    MIGUEL DE CERVANTES Y SAAVEDRA.
    DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
    PARTE SECONDA.

    Indice a pagina 836.

















    Dedica al conte di Lmos.

    Giorni fa,  nel mandare all'Eccellenza Vostra le mie  commedie,  prima
    stampate  che  rappresentate,  dissi,  se  ben  mi  ricordo,  che  Don
    Chisciotte si stava mettendo gli sproni per venire a baciare le mani a
    Vostra Eccellenza, e ora dico che se li  messi, e che e di gi per la
    strada.  E se arriva cost mi pare che avr reso  qualche  servigio  a
    Vostra  Eccellenza,  perch  da tutte le parti mi fanno grandi premure
    perch lo mandi fuori a levar di mezzo il disgusto e la noia cagionati
    da quell'altro Don Chisciotte,  che s' travestito col nome di seconda
    parte  (1)  e  ha  girato tutto il mondo.  Quello che s' mostrato pi
    impaziente degli altri  stato il grande imperatore della Cina, perch
    circa un mese fa mi scrisse una lettera in lingua cinese,  a mezzo  di
    un  corriere espresso,  chiedendomi,  o per meglio dire supplicandomi,
    che glielo  mandassi,  perch  voleva  fondare  un  istituto,  in  cui
    s'insegnasse la lingua spagnola, e voleva che per libro di testo vi si
    adottasse  la  storia di Don Chisciotte;  e in pari tempo mi diceva se
    volevo essere io il direttore di quell'istituto.  Domandai al corriere
    se  Sua  Maest  gli  aveva  dato  per me un anticipo.  Mi rispose che
    neanche per sogno. E allora,  caro amico,  gli risposi io,  voi potete
    tornarvene  nella  vostra  Cina,  a tappe lunghe o corte come vi hanno
    ordinato,  perch io  non  mi  sento  abbastanza  in  forze  da  poter
    intraprendere  un  viaggio  cos lungo.  Per di pi,  oltre all'essere
    malandato, non ho neanche quattrini,  e imperatore per imperatore,  re
    per re, in Napoli ho il gran conte di Lmos, che senza tanti titoli di
    istituto e di direttore,  mi aiuta,  mi protegge e mi favorisce pi di
    quello che arrivo a desiderare.
    E cos lo congedai  e  cos  mi  congedo  ora  dalla  Signoria  Vostra
    offrendole  i  "Travagli  di  Persile e Sigismonda",  libro a cui Deo
    volente porr termine  fra  quattro  mesi,  e  che  dev'essere  o  il
    peggiore o il migliore che sia stato scritto nella nostra lingua fra i
    libri  di  letteratura  amena;  e  anzi  mi  pento  di  avere detto il
    peggiore, perch, secondo l'opinione dei miei amici,  deve arrivare al
    massimo grado possibile di perfezione.  Torni dunque Vostra Eccellenza
    e in perfetta salute secondo il nostro  pi  vivo  desiderio;  trover
    "Persile" che l'attende per baciarle le mani, e io i piedi, come servo
    umilissimo di Vostra Eccellenza.
    Madrid, 30 settembre 1615.
    Di Vostra Eccellenza devotissimo servo
    MICHELE DE CERVANTES SAAVEDRA.

    NOTA  1:  Nel  1614 a Tarragona,  mentre Cervantes scriveva la seconda
    parte del suo romanzo ne comparve una apocrifa  e  di  scarso  valore,
    pubblicata da un individuo rimasto tuttora ignoto, nascostasi sotto lo
    pseudonimo di Alonso Fernandez De Avellaneda.

    PROLOGO.

    Dio  benedetto!  con che impazienza,  lettore illustre o anche oscuro,
    devi aspettarti questo prologo, credendo di trovarci vendette, lamenti
    e vituperi contro l'autore del secondo  Don  Chisciotte!  Quello  cio
    che,  a  quanto  dicono,  fu  generato in Tordesillas e vide la luce a
    Tarragona!  Eppure,  io non posso darti davvero questa  soddisfazione,
    perch,  sebbene  i  torti che si ricevono risveglino la collera anche
    negli animi pi  miti,  nel  mio  questa  regola  deve  avere  la  sua
    eccezione.   Tu   avresti   voluto  probabilmente  che  io  gli  dessi
    dell'asino, del mentecatto e dello sfacciato; ma invece, vedi,  non mi
    passa nemmeno per la testa. Nel suo stesso peccato deve trovare la sua
    punizione,  e buon pro' gli faccia. Quel che non ho potuto mandar gi,
     quella critica di vecchio e di monco, come se fosse dipeso dalla mia
    volont di fermare il tempo in modo che per me non passasse, e come se
    fossi rimasto storpiato in una bettola invece  che  nel  pi  glorioso
    scontro  che abbiano visto i secoli passati e presenti,  e che possano
    sperare di vedere i futuri.  Se le mie ferite non brillano agli  occhi
    di chi le guarda, per lo meno sono apprezzate da coloro che sanno dove
    furono  ricevute;  perch  un  soldato  fa  miglior  figura  morto  in
    battaglia che salvo nella fuga. Io ne sono tanto persuaso, che se oggi
    (cosa  impossibile)  mi  facessero  scegliere,   preferirei   rimanere
    storpiato,   come  sono  rimasto  in  quel  prodigioso  combattimento,
    piuttosto che essere sano ma senza avervi preso parte.  Le ferite  che
    il soldato mostra sulla faccia e sul petto sono stelle che guidano gli
    altri al cielo dell'onore e al desiderio della giusta lode,  e bisogna
    poi tener presente che non si  scrive  coi  capelli  bianchi,  ma  con
    l'intelligenza, la quale con gli anni diventa sempre migliore.
    Mi  anche dispiaciuto che mi chiami invidioso e che mi spieghi in che
    consiste  l'invidia,  come  se  fossi  un ignorante.  Delle due specie
    d'invidia che esistono, io non conosco che quella santa, nobile,  bene
    intenzionata;  e  quindi  non  posso  avere  in  animo di attaccare un
    sacerdote,  tanto pi se  familiare del Santo Uffizio (1).  E se l'ha
    detto riferendosi proprio alla persona a cui pare che l alluda,  si 
    completamente ingannato,  perch di quella persona io adoro l'ingegno,
    ammiro  le opere e la continua e virtuosa attivit.  Tuttavia gli sono
    effettivamente grato a questo  signore,  di  aver  detto  che  le  mie
    novelle sono pi satiriche che morali, ma che sono buone; e questo non
    potrebbe essere, se non ci fosse dentro un po' di tutto.
    A  questo  punto  mi pare che tu,  lettore,  debba dire che uso troppi
    riguardi,  e mi tengo troppo nei limiti della mia  modestia;  ma,  che
    vuoi?   non   si  devono  aggiungere  tribolazioni  al  tribolato.   E
    l'umiliazione di quel signore deve essere abbastanza  grande,  se  non
    osa  nemmeno  comparire  in  campo  aperto  e  alla luce del sole,  ma
    nasconde il suo vero nome e altera il suo luogo di  nascita,  come  se
    avesse  commesso  un  reato  di  lesa  maest.  Se  mai  tu  arrivi  a
    conoscerlo, digli da parte mia che io non gli serbo rancore, perch so
    bene che cosa sono le tentazioni del demonio,  e una delle maggiori  
    certamente  quella  di  mettere in testa a un uomo di poter scrivere e
    stampare un libro guadagnando quattrini e gloria a bizzeffe. Anzi,  in
    prova di ci,  ti prego di raccontargli, con la tua cortesia e col tuo
    spirito, il seguente aneddoto.
    C'era a Siviglia un pazzo,  a cui era presa la pi  strana  e  curiosa
    fissazione  che  possa  essere  mai  presa a un pazzo in questo mondo.
    Aveva fatto un cannello di canna appuntato a un'estremit,  e,  se gli
    riusciva  di  acchiappare  un  cane  per la strada o in un altro luogo
    qualsiasi,  con un piede gli teneva ferma una zampa,  con una mano gli
    alzava quell'altra,  e,  alla meglio,  gli infilava il cannello in una
    certa parte, dove poi,  soffiandoci dentro,  lo faceva diventare tondo
    come una palla. Quando l'aveva gonfiato cos, gli dava col palmo della
    mano  due  colpetti  nella  trippa,  e  lo  lasciava andare dicendo ai
    circostanti,  che erano sempre parecchi: Ma che credono loro?  che ci
    voglia  poca fatica a gonfiare un cane?  .  E lei crede che ci voglia
    poca  fatica  a  scrivere  un  libro?  Se  questo  aneddoto,   lettore
    carissimo,  non gli va,  raccontagli quest'altro, dove entrano pure un
    cane e un pazzo.
    C'era in Cordova un altro pazzo,  che  aveva  l'abitudine  di  portare
    sulla  testa  un  pezzo  di marmo,  o un mattone piuttosto pesante;  e
    quando si imbatteva in qualche cane distratto, gli si metteva accanto,
    e glielo lasciava cascare addosso.  Il cane s'infuriava,  e con grandi
    latrati  e guaiti si dava a una fuga pazza per le vie della citt.  Ma
    una volta successe che la scarica tocc al cane di  un  cappellaio,  a
    cui  il padrone voleva molto bene.  Il pazzo lasci andare il mattone,
    il cane l'ebbe sulla testa e mand un grande urlo: il padrone lo  vide
    e  lo sent,  e preso un passetto da misurare i panni,  dette tante di
    quelle legnate al pazzo,  che non gli lasci un osso sano.  E  a  ogni
    legnata che gli dava,  diceva: Pezzo d'un assassino, al mio levriere?
    non l'hai visto,  birbante,  che era un  levriere  il  mio  cane?.  E
    ripetendogli  il nome di levriere parecchie volte,  lo rimand morbido
    come la polenta. La lezione fece effetto, il pazzo si ritir in casa e
    non ne usc per un mese,  dopo di che volle riprendere il suo gioco  e
    con  una  pietra pi pesante.  Si avvicinava al luogo dov'era il cane,
    pigliava ben bene la mira,  ma senza osare scaricar la pietra  diceva:
    Bada,  ch  questo    un levriere.  Insomma quanti cani incontrava,
    anche se erano mastini o pomeri,  diceva sempre che erano levrieri,  e
    cos non lasci mai pi cascare il sasso.
    V'  il  caso che a questo signor scrittore possa succedere lo stesso,
    di modo che non si arrischi pi a lasciare  andare  il  peso  del  suo
    ingegno  in  libri che quando sono pesanti,  son peggiori dei mattoni.
    Digli anche che la sua minaccia di togliermi  ogni  guadagno  col  suo
    libro  non  mi  fa  nessun  effetto;  perch,  come  detto nel famoso
    intermezzo della "Perendenga": Viva per me il "ventiquattro" (1)  mio
    signore,  e  Dio per tutti!,  cos io rispondo: Viva il gran conte di
    Lemos,  la cui ben conosciuta bont e generosit  mi  tiene  in  piedi
    contro  tutti i colpi della mia trista fortuna;  e viva per me la gran
    carit  dell'eminentissimo  arcivescovo  di  Toledo  Don  Bernardo  di
    Sandoval  y  Rojas;  e  se questi non mi mancano,  che si serrino pure
    tutte le stamperie del mondo!  O magari si stampino contro di  me  pi
    libri  delle  lettere  che  ci  sono nelle strofette di Mingo Revulgo.
    Questi due prncipi, senza che li stimoli la mia adulazione,  n altro
    genere  di  plauso,  ma  soltanto  per la loro bont,  si sono assunti
    l'impegno di aiutarmi e di proteggermi,  e per questo mi  ritengo  pi
    ricco  e pi fortunato,  che se la fortuna mi avesse per vie ordinarie
    inalzato ai suoi fasti.  Il povero pu essere onorato,  ma il malvagio
    no:  la  povert  pu  velare  di nuvole la nobilt,  ma non oscurarla
    completamente,  e siccome la virt d sempre qualche luminoso segno di
    s  anche  attraverso  gli  spiragli delle ristrettezze della miseria,
    cos finisce sempre per essere  stimata  e  conseguentemente  favorita
    dagli alti e nobili animi.
    E  non dirgli altro,  lettore,  come io non voglio dir altro a te.  Ti
    far solamente osservare che questa seconda parte del  Don  Chisciotte
    che  t'offro,    fatta  dello stesso panno e dallo stesso sarto della
    prima. Io ti do ora un Don Chisciotte portato fino in fondo, fino alla
    morte e alla sepoltura,  perch nessuno si arrischi a fargli dei nuovi
    certificati:  bastano  quelli vecchi.  E basta anche che un galantuomo
    abbia reso note quelle sue intelligenti  follie,  perch  non  ci  sia
    bisogno  di  tirarne  fuori delle altre nuove.  Infatti,  l'abbondanza
    delle cose,  quand'anche siano  buone,  ne  abbassa  il  valore  e  la
    carestia invece lo rialza anche se sono cattive. Mi dimenticavo poi di
    dirti che tu t'aspetti presto il "Persiles",  che ho gi quasi finito,
    e la seconda parte della "Galatea".

    NOTA 1: De Avellaneda nel prologo del suo Don Chisciotte insinuava che
    Cervantes  aveva  in  certe  sue  frasi  offeso   un   Familiare   dei
    Sant'Uffizio,   celebre  in  tutto  il  mondo  per  le  sue  commedie.
    L'allusione era a Lope de Vega,  che rivestiva la carica di  Familiare
    del sant'uffizio.
    NOTA  2: Cio un membro del consiglio di ventiquattro membri,  che era
    una magistratura preposta all'amministrazione delle  principali  citt
    spagnole.
    L'INGEGNOSO GENTILUOMO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
    PARTE SECONDA.

    CAPITOLO 1.
    Conversazione  che  il  curato e il barbiere ebbero con Don Chisciotte
    relativamente alla sua malattia.

    Nella  seconda  parte  di  questa  storia  e  terza  sortita  di   Don
    Chisciotte, racconta Cide Hamete Benengeli che il curato e il barbiere
    stettero  quasi  un  mese senza vederlo,  per non rinnovargli e fargli
    tornare alla memoria le cose passate;  ma non tralasciarono per questo
    di  far  visita  alla  nipote  e  alla  sua  governante,   alle  quali
    raccomandarono di avere gran cure per lui,  e di  dargli  da  mangiare
    roba molto nutriente e adatta a rinforzare il cuore e il cervello, dai
    quali  con  ogni probabilit dipendeva tutta la sua disgrazia.  Le due
    donne  dissero  che  cos  appunto  facevano,  e  che  cos  avrebbero
    seguitato  a  fare  con  la maggior premura e buona volont possibile;
    tanto pi che s'accorgevano che  il  loro  padrone  in  certi  momenti
    dimostrava di avere il cervello perfettamente a posto.  Questa notizia
    fece molto piacere ai due amici,  perch si  convinsero  d'aver  fatto
    molto  bene a riportarlo a casa incantato sul carro coi buoi,  come si
    raccont nell'ultimo capitolo della prima parte di questa tanto grande
    quanto esattissima storia.  Perci decisero di  andare  a  fargli  una
    visita per rendersi conto di questo suo miglioramento, sebbene paresse
    loro  impossibile  che  potesse essere migliorato davvero;  e rimasero
    d'accordo di non toccargli dei punti relativi alla cavalleria errante,
    per non esporsi al rischio che gli si dovessero scucire  quelli  della
    ferita che erano stati dati da tanto poco tempo.
    Finalmente  dunque  andarono  a  fargli  una visita,  e lo trovarono a
    sedere sul letto con una camiciola di baietta verde e un  berretto  di
    lana  rossa  di  Toledo,  cos  secco e rimpresciuttito che pareva una
    mummia.  Furono ricevuti molto bene.  Gli domandarono come  stava,  ed
    egli  parl  di  s  e  della  propria salute con molto criterio e con
    parole molto scelte.  Essendo poi nel corso della conversazione venuti
    a discorrere di politica e della cosiddetta ragion di Stato e dei modi
    del governo,  a forza di emendare un abuso e condannarne un altro,  di
    riformare un'usanza  e  riprovarne  un'altra,  ciascuno  di  loro  tre
    divent un altro legislatore, un Licurgo moderno, o un Solone nuovo di
    zecca.  In questa maniera riformarono lo Stato cos radicalmente, come
    se l'avessero messo in una fucina e rilevato poi  tutto  diverso.  Don
    Chisciotte parl con tanto senno su tutti gli argomenti trattati,  che
    i due esaminatori rimasero persuasi completamente  che  egli  era  nel
    pieno  possesso  delle sue facolt mentali.  La nipote e la governante
    s'erano trovate presenti alla conversazione,  e non si  stancavano  di
    ringraziare Iddio nel vedere il loro signore cos sano di mente; ma il
    curato, modificando la sua prima intenzione che era di non toccarlo su
    argomenti di cavalleria, volle provare a fondo se la guarigione di Don
    Chisciotte  era  apparente o reale;  quindi,  di discorso in discorso,
    venne a raccontare alcune notizie venute dalla capitale, e tra l'altro
    disse che era data come cosa sicura l'uscita dei Turchi con una flotta
    poderosa,  ma che non si conosceva ancora il loro disegno,  e  non  si
    sapeva dove sarebbe andata a scaricarsi una cos gran tempesta.  E con
    questo timore che quasi ogni  anno  ci  chiama  alle  armi,  tutta  la
    cristianit  era  sull'attenti,  e  Sua Maest aveva messo in stato di
    difesa le coste di Napoli, di Sicilia e dell'isola di Malta.
    - Sua Maest - rispose Don Chisciotte - ha agito da prudente guerriero
    facendo fortificare in tempo i suoi Stati,  perch il  nemico  non  lo
    colga  impreparato;  ma  se  accettasse  un  consiglio  da me,  io gli
    consiglierei un provvedimento, a cui di certo a quest'ora Sua Maest 
    molto lontana dal pensare.
    Appena il curato ebbe udite queste parole disse fra s: Dio ti  tenga
    le sue sante mani in capo,  povero Don Chisciotte;  perch mi pare che
    tu ti precipiti dal pi alto culmine della tua  pazzia  fino  nel  pi
    profondo  abisso  della tua balordaggine.  Ma il barbiere,  a cui era
    venuto lo stesso pensiero che al curato, domand a Don Chisciotte qual
    era questo consiglio secondo lui cos utile a seguirsi: ch non  fosse
    per  caso  da mettere nella lista di quelli spropositati che di solito
    si danno ai prncipi.
    - Il mio consiglio,  caro signor barbitonsore - rispose Don Chisciotte
    - non sar spropositato, ma molto a proposito.
    -  Non  dico per questo - replic il barbiere - ma perch l'esperienza
    ha dimostrato che tutti,  o almeno la maggior parte  degli  espedienti
    che si suggeriscono a Sua Maest, o sono impossibili, o stravaganti, o
    anche dannosi al re o al regno.
    -  Ebbene  -  rispose  Don Chisciotte - il mio non  n impossibile n
    stravagante,  ma il pi facile,  il pi giusto,  il pi utile e il pi
    spiccio che possa venire in mente a un ricercatore d'espedienti.
    - Ce lo dica dunque senz'altro indugio, signor Don Chisciotte disse il
    curato.
    -  Ma non vorrei - rispose Don Chisciotte - che io lo dicessi ora qui,
    e domattina fosse arrivato agli orecchi dei signori consiglieri,  e un
    altro si pigliasse gli onori e la ricompensa della mia fatica.
    -  Quanto  a me - disse il barbiere - do la mia parola qui e davanti a
    Dio di non raccontare quel che la Signoria Vostra dir n a Tizio n a
    Caio n ad anima viva,  e questo  un giuramento che ho imparato dalla
    novella di quel prete,  che nel prefazio rivel al re chi era il ladro
    che gli aveva rubato le cento doppie e la mula girellona.
    - Storielle io non ne so - disse Don Chisciotte -  ma  so  che  questo
    giuramento  valido, perch so che il signor barbiere  un galantuomo.
    -  E quand'anche non lo fosse - disse il curato - resto io mallevadore
    e responsabile che in questa circostanza non parler  pi  d'un  muto,
    sotto pena di pagare i danni e le spese.
    -  E  di  lei,  signor  curato  -  domand  Don Chisciotte - chi resta
    mallevadore?
    - La mia professione, che mi fa obbligo di conservare il segreto.
    - Corpo di mille diavoli!  - esclam  allora  Don  Chisciotte.  -  Sua
    Maest  non  deve far altro che bandire pubblicamente che in un giorno
    determinato si radunino alla corte tutti i cavalieri  erranti  che  si
    trovano nella Spagna, e anche se non ne venisse che una mezza dozzina,
    ce  ne potrebbe essere tra loro uno che bastasse da solo a distruggere
    tutta la potenza del Turco. Stieno attenti, lor signori, e mi seguano.
    E' forse cosa  nuova  che  un  solo  cavaliere  errante  distrugga  un
    esercito di duecentomila uomini,  come se avessero tutti una gola sola
    o fossero fatti di pasta frolla?  Non sono forse piene  le  storie  di
    queste  meraviglie?   Accidenti!   (a  me,  se  mai,  non  ad  altri).
    Bisognerebbe che fosse vivo il famoso Don Belianigi,  o qualcuno della
    numerosa  stirpe  d'Amadigi  di  Gaula;  ch  se  vivesse  qualcuno di
    costoro, oh non vorrei essere nei panni dei Turchi, se li affrontasse!
    Ma Dio terr gli occhi addosso al suo popolo,  e gli invier  qualcuno
    che,  se  anche  non  tanto  bravo come gli antichi cavalieri erranti,
    almeno non sar loro inferiore per coraggio: Dio m'intende e non  dico
    di pi.
    - Ahi! - disse a questo punto la nipote - possa morire ammazzata se lo
    zio non vuol ricominciare a fare il cavaliere errante!
    -  Cavaliere  errante devo morire - rispose Don Chisciotte - e venga o
    vada il Turco a suo piacere e con quante  pi  forze  pu,  io  ripeto
    un'altra volta che Dio m'intende e basta.
    A questo punto disse il barbiere:
    -  Se  la Signoria Vostra me lo consente,  vorrei raccontarle un fatto
    successo a Siviglia.  E' un racconto  corto,  e  siccome  qui  ci  sta
    proprio a proposito, m' venuto voglia di raccontarlo.
    Don  Chisciotte  dette  il  suo  consenso,  il  curato  e gli altri si
    disposero a stare attenti, ed egli incominci in questo modo:
    - Nel manicomio di Siviglia c'era un tale che i parenti avevano  fatto
    mettere l come pazzo.  Aveva ottenuto il titolo di dottore in diritto
    canonico all'universit di Ossuna,  ma anche se si  fosse  laureato  a
    quella  di Salamanca,  secondo l'opinione di molti sarebbe stato pazzo
    lo stesso.  Questo dottore,  dopo qualche anno di ritiro,  si mise  in
    testa  d'essere  sano  e  completamente in cervello,  e con quest'idea
    scrisse all'arcivescovo,  supplicandolo vivamente e in  termini  molto
    sensati  che lo facesse togliere dallo stato miserabile in cui viveva;
    poich,  diceva  lui,   per  grazia  di  Dio  aveva  ormai  pienamente
    recuperato il cervello perduto, ma i suoi parenti per godersi la parte
    del suo patrimonio lo tenevano l,  e a dispetto della verit volevano
    che fosse pazzo fino alla  morte.  L'arcivescovo,  persuaso  da  molte
    altre  lettere  sensate e equilibrate,  ordin a un suo cappellano che
    s'informasse dal direttore del manicomio se  era  vero  ci  che  quel
    dottore  gli  scriveva;  poi che parlasse anche col pazzo,  e,  se gli
    pareva che avesse recuperata la  ragione,  lo  levasse  di  l,  e  lo
    rimettesse  in libert.  Cos fece il cappellano;  ma il direttore gli
    disse che il signor dottore  era  ancora  pazzo,  e  sebbene  parlasse
    parecchie volte come una persona di molto senno,  da ultimo poi usciva
    fuori con tante sciocchezze da eguagliare in numero  e  peso  le  cose
    sensate  dette  prima,  come  si  poteva farne facilmente la prova nel
    discorrerci.  Il cappellano volle farla questa prova,  e messo dinanzi
    al pazzo, ebbe con lui un colloquio di pi di un'ora, n in tutto quel
    tempo  il  pazzo fece un solo discorso stravolto e sconclusionato,  ma
    anzi discorse cos assennatamente,  che il cappellano fu  costretto  a
    crederlo  guarito.  Tra  le  altre  cose  il  pazzo  gli  disse che il
    direttore gli era contrario per non perdere i regali che gli  facevano
    i suoi parenti perch dicesse che lui era ancora pazzo e non aveva che
    qualche  lucido  intervallo.  Il  maggior  nemico  che aveva nella sua
    disgrazia era il suo grosso patrimonio,  perch,  per poterselo godere
    loro,  i  suoi  nemici sollevavano in mala fede dei dubbi sulla grazia
    che Nostro Signore  gli  aveva  fatto  rialzandolo  a  dignit  d'uomo
    dall'abbrutimento  della pazzia.  Insomma parl in tal modo,  che fece
    apparire sospetto il direttore, avidi e snaturati i suoi parenti, e se
    stesso invece tanto saggio,  che il cappellano deliber di  condurselo
    dietro  dall'arcivescovo,  perch  lo  vedesse  e toccasse con mano la
    verit di quella faccenda.  Cos,  in buona fede  il  buon  cappellano
    chiese  al direttore che facesse dare al dottore i vestiti con cui era
    entrato l dentro.  Allora il direttore cominci a  dire  che  badasse
    bene  a  quel  che  faceva,  perch  senza alcun dubbio il dottore era
    ancora pazzo.  Ma gli avvertimenti e i  preavvisi  del  direttore  non
    riuscirono  a  impedire  al  cappellano  di portar via il pazzo,  e da
    ultimo, poich si trattava di un ordine dell'arcivescovo, il direttore
    dovette obbedire.  Consegnarono al dottore i suoi vestiti,  che  erano
    nuovi e di lusso, e quando egli si fu spogliato della veste di pazzo e
    rivestito  da  savio,  preg  il  cappellano  di  fargli il piacere di
    permettergli  d'andare  a  congedarsi  dai  suoi  compagni  pazzi.  Il
    cappellano  disse  che  l'avrebbe  accompagnato  per  vedere  i  pazzi
    ricoverati nella casa.  Infatti essi salirono di sopra,  e insieme con
    loro  alcune  altre  persone  che  si trovavano presenti.  Il dottore,
    arrivato a una gabbia dove  era  serrato  un  pazzo  furioso,  sebbene
    quieto e tranquillo in quel momento, gli disse:
    "Fratello,  vuol nulla?  Io me ne vado a casa mia, perch Iddio nella
    sua infinita bont e misericordia s' compiaciuto,  senza che io me lo
    meritassi,  di  rendermi  la  ragione.  Ormai  io  sono  perfettamente
    guarito,  perch nulla  impossibile al volere  divino:  abbia  dunque
    grande  speranza  e  fiducia  in Lui,  che come ha restituito me nello
    stato di prima, cos potr restituire anche lei, se ha fede in Lui. Io
    avr cura di inviarle dei cibi scelti e  delicati,  e  lei  guardi  di
    mangiarli in ogni modo;  perch io,  per l'esperienza personale che ne
    ho fatto,  ritengo che tutte  le  nostre  forme  di  pazzia  dipendano
    dall'avere  lo  stomaco  vuoto  e  il cervello pieno d'aria.  Coraggio
    dunque, coraggio: ch l'abbattimento nelle sventure rovina la salute e
    abbrevia la vita".
    Tutto questo discorso del dottore  l'aveva  sentito  anche  un  altro
    pazzo  chiuso  in un'altra gabbia di faccia.  Alzandosi da una vecchia
    stuoia su cui stava sdraiato tutto nudo,  domand con grandi grida chi
    era che se ne andava guarito e rinsavito. Il dottore rispose:
    "Sono io che me ne vado, fratello, perch ormai non ho pi bisogno di
    stare  qui,  e  sia  lodato mille volte il cielo,  che mi ha fatto una
    grazia cos grande".
    "Badate a quel che dite,  dottore,  che  il  diavolo  non  v'inganni"
    replic  il  pazzo.  "Fermatevi,  e  rimanete  tranquillo  qui in casa
    vostra, ch cos vi risparmierete il ritorno".
    "Io so che sto bene" riprese il dottore,  "e non ci sar  bisogno  di
    ricominciare la via crucis".
    "Voi state bene?!" esclam il pazzo.  "Lo vedremo. Per ora andatevene
    pure con Dio;  ma vi giuro per Giove,  di cui rappresento  il  supremo
    potere sulla terra,  che soltanto per questo peccato che oggi commette
    Siviglia togliendovi da questa casa  e  ritenendovi  rinsavito  io  la
    castigher  in maniera che se ne ricordi in 'saecula saeculorum amen'.
    E non sai tu,  imbecille d'un dottoruccio,  che potr farlo davvero se
    voglio,  poich,  come  ho detto,  io sono Giove Tonante e in mano mia
    sono i  fulmini  incendiari  con  cui  posso  e  soglio  minacciare  e
    distruggere  il  mondo?  Ma  con  un solo castigo voglio punire questo
    popolo ignorante, e cio col non far piovere in tutto il suo distretto
    e nei suoi dintorni per tre anni interi, a cominciare dal giorno e dal
    punto in cui  ho  fatto  questa  minaccia.  Tu  libero,  tu  sano,  tu
    rinsavito,  e  io  pazzo,  io  infermo,  io  legato...?  Voglio  prima
    impiccarmi che far piovere, figrati!"
    I circostanti erano stati a sentire le grida e i discorsi del  pazzo;
    ma il bravo dottore,  volgendosi verso il cappellano e prendendolo per
    le mani:
    "Non si dia pena,  sa!" gli disse,  "n si faccia caso di quel che ha
    detto  quest'uomo.  Perch  se lui  Giove e non vuol far piovere,  io
    sono Nettuno,  dio e padre delle acque,  e far piovere tutte le volte
    che ne avr voglia e sar necessario".
    "Tuttavia,  signor Nettuno" gli rispose il cappellano, "sar bene non
    farlo stizzire il signor Giove. Perci lei resti qui in casa sua, e un
    altro giorno con pi comodo e pi tempo torneremo a prenderla".
     Il direttore e i presenti dettero in uno scroscio di risa,  che fece
    prendere  un  po'  di  stizza al cappellano: il dottore fu spogliato e
    rimase in manicomio, e qui finisce la storia.
    - E' questo dunque il fatto - disse Don  Chisciotte  -  che  ci  stava
    tanto a pennello e che perci lei aveva una gran voglia di raccontare?
    Ah, signor barbitonsore, signor barbitonsore, quanto  cieco colui che
    non vede nemmeno attraverso la seta dello staccio!  Ed  mai possibile
    che la Signoria Vostra non sappia che tutti i paragoni  che  si  fanno
    tra ingegno e ingegno, tra valore e valore, tra bellezza e bellezza, e
    tra lignaggio e lignaggio son sempre odiosi e male accetti? Io, signor
    barbiere,  non son Nettuno dio delle acque, e non pretendo che nessuno
    mi ritenga un uomo di grande intelligenza se non lo sono;  mi affatico
    soltanto a far capire al mondo l'errore che commette non rinnovando il
    felicissimo tempo di quando fioriva l'ordine della cavalleria errante;
    ma  la  depravata et nostra non merita di godere tanto bene quanto ne
    godettero le et in cui i cavalieri erranti si assunsero a loro carico
    e presero sulle loro spalle la difesa dei regni,  la protezione  delle
    donzelle, il soccorso agli orfani e ai pupilli, il castigo dei superbi
    e  il  guiderdone  degli  umili.  La  maggior  parte dei cavalieri che
    costumano ora fanno frusciare i damaschi, i broccati e le altre ricche
    stoffe di cui si vestono,  pi che la maglia dell'armatura: e non  c'
    pi  cavaliere  che  dorma  sulla  nuda terra,  soggetto ai rigori del
    cielo,  armato di tutte le sue armi da  capo  ai  piedi  o  che  senza
    toglierli dalle staffe, appoggiato alla sua lancia, cerchi soltanto di
    schiacciare,  come  dicono,  un  pisolino,  come  facevano i cavalieri
    erranti. Non c' pi nessuno che,  uscendo da un bosco,  s'addentri in
    una  montagna  e poi di l scenda in una sterile e deserta spiaggia di
    mare, il pi delle volte procelloso e infuriato, e trovando sulla riva
    una barchetta senza remi,  senz'albero n vele di sorta,  vi si  getti
    affidandosi  alle  onde  implacabili  del profondo pelago,  che ora lo
    innalzano al cielo ora lo sprofondano nell'abisso. Ed egli, opposto il
    petto all'invincibile tempesta,  quando meno se l'aspetta,  si trova a
    un tratto tremila e pi leghe distante dal luogo dove s'era imbarcato,
    e scendendo su una terra remota e sconosciuta gli succedono cose degne
    d'esser  scritte  non  su  pergamena ma in bronzo.  Ma ora la pigrizia
    trionfa sulla diligenza,  l'ozio sul lavoro,  il  vizio  sulla  virt,
    l'arroganza  sul  valore,  e la teorica sulla pratica delle armi,  che
    ebbero vita e splendore soltanto nell'et dell'oro e fra  i  cavalieri
    erranti.  Infatti,  mi  dicano un poco,  chi pi onesto e valoroso del
    celebre Amadigi di Gaula?  Chi pi saggio di Palmerino  d'Inghilterra?
    Chi pi accomodante e trattabile di Tirante il Bianco? Chi pi galante
    di Lisuarte di Grecia? Chi pi ferito e pi feritore di Don Belianigi?
    Chi  pi intrepido di Perione di Gaula?  Chi pi arrischiato di Felice
    Marte d'Ircania?  Chi pi leale d'Esplandiano?  Chi pi ardito di  Don
    Cirongilio di Tracia? Chi pi fiero di Rodomonte? Chi pi prudente del
    re Sobrino? Chi pi audace di Rinaldo? Chi pi invincibile di Orlando?
    E  chi  pi gagliardo e pi cortese di Ruggero,  da cui discendono gli
    attuali duchi di Ferrara, secondo Turpino nella sua Cosmografia? Tutti
    questi cavalieri e molti altri  ancora  che  potrei  nominare,  signor
    curato,  furono cavalieri erranti,  luce e gloria della cavalleria. Di
    questi o di tali come questi,  vorrei io che fossero quelli della  mia
    proposta, e quando cos fossero, Sua Maest si troverebbe ben servito,
    si  risparmierebbe  molte spese,  e il Turco rimarrebbe a strapparsi i
    capelli dalla disperazione.  Nonostante questo,  rimango in casa  mia,
    poich il cappellano non me ne vuol tirar fuori;  e se Giove,  come ha
    detto il barbiere,  non vuol far piovere,  qui ci  sono  io  che  far
    piovere  quando  mi  parr,  e  dico questo perch il signor Catinella
    sappia che lo capisco benissimo.
    - Creda pure,  signor Don Chisciotte - disse il barbiere - che io  non
    l'ho  detto  per  malizia:  Dio  mi fulmini se la mia intenzione non 
    stata buona, e la Signoria Vostra non deve aversene a male.
    - Se posso avermene a male o no - rispose Don Chisciotte - lo so io  e
    basta.
    A questo punto interloqu il curato:
    - Sebbene finora io non abbia quasi aperto bocca,  non vorrei rimanere
    con uno scrupolo che mi rimorde la coscienza,  nato  da  quel  che  ha
    detto qui il signor Don Chisciotte
    -  Il  signor  curato - rispose Don Chisciotte - ha libert di parlare
    anche su molte altre questioni,  e quindi pu dirci  il  suo  scrupolo
    tanto  pi  che  non  fa  piacere  davvero  avere degli scrupoli sulla
    coscienza.
    - Allora, con questo beneplacito - riprese il curato - dir che il mio
    scrupolo consiste nel non potermi persuadere in  nessuna  maniera  che
    tutta la caterva dei cavalieri erranti che lei, signor Don Chisciotte,
    ha  enumerato,  siano  stati  veramente e realmente persone di carne e
    d'ossa nel mondo; anzi, ritengo che sia tutta una finzione, una favola
    e una menzogna: sogni raccontati da uomini svegli, o,  per dir meglio,
    mezzo addormentati.
    -  Questo    un  altro  errore - replic Don Chisciotte - in cui sono
    caduti molti che non credono che vi siano  stati  tali  cavalieri  nel
    mondo,  e  io molte volte con diverse persone e in diverse circostanze
    ho cercato di chiarire alla luce  della  verit  questo  quasi  comune
    inganno. Qualche volta non sono riuscito nell'intento, altre volte s,
    fondandomi  sempre  sulla verit;  la quale  tanto certa,  che starei
    quasi per dire d'aver visto coi miei propri occhi  Amadigi  di  Gaula,
    che  era un uomo d'alta statura,  di carnagione bianca,  con una bella
    barba,  sebbene nera,  con uno sguardo tra dolce e  severo,  di  poche
    parole,  lento ad andare in collera e pronto a calmarsi subito.  E nel
    modo  che  ho  descritto  Amadigi,  potrei,  secondo  il  mio  parere,
    descrivere tutti quanti i cavalieri erranti ricordati nelle storie del
    mondo  intero;  perch  con la convinzione che ho,  che fossero tali e
    quali come raccontano le loro storie,  dalle imprese che fecero e  dal
    carattere  che  ebbero,  si  possono  logicamente  argomentare le loro
    fattezze, il loro colorito e la loro statura.
    - Allora,  secondo lei - domand il barbiere -  quanto  doveva  essere
    alto il gigante Morgante?
    - Sulla questione se i giganti siano esistiti o no, ci sono differenti
    opinioni - rispose Don Chisciotte.  - Ma la Bibbia,  che non si scosta
    mai di una linea dalla verit,  ci dimostra che ci  furono  realmente,
    perch  ci parla di Golia,  quell'enorme filisteo alto sette braccia e
    mezzo,  altezza veramente eccezionale.  Anche nell'isola di Sicilia si
    sono trovate ossa di gambe e di spalle,  la cui grandezza ci manifesta
    che appartennero a giganti alti come torri e la cosa  fuor di  dubbio
    date  le  proporzioni  geometriche.   Tuttavia  non  saprei  dire  con
    precisione quanta fosse l'altezza di Morgante,  sebbene m'immagino che
    non  dovesse  essere  molto  alto.  Me  lo fa credere il trovare nella
    storia, l dove si fa menzione dei particolari delle sue imprese,  che
    molte  volte  dormiva  al coperto;  e quindi,  se trovava una casa che
    poteva contenerlo,  chiaro che la sua grandezza non era smisurata.
    - Naturalmente - disse il curato,  il quale divertendosi  a  sentirgli
    dire delle stramberie cos grandi, gli domand che opinione avesse sul
    viso  di  Rinaldo di Montalbano e di Orlando e degli altri Dodici Pari
    di Francia, poich tutti erano stati cavalieri erranti.
    - Di Rinaldo - rispose Don Chisciotte - m'attento a dire  che  era  di
    volto  largo,  di  colorito  acceso,  con  occhi  sporgenti  e vivaci,
    puntiglioso e collerico all'eccesso,  amico dei ladri e d'altra simile
    canaglia.  Quanto  a  Rolando  o  Rotolando  od Orlando (ch con tutti
    questi nomi si trova nominato nella  storia)  io  sono  del  parere  e
    sostengo che fu di media statura,  quadrato di spalle, con le gambe un
    po' arcuate il colorito bruno,  la barba ispida e rossastra,  il corpo
    coperto  di  peli,  lo sguardo minaccioso,  di poche parole,  ma molto
    cortese e bene educato.
    - Se Orlando non fu un cavaliere pi gentile di quel che ha  detto  la
    Signoria Vostra - replic il curato - non fa meraviglia che la signora
    Angelica  la Bella lo sdegnasse e lo lasciasse per il garbo,  il brio,
    la grazia che doveva avere il morettino di primo pelo a  cui  essa  si
    dette;  ed  ebbe  giudizio  a  preferire  la  dolcezza  di Medoro alla
    rozzezza d'Orlando.
    - Quell'Angelica,  caro signor curato - rispose Don Chisciotte era una
    donzella  scapata,  girellona e un po' capricciosa,  e lasci il mondo
    altrettanto pieno delle sue impertinenze,  quanto della fama della sua
    bellezza.  Disprezz migliaia di signori, di valorosi e di saggi, e si
    content di un paggetto con ancora la pelurie sul  viso,  senza  altre
    ricchezze  n  altra  celebrit  che  quella di riconoscente,  che gli
    deriv dal fedele attaccamento all'amico.  Il gran cantore  della  sua
    bellezza,  il famoso Ariosto,  non osando,  o non volendo, cantare ci
    che successe a questa signora dopo la sua  miserevole  debolezza,  che
    non  dovettero  essere  cose eccessivamente oneste,  la lasci in quel
    punto dove dice:

    E come del Catai s'ebbe lo scettro,
    Forse altri canter con miglior plettro.

    Senza dubbio queste parole furono come una profezia;  non per nulla  i
    poeti  si  chiamano  anche  vati,  che vuol dire indovini.  Infatti la
    predizione si verific cos bene che dopo  d'allora  un  famoso  poeta
    andaluso  cant  le  sue  lacrime,  e un altro poeta castigliano,  pi
    famoso ancora, cant la sua bellezza.
    - Mi dica un po',  signor Don Chisciotte - disse  a  questo  punto  il
    barbiere - non c' stato nessuno che, come tanti altri l'hanno lodata,
    abbia fatto una satira a questa signora Angelica?
    -  Certo  -  rispose  Don Chisciotte - se Sacripante o Orlando fossero
    stati poeti, me l'avrebbero strigliata ben bene la signorina, perch 
    cosa abituale e naturale che i poeti disprezzati e non accettati dalle
    loro dame,  reali o immaginarie che siano,  da quelle insomma che essi
    hanno scelte per signore dei loro pensieri, si vendichino con satire e
    libelli.  Vendetta certamente indegna di petti generosi; ma finora non
     arrivato a mia conoscenza nessun verso infamatorio contro la signora
    Angelica che pure mise tutto il mondo a subbuglio.
    - Miracolo! - disse il curato.
    In quel  mentre  si  sentirono  delle  grida  nel  cortile:  erano  la
    governante  e  la  nipote,  che  gi  da  tempo  avevano  lasciato  la
    conversazione. Tutti accorsero al rumore.

    CAPITOLO 2.
    Che tratta dell'importante contesa che Sancio Panza ebbe con la nipote
    e con la governante di Don Chisciotte, e d'altri ameni argomenti.

    La storia racconta che le grida udite da Don Chisciotte,  dal curato e
    dal barbiere erano della nipote e della governante, le quali gridavano
    in  quel  modo nel parlare con Sancio,  che voleva per forza entrare a
    vedere il padrone mentre esse gli sbarravano l'ingresso.
    - Che vuole questo vagabondo in casa nostra?  Andate  a  casa  vostra;
    perch  siete  proprio voi e nessun altro quello che travia e mette su
    il mio padrone per portarlo a zonzo per quei postacci deserti.
    - Governante del diavolo - rispose Sancio - il traviato, il messo su e
    il portato a zonzo pei postacci deserti son proprio io,  e non il  tuo
    padrone.  E'  stato  lui  che  mi ha portato qua e l per il mondo,  e
    voialtre vi sbagliate di grosso.  Fu lui che mi port via di casa  con
    delle trappole, promettendomi un'isola, che devo ancora vedere.
    -  Che tu possa morire affogato te e la tua isola - rispose la nipote.
    - Sancio maledetto!  E che  roba    quest'isola?  Roba  da  mangiare,
    golosaccio, mangione che non sei altro? (1)
    -  Ma  che  mangiare!  -  replic  Sancio.  -  E'  roba da governare e
    amministrare,  e ci riuscirei pi e meglio che quattro municipalit  e
    quattro commissari regi insieme.
    - Tuttavia - riprese la governante - qui dentro non c'entrerete, sacco
    di birberie e botte di malignit: andate piuttosto a governare in casa
    vostra  e  a  lavorare  quei  vostri quattro palmi di terra,  e fatela
    finita con le isole e gl'isoli.
    Il curato e il barbiere si divertivano un mondo  a  sentire  quei  tre
    litigare;  ma Don Chisciotte,  temendo che Sancio,  parlando a vanvera
    desse la stura a un monte di  sciocchezze  che  potevano  essere  male
    interpretate,  e toccasse certi tasti che non avrebbero troppo giovato
    alla fama del padrone, lo chiam,  fece chetare le due donne,  e disse
    che lo lasciassero entrare; Sancio entr, e il curato e il barbiere si
    congedarono da Don Chisciotte,  sulla cui salute non si facevano ormai
    pi alcuna illusione,  vedendo quant'era fondato nei suoi  stravaganti
    pensieri  e  imbevuto  di  tutte  le  stupidaggini  della  sua dannata
    cavalleria. Quindi il curato disse al barbiere:
    - Voi vedrete,  compare,  che quando meno ce l'aspettiamo,  il  nostro
    gentiluomo ripiglia il volo un'altra volta.
    -  Non lo metto in dubbio - rispose il barbiere - ma non mi meraviglio
    tanto  della  pazzia  del  cavaliere,  quanto  dell'imbecillit  dello
    scudiero;  il  quale  ci  crede  tanto  a quell'isola,  che non gliela
    potranno levare dalla testa quanti disinganni  si possano immaginare.
    - Dio l'assista - disse il curato - e stiamo  un  po'  a  vedere  dove
    andr  a finire tutta questa macchina di stramberie d'un tal cavaliere
    e d'un tale scudiero,  che paiono colati nella  stessa  forma;  tant'
    vero che le pazzie del padrone senza le balordaggini del servitore non
    valgono un quattrino.
    -  Proprio  vero - disse il barbiere - e mi piacerebbe molto di sapere
    di quel che tratteranno ora quei due.
    - Io son sicuro - disse il curato - che la nipote e la governante dopo
    ce lo raccontano;  non sono tipi da poter fare  a  meno  di  stare  ad
    ascoltare all'uscio.
    Intanto  Don  Chisciotte  si serr con Sancio in camera sua,  e quando
    furono soli gli disse:
    - Molto mi duole, Sancio,  che tu abbia detto e dica che fui io che ti
    portai  via  dalla  tua  casupola,  mentre sai bene che neanch'io sono
    rimasto in casa mia.  Insieme siamo usciti,  insieme  siamo  stati,  e
    insieme  abbiamo  viaggiato:  ci    toccata a tutti e due la medesima
    sorte e la medesima fortuna:  se  tu  sei  stato  sballottato  in  una
    coperta una volta,  me cento volte m'hanno riempito di botte, e questo
     il vantaggio che ho avuto su di te.
    - Ma questo era nei calcoli - rispose Sancio - perch, stando a quello
    che disse lei,  le disgrazie spettano pi ai cavalieri erranti che  ai
    loro scudieri.
    -  Tu  ti  sbagli,  Sancio  -  disse Don Chisciotte - secondo il detto
    "Quando caput dolet"...
    - Non capisco altra lingua che la mia interruppe Sancio.
    - Voglio dire che quando duole la testa,  dolgono anche tutte le altre
    membra;  quindi essendo io tuo padrone e signore, sono la tua testa, e
    tu,  essendo il mio servo,  sei il resto del mio corpo: e  per  questa
    ragione il male che mi tocca, o mi toccher, deve dolere anche a te, e
    a me il tuo.
    -  Cos  dovrebbe essere - rispose Sancio - ma quando mi sballottavano
    come membro,  la mia testa se ne stava al di l del muro  a  guardarmi
    volare  per aria senza sentire nulla;  e se le membra sono obbligate a
    dolersi del male della testa, anche la testa dovrebbe essere obbligata
    a dolersi del loro male.
    - Vorresti ora  dire,  Sancio,  che  io  non  ci  soffrivo  quando  ti
    sballottavano?  Non  lo  dire  e non lo pensare nemmeno,  sai;  perch
    sentivo pi male allora io nell'anima mia,  che tu nel tuo  corpo.  Ma
    per  ora  lasciamo  da  parte  questa questione: verr il tempo in cui
    potremo esaminarla con ponderazione e metterla nella sua giusta  luce.
    Dimmi un po' piuttosto,  caro Sancio,  che si dice di me in paese?  In
    che  opinione  mi  hanno  la  gente  del  popolo,  i  gentiluomini,  i
    cavalieri? Che dicono della mia bravura? Delle mie prodezze? Della mia
    cortesia? Quali discussioni si fanno sull'impegno che mi sono preso di
    far  risorgere  e  tornare  al  mondo l'ormai dimenticato ordine della
    cavalleria errante? Insomma,  Sancio,  io desidero che tu mi dica quel
    che  t'  venuto  agli orecchi su questo argomento,  e me lo devi dire
    senza aggiungere una mezza parola al bene e  senza  levarla  al  male;
    perch  i  vassalli  leali  hanno  il  dovere  di dire ai loro signori
    l'esatta verit nella sostanza e nella forma,  senza che  l'adulazione
    la cresca,  o un vano rispetto la diminuisca;  e tu devi sapere,  caro
    Sancio,  che se agli orecchi dei prncipi arrivasse la verit  nuda  e
    cruda,  senza i paludamenti della lusinga, correrebbero altri tempi, e
    altre et sarebbero ritenute di ferro assai pi che la nostra, che fra
    quelle moderne io credo che possa dirsi d'oro.  Tienti dunque  bene  a
    mente  questo avvertimento,  Sancio,  perch tu possa riferire ai miei
    orecchi onestamente e con criterio tutta la verit di quello  che  sai
    su quanto ti ho domandato.
    -  Ben  volentieri,  signor  Don Chisciotte - rispose Sancio - a patto
    per che lei non s'adiri di quel che le dir,  dal momento  che  vuole
    che  io  glielo spiattelli nudo e crudo,  senz'altri panni addosso che
    quelli con cui  arrivato alla mia conoscenza.
    - No,  no;  non mi adirer in nessun caso - rispose Don Chisciotte- tu
    puoi parlare liberamente e senza rigiri.
    - Allora la prima cosa che ho da dirle  questa: che il popolino, lei,
    la  tiene  per  un  gran  pazzo  e  me  per  non  meno  mentecatto.  I
    gentiluomini dicono che lei,  uscendo dai limiti della sua condizione,
    si fa dare del "Don" e si  impancato a cavaliere,  con quelle quattro
    viti e quei due campucci che possiede,  un cencio  davanti  e  uno  di
    dietro.  I  cavalieri poi dicono che non vorrebbero che i gentiluomini
    si mettessero al loro paragone, specialmente quei gentiluomini pi che
    altro adatti a far gli scudieri,  che si lustrano  le  scarpe  con  la
    fuliggine e rammendano le calze nere con la seta verde.
    - Questo - disse Don Chisciotte - non mi riguarda,  perch vado sempre
    ben vestito e senza rammendi. Strappi,  s,  potrebbe darsi,  ma fatti
    dalle armi, non dal tempo.
    -  Per  quel  che  riguarda  la  bravura,  la cortesia,  le prodezze e
    l'impegno preso dalla Signoria Vostra -  continu  Sancio  -  ci  sono
    differenti  opinioni;  alcuni  dicono:  pazzo ma divertente;  altri:
    valoroso ma disgraziato;  altri ancora: cortese ma insolente e  di
    qui  poi  entrano in tanti altri particolari,  che tanto me che lei ci
    tartassano a quel Dio, non dubiti!
    - Sta pur sicuro,  Sancio - disse Don Chisciotte  -  che  dovunque  la
    virt    in alto grado,  sempre  perseguitata: pochi o nessuno degli
    eccellenti uomini  esistiti  sfuggirono  alla  calunnia  dei  malvagi.
    Giulio Cesare,  coraggiosissimo,  prudentissimo e bravissimo capitano,
    fu censurato come ambizioso e poco pulito tanto negli abiti quanto nei
    costumi. Alessandro, che con le sue prodezze acquist il soprannome di
    Magno, dicono che avesse il vizietto d'ubriacarsi;  di Ercole,  quello
    delle  dodici  fatiche,  si  racconta  che fu lascivo e molle;  di Don
    Galaor fratello di Amadigi  di  Gaula,  si  mormora  che  fu  pi  che
    eccessivamente rissoso,  e di suo fratello che fu un piagnone. Quindi,
    caro Sancio,  fra tante calunnie di uomini celebri  ci  possono  stare
    anche le mie, a meno che non siano pi grosse di quel che hai detto.
    - Qui sta la questione, corpo del diavolo! - esclam Sancio.
    - Come?! C' di pi? - domand Don Chisciotte.
    -  Ora  ci  resta  la  coda  da  spellare.  Fin  qui  erano confetti e
    pasticcini,  ma se lei  vuol  sapere  ogni  cosa  sulle  calunnie  che
    spargono sul conto suo,  io le porter qui sul momento chi gliele dir
    tutte senza che  ci  manchi  una  virgola.  E'  arrivato  stanotte  da
    Salamanca,  dov'era a studiare, il figliolo di Bartolomeo Carrasco che
    ha preso il diploma di baccelliere,  e essendo io andato a  dargli  il
    benvenuto,  mi  disse  che  era  gi stampata la storia della Signoria
    Vostra,  col titolo di "L'ingegnoso Gentiluomo  Don  Chisciotte  della
    Mancia",  e  dice  che  ci sono anch'io proprio col mio nome di Sancio
    Panza,  e la signora Dulcinea del Toboso,  con altre cose che ci  sono
    successe quando eravamo noi due soli, che mi sono fatto il segno della
    croce dallo spavento di come lo scrittore possa aver fatto a saperlo.
    -  T'assicuro,  Sancio  -  disse  Don  Chisciotte - che l'autore della
    nostra storia deve essere qualche mago incantatore,  perch a  costoro
    nulla rimane nascosto di quel che vogliono scrivere.
    - Eccome se dev'essere un mago e un incantatore!  - disse Sancioperch
    dice Sansone Carrasco (ha nome Sansone il baccelliere che le ho detto)
    che l'autore della storia si chiama Cide Hamete Petronceni!
    - Questo  un nome arabo - rispose Don Chisciotte.
    - Sar benissimo,  perch ho sentito dire che quasi tutti i mori vanno
    matti per i petronciani.
    - Tu devi avere sbagliato il cognome di questo Cide, che in arabo vuol
    dire "signore".
    -  Pu  darsi  -  replic  Sancio - ma se lei ha piacere che lo faccia
    venire qui, vado a prenderlo in un volo.
    - S, mi farai molto piacere, perch quel che mi hai detto mi tiene in
    grande apprensione,  e non star bene finch  non  sar  informato  di
    tutto.
    - Vado subito - rispose Sancio;  e lasciato il padrone, and a cercare
    del baccelliere, col quale di l a poco ritorn,  e fra tutti e tre si
    svolse un curiosissimo colloquio.

    NOTA  1:  gioco  delle  parole  che  si  perde in italiano.  La lingua
    spagnola ha due forme, "insula" e "isla", letteraria e cavalleresca la
    prima, popolare la seconda.  Sancio di questa "insula" (Don Chisciotte
    naturalmente  usa questa forma) comprende vagamente da quanto gli dice
    il padrone che  roba da governare; ma non sa precisamente cosa sia.
    Anche la nipote di Don Chisciotte non sa  cosa  sia  una  "insula",  e
    domanda se  roba da mangiare.

    CAPITOLO 3.
    Ridicola   conversazione  fra  Don  Chisciotte,   Sancio  Panza  e  il
    baccelliere Sansone Carrasco.

    Don Chisciotte rimase molto pensieroso  ad  aspettare  il  baccelliere
    Carrasco,  da  cui  sperava  di udire le notizie poste nel libro su di
    lui, come Sancio gli aveva raccontato,  e non si poteva persuadere che
    una  tale  storia  fosse  gi  stata  scritta,  mentre  ancora non era
    asciutto sulla lama della sua spada il sangue  dei  nemici  che  aveva
    ucciso,  e gi si voleva che andassero per le stampe le sue alte gesta
    cavalleresche. Tuttavia si figur che qualche mago, amico o nemico, le
    avesse date alle stampe per incantesimo: se amico,  per ingrandirle  e
    metterle al di sopra delle pi celebri di qualunque cavaliere errante;
    se nemico,  per annientarle, e metterle al di sotto delle pi vili che
    mai siano state scritte su qualche vile scudiero; sebbene, diceva egli
    fra s, gesta di scudieri non ne siano mai state scritte; e quindi, se
    era vero che tale storia esisteva,  essendo la storia  d'un  cavaliere
    errante,  per  forza  doveva  essere magniloquente,  nobile,  insigne,
    magnifica e vera.  Con questo ragionamento si consol un poco,  ma poi
    lo  scoraggi subito il pensare che l'autore,  dato quel nome di Cide,
    era arabo,  e dagli arabi non si  poteva  aspettare  assolutamente  la
    verit,  perch  sono  tutti imbroglioni,  falsari e bugiardi.  Temeva
    molto che avesse parlato dei suoi amori in maniera indecente e tale da
    ridondare a  discredito  e  pregiudizio  dell'onest  della  sua  dama
    Dulcinea del Toboso;  mentre avrebbe voluto che avesse messo in chiaro
    la sua fedelt e il rispetto che sempre le aveva portato, disprezzando
    regine,  imperatrici,  e donzelle di tutte le condizioni,  e tenendo a
    freno gli impeti dei moti naturali.
    Era  dunque  immerso  e  sommerso in queste e molte altre meditazioni,
    quando giunsero Sancio  e  Carrasco,  al  quale  Don  Chisciotte  fece
    un'accoglienza  molto  cortese.  Il baccelliere,  sebbene si chiamasse
    Sansone, non era un gigante,  ma in compenso un furbone di prima riga:
    aveva  un brutto colorito ma un'intelligenza molto fina,  ventiquattro
    anni circa,  faccia rotonda,  naso schiacciato e bocca  grande:  tutti
    segni d'un carattere malizioso, beffardo e burlone. Lo dimostr subito
    buttandosi  in  ginocchio  dinanzi  a  Don Chisciotte appena lo vide e
    dicendogli:
    - Mi dia la Grandezza Vostra le mani a baciare,  signor Don Chisciotte
    della Mancia,  ch per l'abito di San Pietro che indosso,  sebbene non
    abbia altri ordini che i primi quattro,  giuro che Vostra Grazia  uno
    dei  pi  famosi  cavalieri  erranti che ci sono stati e ci saranno su
    tutta la faccia della terra. Sia benedetto Cide Hamete Benengeli,  che
    lasci  scritta  la  storia  delle vostre grandi imprese,  e due volte
    benedetto colui che mosso dalla curiosit si prese la  cura  di  farla
    tradurre dall'arabo nella nostra lingua per il divertimento di tutti.
    Don Chisciotte lo fece alzare, e disse:
    -  Sicch    proprio vero che esiste questa storia su di me,  e che 
    stato un arabo e un dotto che l'ha composta?
    - E' tanto vero - disse Sansone - che per  conto  mio  ritengo  che  a
    tutt'oggi  ne siano stampate pi di dodicimila copie;  e se sbaglio lo
    dicano il Portogallo, Barcellona e Valenza,  dove sono state stampate.
    E corre voce anche che attualmente si stia stampando in Anversa,  e ho
    l'idea che non ci debba restare nazione n lingua in cui non si  debba
    tradurre.
    - Una delle cose - disse a questo punto Don Chisciotte - che deve dare
    maggior  soddisfazione  a  un  uomo virtuoso ed eminente,   quella di
    sapere,  essendo ancora in vita,  che le sue gesta stampate vanno  con
    grandi elogi di bocca in bocca. Con grandi elogi, ho detto; perch nel
    caso contrario sarebbe peggio di qualunque morte.
    -  Se si tratta di elogi e lodi - disse il baccelliere - Vostra Grazia
    riporta la palma su tutti i cavalieri erranti,  perch  l'arabo  nella
    sua lingua e il cristiano nella propria hanno avuto cura di descrivere
    con  molta  vivezza  la gagliardia di Vostra Grazia,  il gran coraggio
    nell'affrontare i pericoli, la fermezza nei casi avversi,  la pazienza
    nel  sopportare le disgrazie e le ferite,  l'onest e continenza negli
    amori cos platonici di  Vostra  Grazia  e  della  sua  signora  Donna
    Dulcinea del Toboso.
    -  Qui  intanto  c'  di gi uno sbaglio nella storia - disse Sancio a
    questo punto - perch io non ho mai sentito chiamare col "Don" la  mia
    padrona Dulcinea, ma semplicemente signora Dulcinea del Toboso.
    - Questa  un'obiezione senza importanza - ribatt Carrasco.
    -  Oh,  s,  certamente  - disse Don Chisciotte.  - Ma mi dica un po',
    signor baccelliere, quali sono le imprese mie a cui si d maggior peso
    in questa storia?
    - Qui - rispose il baccelliere - ci sono diverse  opinioni  a  seconda
    dei  gusti:  alcuni  stanno  per  l'avventura dei mulini a vento che a
    Vostra Grazia parvero Briarei e giganti;  altri sono per quella  delle
    gualchiere;  questi  per  la descrizione dei due eserciti,  che poi si
    vide che erano due branchi di pecore;  quelli portano alle  stelle  il
    caso  del  morto  trasportato  a  sotterrare  a Segovia;  uno dice che
    l'avventura della liberazione dei galeotti    superiore  a  tutte  le
    altre;  un  altro che nessuna pu paragonarsi a quella dei due giganti
    benedettini e del duello col prode biscaglino.
    - Mi dica un po',  signor baccelliere - disse qui Sancio - ce  l'hanno
    messa a questo punto l'avventura dei yanguesi,  quando al nostro bravo
    Ronzinante  gli  venne  la  voglia  d'andare  a  cercare  il  sole   a
    mezzanotte?
    -  Eccome!  - rispose Sansone.  - Nulla gli  rimasto nella penna allo
    scrittore: dice tutto,  nota tutto,  perfino le capriole che  il  buon
    Sancio fece nella coperta.
    -  Capriole nella coperta non ne feci - disse Sancio - per aria s,  e
    anche pi di quel che avrei voluto.
    - A quel che m'immagino - disse Don Chisciotte - non c' storia  umana
    nel mondo che non abbia i suoi alti e bassi, e specialmente quelle che
    trattano  di  cavalleria,  le  quali  non  possono mai essere piene di
    felici successi.
    - Tuttavia - rispose il baccelliere - dicono certuni,  che hanno letto
    la  storia,  che  avrebbero  avuto  piacere  che gli autori si fossero
    dimenticati di qualcuna delle innumerevoli bastonate  che  in  diversi
    scontri furono date al signor Don Chisciotte.
    -  E  invece  proprio di qui che si vede la verit della storia disse
    Sancio.
    - Tuttavia potevano tacerle per equit - osserv Don  Chisciotteperch
    le  azioni  che  non mutano n alterano la verit della storia non c'
    ragione  di  scriverle,   se  debbono  ridondare  in  discredito   del
    protagonista  del  racconto.  Enea  non  fu  cos pio come lo descrive
    Virgilio, n Ulisse cos astuto come ce lo presenta Omero.
    - Certamente - replic Sansone - ma altro    lo  scrivere  da  poeta,
    altro  lo  scrivere  da storico.  Il poeta pu raccontare o cantare le
    cose non come furono, ma come avrebbero dovuto essere, e lo storico le
    deve scrivere non come avrebbero dovuto essere, ma come furono,  senza
    aggiungere n togliere nulla alla verit.
    -  Allora  se  questo  signor moro - disse Sancio - si butta a dire la
    verit,  tra le bastonate del mio padrone ci devono  essere  anche  le
    mie,  perch  non  presero  mai  la  misura  del  groppone a lui senza
    pigliarla a me da capo ai piedi.  Ma non c'  da  farsene  meraviglia,
    perch,  come  dice  appunto  il  mio  padrone,  al dolore della testa
    debbono pigliar parte tutte le membra.
    - Il volpone che siete, Sancio - rispose Don Chisciotte. Quando volete
    ricordarvi delle cose, la memoria non vi manca.
    - Se anche volessi scordarmi delle randellate che m'hanno dato, non me
    lo permetterebbero i lividi che ho ancora freschi sul groppone.
    - State zitto,  Sancio - disse Don Chisciotte - e non interrompete  il
    signor baccelliere,  che prego di andare avanti a riferirmi ci che si
    dice di me in quella storia.
    - E di me - aggiunse Sancio - ch dicono anche  che  io  sia  uno  dei
    principali "presonaggi".
    - Personaggi e non "presonaggi", amico Sancio - disse Sansone.
    -  Che    venuto  fuori un altro correttore di "vocavoli" ora?  disse
    Sancio. - Se si va avanti di questo passo, non si finisce pi.
    - Che Dio non mi dia pi bene,  Sancio - rispose il baccelliere se non
    siete voi il secondo personaggio della storia, e ci sono di quelli che
    si  divertono  di  pi  a  sentir  discorrere  voi  che il personaggio
    principale, sebbene ci sia anche chi dica che foste troppo credulo nel
    credere di poter avere davvero il governo di  quell'isola,  promessavi
    dal signor Don Chisciotte qui presente.
    -  C'  ancora  tempo  a  buio  - disse Don Chisciotte - e via via che
    Sancio va avanti con  l'et,  con  l'esperienza  che  danno  gli  anni
    diventer  pi  adatto  e pi abile per essere governatore di quel che
    non sia ora.
    - Per Dio,  signor Don  Chisciotte,  se  l'isola  non  fossi  buono  a
    governarla con gli anni che ho ora,  neanche con quelli di Matusalemme
    vi potrei riuscire. Il male  che quest'isola chi sa dov';  e non gi
    che manchi a me il criterio per governarla.
    - Raccomandatevi a Dio,  Sancio - disse Don Chisciotte - che vi faccia
    questa grazia, e vedrete che tutto andr bene e forse meglio di quello
    che pensate; non si muove foglia senza che Dio non voglia.
    --Questo  vero--disse Sansone--perch,  se Dio lo vuole,  non glie ne
    mancheranno mille delle isole da governare a Sancio non che una.
    -  Ho  conosciuto  gi  di  qui dei governatori - disse Sancio - che a
    parer mio non sono degni di legarmi le scarpe,  e ci  nonostante  gli
    danno di Sua Signoria, e li servono su piatti d'argento.
    -  Quelli  non son governatori d'isole - replic Sansone - ma di altri
    governi pi alla buona;  perch quelli che governano le  isole  devono
    per lo meno aver fatto studi di letteratura.
    - Fino a far la tura a un fosso ci arrivo,  ma una lettera, no, non la
    so scrivere;  e questa faccenda del governo la rimetto nelle  mani  di
    Dio: mi mandi Lui dove crede che possa meglio servirlo. Dicevo dunque,
    signor  Sansone,  che  mi  ha fatto un gran piacere che l'autore della
    storia abbia parlato di me in modo che le cose che di me si raccontano
    non annoino i lettori: perch,  in fede di buon  scudiero,  se  avesse
    detto  di  me cose che non fossero degne d'un galantuomo come sono io,
    ci avevano a sentire anche i sordi.
    - Questo sarebbe stato un far miracoli - osserv Sansone.
    - Miracoli o non miracoli - riprese Sancio - ognuno deve badare a come
    parla o come scrive delle persone,  e non deve buttar gi  a  casaccio
    quel che gli viene in mente.
    -  Una delle critiche che fanno a quella storia - disse il baccelliere
    -  che  il  suo  autore  vi  ha  introdotto  una  novella  intitolata
    "L'indagatore  indiscreto";  non perch sia brutta o scritta male,  ma
    perch dicono che  fuori posto e non  ha  nulla  che  vedere  con  la
    storia del signor Don Chisciotte.
    -  Scommetterei  - esclam Sancio - che quel figlio d'un cane ha fatto
    d'ogni erba fascio.
    - In tal caso - soggiunse Don  Chisciotte  -  non    stato  un  dotto
    l'autore della mia storia,  ma qualche chiacchierone ignorante, che si
     messo a scriverla a tastoni,  senza alcun criterio e quel che veniva
    veniva: come faceva Orbaneja,  il pittore di Ubeda, il quale a chi gli
    domandava quel che dipingeva,  rispondeva:  Quel  che  verr.  E  se
    dipingeva  un  gallo,  per  esempio,  lo  dipingeva  cos male che era
    costretto a scriverci sotto a lettere cubitali: Questo  un gallo. E
    cos deve essere della mia  storia,  che  ci  vorr  il  commento  per
    intenderla.
    -  Questo  no - rispose Sansone - anzi  cos chiara che non c' nulla
    che resti difficile.  I ragazzi l'hanno sempre tra le mani,  i giovani
    la leggono,  gli adulti la intendono, i vecchi la portano alle stelle;
    insomma  tanto letta,  riletta e conosciuta da ogni ceto di  persone,
    che  appena  vedono  passare  un  ronzino  magro  dicono subito: Ecco
    Ronzinante.  E pi di tutti si sono buttati a leggerla i  paggi:  non
    c' infatti anticamera di signore in cui non ci sia il Don Chisciotte:
    se  uno  lo  posa,  lo  piglia  subito  un  altro:  questo lo chiede e
    quell'altro lo agguanta: insomma questa storia  il pi  divertente  e
    il  pi innocuo passatempo che si sia visto finora,  perch non c' in
    essa dal principio alla fine nemmeno per ombra una parola disonesta ne
    un pensiero men che corretto.
    - Scrivendo in altro modo - disse Don Chisciotte - non  sarebbe  stato
    scrivere  la  verit ma il falso;  e gli storici che scrivono il falso
    dovrebbero essere bruciati come quelli che fanno le  monete  false.  E
    proprio  non  capisco  da quali ragioni fu mosso l'autore a introdurre
    delle novelle e dei racconti estranei,  mentre ne aveva tanti dei miei
    da scrivere. Senza dubbio dovette tenersi al proverbio: O di paglia o
    di fieno, con quel che segue. Perch infatti, soltanto a pubblicare i
    miei pensieri,  i miei sospiri, le mie lacrime, i miei buoni propositi
    e le mie imprese,  poteva compilare un  volume  pi  grande  o  almeno
    eguale  a  tutte  le  opere del Tostado messe insieme.  In sostanza la
    conclusione a cui io arrivo,  signor baccelliere,   questa:  che  per
    scrivere  storie o libri,  di qualunque genere siano,   necessario un
    gran criterio e un maturo intelletto,  e il  far  dello  spirito,  sia
    parlando  che  scrivendo,   proprio dei grandi ingegni.  La parte pi
    difficile nella commedia  quella dello sciocco,  perch chi vuol  far
    credere  d'esserlo  bisogna  che  sia  tutt'altro che uno sciocco.  La
    storia  come una cosa sacra,  perch bisogna  che  sia  assolutamente
    vera,  e  dov' la verit,   Dio che ne  la sorgente;  e tuttavia ci
    sono alcuni che  scrivono  e  buttano  fuori  libri  come  se  fossero
    biscottini.
    -  Non  c'  libro  tanto  cattivo  -  disse  il baccelliere - che non
    contenga qualche cosa di buono.
    - Su questo non c' dubbio -  convenne  Don  Chisciotte  -  ma  spesso
    accade  che  coloro  che si erano meritamente acquistati gran fama coi
    loro scritti, dopo averli dati alle stampe o la persero del tutto o si
    screditarono parecchio.
    - La causa di questo - disse Sansone -    chiara.  Siccome  le  opere
    stampate si possono esaminare con comodo, i loro difetti si vedono pi
    facilmente,  e  tanto  pi  si  esaminano quanto maggiore  la fama di
    quello che le ha scritte.  Gli uomini famosi per il  loro  ingegno,  i
    grandi poeti,  gli storici illustri sempre, o il pi delle volte, sono
    invidiati da quelli che provano un  gusto  speciale  a  criticare  gli
    scritti degli altri, senza averne mai dati alla luce dei propri.
    -  Questo  non  deve far meraviglia - disse Don Chisciotte - perch vi
    sono molti teologi che non sono buoni per il pulpito, e son bravissimi
    per conoscere i difetti e gli eccessi di quelli che predicano.
    - E' vero - riprese Carrasco - ma io vorrei che tali  censori  fossero
    un  po'  pi benigni e meno pedanti,  e non badassero troppo a qualche
    piccolissima macchia nello splendido sole  dell'opera  di  cui  dicono
    male.   Perch  se  "aliquando  bonus  dormitat  Homerus",  dovrebbero
    considerare quanto debba essere stato desto per far rifulgere  la  sua
    opera  senza ombre quanto pi fosse possibile;  e forse potrebbe anche
    darsi che quelli che a loro paiono difetti  fossero  ni  che  qualche
    volta  accrescono  la  bellezza  del  viso  che li possiede;  e quindi
    grandissimo,  io dico,   il rischio di chi stampa un  libro,  essendo
    assolutamente  impossibile  scriverlo  in modo che soddisfi e contenti
    tutti quelli che lo leggeranno.
    - Quello che parla di me - disse  Don  Chisciotte  -  avr  contentato
    pochi.
    -  Anzi,   al  contrario,  perch  siccome  "stultorum  infinitus  est
    numerus",  innumerevoli sono coloro che si sono  divertiti  a  leggere
    quella  storia.  Soltanto  che  certuni  hanno trovato che l'autore ha
    commesso degli errori di  memoria  e  delle  distrazioni;  perch  per
    esempio  s'  dimenticato  di dire chi fu il ladro che rub il ciuco a
    Sancio: infatti non vi  detto,  e solo dal contesto si  capisce,  che
    glielo  rubarono,  mentre  di  l  a  poco lo ritroviamo a cavallo sul
    medesimo asino,  senza che sia stato ritrovato.  Dicono anche  che  si
    dimentic  di metterci quel che Sancio abbia fatto di quei cento scudi
    che trov nella valigia nella Sierra Morena,  che non  li  nomina  mai
    pi;  e ci sono molti che son curiosi di sapere che cosa ne ha fatto o
    come li ha spesi,  perch  uno  dei  punti  sostanziali  che  mancano
    nell'opera.
    -  Io,  signor Sansone - disse Sancio - non mi sento di mettermi ora a
    far dei conti n dei racconti,  perch m'ha preso un tale struggimento
    di stomaco,  che se non mi rifaccio con due sorsi di quello vecchio va
    a finire che svengo. A casa ce l'ho; la mia donna m'aspetta,  e quando
    ho finito di mangiare torner in qua,  e contenter lei e tutti quelli
    che volessero sapere come fecero a rubarmi il ciuco e come ho fatto io
    a spendere i cento scudi.
    E senza aspettare risposta n aggiungere una  parola,  se  ne  and  a
    casa.
    Don  Chisciotte  preg  e  ripreg  il  baccelliere  di  restare a far
    penitenza con lui;  il baccelliere accett e  rest.  Furono  aggiunti
    all'ordinario  un  paio  di  piccioni;  a tavola si parl di argomenti
    cavallereschi, e Carrasco second l'umore del suo ospite; poi,  finito
    il desinare,  fecero il sonnellino della siesta,  e finalmente ritorn
    Sancio e ricominci la conversazione di prima.

    CAPITOLO 4.
    Dove Sancio Panza chiarisce  i  dubbi  e  risponde  alle  domande  del
    baccelliere  Sansone  Carrasco,  con  altri  avvenimenti degni d'esser
    saputi e raccontati.

    Sancio torn a casa di Don Chisciotte e,  riprendendo il  discorso  di
    prima, disse:
    -  A  quello  che  ha detto il signor Sansone,  che cio si desiderava
    sapere chi,  come e quando mi rub il ciuco,  rispondo che fu la notte
    stessa  che  per  sfuggire  alla  Santa Fratellanza,  dopo l'avventura
    sventurata dei galeotti e quella del morto che  portavano  a  Segovia,
    entrammo  nella  Sierra  Morena.  Io  e il mio padrone ci ficcammo nel
    fitto di un bosco,  e qui lui appoggiato alla sua lancia e io sopra il
    mio ciuco, pesti e frolli dalle zuffe sostenute, ci mettemmo a dormire
    come  se  si  fosse su quattro materassi di piuma.  Io specialmente mi
    addormentai d'un sonno cos profondo, che,  fosse chi fosse,  il ladro
    ebbe il tempo e l'agio di accostarsi e sospendermi su quattro pali con
    cui puntell i quattro lati del basto in modo che mi ci lasci sopra a
    cavallo,  e  mi  port  via,  di  sotto,  il  ciuco senza che io me ne
    accorgessi.
    - Pu succedere facilmente,  e non  caso nuovo.  Successe lo stesso a
    Sacripante,  quando  all'assedio  di  Albraca  quel  ladro  famoso  di
    Brunello con la medesima trovata gli port via il cavallo  di  tra  le
    gambe.
    - Si fece giorno - prosegu Sancio - e appena mi fui mosso un poco, mi
    mancarono  sotto  i  sostegni e battei un fenomenale picchio in terra.
    Cercai il ciuco,  e non lo vidi.  Mi vennero le lacrime agli occhi,  e
    recitai  una  tale  litania  di lamenti,  che se l'autore della nostra
    storia non ce l'ha messa,  pu far conto di non avervi messo nulla  di
    buono.  In  capo  a  non  so quanti giorni,  viaggiando insieme con la
    principessa Miccomiccona, riconobbi il mio asino. C'era sopra, vestito
    da gitano, quel Ginesio da Passamonte, quell'imbroglione e birbaccione
    matricolato,  che io e il mio padrone avevamo sciolto dalla catena dei
    galeotti.
    -  Non  sta l lo sbaglio - replic Sansone - ma in questo,  che prima
    che la bestia sia stata ritrovata,  l'autore dice che Sancio andava  a
    cavallo su quello stesso ciuco.
    -  A  questo  - disse Sancio - non so che rispondere,  se non che o lo
    storico si  ingannato,  o che forse  stato  uno  strafalcione  dello
    stampatore.
    -  Cos  dev'essere  senza dubbio - disse Sansone - ma dei cento scudi
    che ne  stato fatto?
    - Sono stati disfatti - rispose Sancio. - Li ho spesi per me,  per mia
    moglie  e  per  i  miei figlioli;  e sono stati quelli che hanno fatto
    sopportare in pace a mia moglie le gite e i viaggi  che  ho  fatto  al
    servizio  del signor Don Chisciotte.  Perch se dopo tanto tempo fossi
    tornato a casa senza ciuco e senza un soldo, sarei stato fresco!  E se
    di  pi se ne vuol sapere,  eccomi qui: sono pronto a rispondere al re
    in persona;  e nessuno ha diritto di mettersi a sofisticare se  li  ho
    portati  o  se  non  li ho portati,  se li ho spesi o non li ho spesi:
    perch se mi si dovessero pagare a quattrini le  legnate  che  m'hanno
    dato  in  quei  viaggi,  anche  a metterle solamente quattro maravedis
    l'una,  non basterebbero altri cento scudi  a  pagarmene  la  met;  e
    ciascuno  dal canto suo si ponga una mano sul petto,  e non si metta a
    chiamare bianco il nero e nero il bianco,  perch ciascuno  come  Dio
    lo fece, e molto volte anche peggio.
    -  Ci  penser  io  -  disse  Carrasco - ad avvisare l'autore che,  se
    facesse un'altra edizione, non si dimentichi di questo che ha detto il
    buon Sancio, poich la storia ci guadagner un tanto.
    - Ci sono altre correzioni da fare in quest'opera, signor baccelliere?
    - domand Don Chisciotte.
    - S,  ce ne devono essere,  ma nessuna dell'importanza di quelle  che
    s' detto finora.
    - E per un caso - disse Don Chisciotte - l'autore promette una seconda
    parte?
    - S, la promette - rispose Sansone - ma dice che non l'ha trovata, n
    sa chi l'ha,  e quindi non sappiamo se uscir o no. Per questa ragione
    e anche perch alcuni dicono: I sguiti non furono mai buoni, altri:
    Delle imprese di Don Chisciotte bastano  ormai  quelle  scritte,  si
    dubita che vi debba essere una seconda parte, sebbene la gente allegra
    che   non   soffre   d'umor   nero  dica:  Vengan  pure  delle  altre
    chisciottate;  vengano gli assalti di Don Chisciotte e i  discorsi  di
    Sancio  Panza,  e  sia  quel  che  vuol essere,  ch noi ne saremo ben
    contenti.
    - E l'autore che ne pensa? - disse Don Chisciotte.
    - Che ne pensa? - rispose Sansone. - Appena trover la storia,  che va
    cercando con straordinaria diligenza,  subito la far stampare,  mosso
    pi dall'interesse proveniente dallo stamparla, che da qualsiasi altra
    idea di lode.
    - Come?  - disse Sancio.  - Ai quattrini bada l'autore?  Sar un  caso
    allora se riesce,  perch dovr abborracciare,  abborracciare, come un
    sarto la vigilia di Pasqua;  e i lavori che si fanno in fretta e furia
    non  si  finiscono  mai  con  la perfezione che richiedono.  Stia bene
    attento questo signor moro, o chiunque sia,  a guardare a quel che fa,
    perch io e il mio padrone gli daremo tanto spago in fatto d'avventure
    e di avvenimenti diversi, da poter comporre non solo una seconda parte
    ma cento. Il brav'uomo deve credere senza dubbio che noi si stia qui a
    dormire  sugli  allori:  ci  metta  alla  prova,  e vedr di che siamo
    capaci.  Io le so dire che se il mio padrone volesse un  consiglio  da
    me,  a  quest'ora  noi  dovremmo  esser  di  gi per queste campagne a
    rintuzzare i soprusi e a raddirizzare i torti,  come  uso  e  costume
    dei buoni cavalieri erranti.
    Non  aveva  ancora  finito  Sancio di fare questi discorsi,  quando si
    sentirono i nitriti di Ronzinante,  i  quali  nitriti  Don  Chisciotte
    interpret  come  ottimo  augurio,  e  si  decise a fare di l a tre o
    quattro giorni un'altra sortita.  E manifestata la sua  intenzione  al
    baccelliere, gli chiese consiglio da che parte cominciare la sua nuova
    campagna, ed esso gli rispose che secondo il suo parere avrebbe dovuto
    scegliere  il  regno  d'Aragona e la citt di Saragozza,  dove di l a
    pochi giorni si dovevano fare delle solennissime giostre per la  festa
    di  San  Giorgio,  nelle  quali  poteva  guadagnare fama sopra tutti i
    cavalieri aragonesi,  che sarebbe stato come guadagnarla  sopra  tutti
    quelli   del   mondo.   Lo  lod  poi  per  la  sua  onorevolissima  e
    valorosissima determinazione,  e lo  avvert  che  andasse  pi  cauto
    nell'affrontare  i  pericoli,  perch  la sua vita non era sua,  ma di
    tutti quelli che avevano bisogno di  lui  perch  li  tutelasse  e  li
    soccorresse nelle loro sventure.
    - Questo  proprio quello che mi fa perdere i lumi,  signor Sansone! -
    esclam Sancio a questo punto - che il  mio  padrone  d  l'assalto  a
    cento  uomini  armati,  come  un ragazzo goloso a una mezza dozzina di
    poponcelli. Mondo cane,  signor baccelliere!  c' il momento in cui si
    deve  andare all'assalto e il momento in cui bisogna ritirarsi,  e non
    dev'essere sempre "Santiago e serra Spagna!" tanto pi che ho  sentito
    dire,  e  proprio al mio padrone,  se non ricordo male,  che tra i due
    estremi del vigliacco e  del  temerario  sta  il  giusto  termine  del
    coraggio.  Se  le cose dunque stanno cos,  non chiedo che fugga senza
    ragione,  ma che almeno non assalti quando  c'  tanta  differenza  di
    forze che lo sconsiglia. Ma soprattutto avverto il mio padrone che, se
    mi  vuole portar con s,  io ci vado ma a patto che le battaglie se le
    ha da sbrigare tutte da s,  e che io non devo  essere  obbligato  che
    alla  cura  della  sua  persona  per quel che riguarda la pulizia e le
    provviste,  e in questo lo servir come un principe.  Ma che io  debba
    por  mano  alla  spada,  sia pure contro dei villani cornuti armati di
    forche e di badili,  un pretendere l'impossibile. Io, signor Sansone,
    non miro ad acquistarmi fama di valoroso,  ma del migliore e pi leale
    scudiero che abbia mai servito cavaliere errante. Se poi il signor Don
    Chisciotte,  grato dei miei molti e buoni servigi, vorr darmi qualche
    isola delle tante che egli dice che s'hanno da  trovare  gi  di  qui,
    gliene sar molto riconoscente;  se poi non me la dar, uomo sono nato
    e l'uomo non deve vivere sulla fiducia dell'altro uomo,  ma su  quella
    di Dio.  Tanto pi che chi sa che non sia pi saporito il pane scarico
    che con la carica di governatore;  e poi che ne so io se per  caso  in
    questi  governi  il  diavolo  non m'ha teso qualche lacciolo per farmi
    inciampare e andare in terra a rompermi il muso?  Sancio son  nato,  e
    Sancio voglio morire. Per, se cos alla buona, senza darsi un gran da
    fare  e senza molto pericolo,  il cielo mi mandasse un'isola o qualche
    altra cosa simile,  non sono tanto  stupido  da  rifiutarla.  Si  dice
    infatti:  se  ti  danno  la  vaccherella,  corri  con la funicella e
    piglia il bene quando viene.
    -  Voi,  caro  Sancio  -  disse  Carrasco  -  avete  parlato  come  un
    professore;  ma  tuttavia confidate in Dio e nel signor Don Chisciotte
    che vi dar un regno nonch un'isola.
    - Nel pi c'entra il meno - rispose  Sancio  -  quantunque  al  signor
    Carrasco  gli  so  dire  che  se  il signor Don Chisciotte mi desse un
    regno, non lo butterebbe in un sacco rotto;  perch io mi sono tastato
    il polso e mi son sentito cos in gamba,  da poter governare e reggere
    isole e regni,  e questo gliel'ho  detto  delle  altre  volte  al  mio
    padrone.
    -  Badate,  Sancio  -  disse  Sansone  -  che gli onori fanno mutare i
    costumi,  e  potrebbe  darsi  che  una  volta  fatto  governatore  non
    riconosceste pi vostra madre.
    - Questo va detto a chi  nato nel mezzo della strada, ma non a quelli
    che  hanno  come  me  quattro  dita  di  sugna  di  cristiano  vecchio
    sull'anima. E poi guardate il mio carattere,  e ditemi se sapr essere
    ingrato con qualcuno.
    -  Dio  lo  voglia!  - disse Don Chisciotte.  - E' quello che vedremo,
    quando verr questo governo che del resto mi pare  d'avere  gi  sotto
    gli occhi.
    Detto  questo preg il baccelliere di fargli il favore,  se era poeta,
    di comporgli dei versi sul commiato che pensava di prendere dalla  sua
    signora Dulcinea del Toboso,  facendo venire al principio d'ogni verso
    una lettera del suo nome,  in modo che  da  ultimo  poi,  riunendo  le
    iniziali di ogni verso, si leggesse Dulcinea del Toboso.
    - Sebbene - rispose il baccelliere - io non sia tra i pi famosi poeti
    della Spagna,  che,  a quanto si dice,  non sono che tre e mezzo,  non
    mancher di soddisfarla,  signor Don Chisciotte e di  scrivere  questi
    versi.  Tuttavia  vedo  una  gran  difficolt nella loro composizione,
    perch le lettere che formano il nome di Dulcinea sono diciassette,  e
    quindi,   se  faccio  quattro  strofe  castigliane  di  quattro  versi
    ciascuna,  m'avanza una lettera,  se le faccio di cinque,  e  cio  di
    quelle  dette  decime o redondiglie,  me ne mancano tre.  Tuttavia
    cercher di rimpiattare in qualche modo una lettera in maniera da  far
    entrare   il   nome   di  Dulcinea  del  Toboso  in  quattro  quartine
    castigliane.
    - Bisogna che sia cos in tutti i modi - disse Don  Chisciotte  perch
    se  non c' dentro spiattellato chiaro il nome,  non ci sar donna che
    non creda che i versi sono stati fatti per lei.
    Rimasero dunque d'accordo su questo,  e fissarono la partenza per otto
    giorni  dopo.  Don  Chisciotte  raccomand  al  baccelliere di tenerla
    segreta, specialmente al curato e a mastro Nicola,  alla nipote e alla
    governante,  perch  non  impedissero  la  sua  onorevole  e  valorosa
    decisione.  Carrasco promise tutto,  e si conged  da  Don  Chisciotte
    raccomandandosi  di  avvisarlo  di  tutti  i  suoi  successi,  buoni e
    cattivi,  quando gliene capitasse l'occasione.  Cos si lasciarono,  e
    Sancio and a porre in ordine il necessario per la nuova campagna.

    CAPITOLO 5.
    Spiritoso  e divertente colloquio tra Sancio Panza e sua moglie Teresa
    Panza, e altri fatti degni di felice memoria.

    Il traduttore di questa storia  arrivando  a  scrivere  questo  quinto
    capitolo  dice  che lo ritiene apocrifo,  perch Sancio Panza vi parla
    con uno stile ben diverso da quello che ci si potrebbe aspettare dalla
    sua corta intelligenza,  e dice  cose  tanto  sottili  che  non  crede
    possibile che egli le potesse concepire.  Ma non volle ometterlo,  per
    fare interamente il suo dovere,  e quindi seguit a tradurre in questo
    modo:
    Sancio  arriv a casa cos allegro e contento che sua moglie s'accorse
    della sua allegria a un miglio di distanza;  tanto che non pot fare a
    meno di domandargli:
    - Che avete, caro Sancio, che siete cos allegro?
    -  Moglie  mia - rispose lui - se Dio lo volesse,  l'avrei caro di non
    essere cos contento come dimostro.
    - Non vi capisco - rispose lei - e non so che vogliate dire con questo
    aver caro, se Dio lo volesse,  di non essere contento;  perch sebbene
    un po' tonta, non so chi possa rallegrarsi di non essere allegro.
    -  Badate  -  rispose  Sancio - che sono allegro,  perch ho deciso di
    tornare a servire il mio padrone Don Chisciotte; il quale vuole uscire
    per la terza volta a cercare avventure; e io torno con lui perch cos
    vuole il bisogno,  congiunto con la buona e lieta speranza di  trovare
    altri cento scudi come quelli gi spesi, sebbene mi dispiaccia dovermi
    separare  da  te  e dai figlioli.  E se Dio volesse darmi tanto di che
    vivere qui a pi fermo in casa mia,  senza trascinarmi per crocicchi e
    rompicolli (tanto pi che a farlo gli costerebbe poco,  basterebbe che
    lo volesse) la mia allegria sarebbe pi fondata e pi duratura, perch
    quella d'ora  mescolata con la tristezza di doverti lasciare;  e  per
    questo  dissi  bene  che avrei avuto caro,  se Dio lo volesse,  di non
    esser contento.
    - Sancio - replic Teresa  -  dacch  vi  siete  fatto  compagno  d'un
    cavaliere errante, voi discorrete in una maniera cos astrusa, che non
    c' pi nessuno che v'intenda.
    -  Basta  che m'intenda Iddio,  Teresa - rispose Sancio - perch  Lui
    che intende tutte le cose,  e di questo  non  parliamone  pi.  Badate
    piuttosto  d'avere  molto riguardo all'asino in questi tre giorni,  in
    maniera che sia  in  grado  di  portare  le  armi.  Raddoppiategli  la
    razione,  date un'occhiata al basto e agli altri finimenti; perch non
    andiamo a nozze,  ma a girare il mondo a combattere con  giganti,  con
    draghi e con mostri,  e a sentire fischi,  ruggiti,  bramiti,  urli; e
    anche tutto questo sarebbe rose e fiori, purch non dovessimo aver che
    fare con yanguesi e con mori incantati.
    - Oh lo so bene - replic  Teresa  -  che  gli  scudieri  erranti  non
    mangiano  il pane a ufo,  e quindi io rimarr a pregare il Signore che
    vi tolga resto da un cos cattivo passo.
    - Credete,  Teresa - rispose Sancio - che se non pensassi  di  vedermi
    tra poco tempo governatore d'un'isola, cascherei qui morto sul colpo.
    -  Questo no,  Sancio - disse Teresa - a tutto c' riparo fuorch alla
    morte: voi badate a campare,  e vadano al diavolo  quanti  governi  ci
    sono  in  questo  mondo.  Senza governo siete uscito di corpo a vostra
    madre,  senza governo avete vissuto finora,  e senza governo andrete o
    vi  porteranno al camposanto,  quando piacer a Dio.  Ce n' tanti nel
    mondo che campano senza avere un governo,  e non per questo cessano di
    campare  e  d'essere  considerati  nel numero dei viventi.  La miglior
    salsa che esista  la fame,  e siccome questa ai poveri non manca mai,
    mangiano  sempre  di  gusto.  Ma badate,  Sancio,  caso mai diventaste
    davvero governatore di qualche cosa,  non vi dimenticate di me  e  dei
    vostri  figlioli.  Ricordatevi  che  Sancino  ha  ormai  quindici anni
    suonati,  ed  tempo che vada a scuola,  se lo zio  canonico  lo  deve
    tirar  su  prete.  Guardate anche che Mariasancia non sar male che si
    mariti,  perch mi par di vedere che abbia voglia di marito quanta  ne
    avete  voi d'un governo;  e,  dopo tutto,  meglio un maritaccio che un
    amorazzo.
    - Sul mio onore - disse Sancio - se Dio mi manda anche un  tantino  di
    governo,  voglio  accasare  Mariasancia cos splendidamente che non si
    possa pi rivolgerle la parola senza darle il titolo di signoria.
    - Questo no,  Sancio - rispose Teresa - maritatela con uno  della  sua
    condizione, che  il partito pi saggio. Perch se dagli zoccoli me la
    fate  passare  alle  scarpine,  e  da  una  sottana  di  fustagno a un
    bell'abito di velluto e seta, da una "Mariuccia" e da un "tu" a "donna
    tale" e "signoria",  la ragazza non ci si ritrover,  e a  ogni  passo
    dar  in  un inciampicone,  scoprendo l'ordito della sua tela grezza e
    ordinaria.
    - Sta' zitta,  scema  -  disse  Sancio  -  tutto  sta  che  ci  faccia
    l'abitudine  per  due  o  tre  anni;  poi la signoria e l'imponenza le
    verranno di suo. E se no, che importa?  Basta che sia Sua Signoria e
    poi sar quel che sar.
    - Sancio, msuratevi secondo la vostra condizione - rispose Teresa - e
    non  cercate  di  farvi  pi grande di quel che siete: ricordatevi del
    proverbio che dice: Simili con simili,  appaiati coi tuoi.  Eh,  s,
    sarebbe  proprio  un  bell'affare  dare  in  moglie  la nostra Maria a
    qualche conte o qualche cavaliere di quelli  grossi,  che  quando  gli
    saltasse il ticchio te la rimettesse a nuovo dandole della contadina o
    della  figlia  d'un  villano  cornuto e di madama pelapennecchio!  No,
    Sancio,  la mia figliola non l'ho  messa  al  mondo  per  questo:  voi
    pensate a portare i quattrini,  e quanto a maritarla,  lasciate fare a
    me. C' qui Lope Toccio, figliolo di Gianni Toccio,  un ragazzo bianco
    e rosso e sano come una lasca;  e poi sappiamo chi ,  e io so che non
    la  vede  male  la  nostra  ragazza.  Con  lui,  che    della  nostra
    condizione,  si  mariter  molto  bene;  noi l'avremo sempre sotto gli
    occhi, e saremo tutti una famiglia, babbi e figlioli,  nipoti e generi
    e vivremo in pace con la benedizione di Dio.  E non voglio che voi ora
    me l'abbiate ad accasare a corte e in quei grandi palazzi dove non  la
    possano capire, e lei non ci si ritrovi.
    -  Dammi  retta,  bestia,  e moglie di Barabba - replic Sancio perch
    senza una ragione al mondo  tu  vuoi  ora  impedirmi  di  maritare  la
    figliola con uno che mi faccia avere dei nipoti a cui dovranno dare di
    Sua Signoria?  Sta' attenta,  Teresa,  io ho sempre sentito dire dai
    miei vecchi che chi non sa acciuffare la fortuna  quando  cpita,  non
    deve  poi  lamentarsi  se gli scappa,  e sarebbe da pazzi se,  ora che
    picchia alla porta,  gliela serrassimo in faccia: lasciamoci  portare,
    ch abbiamo il vento in poppa.
    (Fu appunto per questo modo di parlare e per quello che pi sotto dice
    Sancio, che il traduttore di questa storia disse che riteneva apocrifo
    questo capitolo).
    - Non ti pare, dunque, animale - continu Sancio - che sar molto bene
    se  mi riuscir di acciuffare qualche governatorato che renda di molto
    e ci levi dalla miseria? Lasciami maritare la Mariuccia con chi voglio
    io, e vedrai che ti chiameranno tutti Donna Teresa Panza,  e in chiesa
    tu  starai  seduta sopra tappeti,  cuscini,  arazzi,  a dispetto delle
    signore del paese. Ah, no?! E allora rimanete quello che siete,  senza
    crescere n diminuire, come le figure nel muro. Ma non parliamone pi.
    Di' quello che vuoi, Sancina ha da essere contessa.
    - Ma ci pensate bene a quello che dite? - rispose Teresa. Perch io ho
    paura  che  questa  contea  della  mia figliola abbia da essere la sua
    rovina.   Voi  fate  quel  che  volete:  fatela  magari   duchessa   o
    principessa;  ma,  badate,  contro  la  mia  volont  e  senza  il mio
    consenso. Sono sempre stata amica della modestia, e non posso soffrire
    la gente che si d delle arie senza fondamento;  Teresa mi misero nome
    al battesimo,  scrio scrio, senza aggiunte n fronzoli, n ciondoli di
    "donni" e di "donne"; Cocci si chiamava mio padre,  e io,  perch sono
    vostra  moglie,  mi  chiamano  Teresa  Panza  (veramente  mi  dovevano
    chiamare Teresa Cocci, ma come vuol chi regge,  cos va la legge) e di
    questo nome mi contento,  senza che mi ci mettano sopra un "don",  che
    pesi tanto da non poterlo portare, e non voglio dar da ridire a quelli
    che mi vedrebbero andare vestita da contessa  o  da  governatora,  che
    subito direbbero: Guardala!  la brindellona, che arie che si d! Ieri
    si arrabattava a tirare il filo dalla conocchia,  e andava alla  messa
    mettendosi in capo una falda della sottana in cambio dello scialle,  e
    oggi va vestita di velluto,  coi fermagli e con una muffa,  come se la
    non si conoscesse. Se Dio mi fa la grazia di conservarmi i miei sette
    o i miei cinque sensi,  o quanti ne ho,  a questo punto ho idea di non
    ritrovarmici: voi,  caro Sancio,  andate pure a fare il governatore  o
    l'"isolo", e datevi l'aria che pi vi piace; io e la mia figliola, per
    l'anima  di  mia madre,  non vogliamo muoverci dal nostro paese: donna
    onorata, gamba spezzata e in casa; e ragazza onesta, lavorare  la sua
    festa.  Voi andatevene pure col vostro Don Chisciotte dietro le vostre
    avventure,  e lasciateci noialtre con le nostre sventure che Dio ce le
    rimedier,  se saremo buone.  E a lui poi io non so chi glielo ha dato
    il  "don"  perch  i  suoi,  n il babbo n il nonno,  non l'hanno mai
    avuto.
    - Io dico che tu debba avere  qualche  diavolo  in  corpo!  -  esclam
    Sancio. - Dio buono! Quante ne hai infilate, una dietro l'altra, senza
    capo n coda! Che ha a che vedere ora i cocci, i fermagli, i proverbi,
    il  darsi  delle  arie,  con quel che dico io?  Va' via,  mentecatta e
    ignorante! proprio cos ti posso chiamare,  sai,  perch non intendi i
    miei discorsi e tiri un calcio alla fortuna!  Se ti dicessi che la mia
    figliola dovesse buttarsi di sotto a una torre,  o che dovesse  andare
    raminga per il mondo, come volle andare la principessa Urraca, allora,
    s,  tu  avresti  ragione  di non esser d'accordo;  ma se in un batter
    d'occhio te le pianto sul groppone un "don" e un "Sua Signora", te la
    levo dalle zolle e te la metto sotto un baldacchino,  sopra una pedana
    e  su  un  divano  di  pi cuscini di velluto che non ne abbiano avuti
    tutti gli Almoadi del Marocco,  perch non  devi  essere  d'accordo  e
    volere anche tu quello che voglio io?
    - Lo sapete perch,  marito mio?  - rispose Teresa. - Per il proverbio
    che dice: chi ti copre,  ti fa scoprire.  Al povero tutti gli  danno
    un'occhiata di sfuggita,  ma sul ricco ci fermano lo sguardo;  e se un
    ricco un tempo  stato povero,  allora cominciano le mormorazioni e la
    maldicenza  ostinata,  perch di maldicenti gi di qui ce n' a monti,
    come sciami d'api.
    - Sta' attenta,  Teresa - rispose Sancio - e ascolta un po'  quel  che
    voglio dirti,  ch forse non lo avrai mai sentito dire in vita tua.  E
    io ora non parlo di mio,  perch tutto quello che  dir  sono  idee  e
    parole  del  padre predicatore che la passata quaresima predic qui da
    noi; il quale,  se ben mi ricordo,  disse che tutte le cose che cadono
    sotto i nostri occhi si presentano,  restano e si fissano nella nostra
    memoria molto meglio e con pi forza delle cose passate.
    Tutti questi discorsi che ora va facendo  Sancio,  sono  anch'essi  di
    quelli  che  hanno  fatto  dire  al  traduttore  che  questo  capitolo
    dev'essere apocrifo,  perch superano le possibilit intellettuali  di
    Sancio. Il quale continu dicendo:
    -  Da questo deriva che quando vediamo qualche persona ben messa,  con
    dei bei vestiti e con gran sguito di servitori,  ci  sembra  che  per
    forza le si debba portar rispetto, anche se la memoria in quel momento
    ci  fa  ricordare  di aver visto quella stessa persona in basso stato;
    perch quella bassezza,  o che fosse per miseria o per nascita,  ora 
    passata  e non esiste pi,  e solo esiste quel che si vede nel momento
    presente.  E se quella persona,  che la fortuna tolse dalla spazzatura
    della  sua  bassezza  (il predicatore disse proprio cos) per portarla
    alle vette della prosperit,  sar educata,  liberale  e  cortese  con
    tutti, e non s'imbrancher fra i nobili e i ricchi d'antica data, sta'
    pur sicura, Teresa, che non ci sar pi nessuno che si ricordi di quel
    che    stato,  ma  tutti  s'inchineranno  a quello che ,  tranne gli
    invidiosi, dai quali nessuna buona fortuna pu tenersi al sicuro.
    - Io non v'intendo, Sancio - replic Teresa - fate quel che vi pare, e
    non mi rompete pi il capo con i vostri discorsoni; e se siete proprio
    "rivoluto" a fare quel che dite...
    - Risoluto tu vuoi dire, Teresa, e non "rivoluto".
    - Non vi mettete ora a fare delle discussioni con me:  io  parlo  come
    Dio  vuole,  e  non  mi  curo  d'altro.  Ma  se seguitate nell'idea di
    diventare governatore, portate con voi il vostro figliolo Sancio,  per
    insegnargli fin d'ora a fare il governatore, perch  bene che i figli
    ereditino e imparino i mestieri dei babbi.
    - Quando sar al governo - disse Sancio - lo far venire col corriere,
    e ti mander dei denari,  che non mi mancheranno, perch non manca mai
    chi li presti ai governatori,  quando non ne hanno.  Tu poi vestilo in
    modo che si veda quello che deve diventare e non quello che .
    -  Voi mandatemi il denaro - disse Teresa - e io ve lo vestir come un
    signorino.
    - Dunque,  restiamo d'accordo - disse  Sancio  -  la  nostra  figliola
    dev'essere contessa.
    -  Il  giorno  che  la vedr contessa - rispose Teresa - far conto di
    sotterrarla,  ma torno a dirvi: fate quel  che  vi  piace.  Noi  donne
    purtroppo  si  nasce con quest'obbligo d'obbedire ai mariti,  anche se
    sono degli zucconi.
    E a questo punto cominci a piangere cos sul serio,  come se  gi  la
    sua Sancina fosse morta e sotterrata. Sancio la consol dicendole che,
    pur  volendo  farla  contessa,  l'avrebbe  fatta  pi  tardi che fosse
    possibile.  Cos  termin  il  colloquio,  e  Sancio  ritorn  da  Don
    Chisciotte per preparare la partenza.

    CAPITOLO 6.
    Ci che successe a Don Chisciotte con la nipote e la governante; che 
    uno dei pi importanti capitoli di tutta la storia.

    Mentre  Sancio Panza e sua moglie Teresa Cocci avevano fra loro questo
    vivace colloquio,  la nipote e la governante  di  Don  Chisciotte  non
    stavano  in  ozio;  perch da mille indizi s'erano accorte che il loro
    zio e padrone si preparava a filare per la terza volta e a  riprendere
    l'esercizio  della sua a parer loro dannata cavalleria.  Cercavano con
    tutti i mezzi possibili di distoglierlo da un cos cattivo pensiero ma
    era come predicare al deserto  o  pestare  l'acqua  nel  mortaio.  Tra
    l'altro la governante gli disse:
    - Signor padrone, se lei non si mette un po' quieto in casa sua, e non
    cessa  di  andar per monti e per valli come un'anima in pena a cercare
    quelle  che  dicono  che  si  chiamano  avventure,  e  che  io  chiamo
    disgrazie,  andr  a lagnarmene ad alta voce a Dio e al re,  perch ci
    ponga rimedio.
    - Quello che Dio risponder alle tue lagnanze - disse Don Chisciotte -
    io non lo so, e nemmeno quello che risponder Sua Maest.  Ma se fossi
    il  re,  mi  rifiuterei  di  rispondere  a  tutta  quella  infinit di
    memoriali impertinenti che tutti i giorni gli presentano,  perch  una
    delle maggiori fatiche dei re,  fra le altre molte,   quella d'essere
    obbligati a dare ascolto a tutti e a rispondere a tutti,  e quindi non
    vorrei che egli dovesse avere molestie per affari miei.
    -  Ci  dica un po' dunque - riprese la governante - a corte presso Sua
    Maest non ci sono cavalieri?
    - S - rispose Don Chisciotte - e molti;  ed  logico che ci siano per
    ornamento  della  grandezza  dei  principi,  e per dimostrazione della
    maest del re.
    - E perch dunque lei non potrebbe essere uno di quei cavalieri,  che,
    senza  tanto  andare  di qua e di l,  servono il loro re standosene a
    corte?
    - Cara mia - rispose Don Chisciotte - non tutti  i  cavalieri  possono
    essere addetti alla corte, e tutti i cortigiani non possono n debbono
    essere  cavalieri  erranti.  Nel  mondo  ce  ne dev'essere di tutte le
    specie;  e sebbene si sia tutti cavalieri,  tra gli uni e gli altri ci
    corre molta differenza; perch quelli addetti alla corte, senza uscire
    dalle loro camere n dalle soglie della corte,  viaggiano per il mondo
    intero guardando una carta geografica, senza spendere un soldo,  senza
    patir  n  caldo  n  freddo,  n fame n sete;  ma noi veri cavalieri
    erranti,  al sole,  al freddo,  al vento,  a tutte le  inclemenze  del
    cielo,  di giorno e di notte,  a piedi e a cavallo, misuriamo tutta la
    terra coi nostri propri piedi;  e i  nemici  li  conosciamo  non  solo
    dipinti,  ma in carne ed ossa;  e in ogni pericolo e in ogni occasione
    diamo loro addosso senza badare a tante bambinate e  alle  regole  dei
    duelli: cio se quello ha,  o no,  pi corta la lancia o la spada,  se
    porta indosso reliquie  o  qualche  ciurmeria  nascosta,  se  si  deve
    partire e affettare il sole o no, con altre cerimonie di questo genere
    che si usano nelle singolari tenzoni tra persona e persona, che tu non
    conosci  e  io  s.  E  poi devi sapere che il buon cavaliere errante,
    anche se vede dieci giganti,  che con la testa  non  solo  toccano  ma
    oltrepassano  le  nuvole,  e  con  due  enormi torri per gambe,  e per
    braccia degli alberi da  bastimento  colossali,  e  degli  occhi  come
    macine  da  mulino  pi infuocati che una fornace di vetreria,  non si
    deve spaventare in nessun modo;  ma anzi con  nobile  contegno  e  con
    intrepido  coraggio  deve  assalirli,  e,  se  possibile,  vincerli e
    sbaragliarli in un momento,  anche se fossero difesi da piastre  fatte
    con  la conchiglia di certi pesci,  che dicono pi dure che se fossero
    di diamante,  e anche se  invece  di  sciabole  comuni  avessero  lame
    affilate  di  acciaio di Damasco,  o mazze ferrate con punte parimenti
    d'acciaio,  come io le ho viste pi d'una volta.  Tutto questo te l'ho
    detto,  cara mia, perch tu veda la differenza che c' da un cavaliere
    all'altro;  e non ci dovrebbe esser principe che non stimasse  di  pi
    questa  seconda,  o  per dir meglio,  questa prima specie di cavalieri
    erranti,  fra i quali,  come leggiamo nelle loro storie,  alcuni  sono
    stati la salvezza non solo di uno, ma di molti regni.
    -  Ah,  signor  zio!  -  disse a questo punto la nipote - ma pensi che
    tutto questo che lei dice dei cavalieri erranti  una pura  favola,  e
    tutte  le  loro  storie,  anche  se  ormai  non si volessero bruciare,
    dovrebbero portare un "sambenito" (1) o qualche altro segno, da cui si
    conoscesse che  roba infame che corrompe i buoni costumi.
    - Per Iddio beatissimo! - esclam Don Chisciotte.  Se tu non fossi mia
    nipote carnale, figlia proprio d'una mia sorella, per la bestemmia che
    hai  detto ti castigherei in modo da farne parlare tutto il mondo.  Ma
    come!?  E' mai possibile che una mocciosa che sa appena fare un po' di
    trina  si attenti a metter bocca e a censurare le storie dei cavalieri
    erranti?  Che direbbe il signor  Amadigi,  se  udisse  una  tal  cosa?
    Tuttavia  ti  avrebbe  perdonato  di  certo,  perch fu il pi umile e
    cortese cavaliere dei suoi tempi,  e  inoltre  gran  protettore  delle
    fanciulle;  ma  ti potrebbe anche avere udito qualcuno che te l'avesse
    fatta pagare cara,  perch non tutti  sono  cortesi  e  bene  educati;
    alcuni  anzi  sono  grossolani  e  prepotenti.  N tutti quelli che si
    chiamano cavalieri lo sono in tutto e per  tutto;  perch  alcuni  son
    d'oro,  altri di princisbecco,  e tutti paiono cavalieri, ma non tutti
    resistono al contatto con la pietra di paragone della verit.  Vi sono
    degli individui di bassa condizione, che crepano dalla voglia di parer
    cavalieri:  e  cavalieri di gran condizione che si struggono di parere
    gente bassa: quelli si inalzano o con  l'ambizione  o  con  la  virt:
    questi  si  abbassano  o  con la mollezza o col vizio: ed  necessario
    avere un fino accorgimento  per  distinguere  queste  due  maniere  di
    cavalieri, tanto simili di nome e tanto diversi nei fatti.
    -  Benedetto  Iddio!  -  disse la nipote.  - Che lei debba saper tante
    belle cose,  da poter al  bisogno  salire  in  pulpito  e  mettersi  a
    predicare  per  le strade,  e poi con tutto questo debba cadere in una
    cos grande cecit e in una cos evidente balordaggine,  da  figurarsi
    un  guerriero  vigoroso  mentre  vecchio,  d'essere in forze mentre 
    malato, di poter raddrizzare i torti mentre  ingobbito dagli anni,  e
    soprattutto  d'esser  cavaliere  senza esserlo?  Perch i gentiluomini
    possono essere cavalieri, s, ma non quando sono poveri.
    - Hai molta ragione in tutto quello che dici,  nipote mia rispose  Don
    Chisciotte  -  e  su questo argomento del lignaggio ti potrei dir cose
    che ti riempirebbero di meraviglia; ma per non mescolare il divino con
    l'umano,  non le dico.  Statemi dunque a sentire,  mie care.  Tutti  i
    lignaggi  che  esistono  nel  mondo si possono ridurre a quattro,  che
    sono: primo, quelli che ebbero umili princpi e si andarono estendendo
    e accrescendo fino ad arrivare alla massima grandezza; secondo, quelli
    che  ebbero  grandi  princpi  e  li  conservarono,  li  conservano  e
    mantengono nello stato originario;  terzo, quelli che sebbene avessero
    avuto princpi grandi,  andarono a finire in punta come una  piramide,
    perch   appunto   diminuirono  e  assottigliarono  la  loro  iniziale
    grandezza fino a terminare in nulla,  com' la punta  della  piramide,
    che rispetto alla sua base  lo stesso che nulla;  quarto,  quelli,  e
    sono i pi,  che non ebbero n principio illustre n buon svolgimento,
    e quindi avranno una fine oscura, come i lignaggi della gente comune e
    plebea.  Dei  primi,  cio  di  quelli  che  ebbero  principio umile e
    salirono alla grandezza che ora conservano,  si ha  un  esempio  nella
    dinastia  ottomana,  che,  da  un  umile  e rozzo pastore che le dette
    origine,   ora,  come vediamo,  al colmo della potenza.  Del  secondo
    genere di lignaggi,  che ebbero principio grande e lo conservano senza
    aumentarlo,  possono essere esempio molti  prncipi  che  per  eredit
    ottennero  il potere,  e lo conservano senza aumentarlo n diminuirlo,
    contenendosi pacificamente nei confini dei loro Stati.  Di quelli  che
    cominciarono  grandi  e  finirono  nel  nulla,  ce  ne  sono  migliaia
    d'esempi;  perch tutti i Faraoni e i Tolomei in Egitto,  i  Cesari  a
    Roma,  con  tutta la caterva,  se si pu dir cos,  degli innumerevoli
    prncipi, monarchi, signori medi, assiri,  persiani,  greci e barbari,
    tutti  insomma  questi  lignaggi  e dinastie sono finiti in punta e in
    nulla,  tanto essi stessi come  quelli  che  dettero  loro  principio,
    perch non  possibile trovare ora nessuno dei loro discendenti,  e se
    li trovassimo,  li troveremmo in basso e umile  stato.  Del  lignaggio
    plebeo  non  ho  altro da dire se non che serve solo per accrescere il
    numero dei viventi,  e le sue grandezze non meritano  altra  fama,  n
    altro  elogio  che questo.  Da tutto quello che ho detto,  care le mie
    donnine,  dovete capire che grande  la confusione tra i  lignaggi,  e
    che  appaiono grandi e illustri soltanto quelli che mostrano d'esserlo
    nella virt,  nella ricchezza e nella liberalit dei loro  membri.  Ho
    detto  virt,  ricchezza  e  liberalit,  perch  il  grande  che sar
    vizioso,  sar un gran vizioso,  e  il  ricco  non  liberale  sar  un
    meschino  avaro,  la  felicit  infatti  non consiste nel possedere la
    ricchezza,  ma nello spenderla,  e non gi nello spenderla in un  modo
    qualunque,  ma  nel  saperla  spender bene.  Al cavaliere povero,  per
    dimostrare che  cavaliere,  non resta altra strada che  quella  della
    virt. Egli deve esser affabile, educato, cortese, servizievole, punto
    superbo,  punto arrogante,  non maldicente e soprattutto caritatevole,
    perch con due spiccioli che con animo allegro egli regali al  povero,
    si  mostrer  tanto  liberale,  come quello che fa elemosina a suon di
    campana.  E non ci sar  nessuno  che  vedendolo  ornato  delle  virt
    predette, anche se non lo conosce, non debba giudicarlo e ritenerlo di
    nobile casta; e se fosse diversamente, sarebbe una cosa strana, perch
    sempre la lode fu premio della virt,  e mai i virtuosi mancheranno di
    lodi. Due vie ci sono,  figliole,  per cui gli uomini possono arrivare
    ad  essere ricchi e onorati,  e una  quella delle lettere,  l'altra 
    quella delle armi. Io sono pi esperto nelle armi che nelle lettere, e
    sono nato, vista la mia inclinazione alle armi,  sotto l'influenza del
    pianeta  di Marte,  di modo che quasi m' forza seguire la sua via,  e
    per essa debbo andare a dispetto di tutto il mondo; e sar vano cercar
    di persuadermi a non volere ci che gli  astri  vogliono,  la  fortuna
    ordina,  la  ragione  domanda,  e soprattutto la mia volont desidera.
    Perch,  pur conoscendo,  come conosco,  gli innumerevoli travagli che
    sono  annessi  alla  vita  del  cavaliere  errante,  conosco anche gli
    innumerevoli beni che vi si ottengono. Il sentiero della virt  molto
    stretto e la strada del vizio comoda e spaziosa;  ma i termini  a  cui
    fanno capo sono ben differenti,  perch la strada ampia e spaziosa del
    vizio va a finire nella morte,  e il sentiero angusto e faticoso della
    virt  mette nella vita,  e non in una vita che ha fine,  ma in quella
    che non avr mai fine;  perch,  come  dice  il  nostro  grande  poeta
    castigliano (2),

    Per quest'aspri sentier qual s'incammina
    della vita immortal perviene al soglio,
    ove non giunge chi d'essi dechina.

    - Ah, disgraziata me! - esclam la nipote. - Ora lo zio  anche poeta.
    Egli  sa tutto,  egli sa fare tutto.  Scommetto che se volesse fare il
    muratore,  saprebbe costruire una casa con la  stessa  facilit  d'una
    gabbia.
    -  Nipote  mia - rispose Don Chisciotte - sta' pur certa che se questi
    pensieri  cavallereschi  non  mi  tenessero  impegnata  tutta   quanta
    l'anima, non vi sarebbe cosa che non sapessi fare, e uscirebbero dalle
    mie mani curiosi gingilli, specialmente gabbie e stuzzicadenti.
    In questo mentre bussarono alla porta, e avendo le donne domandato chi
    era,  Sancio  Panza  rispose  che era lui.  Appena l'ebbe sentito,  la
    governante corse a nascondersi per  non  vederlo,  da  quanto  non  lo
    poteva soffrire. La nipote gli apr, e Don Chisciotte and a riceverlo
    a  braccia  aperte: poi tutti e due si serrarono nella sua camera dove
    ebbero un altro colloquio, per nulla inferiore al precedente.

    NOTA 1: Abito infamante che l'Inquisizione faceva portare a chi  aveva
    subto le sue condanne.
    NOTA 2: Garcilaso de la Vega (1503-36).


    CAPITOLO 7.
    Quel  che  si  dissero  Don  Chisciotte  e  il  suo scudiero,  e altri
    famosissimi avvenimenti.

    Appena la governante vide che il suo padrone si chiudeva in camera con
    Sancio Panza, s'immagin di che si trattava;  e,  pensando che da quel
    consiglio doveva uscire la deliberazione della terza sortita, prese la
    mantiglia,  e  in  preda  a  una  angoscia  penosa  and  a cercare il
    baccelliere Sansone Carrasco,  perch le parve  che,  essendo  un  bel
    parlatore   e  amico  di  fresco  del  suo  padrone,   avrebbe  potuto
    persuaderlo ad abbandonare un proposito cos insensato.  Lo trov  che
    passeggiava su e gi per il cortile di casa sua,  e appena lo vide, si
    lasci cadere ai suoi piedi, ansante e desolata.
    - Che affare  questo,  signora governante?  - esclam Carrasco quando
    la vide cos disperata e tutta sossopra. - Che le  successo, che pare
    che le vogliano strappare l'anima di corpo?
    - Nient'altro che questo,  signor Sansone mio,  che il padrone va via,
    creda, va via.
    - Va via?! E di dove va via, signora?  - domand Sansone.  - S'e rotto
    forse in qualche punto?
    - Va via di cervello!  Voglio dire,  mio caro signor baccelliere,  che
    vuol andare via un'altra volta,  e sar la terza,  a  cercare  per  il
    mondo  quelle che egli chiama venture,  e che io non so capire come le
    possa chiamare cos.  La prima  volta  ce  lo  riportarono  disteso  a
    traverso su un ciuco e tutto pesto dalle legnate;  la seconda torn su
    un carro da buoi,  chiuso in una gabbia,  dove credeva di trovarsi per
    un incantesimo;  ed era cos avvilito, che non lo avrebbe riconosciuto
    la mamma che lo partor: secco,  giallo,  con gli occhi  infossati  in
    fondo  in fondo alle occhiaie,  che per tirarlo su un po' ho consumato
    pi di seicento uova, come lo sa Iddio e tutti quanti e le mie galline
    che non mi faranno bugiarda.
    - Oh, lo credo, lo credo! - rispose il baccelliere.  - Son cos buone,
    cos grasse e cos bene educate le sue galline,  che non direbbero una
    cosa  per  un'altra  a  costo  di  schiantare.   Ma  dunque,   signora
    governante,  non  c'  proprio  altro?  Non   successo altro male che
    questa temuta fuga del signor Don Chisciotte?
    - No, signore; non  successo altro - rispose lei.
    - Allora,  non stia in pensiero per questo - rispose il baccelliere  -
    ma  torni  a  casa tranquilla,  mi prepari qualcosina di caldo per far
    colazione,  e via facendo reciti l'orazione di Santa Apollonia,  se la
    sa; ch ora io verr laggi, e le far vedere meraviglie.
    -  Oh  povera  me!  -  replic  la  governante  -  l'orazione di Santa
    Apollonia devo recitare? Sarebbe buona se il mio padrone avesse il mal
    di denti, ma se ha male al cervello!
    - Io so quel che dico, signora governante; vada pure, e non si metta a
    discutere con me,  perch lei sa  bene  che  io  sono  baccelliere  di
    Salamanca e pi in l c' il muro - rispose Carrasco.
    La governante se ne and, e il baccelliere si rec subito a cercare il
    curato per discorrere con lui di quel che si dir a suo tempo.
    Mentre  Don Chisciotte e Sancio stettero serrati in camera,  si svolse
    fra loro un dialogo che  la  storia  riporta  con  molta  esattezza  e
    scrupolosa fedelt. Disse Sancio al suo padrone:
    - Signor padrone,  mia moglie l'ho bell'e "incotta" a lasciarmi venire
    via con lei dove mi vorr portare.
    - Indotta, vuoi dire, Sancio, e non "incotta".
    - Gliel'ho gi detto un altro paio di volte,  se ben mi ricordo  disse
    Sancio - che mi faccia il piacere di non correggermi le parole, quando
    capisce  quel  che voglio dire.  E quando non capisce,  dica: Sancio
    oppure: Diavolo,  non ti  capisco.  E  se  io  non  riesco  a  farmi
    intendere, allora s mi corregga, perch io sono molto "fcile".
    -  Non ti capisco Sancio - disse subito Don Chisciotte - poich non so
    quel che vuol dire son molto "fcile".
    - Molto fcile vuol dire che son molto... cos.
    - Ora t'intendo meno che mai - replic Don Chisciotte.
    - Se non riesce a capirmi - rispose Sancio - non so come dirlo; non so
    altro, e Dio m'assista.
    - Ah!  ora ho capito - replic Don Chisciotte - tu vuoi dire  che  sei
    molto docile, remissivo, arrendevole, e che tu accetterai quello ch'io
    ti dir e farai ci che t'insegner.
    -  Scommetterei  -  disse  Sancio  -  che fin da principio lei la m'ha
    capito benissimo, vede; ma l'ha fatto apposta per imbrogliarmi e farmi
    dire altri duecento sfarfallotti.
    - Pu anche essere - replic Don Chisciotte - ma in sostanza che  dice
    dunque Teresa?
    - La Teresa dice che m'intenda bene con Vossignoria; che carta canta e
    villan  dorme,  perch patti chiari amici cari,  e costa pi un piglia
    che due ti dar. Io poi aggiungo che consiglio di donna poco vale,  ma
    chi non lo segue fa male.
    - Lo dico anch'io - rispose Don Chisciotte.  Dite,  dite, caro Sancio,
    andate pure avanti; ch oggi parlate a meraviglia.
    - Il fatto  - replic Sancio - che come lei sa benissimo,  noi  siamo
    tutti soggetti alla morte,  e che oggi ci siamo,  domattina no; e, per
    morire, agnello o montone, tutte le ore son buone; e nessuno in questo
    mondo pu ripromettersi pi ore di vita di quelle che Dio vuol dargli,
    perch la morte  sorda,  e quando arriva a bussare alla  porta  della
    nostra  vita,  ha  sempre  furia,  e  non  valgono  a  trattenerla  n
    preghiere,  n forze,  n scettri,  n mitrie,  come    voce  e  fama
    pubblica e come sempre ci dicono da tutti i pulpiti.  - Tutto questo 
    vero - disse Don Chisciotte- ma non so dove tu voglia andare a finire.
    - Vado a finire - disse Sancio - che lei mi deve fare  il  piacere  di
    stabilirmi  un  salario  fisso;  un  tanto al mese per il tempo che la
    servir;  e di farmi pagare questo salario con le sue rendite:  perch
    non  voglio  stare  a  delle  paghe  che arrivano tardi o male,  o non
    arrivano mai;  col mio mi aiuti Iddio.  In una parola io voglio sapere
    quel che guadagno,  poco o molto che sia;  la gallina cova anche su un
    uovo solo,  e molti pochi fanno un assai,  e fintanto che si  guadagna
    qualcosa, non si perde nulla. E' vero che se succedesse (ma questo non
    lo  credo n lo spero) che lei mi desse l'isola che m'ha promesso,  io
    allora non sarei tanto ingrato,  n spingerei le cose a tal  segno  da
    non volere che si computasse l'ammontare della rendita dell'isola e si
    levasse dal mio salario, facendo il "sorteggio" mese per mese.
    - Eh, caro Sancio - rispose Don Chisciotte - alle volte, s,  proprio
    meglio un sorteggio che un conteggio.
    -  Ho  capito - disse Sancio - scommetterei che dovevo dir conteggio e
    non sorteggio; ma non importa nulla, dal momento che lei mi ha capito.
    - E tanto capito - replic Don Chisciotte - che sono penetrato fino in
    fondo al  tuo  pensiero,  e  conosco  il  segno  a  cui  miri  con  le
    innumerevoli frecce dei tuoi proverbi.  Senti,  Sancio, io sarei anche
    disposto a stabilirtelo un salario,  se  avessi  trovato  in  qualcuna
    delle  storie  dei cavalieri erranti un esempio che mi dimostrasse,  o
    anche mi facesse intravedere  attraverso  il  pi  piccolo  spiraglio,
    quanto erano soliti guadagnare gli scudieri al mese o all'anno;  ma io
    ho letto tutte o la maggior parte almeno  delle  loro  storie,  e  non
    ricordo  di aver mai letto che un cavaliere errante abbia stabilito un
    salario fisso al suo scudiero.  So soltanto che  tutti  servivano  per
    avere  un  compenso;  e  che quando meno se l'aspettavano,  se ai loro
    signori era andata bene,  si trovavano compensati con un'isola  o  con
    altra  cosa  equivalente,  e  nel  peggiore dei casi s'acquistavano un
    titolo nobiliare.  Se con queste speranze e  questi  emolumenti,  caro
    Sancio,  vi piace dunque di tornare a servirmi,  benvenuto;  ma che io
    voglia uscire  dai  termini  e  confini  delle  antiche  usanze  della
    cavalleria  errante,  caro  Sancio,  non  ci  pensate nemmeno.  Quindi
    tornate a casa vostra,  e riferite  a  vostra  moglie  Teresa  le  mie
    intenzioni,  e se piace a lei e piace a voi di stare cos alla ventura
    con me, "bene quidem", se no,  amici come prima;  ch se in piccionaia
    non  manca  l'orzo,  non  mancheranno piccioni,  e ricordatevi che chi
    lascia il poco per aver l'assai,  si ritrova sovente in mezzo ai guai,
    e chi troppo vuole,  nulla stringe. Parlo in questo modo, caro Sancio,
    per farvi vedere che anch'io,  come voi,  so far  piovere  proverbi  a
    dirotto;  e in conclusione vi voglio dire e vi dico che, se non volete
    venire con me a queste condizioni e correre la sorte che  correr  io,
    Dio  stia  con voi e vi santifichi,  ch a me non mancheranno scudieri
    pi obbedienti,  pi zelanti e non tanto  impacciosi  e  chiacchieroni
    come voi.
    Quando  Sancio  sent  la  ferma  risoluzione del suo padrone,  gli si
    rannuvol il cielo,  e gli caddero gi le ali dal cuore,  perch aveva
    creduto  che  il  suo  padrone non sarebbe andato via senza di lui per
    tutto l'oro del mondo;  e mentre se ne stava cos incerto  e  pensoso,
    entr  Sansone  Carrasco con la governante e la nipote,  desiderose di
    sentire con quali ragioni egli avrebbe persuaso il loro padrone a  non
    tornare a cercare avventure. Quel burlone di Sansone si fece avanti, e
    abbracciandolo come la prima volta e alzando la voce:
    - O fiore della cavalleria errante - esclam. - O splendida luce delle
    armi!   O   onore   e   specchio   della  nazione  spagnola!   Piaccia
    all'onnipotente Iddio,  come in atti meglio generalizzato,  (1) che la
    persona o le persone che vorrebbero impedire e frapporre ostacoli alla
    tua  terza  uscita,  senza  uscita  rimangano  nel  labirinto dei loro
    desidri,  e non vedano mai pi compiersi ci  che  esse  maggiormente
    desideravano.  -  E  volgendosi alla governante le disse: - La signora
    governante smetta pure di  recitare  l'orazione  di  Santa  Apollonia,
    poich  io  so che  precisa determinazione delle sfere celesti che il
    signor Don Chisciotte torni a mandare ad effetto i suoi alti  e  nuovi
    progetti;  e  io  m'aggraverei  molto  l'anima,  se  non persuadessi e
    intimassi a questo cavaliere di non tener pi ritirata e inoperosa  la
    forza  del  suo  braccio  valoroso e la bont del suo intrepido animo,
    perch col suo ritardo defrauda il diritto dei  torti,  la  protezione
    degli  orfani,  l'onore  delle donzelle,  l'appoggio delle vedove,  il
    sostegno delle maritate,  e altre cose di questo genere  che  toccano,
    appartengono  e  sono  annesse  e connesse all'ordine della cavalleria
    errante.  Su,  signor Don Chisciotte,  da bravo,  piuttosto  oggi  che
    domani,  si  ponga  Vostra Grazia e Vostra Grandezza in cammino;  e se
    qualche cosa le mancasse per l'esecuzione dei suoi progetti,  son  qua
    io per supplirvi di persona e di borsa,  e se fosse necessario servire
    Vostra Magnificenza da scudiero, la riterrei come una gran fortuna.
    Qui Don Chisciotte, voltandosi a Sancio:
    - Non te lo dicevo,  Sancio - esclam - che scudieri  ne  avrei  avuti
    d'avanzo?  Guarda  chi  si  offre di farmi da scudiero: nientemeno che
    l'illustrissimo  baccelliere   signor   Sansone   Carrasco,   continuo
    divertimento e delizia dei cortili delle scuole di Salamanca,  sano di
    corpo, agile di membra,  parco di parole,  pronto a sopportare caldo e
    freddo,  fame e sete,  con tutte quelle doti insomma che si richiedono
    per essere scudiero d'un cavaliere errante.  Ma non  voglia  il  cielo
    che, per compiacere i miei gusti, io rovesci e spezzi la colonna delle
    lettere e il vaso delle scienze, e tronchi la eccelsa palma delle arti
    liberali:  rimanga il nuovo Sansone nella sua patria,  e,  onorando la
    patria,  onori insieme la canizie dei suoi vecchi genitori;  ch io mi
    contenter  di  uno scudiero qualunque,  dal momento che Sancio non si
    degna pi di venire con me.
    - S,  s,  vengo!  - esclam Sancio commosso e con gli occhi pieni di
    lacrime,  e prosegu: - Non si deve dire di me,  signor padrone, avuta
    la grazia gabbato lo santo;  no,  io sono d'una razza che non  conosce
    l'ingratitudine,  tutto  il  mondo lo sa,  e lo sa specialmente il mio
    paese chi sono stati i Panza da cui discendo;  tanto pi  che  conosco
    benissimo  da  molti  benefici,  e  pi ancora dalle buone parole,  il
    desiderio che lei ha  di  farmi  del  bene.  E  se  mi  sono  messo  a
    stiracchiare  sul  salario,    stato per dar retta a mia moglie,  che
    quando piglia l'aire a sostenere una cosa, non c' mazzuolo che picchi
    e ripicchi sui cerchi d'una botte,  quanto  picchia  e  ripicchia  lei
    perch si faccia quel che vuole, ma in sostanza l'uomo dev'essere uomo
    e la donna,  donna; e siccome io sono uomo dappertutto, e sfido a dire
    di no, voglio esserlo anche in casa mia,  a dispetto di chi non vuole.
    Quindi  non  c'  da far altro,  se non che lei metta in ordine il suo
    testamento col suo  bravo  codicillo,  in  modo  che  non  si  possano
    "impegnare",  e  mettiamoci  subito  in cammino,  perch non ne soffra
    l'anima del signor Sansone;  il quale dice che la  sua  coscienza  gli
    ordina di persuadere la Signoria Vostra a uscire la terza volta per il
    mondo;  e  io  mi  offro  di  nuovo a servirla fedelmente e lealmente,
    altrettanto bene e anche meglio di quanti mai scudieri  hanno  servito
    cavalieri erranti, nei tempi passati e nei presenti.
    Il  baccelliere  rimase  sorpreso  nell'udire il modo di discorrere di
    Sancio Panza perch sebbene avesse letto la prima parte  della  storia
    del suo padrone,  non avrebbe mai creduto che fosse cos buffo, come 
    descritto l;  ma sentendogli ora dire testamento e codicillo che  non
    si  possano  "impegnare",  invece di testamento e codicillo che non si
    possano "impugnare",  credette tutto ci che aveva  letto  di  lui,  e
    persuaso  d'avere  dinanzi  uno  dei pi solenni mentecatti del nostro
    tempo, si disse fra s che, tra padrone e servitore,  due pazzi a quel
    modo non s'erano mai visti nel mondo.
    Finalmente Don Chisciotte e Sancio s'abbracciarono e rimasero amici, e
    dietro  il  parere  e  beneplacito  del  gran  Carrasco,  che  ora era
    diventato il loro oracolo, la partenza fu fissata per tre giorni dopo,
    durante i quali ci sarebbe stato tempo di preparare il necessario  per
    il viaggio, e di cercare un elmo con la visiera, perch Don Chisciotte
    disse  che gli ci voleva in tutti i modi.  Ci penso io disse Sansone
    sapendo che un suo amico ne aveva uno (sebbene pi nero di  ruggine  e
    di  gruma  che lucido e scintillante per il ben forbito acciaio) e che
    non glielo avrebbe rifiutato.
    Le maledizioni che le due donne,  governante e  nipote,  mandarono  al
    baccelliere,  non si contano; si strapparono i capelli, si graffiarono
    il viso, e come le prefiche d'un tempo,  piangevano la partenza di Don
    Chisciotte,  come  se  si  trattasse della sua morte.  Il progetto che
    aveva  Sansone  nel  persuadere  Don  Chisciotte  a  un'altra  sortita
    consisteva nel fare quello che la storia racconta pi avanti: egli era
    in  pieno  accordo  col  curato  e  col barbiere,  coi quali s'era gi
    consigliato. Alla fine, in quei tre giorni, Don Chisciotte e Sancio si
    fornirono di tutto ci che credettero utile, e dopo aver pacificato un
    poco le donne,  Sancio la  moglie,  Don  Chisciotte  la  nipote  e  la
    governante,  sul far della notte, senza che nessuno li vedesse, tranne
    il baccelliere che volle accompagnarli una mezza lega fuori del paese,
    si misero in cammino verso il Toboso,  Don  Chisciotte  sopra  il  suo
    bravo Ronzinante,  e Sancio sopra il suo vecchio ciuco, con le bisacce
    piene di roba pertinente alla bucolica, e la borsa provvista di denari
    datigli dal padrone per le evenienze. Sansone l'abbracci e lo preg a
    dargli notizie della sua buona o cattiva fortuna,  per rallegrarsi  di
    questa  e  condolersi  dell'altra secondo le leggi dell'amicizia.  Don
    Chisciotte glielo promise,  e Sansone ritorn  al  paese,  mentre  gli
    altri due prendevano la strada della gran citt del Toboso.

    NOTA 1: Carrasco qui pronuncia un'analoga formula legale.



    CAPITOLO 8.
    Dove  si  racconta  quel  che  successe a Don Chisciotte quando and a
    trovare madonna Dulcinea del Toboso.

    Benedetto sia l'onnipotente All, dice Hamete Benengeli al principio
    di questo ottavo capitolo: benedetto sia All , ripete tre volte;  e
    dice  che  queste benedizioni gli sono dettate dal veder finalmente in
    viaggio Don Chisciotte e Sancio,  e che i lettori della sua  piacevole
    storia  possono far conto che da ora in poi cominciano le imprese e le
    amenit di Don Chisciotte  e  del  suo  scudiero.  Egli  li  invita  a
    dimenticare  le passate gesta cavalleresche dell'ingegnoso gentiluomo,
    e a porre tutta la loro attenzione su quelle che stanno per  accadere,
    e  che  cominciano  fin  da  ora sulla strada del Toboso come le altre
    cominciarono nella pianura di Montiel; n  molto quello che chiede di
    fronte al moltissimo che promette; e quindi prosegue dicendo:
    Don Chisciotte  e  Sancio  rimasero  soli.  Sansone  si  era  di  poco
    allontanato,  quando  Ronzinante  cominci  a  nitrire  e  il  ciuco a
    sospirare, ma dalla parte di dietro; il che fu da ambedue, cavaliere e
    scudiero, ritenuto di buon segno e di felicissimo augurio, sebbene, se
    si deve proprio dire la verit,  furono di pi i ragli e i...  sospiri
    del ciuco che i nitriti del ronzino;  dal che Sancio congettur che la
    sua fortuna doveva sorpassare  quella  del  suo  padrone.  Non  so  se
    fondasse  questa  sua  congettura  sull'astrologia,   che  egli  forse
    conosceva,  quantunque la storia non lo dica,  fatto sta  che  diverse
    volte  gli sentirono dire,  nell'inciampare o nel cadere,  che sarebbe
    stato  ben  contento  di   non   essere   uscito   di   casa,   perch
    dall'inciampare  e  dal  cadere  non c'era da guadagnarci altro che le
    scarpe rotte o le costole infrante: e sebbene  tonto,  in  questo  non
    dava molto di fuori.
    -  Caro  Sancio  -  disse  Don Chisciotte - la notte s'avanza a grandi
    passi,  e si fa pi scura di  quello  che  ci  comoderebbe  per  poter
    arrivare  a giorno al Toboso.  Son deciso di andare al Toboso prima di
    mettermi in altre avventure,  per prendere la benedizione e  la  buona
    licenza dall'impareggiabile Dulcinea, con la quale licenza conto e son
    sicuro di terminare felicemente qualsiasi pericolosa avventura, perch
    nulla  in questa vita rende pi valorosi i cavalieri erranti quanto il
    vedersi favoriti dalle loro dame.
    - Lo credo anch'io - rispose Sancio - ma credo difficile  che  lei  ci
    possa  parlare  o  almeno vederla in un luogo adatto a ricevere la sua
    benedizione;  a meno che non si faccia benedire per di sopra  al  muro
    dell'aia. Anch'io la vidi di l l'altra volta, quando andai a portarle
    la  lettera dove c'erano le notizie delle buggerate e delle pazzie che
    lei era rimasto a fare nel bosco nel bel mezzo della Sierra Morena.
    - Muri d'un'aia ti parvero quelli,  Sancio?  - disse Don Chisciotte  -
    quelli  da  cui scorgesti quella giammai abbastanza laudata bellezza e
    cortesia? Altro non dovettero essere che gallerie o corridoi o logge o
    come altrimenti dir si voglia, di ricchi e regali ostelli.
    - Tutto pu essere - rispose Sancio - ma,  a me,  mi parvero  muri,  a
    meno che non abbia perso la memoria.
    -  Tuttavia  andiamo  laggi,  Sancio  - replic Don Chisciotte perch
    possa vederla, o che sia al di l d'un muro o attraverso una finestra,
    da una fessura o dal cancello d'un giardino,  baster un  solo  raggio
    che  dal sole della sua bellezza arrivi ai miei occhi,  per illuminare
    il mio intelletto e fortificare il mio  cuore  in  modo  da  diventare
    unico e impareggiabile nella saggezza e nel valore.
    -  A  dir  la verit - riprese Sancio - quando lo vidi io quel sole di
    madonna Dulcinea del Toboso, non splendeva tanto da mandare raggi;  ma
    forse  dipendeva  da  questo,  che siccome Sua Grazia stava a vagliare
    quel grano che le dissi,  il  polverone  che  faceva  gli  si  metteva
    dinanzi al viso come una nuvola e glielo oscurava.
    - Come?! Tu seguiti ancora a dire, a pensare, a credere e a pretendere
    che  Madonna Dulcinea vagliava grano,  mentre questa  una occupazione
    del tutto aliena da quel che fanno e debbono fare  le  persone  d'alto
    lignaggio,  unicamente  destinate  ad  altre  mansioni  che mostran da
    lontano un miglio la loro eccelsa condizione?  Non son fatti  per  te,
    Sancio,  quei  versi  del  nostro  poeta  che  descrivono i lavori che
    facevan laggi nei loro palazzi di cristallo quelle quattro ninfe  che
    trassero fuori la testa dall'amato Tago,  e si assissero a lavorare in
    un verde prato a quelle ricche  tele,  che  il  geniale  poeta  l  ci
    descrive, tutte intessute d'oro, di seta e di perle. E di questa sorta
    doveva essere il lavoro di Madonna quando tu la vedesti;  ma l'invidia
    che qualche malvagio incantatore deve avere per le  cose  mie  sfigura
    tutte  quelle  che  mi  sarebbero  gradite,  e le trasforma in aspetti
    differenti da quelli che esse hanno;  e  quindi  temo  che  in  quella
    storia delle mie imprese che,  a quanto dicono,  circola stampata,  se
    per caso il suo autore  qualche  mago  mio  nemico,  vi  abbia  posto
    spesso una cosa per un'altra, mescolando mille menzogne con una verit
    sola  e  divagando  col  racconto  di  azioni estranee alla continuit
    richiesta da una verace istoria. O invidia, radice di mali infiniti, e
    verme roditore di tutte le virt! Tutti i vizi, Sancio,  contengono in
    s  qualche  allettamento,  ma  quello  dell'invidia  non contiene che
    disgusto, rancore, rabbia.
    - E' proprio quello che dico anch'io - rispose Sancio  -  e  ho  paura
    che,  in  questa  leggenda  o storia che il baccelliere Carrasco ci ha
    detto d'aver letto su di noi, la mia fama vi debba andare a rotoli e a
    strasciconi spazzando le strade. Eppure, fede di galantuomo, io non ho
    detto male di nessun incantatore,  e non  sono  cos  ricco  da  poter
    essere  invidiato!  E'  vero che sono un po' malizioso,  e che qualche
    oncia di birbone addosso ce l'ho;  ma tutto il male    ricoperto  dal
    gran mantello della mia semplicit, sempre spontanea e mai studiata, e
    quando non avessi altro di buono che la fede in Dio (in cui credo e ho
    sempre  creduto  fermamente e sinceramente,  come pure in tutto quello
    che prescrive di credere la Santa Chiesa Cattolica  Romana)  e  l'odio
    mortale  che  ho  per  gli  ebrei,  gli  storici dovrebbero usarmi dei
    riguardi e trattarmi bene nei  loro  scritti.  Ma  dicano  quello  che
    vogliono,  ch  nudo  mi  trovo  e  nudo  son  nato: non ho perduto n
    guadagnato;  e anche se mi hanno messo nei libri e mi fanno girare per
    il mondo di mano in mano,  dicano di me tutto quello che vogliono, non
    me ne importa un fico.
    - Questo,  caro Sancio - disse Don Chisciotte - mi somiglia a quel che
    successe a un famoso poeta dei nostri giorni;  il quale,  avendo fatto
    una mordace satira contro tutte le  cortigiane,  non  vi  pose  n  vi
    nomin  una  dama di cui si poteva dubitare se lo fosse o no.  Costei,
    non vedendosi nella  lista,  si  lagn  col  poeta  domandandogli  che
    difetto aveva scorto in lei per non metterla nel numero delle altre, e
    che quindi allungasse la satira e ci mettesse anche lei, se no, guai a
    lui.  Il  poeta  obbed,  e  te  la cucin che neanche una maggiordoma
    poteva dir di peggio,  ed essa  rimase  soddisfatta  di  quella  fama,
    quantunque  infame.  Vien  qui  opportuno  a ricordarsi anche quel che
    raccontano di quel pastore che dette fuoco al famoso tempio di  Diana,
    ritenuto  una  delle  sette  meraviglie  del  mondo,  soltanto  perch
    rimanesse celebre il suo nome nei secoli futuri.  Fu dato l'ordine che
    nessuno lo nominasse,  e che non si facesse menzione del suo nome n a
    voce n per scritto,  perch non raggiungesse  lo  scopo  che  si  era
    prefisso:  tuttavia si seppe che si chiamava Erostrato.  Si pu ancora
    citare in proposito ci che successe al grande imperatore Carlo Quinto
    con un cavaliere a Roma.  L'imperatore volle vedere quel famoso tempio
    della  Rotonda,  che  nell'antichit  si chiam il tempio di tutti gli
    di,  e ora con molto  miglior  nome  si  chiama  di  tutti  i  santi.
    L'edificio    il meglio conservato di quanti il paganesimo ne alz in
    Roma, ed  quello che meglio attesta la grandiosit e magnificenza dei
    suoi costruttori:  fatto a cupola, di una grandezza immensa,  e molto
    ben  rischiarato,  sebbene  non  pigli  luce che da una finestra o per
    meglio dire da una specie di enorme botola rotonda,  che s'apre  nella
    sommit  della  cupola.  Di lass l'imperatore guardava l'edificio,  e
    c'era  al  suo  fianco  un  cavaliere  romano,   che  gli  spiegava  i
    particolari e le curiosit di quella gran costruzione e la sua celebre
    architettura.    Quando   furono   discesi,   quel   cavaliere   disse
    all'imperatore: Mille volte,  Sacra Maest,  mi  venuta la voglia di
    abbracciarvi stretto, e di buttarmi di sotto con voi da quella botola,
    per  lasciar  fama  eterna  di  me  nel mondo.  Io vi ringrazio gli
    rispose l'imperatore di non avere effettuato un'idea cos cattiva, ma
    d'ora in avanti vi toglier io ogni occasione di dover mettere a prova
    la vostra lealt;  e quindi vi ordino di non parlarmi mai pi e di non
    stare  mai  pi  dove  sar  io;  e  dopo  queste  parole gli fece un
    magnifico regalo. Con questo voglio dire, caro Sancio, che la bramosia
    di acquistarsi fama ha un'azione potentissima sull'animo umano. Perch
    credi tu che Orazio si gettasse di sotto al ponte nei gorghi  profondi
    del  Tevere  con  tutte  l'armi addosso?  Chi fece stendere a Muzio il
    braccio e la mano sul braciere?  Chi spinse Curzio a  lanciarsi  nella
    profonda voragine ardente che si spalanc nel centro di Roma? Chi fece
    s  che,  nonostante  tutti  gli  auguri contrari,  Cesare passasse il
    Rubicone? E, con esempi pi moderni, perch furono affondate le navi e
    lasciati senza aiuti e senza ritirata i valorosi spagnoli guidati  dal
    cortesissimo  Cortez  nel  Nuovo Mondo?  Tutte queste e altre grandi e
    svariate imprese sono, furono e saranno opere della fama,  bramata dai
    mortali  come  premio  e  parte  dell'immortalit  meritata dalle loro
    famose azioni.  Tuttavia noi cristiani cattolici e  cavalieri  erranti
    dobbiamo avere di mira pi la gloria dei secoli venturi,  che  eterna
    nelle regioni eteree e celesti,  che  la  vanit  della  fama  che  si
    ottiene in questa presente e caduca vita.  La qual fama, per molto che
    duri, deve tuttavia aver finalmente termine col mondo stesso, di cui 
    prestabilita la fine. Quindi, caro Sancio,  le nostre opere non devono
    uscire  dai  limiti  impostici  dalla  religione  cristiana,  che  noi
    professiamo.  Dobbiamo uccidere l'orgoglio nella persona dei  giganti,
    l'invidia  con  la  generosit  e  la  grandezza  d'animo,  l'ira  col
    tranquillo contegno e la serenit dell'animo,  la gola e il sonno  con
    l'astinenza e con la veglia, la lussuria e la lascivia col serbar fede
    a  quelle  che abbiamo fatto signore dei nostri pensieri,  la pigrizia
    con l'andar per tutte le parti del mondo a cercare le occasioni che ci
    possano  fare  e  ci  facciano,  oltre  che  buoni  cristiani,  famosi
    cavalieri.  Ecco,  o Sancio, i mezzi con cui si acquistano gli estremi
    della lode che trae con s la buona fama.
    - Tutto quello che lei m'ha detto fin qui-disse Sancio -  l'ho  inteso
    molto  bene;  ci  nonostante vorrei che mi "risorbesse" un dubbio che
    proprio ora m' venuto in mente.
    - Risolvesse tu vuoi  dire,  Sancio  -  disse  Don  Chisciotte.  Parla
    dunque, ch io risponder meglio che posso.
    - Mi dica un po'- prosegu Sancio - ma tutti quegli illustri cavalieri
    che lei ha detto che sono morti, dove sono ora?
    - I pagani - rispose Don Chisciotte - senza dubbio sono all'inferno; i
    cristiani, se furono buoni cristiani, in purgatorio o in paradiso.
    -  Bene  -  disse Sancio - ma sentiamo ora una cosa: le sepolture dove
    riposano i corpi di questi gran signori hanno dinanzi alle loro  porte
    delle  lampade  d'argento?  E  le pareti sono ornate di stampelle,  di
    sudari,  di trecce di capelli e d'occhi di cera?  E se non sono ornate
    di questa roba, allora di che sono ornate?
    - I sepolcri dei pagani - rispose Don Chisciotte - furono il pi delle
    volte dei templi sontuosi: le ceneri del corpo di Giulio Cesare furono
    poste dentro una piramide di pietra di smisurata grandezza, che oggi a
    Roma chiamano la guglia di San Pietro. All'imperatore Adriano serv di
    sepoltura  un  castello grande come un grosso villaggio,  che fu detto
    "Moles Adriani",  che ora  il castello  di  Santangelo  in  Roma.  La
    regina  Artemisia  seppell  suo  marito Mausolo in un sepolcro che fu
    ritenuto una delle sette meraviglie del mondo;  ma nessuna  di  queste
    tombe,  n di altre molte che ebbero i pagani,  fu adorna di sudari, o
    d'altre offerte e voti,  che dimostrassero la santit di coloro che vi
    stavano sepolti.
    - Eccoci al punto - replic Sancio.  - Mi dica ora,  che cos' meglio:
    risuscitare un morto, o uccidere un gigante?
    - La risposta  chiara - rispose Don Chisciotte -  meglio risuscitare
    un morto.
    - Qui ti volevo!  - disse Sancio.  - Allora la fama di chi risuscita i
    morti,  rende la vista ai ciechi,  raddrizza gli storpi,  guarisce gli
    infermi,  e ha lampade accese  innanzi  alla  sua  tomba  e  tutta  la
    cappella  piena  di  gente  devota  che  adora  in  ginocchioni le sue
    reliquie,  sar una fama migliore in  questa  e  nell'altra  vita,  di
    quella   che  lasciarono  e  lasceranno  quanti  imperatori  pagani  e
    cavalieri erranti ci sono stati nel mondo.
    - S, riconosco che anche questo  vero - rispose Don Chisciotte.
    - Dunque questa fama,  queste  grazie,  queste  prerogative,  come  le
    chiamano - continu Sancio - appartengono ai corpi e alle reliquie dei
    santi,  dinanzi  alle  quali,  con approvazione e licenza della nostra
    Santa Madre Chiesa, stanno lampade, candele, sudari, grucce,  pitture,
    trecce  di  capelli,  occhi,  gambe,  che  aumentano  la  devozione  e
    aumentano la loro fama  cristiana.  I  corpi  dei  santi,  o  le  loro
    reliquie,  sono  portati  a  spalla  dai  re,  i quali baciano anche i
    pezzetti delle loro ossa, e ne adornano i loro oratori e i loro altari
    pi preziosi, accrescendone il pregio.
    - Ma che cosa vuoi concludere, Sancio, con tutto quello che hai detto?
    - Voglio concludere che faremmo meglio a cercare  di  diventar  santi,
    perch  otterremmo  pi  presto  la gloria che desideriamo.  Rifletta,
    signor padrone,  che l'altro giorno ( tanto poco che si pu dir cos)
    canonizzarono o beatificarono due fraticelli scalzi;  e ora  ritenuta
    una gran fortuna il poter toccare e baciare le catene di ferro con cui
    si cingevano e si ciliziavano il  corpo;  le  quali  sono  oggetto  di
    maggior venerazione che non sia,  a quanto si dice, la spada d'Orlando
    nell'armeria del re nostro signore, che Dio benedica.  Quindi  meglio
    essere  un umile fraticello di un ordine pur che sia,  che un valoroso
    cavaliere errante;  ci si fa pi merito presso  Dio  con  un  paio  di
    dozzine  di  cignate date con la disciplina,  che con duemila colpi di
    lancia, sia che si diano a dei giganti o a dei mostri o a dei draghi.
    - Tutto questo  vero - rispose Don Chisciotte - ma non tutti possiamo
    essere frati,  e molte sono le vie per cui il Signore guida i suoi  al
    cielo:  la  cavalleria  errante   un ordine religioso,  e vi sono dei
    cavalieri santi in paradiso.
    - S,  ma ho sentito dire  che  in  paradiso  ci  son  pi  frati  che
    cavalieri erranti.
    -  E'  vero  -  replic  Don  Chisciotte  -  ma perch i frati son pi
    numerosi dei cavalieri.
    - Eppure son molti anche i cavalieri erranti - disse Sancio.
    - Molti s, ma pochi che meritino veramente il nome di cavalieri.
    Fra questi e altri simili discorsi pass  quella  notte  e  il  giorno
    seguente  senza  che  succedesse nulla degno d'essere raccontato,  con
    gran dispiacere di Don Chisciotte.  Finalmente il giorno  dopo,  verso
    sera,  scorsero  la  gran  citt  del  Toboso,  e  a  quella vista Don
    Chisciotte si ringalluzz,  ma Sancio divent malinconico,  perch non
    sapeva  dove  fosse  la  casa di Dulcinea,  n in vita sua l'aveva mai
    vista,  come non l'aveva mai vista il suo padrone;  di modo che  erano
    tutti e due molto ansiosi,  uno per vederla, e un altro per non averla
    vista.  Sancio poi non sapeva come fare,  se il suo padrone lo mandava
    al  Toboso.  Finalmente  Don  Chisciotte  decise di entrare in citt a
    notte inoltrata,  e intanto,  per far l'ora,  si fermarono sotto a dei
    lecci  che erano nelle vicinanze,  e quando fu il momento entrarono in
    citt, dove gli successero cose che davvero possono chiamarsi cose.

    CAPITOLO 9.
    Dove si racconta quel che si vedr.

    Era mezzanotte in punto,  o presso a poco,  quando  Don  Chisciotte  e
    Sancio  discesero  dall'altura,  e fecero il loro ingresso nel Toboso.
    Nel villaggio regnava il  pi  profondo  silenzio,  perch  tutti  gli
    abitanti  erano a letto e dormivano,  come suol dirsi,  la grossa.  La
    notte era piuttosto oscura,  ma non tanto quanto avrebbe voluto Sancio
    per  poter  dare al buio la colpa della sua balordaggine.  In tutto il
    paese non si sentivano che i latrati dei  cani,  che  intronavano  gli
    orecchi  a Don Chisciotte e accrescevano l'inquietudine di Sancio.  Di
    quando in quando un ciuco faceva udire il  suo  raglio,  grugnivano  i
    porci  e  miagolavano i gatti;  e il silenzio della notte dava maggior
    risalto a queste voci di suono diverso. Tutto ci parve all'innamorato
    cavaliere di cattivo augurio, tuttavia egli disse a Sancio:
    - Ors, mio caro Sancio, guidami al palazzo di Dulcinea: pu darsi che
    la troviamo desta.
    - Ma a che palazzo vuol che la  porti,  corpo  d'un  mondo  -  rispose
    Sancio - se la casa in cui vidi io Sua Grandezza, era piccina piccina?
    -  Doveva in quel momento essersi ritirata in qualche padiglione nelle
    dipendenze del suo palagio,  per ivi ricrearsi alquanto in  solitudine
    con le sue damigelle, com' costumanza delle gran dame e principesse.
    -  Signor  padrone - disse Sancio - giacch lei vuole a tutti i costi,
    nonostante quel che le ho detto,  che la casa della  signora  Dulcinea
    sia  un palazzo,  le pare forse che questa sia ora da trovare la porta
    aperta? E allora,  che star bene mettersi a picchiare dei gran colpi,
    perch  ci  sentano  e  ci  aprano,  facendo  un  rumore del diavolo e
    mettendo a soqquadro tutto il vicinato?  Andiamo forse a puttane,  per
    poter fare come fanno i giovinastri che arrivano,  bussano e entrano a
    tutte le ore per tardi che sia?
    - Troviamo prima il palazzo - replic Don Chisciotte  -  e  allora  ti
    dir quel che sar il caso di fare.  Ma guarda,  Sancio,  o io ci vedo
    poco,  o quella gran massa scura che si scorge di qui,  deve essere il
    palazzo di Dulcinea.
    -  Allora  faccia da guida lei - disse Sancio.  - Forse sar vero;  ma
    anche se lo vedessi con questi occhi e lo toccassi con queste mani, ci
    crederei come credo che ora sia giorno.
    Don Chisciotte fece da guida,  e  dopo  un  duecento  passi  si  trov
    dinanzi  all'imponente  edificio che faceva tutta quell'ombra,  e vide
    che era una gran torre,  per cui  subito  s'accorse  che  non  era  un
    palazzo, ma la chiesa principale del paese e disse:
    - Ci siamo trovati di fronte alla chiesa, Sancio.
    -  Gi,  lo  vedo  -  disse  Sancio - e piaccia a Dio che non si debba
    andare a finir sotto terra,  perch non  prudenza girare a  quest'ora
    per i cimiteri,  tanto pi che le ho gi detto se non mi ricordo male,
    che la casa di questa signora deve essere in un vicolo cieco.
    - Che Dio ti stramaledica,  pezzo d'idiota!  Dove hai tu trovato che i
    palazzi e le regge siano costruiti nei vicoli ciechi?
    - Paese che vai,  usanza che trovi - rispose Sancio.  - Si vede che al
    Toboso hanno l'abitudine di costruire i palazzi e le regge nei vicoli;
    quindi, mi faccia il favore, mi lasci un po' cercare per queste viuzze
    e per questi chiassuoli gi di qui:  potrebbe  darsi  che  in  qualche
    cantuccio  mi  imbattessi  in  questo  maledetto  palazzo,  che Dio lo
    sprofondi, tanto ci fa straccare e tribolare.
    - Sancio,  parla col dovuto rispetto delle cose di Madonna  disse  Don
    Chisciotte  -  meniamo  il  buon  per  la pace e non gettiamo la corda
    dietro al secchio.
    - Pazienza!  Terr la lingua fra i denti - rispose Sancio - ma ci vuol
    altro che pazienza, sa! La casa della nostra padrona io l'ho vista una
    volta  sola,  e  lei pretenderebbe che la dovessi sempre riconoscere e
    ritrovarla anche a mezzanotte, mentre lei,  che chi sa quante migliaia
    di volte l'ha vista, non la trova.
    -  Sancio,  tu  mi farai diventar matto - disse Don Chisciotte.  Dammi
    retta, cretino: non t'ho detto mille volte che in tutto il tempo della
    mia vita non ho mai visto l'impareggiabile Dulcinea, n mai varcata la
    soglia del suo palazzo?  E che mi sono innamorato soltanto per sentita
    dire e per la sua gran fama di saggezza e di belt?
    - Io lo sento dire ora - rispose Sancio - e giacch non l'ha mai vista
    lei, allora le dir che non l'ho mai vista neanch'io.
    - Come?!  Ma questo non  possibile!  replic Don Chisciotte. - Tu per
    lo meno mi dicesti, quando mi riportasti la risposta della lettera che
    le avevo mandato per mezzo tuo,  che l'avevi  trovata  a  vagliare  il
    grano.
    - A questo non ci badi,  signor padrone - rispose Sancio - perch deve
    sapere che anche la mia visita e la risposta che le portai furono  per
    sentito  dire;  e quindi,  vede,  io so chi  la signora Dulcinea come
    saprei dare un pugno in cielo.
    - Sancio,  Sancio - rispose Don Chisciotte - c' il momento in cui  si
    pu scherzare,  e c' il momento in cui lo scherzo  fuori luogo. E se
    ho detto io che non ho mai visto n parlato  alla  signora  dell'anima
    mia,  questa non  una buona ragione perch tu dica, anche te, che non
    ci hai mai parlato n l'hai mai vista, mentre,  come sai benissimo,  
    tutto il contrario.
    Mentre  erano l che facevano questi discorsi,  videro venire verso di
    loro un uomo  con  due  mule,  che,  al  rumore  che  faceva  l'aratro
    strascicato  sul  terreno,   giudicarono  che  doveva  essere  qualche
    contadino che s'era levato innanzi giorno per andare  a  lavorare,  ed
    era  infatti cos.  Il contadino veniva avanti cantando quella canzone
    che dice:

    And mal per voi, Francesi
    La caccia di Roncisvalle.

    - Ch'io possa morire  ammazzato,  Sancio  -  esclam  Don  Chisciotte,
    quando  lo sent - se questa notte non ci cpita qualche fortuna.  Non
    senti quel che canta questo contadino?
    - Lo sento,  s - rispose  Sancio  -  ma  che  c'entra  la  caccia  di
    Roncisvalle coi fatti nostri?  Anche se cantava la canzone di Calaino,
    per la riuscita dei nostri affari era lo stesso.
    Nel frattempo il contadino si era avvicinato,  e  Don  Chisciotte  gli
    chiese:
    - Mi sapreste dire, buon uomo, che Iddio vi dia bene, dov' il palazzo
    della impareggiabile principessa Donna Dulcinea del Toboso?
    -  Signore  -  risposi  il  giovane - io son forestiero,  e sono pochi
    giorni che sono in questo paese come garzone d'un contadino che ha del
    suo; in questa casa qui di faccia ci stanno il curato e il sagrestano;
    loro pu essere che sappiano dare a Vossignoria informazioni di questa
    signora principessa,  perch hanno il registro di tutti  gli  abitanti
    del  Toboso;  ma  io  per me credo che nel paese principesse non ce ne
    stiano. Molte signore, s, e di condizione cos buona, che ciascuna si
    pu chiamare principessa in casa sua.
    - Ebbene - disse Don Chisciotte - proprio tra codeste ci deve  essere,
    amico, la signora di cui ti domando notizie.
    -  Sar  -  rispose  il  giovanotto - ma a momenti  l'alba: addio!  E
    frustate le mule, non stette ad aspettare altre domande.
    Sancio,  che vide il suo padrone perplesso e  molto  malcontento,  gli
    disse:
    -  Signor  padrone,  il  giorno  s'avvicina  a gran passi,  e non sar
    prudente che il sole ci trovi nella strada: sar invece  molto  meglio
    che  usciamo  di  citt,  e  che lei entri in qualche bosco vicino: io
    torner qui di giorno,  e non ci sar un cantuccio in questo villaggio
    dove  non  cerchi  la casa,  il palazzo,  la reggia della mia padrona.
    Bisognerebbe che fossi proprio disgraziato per non trovarlo,  e quando
    l'avr trovato,  parler con Sua Grazia,  e le dir dove lei  rimasto
    ad aspettare istruzioni per poterla vedere senza scapito del suo onore
    e della sua fama.
    - Sancio - disse Don Chisciotte - nel giro  di  poche  parole  tu  hai
    racchiuso  un monte di buone idee;  quindi io ricevo e accetto di buon
    cuore il consiglio che ora mi hai dato. Vieni dunque, amico, andiamo a
    cercare questo bosco,  dove mi metter io mentre tu  ritornerai,  come
    hai  detto,  a  cercare,  a  vedere,  a  parlare a Madonna,  dalla cui
    saviezza e cortesia spero favori pi che miracolosi.
    Sancio aveva grande smania di portar via dal paese il padrone,  perch
    non  scoprisse  che  la  risposta  di Dulcinea portatagli nella Sierra
    Morena era una sua invenzione,  e quindi cerc  d'affrettare  pi  che
    pot la partenza.  Infatti partirono subito,  e a un paio di miglia di
    distanza trovarono un bosco,  dove Don Chisciotte si  inoltr  intanto
    che  Sancio  ritornava  in  citt  a  parlare a Dulcinea,  e in questa
    ambasciata gli successero cose che domandano nuova attenzione e  nuovo
    credito.

    CAPITOLO 10.
    Dove  si racconta l'astuzia con cui Sancio incant la signora Dulcinea
    e altri fatti altrettanto buffi quanto veri.

    L'autore di questa  grande  storia,  arrivato  a  raccontare  ci  che
    racconta  in  questo  capitolo,  dice  che veramente vorrebbe passarlo
    sotto silenzio per la paura di non essere creduto,  perch le  imprese
    di  Don  Chisciotte  arrivarono qui a raggiungere il pi alto grado di
    pazzia che si possa immaginare,  e anche a oltrepassarlo  di  un  buon
    tratto.  Ma poi, pur conservando sempre quel timore e quello scrupolo,
    fin con lo scriverle proprio nella maniera con cui Don Chisciotte  le
    fece,  senza  aggiungervi n togliervi un briciolo di verit,  e senza
    preoccuparsi che gli potessero dare del bugiardo. E fece bene, perch,
    tanto, le bugie hanno le gambe corte, e la verit viene sempre a galla
    sulla menzogna, come l'olio sull'acqua.
    Continuando perci la sua storia racconta che quando Don Chisciotte fu
    entrato nella foresta, querceto, vergaio o altro che fosse,  vicina al
    gran  Toboso,  ordin  a  Sancio  di tornare in citt,  e di non farsi
    rivedere,  se prima non avesse  fatta  da  parte  sua  l'ambasciata  a
    Madonna,  pregandola che si degnasse di lasciarsi vedere dal cavaliere
    suo schiavo e gli concedesse la sua  benedizione,  perch  con  quella
    potesse  sperare  il  pi  felice  esito  in  tutte le sue rischiose e
    difficili imprese.  Sancio si prese l'impegno di  eseguire  fedelmente
    l'ordine  ricevuto,  e di portargli una risposta buona come quella che
    gli aveva portato la prima volta.
    - Va',  figliolo,  va' - gli disse Don Chisciotte - e non ti turbi  la
    luce di quel sole di bellezza di cui parti alla ricerca,  quando tu la
    veda a te dinante. Oh, te felice sovra tutti gli scudieri della terra!
    Fa' bene attenzione e ricorda il modo come ella ti riceve:  se  cambia
    di colore nel tempo che tu le porgi la mia ambasciata,  se si conturba
    e si commuove udendo il mio  nome,  se  non  riesce  a  star  immobile
    sull'origliere  nel  caso  che  tu  la  trovi  assisa nel ricco salone
    d'udienza;  e se invece  in piedi,  osservala bene se ora su  questa,
    ora su quella gamba si posi;  se due o tre fiate ti ripeta la risposta
    che ti dar;  se,  nel ripeterla,  di  soave  in  aspra  e  d'acre  in
    amorevole  la  cangi,  se  porti  la  mano  alla chioma per ravviarla,
    quantunque non sia in disordine; insomma, figliolo, osserva bene tutti
    i suoi atti e i  suoi  movimenti,  perocch  se  tu  me  li  riferisci
    esattamente,  sapr  trarne  io  tutto  ci  ch'ella  tiene ascoso nel
    segreto del cuor suo intorno a quanto concerne il  mio  amore.  Perch
    devi sapere, se pur non lo sai, che gli atti e i movimenti esterni che
    fanno  gli  innamorati quando si parla del loro amore,  son messaggeri
    certissimi che portan le nuove  di  quanto  l  nell'intimo  dell'alma
    succede.  Parti dunque,  o amico,  e ti guidi miglior ventura che e ti
    riconduca miglior successo di quello che io rimango  qui  a  temere  e
    aspettare in questa amara solitudine in cui mi abbandoni.
    -  Vado e torno in un momento - disse Sancio - e lei,  signor padrone,
    lo lasci un po' respirare questo  cuoricino,  che  in  questo  momento
    dev'essere ridotto pi piccino d'una nocciola! Si ricordi che cuore di
    ferro non teme sfortuna,  come suol dirsi, e dove non c' il lardo non
    cercar l'uncino,  e anche si dice: Donde meno  ci  s'aspetta,  scappa
    fuori  la lepre.  Dico cos,  perch se stanotte non siamo riusciti a
    trovare il palazzo o la reggia della mia padrona,  ora  di  giorno  io
    credo che lo trover quando meno me l'aspetto;  e quando l'ho trovato,
    mi lascino fare che lo so io quel che le devo dire.
    - I tuoi proverbi, caro Sancio, calzano sempre cos bene,  che vorrei,
    vedi, che altrettanto bene la fortuna rispondesse ai miei desidri.
    Detto  questo,  Sancio  volt  il  ciuco,  una  legnata,  e  via.  Don
    Chisciotte rimase a cavallo a riposare sulle staffe,  appoggiato  alla
    lancia,  pieno  di tristi e tumultuosi pensieri,  in mezzo ai quali lo
    lasceremo, per seguire Sancio Panza, che si separ dal suo padrone non
    meno inquieto e pensoso di lui,  e anzi tanto inquieto e pensoso,  che
    appena uscito dal bosco si volt indietro e,  visto che Don Chisciotte
    non si scorgeva pi,  discese dal ciuco,  e sedutosi a pi d'un albero
    cominci  a  ragionare  tra  s e s dicendo: Vediamo un po',  signor
    Sancio,  dove va ora  la  Signoria  Vostra?  Va  a  cercare  un  ciuco
    smarrito?  Nemmeno per sogno.  - E allora che cosa va a fare? - Vado a
    cercare come se nulla fosse,  una principessa,  e in lei il sole della
    bellezza  e tutto il cielo insieme.  - E dove credete di trovare tutto
    ci? - Dove? Nella gran citt del Toboso. - Va bene, e da parte di chi
    andate a cercarla?  - Da parte del  famoso  cavaliere  Don  Chisciotte
    della Mancia, che addirizza i torti, d da mangiare a chi ha sete e da
    bere a chi ha fame.  - Tutto ci va benissimo,  ma sapete dov' la sua
    casa, Sancio?  - Il mio padrone dice che deve essere o una reggia o un
    magnifico palazzo.  - E l'avete mai vista per caso?  - N io n il mio
    padrone l'abbiamo mai vista. - E non vi pare che sarebbe ben pensato e
    ben fatto che quelli  del  Toboso,  sapendo  che  voi  siete  qui  con
    l'intenzione d'andare a sgraffignargli le loro principesse e a mettere
    in  subbuglio  le  loro  signore,  venissero  e vi dessero un sacco di
    legnate sul groppone e non vi lasciassero una costola sana? - S, essi
    avrebbero molta ragione.  Bench dovrebbero considerare  che  io  sono
    mandato e che:

    messaggero siete, amico,
    e in voi colpa non c'.

    - Ma non vi fidate tanto, Sancio, perch i mancesi sono gente onorata,
    s, ma bizzosa e non vogliono mosche sul naso. Se vi sentono all'odore
    siete  fritto.  - Un corno,  per Dio!  Non voglio mica andare a cercar
    rogne da grattare per il bel gusto degli altri! E poi cercare Dulcinea
    per il Toboso mi pare che debba essere come cercare Maria per  Ravenna
    e  il  Baccelliere  per  Salamanca.  Bada  in  che peste m'ha messo il
    diavolo! nessun altro che il diavolo!.
    Tutto ci che Sancio concluse da questo  soliloquio  fu  che  torn  a
    dirsi: Perbacco!  A tutto c' rimedio fuorch alla morte,  e sotto il
    suo giogo,  nostro malgrado,  tutti si deve passare  alla  fine  della
    nostra vita. Questo mio padrone, l'ho visto da mille segni,  matto da
    legare,  e  se   vero il proverbio che dice: "Dimmi chi pratichi e ti
    dir chi sei" o l'altro: "Non da chi nasci, ma con chi pasci", io sono
    pi pazzo di lui,  perch lo seguo e lo servo.  Ma poich egli  pazzo
    d'un  genere di pazzia che il pi delle volte gli fa scambiare le cose
    e pigliare il bianco per nero e il nero per bianco,  come quando disse
    che  i  mulini  a  vento  erano giganti,  dromedari le mule dei frati,
    eserciti nemici i due branchi di montoni, e molte altre sciocchezze di
    questo genere,  non  sar  molto  difficile  fargli  credere  che  una
    contadina, la prima che mi cpita gi di qui,  la signora Dulcinea. E
    se lui non ci crede, io lo giurer; e se giura anche lui, io rigiurer
    daccapo, e se s'ostina, io m'ostiner pi di lui, in maniera da essere
    sempre  di sopra,  e accada un po' quel che vuole accadere.  Forse con
    questa ostinazione finir coll'ottenere  che  un'altra  volta  non  mi
    mandi  pi  a  far  di  queste  parti,  visti  gli  spropositi che gli
    commetto, oppure forse penser, come m'immagino,  che qualche malvagio
    incantatore,  di quelli che egli dice che gli vogliono male, gli abbia
    per spregio sfigurata la sua dama.
    Con questo ragionamento Sancio si tranquillizz e ritenne che  il  suo
    compito  fosse finito;  ma rimase l fino a sera,  per dar tempo a Don
    Chisciotte di credere che era andato e tornato dal Toboso.  Tutto  gli
    and  cos bene che,  quando si rizz per montare sul ciuco,  vide che
    dal Toboso venivano verso di lui tre  contadine  sopra  tre  ciuchi  o
    ciuche.  L'autore  non  lo  specifica,  ma    da  credere che fossero
    piuttosto ciuche perch  questa l'usuale cavalcatura delle contadine;
    tuttavia,  siccome la cosa non  poi di grande importanza,  non    il
    caso di trattenerci a metterla in chiaro.  Dunque,  appena Sancio ebbe
    visto le contadine,  torn di carriera a cercare Don Chisciotte,  e lo
    trov  che  sospirava  e  mormorava mille amorosi lamenti.  Quando Don
    Chisciotte lo vide, gli disse:
    - Com' andata, amico Sancio? Dovr io segnar questo giorno con pietra
    bianca o nera?
    - Sar meglio che lo segni con l'inchiostro rosso,  come  gli  elenchi
    dei promossi nelle scuole, perch dia pi nell'occhio.
    - Allora - replic Don Chisciotte - buone novelle tu rechi.
    -  Tanto  buone,  che lei non deve far altro che spronare Ronzinante e
    uscire in aperta campagna,  per vedere la signora Dulcinea del  Toboso
    che con altre due donzelle viene a vedere la Signoria Vostra.
    - Santo Iddio! Amico Sancio, che dici mai? - esclam Don Chisciotte. -
    Bada  bene  di  non  ingannarmi,  e non cercare di rallegrar con falsa
    allegria la mia vera tristezza.
    - Che ci guadagnerei io a ingannare la Signoria Vostra,  tanto pi che
    a  quattro  passi  di qui si pu vedere se io dico la verit?  Sproni,
    signor padrone,  e venga  a  vedere  arrivare  la  principessa  nostra
    padrona,  vestita  in  gran  gala  secondo  la sua condizione.  Le sue
    damigelle e lei sono tutte uno scintillio  d'oro,  tutte  grappoli  di
    perle,  di  diamanti,  di rubini,  tutte coperte di broccati di quelli
    finissimi; coi capelli sciolti per le spalle che scherzano al vento, e
    lucenti come raggi di sole;  e cavalcano poi tre "spalafieni"  pezzati
    che non s' mai visto di meglio.
    - Palafreni vorrai dire.
    - Palafreni o "spalafieni" ci corre poco;  ma insomma, vengano su quel
    che vengano,  sono le pi sfarzose signore che  si  possa  desiderare,
    specialmente  la  principessa  Dulcinea mia padrona,  che fa andare in
    estasi.
    -  Andiamo,  figliolo,  andiamo  -  riprese  Don  Chisciotte  -  e  in
    ricompensa di queste buone e insperate notizie ti prometto la migliore
    spoglia che guadagner nella prima avventura che avr; e se questo non
    ti  basta,  ti prometto i puledri che mi faranno quest'anno le mie tre
    cavalle,  che,  come sai,  stanno per figliare nel prato comunale  del
    nostro paese.
    -  Io  m'attacco  ai  puledri  - rispose Sancio - perch non son molto
    sicuro che le spoglie della prima  avventura  abbiano  a  essere  roba
    buona.
    In questo mentre uscirono dal bosco, e scorsero a poca distanza le tre
    contadine.  Don  Chisciotte  aguzz  lo sguardo su tutta la strada del
    Toboso, e non vedendo che le tre contadine, si turb tutto,  e domand
    a Sancio se aveva lasciato quelle dame fuori della citt.
    -  Come  fuori  della citt?  - rispose Sancio.  - Ma che ha gli occhi
    dietro la testa per caso, lei?  Non le vede che son qui che s'avanzano
    risplendenti come il sole a mezzogiorno?
    - Io non vedo che tre contadine su tre asini.
    - Ah che Dio mi liberi dal peccato! - disse Sancio. - E' mai possibile
    che  tre  "spalafieni",  o  come diavolo si chiamano,  candidi come la
    neve,  possano sembrarle tre ciuchi?  Com' vero Dio,  se  fosse  vero
    questo, mi strapperei i capelli.
    -  E  io  ti dico che sono asini o asine,  quant' vero che io son Don
    Chisciotte e tu Sancio Panza. O almeno, a me, mi paiono.
    - Ma stia zitto,  signor padrone,  - disse Sancio - non se  lo  faccia
    sentir dire, piuttosto si stropicci gli occhi, e venga a far riverenza
    alla signora dei suoi pensieri che ormai  qui.
    E  cos  dicendo  si  avanz incontro alle tre contadine,  discese dal
    ciuco,  e preso per la cavezza  quello  d'una  di  loro,  si  mise  in
    ginocchio in terra con tutti e due i ginocchi, e disse:
    -  Regina,  principessa  e  duchessa  della  bellezza!  Che  la Vostra
    Alterezza e Grandigia si degni di  ricevere  nelle  sue  buone  grazie
    questo cavaliere vostro "stiavo",  che l se ne sta impietrito come un
    pezzo di marmo,  senza fiato e tutto confuso nel vedersi  avanti  alla
    vostra  presenza.  Io  son  Sancio  Panza  suo  scudiero  ed egli  il
    tribolato cavaliere Don Chisciotte della Mancia,  detto con altro nome
    il Cavaliere dalla Triste Figura.
    Intanto  Don Chisciotte s'era gi messo in ginocchio accanto a Sancio,
    e guardava, con occhi stralunati e sguardo smarrito, quella che Sancio
    chiamava regina e signora;  e  siccome  non  vedeva  che  una  ragazza
    campagnola  e  neanche molto bella,  perch aveva un gran viso tondo e
    piatto,  stava l incerto e stupito,  senza osare schiudere le labbra.
    Anche  le contadine erano rimaste stupefatte,  vedendo quei due uomini
    cos  diversi  inginocchiati,  che  non  lasciavano  passare  la  loro
    compagna;  ma  questa,  rompendo  il silenzio,  con una mossa brusca e
    rabbiosa:
    - Le si tirin da parte,  permio,  le si tirino!  - esclam - e lei  ci
    lascin passare ch'e s'ha furia!
    -  O  principessa  e signora universale del Toboso - disse Sancio.Come
    non s'intenerisce il vostro  magnanimo  cuore,  vedendo  inginocchiato
    innanzi  alla  vostra  sublime presenza la colonna e il sostegno della
    cavalleria errante?
    Sentendo questo, una di quell'altre due disse:
    - Ohe!  Icch gli ha a  essere,  oho?  Guardali  questi  frustini!  E'
    viengono a piglia' pe' ibbaero le hontadine, e' viengono. Come se quie
    'un  si  sapesse  cuculia'  come loro.  Le vadin pella su' strada,  le
    vadino; e noi le ci lascino anda' pella nostra; attrimenti son dolori!
    - Alzati,  Sancio - disse a questo punto Don Chisciotte.  - Ormai vedo
    bene  che il destino,  non ancora sazio delle mie sventure,  mi chiude
    tutte le strade per cui potrebbe  venire  qualche  sollievo  a  questa
    meschina  alma  racchiusa  nelle  mie membra.  E tu,  o culmine d'ogni
    virtude,  la pi eccelsa  che  possa  desiderarsi,  o  termine  ultimo
    dell'umana  gentilezza,  unico  rimedio  di  questo cuore afflitto che
    t'adora,  poich il malvagio incantatore che mi  perseguita  ha  posto
    nuvole  e cataratte sopra i miei occhi e solo per essi e non per altri
    ha mutato e trasformato la tua impareggiabile bellezza e il tuo  volto
    in  quello  di una povera contadina,  se pure non ha cambiato anche il
    mio in quello di un qualche mostro per rendermi odioso ai tuoi  occhi,
    deh! non negarmi un tuo soave e amoroso sguardo, dacch puoi vedere in
    questa  sottomissione e in questo omaggio,  che genuflesso faccio alla
    tua contraffatta bellezza, l'umilt con cui t'adora l'anima mia.
    - La la faccia fina!  - rispose la contadina.  - E'  son  proprio  io
    quella,  gua',  da  stare  a  sent' queste buggerache!  Le ci faccian
    ippiacere: le si tirin da parte e le ci lascin passare, le ci lascino!
    Sancio si fece da parte e la lasci passare,  tutto contento  d'averla
    fatta  pulita  col  suo  imbroglio.  La  contadina  che aveva fatto da
    Dulcinea,  appena si vide libera,  spronato il suo "spalafieno" con un
    bastone che aveva un chiodo in punta,  prese il galoppo via attraverso
    la  campagna;   ma  siccome  la  ciuca  sentiva  che  il  pungolo   la
    punzecchiava  pi  dell'ordinario,  cominci a far tali piroette,  che
    butt la signora Dulcinea a gambe all'aria. Don Chisciotte, visto ci,
    accorse a rialzarla,  mentre Sancio pensava a ritirar su e ristringere
    le  cinghie  al  basto,  che  anche  quello era scivolato gi sotto la
    pancia della ciuca. Rimesso a posto il basto, e volendo Don Chisciotte
    sollevare sulle  braccia  l'incantata  signora  per  rimetterla  sulla
    giumenta, Madonna, che s'era gi rialzata, gli lev l'incomodo, perch
    fattasi un po' indietro,  spicc la rincorsa, mise tutte e due le mani
    sul groppone della ciuca,  e pi leggera d'un falco balz sul basto  a
    cavalcioni come un uomo.
    -  Evviva!  - grid Sancio.  - La nostra signora padrona  pi leggera
    d'un uccello,  e pu insegnare  a  montare  a  cavallo  al  pi  bravo
    cavallerizzo  cordovese  o  messicano che ci sia: ha scavalcato con un
    salto l'arcione,  e senza sproni fa correre  lo  spalafieno  come  una
    zebra; e le sue damigelle, non restano mica indietro, veh! Vanno tutte
    come il vento.
    E  questo era proprio vero,  perch,  vista Dulcinea a cavallo,  tutte
    avevano spronato dietro  a  lei,  e  via  di  carriera  senza  voltare
    indietro  la  testa per una mezza lega buona.  Don Chisciotte le segu
    con lo sguardo lungamente, e quando furono sparite,  si volse a Sancio
    e gli disse:
    - Che te ne pare,  Sancio?  Lo vedi come mi trattano gl'incantatori? E
    guarda fino a che punto arriva la loro malignit e l'astio  che  hanno
    verso  di  me!  Mi hanno voluto perfin privare del piacere che avrebbe
    potuto farmi il vedere la signora mia nel  suo  vero  essere.  Ah  s,
    purtroppo io son nato per servir da modello ai disgraziati e per esser
    bersaglio agli strali della cattiva fortuna! E bada che quei traditori
    non si son contentati di aver trasformato la mia Dulcinea,  ma l'hanno
    anche trasformata in una figura cos volgare e cos  brutta  come  era
    quella  contadina,  e  per  di  pi  le  hanno  tolto  quella che  la
    caratteristica delle signore di alta condizione,  cio il  buon  odore
    che  mandano,  perch  son  sempre fra mezzo ai profumi e ai fiori;  e
    invece quando mi sono accostato a  Dulcinea  per  rimetterla  sul  suo
    palafreno (stando almeno a quel che dici tu,  perch a me veramente mi
     parso un asino) m'ha tirato una tale zaffata d'aglio, che m'ha fatto
    venire il capogiro e m'ha avvelenato l'anima.
    - O canaglia! - esclam Sancio. - O incantatori funesti e malvagi! ah,
    se vi potessi vedere tutti infilati per  le  branchie  come  mazzi  di
    sardine!  Molto  sapete,  molto potete,  e molto male fate.  Vi doveva
    bastare,  birbaccioni,  di aver mutato le perle degli occhi della  mia
    signora in galle di quercia, i suoi capelli d'oro purissimo in peli di
    coda di bue rosso, tutte le sue fattezze, insomma, da belle in brutte,
    senza  toccarla  nell'odore,  che  almeno dall'odore si sarebbe capito
    quel che c'era nascosto sotto quella brutta corteccia; quantunque, per
    dire il vero questa bruttezza io non l'ho vista affatto  ma  piuttosto
    una gran bellezza,  a cui dava risalto una voglia che aveva sul labbro
    di sopra dalla parte destra a guisa di baffo,  con sette od otto  peli
    biondi come fili d'oro e lunghi pi d'un palmo.
    -  Allora  -  disse  Don Chisciotte - data la corrispondenza che corre
    sempre fra quelle del viso e quelle del corpo, Dulcinea deve avere una
    voglia simile nel punto dell'attaccatura della coscia,  corrispondente
    alla parte dove ha la voglia nel viso. Ma dei peli della lunghezza che
    hai detto, per una voglia mi paiono un po' troppo lunghi.
    -  Eppure,  le  garantisco - rispose Sancio - che ci stavano proprio a
    pennello.
    - E io lo credo,  amico - replic Don Chisciotte -  perch  la  natura
    nulla  fece  in Dulcinea che non fosse perfetto e raffinato;  e quindi
    anche se avesse cento voglie come quella che hai detto,  non sarebbero
    voglie  ma  lune  e  stelle risplendenti.  Ma dimmi una cosa,  Sancio:
    quello che a me  sembrato un basto e che tu hai  riaddirizzato  sulla
    groppa  della  cavalcatura,  era  una  sella  piatta  o  una  sella  a
    spalliera?
    - Era una sella araba - rispose Sancio - con una gualdrappa del valore
    della met di un regno da quanto era ricca.
    - E io che non ho visto nulla!  Ora proprio torno a ridire che sono il
    pi disgraziato di tutti gli uomini.
    Quel  furbacchione  di  Sancio  durava una gran fatica a trattenere le
    risa,  sentendo le sciocchezze che diceva il suo padrone,  preso  cos
    garbatamente  in  giro.  Alla  fine,  dopo  molte  altre  chiacchiere,
    risalirono sulle loro bestie,  e presero la strada di Saragozza,  dove
    speravano  d'arrivare  in  tempo  per  potersi  trovare  a delle feste
    solenni,  che si sogliono fare tutti gli anni in quella insigne citt;
    ma  prima  d'arrivarvi  successero  loro  fatti cos importanti,  cos
    strani e in cos gran numero,  che meritano d'essere scritti e  letti,
    come pi avanti si vedr.

    CAPITOLO 11.
    Strana  avventura  che successe al valoroso Don Chisciotte col carro o
    carretta del Corteo della Morte.

    Don Chisciotte se ne andava tutto pensieroso avanti avanti per la  sua
    strada, rimuginando dentro di s il tiro birbone che gli avevano fatto
    gli  incantatori,  cambiando  la sua signora Dulcinea in quella brutta
    figura di contadina,  e non riusciva a trovare un  rimedio  per  farla
    tornare nel suo stato primiero; e questi pensieri tanto lo levavano di
    sentimento,  che senza accorgersene rallent le guide a Ronzinante, il
    quale,  sentendo la libert che gli davano,  a ogni passo si fermava a
    pascere  la verde erbetta che abbondava in quelle campagne.  Dalla sua
    estasi lo tolse Sancio Panza dicendogli:
    - Signor padrone,  le afflizioni furono fatte per gli uomini e non per
    le  bestie,  ma  se  gli  uomini le sentono troppo,  diventano bestie:
    Vostra Grazia si reprima,  ritorni in s,  tiri le guide a Ronzinante,
    si  svegli,  e  mostri  quella gagliardia che si addice a un cavaliere
    errante. Che diavolo succede?  Che cos' questo scoraggiamento?  Siamo
    qui  o nel mondo della luna?  Che vadano all'inferno tutte le Dulcinee
    dell'universo! Poich costa pi la salute d'un solo cavaliere errante,
    che tutti gli incanti e le trasformazioni della terra.
    - Sta' zitto,  Sancio - disse Don Chisciotte con voce meno languida di
    quel  che  si  poteva aspettarsi - sta' zitto e non proferir bestemmie
    contro quell'incantata signora,  ch della sua disgrazia io solo ne ho
    colpa: dall'invidia dei cattivi per me  nata la sua triste avventura.
    -  Cos dico anch'io - rispose Sancio.  - Chi la vide e ora la rivede,
    piange e ai propri occhi non crede.
    - Puoi davvero ben dirlo tu,  Sancio - replic Don Chisciotte  tu  che
    l'hai   vista   nel   pieno  splendore  della  sua  bellezza,   poich
    l'incantesimo non arriv a turbare la vista anche a te e a  nascondere
    la  sua  grazia.  Contro me solo e contro i miei occhi si indirizza la
    forza del suo veleno; ma con tutto questo,  Sancio,  in una cosa tu ti
    sei sbagliato,  e precisamente nel descrivere la sua bellezza, perch,
    se ben mi ricordo,  tu hai detto che aveva gli occhi di perla,  e  gli
    occhi  simili  alle perle li hanno i pesci e non le donne.  Per quello
    che credo io,  gli occhi di Dulcinea devono essere di verde  smeraldo,
    tagliati  bene e con due arcobaleni per sopracciglia;  e quelle perle,
    levale dagli occhi e passale ai denti,  che senza  dubbio  tu  ti  sei
    imbrogliato, Sancio, scambiando gli occhi per i denti.
    -  Pu  darsi  -  rispose Sancio - perch anch'io sono rimasto turbato
    dalla sua bellezza,  come la Signoria Vostra dalla sua  bruttezza;  ma
    rimetto  tutto  nelle  mani  del  Signore,  che  conosce quel che deve
    succedere in questa valle di lacrime,  in questo tristo mondo  in  cui
    viviamo,  e  nel quale difficilmente si trova cosa in cui non entri la
    malignit, l'impostura e la cattiveria. Pi di tutto,  signor padrone,
    mi  d  pensiero  una cosa: come faremo ora quando lei vincer qualche
    gigante o qualche altro cavaliere,  e lo mander a presentarsi innanzi
    alla bellezza della signora Dulcinea? Dove diavolo pu trovarla questo
    povero  gigante  o  questo  disgraziato  cavaliere  vinto?  Mi pare di
    vederlo andar su e gi pel Toboso tutto grullo,  in  cerca  della  mia
    padrona Dulcinea, e anche se la incontrer nel bel mezzo della strada,
    che io accechi se potr riconoscerla!
    - Forse - rispose Don Chisciotte - l'incantesimo non si estender fino
    a  togliere  la conoscenza di Dulcinea ai giganti o ai cavalieri vinti
    di cui io le faccia un presente;  e col primo o coi due primi  che  io
    vinca e le mandi, si prover se la vedono o no; perch li obbligheremo
    a tornare, per riferirmi quanto  loro successo In proposito.
    -  Benissimo - disse Sancio - e cos con questo mezzo verremo a sapere
    quel che vogliamo, e se essa si nasconde soltanto a lei,  la disgrazia
    sar pi sua che della signora Dulcinea;  ma quando essa stia in buona
    salute e allegra e contenta,  noi qua ci arrangeremo e ce la passeremo
    meglio che si potr,  cercando le nostre avventure, e lasciando che il
    tempo faccia l'opera sua,  poich il tempo    il  miglior  medico  di
    queste e d'altre maggiori malattie.
    Don  Chisciotte  voleva  rispondere  a  Sancio,   ma  ne  fu  impedito
    dall'arrivo d'una carretta che comparve a una svolta,  carica dei  pi
    diversi  e straordinari personaggi e figure che si possano immaginare.
    Quello che guidava le mule e faceva  da  vetturale,  era  un  orribile
    demonio.  La  carretta era scoperta,  senza tende n stuoie.  La prima
    figura che si offr agli occhi di  Don  Chisciotte  fu  quella  stessa
    della  Morte,  ma con un viso normale d'uomo.  Accanto aveva un angelo
    con delle grandi ali colorate; da una parte c'era un imperatore con in
    testa una corona che pareva d'oro,  ai piedi della Morte poi stava  il
    dio  chiamato  Cupido,  senza  benda  sugli  occhi,  ma  col suo arco,
    turcasso e saette!  C'era anche un cavaliere armato da capo ai  piedi,
    tranne  che  non  portava  morione n celata,  ma un cappello pieno di
    penne  variopinte;   e  insieme  con  questi  c'erano  diversi   altri
    personaggi in svariati costumi e di differenti aspetti. Al vedere cos
    all'improvviso quella gente,  Don Chisciotte rimase un po' sconcertato
    e Sancio ebbe una paura birbona;  ma  ben  presto  Don  Chisciotte  si
    rianim,  credendo  che  gli  si  offrisse  qualche nuova e pericolosa
    avventura;  e con questo pensiero  e  con  animo  disposto  ad  andare
    incontro  a qualunque pericolo,  si mise dinanzi alla carretta,  e con
    voce alta e minacciosa disse:
    - Vetturale, cocchiere, diavolo, o chiunque tu sia, dimmi e presto chi
    sei,  dove vai e chi   la  gente  che  porti  nella  tua  sgangherata
    vettura,  che  mi  somiglia  pi  la  barca  di Caronte che una comune
    carretta.
    Il diavolo ferm, e rispose tranquillamente:
    - Signore,  noialtri siamo attori della compagnia d'Angelo il Cattivo,
    e  stamattina,  che   l'ottava del Corpusdomini,  abbiamo fatto in un
    paese posto l dietro quella collina  la  rappresentazione  sacra  del
    Corteo  della  Morte,  e stasera la dobbiamo ripetere laggi,  in quel
    paese che si scorge di  qui;  e  siccome  si  era  tanto  vicini,  per
    risparmiarci la fatica di spogliarci e poi rivestirci,  si viaggia coi
    medesimi costumi con cui si  recita.  Quel  giovanotto  fa  da  Morte,
    quell'altro da angelo,  quella donna,  che  la moglie del capocomico,
    fa da regina, quello l da soldato,  quell'altro da imperatore,  io da
    demonio,   e   sono   uno   dei   pi   importanti   personaggi  della
    rappresentazione, perch in questa compagnia faccio le prime parti. Se
    la Signoria Vostra desidera sapere da noi qualche altra  cosa,  me  la
    domandi,  ch  io  le  sapr rispondere esattamente,  perch nella mia
    qualit di diavolo nulla mi pu restar nascosto.
    - In fede di cavaliere errante - rispose Don Chisciotte  -  appena  ho
    visto  questo  carro,  ho  creduto  che  mi si offrisse qualche grande
    avventura  e  ora  riconosco  che    necessario  non  fidarsi   delle
    apparenze,   ma  toccar  tutto  con  mano  per  potersi  disingannare.
    Andatevene pure, buona gente, a fare la vostra rappresentazione, e Dio
    vi aiuti. Se posso esservi utile in qualche cosa, ditemelo,  e lo far
    volentieri;  perch fin da bambino la commedia mi  sempre piaciuta, e
    da giovane avevo una gran passione per il teatro.
    Mentre stavano cos discorrendo,  il caso volle che arrivasse un altro
    della compagnia vestito da pazzo,  con un monte di sonagli addosso,  e
    con un bastone in cima al quale erano tre vesciche di vacca  gonfiate.
    Quando questa maschera fu vicina a Don Chisciotte, cominci a tirar di
    scherma col suo bastone,  a battere in terra le vesciche,  e a saltare
    in lungo e in largo, facendo tintinnare i suoi campanelli; ma a quella
    sgradita apparizione Ronzinante tanto si spavent, che,  senza che Don
    Chisciotte fosse capace di trattenerlo, strinse il morso tra i denti e
    si dette alla fuga attraverso la campagna con maggior velocit che non
    lasciassero   presupporre   le   ossa  della  sua  carcassa.   Sancio,
    considerando il pericolo che correva il padrone  d'essere  rovesciato,
    salt gi dal ciuco,  e a tutta corsa and per dargli aiuto; ma quando
    gli fu vicino, Don Chisciotte era gi per terra,  e accanto giaceva il
    cavallo,  caduto  insieme  con  lui: ordinario e definitivo termine di
    tutte le scappate e di tutti gli ardimenti di  Ronzinante.  Ma  appena
    Sancio  ebbe  lasciato  solo  il suo ciuco,  l'uomo con le vesciche vi
    salt sopra, e sorbottandolo con quelle negozie, lo spavent tanto col
    rumore che facevano, pi che col dolore dei colpi,  che lo fece volare
    attraverso  la  campagna  fino  al  paese  dove  andavano  a  fare  la
    rappresentazione.  Intanto Sancio badava a guardare  ora  il  ciuco  a
    carriera,  ora  il  padrone  per terra,  e non sapeva di chi occuparsi
    prima;  ma finalmente da buon scudiero e da buon servitore,  l'affetto
    pel  padrone  fu  pi  forte che quello per l'asino;  sebbene tutte le
    volte che vedeva le vesciche alzarsi in aria e ricadere  sul  groppone
    del  suo  ciuco,  erano  per  lui  angosce e pene di morte,  e avrebbe
    preferito che quei colpi glieli dessero a lui nelle pupille, piuttosto
    che sul pi piccolo pelo della coda del suo asino.
    Con questa  perplessit  e  questo  tormento  arriv  dove  stava  Don
    Chisciotte  pi  malconcio  che  non  avrebbe  voluto,  e aiutandolo a
    risalire su Ronzinante, gli disse.
    - Signor padrone, il diavolo s' portato via il ciuco.
    - Quale diavolo? - domand Don Chisciotte .
    - Quello con le vesciche - rispose Sancio.
    - Ebbene,  io glielo riprender - disse  Don  Chisciotte  -  anche  se
    andasse   a   nascondersi   nei   pi   profondi  e  tenebrosi  abissi
    dell'inferno. Seguimi, Sancio, ch la carretta va piano, e con le mule
    che vi sono attaccate, compenser la perdita del ciuco.
    - Non c' bisogno  di  darsi  questa  briga,  signor  padrone  replic
    Sancio.  -  Si  calmi,  anzi;  perch  a quanto pare il diavolo ha gi
    lasciato il ciuco, e la buona bestia ritorna all'ovile.
    Infatti era proprio vero; perch,  essendo il diavolo e l'asino caduti
    a imitazione di Don Chisciotte e di Ronzinante,  il diavolo se ne and
    a piedi al paese, e il ciuco ritorn dal suo padrone.
    - Tuttavia - disse Don Chisciotte - sar bene castigare l'insolenza di
    quel demonio su qualcuno  di  quelli  della  carretta,  foss'anche  lo
    stesso imperatore.
    -  Questo  se lo levi dalla testa - replic Sancio - e dia retta a me;
    non si metta mai con dei commedianti, che  gente ben vista.  Ho visto
    io  un commediante,  arrestato per due omicidi,  uscire libero e senza
    spese: sono gente allegra e che diverte: tutti li  favoriscono,  tutti
    li proteggono,  li aiutano e li stimano, e tanto pi se appartengono a
    compagnie reali e patentate,  perch allora dai loro abiti e dal  loro
    portamento si piglierebbero per dei prncipi.
    -  Tuttavia  -  rispose Don Chisciotte - il signor demonio commediante
    non deve potersene andare menandone vanto, anche se lo favorisse tutto
    il genere umano - e cos dicendo si rivolt a inseguire  la  carretta,
    che era gi vicina al paese, gridando a voce altissima:
    - Fermatevi,  aspettate,  spensierati buffoni, ch vi voglio insegnare
    come devono esser trattati i giumenti e le altre bestie che servono di
    cavalcatura agli scudieri dei cavalieri erranti.
    Le grida di Don Chisciotte erano cos forti, che quelli della carretta
    le udirono,  e intesero anche le parole;  e  giudicando  dalle  parole
    l'intenzione di quello che le diceva,  in un baleno salt gi la Morte
    dalla carretta,  e dietro di lei l'imperatore,  il diavolo vetturale e
    l'angelo;  n se ne stettero fermi la regina e il dio Cupido, ma tutti
    si caricarono di sassi e si misero in linea  preparandosi  a  ricevere
    Don Chisciotte a sassate.  Don Chisciotte che li vide disposti in cos
    gagliarda schiera,  con le braccia alzate in atto di lanciare a  tutta
    forza le loro pietre,  tir le guide a Ronzinante, e si mise a pensare
    in che modo assalirli con minor pericolo della sua persona. Mentre era
    fermo cos arriv Sancio,  e vedendolo in atteggiamento  di  attaccare
    quella serrata formazione di battaglia:
    -  O  signor  padrone  - esclam - sarebbe da pazzi,  sa,  ficcarsi in
    un'impresa simile! Pensi che di fronte a dei confetti di quella specie
    - e forza ragazzi!  - chi  che si pu difendere,  a meno  d'andare  a
    rannicchiarsi  sotto una campana?  E poi,  pensi,  non  coraggio,  ma
    temerit,  per un uomo solo dare l'assalto a un  esercito  di  cui  fa
    parte  la  Morte,  e in cui si battono imperatori in persona,  e danno
    aiuto angeli buoni e cattivi;  e se questo non le basta  per  starsene
    buono,  rifletta  che  fra  tutta  quella  gente,  sebbene  paiano re,
    prncipi e imperatori, non c' nessun cavaliere errante.
    - Ora s, Sancio,  che hai dato nel segno - esclam Don Chisciotte.  -
    Questo    il  pensiero  che  pu e deve farmi mutare la decisione che
    avevo gi presa.  Io non debbo n posso trarre la  spada,  come  molte
    altre  volte  ti  ho  detto,  contro chi non  stato armato cavaliere.
    Tocca a te, Sancio, se credi, a prendere vendetta dell'oltraggio che 
    stato fatto al tuo asino, e io di qui t'aiuter gridandoti degli utili
    consigli.
    - Non c' bisogno di vendicarsi di nessuno - rispose Sancio perch non
     da buoni cristiani vendicarsi delle offese ricevute;  tanto pi  che
    io m'accorder col mio asino, perch rimetta la questione all'arbitrio
    della  mia  volont;  e la mia volont  di vivere in pace i giorni di
    vita che mi ha dato il cielo.
    - Poich questa  la tua decisione,  o Sancio  buono,  Sancio  saggio,
    Sancio  cristiano  e  Sancio  sincero,  non  ci  curiamo  pi  di quei
    fantasmi,  e torniamo a cercare migliori e pi qualificate  avventure;
    poich  in  questo  paese,  a  quel che vedo,  non debbono mancarne in
    quantit e meravigliose.
    E subito volt le redini.  Sancio and a riprendere il suo  ciuco,  la
    Morte  e  tutto il suo squadrone volante risalirono sulla carretta,  e
    proseguirono  il  viaggio;   e  cos  fin  felicemente  la  terribile
    avventura della carretta della Morte grazie al salutare consiglio dato
    da Sancio Panza al suo padrone;  il quale il giorno dopo ebbe,  con un
    cavaliere  errante  e  innamorato,   un'altra   avventura   non   meno
    strabiliante d questa.

    CAPITOLO 12.
    Straordinaria   avventura   del  valoroso  Don  Chisciotte  col  fiero
    Cavaliere dagli Specchi.

    Don Chisciotte e il suo scudiero  passarono  la  notte  che  segu  al
    giorno  dell'incontro  con  la  Morte,  sotto  alcuni  alberi  alti  e
    fronzuti;  e per le preghiere di Sancio  Don  Chisciotte  s'indusse  a
    mangiar  qualcosa  di  quel  che  c'era  nel sacco caricato sul ciuco.
    Durante la cena Sancio disse:
    - Signor padrone, che bel grullo sarei stato,  se avessi accettato per
    regalo  gli  spogli  della sua prima avventura,  invece della figliata
    delle tre cavalle! Eh,   proprio vero: meglio fringuello in tasca che
    tordo in frasca.
    -  Tuttavia  -  rispose  Don  Chisciotte  -  se  tu mi avessi lasciato
    attaccare,  come volevo far io,  ti sarebbe toccata  per  lo  meno  la
    corona d'oro dell'imperatrice e le ali dipinte di Cupido, che io avrei
    potuto tagliargli di netto e dartele.
    -  Gli  scettri  e  le  corone degli imperatori delle commedie replic
    Sancio - non son mai stati d'oro puro, ma d'orpello e di latta.
    - Questo   vero  -  riprese  Don  Chisciotte  -  perch  non  sarebbe
    conveniente che gli attrezzi della commedia fossero buoni,  invece che
    finti o apparenti come la commedia stessa. Io vorrei, caro Sancio, che
    tu tenessi la commedia nelle tue buone grazie, e insieme con esse, per
    conseguenza,  anche quelli  che  le  rappresentano  e  quelli  che  le
    scrivono,  perch  tutti  costoro,  ponendoci dinanzi a ogni passo uno
    specchio,  in cui si vedono riflessi al naturale i  fatti  della  vita
    umana,  son  causa  di  benfici  insegnamenti per il popolo.  Non c'
    paragone che ci rappresenti pi al vivo quello che siamo e quello  che
    dovremmo  essere come la commedia e i commedianti.  Dimmi un po',  non
    hai  mai  visto  rappresentare  qualche  commedia  dove  entrino   re,
    imperatori,  papi,  cavalieri  e  altri diversi personaggi?  Uno fa il
    mezzano,  un  altro  l'imbroglione,  questo  il  mercante,  quello  il
    soldato,  uno  il  sempliciotto  di buon senso,  un altro l'innamorato
    sciocco,  e quando poi la commedia  finita e si  sono  spogliati  dei
    loro costumi, son tutti eguali fra loro.
    - S, l'ho vista - rispose Sancio.
    - Lo stesso,  vedi - prosegu Don Chisciotte - accade nella commedia e
    nelle faccende di questo  mondo.  Anche  nel  mondo  alcuni  fanno  da
    imperatori,  altri da pontefici, insomma tutte le parti che si possono
    introdurre in una commedia,  ma arrivati in fondo,  e cio al  termine
    della vita, a tutti la morte toglie di dosso le vesti che li rendevano
    differenti, e allora rimangono tutti eguali nella sepoltura.
    -  Bellissimo  paragone  -  disse  Sancio  - tuttavia non tanto nuovo,
    perch l'ho udito molte e diverse volte: come  quell'altro  del  gioco
    degli  scacchi,  che  finch  dura  la partita,  ogni pezzo ha una sua
    funzione particolare,  ma quando il gioco  terminato,  vanno a finire
    tutti  insieme  mescolati  a casaccio in una borsa,  come la vita va a
    finire nella sepoltura.
    - Ogni giorno,  Sancio - disse Don Chisciotte - ti  vai  facendo  meno
    sciocco e pi sensato.
    -  Eh,  s  -  rispose  Sancio  -  bisogna  pure  che  qualche cosa mi
    s'attacchi del senno della Signoria Vostra.  Perch le terre che  sono
    di suo sterili e aride,  concimandole e coltivandole,  arrivano a dare
    buoni frutti.  Voglio dire che la conversazione con  lei    stato  il
    concime  caduto  sopra  la  sterile terra del mio arido ingegno,  e il
    tempo passato nel servirla e frequentarla ne  stato la  coltivazione;
    e  quindi  spero  di  produrre  anch'io frutti in abbondanza,  che non
    tralignino n escano dai sentieri della buona creanza che la  Signoria
    Vostra ha scavato nel mio inaridito intelletto.
    Rise  Don  Chisciotte dei discorsi di Sancio pieni di affettazione,  e
    gli parve che fosse vero quel che diceva dei suoi progressi, perch di
    quando in quando parlava in maniera da  destare  ammirazione,  sebbene
    tutte  o  quasi tutte le volte che voleva parlare scelto e accademico,
    finisse  il  suo  discorso  col  precipitare  dal  monte   della   sua
    dappocaggine nell'abisso della sua ignoranza. E quello in cui mostrava
    pi  eleganza e memoria era nel tirar fuori proverbi,  venissero o non
    venissero a proposito di quel che trattava,  come si sar  notato  nel
    corso di questa storia.
    Fra  questi e altri discorsi pass gran parte della notte,  e a Sancio
    venne voglia di abbassare le cateratte degli occhi, come diceva quando
    voleva dormire;  quindi lev il basto al ciuco e lo lasci  libero  di
    pascere  a  suo piacere.  A Ronzinante non tolse la sella,  perch per
    ordine espresso del padrone,  per tutto il tempo che stavano accampati
    e  non  dormivano  al  coperto,  Ronzinante  doveva  rimanere sellato,
    secondo un'antica usanza stabilita e osservata dai cavalieri  erranti.
    Togliere la briglia al cavallo e appenderla all'arcione della sella va
    bene,  ma  togliere  la  sella,  mai!  E  cos fece Sancio,  e dette a
    Ronzinante la stessa libert che  all'asino.  L'amicizia  fra  le  due
    bestie  fu cos stretta,  cos unica nel suo genere,  che stando a una
    vecchia tradizione tramandataci di padre in figlio, l'autore di questa
    veridica storia vi avrebbe consacrato dei capitoli interi; ma poi, per
    conservare il decoro e la seriet dovuta a una  storia  tanto  eroica,
    non ce li avrebbe messi; sebbene qualche volta si dimentichi di questa
    sua pregiudiziale,  e ci racconti che quando le due bestie si potevano
    avvicinare,  badavano a grattarsi l'una con l'altra;  poi quando erano
    stanche  e soddisfatte,  Ronzinante incrociava su quello dell'asino il
    suo lungo collo,  che sporgeva pi d'un braccio  dall'altra  parte,  e
    cos  guardando  tutti  e  due  con grande attenzione in terra,  se ne
    stavano in quel modo anche tre giorni,  o per lo  meno  finch  ce  li
    lasciavano, o la fame non li spingeva a cercar da mangiare. Dicono che
    l'autore  abbia paragonato la loro amicizia a quella d'Eurialo e Niso,
    di Pilade e Oreste;  e da questo,  se  vero,  si  pu  capire  quanto
    dovette  essere  forte  l'amicizia di questi due pacifici animali,  ad
    ammirazione e vergogna degli uomini tutti,  i quali  sanno  cos  male
    serbarsi amicizia gli uni con gli altri. Per questo fu detto:

    Ogni amico diventa un nemico,
    ogni canna diventa una lancia;

    e anche:

    Dagli amici mi guardi Iddio, eccetera.

    E  non  sembri  a qualcuno che l'autore sia andato un po' fuori strada
    nell'aver paragonato l'amicizia  di  questi  animali  a  quella  degli
    uomini,   perch   dalle   bestie  gli  uomini  hanno  ricevuto  molti
    insegnamenti e imparate molte cose d'importanza,  come per esempio  il
    clistere dalla cicogna, dai cani il vomito e la gratitudine, dalle gru
    la vigilanza,  dalle formiche la previdenza, dagli elefanti l'onest e
    dal cavallo la lealt.  Finalmente Sancio s'addorment ai piedi di  un
    sughero,  e  Don  Chisciotte  si mise a sonnecchiare sotto una robusta
    quercia,  ma non era passato molto tempo che fu destato da  un  rumore
    che sent alle sue spalle;  quindi levatosi di soprassalto,  si mise a
    guardare e ad ascoltare di dove veniva il rumore, e vide che erano due
    uomini a cavallo,  e che uno di essi lasciandosi scivolare  gi  dalla
    sella, diceva all'altro:
    -  Scendi,  amico,  e lascia le redini sul collo ai cavalli,  perch a
    quanto mi pare,  qui c' erba in abbondanza per  loro,  e  silenzio  e
    solitudine quanto  necessario per i miei amorosi pensieri.
    Il dir cos e lo sdraiarsi in terra fu tutt'una,  ma nel movimento che
    fece,  risuonarono  fortemente  le  armi  di  cui  era  armato;  segno
    evidente,  pens Don Chisciotte,  che doveva trattarsi di un cavaliere
    errante. Perci accostatosi a Sancio,  che dormiva,  e tiratolo per un
    braccio,  dopo  molti  sforzi riusc finalmente a destarlo,  e a bassa
    voce gli disse:
    - Sancio, ecco l'avventura.
    - Dio ce la mandi buona - rispose Sancio.  - E  dov'  questa  signora
    avventura?
    - Dove, Sancio? - replic Don Chisciotte. - Voltati e guarda, e vedrai
    disteso laggi un cavaliere errante che,  da quanto si pu capire, non
    deve essere eccessivamente contento;  perch l'ho visto discendere  da
    cavallo  e  sdraiarsi  in  terra facendo dei gesti di malumore,  e nel
    buttarsi gi, le sue armi hanno fatto un grande strepito.
    - Ma,  scusi - disse Sancio - dove la  trova  lei,  in  tutto  questo,
    l'avventura?
    -  Non  voglio  dire - rispose Don Chisciotte - che questa sia proprio
    un'avventura, ma il principio d'un'avventura,  perch tutte cominciano
    cos.  Ma,  ascolta:  a quanto pare,  quel cavaliere sta accordando un
    liuto o una mandola, e poich sento che spurga per liberarsi il petto,
    deve prepararsi a cantar qualcosa.
    - E' proprio  cos  -  rispose  Sancio  -  deve  essere  un  cavaliere
    innamorato.
    -  Non  c'  cavaliere  errante  che  non  sia  innamorato - disse Don
    Chisciotte. - Stiamolo a sentire; se canta,  dal filo delle sue parole
    arriveremo  al gomitolo dei suoi pensieri,  poich la lingua parla per
    l'abbondanza del cuore.
    Sancio voleva rispondere al padrone,  ma la  voce  del  cavaliere  del
    Bosco,  che non era n molto cattiva n molto buona,  glielo imped; e
    allora,  stando tutti e due attenti,  l'udirono  cantare  il  seguente
    sonetto:

     Deh!  vogliate,  o signora,  indicarmi una via da seguire, tracciata
    secondo la vostra volont;  la quale sar  dalla  mia  tenuta  in  tal
    conto, che giammai se ne discoster nemmen d'una linea.
    Se avete piacere che io muoia tacendo il mio tormento, fate conto che
    io  sia  gi morto: se volete invece che io ve lo racconti in disusato
    stile, far s che Amore stesso ve lo narri.
    Io,  a prova di contrari,  son diventato di  cera  molle  e  di  duro
    diamante, e sottometto l'anima alle leggi d'amore.
    E  v'offro  il  mio  cuore dunque com',  o duro o forte: incidetevi,
    scolpitevi  quel  che  pi  vi  piace;   e  io  giuro  di   serbarvelo
    eternamente.

    Con  un  "ahim"  che pareva strappato dal pi profondo del cuore,  il
    cavaliere del Bosco dette termine al suo canto,  e di l  a  poco  con
    voce dolente e lamentosa disse:
    -  O  tu  che  sei  la  pi bella e la pi ingrata donna del mondo!  O
    serenissima Casildea di Vandalia,   mai possibile che tu permetta che
    si  consumi  e si estenui in continue peregrinazioni e in aspri e duri
    travagli questo cavaliere tuo schiavo?  Non basta ormai che  io  abbia
    fatto  s che ti confessino e riconoscano la pi bella del mondo tutti
    i cavalieri di Navarra,  tutti quelli di  Len,  tutti  gli  andalusi,
    tutti i castigliani e finalmente tutti i cavalieri della Mancia?
    -  Questo  no  - disse a questo punto Don Chisciotte - perch io,  che
    sono della Mancia,  non ho mai  confessato  e  non  potevo  n  dovevo
    confessare  cosa  cos  pregiudicevole  alla  bellezza della mia dama:
    quindi,  come tu vedi bene,  questo  cavaliere  delira.  Ma  stiamo  a
    sentire, ch forse si spiegher meglio.
    - S, lo credo anch'io - replic Sancio-perch mi pare che abbia tutta
    l'aria di voler seguitare un mese.
    Ma  invece  non fu cos,  perch avendo il cavaliere del Bosco sentito
    parlare dietro di s, interruppe i suoi lamenti, si rizz, e disse con
    voce sonora e in tono cortese:
    - Chi va l?  Chi siete?  Siete del  numero  delle  persone  felici  e
    contente, o del numero degli afflitti?
    - Degli afflitti - rispose Don Chisciotte.
    -  Allora potete avvicinarvi a me - rispose il cavaliere del Bosco - e
    far conto di avvicinarvi alla tristezza e all'afflizione in persona.
    Don Chisciotte,  sentendosi rispondere in modo cos sconsolato e  cos
    cortese,  si avvicin a lui,  e Sancio fece altrettanto.  Il cavaliere
    afflitto prese Don Chisciotte per un braccio e gli disse:
    - Sedetevi qui,  signor cavaliere;  e che siete cavaliere e di  quelli
    che professan la cavalleria errante,  me lo dimostra il fatto d'avervi
    trovato in questo luogo, dove fanno compagnia la solitudine e l'aperto
    cielo, consueto letto e naturale albergo dei cavalieri erranti.
    - S - rispose Don Chisciotte - son cavaliere e dell'ordine che  dite,
    e   quantunque  nella  mia  anima  abbiano  lor  naturale  albergo  la
    tristezza,  le disgrazie e le sventure,  non per questo esse ne  hanno
    sbandita  la  compassione per le sventure altrui.  Da quello che avete
    cantato poco fa ho capito che le vostre son sventure d'amore;  d'amore
    per quella bella ingrata che avete nominato nei vostri lamenti.
    Dicendo  questo  i  due cavalieri s'erano seduti insieme sopra la dura
    terra in santa pace e da buoni compagni, come se al levar del sole non
    avessero dovuto rompersi la testa.
    - Per avventura,  signor cavaliere - domand quello del  Bosco  a  Don
    Chisciotte - sareste voi innamorato?
    -  Per disavventura lo sono - rispose Don Chisciotte - sebbene i danni
    che  provengono  dai  ben  collocati  pensieri  si  debbano   ritenere
    piuttosto grazie che disgrazie.
    -- Questo  vero - replic il cavaliere del Bosco - purch non ci sian
    turbati  la  ragione  e  l'intelletto dalle repulse,  che,  quando son
    molte, possono parer vendette.
    - Io non ho  mai  ricevuto  repulse  dalla  mia  dama  -  rispose  Don
    Chisciotte.
    -  No,  di sicuro - aggiunse Sancio che era l accanto - perch la mia
    padrona  pi mansueta d'un agnello e pi tenera del burro.
    - E' il vostro scudiero questo? - domand il cavaliere del Bosco.
    - S - rispose Don Chisciotte.
    - Non ho mai visto uno scudiero che si  attenti  a  discorrere  quando
    parla  il  suo  signore.  Per  lo  meno ecco qui il mio che  grande e
    grosso,  e pure non c' nessuno che possa dire d'avergli  visto  aprir
    bocca quando parlo io.
    -  Eh,  mondo  piccino  -  disse Sancio - ho parlato io,  s,  e posso
    parlare davanti a  chiunque,  e  anche...  Ma  lasciamola  l,  ch  a
    rimestarla si fa peggio.
    Allora  lo  scudiero  del cavaliere del Bosco prendendo per un braccio
    Sancio:
    - Compagno - gli disse - andiamocene un po' tutti e due dove si  possa
    parlare  da buoni scudieri di tutto quel che si vuole,  e lasciamo che
    questi nostri signori padroni si rompano  il  capo  a  raccontarsi  la
    storia  dei loro amori,  ch di certo il giorno li sorprender che non
    avranno ancora finito.
    - Benissimo - disse Sancio - e io dir alla Signoria Vostra chi  sono,
    perch   veda  se  posso  entrare  nel  mazzo  con  gli  scudieri  pi
    chiacchieroni del mondo.
    E con questo i due scudieri si allontanarono e allora ebbe  luogo  fra
    loro un colloquio cos buffo,  come fu serio quello che ebbe luogo fra
    i loro padroni.

    CAPITOLO 13.
    Dove si continua l'avventura  del  Cavaliere  del  Bosco,  col  savio,
    originale e pacifico colloquio che ebbe luogo fra i due scudieri.

    Cavalieri e scudieri s'erano dunque divisi e questi si raccontavano la
    loro vita,  quelli i loro amori; ma la storia riporta prima il dialogo
    dei garzoni, e poi continua con quello dei padroni,  e quindi racconta
    che,  fattisi  un  po' pi in l,  lo scudiero del cavaliere del Bosco
    disse a Sancio:
    - Che faticosa vita  ci  tocca  fare,  signor  mio,  noi  scudieri  di
    cavalieri  erranti!  Si potrebbe proprio dire che mangiamo il pane col
    sudore della nostra fronte,  secondo la maledizione che scagli  Iddio
    contro i nostri primi padri.
    -  Si  potrebbe  anche  dire  -  aggiunse Sancio - che lo mangiamo coi
    brividi del nostro corpo: infatti c' forse qualcuno esposto al  caldo
    e  al freddo pi dei disgraziati scudieri della cavalleria errante?  E
    meno male se si mangiasse sempre,  perch anche i dolori col pane  son
    minori;  ma  c'  delle  volte  che  si passa un giorno,  e anche due,
    digiuni, campando d'aria.
    - Tuttavia - disse lo scudiero del cavaliere del Bosco - tutto  questo
    si pu sopportare per la speranza del premio che ci aspetta; perch se
    il  cavaliere errante presso al quale lo scudiero si trova in servizio
    non  proprio disgraziato,  per poco che il suo signore  gli  dia,  si
    vedr  sempre  ricompensato  con un bel governo di qualche isola o con
    una bella contea.
    - Io--replic Sancio - gliel'ho  gi  detto  al  mio  padrone  che  mi
    contento  del governo di un'isola;  e lui  cos nobile e generoso che
    me l'ha promesso pi e diverse volte.
    - A me - disse l'altro - un canonicato per compenso dei  miei  servigi
    mi basterebbe, e il mio padrone me l'ha gi promesso e come bello!
    -  Ah,  s?  Allora il vostro padrone deve essere un cavaliere addetto
    alla chiesa,  e quindi potr dare queste ricompense ai  suoi  scudieri
    che le meritano,  ma il mio  semplicemente laico. Tuttavia mi ricordo
    che una volta delle persone di levatura (quantunque a mio giudizio  in
    quel   momento  lo  consigliassero  male)  volevano  che  cercasse  di
    diventare arcivescovo.  Per fortuna egli disse che  non  voleva  esser
    altro che imperatore, ma io allora ebbi una gran paura che gli venisse
    davvero la voglia d'entrare a far parte della chiesa, perch io non mi
    trovo  in  condizione  di  poter ottenere benefici ecclesiastici.  Lei
    infatti deve sapere che per potere  appartenere  alla  chiesa  io  son
    troppo bestia, sebbene paia un uomo.
    - Qui credo che lei prenda un abbaglio - disse lo scudiero di quel del
    Bosco. - Non creda che i governi delle isole siano tutti rose e fiori;
    ce n' di quelli che non rendono un soldo, di quelli pieni di fastidi,
    altri in cui tutto va di traverso; e il pi buono e il meglio ordinato
    si porta con s una pesante soma di pensieri e di beghe,  che grava le
    spalle del malcapitato a cui tocca in  sorte.  Sarebbe  molto  meglio,
    veda,  che  tutti  quanti  facciamo  questo maledetto mestiere,  ci si
    ritirasse a casa nostra a fare qualche  altra  cosa  meno  antipatica,
    come  per  esempio  andare  a  caccia o pescare,  perch qual  quello
    scudiero tanto povero a questo mondo,  che non abbia  un  ronzino,  un
    paio di cani da caccia e una canna da pesca,  con cui passare il tempo
    nel suo paese?
    - A me di tutto questo non mi manca nulla - rispose Sancio.  - E' vero
    che  un  ronzino  non  ce  l'ho,  ma ho un ciuco che vale due volte il
    cavallo del mio padrone,  e Dio mi  mandi  un  accidente  se  farei  a
    baratto,  neanche  se  mi rifacessero di giunta quattro staia d'avena.
    Lei rider a sentirmi parlare cos del  mio  bigio:  lo  chiamo  bigio
    perch  di questo colore.  Quanto ai cani non mi avrebbero a mancare!
    Al mio paese ce n' d'avanzo,  e quando si va a caccia a  spese  degli
    altri  un piacere.
    - Eh s, signor scudiero, glielo dico sul serio - replic l'altro - io
    sono  proprio  deciso  a  lasciare  queste buggerate cavalleresche,  a
    ritirarmi al mio paese e badare ai miei bambini, che ne ho tre che son
    tre perle.
    - Io ne ho due - disse Sancio - che si potrebbero regalare al papa  in
    persona, specialmente una ragazza che, con l'aiuto di Dio, tiro su per
    contessa, sebbene sua madre non ne voglia sapere.
    -  E  quanti anni ha questa signorina tirata su per contessa?  domand
    l'altro.
    - Quindici anni,  poco pi poco meno - rispose Sancio - ma  alta come
    una  pertica  fresca,  come  una  mattina d'aprile,  e ha una forza da
    facchino.
    - Questi son requisiti non solo per divenire contessa,  ma anche ninfa
    del  verde  bosco.  Oh  figliaccia d'una puttana!  Che vigore che deve
    avere la birbona!
    - Puttana non  lei e non  stata sua madre - rispose  Sancio  un  po'
    impermalito - e puttane,  per grazia di Dio,  non saranno n quella n
    quell'altra, finch camper io. E prego di parlare un po' meglio,  ch
    per  essere stato allevato in mezzo ai cavalieri erranti,  che sono la
    cortesia in persona,  la Signoria Vostra dice delle parole che non  mi
    paiono molto appropriate.
    - Oh,  signor scudiero! - esclam l'altro - come se ne intende poco di
    lodi e di  complimenti  Vossignoria!  Come?!  Non  sa  che  quando  un
    cavaliere  d  un  buon colpo di lancia al toro nel circo,  oppure una
    persona fa qualche cosa di buono,  la gente dice sempre:  Oh,  figlio
    d'una  puttana!  Come  ha  dato nel segno!.  E in quel termine invece
    d'esserci un'offesa,  come pare,  c' una  lode  notevole.  Rinnegate,
    signor  mio,  quei figlioli e quelle figliole che non agiscono in modo
    che i loro genitori meritino tali titoli!
    - Ho capito - rispose Sancio - e allora lei la poteva scaricare su  di
    me,  sui  miei  figlioli,  su  mia  moglie tutto un casino addirittura
    perch quel che dicono e quel che fanno lo fanno cos bene, che questi
    elogi se li meritano di certo. Ah, per poterli rivedere, prego Dio che
    mi levi di peccato mortale,  cio che mi  levi  da  questo  pericoloso
    servizio  di  scudiero,  nel  quale  sono  ricascato la seconda volta,
    lusingato e illuso da una borsa con cento ducati, che trovai un giorno
    in mezzo alla Sierra Morena.  E ora il diavolo mi mette sempre davanti
    agli occhi qui,  l, in un punto s, in un altro no, un sacco pieno di
    doppie,  e a ogni passo mi pare proprio di toccarlo  con  le  mani,  e
    l'abbraccio,  lo  porto  a  casa,  reinvesto  il  capitale  in  un bel
    patrimonio e me la godo come un principe.  Allora,  nel momento in cui
    penso  a queste cose,  vedete,  mi diventano facili e sopportabili gli
    strapazzi che mi tocca sostenere dietro a questo  mentecatto  del  mio
    padrone, che, lo so bene, ha pi del pazzo che del cavaliere.
    - Per questo - disse lo scudiero del cavaliere del Bosco dicono che la
    cupidigia  rompe  il sacco.  Ma quanto a cavalieri pazzi non ce n' al
    mondo uno pi pazzo del mio padrone; perch  proprio di quelli di cui
    si pu dire che va in cerca di rogna per grattare. Figuratevi che, per
    far rinsavire un altro cavaliere ammattito,   diventato  matto  anche
    lui;  e  s'  messo a cercare una cosa che,  se la trova,  mi pare che
    abbia a essere peggio per lui.
    - E' innamorato per caso?
    - Gi. Di una certa Casildea di Vandalia,  la pi cruda e la pi cotta
    dama di questo mondo;  ma la crudezza non  il solo suo difetto: ha in
    corpo degli altri diavoli pi grossi, come presto vedremo.
    - Non c' strada tanto pari - replic Sancio - dove non ci sia qualche
    intoppo, chi ha polli ha pipite,  e compagni ne ha di pi il pazzo che
    il savio.  Ma se  vero quel che comunemente si dice, che mal comune 
    mezzo gaudio, mi potr consolare pensando che anche la Signoria Vostra
    serve un padrone scemo come il mio.
    - Scemo s, ma valoroso - rispose l'altro - e, anzi,  pi birbante che
    scemo e valoroso.
    - No, il mio non  cos - disse Sancio. - Voglio dire che non ha nulla
    del  birbaccione;  anzi,    un'anima  candida.  Non sa far del male a
    nessuno e piuttosto del  bene  a  tutti,  non  ha  alcuna  malizia,  e
    riuscirebbe a un bambino di dargli a bere che  notte in pieno giorno.
    E proprio per questa sua innocenza io gli voglio un bene dell'anima, e
    non mi decido a lasciarlo per quante stravaganze commetta.
    - Tuttavia,  caro amico - disse l'altro scudiero - se un cieco  guida
    di un cieco,  tutti e due corrono il rischio d'andare a cadere  in  un
    fosso.  E'  molto  meglio  ritirarsi  in buon ordine e tornare a casa,
    perch a cercare avventure, non sempre le si trovano buone.
    Sancio intanto sputava ogni pochino una saliva appiccicosa e parecchio
    secca all'apparenza,  e lo scudiero boschereccio,  che se ne  accorse,
    mosso a compassione:
    -  Mi  pare  -  gli  disse  -  che  a forza di discorrere la lingua si
    appiccichi al palato, ma ho io uno spiccicatorio ciondoloni alla sella
    del cavallo, che  proprio una meraviglia.
    E alzatosi,  torn di l a poco con un otre di vino e un pane ripieno,
    lungo  senza  esagerazione  mezzo  braccio,  perch  c'era  dentro  un
    coniglio di  quelli  bianchi,  cos  grosso,  che  Sancio,  al  tasto,
    credette  che  fosse  un caprone intero non che un capretto.  A quella
    vista:
    - Di questa roba - esclam Sancio - lei si porta dietro?
    - E che credeva?  - rispose l'altro.  - Che io fossi uno  scudiero  di
    quelli  che friggono con l'acqua?  Ci ho pi provviste io sulla groppa
    del mio cavallo, che un generale quando si mette in viaggio .
    Sancio mangi senza farsi pregare, e al buio mandava gi certi bocconi
    grossi come nodi di fune.
    - Lei s - disse a un certo punto - che  uno scudiero fedele e leale,
    alla mano, magnifico e generoso,  come lo prova questo banchetto,  che
    non    venuto qui per incanto,  almeno a quanto pare;  e non come me,
    povero sciagurato, che nelle bisacce non ho altro che un po' di cacio,
    e tanto duro da potere, volendo, spaccare la testa a un gigante; e poi
    qualche dozzina di carrube,  e altrettante noci e nocciole grazie alle
    strettezze del mio padrone e all'opinione che s' fatta, e che osserva
    fedelmente, che i cavalieri erranti non si devono sostentare e nutrire
    che con frutta secca e con erbe di campo.
    - Caro il mio amico - rispose l'altro - il mio non  stomaco da cardi,
    da  pere  selvatiche e da radici.  Se le tengano le loro opinioni e le
    loro leggi cavalleresche i nostri padroni;  lo mangino loro  quel  che
    vorrebbero far mangiare a noi; io per me ho dei buoni panini ripieni e
    questo otre attaccato all'arcione della sella per ogni evenienza; e ne
    sono  cos  devoto e gli voglio tanto bene,  che non passa momento che
    non gli dia mille abbracci e mille baci.
    Cos dicendo lo mise nelle mani a Sancio,  il  quale,  portatolo  alla
    bocca,  stette  un quarto d'ora a contemplare le stelle;  e poi quando
    ebbe finito di bere,  lasci cadere la testa su una parte  ed  esclam
    con un gran sospiro:
    - Figlio d'una puttana! Questo s che  da levarsi il cappello!
    -  Lo  vedete?  -  disse  lo  scudiero di quello del Bosco sentendo il
    figlio d'una puttana di Sancio.  - Lo vedete  che  anche  voi  avete
    lodato questo vino chiamandolo figlio d'una puttana?
    -  Ha ragione lei - rispose Sancio.  - Riconosco che il dar di figlio
    d'una puttana a uno non  un'offesa, quando sia dato con l'intenzione
    di fargli un complimento. Ma mi dica un po': questo vino, per un caso,
     di Citt Reale?
    - Bravo! Che conoscitore! - rispose l'altro. - E' proprio di l,  ed 
    vecchio di qualche anno.
    - Che lo vuol dire a me?  Pu essere come vuole,  io,  un vino, glielo
    riconosco sempre, via! Ho un fiuto io, si figuri, che un vino mi basta
    annusarlo per riconoscere subito il luogo di dov', la razza, la beva,
    la durata che pu avere, i mutamenti che deve fare, tutto insomma quel
    che riguarda il vino.  Ma non c'  da  farci  caso,  perch  vengo  di
    famiglia.  In casa mia, da parte di mio padre, ci sono stati i due pi
    intelligenti conoscitori che abbia avuto la Mancia.  Tanto  vero  che
    una  volta successe questo fatto.  Li chiamarono tutti e due a dare un
    giudizio sul vino d'una botte,  e  gli  fu  chiesto  un  parere  sulle
    condizioni,  la  qualit,  la  bont  o  i  difetti  che  avesse.  Uno
    l'assaggi  con  la  punta  della  lingua,   l'altro  non   fece   che
    accostarselo al naso, e il primo disse che sapeva di ferro, il secondo
    che  sapeva  di cuoio pi che di ferro.  Il padrone disse che la botte
    era pulita,  e che al vino non era stato fatto nulla per  cui  potesse
    aver  preso  di  ferro  o di cuoio.  Tuttavia i due famosi conoscitori
    mantennero il loro giudizio. Qualche tempo dopo il vino fu venduto,  e
    nel pulire la botte trovarono una chiavicina legata a un cartellino di
    cuoio.  Ora  veda  un po' lei,  se uno che viene da questa razza potr
    dare il suo parere in questioni simili.
    - E per questo appunto sostengo  -  disse  l'altro  -  che    ora  di
    smetterla col cercare avventure.  Contentiamoci di quello che abbiamo,
    perch il meglio  nemico del bene,  e torniamo alle  nostre  casette;
    Dio, se vuole, sapr trovarci anche l.
    -  No  -  disse  Sancio  -  fino a che il mio padrone non  arrivato a
    Saragozza, non lo lascio, dopo, se ne ragioner.
    Alla fine tanto discorsero e tanto bevvero i due bravi  scudieri,  che
    il  sonno  fu  costretto  ad  attaccar  loro  la  lingua al palato e a
    smorzarne  la  sete,   perch  levargliela  del  tutto  sarebbe  stato
    impossibile.  E cos abbracciati tutti e due all'otre quasi vuoto, col
    boccone in bocca mezzo masticato,  si addormentarono l,  dove noi  li
    lasceremo per ora, per raccontare ci che avvenne tra il cavaliere del
    Bosco e quello dalla Triste Figura.

    CAPITOLO 14.
    Dove continua l'avventura del Cavaliere del Bosco.

    Fra  i  molti  discorsi  che  tennero  fra  loro  Don  Chisciotte e il
    cavaliere della Selva, la storia racconta che quello del Bosco disse a
    Don Chisciotte:
    - Dovete dunque sapere che il mio destino,  o per dir  meglio  la  mia
    scelta,   m'ha   fatto   innamorare  dell'impareggiabile  Casildea  di
    Vandalia. La chiamo impareggiabile, perch non ce n' alcuna che possa
    starle a paragone, n per la statura, n per la nobilt e la bellezza.
    Questa Casildea dunque di cui parlo, ricompens i miei onesti pensieri
    e i miei cortesi voti con l'obbligarmi  a  compiere  molte  e  diverse
    imprese rischiose,  come fece a Ercole la sua matrigna,  promettendomi
    sempre,  alla fine di un'impresa che alla fine dell'altra avrei  visto
    realizzate  le  mie  speranze;  ma  in questo modo le mie fatiche sono
    andate via via crescendo come gli anelli di una catena a tal segno che
    non si contano pi,  e  non  so  quale  sar  l'ultima  che  deve  dar
    principio al compimento dei miei onesti desideri. Una volta mi comand
    di  andare  a sfidare quella famosa gigantessa di Siviglia chiamata la
    Giralda, che  cos agguerrita e forte perch  fatta di bronzo, e che
    senza mai muoversi dal suo posto  la pi mobile e volubile  donna  di
    questo  mondo.  Arrivai,  la vidi,  la vinsi,  e l'obbligai a rimanere
    immobile,  perch per  pi  d'una  settimana  non  tirarono  venti  di
    tramontana.  Ci fu una volta che m'ordin che andassi ad alzar di peso
    le antiche pietre dei colossali tori di Guisando,  impresa da affidare
    a  dei  facchini piuttosto che a dei cavalieri.  Un'altra volta poi mi
    comand di buttarmi nella  voragine  di  Cabra,  pericolo  inaudito  e
    temerario!   E   volle   anche   che   le   portassi   una   relazione
    particolareggiata di  quanto  si  trova  in  quell'oscura  profondit.
    Fermai la Giralda, sollevai di peso i tori di Guisando, mi calai nella
    voragine,  e  misi  in  chiaro  i  misteri  del suo abisso;  ma le mie
    speranze son pi morte che mai, e le sue esigenze e le sue repulse pi
    vive di prima.  Ultimamente m'ha ordinato di percorrere in lungo e  in
    largo  tutte  le province della Spagna,  e di far confessare a tutti i
    cavalieri erranti che vi si  incontrano,  che  essa    superiore  per
    bellezza a tutte le donne oggi viventi,  e che io sono il pi valoroso
    e il pi innamorato cavaliere della terra.  Per obbedirla ho  percorso
    gi  la maggior parte della Spagna,  e ho vinto molti cavalieri che si
    sono attentati a contraddirmi,  ma ci di cui maggiormente mi pregio e
    vanto,    d'aver  vinto in singolar tenzone quel famoso cavaliere Don
    Chisciotte della Mancia,  e d'avergli fatto confessare che  pi bella
    la mia Casildea della sua Dulcinea.  E con questa sola vittoria faccio
    conto d'aver vinto tutti  i  cavalieri  del  mondo,  perch  quel  Don
    Chisciotte  che ho detto li ha vinti tutti,  e avendolo io vinto a sua
    volta,   chiaro che la sua gloria,  la sua fama,  i suoi  onori  sono
    trasferiti sulla mia persona, perch

    quanto pi il vinto ebbe virtude e onore
    tanto pi merita fama il vincitore.

    Quindi  ormai  son  da ascriversi a me e son mie le innumerevoli gesta
    del suddetto Don Chisciotte.
    Don Chisciotte rimase  allibito  a  sentire  il  Cavaliere  del  Bosco
    discorrere in quel modo,  e pi volte fu l l per dirgli che mentiva,
    e si sent il voi mentite per la gola!  proprio  sulla  punta  della
    lingua;  ma  si  contenne  meglio  che  pot  per fargli confessare la
    menzogna con la sua stessa bocca; quindi gli disse con calma:
    - Che  lei,  signor  cavaliere,  abbia  vinto  la  maggior  parte  dei
    cavalieri erranti della Spagna e anche di tutto il mondo, non dir; ma
    che abbia vinto Don Chisciotte della Mancia, lo metto in dubbio. Potr
    darsi che fosse un altro che gli somigliasse, quantunque son ben pochi
    quelli che possono somigliargli.
    -  Come?!  -  esclam quello del Bosco.  - Ma le garantisco che mi son
    battuto con Don Chisciotte,  che l'ho vinto e costretto ad arrendersi.
    E'  un  uomo  d'alta  statura,  magro  in  volto,  asciutto  e rugoso,
    brizzolato,  col naso aquilino e un po' ricurvo,  con dei baffi  neri,
    lunghi  e spioventi,  che s' dato come nome di battaglia il titolo di
    Cavaliere dalla Triste Figura,  e mena seco per scudiero un  contadino
    chiamato  Sancio  Panza.  Cavalca  e  guida un famoso cavallo chiamato
    Ronzinante, e finalmente s' scelta per signora d'ogni sua volont una
    certa Dulcinea del Toboso,  detta un tempo Aldonza  Lorenzo,  come  io
    chiamo  Casildea  di  Vandalia  la mia,  perch si chiama Casilda ed 
    dell'Andalusia. Se tutte queste prove non bastano per dar credito alla
    verit delle mie asserzioni,  ecco qui la mia spada che far  crederla
    anche all'incredulit personificata.
    -  Calmatevi,  signor  cavaliere,  e  ascoltate quel che voglio dirvi.
    Dovete sapere che questo Don Chisciotte che dite,   il maggior  amico
    che  ho  in  questo  mondo,  e tanto amico anzi da poter dire che  un
    altro me stesso; e per i contrassegni cos precisi ed esatti che me ne
    avete dato, sono costretto a credere che sia proprio quello stesso che
    avete vinto voi. Ma d'altra parte io sono materialmente sicuro che non
     possibile che sia lo stesso,  a meno che non si tratti  di  un  tiro
    giocatogli  da  qualcuno  dei  molti  incantatori  suoi nemici (ce n'
    specialmente uno che lo perseguita di continuo) che abbia preso la sua
    figura apposta per lasciarsi vincere e defraudargli cos la  fama  che
    le  sue  alte  gesta  cavalleresche gli hanno acquistata e meritata su
    tutta la faccia della terra.  E a prova di questo  dovete  sapere  che
    quei  tali  incantatori  suoi  nemici,  non  pi  di  due  giorni  fa,
    trasformarono la figura e la persona della bella Dulcinea  del  Toboso
    in  una  sporca  e  volgare  contadina,  e  quindi  probabile che nel
    medesimo modo abbian trasformato Don Chisciotte.  Ma se  tutto  questo
    non  basta  per  rendervi persuaso della verit di quello che io dico,
    ecco qui Don Chisciotte in persona che la sosterr con le sue armi,  a
    piedi o a cavallo o in qualunque altra guisa vi talenti.
    Cos dicendo si alz, e mettendo la mano sull'elsa della spada, stette
    ad aspettare la decisione che avrebbe preso il Cavaliere del Bosco; il
    quale con voce pacata rispose dicendo:
    -  Chi   buon pagatore,  di dar pegni non ha timore.  E colui che una
    volta, signor Don Chisciotte, ha potuto vincervi in effige, potr pure
    sperare di riportar vittoria su voi stesso.  Ma siccome non  bene che
    dei  cavalieri  vengano  alle  armi  al  buio  come  i grassatori e la
    canaglia,  aspettiamo il giorno,  perch il sole vegga l'opere nostre.
    Come  condizione  del  nostro  scontro  io propongo che il vinto debba
    rendersi a discrezione del vincitore,  il quale potr ordinargli tutto
    quello  che  vorr,  purch,  naturalmente,  non  si  tratti  di  cosa
    indecorosa per un cavaliere.
    -  Per conto mio son pi che soddisfatto di queste condizioni  rispose
    Don Chisciotte.
    E cos dicendo si diressero dove erano i loro scudieri, e li trovarono
    che russavano nella medesima posizione in cui s'erano addormentati. Li
    destarono e ordinarono loro di tener pronti i cavalli, perch all'alba
    si  dovevano  battere fra loro in cruenta,  singolare e impareggiabile
    tenzone. A quella notizia Sancio si sent gelare, e ripensando a tutto
    quello che della gran bravura del  suo  signore  gli  aveva  detto  lo
    scudiero di quel del Bosco,  trem per la vita del proprio padrone; ma
    senza neanche dire una parola i due scudieri se ne andarono insieme  a
    cercare la loro mandra,  perch i tre cavalli e il ciuco s'erano ormai
    annusati e se ne stavano tutti insieme. Strada facendo lo scudiero del
    Cavaliere del Bosco disse a Sancio:
    - Caro amico, lei deve sapere che in Andalusia tra i duellanti costuma
    che quando ha luogo uno scontro sul terreno,  i padrini non stiano con
    le mani in mano senza far nulla,  intanto che i loro primi si battono:
    e quindi lei  avvertito che mentre i nostri  signori  si  batteranno,
    anche noi dobbiamo batterci e farci a pezzi.
    -  Caro  signor scudiero - rispose Sancio - pu esser benissimo che l
    quest'usanza ci sia fra i duellanti e la canaglia che dice lei; ma tra
    gli scudieri dei cavalieri erranti,  neanche per sogno.  Almeno io non
    gliel'ho  mai  sentito dire al mio padrone,  e s che lui sa a memoria
    tutte le regole della cavalleria errante.  E  anche  ammesso  che  sia
    vero,  e  che  sia  regola stabilita che gli scudieri debbano battersi
    mentre si battono i loro padroni,  io non voglio  affatto  saperne;  e
    sono  pronto a pagare la multa imposta agli scudieri pacifici come me,
    e che m'immagino non debba essere pi d'un paio di libbre di  cera.  E
    io le pago volentieri queste due libbre di cera,  perch mi costeranno
    sempre meno che le filacce  che  potrei  consumare  per  fasciarmi  la
    testa, perch io faccio conto che me l'abbiano di gi rotta e spaccata
    in due.  E c' anche di pi: che  assolutamente impossibile che io mi
    batta perch non ho sciabola, e non l'ho mai portata in vita mia.
    - Oh quanto a questo ce l'ho io il rimedio - disse l'altro.  - Ho  qui
    due sacchi di canapa della stessa grandezza: voi ne piglierete uno, io
    un altro, e cos ci batteremo a colpi di sacco, ad armi uguali.
    - A questa maniera accetto - disse Sancio. - Se si tratta di un duello
    per levarsi la polvere di dosso e non per sbudellarsi...
    - No,  no!  questo no - replic l'altro. - Perch dentro i sacchi, per
    non farceli portar via dal vento, bisogner metterci una mezza dozzina
    di ciottoli tondi e lisci, che pesino lo stesso quelli e quegli altri,
    e in questo modo potremo pigliarci a saccate senza farci alcun male.
    - Mondo birbone!  - disse Sancio - ma senti un po' con  che  razza  di
    bioccoli  di  lana  e  di  bambagia  vuol  imbottire  i sacchi per non
    rompersi il capo e non spaccarsi le ossa! Ma anche se lei, caro amico,
    li riempisse di peluria di seta,  stia tranquillo che io non mi batto.
    Si  battano  i  nostri  padroni  e  facciano  il comodo loro: noialtri
    beviamo e tiriamo a campare.  Assai ci pensa il tempo a  toglierci  la
    vita, perch si debba proprio noi andare a cercare il verso di finirla
    prima del termine, e di farla cascare prima che sia matura.
    - E tuttavia - insist quello del Bosco - bisogna batterci: almeno per
    una mezz'ora.
    - E io le dico di no. Non sar cos ignorante e cos ingrato da venire
    alle  mani  nemmeno per scherzo con un uomo che m'ha dato da bere e da
    mangiare;  tanto pi che non avendo nessuna ragione  di  rabbia  o  di
    rancore, chi diavolo potrebbe battersi a sangue freddo?
    -  Oh  per questo il rimedio adatto ce l'ho io - disse lo scudiero del
    Cavaliere del Bosco.  - Prima di cominciare il duello io mi  accoster
    tranquillamente alla Signoria Vostra, e le dar tre o quattro labbrate
    da mandarla a gambe all'aria, e con queste vedr che gliela dester io
    la bile, anche se le dormisse in corpo come un ghiro.
    -  Contro  questo  espediente ne so un altro io - disse Sancio che non
    vale di meno. Perch io piglier un randello, e prima che lei arrivi a
    svegliare la bile a me,  io a forza di legnate gli  addormenter  cos
    bene  la sua,  che non arriver pi a destarsi se non all'altro mondo,
    dove tutti sanno che io non sono uomo da lasciarmi mettere le mani sul
    muso da nessuno.  E ognuno fili diritto per la sua strada,  quantunque
    il  meglio  sarebbe  lasciar dormire la bile in corpo a tutti,  perch
    nessuno conosce l'anima degli altri e c' da fare come i  pifferi  che
    andarono  per  suonare  e  furono suonati.  Dio ha benedetta la pace e
    maledette le liti; e se un gatto inseguito, chiuso e molestato diventa
    un leone, io,  che sono un uomo,  chiss che cosa potrei diventare;  e
    quindi  fin  d'ora,  signor  scudiero,  le  dichiaro  che  la  ritengo
    responsabile dei danni che dall'inadempienza della presente  decisione
    potessero derivare.
    - Sta bene - disse quello del Bosco - quando sar giorno si vedr.
    Frattanto  cominciavano  a gorgheggiare fra gli alberi mille specie di
    uccelletti di diversi colori,  e  pareva  che  col  loro  svariato  ed
    allegro  cinguetto  salutassero  e  dessero  il benvenuto alla fresca
    aurora;  la quale gi dalle porte e dai balconi d'oriente cominciava a
    mostrare   la   bellezza  del  suo  volto,   e  scuoteva  dai  capelli
    innumerevoli gemme liquide sull'erbe  che,  bagnate  da  quella  soave
    rugiada,  ripiovevano  a loro volta un'argentea pioggia di minutissime
    perle.  Al suo arrivo stillavano dolce  manna  i  salici,  le  fontane
    ridevano d'un gaio riso,  mormoravano i ruscelli,  si riallietavano le
    selve,  e di un verde pi intenso si colorivano i prati.  Ma appena la
    luce  del giorno dette modo di distinguere bene le cose,  la prima che
    si offr agli sguardi di Sancio Panza fu il  naso  dello  scudiero  di
    quello  del  Bosco,  che  era  cos  enorme,  che  quasi  quasi il suo
    proprietario ci sarebbe potuto stare  sotto  all'ombra  con  tutto  il
    resto del corpo. Si narra infatti che fosse d'una grandezza colossale,
    ricurvo e tutto pieno di bitorzoli, paonazzo come una melanzana, e due
    dita  pi  basso  dell'apertura  della bocca.  Quella grandezza,  quel
    colore,  quelle verruche,  e quella piega  all'ingi  gli  deturpavano
    talmente il viso,  che Sancio cominci a ballettare coi piedi e con le
    mani come i bambini quando gli viene il benedetto;  e fece in cuor suo
    fermo  proponimento di lasciarsi dar duecento labbrate,  piuttosto che
    lasciarsi pigliare dalla collera e venire  alle  mani  con  un  mostro
    simile.  Anche Don Chisciotte guard il suo competitore,  ma trov che
    gi s'era messo l'elmo e calata la  visiera,  di  modo  che  non  pot
    vedergli  il volto;  not tuttavia che era un uomo grosso e muscoloso,
    ma non molto alto.  Sopra  le  armi  portava  una  sopravveste  di  un
    tessuto,  a  quanto  sembrava,  d'oro  finissimo,  tutta  cosparsa  di
    specchietti brillanti a forma di lunette,  che  gli  dava  un'eleganza
    tutta  particolare.  Sul  cimiero  del  suo  casco ondeggiava una gran
    quantit di piume verdi,  gialle e bianche;  e  la  lancia  che  aveva
    appoggiata  a  un  albero  era lunghissima e massiccia,  con una punta
    d'acciaio pi lunga d'un palmo.  Don  Chisciotte  vide  e  not  tutti
    questi  particolari,  e  ne  dedusse che il cavaliere doveva essere di
    prima forza,  ma non per questo si  spavent  come  Sancio;  anzi  con
    intrepida cortesia disse al Cavaliere dagli Specchi:
    -  Se  la  gran  bramosia  del  combattimento  non  vi  impedisce ogni
    cortesia, per questa appunto vi prego,  signor cavaliere,  che alziate
    un poco la visiera,  perch io vegga se la gagliardia del vostro volto
    corrisponde a quella del vostro portamento.
    - Signor cavaliere,  o vinto o vincitore che usciate da questo cimento
    -  rispose  quello  dagli  Specchi  -  vi  rimarr sempre modo e tempo
    abbastanza per vedermi; e se ora non soddisfo il vostro desiderio,  si
      perch  mi  sembra  che farei un grave torto alla bella Casildea di
    Vandalia se tardassi,  per tutto il tempo che impiegherei nell'alzarmi
    la visiera, a farvi confessare quello che ben sapete ch'io pretendo.
    -  Ma  intanto  che  montiamo  a cavallo - disse Don Chisciotte potete
    almeno dirmi se son io quel Don  Chisciotte  che  avete  detto  d'aver
    vinto.
    -  A  questo  noi  vi  rispondiamo  - disse quello dagli Specchi - che
    all'apparenza esteriore voi e il cavaliere che io vinsi vi  somigliate
    come due gocce d'acqua, ma siccome voi mi dite che egli  perseguitato
    da  degli  incantatori,  non oserei affermare se il su mentovato siete
    voi o no.
    - Questo mi basta - rispose Don Chisciotte - per credere che siete  in
    inganno: ma per disingannarvi del tutto, vengano i nostri cavalli, ch
    in  minor tempo di quello che impieghereste ad alzarvi la visiera,  se
    Dio,  la mia dama e il mio braccio m'assistono,  io  vedr  il  vostro
    volto  e  voi  vedrete che non son io quel Don Chisciotte da voi vinto
    che credete.
    Cos,  posta fine ai discorsi,  salirono a cavallo,  e Don  Chisciotte
    volt  Ronzinante  per  prendere  campo  quanto bisognava per andare a
    scontrarsi  con  l'avversario,  mentre  quello  dagli  Specchi  faceva
    altrettanto.  Ma  non si era allontanato venti passi,  quando si sent
    chiamare dal Cavaliere dagli Specchi;  e allora rifatta  tutti  e  due
    all'indietro  una  eguale  porzione  di  strada,  quello dagli Specchi
    disse:
    - Badate, signor cavaliere,  che le condizioni del nostro scontro sono
    che  il  vinto,  come  ho  gi  detto  altra  volta,  deve  restare  a
    discrezione del vincitore.
    - Lo so di gi - rispose Don Chisciotte - a patto per che quanto sar
    imposto  al  vinto  non   esorbiti   dai   limiti   delle   costumanze
    cavalleresche.
    - Questo s'intende - rispose quello dagli Specchi.
    In  quel  momento il fenomenale naso dello scudiero apparve alla vista
    di Don Chisciotte il quale a vederlo non  rimase  meno  sbalordito  di
    Sancio,  tanto  che lo prese per un mostro,  o per un uomo d'una razza
    speciale, non di questo mondo.  Sancio che aveva visto allontanarsi il
    padrone  per pigliar campo,  non volle rimanere solo con quel nappone,
    perch ebbe paura che una sola sbatacchiata di quel naso nel suo,  tra
    il  colpo  e  lo  spavento bastasse a buttarlo a gambe levate,  e cos
    avesse fine il suo duello.  Corse quindi dietro al padrone attaccato a
    una  cinghia della staffa di Ronzinante,  e quando gli parve che fosse
    tempo di voltare, gli disse:
    - Signor padrone, prima di voltare,  mi faccia un piacere,  mi aiuti a
    salir su quel leccio.  Di lass potr vedere molto meglio che di terra
    il gagliardo scontro che la Signoria Vostra si prepara a sostenere con
    quel cavaliere.
    - S,  s,  ho  capito  -  disse  Don  Chisciotte  -  tu  vuoi  salire
    sull'ultima gradinata per vedere senza pericolo la corsa dei tori.
    -  Se  le  devo  proprio  dire  la  verit  -  rispose Sancio - io non
    m'attento a rimanere accanto a quello scudiero.  Ma non ha  visto  che
    razza  di  naso  spropositato?  Io  sono rimasto sbalordito e pieno di
    spavento
    - Veramente  un tale arnese - disse Don Chisciotte - che se non fossi
    chi sono,  avrebbe fatto pigliar ombra anche a me.  E  quindi,  vieni;
    voglio aiutarti a salire dove hai detto.
    Mentre Don Chisciotte si fermava per far salire Sancio sul leccio,  il
    Cavaliere dagli Specchi prese campo quanto  gli  parve  necessario,  e
    credendo che Don Chisciotte avesse fatto altrettanto,  senza aspettare
    n suono di tromba n altro segnale  di  avviso,  tir  le  redini  al
    cavallo,   che  non  era  pi  svelto  n  di  migliore  apparenza  di
    Ronzinante,  e a tutta corsa per lui,  vale a dire in  sostanza  a  un
    mezzo  trotto,  andava  incontro  al  suo  avversario,  quando lo vide
    occupato a far salire Sancio sull'albero.  Tir allora le guide,  e si
    ferm  a met della sua rincorsa;  cosa di cui il cavallo gli fu molto
    riconoscente, perch non ne poteva proprio pi. Don Chisciotte,  a cui
    parve  che  l'avversario  gli  venisse  incontro  di carriera,  piant
    energicamente gli sproni nei fianchi sfiancati di  Ronzinante,  e  gli
    fece pigliare l'aire in modo che,  a quanto racconta la storia,  fu la
    sola volta in cui si possa dire che egli  abbia  veramente  galoppato,
    perch  tutte le altre non era andato oltre un puro e semplice trotto.
    Con questa furia senza  precedenti  arriv  dove  il  Cavaliere  dagli
    Specchi  stava ficcando gli sproni fino al bottone nei fianchi del suo
    cavallo,  senza riuscire a farlo smuovere d'un  dito  dal  posto  dove
    s'era  fermato,  stanco  della  sua  scarrierata.  In  questa  per lui
    favorevole congiuntura sorprese Don Chisciotte il suo avversario, che,
    alle prese col cavallo e dietro a metter mano alla lancia,  non riusc
    o  non  ebbe tempo di porla in resta.  Don Chisciotte che non badava a
    questi inconvenienti,  a man salva e  senza  alcun  pericolo  venne  a
    cozzarsi  col  Cavalier  dagli  Specchi  cos forte,  che quello,  suo
    malgrado,  ruzzol in terra lungo il fianco del cavallo,  battendo  un
    tale picchio che rimase cos immobile da parer morto.
    Appena  Sancio lo vide cadere,  si cal gi dal leccio,  e lesto lesto
    corse dal padrone, il quale, disceso da Ronzinante,  tosto fu sopra al
    Cavaliere  dagli  Specchi,  e,  slacciandogli l'elmo per vedere se era
    morto e per dargli aria se era vivo,  vide...  Chi potr dire quel che
    vide  senza  far  nascere  la meraviglia,  lo stupore,  lo spavento in
    quelli che l'udranno? Vide, dice la storia, lo stesso volto, la stessa
    figura, lo stesso aspetto, la stessa fisonomia,  la stessa effige,  il
    profilo  stesso  del  baccelliere Sansone Carrasco,  e quindi cominci
    subito a gridare:
    - Vieni,  Sancio,  vieni,  e vedrai una cosa incredibile: fa'  presto,
    figliolo,  e vieni a vedere fin dove arriva la potenza della magia,  e
    di quel che son capaci i fattucchieri e gli incantatori.
    Sancio s'avvicin,  e come vide  il  viso  del  baccelliere  Carrasco,
    cominci  a segnarsi e a risegnarsi,  e si sar segnato un migliaio di
    volte.  E intanto il Cavaliere atterrato non dava segno di  vita,  per
    cui Sancio disse a Don Chisciotte:
    - Signor padrone,  io credo che a buon conto il meglio sarebbe che lei
    ficcasse in gola a questo signore,  che pare  il  baccelliere  Sansone
    Carrasco,  quattro dita di lama: chi sa che cos non levi di mezzo uno
    degli incantatori suoi nemici.
    - Non dici mica male!  I nemici quanti meno sono,  e meglio   esclam
    Don  Chisciotte.  E  gi  sfoderava la spada per mettere in pratica il
    consiglio di Sancio,  quand'eccoti a tutta corsa lo scudiero di quello
    dagli Specchi,  senza pi quel naso che lo rendeva cos orrido,  e che
    gridava a squarciagola:
    - Signor Don Chisciotte!  signor Don Chisciotte!  badi a quel che  fa!
    Quello l in terra ai suoi piedi  il baccelliere Sansone Carrasco suo
    amico, e io sono il suo scudiero!
    Quando Sancio lo vide senza pi quella mostruosit di prima:
    - E il naso?- gli chiese.
    - L'ho qui in tasca - rispose quell'altro.
    E  frugatosi  in  tasca  tir fuori un naso di cartapesta da maschera,
    fatto e tinto come s' detto.  Ma intanto Sancio,  guarda  e  riguarda
    quell'uomo:
    - Madonnina santissima! - esclam finalmente con gran meraviglia. - Ma
    quello  Maso Cecial, mio vicino e compare!
    - S,  sono proprio io - disse lo scudiero dal naso ormai scorciato. -
    Sono Maso Cecial, vostro compare e vostro amico, caro Sancio, e ora vi
    dir subito per che labirinto d'imbrogli  mi  trovo  qui;  ma  intanto
    chiedete  e supplicate il vostro padrone che non uccida,  non ferisca,
    non faccia insomma alcun male al Cavaliere dagli  Specchi  disteso  ai
    suoi  piedi,  perch  non    altro  che  il  temerario e sconsigliato
    baccelliere Sansone Carrasco nostro compaesano.
    Frattanto  il  Cavaliere  dagli  Specchi  riprese  i  sensi,   e   Don
    Chisciotte,  accortosene,  gli  pose  la  punta della spada dinanzi al
    viso, e gli disse :
    -  Siete  morto,   cavaliere,   se  non  confessate  all'istante   che
    l'impareggiabile Dulcinea del Toboso porta vanto d'ogni belt sopra la
    vostra Casildea di Vandalia;  e oltracci d'uopo  che mi promettiate,
    se sopravviverete a questa tenzone e a questa caduta,  di recarvi alla
    citt  del  Toboso  e  di presentarvi al di lei cospetto da parte mia,
    perch di voi secondo il suo talento disponga. Ch se arbitro vi lasci
    di agire secondo il vostro,  voi dovrete tornare in traccia di  me  (e
    l'orma delle mie prodezze vi servir di guida per condurvi dovunque mi
    trovi)  per  darmi  conto  di  tutto ci che tra di essa e voi sia per
    avventura intercorso;  patto che,  a norma di quanto abbiamo stabilito
    prima del combattimento, non eccede le regole dell'errante cavalleria.
    -  Confesso  -  disse il cavaliere caduto - che costa pi una ciabatta
    sdrucita e sudicia della signora Dulcinea del  Toboso  che  i  capelli
    spettinati, sebben puliti, di Casildea, e prometto di andare e tornare
    dal  suo  cospetto al vostro,  per darvi interamente e particolarmente
    conto di quanto mi chiedete.
    - Dovete eziandio confessare e credere - aggiunse Don Chisciotte-  che
    il cavaliere da voi vinto non fu n poteva essere Don Chisciotte della
    Mancia,  ma un altro che gli somigliava,  come io confesso e credo che
    voi, sebbene sembriate il baccelliere Sansone Carrasco, nol siete gi,
    ma un altro che a lui somiglia,  mandato qui dai miei nemici sotto  la
    figura  di  lui,  perch'io  trattenga  e  temperi  l'impeto  della mia
    collera, ed usi con mitezza della gloria del trionfo.
    - Confesso,  ritengo e penso tutto ci,  come lo credete,  ritenete  e
    pensate voi - rispose lo sgropponato cavaliere.  - Lasciatemi rizzare,
    ve ne prego,  se pur me lo permette il picchio che ho battuto,  che mi
    ha ridotto parecchio male.
    Don  Chisciotte  l'aiut a rizzarsi,  assistito dallo scudiero di lui,
    Maso Cecial, a cui Sancio non levava gli occhi di dosso, facendogli un
    monte di domande,  le cui risposte dimostravano  chiaramente  che  era
    proprio  il Maso Cecial che diceva d'essere;  ma l'apprensione destata
    in  Sancio  dalle  parole  del  padrone,   che  aveva  detto  che  gli
    incantatori  avevano  mutato  la figura del Cavaliere dagli Specchi in
    quella del baccelliere Carrasco,  non lo lasciavano prestar fede  alla
    verit  che  aveva  dinanzi  agli  occhi.  In sostanza padrone e servo
    rimasero in questo errore,  e gli altri due se ne andarono mogi  mogi,
    con  la  loro  sfortuna e con l'intenzione di cercare un luogo dove il
    Cavaliere dagli Specchi potesse farsi fare degli impiastri e rimettere
    le costole a posto.  Quanto a Don Chisciotte e a Sancio  ripresero  la
    strada di Saragozza sulla quale li lascia la storia per raccontare chi
    erano il Cavaliere dagli Specchi e il suo naselluto scudiero.

    CAPITOLO 15.
    Dove  si d notizia e si racconta chi erano il Cavaliere dagli Specchi
    e il suo scudiero.

    Se ne andava Don Chisciotte tutto contento,  tutto tronfio e pieno  di
    boria  per  aver vinto un cos bravo cavaliere,  come egli credeva che
    fosse il  Cavaliere  dagli  Specchi,  dalla  cui  cavalleresca  parola
    sperava  di  sapere  se  durasse  ancora l'incantesimo della sua dama;
    dacch il vinto cavaliere, sotto pena di squalifica,  si era obbligato
    a  rendergli  conto  di  tutto quello che sarebbe intervenuto fra loro
    due.  Ma altro era quel che pensava Don Chisciotte,  e altro quel  che
    pensava il Cavaliere dagli Specchi; il quale in quel momento non aveva
    altro  pensiero che quello di cercare,  come s' detto,  un luogo dove
    farsi un impiastro.  La storia poi racconta che quando il  baccelliere
    Sansone   Carrasco  consigli  Don  Chisciotte  a  riprendere  le  sue
    interrotte gesta cavalleresche,  fu perch aveva gi tenuto  consiglio
    col  curato  e  col barbiere sul mezzo che si sarebbe potuto impiegare
    per ridurre Don Chisciotte a starsene in  casa  quieto  e  tranquillo,
    senza pi turbarsi l'anima con le sue dannate avventure. Dal consiglio
    tenuto,  su  parere  particolare  di Carrasco e a voto unanime usc la
    deliberazione di lasciar partire Don  Chisciotte,  tanto  pi  che  il
    trattenerlo  appariva impossibile,  e che poi Sansone dovesse andargli
    incontro sulla via fingendosi cavaliere  errante,  attaccar  battaglia
    con lui (i pretesti non sarebbero mancati) e vincerlo, cosa che pareva
    facile.  Patto  e  condizione  del  duello  doveva essere che il vinto
    rimanesse a discrezione del vincitore; e quindi, dopo averlo vinto, il
    baccelliere avrebbe ordinato a Don Chisciotte di ritornare a casa  sua
    al  suo  villaggio,  e  di non uscirne pi per due anni,  o almeno fin
    tanto che non piacesse a lui dargli altri ordini.  Era chiaro che  Don
    Chisciotte,  vinto,  avrebbe eseguito indubbiamente l'ordine ricevuto,
    per non contravvenire alle leggi della  cavalleria;  e  allora  poteva
    darsi  che durante il tempo della sua reclusione si dimenticasse delle
    sue fisime,  o che almeno desse agio di cercare  qualche  rimedio  per
    guarirlo della sua pazzia.
    Carrasco dunque si mise all'opera,  e Tommaso Cecial, compare e vicino
    di Sancio Panza,  buontempone e capo scarico,  si offr di  fargli  da
    scudiero.  Sansone si provvide dell'armatura che abbiamo descritta,  e
    Maso Cecial s'accomod,  sul suo vero,  il naso finto da maschera  che
    sappiamo,  per  non  farsi  riconoscere  dal  suo  compare  quando  si
    sarebbero incontrati;  quindi seguirono  la  medesima  strada  di  Don
    Chisciotte,  e  poco  ci  corse  che  non  si  trovassero  anche  loro
    all'avventura del carro della  Morte.  Finalmente  nel  bosco  avvenne
    l'incontro, e l successe tutto quello che il lettore attento ricorda;
    e  se non era la testa bislacca di Don Chisciotte che si figur che il
    baccelliere non fosse il baccelliere,  il  signor  baccelliere  poteva
    dire  addio per sempre alla sua licenza,  per non aver trovato nemmeno
    nidi dove aveva sperato di trovare uccelli.
    Tommaso Cecial vedendo quanto male aveva collocato le sue  speranze  e
    il pessimo successo del loro viaggio, disse al baccelliere:
    - Abbiamo quello che ci siamo meritato,  signor Sansone. Si pensa e si
    intraprende un'impresa alla leggera,  e poi il pi delle volte  se  ne
    esce  male.  Ecco  qui:  Don Chisciotte pazzo e noi savi: lui se ne va
    sano e contento, e lei rimane tutto pesto e avvilito. Ora,  mi domando
    io,  chi   pi pazzo,  quello che  perch non ne pu fare a meno,  o
    quello che  perch vuol esserlo?
    - La differenza che c' fra questi  due  pazzi  -  rispose  Sansone  S
    questa:  che chi  pazzo per forza sar sempre pazzo,  ma quello che 
    pazzo di sua spontanea volont smetter d'essere pazzo quando vuole.
    - Allora - disse Maso Cecial - io sono stato pazzo  di  mia  spontanea
    volont,  quando ho voluto far da scudiero alla Signoria Vostra, e ora
    di mia spontanea volont voglio smettere di farlo  e  tornare  a  casa
    mia.
    - Questo  un affare che riguarda voi - disse Carrasco.  - Quanto a me
    sarebbe da pazzi il credere  che  io  debba  ritornare  a  casa  senza
    essermi  prima  levata  la soddisfazione di dare un sacco di legnate a
    Don Chisciotte;  e ora non  ho  pi  voglia  di  cercarlo  per  fargli
    recuperare il senno, ma per vendicarmi; mi duole troppo il groppone in
    questo momento per poter fare dei discorsi pi cristiani.
    Intanto  cos  discorrendo  giunsero  a  un villaggio dove per fortuna
    trovarono un  semplicista,  da  cui  si  fece  curare  il  disgraziato
    Sansone. Tommaso Mecial torn indietro, e lo lasci ad architettare la
    sua  vendetta.  A  suo  tempo  si  riparler  di lui: ora seguitiamo a
    divertirci col nostro Don Chisciotte.

    CAPITOLO 16.
    Ci che successe tra Don Chisciotte e un savio cavaliere della Mancia.

    Con tutta la gioia,  la contentezza e la  boria  che  s'  detto,  Don
    Chisciotte  proseguiva il suo viaggio ritenendo d'essere,  dopo quella
    vittoria,  il cavaliere errante pi valoroso che ci fosse al mondo  in
    quell'epoca.  Ormai considerava come terminate e condotte a buon esito
    quante  avventure  potessero  capitargli  d'allora  in  poi;   non  si
    preoccupava pi d'incantesimi e di incantatori, e pi non si ricordava
    delle  innumerevoli  legnate  fioccategli  addosso nel corso delle sue
    gesta cavalleresche,  n della sassata che gli aveva portato via  met
    dei denti, n dell'ingratitudine dei galeotti, n dell'insolenza e del
    diluvio di randellate degli yanguesi;  ma invece diceva fra s che, se
    riusciva a trovare artificio,  mezzo o modo  di  disincantare  Madonna
    Dulcinea,  non  avrebbe invidiato qualunque maggior fortuna ottenuta o
    potuta  ottenere  dal  pi  fortunato  cavaliere  errante  dei  secoli
    passati. Era tutto assorto in queste fantasticherie, quando Sancio gli
    disse:
    -  Non  bellina questa,  che mi sta ancora dinanzi agli occhi il naso
    spropositato e fuori misura del mio compare Maso Cecial?
    - E tu, Sancio,  credi davvero che il Cavaliere dagli Specchi fosse il
    baccelliere  Carrasco  e  il suo scudiero fosse il tuo compare Tommaso
    Cecial?
    - Mah!  Io non so che cosa risponderle - disse Sancio.  - Ma questo  
    certo,  che quel che mi disse della mia casa, di mia moglie e dei miei
    figlioli, non me lo poteva dire che lui, e la faccia,  levato il naso,
    era  proprio  quella  di  Maso Cecial,  che io ho visto tante volte in
    paese e anche in casa sua: stiamo a uscio e  bottega!  Il  tono  della
    voce poi era proprio lo stesso.
    - Ragioniamo,  Sancio,  ragioniamo - replic Don Chisciotte.  Dimmi un
    po': a quale scopo il  baccelliere  Sansone  Carrasco  sarebbe  dovuto
    venire  in  qualit  di cavaliere errante,  armato di armi offensive e
    difensive a battersi con me?  Sono mai stato suo nemico?  Gli  ho  mai
    dato occasione di serbarmi rancore?  Son forse suo rivale? Segue anche
    lui la professione delle armi,  in maniera da poter  essere  invidioso
    della fama che io mi sono in essa guadagnato?
    -  Ma,  allora,  che  diremo della gran somiglianza di quel cavaliere,
    fosse chi fosse, col baccelliere Carrasco, e del suo scudiero con Maso
    Cecial mio compare? E se  un incantesimo come lei ha detto, non c'era
    nel mondo proprio altro che quei due a cui farli somigliare?
    - Tutto  stato fatto ad arte e a disegno - disse Don Chisciotte-  dai
    malvagi  incantatori che mi perseguitano;  i quali,  prevedendo che io
    sarei rimasto vincitore nella disfida,  presero la precauzione di dare
    al  cavaliere  da me vinto il volto del mio amico baccelliere,  perch
    l'amicizia che ho per lui si frapponesse tra il filo della mia spada e
    il rigore del mio braccio e temperasse la giusta ira del mio cuore,  e
    cos potesse salvar la vita colui che con malie e imposture cercava di
    toglierla a me.  A prova di che ben sai,  o Sancio, per esperienza non
    menzognera n fallace, quanto sia facile per gli incantatori mutare un
    viso in un altro, facendo brutto il bello e viceversa;  poich non son
    due  giorni  che  coi  tuoi  stessi  occhi  hai  veduto  la bellezza e
    l'imponenza dell'impareggiabile Dulcinea in  tutta  l'integrit  della
    sua naturale conformazione,  mentre io la vidi in tutta la bruttezza e
    sguaiataggine di una rozza contadina con gli occhi cisposi e il  fiato
    puzzolente.  Non  pu quindi far meraviglia se il malvagio incantatore
    che os fare una trasformazione cos infame ha fatto poi anche  quella
    di  Sansone  Carrasco  e  del  tuo compare,  per strapparmi di mano la
    gloria del trionfo! Tuttavia mi consolo, perch qualunque sia stata la
    figura presa dal mio nemico, il vincitore sono stato io.
    - La verit la sa Iddio - concluse Sancio. Il quale,  sapendo bene che
    la  trasformazione di Dulcinea era stata un trucco ideato da lui,  non
    rest persuaso dalle chimere del padrone,  ma non volle dir altro  per
    paura di tradirsi.
    Mentre  facevano  questi  discorsi,  li  raggiunse  un uomo che veniva
    dietro a loro per la stessa strada su una bella cavalla storna, con un
    gabbano verde  di  panno  fino,  guarnito  d'una  bordura  di  velluto
    marrone,  e  in  testa  un berretto dello stesso velluto.  I finimenti
    della cavalla erano alla scudiera,  e anch'essi guarniti di verde e di
    bruno.  Era  armato  di una scimitarra alla moresca appesa a una larga
    bandoliera verde e oro,  e portava degli  stivali  dello  stesso  tipo
    della bandoliera.  Gli sproni,  invece che dorati, erano verniciati di
    verde,  ma cos tirati a pulimento e cos lustri,  che intonandosi col
    resto del vestito facevano pi bell'effetto che se fossero stati d'oro
    puro.
    Il viaggiatore dunque li raggiunse, li salut cortesemente, e spronata
    la cavalla, stava per tirar di lungo, quando Don Chisciotte gli disse:
    - Signor cavaliere, se lei fa la stessa strada che facciamo noi, e non
    ha fretta, le saremmo molto grati se volesse accompagnarsi con noi.
    -  Oh!  io  non avrei certo tirato di lungo - rispose il signore della
    cavalla - se non  avessi  avuto  il  timore  che  il  suo  cavallo  in
    compagnia della mia giumenta diventasse un po' irrequieto.
    -  Stia  pur  tranquillo,  signore  -  disse a questo punto Sancio pu
    tirare liberamente le guide alla sua bestia,  perch il nostro cavallo
     il pi onesto e pi educato cavallo del mondo. In questi casi non ci
    ha mai fatto sguerguenze, e una volta che si arrischi a farle, oh non
    dubiti che io e il mio padrone la si pag cara. Si fermi pure, dunque,
    se  crede,  perch  anche a mettergliela sotto il naso la sua cavalla,
    sono sicuro che lui non si muove.
    Il viaggiatore tir le guide meravigliato  della  faccia  e  di  tutto
    l'insieme  di  Don  Chisciotte  che  era senza elmo (lo portava Sancio
    legato dietro il basto del ciuco come una valigia)  e  se  molto  egli
    guardava  Don  Chisciotte,  molto  pi  Don  Chisciotte  guardava lui,
    parendogli persona molto distinta.  Mostrava d'avere  una  cinquantina
    d'anni,  i  capelli  quasi  tutti  ancora neri,  il naso aquilino,  lo
    sguardo tra serio e sorridente; insomma l'abito e l'insieme rivelavano
    l'individuo di qualit non comuni.  Guardando Don Chisciotte,  egli si
    disse  che  uomini di quella specie non ne aveva mai visti: gli fecero
    grande impressione il collo lungo lungo,  l'alta statura,  la magrezza
    del viso giallognolo,  le armi, l'aspetto e il portamento tutto infine
    nella sua figura,  mai pi vista la tempo immemorabile in quei luoghi.
    Don  Chisciotte  si  accorse  benissimo  dell'attenzione  con  cui  il
    viaggiatore lo squadrava, e in quella sorpresa lesse il suo desiderio;
    e siccome era tanto cortese e sempre  pronto  a  dar  soddisfazione  a
    tutti,  prima  che l'altro gli facesse qualsiasi domanda,  lo prevenne
    dicendo:
    - Non mi farebbe meraviglia che la Signoria  Vostra,  vedendo  la  mia
    figura  cos  nuova e cos fuori dell'ordinario,  fosse stata colta da
    stupore, ma il suo stupore svanir certamente quando le avr detto che
    son cavaliere di quei che il volgo dice che a lor venture  van.  Son
    partito dalla patria,  ho ipotecato il patrimonio, ho lasciato tutti i
    miei comodi, e mi sono abbandonato in braccio alla fortuna,  perch mi
    porti  dove  pi  le  piaccia.  Ho  voluto  far  risorgere  la defunta
    cavalleria errante,  e son molti giorni  ormai  che  inciampando  qui,
    cadendo l,  precipitando da una vetta, arrampicandomi su un'altra, ho
    soddisfatto  gran  parte  dei  miei  desidri  col  soccorrer  vedove,
    protegger  fanciulle,  assister  donne  maritate,  orfani  e  pupilli,
    ufficio proprio e  naturale  dei  cavalieri  erranti.  Quindi  le  mie
    valorose,  numerose  e  cristiane  imprese hanno meritato la stampa in
    quasi tutte o almeno nella maggior parte delle nazioni del  mondo.  Si
    sono stampate trentamila copie della mia storia,  e siamo sulla strada
    di vederne stampare trentamila migliaia,  se  il  cielo  non  ci  pone
    riparo.  Insomma, per dir tutto in poche parole o in una sola, io sono
    Don Chisciotte della  Mancia,  altrimenti  detto  il  Cavaliere  dalla
    Triste  Figura,  e  sebbene  le  lodi  di  se  stesso sian cosa turpe,
    tuttavia talora m' forza dir le mie,  quando non    presente  nessun
    altro che possa dirle;  quindi,  signor gentiluomo, n questo cavallo,
    n questa lancia,  n questo scudo,  n lo scudiero,  n tutte insieme
    queste armi,  n il mio viso giallastro,  n la mia eccessiva magrezza
    vi potranno pi far meraviglia d'ora in poi,  avendo ormai saputo  chi
    sono e la professione che faccio.
    Detto questo Don Chisciotte tacque,  e il gentiluomo dal Verde Gabbano
    tardava a rispondergli,  tanto che pareva che  non  sapesse  che  cosa
    dire. Finalmente, dopo un lungo silenzio:
    -  Signor  cavaliere  -  gli  disse  -  dalla  mia  sorpresa voi avete
    indovinato il mio desiderio;  ma non siete  riuscito  a  togliermi  la
    meraviglia che mi produce la vostra vista,  perch, sebbene mi abbiate
    detto che il sapere chi siete dovrebbe togliermela,  non  stato cos;
    anzi,  ora che lo so,  rimango pi che mai sorpreso e meravigliato. Ma
    come!  E' mai possibile che esistano oggi dei  cavalieri  erranti  nel
    mondo,  e  che  vi  siano  storie  stampate  di  imprese cavalleresche
    veramente compiute? Non mi posso persuadere che ci sia sulla terra chi
    assiste vedove, protegge fanciulle, rispetta donne maritate,  soccorre
    orfani,  e  non  lo  crederei,  se non lo vedessi coi miei occhi nella
    Signoria Vostra.  Benedetto sia il cielo!  Questa  storia  vera  delle
    vostre eccelse imprese cavalleresche,  che la Signoria Vostra dice che
     stata data alle stampe,  far dimenticare le altre innumerevoli  dei
    falsi  cavalieri  erranti che inondavano il mondo,  con gran danno dei
    buoni costumi e con gran pregiudizio e discredito delle buone storie.
    - Ci sarebbe molto da dire a questo proposito - rispose Don Chisciotte
    - e cio se le storie dei cavalieri erranti siano false o no.
    - E chi  che pu metterlo in dubbio che siano false?
    - Io!  - rispose  Don  Chisciotte  -  e  lasciamo  per  ora  da  parte
    quest'argomento,  ch se il nostro viaggio dura, spero, con l'aiuto di
    Dio, di dimostrare alla Signoria Vostra che ha fatto male a seguire la
    corrente di quelli che sostengono che non son vere.
    Quest'ultimo discorso di Don Chisciotte fece venire al viaggiatore  il
    sospetto  d'avere  dinanzi un mentecatto,  e aspettava di sincerarsene
    attraverso altri discorsi,  ma,  prima di entrare in nuovi  argomenti,
    Don  Chisciotte  lo preg di dirgli chi fosse,  dato che lui gli aveva
    reso conto del suo stato e del suo tenore  di  vita.  Il  signore  dal
    Verde Gabbano cos gli rispose:
    -  Signor Cavaliere dalla Triste Figura,  io sono un gentiluomo nativo
    di un paese dove oggi,  se piacer a Dio,  andremo  a  desinare.  Sono
    assai ricco,  e mi chiamo Don Diego di Miranda.  Passo la vita con mia
    moglie, coi miei figlioli e coi miei amici; le mie occupazioni sono la
    caccia e la pesca,  non tengo  tuttavia  n  falcone  n  levrieri  da
    seguito,  ma soltanto qualche perniciotto addomesticato per richiamo e
    qualche bravo furetto. Ho circa sei dozzine di libri: parte in volgare
    e parte in latino;  alcuni di storia,  altri di devozione;  quanto  ai
    romanzi  cavallereschi,  essi  non hanno ancora attraversato la soglia
    dell'uscio di casa mia.  Sfoglio pi libri ameni che opere  religiose,
    purch si contengano nei limiti di un onesto passatempo, siano scritti
    in  buona  lingua,  e dstino meraviglia e interesse per l'invenzione,
    sebbene di questi ce ne siano molto pochi nella Spagna.  Qualche volta
    desino coi miei vicini e amici,  molto spesso li invito io a casa mia,
    e i miei pranzi sono serviti con propriet e decoro,  e  senza  alcuna
    gretteria.  Non mi piace la maldicenza,  e non permetto che maldicenza
    dinanzi a me se ne faccia: non guardo a come vivono gli altri,  e  non
    ficco il naso nei fatti altrui. Vado alla messa tutti i giorni, divido
    i  miei  beni  coi  poveri,  senza  far  pompa d'opere buone,  per non
    lasciare entrare nel mio cuore l'ipocrisia e la vanagloria, nemici che
    pian piano s'impadroniscono del cuore pi guardingo.  Cerco di mettere
    pace  fra  coloro  che  so  che  sono in discordia,  sono devoto della
    Madonna,  e confido sempre  nella  infinita  misericordia  del  nostro
    Signore Iddio.
    Sancio  era  stato  attentissimo  alla  descrizione della vita e delle
    occupazioni del gentiluomo,  e parendogli che fosse una vita  buona  e
    santa,  e che chi faceva una tal vita dovesse fare anche miracoli,  si
    butt gi dal ciuco,  e corse a prendere fra le  sue  mani  la  staffa
    destra  del gentiluomo,  e con devozione e quasi piangendo gli baci e
    ribaci molte volte il piede.
    A quella vista il gentiluomo gli domand:
    - Che fate, galantuomo? Che vogliono dire questi baci?
    - Mi lasci fare - rispose Sancio - perch la Signoria Vostra  mi  pare
    il primo santo a cavallo che abbia visto in vita mia.
    -  Non  sono  un santo - rispose il gentiluomo - ma un gran peccatore:
    voi s,  amico,  che dovete essere un buon uomo,  come lo dimostra  la
    vostra ingenuit.
    Sancio che aveva fatto affiorare il riso sulla profonda malinconia del
    suo  padrone,  ritorn  sul  suo  basto e Don Diego rimase pi che mai
    stupefatto.
    Don Chisciotte gli domand quanti figlioli aveva,  e gli disse che  le
    cose  in  cui  facevano consistere il sommo bene gli antichi filosofi,
    che mancarono della vera conoscenza di Dio, erano il possesso dei beni
    di natura e di fortuna, e l'avere molti amici e molti bravi figlioli.
    - Io,  signor Don Chisciotte - rispose il gentiluomo - ho un  figliolo
    che se non l'avessi,  forse mi riterrei pi felice di quello che sono;
    e non perch sia cattivo,  ma perch non  cos buono come vorrei.  Ha
    quasi  diciott'anni:  sei    stato  a  Salamanca a imparare la lingua
    latina e greca  e  quando  volli  che  passasse  allo  studio  d'altre
    dottrine,  lo  trovai  tanto infervorato in quella della poesia (se la
    poesia si pu chiamare  una  dottrina)  che  non    possibile  fargli
    intraprendere gli studi di legge,  che io avrei voluto che facesse,  e
    nemmeno quelli della regina d'ogni sapere, la teologia.  Io vorrei che
    fosse  l'onore  della  famiglia,  poich viviamo in un secolo in cui i
    nostri re premiano magnificamente  le  lettere  buone  e  virtuose,  e
    perch le lettere senza virt sono perle nel letamaio.  Passa tutto il
    santo giorno a stabilire se Omero disse bene o male in quel tal  verso
    dell'Iliade,  se Marziale in quel dato epigramma fu o non fu immorale,
    se quei tali o quei tali altri versi di Virgilio devono essere  intesi
    in questa o in quest'altra maniera; insomma tutte le sue conversazioni
    sono  coi  libri  di  questi  poeti  e  con quelli di Orazio,  Persio,
    Giovenale e Tibullo, perch dei moderni in volgare non fa molto conto.
    Ma,  nonostante l'antipatia che dimostra per la  poesia  moderna,  ora
    intanto  tutto sottosopra per fare una glossa a quattro versi che gli
    hanno inviato da Salamanca, credo per una gara letteraria.
    A tutto questo Don Chisciotte rispose:
    - Signor mio, i figli son carne della carne dei loro genitori, e buoni
    o  cattivi  bisogna  amarli  come  l'anima  nostra.  Tocca ai genitori
    indirizzarli fin da piccini sulla via della virt della buona  creanza
    e dei buoni e cristiani costumi, perch siano poi da grandi il bastone
    della loro vecchiaia e la gloria dei loro discendenti.  Ma il forzarli
    a studiare una cosa piuttosto che un'altra non lo credo utile, sebbene
    il cercar di persuaderveli non sar dannoso:  e  quando  non  si  deve
    studiare  pane  lucrando,  ma  colui che studia ha la fortuna di avere
    avuto da Dio dei genitori che gli lasceranno di che vivere,  allora io
    sarei  del  parere  che  gli si lasciasse la libert di seguire quegli
    studi per i quali si vede che ha pi inclinazione: e sebbene lo studio
    della poesia sia pi dilettevole che utile,  non  tuttavia di  quelli
    che  disonorano  chi li coltiva.  La poesia,  a parer mio,   come una
    fanciulla di tenera et e d'una  perfetta  bellezza  che  molte  altre
    fanciulle,  che son tutte le altre dottrine,  hanno cura di adornare e
    abbellire,  perch  essa  deve  servirsi  di  tutte,  e  tutte  devono
    nobilitarsi  per  mezzo  di  lei.  Ma questa fanciulla non vuol essere
    maneggiata,  n trascinata per i vicoli,  n esposta al pubblico  agli
    imbocchi  delle  piazze o sulle cantonate dei palazzi.  E' fatta di un
    metallo di tal virt, che chi lo sa trattare riesce a cambiarlo in oro
    purissimo d'inestimabile valore.  Cerchi dunque di tenerla in riga chi
    la  possiede,  e  non la lasci scorrazzare per turpi satire o ignobili
    sonetti.  In nessun modo poi se ne deve fare oggetto di lucro,  se non
    in  poemi  eroici,  in  dolorose  tragedie  o  in  commedie  allegre e
    d'intreccio; ma non deve cadere mai nelle mani dei buffoni e del volgo
    ignorante,  incapace di conoscere  e  apprezzare  i  tesori  che  essa
    rinserra.  E non crediate,  caro signore, che io qui per volgo intenda
    solamente la gente umile e plebea, perch l'ignorante,  anche se ricco
    e nobile, deve essere annoverato tra il volgo. Cos, dunque, colui che
    tratter la poesia coi riguardi sopraddetti,  sar famoso e stimato in
    tutte le nazioni civili del mondo.  Quanto poi a quello  che  mi  dite
    sulla  scarsa  simpatia  del  vostro  figliolo  per la poesia volgare,
    ritengo che in questo egli sbagli, ed ecco il perch.  Il grande Omero
    non  scrisse  in  latino  perch era greco,  e Virgilio non scrisse in
    greco perch era latino.  Insomma,  tutti gli antichi poeti  scrissero
    nella  lingua  che  succhiarono  col  latte,  e  non andarono in cerca
    d'altre lingue per esprimere l'altezza dei loro  concetti;  quindi  la
    logica  vorrebbe che quest'uso fosse esteso a tutte le nazioni,  e che
    non si disistimasse il poeta tedesco perch scrive nella  sua  lingua,
    n  il  castigliano o anche il biscaglino che scrivono nella loro.  Ma
    forse vostro figlio,  a quel che m'immagino,  non deve averla  con  la
    poesia  volgare,  ma  con quei poeti che son puramente dei rimatori in
    volgare e non sanno altre lingue,  n hanno una  cultura  che  adorni,
    risvegli  e  aiuti il loro estro naturale.  Eppure anche in questo pu
    esservi errore; perch,  secondo una giusta opinione,  poeti si nasce;
    cio colui che  poeta di natura esce poeta dal grembo di sua madre, e
    con  quell'inclinazione  datagli  da Dio,  senza altro studio n altro
    sforzo,  compone cose che giustificano il detto: "Est Deus in  nobis",
    eccetera.  Aggiungo  che  il  poeta  naturale e spontaneo che si aiuta
    coll'arte sar molto migliore e superiore a colui che, soltanto perch
    conosce l'arte, vuole essere poeta.  E la ragione  questa: che l'arte
    non  pu  superare  la  natura,  ma  soltanto perfezionarla,  e quindi
    soltanto dall'unione dell'arte con la natura e della natura con l'arte
    pu uscire un perfetto poeta.  Concludendo  dunque,  io  dico  che  la
    Signoria  Vostra  far  bene  a  lasciare andar suo figlio dove la sua
    stella lo guida, perch se egli  cos assiduo nello studio come credo
    che debba essere, avendo ormai salito felicemente il primo gradino del
    sapere,  che  quello delle lingue,  ascender da s col loro aiuto al
    pi alto fastigio della cultura letteraria,  la quale per un cavaliere
    facoltoso costituisce un magnifico ornamento e  una  decorazione  come
    potrebbe  essere  la  mitria per i vescovi,  o la toga pei magistrati.
    Far bene  invece  a  rimproverarlo  se  facesse  satire  che  rechino
    pregiudizio all'onore altrui,  a castigarlo e a strappargliele;  ma se
    facesse  dei  sermoni  sul  tipo  di  quelli  d'Orazio,   biasimandovi
    genericamente  i  vizi,  come egli fece con tanta eleganza,  allora lo
    lodi,  perch  lecito al poeta scrivere contro l'invidia e  dir  male
    nei  suoi  versi degli invidiosi e cos pure degli altri vizi,  purch
    non abbia di mira nessuno.  Ma vi sono  dei  poeti  che,  pur  di  non
    rinunciare  a  una maligna facezia si metterebbero al rischio d'essere
    esiliati nelle isole del Ponto.  Se il poeta  casto nella  sua  vita,
    sar  casto  anche  nei  suoi  versi,  perch  la  penna    la lingua
    dell'anima,  e tali saranno i suoi scritti,  quali saranno i  concetti
    che  nell'anima si saranno formati.  E quando i re e i prncipi vedono
    la  miracolosa  arte  della  poesia  professata  da  individui  saggi,
    virtuosi  e  seri,  li onorano,  li stimano e li premiano,  e anche li
    coronano con la fronda dell'albero rispettato dalla folgore,  quasi  a
    significare che coloro le cui tempie sono adorne di tali corone devono
    essere rispettati da tutti.
    Il  signore  dal  Verde  Gabbano  rimase  molto  stupito a sentire Don
    Chisciotte ragionare in quel modo, tanto stupito che fu per ricredersi
    dell'opinione fattasi che egli fosse un mentecatto. Ma Sancio,  a met
    del  discorso,  che  non  era  troppo  di suo gusto,  era uscito dalla
    strada,  per andare a chiedere un po' di latte a dei pastori,  che  l
    vicino stavano mungendo le pecore;  e gi il gentiluomo, incantato del
    senno e del  buon  senso  di  Don  Chisciotte,  stava  per  riattaccar
    discorso,  quando questi,  nell'alzar la testa,  vide venire incontro,
    sulla strada dov'erano,  un carro tutto imbandierato;  e credendo  che
    fosse  qualche  nuova avventura,  grid a Sancio che corresse a dargli
    l'elmo, e Sancio, sentendosi chiamare, lasci i pastori, e spunzonando
    il ciuco a tutta forza,  arriv dov'era il padrone,  al quale successe
    una formidabile e forsennata avventura.

    CAPITOLO 17.
    Dove  si  rende noto a quali estremi arriv e pot arrivare l'inaudito
    coraggio di Don  Chisciotte  con  l'avventura  dei  leoni  felicemente
    condotta a termine.

    La  storia  racconta  che  nel momento in cui Don Chisciotte gridava a
    Sancio che gli portasse l'elmo, questi stava comprando dai pastori una
    ricotta,  e nella furia,  non sapendo  dove  metterla  e  non  volendo
    buttarla via, perch ormai l'aveva pagata, pens di metterla nell'elmo
    del  padrone,  e  con  quella  sporta piena accorse a sentire quel che
    voleva Don Chisciotte. Il quale, appena lo vide arrivare:
    - Qua,  amico,  dammi l'elmo - gli grid.  - O io non m'intendo  punto
    d'avventure,  o  l  ne  vedo  una che mi consiglia di star pronto con
    l'armi.
    Il signore dal Verde Gabbano che sent queste parole,  tese lo sguardo
    da tutte le parti,  ma non vide altro che un carro che veniva verso di
    loro con due o tre bandierine,  dalle quali cap che il  carro  doveva
    trasportare  del denaro del governo,  e lo disse a Don Chisciotte.  Ma
    questi,  sempre persuaso che tutto quello che gli  accadeva  dovessero
    essere  avventure e niente altro che avventure,  non ci credette e gli
    rispose:
    - Uomo avvisato,  mezzo salvato;  e a star sull'avviso non ci  rimetto
    nulla,  tanto  pi  che  so  per  esperienza di aver nemici visibili e
    invisibili,  e non so mai n quando n dove,  n in che circostanza n
    sotto qual figura mi assaliranno.
    E rivoltosi a Sancio gli domand di nuovo l'elmo; e quello, non avendo
    tempo  di  levar  di  dentro  la  ricotta,  glielo diede com'era.  Don
    Chisciotte lo prese,  e senza accorgersi di  quel  che  c'era  dentro,
    svelto  se lo calc sulla testa;  ma la ricotta,  pigiata e strizzata,
    cominci a grondargli siero sul viso e sulla barba,  per cui  egli  si
    impression tanto che disse a Sancio:
    - Sancio,  che affare  questo?  O mi s'ammorbidisce la testa, o mi va
    in acqua il cervello, o sudo da capo ai piedi. Ma se sudo, non sudo di
    paura,  intendiamoci!  Di certo deve essere  una  terribile  avventura
    quella che sta per succedermi.  Dammi qualche cosa per asciugarmi,  se
    ce l'hai, perch tutto questo sudore m'acceca.
    Sancio,  muto come un pesce,  gli dette  un  fazzoletto,  ringraziando
    Iddio che il padrone non si fosse accorto di nulla.  Don Chisciotte si
    ripul,  e poi si lev l'elmo per vedere che cos'era  che  gli  faceva
    quel  frescolino  sulla testa,  e vedendo nel fondo quella roba bianca
    spappolata se l'accost al naso, e dopo averla annusata:
    - Per la vita di Madonna Dulcinea del Toboso!  - esclam.  - Tu ci hai
    messo  della  ricotta qui dentro,  traditore,  brigante villanaccio di
    scudiero.
    Ma Sancio con una calma e una dissimulazione perfetta:
    - Ricotta?! - disse. - Qua, qua, se  ricotta: me la dia a me,  ch la
    mangio io...  Anzi,  no;  se la mangi il diavolo, che dev'essere stato
    lui a mettercela.  Ma le pare che io  volessi  pigliarmi  l'ardire  di
    insudiciare il suo elmo?  Eh,  s,  l'ha trovato proprio quello che si
    piglia certe confidenze,  guardi!  Sa piuttosto quel  che  credo?  Che
    anch'io  devo  avere degli incantatori che mi perseguitano,  perch mi
    sanno creatura sua e tutt'uno con lei.  E  avranno  messo  qui  questa
    porcheria  perch  lei  perda la pazienza e come al solito mi rompa le
    costole.  Ma questa volta hanno fatto un buco  nell'acqua,  perch  io
    confido nel buon senso del mio padrone, il quale avr ben visto che io
    non  ho  n  ricotta,  n  latte,  n roba simile,  e se l'avessi,  la
    metterei piuttosto nello stomaco che nell'elmo.
    - Tutto pu essere - disse Don Chisciotte.
    Il gentiluomo lo guardava,  e di tutto si  stupiva,  specialmente  poi
    quando vide che Don Chisciotte dopo essersi ripulito capo, viso, barba
    ed  elmo,  se  lo  ficc in testa,  e assicurandosi bene sulle staffe,
    tenendo pronta la spada e impugnando la lancia disse:
    - Succeda ora quel che  vuol  succedere,  ch  io  son  qua  pronto  a
    misurarmi con Satanasso in persona.
    Intanto  era  giunto il carro imbandierato sul quale non c'erano altre
    persone che il carrettiere a cavallo su  una  delle  mule  e  un  uomo
    seduto sul davanti.
    Don Chisciotte gli si par dinanzi, e disse
    -  Dove andate,  amici?  Che carro  questo?  Che cosa trasportate?  E
    queste bandiere che voglion dire?
    - Il carro  mio - rispose il carrettiere - e sopra c' una gabbia con
    due feroci leoni,  che il governatore d'Orano manda a regalare  a  Sua
    Maest,  e  le  bandiere  sono bandiere reali in segno appunto che qui
    dentro c' roba che appartiene a Sua Maest il Re.
    - E son grandi i leoni? - domand Don Chisciotte.
    - Tanto grandi - rispose l'uomo che stava alla porta  della  gabbia  -
    che di cos grandi non ne sono mai venuti dall'Africa nella Spagna. Io
    sono il guardiano,  e ne ho condotti degli altri,  ma come questi mai.
    Sono maschio e femmina: il maschio  in questa  gabbia  davanti  e  la
    femmina  in quell'altra di dietro.  Ora hanno fame,  perch da stamani
    non hanno mangiato,  e quindi la Signoria Vostra faccia il  favore  di
    farsi da parte, perch abbiamo bisogno d'arrivare presto dove dobbiamo
    dar loro da mangiare.
    -  Peuh!  Due  leonucci  a  me?  -  disse  Don  Chisciotte  sorridendo
    leggermente. - A me due leonucci? E a quest'ora? Per Dio!  glielo far
    vedere a quei signori che me li mandano,  se io son uomo da aver paura
    di due leoni. Scendete, brav'uomo, e poich siete il guardiano, aprite
    queste gabbie,  e mettetemi fuori queste bestie,  e in mezzo a  questa
    campagna  far  loro  conoscere chi  Don Chisciotte della Mancia,  ad
    onta e dispetto degli incantatori che me li mandano.
    - Ohi, ohi!  - disse a questo punto fra s il gentiluomo.  - Il nostro
    bravo  cavaliere ha fatto vedere chi : la ricotta senza dubbio gli ha
    rammollito la testa e fatto marcire il cervello.
    In quel momento gli si accost Sancio, e gli disse:
    - Signore,  per l'amor di Dio,  faccia in modo che il mio padrone  non
    affronti questi due leoni, perch se li affronta, ci fanno a pezzi.
    - Come?  - rispose il gentiluomo - il vostro padrone  cos pazzo, che
    voi lo credete capace di affrontare delle bestie cos feroci?
    - Non  pazzo - rispose Sancio - ma temerario.
    - Ebbene, ci penser io - rispose il gentiluomo,  e avvicinatosi a Don
    Chisciotte,  che  insisteva col guardiano per fargli aprire la gabbia,
    gli disse:
    - Signor cavaliere,  i cavalieri erranti debbono  intraprendere  delle
    avventure che offrono qualche probabilit di successo, e non di quelle
    che non ne hanno punte; perch quando il coraggio varca i limiti della
    temerit,    pi pazzia che forza;  tanto pi che questi leoni non si
    sognano neanche di venire contro la Signoria Vostra, ma sono destinati
    in dono a Sua Maest e non sar  bene  fermarli  e  impedire  il  loro
    viaggio.
    - Vada,  vada, signore - disse Don Chisciotte. -Vada pure a divertirsi
    col suo perniciotto addomesticato e col suo bravo furetto, e lasci che
    ognuno faccia il suo mestiere.  Questo  il mio,  e io so benissimo se
    vengono o non vengono per me questi signori leoni.
    E volgendosi nuovamente al guardiano:
    -  Giuraddio!  -  url.  -  Se  non aprite subito le gabbie,  pezzo di
    birbante, con questa lancia v'inchiodo sul carro.
    Il carrettiere, che vide la ferma decisione di quel fantasma armato:
    - Signore - gli disse - mi faccia la carit di lasciarmi prima staccar
    le mule e poi mettermi in salvo con loro,  prima di  dare  la  via  ai
    leoni: se me le ammazzano,  son rovinato per tutta la vita, perch non
    ho altro che questo carro e queste mule.
    - Uomo di poca fede - rispose Don Chisciotte - scendi,  stacca  e  fa'
    quello che vuoi.  Presto vedrai che ti affatichi invano,  e che potevi
    fare a meno di tante precauzioni.
    Il carrettiere salt a terra, e in un baleno stacc le mule, mentre il
    guardiano gridava:
    - Siatemi voi tutti testimoni quanti siete  qui,  che  contro  la  mia
    volont, costretto dalla violenza, apro le gabbie e metto in libert i
    leoni,  e  che  dichiaro  fermamente  a  questo signore che lo ritengo
    responsabile di tutte le  disgrazie  e  i  danni  che  faranno  queste
    bestie,  pi il mio salario e gli altri diritti dovutimi.  Lor signori
    poi si pongano in salvo prima che apra: quanto a me son sicuro che non
    mi fanno nulla.
    Il gentiluomo si riprov a persuaderlo a non fare una  simile  pazzia,
    dicendogli  che  era  un  voler  tentare  Iddio il commettere una tale
    stravaganza,  ma Don Chisciotte gli rispose che sapeva  lui  quel  che
    faceva.
    -  State  attento  -  insist  il  gentiluomo - voi prendete un grosso
    abbaglio, ve lo dico io.
    - Signore - gli rispose Don  Chisciotte  -  se  lei  non  vuol  essere
    spettatore  di  quello  che succeder,  perch s'aspetta una tragedia,
    sproni la sua cavalla e si metta in salvo.
    Sancio,  sentito questo,  si mise allora a supplicarlo con le  lacrime
    agli occhi che desistesse dall'idea di quell'impresa,  al cui paragone
    quella dei mulini a vento,  quella  spaventevole  delle  gualchiere  e
    finalmente  tutte quante quelle che aveva compiuto nel corso della sua
    vita, non erano state che confetti e zuccherini.
    - Stia bene attento,  signor padrone - diceva  Sancio  -  qui  non  si
    tratta d'incantesimi,  n di cose simili.  L'ho vista io attraverso le
    stecche e le fessure della gabbia un'unghia proprio  di  leone,  e  se
    tanto  mi  d  tanto,  il  leone  che  ha  un'unghia  di  quella fatta
    dev'essere pi grande d'una montagna.
    - O per lo meno sar la paura - rispose Don Chisciotte - che te lo  fa
    parere pi grande di mezzo mondo. Ritirati, Sancio, e lasciami solo; e
    se muoio,  ricrdati i nostri antichi fissati: anderai da Dulcinea,  e
    non ti dico altro.
    A questi aggiunse altri discorsi, che tolsero a tutti ogni speranza di
    fargli rinunciare al  suo  pazzesco  intento.  Il  signore  dal  Verde
    Gabbano avrebbe voluto impedirglielo anche con la forza, ma era armato
    molto peggio di lui,  e poi non gli parve prudente l'azzuffarsi con un
    uomo completamente pazzo,  come  ormai  giudicava  Don  Chisciotte.  E
    siccome aveva ricominciato a sollecitare il guardiano e a rinnovare le
    sue minacce,  il gentiluomo si decise a spronare la cavalla, Sancio il
    ciuco e il carrettiere le sue mule,  e tutti cercavano  d'allontanarsi
    dal carro pi che potevano, prima che i leoni saltassero fuori. Sancio
    piangeva  il padrone per morto perch quella volta credeva proprio che
    dovesse rimanere tra gli artigli dei leoni,  malediva la sua  sorte  e
    l'ora  e  il  momento  in  cui  gli era venuta l'idea d'entrare al suo
    servizio,  ma intanto mentre piangeva e bestemmiava,  non  cessava  di
    bastonare il ciuco perch si allontanasse dal carro.
    Quando  il  guardiano  vide che i fuggiaschi erano abbastanza lontani,
    ripet a Don Chisciotte ci che gi gli aveva dichiarato e protestato,
    ma quello gli rispose che aveva capito e che la facesse finita con  le
    dichiarazioni e le proteste perch tutto sarebbe stato inutile,  e che
    facesse presto.  Durante il tempo che il guardiano im pieg ad  aprire
    la  prima  gabbia,  Don  Chisciotte  si chiese se non fosse il caso di
    combattere a piedi piuttosto che a  cavallo,  e  infine  si  decise  a
    battersi  a  piedi,  temendo  che  alla  vista del leone Ronzinante si
    spaventasse.  Per questo salt gi dal cavallo,  butt via la  lancia,
    imbracci lo scudo,  e sguainata la spada, lentamente, un passo avanti
    l'altro,  con meraviglioso sangue freddo e intrepido  cuore,  venne  a
    mettersi davanti al carro,  raccomandandosi sinceramente prima a Dio e
    poi a Madonna Dulcinea.
    Bisogna ora sapere che,  arrivato a questo punto,  l'autore di  questa
    verace  storia  esclama:  O  forte  e  oltre ogni dire coraggioso Don
    Chisciotte della Mancia,  specchio a cui si posson  guardare  tutti  i
    valorosi del mondo,  secondo e nuovo Don Manuel di Len, che fu gloria
    e vanto dei cavalieri spagnoli!  Con che parole  potr  io  raccontare
    questa  tua  terribile  prodezza,  o con quali ragionamenti la render
    credibile ai secoli venturi?  Quali  lodi  non  ti  saranno  dovute  e
    appropriate,  anche se fossero oltremodo iperboliche?  Tu a piedi,  tu
    solo, tu intrepido, tu magnanimo, soltanto con una spada, e neanche di
    quelle fini con la marca del canino (1),  con uno scudo,  e neanche di
    molto  terso  e lucido acciaio,  stai aspettando i due pi fieri leoni
    che abbiano mai nutrito le selve africane.  O valoroso  mancese,  sien
    tue  lodi  le  tue stesse imprese,  che io qui riferisco tali e quali,
    perch mi mancan le parole per esaltarle.
    Qui l'autore pose termine alla su  riportata  invocazione,  e  andando
    avanti riprese il filo del racconto,  dicendo che il guardiano, avendo
    visto ormai Don Chisciotte in posizione,  e non potendo fare a meno di
    dar  la  via  al  leone  maschio  sotto  pena  di  incorrere  nell'ira
    dell'indignato e temerario cavaliere,  spalanc la prima  gabbia  dove
    stava,  come  s'  detto,  il leone,  il quale apparve in tutta la sua
    enorme grandezza e in tutto il suo spaventevole aspetto. La prima cosa
    che fece,  fu di rizzarsi e rivoltarsi nella gabbia dove era sdraiato;
    stese  una  gamba  e  si  stir  tutto:  poi apr la bocca,  sbadigli
    lungamente,  e con quasi due palmi di lingua che tir fuori,  si  pul
    gli  occhi e si lav il muso: fatto questo,  mise la testa fuori della
    gabbia e guard da tutte le parti con occhi di brace: vista e contegno
    da mettere spavento alla temerit in persona.  Ma  Don  Chisciotte  lo
    fissava  intensamente con la pi viva brama che saltasse gi dal carro
    e venisse con lui alle mani, fra le quali contava di farlo a pezzi.
    Fin qui arriv l'estremo ardimento della sua incredibile follia. Ma il
    generoso leone, pi cortese che arrogante,  non badando a ragazzate n
    a  bravate,  dopo aver guardato,  come s' detto,  di qua e di l,  si
    rivolt indietro,  mostr il deretano a Don  Chisciotte,  e  con  gran
    flemma  e lentezza torn a sdraiarsi in fondo alla gabbia.  Allora Don
    Chisciotte ordin al guardiano che gli desse  delle  bastonate,  e  lo
    aizzasse per farlo uscire.
    -  Questo  poi  no  -  rispose  il  guardiano  -  perch  se lo faccio
    arrabbiare,  il primo a essere sbranato sar proprio io.  Si contenti,
    signor cavaliere,  di quel che ha fatto, che  tutto quello che si pu
    dir di pi in tema di bravura,  e non voglia stancare la  fortuna.  Il
    leone ha la porta aperta;  dipende da lui uscire o non uscire,  e se a
    quest'ora non  gi uscito,  ormai non uscir pi per tutto il giorno.
    Ma  la  Signoria Vostra ha chiaramente dimostrato la grandezza del suo
    coraggio. Nessun valoroso guerriero, che io sappia,   tenuto a far di
    pi che sfidare il nemico e attenderlo in campo aperto; e se il nemico
    non viene,  sua  la vergogna,  e chi  rimasto ad attenderlo guadagna
    la palma della vittoria.
    - Quest' vero - rispose Don Chisciotte.  - Serra la porta,  amico,  e
    siimi  testimone,  meglio che potrai,  di quello che m'hai visto fare:
    cio,  che tu hai aperto al leone,  che io l'ho aspettato e che non  
    uscito;  che io ho continuato ad aspettarlo e che egli ha continuato a
    non uscire, e che finalmente s' ributtato a giacere.  Di pi non sono
    obbligato a fare,  e abbasso gli incantesimi! Dio aiuti la ragione, la
    verit e la vera cavalleria errante;  e serra,  amico,  come t'ho  gi
    detto, intanto ch'io faccio segno a quelli che sono scappati e che non
    sono  presenti,  perch  tornino  e  vengano a sentire dalla tua bocca
    questa mia prodezza.
    Il guardiano obbed,  e Don  Chisciotte  mettendo  sulla  punta  della
    lancia  il fazzoletto con cui s'era pulito il viso dai colaticci della
    ricotta,  cominci a chiamare i fuggiaschi,  i  quali  continuavano  a
    fuggire,  voltandosi  a  ogni  passo  indietro  con la testa: tutti in
    truppa, col gentiluomo in coda,  che se li spingeva avanti.  Ma Sancio
    pot scorgere il segnale della bandiera bianca.
    - Che io possa morire ammazzato - esclam - se il padrone non ha vinto
    le bestie feroci! Perch ci chiama.
    Tutti si fermarono,  e videro bene che quello che faceva i segnali era
    proprio Don Chisciotte, quindi,  un po' rassicurati,  a poco a poco si
    riavvicinarono fin dove chiaramente udirono le grida di Don Chisciotte
    che li chiamava. Finalmente arrivarono dove era il carro, e allora Don
    Chisciotte disse al carrettiere:
    -  Amico,  riattaccate  pure  le  vostre mule,  e proseguite il vostro
    viaggio.  E tu,  Sancio,  dagli due scudi  d'oro  per  lui  e  per  il
    guardiano in ricompensa del tempo che ho fatto loro perdere.
    -  Volentieri  e molto - disse Sancio.  - Ma dei leoni che ne  stato?
    Sono morti o vivi?
    Allora il guardiano con grandi particolari e con continue interruzioni
    e divagazioni raccont come era andata a  finire  la  cosa,  esaltando
    come meglio pot e seppe il valore di Don Chisciotte;  alla cui vista,
    egli disse,  il leone impaurito non aveva voluto n osato uscire dalla
    gabbia, sebbene egli ne avesse tenuta aperta parecchio tempo la porta.
    Raccont  che  avendogli  il  signor  cavaliere ordinato di aizzare il
    leone perch uscisse dalla gabbia,  gli  aveva  risposto  che  sarebbe
    stato un voler tentare Iddio, e allora finalmente il signor cavaliere,
    molto a malincuore, s'era piegato a lasciargli chiudere la porta.
    -  Che  te  ne  pare,  Sancio?  -  disse  Don  Chisciotte.  -  Ci sono
    incantesimi  che  valgono  contro  il  vero  valore?  Gli  incantatori
    potranno ben togliermi la fortuna, ma il valore e il coraggio, mai!
    Sancio  dette  gli  scudi,  il  carrettiere  riattacc  le mule,  e il
    guardiano  per  ringraziarlo  della  mancia  baci  la  mano   a   Don
    Chisciotte,  e  gli promise di raccontare quella sua prodezza anche al
    re, quando sarebbe giunto alla capitale.
    - Allora - disse Don Chisciotte - se mai Sua Maest domandasse  chi  
    stato  che  l'ha  compiuta  gli  direte  che  stato il "Cavaliere dai
    Leoni";  perch d'ora in avanti voglio che in questo  nome  si  cambi,
    muti  e  trasformi  quello  che  ho portato finora di "Cavaliere dalla
    Triste Figura".  E in  questo  seguo  l'antica  usanza  dei  cavalieri
    erranti,  che  si mutavano il nome quando volevano o quando lor faceva
    comodo.
    Il carro seguit per la sua strada,  e Don  Chisciotte,  Sancio  e  il
    signore  dal  Verde  Gabbano seguitarono per la loro.  In tutto questo
    tempo Don Diego di Miranda non aveva mai  aperto  bocca,  tanto  stava
    attento  a quel che faceva e diceva Don Chisciotte,  che per savio gli
    pareva pazzo e per pazzo gli pareva  savio.  Non  conosceva  la  prima
    parte  della  sua  storia;   perch  se  l'avesse  conosciuta,  allora
    naturalmente sarebbe cessato lo stupore che  gli  cagionavano  le  sue
    azioni e le sue parole, perch avrebbe saputo qual era il genere della
    sua pazzia;  ma siccome non lo sapeva, a momenti lo teneva per savio e
    a momenti per pazzo; perch quel che diceva era logico,  espresso bene
    e con eleganza,  e quel che faceva stravagante, temerario e stupido; e
    diceva fra s:
    Ci pu essere maggior pazzia che quella di mettersi in capo  un  elmo
    pieno  di ricotta e credere che gli incantatori gli abbiano rammollito
    il cranio?  E qual temerit pi grande che quella di volere per  forza
    combattere con dei leoni?.
    Da  questi  pensieri  e  da questo soliloquio lo trasse Don Chisciotte
    dicendogli:
    - Scommetterei, signor Don Diego di Miranda, che la Signoria Vostra in
    cuor suo mi tiene per uno stravagante e un pazzo.  E non ci sarebbe da
    meravigliarsi  che  fosse  cos,  perch le mie azioni non possono far
    credere diversamente; e tuttavia voglio che la Signoria Vostra avverta
    che non sono tanto pazzo n tanto stolto come devo  esserle  sembrato.
    Fa  buona figura agli occhi del suo re un gagliardo cavaliere,  che in
    mezzo a una gran piazza d un colpo di lancia a un toro furioso  e  lo
    coglie  in  pieno;  fa  buona  figura  un  cavaliere che armato d'armi
    risplendenti percorre la lizza in gioconde giostre innanzi alle  dame;
    e buona figura fanno tutti quei cavalieri che con esercizi militari, o
    che  sembrino militari,  divertono e,  se si pu dir cos,  onorano la
    corte dei propri prncipi;  ma miglior figura  di  tutti  loro  fa  il
    cavaliere errante che,  per luoghi deserti e solitari,  sui crocicchi,
    per le selve e per  i  monti  va  cercando  avventure  pericolose  col
    desiderio  di  condurle  a  termine  in  maniera  felice  e fortunata,
    soltanto per ottenere fama gloriosa e  duratura.  Fa  miglior  figura,
    ripeto,  un  cavaliere  errante  a  soccorrere  una vedova in un luogo
    deserto,  che un cavaliere di corte  a  vagheggiare  una  donzella  in
    citt.  Tutti  i cavalieri hanno il loro particolare ufficio: a quello
    che sta a  corte  tocca  fare  il  cavalier  servente  alle  dame,  ad
    accrescere il decoro e la magnificenza della Casa Reale con le livree,
    a  nutrire  i  cavalieri  poveri  col  magnifico trattamento della sua
    tavola,  a preparare giostre,  a mantener tornei,  mostrandosi grande,
    generoso,  splendido  e  sovrattutto buon cristiano;  e in questo modo
    adempir completamente ai suoi doveri;  ma il cavaliere  errante  deve
    cercare  gli  angoli  pi remoti del mondo,  entrare nei pi intricati
    labirinti, intraprendere a ogni passo l'impossibile, resistere nel bel
    mezzo dei luoghi deserti e nel colmo dell'estate ai pi cocenti  raggi
    del  sole,  e  nell'inverno alla dura inclemenza dei geli e dei venti;
    non aver paura dei leoni, non spaventarsi dinanzi ai draghi,  non aver
    terrore dei mostri;  poich, anzi, cercarli, assalirli e vincerli sono
    i suoi primi e veri cmpiti. Io dunque, poich m' toccato in sorte di
    far  parte  della  cavalleria  errante,   non  posso   fare   a   meno
    d'intraprendere  tutto quello che,  a mio parere,  rientra nel dominio
    dei miei cmpiti;  e quindi l'assalire i leoni come ora ho fatto,  era
    cosa  che  direttamente  mi  riguardava,  sebbene  sapessi che era una
    temerit enorme. Perch so benissimo anch'io che cos' il valore,  che
     una virt posta tra due estremi di vizio, la codardia e la temerit;
    ma  sar  meno male per l'uomo valoroso raggiungere e toccare il segno
    del temerario,  piuttosto che abbassarsi al segno del codardo;  perch
    com'  pi  facile  per  il  prodigo  che per l'avaro arrivare a esser
    liberale,  cos  pi facile che il temerario riesca un vero valoroso.
    E  nell'intraprendere avventure,  mi creda signor Don Diego,   meglio
    perdere per un punto di pi che di  meno;  perch  suona  meglio  agli
    orecchi  di  chi  ascolta: Il tal cavaliere  ardito e temerario che
    non: Il tal cavaliere  timido e codardo.
    - Signor Don Chisciotte - rispose Don Diego  -  tutto  quello  che  la
    Signoria  Vostra  ha  detto  e  fatto   perfettamente tirato a fil di
    logica,  e sono convinto  che,  se  le  ordinanze  e  le  leggi  della
    cavalleria  errante  andassero  perdute,  si  ritroverebbero nel petto
    della Signoria Vostra  come  nel  loro  proprio  deposito  e  archivio
    naturale.  Ma  affrettiamoci,  ch si fa tardi;  guardiamo di giungere
    presto al mio paese e a  casa  mia,  dove  la  Signoria  Vostra  potr
    riposarsi  della  fatica durata che,  se non ha stancato il corpo,  ha
    stancato l'anima,  il che qualche volta suol convertirsi in stanchezza
    del corpo.
    - Sono onoratissimo del suo invito, signor Don Diego, e grandemente la
    ringrazio - rispose Don Chisciotte. E lavorando di sproni pi forte di
    prima,  saranno state le due del pomeriggio quando giunsero al paese e
    alla casa di Don Diego,  che Don Chisciotte chiamava il "Cavaliere dal
    Verde Gabbano".

    NOTA 1: marca di uno dei pi celebri spadai di Toledo.

    CAPITOLO 18.
    Ci  che  successe  a  Don  Chisciotte  nel castello o casa che dir si
    voglia,  del Cavaliere  dal  Verde  Gabbano,  con  altri  straordinari
    avvenimenti.

    Don  Chisciotte  trov  la  casa  di  Don  Diego spaziosa come sono in
    campagna: con lo  stemma,  sebbene  in  pietra  rozza,  sull'uscio  di
    strada,  con  la  cantina nel cortile,  la dispensa nell'atrio e torno
    torno gli orci dell'olio.  Quegli orci,  siccome gli orci li fanno  al
    Toboso,  rinfrescarono a Don Chisciotte le memorie della sua incantata
    e trasformata Dulcinea;  e perci sospirando e senza neanche badare  a
    quel che diceva, n davanti a chi era, si mise a declamare:

    - O dolci pegni, mal per me trovati,
    dolci e soavi ognor, fin che a Dio piacque! (1)

    O tobosini orci,  che mi avete richiamato alla mente il dolce oggetto
    della mia maggior amarezza!
    Sent queste parole lo studente poeta figlio di  Don  Diego,  che  era
    disceso  a riceverlo insieme con sua madre;  e madre e figlio rimasero
    ben sorpresi a vedere la strana figura di Don  Chisciotte;  il  quale,
    scendendo  da  Ronzinante,  and  con molta cortesia a chieder la mano
    alla signora per baciargliela, mentre Don Diego diceva:
    - Vogliate ricevere,  signora,  con la vostra solita buona  grazia  il
    signor Don Chisciotte della Mancia,  che vi sta dinanzi,  il cavaliere
    errante pi prode e pi saggio che sia al mondo.
    La signora,  che si chiamava Donna Cristina,  lo  ricevette  con  gran
    dimostrazioni  di  cordialit  e  di cortesia,  e Don Chisciotte le si
    present con savie e gentili espressioni. Quasi gli stessi complimenti
    rivolse allo studente che, sentendo parlar Don Chisciotte,  lo ritenne
    un uomo di buon senso e di spirito.
    Qui  l'autore  di  questa  storia  descrive minutamente la casa di Don
    Diego,  con tutto ci che contiene ordinariamente l'abitazione  di  un
    cavaliere  operoso  e  ricco;  ma  il  traduttore ha creduto opportuno
    omettere tutti questi e altri simili particolari,  perch non  avevano
    che vedere col proposito principale della storia, la quale si basa pi
    che altro su fatti veri e non su fredde digressioni.
    Fecero  entrare  Don  Chisciotte  in  una  sala  dove Sancio gli tolse
    l'armatura, e allora egli rimase in calzoni alla vallona e in corpetto
    di pelle di camoscio unto e bisunto dalla morchia delle armi.  Portava
    un colletto anch'esso alla vallona,  come quello degli studenti, senza
    amido e senza trine; dei gambali gialli e delle scarpe lustrate con la
    cera.  Si mise la sua buona spada pendente a una tracolla di pelle  di
    lupo  marino  (dicono  che non la portasse in cintola perch era stato
    molti anni malato di reni) e si butt sulle spalle una  mantellina  di
    un buon panno scuro. Ma prima di tutto con cinque o sei secchi d'acqua
    (perch  sul numero dei secchi c' qualche divergenza) si lav il capo
    e  il  viso,  e,   nonostante,   l'ultima  acqua  era  ancora  un  po'
    lattiginosa,  grazie alla ghiottoneria di Sancio e a quella birbona di
    ricotta, che aveva cos bene impiastricciato il suo padrone.
    Cos vestito,  con gentile e disinvolto contegno Don Chisciotte  entr
    in  un'altra  sala,  dove lo studente lo stava ad aspettare per fargli
    compagnia, mentre nel frattempo si preparava il desinare; perch Donna
    Cristina,  in occasione dell'arrivo di un cos  nobile  ospite,  aveva
    tenuto  a dimostrare che sapeva e poteva molto ben ricevere coloro che
    capitavano in casa sua.
    Nel mentre che Don Chisciotte era nell'altra stanza a levarsi di dosso
    le armi, Don Lorenzo, cos si chiamava il figlio di Don Diego, ebbe il
    tempo di domandare a suo padre:
    - Ma, insomma, che cos' questo cavaliere che la Signoria Vostra ci ha
    portato in casa?  Il suo nome,  la sua  figura,  quella  qualifica  di
    cavaliere errante... n io n mia madre sappiamo che pensare.
    -  Non  so  che dirti,  figliolo - rispose Don Diego.  - Ti posso dire
    soltanto che gli ho visto far cose da pazzo, e da crederlo anzi il pi
    gran pazzo che esista,  e gli ho sentito fare dei discorsi cos  savi,
    che smentiscono le sue azioni.  Prova a parlargli,  tastagli un po' il
    polso in materia, e siccome sei un ragazzo di senno,  giudica quel che
    ti pare pi giusto, se pigliarlo per una persona intelligente o per un
    mentecatto,  quantunque,  per dire il vero,  io lo credo pi pazzo che
    savio.
    Dopo di che Don Lorenzo and a tener compagnia, come s' detto,  a Don
    Chisciotte,  e fra gli altri discorsi che fecero, disse Don Chisciotte
    a Don Lorenzo:
    - Il signor Don Diego di Miranda suo padre,  mi ha parlato  della  sua
    rara  abilit  e del suo acuto ingegno,  e soprattutto mi ha detto che
    lei  un gran poeta.
    - Poeta potr anch'essere - rispose Don Lorenzo -  ma  grande  nemmeno
    per idea.  E' vero che ho passione per la poesia, e mi piace leggere i
    buoni poeti, ma non che mi possa dare il nome di gran poeta, come dice
    mio padre.
    - Questa modestia mi fa buona impressione - riprese Don  Chisciotte  -
    perch  di solito i poeti sono tutti presuntuosi,  e ognuno di loro si
    crede d'essere il pi gran poeta del mondo.
    - Non c' regola senza la sua eccezione - rispose  Don  Lorenzo  e  vi
    saranno anche quelli che sono poeti e non credono d'esserlo.
    - Pochi - rispose Don Chisciotte. - Ma, mi dica un po', che versi sono
    quelli che ha ora fra le mani,  e che,  m'ha detto suo padre, la fanno
    parecchio confondere? Se si tratta d'una glossa, io mi intendo un poco
    di glosse e vorrei conoscerli;  e  se  si  tratta  invece  d'una  gara
    letteraria,  cerchi  d'avere il secondo premio;  perch il primo si d
    sempre al favore o alla condizione sociale che gode la persona,  e  il
    secondo non si ottiene che per giusto merito.  In questo modo il terzo
    viene a essere il secondo,  e il primo diventa il  terzo,  come  nelle
    licenze  che  si  conferiscono  all'universit.  Tuttavia  il  nome di
    primo  sempre una gran cosa.
    Per ora disse fra s Don Lorenzo, pazzo non lo potrei dire. Andiamo
    avanti. E disse forte:
    - Mi pare che la Signoria Vostra  abbia  frequentato  le  scuole.  Che
    corsi ha fatto?
    -  Quello  della  cavalleria  errante - rispose Don Chisciotte - che 
    della medesima importanza di quello della poesia e  anche  un  po'  di
    pi.
    - Non so che studio sia questo - replic Don Lorenzo - e finora non ne
    ho mai sentito parlare.
    -  E'  uno  studio - rispose Don Chisciotte - che contiene in s tutti
    gli altri,  o per lo meno la maggior parte degli altri conosciuti  nel
    mondo.  Perch  colui  che  professa la cavalleria errante deve essere
    giurisperito  e  sapere  le  leggi  della  giustizia  distributiva   e
    commutativa,  per  dare  a  ciascuno il suo e quello che gli conviene;
    deve  essere  teologo  per  saper  rendere   ragione   chiaramente   e
    distintamente  della  fede  cristiana  che  segue,  dovunque  gli  sia
    richiesto;  deve  esser  medico  e  soprattutto  botanico,  per  poter
    riconoscere  nelle  campagne  spopolate e deserte le erbe che hanno la
    virt di risanare le ferite,  perch il  cavaliere  errante  non  deve
    andare  a  ogni passo a cercar chi gliele curi;  deve essere astrologo
    per conoscere dalle stelle quante ore son passate della  notte,  e  in
    che  parte  e  in  che  clima  del  mondo  si trova,  e deve sapere la
    matematica,  perch ogni momento gli capiter di  averne  bisogno.  Ma
    lasciando  da parte che egli deve possedere tutte le virt teologali e
    cardinali, e scendendo a cose di minor importanza, dico anche che deve
    saper nuotare come raccontano che nuotasse  il  Pesce-Cola  (2);  deve
    saper  ferrare  un  cavallo  e  riaccomodare  la  sella e il morso,  e
    ritornando poi a pi alti doveri, diremo che deve serbare fede a Dio e
    alla sua dama,  dev'essere casto nei suoi pensieri,  riguardoso  nelle
    parole, generoso nelle opere, valoroso nelle imprese, paziente in ogni
    travaglio, caritatevole coi bisognosi, e finalmente pronto a sostenere
    in  ogni  momento la verit anche a costo della vita.  Di tutte queste
    virt grandi e piccole deve esser dotato un buon cavaliere errante,  e
    da questo,  signor Lorenzo, ella pu vedere se  uno studio da ragazzi
    quello di chi professa  la  cavalleria  errante,  e  se  pu  stare  a
    paragone con i pi nobili che si coltivano nelle scuole.
    - Se  cos - replic Don Lorenzo - allora vuol dire che tale studio 
    superiore a tutti gli altri.
    - Come se  cos? - disse Don Chisciotte.
    - Voglio dire - rispose Don Lorenzo - che io dubito che ci siano stati
    e che ci siano ora dei cavalieri erranti e adorni di tante virt.
    -  Ho  gi  detto  molte  volte  ci che ancora ripeter - riprese Don
    Chisciotte - e cio che la maggior parte delle persone crede  che  non
    siano  esistiti  cavalieri  erranti,  e siccome io ritengo che,  se il
    cielo non fa un miracolo per persuaderli che  vero che sono  esistiti
    e  che esistono,  qualunque fatica sarebbe inutile,  come spesso mi ha
    dimostrato l'esperienza,  non voglio ora fermarmi a levarle  di  testa
    codesto errore, che  comune alla gran maggioranza. Pregher invece il
    cielo  che  glielo  levi  lui,  e le faccia comprendere quanto utili e
    quanto necessari furono nel  mondo  i  cavalieri  erranti  nei  secoli
    passati, e quanto utili sarebbero nell'et nostra, se costumassero; ma
    oggi,  causa i peccati della gente,  trionfano la pigrizia,  l'ozio la
    gola, la mollezza.
    Il nostro ospite  bell'e andato disse fra s  a  questo  punto  Don
    Lorenzo;  ma  tuttavia    un  pazzo  d'ingegno,  e io sarei un bello
    stupido a non riconoscerlo.
    Qui la conversazione fin perch li chiamarono a desinare.  Don  Diego
    domand al suo figliolo che cosa gli era riuscito di mettere in chiaro
    nel carattere dell'ospite.
    -  Non  c'  medico  n calligrafo - gli rispose il figlio - che possa
    raccapezzare qualcosa dagli scarabocchi della sua follia:   un  pazzo
    pilotato di saggezza, pieno di lucidi intervalli.
    Andarono a desinare,  e il pranzo fu come Don Diego aveva detto per la
    strada che era solito a darne  ai  suoi  invitati:  fine,  abbondante,
    saporito;  ma  quello  che  pi  piacque  a  Don Chisciotte fu il gran
    silenzio che regnava in tutta la  casa,  che  pareva  un  convento  di
    certosini.  Dopo  che  fu sparecchiato,  servita l'acqua per le mani e
    recitato il ringraziamento,  Don Chisciotte preg con  insistenza  Don
    Lorenzo di dire i versi della gara letteraria.
    -  Per non parere d'essere uno di quei poeti - rispose il giovane- che
    quando li pregano a recitare i loro versi, si rifiutano,  e quando non
    glieli chiedono, ne buttano gi un diluvio, reciter la glossa, per la
    quale  non  m'aspetto  un  premio,  perch  l'ho  fatta  soltanto  per
    esercizio.
    - Un amico mio e molto intelligente - osserv Don Chisciotte  era  del
    parere che non valeva la pena di durar fatica a far delle glosse: e la
    ragione,  diceva lui,  era che la glossa non pu mai adattarsi bene al
    testo e che molte o il pi delle volte esce fuori dal tema proposto, e
    soprattutto che le regole della glossa sono troppo strette, perch non
    permettono  n  interrogazioni,   n  disse,   n  dir,   n   di
    sostantivare i verbi,  n di mutare il significato,  e impongono altri
    simili legami e restrizioni,  da cui quelli che fanno le glosse,  come
    lei sa benissimo, sono impacciati.
    - Vorrei coglierla in fallo,  signor Don Chisciotte, ma non mi riesce,
    perch lei mi sguscia sempre di mano come un'anguilla.
    - Non capisco quel che lei voglia dire con questo sgusciare.
    - Glielo spiegher pi tardi: ora stia a sentire il tema e  la  glossa
    che dicono cos:

    Se il mio fu tornasse un 
    senza attender pi il sar,
    o venisse il tempo gi
    di quel che dopo sar.

    GLOSSA
    Poich  tutto passa,  pass infine anche il bene che un tempo m'aveva
    dato la Fortuna non avara, e che poi non mi rese pi n abbondante, n
    scarso. Son dei secoli ormai che tu mi vedi,  o Fortuna,  prostrato ai
    tuoi  piedi;  fammi  tornare come prima,  ch la mia esistenza sarebbe
    felice, "se il mio fu tornasse un ".
    Io non  voglio  altro  piacere,  altra  gloria,  altra  palma,  altra
    vittoria,  altro  trionfo che il ritorno a quello stato di felicit il
    cui ricordo mi  tanto penoso.  Se tu,  Fortuna,  mi riporterai a quel
    punto,  tosto si calmer tutto l'ardore del mio fuoco, specialmente se
    questo bene vien subito, "senza attender pi il sar".
    Io chiedo delle cose impossibili,  perch non c' potere sulla  terra
    che  sia giunto a far ritornare il tempo che  stato.  Il tempo corre,
    vola, leggero leggero,  pi non ritorna, e sbaglierebbe chi chiedesse
    che il tempo fosse gi passato "o venisse il tempo gi".
    Vivere in continua perplessit, ora con la speranza,  ora col timore,
      una morte evidente,  ed  meglio cercar nella morte reale un'uscita
    alle proprie pene.  Il mio interesse sarebbe di finirla: ma invece non
     cos,  perch riflettendo meglio mi d sgomento il pensiero "di quel
    che dopo sar".

    Quando Don  Lorenzo  ebbe  finito  di  recitare  la  sua  glossa,  Don
    Chisciotte  si  alz,  e  a  voce  cos  alta  che pareva che urlasse,
    stringendo fra le sue la destra di Don Lorenzo disse:
    - Vivaddio, giovane generoso, voi siete il miglior poeta del mondo,  e
    meritate  di  esser  coronato  di lauro non da Cipro o da Gaeta,  come
    disse un poeta che Dio gli perdoni,  ma dalle Accademie  di  Atene  se
    esistessero  ancora,  e  da  quelle  che  esistono oggi di Parigi,  di
    Bologna e di Salamanca.  E se i giudici vi negheranno il primo premio,
    che Febo li saetti e mai pi le Muse passin le soglie delle loro case.
    Fatemi sentire ora, signore, se non vi dispiace, dei versi d'argomento
    pi   elevato,   perch   possa   saggiare   completamente  il  vostro
    meraviglioso ingegno.
    Non  forse grazioso che,  a quanto  raccontano,  Don  Lorenzo  avesse
    piacere  a sentirsi lodare da Don Chisciotte,  quantunque lo ritenesse
    un pazzo?  O forza dell'adulazione,  fin dove  arrivi  e  quanto  sono
    estesi  i  confini  del tuo lusinghiero dominio!  Don Lorenzo conferm
    questa verit,  perch accondiscese alla domanda  di  Don  Chisciotte,
    recitandogli  questo  sonetto sulla favola o storia che dir si voglia,
    di Piramo e Tisbe.

    SONETTO
    Il muro  rotto dalla bella giovinetta che apr  il  forte  petto  di
    Piramo.  L'Amore  parte da Cipro e va direttamente a vedere la fessura
    stretta e prodigiosa.
    L parla il silenzio,  perch la voce non osa passare per uno stretto
    cos stretto; ma l'anima s, perch l'Amore vuol render facili le cose
    pi difficili.
    Ma  il  desiderio  ruppe  i freni,  e il passo fatto dalla imprudente
    giovane le procura la morte anzich il piacere. Oh, quale avvenimento!
    Poich ambedue nello stesso tempo, oh caso straordinario!, li uccide,
    li sotterra e li risuscita, una spada, una tomba, una memoria.

    - Ringraziamo Iddio - disse Don  Chisciotte  quando  ebbe  sentito  il
    sonetto - che fra tanti poeti finiti che ci sono, ho conosciuto in lei
    egregio signore,  un finito poeta,  come ben si capisce dall'ingegnosa
    composizione di questo sonetto.
    Quattro giorni stette Don Chisciotte in casa di  Don  Diego,  trattato
    come  un principe,  al temine dei quali gli chiese licenza di partire,
    dicendo:
    - Sono molto obbligato alla Signoria Vostra del magnifico  trattamento
    che ho ricevuto in casa sua; ma poich, a mio parere, non sta bene che
    i  cavalieri  erranti  si  concedano un lungo riposo e delle eccessive
    comodit,  desidero di ritornare a compiere  il  mio  dovere  cercando
    avventure,  tanto  pi  che  so  che  in questo paese se ne trovano in
    quantit. Impiegher in questa maniera il tempo che manca alle giostre
    di Saragozza, che sono la meta ultima del mio viaggio. Ma prima voglio
    anche entrare nella caverna di Montesino,  della quale  si  raccontano
    tante meraviglie in questi dintorni,  e poi cercare e scoprire le vere
    sorgenti delle sette lagune dette comunemente di Ruidera.
    Don Diego e suo figlio gli fecero molte lodi per questi propositi  che
    gli  facevano  molto  onore,  e gli dissero che prendesse pure in casa
    loro e dalla loro dispensa  tutto  quel  che  gli  pareva  e  piaceva,
    dichiarando  di  mettersi  ben  volentieri  a  sua disposizione,  come
    imponeva loro il riguardo dovuto alla sua persona e alla  sua  onorata
    professione.
    Arriv  dunque il giorno della partenza tanto lieto per Don Chisciotte
    quanto triste e funesto  per  Sancio,  che  se  la  diceva  molto  con
    l'abbondanza  della  casa di Don Diego,  e tornava mal volentieri alla
    fame dei boschi e dei luoghi spopolati e agli stenti delle  sue  magre
    bisacce.  Tuttavia  le  riemp  piene  zeppe di quel che gli parve pi
    necessario.  Sul momento di congedarsi  Don  Chisciotte  disse  a  Don
    Lorenzo:
    -  Non  so  se  le  ho  gi detto,  e se gliel'ho gi detto ora glielo
    ripeto,  che quando la Signoria Vostra volesse abbreviare il cammino e
    risparmiarsi fatiche per arrivare alla vetta inaccessibile della fama,
    non  dovrebbe  far altro che lasciar da parte il sentiero della poesia
    alquanto stretto,  e prendere  quello  strettissimo  della  cavalleria
    errante:  basterebbe  perch  lei  diventasse  imperatore in quattro e
    quattr'otto.
    Con questo discorso Don Chisciotte chiuse definitivamente la questione
    della sua pazzia, e peggio ancora con quel che aggiunse dopo:
    - Lo sa Iddio se vorrei condurre con me il  signor  Don  Lorenzo,  per
    insegnargli  come  si  devono  risparmiare  gli  umili  e  umiliare  e
    calpestare i superbi,  virt inerenti alla mia professione;  ma poich
    la  sua  giovane  et  non lo richiede e non lo consentirebbero i suoi
    nobili studi, io mi limito a darle un consiglio,  e cio,  che essendo
    poeta,  potr  diventar  famoso se si regoler pi sull'opinione degli
    altri che sulla propria.  Perch non c' padre n mamma  a  cui  paian
    brutti i propri figlioli,  e per quelli poi che son parto della nostra
    intelligenza, pi che mai  facile l'ingannarsi.
    Ancora una volta padre e figlio rimasero stupiti  dell'alternarsi  dei
    discorsi di Don Chisciotte,  quando assennati e quando stravaganti,  e
    dell'ostinazione con cui voleva sempre tornare alla ricerca delle  sue
    sventurate  avventure,  unica  meta  di  tutti  i  suoi  desidri.  Si
    scambiarono di nuovo offerte e ringraziamenti,  e finalmente con buona
    licenza  della  signora  castellana,  Don  Chisciotte  su Ronzinante e
    Sancio sul suo ciuco, fecero partenza.

    NOTA 1: Sono i due primi versi di un sonetto di Garcilaso de la  Vega,
    qui riferiti da Don Chisciotte agli orci tobosini trovati della casa.
    NOTA 2: Leggendario messinese che passava spesso a nuoto lo stretto.

    CAPITOLO 19.
    Dove  si  racconta  l'avventura  del  pastore innamorato e altri fatti
    davvero divertenti.

    Don Chisciotte s'era di poco allontanato  dal  paese  dove  stava  Don
    Diego,  quando s'incontr con due individui che all'apparenza potevano
    essere due chierici o due studenti,  e con due contadini che  venivano
    avanti  a  cavallo su quattro cavalcature asinine.  Uno degli studenti
    portava  rinvoltati  in  un  pezzo  d'incerato  verde,   come  in   un
    portamantelli,  un  po'  di  tela bianca e due paia di ghette di panno
    grosso; l'altro non portava che due spade nuove da scherma,  brunite e
    col  bottone di sicurezza in punta.  I contadini erano carichi di roba
    che si vedeva che avevano comprato in citt e  che  ora  portavano  al
    loro  paese;  e  tanto  gli  studenti  quanto i contadini provarono la
    medesima  sorpresa  che  provavano  tutti  quelli  che  vedevano   Don
    Chisciotte la prima volta;  e morivano dalla voglia di sapere che uomo
    fosse quel tipo cos diverso dall'ordinario. Don Chisciotte li salut;
    e saputo che facevano la sua stessa strada,  si offr di farla in loro
    compagnia,  e  li  preg  di rallentare il passo,  perch andavano pi
    forte le loro ciuche che il  suo  cavallo.  Per  ben  disporli  a  suo
    riguardo  disse loro in poche parole chi era,  che faceva il cavaliere
    errante e che andava a cercare avventure per tutte le parti del mondo.
    Aggiunse poi  che  il  suo  nome  era  Don  Chisciotte  della  Mancia,
    soprannominato  "Il  Cavaliere  dai  Leoni".  Tutto  questo  per i due
    contadini era come parlar loro in greco o in gergo,  ma i due studenti
    s'accorsero subito di aver da fare con uno che non aveva il cervello a
    posto  e  nonostante lo guardavano con uno stupore non disgiunto da un
    certo rispetto. Uno di loro gli disse:
    - Se lei, signor cavaliere, non segue un itinerario determinato,  come
    di solito non ne seguono quelli che vanno in cerca d'avventure,  venga
    con noi, e vedr uno dei pi belli e dei pi ricchi sposalizi che fino
    ad oggi si siano celebrati nella Mancia e  nei  paesi  circonvicini  a
    molte leghe di distanza.
    Don  Chisciotte  gli domand se era un principe che si sposava,  visto
    che egli portava tanto alle stelle queste nozze.
    - No - rispose lo studente - non sono che due agricoltori; ma lui  il
    pi ricco di tutta questa campagna,  e lei la pi bella che si sia mai
    visto.   L'addobbo   con   cui  queste  nozze  si  devono  eseguire  
    straordinario e di nuovo genere,  perch si  devono  celebrare  in  un
    prato  vicino  alla  parrocchia  della sposa,  che  detta Chiteria la
    bella,  e lo sposo si chiama Camaccio il ricco.  Lei ha diciotto anni,
    lui  ventidue:  tutti  e  due  eguali  di condizioni sebbene alcuni di
    questi pedanti che sanno a mente la discendenza di tutte le  famiglie,
    voglion  dire  che  quella  di  Chiteria    pi  antica  di quella di
    Camaccio,  ma ormai a questo non ci si bada pi,  perch le  ricchezze
    hanno  il  potere  di colmare molti dislivelli.  E questo Camaccio non
    bada a spese,  e gli  venuto il capriccio di coprire tutto  il  prato
    con  un  gran  pergolato  di frasche,  di modo che il sole dovr durar
    parecchia fatica,  se vorr entrare a fare una visita all'erba  fresca
    di cui  coperto il terreno. Ha preparato anche i balli, tanto a spade
    che  a  bubboli,  e  nella  sua  parrocchia  c' chi li scuote e li fa
    trillare che  una meraviglia. Non dico poi nulla dei ballerini: ne ha
    fissati un  esercito.  Ma  nulla  di  tutto  questo,  n  tanti  altri
    divertimenti  che  non  ho  detti,  daranno  a  queste  nozze maggiore
    interesse di quello che m'immagino voglia dar  loro  la  presenza  del
    povero Basilio.  Questo Basilio  un giovanotto dello stesso villaggio
    di Chiteria il quale  stava  di  casa  accanto  a  lei,  e  da  questa
    vicinanza  l'amore colse l'occasione per rinnovare nel mondo la storia
    di Piramo e di Tisbe che nessuno  ricordava  pi,  perch  Basilio  si
    innamor  di  Chiteria fin dalla pi tenera et,  e lei gli corrispose
    onestamente e ingenuamente,  tanto che  in  paese  si  raccontava  per
    divertimento  l'amore dei due bambini,  Basilio e Chiteria.  Ma quando
    cominciarono a diventar grandicelli,  il padre di  Chiteria  proib  a
    Basilio  di  bazzicare in casa sua come fin allora aveva fatto;  e per
    non stare sempre alle vedette e pieno di sospetti, stabil di maritare
    la figliola col ricco Camaccio,  non parendogli ben fatto di maritarla
    con  Basilio,  che  non  possedeva  beni  di fortuna pari alle doti di
    natura.  Perch quanto a queste,  se si deve dire il vero senza astio,
    egli    il  pi svelto giovanotto che si conosca,  gran lanciatore di
    sbarra,  lottatore di prim'ordine,  e gran giocatore di pelota:  corre
    come  un daino,  salta pi di una capra,  e abbatte i birilli come per
    incanto: canta come una calandra,  suona la chitarra che pare  che  la
    faccia parlare, e soprattutto maneggia la spada in modo meraviglioso.
    -  Per  questa  sola  dote - disse qui Don Chisciotte - questo giovane
    meritava non solo di ammogliarsi con la  bella  Chiteria,  ma  con  la
    regina  Ginevra  in  persona,   se  ancora  fosse  viva,  ad  onta  di
    Lancillotto e di tutti quelli che avessero voluto impedirlo.
    - Andatelo a dire a mia moglie!  - esclam Sancio Panza che fin allora
    era  stato  zitto  a  sentire.  -  Lei  bada  sempre  a ripetere che i
    matrimoni  si  devono  fare  tra  persone  della  stessa   condizione,
    attenendosi al proverbio che dice chi s'assomiglia,  si piglia. Quel
    che vorrei io,  sarebbe che quel bravo ragazzo di  Basilio,  al  quale
    ormai mi sono affezionato, potesse sposarla questa signora Chiteria, e
    benedetti  (a  momenti  stavo  per dire il contrario) tutti quelli che
    impediscono di sposarsi a chi si vuol bene.
    - Se tutti quelli che si voglion bene,  si dovessero  sposare  replic
    Don  Chisciotte  -  si  verrebbe  a togliere ai genitori il diritto di
    sistemare i figlioli come e quando  conveniente,  e se  si  lasciasse
    alle  ragazze  la  libert  di  scegliersi  il  marito,  ce ne sarebbe
    qualcuna che sceglierebbe  il  servitore  e  qualche  altra  il  primo
    bellimbusto  che  vedesse passar per la strada,  quand'anche non fosse
    che un mascalzone di  prima  riga.  L'amore  e  la  passione  accecano
    facilmente  gli  occhi dell'intelligenza cos necessari per scegliersi
    uno stato;  e nella scelta dello stato  matrimoniale  c'  ancora  pi
    pericolo  di  sbagliarsi,  sicch  occorre  un  gran tatto e un favore
    particolare del cielo per azzeccar  bene.  Quando  uno  vuol  fare  un
    viaggio  lontano,  se  una persona di giudizio,  prima di mettersi in
    cammino si cerca una compagnia sicura e piacevole; e perch dunque non
    dovrebbe far lo stesso quello che deve viaggiare tutta la vita fino al
    punto d'arrivo,  cio alla morte,  tanto  pi  se  la  compagnia  deve
    accompagnarlo in camera,  a tavola e dappertutto,  come appunto accade
    fra moglie e marito?  La moglie non   della  merce,  che  quando  s'
    comprata si pu sempre rendere, barattare o rivendere, perch  invece
    un annesso e connesso inseparabile, che dura quanto dura la vita;  un
    laccio che una volta messo al collo, diventa il nodo gordiano, che non
    si  pu  sciogliere,  se  non  lo taglia la falce della morte.  Potrei
    aggiungere molte  altre  cose  su  questo  argomento,  se  non  me  lo
    impedisse  il  desiderio di sapere se il signor licenziato ha altro da
    dire sulla storia di Basilio.
    Lo studente baccelliere,  o licenziato come lo chiam Don  Chisciotte,
    rispose:
    -  Non  mi  resta  da  dir altro se non che dal momento in cui Basilio
    seppe che la bella Chiteria si maritava con  Camaccio  il  ricco,  non
    l'hanno pi visto ridere,  n fare un discorso sensato. Cammina sempre
    pensieroso e triste,  parlando fra s,  dando chiari segni che gli  ha
    dato  di  volta il cervello: mangia poco e dorme poco;  non mangia che
    frutta, e,  se dorme,  non dorme che per i campi sulla nuda terra come
    una  bestia;  guarda di tanto in tanto il cielo,  e altre volte invece
    fissa gli occhi in terra,  e  rimane  cos  in  estasi,  che  pare  un
    fantoccio  vestito  a cui il vento faccia svolazzare i panni.  Insomma
    egli dimostra di essere talmente preso dalla passione,  che tutti  noi
    che lo conosciamo, abbiamo una gran paura che il s che dir domattina
    la bella Chiteria debba essere la sua sentenza di morte.
    -  Dio  non lo permetter - esclam Sancio.  - Perch Dio che manda il
    male, manda anche il rimedio.  Nessuno conosce l'avvenire,  e da qui a
    domattina  ci sono molte ore,  e in un'ora e anche in un momento casca
    la casa;  e io ho visto far la pioggia e il  bel  tempo  nel  medesimo
    momento; e uno va a letto sano la sera e la mattina non si pu levare.
    E  mi  dica un po': c' qualcuno che pu vantarsi d'aver inchiodato la
    ruota della fortuna? No, di certo;  e fra il s e il no d'una donna io
    non   m'arrischierei   a   metter  la  punta  d'un  ago,   perch  non
    c'entrerebbe.  Fate un po' che Chiteria voglia proprio bene a  Basilio
    con tutta l'anima,  e io le dar un sacco di felicit, perch l'amore,
    a quanto ho sentito dire,  guarda con certi occhiali che fa parere oro
    il rame, ricchezza la miseria e perle la cispa.
    -  Dove  andrai  a finire,  Sancio,  che Dio ti maledica!  - disse Don
    Chisciotte.  - Ch quando cominci a infilare proverbi e frottole,  non
    c' che Giuda che ti possa tenere dietro e ti porti al diavolo. Dimmi,
    animale, che ne sai tu di chiodi, di ruote e tutto il resto?
    - Oh! - disse Sancio - se non sono inteso, non mi fa meraviglia che le
    mie  sentenze  siano  tenute  per  buscherate;  ma non importa;  io mi
    intendo da me,  e so di non aver detto poi tante sciocchezze.  E' lei,
    signor padrone, che vuol sempre fare il "friscale" in tutto quello che
    dico e che faccio.
    -  Fiscale vuoi dire e non "friscale" - esclam Don Chisciotte che Dio
    ti fulmini, storpiatore di parole!
    - Ma che si vuole lei confonder con me,  signor padrone!  Eppure lo sa
    che  non  sono cresciuto a corte,  e non ho studiato a Salamanca,  per
    poter sapere se aggiungo o levo qualche  lettera  alle  parole!  Santo
    Iddio!  non si pu mica pretendere che uno di Sayago parli come uno di
    Toledo;  e del resto ci possono essere anche dei toledani che in fatto
    di parlare scelto lascino molto a desiderare.
    -  Questo   vero - disse il licenziato - perch chi  venuto su nelle
    Conce e in Zocodover  non  pu  parlare  cos  bene  come  quelli  che
    passeggiano  quasi  tutto il giorno sotto i chiostri della cattedrale;
    eppure sono tutti toledani. La lingua pura, propria, elegante e chiara
    sta sulla bocca delle persone educate e intelligenti anche se son nate
    a Majalahonda.  Ho detto appunto intelligenti,  perch ce ne son molte
    che  non  lo  sono,  mentre  l'intelligenza accompagnata dall'uso  la
    grammatica della buona  lingua.  Io,  signori  miei,  per  esempio  ho
    studiato legge a Salamanca, e ci tengo un poco a esprimermi con parole
    chiare, semplici e significative.
    -  Se  non  aveste  tenuto  -  disse  l'altro  studente  - pi a saper
    maneggiare queste spade che la lingua,  sareste stato il primo  tra  i
    licenziati, mentre invece siete rimasto in coda.
    -  Badate,  baccelliere  -  rispose il licenziato - voi credete che il
    saper maneggiar bene una spada sia inutile, ma la vostra  un'opinione
    sbagliata.
    - Per me non  un'opinione - rispose l'altro che si chiamava Corciuelo
    - ma una verit dimostrata,  e se volete che ve lo  provi  coi  fatti,
    guardate,  non  ci  manca  nulla: voi avete qui le spade,  io ho delle
    buone braccia, che accompagnate dal mio coraggio,  che non  poco,  vi
    faranno  confessare  che non m'inganno.  Scendete e mettete in opera i
    vostri movimenti di piedi e di mano, i vostri circoli, i vostri angoli
    e tutta la vostra scienza,  ch io spero di farvi vedere le  stelle  a
    mezzogiorno con la mia moderna abilit naturale,  in cui, dopo Dio, ho
    la pi gran fede.  Deve ancora nascere chi mi faccia voltar le spalle,
    e non c' nessuno a cui non mi senta capace di far perdere terreno.
    - Quanto a voltare le spalle,  non dico nulla - rispose l'altro perch
    potrebbe anche darsi che nel punto stesso  dove  per  la  prima  volta
    avete fissati i piedi, vi scavassero la fossa; e cio che rimaneste l
    morto per virt di una destrezza che voi disprezzate tanto.
    -  Ora  si vedr - rispose Corciuelo,  e saltato gi dal suo giumento,
    sfil rapidamente una delle spade che il licenziato  portava  sul  suo
    asino.
    -  Piano!  non  cos!  - esclam allora Don Chisciotte - ch io voglio
    essere il maestro d'armi e il giudice di questa questione tante  volte
    dibattuta e mai risolta.
    E  disceso  da  Ronzinante con la lancia in mano si mise in mezzo alla
    strada,  mentre il  licenziato  con  portamento  elegante  e  a  passi
    misurati  si  avanzava  contro  Corciuelo,   che  gli  venne  incontro
    schizzando,  come suol dirsi,  fuoco dagli occhi.  I due contadini che
    facevano  parte  della  compagnia,  senza  scendere dalle loro ciuche,
    fecero da spettatori alla ferale tragedia. Le puntate, i traversoni, i
    fendenti,  i colpi a due mani che menava Corciuelo non  si  contavano:
    venivan  gi  fitti  come  la  grandine.  Egli  assaliva come un leone
    furioso,  ma il licenziato lo fermava a mezzo della sua furia  con  un
    colpo  alla bocca del bottone della sua spada,  che gli dava a baciare
    come una reliquia,  sebbene  non  con  quella  devozione  con  cui  si
    sogliono  e  si  debbono  baciare  le  reliquie.  Per farla corta,  il
    licenziato gli cont a stoccate un dopo l'altro tutti i bottoni  della
    gabbanella che aveva addosso,  e gliela trinci in modo che pareva una
    frangia; gli port via il cappello di capo due volte,  e lo stracc in
    maniera  che  dalla rabbia e dal dispetto l'altro afferr la spada per
    1'impugnatura,  e la scagli per aria con tanta  forza  che  la  butt
    lontano  quasi tre quarti di lega.  E questo fu attestato per iscritto
    da uno dei contadini presenti, che era scrivano pubblico, e che and a
    riprenderla;  il quale attestato ha servito  e  serve  per  dimostrare
    chiaramente  con  la  prova  dei  fatti  che  la  forza  sempre vinta
    dall'arte.
    Corciuelo,  stanco,  si mise a sedere,  e Sancio gli s'avvicin e  gli
    disse:
    -  Signor baccelliere,  vuole un consiglio da me?  D'ora in avanti lei
    non deve pi sfidare nessuno alla spada; lei deve sfidare alla lotta e
    a lanciar la sbarra, ch per questo ha et e forza da vendere;  ma gli
    schermitori  ho  sentito  dire  che son buoni d'infilar la punta d'una
    spada in una cruna d'un ago.
    - Mi basta - rispose Corciuelo - che mi  sia  caduta  la  benda  dagli
    occhi, e d'aver imparato per esperienza una verit che ero ben lontano
    dal credere.
    Cos  dicendo abbracci il licenziato,  e rimasero pi amici di prima.
    Non stettero ad aspettare lo scrivano,  che era andato a riprendere la
    spada,  pensando  che  avrebbe tardato un pezzo,  e quindi decisero di
    proseguire,  per arrivare presto al paese di Chiteria,  di dove  erano
    tutti.
    Durante il resto della strada il licenziato spieg loro le grandi doti
    della  spada  e  con  tante  evidenti  ragioni,  con  tante  figure  e
    dimostrazioni matematiche,  che tutti rimasero convinti  dei  vantaggi
    della  conoscenza  della scherma,  e Corciuelo si ricredette dalla sua
    ostinata opinione.
    S'era fatta notte,  ma prima d'arrivare,  parve loro di vedere dinanzi
    al  villaggio  un  cielo  pieno di innumerevoli e risplendenti stelle.
    Udirono al tempo stesso in confuso suoni soavi di  diversi  strumenti,
    come flauti,  tamburini,  cetre,  pifferi,  cembali e sistri; e quando
    furono vicini videro che le frasche di una specie d'immenso  pergolato
    artificiale,  che  avevano  eretto  all'ingresso del villaggio,  erano
    tutte piene di lumicini,  a cui in quel momento nemmeno il vento  dava
    noia, perch soffiava cos piano, che non arrivava a muovere le foglie
    degli alberi.  I musicanti erano il divertimento della festa, e sparsi
    a gruppi per quel luogo incantevole, parte ballavano, parte cantavano,
    e parte suonavano tutti quegli strumenti che s' detto. Pareva che per
    tutto quel prato andasse correndo  l'allegria  e  danzasse  la  gioia.
    Molti  altri  erano  affaccendati a innalzare dei palchi da dove poter
    vedere con comodit le rappresentazioni e i balli,  che il giorno dopo
    si  dovevano  fare in quel luogo destinato a solennizzare le nozze del
    ricco Camaccio e i funerali di Basilio.
    Don Chisciotte non volle entrare in paese,  quantunque lo  invitassero
    tanto il contadino quanto il baccelliere;  ma egli se ne scus in modo
    a parer suo  pi  che  sufficiente,  col  dire  che  era  costume  dei
    cavalieri   erranti   dormire   per  i  campi  e  nei  boschi  anzich
    nell'abitato,  fosse pure sotto tetti dorati.  E cos si allontan  un
    poco  dalla  strada,  con gran dispiacere di Sancio,  a cui tornava in
    mente la bella camera che aveva occupato nel castello,  o casa che dir
    si voglia, di Don Diego.

    CAPITOLO 20.
    Dove  si  raccontano  le  nozze  di Camaccio il ricco e l'avventura di
    Basilio il povero.

    La candida Aurora aveva appena dato  tempo  allo  splendente  Febo  di
    riasciugarle  le  liquide  perle dei suoi capelli d'oro col calore dei
    suoi ardenti raggi, quando Don Chisciotte, scuotendo la pigrizia dalle
    sue membra, si alz per richiamare il suo scudiero Sancio, che russava
    ancora tranquillamente. Ci vedendo,  prima di destarlo Don Chisciotte
    disse:
    -  Felice  te  sopra  tutti  quelli  che vivono sulla superficie della
    terra!  Poich senza invidiare e  senza  essere  invidiato  dormi  con
    l'anima  tranquilla,  e  non  ti  perseguitano gli incantatori,  n ti
    preoccupi degli incantesimi.  Dormi,  ti ripeto e  ti  ripeter  cento
    volte,  senza  che  la  gelosia  per la tua donna ti tenga in continua
    veglia,  n ti desti il pensiero dei debiti in scadenza da  pagare,  o
    quello del da farsi l'indomani per provvedere il vitto per te e per la
    tua piccola e sbigottita famigliola.  L'ambizione non ti inquieta,  n
    il vano fasto del mondo ti attira,  poich i limiti dei tuoi  desidri
    non  si  estendono  pi in l del pensiero del tuo giumento,  e quello
    della tua persona lo hai deposto sulle  mie  spalle,  come  un  giusto
    contrappeso che la natura e l'uso impongono ai signori. Dorme il servo
    e  veglia  il padrone,  pensando come nutrirlo,  come migliorar la sua
    sorte, come dargli la dovuta mercede. L'angoscia di vedere un cielo di
    bronzo che nega alla terra la vivificante  rugiada,  non  affligge  il
    servo,  ma il padrone,  che deve nutrire durante la carestia e la fame
    colui che lo serv durante la fertilit e l'abbondanza.
    A tutto questo Sancio non rispose nulla,  perch seguitava a  dormire,
    n  si sarebbe destato tanto presto,  se Don Chisciotte non gli avesse
    fatto sentire il  calcio  della  lancia.  Alla  fine  si  dest  tutto
    sonnacchioso e intorpidito, poi girando il naso ai quattro venti:
    -  Dalla  parte di questo pergolato - disse - se non m'inganno vien su
    un odore e una fragranza pi di ciccioli  fritti  che  di  timo  e  di
    serpollino.  Nozze  che  cominciano  con questi odori,  sull'anima mia
    devono essere abbondanti e generose.
    - Finiscila,  ghiottone - disse Don Chisciotte.  - Vieni;  andremo  ad
    assistere  a  questo  sposalizio,  per  vedere  quel  che fa il povero
    Basilio.
    - Ma che faccia quello che vuole! - rispose Sancio. - Non doveva esser
    povero,  e si sarebbe sposato con Chiteria.  Ma non avere un  soldo  e
    mirare  tanto  in  alto  mai possibile?  Io sono dell'opinione che il
    povero deve contentarsi di quel che trova,  e  non  andare  a  cercare
    funghi in mare. Scommetterei la testa che Camaccio potrebbe sotterrare
    Basilio sotto gli scudi,  e se le cose stanno cos,  come devono stare
    certamente, bella scema sarebbe stata Chiteria a rifiutare i vestiti e
    i gioielli che le deve aver regalato e le pu regalare  Camaccio,  per
    scegliere  invece  le  bravure  di Basilio nel lanciar la sbarra e nel
    tirar di scherma. Su un bel lancio di sbarra e su un'elegante botta di
    sciabola non ti danno un bicchier di vino all'osteria.  Abilit e doti
    che  non  fruttano un quattrino,  pinco se le tenga.  Ma quando quelle
    doti si riscontrano in uno che ha anche dei bravi quattrini, allora s
    che fanno buona figura.  Sopra un buon fondamento si pu costruire  un
    buon  edificio,  e  il  miglior  fondamento  di  questo  mondo  sono i
    quattrini .
    - Per l'amor di Dio,  Sancio - disse a questo punto Don  Chisciotte  -
    concludi  la  tua  orazione,  perch  io  credo  che se ti lasciassero
    continuare tutte quelle che cominci a ogni passo,  non ti  avanzerebbe
    tempo n per mangiare n per dormire, perch lo consumeresti tutto nel
    discorrere.
    - Se lei avesse buona memoria - replic Sancio - si dovrebbe ricordare
    dei patti che si fece tra noi quest'ultima volta prima di venir via da
    casa.  E  uno fu che lei mi doveva lasciar parlare di tutto quello che
    volevo, purch non fosse contro il prossimo n contro l'autorit della
    Signoria Vostra,  e finora mi pare di non  aver  mai  mancato  a  quel
    patto.
    -  Io  non  me  ne  ricordo  di questo patto - disse Don Chisciotte ma
    comunque sia, ora sta' zitto e vieni via con me;  perch gli strumenti
    che sentimmo ieri sera gi ricominciano a rallegrar le valli,  e senza
    dubbio le nozze si celebreranno di mattina per il fresco e non gi nel
    bollore del pomeriggio.
    Sancio obbed,  e sellato  Ronzinante  e  messo  il  basto  al  ciuco,
    salirono   sopra   le  loro  bestie  e  piano  piano  entrarono  sotto
    l'infrascata.  La prima cosa che dette  nell'occhio  a  Sancio  fu  un
    vitello  intero  infilato  in  uno  spiedo fatto d'un intero tronco di
    olmo,  e nel punto dove doveva essere arrostito ardeva una catasta  di
    legna  d'una  grandezza  rispettabile.  Le  sei  marmitte  che stavano
    attorno al riverbero di quella fiamma,  non erano state fatte  davvero
    sullo stampo comune delle altre marmitte, perch erano come dei grossi
    orci,  che potevano contenere, ciascuno, tutta una macelleria; tanto 
    vero che c'erano dentro dei montoni interi e non si vedevano  affatto,
    come se fossero stati piccioni; le lepri gi spellate e le galline gi
    pelate  che  stavano  appese  agli alberi in attesa d'esser seppellite
    nelle marmitte non si contavano,  infiniti gli  uccelli  e  gli  altri
    generi  di  caccia,  e  anche questi attaccati agli alberi,  perch la
    ventilazione li mantenesse freschi.  Sancio cont pi di sessanta otri
    di  pi d'un barile l'uno,  e tutti pieni,  come poi si vide,  di vini
    generosi.  Si vedevano qua e l monti di pane  bianchissimo,  come  si
    vedono sulle aie i monti del grano: i formaggi, sovrapposti a incastro
    come  mattoni,  formavano un muro,  e due caldaie d'olio pi grosse di
    quelle  d'una  tintoria  servivano  a  friggere  bomboloni,   che  poi
    quand'erano  fritti,  venivano  tirati su con due enormi schiumarole e
    tuffati l accanto in una caldaia di miele a bollore.  I cuochi  e  le
    cuoche  eran  pi  di cinquanta,  tutti puliti,  tutti attenti e tutti
    allegri.  Nel grosso ventre del vitello c'erano dodici  porcellini  di
    latte,  che  cuciti  dentro  dovevano dargli sapore e farlo venire pi
    tenero: le spezie di diverse  specie  pareva  che  non  fossero  state
    comprate a libbre ma a fusti interi,  e le tenevano l in bella vista,
    in un cassone aperto. Insomma il pranzo di nozze era un po' rozzo,  ma
    cos abbondante da sfamare un esercito.
    Sancio  guardava  tutto,  tutto  lo faceva andare in estasi,  di tutto
    s'innamorava.  Prime a  conquistargli  il  cuore  e  a  fargli  venire
    l'acquolina  in  bocca  furono  le pentole,  dalle quali avrebbe tanto
    volentieri levata una scodella di  brodo;  poi  gli  conquistarono  il
    cuore gli orci,  e da ultimo la frittura delle padelle,  se padelle si
    possono chiamare delle caldaie cos grosse. Finalmente non potendo pi
    resistere n fare in altro modo,  s'avvicin a uno  di  quegli  svelti
    cuochi,  e  con  un  cortese e affamato discorso lo preg a lasciargli
    inzuppare un boccone di pane in una di quelle marmitte.
    - Amico - gli rispose il cuoco - grazie al  bravo  e  ricco  Camaccio,
    oggi la fame pu far fagotto. Scendete e guardate se gi di qui c' un
    ramaiolo, tirate su un paio di polli, e buon pro vi facciano.
    - Non ne vedo affatto - rispose Sancio.
    -  Aspettate un po' - disse il cuoco.  - Santa pazienza!  Che casoso e
    che buono a nulla dovete essere!
    Cos dicendo prese una casseruola e, tuffatala in una di quelle enormi
    marmitte, tir su tre galline e due oche, dicendo a Sancio:
    - Ecco qui, amico: ho schiumato la pentola;  fate uno spuntino,  tanto
    per arrivare all'ora del desinare.
    - Ma non ho dove metterle - disse Sancio.
    - E pigliatevi anche la casseruola! - esclam il cuoco. L'allegria e i
    denari di Camaccio pagano ogni cosa.
    Mentre  accadeva  questo,  Don  Chisciotte stava intento a guardare un
    altro spettacolo.  Da una parte di  quella  gran  tettoia  di  frasche
    entravano una dozzina circa di contadini, montati su dodici bellissime
    cavalle  con  ricche  e sfarzose selle da campo e con molti bubboli al
    pettorale.  Erano tutti vestiti a festa e fecero in buon ordine  molte
    evoluzioni per il prato, gridando con grande allegria:
    - Viva Camaccio e Chiteria!  Viva il pi ricco,  viva la pi bella del
    mondo!
    Ci sentendo Don Chisciotte disse fra s:
    - Si vede bene che questa gente non  ha  visto  la  mia  Dulcinea  del
    Toboso; se l'avessero vista, andrebbero pi piano con le lodi a questa
    loro Chiteria.
    Di l a poco cominciarono a entrare da varie parti del pergolato molti
    e diversi gruppi di ballerini. Tra questi gruppi ce n'era uno di danze
    di  spade,  formato di circa ventiquattro giovani di gentile aspetto e
    pieni di vivacit,  tutti vestiti di un'eccellente tela bianca con  in
    capo  sciarpe  di  seta  finissima  a  vari colori;  e a quello che li
    guidava,  che era un giovinotto  molto  svelto,  uno  del  gruppo  dei
    cavalieri domand se nessuno dei ballerini s'era ferito.
    - Per ora no, grazie a Dio: siamo tutti sani.
    E  subito  cominci  ad  avvilupparsi con gli altri compagni in giri e
    rigiri con tanta destrezza,  che sebbene Don Chisciotte fosse abituato
    a  vedere  tali danze,  nessuna gli aveva mai fatto tanto bell'effetto
    come quella.
    Altrettanto bell'effetto gli fece un altro gruppo che entr allora, di
    ragazze bellissime e  giovanissime  tutte  dall'apparente  et  fra  i
    quattordici  e  i  diciotto anni,  vestite di raso verde,  coi capelli
    parte in trecce e parte sciolti,  ma tutti cos biondi,  che  potevano
    gareggiare coi raggi del sole, e sui capelli portavano delle ghirlande
    di gelsomini,  di rose,  d'amaranto e caprifoglio. Erano guidate da un
    vecchio venerabile e da una attempata matrona,  ma  pi  agili  e  pi
    svelti  che  non promettesse la loro et.  Il suono d'una cornamusa di
    Zamora segnava loro il tempo,  ed esse con la modestia e la decenza in
    volto e negli occhi,  e una grande agilit nei piedi, si mostravano le
    migliori danzatrici del mondo.
    Dopo questa entr un'altra danza figurata,  di quelle dette  parlanti.
    Era  composta di un gruppo di otto ninfe ripartite in due file: a capo
    di una fila era il dio Cupido,  di un'altra l'Interesse;  il primo con
    le  ali,  l'arco,  il turcasso e le frecce,  l'altro vestito di ricche
    stoffe di seta di diversi  colori  ricamate  in  oro.  Le  ninfe,  che
    venivano  dopo  l'Amore,  portavano  dietro  le spalle dei cartelli di
    pergamena candida,  su cui a grandi lettere erano scritti i loro nomi.
    La prima si chiamava Poesia, la seconda Saggezza, la terza Nobilt, la
    quarta  Valore.  Nello  stesso modo era indicato il nome di quelle che
    venivano di sguito all'Interesse. Liberalit era il nome della prima,
    Donazione quello della seconda,  Tesoro quello della terza e  Pacifico
    possesso  quello  della  quarta.  Precedeva  tutte  queste  figure  un
    castello di legno tirato da quattro selvaggi vestiti di foglie d'edera
    e di canapa tinta in verde,  truccati con tanta naturalezza che Sancio
    ne ebbe quasi paura.  Sul frontone del castello e su tutti e quattro i
    suoi  lati  c'era  scritto:  "Castello  del   buon   ritiro",   e   lo
    accompagnavano  quattro bravi suonatori di flauto e cembalo.  La danza
    fu aperta da Cupido, che, eseguite due contraddanze, alz gli occhi, e
    prese di mira con  l'arco  una  donzella  posta  dietro  i  merli  del
    castello, dicendo:

    Sono il dio che pu tutto, in aria, sulla terra, nel mare profondo, e
    su tutto ci che l'abisso rinserra nella sua voragine spaventevole.
    Io  non ho mai saputo che cosa sia la paura,  tutto ci ch'io voglio,
    lo posso,  quand'anche volessi l'impossibile;  e in tutto  ci  che  
    possibile, do, tolgo, ordino e proibisco.

    Finita la strofa, scagli una freccia verso la sommit del castello, e
    ritorn  al  suo posto.  Allora si fece avanti l'Interesse,  ed esegu
    altre due contraddanze: la musica cess ed egli disse:

    Sono colui che  pi forte dell'Amore, tuttavia son guidato da Amore.
    Io sono della migliore stirpe che il cielo educhi sulla  terra,  della
    pi nota e della pi pregiata.
    Sono l'Interesse,  e per causa mia molti agiscono male; eppure che si
    faccia qualche cosa senza di me,  caso raro: ma tale,  quale mi sono,
    mi consacro a te in eterno, e cos sia.

    Essendosi  ritirato  l'Interesse,  s'avanz  la  Poesia,  e  dopo aver
    danzato come gli  altri,  rivolgendosi  alla  donzella  del  castello,
    disse:

    In dolcissimi atti, in solenni e saggi pensieri la soavissima Poesia,
    o signora, ti manda la sua anima ravvolta in mille sonetti.
    Se il suo omaggio non t'importuna,  la tua sorte,  invidiata da molte
    altre donne, sar da me innalzata fin sopra la luna.

    La  Poesia  si  fece  da  parte;   dal  lato  dell'Interesse  usc  la
    Liberalit, ed eseguite le figure del balletto, disse:

    Si   chiama   liberalit  il  dono  che  rifugge  dall'estremo  della
    prodigalit e dal suo contrario, che  indizio di animo meschino.
    Ma io,  d'ora  in  avanti,  per  esaltarti,  voglio  esser  piuttosto
    prodiga;    un vizio certamente,  ma un nobile vizio,  e proprio d'un
    cuore innamorato, che si manifesta coi doni.

    E in questo modo s'avanzarono e si ritirarono tutti i  personaggi  dei
    due gruppi; ciascuno esegu le sue contraddanze e recit i suoi versi,
    alcuni  eleganti,  alcuni  burleschi,  ma  Don  Chisciotte non tenne a
    mente, sebbene avesse buona memoria,  che quelli riportati.  Poi i due
    gruppi  si mescolarono allacciandosi e intrecciandosi,  e poi di nuovo
    sciogliendosi con molta grazia e garbata disinvoltura,  e quando Amore
    passava  dinanzi  al  castello  scagliava frecce verso la sua sommit,
    l'Interesse invece buttava  a  infrangersi  contro  le  sue  mura  dei
    salvadenari  dorati.  Finalmente  dopo  aver  ballato  un  bel  pezzo,
    l'Interesse tir fuori una grossa borsa di  pelle,  che  evidentemente
    doveva  figurare  d'esser  piena  di  denari,  e  la scagli contro il
    castello.  Al colpo le assi si scollegarono e  caddero,  lasciando  la
    donzella allo scoperto e senza pi alcuna difesa.  Allora l'Interesse,
    seguto dalle figure del suo gruppo,  le si accost,  e gettatale  una
    gran catena d'oro al collo,  fece capire di impadronirsene e prenderla
    prigioniera,  ma Amore e i suoi seguaci,  visto ci,  fecero mostra di
    volergliela ritogliere;  e tutti i loro movimenti e i loro gesti erano
    sempre regolati secondo l'ordine prestabilito ed eseguiti ballando  al
    suono  dei cembali.  La contesa fu definita dai selvaggi,  i quali con
    gran sveltezza raddrizzarono e  rimontarono  il  castello,  dentro  il
    quale  la  donzella  si  rinserr nuovamente,  e cos ebbe fine questa
    danza, che divert moltissimo gli spettatori.
    Don Chisciotte domand a una delle ninfe chi  era  stato  che  l'aveva
    composta  e  organizzata,  ed  essa  gli  rispose  che  era  stato  un
    ecclesiastico del paese, che aveva molto estro per simili invenzioni.
    - Scommetterei - disse Don Chisciotte - che dev'essere  pi  amico  di
    Camaccio  che  di Basilio questo signore,  e che deve riuscir meglio a
    scriver satire che a cantare vespro.  Ci ha fatto  entrar  molto  bene
    nella danza i pregi di Basilio e le ricchezze di Camaccio.
    - Oh! quanto a me - disse Sancio - io sto per Camaccio.
    - Come si vede - disse Don Chisciotte - che sei un ignorante di quelli
    che dicono sempre viva chi vince!
    -  Io  non  so  di  quali sono - rispose Sancio - ma so bene che dalle
    pentole di Basilio una schiuma cos bellina, come questa che ho levato
    da quelle di Camaccio,  non la lever mai  -  e  gli  fece  vedere  la
    casseruola piena di galline e d'oche, poi, tiratane su una, cominci a
    sgranocchiare di gusto,  dicendo: Alla barba delle bravure di Basilio!
    Per me uno costa quanto ha,  e quanto ha,  tanto costa.  Nel mondo non
    c' che due razze,  diceva mia nonna: quella di chi ha e quella di chi
    non ha,  e lei stava per quella di chi  ha.  Al  giorno  d'oggi,  caro
    signor  Don  Chisciotte,  si  tasta  prima  il  polso all'avere che al
    sapere,  e un ciuco ricoperto d'oro fa miglior figura d'un cavallo col
    basto.  Quindi,  ritorno a ridire,  io sto per Camaccio,  che ha delle
    marmitte che per stummia le fanno oche,  galline,  lepri e  conigli  a
    bizzeffe.  Quelle  di  Basilio,  se  mai,  che vuole che le facessero?
    Rigovernatura!
    - Hai finito? - chiese Don Chisciotte.
    - Finir,  perch vedo che lei ce l'ha a noia,  ma se  non  fosse  per
    questo, ne avevo per tre giorni.
    -  Oh,  se  Dio prima di morire mi facesse la grazia di farti diventar
    muto! - disse Don Chisciotte.
    - Se si va di questo passo - replic Sancio - prima che lei muoia,  io
    sar  ad  ingrassare i cavoli,  e allora potr darsi che diventi tanto
    muto da non aprir pi bocca fino alla fine del mondo,  o per  lo  meno
    fino al giorno del giudizio.
    -  Anche  se  le  cose  andassero  come  tu dici,  il tuo silenzio non
    arriverebbe mai a compensare tutte le chiacchiere che hai  fatto,  che
    fai  e  che farai nella vita;  tanto pi che come regola naturale deve
    prima giungere il giorno della mia morte che della tua;  e quindi  non
    spero  di poter arrivare a vederti muto,  nemmeno quando bevi o dormi,
    che  tutto quello che posso dire di pi.
    - Ah,  signor padrone!  - rispose Sancio.  - Della Secca,  cio  della
    morte,  non c' da fidarsi: per lei tutte le et son buone,  la mangia
    l'agnello come il montone;  e al nostro curato gli ho sentito dire che
    con ugual piede batteva tanto all'uscio dell'umile capanna del povero,
    quanto al portone delle grandi regge. Questa signora  pi forzuta che
    delicata, non  punto schizzinosa, mangia di tutto e s'adatta a tutto,
    e riempie le sue bisacce di gente d'ogni specie,  et e condizione. E'
    un mietitore che non fa la siesta,  ma a tutte le ore  sega  e  taglia
    l'erba  tanto  verde  che  secca,  e nemmeno si potrebbe dire che essa
    mastica,  ma che ingoia e ingozza tutto quello che ha davanti,  perch
    ha una fame da lupi, e non  mai sazia; e sebbene non abbia pancia, si
    direbbe  che  ha  l'idropisia,  e ha voglia di bersi tutte le vite dei
    vivi, come si beve un bicchier d'acqua fresca.
    - Basta,  Sancio - disse a questo punto  Don  Chisciotte.  -  Resta  a
    questo punto, e bada di non cascar nel volgare. Davvero che quello che
    hai  detto  finora della morte nei tuoi rozzi termini,  lo poteva aver
    detto un buon predicatore. Se tu avessi degli studi e dell'educazione,
    come hai un certo ingegnaccio naturale,  potresti salire in pulpito  e
    andar per il mondo a far delle belle ed eleganti prediche.
    - Ben predica chi ben vive - disse Sancio; - io non sono "struito" che
    in questo.
    -  E  non  ne  hai  bisogno  -  riprese  Don Chisciotte.  - Ma visto e
    considerato che il principio d'ogni saggezza  il timor  di  Dio,  non
    riesco  a  capire  come tu,  che hai pi paura di una lucertola che di
    Lui, sii poi cos saggio.
    - Lei giudichi delle sue faccende cavalleresche -  rispose  Sancio-  e
    non si metta a giudicare dei timori e delle capacit degli altri,  ch
    io son timorato di Dio come chiunque altro,  e ora  mi  lasci  un  po'
    soffiare  su  questa schiuma ch tutto il resto son parole senza sugo,
    di cui ci sar domandato conto nell'altra vita.
    E cos dicendo ritorn all'assalto della sua casseruola  e  con  tanto
    appetito, che risvegli quello di Don Chisciotte; il quale gli avrebbe
    dato senza dubbio un aiuto, se non glielo avessero impedito dei fatti,
    il cui racconto siamo costretti a rimandare al capitolo seguente.

    CAPITOLO 21.
    Dove  si continua a raccontare le nozze di Camaccio con altri spassosi
    avvenimenti.

    Mentre tra Sancio e  Don  Chisciotte  aveva  luogo  la  considerazione
    riferita nel capitolo precedente,  si sentirono delle forti grida e un
    gran rumore.  Era il gruppo dei cavalieri che a briglia sciolta e  con
    grandi  acclamazioni  andava  incontro  agli  sposi;  i quali venivano
    avanti circondati da musiche d'ogni  genere  e  dai  vari  gruppi  dei
    quadri  plastici,  accompagnati dal curato,  dai parenti e da tutte le
    persone pi distinte dei paesi vicini, e tutti quanti vestiti a festa.
    Quando Sancio vide la sposa:
    - Accidenti!  - esclam - altro che campagnola!  Questa   vestita  da
    dama di corte.  A quel che vedo, invece delle solite medagliette ha un
    bel vezzo di corallo,  e la saia verde di Cuenca ha lasciato il  posto
    al velluto e del pi fino. Di pi giurerei che la guarnizione non  di
    lino,  ma di raso. Guardatemi un po' se alle mani ha i soliti anellini
    di giavazzo!  Che io crepi se non sono d'oro e d'oro puro,  con  delle
    perle  bianche  come  il  latte,  ciascuna delle quali deve costare un
    occhio della testa.  Figlia d'una buona donna!  E che capelli!  Se non
    sono  posticci,  in  vita mia non ne ho mai visti dei pi lunghi e dei
    pi biondi.  Che vorreste forse?  Trovar da ridire sul suo personale e
    sulla  sua  andatura?  Vorreste dirmi che non somiglia a una palma che
    dondola carica di grappoli di datteri?  Lo stesso sembrano i  gioielli
    che le pendono dalla testa e dal collo.  Per Dio che tocco di ragazza.
    Quella  da bosco e da riviera.
    Don Chisciotte si mise a ridere sentendo i  rustici  elogi  di  Sancio
    Panza,  ed eccettuata Madonna Dulcinea,  parve anche a lui di non aver
    mai visto creatura pi bella. Era un po' pallida,  forse a causa della
    cattiva  notte  che  passano  tra  i preparativi le ragazze la vigilia
    delle  nozze.  Gli  sposi  si  dirigevano  verso  un  palco  eretto  a
    un'estremit  del  prato  e  addobbato con tappeti e con fronde,  dove
    doveva aver luogo lo sposalizio e di dove sarebbero stati poi a vedere
    le danze e i quadri plastici.  Ma  nel  momento  in  cui  stavano  per
    arrivare  al posto,  udirono dietro di loro delle grandi grida,  e uno
    che diceva:
    - Aspettate un poco, gente balorda! Non precipitate le cose!
    A quelle grida e a quelle parole tutti voltarono la testa e videro che
    era un uomo vestito di una lunga veste nera  guarnita  di  gheroni  di
    seta  rossa.  Si  vide  dopo  che  aveva in capo una corona di funebre
    cipresso e in mano un grosso bastone.  Quando  poi  fu  vicino,  tutti
    riconobbero  il  bel  Basilio,  e  tutti  rimasero impressionati,  non
    sapendo che cosa volesse con le sue  grida  e  con  quelle  parole,  e
    temendo  che  il suo arrivo in tal momento desse luogo a qualche grave
    incidente. Stanco e senza fiato, arriv finalmente dinanzi agli sposi,
    e piantando in  terra  il  bastone,  che  aveva  in  fondo  una  punta
    d'acciaio,  alz  gli occhi su Chiteria,  impallid e con voce rauca e
    tremante disse:
    - Ingrata Chiteria, tu sai bene che, conforme alla santa religione che
    professiamo, finch io viva,  tu non puoi prendere un altro sposo e al
    tempo  stesso  non  ignori  che  nell'attesa  che  il  tempo  e la mia
    diligenza accrescessero i miei beni di  fortuna,  non  ho  mai  voluto
    mancare di rispetto al tuo onore.  Ma tu,  buttandoti dietro le spalle
    tutti gli obblighi che hai verso di me per questo mio onesto  modo  di
    procedere,  vuoi ora far padrone di ci che  mio un altro uomo, a cui
    le  ricchezze  hanno  procurato  non  solo  buona  fortuna,  ma  anche
    grandissima felicit. E perch questa sia completa (non perch a parer
    mio se la meriti,  ma perch il cielo ha voluto concedergliela) io con
    le mie  stesse  mani  distrugger  l'ostacolo  o  l'inconveniente  che
    potrebbe impedirgliela, togliendo di mezzo la mia persona. Viva dunque
    il ricco Camaccio,  viva con la ingrata Chiteria lunghi e felici anni,
    e muoia il povero Basilio,  poich la povert gli tagli le ali  della
    fortuna, e lo precipit nella tomba!
    Cos dicendo afferr il bastone che aveva piantato in terra, e ne tir
    fuori  uno  stocco  di  mezzana grandezza che era nascosto come in una
    guaina,  nella parte che rimase infissa nel terreno.  Poi capovolta  e
    puntata in terra l'impugnatura, il disgraziato, franco e deciso, vi si
    gett sopra,  e tosto met della lama gli usc sanguinosa di dietro le
    spalle, mentre egli, trapassato cos da parte a parte dalle sue stesse
    armi, cadeva al suolo immerso in un lago di sangue.
    Accorsero subito i suoi amici  a  dargli  aiuto,  commossi  dalla  sua
    disgrazia e dalla sua pietosa storia;  e Don Chisciotte,  scendendo da
    Ronzinante,  accorse anche lui ad  aiutarlo,  e  raccogliendolo  nelle
    proprie braccia, si accorse che respirava ancora. Volevano levargli lo
    stocco dalla ferita,  ma il curato,  l presente, fu di parere che non
    glielo levassero prima di averlo confessato,  perch il levarglielo  e
    lo  spirare  sarebbe  stato tutt'uno.  Allora Basilio,  riprendendo un
    momento i sensi, disse con voce languida e dolente:
    - O crudele Chiteria, se tu in quest'estremo momento,  acconsentissi a
    darmi  la  mano di sposa,  allora potrei credere che la mia temerit 
    degna di scusa, poich per essa avrei avuto la gioia di essere tuo.
    Il curato sentendo ci,  gli disse di badare piuttosto  alla  salvezza
    dell'anima che alle gioie mondane, e di domandare sinceramente perdono
    a  Dio dei suoi peccati e della sua disperata determinazione.  Basilio
    replic che assolutamente non si sarebbe confessato, se prima Chiteria
    non gli avesse dato la mano di sposa,  poich quella gioia gli avrebbe
    rafforzato  la volont e infusa maggiore energia per confessarsi.  Don
    Chisciotte,  udita la domanda del ferito,  andava dicendo ad alta voce
    che  Basilio  chiedeva  una  cosa  molto  giusta,  ragionevole e anche
    facilmente fattibile,  e  che  il  signor  Camaccio  poteva  ritenersi
    egualmente  onorato ricevendo la signora Chiteria in qualit di vedova
    del valoroso Basilio, quanto se l'avesse ricevuta dai genitori.
    - La questione - concluse Don Chisciotte - in questo caso si riduce  a
    un  s,  che  una  volta  pronunciato non avr conseguenze,  poich il
    talamo di queste nozze sar la sepoltura.
    Camaccio udiva tutto, se ne stava dubbioso e confuso,  senza saper che
    fare  n  che  dire;  ma  gli  amici  di  Basilio  tanto  insistettero
    chiedendogli di permettere a Chiteria di dare a  Basilio  la  mano  di
    sposa,  perch  la  sua  anima  non  si dannasse partendo disperata da
    questa vita,  che lo persuasero e quasi lo costrinsero a dire  che  se
    Chiteria non aveva nulla in contrario, lui per conto suo era contento,
    visto che non si trattava d'altro che di ritardare per pochi minuti il
    compimento dei suoi voti.  Allora tutti si fecero attorno a Chiteria e
    chi pregando,  chi piangendo,  chi con efficaci ragioni  cercavano  di
    persuaderla  a  dare la mano al povero Basilio;  ma essa pi dura d'un
    marmo e pi rigida d'una statua,  o che non potesse o che non volesse,
    non rispondeva una parola,  e nulla avrebbe risposto, se il curato non
    le avesse detto che si decidesse presto,  perch ormai Basilio reggeva
    l'anima coi denti e il suo stato non ammetteva indecisioni.  Allora la
    bella Chiteria senza rispondere  una  parola,  evidentemente  turbata,
    triste  e pensierosa si avvicin al luogo dove Basilio,  con gli occhi
    gi semichiusi, il respiro corto e affannoso, mormorando tra le labbra
    il nome di Chiteria,  mostrava di voler morire  da  pagano  e  non  da
    cristiano.  Finalmente  Chiteria  gli  si  appress e inginocchiatasi,
    senza dir nulla,  a cenni gli chiese la mano.  Allora Basilio apr gli
    occhi, e guardandola attentamente le disse:
    -  O Chiteria,  tardi ti sei mossa a compassione,  poich la tua piet
    deve servire di pugnale per finire di togliermi la vita,  e ormai  non
    ho  pi forze per godermi la gioia che mi concedi nello scegliermi per
    tuo,  n per arrestare il dolore che velocemente mi  va  coprendo  gli
    occhi  con  l'ombra  spaventevole  della  morte!  Di  questo  solo  ti
    scongiuro,  o mia stella fatale,  e cio che la mano che mi  chiedi  e
    vuoi darmi,  non mi sia data da te per compiacermi e per ingannarmi di
    nuovo,  ma che invece tu dichiari apertamente di concedermela  di  tua
    spontanea volont come a legittimo sposo. Non sarebbe giusto che in un
    momento come questo tu mi ingannassi e ricorressi a delle finzioni con
    un uomo che ha sempre agito cos sinceramente con te.
    Durante  questo  discorso  pi  volte  era  svenuto,  e  a  ogni nuovo
    svenimento tutti i presenti pensavano  che  dovesse  rendere  l'ultimo
    fiato.  Chiteria,  con  pudico e verecondo contegno,  prendendo con la
    destra la mano di Basilio, gli disse:
    - Nessuna forza sarebbe bastante a piegare la mia  volont,  e  quindi
    spontaneamente  ti do la mano di sposa e ricevo la tua,  se tu pure me
    la porgi di tua spontanea volont senza essere  turbato  o  levato  di
    sentimento  dalla  catastrofe  a  cui  t'ha  condotto  il  tuo furioso
    trasporto.
    - S - rispose Basilio - te la porgo senza essere turbato n  confuso,
    ma  con la piena lucidit di mente che il cielo m'ha concessa,  e cos
    accetto d'essere tuo sposo.
    - E io tua sposa - rispose Chiteria - sia che tu debba  vivere  ancora
    lunghi  anni,  sia  che  dalle  mie  braccia  t'abbiano a togliere per
    portarti alla tomba.
    - Questo ragazzo - disse Sancio a questo  punto  -  per  ferito  grave
    com',  discorre  parecchio:  lo  facciano  dunque  smettere con tutti
    questi complimenti,  e che pensi all'anima,  che se dovessi  dire  io,
    l'ha piuttosto sulla lingua che fra i denti.
    Mentre  dunque Basilio e Chiteria si tenevano per la mano,  il curato,
    commosso, con le lacrime agli occhi dette loro la benedizione, e preg
    il cielo di accogliere  nella  sede  dei  buoni  l'anima  dello  sposo
    novello.  Ma  questo,  appena ricevuta la benedizione,  con miracolosa
    disinvoltura balz in piedi, e si sfil lo stocco di corpo come da una
    guaina. Tutti i circostanti rimasero stupefatti, e alcuni di loro, pi
    ingenui che riflessivi, cominciarono a urlare a perdifiato: Miracolo!
    miracolo!. Ma Basilio replic:
    - Non miracolo, miracolo, ma astuzia, astuzia dovete dire!
    Il curato sorpreso e attonito corse subito con tutte e due le  mani  a
    tastargli  la  ferita,  e trov che la lama era passata non attraverso
    alla carne e alle costole,  ma attraverso un tubo di  ferro  pieno  di
    sangue, che egli s'era ben accomodato in quel posto. Il sangue poi era
    stato  preparato  in  modo,   come  poi  si  seppe,  che  non  potesse
    coagularsi.   Allora  il  curato,   Camaccio  e  tutti  i  circostanti
    compresero  d'essere  stati  ingannati  e  burlati.  La sposa non fece
    vedere d'avere troppo a noia la frode, ma anzi avendo sentito dire che
    il matrimonio essendo stato doloso non poteva esser valido,  disse che
    essa lo riconfermava di nuovo, e da questo tutti capirono che d'intesa
    e d'accordo era stata ideata fra i due quell'astuzia; per cui Camaccio
    e  i  suoi  amici rimasero tanto indignati,  che per vendicarsi misero
    mano alle armi, e sguainate le spade, dettero addosso a Basilio. Ma in
    un baleno altrettante spade furono sguainate  in  sua  difesa,  e  Don
    Chisciotte  a  cavallo  innanzi  a  tutti con la lancia in resta e ben
    coperto dal suo scudo si faceva largo tra i contendenti.  Sancio,  che
    per simili gesta non ci aveva mai avuto gusto, and a ripararsi fra le
    marmitte,  da  cui  aveva levato la sua bella schiuma,  parendogli che
    quel posto dovesse essere rispettato da tutti come un santuario.
    - Fermi,  signori,  fermi!  - gridava Don Chisciotte.  - Non   giusto
    vendicarsi  dei torti fatti dall'amore.  Badate che amore e guerra son
    tutt'uno,  e quindi come in guerra  cosa lecita e abituale  usare  di
    astuzie   e   di  stratagemmi  per  vincere  il  nemico,   cos  nelle
    competizioni amorose sono da ritenersi  legittimi  gli  inganni  e  le
    furberie  praticati  per raggiungere lo scopo che si desidera,  purch
    non tornino a discredito dell'oggetto amato. Chiteria era di Basilio e
    Basilio di Chiteria per giusto e benigno decreto dei cieli. Camaccio 
    ricco,  e potr trovare come contentarsi,  quando,  dove e come vorr.
    Basilio  non  ha che questa pecorella e nessuno,  per potente che sia,
    deve togliergliela;  perch l'uomo non deve separare coloro  che  sono
    stati  congiunti  da Dio,  e chi volesse provarcisi dovr prima fare i
    conti con la punta di questa lancia.
    Cos dicendo la brand con tanta forza e con tal  destrezza  che  fece
    paura a tutti quelli che non lo conoscevano,  e tanta impressione fece
    sull'anima di Camaccio il contegno tenuto da Chiteria  verso  di  lui,
    che bast a cancellargliela dalla memoria in un istante.  E per questo
    ebbero maggiore efficacia su di lui le esortazioni del curato che  era
    un uomo avveduto e di buon senso; in seguito alle quali tanto Camaccio
    quanto  i suoi partigiani si calmarono completamente.  Le spade furono
    rimesse nel fodero,  e si dette pi colpa alla debolezza  di  Chiteria
    che all'astuzia di Basilio. Camaccio fece anche la riflessione che, se
    Chiteria voleva bene a Basilio da ragazza,  gliel'avrebbe continuato a
    volere anche da maritata, e che quindi doveva ringraziare il cielo pi
    per avergliela tolta che per avergliela data.
    Calmatosi dunque Camaccio e tutti quelli del suo partito,  anche tutti
    quelli di Basilio si calmarono; e il ricco Camaccio per far vedere che
    non  s'era  avuto  a male della burla e non le dava alcuna importanza,
    ordin che la festa continuasse, come se lo sposo fosse stato lui.  Ma
    Basilio,  la  sposa  e  i  loro  amici  non vollero assistervi e se ne
    andarono al paese di Basilio; perch i poveri,  quando sono virtuosi e
    saggi, hanno chi li segue, li onora e li protegge, come i ricchi hanno
    chi  li  lusinga  e  fa loro codazzo.  Vollero portar con s anche Don
    Chisciotte,  che giudicarono uomo di valore e di fegato.  Ma Sancio si
    rabbui  fino  in  fondo  all'anima vedendo di non poter pi assistere
    allo splendido banchetto e alle feste di Camaccio,  che durarono  fino
    alla notte; perci segu di pessimo umore il padrone, che se ne andava
    col gruppo di Basilio,  e abbandon le pentole d'Egitto, quantunque se
    le portasse dietro nel cuore.  La loro schiuma,  che  portava  con  s
    nella  casseruola,  ma che ormai aveva quasi del tutto consumata,  gli
    faceva ripensare alla magnificenza e all'abbondanza di grazia  di  Dio
    che perdeva;  e per questo addolorato e pensoso, sebbene la fame ormai
    se la fosse  levata,  senza  scendere  dal  ciuco  segu  le  orme  di
    Ronzinante.

    CAPITOLO 22.
    Dove  si  rende conto della grande impresa della caverna di Montesino,
    situata nel cuore dello Mancia, impresa felicemente condotta a termine
    dal valoroso Don Chisciotte della Mancia.

    Gli sposi fecero a Don Chisciotte grandi accoglienze, grati dello zelo
    da lui dimostrato in difesa della  loro  causa,  e,  mettendo  il  suo
    intelletto  all'altezza  del  suo valore,  lo giudicarono un Cid nelle
    armi e un Cicerone nell'eloquenza.  Quanto all'amico Sancio,  per  tre
    giorni  si rimpinz a loro spese.  Dagli stessi sposi si seppe poi che
    la finta ferita non era stata uno stratagemma concertato con la  bella
    Chiteria,  ma un'astuzia di Basilio,  che se ne aspettava precisamente
    il risultato che s' visto.  Confess tuttavia che aveva messo a parte
    del segreto alcuni suoi amici,  perch al momento opportuno aiutassero
    il suo disegno e accreditassero l'inganno.
    - Non si  possono  n  si  debbono  chiamare  inganni  -  osserv  Don
    Chisciotte  -  i  mezzi  che  hanno di mira un fine onesto;  e per gli
    innamorati lo sposarsi  il pi onesto dei fini.  Ma bisogna avvertire
    che  il  peggior  nemico  dell'amore   la fame e il continuo bisogno;
    perch l'amore  tutto allegrezza,  contentezza e gioia,  specialmente
    quando  l'amante    in possesso dell'oggetto amato,  e i suoi mortali
    nemici sono invece la povert e il bisogno.  Tutto questo io  lo  dico
    con  l'intenzione  di  persuadere il signor Basilio a lasciar da parte
    tutti quegli esercizi in cui  cos abile e che gli procurarono  tanta
    fama  ma  non  gli fruttano denaro,  e ad attendere invece a farsi una
    buona posizione col lavoro e con quei leciti mezzi,  che  non  mancano
    mai  alle persone intelligenti e attive.  L'uomo povero ma onorato (se
    pure un povero pu dirsi onorato)  se  ha  una  bella  moglie,  ha  un
    gioiello,  e  quando  glielo  tolgono,  gli  tolgon  con  esso  e  gli
    assassinano anche l'onore. La moglie bella e onesta,  che ha un marito
    povero,  merita  di  esser coronata con lauri e palme di vittoria e di
    trionfo.  La bellezza di per se stessa  attrae  i  desideri  di  tutti
    quelli che la guardano e l'apprezzano, e come su un'esca appetitosa si
    precipitano su di essa le aquile reali e gli uccelli pi nobili; ma se
    alla  bellezza  si  aggiunge  il  bisogno  e la povert,  allora vi si
    buttano sopra anche i corvi,  gli avvoltoi  e  gli  altri  uccelli  di
    rapina,  e quella che resiste a tanti assalti,  merita davvero d'esser
    chiamata la gloria di suo marito.  Ci fu un filosofo,  di cui  non  mi
    ricordo  il  nome,  il quale diceva che in tutto il mondo di donne per
    bene non ce n'era che una sola, e consigliava a ogni marito di credere
    che quell'unica donna fosse la sua,  e cos sarebbe vissuto  contento.
    Io non sono ammogliato, e per ora non m' mai venuta l'idea di pigliar
    moglie,  eppure  non  mi  periterei  a  dar dei consigli,  a chi me li
    chiedesse,  sulla scelta della donna con cui  ammogliarsi.  Per  prima
    cosa  gli  consiglierei  che  badasse  pi al buon nome che alla dote;
    perch la donna onesta non si procura buon nome solamente con l'essere
    onesta,  ma anche col serbarne tutte le  apparenze;  tant'  vero  che
    all'onore  delle  donne  reca  molto  pi  danno  il  disprezzo  delle
    convenienze e il prendersi delle libert in pubblico,  che non i falli
    segreti.  Se  tu  porti  in  casa  una donna per bene,  ti sar facile
    conservare e anche render pi salda la sua onest;  ma se ce la  porti
    poco  buona,  l'emendarla ti coster gran fatica,  perch non  facile
    passare da un estremo a un altro.  Non  dico  tuttavia  che  sia  cosa
    impossibile, ma la credo difficile.
    Sancio che aveva udito tutto questo discorso, disse fra s:
    Questo  mio  padrone,  quando  mi  metto io a parlare di cose gravi e
    sostanziose mi dice che potrei salire in pulpito e andar per il  mondo
    a  predicar  meraviglie,  e  io  dico  che  quando comincia a infilare
    sentenze e a dar consigli lui,   dieci volte pi predicatore  di  me.
    Altro che cavaliere errante,  con tante cose che sa! Io mi credevo che
    s'intendesse soltanto di cose riguardanti la  cavalleria  errante,  ma
    vedo che non c' questione in cui non voglia dir la sua.
    Cos pensando, Sancio un poco borbottava, per cui il padrone lo sent,
    e gli chiese:
    - Che cosa borbotti, Sancio?
    -  Non  dico  nulla,  e non borbotto nulla - rispose Sancio.  Soltanto
    stavo pensando fra me e me che quello che lei ha detto ora qui,  avrei
    voluto  sentirlo  prima di pigliar moglie,  ch ora forse potrei dire:
    bove sciolto meglio si lecca.
    - Cos cattiva  la tua Teresa, Sancio? - disse Don Chisciotte.
    - Non  molto cattiva - rispose Sancio - ma neanche molto buona, o per
    lo meno non tanto buona come vorrei io.
    - Fai male,  Sancio - disse Don Chisciotte - a sparlare di tua moglie,
    che pure  la madre dei tuoi figli.
    -  Oh,  noi  non ci facciamo torto - replic Sancio - perch anche lei
    dice male di me,  quando gliene  viene  voglia,  specialmente  quand'
    gelosa, ch allora neanche il diavolo la sopporterebbe.
    Tre  giorni  dunque stettero con gli sposi Sancio e Don Chisciotte,  e
    furono trattati e riveriti come prncipi.  Don  Chisciotte  chiese  al
    licenziato  spadaccino che gli desse una guida per andare alla caverna
    di Montesino,  perch aveva una gran voglia d'entrarvi per vedere  coi
    propri  occhi se erano vere le meraviglie che se ne dicevano per tutti
    quei dintorni.  Il licenziato gli disse che gli avrebbe  dato  un  suo
    cugino,   un   famoso   lettore   molto  appassionato  per  i  romanzi
    cavallereschi,  il quale  l'avrebbe  condotto  molto  volentieri  fino
    all'imbocco  della  caverna,  e  gli  avrebbe  insegnato  le lagune di
    Ruidera,  famose in tutta la Mancia e anche in tutta  la  Spagna.  Gli
    disse  pure che la sua compagnia gli sarebbe riuscita molto piacevole,
    perch era un ragazzo che sapeva fare dei libri stampati e dedicati  a
    dei  prncipi.  Infatti il cugino venne a cavallo a una ciuca gravida,
    con una coperta a righe colorate sul basto.  Sancio sell  Ronzinante,
    prepar  il  ciuco,  riemp  le sue bisacce,  alle quali si aggiunsero
    quelle del cugino parimenti ben provviste, e poi raccomandandosi a Dio
    e dato a tutti un saluto,  si  misero  in  cammino  verso  la  celebre
    caverna.
    Via  facendo  Don  Chisciotte  domand  al cugino quali fossero le sue
    occupazioni, la sua professione, i suoi studi. L'altro rispose che era
    un  letterato,   e  che  pubblicava  libri  utilissimi  e   non   meno
    interessanti per tutti.  Uno era intitolato "Il libro delle livree", e
    vi erano descritte settecentotr  livree  coi  loro  colori,  motti  e
    divise.  L  i cavalieri di corte potevano scegliere e prendere quelle
    che volessero in tempo di feste  e  di  pubblici  divertimenti,  senza
    andare  a  mendicarle  da  nessuno  e  senza  stare,  come  dicono,  a
    lambiccarsi il cervello per trovarle conformi ai loro desideri e  alle
    loro intenzioni.
    -  Perch  - continu il compagno di Don Chisciotte - l dentro ce n'
    per il geloso,  per il rifiutato,  per il dimenticato,  per l'assente,
    che  gli  possono stare proprio a pennello.  Ho scritto anche un altro
    libro,  che intitoler "Metamorfosi" o  "Ovidio  spagnolo",  un  libro
    d'invenzione,   originale   e   bizzarro;   perch,   imitando  Ovidio
    burlescamente, vi racconto chi furono la Giralda di Siviglia, l'Angelo
    della Maddalena,  la  fogna  di  Vinciguerra  a  Cordova,  i  tori  di
    Guisando,  la  Sierra  Morena,  le  fontane  di Leganitos e Lavapis a
    Madrid, senza dimenticarmi di quella del Pidocchio, della Fogna d'oro,
    e della Priora; e tutto questo con le sue allegorie, le sue metafore e
    i suoi traslati, di modo che divertono,  interessano e insegnano nello
    stesso  tempo.  Ce  n'ho  poi  un  altro,  che intitolo "Supplemento a
    Virgilio Polidoro", e che tratta dell'invenzione delle cose;  libro di
    gran  lavoro  e  di  erudizione,  perch  tutte le cose importanti che
    tralasci di dire Polidoro,  le ho definite e messe in  chiaro  io  in
    forma  molto elegante.  Virgilio per esempio si dimentic di dirci chi
    fu il primo ad avere il catarro in questo mondo,  e il primo che  fece
    uso  di  frizioni per la cura del mal francese;  e io lo stabilisco in
    modo assoluto e lo provo con la testimonianza di  pi  di  venticinque
    autori.  Da  questo lei pu vedere se ho lavorato bene,  e se un libro
    cos potr essere utile a tutti.
    Sancio, che era stato molto attento al discorso del cugino, gli disse:
    - Mi levi  una  curiosit,  signor  studente...  io  le  auguro  buona
    fortuna,  sa, colla stampa dei suoi libri... ma... mi saprebbe dire...
    ma s di certo che lo sa: lei sa tutto...  mi saprebbe dunque dire chi
    fu  il primo che si gratt la testa?  Io per conto mio credo che debba
    essere stato il nostro padre Adamo.
    - S,  dev'essere stato lui - rispose il  cugino.  -  Poich  non  c'
    dubbio  che  ebbe  testa e capelli,  e quindi,  stando cos le cose ed
    essendo anche il primo uomo sulla terra,  probabile che qualche volta
    si grattasse.
    - Lo credo anch'io - rispose Sancio - ma,  mi dica ora: o  quello  che
    fece per il primo una capriola sulla terra chi fu?
    - Ma... amico... - rispose il cugino - cos su due piedi non lo saprei
    stabilire;  la cosa va studiata.  Al ritorno far delle ricerche nella
    mia biblioteca,  e quando ci rivedremo,  perch spero che  questa  non
    debba essere l'ultima volta, ve lo sapr dire.
    -  Oh!  non si incomodi per questo - replic Sancio - perch,  guardi,
    m' venuto in mente proprio ora chi fu. Il primo che fece una capriola
    sulla terra fu Lucifero,  quando lo  buttarono  di  sotto  dal  cielo,
    perch venne gi a capitomboli fino all'inferno.
    - Hai ragione, amico - rispose il cugino; ma Don Chisciotte disse:
    - Sancio, questa domanda e questa risposta non son tue: le hai sentite
    dire da qualcuno.
    - Stia zitto,  signor padrone - replic Sancio - che,  in fede mia, se
    mi metto a domandare e a rispondere, duro di qui a domattina. S, sono
    proprio io che per domandare  delle  sciocchezze  e  rispondere  delle
    buscherate ho bisogno d'andare a chiedere aiuto al vicinato!
    - Sancio, tu hai parlato meglio di quel che comporta la tua dottrina -
    disse  Don  Chisciotte.  -  Perch,    vero,  ci  sono  alcuni che si
    affaticano  a  stabilire  dei  fatti  che  poi,  quando  si  son  bene
    conosciuti,  non  sono  d'alcuna  utilit  n all'intelligenza n alla
    memoria.
    Fra questi e altri divertenti discorsi pass la giornata,  e  la  sera
    albergarono in un casolare,  dove il cugino disse a Don Chisciotte che
    di l alla grotta di Montesino non c'erano pi di due leghe,  e che se
    era  deciso  a entrarvi,  bisognava provvedersi di corde per legarsi e
    farsi calare  fino  in  fondo.  Don  Chisciotte  disse  che,  a  costo
    d'arrivare all'inferno,  voleva vedere dove la grotta andava a finire;
    e perci comprarono quasi cento braccia di corda e il giorno dopo alle
    due del pomeriggio arrivarono dinanzi alla caverna.  L'imboccatura era
    larga e spaziosa, ma tutta ingombra di pruni, di caprifichi, di rovi e
    d'altri  arbusti  spinosi,  cos  fitti e intricati,  che ne era tutta
    quanta coperta  e  turata.  Scesero  dalle  loro  cavalcature,  e  Don
    Chisciotte  si fece legare dagli altri due molto forte con le funi,  e
    in tanto che gliele avvolgevano attorno al corpo, Sancio gli disse:
    - Signor padrone,  badi a quello che fa.  Mi dia retta,  guardi di non
    rimanere  sepolto  vivo;  non  si faccia calare cos come un fiasco in
    fresco in un pozzo.  Non  tocca  a  lei  esplorare  questa  buca,  che
    dev'essere peggio d'un trabocchetto.
    -  Lega  e  sta'  zitto  -  rispose Don Chisciotte -  perocch impresa
    siffatta, amico Sancio, era al valor mio riserbata.
    - La prego,  signor Don Chisciotte - disse la guida - quando  laggi,
    guardi  e scruti bene con cento occhi quel che c'.  Pu essere che ci
    siano cose da mettere nel mio libro delle Trasformazioni.
    - Il cembalo  in buone mani  -  disse  Sancio  -  sentirete  come  lo
    sapranno  suonare  bene!  Detto  questo  e  terminato  di  legare  Don
    Chisciotte  (il  quale  si  fece  legare  non  sull'armatura  ma   sul
    giustacuore):
    -  Un'avvertenza  c'  mancata  -  egli disse.  - Si doveva portare un
    campanello e legarlo qui vicino a me su questa fune,  e io  suonandolo
    vi  avrei fatto capire che ero sempre vivo e che seguitavo a scendere,
    ma ormai non  pi possibile, e non resta quindi che affidarsi a Dio e
    che ci guidi Lui.
    E subito si inginocchi e recit una preghiera a voce bassa, chiedendo
    a Dio che l'aiutasse e gli concedesse di condurre a buon  fine  quella
    al parer suo assai perigliosa e straordinaria avventura, e subito dopo
    disse a voce alta:
    -  O  signora  d'ogni  mia  azione  e  d'ogni  mio moto,  o illustre e
    impareggiabile Dulcinea del Toboso, se  possibile che arrivino al tuo
    orecchio le  preghiere  e  le  suppliche  di  questo  tuo  avventurato
    amatore,  in  nome  della tua inaudita bellezza ti prego d'ascoltarle;
    esse non mirano che a scongiurarti di non rifiutarmi il tuo aiuto e la
    tua protezione,  or che tanto ne  ho  d'uopo.  Io  sto  per  gettarmi,
    precipitarmi, sprofondarmi nell'abisso che qui mi si presenta dinanzi,
    solo perch il mondo sappia che,  se tu mi proteggi,  non ci sar cosa
    impossibile che io non ardisca intraprendere e condurre a buon fine.
    Cos dicendo si avvicin alla voragine, ma vide che era impossibile di
    farvisi calare, e anche di aprirsi un passaggio fino all'orlo,  se non
    facendosi  largo  con  le  braccia  o  a forza di sciabolate.  Perci,
    sfoderata la sciabola,  cominci a tagliare e abbattere i cespugli che
    crescevano sull'orifizio della caverna, ma al rumore che faceva scapp
    fuori una caterva di corvi e di cornacchie grandissimi,  cos fitti, e
    con tanto impeto,  che lo rovesciarono in  terra;  e  se  egli  avesse
    creduto ai presagi,  quant'era invece buon cattolico,  l'avrebbe preso
    per cattivo augurio,  e avrebbe rinunciato a internarsi  in  un  luogo
    simile.  Finalmente si alz, e, vedendo che non uscivano pi n corvi,
    n altri uccelli notturni, come i pipistrelli che erano usciti insieme
    coi corvi, Sancio e il cugino, dandogli corda, lo lasciarono calare in
    fondo alla spaventevole caverna.  Mentre vi entrava,  Sancio gli dette
    la sua benedizione, e facendo sopra di lui mille segni di croce:
    -  Dio  ti  conduca  -  gli  disse - e la Madonna del Picco di Francia
    insieme con la Santissima Trinit di Gaeta,  fiore,  cima e vanto  dei
    cavalieri erranti.  Va',  campione del mondo, cuore d'acciaio, braccia
    di bronzo. Dio ti conduca, ripeto, e ti riporti sano e salvo alla luce
    di questo mondo,  che abbandoni per sotterrarti in questa oscurit che
    vuoi esplorare.
    Quasi  le stesse preghiere e gli stessi scongiuri fece il cugino.  Don
    Chisciotte intanto badava a gridare che gli  dessero  corda  e  sempre
    corda,  e  loro  gliela  davano  a poco a poco;  e quando le grida che
    uscivano su dalla caverna come su per un tubo,  non si sentirono  pi,
    essi  avevano  gi  calato  tutte  le  cento  braccia di fune.  Allora
    pensarono di ritirarlo su,  dal momento che non gli potevano pi  dare
    dell'altra corda,  ma tuttavia aspettarono quasi una mezz'ora,  e dopo
    cominciarono a ritirar la corda; ma essa veniva su con grande facilit
    e non pesava affatto,  il che parve a  loro  segno  evidente  che  Don
    Chisciotte  era  rimasto  dentro.  Sancio  ne  era cos persuaso,  che
    piangeva amaramente e tirava su con grande velocit per sincerarsi; ma
    quando furono a circa ottanta  braccia,  come  almeno  gli  parve,  la
    sentiron  pesare di nuovo,  e ne provarono una gran gioia.  Finalmente
    quando non ne rimaneva che una decina di braccia da tirar  su,  videro
    distintamente Don Chisciotte, e Sancio gli grid:
    - Ben tornato,  signor padrone!  Noi da ora in l si credeva che fosse
    rimasta laggi per far razza.
    Ma Don Chisciotte non rispondeva una parola,  e quando l'ebbero tirato
    fuori   del   tutto  videro  che  aveva  gli  occhi  chiusi  e  pareva
    addormentato.  Lo distesero in terra,  lo sciolsero,  e ci nonostante
    non si destava.  Ma tanto lo voltarono e rivoltarono, lo scossero e lo
    maneggiarono, che dopo un bel pezzo riprese i sensi, e stirandosi come
    se si destasse da un grave e profondo sonno,  e guardando di qua e  di
    la come spaventato, disse:
    -  Dio  ve lo perdoni,  amici!  Voi m'avete tolto alla pi piacevole e
    deliziosa vita di cui uomo  mortale  abbia  mai  gioito.  Infatti  ora
    finisco  di comprendere che tutti i piaceri mondani passano come ombre
    e sogni o appassiscono come i fiori di campo. O disgraziato Montesino!
    O Durandarte  a  torto  ferito!  O  sventurata  Belerma!  O  piangente
    Guadiana,  e  voi  sfortunate  figlie  di Ruidera,  che mostrate nelle
    vostre acque le lacrime che hanno versate i vostri begli occhi !
    Con grande attenzione il cugino e Sancio ascoltarono le parole di  Don
    Chisciotte,  che  le  diceva  come se con immenso dolore le strappasse
    dalle sue viscere. Lo pregarono di voler loro spiegare che cosa voleva
    dire, e che cosa aveva visto in quell'inferno.
    - Inferno lo chiamate? - disse Don Chisciotte.  - Non lo chiamate cos
    perch non lo merita, come or ora sentirete.
    Chiese poi che gli dessero qualche cosa da mangiare,  perch aveva una
    gran fame. Distesero la coperta del cugino sull'erba, e ricorsero alla
    dispensa delle loro bisacce,  e seduti tutti e tre d'amore e d'accordo
    fecero merenda e cena in una volta.  Tolta la coperta,  Don Chisciotte
    disse:
    - Nessuno si alzi, e state bene attenti, figlioli.

    CAPITOLO 23.
    Delle meraviglie che l'immenso Don Chisciotte raccont d'aver visto in
    fondo alla caverna di Montesino,  la  cui  impossibilit  ed  enormit
    fanno ritenere apocrifa quest'avventura.

    Saranno  state  le quattro del pomeriggio quando il sole si ricopr di
    nuvole,  la sua luce si attenu,  e i suoi raggi si fecero  pi  miti.
    Allora  Don  Chisciotte,  liberato  dalla  molestia  del  caldo,  pot
    raccontare al suo scelto uditorio ci che aveva visto nella caverna di
    Montesino, e cos cominci:
    - A dodici o quattordici uomini di profondit si trova  a  destra  uno
    spazio capace di poter contenere un carro attaccato alle sue mule.  Vi
    entra un po' di luce da delle feritoie,  o pertugi che dir si  voglia,
    che  s'aprono  lontano sulla superficie della terra.  Questa cavit io
    l'ho vista mentre ero gi stanco e annoiato  di  calar  gi  penzoloni
    alla  corda  in  quella  buia  spelonca  senza  seguire  alcuna strada
    determinata. Perci mi son deciso a entrarvi e a riposarmi un po'.  Vi
    ho  gridato di non darmi pi corda fino a che non ve la chiedessi,  ma
    non mi dovete aver sentito. Allora ho raccolto la corda che via via mi
    calavate,  e fattane una ciambella,  mi ci son messo  a  seder  sopra,
    tutto  pensieroso,  non sapendo pi come fare a calarmi fino in fondo,
    ora che non avevo modo di sostenermi; e mentre stavo cos pensieroso e
    confuso,  a un tratto e senza volerlo mi ha preso un  gran  sonno,  ma
    quando  meno  me  l'aspettavo,  senza saper n come n perch,  mi son
    destato e mi son trovato in mezzo al  pi  bello,  ameno  e  dilettoso
    prato,  che  possa  creare  la  natura  o  immaginare  la  pi fervida
    immaginazione umana. Ho aperto gli occhi,  me li sono stropicciati,  e
    ho visto bene che non dormivo, ma che ero realmente desto. Tuttavia mi
    sono  tastato il capo e il petto per assicurarmi se ero proprio io che
    stavo l o un fantasma vano e falso;  ma il tatto,  il  sentimento,  i
    discorsi  sensati che facevo dentro di me,  mi fecero certo che io ero
    l allora quello stesso che son qui ora. Subito mi si offr alla vista
    una sontuosa reggia, i cui muri parevano fatti di trasparente e lucido
    cristallo.  Due grandi porte ne formavano l'ingresso,  e da esse  vidi
    uscire  e  venire  verso di me un vecchio venerando con un mantello di
    saja paonazza, che gli strascicava per terra. Attorno alle spalle e al
    petto portava una specie di tracolla di  raso  verde,  e  in  capo  un
    berretto  milanese  nero:  la  barba bianchissima gli scendeva pi gi
    della cintola.  Non portava armi di sorta,  ma invece aveva in mano un
    rosario  i  cui  chicchi  delle  avemarie eran pi grossi che noci,  e
    quelli dei paternostri come uova di struzzo. Il contegno, il passo, la
    gravit e la magnifica presenza,  ogni cosa di per s e tutte  insieme
    mi sorpresero e destarono la mia ammirazione.  Si avvicin a me,  e la
    prima cosa che fece fu d'abbracciarmi strettamente; poi mi disse:
    E' molto tempo,  valoroso cavalier Don Chisciotte della  Mancia,  che
    noi, che stiamo incantati in queste solitudini, aspettiamo di vederti,
    perch  tu  dia  notizia  al  mondo di quel che rinserra e nasconde la
    profonda  caverna,  chiamata  di  Montesino,  dove  ora  sei  entrato:
    prodezza  questa  riserbata al tuo invincibile animo e al tuo stupendo
    coraggio.  Vieni con me,  illustre signore,  ch ti voglio mostrare le
    meraviglie  contenute  in  questo trasparente palazzo,  di cui io sono
    governatore e perpetuo custode, perch sono quello stesso Montesino da
    cui prende nome la caverna.
    Appena m'ha detto che era Montesino, io subito gli ho domandato se era
    vero quel che si raccontava nel mondo di qua,  e cio che egli con una
    piccola  daga  aveva  levato  dal bel mezzo del petto il cuore del suo
    grande amico Durandarte, e lo aveva portato a donna Belerma, come egli
    stesso in punto di morte gli aveva  raccomandato.  M'ha  risposto  che
    dicevano la verit in tutto e per tutto, tranne che sulla daga, perch
    non  era stata una daga nemmeno piccina,  ma un pugnale affilato,  pi
    aguzzo d'una lesina.
    - Doveva essere un pugnale di Siviglia di quelli di Ramn de  Hoces  -
    disse a questo punto Sancio.
    - Non lo so - prosegu Don Chisciotte - ma se mai non doveva essere di
    codesto  armaiolo;  perch  Ramn  de  Hoces   dei nostri giorni e la
    battaglia di Roncisvalle, dove successe questo fatto,  accaduta molti
    anni or sono. Ma questa  una questione senza importanza,  e non turba
    n altera la verit e il contesto della storia.
    -  Certamente  -  disse  il  cugino.  -  Continui  dunque,  signor Don
    Chisciotte, ch io sto a sentirla col maggior piacere del mondo.
    - E con altrettanto piacere racconto io - rispose  Don  Chisciotte.  -
    Dicevo  dunque  che  il  venerabile  Montesino mi ha fatto entrare nel
    palazzo  di  cristallo.   Qui  in  una  sala  bassa  tutta  incrostata
    d'alabastro,  dove c'era un fresco delizioso, si vedeva un sepolcro di
    marmo scolpito con arte meravigliosa;  sopra il quale stava disteso in
    tutta  la  sua  lunghezza  un  cavaliere non di marmo o di bronzo o di
    diaspro, come si vedono di solito sui sepolcri,  ma di carne e d'ossa.
    Teneva  la  mano  destra  (che m' parsa parecchio pelosa e muscolosa,
    segno evidente di molta forza) sopra la parte dov' il cuore,  e prima
    che  gli  domandassi  qualche  cosa,  Montesino,  vedendomi  pieno  di
    sorpresa guardare quel cavaliere, m'ha detto:
    Questo  il mio amico Durandarte,  fiore  e  specchio  dei  cavalieri
    innamorati  e  valorosi  del suo tempo.  Lo tiene qui incantato,  come
    tiene me e molti  altri  e  molte  altre,  Merlino,  quell'incantatore
    francese,  che dicono fosse figlio del diavolo;  ma quel che credo io,
    non  che fosse figlio del diavolo, ma che ne seppe,  come suol dirsi,
    un punto pi del diavolo. Come e perch ci abbia incantati, nessuno lo
    sa;  ma un giorno si sapr, e a quel che m'immagino, questo giorno non
    deve esser lontano.  Quel che mi sorprende  questo,  che io  son  ben
    sicuro,  come son sicuro che ora  giorno, che Durandarte spir fra le
    mie braccia,  e che dopo morto io gli ho tolto il  cuore  con  le  mie
    proprie  mani;  e  doveva  pesare  almeno  un paio di libbre,  perch,
    secondo i naturalisti,  chi ha il cuore pi grosso  pi  valoroso  di
    chi l'ha piccino. Orbene, poich le cose stanno proprio in questo modo
    che ho detto,  e questo cavaliere mor certamente,  come va che ora di
    quando in quando si lamenta e sospira come se fosse vivo?
    A queste parole, il misero Durandarte, gettando un grand'urlo esclam:
    O cugino Montesino,  per ultima grazia io  vi  domandai  che,  appena
    fossi  morto  e mi fosse strappata l'anima,  voi portaste il mio cuore
    dov'era Belerma togliendomelo dal petto  con  un  pugnale  o  con  una
    daga.
    Sentendo  questo  il  venerabile  Montesino  si inginocchi dinanzi al
    compianto cavaliere e, con le lacrime agli occhi, disse:
    Signor Durandarte, carissimo cugino mio, l'ho gi fatto quello che mi
    comandaste nella fatale giornata della nostra disfatta. Io vi tolsi il
    cuore  meglio  che  potei  senza  lasciarvene  in  petto  neanche  una
    briciola;  lo ripulii con un fazzoletto con la trina, e partii a spron
    battuto per la Francia,  dopo avervi riposto nel seno della terra  con
    tante  lacrime,  che  bastarono  a  lavarmi  le mani e a pulirmele dal
    sangue con cui me  l'ero  insudiciate  nel  frugarvi  tra  i  visceri.
    Inoltre,  cugino dell'anima mia,  nel primo paese che trovai nel venir
    via da Roncisvalle,  posi un po' di sale sul vostro cuore,  perch non
    mandasse  cattivo  odore,  e  arrivasse,  se  non  fresco,  almeno ben
    conservato sotto sale al cospetto della signora Belerma. La quale, con
    voi, con me, con Guadiana vostro scudiero,  con Donna Ruidera e le sue
    sette  figlie e due nipoti,  e con molti altri dei vostri conoscenti e
    amici,  da molti anni ormai   tenuta  da  Merlino  qui  incantata.  E
    sebbene  ne  siano  passati pi di cinquecento,  nessuno di noialtri 
    morto. Mancano soltanto Ruidera, le sue figliole e le nipoti, le quali
    piangevano tanto,  che Merlino ebbe compassione di loro,  e le mut in
    altrettante lagune, che ora nel mondo dei vivi e nella provincia della
    Mancia   si   chiamano   le  lagune  di  Ruidera:  le  sette  figliole
    appartengono al regno di Spagna,  e le due nipoti ai cavalieri  di  un
    ordine  religioso  detto di San Giovanni.  Guadiana,  vostro scudiero,
    anche lui perch piangeva tanto la vostra disgrazia,  fu mutato in  un
    fiume  chiamato  col  suo  stesso  nome;  il  quale quando arriv alla
    superficie terrestre e vide il sole di quell'altro cielo,  fu tanto il
    dispiacere che sent vedendo che vi lasciava,  che si risommerse nelle
    viscere della terra, ma siccome gli  impossibile di non obbedire alla
    inclinazione della sua natura, ogni tanto risale alla superficie, e si
    mostra dove il sole e la gente posson vederlo.  Le lagune,  di cui  ho
    parlato sopra, gli versano a poco a poco le loro acque, con le quali e
    con  altre  molte  che  gli si aggiungono,  entra grande e maestoso in
    Portogallo.  Tuttavia  dovunque  passa,  mostra  la  sua  tristezza  e
    melanconia, e non si vanta di nutrire nelle sue acque dei pesci fini e
    rinomati,  ma  grossolani  e  insipidi,  ben  differenti da quelli del
    dorato Tago,  e questo che ora vi dico,  cugino mio ve l'ho gi  detto
    molte volte,  e siccome non mi rispondete mai, m'immagino che o non mi
    credete o non mi sentite,  cosa che  solo  Iddio  sa  quanta  pena  mi
    faccia. Una notizia vi voglio dare ora, che se non servir di conforto
    al  vostro dolore,  per lo meno non lo aumenter certamente.  Sappiate
    che vi sta dinanzi (aprite bene gli occhi,  e lo  vedrete)  quel  gran
    cavaliere  di cui il saggio Merlino ha profetato meraviglie;  quel Don
    Chisciotte della Mancia,  che di nuovo e con pi eccelse mire che  nei
    secoli  passati  non  fosse,  ha  fatto  rivivere  nell'epoca presente
    l'ormai dimenticata cavalleria errante.  Per mezzo suo e col suo aiuto
    potrebbe   accadere  che  liberati  fossimo  dall'incantesimo  che  ci
    avvince, perocch le grandi imprese siano ai grandi uomini riserbate.
    E se no rispose con voce bassa e semispenta  il  misero  Durandarte,
    se no, pazienza, cugino: a monte, e rimescolare!
    E si volt dall'altra parte riprendendo il suo solito silenzio,  senza
    pi dire una parola.
    In questo momento si son sentite delle grandi  grida  accompagnate  da
    pianti,  da profondi gemiti e da angosciosi singhiozzi.  Ho voltata la
    testa,  e ho visto attraverso la parete di  cristallo  che  nell'altra
    sala  passava  su  due  file  un  corteo di avvenenti donzelle,  tutte
    vestite a lutto con turbanti bianchi in capo alla moda  turchesca.  In
    fondo  alle  file  veniva una dama;  tale almeno pareva alla solennit
    dell'aspetto,  vestita parimenti di nero,  con dei veli  cos  ampi  e
    lunghi  che toccavano terra.  Il suo turbante era due volte pi grande
    che il pi grande di quelli delle altre dame,  aveva  le  sopracciglia
    riunite  il  naso  un  po'  schiacciato,  la bocca grande ma le labbra
    vivamente colorite: i denti,  che talora scopriva,  sembravano rari  e
    mal  disposti,  quantunque  fossero  bianchi  come mandorle sbucciate.
    Portava tra le mani un fazzoletto finissimo con  dentro,  a  quel  che
    potei  intravedere,  un  cuore  mummificato,  tanto  era  stagionato e
    rimpresciuttito. Montesino allora m'ha detto che tutta quella gente in
    processione erano i  servi  di  Durandarte  e  di  Belerma,  incantati
    insieme  coi  loro padroni,  e che la dama in fondo che portava tra le
    mani il cuore dentro il fazzoletto era donna Belerma, la quale insieme
    con le sue  damigelle  quattro  volte  la  settimana  facevano  quella
    processione e cantavano,  o per meglio dire piangevano,  funebri canti
    sopra il corpo e sopra il misero cuore del cugino.
    Se essa vi  parsa bruttina egli ha aggiunto,  o per  lo  meno  non
    tanto  bella  quanto  aveva fama d'esserlo,  ci dipende dalle cattive
    notti e dai peggiori giorni  che    costretta  a  passare  in  questo
    incantesimo,  come  lo potete vedere dalle sue profonde occhiaie e dal
    suo colore malescio.  Perch quel viso giallo e  quelle  occhiaie  non
    derivano,  come di solito succede alle donne,  dall'avere il marchese:
    sono molti mesi ormai,  anzi molti anni che non le viene pi e non  le
    fa nemmen capolino sull'uscio, ma dipendono dall'angoscia che prova il
    suo cuore per quell'altro cuore che tiene continuamente fra le mani, e
    che  le  rinnova  e  le  richiama  alla  memoria  la disgrazia del suo
    sventurato amante. Che se questo non fosse, appena la eguaglierebbe in
    bellezza, grazia e vivacit la gran Dulcinea del Toboso, tanto celebre
    in questi dintorni e anche in tutto il mondo.
    Alto l,  signor Montesino dissi io allora,  racconti  la  Signoria
    Vostra  la  sua  storia come deve: lei sa benissimo che i paragoni son
    sempre   odiosi,   e   quindi   non   si   deve   paragonar   nessuno:
    l'impareggiabile Dulcinea del Toboso  chi ,  e Donna Belerma  chi 
    stata, e rimaniamo qui.
    Signor Don Chisciotte,  mi perdoni mi rispose lui,  confesso che ho
    avuto torto,  e che non ho detto bene a dire che appena Donna Dulcinea
    avrebbe potuto eguagliare Donna  Belerma;  mi  doveva  bastare  l'aver
    sentito dire vagamente che la Signoria Vostra  il suo cavaliere,  per
    mordermi la lingua prima di paragonarla ad alcuno, tranne, se mai,  al
    cielo stesso.
    Questa  soddisfazione  datami  dal  gran Montesino calm il mio cuore,
    andato per aria nell'udir paragonare la mia donna con Belerma.
    - Io poi mi meraviglio - disse  Sancio  -  che  lei  non  sia  saltato
    addosso a quel vecchiaccio,  e non gli abbia pestato le ossa a calci e
    strappata la barba senza lasciargliene un pelo.
    - No, caro Sancio - riprese Don Chisciotte - non mi stava bene a me di
    fare una cosa simile;  perch tutti siamo  obbligati  a  rispettare  i
    vecchi  anche  se  non son cavalieri,  e soprattutto poi quelli che lo
    sono e sono incantati. Comunque son sicuro che si rimase pari in tutte
    le altre domande e risposte che ci scambiammo.
    Qui il cugino osserv:
    - Io non so, signor Don Chisciotte,  come lei in cos poco tempo che 
    stata laggi, abbia potuto vedere tante cose e parlar cos tanto.
    - Quant' che son disceso laggi? - domand Don Chisciotte.
    - Poco pi d'un'ora - rispose Sancio.
    -  Questo  non    possibile  - replic Don Chisciotte - perch laggi
    annott,  e si fece giorno e poi torn ad annottare e a  farsi  giorno
    tre volte,  di modo che al conto che faccio io,  tre giorni sono stato
    in quei luoghi lontani e reconditi alla nostra vista.
    - Il mio padrone deve dire il vero - replic Sancio -  perch  siccome
    tutte  queste  cose  gli  sono successe per incanto,  forse quel che a
    noialtri pare un'ora, laggi parr tre giorni e tre notti.
    - Cos deve essere - disse Don Chisciotte.
    - E in tutto questo tempo ha mangiato? - domand il cugino.
    - Nemmeno un boccone - rispose Don  Chisciotte  -  e  non  m'  venuta
    nemmeno l'idea della fame.
    - Ma gli incantati mangiano? - domand il cugino.
    -  No,  non  mangiano  -  rispose  Don Chisciotte - e nemmeno vanno di
    corpo, ma si crede che crescan loro le unghie, i capelli e la barba.
    - E, dormire, dormono? - chiese Sancio.
    - No,  di sicuro: almeno in questi tre giorni che  sono  stato  laggi
    nessuno ha chiuso un occhio, neanch'io.
    - Qui ci sta bene il proverbio - disse Sancio - dimmi chi pratichi,  e
    ti dir chi sei.  Lei sta con degli incantati che non mangiano  e  non
    dormono,  e  quindi non pu far meraviglia che,  fin tanto che sta con
    loro, non mangi n dorma.  Ma mi perdoni,  signor padrone,  se le dico
    che di tutto quello che ha detto fin qui,  che il... stavo per dire il
    diavolo! che Iddio mi porti, se ne credo un'acca.
    - Come?  - disse il cugino.  - Perch dovrebbe mentire il  signor  Don
    Chisciotte, che anche volendo non avrebbe avuto il tempo di immaginare
    e inventare un tale ammasso di frottole?
    - Io non credo che il mio padrone dica delle bugie - disse Sancio.
    - E allora che cosa credi? - domand Don Chisciotte.
    -  Credo che quel Merlino,  o quegli incantatori che incantarono tutta
    quella folla di gente che lei dice d'aver visto  e  con  cui  racconta
    d'aver  parlato  laggi,  le  hanno  ficcato nella zucca,  ossia nella
    mente,  tutta questa baraonda che ci ha descritto,  e tutto  quel  che
    ancora le rimane da descrivere.
    - Questo potrebbe anche darsi,  Sancio - replic Don Chisciotte ma non
     cos certamente,  perch tutto quello che ho raccontato lo vidi  coi
    miei occhi e lo toccai con mano. Ma che dirai quando ora ti racconter
    come,  tra le altre infinite meraviglie che mi mostr Montesino (te le
    dir a poco a poco e a suo tempo durante il viaggio,  perch non tutte
    si prestano a esser raccontate ora) mi fece vedere tre contadine,  che
    per quegli amenissimi campi andavano saltellando come capre,  e appena
    le  ebbi  viste,  subito  riconobbi  in  una  d'esse  l'impareggiabile
    Dulcinea,  e nelle altre due quelle medesime contadine che  erano  con
    lei,  e  che  s'incontr  quando si veniva via dal Toboso?  Domandai a
    Montesino se le conosceva,  e  mi  rispose  di  no;  ma  aggiunse  che
    s'immaginava  che  fossero delle gran dame incantate,  apparse in quei
    prati da pochi giorni;  e che  non  me  ne  meravigliassi,  perch  l
    c'erano  molte  altre  dame  del  nostro  tempo  e  dei tempi passati,
    incantate in diverse e strane figure,  fra le quali egli conosceva  la
    regina Ginevra e la sua governante Chintagnona,  quella che versava il
    vino a Lancillotto quando venne di Brettagna.
    Quando Sancio sent questo discorso del suo  padrone,  credette  o  di
    diventare pazzo o di schiantare dalla voglia di ridere. Siccome sapeva
    bene la verit sul finto incanto di Dulcinea, perch era stato proprio
    lui   che   l'aveva   incantata,   facendo   poi  anche  la  convalida
    dell'incantesimo con la sua testimonianza,  fin di persuadersi che il
    suo padrone era proprio matto, e quindi gli disse:
    - Ha scelto proprio un cattivo momento,  una congiuntura di malaugurio
    e una giornataccia, caro signor padrone,  per calarsi all'altro mondo!
    E  in  mal  punto  s'  incontrata  col signor Montesino,  che ce l'ha
    rimandata in questo stato. Quass, s, che lei stava bene,  vede,  con
    tutto il suo cervello a posto,  come Dio gliel'ha dato,  quando diceva
    tutte quelle belle sentenze e dava consigli a ogni passo;  e  non  ora
    che  ci  viene  a  raccontare  le buscherate pi grosse che si possano
    immaginare.
    - Siccome ti conosco - disse Don Chisciotte - non  faccio  caso  delle
    tue parole.
    -  E  neanch'io  di  quelle  di  lei  - replic Sancio - nemmeno se mi
    bastona, neanche se m'ammazza per quelle che ho detto e per quelle che
    sto per dire, se lei non pensa a correggere ed emendare le sue.  Ma mi
    dica un po',  ora che siamo in pace, come fece a riconoscere la nostra
    signora padrona? E se le parl, che le disse? E lei cosa rispose?
    - La riconobbi dai vestiti - rispose Don  Chisciotte  -  che  erano  i
    medesimi che portava quando tu me la facesti vedere.  Io le parlai, ma
    lei non mi rispose nemmeno una parola;  anzi,  mi volt  le  spalle  e
    scapp  come  una  saetta.   Io  volevo  seguirla,   ma  Montesino  mi
    sconsigli, dicendomi che sarebbe stata una fatica inutile,  tanto pi
    che  si avvicinava l'ora in cui avrei dovuto uscire dalla caverna.  Mi
    disse anche che con l'andar del tempo sarei stato informato  del  modo
    con cui dovevan esser disincantati lui, Belerma e Durandarte con tutti
    gli  altri  che si trovavano l dentro.  Ma quel che pi mi fece pena,
    tra tutte le altre cose dolorose che  vidi  e  notai  laggi,  fu  che
    mentre  si  stava  facendo  tutti  questi discorsi con Montesino mi si
    accost di fianco,  senza che io l'avessi vista venire,  una delle due
    compagne della sventurata Dulcinea,  e con gli occhi pieni di lacrime,
    con voce bassa e turbata mi disse:
    La mia padrona Dulcinea  del  Toboso  bacia  le  mani  alla  Signoria
    Vostra,  e la supplica di farle sapere come sta; e siccome si trova in
    gran bisogno, la supplica anche, quanto pi vivamente pu,  di volersi
    degnare di prestarle, su questo sottanino di cotonina nuovo nuovo, una
    mezza dozzina di reali, o quelli che pu, se non ne ha tanti in tasca;
    ch lei gli d la sua parola d'onore di renderglieli quanto prima.
    Questa  richiesta  mi  sorprese  e  mi stup non poco,  e voltandomi a
    Montesino, gli domandai:
    E' mai possibile che gli incantati di elevata condizione  si  trovino
    in bisogno?.
    Eh,  creda pure,  signor Don Chisciotte della Mancia,  che quello che
    comunemente chiamasi bisognino,  costuma dappertutto,  dappertutto  si
    estende  e tutti raggiunge,  e non risparmia nemmeno gli incantati.  E
    poich la signora Dulcinea del Toboso le manda a chiedere  questi  sei
    reali,  e  il  pegno,  a  quel  che pare,   buono,  non c' altro che
    darglieli, perch senza dubbio si deve trovare in gravi ristrettezze.
    Il pegno non lo piglier risposi io,  e nemmeno le dar  quanto  mi
    chiede, perch non ho che quattro reali.
    E  glieli  detti.  Ed  erano quelli che mi desti tu,  Sancio,  l'altro
    giorno, per far l'elemosina ai poveri che si trovavan per la strada.
    Amica mia le dissi poi, dite alla vostra padrona che le sue pene mi
    stanno sul cuore  e  che  vorrei  essere  un  Fucar  (1)  per  potervi
    rimediare,  e  che  le  faccio  sapere che io non posso n debbo esser
    felice,  finch son privo  della  sua  adorabile  vista  e  della  sua
    spirituale  conversazione,  e che la supplico pi vivamente che posso,
    perch si degni di lasciarsi vedere e di permettere che le sia rivolta
    la parola da questo suo schiavo servitore e  tribolato  cavaliere.  Le
    direte anche che quando meno se l'aspetta sentir dire che io ho fatto
    un  giuramento e un voto,  a somiglianza del Marchese di Mantova,  che
    quando trov moribondo in mezzo alla  montagna  il  cugino  Baldovino,
    giur che fin tanto che non l'avesse vendicato, non mangerebbe pane su
    tavola  imbandita  con tutte le altre bazzecole che vi aggiunse.  Cos
    giurer io di non prendermi pi riposo e di  andar  pellegrinando  per
    tutte  le  parti  del  mondo,  pi  estesamente  ancora  che  non fece
    l'infante Don Pietro di Portogallo, fino a che non l'abbia liberata da
    ogni incantesimo.
    Di tutto questo e anche di pi lei  in dovere verso la mia  signora
    mi rispose la donzella,  e presi i quattro reali,  invece di farmi una
    riverenza, fece una capriola per aria alta un paio di braccia.
    - Santo Iddio!  - esclam allora Sancio.  -  E' mai possibile  che  il
    mondo debba esser fatto cos,  e che gli incantesimi e gli incantatori
    vi debbano aver tanta forza,  da aver cambiato il criterio e  il  buon
    senso  del  mio  padrone  in  una  cos stravagante pazzia?  Ah signor
    padrone, signor padrone!  Per il santo nome di Dio pensi ai casi suoi,
    pensi  al  suo  onore e non presti fede a queste fandonie che le hanno
    sconvolto il cervello!
    - Lo so,  Sancio,  che tu parli cos perch mi vuoi bene -  disse  Don
    Chisciotte  -  e  siccome  non sei pratico delle cose di questo mondo,
    tutte  quelle  che   presentano   qualche   difficolt   ti   sembrano
    impossibili;  ma verr il tempo,  come altra volta ti ho detto, che io
    ti racconter alcune cose che ho visto laggi,  che ti faranno credere
    anche  quelle  altre che ho gi raccontato,  cos vere da non ammetter
    replica n discussione.

    NOTA 1: Famiglia tedesca nota per le sue grandi ricchezze.

    CAPITOLO 24.
    Dove  si  raccontano  mille  bagattelle  altrettanto  inutili   quanto
    necessarie per intender bene questa grande storia.

    Colui che tradusse questa grande storia dall'originale, cio da quella
    che  scrisse il suo primo autore Cide Hamete Benengeli,  racconta che,
    arrivato al capitolo dell'avventura della caverna di Montesino,  trov
    scritte in margine di proprio pugno di Hamete queste precise parole:
    Non  posso  assolutamente  indurmi  a  credere  che  al  valoroso Don
    Chisciotte della Mancia  gli  succedesse  proprio  tutto  quel  che  
    narrato nel precedente capitolo. Perch tutte le avventure accadutegli
    fin qui sono state possibili e verosimili, ma quella di questa caverna
    non c' verso alcuno di poterla ritenere per vera, tanto esce fuori da
    ogni  termine  di  logica.  Credere  che Don Chisciotte,  il pi leale
    gentiluomo e il pi nobile cavaliere dei suoi  tempi,  abbia  mentito,
    non  possibile; perch egli non avrebbe detto una menzogna a costo di
    farsi  ammazzare.  D'altra  parte  considero  che egli la raccont con
    tutte le circostanze riferite, e che non pot fabbricare in cos breve
    tempo una tal mole di stravaganze;  quindi,  se questa avventura  pare
    apocrifa,  la colpa non  mia,  e io la scrivo senza affermare che sia
    falsa n che sia vera. Tu, saggio lettore,  giudica come meglio credi,
    ch io non posso,  n debbo far di pi.  Tuttavia pare certo, o almeno
    dicono, che Don Chisciotte in punto di morte si ritrattasse, e dicesse
    di averla inventata perch gli era parso che s'adattasse  e  quadrasse
    bene con le avventure che aveva letto nei suoi libri .
    E dopo continua cos.
    Il cugino rimase molto sorpreso dell'ardire di Sancio Panza come della
    pazienza  del  suo padrone,  e giudic che dalla gioia d'aver visto la
    sua dama Dulcinea quantunque incantata  provenisse  a  Don  Chisciotte
    l'umor  pacifico  che  mostrava  in quel momento.  Perch se non fosse
    stato cos,  Sancio gli aveva detto tali parole e fatto discorsi tali,
    da  pigliarlo  a legnate,  tanto era stato impertinente,  almeno a suo
    giudizio, col proprio padrone. Rivolgendosi poi a Don Chisciotte:
    - Signore - gli disse - la giornata che ho passato insieme con lei, la
    considero impiegata molto bene,  perch ci ho guadagnato quattro cose.
    La  prima,  d'aver  conosciuto la Signoria Vostra,  cosa che ascrivo a
    grande fortuna.  La seconda d'aver saputo  che  cosa  rinserri  questa
    caverna di Montesino, con le trasformazioni di Guadiana e delle lagune
    di  Ruidera,  che  mi  serviranno  per  l'Ovidio  spagnolo  a  cui sto
    lavorando. La terza, di aver imparato quanto siano antiche le carte da
    gioco;  poich  evidente che per lo meno si usavano di gi  al  tempo
    dell'imperatore  Carlo Magno,  come si pu arguire dalle parole dette,
    come lei ci racconta,  da Durandarte,  quando  al  termine  del  lungo
    discorso che gli fece Montesino si dest e disse: Pazienza!  A monte,
    e rimescolare!.  E questo modo di dire non pot impararlo mentre  era
    incantato,  ma  quando  era  ancora  in  Francia al tempo del suddetto
    imperatore Carlo Magno.  Questa notizia mi  fa  proprio  al  caso  per
    l'altro  libro  che  sto  scrivendo,  cio  il "Supplemento a Virgilio
    Polidoro nella ricerca delle origini delle cose antiche", perch credo
    che egli non si sia ricordato di mettervi  quella  delle  carte,  come
    invece la metter ora io nel mio; e sar un'aggiunta molto importante,
    massime  allegando  l'autorevole  testimonianza di una persona come il
    signor Durandarte.  La quarta  d'aver appreso con certezza quale  sia
    stata l'origine del fiume Guadiana, finora ignorata da tutti.
    -  La Signoria Vostra ha ragione - disse Don Chisciotte - ma io vorrei
    sapere (se con la grazia di Dio le riescir d'ottenere la  licenza  di
    stampare i suoi libri, cosa di cui dubito) a chi pensa di dedicarli.
    -  Vi  sono  pure  nella  Spagna  signori  e  grandi  personaggi a cui
    dedicarli - disse il cugino.
    - Non molti - replic Don Chisciotte.  - E non perch non lo meritino,
    ma  perch  non  vogliono accettarli,  per non rimanere obbligati alla
    riconoscenza  che  sembra  dovuta  alla   fatica   e   alla   cortesia
    dell'autore.  Ma  io  conosco  un  principe  che  pu bastar da solo a
    compensare la mancanza di tutti gli altri  e  con  tanta  superiorit,
    che,  se io dicessi tutto quello che penso di lui,  desterei l'invidia
    in pi d'un cuore generoso.  Ma rimaniamo qui: ne  riparleremo  in  un
    momento  pi  opportuno.  Ora  andiamo  a  cercarci  un  alloggio  per
    stanotte.
    - Non lontano di qui c' un eremo - disse il  cugino  -  dove  sta  un
    eremita,  che dicono sia stato soldato, e che ha fama d'essere un buon
    cristiano, assai intelligente e anche caritatevole.  Accanto all'eremo
    c'  una  casetta,  che  ha  costruita a sue spese,  e che sebbene sia
    piccina, tuttavia  capace di contenere degli ospiti.
    - Polli ce n'ha quest'eremita? - domand Sancio.
    - Pochi sono gli eremiti che non ne  hanno  -  disse  Don  Chisciotte-
    perch  quelli  che  costuman  ora,  non  sono come quelli dei deserti
    d'Egitto,  che si vestivano di foglie di palma,  e  mangiavano  radici
    selvatiche.  E  non  si creda che dicendo bene di quelli,  intenda dir
    male di questi;  voglio soltanto  dire  che  le  penitenze  d'ora  non
    arrivano al rigore e all'austerit d'allora,  ma questo non toglie che
    sian tutti quanti buoni;  o  almeno  cos  li  giudico  io,  e,  nella
    peggiore  ipotesi,  fa  meno  male l'ipocrita che si finge buono,  che
    l'uomo corrotto che d pubblico scandalo.
    Mentre cos discorrevano, videro venire verso di loro un uomo a piedi,
    che camminava alla svelta, spingendo avanti a bastonate un mulo carico
    di lance e d'alabarde.  Quando li ebbe raggiunti li salut e  tir  di
    lungo. Don Chisciotte gli disse:
    -  Fermatevi,  buon  uomo.  Mi  pare che andiate pi forte di quel che
    codesto mulo abbia bisogno.
    - Non mi posso fermare,  signori - rispose l'uomo - perch  di  queste
    armi  ne  hanno  bisogno  domattina,  e  quindi  bisogna  che  non  mi
    trattenga.   Ma  se  volete  sapere  perch  le  porto,   stanotte  ho
    l'intenzione  d'alloggiare  all'osteria  che  c'  un  po'  pi  in l
    dell'eremo, e se fate la mia stessa strada, mi troverete laggi,  dove
    vi racconter meraviglie. Ora vi dico addio un'altra volta.
    E  punse  il  mulo  cos  forte,  che Don Chisciotte non ebbe tempo di
    domandargli quali erano queste meraviglie  che  voleva  raccontare;  e
    siccome  era  assai  curioso  e  sempre era assillato dal desiderio di
    sapere cose nuove,  stabil di partire subito per andare a passare  la
    notte  all'osteria  senza toccare l'eremo,  dove invece avrebbe voluto
    fermarsi il cugino. E infatti fecero a quel modo.  Montarono a cavallo
    e  seguirono  tutti  e  tre la strada che portava diretta all'osteria,
    alla quale arrivarono poi un po' prima di notte.  Ma  via  facendo  il
    cugino  invit  Don Chisciotte a fare una capatina all'eremo a bere un
    bicchiere.  Appena Sancio sent dir cos,  subito volt  il  ciuco  da
    quella  parte,  e lo stesso fecero gli altri;  ma la cattiva stella di
    Sancio, a quel che pare, fece s che l'eremita non fosse in casa: come
    disse loro un sottoeremita in gonnella  che  trovarono  all'eremo.  Le
    chiesero  del  migliore,  ma  essa  rispose  che il suo padrone non ne
    aveva, se per volevano un po' d'acqua per nulla,  gliela avrebbe data
    molto volentieri.
    -  Se  avevo  sete d'acqua - disse Sancio - c'erano tanti pozzi per la
    strada,  che me ne sarei levata la voglia.  Ah nozze di  Camaccio,  ah
    casa di Don Diego, quante volte vi dovr ancora rimpiangere!
    Lasciarono  dunque  l'eremo,  e spronarono verso l'osteria,  e di l a
    poco trovarono un giovanotto che camminava dinanzi  a  loro  piuttosto
    adagio,  e quindi lo raggiunsero. Portava la spada su una spalla, e vi
    aveva infilato un involto  che  doveva  contenere  i  suoi  vestiti  e
    probabilmente i calzoni, il mantello e qualche camicia; perch portava
    una  giacca  di velluto con alcune guarnizioni di raso e,  sotto,  gli
    veniva fuori la camicia sola: le calze erano di seta  e  le  scarpe  a
    punta  quadra  come  usano  alla  capitale.   Avr  avuto  diciotto  o
    diciannove anni,  aveva un viso giovanile,  e mostrava d'essere  molto
    agile:  per  ingannare  la noia della strada cantava delle canzonette.
    Quando lo raggiunsero,  finiva di cantarne una che il cugino  tenne  a
    mente, e che diceva:

    Alla guerra mi trascini
    o mia triste povert;
    ma se avessi dei quattrini,
    non ci andrei, no, in verit.

    Don Chisciotte fu il primo a rivolgergli la parola.
    - Cammina vestito parecchio leggero il signorino, eh? - gli disse. - E
    dove andiamo, se  lecito?
    -  Dove  vado?  - rispose il giovanotto.  - Alla guerra vado.  E vesto
    leggero per via del caldo e della miseria.
    - Come per via della miseria?  - domand  Don  Chisciotte.  -  Per  il
    calore pu essere, ma per la miseria?
    -  Signore - replic il giovanotto - in questo fagotto ho i calzoni di
    velluto compagni a questa giacca;  se li sciupo in viaggio,  in  citt
    poi  non  mi potr rivestire,  e non ho mezzi per comprarmene un altro
    paio.  Per questo e per pigliar fresco,  vado vestito cos fino a  che
    non abbia raggiunto delle compagnie di fanteria, che sono a meno d'una
    dozzina  di  leghe  da  qui  e nelle quali m'arruoler.  Allora non mi
    mancheranno ambulanze in cui fare il viaggio da l in avanti  fino  al
    porto d'imbarco,  che dicono debba essere Cartagena.  Preferisco avere
    per padrone e per signore il re e servirlo in guerra,  che servire  un
    disperato in citt.
    - E ha lei per caso qualche soprassoldo? - gli domand il cugino.
    -  Se  avessi  servito qualche grande di Spagna,  o qualche altro gran
    personaggio - rispose il giovane - l'avrei avuto di  certo;  perch  i
    servizi  buoni  hanno  questo di vantaggio,  che da umili posti si pu
    salire a un grado d'alfiere o di capitano,  o almeno arrivare ad avere
    qualche buona pensione;  ma io,  disgraziato,  ho sempre servito degli
    spiantati a caccia d'un impiego,  della gente di passaggio,  e per  un
    salario  cos  meschino,  che  me  ne  andava  la met per far stirare
    coll'amido una goletta. Sarebbe davvero un miracolo,  se un paggio che
    cerca fortuna ne trovasse anche un briciolo.
    -  Ma,  dica  un  po' - chiese Don Chisciotte -  mai possibile che in
    tanti anni di servizio non abbia potuto ottenere nemmeno una livrea?
    - Due me ne hanno date - rispose il paggio.  - Ma come ai  novizi  che
    escono  dall'ordine  prima  d'aver pronunziati i voti,  gli ripigliano
    l'abito e gli rendono i loro vestiti, cos a me i padroni mi rendevano
    i miei,  quando,  dopo avere sbrigato gli affari per cui erano  venuti
    alla  capitale,  tornavano  a  casa;  e  si ripigliavano le livree che
    m'avevano dato soltanto per far buona figura.
    - Una bella "espilorcheria" come dicono gli italiani!  -  esclam  Don
    Chisciotte.  - Nondimeno lei pu chiamarsi contento d'esser venuto via
    dalla capitale con un'idea cos buona,  perch  non  c'  sulla  terra
    servizio  pi  onorifico  e  pi utile che quello di Dio prima,  e poi
    quello del proprio re,  specialmente nella milizia,  dove si ottengono
    se non maggiori ricchezze, almeno pi onori che negli uffici pubblici,
    come io ho sempre sostenuto.  Perch sebbene abbiano creato pi casate
    gli uffici che le armi, tuttavia quelle delle armi hanno un non so che
    di superiore a quelle degli uffici,  per un certo prestigio,  s,  che
    risplende in esse e che le innalza su tutte le altre.  E si metta bene
    in mente quello che ora le dir che le torner molto utile e  di  gran
    conforto  nelle  pene  del  mestiere.  Alle  disgrazie che le potranno
    capitare non ci pensi mai: la peggiore di tutte  la morte,  ma quando
    sia  bella,    Ia  migliore  di tutte.  A Giulio Cesare,  il valoroso
    imperatore romano, chiesero qual era la meglio morte.  Rispose che era
    quella impensata,  improvvisa, imprevista, e sebbene abbia risposto da
    pagano privo della conoscenza del vero Dio, tuttavia,  avendo soltanto
    di  mira  di  sottrarsi  al naturale istinto dell'uomo,  rispose bene.
    Mettiamo che vi ammazzino alla  prima  scaramuccia  con  un  colpo  di
    cannone,  o vi mandino per aria con una mina, che importa? E' tutto un
    morire, e festa finita.  E fa miglior figura,  come dice Terenzio,  il
    soldato  morto  in  battaglia,  che  sano e salvo nella fuga;  e tanto
    acquista fama il buon soldato, quanto pi si mostra obbediente ai suoi
    capitani e a quelli che hanno il diritto  di  comandarlo.  Ricordatevi
    poi, figliolo, che al soldato s'addice pi puzzar di polvere che saper
    di  muschio,  e  che  se  la  vecchiaia  vi coglie in questo onorevole
    mestiere, anche se foste pieno di cicatrici,  storpio o zoppo,  per lo
    meno non vi mancher l'onore,  che nemmeno la povert vi potr rapire.
    Tanto pi che ora si cominciano  a  prendere  delle  disposizioni  per
    soccorrere e mantenere i soldati vecchi e mutilati, perch non  bello
    che  si  faccia  con  loro  quel che sogliono fare quelli che danno la
    libert ai loro schiavi negri,  quando  ormai  son  vecchi  e  non  ne
    possono pi; e buttandoli fuori di casa col titolo di liberi, li fanno
    schiavi della fame,  da cui non potranno pi liberarsi,  se non con la
    morte.  E per ora non vi voglio dir altro.  Ma salite in groppa al mio
    cavallo  fino  all'osteria,   e  l  cenerete  con  me,   e  domattina
    continuerete il vostro viaggio, che Dio ve lo dia buono, come meritano
    i vostri buoni propositi.
    Il paggio non accett l'invito di  salire  in  groppa,  ma  quello  di
    cenare  con lui all'osteria,  s.  Qui vogliono che Sancio dicesse fra
    s: Santo Iddio! Possibile che un uomo che sa dire tali, tante e cos
    belle cose,  come ha detto ora il mio padrone,  dica poi d'aver  visto
    tutte quelle buscherate che racconta della caverna di Montesino?  Mah!
    vedremo.
    Arrivarono all'osteria che si faceva notte,  e con gran  gioia  Sancio
    vide che questa volta il suo padrone la giudicava proprio un'osteria e
    non un castello,  come di solito faceva. Erano appena entrati, che Don
    Chisciotte subito domand all'oste notizie dell'uomo con le lance e le
    alabarde,  e l'oste gli rispose che era nella stalla  a  sistemare  il
    mulo.  Lo  stesso  allora  fecero  il  cugino  e  Sancio  con  le loro
    calvalcature,  dando a  Ronzinante  il  miglior  posto  e  la  miglior
    mangiatoia della stalla.

    CAPITOLO 25.
    Dove  si fa cenno dell'avventura del raglio,  della storia curiosa del
    burattinaio e delle memorabili predizioni della scimmia indovina.

    Don Chisciotte non stava pi alle mosse, come suol dirsi, dalla smania
    di sentire le meraviglie promesse dall'uomo che trasportava  le  armi.
    And  a  cercarlo  dove  l'oste gli aveva detto che era,  lo trov,  e
    voleva che gli raccontasse subito ci che  aveva  da  raccontargli  su
    quanto gli aveva domandato per la strada.
    -  Cos  scomodo  e in piedi?  Mi lasci,  mio buon signore,  finire di
    governare questa bestia,  e poi le dir cose che la faranno rimanere a
    bocca aperta.
    - Se non  che questo - disse Don Chisciotte - io vi dar una mano.  -
    E infatti lo aiut a vagliare l'orzo e a  ripulire  la  mangiatoia;  e
    allora  questi  umili servigi obbligarono quell'uomo a contentarlo e a
    raccontargli di buona voglia quel che chiedeva.  Perci,  sedutosi  su
    una  panchina  di  pietra  con  Don Chisciotte accanto,  dinanzi a uno
    scelto uditorio,  composto del cugino,  del paggio,  di Sancio Panza e
    dell'oste, cos cominci:
    -  Bisogna  che  lor signori sappiano che in un paese distante quattro
    leghe e  mezzo  da  questa  osteria,  accadde  che  a  un  consigliere
    municipale  del posto,  per un imbroglio fatto da una sua servetta (ma
    questo sarebbe troppo lungo a  raccontarsi)  gli  manc  un  asino,  e
    sebbene  quel  consigliere  facesse tutto il possibile per ritrovarlo,
    non gli riusc. Saranno stati forse un quindici giorni,  almeno a quel
    che  dicono,   che  l'asino  mancava,  quando  un  giorno,  mentre  il
    consigliere che l'aveva perso era sulla piazza  del  paese,  un  altro
    consigliere di quello stesso municipio gli disse:
    "Compare, datemi la mancia: il vostro asino  riapparso".
    "Io ve la prometto e buona" rispose l'altro,  "ma sentiamo prima dove
     riapparso".
    "Nel  bosco"  rispose  quello  che  l'aveva  trovato.   "L'ho   visto
    stamattina;  era  senza basto e senza finimenti,  e tanto rifinito che
    faceva compassione a vederlo.  Ho provato a  spingermelo  innanzi  per
    ricondurvelo,  ma  ormai    diventato  cos selvatico e pauroso,  che
    appena mi sono accostato,   fuggito ed  entrato nel  pi  folto  del
    bosco.  Se volete che torniamo insieme a cercarlo, lasciatemi andare a
    rimettere questa ciuca, e torno subito".
    " Mi farete un gran piacere" disse il padrone dell'asino, "e cercher
    di contraccambiarvi meglio che potr".
    Con tutte queste circostanze e  nella  stessa  maniera  che  lo  vado
    raccontando  io,  raccontano  il  fatto  tutti  quelli  che ne sono al
    corrente.  Insomma i due consiglieri a piedi e pian piano  s'avviarono
    verso il bosco; e arrivati al luogo dove credevano di trovare l'asino,
    non  ce  lo  trovarono,  n  per  quanto  lo cercassero per tutti quei
    dintorni, riuscirono a scorgerlo.  Vedendo dunque che non compariva in
    nessun posto, il consigliere che lo aveva visto, disse all'altro:
    "Compare,  m'  venuta un'idea per scoprire a colpo sicuro la bestia,
    anche se fosse nascosta nelle viscere della terra,  nonch del  bosco.
    Io  so ragliare in modo meraviglioso;  se sapete un pochino anche voi,
    siamo a cavallo".
    "Un pochino, compare?" disse l'altro.  "Per Dio!  Ma in questo io non
    la cedo a nessuno, nemmeno agli asini in persona".
    "Ora  lo  vedremo" rispose il secondo consigliere,  "perch ho ideato
    che voi andiate da una parte del bosco e io  dall'altra,  in  modo  da
    girarlo  e  percorrerlo  tutto,  e  di tanto in tanto raglierete voi e
    raglier io,  e se l'asino  nel bosco,  non  potr  fare  a  meno  di
    sentirci e di risponderci".
    "L'idea   eccellente,  compare" replic il padrone del giumento,  "e
    degna del vostro grande ingegno".
    Ora successe che dopo essersi divisi come avevano fissato, ragliarono
    tutti e due quasi nel medesimo tempo, e, ingannati ciascuno dal raglio
    dell'altro,  si misero a cercarsi,  credendo che l'asino  ormai  fosse
    riapparso. Quando si videro:
    "E'  mai possibile,  compare" disse il padrone della bestia smarrita,
    "che non sia stato il mio asino a ragliare?"
    "No, sono stato io" rispose l'altro.
    "Ah!  ora dico proprio" esclam il padrone,  "che tra voi e un asino,
    compare, non c' alcuna differenza, quanto al ragliare; perch in vita
    mia non ho sentito mai pi perfetta imitazione".
    "Queste lodi sperticate" rispose quello che aveva ideato il progetto,
    "spettano  piuttosto  a  voi  che  a  me,  compare;  perch,  per  Dio
    santissimo,  voi potete dare un paio di ragli di giunta al  pi  bravo
    ragliatore  del  mondo.  Il vostro tono  alto,  la voce  sostenuta a
    tempo e misura, e le finali sono serrate e concitate.  In conclusione,
    mi  do per vinto,  e vi consegno la palma e la bandiera di questa rara
    abilit".
    "Allora" replic il padrone del ciuco, "d'ora in avanti mi stimer di
    pi,  e riterr di saper qualcosa,  dal momento che ho  qualche  buona
    qualit;  perch  mi  credevo,  s,  di  ragliare bene,  ma non ho mai
    pensato d'arrivare al punto che voi dite".
    "Io dir un'altra cosa, ora" rispose il secondo consigliere,  "e cio
    che nel mondo ci sono delle capacit eccezionali,  che vanno perdute o
    sciupate in mano di persone che non sanno giovarsene".
    "Della nostra" riprese il padrone,  "se non in casi simili a  questo,
    c' poco da farsene, e anche ora piaccia a Dio che ci sia utile".
    Detto  questo,  daccapo si divisero e ricominciarono i loro ragli,  e
    ogni poco si ingannavano  e  tornavano  a  reincontrarsi,  finch  per
    contrassegno stabilirono che, per farsi intendere che erano loro e non
    il  ciuco,  dovessero ragliare due volte,  una dietro l'altra.  E cos
    raddoppiando ogni momento i ragli,  girarono tutto il bosco senza  che
    l'asino  smarrito  desse  segno di vita.  Ma come poteva rispondere la
    povera bestia,  se la trovarono nel pi fitto del bosco mezza mangiata
    dai lupi! Nel vederlo il suo padrone disse:
    "Mi pareva impossibile che non rispondesse;  perch se non era morto,
    a sentirci avrebbe ragliato di certo, o non sarebbe stato un asino. Ma
    per aver sentito come ragliate bene compare,  credo che non sia  stata
    male  spesa  la  fatica  che  ho durato nel cercarlo,  sebbene l'abbia
    trovato morto".
    "Oh! noi siamo pari, compare" rispose l'altro, " perch se canta bene
    l'abate, non  da meno il chierico".
      E  cos  afflitti  e  rauchi  tornarono  al  loro  villaggio,  dove
    raccontarono agli amici,  vicini e conoscenti quanto era loro successo
    nell'andare in cerca dell'asino,  e ciascuno di loro  non  faceva  che
    portare  alle  stelle  l'abilit  dell'altro  nel ragliare.  Ora tutto
    questo naturalmente si riseppe,  e se ne sparse la voce per  tutte  le
    borgate vicine; e il diavolo, che  sempre all'erta, e semina e sparge
    ovunque  rancori  e  discordie sollevando calunnie nel vento e,  da un
    nonnulla,  accuse fantastiche,  istig i popolani  degli  altri  paesi
    quando  vedevano  qualcuno dei nostri,  a ragliare loro sul viso,  per
    canzonarci del raglio dei nostri consiglieri.  Ci si misero di mezzo i
    ragazzi,  e  fu  come se ci si fossero messi con le unghie e coi denti
    tutti i diavoli dell'inferno.  La storia  del  raglio  si    talmente
    sparsa  da  un paese all'altro,  che gli abitanti del paese del raglio
    sono riconosciuti e segnati a dito dappertutto,  come si distinguono i
    neri dai bianchi; e tali conseguenze ha avuto questa sciagurata burla,
    che  molte  volte  i  canzonati sono usciti a mano armata e in squadre
    ordinate a dar battaglia ai canzonatori,  senza che abbia potuto porvi
    rimedio n re n popolo,  n paura n vergogna. Credo che domattina, o
    doman l'altro, i miei compaesani,  che son quelli del raglio,  faranno
    una  spedizione  contro  un altro paese distante due leghe dal nostro,
    che  uno di quelli  che  pi  ci  perseguitano;  e  per  andarci  ben
    provvisti,  m'hanno  mandato a comprare queste lance e queste alabarde
    che avete visto. E queste sono le meraviglie che ho detto che avevo da
    raccontarvi; e se meraviglie non vi sono parse,  io non ne ho altre da
    raccontarvi.
    Qui  il  bravo uomo dette fine al suo racconto.  In quel momento entr
    dalla porta dell'osteria un individuo vestito  da  capo  ai  piedi  di
    pelle di camoscio, calze, pantaloni, e giacca, e a voce alta domand:
    - Signor oste,  c' posto?  Son qui che arrivano la scimmia indovina e
    il teatro meccanico in cui si vede la liberazione di Melisendra.
    - Diamine! - disse l'oste.  - Allegri!  ecco mastro Pietro: stasera ci
    si diverte.
    M'ero dimenticato di dire che il nominato mastro Pietro aveva l'occhio
    sinistro  e  quasi mezza gota coperti con una benda di taffett verde,
    segno evidente che  tutta  quella  parte  della  faccia  doveva  esser
    malata. L'oste seguit:
    - Benvenuto,  mastro Pietro: dov' la scimmia e il teatro,  ch non li
    vedo?
    - Son subito qui -  rispose  l'uomo  in  camoscio  -  ma  io  mi  sono
    avvantaggiato per sentire se c'era posto.
    -  Ma si rimanderebbe indietro il duca d'Alba,  per far posto a Mastro
    Pietro!  - rispose l'oste.  - Ben venga  la  scimmia  e  il  teatrino.
    Stasera  nell'osteria  ci  sono  persone che pagheranno volentieri per
    vedere il teatrino e le bravure della scimmia.
    - Benone!  - disse quello della benda.  - E io abbasser i prezzi:  mi
    contento  di  ripigliar  le  spese.  Intanto  torno  a  sollecitare la
    carretta dove c' la scimmia e il teatrino.
    E subito usc dall'osteria. Allora Don Chisciotte domand chi era quel
    mastro Pietro e che cos'erano questa scimmia e questo teatrino che  si
    portava dietro.
    -  E' un famoso giocoliere - rispose l'oste - che da molto tempo va su
    e gi per questa parte  della  Mancia  aragonese,  facendo  vedere  un
    quadro  della  liberazione  di  Melisendra  per  opera  del famoso Don
    Gaifero, che  una delle storie migliori e meglio rappresentate che da
    parecchi anni in qua si siano viste in questi posti.  Porta anche  con
    s  una  scimmia  ammaestrata,  d'una  bravura  che  non s' mai vista
    l'eguale tra le scimmie,  e che uno non  si  pu  nemmeno  immaginare.
    Perch,  se  le  domandano  qualche  cosa,  sta  attenta a quel che le
    domandano,  poi salta sulle spalle del padrone,  e accostandosi al suo
    orecchio gli sussurra la risposta a quello che le hanno domandato,  e,
    dopo, mastro Pietro la ridice forte.  Sui fatti passati parla molto di
    pi  che  sui  futuri,  e  sebbene non sempre e non in tutti i casi ci
    indovini,  il pi delle volte non sbaglia;  di modo che ci sarebbe  da
    credere  che abbia il diavolo in corpo.  Piglia due reali per domanda,
    se la scimmia risponde,  cio se risponde il padrone per lei dopo  che
    essa  gli  ha parlato all'orecchio;  e quindi si crede che il nominato
    mastro Pietro sia ricchissimo.  E' anche un "galantuomo",  come dicono
    in  Italia,  e  un  buon  compagno,  che fa la miglior vita del mondo:
    discorre per sei, e beve per dodici, e tutto a spese della sua lingua,
    della sua scimmia e del suo teatro.
    A questo punto arriv mastro Pietro,  e su una  carretta  venivano  il
    teatrino e la scimmia che era grande e senza coda,  con le natiche che
    parevano di feltro,  ma non tanto  brutta  di  viso.  Don  Chisciotte,
    appena la vide, le domand:
    -  Dica  un  po'  la  Signoria Vostra: signora indovina,  che pesci si
    piglia? Che succeder di noi? Ecco qui i miei due reali.
    E ordin a Sancio che li desse a mastro Pietro: il quale  rispose  per
    la scimmia, e disse;
    -  Signore,  questo animale non risponde n d notizie di ci che deve
    succedere,  dei  fatti  passati  sa  qualche  cosa,  e  parecchio  dei
    presenti.
    - Perdinci!  - esclam Sancio - ma io perch mi dicano il mio passato,
    non do neanche un soldo: chi lo pu sapere  meglio  di  me?  E  pagare
    perch  mi  dicano  quel  che  so,  sarebbe una bella sciocchezza.  Ma
    siccome sento che sa dire anche le cose presenti, su,  ecco qui i miei
    due  reali;  mi  dica  un  po' il signor scimmiotto,  che fa in questo
    momento mia moglie Teresa e come passa il suo tempo.
    Mastro Pietro non volle prendere il denaro dicendo:
    - Non si paga anticipato; prima si d la risposta.
    E datisi con la mano destra due colpi sul braccio sinistro, la scimmia
    con un salto vi fu sopra,  e avvicinato il viso al  suo  orecchio,  si
    mise  a boccheggiare battendo i denti lesta lesta.  Seguit a far quel
    movimento per il tempo che s'impiega a dire un credo,  e  poi  con  un
    altro salto schizz in terra. Immediatamente mastro Pietro si butt in
    ginocchio  dinanzi  a  Don Chisciotte,  e abbracciandogli le gambe gli
    disse:
    - Io abbraccio queste  gambe  come  se  abbracciassi  le  due  colonne
    d'Ercole,  o  risuscitatore  insigne dell'ormai dimenticata cavalleria
    errante!  O non mai abbastanza lodato cavaliere Don  Chisciotte  della
    Mancia,  rianimatore degli afflitti,  appoggio dei vacillanti, braccio
    che risolleva i caduti, sostegno e consolazione di tutti gli infelici!
    Don  Chisciotte  rimase  stupefatto,   Sancio  allibito,   il   cugino
    impressionato,  il  paggio  attonito,  sbalordito  quello  del raglio,
    sorpreso l'oste, e, finalmente, spaventati tutti quelli che udirono le
    parole del burattinaio, il quale continu dicendo:
    - E tu, o buon Sancio Panza, il miglior scudiero del miglior cavaliere
    del mondo, rallegrati che la tua brava Teresa sta bene. Ora  dietro a
    scardassare una libbra di lino,  e per esser pi preciso ti dir anche
    che  a  sinistra  ha  un  boccale sbreccato pieno di vino,  con cui si
    consola della sua fatica.
    - Questo lo credo facilmente - rispose Sancio -  perch    una  brava
    donna,  e  se  non  fosse gelosa,  non la baratterei con la gigantessa
    Andandona, che, secondo il mio padrone,  fu una donna molto avveduta e
    molto brava per la casa. La mia Teresa poi, s,  di quelle che non si
    fanno mancare nulla, magari a spese degli eredi.
    -  Io ora dico - replic a questo punto Don Chisciotte - che chi legge
    molto e molto viaggia, vede molto e sa molto. Dico questo,  perch chi
    avrebbe  potuto  persuadermi  che  esistono  al  mondo  delle  scimmie
    indovine, come ho visto ora coi miei propri occhi?  Perch son proprio
    io quel Don Chisciotte della Mancia che ha detto questo bravo animale,
    sebbene si sia un po' troppo disteso nel far le mie lodi.  Ma comunque
    io sia,  ringrazio Iddio,  che mi ha dotato d'un animo mite e pietoso,
    sempre incline a far del bene a tutti e male a nessuno.
    -  Se  avessi  quattrini  -  disse il paggio - domanderei alla signora
    scimmia che cosa mi succeder nel viaggio che intraprendo.
    Mastro Pietro,  che s'era gi rialzato di ginocchioni  dinanzi  a  Don
    Chisciotte:
    -  Ho  gi  detto  -  osserv  -  che questa bestiola non risponde sul
    futuro;  se rispondesse,  non importerebbe aver denari,  perch per un
    riguardo  al  signor Don Chisciotte qui presente,  direi addio a tutti
    gli interessi del mondo.  E ora poich gli sono obbligato e per fargli
    piacere,  voglio  montare  il  mio teatro e far divertire gratis tutti
    quelli che si trovano nell'osteria.
    Sentendo questo,  l'oste allegro e contento indic il  posto  dove  si
    poteva rizzare il teatrino, che in un momento fu messo su.
    Don   Chisciotte  non  era  rimasto  troppo  soddisfatto  del  talento
    divinatorio della scimmia,  perch non gli pareva cosa normale che una
    scimmia indovinasse n le cose future, n quelle passate; e perci nel
    tempo  che mastro Pietro preparava il suo teatrino,  si ritir insieme
    con Sancio in un angolo della stalla, dove nessuno potesse sentirli, e
    gli disse:
    - Senti,  Sancio,  io ho riflettuto bene alla straordinaria bravura di
    questa scimmia,  e per conto mio ritengo sicuramente che questo mastro
    Pietro, suo padrone, deve avere,  o tacito o espresso,  patteggiato un
    patto col diavolo.
    -  "Pasticciato"  un  piatto col diavolo?.  Allora,  se  un pasticcio
    fatto col diavolo, dev'essere di molto schifoso. Ma per farne che?
    - Tu non mi capisci.  Voglio  dire  che  deve  essersi  accordato  col
    demonio,  perch infonda quell'abilit nella scimmia e cos gli faccia
    guadagnar da vivere, e dopo,  diventato ricco,  gli dar la sua anima,
    che  il compenso preteso da questo nemico del genere umano.  E questo
    me lo fa credere anche il vedere che la scimmia non  risponde  se  non
    alle  cose  passate o presenti,  e infatti la sapienza del diavolo non
    pu andare pi in l;  perch quelle future non pu saperle se non per
    congettura,  e  non  tutte le volte,  perch solo a Dio  riservato il
    conoscere i tempi e i momenti, e per Lui non c' passato n futuro, ma
    tutto  presente.  Stando cos le  cose,  come  certamente  stanno,  
    chiaro che questa scimmia parla per bocca del demonio, e mi meraviglio
    che  non  l'abbiano  ancora  accusata al Sant'Uffizio per esaminarla e
    mettere in chiaro in virt di qual potere indovini le cose,  perch  
    certo  che  questa scimmia non  un astrologo,  e tanto il suo padrone
    quanto lei non compongono  n  sanno  comporre  quelle  figure,  dette
    giudiziarie,  le quali ora son tanto di moda nella Spagna, che non c'
    pi donnetta,  n paggio,  n ciabattino  che  non  presuma  di  saper
    comporre una figura astrologica, come se si trattasse di raccattare di
    terra una carta da gioco,  danneggiando con le loro menzogne e la loro
    ignoranza le verit meravigliose della scienza.  Io so di una  signora
    che  domand  a  uno  di  questi che compongono le figure,  se una sua
    canina, di quelle piccine da tenere in grembo, sarebbe ingravidata, se
    avrebbe partorito, e quanti cagnolini avrebbe fatto,  e di che colore.
    L'astrologo,  dopo  aver composto la figura,  rispose che la cagnolina
    ingraviderebbe e farebbe tre cagnolini,  uno verde,  uno rosso,  e uno
    picchiolato,  a patto per che fosse coperta tra le undici e le dodici
    del giorno o della notte,  e che fosse di luned o di sabato;  e  quel
    che  successe fu che di l a due giorni la cagna mor di indigestione,
    e il signor compositore di figure rimase nel paese in gran credito  di
    abilissimo  astrologo,  come  sempre  succede  di  tutti o quasi tutti
    questi compositori di figure.
    - Tuttavia - disse Sancio - vorrei che da mastro  Pietro  lei  facesse
    domandare alla scimmia,  se  vero quel che le successe nella spelonca
    di Montesino,  perch per conto mio,  mi scusi Vossignoria,  ma quelle
    furono tutte malie e falsit, o, per lo meno, cose sognate.
    - Potrebbe anche darsi - rispose Don Chisciotte - e far come tu dici,
    sebbene ci senta un certo scrupolo.
    In  questo  momento  arriv mastro Pietro a cercare Don Chisciotte per
    dirgli che il teatrino era gi pronto,  e che Sua Signoria  andasse  a
    vederlo,   perch  meritava.  Don  Chisciotte  gli  manifest  il  suo
    desiderio,  e lo preg di domandar subito alla scimmia se certi  fatti
    accaduti  nella caverna di Montesino erano veri o se li aveva sognati,
    perch a lui pareva che tenessero un po' dell'uno e un po' dell'altro.
    Mastro Pietro, senza dir nulla, torn a pigliare la scimmia, e postala
    dinanzi a Don Chisciotte e a Sancio disse:
    - Attenta,  signora scimmia.  Questo cavaliere vuol  sapere  se  certi
    fatti  che gli accaddero in una caverna detta di Montesino furon falsi
    o veri.
    E fattole il solito segno, la scimmia gli salt sulla spalla sinistra,
    gli parl,  a quanto  parve,  all'orecchio,  e  subito  mastro  Pietro
    rifer:
    -  La scimmia dice che parte dei fatti che la Signoria Vostra vide,  o
    che le successero,  nella caverna di Montesino  sono  falsi,  e  parte
    verosimili.  Questo    quello  che  sa,  e  non  sa  altro  su questo
    argomento; ma se la Signoria Vostra ne vuol sapere di pi, il prossimo
    venerd risponder a tutto quello che le sar domandato.  Per oggi  ha
    finito  tutta la sua virt,  e,  come ha detto,  fino a venerd non la
    riavr.
    - Non glielo dicevo io?  - esclam Sancio.  - Non mi si  poteva  levar
    dalla  testa  che  in  tutto  quello  che  lei  ci ha raccontato sulla
    caverna, non c'era di vero nemmeno la met.
    - I fatti lo diranno,  Sancio - rispose Don  Chisciotte  -  perch  il
    tempo,  che  tutto  rivela,  non c' cosa che non tragga alla luce del
    sole anche se nascosta nel pi profondo della terra.  E per ora  basta
    cos;  e  andiamocene  a  vedere  il teatrino del bravo mastro Pietro:
    m'immagino che debba avere qualche novit da farci vedere.
    - Come qualche? - esclam mastro Pietro.  - Migliaia di novit ci sono
    nel  mio  teatrino!  Lei  deve  sapere  che  una delle cose pi degne
    d'esser viste che ci siano oggi nel mondo,  e "operibus credite et non
    verbis".  Sotto dunque: al lavoro!  ch si fa tardi e abbiamo un monte
    di cose da fare e da dire e da far vedere!
    Don Chisciotte e Sancio obbedirono  all'invito,  e  andarono  dove  il
    teatrino  era  gi a posto,  col sipario alzato e pieno dappertutto di
    candeline di cera  accesa,  che  gli  davano  un'apparenza  splendida.
    Mastro Pietro and a mettersi dentro per manovrare i suoi fantocci,  e
    fuori rimase un ragazzetto suo garzone per servire da interprete e  da
    cicerone  dei  misteri  del  teatrino,  con  una bacchetta in mano per
    indicare i fantocci via via che comparivano sulla scena.  Quando tutte
    le  persone  che  erano  nell'osteria  si  furono sistemate dinanzi al
    teatro,  parte a sedere e parte in piedi,  e  quando  Don  Chisciotte,
    Sancio,  il  paggio  e ii cugino si furono accomodati nei primi posti,
    l'interprete cominci a dire ci  che  sentir  o  legger  chi  vorr
    sentire o leggere il capitolo seguente.

    CAPITOLO 26.
    Dove  continua  la  curiosa  avventura del burattinaio con altri fatti
    molto belli davvero.

    Tacquero tutti allor Tirii e Troiani: voglio dire che  quanti  erano
    l   spettatori   della   rappresentazione,   pendevano   dalla  bocca
    dell'interprete di quelle meraviglie,  quando sul teatrino si sent un
    gran rullo di tamburi,  squilli di tromba e spari d'artiglieria,  che
    per durarono poco, poi il ragazzo cominci a gridare:
    - Vedranno, signori, rappresentare una storia vera,  levata parola per
    parola  dalle  cronache  francesi e dai cantari spagnoli che son sulla
    bocca di tutti,  e che si sentono cantare per le strade  per  fin  dai
    ragazzi.  Argomento  di  questa  storia   la liberazione compiuta dal
    signor Don Gaifero della sua sposa Melisendra, che era prigioniera dei
    Mori nella citt di Sansuegna,  che cos si chiamava allora quella che
    oggi si chiama Saragozza. Osservino, signori, come l a quel tavoliere
    Don Gaifero  intento al gioco, secondo le parole del canto popolare:

    Seduto al tavolier sta Don Gaifero
    che ormai di Melisendra s' scordato.

    E  quel  personaggio che vien fuori laggi con la corona in capo e lo
    scettro in mano   l'imperatore  Carlo  Magno,  padre  putativo  della
    nominata  Melisendra,  il  quale,  irritato  dal  vedere il suo genero
    dimentico e inoperoso, viene a rimproverarlo.
    Osservino, signori,  con che impeto e con che vivacit lo rimprovera,
    che  par proprio che voglia dargli con lo scettro una mezza dozzina di
    botte,  e ci sono anche degli  autori  che  dicono  che  gliele  dette
    davvero  e  sode.  E  dopo  avergli  detto molte cose sul pericolo che
    correva il suo onore,  se non si occupava di liberare  la  sua  sposa,
    dicono che concluse:

    V'ho detto assai: pensateci.

    Guardino,  signori,  guardino come l'imperatore volta le spalle a Don
    Gaifero, e lo lascia indispettito, guardino come questi preso dall'ira
    scaglia lontano da s il tavoliere e le pedine,  afferra in  fretta  e
    furia  le  armi,  e a Don Roldano suo cugino chiede in prestito la sua
    spada Durlindana. Ma Don Roldano non gliela vuol prestare, e gli offre
    invece di essergli compagno nella difficile impresa a cui s'avventura;
    ma il valoroso e arrabbiato Don Gaifero non lo vuole  accettare;  anzi
    dice  che basta lui solo a riprendere la sua sposa foss'ella rinchiusa
    nel pi profondo centro della  terra;  e  quindi  va  ad  armarsi  per
    mettersi subito in cammino.
    Ora,  signori, favoriscano di passare a osservare quella torre che si
    vede laggi,  e che  rappresenta  una  delle  torri  della  reggia  di
    Saragozza,  che  oggi   chiamata l'Aljaferia.  La dama che si vede su
    quel balcone vestita alla moresca  l'impareggiabile  Melisendra,  che
    molte volte si metteva a guardar di lass la strada di Francia, e cos
    fantasticando  di  Parigi  e  del  suo  sposo,  si consolava della sua
    prigionia.  Osservino bene quello che ora va a succedere,  e che  loro
    forse  non  hanno mai visto succedere.  Non vedono quel moro che zitto
    zitto e piano piano,  con un dito sulla bocca si avvicina di dietro  a
    Melisendra?  Osservino come ora le d un bacio sulla bocca,  e con che
    furia lei si mette a sputare e a  ripulirsela  con  la  bianca  manica
    della  sua camicia,  e come piange,  e si dispera,  e si strappa i bei
    capelli,  come se fossero loro i colpevoli  dell'oltraggio.  Osservino
    anche come quel moro di grave aspetto che passeggia su quella terrazza
     il re Marsilio di Sansuegna,  il quale, avendo visto l'insolenza del
    moro,  sebbene fosse suo parente e suo  favorito,  subito  ordin  che
    l'arrestassero e gli dessero duecento frustate,  facendolo passare per
    le vie pi frequentate della citt,

    coi banditori davanti
    e la sbirraglia di dietro.

    E ora,  guardino,  eccoli qui che escono  per  eseguir  la  sentenza,
    sebbene il reato sia stato appena finito di commettere,  ma tra i Mori
    non ci son come da noi tante lungagnate  d'istruttorie,  di  processi,
    d'appelli....
    -  Ragazzo,  ragazzo!  -  esclam  a  questo punto Don Chisciotte tira
    diritto con la tua storia,  e  non  metterti  per  vie  traverse:  per
    assodare una verit, ci voglion prove su prove.
    -  Ohi,  ragazzo!  -  grid anche mastro Pietro dal di dentro - non ti
    incaricare di cose che non ti riguardano.  Da' retta a questo signore,
    ch sar meglio.  Seguita a cantar disteso,  e lascia star gli acuti e
    le volate, ch  facile fare una stecca.
    - S, ho capito - rispose il ragazzo e seguit:
    - Questa figura a cavallo che si vede qui,  coperta con una cappa alla
    guascona,   lo stesso Don Gaifero, che dianzi era aspettato dalla sua
    sposa;  la quale,  ormai vendicata dell'insulto temerario di quel moro
    innamorato  di lei,  con volto pi sereno e pi quieto si  rimessa ai
    balconi della torre,  e parla col suo sposo,  credendo che sia qualche
    passeggero, e tiene con lui tutti quei discorsi e quei colloqui che si
    trovano in quel cantre che dice:

    Cavalier, se andate in Francia
    di Gaifero domandate.

    Questi discorsi e questi colloqui io non li riferisco qui,  perch le
    lungagnate vengono a noia: basta sapere che Don Gaifero si  manifesta,
    e  che Melisendra l'ha riconosciuto,  come ci fa capire coi suoi segni
    di gioia,  e tanto pi ora che la vediamo  calarsi  dal  balcone,  per
    andare a mettersi in groppa al cavallo del suo bravo sposo.  Ma,  ahi,
    sventura!  Un lembo della sottana s' impigliato in uno dei ferri  del
    balcone,  e  lei  rimasta ciondoloni per aria senza riuscire a toccar
    terra.  Ma guardate come il cielo pietoso ci soccorre nelle pi  gravi
    necessit! Perch Don Gaifero le si avvicina, e senza star l a badare
    se la bella e ricca sottana si strapper o no,  l'afferra,  la tira, e
    suo malgrado la fa calar gi.  Poi subito d'un  salto  la  pone  sulla
    groppa  del  cavallo  a cavalcioni come un uomo,  e le dice di tenersi
    forte e di abbracciarlo stretto di dietro incrociandogli le  mani  sul
    petto  per non cadere,  perch la signora Melisendra non era avvezza a
    stare a cavallo in quel modo.  Osservino  anche  come  i  nitriti  del
    cavallo fanno capire il suo giubilo nel portare l'avvenente e valorosa
    soma  del  suo  signore  e della sua signora.  Osservino come escono e
    volgon le spalle alla citt,  e allegri e contenti piglian la  via  di
    Parigi.  Buon viaggio,  o impareggiabile coppia d'amanti! Possiate voi
    giungere sani e salvi alla vostra bramata patria senza che la  fortuna
    vi frapponga inciampi nel vostro felice viaggio: possano gli occhi dei
    vostri  parenti e amici vedervi godere in tranquilla pace i giorni che
    vi restano a vivere,  e possano questi giorni esser tanti,  quanti  ne
    visse quel prode Nestore che... 
    -  Calma,  calma,  ragazzo  -  s'ud daccapo a questo punto la voce di
    mastro Pietro.  - Non andar tanto nelle nuvole: il discorrer  caricato
    sta sempre male.
    L'interprete non rispose nulla, ma continu dicendo:
    - Gli occhi degli sfaccendati,  che veggon sempre tutto, non mancarono
    di notare la discesa dal balcone e la salita a cavallo di  Melisendra,
    e ne avvertirono il re Marsilio; il quale ordin immediatamente di dar
    l'allarme. E ora osservino con che prestezza gi la citt rimbomba del
    suono  delle campane,  che rintoccano a stormo da tutte le torri delle
    moschee.
    - Oh,  questo poi no!  - esclam a questo punto  Don  Chisciotte.  Qui
    mastro  Pietro  commette  un  bello sproposito,  perch tra i Mori non
    usano campane,  ma tamburi e certi strumenti a fiato simili ai  nostri
    clarini. Questo scampanio in Sansuegna  una grossa corbelleria.
    Allora mastro Pietro, sentito questo, smise di scampanare e disse:
    -  Ma  non ci badi a queste piccolezze,  signor Don Chisciotte,  se si
    mette a cercare il pelo nell'uovo in questa maniera,  da ultimo non si
    sa  pi  dove  si va a finire.  Non si rappresentano forse comunemente
    migliaia di commedie piene di spropositi e di corbellerie,  e che pure
    fanno  il  giro  di  tutta  la  Spagna,  e  sono ascoltate,  ammirate,
    applaudite con tutto il resto?  Seguita,  seguita,  ragazzo,  e lascia
    dire:  pur  di  riempir  la  borsa,  sono  pronto  a rappresentare pi
    spropositi che non c' stelle in cielo.
    - Questo  giusto - disse Don Chisciotte.
    E il ragazzo continu:
    - Osservino ora che numerosa e brillante cavalleria esce  dalla  citt
    per  inseguire  quella  s  fedele  coppia  d'amanti,   quante  trombe
    squillano, quanti pifferi suonano, quanti tamburi rullano. Ho una gran
    paura che li abbiano a raggiungere e rimenar legati alla coda del loro
    stesso cavallo, che sarebbe uno spettacolo orrendo.
    A vedere tutta quella morescheria, e a sentir tutto quel baccano,  Don
    Chisciotte credette suo dovere di dare aiuto ai fuggitivi, e rizzatosi
    in piedi, cominci a urlare:
    -  Io  non  permetter mai che,  me vivo e al mio cospetto,  si faccia
    violenza a s famoso cavaliere e a s ardito amante come Don  Gaifero:
    fermatevi,  malnata canaglia, vi proibisco di seguirlo e d'inseguirlo,
    o altrimenti io tutti a battaglia vi disfido.
    E, detto fatto,  sguain la spada,  d'un salto and a porsi accanto al
    teatro,  e  con incredibile e precipitosa furia cominci a far piovere
    sciabolate  sopra  il  burattiname  moresco,   qua   rovesciando,   l
    decapitando,  stroppiando  a  destra schiacciando a sinistra.  Tra gli
    altri colpi tir un tal fendente,  che se mastro Pietro non s'abbassa,
    s'accovaccia  e  s'acquatta,  gli mozzava la testa meglio che se fosse
    stata di pasta frolla. Mastro Pietro urlava a pi non posso:
    - Stia buono,  signor Don Chisciotte!  Non me li rovesci!  Non  me  li
    schiacci!  Non  me li sciupi!  Non lo vede che non sono Mori di quelli
    veri: sono fantocci di cartapesta!  Si fermi!  oh povero  me!  Lei  mi
    rovina e mi fa perdere tutto il mio patrimonio.
    Ma  non  per  questo  Don  Chisciotte  smetteva di far piovere di gran
    fendenti e traversoni e colpi di punta;  e in  quattro  e  quattr'otto
    rovesci  per terra tutto il teatro;  attrezzi e burattini andarono in
    mille tritoli,  il re Marsilio rimase stroppiato,  l'imperatore  Carlo
    Magno  ebbe  spaccate  in  due  corona e testa.  Tra il colto pubblico
    nacque una gran confusione,  la scimmia scapp sul  tetto,  il  cugino
    s'intimor,  il  paggio s'impression,  e perfino Sancio Panza ebbe un
    grande spavento;  perch,  come poi asser passata  la  burrasca,  mai
    aveva visto il suo padrone cos pazzamente furibondo.
    Quand'ebbe completamente distrutto il teatrino, Don Chisciotte un poco
    si calm e disse:
    -  Vorrei  in  questo momento aver qui tutti quelli che non credono n
    vogliono credere alla grande utilit dei cavalieri erranti nel  mondo.
    Ma pensino costoro che cosa sarebbe successo del bravo Gaifero e della
    bella  Melisendra,  se non fossi stato qui io!  Certo a quest'ora quei
    cani li avrebbero gi raggiunti,  e gli avrebbero fatto qualche grosso
    affronto.  Insomma  viva  la cavalleria errante sopra tutte le cose di
    questo mondo!
    - Viva pure - disse a questo punto mastro Pietro con voce dolente -  e
    muoia  io!  perch  son  tanto  disgraziato  che posso dire come il re
    Rodrigo:

    Ieri fui il re di Spagna,
    oggi non ho una torre
    che possa dir ch' mia.

    Mezz'ora fa?  ma che dico?  mezzo  minuto  fa  ero  padrone  di  re  e
    d'imperatori,  le mie scuderie erano piene di innumerevoli cavalli e i
    miei cofani e i miei sacchi colmi di infiniti abiti,  e ora eccomi qui
    desolato  e  abbattuto,  povero  mendico,  e  soprattutto senza pi la
    scimmia; perch prima di poterla ripigliare ci sar da sudare come una
    bestia.  E tutto per la furia irriflessiva di questo signor cavaliere,
    di cui pure si dice che tutela i pupilli, raddrizza i torti e fa altre
    opere  caritatevoli;  e  proprio con me doveva venire a mancare la sua
    generosit,  che benedetto sia il santo nome di Dio nel pi  alto  dei
    cieli!  Insomma  il Cavaliere dalla Triste Figura doveva proprio esser
    quello che doveva sfigurare le mie figurine.
    Ai discorsi di mastro Pietro, Sancio s'intener e gli disse:
    - Non piangere,  mastro Pietro,  e non ti lamentare: tu mi  spezzi  il
    cuore.  Il  mio  signor  padrone    cos  onesto,  e  cos scrupoloso
    cristiano,  che quando si accorger di averti fatto dei danni,  te  li
    sapr e te li vorr pagare in modo che tu ci faccia un guadagno.
    - Ma se mi pagasse anche una parte dei fantocci che m'ha rovinato,  io
    rimarrei pi che contento,  e il signor Don Chisciotte  metterebbe  la
    coscienza in pace, perch non pu salvare l'anima chi si tiene la roba
    degli  altri  contro  la  volont  del legittimo proprietario e non la
    restituisce.
    - Questo  vero - disse Don Chisciotte - ma fino al  presente  momento
    io non so d'aver posseduto nulla di vostro, mastro Pietro.
    - Come no?  - rispose mastro Pietro.  - E questi miseri avanzi distesi
    su questo duro e sterile suolo chi li ha sparsi e annientati,  se  non
    la forza invincibile di questo poderoso braccio? E di chi erano i loro
    corpi se non miei? E con chi mi facevo le spese io, se non con loro?
    -  Ora proprio finisco col credere - disse qui Don Chisciotte quel che
    gi molte altre volte ho creduto, e cio che questi incantatori che mi
    perseguitano, non fanno che mettermi dinanzi agli occhi le figure come
    sono in realt,  e poi me  le  mutano  in  quelle  che  voglion  loro.
    Realmente  e veramente io dico a voi tutti,  o signori,  quanti qui mi
    ascoltate,  che tutto quello che  successo qui dentro,  m' parso che
    fosse  proprio vero,  e che Melisendra fosse Melisendra;  Don Gaifero,
    Don Gaifero; Marsilio, Marsilio;  e Carlo Magno,  Carlo Magno.  Perci
    fui  preso  dalla  collera,  e  per  mettermi  in  regola  con  la mia
    professione di cavaliere errante,  ho voluto dar aiuto e protezione  a
    quelli che fuggivano,  e con questo buon proposito ho fatto quello che
    avete visto. Se la cosa  andata male, non  colpa mia, ma dei malvagi
    che mi perseguitano: tuttavia voglio io stesso condannarmi alle  spese
    di  questo errore,  sebbene non sia proceduto da malizia.  Dica mastro
    Pietro quel che vuole per i fantocci distrutti,  ch io son  pronto  a
    pagarglielo subito in buona e corrente moneta castigliana .
    Mastro Pietro s'inchin e gli disse:
    -  Non  m'aspettavo  meno dal nobile sentimento cristiano del valoroso
    Don Chisciotte della Mancia, vero soccorso, vera protezione di tutti i
    miseri e necessitosi vagabondi.  Il signor oste qui e  l'illustrissimo
    signor  Sancio  saranno mediatori e stimatori tra la Signoria Vostra e
    me di quel che valgono o potevano valere i burattini sciupati.
    L'oste e Sancio acconsentirono,  e allora mastro  Pietro  raccatt  di
    terra il re Marsilio di Saragozza senza capo e disse:
    -  E'  chiaro  che questo re  impossibile farlo tornar come prima,  e
    quindi mi sembra,  salvo diverso parere dei giudici,  che per  la  sua
    morte e distruzione assoluta quattro reali e mezzo siano il giusto.
    - Accordato - disse Don Chisciotte.
    -  Per  questo  squarcio  da  vetta  a fondo - continu mastro Pietro,
    pigliando in mano lo spaccato imperatore Carlo Magno - cinque reali  e
    un quarto non sarebbero molti.
    - Neanche pochi - disse Sancio.
    -  Ma nemmeno molti - rispose l'oste.  - Diamogli nel mezzo e facciamo
    cinque reali.
    - Gli si dian tutti - disse Don Chisciotte. - Quarto di pi, quarto di
    meno,  non star proprio qui la diversit d'apprezzamento dei danni di
    questa disgrazia.  E tiri via mastro Pietro, perch  l'ora di cena, e
    io sento che mi viene appetito.
    - Per questo burattino - disse mastro Pietro - rimasto  senza  naso  e
    con un occhio di meno, e che  la bella Melisendra, chiedo, e mi metto
    nel giusto, due reali e dodici maravedis.
    -  Diavolo,  diavolo  -  esclam  Don  Chisciotte - tu ci vuoi mettere
    ancora la coda?  Melisendra col suo sposo a quest'ora saranno ormai in
    Francia;  perch il cavallo su cui erano m' parso che volasse pi che
    non corresse, e a me non mi si vende gatto per lepre, facendomi vedere
    ora qui una Melisendra  senza  naso  mentre  quell'altra  forse    in
    Francia  che se la gode tranquillamente col marito.  A ciascuno il suo
    con l'aiuto di Dio,  signor mastro Pietro;  marciamo tutti diritto con
    buone intenzioni, e lei vada avanti.
    Mastro  Pietro  vedendo  che  Don  Chisciotte  andava fuori strada,  e
    ricominciava a toccare il solito tasto, non volle lasciarselo scappare
    di mano, e gli disse:
    - Ha ragione s: questa non dev'essere Melisendra,  ma qualcuna  delle
    sue  ancelle,  e  quindi  con  una  sessantina di maravedis mi ritengo
    soddisfatto e ben pagato.
    E cos continu a fare il prezzo di molti altri burattini storpiati, e
    dopo che gli arbitri ebbero  fatto  delle  riduzioni  accettate  dalle
    parti,  si arriv a un totale di quaranta reali e tre quarti.  Inoltre
    mastro Pietro pretese, e Sancio glieli dette,  due reali per la fatica
    di riprender la scimmia.
    - Daglieli,  Sancio,  non per pigliar la scimmia,  ma la sbornia (1) -
    disse Don Chisciotte - e duecento ne  avrei  dati  ben  volentieri  di
    mancia  a  chi mi avesse detto con certezza che Donna Melisendra e Don
    Gaifero erano ormai in Francia tra i loro compatrioti.
    - Nessuno ce lo potr dire meglio della mia  scimmia  -  disse  mastro
    Pietro  -  ma ora chi la piglia?  Nemmeno il diavolo.  Ma siccome mi 
    affezionata e poi avr  anche  fame,  m'immagino  che  stanotte  debba
    venire a cercarmi. In ogni modo domattina si vedr.
    Alla fine la burrasca del teatrino si calm,  e tutti cenarono in pace
    e in buona compagnia a spese di Don  Chisciotte,  sempre  signorile  e
    magnifico.
    Prima  di  giorno  quello  con le lance e le alabarde se ne and,  e a
    giorno fatto il cugino e il paggio andarono a salutare Don Chisciotte:
    uno tornava al suo paese,  l'altro seguitava il suo  viaggio,  per  le
    spese del quale Don Chisciotte gli regal una dozzina di reali. Mastro
    Pietro non volle rientrare in battibecchi con lui, perch lo conosceva
    molto  bene:  si  lev  prima  del  sole  e  riuniti i rottami del suo
    teatrino e la sua scimmia, se ne and a cercar ventura altrove. L'oste
    che non lo conosceva,  era tutto stupito nel vederlo cos pazzo e cos
    generoso. Sancio lo pag molto bene per ordine del suo padrone; e dopo
    averlo salutato,  la mattina verso le otto lasciarono l'osteria,  e si
    misero in cammino.
    Lasciamoli pure andare,  perch cos  necessario,  per aver tempo  di
    raccontare  altri  fatti  indispensabili  all'intelligenza  di  questa
    veridica storia .

    NOTA 1: Gioco di parola tra "mono" (scimmia) e "mona" (sbornia).

    CAPITOLO 27.
    Dove si racconta chi era Pietro e la sua scimmia,  e il cattivo  esito
    che ebbe l'intervento di Don Chisciotte nell'avventura del raglio, che
    egli non pot condurre a termine nel modo che aveva pensato e voluto.

    Cide Hamete,  autore di questa grande storia, comincia questo capitolo
    con queste parole: "Giuro come  buon  cattolico".  Il  suo  traduttore
    osserva  che  Cide  Hamete  giurando  come buon cattolico,  mentre era
    certamente mussulmano,  volle dire semplicemente che,  siccome il buon
    cattolico,  quando giura,  giura o almeno dovrebbe giurare la verit e
    dirla in quello che ha da dire,  cos egli diceva la verit,  come  se
    avesse  giurato  da  buon  cattolico,  in  quello  che voleva scrivere
    intorno a Don Chisciotte,  e specialmente  nel  raccontare  chi  erano
    mastro  Pietro  e  la  scimmia indovina,  che formava l'ammirazione di
    tutti quei paesi con i suoi responsi.  Chi ha letto la prima parte  di
    questa  storia,  continua  Hamete,  si  ricorder  di  quel Ginesio di
    Passamonte,  a cui Don Chisciotte restitu la libert insieme con  gli
    altri galeotti nella Sierra Morena,  beneficio di cui poi quella gente
    malvagia e scostumata gli fu cos poco riconoscente  e  lo  ricompens
    cos male.  Questo Ginesio di Passamonte,  che Don Chisciotte chiamava
    Ginesino di Parapiglia,  fu quello che  rub  il  ciuco  a  Sancio,  e
    siccome  nella prima parte,  per colpa degli stampatori,  fu omesso il
    come e il quando, ci ha dato del filo da torcere a molti lettori, che
    attribuivano l'errore di stampa a  poca  memoria  dell'autore.  Ma  in
    conclusione  Ginesio  glielo  port  via  mentre  Sancio  c'era  sopra
    addormentato,  usando del medesimo artificio che us  Brunello  quando
    tir  via  Albraca  di  tra  le gambe a Sacripante,  che c'era sopra a
    cavallo.  Poi Sancio lo riebbe nel modo  che  s'  raccontato.  Questo
    Ginesio, dopo, temendo di esser trovato dai birri che lo cercavano per
    castigarlo  delle  sue innumerevoli birbonate e dei suoi delitti,  che
    furono tali e tanti che egli  stesso  ne  compose  un  grosso  volume,
    raccontandoli decise di trasferirsi nel regno d'Aragona, e di bendarsi
    l'occhio sinistro mettendosi a fare il burattinaio e il prestigiatore,
    che  sapeva  far  benissimo.  Pi  tardi,  da  alcuni  cristiani,  che
    tornavano  di  Berberia,  dove  erano  stati  prigionieri,  compr  la
    scimmia,  e  le insegn a saltargli sulle spalle a un dato segno,  e a
    mormorargli o,  per dir meglio,  a far le viste di  mormorargli  delle
    parole  all'orecchio.  Fatto questo,  prima di entrare in un villaggio
    con la scimmia e col teatro,  si informava nel luogo pi vicino,  o da
    chi meglio poteva,  dei fatti particolari successi in quel villaggio e
    delle persone a cui erano successi. E tenendoli bene a mente, la prima
    cosa che faceva era di far vedere il suo teatrino, sul quale una volta
    rappresentava una storia e  una  volta  un'altra,  ma  tutte  allegre,
    divertenti e popolari.  Poi, finita la rappresentazione, presentava la
    scimmia, e cominciava a parlare della sua abilit, dicendo al pubblico
    che essa indovinava tutto il passato  e  il  presente,  ma  quanto  al
    futuro  non  ci  azzeccava.  Prendeva due reali per ogni risposta,  ma
    qualche volta,  se si accorgeva che il cliente aveva la tasca leggera,
    faceva un ribasso.  Talora succedeva che nell'arrivare a una casa dove
    abitavano  persone  di  cui  conosceva  i  fatti,  anche  se  non  gli
    domandavano  nulla per non spendere,  egli faceva il solito segno alla
    scimmia,  e poi riferiva che essa gli aveva detto la  tale  e  la  tal
    altra  cosa,  che  naturalmente  combinava con quello che era successo
    davvero a quella gente. Con questo mezzo s'acquistava un gran credito,
    e tutti gli correvano  dietro:  altre  volte,  siccome  era  parecchio
    intelligente,  rispondeva  in modo che le risposte andassero d'accordo
    con le domande;  e poich nessuno gli stringeva i  panni  addosso  per
    sapere come la scimmia facesse a indovinar le cose,  pigliava tutti in
    giro  e  riempiva  la  borsa.   Appena  entrato  nell'osteria,   aveva
    riconosciuto  Don  Chisciotte e Sancio,  e quindi gli era stato facile
    far rimanere a bocca aperta loro e tutti gli altri  avventori,  ma  se
    Don  Chisciotte  avesse  abbassato un po' pi la mano quando tagli la
    testa al re Marsilio e distrusse tutta la  sua  cavalleria,  come  s'
    raccontato  nel capitolo precedente,  povero lui!  Gli sarebbe costata
    cara. Questo  tutto quello che c'era da dire su mastro Pietro e sulla
    sua scimmia.
    Ritornando a Don Chisciotte dicevamo dunque che,  uscito dall'osteria,
    decise  anzitutto  di visitare le rive dell'Ebro e tutti quei dintorni
    prima d'entrare nella citt di  Saragozza,  giacch  ne  aveva  tempo,
    mancando ancora molto alle giostre.  Con questa intenzione continu ad
    andare avanti per due giorni, senza che gli accadesse nulla che meriti
    d'essere ricordato,  finch il terzo giorno,  nel salire una  collina,
    ud  un  gran  rumore  di  trombe,  di  tamburi  e d'archibugiate.  Da
    principio credette che fossero soldati di  passaggio,  e  per  vederli
    spron Ronzinante,  e sal fino in vetta. Di lass vide ai piedi della
    collina un paio di centinaia d'uomini e forse pi, armati d'ogni sorta
    d'armi:  lance,  balestre,  partigiane,  alabarde  e  picche:  qualche
    archibugio e molti scudi. Scese il declivio e s'avvicin alla colonna,
    tanto che pot vedere nettamente gli stendardi,  distinguere i colori,
    e anche le figure che vi erano sopra,  specialmente una dipinta su uno
    stendardo  di raso bianco,  che raffigurava un asino al naturale della
    grandezza di quelli sardi, con la testa in aria,  la bocca aperta e la
    lingua  fuori  in  atto  di  ragliare: e all'intorno stavano scritti a
    lettere cubitali questi due versi:

    Non fu inutil vanit
    il radiar dei podest.

    Da questa  insegna  Don  Chisciotte  argu  che  quella  gente  doveva
    appartenere al paese del raglio,  e lo disse a Sancio leggendogli quel
    che c'era scritto sullo stendardo.  Aggiunse poi che l'uomo che  aveva
    raccontato  il  fatto,  aveva  sbagliato dicendo che quelli che avevan
    ragliato erano due consiglieri, mentre secondo i versi dello stendardo
    erano stati due podest.
    - Questo non vuol dire nulla,  signor padrone - rispose Sancio  perch
    pu darsi benissimo che i due consiglieri che allora ragliarono, siano
    poi  col  tempo diventati podest del loro paese;  e quindi si pu dar
    loro l'uno e l'altro nome;  tanto pi che per la verit della  storia,
    che  importa se quelli che ragliarono erano consiglieri o podest?  Il
    fatto  che ragliarono;  e per ragliare  buono un podest  quanto  un
    consigliere.
    Finalmente  seppero che il popolo canzonato usciva a combattere contro
    un altro che lo canzonava in modo eccessivo contro ogni regola di buon
    vicinato. Don Chisciotte s'avvicin a quella gente, con gran rammarico
    di  Sancio  sempre  poco  disposto  a  trovarsi  in  mezzo  a   simili
    spedizioni. Gli armati, credendo che fosse uno del proprio partito, lo
    accolsero in mezzo a loro,  e Don Chisciotte,  alzata la visiera,  con
    aria nobile e fiero contegno si diresse verso lo stendardo dell'asino,
    e allora tutti i capi  di  quell'esercito  gli  si  fecero  attorno  a
    guardarlo  con la solita meraviglia con cui lo guardavano tutti quelli
    che lo vedevano per la prima volta. Don Chisciotte che li vide intenti
    a guardarlo,  senza che nessuno gli parlasse n gli  domandasse  nulla
    volle approfittare di quel silenzio,  e rompendo il suo,  apr bocca e
    disse:
    - Miei cari signori,  vi prego,  quanto pi caldamente posso,  di  non
    interrompermi durante un discorso che voglio farvi,  almeno fino a che
    non vi annoio e non vi dispiaccia. Ch quando questo fosse,  al minimo
    cenno  che  mi  farete,  mi  metter  un  suggello  alla bocca,  e una
    mordacchia alla lingua.
    Tutti gli  gridarono  di  dire  quel  che  voleva,  ch  lo  avrebbero
    ascoltato  ben volentieri.  Incoraggiato da questa dichiarazione,  Don
    Chisciotte prosegu dicendo:
    - Signori miei,  io son cavaliere errante;  la mia  professione    il
    maneggio  delle  armi;  mio  compito,  aiutare  i  bisognosi d'aiuto e
    soccorrere i necessitosi di soccorso.  Giorni fa ho saputa  la  vostra
    disgrazia  e la causa che vi spinge a prender le armi ogni momento per
    vendicarvi dei vostri nemici;  e avendo riflettuto nella mia testa non
    una,  ma molte volte sul vostro caso,  trovo che, secondo le leggi del
    duello,  avete torto a ritenervi offesi;  perch nessun individuo  pu
    offendere  un  paese  intero,   a  meno  di  accusarlo  in  blocco  di
    tradimento,  quando non sappia precisamente chi commise il  tradimento
    di cui l'accusa.  Di questo ne abbiamo un esempio in Don Diego Ordaez
    di Lara, che accus tutto il paese di Zamora,  perch ignorava che era
    stato Vellido Dolfos da solo a uccidere a tradimento il suo re; quindi
    accus tutti, e a tutti spettava la risposta e la vendetta: sebbene, a
    dir la verit,  il signor Don Diego fu un po' esagerato e oltrepass i
    limiti ragionevoli dell'accusa, perch non c'era ragione di accusare i
    morti, le acque, il pane,  i nascituri con tutti gli altri particolari
    l  enunciati;  ma  lasciamo pur correre,  ch quando la collera d di
    fuori, la lingua non ha pi freni che la trattengano. Stabilito dunque
    che un solo individuo non pu offendere un regno,  una provincia,  una
    citt,  una  repubblica,  n  un  intero  paese,   chiaro che non c'
    ragione di vendicare un tale affronto,  poich l'affronto non  esiste.
    Sarebbe  bella infatti che ogni momento quelli del paese dell'Orologia
    si picchiassero a morte con chi li chiama cos,  come pure i pentolai,
    i  petronciani,  i balenotti,  i saponai e tutti gli altri abitanti di
    paesi che i ragazzi e la plebaglia  chiamano  con  simili  soprannomi:
    bella  sarebbe  davvero  che  tutte  queste  illustri  popolazioni  si
    adirassero, si vendicassero, e, a ogni pi piccola questione,  fossero
    sempre  con  le  spade  per  aria.  No,  no;  Dio  non lo voglia n lo
    permetta: le persone assennate e gli stati bene ordinati  per  quattro
    ragioni soltanto devon mettere mano alle armi,  sguainare le spade,  e
    porre a rischio la loro vita e i loro averi. La prima per difendere la
    fede cattolica; la seconda,  per difender la propria vita,  che  cosa
    di  diritto  naturale e divino;  la terza in difesa del proprio onore,
    della propria famiglia,  dei propri averi;  la quarta in servizio  del
    proprio re per una guerra giusta; e se volessimo aggiungere una quinta
    (che  viceversa potrebbe mettersi per seconda) potremmo dire in difesa
    della propria patria.  A queste cinque cause principali potranno anche
    aggiungerne  altre  che sian giuste e ragionevoli,  e che obblighino a
    prendere le armi;  ma prenderle per delle piccinerie e  per  questioni
    che son piuttosto ridicole e spassose che offensive,  mi pare cosa del
    tutto irragionevole.  D'altra parte il prendersi una vendetta ingiusta
    (e  vendette  giuste  non  ne esistono)  assolutamente contrario alla
    santa religione che professiamo,  la quale ci comanda di far del  bene
    ai  nostri  nemici  e  di  amare quelli che ci odiano comandamento che
    sebbene sembri assai difficile a mettere in pratica,  non lo  se  non
    per  quelli che appartengono pi al mondo che a Dio,  e pi alla carne
    che allo spirito;  perch Ges Cristo,  vero Dio e vero uomo,  che mai
    ment  n pot n pu mentire,  facendosi nostro legislatore disse che
    il suo giogo era soave e leggero il suo peso;  e quindi non ci avrebbe
    comandato cosa impossibile ad eseguirsi.  E perci, miei cari signori,
    per legge divina e umana  vostro dovere calmarvi e deporre le armi.
    Che il diavolo mi porti disse a questo punto Sancio fra s,  se  il
    mio padrone non  "struito" quanto un predicatore o se per lo meno lui
    e un predicatore non si somigliano come due gocce d'acqua!
    Don Chisciotte si chet un momento per riprendere fiato, e vedendo che
    continuavano  a  stare  zitti  e  attenti,  volle  continuare  il  suo
    discorso, e l'avrebbe continuato,  se non ci fosse entrato di mezzo il
    sottile  ingegno  di Sancio,  il quale,  vedendo che il suo padrone si
    soffermava, gli lev la mano incominciando a dire:
    - Il signor Don Chisciotte della Mancia che  un  tempo  si  chiam  il
    Cavaliere  dalla Triste Figura e ora si chiama il Cavaliere dai Leoni,
     un gentiluomo molto a posto,  che sa il latino e il volgare come  un
    baccelliere,  e  in tutto quello che tratta e che consiglia procede da
    soldato leale,  e ha sulla punta  delle  dita  tutte  le  leggi  e  le
    ordinanze relative a ci che si chiama duello; quindi non c' nulla di
    meglio  da fare che lasciarsi guidare da lui,  e se vi metto in mezzo,
    sputatemi in faccia!  Tanto pi che  una vera sciocchezza  quella  di
    pigliare  i  cocci  solamente  a sentire un raglio.  Io mi ricordo che
    quando ero ragazzo,  ragliavo tutte le volte che me ne veniva  voglia,
    senza che nessuno ci trovasse a ridire, e ragliavo anzi cos bene e al
    naturale, che tutti gli asini del villaggio mi rispondevano, n mi son
    mai  creduto  disonorato  per questo.  E' vero che parecchi giovinotti
    spocchiosi del paese mi invidiavano e mi odiavano per questa  bravura,
    ma a me non me ne importava un cavolo. E se non credete che vi dica la
    verit, aspettate un momento e state a sentire: questa capacit  come
    quella di saper nuotare, che una volta acquistata non si perde pi.
    E  postasi una mano sul naso cominci a ragliare cos forte,  che fece
    rintronare tutte le valli vicine.  Ma uno  di  quelli  che  gli  erano
    accanto,  credendo che volesse canzonarli,  alz una pertica che aveva
    in mano e gli tir una legnata tale, che il povero Sancio, senza poter
    far altro,  cadde in terra.  Don Chisciotte  che  vide  Sancio  a  mal
    partito, si precipit con la lancia in resta contro quello che l'aveva
    percosso,  ma si frappose tanta gente,  che non pot vendicarlo;  anzi
    vedendo pioversi addosso un nuvolo di sassi,  le balestre accoccate  e
    gli archibugi puntati contro di lui,  volt Ronzinante,  e col galoppo
    pi serrato di cui fu capace,  usc da quella turba raccomandandosi di
    tutto  cuore  a  Dio che lo salvasse da quel pericolo,  temendo a ogni
    passo che una pallottola gli entrasse nelle spalle e gli  uscisse  dal
    petto;  e  ogni volta faceva un respirone per vedere se gli mancava il
    fiato.  Ma il piccolo esercito si content di vederlo  scappare  senza
    tirar su di lui.  Quanto a Sancio, appena si riebbe, lo caricarono sul
    suo ciuco,  e lo lasciarono andare dietro al  padrone.  Non  che  egli
    fosse in grado di guidarlo,  ma il ciuco,  che senza Ronzinante era un
    pesce fuor d'acqua,  segu le orme dell'amico.  Quando si fu dilungato
    un  bel  pezzo,  Don Chisciotte si volt,  e vedendo che Sancio veniva
    verso di lui senza essere inseguito da nessuno, l'aspett.
    I componenti il battaglione rimasero l tutta  la  notte  e  poich  i
    nemici  non  accettarono  battaglia,  ritornarono  al  loro  villaggio
    allegri e contenti;  e se avessero  conosciuto  le  usanze  dei  Greci
    antichi, avrebbero innalzato un trofeo in quel punto.

    CAPITOLO 28.
    Ci  che  dice Benengeli,  e che sapr chi legger,  se lo legger con
    attenzione.

    Quando il valoroso fugge,  vuol dire che s' accorto d'un tranello,  e
    l'uomo prudente in tal caso deve serbarsi a migliore occasione. Questo
    fu  il  caso  di Don Chisciotte,  il quale lasciando libero campo alla
    furia e alle cattive intenzioni di quegli arrabbiati,  se la  dette  a
    gambe,  e  senza  ricordarsi  di  Sancio,  n  del  pericolo in cui lo
    lasciava,  si allontan tanto e quanto  gli  parve  che  bastasse  per
    mettersi al sicuro. Dietro, come s' detto, gli veniva Sancio posto di
    traverso sul suo asino.  Arriv finalmente,  e tornato ormai in s, si
    lasci  cadere  dal  ciuco  ai   piedi   di   Ronzinante;   affannoso,
    indolenzito,  stroncato.  Don  Chisciotte  smont per osservare le sue
    ferite,  ma visto che era incolume da capo  ai  piedi,  con  parecchia
    stizza gli disse:
    -  Bel lavoro avete fatto a mettervi a ragliare a quel modo!  Chi v'ha
    insegnato a rammentare la corda in casa dell'appiccato?  A  musica  di
    ragli che altro accompagnamento c'era da aspettarsi se non di legnate?
    E  ringraziate  Iddio che v'abbiano benedetto con una pertica e non vi
    abbiano fatto il segno della croce con un  paio  di  sciabolate  sulla
    faccia.
    -  Non  sono  in condizione di rispondere - mormor Sancio - perch mi
    pare che le parole mi escano dal  groppone.  Rimontiamo  a  cavallo  e
    andiamocene.  Io non raglier pi di certo, ma non mi stancher mai di
    dire che i cavalieri erranti scappano e lasciano i loro bravi scudieri
    maciullati di santa ragione in potere dei loro nemici.
    - Chi si ritira,  non fugge - rispose Don Chisciotte - perch tu  devi
    sapere, caro Sancio, che il valore che non ha per base la prudenza, si
    chiama  temerit,  e  le  prodezze del temerario si ascrivono pi alla
    buona fortuna  che  al  suo  coraggio.  Confesso  quindi  che  mi  son
    ritirato,  ma non son fuggito. In questo ho imitato molti valorosi che
    si son serbati per tempi migliori,  e di tali esempi ne son  piene  le
    storie,  ma  ora  non  sto  a  riferirteli,  perch  di certo io mi ci
    annoierei, e a te non sarebbero di nessuna utilit.
    Intanto  Sancio  era  gi  salito  sul  suo  asino,   aiutato  da  Don
    Chisciotte,   che  fece  altrettanto  su  Ronzinante,   e  pian  piano
    arrivarono a un bosco di pioppi,  che si scorgeva di l a un quarto di
    lega  di  distanza.  Di  quando  in  quando Sancio mandava dei grandi:
    ohi! e dei gemiti dolorosi;  e avendogli Don Chisciotte domandato la
    causa di quel continuo rammaricarsi, rispose che dalla punta dell'osso
    sacro  fino  al  cervello  era  tutto  una  doglia  che  lo  levava di
    sentimento.
    - Te lo dico io - esclam Don Chisciotte - qual  la causa  di  questo
    dolore.  Siccome  il palo con cui t'hanno bastonato era lungo e largo,
    ti ha preso sulla spina da cima a fondo,  e per questo  ora  ti  duole
    tutta; e se t'avesse preso pi in l, ti dorrebbe anche pi in l.
    - Per Dio!  - disse Sancio.  - Lei m'ha levato un gran dubbio,  e m'ha
    chiarito molto bene le cose.  Mondo birbone!  Tanto misteriosa era  la
    causa del mio dolore,  perch ci fosse bisogno di dirmi che mi dolgono
    tutti i punti su cui il  bastone  ha  picchiato?  Se  mi  dolessero  i
    calcagni,  allora capirei che si cercasse di trovare il perch, ma che
    mi dolga dove me le  hanno  date,  non    una  grande  scoperta.  Eh,
    purtroppo,  caro  signor padrone,  sulla pelle degli altri si discorre
    sempre bene,  e ogni  giorno  di  pi  mi  accorgo  meglio  che  dalla
    compagnia  della  Signoria Vostra c' ben poco di buono da aspettarsi.
    Questa volta m'ha lasciato prendere a legnate,  quest'altra,  e magari
    altre  cento,  si torner agli sballottamenti nella coperta e ad altri
    scherzi di questo genere;  e se ora m'hanno  grattato  le  spalle,  da
    ultimo  finiranno  col  levarmi  gli  occhi.  Farei  molto meglio,  ma
    purtroppo io sono un ignorantone e nella mia vita non  concluder  mai
    nulla di buono,  farei molto meglio ripeto, a tornare a casa mia dalla
    mia famiglia e dai miei figlioli,  e mantenerli e tirarli su con  quel
    che  piacesse a Dio di darmi,  invece di venir dietro a lei per strade
    che non sono strade e per sentieri che non si sa dove menino,  bevendo
    male  e  mangiando peggio.  Tu hai voglia di dormire,  amico scudiero?
    Misura sette piedi di terra,  e  se  non  ti  bastano,  pigliane  pure
    altrettanti;    tutta a tua disposizione.  E poi distenditi quanto ti
    piace. Ma potessi veder bruciare vivo e ridurre in cenere chi ebbe per
    primo l'idea della cavalleria errante,  o per lo  meno  il  primo  che
    volle essere scudiero di quegli stupidi che dovettero essere tutti gli
    antichi cavalieri erranti!  Dei viventi non dir nulla, perch sapendo
    che fra loro c' anche la Signoria Vostra, li rispetto, e anche perch
    so che lei ne sa un punto pi del diavolo in tutto  quel  che  dice  e
    quel che pensa.
    - Starei per fare una scommessa con voi, Sancio - disse Don Chisciotte
    -  e  cio  che  ora  che potete discorrere quanto volete senza essere
    interrotto, non sentite pi male in nessun posto. Sfogatevi,  figliolo
    mio,  sfogatevi;  dite  pure tutto quello che vi viene in mente e alla
    bocca;  purch non sentiate pi male,  son disposto a prendere come un
    piacere  la noia che mi danno le vostre impertinenze.  E se desiderate
    tanto di tornare a casa  vostra  dalla  vostra  moglie  e  dai  vostri
    figlioli,  Dio  mi  guardi dall'impedirvelo.  Avete in mano dei denari
    miei: fate il conto di quant'  che  siamo  usciti  dal  nostro  paese
    questa  terza  volta,  e  fate  il  conto  di quel che potete e dovete
    guadagnare ogni mese, e pagatevi da voi.
    - Quand'ero a servizio - disse Sancio - di Tommaso Carrasco, padre del
    baccelliere Sansone, che lei conosce molto bene, guadagnavo due ducati
    al mese,  e spesato poi di tutto.  Con lei non lo so quanto sarebbe il
    giusto,  perch    molta  pi fatica fare lo scudiero di un cavaliere
    errante che star garzone da un contadino. In fin dei conti quando si 
    garzoni da un contadino, per molto che si sia lavorato nella giornata,
    per male che la vada,  la sera un boccone di minestra si mangia  e  si
    dorme in un letto. Ma dacch sono al suo servizio, nel letto non ci ho
    mai  dormito,  tranne quel po' di tempo che siamo stati in casa di Don
    Diego di Miranda, lo spuntino che feci con la stummia delle pentole di
    Camaccio, e quando mangiai,  bevvi e dormii in casa di Basilio.  Tutto
    l'altro  tempo  ho  sempre  dormito sulla nuda terra a cielo scoperto,
    esposto a tutte le intemperie mangiando qualche crosta di cacio e  dei
    seccherelli,  e  bevendo  l'acqua  dei  rii e delle sorgenti di questi
    postacci per dove si passa.
    -  Riconosco  che  tutto  questo    la  pura  verit  -  rispose  Don
    Chisciotte.  -  Quanto vi pare che vi debba dare di pi di quel che vi
    dava Tommaso Carrasco?
    - Io direi - rispose Sancio - che con un paio di reali al mese di  pi
    che  lei mi desse potrei chiamarmi contento.  Questo quanto al salario
    del mio lavoro;  ma in quanto a soddisfarmi della promessa che lei  mi
    fece di darmi il governo d'un'isola,  sarebbe giusto che mi si dessero
    altri sei reali, che in tutto fanno trenta.
    - Benissimo - replic Don Chisciotte. - Conforme dunque al salario che
    vi siete fissato da voi,  fate il conto a un  tanto  il  giorno.  Sono
    venticinque  giorni  che siam venuti via da casa: guardate quel che vi
    debbo, e pagatevi da voi in proporzione come v'ho detto.
    - Corpo di Bacco! - esclam Sancio. - Lei si sbaglia di molto, sa, nel
    far questo conto.  Perch la promessa dell'isola  va  conteggiata  dal
    giorno in cui lei me la fece fino ad oggi.
    - E quant' che ve l'ho promessa?
    -  Se non mi ricordo male - rispose Sancio - giorno pi,  giorno meno,
    dev'essere una ventina d'anni.
    Don Chisciotte si batt la fronte col palmo della mano,  e si  mise  a
    ridere proprio di gusto, poi riprese:
    -  Ma  se  fra  il  tempo  che sono stato nella Sierra Morena e quello
    passato durante il periodo degli altri nostri viaggi saranno in  tutto
    appena  due mesi?  E tu hai il coraggio di dire che son venti anni che
    t'ho promesso l'isola? Ho capito: con la scusa del tuo salario e delle
    tue indennit tu vuoi pigliarti tutti i quattrini che hai di  mio.  Se
    non si tratta che di questo, e se questo  il tuo sogno, da ora in poi
    te li regalo: pigliateli e buon pro' ti facciano; ch pur di liberarmi
    da  un  cos cattivo scudiero sarei contento di ridurmi povero e senza
    un soldo.  Ma dimmi un po',  prevaricatore delle ordinanze  prescritte
    agli  scudieri della cavalleria errante,  dove hai tu visto,  o letto,
    che lo scudiero d'un cavaliere errante si sia messo a fare i conti col
    suo signore,  dicendogli: Mi dovete dare tanto  al  mese,  perch  vi
    serva?  Immergiti,  immergiti, malandrino, arrogante, vampiro che non
    sei  altro,   immergiti,   dico,   nel  "mare  magrum"  delle   storie
    cavalleresche;  e  se trovi che qualche scudiero abbia detto o pensato
    ci che hai detto tu ora,  voglio che tu me lo inchiodi in  fronte,  e
    che per giunta tu mi faccia quattro bei sberleffi sulla faccia.  Volta
    pure le redini, o meglio la cavezza, al tuo ciuco, e torna a casa tua,
    perch un passo di pi in mia compagnia non devi farlo.  O mio  povero
    pane sciupato! O promesse cos mal collocate! O uomo che hai pi della
    bestia  che  della persona umana!  Proprio ora quando pensavo di farti
    una posizione,  che a dispetto di tua moglie ti  avrebbe  fruttato  il
    titolo di Signoria, ti licenzi? Ora te ne vai, proprio ora che avevo
    l'assoluta  intenzione  di  darti  il governo della migliore isola del
    mondo? Ma gi, come tu stesso l'hai detto altre volte, l'orzo di piano
    non  fatto...  con quel che segue.  Asino sei,  asino sarai,  e asino
    morirai,  quando  sar giunto il momento della tua fine,  che di certo
    arriver prima che tu t'accorga d'essere una bestia.
    Sancio guardava fisso Don Chisciotte mentre gli  diceva  tutti  questi
    vitupri,  e rimase tanto mortificato,  che si sent venire le lacrime
    agli occhi, e con voce addolorata e malferma gli disse:
    - Signor padrone, s, lo riconosco,  che per essere un asino del tutto
    non  mi manca che la coda: se lei vuol mettermela,  io dir che mi sta
    bene,  e le far da bestia da soma per il resto  della  mia  vita.  Mi
    perdoni  e  compatisca  il  mio  poco  giudizio:  pensi  che  sono  un
    ignorante,  e se chiacchiero molto,  lo faccio pi per imbecillit che
    per cattiveria. Ma chi sbaglia e si corregge, d'Iddio segue la legge.
    - M'avrebbe fatto specie,  Sancio, se tu non ci avessi ficcato qualche
    proverbio nel tuo discorso.  Bene,  dunque: io ti perdono,  ma a patto
    che  tu  ti  corregga,  e  che  d'ora in avanti tu non ti mostri tanto
    avido,  ma anzi tu cerchi  di  farti  coraggio  e  ti  rafforzi  nella
    speranza  e  nell'attesa  dell'adempimento della mia promessa,  che se
    anche ritarda, non  detto che sia impossibile.
    Sancio rispose che avrebbe  fatto  cos,  anche  se  dovesse  fare  di
    necessit virt.
    E  cos  entrarono  nel bosco.  Don Chisciotte si adagi ai piedi d'un
    olmo,  e Sancio ai piedi d'un faggio;  perch  gli  alberi  di  questa
    specie e altri simili hanno sempre dei piedi e mai delle mani.  Sancio
    pass una gran brutta nottata,  perch col fresco  gli  effetti  della
    pertica  si  facevano sentire di pi.  Don Chisciotte la pass immerso
    nelle sue memorie: tuttavia s'addormentarono tutti e due,  e  all'alba
    seguitarono per la loro strada verso le rive del famoso Ebro, dove gli
    successe quel che si racconter nel capitolo seguente.

    CAPITOLO 29.
    La famosa avventura della barca incantata.

    E cos,  cammina,  cammina e cammina, due giorni dopo che erano usciti
    dal bosco, i due viandanti arrivarono al fiume Ebro, che piacque molto
    a Don Chisciotte,  per l'amenit delle rive,  la placidit del  corso,
    l'abbondanza  e la chiarezza delle acque cristalline,  la cui gioconda
    vista richiam alla sua  mente  mille  amorosi  pensieri.  Si  ricord
    soprattutto di ci che aveva visto nella caverna di Montesino, perch,
    sebbene  la  scimmia  di  mastro  Pietro gli avesse detto che parte di
    quelle cose erano  vere  e  parte  false,  egli  era  pi  disposto  a
    prenderle  per  vere che per false,  ben al contrario di Sancio che le
    riteneva tutte quante la falsit personificata.
    Mentre dunque se ne andava cos lungo il fiume, gli capit di scorgere
    rasente la  riva  una  barchetta  senza  remi  e  senza  nessun  altro
    attrezzo,  legata a un albero che sorgeva sulla sponda. Don Chisciotte
    guard da tutte le parti,  e non vide nessuno.  Allora senza  stare  a
    dire che ,  che non ,  discese da Ronzinante,  e ordin a Sancio che
    anche lui scendesse dal ciuco,  e che  legasse  bene  insieme  le  due
    bestie  al tronco d'uno di quei pioppi o di quei salici che c'erano l
    vicino.  Sancio gli domand il motivo  di  quella  brusca  discesa,  e
    perch bisognasse legare le bestie.
    -  Sancio!   -  rispose  Don  Chisciotte.  -  Vedi  tu  questa  barca?
    Assolutamente e senza che vi possano essere dubbi in contrario, questa
    barca mi chiama,  e mi invita a entrarvi dentro per  andare  a  portar
    soccorso  a  qualche  cavaliere,  o  a  qualche  altra persona di alta
    condizione,  che trovasi in gran  distretta.  Questi  infatti  sono  i
    sistemi  degli  incantatori,  che  hanno  cos gran parte nelle storie
    cavalleresche.  Quando un cavaliere corre qualche pericolo da cui  non
    pu  esser tolto se non per mano d'un altro cavaliere,  ancorch siano
    distanti l'uno dall'altro  due  o  tremila  leghe  o  anche  pi,  gli
    incantatori  o  rapiscono  quest'altro cavaliere in una nuvola,  o gli
    mandano una barca perch vi entri, e in un batter d'occhio lo portano,
    o per aria o per acqua,  dove vogliono e  dove    necessario  il  suo
    aiuto.  Quindi,  Sancio,  questa barca  qui proprio per quello scopo,
    vedi, e la cosa  certa com' certo che ora  giorno. Quindi prima che
    si faccia sera, lega insieme il ciuco e Ronzinante,  e raccomandiamoci
    a Dio che ci sia di guida,  ch non rinunzierei a imbarcarmi per tutto
    l'oro del mondo.
    - Mah!  - disse Sancio.  - Dacch lei vuol continuamente  ficcarsi  in
    queste  che  io  chiamerei  volentieri  pazzie,  non c' che obbedire,
    abbassare la testa,  e,  come dice il proverbio,  legare l'asino  dove
    vuole il padrone.  Tuttavia per scarico di coscienza l'avverto che,  a
    me,  mi pare che questa invece d'essere  una  barca  incantata,  debba
    essere  la  barca di qualche pescatore di questo fiume,  perch qui si
    pescano i migliori agoni del mondo.
    Cos diceva  Sancio  mentre  legava  le  bestie,  abbandonandole  alla
    protezione  degli  incantatori con gran dolore dell'anima sua.  Ma Don
    Chisciotte gli disse:
    - Non aver timore a lasciar incustodite le nostre cavalcature,  perch
    colui che ci porter cos lunge, avr cura certamente di nutrirle.
    - Lunge?  - disse Sancio.  - Non capisco. E' una parola che, da quando
    son nato, non l'ho mai sentita dire.
    - S,  lunge -  disse Don Chisciotte - cio lontano.  E  non  pu  far
    meraviglia che tu non la capisca, poich non sei obbligato a sapere il
    latino, come alcuni che pretendono di saperlo e lo ignorano.
    - Le bestie son gi legate - disse Sancio. - Ora che dobbiamo fare?
    -  Che  dobbiamo fare?!  - rispose Don Chisciotte.  - Segnarci e levar
    l'ancora.  Cio,  imbarcarci e tagliare la fune con cui questa barca 
    legata.
    E saltatovi dentro,  seguto da Sancio, tagli la corda, e la barca si
    scost a poco a poco dalla riva.  Quando Sancio se ne vide un paio  di
    pertiche  lontano,  cominci  a tremare,  temendo che fosse finita per
    lui,  ma la maggior pena gliela fece venire il ciuco,  che cominci  a
    ragliare,  e  il  veder  Ronzinante  che si dibatteva per sciogliersi,
    perci disse a Don Chisciotte:
    - Il ciuco raglia dal dispiacere che noi ce ne andiamo,  e  Ronzinante
    fa di tutto per liberarsi e buttarsi nell'acqua dietro a noi.  O amici
    carissimi,  state l buoni e tranquilli,  e speriamo che la pazzia che
    ci allontana da voi si disinganni e ci riconduca alla vostra presenza!
    E cos dicendo cominci a piangere cos amaramente, che Don Chisciotte
    stufo e impazientito gli grid:
    - Di che temi, codarda creatura? Di che piangi, cuore di burro? Chi ti
    insegue  o  ti  molesta,   anima  di  topolino?  Che  ti  manca,  uomo
    necessitoso in mezzo all'abbondanza?  Cammini forse a  piedi  nudi  in
    mezzo alle montagne Rifee? O non sei piuttosto seduto come un principe
    sulla  panchetta  di  una barca,  che scende con la corrente di questo
    ameno fiume,  di dove fra breve sboccheremo nel mare immenso?  Ma anzi
    noi dobbiamo esserci di gi entrati, e aver fatto per lo meno sette od
    ottocento  leghe di cammino;  e se io avessi qui un astrolabio con cui
    prendere l'altezza del polo,  ti direi esattamente quante  ne  abbiamo
    fatte,  sebbene,  o io m'inganno,  o gi abbiamo passato, o stiamo per
    passare,  la linea equinoziale,  che divide in due parti uguali i  due
    opposti emisferi.
    -  E  quando arriviamo a questa linea "tinozzale" che dice lei domand
    Sancio - quanta strada avremo fatta?
    - Molta - riprese Don Chisciotte - perch dei  trecentosessanta  gradi
    in  cui  diviso il globo terraqueo nel mappamondo di Tolomeo,  che fu
    il pi gran geografo che si  conosca,  arrivando  alla  linea  che  ho
    detto, ne avremo percorsi met.
    -  Bellino,  guardi,  il  testimone che mi porta di quel che dice.  Un
    gabbamondo, un tattameo,  con la giunta del girovago o del carciofolo,
    o che so io!
    Rise Don Chisciotte del modo con cui Sancio aveva tradotto mappamondo,
    Tolomeo e geografo, e continu:
    -  Sappi dunque che uno dei segni a cui gli spagnoli che s'imbarcano a
    Cadice per andare alle Indie Orientali,  s'accorgono d'aver passato la
    linea  equinoziale  che  t'ho detto,   questo: che a tutti quelli che
    sono a bordo, muoiono i pidocchi,  e non gliene rimane addosso neanche
    uno.  E  non si riuscirebbe a trovarne pi uno in tutto il bastimento,
    neanche a  pagarlo  a  peso  d'oro.  E  per  fa'  una  cosa,  Sancio;
    strisciati ben bene una mano su una coscia, e se tu acchiappi qualcosa
    di  vivo,  allora  si  pu  star  certi  che  non  ci  siamo arrivati,
    diversamente vorr dire che abbiamo gi passato la linea.
    - Io di tutto questo non ne credo un'acca - rispose Sancio -  ma  far
    quello che lei mi comanda, sebbene non capisca che necessit ci sia di
    fare di queste prove.  Ma se lo vedo proprio coi miei occhi che non ci
    siamo scostati dalla riva nemmeno cinque  pertiche,  e  non  ci  siamo
    allontanati dal punto in cui sono le nostre bestie pi di due;  perch
    eccoli l Ronzinante e il ciuco proprio  nel  punto  dove  li  abbiamo
    lasciati;  e se si piglia la mira in direzione,  come la piglio ora io
    Dio mi accechi, se si fa pi strada d'una formica.
    - Fa' la prova che t'ho detto, Sancio, e non ti curar d'altro.  Tu non
    sai  quel  che  sono  i  coluri,  le linee,  i paralleli,  lo zodiaco,
    l'eclittica, i poli, i solstizi, gli equinozi, i pianeti,  i segni,  i
    punti,  le  misure  di  cui  si  compone la sfera celeste e terrestre;
    perch  se  tu  sapessi  tutte  o  parte  di  queste  cose,   vedresti
    chiaramente  quanti  paralleli abbiamo tagliato,  quanti segni abbiamo
    visto,  quante costellazioni ci  siamo  lasciati  e  continuamente  ci
    lasciamo addietro.  Ma,  ti ripeto,  tstati e cerca, perch per conto
    mio ritengo che tu debba esser pi  pulito  che  un  foglio  di  carta
    bianca.
    Sancio  obbed,  e ficcando,  bene bene e a sentita,  la mano sotto il
    garretto sinistro, alz la testa, guard il padrone e disse:
    - O la prova non conta nulla,  o dal punto che dice lei siamo  lontani
    le mille miglia.
    - Come?! - domand Don Chisciotte. - Ne hai trovati?
    - E parecchini anche! - rispose Sancio.
    E  scuotendo  le dita si lav la mano nel fiume,  sul quale pian piano
    scivolava la barchetta trasportata dalla corrente,  senza esser  mossa
    da nessuna intelligenza segreta,  n da alcun incantatore occulto,  ma
    soltanto dal corso delle acque, placido in quel momento e tranquillo.
    A un certo punto scorsero in mezzo al fiume un grosso mulino, e appena
    Don Chisciotte l'ebbe visto, subito grid a Sancio:
    - Guarda l, amico.  Lo vedi?  Si scorge la citt o il castello,  o la
    fortezza,  dove  deve  trovarsi qualche cavaliere oppresso,  o qualche
    regina o principessa afflitta,  in soccorso della  quale  io  son  qui
    trasportato.
    -  Ma che diavolo di citt,  di castello e di fortezza mi racconta?  -
    disse Sancio. - Non lo vede che  un mulino per macinare il grano?
    - Sta' zitto, Sancio, sta' zitto. Pare un mulino, s, ma non . Non te
    l'ho detto mille volte che gli incantesimi trasformano e  mutano  ogni
    cosa dal suo stato naturale? E non dico che la mutino sostanzialmente,
    ma apparentemente, come ne abbiamo avuta la prova nella trasformazione
    di Dulcinea, unico rifugio delle mie speranze.
    Intanto la barca, entrata nel mezzo della corrente, cominci ad andare
    un po' pi forte di prima.  I mugnai che videro venire la barca per il
    fiume e andar  dritta  dritta  a  imboccare  il  canale  delle  ruote,
    uscirono  in  gran  furia  e  molti  con  delle  lunghe  pertiche  per
    trattenerla;  e siccome  erano  tutti  infarinati  da  capo  ai  piedi
    parevano tanti fantasmi.
    - O bestie - urlavano - dove andate?  Che v'ha preso? la disperazione?
    Volete affogare? Volete essere stritolati dalle ruote?
    - Non te l'avevo detto,  Sancio -  disse  allora  Don  Chisciotte  che
    eravamo  arrivati  dove  dovr dimostrare a che punto arriva il valore
    del mio  braccio?  Mira  quanti  oltracotanti  malandrini  mi  vengono
    incontro!  Mira quanti mostri mi si oppongono! Mira che sinistri ceffi
    ci minacciano! Ora, ora lo vedrete, miserabili!
    E alzatosi in piedi nella barca, con grandi urli cominci a minacciare
    i mugnai dicendo:
    - Malnata e sconsigliata canaglia,  lasciate in assoluta libert e  in
    suo  libero  arbitrio  la  persona  che in codesta vostra fortezza,  o
    prigione che dir si voglia, tenete racchiusa,  bassa o alta che sia la
    sua condizione,  sorte e qualit; perocch io son Don Chisciotte della
    Mancia, soprannominato il Cavaliere dai Leoni,  a cui per ordine delle
    superne  sfere    riserbato  il  compito  di  porre  un  lieto fine a
    quest'avventura.
    Cos dicendo mise mano alla spada e cominci  a  tirar  sciabolate  in
    aria  contro  i  mugnai,  i  quali  sentendo  quelle sciocchezze e non
    comprendendole,  si misero con le loro pertiche a trattenere la barca,
    che  gi  s'avviava  a  entrar  nel  ritrecine.  Sancio  si  butt  in
    ginocchio,  chiedendo devotamente al cielo che lo  liberasse  da  cos
    manifesto pericolo,  e il cielo l'esaud in virt dell'abilit e della
    sveltezza dei mugnai,  che puntando le loro pertiche contro  la  barca
    riuscirono  a  trattenerla,  ma  non  tanto  bene  da  impedire che si
    capovolgesse,  rovesciando Don Chisciotte  e  Sancio  nell'acqua.  Don
    Chisciotte per fortuna sapeva nuotare come un pesce,  ma il peso delle
    armi due volte lo port a fondo;  e se non  erano  i  mugnai,  che  si
    buttarono  nell'acqua  e  li  tirarono  fuori tutti e due di peso,  ci
    lasciavano la pelle di certo. Quando li posarono in terra, pi fradici
    che assetati,  Sancio si inginocchi,  e a mani  giunte,  alzando  gli
    occhi  al cielo,  chiese a Dio con una lunga e devota preghiera che lo
    liberasse per l'avvenire dai temerari propositi e  dalle  imprese  del
    suo padrone.
    Intanto  arrivarono  i  pescatori  padroni  della  barca che era stata
    frantumata dalle ruote del  mulino,  e  vedendola  ridotta  in  quello
    stato, saltarono addosso a Sancio per spogliarlo e pigliargli i panni,
    mentre urlavano a Don Chisciotte che volevano essere indennizzati. Don
    Chisciotte con gran calma, come se non gli fosse successo nulla, disse
    ai  mugnai  e  ai pescatori che la barca egli l'avrebbe ripagata molto
    volentieri,  ma a patto che gli consegnassero libera e  senza  nessuna
    condizione  la  persona  e  le persone che erano trattenute a forza in
    quel loro castello.
    - Che persone e che castello vai almanaccando,  pezzo  di  scemo?  gli
    rispose uno dei mugnai. - Vuoi forse portar via la gente che viene qui
    a macinare il grano?
    Basta!  disse  fra  s  Don  Chisciotte.  A voler persuadere questa
    canaglia a far qualcosa  con  le  buone,  sarebbe  come  predicare  al
    deserto.  In questa avventura si debbono esser incontrati due possenti
    incantatori,  e uno manda a monte quel che  l'altro  intraprende.  Uno
    m'ha  inviato  la  barca,  l'altro m'ha rovesciato nell'acqua.  Dio ci
    metta riparo,  ch tutto questo mondo  un insieme di forze e di  idee
    in contrasto fra loro. Io non posso far altro.
    E voltandosi verso il mulino si mise a gridare:
    - Chiunque voi siate,  o amici, che in codesta prigione serrati siete,
    perdonatemi;  ch per mia e vostra disavventura  togliervi  non  posso
    dall'afflizione  vostra;  perocch  ad  altro cavaliere sia certamente
    quest'avventura riserbata.
    Cos dicendo si mise d'accordo coi pescatori,  e fiss  per  la  barca
    cinquanta reali che Sancio sbors molto mal volentieri dicendo:
    - Altre due gite in barca come questa, e rimarremo senza un soldo.
    I  pescatori  e i mugnai stavan tutti meravigliati a guardare quei due
    tipi cos fuori  dell'ordinario  e  non  riuscivano  a  capire  a  che
    mirassero  le  domande  e  i  discorsi  di  Don  Chisciotte;   quindi,
    giudicandoli due pazzi,  li lasciarono l e rientrarono,  i mugnai nel
    mulino  e  i  pescatori  nelle  loro capanne.  Don Chisciotte e Sancio
    ritornarono alle loro bestie e a  far  le  bestie,  e  qui  ebbe  fine
    l'avventura della barca incantata.

    CAPITOLO 30.
    Ci che successe a Don Chisciotte con una bella cacciatrice.

    Parecchio  melanconici  e  di  cattivo umore raggiunsero,  cavaliere e
    scudiero, i loro animali; specialmente Sancio, a cui piangeva il cuore
    di veder sfumare in quel modo il gruzzolo,  pi  caro  a  lui  che  la
    pupilla dei suoi occhi.  Finalmente, senza dirsi una parola, si misero
    a cavallo, e si allontanarono dal celebre fiume,  Don Chisciotte tutto
    immerso nei suoi amorosi pensieri e Sancio in quello della sua fortuna
    a  venire,  che per per ora gli pareva molto lontana;  perch sebbene
    fosse un babbeo,  arrivava a capire chiaramente che le imprese del suo
    padrone  erano  tutte,  o  quasi  tutte,  roba  da  pazzi;  e  cercava
    un'occasione di potersela un bel giorno svignare e tornare a casa sua,
    senza nemmeno entrare in conteggi e in addii col suo  padrone.  Ma  la
    fortuna dispose le cose tutte a rovescio di quel che pensava lui.
    Il  giorno  dopo  verso  il  tramonto,  nell'uscire  da  un  bosco Don
    Chisciotte gett lo sguardo su una verde prateria, in fondo alla quale
    vide gente,  e avvicinandosi li riconobbe per cacciatori col  falcone.
    Si  avvicin ancor pi,  e fra loro scorse una splendida signora sopra
    un candido palafreno coi finimenti verdi e la sella  d'argento.  Anche
    la  signora  aveva  un vestito verde,  ma cos ricco ed elegante,  che
    pareva l'eleganza in persona.  Sulla mano sinistra reggeva il falcone,
    dal che Don Chisciotte comprese che era una gran signora,  e che tutti
    quei cacciatori dovevano essere alle sue dipendenze com'erano difatti;
    e allora disse a Sancio:
    - Corri,  Sancio,  e di' a quella signora sul palafreno col falcone in
    mano che io,  il Cavaliere dai Leoni,  bacio le mani alla Gran Beltade
    sua,  e che se la Sua  Grandezza  me  ne  concede  licenza,  ander  a
    baciargliele  e a servirla in quanto le mie forze potranno e l'Altezza
    Sua mi comander e bada, Sancio, a come tu parli, e sta' attento a non
    infilzare qualcuno dei tuoi soliti proverbi in questa ambasciata.
    - S, proprio, veh! L'ha trovato quello che infilza! - rispose Sancio.
    - Lo venga a dire a me!  Come se fosse la prima volta in vita mia  che
    porto delle ambasciate a delle signore di alta condizione.
    - Se non le hai portate a Madonna Dulcinea - disse Don Chisciotte - io
    non so davvero che tu ne abbia portate altre, almeno dacch sei al mio
    servizio.
    -  Questo    vero - replic Sancio - ma il buon pagatore di dar pegno
    non ha timore,  e in casa piena presto  pronta la cena;  voglio  dire
    che,  a me, non c' bisogno di dirmi n di avvertirmi di nulla, perch
    son capace a fare ogni cosa, e so un po' di tutto.
    - Lo credo,  Sancio - disse Don Chisciotte.  - Va' dunque  e  che  Dio
    t'accompagni.
    Sancio  part  di carriera,  forzando il ciuco a uscire dal suo solito
    passo,  e arrivato dove stava la bella  cacciatrice,  scese  a  terra,
    s'inginocchi dinanzi a lei, e le disse:
    - Bella signora! Quel cavaliere laggi chiamato il Cavaliere dai Leoni
     il mio padrone,  e io sono un suo scudiero, che a casa sua si chiama
    Sancio Panza.  Questo Cavaliere dai Leoni che non molto  tempo  fa  si
    chiamava il Cavaliere dalla Triste Figura,  manda per mio mezzo a dire
    alla  Vostra  Grandezza  che  voglia  compiacersi  di  concedergli  il
    permesso  di  venire,  col  di lei beneplacito e consenso,  a porre in
    effetto il suo desiderio,  che in altro non consiste,  secondo  quello
    che  egli  dice  e  io penso,  che nel voler servire la vostra eccelsa
    altitudine e beltade;  poich concedendoglielo la Signoria Vostra far
    cosa  che  torner  a  suo  vantaggio,  ed  egli  grandissimo favore e
    contento riceveranne.
    - Senza dubbio,  egregio scudiero - rispose la dama - voi avete  fatto
    la  vostra  ambasciata  in tutte le regole come per tali ambasciate si
    richiede.  Alzatevi pure: lo scudiero d'un cos gran cavaliere come il
    Cavaliere  dalla  Triste  Figura,  di cui abbiamo sentito molto spesso
    parlare,  non deve rimanere in ginocchio.  Alzatevi dunque,  amico,  e
    dite al vostro signore che tanto io, quanto il Duca mio marito, saremo
    lieti di riceverlo alla villa che abbiamo qui vicino.
    Sancio  si  alz  meravigliato della bellezza di quella brava signora,
    come della sua grande affabilit e cortesia,  e ancor pi di  sentirle
    dire  che conosceva il Cavaliere dalla Triste Figura suo padrone,  che
    essa non aveva chiamato il Cavaliere dai Leoni,  senza  dubbio  perch
    egli s'era dato questo nome da poco tempo. La duchessa (di cui non s'
    ancora saputo il nome) gli domand:
    -  Ditemi  un  po',  signor  scudiero,  questo vostro padrone non  un
    cavaliere di cui  stata stampata una storia,  intitolata "L'ingegnoso
    gentiluomo  Don  Chisciotte  della  Mancia",  e  che ha per sua dama e
    signora della sua anima una certa Dulcinea del Toboso?
    - Proprio lui,  signora - rispose Sancio - e il suo scudiero,  che  o
    dev'essere nominato in quella storia, son io, Sancio Panza, a meno che
    non m'abbiano barattato nell'essere a balia, cio alla stamperia.
    -  Di  tutto  questo  molto  mi rallegro - disse la Duchessa.  Andate,
    signor scudiero,  e dite al vostro signore che sia il benvenuto  e  il
    bene  arrivato nei miei possessi,  e che niente mi poteva riuscire pi
    gradito del suo arrivo.
    Con questa gentile risposta Sancio  tutto  contento  ritorn  dal  suo
    padrone,  al  quale  raccont  tutto quello che l'illustre signora gli
    aveva detto,  portando al quinto cielo coi suoi rozzi termini  la  sua
    gran  bellezza,  la sua grazia e cortesia.  Don Chisciotte si accomod
    sulla sella,  si assicur sulle  staffe,  si  mise  bene  a  posto  la
    visiera,  spron Ronzinante, e con gentile garbo and a baciar le mani
    alla Duchessa; la quale, fatto chiamare il Duca suo marito, mentre Don
    Chisciotte si avvicinava,  gli aveva riferito tutta la sua ambasciata;
    e  ora  tutti e due,  avendo letto la prima parte di questa storia,  e
    avendovi  appreso  lo  stravagante  umore  di   Don   Chisciotte,   lo
    aspettavano   con   grandissimo   piacere  e  con  gran  desiderio  di
    conoscerlo. E si erano proposti di assecondare la sua stravaganza e di
    dargli sempre completa ragione in quel che avrebbe detto,  trattandolo
    da cavaliere errante per tutto il tempo che rimarrebbe presso di loro,
    con  tutte  le  cerimonie  che  si  trovano  descritte  nei  libri  di
    cavalleria,  che essi conoscevano  e  dei  quali  anzi  erano  lettori
    appassionati.
    Intanto  arriv Don Chisciotte a visiera alzata,  e poich fece l'atto
    di voler discendere,  Sancio volle accorrere a tenergli la staffa;  ma
    disgraziatamente,  nello scendere dal ciuco,  rimase impigliato con un
    piede in una fune del basto in modo  che  non  pot  liberarsi,  e  vi
    rimase penzoloni, andando a battere in terra col petto e con la bocca.
    Don Chisciotte,  che non era solito a scender da cavallo senza che gli
    tenessero  la  staffa,   credendo  che  Sancio  fosse  gi  pronto   a
    tenergliela,  vi  si  appoggi con tutto il peso del corpo,  e si tir
    dietro la sella, che doveva essere stata affibbiata male,  di modo che
    la sella e lui andarono a finir per terra, con sua gran vergogna e tra
    un  sacco  di  maledizioni  che  tra  i denti scagli contro il povero
    Sancio,  che era ancora col piede imprigionato  nella  fune.  Il  Duca
    ordin  ai  suoi  cacciatori che accorressero in aiuto del cavaliere e
    dello scudiero, Don Chisciotte fu rialzato,  e malconcio per la caduta
    and  zoppicando  a inginocchiarsi dinanzi ai due signori;  ma il Duca
    non lo consent in nessun modo,  anzi,  scendendo dal suo cavallo and
    ad abbracciarlo e gli disse:
    - Molto mi duole,  signor Cavaliere dalla Triste Figura,  che la prima
    che lei ha fatto sulle mie terre  sia  stata,  come  s'  visto,  cos
    brutta; ma le distrazioni degli scudieri sogliono esser causa anche di
    peggiori successi.
    - Quello che ho conseguito nel vedervi,  valoroso principe rispose Don
    Chisciotte -  impossibile che sia cattivo,  anche se fossi caduto nel
    pi profondo dell'abisso,  poich me ne avrebbe risollevato e tolto la
    gloria di avervi veduto. Il mio scudiero, che Dio lo maledica,  meglio
    scioglie  la  lingua per dire delle birberie,  che non leghi e affibbi
    una sella per farla star ferma; ma comunque mi trovi,  caduto o ritto,
    a  piedi  o  a  cavallo,  sempre  sar  agli ordini vostri e della mia
    signora  Duchessa,  degna  consorte  vostra,  e  degna  signora  della
    bellezza, e universale principessa della cortesia.
    - Adagino, signor Don Chisciotte della Mancia - disse il Duca ch dove
    regna  Madonna  Dulcinea del Toboso,  non  giusta che si lodino altre
    belt.
    Intanto Sancio s'era liberato dal  laccio,  e  trovandosi  l  vicino,
    prima che il suo padrone rispondesse:
    -  Non  si  pu negare - disse - anzi  certo che Madonna Dulcinea del
    Toboso  molto bella, ma donde meno si pensa, scappa fuori la lepre, e
    io ho sentito dire che quella che comunemente si chiama la  natura,  
    come  un vasaio che faccia vasi di terra cotta,  chi fa un vaso bello,
    ne pu fare anche due, tre,  cento;  e dico questo perch Sua Signoria
    la  Duchessa  non ha nulla da invidiare davvero a Madonna Dulcinea del
    Toboso, mia padrona.
    Don Chisciotte si volt alla Duchessa, e disse:
    - Vostra Grandezza deve sapere che mai al mondo cavaliere errante ebbe
    scudiero pi chiacchierone e pi faceto del mio; e se l'Altezza Vostra
    vorr per qualche tempo accettare i miei servigi,  egli certamente non
    mi far bugiardo.
    -  Che il bravo Sancio sia faceto - rispose la Duchessa  - molto mi fa
    piacere e me  ne  rallegro  con  lui,  perch    segno  che    anche
    intelligente.  Le facezie e i motti spiritosi, come lei sa, signor Don
    Chisciotte,  non albergano nei cervelli torpidi;  e  poich  il  bravo
    Sancio    faceto  e  motteggiatore,   fin  d'ora  lo  proclamo  anche
    intelligente.
    - E chiacchierone - aggiunse Don Chisciotte.
    - Tanto meglio - disse il Duca - perch non sempre una  spiritosaggine
    si pu dire in poche parole. E per non perderci troppo in chiacchiere,
    venga il gran Cavaliere dalla Triste Figura.
    -  Dai  Leoni,  deve dire Vostra Altezza - disse Sancio - perch ormai
    non c' pi triste figura: ora c' il figuro dai Leoni.
    - Venga dunque il signor Cavaliere dai Leoni - riprese il  Duca  a  un
    mio   castello  qui  vicino,   dove  gli  si  far  l'accoglienza  che
    giustamente si deve a persona  di  tanto  riguardo,  e  che  io  e  la
    Duchessa  siamo  soliti  fare  a  tutti  i  cavalieri  erranti  che vi
    arrivano.
    Nel frattempo Sancio aveva addirizzata e ben  assicurata  la  sella  a
    Ronzinante,  per cui Don Chisciotte vi sal,  mentre il Duca saliva su
    un bel cavallo, e messa nel mezzo la Duchessa,  si incamminarono verso
    il castello.  La Duchessa ordin a Sancio di starle vicino,  perch si
    divertiva immensamente a sentire le sue arguzie.  Sancio non  si  fece
    pregare, e ficcatosi fra loro tre, si fece quarto nella conversazione,
    con  gran  piacere  della Duchessa e del Duca,  che ritennero una vera
    fortuna il poter ricevere nel loro castello tal  cavaliere  errante  e
    tale errato scudiero.

    CAPITOLO 31.
    Che tratta di molte e grandi cose.

    Sancio  gongolava tutto in cuor suo,  perch ormai gli pareva d'essere
    in confidenza con la Duchessa,  e pensava che avrebbe trovato nel  suo
    castello quel che aveva trovato nella casa di Don Diego e in quella di
    Basilio;  e amante com'era della buona vita, acciuffava l'occasione di
    trattarsi bene tutte le volte che gli si  presentava.  La  storia  poi
    racconta  che  prima  d'arrivare  alla  villa,  o  castello che dir si
    voglia,  il Duca si avvantaggi e dette  istruzioni  a  tutti  i  suoi
    servitori  sul  modo con cui dovevano ricevere Don Chisciotte.  Appena
    questi arriv alle porte del castello insieme con la Duchessa,  subito
    ne  uscirono due palafrenieri vestiti da capo a piedi di una stoffa di
    raso cremisi finissimo,  e preso immantinente Don  Chisciotte  tra  le
    braccia, gli dissero:
    -  Vostra Grandezza favorisca adesso di aiutare a discendere madama la
    Duchessa nostra signora.
    Don Chisciotte obbed,  e ci  fu  tra  i  due  un  grande  scambio  di
    complimenti in proposito, ma in conclusione la vinse la fermezza della
    Duchessa, che non volle discendere dal palafreno se non tra le braccia
    del  Duca,  dicendo  che  non  si  sentiva  degna  di dare a cos gran
    cavaliere cos inutile disturbo.  Finalmente venne  il  Duca  a  farla
    scendere,  e  dopo  entrarono  tutti in un gran cortile dove si fecero
    avanti due leggiadre  donzelle,  e  posero  sopra  le  spalle  di  Don
    Chisciotte un gran mantello di finissimo panno scarlatto, mentre in un
    baleno  tutte  le  gallerie  del  cortile  si coronavano di servi e di
    domestiche del castello che gridavano: Benvenuto il fiore e  la  cima
    dei  cavalieri  erranti  e  lanciavano  su Don Chisciotte e sui Duchi
    profumi  d'ogni  sorta.   Tutto  questo  mandava  Don  Chisciotte   in
    visibilio;  poich era quella la prima volta che egli credette proprio
    d'essere un cavaliere errante sul  serio  e  non  nella  sua  fantasia
    soltanto,  vedendosi ricevere nel modo preciso con cui aveva letto che
    si ricevevano i cavalieri erranti nei secoli passati.
    Sancio,  lasciando il ciuco  dov'era,  si  cuc  alle  gonnelle  della
    Duchessa,  ed entr nel castello, ma poi rimordendogli la coscienza di
    lasciar la povera bestia sola,  si accost a una rispettabile dama  di
    compagnia che con altre era uscita incontro alla Duchessa, e sottovoce
    le disse:
    - La senta, signora lei, o come si chiama...
    -  Donna  Rodriguez  de  Grijalba  mi  chiamo rispose la matrona.  Che
    desiderate, galantuomo?
    - Bisognerebbe che mi scendesse gi alla porta del  castello,  l,  ci
    trover un ciuco bigio:  mio. Mi faccia il piacere di farlo mettere o
    di metterlo nella stalla;  perch  un po' timido,  poverino, e, solo,
    proprio non si ritrova.
    - Se il padrone  della razza del garzone - disse la vecchia signora -
    stiamo benino!  Andatevene al diavolo voi e chi vi ci ha  portato:  il
    vostro ciuco sistematevelo da voi,  ch noialtre dame di compagnia non
    siamo avvezze a simili faccende.
    - Ma come?  - disse Sancio.  - Eppure ho sentito dire al mio  padrone,
    nel  raccontare  la  storia  (lui  di  storie  ne  sa  a bizzeffe!) di
    Lancillotto quando torn di Brettagna che le dame si  pigliavan  cura
    di  lui,  e le damigelle del suo ronzino.  Ora deve sapere che il mio
    ciuco,   io  non  lo  baratterei  davvero  col  ronzino   del   signor
    Lancillotto.
    -  Galantuomo,  se siete buffone di mestiere - rispose la dama serbate
    le vostre facezie per chi le apprezza e ve le paga; da me, ci caverete
    un bel fico.
    - E ben maturo, se gli ha i suoi anni - disse Sancio.
    - Figlio d'una puttana! - grid la vecchia signora pigliando fuoco. Se
    sono vecchia o no,  devo renderne conto a Dio e non a voi,  furfante e
    zoticaccio!
    E queste parole le disse cos forte, che la Duchessa sent e si volt,
    e  vedendo la dama agitata e con gli occhi che le schizzavano fuoco le
    domand con chi ce l'avesse.
    - Ce l'ho con quest'uomo - rispose la dama -  che  voleva  a  tutti  i
    costi  mandarmi  a mettere nella stalla il ciuco,  che ha lasciato gi
    alla porta del castello;  e mi portava per esempio che fu  fatto  cos
    non so neanch'io dove,  e che delle gentildonne ebbero cura d'un certo
    Lancillotto,  e che delle dame di  compagnia  si  occuparono  del  suo
    ronzino; e soprattutto poi per giunta mi ha dato della vecchia.
    - Oh questa s che la riterrei anch'io un'offesa - esclam la Duchessa
    - e la pi grave di quante me ne potessero dire - e rivoltasi a Sancio
    gli disse: - Badate, caro Sancio, che donna Rodriguez  molto giovane,
    e  che quella cuffia,  pi che per gli anni,  la porta per dignit,  e
    perch tale  la moda.
    - Dio faccia che non me ne resti pi uno degli anni da vivere  esclam
    Sancio  -  se  l'ho  detto con cattiva intenzione: l'ho detto perch 
    tanto il bene che voglio al mio ciuco,  che mi pareva di  non  poterlo
    raccomandare  a  una  persona  pi  caritatevole  della  signora donna
    Rodriguez.
    Don Chisciotte, che aveva sentito ogni cosa:
    - Sancio - gli disse - ti paion discorsi da farsi questi in  un  posto
    cos?
    -  Signor  padrone  -  rispose  Sancio - se uno ha bisogno di dire una
    cosa,  bisogna pur che la dica dove si trova:  mi  son  ricordato  del
    ciuco qui, e qui ne ho parlato; se me ne fossi ricordato nella stalla,
    ne avrei parlato nella stalla.
    -  Ha  ragione  Sancio  -  disse il Duca - e non bisogna fargli nessun
    rimprovero.  All'asino sar dato tutto quello di  cui  ha  bisogno,  e
    Sancio stia tranquillo, ch il suo asino sar trattato proprio come se
    fosse lui in persona.
    Fra questi discorsi, a cui tutti si divertivano tranne Don Chisciotte,
    arrivarono  al  piano di sopra,  e fecero entrare l'ospite in una sala
    parata di ricchissime stoffe  ricamate  in  oro  e  di  broccati.  Sei
    donzelle  gli  tolsero  l'armi  e gli fecero da paggi,  tutte quante a
    parte della burla e istruite dal Duca e dalla  Duchessa  su  quel  che
    dovevano fare,  e del modo con cui dovevano trattarlo, perch credesse
    e vedesse che lo trattavano come cavaliere errante.  Toltesi  le  armi
    rimase  in  calzoncini (molto attillati) e in giustacuore di camoscio;
    secco, lungo, stirato,  con le mascelle che gli si baciavano in bocca;
    una  figura che se le ragazze non avessero badato a trattenere le risa
    (che  era  stato  uno  degli  ordini  precisi  ricevuti  dal  padroni)
    sarebbero  crepate dal ridere.  Lo pregarono a lasciarsi spogliare per
    mettergli una camicia;  ma egli non volle assolutamente  acconsentire,
    dicendo  che ben addicevasi la pudicizia a un cavaliere errante quanto
    il valore.  Tuttavia disse che  passassero  la  camicia  a  Sancio,  e
    serratosi  con lui in una stanza dov'era un ricco letto,  si spogli e
    si mise la camicia; poi vedendo che era solo con Sancio, gli disse:
    - Dammi retta,  buffone nuovo e imbecille vecchio,  ti pare una  bella
    cosa  canzonare  e offendere una signora cos ragguardevole e degna di
    rispetto come quella? Era quello il momento di pensare al ciuco,  o ti
    pare  possibile  che  dei  signori  come  questi,  che  trattano  cos
    magnificamente noi, volessero far patire le nostre bestie? Per amor di
    Dio, Sancio,  riguardati,  e non far vedere l'ordito,  ch non debbano
    accorgersi  di  che  tela  rozza e grossolana tu sei fatto.  Rifletti,
    miserabile,  che tanto pi  tenuto in conto un  signore,  quanto  pi
    bennati  e  ben  educati  sono i suoi servi,  e che una delle maggiori
    distinzioni dei prncipi in confronto agli altri uomini    quella  di
    esser  serviti da domestici educati come loro.  Non pensi,  imbecille,
    che se per mia disgrazia vedono che tu sei un villanaccio o un  grullo
    ridicolo,   crederanno  che  io  sia  un  trappolone  o  un  cavaliere
    d'industria?   No,   no,   caro  Sancio  evita,   evita  tutti  questi
    inconvenienti, ch chi chiacchiera troppo e vuol fare lo spiritoso, al
    primo inciampo ruzzola, e va a cascare nel buffone stupido e triviale.
    Frena  la  lingua,  pesa  e rumina le parole prima che ti escano dalla
    bocca,  e tieni a mente che  siamo  arrivati  in  un  luogo,  di  dove
    coll'aiuto  di  Dio  e col valore del mio braccio dobbiamo andarcene a
    due doppi pi famosi e pi ricchi.
    Sancio gli promise sinceramente di cucirsi la bocca e di  mordersi  la
    lingua  prima  di  dire una parola che non fosse proprio a proposito e
    ben ponderata come egli gli comandava,  e  stesse  pure  tranquillo  a
    questo  riguardo,  ch  per  conto suo non si sarebbe mai scoperto chi
    erano. Don Chisciotte si vest,  si mise la tracolla con la spada,  si
    pose  sulle  spalle  il  mantello  di  panno  scarlatto  e in testa un
    berretto di raso verde datogli  dalle  damigelle,  e  cos  abbigliato
    entr nel salone, dove trov le damigelle che schierate da una parte e
    dall'altra facevano ala al suo passaggio,  tutte quante col necessario
    per dare acqua  alle  mani,  il  che  fecero  con  molte  riverenze  e
    cerimonie.  Poi  entrarono  dodici  paggi col dispensiere per condurlo
    nella sala da pranzo dove di gi i signori lo aspettavano.  Lo  fecero
    entrare  nel mezzo e lo portarono,  pieno di sussiego e di maest,  in
    un'altra sala,  dove era riccamente  imbandita  una  tavola  con  soli
    quattro  coperti.  La  Duchessa  e il Duca gli si fecero incontro alla
    porta d'ingresso a riceverlo. Erano accompagnati da un sacerdote grave
    e dignitoso,  di quelli che governano le case dei  nobili;  di  quelli
    che,  non  essendo  nati nobili,  non possono esser capaci d'insegnare
    come debbano fare a esserlo a quelli che gi lo sono;  di  quelli  che
    pretendono  che  la grandezza dei grandi si misuri sulla grettezza del
    loro animo;  di quelli che  volendo  insegnare  ai  loro  governati  a
    limitarsi  nelle  spese,  li  fanno diventar meschini.  Di questi tali
    appunto dico che doveva essere il sacerdote grave  e  contegnoso,  che
    con  i  Duchi  si avanz a ricevere Don Chisciotte.  Si scambiarono un
    monte di cortesie e di complimenti e finalmente,  posto in  mezzo  Don
    Chisciotte, andarono a sedersi a tavola. Il Duca invit Don Chisciotte
    a mettersi a capo tavola, e sebbene egli rifiutasse, le insistenze del
    Duca furono tante,  che dovette finir con l'accettare. Il prete gli si
    sedette di faccia, e il Duca e la Duchessa ai due lati.
    A  tutto  questo  si  trovava  presente  Sancio  sorpreso  e   stupito
    dell'onore  che  i due principi facevano al suo padrone,  e vedendo le
    molte cerimonie e le preghiere che si scambiavano fra il  Duca  e  Don
    Chisciotte per farlo sedere in capo di tavola, disse:
    -  Se  le  Signorie Loro me ne danno il permesso,  racconter un fatto
    successo al mio paese a proposito dei posti a tavola.
    Appena Sancio apr bocca,  Don Chisciotte,  convinto che avrebbe detto
    qualche  solenne  sciocchezza,  fu  preso  da una grande inquietudine.
    Sancio lo guard, se ne accorse e disse:
    - Non abbia paura,  signor padrone,  che  ora  la  faccia  scomparire,
    dicendo  qualche cosa che non calzi qui come un guanto,  perch non mi
    sono punto dimenticato dei consigli che  lei  m'ha  dato  or  ora  sul
    parlare poco o molto, bene o male.
    - Io non mi ricordo di nulla, Sancio - rispose Don Chisciotte di' quel
    che vuoi dire, ma fa' presto.
    -  Quel che voglio dire  cos vero - disse Sancio - che il mio signor
    Don Chisciotte qui presente non mi far bugiardo.
    - Per me - replic Don Chisciotte - di' pure quante bugie vuoi, ch io
    ti lascer fare; ma bada bene a quello che dici.
    - Ci ho tanto badato e ribadato,  che son  sicuro  del  fatto  mio,  e
    all'opera si vedr.
    -  Sar  bene  -  disse  Don  Chisciotte - che le Loro Altezze faccian
    mettere fuori di qui questo imbecille,  che dir di certo un monte  di
    cretinerie.
    - No davvero - disse la Duchessa.  - Sancio non si deve allontanare un
    passo da me: io gli voglio molto bene, perch so che  allegro e pieno
    di buon senso.
    - E allegri giorni possa vivere la Vostra Altezza - disse Sancio-  per
    la buona opinione che ha di me,  sebbene non me la meriti.  Ma ecco il
    racconto.  Un gentiluomo del mio paese molto ricco  e  nobile,  perch
    discendeva  dagli  Alami di Medina del Campo,  che aveva sposato Donna
    Mencia di Chignones,  che era  figlia  di  Don  Alfonso  di  Maragnn,
    cavaliere dell'Ordine di Santiago, che rimase affogato alla Herradura,
    a  causa  del  quale  diversi  anni  or sono successe nel nostro paese
    quella baruffa,  nella quale,  se non mi sbaglio,  si trov  mischiato
    anche  il  mio signor padrone Don Chisciotte e rimase ferito Masino lo
    scapestrato,  figlio di Balbastro il fabbro ferraio...  Non  forse la
    pura verit tutto questo,  signor padrone?  Lo dica, sa, per l'amor di
    Dio,  ch questi signori non m'abbiano a pigliare per un chiacchierone
    bugiardo.
    -  Per  ora  - disse il prete - vi ritengo pi un chiacchierone che un
    bugiardo, ma d'ora in avanti non so quel che vi riterr.
    - Tu chiami tanta gente a testimoni - disse Don Chisciotte -  e  porti
    tante  prove,  che  non posso fare a meno di convenire che devi dir la
    verit. Ma tira avanti e accorcia il racconto,  perch di questo passo
    in due giorni v' il caso che tu non abbia finito.
    - No,  no,  non deve accorciar nulla - disse la Duchessa - anzi, se mi
    vuol fare un piacere,  deve raccontare tutta la sua storia come la sa,
    a  costo  di  non  finirla in sei giorni,  che anche se ce li mettesse
    davvero, sarebbero per me i migliori che avrei passato in vita mia.
    -  Dicevo  dunque,  signori  miei  -  continu  Sancio  -  che  questo
    gentiluomo che io conosco benissimo, perch da casa sua a casa mia non
    ci corre un tiro di balestra,  invit a desinare un povero,  ma onesto
    contadino.
    - Avanti,  amico,  avanti - disse a questo punto il prete - perch con
    questo  vostro  racconto  andate  d'un passo da non arrivare alla fine
    nemmeno al mondo di l.
    - Finir prima che a mezza strada,  se Dio vuole - disse Sancio.Dicevo
    dunque  che  il  contadino,  arrivato  a  casa  di quel gentiluomo che
    l'aveva invitato e che ora  morto (pace all'anima sua!) e anzi dicono
    da molti indizi che egli abbia fatto una morte da santo,  ma io non mi
    trovai  presente,   perch  in  quel  tempo  ero  andato  a  segare  a
    Tembleque...
    - Santa pazienza, figliolo, guardate di tornar presto da Tembleque,  e
    senza  mettervi  a sotterrare il vostro gentiluomo finite il racconto,
    altrimenti ne avrete presto degli altri dei morti da sotterrare!
    - Dunque - continu Sancio - mentre stavano per mettersi a tavola, che
    mi pare proprio di vederli ora pi che mai...
    I Duchi si divertivano un mondo a vedere la stizza del  prete  per  le
    pause  e  le  disgressioni di Sancio,  mentre Don Chisciotte si rodeva
    dalla bile.
    - Dicevo dunque - riprese Sancio - che mentre quei due, come ho detto,
    stavano per mettersi a tavola,  il contadino insisteva col  gentiluomo
    perch  si  sedesse  a  capo  tavola,  e  il  gentiluomo insisteva col
    contadino perch ci si sedesse lui,  perch in casa sua si doveva fare
    quello che ordinava lui;  ma il contadino, che si atteggiava a persona
    cortese e ben educata, non volle assolutamente;  finch il gentiluomo,
    persa  la  pazienza,  mettendogli  tutte e due le mani sulle spalle lo
    fece sedere per forza, dicendogli: Mettetevi a sedere,  balordo,  ch
    in  qualunque  posto  mi  metta  a sedere,  di fronte a voi il capo di
    tavola sar sempre io. Questo  il racconto, e credo di averlo tirato
    fuori proprio a proposito.
    Don Chisciotte divent di mille colori,  che gli trasparivano in tante
    chiazze sotto al bruno del suo volto.  I Duchi cercarono di trattenere
    le risa,  perch Don Chisciotte,  avendo capita la malizia di  Sancio,
    non finisse di pigliare i cocci, e per cambiar discorso e impedire che
    Sancio  dicesse  delle  altre  sciocchezze,  la Duchessa domand a Don
    Chisciotte che notizie aveva di Donna Dulcinea,  e se in quegli ultimi
    giorni  le  aveva inviato qualche presente di malandrini o di giganti,
    poich doveva averne vinti molti.
    - Altezza - rispose Don Chisciotte - le mie disgrazie hanno  avuto  un
    principio,  ma  non  avranno  mai  fine.  Ho  vinto giganti,  ho vinto
    tracotanti e malandrini,  e glieli ho mandati,  ma come potevan fare a
    trovarla,  se  incantata e trasformata nella pi brutta contadina che
    si possa immaginare?
    - Io non ci capisco nulla - interruppe Sancio. - A me,  mi pare la pi
    bella  creatura di questo mondo;  per lo meno in fatto di agilit e di
    salti,  non c' dubbio che nemmeno un saltimbanco ce la potrebbe fare.
    Davvero,  sa, signora Duchessa: schizza da terra sopra alla sua ciuca,
    come se fosse un gatto.
    - L'avete vista voi, Sancio, incantata? - domand il Duca.
    - Eccome se l'ho vista! Chi  stato, se non io, il primo ad accorgersi
    del guaio dell'incantagione E' incantata,  glie lo dico io,  come  mio
    padre.
    Il  prete,   che  sent  parlare  di  giganti,   di  tracotanti  e  di
    incantesimi,  cap che l'ospite doveva  essere  Don  Chisciotte  della
    Mancia,  di  cui  il Duca leggeva spesso la storia,  cosa che egli gli
    aveva pi volte  rimproverato,  dicendogli  che  era  una  sciocchezza
    leggere  tali sciocchezze;  e quando si fu assicurato della verit del
    suo sospetto, si volt pieno di collera verso il Duca, e gli disse:
    - L'Eccellenza Vostra dovr un giorno render conto a Dio di quello che
    fa questo pover uomo.  Questo Don Chisciotte o Don Balordo,  o come si
    chiama,  m'immagino  che  non  debba  essere  tanto  mentecatto,  come
    l'Eccellenza Vostra  finir  col  farlo  diventare  dandogli  maggiori
    incentivi a perseverare nelle sue scempiaggini e nelle sue fisime. - E
    poi rivolgendo la parola a Don Chisciotte: - E a voi, testa di cavolo,
    chi  ve  l'ha  ficcato  nel cervello che siete cavaliere errante,  che
    vincete i giganti e fate prigionieri  i  malandrini?  Andate,  andate:
    tornate a casa vostra,  e occupatevi dei vostri figlioli, se ne avete;
    badate alla vostra roba e smettete di andare a  zonzo  per  il  mondo,
    pascendovi  di  vento  e  facendo  ridere  chi vi conosce e chi non vi
    conosce.  Ma dove mai avete trovato che siano esistiti e che  esistano
    dei cavalieri erranti? Dove sono nella Spagna i giganti e nella Mancia
    i malandrini, le Dulcinee incantate e la caterva delle altre stoltezze
    che si raccontano di voi?
    Don  Chisciotte  ascolt con attenzione il discorso di quel venerabile
    personaggio,  e quando cap che ormai aveva finito di  parlare,  senza
    lasciarsi  intimorire dalla presenza dei Duchi,  con sembiante irato e
    viso sconvolto, si alz e disse...
    Ma la risposta merita un capitolo a parte.

    CAPITOLO 32.
    Della risposta che dette Don Chisciotte al suo censore con altri fatti
    seri e buffi.

    Alzatosi dunque Don Chisciotte in preda a grande  agitazione  come  se
    avesse  avuto  addosso  l'argento vivo,  con voce tremante e concitata
    cominci a dire:
    - Il luogo dove sono,  le persone innanzi alle quali  mi  trovo  e  il
    rispetto  che  sempre  ho  portato e che sempre porto all'abito che la
    Signoria Vostra indossa,  trattengono e frenano il mio giusto  sdegno;
    quindi  per  tutte  queste ragioni che ho detto e perch le armi degli
    uomini di toga e di lettere, come tutti sanno, son le stesse di quelle
    delle donne e cio la lingua,  entrer con la mia in  egual  battaglia
    con  la  Signoria  Vostra.  Dalla  quale,  a dire il vero,  era lecito
    aspettarsi dei buoni consigli piuttosto che degli infami  vitupri.  I
    rimproveri  seri  e  ben  intenzionati vogliono circostanze diverse ed
    esigono altre forme: e non fosse altro, l'avermi investito in pubblico
    e cos aspramente, ha passati tutti i limiti di un rimprovero garbato,
    che deve basarsi pi e meglio sulla  cortesia  che  sull'asprezza  dei
    modi;  e non  giusto, non avendo esatta conoscenza del peccato che si
    biasima, chiamar senz'altro mentecatto e stolto il peccatore.  Mi dica
    un  po'  la Signoria Vostra;  quale balordaggine m'ha visto commettere
    per condannarmi e offendermi cos, dicendomi che torni al mio paese, a
    occuparmi della mia casa,  della moglie e dei figlioli,  senza  nemmen
    sapere  se  ne  ho?  Non  gi troppo l'introdursi cos a faccia tosta
    nelle case altrui per dirigervi i padroni? Come?! Della gente allevata
    nella ristretta cerchia di un seminario,  senza aver visto  del  mondo
    pi  d'una ventina o una trentina di leghe all'ingiro,  vorrebbe anche
    di scoppio impancarsi a dar regole alla cavalleria errante,  e  a  dar
    giudizi  sui  cavalieri?  E'  forse  una  vana  impresa  o tempo perso
    pellegrinare pel mondo,  non per cercarne gli  agi,  ma  le  asprezze,
    attraverso le quali i valorosi giungono al soglio dell'immortalit? Se
    mi tenessero in concetto di stolto i cavalieri e le persone splendide,
    generose e d'alto lignaggio,  lo riterrei un affronto irreparabile; ma
    che mi tenga per uno scemo la gente di lettere, che non ha mai calcato
    i sentieri della vita cavalleresca,  non me ne importa un  bel  nulla.
    Cavaliere  sono  e  coll'aiuto di Dio cavaliere voglio morire.  Alcuni
    avanzano sulle ampie strade dell'ambizione orgogliosa, altri su quelle
    della servile  e  bassa  adulazione,  altri  ancora  su  quelle  della
    ipocrisia ingannatrice, e alcuni finalmente seguono la vera religione;
    ma  io,  guidato  dalla mia stella,  vado per l'angusto sentiero della
    cavalleria errante,  e per essa son pronto a disprezzare ogni fortuna,
    ma non l'onore.  Ho vendicato oltraggi,  riparato ingiustizie,  punito
    insolenze,  ho vinti giganti e atterrato mostri;  sono innamorato,  ma
    soltanto  perch    necessario  che lo sia un cavaliere errante e non
    innamorato d'un amore sensuale e vizioso, ma casto e platonico. Le mie
    intenzioni sono sempre rivolte all'onesto fine di far del bene a tutti
    e del male a nessuno;  e se l'uomo che cos pensa e cos agisce merita
    di esser chiamato stupido,  lo dicano l'Eccellenze Vostre, signor Duca
    e signora Duchessa.
    - Bene per Dio! - esclam Sancio.  - Non importa che dica altro in sua
    difesa,  signor  padrone;  perch  non  si  pu dire,  n pensare,  n
    sostenere di meglio in questo mondo.  Tanto pi che  dal  momento  che
    questo  signore  sostiene  che  non  sono  mai  esistiti  n  esistono
    cavalieri erranti,  che c' di strano che non conosca affatto le  cose
    di cui ha parlato?
    -  Scusate,  amico - disse il prete - sareste voi per caso quel Sancio
    Panza, a cui dicono che il vostro padrone ha promesso un'isola?
    - S, sono io - rispose Sancio - sono io che la merito quanto chiunque
    altro.  Io son di quelli che attccati ai buoni e diventerai  uno  di
    loro e anche di quelli che dimmi chi pratichi e ti dir chi sei,  e
    di quelli che chi s'accosta a un buon albero gode buona ombra. Io mi
    sono accostato a un buon cavaliere,  e sono ormai molti mesi che  vado
    in sua compagnia,  e quindi, a Dio piacendo, devo finire col diventare
    come lui: e viva lui e viva io,  ch a lui non mancheranno imperi n a
    me isole da governare.
    - No, di certo, amico Sancio - disse a questo punto il Duca perch io,
    in  nome  del signor Don Chisciotte,  vi affido il governo d'un'isola,
    che  vacante, e neanche di scarsa importanza.
    -  Vatti  a  inginocchiare  dinanzi  a  Sua  Eccellenza  -  disse  Don
    Chisciotte - e baciagli i piedi per la grazia che t'ha concesso.
    Sancio  s'affrett  ad obbedire.  A quella vista,  il prete si alz da
    tavola tutto infuriato, dicendo:
    - Sull'anima mia starei per dire che l'Eccellenza Vostra ha  perso  la
    testa  come  questi  due  sciagurati.  Ma gi,  come devono fare a non
    essere pazzi,  se i savi legittimano le loro pazzie?  Resti  pure  con
    loro l'Eccellenza Vostra: io finch questa gente rimarr qui, star in
    casa  mia,  e  cos  mi  dispenser  dal  criticare  ci che non posso
    impedire.
    E senza dir altro, smise di mangiare, e se ne and.  N furono buone a
    trattenerlo le preghiere del Duca e della Duchessa, quantunque il Duca
    non  insistesse  tanto,  impedito  dalle gran risate che gli cagionava
    quella rabbia fuor di posto. Smise finalmente di ridere, e disse a Don
    Chisciotte:
    -  Vostra  Grazia,  signor  Cavaliere  dai  Leoni,  ha  risposto  cos
    degnamente,  che  non  ha  bisogno  di chiedere altra soddisfazione di
    quello che pu parere oltraggio,  ma che assolutamente non ,  perch,
    come   non  possono  oltraggiare  le  donne,   parimente  non  possono
    oltraggiare gli ecclesiastici,  e la Signoria Vostra lo sa  meglio  di
    me.
    -  Questo    vero - disse Don Chisciotte - e la ragione  questa: che
    colui che non pu essere offeso, non pu neanche offendere.  Le donne,
    i  fanciulli e gli ecclesiastici,  siccome non posson difendersi anche
    se offesi,  non posson ricevere affronti;  perch,  come  l'Eccellenze
    Vostre  ben  sanno,  tra  l'offesa e l'affronto c' questa differenza.
    L'affronto proviene da parte di chi lo pu fare, lo fa, e lo sostiene;
    mentre  l'offesa  pu  venire  da  qualunque  parte  senza  essere  un
    affronto.  Facciamo un esempio. Uno se ne sta tranquillo in mezzo alla
    strada: arrivano dieci individui armati e lo bastonano,  egli  sfodera
    la  sciabola  e  fa  il  suo dovere,  ma il numero degli avversari gli
    impedisce di effettuare il suo proposito di vendetta:  costui  si  pu
    dire  che  ha  subto un'offesa ma non un affronto.  Lo stesso prover
    quest'altro esempio. Uno si volta un momento; arriva un altro,  gli d
    un paio di bastonate sulle spalle,  e scappa;  il primo lo insegue, ma
    non lo raggiunge.  Colui che ha ricevuto  le  bastonate,  ha  ricevuto
    un'offesa  ma non un affronto;  perch l'affronto dev'essere sostenuto
    da chi lo fa. Se quello che dette le bastonate, sia pure a tradimento,
    avesse sfoderata la sciabola,  e fosse rimasto fermo facendo fronte al
    nemico,  questi  avrebbe  al  tempo  stesso  subto  una  bastonatura,
    un'offesa e un affronto. Un'offesa, perch bastonato a tradimento,  un
    affronto,  perch  quegli  che lo baston sostenne la sua azione a pi
    fermo e  senza  voltar  le  spalle.  Quindi,  secondo  le  regole  del
    maledetto duello, io posso aver ricevuto un'offesa ma non un affronto;
    perch ragazzi,  donne,  e preti non posson fuggire n aspettar di pi
    fermo,  non avendo armi n offensive n  difensive,  e  per  legge  di
    natura  posson  sentirsi spinti a difendersi,  ma non gi ad offendere
    alcuno. Anzi, or ora ho detto che io posso aver ricevuto un'offesa, ma
    invece non posso aver ricevuto neanche  quella,  perch  chi  non  pu
    ricevere un affronto,  tanto meno pu farlo.  Per tutte queste ragioni
    io non debbo risentirmi,  n mi risento di tutto quel che  m'ha  detto
    quel brav'uomo: avrei voluto solamente che aspettasse un altro po' per
    fargli capire lo sbaglio che commette pensando e sostenendo che non vi
    sono,  n vi sono mai stati cavalieri erranti nel mondo. E se l'avesse
    sentito  parlar  cos  Amadigi,   o  qualcuno  dei  suoi  innumerevoli
    discendenti,  so  ben  io  che non l'avrebbe passata tanto liscia quel
    signore.
    - Eh,  perdio!  lo credo bene - esclam Sancio.  - Una sciabolata  gli
    avrebbe  tirato,  da  spaccarlo  in due come una melagrana o un melone
    maturo. Buoni,  veh,  quelli l per lasciarsi fare il solletico a quel
    modo.  Son  sicuro  che se Rinaldo di Montalbano avesse sentito far di
    quei discorsi a quel pretonzolo, gli lasciava andare un manrovescio da
    tappargli la bocca per pi di tre anni.  Con  loro  doveva  provare  e
    avrebbe visto come gli usciva di tra le mani.
    La Duchessa moriva dal ridere sentendo discorrere Sancio,  e per conto
    suo le pareva pi buffo e pi pazzo del suo padrone,  e ce  ne  furono
    degli altri molti in quel tempo che furono dello stesso parere.
    Finalmente  Don  Chisciotte  si calm,  fin il desinare,  e mentre si
    sparecchiava,  arrivarono  quattro  domestiche,   una  con  un  bacile
    d'argento,  un'altra  con  un'anfora pure d'argento,  un'altra con due
    candidi e finissimi asciugamani sulla  spalla,  e  la  quarta  con  le
    braccia  nude fino al gomito,  e fra le bianche mani (che senza dubbio
    erano bianche) una palla di sapone napoletano.  Si avvicin per  prima
    quella  col  bacile,  e  con molto garbo e destrezza lo ficc sotto la
    barba di Don Chisciotte;  il quale senza dire  una  parola,  ma  molto
    stupito  di quella cerimonia,  credette che fosse un uso di quel paese
    lavar le barbe invece che le mani dopo mangiato;  quindi tese  la  sua
    pi  che  pot,  e allora l'anfora cominci a versar acqua,  mentre la
    ragazza col sapone gliela  insaponava  alla  svelta,  alzando  di  bei
    bioccoli  di  schiuma bianca come la neve non solo sulla barba,  ma su
    tutto il viso e perfino sugli occhi del docile  cavaliere,  tanto  che
    per  forza  fu costretto a chiuderli.  Il Duca e la Duchessa,  che non
    sapevan nulla di questa straordinaria lavanda,  stavano  ad  aspettare
    come  sarebbe  andata a finire.  La ragazza barbiera,  quando gli ebbe
    fatta una saponata alta un palmo, finse d'aver finito l'acqua, e mand
    quella dell'anfora a riprenderla, pregando il signor Don Chisciotte di
    aspettare  un  momento.  L'altra  obbed,   e  Don  Chisciotte  rimase
    nell'aspetto  pi  bizzarro  e  pi  ridicolo che si possa immaginare.
    Tutti i presenti,  e  non  erano  pochi,  lo  stavano  a  guardare,  e
    vedendolo  con quel collo lungo lungo e nero nero,  gli occhi chiusi e
    la barba piena di saponata,  fu un miracolo di grande  educazione,  se
    riuscirono  a  trattenere  le  risa.  Le  ragazze che avevano fatto la
    burla,  tenevano gli occhi bassi senza osare guardare i  padroni,  che
    soffocavano dalla stizza e dalla voglia di ridere, perch non sapevano
    se  castigare  l'insolenza  delle  ragazze,   o  ringraziarle  per  il
    divertimento  di  vedere  Don  Chisciotte  conciato  in   quel   modo.
    Finalmente   la   ragazza  dell'anfora  torn,   fin  di  lavare  Don
    Chisciotte,  e subito quella con gli asciugamani lo asciug  con  gran
    cura;  poi  fattogli  tutte  e quattro insieme un grande inchino e una
    profonda riverenza, stavano per andarsene, quando il Duca,  perch Don
    Chisciotte non s'accorgesse della burla,  chiam la ragazza del bacile
    dicendole:
    - Venite qua e lavate anche me, ma badate che non vi manchi l'acqua.
    La ragazza,  furba e destra,  si avvicin e mise la catinella al Duca,
    come aveva fatto con Don Chisciotte, con molta sveltezza lo lavarono e
    l'insaponarono ben bene,  quindi, asciugatolo con cura, gli fecero una
    riverenza e se ne andarono. Si seppe poi che il Duca aveva giurato che
    se non lo lavavano come Don Chisciotte, rimediando alla meglio la cosa
    con l'insaponare anche lui,  le avrebbe punite per la  confidenza  che
    s'erano presa.
    Sancio,  che stava attento alle cerimonie di quella lavanda, disse fra
    s:
    - Giurabbacco!  che in questo paese costumi di lavar  la  barba  anche
    agli  scudieri  come  ai  cavalieri?  Dio benedetto,  ne avrei proprio
    bisogno, e meglio se me la facessero a rasoio.
    - Che borbottate fra i denti, Sancio? - domand la Duchessa.
    - Dicevo, signora mia,  che nelle corti degli altri principi ho sempre
    sentito  dire che quando sparecchiano,  portano acqua per le mani,  ma
    non saponata per le barbe;  e quindi  bene campare  molto  per  veder
    molto,  e dicono anche che chi vive una lunga vita, deve passare molti
    guai;  sebbene il passare attraverso una lavanda di questo genere  sia
    un piacere anzich un guaio.
    -  Non  datevi pensiero,  amico Sancio - disse la Duchessa - ch io vi
    far lavare dalle mie domestiche,  e anche mettere  in  bucato,  se  
    necessario.
    -  Mi  basta la barba - disse Sancio - per ora almeno;  col tempo sar
    quel che Dio vuole.
    - Sentite un po',  maggiordomo,  quel  che  desidera,  qui,  il  bravo
    Sancio, ed eseguite a puntino i suoi ordini.
    Il  maggiordomo  rispose che il signor Sancio sarebbe servito di tutto
    punto: e cos dicendo se ne and a  pranzo  e  port  con  s  Sancio,
    lasciando  soli  a  tavola  i  Duchi  e Don Chisciotte che si misero a
    parlare  di  diverse  cose,  ma  tutte  attinenti  alle  armi  e  alla
    cavalleria  errante.  La  Duchessa preg Don Chisciotte a delinearle e
    descriverle,  poich sembrava che avesse buona memoria,  la belt e le
    fattezze della signora Dulcinea del Toboso, perch, stando a quanto la
    fama proclamava della sua bellezza,  aveva capito che doveva essere la
    pi bella creatura dell'universo,  e anche di  tutta  la  Mancia.  Don
    Chisciotte sentendo ci che gli chiedeva la Duchessa, sospir e disse:
    -  Se  io  potessi  prendere  il mio cuore e metterlo qui sopra questa
    tavola  in  un  piatto  dinanzi  agli  occhi  della  Vostra   Altezza,
    risparmierei  alla  mia lingua la fatica di dire ci che appena si pu
    pensare,  perch l'Eccellenza Vostra vedrebbe  in  esso  la  mia  dama
    fedelmente riprodotta;  ma perch mi dovrei io ora mettere a delineare
    e descrivere punto per punto la bellezza dell'impareggiabile Dulcinea?
    Questo  un peso degno di ben altre spalle che non le mie,  un'impresa
    in  cui dovrebbero cimentarsi i pennelli di Parrasio,  di Timante e di
    Apelle,  e gli  scalpelli  di  Lisippo  per  dipingerla  su  quadri  e
    scolpirla  in marmi e bronzi,  e l'eloquenza ciceroniana e demostenina
    per lodarla con parole.
    - Che vuol dire demostenina,  signor  Don  Chisciotte?  -  domand  la
    Duchessa. - E' un vocabolo che non ho mai sentito dire in vita mia.
    -  Eloquenza  demostenina  -  rispose Don Chisciotte -  lo stesso che
    dire eloquenza di Demostene,  come si dice  ciceroniana  per  dire  di
    Cicerone, che furono i due pi grandi oratori del mondo.
    -  Verissimo  -  disse  il  Duca - e la vostra domanda  stata proprio
    ingenua.  Tuttavia il signor Don Chisciotte ci farebbe un gran piacere
    se ce la descrivesse. Non foss'altro che un abbozzo e uno schizzo; son
    sicuro che ella vi figurerebbe in modo da far invidia alle pi belle.
    -  Oh,  lo  farei  volentieri  -  rispose  Don  Chisciotte - se non me
    l'avesse cancellata dalla memoria  la  disgrazia  che  poco  fa  le  
    capitata. Una disgrazia che mi fa venir le lacrime agli occhi, pi che
    la  voglia  di descriverla!  Perch le Vostre Altezze devon sapere che
    giorni or sono,  essendo io andato a baciarle le mani e a ricevere  la
    sua  benedizione,  beneplacito e licenza per questa mia terza sortita,
    la trovai ben diversa da quella che mi aspettavo.  La trovai incantata
    e  convertita  da  principessa  in contadina,  da bella in brutta,  da
    angelo in diavolo, da profumata in puzzolente, da gentil conversatrice
    in una zoticaccia, da composta e dignitosa in una saltabecca,  da luce
    in  tenebra  e  finalmente  da  Dulcinea  del Toboso in una villana di
    Sayago.
    - Buon Dio! - grid a questo punto il Duca. - Chi  stato che ha fatto
    tanto danno al mondo?  Chi le ha tolto la bellezza che n'era la gioia,
    la grazia che la vivificava, il decoro che formava la sua gloria?
    -  Chi?!  -  esclam  Don Chisciotte.  - E chi pu essere stato se non
    qualche maligno incantatore dei molti che per invidia mi perseguitano?
    Questa razza maledetta,  nata nel mondo per oscurare e  annientare  le
    imprese  dei  valorosi,  e  per  illustrare  ed esaltare le azioni dei
    tristi!  Gli incantatori mi hanno perseguitato  e  mi  perseguiteranno
    fino  a  che  non  m'abbiano  precipitato,  me  e le mie eccelse gesta
    cavalleresche, nel profondo abisso dell'oblio.  E mi colpiscon l dove
    sanno  che  son pi sensibile,  perch togliere la dama a un cavaliere
    errante,  come levargli gli occhi con cui vede, il sole da cui prende
    luce e l'alimento con cui si sostiene.  L'ho detto molte altre volte e
    lo torno a ridire, che il cavaliere errante senza dama  come l'albero
    senza  foglie,  il  muro senza calcina,  l'ombra senza il corpo che la
    produce.
    - Non c' altro da dire - replic la Duchessa.  - Tuttavia se vogliamo
    prestar fede alla storia del signor Don Chisciotte,  che  uscita poco
    fa con grande successo,  di l si rileva,  se mi ricordo bene,  che la
    Signoria  Vostra  non ha mai veduto la signora Dulcinea,  e che questa
    dama non esiste,  ma  un personaggio immaginario,  generato e  creato
    dalla Signoria Vostra nella propria fantasia, e abbellito con tutte le
    doti e le perfezioni che ha voluto.
    - Qui ci sarebbe molto da dire - rispose Don Chisciotte. - Lo sa Iddio
    se esiste o non esiste nel mondo una Dulcinea e se  immaginaria o no,
    queste non son cose che debbono essere appurate fino in fondo.  Io non
    ho n generato n creato la mia dama,  quantunque la  contempli  quale
    conviene  che  sia  una  dama che contenga in s tali doti da renderla
    famosa in tutte le parti del mondo,  vale a dire bella senza  macchia,
    contegnosa senza superbia, innamorata con onesto riserbo, riconoscente
    per   cortesia,   cortese  per  educazione  e  finalmente  nobile  per
    lignaggio;  perch sopra il  buon  sangue  risplende  e  campeggia  la
    bellezza con pi gradi di perfezione che nelle belle d'umile origine.
    -  Questo  vero - disse il Duca - ma il signor Don Chisciotte mi deve
    permettere di dire quello che mi costringe a dire la storia delle  sue
    imprese,  dalle  quali  si  deduce  che,  pur ammettendo che esista al
    Toboso o fuori del Toboso una Dulcinea, e che sia bella in sommo grado
    come Vostra Grazia ce la dipinge,  quanto alla nobilt dei natali  non
    pu  stare  a  confronto  con le Oriane,  con le Alastrajare,  con le
    Madassime e altre di questo genere,  di cui son piene  le  storie  che
    Vostra Grazia ben conosce.
    -  A questo - replic Don Chisciotte - posso rispondere che Dulcinea 
    figlia delle proprie azioni, che le virt nobilitano la stirpe,  e che
    si  deve  stimar  di pi un virtuoso d'umile condizione che un vizioso
    altolocato.  E Dulcinea ha tali qualit da poter diventare  regina  di
    corona  e scettro,  poich il merito di una donna bella e virtuosa pu
    arrivare a ben altri miracoli, e sebbene non formalmente, virtualmente
    rinserra in s maggiori fortune.
    - Certamente,  signor Don Chisciotte - disse la Duchessa  -  in  tutto
    quello  che  dice,  Vostra  Grazia  va con pi di piombo e,  come suol
    dirsi, con lo scandaglio in mano;  e d'ora in avanti io creder e far
    credere  a  tutte  le  persone  della  mia casa,  compreso il Duca mio
    signore,  se sar necessario,  che esiste al Toboso una Dulcinea,  che
    vive  tuttora,  che  bella,  che  di nobili natali,  e degna d'esser
    servita da un cavaliere come il signor Don  Chisciotte,  che    tutto
    quello che posso dire,  n pi si potrebbe,  in sua lode.  Tuttavia mi
    resta uno scrupolo, e anche una specie di rancore contro Sancio Panza.
    Lo scrupolo  questo: che  la  storia  predetta  racconta  che  Sancio
    Panza, quando da parte di Vostra Grazia port una lettera alla signora
    Dulcinea, la trov che vagliava un sacco di grano, anzi, per esser pi
    preciso,  dice  che  era restone;  cosa che mi fa dubitare molto della
    nobilt del suo lignaggio.
    - Signora mia - rispose Don Chisciotte - sappia  che  tutte,  o  quasi
    tutte  le  cose  che  succedono  a me,  escono dai termini ordinari di
    quelle che accadono agli altri cavalieri erranti, sia poi che ricevano
    un tale impulso dall'imperscrutabile volont dei fati, o dalla malizia
    di qualche invidioso incantatore;  perch  cosa certa  e  documentata
    che  tutti,  o  la  maggior parte almeno dei cavalieri erranti famosi,
    avevano qualche virt particolare: uno aveva la  virt  di  non  poter
    essere incantato,  un altro di aver la pelle cos impenetrabile da non
    potere esser ferito,  come il famoso Orlando,  uno dei dodici pari  di
    Francia,  di  cui si racconta che non poteva esser ferito che sotto la
    pianta del piede sinistro,  ma soltanto con un grosso spillo e non con
    altra arma di sorta.  E quindi, quando Bernardo del Carpio lo uccise a
    Roncisvalle,  vedendo che non riusciva a ferirlo con  nessun'arme,  lo
    sollev dal suolo fra le sue braccia e lo soffoc,  ricordandosi della
    maniera con cui Ercole uccise Anteo,  quel feroce gigante che  dicevan
    figlio  della  Terra.  Da  questo dunque io credo di poter dedurre che
    potrebbe darsi che anch'io avessi ricevuto qualcuna di  quelle  virt;
    non  gi  di non potere esser ferito,  perch molte volte l'esperienza
    m'ha  dimostrato  che  la  mia  pelle     morbida   e   nient'affatto
    invulnerabile;  e  nemmeno  di non poter essere incantato,  perch una
    volta mi son visto mettere in una gabbia  dove  il  mondo  intero  non
    sarebbe stato buono di rinserrarmi se non per forza d'incantesimi.  Ma
    poich infine ne sono uscito, credo che non vi debba esser pi nessuno
    che mi possa usare tali violenze,  e quindi gli incantatori vedendo di
    non  potere  adoprare  sulla  mia  persona  le  loro maligne arti,  si
    vendicano sulle cose che pi mi son care, e voglion togliermi la vita,
    torturando quella di Dulcinea per cui vivo. Perci io credo che quando
    il mio scudiero le port la mia ambasciata,  essi la cangiarono in una
    villana occupata in un lavoro molto volgare, qual  quello di vagliare
    grano.  Se non che,  come ho gi detto,  quel grano non era restone n
    grano, ma eran chicchi di perle orientali; e in prova di questo voglio
    raccontare alle Vostre Altezze che,  passando pochi giorni or sono dal
    Toboso, non mi fu affatto possibile di trovare il palagio di Dulcinea;
    e che il giorno dopo,  mentre Sancio mio scudiero la vide nel suo vero
    aspetto che  il pi bello del mondo,  a me  parve  una  contadinaccia
    brutta e sporca e punto intelligente, mentre  la saggezza in persona.
    E  siccome  io  non  sono  incantato  n,   secondo  ogni  ragionevole
    congettura,  posso  essere  incantato,   vuol  dire  che  l'incantata,
    l'offesa,  la mutata,  deformata e trasformata  lei. Su di lei i miei
    nemici si son vendicati di me,  e per lei io  vivr  continuamente  in
    lacrime,  fino a che non l'avr rivista nel suo primiero stato.  Tutto
    questo l'ho detto,  perch  nessuno  dia  importanza  a  quel  che  ha
    raccontato Sancio di ci che vagliava Dulcinea: come la mutarono a me,
    non fa meraviglia che l'abbian cambiata a lui. Dulcinea  nobile e ben
    nata;  e  fra  le casate nobili del Toboso,  che son molte,  antiche e
    molto  buone,   non  occupa  certamente   un   posto   secondario   la
    impareggiabile Dulcinea,  per virt della quale sar famoso e rinomato
    nei secoli futuri il suo paese,  come  stata Troia  per  Elena  e  la
    Spagna  per  la  Cava,  e  anzi  a  miglior titolo e con miglior fama.
    D'altra parte voglio che le Signorie Vostre  siano  ben  convinte  che
    Sancio Panza  uno degli scudieri pi piacevoli che abbian mai servito
    cavaliere  errante:  dimostra  a  volte una semplicit cos fina,  che
    diverte non poco l'essere in dubbio se sia uno sciocco o  uno  spirito
    arguto.  Ha  delle  malizie  che lo farebbero credere un birbaccione e
    delle storditaggini che lo fanno ritenere un perfetto scemo: dubita di
    tutto e crede tutto;  e quando  si  pensa  che  stia  per  precipitare
    nell'abisso  della  sua  balordaggine,  t'esce fuori con una volata di
    buon senso da portarlo alle stelle. Insomma,  io non lo baratterei con
    un altro scudiero, nemmeno se mi dessero di giunta una citt; e quindi
    non  so  se  converr inviarlo al governo che Vostra Eccellenza gli ha
    graziosamente concesso,  sebbene vegga  che  una  certa  attitudine  a
    governare   ce  l'ha,   e  credo  che  aguzzando  un  tantino  la  sua
    intelligenza, potrebbe spuntarla in qualsiasi circostanza,  come il re
    nella questione delle gabelle.  E poi sappiamo ormai per prova che non
      necessaria  n  molta  capacit  n  molta  istruzione  per   esser
    governatore,  e  n'abbiamo  sott'occhio  qualche  centinaio  che sanno
    leggere appena,  e governano come girifalchi.  Tutto sta  che  abbiano
    oneste  intenzioni  e  il  desiderio  di  riuscir  bene in tutto;  non
    mancher loro mai chi li consigli e li incammini  in  quel  che  devon
    fare,  come  fanno  i  governatori  cavalieri  e non addottorati,  che
    emettono  le  loro  sentenze  con  l'assistenza  d'un  assessore.   Lo
    consiglierei io a governare senza far man bassa sui profitti, e senza
    rinunziare  ai propri diritti,  e altre cosette gli suggerirei che ho
    qui sullo stomaco,  e che butter fuori a  suo  tempo  ad  utilit  di
    Sancio e vantaggio dell'isola che governer.
    Erano  a  questo  punto del loro colloquio il Duca,  la Duchessa e Don
    Chisciotte,  quando sentirono  molte grida e un gran rumore  di  gente
    nel  palazzo,  e  videro  a  un tratto entrare nella sala Sancio tutto
    spaventato con uno straccio al collo come un bavagliolo,  e  dietro  a
    lui  un  branco di giovanottacci,  o per meglio dire sguatteri e altro
    basso servitorame,  uno dei quali aveva in mano un bigonciolo  d'acqua
    sudicia  e torbida,  che si vedeva bene che era rigovernatura.  Questo
    col  mastello  in  mano  seguiva  e  inseguiva  Sancio,   cercando  di
    ficcarglielo a ogni costo sotto la barba, mentre un altro stava pronto
    per lavargliela.
    -  Che  succede,  giovanotti?  -  domand la Duchessa.  - Che affare 
    questo? Che volete da questo brav'uomo? Come?! E non considerate che 
    stato eletto governatore?
    - Questo signore - rispose lo sguattero barbiere - non vuol  lasciarsi
    lavare,  come    uso,  e come s' lavato il Duca mio signore e il suo
    signor padrone.
    - Non  vero - rispose Sancio tutto arrabbiato. - Vorrei semplicemente
    asciugamani pi puliti, acqua pi limpida e mani non tanto sudice; non
    c' tanta differenza tra me e il mio padrone per lavar lui  con  acqua
    d'angeli e me con ranno di diavoli.  Le usanze dei paesi e dei palazzi
    dei prncipi son belle e buone, ma fino a che non riescono moleste; ma
    l'usanza della lavanda che costuma qua,  peggio che le sferzate della
    disciplina.  Io ho la  barba  pulita,  e  non  ho  bisogno  di  simili
    rinfreschi;  e  il  primo  che  s'accosta  per  lavarmi  o toccarmi un
    capello,  cio,  voglio dire un pelo della barba,  parlando col dovuto
    rispetto  gli  do  un cazzotto da lasciargli il pugno incastrato nella
    zucca;  perch queste "cirimonie" e queste insaponature mi paiono  pi
    scherzi di cattivo genere che gentilezze da usare agli ospiti.
    Mezza morta dal ridere era la Duchessa,  vedendo la collera e sentendo
    i discorsi di Sancio,  ma non fece molto piacere a Don  Chisciotte  di
    vedere  il  suo scudiero cos ciurmato con quel lurido asciugamano,  e
    cos preso in giro da quegli sguatteri,  e quindi facendo una profonda
    riverenza  ai  Duchi,  come per domandar loro licenza di parlare,  con
    voce calma disse a quella canaglia:
    -  Alto  l,  cavalieri!  Le  Signorie  Vostre  lascino  stare  questo
    giovanotto;  e tornino di dove sono venuti o dove fa loro pi piacere.
    Il mio scudiero  pulito come chiunque altro pu  esserlo,  e  codesti
    bigonciolini  son  buccheri  troppo  stretti per lui: accettino il mio
    consiglio e lo lascino  stare,  perch  n  lui  n  io  non  vogliamo
    scherzi.
    Sancio gli lev la parola di bocca, e prosegu dicendo:
    -  Ma  no!  ma  no!  Che vengano anzi a pigliare in giro questa bestia
    rara: io li lascer fare quant' vero che ora  notte.  Portino qui un
    pettine o quel che vogliono,  e mi striglino la barba, e se ci trovano
    qualcosa di poco pulito, che me la tosino a scale, guardino!
    Allora la Duchessa senza smettere di ridere disse:
    - Sancio Panza ha ragione in tutto quello che  ha  detto  e  in  tutto
    quello  che  dir:    pulito  e,  come  egli dice,  non ha bisogno di
    lavarsi;  e se il nostro uso non gli piace,  sia fatta la sua volont.
    Tanto pi che voialtri,  a cui incombe l'incarico della pulizia, siete
    stati oltremodo negligenti  e  sbadati,  per  non  dire  sfrontati,  a
    portare a un personaggio simile e a una simile barba, invece di bacini
    e  d'anfore d'oro puro e d'asciugamani di tela d'Olanda dei bigoncioli
    e delle zangole di legno,  e degli strofinacci da cucina.  Ma gi,  si
    sa:  siete  cattivi  e di bassa condizione,  e da quei birbaccioni che
    siete,  non potete fare a meno di dimostrare l'astio che avete  contro
    gli scudieri dei cavalieri erranti.
    Gli  sguatteri  e  anche  il  dispensiere  credettero  che la Duchessa
    dicesse sul serio,  e quindi levarono lo  strofinaccio  dal  collo  di
    Sancio, e tutti confusi e quasi vergognosi lo lasciarono stare e se ne
    andarono.  Sancio  vedendosi scampare da quello che a lui era parso un
    estremo pericolo, and a inginocchiarsi innanzi alla Duchessa e disse:
    - Dalle grandi signore grandi grazie si possono aspettare.  Questa che
    Vostra Grazia oggi m'ha fatto non pu da me esser ricompensata, se non
    col  desiderio  di  giungere  a  essere  armato  cavaliere errante per
    spender poi tutta quanta la mia vita nel servire a cos eccelsa  dama.
    Son contadino,  mi chiamo Sancio Panza,  ho moglie e figlioli, e servo
    come scudiero: se con qualcuna di queste  qualit  posso  esser  utile
    alla Grandezza Vostra,  far pi presto io a obbedire, che la Signoria
    Vostra a comandare.
    - Si vede bene - rispose la Duchessa - che  avete  imparato  ad  esser
    cortese alla scuola della cortesia in persona: si vede bene, cio, che
    siete  stato  allevato  dal signor Don Chisciotte,  che deve essere il
    fiore delle cerimonie o delle "cirimonie" come dite voi. Benedetto tal
    signore e tal servo,  l'uno stella polare  della  cavalleria  errante,
    l'altro,  pianeta della scudieresca fedelt.  Alzatevi,  amico Sancio,
    ch io ricompenser le vostre cortesie col far  s  che  il  Duca  mio
    signore  vi  mantenga,  pi presto che potr,  la promessa del governo
    dell'isola.
    Qui fin la conversazione.  Don Chisciotte and a far la siesta,  e la
    Duchessa  preg  Sancio  che,  se  non  aveva molta voglia di dormire,
    andasse a passare il pomeriggio con lei e con le sue damigelle in  una
    sala  dove  c'era molto fresco.  Sancio rispose che,  s,  nell'estate
    aveva l'abitudine di dormire quattro o cinque ore  dopo  desinare,  ma
    che  per  mostrarsi  degno  della  bont della signora Duchessa,  quel
    giorno egli avrebbe cercato con tutte le  sue  forze  di  non  dormire
    neanche un'ora,  e sarebbe andato con lei, obbedendo ai suoi ordini. E
    and.  Il Duca dette ancora altre  istruzioni  perch  Don  Chisciotte
    fosse  trattato  da  cavaliere  errante  senza uscir d'una linea dallo
    stile e dal modo con cui raccontano che  erano  trattati  gli  antichi
    cavalieri.

    CAPITOLO 33.
    Ameno  colloquio che la Duchessa e le sue damigelle tennero con Sancio
    Panza, degno d'esser letto e preso in considerazione.

    La storia dunque racconta che Sancio quel pomeriggio non dorm, e, per
    mantenere la parola, dopo desinare and a far visita alla Duchessa, la
    quale, per il divertimento che trovava a sentirlo discorrere,  lo fece
    sedere vicino a s su una seggiola bassa,  bench Sancio, da tanto che
    era educato, non voleva nemmeno mettersi a sedere.  Ma la Duchessa gli
    disse che si sedesse come governatore e parlasse come scudiero, poich
    bastavano queste due qualit a meritargli lo stesso scanno del Cid Ruy
    Diaz  Campeador.  Sancio  si strinse nelle spalle,  obbed e si mise a
    sedere.  Tutte le damigelle  e  le  dame  della  Duchessa  gli  fecero
    circolo,  e  stettero  attente in perfetto silenzio a sentire quel che
    avrebbe detto; ma la Duchessa fu la prima a parlare dicendo:
    - Ora che siamo soli e non ci sente nessuno,  io,  signor governatore,
    vorrei  che  mi  levasse  diversi dubbi che mi son nati nel leggere la
    storia gi stampata del gran Don  Chisciotte.  Uno  di  tali  dubbi  
    questo.  Siccome  il  bravo Sancio non ha mai visto Dulcinea,  cio la
    signora Dulcinea del Toboso,  n le port la lettera  del  signor  Don
    Chisciotte,  perch era rimasta nel libriccino di ricordi nella Sierra
    Morena,  come os inventar la  risposta  e  quella  storia  di  averla
    trovata a vagliare il grano, mentre erano tutte bugie e falsit, tanto
    pregiudicevoli  alla  buona rinomanza dell'impareggiabile Dulcinea,  e
    tanto contrarie al carattere dei bravi e fedeli scudieri?
    A  questa  domanda  Sancio,  senza  risponder  nulla,  si  alz  dalla
    seggiola,  e con passi cauti,  gobbon gobboni, e un dito sulle labbra,
    gir tutta la stanza alzando le portiere;  ci fatto,  subito torn  a
    sedere, e disse:
    - Signora mia,  ora che ho visto che nessuno ci sta a sentire tranne i
    presenti,  posso rispondere senza timore e senza inquietudini  a  quel
    che  mi   stato domandato e a quel che mi sar domandato.  E la prima
    cosa che devo dire   questa,  che  io  ritengo  il  mio  padrone  Don
    Chisciotte pazzo da legare, sebbene alle volte dica delle cose, che, a
    mio parere e anche di quelli che lo ascoltano, son cos sensate e cos
    indirizzate  sulla  diritta  via,  che  il diavolo stesso non saprebbe
    dirle meglio. Con tutto ci, sinceramente e senza scrupoli, io mi sono
    convinto che  un pazzo.  E siccome ho questa  idea  nella  zucca,  mi
    arrischio a fargli credere cose che non hanno n capo n coda, come fu
    l'affare  della  risposta alla lettera e quello di sette o otto giorni
    or sono (che ancora nella storia non ci pu essere) dell'incanto della
    mia padrona Dulcinea,  che gli ho dato a intendere  che    incantata,
    mentre non  vero nulla.
    Allora   la   Duchessa   lo   preg   di   raccontarle  la  storia  di
    quell'incantesimo o meglio di quella burla,  e Sancio le  raccont  le
    cose proprio come erano andate, facendo divertire non poco l'uditorio.
    Riprendendo poi la conversazione la Duchessa disse:
    - Dopo tutto quello che il bravo Sancio m'ha raccontato,  uno scrupolo
    s'agita nella mia anima, e un certo mormorio m'arriva agli orecchi che
    mi dice: Dal momento che Don Chisciotte della Mancia  pazzo, scemo e
    mentecatto,  e Sancio Panza suo scudiero lo sa,  e ci  nonostante  lo
    segue,  lo serve, e sta attaccato alle sue vane promesse, senza dubbio
    dev'essere pi pazzo e pi grullo del suo padrone;  e  allora,  se  le
    cose stanno cos, tu dovrai renderne conto a Dio, signora Duchessa, se
    al predetto Sancio Panza gli darai un'isola da governare;  perch come
    sapr governare gli altri chi non sa governarsi per s?.
    - Per Dio, signora! - rispose Sancio.  - Questo scrupolo viene proprio
    al momento buono; ma risponda pure la Signoria Vostra a quel mormorio,
    che  parli  pure  chiaro  e  come  vuole,  perch  io riconosco che ha
    ragione, e che se io avessi del sale nella zucca, da un bel po' dovrei
    averlo lasciato il mio padrone.  Ma cos hanno voluto il mio destino e
    la mia sfortuna.  Non posso farne a meno,  bisogna che lo segua. Siamo
    dello stesso paese, ho mangiato il suo pane,  gli voglio bene,  lui me
    ne   riconoscente e m'ha regalato i suoi asinelli,  e poi soprattutto
    io sono fedele, e quindi non c' altro che la fossa ormai che ci possa
    dividere.  Se la Vostra Altitudine non vuole che mi si dia il  governo
    che   m'  stato  promesso,   pazienza!   Sono  nato  molto  meno  che
    governatore, e potrebbe darsi che il non darmelo altrimenti tornasse a
    beneficio della  salute  della  mia  anima,  perch  sebbene  balordo,
    capisco  bene il proverbio che dice: Per sua sventura nacquero le ali
    alla formica;  e potrebbe anche darsi che salisse pi presto in cielo
    Sancio  scudiero  che  Sancio governatore.  Il pane lo fanno buono qui
    come in Francia, e di notte tutti i gatti sono bigi; e ben disgraziato
    chi alle due non ha pranzato,  e non c'  stomaco  che  sia  un  palmo
    maggiore d'un altro;  e,  o di paglia o di fieno,  purch il corpo sia
    pieno, come suol dirsi; e gli uccellini della campagna hanno Iddio per
    provveditore e dispensiere; e scaldano pi quattro braccia di panno di
    Cuenca che quattro di saia di Segovia; e quando si va al mondo di l e
    ci mettono sotto terra,  la strada per cui va il  principe    stretta
    come quella per cui va l'operaio; e non prende pi spazio il corpo del
    papa  che  quello del sagrestano,  anche se uno  pi alto dell'altro;
    perch quando si entra  nella  fossa,  tutti  ci  si  pigia  e  ci  si
    rannicchia,  o  per  dir  meglio  ci pigiano e ci fanno rannicchiare a
    nostro dispetto,  e buona notte.  Torno dunque a ripetere  che  se  la
    Signoria  Vostra non mi vuol pi dare l'isola per la mia buaggine,  io
    sapr darmene pace per il mio buon senso.  Perch ho sentito dire  che
    dietro  la  croce  ci  sta  il diavolo,  e che non  tutt'oro quel che
    riluce;  e che di tra i buoi e gli aratri fu levato il contadino Wamba
    per esser fatto re di Spagna,  e di tra i broccati, i divertimenti e i
    tesori levarono Rodrigo per buttarlo in pasto ai serpenti (se  pure  i
    ritornelli delle antiche canzoni non mentono) .
    - Ah,  no, che non mentono! - disse a questo punto Donna Rodriguez, la
    dama di compagnia,  che faceva parte dell'uditorio.- Ce  n'  una  che
    dice  che  misero  il re Rodrigo vivo in una tomba piena di rospi,  di
    serpi e di lucertole,  e che in capo a due giorni il re di  dentro  la
    tomba cominci a dire con voce semispenta e dolente:

    Gi mi mangiano, mi mangiano,
    dov'io pi peccato avea.

    E  quindi ha molta ragione questo signore di dire che preferisce esser
    contadino piuttosto che re, se lo debbono mangiare quelle bestiacce.
    La Duchessa non pot trattenere le risa sentendo l'ingenuit della sua
    dama di compagnia,  n si meravigli meno nell'udire i  discorsi  e  i
    proverbi di Sancio, a cui disse:
    -  Il  bravo  Sancio ormai sa bene che quando un cavaliere ha promesso
    una cosa, cerca di mantenerla, dovesse costargli la vita.  Il Duca mio
    signore  e marito,  sebbene non sia di quegli erranti,  non per questo
    cessa d'esser  cavaliere;  e  quindi  manterr  la  parola  dell'isola
    promessa,  a  dispetto  dell'invidia e della malignit del mondo.  Che
    Sancio dunque stia di buon animo,  che quando meno  se  l'aspetta,  si
    vedr  seduto sul seggio della sua isola e del suo comando e impugner
    le redini del suo governo,  salendo poi sempre pi in alto nel potere.
    Ma  gli raccomando di far molta attenzione alla maniera di governare i
    suoi vassalli, perch l'avverto che sono tutti gente leale ed onesta.
    - Quanto a governarli bene - rispose  Sancio  -  non  c'  bisogno  di
    raccomandarmelo,  perch son caritatevole di mio, e ho compassione dei
    poveri,  e a chi cuoce e staccia non si ruba focaccia,  e per il  nome
    santo  d'Iddio  le  carte  in  mano  a  me non si barattano: son volpe
    vecchia e lucciole per lanterne, a me, non me le fanno vedere, via!  e
    non mi lascio posar mosche sul naso, perch conosco i miei polli. Dico
    questo  perch  i  buoni  troveranno  da  me  la mano porta e la porta
    aperta, ma i cattivi n piede (nonch la mano) n entrata. E mi pare a
    me che in fatto di governi tutto sta nel cominciare;  e potrebbe darsi
    che in quindici giorni di governatorato ci pigliassi gusto e arrivassi
    a saperne di pi che del lavoro dei campi, dove son nato e cresciuto.
    - Voi avete ragione, Sancio - disse la Duchessa - perch nessuno nasce
    maestro,  e  dagli  uomini  si  fanno  i vescovi non dalle pietre.  Ma
    tornando  al  discorso  che  si  faceva  dianzi  sull'incantesimo   di
    Dulcinea,  io per me ritengo cosa certa e pi che provata,  che l'idea
    venuta a Sancio di mistificare il suo padrone dandogli a intendere che
    quella contadina era Dulcinea,  e  che  se  lui  non  la  riconosceva,
    dipendeva  perch  era  incantata,  fu tutta un'invenzione di qualcuno
    degli incantatori che perseguitano il signor  Don  Chisciotte;  perch
    realmente  e veramente io so da fonte sicura che la contadina che fece
    il salto sulla ciuca era,  ed ,  Dulcinea del Toboso,  e che il bravo
    Sancio  credendo d'essere l'ingannatore  l'ingannato.  E questa  una
    verit in cui non c' da porre maggior dubbio che nelle cose  che  non
    si  son  mai viste n conosciute.  E sappia il signor Sancio Panza che
    anche qui abbiamo degli incantatori,  ma che ci  vogliono  bene  e  ci
    raccontano   tutto   quel   che   succede   nel  mondo,   puramente  e
    semplicemente,  senza inganni n trappolerie.  E creda a me il  signor
    Sancio che la contadina saltatora era,  ed , Dulcinea del Toboso, che
     incantata come la mamma che la partor. E quando meno ci si aspetta,
    finiremo col vederla nella sua vera figura,  e  allora  Sancio  uscir
    dall'errore in cui vive.
    -  Tutto  questo pu anche essere - rispose Sancio Panza - e ora credo
    anche quel che racconta d'aver visto il mio padrone nella spelonca  di
    Montesino,  dove  dice  che  vide  la  signora Dulcinea del Toboso col
    medesimo vestito che io dissi d'averle visto quando  la  incantai  per
    mio uso e consumo; e invece dev'essere stato tutto l'opposto e proprio
    come  dice  Vostra Grazia;  perch non si pu n si deve presumere del
    mio meschino ingegno che  in  un  baleno  fabbricasse  una  cos  fine
    impostura;  n  credo  che  il  mio  padrone  sia stato tanto pazzo da
    credere una cosa cos fuori  dei  limiti,  lasciandosi  persuadere  da
    argomenti cos deboli e magri come i miei. Ma, signora, non per questo
    la vostra bont mi deve ritenere una birba.  Che vuole!  Una rapa come
    me non  obbligata a indovinare i pensieri e le malvage intenzioni  di
    quei birbanti d'incantatori.  Io inventai quella storia per sfuggire i
    rimproveri del mio signor Don Chisciotte e  non  con  l'intenzione  di
    offenderlo;  e se m' andata a rovescio,  Dio,  che vede i cuori, avr
    piet di me.
    - Questo  vero - disse la Duchessa - ma ditemi  un  poco,  che  cos'
    questa storia della spelonca di Montesino? Avrei piacere di saperlo.
    Allora  Sancio  Panza  le raccont per filo e per segno tutto quel che
    s' detto su quell'avventura. Quando ebbe finito:
    - Da questo fatto - disse la Duchessa - si pu dedurre che siccome  il
    gran  Don Chisciotte dice che vide l la medesima contadina che Sancio
    aveva vista all'uscita dal Toboso,  senza dubbio deve essere Dulcinea,
    e qui gli incantatori sono molto esatti, e fin troppo scrupolosi.
    -  Quant'a  me  -  replic Sancio Panza - se la mia padrona Dulcinea 
    incantata,  peggio per lei,  ch io coi nemici del  mio  padrone,  che
    devono  essere  molti  e  cattivi,  non ce ne voglio.  La verit  che
    quella che vidi io,  era una contadina,  e contadina la giudicai e  la
    ritenni,  e se invece era Dulcinea, non ci ho che far io, non  affare
    che mi riguarda e chi la vuol pi cotta,  se la cuocia.  Perch io non
    voglio  davvero  essere  continuamente  in  ballo;  e  Sancio ha detto
    questo, Sancio ha fatto quest'altro, e Sancio qui,  e Sancio l,  come
    se Sancio fosse non si sa chi,  e non fosse pi lo stesso Sancio Panza
    che va per il mondo gi stampato nei  libri,  come  mi  disse  Sansone
    Carrasco,  che per lo meno  persona addottorata a Salamanca,  e certe
    persone sono incapaci di mentire, se non quando gliene viene la voglia
    o gli torna conto.  Quindi  proprio inutile rifarsela con me,  io  ho
    buon  nome,  e siccome ho sentito dire al mio padrone che costa pi la
    buona reputazione che l'esser ricco sfondato,  me lo "mollino" e addio
    questo governo, e vedranno meraviglie: chi  stato buon scudiero, sar
    buon governatore.
    -  Tutto  quello  che  ha  detto  fin  qui  il bravo Sancio - disse la
    Duchessa - son sentenze Catoniane,  o per lo meno levate dalle viscere
    stesse  di Michele Verino che "florentibus occidit annis".  In fin dei
    conti, per parlare come parla lui,  dir che sotto un cattivo mantello
    vi suol essere spesso un buon bevitore (1).
    - Veramente,  signora - rispose Sancio - in vita mia non ho mai bevuto
    per vizio;  quando ho avuto sete,  potr darsi,  perch  non  sono  un
    ipocrita.  Bevo  quando ne ho voglia;  e quando non ne ho,  bevo se me
    l'offrono, per non passare da smorfioso e da maleducato. Con che cuore
    si potrebbe dir di no,  quando si tratta  di  bere  alla  salute  d'un
    amico?  Bisognerebbe  averlo  di  sasso.  Ma  se  anche alzo un po' il
    gomito,  a pigliar la cotta non ci arrivo;  tanto pi che gli scudieri
    dei cavalieri erranti di solito bevono acqua,  perch sempre vanno per
    foreste,  selve e praterie,  montagne e rupi,  senza trovare la carit
    d'un goccio di vino, nemmeno a pagarlo un occhio.
    - Lo credo bene - rispose la Duchessa - ma per ora Sancio pu andare a
    riposarsi.  Dopo discorreremo pi a lungo, e daremo delle disposizioni
    perch al pi  presto  gli  sia  "mollato",  come  egli  dice,  questo
    governo.
    Sancio  baci di nuovo le mani alla Duchessa,  e la supplic di fargli
    la grazia di aver cura del suo bigio,  perch era  la  luce  dei  suoi
    occhi.
    - Che bigio? - domand la Duchessa.
    -  Il mio ciuco - rispose Sancio.  - Qualche volta,  per non chiamarlo
    ciuco,  lo chiamo anche  in  quel  modo.  A  questa  signora  dama  di
    compagnia glielo dissi,  quando entrai nel castello, che mi facesse il
    favore d'occuparsene,  ma lei s'arrabbi come se le avessi  detto  che
    era  brutta  e  vecchia,  mentre dovrebbe toccare proprio alle dame di
    compagnia pigliarsi cura dei  ciuchi,  pi  che  fare  la  parata  nei
    salotti.  Oh  benedetto  Iddio!  Come ce l'aveva con queste signore un
    gentiluomo del mio paese!
    - Doveva essere qualche villanaccio!  - esclam Donna Rodriguez perch
    se  fosse  stato davvero gentiluomo e ben educato,  le avrebbe portate
    alle stelle.
    - Bene, bene - disse la Duchessa - ora basta.  Donna Rodriguez taccia,
    e il signor Panza si calmi. La cura del ciuco sar affar mio, e poich
    Sancio l'ha tanto caro, me lo terr sul cuore.
    - No,  no,  mi basta che stia nella stalla - disse Sancio. - Stare sul
    suo cuore?! Che le pare?  N io,  n lui ne siamo degni nemmeno per un
    minuto.  Mi darei piuttosto una coltellata,  che permetterlo.  E' vero
    che il mio padrone dice che in fatto di cortesie  meglio dar nel  pi
    che  nel  meno,  ma in quelle asinine e somieresche bisogna andare coi
    pi di piombo e colla misura giusta.
    - Ebbene - disse la Duchessa - che Sancio porti il suo  ciuco  con  s
    quando  andr al governo,  e l lo potr trattare come vorr,  e anche
    pensionarlo per le fatiche durate.
    - Non creda d'esagerare,  signora Duchessa replic Sancio perch io ne
    ho  visti  pi di uno,  di ciuchi,  andare al governo;  e dunque se io
    portassi il mio con me non sarebbe cosa nuova.
    I discorsi di  Sancio  rinnovarono  nella  Duchessa  le  risate  e  il
    divertimento, e dopo averlo mandato a riposare, essa and a raccontare
    al  Duca  il  colloquio  che aveva avuto con lui.  Poi fra tutti e due
    idearono e architettarono di fare a  Don  Chisciotte  una  burla,  che
    facesse  epoca e fosse in tono con lo stile cavalleresco;  e in questo
    stile gliene fecero poi molte,  tanto appropriate e tanto ben  ideate,
    che sono le migliori avventure contenute in questa grande storia.

    NOTA  1: La vera sentenza latina dice "un saggio";  ma qui la Duchessa
    si burla di Sancio.

    CAPITOLO 34.
    Che racconta come si  venne  a  sapere  il  modo  con  cui  si  doveva
    disincantare  l'impareggiabile  Dulcinea  del Toboso,  che  una delle
    avventure pi famose di questo libro.

    Grande era il divertimento che trovavano il Duca e la  Duchessa  nella
    conversazione  con  Don Chisciotte e con Sancio Panza;  ma ci che pi
    stupiva la Duchessa era che la dabbenaggine di Sancio fosse tanta,  da
    essere arrivato a credere che Dulcinea fosse incantata davvero, mentre
    era  stato  proprio  lui  l'incantatore  e l'inventore di tutta quella
    macchina.  Insistendo nella loro  idea  di  fargli  alcune  burle  che
    avessero  l'aria e l'apparenza d'avventure,  presero occasione da quel
    che Don Chisciotte aveva  loro  raccontato  intorno  alla  caverna  di
    Montesino per fargliene una colossale.
    Prima  dettero  istruzioni  a  tutti i loro servi su quel che dovevano
    fare, e sei giorni dopo dacch era arrivato,  portarono Don Chisciotte
    a una battuta, con tanto accompagnamento di battitori e di cacciatori,
    quanti  ne  avrebbe  potuti menare un re.  Dettero a Don Chisciotte un
    costume da caccia e a Sancio un altro verde di panno finissimo; ma Don
    Chisciotte non se lo volle mettere,  dicendo che il giorno dopo doveva
    riprendere  il  duro  esercizio  delle  armi,  e che quindi non poteva
    portar con s n guardaroba n dispensa.  Sancio invece lo  prese  con
    l'intenzione  di  venderlo  alla  prima  occasione.  Venuto  il giorno
    stabilito,  Don Chisciotte si arm,  Sancio si vest,  e sopra il  suo
    ciuco  che  non  volle  lasciare,  quantunque  gli avessero offerto un
    cavallo, si mise fra la truppa dei battitori.  La Duchessa usc con un
    costume  elegantissimo,  e  Don Chisciotte sempre cortese e galante le
    tenne la  briglia  del  palafreno,  quantunque  il  Duca  non  volesse
    permetterlo.  Finalmente arrivarono in un bosco posto fra due montagne
    altissime, e qui,  stabilite le poste e i sentieri e distribuita tutta
    la gente fra i vari punti,  si cominci la caccia con grande strepito,
    grida e voco,  di modo che non potevano udirsi gli uni con gli altri,
    tanto  per  i latrati dei cani,  quanto per il rimbombo dei corni.  La
    Duchessa scese da cavallo,  e con un aguzzo spiedo in mano si mise  in
    un punto dove si sapeva che erano soliti passare i cinghiali.  Scesero
    anche il Duca e Don Chisciotte,  e si misero al suo fianco: Sancio  si
    mise   dietro   a  tutti  senza  scendere  dal  ciuco  che  non  osava
    abbandonare,  perch non  gli  succedesse  qualche  brutta  avventura.
    Avevano appena messo piede a terra,  e s'erano disposti in ala insieme
    con molti loro servi,  quando,  assalito  dai  cani  e  inseguito  dai
    cacciatori,  videro  venire verso di loro un cinghiale smisurato,  che
    digrignava i denti,  e mandava schiuma dalla bocca.  A tal  vista  Don
    Chisciotte  imbracciato  lo  scudo  e  impugnata la spada si avanz ad
    affrontarlo, e altrettanto fece il Duca col suo spiedo, ma la Duchessa
    sarebbe andata avanti a tutti,  se il Duca non glielo avesse impedito.
    Solamente  Sancio,  alla  vista  del terribile animale,  salt gi dal
    ciuco e si mise a correre con tutte le sue forze verso un'alta quercia
    su cui cerc d'arrampicarsi,  ma non vi riusc;  perch giunto a met,
    mentre s'appoggiava su un ramo per raggiungere la vetta, fu tanto poco
    fortunato  che  il  ramo  si  schiant  ed  egli  nel venir gi rimase
    penzoloni attaccato a un bronco uncinato della quercia a poca distanza
    dal suolo. E sentendo che il suo bel vestito verde gli si strappava, e
    parendogli anche che,  se il feroce animale giungeva fin  l,  potesse
    arrivare  a lui,  cominci a cacciare di quegli urli tali e a chiedere
    aiuto con tanta foga,  che tutti quelli che  lo  sentivano  e  non  lo
    vedevano,  credettero  che fosse tra i denti di qualche bestia feroce.
    Finalmente lo zannuto cinghiale cadde trafitto dalle punte  dei  molti
    spiedi  che  gli  furono opposti;  e allora Don Chisciotte voltando la
    testa alle grida di Sancio,  dalle quali l'aveva subito  riconosciuto,
    lo vide ciondoloni alla quercia a capo all'ingi, e l vicino il ciuco
    che non l'aveva abbandonato nella sventura. Dice Cide Hamete che poche
    volte  vide  Sancio Panza senza vedere l'asino,  e poche volte l'asino
    senza veder Sancio,  tanta era l'amicizia e la fede che  quei  due  si
    serbavano  tra loro.  Arriv Don Chisciotte e stacc Sancio,  il quale
    come fu libero e a terra,  vedendo il suo costume da caccia  rovinato,
    si sent trafiggere l'anima, giacch credeva di possedere un tesoro in
    quell'abito.
    Intanto  caricato  l'enorme  cinghiale sul dorso d'un mulo e copertolo
    con rametti di rosmarino e fronde di  mirto,  lo  portarono,  come  in
    segno  di  spoglia  vittoriosa,  a  delle grandi tende da accampamento
    piantate in mezzo al bosco,  dove trovarono le tavole apparecchiate  e
    un  pranzo  cos  abbondante  e sontuoso,  che faceva ben conoscere la
    grandezza e la magnificenza di chi lo dava.
    Sancio,  facendo vedere alla Duchessa le ferite del suo vestito rotto,
    disse:
    -  Se  si  fosse  andati  a  caccia alle lepri o agli uccelli,  il mio
    costume era sicuro di non trovarsi ridotto in questo stato.  Io non so
    che gusto ci sia a far la posta a un animale che, se vi arriva con una
    zanna,  vi  pu  mandare  al  mondo di l.  Mi ricordo di aver sentito
    cantare un'antica canzone che dice:

    Oh, che gli orsi ti divorino
    Come Favila famoso.

    - Fu un re goto codesto Favila - disse Don Chisciotte  -  che  essendo
    andato a caccia di bestie feroci, fu divorato da un orso.
    -  E'  quello  che  dico  io  - replic Sancio.  - Io non vorrei che i
    principi e i re affrontassero tali pericoli per un piacere che mi pare
    molto discutibile, poich consiste nell'uccidere un animale che non ha
    commesso alcun delitto.
    - Al contrario, Sancio - rispose il Duca.  - Voi vi ingannate;  perch
    l'esercizio  della caccia grossa  pi conveniente e pi necessario di
    qualsiasi altro per i re e per i prncipi.  La caccia   una  immagine
    della  guerra;  vi  si  adoperano  stratagemmi,  astuzie,  insidie per
    vincere senza rischio il nemico;  vi si patiscono freddi grandissimi e
    calori intollerabili; vi si impara a disprezzare l'ozio e il sonno; vi
    si irrobustiscono le forze, vi si rendono pi agili le membra; insomma
     un esercizio che si pu fare senza danno di nessuno e con piacere di
    molti. Eppoi quel che ha di meglio  questo; che non  fatta per tutti
    come  le altre specie di caccia,  tranne quella col falcone che pure 
    riservata ai re e ai gran signori.  Quindi,  caro Sancio,  bisogna che
    mutiate  opinione,  e  quando  sarete  governatore,  andate a caccia e
    vedrete come ve ne troverete bene.
    - Questo no! - rispose Sancio.  - Il buon governatore,  zampa legata e
    in casa.  Sarebbe bellina che gli uomini d'affari venissero a cercarlo
    da lontano con gran fatica,  e lui fosse  a  caccia  a  divertirsi:  a
    questo modo il governo andrebbe a rotoli.  No,  signore, la caccia e i
    divertimenti son pi da scioperati che da governatori. Io per me penso
    di divertirmi a giocare a trionfo per le pasque e alle bocce tutte  le
    domeniche  e  le  altre  feste:  le  cacce  non  s'addicono  alla  mia
    condizione, n si accordano con la mia coscienza.
    - Prega Iddio,  Sancio,  che tu possa farlo perch dal detto al  fatto
    c' un gran tratto.
    - Pu essere grande quanto vuole, chi  buon pagatore di dar pegni non
    ha timore; e pi vale aver l'aiuto divino che levarsi di buon mattino;
    ed    la pancia che porta i piedi,  non i piedi che portan la pancia.
    Voglio dire che se Dio mi assiste,  e se io faccio ci  che  devo  con
    buona intenzione,  senza dubbio governer meglio d'un girifalco,  e se
    no, che mi mettano un ditino in bocca per vedere se lo mordo.
    - Oh,  che Dio con tutti i suoi santi ti stramaledica!  - esclam  Don
    Chisciotte.  -  Ma quando verr il giorno (te l'ho detto tante volte!)
    che ti senta fare un discorso filato e sensato senza i tuoi  maledetti
    proverbi!  Altezze illustrissime,  di grazia,  lasciatelo stare questo
    imbecille, altrimenti  capace di schiacciarvi l'anima non tra due, ma
    tra duemila proverbi,  tirati fuori tanto a tempo e a  proposito,  che
    Dio  gli dia altrettanta salute,  a lui e a me,  se li volessi stare a
    sentire.
    - I proverbi di Sancio Panza - disse la Duchessa -  bench  siano  pi
    numerosi  di quelli del Commendatore greco (1) non per questo son meno
    degni di stima per la loro concettosa concisione.  Per me vi  so  dire
    che  mi  piacciono  pi  di  certi  altri  fatti meglio e citati pi a
    proposito.
    Cos discorrendo del pi e del meno uscirono dalla tenda per ritornare
    nel bosco,  dove passarono il resto della giornata a visitare  diversi
    appostamenti e nascondigli per la caccia. Venne finalmente la notte, e
    non tanto chiara e serena come c'era da aspettarsela, data la stagione
    che  era  proprio  nel  colmo  dell'estate;  e  quindi quella maggiore
    oscurit giov mirabilmente ai  disegni  dei  Duchi.  Subito  dopo  il
    crepuscolo,  quando  cominci ad annottare,  a un tratto sembr che il
    bosco pigliasse fuoco da tutti e quattro i lati, e qua e l, dinanzi e
    a tergo,  si sentirono grandi e numerosi squilli di tromba  e  d'altri
    strumenti da guerra, come di molte truppe di cavalleria che passassero
    di  l.  La  luce  dell'incendio e il suono degli strumenti guerreschi
    quasi accecarono e assordirono i circostanti e anche tutti  gli  altri
    che erano nel bosco.  Si udirono allora innumerevoli grida di Allel
    come usano i Mori quando entrano in battaglia: squillarono cornette  e
    clarini,  rullarono tamburi,  risonarono pifferi, quasi tutti insieme,
    di continuo e con tale furia che doveva  esser  sordo  chi  sordo  non
    fosse  rimasto  al  frastuono  di  tanti  strumenti.  Il  Duca  rimase
    interdetto, la Duchessa attonita, Don Chisciotte sbalordito,  e Sancio
    cominci  a  tremare: perfino quelli che erano al corrente della cosa,
    si spaventarono.  Tutti,  atterriti,  tacevano.  In  quel  momento  un
    postiglione  vestito  da diavolo pass loro dinanzi suonando invece di
    una cornetta un cavo e smisurato corno,  che mandava un suono rauco  e
    spaventoso.
    - Ehi!  amico corriere - grid il Duca - chi siete? Dove andate? e che
    milizie sono quelle che, a quanto pare, attraversano questo bosco?
    Il corriere rispose con un vocione spaventevole:
    - Io sono il diavolo,  e vo a cercare Don Chisciotte della Mancia:  la
    gente che mi segue  formata di sei gruppi d'incantatori,  che portano
    sopra un carro in trionfo l'impareggiabile Dulcinea del Toboso.  Essa,
    tuttora incantata,  viene col gentil cavaliere francese Montesino, per
    insegnare a Don Chisciotte il modo d'essere disincantata.
    - Se voi foste il diavolo come dite,  e come pare alla vostra  figura,
    avreste di gi riconosciuto il nominato cavaliere Don Chisciotte della
    Mancia, poich l'avete davanti.
    - Giuraddio,  se in coscienza dell'anima mia ci avevo badato! Ho tante
    cose per la testa, che a momenti mi scordavo della principale.
    - Senza dubbio - disse Sancio - questo demonio deve essere una persona
    per bene e buon cristiano, perch, se no, non giurerebbe su Dio, sulla
    sua coscienza e sull'anima sua.  Quindi comincio a credere che perfino
    nell'inferno ci debba essere della brava gente.
    Subito  il demonio senza scendere da cavallo posando il suo sguardo su
    Don Chisciotte:
    - A te, Cavaliere dai Leoni (che ti possa vedere tra le loro grinfie!)
    - gli disse - mi manda il disgraziato ma valoroso cavaliere Montesino,
    ordinandomi che da parte sua ti dica  che  tu  lo  aspetti  nel  posto
    stesso in cui io t'avr incontrato, perch egli mena colei ch' nomata
    Dulcinea  del  Toboso,  con  l'intento  di  farti  conoscere ci che 
    necessario per disincantarla.  E perch la mia  venuta  non  ha  avuto
    altro fine,  qui deve aver fine la mia fermata.  Che i diavoli come me
    rimangano con te, e gli angeli buoni con questi altri signori.
    Ci detto,  suon lo smisurato corno,  volt le spalle,  e se ne  and
    senza  aspettar risposta da nessuno.  Grande fu di nuovo lo stupore di
    tutti,  ma specialmente di Sancio e di Don Chisciotte: di  Sancio  nel
    vedere  che  a  dispetto  della  verit  si  voleva che Dulcinea fosse
    incantata,  di Don Chisciotte per non potere assicurarsi se era vero o
    no  quel  che gli era successo nella caverna di Montesino.  Mentre era
    sprofondato in questi pensieri, il Duca gli domand:
    - Che pensa di fare, signor Don Chisciotte? D'aspettare?
    - Perch no? - rispose lui. - Qui aspetterei, forte e intrepido! anche
    se venisse ad assalirmi tutto l'inferno.
    - Quanto a me - disse Sancio - se vedo un altro  diavolo  e  sento  un
    altro corno come quello che s' sentito ora,  gambe mie non  vergogna
    lo scappar quando bisogna.
    Intanto la notte s'era fatta pi  scura  e  si  cominciarono  a  veder
    correre  per  il  bosco molte luci,  come fanno in cielo le esalazioni
    secche della terra, che ai nostri occhi paiono stelle cadenti.  Si ud
    anche uno spaventevole rumore simile a quello delle massicce ruote dei
    carri da buoi, il cui stridore aspro e continuato si dice che mette in
    fuga  i  lupi e gli orsi,  se ce ne sono sul loro passaggio.  A questo
    frastuono se ne aggiunse un altro pi grande.  Parve  infatti  che  ai
    quattro  lati  del bosco si dessero al tempo stesso quattro battaglie;
    perch l rimbombava uno strepito secco di formidabili cannonate,  qua
    si  sparavano  innumerevoli schioppi,  vicino risuonavano le grida dei
    combattenti,  lontano si ripetevano gli Allel moreschi.  Finalmente
    le cornette,  i corni,  le buccine,  i clarini,  le trombe, i tamburi,
    l'artiglieria,  gli archibugi,  e soprattutto il pauroso stridore  dei
    carri  formavano tutti insieme un baccano cos confuso e orrendo,  che
    Don Chisciotte dovette chiamare a raccolta tutto il suo  coraggio  per
    resistere,  ma Sancio non resse,  e cadde svenuto tra le sottane della
    Duchessa,  la quale ve  lo  accolse  pietosamente  e  ordin  che  gli
    spruzzassero al pi presto dell'acqua in viso.  Cos fu fatto, ed egli
    ritorn in s  proprio  nel  momento  in  cui  un  carro  dalle  ruote
    scricchiolanti  arrivava  in  quel posto.  Era tirato da quattro lenti
    buoi tutti coperti di paramenti neri,  che in  cima  a  ciascun  corno
    portavano  legata  una gran torcia di cera accesa;  sopra il carro era
    eretto una  specie  di  trono,  sul  quale  stava  seduto  un  vecchio
    venerabile,  vestito di un lungo camice di finissima stoffa nera,  con
    una barba pi bianca della neve e tanto lunga che gli scendeva pi gi
    della cintola.  Siccome il carro era pieno di  una  gran  quantit  di
    lumi, si poteva ben vedere e discernere tutto quello che c'era dentro.
    Era guidato da due brutti diavoli vestiti della stessa stoffa, con dei
    visi cos orridi, che Sancio, dopo averli visti la prima volta, chiuse
    gli occhi per non rivederli pi.
    Quando il carro arriv al punto in cui erano i Duchi e Don Chisciotte,
    il  venerabile vecchio si alz dal suo alto seggio,  e stando in piedi
    con voce tonante esclam: Io sono il mago  Lirgandeo,  e  senza  che
    egli  aggiungesse una parola,  il carro tir di lungo.  Dopo di questo
    pass nel medesimo modo un altro carro, con un altro vecchio seduto in
    trono,  il quale,  fatto fermare il carro,  con voce  non  meno  forte
    dell'altro disse: Io sono il mago Alchife,  il grande amico d'Urganda
    l'inconoscibile e pass avanti. Arriv quindi nella stessa maniera un
    terzo carro,  ma l'individuo seduto sul trono non era un vecchio  come
    gli  altri  ma  un omaccione robusto e dallo sguardo truce,  il quale,
    arrivato nel solito punto degli altri,  si alz anche lui in  piedi  e
    disse, ma con voce pi rauca e pi indemoniata: Io sono l'incantatore
    Arcalao,  nemico  mortale  di  Amadigi  di  Gaula  e  di  tutta la sua
    parentela, e tir innanzi.
    A  poca  distanza  di  l  i  tre   carri   si   fermarono   e   cess
    l'insopportabile  strepito  delle  loro ruote,  e allora si ud non un
    altro rumore,  ma il suono di un soave concerto,  che fece  rallegrare
    Sancio, perch lo ritenne un buon segno. E quindi disse alla Duchessa,
    da cui non si scostava d'un passo:
    - Signora, dove c' musica non ci possono essere cose cattive.
    - E nemmeno dove ci son lumi e luce - rispose la Duchessa.
    -  Piano!  -  replic  Sancio  -  anche il fuoco fa lume,  e le fiamme
    mandano luce,  come si pu vedere da questo incendio che ci circonda e
    che  potrebbe  anche  arrostirci;   ma  la  musica    sempre  indizio
    d'allegria e di festa.
    - E' quello che vedremo - disse Don Chisciotte  che  lo  ascoltava.  E
    disse bene, come si sentir nel capitolo seguente.

    NOTA 1: Hernn Nuez de Guzmn (1463-1553),  autore di una raccolta di
    proverbi.

    CAPITOLO 35.
    Dove si continua a parlare della notizia che ebbe Don  Chisciotte  sul
    modo di disincantare Dulcinea con altri avvenimenti meravigliosi.

    Videro  allora che al suono di quella piacevole musica veniva verso di
    loro un carro di quelli che chiamano trionfali,  tirato  da  sei  mule
    grigie,  ma coperte di panno bianco, e sopra ciascuna di esse stava un
    penitente pure vestito di bianco,  con una gran torcia di cera  accesa
    in  mano.  Il  carro  era  due  volte e anche tre volte pi grande dei
    precedenti;  in cima e dalle  parti  vi  stavano  sopra  altri  dodici
    penitenti  bianchi  come  la  neve,  tutti  con  le loro torce accese,
    spettacolo meraviglioso e spaventevole al tempo stesso;  e su un  alto
    trono stava seduta una ninfa vestita di mille veli di garza argentata,
    sui  quali  brillavano innumerevoli lustrini dorati,  che la rendevano
    vistosa se non ricca: aveva  il  capo  coperto  con  un  velo  fine  e
    trasparente,  che lasciava vedere un bellissimo volto di fanciulla,  e
    le molte luci davano modo  di  distinguere  anche  l'et,  che  doveva
    essere  tra  i  diciassette  e  i venti anni.  Accanto a lei stava una
    figura vestita d'una tonaca che le arrivava fino ai piedi e  col  capo
    coperto da un velo nero.
    Quando  il carro giunse dinanzi ai Duchi e a Don Chisciotte,  cess la
    musica dei clarini e subito dopo anche quella delle arpe e  dei  liuti
    sul carro.  Allora il personaggio con la tonaca si alz, se l'apr sul
    davanti,  e si tolse il velo di capo,  mostrando agli occhi  di  tutti
    l'orrida  e  scheletrica  figura della Morte.  Don Chisciotte ne prov
    ribrezzo,  Sancio ebbe  paura,  e  i  Duchi  fecero  un  movimento  di
    ripugnanza.  Questa  morte  viva  alzatasi  in piedi,  con voce un po'
    addormentata e con lingua non molto sveglia cominci a dire:

    Io sono Merlino di cui le storie dicono che ebbe il diavolo per padre
    (menzogna che poi con l'andare dei  secoli  ricevette  sempre  maggior
    credito) principe delle arti magiche, sovrano e archivio della scienza
    zoroastrica,  emulo  dei tempi e delle epoche,  che pretendono coprire
    d'oblio le gesta dei prodi cavalieri erranti,  a cui ho sempre portato
    e porto grande affetto.
    Bench  il carattere dei maghi e degli incantatori sia duro,  aspro e
    forte,  il mio invece  tenero,  blando,  amoroso e proclive a far del
    bene  a  tutti.  Nelle  cupe  caverne  di Dite,  dove la mia anima era
    occupata a disegnare delle figure  magiche,  giunse  la  dolente  voce
    della bella e impareggiabile Dulcinea.
    Ho   cos   saputa   la   sventura  del  suo  incantesimo  e  la  sua
    trasformazione da gentildonna in rustica contadina.  Io  ne  ho  avuta
    piet, e quindi serrato il mio spirito nelle forme di questo scheletro
    orrendo  e  spaventoso,  dopo  aver scartabellati migliaia di libri di
    questa mia scienza cupa e diabolica,  vengo ad annunziare  il  rimedio
    necessario a un cos grande dolore, a un male cos grande.
    O  tu,   gloria  e  onore  di  quanti  vestono  corazza  d'acciaio  e
    d'adamante; luce,  faro,  sentiero,  stella guida di tutti coloro che,
    lasciato  il  pigro  sonno  e  l'oziose piume,  s'assoggettano al rude
    esercizio delle armi pesanti e sanguinose;  a te,  o signore,  non mai
    abbastanza lodato quanto si deve,  a te prode e al tempo stesso saggio
    Don Chisciotte,  splendore della Mancia e stella  della  Spagna,  dico
    dunque  che,  per restituire la sua forma primitiva all'impareggiabile
    Dulcinea,  bisogna che Sancio,  tuo scudiero,  si dia  tremilatrecento
    frustate  sulle sue poderose natiche scoperte alla bell'aria;  in modo
    che gli dolgano,  gli frizzino,  gli brucino.  E questo  quanto hanno
    stabilito  tutti  gli  artefici  del suo disgraziato incantesimo.  Per
    questo io son venuto qui, o miei signori.

    - Giuraddio!  - grid Sancio a questo punto.  - Ho proprio  voglia  di
    darmi,  non dico tremila, ma tre frustate, quanto ho voglia di tirarmi
    tre coltellate! All'inferno questo sistema di disincantare!  Io non so
    che ci abbiano che vedere le mie chiappe con gli incantesimi. Per Dio!
    Se  il  signor Merlino non ha trovato altra maniera di disincantare la
    signora Dulcinea del Toboso, per conto mio ha tempo d'andare incantata
    anche all'altro mondo.
    -  E  io  vi  piglio  -  esclam  Don  Chisciotte  -  don  villanaccio
    puzzolente,  e  vi  attacco  a un albero,  nudo come vostra madre v'ha
    fatto, e non dico tremilatrecento, ma seimila seicento frustate vi do,
    e cos ben somministrate,  che non ve le possiate  scuotere  di  dosso
    tanto  facilmente.  E  non replicate,  perch vi strapperei l'anima di
    corpo.
    Sentendo questo, Merlino disse:
    - No,  non cos;  le frustate Sancio non deve riceverle per forza,  ma
    darsele  di  sua  spontanea volont e quando vuole;  perch non gli si
    fissa alcun termine. Anzi,  se desidera ridurre la sua pena d'una met
    di frustate,  allora deve lasciarsele dare da un altro, ancorch possa
    avere la mano un po' pesante.
    - N da un altro n da me,  n con mano pesante n da  pesare  replic
    Sancio.  -  Me  non  mi  deve  toccar nessuno.  L'ho forse fatta io la
    signora Dulcinea del Toboso,  perch le mie mele scontino  il  peccato
    dei suoi occhi? Il mio signor padrone s, che  carne della sua carne,
    dal momento che ogni pochino la chiama vita mia, anima mia, sostegno e
    appoggio suo,  lui s che pu e deve frustarsi per lei, e far tutte le
    pratiche necessarie per disincantarla;  ma  io,  frustarmi?!  "Apro  e
    renunzio".
    Appena  Sancio  ebbe  finito di dire queste parole,  la ninfa dai veli
    argentati che stava accanto  allo  spirito  di  Merlino,  si  alz,  e
    toltosi  il  velo,   scopr  un  volto  che  a  tutti  parve  pi  che
    straordinariamente  bello;   poi  con  maschia  baldanza  e  con  voce
    veramente non troppo femminile,  parlando direttamente a Sancio Panza,
    disse:
    - O scudiero della malora, anima di fango,  cuore di sughero,  viscere
    di  macigno!  Se ti ordinassero,  sfacciato assassino,  di buttarti di
    sotto da un'alta torre, se ti chiedessero,  o nemico del genere umano,
    che  tu  ti mangiassi una dozzina di rospi,  due di lucertole e tre di
    serpi: se ti  istigassero  ad  ammazzare  la  moglie  e  i  figli  con
    un'orrenda  e  acuta scimitarra,  allora non farebbe meraviglia che tu
    facessi delle smorfie e ti  mostrassi  maldisposto,  ma  far  caso  di
    tremilatrecento  frustate,  che  non  c' scolaro un po' birichino che
    sia, che non le pigli tutti i mesi,  via,  questo stupisce,  spaventa,
    sbalordisce  tutti  i cuori pietosi di quelli che ascoltano e anche di
    quelli che lo verranno a sapere con l'andar del tempo. Fissa,  animale
    duro  e  miserabile,  fissa  quei  tuoi  occhi  di gufo spaurito nelle
    pupille di questi  miei,  simili  a  rutilanti  stelle,  e  li  vedrai
    lacrimare filo filo anzi matassa matassa,  segnando sentieri, solchi e
    fosse sui floridi campi delle mie guance. Abbi piet,  mostro sornione
    e  maligno,  di  questa  mia fiorente giovinezza,  che oscilla tra una
    prima e una seconda diecina,  perch ho diciannove anni e non arrivo a
    venti;  e non permettere ch'essa si consumi e marcisca sotto la scorza
    d'una rozza villana. Se ora non ho tale aspetto,  una grazia speciale
    che m'ha fatto il signor Merlino qui presente,  soltanto perch la mia
    bellezza  ti  intenerisca,  poich  le lacrime di un'afflitta bellezza
    cambiano le rocce in bambagia e le tigri in pecore.  Dattele,  dattele
    su  codeste cicciacce bestione selvatico;  tira fuori un po' di quella
    buona volont che non  adoperi  mai  altro  che  per  pappare,  sempre
    pappare,  e  libera  dall'incantesimo,  in  cui  son  prigioniere,  la
    delicatezza della mia  pelle,  la  soavit  del  mio  carattere  e  la
    bellezza del mio volto!  E se per me non vuoi raddolcirti, n intender
    ragione,  fallo almeno per codesto povero  cavaliere  che  ti  sta  al
    fianco,  per il tuo padrone dico,  a cui vedo l'anima che gli  salita
    su,  e gli si  messa a traverso la gola a meno di  dieci  dita  dalle
    labbra,  e  non  aspetta  altro che la tua dura o dolce risposta,  per
    finir d'uscire dalla bocca, o ritornare nello stomaco.
    Sentendo questo Don Chisciotte si tast la gola, e voltandosi al Duca:
    - Per Dio, signor Duca! - esclam.  - Dulcinea ha detto la verit.  Mi
    sento davvero l'anima attraverso la gola come una pallottola.
    - Che ne dite voi di tutto questo, Sancio? - chiese la Duchessa.
    - Signora - rispose Sancio - io dico quel che ho gi detto: che quanto
    alle frustate "apro e renunzio".
    - "Abrenuntio" si deve dire, Sancio - gli osserv il Duca - e non come
    dite voi.
    - Mi lasci stare,  Altezza - rispose Sancio.  - Si figuri se ora posso
    stare a badare tanto per il sottile a una lettera di pi  o  di  meno!
    Queste  frustate  che  mi devono dare,  o che mi debbo dare,  mi hanno
    talmente scombussolato,  che non so pi neanch'io quel che dico o quel
    che  faccio.  Vorrei  solamente  sapere un pochino dove la mia signora
    Dulcinea del Toboso ha imparato a chieder le cose in quel modo.  Viene
    a chiedermi che mi spacchi il sedere a frustate,  e mi chiama anima di
    fango,  bestione salvatico,  con una litania d'altri titolacci che non
    li sopporterebbe un diavolo. Ma non ho mica la carne di bronzo, io! Me
    ne  viene qualcosa a me se lei si disincanta o no?  Che cosa mi d per
    farmi diventar tenero?  Sentiamo.  Una cesta di  biancheria?  camicie,
    fazzoletti?  calze,  sebbene  non  ne porti?  Nossignori: un vituperio
    dietro l'altro.  Eppure lo deve conoscere quel proverbio che dice  che
    un ciuco carico d'oro sale bene anche in cima a una montagna,  e che i
    regali spezzano i sassi,  e aiutati che Dio t'aiuta,  ed   meglio  un
    uovo oggi che una gallina domani. E il mio signor padrone, che avrebbe
    dovuto  lisciarmi per il verso del pelo perch diventassi morbido come
    la seta,  dice che se mi piglia,  m'attaccher nudo a un albero,  e mi
    raddoppier  la  dose  delle  frustate.  Eppure questi signori cos di
    cuore dovrebbero anche considerare che qui non si chiede soltanto  che
    si  frusti uno scudiero,  ma un governatore,  che sarebbe come dire il
    male, il malanno e l'uscio addosso. Imparino, mondo birbone, imparino,
    a saper chiedere e pregare la gente  con  un  po'  di  buona  creanza;
    perch  tutti i momenti non son compagni,  e gli uomini non son sempre
    di buon umore.  Son qui che crepo dalla bile vedendo  il  mio  vestito
    verde  tutto  strappato,  e  vengono  a  chiedermi  che  mi  dia delle
    frustate. S, per Dio! Ne ho voglia quanto di farmi turco.
    - Caro Sancio - disse il Duca - sul serio,  se voi  non  vi  fate  pi
    morbido  d'una  pera  matura,  addio  governo!  Sarebbe  bella  che io
    inviassi ai miei isolani un governatore crudele,  un cuore  di  sasso,
    che  non  si  arrende  alle  lacrime  delle  afflitte donzelle n alle
    preghiere dei saggi, possenti,  e antichi maghi e incantatori.  In una
    parola,  Sancio, o voi vi frustate, o vi fate frustare, o rinunciate a
    esser governatore.
    - Signore - rispose Sancio - non mi potrebbe dare due giorni di  tempo
    per rifletterci e vedere quel che mi conviene di pi?
    -  Assolutamente  no  - disse Merlino.  - Qui subito e in questo posto
    deve esser definito quest'affare: o Dulcinea torner nella caverna  di
    Montesino rimutata in contadina com'era, o subito nella forma in cui 
    ora sar portata ai Campi Elisi, dove star ad aspettare che il numero
    delle frustate voluto sia raggiunto.
    -  Su?  da  bravo,  Sancio  -  disse la Duchessa - fatevi coraggio,  e
    mostratevi riconoscente del pane che avete mangiato presso  il  signor
    Don Chisciotte, che tutti dobbiamo riverire e favorire per il suo buon
    carattere  e  per  le sue alte gesta cavalleresche.  Dite di s,  via,
    figliolo; pigliatevi questo carico di frustate, e al diavolo la paura:
    cuor forte spezza cattiva sorte, come sapete bene.
    A questi discorsi Sancio non rispose a tono,  ma domandando  invece  a
    Merlino:
    - Dica un po',  signor Merlino; quando arriv qui il diavolo corriere,
    port al mio padrone una ambasciata del signor  Montesino,  dicendogli
    da  parte sua che l'aspettasse qui,  perch veniva a dargli istruzioni
    sul modo di disincantare la signora Dulcinea;  ma fino a ora  non  s'
    visto n lui n nessuno che gli somigli.
    - Il diavolo, caro Sancio - rispose Merlino -  un ignorante e un gran
    birbaccione.  Sono  stato  io  che  l'ho  mandato  in cerca del vostro
    padrone,  e  non  con  un'ambasciata  di  Montesino,  ma  mia;  perch
    Montesino se ne sta nella sua caverna ad aspettare o, per meglio dire,
    a sperar d'essere disincantato,  e campa cavallo ch l'erba cresce. Se
    avanzate qualche cosa da lui,  o se avete qualche affare da trattarci,
    io  ve  lo  porter  e  ve lo poser dove vorrete,  ma intanto per ora
    dateci il  benestare  di  queste  frustate;  e  credetemi  che  questa
    penitenza  vi sar di gran vantaggio all'anima e al corpo;  all'anima,
    per la carit con cui la farete;  al corpo,  perch so  che  siete  di
    costituzione sanguigna e il cavarvi un po' di sangue non vi far male.
    -  Quanti medici c' nel mondo!  Perfino gli incantatori vogliono fare
    il medico  -  disse  Sancio.  -  Ma  siccome  tutti  mi  dicono  cos,
    quantunque  io questo bisogno non lo senta,  ebbene,  accetto di darmi
    tremilatrecento frustate,  a patto e  condizione  di  darmele  come  e
    quando  voglio  io,  senza  stabilire  giorni fissi e senza termini di
    tempo: ci penser io a levarmi il debito pi presto che sia possibile,
    perch il mondo possa godere la bellezza della  signora  Dulcinea  del
    Toboso;  giacch, a quel che pare e contrariamente a quel che credevo,
     belloccia davvero.  Altra condizione dev'essere,  che io non intendo
    di  rimanere obbligato a farmi uscire il sangue a ogni frustata,  e se
    qualcuna sar un po',  cos,  a scacciamosche,  deve entrare nel conto
    anche  quella.  Parimenti  se  mi  sbagliassi  nel  numero,  il signor
    Merlino,  poich sa tutto,   tenuto ad aver cura di  contarle,  e  di
    farmi sapere se me ne mancano ancora, o se me ne sono date di pi.
    -  Di  questo non ci sar bisogno d'avvisarvi - rispose Merlino perch
    arrivato al  numero  richiesto,  immediatamente  la  signora  Dulcinea
    rimarr disincantata, e verr, riconoscente, a cercare il buon Sancio,
    a ringraziarlo e anche a ricompensarlo per la sua buona opera.  Quindi
    non c' bisogno di registrare scrupolosamente  n  quelle  di  pi  n
    quelle  di  meno,  e  che Dio mi guardi dal mettere in mezzo nessuno e
    dall'approfittarmi nemmeno d'uno spillo.
    - E sia dunque!  Io mi rimetto nelle mani di  Dio  -  disse  Sancio  e
    m'adatto  alla  mia  trista sorte;  accetto,  cio,  la penitenza alle
    condizioni stabilite.
    Appena Sancio ebbe dette queste ultime parole,  la musica dei  clarini
    ricominci,  e di nuovo si udirono innumerevoli spari d'archibugi: Don
    Chisciotte si butt al collo di Sancio  e  gli  dette  mille  baci  in
    fronte  e  sulle  guance.  Anche  la  Duchessa,  il  Duca  e  tutti  i
    circostanti dettero segno della loro pi viva gioia,  mentre il  carro
    riprese la sua strada e la bella Dulcinea, passando, chin la testa ai
    Duchi, e fece una gran riverenza a Sancio.
    Intanto  l'alba  s'avvicinava  a  gran  passi  allegra e sorridente: i
    fiorellini di campo si drizzavano tutti aperti sul  loro  stelo,  e  i
    liquidi cristalli dei ruscelletti mormorando tra i sassolini bianchi e
    grigi  andavano a portare il loro tributo ai fiumi che li aspettavano:
    la terra lieta, il cielo sereno, l'aria pura,  la luce limpida,  tutto
    annunziava che il giorno, che di gi incalzava l'aurora, sarebbe stato
    chiaro e sereno.  I Duchi, soddisfatti della caccia e d'aver raggiunto
    il loro scopo cos abilmente e felicemente,  ritornarono  al  castello
    col  proposito di continuare le loro burle,  che li divertivano pi di
    qualunque altro passatempo.

    CAPITOLO 36.
    Dove si racconta la strana  e  mai  immaginata  avventura  della  Dama
    Tribolata  altrimenti detta contessa Trifaldi e si riporta una lettera
    che Sancio Panza scrisse a sua moglie Teresa Panza.

    Il Duca aveva un maggiordomo di un carattere molto burlone e  allegro.
    Era  lui  che aveva fatto da Merlino e organizzato tutto l'apparecchio
    dell'avventura precedente: aveva composto i versi e fatta  fare  a  un
    paggio la parte di Dulcinea. D'accordo con i suoi signori egli prepar
    un'altra  burla  della  pi  buffa e straordinaria specie che si possa
    immaginare.
    Il giorno dopo la Duchessa domand a Sancio  se  aveva  cominciata  la
    penitenza che doveva fare per disincantare Dulcinea. Sancio rispose di
    s,  e  che  quella notte s'era dato cinque frustate.  La Duchessa gli
    domand con che se l'era date, e lui rispose che se l'era date con una
    mano.
    - Ma questo allora si chiama darsi  degli  sculaccioni  -  replic  la
    Duchessa - e non delle frustate. Ho paura che il mago Merlino non sar
    troppo  soddisfatto  di questa eccessiva indulgenza.  Bisogner che il
    bravo Sancio si decida a disciplinarsi con una di quelle cordicelle  a
    nodi  o  a  punte  di  ferro che si fanno sentire;  perch il verbo va
    insegnato a suon di nerbo,  e non  ammissibile che la libert di  una
    cos gran signora possa concedersi a cos basso prezzo;  e le opere di
    carit fatte alla stracca,  se lo ricordi  Sancio,  non  hanno  nessun
    valore.
    -  Allora  -  rispose Sancio - mi dia lei una disciplina o un pezzo di
    corda adatto,  e io me le dar con quello,  purch non si senta  molto
    male.  Perch  la  Signoria  Vostra  deve  sapere  che  sebbene sia un
    contadino,  la mia carne tira pi al delicato che al ruvido,  e io non
    ho voglia di scorticarmi per i begli occhi di nessuno.
    - Sta bene - rispose la Duchessa. - Vuol dire che domattina vi dar io
    una  disciplina  che  faccia  il  paio con la delicatezza della vostra
    carne, proprio come se fossero sorelle.
    - Ora lei,  Altezza dell'anima mia,  deve sapere un'altra  cosa  disse
    Sancio.  -  Ho scritto una lettera a mia moglie Teresa Panza,  dandole
    conto di tutto quello che mi  successo dacch son venuto via da casa.
    L'ho qui in seno,  e non ci  manca  altro  che  metterci  l'indirizzo.
    Vorrei  che  la  Signoria  Vostra la leggesse,  perch mi pare che sia
    proprio una lettera da governatore,  voglio dire scritta nel modo  che
    devono scrivere i governatori.
    - Chi l'ha composta?
    - E chi la doveva comporre se non io, poveraccio?
    - E l'avete scritta da voi?
    -  Nemmeno  per idea - rispose Sancio - perch io non so n leggere n
    scrivere, sebbene sappia far la mia firma.
    - Vediamola - disse la Duchessa.  - Certamente vi avrete dimostrato la
    qualit e l'abbondanza del vostro ingegno.
    Sancio si tir fuori di seno una lettera aperta; la Duchessa la prese,
    e vide che ci diceva in questa maniera:

    LETTERA DI SANCIO PANZA A TERESA PANZA SUA MOGLIE.
    Se    vero  che  mi  davan delle buone frustate,   anche vero che a
    cavallo ci facevo una magnifica figura (1); e io,  se ho finalmente un
    buon  governo,  mi  costa per delle buone frustate.  In questo,  cara
    Teresa,  tu ora non ci capirai nulla,  ma in  seguito  lo  saprai.  Ti
    faccio  dunque sapere che ho deciso che tu vada in carrozza,  e questo
    ora  l'importante,  perch ogni altro modo d'andare sarebbe un  andar
    gattoni. Sei la moglie d'un governatore e figurati se non staranno con
    cento occhi aperti per far cagnara alle tue spalle! Insieme con questa
    mia ti mando un vestito verde da cacciatore,  regalatomi dalla signora
    Duchessa, perch tu ci faccia una gonnella e un corsetto per la nostra
    figliola.  Ho sentito dire in questo paese che il  mio  padrone    un
    pazzo  savio  e un mentecatto buffo,  e che io non son da meno di lui.
    Siamo stati nella caverna di Montesino,  e il savio Merlino  ha  fatto
    conto  su  me  per  disincantare  Dulcinea del Toboso,  chiamata cost
    Aldonza Lorenzo.  Con tremila trecento frustate meno cinque,  che devo
    darmi, rimarr disincantata tale e quale come la mamma che la partor.
    Di tutto questo non farne parola con nessuno, perch tu sai come vanno
    certe faccende: chi mette il suo affare a consiglio, uno dice bianco e
    l'altro  vermiglio.  Tra  pochi  giorni  partir  per andare a pigliar
    possesso del governo e  ci  vado  con  grandissimo  desiderio  di  far
    quattrini,  perch  mi  hanno  detto  che tutti i governatori nuovi vi
    vanno con questo medesimo desiderio. Sentir un po' che affare , e ti
    sapr dire se devi venire a raggiungermi o no.  Il ciuco sta bene e ti
    fa  tanti  saluti;  e  non  ho nessun'idea di disfarmene neanche se mi
    facessero Sultano.  La Duchessa mia signora ti bacia  mille  volte  le
    mani;  tu  in contraccambio baciagliele duemila,  perch non c' cosa,
    dice  il  padrone,  che  costi  meno  e  faccia  miglior  effetto  dei
    complimenti.  Il cielo non ha voluto che trovassi un'altra valigia con
    altri cento scudi dentro come  quella  dell'altra  volta;  ma  non  ti
    confondere per questo, Teresa mia; perch tre gambe l'ho in mano, come
    disse  quello che rubava i polli al buio,  e tutte le macchie andranno
    via in bucato;  e il bucato in questo  caso  sarebbe  il  governo  che
    m'aspetta.  Solamente  mi  d  una  gran pena il sentire che se faccio
    tanto d'assaggiarlo,  mi leccher poi le dita in modo  da  succiarmele
    tutte,  e  allora,  caro  il mio governo!  Ma dopo tutto penso che gli
    storpi e i  monchi  hanno  il  loro  canonicato  nelle  elemosine  che
    raccattano;  e  quindi,  o per un verso o per un altro,  tu diventerai
    ricca e farai fortuna.  Dio te lo conceda  nella  sua  onnipotenza,  e
    mantenga anche me per il tuo bene.  Da questo castello il 20 di luglio
    del 1614.
    Tuo marito, il governatore Sancio Panza.

    Finita di leggere la lettera, la Duchessa disse a Sancio:
    - In due cose va un po' fuori strada il bravo governatore: la prima  
    di  dire  o di far credere che questo governo gliel'hanno concesso per
    le frustate che si deve dare; mentre egli sa benissimo, e non pu dire
    di no, che quando il Duca mio signore glielo promise,  di frustate non
    se  ne  parl  nemmen  per  sogno;  l'altra  che in quella lettera si
    mostra molto avido e allora Dio ce la mandi  buona,  perch  l'avidit
    sfonda il sacco, e il governatore avido offende la giustizia.
    - Oh,  io non volevo dir questo,  signora - rispose Sancio - e se alla
    Signoria Vostra non le  sembra  che  questa  lettera  vada  come  deve
    andare,  non c' da far altro che strapparla e scriverne un'altra,  ma
    potrebbe  darsi  che  fosse  peggiore,   se  si  lascia  fare  al  mio
    comprendonio.
    -  No,  no  -  replic  la Duchessa - sta bene questa,  e voglio farla
    vedere al Duca.
    Ci detto se ne andarono in un giardino,  dove si  doveva  servire  il
    pranzo  quel  giorno.  La Duchessa fece vedere la lettera di Sancio al
    Duca, che ci si divert un mondo. Poi desinarono,  e dopo sparecchiata
    la  tavola  si  trattennero  un  pezzo a sentire i gustosi discorsi di
    Sancio Panza;  quando a un tratto si ud il suono  melanconico  di  un
    piffero e quello rauco di uno stonato tamburo.  Tutti parvero turbati,
    udendo quella confusa,  marziale e triste  armonia,  specialmente  Don
    Chisciotte, che non riusciva a star fermo sulla seggiola, tanto era il
    suo turbamento; quanto a Sancio basti dire che la paura lo costrinse a
    rifugiarsi  nel  solito  posto,  cio  accanto o tra le gonnelle della
    duchessa perch realmente il suono che si sentiva  era  melanconico  e
    lugubre. E mentre erano tutti cos sorpresi, videro entrare e avanzare
    nel  giardino due uomini vestiti a lutto con delle cappe cos lunghe e
    discinte,  che strascicavano per terra.  Venivano avanti suonando  due
    gran  tamburi,  velati di nero,  e al loro fianco marciava il piffero,
    anche lui nero come la pece.  Teneva dietro a tutti e tre un individuo
    d'un  personale gigantesco,  ammantato pi che vestito d'una tunica di
    un nero cupo,  il cui strascico era anch'esso di smisurata  grandezza.
    Sopra alla tunica portava una larga cintura, nera anche quella, da cui
    pendeva  una smisurata scimitarra col fodero e la dragona neri.  Aveva
    il viso coperto da un velo nero trasparente  attraverso  il  quale  si
    scorgeva  una  barba  lunghissima,  bianca come la neve,  e incedeva a
    passo al suono dei tamburi con molta flemma e  solennit.  Insomma  la
    sua altezza,  la sua andatura,  il suo nero vestito e il suo corteggio
    parevano fatti apposta per  stupire,  come  effettivamente  stupirono,
    tutti quelli che lo videro, senza sapere chi era. Con la lentezza e il
    sussiego  che  abbiamo detto,  costui and a inginocchiarsi innanzi al
    Duca che lo aspettava in piedi insieme con tutti gli  altri  presenti.
    Ma  il Duca non gli permise assolutamente di parlare fino a che non si
    fu rialzato. Quel portentoso spauracchio obbed, e, alzatosi,  sollev
    il  velo  che nascondeva il suo viso,  e mostr la pi orrida,  la pi
    lunga,  la pi bianca e pi folta barba che occhi umani  avessero  mai
    visto  fino  a  quel  giorno:  poi  subito  sprigion  e  trasse fuori
    dall'ampio e poderoso petto una voce grave e sonora,  e  fissando  gli
    occhi sul Duca, disse:
    - Altissimo e potente signore! Io son chiamato Trifaldino dalla bianca
    barba,  e son scudiero della contessa Trifaldi, una dama di compagnia,
    detta con altro nome la  Dama  Tribolata;  da  parte  della  quale  mi
    presento  a  Vostra  Altezza,  supplicandola perch voglia degnarsi di
    darle facolt e licenza di entrar qui dentro  a  manifestarle  la  sua
    afflizione,  che    una delle pi nuove e pi meravigliose che il pi
    afflitto pensiero del  mondo  possa  mai  aver  pensato.  E  anzitutto
    desidera  sapere se c' in questo vostro castello il valoroso e sempre
    invitto cavaliere Don Chisciotte della Mancia,  in cerca del  quale  
    venuta  a  piedi  e  digiuna dal regno di Candaia fino a questo vostro
    stato,  cosa che deve ascriversi a miracolo e a forza  d'incantamento.
    Essa   rimasta alla porta di questa fortezza,  o casa di campagna,  e
    per entrare non aspetta che il vostro beneplacito. Ho detto.
    Dopo di che toss,  si lisci la barba da cima a fondo con tutte e due
    le mani,  e con molta gravit stette ad attendere la risposta del Duca
    che fu la seguente:
    - Signor scudiero Trifaldino dalla bianca barba, da molti giorni ormai
    siamo al corrente delle disgrazie della signora contessa Trifaldi, che
    gli incantatori hanno ridotto a chiamarsi la Dama Tribolata, e quindi,
    meraviglioso scudiero, ben potete dirle che entri, perch qui si trova
    il  valoroso  cavaliere  Don  Chisciotte  della  Mancia,   dalla   cui
    generosit  essa pu certo ripromettersi ogni protezione e ogni aiuto.
    Al tempo stesso potrete dirle da parte mia che se  il  mio  favore  le
    fosse  necessario,  non  le deve mancare,  poich mi tiene obbligato a
    concederglielo  l'esser  cavaliere,  condizione  a  cui    annesso  e
    implicito  il favorire ogni specie di donne,  e specialmente le vedove
    decadute e afflitte, come deve essere Sua Signoria.
    Ci sentendo,  Trifaldino pieg il ginocchio fino  a  terra,  e  fatto
    segno  al  piffero  e ai tamburi di suonare,  col medesimo suono e col
    medesimo passo con cui era entrato, usc dal giardino, lasciando tutti
    ammirati del  suo  aspetto  e  portamento.  Il  Duca,  voltosi  a  Don
    Chisciotte, gli disse:
    -   Finalmente,   famoso   cavaliere,   le  tenebre  della  malizia  e
    dell'ignoranza non possono coprire e oscurare la  luce  del  valore  e
    della  virt.  Dico  questo  perch  Vostra Grazia  qui da appena sei
    giorni,  e gi gli sventurati e gli afflitti vi vengono a  cercare  da
    terre  lontane e remote,  e non mica in cocchio n su dromedari,  ma a
    piedi e digiuni, sicuri di trovare nel vostro braccio il rimedio delle
    loro pene e dei loro travagli, grazie alle vostre grandi prodezze,  la
    cui fama vola e s'aggira su tutta la superficie della terra.
    - Io vorrei,  signor Duca - rispose Don Chisciotte - che fosse qui ora
    quel benedetto sacerdote che l'altro giorno a  tavola  dimostr  tanto
    malanimo e tanto astio contro i cavalieri erranti,  perch vedesse coi
    propri occhi se tali cavalieri son necessari nel mondo.  Per  lo  meno
    avrebbe  toccato con mano che gli afflitti e gli sconsolati,  nei casi
    gravi e nelle grandi disgrazie,  non vanno a cercare il  rimedio  alle
    case  dei  letterati  o  a  quella del sagrestano del villaggio,  o al
    cavaliere che non  mai uscito dai confini  della  sua  parrocchia,  o
    all'ozioso  cortigiano  che  va  a  caccia  di notizie per riferirle e
    raccontarle, pi che non procuri di compiere imprese e prodezze perch
    altri le racconti e le scriva.  Il rimedio  delle  pene,  il  soccorso
    nelle  necessit,  la  tutela  delle fanciulle,  la consolazione delle
    vedove,  presso nessuna specie di persone si pu trovare migliore  che
    tra  i  cavalieri erranti;  e d'esser tale io rendo infinite grazie al
    cielo,  e ritengo come bene impiegato ogni travaglio e ogni  accidente
    che possa succedermi in questo onorifico ufficio.  Venga dunque questa
    signora e chieda quello che desidera, ch io le fornir il rimedio che
    le necessita,  nella forza del mio braccio e nell'ardita prontezza del
    mio intrepido animo.

    NOTA:  Allusione al supplizio della frusta;  il condannato era portato
    in giro per la citt su un cavallo e frustato dal boia.

    CAPITOLO 37.
    Dove continua la famosa avventura della Dama Tribolata.

    Il Duca e la Duchessa si  rallegrarono  moltissimo  vedendo  come  Don
    Chisciotte veniva bene incontro alla loro intenzione, ma Sancio disse:
    -  Io non vorrei che questa signora dama ponesse qualche inciampo alla
    promessa del mio governo;  perch ho sentito dire a un  farmacista  di
    Toledo,  che  parlava  come  un libro stampato,  che dove c' di mezzo
    delle dame di compagnia non pu mai andare a finir bene.  Giurabbacco!
    Come  ce  l'aveva  con  loro quel farmacista!  E quindi io mi domando:
    siccome tutte le dame sono noiose e  impertinenti,  qualunque  sia  la
    loro qualit e la loro condizione,  come saranno mai quelle tribolate,
    come hanno detto che  questa contessa Tre-falde o Tre-code?  Perch a
    casa mia o falde o code, o code o falde  tutt'uno.
    - Sta' zitto,  Sancio - disse Don Chisciotte. - Dal momento che questa
    signora dama viene a cercarmi tanto da lontano,  non  deve  essere  di
    quelle  che  il  farmacista  metteva tutte in un mazzo,  tanto pi che
    questa  contessa e quando le contesse servono da dame  di  compagnia,
    non possono servire che a regine e a imperatrici,  perch in casa loro
    son padrone assolute e son servite a  loro  volta  da  altre  dame  di
    condizione inferiore.
    Qui Donna Rodriguez che era presente:
    -  La  mia  signora  -  disse  -  tiene  al suo servizio tali dame che
    potevano esser contesse se la fortuna l'avesse voluto,  ma cos va  la
    legge   come  vuol  chi  regge.   E  nessuno  dica  male  delle  dame,
    specialmente di quelle anziane e di quelle ragazze.  Perch sebbene io
    non  sia  ragazza,  capisco  e  vedo benissimo il vantaggio d'una dama
    ragazza su una dama vedova.  E chi ha voluto tosarci  rimasto con  le
    forbici in mano.
    -  Tuttavia  -  replic Sancio - c' tanto da tosare in fatto di dame,
    almeno a sentire il mio barbiere,  che sar meglio  non  rimestare  il
    riso neanche se s'attacca.
    -  Gli  scudieri - rispose Donna Rodriguez - son sempre nostri nemici,
    perch  stando  fissi  nelle  anticamere  come   statue,   ci   vedono
    continuamente,  e  i  momenti  in  cui  non  pregano (e sono molti) li
    sciupano a far della maldicenza sul conto nostro,  a tagliarci i panni
    addosso,  e a cucir menzogne sulla nostra condotta.  A questi pezzi di
    legno ambulanti io rispondo che a loro dispetto,  nel  mondo  e  nelle
    case  dei  signori ci dobbiamo vivere anche noi sebbene nelle case dei
    signori vi si muoia di fame,  e si abbia appena una  tonaca  nera  per
    coprire le nostre carni,  delicate o non delicate che esse siano; come
    chi para una concimaia con un tappeto il giorno che  deve  passare  la
    processione.  Davvero  che se potessi e ne avessi il tempo,  farei ben
    comprendere non solo ai presenti,  ma al mondo  intero,  che  non  c'
    virt di cui una dama non sia dotata.
    -  Io  credo  -  disse  la Duchessa - che la mia brava Donna Rodriguez
    abbia ragione e molta;  ma bisogna che aspetti un momento  pi  adatto
    per  prendere la sua difesa e quella delle altre dame,  per confondere
    la cattiva opinione di quel cattivo farmacista e sradicare quella  che
    ha nel suo petto il gran Sancio Panza.
    - Dacch respiro aria di governatore - disse Sancio - mi son passati i
    capogiri  di  scudiero,  e  non  m'importa un fico di tutte le dame di
    compagnia di questo mondo.
    E avrebbero continuato un  pezzo  questo  colloquio  damesco,  se  non
    avessero  sentito che il piffero e i tamburi ricominciavano a suonare,
    dal che si cap che la Dama Tribolata stava per fare il suo  ingresso.
    La  Duchessa  domand al Duca se era bene andare a riceverla,  essendo
    una contessa e quindi persona d'alta condizione.  Ma prima che il Duca
    rispondesse:
    -  Come  contessa - disse Sancio - son d'accordo anch'io che l'Altezze
    Vostre vadano a riceverla, ma come dama di compagnia son di parere che
    non si debbano muovere d'un passo.
    - Chi ti ha detto a te di occuparti di queste faccende?  - gli domand
    Don Chisciotte.
    - Chi me l'ha detto? Io me lo son detto, nella mia qualit di scudiero
    che  ha  imparato  le regole della cortesia alla scuola della Signoria
    Vostra,  che  il pi cortese e ben educato cavaliere  che  esista  in
    tutta  la  cortigianeria.  E  in queste faccende,  secondo quel che ho
    sentito dire da lei,  si perde tanto per un punto di pi come per  uno
    di meno; e a buon intenditor poche parole.
    - E' proprio come dice Sancio - replic il Duca. - Vedremo che aria ha
    la contessa,  e da quella ci regoleremo per giudicare dei riguardi che
    le son dovuti.
    In questo mentre entrarono i tamburi e il piffero come la prima volta.
    E qui l'autore pone fine a questo breve capitolo,  per cominciarne  un
    altro  e  continuare  il racconto della medesima avventura,  che  una
    delle pi notevoli di questa storia.

    CAPITOLO 38.
    Dove si racconta quel che la Dama Tribolata  narr  della  sua  triste
    sorte.

    Dietro  i  suonatori  di  quella  melanconica  musica  fecero  il loro
    ingresso nel giardino dodici dame divise su due file, tutte vestite di
    una larga tonaca di panno sodato,  con delle  cuffie  bianche  da  cui
    scendevano  dei  veli  di mussolina fine tanto lunghi,  che lasciavano
    scoperto soltanto l'orlo  della  tonaca.  Dietro  di  loro  veniva  la
    contessa  Trifaldi,  condotta per mano dallo scudiero Trifaldino dalla
    bianca barba,  vestita  di  finissima  baietta  nera  non  arricciata,
    perch,  se fosse stata arricciata, ciascun ricciolo sarebbe stato pi
    grosso di un cecio di quelli grossi.  La coda,  o  falda,  o  come  si
    voglia  chiamare,  era  a tre punte,  sostenute da tre paggi parimente
    vestiti  a  lutto,   i  quali  formavano  una  caratteristica   figura
    matematica  con quei tre angoli acuti fatti dalle tre punte.  E quindi
    tutti quelli che videro la falda a tre punte,  capirono che da  quella
    prendeva nome la contessa Trifaldi, come chi dicesse la contessa dalle
    tre  falde.  Benengeli  dice che cos fu in realt,  e che il suo vero
    nome era contessa Lupini,  perch nella sua  contea  c'erano  parecchi
    lupi,  e che se invece di lupi fossero state volpi si sarebbe chiamata
    contessa Volpini,  essendo usanza di quei paesi che i signori prendano
    il loro nome dalla cosa o dalle cose che pi abbondano nei loro feudi;
    ma questa contessa, per dar risalto alla novit della sua coda, lasci
    il nome Lupini e prese quello di Trifaldi.
    Le  dodici  dame  e la signora venivano avanti a passo di processione,
    coi volti coperti da veli neri,  e  non  trasparenti  come  quello  di
    Trifaldino,  ma  anzi tanto fitti,  che non lasciavano scorgere nulla.
    Quando la squadra damesca fu tutta in vista,  il Duca,  la Duchessa  e
    Don  Chisciotte  si  alzarono  e  con  loro tutti quelli che stavano a
    vedere la  lunga  processione.  Le  dodici  dame  si  fermarono  e  si
    disposero  di  fronte  su due righe,  attraverso le quali si avanz la
    Tribolata sempre dando la mano a Trifaldino. Veduto ci,  il Duca,  la
    Duchessa  e  Don  Chisciotte  s'avanzarono  una  dozzina  di  passi  a
    riceverla. Essa, inginocchiatasi, con voce piuttosto grave e rauca che
    sottile e delicata, disse:
    - Le Vostre Altezze si degnino di non usar  tanta  cortesia  a  questo
    loro servo,  cio,  voglio dire a questa loro serva,  perch nella mia
    qualit di Tribolata,  non riuscir a rispondere come debbo,  dato che
    la  mia  straordinaria  e inaudita disgrazia mi ha tolto il senno e me
    l'ha portato chi sa dove, ma di certo molto lontano, perch quanto pi
    lo cerco, tanto meno lo trovo.
    - Senza senno sarebbe davvero,  signora contessa - rispose il  Duca  -
    chi  non  scoprisse  dalla vostra persona il vostro merito;  il quale,
    senza necessit di maggiore conoscenza,   degno di ogni pi  delicata
    cortesia, e di tutto il fiore delle pi squisite cerimonie.
    E presala per mano, la condusse a sedersi in una poltrona accanto alla
    Duchessa,  la  quale la ricevette del pari con molti complimenti.  Don
    Chisciotte taceva,  e Sancio moriva dalla voglia  di  vedere  il  viso
    della  Trifaldi  e di qualcheduna delle sue molte dame,  ma non gli fu
    possibile fino a che esse non si scoprirono di lor propria volont .
    Fermi e zitti, tutti stavano aspettando chi per primo avrebbe rotto il
    silenzio, e fu la Tribolata con queste parole:
    -  Nutro  fiducia,   signore  potentissimo,   bellissima  signora,   e
    gentilissimi  uditori,  che  il  mio  dolorosissimo trover nei vostri
    valorosissimi petti accoglienza  non  meno  affabile  che  generosa  e
    dolorosa, perch esso  cos grande da intenerire i marmi, ammorbidire
    i  diamanti e render molle l'acciaio dei pi induriti cuori del mondo,
    ma prima che questo mio dolore esca sulla piazza dei vostri uditi, per
    non dire dei vostri orecchi,  vorrei essere informata se nel  seno  di
    questa  compagnia si trova il purissimo cavaliere Don Chisciotte della
    Mancissima e il suo scudierissimo Panza.
    - Il Panza - disse Sancio prima che rispondesse qualcun  altro  eccolo
    qui  e  anche  il  Don  Chisciottissimo,   e  quindi,   Tribolatissima
    damissima,  voi potete dire quel che  vorretissime,  perch  noi  siam
    tutti pronti e dispostissimi a esser vostri servitorissimi.
    Qui  si  alz Don Chisciotte,  e indirizzando la parola alla Tribolata
    Dama, le disse:
    - Se le vostre  pene,  o  angosciata  signora,  possono  ripromettersi
    qualche  speranza  di  rimedio  dal  valore o dalle forze d'un errante
    cavaliere, ecco qui le mie che sebben deboli e poche, tutte saranno in
    servigio vostro adoperate.  Io son Don Chisciotte della Mancia,  ed  
    mio  compito  correre  in aiuto d'ogni sorta di necessitosi;  e quindi
    voi,  signora,  non avete bisogno di cattivarvi simpatie n di  cercar
    preamboli,  ma potete pianamente e senza ambagi esporre i vostri mali,
    perocch vi ascoltano orecchi che, se non rimediarli,  sapranno almeno
    compiangerli.
    Sentendo questo, la Tribolata Dama dette segno di volersi prostrare ai
    piedi  di  Don Chisciotte,  anzi effettivamente vi si gett,  e faceva
    forza per volerglieli abbracciare, dicendo:
    - Io mi prostro dinanzi  a  queste  ginocchia  e  a  questi  piedi,  o
    cavaliere  invitto,  perch  son le basi e le colonne della cavalleria
    errante: questi piedi voglio baciare,  dai cui passi pende  e  penzola
    ogni rimedio della mia disgrazia. O valoroso cavaliere errante, le cui
    vere  imprese  si  lasciano  addietro e oscurano quelle favolose degli
    Amadigi, degli Esplandiani e dei Belianigi!
    E  lasciando  Don  Chisciotte,  si  rivolse  verso  Sancio  Panza,   e
    prendendolo per mano gli disse:
    -  O  tu,  il  pi  leale  scudiero  che mai abbia servito a cavaliere
    errante nei presenti e nei passati  secoli,  dotato  d'una  bont  pi
    grande  che  la barba di Trifaldino,  mio accompagnatore qui presente,
    ben puoi vantarti,  ch,  servendo il gran Don  Chisciotte,  servi  in
    sintesi  a tutta la folla dei cavalieri che hanno trattato le armi nel
    mondo.  Io ti scongiuro per quel che  tu  devi  alla  tua  fedelissima
    bont,  di  essermi  buon  intercessore presso il tuo padrone,  perch
    senza indugio venga in aiuto a questa  umilissima  e  disgraziatissima
    contessa.
    -  Signora mia - rispose Sancio - che la mia bont sia grande e grossa
    come la barba del vostro scudiero,  a me poco me  n'importa.  Speriamo
    piuttosto  che  abbia tanto di barba e di baffi l'anima mia all'uscire
    da questo mondo, che  quello che preme, perch delle barbe di quaggi
    poco o punto mi curo.  Ma senza tutti questi rigiri e queste preghiere
    io  domander  al  mio  padrone (che so che mi vuol bene,  e in questo
    momento me ne vuole anche di pi, perch ha bisogno di me per un certo
    affare) che favorisca e aiuti Vossignoria in tutto quello che pu. Lei
    dunque vuoti il sacco delle sue pene,  ce le racconti,  e lasci  fare,
    ch fra tutti vedr che poi ci intenderemo.
    A  sentir  questi  discorsi  i  Duchi  scoppiavano dalle risa,  perch
    naturalmente erano  stati  loro  che  avevano  architettata  tutta  la
    faccenda,  e  dentro  di  s  lodavano l'acume e la disinvoltura della
    Trifaldi, la quale rimettendosi a sedere disse:
    - Del famoso regno di Candaia,  che  posto tra la gran Trapobana e il
    mar  del Sud,  due leghe pi in l del capo Comorin,  era regina Donna
    Magonza,  vedova del re Arcipela,  suo  signore  e  marito;  dal  qual
    matrimonio nacque la principessa Antonomasia,  erede del regno, che fu
    allevata ed educata sotto la mia tutela e i miei insegnamenti, essendo
    io la pi anziana e la  pi  ragguardevole  dama  di  sua  madre.  Con
    l'andar  del tempo Antonomasia arriv all'et di quattordici anni,  ed
    era di una bellezza cos perfetta,  che non si poteva andar pi in l.
    E  quanto  a  giudizio  non si pu dir davvero che il suo fosse quello
    d'una mocciosa, perch era assennata quanto bella, ed era la pi bella
    del mondo,  anzi lo  ancora,  se ormai i fati invidiosi e  le  parche
    spietate   non  le  hanno  troncato  lo  stame  della  vita;   ma  non
    gliel'avranno troncato di certo, perch i cieli non possono permettere
    che si faccia alla terra un cos grave danno,  come sarebbe quello  di
    cogliere ancora acerbo il grappolo della pi bella vite del mondo.  Di
    questa bellezza,  non abbastanza quanto si  deve  esaltata  dalla  mia
    inabile lingua,  si innamorarono un gran numero di prncipi,  tanto di
    quel regno quanto stranieri,  fra i quali os innalzare i pensieri  al
    cielo  di  tanta  bellezza  un  semplice cavaliere che si trovava alla
    corte,  confidando nella sua giovinezza,  nella  sua  bella  presenza,
    nelle  sue  molte  qualit  e abilit e in un felice e facile talento.
    Perch le Vostre Altezze,  con loro buona licenza,  devono sapere  che
    suonava  la  chitarra in modo che la faceva parlare;  era poeta e gran
    ballerino, e sapeva cos bene far le gabbie per gli uccelli, che se si
    fosse trovato agli estremi  del  bisogno,  con  questo  solo  mestiere
    avrebbe potuto guadagnarsi la vita. Tutte queste doti e attrattive son
    pi  che  sufficienti  a  far  cadere  una  montagna nonch una debole
    fanciulla.  Ma tutta la sua gentilezza e le sue brillanti qualit  non
    sarebbero  bastate  a far arrendere la fortezza della mia allieva,  se
    quel ladro  spudorato  non  fosse  ricorso  allo  stratagemma  di  far
    capitolare  me  per  prima.   Quel  brigante,  quel  miserabile  senza
    coscienza  cerc  anzitutto  di  entrare  nelle  mie  buone  grazie  e
    d'acquistarsi  il  mio  consenso,   perch  io,   come  un  castellano
    traditore, gli consegnassi le chiavi della fortezza posta sotto la mia
    sorveglianza.  In conclusione,  egli adul la mia intelligenza,  e  si
    impadron  della  mia  volont  con  certi  ninnoli  e ciondoli che mi
    regal;  ma quello che pi mi vinse furono  certe  strofette  che  gli
    sentii  cantare  una  notte  da  una  finestra  che  dava su un vicolo
    dov'egli passeggiava, e che se ben mi ricordo dicevano cos:

    Dalla dolce mia nemica
    nasce un duol ch'esser non suole
    e per pi tormento vuole
    che si senta e non si dica. (1)

    La strofa mi parve d'oro e la sua voce di miele,  e da quella volta in
    poi,  vedendo  il  fallo  in  cui son caduta per via di questi e altri
    versi  simili,   mi  sono  convinta  che  dagli  stati  ben  governati
    bisognerebbe  bandire i poeti,  come consigliava Platone;  per lo meno
    quelli amorosi,  perch non scrivono  delle  strofe  come  quelle  del
    marchese  di  Mantova,  che  divertono e fanno piangere i ragazzi e le
    donne,  ma dei sottili versi che  come  spine  soavi  vi  attraversano
    l'anima  e  ve  la  bruciano  come  la  folgore,  lasciando intatto il
    vestito. Un'altra volta egli cant:

    Vieni, o morte, e s furtiva
    ch'io non senta il tuo venir
    e pel gaudio di morir
    mi riabbia e sopravviva.

    e molte altre strofette e canzonette,  che a  sentirle  cantare  fanno
    rimanere  incantati  e a leggerle fanno andare in visibilio.  Che dire
    poi di quando quei poeti si abbassano a comporre un genere  di  poesia
    che in Candaia allora era di moda e che essi chiamavano "seghidiglie"?
    Allora davvero balzano le anime in petto, scoppiano le risate, i corpi
    si  agitano,  in  una parola tutti i sensi sono in tumulto.  E quindi,
    signori miei, poeti di questo genere, lo ripeto s,  dovrebbero essere
    confinati alle isole delle Lucertole.
    Ma  la  colpa non l'hanno loro,  bens gli ingenui che li lodano e gli
    sciocchi che li credono;  e se io fossi stata quella dama di compagnia
    seria  e  accorta che avrei dovuto essere,  non avrei dovuto lasciarmi
    commuovere dai loro rancidi concetti,  n  credere  che  fossero  vere
    quelle  loro  espressioni:  "vivo  morendo,  ardo nel gelo,  tremo nel
    fuoco, spero senza speranza, parto ma resto",  e tante altre assurdit
    di  questa  specie  di  cui son pieni i loro scritti.  E quando poi si
    mettono a promettere  la  fenice  d'Arabia,  la  corona  d'Arianna,  i
    cavalli del Sole,  le perle del mare del Sud,  l'oro del Pattlo, e il
    balsamo di Pancaia?  Ed  proprio qui dove danno la  via  alla  penna,
    tanto poco costa loro promettere quel che sanno benissimo di non poter
    mai mantenere.
    Ma perch divago cos? Ahi, disgraziata me! Che stoltezza e che pazzia
     questa che mi trascina a raccontare i falli altrui,  io che ho tanto
    da dire dei miei? Ah, sventurata me! Non mi vinsero i versi, ma la mia
    stoltezza; non mi sedussero i canti e la musica, ma la mia leggerezza!
    La mia grande ignoranza in queste faccende  e  la  mia  poca  prudenza
    aprirono  la  via  e  sgombrarono i sentieri ai passi di Don Cavicchio
    (cos si chiama il cavaliere) il quale con la  mia  complicit  entr,
    non una ma molte volte, nella camera d'Antonomasia, da me e non da lui
    tradita,  in qualit di futuro marito; perch, sebbene colpevole, pure
    posso dire che senza tale impegno mai e poi  mai  avrei  permesso  che
    egli  arrivasse  a  toccarle  nemmeno la punta delle scarpe.  No,  no,
    questo no: in qualunque affare di questo genere in cui metta  le  mani
    io,  il  matrimonio  deve  stare in prima linea.  Qui non c'era che un
    guaio,  e cio l'ineguaglianza delle condizioni;  perch Don Cavicchio
    era  un  semplice  cavaliere  e  Antonomasia,  come ho gi detto,  una
    principessa  ereditaria.  Per  diverso  tempo  questo  intrigo  rimase
    nascosto e dissimulato per la sagacia delle mie precauzioni, finch mi
    parve  che  l'andasse scoprendo a vista d'occhio non so che enfiagione
    del corpo di Antonomasia,  che dalla paura ci fece riunire tutti e tre
    a  consiglio;  e  fu  convenuto che prima che il malestro venisse alla
    luce,  Don Cavicchio dovesse dinanzi al  vicario  chiedere  in  moglie
    Antonomasia, in conformit d'una obbligazione sottoscritta da lei, con
    la quale s'impegnava a essere sua moglie,  e accortamente formulata da
    me  in  modo  da  aver  tanta  forza  che  neanche   Sansone   potesse
    infrangerla.   Si   fecero   i   passi  necessari,   il  vicario  vide
    l'obbligazione  e  interrog  la  principessa,   che  confess   tutto
    apertamente.  Allora  ordin  che  fosse  ricoverata  nella casa di un
    "alguazil" di corte, persona rispettabilissima...
    - Come?!  - interruppe Sancio a questo punto - anche a Candaia ci sono
    gli "alguazil" di corte,  i poeti e le "seghidiglie"?  Allora tutto il
    mondo  paese! Per,  signora Trifaldi,  bisogna che faccia il piacere
    di spicciarsi perch si fa buio,  e io muoio dalla voglia di conoscere
    la fine di una storia cos lunga.
    - Ben volentieri - rispose la contessa.

    NOTA 1: Strofetta di Serafino Aquilano, tradotta da Cervantes.

    CAPITOLO 39.
    Dove la Trifaldi prosegue la sua sorprendente e mirabile storia.

    Tanto si divertiva la Duchessa d'ogni parola detta da  Sancio,  quanto
    se ne disperava Don Chisciotte.  Il quale gli ordin di stare zitto, e
    allora la Tribolata continu a raccontare cos:
    - Finalmente  dopo  molti  interrogatori,  visto  che  la  principessa
    insisteva  sempre  nella  sua prima dichiarazione senza ritrattarla n
    cambiarla,  il vicario emise sentenza favorevole  a  Don  Cavicchio  e
    gliela  consegn  come  legittima  sposa,  ma la regina Donna Magonza,
    madre d'Antonomasia,  rimase tanto sdegnata,  che dopo tre  giorni  si
    dovette sotterrarla.
    - Allora era morta - disse Sancio.
    -  Mi  pare  chiaro  - rispose Trifaldino.  - A Candaia non c' uso di
    sotterrare i vivi ma i morti.
    - Ma s'  visto  diverse  volte,  signor  scudiero  -  replic  Sancio
    sotterrare uno sventurato credendo che fosse morto.  E a me pareva che
    la regina Magonza avrebbe fatto meglio  a  svenire,  piuttosto  che  a
    morire,  perch  finch  c' fiato,  c' speranza,  e lo sbaglio fatto
    dalla principessa non era poi cos grosso da doversela prendere  tanto
    a  cuore.  Se  si  fosse  sposata  con  un  paggio o con qualche altro
    domestico di casa,  come hanno fatto tante altre,  almeno a quanto  ho
    sentito dire, certo il danno sarebbe stato irrimediabile; ma essendosi
    accasata con un cavaliere cos gentiluomo e cos intelligente come c'
    stato descritto,  veramente,  sebbene,  s, sia stata una sciocchezza,
    non  stata poi tanto grossa come si crede.  Perch secondo  quel  che
    sostiene il mio padrone qui presente,  che non mi far bugiardo,  come
    dai chierici si fanno i vescovi,  cos dai cavalieri,  e molto pi  se
    son erranti, si possono fare i re e gli imperatori.
    -  Hai  ragione,  Sancio  - disse Don Chisciotte - perch un cavaliere
    errante,  sol che abbia due dita di fortuna,   sempre in procinto  di
    diventare  il  primo  sovrano  del mondo.  Ma continui pure la signora
    Tribolata,  perch mi sembra che ora le resti da raccontare l'amaro di
    questa storia fin qui cos dolce.
    - Eccome se resta l'amaro! - rispose la contessa - e cos amaro che al
    confronto l'assenzio e il rabarbaro sono un giulebbe!  Morta dunque la
    regina, e non svenuta, la sotterrarono,  e l'avevano appena coperta di
    terra,  le avevano appena dato l'ultimo addio,  quando...  "quis talia
    fando temperet a lacrimis"?...  sopra un  cavallo  di  legno  comparve
    sulla fossa della regina il gigante Malambruno,  cugino di Magonza, il
    quale oltre a essere crudele,    anche  un  famoso  incantatore.  Per
    vendicare la morte di sua cugina,  castigar l'audacia di Don Cavicchio
    e l'ostinazione d'Antonomasia,  egli con le sue arti magiche incant i
    due  giovani  sopra  la  tomba  stessa,  mutando lei in una scimmia di
    bronzo,   e  lui  in  uno  spaventevole  coccodrillo  di  un   metallo
    sconosciuto,  e  facendo sorgere in mezzo a loro un cippo anch'esso di
    metallo,  in cui sono scritte delle  parole  in  lingua  siriaca  che,
    tradotte  in  lingua  candaiesca e quindi in castigliana,  racchiudono
    questa sentenza: Non recupereranno la loro forma primitiva questi due
    amanti temerari, finch il valoroso Mancese non venga con me alle mani
    in singolar tenzone;  perocch soltanto al suo grande valore riserbano
    i  fati  questa inaudita avventura.  Fatto questo sfoder una larga e
    smisurata scimitarra,  e afferratami per i capelli fece per segarmi la
    gola e tagliarmi di netto la testa.  Ebbi un grande spavento,  la voce
    mi rimase chiusa nella strozza, e mi sentii perduta;  tuttavia feci un
    estremo sforzo, e con voce tremante e commossa gli dissi tante e tante
    cose, che egli sospese l'esecuzione di un castigo cos rigoroso.
    Finalmente si fece condurre innanzi tutte le dame di palazzo,  che son
    queste che vedete  qui  presenti,  e  dopo  aver  parlato  con  grande
    esagerazione  della  nostra  colpa,  dopo aver vituperato il carattere
    delle dame di compagnia,  le loro maligne astuzie e  i  loro  peggiori
    intrighi, addossando a tutte la colpa che era solamente mia, disse che
    non  voleva  punirci con la pena di morte,  ma con una pena pi lunga,
    che ci desse una continua morte civile.  In quello stesso  momento  in
    cui finiva queste parole, sentimmo tutte quante sulla pelle del nostro
    volto  aprirsi  i  pori  e  delle bucature per tutta la faccia come di
    punte di spillo.  Portammo subito le  mani  al  viso,  e  ci  trovammo
    ridotte come ora vedrete.
    Tosto  la Tribolata e le altre rialzarono i veli di cui erano coperte,
    e mostrarono dei visi incorniciati di magnifiche barbe  bionde,  nere,
    bianche  e  brizzolate.  A quella vista il Duca e la Duchessa rimasero
    meravigliati,  Don Chisciotte e Sancio stupiti,  e  tutti  i  presenti
    attoniti; e la Trifaldi prosegu:
    -  In  questo  modo  ci  castig quel tracotante e perfido Malambruno,
    coprendo i nostri volti rosei e delicati con  queste  dure  setole;  e
    piacesse  al  cielo  che  egli  ci avesse troncata la testa con la sua
    smisurata scimitarra,  piuttosto che oscurare la luce del nostro volto
    con questo pelame.  Perch,  siamo giusti,  signori miei (e questo che
    ora dico vorrei dirlo piangendo a dirotto;  ma i  nostri  occhi  hanno
    sparso  fin  qui  a causa della nostra disgrazia tali mari di lacrime,
    che son rimasti asciutti e aridi come sughero,  e quindi lo dir senza
    lacrime)...  Dicevo  dunque,  dove  potr  mai  collocarsi una dama di
    compagnia con tanto di barba?  Quale padre o quale madre avr piet di
    lei?  Chi  vorr aiutarla?  Perch,  se quando ha la pelle liscia e il
    viso martoriato da mille specie di cosmetici e di  altri  ingredienti,
    dura fatica a trovare chi la voglia,  che diranno a vedere un viso che
    pare un bosco? O dame e compagne mie! Siamo nate sotto cattiva stella,
    e in mal punto ci hanno generato i nostri  genitori.  E  cos  dicendo
    dette segno di svenire.

    CAPITOLO 40.
    Altri  fatti  attinenti  e  relativi  a  questa  avventura  e a questa
    memorabile storia.

    Davvero che tutti coloro a cui piacciono le storie come questa, devono
    mostrarsi  grati  a  Cide  Hamete,  suo  primo  autore,  per  la  cura
    meticolosa  con  cui  volle raccontarcene i minimi particolari,  senza
    lasciare nell'ombra la  pi  piccola  notizia.  Descrive  i  pensieri,
    rivela  le  immaginazioni,  risponde  alle  mute domande,  rischiara i
    dubbi,  risolve le difficolt che si presentano e soddisfa insomma  in
    modo  minuzioso alla pi esigente curiosit.  Oh,  famosissimo autore!
    Oh, fortunato Don Chisciotte! Oh, celebre Dulcinea! O,  faceto Sancio!
    Tutti insieme, e ciascuno in particolare, possiate voi vivere infiniti
    secoli per il piacere e il divertimento di tutti i mortali!
    Racconta  dunque  la  storia  che  quando  Sancio vide svenuta la Dama
    Tribolata, disse:
    - Sul mio onore e su quello di tutti i miei antenati Panza,  giuro che
    non  ho  mai  sentito  n  visto,  e  che il mio padrone non mi ha mai
    raccontato n ha potuto immaginare nella sua  fantasia  una  avventura
    come  questa.  Che  mille  diavoli  ti portino,  incantatore e gigante
    Malambruno !  Non potevi trovare un'altra specie di castigo da dare  a
    queste peccatrici,  piuttosto che quella po' po' di barba?  Come?  Non
    sarebbe stato meglio,  e pi conveniente per  loro  portargli  via  un
    pezzo  di  naso dal mezzo in su,  anche se poi avessero dovuto parlare
    con voce nasale, piuttosto che fargli venir la barba? Scommetterei che
    non hanno un soldo in tasca per farsela fare.
    - E' proprio vero,  signore - rispose una delle dame.  -  Non  abbiamo
    quattrini per farci radere;  e quindi alcune di noi sono ricorse,  per
    economia, a far uso di certi cerotti che si applicano sul viso, e poi,
    tirandoli via a un tratto, si rimane rase e liscie come il fondo di un
    mortaio di pietra.  Vi sono  vero in Candaia delle donne che vanno di
    casa in casa a levare i peli, a ridurre le sopracciglia e a fare altri
    servizi  di  toilette femminile,  ma noi dame della regina non abbiamo
    mai voluto chiamarle,  perch la maggior parte di loro  non  sono  che
    mezzane  che  hanno  smesso  di far le prostitute,  e se il signor Don
    Chisciotte non ci mette rimedio,  ci porteranno a seppellire con tanto
    di barba.
    -  Mi  strapperei la mia in paese di Mori - esclam Don Chisciotte- se
    non riuscissi a liberarvi dalla vostra!
    A questo punto la Trifaldi si riebbe dal suo svenimento, e disse:
    - Lo squillo di questa promessa,  valoroso cavaliere,   arrivato alle
    mie orecchie durante il mio svenimento,  e ha avuto l'effetto di farmi
    riavere e recuperare  tutti  i  miei  sensi;  e  quindi  di  nuovo  vi
    supplico,  inclito  e  indomito  cavaliere,  che  la  vostra  graziosa
    promessa sia mandata ad effetto.
    -  Per  quanto  sta  in  me  non  rimarr  inadempita  -  rispose  Don
    Chisciotte.  - Suvvia,  signora,  dite quello ch'io debbo fare: il mio
    animo  pronto a mettersi al vostro servigio.
    - Anzitutto - replic la Dama Tribolata - di qui al regno di  Candaia,
    se  si  va  per terra,  ci sono,  due pi due meno,  cinquemila leghe;
    mentre  se  si  va  per  aria  e  in   linea   retta,   ce   ne   sono
    tremilacentoventisette.  Bisogna  anche sapere che Malambruno mi disse
    che  quando  la  sorte  mi  facesse  incontrare  il  cavaliere  nostro
    liberatore,  avrebbe  pensato  lui  a  inviargli una cavalcatura molto
    migliore e con meno vizi di quelle che  si  pigliano  a  nolo,  perch
    dev'essere  quello  stesso  cavallo  di  legno  sul  quale il valoroso
    Pierres rap la leggiadra Magalona.  Questo cavallo si guida per mezzo
    d'una  specie di manubrio o di chiave che ha in fronte e che gli serve
    di morso,  e vola per aria con tanta velocit che pare trasportato dai
    diavoli.  Secondo  una  antica tradizione questo cavallo fu fabbricato
    dal celebre Mago Merlino che lo prest a Pierres, suo amico;  il quale
    ci  fece  sopra  tanti  viaggi e rap,  come si  detto,  la leggiadra
    Magalona, portandola per aria in groppa,  e lasciando sbalorditi tutti
    quelli che da terra lo vedevano passare. Merlino lo prestava solamente
    a chi voleva lui e a chi glielo pagava di pi,  e dopo il gran Pierres
    fino ad ora  non  sappiamo  che  ci  sia  salito  nessuno.  Malambruno
    gliel'ha tolto con le sue arti magiche, e lo tiene in suo potere, e se
    ne  serve  nei  suoi viaggi,  che ogni momento fa in diverse parti del
    mondo,  sicch oggi  qui,  domani in  Francia  e  doman  l'altro  nel
    Potos;  e il bello  che quel cavallo non mangia,  non dorme,  non ha
    bisogno d'esser ferrato e mantiene per l'aria, senza aver le ali,  una
    tale  andatura,  che chi c' sopra pu portare una tazza piena d'acqua
    in mano senza che gliene caschi una goccia,  tanto  va  piano  e  pari
    pari; per cui la leggiadra Magalona si divertiva molto a cavalcarlo.
    -  Quanto  ad  andar  piano  e  pari pari - interruppe Sancio - il mio
    ciuco, purch si tratti di andar per terra e non per aria, me lo gioco
    con quante cavalcature c' nel mondo.
    Tutti si misero a ridere, e la Tribolata continu:
    -  Questo  cavallo,  se  Malambruno  vuol  mettere  fine  alla  nostra
    disgrazia,  una  mezz'ora prima che si faccia notte sar qui dinanzi a
    noi perch egli mi disse che il  segnale  che  mi  darebbe  per  farmi
    capire  che  avevo  trovato  il  cavaliere che cercavo,  consisterebbe
    nell'inviarmi il  cavallo  con  prontezza  e  a  mia  disposizione  in
    qualunque posto.
    - E quanta gente ci pu stare su questo cavallo? - domand Sancio.
    La Tribolata rispose:
    - Due persone,  una in sella e una in groppa;  e per lo pi queste due
    persone sono cavaliere e scudiero,  quando non vi sia qualche donzella
    rapita.
    -  Signora  Tribolata  -  replic  Sancio  - vorrei sapere che nome ha
    questo cavallo.
    - Il nome - rispose la Tribolata - non  come quello  del  cavallo  di
    Bellerofonte  che  si  chiamava  Pegaso,  n  come quello d'Alessandro
    Magno,  chiamato Bucefalo,  n come quello di Orlando Furioso,  il cui
    nome  fu Brigliadoro,  e nemmeno Baiardo,  che fu quello di Rinaldo di
    Montalbano, n Frontino come quello di Ruggero, n Boote,  n Piritoo,
    come  dicono  che  si  chiamano  quelli del Sole,  e nemmeno si chiama
    Orelia,  come il cavallo su cui il disgraziato Rodrigo,  ultimo re dei
    Goti, entr nella battaglia in cui perd la vita e il regno.
    -  Scommetterei - disse Sancio - che poich non gli hanno dato nessuno
    di questi nomi di cavalli tanto famosi,  non gli avranno dato  nemmeno
    quello del cavallo del mio padrone, Ronzinante; che in quanto a essere
    bene appropriato supera tutti quelli ricordati.
    - Questo  vero - disse la barbuta contessa - ma anche a questo qui il
    suo  gli quadra molto bene,  perch si chiama "Chiavilegno l'Aligero";
    nome che s'accorda con l'essere di legno,  col manubrio o  chiave  che
    porta in fronte, e con la velocit con cui cammina; e quindi quanto al
    nome pu benissimo competere col famoso Ronzinante.
    -  Non  mi  dispiace il nome - replic Sancio - ma con che morso o con
    che briglie si guida?
    - Ho gi detto - rispose la Trifaldi - che col manubrio, girandolo per
    un verso o per un altro,  il cavaliere che c' sopra,  lo fa camminare
    come vuole, sia per aria, sia rasentando e quasi spazzando il terreno,
    sia a un'altezza di mezzo,  che  quel che si cerca e si deve tener di
    mira in tutte le azioni assennate.
    - Lo vedrei volentieri - disse Sancio - ma quanto  a  montarci  sopra,
    sia  in  sella  sia  in  groppa,  sarebbe  come  voler  che le quercie
    facessero limoni. A fatica mi riesce di reggermi sul mio ciuco e sopra
    un basto pi morbido della seta,  e ora vorrebbero che mi  tenessi  su
    una  groppa  di  legno  senza neanche un guanciale!  Perdiana!  Io non
    intendo di pestarmi a quel modo per levar la barba alla gente.  Chi ce
    l'ha,  se  la  faccia fare come meglio crede,  perch io non ne voglio
    sapere di accompagnare il mio padrone in un viaggio cos lungo,  tanto
    pi  che  io in quest'affare delle barbe non c'entro come in quello di
    rompere l'incantesimo della mia signora Dulcinea.
    - Invece s, amico mio - rispose la Trifaldi - e tanto c'entrate,  che
    senza la vostra presenza so che non potremo far nulla.
    - Alla larga!  - disse Sancio.  - Che ci hanno che vedere gli scudieri
    con le avventure dei loro signori?  Sicch loro debbono  prendersi  la
    gloria  di  quelle  che  compiono,  e la fatica la dobbiamo sopportare
    noialtri?  Corpo d'un mondo!  Se almeno gli storici dicessero: Il tal
    cavaliere  ha condotto a termine la tale e talaltra avventura,  ma con
    l'aiuto del Taldeitali suo scudiero,  senza il quale gli sarebbe stato
    impossibile  finirla,  pazienza!  Ma  che  scrivano secco secco: Don
    Paralipomenone delle Tre Stelle ha terminato l'impresa dei Sei Mostri
    senza nemmeno rammentare il suo scudiero,  che fu  presente  a  tutto,
    come se non esistesse al mondo, non  giusta. Quindi, signori, torno a
    ripetere  che  il mio padrone ci pu benissimo andar solo,  e buon pro
    gli faccia! Io rester qui in compagnia della Duchessa mia signora,  e
    potrebbe  darsi  che  lui  al  ritorno trovasse la faccenda di Madonna
    Dulcinea migliorata a due doppi;  perch nei momenti d'ozio,  a  tempo
    perso, ho idea di darmi una filza di frustate da levare il pelo.
    - Tuttavia - disse la Duchessa - se sar necessario,  caro Sancio,  vi
    toccher accompagnarlo il vostro padrone;  perch ve  lo  domanderanno
    persone degne di riguardo,  e d'altra parte sarebbe un'infamia che per
    il vostro ingiusto timore dovessero rimanere cos barbuti  i  visi  di
    queste signore.
    -  Daccapo!  - replic Sancio.  - Se questa carit si dovesse fare per
    delle ragazze timorate o per delle bambine di quelle che vanno  ancora
    alla  dottrina,  un  uomo  potrebbe  anche  arrischiarsi  a  qualunque
    cimento, ma che debba esporsi per fare andar via la barba a delle dame
    di compagnia! Un cavolo!  Preferirei vederle tutte con tanto di barba,
    dalla  pi  vecchia  alla pi giovane,  e dalla pi smorfiosa alla pi
    picchiata.
    - Ce l'avete con  le  dame  di  compagnia,  caro  Sancio  -  disse  la
    Duchessa.  -  Voi  andate  molto dietro all'opinione dello speziale di
    Toledo;  ma avete torto perch in casa  mia  ci  sono  delle  dame  da
    pigliarsi per modello,  ed ecco qui la mia brava Donna Rodriguez,  che
    pu dire se mi sbaglio.
    - Basta che lo dica Vostra Eccellenza - disse  Donna  Rodriguez  e  la
    verit  nella mente di Dio;  e buone o cattive, con la barba o senza,
    anche noi dame di compagnia ci hanno partorito le nostre mamme come le
    altre; e poich Dio ci ha messo al mondo, il perch lo sa Lui,  e alla
    sua misericordia m'affido e non alla barba di nessuno.
    -  Ora  s,  signora  Rodriguez  -  disse  Don  Chisciotte - e signora
    Trifaldi e compagnia!  Io spero che  il  cielo  getter  sulle  vostre
    afflizioni  un  benigno  sguardo,  e  che  Sancio  far  quel  che gli
    ordiner,  sia che arrivi Chiavilegno,  sia che io mi trovi alle prese
    con Malambruno.  Nel qual caso vi so dire che non c' rasoio che possa
    far la barba alle Signorie Vostre meglio di come farei io la  testa  a
    Malambruno con la mia sciabola.  Perch Dio sopporta i malvagi, ma non
    per sempre.
    - Ah!  - esclam la Tribolata.  - Che tutte le  stelle  delle  regioni
    celesti  riguardino  con  occhi benigni l'Eccellenza Vostra,  valoroso
    cavaliere, e infondano nell'animo vostro forza e ardire,  perch siate
    scudo  e  riparo  della  vituperata  e  depressa  classe delle dame di
    compagnia odiata dagli speziali,  calunniata dagli scudieri e  gabbata
    dai paggi. Maledetta la stupida creatura che nel fior dell'et non s'
    fatta monaca piuttosto che dama di compagnia! Povere noi, che se anche
    si  discendesse in linea retta e maschile dallo stesso Ettore troiano,
    le nostre padrone non cesserebbero per questo di  trattarci  dall'alto
    in basso,  neanche se credessero in questo modo di diventar regine!  O
    gigante  Malambruno  che  sebbene  incantatore  sei  fedele  alle  tue
    promesse,  mandaci  dunque  l'impareggiabile  Chiavilegno,  perch  la
    nostra disgrazia finisca, altrimenti se viene il caldo e questa nostra
    barba dura, oh che sventura, oh che sventura!
    La Trifaldi disse tutto questo con tanto sentimento, che fece venir le
    lacrime agli occhi a tutti i circostanti;  non escluso Sancio  che  si
    propose  in  cuor  suo  di accompagnare il suo padrone fino in capo al
    mondo,  se questo fosse l'unico mezzo possibile per  fare  sparire  la
    barba da quei venerabili visi.

    CAPITOLO 41.
    Arrivo di Chiavilegno e fine di questa lunga avventura.

    Frattanto  sopraggiunse  la sera e insieme con la sera l'ora stabilita
    per l'arrivo del famoso cavallo Chiavilegno. Il suo ritardo cominciava
    a impensierire Don Chisciotte,  il quale riteneva che dal momento  che
    Malambruno indugiava a mandarlo,  o non era lui il cavaliere a cui era
    riserbata quell'avventura,  o Malambruno non osava  venir  con  lui  a
    singolar  tenzone.  Ma  ad  un  tratto  entrarono nel giardino quattro
    selvaggi tutti vestiti di foglie d'edera,  che portavano sulle  spalle
    un gran cavallo di legno.  Lo posarono in terra sulle quattro zampe, e
    uno dei selvaggi disse:
    - Salga su questa macchina il cavaliere che ne avr il coraggio.
    - Allora - disse Sancio - io non salgo,  perch non ho coraggio e  non
    sono cavaliere.
    -  E se ha uno scudiero - continu il selvaggio - lo scudiero salga in
    groppa,  e si fidi del valoroso Malambruno,  perch tranne  che  dalla
    spada  di lui,  non ha nulla da temere n da altre spade,  n da altre
    insidie. E basta girare questo manubrio collocato sopra ilo collo, che
    subito il cavallo li porter per aria nel  posto  dove  Malambruno  li
    attende;  ma perch l'altezza portentosa della strada non cagioni loro
    le vertigini,  si debbono bendare e rimanere bendati  fino  a  che  il
    cavallo non nitrir, e questo sar il segnale che il viaggio  finito.
    Detto  questo,  i  quattro  selvaggi  lasciarono l il cavallo,  e con
    civile contegno ritornarono da dove erano venuti.
    La Tribolata appena vide il  cavallo,  quasi  piangendo  disse  a  Don
    Chisciotte:
    - Valoroso cavaliere,  le promesse di Malambruno sono state mantenute;
    il cavallo eccolo qui e  le  nostre  barbe  crescono;  e  ciascuna  di
    noialtre  con  ciascuno  dei  nostri  peli  ti supplichiamo a raderci,
    poich tu non devi far altro che salirvi, insieme col tuo scudiero,  e
    dar felice principio al vostro straordinario viaggio.
    -  Io  vi  salir  molto  volentieri,  signora  contessa  -  disse Don
    Chisciotte - senza nemmeno stare a prendere  un  cuscino  da  sella  e
    senza mettermi gli sproni per non perder tempo; tanta  la bramosia di
    veder voi, signora, e tutte queste dame rasate e lisce.
    -   Ma   io  non  vi  salir  in  nessuna  maniera  n  volentieri  n
    malvolentieri - disse Sancio - e se per far la barba a queste  signore
    bisogna proprio che io monti in groppa al cavallo,  il mio padrone pu
    ben cercarsi un altro scudiero che lo accompagni,  e queste signore un
    altro mezzo per farsi il viso liscio,  perch io non sono uno stregone
    da trovarci gusto ad andar per aria.  E poi che diranno i miei isolani
    quando vengano a sapere che il loro governatore va a spasso sui venti?
    E  poi  c'  un'altra  cosa da dire.  Siccome di qui a Candaia ci sono
    tremila e pi leghe,  se il cavallo si stanca o il  gigante  piglia  i
    cocci,  a tornare ci metteremo una mezza dozzina d'anni,  e allora non
    ci sar pi isola n isolani che mi riconoscano. E siccome comunemente
    si dice che le cose lunghe diventan  serpi,  e  che  se  ti  danno  la
    vaccherella  corri  con la funicella,  mi perdonino le barbe di queste
    signore,  ma chi sta bene non si muova;  e io me ne sto molto bene  in
    questa  casa,  dove  mi  trattano con tanto riguardo e dal cui padrone
    aspetto la fortuna di diventar governatore.
    - Caro Sancio - disse il Duca - l'isola che  vi  ho  promesso  non  si
    muove  n  scappa,  e  ha  delle radici cos profonde,  piantate negli
    abissi della terra,  che non la sbarberanno n la smuoveranno dal  suo
    posto  per  quanti strattoni le diano.  E poich voi sapete benissimo,
    come me,  che non  possibile ottenere un ufficio  d'importanza  senza
    qualche  regala  grossa  o  piccina,  quella che io voglio da voi per
    questo governo consister appunto in questo,  che voi dovrete  insieme
    col  vostro signor Don Chisciotte condurre a termine questa memorabile
    avventura.  E sia che ritorniate su Chiavilegno nel  breve  tempo  che
    promette la sua velocit,  sia che la contraria fortuna vi riconduca a
    piedi come un povero pellegrino d'albergo in albergo  e  d'osteria  in
    osteria,  una volta tornato state tranquillo che ritroverete la vostra
    isola dove l'avete lasciata,  e i vostri isolani col medesimo  preciso
    desiderio che hanno avuto fin qui di ricevervi per governatore. La mia
    volont  sar sempre la stessa,  e su questo non abbiate alcun dubbio,
    signor Sancio,  perch fareste un torto  manifesto  al  mio  desiderio
    d'esservi utile.
    -  Basta,  basta,  Eccellenza!  - esclam Sancio.  - Io sono un povero
    scudiero e debbo piegar  la  testa  sotto  il  peso  di  tutte  queste
    gentilezze.  Salga  dunque  il mio padrone,  mi bendino gli occhi,  mi
    raccomandino a Dio e mi sappiano dire se quando saremo  a  quella  po'
    po'  d'altezza,  potr  anch'io  raccomandarmi  al Signore,  o se sar
    meglio che invochi la protezione degli angeli.
    - Voi potrete benissimo raccomandarvi a Dio o a chi vorrete rispose la
    Trifaldi  -  perch  Malambruno,   sebbene  incantatore,     un  buon
    cristiano,  e  fa  i  suoi  incantesimi con molto accorgimento e molto
    tatto, per non entrare in pasticci con nessuno.
    - E allora andiamo - disse Sancio - e che  la  Santissima  Trinit  di
    Gaeta mi protegga.
    -  Dalla  memoranda  avventura  delle  gualchiere  in  poi - disse Don
    Chisciotte - non ho mai visto Sancio  impaurito  come  ora,  e  se  io
    credessi  come  tanti  ai presagi,  la sua pusillanimit mi metterebbe
    addosso un po' di tremarella. Ma venite qua,  Sancio,  ch con licenza
    di questi signori, vi voglio dire due parole.
    E portato Sancio un po' discosto sotto degli alberi, gli prese tutte e
    due le mani e gli disse:
    - Tu vedi,  caro Sancio,  il gran viaggio che ci aspetta, e solo Iddio
    sa quando ritorneremo, e quali libert e comodit ci potr lasciare la
    nostra  situazione.  Perci,  vedi,  sarebbe  meglio  che  ora  tu  ti
    ritirassi nella tua camera, come se tu andassi a cercarvi qualche cosa
    necessaria per il viaggio,  e l in quattro e quattro otto tu ti dessi
    almeno un cinquecento frustate in conto delle tremila e  trecento  che
    ti sei impegnato a darti,  ch una volta che tu te le sia date,  tu te
    le ritrovi, e chi ben comincia  alla met dell'opera.
    - Per Dio!  - esclam Sancio.  - Lei deve aver perso la testa.  Questo
    gli    come  dire:  Allo zoppo grucciate!.  Ora che devo mettermi a
    cavalluccio su  un  pezzo  di  legno  scrio  scrio,  vorrebbe  che  mi
    sbucciassi  le  chiappe?  Davvero  davvero lei non ha la testa con s.
    Andiamo ora a far la barba a queste donne,  e al ritorno le  prometto,
    com' vero che sono io,  di sdebitarmi con tanta premura che lei debba
    rimanere contento, e non le dico altro.
    - Questa promessa,  caro Sancio - rispose Don Chisciotte - mi consola,
    e credo che la manterrai, perch in realt, sebbene un po' babbeo, sei
    un uomo veritiero.
    -  Non sono verde e nero,  ma bruno - disse Sancio - ma anche se fossi
    brizzolato, la parola la manterrei lo stesso.
    Ci detto ritornarono dov'era il cavallo,  e  nel  salirvi  sopra  Don
    Chisciotte disse:
    - Bendatevi,  Sancio, e salite; perch colui che ci manda a cercare da
    cos lontani paesi non pu  essere  capace  d'ingannarci.  Che  gloria
    gliene potrebbe venire a ingannare chi si fida di lui?  Ma quand'anche
    le cose andassero tutte a rovescio di quello che m'immagino, la gloria
    di avere intrapreso  quest'avventura  non  potr  essere  oscurata  da
    nessun malvagio inganno.
    -  Andiamo,  signor padrone - disse Sancio - ch le barbe e le lacrime
    di queste donne mi stanno confitte nel cuore;  e non potr pi  mandar
    gi  un boccone che mi faccia pro' finch non le vegga lisce com'erano
    prima. Salga lei e si bendi per il primo,  perch se io devo salire in
    groppa,  chiaro che chi sta in sella deve salire il primo.
    -  Questo  vero - replic Don Chisciotte,  e tirato fuori di tasca un
    fazzoletto,  preg la Tribolata di coprirgli molto bene gli  occhi,  e
    quando se li ebbe coperti, se li riscopr e disse:
    -  Se mi ricordo bene,  ho letto in Virgilio la storia del palladio di
    Troia,  che fu un cavallo di legno  che  i  Greci  donarono  alla  dea
    Pallade,  il quale era pieno di cavalieri armati, che furono la rovina
    definitiva di Troia,  e quindi sar bene prima guardare quel che ha in
    corpo Chiavilegno.
    - No,  no,  non importa - disse la Tribolata.  - Malambruno  incapace
    d'un tradimento o di una cattiva azione: io lo so e glielo garantisco.
    Salga pure, signor Don Chisciotte, senza alcun timore, e se le dovesse
    succedere qualche cosa, resto responsabile io.
    A Don Chisciotte parve che  qualunque  cosa  avesse  replicato  ancora
    sulla  sua sicurezza,  sarebbe stato a discredito del suo coraggio,  e
    quindi senza pi discutere sal su Chiavilegno,  e prov a  girare  la
    maniglia che risult agilissima. Siccome non c'erano staffe e le gambe
    gli  stavano  gi  ciondoloni,  pareva una di quelle figure da tappeto
    fiammingo  dipinta,  o  meglio  tessuta,  in  un  trionfo  romano.   A
    malincuore  e  a  poco  a  poco  si  decise  a salire anche Sancio,  e
    accomodatosi meglio che pot sulla  groppa,  la  trov  pi  dura  che
    morbida,  e  chiese  al  Duca  che,  se si poteva,  gli favorissero un
    cuscino da sella,  o un guanciale qualunque,  magari del canap  della
    signora  Duchessa,  o  anche  del  letto di qualche paggio,  perch la
    groppa di quel cavallo pareva pi  di  marmo  che  di  legno.  Qui  la
    Trifaldi  dichiar  che  Chiavilegno  non  tollerava  nessuna sorta di
    finimento: quel che poteva fare era di mettersi a sedere  di  traverso
    come le donne,  e cos non avrebbe sentito tanto la durezza del legno.
    Sancio fece cos e detto addio a tutti, si lasci bendare,  e dopo che
    l'ebbero bendato, si riscopr e guardando teneramente e con le lacrime
    agli occhi tutti quelli che erano nel giardino:
    - Raccomandatemi l'anima per carit - disse.   - Recitate pi avemarie
    e pi paternostri che potete,  e Dio ve ne renda merito  quando  anche
    voi vi troverete a questi ferri.
    - Imbecille!  - esclam Don Chisciotte. - Sei forse sulla forca o agli
    estremi per fare di queste preghiere?  Non sei  seduto,  miserabile  e
    codarda creatura,  nel posto medesimo che occup la bella Magalona,  e
    dal quale discese non gi per entrare nella tomba, ma per esser regina
    di Francia,  se le storie non mentono?  E io che ti sto  accanto,  non
    posso  considerarmi  all'altezza  del valoroso Pierres,  che stette in
    questo posto medesimo in cui ora sto io?  Bndati,  pavido animale,  e
    non t'esca dalla bocca la paura che hai, per lo meno in presenza mia.
    -  Bendatemi  dunque  - rispose Sancio - ma poich non si vuole che mi
    raccomandi a Dio n che mi faccia raccomandare, come volete che io non
    abbia paura che ci sia qui  vicino  una  legione  di  diavoli  che  ci
    scaraventi a Peralvillo?
    Si  bendarono,  e Don Chisciotte,  sentendosi ben accomodato,  gir la
    maniglia.  Ci aveva appena messo le dita sopra,  che tutte le dame  di
    compagnia e gli altri presenti proruppero in un grande urlo:
    -  Dio  ti  guidi,  valoroso  cavaliere!  Dio  sia  con te,  intrepido
    scudiero!  Ecco,  ecco;  gi v'innalzate per l'aria traversandola  pi
    velocemente  d'una  freccia,  gi  cominciate  a  sbalordire quanti vi
    guardano dalla terra.
    - Sancio,  bada di non ti spenzolare;  guarda di  non  cadere,  perch
    sarebbe  peggiore  la  tua  caduta di quella del temerario giovane che
    volle guidare il carro del Sole suo padre.
    Sancio sent tutte quelle grida e stringendosi  vicino  al  padrone  e
    cingendolo con le braccia, gli disse:
    - Signore, come fa questa gente a dire che siamo tanto per aria, se le
    loro grida arrivano fin quass,  e pare invece che siano qui accanto a
    noi a gridare?
    - Non ci far caso, Sancio; perch queste avventure e queste volate son
    cose fuori dell'ordinario,  e tu,  a mille leghe di  distanza,  potrai
    vedere  e  udire  tutto quello che vorrai.  Ma non mi stringere tanto,
    perch tu mi butti di sotto;  e non so proprio di che tu  abbia  tanta
    paura  e  perch  tu  sia  cos  turbato;  perch per conto mio potrei
    giurare che in vita mia non ho mai cavalcato un animale pi tranquillo
    di questo: pare che si stia sempre fermi nello stesso posto.  E quindi
    bandisci ogni timore, Sancio, perch le cose vanno come devono andare,
    e abbiamo il vento in poppa.
    -  Questo    vero - disse Sancio - perch da questa parte mi viene un
    vento cos forte, che pare che mi soffino con mille mantici.
    Ed era proprio cos,  perch li stavano  sventolando  con  dei  grossi
    mantici.  L'avventura  era  stata  cos  bene  ideata dal Duca,  dalla
    Duchessa e dal loro maggiordomo,  che non le  manc  nulla  per  esser
    perfetta. Don Chisciotte poi, sentendosi sventolare:
    -  Di  certo - disse - dobbiamo essere arrivati alla seconda sfera del
    cielo,  dove si formano la grandine e la neve: i tuoni,  i lampi  e  i
    fulmini  si  formano  nella terza,  e se continuiamo ancora a salire a
    questo modo,  presto saremo nella sfera  del  fuoco,  e  non  so  come
    manovrare questa maniglia per non salire dove saremmo bruciati.
    Nel frattempo con della stoppa accesa ciondoloni a una canna,  in modo
    da poterla accendere e spegnere da lontano, gli scaldavano la faccia.
    - Che mi venga un accidente - esclam Sancio sentendo il calorese  non
    ci siamo di gi nel posto dov' il fuoco o gi di l,  perch la barba
    mi si  tutta abbronzata,  e mi vien voglia di  scoprirmi  per  vedere
    dove siamo.
    - Non lo fare,  sai - rispose Don Chisciotte - e ricordati di quel che
    successe al licenziato  Torralva,  che  i  diavoli  portarono  a  volo
    attraverso il cielo a cavallo a una canna, e con gli occhi bendati. In
    dodici  ore  arriv a Roma,  e discese in Tordinona,  che  una strada
    della citt;  vide tutto il tumulto  dell'assalto  con  la  morte  del
    Borbone,  e la mattina era gi di ritorno a Madrid,  dove rifer tutto
    quello che aveva visto.  Raccont anche che mentre stava per aria,  il
    diavolo  gli  aveva  ordinato  di  aprire gli occhi,  ed egli li aveva
    aperti,  e allora s'era visto tanto vicino,  a parer suo,  alla  massa
    della  luna,  che l'avrebbe potuta toccare colle mani;  ma dalla paura
    che gli girasse la testa,  non os guardare  la  terra.  Quindi,  caro
    Sancio,  non  il caso di levarci la benda.  Chi ha preso l'impegno di
    condurci avr cura di noi,  e forse puntiamo in alto per poi lasciarci
    cadere  di  colpo sul regno di Candaia come fa il falcone sulla scarza
    per sorprenderla nonostante che essa cerchi  di  risalire  pi  su.  E
    sebbene  sembri  che  non  sia mezz'ora che siam partiti dal giardino,
    credi pure che dobbiamo aver fatto molta strada.
    - Questo non lo so - disse Sancio - posso  dire  soltanto  che  se  la
    signora  "Maccarlona"  o  Magalona si rassegn a star seduta su questa
    groppa non doveva avere la carne molto delicata.
    Il Duca, la Duchessa e gli altri che erano nel giardino,  naturalmente
    udivano tutti questi discorsi dei due valorosi, e ci si divertivano un
    mondo;  ma  volendo  mettere finalmente un termine a quella bizzarra e
    ben architettata avventura,  con una delle stoppe accese dettero fuoco
    per la coda a Chiavilegno,  che essendo pieno di mortaretti, salt per
    aria con un fracasso spaventevole,  buttando in terra Don Chisciotte e
    Sancio  mezzo  abbronzati.  Nel frattempo era gi sparito dal giardino
    tutto il barbuto squadrone delle dame di compagnia con la  Trifaldi  e
    tutto il resto; gli altri erano rimasti in giardino distesi al suolo e
    come svenuti. Don Chisciotte e Sancio si rizzarono piuttosto malconci,
    e  guardando  da  tutte le parti,  rimasero stupefatti nel vedersi nel
    medesimo posto di dove erano partiti, e nel vedere tanta gente distesa
    per terra;  ma il loro stupore crebbe ancor di pi,  quando da un lato
    del  giardino  videro  piantata  in  terra  una  lunga lancia,  da cui
    pendeva,  attaccata con due  cordoni  di  seta  verde,  una  pergamena
    finissima, su cui in grandi lettere dorate stava scritto:
    L'illustre  cavaliere  Don  Chisciotte  della  Mancia ha posto fine e
    termine all'avventura della  contessa  Trifaldi  altrimenti  detta  la
    Tribolata, soltanto per averla intrapresa. Malambruno dichiara d'esser
    pienamente  contento  e  soddisfatto,  e  di  non  aver nient'altro da
    pretendere: le barbe delle dame sono  gi  state  rasate,  e  le  loro
    Maest Don Cavicchio e Antonomasia rimesse nel loro pristino stato.  E
    non appena sar terminata  la  scudieresca  flagellazione,  la  bianca
    colomba   si   trover,   liberata   dai  pestiferi  avvoltoi  che  la
    perseguitano,  tra le braccia del  suo  amato  corteggiatore.  Cos  
    ordinato dal mago Merlino, protoincantatore degli incantatori.
    Appena  Don  Chisciotte  ebbe  letto  le parole della pergamena,  cap
    chiaramente che  parlavano  della  liberazione  di  Dulcinea  dal  suo
    incanto,  e  ringraziando  caldamente  il cielo per aver terminato una
    cos grande impresa con cos poco pericolo,  rendendo il  loro  antico
    aspetto  ai  volti delle venerabili dame sparite,  si diresse verso il
    Duca e la Duchessa,  che ancora non avevano ripreso i sensi,  e  preso
    per mano il Duca gli disse:
    - Su,  su, Eccellenza; coraggio, non  nulla. L'impresa  finita senza
    danno di nessuno, come lo dimostra chiaramente quello scritto posto in
    cima a quel palo.
    Il Duca a poco a poco,  come uno che si desta  da  un  sonno  pesante,
    ritorn  in  s,  e  nel  medesimo  modo la Duchessa e tutti gli altri
    distesi per il  giardino  fecero  altrettanto,  dando  tali  segni  di
    stupore  e  di  spavento,  che quasi quasi si poteva credere che fosse
    loro successo davvero quel che sapevano fingere cos bene  per  burla.
    Il  Duca  socchiuse  gli  occhi  per  leggere il cartello,  e subito a
    braccia aperte and ad abbracciare Don Chisciotte,  dicendogli che era
    il  pi  gran  cavaliere  che  fosse  mai esistito.  Sancio cercava la
    Tribolata per vedere com'era  senza  barba,  e  se  era  bella  quanto
    prometteva  il  suo  svelto  personale;  ma  gli  dissero  che  appena
    Chiavilegno in fiamme era caduto gi dal cielo,  tutto il gruppo delle
    dame  di  compagnia  con  la Trifaldi era sparito,  ma di gi rasate e
    senza pi nemmeno le barbe dei peli.
    La Duchessa domand a  Sancio  come  gli  era  andata  in  quel  lungo
    viaggio, e Sancio le rispose:
    - Io,  signora,  ho sentito che,  secondo quello che m'ha detto il mio
    padrone,  si andava volando attraverso la regione del fuoco,  e volevo
    scoprirmi  un  pochino gli occhi;  ma il padrone,  a cui ho chiesto il
    permesso, non ha voluto.  Allora io,  che ho addosso una buona dose di
    curiosit  e  sempre  una gran voglia di conoscere ci che mi si vuole
    impedire di sapere,  ben bene e senza che nessuno mi vedesse,  accanto
    al  naso scostai un pochino il fazzoletto che mi copriva gli occhi,  e
    di l guardai verso la terra, e mi parve che non fosse pi grande d'un
    granellino di senape,  e gli uomini che c'eran sopra poco  pi  grossi
    che nocciole,  e da questo si pu vedere come si doveva essere in alto
    noi in quel momento.
    - Badate a quel che dite,  caro Sancio - osserv  a  questo  punto  la
    Duchessa - perch, a quanto pare, voi non avete visto la terra, ma gli
    uomini che c'erano sopra; ed  chiaro che se la terra vi parve come un
    grano di senape e ciascun uomo come una nocciola, un uomo solo bastava
    per coprire tutta la terra.
    - Questo  vero - rispose Sancio - ma tuttavia io le detti un'occhiata
    cos un po' di traverso e la vidi tutta.
    -  Ma badate,  Sancio - disse la Duchessa - che di traverso non si pu
    vedere tutto l'insieme della cosa che si guarda.
    - Io non so come siano questi modi  di  guardare  le  cose  -  replic
    Sancio  -  so soltanto che la Signoria Vostra bisogna che rifletta che
    dal momento che noi volavamo per incanto, poteva darsi che per incanto
    io vedessi tutta la terra e tutti gli uomini, qualunque fosse il punto
    da cui li guardavo.  E se questo non mi si vuol  credere  la  Signoria
    Vostra  non  creder  dunque  nemmeno che nello scoprirmi gli occhi mi
    vidi tanto vicino al cielo, che non ci correva pi d'un palmo e mezzo;
    e per questo posso giurare,  signora  mia,  che    straordinariamente
    grande.  E' successo poi che ci siamo trovati dalla parte dove sono le
    sette caprine (1) e siccome da bambino  nel  mio  paese  ho  fatto  il
    capraio, mi venne, sant'Iddio, appena le vidi, una tal voglia di stare
    un  pochino con loro,  che se non mi fossi contentato,  scoppiavo,  io
    credo.  Eccomi dunque vicino,  e che ti  faccio?  Senza  dir  nulla  a
    nessuno nemmeno al mio padrone,  pian pianino, scendo da Chiavilegno e
    mi metto l tra quelle caprine che sono un amore, graziose come fiori!
    Ci  sono  stato  quasi  tre  quarti  d'ora  tra  quelle  bestiole,   e
    Chiavilegno non s' mosso d'un passo dal suo posto.
    -  E  mentre il bravo Sancio passava tutto questo tempo fra le capre -
    domand il Duca - il signor Don Chisciotte che faceva?
    - Siccome tutti questi avvenimenti  -  rispose  Don  Chisciotte  -  si
    svolgono fuori dell'ordine naturale delle cose,  non fa meraviglia che
    Sancio dica quello che dice.  Quanto a me posso dire che non  mi  sono
    scoperto  gli occhi n sopra n sotto la benda,  e che non ho visto n
    terra,  n mare,  n arene.  E'  vero  per  che  ho  sentito  che  si
    attraversava  la  sfera  dei venti,  e anche che si toccava quella del
    fuoco,  ma che si passasse di dove dice Sancio,  non lo credo,  perch
    essendo  la  sfera  del fuoco posta fra il cielo della luna e l'ultima
    regione dei venti,  non potevamo arrivare al cielo dove sono le  sette
    caprine senza rimaner bruciati, e siccome bruciati non siamo, Sancio o
    mente o sogna.
    -  Non mento n sogno - rispose Sancio.  - Provatevi a domandarmi come
    son fatte quelle capre, e vedrete se dico la verit o no.
    - Ebbene, sentiamo - disse la Duchessa.
    - Due sono verdi - rispose Sancio - due  rosse,  due  turchine  e  una
    picchiolata.
    -  Questa    una  nuova specie di capre - disse il Duca - e qui sulla
    terra non costumano tali colori, voglio dire capre di tali colori.
    - Naturale!  - disse Sancio.  - Bisogna pure che ci sia differenza fra
    le capre del cielo e quelle della terra.
    - Ditemi un poco,  Sancio - domand il Duca. - Per caso non avete mica
    visto un becco fra quelle capre?
    - Nossignore - rispose Sancio - ma ho  sentito  dire  che  quelli  non
    possono passare attraverso le corna della luna.
    Non  vollero  domandargli  altro del suo viaggio perch parve loro che
    Sancio fosse in vena di passare attraverso  a  tutti  i  cieli,  e  di
    render conto di tutto quel che vi si trovava,  senza essersi mosso dal
    giardino.
    Questa fu dunque la fine  dell'avventura  della  Tribolata,  che  fece
    ridere  i Duchi non solo allora,  ma poi per tutta la vita,  e dette a
    Sancio materia di racconti per dei secoli,  se li avesse vissuti.  Don
    Chisciotte, accostatosi a Sancio, gli disse in un orecchio:
    -  Sancio,  poich  voi volete che vi si creda quel che avete visto in
    cielo,  io voglio che voi crediate a me quel che vidi nella caverna di
    Montesino, e non vi dico altro.

    NOTA 1: Le Pleiadi, cos dette popolarmente in Spagna.

    CAPITOLO 42.
    Dei consigli che dette Don Chisciotte a Sancio Panza prima che andasse
    a governare la sua isola, e altre importanti considerazioni.

    La felice e brillante riuscita dell'avventura della Tribolata content
    tanto  i  Duchi,  che  venne loro la voglia di continuare simili burle
    vedendo qual meraviglioso  soggetto  avevano  in  mano  per  fargliele
    credere vere.  Quindi preparato il piano e dati ordini ai loro servi e
    vassalli sul modo di regolarsi con  Sancio  a  proposito  del  governo
    dell'isola  che  gli  aveva  promesso,  il  giorno  dopo  del  volo di
    Chiavilegno il Duca disse a Sancio di fare i  suoi  preparativi  e  di
    rivestirsi  per  andare  a prender possesso del governo,  perch gi i
    suoi isolani lo stavano aspettando, come s'aspetta l'acqua di maggio.
    Sancio s'inchin umilmente, e gli disse:
    - Da quando  son  disceso  dal  cielo,  e  dalla  sua  alta  vetta  ho
    contemplato la terra e l'ho vista cos piccola, si  in me moderata in
    parte  la  grande bramosia che avevo di diventare governatore.  Perch
    che grandezza pu essere il comandare su  un  chicco  di  senape?  Che
    dignit,  che  impero  il  governare una mezza dozzina d'uomini grandi
    come nocciole?  Perch non mi parve che ce ne fosse di pi su tutta la
    terra.  Se l'Eccellenza Vostra volesse degnarsi di darmi un briciolino
    di cielo,  anche se non fosse pi d'una mezza lega,  lo piglierei  pi
    volentieri che la maggiore isola del mondo.
    -  Caro  Sancio  -  rispose  il Duca - io non posso dare a nessuno una
    parte del cielo, neanche piccina come un'unghia, perch soltanto a Dio
    sono riservate queste ricompense e questi favori. Quel che posso darvi
    ve lo do,  ed  un'isola bella e buona,  tonda  e  ben  proporzionata,
    fertilissima e piena d'ogni bene, dove, se sapete fare, potrete con le
    ricchezze della terra guadagnare anche quelle del cielo.
    -  E  allora - rispose Sancio - ben venga quest'isola,  ch io far di
    tutto per essere un  governatore  tale  da  andarmene  in  paradiso  a
    dispetto di tutti i birbaccioni. E non per l'ambizione di uscire dalla
    mia  capanna  e  di  elevarmi  a grandi onori,  ma per il desiderio di
    sentire che sapore ha il governo.
    - Assaggiato che l'abbiate una volta, caro Sancio - disse il Duca - vi
    leccherete le dita e non ve ne  leverete  pi  la  voglia;  perch  il
    comandare  e l'essere obbedito  una cosa molto dolce.  E quando anche
    il vostro padrone sar divenuto imperatore,  e lo diventer certamente
    a  giudicare  dalla  piega che prendono i suoi affari,  non sar tanto
    facile levarlo di l,  e vedrete che rimpianger con tutta l'anima  il
    tempo passato senza esserlo.
    - Eccellenza - replic Sancio - credo anch'io che il comandare sia una
    gran bella cosa foss'anche a un branco di bestie.
    - D'accordo!  - disse il Duca.  - Voi vi intendete di tutto, Sancio, e
    io spero che sarete un governatore tale e quale  lo  fa  prevedere  il
    vostro  criterio  e  basta.  Badate  che domattina voi dovete andare a
    prendere possesso del  vostro  ufficio,  e  stasera  vi  consegneranno
    l'abito da cerimonia che dovete indossare e tutto il necessario per la
    vostra partenza.
    -  Mi vestano pure come vogliono;  ch in qualunque modo vada vestito,
    sar sempre Sancio Panza.
    - Questo  vero - disse il Duca -  ma  gli  abiti  bisogna  che  siano
    convenienti  all'ufficio e alla dignit di cui si  rivestiti;  perch
    non starebbe bene che un giudice si vestisse come un  soldato,  n  un
    soldato come un prete.  Voi,  Sancio, vi vestirete met da governatore
    civile e met da militare,  perch  nell'isola  che  vi  assegno  sono
    necessarie le armi come le lettere e le lettere come le armi.
    -  Lettere  -  rispose  Sancio  -  ne  ho  poche  perch non so nemmen
    l'abbicc, ma per essere un buon governatore mi basta tener bene nella
    memoria il nome di Cristo stampato in  cima  agli  abbecedari.  Quanto
    alle armi mi servir di quelle che mi daranno,  fino a che non cada; e
    sia fatta la volont di Dio.
    - Con una memoria cos buona -  disse  il  Duca  -  Sancio  non  potr
    sbagliare in nulla.
    Intanto  arriv  Don  Chisciotte,  e  sentendo  quel  che  succedeva e
    l'urgenza con cui Sancio doveva partire per andare a prender  possesso
    del  suo  posto di governatore,  col permesso del Duca lo prese per la
    mano e lo port in camera sua con l'intenzione di dargli dei  consigli
    sul  modo  con  cui  doveva regolarsi nel suo ufficio.  Entrati dunque
    nella stanza,  Don Chisciotte si serr dietro  l'uscio,  e  quasi  per
    forza fece sedere Sancio accanto a s; poi con pacato tono di voce gli
    disse:
    -  Io rendo al cielo grazie infinite,  caro Sancio,  che la fortuna ti
    sia venuta incontro,  prima ancora che a me sia capitato qualche  buon
    successo.  Io  che pensavo di trovare nella prosperit della mia sorte
    di che ricompensare i tuoi servigi, mi veggo ancora al principio della
    mia  carriera,  e  tu  prima  del  tempo,  contro  la  legge  di  ogni
    ragionevole calcolo,  vedi appagati i tuoi desideri. Ci sono di quelli
    che ricorrono ai regali,  che fanno continuamente  sollecitazioni,  si
    levan  prima  di giorno,  pregano,  insistono e non ottengono quel che
    vogliono;  arriva un altro e,  senza sapere n perch n per come,  si
    trova nominato all'ufficio che molti altri avevano domandato.  E qui 
    proprio il caso di dire che per  chi  aspira  a  una  carica    tutta
    questione di buona o di cattiva fortuna.  Tu che ai miei occhi sei una
    pura e semplice rapa,  senza far delle levatacce,  senza perdere delle
    nottate  e  senza  darti la menoma briga di questo mondo,  ma soltanto
    perch la cavalleria errante ti ha accarezzato col suo  alito,  eccoti
    n  pi  n  meno  governatore di un'isola come se nulla fosse.  Tutto
    questo,  caro Sancio te  lo  dico  perch  tu  attribuisca  il  favore
    ricevuto  non ai tuoi meriti,  ma alla grazia di Dio,  che ha disposto
    benignamente le cose,  e in secondo luogo alla  grandezza  che  in  s
    racchiude  la  professione della cavalleria errante.  E ora che il tuo
    cuore  disposto a credere ci che ti ho detto sta'  bene  attento,  o
    figliolo,  a  quel  che ti dir questo tuo Catone,  che vuol darti dei
    consigli ed essere la stella  e  la  guida  che  deve  incamminarti  e
    condurti  a  sicuro  porto in questo procelloso oceano in cui stai per
    ingolfarti;  perch gli uffici e le grandi cariche non sono altro  che
    un mare magno di confusione.
    Anzitutto,  figliolo mio,  deve essere tua norma costante il timore di
    Dio, perch nel temere Iddio consiste la somma della saggezza umana, e
    chi  saggio, non potr mai commettere nessun errore.
    In secondo luogo devi tener costantemente  gli  occhi  su  te  stesso,
    cercando  di  conoscerti  bene,  perch il conoscer se stesso  la pi
    difficile conoscenza che possa immaginarsi. E allora non ti accadr di
    gonfiarti come la rana che volle diventar compagna al bove;  perch se
    tu  fossi  cos  pazzo  da  vestirti con le penne del pavone baster a
    svergognarti il fatto che al tuo paese guardavi i porci.
    - S - disse Sancio - ma da bambino.  Perch appena  fui  un  po'  pi
    grandicello,  badavo  alle  oche  e  non  ai porci.  Ma questo mi pare
    proprio che non ci abbia a che vedere nulla. O che tutti i governatori
    vengono da famiglie di sangue reale?
    - Questo  vero - replic Don Chisciotte.  -  Ma  appunto  per  questo
    quelli  che non son di origine nobile,  devono accompagnare la dignit
    dell'ufficio da loro ricoperto con un  certo  contegno  affabile,  che
    sorretto dalla prudenza li preservi dalle maligne mormorazioni, da cui
    non si salva nessuno, qualunque sia la sua condizione.
    Tu  anzi,  Sancio,  devi farti un onore della umilt dei tuoi natali e
    non ti vergognare a dire che  vieni  da  una  famiglia  di  contadini;
    perch vedendo che tu non te ne vergogni,  a nessuno verr in mente di
    fartene un carico;  e vntati piuttosto d'essere un umile uomo dabbene
    che un superbo peccatore.  Innumerevoli sono coloro che nati da stirpe
    volgare sono poi giunti alla suprema dignit pontificia e imperatoria,
    e te ne potrei citare tanti e poi tanti esempi da stancarti.
    Tieni per fermo che se tu pigli la virt per modello e ti  proponi  di
    compiere  azioni  virtuose,  non avrai nulla da invidiare a coloro che
    posson vantare avite imprese di prncipi e  gran  signori,  perch  il
    sangue  s'eredita  e la virt s'acquista,  e la virt vale per s sola
    pi del sangue.
    Quindi,  se mai venisse a trovarti,  quando  sarai  nella  tua  isola,
    qualcuno  dei  tuoi  parenti,  non  devi  mandarlo via n fargli delle
    sgarberie;  ma anzi lo  devi  ricevere,  fargli  buona  accoglienza  e
    trattarlo  bene,  e in questo modo soddisferai alla volont di Dio che
    non ha piacere che  nessuno  disprezzi  ci  che  egli  ha  creato,  e
    obbedirai ai saggi ordinamenti della natura.
    Se  menerai  con  te  la moglie (e infatti quei governatori che devono
    stare in carica un pezzo, fanno male a non menarla con s) dalle buone
    avvertenze e buoni insegnamenti,  e cerca di  dirozzarla,  perch  una
    moglie  zotica  e  balorda  spesso  manda  a male tutto quello che pu
    guadagnare un governatore con la sua saggezza.
    Se per caso tu rimanessi vedovo (son  cose  che  succedono  in  questo
    mondo),  e  data la tua carica,  ti riuscisse di trovare una moglie di
    condizione pi elevata della prima,  non la pigliare per servirtene da
    amo  e  da  canna da pesca,  facendo accettare da lei i regali che non
    conviene a te d'accettare, perch di tutto quello che riceve la moglie
    del giudice,  ne dovr render conto il marito nel rendiconto  generale
    della sua vita,  e pagher da morto quattro volte tanto le partite che
    saranno state registrate a suo carico quand'era vivo.
    Non lasciarti guidare dalla legge del capriccio molto in voga tra  gli
    ignoranti che la pretendono a gente d'ingegno.
    Che  le  lacrime  del  povero trovino in te pi compassione ma non pi
    ascolto che le domande del ricco.
    Cerca di scoprire la verit tanto attraverso le promesse e i doni  del
    ricco, quanto fra i singhiozzi e le insistenze del povero.
    Quando si pu e si deve far posto all'equit, non far ricadere sul reo
    tutto  il  rigore  della  legge,  perch  la  reputazione  del giudice
    rigoroso non  migliore di quella del giudice di buon cuore.
    Se caso mai tu dovessi far piegare  la  bilancia  della  giustizia  da
    qualche parte,  non la far piegare sotto il peso dei regali,  ma sotto
    quello della compassione.
    Quando ti succede di dover giudicare una causa di qualche tuo  nemico,
    allontana  il  pensiero  del  ricordo dell'ingiuria ricevuta e fissalo
    unicamente sull'esame spassionato dei fatti.
    Non ti far accecare da passioni personali nel giudicare le cause degli
    altri,  perch gli errori che in tal modo potresti commettere,  il pi
    delle  volte sarebbero irrimediabili,  e se anche potessero trovare un
    rimedio,  sarebbe sempre a danno della tua riputazione e  anche  della
    tua borsa.
    Se  una  bella donna venisse a domandarti giustizia,  chiudi gli occhi
    alle sue lacrime e tappati gli orecchi ai suoi gemiti;  poi  considera
    con  calma  la  sostanza  delle sue richieste,  se non vuoi che il tuo
    discernimento rimanga annegato nelle sue lacrime e la tua  rettitudine
    nei suoi sospiri.
    Non maltrattare con le parole colui che devi punire coi fatti, poich,
    poveretto,  gli  basta  la  pena  della condanna senza la giunta delle
    ingiurie.
    Considera sempre l'accusato che cadr sotto la tua giurisdizione  come
    un  disgraziato  sottoposto  a tutte le miserie della nostra depravata
    natura; e per quanto sta in te,  senza fare offesa alla parte avversa,
    mostrati pietoso e clemente; perch sebbene gli attributi di Dio siano
    tutti  eguali,   pi  grandeggia  e  pi  risplende  ai  nostri  occhi
    l'attributo della misericordia che quello della giustizia.
    Se tu, o Sancio, seguirai queste regole e questi precetti, avrai lunga
    vita, la tua fama durer in eterno, i tuoi desideri saranno appagati e
    grande sar la tua felicit. Mariterai i tuoi figlioli come vorrai,  e
    tanto  loro  che i loro discendenti avranno titoli e onori;  mentre tu
    vivrai in pace,  ben visto da tutti,  e dopo una vecchiaia inoltrata e
    senza   malanni   ti  sopraggiunger  una  morte  non  dolorosa  e  ti
    chiuderanno gli occhi le tenere e delicate mani  dei  tuoi  bisnipoti.
    Quel che t'ho detto finora,  sono consigli che devono servire a ornare
    il  tuo  animo:  sta'  a  sentire  ora  quelli   che   devon   servire
    all'ornamento del corpo.

    CAPITOLO 43.
    Gli altri consigli dati da Don Chisciotte a Sancio Panza.

    Chi,  dopo  aver  sentito  questi  discorsi di Don Chisciotte,  non lo
    avrebbe preso per una persona perfettamente sana di cervello  e  piena
    di  criterio?  Ma,  come  si    detto tante volte nel corso di questa
    grande storia,  egli non perdeva la testa che  quando  si  toccava  il
    tasto  della  cavalleria,  e negli altri discorsi dimostrava una mente
    lucida e sveglia; di modo che a ogni passo le sue azioni smentivano le
    sua testa,  e la sua testa smentiva le sue azioni.  Ma in questi altri
    avvertimenti che dette a Sancio mostr un garbo perfetto,  e raggiunse
    l'apice della sua saggezza e della sua follia al tempo stesso.
    Sancio lo stava a sentire con grande attenzione,  e cercava  di  tener
    bene  a  mente  i  suoi  consigli,  perch  faceva conto di seguirli a
    puntino e cos ottenere un felice  successo  nella  gestione  del  suo
    governo.
    Don Chisciotte dunque continu dicendo:
    -  Circa  il modo di governare la tua persona e la tua casa,  la prima
    raccomandazione che ti faccio,  caro Sancio,   quella di star pulito,
    di  tagliarti  l'unghie,  invece  di  lasciartele  crescere come fanno
    alcuni che nella loro ignoranza  s'immaginano  che  le  unghie  lunghe
    abbelliscano le mani;  come se quel di pi che essi non si tagliano si
    potesse chiamare unghia e non piuttosto  un  artiglio  da  uccello  di
    rapina. Che usanza balorda, che porcheria!
     Non ti presentar mai trasandato e bracalone,  perch il disordine del
    vestito  segno d'animo indolente, a meno che questa trascuratezza nel
    vestire non nasconda un calcolo di  furberia,  come  fu  nel  caso  di
    Giulio Cesare.
    Calcola  con  prudenza  quel  che pu rendere il tuo ufficio,  e se le
    rendite ti permettono di far vestire una  livrea  ai  tuoi  servitori,
    sceglila  modesta e comoda,  invece che vistosa ed elegante.  Dividine
    piuttosto le spese fra i tuoi servitori e i poveri; cio, se hai tanto
    di che vestire tre paggi, vesti invece tre paggi e tre poveri,  e cos
    avrai  paggi  in  terra  e  in  cielo.  E  questo    un nuovo modo di
    distribuire  livree,  che  la  gente  piena  di  boria  non  riesce  a
    praticare.
    Non  mangiar aglio n cipolla,  perch non ti sentano al fiato che sei
    nato contadino.
    Cammina lentamente, parla pacato,  ma non in modo che sembri che tu ti
    stia a sentire, perch qualunque affettazione sta sempre male.
    Mangia  poco  a  desinare  e  meno ancora a cena;  perch la salute si
    fabbrica nell'officina dello stomaco.
    Regolati nel bere: il troppo vino non sa tenere il segreto n mantener
    le promesse.
    Bada di non macinare a due palmenti e  di  non  sbufare  dinanzi  alle
    persone.
    - Questo sbufare non lo capisco - disse Sancio; e Don Chisciotte:
    -  Sbufare,  Sancio,  vuol dir ruttare,  uno dei vocaboli pi sguaiati
    della nostra lingua,  sebbene  molto  espressivo.  Perci  le  persone
    educate invece di ruttare dicono sbufare,  e se questo termine per
    ora non  molto inteso,  poco male.  L'uso a poco per volta  lo  andr
    introducendo,  e  si  finir  coll'intenderlo;  e  in  questo  modo si
    arricchir la lingua, che dipende egualmente dall'uso e dal popolo.
    - Oh!  - esclam Sancio - questo del non ruttare    proprio  uno  dei
    consigli e degli avvertimenti che bisogna tenermi a mente meglio degli
    altri, perch l'ho per vizio di ruttare a tutto spiano.
    - Sbufare, Sancio, non ruttare - disse Don Chisciotte.
    - S, s, sbufare dir da qui innanzi - riprese Sancio - e non ci sar
    pericolo che me ne dimentichi.
    - Bisogna anche che tu guardi di non mescolare nei tuoi discorsi, come
    fai,  tutta  quella  gran quantit di proverbi.  I proverbi sono brevi
    sentenze,  ma molte volte nell'argomento tu ce li  tiri  tanto  per  i
    capelli che paion pi balordaggini che sentenze.
    -  A  questo,  Dio  solo ci pu metter rimedio - esclam Sancio perch
    ormai ho pi proverbi in capo io che non ce ne siano in  un  libro,  e
    quando parlo, me ne viene alla bocca un tal volgolo, che fanno a pugni
    tra loro per uscire; e perci la lingua butta fuori i primi che trova,
    anche  se non son troppo a proposito.  Ma d'ora in avanti bader a non
    dire altro che quelli che saranno convenienti alla seriet  della  mia
    carica;  perch  in casa piena  pronta la cena;  e patti chiari amici
    cari,  chi suona a martello  fuor d'ogni rischio;  e a regalare  abbi
    giudizio, se non vuoi andare in precipizio.
    - Bravo,  bravo,  Sancio! - disse Don Chisciotte. - Semina, snocciola,
    infilza  proverbi;  tanto  chi  t'avrebbe  a  tenere!   Mia  madre  mi
    sculaccia,  perch glielo rifaccia: proprio cos. Ti vo dicendo che tu
    lasci da parte i proverbi,  e in un momento tu me n'hai buttati  fuori
    una  litania  che ci hanno che vedere con quel che si diceva quanto il
    cavolo a merenda. E bada bene,  io non ti dico che un proverbio citato
    a  proposito  stia  male,  ma  quel  ficcare  proverbi dappertutto e a
    casaccio, rende il discorso scipito e volgare.
    Quando monti a cavallo non rovesciare  il  corpo  troppo  all'indietro
    sull'arcione  posteriore,  e  non tenere le gambe distese,  stecchite,
    lontane dalla pancia del cavallo; ma non ti lasciare neanche andar gi
    in modo che tu abbia l'aria di essere in groppa a un ciuco. Il modo di
    stare a cavallo, caro mio, di questo te ne fa un cavaliere e di quello
    uno staffiere.
    Non dormir tanto;  chi non  in piedi col sole,  perde le giornate;  e
    ricordati che la diligenza  madre della fortuna,  e la pigrizia,  sua
    nemica, non  mai arrivata al termine d'un giusto desiderio.
    Ora  voglio  darti  un  ultimo  consiglio,  e  sebbene  non  serva  al
    miglioramento del corpo, voglio nondimeno che tu lo tenga molto bene a
    mente, perch non ti sar meno utile di quelli che ti ho dato fin qui.
    Non  ti metter mai a discutere sulla nobilt delle famiglie,  o per lo
    meno a far dei paragoni fra loro,  perch fra quelli che si mettono  a
    confronto,  uno per forza dev'essere il migliore, e tu sarai odiato da
    quello che hai messo al di sotto,  senza che te  ne  venga  dall'altro
    alcun compenso.
    Il tuo vestito si comporr di calze intere, d'una casacca lunga e d'un
    mantello un po' pi lungo: brache,  nemmen per idea! Non s'addicono n
    a cavalieri n a governatori.
    Questi sono i consigli che per ora mi son  venuti  in  mente:  ma  col
    tempo,  a  seconda  delle circostanze,  ti potr dare altre istruzioni
    purch tu abbia cura di avvisarmi via via delle condizioni in  cui  ti
    troverai.
    -  Signor  padrone - disse Sancio - vedo bene che tutto quello che lei
    m'ha detto son cose buone,  sante e utili,  ma  a  che  vuole  che  mi
    servano,  se  non me ne ricordo pi neanche una?  Fino a non lasciarmi
    crescere le unghie e a riammogliarmi se mi capita l'occasione,  questi
    due, s, non m'usciranno dalla zucca; ma tutti quegli altri pasticci e
    quegli  altri  imbrogli  e  rigiri,  che  vuole ch'io mi ricordi?  S,
    proprio: come i nuvoli  dell'altr'anno.  E  quindi  bisogner  darmeli
    scritti; perch, sebbene non sappia n leggere n scrivere, li dar al
    mio  confessore,  perch all'occorrenza me li ficchi e me li ribadisca
    nella testa.
    - Oh, povero me, povero me! - esclam Don Chisciotte. - Sta male, sai,
    per un governatore il non sapere n leggere n scrivere! Perch, vedi,
    quando un uomo non sa leggere o  mancino, i casi sono due: o  figlio
    di gente di condizione troppo miserabile,  o    tanto  scapestrato  e
    birbaccione,  che non c' stato verso d'insegnargli nulla di buono, n
    in teoria n in pratica.  Questo  un gran difetto  che  tu  ti  porti
    dietro, e quindi vorrei che tu imparassi almeno a firmare.
    -  Il  mio nome lo so fare - rispose Sancio.  - Quando al mio paese mi
    fecero esattore della confraternita,  imparai  a  fare  delle  lettere
    grosse come quelle con cui si marca le balle; e mi dicevano che quello
    era il mio nome. Ma far finta d'aver la mano destra storpiata, e far
    firmare  un  altro per me.  C' rimedio a tutto fuorch alla morte,  e
    siccome io avr il comando e il bastone, far quel che mi pare.  Tanto
    pi  che  chi ha il padre giudice,  con quel che segue (1);  e io sar
    governatore che  pi di giudice; quindi, fatevi avanti ch sarete ben
    ricevuti.  Si provino,  si provino a mancarmi di rispetto o a sparlare
    di me: faranno come i pifferi di montagna,  perch se Dio ti vuol bene
    la tua casa se n'accorge,  e le stupidaggini del  ricco  il  mondo  le
    piglia per oracoli; e siccome io sar ricco perch sar governatore, e
    anche  generoso  nello  spendere,  come almeno mi propongo,  non mi si
    trover nessun difetto.  In fin dei conti,  chi pecora si fa,  lupo la
    mangia;  e  tanto tu costi,  diceva mia nonna,  quanto tu possiedi;  e
    contro il potente e il ricco  vano ogni ripicco...
    - Auff!  Che Dio  ti  stramaledica!  -  esclam  a  questo  punto  Don
    Chisciotte.  -  Che  sessantamila  diavoli  ti  portino,  te  e i tuoi
    proverbi !  E' un'ora che tu badi a infilzarne,  e per ogni  proverbio
    che sento,  mi pare che mi diano un tratto di corda.  Sta' attento che
    un giorno o l'altro questi tuoi proverbi t'hanno a menar sulla  forca;
    essi  faranno s che i tuoi vassalli ti tolgano il governo,  e faranno
    nascere tra loro dei tumulti e delle rivolte.  Ma dimmi un po' dove li
    trovi,  pezzo di ignorantone?  E come li applichi, mentecatto? Che per
    trovarne uno e appropriarlo a dovere,  a me,  mi tocca sudare come  se
    zappassi la terra?
    - Benedetto Iddio!  - rispose Sancio - ma lei,  signor padrone, affoga
    proprio in un bicchier d'acqua. Ma perch si confonde,  se io mi servo
    del mio patrimonio, visto che non ho altro capitale: proverbi e sempre
    proverbi? E sa, proprio in questo momento ne avevo quattro sulla punta
    della  lingua  che  ci  stavano  a  pennello,  proprio come pere in un
    paniere; ma non li dir, perch un bel tacer si chiama Sancio.
    - Ma codesto Sancio non sei tu di certo - disse Don Chisciotte  perch
    tu  non  solo  non  sei  un  bel tacere,  ma anzi un brutto e ostinato
    ciabare.  Tuttavia vorrei sapere quali sono  i  quattro  proverbi  che
    t'erano venuti in mente e che tu dici che erano tanto a proposito.  Io
    ho un bel cercare nella mia memoria, che ho abbastanza buona, e non ne
    trovo affatto.
    - Dove li vuol trovare meglio di questi? - disse Sancio. - Tra molare
    e molare il dito non ci ficcare,  e A chi ti dice: "Che volete dalla
    mia donna?  Fuori!", non replicare, se no son dolori, e Se la brocca
    picchia nel sasso,  o il sasso nella  brocca,    sempre  lei  che  ne
    tocca.  E tutti calzano come guanti.  Nessuno infatti deve mettersi a
    cozzare col suo governatore o col  suo  superiore,  perch  ne  uscir
    malconcio,  come  chi  ficcasse  un dito tra i molari,  e anche se non
    fossero  molari,  basta  che  siano  denti.  E  a  quel  che  dice  un
    governatore  non c' da replicare,  come non si pu replicare al: "Che
    volete dalla mia donna?  Fuori!".  Quanto a quello della brocca e  del
    sasso,  anche un cieco lo vede quel che vuol dire.  Quindi bisogna che
    chi vede la pagliuzza nell'occhio altrui,  veda la trave nel  proprio,
    perch  non  si debba dire di lui: la padella disse al paiolo: tirati
    in l,  tu mi tingi.  E lei sa meglio di me che ne sa pi un pazzo  a
    casa sua che un savio in casa d'altri.
    -  Oh!  questo  poi no!  - rispose Don Chisciotte.  - Lo stolto non sa
    nulla n in casa sua n in casa d'altri,  perch sulla base della  sua
    stoltezza non si pu elevare alcun edificio ragionevole. Ma fermiamoci
    qui. Se tu governerai male, la colpa sar tua e mia la vergogna, ma mi
    consolo  che  ho  fatto  il  mio  dovere consigliandoti con la maggior
    sincerit e la maggiore avvedutezza che m'era possibile.  E con questo
    son  fuori  del  mio  obbligo  e  da ogni mia promessa.  Dio ti guidi,
    Sancio, e ti governi nel tuo governo,  e tolga a me lo scrupolo che mi
    resta.  Perch  io  ho  una  gran  paura  che  dobbiate andare a gambe
    all'aria tutti e due,  te e la tua isola;  cosa che io potrei evitare,
    rivelando al Duca chi tu sei,  e dicendogli che tutta codesta trippa e
    codesta personcina non son altro che una balla piena di proverbi e  di
    birbonate.
    - Signor padrone - riprese Sancio - se le pare che io non sia adatto a
    questo governo,  come vivrei da governatore mangiando perne alla punta
    di un'unghia della mia anima che a tutto il corpo;  e vivr ugualmente
    bene mangiando pane e cipolle da quel Sancio che sono,  come vivrei da
    governatore mangiando pernici e capponi. E poi, quando si dorme, tutti
    gli uomini sono eguali, grandi e piccini, ricchi e poveri. Ora,  se ci
    pensa  bene,  vedr  che    stato proprio lei che mi ha messo addosso
    questo pizzicore  di  governare;  perch  io  di  governo  d'isole  me
    n'intendo  quanto  un barbagianni;  e se crede che,  per aver fatto il
    governatore,  debba poi portarmi via  il  diavolo,  allora  preferisco
    andar Sancio in paradiso che governatore all'inferno.
    - Per Dio!  - esclam Don Chisciotte. - Soltanto per queste tue ultime
    parole,  io credo,  Sancio,  che tu meriti di essere  governatore  non
    d'una ma di mille isole.  Tu hai un buon carattere,  e senza di questo
    non c' scienza che valga: raccomndati a Dio e cerca di non sbagliare
    nella prima intenzione;  voglio dire,  che tu mantenga sempre il fermo
    proponimento di riuscir bene in tutti gli affari che devi trattare: il
    cielo  aiuta  sempre  le  buone intenzioni.  E ora andiamo a mangiare,
    perch credo che questi signori ci aspettino.

    NOTA 1: Chi ha il padre giudice va sicuro al giudizio.

    CAPITOLO 44.
    Come Sancio Panza fu condotto a prender possesso del suo governo e  la
    strana avventura che nel castello capit a Don Chisciotte.

    Si  dice  che  nel  genuino  originale  di  questa  storia Cide Hamete
    preponesse a questo capitolo un esordio che il suo traduttore non rese
    con troppa fedelt.  Era una specie di lamento che lo scrittore  arabo
    faceva  di  se  stesso,  per aver posto mano a una storia cos arida e
    limitata come questa di Don Chisciotte, in cui era costretto a parlare
    solamente di lui e di Sancio,  senza osare estendersi ad altri episodi
    e  digressioni  pi  serie  e  pi interessanti.  Diceva che tenere il
    cervello,  la mano e la  penna  costantemente  occupati  nel  medesimo
    argomento e non parlare che per bocca di poche persone,  era un lavoro
    insopportabile,  il cui frutto non  rispondeva  affatto  alle  fatiche
    dell'autore;  e  che per evitare questo inconveniente egli era ricorso
    nella prima parte  all'artifizio  di  introdurre  delle  novelle  come
    quella dell'"Indagatore indiscreto" e del "Capitano prigioniero",  che
    sono come staccate dal resto della storia,  mentre tutte le altre  che
    vi  si  narrano sono casi successi proprio a Don Chisciotte,  e non si
    poteva fare a meno di mettercele. D'altra parte pens anche, come egli
    stesso dichiara, che molti, trasportati dall'attenzione che esigono le
    imprese di Don Chisciotte,  non avrebbero badato alle novelle,  ma  le
    avrebbero  scorse  o in fretta o con noia,  senza fare attenzione alla
    loro eleganza e agli altri loro pregi artistici,  i quali  appariranno
    bene in evidenza quando verranno alla luce da sole e non mescolate con
    le pazzie di Don Chisciotte e con le balordaggini di Sancio. Perci in
    questa  seconda  parte non volle introdurre novelle sciolte n legate,
    ma soltanto alcuni episodi che sembrassero novelle, nati dai fatti che
    ci offre la realt,  e anche questi in numero molto limitato e con  le
    parole  puramente necessarie a esporli.  E poich dunque si contiene e
    si rinserra nei ristretti  limiti  della  narrazione,  mentre  avrebbe
    abilit  e  ingegno  sufficienti  per  trattare  dell'universo intero,
    domanda che il suo lavoro non sia disprezzato,  ma  che  anzi  gli  si
    tributino delle lodi,  non per quello che scrive, ma per quello che ha
    rinunciato a scrivere. Poi riprende la narrazione nel modo seguente.
    Quel giorno stesso dopo pranzo, verso sera,  Don Chisciotte consegn a
    Sancio  i  suoi avvertimenti in scritto,  perch cercasse qualcuno che
    glieli leggesse. Ma glieli aveva appena dati, che Sancio li perse.  Il
    foglio capit nelle mani del Duca, che lo fece vedere alla Duchessa, e
    fra tutti e due si meravigliarono di nuovo della pazzia e dell'ingegno
    di  Don  Chisciotte.  Poi  per  continuare le loro burle,  quella sera
    inviarono  Sancio  con  un  gran  sguito  a  prendere  possesso   del
    villaggio,  che  per  lui  doveva  essere un'isola.  Lo accompagnava e
    naturalmente lo sorvegliava quello stesso maggiordomo del  Duca  molto
    intelligente  e  molto  spiritoso (e infatti non ci pu essere spirito
    senza intelligenza) il quale  aveva  fatta  la  parte  della  contessa
    Trifaldi  con  quella bravura che s' visto.  Col suo talento e con le
    istruzioni che gli avevano date i suoi padroni circa il modo  con  cui
    si  doveva  contenere  con  Sancio,  egli  riusc a meraviglia nel suo
    impegno.
    Appena Sancio vide questo maggiordomo,  riconobbe nel suo viso  quello
    della Trifaldi, e voltandosi verso il suo padrone:
    -  Signor  padrone - gli disse - che il diavolo mi porti via di qui su
    due piedi,  se il viso di questo maggiordomo non  lo stesso di quello
    della Tribolata.
    Don  Chisciotte  guard  attentamente  il  maggiordomo,  e dopo averlo
    guardato, disse a Sancio:
    - Non c' bisogno che il diavolo ti porti n su  due,  n  su  quattro
    piedi  (e  neanche  capisco  quel  che  tu  vuoi  dire).  Il  viso del
    maggiordomo,  s,   quello della Tribolata,  ma  non  per  questo  il
    maggiordomo      la  Tribolata,   perch  se  cos  fosse,   la  cosa
    implicherebbe una troppo grave contraddizione,  e ora non  il momento
    di  fare  delle investigazioni,  perch si entrerebbe in un ginepraio.
    Amico mio,  bisogna che tu ti persuada che tutti e due abbiamo bisogno
    di  pregare Iddio con gran fervore,  perch ci liberi dagli stregoni e
    dagli incantatori cattivi.
    - Ma sul serio le dico - replic Sancio  -  che  dianzi  l'ho  sentito
    discorrere,  e  mi  parve  proprio che mi risuonasse nelle orecchie la
    voce della Trifaldi.  Senta: per ora non dir  nulla,  ma  star  bene
    attento a vedere se scopro qualche altro indizio che confermi o faccia
    svanire i miei sospetti.
    -  Proprio  cos devi fare,  Sancio - replic Don Chisciotte - e,  nel
    caso, mi informerai di tutto quello che hai scoperto, e anche di tutto
    quello che ti succeder nel tuo ufficio.
    Alla fine Sancio part, accompagnato da un gran codazzo di gente.  Era
    vestito da magistrato,  e sopra il vestito portava un largo gabbano di
    cambellotto di color  lionato  e  un  berretto  della  stessa  stoffa.
    Cavalcava un mulo alla scudiera, e dietro di lui, per ordine del Duca,
    veniva il ciuco con finimenti e fronzoli di seta fiammanti.  Di quando
    in quando Sancio si voltava a guardare il  suo  ciuco,  ed  era  tanto
    contento di averlo con s,  che non avrebbe barattato il suo posto con
    quello d'un imperatore.
    Al momento di prendere congedo dai Duchi baci loro le mani,  e chiese
    la  benedizione al suo padrone che gliela dette piangendo,  mentre lui
    la riceveva con le lacrime in pelle in pelle.
    Ora, gentile lettore,  lascia andare per la sua strada il bravo Sancio
    e  aspetta  pazientemente le matte risate che farai sentendo come egli
    si comport nel suo ufficio,  e intanto contentati di sapere  ci  che
    successe  al  suo  padrone  quella  notte.  Se  tu  non  ne  riderai a
    crepapelle per lo meno incresperai le labbra a un mezzo  sorriso  come
    quello  delle  scimmie,  perch  i  casi  di  Don  Chisciotte  debbono
    suscitare l'ammirazione o il riso.
    Si racconta dunque che appena Sancio se ne fu andato,  Don  Chisciotte
    sent subito il peso della sua solitudine, e se fosse dipeso da lui il
    revocare  il mandato al suo scudiero e togliergli il governo l'avrebbe
    fatto certamente.  La Duchessa s'accorse della sua melanconia,  e  gli
    domand perch era cos triste.
    -  Se   l'assenza di Sancio che vi dispiace - gli disse - ci sono qui
    in casa mia scudieri,  governanti,  domestiche,  che vi serviranno  in
    tutto quello che desiderate.
    -  E'  verissimo,  signora  -  rispose  Don  Chisciotte - che sento la
    mancanza di Sancio,  ma non  questa la cagione principale  della  mia
    tristezza.  Delle offerte fattemi dall'Altezza Vostra accetto e scelgo
    soltanto la buona intenzione con cui mi son fatte,  e quanto al  resto
    supplico  Vostra  Altezza di permettere che nel mio appartamento io mi
    serva da me solo.
    - Ah,  no!  - disse la Duchessa.  - Cos non va bene.  Io vi far anzi
    servire da quattro ragazze delle mie, belle come fiori.
    - Per me - rispose Don Chisciotte - non sarebbero come fiori,  ma come
    spine che mi pungerebbero l'anima.  E perci sar pi facile per  loro
    volare,  che  entrare nella mia camera o qualche altra cosa di simile.
    Se l'Altezza Vostra vuol continuare  senza  mio  merito  a  favorirmi,
    lasci  che  m'accomodi  a modo mio,  che al di l dell'uscio della mia
    camera mi serva da me,  e che metta un muro tra i miei appetiti  e  la
    mia  astinenza.  Io  non  voglio  perdere  questa mia abitudine per la
    liberalit che l'Altezza Vostra vuole usar con me,  e  in  conclusione
    preferisco  dormire  vestito  piuttosto  che  lasciarmi  spogliare  da
    qualcuno.
    - Basta, basta, signor Don Chisciotte - replic la Duchessa. Per conto
    mio dar subito ordine che nemmeno  una  mosca,  nonch  una  ragazza,
    entri in camera sua. Non sono certo io quella che potr permettere che
    si  attenti  al  pudore del signor Don Chisciotte: perch da quanto ho
    potuto capire, la castit  la dote che pi risplende fra le altre sue
    virt. Vossignoria dunque si spogli e si vesta da s solo e a modo suo
    e a suo talento, ch nessuno glielo impedir.  In camera trover anche
    i  vasi  indispensabili  per  chi  dorme a porta chiusa perch non sia
    costretto ad aprirla da  nessuna  corporale  necessit.  E  che  possa
    vivere  mille  secoli la gran Dulcinea del Toboso e che il suo nome si
    distenda su tutta la faccia della terra, perch ha meritato l'amore di
    un cavaliere cos valoroso e  cos  casto;  e  che  il  cielo  benigno
    infonda  nel  cuore  di  Sancio  Panza,  nostro  governatore,  un vivo
    desiderio di terminare  presto  la  sua  penitenza,  perch  il  mondo
    ritorni a godere la bellezza di cos eccelsa signora.
    -  Vostra  Altezza  - replic Don Chisciotte - ha parlato da sua pari,
    perch dalla bocca delle signore di buona condizione non  deve  uscire
    nessuna cattiva parola.  Pi venturosa e pi conosciuta nel mondo sar
    Dulcinea per essere stata lodata da Vostra Altezza,  che per tutte  le
    lodi che possano darle i pi eloquenti uomini della terra.
    -  Orbene,  signor  Don  Chisciotte - replic la Duchessa -  arrivata
    l'ora di cena,  e il Duca certamente ci sta aspettando.  Venga dunque,
    ceniamo  e  poi Vossignoria andr a letto,  perch il viaggio che fece
    ieri a Candaia non fu tanto corto,  e non pu fare a meno che lei  non
    risenta un po' di stanchezza.
    - No,  punta,  signora - rispose Don Chisciotte. - In vita mia, potrei
    giurarlo,  non ho mai cavalcato una bestia pi pacifica e  di  miglior
    andatura di Chiavilegno, e non capisco quale motivo possa aver indotto
    Malambruno  a  disfarsi  d'una  cavalcatura  cos buona e cos veloce,
    dandole fuoco senz'altro.
    - Probabilmente -rispose la Duchessa - pentito  del  male  fatto  alla
    Trifaldi e ad altre persone, e delle malvagit che come fattucchiero e
    incantatore  doveva  aver  commesso,  volle farla finita con tutti gli
    strumenti dei suoi malefizi,  e bruci per primo Chiavilegno,  che era
    il principale,  in quanto lo teneva sempre in moto volando di paese in
    paese.  E cos ora le ceneri di questa  macchina  e  il  trofeo  della
    scritta  renderanno  eterna  testimonianza  al  valore  del  gran  Don
    Chisciotte della Mancia.
    Don Chisciotte ringrazi nuovamente la Duchessa, e dopo aver cenato si
    ritir in camera sua,  senza permettere a nessuno di entrare  con  lui
    per servirlo,  tanta era la paura che aveva di inciampare in occasioni
    che lo spingessero e lo forzassero a tradire la  fedelt  che  serbava
    alla  sua  Dulcinea;  a  imitazione  di Amadigi,  fiore e specchio dei
    cavalieri   erranti,   la   cui   virt   gli   stava   sempre   fissa
    nell'immaginazione.  Serr  l'uscio  dietro di s,  e alla luce di due
    candele di cera cominci a spogliarsi. Quand'ecco che nel chinarsi per
    togliersi le calze (o disgrazia indegna d'un tal  personaggio!  )  gli
    scapparono  dei...  non dico sospiri o altre simili cose che potessero
    screditare la lindura della sua educazione,  ma un paio di dozzine  di
    maglie  in  una  calza  in modo che pareva diventata una persiana.  Il
    bravo cavaliere rimase molto male,  e avrebbe dato volentieri un'oncia
    d'argento  per  avere  l una gugliata di seta verde: dico seta verde,
    perch le calze erano verdi.
    Oh,  povert povert! esclama Benengeli a questo punto.  Io non  so
    come  fece  quel  gran  poeta  di  Cordova  a chiamarti un dono divino
    dispregiato a  torto!  Io,  quantunque  arabo,  so  benissimo  per  le
    relazioni  che  ho avuto coi cristiani,  che la santit consiste nella
    carit,  umilt,  fede,  obbedienza e povert: ma con tutto questo  io
    dico che quello che si contenta d'esser povero, deve essere proprio in
    grazia  di Dio.  A meno che non fosse di quella maniera di povert che
    dice uno dei loro pi grandi santi: "Possedete tutte le cose  come  se
    non le possedeste". E questa la chiamano povert di spirito. Ma quanto
    a  te,  seconda  povert  (che sei quella di cui parlo io) perch vuoi
    sempre rifartela con i gentiluomini e i nobili  a  preferenza  d'altra
    gente?  Perch  li  costringi a impiastricciare di cera le crepe delle
    loro scarpe,  e a portare ai loro farsetti dei bottoni parte di  seta,
    parte  di  crine  e  parte di vetro?  Perch le loro golette di solito
    devono essere spiegazzate come foglie  di  lattuga  e  non  stirate  a
    modello?.  E  da questo si vedr quanto sia antico l'uso dell'amido e
    delle  golette  stirate.   Prosegue  poi  Benengeli:  Disgraziato  il
    gentiluomo costretto a sostenere a minuzzoli il suo decoro col mangiar
    male,  chiuso  in  camera  sua,  portando poi fuori con s un ipocrita
    stuzzicadenti,  senza aver  mangiato  nulla  che  possa  obbligarlo  a
    pulirseli!  Disgraziato lui,  che,  ombroso nel suo decoro, s'immagina
    che a un miglio di  distanza  gli  si  vedano  le  scarpe  rattoppate,
    l'untume  in  giro al cappello,  le corde del pastrano e la fame nello
    stomaco.
    Tutte  queste  considerazioni  si  presentarono  alla  mente  di   Don
    Chisciotte,  quando gli si ruppero le maglie alla calza; ma si consol
    vedendo che Sancio gli aveva lasciato degli stivaloni da viaggio,  che
    pens  di  mettersi  il giorno dopo.  And finalmente a letto pieno di
    pensieri e di amarezze,  tanto per  l'assenza  di  Sancio  quanto  per
    l'irreparabile  disgrazia  delle calze.  Se avesse potuto,  le avrebbe
    perfino accomodate con del filo d'un altro colore;  che  uno dei  pi
    gravi  indizi  di miseria che possa dare un gentiluomo nel corso delle
    sue continue ristrettezze. Spense le candele,  ma faceva un gran caldo
    e  non poteva dormire.  Allora si lev e apr a spiraglio una finestra
    con l'inferriata che dava su un bel  giardino,  e  nell'aprirla  sent
    persone passeggiare e discorrere.  Si mise in ascolto attentamente,  e
    quelli di sotto alzarono la voce  in  modo  che  egli  pot  udire  il
    seguente colloquio:
    -  Non insistere,  Emerenzia,  per farmi cantare.  Tu sai bene che dal
    momento che questo forestiero  entrato in questo castello,  e i  miei
    occhi  l'hanno  visto,  io non so pi cantare,  ma solamente piangere.
    Tanto pi che il sonno della  mia  signora    piuttosto  leggero  che
    pesante, e per tutto l'oro del mondo non vorrei che ci trovasse qui. E
    quand'anche  dormisse  e  non  si svegliasse,  a che servirebbe il mio
    canto, se dorme e non si sveglia per sentirlo questo nuovo Enea, che 
    arrivato nei miei paesi per poi abbandonarmi schernita?
    - Non aver paura,  cara Altisidora - si sent che qualcuno rispondeva.
    -  Senza dubbio la Duchessa e tutti quanti dormono,  tranne il signore
    del tuo cuore, colui che tiene in ansia l'anima tua. Ho sentito or ora
    che ha aperto la finestra della  sua  camera,  e  quindi  deve  essere
    sveglio.  Canta,  mia  povera  amica,  canta in tono basso e delicato,
    accompagnandoti coll'arpa.  Se anche la Duchessa ci sente,  daremo  la
    colpa al gran caldo che fa.
    -  Non sta cost la questione,  Emerenzia - rispose l'Altisidora ma in
    questo: che non vorrei che il mio canto rivelasse i sentimenti del mio
    cuore,  e che quelli  che  non  sanno  quanto  sia  potente  la  forza
    dell'amore,  mi  giudicassero  una  ragazza capricciosa e leggera.  Ma
    succeda quel che vuol succedere,  meglio il rossore sul viso  che  una
    piaga nel cuore.
    Cos  dicendo  cominci  ad arpeggiare con molta dolcezza.  Quando Don
    Chisciotte ud quelle  parole  e  quella  musica,  rimase  stupefatto,
    perch  subito  gli vennero in mente innumerevoli avventure sul genere
    di quella l, a base cio di finestre, inferriate e giardini, serenate
    e svenimenti, che nei suoi svenevoli romanzi cavallereschi tante volte
    aveva lette.  Subito s'immagin che  qualcuna  delle  cameriste  della
    Duchessa si fosse innamorata di lui, e che il pudore la costringesse a
    tener segreta la sua passione.  Ebbe paura di esser vinto,  ma fece in
    cuor suo fermo proposito di non lasciarsi vincere;  e  raccomandandosi
    con ardore e devozione alla sua Dulcinea, decise di stare a sentire la
    musica.  E per far capire che era l, finse di starnutire; il che fece
    molto piacere alle due ragazze,  che appunto non  volevano  altro  che
    essere  udite da lui.  Accordata l'arpa,  Altisidora cant la seguente
    canzone:

    O tu che stai nel tuo letto, fra lenzuoli di tela d'Olanda,  dormendo
    la grossa dalla sera alla mattina,
    e  sei  il  pi valoroso cavaliere che abbia prodotto la Mancia;  pi
    onesto e pi benedetto che l'oro fino d'Arabia:
    ascolta una triste donzella,  ben nata e mal  corrisposta,  che  alla
    luce dei tuoi due soli si sente bruciar l'anima.
    Tu  vai  cercando  avventure,  e intanto cagioni sventure agli altri;
    produci ferite e non vuoi guarirle.
    Dimmi,  o valoroso giovane (che Dio ti liberi da  ogni  affanno)  sei
    nato nei deserti della Libia o sulle montagne di Jacca?
    Ti  allattarono  forse  i serpenti?  Hai avuto per nutrici l'asprezza
    delle selve e l'orrore delle montagne?
    Dulcinea, donzella robusta e sana, pu vantarsi d'avere addomesticato
    una tigre, una bestia feroce.
    Per questo rimarr famosa da Henares  fino  a  Jarama,  dal  Tago  al
    Manzanares, dal Pisuerga all'Arlanza.
    Oh  se  potessi  mutarmi  in lei!  Darei una delle mie pi sgargianti
    sottane, quella con le frange d'oro.
    Oh poter stare fra le tue braccia!  O almeno accanto  al  tuo  letto,
    grattarti il capo e levarti la forfora!
    Chiedo  molto  e  non  son degna di grazia cos grande: vorrei almeno
    accarezzarti i piedi, ch questo basta a un'umile amante.
    Oh, che cuffie ti darei,  che scarpini d'argento,  che calze di seta,
    che mantelli di tela d'Olanda!
    Che  perle  finissime,   tutte  grosse  come  noci,  che  per  essere
    impareggiabili sarebbero chiamate le uniche!
    Non guardare dalla tua Tarpeia,  o mancese Nerone del  mondo,  questo
    incendio che mi divora, e non avvivarlo col tuo furore.
    Sono  una  bambina,  una  verginella tenerina,  non arrivo a quindici
    anni: ne ho quattordici e tre mesi, te lo giuro sull'anima mia.
    Non sono n gobba, n zoppa, e non ho nessun difetto;  i miei capelli
    sono come gigli, e quando son ritta, strascicano in terra.
    Sebbene  abbia  la  bocca  aquilina  e il naso un po' schiacciato,  i
    denti, che paion topazi, rendono divina la mia bellezza.
    La mia voce, se tu mi ascolti,  senti bene che eguaglia le pi soavi,
    e di statura sono un po meno che mezzana.
    Queste  ed altre mie doti sono preda del tuo turcasso: sono damigella
    di compagnia in questa casa, e mi chiamo Altisidora.

    Qui fin la canzone della trafitta Altisidora e cominci  l'agitazione
    dell'amato  Don Chisciotte il quale,  mandando un gran sospiro,  disse
    fra s:
    Ah, perch devo essere un cavaliere errante cos disgraziato, che non
    debba esistere una donzella che mi guardi e non s'innamori  di  me?  E
    perch  l'impareggiabile Dulcinea dev'essere cos poco fortunata,  che
    non le debbano lasciar godere in pace l'incomparabile mia  fedelt?  O
    regine,  che pretendete da lei? Perch la perseguitate, o imperatrici?
    Perch la invidiate,  donzelle tra i quattordici e  i  quindici  anni?
    Lasciate, deh, lasciate che la meschina trionfi, si rallegri ed esulti
    della  sorte  che  amore volle concederle,  assoggettando a lei il mio
    cuore e l'anima mia. State bene attente, o falange innamorata, che per
    la sola Dulcinea io sono di pasta frolla e di marzapane,  ma per tutte
    l'altre  son  di  macigno;  per  lei son miele e per voi alo,  per me
    Dulcinea sola  la bella,  la saggia,  l'onesta,  la  leggiadra  e  la
    nobile,  e  tutte  le  altre  le brutte,  le stupide,  le leggere e le
    plebee.  Per appartenere a lei e a nessun'altra,  la natura m'ha messo
    al  mondo:  che Altisidora pianga o canti,  che si disperi pure quella
    dama per cui me le dettero a quel Dio nel castello del moro incantato,
    ma io debbo esser di Dulcinea  in  qualunque  modo;  puro,  cortese  e
    onesto, a dispetto di tutte le potenze magiche della terra.
    E  qui chiuse bruscamente la finestra,  e sdegnato e pensoso,  come se
    gli fosse accaduta qualche disgrazia,  ritorn a letto,  dove  noi  lo
    lasceremo per ora, perch ci chiama il gran Sancio Panza, che vuol dar
    principio al suo famoso governo.

    CAPITOLO 45.
    Come  il gran Sancio Panza prese possesso della sua isola,  e del modo
    con cui cominci a governare.

    O perpetuo esploratore degli antipodi,  face  del  mondo,  occhio  del
    cielo,  o  dolce  agitator di bocce in fresco!  Timbrio qua,  Febo l,
    arciere qua, medico l, padre della poesia, inventore della musica, tu
    che sempre ti levi e nonostante le apparenze mai ti posi; a te dico, o
    sole, col cui aiuto l'uomo genera l'altro uomo; a te dico perch tu mi
    aiuti e illumini l'oscurit del mio ingegno, onde possa svolgere punto
    per punto la narrazione del governo  del  gran  Sancio  Panza;  perch
    senza di te io mi sento freddo, sbigottito, confuso.
    Sancio  dunque con tutto il suo sguito arriv a un villaggio di circa
    mille abitanti,  che era fra i migliori di  quelli  appartenenti  alla
    giurisdizione  del  Duca.  Gli  dettero  a  intendere  che si chiamava
    l'isola di Baratteria,  o perch il villaggio si chiamasse Barattario,
    o  per  alludere  alla  burlesca  baratteria  con  cui  aveva avuto il
    governo.  Alle porte del paese,  che era cinto  di  mura,  accorse  ad
    accoglierlo la rappresentanza comunale;  furono suonate le campane,  e
    tutti gli abitanti dettero segno di grande allegrezza.  Poi  in  pompa
    magna lo portarono alla cattedrale a rendere grazie a Dio,  e dopo con
    delle ridicole cerimonie gli consegnarono le chiavi del  paese,  e  lo
    accettarono   per   governatore  perpetuo  dell'isola  di  Baratteria.
    L'abito,  la barba,  la figura tozza e piccina del  nuovo  governatore
    facevano  stupire  tutti  quelli  che  non  possedevano  la chiave del
    mistero e anche quelli che la  possedevano  e  che  non  erano  pochi.
    Finalmente,  usciti di chiesa, lo condussero nella sala delle udienze,
    e ve lo fecero sedere. Qui il maggiordomo del Duca gli disse:
    - Signor governatore,  in quest'isola vige una antica usanza,  secondo
    la  quale chi viene per la prima volta a prender possesso del governo,
     obbligato a rispondere a una domanda assai complessa e difficile che
    gli viene rivolta, e a seconda di quel che risponde, il popolo giudica
    l'intelligenza del suo nuovo governatore,  e cos o si rallegra  o  si
    rattrista del suo arrivo.
    Mentre  il  maggiordomo  gli  diceva  queste  parole,  Sancio  stava a
    guardare delle grandi lettere scritte nella parete dirimpetto  al  suo
    scanno;  e  siccome  non  sapeva leggere domand che cosa erano quelle
    pitture che si vedevano sulla parete di faccia. Gli fu risposto:
    - Signore,  ivi sta scritto e notato il giorno in cui  Vossignoria  ha
    preso  possesso  di  quest'isola,  e l'epigrafe dice: Quest'oggi,  ai
    tanti del tal mese e del tal anno prese  possesso  di  quest'isola  il
    Signor  Don  Sancio  Panza.  Possa  egli conservarne per molti anni il
    felice godimento.
    - E chi  che si chiama Don Sancio Panza? - domand Sancio.
    - La Signoria Vostra - rispose il maggiordomo - perch in  quest'isola
    non  c'  entrato  altro  Panza,  che  quello che sta seduto su questo
    seggio.
    - Allora badate,  amico - disse Sancio - che io non ho diritto al Don,
    e  che  nessuno  l'ha  mai  avuto in tutta la mia famiglia.  Mi chiamo
    Sancio Panza secco secco,  e Sancio si chiam mio  padre,  Sancio  mio
    nonno,  e tutti quanti furono Panza senza aggiunte n di "donni" n di
    "donne". M'immagino che in quest'isola ci debbano essere pi "don" che
    sassi,  ma basta!  Dio m'intende,  e se faccio tanto di durare quattro
    giorni al governo,  te li spazzo via io tutti questi "don",  che hanno
    da essere un nuvolo e noiosi come le zanzare.  Avanti  dunque,  signor
    maggiordomo, colla sua domanda, s'affligga o non s'affligga il popolo,
    io risponder meglio che sapr.
    In  quel  momento  entrarono nella sala delle udienze due uomini;  uno
    vestito da contadino,  l'altro da sarto,  perch aveva in mano un palo
    di forbici. Il sarto disse:
    -  Signor  Governatore,  questo  contadino e io ci presentiamo innanzi
    alla Signoria Vostra per causa che questo bravo  uomo  venne  ieri  in
    bottega mia (io sono,  con licenza dei presenti e grazie a Dio,  sarto
    patentato) e consegnandomi un pezzo di panno mi chiese:  Signore,  in
    questo  panno  c'entra un berretto?.  Io,  dopo averlo misurato,  gli
    risposi di s.  Ma lui allora,  a quel che m'immagino e certo  non  mi
    inganno,  dovette  credere  che  io  volessi rubargli un pezzo di quel
    panno,  fondandosi sulla sua malizia  e  sulla  cattiva  opinione  che
    godono i sarti, e mi disse di guardare se ce n'entravano anche due. Io
    indovinai il suo pensiero,  e gli dissi di s. Allora, sempre dominato
    da quel suo maligno sospetto,  egli si mise ad aggiungere berretti,  e
    io  ad  aggiungere  dei  s,  finch arrivammo a cinque berretti.  E
    proprio in questo momento  venuto  a  ripigliarli,  e  io  glieli  ho
    consegnati.  Ma  egli  non mi vuol pagare la fattura,  e anzi dice che
    rivuole il panno, o che io glielo ripaghi.
    - Le cose stanno esattamente cos? - domand Sancio al contadino.
    - Sissignore - rispose costui - ma la Signoria Vostra si faccia un po'
    mostrare i cinque berretti che m'ha fatto.
    - Volentieri - rispose il sarto,  e subito tirando fuori  la  mano  di
    sotto  il ferraiolo,  fece vedere cinque berrettini posti in cima alle
    cinque dita della mano,  e disse: - Ecco qui  i  cinque  berretti  che
    questo brav'uomo m'ha chiesto, e posso giurare in coscienza dell'anima
    mia  che  del  panno  non  me n' rimasto punto,  e sono pronto a fare
    esaminare il lavoro dagli ispettori della corporazione.
    Tutti i presenti si misero a ridere vedendo tutti  quei  berrettini  e
    sentendo  quel  nuovo genere di lite.  Sancio stette qualche momento a
    riflettere, poi disse:
    - Questa causa,  a quel che mi pare,  non ha bisogno di lungo studio e
    di dilazione: basta il buon senso d'un galantuomo.  Ecco dunque la mia
    sentenza. Il sarto ci rimetter la fattura, il contadino la stoffa,  e
    i  berretti  siano  dati in elemosina ai carcerati;  e non se ne parli
    pi.
    Se la sentenza data sulla forza dell'allevatore di porci fece  stupire
    i presenti,  questa li fece scoppiar dalle risa (1); tuttavia l'ordine
    del Governatore fu eseguito.  Si presentarono allora due  vecchi,  uno
    dei  quali aveva per bastone una canna di bamb.  Quello senza bastone
    disse:
    - Signore,  giorni or sono ho prestato a questo brav'uomo dieci  scudi
    in oro per fargli un piacere e un'opera buona,  a condizione che me li
    restituirebbe quando glieli richiederei. Sono passati parecchi giorni,
    ma io non glieli ho  mai  richiesti  per  il  timore  di  metterlo,  a
    dovermeli  rendere,  in  maggiore  impiccio  di quando glieli prestai.
    Senonch,  vedendo che faceva da scordato,  glieli ho richiesti pi  e
    pi volte;  e lui non soltanto non me li rende,  ma anche me li nega e
    dice che non glieli  ho  mai  prestati,  e  che  se  anche  glieli  ho
    prestati, egli me li ha gi resi. Io non ho testimoni di quando glieli
    prestai  e  meno che mai di quando me li ha resi,  perch non me li ha
    mai resi;  e quindi vorrei che la Signoria Vostra gli facesse prestare
    giuramento, e se egli giurer che me li ha resi, io glieli condono qui
    e dinanzi a Dio.
    - Che ne dite voi dal bastone? - chiese Sancio.
    -  Io  signore  -  rispose  l'altro  vecchio  - riconosco che me li ha
    prestati; ma che la Signoria Vostra abbassi la sua bacchetta, e poich
    egli si rimette al mio giuramento, io giurer che glieli ho restituiti
    e pagati in moneta sonante.
    Il governatore abbass la bacchetta,  e allora il vecchio  che  doveva
    giurare  dette  il bastone all'altro vecchio pregandolo di tenerglielo
    mentre giurava,  come se gli desse incomodo,  poi mise la  mano  sulla
    croce  della  bacchetta,  dicendo  che  era  vero  che gli erano stati
    prestati quei dieci scudi che ora gli venivano richiesti,  ma che egli
    li  aveva restituiti in propria mano al richiedente il quale forse non
    se ne ricordava,  e perci  glieli  richiedeva  ogni  momento.  Allora
    l'illustrissimo signor governatore domand al creditore che cosa aveva
    da  rispondere  a quel che diceva il suo avversario,  e quegli rispose
    che senza alcun dubbio il suo debitore doveva dir  la  verit,  perch
    egli  lo  riteneva  un  galantuomo e un buon cristiano.  Doveva essere
    stato lui a dimenticarsi del come e  del  quando  quei  denari  glieli
    aveva restituiti, e d'allora in avanti non gli avrebbe chiesto mai pi
    nulla.  Il  debitore  riprese  il suo bastone e,  abbassato il capo in
    segno di saluto, usc dalla sala. Quando Sancio lo vide andarsene cos
    senz'altro, considerando anche la rassegnazione del richiedente, chin
    la testa sul petto e postosi l'indice della mano destra sopra il  naso
    e  le  ciglia,  stette  un  momento a riflettere,  poi alz la testa e
    ordin che richiamassero ii vecchio del  bastone,  che  se  n'era  gi
    andato. Glielo ricondussero davanti, e appena lo vide:
    -  Buon  uomo  -  gli disse Sancio - datemi questo bastone,  ch ne ho
    bisogno.
    - Ben volentieri - rispose il vecchio - eccolo qui, signore - e glielo
    consegn.
    Allora Sancio lo prese e, dandolo all'altro vecchio, gli disse:
    - Andate con Dio: eccovi pagato.
    - Io?! Come? Questa canna di bamb costa dieci scudi d'oro?
    - S - disse il governatore - o altrimenti io sono il pi gran balordo
    di questo mondo.  E ora si  vedr  se  ho  bastante  comprendonio  per
    governare un regno intero.
    Ci  detto ordin che in presenza di tutti si rompesse la canna.  Cos
    fu fatto,  e nell'anima vi  si  trovarono  dieci  scudi  d'oro.  Tutti
    rimasero  stupiti e ritennero il loro governatore un secondo Salomone.
    Gli domandarono allora da che  cosa  s'era  accorto  che  nella  canna
    c'erano i dieci scudi.
    - Ho visto - rispose Sancio - che quel vecchio, nel tempo che giurava,
    ha  fatto  tenere  il  suo bastone all'avversario;  quindi ha prestato
    giuramento che quei denari glieli aveva  assolutamente  restituiti;  e
    poi,  finito  di giurare,  s'era fatto rendere il bastone.  Allora m'
    venuto in mente che dentro ci doveva essere il  denaro  richiesto.  Di
    qui  si  pu  vedere  che  quelli  che governano,  anche se sono degli
    stupidi,  alle volte sono guidati da Dio nelle loro sentenze.  Per  di
    pi avevo sentito raccontare un caso simile al curato del mio paese, e
    io ho una memoria buonissima,  tanto buona, che se non mi dimenticassi
    di tutto quello che vorrei ricordarmi,  non ce ne sarebbe una compagna
    in tutta l'isola.
    Alla  fine  i  due  vecchi,  uno  svergognato e l'altro pagato,  se ne
    andarono.  I presenti  rimasero  pieni  d'ammirazione,  e  quello  che
    scriveva le parole,  gli atti e i gesti di Sancio, non sapeva se aveva
    da fare con una persona intelligente o con uno stupido.
    Subito dopo terminata questa causa,  entr nella sala  una  donna  che
    teneva   afferrato   strettamente   un   uomo  vestito  da  campagnolo
    benestante, e gridava a squarciagola:
    - Giustizia, signor governatore, giustizia!  Se non la trovo in terra,
    andr  a  cercarla  in  cielo.   Signor  governatore  dell'anima  mia,
    quest'uomo mi ha sorpresa in mezzo alla campagna,  e ha fatto  il  suo
    comodo col mio corpo,  peggio che se fosse stato un cencio sudicio. Oh
    povera me! Mi ha tolto un tesoro che avevo serbato per pi di ventitr
    anni, difendendolo da Mori e Cristiani, da compatrioti e da stranieri!
    Sempre dura  come  una  quercia,  m'ero  conservata  intatta  come  la
    salamandra nel fuoco,  o come la lana tra le spine,  perch ora questo
    bel signore dovesse venire a brancicarmi con le sue manine pulite.
    - Anche questo sar messo in chiaro: se ha,  s o no,  le mani  pulite
    questo  damerino  - disse Sancio,  e rivoltosi all'uomo gli domand: -
    Che cosa avete da rispondere alle lagnanze di questa donna?
    - Signore  -  rispose  quello  tutto  turbato  -  io  sono  un  povero
    allevatore di porci,  con rispetto parlando; e stamattina me ne andavo
    da questo paese dopo averne venduti quattro,  che tra dazio,  spese  e
    altre  birbonate  mi  sono  costati pi di quel che ho preso,  e me ne
    tornavo a casa,  quando via facendo mi sono imbattuto in questa  brava
    donna,  e  il diavolo che dappertutto ficca la coda,  ci ha fatto fare
    una vogata insieme.  Io le ho dato il giusto,  ma lei  non    rimasta
    contenta.  Mi ha preso per un braccio e non m'ha lasciato pi,  finch
    non m'ha trascinato qui.  Lei dice che io l'ho presa a forza,  ma dice
    una  bugia e sono pronto a giurarlo: e questa  la pura verit,  senza
    che ve ne manchi un briciolo.
    Allora il governatore gli domand se aveva qualche  moneta  d'argento.
    Egli  rispose  che  aveva  in  seno una borsa di cuoio con circa venti
    ducati dentro.  Il governatore  gli  ordin  di  tirarla  fuori  e  di
    consegnarla  senz'altro alla querelante.  Il povero uomo obbed con la
    tremarella;  ma la donna la prese e facendo a tutti mille salamelecchi
    e  pregando Dio per la vita e la salvezza del signor governatore,  che
    prendeva cos bene le difese delle abbandonate e necessitose donzelle,
    usc dalla sala di udienza,  tenendo stretta la borsa con tutte e  due
    le mani, ma prima guard se le monete che c'erano dentro erano proprio
    d'argento.
    Appena  fu  uscita,  Sancio disse all'allevatore,  che aveva di gi le
    lacrime in pelle in pelle e con gli occhi e col  cuore  se  ne  andava
    dietro alla sua borsa:
    -  Buon uomo,  andate dietro a quella donna,  e riprendetele la borsa,
    anche se non vuole rendervela; poi tornate qui con lei.
    L'uomo non intese a sordo,  perch part come un lampo per  fare  quel
    che gli era stato ordinato. Tutti i presenti stavano in gran curiosit
    per  sapere  come  sarebbe  andata a finire quella lite.  Di l a poco
    tornarono l'uomo e la donna pi stretti e pi avvinghiati che la prima
    volta;  lei con la sottana rimboccata e la borsa in grembo,  e lui che
    faceva grandi sforzi per levargliela, ma non vi riusciva, tanto lei la
    teneva stretta urlando:
    -  Giustizia divina!  Lo vede,  signor governatore,  questo temerario!
    questo sfacciato!  In mezzo alla gente  e  in  mezzo  alla  strada  ha
    cercato  di  prendermi la borsa che la Signoria Vostra gli ha ordinato
    di darmi.
    - Ve l'ha presa? - domand il governatore.
    - Pigliarmela?  - rispose la donna.  - Mi lascerei prima  prendere  la
    vita che la borsa.  Eh s, son garbata io! Ci vogliono altri merli che
    questo miserabile sudicione per farmela in  barba  a  me!  Tenaglie  e
    martelli,  mazzuoli  e  scalpelli  non  basteranno  a  levarmela dalle
    unghie, e nemmeno le grinfie d'un leone! Sarebbe pi facile strapparmi
    l'anima di corpo.
    - E' proprio vero - disse l'uomo - e io mi arrendo e mi do per  vinto.
    Confesso che le mie forze non sono bastanti per levargliela.
    E la lasci andare. Allora il governatore disse alla donna:
    - Fatemi vedere quella borsa, onesta e valorosa signora.
    Subito  essa gliela dette,  e il governatore la restitu all'uomo: poi
    disse alla violenta e non violentata:
    - Amica mia,  se la met e anche meno del coraggio e  del  vigore  che
    avete  spiegato  per  difendere  questa borsa,  lo aveste spiegato per
    difendere il vostro onore, neanche le forze d'Ercole sarebbero bastate
    a farvi violenza.  Andatevene dunque alla malora,  e non comparite mai
    pi in tutta quest'isola,  n per sei leghe all'intorno, sotto pena di
    duecento  frustate:  andate  via  subito,   vi  dico,   chiacchierona,
    spudorata e imbrogliona.
    La  donna  tutta  spaventata  and via a capo basso e con la rabbia in
    corpo, mentre il governatore disse al porcaro:
    - Brav'uomo,  tornate pure al vostro paese  coi  vostri  quattrini,  e
    d'ora  in avanti,  se non li volete perdere,  cercate che non vi venga
    pi voglia di vogare con nessuno.
    L'uomo lo ringrazi nel modo pi goffo che seppe, e se ne and.  Tutti
    i  circostanti  rimasero  una  seconda volta pieni d'ammirazione per i
    giudizi e le sentenze del loro nuovo governatore. Il suo segretario ne
    fece un particolareggiato verbale,  e ne fu mandata una  relazione  al
    Duca, che con grande impazienza la stava aspettando.
    Ma  si lasci qui il bravo Sancio,  perch molte sono le premure che ci
    fa il suo padrone, scombussolato dalla serenata d'Altisidora.

    NOTA 1:    Errore  dell'autore  nell'ordine  del  racconto:  la  causa
    dell'allevatore viene dopo.

    CAPITOLO 46.
    Formidabile  spavento campanaccesco e gattesco che ebbe Don Chisciotte
    durante l'amore dell'innamorata Altisidora.

    Lasciammo il gran Don Chisciotte immerso nei pensieri  che  gli  aveva
    cagionato il canto dell'innamorata donzella Altisidora. Egli si coric
    con  quei  pensieri  che,  come  pulci,  non  lo lasciarono dormire n
    riposare un minuto, come se non gli fossero bastati quelli delle calze
    rotte!  Ma siccome il tempo  veloce,  e non c'  ostacolo  che  possa
    trattenerlo, pass di galoppo attraverso le ore, e molto presto giunse
    il mattino.  Don Chisciotte, visto il giorno, lasci le molli piume e,
    sempre sollecito, si mise il suo vestito di camoscio,  s'infil i suoi
    stivali  da  viaggio per coprire il guaio delle calze,  si butt sulle
    spalle il suo mantello scarlatto e in testa  un  berretto  di  velluto
    verde  guarnito  di  passamani d'argento.  Poi si pose ad armacollo il
    cinturone,  a cui pendeva la sua buona  e  affilata  spada,  prese  un
    grosso  rosario  che  portava  sempre  con s,  e con gran prosopopea,
    dondolandosi sulle anche, fece il suo ingresso nell'antisala,  dove il
    Duca  e  la  Duchessa,  gi  alzati,  pareva  che  fossero  venuti  ad
    aspettarlo.
    In un  corridoio  che  egli  doveva  attraversare,  s'erano  appostate
    Altisidora  e  l'altra  ragazza sua amica.  Appena Altisidora vide Don
    Chisciotte, finse di svenire, e la sua amica allora la raccolse fra le
    braccia e fece per slacciarle il busto.  Don  Chisciotte,  che  se  ne
    accorse, si avvicin e disse:
    - So ben io da che derivano questi svenimenti.
    -  Io  non ne so proprio nulla - rispose l'amica - perch Altisidora 
    la ragazza pi sana di tutta la casa, e da quando la conosco io non le
    ho mai sentito dire  ohi!.  Che  maledetti  siano  quanti  cavalieri
    erranti ci sono al mondo,  se tutti sono degli sconoscenti! Vada vada,
    signor Don Chisciotte; perch tanto questa povera bambina non dovrebbe
    riaversi finch lei sta qui!
    Allora Don Chisciotte rispose:
    - Signora, mi faccia mettere in camera per questa notte un liuto, e io
    consoler meglio che  potr  quest'afflitta  donzella;  perch  quando
    l'amore    al  suo inizio un pronto disinganno suol essere un rimedio
    sicuro.
    E cos dicendo se  ne  and  per  non  essere  notato  da  quelli  che
    avrebbero potuto vederlo.
    Non  si  era  ancora  ben  allontanato,  che  la  svenuta  Altisidora,
    riprendendo i sensi, disse alla sua compagna:
    - Bisogner mettergli in camera questo liuto,  perch di certo ci vuol
    far sentire della musica. Se  sua, sar carina davvero.
    E  andarono  subito a dar notizia alla Duchessa di ci che succedeva e
    del liuto che  chiedeva  Don  Chisciotte.  Essa,  tutta  contenta,  si
    accord  col  Duca  e colle sue cameriere per fargli una burla che non
    gli facesse del male,  ma che fosse molto buffa.  E pregustando di gi
    il divertimento, aspettarono la notte, la quale venne anch'essa presto
    come  presto  era  venuto  il  giorno,  che i Duchi avevano passato in
    piacevole conversazione con Don Chisciotte.  Quello stesso  giorno  la
    Duchessa  mand,  e  questo  non per burla ma realmente,  uno dei suoi
    paggi (quello che nella foresta  aveva  fatto  la  parte  di  Dulcinea
    incantata)  a  Teresa  Panza  con la lettera di suo marito Sancio e il
    fagotto dei suoi panni,  che egli aveva  lasciato  apposta  perch  li
    mandassero alla moglie.  La Duchessa ordin poi al paggio di star bene
    attento a tutto ci che sarebbe passato  fra  lui  e  la  donna  e  di
    riferirglielo esattamente.
    Ci  fatto  e arrivate le undici,  Don Chisciotte rientrando nella sua
    camera vi trov una mandola.  La prov,  poi apr la finestra e  sent
    che  c'era  gente  in  giardino.  Dopo  avere scorsa la tastiera dello
    strumento e averlo intonato meglio che seppe, si spurg, sput, e poi,
    con una voce piuttosto rauca ma intonata,  cant la  seguente  canzone
    che aveva composto lui stesso quel giorno.

    La  forza  d'amore conturba le anime,  valendosi dell'ozio a guisa di
    leva.
    Il cucire,  il lavorare,  lo star sempre occupata in qualche faccenda
    sono gli antidoti al veleno delle angosce amorose.
    Le  fanciulle dabbene che desiderano di accasarsi,  non possono avere
    miglior dote che la loro onest e la loro buona fama.
    I cavalieri erranti e quelli che vivono alla corte,  amoreggiano  con
    quelle di liberi modi, ma sposano poi quelle oneste.
    Vi  sono  amori che nascono e tramontano col sole;  e sono quelli che
    passano fra l'ospite e l'ospitato,  perch quando quest'ultimo  se  ne
    va, finiscono.
    L'amore  venuto  a un tratto,  che oggi nasce e domani se ne va,  non
    lascia nell'anima immagini fortemente impresse.
    Un quadro sopra un altro non pu starci,  e dove gi  un'immagine di
    bellezza, un'altra non fa presa.
    E  io  sulla tavola sgombra dell'anima mia porto dipinta Dulcinea del
    Toboso in tal modo, ch' impossibile cancellarla.
    La costanza,  fra gli amanti,   la dote  pi  apprezzata;  per  essa
    l'amore fa miracoli e innalza e nobilita i cuori.

    Don Chisciotte era arrivato a questo punto del suo canto, che il Duca,
    la  Duchessa,  Altisidora  e  quasi  tutta  l'altra gente del castello
    stavano ad ascoltare,  quando a un tratto di cima a un  corridoio  che
    rispondeva  a  piombo  sulla  sua finestra,  fu calata una corda a cui
    erano attaccati pi di cento campanacci,  e subito dopo diedero la via
    a  un  gran  sacco  di  gatti,  che avevano dei campanacci pi piccoli
    legati alla coda.  Fu cos grande il frastuono  dei  campanacci  e  il
    miagolio  dei  gatti,  che  anche i Duchi,  sebbene fossero gli autori
    della burla, ne provarono una certa impressione,  ma Don Chisciotte ne
    rimase  proprio  spaventato.  Il  caso  volle  che  due  o  tre  gatti
    entrassero, attraverso l'inferriata nella sua camera,  e schizzando da
    un punto a un altro per cercar di dove scappare,  spensero le candele,
    e parevano una legione di diavoli.  Intanto il sali-scendi della corda
    coi  campanacci  non  smetteva,  e  la  maggior  parte della gente del
    castello, che non sapeva come stavano le cose,  erano tutti sorpresi e
    sbigottiti.
    Don  Chisciotte  allora  si  alz,  e messa mano alla spada cominci a
    tirare  grandi  stoccate  attraverso  l'inferriata  e   a   urlare   a
    perdifiato:
    - Fuori,  malvagi incantatori,  fuori canaglia di fattucchieri, ch io
    son Don Chisciotte della Mancia,  contro di cui non valgono  n  hanno
    forza le vostre arti perverse!
    E  voltosi  contro  i gatti,  che correvano e saltavano per la stanza,
    tir loro parecchie sciabolate;  ma essi balzarono all'inferriata e di
    l scapparono.  Uno soltanto, messo alle strette dalle stoccate di Don
    Chisciotte,  gli si avvent al viso e gli  agguant  il  naso  con  le
    grinfie  e  coi denti.  Dal gran dolore il cavaliere cominci a urlare
    pi forte che poteva, e i Duchi, sentendo quelle grida e immaginandosi
    quel che poteva essere, corsero subito alla sua stanza e, apertala con
    una chiave comune,  videro il povero cavaliere che con tutte le  forze
    cercava di staccarsi il gatto dalla faccia. Furono portati dei lumi, e
    alla  luce  si  vide  meglio  l'impari  pugna.  Il Duca si slanci per
    separare i contendenti, ma Don Chisciotte grid:
    - Che nessuno me lo levi d'addosso!  Che mi si lasci fronte  a  fronte
    con questo demonio,  con questo stregone,  con questo incantatore: gli
    mostrer ben io chi sia Don Chisciotte della Mancia!
    Ma il gatto,  non curandosi di queste minacce,  soffiava e  stringeva.
    Alla fine il Duca glielo stacc e lo butt fuori dalla finestra, e Don
    Chisciotte  rimase col viso crivellato di graffi,  col naso non troppo
    sano, e anche parecchio stizzito,  perch non gli avevano lasciato por
    fine  alla  battaglia  cos  a  fondo impegnata contro quel malandrino
    d'incantatore.  Fecero portare dell'olio di  "aparicio"  e  la  stessa
    Altisidora  con le sue candidissime mani gli pose delle bende su tutte
    le parti ferite, e nel mettergliele, a voce bassa gli disse:
    - Tutte queste disgrazie ti succedono,  o spietato cavaliere,  per  il
    peccato  della  tua durezza e ostinazione;  e piaccia a Dio che Sancio
    tuo scudiero si dimentichi di darsi le scudisciate  che  deve,  perch
    non  esca  mai pi dal suo incantesimo questa tua Dulcinea tanto amata
    da te,  e tu non la possa godere n guidare al talamo nuziale,  almeno
    finch vivo io che t'adoro.
    A  tutto  questo  Don  Chisciotte  non  rispose se non con un profondo
    sospiro,  e  subito  dopo  si  distese  nel  suo  letto,   dopo  avere
    ringraziato il Duca e la Duchessa del loro aiuto;  non gi,  come egli
    disse,  perch avesse avuto paura di quella gattesca canaglia maliarda
    e scampanacciante,  ma perch aveva apprezzato la buona intenzione con
    cui erano venuti in suo soccorso. I Duchi lo lasciarono riposare, e se
    ne andarono assai dispiaciuti  del  cattivo  esito  della  burla.  Non
    avevano creduto che dovesse costare cos cara a Don Chisciotte, che fu
    costretto a starsene cinque giorni a letto,  chiuso in camera, durante
    i quali gli successe un'altra avventura ancora pi ridicola di questa.
    Ma il suo storico non vuole  raccontarla  ora,  per  poter  tornare  a
    Sancio Panza, che governava in modo molto zelante e molto buffo.

    CAPITOLO 47.
    Nel quale si racconta il modo in cui governava Sancio.

    La storia racconta che dal luogo ove si era tenuta l'udienza Sancio fu
    condotto in uno splendido palazzo, dove in una gran sala era con lusso
    principesco imbandita una tavola.  Quando Sancio fece il suo ingresso,
    suonarono i pifferi ed entrarono quattro paggi  a  dargli  acqua  alle
    mani,  che  Sancio ricevette con molta solennit.  La musica cess,  e
    Sancio and a sedersi in capotavola,  perch non c'era altro posto che
    quello,  e in quel posto soltanto era apparecchiato.  Al suo fianco si
    mise ritto un personaggio, che dopo mostr d'essere un medico, con una
    bacchetta d'osso di balena in mano;  poi fu levata la  fine  e  bianca
    tovaglia  che  copriva  i  frutti  e  i piatti d'ogni specie di cui la
    tavola era ricolma.  Un individuo che all'abito pareva  uno  studente,
    dette  la  benedizione,  e  un  paggio  mise  al  collo  di  Sancio un
    tovagliolo con la trina,  mentre un altro che fungeva da  dispensiere,
    gli  mise  dinanzi un piatto di frutta.  Ma aveva appena assaggiato un
    boccone che il medico tocc il piatto con la  bacchetta  e  subito  il
    piatto gli fu portato via d'innanzi con gran celerit.  Il dispensiere
    ne port un altro con altre vivande,  e  gi  Sancio  si  disponeva  a
    servirsi, quando, prima ancora di arrivare non dico ad assaggiarlo, ma
    a  metterci  sopra  le mani,  la bacchetta lo aveva gi toccato,  e un
    paggio l'aveva portato via con la stessa  rapidit  che  quello  delle
    frutta.  Quando  Sancio  vide  questa  storia,  rest  immobile  dalla
    sorpresa; poi,  dato uno sguardo intorno a tutti gli astanti,  domand
    se a quel desinare si mangiava o si faceva il gioco dei bussolotti.
    -  Signor  governatore  - rispose quello della bacchetta - non si deve
    mangiare,  se non com' uso e costume nelle altre isole dove  ci  sono
    dei  governatori.  Io  sono medico e sono impiegato qui in quest'isola
    per assistere in tal qualit i suoi governatori,  e avendo pi cara la
    loro  salute  che  la  mia,  studio  notte  e  giorno,  ed  esamino il
    temperamento del governatore per poterlo curar  bene  nell'eventualit
    di una malattia. La mia principale incombenza  quella di assistere ai
    suoi  pasti  per  lasciargli  mangiare  ci che mi pare gli possa fare
    bene, e per proibirgli ci che credo nocivo al suo stomaco. Per questo
    ho fatto portar via il  piatto  della  frutta,  perch  eccessivamente
    umida, e l'altra pietanza perch troppo calda e troppo drogata, il che
    eccita  la  sete;  e  il  troppo  bere  pregiudica  e  consuma l'umido
    radicale, in cui consiste la vita.
    - Allora - disse Sancio - quelle pernici arrosto laggi, che mi paiono
    proprio in punto, non mi faranno male.
    - Il signor governatore - rispose il medico - finch sono vivo io, non
    metter in bocca di quella roba.
    - Ma perch? - chiese Sancio.
    - Perch il nostro maestro Ippocrate - rispose il  medico  -  astro  e
    luminare  della  medicina,  dice  in un suo aforisma: "Omnis saturatio
    mala, perdicis autem pessima" (1).  Il che vuol dire: Ogni digestione
     cattiva, ma di pernice poi  la peggiore di tutte.
    -  Quando  le  cose stiano cos - disse Sancio - veda un po' il signor
    dottore, di tutte le pietanze che sono in questa tavola, quale mi far
    meno male, e me la lasci mangiare senza bacchettarmela, perch, per la
    mia pelle di governatore che Dio mi conservi,  non ne posso pi  dalla
    fame,  e il non darmi da mangiare, pu dire quello che vuole il signor
    dottore,  ma sar pi facile che la vita me la  tolga,  piuttosto  che
    allungarmela.
    -  Vossignoria  ha  ragione - riprese il medico - e quindi io sono del
    parere  che  Vossignoria  non  deve  mangiare  di  quel  coniglio   in
    fricassea,  perch  una vivanda di carne col pelo. Di quella vitella,
    se non fosse arrosto e con salsa piccante, avrebbe potuto assaggiarne,
    ma non  il caso.
    - Quel vassoio laggi che fuma - disse Sancio - non   minestrone?  Mi
    pare che,  siccome nel minestrone ci si mette tante cose diverse,  non
    possa fare a meno che non ce ne trovi qualcuna che mi faccia bene.
    - Mai pi! - disse il medico.  - Non ci pensiamo neanche: non c' cosa
    al mondo che si digerisca peggio d'un minestrone. E' roba da canonici,
    da direttori di collegi e da nozze di contadini;  ma che per carit ne
    siano liberate le mense dei governatori,  dove non deve  trovarsi  che
    roba fine e squisita.  E la ragione  chiara.  In qualunque luogo e da
    chiunque sono tenute in maggior conto e pregio  le  medicine  semplici
    che  le composte;  perch nelle semplici non si pu sbagliare,  mentre
    nelle composte s,  in quanto in esse  facile alterare le proporzioni
    delle sostanze di cui sono composte. Il signor governatore, se mi vuol
    dar  retta,  per conservare e rinforzare la sua salute,  oggi non deve
    mangiare che una dozzina di cialdoni  e  qualche  fettina  sottile  di
    cotognata,  che  gli  accomoderanno  lo  stomaco  e  gli aiuteranno la
    digestione.
    Sentendo questo Sancio si rovesci sulla spalliera del suo seggiolone,
    e si mise a guardare fisso fisso il medico;  poi gli domand con  voce
    grave come si chiamava e dove aveva studiato.
    -  Signor  governatore - rispose il medico - io sono il dottore Pietro
    Rezio d'Augurio,  nativo di un luogo detto  Tiratifuori,  situato  fra
    Caracuel  e  Almodovar  del Campo,  a mano destra,  e mi sono laureato
    all'Universit di Ossuna.
    - Ebbene - esclam Sancio tutto  arrabbiato  -  signor  dottor  Pietro
    Rezio  di  mal  augurio,  nativo  di Tiratifuori,  paese situato sulla
    destra della strada per andare da Caracuel a Almodovar  del  Campo,  e
    laureato a Ossuna,  mi si levi subito di tra gli stivali;  altrimenti,
    quant' vero Dio,  piglio un bastone e a suon di legnate,  cominciando
    da voi,  non deve restarmi un medico in tutta l'isola,  per lo meno di
    quelli che io capisca che sono  degli  ignorantoni.  Perch  i  medici
    saggi,  prudenti e bravi,  io li porter sempre alle stelle e li terr
    in venerazione come santi. Torno dunque a ripetere che Pietro Rezio si
    levi subito di torno; se no, piglio questa seggiola su cui sono seduto
    e gliela spezzo sulla testa. Poi, dopo,  quando sar uscito di carica,
    me ne domandino pure ragione, ch mi discolper molto bene, sostenendo
    d'aver  reso  un  servigio  a  Dio  coll'ammazzare  un cattivo medico,
    carnefice della nazione.  E ora mi diano  da  mangiare,  o  se  no  si
    ripiglino il loro governo, perch un governo che non d da mangiare al
    governatore non vale un fico secco.
    Il  medico  si  spavent  vedendo  Sancio infuriato a quel modo,  e si
    disponeva a fare un "tiratifuori" dell'uscio,  quando proprio in  quel
    momento si sent suonare un corno nella strada,  e il dispensiere, che
    s'era affacciato alla finestra si volt dicendo:
    - C' un corriere del  Duca  mio  signore;  deve  avere  un  dispaccio
    importante.
    Il  corriere entr sudato e ansante,  e toltosi un plico dal seno,  lo
    pose nelle mani del governatore,  e Sancio  lo  pass  in  quelle  del
    maggiordomo,  ordinandogli  di  leggere l'indirizzo che diceva: "A Don
    Sancio Panza,  governatore dell'isola di Baratteria nelle sue  proprie
    mani o in quelle del suo segretario". Ci sentendo, Sancio domand:
    - E chi  il mio segretario?
    Allora uno dei presenti rispose:
    - Io, signore, perch so leggere e scrivere, e poi sono biscaglino.
    -  Allora,  con questa giunta - disse Sancio - potete esser segretario
    anche dell'imperatore. Aprite il plico, e guardate quel che vi dice.
    Il neonato segretario obbed,  lesse e disse  che  era  un  affare  da
    trattarsi in segreto.  Sancio ordin lo sgombro della sala,  e che non
    vi rimanessero altri che il maggiordomo e il  dispensiere:  tutti  gli
    altri,  compreso il medico, se ne andarono. Allora il segretario lesse
    la lettera che diceva cos:

    E' giunto a mia conoscenza,  signor  Don  Sancio  Panza,  che  alcuni
    nemici  miei  e  di  codesta  isola  hanno  deciso di darle un furioso
    assalto in una, non so quale, delle prossime notti. Bisogna vegliare e
    stare all'erta,  perch non dobbiate esser colto alla  sprovvista.  So
    pure  da  spie degne di fede che sono entrate in codesto luogo quattro
    persone travestite per uccidervi;  perch il vostro  ingegno    molto
    temuto dai nostri nemici. Aprite dunque gli occhi e state bene attento
    a  chi date udienza,  e non mangiate nulla di quello che eventualmente
    vi venga regalato.  Io avr cura di soccorrervi  se  vi  troverete  in
    difficolt,  ma  intanto regolatevi in tutto e per tutto come  lecito
    attendersi dall'acume della vostra intelligenza.
    Di questo luogo, ai sedici d'agosto, alle quattro della mattina.
    Vostro amico: IL DUCA.

    Sancio sbigott, e altrettanto fecero i circostanti.  Poi rivolgendosi
    al maggiordomo gli disse:
    -  La  prima  cosa  da farsi,  e subito,   quella di metter dentro il
    Dottor Rezio,  perch se c' qualcuno che mi vuole ammazzare,  non pu
    essere che lui, e d'una morte lenta e terribile com' quella per fame.
    -   Mi pare anche - disse il dispensiere - che la Signoria Vostra far
    bene a non mangiar nulla di quel che  c'  su  questa  tavola,  perch
    l'hanno mandato a regalare delle monache e,  come si suol dire, dietro
    la croce ci sta il diavolo.
    - Non dico di no - rispose Sancio - ma intanto mi diano  un  pezzo  di
    pane  e  quattro  o  cinque  libbre  d'uva: l'uva non sar avvelenata!
    Perch io non ne posso pi dalla fame;  e se si deve star  pronti  per
    questa  battaglia  che  ci minacciano,  bisogner pure stare in gamba,
    perch sacco vuoto non sta dritto.  E voi,  segretario,  rispondete al
    Duca  mio  signore,  e  ditegli che si far quel che comanda e come lo
    comanda, senza sgarrare d'un punto.  Bacerete poi le mani da parte mia
    alla  signora  Duchessa,  supplicandola di non dimenticarsi di mandare
    qualcuno a portare a mia moglie Teresa Panza il mio fagotto e  la  mia
    lettera.  Mi  far  cos un vero e grande favore;  e io in compenso mi
    far un dovere di servirla con tutte le mie forze fin  dove  arrivano.
    Di  passaggio  ci potrete anche incastrare un saluto per il signor Don
    Chisciotte della Mancia,  perch veda che non sono un ingrato;  e  voi
    poi,  da  buon segretario e da buon biscaglino,  ci potrete aggiungere
    tutto quel che vorrete e che vi parr che ci stia bene.  E ora si levi
    pure  di  tavola  tutta  questa roba e mi si dia qualcosa da mangiare;
    poi,  dopo,  penser io a fare i conti con quante  spie,  assassini  e
    incantatori verranno contro di me e la mia isola.
    A questo punto entr un paggio, il quale disse:
    -  C'  di l un contadino che vuol parlare alla Signoria Vostra di un
    affare, a sentir lui, della pi alta importanza.
    - Che gente questi  uomini  d'affari!  -  esclam  Sancio.  -  E'  mai
    possibile  che siano tanto imbecilli da non capire che queste non sono
    ore da  venire  a  parlar  d'affari?  Come  se  noialtri  governatori,
    noialtri giudici non fossimo uomini di carne e d'ossa,  o non avessimo
    bisogno di quel tanto di riposo che  indispensabile a gente che non 
    fatta di marmo. Quant' vero Dio,  se duro al governo (ma non ci duro,
    lo  vedo)  ne  metter a posto pi d'uno di questi sollecitatori.  Ora
    dite pure a quel brav'uomo che entri: ma prima si badi  bene  che  non
    sia qualche spia o qualcuno di quelli che vogliono ammazzarmi.
    -  No,  non  pu  essere  -  disse il paggio - perch pare un pezzo di
    legno, e se non mi sbaglio, dev'essere buono come il pane.
    - E poi non c' da aver paura - disse il maggiordomo.  - Ci siamo  qui
    tutti noi!
    -  Non si potrebbe intanto,  signor dispensiere - disse Sancio giacch
    il dottor Pietro Rezio non c' pi; non si potrebbe, dicevo,  mangiare
    qualcosa  da poterci attaccare il dente,  non fosse altro che un tozzo
    di pane con una cipolla?
    - Stasera  a  cena  si  rimedier  al  desinare  mancato  -  disse  il
    dispensiere - e la Signoria Vostra rimarr sazia e soddisfatta.
    - Speriamolo! - rispose Sancio.
    A  questo  punto  entr  il  contadino,  che aveva ottimo aspetto e da
    lontano un miglio si vedeva che era un buon figliolo.  La  prima  cosa
    che disse, fu:
    - Chi  fra loro il signor governatore?
    -  Chi  volete  che  sia - rispose il segretario - se non quello che 
    seduto sulla poltrona?
    - Allora  mi  umilio  alla  sua  presenza  -  disse  il  contadino,  e
    inginocchiatosi innanzi a Sancio, gli chiese la mano per baciargliela.
    Ma Sancio non volle, lo fece alzare, e gli domand quel che voleva. Il
    contadino si alz e poi disse:
    -  Io,  signore,  sono un contadino,  nativo di Miguelturra,  un paese
    distante un paio di leghe da Citt Reale.
    - Ho capito: un altro Tiratifuori! - disse Sancio. - Dite pure, amico,
    dite: so bene dov' Miguelturra;  poco distante dal mio paese.
    - Ecco dunque di che  si  tratta,  signor  governatore  -  riprese  il
    contadino.  - Io sono accasato,  e ho due figlioli studenti: il minore
    si tira su per baccelliere e  il  maggiore  per  licenziato,  ma  sono
    vedovo, perch la moglie m' morta, o per meglio dire me l'ammazz una
    bestia  di  medico,  che  le diede un purgante mentre era incinta.  Se
    fosse piaciuto a Dio che il parto andasse a fondo  e  fosse  stato  un
    maschio,  l'avrei  messo  a  studiare  come  medico,  perch non fosse
    invidioso dei suoi fratelli, il baccelliere e il licenziato.
    - Sicch - disse Sancio - se vostra moglie non fosse morta,  o non  ve
    l'avessero ammazzata, voi ora non sareste vedovo?
    - No di certo - rispose il contadino.
    - Ho capito: si sta freschi - disse Sancio.  - Avanti,  amico,  avanti
    che  ora di dormire pi che di trattare affari.
    - Dunque - continu il contadino - quello dei miei figlioli che doveva
    diventare baccelliere,  si innamor di una ragazza  del  nostro  paese
    chiamata  Clara  Perlerina,  figlia  di Andrea Perlerino,  ricchissimo
    agricoltore.  Questo nome di Perlerini non viene loro per  discendenza
    dagli  antenati,  ma  perch  tutti quelli di questa famiglia hanno il
    parletico,  ma per migliorare un po' il nome  si  chiamano  Perlerini.
    Quantunque,  se si deve dire il vero,  la ragazza  bella appunto come
    una perla,  e guardata da destra  pare  un  fiorellino  di  campo.  Da
    sinistra  non  tanto,  perch  le  manca un occhio che le port via il
    vaiolo: e quantunque i buchi rimastile nel viso siano molti e  grandi,
    quelli  che  le fanno la corte dicono che non sono buchi,  ma sepolcri
    dove si seppelliscono le anime dei suoi  innamorati.  E'  cos  pulita
    che,  per non sporcarsi la faccia,  porta il naso rovesciato all'ins,
    che pare che scappi dalla bocca,  e tuttavia fa una gran bella figura,
    perch ha una bella bocca larga, e se non le mancassero dieci o dodici
    denti,  potrebbe stare a petto con le meglio formate. Delle labbra non
    ho nulla da dire, perch sono tanto sottili e fini,  che se si potesse
    annaspare  le  labbra,  con  le  sue si potrebbe fare una matassa.  Ma
    siccome hanno un colore diverso da quello delle altre labbra, sembrano
    una meraviglia,  perch sono screziate di  turchino,  di  verde  e  di
    paonazzo.  Mi  perdoni  il  signor  governatore  se descrivo con tanti
    particolari le fattezze di quella che,  in fin dei  conti,  dev'essere
    mia figlia: io le voglio bene, e a me non mi pare brutta.
    -  Descrivete  tutto  quel  che volete - disse Sancio - ch io anzi mi
    diverto a sentire questa descrizione,  e se  avessi  mangiato  non  ci
    sarebbe miglior digestivo di questo vostro ritratto.
    - Ce l'ho io pi qua il digestivo da darle - rispose il contadino - ma
    tutto  a  suo  tempo.  Dicevo  dunque,  signor governatore,  che se io
    potessi descrivere la sua gentilezza e la  sua  statura,  sarebbe  una
    cosa meravigliosa,  ma non m' possibile perch  gobba e ripiegata in
    due,  e ha le ginocchia in bocca,  e tuttavia si vede benissimo che se
    potesse  alzarsi,  toccherebbe il soffitto col capo.  Essa avrebbe gi
    dato la mano di sposa al mio  baccelliere,  ma  non  la  pu  stendere
    perch  ce l'ha rattrappita,  e tuttavia dalle unghie lunghe e baulate
    si vede che  una mano distinta e ben fatta.
    - Bene - disse Sancio.  - Fate conto,  amico,  di averla descritta dai
    piedi  alla  testa:  che  cosa volete dunque da me?  E venite al sodo,
    senza rigiri n andirivieni, ritagli e aggiunte.
    - Signore - rispose il contadino - vorrei che la  Signoria  Vostra  mi
    facesse il favore di darmi una lettera di raccomandazione per il padre
    della ragazza,  pregandolo di acconsentire a questo matrimonio, poich
    non siamo disuguali n per i beni di fortuna n per quelli di  natura.
    Perch,  per  dir  la  verit,  signor governatore,  mio figlio ha gli
    spiriti, e non passa giorno che non lo tormentino tre o quattro volte;
    e siccome da piccolo casc nel fuoco, ha anche il viso aggrinzito come
    la cartapecora e gli occhi che gli lacrimano e gli gemono un poco,  ma
     di una bont angelica,  e se ogni tanto non si picchiasse e si desse
    dei gran pugni da s, sarebbe una gran cara creatura.
    - Volete altro, buon uomo? - domand Sancio.
    - Vorrei un'altra cosa - rispose il contadino - ma non mi arrischio  a
    dirla.  Ma...  fuori! Alla fine, attacchi o non attacchi, in cuore non
    mi deve marcire.  Vorrei dunque che Vossignoria mi desse un trecento o
    un  seicento  ducati  di  sussidio  per il mio baccelliere;  per poter
    mettere su casa  e  vivere  indipendenti  senza  esser  sottoposti  ai
    capricci dei suoceri.
    -  Ci avete altro da chiedermi?  - disse Sancio - pensateci bene e non
    vi peritate, sapete!
    - Non ci ho altro - rispose il contadino. Ma non aveva finito di dirlo
    che il governatore si alz,  e agguantata la sedia su cui fino  allora
    era stato seduto:
    -  Giuraddio!  -  url.  - Signor villan fottuto spudorato!  Se non vi
    levate subito dai piedi e andate a nascondervi, vi spacco la testa con
    questa seggiola. Figlio d'una puttana! farabutto! che ti metti a farmi
    il ritratto del diavolo  in  persona.  Ah,  tu  mi  vieni  a  chiedere
    seicento  ducati?  E  dove vuoi che li abbia,  puzzone?  E se anche li
    avessi,  perch  li  dovrei  dare  a  te,  volponaccio!  cretino!  Che
    m'importa  a me di Miguelturra e di tutta la razza dei Perlerini?  Va'
    via, sai! se no, ti giuro sulla testa del Duca mio signore, che faccio
    quel che t'ho detto. Gi tu non devi essere di Miguelturra, ma qualche
    volpone mandatomi dall'inferno per tentarmi.  Non  ancora un giorno e
    mezzo che sono governatore, e vorresti, pezzo di bestia, che avessi di
    gi seicento ducati?
    Il  dispensiere  fece  allora segno al contadino che se ne andasse,  e
    quello obbed a capo basso e,  apparentemente almeno,  timoroso che il
    governatore  non  mettesse in atto la sua minaccia,  perch il birbone
    aveva saputo fare molto bene la sua parte.
    Ma lasciamo Sancio con la sua collera,  diamoci pace e torniamo a  Don
    Chisciotte che lasciammo col viso fasciato per le gattesche ferite, di
    cui  non  guar in meno di otto giorni.  In uno di questi gli successe
    ci che Cide Hamete promette di  raccontare  con  quella  esattezza  e
    verit  con  cui   solito raccontare gli avvenimenti di questa storia
    per minimi che siano.

    NOTA 1: Panis autem e non perdicis autem dice  il vero aforisma.

    CAPITOLO 48.
    Di  ci  che  successe  a  Don  Chisciotte  con  Donna  Rodriguez,  la
    governante della Duchessa; e altri avvenimenti degni di essere scritti
    e tramandati alla eterna memoria dei Posteri.

    Triste  e  malinconico languiva tuttora il ferito Don Chisciotte,  col
    viso pieno di bende e segnato non gi da Cristo,  ma dalle unghie d'un
    gatto:  incerti  della  cavalleria  errante!  Sei giorni interi stette
    senza farsi vedere in pubblico;  ma una notte,  mentre non  dormiva  e
    pensava  alle  sue  sventure e alla persecuzione di Altisidora,  sent
    aprire con una chiave l'uscio di  camera.  Subito  s'immagin  che  la
    ragazza  innamorata  di  lui  venisse  per attentare alla sua onest e
    metterlo a rischio di mancare alla  fede  che  doveva  alla  sua  dama
    Dulcinea del Toboso.
    - No - disse,  credendo vera la sua supposizione,  con voce abbastanza
    alta per poter essere udita - no,  non potr la  pi  grande  bellezza
    della  terra  distogliermi  dall'adorare  quella  che  porto  incisa e
    scolpita in mezzo al  cuore  e  nella  parte  pi  segreta  delle  mie
    viscere, anche se tu sia ora, o mia dama, trasformata in una contadina
    chionza  come  una  cipolla,  o in una ninfa del dorato Tago intenta a
    tessere tele d'oro conteste,  oppure ti tengano  Merlino  o  Montesino
    dove  a lor talenta;  perocch in qualsivoglia luogo tu sei mia,  e in
    qualunque luogo io sono stato e sar tuo.
    Nel momento stesso in cui finiva  di  dire  queste  parole,  la  porta
    s'apr.  Don  Chisciotte  si rizz sul letto,  tutto rinvoltato in una
    coperta di raso giallo,  con un berretto da notte in capo col  viso  e
    coi  baffi bendati: il viso per via delle graffiature,  i baffi perch
    stessero ritti, e in quell'arnese pareva il pi strano fantasma che si
    potesse immaginare. Fiss gli occhi sulla porta,  e mentre s'aspettava
    di vedere entrare l'innamorata e infelice Altisidora, vide entrare una
    veneranda matrona, con una cuffia a veli bianchi smerlati cos lunghi,
    che  la  coprivano dal capo ai piedi.  Tra le dita della mano sinistra
    teneva una mezza candela accesa,  con la destra si faceva ombra perch
    la luce non le desse negli occhi, sebbene li avesse riparati da un bel
    paio  d'occhiali,  e  veniva  avanti piano piano e zitta zitta,  sulla
    punta dei  piedi.  Don  Chisciotte  la  squadr  dall'alto  della  sua
    vedetta,  e,  notando  quell'acconciatura  e quel silenzio,  pens che
    fosse qualche maga o qualche strega che  veniva  cos  travestita  per
    fargli  qualche  sinistra  fattura,  e  cominci a farsi gran segni di
    croce. L'apparizione si avvicin,  e quando arriv a met della camera
    alz  gli  occhi e,  vedendo la furia con cui Don Chisciotte si faceva
    tutti quei segni di croce,  se egli era rimasto prima  intimorito  nel
    vedere  la sua figura,  lei ora rimase spaventata nel vedere quella di
    lui;  perch,  quando lo scorse cos lungo e cos giallo dentro quella
    coperta e con quelle bende che lo sfiguravano,  dette in un grand'urlo
    esclamando:
    - Ges mio! Che cos' quell'affare?
    E dallo scossone che fece,  le  casc  la  candela  di  mano.  Quindi,
    trovandosi al buio,  si volt per andarsene,  ma con la paura inciamp
    nelle sottane, e batt un solenne picchio in terra.
    Don Chisciotte, pi impaurito che mai, cominci a dire:
    - Io ti scongiuro, o fantasma, o che altro tu sia,  di dirmi chi sei e
    che cosa vuoi da me. Se sei un'anima in pena, dimmelo, ch io far per
    te quanto posso con tutte le mie forze, perch son cattolico cristiano
    e  desideroso  di  far  del  bene  a  tutti,  e  per questo appunto ho
    abbracciato l'ordine della cavalleria errante che professo,  e il  cui
    compito si estende fino a suffragare le anime del purgatorio.
    L'indolenzita  matrona,  sentendosi  scongiurare  in quel modo,  argu
    dalla propria paura quella di Don  Chisciotte,  e  con  voce  bassa  e
    dolente gli rispose:
    -  Signor  Don Chisciotte (se pure Vossignoria  proprio il signor Don
    Chisciotte) io non sono un fantasma,  n un'apparizione,  n  un'anima
    del purgatorio,  come Vossignoria deve aver creduto,  ma semplicemente
    Donna Rodriguez,  la dama di compagnia  della  signora  Duchessa,  che
    vengo dalla Signoria Vostra per uno di quei casi dolorosi a cui ella 
    solito portar rimedio.
    -  Mi dica un po',  signora Donna Rodriguez - rispose Don Chisciotte -
    ma  lei,  per  caso,  non  verrebbe  mica  qui  per  combinar  qualche
    ruffianata?  Perch allora le faccio sapere che io non son disponibile
    per nessuno,  grazie all'impareggiabile  bellezza  della  mia  signora
    Dulcinea del Toboso.  Ma se non si tratta d'un messaggio amoroso,  lei
    pu andare a riaccendere la sua candela e ritornar qui,  dove  potremo
    parlare di tutto quello che le far piacere; salvo sempre, ripeto, che
    non si tratti di parolette dolci.
    -  Io,  un  messaggio  da  parte  di  qualcuno?  -  rispose la dama di
    compagnia. - Lei mi conosce male! E poi io non sono ancora in et cos
    avanzata da adattarmi a simili piccolezze perch,  grazie  a  Dio,  ho
    ancora  fiato in corpo,  e tutti i denti sani in bocca,  tranne alcuni
    che mi hanno portato via  queste  flussioni  che  qui  in  Aragona  si
    pigliano come nulla.  Ma mi aspetti un momento, ch vado a riaccendere
    la candela, e poi torno subito a raccontar le mie pene,  poich lei sa
    rimediare a tutte quelle che ci sono nel mondo.
    E  senza  aspettare  risposta se ne and dalla camera,  dove rimase ad
    aspettarla Don Chisciotte calmo e pensoso. Ma subito gli sopravvennero
    mille dubbi su quella nuova avventura.  Gli pareva molto mal  fatto  e
    peggio  pensato  il mettersi al rischio di violare la fedelt promessa
    alla sua dama, e diceva fra s
    Chi sa se il diavolo, che  fine e furbo,  non cerchi di prendermi al
    laccio  ora  con una dama dl compagnia,  mentre non gli  riuscito con
    imperatrici, regine, duchesse, marchese e contesse?  Perch ho sentito
    dire molte volte e da persone di senno che,  se gli riesce, quanto pi
    c'imbroglia e pi ci gode.  E chi  sa  se  questa  solitudine,  questa
    comodit,  questo silenzio non possano ridestare i miei desidri,  che
    dormono,  e farmi cadere a quest'et dove non ho mai inciampato?  E in
    simili  casi   meglio fuggire che aspettar la battaglia.  Ma gi!  io
    debbo aver persa la testa. Che sciocchezza mi metto a pensare?  E' mai
    possibile  che una matrona in cuffia bianca,  lunga lunga e occhialuta
    possa far nascere un pensiero lascivo nemmeno nel pi depravato  petto
    di  questo  mondo?  C'  forse su tutta la terra dama di compagnia che
    abbia il carnato fresco? C' forse nel mondo dama di compagnia che non
    sia impertinente, arcigna e smorfiosa? Via, via, damesca caterva buona
    a nulla! Come faceva bene quella signora, di cui raccontano che teneva
    in fondo al suo salotto da ricevere due dame  di  compagnia  di  carta
    pesta, coi loro occhiali e i loro cuscini da ricamare, come se proprio
    stessero lavorando;  e pel decoro della sala tanto le servivano quelle
    due statue quanto due dame vere!.
    Cos dicendo si butt  gi  dal  letto  con  l'intenzione  d'andare  a
    chiudere  la porta,  per non lasciar entrare la signora Rodriguez;  ma
    quando fu l per serrarla,  eccoti la signora Rodriguez di ritorno con
    una  candela  di  cera  accesa.  Quando  essa  vide  pi da vicino Don
    Chisciotte rinvoltato nella coperta,  con le bende e  il  berretto  da
    notte, fu ripresa dalla paura, e fatti due passi, disse:
    -  Siamo sicuri,  signor cavaliere?  Perch non mi pare buon segno che
    lei si sia levato dal letto.
    - Questa medesima domanda  bene che la faccia anch'io, signorarispose
    Don Chisciotte - e  quindi  domando  se  sar  sicuro  di  non  essere
    affrontato e preso con la forza.
    - Da chi o a chi la chiedete,  signor cavaliere,  questa sicurezza?  -
    replic la dama.
    - A voi e da voi la chiedo - riprese Don Chisciotte - perch  non  son
    di  marmo  io  n  di  bronzo  voi,  n sono le dieci del mattino,  ma
    mezzanotte e anche un po' pi, a quel che m'immagino: e ci troviamo in
    una stanza pi chiusa e pi segreta che non dovette essere la  caverna
    dove  l'ardito  e traditore Enea si godette la bella e pietosa Didone.
    Quindi, datemi la mano, signora, ch io non domando sicurezza maggiore
    di quella della mia continenza e del mio pudore e  di  quella  che  mi
    offrono codesti severissimi veli.
    Ci detto si baci prima la mano destra,  e poi prese nella sua quella
    di lei, che essa gli porse con le medesime cerimonie.
    Qui Cide Hamete fa una parentesi,  e giura per Maometto che per vedere
    quei due andare cos per la mano dall'uscio al letto,  avrebbe dato la
    miglior veste da camera delle due che  possedeva.  Don  Chisciotte  si
    ricoric,  e  Donna  Rodriguez si mise a sedere su una seggiola un po'
    discosta dal letto,  senza posare  la  candela  e  senza  levarsi  gli
    occhiali. Don Chisciotte si raggomitol sotto le coperte non lasciando
    fuori altro che il viso, e quando si furono tutti e due ben sistemati,
    il primo a rompere il silenzio fu lui che disse:
    - Ora,  Donna Rodriguez,  la Signoria Vostra pu liberamente aprirsi e
    palesare tutto quello che le sta nel cuore afflitto e nelle addolorate
    viscere,  e sar da me ascoltata con  caste  orecchie  e  aiutata  con
    pietose opere.
    -  Lo  credo  fermamente - rispose la dama - n dalla vostra gentile e
    nobile persona si  poteva  altro  aspettare  che  una  cos  cristiana
    risposta.  Ora  dunque,  signor  Don Chisciotte,  ella deve sapere che
    sebbene la Signoria Vostra mi veda seduta su questa seggiola e nel bel
    mezzo del regno di Aragona, e in abito di dama di compagnia avvilita e
    annientata, son nativa delle Asturie d'Oviedo, e d'una famiglia da cui
    discendono molti dei pi nobili signori di quella provincia. Ma la mia
    triste sorte e l'indolenza  dei  miei  genitori,  che  ben  presto  si
    trovarono  poveri  senza  sapere  n  il  perch  n  il per come,  mi
    condussero a Madrid,  dove,  per ogni buon fine e per evitare maggiori
    disgrazie, i miei parenti mi collocarono come guardarobiera presso una
    gran  signora.  Perch  la Signoria Vostra deve sapere che in fatto di
    lavori di cucito in bianco,  non c' nessuna che  mi  superi.  I  miei
    genitori mi lasciarono a servizio e tornarono al loro paese; e di l a
    pochi anni morirono e se n'andarono di certo in paradiso, perch erano
    buoni  e  fedeli  cattolici.  Rimasi  orfana,  col misero salario e le
    meschine ricompense che si danno nelle case nobili  a  tale  sorta  di
    cameriere.  Intanto,  senza che io gliene dessi affatto occasione,  si
    innamor di me uno scudiero della stessa casa,  uomo gi in l con gli
    anni,  con una gran barba e un aspetto imponente e dignitoso,  perch,
    essendo della montagna,  si riteneva nobile quanto  il  re.  I  nostri
    amori  non  furono  cos  segreti  che  non lo venisse a sapere la mia
    signora;  la quale,  per evitare ogni pettegolezzo,  ci fece unire col
    vincolo del santo matrimonio. Da questa unione, per colmo di sventura,
    nacque una bambina; e non dico questo perch io sia morta di parto: il
    parto  anzi  fu  in  regola e maturo;  ma perch di l a poco mor mio
    marito per uno spavento  che  ebbe,  e  se  avessi  ora  il  tempo  di
    raccontarlo,  sono  sicura  che  la  Signoria  Vostra rimarrebbe molto
    meravigliata.
    Qui la dama si mise a piangere a calde lacrime, e poi soggiunse:
    - Mi perdoni,  signor Don Chisciotte,  ma non ne posso  fare  a  meno,
    perch  tutte  le  volte  che mi ricordo del mio povero marito,  mi si
    empiono  gli  occhi  di  lacrime.  Vergine  Santa!  Se  avesse  visto,
    Vossignoria,  con  che  dignit portava la mia signora in groppa a una
    gran mula nera come l'ebano! Perch allora non costumavano n carrozze
    n portantine come ora, ma le signore andavano in groppa alle mule dei
    loro scudieri.  Questa almeno non posso tralasciare di  raccontarvela,
    perch notiate quant'era educato e scrupoloso mio marito.  Un giorno a
    Madrid,  mentre era per imboccare la  strada  di  San  Jacopo,  che  
    piuttosto  stretta,   vide  venirsi  incontro  un  giudice  di  corte,
    preceduto da due guardie.  Subito egli  volt  la  mula  mostrando  di
    volerlo accompagnare.  La mia signora, che era in groppa, gli diceva a
    bassa voce: Che fate,  imbecille?  Non vi ricordate pi che  ci  sono
    anch'io?.  E il giudice con molta gentilezza trattenne il cavallo,  e
    gli disse: Continuate pure la vostra strada: tocca a me  accompagnare
    Donna Casilda. Questo era infatti il nome della mia signora. Tuttavia
    mio  marito col cappello in mano insisteva a voler seguire il giudice.
    A quella vista la mia signora fu presa da un tale eccesso  di  furore,
    che tir fuori uno spillone o un punteruolo,  credo,  dalla guaina,  e
    glielo ficc in un fianco.  Mio marito cacci un grand'urlo e dette un
    tale guizzo,  che ruzzol in terra insieme con lei. Accorsero due suoi
    lacch a rialzarla, e lo stesso fecero il giudice e le due guardie, ma
    intanto era andata a subbuglio tutta  porta  Guadalajara,  cio  tutti
    quei  fannulloni  che erano in quei paraggi.  La mia signora ritorn a
    casa a piedi, e mio marito and da un barbiere dicendo che gli avevano
    passate le budella da parte a parte. La cortesia del mio sposo divent
    cos celebre che i ragazzi gli correvano dietro per le strade;  e  per
    questo  e  anche  perch era un po' di vista corta,  la mia signora lo
    licenzi; ed egli, certamente dal crepacuore, s'ammal e mor.  Rimasi
    dunque  vedova,  senza  appoggi  e con una figliola sulle spalle,  che
    diventava sempre pi bella,  come la  schiuma  del  mare.  Finalmente,
    siccome si sapeva che ero abilissima nei lavori di cucito,  la signora
    Duchessa, che s'era allora sposata col signor Duca, volle condurmi con
    s qui nel regno d'Aragona,  e prese anche la mia bambina.  E qui  con
    l'andar  del  tempo la mia figliola  ora cresciuta piena dei migliori
    requisiti di questo mondo.  Canta come una  calandra,  danza  composta
    come  una  dea,  e  balla  sfrenata  come una baldracca,  sa leggere e
    scrivere come un maestro,  far di conto come un finanziere,  ed  cos
    accurata  nella  pulizia  personale  che l'acqua corrente non potrebbe
    essere pi linda e tersa.  Se non m'inganno,  ora  deve  avere  sedici
    anni,  Cinque  mesi  e  tre  giorni,  uno pi uno meno.  Di questa mia
    figliola s'innamor il figlio di un ricchissimo agricoltore che  abita
    in un villaggio del Duca mio signore a poca distanza di qui;  trov il
    mezzo,  non so neanch'io come,  di avvicinarla e,  con la promessa  di
    sposarla,  la  sedusse,  e  ora non ne vuol pi sapere.  Io me ne sono
    lagnata col Duca non una ma molte volte,  e l'ho scongiurato d'imporre
    al  giovinotto  di  sposare  la  ragazza,  ma  egli  fa l'orecchio del
    mercante e appena si degna d'ascoltarmi. E la ragione  questa: che il
    padre del seduttore  molto ricco e gli presta  denari  entrando  ogni
    pochino  mallevadore  dei  suoi  imbrogli,  e  quindi egli non lo vuol
    disgustare n dargli la minima seccatura.  Vorrei dunque,  signor mio,
    che   la   Signoria   Vostra   si  assumesse  l'incarico  di  riparare
    quest'oltraggio con le buone o con le cattive; poich tutti dicono che
    Vossignoria  venuta al mondo per riparare gli oltraggi e  raddrizzare
    i  torti  e  proteggere  i  disgraziati.  Consideri dunque la Signoria
    Vostra che mia figlia  orfana;  consideri la sua gentilezza,  la  sua
    giovent e tutte le altre doti che io le ho descritte.  Sul mio onore,
    nessuna delle tante ragazze che  si  trovano  al  servizio  della  mia
    signora,   degna di legarle le scarpe; e una, di nome Altisidora, che
     quella che tutti tengono per la pi svelta e la pi graziosa,  messa
    a confronto con la mia, ci corre quanto dal giorno alla notte. Perch,
    caro signore, non  tutto oro quel che riluce, e questa Altisidorina 
    pi  presuntuosa che bella,  e sfacciata un bel po',  invece che seria
    come si dovrebbe.  Poi non  neanche molto sana,  tant' vero  che  le
    puzza il fiato in modo che non le si pu stare accanto mezzo minuto; e
    anche la signora Duchessa...  E' meglio stare zitti! perch a volte le
    pareti hanno orecchi.
    - Che cos'ha mai  la  signora  Duchessa,  in  nome  del  cielo,  Donna
    Rodriguez? - domand Don Chisciotte.
    -  Se  me  lo chiedete in nome del cielo,  non posso tacere rispose la
    dama di compagnia.  - Ha visto,  signor Don  Chisciotte,  la  bellezza
    della signora Duchessa?  Quel carnato brillante come una spada brunita
    e lucidata,  quelle due guance di latte e di carminio,  in  una  delle
    quali  sta  il  sole  e nell'altra la luna?  E quella fierezza con cui
    calpesta e pare che disprezzi la terra?  Non sembra forse che dispensi
    salute  dappertutto  dove  passa?   Ebbene,   sappiate  che  essa  pu
    ringraziare anzitutto Iddio, e poi due cauteri che ha nelle gambe,  da
    cui  sgrondano  tutti gli umori cattivi,  di cui i medici dicono che 
    piena.
    - Vergine Santa!  - esclam Don Chisciotte.  E' mai possibile  che  la
    signora Duchessa abbia tali sgrondi? Non l'avrei creduto nemmeno se me
    l'avessero  detto  dei carmelitani scalzi,  ma dal momento che lo dice
    Donna Rodriguez,  dev'essere vero.  Per quei cauteri,  nei posti dove
    sono,  non  devono  stillare  umori infetti ma odorate linfe.  Davvero
    finisco per credere che quest'uso dei cauteri  debba  far  molto  bene
    alla salute.
    Non  aveva  Don  Chisciotte finito di dire queste parole,  che con uno
    spintone fu aperto l'uscio della camera;  a Donna Rodriguez  casc  la
    candela  di  mano  dallo  scossone che fece per la paura,  e la stanza
    rimase buia quanto in bocca al lupo, come suol dirsi. Nel tempo stesso
    la povera signora si sent  pigliare  per  il  collo  da  due  mani  e
    stringere  cos  forte,  che  non  pot mandare nemmeno uno strido,  e
    subito dopo qualcuno,  senza dire una parola,  in un baleno le alz le
    sottane,  e con qualcosa che si sarebbe detta una ciabatta, cominci a
    darle tante di quelle sculacciate da far piet.  E Don  Chisciotte  ne
    aveva  piet  ma  non  si  muoveva  dal  letto,  non  sapendo  di  che
    precisamente si trattasse; e se ne stava zitto e cheto dalla paura che
    finisse col venire anche per lui la stamburata degli sculaccioni. E la
    sua paura non era mal fondata,  perch,  dopo aver ben bene zombato la
    vecchia  che  non  osava  mandare  un lamento,  quei muti carnefici si
    appressarono a Don Chisciotte,  lo svoltarono  dal  lenzuolo  e  dalla
    coperta,  e  cominciarono  a  dargli  dei pizzicotti cos fitti e cos
    forti che egli non pot fare a meno di difendersi  a  pugni,  e  tutto
    questo  sempre  in  un meraviglioso silenzio.  La battaglia dur quasi
    mezz'ora,  i fantasmi se ne andarono,  Donna Rodriguez si tir gi  le
    sottane, e piangendo la sua disgrazia, se ne and anche lei senza dire
    una parola a Don Chisciotte; il quale indolenzito e livido, sbalordito
    e impensierito, rimase l solo; dove noi lo lasceremo a smaniare dalla
    voglia  di  sapere  chi era stato il perverso incantatore che lo aveva
    ridotto in quel modo. Ma questo si dir a suo tempo,  ch Sancio Panza
    ci chiama, e il buon ordine della storia vuole che torniamo da lui.

    CAPITOLO 49.
    Ci che successe a Sancio Panza nel fare la ronda per la sua isola.

    Abbiamo  lasciato  il  gran  governatore  molto malcontento e irritato
    contro quel furbaccio di  contadino  ritrattista,  che  indettato  dal
    maggiordomo (il quale a sua volta aveva ricevuto l'imbeccata dal Duca)
    s'era  insieme  con  lui  divertito alle spalle di Sancio.  Ma Sancio,
    bench sciocco, zotico e grossolano, teneva testa a tutti.  E a quelli
    che gli stavano intorno, compreso il dottor Rezio che era rientrato in
    sala dopo la lettura in segreto della lettera del Duca:
    -  Ora  s  che  capisco  -  disse  -  la  necessit che i giudici e i
    governatori siano e diventino di bronzo per non sentire le  insistenze
    di  coloro  che  chiedono  udienza  e  che a tutte le ore e in tutti i
    momenti,  non avendo in mente che il proprio affare,  vogliono ad ogni
    costo  essere  ascoltati  e  sbrigati.  E  se il povero giudice non li
    ascolta e non li  sbriga,  o  perch  non  pu  o  perch  non    ora
    d'udienza,  subito  cominciano  a  mandargli degli accidenti,  a dirne
    corna,  a tartassarlo ben bene,  e a rivedere le bucce perfino ai suoi
    morti.  O tu che hai degli affari da trattare, non far lo stupido e lo
    scimunito,  non aver furia,  aspetta il  momento  adatto:  non  venire
    sull'ora del desinare,  n a quella d'andare a letto, perch i giudici
    sono di carne e d'ossa, e devono anch'essi al loro corpo quel che esso
    domanda secondo le leggi di natura;  fatta eccezione per me che al mio
    non gli do nulla,  grazie all'egregio dottor Pietro Rezio Tiratifuori,
    qui presente,  che mi vuol far morire di fame,  e sostiene che  questa
    morte   vita;  e cos sia per lui e per tutti quelli della sua razza,
    cio dei cattivi medici,  perch  quella  dei  buoni  merita  palme  e
    allori.
    Tutti  quelli  che  conoscevano  Sancio  Panza rimanevano meravigliati
    sentendolo parlare cos bene, e non sapevano a che attribuirlo, se non
    al  fatto  che  le  alte   cariche   o   adornano   l'intelligenza   o
    l'addormentano.   Finalmente   il   dottor  Pietro  Rezio  Augurio  di
    Tiratifuori promise che la sera gli avrebbe dato da cena,  a costo  di
    trasgredire  a tutti gli aforismi d'Ippocrate.  Con questa promessa il
    governatore rimase contento,  e aspettava a gloria  che  arrivasse  la
    sera  e  l'ora  di  cena;  e sebbene gli paresse che il tempo si fosse
    fermato e non facesse pi un passo,  tuttavia giunse il momento  tanto
    desiderato.  Gli portarono per cena del manzo rifatto con le cipolle e
    della zampa lessa di vitella un po'  passata;  ed  egli  si  butt  su
    quella  roba  con  pi gusto che se gli avessero servito francolini di
    Milano, fagiani di Roma, vitella di Sorrento, pernici di Morn od oche
    di Lavajos.  E tra un boccone e  l'altro  voltandosi  al  dottore  gli
    disse:
    - Badate bene, signor dottore, d'ora in avanti non mi date da mangiare
    della roba fine e dei manicaretti delicati, perch mi scombussolereste
    lo stomaco,  che  abituato a mangiare capra,  vacca,  lardo,  salumi,
    rape e cipolle.  A dargli della roba da  signori,  la  riceve  facendo
    boccucce,  e  qualche  volta con nausea.  Il meglio che il dispensiere
    possa fare  quello di farmi servire del minestroni,  che  quanto  pi
    guazzabuglio c' dentro, e pi buon odore mandano. L ci pu ficcare e
    insaccare  tutto  quel  che vuole,  purch sia roba da mangiare,  e io
    gliene sar grato e o prima o poi lo ricompenser. Ma nessuno creda di
    potermi gabbare, perch siamo o non siamo governatori?  Viva tutti,  e
    mangiamo in santa pace e in buona compagnia;  perch quando il sole si
    leva, si leva per tutti.  Io governer quest'isola senza rinunciare ai
    miei  diritti  e  senza  far  man bassa sui profitti,  ma ognuno righi
    diritto e occhio alla penna,  perch dovete sapere che  il  diavolo  
    entrato  in  ballo,  e  che  se  me  ne  danno occasione,  far vedere
    meraviglie, perch chi pecora si fa lupo la mangia.
    - Certamente, signor governatore - disse il maggiordomo - lei ha molta
    ragione,  e  io  resto  garante  a  nome  di  tutti  gli  abitanti  di
    quest'isola  che  essi  la  serviranno  con  ogni puntualit,  amore e
    benevolenza;  perch il bonario sistema di governo,  di cui ci ha dato
    saggio in questi primi momenti, non pu loro permettere nessuna azione
    e  nessun'idea  che  torni  a  danno del servizio dovuto alla Signoria
    Vostra.
    - Lo credo bene -  disse  Sancio  -  e  sarebbero  degli  stupidi,  se
    facessero  o  pensassero diversamente.  Torno dunque a ripetere che si
    abbia cura del mantenimento mio e del mio ciuco che  quello  che  pi
    importa,  e quando poi sar l'ora,  andremo a far la ronda;  giacch 
    mia intenzione di ripulire l'isola da  ogni  genere  di  porcheria  di
    vagabondi,  fannulloni  e  scioperati.  Perch  gli  scioperati  e gli
    infingardi sono nello stato come i calabroni  negli  alveari,  che  si
    mangiano  il  miele fatto dalle api laboriose.  Io voglio favorire chi
    lavora,  mantenere intatti i loro  privilegi  ai  nobili,  premiare  i
    virtuosi  e  soprattutto  rispettare  la  religione e l'onore dei suoi
    ministri.  Che ve ne pare di tutto questo,  amici?  Dico bene  o  dico
    male?
    - Dice tanto bene,  signor governatore - rispose il maggiordomo che io
    resto profondamente meravigliato a sentire un uomo cos poco  o  punto
    istruito come Vossignoria,  dire tali e tante cose piene di buon senso
    e dar cos buoni consigli;  proprio tutto a rovescio di quel che ci si
    aspettava  dall'intelligenza  di  Vossignoria,  tanto  quelli  che  ci
    inviarono,  quanto noi che siamo venuti qui.  Ogni giorno se  ne  vede
    delle  nuove,  le  burle  diventano  cose  da  prender sul serio,  e i
    burlatori rimangono burlati.
    Giunse dunque la notte,  e il governatore,  come s' detto,  cen  col
    permesso  del  signor  dottor  Rezio.  Poi,  quando fu pronto tutto il
    necessario per  la  ronda,  usc  accompagnato  dal  maggiordomo,  dal
    dispensiere,  dal  segretario,  dal  cronista  che aveva l'incarico di
    registrare le sue imprese, e da tante guardie e notari,  che avrebbero
    potuto  formare  un  discreto  squadrone.  Sancio se ne andava nel bel
    mezzo con la sua bacchetta da governatore in mano che era un piacere a
    vederlo.  Avevano appena percorso qualche  strada  del  paese,  quando
    udirono  un  rumore  di  spade  che  si cozzavano.  Accorsero subito e
    trovarono che erano due uomini soli che si battevano,  i quali vedendo
    venire le guardie, si fermarono, e uno d'essi disse:
    --Aiuto!  In nome di Dio e del re,  aiuto!  Si deve forse tollerare in
    questo paese d'essere derubati in pieno abitato e  assaliti  in  mezzo
    alla strada?
    -  Calmatevi,  galantuomini  - disse Sancio - e raccontatemi qual  la
    causa di questa lite: io sono il governatore.
    L'altro contendente allora disse:
    - Signor governatore,  gliela dir io  in  quattro  parole  la  causa.
    Sappia dunque la Signoria Vostra che questo galantuomo  uscito or ora
    da quella bisca l di fronte,  dove ha vinto pi di mille reali, e Dio
    sa come! C'ero anch'io,  e ho giudicato a suo favore,  contro quel che
    mi dettava la coscienza, parecchi punti molto dubbiosi. Lui s' alzato
    col guadagno,  e io m'aspettavo che mi desse per lo meno qualche scudo
    di mancia, come si usa con le persone di riguardo come me,  che stiamo
    ad assistere per stabilire il "pro" e il "contra",  per appoggiare chi
    ha torto ed evitare questioni. Ma lui ha intascato i suoi quattrini ed
     uscito dalla bisca.  Io indispettito gli ho  tenuto  dietro,  e  con
    buone  e cortesi parole gli ho chiesto che mi desse almeno otto reali,
    poich sa benissimo che io sono una persona distinta e che non  ho  n
    arte n parte, perch i miei genitori non mi hanno lasciato rendite n
    insegnato  un mestiere.  Ma il furbone,  che  pi ladro di Caco e pi
    birbante di Andradiglia,  non voleva darmi pi  di  quattro  reali;  e
    quindi  veda  lei,  signor governatore,  quanta poca vergogna e quanta
    poca coscienza abbia quest'uomo!  Ma sul mio onore,  se  non  arrivava
    Vossignoria,  glielo  avrei  fatto risputare il guadagno,  veh!  e gli
    avrei insegnato l'educazione e qualcos'altro.
    - E voi - domand Sancio - che avete da rispondere a tutto questo?
    - Che  la pura verit - rispose l'altro.  - Io non gli ho voluto dare
    pi di quattro reali,  perch ogni pochino sono a dargliene;  e quelli
    che aspettano la mancia dai giocatori devono  essere  cortesi,  e  far
    buona  festa e buon viso a quel che gli viene dato,  senza mettersi in
    discussioni coi vincitori,  a meno che non sappiano di sicuro che sono
    dei  bari,  e  che  quel  che  vincono,   vinto male.  E la prova pi
    convincente che io sono un galantuomo e non un ladro, come dice lui, 
    proprio questa, che non gli ho voluto dare nulla, mentre invece i bari
    sono sempre costretti a lasciarsi pelare dai ricattatori come lui, che
    li conoscono.
    - S,  la cosa sta proprio cos - disse il maggiordomo.  - Veda ora un
    po', signor governatore, cosa si deve fare di questi uomini.
    -  Ecco  quel che si deve fare - disse Sancio.  - Voi che avete vinto,
    galantuomo, non galantuomo, o mezzo e mezzo che siate, sborsate subito
    al vostro avversario cento reali;  e di pi vi  condanno  a  sborsarne
    trenta a vantaggio dei carcerati poveri.  Quanto a voi,  che non avete
    n arte n parte, e qui ci campate a ufo, pigliate subito questi cento
    reali, ed entro la giornata di domani abbandonate quest'isola,  da cui
    vi  bandisco per dieci anni,  sotto pena,  se infrangete il bando,  di
    farvelo finire di scontare all'altro mondo;  perch io vi impicco alla
    forca o per lo meno vi ci faccio impiccare dal boia.  E che nessuno di
    voi replichi, altrimenti aggraver la mano.
    Allora uno cont il denaro e l'altro lo  ricevette:  questo  abbandon
    l'isola, e quello torn a casa sua; e il governatore concluse:
    -  O  io non sono chi sono,  o queste bische le levo di mezzo,  perch
    vedo bene che sono un disastro.
    - Questa per - disse uno dei notari - Vossignoria non  potr  levarla
    di mezzo,  perch  tenuta da un gran signore, che in capo all'anno ci
    rimette un tanto di suo.  Vossignoria potr esercitare la sua autorit
    su  altre  bische  di minor importanza,  che sono quelle che fanno pi
    danno  e  nascondono  le  peggiori  infamie;  perch  nelle  case  dei
    gentiluomini e dei gran signori i bari famosi non s'attentano a fare i
    loro colpi.  E poich il vizio del gioco  diventato un uso comune,  
    meglio che si giochi nelle case dei signori che in quelle  di  qualche
    artigiano, dove dalla mezzanotte in l ti pigliano un povero diavolo e
    te lo scorticano vivo.
    - Eh,  quanto a questo,  caro notaio - disse Sancio - ci sarebbe molto
    da dire.
    In questo  momento  arriv  una  guardia  con  un  giovane  che  aveva
    arrestato, e disse:
    - Signor governatore, questo giovanotto veniva verso di noi, ma appena
    ci ha visti, s' voltato indietro e s' messo a correre come un daino,
    segno  che  deve  essere un delinquente.  Io l'ho rincorso,  ma se non
    inciampava e cadeva, non lo pigliavo di certo.
    - Perch fuggivi, giovanotto? - domand Sancio.
    - Signore - rispose l'arrestato - fuggivo per non rispondere  a  tutte
    le domande che fanno sempre le guardie.
    - Che mestiere fai?
    - Il tessitore.
    - E che cosa tessi?
    - Punte di ferro per lance, col permesso di Vossignoria.
    - Ah! ah! mi fate il buffoncello? Vi divertite a far lo scemo? Bene. E
    dove andate ora?
    - A prendere aria, signore.
    - E dove si va a prendere aria in quest'isola?
    - Dove ne soffia.
    -   Benone:   voi  rispondete  proprio  a  tono:  siete  intelligente,
    giovanotto.  Ma fate conto che io sia l'aria,  che vi soffi in poppa e
    vi mandi in prigione.  Ehi!  pigliatelo e portatelo dentro: ce lo far
    dormire stanotte e senza soffi d'aria.
    - Buon Dio - disse il giovanotto. - Sar pi facile che Vossignoria mi
    faccia re, che farmi dormire in carcere.
    - E perch non dovrei potere  farti  dormire  in  carcere?  -  replic
    Sancio.  - Non posso forse farti prendere e rilasciare,  come e quando
    mi piace?
    - Per quanto grande sia il potere di Vossignoria - rispose il  giovane
    - non arriver mai a farmi dormire in carcere.
    - Come no?  - disse Sancio.  - Portatecelo subito, e che si disinganni
    coi suoi occhi.  E se mai il carceriere si  lasciasse  corrompere  per
    usargli  qualche  favore  e  lo  lasciasse fare un solo passo fuori di
    prigione, io gli far pagare duemila ducati di multa.
    - Tutto questo  roba da ridere - replic il giovanotto.  -  Il  fatto
    sta  che  non  sar buono di farmi dormire in carcere nemmeno il mondo
    intero.
    - Dimmi un po',  demonio - disse Sancio - hai forse un angelo ai  tuoi
    comandi che venga a levarti di l, e a toglierti le catene che ti far
    mettere?
    -  Signor  governatore  - rispose il giovanotto con molto buon garbo -
    ragioniamo e  veniamo  al  fatto.  Supponiamo  che  lei  mi  mandi  in
    prigione,  che  mi  faccia  mettere ferri e catene,  e chiudere in una
    cella,  che al custode delle carceri si minaccino  gravi  pene  se  mi
    lascia  uscire,  e che egli eseguisca fedelmente quanto gli si ordina;
    ma con tutto questo,  se io non voglio dormire e  voglio  invece  star
    sveglio tutta la notte senza chiudere occhio,  sar buono Vossignoria,
    con tutto il suo potere, di farmi dormire, se io non voglio?
    - No di certo--disse il segretario.  - Questo ragazzo  se  l'  cavata
    bene.
    -  Sicch  -  disse  Sancio  -  se voi in carcere non dormirete,  sar
    semplicemente per comodo vostro e non per opporvi alla mia volont?
    -  Oh,  certamente!   Oppormi  alla  vostra  volont?   -  rispose  il
    giovanotto. - Ma nemmeno per idea!
    -  E  allora  andatevene  -  disse  Sancio.  - Andate a dormire a casa
    vostra,  e buona notte,  ch io non voglio togliervi il sonno.  Ma  vi
    consiglio  d'ora in avanti di non scherzare con la giustizia: potreste
    qualche volta imbattervi in qualcuno che vi  facesse  pagare  caro  lo
    scherzo.
    Il giovanotto se ne and,  e il governatore continu la ronda. Di l a
    poco arrivarono due guardie che conducevano un altro arrestato.
    - Signor governatore - dissero - questo che pare un uomo,  invece una
    donna, e non brutta, vestita da uomo.
    Gli accostarono alla faccia due o tre lanterne, alla cui luce scorsero
    il viso d'una ragazza dell'apparente et di sedici anni  o  poco  pi:
    coi capelli raccolti in una reticella di seta verde e oro,  bella come
    un raggio di sole.  L'osservarono dal capo  ai  piedi,  e  videro  che
    indossava  delle  calze di seta carnicina con giarrettiere di taffett
    bianco a frange d'oro e perle minute;  i calzoncini erano verdi a fili
    d'oro,  e  sotto  una  larga  casacca  della  stessa stoffa portava un
    corpetto di finissimo panno bianco e oro. Le scarpe erano bianche e da
    uomo: non cingeva spada,  ma portava un pugnale ricchissimo,  e  nelle
    dita aveva molti e bellissimi anelli.
    La  giovane  piacque  a  tutti,  ma  nessuno fra quanti la videro pot
    riconoscerla.  Quelli del paese dissero che non  potevano  immaginarsi
    chi fosse,  e coloro che erano al corrente delle burle che si dovevano
    fare a Sancio,  furono quelli che rimasero pi meravigliati di  tutti,
    perch  quell'incidente  e quell'incontro non era stato predisposto da
    loro,  e quindi rimanevano perplessi aspettando di vedere come sarebbe
    andata  a finire la faccenda.  Sancio rimase entusiasta della bellezza
    della ragazza, e le domand chi era,  dove andava e quale era la causa
    per  cui  s'era vestita in quel modo.  Essa,  abbassando gli occhi con
    pudico rossore, rispose:
    - Signore, io non posso dire cos pubblicamente quello che m'importava
    tanto di tener segreto.  Una sola cosa mi preme di rilevare:  che  non
    sono  n  un  ladro  n  un  individuo facinoroso,  ma una disgraziata
    ragazza, a cui la gelosia ha fatto dimenticare i dovuti riguardi.
    Udendo ci, il maggiordomo disse a Sancio:
    - Signor governatore,  faccia allontanare la gente  che  ci  circonda,
    perch questa signorina possa dire con pi libert quello che vuole.
    Il  governatore  allora  dette  quest'ordine,  e  tutti si ritirarono,
    eccettuati il maggiordomo,  il dispensiere e  il  segretario.  Allora,
    rimasti soli, la ragazza seguit dicendo:
    - Io,  signori,  sono figlia di Pietro Perez Mazorca, che ha l'appalto
    delle lane di questo paese,  e cpita molto  spesso  in  casa  di  mio
    padre.
    -  Questo  un discorso che non torna disse il maggiordomo.  Anzitutto
    io conosco molto bene Pietro Perez,  e so che non ha figli,  n maschi
    n femmine,  e poi voi dite che  vostro padre,  e dopo aggiungete che
    cpita molto spesso in casa di vostro padre.
    - Questo l'avevo notato anch'io - disse Sancio.
    - Signori - rispose la ragazza - in questo momento sono molto confusa,
    e non so pi quel che mi dico,  ma la verit  che son figlia di Diego
    della Gliana, che tutti lor signori debbono conoscere.
    -  Questo,  s,  pu stare - disse il maggiordomo - perch Diego della
    Gliana lo conosco e so che  un gentiluomo  molto  in  vista  e  molto
    ricco,  che ha un figlio e una figlia, e che da quando divent vedovo,
    non c' nessuno in tutto il paese che possa dire d'aver pi  visto  il
    viso  della  sua  figliola.  Perch la tiene tanto chiusa,  che non la
    lascia vedere nemmeno al sole, e tuttavia si dice che sia bellissima.
    - Quanto voi dite  la pura verit - rispose la  ragazza  -  e  questa
    figlia  son  io.  Se la fama mente o no circa la mia bellezza,  voi ne
    potete ormai giudicare,  poich mi avete vedutae cos dicendo cominci
    a piangere dirottamente.  Il segretario,  vedendo ci,  si fece vicino
    all'orecchio del dispensiere e gli disse molto piano:
    - Senza alcun dubbio  a  questa  povera  ragazza  dev'essere  successo
    qualche  cosa  di grave,  per trovarsi fuori di casa sua a quest'ora e
    con quel travestimento, tanto pi che  di cos buona famiglia.
    - Oh!  su questo non ci pu essere dubbio - rispose il dispensiere - e
    le sue lacrime confermano il sospetto.
    Sancio  la  consol  coi  migliori argomenti che seppe,  e la preg di
    dirgli senza alcun timore che cosa le  fosse  successo,  promettendole
    che  fra  tutti  avrebbero  cercato di rimediarvi con la miglior buona
    volont e con tutti i mezzi possibili.
    - Il fatto  questo,  signori - rispose lei.  -  Mio  padre  mi  tiene
    rinserrata da dieci anni,  ch tanti sono dacch  morta mia madre. La
    messa la dicono in casa in una ricca cappella,  e io in  tutto  questo
    tempo  non  ho  visto  che  il  sole in cielo di giorno e la luna e le
    stelle di notte;  n so che siano strade,  piazze,  chiese  e  nemmeno
    uomini,  all'infuori di mio padre e di mio fratello e di Pietro Perez,
    l'appaltatore,  che siccome viene spesso in casa mia,  mi venne dianzi
    l'idea di dire che era mio padre, per non fare il nome del mio. Questa
    prigionia  e  questo divieto di uscire di casa,  perfino per andare in
    chiesa,  sono molti giorni e mesi che ormai mi tengono molto afflitta.
    Io  volevo vedere il mondo,  almeno il paese dove son nata,  parendomi
    che questo desiderio non offendesse il  decoro  che  le  fanciulle  di
    buona  famiglia debbono a se stesse.  Quando sentivo dire che c'era la
    corsa dei tori,  o che si facevano  delle  giostre  o  rappresentavano
    delle commedie,  domandavo a mio fratello,  che ha un anno meno di me,
    che cos'erano quegli spettacoli e altri  ancora  che  io  non  ho  mai
    visto,  ed  egli me lo spiegava nel miglior modo che poteva;  ma tutto
    questo non faceva altro che accendere pi che mai in me  il  desiderio
    di  vederli.  Finalmente  per  abbreviare  la storia della mia rovina,
    pregai e scongiurai mio fratello,  che meglio per me se  non  l'avessi
    mai  pregato,  n  scongiurato...  -  e qui ricominci a piangere.  Il
    maggiordomo le disse:
    - Continui,  signorina,  e finisca di dirci ci  che  le    successo,
    perch  le  sue  parole  e  le  sue lacrime ci tengono tutti in grande
    ansiet.
    - Poche me ne rimangono da dire - replic la ragazza - ma  lacrime  da
    piangere s,  e molte;  perch i desideri mal collocati si scontano da
    ultimo in questo modo.
    La  bellezza  della  giovane  aveva  fatto  una   grande   impressione
    sull'animo  del  dispensiere,  il  quale  alz  un'altra  volta la sua
    lanterna per vederla di nuovo,  e gli parve che  non  fossero  lacrime
    quelle  che  essa  piangeva,  ma gocce di rugiada dei prati,  che egli
    nella sua fantasia trasformava in  preziose  perle  orientali.  Perci
    avrebbe  voluto che la disgrazia successa non fosse cos grande,  come
    facevano  credere  i  suoi  sospiri  e  le  sue  lacrime.   Quanto  al
    governatore, s'indispettiva di quelle pause con cui la ragazza mandava
    in  lungo  la  sua  storia,  e le disse di non tenerli pi tanto sulle
    spine,  che era tardi e che avevano ancora una gran parte di paese  da
    ispezionare.  Allora  essa  fra  rotti  singhiozzi e sospiri dimezzati
    continu:
    - Tutta la mia disgrazia,  tutto il mio errore  stato questo,  che ho
    pregato  mio  fratello  di  farmi  vestire  da  uomo  con uno dei suoi
    vestiti,  e di portarmi una notte a visitare tutto  il  paese,  mentre
    nostro  padre  dormiva.  Egli  allora,  pressato  dalle mie preghiere,
    accondiscese al mio desiderio,  e  mi  fece  mettere  questo  vestito,
    mentre lui se ne metteva uno mio che gli sta a pennello, perch non ha
    barba  e  quindi  pare  una bellissima ragazza.  Stanotte dunque circa
    un'ora fa,  siamo usciti tutti e due di casa,  e  guidati  dal  nostro
    giovanile  e  spensierato criterio,  abbiamo girato tutto il paese,  e
    quando si stava per tornare a casa,  abbiamo visto venire verso di noi
    un  gran branco di gente,  e allora mio fratello m'ha detto: Sorella,
    questa dev'essere la ronda,  mettiti le gambe in capo e vienimi dietro
    di  corsa,  perch  se  ci  scoprono,  ci si fa cattiva figura e cos
    dicendo s' voltato, e s' messo non a correre, ma a volare. Io, dallo
    spavento, non avevo fatto sei passi che sono caduta in terra, e allora
     arrivata la ronda,  che mi ha condotto dinanzi alle Signorie Vostre,
    e  ora  purtroppo  con  mia  grande  vergogna mi tocca dinanzi a tante
    persone passare per una ragazza cattiva e capricciosa.
    - Ma,  proprio davvero  -  disse  Sancio  -  non  v'  successo  altra
    disgrazia  che questa?  E non  stata la gelosia,  allora,  come avete
    detto invece da principio, che vi ha fatto uscire di casa?
    - No,  non m' successo altro - rispose la ragazza - e non  stata  la
    gelosia  che  m'ha  fatto  uscir di casa,  ma soltanto il desiderio di
    vedere il mondo,  desiderio che non andava pi in  l  del  vedere  le
    strade di questo paese.
    Fin  di  confermare la verit di queste parole l'arrivo del fratello,
    che una delle guardie aveva inseguito quando  s'era  dato  alla  fuga,
    riuscendo ad arrestarlo.  Indossava una gonnella di ricca stoffa e una
    mantellina di damasco azzurro con passamani d'oro fino,  in  capo  non
    aveva velo n alcun altro ornamento tranne i suoi stessi capelli,  che
    parevano anelli d'oro, tanto erano biondi e ricciuti.
    Il governatore,  il  maggiordomo  e  il  dispensiere  lo  tirarono  in
    disparte e,  senza che la sorella sentisse, gli domandarono perch era
    cos travestito,  ed egli con non minore vergogna e impaccio ripet il
    racconto  fatto  dalla  sorella,   con  gran  piacere  dell'innamorato
    dispensiere; ma il governatore disse loro:
    - Certamente,  signori,  questa   stata  da  parte  vostra  una  gran
    ragazzata,  ma  per raccontare una balordaggine e una birichinata cos
    non c'era bisogno di pigliarla tanto larga,  con tante lacrime e tanti
    sospiri,  bastava dire: Siamo il tale e la tale,  che siamo usciti di
    casa per andare a spasso soltanto per curiosit  e  senza  alcun  fine
    cattivo, e non tanti piagnistei e ohim da non farla pi finita.
    - Questo  vero - rispose la ragazza - ma il turbamento  stato tanto,
    che non m'ha permesso di portarmi come dovevo.
    -  Non    mal  di  nulla  -  rispose  Sancio.  -  Andiamo  dunque: vi
    riaccompagneremo a casa di vostro padre; il quale, forse,  non si sar
    nemmeno  accorto  di  nulla.  Ma  d'ora in avanti non vi mostrate cos
    ragazzi e vogliosi di vedere il mondo: donna onesta,  stare in casa  
    la sua festa,  e la donna e la gallina, per andare a zonzo, si perdono
    in una mattina, e donna che desidera di vedere, desidera anche d'esser
    vista, e non dico altro.
    Il giovane ringrazi il governatore della gentilezza  che  gli  faceva
    riaccompagnandoli,  e  quindi  si incamminarono verso la loro casa che
    non era molto lontana.  Quando furono arrivati,  il fratello  tir  un
    sassolino in una finestra del pianterreno,  e subito discese una serva
    che li stava ad aspettare,  e  apr  loro  la  porta.  Essi  entrarono
    lasciando  tutti ammirati della loro bellezza e della loro gentilezza,
    come pure del loro desiderio di vedere  il  mondo  di  notte  e  senza
    uscire  dal paese;  ma tutto fu attribuito all'inesperienza della loro
    giovane et.
    Il dispensiere rimase proprio colpito nel cuore, e stabil di chiedere
    subito il giorno dopo la ragazza in moglie a suo padre,  ritenendo che
    non  gliela  avrebbe  negata di certo,  dato che era un dipendente del
    Duca.  Anche a Sancio  venne l'idea di ammogliare il giovinotto con la
    sua  figliola  Sancina;  e  si  propose di attuarla a tempo opportuno,
    convinto che a chiunque non  sarebbe  parso  il  vero  di  sposare  la
    figliola d'un governatore.
    Cos  ebbe  fine  la ronda di quella notte,  e di l a due giorni ebbe
    fine per Sancio anche il  governo,  di  modo  che  tutti  i  suoi  bei
    progetti rimasero stroncati e se ne andarono in fumo,  come pi avanti
    si vedr.

    CAPITOLO 50.
    Dove  si  spiega  chi  furono  gli  incantatori  e  i  carnefici   che
    picchiarono   la   dama  di  compagnia  e  presero  Don  Chisciotte  a
    pizzicotti, e si narra che cosa accadde al paggio che port la lettera
    a Teresa Panza, moglie di Sancio Panza.

    Cide Hamete,  minuzioso investigatore dei minimi particolari di questa
    veridica  storia,  dice  che  nel  momento in cui Donna Rodriguez usc
    dalla sua camera per andare in quella di Don Chisciotte, un'altra dama
    di compagnia che dormiva con lei,  la sent;  e  siccome  le  dame  di
    compagnia  sono  tutte  avide  di sapere intendere e fiutare,  le and
    dietro facendo cos piano,  che la buona Rodriguez non se ne  accorse.
    Come  poi  la  vide  entrare  nella stanza di Don Chisciotte,  per non
    smentire il vizio comune a tutte le dame di compagnia,  d'essere  cio
    chiacchierone  e scandalose,  subito lo and a raccontare alla signora
    Duchessa.  La Duchessa lo raccont al Duca e gli  chiese  il  permesso
    d'andare a vedere,  lei e Altisidora, che diavolo volesse la Rodriguez
    da Don Chisciotte,  e il Duca glielo dette.  Allora tutte e due,  pian
    piano  zitte  zitte,  mettendo  un piede avanti l'altro,  arrivarono a
    mettersi accanto all'uscio della camera e cos vicino da sentire tutto
    quello che dentro dicevano.  Quando la Duchessa sent che la Rodriguez
    entrava  nell'affare  dei  cauteri,  non pot pi contenersi e nemmeno
    Altisidora;  e perci piene di collera  e  desiderose  di  vendicarsi,
    entrarono  bruscamente  nella  camera,  e nel modo che s' raccontato,
    punzecchiarono Don Chisciotte e zombarono la dama. Perch gli oltraggi
    che vanno a colpire direttamente la bellezza e l'orgoglio delle donne,
    ridestano in loro all'estremo la rabbia,  e accendono il desiderio  di
    vendicarsi.  La Duchessa raccont al Duca, che ci si divert un mondo,
    tutto quello che era successo;  poi,  volendo continuare a  divertirsi
    alle  spalle  di  Don  Chisciotte,  invi il paggio che aveva fatto la
    parte di Dulcinea nella scena del suo disincantamento (cosa che Sancio
    occupato nel suo governo aveva  completamente  dimenticata)  a  Teresa
    Panza con la lettera del marito,  accompagnata da un'altra sua e da un
    grosso vezzo di corallo per regalo.
    La storia poi racconta che il paggio era molto intelligente e furbo, e
    con l'intenzione di contentare i suoi signori part  molto  volentieri
    pel  paese  di Sancio.  Quando fu vicino a entrarvi,  vide una fila di
    donne a lavare a un ruscello,  e domand loro se sapevano che in  quel
    villaggio ci stesse una donna di nome Teresa Panza, moglie di un certo
    Sancio  Panza,  scudiero di un cavaliere chiamato Don Chisciotte della
    Mancia. A questa domanda una ragazzina,  che stava lavando,  si alz e
    disse:
    -  Questa  Teresa  Panza   la mia mamma,  e questo Sancio Panza  mio
    padre, e questo cavaliere  il nostro padrone.
    - Allora fatemi il favore, ragazzina,  venite con me - disse il paggio
    -  e  portatemi da questa vostra mamma,  ch le porto una lettera e un
    regalo di questo vostro babbo.
    - Volentieri,  signore - rispose la ragazzetta  che  dimostrava  circa
    quattordici anni, e lasciando i panni che lavava a una compagna, senza
    rimettersi  le  scarpe n ravviarsi i capelli,  ma scalza e scaruffata
    com'era,  con un salto si mise davanti alla cavalcatura del paggio,  e
    disse:
    - Venga, venga, Signoria, ch la nostra casa  al principio del paese,
    e  mia  madre  l,  molto afflitta per non aver avuto pi notizie del
    babbo da molti giorni.
    - Allora io gliele porto cos buone - disse  il  paggio  -  che  dovr
    ringraziarne Dio.
    Saltando,  correndo e sgambettando,  la ragazzetta arriv al borgo,  e
    prima d'entrare in casa si mise a gridare fuori della porta:
    - O mamma, venga fuori, venga!  C' qui un signore con una lettera del
    babbo e anche dell'altra roba.
    A queste grida usc fuori Teresa filando una rocca di stoppa,  con una
    sottanina  di  saia  bigia  cos  corta  che   pareva   gliel'avessero
    accorciata per sua infamia e disonor,  e un corsetto anch'esso bigio
    sopra una camicia col  pettino.  Non  era  molto  vecchia,  quantunque
    mostrasse d'aver passato la quarantina;  ma forte,  salda,  fatticcia,
    nerboruta. Vedendo la figlia, e il paggio a cavallo, le disse:
    - Che affare  questo, bambina? Chi  questo signore?
    - E' un servitore della Signoria Vostra,  Donna Teresa  -  rispose  il
    paggio,  e  detto fatto discese da cavallo,  e and con molta umilt a
    inginocchiarsi dinanzi alla signora Teresa,  dicendo: Mi dia dunque la
    sua mano da baciare,  signora Teresa,  come legittima sposa del signor
    Sancio Panza, governatore dell'isola di Baratteria.
    - Ah, signor mio! - esclam Teresa. - Si alzi subito, sa, e non faccia
    di queste cose;  perch io  non  son  nata  nobile;  sono  una  povera
    contadina,  figlia di un raspaterra e moglie di uno scudiero errante e
    non di un governatore.
    - La Signoria Vostra - riprese il paggio -  moglie degnissima  di  un
    governatore  arcidegnissimo;  e  in  prova  di questa verit riceva la
    Signoria Vostra questa lettera e questo regalo.
    E subito tir fuori di tasca il vezzo di corallo coi paternostri d'oro
    e glielo mise al collo dicendo:
    - Questa lettera  del signor governatore, e quest'altra coi coralli 
    della Duchessa mia signora, che mi manda alla Signoria Vostra.
    Teresa rimase sbalordita e la sua figliola altrettanto,  ma la ragazza
    disse:
    -  Che  Dio  mi  fulmini,  se  qui sotto non c' lo zampino del nostro
    signor Don Chisciotte,  che deve aver dato al babbo il  governo  o  la
    contea che tante volte gli aveva promesso.
    -  Precisamente  - replic il paggio.  - E' stato proprio in virt del
    signor  Don  Chisciotte  che  ora  il  signor  Sancio     governatore
    dell'isola di Baratteria, come dice anche questa lettera.
    -  Me la legga la Signoria Vostra,  signor gentiluomo - disse Teresa -
    perch sebbene sappia filare, non so leggere una parola.
    - E neanch'io - soggiunse Sancina - ma aspettate un momento, che andr
    a chiamare qualcuno che ce la legga,  o il  curato  o  il  baccelliere
    Sansone  Carrasco,  che  verranno  molto  volentieri  anche  per saper
    notizie del mio babbo.
    - Non c' bisogno di chiamar nessuno;  perch io non so filare,  ma so
    leggere e la legger.
    E la lesse tutta, ma siccome l'abbiamo gi riportata, non la ripetiamo
    qui.  Poi ne tir fuori un'altra della Duchessa,  che diceva in questo
    modo:

    Cara Teresa,
    La belle doti di sentimento e d'intelligenza di vostro  marito  Sancio
    m'hanno  spinta  e quasi direi obbligata a chiedere al Duca mio marito
    di dargli il governo di un'isola fra le tante  che  possiede.  So  che
    governa  come  un  girifalco,  e  questo  fa  molto piacere a me e per
    conseguenza anche al Duca mio signore;  per cui ringrazio Iddio di non
    essermi  ingannata  nell'averlo  scelto  a questo posto.  Non  facile
    trovare a questo mondo un buon governatore,  e Sancio governa ch' una
    meraviglia.  Con  la  presente vi accompagno,  amica mia,  un vezzo di
    coralli con i fermagli d'oro; e vorrei che fossero perle orientali, ma
    chi ti d un osso,  dice il proverbio,  non ti vuol morto di  fame,  e
    verr il giorno in cui ci conosceremo e faremo quattro chiacchiere,  e
    da cosa nasce cosa.  Salutatemi vostra figlia  Sancina,  e  ditele  da
    parte mia che si tenga pronta,  ch io le far fare un gran matrimonio
    quando meno se lo pensa. Mi si dice che in codesto paese ci sono delle
    ghiande molto grosse: fatemi il  piacere  di  mandarmene  un  paio  di
    dozzine;  venendomi da voi, ne far un gran conto. Scrivetemi a lungo,
    informandomi della vostra salute,  e se vi occorre qualche  cosa,  non
    avete  da  far  altro  che  da  aprir  bocca e sarete servita.  Dio vi
    conservi.
    Da questo luogo, la vostra affezionatissima amica
    LA DUCHESSA.

    - Oh, che buona signora! - esclam Teresa udita la lettera. Com' alla
    mano! Com' modesta! Queste s che son le signore! E non le nobildonne
    di questo paese, che credono, per essere nobildonne,  che non le debba
    toccare  nemmeno l'aria,  e vanno in chiesa con tanta spocchia come se
    fossero delle  regine,  e  pare  che  si  vergognino  a  guardare  una
    contadina, come se fosse un disonore. Mentre, guarda qui, questa buona
    signora,  che pure  una Duchessa, mi chiama amica e mi tratta come se
    fossi uguale a lei.  Dio voglia che io la  veda  uguale  al  pi  alto
    campanile della Mancia!  Quanto alle ghiande poi, caro signore, gliene
    mander un quartuccio a Sua Signoria,  e tanto grosse  da  invitar  la
    gente a vederle come una rarit. Ora, Sancina, pensa a questo signore:
    sistemagli il cavallo,  piglia delle uova nella stalla, affetta un bel
    pezzo di carne secca,  e diamogli da  mangiare  come  a  un  principe,
    perch  le  notizie  che  ci  ha  portato  e la sua faccia gioviale lo
    meritano.  Io corro intanto dalle vicine a raccontare la nostra gioia,
    e  poi  dal  curato  e da mastro Nicola,  il barbiere,  che sono stati
    sempre amici di tuo padre.
    - S, s, lasciate fare a me,  mamma - rispose Sancina - ma badate che
    mi dovete dar la met di questo vezzo, perch non posso credere che la
    signora Duchessa sar stata tanto grulla da mandarlo tutto a voi.
    -  Tutto  te  lo  do,  figliola  -  rispose Teresa - ma ora lasciamelo
    portare al collo qualche  giorno,  ch  proprio  mi  pare  che  mi  si
    rallegri il cuore.
    -  E  pi  si  rallegreranno  -  disse  il paggio - quando vedranno il
    fagotto che  in questo portamantello,  che    un  vestito  di  panno
    finissimo  che  il  signor  governatore non ha portato che un giorno a
    caccia, e che egli invia tutto completo per la signora Sancina.
    - Oh che possa vivere mille anni - esclam la ragazza - e  quello  che
    lo  porta,  altrettanto,  n  pi  n  meno;  e  anche  duemila  se  
    necessario.
    Intanto Teresa usc di casa con la lettera e col  vezzo  al  collo,  e
    andava picchiando con le dita sulle due lettere come su un cembalo, ed
    essendosi per combinazione imbattuta nel curato e in Sansone Carrasco,
    cominci a ballare e a dire:
    - Oh, ora s che, se Dio vuole, la miseria  finita in casa nostra! Ce
    l'abbiamo  un  governuccio!  Venga,  venga  qualcuna di queste signore
    nobili a far con me la smorfiosa, vedr se io la metto a posto.
    - Che affare ,  Teresa?  Che pazzie sono  queste?  E  che  fogli  son
    quelli?
    -  La  pazzia    questa - rispose Teresa - che queste sono lettere di
    duchesse e di governatori,  e questi che porto al collo,  le  avemarie
    sono coralli fini, e i paternostri oro battuto, e io sono governatora.
    -  Che  Dio  v'intenda,  Teresa  -  disse  il  curato - perch noi non
    v'intendiamo, e non sappiamo quel che volete dire.
    - Di qui potranno capire ogni cosa - rispose Teresa e  dette  loro  le
    lettere.
    Il  curato  le  lesse  a  voce alta in modo che Sansone Carrasco sent
    tutto, e tutti e due dopo si guardarono in faccia, stupiti di quel che
    avevano  letto.  Il  baccelliere  domand  chi  aveva  portato  quelle
    lettere.  Teresa  rispose che andassero con lei a casa sua e avrebbero
    visto il messaggero, un giovanotto bello come un angelo,  che le aveva
    portato  un altro regalo che valeva ancor pi di quello.  Il curato le
    lev i coralli dal collo, li guard e li riguard,  e assicuratosi che
    non  erano  falsi,  torn  daccapo  a far le pi grandi meraviglie,  e
    disse:
    - Sul mio onore se so cosa dirmi e quel che  devo  pensare  di  queste
    lettere  e  di  questi  regali.  Da una parte vedo e tocco con mano la
    finezza di questi coralli,  dall'altra leggo che una Duchessa manda  a
    chiedere due dozzine di ghiande.
    - A me non mi si vende - disse allora Carrasco.  - Ma andiamo un po' a
    vedere l'individuo che ha portato  questa  roba:  da  lui  ci  potremo
    informare come stanno le cose.
    Cos fecero, e Teresa torn indietro con loro. Trovarono il paggio che
    stava  vagliando  un  po'  di biada per il suo cavallo,  e Sancina che
    tagliava un pezzo di carne secca per fargli una frittata.  Il curato e
    il  baccelliere ricevettero molto buona impressione dall'aspetto e dal
    contegno del paggio, e dopo avergli rivolto un cortese saluto che egli
    contraccambi,  Sansone gli chiese notizie  tanto  di  Don  Chisciotte
    quanto di Sancio Panza.
    -  Perch  -  aggiunse  Sansone  - sebbene abbiamo lette le lettere di
    Sancio e della signora Duchessa, tuttavia siamo rimasti molto sorpresi
    e ancora non siamo riusciti a capire che cosa sia  questo  governo  di
    Sancio  e  soprattutto  d'un'isola,  visto  che tutte o quasi tutte le
    isole del Mediterraneo appartengono a Sua Maest.
    - Che il signor Sancio Panza sia governatore - rispose il paggio-  non
    c' da metterlo in dubbio davvero;  ma se sia un'isola o no quella che
    governa, su questo io non ci metto bocca; basti dire che  un paese di
    pi di mille abitanti.  Quanto all'affare delle ghiande,  la  Duchessa
    mia  signora    cos  alla buona e cos modesta,  che non solo non si
    vergogna di mandare a chiedere  delle  ghiande  a  una  contadina,  ma
    qualche  volta le succede di mandare a chiedere in prestito il pettine
    a una vicina.  Perch le signore aragonesi,  anche quelle appartenenti
    alla pi alta nobilt, non sono tanto orgogliose e boriose come quelle
    castigliane, e trattano le persone pi alla buona.
    Mentre la conversazione era a questo punto,  Sancina, col grembo pieno
    d'uova, domand nel passare:
    - E dica, signor paggio, il babbo da che  governatore porta i calzoni
    alla scudiera?
    - Non ci ho badato - rispose il paggio - ma li porter di certo.
    - Ah, mio Dio! - esclam Sancina. - Chi sa che figura far il babbo in
    paracorregge!  Non  curiosa che fin da bambina mi son sempre  strutta
    di vedere mio padre con quei calzoni?
    - Ah, se campa, lo vedrete andare altro che coi calzoni alla scudiera!
    Con soli due mesi che gli duri ancora il governo lo vedrete andare col
    pappafico! (1)
    Il  curato  e  il  baccelliere si accorsero naturalmente che il paggio
    parlava in canzonatura;  ma la finezza dei coralli e l'abito da caccia
    inviato   da   Sancio,   che   Teresa  gli  aveva  gi  fatto  vedere,
    sconcertavano ancora tutte le loro idee.  Tuttavia  risero  molto  del
    desiderio di Sancina, e ancora pi quando Teresa disse:
    - Signor curato,  mi faccia il piacere,  guardi un po' di sapermi dire
    se c' nessuno gi di qui che abbia occasione d'andare a  Toledo  o  a
    Madrid perch mi voglio far comprare un guardinfante rotondo,  fatto a
    perfezione, di moda e dei migliori che ci siano;  perch,  s,  voglio
    fare  onore al governo di mio marito quanto so e posso;  e se mi salta
    il ticchio,  son buona d'andare anche alla capitale  e  di  metter  su
    carrozza e cavalli;  perch quando si ha un marito governatore,  ci si
    pu anche permettere di questi lussi.
    - Brava mamma!  - disse Sancina.  - Piacesse  a  Dio  che  fosse  oggi
    piuttosto  che  domani!  anche  se  quelli  che mi vedessero seduta in
    carrozza  insieme   con   voi,   dicessero:   To'   guardala   quella
    struffellona,  la  figlia  di quel villano cornuto,  come se ne sta in
    panciolle in carrozza: pare una papessa!.  Ma intanto loro pestino il
    fango,  e  io  me  ne  andr  nella mia carrozza coi piedi ben alti da
    terra.  All'inferno tutti i maldicenti di questo mondo!  Han voglia di
    dire, purch mi lascino stare. Dico bene, mamma?
    -  Altrocch!  -  rispose  Teresa.  - Tutte queste fortune e anche pi
    grandi me l'aveva predette il mio bravo Sancio, e vedrai, figliola, se
    non finisco col diventar contessa,  perch tutto sta nel cominciare ad
    avere fortuna. E come ho sentito dire parecchie volte a tuo padre (che
    potrebbe  essere chiamato il babbo anche dei proverbi) quando ti danno
    la vaccherella, corri con la funicella,  quando ti daranno un posto di
    governatore,  piglialo;  quando ti daranno una contea,  acchiappala; e
    quando ti faranno to' to' con qualche bel regalo, e tu para mano. E se
    no,  dormite e non rispondete alle buone fortune che bussano all'uscio
    di casa vostra.
    - E che me ne importa a me - aggiunse Sancina - che quando mi vedranno
    darmi  delle  arie  e  far  dei capricci dicano: Il cane s' messo le
    brache di lino (2) con quel che segue?
    Ci sentendo il curato disse:
    - Bisogna proprio credere che questi Panza siano  nati  tutti  con  un
    sacco di proverbi in corpo: non ne ho ancora conosciuto uno che non ne
    butti fuori a tutte le ore e in ogni discorso.
    - Questo  vero - disse il paggio - perch anche il signor governatore
    Sancio  a  ogni  passo  ne  dice,  e  sebbene molti siano fuori posto,
    tuttavia piace sentirglieli dire, e la Duchessa e il Duca miei signori
    ci si divertono molto.
    - Come!?  - disse il baccelliere - lei persiste a sostenere che Sancio
      diventato  governatore,  e che c' in questo mondo una Duchessa che
    gli manda dei regali e gli scrive?  Perch noialtri,  sebbene possiamo
    toccar con mano i regali e abbiamo letto le lettere,  non ci crediamo,
    e riteniamo che questa sia una delle solite fantasie di Don Chisciotte
    nostro  compaesano,   il  quale  crede  che  tutto  accada  per  forza
    d'incantesimi,  e  quasi  quasi  starei  per dire che vorrei toccare e
    palpare Vossignoria,  per vedere se  un ambasciatore fantastico o  un
    uomo in carne e ossa.
    -  Tutto  quello  che  so di me - rispose il paggio -  questo: che io
    sono un ambasciatore vivo  e  vero,  che  il  signor  Sancio  Panza  
    effettivamente  governatore,  e che il Duca e la Duchessa miei signori
    possono dare e hanno dato quel governo.  Ho poi sentito  dire  che  il
    signor Sancio vi si fa molto onore,  ma se in tutto ci vi siano o non
    vi siano incantesimi,  questo se lo vedano un po' lor signori  tra  di
    loro,  perch io glielo giuro sulla testa dei miei genitori,  che sono
    sempre vivi e ai quali voglio molto bene, non so proprio altro.
    - Bah!  - replic il baccelliere - potr darsi benissimo,  ma "dubitat
    Augustinus".
    -  Dubiti  chi  vuole  - rispose il paggio - la verit  quella che ho
    detto io;  e la verit deve stare sempre a galla sulla menzogna,  come
    l'olio  sull'acqua.  Se  no,  "operibus  credite et non verbis": venga
    qualcuno di lor signori con me, e vedranno coi loro occhi quel che non
    vogliono credere coi loro orecchi.
    - Verr io,  verr io - disse Sancina.  - Mi pigli in groppa  sul  suo
    cavallo, ch io verr molto volentieri a rivedere il babbo.
    -  Le  figliole  dei  governatori  -  rispose  il  paggio - non devono
    viaggiare sole, ma accompagnate da carrozze, da lettighe, e da un gran
    numero di servitori.
    - Dio buono!  - replic Sancina - per me sono pronta ad andare su  una
    ciuca  come  in una carrozza: l'avete proprio trovata quella che fa la
    schizzinosa!
    - Sta' zitta, figliola, sta' zitta - disse Teresa - ch non sai quello
    che ti dici, mentre questo signore  nel vero, vedi.  Perch ogni cosa
    a  suo  tempo: quando Sancio,  e allora Sancia,  e quando governatore,
    allora madama; dico bene?
    - La signora Teresa dice meglio di quel  che  non  crede  -  disse  il
    paggio.  - Ma ora mi diano da mangiare e mi mandino via subito, perch
    stasera conto di partire.
    Disse allora il curato:
    - Lei verr a far penitenza con me;  perch alla  signora  Teresa  non
    manca  la  buona  volont,  ma  le manca il necessario per ricevere un
    ospite di riguardo.
    Il paggio da principio faceva complimenti,  ma poi dovette finire  col
    dir di s,  se volle stare un po' meglio;  e il curato lo port con s
    molto volentieri per aver modo di poterlo interrogare  con  comodo  su
    Don Chisciotte e le sue prodezze. Il baccelliere si offr a Teresa per
    rispondere  alle  due lettere;  ma essa non volle che mettesse il naso
    negli affari suoi, perch lo riteneva un po' burlone. Prefer dare una
    ciambella e una coppia d'uova a un chierichetto che sapeva scrivere, e
    questi infatti le scrisse due lettere,  una per il marito e una per la
    Duchessa, e tutte di sua testa, che non sono tra le peggiori contenute
    in questa grande storia, come si vedr pi avanti.

    NOTA 1: Maschera di panno da portare in viaggio contro la polvere e il
    freddo.
    NOTA 2: ...e non ha riconosciuto il suo vicino.

    CAPITOLO 51.
    Come  progrediva  il  governo  di  Sancio  Panza;  e  altre vicende da
    ritenersi buone.

    La notte della ronda, fatta dal governatore, il dispensiere non chiuse
    occhio,  perch non fece che pensare  al  viso,  alla  grazia  e  alla
    bellezza  della  giovane  travestita,  e  il  maggiordomo  la  pass a
    scrivere ai suoi signori ci che Sancio faceva e diceva, dichiarandosi
    ben meravigliato dei detti e dei fatti di lui in quanto appunto  c'era
    nelle sue parole e nelle sue azioni un bizzarro miscuglio di spirito e
    di balordaggine.  Venuta finalmente la mattina,  il signor governatore
    si alz,  e per ordine del dottor Pietro  Rezio  gli  fu  portata  per
    colazione un po' di conserva e quattro sorsi d'acqua fresca;  roba che
    Sancio avrebbe barattato volentieri con un pezzo di pane e un grappolo
    d'uva.  Ma vedendo che era necessario  fare  di  necessit  virt,  si
    rassegn  con  gran  mortificazione dell'anima sua e travaglio del suo
    stomaco;  poich Pietro Rezio gli dava a intendere che i cibi scarsi e
    delicati acuiscono l'intelligenza,  il che  della pi alta importanza
    per le persone incaricate di comandi e di uffici gravi,  nei quali  si
    deve  far  uso meno delle forze del corpo che di quelle dello spirito.
    In virt di questi sofismi Sancio  pativa  la  fame,  e  in  cuor  suo
    malediva il governo e chi gliel'aveva dato;  tuttavia, con la conserva
    e con la fame in corpo,  si mise anche quel giorno al  suo  lavoro  di
    giudice. Il primo affare che gli capit fu una domanda che gli fece un
    forestiero  alla  presenza  del  maggiordomo  e  di  tutti  gli  altri
    ministri. E la domanda fu questa:
    - Signore,  un largo fiume divideva due province d'un medesimo  stato.
    Stia  bene  attenta  la  Signoria  Vostra,  perch il caso  di grande
    importanza e un po' difficile.  Dico dunque che sopra a  questo  fiume
    c'era  un  ponte,  e  in cima a questo ponte una forca e un tribunale,
    dove di solito stavano quattro  giudici  che  giudicavano  secondo  la
    legge  fatta  dal  padrone del fiume del ponte e dello stato;  la qual
    legge era cos formulata: Se uno passa su questo ponte  da  una  riva
    all'altra,  deve prima dichiarare con giuramento dove va e quel che va
    a fare.  Se giura il vero,  sia lasciato passare,  ma  se  mente,  sia
    impiccato   sulla   forca   qui  inalzata  senza  alcuna  remissione.
    Conosciuta questa legge e la rigorosa condizione,  molti passavano  lo
    stesso,  perch  dopo  che  s'era  riscontrato che quanto dichiaravano
    sotto giuramento era  perfettamente  vero,  i  giudici  li  lasciavano
    passare  liberamente.  Ora  accadde una volta che un tale,  invitato a
    giurare, giur e disse: Giuro che passo di qui per andare a morire su
    quella forca laggi, e non per altra ragione.  I giudici rifletterono
    a  questo  giuramento  e  dissero:  Se quest'uomo lo lasciamo passare
    liberamente, ha giurato il falso e secondo la legge deve morire, ma se
    noi lo impicchiamo,  siccome egli ha giurato che passava per andare  a
    morire su quella forca, allora ha detto la verit, e secondo la stessa
    legge,  avendo giurato la verit, dev'essere lasciato libero. Ora, si
    domanda alla Signoria Vostra,  signor governatore,  che cosa faranno i
    giudici di quest'uomo?  Poich essi sono ancora l incerti e dubbiosi.
    Siccome son venuti a conoscere l'acuta ed elevata  intelligenza  della
    Signoria Vostra,  mi hanno inviato a supplicarla da parte loro a voler
    dare il suo parere in un caso cos intricato e dubbio.
    - Quei signori giudici avrebbero potuto risparmiarsi l'incomodorispose
    Sancio - perch io son uomo pi rozzo che fino.  Tuttavia,  ripetetemi
    il caso in maniera che lo intenda bene, e chiss che non possa dar nel
    segno.
    L'inviato  ripet un'altra volta e poi un'altra ancora il racconto,  e
    Sancio finalmente disse:
    - A parer mio,  questo caso si risolve in due battute,  e precisamente
    cos.  Quell'uomo giura che passa per andare a morire sulla forca, non
     vero? E se egli ci muore veramente, avr detto la verit, e in virt
    della legge merita d'esser lasciato libero e di passare il  ponte.  Ma
    se  non  l'impiccano,  egli avr spergiurato e,  sempre in virt della
    medesima legge, meriter d'essere appeso alla forca: non  cos?
    - Benissimo - riprese il messaggero.  - Ella,  signor governatore,  ha
    interamente capito come stanno le cose, e non c' pi alcun dubbio, n
    pi nulla da domandare.
    - Ebbene - replic Sancio - la mia opinione  che,  di quell'uomo,  la
    parte che ha detto la verit si debba lasciar passare, e quella che ha
    mentito  sia  impiccata.  Cos  saranno  letteralmente  rispettate  le
    condizioni del passaggio.
    -  Ma,  signor  governatore  -  replic  l'altro - allora bisognerebbe
    dividere quell'uomo in due parti,  la sincera e la bugiarda;  e se  si
    dividesse davvero, bisognerebbe che morisse per forza; e quindi non si
    otterrebbe  nulla  di  quello  che  esige  la  legge e che deve essere
    inesorabilmente eseguito.
    - O sentite un po',  brav'uomo - riprese Sancio - questo passeggero di
    cui mi parlate,  o io sono una bestia, o tanto  giusto che muoia come
    che viva e passi il ponte.  Perch se la verit lo salva,  la menzogna
    lo  condanna,  e quindi il mio parere  che rispondiate a quei signori
    che vi hanno  mandato,  che  siccome  le  ragioni  di  condanna  e  di
    assoluzione qui si bilanciano,  lo lascino passare liberamente, perch
     sempre meglio far del bene che del male;  e questo lo sottoscriverei
    di mio pugno, se sapessi firmare. Ma, per dire il vero, in questo caso
    non  ho parlato di mia testa;  ma m' tornato in mente un avvertimento
    che insieme con molti altri mi dette il signor Don Chisciotte la  sera
    prima che partissi per venire a prendere il governo di quest'isola.  E
    l'avvertimento fu: che  quando  la  giustizia  non  fosse  chiara,  mi
    piegassi  e  mi  appigliassi  alla misericordia.  Dio ha voluto che in
    questo momento me ne ricordassi,  perch qui l'avvertimento calza come
    un guanto.
    - Oh, s! - disse il maggiordomo - e per conto mio credo che lo stesso
    Licurgo,  che  dette  le leggi agli Spartani,  non avrebbe potuto dare
    miglior sentenza di quella che ha data  il  gran  Sancio.  E  qui  per
    stamani  mettiamo  fine all'udienza.  Intanto io andr a dare tutte le
    disposizioni necessarie perch al signor governatore  sia  servito  un
    pranzo di suo gusto.
    -  Oh,  ora  s'  e  non facciamo cilecche!  esclam Sancio.  - Poi mi
    piovano pure addosso casi e dubbi, ch io li risolver a volo.
    Il maggiordomo mantenne la sua parola,  perch gli parve di  dovercene
    avere  di  coscienza a far morire di fame un governatore cos pieno di
    buon senso, e tanto pi poi che quella notte stessa contava di finirla
    con lui,  facendogli l'ultima burla che aveva avuto ordine di  fargli.
    Dopo che Sancio quel giorno ebbe mangiato contro tutte le regole e gli
    aforismi del dottor Tiratifuori,  al momento di sparecchiare arriv un
    corriere con una lettera di Don Chisciotte per il governatore.  Sancio
    ordin  al  segretario  di leggerla prima per conto suo e poi,  se non
    c'era nulla di segreto, ad alta voce. Cos fece il segretario,  e dopo
    averla scorsa:
    -  Pu  ben  leggersi ad alta voce - disse - perch quel che scrive il
    signor Don Chisciotte alla  Signoria  Vostra,  meriterebbe  di  essere
    scritto e stampato a lettere d'oro. Ecco qui.

    LETTERA  DI  DON  CHISCIOTTE DELLA MANCIA A SANCIO PANZA,  GOVERNATORE
    DELL'ISOLA DI BARATTERIA.
    Mentre m'aspettavo di  ricevere  notizie  delle  tue  balordaggini  e
    impertinenze,  mi  arrivano  invece,  caro  Sancio,  le lodi della tua
    saggezza;  del che rendo grazie particolari al Cielo,  che solleva  il
    povero  dallo  sterco  e fa dello stolto un saggio.  Mi si dice che tu
    governi da uomo,  ma che ti stimi meno d'una bestia,  tanto  l'umilt
    con cui ti conduci.  Bada per,  Sancio, che molte volte conviene ed 
    necessario, per l'autorit dell'ufficio che si riveste,  andare contro
    l'umilt  del  cuore;  perch  la  persona  che  ricopre delle cariche
    importanti,  bisogna che conformi le sue doti alle esigenze di  quelle
    cariche  e  non  alla  modestia a cui lo farebbe proclive la sua umile
    origine.  Vstiti bene,  perch un paio ben vestito non  pare  pi  un
    palo.  Non dico che tu ti debba mettere dei gioielli e delle trine, n
    che, essendo un giudice,  tu ti debba vestire come un soldato,  ma che
    tu indossi l'abito richiesto dal tuo ufficio, a patto che sia pulito e
    ben fatto. Per guadagnarti l'affetto del paese che tu governi, tu devi
    fra  l'altro far due cose: una,  d'esser cortese con tutti e questo te
    l'ho  gi  detto  un'altra  volta;   l'altra  di  procurare  che   gli
    approvvigionamenti sian sempre in abbondanza,  perch non c' cosa che
    affligga il cuore dei poveri pi della fame e della carestia.
    Non far tanti decreti,  ma se  li  fai,  guarda  che  sian  giusti,  e
    soprattutto che siano osservati ed eseguiti.  Perch i decreti che non
    sono osservati,   lo stesso  che  se  non  esistessero;  anzi,  fanno
    credere  che il principe che ebbe senno ed autorit per emanarli,  non
    abbia poi avuto la forza necessaria per farli rispettare. Le leggi che
    minacciano e poi non sono applicate diventano come il  travicello,  re
    dei  ranocchi,  che  da  principio  li  spavent,  poi  col  tempo  lo
    spregiarono e ci saltarono sopra.
    Sii padre per le virt e patrigno pei vizi. Non essere sempre rigoroso
    n sempre indulgente,  ma scegli  la  via  di  mezzo  fra  questi  due
    estremi,  ch  in  questo  appunto  consiste  la  saggezza.  Visita le
    carceri, le macellerie, i mercati,  perch la presenza del governatore
    in questi luoghi ha una grande importanza;  perch consola i carcerati
    che sperano di esser presto liberi e fa da  spauracchio  ai  macellai,
    che almeno in quel momento son costretti a dare il peso giusto, e alle
    mercatine  per la stessa ragione.  Anche se tu fossi avaro o ghiotto o
    donnaiolo,  cosa che non credo,  non lo dare a  conoscere;  perch  il
    popolo  e  quelli  che  ti  avvicinano,  conoscendo  le  tue  speciali
    inclinazioni,  ti piglieranno da quel lato per corromperti e  gettarti
    nell'abisso  della  perdizione.  Guarda e riguarda,  leggi e rileggi i
    consigli e gli avvertimenti che ti  detti  in  scritto  prima  che  tu
    partissi per cost;  tu vedrai che se tu li metti in pratica, troverai
    in essi un grande aiuto contro i travagli e le  difficolt  in  cui  a
    ogni  passo  s'incontrano  i  governatori.  Scrivi  ai signori Duchi e
    mostrati loro grato, ch l'ingratitudine  figlia della superbia e uno
    dei pi grandi peccati conosciuti.  Chi  grato a coloro che gli fanno
    del  bene,  dimostra  che  lo sar anche a Dio,  che tanti beni gli ha
    concessi e continuamente gliene concede.
    La signora Duchessa ha mandato un uomo apposta col tuo  vestito  e  un
    altro regalo a tua moglie Teresa, si aspetta la risposta da un momento
    all'altro.  Io  sono  stato  un  po'  incomodato  in  seguito  a certe
    graffiature di gatti,  in cui il mio naso ebbe la peggio;  ma  non  fu
    nulla di grave,  perch se ci sono incantatori che mi maltrattano,  ve
    ne sono anche di quelli che mi difendono.
    Fammi sapere se il maggiordomo che  cost con te  o  no  quello  che
    ebbe parte nell'affare della Trifaldi, come tu sospettasti; e avvisami
    di tutto quello che ti succede, la distanza  cos poca! Tanto pi poi
    che io conto di lasciar presto questa vita oziosa che conduco,  perch
    non  fatta per me.  Mi  successo un fatto che probabilmente mi  far
    cadere  in  disgrazia  di  questi  signori,  ma  se  da un lato ci mi
    affligge moltissimo, dall'altro non me ne importa nulla, perch in fin
    dei conti io debbo prima servire i doveri della mia professione che il
    loro piacere,  secondo il noto detto: "Amicus Platus sed  magis  amica
    veritas".  Ti ho detto questo in latino perch mi figuro che da quando
    sei governatore l'avrai imparato.  Dio ti guardi in modo  che  nessuno
    debba aver compassione per te.
    Tuo amico
    DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.

    Sancio  ascolt  con  grande  attenzione  la lettera,  che fu lodata e
    dichiarata molto saggia  da  quelli  che  l'avevano  sentita  leggere.
    Subito  dopo  Sancio si alz da tavola,  e chiamato il segretario,  si
    serr con lui nella sua stanza, per rispondere senza indugio al signor
    Don Chisciotte.  Disse al segretario che,  senza aggiungere  n  levar
    nulla,  scrivesse  quel che gli avrebbe dettato.  Quegli obbed,  e la
    risposta fu la seguente.

    LETTERA DI SANCIO PANZA A DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
    Sono talmente occupato dagli affari del governo,  che non ho tempo di
    grattarmi  la  testa e nemmeno di tagliarmi le unghie,  e quindi le ho
    tanto lunghe che Dio solo potr metterci riparo.  Dico  cos,  signore
    dell'anima mia, perch Vossignoria non si spaventi se finora non le ho
    fatto  sapere  se  mi  trovo bene o male in questo governo,  nel quale
    patisco pi fame che quando s'andava insieme per  i  boschi  e  per  i
    luoghi disabitati .
    Il duca mio signore mi ha scritto l'altro giorno avvisandomi che erano
    entrate in quest'isola delle spie per ammazzarmi,  ma finora io non ne
    ho scoperta che  una  sola,  ed    un  certo  dottore,  che  sta  qui
    stipendiato  per ammazzare quanti governatori arrivano nell'isola.  Si
    chiama il dottor Pietro Rezio, ed  nativo di Tiratifuori; veda dunque
    la Signoria Vostra soltanto dal nome,  se non si deve  aver  paura  di
    morirgli fra le mani.  Questo dottore, dice lui stesso che non cura le
    malattie quando uno le ha, ma che le previene perch non vengano; e le
    medicine di cui fa uso son dieta e poi dieta,  fino a ridurre un  uomo
    in pelle e ossa,  come se non fosse peggio la debolezza che la febbre.
    In conclusione egli mi fa morire di fame, e io crepo di rabbia; perch
    mentre  credevo  di  venir  qua  a  mangiare  caldo,  bere  fresco,  e
    crogiolarmi  in lenzuola di tela d'Olanda e su dei materassi di piuma,
    sono invece venuto a far  penitenza  come  se  fossi  un  eremita;  ma
    siccome non la faccio di mia spontanea volont, ho paura che da ultimo
    il diavolo m'abbia a portar via lo stesso.
    Quattrini,  per  ora,  n per diritto n per traverso non se n' visti
    punti; e non capisco come stia quest'affare;  perch qui m'hanno detto
    che di solito i governatori che son venuti in quest'isola, anche prima
    di  entrarvi hanno ricevuto dagli abitanti regali o danari a prestito,
    e che anzi si usa cos con tutti i governatori  e  non  solamente  con
    quelli che vengono qui.
    Ieri sera durante la ronda trovai una bellissima ragazza travestita da
    uomo,  e  un  suo  fratello travestito da donna.  Della ragazza se n'
    innamorato il dispensiere,  e nella sua idea se l' scelta per moglie,
    almeno  cos  ha detto;  e io mi sono scelto il giovanotto per genero.
    Oggi parleremo tutti e due col loro babbo,  che  un certo Diego della
    Gliana, gentiluomo e cristiano di vecchia data quanto si pu esserlo.
    Visito  i mercati come la Signoria Vostra mi consiglia,  e ieri trovai
    una fruttaiola che gridava: Nocciole nuove! mentre m'accorsi che aveva
    mescolato uno staio di nocciole nuove con un altro di quelle  vecchie,
    tarlate  e vuote.  Le confiscai tutte a profitto dei ragazzi che vanno
    alla dottrina: loro peneranno poco a far la scelta;  e la condannai  a
    non  ricomparire  in piazza per quindici giorni.  M'hanno detto che mi
    son comportato splendidamente.  Dicono qui che non c'  peggior  genia
    delle  mercatine;  perch  son  tutte  sfrontate,  senza  coscienza  e
    impertinenti;  e lo credo anch'io da quelle che  ho  conosciuto  negli
    altri paesi.
    Sono  molto contento di sentire che la Duchessa mia signora ha scritto
    a mia moglie Teresa,  e che le ha mandato un regalo.  Cercher  a  suo
    tempo  di mostrarle la mia gratitudine.  Intanto la Signoria Vostra le
    baci le mani da parte mia,  e le garantisca che i  suoi  benefici  non
    sono stati gettati in un sacco rotto, come i fatti dimostreranno.
    Non  vorrei  che  la  Signoria  Vostra  avesse dei disgusti coi nostri
    signori,  perch se lei si guasta con loro,    chiaro  che  ne  busco
    anch'io  e  non  bene che,  mentre mi si d a me il consiglio d'esser
    grato, lei poi non lo sia con coloro che le hanno fatto tanti favori e
    l'hanno accolta cos splendidamente nel loro castello.
    Nell'affare delle graffiate non ci ho inteso nulla,  ma m'immagino che
    debba  essere  qualcuno dei soliti malvagi incantamenti che le fanno i
    malvagi incantatori: me lo dir meglio quando ci vedremo.
    Vorrei mandarle un ricordino,  ma non so neanch'io che  cosa;  se  non
    certi  cannellini  per  canne  da  lavativi che fanno in questo paese,
    molto graziosi;  ma insomma,  se mi dura la carica,  qualche  cosa  da
    mandarle, bella o brutta, la trover di certo.
    Se mi scrive mia moglie,  mi faccia il piacere di pagare il porto e di
    mandarmi la lettera,  perch mi struggo dalla voglia  di  sapere  come
    vanno  le  faccende  di  casa  mia  e  come stanno mia moglie e i miei
    figlioli. Che Dio liberi la Signoria Vostra dai malvagi incantatori, e
    m'aiuti a uscire sano e salvo da  quest'ufficio;  ma  lo  credo  poco,
    perch  mi pare che ci abbia a rimetter la pelle in grazia della dieta
    a cui mi tiene il dottor Pietro Rezio.
    Servo umilissimo della Signoria Vostra
    IL GOVERNATORE SANCIO PANZA.

    Il segretario chiuse la lettera e sped subito un corriere, mentre gli
    organizzatori delle burle si riunivano per stabilire il modo di metter
    fuori Sancio dal governo.  Sancio pass il pomeriggio di quel giorno a
    fare  alcune  ordinanze  relative alla buona amministrazione di quella
    che egli si immaginava che fosse un'isola.  Fra l'altro ordin che  in
    tutto  il suo distretto non dovessero pi esistere bottegai,  e che vi
    si potesse introdurre il vino liberamente, a condizione per che fosse
    dichiarato il luogo di dove veniva,  per potere attribuirgli un prezzo
    secondo  la  qualit,  la  bont  e la rinomanza,  pena la testa a chi
    l'annacquasse o gli mutasse nome.  Moder i prezzi  d'ogni  genere  di
    calzature  e  specialmente  delle  scarpe,  parendogli che crescessero
    eccessivamente,  mise un freno ai salari della servit che andavano  a
    rotta  di  collo sulla strada dell'avidit;  commin pene gravissime a
    chi cantasse canzoni oscene o sguaiate sia di  giorno  che  di  notte;
    ordin che a nessun cieco fosse permesso di cantare storie di miracoli
    in  versi,  se  non  potesse autenticare la verit di quel che diceva,
    essendo convinto che la maggior  parte  dei  miracoli  che  cantano  i
    ciechi sono fatti inventati a tutto svantaggio di quelli veri.  Infine
    nomin un ispettore dei poveri, non per perseguitarli ma per esaminare
    se erano davvero poveri;  perch all'ombra di finti  mancamenti  e  di
    piaghe  bugiarde  si  nascondono  spesso  braccia  di ladri e stomachi
    d'ubriaconi. Insomma egli fece delle ordinanze cos buone,  che ancora
    oggi  sono in vigore in quel paese col titolo di: "Le costituzioni del
    gran governatore Sancio Panza".

    CAPITOLO 52.
    Dove si racconta l'avventura della seconda Tribolata o Angosciata Dama
    detta con altro nome Donna Rodriguez.

    Racconta Cide Hamete che essendo  Don  Chisciotte  guarito  delle  sue
    sgraffiature,  gli  parve  che  la vita che conduceva in quel castello
    fosse del tutto in opposizione con l'ordine della  cavalleria  errante
    da  lui  professato,  e  quindi  decise  di  chiedere ai Duchi licenza
    d'andarsene,  per  recarsi  a  Saragozza.  S'avvicinavano  intanto  le
    celebri feste, ed egli contava di guadagnarvi l'armatura che si d per
    premio  in  tale circostanza.  Un giorno che essendo a tavola coi suoi
    ospiti gi stava per entrare in argomento e dichiarar loro la sua idea
    di partirsene,  ecco entrare d'improvviso per la porta della gran sala
    due  donne  (come  dopo  si  vide)  coperte da capo a piedi di un nero
    manto.  Una di loro avvicinatasi a Don Chisciotte,  si butt  a  terra
    quant'era  lunga e,  con la bocca incollata sui piedi di lui,  mandava
    gemiti cos tristi,  cos profondi e dolorosi,  che tutti  quelli  che
    l'udivano e la vedevano,  ne rimasero turbati.  Anche i Duchi, sebbene
    pensassero che fosse  una  burla  ordita  dai  loro  domestici  a  Don
    Chisciotte,  pure,  vedendo  con  quanta  foga  la  donna  sospirava e
    piangeva, rimasero dubbiosi e perplessi; finch Don Chisciotte mosso a
    compassione non la rialz di terra e le  fece  togliere  il  velo  che
    copriva  la sua faccia inondata di lacrime.  Essa obbed e mostr quel
    che mai e poi mai si sarebbe immaginato;  perch scopr  il  volto  di
    Donna Rodriguez,  la dama di compagnia; l'altra vestita a lutto era la
    sua figliola,  quella sedotta dal figlio del ricco agricoltore.  Tutti
    rimasero  a  bocca  aperta,  e  pi  che  tutti  i  Duchi,  i quali la
    giudicavano,  s,  una testa debole e  di  pasta  grossa,  ma  non  da
    arrivare a far simili sciocchezze.
    Finalmente Donna Rodriguez rivolgendosi ai due signori disse loro:
    -  Le  Vostre  Altezze si compiacciano di permettermi di discorrere un
    momento con questo cavaliere,  perch ci mi  necessario  per  uscire
    con  onore  dalla situazione in cui mi ha posto il temerario ardimento
    di un villano malvagio.
    Il Duca rispose che glielo permetteva e  che  si  trattenesse  pure  a
    parlare  col  signor  Don Chisciotte quanto le pareva e piaceva.  Essa
    allora rivolgendo il viso e la  parola  a  Don  Chisciotte,  cos  gli
    disse:
    -  Giorni fa,  valoroso cavaliere,  vi informai dell'ingiustizia e del
    tradimento fatto da un perfido giovanotto alla mia  adorata  figliola,
    che    questa  disgraziata  qui  presente;  e  voi  mi prometteste di
    occuparvi di lei e di vendicare il torto che le  stato fatto.  Ora ho
    sentito  dire  che  voi  volete partire da questo castello in cerca di
    avventure,  che vi auguro felicissime;  ma  io  vorrei  che  prima  di
    battervela,  voi  sfidaste questo caparbio villano e lo costringeste a
    sposare la mia figliola,  mantenendo la parola che egli le dette prima
    di  divertirsi  con lei.  Perch lo sperare che il Duca mio signore mi
    abbia a far giustizia  come  pretendere  che  una  quercia  faccia  i
    limoni,  per  la ragione che ho spiegato a Vossignoria in segreto.  Io
    non le dico altro: Dio le dia salute e non si dimentichi di noi.
    - Buona signora - rispose Don Chisciotte con molta solennit e dandosi
    grande importanza - moderate le vostre  lacrime  o,  per  dir  meglio,
    tergetele,  e  risparmiate i sospiri vostri.  Io prendo sopra di me la
    causa della figliola vostra,  ma certo ella avrebbe fatto molto meglio
    a esser meno corriva a credere alle promesse d'un innamorato, le quali
    d'ordinario  son  molto facili a farsi e molto difficili a mantenersi.
    Quindi, con licenza del Duca mio signore, io partir subito in traccia
    di questo giovanotto senza coscienza;  lo trover,  lo  sfider  e  lo
    uccider, qualora si rifiutasse di mantenere la parola data imperocch
    sia  principal  cmpito  della  mia  professione perdonare gli umili e
    castigare i superbi,  ovverosia sostenere i miseri  e  annientare  gli
    arroganti.
    -  Non c' bisogno - rispose il Duca - che la Signoria Vostra si pigli
    la fatica di cercare questo agricoltore,  di cui questa brava dama  si
    lagna;  e neppure  necessario che Vossignoria chieda licenza a me per
    sfidarlo; perch io glielo do per gi sfidato,  e mi assumo l'incarico
    di  fargli  conoscere  questa sfida e di fargliela accettare venendo a
    rispondervi personalmente in questo mio castello.  Qui dar a entrambi
    campo  franco,  rispettando  tutte  le  condizioni che in tali casi si
    sogliono e si debbono  rispettare;  e  garantir  con  imparzialit  a
    ciascuno  i  suoi  diritti,  come  sono  obbligati a garantire tutti i
    prncipi che danno campo franco  a  quelli  che  si  battono  entro  i
    confini delle loro signorie.
    - Con questa assicurazione e con buona licenza della Signoria Vostra -
    replic  Don  Chisciotte - fin d'ora dichiaro di rinunziare per questa
    volta  ai  privilegi  che  dalla  mia  condizione  di  gentiluomo   mi
    provengono, e mi abbasso al livello dell'offensore, facendomi eguale a
    lui,  e in cotal guisa a pugnar meco abilitandolo. Quindi, sebbene sia
    costui assente,  io lo disfido e provoco a singolar tenzone,  per aver
    con fraude oprato a' danni di questa misera che fu gi donzella, e che
    donzella  non    pi per di lui colpa;  e gli fo obbligo di tenere la
    data promessa di secolei con legal vincolo coniugarsi, o altrimenti in
    sostegno della sua pretesa pugnando perire.
    E toltosi un guanto  lo  gett  nel  mezzo  della  sala.  Il  Duca  lo
    raccolse,  ripetendo che accettava la sfida a nome del suo vassallo, e
    assegnava per epoca del combattimento il sesto  giorno  a  partire  da
    quello,  per  campo  chiuso,  la  piattaforma del castello;  per armi,
    quelle ordinarie dei cavalieri,  e cio lancia,  scudo e armatura  con
    tutte le sue parti,  senza inganno, soperchieria o ciurmeria di sorta,
    dietro esame da farsi dai giudici di campo.
    - Ma prima di tutto - continu il Duca -  necessario che questa buona
    donna e questa cattiva ragazza rimettano i loro diritti nelle mani del
    signor Don Chisciotte, altrimenti non se ne far di nulla, n la sfida
    potr avere il dovuto corso.
    - Io li rimetto - rispose la vecchia dama.
    - Anch'io - aggiunse la figlia,  tutta in lacrime,  tutta vergognosa e
    di cattivo umore.
    Fatta  dunque  questa dichiarazione,  mentre intanto il Duca aveva gi
    ideato cosa fare nella circostanza,  le  due  donne  abbrunate  se  ne
    andarono,  e la Duchessa dette ordine che da allora in poi non fossero
    pi trattate come  appartenenti  al  personale  della  casa,  ma  come
    signore  estranee  venute  a domandar giustizia.  Quindi dette loro un
    appartamento separato,  e le servirono  come  forestiere,  con  grande
    sorpresa  delle  altre  donne,  che non sapevano dove sarebbe andata a
    finire la scempiaggine e la sfacciataggine di Donna Rodriguez e  della
    sua sciagurata figliola.
    A  questo  punto,  per  finir di rallegrar la festa e chiudere bene il
    desinare,  eccoti entrare nella sala il paggio che  aveva  portato  le
    lettere  e  i  regali  a  Teresa Panza,  moglie del governatore Sancio
    Panza. Il suo arrivo fece molto piacere ai Duchi, i quali desideravano
    sapere com'era andata, ma egli, interrogato, rispose che non lo poteva
    raccontare cos in presenza a tanta gente n in poche parole, e quindi
    pregava le Loro Altezze a volersi degnare di rimettere  la  domanda  a
    quando  fossero  soli  mentre  intanto  avrebbero  potuto  leggere  le
    risposte. E tirate fuori due lettere le porse alla Duchessa. Una sulla
    soprascritta diceva: "Lettera per la Signora Duchessa di non so dove",
    l'altra:  "A  mio  marito  Sancio  Panza,  governatore  dell'isola  di
    Baratteria,  che  Dio  felicemente  conservi  pi  a lungo di me".  La
    Duchessa, come si suol dire,  non stava pi nella pelle dalla bramosia
    di  leggere  la  lettera  a lei diretta,  perci l'apr e le dette una
    scorsa per conto suo; poi, avendo visto che non c'era nulla da tacere,
    la lesse forte per farla sentire anche al Duca e agli altri presenti.

    LETTERA Dl TERESA PANZA ALLA DUCHESSA.
    Molto piacere mi ha  fatto  la  desideratissima  lettera  che  mi  ha
    scritto  Vostra  Altezza.  La  filza  dei  coralli  bellissima,  e il
    vestito da caccia di mio marito non  meno bello.  Tutto questo nostro
    paese  s'  molto  rallegrato  nel  sentire  che  l'Altezza  Vostra ha
    nominato governatore mio marito Sancio, sebbene non ci sia nessuno che
    lo creda, e specialmente il curato mastro Nicola il barbiere e Sansone
    Carrasco il baccelliere.  Ma io me ne infischio,  e quando la cosa sia
    cos, come certamente , dicano un po' quello che vogliono; quantunque
    a  dire il vero,  se non era per i coralli e il vestito,  non ci avrei
    creduto neanch'io,  perch quaggi tutti ritengono mio marito un  gran
    bestione,  e buono che per governare un branco di capre,  non si sanno
    figurare per che governo possa essere buono.  Che Dio l'assista  e  lo
    diriga  secondo  il bisogno dei suoi figli che Egli vede dall'alto dei
    cieli.  Quanto a me,  cara  signora,  ho  deciso,  con  licenza  della
    Signoria  Vostra,  di  approfittare della fortuna e di stabilirmi alla
    capitale e metter su carrozza e fare schiattare dalla bile  tutti  gli
    invidiosi,  che  ce  n'ho  di  gi un monte.  E quindi supplico Vostra
    Altezza di ordinare a mio marito che mi mandi qualche quattrinello,  e
    che non siano tanto pochi, perch nella capitale le spese sono enormi;
    il pane vi costa un reale e la carne trenta maravedis la libbra, che 
    un'ira di Dio.  E se lui non vuole che ci vada,  me lo sappia dire per
    tempo, perch mi pare d'avere i carboni sotto i piedi dalla voglia che
    ho di mettermi in viaggio.  Tanto pi che tutte le mie amiche e le mie
    vicine  non  fanno  altro  che dire che,  se io e mia figlia ci faremo
    vedere alla capitale in pompa e in ghingheri, verr a esser conosciuto
    pi mio marito per merito mio, che io per merito suo; poich per forza
    molti  dovranno  domandare:  Chi  sono  quelle  signore   in   quella
    carrozza?  e  un  mio servitore risponder: La moglie e la figlia di
    Sancio Panza, governatore dell'isola di Baratteria,  e in questo modo
    Sancio  sar  conosciuto,  e  io  sar  tenuta in gran considerazione;
    perch,  cara lei,  quando siamo in ballo  bisogna  ballare.  Non  pu
    credere  quanto mi dispiaccia di doverle dire che quest'anno in questo
    paese non si  fatta la raccolta delle ghiande;  tuttavia gliene mando
    un  mezzo  quartuccio  che  sono  andata a scegliere da me a una a una
    sulla montagna; pi grosse non le ho potute trovare, ma creda pure che
    io avrei voluto che fossero come uova di struzzo.
    Non si dimentichi Vostra Pomposit di scrivermi,  e io  le  risponder
    con  gran  premura,  tenendola  informata del mio stato di salute e di
    tutto quel che ci sar di nuovo in paese,  dove resto a pregare  Iddio
    signor nostro che conservi l'Altezza Vostra e non si dimentichi di me.
    La  mia  figliola  Sancia  e  il mio figliolo baciano le mani a Vostra
    Grazia.
    Quella che ha pi desiderio  di  vedere  la  Signoria  Vostra  che  di
    scriverle, sua serva umilissima
    TERESA PANZA.

    Tutti  si divertirono moltissimo a sentire la lettera di Teresa Panza,
    ma specialmente i Duchi; e la Duchessa domand a Don Chisciotte se non
    era il caso d'aprire anche l'altra  lettera  diretta  al  governatore,
    poich si figurava che dovesse essere divertentissima.  Don Chisciotte
    disse che l'aprirebbe egli stesso per contentare  il  loro  desiderio:
    infatti l'apr e vide che diceva in questo modo:

    LETTERA Dl TERESA PANZA A SANCIO PANZA SUO MARITO.
    Ho ricevuto la tua lettera, Sancio dell'anima mia, e ti giuro che c'
    corso un pelo,  che non sia diventata pazza dalla gioia.  Credi,  caro
    Sancio,  quando sono arrivata a sentire che  tu  sei  governatore,  ho
    creduto per un momento di cascare in terra stecchita dalla gran gioia,
    perch  tu  sai  bene  quello che dicono,  che l'allegrezza improvvisa
    uccide come il gran dolore.  La tua figliola Sancina poi,  dalla  gran
    contentezza  si   pisciata addosso senza neanche accorgersene.  Avevo
    sotto gli occhi il vestito che  mi  hai  mandato;  avevo  al  collo  i
    coralli che mi ha regalati la signora Duchessa, le lettere in mano, l
    dinanzi quello che le aveva portate,  e nondimeno pensavo che quel che
    vedevo e toccavo fosse tutto  un  sogno;  perch  chi  avrebbe  potuto
    credere   che   un  guardiano  di  capre  potesse  arrivare  a  essere
    governatore d'isole? Tu sai bene quel che diceva mia madre buon'anima;
    che era necessario vivere molto per vedere molto,  e  lo  dico  perch
    spero di vedere ancor di pi,  se arrivo a campare di pi. Io spero di
    vederti appaltatore o esattore,  che sono uffici  che  sebbene  menino
    diritto  all'inferno  chi li esercita male,  tuttavia in fin dei conti
    sempre vi si toccano e vi si maneggiano quattrini. La signora Duchessa
    ti dir il mio desiderio di andare alla capitale: riflettici e sappimi
    dire la tua idea,  ch io  alla  capitale  cercherei  di  farti  onore
    andando in carrozza.
    Il  curato,  il  barbiere,  il  baccelliere  e anche il sagrestano non
    vogliono credere  che  tu  sia  governatore,  e  dicono  che    tutta
    un'impostura, o qualche affare d'incantesimi come tutti quelli del tuo
    padrone Don Chisciotte; Sansone anzi dice che vuol venire a cercarti e
    a  levarti  di  testa  il  governo a te e la pazzia dal cervello a Don
    Chisciotte. Io guardo la mia collana, piglio la misura del vestito che
    col tuo voglio fare a Sancina,  e mi rido di  loro.  Ho  mandato  alla
    signora  Duchessa  qualche  ghianda:  avrei  voluto che fossero d'oro.
    Mandami qualche filo di perle, se in quest'isola se ne trovano.
    Le novit del nostro villaggio sono che la Berruca ha maritato la  sua
    figliola  con  uno scalzacane di pittore che  venuto quaggi a vedere
    se trovava qualche cosa da fare. Il municipio gli dette la commissione
    di dipingere lo stemma reale sulla porta del palazzo  del  Comune,  ed
    egli  chiese  due ducati che gli furono pagati in anticipo.  Ci lavor
    otto giorni e non fu buono di concludere nulla: disse che lui  non  se
    la  sentiva  di  dipingere simili buggerate,  e restitu il denaro.  E
    nonostante si  ammogliato per la fama  che  aveva  d'essere  un  gran
    pittore. Vero  che ha gi lasciato il pennello e presa la zappa, e va
    a lavorare nei campi come un signore.
    Il figliolo di Pietro Lupo ha preso gli ordini minori con l'intenzione
    di farsi prete.  L'ha saputo Menicuccia, la nipote di Menico Silvano e
    lo ha citato in tribunale perch le aveva promesso di  sposarla;  anzi
    le  cattive lingue voglion dire che  stata incinta di lui,  ma lui lo
    nega a spada tratta.
    Quest'anno olive non ce n' state e non si trova una goccia d'aceto in
    tutti questi paraggi. E' passata di qui una compagnia di soldati, e si
    son portate dietro tre ragazze del paese.  Non voglio dirti chi  sono,
    perch  forse  torneranno  e  non mancher chi le pigli,  buone o poco
    buone,  come sono.  Sancina fa dei merletti  da  reticelle:  guadagna,
    tolte  le spese,  otto maravedis al giorno,  che mette nel salvadanaro
    per farsi il corredo;  ma ora che  figlia  d'un  governatore,  tu  le
    darai  la  dote  senza che lei debba faticare a metterla da parte.  In
    piazza s' seccata la fontana; un fulmine  caduto sulla forca,  e Dio
    faccia che succeda altrettanto a quante ce n'.
    Aspetto la risposta a questa lettera e la tua decisione sulla mia idea
    d'andare alla capitale. E con questo ti saluto augurandoti lunga vita,
    pi  lunga,  o  almeno  altrettanto lunga,  quanto la mia,  perch non
    vorrei lasciarti senza di me in questo mondo. Tua moglie
    TERESA PANZA.

    Alle due lettere fu fatta gran festa: si rise, si lod,  si ammir;  e
    per  mettere  il  colmo giunse anche il corriere che portava quella di
    Sancio a Don Chisciotte.  Anche questa fu letta pubblicamente  e  fece
    rimanere tutti molto incerti se il governatore fosse proprio un gonzo.
    La  Duchessa  poi si ritir in disparte per sentire dal paggio ci che
    gli era successo nel paese di Sancio,  e il paggio glielo raccont per
    filo e per segno senza lasciare il minimo particolare; le consegn poi
    le  ghiande  e una forma di cacio che Teresa gli aveva dato dicendogli
    che era molto buono,  superiore a  quelli  di  Tronchon.  La  Duchessa
    l'accett con molto piacere, col quale la lasceremo, per raccontare la
    fine  che  ebbe il governo del gran Sancio Panza,  fiore e specchio di
    tutti i governatori d'isole.

    CAPITOLO 53.
    Travagliata fine e conclusione del governo di Sancio Panza.

    Credere che in questo mondo le cose debbano sempre rimanere ferme  in
    un punto  credere l'impossibile.  Anzi,  sembra che tutto vi si muova
    in circolo:  alla  primavera  segue  l'estate,  all'estate  l'autunno,
    all'autunno  l'inverno  e  poi di nuovo la primavera;  e cos il tempo
    scorre con questa continua ruota.  Soltanto la vita umana corre al suo
    fine  pi  veloce  del  tempo,  senza  speranza di rinnovamento se non
    nell'altra vita che non ha limiti. Questo dice Cide Hamete,  filosofo
    maomettano  perch  molti,  anche  senza lume di fede ma col solo lume
    dell'intelligenza naturale,  hanno inteso la  fugacit  e  instabilit
    della  vita  presente e la durata di quella eterna che si aspetta.  Ma
    qui il nostro autore parla cos a proposito della rapidit con cui  il
    governo  di Sancio fin,  si consum,  si disfece,  si dilegu come in
    ombra e fumo.
    Era dunque la settima notte del suo governo.  Sancio  se  ne  stava  a
    letto sazio,  non gi di pane e di vino, ma d'emanar sentenze, di dare
    giudizi e pareri,  di compilare statuti e d'emettere ordinanze;  e  il
    sonno,  a  dispetto  della fame,  cominciava a chiudergli le palpebre,
    quando si ud tutto a un tratto un fracasso cos grande di  campane  e
    di grida,  che pareva il finimondo. Egli si alz a sedere sul letto, e
    stette cogli orecchi tesi per vedere se si raccapezzava quale  potesse
    essere  la  causa  di tutto quel frastuono,  ma non gli riusc.  Anzi,
    sentendo che al rumore delle grida e delle campane s'aggiungeva quello
    d'innumerevoli trombe e tamburi,  rimase pi che mai confuso  e  pieno
    d'ansia e di spavento. Si lev, si infil le pantofole per non pigliar
    fresco ai piedi e,  senza mettersi nemmeno la veste da camera, and ad
    aprire l'uscio;  e vide venire  avanti  per  il  corridoio  pi  d'una
    ventina  di  persone  con  fiaccole  accese  e  le spade sguainate che
    gridavano a squarciagola:
    - All'armi!  All'armi,  signor governatore!  All'armi!  I nemici  sono
    penetrati  nell'isola  in gran numero,  e siamo perduti,  se la vostra
    abilit e il vostro valore non ci portano soccorso.
    Cos,  tra il fracasso,  la furia e la confusione arrivarono dinanzi a
    Sancio che,  sbalordito da quel che udiva e vedeva, se ne stava l pi
    morto che vivo. Allora uno del gruppo gli disse:
    - Presto! Si armi,  signor governatore,  se non vuole andare in rovina
    insieme con tutta l'isola .
    -  Armarmi?!  per  far  che cosa?  - rispose Sancio.  - E che ne so io
    d'armi e di soccorsi?  Queste faccende sar meglio  lasciarle  al  mio
    padrone  Don  Chisciotte,  che  in  due  battute lui le sbrigher e ci
    metter al sicuro;  ma io,  povero me,  non ci intendo nulla in queste
    baruffe.
    - Ah,  signor governatore!  - disse un altro. - Che lentezza  questa?
    Si armi, perbacco; ch noi qui le portiamo armi offensive e difensive.
    Si armi, ed esca in piazza e sia nostra guida e nostro capitano,  come
    le spetta di diritto essendo nostro governatore.
    - E allora armiamoci - disse Sancio.
    Subito  presero due scudi che avevano portati con s,  e glieli misero
    uno davanti e uno di dietro sopra alla camicia,  senza  altro  vestito
    addosso. Gli fecero passar le braccia attraverso a degli incavi che vi
    erano  stati praticati apposta in precedenza,  e lo legarono stretto e
    forte con delle cordicelle,  di modo  che  rimase  intavolato  e  come
    murato, diritto come un fuso, senza poter piegare le ginocchia n fare
    un  solo  passo.  Poi  gli  misero  in mano una lancia,  alla quale si
    appoggi per poter mantenersi in piedi. Quando l'ebbero conciato cos,
    gli dissero di andare avanti per guidarli e incoraggiarli, poich,  se
    egli  avesse  fatto  loro  da  bussola,  da faro e da stella,  le cose
    sarebbero andate certamente a finir bene.
    - Oh, povero me! Ma come devo fare a camminare? - rispose Sancio. - Se
    non posso nemmeno articolare i ginocchi,  tanto  mi  strizzano  queste
    tavole  che  m'avete inchiodato addosso?  Sapete quel che dovete fare?
    Pigliatemi in collo e mettetemi ritto o per traverso a un uscio,  e io
    lo difender col mio corpo e con questa lancia.
    -  Eh,  signor governatore - disse un altro - la paura  quella che le
    impedisce di camminare,  e non gi le tavole.  La faccia finita  e  si
    muova,  ch    tardi;  i  nemici  crescono,  le  grida aumentano e il
    pericolo incalza.
    Il povero governatore a questa  esortazione  e  a  questi  rimproveri,
    prov  a  muoversi,  ma  batt  un  tal  pattone sull'impiantito,  che
    credette d'essere andato in tritoli. Rimase come una testuggine dentro
    il guscio,  o come un coscio di porco fra due  salatoi,  o  una  barca
    arenata;  ma neanche quando lo videro cascare,  quei burloni ne ebbero
    alcuna compassione;  anzi spensero le torce e ricominciarono a gridare
    pi forte di prima, a chiamare all'armi, a passare e ripassare in gran
    furia  su  di  lui,  tirando  tante  di quelle sciabolate sopra i suoi
    scudi,  che se  non  vi  si  fosse  tutto  appiattato  e  rimpiattato,
    ritirando  dentro  anche  la  testa,  era finita per il povero Sancio.
    Chiuso in quella scatola,  sudava a catinelle,  e di  tutto  cuore  si
    raccomandava  a  Dio  che  lo  salvasse  da  quel pericolo.  Alcuni ci
    inciampavano,  altri gli cascavano addosso,  e ce ne fu uno che  a  un
    certo punto gli mont sopra, e di l, come da un posto d'osservazione,
    dava i comandi all'esercito, urlando:
    -  Di  qui  i nostri,  ch da questa parte i nemici premono pi forte.
    Attenzione a quella postierla!  Si chiuda quella  porta!  Si  sbarrino
    quelle  scale!  Si  portino le bombe incendiarie e pece,  e resina,  e
    caldaie  d'olio  bollente,   si  alzino  nelle  strade  barricate   di
    materasse!
    Insomma  elencava  con  grande  zelo  tutti gli attrezzi,  strumenti e
    macchine da  guerra  con  cui  si  suol  difendere  una  citt  contro
    l'assalto. Sancio, tutto pesto, sentiva, sopportava ogni cosa e diceva
    tra s:
    Oh,  se il Signore nella sua bont volesse permettere che i nemici si
    impadronissero dell'isola,  e  che  io  o  rimanessi  ucciso  o  fossi
    liberato da questa tortura!.
    Il cielo esaud la sua preghiera,  e quando meno se l'aspettava, sent
    delle voci che gridavano:
    - Vittoria!  Vittoria!  I nemici  sono  in  piena  rotta.  Su,  signor
    governatore,  si alzi e venga a godere della vittoria, e a dividere le
    spoglie che si son  tolte  al  nemico,  grazie  al  valore  di  questo
    invincibile braccio.
    - Rialzatemi voialtri - disse con voce dolente l'indolenzito Sancio.
    E allora l'aiutarono a rizzarsi, ed egli appena fu in piedi, disse:
    -  Che  accechi  se  il  nemico  io l'ho vinto!  E non voglio spartire
    spoglie di nemici;  supplico solamente qualche amico,  se pure ce n'ho
    qualcuno,  che mi dia un sorso di vino,  perch ho il fuoco in gola, e
    che mi asciughi questo sudore, perch vado tutto in acqua.
    Allora lo asciugarono, gli portarono il vino,  sciolsero gli scudi,  e
    lo misero a sedere sul letto,  ma l,  per la paura, l'agitazione e la
    fatica, svenne.
    Gi cominciavano tutti a  sentir  rimorso  di  avergliela  fatta  cos
    grossa,  ma  Sancio,  ritornando in s,  calm la pena che aveva fatto
    loro il suo svenimento.  Egli domand  che  ore  erano,  ed  essi  gli
    risposero che cominciava a farsi giorno. Egli non replic e, senza dir
    pi una parola, cominci a vestirsi conservando sempre il pi assoluto
    silenzio.  Tutti  lo  guardavano  e  stavano ad aspettare dove sarebbe
    andata a finire la fretta con  cui  si  vestiva.  Finalmente  fin  di
    vestirsi,  e  pian  piano,  perch  era  tutto una doglia e non poteva
    camminare svelto, discese nella stalla, dove lo seguirono tutti quelli
    che erano stati presenti alla scena.  L egli and diretto  all'asino,
    l'abbracci,  gli dette un bacio in fronte e con le lacrime agli occhi
    gli disse:
    - Venite qua voi,  compagno mio,  amico  mio,  consolazione  dei  miei
    travagli e delle mie miserie! Quando si viveva insieme, e io non avevo
    altri  pensieri  che  quello  di  raccomodare  i vostri finimenti e di
    riempire il vostro corpiciattolo,  le mie ore,  i miei giorni,  i miei
    anni  passavano  felici;  ma da quando vi ho lasciato per salire sulle
    torri  dell'ambizione  e  della  superbia,   mi  sono  entrate  dentro
    all'anima mille miserie, mille smanie e diecimila inquietudini.
    E mentre diceva cos,  bardava il suo asino: tutti gli altri tacevano.
    Quando l'ebbe bardato, vi mont sopra con grande sforzo e gran pena, e
    dirigendosi al maggiordomo, al segretario,  al dispensiere,  al dottor
    Rezio e ad altri molti l presenti, disse:
    -  Fatemi  largo,  signori miei,  e lasciatemi tornare alla mia antica
    libert: lasciatemi andare  a  ricercare  la  mia  vita  passata,  per
    resuscitare  da  questa  morte presente.  Io non sono nato per fare il
    governatore n per difendere isole e citt assalite dai nemici. Io son
    pi adatto per arare, zappare, potare e propagginare le viti,  che per
    far leggi e difendere province e regni.  San Pietro sta bene a Roma: e
    con questo voglio dire che ognuno deve fare  il  mestiere  per  cui  
    nato.  A  me  mi  sta  meglio  in  mano  una  falce che uno scettro da
    governatore;  preferisco empirmi di panzanella che star soggetto  alle
    piccinerie  d'un  medico  impertinente  che  mi  fa  morir di fame;  e
    preferisco mettermi all'ombra di una quercia nell'estate, e insaccarmi
    in un  giubbone  di  pelle  nell'inverno  ma  in  piena  libert,  che
    distendermi  coi pensieri del governo in lenzuoli di tela d'Olanda,  e
    vestirmi di martora e "zipillino".  Addio,  dunque,  signori  miei;  e
    dicano al Duca, mio signore, che nudo mi trovo e nudo son nato: non ho
    perduto n guadagnato. Voglio dire che sono venuto al governo senza un
    soldo  e  senza  un  soldo me ne vado,  tutto al contrario di come son
    soliti andarsene i governatori delle altre isole.  Si scostino dunque,
    per  favore  e  mi  lascino andare a medicarmi,  ch credo di avere le
    costole tutte rotte,  grazie  ai  nemici  che  stanotte  mi  ci  hanno
    passeggiato sopra.
    - No, signor governatore - disse il dottor Rezio - non faccia cos. Io
    le  dar  una  pozione  contro  le cascate e le percosse,  che la far
    tornare nuovo in un attimo;  e  quanto  all'affare  del  mangiare,  le
    prometto di emendarmi, lasciandola mangiare in abbondanza tutto quello
    che vuole.
    - Tardi tu pigoli!  - rispose Sancio.  - Mi farei pi volentieri turco
    che rimanere qui. Due volte neanche l'asino ci casca. Ho pi voglia di
    volare al cielo senza ali,  che d'accettare questo o un altro governo,
    anche  se me l'offrissero su un piatto d'argento.  Io sono della razza
    dei Panza,  che sono tutti testardi,  e quando  hanno  detto  forbici,
    forbici  fino  in  fondo  ad  onta del mondo intero.  Lascio in questa
    stalla le ali di formica che mi levarono per aria perch i  rondoni  e
    gli  altri uccelli mi mangiassero,  e torno a camminar terra terra coi
    miei piedi,  che anche se non potranno andare in stivaletti  traforati
    di  cordovano  per  lo  meno  un  paio di scarpe di corda ce l'avranno
    sempre da mettersi. Pari con pari bene sta e dura; nessuno distenda la
    gamba pi di quanto  lungo il lenzuolo;  e  mi  lascino  andare,  ch
    altrimenti faccio tardi.
    -  Signor governatore - disse il maggiordomo - noi la lasceremmo anche
    partire,  sebbene ci dispiaccia infinitamente di perderla,  perch  il
    suo  ingegno  e  il  suo  cristiano  modo  di  procedere ci lasceranno
    perpetuo desiderio di lei; ma l'uso vuole che ogni governatore,  prima
    d'andarsene  dal  luogo  dove  ha  governato,  debba  sottoporsi  a un
    rendiconto.  Lei dunque renda conto dei dieci giorni che ha durato  il
    suo governo, e poi vada pure.
    -  Nessuno  me  lo  pu  chiedere  -  rispose  Sancio - tranne che non
    l'ordini il Duca, mio signore.  Ora io vado a trovarlo,  e gli far un
    rendiconto in quattro e quattr'otto.  Siccome vado via di qui senza un
    soldo, questa  la prova pi evidente che ho governato come un angelo.
    - Per Dio! - esclam il dottor Rezio.  - Il gran Sancio ha ragione.  E
    io  sono  del  parere  di lasciarlo andare,  perch il Duca sar molto
    contento di rivederlo.
    Tutti ne convennero e  lo  lasciarono  andare,  dopo  avergli  offerto
    d'accompagnarlo  e tutto quello che potesse abbisognargli per s e per
    le necessit del viaggio. Sancio disse che gli bastava un po' di biada
    per il ciuco e un mezzo pane con un pezzo di cacio per s;  perch  il
    viaggio era cos corto,  che non c'era bisogno di maggiori n migliori
    provviste. Tutti l'abbracciarono, ed egli piangendo abbracci tutti, e
    li  lasci  ammirati  tanto  dei  suoi  discorsi,   quanto  della  sua
    determinazione cos risoluta e cos saggia.

    CAPITOLO 54.
    Che tratta di cose riguardanti questa storia e non altre.

    Il  Duca  e  la  Duchessa  decisero di mandare avanti la sfida che Don
    Chisciotte aveva fatto al loro vassallo per la causa che s' gi detta
    e  siccome  il  giovanotto,  per  non  pigliarsi  come  suocera  Donna
    Rodriguez,  era  scappato in Fiandra,  stabilirono di far comparire al
    suo posto un lacch guascone  che  si  chiamava  Tosilo,  indettandolo
    prima  molto  bene  di tutto quel che doveva fare.  Due giorni dopo il
    Duca disse a Don Chisciotte che il suo avversario sarebbe venuto di l
    a quattro giorni,  e  si  sarebbe  presentato  in  campo  armato  come
    cavaliere,  sostenendo che la donzella mentiva per met della barba, e
    anche per la barba intera,  se  affermava  che  egli  le  avesse  data
    promessa  di  matrimonio.  Don  Chisciotte  ricevette tali notizie con
    molto piacere,  e si prefisse di far meraviglie in questa circostanza.
    Anzi,   ritenne   una   gran  fortuna  che  gli  si  fosse  presentata
    un'occasione per far vedere a quei signori fin dove giungeva il valore
    del suo poderoso braccio; e perci con grande agitazione e contentezza
    aspettava che passassero i quattro giorni,  che alla stregua della sua
    impazienza  diventavano quattrocento secoli.  Lasciamoli passare (come
    lasciamo passare tante altre cose) e andiamo  ad  accompagnare  Sancio
    che,  mezzo allegro e mezzo triste, veniva sul suo ciuco a raggiungere
    il padrone,  la cui compagnia  gli  piaceva  ormai  pi  che  l'essere
    governatore di tutte le isole di questo mondo.
    Non  s'era molto dilungato dall'isola del suo governo (perch egli non
    si era mai curato  di  verificare  se  era  un'isola,  una  citt,  un
    villaggio  o un borgo quello che governava) quando sulla strada stessa
    che faceva lui, vide venirsi incontro sei pellegrini coi loro bordoni,
    di  quei  pellegrini  che  chiedono  l'elemosina  cantando;  i  quali,
    arrivatigli  dinanzi,  fecero  ala  e  alzando  tutti  insieme la voce
    cominciarono a cantare nella loro lingua qualche cosa  di  cui  Sancio
    non  riusc a intendere chiaramente che la parola "elemosina".  Allora
    cap che col loro canto chiedevano l'elemosina,  e siccome,  dice Cide
    Hamete,  era  molto  caritatevole,  tir fuori dalle sue bisacce mezzo
    pane e mezzo cacio di quello che aveva e glielo  dette,  facendo  loro
    capire coi gesti che non aveva altro da dargli.  Essi lo presero molto
    volentieri e dissero:
    - Ghelte! Ghelte!
    - Non capisco - rispose Sancio - quel che mi chiedete, buona gente.
    Allora uno di loro cav una borsa di seno e la fece vedere  a  Sancio,
    il quale da questo comprese che volevano denari, ma lui, mettendosi il
    pollice  sulla gola e stendendo in su la mano fece loro capire che non
    aveva il becco d'un quattrino: e date due spunzonate  al  ciuco  pass
    attraverso  al  gruppetto.  Ma  mentre passava uno di loro dopo averlo
    guardato con molta attenzione,  gli si accost e l'abbracci  a  mezza
    vita; poi con voce alta e molto castigliana gli disse:
    -  Dio benedetto!  Che vedo dunque?  E' mai possibile che tenga fra le
    mie braccia il mio caro amico, il mio buon compagno Sancio Panza?  S,
     lui di certo, perch non dormo n sono ubriaco.
    Sancio  rimase  stupito a sentirsi chiamare col suo nome e abbracciare
    da quel  pellegrino  straniero,  e  dopo  averlo  guardato  con  molta
    attenzione senza dire una parola, non lo pot riconoscere; e allora il
    pellegrino, vedendo la sua incertezza, gli disse:
    -  Come   possibile,  Sancio,  che tu non riconosca il tuo compaesano
    Ricote, il moresco che teneva bottega al tuo paese?
    Allora  Sancio  lo  guard  con  maggiore  attenzione  e  cominci   a
    raffigurarlo, finch finalmente lo riconobbe del tutto, e allora senza
    scendere dall'asino gli gett le braccia al collo e gli disse:
    -  Chi  diavolo  ti  poteva riconoscere,  Ricote,  in questo arnese da
    mascherotto che hai addosso?  Ma dimmi un po': com' che ti sei  fatto
    pellegrino e con che coraggio t'arrischi a tornare in Spagna, dove, se
    ti pigliano e ti riconoscono, ti pu andar male?
    - Se non mi denunci tu, Sancio - rispose il pellegrino - io son sicuro
    del fatto mio: chi vuoi che mi riconosca vestito cos? Ma tiriamoci un
    po'  da  parte  laggi  in  quell'albereta,  dove  vogliono mangiare e
    riposare i miei compagni,  e l tu mangerai un boccone con  loro,  che
    son  molto  buona  gente;  e io ti racconter quel che m' successo da
    quando partii dal nostro paese per obbedire al bando  di  Sua  Maest,
    che  minacciava,  come  sai,  con  gran  rigore  tutti noi disgraziati
    moreschi.
    Sancio accett,  e avendo Ricote parlato di lui agli altri pellegrini,
    se  ne  andarono  tutti nell'albereta che si scorgeva di l,  ma assai
    lontano dalla strada maestra.  Gettarono in un mucchio i  bordoni,  si
    levarono le mozzette e le schiavine, e rimasero in maniche di camicia.
    Erano  tutti  giovani  e di bella apparenza,  tranne Ricote che era un
    pezzo avanti coll'et. Tutti avevano delle bisacce,  e a quanto poi si
    vide, tutte ben provviste, per lo meno di cose piccanti, di quelle che
    fanno venir sete da lontano un miglio. Si distesero in terra e facendo
    tovaglia dell'erba,  vi posero sopra pane, sale, coltelli, noci, fette
    di cacio e ossi di prosciutto,  sui quali,  se non c'era pi nulla  da
    mangiare,  c'era  tuttavia  rimasto  abbastanza da succiare.  Tirarono
    fuori anche certa roba nera,  che si chiama,  dicono,  caviale,  che 
    fatta  d'uova  di  pesce  e mette una gran voglia di dar dei baci alle
    bottiglie. Non mancarono le olive, sebbene secche e senza salamoia, ma
    tuttavia saporite e gustose.  Ma quel che pi campeggi nel  campo  di
    quel  banchetto  furono sei borracce di vino,  perch ciascuno ne tir
    fuori una dalla bisaccia;  e anche il bravo  Ricote,  che  da  moresco
    s'era  trasformato  in  tedesco,  tir  fuori  la  sua,  che  quanto a
    grandezza poteva ben competere con le  altre  cinque.  Cominciarono  a
    mangiare  con  grandissimo gusto e molto lentamente,  assaporando ogni
    boccone,  che prendevano con la punta del coltello,  ma pochino d'ogni
    cosa;  poi,  tutti  a  un  tempo  alzarono  in  aria le braccia con le
    borracce capovolte con la bocca in gi nella loro bocca,  e gli  occhi
    inchiodati in cielo,  come se vi pigliassero la mira.  In questo modo,
    dimenando  il  capo  di  qua  e  di  l  come  per  indicare  la  loro
    soddisfazione,  stettero  un  bel  pezzo a travasare nel loro buzzo il
    contenuto delle fiasche. Sancio guardava,  n a tal vista inorridia;
    anzi, per andar d'accordo col proverbio che egli conosceva molto bene:
    in paradiso coi santi e in taverna coi ghiottoni, chiese a Ricote la
    fiasca  e  prese  anche  lui  la  mira  come gli altri e con non minor
    piacere di loro.
    Quattro volte le borracce si lasciaron levare in aria,  ma  la  quinta
    non  fu possibile,  perch ormai erano pi asciutte e pi secche della
    stipa;  e questa scoperta fece appassire l'allegria  che  fino  allora
    avevano  dimostrato.  Di quando in quando qualcuno stringeva la mano a
    Sancio e diceva: "Espagnolo i  todesco  todo  uno:  bon  compagno";  e
    Sancio  rispondeva:  "Bon compagno giuradd!" e dava in una risata che
    durava un'ora,  senza pi ricordare nulla di quanto gli  era  successo
    durante  il  governo,  perch  quando si mangia e si beve,  i pensieri
    vanno via.  Finalmente  finito  il  vino,  cominci  il  sonno,  e  si
    addormentarono  tutti  l  su  quella  stessa  erba che aveva fatto da
    tavola e da tovaglia. Soltanto Ricote e Sancio rimasero svegli, perch
    avevano mangiato di pi e bevuto di meno degli  altri;  e  fattisi  in
    disparte,  si  sedettero  a  pi  d'un faggio,  lasciando i pellegrini
    sepolti nel loro dolce sonno. Qui Ricote,  senza che mai gli scappasse
    una  parola nella sua lingua moresca,  ma parlando anzi un castigliano
    purissimo, gli tenne il seguente discorso:
    -  Tu  ricorderai  benissimo,  caro  il  mio  Sancio,  come  il  bando
    pubblicato  da  Sua  Maest  contro i miei connazionali,  mise a tutti
    noialtri il pi grande spavento.  O per lo meno a me tanto me ne mise,
    che  mi  parve,  anche  prima  del  termine  che  ci  era concesso per
    andarcene dalla Spagna,  che la pena fosse gi stata eseguita in tutto
    il suo rigore sulla mia persona e su quella dei miei figlioli.  E come
    uno che sapendo di dover lasciare per un dato  termine  la  casa  dove
    abita,  se  ne cerca un'altra dove trasferirsi,  stabilii di andarmene
    via io solo senza la famiglia dal nostro  villaggio,  e  di  andare  a
    cercare un posto dove portarla poi con comodo,  senza la furia con cui
    andarono via gli altri.  Perch io capii bene,  e lo capirono tutti  i
    nostri  pi  vecchi,  che quei bandi non erano semplici minacce,  come
    qualcuno diceva, ma leggi, vere leggi che a suo tempo sarebbero andate
    in vigore.  E tanto pi  ne  ero  convinto,  in  quanto  conoscevo  le
    intenzioni dei nostri,  cos disastrose e pazzesche da far credere che
    fosse proprio un'ispirazione divina quella  che  mosse  Sua  Maest  a
    mettere  ad effetto un provvedimento cos energico.  Certo,  non tutti
    eravamo colpevoli,  perch anzi alcuni erano  proprio  sinceramente  e
    veramente  cristiani;  ma  erano  tanto  pochi  che  non  si  potevano
    contrapporre agli altri,  e quindi non era bene scaldarsi la serpe  in
    seno, tenendo i nemici dentro casa. Fummo dunque giustamente castigati
    tutti  con la pena dell'esilio,  pena leggera e mite al dire d'alcuni,
    ma secondo noi la pi terribile che ci si potesse infliggere. Dovunque
    ora noi ci si trovi,  non si fa che rimpiangere la Spagna!  In fin dei
    conti ci siamo nati,  ed  la nostra patria naturale.  E poi in nessun
    posto  troviamo  l'accoglienza  che  vorremmo  trovare  nella   nostra
    disgrazia;  e  in  Berberia  e in tutte le parti dell'Africa,  dove si
    sperava di essere bene accolti e ben trattati,   proprio l  dove  ci
    offendono  e  ci  maltrattano  di pi.  Non abbiamo conosciuto il bene
    altro che dopo averlo perduto;  ed  tanto il  desiderio  che  abbiamo
    quasi tutti di tornare in Spagna,  che la pi parte di coloro,  e sono
    molti,  che come me ne conoscono la lingua,  vi ritornano abbandonando
    la  moglie  e i figlioli,  tanto  grande l'amore che hanno per questo
    paese.  E ora conosco e provo quel che suol dirsi,  e cio che dolce 
    l'amor della patria.  Partii dunque,  come ho detto, dal nostro paese,
    andai in Francia, e sebbene l non ci accogliessero punto bene,  volli
    vederla tutta.  Passai in Italia,  poi in Germania, e qui mi parve che
    si potesse vivere con una  certa  libert,  perch  gli  abitanti  non
    guardano  tanto per il sottile;  ognuno vive come vuole,  perch nella
    maggior parte del paese si vive con libert di coscienza.  Ho preso  a
    fitto  laggi,  in un paese vicino ad Augusta una casa;  e poi mi sono
    accompagnato con questi pellegrini, che son soliti venire nella Spagna
    tutti gli anni in gran quantit per visitare i santuari,  che sono per
    loro  altrettante  Indie,  tanto  sono  sicuri  di  farci degli ottimi
    affari. La percorrono quasi tutta,  e non c' paese di dove non escano
    dopo  aver  ben  mangiato  e ben bevuto e con un reale in tasca per lo
    meno. Cos alla fine del viaggio tornano a casa con pi di cento scudi
    d'avanzo,  che barattano in oro e nascondono o nell'interno  dei  loro
    bordoni  o  nelle  toppe  delle  schiavine  o  in  qualche  altro modo
    furbesco, per poterli portar fuori del regno,  e se ne tornano cos ai
    loro  paesi  nonostante  le  guardie dei posti di confine e dei porti,
    dove sono perquisiti. Ora, caro Sancio,  la mia intenzione  di andare
    a  riprendere un tesoro che lasciai sotterrato,  e lo potr fare senza
    pericolo perch  fuori del paese;  poi da Valenza scriver o andr ad
    Algeri,  dove so che sono mia moglie e la mia figliola,  e cercher il
    modo di condurle in qualche porto della Francia e di l  in  Germania,
    dove ci fermeremo rimettendo la nostra sorte futura nelle mani di Dio.
    Perch  in  sostanza,  caro  Sancio,  io  so  di  certo che Ricota mia
    figliola e Francesca Ricota mia moglie sono  cristiane  cattoliche;  e
    sebbene  io  non  lo sia altrettanto,  tuttavia sono pi cristiano che
    maomettano,   e  prego  sempre   Iddio   che   mi   apra   gli   occhi
    dell'intelligenza  e mi faccia conoscere come debbo servirlo.  Ma quel
    che non riesco a capire  come mai  mia  moglie  e  mia  figlia  siano
    andate  piuttosto  in  Berberia  che in Francia,  dove almeno potevano
    seguitare vivere da cristiane.
    - Ma bada - rispose Sancio - questo non dipese da  loro.  Fu  Giovanni
    Tyopeo,  il  fratello di tua moglie,  che le port via,  e siccome lui
    deve esser rimasto fedele alla sua religione,  and dove  credette  di
    star  meglio.  Ti  voglio dire anche che ho paura che tu vada invano a
    cercare quel che hai lasciato sottoterra, perch si ebbero notizie che
    a tuo cognato e a tua moglie sequestrarono molte perle e molto  denaro
    in oro che s'erano portati dietro.
    -  Questo  pu  essere  -  replic  Ricote  -  ma  io  so  che  il mio
    nascondiglio non lo possono avere toccato,  perch io neanche  a  loro
    avevo detto dov'era,  avendo paura di qualche disgrazia. Quindi se tu,
    caro Sancio, vuoi venire con me e aiutarmi a dissotterrarlo e portarlo
    via, ti dar duecento scudi,  che ti faranno molto comodo.  Fra noi ci
    si conosce, e io so bene che il bisogno non ti manca.
    - T'aiuterei volentieri - rispose Sancio - ma,  vedi, il danaro non mi
    fa gola, perch se fossi stato avido di denaro,  non mi sarei lasciato
    proprio  stamani  scappar  di  mano  un  ufficio  con cui avrei potuto
    intonacare d'oro le pareti della mia casa,  e  in  meno  di  sei  mesi
    mangiare in piatti d'argento. Quindi un po' per questo e poi perch mi
    parrebbe un tradimento contro il re dare aiuto ai suoi nemici,  io non
    verrei con te nemmeno se invece di promettermi duecento scudi,  tu  me
    ne anticipassi qui subito quattrocento .
    - E che ufficio  quello che hai lasciato Sancio? - domand Ricote.
    -  Ho lasciato l'ufficio di governatore d'una isola - rispose Sancio -
    un'isola,  caro mio,  che non se ne trova una eguale nel raggio di tre
    leghe.
    - E dov' quest'isola?
    - Dove? A due leghe da qui, e si chiama l'isola di Baratteria.
    -  Sta'  zitto,  Sancio,  sta' zitto.  Le isole son dentro il mare: in
    terraferma non ci sono isole.
    - Come no?! - replic Sancio. - Ma se ti dico, caro il mio Ricote, che
    stamattina son venuto via di l,  e ieri ero ancora l che governavo a
    mio  piacere  come  un sagittario;  ma tuttavia l'ho lasciata,  perch
    l'ufficio di governatore mi pare pericoloso.
    - E che ci hai guadagnato?
    - Ci ho guadagnato questo:  che  ho  capito  di  non  essere  buono  a
    governare  altro che dei branchi di bestie,  e che le ricchezze che si
    guadagnano in tali uffici si guadagnano a scapito  della  quiete,  del
    sonno  e anche del mangiare.  Perch nelle isole i governatori debbono
    mangiar poco,  specialmente se hanno alle costole un medico incaricato
    di badare alla loro salute.
    -  Io  non  ti  capisco,  Sancio,  ma  mi pare che tu dica un monte di
    sciocchezze. Chi mai ti doveva dare delle isole da governare a te? Non
    c'era  proprio  nessuno  al  mondo  pi  abile  di  te  per  fare   il
    governatore?  Sta' zitto,  Sancio,  sta' zitto; smetti di vaneggiare e
    piuttosto ripensaci: se vuoi  venire  con  me,  come  t'ho  detto,  ad
    aiutarmi  a dissotterrare il tesoro che ho lasciato nascosto (e si pu
    chiamare tesoro davvero,  perch  una grossa somma) io ti dar di che
    vivere, come t'ho promesso.
    - Caro Ricote, te l'ho gi detto: non ne voglio sapere. Contentati che
    io  non  ti denuncer,  va' per la tua strada e lasciami andare per la
    mia;  ch i guadagni onesti vanno spesso al diavolo,  i  disonesti  ci
    portano anche chi li fa.
    - Non voglio insistere, Sancio - disse Ricote - ma dimmi un po': c'eri
    tu in paese quando partirono mia moglie, mia figlia e il mio cognato?
    -  S,  c'ero  - rispose Sancio - e ti so dire che tua figlia era cos
    bella,  che uscirono fuori a vederla quanta gente c'era  in  paese,  e
    tutti  dicevano  che  era la pi bella creatura del mondo.  Piangeva e
    abbracciava tutte le sue amiche e conoscenti,  e a quanti  venivano  a
    vederla,  chiedeva  che  la  raccomandassero  a Dio e alla Madonna sua
    madre; e questo diceva con tanto sentimento che a me mi fece piangere,
    e s che non sono tanto piagnucolone.  Ci furono  molti  che  volevano
    nasconderla o rapirla durante il viaggio, ma la paura di andare contro
    il  decreto  del  re  li  distolse da quel proposito.  Pi di tutti si
    mostr appassionato Don Pietro Gregorio,  quel giovanotto molto  ricco
    che  tu  conosci,  che  dicono che le voleva molto bene e dacch lei 
    partita, non s' pi visto nel nostro paese, e tutti si credeva che le
    fosse andato dietro per rapirla, ma finora non se n' saputo nulla.
    - L'ho sempre avuto io questo sospetto  -  disse  Ricote  -  che  quel
    cavaliere amasse mia figlia,  ma non mi ha dato mai pensiero il sapere
    che le voleva bene,  perch son sicuro di Ricota.  Avrai sentito  dire
    anche  tu che tra moresche e cristiani poche o punte sono sempre state
    le relazioni amorose, e la mia figliola, che a mio parere badava pi a
    essere cristiana che a fare all'amore,  non  si  doveva  curare  molto
    della passione di questo facoltoso giovanotto.
    -  Dio  lo voglia - replic Sancio - che sarebbe bene per tutti e due;
    ma lasciami partire,  amico Ricote,  ch stasera voglio arrivare dov'
    il mio padrone, il signor Don Chisciotte.
    - Dio t'accompagni,  caro Sancio;  i miei compagni si svegliano,  ed 
    tempo che anche noi si prosegua il nostro cammino.
    Cos dicendo i due amici  si  abbracciarono:  Sancio  risal  sul  suo
    ciuco, Ricote si appoggi al suo bordone, e si separarono.

    CAPITOLO 55.
    Ci che successe a Sancio durante il viaggio, e altri fatti di cui mai
    si videro i maggiori.

    La  fermata a chiacchierare con Ricote non permise a Sancio d'arrivare
    quella sera al castello del Duca,  sebbene giungesse a una mezza  lega
    di  distanza.  Qui  lo sorprese la notte;  una notte parecchio scura e
    rannuvolata, ma siccome era d'estate, non se ne preoccup gran che;  e
    quindi  usc  dalla  strada  maestra  con l'intenzione di aspettare la
    mattina in quei dintorni;  ma la  sua  maligna  sorte  volle  che  nel
    cercare   un  posto  dove  accomodarsi  meglio  che  fosse  possibile,
    cascarono tutti e due,  lui e il ciuco,  in un sotterraneo profondo  e
    completamente  buio,  che  si  trovava  fra rovine di antichi edifici.
    Mentre cadeva, si raccomand a Dio con tutto il cuore, perch credette
    che non si sarebbe fermato pi fino in fondo  all'abisso;  ma  non  fu
    cos,  perch  a poco pi di tre uomini d'altezza l'asino tocc fondo,
    ed egli vi rimase sopra senza farsi alcun male.  Si  tast  tutto  ben
    bene,  e  tenne  il  fiato  per  vedere se era sano o se aveva qualche
    occhiello in qualche posto;  e quando si fu rassicurato completamente,
    non  finiva  pi  di ringraziare il Signore della grazia che gli aveva
    fatto,  perch aveva proprio creduto d'essersi fracassato.  Tast pure
    con  le  mani  le pareti della caverna,  per vedere se fosse possibile
    uscirne senza l'aiuto di nessuno,  ma le trov  tutte  lisce  e  senza
    alcun appiglio.  Questo lo scoraggi molto,  e specialmente poi quando
    sent che il ciuco si lamentava in modo da far piet.  E non era  cosa
    strana, n la povera bestia si lamentava per vizio, perch davvero non
    era in troppo buone condizioni.
    - Ahim!  - disse allora Sancio Panza.  - Quanti impensati avvenimenti
    sogliono  accadere  a  ogni  passo  a  coloro  che  vivono  in  questo
    miserabile  mondo!  Chi  avrebbe detto che un uomo che ieri si trovava
    insediato governatore di un'isola a comandare i suoi servi  e  i  suoi
    vassalli,  si dovesse trovare oggi sepolto in una caverna,  senza aver
    nessuno,  ne servo n vassallo,  che accorra in suo  aiuto?  Bisogner
    morire di fame qui,  io e la mia bestia;  se pure non si morir prima,
    lui dal picchio  che  ha  battuto,  e  io  dalla  pena.  Almeno  fossi
    altrettanto  fortunato come il signor Don Chisciotte quando discese in
    fondo alla caverna dell'incantato Montesino! Lui trov,  laggi sotto,
    gente  che  lo  tratt meglio che a casa sua: si potrebbe proprio dire
    che vi capit a tavola apparecchiata e a letto rifatto.  E  vide  cose
    incantevoli,  mentre io qui probabilmente non vedr che rospi e serpi.
    Povero me,  dove sono andati a finire le mie pazzie e i miei capricci!
    Di  qui non caveranno che le mie ossa,  quando piacer al cielo che mi
    scoprano; monde, bianche, e corrose; e, insieme con le mie, quelle del
    mio caro ciuco, dalle quali forse si riuscir a capire chi siamo,  per
    lo  meno  da  quelli che ebbero notizia che mai Sancio Panza si divise
    dal suo ciuco, n il suo ciuco da Sancio Panza. Oh poveri noi!  poveri
    noi!  Perch non ha voluto la nostra triste sorte che si morisse nella
    nostra patria e fra i nostri,  dove anche se la nostra  disgrazia  non
    avesse  avuto  rimedio,  non  sarebbe  mancato  chi  ne  avrebbe avuta
    compassione e ci avrebbe serrati gli occhi nell'ora estrema del nostro
    trapasso!  O compagno e amico mio,  che cattiva ricompensa ti ho  dato
    dei tuoi buoni servizi! Perdonami, e prega la fortuna nel miglior modo
    che  sai,  perch ci tolga da questo miserabile travaglio in cui ci ha
    posti tutti e due,  e io ti prometto di metterti in capo una corona di
    lauro perch tu sembri un poeta laureato, e di darti doppia razione di
    biada.
    In  questo  modo si lamentava Sancio Panza,  e il suo ciuco lo stava a
    sentire senza rispondergli una parola,  tanto erano acuti gli  spasimi
    che  la  povera  bestia  provava.  Finalmente  dopo aver passata tutta
    quella notte in amari pianti e lamenti,  spunt il  giorno,  e  allora
    alla  chiara  luce  del sole Sancio vide che proprio era assolutamente
    impossibile uscire da quel pozzo senza essere aiutato;  e  cominci  a
    urlare,  per  vedere  se  qualcuno  lo  sentiva;  ma  era come dire al
    deserto;  perch in tutti quei dintorni non c'era nessuno che  potesse
    sentirlo  e  allora  si ritenne per morto.  L'asino era rimasto con la
    bocca all'ins,  ma Sancio tanto fece che riusc a  rizzarlo,  sebbene
    stesse  in  piedi  per  l'appunto;  e  levato  un  pezzo di pane dalle
    bisacce, le quali li avevano accompagnati nella caduta,  lo dette alla
    bestia,  che lo trov di suo gusto;  mentre Sancio gli diceva, come se
    avesse potuto intenderlo:
    - Anche i dolori col pane son minori.
    Ma in quel momento scorse in un angolo della caverna  un'apertura,  di
    dove  gli  parve che una persona,  chinandosi e stringendosi,  dovesse
    poter passare. Si avvicin,  vi si introdusse carponi,  e vide che pi
    in  l  era  larga  e  lunga;  e  pot vederlo perch da quello che si
    sarebbe potuto chiamare il tetto,  entrava un raggio di  sole  che  la
    rischiarava tutta.  Vide anche che finiva con lo slargarsi in un'altra
    spaziosa cavit;  e allora  torn  indietro  dove  aveva  lasciato  la
    bestia:  con  un  sasso  cominci  a  sgretolare la terra tutt'attorno
    all'orifizio, e in poco tempo fece una buca abbastanza larga perch il
    ciuco vi potesse passare, come infatti vi pass. Allora presolo per la
    cavezza cominci a girare per quella  grotta  per  vedere  se  trovava
    un'uscita da qualche altra parte;  e cos andava avanti quando al buio
    e quando all'oscuro, ma sempre con una paura birbona.
    - Dio benedetto!  - diceva fra s - questa che per me  una  sventura,
    per il mio padrone Don Chisciotte sarebbe un'avventura magnifica.  Lui
    piglierebbe queste caverne e queste tane per giardini  fioriti  e  per
    palazzi principeschi, e s'aspetterebbe di trovare, alla fine di questa
    buca stretta e buia,  una prateria smaltata di fiorellini!  Io invece,
    povero sventurato,  senza nessuno che mi dia un  consiglio  e  con  la
    paura che ho in corpo, ad ogni passo penso che tutto a un tratto mi si
    debba  spalancare  sotto  ai  piedi  un'altra  caverna pi profonda di
    questa,  e che mi debba inghiottire.  Benvenuta,  o disgrazia,  purch
    almeno tu venga sola!
    In  questa  maniera  e immerso in questi pensieri credeva d'aver fatto
    pi d'una mezza lega,  quando scopr un chiarore incerto che gli parve
    la luce del giorno penetrante da qualche apertura,  il che voleva dire
    che quella via,  che a lui pareva  quella  dell'altro  mondo,  portava
    all'aperto.
    Qui  lo lascia Cide Hamete,  e torna a parlare di Don Chisciotte,  che
    tutto contento aspettava il giorno fissato per la tenzone  che  doveva
    combattersi col ladro dell'onore della figlia di donna Rodriguez, alla
    quale  contava  di  vendicare  il torto e l'affronto che in ribaldesca
    guisa le avevano inflitto.  Ora dunque accadde che una mattina essendo
    Don  Chisciotte  uscito a cavallo per provarsi e prepararsi al cimento
    del giorno dopo, Ronzinante, lanciato a gran galoppo, arriv coi piedi
    cos vicino a una buca,  che se  il  padrone  non  gli  avesse  tirato
    fortemente le briglie,  ci sarebbe certamente cascato dentro.  Ma pot
    trattenerlo,  e il  cavallo  non  ci  cadde.  Allora  Don  Chisciotte,
    avvicinatosi  un  altro  po',  senza scendere da cavallo guard dentro
    quel profondo  crepaccio,  e  mentre  stava  cos  a  guardare,  sent
    dall'interno  venire  delle  grida,  e  ascoltando  attentamente  pot
    intendere che quello che gridava, diceva:
    - Ehi, di lass! Non c' nemmeno un cristiano che mi senta? Non c' un
    cavaliere  caritatevole  che  abbia  compassione   di   un   peccatore
    sotterrato vivo? Di un disgraziato governatore sgovernato?
    A  Don  Chisciotte parve proprio di udire la voce di Sancio Panza,  il
    che lo fece rimanere perplesso e stupefatto,  e gridando anche lui pi
    forte che pot, esclam:
    - Chi  di laggi che si lamenta?
    - Chi pu essere quaggi,  o chi deve lamentarsi? - fu risposto se non
    quello sventurato di Sancio Panza,  governatore per i suoi  peccati  e
    per  sua  mala ventura,  dell'isola di Baratteria,  e gi scudiero del
    famoso cavaliere Don Chisciotte della Mancia?
    Don Chisciotte,  quando sent questo,  trasecol,  e gli si accrebbe a
    due doppi lo stupore,  perch gli venne l'idea che Sancio fosse morto,
    e che la sua anima fosse l a far penitenza; per cui,  seguendo questa
    idea, disse:
    -  Io ti scongiuro,  per tutto quello che posso scongiurarti come buon
    cattolico,  che tu mi dica chi sei,  e se sei un'anima in pena,  dimmi
    quello  che  vuoi ch'io faccia per te.  Poich la mia professione  di
    favorire e soccorrere i necessitosi di questo mondo, io l'estender ad
    aiutare anche i necessitosi dell'altro che non possono aiutarsi da s.
    - Allora - fu risposto - chi  mi  parla  deve  essere  il  signor  Don
    Chisciotte  della  Mancia,  e  anche al tono della voce si sente che 
    lui.
    - S,  sono Don Chisciotte - replic Don Chisciotte - colui che  cerca
    di aiutare i vivi e i morti nelle loro necessit.  E tu chi sei che mi
    tieni cos con l'animo sospeso?  Perch,  se tu sei  il  mio  scudiero
    Sancio  Panza e sei morto,  purch i diavoli non t'abbiano portato con
    loro e per misericordia di Dio tu sia invece in purgatorio,  la nostra
    santa madre Chiesa ha suffragi bastanti a toglierti da codeste pene, e
    ci  penser  io  a  procurarteli,  per  quanto  me lo concedono le mie
    sostanze. E perci, ti ripeto, dimmi chi sei.
    - Sant'Iddio!  - fu risposto - io le giuro su quel che  vuole,  signor
    Don Chisciotte della Mancia, che io sono il suo scudiero Sancio Panza,
    e  che  non sono mai morto in vita mia,  ma avendo lasciato il governo
    per fatti e ragioni che a raccontarli ci vuole troppo,  ieri notte son
    precipitato in questa caverna,  dove mi trovo col mio ciuco, che potr
    dire se io dico la verit,  poich per maggior riprova eccolo qui  con
    me.
    E per di pi parve proprio che l'asino intendesse ci che Sancio aveva
    detto,  perch subito cominci a ragliare cos forte da far rimbombare
    tutta la caverna.
    - Testimone insospettabile!  - disse Don Chisciotte.  - Conosco questo
    raglio come se fosse mio, e sento la tua voce, caro Sancio. Aspettami,
    andr  al castello del Duca che  qui a quattro passi,  e mener gente
    che ti levi da questa grotta,  dove ti devono aver fatto cadere i tuoi
    peccati.
    - Vada, vada - disse Sancio - e torni presto per carit, che io non ci
    resisto pi a star qui sepolto vivo, e muoio dalla paura.
    Don  Chisciotte  lo  lasci,  e and al castello a raccontare ai Duchi
    quel che era successo a Sancio, ed essi ne rimasero non poco sorpresi,
    sebbene capirono subito che doveva essere cascato in qualche crepaccio
    d'una caverna che esisteva in quel punto  da  tempo  immemorabile;  ma
    quel che non potevano concepire era come mai Sancio avesse lasciato il
    governo senza che essi fossero stati avvisati del suo ritorno.  Subito
    furono portate delle corde,  e grazie all'opera di molta gente  e  con
    molta  fatica  finalmente  il  ciuco  e Sancio furono tratti da quelle
    tenebre alla luce del sole.
    Uno studente che si trovava l, disse:
    - In questo  modo  dovrebbero  uscire  dal  governo  tutti  i  cattivi
    governatori,   proprio   come   esce   questo   birbone  dal  profondo
    dell'abisso,  morto di fame,  pallido e,  a quel che credo,  senza  un
    soldo in tasca.
    Lo sent Sancio, e gli rispose:
    -  Sono  otto o dieci giorni,  caro il mio signor maldicente,  che fui
    mandato a governare l'isola che mi avevano data,  e in questi  otto  o
    dieci giorni non mi son mai sentito un'ora sazio,  neanche di pane.  I
    medici mi hanno perseguitato, i nemici m'hanno rotto le costole, e non
    ho avuto tempo non solo di far man bassa sui profitti,  ma neanche  di
    riscuotere i miei diritti. Quindi non mi pareva di meritare di uscirne
    cos,  ma  l'uomo  propone  e Dio dispone;  e Dio d il pane secondo i
    corpi,  e mutano i saggi a seconda dei tempi i  lor  consigli,  e  non
    dire: non berr di quest'acqua perch dove si crede che sia il lardo
    a  volte  non c' neanche l'uncino per attaccarvelo.  Dio mi intende e
    basta: e non dico di pi, sebbene potrei seguitare ancora.
    - Non t'arrabbiare, Sancio - disse Don Chisciotte - n ti dia pensiero
    quel che dicono: non si  finirebbe  pi.  Cerca  d'aver  la  coscienza
    tranquilla,   e  lasciali  dire.  Chi  volesse  legare  la  lingua  ai
    maldicenti, farebbe come chi volesse metter porte alla campagna. Se il
    governatore esce ricco dal governo,  dicono che  un  ladro,  se  esce
    povero, dicono che  stato un buono a nulla e un imbecille.
    -  Allora  - replic Sancio - questa volta sar proprio il caso che mi
    stimino un gonzo piuttosto che un ladro.
    Mentre facevano questi discorsi, arrivarono,  seguiti da un codazzo di
    ragazzi e d'altra gente, al castello; dove il Duca e la Duchessa erano
    gi su una loggia ad aspettarli.  Sancio non volle presentarsi al Duca
    prima d'aver sistemato il ciuco nella stalla,  perch  diceva  che  la
    povera  bestia aveva passato una troppo brutta notte all'albergo,  poi
    sal a salutare  i  suoi  signori,  innanzi  ai  quali  s'inginocchi,
    dicendo:
    -  Io,  signori,  poich cos vollero le Vostre Altezze,  senza nessun
    merito andai a governare la vostra isola di  Baratteria,  nella  quale
    nudo  entrai  e nudo ne torno: non perdo n guadagno.  Se ho governato
    bene o male,  ci furono dei testimoni che potranno dirlo  liberamente.
    Ho risolto delle questioni dubbie,  ho dato sentenze in liti, e sempre
    morendo di fame,  perch cos volle il dottor Pietro Rezio,  nativo di
    Tiratifuori,  medico insulare e governatoriale.  Una notte i nemici ci
    assalirono  e  ci  ridussero  a  mal  partito,  ma  quelli  dell'isola
    sostengono  che ne uscirono salvi e vittoriosi merc il valore del mio
    braccio. Che Dio gli dia tanta salute, quant' vero quello che dicono!
    Insomma in questo tempo io ho avuto modo di bilanciare i  pesi  e  gli
    obblighi  che  porta con s il governo,  e ho capito che le mie spalle
    non li possono sopportare, e che non son carichi per le mie costole n
    frecce per il mio turcasso.  Quindi prima che il  governo  buttasse  a
    mare me,  ho buttato io a mare il governo;  e ieri mattina ho lasciato
    l'isola come l'avevo trovata,  con le medesime case e tetti che  aveva
    quando ci sono entrato.  Non ho chiesto prestiti a nessuno, n mi sono
    mescolato in speculazioni,  e sebbene avessi in animo  di  fare  delle
    ordinanze vantaggiose, non ne feci punte, per timore che non dovessero
    esser rispettate,  perch allora  lo stesso che non farle.  Venni via
    dall'isola,  come ho gi detto,  senz'altro accompagnamento che quello
    del  mio ciuco,  e ieri sera son cascato in una caverna,  nella quale,
    gira e rigira,  finalmente stamani alla luce del sole ho visto una via
    d'uscita,  ma  non  troppo facile,  tant' vero che se il cielo non mi
    mandava il signor Don Chisciotte,  ci sarei rimasto fino alla fine del
    mondo.  E  cos,  signori miei,  ecco qui il vostro governatore Sancio
    Panza,  che in dieci giorni di governo non ha fatto altro guadagno che
    quello  di  conoscere  che  non  deve  importargli  un  fico  d'essere
    governatore,  non solo d'un'isola,  ma neanche di tutta la terra.  Ci
    posto,  baciando alle Altezze Vostre i piedi, e dicendo come i ragazzi
    "Salta tu e dammela tu",  faccio un salto anch'io gi dal  governo,  e
    torno  al  servizio del signor Don Chisciotte;  dove se pure mangio il
    pane col batticuore,  per lo meno mi sfamo e per me,  o di paglia o di
    fieno, basta che il corpo sia pieno.
    Qui  Sancio dette termine al suo lungo discorso,  durante il quale Don
    Chisciotte stette sempre con la paura che egli avesse a  dire  qualche
    migliaio di sciocchezze;  e quando sent che aveva finito senza averne
    dette molte,  ringrazi  mille  volte  Iddio  in  cuor  suo.  Il  Duca
    abbracci  Sancio,  e  gli  disse che gli dispiaceva profondamente che
    avesse lasciato tanto presto il governo, ma che egli gli avrebbe fatto
    dare nel suo stato un altro ufficio meno gravoso e di maggior lucro.
    Anche la Duchessa l'abbracci,  e ordin che lo trattassero  con  ogni
    riguardo,  perch  da  molti segni si vedeva che stava male in gambe e
    peggio in corpo.

    CAPITOLO 56.
    Della straordinaria e mai pi vista battaglia  che  successe  fra  Don
    Chisciotte  della  Mancia e lo staffiere Tosilo in difesa della figlia
    della dama di compagnia Donna Rodriguez.

    I Duchi rimasero pienamente soddisfatti della burla del governo  fatta
    a   Sancio  Panza;   tanto  pi  che  quel  giorno  stesso  arriv  il
    maggiordomo,  che raccont loro per filo e per segno quasi tutto  quel
    che  Sancio  aveva detto e fatto in quei giorni,  e infine descrisse a
    forti tinte l'assalto dato all'isola,  la paura di  Sancio  e  la  sua
    partenza improvvisa, il che li divert immensamente.
    Dopo  di che,  racconta la storia che venne il giorno stabilito per il
    duello.  Il Duca,  che aveva a pi riprese istruito il  suo  staffiere
    Tosilo  sul modo come contenersi con Don Chisciotte per vincerlo senza
    ucciderlo n ferirlo,  ordin che si togliesse il  ferro  alle  lance,
    dicendo  a Don Chisciotte che il sentimento cristiano,  di cui egli si
    faceva cos gran merito,  non poteva ammettere che il combattimento si
    facesse con tanto rischio della vita,  e che quindi si contentasse che
    egli gli concedeva campo franco nei suoi domini,  sebbene andasse cos
    contro il decreto del Concilio di Trento che proibisce tali disfide, e
    non  volesse  portare  all'estremo  rigore  un  cimento gi abbastanza
    pericoloso di suo.  Don Chisciotte rispose che Sua  Altezza  regolasse
    pure  le  cose come a lui pi piaceva,  ch egli l'avrebbe obbedito in
    tutto e per tutto.
    Venne dunque il terribile giorno.  Il Duca aveva fatto erigere dinanzi
    alla piazza del castello un gran palco,  dove dovevano stare i giudici
    di campo e le due querelanti, madre e figlia.  Da tutti i paesi vicini
    accorse  una  moltitudine  innumerevole  a  vedere  la  novit  di  un
    combattimento, di cui in quel luogo n vivi n morti avevano mai visto
    o sentito raccontar l'uguale.
    Il primo che entr nel campo e nello  steccato  fu  il  maestro  delle
    cerimonie,  che  visit e ispezion tutto il campo perch non vi fosse
    nessun inganno, nessun ostacolo nascosto, in cui si potesse inciampare
    e cadere: dopo entrarono le due donne,  e si sedettero sulle  sedie  a
    loro destinate,  col capo coperto di veli fino agli occhi e anche fino
    al petto,  e coi segni di una grande commozione quando Don  Chisciotte
    si  present nello steccato.  Di l a poco,  accompagnato dal suono di
    molte trombe,  spunt da una parte  della  piazza  sopra  un  poderoso
    cavallo che faceva tremar la terra, il grande staffiere Tosilo, con la
    visiera  calata,  e  tutto  d'un  pezzo  dentro  una  forte  e lucente
    armatura. Il cavallo si vedeva che era un frisone, largo di petto e di
    mantello storno,  e con un bel ciuffo di peli su  tutti  e  quattro  i
    piedi. Il bravo campione si avanzava ben istruito dal Duca sul modo di
    contenersi  di fronte al valoroso Don Chisciotte della Mancia,  e cio
    con l'ordine che a nessun costo l'uccidesse, e che cercasse di evitare
    il primo scontro,  per eliminare il pericolo della sua morte,  che era
    certa  se  andava  a  investirlo in pieno.  Tosilo fece dunque il giro
    della piazza, e giunto dov'erano le dame, si mise a contemplare quella
    che lo pretendeva per marito,  mentre il maestro di campo  chiam  Don
    Chisciotte  che era gi pronto,  e insieme con Tosilo chiese alle dame
    se acconsentivano ad accettare Don  Chisciotte  come  loro  difensore.
    Esse  risposero  di  s,  e che tutto quello che egli avrebbe fatto in
    quella congiuntura,  lo accettavano per ben  fatto  e  definitivamente
    valido.  Intanto  il Duca e la Duchessa erano saliti su una loggia del
    castello,  che dava sopra la lizza gi tutta  coronata  da  una  folla
    innumerevole di gente, ansiosa di vedere il terribile e mai pi veduto
    cimento.  Le  condizioni stabilite dai combattenti furono che,  se Don
    Chisciotte vinceva, il suo avversario doveva dar la mano di sposo alla
    figlia di Donna Rodriguez;  e se  invece  Don  Chisciotte  era  vinto,
    allora  l'altro rimaneva sciolto dalla promessa di cui gli si chiedeva
    il compimento, senza essere tenuto a dare nessun'altra soddisfazione.
    Il maestro delle cerimonie part il  sole  e  pose  ciascuno  dei  due
    campioni  nel  posto  dove doveva stare.  Rullarono i tamburi,  l'aria
    rimbomb degli squilli delle trombe: tremava sotto i piedi la terra  e
    trepidanti  stavano i cuori della folla spettatrice,  temendo gli uni,
    sperando gli altri il buono o il  cattivo  esito  dello  scontro.  Don
    Chisciotte,  raccomandandosi  di  tutto cuore a Domeneddio e a Madonna
    Dulcinea del Toboso,  stava aspettando il segnale dell'attacco;  ma il
    nostro  bravo  staffiere  aveva tutt'altri pensieri per la testa: egli
    non pensava se non a quello che ora dir.  Sembra  dunque  che  quando
    ebbe guardata la sua nemica,  essa gli parve la pi bella creatura che
    avesse mai visto in vita sua;  e il fanciullo ciechino,  che in questo
    mondo  chiamasi  comunemente Amore,  non volle perdere l'occasione che
    gli si presentava,  di trionfare cio di un'alma staffieresca e  porla
    nella  lista  dei  suoi  trofei;  perci avvicinatosi al poveretto ben
    benino e senza che nessuno lo vedesse, gli ficc dal lato sinistro una
    freccia lunga un paio di canne, e gli pass il cuore da parte a parte.
    E pot farlo con piena sicurezza,  perch  l'amore    invisibile,  ed
    entra  ed  esce di dove vuole,  senza che nessuno gli chieda conto dei
    fatti suoi. Dico dunque che quando dettero il segnale dell'attacco, il
    nostro lacch era di gi fuori di s,  pensando alla bellezza di colei
    che  ormai  egli aveva fatto signora del suo cuore,  e quindi non bad
    affatto allo squillo di tromba,  al contrario di Don  Chisciotte,  che
    appena  l'ud,  si  mosse,  e  col pi sfrenato galoppo che Ronzinante
    potesse prendere,  part contro il suo  avversario.  Quando  il  bravo
    Sancio lo vide partire, gli grid:
    -  Dio  ti  guidi,  fiore e cima dei cavalieri erranti!  Dio ti dia la
    vittoria, poich la ragione  dalla tua parte!
    Bench Tosilo vedesse Don Chisciotte venire  contro  di  lui,  non  si
    mosse d'un passo dal suo posto;  ma chiam invece il maestro di campo,
    il quale accorse subito a sentire che cosa volesse.
    - Signore - gli disse Tosilo - questo duello non si fa  perch  io  mi
    sposi o non mi sposi con quella ragazza?
    - Precisamente - rispose l'altro.
    -  E  allora  -  replic lo staffiere - io sono scrupoloso in fatto di
    coscienza,  e me la sentirei moltissimo aggravata,  se insistessi  nel
    mandare  avanti  questo  duello.  Quindi mi do per vinto,  e mi voglio
    subito sposare con quella ragazza.
    Il maestro di campo rimase di stucco a sentir quel discorso, e siccome
    anche lui era al corrente di tutto l'intrigo,  non seppe  trovare  una
    parola da rispondergli.  Don Chisciotte,  vedendo che l'avversario non
    gli veniva incontro, a mezza strada si ferm. Il Duca naturalmente non
    sapeva spiegarsi come mai il duello non andasse avanti,  ma quando  il
    maestro  di  campo  and a riferirgli il discorso di Tosilo,  mont su
    tutte le furie. Mentre questo accadeva,  Tosilo si avvicin dove stava
    Donna Rodriguez, e le disse a voce alta:
    - Io, signora, voglio ammogliarmi con la vostra figliola, e non voglio
    ottenere con liti o con duelli quel che posso ottenere in pace e senza
    pericoli.
    Don Chisciotte sent e disse:
    - Quando sia cos, io resto libero e sciolto da ogni mia promessa: che
    si  sposino  in  santa  pace,  e poich Dio gliel'ha data,  San Pietro
    gliela benedica.
    Intanto il Duca era sceso dentro lo steccato e, avvicinatosi a Tosilo,
    gli domand:
    - E' dunque vero,  cavaliere,  che vi date per vinto e che,  mosso  da
    scrupolo di coscienza, vi volete sposare con questa damigella?
    - S, signore - rispose Tosilo.
    - Fa molto bene - disse Sancio a questo punto - perch quello che devi
    dare al topo, dallo al gatto, e ti caverai d'impaccio.
    Tosilo  intanto  badava  a  slacciarsi la celata e si raccomandava che
    s'affrettassero a dargli una mano, perch gli mancava il respiro e non
    poteva pi stare  serrato  nelle  strettoie  di  quell'arnese.  Gliela
    levarono  alla  svelta,  e  allora  rimase  scoperto  e patente il suo
    mostaccione di staffiere. A quella vista Donna Rodriguez e la figliola
    mandarono un grand'urlo, e cominciarono a esclamare:
    - Questa  una truffa!  Una truffa  questa!  Hanno messo  Tosilo,  lo
    staffiere del signor Duca,  invece del vero fidanzato!  Giustizia,  in
    nome di Dio e del re,  vogliamo giustizia di questo raggiro,  per  non
    dire di questa birbanteria.
    - Non vi arrabbiate,  signora - disse Don Chisciotte - questo non  un
    raggiro n una birbanteria,  e se mai,  la colpa non  del Duca ma dei
    perversi  incantatori  che mi perseguitano,  i quali,  invidiosi della
    fama che io mi sarei potuta conquistare  con  questa  vittoria,  hanno
    mutato il volto del vostro fidanzato in quello di quest'uomo,  che voi
    dite ch' uno staffiere del Duca. Prendete un consiglio da me: ad onta
    della malvagit dei miei nemici,  sposatelo;  ch io son sicuro che  
    proprio quello da voi desiderato per sposo.
    Quando  il Duca sent questo discorso,  poco ci corse che tutta la sua
    collera non sbottasse in una gran risata.
    - Son cos straordinarie - disse - le cose che succedono al signor Don
    Chisciotte, che quasi quasi sarei davvero capace di credere che questo
    mio staffiere non    lui.  Quindi  ricorriamo  a  questo  espediente:
    differiamo  lo  sposalizio d'una quindicina di giorni,  se credono;  e
    frattanto teniamo chiuso in osservazione quest'individuo,  su  cui  si
    hanno questi dubbi: potrebbe darsi che in questi giorni riprendesse il
    suo primitivo aspetto, perch il rancore che hanno gli incantatori col
    signor  Don  Chisciotte non pu durare tanto,  visto anche che non sta
    mica bene per loro ricorrere a queste furberie e a questi trucchi.
    - Ah,  signore!  - disse Sancio.  - Non sa che  questi  malandrini  lo
    tengono  per  sistema di barattare tutte le cose che riguardano il mio
    padrone?  Giorni fa egli  vinse  un  cavaliere,  che  si  chiamava  il
    Cavaliere   dagli   Specchi:  ebbene,   loro  te  lo  barattarono  nel
    baccelliere Sansone Carrasco, nostro compaesano e nostro grande amico,
    e la mia padrona Dulcinea l'hanno mutata in una contadinaccia,  quindi
    m'immagino  che questo staffiere ormai,  finch campa,  debba vivere e
    morire staffiere.
    Qui la figliola di Donna Rodriguez disse:
    - Dev'essere chi vuole questo che mi chiede in  sposa,  io  l'accetto;
    perch   preferisco   essere  la  moglie  legittima  d'uno  staffiere,
    piuttosto che l'amante sedotta e ingannata di un cavaliere,  e  quello
    che mi sedusse non era neanche un cavaliere.
    La  conclusione  di  tutti  questi  avvenimenti  fu che Tosilo dovesse
    essere rinchiuso,  per vedere l'esito della  sua  trasformazione.  Don
    Chisciotte  fu  acclamato  per  la  sua  vittoria,  ma  i pi rimasero
    insoddisfatti e malcontenti,  vedendo che i tanto attesi campioni  non
    s'erano  fatti  a  pezzi;  proprio come restano male i ragazzi quando,
    aspetta aspetta innanzi alla  forca,  il  condannato  non  viene  pi,
    perch  la  parte  lesa o i giudici l'hanno perdonato.  La gente se ne
    and,  Don Chisciotte e il  Duca  tornarono  al  castello,  Tosilo  fu
    rinchiuso,  e Donna Rodriguez e la figliola rimasero molto contente di
    vedere che in un modo o in un altro questa faccenda  doveva  andare  a
    finire in un matrimonio. E anche Tosilo non domandava di meglio.

    CAPITOLO 57.
    Che  tratta del modo con cui Don Chisciotte prese congedo dal Duca,  e
    di ci che gli successe con la furba e birichina Altisidora, damigella
    della Duchessa.

    Parve infine a Don Chisciotte che fosse l'ora di por fine a  una  vita
    cos  oziosa,  quale era quella che menava in quel castello.  Egli era
    persuaso che grandemente si sentisse la mancanza della sua persona nel
    mondo, mentre egli se ne stava chiuso e inoperoso tra gli innumerevoli
    agi e diletti di cui lo ricolmavano quei signori per la sua qualit di
    cavaliere errante,  e parendogli di dover render conto a Dio di quella
    inerzia,   chiese  al  Duca  licenza  di  andarsene.  I  Duchi  gliela
    concessero con grandi dimostrazioni di dispiacere per la sua partenza.
    La Duchessa consegn a Sancio le lettere di sua moglie, ed egli,  dopo
    che gliel'ebbero lette, pianse dicendo:
    -  Chi avrebbe mai pensato che delle speranze cos belle,  come quelle
    generate nel cuore di mia moglie Teresa dalla notizia della mia nomina
    a governatore,  dovevano andare a finire col mio ritorno alle stangate
    avventure  del mio padrone Don Chisciotte della Mancia?  Tuttavia sono
    contento di vedere che la mia Teresa ha fatto il suo  dovere  mandando
    le ghiande alla Duchessa, perch se non gliele avesse mandate, sarebbe
    apparsa ingrata,  ed io ne avrei avuto un gran dispiacere. Quel che mi
    consola poi  che questo regalo non si pu dire che  sia  stato  fatto
    per  ungere  le ruote,  perch io ero gi governatore quando la Teresa
    gliele mand ed  giusto che chi ha  ricevuto  qualche  beneficio,  si
    mostri grato,  sia pure con piccolezze. In realt, nudo sono andato al
    governo e nudo ne vengo via;  e quindi posso  ripetere  con  coscienza
    tranquilla  (e  non    poco):  nudo mi trovo,  nudo son nato;  non ho
    perduto n guadagnato.
    Questo diceva fra s  e  s  Sancio  il  giorno  della  partenza.  Don
    Chisciotte,  che  s'era  congedato  la  sera  prima  dal  Duca e dalla
    Duchessa,  usc fuori la mattina,  e si present  tutto  armato  sulla
    piattaforma del castello.  Dalle logge lo stavano ad osservare tutti i
    domestici e gli altri famigliari,  e anche il Duca e la Duchessa erano
    usciti a vederlo. Sancio era sopra il suo ciuco con le sue bisacce, la
    sua  valigia  e  le  provvigioni,  fuori di s dalla gioia,  perch il
    maggiordomo del Duca,  quello stesso che aveva fatto  la  parte  della
    Trifaldi, gli aveva dato una borsa con dentro duecento scudi d'oro per
    le  spese di viaggio,  e Don Chisciotte di questo non ne sapeva ancora
    nulla. Mentre tutti, come s' detto, stavano a guardarli,  a un tratto
    di  fra  le  altre dame e damigelle della Duchessa si sent la voce di
    quella birbona dell'Altisidora,  che con tono lamentoso recit  questa
    poesia:

    Ascolta,  o  cattivo cavaliere;  trattieni un poco le briglie,  e non
    tormentare i fianchi della tua malguidata rozza. Bada, o perfido,  che
    tu  non  fuggi  un  serpe  feroce,  ma  un'agnellina molto lontana dal
    diventar pecora.  Tu hai sprezzato,  o mostro orrendo,  la  pi  bella
    donzella  che  Diana  abbia  visto  su'  suoi monti e Venere nelle sue
    selve.
    O Bireno crudele, o Enea fuggitivo, Barabba t'accompagni e il malanno
    che Dio ti dia.
    Tu ti porti via (oh,  preda empia!) nelle grinfie delle tue  mani  il
    cuore  di  un'amante  tanto  umile quanto tenera.  Tu ti porti via tre
    fazzoletti da testa e un paio di giarrettiere bianche e  nere  di  due
    gambe lisce come il puro marmo.  Ti porti via duemila sospiri, che, se
    fossero di fuoco, potrebbero incendiare duemila Troie,  se esistessero
    duemila Troie.
    O Bireno crudele, o Enea fuggitivo, Barabba t'accompagni e il malanno
    che Dio ti dia.
    Possa  il  cuore  di  questo  Sancio  tuo scudiero essere cos duro e
    ostinato, che Dulcinea non esca pi dal suo incantesimo;  e cos paghi
    essa,  infelice,  la  tua  colpa: perch alle volte in questo mondo il
    giusto paga per il peccatore.  Le tue pi belle avventure si mutino in
    sventure, i tuoi divertimenti in sogni, e la tua costanza in oblio.
    O Bireno crudele, o Enea fuggitivo, Barabba t'accompagni e il malanno
    che Dio ti dia.
    Che la fama della tua perfidia si sparga da Siviglia fino a Marchena,
    da Granata fino a Loia,  da Londra fino all'Inghilterra.  Se tu giochi
    al "reinado",  a picchetto,  o alla primiera,  che non ti venga mai un
    re,  e tu non veda n assi,  n sette.  Se tu ti tagli i calli, che tu
    possa arrivarti a sangue,  e se ti levi i  denti,  che  ti  restin  le
    radici.
    O Bireno crudele, o Enea fuggitivo, Barabba t'accompagni e il malanno
    che Dio ti dia.

    Mentre  l'afflitta  Altisidora  si  lamentava cos,  Don Chisciotte la
    stava a guardare,  poi,  senza risponderle  una  parola,  rivoltosi  a
    Sancio:
    -  Sancio  -  gli  disse  -  per  la santa memoria dei tuoi morti,  ti
    scongiuro di dirmi la  verit.  Li  hai  portati  via  davvero  i  tre
    fazzoletti e le giarrettiere di cui parla questa fanciulla innamorata?
    -  I  tre  fazzoletti  s - rispose Sancio - ma le legacce nemmeno per
    sogno.
    La Duchessa rimase molto  ammirata  della  birichineria  d'Altisidora,
    perch la sapeva,   vero,  ardita,  spiritosa e birichina,  ma non al
    punto da osare simili birichinate.  Infatti la Duchessa non era  stata
    avvertita  di  questa  burla,   e  ci  accrebbe  ancora  pi  la  sua
    ammirazione. Il Duca volle rincarare la dose, e disse:
    - Signor cavaliere,  non mi pare una bella cosa che dopo aver ricevuto
    in  casa mia la buona accoglienza che vi abbiamo fatto,  abbiate osato
    portar via per lo meno i tre fazzoletti da testa, se pure non vi siete
    preso anche le giarrettiere di questa ragazza. Questi sono indizi d'un
    animo basso e  testimonianze  ben  poco  conformi  alla  vostra  buona
    reputazione. Restituite dunque le giarrettiere, o se no, io vi sfido a
    mortal  tenzone,  senza  avere alcun timore che malvagi incantatori mi
    trasformino o mi cambino il viso,  come hanno fatto al  mio  staffiere
    Tosilo, quello che doveva battersi con voi.
    -  Dio  mi  guardi  - rispose Don Chisciotte - dallo sfoderar la spada
    contro la vostra eccelsa persona,  da cui tanti favori ho ricevuto.  I
    fazzoletti li potr restituire,  perch dice Sancio che li ha lui,  ma
    le giarrettiere m' impossibile,  perch io non le  ho  avute,  e  lui
    nemmeno,  e se questa damigella vorr compiacersi di guardar meglio in
    tutti i suoi ripostigli, son sicuro che le trover.  Io,  signor Duca,
    non sono mai stato un ladro,  n mai lo sar,  se la protezione di Dio
    non m'abbandona.  Questa donzella  parla,  com'ella  stessa  dice,  da
    innamorata, ma di questo io non ho nessuna colpa, e quindi non sono in
    dovere  di  chiedergliene perdono,  n a lei n a Vostra Altezza,  che
    supplico ad avere una migliore  opinione  di  me  e  darmi  nuovamente
    licenza di continuare il mio viaggio.
    -  E  che  Dio  ve  lo  conceda cos buono - esclam la Duchessa - che
    sempre ci giungano buone notizie delle vostre belle  prodezze,  signor
    Don Chisciotte. Partite dunque, perch quanto pi vi trattenete, tanto
    pi  aumentate  il  fuoco  nei  petti  delle donzelle che vi guardano.
    Quanto alla mia,  la castigher in modo che d'ora in poi non passi pi
    il segno n con gli sguardi n con le parole.
    - Una parola ancora,  e non pi, voglio che tu ascolti, o valoroso Don
    Chisciotte - disse allora Altisidora - ed    che  ti  chiedo  perdono
    d'averti accusato del furto delle giarrettiere,  perch,  in coscienza
    dell'anima mia,  le ho addosso: ho fatto come quello  che  cercava  il
    ciuco e c'era sopra.
    - Non l'avevo detto? - esclam Sancio.
    E poi,  se mai,  son proprio io tipo da fare il manutengolo! Se avessi
    voluto rubare,  migliore occasione che  quando  ero  al  governo  dove
    potevo trovarla?
    Don Chisciotte abbass la testa facendo riverenza ai Duchi e a tutti i
    circostanti,  e voltato Ronzinante, se ne usc dal castello seguito da
    Sancio sul ciuco, e prese la via di Saragozza.

    CAPITOLO 58.
    Che tratta di come piovvero su Don Chisciotte tante avventure che  una
    non dava tempo all'altra.
    Quando Don Chisciotte si vide in aperta campagna, libero e salvo dalle
    persecuzioni amorose di Altisidora,  gli parve d'essere nel suo centro
    e di sentirsi rinnovato il coraggio per proseguire  di  nuovo  le  sue
    gesta cavalleresche, e voltatosi a Sancio gli disse:
    - La libert,  Sancio,  uno dei doni pi preziosi che i cieli dettero
    agli uomini,  e non possono eguagliarla  n  i  tesori  che  la  terra
    racchiude,  n quelli che il mare ricopre.  Quindi per la libert come
    per l'onore si pu e si  deve  rischiar  la  vita.  Mentre  invece  la
    schiavit    il  peggior male che possa capitare agli uomini.  Tu hai
    visto coi tuoi occhi gli agi e le delizie da cui eravamo circondati in
    questo castello;  eppure ti  assicuro  che  in  mezzo  a  quei  piatti
    squisiti  e  a  quelle  fresche  bevande  a me pareva di essere fra le
    torture della fame.  Quegli agi e quelle delizie io non li godevo  con
    la  libert  che  li avrei goduti,  se fossero stati miei;  perch gli
    obblighi del contraccambio dei benefici  e  dei  favori  ricevuti  son
    legami  che  non  lasciano  libero  campo all'indipendenza dell'anima.
    Beato colui al quale il cielo dette un pezzo di pane,  senza che  egli
    resti obbligato a essere riconoscente ad altri che al cielo.
    -  Tuttavia  -  rispose  Sancio  -  nonostante tutto quello che lei ha
    detto, non sarebbe bello che noi non si fosse grati di questi duecento
    scudi in oro, che mi diede in una borsa il maggiordomo del Duca. Io li
    porto proprio qui sul cuore come un balsamo miracoloso  per  tutte  le
    evenienze;  perch non sempre si trover dei castelli dove ci trattino
    cos bene,  ma qualche volta si capiter anche in qualche osteria dove
    ci piglieranno a legnate.
    Tra  questi e altri discorsi procedevano cavaliere e scudiero erranti,
    quando, dopo poco pi d'una lega di strada, videro che sull'erba di un
    verde prato,  seduti sui loro mantelli,  stavano mangiando una dozzina
    circa  di  uomini  vestiti  da  contadini.  Accanto avevano della roba
    bianca,  come dei lenzuoli distesi e disposti a  egual  distanza,  che
    coprivano degli oggetti che erano sotto.  Don Chisciotte si avvicin a
    quella gente,  e domand loro che cosa c'era sotto quei teli.  Uno  di
    loro gli rispose:
    -  Signore,  sotto  questi teli ci sono degli altorilievi,  che devono
    servire per uno spettacolo  che  facciamo  nel  nostro  villaggio.  Li
    portiamo coperti perch non si sciupino,  e sulle spalle perch non si
    rompano.
    - Se non vi dispiace - disse Don Chisciotte -  li  vedrei  volentieri,
    perch  delle  immagini trasportate con tanto riguardo devono esser di
    pregio.
    - Eccome se son di pregio!  - disse un altro.  - Basta dire  quel  che
    costano,  ch  non  ce  n'  nessuna  che  non sia stata pagata pi di
    cinquanta ducati: e  perch  Vossignoria  veda  se  diciamo  il  vero,
    aspetti un po', e vedr coi suoi occhi.
    E alzatosi lasci l il mangiare, e and a levar la coperta alla prima
    immagine,   che  era  un  San  Giorgio  a  cavallo,  con  un  serpente
    avvoltolato ai piedi e la lancia che  gli  attraversava  la  bocca  in
    quell'attitudine  fiera in cui si suole rappresentare.  Quell'immagine
    era, come suol dirsi, uno splendore.
    - Questo cavaliere - disse Don Chisciotte quando la vide - fu uno  dei
    migliori  cavalieri  erranti  che  abbia  avuto la milizia divina.  Si
    chiam San Giorgio,  e fu soprattutto difensore di  donzelle.  Vediamo
    quest'altra.
    L'uomo  la  scopr,  e apparve la figura di San Martino a cavallo,  in
    atto di dividere il suo mantello col povero.  Appena Don Chisciotte lo
    vide, disse:
    - Anche questo fu uno dei cavalieri erranti cristiani,  e pi pietoso,
    io credo, che valoroso. Infatti come puoi vedere, sta dividendo il suo
    mantello con un povero,  e gliene d la met;  e senza  dubbio  doveva
    esser d'inverno,  perch se no,  glielo avrebbe dato tutto,  tanto era
    caritatevole.
    - Non dovette  essere  questa  la  ragione  -  disse  Sancio  -  credo
    piuttosto  che si sia attenuto al proverbio che dice: A regalare abbi
    giudizio, se non vuoi andare in precipizio.
    Don Chisciotte rise,  e li preg ad alzare un  altro  telo,  sotto  il
    quale apparve l'immagine del Protettore della Spagna,  a cavallo,  con
    la spada insanguinata e in atto di rovesciar mori e calpestare  teste.
    A tal vista:
    - Questo s - esclam Don Chisciotte - che  cavaliere e della milizia
    di  Cristo.  Questo  si chiama Don San Diego Ammazzamori,  uno dei pi
    valorosi santi e cavalieri che siano stati al mondo e che ora siano in
    cielo.
    Poi alzarono un altro telo,  e si vide che copriva l'immagine  di  San
    Paolo  caduto  da  cavallo,  con  tutti  i particolari che si sogliono
    dipingere nel quadro della sua conversione. Vedendolo raffigurato cos
    bene,  che propriamente pareva che Cristo gli parlasse e San Paolo gli
    rispondesse:
    - Questi - disse Don Chisciotte - fu il maggior nemico che abbia avuto
    la chiesa cristiana in quel tempo, e il difensore pi grande che potr
    mai  avere:  cavaliere  errante  nella  vita e santo a pi fermo nella
    morte, lavoratore infaticabile nella vigna del Signore;  dottore delle
    genti, a cui furon scuola i cieli e maestro lo stesso Ges Cristo.
    Non c'erano altre immagini,  e quindi Don Chisciotte le fece ricoprire
    tutte, e disse a quelli che le portavano:
    - Fratelli,  ritengo di buon augurio per me l'aver visto quel  che  ho
    visto,  perch  questi  santi  cavalieri professarono ci che professo
    anch'io: l'esercizio,  cio,  delle armi;  colla differenza  che  essi
    furono  santi  e combatterono per raggiungere mete divine,  io sono un
    povero  peccatore  e  combatto  per  raggiungere  mete   umane.   Essi
    conquistarono il cielo con la forza del loro braccio,  perch il cielo
    pu esser conquistato con la forza;  e io finora veramente non  lo  so
    che cosa conquisti a forza di pene.  Ma se la mia signora Dulcinea del
    Toboso  potesse  esser  liberata  da  quelle  ch'ella  soffre,  allora
    diventando  migliore  la  mia  sorte  e  pi  assennata  la mia mente,
    potrebbe darsi che io potessi indirizzare i miei passi su  una  strada
    migliore di quella su cui ora mi trovo.
    -  Che  Dio  l'ascolti,  e che il diavolo non ci metta la coda!  disse
    Sancio a questo punto.
    Quegli uomini restarono molto stupiti della figura e dei  discorsi  di
    Don  Chisciotte,  sebbene  non avessero capito nemmeno la met di quel
    che aveva detto.  Finirono di mangiare,  si caricarono sulle spalle le
    loro  immagini,  e  salutato  Don  Chisciotte,  proseguirono  il  loro
    viaggio.
    Anche Sancio rest stupefatto,  come se non avesse mai  conosciuto  il
    suo padrone; gli pareva tanta la sua sapienza, che non dovesse esserci
    nel  mondo  n  storia  n fatto che egli non avesse sulla punta delle
    dita o inchiodato nella memoria, e gli disse:
    - Davvero,  signor padrone,  se ci  che  c'  successo  oggi  si  pu
    chiamare un'avventura, essa  stata fra le pi belle e delle pi buone
    che  ci siano capitate in tutto il corso del nostro viaggio.  Ne siamo
    usciti senza legnate e senza spaventi,  non abbiamo dovuto metter mano
    alla  spada,  non  abbiamo battuto gropponate,  n siamo rimasti senza
    mangiare: sia dunque ringraziato Iddio,  che mi ha fatto vedere  tutto
    questo coi miei propri occhi.
    - Hai ragione, Sancio - disse Don Chisciotte - ma bisogna che tu pensi
    che non tutti i momenti sono compagni e che le cose non vanno sempre a
    un  modo;  e  quelli  che  il volgo suol chiamare comunemente presagi,
    siccome non si fondano sopra alcuna ragione naturale,  il saggio  deve
    ritenerli  e  giudicarli semplicemente dei casi felici.  Uno di questi
    superstiziosi si leva la mattina presto, esce di casa, si incontra con
    un frate dell'ordine del beato San  Francesco,  e  come  se  si  fosse
    incontrato  con  un mostro fa un voltafaccia e torna a casa.  Un altro
    rovescia il sale sulla tavola e gli si empie il cuore  di  melanconia,
    come  se  la natura fosse obbligata a dar segni delle disgrazie future
    con delle inezie come queste.  La persona intelligente e cristiana non
    deve  fare  schiava  di tali sciocchezze la volont del cielo.  Arriva
    Scipione in Africa,  e nel saltare a riva  inciampa  e  cade.  I  suoi
    soldati lo tengono per cattivo augurio, ma egli, abbracciando la riva:
    O  Africa!  esclama,  tu  non  mi potrai sfuggire,  perch ti tengo
    stretta fra le mie braccia. Quindi caro Sancio,  l'essermi incontrato
    con queste immagini  stato per me un felicissimo avvenimento.
    - Lo credo anch'io - disse Sancio.  - Ma ora vorrei che Vossignoria mi
    dicesse qual  la  ragione  per  cui  gli  Spagnoli,  quando  vogliono
    attaccar  battaglia,  invocando  quel  San  Diego  Ammazzamori dicono:
    "Santiago e serra Spagna"?  Forse che la Spagna    aperta,  da  avere
    bisogno d'esser serrata? E allora che discorso  quello?
    - Gran scioccone che sei,  Sancio!  - disse Don Chisciotte.  Pensa che
    questo gran cavaliere dalla croce vermiglia fu dato da Dio alla Spagna
    per patrono e protettore specialmente nei terribili  scontri  che  gli
    Spagnoli  hanno  avuto  coi  Mori,  e  quindi  lo  invocano  come loro
    difensore al principio d'ogni battaglia,  e molte volte l'hanno  visto
    chiaramente  prendervi  parte  rovesciando,  atterrando,  uccidendo  e
    distruggendo le squadre saracene. E di questa verit ti potrei portare
    molti esempi che si trovano nelle storie spagnole.
    Sancio allora cambi discorso, e disse al suo padrone:
    - Io son rimasto  sbalordito  dalla  sfacciataggine  d'Altisidora,  la
    donzella  della  Duchessa: bisogna proprio dire che sia rimasta ferita
    da parte a parte da quel birichino che chiamano Amore.  Dicono che sia
    un ragazzetto cieco,  ma anche cieco,  se piglia di mira un cuore, per
    quanto possa essere piccolo, lo coglie e lo passa da parte a parte con
    le sue frecce.  Ho anche sentito dire che nel pudore e nella  ritrosia
    delle  fanciulle si spuntano e si rompono quelle frecce,  ma in questa
    Altisidora mi pare invece che s'aguzzino piuttosto che spuntarsi.
    - Pensa,  Sancio - disse Don Chisciotte - che  l'amore  non  guarda  a
    rispetti,  n  osserva termini di ragione nei suoi procedimenti,  ed 
    compagno alla morte,  che attacca tanto gli alti palagi dei re  quanto
    le umili capanne dei pastori; e quando s'impadronisce completamente di
    un'anima,  anzitutto  le  toglie  il timore e la vergogna.  Per questo
    Altisidora dichiar apertamente i suoi sentimenti,  che generarono nel
    mio petto pi turbamento che piet.
    - Che cattiveria! - disse Sancio. - Che ingratitudine! S' mai sentito
    di  peggio?  E  dire che se me l'avesse fatto a me un discorsino anche
    cos a mezz'aria, io mi sarei arreso subito! Figlio d'una puttana, che
    cuore di marmo! che viscere di bronzo! Che anima di smalto! Io poi non
    mi  so  capacitare  quel  che  ci  abbia  trovato  quella  ragazza  in
    Vossignoria,  da  farla  innamorare  in  quel  modo!  Dove sono quella
    galanteria, quel brio, quella grazia, quel volto, quelle doti insomma,
    che prese separatamente o tutte in un mazzo, l'hanno fatta innamorare?
    Davvero davvero io tante volte mi metto a guardare  Vossignoria  dalla
    punta  dei piedi alla vetta dei capelli,  e vedo un insieme pi da far
    paura che da far innamorare; e quindi,  siccome ho sempre sentito dire
    che  la  bellezza    la  cosa  principale  di  cui  ci  si innamora e
    Vossignoria non ha nulla di bello,  non so proprio di che cosa si  sia
    innamorata quella povera ragazza.
    - Devi considerare,  Sancio - rispose Don Chisciotte - che ci sono due
    maniere di bellezza,  una dell'anima  e  un'altra  del  corpo.  Quella
    dell'anima consiste e si dimostra nell'intelligenza, nella onest, nel
    modo  di  procedere,  nella generosit e nella buona educazione: tutte
    virt che possono trovarsi benissimo anche in un uomo brutto. E quando
    si ha di mira questa bellezza e non  quella  del  corpo,  allora  tali
    virt di solito rendono l'amore pi impetuoso e pi forte.  Io lo vedo
    bene,  Sancio,  che non sono bello,  ma conosco  anche  che  non  sono
    deforme;  e  un  galantuomo,  quando  abbia le qualit morali che t'ho
    detto, purch non sia un mostro, potr sempre essere amato.
    Durante questi discorsi erano entrati in un bosco fuori  della  strada
    maestra,  dove a un tratto Don Chisciotte,  che non se l'aspettava, si
    trov impigliato in reti di filo verde tese fra un albero e un  altro,
    e  non  riuscendo  a  immaginarsi  che cosa potessero essere,  disse a
    Sancio:
    - Sancio, mi sembra che queste reti debbano essere il principio di una
    delle pi straordinarie avventure che  si  possano  immaginare.  Possa
    morire ammazzato,  se gli incantatori che mi perseguitano non vogliono
    pigliarmi in quelle reti e impedirmi di  proseguire  il  viaggio,  per
    vendetta del rigido contegno che ho tenuto con Altisidora. Ma sappiano
    costoro  che  anche  se  queste reti,  invece di filo verde come sono,
    fossero fatte di durissime fila adamantine,  o pi forti di quella con
    cui il geloso dio dei fabbri avvilupp Venere e Marte,  io le romperei
    egualmente come se fossero di vetrice o di cotone.
    Cos dicendo stava gi per rompere ogni cosa e passare,  quando  a  un
    tratto gli si presentarono dinanzi, uscendo da un gruppo d'alberi, due
    bellissime pastorelle,  o per lo meno vestite come pastorelle,  se non
    che i corsetti e le sottane erano di finissimo  broccato  ricamato  in
    oro.  Portavano  i capelli sciolti gi per le spalle,  cos biondi che
    potevano competere coi raggi stessi del sole,  e coronati di ghirlande
    intessute  di verdi lauri e di rossi amaranti;  e potevano avere fra i
    quindici e i diciotto anni. Fu questa un'apparizione che stup Sancio,
    incant Don Chisciotte, fece fermare il sole nel suo corso per poterle
    vedere, e tenne tutti e quattro in un assoluto silenzio. Finalmente la
    prima persona che lo ruppe fu una delle due ragazze,  che disse a  Don
    Chisciotte:
    -  Fermatevi,  signor  cavaliere,  e non rompete la rete,  che  stata
    posta  qui  non  contro  di  voi,   ma  semplicemente  per  un  nostro
    passatempo.  E  siccome son sicura che ci domanderete perch c' stata
    messa e chi siamo noi,  ecco che io ve lo dir in poche parole.  In un
    villaggio a un paio di leghe circa da qui,  dove abitano molte persone
    ragguardevoli e molti gentiluomini e altra gente ricca,  parecchi  fra
    amici e parenti si sono accordati di venire,  insieme colle mogli, coi
    figlioli e coi vicini, a divertirsi in questo posto, che  uno dei pi
    ameni di tutti questi dintorni,  formando fra tutti una nuova  Arcadia
    pastorale,  e  facendo vestire le ragazze da pastorelle e i giovanotti
    da pastori.  Abbiamo  imparato  due  egloghe,  una  del  famoso  poeta
    Garcilaso,   e   un'altra   del   famosissimo  Camoens  nell'originale
    portoghese,  ma finora non  le  abbiamo  rappresentate,  perch  siamo
    arrivati  soltanto  ieri.  Abbiamo  piantato alcune tende da campo fra
    questi alberi lungo il margine  d'un  rio  ricco  d'acqua,  che  rende
    fertili tutti questi prati, e la notte scorsa abbiamo tese queste reti
    fra  questi alberi per prendere gli uccelli,  che scacciati dai nostri
    rumori verranno a gettarvisi senza diffidenza.  Se vi piace,  signore,
    d'esser  nostro  ospite,  sarete  accolto cortesemente e sinceramente,
    perch per ora non devono entrare in questo luogo n  la  noia  n  la
    malinconia.
    Tacque e non aggiunse altro; e Don Chisciotte rispose:
    - Certamente,  bellissima signora, non dovette rimanere tanto attonito
    e ammirato Atteone quando sorprese Diana che si bagnava in un ruscello
    come son rimasto colpito  io  vedendo  la  vostra  bellezza.  Lodo  il
    concetto  dei vostri divertimenti e vi ringrazio delle vostre offerte;
    e se in qualche cosa posso servirvi,  mi potete liberamente  comandare
    con  la  sicurezza  d'essere  obbedite,  perch  la mia professione mi
    obbliga a mostrarmi  cortese  e  servizievole  verso  ogni  genere  di
    persone,  ma  specialmente  poi  con quelle di qualit come voi.  E se
    queste reti che debbono occupare un assai piccolo spazio,  occupassero
    invece tutta la superficie della terra,  cercherei nuovi mondi di dove
    passare per non romperle.  E perch vi piaccia dare qualche credito  a
    questa  mia  iperbole,  sappiate che colui che ve lo promette  niente
    meno che Don Chisciotte della Mancia,  se pure questo nome   arrivato
    fino alle vostre orecchie.
    -  Ah!  amica  dell'anima  mia!  -  disse allora l'altra ragazza - che
    fortuna abbiamo avuto!  Vedi tu questo signore  che  abbiamo  dinanzi?
    Sappi  che    il  pi  valoroso,  il  pi innamorato,  il pi cortese
    cavaliere che esista al mondo,  se  vero quel che racconta una storia
    delle  sue imprese pubblicata qualche tempo fa,  e che io ho letto.  E
    scommetterei che questo brav'uomo che l'accompagna  un  certo  Sancio
    Panza  suo  scudiero,  un  capo ameno che in fatto di buffonate non la
    cede a nessuno.
    - E' proprio vero - disse Sancio.  - E son proprio io il capo ameno  e
    lo  scudiero  che  dice la Signoria Vostra,  e questo signore  il mio
    padrone,  quello stesso Don Chisciotte della Mancia  che    riportato
    sulla storia.
    -  Ah,  cara amica!  - replic l'altra - preghiamolo che si trattenga.
    Chi sa quanto si divertiranno i nostri genitori e i  nostri  fratelli!
    Perch  anch'io  ho  sentito  raccontare  del  suo  valore e delle sue
    amenit le stesse cose che hai detto ora tu. Dicono anche che  il pi
    fedele e il pi leale innamorato che si conosca,  e che la sua dama  
    una certa Dulcinea del Toboso, a cui in tutta la Spagna si d la palma
    della bellezza.
    -  E  giustamente  le  vien  data  -  esclamo Don Chisciotte - se pure
    dubitar nol faccia la incomparabile bellezza vostra.  Ma non  vi  date
    briga,  cortesi donzelle,  in trattenermi,  perocch i rigidi obblighi
    della mia professione a verun patto prender riposo mi consentono.
    Sopraggiunse,   in  quel  momento,   il  fratello  di  una  delle  due
    pastorelle,  vestito  anch'esso  da  pastore  e  con eguale eleganza e
    ricchezza.  Le ragazze gli dissero che quello con cui parlavano era il
    valoroso  Don  Chisciotte  della  Mancia,  e  l'altro  il suo scudiero
    Sancio, che egli conosceva di gi,  perch aveva letto la loro storia.
    Il  gentile  pastore  gli  offr i suoi servigi,  e lo preg con tanta
    insistenza di seguirli alle loro  tende  che  Don  Chisciotte  dovette
    acconsentire,  e  and.  Intanto era cominciata la caccia: gli uccelli
    spinti avanti con le grida venivano a incappare nella  rete,  che  ben
    presto  ne  fu  piena,  perch  ingannati  dal suo colore cadevano nel
    pericolo mentre volevano fuggirlo. Cos si riunirono in quel luogo pi
    di trenta persone,  tutte vestite con grande eleganza da pastori e  da
    pastorelle,  e  in  un  momento furono informate della presenza di Don
    Chisciotte e del suo scudiero: il che le  fece  andare  in  visibilio,
    perch  gi  lo  conoscevano  dalla  sua  storia.  Giunti  alle tende,
    trovarono le tavole apparecchiate abbondantemente e splendidamente,  e
    dettero  a  Don  Chisciotte  il  posto d'onore.  Tutti lo guardavano e
    pareva loro impossibile di vederlo l tra loro. Terminato il desinare,
    Don Chisciotte con molta solennit prese la parola, e cominci a dire:
    - Sebbene alcuni pongano la superbia fra i pi grandi peccati commessi
    dall'uomo, io invece ritengo pi grave l'ingratitudine, attenendomi al
    detto comune che d'ingrati   pieno  l'inferno.  Questo  peccato,  per
    quanto  mi    stato possibile,  ho sempre cercato di fuggirlo fin dal
    momento  in  cui  ho  avuto  l'uso  della  ragione;  e  se  non  posso
    contraccambiare  i  benefizi  che ricevo con altri benefizi,  pongo al
    loro posto il desiderio  di  contraccambiarli,  e  quando  questo  non
    basta,  li  rendo  noti;  perch  colui  che  racconta  e rende noti i
    benefizi che riceve, li ricambierebbe certamente,  se potesse;  mentre
    di rado ci gli  possibile, in quanto chi riceve il benefizio  quasi
    sempre  in  posizione  inferiore  a chi lo fa.  Cos Dio  superiore a
    tutti perch  il benefattore di tutti, e i doni dell'uomo non possono
    contraccambiare quelli d'Iddio per  l'infinita  distanza  da  cui  son
    separati. Ma a questa impotenza e a questa pochezza supplisce in certo
    qual modo la gratitudine.  Io dunque, riconoscente alle garbatezze che
    qui mi sono state usate,  non  potendo  corrispondere  nella  medesima
    misura,  mi  contengo  negli  stretti limiti delle mie possibilit,  e
    offro ci che posso e che possiedo di mio. Dichiaro dunque che per due
    giorni interi in mezzo a questa strada  maestra  che  va  a  Saragozza
    sosterr  che  queste finte pastorelle qui presenti son le pi belle e
    pi  cortesi  donzelle   che   siano   al   mondo,   fatta   eccezione
    dell'impareggiabile  Dulcinea  del  Toboso,  unica  signora  dei  miei
    pensieri, sia detto con buona pace di quanti e quante m'ascoltano.
    Sentendo questo,  Sancio  che  era  stato  ad  ascoltarlo  con  grande
    attenzione, proruppe a voce altissima:
    -  E'  mai possibile che ci debba essere nel mondo della gente che osa
    sostenere e giurare che il mio padrone  pazzo? Lo dican loro, signori
    pastori,  se c' parroco  di  villaggio,  per  quanto  intelligente  e
    studioso, che sia capace di dire quel che ha detto ora il mio padrone?
    E  se  c' cavaliere errante,  per quanto abbia fama di valoroso,  che
    possa offrire quel che ha offerto il mio padrone?
    Si volt Don Chisciotte verso Sancio,  col viso rosso dalla  rabbia  e
    gli disse:
    -  E' mai possibile,  Sancio,  che ci debba essere in tutto l'universo
    qualcuno che dica che tu non sei un balordo, foderato di balordaggine,
    con guarnizioni di maligno e di birbaccione?  Chi ti d il diritto  di
    ficcare  il  naso negli affari miei per stabilire se sono uno stolto o
    se ho la testa a posto? Taci e non replicare. Sella Ronzinante, se non
     gi sellato,  e andiamo a dare effetto alla mia offerta,  perch con
    la ragione che  dalla mia parte,  puoi contare per vinti tutti quelli
    che vorranno contraddirmi.
    E tutto infuriato,  con grandi gesti di sdegno,  si alz dalla  sedia,
    lasciando  i  presenti  stupefatti  e incerti se dovevan pigliarlo per
    matto o per savio.
    Tutti cercarono di distoglierlo da quel proposito,  e gli dissero  che
    erano  pi che persuasi dei suoi sentimenti di gratitudine,  e che non
    avevano bisogno di nuove prove per conoscere il suo  valore,  bastando
    quelle  riferite nella storia delle sue imprese,  ma tutto fu inutile.
    Don Chisciotte usc, fermo nella sua idea,  e a cavallo su Ronzinante,
    imbracciato  lo  scudo  e impugnata la lancia,  si pose in mezzo a una
    strada maestra non lontana da quelle verdeggianti praterie.  Lo  segu
    Sancio  sul  suo  ciuco,  e  dietro a lui tutta la comitiva pastorale,
    desiderosa di vedere come sarebbe andata a finire la sua  arrogante  e
    strana offerta.
    Postosi  dunque,  come  s'  detto,  in  mezzo alla strada,  lanci ai
    quattro venti queste parole:
    - O voi tutti, passeggeri e viandanti,  cavalieri,  scudieri,  gente a
    piedi  e  a  cavallo,  che  per  questa  strada passate o che passarci
    dovrete nei due susseguenti giorni,  noto vi sia  che  Don  Chisciotte
    della Mancia,  cavaliere errante, si  posto qui per sostenere ch'ogni
    beltade e cortesia ch'abbiavi  al  mondo,  superata  resta  da  quella
    posseduta  dalle  ninfe  che  in  questi  boschi  e  in  questi  prati
    albergano,  eccezion fatta per Dulcinea del Toboso signora  dell'anima
    mia.  Laonde  chi  fosse  di  contrario avviso,  s'avanzi,  ch io qui
    l'attendo.
    Due volte ripet questo discorso,  e  due  volte  nessun  avventuriero
    l'ud.  Il destino tuttavia che guidava le sue cose di bene in meglio,
    fece s che poco dopo  apparissero  sulla  strada  parecchi  uomini  a
    cavallo,  molti  dei  quali  armati  di  lancia,  che avanzavano tutti
    serrati in gruppo e a gran trotto.
    Appena i compagni di Don  Chisciotte  li  videro,  si  affrettarono  a
    scappare e a tirarsi da parte fuori della strada;  perch capirono che
    se  li  aspettavano,  poteva  loro  succedere  qualche  grosso  guaio.
    Soltanto Don Chisciotte con cuore intrepido rimase fermo,  e Sancio si
    ripar dietro la groppa di Ronzinante.  Quando quella truppa di  gente
    con le lance fu vicina:
    -  Trati da parte - cominci a urlare uno di loro,  che veniva avanti
    agli altri - trati da parte,  nato d'un diavolo,  ch questi tori non
    t'abbiano a fare a pezzi.
    - Eh, via, canaglia! - rispose Don Chisciotte - per me non ci son tori
    che valgano, anche se fossero dei pi feroci che il Iarama nutre sulle
    sue rive.  Confessate,  malandrini,  cos a spron battuto,  che  vero
    quanto ho poco fa affermato,  o altrimenti io  tutti  a  battaglia  vi
    disfido.
    Non  ebbe  tempo  il  vaccaio  di  rispondere,  n l'avrebbe avuto Don
    Chisciotte di farsi da parte  anche  se  l'avesse  voluto;  perch  la
    mandria dei tori selvaggi,  insieme coi mansueti buoi che li guidavano
    e con la moltitudine dei bovari e d'altra gente che li  conducevano  a
    rinchiudere  in  un  luogo  dove  il  giorno  dopo ci doveva essere la
    corrida, passarono sopra a Don Chisciotte, a Sancio, a Ronzinante e al
    ciuco,  rovesciandoli a ruzzoloni per terra.  Sancio rest  malconcio,
    Don  Chisciotte spaventato,  pesto il ciuco e Ronzinante non troppo in
    regola; ma alla fine riuscirono tutti a rizzarsi, e Don Chisciotte con
    gran furia,  inciampando qui,  cadendo l,  cominci a correre  dietro
    alla mandria, urlando:
    - Canaglia!  Malandrini!  Fermatevi!  Aspettate!  E' un cavaliere solo
    quello che vi aspetta,  ma non  di quelli che dicono: A  nemico  che
    fugge ponti d'oro!
    Ma  non per questo si fermarono i frettolosi corridori,  n fecero pi
    conto delle sue minacce che dei nuvoli dell'anno prima.  La stanchezza
    obblig  invece  Don  Chisciotte  a  fermarsi;  e  pi  arrabbiato che
    vendicato si mise a sedere lungo la strada, aspettando che arrivassero
    Sancio, Ronzinante e il ciuco.
    Arrivarono infatti; padrone e servitore rimontarono a cavallo, e senza
    tornare  indietro  a  prender  commiato  dalla  finta   Arcadia,   pi
    vergognosi che allegri si rimisero in cammino.

    CAPITOLO 59.
    Dove si racconta lo straordinario caso che successe a Don Chisciotte e
    che si pu tenere in conto d'avventura.

    Alla  polvere  e  ai  dolori  lasciati  loro  addosso dal poco cortese
    trattamento ricevuto dai  tori,  Don  Chisciotte  e  Sancio  trovarono
    rimedio  in una fonte chiara e limpida in mezzo a un fresco boschetto,
    sulla sponda della quale i due  tribolati,  padrone  e  servitore,  si
    misero  a sedere,  lasciando liberi senza briglia e senza cavezza,  il
    ciuco e Ronzinante.  Sancio mise mano al ripostiglio delle bisacce,  e
    tir  fuori  del  "companaggio"  come  diceva  lui;  Don Chisciotte si
    risciacqu la bocca e si lav il viso,  e questo refrigerio ravviv in
    lui  gli affievoliti spiriti,  ma per il grande avvilimento non poteva
    mangiare, e Sancio, dal canto suo,  per la grande educazione non osava
    essere  il  primo,  e  aspettava  che  si servisse il suo padrone,  ma
    vedendo  che,  trasportato  dalle  sue  fantasticherie,  egli  non  si
    ricordava  di  trasportare  il  pane  alla bocca,  apr lui la sua,  e
    passando sopra a ogni  rispetto  d'educazione,  cominci  a  insaccare
    nello stomaco il pane e il cacio che aveva dinanzi.
    - Mangia pure, amico Sancio, mangia - disse Don Chisciotte sostieni la
    tua vita, che a te, ben diversamente che a me,  cos cara; e lasciami
    morire sotto il peso dei miei pensieri e delle mie sventure.  Io, caro
    Sancio,  son nato per vivere morendo,  e tu per  morire  mangiando;  e
    perch  tu  veda che ti dico la verit in questo,  considera un po' la
    mia sorte. Stampato nelle storie, famoso nelle armi, cortese nelle mie
    azioni, rispettato da prncipi, corteggiato da donzelle,  da ultimo...
    da ultimo,  quando m'aspettavo palme,  trionfi e corone,  guadagnate e
    meritate dalle mie valorose imprese,  ecco  che  stamattina  mi  trovo
    rovesciato,  calpestato  e  malconcio  sotto  i  piedi di un branco di
    immonde  bestie!  Questo  pensiero,  vedi,  mi  smussa  i  denti,   mi
    intorpidisce   le   mascelle,   mi  paralizza  le  mani  e  mi  toglie
    completamente la voglia di mangiare,  di modo che conto  di  lasciarmi
    morir di fame, morte la pi crudele di tutte le morti.
    -  Allora  -  disse  Sancio  seguitando  a  macinare  a tutta velocit
    Vossignoria non approver quel proverbio che dice:  Muoia  Maddalena,
    ma muoia a pancia piena.  Io per d'ammazzarmi non me la sento;  anzi
    conto di far come il ciabattino, che tira il cuoio coi denti per farlo
    arrivare dove vuole; e cos, mangiando,  tirer la mia vita fino a che
    arrivi  al  termine  destinatole  dal  cielo.   E  creda,  signor  Don
    Chisciotte,  che non c' maggior pazzia che quella di volersi  buttare
    alla  disperazione  come fa lei.  Dia retta a me,  mangi,  e dopo aver
    mangiato si butti a schiacciare un sonnellino sui materassi  verdi  di
    quest'erba,   e  vedr  poi  quando  si  sveglier,  come  si  sentir
    sollevato.
    Don Chisciotte accett il consiglio,  parendogli  che  i  discorsi  di
    Sancio fossero pi da filosofo che da scemo e gli disse:
    - Vedi,  Sancio,  se tu volessi far per me quello che ora ti dir,  il
    mio sollievo sarebbe pi sicuro,  e la  mia  malinconia  meno  grande.
    Mentre  io  dormo  seguendo i tuoi consigli,  tu dovresti allontanarti
    qualche passo  di  qui,  scoprirti  il  sedere,  e  con  le  guide  di
    Ronzinante  darti  a  nudo  tre o quattrocento frustate in conto delle
    tremila e tante che  tu  ti  devi  ancora  dare  perch  Dulcinea  sia
    liberata  dal  suo incantesimo;  perch  una vera vergogna che quella
    povera signora resti ancora incantata per la tua negligenza.
    - Su questo ci sarebbe molto da  dire  -  replic  Sancio.  -  Intanto
    dormiamo  tutti  e  due,  poi  sar quel che Dio vuole.  Perch questa
    faccenda di frustarsi a sangue freddo    barbina;  tanto  pi  se  le
    frustate  cascano  su un corpo mal ridotto e peggio nutrito.  Abbia un
    po' di pazienza la mia padrona Dulcinea,  e quando meno se  l'aspetta,
    mi vedr diventare un vaglio a forza di frustate: fino alla morte dura
    la vita. Voglio dire che sono ancora vivo e che ho sempre l'intenzione
    di mantenere quel che ho promesso
    Don Chisciotte lo ringrazi, e mangi un boccone, mentre Sancio faceva
    una  strippata;  poi  si distesero tutti e due per dormire,  lasciando
    pascere in piena libert l'erba abbondante di quel prato ai due vecchi
    compagni e amici, Ronzinante e il ciuco.
    Si svegliarono tardino,  risalirono a cavallo e ripresero il  cammino,
    affrettandosi  per  arrivare  a  un'osteria che si scorgeva a una lega
    circa di l: dico osteria,  perch  Don  Chisciotte  la  chiam  cos,
    contro  la  sua  abitudine  di  chiamar castelli tutte le osterie.  Vi
    arrivarono e domandarono all'oste se c'era posto. L'oste rispose di s
    e che avrebbero trovato gli stessi comodi  e  il  lusso  che  potevano
    trovare  a  Saragozza.  Scesero allora da cavallo e Sancio deposit la
    sua dispensa in una stanza di cui l'oste gli dette la chiave; poi men
    le bestie nella stalla, e data loro la biada,  usc a sentire che cosa
    gli  ordinava  Don  Chisciotte,   che  s'era  messo  a  sedere  su  un
    muricciolo;  e intanto ringraziava con gran fervore il  cielo  di  non
    aver  messo  in  testa  al  suo  padrone  che  quell'osteria  fosse un
    castello. Arrivata l'ora di cena,  si ritirarono nella loro camera,  e
    Sancio  domand all'oste che cosa aveva da dargli da mangiare.  L'oste
    rispose che chiedesse pure,  perch in quell'osteria  c'era  di  tutto
    quel che voleva: uccelli d'aria, uccelli di terra e pesci di mare.
    -  Non importa tanta roba - rispose Sancio - ci basta un paio di polli
    arrosto, perch il mio padrone  di stomaco delicato e mangia poco,  e
    neanch'io sono un gran mangiatore.
    L'oste rispose che polli non ne aveva,  perch i falchi glieli avevano
    mangiati tutti.
    - Allora, signor oste - disse Don Chisciotte - ci faccia arrostire una
    pollastra, ma che sia tenera.
    - Una pollastra? Oh, Madre Santa! - rispose l'oste.  - Le mandai tutte
    ieri  a  vendere  in citt: erano pi di cinquanta.  Ma all'infuori di
    pollastre, chieda pure quel che vuole.
    - Allora - disse Sancio  -  non  mancher  un  po'  di  vitella  o  di
    capretto.
    -  In  casa  in  questo momento non ne abbiamo - rispose l'oste perch
    l'abbiamo finito, ma la settimana futura ce ne sar d'avanzo.
    - Si sta freschi - disse Sancio.  - Scommetterei che gira e rigira  da
    ultimo si va a finire nella solita canzone: carne secca e uova.
    -  Perbacco!  -  rispose  l'oste.  -  Il signore ha davvero la memoria
    debole.  Dal momento che le ho detto or ora che non ho n pollastre n
    galline,  come vuole che abbia delle uova?  Passi pure in rassegna, se
    crede, altre galanterie, ma non mi domandi pollame.
    - Finiamola,  giuraddio!  - esclam Sancio.  - Mi dica in  conclusione
    quel che ha, e lasciamo star le rassegne.
    - Signore - disse l'oste - di pronto, veramente, in questo momento non
    ci ho altro che due zampe di vacca che paiono di vitella,  o, se crede
    meglio, due zampe di vitella che paiono di vacca. Son bell'e cotte col
    loro contorno di ceci, di cipolline e carne secca,  e pare che dicano:
    mangiami, mangiami.
    -  Fin  da ora stanno per me - disse Sancio - e che nessuno le tocchi,
    ch io le  pagher  meglio  d'un  altro,  perch  per  me  non  potrei
    desiderare  nulla che mi piacesse di pi,  e di vacca o di vitella che
    siano, poco m'importa.
    - Nessuno le toccher - disse l'oste - perch gli altri avventori  che
    son  qui,  sono  gran  signori  e  hanno  con s cuoco,  dispensiere e
    provviste.
    - Quanto a gran signore,  allora - disse Sancio - nessuno lo  di  pi
    del  mio padrone;  ma la professione che egli esercita non permette di
    portarsi dietro n gran provviste n bottiglie: quand' il momento  ci
    stendiamo in mezzo a un prato, e ci si sfama di ghiande o di nespole.
    Questa  fu  la conversazione che Sancio ebbe con l'oste,  n pi in l
    volle andare,  bench quello gli avesse gi domandato qual era  questa
    professione del suo padrone. Arrivata l'ora di cena, Don Chisciotte si
    ritir nella sua stanza, l'oste port la pentola cos come stava, e si
    sedette a tavola ben deciso a cenare anche lui.
    Ora,  pare  che  in  un'altra  stanza accanto,  divisa da quella da un
    semplice tramezzo, Don Chisciotte sentisse qualcuno che diceva:
    - Andiamo,  signor Don Geronimo,  mentre s'aspetta che ci  portino  la
    cena,   leggiamo  un  altro  capitolo  della  seconda  parte  del  Don
    Chisciotte della Mancia.
    Appena Don Chisciotte  sent  il  suo  nome  subito  si  alz,  e  con
    l'orecchio  teso stette ad ascoltare attentamente quel che dicevano di
    lui e sent che quel tal Don Geronimo predetto rispondeva:
    - E  perch,  signor  Don  Giovanni,  vuole  che  leggiamo  di  queste
    sciocchezze? Chiunque ha letto la prima parte del Don Chisciotte della
    Mancia, non  possibile che possa divertirsi a leggere questa seconda.
    - Tuttavia - disse il signor Don Giovanni - sar bene leggerla, perch
    non  c'  libro  tanto cattivo che non contenga qualche cosa di buono.
    Quel che pi mi disgusta in questo,   che rappresenta Don  Chisciotte
    di gi disamorato di Dulcinea del Toboso.
    Don Chisciotte,  sentendo ci, pieno d'ira e di dispetto, alz la voce
    e disse:
    - Chiunque dicesse che Don Chisciotte della Mancia  ha  dimenticato  o
    pu  dimenticare  Dulcinea  del Toboso,  io gli prover ad armi uguali
    ch'egli molto dalla verit si discosta: conciossiach  l'impareggiabil
    Dulcinea  del Toboso esser non possa obliata,  n possa Don Chisciotte
    esser di oblio capace. Suo blasone  la costanza, e sua professione il
    dolcemente e senza sforzo serbarla.
    - Chi  che ci risponde? - domandarono dall'altra camera.
    - E chi dev'essere - rispose Sancio -  se  non  Don  Chisciotte  della
    Mancia  in  persona  che  sosterr tutto quello che ha detto,  e anche
    tutto ci che potr dire in seguito? Chi  buon pagatore, di dar pegni
    non ha timore.
    Non aveva finito Sancio di dire queste  parole,  che  entrarono  nella
    stanza  due cavalieri (tali almeno parevano) e uno di loro gettando le
    braccia al collo di Don Chisciotte gli disse:
    - Il vostro aspetto non smentisce il vostro nome,  e  il  vostro  nome
    accredita il vostro aspetto.  Senza dubbio voi, signore, siete il vero
    Don Chisciotte  della  Mancia,  stella  della  cavalleria  errante,  a
    dispetto  di  colui che ha voluto usurpare il vostro nome e annientare
    le vostre prodezze, come ha fatto l'autore di questo libro.
    Cos dicendo prese un libro dalle mani del compagno  e  glielo  porse.
    Don Chisciotte,  senza risponder nulla,  cominci a sfogliarlo, e dopo
    un minuto o due glielo rese dicendo:
    - In quel poco che ho visto,  ho gi trovato in questo autore tre cose
    degne  di  biasimo.  La  prima  consiste in alcune parole del prologo;
    l'altra nella lingua che    aragonese,  perch  spesso  scrive  senza
    articoli, e la terza, che  quella che pi dell'altre ce lo rivela per
    un  ignorante,    data dal fatto che sbaglia e si scosta dalla verit
    nel punto pi importante della storia.  Perch qui dice che la  moglie
    di Sancio Panza, mio scudiero, si chiama Mari Gutierrez, mentre non si
    chiama  cos,  ma  Teresa  Panza:  e  chi sbaglia in questo punto cos
    importante della storia,  ben si potr temere che sbagli in tutti  gli
    altri.
    Qui Sancio disse:
    - Bellino davvero quello storico!  Dev'essere bene informato dei fatti
    nostri,  guarda!  dal momento che chiama  Mari  Gutierrez  mia  moglie
    Teresa Panza. Riprenda un momento il libro signor padrone, e guardi un
    po' se ci sono anch'io, e se mi hanno mutato il nome.
    -  Da quel che mi dite,  amico - disse Don Geronimo - voi senza dubbio
    dovete essere Sancio Panza, lo scudiero del Signor Don Chisciotte.
    - S, sono io - rispose Sancio - e me ne vanto.
    - Ebbene - riprese il cavaliere - questo nuovo autore non descrive  la
    vostra persona con la dovuta fedelt, e vi dipinge mangione, balordo e
    punto  divertente;  molto  diverso  insomma dal Sancio descritto nella
    prima parte della storia del vostro padrone.
    - Dio gli perdoni - disse Sancio - ma era meglio se mi lasciava stare;
    perch ognuno deve fare il suo mestiere,  e chi ne esce,  fa la  zuppa
    nel paniere.
    I  due cavalieri invitarono Don Chisciotte a passare nella loro stanza
    per cenare  insieme,  dicendogli  che  in  quell'osteria  non  avrebbe
    trovato da mangiare roba adatta per lui, e Don Chisciotte, che non era
    affatto  scontroso,  accett l'invito e cen insieme con loro.  Sancio
    rimase padrone assoluto e dispotico della pentola: si mise a sedere  a
    capo  tavola  e  insieme con lui si sedette anche l'oste,  che non era
    meno ghiotto per la zampa.
    Durante la cena Don Giovanni domand  a  Don  Chisciotte  che  notizie
    aveva della signora Dulcinea del Toboso: se si era maritata,  se aveva
    partorito o se era gravida, oppure se, rimasta ragazza,  si ricordava,
    col  rispetto  dovuto  alla sua onest e al suo decoro,  degli amorosi
    pensieri del signor Don Chisciotte.
    - Dulcinea  ancora immacolata - rispose lui -  i  miei  pensieri  pi
    costanti che mai;  le nostre relazioni rigidamente ideali come sempre,
    la sua bellezza, trasformata nella bruttura d'una sozza villana.
    E subito raccont loro per filo e per segno  l'incantagione  di  Donna
    Dulcinea,  e  ci che gli era accaduto nella grotta di Montesino,  con
    l'istruzione per disincantarla che gli aveva dato il mago Merlino, che
    era poi quella  delle  frustate  che  si  doveva  dar  Sancio.  I  due
    cavalieri  si  divertirono  un  mondo,   sentendo  raccontare  da  Don
    Chisciotte gli straordinari avvenimenti della sua storia,  e  rimasero
    ammirati  delle  sue  stranezze  come  del  modo disinvolto con cui le
    raccontava.  Un momento lo giudicavano  savio,  un  altro  momento  si
    rivelava un mentecatto,  senza che riuscissero ad assegnargli un posto
    giusto tra la saviezza e la pazzia.
    Intanto Sancio fin di cenare,  e lascialo l'oste con le gambe che per
    la  sbornia  gli facevano giacomo giacomo,  pass nella stanza del suo
    padrone; ed entrando disse:
    - M'inganner, signori,  ma fra me e l'autore del libro che hanno loro
    non  ci  pu  esser  buon  sangue.  Non  vorrei  che nel modo che m'ha
    chiamato  mangione,  come  loro  m'hanno  detto,  mi  chiamasse  anche
    ubriacone.
    - Eppure, s, vi d presso a poco dell'ubriacone - disse Don Geronimo.
    -  Non  potrei  precisare  proprio  come,  ma ricordo benissimo che le
    parole sono offensive e anche bugiarde,  per quanto posso capire dalla
    fisonomia del bravo Sancio qui presente.
    -  Credano  pure,  signori miei - prosegu Sancio - che il Sancio e il
    Don Chisciotte di questo libro non devono esser  quelli  della  storia
    composta  da  Cide  Hamete  Benengeli,  che  siamo appunto noi: il mio
    padrone, valoroso,  intelligente e innamorato;  io,  bonario,  ingenuo
    faceto, e nient'affatto mangione n ubriacone.
    -  Lo  credo  anch'io  -  disse Don Giovanni.  - E se fosse possibile,
    bisognerebbe ordinare che nessuno ardisse occuparsi dei fatti del gran
    Don Chisciotte, tranne Cide Hamete Benengeli suo primo autore, proprio
    come fece Alessandro, quando ordin che nessuno osasse ritrarlo tranne
    Apelle.
    - Mi ritratti pure chi vuole - disse Don Chisciotte -  purch  non  mi
    maltratti;  perch  la  pazienza  finisce  con  lo  scappare quando la
    caricano d'ingiurie.
    - Nessuna ingiuria pu esser fatta al signor  Don  Chisciotte  replic
    Don  Giovanni  -  della  quale  egli non possa vendicarsi,  se non pu
    pararla con lo scudo della sua pazienza,  che  tuttavia  a  me  sembra
    debba esser forte e grande.
    Fra  questi e altri simili discorsi se ne and gran parte della notte;
    e sebbene Don Giovanni volesse far leggere a  Don  Chisciotte  qualche
    altro  brano  del  libro  per  vedere  che  cosa vi avrebbe trovato da
    ridire,  non ci riusc,  perch egli disse che lo dava  per  letto,  e
    confermava che era una stupidaggine da cima a fondo;  e non voleva, se
    mai arrivasse agli orecchi del suo autore che egli l'aveva  avuto  fra
    le  mani,  dargli la soddisfazione di credere che egli l'avesse letto,
    tanto pi che,  se dalle cose oscene e turpi si debbono distogliere  i
    pensieri, a maggior ragione si dovranno tener lontani gli occhi.
    Gli  domandarono allora dov'era diretto,  ed egli rispose che andava a
    Saragozza alla giostra dello scudo, che si suol fare tutti gli anni in
    quella citt.  Don Giovanni allora gli disse che quel libro raccontava
    che  Don  Chisciotte,  o  chi  altro  fosse,  c'era  stato  a  "correr
    l'anello", ma che il racconto era privo d'invenzione, povero di motti,
    poverissimo di livree, sebbene ricco di scempiaggini.
    - In tal caso - disse  Don  Chisciotte  -  io  non  metter  piede  in
    Saragozza;  e quindi far palese a tutti la menzogna di questo storico
    moderno,  e la gente potr vedere che io non sono il Don Chisciotte di
    cui parla lui.
    -  Far  molto  bene  -  disse  Don  Geronimo - e del resto ci sono in
    Barcellona delle altre giostre,  dove il signor Don  Chisciotte  potr
    dimostrare il suo valore.
    -  Benissimo  -  disse Don Chisciotte - far proprio cos.  Ma ora con
    permesso delle Signorie Vostre io andr a coricarmi  perch    tardi.
    Spero  che si ricorderanno di me,  e che mi terranno sempre nel numero
    dei loro pi affezionati e devoti amici.
    - E anche me - disse Sancio. - A qualche cosa sar buono anch'io!
    E cos si separarono;  Don Chisciotte e Sancio si ritirarono in camera
    loro,   lasciando   Don  Giovanni  e  Don  Geronimo  meravigliati  del
    guazzabuglio che avevano  fatto  di  saggezza  e  di  pazzia,  ma  ben
    persuasi  che  proprio quei due e non gi quelli descritti dall'autore
    aragonese, fossero i veri Don Chisciotte e Sancio.
    Don Chisciotte si lev molto presto,  e bussando al  tramezzo  che  lo
    separava  dalla  camera  accanto,  si  conged in questo modo dai suoi
    ospiti. Sancio pag l'oste profumatamente e lo consigli a magnificare
    meno le provviste della sua osteria, o a tenerla un po' pi fornita.

    CAPITOLO 60.
    Quel che successe a Don Chisciotte nell'andare a Barcellona.

    La mattina era fresca e prometteva una  giornata  altrettanto  fresca,
    quando Don Chisciotte lasci l'osteria dopo essersi ben informato qual
    era  la  strada  pi  corta  per  andare  a  Barcellona  senza  toccar
    Saragozza;  tanto era grande il suo desiderio di smentire  quel  nuovo
    storico  che,  stando almeno alla voce pubblica,  diceva tanto male di
    lui.  Per sei giorni interi non gli successe nulla che valga  la  pena
    d'esser  ricordato  in scritto,  ma al termine di questi sei giorni lo
    colse la notte,  mentre s'era allontanato dalla strada  maestra  e  si
    trovava  in  un  bosco fitto di querce o di sugheri,  perch in questo
    Cide Hamete non  osserva  la  solita  precisione  delle  altre  volte.
    Padrone  e  servitore  discesero  dalle  loro bestie e si distesero ai
    piedi di due alberi,  col groppone appoggiato al  gambo  per  dormire.
    Sancio,  che  quel  giorno  aveva  fatto merenda,  infil subito senza
    bussare l'uscio di casa del sonno; ma Don Chisciotte, tenuto desto dai
    suoi pensieri ancor pi che dalla fame, non poteva chiudere occhio,  e
    con  l'immaginazione  andava  a  zonzo di qua e di l per mille luoghi
    diversi. Ora gli pareva di trovarsi nella caverna di Montesino, ora di
    veder balzare su una ciuca Dulcinea trasformata in contadina,  ora che
    gli  risuonassero all'orecchio le parole del saggio Merlino,  le quali
    gli prescrivevano  le  condizioni  e  le  cautele  da  osservarsi  nel
    disincanto  di  Dulcinea.  Si  disperava vedendo l'indolenza e la poca
    carit del suo scudiero Sancio, poich,  per quanto sapeva,  non s'era
    dato  che cinque frustate,  numero sproporzionato e meschino di fronte
    alle tante che gli rimanevano  da  darsi;  e  questo  gli  fece  tanto
    dispiacere  e  tanta  stizza,  che  disse fra s: Se Alessandro Magno
    tagli  il  nodo  gordiano  dicendo:  "Tagliare     lo   stesso   che
    sciogliere",  e divent egualmente signore universale di tutta l'Asia,
    n pi n meno potrebbe ora succedere per il disincanto  di  Dulcinea,
    se Sancio lo frustassi io suo malgrado. Perch, se il rimedio consiste
    in questo,  che Sancio debba ricevere le tremila e tante frustate, che
    importa a me che  se  le  dia  da  s  o  che  gliele  dia  un  altro?
    L'importante    che  le  frustate  le  pigli,  e poi di dove vengono,
    vengono.
    Con quest'idea s'avvicin a  Sancio,  ma  prima  prese  le  redini  di
    Ronzinante  e le accomod in modo da poterlo frustare;  poi cominci a
    slacciargli le stringhe  che  gli  reggevano  i  calzoni  dalla  parte
    dinanzi  (perch  di  dietro  pare  che non ce le tenesse),  ma appena
    l'ebbe toccato, quello si dest di soprassalto, ed esclam:
    - Che storia  questa? Chi  che mi tira gi i calzoni?
    - Sono io - rispose Don Chisciotte - sono io  che  vengo  a  rimediare
    alla  tua  negligenza  e  a  porre  un termine alle mie pene.  Vengo a
    frustarti,  Sancio,  e a farti pagare in parte il debito  che  tu  hai
    contratto.   Dulcinea   soffre,   io  muoio  dall'ansia,   e  tu  vivi
    nell'indifferenza;  quindi,  clati da te i  calzoni,  perch  la  mia
    intenzione  di darti qui,  in questo luogo solitario,  per lo meno un
    paio di migliaia di frustate.
    - Questo poi no!  - disse Sancio.  - Lei stia  fermo,  perch  se  no,
    quant' vero Dio, ci dovranno sentire anche i sordi. Le frustate a cui
    mi sono obbligato, devono esser volontarie e non forzate, e ora non ho
    voglia  di  frustarmi.  Basta  che  io le dia la mia parola d'onore di
    darmele e di cacciarmi le mosche quando me ne verr voglia.
    - No,  Sancio,  non posso lasciar la cosa  al  beneplacito  della  tua
    cortesia  -  disse  Don  Chisciotte  -  perch  sei  duro di cuore,  e
    quantunque contadino, delicato di pelle.
    E cos dicendo faceva forza  per  slacciargli  i  calzoni,  ma  Sancio
    allora balz in piedi, e gli dette addosso avvinghiandolo in una lotta
    serrata,  finch,  fattogli sgambetto,  lo butt in terra supino;  gli
    mise il ginocchio destro sul petto,  e con le mani gli teneva le mani,
    sicch non poteva pi muoversi n rifiatare.
    - Come, traditore? Contro il tuo padrone e natural signore ti rivolti?
    Con chi ti d il pane ardisci questo? - urlava Don Chisciotte.
    - Qui non c' padrone che tenga!  - url Sancio. - Conosco soltanto il
    padrone della mia pelle e lo difendo! Lei mi prometta di star buono, e
    di non cercar di frustarmi, e io la lascer andare; se no

    tu qui morrai, fellone
    nemico a Donna Sancia!

    Don Chisciotte glielo promise,  e giur per colei che era la vita  dei
    suoi  pensieri,  di  non  torcergli  un  capello  e di lasciare in suo
    arbitrio la scelta del momento per frustarsi. Sancio allora si rialz,
    e si allontan un buon tratto da  quel  punto;  ma  essendo  andato  a
    sdraiarsi con la schiena appoggiata al gambo d'un altro albero,  sent
    toccarsi sulla testa,  e alzata una mano trov due piedi d'uomo con le
    scarpe e le calze. Impaurito e tremante and ad appoggiarsi a un altro
    albero,  e gli successe lo stesso. Allora dette nell'urlare, chiamando
    in aiuto Don Chisciotte il quale accorse  subito  e  gli  domand  che
    cos'era successo, e di che cosa aveva paura.
    - Per Dio! - rispose Sancio - tutti questi alberi son pieni di piedi e
    di gambe di cristiani.
    Don Chisciotte ne tast diversi, e subito cap di che si trattava.
    -  Non  aver  paura - disse a Sancio - senza dubbio queste gambe,  son
    gambe di ladri e d'assassini  che  devono  essere  stati  impiccati  a
    questi  alberi.  In  questi  posti quando li pigliano,  li impiccano a
    ventine e trentine per volta,  e anzi da questo arguisco che si  debba
    esser vicini a Barcellona.
    Infatti  era  proprio  cos,   com'egli  supponeva.  Quando  albeggi,
    alzarono gli occhi,  e videro che gli alberi avevano per grappoli  dei
    cadaveri di banditi.
    Ma  intanto  s'era fatto giorno,  e se avevano avuto paura dei banditi
    morti, non ebbero meno spavento d'una quarantina di quelli vivi, che a
    un tratto li circondarono, intimando loro in catalano di fermarsi e di
    star fermi fino a che non fosse arrivato il loro capo.  Don Chisciotte
    era  a piedi,  il cavallo senza la briglia,  la lancia appoggiata a un
    albero, insomma completamente disarmato; per cui cap che non c'era da
    far altro che incrociare le braccia e chinar  la  testa  serbandosi  a
    migliore  occasione.  I  banditi corsero immediatamente a spulciare il
    ciuco,  e gli portarono via fino all'ultima briciola di quel che c'era
    nelle  bisacce  e nella valigia.  Sorte volle che gli scudi del Duca e
    quelli portati con s da casa,  Sancio li aveva in una pancera  legata
    in  cintola!  Ma  del  resto  quella  brava  gente lo avrebbe di certo
    spogliato, ben bene frugato,  e avrebbe finito col trovargli fra cuoio
    e  carne  quel  che  vi teneva nascosto,  se in quel momento non fosse
    giunto  il  loro  capitano.   Era  un  uomo  dell'apparente   et   di
    trentaquattro  anni,  robusto,  di proporzioni pi che mezzane,  dallo
    sguardo severo e di  colorito  bruno.  Cavalcava  un  grosso  e  forte
    cavallo,  aveva  la  cotta  d'acciaio  e quattro pistole in cintola di
    quelle che in catalano si chiamano  "pedregnales".  Vide  che  i  suoi
    scudieri  (cos  chiamano  laggi  quelli  che fanno quel mestiere) si
    preparavano a spogliare Sancio Panza,  e ordin loro di  smettere.  Fu
    subito  obbedito,  e  cos la ventriera fu salva.  Rimase meravigliato
    vedendo una lancia appoggiata all'albero,  uno scudo in terra,  e  Don
    Chisciotte  vestito  d'armatura  e  cogitabondo,  con  la pi triste e
    melanconica faccia  che  avrebbe  potuto  disegnare  la  tristezza  in
    persona. Si avvicin a lui e gli disse:
    - Non siate cos triste, buon uomo, perch non siete caduto nelle mani
    di uno spietato Osiride,  ma in quelle di Rocco Guinart,  che sono pi
    compassionevoli che crudeli.
    - Non sono triste per esser caduto in tuo potere, o valoroso Rocco, la
    cui fama non ha limiti sulla terra - rispose Don Chisciotte -  ma  per
    la  mia  negligenza  che  mi ha fatto sorprendere dai tuoi soldati col
    cavallo  senza  briglie,  mentre  secondo  l'ordine  della  cavalleria
    errante  che  professo,  io  sono  obbligato  a viver sempre all'erta,
    facendo continuamente la sentinella a me stesso. Sappi,  o gran Rocco,
    che  se  mi  avessero trovato sopra il mio cavallo con la mia lancia e
    col mio scudo,  non sarebbe stato molto facile ottenere la  mia  resa,
    perch  io  son  Don  Chisciotte della Mancia,  colui che ha empito il
    mondo con la fama delle sue prodezze.
    Rocco Guinart riconobbe subito d'essere davanti a un  pazzo  piuttosto
    che  a  un  valoroso;  e sebbene avesse qualche volta sentito nominare
    questo Don Chisciotte,  non aveva mai prestato fede al racconto  delle
    sue  gesta,  n s'era mai potuto persuadere che un tal carattere fosse
    possibile in un essere umano,  perci ebbe  molto  piacere  di  averlo
    incontrato,  per conoscere da vicino ci che di lui aveva sentito dire
    da lontano, e quindi gli disse:
    - Valoroso cavaliere,  non vogliate sdegnarvi n giudicare  nemica  la
    sorte in cui vi trovate: potrebbe darsi che attraverso questi inciampi
    la vostra cattiva fortuna si raddrizzasse; poich il Cielo a volte per
    vie  indirette,  che  gli uomini non arrivano a immaginarsi,  rialza i
    caduti e cambia in ricchi i poveri.
    Don Chisciotte si preparava a ringraziarlo, quando sentirono alle loro
    spalle un rumore come di molti cavaili,  ma invece era  uno  solo  sul
    quale  veniva a briglia sciolta un giovanotto dell'apparente et d'una
    ventina  d'anni,  vestito  di  damasco  verde  con  passamani  dorati,
    calzoncini  e  casacca aperti sui fianchi,  con un cappello rimboccato
    alla vallona,  stivali lustri e attillati,  sproni,  pugnale  e  spada
    dorati,  un  piccolo  schioppo  in  mano e due pistole ai fianchi.  Al
    rumore Rocco volt il capo, e vide questa elegante figura,  che quando
    gli fu vicino, gli disse:
    - Venivo giusto in cerca di te, o valoroso Rocco, per trovare in te se
    non  rimedio,  per lo meno un sollievo nella mia disgrazia;  e per non
    tenerti tanto in curiosit,  poich vedo che non mi hai  riconosciuto,
    te  lo  dir io chi sono.  Io sono Claudia Geronima,  figlia di Simone
    Forte, tuo intimo amico, e nemico giurato di Clauchel Torreglia, che 
    anche nemico tuo,  perch  del partito avverso al  tuo.  Tu  sai  che
    questo Torreglia ha un figlio, che si chiama Don Vincenzo Torreglia, o
    per  lo meno si chiamava due ore or sono.  Senti dunque in due parole,
    per dirtela in breve, quel che m'ha fatto questo giovanotto.  Mi vide,
    mi fece la corte: gli detti retta,  e mi misi a fare all'amore con lui
    di nascosto a mio  padre;  perch  non  c'  donna,  per  quanto  viva
    ritirata e per quanto sia riguardosa,  a cui non avanzi tempo per dare
    esecuzione e mandare ad effetto i suoi  impetuosi  desidri  quando  
    presa  dalla passione.  Insomma egli mi promise di sposarmi,  e io gli
    promisi  d'essere  sua  moglie,  n  pi  in  l  andarono  le  nostre
    relazioni.  Ieri  ho  saputo  che  dimentico  dei  suoi  doveri si era
    fidanzato con un'altra, e che stamattina andava a sposarla. La notizia
    mi ha fatto perdere la testa e la pazienza,  e siccome mio  padre  era
    fuori  del  paese,  ho avuto agio di travestirmi in questo modo,  e su
    questo cavallo a spron battuto ho raggiunto Don Vincenzo  a  una  lega
    circa di qui.  Senza perdere tempo a far lagnanze e a sentir discolpe,
    gli ho sparato contro questo  schioppo,  poi  per  giunta  queste  due
    pistole,  e  credo  d'avergli  piantato  pi di due palle in corpo,  e
    d'aver cos aperto dei buoni valichi, per dove ravvolto nel suo sangue
    possa passare vendicato il mio onore. Lo lasciai fra i suoi servi, che
    non osarono n ebbero tempo di intervenire in sua difesa;  e ora vengo
    a  cercarti  perch  tu  mi  aiuti a emigrare in Francia,  dove ho dei
    parenti presso i quali potr stabilirmi,  e al tempo stesso a pregarti
    di difendere mio padre,  perch i molti partigiani di Don Vincenzo non
    osino prendersi su di lui qualche terribile vendetta.
    Rocco,  ammirato della gagliardia,  del coraggio,  del fiero aspetto e
    del fatto successo alla bella Claudia, disse:
    -  Vieni:  andiamo  a vedere se il tuo nemico  morto,  e dopo vedremo
    quel che converr fare.
    Don Chisciotte,  che era stato attentissimo a quel che  Claudia  aveva
    detto e a quel che aveva risposto Rocco Guinart, disse:
    -  Non c' bisogno che nessuno s'incomodi a difendere questa donzella:
    me ne incarico io.  Mi diano il mio  cavallo  e  le  mie  armi,  e  mi
    aspettino qui. Andr io a cercar questo cavaliere e, morto o vivo, gli
    far mantenere la promessa fatta a cos gran bellezza.
    - E non c' neanche da metterlo in dubbio!  - disse Sancio. Perch per
    far pateracchi il mio padrone ha la mano felice.  Pochi giorni sono ha
    obbligato  un altro a sposarsi,  che anche quello non ne voleva sapere
    di mantenere la parola data a una ragazza;  e se non fossero stati gli
    incantatori  che  lo  perseguitano,  i  quali  mutarono  la faccia del
    giovanotto in quella di uno staffiere,  a quest'ora quella ragazza non
    sarebbe pi ragazza.
    Rocco che badava pi a pensare a quel che era successo a Donna Claudia
    che  ai discorsi del padrone e del servitore,  non sent,  e dopo aver
    comandato ai suoi scudieri di restituire a  Sancio  tutto  quanto  gli
    avevano  portato  via  di  sul  ciuco,  ordin loro al tempo stesso di
    ritirarsi nel luogo dove avevano alloggiato  la  notte  precedente;  e
    subito  part  in  gran fretta con Claudia a cercare il ferito o morto
    Don Vincenzo.  Giunsero nel luogo dove Claudia l'aveva  incontrato,  e
    non  trovarono  che  delle  macchie  di  sangue  sparso  di fresco sul
    terreno;  ma,  tendendo lo sguardo da ogni parte,  scorsero su per  un
    pendio  della  gente,  e  s'immaginarono  che dovesse essere,  com'era
    realmente,  Don Vincenzo,  che i  suoi  servitori,  o  morto  o  vivo,
    portavano via per farlo medicare o per sotterrarlo.  Si affrettarono a
    raggiungerli e ci riuscirono facilmente,  perch  gli  altri  andavano
    piano.  Trovarono  Don  Vincenzo portato a braccia dai suoi servitori,
    che li pregava con voce stanca e indebolita di  lasciarlo  morire  l,
    perch  le  ferite  gli  facevano  tanto  male,  che non poteva andare
    avanti.
    Claudia e Rocco  saltarono  gi  da  cavallo,  e  si  avvicinarono.  I
    servitori si fecero da parte intimoriti alla vista di Rocco, e Claudia
    si turb profondamente a quella di Don Vincenzo. E cos fra commossa e
    sdegnosa si accost a lui e prendendolo per una mano gli disse:
    -  Se tu mi avessi data questa mano,  com'era stato convenuto fra noi,
    non ti saresti trovato a questo passo.
    Il cavaliere ferito riapr gli occhi quasi gi chiusi dalla  morte,  e
    riconoscendo Claudia, le disse:
    - Vedo bene,  bella e ingannata Claudia, che sei stata tu a uccidermi;
    eppure io non meritavo questa pena,  perch non t'ho mai offeso n coi
    miei sentimenti n con le mie azioni.
    -  Come?!  Non  dunque vero - disse Claudia - che stamattina andavi a
    sposarti con Leonora, la figlia del ricco Balvastro?
    - Nient'affatto - rispose Don Vincenzo.  - Il mio  iniquo  destino  ha
    voluto portarti questa falsa notizia,  perch tu, presa dalla gelosia,
    mi togliessi la vita.  Ma poich la lascio nelle tue mani e fra le tue
    braccia,  stimo  felice  la  mia sorte;  e per assicurarti che dico il
    vero,  stringimi la mano e accettami,  se vuoi,  per sposo: non  posso
    darti  maggior  soddisfazione  che  questa del torto che credi di aver
    ricevuto da me.
    Claudia gli strinse la mano, ma a lei si strinse il cuore in modo, che
    sopra il petto insanguinato di Don Vincenzo cadde svenuta, mentre egli
    era colto dal parossismo della morte.  Rocco era confuso e non  sapeva
    che  fare.  I  servitori  corsero  a cercare dell'acqua per spruzzarla
    nella faccia a tutti  e  due;  la  portarono,  gliela  spruzzarono,  e
    Claudia si riebbe dal suo svenimento, ma Don Vincenzo non usc pi dal
    suo  stato convulso,  e spir.  Claudia,  visto che ormai il suo dolce
    sposo non era pi in vita,  riemp l'aria di sospiri,  di gemiti e  di
    strida;  si  strapp e sparse al vento i capelli,  si graffi il viso,
    dette insomma tutti quei segni di dolore e di disperazione,  quali  si
    possono immaginare in un cuore straziato.
    - O donna crudele e pazza!  - diceva - con che facilit ti sei indotta
    a mettere ad effetto una cos malvagia idea!  O forza  rabbiosa  della
    gelosia, a che disperata fine conduci coloro che ti accolgono nel loro
    petto! O sposo, che il mio sciagurato amore ha strappato al talamo per
    trascinare nella tomba!
    C'era tanta amarezza e tanta disperazione nei lamenti di Claudia,  che
    vennero le lacrime agli occhi di Rocco,  il quale  non  era  solito  a
    versarne  in  nessuna  occasione.  I  servi  piangevano;  ogni momento
    Claudia sveniva, e tutto l intorno pareva un campo di desolazione, un
    luogo di disgrazia.  Finalmente Rocco Guinart ordin ai  servitori  di
    Don  Vincenzo  che  portassero  a seppellire il cadavere al paese dove
    stava suo padre, che era un paese l vicino. Claudia disse a Rocco che
    voleva entrare in un convento,  dove era badessa una sua  zia  e  dove
    contava di finire i suoi giorni, sposa a uno sposo migliore ed eterno.
    Rocco  lod  il  suo buon proponimento,  le offr di accompagnarla fin
    dove volesse e di difendere suo padre dai parenti di Don Vincenzo e da
    chiunque  altri  volesse  fargli   del   male.   Claudia   non   volle
    assolutamente  essere  accompagnata,  e  ringraziato  Rocco  delle sue
    offerte con le pi gentili espressioni che seppe,  si conged  da  lui
    piangendo.  I  servitori  di  Don  Vincenzo portarono via il cadavere,
    Rocco torn dai suoi,  e questa  fu  la  fine  dell'amore  di  Claudia
    Geronima.  Qual  meraviglia,  se  la  trama della sua misera storia fu
    ordita dalla violenza invincibile e feroce della gelosia?
    Rocco Guinart trov raccolti i suoi scudieri nel luogo dove aveva loro
    ordinato d'aspettarlo,  e Don Chisciotte che nel bel mezzo,  a cavallo
    su  Ronzinante,  stava  loro  facendo  un'arringa  con  cui cercava di
    persuaderli a lasciare quel genere di vita tanto  pericoloso  sia  per
    l'anima che per il corpo. Ma siccome i pi erano guasconi, gente rozza
    e spregiudicata,  la predica di Don Chisciotte non gli andava troppo a
    genio.  Quando arriv Rocco,  domand a Sancio se gli avevano  reso  i
    gioielli  e  la  roba di valore che gli avevano presa di sul ciuco,  e
    Sancio rispose di s e che gli mancavano soltanto  tre  fazzoletti  da
    testa che valevano un Per.
    -  Che  diavolo  dici,  galantuomo?  -  esclam  uno della banda.  - I
    fazzoletti li ho io, ma non valgono neanche tre reali.
    - E' vero - disse Don Chisciotte - ma il mio scudiero li stima  quanto
    ha detto, perch me li dette chi me li dette.
    Rocco  glieli fece rendere subito,  poi ordin che tutti si mettessero
    in riga; si fece portare i vestiti, le gioie,  i denari e tutto quello
    che dopo l'ultima ripartizione avevano rubato;  poi,  fatto brevemente
    il conto e dato un prezzo in  denaro  alla  roba  che  non  si  poteva
    dividere,  ripart  ogni  cosa fra i compagni con tanta equit e tanto
    criterio, che non defraud minimamente la giustizia distributiva.  Ci
    fatto, pagati e contentati tutti, disse Rocco a Don Chisciotte:
    - Se non si osservasse questa precisione con questa gente, non sarebbe
    possibile viverci.
    -  A quel che vedo - disse Sancio - la giustizia  una cosa cos buona
    che perfino tra i ladri ce n' bisogno.
    Lo sent uno  scudiero  e  alz  il  calcio  del  suo  archibugio  per
    darglielo  sulla testa,  e gliela avrebbe spaccata di certo,  se Rocco
    non gli avesse gridato di fermarsi.  Sancio allib,  e giur dentro di
    s di non aprir pi bocca finch fosse rimasto fra quella gente.
    In   quel  momento  sopraggiunse  uno  di  quegli  scudieri  posti  in
    sentinella sulle strade per vedere  chi  arrivava  e  dare  avviso  al
    capitano di tutto quel che accadeva, e disse:
    -  Signore,  non  lontano  di  qui,  sulla  strada che va a Barcellona
    s'avanza una gran massa di gente.
    - T' riuscito di vedere - rispose Rocco - se son di quelli che cercan
    noi, o di quelli che cerchiamo noi?
    - Son di quelli che cerchiamo noi - rispose lo scudiero.
    - Allora, via subito tutti!  - disse Rocco.  - E portatemeli qui senza
    che ve ne scappi neanche uno.
    Tutti  obbedirono  e  rimasero  soli Don Chisciotte,  Sancio e Rocco a
    vedere chi avrebbero riportato gli scudieri. Nel frattempo disse Rocco
    a Don Chisciotte:
    - Il signor Don Chisciotte deve trovare molto strana la nostra maniera
    di vivere,  strane le nostre avventure,  le  nostre  azioni,  e  tutte
    pericolose.  N  mi  pu  far  meraviglia che cos gli sembri,  perch
    realmente confesso che non c' vita pi irrequieta e pi agitata della
    nostra.  Io ci fui trascinato dalla sete della  vendetta,  che  ha  la
    forza  di  sconvolgere  gli  animi  pi  calmi,  ma  per  natura  sono
    compassionevole e proclive al bene.  Tuttavia  il  volermi  vendicare,
    come  ho  detto,  di un torto ricevuto,  rende vane tutte le mie buone
    disposizioni a tal segno che continuo questa vita,  sebbene capisca di
    far  male.  E  come l'abisso invoca l'abisso e un peccato ne chiama un
    altro, cos le vendette si vennero talmente concatenando, che non solo
    mi incarico delle  mie,  ma  anche  di  quelle  degli  altri.  Eppure,
    quantunque viva in mezzo al labirinto dei miei errori,  Iddio non m'ha
    tolto la speranza di poterne uscire a buon porto.
    Don Chisciotte rimase sorpreso sentendo fare a Rocco dei discorsi cos
    saggi e virtuosi,  perch non avrebbe mai creduto che  in  una  simile
    combutta  di  ladri grassatori e assassini si potesse trovare qualcuno
    che avesse buon senso e sentimento, e gli rispose:
    - Signor Rocco,  il principio della guarigione consiste nel  conoscere
    la  malattia  e  nel  prendere le medicine ordinate dal medico.  Lei 
    malato, conosce la sua malattia, e il cielo,  o Dio per dir meglio che
     il nostro medico,  le dar delle medicine che Ia guariranno; ma tali
    medicine fanno guarire a poco a poco e non a un tratto e per miracolo.
    Inoltre i peccatori di talento sono pi vicini  a  emendarsi  che  gli
    stolti,  e  lei che ha mostrato coi suoi discorsi la sua intelligenza,
    deve star di buon animo e aspettare il  miglioramento  della  malattia
    della  sua coscienza;  e se poi vuole abbreviare il cammino e mettersi
    con facilit in quello della salvazione,  venga  con  me,  ch  io  le
    insegner  a  fare  il  cavaliere  errante,  professione  in cui si va
    incontro a tanti affanni e a tali guai, che accettandoli in sconto dei
    propri peccati, in quattro e quattro otto uno si trova in paradiso.
    A sentire quei consigli Rocco si mise a  ridere,  e  mutando  discorso
    raccont  a  Don  Chisciotte la tragica avventura di Claudia Geronima.
    Sancio ne rimase  molto  afflitto,  perch  gli  avevano  fatto  buona
    impressione la bellezza, la franchezza e il coraggio della ragazza.
    Frattanto  tornarono gli scudieri dalla loro impresa,  portando con s
    due gentiluomini a cavallo e due pellegrini a piedi,  e  una  carrozza
    piena di donne,  con sei servitori che parte a piedi,  parte a cavallo
    le accompagnavano,  e pi due mulattieri che erano al seguito dei  due
    gentiluomim.  Gli  scudieri  fecero  cerchio  attorno  a  tutte queste
    persone in mezzo a un profondo silenzio dei  vinti  e  dei  vincitori,
    nell'attesa  che  il  gran  Rocco  Guinart  parlasse.  Egli domand ai
    gentiluomini chi erano, dove andavano, e quanti quattrini avevano. Uno
    di loro rispose:
    - Signore,  noi altri siamo due capitani di fanteria  che  abbiamo  le
    nostre  compagnie  a  Napoli,  e  andiamo a Barcellona a imbarcarci su
    quattro galere pronte a partire per la Sicilia. Abbiamo due o trecento
    scudi, coi quali ci pare d'essere dei signori, e ce ne andiamo allegri
    e contenti,  perch l'ordinaria povert dei soldati non  permette  pi
    grandi tesori.
    Rocco  rivolse  ai pellegrini la medesima domanda che aveva rivolto ai
    capitani, ed essi gli risposero che erano diretti a Roma, che andavano
    a imbarcarsi e che fra tutti  e  due  potevano  avere  circa  sessanta
    reali.  Volle anche sapere chi erano le signore della carrozza, quanti
    denari avevano e dove li avevano; e uno di quelli a cavallo disse:
    - Nella carrozza c' la mia padrona Donna Guiomar di Chignones, moglie
    del reggente la vicaria di Napoli,  con una bambina,  una domestica  e
    una dama di compagnia, e noi siamo sei servitori che l'accompagnamo, e
    i denari che abbiamo sono circa seicento scudi.
    -  Allora  - disse Rocco Guinart - abbiamo ormai qui novecento scudi e
    sessanta  reali,   i  miei  soldati  debbono  essere  una  sessantina,
    guardiamo dunque quanto tocca a ciascuno,  perch io i conti non li so
    far bene.
    Sentendo questo i banditi levarono un gran grido dicendo:
    -  Viva  Rocco  Guinart!  a  dispetto  dei  birbanti  che  cercano  di
    rovinarlo!
    I  due capitani rimasero molto male,  la signora reggente fece il viso
    afflitto, e neanche i pellegrini si rallegrarono, vedendo confiscati i
    loro beni.  Rocco li tenne un po' di tempo cos ansiosi;  ma non volle
    lasciare  troppo  a  lungo  sui  loro  visi una tristezza che ormai si
    scorgeva a un tiro di schioppo di distanza,  e voltatosi ai  capitani,
    disse:
    -  I signori capitani si compiacciano per favore di prestarmi sessanta
    scudi e ottanta la signora reggente per contentare questi  uomini  che
    mi  seguono,  perch  per  nulla  non  canta  il  cieco:  poi potranno
    andarsene per la loro strada liberamente con un salvacondotto  che  io
    dar loro,  perch, se si imbattessero in altre delle mie squadre, che
    ho distribuito  in  questi  dintorni,  non  abbiano  a  subire  alcuna
    molestia.  Non  mia intenzione di usare alcun sopruso a dei soldati e
    a delle donne, specialmente poi se ragguardevoli.
    I due capitani non finivano pi di ringraziare gentilmente Rocco della
    sua cortesia e generosit: tale almeno la giudicarono in quel  momento
    vedendosi  rilasciare  gran  parte  del  denaro  sebbene fosse di loro
    propriet.  La signora Donna Guiomar di Chignones  voleva  scender  di
    carrozza per andare a baciare mani e piedi al gran Rocco,  ma egli non
    glielo permise assolutamente, anzi le chiese scusa del disturbo che le
    aveva recato, costrettovi purtroppo dagli obblighi imprescindibili del
    suo tristo mestiere.  La signora reggente ordin a un suo servitore di
    dare  subito  gli ottanta scudi a cui era stata tassata,  mentre i due
    capitani avevano gi sborsato i sessanta.  I pellegrini si preparavano
    a  dar  tutto  il  loro misero avere,  ma Rocco gli disse che stessero
    fermi, e voltandosi ai suoi:
    - Di questi scudi - disse - ne toccano due a ciascuno  e  ne  avanzano
    venti:  dieci  si  diano  a  questi  pellegrini e dieci a questo bravo
    scudiero, perch possa dir bene di quest'avventura.
    Cavato poi di tasca il necessario per scrivere,  di cui andava  sempre
    provvisto,  Rocco  dette  loro  un salvacondotto in scritto per i capi
    delle sue squadre,  li salut e li lasci andar liberi e  meravigliati
    della sua nobilt, del suo carattere generoso e del suo strano modo di
    procedere,  parendo  a  tutti  pi un Alessandro Magno che un brigante
    famoso. Uno degli scudieri disse in lingua guascona e catalana:
    - Questo nostro capitano  pi adatto a fare il frate che il  bandito:
    se d'ora in poi vuol fare il grande e il generoso,  lo faccia coi suoi
    quattrini e non coi nostri.
    Il disgraziato non lo disse abbastanza piano da non  essere  udito  da
    Rocco,  il  quale  sguainata la spada gli spacc la testa quasi in due
    dicendo:
    - In questo modo io castigo i temerari con la lingua lunga.
    Tutti allibirono,  e nessuno os dirgli una mezza  parola,  tanta  era
    l'obbedienza e il rispetto che gli portavano.
    Rocco si ritir un momento in disparte, e scrisse una lettera a un suo
    amico  a  Barcellona facendogli sapere che si trovava presso di lui il
    famoso Don Chisciotte della Mancia,  quel cavaliere errante di cui  si
    raccontavano  tante  cose,  il  quale  era  il  pi  divertente  e pi
    intelligente uomo  del  mondo;  e  che  di  l  a  quattro  giorni,  e
    precisamente  nel  giorno  di  San  Giovanni Battista,  glielo avrebbe
    condotto in mezzo alla piazza della citt armato di tutte le sue armi,
    sul suo cavallo Ronzinante,  insieme col suo scudiero Sancio Panza  su
    un  asino.  Di  questo  voleva che informasse i suoi amici,  perch si
    potessero divertire un po' alle sue spalle,  e suo  desiderio  sarebbe
    anche  stato  che  di questo divertimento rimanessero privi i Cadells,
    suoi nemici, ma questo era impossibile, perch non poteva darsi che la
    intelligente follia di Don Chisciotte e le amenit  del  suo  scudiero
    Sancio  Panza  non  facessero divertire il mondo intero.  Mand questa
    lettera per uno dei suoi  scudieri;  il  quale,  cambiato  l'abito  di
    bandito  in  quello di contadino,  entr in Barcellona e la recapit a
    chi era diretta.

    CAPITOLO 61.
    Ci che successe a Don Chisciotte nell'entrare in Barcellona,  e altre
    cose che hanno pi l'aria d'esser vere che sensate.

    Don  Chisciotte  si trattenne tre giorni e tre notti presso Rocco,  ma
    anche se ci fosse rimasto trecento anni, non gli sarebbero mai mancate
    ragioni di  curiosit  e  di  stupore  in  quel  genere  di  vita.  Si
    svegliavano  in  un  posto,  desinavano in un altro: a volte fuggivano
    senza sapere chi fuggivano,  altre volte stavano  ad  aspettare  senza
    sapere chi aspettavano. Dormivano sempre ritti, interrompendo il sonno
    per spostarsi da un posto a un altro.  Era un continuo metter vedette,
    stare in ascolto dei gridi delle sentinelle, soffiar sulle micce degli
    archibugi,  sebbene ne avessero pochi,  perch erano tutti  armati  di
    pistole. Rocco passava la notte in disparte dai suoi, in luoghi a loro
    sconosciuti, perch i bandi e le taglie messe dal vicer di Barcellona
    sulla  sua  testa,  lo  tenevano  inquieto  e sospettoso,  e non osava
    fidarsi di nessuno,  temendo che gli stessi  suoi  compagni  potessero
    ucciderlo  o consegnarlo alla giustizia;  vita certamente miserabile e
    affannosa!
    Infine, per strade poco battute,  per scorciatoie e sentieri nascosti,
    Rocco,  Don  Chisciotte  e Sancio con altri sei scudieri partirono per
    Barcellona,  e arrivarono nei suoi paraggi la notte della  vigilia  di
    San  Giovanni.  Rocco,  abbracciati  Don  Chisciotte  e Sancio,  a cui
    consegn i dieci scudi promessi che fino allora non gli aveva dato, li
    lasci con grande scambio di cortesie e di reciproche  offerte.  Rocco
    torn  indietro,  Don  Chisciotte rimase ad aspettare il giorno cos a
    cavallo come stava,  e non tard a scoprire sui balconi  d'oriente  il
    volto della bianca Aurora,  che rallegrava le erbe e i fiori invece di
    rallegrare  l'udito,   sebbene  nello  stesso  istante  anche  l'udito
    cominci  a  esser  rallegrato  dal  suono di molti pifferi e tamburi,
    tintinno di sonagli e grida di: Largo, largo! Posto, posto! mandate
    da corrieri,  che parevano venire dalla citt.  L'Aurora fece posto al
    Sole,  che con una faccia pi grande d'uno scudo rotondo,  si levava a
    poco a poco sull'orizzonte.  Don Chisciotte  e  Sancio  aguzzarono  lo
    sguardo  da  tutte le parti;  videro il mare che vedevano per la prima
    volta,  e parve loro immenso,  assai pi  grande  che  gli  stagni  di
    Ruidera che avevano visto nella Mancia.  Videro le galere ancorate nel
    porto, le quali,  avendo in quel mentre abbassate le tende,  apparvero
    piene di fiamme e di gagliardetti,  che ora sventolavano in alto,  ora
    ricadevano a sfiorare il pelo dell'acqua,  mentre a bordo si sentivano
    suonare  clarini,  trombe  e pifferi,  che vicino e lontano riempivano
    l'aria di note allegre e bellicose.  Poi cominciarono a  muoversi  per
    quello  specchio  d'acque  tranquille  e  a  fare  una specie di finta
    battaglia, mentre quasi in corrispondenza di questi movimenti uscivano
    dalla citt innumerevoli cavalieri sopra bei cavalli e  con  splendide
    uniformi.   I   soldati   delle   galere  facevano  un  fuoco  nutrito
    d'archibugi,  spingarde e colubrine,  a cui  rispondevano  quelli  che
    stavano sulle mura e nei forti della citt;  e alle grosse artiglierie
    da fortezza,  che laceravano  l'aria  con  un  fracasso  spaventevole,
    rispondevano  i  cannoni di corsia delle galere.  Il mare ridente,  la
    terra lieta,  l'aria serena,  o appena offuscata in certi momenti  dal
    fumo  delle  cannonate,  parevano infondere in tutta la popolazione un
    sentimento di improvvisa allegria.  Sancio non  si  sapeva  capacitare
    come mai potessero avere tanti piedi quei colossi che si muovevano sul
    mare.
    Intanto  i cavalieri dalle splendide uniformi gettando gridi di guerra
    e di gioia arrivarono di  trotto  nel  luogo  dov'era  Don  Chisciotte
    sorpreso e attonito;  e uno di loro,  quello che era stato avvisato da
    Rocco, disse ad alta voce a Don Chisciotte:
    - Benvenuto nella nostra citt lo specchio, il faro,  la stella polare
    di  tutta  la  cavalleria  errante  in  tutta l'estension del termine.
    Benvenuto,  dico,  il valoroso Don Chisciotte  della  Mancia:  non  il
    falso, il fittizio, l'apocrifo che in false storie ci hanno presentato
    in  questi  giorni,  ma  il  vero,  il  legale  e  autentico che ci ha
    descritto Cide Hamete Benengeli, fiore degli storici.
    Don Chisciotte non rispose nulla, n i cavalieri aspettarono risposta,
    ma, girandosi e rigirandosi tutti insieme, cominciarono a eseguire una
    fantasia intorno a lui, mentre egli, voltosi a Sancio, gli diceva:
    - Questi ci hanno ben conosciuto:  scommetterei  che  hanno  letto  la
    nostra   storia   e   anche   quella   scritta  dall'aragonese  uscita
    ultimamente.
    Il cavaliere che aveva parlato  a  Don  Chisciotte,  ritorn  un'altra
    volta verso di lui e gli disse:
    -  Signor Don Chisciotte,  venga dunque con noi,  ch tutti siamo suoi
    servitori e grandi amici di Rocco Guinart.
    - Se da cortesia nasce cortesia - rispose Don Chisciotte - la  vostra,
    signor  cavaliere,    figlia  o  prossima  parente di quella del gran
    Rocco: menateci dove volete,  ch io non avr  altra  volont  che  la
    vostra, tanto pi se vorrete impiegare la mia in vostro servigio.
    Con  parole  non  meno cortesi gli rispose il cavaliere e rinserratolo
    tutti in mezzo, al suono dei pifferi e dei tamburi s'incamminarono con
    lui verso Barcellona.  Ma all'entrare  in  citt,  il  diavolo  che  
    l'autore di tutti i mali,  e i ragazzi che son peggio del diavolo,  si
    ficcarono in mezzo alla gente,  e due dei pi  arditi  e  birbaccioni,
    alzata  uno  la coda del ciuco e l'altro quella di Ronzinante,  gli ci
    attaccarono sotto a tutte e due un mazzo di cardi. Le povere bestie, a
    sentir quel nuovo genere di sproni,  strinsero la coda,  ma non fecero
    naturalmente che accrescere il loro tormento,  e allora cominciarono a
    far tali piroette,  che rovesciarono i loro padroni a gambe  all'aria.
    Don  Chisciotte  vergognoso  e mortificato and a levare il pennacchio
    dalla coda della sua brenna,  e Sancio da  quella  del  suo  ciuco.  I
    compagni   di  Don  Chisciotte  volevano  castigare  quegli  insolenti
    ragazzi,  ma fu loro impossibile,  perch i due birichini si confusero
    fra  gli  altri  moltissimi che seguivano il corteo.  Don Chisciotte e
    Sancio risalirono sulle loro cavalcature,  e sempre accompagnati dalla
    musica  e dagli evviva arrivarono alla casa della loro guida,  che era
    grande e maestosa, come s'addice a un ricco cavaliere. E per ora ve li
    lasceremo, perch cos vuole Cide Hamete.

    CAPITOLO 62.
    L'avventura della testa incantata e altre piccolezze che  non  si  pu
    fare a meno di raccontare.

    L'ospite  di  Don  Chisciotte  si chiamava Don Antonio Moreno.  Era un
    cavaliere ricco e intelligente,  a cui piaceva  molto  divertirsi,  ma
    onestamente  e  con buon gusto.  Quando si trov Don Chisciotte per la
    casa,  si mise a cercare il modo di divertirsi con le  sue  stramberie
    senza per nuocere alla sua persona;  perch non sono burle quelle che
    fanno del male,  n si pu parlare di svaghi,  quando c' il danno dei
    terzi.  La  prima  cosa  che  fece,  fu  di  persuaderlo  a  togliersi
    l'armatura e a presentarsi in pubblico con quel suo attillato  vestito
    di  camoscio  (che  gi pi volte abbiamo descritto) su un balcone che
    dava sopra una strada delle pi frequentate della  citt,  alla  bella
    vista della gente e dei ragazzi, che stavano a guardarlo come se fosse
    una  scimmia.  I  cavalieri in costume corsero di nuovo davanti a lui,
    come se si fossero cos vestiti  unicamente  per  lui  e  non  gi  in
    occasione  della  festa  di  quel giorno;  e Sancio era tutto contento
    perch gli pareva di aver ritrovato,  senza saper n come  n  perch,
    delle altre nozze di Camaccio,  un'altra casa come quella di Don Diego
    di Miranda, e un altro castello come quello del Duca.
    Quel giorno vennero a desinare in casa di  Don  Antonio  diversi  suoi
    amici,  i quali tutti onorarono e trattarono Don Chisciotte in qualit
    di cavaliere errante, e per questo egli gonfio e tronfio non stava pi
    nella pelle dalla contentezza.  Sancio  poi  disse  delle  cose  tanto
    buffe,  che  tutti  i  domestici  e  tutti  quelli  che erano presenti
    pendevano dalla sua bocca.  Durante il desinare Don  Antonio  disse  a
    Sancio:
    -  Qua ci  giunta notizia,  caro Sancio,  che siete cos appassionato
    per il biancomangiare e per le polpette, che,  se ve ne avanza,  ve le
    mettete in seno per il giorno dopo.
    -  Nossignore  -  rispose Sancio - non  vero;  perch mi preme pi la
    pulizia che la gola; e ii signor Don Chisciotte, qui presente, sa bene
    che noi siamo stati capaci di campare otto giorni tutti e due  con  un
    pugno di ghiande o di noci.  Oh! di certo, se mi succede qualche volta
    che m'offrano la vaccherella,  corro con la funicella: voglio dire che
    mangio  quello  che  mi  danno,  e  batto  il ferro quando  caldo.  E
    chiunque ha detto che io sono un mangione e un porcellone, non sa quel
    che dice;  e anzi l'avrei detto in un altro modo,  se  non  fosse  per
    rispetto a questi illustri signori che sono a tavola.
    -  S - disse Don Chisciotte - la sobriet e la pulizia con cui Sancio
    mangia, meritano di essere incise in targhe di bronzo, perch ne resti
    memoria nei secoli futuri. E' vero che quando ha fame,  pare,  s,  un
    ghiottone,  perch mangia in fretta e mastica a due palmenti;  ma alla
    pulizia ci sta sempre molto attaccato;  anzi durante il tempo  che  fu
    governatore,  impar a stare a tavola in grande etichetta; tant' vero
    che mangiava con la forchetta  i  chicchi  d'uva  e  anche  quelli  di
    melagrana.
    - Come?! - esclam Don Antonio. - Governatore  stato Sancio?
    -  S - rispose Sancio - di un'isola chiamata Baratteria.  La governai
    dieci giorni con pieni poteri,  ci  persi  la  quiete,  ma  imparai  a
    disprezzare tutte le alte cariche di questo mondo.  Scappai, cascai in
    una grotta, mi credetti morto, e per miracolo ne uscii vivo.
    Raccont allora Don Chisciotte in modo particolareggiato tutto  quello
    che  era  successo  a  Sancio  durante  il  suo governo,  e fece molto
    divertire la conversazione.
    Sparecchiata la tavola, Don Antonio, preso per mano Don Chisciotte, lo
    condusse in una stanza appartata nella quale non vi  era  le  che  una
    tavola  di  diaspro  sostenuta  da un piede della medesima pietra.  Su
    questa tavola c'era una testa di bronzo, anzi una specie di busto come
    quelli che comunemente si vedono degli imperatori romani.  Don Antonio
    si  mise  a  passeggiare  per  la  stanza  insieme con Don Chisciotte,
    girando parecchie volte intorno alla tavola; poi finalmente gli disse:
    - Ora, signor Don Chisciotte, che son sicuro che nessuno ci sente e la
    porta  chiusa,  le voglio raccontare una delle pi rare avventure,  o
    per  meglio  dire  curiosit,  che si possano immaginare,  a patto che
    quello che le dir,  lei lo seppellisca nei pi riposti recessi  della
    segretezza.
    -  Glielo  giuro  -  disse Don Chisciotte - e anzi ci metter sopra un
    pietrone per maggior sicurezza;  perch lei deve  sapere,  signor  Don
    Antonio  - (sapeva ormai che questo era il suo nome) che lei parla con
    uno che sebbene abbia orecchi per udire,  non ha lingua  per  parlare.
    Perci lei pu liberamente travasare nel mio petto ci che ha nel suo,
    e far conto di averlo rovesciato in un pozzo di silenzio.
    -  Quand'  cos  -  rispose  Don  Antonio  -  voglio  che  lei  resti
    trasecolato di quel che le far vedere e udire,  e  dia  cos  qualche
    sollievo  a  me  della  pena  che mi produce il non aver nessuno a cui
    confidare i miei segreti,  che non sono  di  natura  da  poter  essere
    confidati al primo venuto.
    Don Chisciotte era molto sorpreso, e stava ad aspettare dove sarebbero
    andati a finire tanti preamboli.  Finalmente Don Antonio, presagli una
    mano, gliela fece scorrere sulla testa di bronzo e su tutta la tavola,
    compreso il piede di diaspro che la sorreggeva, poi disse:
    - Questa testa,  signor Don Chisciotte,   stata fatta da uno dei  pi
    grandi  incantatori  e  fattucchieri che siano mai esistiti: credo che
    fosse polacco di nazione  e  scolaro  del  famoso  Scotto  di  cui  si
    raccontano tante meraviglie. Quest'uomo stette qui in casa mia qualche
    tempo e per mille scudi mi fece questa testa, che ha la propriet e la
    virt  di  rispondere  a  tutto  ci  che  le si domanda all'orecchio.
    Tracci dei pentagoni,  dipinse dei geroglifici,  osserv  le  stelle,
    not  le  congiunzioni,  e  finalmente  termin  la  sua  opera con la
    perfezione  che  potremo  osservare  domani;  perch  il  venerd  non
    risponde,  e  siccome oggi per l'appunto  venerd,  bisogna aspettare
    fino  a  domattina.   Intanto  lei  potr  pensare  a  quel  che  vuol
    domandarle,  e  stia  sicuro (io lo so per esperienza) che in quel che
    risponde, dice la verit.
    Don Chisciotte rimase molto meravigliato della propriet e virt della
    testa, e quasi quasi non ci voleva credere; ma visto che mancava tanto
    poco tempo a farne la prova,  non disse nulla;  solamente lo ringrazi
    d'averlo  messo a parte d'un cos gran segreto.  Uscirono dunque dalla
    stanza, Don Antonio serr la porta a chiave,  e ritornarono nella sala
    dove  stavano  gli  altri gentiluomini,  ai quali nel frattempo Sancio
    aveva raccontato molte delle avventure accadute al suo padrone.
    Nel pomeriggio Don Chisciotte fu portato a passeggio, non armato ma in
    abito da citt con addosso un palandrano di panno fulvo che di  quella
    stagione  avrebbe  fatto  sudare il ghiaccio.  Si misero d'accordo coi
    servitori per trattenere Sancio in casa con una scusa, e fecero uscire
    Don Chisciotte non sopra Ronzinante ma sopra un  gran  mulo  di  lenta
    andatura  e  riccamente  bardato.  Gli  fecero mettere il palandrano e
    dietro le spalle, senza che se ne accorgesse, gli cucirono un cartello
    su cui era scritto a caratteri  cubitali:  "Questo    Don  Chisciotte
    della Mancia". Cominciato il passeggio, il cartellino dava negli occhi
    a  quanti  venivano  a  vederlo  passare,  e  siccome leggevano forte:
    "Questo  Don Chisciotte della Mancia",  Don Chisciotte si stupiva che
    tutti  quelli che lo guardavano,  lo conoscessero e lo nominassero,  e
    voltosi a Don Antonio, che cavalcava al suo fianco:
    - Grandi - gli disse - sono le prerogative della  cavalleria  errante,
    che  rende  conosciuto  e  famoso  in  tutti  i paesi del mondo chi la
    professa.  Guardi,  signor Don Antonio,  perfino i ragazzi  in  questa
    citt, senza avermi mai visto, mi conoscono.
    -  Proprio  cos,  signor  Don Chisciotte - rispose Don Antonio perch
    come il fuoco non pu star chiuso e nascosto,  cos la virt  non  pu
    rimanere  sconosciuta,  e  quella  che  si acquista con la professione
    delle armi, risplende e trionfa su tutte le altre.
    Successe poi che mentre Don  Chisciotte  avanzava  in  mezzo  a  tutti
    questi plausi,  un castigliano,  che lesse il cartello che aveva nelle
    spalle, esclam:
    - Che il diavolo ti porti,  Don Chisciotte!  Come hai fatto ad arrivar
    fin  qui senza rimanere ammazzato da tutte le legnate che ti sei prese
    sul groppone? Tu sei un pazzo, e se tu lo fossi per conto tuo e dentro
    le porte della tua pazzia,  meno male!  Ma tu hai anche la prerogativa
    di  far  diventare  pazzi  e mentecatti tutti quelli che ti praticano:
    prova ne siano questi signori che  t'accompagnano.  Torna,  imbecille,
    torna  a  casa  tua;  va'  a  badare  alla tua roba,  alla moglie,  ai
    figlioli;  e smetti con queste grullerie  che  ti  fanno  imbacare  il
    cervello e perdere il ben dell'intelletto.
    - Amico - disse Don Antonio - andate per la vostra strada,  e non date
    consigli a chi non ve li chiede.  Il signor Don Chisciotte ha la testa
    molto a posto, e noialtri che l'accompagnamo, non siamo degli stupidi.
    La  virt  deve essere onorata dovunque si trova,  e voi andatevene al
    diavolo, e non vi impicciate in quel che non vi riguarda.
    - Per Dio! - esclam il castigliano. - Vossignoria ha ragione;  perch
    il  mettersi a dar dei consigli a questo brav'uomo  come fare a cozzi
    coi muriccioli,  tuttavia mi  fa  una  gran  pena  che  l'ingegno  che
    quest'imbecille dimostra,  a quel che dicono,  in ogni genere di cose,
    gli scoli poi tutto nel canale della  sua  cavalleria  errante.  E  la
    spedizione  a  casa del diavolo che la Signoria Vostra ha fatto di me,
    io l'accetto per me e per tutti i miei discendenti, se da oggi in poi,
    campassi pure gli  anni  di  Matusalemme,  dar  pi  dei  consigli  a
    qualcuno, anche se me li chiede.
    Ci  detto,  il  consigliatore  se  ne  and  per  i fatti suoi,  e la
    passeggiata continu.  Ma la ressa dei ragazzi e dell'altra gente  per
    poter leggere il cartello era tanta,  che Don Antonio facendo le viste
    di togliergli dei bruscoli,  glielo dovette levare.  Venuta  la  sera,
    tornarono  a  casa,  dove  trovarono  un  gran ricevimento di signore;
    perch la moglie di Don Antonio,  che  era  una  dama  nobile,  bella,
    intelligente  e  spiritosa,  aveva invitato le sue amiche a fare onore
    all'ospite e a divertirsi con  le  sue  straordinarie  stramberie.  Ne
    erano  venute parecchie,  e dopo una splendida cena verso le dieci era
    cominciato il ballo.  Fra quelle  signore  ce  n'erano  due  piuttosto
    birichine e burlone,  e sebbene oneste,  tanto sbrigliate da divertire
    coi loro scherzi senza tuttavia disgustar nessuno.  Queste due signore
    riuscirono  a  impegnare Don Chisciotte a ballare,  e ci si misero con
    tanta vivacit,  che te lo ridussero  uno  straccio,  corpo  e  anima.
    Bisognava vederlo! Lungo, stecchito, magro, giallo, striminzito, senza
    garbo  n  grazia,  e  soprattutto duro e inagile!  Le due signore gli
    sussurravano,  come  di  sfuggita,  delle  paroline  tenere,  ed  egli
    rispondeva  con  furtive repulse,  ma finalmente stretto dall'assedio,
    alz la voce esclamando:
    - "Fugite, partes adversae!".  Lasciatemi nella mia quiete o importune
    tentazioni  !  E  voi  signore,  deh!  desistete  dai vostri desidri,
    conciossiach quella che  dei miei signora, l'impareggiabile Dulcinea
    del Toboso,  non permetta che all'infuori dei suoi altri mi vincano  e
    m'assoggettino.
    Cos  dicendo  si  piant  a sedere in terra nel bel mezzo della sala,
    stracco morto per tutto quel ballare.  Don Antonio lo fece  portar  di
    peso sul suo letto, e il primo a dar mano al trasporto naturalmente fu
    Sancio.
    - Che diavolo s' messo a fare,  signor padrone?  - gli disse. - O che
    credeva?  Che i cavalieri erranti avessero  l'obbligo  d'essere  anche
    ballerini?  Se l'ha creduto,  s' sbagliato di grosso. C' molta gente
    che si proverebbe piuttosto ad ammazzare un gigante  che  a  fare  una
    capriola.  Se si fosse trattato del trescone, manco male! Avrei potuto
    presentarmi io invece di lei,  perch io ballo come un  girifalco,  ma
    per gli altri balli non ce la faccio.
    Con questi e altri discorsi Sancio fece ridere tutti gli invitati, poi
    and a mettere a letto il padrone e lo copr ben bene per farlo sudare
    perch ballando non aveva mica sudato abbastanza!
    Il  giorno  dopo  Don Antonio decise di fare l'esperimento della testa
    incantata,  e si  rinserr  nella  stanza  dov'era,  insieme  con  Don
    Chisciotte,  Sancio,  altri  due  amici  e  le due signore che avevano
    tormentato Don Chisciotte durante il ballo e che  quella  notte  erano
    rimaste  l  a  dormire.  Don  Antonio  spieg quali erano le virt di
    quella testa, raccomand a tutti il segreto, e disse che quello era il
    primo giorno che egli faceva la prova di  tali  virt.  Tranne  i  due
    amici  di Don Antonio nessuno conosceva il trucco dell'incantesimo,  e
    se Don Antonio non glielo avesse svelato prima,  anche loro  sarebbero
    rimasti sbalorditi come gli altri: n era possibile altrimenti,  tanta
    era  l'abilit  e  la  perfezione  con  cui  quella  testa  era  stata
    fabbricata.
    Il  primo  che  s'accost  all'orecchio  della  testa fu lo stesso Don
    Antonio,  e disse a voce bassa,  ma non tanto da non essere  udito  da
    tutti i presenti:
    - Dimmi,  testa, per la virt che  racchiusa in te, che cosa penso io
    in questo momento?
    E la testa senza muovere le labbra,  ma con voce chiara e distinta  in
    modo che fu intesa da tutti, rispose:
    - Io non indovino il pensiero.
    Sentendo ci, tutti rimasero stupefatti, tanto pi che n intorno alla
    tavola e neppure nella stanza c'era anima viva che potesse rispondere.
    - Quanti siamo qui dentro?  - torn a domandare Don Antonio,  e gli fu
    risposto col medesimo tono e piano:
    - Ci siete tu e tua moglie, con due tuoi amici e due amiche di lei,  e
    un  cavaliere  famoso  chiamato Don Chisciotte della Mancia,  e un suo
    scudiero di nome Sancio Panza.
    Qui s che la meraviglia fu grande,  qui s che a tutti dallo spavento
    si rizzarono i capelli. Don Antonio, scostandosi dalla testa, disse:
    -  Questo  mi basta per assicurarmi che non fui ingannato da colui dal
    quale ti comprai,  testa che parli,  testa che rispondi,  meravigliosa
    testa! Si faccia avanti un altro, e le domandi ci che desidera.
    E  siccome  di solito le donne son curiose,  la prima ad accostarsi fu
    una delle due amiche della moglie di Don  Antonio,  e  la  domanda  fu
    questa:
    - Dimmi, testa: che dovr fare per esser molto bella?
    - Sii molto onesta - fu la risposta.
    - Non ti domando altro - replico la signora.
    Si avanz la sua compagna e disse:
    - Vorrei sapere se mio marito mi vuol bene o no.
    - Bada a come ti tratta e lo saprai - le fu risposto.
    La signora si ritir dicendo:
    - Questa risposta non aveva bisogno di domanda,  perch effettivamente
    il modo con cui uno tratta una persona  rivela  i  sentimenti  che  ha
    verso quella persona.
    Dopo si fece avanti uno degli amici di Don Antonio e le domand:
    - Chi sono io?
    - Tu lo sai - gli fu risposto.
    -  Non ti domando questo - replic il cavaliere - ma che tu mi dica se
    tu mi conosci.
    - S, ti conosco: sei Pietro Noriz.
    - Non voglio sapere altro,  perch questo mi basta per comprendere che
    tu sai ogni cosa.
    Cos  dicendo  si  tir  indietro,  e  si  fece avanti l'altro amico e
    domand:
    - Dimmi, testa, che cosa desidera il maggiore dei miei figli?
    - Ho gi detto che io non indovino i pensieri - fu  risposto  tuttavia
    ti  posso  dire  che  il  desiderio  del  tuo  figliolo    quello  di
    sotterrarti.
    - E' proprio vero - disse il gentiluomo.  - E  mi  basta:  non  voglio
    saper altro.
    S'avanz allora la moglie d'Antonio e chiese:
    -  Veramente,  io non saprei che domandarti,  testa;  ma vorrei sapere
    soltanto se godr per molti anni della compagnia di mio marito.
    - S,  tu la godrai - le fu risposto - perch la sua salute e  la  sua
    sobriet  gli promettono una lunga vita,  mentre molti se l'accorciano
    con la loro intemperanza.
    Dopo si avvicin finalmente Don Chisciotte e chiese:
    - Dimmi,  o tu che rispondi,  fu verit o fu sogno quel che mi accadde
    nella  caverna  di Montesino?  Posso star sicuro che Sancio si dar le
    frustate che si deve dare? E Dulcinea sar finalmente disincantata?
    - Sulla faccenda della caverna - fu risposto -  ci  sarebbe  molto  da
    dire.  C'  un  po'  di  tutto: sogno e verit.  Le frustate di Sancio
    andranno avanti molto piano; ma Dulcinea sar disincantata.
    - Non voglio saper altro - disse Don Chisciotte.  -  Quando  io  possa
    arrivare  a  vedere  disincantata  Dulcinea,  sar come se di colpo mi
    fossero capitate tutte le fortune che potrei desiderare.
    L'ultimo a far le domande fu Sancio.
    - Vi sar il caso, testa, che mi diano un altro governo? Finir questa
    misera vita di scudiero? Rivedr mia moglie e i miei figlioli?
    - Avrai il governo della tua casa - gli fu risposto.  - Se tornerai  a
    casa, rivedrai tua moglie e i tuoi figlioli, e se smetterai di servire
    non sarai pi scudiero.
    - Brava per Dio!  - esclam Sancio. - Questo lo sapevo anche da me: mi
    paiono le profezie di Perogrullo.
    - Bestia! - disse Don Chisciotte. - Che vorresti che ti rispondessero?
    Non basta che le risposte che questa testa ha dato siano in  tono  con
    le domande che le sono state rivolte?
    - S,  basta - rispose Sancio - ma io avrei voluto che dicesse qualche
    cosa di pi e si spiegasse meglio.
    Qui finirono le domande e le risposte,  ma non fin la  meraviglia  di
    tutti,  eccetto i due amici di Don Antonio,  che sapevano come stavano
    le cose.  Ma Cide Hamete Benengeli volle subito darne  la  spiegazione
    per  non  tenere  in ansia la gente,  ch non dovessero credere che in
    quella testa ci fosse davvero  uno  straordinario  e  magico  mistero.
    Perci racconta che Don Antonio Moreno avendo visto a Madrid una testa
    simile  fabbricata da un formatore,  ne fece fare una compagna in casa
    sua per divertirsi a sbalordire gli ignoranti.  La macchina era  fatta
    cos.  Il  piano  della  tavola  era di legno,  dipinto e verniciato a
    diaspro,  come pure il gambo che la sosteneva e le  quattro  zampe  di
    aquila  che  ne  formavano  la base per maggiore stabilit.  La testa,
    fatta come uno dei soliti busti di  imperatore  romano  e  colorita  a
    bronzo,  era  tutta vuota e cos pure il piano della tavola in cui era
    incastrata con tanta  precisione,  che  non  si  vedeva  nessun  segno
    d'attaccatura.  Anche  il  gambo  era  vuoto e in comunicazione da una
    parte col petto e con la gola della testa,  e dall'altra parte con una
    seconda stanza sotto a quella.  Attraverso questi vuoti poi passava un
    tubo di latta bene applicato e invisibile,  e nella stanza di sotto si
    metteva quello che doveva rispondere, colla bocca sul tubo in modo che
    la  voce,  come in una cerbottana,  andava su e gi facendo sentire le
    parole  bene  articolate  e  chiare,  e  non  era  possibile  scoprire
    l'impostura.  Uno studente cugino di Don Antonio,  giovanotto svelto e
    intelligente, fu l'individuo incaricato di dar le risposte,  e siccome
    era  stato  avvertito  dallo  zio,  sapeva  bene  chi erano quelli che
    dovevano entrare con lui quel giorno nella stanza  dov'era  la  testa;
    perci  gli fu facile rispondere con prontezza e precisione alla prima
    domanda: alle altre rispose  per  congetture,  ma  sempre  da  persona
    intelligente com'era.
    Cide  Hamete  aggiunge  che  le  esperienze  con  questa  meravigliosa
    macchina durarono dieci o dodici giorni,  ma essendosi sparsa la  voce
    per la citt che Don Antonio aveva in casa sua una testa incantata che
    rispondeva  a  quanti  la  interrogavano,  egli ebbe paura che la cosa
    arrivasse agli orecchi delle vigilanti sentinelle della nostra fede, e
    ne fece relazione  ai  signori  inquisitori,  che  gli  ordinarono  di
    disfarla  e di smettere,  per non dar scandalo al volgo ignorante.  Ma
    nell'opinione di Don Chisciotte e di Sancio Panza la testa rimase  una
    testa  incantata e capace di rispondere,  con pi soddisfazione di Don
    Chisciotte che di Sancio.
    I gentiluomini della citt per compiacere Don  Antonio  e  festeggiare
    Don  Chisciotte  (porgendogli  cos  anche l'occasione di far vedere a
    tutti le sue stravaganze) fissarono per la settimana dopo una  giostra
    all'anello,  ma la festa poi non ebbe pi luogo per ragioni che diremo
    in seguito.
    Frattanto venne voglia a Don Chisciotte di fare un giro per la  citt,
    ma  alla  buona  e  a  piedi,  temendo,  se  andava a cavallo d'essere
    perseguitato dai ragazzi,  e perci egli e Sancio  con  due  servitori
    datigli  da  Don  Antonio  uscirono  a passeggio.  Nel passare per una
    strada Don Chisciotte alz gli occhi e vide scritto su  un  portone  a
    lettere  cubitali:  "Qui  si  stampano  libri";  il che gli fece molto
    piacere,  perch fino allora non aveva  mai  visto  una  stamperia,  e
    desiderava  sapere  come fossero fatte.  Entr dentro con tutto il suo
    codazzo,  e vide qua tirare i fogli,  l correggere le  bozze,  in  un
    posto comporre, in un altro eseguire le correzioni, insomma tutto quel
    che  si vede in una grande stamperia.  Don Chisciotte s'accostava a un
    banco e domandava che cosa si faceva l,  gli operai glielo spiegavano
    e lui passava oltre.  Fra gli altri s'avvicin a un compositore, e gli
    domand quel che faceva.
    - Quel signore l - gli rispose  l'operaio  additandogli  un  uomo  di
    aspetto  serio e distinto - ha tradotto un libro italiano nella nostra
    lingua, e io lo compongo per darlo alle stampe.
    - Qual  il titolo di questo libro? - domand Don Chisciotte. L'autore
    allora soggiunse:
    - Signore, il libro in italiano  intitolato "Le bagattelle".
    - E in  castigliano  come  si  dice  "Le  bagattelle"?  -  chiese  Don
    Chisciotte.
    -  "Le  bagattelle"  -  replic l'autore -  come se in castigliano si
    dicesse "Los juguetes";  ma sebbene questo libro abbia  un  nome  cos
    umile, contiene invece cose molto buone e di sostanza.
    -  Io  - disse Don Chisciotte - so un po' d'italiano,  e arrivo fino a
    cantare qualche stanza dell'Ariosto. Ma, mi dica un po' (e non domando
    questo per scandagliare il suo ingegno, ma per pura curiosit), ha mai
    trovato nell'originale la parola "pignatta"?
    - S, molte volte - rispose l'autore.
    - E come lo traduce, lei, in castigliano?
    - E come vuol che la traduca? "Olla", naturalmente.
    - Perbacco!  - esclam Don Chisciotte.  -  Com'  avanti,  lei,  nella
    lingua italiana!  Scommetterei qualunque cosa che dove in italiano c'
    un "piace",  lei in castigliano ci mette "place",  dove dice "pi" lei
    scrive "mas" e il "su" lo traduce con "arriba", il "gi" con "abajo".
    -  Traduco  proprio  cos  - rispose l'autore - perch sono i vocaboli
    perfettamente corrispondenti.
    - Ebbene,  io oserei giurare - esclam Don Chisciotte - che lei non  
    arrivato   alla   celebrit.   Perch  il  mondo    sempre  restio  a
    ricompensare i floridi ingegni e le  lodevoli  fatiche.  Quante  belle
    capacit  perdute!  Quanti  ingegni  messi  in un canto!  Quante virt
    disprezzate!  Tuttavia mi pare  che  il  tradurre  da  una  lingua  in
    un'altra  (a  meno  che non sia dalla greca e dalla latina,  regine di
    tutte le lingue) sia come quando si guarda le  tappezzerie  fiamminghe
    da rovescio. Le figure si vedono sempre bene, ma attraverso tanti fili
    che le confondono,  e non appaiono cos nitide e a vivi colori come da
    diritto. Il tradurre da lingue facili non  prova d'ingegno e di stile
    pi grande che copiare un foglio da un altro; tuttavia non voglio dire
    che questo lavoro di traduzione non sia lodevole: ce ne sono anche dei
    peggiori e meno proficui.  Ma non son da mettersi in questo mazzo  due
    famosi  traduttori;  uno  il  Dottor  Cristoforo  di  Figueroa col suo
    "Pastor Fido" e l'altro Don Giovanni di Juregui con la sua  "Aminta",
    due  opere cos felicemente riuscite da farci dubitare quali siano gli
    originali e quali le traduzioni.  Ma,  mi  dica  un  po'  la  Signoria
    Vostra,  questo libro lo fa stampare a conto suo, o l'ha gi venduto a
    un editore?
    - Lo faccio stampare a conto mio -  rispose  l'autore  -  e  spero  di
    guadagnare almeno un migliaio di ducati con questa prima edizione, che
    sar  di  duemila  copie.  A sei reali l'una conto di smerciarle in un
    baleno.
    - Lei non  troppo bene informato - disse Don Chisciotte.  -  Si  vede
    bene  che  non  conosce  tutti  i  raggiri  degli stampatori e le loro
    camorre.  Io le assicuro che quando lei si  sar  caricato  delle  sue
    duemila   copie,   si   sentir  oppresso  da  un  peso  spaventevole;
    soprattutto poi se il libro uscisse un po' dall'ordinario e  fosse  un
    tantino piccante.
    -  Come?!  -  disse l'autore.  - Vorrebbe forse che io lo cedessi a un
    editore che mi darebbe pochi soldi e  crederebbe  anche  di  farmi  un
    favore  col  darmeli?  Io  non  stampo  i  miei  libri per acquistarmi
    celebrit:  ormai  sono  abbastanza  conosciuto  per  i  miei  lavori:
    quattrini  voglio,  perch  senza  quattrini  la  gloria  non  vale un
    quattrino.
    - Auguri! - disse Don Chisciotte, e pass a un altro banco,  dove vide
    che  si  stava  correggendo  un  foglio  di  un libro intitolato "Luce
    dell'anima", e, vedendolo, disse: - Questi libri,  sebbene ce ne siano
    molti  di  questo  genere,  son quelli che si devono stampare,  perch
    molti sono i peccatori,  e molta luce  necessaria per tanta gente che
    vive nelle tenebre.
    And  ancora  avanti  e  vide  che  stavano anche correggendo un altro
    libro, e domandato anche qui il titolo:
    - E' la "Seconda parte del Don Chisciotte" - gli fu  risposto  scritta
    da uno di Tordesillas.
    - Ah! lo conosco - disse Don Chisciotte. - Sul mio onore io lo credevo
    di gi bruciato e incenerito per le impertinenze che ci son dentro, ma
    arriver  anche  per lui il giorno del Giudizio;  perch le narrazioni
    fantastiche tanto hanno di  buono  e  di  divertente,  quanto  pi  si
    avvicinano  al  vero  o  al  verosimile;  e  le  vere storie tanto son
    migliori, quanto pi sono vere.
    Ci detto, con evidenti segni di stizza usc dalla stamperia.
    Quello stesso giorno Don Antonio fiss di condurli a visitar le galere
    che erano in porto,  con gran gioia di Sancio che  non  ne  aveva  mai
    viste.  Don  Antonio  avvis  il comandante che nel pomeriggio avrebbe
    condotto a vedere le navi il suo  ospite,  il  famoso  Don  Chisciotte
    della  Mancia,  che ormai era conosciuto non solo dal comandante delle
    galere ma da tutti gli abitanti della citt.  Quel che accadde durante
    la visita si dir nel seguente capitolo.

    CAPITOLO 63.
    Dello  spiacevole  incidente  successo a Sancio durante la visita alle
    galere, e l'originale avventura della bella moresca.

    Infinite erano le congetture che Don Chisciotte faceva sulle  risposte
    della  testa  incantata  senza  che  nessuna  arrivasse  a scoprire il
    trucco;  ma tutte si quetavano poi nella promessa,  che egli  riteneva
    sicura,  del  disincanto  di  Dulcinea.  Gira e rigira la sua idea era
    sempre l,  ed egli si rallegrava con se stesso,  credendo che  presto
    sarebbe stata cosa fatta. Quanto a Sancio, bench, come s' gi detto,
    la  sola  idea  di  fare il governatore gli fosse odiosa,  tuttavia di
    tornare a comandare e d'essere obbedito, questo, s,  ci avrebbe avuto
    piacere.  Perch queste sono le cattive conseguenze del potere,  anche
    se  stato un potere per ridere.
    Nel pomeriggio dunque Don Antonio Moreno,  il suo ospite e i suoi  due
    amici  con  Don  Chisciotte e Sancio andarono a visitar le galere.  Il
    comandante, che era avvisato della loro venuta, attendeva i due famosi
    uomini. Quando arrivarono sul porto,  tutte le galere fecero tenda,  i
    pifferi  suonarono,  e  fu  calata  in  acqua una scialuppa coperta di
    ricchi tappeti e di cuscini di velluto cremisi.  Appena Don Chisciotte
    vi ebbe messo piede, la capitana spar il cannone di corsia e le altre
    galere  fecero  lo stesso,  poi,  quando Don Chisciotte comparve sulla
    scaletta,  tutta la ciurma lo salut gridando tre volte,  come  e  uso
    quando sale sulla galera un personaggio d'importanza: "hu,  hu,  hu!".
    Il Generale, che chiameremo semplicemente cos e che apparteneva a una
    delle pi nobili famiglie di Valenza,  gli dette prima la mano,  e poi
    l'abbracci dicendogli:
    -  Questo giorno io lo segner col carbon bianco,  perch lo credo uno
    dei migliori della mia vita,  avendo visto il  signor  Don  Chisciotte
    della  Mancia:  giorno  e  segno  che  ci  ricorderanno  che in lui si
    comprende e si racchiude tutto il valore della cavalleria errante.
    Con espressioni non meno gentili gli rispose Don Chisciotte  pieno  di
    gioia  nel  vedersi  trattato  con tanta signorile cortesia.  Tutti si
    diressero verso la poppa,  che  era  addobbata  magnificamente,  e  si
    sedettero sulle panchine laterali,  mentre il comito discese in corsia
    e col fischio dette il segnale di spogliarsi,  che fu eseguito  in  un
    baleno.  A  veder tanta gente nuda,  Sancio rest di stucco,  e peggio
    ancora quando vide far tenda con tanta  velocit  che  gli  parve  che
    tutti  diavoli  dell'inferno avessero dato mano alla faccenda;  ma fin
    qui furono zuccherini in confronto a quel che  successe  dopo.  Sancio
    era  seduto  su  un  piolino  accanto al primo rematore di destra;  il
    quale, avvisato in precedenza di quel che doveva fare,  a un tratto lo
    acciuff  e,  sollevatolo in aria,  mentre tutta la ciurma scattava in
    piedi, lo butt sulle braccia all'altro rematore,  e questo all'altro,
    e via,  via, cos di seguito con tanta furia, che il povero Sancio non
    ci vide pi,  e credette  d'esser  portato  via  dai  diavoli.  N  lo
    lasciarono  finch,  fattogli fare tutto il giro,  lo riposarono sulla
    poppa,  dalla parte dirimpetto a quella da  cui  l'avevano  preso.  Il
    poveraccio rimase tutto indolenzito, ansante, fradicio mezzo di sudore
    senza  neanche  potersi  immaginare  quel  che  gli era successo.  Don
    Chisciotte avendo visto Sancio volare a quel modo senza  ali,  domand
    al  generale  se  quelle erano cerimonie che si usavano con coloro che
    entravano per la prima volta in una galera.
    - Perch in tal caso  -  egli  disse  -  siccome  io  non  ho  nessuna
    intenzione  di  pigliarci  impiego,  non  voglio  sottopormi  a simili
    esercizi,  e giuro a Dio che se qualcuno mi s'accosta per prendermi  e
    farmi  frullare  per aria a quel modo,  io gli levo l'anima di corpo a
    furia di pedate.
    E cos dicendo si alz e sguain la spada.
    In quel momento fecero tenda,  e con  grandissimo  fragore  lasciarono
    cadere  l'antenna  dall'alto  in  basso.  Sancio credette che il cielo
    uscisse dai gangheri e gli cascasse sulla testa; per questo si chin e
    se la mise tra le ginocchia.  Neanche  Don  Chisciotte  rimase  troppo
    tranquillo,  anzi,  anche  lui  si  strinse colla testa nelle spalle e
    divent bianco come un morto. La ciurma rialz l'antenna con la stessa
    velocit e con lo stesso fracasso con cui l'aveva abbassata,  e  tutto
    ci in silenzio come se non avessero voce n fiato. Il comito dette il
    segnale  di levar l'ancora,  e saltato in mezzo alla corsia,  cominci
    con lo staffile a scacciare le mosche di sul groppone alla  ciurma,  e
    ben presto la galera prese il largo.
    Quando  Sancio  vide muoversi insieme tanti piedi colorati (tali pens
    che fossero i remi) disse fra s: Queste s che sono  veramente  cose
    incantate,  e non quelle che dice il mio padrone. Che cosa hanno fatto
    questi disgraziati per esser frustati  cos?  E  come  mai  quest'uomo
    solo,  che va qui su e gi fischiando,  cos audace da frustare tanta
    gente? Io credo che questo sia l'inferno o per lo meno il purgatorio.
    Don Chisciotte,  che vide l'attenzione con cui Sancio guardava ci che
    succedeva, gli disse:
    -  Ah,  caro  Sancio,  che occasione per te!  Che ti ci vorrebbe ora a
    nudarti fino alla cintola,  e metterti l fra  quei  signori  e  farla
    finita col disincanto di Dulcinea?  Sarebbe questione d'un momento.  E
    poi in mezzo alle sofferenze di tanta gente,  tu  sentiresti  meno  le
    tue; tanto pi che potrebbe darsi che il mago Merlino ognuna di queste
    frustate,  visto che son date da mano maestra,  te le contasse per una
    diecina di quelle che un giorno o l'altro tu ti dovrai pur dare.
    Il generale voleva domandare che cos'era questa storia di  frustate  e
    di disincanto di Dulcinea, quando il marinaio di guardia disse:
    -  Il  forte  di  Montjuich fa segno che lungo la costa dalla parte di
    ponente c' un vascello a remi.
    Sentito questo, il generale balz nella corsia, e disse:
    - Su,  ragazzi,  che non ci scappi!  Deve essere qualche brigantino di
    corsari d'Algeri questo che ci segnala la vedetta.
    Subito  le  altre  galere  si  avvicinarono alla capitana per prendere
    ordini,  e il generale comand che due prendessero  il  largo,  mentre
    egli  insieme  con  l'altra  avrebbe  navigato costa costa,  e cos il
    vascello non avrebbe potuto sfuggire.  Le ciurme misero mano  ai  remi
    con tanto impeto,  che le galere parvero volare. Quelle che presero il
    largo scorsero a circa due miglia  un  vascello,  che  cos  a  occhio
    giudicarono  di  quattordici  o  quindici  banchi,  ed era esatto.  Il
    vascello, quando scorse le galere,  si mise in fuga con l'intenzione e
    la  speranza di scamparla grazie alla sua velocit,  ma gli and male,
    perch la galera capitana  era  una  delle  navi  pi  veloci  che  si
    conoscessero, e quindi ben presto si avvantaggi tanto, che quelli del
    brigantino  capirono chiaramente che non potevano scappare.  Perci il
    capitano  del  brigantino  voleva  che  lasciassero  i   remi   e   si
    arrendessero per non irritare il comandante delle nostre galere, ma il
    destino  che  voleva  altrimenti,  fece  s  che nel momento in cui la
    capitana si era tanto avvicinata, che gi quelli del vascello potevano
    sentire le voci che gridavano loro d'arrendersi, due "toraquis" (ossia
    due turchi) ubriachi che si trovavano sul brigantino insieme  con  una
    dozzina   d'altri  loro  connazionali,   spararono  due  schioppettate
    uccidendo due soldati nostri che erano sulle balestriere. Il Generale,
    a tal vista, giur di non lasciar vivo nessuno di quanti ne troverebbe
    sul vascello,  e lo invest con grande  impeto,  ma  esso  gli  sfugg
    strisciando sotto ai remi.  La galera pass innanzi un buon tratto,  e
    quelli del  vascello,  vedendosi  allora  perduti,  mentre  la  galera
    voltava,  spiegarono  tutte  le  vele,  e  di nuovo a vela e a remo si
    misero in fuga;  ma non gli valse tanto l'abilit,  quanto  invece  fu
    loro  di danno l'audacia,  perch la capitana,  raggiuntili a poco pi
    d'un mezzo miglio,  gett loro i remi addosso e li prese  tutti  vivi.
    Arrivarono intanto le altre due galere, e tutte e quattro con la presa
    tornarono  in  porto,  dove un'immensa moltitudine di persone li stava
    aspettando, curiose di vedere quel che riportavano.  Il Generale gett
    l'ancora vicino a terra e, saputo che sulla riva c'era il vicer della
    citt, fece calare la scialuppa per andarlo a prendere, poi ordin che
    si  ammainasse  l'antenna per impiccare subito il capitano e gli altri
    turchi che aveva preso sul vascello; i quali fra tutti erano trentasei
    persone,  gente robusta  e  in  maggioranza  archibugieri  turchi.  Il
    generale  domand  chi  era  il  capitano  del  brigantino,  e uno dei
    prigionieri (si seppe dopo che era un rinnegato spagnolo) gli  rispose
    in lingua catalana:
    -  Signore,  il nostro capitano  questo giovinotto qui - e addit uno
    dei pi belli e gagliardi giovani che si possano immaginare,  il quale
    dimostrava all'apparenza meno di vent'anni. Il generale lo interrog.
    -  Dimmi,  cane  senza giudizio,  chi t'ha indotto ad ammazzare i miei
    soldati,  dal momento che vedevi bene  che  non  potevi  scappare?  E'
    questo  il  rispetto  che  si  porta alle capitane?  Non lo sai che la
    temerit non  valore?  Le speranze incerte  debbono  far  gli  uomini
    arditi, ma non temerari.
    Il capitano voleva rispondere, ma il generale non pot dargli ascolto,
    perch  dovette  accorrere  a  ricevere  il  vicer,  che saliva sulla
    galera, seguito da alcuni servi e da alcuni popolani.
    - E' stata buona la caccia, vero, signor generale? - chiese il vicer.
    - S,  tanto buona - rispose il generale - che  Vostra  Eccellenza  la
    vedr ora impiccata all'albero maestro.
    Come mai? - replic il vicer.
    -  Perch  - riprese il generale - contro ogni ragione e uso di guerra
    mi hanno ucciso due soldati dei migliori  che  ci  fossero  su  queste
    galere,  e  io ho giurato di impiccare tutti quelli che ho preso e per
    primo questo giovinotto,  che  il capitano del brigantino - e  glielo
    addit,  che gi aveva le mani legate e la corda al collo, e aspettava
    la morte.
    Il vicer lo guard,  e vedendolo cos bello,  cos gagliardo  e  cos
    umile,  commosso  dalla  lettera di raccomandazione che gli presentava
    quella sua bellezza, gli venne voglia di salvargli la vita, e:
    - Dimmi, capitano - gli domand - sei turco tu di nazione, o arabo,  o
    rinnegato?
    -  N  turco,  n  arabo,  n  rinnegato - rispose il giovanotto in un
    castigliano perfetto.
    - E allora che cosa sei?
    - Una donna cristiana - rispose il giovanotto.
    - Donna e cristiana?  E in questo arnese e in queste  circostanze?  E'
    cosa pi da far stupire che da credersi.
    -  Signori  -  disse  il  giovanotto  - sospendete l'esecuzione,  e vi
    racconter la mia vita: la vostra vendetta non ci rimetter granch ad
    attendere un poco.
    Quale sarebbe mai stato il cuore cos duro che a tali  parole  non  si
    fosse  impietosito  per  lo  meno  tanto  da  stare  a sentire ci che
    l'infelice e afflitto giovanotto voleva raccontare?  Il  generale  gli
    permise  di  dire  quel  che  voleva,  ma  l'avvert  di  non  sperare
    d'ottenere perdono della sua colpa cos manifesta.
    Ottenuto dunque il  permesso,  il  giovanotto  cominci  cos  il  suo
    racconto:
    -  Io appartengo a quella nazione pi infelice che prudente,  sopra la
    quale  piovuto in questi ultimi tempi un mare di disgrazie. Sono nata
    infatti  da  genitori  moreschi.   Trascinata  nel  gorgo  della  loro
    sventura,  io  fui  dai  miei  zii  portata in Berberia,  senza che mi
    giovasse a nulla l'asserire che ero cristiana, come realmente sono,  e
    non di quelle false e apparenti, ma di quelle sincere e cattoliche. Ma
    gli  incaricati  della  nostra triste espulsione e gli stessi miei zii
    non vollero crederci,  e dubitarono  che  lo  inventassi  apposta  per
    rimanere  nella  terra  dove  ero  nata,  e  pi per forza che per mio
    consenso mi portarono con s.  Ho avuto una madre cristiana e un padre
    saggio, e questa  una verit assoluta; ho succhiato col latte la fede
    cattolica e sono stata allevata con buoni costumi; e credo di non aver
    mai  dato  segno,  n  per  i  costumi n per il linguaggio,  d'essere
    moresca. Di pari passo con queste che io ritengo virt,  crebbe la mia
    bellezza,  se  bella  mi  posso  dire;  e,  sebbene  facessi  una vita
    riservata e ritiratissima,  pot vedermi un giovane cavaliere di  nome
    Don  Gaspare  Gregorio,  primogenito  di  un signore che stava di casa
    accanto  a  noi.  Come  arriv  a  vedermi,  come  ci  parlammo,  come
    s'innamor  pazzamente  di  me,  e io quasi altrettanto di lui sarebbe
    troppo lungo a raccontare;  e specialmente ora che sto col timore  che
    fra  la  lingua e la gola si debba venire a ficcare la terribile corda
    che  mi  minaccia.   Dir  quindi  soltanto  che  Don  Gregorio  volle
    accompagnarmi  in esilio.  Si mescol coi moreschi che partivano dagli
    altri paesi,  perch sapeva molto bene la loro lingua,  e  durante  il
    viaggio  si  fece  amico  di due miei zii che mi conducevano con loro;
    perch mio padre,  prudente e previdente,  appena sent il primo bando
    della  nostra espulsione,  part dal nostro paese e and a cercarsi un
    asilo all'estero.  Lasci serrate e sotterrate in un luogo che io sola
    conosco,  molte  perle  e  pietre preziose di gran valore con parecchi
    denari in monete d'oro,  e mi ordin assolutamente  di  non  toccarli,
    nemmeno  se  ci avessero espulsi prima che egli tornasse.  Cos feci e
    con gli zii, come ho detto, e altri parenti e conoscenti ci recammo in
    Berberia,   e  ci  stabilimmo  ad  Algeri,   che  fu  come  stabilirsi
    all'inferno.  Il re sent parlare della mia bellezza e anche delle mie
    ricchezze, e queste furono in parte la mia fortuna.  Mi fece chiamare,
    mi  domand  di  che  parte  della  Spagna  ero  e quanto denaro e che
    gioielli avevo. Gli nominai il paese dove ero nata, e gli dissi che le
    gioie e i denari erano l sotterrati,  ma che con facilit si potevano
    recuperare, se io stessa fossi tornata a prenderli, e tutto questo gli
    dissi  per il timore che lo accecasse la sua avidit pi ancora che la
    mia bellezza.  Durante il  nostro  colloquio,  vennero  a  dirgli  che
    insieme con me c'era uno dei pi belli e dei pi gagliardi giovani che
    si  potesse  immaginare.  Capii  subito  che  parlavano di Don Gaspare
    Gregorio,  la cui bellezza  veramente superiore  a  ogni  elogio.  Io
    rimasi  molto  turbata  pensando al pericolo che correva Don Gregorio,
    perch fra quei barbari ha pi credito  un  bel  giovanotto,  che  una
    donna per quanto sia bella. Subito il re ordin che gli fosse condotto
    dinanzi per vederlo, e mi domand se era vero ci che dicevano di quel
    giovanotto.  Allora io,  come se mi venisse un'ispirazione, gli dissi:
    S,  vero,   bellissimo,  ma non  un giovanotto,   una donna come
    me.  E  gli  chiesi  il  permesso  di  farlo rivestire dei suoi abiti
    normali,  perch potesse mostrare  completamente  la  sua  bellezza  e
    comparirgli dinanzi con minore impaccio.  Egli acconsent,  e mi disse
    che il giorno dopo si sarebbe studiato insieme  un  piano,  perch  io
    potessi  tornare nella Spagna a prendere il tesoro nascosto.  Avvertii
    subito Don Gaspare del pericolo che correva  a  dichiararsi  uomo:  lo
    vestii  da donna,  e in quel pomeriggio stesso lo condussi dal re,  il
    quale vedendolo rimase ammirato,  e perci gli venne l'idea di serbare
    la  ragazza  per  farne  un  dono  al  Gran Sultano.  E per evitare il
    pericolo che tenendola nel serraglio delle sue  donne  avrebbe  potuto
    correre  perch  egli  stesso  temeva  di  se  stesso,  la fece subito
    condurre presso certe signore arabe con l'ordine di vegliare su di lei
    e averne la massima cura.  Quel che provammo tutti e  due  (non  posso
    negare  che  gli  voglio  bene)  lo  lascio immaginare a quelli che si
    vogliono bene e sono costretti a separarsi. Il re decise subito che io
    tornassi in Spagna su questo brigantino,  e che mi accompagnassero due
    turchi che son quelli che hanno ammazzato i vostri soldati.  Venne con
    me anche questo rinnegato spagnolo - e indic quello che aveva parlato
    per primo - che in segreto   rimasto  fervente  cristiano,  e  che  
    venuto  pi  col  desiderio  di  rimanere  in Spagna che di tornare in
    Berberia: il resto della ciurma sono arabi e turchi addetti a remare e
    basta.  I due turchi avevano avuto l'ordine di sbarcarci,  me e questo
    rinnegato, sulla prima spiaggia spagnola a cui fossimo giunti, vestiti
    da  cristiani  con  gli abiti che ci eravamo portati dietro;  ma essi,
    avidi e violenti,  vollero prima scorrere questa costa,  per fare,  se
    potevano, qualche buona presa. Temevano anche, se ci avessero sbarcato
    subito,  che,  caso mai ci succedesse qualche incidente,  si scoprisse
    che il brigantino era ancora in quei paraggi e che,  se c'erano galere
    lungo questa costa, lo catturassero. A sera scorgemmo questa spiaggia,
    e  non  sapendo  la  presenza  di  queste quattro galere,  siamo stati
    scoperti e ci  successo quel che  avete  visto.  In  conclusione  Don
    Gregorio  rimane  in abito da donna fra donne con evidente pericolo di
    vita,  e io eccomi qui con le mani legate  in  attesa,  o  meglio  col
    timore,  di  perdere  la vita,  che ormai mi  venuta a noia.  Questa,
    signori,   la  fine  della  mia  triste  storia,  tanto  vera  quanto
    sventurata.  Una  sola grazia vi domando: di morir cristiana;  perch,
    come ho gi detto,  non mi si pu imputare nessuna delle colpe in  cui
    sono caduti quelli della mia nazione.
    E  qui  tacque  con gli occhi pregni di lacrime tra la viva commozione
    dei presenti.  Il vicer impietosito  senza  dire  una  parola  le  si
    avvicin, e sciolse con le proprie mani la funicella che legava quelle
    bellissime  della  moresca.  Durante  tutto  il  tempo  che essa aveva
    raccontato la sua storia,  un pellegrino anziano,  salito sulla galera
    insieme  col vicer,  le aveva tenuti inchiodati gli occhi addosso;  e
    appena la ragazza ebbe finito il racconto,  le si  gett  ai  piedi  e
    stringendola  fra  le braccia con parole interrotte da mille sospiri e
    singhiozzi, le disse:
    - O Anna Felice, o mia disgraziata figliola,  io son tuo padre Ricote,
    che tornavo a cercarti,  perch non posso vivere senza di te,  che sei
    l'anima mia.
    A queste parole Sancio che se ne stava a capo basso,  pensando  ancora
    alla sua spiacevole passeggiata, alz la testa e spalanc gli occhi; e
    guardando bene il pellegrino,  riconobbe Ricote, quello stesso con cui
    s'era incontrato il giorno che era venuto  via  dalla  sua  isola.  Si
    persuase anche che quella era proprio la sua figliola, la quale, ormai
    sciolta, abbracci suo padre, mescolando le proprie lacrime con quelle
    di lui.
    -  Questa,  signori  -  disse  Ricote  al generale e al vicer -  mia
    figlia  Anna  Felice  soprannominata  Ricote,   felice  di   nome   ma
    disgraziata di fatto,  sebbene famosa per la sua bellezza e per le mie
    ricchezze.  Io partii dalla Spagna per  cercare  all'estero  un  asilo
    sicuro, e non avendolo trovato in Alemagna, ritornai in quest'abito da
    pellegrino  e in compagnia di altri tedeschi a cercare la mia figliola
    e a dissotterrare le molte ricchezze che avevo lasciate nascoste.  Non
    trovai  la figliola,  ma trovai il tesoro che ho con me;  e ora per lo
    strano caso che avete visto, ho trovato il tesoro che pi d'ogni altro
    mi arricchisce,  la mia cara figliola.  Se la nostra  innocenza  e  le
    nostre  lacrime  possono  senza offesa della giustizia aprire le porte
    della  misericordia,  usatene  con  noi  che  non  abbiamo  mai  avuto
    intenzione di offendervi,  n siamo stati mai d'accordo colle idee dei
    nostri, i quali giustamente sono stati esiliati.
    - Io - interloqu allora Sancio - conosco bene Ricote, e so che  vero
    quel che dice relativamente all'essere Anna Felice sua figlia,  ma  in
    quanto  alle  altre  bazzecole d'andata e ritorno,  di buone o cattive
    intenzioni, non ci metto bocca.
    Tutti i presenti erano stupefatti di una cos strana avventura.
    - Comunque sia -  disse  il  generale  -  le  vostre  lacrime  non  mi
    permettono  di  mantenere  il  mio  giuramento.  Vivete,  o bella Anna
    Felice,  gli anni di vita che  il  cielo  vi  destina,  e  abbiano  la
    punizione  della  loro  colpa  gli  insolenti  e  i  temerari  che  la
    commisero.
    E ordin che i due turchi che  avevano  ucciso  i  suoi  due  soldati,
    fossero subito impiccati all'albero maestro; ma il vicer lo scongiur
    a non impiccarli,  poich erano stati piuttosto pazzi che temerari. Il
    Generale fece quel che il vicer gli chiedeva,  anche perch a  sangue
    freddo le vendette non si fanno bene.
    Si  pens  subito  anche  a studiare un piano per togliere Don Gaspare
    Gregorio dalla critica situazione in cui era rimasto, e Ricote offr a
    tale scopo pi di duemila ducati che aveva  in  gioie.  Si  discussero
    vari  progetti,  ma  nessuno  parve  migliore  di  quello proposto dal
    rinnegato spagnolo,  il quale si offr di tornare  ad  Algeri  con  un
    piccolo  legno  di  circa  sei  banchi,  armati di rematori cristiani,
    perch egli sapeva dove,  come e quando poteva e  doveva  sbarcare,  e
    conosceva anche la casa in cui Don Gaspare era rimasto.  Il Generale e
    il vicer stettero molto in dubbio, se dovessero fidarsi del rinnegato
    e affidargli i cristiani che dovevano remare; ma Anna Felice disse che
    rispondeva di lui,  e suo  padre  Ricote  si  offr  di  riscattare  i
    rematori,  se  mai rimanessero prigionieri.  Rimasti cos d'accordo su
    tutto, il vicer ritorn a terra, e Don Antonio Moreno condusse con s
    la moresca e il padre,  che il vicer gli raccomand di  trattare  coi
    maggiori  riguardi  possibili,  mettendo  anzi a loro disposizione dal
    proprio canto tutto quello che in  casa  sua  potesse  loro  comodare:
    tanta  era  stata  la benevolenza e la simpatia che la bellezza d'Anna
    Felice gli aveva fatto nascere nell'animo.

    CAPITOLO 64.
    Che tratta dell'avventura pi spiacevole per Don Chisciotte di  quante
    fin allora gliene erano capitate.

    Racconta  Cide  Hamete  che  la  moglie di Don Antonio Moreno fu molto
    contenta di vedere  Anna  Felice  in  casa  sua.  L'accolse  con  gran
    cortesia,  incantata  della  sua  bellezza  e  della sua intelligenza,
    poich tanto per l'una quanto per l'altra la moresca era una  creatura
    eccezionale, e tutta Barcellona andava a vederla come in processione.
    Don  Chisciotte disse a Don Antonio che il piano adottato per liberare
    Don Gregorio  non  era  buono,  perch  presentava  pi  pericoli  che
    probabilit  di  successo,  e  che  sarebbe  stato meglio che avessero
    mandato lui in Berberia con le sue armi e il suo cavallo;  perch  lui
    l'avrebbe  portato via a dispetto di tutta la morescaglia,  come aveva
    fatto Don Gaifero colla sua sposa Melisendra.
    - Pensi per - disse Sancio  sentendo  questo  -  che  il  signor  Don
    Gaifero  port via la moglie da un paese di terra ferma,  e attraverso
    la terra ferma la port in Francia;  ma noi,  se  anche  si  riesce  a
    prendere Don Gregorio,  non abbiamo modo di portarlo in Spagna, perch
    c' il mare di mezzo.
    - A tutto c' rimedio - disse Don Chisciotte - fuorch alla morte:  la
    nave si avviciner alla costa, e noi ci imbarcheremo anche se il mondo
    intero volesse impedircelo.
    -  Eh!  lei  accomoda tutto e trova tutto facile - disse Sancio ma dal
    detto al fatto c' un gran tratto;  e io mi rimetto al rinnegato,  che
    mi pare un brav'uomo e anche di buon cuore.
    Don  Antonio  disse che se il rinnegato non fosse riuscito,  allora si
    sarebbe ricorso a mandare in Berberia  il  gran  Don  Chisciotte.  Due
    giorni  dopo il rinnegato part con un leggero bastimentino a sei remi
    per parte, provvisto di un ottimo equipaggio;  e altri due giorni dopo
    partirono  le  galere  per il Levante,  mentre il generale e il vicer
    rimasero d'accordo che questi gli avrebbe  fatto  sapere  l'esito  del
    tentativo  di  liberazione di Don Gregorio e la fine dell'avventura di
    Anna Felice.
    Una mattina che Don Chisciotte era uscito a passeggio  sulla  spiaggia
    armato di tutte le sue armi (perch,  come molte volte diceva, le sue
    armi erano i suoi ornamenti,  suo riposo era il pugnar e  senz'armi
    non stava nemmeno un minuto) vide venirsi incontro un cavaliere armato
    anch'esso  di  tutto  punto,  che nello scudo portava dipinta una luna
    splendente. Il quale, avvicinatosi tanto da poter essere udito, a voce
    alta, dirigendosi a lui, gli disse:
    - Insigne cavaliere,  e non mai abbastanza come  si  deve  lodato  Don
    Chisciotte della Mancia, io Cavaliere dalla Bianca Luna, di cui non ti
    pu  essere  ignoto il nome per le inaudite imprese compiute,  vengo a
    battermi con te e a provar la forza del tuo  braccio,  allo  scopo  di
    farti riconoscere e confessare che la mia dama,  chiunque ella sia,  
    senza paragone pi bella  che  la  tua  Dulcinea  del  Toboso.  Se  tu
    confessi  pacificamente questa verit,  tu eviterai la morte,  e io la
    fatica di dartela;  se poi tu scegli di batterti e io  ti  vinco,  non
    voglio  altra  soddisfazione  che  questa:  tu  poserai  le  armi,   e
    astenendoti dal cercare avventure ti ritirerai nel tuo  paese  per  un
    anno,  e  vi  resterai  senza  pi  metter mano alla spada in perfetta
    quiete e in utile riposo, come lo richiede la cura dei tuoi averi e la
    salvezza dell'anima tua. Se invece tu mi vincerai, la mia testa sar a
    tua discrezione,  tue saranno le spoglie delle  mie  armi  e  del  mio
    cavallo, e alla fama delle tue imprese sar aggiunta quella delle mie.
    Pensa  a quel che ti conviene di pi e rispondimi subito perch questo
    solo giorno  il termine di cui  posso  disporre  per  la  definizione
    della presente contesa.
    Don  Chisciotte  rimase  sorpreso e stupito,  tanto dell'arroganza del
    Cavaliere dalla Bianca Luna, quanto della causa per la quale costui lo
    sfidava, ma gli rispose con calma, e con severo contegno:
    - Cavaliere dalla Bianca Luna,  le cui imprese finora a mia conoscenza
    non giunsero,  io vi costringer a giurare ch'unqua da voi fu vista la
    illustre Dulcinea;  perocch se voi veduta l'aveste,  so per certo che
    in  questa  vostra pretensione affermato non vi sareste.  La sua vista
    disingannato vi avrebbe; e vi sarebbe stato d'uopo riconoscere che mai
    fuvvi n esser puovvi beltade che paragonar si possa a quella di  lei;
    laonde,  pur  non affermando che mentito abbiate,  io sostengo che voi
    siete intieramente in errore,  quindi accetto  la  vostra  sfida  alle
    condizioni  da  voi  proposte  ed  all'istante,  onde perduto non vada
    questo  giorno  che  unico  a  beneplacito  vostro  possedete.   Dalle
    condizioni  escludo  soltanto  quella per cui dovrebbe a me passare la
    fama delle imprese vostre,  dappoich elle note non mi sono:  m'appago
    delle mie,  quali che esse si siano. Pigliate campo, dunque, quanto vi
    occorre, per intanto che io far il simigliante, e che Dio ci assista.
    Ma dalla citt avevano scorto di gi il Cavaliere dalla Bianca Luna, e
    avevano riferito al vicer che stava discorrendo  con  Don  Chisciotte
    della  Mancia.  Il  vicer  credendo che fosse qualche nuova avventura
    architettata da Don Antonio Moreno, o da qualche altro cavaliere della
    citt,  si rec subito alla marina insieme con Don Antonio e con molti
    altri signori, e arriv proprio nel momento che Don Chisciotte voltava
    le  briglie  a Ronzinante per prender campo.  Vedendo allora il vicer
    che i due campioni davano davvero segno di volersi affrontare, si mise
    in mezzo e domand qual era il motivo che li spingeva cos tutto a  un
    tratto  ad azzuffarsi.  Il Cavaliere dalla Bianca Luna rispose che era
    una questione di precedenza di bellezza,  e in poche parole gli  disse
    quel  che  aveva  detto  a  Don  Chisciotte,  con l'accettazione delle
    condizioni della sfida,  fatta da entrambe  le  parti.  Il  vicer  si
    accost  ad  Antonio  e  gli chiese sottovoce se sapeva chi era questo
    Cavaliere dalla Luna,  o se era una burla  che  volevano  fare  a  Don
    Chisciotte.  Don  Antonio  gli  rispose  che non sapeva chi fosse quel
    cavaliere,  n se la sfida fosse  sul  serio  o  per  scherzo.  Questa
    risposta tenne perplesso il vicer, se dovesse o no lasciar continuare
    il duello,  ma convinto che non potesse essere altro che una burla, si
    fece da parte, dicendo:
    - Signori cavalieri,  se qui non c' altro rimedio  che  confessare  o
    morire,  e il signor Don Chisciotte tien duro, e lei, signor Cavaliere
    dalla Bianca Luna,  pi duro che  mai,  mano  alle  armi,  e  che  Dio
    v'assista.
    Il Cavaliere dalla Bianca Luna con cortesi e savie parole ringrazi il
    vicer del permesso che gli dava.  Don Chisciotte fece lo stesso,  poi
    raccomandandosi di tutto cuore al cielo e alla sua Dulcinea,  come era
    solito  fare  al  principio  d'ogni  tenzone,  riprese un altro po' di
    campo,  perch vide che il suo avversario faceva lo  stesso,  e  senza
    suon  di  tromba o d'altro strumento guerresco che desse loro il segno
    dell'assalto, tutti e due voltarono i cavalli nel medesimo momento. Ma
    siccome quello del Cavaliere dalla Bianca Luna era molto  pi  veloce,
    raggiunse Don Chisciotte a due terzi di strada, e lo invest con tanta
    violenza (senza toccarlo con la lancia che a quanto parve aveva alzato
    a  posta  per  sviarla) che cavallo e cavaliere stramazzarono al suolo
    con una pericolosa caduta. Allora gli fu subito sopra, e ponendogli la
    lancia alla visiera gli disse:
    - Vinto siete, cavaliere, e anche morto se non accettate le condizioni
    del nostro duello.
    Don Chisciotte tutto pesto e intontito, senza alzarsi la visiera, come
    se parlasse di dentro una tomba, con un fil di voce malferma disse:
    - Dulcinea del Toboso  la pi bella  dama  del  mondo  e  io  il  pi
    disgraziato  cavaliere  della  terra.  Ma  la  mia  debolezza non deve
    compromettere questa verit. Colpisci dunque, cavaliere,  e toglimi la
    vita, poich mi hai tolto l'onore.
    - Questo poi no - disse il Cavaliere dalla Bianca Luna. - Viva pure in
    tutta  la  sua pienezza la fama della belt della signora Dulcinea del
    Toboso: a me basta che il signor Don  Chisciotte  si  ritiri  nel  suo
    paese per un anno,  o per il tempo che da me gli sar prescritto, come
    rimanemmo d'accordo prima dello scontro.
    Tutto questo fu udito dal vicer,  da Don Antonio  e  da  molti  altri
    presenti  che  sentirono anche Don Chisciotte rispondere che,  a patto
    che non gli fosse chiesto nulla in pregiudizio  di  Dulcinea,  avrebbe
    eseguito tutto il resto, da leale e sincero cavaliere. Ottenuta questa
    dichiarazione,  il  Cavaliere  dalla  Bianca Luna volt il cavallo,  e
    salutato il vicer con un cenno del capo,  a mezzo  galoppo  entr  in
    citt.  Il  vicer  ordin  a Don Antonio di seguirlo e che in tutti i
    modi cercasse di sapere chi era.  Intanto rialzarono  Don  Chisciotte,
    gli scoprirono il viso e lo trovarono pallido e sudato. Ronzinante era
    ridotto cos male, che per il momento non pot muoversi. Sancio, tutto
    sconsolato e afflitto, non sapeva pi che dire n che fare. Gli pareva
    che  tutto  quello  che  era accaduto fosse un sogno o un incantesimo.
    Vedeva il padrone vinto e obbligato a non prender pi le armi  per  un
    anno,  e  pensava  alla  gloria  delle  sue  prodezze  oscurata e alle
    speranze delle sue nuove promesse svanite  come  fumo  al  vento.  Non
    sapeva  se  Ronzinante  sarebbe  rimasto  zoppo e il padrone menomato;
    sebbene sarebbe stata una gran fortuna per lui l'esser  "meno-matto!".
    Finalmente  il  vicer  mand a prendere una portantina,  e con quella
    fece trasportare Don Chisciotte in citt;  poi torn anche lui al  suo
    palazzo, ma con un gran desiderio di sapere chi fosse questo Cavaliere
    dalla Bianca Luna che aveva ridotto Don Chisciotte cos male.

    CAPITOLO 65.
    Dove  si  rende  noto  chi era il Cavaliere dalla Bianca Luna,  con la
    liberazione di Don Gregorio e altri avvenimenti.

    Don Antonio Moreno segu dunque il Cavaliere  dalla  Bianca  Luna.  Lo
    seguitarono, anzi lo perseguitarono anche parecchi ragazzi, finch non
    l'ebbero visto entrare in un albergo della citt, dove entr anche Don
    Antonio  curioso di sapere chi era.  Uno scudiero accorse a ricevere e
    disarmare il cavaliere,  il quale entr in una stanza a pian  terreno,
    sempre  seguito  da  Don  Antonio  che  non stava pi alle mosse dalla
    voglia di sapere chi era quello sconosciuto. Allora il Cavaliere dalla
    Bianca Luna,  vedendo che quel gentiluomo non lo lasciava  un  minuto,
    gli disse:
    -  Signore,  ho capito benissimo perch mi seguite.  Voi volete sapere
    chi sono,  e siccome non ho nessuna  ragione  per  nascondervelo,  nel
    tempo  che il mio servitore mi leva di dosso l'armatura ve lo dir con
    la massima sincerit. Io sono il baccelliere Sansone Carrasco,  e sono
    dello stesso paese di Don Chisciotte della Mancia.  La sua pazzia e le
    sue balordaggini ci affliggono grandemente  tutti  quanti  abbiamo  il
    piacere di conoscerlo,  e me sopra tutti.  Ora siccome io credo che un
    assoluto riposo nel proprio paese e in  casa  sua  potrebbe  guarirlo,
    circa  tre  mesi  fa  ideai un piano per farcelo stare e travestito da
    cavaliere errante col nome di Cavaliere  dagli  Specchi,  mi  misi  in
    campagna  con  l'intenzione  di  scontrarmi con lui per vincerlo senza
    fargli alcun male,  mettendo per condizione dello scontro che il vinto
    rimanesse a discrezione del vincitore. Ritenendomi sicuro di vincerlo,
    contavo  appunto  di  imporgli  di  tornare  al proprio paese e di non
    uscirne per un anno,  durante il quale si sarebbe potuto guarirlo;  ma
    la sorte volle altrimenti, perch fu lui che mi vinse e mi rovesci da
    cavallo,  e quindi il mio proponimento non ebbe effetto. Egli continu
    il suo viaggio, e io me ne tornai battuto,  abbattuto e sbattuto dalla
    caduta  che  fu  assai  pericolosa;  ma  non  per  questo rinunciai al
    progetto di tornare a cercarlo e di vincerlo come oggi finalmente  m'
    riuscito.  E  siccome  egli    scrupolosissimo nell'adempimento degli
    obblighi della cavalleria errante,  non c' dubbio  che  per  rispetto
    alla  parola data,  adempir tutto quello che gli ho imposto io.  Cos
    stanno le cose,  n ho altro da aggiungere: mi raccomando solamente di
    non  scoprirmi  e  di non dire a Don Chisciotte chi sono,  onde le mie
    buone  intenzioni  possano  raggiungere  lo  scopo,   ed  egli   possa
    recuperare  il  cervello,  che  ha  sanissimo  quando non si tratta di
    sciocchezze di cavalleria errante.
    - Ah,  signore!  - esclam Don Antonio - Dio vi perdoni il  torto  che
    avete fatto a tutto il mondo cercando di far rinsavire il pi grazioso
    pazzo che vi si trovi.  La sua saviezza non arriver mai a compensarci
    del piacere che egli ci d con le sue stravaganze;  ma  io  credo  che
    tutto  lo  zelo  del signor baccelliere non baster a far rinsavire un
    uomo cos completamente pazzo; e se non fosse contro la carit, vorrei
    che Don Chisciotte non guarisse mai;  perch con la sua guarigione noi
    non perdiamo le sue amenit soltanto,  ma anche quelle di Sancio Panza
    suo scudiero, delle quali una sola pu bastare a far diventare allegra
    la malinconia in persona. Tuttavia io non dir nulla, per vedere se ho
    dato nel vero giudicando che  la  fatica  del  signor  Carrasco  debba
    riuscire inutile.
    Il  baccelliere  rispose che l'affare era gi incamminato bene,  e che
    egli ne sperava un esito felice; poi, congedatosi da Don Antonio,  che
    gli  offr  i  suoi  servigi per tutto quello che potesse occorrergli,
    fece caricare le sue armi su un mulo,  e nello stesso giorno lasci la
    citt  sul  medesimo  cavallo sul quale aveva sostenuto lo scontro,  e
    torn a casa senza che gli succedesse nulla degno  d'esser  raccontato
    in questa veridica storia.
    Don  Antonio  rifer  al  vicer  tutto  ci  che  Carrasco  gli aveva
    raccontato,  e anche il vicer ne rimase molto dispiaciuto,  perch la
    clausura  di  Don  Chisciotte  era  una  perdita  per tutti coloro che
    avrebbero potuto divertirsi col racconto di altre sue follie.
    Don Chisciotte stette sei giorni a letto, intontito, triste, pensoso e
    malinconico, rimuginando dentro di s il disgraziato avvenimento della
    sua sconfitta. Sancio cercava di consolarlo, fra l'altro gli disse:
    - Signor padrone,  su la testa e  allegri!  Ringrazi  Iddio,  ch  pur
    essendo  andato  a  gambe  levate  non  s' rotto nemmeno una costola.
    Eppure lei sa meglio di me, che dove si danno, le si pigliano anche; e
    tutte le ciambelle non riescono col buco;  e quindi si rassegni e vada
    in  tasca  al  medico,  giacch  non ne ha bisogno in questa malattia!
    Torniamo a casa nostra,  e smettiamo di andare a cercare avventure per
    terre e paesi sconosciuti.  Se si considera bene, io son quello che ci
    scapito di pi, sebbene lei sia quello pi malconcio. Io,  insieme col
    governo,  ho  lasciato  anche la voglia di rifare il governatore,  non
    per quella di diventar  conte;  ma  se  lei,  smettendo  di  fare  il
    cavaliere errante, perde ogni possibilit di diventare re, come far a
    levarmela questa voglia? E cos sfumano tutte le mie speranze.
    - Sta' zitto,  Sancio - rispose Don Chisciotte. - Non pensi che il mio
    ritorno e la mia clausura non dovranno durare che un anno?  Passato un
    anno io riprender subito le mie onorate fatiche, e non mi mancher n
    un reame da conquistare n una contea da darti in dono.
    -  Dio  l'ascolti  -  disse  Sancio  -  e che il diavolo sia sordo.  E
    speriamo bene.  Infatti  ho  sentito  dire  alle  volte:  Meglio  una
    speranza fondata che una cassa sfondata.
    In  quel mentre entr Don Antonio,  dicendo coi segni della pi grande
    allegrezza:
    - Buone notizie,  signor Don Chisciotte.  Don Gregorio e il  rinnegato
    che and a prenderlo sono sbarcati.  Ma che dico sbarcati? A quest'ora
    sono di certo nel palazzo del vicer e a momenti saranno qui.
    Don Chisciotte si rasseren un poco, poi disse:
    - Quasi quasi avrei preferito  che  la  cosa  fosse  andata  tutto  al
    contrario, perch allora avrei dovuto recarmi io in Berberia, e con la
    forza del mio braccio avrei messo in libert non solo Don Gregorio, ma
    quanti cristiani prigionieri vi sono in Berberia. Ah, ma che dico mai,
    disgraziato! Non sono il vinto? Non sono il caduto? Non son quello che
    per un anno non pu impugnar le armi? E quindi che prometto? Di che mi
    vanto, se mi conviene servirmi della rocca piuttosto che della spada?
    -  Ma  lasci  andare  queste storie,  signor padrone - disse Sancio.Il
    diavolo non  mai brutto quanto si dipinge! E poi oggi a me,  domani a
    te:  in  queste  faccende  di  scontri  e di botte non c' da badarci,
    perch chi cade oggi,  pu rialzarsi domani,  a patto che non si butti
    gi,  cio  che  non  si  lasci abbattere senza ripigliar coraggio per
    nuove battaglie. Ora si alzi per ricevere Don Gregorio, perch mi pare
    di sentire un gran va e vieni di gente,  e quindi dev'essere di gi in
    casa.
    Ed era vero,  perch Don Gregorio e il rinnegato avevano reso conto al
    vicer del loro viaggio;  poi Don Gregorio,  smanioso di rivedere Anna
    Felice, era subito venuto insieme col rinnegato a casa di Don Antonio.
    Don  Gregorio,  quando  l'avevano portato via da Algeri era vestito da
    donna, ma sul bastimento aveva barattato i suoi abiti con quelli di un
    prigioniero fuggito con lui; del resto in qualunque modo fosse venuto,
    avrebbe fatto conoscere d'esser persona degna di considerazione  e  di
    riguardo,  perch  era  di una straordinaria bellezza e non dimostrava
    pi di diciassette o diciotto anni.  Ricote e sua figlia gli  andarono
    incontro,  il  padre  con le lacrime agli occhi e la figlia con pudico
    contegno,  ma non si abbracciarono;  perch dove c' molto amore,  non
    c'  di solito troppa disinvoltura.  Le due bellezze di Don Gregorio e
    d'Anna Felice,  l'una accanto all'altra,  formarono  l'ammirazione  di
    tutti i presenti;  il silenzio parl per i due innamorati, e gli occhi
    furono le lingue che espressero i loro  lieti  e  casti  pensieri.  Il
    rinnegato  raccont l'astuto mezzo da lui impiegato per portar via Don
    Gregorio,  e Don Gregorio raccont i pericoli e gli imbarazzi  in  cui
    s'era  trovato  presso  quelle donne dov'era rimasto,  e lo fece senza
    cadere in lungaggini,  ma anzi in poche  parole,  mostrando  un  senno
    superiore  alla  sua et.  Da ultimo Ricote pag signorilmente tanto i
    rematori, quanto il rinnegato,  che si riconcili con la Chiesa,  e di
    membro infetto, col pentimento e la penitenza torn puro e sano.
    Due  giorni  dopo  ci  fu un colloquio tra il vicer e Don Antonio per
    trovare la maniera di far rimanere Anna Felice e suo padre in  Spagna,
    poich  erano convinti che non ci poteva essere nessun inconveniente a
    farvi restare  una  figliola  tanto  cristiana  e  un  padre  di  idee
    evidentemente  cos  buone  e  sane.  Don  Antonio si offr di fare le
    relative pratiche alla capitale, dove doveva assolutamente recarsi per
    altri affari suoi,  facendo capire che l colle raccomandazioni e  coi
    regali s'accomoda ogni cosa.
    -  No  -  disse  Ricote  che  era  presente  al  colloquio  -  con  le
    raccomandazioni e coi regali non c' nulla da fare,  perch  col  gran
    Don  Bernardino di Velasco,  conte di Salazar,  a cui Sua Maest dette
    l'incarico della nostra  espulsione,  non  valgono  n  preghiere,  n
    promesse,  n regali, n appelli alla misericordia, perch sebbene sia
    vero che egli tempera la giustizia con  la  piet,  siccome  vede  che
    tutto  il  corpo  della nostra stirpe  marcio e infetto,  adopera con
    essa il cauterio che brucia invece dell'unguento che  ammollisce.  Con
    la  prudenza,  la  sagacia,  la  diligenza  che impiega e la paura che
    incute a tutti,  egli ha portato a termine come si doveva l'esecuzione
    di  questa  colossale impresa,  senza che le nostre astuzie,  i nostri
    stratagemmi,  le nostre frodi abbiano potuto far velo  ai  suoi  occhi
    d'Argo,  che  tiene continuamente svegli perch non gli sfugga nessuno
    dei nostri,  che poi,  come radice nascosta,  col tempo  rigermogli  e
    produca frutti velenosi nella Spagna,  ormai ripulita,  ormai liberata
    dai timori in cui la nostra moltitudine la teneva.  Eroica risoluzione
    del gran Filippo terzo e somma saggezza d'averne affidata l'esecuzione
    a un Don Bernardino di Velasco!
    -  Comunque  -  replic  Don  Antonio - quando sar l,  far tutte le
    premure possibili,  e poi sar quel che Dio vuole.  Don Gregorio verr
    con  me  per  consolare i suoi genitori che devono essere in gran pena
    per la sua scomparsa;  Anna Felice rimarr o in casa con mia moglie  o
    in  un  convento,  e  sono sicuro che il signor vicer dar volentieri
    ospitalit a Ricote in attesa del risultato delle mie pratiche.
    Il vicer acconsent a tutto ci che era stato proposto;  ma quando lo
    seppe Don Gregorio,  disse che non voleva assolutamente a nessun costo
    lasciare Donna Anna Felice; tuttavia, volendo rivedere i genitori fin
    coll'accettare quel che avevano  stabilito  gli  altri,  salvo  poi  a
    tornare  dalla  fidanzata.  Anna  Felice  rimase  con la moglie di Don
    Antonio,  Ricote in casa del vicer,  e Don Antonio part.  Due giorni
    dopo  part anche Don Chisciotte,  perch la caduta non gli permise di
    mettersi in viaggio prima.  Vi  furono  lacrime,  vi  furono  sospiri,
    svenimenti  e  singhiozzi al momento della separazione di Don Gregorio
    da Anna Felice.  Ricote offr a Don Gregorio mille scudi se li voleva;
    ma  egli non volle nulla;  solamente ne prese cinque a prestito da Don
    Antonio,  con la promessa  di  restituirglieli  appena  arrivato  alla
    capitale.  Partirono  dunque Don Antonio e Don Gregorio,  e due giorni
    dopo,  come s' gi detto,  Don Chisciotte e  Sancio:  Don  Chisciotte
    disarmato  e  in  abito da viaggio,  Sancio a piedi,  perch sul ciuco
    erano state caricate le armi.

    CAPITOLO 66.
    Che tratta di ci che vedr chi lo legger,  o che sentir chi  se  lo
    far leggere.

    Nell'uscire  da Barcellona Don Chisciotte si volt a guardare il luogo
    dov'era caduto, e disse:
    - Qui fu Troia;  qui non codardo contegno ma sorte  iniqua  e  rea  mi
    tolse  la  gloria delle mie vittorie;  qui fortuna us meco i capricci
    suoi;  qui si oscurarono le mie prodezze,  qui finalmente,  caddero le
    mie speranze per non risorger mai pi.
    -  Signore  -  disse  Sancio - i cuori valorosi debbono saper soffrire
    nelle disgrazie e stare allegri nella prosperit.  E questo lo giudico
    da  me,  che  se  quando  ero governatore stavo allegro,  ora che sono
    scudiero e a piedi, non son triste;  perch ho sentito dire che questa
    che  quaggi si chiama Fortuna,   una donna ubriaca e capricciosa,  e
    soprattutto cieca,  e quindi non vede quel che fa,  n sa chi inalza e
    chi abbassa.
    - Tu sei molto filosofo,  caro Sancio - rispose Don Chisciotte e parli
    da uomo di molto buon senso, n so chi te lo abbia insegnato. Ma sappi
    che la fortuna non esiste,  e tutte le cose che  succedono  in  questo
    mondo,  buone  o  cattive  che siano,  non succedono a caso ma per una
    particolare disposizione del cielo e  da  qui  viene  il  dettato  che
    ognuno  fabbro della sua fortuna.  Io sono stato l'artefice della mia
    ma senza la prudenza necessaria,  e  quindi  la  mia  presunzione  m'
    costata cara, poich dovevo pensare che al grande e grosso cavallo del
    Cavaliere dalla Bianca Luna il povero Ronzinante, cos magro e debole,
    non  poteva  resistere.  Mi  provai,  feci  quel  che  potei,  ma  fui
    atterrato,  e sebbene abbia perduto l'onore,  non ho perduto n  posso
    perdere  la  virt  di  mantenere la mia parola.  Quando ero cavaliere
    errante, ardito e prode, avvaloravo le mie imprese con l'opera del mio
    braccio;  ora che son ridotto come uno scudiero a piedi,  dar  valore
    alle  mie  parole,  mantenendo  quella  che  ho dato.  Cammina dunque,
    Sancio,  e andiamo a passare al nostro paese l'anno del noviziato;  in
    questo  forzato  ritorno  noi acquisteremo nuovo vigore per tornare al
    giammai da me obliato esercizio delle armi.
    - Signore - rispose Sancio - il camminare a piedi  non    cosa  tanto
    piacevole  da  metter  voglia  d'andare a marce forzate.  Facciamo una
    cosa:  lasciamo  queste  armi  attaccate  a  un  albero  invece   d'un
    impiccato,  e  allora,  quando  sar  a cavallo al ciuco e colle gambe
    sollevate da terra,  allora misuri pure le tappe lei  come  le  garba:
    perch  il credere che io le voglia far lunghe e andare a piedi,   un
    credere l'impossibile.
    - Hai detto bene,  Sancio - rispose Don Chisciotte - si  appendano  le
    mie armi come trofeo,  e sotto, o intorno, incideremo negli alberi ci
    che stava scritto sul trofeo delle armi d'Orlando:

    ... nessun le muova
    che star non possa con Orlando a prova.

    - Benone!  - disse Sancio.  - E se non fosse che per la strada ci far
    comodo, sarebbe meglio lasciarci attaccato anche Ronzinante.
    -  N lui,  n le armi!  - replic Don Chisciotte: - Perch non voglio
    che si dica: A buon servizio, cattiva ricompensa.
    - Lei ha ragione - disse Sancio  -  perch  secondo  l'opinione  della
    gente  di  buon  senso,  non  si  deve bastonar la sella per non poter
    bastonare il cavallo. E siccome la colpa di quel che  successo  sua,
    si punisca lei per s,  e non se la rifaccia n con le  armi  rotte  e
    insanguinate, n col povero e buon Ronzinante, n coi miei piedi dolci
    pretendendo che camminino pi del giusto.
    Per  tutto  quel  giorno  e  altri quattro ancora andarono avanti cos
    chiacchierando, senza che gli succedesse nulla che disturbasse il loro
    viaggio;  ma il quinto giorno all'entrata d'un paese trovarono dinanzi
    alla  porta  d'un'osteria molta gente che,  essendo festa,  stava l a
    divertirsi. Quando furono vicini, un contadino alzando la voce, disse:
    - Ecco!  uno di questi signori che vengono in qua e non ci  conoscono,
    decida della nostra scommessa.
    -  Volentieri  - rispose Don Chisciotte - e con assoluta imparzialit,
    se riesco a capire come stanno le cose.
    - Ecco di che si tratta - rispose  il  contadino.  -  Un  abitante  di
    questo  villaggio,  cos  grasso  che pesa pi di trecento libbre,  ha
    sfidato a correre un suo compaesano che non ne pesa duecento, mettendo
    come condizione che la corsa sia di cento passi a peso pareggiato.  Si
      chiesto  a  quello  che  aveva  lanciato  la  sfida  come  fare per
    pareggiare i pesi,  ed egli ha detto che lo sfidato,  che pesa meno di
    duecento libbre,  se ne dovesse mettere cento di ferro sulle spalle, e
    cos si sarebbero pareggiate  le  libbre  del  magro  con  quelle  del
    grasso.
    - Toh! Toh! - esclam Sancio a questo punto, prima che rispondesse Don
    Chisciotte.  -  A  me,  a  me,  che ho cessato da pochi giorni d'esser
    governatore e giudice, come tutti sanno, tocca decidere questi dubbi e
    dar sentenza in ogni lite.
    - Rispondi pure,  Sancio - disse Don Chisciotte  -  perch  in  questo
    momento non son buono a dir pappa, tanto ho la testa invasata.
    Sancio  allora si rivolse ai contadini che stavano tutti intorno a lui
    a bocca aperta aspettando il suo parere e disse:
    - Ragazzi,  ci che il concorrente grasso domanda non ha senso  comune
    n ombra di giustizia;  perch,  se  vero quel che dicono, e cio che
    lo sfidato ha la scelta delle armi, non  logico che le scelga tali da
    impedirgli o rendergli difficile la vittoria. Quindi,  il mio parere 
    che  il  grasso  che  ha lanciata la sfida,  si poti,  si sfrondi,  si
    sbucci, si diradi, si rimondi e si levi insomma un centinaio di libbre
    di ciccia di dosso,  nel punto dove pi gli pare e piace;  e in questo
    modo  quando sia scemato a duecento libbre,  rimarr pareggiato con le
    duecento libbre del suo avversario,  e potranno far la  corsa  a  peso
    pari.
    -  Giuraddio!  - disse un contadino,  quando ebbe udita la sentenza di
    Sancio.  - Questo signore ha parlato come un santo e sentenziato  come
    un  giudice;  ma  il grassone non si lever neanche un'oncia,  non che
    cento libbre di carne.
    - Il meglio  che rinuncino alla corsa - disse un altro - che il magro
    non si rompa le costole col troppo carico e il grasso non  si  affetti
    le cicce. Mettiamo piuttosto la met della posta in vino, e portiamo a
    bere questi signori dove c' di quello buono; dico bene o dico bene?
    -  Vi  ringrazio,  signori  - rispose Don Chisciotte - ma io non posso
    trattenermi  nemmeno  un  momento:  i  miei  pensieri  e  dei   tristi
    avvenimenti  mi costringono a parere scortese e a camminare pi che di
    passo - e spronato Ronzinante,  tir  di  lungo,  lasciandoli  stupiti
    della   sua  straordinaria  figura  e  ammirati  del  buon  senso  del
    servitore, poich avevano capito che tale era Sancio.
    - Se il servitore  tanto  intelligente  -  disse  un  altro  di  quei
    contadini  - come deve essere il padrone?  Scommetterei che se vanno a
    studiare a Salamanca,  in quattro e quattro otto diventeranno  giudici
    alla capitale.  In questo mondo tutto  una burletta, tranne studiare,
    sempre studiare,  poi avere  appoggi  e  fortuna,  e  quando  meno  te
    l'aspetti,  eccoti  col  bastone del comando in mano o con la mitra in
    testa.
    Padrone e servitore passarono la  notte  in  mezzo  ai  campi  a  ciel
    sereno.  Il  giorno dopo,  ripreso il cammino,  videro venire verso di
    loro un uomo a piedi con una sacca a tracolla e un bastone ferrato  in
    mano,  costume  tipico del corriere pedone.  Quando costui fu vicino a
    Don Chisciotte,  affrett il passo,  e quasi correndo gli si  accost,
    gli abbracci la gamba destra (pi su non ci arrivava) e gli disse coi
    segni della pi grande allegrezza:
    - Oh,  signor Don Chisciotte della Mancia! Come sar contento di cuore
    il signor Duca,  quando sapr che Vossignoria ritorna al suo castello,
    dove egli si trova ancora insieme con la signora Duchessa!
    - Non vi conosco, amico - rispose Don Chisciotte - n so chi siate, se
    non me lo dite.
    -  Signor  Don  Chisciotte - replic il corriere - io sono Tosilo,  lo
    staffiere del signor Duca,  che non volle combattere con Vossignoria a
    proposito del matrimonio della figlia di Donna Rodriguez.
    -  Gran  Dio!  - esclam Don Chisciotte.  - E' mai possibile che siate
    colui  che  gli  incantatori  miei  nemici  trasformarono  in   quello
    staffiere che dite, per defraudarmi della gloria di quel cimento?
    - Oh, mio buon signore, stia zitto! - disse il messaggero - ch non ci
    fu  incantesimo  di sorta,  sa!  e nessuno mi baratt il viso.  Entrai
    nella lizza Tosilo e staffiere,  e staffiere e  Tosilo  ne  uscii.  Io
    volli ammogliarmi senza stare a combattere,  perch la ragazza mi fece
    buona impressione;  ma le cose andarono tutte al contrario di quel che
    credevo,  perch  appena  che  lei fu partito dal nostro castello,  il
    signor Duca mi fece dare un carico di  legnate  per  aver  disobbedito
    alle istruzioni che m'aveva dato prima che entrassi in lizza. E cos 
    andata  a  finire  che la ragazza s' fatta monaca,  Donna Rodriguez 
    tornata in Castiglia,  e io ora vado a Barcellona a portare al  vicer
    un  pacco  di  lettere  che  gli manda il mio padrone.  Se la Signoria
    Vostra ne vuole un sorso di quello pretto e buono,  quantunque un  po'
    caldo,  eccone  qui  una zucchetta piena,  e del cacio di Tronchon che
    servir a risvegliarle la sete,  caso mai gli si fosse addormentata in
    gola.
    - Accetto l'invito senza tanti complimenti - disse Sancio - e il bravo
    Tosilo versi da bere alla barba di quanti incantatori sono in India.
    - Sancio - disse Don Chisciotte - tu sei proprio il pi gran ghiottone
    e  il pi grosso ignorante della terra.  Non ti vuoi dunque persuadere
    che questo corriere  incantato, e che questo Tosilo  falsificato? Ma
    sta' pure con lui se ti piace,  e mangia quanto  hai  fame:  io  andr
    avanti passo passo, aspettando che tu mi raggiunga.
    Lo staffiere si mise a ridere; tir fuori la zucca, le fette di cacio,
    e  un  pane;  poi sedutosi insieme con Sancio sull'erba,  in pace e in
    buona compagnia attaccarono e dettero fondo a tutte le  provviste  con
    tanto appetito,  che leccarono anche il pacchetto delle lettere perch
    sapeva di cacio.
    - Senza dubbio - disse a un certo punto Tosilo - questo  tuo  padrone,
    caro Sancio, dev'essere un gran matto.
    -  Deve?  -  rispose Sancio.  - No,  non deve proprio nulla a nessuno,
    perch paga tutto,  specialmente quando si tratta di pagare  in  tante
    pazzie.  Io lo vedo bene e glielo dico anche, ma a che giova? Ora poi,
    che  stato vinto dal Cavaliere dalla Bianca Luna,  anche peggiorato.
    Tosilo lo preg di raccontargli ci che era successo;  ma  Sancio  gli
    rispose  che  era scortesia fare aspettare il padrone,  e che un altro
    giorno,  se si fossero incontrati  ancora,  avrebbero  avuto  modo  di
    riparlarne.  Poi  si  rizz,  si  scosse la giacca e le briciole dalla
    barba, si spinse avanti il ciuco e detto addio a Tosilo,  raggiunse il
    padrone, che lo stava aspettando all'ombra d'un albero.

    CAPITOLO 67.
    Della  decisione  che prese Don Chisciotte di farsi pastore e di menar
    vita  campestre,  finch  non  fosse  passato  l'anno  della  clausura
    promessa, con altri fatti piacevoli e divertenti.

    Se  molti  erano  i  pensieri  che  travagliavano Don Chisciotte prima
    d'esser rovesciato,  molti pi furono quelli che lo travagliarono dopo
    la sua caduta. Stava, come s' detto, all'ombra d'un albero, e l come
    mosche  intorno  al miele venivano ad assalirlo e pungerlo i pensieri.
    Alcuni si riferivano al disincanto di Dulcinea,  altri alla  vita  che
    doveva  fare  nel  suo forzato ritiro.  Giunse Sancio,  e gli vant la
    generosit dello staffiere Tosilo.
    - E' mai possibile - disse Don Chisciotte - che tu persista a  credere
    che  quello  sia  uno staffiere vero?  Ti sei forse dimenticato d'aver
    visto Dulcinea trasformata in contadina,  e il Cavaliere dagli Specchi
    nel  baccelliere  Carrasco?  Tutta  opera  degli  incantatori  che  mi
    perseguitano. Ma, dimmi un poco,  hai chiesto a questo Tosilo che ne 
    stato d'Altisidora?  Se ha pianto la mia assenza,  o se ha lasciato in
    poter dell'oblio gli innamorati  pensieri  che  spasimar  la  facevano
    quand'io era a lei dappresso?
    -  I  pensieri  che  avevo in testa io - disse Sancio - non mi dettero
    tempo di domandar di queste buggerate.  Mondo birbone!  Ma le pare  di
    essere  in  condizione d'andare a occuparsi dei pensieri degli altri e
    specialmente amorosi?
    - Vedi, Sancio - disse Don Chisciotte - c' una gran differenza fra le
    azioni  che  si  compiono  per  amore  e  quelle  che  si  fanno   per
    riconoscenza. Pu darsi benissimo che un cavaliere non sia innamorato,
    ma  impossibile,  a rigor di termini,  che sia ingrato. Altisidora, a
    quanto pare,  m'ha voluto bene,  m'ha regalato quei tre fazzoletti  da
    testa che tu sai,  pianse al momento della mia partenza, mi maledisse,
    m'insult,  si lagn (nonostante  la  vergogna)  pubblicamente:  tutti
    segni che mi adorava, perch le ire degli innamorati vanno a finire in
    maledizioni.  Io  non avevo speranze da darle,  n tesori da offrirle,
    perch le mie speranze sono tutte impegnate per Dulcinea  e  i  tesori
    dei cavalieri erranti son come quelli dei folletti, apparenti e falsi.
    Posso  darle  soltanto  questi  ricordi  che  mi restan di lei,  senza
    pregiudizio tuttavia di quelli che m'ha lasciato Dulcinea: Dulcinea  a
    cui tu fai ingiuria col ritardo che frapponi a frustarti a mortificare
    codeste  carni  (possa io vederle divorate dai lupi!) che preferiscono
    serbarsi ai vermi,  piuttosto che prestarsi alla guarigione di  quella
    infelice dama.
    -  Ecco  - rispose Sancio - se si deve dir la verit,  io non mi posso
    proprio persuadere che delle frustate  sulle  mie  mele  possano  aver
    qualcosa che vedere col disincanto degli incantati.  Mi pare lo stesso
    che dire: se vi duole la testa,  ungetevi le  ginocchia.  Scommettiamo
    che in quanti racconti cavallereschi lei ha letto,  non ha mai trovato
    nessuno disincantato a questo modo a suon di  frustate?  ma,  comunque
    sia,  io  me le dar quando ne avr voglia,  e quando mi si presenter
    un'occasione adatta.
    - Piaccia a Dio! - rispose Don Chisciotte.  - E che il cielo ti faccia
    la  grazia  di  riconoscere  l'obbligo  che  ti  corre d'aiutar la mia
    signora, che  poi anche la tua, dal momento che tu sei mio.
    Cos discorrendo continuavano il viaggio, quando giunsero nello stesso
    punto  dove  erano  stati  rovesciati  dai  tori.  Don  Chisciotte  lo
    riconobbe e disse a Sancio:
    -  Questo    il  prato dove c'incontrammo nelle graziose pastorelle e
    negli eleganti pastori,  che volevano imitare e rinnovare la pastorale
    Arcadia.  E'  un'idea  buona  e originale,  e se tu sei del mio stesso
    parere, io vorrei che anche noi, come loro,  ci si mutasse in pastori,
    almeno  per  tutto il tempo che devo stare in ritiro.  Comprer alcune
    pecore e tutti gli arnesi necessari alla pastorizia,  e io col nome di
    Chisciottesio,  tu  con quello di Pancionio ce ne andremo per i monti,
    per le selve e per i prati,  qui cantando,  l facendo udire i  nostri
    lamenti,  bevendo  ai  liquidi  cristalli  delle  fonti  o dei limpidi
    ruscelli o dei rigonfi fiumi.  Ci somministreranno le querce in grande
    abbondanza le dolcissime loro frutta; ci serviranno di sedie i tronchi
    dei  durissimi  lecci;  ci  daranno ombra i salici,  profumo le rose e
    tappeto l'ampie  praterie,  screziate  di  mille  colori.  Respireremo
    un'aria limpida e pura;  un quieto lume di luna e di stelle vincer il
    buio della notte;  ci daranno diletto  il  canto,  e  gioia  l'amoroso
    lamento,  Apollo  versi,  l'amore  concetti,  con cui potremo renderci
    eterni e famosi non solo nei presenti ma anche nei secoli venturi.
    - Perdinci!  - disse Sancio - anche a me mi va a fagiolo e  mi  quadra
    una  vita  cos;  e  scommetterei che il baccelliere Carrasco e mastro
    Nicola, il barbiere, non l'avranno finito di sapere,  che verr voglia
    anche a loro di mettersi a fare i pastori insieme con noialtri;  e chi
    sa che non salti il ticchio anche al curato di entrare nel mazzo, dato
    che  un uomo gioviale, e alla conia ci sta anche lui.
    - Tu hai detto benissimo - disse Don Chisciotte  -  e  il  baccelliere
    Sansone  Carrasco,  se  entra nel grembo pastorale,  come c'entrer di
    sicuro,  potr chiamarsi il pastore Sansonio,  o anche Carrascone;  il
    barbiere  Nicola  si  potr chiamar Nicoloso,  come l'antico Boscan si
    chiam Nemoroso.  Al curato non saprei  che  nome  mettergli,  se  non
    qualcosa di derivato dalla sua professione,  per esempio,  Curatambro.
    Quanto al nome delle pastorelle di cui dobbiamo essere innamorati,  ci
    sar  da  scegliere  come  si vuole.  Io non importa che mi confonda a
    cercargliene un altro che le vada meglio, perch quello della mia dama
    quadra bene a una pastora come a una principessa: tu, Sancio, metterai
    alla tua quello che vuoi.
    - Io faccio conto di metterle nome Teresona - disse Sancio  -  che  le
    star  bene,  perch    grassoccia  e  perch  si  chiama  Teresa.  E
    celebrandola nei miei versi,  far vedere quanto sono  puliti  i  miei
    pensieri; perch io non ho nessuna voglia di andare a frugnolo, e a me
    il  pane casalingo mi basta.  Quanto al curato sar bene che non abbia
    pastora per dare il buon esempio;  ma se il baccelliere la vuol avere,
     un affare che riguarda lui.
    -  Buon Dio!  - disse Don Chisciotte.  - Che bella vita dobbiamo fare,
    caro Sancio!  Quante zampogne dovranno risuonare  ai  nostri  orecchi!
    Quante pive zamorane,  quanti cembali, quanti sonagli, quante ribeche!
    Pensa poi,  se fra tanta diversit di musica ci sar  mischiata  anche
    quella  degli  "alboghes"!  Oh s!  ci saranno tra noi quasi tutti gli
    strumenti pastorali.
    - Gli "alboghes"?!  - domand Sancio.  - Che cosa sono?  Non li ho mai
    sentiti nominare, n li ho mai visti in vita mia.
    -  Gli  "alboghes"  -  rispose  Don  Chisciotte  -  sono dei piatti di
    metallo,  simili a dei piedi di  candelieri  in  ottone,  che  battuti
    insieme  dalla parte concava,  danno un suono non molto dolce n molto
    armonioso,  ma che s'accorda molto bene con la rusticit della piva  e
    del  cembalo.  Questo nome "alboghes"  un vocabolo moresco come tutti
    quelli che nella  nostra  lingua  comincian  per  "al":  vale  a  dire
    "almohaza",    "almorzar",    "alhombra",   "alguacil",   "alhuzcema",
    "almacn", "alcancia", e altri simili, che devon esser pochi pi.  Tre
    solamente ne ha la nostra lingua che son moreschi e finiscono in i,  e
    sono  "borcegu",  "zaquizam"  e  "maraved";   le  voci  "alhel"  e
    "alfaqu"  si  riconosce  che  son  arabe  tanto  dallo  "al"  con cui
    cominciano quanto dall'"i" con cui finiscono.  Questo te l'ho detto di
    passaggio,   e  soltanto  perch  me  lo  ha  fatto  venire  in  mente
    l'occasione di aver nominato gli "alboghes".  Ci che poi  ci  aiuter
    molto a fare i pastori a perfezione sar che un po' poeta son io, come
    tu  sai,  e  poeta  abilissimo  il baccelliere Sansone Carrasco.  Del
    curato non dico nulla;  ma scommetterei  che  di  poeta  deve  un  po'
    pizzicare  anche  lui,  e  di  mastro  Nicola non ne dubito,  perch i
    barbieri  son  tutti,   o  quasi  tutti,   suonatori  di  chitarra   o
    improvvisatori.  Io  mi  lagner  della  lontananza,  tu  ti  vanterai
    d'essere un innamorato fedele;  il pastore  Carrascone  dir  d'essere
    stato respinto,  il curato Curatambro quel che pi gli far piacere; e
    in questo modo le cose andranno tanto bene, che non lasceranno nulla a
    desiderare.
    - Io son tanto disgraziato  -  disse  Sancio  che  ho  paura  che  non
    arriver  mai  a  quel giorno.  Oh che bei cucchiai farei quando fossi
    pastore!  Che piatti di  pan  lavato!  Che  panna!  Che  ghirlande!  E
    quant'altri  di  questi gingilli da pastori,  che se non mi daranno la
    fama di sapiente,  mi frutteranno almeno quella  d'ingegnoso!  La  mia
    figliola Sancina ci porter il desinare all'ovile.  Ma...  occhio alla
    penna!  Perch  belloccia,  e ci son dei pastori  pi  maliziosi  che
    ingenui.  Non vorrei che andasse per tosare e mi tornasse tosata.  Del
    male se ne pu fare in campagna come in citt,  e  nelle  capanne  dei
    pastori  come  nelle  regge;  e levata la causa si leva il peccato;  e
    occhio non vede,  cuore non crede,  e Fidati era un buon amico ma Non-
    ti-fidare era meglio.
    - Ma basta!  basta coi proverbi,  Sancio!  - esclam Don Chisciotte. -
    Uno qualunque di quelli che hai detto, era pi che sufficiente per far
    capire il tuo pensiero.  Te l'ho ripetuto mille  volte  di  non  esser
    tanto prodigo di proverbi,  ma s!  Mi par di predicare al deserto! La
    mamma mi sculaccia, perch'io glielo rifaccia!
    - E a me - replic Sancio - mi pare che lei faccia come la padella che
    disse al paiuolo: Tirati in l,  tu mi tingi.  Vuole che io non dica
    proverbi, e intanto lei li infila a bizzeffe.
    -  Ma  tu  devi considerare - riprese Don Chisciotte--che io li cito a
    proposito, e quando ne dico uno,  calza come un guanto;  tu invece nel
    discorso ce li tiri tanto per i capelli,  che non vi stanno ritti e ci
    strascicano.  E se ben mi ricordo,  t'ho detto un'altra  volta  che  i
    proverbi  son brevi sentenze,  che i nostri antichi saggi hanno tratto
    dall'esperienza  e  dall'osservazione,   ma  il  proverbio  citato   a
    sproposito    piuttosto  una  sciocchezza  che  una sentenza.  Ma ora
    lasciamo da parte questo argomento,  e poich si fa buio,  ritiriamoci
    un  poco  fuori della strada maestra per passar la notte,  e domattina
    qualche santo sar.
    Cos fecero: mangiarono tardi  e  male,  con  gran  rincrescimento  di
    Sancio,  al  quale  tornarono  in  mente  tutte  le  privazioni  della
    cavalleria errante sopportate per selve e per monti  sebbene  talvolta
    si  fosse  mostrata  anche  l'abbondanza  nei  castelli  e  nelle case
    signorili,  come quella di Don Diego  di  Miranda  e  di  Don  Antonio
    Moreno,  o come alle nozze del ricco Camaccio.  Tuttavia, considerando
    che in questo mondo sempre giorno  o  sempre  notte  non  pu  essere,
    intanto  pass  quella  dormendo;  mentre  il  suo  padrone  la  pass
    vegliando.

    CAPITOLO 68.
    Un'avventura barbina di Don Chisciotte.

    La notte era piuttosto scura,  sebbene ci  fosse  la  luna;  la  quale
    tuttavia  rimaneva  in un punto dove non poteva esser vista;  perch a
    volte la signora Diana se ne va a spasso agli  antipodi,  e  lascia  i
    monti nell'ombra,  le valli nell'oscurit.  Don Chisciotte pag il suo
    tributo alla natura dormendo il primo sonno,  che per non fu  seguto
    dal  secondo;  al  contrario  di  Sancio  che non conosceva il secondo
    sonno, perch dalla sera alla mattina ne faceva tutt'uno;  e da questo
    si  poteva  capire  la sua buona complessione e i suoi pochi pensieri.
    Quelli di Don Chisciotte lo tennero tanto sveglio,  che  fin  con  lo
    svegliare anche Sancio e gli disse:
    -  Io  sono stupito dell'indolenza del tuo carattere.  Io credo che tu
    debba essere di marmo o di bronzo,  e  che  tu  non  abbia  quindi  n
    movimento n sentimento.  Io veglio e tu dormi,  io piango e tu canti,
    io svengo dalla fame e tu te ne stai come un  masso,  stronfiando  per
    aver  mangiato troppo.  I buoni servitori devono partecipare alle pene
    dei  loro  padroni  e  dividerne  i  sentimenti,  per  educazione  non
    foss'altro.  Guarda che notte serena! Che solitudine! Tutto c'invita a
    interrompere il nostro sonno con qualche momento di veglia. Alzati, in
    nome del cielo: tirati un poco in l e di  buon  animo  con  simpatica
    disinvoltura  datti tre o quattrocento frustate in conto di quelle che
    ti devi dare per il disincanto di Dulcinea.  E questo te lo chiedo con
    le buone, perch non voglio fare alla lotta con te come l'altra volta,
    perch  so  che  hai  le  braccia  pesanti.  Quando ti sarai frustato,
    passeremo quel che resta della notte a cantare, io la lontananza della
    mia dama,  e tu la tua costanza,  dando fin d'ora principio alla  vita
    pastorale che dobbiamo condurre nel nostro paese.
    -  Signor padrone - rispose Sancio - non sono mica un frate da dovermi
    levare sul pi bello del sonno  e  disciplinarmi!  E  ancora  meno  mi
    persuade  che dallo spasimo delle frustate si possa passare tutto a un
    tratto al piacere della musica.  Mi lasci dunque dormire,  e la faccia
    finita con questa storia del frustarsi,  perch se no, glielo dico io,
    giuro di non toccarmi neanche il pelo della giacca nonch la pelle.
    - O anima indurita! O scudiero senza piet!  O pane male impiegato,  o
    favori  male  spesi,  quelli  che  t'ho  fatto e quelli che pensavo di
    farti!  Grazie a me ti sei visto governatore,  grazie d me  puoi  dire
    d'avere  fondate  speranze  di diventar presto conte,  o d'ottenere un
    altro titolo equivalente;  n queste speranze tarderanno a realizzarsi
    oltre  l'anno  del  mio  ozio  forzato,  perch'io "post tenebras spero
    lucem".
    - Questo non lo capisco - replic Sancio - so solamente  che  fintanto
    che dormo,  non sento n timori,  n speranze,  n fatiche, n gloria.
    Benedetto chi invent il  sonno!  E'  una  cappa  che  copre  tutti  i
    pensieri, un vitto che leva la fame, un'acqua che estingue la sete, un
    fuoco  che  toglie  il  freddo,  un  fresco  che  tempera il caldo,  e
    finalmente una moneta con cui si compra ogni cosa, una bilancia su cui
    si eguagliano il pastore col re,  lo stolto col saggio.  Una sola cosa
    brutta  ha  il  sonno,  come  ho sentito dire,  ed  che somiglia alla
    morte, perch tra un addormentato e un morto c' poca differenza.
    - E' la prima volta che ti sento parlare con delle parole cos scelte,
    Sancio - disse Don Chisciotte - e quindi capisco che  proprio vero il
    proverbio che qualche volta t'ho sentito dire: Dimmi chi  pratichi  e
    ti dir chi sei.
    - Ah perdinci, signor padrone! - replic Sancio. - Non sono io ora che
    infilzo  proverbi!  Anche a lei vengono gi dalla bocca a picce peggio
    che a me.  Tra i miei e i suoi ci sar questa differenza,  che i  suoi
    calzeranno e i miei no, ma insomma son tutti proverbi.
    Stavano  cos discorrendo,  quando sentirono un sordo e intenso rumore
    che si stendeva per tutta la vallata.  Don Chisciotte si alz e  tutto
    turbato  mise  mano  alla  spada,  mentre  Sancio tremando di paura si
    rannicchi sotto al ciuco  barricandosi  da  una  parte  col  basto  e
    dall'altra  con  le  armi.  Di  momento in momento andava crescendo lo
    strepito e avvicinandosi ai due uomini impauriti,  o per lo meno  uno,
    ch  dell'altro  conosciamo  bene  il valore.  Erano dei porcari,  che
    portavano a vendere a una fiera pi di seicento porci,  e li  facevano
    camminare a quelle ore di notte. Era tale lo strepito che facevano, il
    grugnire e lo sbuffare,  che Don Chisciotte e Sancio,  assordati,  non
    riuscivano a capire che diavolo potesse essere.  Arriv  in  massa  il
    branco  sterminato e grugnitore,  e senza portar rispetto all'autorit
    di Don Chisciotte n a quella di Sancio,  passarono di sopra a tutti e
    due,  spianando  le  trincee  di Sancio,  rovesciando Don Chisciotte e
    Ronzinante per giunta. Il gran numero, quei grugniti,  la rapidit con
    cui  arrivarono  quegli  animali  immondi  sparsero  la  confusione  e
    rovesciarono sottosopra basto, armi, ciuco,  Ronzinante,  Sancio e Don
    Chisciotte.  Sancio,  rizzatosi alla meglio,  chiese al suo padrone la
    spada,  dicendogli che voleva ammazzare  una  mezza  dozzina  di  quei
    signori  villan  cornuti  di porci,  ch ormai li aveva visti bene che
    eran porci. Ma Don Chisciotte gli disse:
    - Lasciali stare,  amico.  Quest'affronto    una  punizione  pel  mio
    peccato:   un giusto castigo del cielo che un cavaliere errante vinto
    sia divorato dai lupi, punto dalle vespe, e calpestato dai porci.
    - Allora deve essere un castigo del  cielo  anche  per  gli  scudieri-
    disse  Sancio  -  d'esser punti dalle mosche,  mangiati dai pidocchi e
    tormentati dalla fame.  Se noi scudieri fossimo figli dei cavalieri  a
    cui serviamo, o loro prossimi parenti, non sarebbe tanto strano che ci
    toccasse  di  scontare le loro colpe fino alla quarta generazione.  Ma
    che ci hanno che vedere i Panza  coi  Chisciotte?  Basta!  Torniamo  a
    sdraiarci,  e  dormiamo  questa po' di notte che resta: domani qualche
    santo sar.
    - Dormi tu,  Sancio - replic  Don  Chisciotte  -  che  sei  nato  per
    dormire,  mentre io son nato per vegliare. In questo poco di tempo che
    manca a farsi giorno io lascer libero il corso ai miei pensieri, e li
    sfogher in un madrigale,  che a tua insaputa ho composto ieri sera  a
    memoria.
    -  A  me  pare  -  disse  Sancio  - che i pensieri che lasciano fare i
    madrigali non abbiano a essere molti;  ma  lei  verseggi  pure  quanto
    vuole, ch io vedr di dormire quanto posso.
    E sdraiatosi in terra quanto era lungo,  si raggomitol e s'addorment
    profondamente, senza che crediti,  n debiti,  n dolore alcuno glielo
    impedisse.  Don Chisciotte,  appoggiato al tronco di un faggio o di un
    cerro (perch Cide Hamete Benengeli  non  precisa  che  albero  fosse)
    accompagnandosi coi suoi stessi sospiri cant i seguenti versi:

    Quand'io penso ai martire
    Amor, che tu mi dai gravoso e forte,
    corro per gire a morte,
    cos sperando i miei danni finire.

    Ma poi ch'io giungo al passo
    ch' porto in questo mar d'ogni tormento,
    tanto piacier ne sento,
    che l'alma si rinforza, ond'io nol passo.

    Cos il viver m'ancide;
    cos la morte mi ritorna a vita.
    O miseria infinita,
    che l'uno apporta e l'altra non recide (1).

    Don Chisciotte accompagnava ciascuno di questi versi con molti sospiri
    e  non  poche  lacrime,  come  parto  di  un cuore trafitto dalla pena
    d'essere stato vinto e d'esser lontano da Dulcinea.  Intanto  si  fece
    giorno,  e  il  sole  coi suoi raggi fer gli occhi di Sancio,  che si
    dest e si sgranch,  scuotendosi e stirandosi le membra  intorpidite;
    poi,  vedendo  il guasto che avevano fatto i porci nella sua dispensa,
    mand al diavolo tutto il branco e anche peggio.
    Finalmente ripresero tutti e due la loro strada,  e sul far della sera
    videro  che  venivano  verso  di  loro una decina d'uomini a cavallo e
    quattro o cinque a piedi. Il cuore di Don Chisciotte dette un balzo di
    gioia, ma quello di Sancio ne fece parecchi di paura,  perch la gente
    che  si  avvicinava,  aveva  lance  e scudi ed era in pieno assetto di
    guerra. Don Chisciotte si rivolse a Sancio, e gli disse:
    - Sancio,  se io potessi adoperare le armi,  e la mia promessa non  mi
    legasse  le  braccia,  tutta  questa banda che ci viene incontro me li
    trastullerei come zuccherini;  ma potrebbe darsi che fosse altra  cosa
    da quella che crediamo.
    A questo punto sopraggiunse quella gente e calate le lance, senza fare
    una  parola  circondarono  Don  Chisciotte  e  gliele appuntarono alle
    spalle e al petto,  minacciandolo di morte.  Uno di quelli a piedi  si
    mise  un  dito  sulla  bocca  per  fargli  cenno di star zitto,  prese
    Ronzinante per la briglia e lo tir  fuori  della  strada,  gli  altri
    spinsero  avanti  Sancio e il ciuco,  e serbando tutti un meraviglioso
    silenzio,  seguirono i passi di quello che menava Don  Chisciotte;  il
    quale  due  o tre volte volle domandare dove lo conducevano e che cosa
    volevano;  ma appena cominciava a muovere le labbra,  gliele  facevano
    chiudere presentandogli le punte delle lance.
    A  Sancio  succedeva  lo  stesso,  perch  appena  dava segno di voler
    parlare,  uno di quegli  a  piedi  gli  dava  una  punzonata  con  una
    bacchetta,  e altrettanto faceva al ciuco, come se anche quello avesse
    voluto parlare.  Venne la notte,  affrettarono il passo  e  crebbe  il
    timore dei due prigionieri, tanto pi quando sentirono che di tanto in
    tanto gli dicevano:
    -   Camminate,   trogloditi!   Non   vi  lamentate  barbari;   pagate,
    antropofaghi! Non aprite gli occhi, Polifemi assassini,  Sciti,  leoni
    carnivori!  -  e altri nomi simili con cui tormentavano le orecchie ai
    due sciagurati, padrone e servitore.
    Sancio andava dicendo fra s:
    - Noi, trogoli dritti? Noi girovaghi? Noi barberi? A noi, polli infami
    assassini,  "sci"?  Non mi garbano per niente questi  nomi.  Tira  un
    vento poco buono. E' proprio vero: all'albero che casca, dagli, dagli,
    come  al  cane arrabbiato,  e ringraziare Iddio se da un'avventura che
    comincia cos male, ce la caveremo con delle legnate solamente!
    Don Chisciotte cavalcava tutto intontito,  senza riuscire a spiegarsi,
    nonostante  tutte  le sue riflessioni,  che cosa volessero significare
    quei vituperi che  gli  dicevano,  e  dai  quali  non  ricavava  altra
    conclusione, se non che non c'era da aspettarsi nulla di buono.
    Finalmente  verso  l'una  di  notte arrivarono a un castello,  che Don
    Chisciotte riconobbe subito per quello del Duca da dove  erano  venuti
    via pochi giorni prima.
    -  Buon  Dio!  -  esclam  appena  riconobbe il luogo.  - Che storia 
    questa?  Eppure questa  la casa della cortesia e dell'ospitalit!  Ma
    per i vinti, il bene si muta in male e il male in peggio.
    Entrarono nel cortile principale del castello, e lo videro preparato e
    addobbato  in  modo  che  il  loro  stupore s'accrebbe e la loro paura
    raddoppi, come si vedr nel capitolo seguente.

    NOTA 1: Questo madrigale  di Pietro Bembo, tradotto dal Cervantes che
    era studioso dei poeti italiani.

    CAPITOLO 69.
    Dove si narra l'avvenimento pi straordinario che sia successo  a  Don
    Chisciotte in tutto il corso di questa grande storia.

    Quelli  a  cavallo  misero  piede  a terra e aiutati da quelli a piedi
    presero bruscamente di peso Sancio e Don Chisciotte,  li portarono nel
    cortile,  attorno  al quale splendevano un centinaio di torce infilate
    nei loro  candelabri  e  pi  di  cinquecento  lumi  accesi  su  nelle
    gallerie;  di modo che,  sebbene la notte fosse assai scura, non ci si
    accorgeva della mancanza della luce del giorno.  In mezzo  al  cortile
    era  eretto  un  catafalco alto da terra tre o quattro braccia,  tutto
    coperto con un gran baldacchino di velluto  nero,  intorno  al  quale,
    sopra  i gradini,  ardevano pi di cento candele di cera bianca su dei
    candelabri d'argento.  Sopra il catafalco si vedeva il cadavere di una
    donzella  cos leggiadra,  che la morte pareva bella nel suo bel viso.
    Poggiava sopra un cuscino di broccato la testa cinta  d'una  ghirlanda
    intessuta  di  svariati  e odorosi fiori,  teneva le mani in croce sul
    petto e fra di esse una foglia di bionda palma, simboli di trionfo. Da
    una parte del cortile era stato eretto un palco, e su di esso,  seduti
    su due poltrone, stavano due personaggi, che, dalla corona che avevano
    in  testa  e  dallo  scettro  che  portavano in mano,  facevano capire
    d'esser dei re,  veri o finti che fossero.  Accanto a questo palco,  a
    cui  si saliva per alcuni scalini,  stavano altre due sedie,  sopra le
    quali coloro che portavano i prigionieri fecero sedere Don  Chisciotte
    e Sancio. Tutto questo fu eseguito in silenzio, e fu fatto loro capire
    mediante  segnali  che  anch'essi  dovevano tacere,  ma essi avrebbero
    taciuto lo stesso anche senza ordinarglielo, perch lo stupore di quel
    che vedevano teneva loro legata  la  lingua.  Frattanto  salirono  sul
    palco  seguiti  da  numeroso corteggio due personaggi importanti,  nei
    quali Don Chisciotte riconobbe subito  il  Duca  e  la  Duchessa  suoi
    ospiti, i quali si assisero su due ricchissime poltrone accanto a quei
    due che parevano due re.
    Chi  non  sarebbe  rimasto  sbalordito  alla  vista  di  tutto questo,
    soprattutto se si aggiunge che Don Chisciotte aveva  riconosciuto  che
    il  corpo  disteso  sul  catafalco  era quello della bella Altisidora?
    Quando il Duca e la Duchessa salirono  sul  palco,  Don  Chisciotte  e
    Sancio  si  alzarono  e fecero loro una profonda riverenza,  e i Duchi
    risposero chinando leggermente la testa.  Comparve allora un servitore
    e,  accostatosi  a Sancio gli mise addosso una zimarra di stoffa nera,
    tutta cosparsa di fiamme dipinte,  e toltogli il cappello gli pose  in
    capo  una  mitra  simile  a  quelle che portano i condannati dal Santo
    Uffizio,  e gli disse  all'orecchio  che  non  aprisse  bocca,  perch
    altrimenti  gli  avrebbero  messo  un  bavaglio  o l'avrebbero ucciso.
    Sancio si guardava dalla testa ai piedi e si vedeva tutto  in  fiamme,
    ma  siccome  non si sentiva bruciare,  non ci faceva caso.  Si lev la
    mitra,  e vide che c'erano dipinti dei diavoli;  se la rimise e  disse
    fra  s:  Meno  male  che  quelle  fiamme non mi bruciano,  n questi
    diavoli mi portano via!. Anche Don Chisciotte lo guardava,  e sebbene
    la paura l'avesse reso incapace di qualsiasi movimento,  non pot fare
    a meno di sorridere vedendo la figura che faceva Sancio.  Frattanto si
    cominci  a  sentire  un suono sommesso e soave di flauti,  che pareva
    uscire dal di sotto del catafalco,  e che non  essendo  disturbato  da
    alcuna  voce  umana,  poich  in  quel luogo il silenzio era assoluto,
    produceva un effetto soave e languido. A un tratto, accanto al cuscino
    su cui posava la testa il presunto cadavere,  comparve un bel  giovane
    in costume romano,  che accompagnandosi con un'arpa,  con dolcissima e
    chiara voce cant queste due stanze:

    In attesa che Altisidora,  morta  per  crudelt  di  Don  Chisciotte,
    resusciti,  e  che  in  questa  corte incantevole le dame si vestan di
    sacco e la mia padrona faccia vestir le sue donne  di  fustagno  e  di
    rinfranto,  io  canter  la  sua bellezza e la sua disgrazia con versi
    migliori di quelli del Tracio cantore.
    Io mi immagino che questo ufficio non mi debba toccare  solamente  in
    vita; ma anche con la lingua morta e fredda in bocca conto di ripetere
    le  lodi  che  ti  son  dovute.  La mia anima liberata dal suo stretto
    involucro,  traverser la palude Stigia  celebrando  le  tue  doti,  e
    quegli accenti arresteranno le acque del fiume dell'oblio.

    - Basta!  - disse a questo punto uno dei due che parevano due rebasta,
    cantor divino;  ch sarebbe un continuare fino all'infinito il volerci
    rappresentare ora la morte e le grazie dell'impareggiabile Altisidora;
    non morta,  come pensa il mondo ignorante,  ma viva sulle lingue della
    fama e nella pena che dovr soffrire Sancio  Panza  qui  presente  per
    restituirla alla perduta luce, e quindi tu, Radamanto, che sei insieme
    con  me  giudice  nelle  oscure caverne di Dite,  poich conosci tutto
    quello che  fissato nelle imperscrutabili leggi del destino sul  modo
    di far risuscitare questa fanciulla, dillo e dichiaralo subito, perch
    non  sia  differita la felicit che ci aspettiamo dal suo ritorno alla
    vita.
    Appena il giudice Minosse ebbe detto questo, il suo compagno Radamanto
    si alz e disse:
    - Suvvia,  domestici di questa casa,  alti e bassi,  grandi e piccini,
    accorrete tutti uno dopo l'altro, fate con le vostre mani ventiquattro
    sberleffi  sulla  faccia di Sancio,  e dategli dodici pizzicotti e sei
    punture di spillo nelle braccia e nei  fianchi,  perch  questa    la
    cerimonia necessaria per far resuscitare Altisidora.
    A sentir questo Sancio ruppe il silenzio urlando:
    -  Giuraddio!  Mi faccio turco piuttosto che lasciarmi mettere le mani
    sulla faccia.  Mondo ladro!  Che c'entra  la  resurrezione  di  questa
    ragazza  con  degli  sberleffi  fatti  sul  mio viso?  Qui mi pare che
    l'appetito venga mangiando.  Dulcinea  stata incantata,  e  io  debbo
    frustarmi  per  levarle  l'incantesimo;   muore  Altisidora  di  morte
    naturale, e per resuscitarla proprio io per l'appunto mi devo pigliare
    ventiquattro sberleffi sulla faccia,  lasciarmi bucherellare la  pelle
    con  gli spilli e riempirmi le braccia di lividi a suon di pizzicotti.
    A pinco di questi scherzi! ch io son merlo vecchio,  e a me  inutile
    farmi il fischio perch risponda "benemio!".
    - Morirai!  grid Radamanto.  - Ammansati,  o tigre; umiliati, Nembrod
    superbo,   sopporta  e  taci,   poich  non  ti   si   domanda   nulla
    d'impossibile,  e non ti mettere a sofisticare sugli inconvenienti che
    presenta la  cosa:  sberleffato,  s,  devi  essere,  crivellato  devi
    sentirti,  pizzicato fino a piangere.  Su,  ministri,  eseguite il mio
    ordine, altrimenti, parola d'onore, vi far vedere io qual  il vostro
    dovere.
    Subito si videro venire avanti nel cortile,  in processione una dietro
    l'altra, sei dame di compagnia, di cui quattro portavano gli occhiali,
    e tutte tenevano la mano destra alzata con quattro dita di polso fuori
    delle  maniche  per far parere le mani pi lunghe come oggi  di moda.
    Appena le vide, Sancio, muggendo come un toro:
    - Da tutti - url - mi lascer metter le mani sul  viso  ma  da  delle
    dame di compagnia,  eh, per Dio! no e poi no. Mi facciano graffiare il
    muso da dei gatti,  come  fecero  al  mio  padrone  in  questo  stesso
    castello;  mi  buchino  da  parte a parte con delle spade di rota;  mi
    attanaglino le braccia con delle tenaglie  roventi,  e  io  sopporter
    pazientemente e obbedir a questi signori;  ma che il diavolo mi porti
    se mi lascio brancicare da delle dame di compagnia!
    Allora ruppe il silenzio anche Don Chisciotte, dicendo:
    - Abbi pazienza, figliolo, contenta questi signori,  e ringrazia Iddio
    che ha voluto riporre nella tua persona una virt cos prodigiosa, che
    col  martirio  della  tua  carne  tu  puoi disincantare gl'incantati e
    risuscitare i morti.
    Le dame di compagnia erano gi vicine a Sancio,  ed egli  ammansito  e
    rassegnato, accomodatosi bene sulla seggiola porse il viso alla prima,
    la  quale gli stamp le cinque dita sulla faccia,  e dopo gli fece una
    profonda riverenza.
    - Meno riverenze,  signora dama di compagnia - disse Sancio -  e  meno
    pomate; ch per Dio avete le mani che vi sanno di aceto rosato.
    Cos  una  dopo  l'altra  tutte le dame di compagnia gli stamparono le
    cinque dita sulla faccia,  e molti altri domestici lo pizzicarono;  ma
    le  punture  degli  spilli non le pot sopportare.  S'alz dalla sedia
    tutto infuriato e agguantata una torcia accesa che aveva  accanto,  si
    scagli addosso alle dame e a tutti i suoi carnefici urlando:
    - Fuori,  ministri del diavolo!  non son mica di bronzo da non sentire
    simili torture!
    Intanto Altisidora,  che si doveva essere stancata di  rimanere  tanto
    tempo  supina,  si  rivolt  su  un  fianco.  A  quella  vista tutti i
    circostanti quasi a una voce gridarono:
    - Altisidora  viva! Altisidora  viva!
    Allora Radamanto  ordin  a  Sancio  di  calmarsi,  perch  ormai  era
    raggiunto  lo scopo prefisso.  Don Chisciotte,  quando vide Altisidora
    muoversi, and a inginocchiarsi dinanzi a Sancio dicendogli:
    - Ecco, ecco il tempo, figlio delle mie viscere,  nonch mio scudiero,
    che tu ti dia qualcuna delle frustate che ti sei impegnato a darti per
    disincantare  Dulcinea: ecco,  ripeto,  il tempo in cui la tua virt 
    maturata e perfezionata al punto da  poter  operare  il  bene  che  si
    aspetta da te.
    - Qui piove un malanno su un altro - rispose Sancio - invece che miele
    sulle  frittelle.  Sarebbe  bellina guardi,  se dopo gli sberleffi,  i
    pizzicotti e le punture,  ora dovessero venire anche le frustate.  Non
    mi  resta  altro  che  pigliare  un  pietrone,  legarmelo al collo,  e
    buttarmi in un  pozzo.  E  non  sarebbe  un  gran  male!  perch  pare
    impossibile,  ma  tutte  le  volte  che c' da guarire i malanni degli
    altri son sempre io che ne tocco.  Ma che mi hanno preso per il  cucco
    della veglia? Mi lascino stare, altrimenti, quant' vero Dio, metto su
    baracca, a costo, dopo, d'andarne col capo rotto.
    Frattanto  Altisidora  s'era  messa  a  sedere sul catafalco,  e nello
    stesso tempo cominciarono a suonare i clarini accompagnati dai  flauti
    e dalle grida di tutti i presenti che urlavano:
    - Viva Altisidora! Viva Altisidora!
    Il duca,  la duchessa e i due re si alzarono,  e tutti insieme con Don
    Chisciotte e Sancio si fecero incontro ad Altisidora,  per aiutarla  a
    discendere dal catafalco. Essa, fingendosi ancora tutta smarrita, fece
    un  inchino  ai  Duchi  e ai re,  poi gettando un bieco sguardo su Don
    Chisciotte:
    - Dio ti perdoni,  insensibile cavaliere - gli disse.  -  Per  la  tua
    crudelt son dovuta stare all'altro mondo,  a quel che io giudico, pi
    di mille anni; quanto a te, scudiero il pi compassionevole che esista
    sulla terra,  ti ringrazio della vita che ti debbo.  Da oggi  in  poi,
    caro  Sancio,  puoi  contare  su  sei  camicie  mie  che  metto  a tua
    disposizione,  perch tu te ne faccia sei per te;  e se non son  tutte
    sane, per lo meno son tutte pulite.
    Sancio, per questo dono, con la mitra in mano e le ginocchia in terra,
    le  baci  le  mani,  e il Duca allora ordin che gli riprendessero la
    mitra e quella zimarra a fiamme, e gli rendessero il suo cappello e la
    sua giacca;  ma Sancio lo preg di lasciargliele per poterle riportare
    a casa per ricordo di quell'inaudito avvenimento.  La Duchessa rispose
    che gliele avrebbe lasciate,  poich egli sapeva bene quanto  gli  era
    amica.  Il  Duca  ordin  di  sgombrare  il  cortile,  e  che tutti si
    ritirassero nelle loro stanze,  e che Don Chisciotte e Sancio  fossero
    condotti in quelle che di gi conoscevano.

    CAPITOLO 70.
    Che  viene  dopo il sessantanove e contiene notizie indispensabili per
    l'intelligenza di questa storia.

    Quella notte Sancio dorm su una branda nella  stessa  camera  di  Don
    Chisciotte;  ma  ne  avrebbe fatto volentieri a meno se avesse potuto,
    perch sapeva bene che a forza di domande e risposte il padrone non lo
    avrebbe lasciato  dormire,  mentre  lui  non  aveva  molta  voglia  di
    discorrere,  perch  le  trafitte  presenti  della tortura passata gli
    legavano la lingua,  e perci avrebbe dormito pi  volentieri  in  una
    capanna  solo,  che  accompagnato  in  quella sontuosa stanza.  Il suo
    timore era cos legittimo e il suo sospetto cos fondato,  che  appena
    fu nel letto, il padrone gli domand:
    - Che te ne pare,  Sancio,  dell'accaduto di stanotte?  Certo la forza
    della disperazione amorosa   grande  e  terribile,  come  hai  potuto
    vedere coi tuoi occhi. Altisidora non  stata uccisa n da una freccia
    n  da  una  spada n da qualsiasi altra arma,  e neppure da un veleno
    mortale,   ma   semplicemente   dal   pensiero   della   freddezza   e
    dell'indifferenza con cui l'ho sempre trattata.
    - Ma che fosse pur morta quando voleva e come voleva! - rispose Sancio
    -  e  m'avesse lasciato star tranquillo!  Ma che l'ho fatta innamorare
    io? Che l'ho mai respinta, io? Non mi riesce proprio di capire come la
    resurrezione d'Altisidora,  una ragazza poco seria e di poco giudizio,
    possa  aver  che  vedere,  come  ho  detto gi un'altra volta,  con la
    tortura di Sancio Panza.  Ora s che sono  davvero  convinto  che  nel
    mondo  ci  sono  incantesimi e incantatori;  dai quali speriamo che mi
    liberi Iddio,  perch da me non mi so liberare.  Ora per mi faccia il
    piacere di lasciarmi dormire,  e di non domandarmi altro, se non vuole
    che mi butti di sotto a una finestra.
    - Dormi,  caro Sancio,  dormi - rispose Don Chisciotte -  se  pure  ti
    lasciano dormire le punture, i pizzicotti, e gli sberleffi ricevuti.
    - Nessun dolore,  veda,   stato cos grande per me - replic Sancio -
    quanto l'affronto degli sberleffi;  non per altro  che  per  essermeli
    dovuti  lasciar  fare  da  delle dame di compagnia,  che il diavolo le
    porti! Ma, senta,  mi faccia il favore,  le ripeto,  mi lasci dormire,
    perch  il sonno  il miglior sollievo delle miserie per quelli che ne
    hanno da svegli.
    - S, s - disse Don Chisciotte - e che Dio ti benedica.
    Tutti e due si addormentarono, e nel frattempo Cide Hamete,  autore di
    questa grande storia,  volle riferire le ragioni che mossero i Duchi a
    preparare il macchinoso spettacolo che  s'  raccontato.  Egli  scrive
    dunque che il baccelliere Sansone Carrasco,  non essendosi dimenticato
    di quando il Cavaliere dagli Specchi era stato vinto e  scavalcato  da
    Don  Chisciotte,  che  aveva cos mandato all'aria tutti i suoi piani,
    volle rifare la prova sperando miglior successo che  la  prima  volta.
    Perci,  essendosi informato dal paggio che aveva portato la lettera e
    il regalo a Teresa Panza, moglie di Sancio,  del luogo dove si trovava
    Don Chisciotte,  si provvide di nuove armi e d'un altro cavallo,  mise
    una bianca luna sul suo scudo, e caric ogni cosa su un mulo, che fece
    condurre non gi da  quel  Tommaso  Cecial  che  gli  aveva  fatto  da
    scudiero  la  prima  volta,  ma da un altro contadino,  per non essere
    riconosciuto n da Sancio n da  Don  Chisciotte.  E  cos  giunse  al
    castello del Duca,  che l'inform della strada presa da Don Chisciotte
    con l'intento di recarsi alle giostre di Saragozza. Gli raccont anche
    tutte  le  burle  che  gli  aveva  fatto,  compresa  l'invenzione  del
    disincanto  di Dulcinea,  che non poteva avvenire se non a spese delle
    natiche di Sancio,  e gli rifer pure la beffa che Sancio aveva  fatto
    al  suo  padrone,  dandogli  a  intendere che Dulcinea era incantata e
    trasformata in contadina,  mentre poi la  Duchessa  sua  moglie  aveva
    fatto  credere  a  Sancio  che era lui quello che s'ingannava,  perch
    Dulcinea era incantata davvero.  Il baccelliere rise  molto  di  tutte
    queste  cose,  e  riafferm  ancora una volta la sua meraviglia per la
    figura di Sancio con quel suo doppio aspetto di furbo e di  minchione,
    mentre  molto  si  dolse  sentendo  la follia di Don Chisciotte giunta
    ormai al suo estremo.  Il Duca lo preg di ripassar  di  l,  sia  che
    riuscisse  a vincerlo o no,  per raccontargli come era andata.  E cos
    fece il baccelliere.  Part in cerca di lui,  ma a  Saragozza  non  lo
    trov,  and  oltre e gli successe quel che abbiamo raccontato.  Torn
    allora al castello del Duca e gli rifer tutto, comprese le condizioni
    del duello;  per cui era  da  ritenersi  che  Don  Chisciotte  avrebbe
    sicuramente, come leale cavaliere errante, mantenuta la parola data di
    ritirarsi  un  anno  nel  suo villaggio.  Si poteva sperare,  disse il
    baccelliere,  che durante questo tempo egli guarisse della sua pazzia,
    e  questo  era  lo  scopo  che  l'aveva  indotto  a  fare tutte quelle
    trasformazioni,  poich faceva proprio pena  che  un  gentiluomo  cos
    intelligente  come  Don  Chisciotte  fosse  pazzo.  Dopo  di che prese
    congedo dal Duca e ritorn al suo paese ad aspettarvi  Don  Chisciotte
    che lo seguiva a poca distanza.
    Di  qui  prese  occasione  il  Duca per fargli quella burla,  tanto lo
    divertiva tutto ci che  riguardava  Sancio  e  Don  Chisciotte.  Fece
    occupare  le  strade,  vicino e lontano dal castello dovunque riteneva
    che potesse passare Don Chisciotte,  da molti suoi servi a piedi  e  a
    cavallo,  perch per amore o per forza, se lo trovavano, lo portassero
    al castello. Lo trovarono e avvisarono il Duca; il quale, avendo fatto
    preparare ogni cosa,  dette l'ordine,  appena  ebbe  notizia  del  suo
    arrivo,  di accendere le torce e la luminaria del cortile,  e di porre
    Altisidora sul catafalco con tutto l'altro apparato che s'  descritto
    e che era stato disposto con tanta naturale verosimiglianza,  che poco
    ci correva dalla verit.  Dice poi Cide Hamete che secondo  lui  erano
    altrettanto  pazzi  gli  autori delle burle quanto i burlati,  e che i
    Duchi erano a un pelo dal far la figura del  grullo  anche  loro,  dal
    momento  che  si davano tanto da fare per burlarsi di due grulli.  Dei
    quali,  in quel momento,  uno dormiva la  grossa,  e  l'altro,  mentre
    vegliava dietro ai suoi scuciti pensieri, fu sorpreso dal giorno e gli
    venne  voglia  di levarsi;  perch le oziose piume mai piacquero a Don
    Chisciotte n vinto n vincitore.  Quand'ecco che Altisidora che  egli
    continuava  a  credere  resuscitata  da  morte a vita,  comparve sulla
    soglia della camera.  Secondando il gusto bizzarro dei  suoi  signori,
    essa era incoronata con la medesima ghirlanda che aveva quando era sul
    catafalco,  vestiva  una  tunica  di  taffett bianco ricamata a fiori
    d'oro, aveva i capelli sciolti gi per le spalle, e si appoggiava a un
    bastoncino di nero e finissimo ebano.  Appena Don Chisciotte la  vide,
    subito turbato e vergognoso si rannicchi tutto sotto le coperte, e se
    le  tir  fin  sul  naso  in  un perfetto silenzio,  senza riuscire ad
    articolare nemmeno una parola di saluto.  Altisidora si sedette in una
    seggiola  accanto  al capezzale,  e dopo aver sospirato profondamente,
    gli disse con voce languida e tenera:
    - Quando le ragguardevoli dame e le  oneste  damigelle  calpestano  il
    loro  onore  e  dan  licenza  alla  lingua  di  rompere  ogni riguardo
    palesando in pubblico i segreti che il loro cuore  rinserra,    segno
    che si trovano agli estremi della passione.  Io, signor Don Chisciotte
    della Mancia,  sono una di  queste  miserabili  vinte  dall'amore,  ma
    tuttavia paziente e casta fino al punto che per lo sforzo del silenzio
    m'  scoppiato  il  cuore  e ci ho rimessa la vita.  E per il pensiero
    della freddezza con cui mi hai trattato,
     "o pi duro che marmo ai miei lamenti!" (1)
    due giorni sono stata morta o per  lo  meno  ritenuta  come  morta  da
    quelli  che  mi hanno visto.  E se l'Amore,  mosso a piet di me,  non
    avesse fatto dipendere il rimedio della mia  sorte  dalle  torture  di
    questo buon scudiero, sarei rimasta di l nell'altro mondo.
    -  Era  meglio  se  lo  faceva dipendere da quelle del mio ciuco disse
    Sancio - io,  creda,  gliene sarei stato proprio grato.  In ogni  modo
    speriamo  che  il  cielo le faccia incontrare un innamorato pi tenero
    del mio padrone.  Ma ora mi levi una  curiosit,  che  cosa  ha  visto
    all'altro mondo? Che cosa c' all'inferno? Perch chi muore disperato,
    per forza deve andare a finir laggi.
    -  Per  dir  la  verit  -  replic Altisidora - la mia morte non deve
    essere stata completa,  perch all'inferno non  ci  sono  entrata:  se
    c'ero entrata, anche se avessi voluto, non avrei potuto pi venir via.
    Sono  arrivata innanzi alla porta,  dove c'erano una decina di diavoli
    che giocavano a palla,  tutti con le brache di maglia e  in  farsetto,
    con dei colletti alla vallona guarniti di pizzi di Fiandra,  e con dei
    polsini della medesima roba,  da cui uscivano fuori  quattro  dita  di
    braccio,  perch le mani paressero pi lunghe. Avevano delle racchette
    infuocate,  e,  cosa davvero nuova e straordinaria,  le palle con  cui
    giocavano erano dei libri pieni di vento e di stoppa.  Ma quel che pi
    mi fece meraviglia fu il vedere che mentre di solito fra  i  giocatori
    chi vince si rallegra e chi perde diventa triste,  l,  in quel gioco,
    tutti erano ingrugnati,  tutti ringhiosi,  e si mandavano un monte  di
    maledizioni.
    -  Questo  non pu far meraviglia - rispose Sancio - perch i diavoli,
    giochino o non giochino,  vincano o perdano,  non possono  mai  essere
    contenti.
    - Dev'essere proprio cos - rispose Altisidora. - Ma c' un'altra cosa
    che  mi  stupisce (o per dir meglio mi stup allora) e fu che al primo
    sbalzo non rimaneva pi una palla sana,  n  in  condizione  da  poter
    servire un'altra volta; e quindi sperperavano libri nuovi e vecchi che
    era una meraviglia. A uno, nuovo fiammante e ben rilegato, gli dettero
    una  tale  pacca,  che gli fecero uscire le budella e tutti i fogli si
    sparpagliarono.  Disse uno di quei diavoli a un altro: Guarda un  po'
    che  libro  ,  e  l'altro  gli rispose:  Questa  la "Seconda parte
    della storia di Don Chisciotte della Mancia",  ma non quella  composta
    da Cide Hamete suo primo autore,  ma da un aragonese che dice d'essere
    nativo di Tordesillas.  Levatemelo di qui riprese il primo  diavolo
    e  mettetelo  negli  abissi dell'inferno,  che non lo veda pi.  E'
    tanto cattivo? domand l'altro.  Tanto rispose il primo che se  mi
    ci fossi messo io di proposito a farlo peggio, non ci sarei riuscito.
    Cos  seguitarono il loro gioco facendo a palla con altri libri,  e io
    avendo sentito nominare Don  Chisciotte,  a  cui  voglio  tanto  bene,
    cercai di tenere a mente questa visione.
    -  Certamente dovette essere una visione - disse Don Chisciotte perch
    al mondo non v' un altro me stesso,  e ormai codesta storia passa  di
    mano in mano,  ma in nessuna mano si ferma, perch tutti la respingono
    con un piede. Io non mi son punto arrabbiato sentendo che vado come un
    essere fantastico per le tenebre dell'inferno e alla luce della terra,
    perch non son quello di cui  parla  quella  storia.  Se  sar  buona,
    fedele  e vera,  vivr per dei secoli,  ma se sar cattiva,  dalla sua
    nascita alla sua tomba non sar lunga la strada.
    Gi Altisidora ricominciava a lamentarsi di Don Chisciotte, quand'egli
    la interruppe dicendo:
    - Molte volte vi ho detto,  signora,  che mi rincresce moltissimo  che
    voi  abbiate  collocato  in  me  i  vostri  affetti,  poich  io posso
    esservene grato, ma non contraccambiarli.  Io nacqui per appartenere a
    Dulcinea  del  Toboso;  il destino,  se pure esiste un destino,  mi ha
    riserbato a lei, e il credere che un'altra bellezza potr mai occupare
    il posto che essa ha nell'anima mia,   creder l'impossibile.  Ora  mi
    sembra  che  questo  debba bastare a disingannarvi e a farvi rientrare
    nei limiti della vostra onest poich nessuno pu  esser  obbligato  a
    far l'impossibile.
    Altisidora,  sentito ci,  fece le viste di andar su tutte le furie ed
    esclam:
    - Vivaddio! Don baccal,  anima di mortaio,  nocciolo di dattero,  pi
    testardo  e  pi  duro  d'un  contadino  quando  nei giorni di mercato
    mettono le barbe in piazza, volete vedere che se vi salto addosso,  vi
    levo gli occhi?  Credete davvero,  Don Sconfitto e Don Legnato, che io
    sia morta per voi?  Tutto quel che avete visto ieri sera,   stata una
    commedia.  Ma che vi paio donna da spasimare, nonch morire, per certi
    cammelli?
    - Qui avete ragione voi - disse Sancio  -  perch  questa  storia  del
    morir d'amore  roba da ridere. Che gli innamorati lo dicano, va bene;
    ma che muoiano davvero,  un altro paio di maniche.
    Mentre facevano questi discorsi,  entr il musicista, cantore e poeta,
    che aveva cantato le due stanze riferite;  il quale,  facendo una gran
    reverenza a Don Chisciotte, disse:
    - Signor cavaliere,  voglia compiacersi di tenermi nel numero dei suoi
    pi zelanti servitori,  perch  molto tempo che le sono  affezionato,
    sia per la sua fama, che per le sue prodezze.
    -  Vossignoria  mi dica chi  - rispose Don Chisciotte - perch la mia
    cortesia possa rispondere ai suoi meriti.
    Il giovanotto rispose che era il musicista e  panegirista  della  sera
    prima.
    -  Vossignoria  senza  dubbio  ha  una  voce  eccellente  -  disse Don
    Chisciotte - ma quel che cant non mi parve molto adatto; perch,  che
    c'entravano quelle ottave di Garcilaso con la morte di questa signora?
    -  Di questo Vossignoria non si faccia caso rispose il musicistaperch
    ormai fra gli zazzeruti poeti dei nostri  giorni  costuma  che  ognuno
    scriva come vuole e rubi da chi vuole senza badare se sia o non sia in
    argomento;   e  ormai  ogni  sciocchezza  che  cantino  o  scrivano  
    attribuita a licenza poetica.
    Don Chisciotte voleva rispondere, ma non pot,  perch in quel momento
    entrarono il Duca e la Duchessa, che venivano a fargli visita e fra di
    essi allora ebbe luogo una lunga e piacevole conversazione, durante la
    quale Sancio disse tante cosette facete e maliziose,  che nei Duchi si
    rinnov lo stupore per quella sua doppia natura di  semplicione  e  di
    furbacchiotto.  Don  Chisciotte  li preg di dargli licenza di partire
    quel giorno stesso,  poich ai cavalieri vinti come lui,  egli  disse,
    conveniva  abitare piuttosto in un porcile che in una reggia.  I Duchi
    gliela dettero di buon grado,  e la Duchessa gli domand se conservava
    rancore verso Altisidora.
    -  Signora  mia  -  egli  le rispose - tutto il male di quella ragazza
    dipende  dallo  star  senza  far  nulla,   e  il  rimedio  migliore  
    un'occupazione  onesta  e  continua.   Or  ora  essa  m'ha  detto  che
    nell'inferno si portano le trine;  e siccome  deve  saperle  fare,  si
    metta a farne pi che pu,  e cos, dovendo continuamente tener dietro
    ai piombini,  non potr pi tener dietro coll'immaginazione  alle  sue
    visioni amorose.  Questa  la verit, questo  il mio parere, e questo
     il mio consiglio.
    - E anche il mio - disse Sancio - perch non ho mai sentito  dire  che
    una trinaia sia morta d'amore. Le ragazze obbligate a lavorare pensano
    pi  a  finire  il  compito,  che a fare all'amore.  Lo dico perch ho
    provato anch'io;  quando zappo,  non mi ricordo pi della mia  cincia,
    voglio  dire della mia Teresa,  a cui voglio pi bene che alle pupille
    dei miei occhi.
    - Dite molto bene,  Sancio - replic la Duchessa - e d'ora  in  avanti
    alla  mia  Altisidora  far fare dei lavori di biancheria,  che sa far
    benissimo.
    - Non c' bisogno di questo rimedio,  signora - rispose  Altisidora  -
    perch  il  pensiero  della  crudelt  con  cui  mi ha trattato questo
    malandrino vagabondo,  me lo canceller dalla  memoria  senza  bisogno
    d'altro;  e anzi,  se Vostra Grandezza me lo permette, me ne vado, per
    non vedermi pi davanti,  non dico neanche quella faccia  melanconica,
    ma addirittura quel muso brutto e ripugnante.
    -  Mi  pare - disse il Duca - che qui sia il caso di ripetere quel che
    comunemente suol dirsi:

    che colui che dice ingiurie
     vicino a perdonar.

    Altisidora fece le viste di asciugarsi le lacrime con un fazzoletto, e
    fatta una riverenza ai suoi signori, se ne usc dalla stanza.
    - Ah, povera ragazza! - disse Sancio. - Ti vuol andar male,  perch ti
    sei rivolta a un'anima di sughero e a un cuore di quercia.  Eh!  se tu
    l'avessi avuta da far con me,  t'avrei fatto sentire  un'altra  musica
    io, non dubitare!
    La conversazione termin, Don Chisciotte si vest, desin coi Duchi, e
    la sera part.

    NOTA 1: Verso di Garcilaso.

    CAPITOLO 71.
    Ci  che successe tra Don Chisciotte e Sancio mentre tornavano al loro
    paese.

    Don Chisciotte,  vinto e avvilito,  se ne andava molto malinconico per
    un  conto  e molto allegro per un altro.  La tristezza gli era causata
    dalla sconfitta,  e l'allegria dal considerare quale  fosse  la  virt
    racchiusa  in  Sancio,   come  aveva  dimostrato  la  resurrezione  di
    Altisidora; sebbene gli rimanesse ancora qualche dubbio che la ragazza
    fosse morta davvero.  Ma non era punto allegro  Sancio,  irritato  nel
    vedere  che  Altisidora non gli aveva mantenuto la parola di dargli le
    camicie, e pensando e ripensando a questa faccenda, disse:
    - Signor padrone,  io son proprio il medico pi disgraziato di  questo
    mondo.  E  dire  che ce ne sono di quelli che,  dopo aver ammazzato il
    malato,  vogliono anche esser pagati del  loro  lavoro,  il  quale  si
    riduce  a  segnare una ricetta,  che non spediscono nemmeno loro ma il
    farmacista, e buona notte suonatori. E a me, che la salute degli altri
    mi costa gocce di sangue, sberleffi, pizzicotti,  bucature e frustate,
    non  mi danno un centesimo.  Giuraddio!  se mi capita un altro malato,
    prima di curarlo voglio che mi ungano le ruote,  perch per nulla  non
    canta  il  cieco  e  non credo che il cielo m'abbia dato questa virt,
    perch la comunichi agli altri cos a ufo.
    - Hai ragione, Sancio - rispose Don Chisciotte - e Altisidora ha fatto
    molto male a non darti le camice promesse. Sebbene la tua virt ti sia
    stata data "gratis et amore  Dei",  perch  non  t'  costata  nessuna
    fatica, tuttavia l'esser messo alla tortura  peggio che durar fatica.
    Ma per quel che mi riguarda,  se tu vuoi essere pagato per le frustate
    del disincanto di Dulcinea,  io son pronto a pagarti e  bene.  Non  so
    per  se  la paga sia ammessa dalla cura: non vorrei che la ricompensa
    togliesse ogni potere alla medicina.  Tuttavia mi sembra che a provare
    non ci si rimetta nulla. Dimmi dunque, Sancio, quanto vuoi, e frustati
    subito:  poi  pgati a pronti contanti e di tua propria mano,  giacch
    hai denari miei.
    A quest'offerta Sancio spalanc gli occhi,  rizz le orecchie pi d'un
    palmo,  e  consent  dal  pi  profondo  del cuore a frustarsi di buon
    grado.
    - Oh!  ora s - disse - che far di tutto per contentarla;  perch ora
    ci guadagno.  Che vuole?  E' il bene che voglio a mia moglie e ai miei
    figlioli,  che mi fa parere interessato.  Mi dica lei dunque quanto mi
    dar per ogni frustata.
    -  Se  ti  dovessi  pagare - rispose Don Chisciotte - in conformit di
    quel che merita la grandezza e  la  qualit  di  questo  rimedio,  non
    basterebbero  n tutti i tesori di Venezia,  n le miniere del Potos:
    ma regolati su quello che hai di mio, e stabilisci tu il prezzo d'ogni
    frustata.
    - Sono tremila trecento e tante - disse Sancio.  - Cinque  me  ne  son
    date:  rimangono  le  altre.  Mettiamo  che queste cinque vadano per i
    rotti,  e facciamo tremilatrecento pari.  A un quarto di  reale  l'una
    (meno  non  piglierei neanche se me l'ordinasse il mondo intero) fanno
    tremilatrecento quarti: tremila quarti  fanno  millecinquecento  mezzi
    reali,  pari  a  settecentocinquanta  reali;  e i trecento fanno altri
    centocinquanta mezzi reali cio settantacinque reali,  che aggiunti ai
    settecentocinquanta     precedenti     ammontano     in     tutto    a
    ottocentoventicinque reali.  Li prender da quelli che ho in  mano  di
    Vossignoria,  e  torner  a  casa ricco e contento quantunque ben bene
    frustato; perch chi vuole il pesce... con quel che segue.
    - O Sancio benedetto!  O Sancio amabile!  - rispose Don Chisciotte.  -
    Come dobbiamo rimanerti grati Dulcinea e io per tutta la vita! Se ella
    ritorna  nel  primiero suo stato (e non pu essere che non ritorni) la
    sua sfortuna sar stata una fortuna, e la mia sconfitta un felicissimo
    trionfo.  Dimmi,  Sancio,  quando conti di cominciare  la  disciplina?
    Perch tu faccia presto, io ci metto sopra altri cento reali.
    - Quando? - replic Sancio. - Stanotte senza fallo. Lei faccia in modo
    che  si passi la nottata allo scoperto,  e io metter allo scoperto le
    chiappe per darmele.
    Venne finalmente  la  notte,  che  Don  Chisciotte  aspettava  con  la
    maggiore  ansia del mondo parendogli che si fossero rotte le ruote del
    carro d'Apollo, e che il giorno fosse pi lungo del consueto,  proprio
    come  succede agli innamorati,  che fanno sempre i conti a seconda dei
    loro desidri.  Finalmente entrarono in un ameno  bosco  poco  lontano
    dalla strada maestra,  e lasciate libere le bestie, si misero a sedere
    sull'erba e cenarono con  le  provviste  delle  bisacce.  Poi  Sancio,
    impugnata  la  cavezza  del  ciuco  in  modo  da  farne  un  potente e
    flessibile staffile,  si ritir una ventina di passi lontano  dal  suo
    padrone dietro una siepe.  Don Chisciotte, che lo vide andare franco e
    risoluto:
    - Bada,  amico - gli disse - non ti rovinare:  lascia  tempo  tra  una
    frustata e l'altra,  e non pigliare tanto l'aire,  che a mezza via non
    t'abbia a mancare il fiato,  bada cio di non dartele cos  sode,  che
    t'abbia a mancare la vita prima d'arrivare al numero voluto,  e perch
    tu non te ne dia n di pi n di meno,  io star qua in  un  canto,  e
    conter su questa corona le frustate che ti darai. Il cielo ti assista
    come merita la tua buona disposizione.
    - Chi  buon pagatore, di dar pegni non ha timore - rispose Sancio - e
    io  conto di darmele in modo di sentir male s,  ma non da ammazzarmi;
    perch credo che in questo debba consistere la sostanza del miracolo.
    E subito si denud dalla cintola in su e impugnata la corda,  cominci
    a frustarsi, mentre Don Chisciotte contava.
    Se n'era date forse setto od otto, quando gli parve che fossero troppo
    pesanti e troppo leggero il compenso; quindi, fermatosi un poco, disse
    al padrone:
    - Ho sbagliato, sa, nel fare il conto: perch queste sono frustate che
    meritano almeno mezzo reale l'una e non un quarto.
    -  Seguita,  caro  Sancio,  seguita  -  rispose Don Chisciotte - e non
    perderti di coraggio: io accetto di raddoppiare il prezzo.
    - E allora - disse Sancio - rimettiamoci  nelle  man  d'Iddio  e  gi!
    frustate a dirotto!
    Ma il volpone smise di darsele sulle spalle,  e picchiava invece sugli
    alberi,  mandando di quando in quando certi ahi! e certi ohi!  che
    pareva   che  ogni  volta  gli  sbarbassero  l'anima  di  corpo.   Don
    Chisciotte,  che era tenero di cuore,  e poi  aveva  anche  paura  che
    Sancio morisse prima di raggiungere lo scopo:
    - Per amor di Dio - gli disse - smetti,  amico, smetti a questo punto.
    La medicina mi pare un po' troppo aspra,  e sar meglio dar  tempo  al
    tempo: Roma non fu fatta in un giorno.  Pi di mille frustate,  se non
    ho contato male, ti sei date. Basta per ora. L'asino, come volgarmente
    si dice, sopporta il carico, ma non il sopraccarico.
    - No,  no - rispose Sancio - non voglio che poi mi si dica: Chi  paga
    avanti,   servito dopo.  Si scosti un altro po',  e lasci che mi dia
    per lo meno un altro migliaio di frustate;  vedr che con un  paio  di
    scariche cos se ne esce e ce ne avanza anche.
    -  Poich  tu  ti  senti tanto in vena - disse Don Chisciotte - che il
    cielo ti aiuti, e dattele pure: io vado un po' pi in l.
    Sancio riprese il suo lavoro con tanto coraggio,  che ben presto aveva
    levato  la  buccia  a parecchi alberi,  tanto era il rigore con cui si
    frustava: e a un certo punto  gettando  un  gran  grido  e  dando  una
    terribile frustata a un faggio, grid:
    - Muoia Sansone con tutti i Filistei!
    Al  rumore  del colpo terribile e del doloroso urlo subito accorse Don
    Chisciotte,  e levando di mano a Sancio la cavezza  attorcigliata  che
    gli serviva da frusta, gli disse:
    -  Non  voglia il cielo,  mio caro Sancio,  che per causa mia tu debba
    rimetterci la vita, mentre tu sei l'unico sostegno di tua moglie e dei
    tuoi figlioli. Dulcinea pu aspettare una migliore occasione,  e io mi
    terr  contento  nei limiti di una speranza prossima a realizzarsi,  e
    aspetter che tu recuperi nuove forze, perch si concluda quest'affare
    con soddisfazione di tutti.
    - Poich lei vuol cos - rispose Sancio - cos sia.  E per piacere  mi
    butti il suo mantello sulle spalle,  ch son tutto sudato e non vorrei
    pigliare un raffreddore;  perch i disciplinanti novizi corrono questo
    pericolo.
    Don  Chisciotte s'affrett a compiacerlo e rimase in farsetto,  mentre
    Sancio, ben bene coperto, si addorment profondamente e non si svegli
    che al levar del sole.  Si rimisero allora in cammino,  e  andarono  a
    fermarsi in un posto distante di l tre leghe. Discesero a un albergo,
    che  finalmente  anche  Don  Chisciotte riconobbe per un albergo senza
    ostinarsi come le altre volte a prenderlo per un castello con fossati,
    torri, saracinesca e ponte levatoio; perch da quando era stato vinto,
    cominciava a essere pi ragionevole, come ora si dir. Gli dettero una
    stanza a pianterreno,  dove sui muri a guisa  d'arazzi  erano  appese,
    come   s'usa  in  campagna,   delle  stoffe  pitturate.   In  una  era
    rappresentato,  in modo orribile,  il ratto d'Elena nel momento in cui
    l'ospite temerario la port via a Menelao; in un'altra c'era la storia
    di  Didone  e  d'Enea:  lei  che in cima a un'alta torre sventolava un
    fazzoletto per far dei cenni all'ospite fuggitivo,  e lui in mare  che
    fuggiva  su  un brigantino.  Don Chisciotte,  guardando i due dipinti,
    not che Elena non andava po' poi tanto malvolentieri,  perch  se  la
    rideva  di  soppiatto  con  aria furbesca,  ma la bella Didone versava
    dagli occhi lacrime grosse come le noci.  Vedendo i  due  quadri,  Don
    Chisciotte disse:
    -  Queste  due donne furono molto disgraziate per non esser nate nella
    nostra et, e io pi disgraziato ancora per non esser nato nella loro,
    perch se fossi nato a quei tempi,  n Troia sarebbe stata incendiata,
    n  Cartagine  distrutta;  mi  sarebbe  bastato  d'ammazzar Paride per
    evitare tante disgrazie.
    - Scommetterei - disse Sancio - che fra poco non ci sar pi  bettola,
    osteria,  albergo  o bottega di barbiere,  dove non si veda dipinta la
    storia delle nostre gesta, vorrei per che fosse dipinta da un pittore
    un po' meglio di quello che ha fatto queste qui.
    - Hai ragione, Sancio - disse Don Chisciotte - perch questo pittore 
    come Orbaneja,  un pittore di Ubeda,  che quando gli domandavano  quel
    che pitturava,  rispondeva: Quel che verr;  e se per caso dipingeva
    un gallo, ci scriveva sotto: Questo  un gallo perch non credessero
    che fosse una volpe. Di questa specie mi pare, caro Sancio,  che debba
    essere il pittore o scrittore,  che  tutt'uno, che pubblic la storia
    di questo nuovo Don Chisciotte,  e che ha dipinto o scritto  quel  che
    veniva veniva. O sar stato come un poeta che si trovava alla capitale
    gli  anni  scorsi,  di  nome Maulen,  il quale rispondeva l per l a
    tutte le domande che gli facevano,  e avendogli uno domandato che cosa
    voleva  dire  "Deum  de Deo",  rispose: Dia dove dar.  Ma lasciando
    questo da parte, dimmi un po' se stanotte hai idea di dartene un'altra
    porzione, e quindi quel che preferisci, se passarla all'aperto o in un
    luogo chiuso.
    - Perdinci!  - rispose Sancio.  - Per quelle che conto di darmi,  o al
    coperto o all'aperto  tutt'una;  ma preferirei,  s, che si fosse tra
    gli alberi;  perch,  che ne so?  mi pare che gli alberi  mi  facciano
    compagnia e mi aiutino tanto bene a sopportare la mia pena!
    - E invece ci ho ripensato, e non ne dobbiamo far di nulla rispose Don
    Chisciotte - e perch tu riprenda forza, dobbiamo rimandare la fine di
    questa  faccenda  a  quando saremo al nostro paese,  dove al pi tardi
    arriveremo domani l'altro.
    - Faccia come le pare - rispose Sancio - ma io per me preferirei farla
    finita subito ormai che sono in ballo, perch bisogna battere il ferro
    quand' caldo, e far la festa il giorno che cade;  e chi s'aiuta,  Dio
    l'aiuta,  perch  costa  pi  un  fringuello  in tasca che un tordo in
    frasca...
    - Ma basta,  in nome di Dio,  basta con questi proverbi!  - disse  Don
    Chisciotte  -  ch  qui  mi  pare che si torni al "sicut erat".  Parla
    naturalmente, familiarmente, senza contorsioni,  come tante volte t'ho
    detto, e vedrai che il tuo discorso otterr doppia efficacia.
    -  Non  so  che maledetta disgrazia sia la mia - disse Sancio - non so
    fare un ragionamento senza proverbi,  e tutti  i  proverbi  mi  paiono
    ragionamenti; ma mi corregger, se potr.
    E qui fin la loro conversazione.

    CAPITOLO 72.
    Come Don Chisciotte e Sancio arrivarono al loro paese.

    Don Chisciotte e Sancio si trattennero tutto il giorno in quel paese e
    in quell'osteria aspettando la notte,  uno per finire la sua penitenza
    in aperta campagna,  e l'altro per vederne la fine,  che doveva essere
    anche  la fine di ogni suo desiderio.  Giunse frattanto all'albergo un
    signore a cavallo,  seguto da tre o quattro servitori,  uno dei quali
    rivolgendosi  a  lui (che si vedeva benissimo che era il padrone ) gli
    disse :
    - Signor Don Alvaro Tarfe,  oggi le pu passar qui le  ore  calde:  la
    casa sembra pulita e fresca.
    Ci sentendo, Don Chisciotte disse a Sancio:
    - Senti,  Sancio, quando sfogliai quel libro della seconda parte della
    mia storia, mi pare di essermi imbattuto di sfuggita in questo nome di
    Don Alvaro Tarfe.
    - Potr darsi benissimo - rispose Sancio. - Lasciamolo scendere, e poi
    lo interrogheremo.
    Il  cavaliere  smont,   e  la  locandiera  gli  dette  una  stanza  a
    pianterreno   dirimpetto   a  quella  di  Don  Chisciotte,   anch'essa
    tappezzata con delle stoffe dipinte come quelle che erano in camera di
    lui. Il nuovo arrivato si mise una veste da casa da estate, usc sotto
    il porticato dell'albergo, che era spazioso e fresco,  e trovatovi Don
    Chisciotte, che anche lui vi stava passeggiando su e gi:
    - Dove  diretto lei, signore? - gli chiese.
    - Io vado a un paese qui vicino di dove son nativo, e lei?
    - Io - rispose il cavaliere - vado a Granata, che  la mia patria.
    - Una bella patria - replic Don Chisciotte. - Ma, per favore, mi vuol
    dire  il  suo  nome?  Perch  credo che sia per me molto importante il
    conoscerlo, pi di quel che potrebbe sembrarle.
    - Il mio nome  Don Alvaro Tarfe - rispose il gentiluomo.
    - Allora, lei dev'essere quel Don Alvaro Tarfe,  di cui si parla nella
    "Seconda parte della storia di Don Chisciotte della Mancia",  stampata
    recentemente e pubblicata da un nuovo autore.
    - Son proprio io - rispose il  cavaliere  -  e  quel  Don  Chisciotte,
    protagonista della storia,  fu mio grandissimo amico,  e fui io che lo
    portai via dal suo paese,  o per lo meno lo indussi a venire  a  delle
    giostre  che si facevano a Saragozza,  dove andavo anch'io.  E davvero
    davvero gli resi dei  grandi  servigi:  infatti  fui  proprio  io  che
    impedii  che  il  boia  gli  carezzasse  le  spalle  per la sua troppa
    audacia.
    - E mi dica, signor Don Alvaro, le pare che io somigli in qualche cosa
    a codesto Don Chisciotte che dice lei?
    - No, affatto.
    - E codesto Don Chisciotte non aveva  con  s  uno  scudiero  chiamato
    Sancio Panza?
    -  S,  ce  l'aveva  -  rispose Don Alvaro - ma sebbene avesse fama di
    faceto non gli ho mai sentito dire una facezia  che  meritasse  questo
    nome.
    -  Lo  credo io!  - disse Sancio a questo punto - perch il dire delle
    facezie non  da tutti;  e questo Sancio che dice lei,  dev'essere  un
    gran  birbaccione,  un  impertinente e un ladro anche;  perch il vero
    Sancio sono io,  che delle facezie ce n'ho da dare e da serbare.  E se
    non ci crede, faccia la prova: venga con me per lo meno per un anno, e
    vedr  che  me ne casca una a ogni passo,  e tali e tante,  che il pi
    delle volte, senza sapere quel che mi dico, faccio ridere tutti quelli
    che mi ascoltano. E il vero Don Chisciotte della Mancia,  il valoroso,
    il savio, l'innamorato, il riparatore delle ingiustizie, il tutore dei
    pupilli  e  degli  orfani,  il protettore delle vedove,  quello che fa
    morir le ragazze,  quello che ha per unica sua  dama  l'impareggiabile
    Dulcinea  del Toboso,   questo signore qui,  che  il mio padrone.  E
    qualunque altro Don Chisciotte e  qualunque  altro  Sancio  Panza  son
    sogni e roba da ridere.
    - Per Dio,  se lo credo!  - rispose Don Alvaro.  - Infatti avete detto
    pi amenit voi, caro amico, in queste quattro parole, che quell'altro
    Sancio Panza in quanti discorsi,  e non furono pochi,  che gli  sentii
    fare.  Era un uomo a cui piaceva pi pappare che discorrere a garbo, e
    aveva pi del grullo che del faceto;  e son sicuro che gli incantatori
    che  perseguitano  quello  buono  dei  due Don Chisciotte,  han voluto
    perseguitare me per mezzo di quello cattivo.  Ma davvero che io non so
    cosa  dirmi,   perch  mentre  potrei  giurare  che  ho  lasciato  Don
    Chisciotte nell'ospedale dei pazzi a Toledo perch lo curino, ecco ora
    qui un altro Don Chisciotte, sebbene differente dal mio.
    - Io - disse Don Chisciotte -  non  so  se  son  buono;  ma  non  sono
    certamente quello cattivo. E in prova di questo voglio che lei, signor
    Don  Alvaro  Tarfe,  sappia  che mai e poi mai sono stato a Saragozza;
    anzi,  siccome m'avevano detto che questo Don Chisciotte fantastico si
    era  trovato  alla  giostra  in quella citt,  io non vi volli neanche
    entrare,  per metter bene  in  chiaro  agli  occhi  di  tutti  la  sua
    menzogna;  e  quindi  tirai  di  lungo  per  Barcellona,  sede  d'ogni
    cortesia,  albergo dei forestieri,  ospizio  dei  poveri,  patria  dei
    valorosi,  vendicatrice degli offesi,  esempio di amicizie fedeli e di
    reciproca gratitudine,  citt unica al mondo per la sua bellezza e  la
    sua  posizione.  E  sebbene  i fatti che col mi successero non furono
    molto piacevoli,  ma anzi molto dolorosi,  li tollero  volentieri  per
    averla vista. Insomma, signor Don Alvaro Tarfe, io sono Don Chisciotte
    della  Mancia,  quello  famoso e non codesto disgraziato che ha voluto
    usurpare il mio nome e farsi onore coi miei pensieri.  Supplico quindi
    la  Signoria Vostra,  in nome dei suoi doveri di gentiluomo,  di voler
    dichiarare davanti al giudice di questo villaggio che ella mi ha visto
    oggi per la prima volta in  vita  sua,  e  che  io  non  sono  il  Don
    Chisciotte  di  cui  si  parla  in quella seconda parte,  e che questo
    Sancio Panza mio scudiero non  quello che ha conosciuto lei.
    - Ben volentieri - rispose Don  Alvaro  -  sebbene  sia  cosa  curiosa
    vedere  due  Don Chisciotti e due Sanci a un tempo,  cos identici nei
    nomi quanto differenti nelle azioni; e quindi torno a ripetere,  dovr
    confessare di non aver visto quel che ho visto, e che non m' successo
    quel che m' successo.
    -  Di  positivo - disse Sancio - Vossignoria dev'essere incantata come
    la  mia  padrona  Dulcinea  del  Toboso.   Volesse  il  cielo  che  il
    disincantarla dipendesse da me come per la signora Dulcinea, e che con
    altre  tremila  e  tante frustate compagne a quelle che sono in via di
    darmi per  la  mia  padrona,  potessi  disincantare  anche  lei,  caro
    signore! Si figuri! me le darei subito, guardi, e senza farle spendere
    un centesimo.
    -  Non capisco che cosa sia questa faccenda di frustate e non frustate
    - disse Don Alvaro;  ma Sancio gli rispose che era un affare  lungo  a
    raccontarsi, e che glielo avrebbe raccontato un'altra volta, se mai si
    fossero trovati a fare insieme la stessa strada.
    Frattanto era arrivata l'ora di desinare e Don Chisciotte e Don Alvaro
    desinarono  insieme,  e mentre erano a tavola,  per combinazione entr
    nell'albergo il giudice del villaggio con un notaio.  Allora,  dinanzi
    al  giudice,  Don  Chisciotte avanz formale domanda che,  conforme ai
    suoi diritti e interessi,  il signor Don  Alvaro  Tarfe  ivi  presente
    dovesse  dichiarare  di  non  conoscere il signor Don Chisciotte della
    Mancia ivi pure presente, il quale era tutt'altra persona da quello di
    cui si parlava  in  una  storia  intitolata:  "Seconda  parte  di  Don
    Chisciotte  della  Mancia",  composta da un certo Avellaneda nativo di
    Tordesillas. Il giudice procedette secondo la legge,  la dichiarazione
    fu  fatta  in  tutte  le  regole e con tutte le formalit richieste in
    simili casi, e Don Chisciotte e Sancio rimasero contentissimi,  perch
    tenevano  molto  a  quella dichiarazione,  come se le parole loro e le
    loro opere non avessero chiaramente dimostrato la differenza tra i due
    Don Chisciotti e i due Sanci.
    Molti complimenti e offerte reciproche di servigi si fecero Don Alvaro
    e Don Chisciotte;  e l'illustre mancese mostr  tale  spirito  e  tale
    intelligenza   che   Don  Alvaro  Tarfe  si  disingann  completamente
    dell'errore  in  cui  era,  e  cominci  a  credere  d'essere  davvero
    incantato, poich toccava con mano due Don Chisciotti cos diversi.
    Venuta  la  sera,  partirono da quel villaggio,  e a poco pi di mezza
    lega giunsero a un punto dove la strada si biforcava, e una portava al
    paese di Don Chisciotte,  l'altra era quella che doveva  prendere  Don
    Alvaro.  Durante  quel  breve  tratto  Don  Chisciotte gli raccont la
    disgrazia  della  sua  sconfitta,  e  l'incantesimo  di  Dulcinea  col
    relativo  rimedio,  cose  tutte  che  rinnovarono la meraviglia di Don
    Alvaro, il quale, abbracciati Don Chisciotte e Sancio, continu per la
    sua via,  mentre gli altri facevano altrettanto.  Don Chisciotte pass
    anche quella notte in un bosco, per dar modo a Sancio di continuare la
    sua penitenza;  ed egli la continu nella medesima maniera della notte
    precedente,  molto pi a spese delle cortecce dei faggi che delle  sue
    spalle;  le  quali  anzi  risparmi  tanto,  che  le  frustate  non ne
    avrebbero cacciata una mosca, se ci fosse stata sopra. Don Chisciotte,
    che continu a non accorgersi dell'inganno,  non  si  sbagli  nemmeno
    d'un  colpo a fare il conto,  e trov che con quelle della notte prima
    erano tremila e ventinove. Quella mattina il sole parve che si levasse
    pi presto per assistere a tal  sacrificio  e  alla  sua  luce  i  due
    ripresero il cammino,  discorrendo fra loro dell'inganno di Don Alvaro
    e compiacendosi di aver raccolto la sua  dichiarazione  innanzi  a  un
    magistrato e in forma cos autentica.
    Camminarono  tutto  quel  giorno  e  la notte seguente,  senza che gli
    succedesse nulla degno di ricordo,  tranne che  nella  nottata  Sancio
    fin  di  darsi  le ultime frustate,  e Don Chisciotte ne rimase oltre
    ogni dire contento, tanto che aspettava con ansia il giorno per vedere
    se incontrasse Dulcinea bell'e disincantata,  e via facendo ogni donna
    che trovava, badava a guardare se era lei, convinto che le promesse di
    Merlino non potessero mentire.
    Con  questi  pensieri  e  con  questi  desidri  salirono una collina,
    dall'alto della quale scorsero  il  loro  villaggio.  A  quella  vista
    Sancio si inginocchi e disse:
    - Apri gli occhi,  o desiata patria,  e guarda che ritorna a te Sancio
    Panza tuo figlio, se non molto ricco,  certo molto ben frustato.  Apri
    le  braccia,  e  ricevi  il  tuo  figliolo  Don Chisciotte che se pure
    ritorna vinto da braccia altrui,  ritorna vincitore di se  stesso;  il
    che,  come  egli  m'ha  insegnato,   la maggior vittoria che si possa
    desiderare.  Porto dei quattrini,  perch  vero che mi  davano  delle
    buone frustate, ma a cavallo ci facevo una magnifica figura.
    -  Finiscila con queste sciocchezze - disse Don Chisciotte - e badiamo
    d'entrare col piede destro nel  nostro  villaggio,  dove  potremo  dar
    libero  campo  alla  nostra immaginazione per tracciare il piano della
    vita pastorale che abbiamo intenzione di condurre.
    Ci detto, discesero la collina e raggiunsero il villaggio.

    CAPITOLO 73.
    Dei presagi avuti da Don Chisciotte nell'entrare  nel  proprio  paese,
    con  altri  avvenimenti  che danno ornamento e credito a questa grande
    storia.

    All'ingresso del villaggio,  sempre secondo  quel  che  racconta  Cide
    Hamete,  Don  Chisciotte  vide  su  un'aia  due ragazzi che si stavano
    bisticciando,  e uno disse all'altro: - Non  ti  confondere,  Pierino,
    perch tanto non la rivedrai mai pi per tutta la vita.
    Don Chisciotte sent, e disse a Sancio:
    -  Non  senti,  amico,  quel  che  ha  detto quel ragazzo?  Tu non la
    rivedrai mai pi per tutta la vita.
    - E che ce ne importa a noi - disse Sancio - se il  ragazzo  ha  detto
    cos?
    -  Come!?  -  replic  Don Chisciotte.  - non t'accorgi che applicando
    quelle parole alla mia intenzione,  si viene  a  significare  che  non
    debbo pi rivedere Dulcinea?
    Sancio stava per rispondergli, ma ne fu distratto dal vedere una lepre
    che  fuggiva  per la campagna,  inseguita da molti levrieri e da molti
    cacciatori;  la quale finalmente tutta impaurita venne a rifugiarsi  e
    rannicchiarsi tra le zampe del ciuco. Sancio la prese con le mani come
    nulla  fosse,   e  la  present  a  Don  Chisciotte,  il  quale  stava
    borbottando:
    - "Malum signum, malum signum"; una lepre che fugge,  dei levrieri che
    l'inseguono, e Dulcinea che non si vede!
    - E' curioso,  sa,  lei! - disse Sancio. - Supponiamo che questa lepre
    sia Dulcinea del Toboso, e che questi levrieri che la inseguono, siano
    quei birbaccioni d'incantatori che la trasformarono in  contadina:  la
    bestia  scappa,  io  l'acchiappo e la metto nelle mani di Vossignoria,
    che la tiene fra le sue braccia e l'accarezza: che cattivo  segno  pu
    esser questo e che cattivo augurio si pu cavare da qui?
    Intanto  i  due piccoli litiganti corsero a vedere la lepre,  e Sancio
    domand a uno di loro perch avevano questionato.  E quello che  aveva
    detto:  Tu  non  la rivedrai pi,  per tutta la vita gli rispose che
    aveva preso all'altro ragazzo una gabbia di grilli e  che  non  gliela
    voleva pi rendere.  Sancio tir fuori di tasca degli spiccioli,  e li
    dette al ragazzo per avere la gabbia; poi la consegn a Don Chisciotte
    dicendogli:
    - Signore,  ecco i cattivi presagi disfatti e levati di mezzo.  A quel
    che  penso  e  sebbene sia un ignorante,  essi non hanno relazione coi
    nostri affari pi che  le  nuvole  dell'anno  passato.  E  se  ben  mi
    ricordo,  ho  sentito  dire  al  curato  del nostro paese che non  da
    persone cristiane n di giudizio badare a queste  bambinate,  e  anche
    lei me lo disse giorni fa,  facendomi capire che erano degli ignoranti
    tutti quei cristiani che badavano ai presagi.  Ma non    il  caso  di
    insistere su questo argomento: entriamo dunque nel nostro villaggio.
    In quel mentre arrivarono i cacciatori,  che chiesero la loro lepre, e
    Don Chisciotte gliela consegn: poi andarono  ancora  avanti,  e  alle
    prime  case  s'imbatterono in Sansone Carrasco e nel curato che diceva
    l'uffizio passeggiando su un praticello. Ora bisogna sapere che Sancio
    Panza aveva disteso sul ciuco,  sopra il fascio delle armi perch  gli
    facesse  da coperta,  la tunica dipinta a fiamme che gli avevano fatto
    indossare  al  castello  del  Duca  la  notte   che   Altisidora   era
    resuscitata.  Gli aveva anche accomodato sulla testa la mitra,  e cos
    ciurmato quel ciuco era divenuto la cosa pi strampalata che si  fosse
    mai vista al mondo. I due reduci furono subito riconosciuti dal curato
    e dal baccelliere,  che si fecero loro incontro a braccia aperte.  Don
    Chisciotte smont e li abbracci strettamente,  ma intanto i  ragazzi,
    che  sono  linci  ai  cui sguardi non si sfugge,  scorsero la mitra in
    testa al ciuco e accorsero a vederla gridandosi:
    - Venite,  ragazzi,  venite a vedere il  ciuco  di  Sancio  Panza  pi
    elegante  di  Mingo  (1),  e la bestia di Don Chisciotte pi magra che
    mai.
    Finalmente,  circondati dai ragazzi e accompagnati dal  curato  e  dal
    baccelliere,  entrarono  nel  borgo,  e  arrivarono  alla  casa di Don
    Chisciotte,  dove sulla porta trovarono la governante e la  nipote,  a
    cui  era  gi  arrivata la notizia del loro arrivo.  Ma l'aveva saputo
    anche la Teresa,  moglie di Sancio,  la quale tutta spettinata e mezza
    nuda, strascicando per mano Sancina, accorse a vedere il marito, e non
    vedendolo  tanto  ben  messo,  come  pensava  che  dovesse  essere  un
    governatore, gli disse:
    - Come?! Arrivate cos, marito mio?  A piedi e spiedato?  Mi avete pi
    l'aria di uno sgovernato, che di un governatore.
    -  Sta,  zitta,  Teresa - rispose Sancio.  - L'abito non fa il monaco:
    andiamocene a casa nostra,  e  l  sentirai  meraviglie.  Riporto  dei
    quattrini,  e  questo  l'importante;  guadagnati con la mia abilit e
    senza danno di nessuno.
    - Purch portiate dei quattrini, caro marito - disse Teresa - o di qui
    o di l, comunque li abbiate guadagnati, non avrete messo usanze nuove
    al mondo.
    Sancina abbracci suo padre,  e gli  domand  se  le  aveva  riportato
    qualcosa,  che lo stava aspettando come l'acqua di maggio. E tenendolo
    con una mano per la cintola,  e tirandosi dietro il ciuco con l'altra,
    mentre  la  moglie  lo  prendeva  per  mano,  si diressero verso casa,
    lasciando Don Chisciotte nella sua alle mani della governante e  della
    nipote e in compagnia del curato e del baccelliere.
    Don Chisciotte, senza frapporre indugio, in quel medesimo momento fece
    in  modo  di rimanere solo coi suoi amici,  e in poche parole raccont
    loro la sua sconfitta e l'obbligo che aveva dovuto  accettare  di  non
    uscire  per  un  anno  dal  suo  villaggio;  obbligo  che  contava  di
    rispettare letteralmente senza la menoma infrazione,  come si addiceva
    a  cavaliere  errante,  astretto  dalle  precise  regole della errante
    cavalleria.  Disse anche che aveva pensato  per  quell'anno  di  farsi
    pastore e vivere nella solitudine dei campi,  dove avrebbe potuto dare
    a briglia sciolta libero sfogo ai suoi amorosi pensieri, coltivando il
    virtuoso esercizio della pastorizia.  Quindi,  se non avevano molto da
    fare  e non erano impediti da pi importanti cure,  li pregava a voler
    essere suoi compagni,  ch egli avrebbe  comprato  pecore  e  bestiame
    sufficiente  per  potersi  dare  il  nome  di  pastori,  e  intanto li
    avvertiva che il pi era fatto,  perch gi aveva posto a ciascuno  di
    loro un nome pastorale,  che gli sarebbe stato proprio a pennello.  Il
    curato lo preg di dirglielo.
    -  Io  -  disse  Don  Chisciotte  -  mi  chiamer  Chisciottesio,   il
    baccelliere  si  chiamer Carrascone,  Curatambro il curato,  e Sancio
    Panza il pastore Pancionio.
    Tutti rimasero sbigottiti sentendo la nuova pazzia di Don  Chisciotte,
    ma  perch  non  fuggisse  un'altra volta dal villaggio dietro ai suoi
    sogni cavallereschi e nella speranza che durante quell'anno si potesse
    guarirlo,  convennero  che  l'idea  era  ottima,  e  approvarono  come
    proposta assennatissima quella sua nuova pazzia, offrendogli di essere
    suoi compagni nell'impresa.
    - Tanto pi - disse Sansone Carrasco - che,  come tutti sanno, io sono
    famosissimo poeta,  e potr continuamente comporre versi  pastorali  o
    eroici  o  come  mi  verr  meglio,  per  passare  il  tempo in quelle
    solitudini dove ci ritireremo. Ma quel che pi importa,  signori miei,
     che ciascuno scelga il nome della pastorella che conta celebrare nei
    suoi versi,  poich non deve restare albero, per quanto duro, dove non
    sia inciso il suo nome secondo l'uso dei pastori innamorati.
    - Benissimo - rispose Don Chisciotte.  -  Ma  io  non  ho  bisogno  di
    inventare  un  nome  di  pastorella,  poich ecco qui l'impareggiabile
    Dulcinea del Toboso,  gloria di queste  piagge,  ornamento  di  questi
    prati,  sostegno della bellezza, fiore d'ogni grazia, e anche soggetto
    su cui pu ben riposare ogni lode per quanto iperbolica.
    - Verissimo - disse il  curato.  -  E  noi  ci  cercheremo  qui  delle
    pastorelle alla buona, che se non saranno proprio l'ideale, basteranno
    tuttavia al nostro scopo.
    -  E  quando  non  se ne trovassero - aggiunse Sansone Carrasco daremo
    loro i nomi di quelle della letteratura celebri  in  tutto  il  mondo:
    Fillide,  Amarilli,  Diana,  Florida, Galatea e Belisarda. Dal momento
    che sono in vendita dai librai, possiamo comprarle anche noi e tenerle
    per nostre.  Se la mia dama o per dir  meglio  la  mia  pastorella  si
    chiamer  per esempio Anna,  io la celebrer sotto il nome di Anarda e
    se Francesca,  la chiamer  Francenia,  e  se  Lucia,  Lucinda  che  
    tutt'uno;  e  Sancio  Panza,  se  deve  entrare  anche  lui  in questa
    confraternita potr celebrare sua moglie  Teresa  Panza  col  nome  di
    Teresilfide.
    Don  Chisciotte  rise  di questo nome,  e il curato,  lodandolo per la
    bella e onorevole decisione che aveva  preso,  si  offr  di  nuovo  a
    fargli compagnia per tutto il tempo che gli avanzasse dopo adempiuti i
    suoi doveri.  Quindi i due amici si congedarono da lui, e lo pregarono
    e lo consigliarono che avesse  riguardo  alla  sua  salute  e  che  si
    custodisse bene.
    Il  caso  volle  che  la  nipote  e  la  governante sentissero la loro
    conversazione,  e quindi  come  i  due  amici  se  ne  furono  andati,
    entrarono tutte e due da Don Chisciotte, e la nipote gli disse:
    - Che storia  questa,  signor zio? Ora che noialtre credevamo che lei
    fosse tornato con l'idea di stabilirsi in casa sua per fare  una  vita
    quieta e onorata,  vuole invece entrare in nuovi labirinti, mettendosi
    a fare:

    Pastorello, donde vieni?
    Pastorello, dove vai?

    Ma da ora in l la canna  un po' dura per far zampogne.
    - E poi - aggiunse la governante - crede forse di poter sopportare  in
    aperta campagna i calori estivi,  i ghiacci dell'inverno, gli urli dei
    lupi? No,  di certo.  Quelli son mestieri da gente robusta,  che ci ha
    fatto  il  callo  fin quasi dalle fasce,  e male per male,  tra i due,
    meglio cavaliere errante che pastore.  Dia retta a me,  ascolti il mio
    consiglio,  che non  quello d'un ubriaco,  perch io son digiuna e ho
    pi di cinquant'anni sulle spalle: rimanga in casa sua,  badi alla sua
    roba,  si  confessi  spesso,  e  faccia  del  bene ai poveri;  e se la
    consiglio male, possa morir dannata.
    - Zitte, zitte,  figliole - rispose Don Chisciotte - so da me quel che
    devo  fare.  Mettetemi  a letto,  perch mi pare di non star bene;  ma
    state tranquille che,  cavaliere errante o pastore senza  errare,  non
    lascer  mai  di  provvedere  ai vostri bisogni,  come lo vedrete alla
    prova dei fatti.
    E le due buone figliole, che proprio erano buone davvero,  l'aiutarono
    ad  andare  a  letto,  dove poi gli portarono da mangiare ed ebbero un
    monte di cure per lui.

    NOTA 1: Personaggio di un'anonima  satira  popolare  del  quindicesimo
    secolo.


    CAPITOLO 74.
    Malattia, testamento e morte di Don Chisciotte.

    Poich tutte le cose umane, e pi specialmente la vita umana, non sono
    eterne  ma vanno anzi sempre declinando da un principio a una fine,  e
    poich la vita di Don Chisciotte non aveva dal  cielo  ricevuto  alcun
    privilegio  che  la  potesse rattenere sul proprio corso,  giunse alla
    propria fine quando egli meno se l'aspettava.  Sia  per  l'avvilimento
    che  gli  causava  il  sapersi vinto,  sia che cos avesse disposto il
    cielo,  fu colto da una febbre,  che lo  tenne  sei  giorni  a  letto,
    durante i quali fu molte volte visitato dal curato,  dal baccelliere e
    dal barbiere suoi amici,  mentre il suo bravo scudiero Sancio  non  si
    scost  mai  dal  suo  capezzale.  Essi ritenendo che il dispiacere di
    vedersi  vinto  e  di  non  veder  compiuto  il  suo  desiderio  della
    liberazione e disincanto di Dulcinea,  fosse la causa che lo manteneva
    in quello stato,  cercavano con tutti i mezzi possibili e immaginabili
    di tenerlo allegro.
    - Su,  su,  coraggio!  - gli diceva il baccelliere. - Pensi a levarsi:
    bisogna pur cominciare questa  vita  pastorale!  Io  ho  gi  composto
    un'egloga,  che quelle del Sannazzaro non ci sono per nulla,  e ho gi
    comprato a mie spese due  cani  da  pastori  magnifici,  uno  chiamato
    Barcino e l'altro Butrone: me li ha venduti un mandriano di Quintanar.
    Ma  Don  Chisciotte  continuava  a  essere  malinconico.  I suoi amici
    chiamarono il medico,  che gli tast il  polso  e  non  rimase  troppo
    soddisfatto,  anzi  disse che a scanso di guai pensasse di assicurarsi
    l'anima, perch, secondo lui, c'era pericolo. Don Chisciotte ricevette
    la notizia con animo tranquillo; ma non cos la nipote,  la governante
    e lo scudiero, che cominciarono a piangere dirottamente, come se fosse
    bell'e  morto.  Il  parere  del  medico fu che la causa della malattia
    doveva ricercarsi nei dispiaceri e nell'avvilimento. Don Chisciotte li
    preg di lasciarlo solo,  perch voleva dormire un momento.  Subito lo
    contentarono,  ed egli fece tutta una tirata,  come si suol dire,  per
    pi di sei ore,  tanto che la nipote e la governante temevano che  non
    si dovesse svegliare pi. Si dest invece quando s' detto, e dando in
    un grande urlo disse:
    - Benedetto sia il Signore Onnipotente, che mi ha tanto beneficato! La
    sua  misericordia  non  ha  limiti,  e  i  peccati degli uomini non la
    impediscono n la diminuiscono.
    La nipote che aveva ascoltato attentamente quelle parole dello zio, le
    trov pi ragionevoli di quelle  che  era  solito  dire  per  lo  meno
    durante quella malattia, e gli domand:
    -  Che  dice,  signore  zio?  C' qualcosa di nuovo?  Che cos' questa
    misericordia e questi peccati degli uomini?
    - La misericordia, nipote mia - disse Don Chisciotte -  quella che in
    questo momento Dio ha usato con me, senza che i miei peccati,  come ho
    detto,  lo  abbiano impedito.  Il mio intelletto  ora libero e chiaro
    senza le ombre caliginose della ignoranza,  in cui lo aveva avvolto la
    continua  e detestabile lettura dei libri di cavalleria.  Io riconosco
    ora le loro  stravaganze  e  i  loro  inganni,  e  mi  duole  soltanto
    d'essermene  accorto  troppo  tardi,  poich non mi resta pi tempo di
    compensare il mio fallo con  la  lettura  d'altri  libri  che  possano
    illuminarmi  l'anima.  Io  mi sento in punto di morte,  nipote mia,  e
    vorrei morire in modo da far capire che la mia vita non  stata  tanto
    cattiva  da  meritarmi la riputazione di pazzo;  perch sebbene lo sia
    stato, non vorrei confermare questa verit con la mia morte. Chiamami,
    cara, i miei buoni amici: il curato, il baccelliere Sansone Carrasco e
    maestro  Nicola  il  barbiere,   perch  voglio  confessarmi   e   far
    testamento.
    Ma in quel mentre i tre amici entrarono in camera e cos risparmiarono
    alla nipote questa fatica. Appena li vide, Don Chisciotte esclam:
    - Rallegratevi con me,  signori miei,  perch ormai io non son pi Don
    Chisciotte della Mancia,  ma Alonso Chisciano,  a  cui  gli  esemplari
    costumi  meritarono  il nome di Buono.  Ormai son nemico di Amadigi di
    Gaula e di tutta l'infinita caterva di quelli della sua stirpe,  ormai
    mi sono odiose tutte le storie mondane della cavalleria errante; ormai
    conosco  la mia stoltezza e il pericolo a cui mi esposi leggendole,  e
    ormai avendone per misericordia di Dio fatta esperienza a  mie  spese,
    le detesto.
    Quando i tre amici gli sentirono fare questo discorso,  credettero che
    gli fosse presa una nuova forma di pazzia, e Sansone gli disse:
    - Come,  signor  Don  Chisciotte?!  Ora  che  la  signora  Dulcinea  
    disincantata, lei m'esce fuori con questi discorsi? Ora che siamo a un
    pelo  di  diventar  pastori  e  passare  cantando  la nostra vita come
    prncipi, lei si vuol fare eremita? Stia zitto per carit,  ritorni in
    s e lasci da parte queste sciocchezze.
    -  Quelle  che ho commesso fin qui - replic Don Chisciotte - e che mi
    sono state veramente dannose,  la mia  morte  le  deve  rivolgere  con
    l'aiuto del cielo a mio vantaggio. Io, signori, sento di avvicinarmi a
    gran  passi  alla morte: lasciamo dunque gli scherzi da parte;  ora ci
    vuole un prete  che  mi  confessi  e  un  notaio  che  scriva  il  mio
    testamento,  ch  in momenti come questo l'uomo non deve scherzare con
    la salute dell'anima, e quindi vi prego,  intanto che il signor curato
    mi confessa, d'andarmi a cercare il notaio.
    Si  guardarono  in  faccia  gli  uni  con  gli  altri meravigliati dei
    discorsi di Don Chisciotte,  e sebbene rimanessero sempre  un  po'  in
    dubbio,  gli  vollero credere;  e uno dei segni da cui s'accorsero che
    moriva davvero,  fu quel  rinsavire  tutto  a  un  tratto,  perch  ai
    discorsi  gi  fatti  ne aggiunse altri molti,  detti cos bene,  cos
    cristiani  e  con  tanta  logica,   che   i   loro   dubbi   sparirono
    completamente,  e si persuasero che era realmente rinsavito. Allora il
    curato fece uscire tutti,  e rimasto solo  con  lui  lo  confess.  Il
    baccelliere and a cercare il notaio, e di l a poco ritorn con lui e
    con Sancio Panza,  il quale,  avendo gi saputo dal baccelliere in che
    condizioni era il suo padrone,  trovate la nipote e la governante  che
    piangevano,  cominci  anche  lui  a  fare il broncio e poi a piangere
    dirottamente. Finita la confessione, il curato usc e disse:
    - Muore davvero, e davvero  in s Alonso Chisciano il Buono: possiamo
    quindi entrare perch faccia testamento.
    Questa notizia dette una grande spinta agli occhi gonfi della  nipote,
    della  governante  e del suo bravo scudiero Sancio Panza,  in modo che
    scoppiarono in lacrime  e  uscirono  dal  loro  petto  mille  profondi
    sospiri.  Perch realmente Don Chisciotte,  come gi diverse volte s'
    detto, tanto quando era stato semplicemente Alonso Chisciano il Buono,
    come quando era stato Don Chisciotte della Mancia,  sempre aveva avuto
    un  carattere affabile e dei modi cortesi,  e per questo era benvoluto
    non solo da quelli di casa  sua  ma  anche  da  tutti  quelli  che  lo
    conoscevano.  Entr  il  notaio  insieme con gli altri e dopo che ebbe
    scritto l'introduzione del testamento, Don Chisciotte,  raccomandata a
    Dio l'anima con tutte le solite formule religiose richieste, giunto ai
    legati disse:
    -  "Item"    mia volont che a Sancio Panza che la mia pazzia m'aveva
    fatto nominare scudiero,  non si faccia addebito n si  domandi  alcun
    conto di certi denari di mia propriet che ha in mano,  perch ci sono
    state fra me e lui diverse pendenze e partite di dare e d'avere;  e se
    quando  si  sar pagato di quel che gli debbo,  ci sar ancora qualche
    piccola rimanenza, se la tenga pure e buon pro' gli faccia. Se come mi
    adoprai da pazzo a fargli avere il governo d'un'isola,  potessi ora da
    savio  dargli  quello d'un regno,  glielo darei volentieri,  perch la
    semplicit del suo carattere e la fedelt della  sua  condotta  se  lo
    meriterebbero.
    E voltandosi a Sancio gli disse:
    - Perdonami,  amico, d'averti dato occasione di parer pazzo quanto me,
    facendoti cadere nell'errore che son caduto io,  e cio che esistano e
    siano mai esistiti dei cavalieri erranti.
    -  Ah!  -  rispose Sancio piangendo - non muoia,  signor padrone,  non
    muoia: accetti il mio consiglio, e viva molti anni;  perch la maggior
    pazzia  che  possa  fare  un uomo in questa vita  quella di lasciarsi
    morire cos senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai
    dispiaceri e dall'avvilimento.  Su,  non faccia il pigro,  si alzi  da
    questo  letto,  e  andiamocene in campagna vestiti da pastori come s'
    fissato,  e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la  signora
    Dulcinea disincantata,  che sia una meraviglia a vedersi. Se lei muore
    dal dispiacere d'essere stato vinto, la colpa la dia a me, dicendo che
    la scavalcarono perch io avevo sellato  male  Ronzinante;  tanto  pi
    che,  lei l'avr visto nei suoi libri di cavalleria,  cosa comune che
    i cavalieri si scavalchino tra loro,  e che il  vinto  d'oggi  sia  il
    vincitore di domani.
    -  Verissimo - disse Sansone - e il buon Sancio dice molto bene: vanno
    proprio cos quei fatti.
    - Signori - riprese Don Chisciotte - andiamo piano;  acqua passata non
    macina  pi.  Io  fui pazzo e ora son savio,  fui Don Chisciotte della
    Mancia, e ora, come ho detto,  sono Alonso Chisciano il Buono: possano
    il mio pentimento e la mia sincerit rendermi la stima che si aveva un
    tempo di me, e il signor notaio prosegua pure. "Item", lascio ogni mia
    propriet  a  cancello  chiuso  ad  Antonia  Chisciano  mia nipote qui
    presente,  detratto quanto occorre  per  soddisfare  i  legati  da  me
    istituiti,  primo  fra tutti il salario dovuto alla mia governante per
    tutto il tempo che  stata al mio servizio pi  venti  ducati  per  un
    vestito.  Nomino  esecutori  testamentari il signor curato e il signor
    baccelliere Sansone Carrasco qua presenti.  "Item",   mia volont che
    se Antonia Chisciano mia nipote vorr maritarsi, si mariti con un uomo
    del quale prima si sia avuta assicurazione che non sa nemmeno che cosa
    siano  i  libri cavallereschi,  e nel caso che si possa invece provare
    che lo sa,  e tuttavia la mia nipote persista a volersi maritare e  si
    mariti con lui, voglio che perda tutto quello che le ho lasciato e che
    i   miei   esecutori   testamentari  lo  distribuiscano  in  opere  di
    beneficenza a loro  beneplacito.  "Item"  prego  i  signori  esecutori
    suddetti che,  se caso mai venissero a conoscere l'autore della storia
    che va sotto  il  titolo  di  "Seconda  parte  delle  imprese  di  Don
    Chisciotte  della Mancia",  gli chiedano scusa da parte mia quanto pi
    cortesemente si pu,  dell'occasione che senza volerlo gli ho dato  di
    avere  scritto  tante  e  cos grandi sciocchezze quante in essa ne ha
    scritte,  perch me  ne  vado  all'altro  mondo  con  lo  scrupolo  di
    avergliene dato motivo.
    Chiuse con queste parole il suo testamento,  poi preso da una mancanza
    ricadde lungo disteso sul letto.  Nacque una gran confusione: tutti si
    precipitarono a soccorrerlo;  e nei tre giorni che visse ancora,  ogni
    poco era colto da svenimenti. La casa era tutta sossopra,  ma tuttavia
    la nipote non aveva perso l'appetito,  la governante trincava e Sancio
    badava a custodirsi bene,  perch il pensiero dell'eredit cancella  o
    attenua,  in  chi  eredita,  il  dolore  e  il  rimpianto  che    ben
    ragionevole che il morto lasci dietro di s.
    Finalmente dopo aver ricevuto tutti i sacramenti e dopo aver rinnegato
    con molte ed efficaci parole i libri  cavallereschi,  giunse  per  Don
    Chisciotte l'ultima sua ora.  Il notaio vi si trov presente,  e disse
    che non aveva mai letto in nessun libro cavalleresco che un  cavaliere
    errante   fosse   morto  nel  suo  letto  tanto  quietamente  e  tanto
    cristianamente come Don Chisciotte;  il quale fra la compassione e  le
    lacrime dei presenti esal il suo spirito,  ossia mor. Veduto ci, il
    curato domand al notaio un regolare certificato in cui si  attestasse
    come  Alonso  Chisciano il Buono,  chiamato comunemente Don Chisciotte
    della Mancia,  era proprio morto  e  passato  all'altra  vita.  Questo
    attestato  fu  richiesto  per  togliere  ogni occasione che un qualche
    autore all'infuori di Cide Hamete  Benengeli  lo  facesse  risuscitare
    falsamente, e scrivesse interminabili storie delle sue gesta.
    Questa  fu  la  fine dell'"Ingegnoso gentiluomo della Mancia",  il cui
    luogo preciso di nascita non volle Cide Hamete mettere nel suo  libro,
    perch tutti i villaggi e i paesi della Mancia si potessero contendere
    fra  loro il vanto di avergli dato i natali,  come fecero per Omero le
    sette citt della Grecia.  Si tralascia di riportare qui i  pianti  di
    Sancio,  della  nipote  e della governante di Don Chisciotte e i nuovi
    epitaffi sulla sua sepoltura.  Riporteremo tuttavia quello di  Sansone
    Carrasco:

    Qui  giace il forte gentiluomo che arriv a tal punto di valore,  che
    la morte non trionf della sua vita con la sua morte.
    Disprezz l'universo intero,  fu lo spaventacchio  e  il  baubau  del
    mondo, ed ebbe la gran fortuna di viver matto e di morir savio.

    E  il  bravo  e  saggio  Cide Hamete disse alla propria penna: Qui tu
    resterai attaccata a questo uncino,  ciondoloni a questo fil di ferro,
    o mia cara penna, non so se bene o mal temperata. Qui tu vivrai lunghi
    anni,  se  degli  storici presuntuosi e maligni non te ne staccheranno
    per profanarti. Ma prima che ti tocchino, li puoi avvertire e dir loro
    nel miglior modo possibile:

    Fermi, fermi, arrogantelli;
    da nessuno io sia toccata;
    a me sola, o mio buon Re,
    quest'impresa era serbata.

    Per me sola nacque Don Chisciotte e io per lui;  egli seppe operare  e
    io  scrivere:  noi  due  soli  formiamo  un  tutto unico,  ad onta del
    tordesigliesco scrittore dal finto nome,  che  si  arrischi  o  vorr
    ancora arrischiarsi a scrivere con grossolana e mal temperata penna di
    struzzo le gesta del mio valoroso cavaliere;  perch non  peso per le
    sue spalle,  n impresa per il suo frigido ingegno.  E se per caso  ti
    capitasse di farne la conoscenza,  digli che lasci riposar nella tomba
    le stanche e ormai corrose ossa di Don Chisciotte,  e  non  lo  porti,
    contro tutti i diritti della morte,  nella Vecchia Castiglia facendolo
    uscire dalla fossa, dove realmente giace lungo disteso,  nell'assoluta
    impossibilit  di  fare  un'altra  sortita  e  un'altra campagna.  Per
    mettere in burletta le  tante  che  fecero  tanti  cavalieri  erranti,
    bastano le due che egli fece con tanto gusto e plauso di quelli che le
    conobbero  sia nel nostro paese che in quelli stranieri.  E cos avrai
    fatto il tuo cristiano dovere consigliando il bene a chi ti vuol male,
    e io rimarr fiero e soddisfatto d'essere stato  il  primo  che  abbia
    goduto  intero  il frutto dei suoi scritti come desideravo,  poich il
    mio desiderio non  stato altro che quello di far venire in uggia alla
    gente le false e stravaganti favole dei libri  cavallereschi,  che  in
    virt  della  storia  vera  del  mio  Don  Chisciotte gi cominciano a
    zoppicare e finiranno certamente col cadere del tutto. "Vale".

    FINE.








    INDICE.

    Pagina 2: Al Conte di Lmos.
    Pagina 4: Prologo.

    L'INGEGNOSO GENTILUOMO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
    Parte seconda.

    Pagina 10: Capitolo 1 - Conversazione che  il  curato  e  il  barbiere
    ebbero con Don Chisciotte relativamente alla sua malattia.
    Pagina  27: Capitolo 2 - Che tratta dell'importante contesa che Sancio
    Panza ebbe con la nipote e con la  governante  di  Don  Chisciotte,  e
    d'altri ameni argomenti.
    Pagina  35:  Capitolo  3  - Ridicola conversazione fra Don Chisciotte,
    Sancio Panza e il baccelliere Sansone Carrasco.
    Pagina 48: Capitolo 4 - Dove Sancio Panza chiarisce i dubbi e risponde
    alle domande del baccelliere Sansone Carrasco,  con altri  avvenimenti
    degni d'esser saputi e raccontati.
    Pagina  56:  Capitolo  5 - Spiritoso e divertente colloquio tra Sancio
    Panza e sua moglie  Teresa  Panza,  e  altri  fatti  degni  di  felice
    memoria.
    Pagina  66:  Capitolo  6  -  Ci  che successe a Don Chisciotte con la
    nipote e la governante; che  uno dei pi importanti capitoli di tutta
    la storia.
    Pagina 75: Capitolo 7 - Quel che si dissero Don Chisciotte  e  il  suo
    scudiero, e altri famosissimi avvenimenti.
    Pagina  86:  Capitolo  8  -  Dove  si racconta quel che successe a Don
    Chisciotte quando and a trovare madonna Dulcinea del Toboso.
    Pagina 97: Capitolo 9 - Dove si racconta quel che si vedr.
    Pagina 103: Capitolo 10 - Dove si racconta l'astuzia  con  cui  Sancio
    incant  la  signora  Dulcinea  e altri fatti altrettanto buffi quanto
    veri.
    Pagina 117: Capitolo 11 - Strana avventura che  successe  al  valoroso
    Don Chisciotte col carro o carretta del Corteo della Morte.
    Pagina  127:  Capitolo  12  - Straordinaria avventura del valoroso Don
    Chisciotte col fiero Cavaliere dagli Specchi.
    Pagina 138: Capitolo 13 - Dove si continua l'avventura  del  Cavaliere
    del  Bosco,  col savio,  originale e pacifico colloquio che ebbe luogo
    fra i due scudieri.
    Pagina 147: Capitolo 14 - Dove continua l'avventura del Cavaliere  del
    Bosco.
    Pagina  165:  Capitolo 15 - Dove si d notizia e si racconta chi erano
    il Cavaliere dagli Specchi e il suo scudiero.
    Pagina 169: Capitolo 16 - Ci che successe tra  Don  Chisciotte  e  un
    savio cavaliere della Mancia.
    Pagina  183: Capitolo 17 - Dove si rende noto a quali estremi arriv e
    pot arrivare l'inaudito coraggio di Don  Chisciotte  con  l'avventura
    dei leoni felicemente condotta a termine.
    Pagina  200:  Capitolo  18  -  Ci  che  successe a Don Chisciotte nel
    castello,  o casa che dir si voglia,  del Cavaliere dal Verde Gabbano,
    con altri straordinari avvenimenti.
    Pagina  213:  Capitolo  19  - Dove si racconta l'avventura del pastore
    innamorato e altri fatti davvero divertenti.
    Pagina 225: Capitolo 20 - Dove si raccontano le nozze di  Camaccio  il
    ricco e l'avventura di Basilio il povero.
    Pagina  239:  Capitolo  21 - Dove si continua a raccontare le nozze di
    Camaccio con altri spassosi avvenimenti.
    Pagina 249: Capitolo 22 - Dove si rende  conto  della  grande  impresa
    della  caverna di Montesino,  situata nel cuore della Mancia;  impresa
    felicemente condotta a  termine  dal  valoroso  Don  Chisciotte  della
    Mancia.
    Pagina   261:  Capitolo  23  -  Delle  meraviglie  che  l'immenso  Don
    Chisciotte raccont d'aver visto in fondo alla caverna  di  Montesino,
    la   cui   impossibilit   ed   enormit   fanno   ritenere   apocrifa
    quest'avventura.
    Pagina  277:  Capitolo  24  -  Dove  si  raccontano  mille  bagattelle
    altrettanto  inutili quanto necessarie per intender bene questa grande
    storia.
    Pagina 287: Capitolo 25 - Dove si fa cenno dell'avventura del  raglio,
    della  storia  curiosa  del  burattinaio e delle memorabili predizioni
    della scimmia indovina.
    Pagina 302: Capitolo 26 -  Dove  continua  la  curiosa  avventura  del
    burattinaio con altri fatti molto belli davvero.
    Pagina  316:  Capitolo  27  - Dove si racconta chi era Pietro e la sua
    scimmia,  e il cattivo esito che ebbe l'intervento di  Don  Chisciotte
    nell'avventura  del  raglio,  che egli non pot condurre a termine nel
    modo che aveva pensato e voluto.
    Pagina 326: Capitolo 28 - Ci che dice  Benengeli,  e  che  sapr  chi
    legger, se lo legger con attenzione.
    Pagina 334: Capitolo 29 - La famosa avventura della barca incantata.
    Pagina  344:  Capitolo  30 - Ci che successe a Don Chisciotte con una
    bella cacciatrice.
    Pagina 352: Capitolo 31 - Che tratta di molte e grandi cose.
    Pagina 365: Capitolo 32 - Della risposta che dette Don  Chisciotte  al
    suo censore con altri fatti seri e buffi.
    Pagina  386:  Capitolo  33  - Ameno colloquio che la Duchessa e le sue
    damigelle tennero con Sancio Panza,  degno d'esser letto  e  preso  in
    considerazione.
    Pagina  397: Capitolo 34 - Che racconta come si venne a sapere il modo
    con cui si doveva disincantare l'impareggiabile Dulcinea  del  Toboso,
    che  una delle avventure pi famose di questo libro.
    Pagina 409: Capitolo 35 - Dove si continua a parlare della notizia che
    ebbe  Don  Chisciotte  sul  modo  di disincantare Dulcinea,  con altri
    avvenimenti meravigliosi.
    Pagina 420: Capitolo 36 - Dove si racconta la strana e mai  immaginata
    avventura della Dama Tribolata altrimenti detta contessa Trifaldi e si
    riporta  una  lettera  che  Sancio  Panza  scrisse a sua moglie Teresa
    Panza.
    Pagina 429: Capitolo 37 - Dove continua la famosa avventura della Dama
    Tribolata.
    Pagina 433: Capitolo 38 - Dove si racconta quel che la Dama  Tribolata
    narr della sua triste sorte.
    Pagina   443:   Capitolo  39  -  Dove  la  Trifaldi  prosegue  la  sua
    sorprendente e mirabile storia.
    Pagina 447: Capitolo 40 - Altri fatti attinenti e  relativi  a  questa
    avventura e a questa memorabile storia.
    Pagina 456: Capitolo 41 - Arrivo di Chiavilegno e fine di questa lunga
    avventura.
    Pagina  472:  Capitolo  42  -  Dei consigli che dette Don Chisciotte a
    Sancio Panza prima che andasse a  governare  la  sua  isola,  e  altre
    importanti considerazioni.
    Pagina  481: Capitolo 43 - Gli altri consigli dati da Don Chisciotte a
    Sancio Panza.
    Pagina 490: Capitolo 44 - Come Sancio  Panza  fu  condotto  a  prender
    possesso del suo governo e la strana avventura che nel castello capit
    a Don Chisciotte.
    Pagina  504:  Capitolo  45  - Come il gran Sancio Panza prese possesso
    della sua isola, e del modo con cui cominci a governare.
    Pagina  516:  Capitolo  46  -  Formidabile  spavento  campanaccesco  e
    gattesco  che  ebbe  Don  Chisciotte  durante  l'amore dell'innamorata
    Altisidora.
    Pagina 523: Capitolo 47 -  Nel  quale  si  racconta  il  modo  in  cui
    governava Sancio.
    Pagina  536:  Capitolo  48  - Di ci che successe a Don Chisciotte con
    Donna Rodriguez,  la governante della Duchessa,  e  altri  avvenimenti
    degni di essere scritti e tramandati alla eterna memoria dei posteri.
    Pagina  549: Capitolo 49 - Ci che successe a Sancio Panza nel fare la
    ronda per la sua isola.
    Pagina 567: Capitolo 50 - Dove si spiega chi furono gli incantatori  e
    i  carnefici  che  picchiarono  la  dama  di  compagnia  e presero Don
    Chisciotte a pizzicotti,  e si narra che cosa accadde  al  paggio  che
    port la lettera a Teresa Panza, moglie di Sancio Panza.
    Pagina  582: Capitolo 51 - Come progrediva il governo di Sancio Panza;
    e altre vicende da ritenersi buone.
    Pagina 595: Capitolo 52 - Dove si racconta l'avventura  della  seconda
    Tribolata o Angosciata Dama detta con altro nome Donna Rodriguez.
    Pagina  606:  Capitolo 53 - Travagliata fine e conclusione del governo
    di Sancio Panza.
    Pagina 615: Capitolo 54 - Che tratta di cose riguardanti questa storia
    e non altre.
    Pagina 627: Capitolo 55  -  Ci  che  successe  a  Sancio  durante  il
    viaggio, e altri fatti di cui mai si videro i maggiori.
    Pagina  638:  Capitolo  56  -  Della  straordinaria  e  mai  pi vista
    battaglia che successe fra Don Chisciotte della Mancia e lo  staffiere
    Tosilo in difesa della figlia della dama di compagnia Donna Rodriguez.
    Pagina  646:  Capitolo 57 - Che tratta del modo con cui Don Chisciotte
    prese congedo dal Duca,  e di ci che gli  successe  con  la  furba  e
    birichina Altisidora, damigella della Duchessa.
    Pagina  652:  Capitolo  58  -  Che  tratta  di  come  piovvero  su Don
    Chisciotte tante avventure che una non dava tempo all'altra.
    Pagina 670: Capitolo 59 - Dove si racconta lo straordinario  caso  che
    successe a Don Chisciotte e che si pu tenere in conto d'avventura.
    Pagina  683:  Capitolo  60  -  Quel  che  successe  a  Don  Chisciotte
    nell'andare a Barcellona.
    Pagina  703:  Capitolo  61  -  Ci  che  successe  a  Don   Chisciotte
    nell'entrare in Barcellona,  e altre cose che hanno pi l'aria d'esser
    vere che sensate.
    Pagina 707: Capitolo 62 - L'avventura della testa  incantata  e  altre
    piccolezze che non si pu fare a meno di raccontare.
    Pagina 726: Capitolo 63 - Dello spiacevole incidente successo a Sancio
    durante  la  visita  alle galere,  e l'originale avventura della bella
    moresca.
    Pagina 741: Capitolo 64 - Che tratta dell'avventura pi spiacevole per
    Don Chisciotte di quante fin allora gliene erano capitate.
    Pagina 748: Capitolo 65 - Dove si rende  noto  chi  era  il  Cavaliere
    dalla  Bianca  Luna,  con  la  liberazione  di  Don  Gregorio  e altri
    avvenimenti.
    Pagina 756: Capitolo 66 - Che tratta di ci che vedr chi lo  legger,
    o che sentir chi se lo far leggere.
    Pagina  764: Capitolo 67 - Della decisione che prese Don Chisciotte di
    farsi pastore e di menar vita  campestre,  finch  non  fosse  passato
    l'anno   della   clausura  promessa,   con  altri  fatti  piacevoli  e
    divertenti.
    Pagina 772: Capitolo 68 - Un'avventura barbina di Don Chisciotte.
    Pagina  780:  Capitolo  69  -  Dove   si   narra   l'avvenimento   pi
    straordinario  che  sia successo a Don Chisciotte in tutto il corso di
    questa grande storia.
    Pagina 788: Capitolo 70 - Che viene dopo il  sessantanove  e  contiene
    notizie indispensabili per l'intelligenza di questa storia.
    Pagina 800: Capitolo 71 - Ci che successe tra Don Chisciotte e Sancio
    mentre tornavano al loro paese.
    Pagina  809:  Capitolo 72 - Come Don Chisciotte e Sancio arrivarono al
    loro paese.
    Pagina 817:  Capitolo  73  -  Dei  presagi  avuti  da  Don  Chisciotte
    nell'entrare  nel  proprio  paese,  con  altri  avvenimenti  che danno
    ornamento e credito a questa grande storia.
    Pagina 825:  Capitolo  74  -  Malattia,  testamento  e  morte  di  Don
    Chisciotte.
