrati
di libert liberali, di princpi democratici, di criteri di socializzazione.
Lo sviluppo dello Stato democratico ha ormai articolato la tradizionale, 
formale dignit etica dell'uomo e del cittadino. Questa dignit 
oggi riconosciuta a tutti e non senza considerazione delle condizioni
storico-reali in cui l'individuo vive. In questo senso si pu ben dire che
la dignit etica dell'uomo costituisce per lo Stato un programma di
azioni politiche. Lo Stato democratico non si presenta pi, come lo
Stato liberale, tutore di un'etica anteposta al diritto positivo e alla po-
litica dello Stato. Esso realizza nella piena autonomia della politica
dalla morale un programma che  fissato nella sua stessa Costituzio-
ne e nella sua stessa appartenenza all'ONU. A questo programma
conferisce non solo una validit formale, ma una legittimit culturale
che lo vincola alla promozione di un quadro di valori e criteri politici.
Quel programma ha al suo centro non pi l'uomo astratto di ispira-
zione settecentesca ma il moderno homme situ (G. Burdeau).
La democrazia, nel suo pi alto sviluppo, cessa di configurarsi come
un puro codice delle regole del gioco (che pure esistono e sono garan-
tite), e in pari tempo si organizza in un rigoroso quadro di legalit co-
stituzionale perch la Costituzione comprende i diritti fondamentali
e la loro espansione. Lo stesso ordinamento giuridico compie una
importante rotazione: avendo assorbito un essenziale pacchetto di di-
ritti fondamentali, di libert, di istanze sociali ingloba una criteriolo-
gia politico-sociale pi ampia e deriva ora esplicitamente la sua legit-
timit dal consenso democraticamente espresso dalla totalit del po-
polo. Ci fa lentamente diminuire il peso teorico dell'autorit e della
forza e rimodella in modo nuovo la teoria dello Stato moderno orien-
tato non soltanto alla sua stessa riproduzione e al rispetto della ra-
gion di Stato, ma soprattutto alla costruzione di uno Stato di libert,
dello Stato del benessere, dello Stato sociale. Anche per questo si  po-
tuto parlare del diritto come di un diritto mite (G. Zagrebelsly).
Si tratta naturalmente di tendenze ma esse attestano un effettivo
progresso compiutosi nel nostro secolo con il passaggio da uno Stato
monoclasse ad uno Stato pluriclasse (M.S. Giannini). Fondamentale,
in questo nuovo ordinamento dello Stato, diventa la cultura sotto due
diversi profili. In primo luogo l'enorme ampliamento dell'universo
decidente realizzatosi con il suffragio universale esige ora un impegno 
dello Stato e dei cittadini stessi a elevare sistematicamente la cul-
tura media del paese e specificamente la cultura politica. E in secondo 
luogo lo Stato, dovendo oggi fronteggiare compiti assai complessi
di gestione e valutazione, abbisogna di un sistematico apporto di ana-
lisi e conoscenze scientifiche per poter sviluppare una politica infor-
mata ed efficace.

4. NUOVE FORME DI GOVERNO
Come ha scritto Giovanni Bognetti, al di sotto delle superficiali so-
miglianze con lo Stato dell'epoca liberale, si  articolata una divisio-
ne nuova, assai diversa dei poteri. 
(G. BOGNETTI, La divisione dei poteri, Milano 1994.)
Prevale innanzi tutto una netta tendenza a spostare il centro 
di gravit dell'attivit politica dal Legislativo all'Esecutivo e 
ad assicurare a quest'ultimo nuove sfere di potere e di 
intervento, nonch maggiore stabilit e indipendenza.
Per un certo periodo di tempo la divaricazione fra Legislativo ed
Esecutivo  stata fronteggiata grazie alla presenza dei partiti politici.
Il partito politico operava come una cintura di doppio collegamento
fra le istituzioni di vertice e poi anche fra istituzioni e popolo. Lo Stato
dei partiti si  insediato anche per questo, dopo la guerra, in molti Stati
europei e ha potuto crescere e durare specialmente l dove, come in Ita-
lia, un precedente regime statale era crollato creando un vuoto di potere.
In questo quadro lo Stato dei partiti ha svolto una funzione positiva
nella prima fase del dopoguerra. La duttilit del partito politico ha
garantito una certa fluidit nel funzionamento delle istituzioni rompen-
do gli schematismi della vecchia divisione dei poteri. A lungo andare,
tuttavia, la preminenza dei partiti rispetto allo Stato ha generato, specie
in Italia, una sorta di extraterritorialit che ha alimentato una illegalit
diffusa, fenomeni gravi di occupazione delle istituzioni, di lottizzazione
delle cariche pubbliche e di inasprimento ideologico della vita politica. 
Le contese fra i partiti delle coalizioni di governo e fra le loro cor-
renti interne hanno progressivamente limitato l'elasticit originaria.
La necessit di unificare, stabilizzare e orientare l'attivit di governo
ha determinato modificazioni istituzionali importanti. Ha preso sem-
pre pi rilievo la figura del presidente del Consiglio specie nella scel-
ta dei ministri (art. 92 della Costituzione italiana). In Gran Bretagna
si  configurato un vero e proprio governo del primo ministro. La cre-
scente importanza della stabilit di governo ha evidenziato l'ipotesi
del governo di legislatura. La sfiducia parlamentare per il governo ten-
de ad essere subordinata alla presentazione di una alternativa (sfidu-
cia costruttiva e governo del cancelliere in Germania). A volte la corre-
zione istituzionale  stata pi radicale e ha portato a una forma di go-
verno semipresidenziale (Francia) spostando nella figura del presiden-
te della repubblica il centro e il motore dell'attivit di governo,
restringendo il bicameralismo e delimitando la competenza normati-
va del parlamento. Un rafforzamento notevole del presidenzialismo si
 avuto negli USA, ove il Congresso, legato a grandi tradizioni federa-
liste svolge forti funzioni di controllo, ma non esercita la sfiducia.
L'estendersi dell'attivit dello Stato e l'accrescersi della decretazio-
ne fa sempre pi spesso distinguere nell'Esecutivo un vero e proprio
Potere governante e una Pubblica Amministrazione. Il primo si dota
di maggiore potest di intervento e di iniziativa normativa, la seconda
acquisisce istituti, agenzie, autorit che svolgono attivit in ambiti ca-
ratterizzati da specifiche autonomie funzionali e da rilevanti compe-
tenze tecniche (radiotelevisione, editoria, controllo antimonopolisti-
co del mercato, borsa ecc.).
Anche il Legislativo ha subito i contraccolpi della situazione. Alla
perdita di capacit di intervento tempestivo dovuta alla lentezza delle
procedure si  accoppiata una tendenza alla abbondante emissione di
leggine pi simili a provvedimenti amministrativi che a norme genera-
li. Con la preminenza dei partiti la funzione di indirizzo politico si 
spostata fuori del parlamento nel vertice dei partiti. Si sono molti-
plicate le crisi extraparlamentari, le pratiche combinatorie e consocia-
tive della distribuzione delle cariche (lottizzazione). Ne  derivata una
usura del bicameralismo e la necessit di sveltire le procedure e di sem-
plificare l'impianto del parlamento.
L'attivit normativa ha visto crescere enormemente la decretazione
dell'Esecutivo. Non manca chi ritiene che la normazione non sia pi
la funzione propria del Legislativo e lo sia invece la funzione della
solenne convalidazione, della eventuale integrazione e della eccezio-
nale, ipotetica reiezione dell'indirizzo politico stabilito dal Potere go-
vernante dello Stato (G. Bognetti). Si avverte la necessit di una de-
legificazione e cio di distinguere meglio l'attivit normativa ordina-
ria e quella delle grandi leggi che inquadrano vasti settori e problemi 
di rilevanza primaria.
Quanto al Giudiziario si  registrata in Italia qualche difficolt a con-
ciliare un corretto autogoverno della magistratura con un rigoroso
spirito di indipendenza dalla politica. Ma soprattutto  venuta in luce
la necessit di dotare la magistratura di grandi mezzi tecnologici e di
adeguate conoscenze scientifiche per fronteggiare l'imponente crescita 
della criminalit organizzata e le sue ramificazioni internazionali.

5. RIASSETTO DELLO STATO SOCIALE
A partire dalla met degli anni Settanta  comparsa una vigorosa ten-
denza a rivedere la struttura e i fondamenti stessi dello Stato sociale
che si  costruito negli Stati occidentali.  sostanzialmente entrato in
crisi il cosiddetto compromesso keynesiano che lasciava via libera al-
l'iniziativa privata e alla concorrenza di mercato in cambio di una re-
distribuzione della ricchezza operata secondo il criterio della politica
dei redditi. La crisi si  determinata per il sopravvenire di un sovrac-
carico di domanda causato dall'aumento delle aspettative, per la cre-
scente concorrenza internazionale da parte dei nuovi Stati industria-
lizzati, per la riduzione tendenziale delle risorse. Altre difficolt sono
insorte a causa delle forti immigrazioni, del crescente corporativismo
delle categorie. L'aumento notevole della spesa pubblica ha inoltre
determinato un forte indebitamento, crescente imposizione fiscale e
pericolo costante di inflazione. Il traguardo della piena occupazione
 stato messo in questione dalla forte innovazione tecnica che richie-
de alte qualifiche e che tende a sostituire progressivamente la mano-
dopera poco qualificata. Ha scritto R. Ingelhardt che quando le spese
statali raggiungono il 60 per cento del prodotto nazionale lordo (come
avviene in diversi paesi occidentali) non c' pi praticamente spazio per
un'ulteriore espansione; l'imposizione fiscale diventa enorme e la mag-
gioranza della gente percepisce questo fardello come intollerabile.
 soprattutto entrata in crisi l'equazione, su cui poggiava lo Stato
sociale, secondo cui lo sviluppo economico equivale a piena occupa-
zione. In realt lo sviluppo non soltanto trova costi crescenti ma non
produce pi una occupazione proporzionale. Lo sviluppo diventa pos-
sibile soltanto se si ricorre all'innovazione tecnologica e questa ri-
sparmia lavoro, mentre l'espansione dell'occupazione esige nuove
capacit imprenditoriali e nuove qualifiche. Si parla cos della fine
della societ salariale-assistenziale (A. Gorz) o si punta su un inter-
vento dello Stato di nuovo tipo, orientato ai beni immateriali e ai servizi
sociali. Si tratta di uscir fuori da una visione ristretta al breve periodo
e di impostare programmi economici e politici di grande prospettiva.
Come gi accadde per la prima rivoluzione ndustriale il problema
della occupazione potrebbe essere risolto investendo proprio sulle
macchine che risparmiano lavoro: pare questo il campo di investimento 
pi sicuro, visto che la concorrenza internazionale impone un con-
tinuo aumento di produttivit e abbassamento dei costi. D'altra parte
le macchine che risparmiano lavoro sono oggi essenzialmente i computer, 
che non sono soltanto macchine-hard ma macchine che hanno
bisogno di soft, cio di prodotti immateriali la cui produzione pu as-
sorbire la disoccupazione intellettuale e il cui consumo tende a cresce-
re su scala di massa. Infine il computer e i processi di automazione
hanno un campo vastissimo di impiego: imprese private, uffici privati
e pubblici, strutture dell'economia dei servizi, uffici burocratici della
pubblica amministrazione, forze di polizia, esercito, istituzioni cultu-
rali. Ma i computer, per di pi, sono macchine di uso personale il cui
impiego si collega alla crescita culturale. In queste condizioni ricerca
scientifica e sviluppo della cultura assumono una posizione centrale
anche per la vita economica.

6. NAZIONE E INTEGRAZIONE
Apertosi sulla scia di un potente sviluppo dei nazionalismi, il Nove-
cento si chiude con un singolare ripensamento della nazione. La cre-
scente integrazione dei mercati, lo sviluppo delle comunicazioni e delle
migrazioni, il bisogno di sicurezza, la necessit di coordinare sul pia-
no internazionale numerosi servizi hanno dato impulso a importanti
processi di integrazione metanazionale.
Il pi importante  sicuramente quello della creazione della comu-
nit europea, che conta ormai quindici membri. Le caratteristiche prin-
cipali della comunit europea in espansione sono la democrazia plu-
ralista, una notevole ricchezza pro capite, un elevato standard di pro-
tezione sociale e un notevole livello di cultura.
Il fenomeno dell'aggregazione sovranazionale ha stimolato in Europa 
una riconsiderazione critica del fenomeno nazionale e non  man-
cato chi ha parlato di una fine dello Stato nazionale. La crisi della
nazione sarebbe confermata dall'emergere di regionalismi che a vol-
te esprimono rivendicazioni anche aspre nei confronti dello Stato na-
zionale. Sembra tuttavia pi corretto dire che la tendenza all'integrazio-
ne sovranazionale rimette in questione la composizione pratica degli
Stati nazionali cos come sono stati configurati da aspre lotte nazionali-
stiche e da una sistemazione discutibile dei confini statali. In questo qua-
dro affiorano anche rivendicazioni indirizzate a stabilire contatti diretti
fra le piccole patrie regionali e la comunit europea in formazione.
Sul piano teorico non sembra esatto parlare di generale declino dello 
Stato nazionale. Si tratta semmai di smantellare i protezionismi
statali e le chiusure provinciali della politica per promuovere un pi
diretto dialogo fra le culture nazionali. L'esperienza storica dell'Eu-
ropa indica che la grande variet di lingue e culture ha prodotto, al di
sopra delle ostilit politiche, una comunit orientata al confronto in-
tellettuale e alla apertura universalistica. D'altra parte la tendenza alla
costruzione di Stati nazionali  tutt'altro che terminata. Basti ricorda-
re i casi di Israele, della Palestina, del Sud Africa e dei tanti Stati ex
coloniali che hanno conquistato l'indipendenza nazionale.

7. LEGALIT E LEGITTIMIT
Lo Stato democratico di diritto va dimostrando la sua capacit di ri-
solvere l'antinomia fra legalit e legittimit che ha duramente segna-
to la teoria dello Stato moderno.
Weber ha ritenuto di superare l'antinomia impostando la legittimit
dello Stato moderno come legittimit razionale orientata a un valore e
innalzando cos l'obbedienza alle leggi al di l del dovere giuridico im-
posto dalla coazione. Ma una legittimt razionale di questo tipo com-
porta una contesa sui diversi valori di riferimento e deve pertanto rin-
viare a un diritto razionale-naturale a priori cui il diritto positivo deve
sottostare. Va cos perduta la positivit del diritto che  un tratto ca-
ratteristico della modernit e quindi la distinzione del diritto da reli-
gione, filosofia e morale operata da Kant come fondamento dello
Stato di diritto. L'ammissione weberiana di un politeismo dei valori 
soltanto una scappatoia perch esso non pu fondare la univocit
dell'ordinamento positivo, che garantisce in concreto il pluralismo.
Per questo Weber deve tornare continuamente a sottolineare la cen-
tralit della forza e della coazione. Per lo stesso motivo egli continua
a pensare lo Stato democratico come un puro postulato di ragione. Il
suo razionalismo oscilla fra l'accettazione di valori apriori, che per
possono essere non condivisi e sono quindi insufficienti a legittimare
l'ordinamento positivo, e un relativismo scettico. In tutti e due i casi
l'elemento fondativo dell'ordinamento positivo resta la forza. L'uni-
co canale di collegamento al di sopra del divario fra legalit e legitti-
mit, fra vigenza delle norme positive e adesione di valore dei cittadi-
ni finisce con l'essere costituito dal legame emozionale che unisce la
massa al capo. Un elemento sostanzialmente carismatico-irrazionale si
aggiunge cos allo strumento naturalistico della forza. Ma su questo pia-
no non pu funzionare uno Stato democratico nel quale la scelta stessa
del governo  sottoposta al suffragio universale e le leggi debbono ope-
rare grandi mediazioni fra bisogni e orientamenti molto differenziati.
Nella nuova figura dello Stato il governo degli uomini (una lite scelta
da una lite soltanto allargata) confligge con il governo delle leggi (un
ordinamento di leggi fatte da tutti e per tutti). La preminenza del go-
verno personalizzato dei capi induce a vedere nelle leggi principalmen-
te delle leggi-comando. E quella preminenza scaturisce dalla difficolt
di costruire leggi democratiche per tutti. Lo Stato democratico incon-
tra difficolt analoghe ma tende a superarle coinvolgendo tutti nella
formazione della rappresentanza e ricorrendo a un pi ampio consen-
so nella fattura delle leggi. Il vecchio Stato liberale classico a suffragio
ristretto e soggettivit giuridico-politica limitata (ai maschi, bianchi, 
cristiani, proprietari, colti) poteva e doveva anteporre la coattivit della
legge al consenso e alla mediazione della domanda. Lo Stato democra-
tico, nella misura in cui allarga la partecipazione e il consenso, conci-
lia la legalit con la legittimazione.
La distinzione di Kelsen fra validit formale dell'ordinamento (che
assicura la propria efficacia con la coazione) e legittimit o giustizia
delle norme non fa che registrare la forbice che nello Stato liberale
classico si apriva fra ordinamento giuridico e realt politico-sociale,
fra governanti e governati. Lo Stato viene anteposto alla sua compo-
sizione democratica essendo concepito come puro potere naturalistico 
capace di irrogare coazione.
Schmitt critica la costruzione formalistica di Kelsen respingendo una
nozione neutrale della legge per il solo fatto di essere voluta da una
maggioranza parlamentare. Scriveva Schmitt che in tal modo veniva a
mancare qualsiasi esigenza materiale o di contenuto nella definizione del-
la legge. Ecco un testo particolarmente significativo di Schmitt:
Se il corpo parlamentare, senza riguardo a qualsivoglia qualit dei suoi
membri, viene ridotto ad una mera funzione di votazioni generali di 
maggioranza e se le sue delibere di maggioranza vengono prese, rinunciando 
ad ogni esigenza materiale della legge, come delibere di legge, in tal caso
tutte le garanzie di giustizia e di razionalit, ma anche lo stesso 
concetto di legge e di legalit, si riducono ad una conseguente mancanza 
di sostanza e di contenuto, meramente funzionalistica e fondata su computi
puramente aritmetici della maggioranza.
Schmitt richiamava l'attenzione sul processo di costruzione della
volont legiferante. Egli considerava insufficiente il puro richiamo al
criterio della legalit come emissione formale della legge-comando e
affermava che il metodo della volont attraverso la semplice fissa-
zione della maggoranza  sensato ed accettabile se viene presupposta
una sostanziale omogeneit di tutto il popolo. Una regolazione for-
male del procedimento di emissione della volont legislativa non pu
bastare a garantirne la giustezza razionale; sancisce anzi la fine della
identit democratica di governanti e governati perch in tal caso sareb-
be la maggioranza a comandare e la minoranza ad ubbidire. Conclu-
deva Schmitt che tutto dipende dall'uguaglianza di chances nella con-
quista del potere politico interno: altrimenti la lotta politica si 
risolver in una accanita lotta condotta sotto la reciproca accusa 
di illegalit.

8. LO STATO DEMOCRATICO DI DIRITTO
Lo Stato democratico basato sul suffragio universale risolve egre-
giamente il problema teorico sollevato da Schmitt. L'uguaglianza di
chances  garantita sia in senso formale (possibilit di accesso al po-
tere), sia in senso materiale (istituzione di grandi libert politiche e di
diritti sociali).
La legittimazione democratica dello Stato a suffragio universale con-
ferisce dunque una specifica razionalit politica al potere elettivo e
all'ordinamento giuridico. La legge cessa di configurarsi come pura
legge-comando dal momento che essa conclude con una volizione le-
gislativa un articolato processo di razionalizzazione e trasformazione
degli interessi di tutti i cittadini sotto il segno della libera elezione di
rappresentanti, incaricati fiduciariamente di decidere senza vincolo
di mandato imperativo.
L'autorit democratica basata sul consenso continua ovviamente a
fruire del monopolio della forza, e tuttavia ora essa  tenuta ad eser-
citarlo in subordine a princpi politici democratici che integrano e ri-
strutturano il vecchio Stato di diritto. L'autolimitazione giuridica
dell'autorit si inscrive nel quadro della Costituzione dello Stato de-
mocratico orientato al rispetto dei diritti fondamentali.
Le norme giuridiche che reggono e regolamentano lo Stato non
sono pi pure regole formali. Includono di fatto princpi e diritti fon-
damentali della democrazia. Esse sono perci al tempo stesso regole
strumentali e fini-valori. La norma giuridica dello Stato democratico
di diritto realizza la razionalizzazione volontaria degli interessi di tut-
ti in un sistema generale di diritti e cos istituisce il dovere giuridico 
di rispettare le leggi non solo per evitare la coazione, ma principalmente 
per garantire la continuit della convivenza democratica basata sul
libero consenso e la tutela delle libert.
Sulla base della esperienza del nostro secolo tre paiono i pericoli da
cui occorre difendere la figura moderna dello Stato democratico di di-
ritto. Il primo  il pericolo della iperpoliticizzazione che depotenzia il
diritto schiacciandolo negli schemi della politica di parte o degli inte-
ressi economici particolari. Il secondo  il pericolo del formalismo giu-
ridico che autonomizza il diritto dall'impianto democratico dello Stato. 
Il terzo  il pericolo di una riconduzione del diritto alla dipendenza
della morale, anzi di una morale, minacciando cos la coesistenza di
concezioni diverse della vita.
In certo modo Weber, Kelsen e Schmitt vanno tra loro mediati per
l'aspetto pi importante del loro contributo. Weber sostiene giusta-
mente una concezione positiva del diritto indipendente dalla morale
e caratterizzata da propriet formali. Ma oggi l'ordinamento giuridi-
co positivo include i diritti umani fondamentali e le fondamentali li-
bert. Schmitt sottolinea la necessit di un inserimento della ugua-
glianza politica nella formazione dell'autorit legiferante. Ma questa
uguaglianza politica  garantita. Kelsen considera l'ordinamento come
un sistema imperativo di norme formalmente valide. Ma oggi la formale 
validit del diritto poggia sulla sovranit democratica del popolo.
Come afferma Habermas la legittimit della legalit non va oggi
spiegata a partire da una razionalit autonoma, moralmente neutra,
intrinseca alla forma del diritto. 
(J. HABERMAS, Morale, Diritto, Politica, Torino 1992.)
Bisogna tuttavia precisare che ci si ottiene respingendo sia 
la critica politicistica del diritto (Schmitt), sia
il contenimento razionalistico e formalistico della politica (Weber,
Kelsen, Luhmann), sia infine la commistione moralistica di politica e
diritto (Apel-Habermas). Weber aveva del tutto ragione - come ben
dice Habermas - nel ritenere che occorre ricavare princpi razionali
dall'interno del diritto. Ma Habermas ha torto quando conclude:
tuttavia, giacch il diritto  collegato internamente sia con la politica
sia con la morale, la razionalit del diritto non sar mai faccenda esclu-
siva del diritto.
La verit  che oggi l'obbligo politico di rispettare la legge scaturisee
principalmente dal fatto che la legge stessa  il prodotto della nostra
comune volont. Kant agganciava la distinzione fra diritto e morale
all'elemento esteriore e positivo della forza-coazione. Ma in realt nel
diritto c'era un altro elemento esteriore e positivo che soltanto nello
Stato democratico si  pienamente sviluppato: il reciproco consenso
alla convivenza libera sotto leggi garantite (libertas sub lege). Il pro-
cesso di costruzione dello Stato democratico di diritto costituisce un
complesso sistema di mediazione e trasformazione degli interessi parti-
colari in interesse generale ben diverso dall'attuazione di un Bene
Comune filosoficamente dedotto. Al centro stanno gli interessi parti-
colari di tutti gli individui, che diventano interessi legittimi perch ri-
conosciuti dalla legge espressa dalla comune volont di tutti in quan-
to soggetti politicamente uguali. Ma l'adozione del suffragio univer-
sale non implica affatto appiattimento sugli interessi particolari. Questi
diventano il punto di partenza di una coscienza politica partecipativa
che si articola poi nella rappresentanza fiduciaria. Ci evidenzia che
la costituzione politica dello Stato democratico di diritto esige la pre-
senza della cultura nel processo di mediazione. La moderna tendenza
alla democratizzazione si unisce ad una crescente esigenza di consa-
pevolezza e di cultura. La societ evoluta deve affrontare ardui pro-
blemi economici, politici, sociali, scientifici e tecnici rispettando la 
partecipazione, la libert di adesione, l'indipendenza di pensiero e le 
speranze di benessere di grandi masse umane che presentano grandi dif-
ferenze culturali e grandi dislivelli storici e sociali. Cos la democrazia
si trova, sul finire del secolo, a dover compiere un grande investimento 
di cultura per mantenere le sue stesse promesse.

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