    traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (casa di reclusione - Opera)

    MIGUEL DE CERVANTES Y SAAVEDRA.
    DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
    Parte prima.

    Indice a pagina 762.













    AL DUCA DI BEJAR,
    marchese di Gibraleon,  conte di Benalczar e  Banares,  visconte  del
    Borgo d'Alcocer, signore delle citt di Capilla, Curiel e Burguillos.

    Sapendo quanto benignamente la Signoria Vostra accolga e apprezzi ogni
    genere di libri, nella sua qualit di Principe molto dedito a favorire
    le  arti liberali,  specialmente quelle che per la loro nobilt non si
    abbassano a servire volgari interessi,  mi sono  deciso  a  pubblicare
    "L'Ingegnoso   gentiluomo   Don  Chisciotte  della  Mancia"  sotto  il
    patrocinio del nome illustrissimo di Vostra Eccellenza.  Col  rispetto
    che  debbo  a tanta grandezza,  La supplico quindi di volerlo ricevere
    volentieri sotto la sua protezione, onde all'ombra di questa,  sebbene
    privo  di quei preziosi ornamenti di eleganza e di erudizione,  di cui
    sogliono essere rivestite le opere che si compongono  nelle  case  dei
    dotti,  ardisca presentarsi con sicurezza al giudizio di certuni, che,
    non  rispettando  i  limiti  della  loro  ignoranza,   sono  soliti  a
    condannare  con maggior rigore e minor giustizia i lavori degli altri.
    Confido quindi che la saggezza di Vostra  Eccellenza,  avuto  riguardo
    alla  mia  buona intenzione,  non disdegner la pochezza di cos umile
    omaggio.
    MICHELE DE CERVANTES SAAVEDRA.

    PROLOGO.
    Lettore beato,  che non hai nulla da fare,  puoi  ben  credermi  senza
    tanti  giuramenti  se  ti dico che io vorrei che questo libro,  figlio
    come  del mio pensiero, fosse il pi bello, il pi brillante,  il pi
    geniale che si possa immaginare.  Ma non ho potuto sfuggire alle leggi
    della natura, e in natura ogni cosa ne produce un'altra simile a s. E
    quindi che cosa poteva produrre il mio sterile e incolto  ingegno,  se
    non la storia di un figliolo secco, allampanato, strambo, con la testa
    piena dei pi disparati pensieri, mai venuti in mente a nessuno? E non
    poteva  essere  altrimenti,  perch egli  nato in una prigione,  dove
    stanno di casa tutti i disagi e tutti i pi sinistri rumori.
    La calma, il luogo ameno, la bellezza della campagna,  la serenit del
    cielo,   il   mormorio   delle  acque,   la  tranquillit  dell'anima,
    contribuiscono molto a far  s  che  le  muse  pi  sterili  diventino
    feconde  e  producano frutti che riempiono il mondo di meraviglia e di
    soddisfazione.  Pu darsi che un padre abbia un figlio brutto e  senza
    punto spirito,  ma l'amore paterno gli mette una benda sugli occhi,  e
    perci egli non vede i suoi difetti,  anzi li prende per virt e belle
    qualit,   e  li  racconta  agli  amici  come  prove  d'ingegno  e  di
    gentilezza.
    Ma io che sebbene sembri il padre,  sono invece  il  patrigno  di  Don
    Chisciotte, non voglio andar con la corrente, e supplicarti, quasi con
    le lacrime agli occhi come fanno certuni che tu,  o lettore carissimo,
    perdoni o faccia le viste di non vedere  i  difetti  che  troverai  in
    questo mio figliolo; perch tu non sei n suo parente, n suo amico, e
    possiedi un'anima col suo libero arbitrio come chiunque altro, e te ne
    stai  in  casa  tua e ne sei il padrone,  com' padrone il Re dei suoi
    tributi,  e sai bene quel che dice il proverbio: In casa mia  padrone
    sono io.
    Tutto questo ti dispensa da ogni riguardo;  quindi puoi dire di questa
    storia tutto quello che ti pare,  senza timore che ti puniscano se  tu
    ne dici male, n che ti ricompensino se tu ne dirai bene
    Soltanto vorrei dartela nuda e cruda, senza l'abbellimento del prologo
    e senza la filastrocca e il catalogo dei soliti sonetti,  epigrammi ed
    elogi, che si usa mettere in principio ai libri.
    Perch tu devi sapere che sebbene mi sia costata parecchia  fatica  il
    comporla,  non  ne  ho  mai  durata  tanta,  quanto  a scrivere questa
    prefazione che ora tu leggi. Molte volte presi la penna per scriverla,
    e altrettante la posai per non sapere quel che avrei  scritto;  ma  un
    giorno stando cos col naso in aria, la carta dinanzi, la penna dietro
    l'orecchio,  il gomito sulla scrivania, e la mano alla gota pensando a
    quel che dire,  entr a un tratto un amico,  un uomo  faceto  e  assai
    clto, il quale, vedendomi tanto pensieroso, me ne domand la ragione.
    E io,  che non avevo motivo di nascondergliela,  gli dissi che pensavo
    alla prefazione che dovevo fare per il  "Don  Chisciotte",  e  che  mi
    sentivo  in  tale  condizione  d'animo,  che  non volevo pi farla,  e
    nemmeno pubblicare le imprese di un cos nobile cavaliere.
    - Perch,  come  volete  voi  che  non  mi  preoccupi  quel  che  dir
    quell'antico  legislatore  che  si chiama pubblico,  quando vedr che,
    dopo tanto tempo che dormivo nel silenzio dell'oblo,  ora esco fuori,
    con tutti gli anni che mi ritrovo sulle spalle,  con un racconto magro
    come uno stecco, scarso d'invenzione, meschino nello stile,  povero di
    concetti,  mancante  di  erudizione e di dottrina,  senza citazioni in
    margine e senza note in fondo,  come invece vedo che sono tanti  altri
    libri,  sebbene  romanzeschi  e  profani,  cos  pieni  di sentenze di
    Aristotele,  Platone,  e di tutta la caterva dei filosofi,  da formare
    l'ammirazione dei lettori, i quali cos tengono i loro autori in conto
    di  uomini dotti,  eruditi,  ed eloquenti?  Quando poi citano la Sacra
    Scrittura!  Chi non dir che essi sono dei San Tommasi e  dei  Dottori
    della  Chiesa!  Perch sanno serbare un cos intelligente decoro,  che
    dopo aver descritto nel rigo di sopra un dissoluto,  ti fanno nel rigo
    di  sotto  un  sermoncino  cristiano,  che   un piacere e una fortuna
    leggerlo o sentirlo leggere.  Tutto questo il mio  libro  non  lo  pu
    offrire,  perch io non ho nulla da citare in margine,  non ho note da
    mettere in fondo,  e nemmeno so che autori seguo,  e quindi non posso,
    come  fanno  tutti,  farne  in  principio  un  elenco  dall'A  alla Z,
    cominciando da Aristotele e terminando con Senofonte e Zoilo o  Zeusi,
    sebbene uno fosse un maldicente e l'altro un pittore. Cos pure il mio
    libro  non potr avere i soliti sonetti d'introduzione,  o per lo meno
    di quei sonetti i cui autori siano duchi,  marchesi,  conti,  vescovi,
    dame o poeti famosissimi.  Tuttavia, se ne domandassi qualcuno a due o
    tre amici compiacenti,  so che me li darebbero certamente,  e tali  da
    superare  quelli  di  coloro  che  hanno maggior rinomanza qui,  nella
    nostra Spagna.
    In  conclusione,  mio  carissimo  signore  e  amico,  io  decido  che
    l'egregio  Don  Chisciotte  rimanga  sepolto  nei  suoi  archivi della
    Mancia,  finch il cielo gli mandi qualcuno che l'adorni di  tutte  le
    doti che gli mancano,  perch io mi sento incapace di procurargliele a
    causa della mia insufficienza e della mia scarsa cultura, e perch per
    carattere sono pigro e restio ad andare in cerca d'autori  che  dicano
    ci  che so dire da me senza di loro.  Da questo deriva la perplessit
    penosa in cui mi avete trovato assorto;  e a tenermi in questo stato 
    causa bastante quello che vi ho detto.
    L'amico mio,  sentendo ci,  battendosi la fronte con una mano e dando
    in una gran risata, mi disse:
    - Per Dio, amico!  M'accorgo ora d'essermi sempre ingannato sul vostro
    conto  fin  da  quando  vi conosco,  e non  da ieri!  Perch io vi ho
    sempre ritenuto un uomo intelligente e di giudizio in tutte le  vostre
    azioni,  mentre ora vedo che ci corre, quanto ci corre dal giorno alla
    notte.   Come    possibile  che  degli  inconvenienti  di  cos  poca
    importanza,  e  tanto  facili a rimediarsi,  possano avere la forza di
    tenere perplesso e indeciso un ingegno cos maturo come il  vostro,  e
    cos abituato ad affrontare e superare delle difficolt ben pi gravi?
    No,  no, questo non deriva da mancanza di abilit, ma da un eccesso di
    pigrizia e da scarsit di riflessione.  Volete vedere se quel che dico
      la  verit?  State  attento,  e  vedrete come in un batter d'occhio
    faccio sparire tutte le vostre difficolt, e rimedio a tutti i difetti
    che, secondo voi,  vi trattengono e vi scoraggiano dal lasciare uscire
    la  storia del vostro famoso Don Chisciotte,  luce e specchio di tutta
    la cavalleria errante.
    - Sentiamo!  - replicai io udendo ci.  -  Come  pensate  di  riempire
    l'abisso del mio timore e di far luce nel caos della mia confusione?
    Qui egli mi rispose:
    -  Quanto  alla  prima  difficolt  da  voi affacciata,  e cio che vi
    mancano,  per il principio del libro,  sonetti,  epigrammi  ed  elogi,
    scritti  da  personaggi  importanti  e  d'alta  condizione,  vi potete
    rimediare cos.  Prendetevi la briga di farne qualcuno voi  stesso,  e
    poi   lo   potrete   battezzare  e  mettergli  il  nome  che  vorrete,
    affibbiandone  la  paternit  al   Prete   Gianni   delle   Indie,   o
    all'Imperatore di Trebisonda,  dei quali so che si racconta che furono
    famosi poeti: e quand'anche non fosse vero, e ci fossero dei pedanti e
    dei  saccenti  che  vi  mordessero  alle  calcagna,  e  facessero  dei
    pettegolezzi  sulla  loro  autenticit,  non  ve  ne  date  il  menomo
    pensiero,  perch,   anche  se  si  appurasse  la  menzogna,   non  vi
    taglieranno la mano con cui l'avete scritta.
    Quanto al citare in margine i libri e gli autori di dove avrete preso
    le sentenze e i detti che metterete nella vostra storia,  fate in modo
    che vengano a proposito alcune sentenze  latine  che  voi  sappiate  a
    memoria,  o che per lo meno vi costi poca fatica a cercarle,  come per
    esempio sarebbe il mettere, trattandosi di libert e di schiavit:

    "Non bene pro toto libertas venditur auro".

    E quindi citare in margine Orazio, o chi lo disse.  Se tratterete del
    potere della morte, ricorrete subito a:

    "Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas
    Regumque turres".

    Se  invece  parlerete  dell'amicizia  e dell'amore che Dio ci comanda
    anche per i nostri nemici,  e  voi  entrate  all'istante  nella  Sacra
    Scrittura;  con un tantino di fatica ritroverete per lo meno le parole
    di Dio stesso: "Ego autem dico vobis: diligite inimicos  vestros".  Se
    poi tratterete dei cattivi pensieri, invocherete il Vangelo: "De corde
    exeunt  cogitationes malae".  Se dell'instabilit dell'amicizia,  ecco
    qui Catone che vi dar il suo distico:

    "Donec eris felix, multos numerabis amicos
    Tempora si fuerint nubila, solus eris".

    E con questi e altri simili latinucci, vi piglieranno per lo meno per
    un uomo di studi,  e al giorno d'oggi l'essere un uomo di studi non  
    di  poco  onore,  n  di poca utilit.  Quanto alle note da mettere in
    fondo,  potete far cos.  Se nel vostro  libro  fate  il  nome  di  un
    gigante,  prendete il gigante Golia,  e con questo solo voi avrete una
    lunga nota, senza che vi costi quasi nulla,  perch potete mettere: Il
    gigante Golia,  o Goliath, fu un filisteo, che il pastore David uccise
    con una sassata nella valle di Terebinto,  come si racconta nel  Libro
    dei Re, nel capitolo dove ne troverete la storia.
    Oltre  a  ci,  per  dimostrarvi  uomo  erudito nelle lettere e nelle
    scienze,  fate in modo che nella vostra storia sia nominato  il  fiume
    Tago,  ed  eccovi  subito  in possesso di un'altra magnifica nota: "Il
    fiume Tago fu detto cos da un Re di Spagna;  nasce nel  tal  luogo  e
    sbocca nell'Oceano, bagnando le mura della famosa citt di Lisbona. Si
    dice  che le sue arene contengano oro",  eccetera eccetera.  Se dovete
    parlare di ladri, io vi fornir la storia di Caco che so a memoria; se
    di sgualdrine,  eccovi il vescovo di Mondognedo che vi prester Lamia,
    Laide  e Flora,  citazione che vi dar un gran credito;  se di megere,
    Ovidio vi somministrer Medea;  se  di  incantatrici  e  fattucchiere,
    Omero ha Calipso e Virgilio ha Circe;  se di capitani valorosi, Giulio
    Cesare stesso vi  presenter  se  stesso  nei  suoi  "Commentarii",  e
    Plutarco  vi dar mille Alessandri.  Se tratterete d'amori,  posto che
    sappiate quattro parole d'italiano,  potrete ricorrere a Leone  Ebreo,
    che vi dar la buona misura.  E se non volete andare all'estero, avete
    in casa l'"Amor di Dio" di Fonseca,  in cui si compendia tutto  quello
    che  voi  e  l'uomo pi immaginoso di questo mondo possa desiderare in
    tale materia.  Insomma,  non avete da far altro che cercar  di  citare
    questi nomi,  o menzionare queste storie che ho detto, nella vostra, e
    poi lasciate a me la cura di mettervi le citazioni e le note,  che  io
    mi impegno di riempirvi i margini e quattro fogli in fondo al libro.
    Veniamo  ora  alla  citazione degli autori,  che negli altri libri si
    trovano e nel vostro invece mancano.  Il rimedio    facile:  voi  non
    dovete  far  altro che pigliare un libro che li citi tutti dall'A alla
    Z,  come dite voi,  e riprodurre questo elenco alfabetico  nel  vostro
    libro. Anche se si vedr chiaramente l'inganno per la poca utilit che
    potevate avere a servirvene,  non importa nulla: chiss che non vi sia
    qualcuno tanto ingenuo che creda davvero che voi li abbiate consultati
    tutti nella vostra storia cos semplice e alla buona;  e  quando  quel
    lungo  catalogo d'autori non giovasse ad altro,  giover per lo meno a
    dar subito di primo colpo autorit al libro.  E poi,  chi volete  che,
    non avendoci interesse,  si metta a verificare se ve ne siete o non ve
    ne siete servito?  Tanto pi che,  se ho inteso  bene,  questo  vostro
    libro  non  ha  proprio bisogno di nessuna di quelle doti che voi dite
    che  gli  mancano;  perch    tutto  un'invettiva  contro  i  romanzi
    cavallereschi,  e  di romanzi cavallereschi Aristotele non ne ramment
    mai,  San Basilio non ne disse  nulla,  e  nulla  ne  seppe  Cicerone.
    D'altra   parte,   che  c'entrano  le  sue  stravaganze  favolose  con
    l'esattezza della verit,  e con le osservazioni dell'astronomia?  Che
    importano  a  un  libro  di  questo  genere le misure geometriche o la
    confutazione degli argomenti di cui si serve la rettorica?  E  non  ha
    neanche  da fare la predica a nessuno,  mescolando l'umano col divino,
    che  un genere di mescolanza di cui nessuna idea cristiana  deve  mai
    rivestirsi. Deve soltanto giovarsi dell'imitazione in ci che l'autore
    andr  scrivendo,  e  quanto  pi  perfetta  sar l'imitazione,  tanto
    migliore sar quel che si scriver.  E poich questo vostro lavoro non
    mira  che  a  distruggere l'autorit e il favore che hanno nel mondo e
    fra il volgo i romanzi di  cavalleria,  non  avete  bisogno  di  andar
    mendicando  sentenze  di  filosofi,  consigli  della  Sacra Scrittura,
    favole di poeti, orazioni di retori, miracoli di santi, ma soltanto di
    cercare che il  discorso  abbia  un  andamento  familiare  con  parole
    espressive,  scelte,  ben  collocate,  e  ii  periodo  riesca sonoro e
    brillante,  ritraendo,  per quanto riuscir e vi  sar  possibile,  la
    vostra idea facendo ben capire i vostri concetti, senza ambagi e senza
    oscurit.  Cercate  anche  che  nel  leggere  il vostro racconto chi 
    melanconico sia mosso alle risa,  chi   allegro  rida  pi  che  mai,
    l'ignorante  non  si annoi,  il dotto ammiri l'invenzione,  la persona
    seria non la disprezzi, e il saggio non manchi di lodarla. Soprattutto
    mirate  a  rovesciare  questa  costruzione  senza  fondamento,  questi
    romanzi cavallereschi,  abborriti da molti,  ma lodati da molti pi; e
    se raggiungerete questo scopo, non sar poco.
    Io stetti a sentire in perfetto silenzio ci  che  mi  diceva  il  mio
    amico, e i suoi discorsi mi rimasero tanto impressi che, senza neanche
    metterli   in  discussione,   li  ritenni  giusti  e  ne  feci  questa
    prefazione; dalla quale,  caro lettore,  potrai vedere la saggezza del
    mio  amico,  la fortuna che ebbi io nel trovare in un momento di tanto
    bisogno un uomo  capace  di  darmi  tali  consigli,  e  finalmente  il
    sollievo che proverai tu stesso nel trovare cos genuina e senza tanti
    rigiri la storia del famoso Don Chisciotte della Mancia;  di cui tutti
    gli abitanti del distretto rurale di Montiel hanno l'opinione  che  da
    molti  anni a questa parte non si sia visto in quei paraggi innamorato
    pi casto e  pi  valoroso  cavaliere.  E  non  voglio  esagerarti  il
    servizio che ti rendo,  facendoti conoscere un cavaliere cos nobile e
    cos famoso,  ma voglio che tu mi resti grato per  la  conoscenza  che
    farai col celebre Sancio Panza, suo scudiero; nel quale, a mio parere,
    io  ti  do  compendiate tutte le facezie degli scudieri che si trovano
    sparse nella caterva dei romanzi cavallereschi.  E con questo,  Dio ti
    dia salute e non si scordi di me. Vale.















    L'INGEGNOSO GENTILUOMO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
    PARTE PRIMA.

    CAPITOLO 1.
    Il  quale  tratta  della  condizione  e  delle  occupazioni del famoso
    gentiluomo Don Chisciotte della Mancia.

    In un borgo della Mancia,  di cui non voglio ricordarmi il  nome,  non
    molto  tempo  fa  viveva  un  gentiluomo  di  quelli  con lancia nella
    rastrelliera, scudo antico, ronzino magro e cane da seguito.  Qualcosa
    in  pentola,  pi  spesso vacca che castrato,  quasi tutte le sere gli
    avanzi del desinare in insalata, lenticchie il venerd, un gingillo il
    sabato, un piccioncino ogni tanto in pi la domenica,  consumavano tre
    quarti  delle  sue  rendite;  il resto se ne andava tra una casacca di
    panno nero con calzoni e scarpe di velluto per le feste,  e un vestito
    di fustagno, ma del pi fino, per tutti i giorni. Aveva una governante
    che passava i quarant'anni,  una nipote che non arrivava ai venti e un
    garzone capace per il campo come per il mercato,  buono a  sellare  il
    ronzino come a menar la roncola. L'et del nostro gentiluomo rasentava
    la cinquantina: era di complessione robusta,  asciutto di corpo, magro
    di viso,  molto mattiniero e amante della caccia.  Vogliono  dire  che
    avesse il soprannome di Chisciada o Chesada (perch a questo proposito
    c'  qualche  discrepanza tra gli autori che ne hanno scritto),  ma da
    congetture assai verosimili si arguisce che si chiamava Chisciana.  Ma
    questo importa poco per il nostro racconto: basta che nell'esposizione
    dei fatti non ci si scosti una linea dalla verit.
    Bisogna poi sapere che questo gentiluomo,  nei periodi di tempo in cui
    non aveva nulla da fare (cio la maggior parte dell'anno), si dedicava
    alla lettura dei romanzi cavallereschi  e  a  poco  per  volta  ci  si
    appassion  tanto,  che  dimentic  quasi  del tutto la caccia e anche
    l'amministrazione del suo patrimonio;  anzi,  la sua  curiosit  e  la
    smania di questa lettura arrivarono a tal segno, che vendette parecchi
    appezzamenti  di terreno,  e di quello buono anche,  per comprarsi dei
    romanzi cavallereschi. Quindi ne port a casa quanti ne pot avere,  e
    i  pi  belli  di  tutti  gli  parevano quelli del famoso Feliciano de
    Silva,  perch la limpidit della  sua  prosa  e  quei  suoi  discorsi
    intricati gli parevano una meraviglia,  specialmente quando arrivava a
    leggere quelle lettere d'amore e quei cartelli di sfida,  in cui molto
    spesso si trovava scritto: "la ragione dell'irragionevole torto che si
    fa  alla  mia ragione,  in guisa tale la mia ragion debilita che della
    bellezza vostra con ragione mi lagno",  oppure: "Gli  alti  cieli  che
    della  divinit vostra divinamente con le stelle vi fortificano,  e vi
    fanno emerita del merito che la grandezza vostra merita".
    Il povero cavaliere perdeva la testa dietro a questi discorsi,  e  non
    dormiva per spiegarseli e sviscerarne il senso,  mentre non ci sarebbe
    riuscito nemmeno Aristotele,  anche se fosse resuscitato apposta.  Non
    lo  persuadevano  molto  i  colpi  che  Don Belianigi dava e riceveva,
    perch si immaginava che,  per quanto fossero bravi i chirurghi che lo
    avevano  curato,  doveva  avere il corpo e il viso pieno di segni e di
    cicatrici. Tuttavia lodava nell'autore quel modo di terminare il libro
    con la promessa del seguito di quella interminabile avventura; e molte
    volte gli venne la voglia di pigliar la penna e di  finirla  lui,  con
    grande precisione, come l si prometteva; e lo avrebbe fatto di certo,
    e  vi  sarebbe  anche  riuscito,  se  non  lo  avessero distolto altri
    maggiori e continui pensieri.  Ebbe molte discussioni col  curato  del
    paese (uomo dotto, laureato a Siguenza) a proposito di chi fosse stato
    miglior cavaliere,  se Palmerino d'Inghilterra o Amadigi di Gaula;  ma
    diceva Mastro Nicola,  barbiere di quello stesso  borgo,  che  nessuno
    raggiungeva  il  Cavaliere  del Febo,  e che se qualcuno gli si poteva
    paragonare, era Don Galaor, fratello di Amadigi di Gaula, perch aveva
    disposizione a tutto,  non era sentimentale e  piagnucolone  come  suo
    fratello, e non gli cedeva punto in fatto di valore.
    Insomma,  si  sprofond tanto in quelle letture,  che passava le notti
    dalla sera alla mattina e i giorni dalla mattina alla sera,  sempre  a
    leggere;  e cos,  a forza di dormire poco e di leggere molto,  gli si
    prosciug talmente il cervello, che perse la ragione. Gli si riemp la
    fantasia di tutto quello che leggeva nei suoi libri: incanti,  litigi,
    battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e stravaganze
    impossibili;  e si ficc talmente nella testa che tutto quell'arsenale
    di sogni e d'invenzioni lette nei libri fosse verit pura, che secondo
    lui non c'era nel mondo storia pi certa.  Sosteneva  che,  s,  senza
    dubbio il Cid Ruy Diaz era stato un ottimo cavaliere ma che non poteva
    stare  a  confronto col Cavaliere dell'Ardente Spada,  il quale con un
    solo traversone aveva diviso nel mezzo due feroci e smisurati giganti.
    Gli diceva ancor di pi Bernardo  del  Carpio,  perch  a  Roncisvalle
    aveva  ucciso  Roldano l'incantato,  servendosi della medesima astuzia
    d'Ercole,  quando soffoc tra le braccia Anteo,  figlio  della  terra.
    Diceva  molto bene di Morgante,  perch lui solo,  contrariamente agli
    altri giganti che sono tutti superbi e scortesi,  era affabile e  bene
    educato.  Ma  sopra a tutti gli andava a genio Rinaldo da Montalbano e
    specialmente in quei punti quando esce dal  suo  castello  e  svaligia
    quanta  gente  incontra  o quando ruba quella statua di Maometto tutta
    d'oro,  come si racconta nella sua storia.  Quanto a quel traditore di
    Gano  di  Maganza,  per  poterlo  pigliare  a  calci,  avrebbe dato la
    governante e la nipote per giunta.
    E cos,  perso ormai del tutto il cervello,  gli venne il pensiero pi
    stravagante che sia mai venuto a un pazzo;  cio gli parve opportuno e
    necessario,  sia per accrescere il proprio onore,  sia per servire  il
    proprio paese, di farsi cavaliere errante, e di andar per il mondo con
    le  sue  armi  e  il suo cavallo a cercare avventure e a cimentarsi in
    tutte le imprese in cui aveva letto che  si  cimentavano  i  cavalieri
    erranti,  combattendo  ogni  sorta  di  sopruso ed esponendosi a prove
    pericolose,   da  cui  potesse,   dopo  averle  condotte  a   termine,
    acquistarsi   fama  immortale.   Il  pover'uomo  si  figurava  gi  di
    diventare, grazie al valore del suo braccio, per lo meno imperatore di
    Trebisonda,  e quindi,  sospinto da  cos  radiosi  pensieri  e  dalla
    straordinaria  soddisfazione  che gli davano,  si affrett a mandare a
    effetto il suo desiderio.
    Anzitutto lucid certe armi che erano appartenute ai suoi antenati, le
    quali da parecchi secoli se ne stavano piene di  ruggine  e  di  muffa
    dimenticate  in  un  cantuccio.  Le  ripul  dunque e le accomod alla
    meglio,  ma si accorse che vi mancava un pezzo di  grande  importanza;
    perch invece di una celata con la relativa barbozza c'era un semplice
    morione.  A questa mancanza rimedi ingegnandosi. Con del cartone fece
    alla peggio una specie di barbozza, che,  incastrata nel morione,  gli
    dava  l'apparenza di una celata intera.  Vero  che per provare se era
    forte e poteva reggere al rischio di una sciabolata,  tratta fuori  la
    spada,  le tir due colpi,  ma al primo disfece in un attimo il lavoro
    di una settimana.  La facilit con cui l'aveva ridotta a pezzi non gli
    piacque tanto;  perci la rifece di nuovo, mettendoci a traverso dalla
    parte di dentro delle sbarrette di ferro per garantirsi meglio da ogni
    pericolo.  In questo modo rimase soddisfatto della sua solidit e  non
    volle rifare la prova,  ma senz'altro la ritenne una celata di qualit
    ottima.
    Dopo and a fare un'ispezione al suo  ronzino  e  sebbene  avesse  pi
    guidaleschi  che  il cavallo del Gonnella,  il quale "tantum pellis et
    ossa fuit",  gli parve che n il Bucefalo d'Alessandro n  il  Babieca
    del  Cid  gli potessero stare a pari.  Stette quattro giorni a pensare
    che nome gli potesse mettere, perch,  diceva lui,  non era giusto che
    il  cavallo  di  un  cavaliere  cos  famoso e poi anche bravo di suo,
    dovesse rimanere senza un bel nome. Quindi cercava di trovargliene uno
    che designasse ci che era  stato  prima  d'entrare  nella  cavalleria
    errante,  e  ci  che  era  allora.  Ed era molto logico che,  mutando
    condizione il padrone,  anche il cavallo  dovesse  mutare  il  nome  e
    prendersene  uno  pomposo  e risonante,  come era conveniente al nuovo
    ordine e all'uffizio nuovo che ormai assumeva.  Quindi dopo  aver  nel
    suo  cervello  inventato  e  poi  scartato,  allungato  e  accorciati,
    disfatto e rifatto una gran  quantit  di  nomi,  fin  col  chiamarlo
    Ronzinante;  nome,  secondo lui,  maestoso,  sonoro, e che significava
    molto bene ci che era stato,  quando era stato ronzino,  di fronte  a
    ci  che  era  ora,  cio  un  ronzino innante a tutti i ronzini del
    mondo.
    Messo un nome,  e un nome  tanto  di  suo  gusto,  al  cavallo,  volle
    metterselo anche per s, e stette altri otto giorni a pensarci, finch
    decise  di  chiamarsi Don Chisciotte,  e di qui,  come si  gi detto,
    presero occasione gli autori di questa verissima storia per  affermare
    che  si  dovesse  chiamare Chisciada e non Chesada,  come altri invece
    vollero sostenere.  Ma ricordandosi che il valoroso Amadigi non si era
    contentato   di   chiamarsi  puramente  Amadigi,   ma  aveva  aggiunto
    l'indicazione del suo regno e della sua patria per renderla famosa,  e
    si  era  dato  il  nome  di Amadigi di Gaula,  anch'egli volle da buon
    cavaliere aggiungere quello della patria al proprio nome  e  chiamarsi
    "Don Chisciotte della Mancia".
    Cos gli parve di avere manifestato, in modo molto chiaro, lignaggio e
    origini,  e di aver reso alla patria il dovuto onore prendendo da essa
    il proprio cognome.
    Ripulite quindi le armi, fatta col morione una celata, dato un nome al
    ronzino, e ribattezzato se stesso, si persuase che non gli mancava pi
    altro che trovare una dama di cui  innamorarsi.  Perch  un  cavaliere
    errante  senza  amore    lo stesso che un albero senza foglie e senza
    frutto,  e un corpo senz'anima.  Se io diceva fra s per  penitenza
    dei  miei  peccati o per buona fortuna,  incontro qualche gigante come
    suole accadere ai cavalieri erranti, e lo atterro al primo scontro,  o
    lo  divido  nel  bel  mezzo,  o  finalmente lo vinco e lo costringo ad
    arrendersi,  bisogner pure che io abbia  a  chi  farne  un  presente,
    perch  egli  possa  entrare,  inginocchiarsi  davanti  alla mia dolce
    signora,  e dirle con voce umile e sottomessa: "Io,  signora,  sono il
    gigante  Caraculiambro,   signore  dell'isola  Malindrania,  vinto  in
    singolar  tenzone  dal  non  mai  abbastanza  lodato   cavaliere   Don
    Chisciotte  della  Mancia,  il quale mi ordin di presentarmi a Vostra
    Signoria, perch la Grandezza Vostra disponga di me a suo talento".
    Oh come si rallegr il nostro buon cavaliere quando ebbe fatto  questo
    discorso,  e pi ancora quando trov chi scegliere per sua dama!  Pare
    che in un paesetto vicino al suo ci stesse una ragazza,  una contadina
    piuttosto  belloccia,  di cui un tempo era stato innamorato,  ma senza
    che lei, a quel che si dice, lo sapesse neanche, n si curasse di lui.
    Si chiamava Aldonza Lorenzo. Questa fu la ragazza che gli parve adatta
    per conferirle il titolo di signora dei suoi pensieri, e volendo darle
    un nome che non disdicesse al  suo  e  che  avesse  aria  signorile  e
    principesca  la  chiam  "Dulcinea del Toboso",  perch era nativa del
    Toboso: nome a parer suo armonioso,  peregrino e  significativo,  come
    gli altri che s'era scelti per s e per le cose sue.




    CAPITOLO 2.
    Prima sortita dell'ingegnoso Don Chisciotte dal proprio paese.

    F atti dunque questi preparativi, non mise tempo in mezzo a effettuare
    la sua idea.  Lo sollecitava il pensiero del danno,  che, secondo lui,
    produceva nel mondo il suo  indugio  tante  erano  le  offese  che  si
    proponeva di vendicare,  tanti i torti che pensava di raddrizzare,  le
    ingiustizie che avrebbe riparato,  gli abusi che avrebbe distrutto,  i
    debiti a cui avrebbe soddisfatto. E cos, senza confidare ad alcuno la
    sua  intenzione,  e  senza  che  alcuno lo vedesse,  una mattina prima
    dell'alba (era uno dei giorni pi caldi del mese di luglio) si arm di
    tutte le sue armi,  mont su Ronzinante,  con in  testa  la  sconnessa
    celata, imbracci lo scudo, prese la lancia, e per la porta segreta di
    un  cortile  usc  in  aperta  campagna;  tutto contento e allegro nel
    vedere  con  quanta  facilit  aveva  dato  principio  al  suo  nobile
    desiderio. Ma appena fu in aperta campagna, lo assal un pensiero cos
    terribile,   che   per  poco  non  lo  faceva  desistere  dall'impresa
    incominciata.  Perch gli venne in mente che  ancora  non  era  armato
    cavaliere;  quindi,  secondo le leggi della cavalleria,  non poteva n
    doveva venire alle mani con alcun cavaliere, e quand'anche fosse stato
    gi armato,  da principio come cavaliere novizio doveva  portare  armi
    bianche,  cio  senza impresa nello scudo,  fino a che non se la fosse
    guadagnata col suo valore. Questi pensieri lo resero un po' titubante;
    ma,   poich  la  sua  pazzia  era  pi  forte  di   qualunque   altra
    considerazione,  stabil  di  farsi  armar cavaliere dal primo che gli
    capitasse,  come aveva letto che molti altri avevano  fatto,  in  quei
    libri che l'avevano ridotto in quello stato. Quanto alle armi bianche,
    appena  ne  avesse  avuto  il tempo,  pensava di lucidarle in modo che
    diventassero pi bianche  d'un  ermellino  (1).  E  cos  si  calm  e
    prosegu il viaggio,  lasciando scegliere la strada al cavallo, poich
    credeva che in questo appunto stesse il bello delle avventure.
    Via facendo,  il nostro nuovo fiammante avventuriero,  andava  dicendo
    fra s: Chi sa che un giorno,  quando la vera storia delle mie famose
    imprese vedr la luce, il dotto che la scriver, giunto a questa prima
    sortita cos di buon'ora,  non debba mettere in  questo  modo:  "Aveva
    appena  il rubicondo Apollo disteso le fila dorate della sua leggiadra
    chioma sopra il volto ampio e spazioso della terra,  e  i  piccioli  e
    variopinti  augelletti con loro lingue canore avevano appena con soave
    e melliflua armonia salutato il sorgere della rosata Aurora,  la quale
    abbandonando  il  morbido  talamo  del  geloso marito,  si mostrava ai
    mortali attraverso  le  porte  e  i  balconi  del  mancese  orizzonte,
    allorch   il   famigerato  cavaliere  Don  Chisciotte  della  Mancia,
    lasciando le oziose piume, sal sul suo famoso destriero Ronzinante, e
    dette principio al suo viaggio attraverso l'antica e celebre  campagna
    di Montiel".  E che passasse di l era proprio vero.  E aggiunse poi:
    Felice et e secolo felice quello in cui  verranno  in  luce  le  mie
    famose  gesta  degne d'essere incise nel bronzo,  scolpite nel marmo e
    dipinte sui quadri ad eterna memoria. O sapiente incantatore, chiunque
    tu sia,  a cui  toccher  d'essere  cronista  di  questa  meravigliosa
    avventura,  ti  prego  di  non  dimenticarti  del mio buon Ronzinante,
    fedele compagno su tutte le mie strade e in tutti  i  miei  viaggi  .
    Dopo,  seguitava  come  se  fosse veramente innamorato: O principessa
    Dulcinea,  signora di questo cuore prigione!  Grande  torto  mi  avete
    fatto dandomi congedo e imponendomi il rigoroso divieto di presentarmi
    innante  alla vostra bellezza.  Degnatevi,  signora,  di ricordarvi di
    questo cuore  vostro  suddito,  che  tanta  penanza  per  amor  vostro
    sustenta.  E insieme con queste intesseva altre sciocchezze,  e tutte
    sul gusto di quelle che gli avevano insegnato i suoi libri di cui, per
    quanto poteva,  imitava anche la lingua e lo stile.  E intanto  andava
    cos piano e il sole invece saliva cos veloce e con tanto calore, che
    sarebbe  bastato  a  liquefargli  il  cervello,  se ne avesse avuto un
    briciolo.
    And avanti quasi tutto quel giorno senza che gli succedesse nulla  da
    raccontare,  e  di questo si disperava,  perch avrebbe voluto trovare
    subito qualcuno su cui esperimentare il valore del suo forte  braccio.
    Ci  sono degli autori i quali sostengono che la sua prima avventura fu
    quella di Puerto-Lpice,  altri dicono che  fu  quella  dei  mulini  a
    vento;  ma  io  ho  potuto stabilire,  e ho trovato negli Annali della
    Mancia,  che cavalc tutto il giorno,  e sul  far  della  notte  erano
    stanchi  e  morti di fame,  lui e il ronzino.  E guardando da tutte le
    parti per vedere se si scorgeva qualche castello, o qualche capanna di
    pastori dove  ricoverarsi  e  provvedere  al  necessario,  scorse  non
    lontano dalla strada un'osteria,  e fu come se avesse visto una stella
    che lo guidasse, non alle soglie, ma addirittura alla reggia della sua
    redenzione. Affrett il passo, e vi giunse che era gi notte.
    C'erano per caso sulla  porta  due  ragazze  di  quelle  che  chiamano
    allegre;   le   quali  andavano  a  Siviglia  in  compagnia  di  certi
    mulattieri,  che s'erano  fermati  anche  loro  in  quell'osteria  per
    passarvi  la notte,  e siccome al nostro avventuriero tutto quello che
    pensava,  vedeva o immaginava,  gli pareva che fosse fatto e accadesse
    come nei romanzi che aveva letto,  appena scorse l'osteria,  si figur
    che fosse un castello con le sue quattro torri e i comignoli d'argento
    lucido,  munito del suo  bravo  ponte  levatoio  e  del  suo  profondo
    fossato,  e  con  tutti  gli altri accessori con cui sono descritti di
    solito i castelli.  Si and avvicinando all'osteria,  che egli  dunque
    prendeva  per un castello,  e giunto a poca distanza,  tir le guide a
    Ronzinante,  aspettando che un nano si affacciasse tra i merli  a  dar
    segno col corno che un cavaliere arrivava al castello.  Ma quando vide
    che il nano tardava e che Ronzinante  aveva  furia  di  arrivare  alla
    stalla,  si avvicin all'osteria,  e allora gli dettero nell'occhio le
    due sgualdrine che erano sull'uscio e che  a  lui  parvero  due  vaghe
    donzelle  o  due  avvenenti  gentildonne,  che  innanzi alla porta del
    castello bel tempo per avventura si dessero.
    In quel momento un porcaro che in un  campo  di  stoppia  radunava  un
    branco  di  porci  (e  non  il caso di dire: con rispetto parlando,
    perch si chiamano proprio cos) suon un corno,  che  il  segnale  a
    cui  quelle  bestie si radunano e subito Don Chisciotte si figur quel
    che desiderava,  e cio che un nano dava segno del suo arrivo.  Perci
    tutto contento giunse innanzi all'osteria e alle donne,  le quali, nel
    veder arrivare un uomo armato in quel  modo  di  lancia  e  di  scudo,
    impaurite  fecero per entrar dentro;  ma Don Chisciotte,  accortosi da
    quella fuga della loro paura, si alz la visiera di cartone, scopr il
    suo volto secco e polveroso, e disse loro con bel garbo e voce pacata:
    - Deh! non vogliate,  gentili donzelle,  in fuga volgervi,  n di onta
    veruna  aver  timore  perocch  per  l'ordine  della  cavalleria da me
    professata non si convien n lice far onta a persona veruna, e massime
    a vergini donzelle di s alto lignaggio,  quale  le  sembianze  vostre
    palesano.
    Le ragazze lo guardavano e cercavano di vedergli il viso, che rimaneva
    parato  da  quella  maledetta  visiera;  ma come si sentirono chiamare
    vergini,  questo nome stonava tanto con la loro professione,  che  non
    poterono  trattenere  una  bella  risata,  e  allora Don Chisciotte si
    sdegn:
    - Bene si conviene ad avvenenti donzelle un savio e moderato contegno,
    mentre stoltezza si dimostra il riso,  quando da lievi cagioni abbiasi
    nascimento,  n  questo  io sostengo affinch voi ne dobbiate prendere
    affanno, o comunque concepire verso di me mal talento, poich ad altro
    il mio non  rivolto se non a servirvi umilmente in ogni cosa.
    Quel linguaggio,  di cui quelle ragazze non intendevano un'acca,  e la
    figura  del  nostro  cavaliere  accrescevano  le  loro risate e la sua
    stizza e la cosa sarebbe andata a finir male,  se in quel momento  non
    fosse giunto l'oste,  uomo grosso e grasso e perci molto pacifico; il
    quale,  vedendo quella maschera armata d'armi tutte scompagnate,  come
    erano la briglia,  la lancia,  lo scudo e il corsaletto, ci manc poco
    che non desse anche lui,  come le ragazze,  in una  gran  risata.  Ma,
    avendo  in  realt  un  po'  di  timore  di  tutto quell'arsenale,  si
    contenne, e gli parl con riguardo, dicendogli:
    - Signor cavaliere,  se cerca albergo,  tranne  il  letto,  perch  in
    questa osteria letti non ce n', di tutto il resto qui ce ne trover a
    dovizia.
    Don Chisciotte,  vedendo l'umilt del governatore della fortezza (tali
    gli parvero l'oste e l'osteria),  rispose: Per me,  signor castellano,
    qualunque  cosa  mi basta,  perch "i miei arredi sono l'armi e riposo
    m' il pugnar" (2).
    L'oste,  a sentirsi chiamar castellano,  credette che  Don  Chisciotte
    l'avesse  preso  per  un  gentiluomo  castigliano,  mentre  invece era
    andaluso e proprio  di  quelli  di  San  Lucar;  ladro  come  Caco,  e
    imbroglione quanto uno studente o un paggio. Perci gli rispose:
    -  A  regola dunque il "suo letto  un duro sasso,  il suo sonno ognor
    vegliar".  E allora scenda pure;  in questo albergo pu star sicuro di
    trovare  tante  di quelle occasioni per non dormire,  da star desto un
    anno intero, non che una notte.
    E cos dicendo and a tener la staffa a Don Chisciotte; il quale scese
    con molta difficolt e molta pena,  perch in tutto  quel  giorno  non
    aveva mangiato un boccone. Disse quindi all'oste che avesse molte cure
    del suo cavallo, perch era il pi nobile animale del mondo. L'oste lo
    guard,  e non gli parve tanto nobile quanto diceva Don Chisciotte,  e
    nemmeno la met di quel che diceva,  e  dopo  averlo  sistemato  nella
    stalla,  torn a sentire che cosa comandava il suo ospite.  Intanto le
    due ragazze (che avevano  gi  fatta  la  pace  con  lui)  lo  stavano
    aiutando  a  togliersi  di dosso le armi;  e gi gli avevano levato il
    pettorale e gli spallacci,  ma  non  furono  assolutamente  capaci  di
    sfibbiargli la gorgiera e togliergli quell'aggeggio d'elmo,  che aveva
    legato con dei nastri verdi. Poich i nodi non si volevano sciogliere,
    non c'era che tagliarli,  ma egli non lo  volle  permettere  a  nessun
    costo  e  cos  pass tutta la notte con l'elmo in capo che era la pi
    comica e strana figura che si possa immaginare.  Mentre  gli  levavano
    l'armi di dosso,  siccome egli fantasticava che quelle bagasce che gli
    toglievan l'armi fossero  le  prime  gentildonne  e  signore  di  quel
    castello, declam loro con molta grazia:

    Non vi fu mai cavaliere
    s ben servito da dame
    come lo fu Don Chisciotte
    quando giunse dal suo paese:
    le dame ebber cura di lui
    le donzelle del suo ronzino.

    - o Ronzinante,  ch questo  il nome,  signore mie, del mio cavallo e
    Don Chisciotte della Mancia    il  mio.  E  sebbene  discoprirmi  non
    volessi  fintantoch non mi avessero rivelato le eccellenti imprese in
    servizio e vantaggio vostro compiute,  la necessit di acconciare alla
    presente  condizione  nostra  questa  antica  romanza di Lancillotto 
    stata la  causa  perch  conosciuto  abbiate  questo  mio  nome  prima
    dell'opportuna  stagione;  ma  tempo  verr  in cui le Signorie Vostre
    comandar mi debbano e  io  obbedisca,  e  la  virt  del  mio  braccio
    illumini lo zelo che ripongo nel vostro servigio.
    Le  ragazze,  che  non  erano  abituate  a udire questo frasario,  non
    rispondevano parola:  gli  domandarono  solamente  se  voleva  mangiar
    qualcosa.
    - Qualsivoglia cosa io mangerei con piacere - rispose Don Chisciotte -
    perch, se mal non mi appongo, molto bene farebbe al caso mio.
    Per  l'appunto  era di venerd,  e non c'era in tutta l'osteria che un
    po' di baccal,  che a seconda dei luoghi viene  anche  chiamato  dove
    stoccafisso, dove merluzzo e in qualche posto trotine.
    Gli domandarono se si sentisse di mangiare trotine, perch non avevano
    altro pesce da dargli.
    -  Se  queste  trotine  sono  parecchie - disse lui - potranno fare il
    medesimo effetto di una trota.  Che mi diano otto reali spiccioli o un
    pezzo  da  otto reali,  a me fa lo stesso.  E poi,  potrebbe darsi che
    queste trotine fossero come la vitella,  che  migliore del vitellone,
    e  come  il  capretto,  che    migliore della capra.  Ma in ogni modo
    portatele subito, perch la fatica e il peso delle armi non si possono
    sopportare a stomaco vuoto.
    Gli  apparecchiarono  la  tavola  al  fresco,   dinanzi   alla   porta
    dell'osteria;  e  l'oste  gli  port  una  porzione  di  baccal  poco
    rinvenuto e cotto male,  e un pane nero e muffito come  le  sue  armi.
    C'era da crepar dalle risa a vederlo mangiare;  perch,  con l'elmo in
    capo e la visiera alzata, non poteva mettere nulla in bocca da s,  ma
    bisognava imboccarlo; e quindi una di quelle ragazze gli faceva questo
    servizio.  Ma  da  bere  non  fu  possibile n sarebbe stato possibile
    dargliene, se l'oste non bucava una canna e gliela metteva in bocca da
    un capo,  versandogli il vino dall'altro.  E tutto  questo  il  povero
    cavaliere  lo  sopportava pazientemente,  pur di non tagliare i nastri
    dell'elmo.  Intanto arriv all'osteria  un  castratore  di  porci,  e,
    appena  arrivato,  fece  quattro  o  cinque sonatine sul suo sistro di
    canne;  il che fin di convincere Don Chisciotte che egli  si  trovava
    proprio in qualche famoso castello, che lo servivano a suon di musica,
    che  il  baccal  eran  trote,   biscotto  il  pane,   gentildonne  le
    sgualdrine,  e  castellano  l'oste;  e  quindi  riteneva  che  la  sua
    decisione e la sua partenza fossero ampiamente giustificate.  Tuttavia
    gli dava noia il pensiero  di  non  essere  ancora  armato  cavaliere,
    perch  gli  pareva  di  non  potersi mettere legittimamente in alcuna
    avventura, senza aver prima ricevuto gli ordini della cavalleria.

    NOTA 1: Armi bianche: equivoco di Don Chisciotte il quale non sa che
    l'espressione, in linguaggio cavalleresco, significa non avere impresa
    n motto dipinti nello scudo.
    NOTA 2: Versi d'un celebre "romance" popolare.  L'oste gli  risponder
    quindi coi versi in continuazione di quello stesso romance.
    CAPITOLO 3.
    Dove  si racconta il modo curioso con cui Don Chisciotte si fece armar
    cavaliere.

    E quindi,  tormentato da questo pensiero,  si spicci  a  finire  quel
    magro pasto da taverna.  Finito che ebbe,  chiam l'oste, e, serratosi
    con lui nella stalla, gli si butt in ginocchio dinanzi dicendo:
    - Non mi alzer di qui,  valoroso cavaliere finch la vostra  cortesia
    non mi avr accordato la grazia che vi chieder,  la quale ridonder a
    vostra lode e in pr del genere umano.
    L'oste,  che si vide ai piedi il suo cliente e  sent  quei  discorsi,
    stava tutto stupito a guardarlo,  non sapendo che dire n che fare,  e
    insisteva che si alzasse,  ma  quello  non  ne  volle  sapere,  finch
    l'altro non gli ebbe promesso di accordargli la grazia che gli avrebbe
    chiesta.
    - Non speravo meno dalla gran magnificenza vostra,  signor mio rispose
    Don Chisciotte - e quindi vi dico che la  grazia  da  me  richiesta  e
    dalla vostra liberalit accordatami,  si  che domattina voi mi dovete
    armar cavaliere. Questa notte nella cappella di questo vostro castello
    far la veglia d'armi e domattina,  come ho detto,  si compir ci che
    desidero,  per poter andare, secondo  mio dovere, per tutte e quattro
    le parti del mondo cercando avventure,  a vantaggio dei necessitosi di
    soccorso,  come    compito  della  cavalleria e dei cavalieri erranti
    quale io sono, e il cui desiderio  a simili imprese rivolto.
    L'oste,  che,  come si  detto,  era un volpone e aveva di gi qualche
    sospetto  che  al  suo  cliente  mancasse  qualche venerd,  ne rimase
    pienamente convinto,  quando gli sent fare di quei  discorsi,  e  per
    poter  ridere  un  po'  alle  sue spalle,  lo assecond in quella idea
    stramba,  e gli disse che aveva perfettamente ragione di desiderare  e
    chiedere  quel  che desiderava e chiedeva,  e che una tale risoluzione
    era propria e naturale  per  i  cavalieri  di  cos  alto  grado  come
    sembrava che fosse lui e come lo palesava il suo fiero aspetto.
    -   Anch'io   -   soggiunse   poi   -  nella  mia  giovent  ho  fatto
    quell'onorevole professione andando qua e l  per  diverse  parti  del
    mondo in cerca d'avventure,  e non ho mancato di bazzicare le Pertiche
    di Malaga, le Isole di Riarn, il Comps di Siviglia,  il Mercatino di
    Segovia,  l'Olivera  di  Valenza,  la  Rotonda di Granata,  il Lido di
    Sambucar, la Piazza del Puledro a Cordova, le Ventillas di Toledo (1),
    e altri diversi posti, dove ho potuto esercitare la sveltezza dei miei
    piedi  e  l'agilit  delle  mie  mani,   commettendo  molti   soprusi,
    corteggiando molte vedove, distruggendo alquante vergini, imbrogliando
    diversi  minorenni,  e  finalmente  rendendomi famoso in quasi tutti i
    tribunali e tutte le corti d'assise della Spagna.  Ho poi  finito  col
    ritirarmi  in questo castello di mia propriet,  nel quale vivo con le
    mie sostanze e con quelle degli  altri  ricevendo  tutti  i  cavalieri
    erranti  di  tutte  le  condizioni  e qualit,  soltanto per il grande
    affetto che ho per loro,  e purch si contentino di dividere con me  i
    loro denari in ricompensa delle mie buone disposizioni.
    L'oste  gli disse anche che nel suo castello non c'era cappella in cui
    poter fare la veglia d'armi,  perch era stata abbattuta  per  rifarne
    una nuova; ma sapeva che in caso di necessit la veglia si poteva fare
    in  qualunque  posto,  e che quella notte egli avrebbe potuto farla in
    una corte del castello; e la mattina poi, a Dio piacendo, si sarebbero
    fatte le dovute cerimonie, in modo che egli fosse armato cavaliere,  e
    tanto  cavaliere,  che  pi non fosse possibile.  Poi gli domand come
    stava a quattrini,  e Don Chisciotte gli rispose che non aveva neanche
    un  soldo,  perch  non  aveva  mai  letto  nelle storie dei cavalieri
    erranti che nessuno di loro se  li  portasse  dietro;  ma  l'oste  gli
    rispose  che  si  sbagliava;  e  che  se  anche nelle storie non c'era
    scritto,  perch probabilmente agli autori non  era  parso  necessario
    scrivere una cosa tanto chiara e tanto necessaria, quale era quella di
    portare  con s in viaggio quattrini e camicie pulite,  non era questa
    una buona ragione per credere che non  ne  portassero.  Quindi  poteva
    star  sicuro  che  tutti i cavalieri erranti,  di cui tanti libri sono
    pieni e fanno testimonianza, portavano per ogni evenienza la borsa ben
    guarnita,  e anche delle camicie e una scatolina d'unguento per  curar
    le  ferite.  Perch  non  sempre nelle campagne e nei luoghi spopolati
    dove combattevano e rimanevano feriti c'era chi li curasse. A meno che
    non fossero stati amici di qualche mago sapiente,  che subito  venisse
    in  loro soccorso portando per l'aria dentro una nube qualche donzella
    o  qualche  nano  con  una  fiala  d'acqua   tanto   miracolosa   che,
    inghiottendone qualche goccia, all'istante le loro contusioni e ferite
    risanavano,  come  se  non avessero avuto mai nulla.  Ma non potendosi
    sempre fare  assegnamento  su  questo  aiuto,  gli  antichi  cavalieri
    ritennero  prudente  che i loro scudieri fossero provvisti di denari e
    di altre cose necessarie, come filacce e unguenti per medicarsi; e nel
    caso che i cavalieri non avessero scudiero  (cosa  molto  rara),  loro
    stessi  si  portavano  tutto  con  s  in groppa al cavallo,  in certe
    bisacce piccolissime e quasi invisibili,  come  per  far  credere  che
    fossero  oggetti  preziosi,  perch,  tranne  che  in  questo caso,  i
    cavalieri erranti di solito non portavano valige.  E  per  questo  gli
    dava  il consiglio (e glielo avrebbe anche potuto comandare come a suo
    allievo d'armi,  dal momento che doveva diventarlo ben presto) di  non
    mettersi   d'allora   in  poi  in  viaggio  senza  quattrini  e  senza
    biancheria; e avrebbe visto,  quando meno se lo aspettava,  come se ne
    sarebbe trovato bene.
    Don Chisciotte gli promise di attenersi puntualmente ai suoi consigli;
    e subito tutto fu messo in ordine,  perch egli potesse fare la veglia
    d'armi in un gran cortile annesso all'osteria.  Riunite tutte le  armi
    in  un mucchio sopra una pila accanto a un pozzo,  imbracci lo scudo,
    impugn la lancia, e con dignitoso contegno si mise ad andare su e gi
    innanzi alla pila;  e quando cominci questo  spasseggio,  avviava  ad
    annottare.
    L'oste raccont a tutti gli avventori la pazzia del suo nuovo cliente,
    la  veglia  d'armi e la cerimonia della vestizione a cui si preparava.
    Meravigliatisi  di  un  cos  strano  genere  di  pazzia,  andarono  a
    guardarlo  da lontano,  e videro che a momenti passeggiava con solenne
    contegno, altre volte, appoggiato alla lancia, fissava le armi,  e pi
    non ne distoglieva lo sguardo per buono spazio di tempo. Fin di farsi
    notte, ma con un cos bel lume di luna, che poteva competere col sole,
    da  cui era preso a prestito,  di modo che quanto il cavaliere novello
    faceva,  era visto benissimo da tutti.  In  quel  momento  a  uno  dei
    mulattieri albergati nell'osteria venne l'idea di andare a dar da bere
    alle sue bestie;  quindi bisognava levare di sulla pila le armi di Don
    Chisciotte, ma questi, vedendo l'uomo avvicinarsi, gli grid:
    - O tu,  chiunque tu sia,  temerario  cavaliere,  che  ti  appresti  a
    manomettere  le  armi  del  pi  valente cavaliere errante che giammai
    abbia cinto spada!  Guarda a quello che fai,  e non toccarle,  se  non
    vuoi perdere la vita in pena del tuo ardimento.
    Il  mulattiere non si cur di questi discorsi (ma sarebbe stato meglio
    che se ne fosse curato,  perch la cura gli avrebbe  fatto  bene  alla
    salute), anzi prese le armi per le cinghie, e le scaravent lontano. A
    quella  vista  Don  Chisciotte  alz  gli  occhi al cielo e rivolto il
    pensiero (cos parve almeno) a Donna Dulcinea, sua dama, disse:
    - Assistetemi,  signora,  in questo primo scontro che a questo  vostro
    devoto  petto  si  offre:  non mi manchino in questo primo periglio il
    favor vostro e la vostra protezione.
    E mentre faceva questi e altri simili  discorsi,  lasciato  andare  lo
    scudo,  alz la lancia a due mani,  e dette con quella una tal legnata
    sulla testa al mulattiere, che lo distese a terra cos malconcio,  che
    se per caso gliene dava un'altra, non c'era pi bisogno di medico. Ci
    fatto  radun  le  sue  armi,  e riprese a passeggiare con la medesima
    calma di prima.  Di l a poco eccoti  un  altro  mulattiere,  che  non
    sapendo  quel  che  era successo (perch il primo era sempre stordito)
    veniva anche lui con la medesima intenzione di dar  da  bere  ai  suoi
    muli,  e  mentre  stava  levando  le armi per sbarazzare la pila,  Don
    Chisciotte,  senza fare una parola e senza chiedere aiuto  a  nessuno,
    posa  daccapo  lo  scudo,  alza un'altra volta la lancia,  e gi sulla
    testa al secondo mulattiere; e se non gliela fece proprio in pezzi, in
    quattro parti almeno gliela spacc. Al fracasso accorse tutta la gente
    che era nell'osteria,  e l'oste insieme  con  loro.  Ci  vedendo  Don
    Chisciotte imbracci lo scudo, e posta mano alla spada, disse:
    - Oh,  signora di beltade,  ristoro e vigore del mio cuore vacillante!
    Ora  tempo che tu rivolga gli occhi  dalla  tua  grandezza  a  questo
    cavaliere  tuo  schiavo,   che  sta  in  attesa  di  cos  formidabile
    avventura.
    E in questo modo, secondo lui, si infuse tanta forza e ardire,  che se
    anche  lo avessero assalito tutti i mulattieri del mondo,  non avrebbe
    indietreggiato di un passo. I compagni dei feriti,  appena videro quel
    che era successo, cominciarono da lontano a fargli piovere addosso una
    grandine  di  sassi,  ed  egli  si  riparava meglio che poteva col suo
    scudo,  ma non osava allontanarsi dalla pila,  per non abbandonare  le
    armi.  L'oste  urlava  che lo lasciassero stare e che glielo aveva pur
    detto che era pazzo,  e quindi come pazzo sarebbe uscito libero  anche
    se  li  ammazzava  tutti.  Don  Chisciotte  gridava pi forte di prima
    chiamandoli perfidi e traditori,  e che il signore del castello era un
    oltracotante  e  malnato cavaliere,  dal momento che permetteva che si
    trattassero in quella maniera i cavalieri erranti.
    - Se avessi ricevuto gli ordini di cavaliere, lo convincerei della sua
    fellonia,  ma di voialtri sozza e  vile  canaglia,  non  faccio  alcun
    conto: tirate,  accostatevi,  venite avanti,  fatemi tutto il male che
    potete,  e vi far  vedere  il  frutto  che  ricaverete  dalla  vostra
    temeraria stoltezza.
    E  lo  diceva  con tanto vigore e con un contegno cos intrepido,  che
    mise davvero una paura birbona  in  corpo  agli  assalitori,  i  quali
    quindi,  un  po'  per  questo,  un  po'  per le esortazioni dell'oste,
    smisero di tirare sassi. Egli allora lasci portar via i feriti,  e si
    rimise  alla  veglia  delle  armi  con la medesima calma e la medesima
    solennit di prima.
    All'oste non piacquero troppo i capricci del suo cliente,  e per farla
    finita  pi presto,  si decise a dargli subito quel malaugurato ordine
    della cavalleria,  prima che succedesse qualche altra  disgrazia.  Per
    questo  gli si avvicin e gli chiese scusa del contegno insolente che,
    a sua insaputa, quella gente di bassa condizione aveva tenuto con lui,
    ma erano rimasti puniti della loro audacia.  Gli ripet  che  in  quel
    castello  non  c'era cappella,  ma che per quanto rimaneva da fare non
    era necessaria, perch la sostanza della cerimonia,  secondo le regole
    dell'ordine,  delle quali egli era perfettamente informato, consisteva
    nello scappellotto e nella piattonata,  e questo si poteva fare  anche
    in  mezzo  a  un campo,  e quanto alla veglia delle armi,  aveva ormai
    finito il suo compito, perch bastavan due ore sole di veglia, ed egli
    ne aveva gi fatte pi di quattro.
    Don Chisciotte credette tutto, disse che era pronto a obbedire,  e che
    facesse  pi  presto  che  poteva,  perch,  se  lo  avessero assalito
    un'altra volta quando fosse gi armato cavaliere, non avrebbe lasciato
    nel castello anima viva, tranne quelli che gli avesse comandato lui di
    risparmiare e che avrebbe risparmiati per amor suo.
    Il castellano, messo cos sull'avviso e punto tranquillo in proposito,
    and subito a prendere un libro dove segnava la paglia  e  l'orzo  che
    dava  ai mulattieri,  e con un mozzicone di candela che gli reggeva un
    ragazzo,  insieme con le due donzelle che si  detto,  torn dove  era
    Don Chisciotte e gli ordin di mettersi in ginocchio; quindi, fingendo
    di leggere nel suo scartafaccio come se recitasse qualche preghiera, a
    mezzo della lettura alz la mano e gli dette un sonoro scapaccione,  e
    poi con la sua stessa spada una soda  piattonata,  sempre  borbottando
    tra i denti come se dicesse le orazioni.  Fatto questo,  comand a una
    di quelle signore di cingergli la spada,  ed essa lo  fece  con  molta
    disinvoltura e con serio contegno,  e davvero si dovette contenere non
    poco per non schiantare dalle risa a ogni particolare della cerimonia;
    ma con le prodezze che avevano visto fare al novello cavaliere, ognuno
    si teneva in corpo la voglia di ridere.  Nel cingergli  la  spada,  la
    brava signora gli disse:
    -  Dio  renda la Signoria Vostra cavaliere fortunatissimo e le conceda
    vittoria nei combattimenti.
    Don Chisciotte le domand come si chiamava per poter  sapere  d'allora
    in poi a chi rimaneva obbligato per la grazia ricevuta, perch pensava
    di  farla  partecipe  dell'onore che avrebbe acquistato col valore del
    proprio braccio.  Essa rispose con molta umilt  che  si  chiamava  la
    Tolosa, che era figlia di un ciabattino di Toledo, il quale stava alle
    botteghine di Sancio Bienaya,  e che lo avrebbe servito e riverito per
    suo signore in qualunque posto. Don Chisciotte le rispose che per amor
    suo da allora in poi gli facesse la grazia di prendere il "don"  e  di
    chiamarsi  Donna  Tolosa,  e  lei glielo promise.  L'altra intanto gli
    affibbi gli sproni,  e anche a questa Don  Chisciotte  fece  quasi  i
    medesimi discorsi che a quella della spada.  Le domand il suo nome, e
    lei disse che si chiamava la Mugnaia e  che  era  figlia  d'un  onesto
    mugnaio  d'Antequera,  e  anche  a  lei  Don  Chisciotte chiese che si
    mettesse il "don" e che si chiamasse Donna Mugnaia,  offrendole  nuovi
    servigi e favori.
    Cos  finite  in  gran  fretta  e di galoppo queste cerimonie di nuovo
    conio,  Don Chisciotte non vedeva l'ora  di  salire  a  cavallo  e  di
    partire  in  cerca  d'avventure.  Perci,  sellato subito Ronzinante e
    abbracciato  il  suo  ospite,   nel  ringraziarlo  di  averlo   armato
    cavaliere,  gli disse cose tanto strambe, che non  possibile riuscire
    a riferirle.  L'oste,  vedendolo finalmente  fuori  dell'osteria,  gli
    rispose con parole non meno ornate,  sebbene pi in breve, e lo lasci
    andare in pace, senza nemmeno chiedergli di pagare il conto .

    NOTA 1: Tutte le famose zone della malavita del tempo.

    CAPITOLO 4.
    Ci che successe al nostro cavaliere dopo che fu partito dall'osteria.

    Era sul far dell'alba quando Don Chisciotte  usc  dall'osteria;  cos
    allegro  e  contento  d'essere  finalmente  armato cavaliere,  che gli
    riboccavano di gioia fin le cinghie dei finimenti. Ma ricordandosi dei
    consigli dell'oste sulla necessit di portar con s delle provviste  e
    specialmente  quattrini  e  biancheria,  decise di tornare a casa e di
    provvedersi di tutto,  e anche d'uno  scudiero.  Per  scudiero  faceva
    conto  di  prendersi al servizio un contadino del suo paese,  povero e
    con molti figli,  ma adattissimo per far lo  scudiero  d'un  cavaliere
    errante. Con questa idea volt il cavallo verso il suo villaggio, e la
    bestia,  come  se  avesse  sentito la stalla,  cominci a trottare con
    tanta buona voglia, che pareva non toccasse terra coi piedi.
    Non aveva fatto molta strada,  quando gli parve che alla  sua  destra,
    dal fitto d'un bosco che c'era in quel punto,  uscissero delle fievoli
    grida, come di persona che si lamentasse, e appena le ebbe sentite:
    -  Sian  rese  grazie  al  cielo  -  esclam  -  per  il  favore   che
    m'addimostra,  perocch  s  tosto  porgemi  il  destro d'adempiere il
    debito della mia professione e  cogliere  il  frutto  dei  miei  buoni
    intenti.  Queste  grida  senza  dubbio  sono  di qualche necessitoso o
    necessitosa che del mio favore e aiuto necessita.
    E voltato il cavallo,  lo diresse verso  il  punto  da  dove  gli  era
    sembrato che venissero le grida.  Entr nel bosco, e fatti pochi passi
    vide una cavalla legata a una quercia,  e,  legato a un'altra quercia,
    un  ragazzo d'una quindicina d'anni,  nudo fino a mezza vita.  Era lui
    che gridava e non senza ragione.  Perch un contadino grande e  grosso
    gli stava somministrando con una cinghia colpi su colpi,  e ogni colpo
    che gli dava l'accompagnava con un rimbrotto e un consiglio:
    - Bocca chiusa ed occhi aperti - gli diceva.
    E il ragazzo rispondeva:
    - Un'altra volta non lo far pi,  padrone: in nome di Dio non lo far
    pi;  vi  prometto  di  badarci meglio d'ora in avanti al branco delle
    pecore.
    Don Chisciotte, vedendo quel che accadeva, con voce adirata disse:
    - Discortese cavaliere,   sommamente disdicevole rivolgere la propria
    ira  contro  chi  non si pu difendere.  Salite sul vostro destriero e
    prendete la vostra lancia - e infatti costui aveva davvero una  lancia
    appoggiata alla quercia stessa a cui era legata la cavalla - ch io vi
    prover come sia da codardi l'azione vostra.
    Il  contadino che si vide addosso quel fantastico arsenale d'armi e la
    punta della lancia sul viso,  si credette morto,  e rispose con  buone
    parole:
    -  Signor  cavaliere,  questo  ragazzo  che  sto castigando,   un mio
    garzone a cui ho dato da guardare un branco di pecore che ho in questi
    dintorni; ma  tanto sbadato, che tutti i giorni me ne manca qualcuna,
    e poich castigo la sua sbadataggine, o fors'anche la sua furfanteria,
    dice che lo faccio per malignit e per non pagargli il salario,  e nel
    nome di Dio e in coscienza dell'anima mia egli mente.
    -  Osate  dir  mente  innanzi  a  me,  vil  marrano?  -  esclam Don
    Chisciotte. - Per il sole che ci illumina,  io non so chi mi tenga dal
    passarvi  da parte a parte con questa lancia.  Pagatelo subito,  senza
    replicare, se no, per quel Dio che ci governa, vi giuro che vi finisco
    e vi anniento all'istante. Scioglietelo incontanente.
    Il contadino abbass la testa,  e  senza  rispondere  una  parola,  lo
    sciolse. Don Chisciotte domand allora al ragazzo quanto gli doveva il
    padrone,  e  quello  disse  nove  mesi,  a  sette  reali al mese.  Don
    Chisciotte fece il conto, trov che ammontavano a sessantatr reali, e
    disse al contadino che li sborsasse sul momento,  se gli era  cara  la
    vita.  Il  villano  intimorito rispose che al passo a cui si trovava e
    col giuramento che aveva fatto (ma ancora non aveva giurato nulla) no,
    in coscienza non erano tanti,  perch si dovevano defalcare e  portare
    in  conto  a  suo  favore tre paia di scarpe che gli aveva date,  e un
    reale per due cavate di sangue  che  gli  avevano  fatto  durante  una
    malattia.
    -  Tutto  ci  sta  bene  - rispose Don Chisciotte - ma le scarpe e le
    cavate di sangue vadano per i colpi che gli avete dato senza  ragione.
    Se  lui  ha rotto il cuoio delle scarpe che gli avete pagate,  voi gli
    avete rotto la pelle della schiena,  e se il barbiere gli cav  sangue
    quand'era  malato,  voi glielo avete cavato quand'era sano;  e cos da
    questo lato non vi deve nulla.
    - Ma il male , signor cavaliere, che io qui denari non ne ho, bisogna
    che Andrea venga con me a casa mia,  e io lo pagher in  tanti  reali,
    uno sopra l'altro.
    - Andar con lui?  - disse il ragazzo. - Un accidente! No, signore, non
    ci penso nemmeno;  perch se pu far tanto di rimaner solo con me,  mi
    scortica come un San Bartolomeo.
    - Non lo far - replic Don Chisciotte - basta che io glielo ingiunga,
    perch  mi  porti  rispetto;  e  purch me lo giuri per le leggi della
    cavalleria  che  ha  ricevuto,   lo  lascer  andar  libero:  e  resto
    mallevadore del pagamento.
    - Oh signore!  ma che dice mai Vossignoria?  - esclam il ragazzo.- Il
    mio padrone non  cavaliere,  e non  ha  ricevuto  ordini  di  nessuna
    cavalleria. E' Gianni Haldudo, un quattrinaio di Quintanar.
    -  Che importa questo?  - rispose Don Chisciotte.  - Ci possono essere
    degli Haldudo cavalieri: ognuno  figlio delle proprie azioni.
    - Questo  vero - disse Andrea - ma  di  che  azioni  volete  che  sia
    figliolo il mio padrone, che mi nega il mio salario, il sudore del mio
    lavoro ?
    - No,  no,  non ve lo nego, caro Andrea - rispose il contadino. Fatemi
    il piacere di venire con me,  e io vi giuro per tutti  gli  ordini  di
    cavalleria  che c' nel mondo,  di pagarvi e profumatamente anche,  in
    tanti reali, come vi ho detto, uno sopra all'altro.
    - Del profumo vi faccio grazia - disse Don Chisciotte: pagatelo  e  mi
    chiamo contento, ma guardate di mantenere il vostro impegno come avete
    giurato;  altrimenti  con  lo  stesso giuramento vi giuro di tornare a
    cercarvi e castigarvi;  e sono certo  che  vi  trover,  anche  se  vi
    nascondeste  meglio  di una lucertola.  E se volete sapere chi  colui
    che vi d questi ordini perch rimaniate pi  seriamente  impegnato  a
    eseguirli,  sappiate  che  io  sono  il  valoroso Don Chisciotte della
    Mancia,  colui che disf qualunque sopruso e addirizza tutti i  torti.
    Ora rimanetevi con Dio,  e non vi esca di mente ci che avete promesso
    e giurato, pena la pena pronunciata.
    Cos dicendo,  spron Ronzinante e in  poco  tempo  si  allontan.  Il
    contadino   lo  segu  con  lo  sguardo,   e  quando  vide  che  aveva
    attraversato il bosco, e che ormai non si scorgeva pi,  si rivolse al
    garzone e gli disse:
    -  Venite  qua,  figliolo mio,  ch voglio pagarvi quello che vi devo,
    come quel signore che disfa i soprusi, mi ha ordinato.
    - Ma sicuro! - disse Andrea. - Farete molto bene a eseguire gli ordini
    di quel buon cavaliere,  che Dio gli dia salute per altri mille  anni!
    Perch,  mondo  birbone,  se  voi  non  mi  pagate,  spero che torni e
    mantenga quel che ha detto.
    - Ma sicuro! Ma sicuro! O se lo dico anch'io! - esclam il contadino -
    ma,  dal gran bene che vi voglio,  voglio  accrescere  il  debito  per
    accrescere la paga.
    E presolo per un braccio, lo rileg alla medesima quercia, e gli dette
    tante di quelle botte, che credette d'averlo ammazzato.
    -  Chiamatelo  ora,  signor  Andrea  - gli diceva - quello che disf i
    soprusi,  chiamatelo e vedrete che questo  non  lo  disf.  Quantunque
    credo che non io non abbia neanche finito di fare,  perch mi viene la
    voglia di scorticarvi vivo, come avevate paura.
    Finalmente lo sciolse,  e gli dette il permesso di andare a cercare il
    suo  giudice,  perch eseguisse la sentenza pronunziata.  Andrea se ne
    and mogio mogio,  giurando  di  andare  a  cercare  il  valoroso  Don
    Chisciotte  della  Mancia,  per raccontargli per filo e per segno quel
    che era successo,  e che il padrone gliel'avrebbe pagata cara.  Ma con
    tutto questo egli part piangendo, e il suo padrone rimase a ridere. E
    in   questo   modo  disfece  un  sopruso  il  valoroso  cavaliere  Don
    Chisciotte, il quale contentissimo di quanto era successo,  parendogli
    di  aver  dato  felicissimo  e  nobile  principio alle sue errantesche
    prodezze,  con gran soddisfazione di se stesso se ne andava  verso  il
    proprio villaggio, dicendo a mezza voce:
    - Ben ti puoi appellar venturosa sopra quante oggi vivono sulla terra,
    o Dulcinea del Toboso, bella sopra tutte le belle! Poich ti  toccato
    in sorte di aver per suddito e sottomesso a ogni tua volont e talento
    un cos vertudioso e famigerato cavaliere, com' e sar Don Chisciotte
    della Mancia,  il quale, come  noto in tutto il mondo, ieri ricevette
    gli ordini della cavalleria,  e oggi ha raddrizzato il maggior torto e
    la  maggior  iniquit  che abbia inventato l'ingiustizia e commesso la
    crudelt,  togliendo il flagello di mano a quello spietato nemico  che
    senza veruna ragione fustigava quel debole fanciullo.
    Intanto  arriv  a  un  punto che la strada si divideva in quattro,  e
    subito gli vennero in mente i crocicchi dove i  cavalieri  erranti  si
    mettevano  a  pensare  quale  strada  avrebbero  scelto e per imitarli
    stette un pezzo fermo; poi,  dopo averci molto ben pensato,  lasci le
    guide  sul  collo  a Ronzinante,  rimettendosi alla sua volont;  e il
    cavallo segu la sua prima idea,  che era quella di prender la  strada
    della stalla. Dopo un paio di miglia Don Chisciotte scorse un numeroso
    gruppo  di  persone,  che,  come si seppe dopo,  erano dei mercanti di
    Toledo, che andavano a comprare seta a Murcia.  Erano sei,  e venivano
    avanti con i loro ombrelli da sole,  con quattro servi a cavallo e tre
    garzoni mulattieri a  piedi.  Appena  Don  Chisciotte  li  scorse,  si
    immagin  che  si trattasse di un'altra avventura;  e per imitare,  in
    tutto quello che a lui pareva possibile,  gli episodi che aveva  letto
    nei  suoi libri,  gli parve che gli capitasse l'occasione di eseguirne
    uno, che per l'appunto aveva in testa proprio in quel momento.  Perci
    con  nobile  e fiero contegno,  si raddrizz sulle staffe,  impugn la
    lancia,  strinse al petto lo scudo,  e messosi in mezzo  alla  strada,
    stette  ad  aspettare  che quei cavalieri erranti arrivassero;  perch
    ormai tali li riteneva e li giudicava;  e quando arrivarono  al  punto
    che  si  poterono vedere e intendere,  Don Chisciotte alz la voce,  e
    disse con piglio arrogante:
    - Fermi tutti; se tutti non confessano che non c' nel mondo tutto pi
    avvenente donzella dell'imperatrice della  Mancia,  la  impareggiabile
    Dulcinea del Toboso.
    A  queste  parole,  e  a  vedere la strana figura di chi le diceva,  i
    mercanti si fermarono,  e  dalla  figura  e  dalle  parole  subito  si
    accorsero di aver da fare con un pazzo, ma vollero un po' vedere a che
    mirava quella confessione che veniva loro richiesta;  e uno che era un
    po' burlone e molto spiritoso:
    - Signor cavaliere - disse - noialtri non conosciamo  chi  sia  questa
    brava  signora  che  lei ha detto;  ce la faccia vedere,  e se  tanto
    bella come lei sostiene,  di  buon  grado  e  senza  esserci  forzati,
    confesseremo la verit che ci  richiesta.
    -  Se  io  ve  la  mostrassi - replic Don Chisciotte - qual merito vi
    sarebbe  allora  a  farvi  confessare  una   verit   cos   evidente?
    L'importante    questo,   che,  senza  vederla,  lo  dovete  credere,
    confessare,  affermare,  giurare e sostenere;  o altrimenti io tutti a
    battaglia vi disfido,  gente orgogliosa e prepotente. Che vi avanziate
    a uno per volta,  come richiedono le leggi della  cavalleria  o  tutti
    insieme,  come  reo costume di quelli della vostra specie,  io qui vi
    attendo di pi fermo, fidente nella ragione che sta dalla mia parte.
    - Signor cavaliere - rispose il mercante  -  a  nome  anche  di  tutti
    questi  altri signori prncipi,  io vi rivolgo una preghiera.  Noi non
    vogliamo aggravarci l'anima sostenendo una cosa che  non  abbiamo  mai
    vista  n  udita  e che  di sommo pregiudizio per le imperatrici e le
    regine delI'Alcarria e dell'Estremadura;  quindi la Signoria Vostra si
    compiaccia  di farci vedere qualche ritratto di questa signora,  anche
    piccino piccino come un chicco di grano,  ch dal filo  si  arriva  al
    gomitolo;  e  allora  noi  rimarremo  soddisfatti  e tranquilli;  e la
    Signoria Vostra pago e contento.  Anzi,  guardi,  noi  ormai  pendiamo
    tanto  dalla  sua  parte,  che  se anche dal ritratto si vedesse che 
    guercia da un occhio, e che dall'altro le cola minio o zolfo, noi, per
    compiacere la Signoria Vostra diremo in favore della  sua  dama  tutto
    quello che lei vorr.
    -  Non  le  cola  nulla,  canaglia infame - url Don Chisciotte acceso
    dall'ira - non le cola nulla di quello che dite;  ma ambra  e  zibetto
    del  pi  fino;  non  guercia,  n gobba,  ma diritta come un fuso di
    Guadarrama.  Ma voi tutti pagherete il fo della grande bestemmia  che
    avete  proferita  contro  una  belt di tanta grandezza quale  quella
    della mia sovrana!
    Cos dicendo,  si precipit con la lancia in resta contro  quello  che
    aveva  parlato,  con  tanta  furia che,  se per fortuna a mezza strada
    Ronzinante non inciampava e  cadeva,  il  temerario  mercante  avrebbe
    passato un brutto momento.
    Ronzinante cadde e strascic il suo padrone un bel tratto per terra, e
    Don  Chisciotte si sforzava di rialzarsi,  ma non gli riusciva,  tanto
    era l'impaccio che gli davano lancia,  scudo,  speroni e celata,  e il
    peso  dell'armatura che aveva addosso.  E mentre lottava per alzarsi e
    non ci riusciva:
    -  Non  fuggite!  -  gridava  -  non  fuggite,  gente  codarda,  gente
    miserabile,  aspettate; ch non per colpa mia ma del mio cavallo, sono
    qui disteso al suolo.
    Uno stalliere di quelli che seguivano i mercanti,  e  che  non  doveva
    essere  nulla  di  buono,  sentendo  tutte quelle insolenze,  non pot
    sopportarle senza dargli una risposta nelle costole.  E  avvicinatosi,
    gli  prese la lancia,  e fattala in pezzi,  con un troncone cominci a
    dargliene tante, che ad onta di tutte le sue armi,  te lo maciull ben
    bene.  I padroni gli gridavano che non gliene desse pi e venisse via;
    ma il garzone ormai ci aveva preso gusto, e non lasci il gioco fino a
    che non fu sazio. Poi raccattati gli altri pezzi della lancia, fin di
    farli a pezzi addosso al disgraziato,  che sotto tutta quella grandine
    di  legnate  non  teneva chiusa la bocca,  ma minacciava il cielo,  la
    terra e i briganti, ch briganti gli parevano quei viaggiatori.
    Finalmente il garzone si stanc,  e i mercanti seguitarono per la loro
    strada;  portandosi  dietro  con  s la storia del povero bastonato da
    raccontare poi per tutto il tempo del viaggio. Don Chisciotte,  quando
    si vide solo,  riprov se poteva alzarsi,  ma se non c'era riuscito da
    sano come poteva riuscirvi  ora  tutto  pesto  e  mezzo  ammazzato?  E
    tuttavia  gli  pareva di avere avuto fortuna,  perch quella,  secondo
    lui, era una disgrazia proprio da cavalieri erranti, e dipendeva tutta
    dalla caduta del cavallo.  Ma quanto  a  rialzarsi,  impossibile:  era
    tutto acciaccato.

    CAPITOLO 5.
    Dove si continua il racconto della disgrazia del nostro cavaliere.

    Vedendo  dunque  che  non  poteva  assolutamente  rialzarsi,  pens di
    ricorrere al suo ordinario rimedio,  il quale consisteva nel pensare a
    qualche situazione simile letta nei suoi libri. La sua pazzia gli fece
    venire  in  mente  l'episodio  di Baldovino e del Marchese di Mantova,
    quando Carlotto lo lasci ferito sulla montagna; storia conosciuta dai
    bambini, non ignota ai ragazzi, celebrata e anche creduta dai vecchi e
    tuttavia non pi vera che i miracoli di Maometto. Questa storia dunque
    gli parve che facesse al caso in cui si trovava  in  quel  momento,  e
    perci con dimostrazioni di grande dolore,  cominci a svoltolarsi per
    terra e a declamare in tono flebile i versi del  Cavaliere  del  Bosco
    quand'era ferito:

    Dove sei, o mia signora,
    che non ti duole il mio mal?
    O il mio mal tu lo ignori,
    O sei falsa e disleal.

    E  in questa maniera seguit a declamare la poesia,  fino a quei versi
    che dicono:

    O di Mantova Marchese,
    o mio zio e signor carnal!

    Fortuna volle che,  quando arriv a questo punto,  capitasse a passare
    di  l  un  contadino  del suo stesso paese e suo vicino di casa,  che
    tornava dall'aver portato un sacco  di  grano  a  macinare;  il  quale
    vedendo quell'uomo l disteso, gli si avvicin e gli domand chi era e
    che  cosa  si  sentiva,  ch si lamentava tanto.  Don Chisciotte senza
    dubbio credette che costui fosse il Marchese di  Mantova  suo  zio,  e
    perci gli rispose continuando a declamare la poesia,  nella quale gli
    dava  notizia  della  sua  disgrazia  e   degli   amori   del   figlio
    dell'imperatore con sua moglie, e tutto nello stesso modo preciso come
     detto in quei versi.
    Il contadino stava stupefatto a sentire tale stranezza, e levatagli la
    visiera  tutta  spezzata  dalle bastonate,  gli ripul la faccia dalla
    polvere e allora lo riconobbe, e gli disse:
    - Signor Chisciana - come sappiamo,  questo doveva essere il suo  nome
    quand'era in cervello, e non si era trasformato da pacifico gentiluomo
    in cavaliere errante - chi l'ha ridotto in questo stato?
    Ma a tutte le domande quello rispondeva continuando a declamare la sua
    poesia. Allora il buon uomo gli tolse meglio che pot la corazza e gli
    spallacci,  per  vedere  se  era ferito in qualche parte,  ma non vide
    sangue n alcun altro segno di ferita.  Cerc di alzarlo,  e  con  non
    poca fatica lo caric sul suo asino,  perch gli parve una cavalcatura
    pi tranquilla. Raccatt le armi, comprese le schegge della lancia,  e
    le leg sopra Ronzinante;  poi preso il cavallo per le guide e l'asino
    per la cavezza,  s'incammin  verso  il  paese,  tutto  intontito  nel
    sentire  le  cose  strampalate  che  diceva  Don  Chisciotte.  N meno
    intontito era Don Chisciotte,  che,  tutto pesto  e  indolenzito,  non
    riusciva  a  sostenersi sull'asino,  e di quando in quando mandava dei
    sospironi che arrivavano al cielo; per cui il contadino si credette di
    nuovo in obbligo di domandargli che male avesse.  Ma si  vede  che  il
    diavolo  gli  richiamava  alla mente tutte le circostanze dei racconti
    cavallereschi  simili  a  quella  in  cui  si  trovava  lui,   perch,
    scordatosi di Baldovino,  si ramment del moro Abindarrez,  quando il
    castellano d'Antequera,  Rodrigo  di  Narvez,  lo  prese  e  lo  men
    prigioniero  nel  suo  castello.  Sicch  quando  il contadino torn a
    domandargli come stava e che cosa si sentiva,  gli rispose le medesime
    parole  e  gli  fece  i  medesimi  discorsi,   che  il  principe  moro
    prigioniero faceva a Rodrigo di  Narvez,  proprio  come  aveva  letto
    nella "Diana" di Giorgio di Montemayor, dove la storia  raccontata. E
    se ne serviva tanto a proposito,  che il contadino si dava al diavolo,
    sentendo  tutta  quella  farragine  di  corbellerie.   Fin  anzi  con
    l'accorgersi  che il suo vicino era ammattito,  e perci si affrettava
    ad  arrivare   al   villaggio   per   liberarsi   dalla   tortura   di
    quell'interminabile pappolata. Ma quando l'ebbe finita, Don Chisciotte
    gli disse:
    -  Sappia,  signor Don Rodrigo di Narvez,  che questa bella Jarifa di
    cui ho parlato,  nel presente caso  la graziosa Dulcinea del  Toboso,
    per  la  quale  ho  compiuto,  compio  e compir le pi famose imprese
    cavalleresche che si sian viste,  si veggano e si vedranno  in  questo
    mondo.
    --  h  povero  me!  -  rispose  il  contadino.  -  Ma  mi  guardi bene
    Vossignoria: io non sono Don Rodrigo di Narvez,  n  il  Marchese  di
    Mantova, ma Pietro Alonzo, quello che sta di casa accanto a lei, e lei
    non  Baldovino o Abindarrez, ma quel bravo gentiluomo del signor Don
    Chisciana.
    -  Lo  so io chi sono - rispose Don Chisciotte - e so che posso essere
    non solo i personaggi che ho detto, ma tutti i Dodici Pari di Francia,
    e anche tutti i Nove della Fama;  poich a tutte  le  gesta  che  essi
    compirono  tutti insieme e ciascuno in particolare,  saranno superiori
    le mie.
    Con questi discorsi e altri simili arrivarono al paese sul  far  della
    notte,  ma il contadino aspett che fosse ancora pi buio,  perch non
    vedessero il malconcio cavaliere cos male a cavallo. Quando gli parve
    l'ora giusta,  entr nel villaggio e nella casa di Don Chisciotte  che
    trov tutta sossopra.  C'erano il curato e il barbiere del luogo,  che
    erano grandi amici di Don Chisciotte,  ai quali  la  governante  stava
    dicendo:
    -  Che  gliene  pare  a  lei,  signor  Pietro  Perez - cos infatti si
    chiamava il curato - della disgrazia del mio padrone?  Sono tre giorni
    che non si vede pi, n lui, n il ronzino, n lo scudo, n la lancia,
    n le armi.  Oh poveretta me! Scommetterei, quant' vero che siam nati
    per morire, che quelle sue maledette storie cavalleresche che egli non
    fa altro che leggere dalla mattina alla sera, gli hanno fatto girar la
    testa. Ora che mi ricordo, gli ho sentito dire parecchie volte, mentre
    parlava tra s e s,  che voleva farsi cavaliere errante  e  andare  a
    cercare  avventure  per  il mondo.  Che Satana e Barabba se li portino
    quei libri che hanno guastato l'intelletto pi fine che fosse in tutta
    la Mancia!
    La nipote diceva lo stesso, e anzi rincarava la dose:
    - Dovete sapere,  mastro Nicola - questo era il nome del barbiere- che
    molte  volte    successo allo zio di rimanere a leggere questi infami
    libri di sventure due giorni e due notti, in capo ai quali buttava via
    il libro, e poneva mano alla spada e si metteva a tirar di scherma col
    muro.  E quando era molto stanco,  diceva  che  aveva  ucciso  quattro
    giganti  grandi  come  torri,  e  il sudore che gli grondava gi dalla
    fatica,  diceva che era sangue delle ferite che aveva  ricevuto  nella
    battaglia. Poi si beveva una bella brocca d'acqua diaccia, e allora si
    sentiva riavere e diceva che quell'acqua era una bevanda preziosissima
    che gli aveva portato il mago Schifo,  grande incantatore e suo amico.
    Ma la colpa  tutta mia che non vi ho avvisato delle stravaganze dello
    zio, perch prima che arrivasse al punto a cui  arrivato, ci metteste
    rimedio dando fuoco a tutti questi scomunicati di libri.  E infatti ne
    ha parecchi che meriterebbero di esser bruciati come eretici.
    -  Lo  dico  anch'io  -  soggiunse  il  curato.  - E sul mio onore non
    dobbiamo lasciar passare la giornata  di  domani  senza  far  loro  il
    processo  e condannarli al fuoco,  perch non diano occasione a chi li
    legge di fare quel che deve aver fatto il mio povero amico.
    Tutti questi discorsi erano uditi da Don Chisciotte e  dal  contadino,
    il  quale  cos  fin  di  capire  la malattia del suo vicino e quindi
    cominci a gridare:
    - Aprite!  C' il signor Baldovino,  e il signor Marchese di  Mantova,
    che  torna  gravemente  ferito,  e il principe moro Abindarrez che il
    valoroso Rodrigo di Narvez, castellano d'Antequera, mena prigioniero.
    A queste grida tutti  uscirono  fuori,  e  come  riconobbero  gli  uni
    l'amico,  le altre il padrone e lo zio, che ancora non era disceso dal
    ciuco perch non poteva, corsero ad abbracciarlo. E lui:
    - Fermatevi tutti,  ch son ferito grave,  per colpa del mio  cavallo.
    Portatemi  a  letto  e,  se   possibile,  si chiami la maga Urganda a
    esaminare e medicare le mie ferite.
    - Avete visto, perdinci! - disse a questo punto la governante se me lo
    diceva il cuore dove era il baco?  Salga,  salga,  signor  padrone;  e
    anche  senza  che  venga  questa sora Mutanda,  la sapremo curare noi.
    Maledetti,  cento volte maledetti quei libracci che l'hanno ridotta in
    questo stato!
    Lo portarono subito a letto,  e cerca e ricerca,  di ferite non gliene
    trovarono neanche una.  Egli disse  che  tutto  si  riduceva  a  delle
    contusioni  per  aver  battuto un gran picchio insieme con Ronzinante,
    mentre combatteva con dieci giganti, i pi smisurati e formidabili che
    si potessero trovare su tutta la terra.
    - To' to' - esclam il curato.  - Ora  vengono  in  ballo  i  giganti!
    Quant'  vero  che  mi chiamo Pietro,  se domani prima di notte non li
    brucio!
    Fecero fra tutti un monte di domande a Don  Chisciotte,  ma  egli  non
    volle  rispondere  se non che gli dessero da mangiare e lo lasciassero
    dormire, che era la cosa di cui si sentiva pi bisogno. Cos fecero, e
    il curato s'inform molto alla larga dal contadino sul modo come aveva
    trovato  Don  Chisciotte.  Quegli  raccont  ogni  cosa,  comprese  le
    sciocchezze  che  Don Chisciotte aveva detto quando lo aveva trovato e
    poi mentre lo portava via;  il che accrebbe nel curato il desiderio di
    fare quel che poi fece effettivamente il giorno dopo,  cio d'andare a
    chiamare il suo amico mastro Nicola, barbiere del paese,  e di recarsi
    con lui a casa di Don Chisciotte.

    CAPITOLO 6.
    Curioso inventario generale,  che il curato e il barbiere fecero nella
    libreria del nostro ingegnoso gentiluomo.

    Il quale dormiva ancora. Il curato domand alla nipote le chiavi della
    stanza in cui stavano i libri che avevano fatto tutto il male, ed essa
    gliele dette  molto  volentieri.  Entrarono  dentro  tutti,  anche  la
    governante,  e  trovarono  pi  di  cento  volumi  grossi,  molto  ben
    rilegati, e altri  pi piccoli.  Appena la governante li vide,  scapp
    lesta  lesta dalla stanza,  e torn poco dopo con una scodella d'acqua
    benedetta e un aspersorio, dicendo:
    - Prenda,  signor curato,  benedica questa stanza,  che non  ci  debba
    essere  rimpiattato  qualcuno  di quegli incantatori di cui sono pieni
    questi libri,  e che non ci incanti in punizione di volerlo mandar via
    da questo mondo.
    L'ingenuit della governante fece ridere il curato,  il quale disse al
    barbiere che gli passasse quei libri a uno a uno,  per vedere  di  che
    cosa trattavano,  perch poteva darsi che ce ne fosse qualcuno che non
    meritasse il rogo.
    - No - esclam la nipote - non bisogna lasciarne nessuno, perch tutti
    quanti hanno fatto il  male.  Sar  meglio  buttarli  in  corte  dalla
    finestra,  farne  una  catasta  e darle fuoco;  e se no,  portarli nel
    cortile, e l far la fiammata: cos il fumo non dar noia.
    Lo stesso disse la governante: tanta era la bramosia delle  due  donne
    di dar morte a quei poveri innocenti, ma il curato non volle accettare
    quell'idea senza prima leggere almeno i titoli.  E il primo che mastro
    Nicola gli porse furono i "Quattro libri di Amadigi di Gaula".
    - To' - disse il curato - nemmeno a  farlo  apposta!  A  quel  che  ho
    sentito  dire  questo  fu il primo romanzo cavalleresco stampato nella
    Spagna,  e tutti gli altri hanno avuto origine e principio da  questo.
    Quindi  mi  pare,  che come fondatore di una setta tanto malvagia,  lo
    dobbiamo senza alcuna remissione condannare al fuoco.
    - Nossignore - disse il barbiere.  - Perch ho sentito dire che    il
    migliore  di  quelli  che si sono scritti di questa specie,  e quindi,
    come unico nel suo genere, bisogna risparmiarlo.
    - Anche questo  vero - disse il curato - e per questa ragione gli  si
    fa grazia per ora della vita. Vediamo un po' quell'altro accanto.
    -  "Le  gesta  di  Esplandiano  figlio legittimo di Amadigi di Gaula"-
    disse il barbiere.
    - Oh! - esclam il curato. - La bont del padre non deve valere per il
    figlio.  Prendete,  signora  governante,   aprite  quella  finestra  e
    buttatelo  nel  cortile:  cominciate la catasta per la fiammata che si
    deve fare.
    Cos fece la governante con gran gioia,  e il bravo Esplandiano se  ne
    vol  nel  cortile  ad aspettare in santa pazienza il fuoco da cui era
    minacciato.
    - Avanti - disse il curato.
    - Quest'altro - continu il barbiere -  "Amadigi di Grecia"  e  tutti
    quelli  che  sono  da  questa  parte,  secondo me,  son della medesima
    famiglia d'Amadigi.
    - E allora gi!  tutti nel cortile -  replic  il  curato.  -  Pur  di
    bruciare  la  regina  Pintichinestra,  il  pastore  Darinello,  le sue
    egloghe e gli indiavolati e lambiccati discorsi del suo autore, starei
    a patto di bruciare con loro anche  mio  padre,  se  mi  apparisse  in
    figura di cavaliere errante.
    - Sono anch'io di questo parere - disse il barbiere.
    - Anch'io - aggiunse la nipote.
    -  Quand'  cos  -  esclam  la governante - qua!  in cortile con gli
    altri!
    Glieli dettero (era un bel pacco) e lei,  per risparmiarsi di  far  la
    scala, li butt di sotto dalla finestra.
    - Che cos' questo mattone? - chiese il curato.
    - Questo - rispose il barbiere -  il "Don Olivante de Laura".
    -  L'autore  di  questo libro - osserv il curato -  lo stesso che ha
    composto il "Giardino dei Fiori", e veramente io non so dire quale dei
    due libri  pi veritiero,  o per dir meglio,  meno bugiardo,  so dire
    soltanto  che  questo  andr  a  finire  nel  cortile  in  qualit  di
    stravagante e di presuntuoso.
    - Questo che viene ora  "Florismarte d'Ircania" - disse il barbiere.
    - Ah!  cost il signor Florismarte? - replic il curato. Bene,  bene!
    subito  nel cortile,  nonostante la sua nascita straordinaria e le sue
    fantastiche avventure; il suo stile secco e duro non merita altro.  In
    cortile con quello e con quell'altro, signora governante.
    - Che bellezza,  signor curato! - rispose lei; e tutta contenta esegu
    l'ordine.
    - Questo  il "Cavaliere Platir" - disse il barbiere.
    - E' un vecchio libro - prosegu il curato - ma non ci trovo nulla che
    meriti perdono.  Che vada dunque a tener compagnia  agli  altri  senza
    discussione.
    E cos fu fatto. Si apr un altro libro, e videro che aveva per titolo
    il "Cavaliere della Croce".
    -  In  vista  di  un  nome cos santo gli si potrebbe perdonare la sua
    asineria; ma non bisogna dimenticare il proverbio: Dietro la croce ci
    sta il diavolo: al fuoco!
    - E questo  "Lo  specchio  della  cavalleria"  -  disse  il  barbiere
    prendendo un altro libro.
    - Conosco di gi questo signore - disse il curato.  - L c' il signor
    Rinaldo di Montalbano coi suoi amici e compagni pi ladri che Caco,  e
    i  Dodici  Pari  con  lo storico Turpino cos veritiero.  Ma io non mi
    sento di condannarli pi  che  a  un  esilio  perpetuo,  perch  hanno
    fornito  in  parte  l'invenzione  al famoso Matteo Boiardo,  da cui ha
    tratto la sua tela il poeta cristiano Lodovico Ariosto: al  quale,  se
    lo trovo qui che parla in altra lingua che non sia la sua, non porter
    alcun  rispetto;  ma  se  parla  nella  sua lingua,  c' da levarsi il
    cappello.
    - Io ce l'ho in italiano - disse il barbiere - ma non lo capisco.
    - E non sarebbe bene che lo capiste - rispose il curato - e molto  pi
    piacere ci avrebbe fatto il signor capitano,  se non lo avesse portato
    nella Spagna e fatto castigliano;  ch gli tolse molto del suo  pregio
    naturale,  e lo stesso faranno tutti quelli che pretendono di tradurre
    in altra lingua i libri in poesia;  ch per quanta cura ci  mettano  e
    per quanta abilit dimostrino, non arriveranno mai alla perfezione che
    quei libri hanno nell'originale. Insomma, la mia opinione  che questo
    libro  e  tutti  quelli  che  si troveranno intorno a questi argomenti
    francesi,  si gettino in deposito in una cantina,  finch non  si  sia
    stabilito   con  maggior  ponderazione  quel  che  se  ne  deve  fare;
    eccettuato un "Bernardo del Carpio",  che ci dev'essere  di  certo  da
    queste parti,  e un altro intitolato "Roncisvalle", che se mi capitano
    fra le mani, devono passare subito in quelle della governante, e di l
    nel fuoco senza remissione.
    Il barbiere fu d'accordo in tutto e per tutto,  e  trov  la  sentenza
    perfettamente giusta, perch riteneva il curato tanto buon cristiano e
    tanto  amico  della  verit,  da non esser capace di dire altro che la
    verit nemmeno per tutto l'oro del mondo.  E aprendo  un  altro  libro
    vide  che  era  "Palmerino d'Oliva",  e insieme con quello ce n'era un
    altro intitolato" Palmerino d'Inghilterra", e quando il curato li ebbe
    visti, disse:
    - Questo ulivo si faccia subito in  pezzi  e  si  bruci,  che  non  ne
    restino nemmeno le ceneri,  e questa palma d'Inghilterra si serbi e si
    custodisca come cosa unica,  e si faccia per  essa  un'altra  cassetta
    come  quella  che  trov  Alessandro  fra  le spoglie di Dario,  e che
    destin a conservare le opere di Omero.  Questo libro,  caro barbiere,
    ha autorit per due ragioni;  la prima perch  di per se stesso molto
    buono,  l'altra perch  fama  che  lo  scrivesse  un  saggio  re  del
    Portogallo.  Tutte  le  avventure  del  Castello  di  Miraguarda  sono
    bellissime e di grande fantasia inventiva,  i ragionamenti sono chiari
    e  garbati,  e  sempre serbano e hanno di mira,  con molta propriet e
    buon gusto, il decoro di chi parla.  Salvo il vostro parere,  io direi
    dunque,   mastro   Nicola,   che   questo  e  "Amadigi  di  Gaula"  si
    risparmiassero,  e che tutti i rimanenti,  senza altri  scandagli,  si
    buttino sul fuoco.
    - No,  signor curato - disse il barbiere - questo qui  il famoso "Don
    Belianigi".
    - Questo - replic il curato - con la seconda, terza e quarta parte ha
    bisogno d'un po' di rabarbaro per purgare la sua troppa  bile:  e  poi
    bisogna  levare  tutta  quella  parte  del castello della Fama e altre
    impertinenze anche pi grosse;  per cui gli si  d  il  confino,  e  a
    seconda  di  come  si  emenderanno,  useremo  con  loro misericordia o
    giustizia. Intanto teneteli voi, mastro Nicola, in casa vostra, ma non
    li lasciate leggere a nessuno.
    - Sta bene - rispose il barbiere.
    E senza affaticarsi di pi a leggere, il curato ordin alla governante
    di prendere tutti i volumi  grandi  e  di  buttarli  nel  cortile.  La
    governante  non  fece  orecchie  di  mercante,  e  non stette a far la
    grulla;  siccome aveva pi voglia di bruciarli che di tessere una tela
    per quanto grande e fine potesse essere,  ne prese sette o otto in una
    bracciata,  e li butt fuori di finestra.  Ma perch appunto ne  aveva
    voluto  prendere  troppi  tutti  insieme,  uno  le  cadde ai piedi del
    barbiere il quale allora volle vedere che cosa era,  e vide che diceva
    "Storia del famoso cavaliere Tirante il Bianco".
    -  Che il cielo m'assista!  - grid il curato.  - C' anche Tirante il
    Bianco! Qua, barbiere, qua, che faccio conto di aver trovato un tesoro
    d'allegria e una miniera di divertimento.  Qui c' Don Chirieleison di
    Montalbano,  valoroso cavaliere, e suo fratello Tommaso di Montalbano,
    e il cavaliere Fonseca,  e il duello che il  bravo  Tirante  ebbe  con
    l'alano  e  le facezie della donzella Piacerdimiavita,  gli amori e le
    astuzie della vedova Riposata,  e la  signora  Imperatrice  innamorata
    d'Ippolito suo scudiero. Davvero, caro barbiere, quanto a stile questo
    libro    il  migliore del mondo;  qui i cavalieri mangiano,  dormono,
    muoiono nel loro letto,  e prima di morire fanno  testamento  e  molte
    altre  cose,  che  non  si trovano negli altri libri di questo genere.
    Tuttavia il suo autore,  per tutte le stravaganze che  ci  mise  senza
    bisogno, meritava che lo mandassero in galera per tutto il resto della
    sua vita.  Portatelo a casa e leggetelo,  e vedrete se non  vero quel
    che vi ho detto.
    - Sta bene - disse il barbiere - ma che faremo di questi  altri  libri
    pi piccoli?
    - Questi - disse il curato - non devono essere libri cavallereschi, ma
    di poesia.
    E aprendone uno,  vide che era la "Diana" di Giorgio di Montemayor,  e
    disse,  pensando che tutti i rimanenti dovevano  essere  dello  stesso
    genere:
    -  Questi  non  meritano d'essere bruciati come gli altri,  perch non
    fanno n faranno  il  male  che  hanno  fatto  gli  altri  d'argomento
    cavalleresco: questi sono libri seri, e innocui per il prossimo.
    - Ah,  signore!  - esclam la nipote.  -Voi potete pure farli bruciare
    come gli altri;  perch non ci sarebbe da stupirsi se  al  mio  signor
    zio,  una volta guarito della malattia cavalleresca,  leggendo questi,
    gli saltasse il ghiribizzo di farsi pastore e andarsene per i boschi e
    per i prati suonando e cantando,  o  peggio  ancora  di  farsi  poeta,
    malattia, a quanto dicono, insanabile e contagiosa.
    -  Questa  ragazza  dice  bene  -  replic il curato - e non sar male
    togliere d'innanzi al nostro amico anche questa occasione  d'inciampo.
    E,  poich  si comincia con la "Diana" di Montemayor,  sono del parere
    che non si bruci,  ma se ne levi tutto quello che  tratta  della  maga
    Felicita e dell'acqua incantata, e quasi tutti i versi pi lunghi: gli
    si lasci invece la prosa e l'onore di essere il primo di questa specie
    di libri.
    -  Quest'altro  -  disse il barbiere -  la "Diana" detta "seconda del
    Salmantino";  e ce n' un'altra con lo stesso titolo,  il cui autore 
    Gil Polo.
    -  Quella del Salmantino - rispose il curato - vada a tenere compagnia
    e a ingrossare il numero dei condannati al cortile: quella di Gil Polo
    si conservi come se fosse d'Apollo in persona.  E tiriamo via,  perch
    si fa tardi.
    -  Questo  -  disse  il barbiere aprendone un altro -  "I dieci libri
    della Fortuna d'amore", opera di Antonio di Lofraso, poeta sardo.
    - Per l'ordine sacro che ho ricevuto!  - esclam il curato  -  da  che
    Apollo  fu  Apollo,  muse  le muse,  e poeti i poeti,  non  stato mai
    composto un libro tanto spiritoso e tanto bizzarro  come  questo.  Nel
    suo  genere    il  migliore,  e  il pi singolare di quanti di questa
    specie hanno visto la luce: e chi non lo ha letto pu dire di non aver
    mai letto cosa di gusto. Datemelo qua, amico, faccio pi conto di aver
    trovato questo libro,  che se mi  avessero  regalata  una  sottana  di
    rascia di Firenze.
    Lo  mise  da  parte  con  grande  contentezza,  e il barbiere continu
    dicendo:
    - Questi altri sono "Il pastore  di  Iberia",  "Ninfe  di  Henares"  e
    "Disinganno di gelosia".
    - Non c' niente di meglio da fare - disse il curato - che consegnarli
    al braccio secolare della governante;  e non mi si domandi la ragione,
    perch non si finirebbe pi.
    - Ecco qui "Il pastore di Fillide".
    - Non  un pastore - disse il curato - ma una persona colta e di buona
    societ. Si conservi come un gioiello.
    - Quest'altro pi grande - continu il barbiere - si intitola  "Tesoro
    di poesie varie".
    - Se fossero meno - disse il curato - sarebbero pi pregevoli. Bisogna
    farne  una  scelta  e  ripulirlo  da certe volgarit che si trovano in
    mezzo alle sue molte e  grandi  doti.  Conserviamolo,  perch  il  suo
    autore   mio amico,  e poi perch ha scritto altre opere pi nobili e
    di maggiore importanza.
    - Questo - seguit il barbiere -  "Il canzoniere di Lopez Maldonado".
    - Anche l'autore di questo libro - replic il curato -  grande  amico
    mio,  e  i  suoi  versi  detti  da lui,  fanno la meraviglia di chi li
    ascolta e,  nel declamarli,  la dolcezza della sua  voce    tale  che
    incanta.  E'  un  po'  prolisso  nelle egloghe;  ma il buono non  mai
    troppo. Mettiamolo con quelli scelti. Ma che libro  quello accanto?
    - "La Galatea" di Michele Cervantes - disse il barbiere.
    - Sono molti anni che questo Cervantes  mio grande amico,  e so che 
    pi  versato  in  disgrazie  che in versi.  Il suo libro  assai buono
    nell'invenzione; si propone qualcosa,  ma non conclude nulla;  bisogna
    aspettare  la  seconda  parte  annunciata  dall'autore;  e  chi sa che
    coll'emendarsi non ottenga del tutto la misericordia che  ora  gli  si
    nega;  ma  intanto  che  questo si aspetta,  tenetelo chiuso in camera
    vostra.
    - Ben volentieri,  signor curato - rispose il barbiere.  - Eccone  qui
    tre  uniti  insieme:  la  "Araucana"  di  don  Alfonso  d'Ercilla,  la
    "Austriada" di Giovanni Rufo,  soprintendente alle grasce in Cordova e
    il "Monserrato" di Cristoforo di Virus, poeta valenziano.
    -  Tutti e tre questi libri - disse il curato - sono i migliori che in
    verso eroico  siano  stati  scritti  in  lingua  spagnola,  e  possono
    competere  con  i  pi  famosi  d'Italia: dobbiamo serbarli come i pi
    ricchi gioielli di poesia che possegga la Spagna.
    Ma il curato finalmente si stanc di vedere libri, quindi dette ordine
    che i rimanenti a occhi chiusi fossero  buttati  nel  fuoco.  Per  il
    barbiere  ne  aveva ormai aperto un altro che s'intitolava "Le lacrime
    d'Angelica".
    - Ah! sarei io che le piangerei - disse il curato sentendo il titolo -
    se avessi fatto bruciare un tal libro; perch il suo autore fu uno dei
    pi famosi poeti non solo della Spagna ma del mondo,  e fu felicissimo
    nelle traduzioni di alcuni miti di Ovidio.

    CAPITOLO 7.
    Seconda  sortita  del  nostro  bravo  cavaliere  Don  Chisciotte della
    Mancia.

    A questo punto Don Chisciotte cominci a urlare dicendo:
    - Qui,  qui,  valorosi cavalieri: qui si conviene mostrar la forza del
    vostro  valoroso  braccio,  poich  i  cavalieri  di corte riportano i
    migliori vantaggi nel torneo.
    Quelle grida fecero accorrere fuori tutti  quanti,  e  rimase  sospeso
    l'esame  dei  rimanenti libri: quindi si ritiene che andassero al rogo
    senza essere visti n sentiti "La Carolea" e "Leone di Spagna" con  le
    gesta dell'imperatore, scritti da Don Luigi di Avila, che senza dubbio
    dovevano  trovarsi  tra  quelli  rimasti e che forse,  se il curato li
    avesse visti, non avrebbero subito una condanna cos severa.
    Quando giunsero in camera di Don Chisciotte, egli si era gi alzato, e
    continuava le sue grida  e  le  sue  stravaganze  tirando  fendenti  e
    traversoni a destra e a sinistra, vispo e desto come se non avesse mai
    dormito.  Lo presero e lo rimisero a letto per forza.  Quando si fu un
    po' calmato, voltandosi a discorrere col curato gli disse:
    - Certamente, signor arcivescovo Turpino,  grande onta per quelli che
    noi chiamiamo i Dodici Pari,  lasciare senz'altro riportar la vittoria
    di  questo torneo ai cavalieri di corte,  mentre noi cavalieri erranti
    abbiamo vinto il premio nei tre giorni antecedenti.
    - State zitto,  amico - rispose il curato - con  l'aiuto  di  Dio  pu
    darsi  che  la  sorte si muti,  e quel che si perde oggi,  si guadagni
    domani.  Per ora voi dovete badare alla vostra salute;  perch mi pare
    che  dobbiate  essere  estremamente  stanco,  se  pure non siete anche
    gravemente ferito.
    - Ferito no - disse Don Chisciotte - ma pesto e stroncato,  questo s,
    non c' dubbio.  Perch quel bastardo d'Orlando m'ha bastonato a morte
    con un randello di quercia, e tutto per invidia,  perch vede che solo
    io  tengo  testa  alle  sue  bravate.  Ma  non mi chiamerei Rinaldo di
    Montalbano se,  quando mi sar levato  da  questo  letto,  non  gliela
    facessi pagare, nonostante tutti i suoi incantesimi. Intanto portatemi
    qualche cosa da mangiare: sento che questo mi far meglio di tutto,  e
    lasciate a me la cura di vendicarmi.
    Cos fecero. Gli dettero da mangiare; poi lui si riaddorment,  e loro
    rimasero tutti stupiti della sua pazzia.
    Quella  notte  la  governante  dette  fuoco a quanti libri c'erano nel
    cortile e in tutta la casa  e  ne  dovettero  bruciar  di  quelli  che
    meritavano d'essere conservati in archivi eterni, ma non lo permise la
    loro  sorte  e la pigrizia dell'esaminatore,  e cos anche per loro fu
    vero il proverbio che spesso il giusto paga per il peccatore.
    Uno dei rimedi che il  curato  e  il  barbiere  consigliarono  per  il
    momento contro la mana del loro amico,  fu quello di murare la stanza
    dei libri: forse togliendo la causa poteva cessare  l'effetto.  Quando
    poi si sarebbe levato e non li avrebbe pi trovati, decisero di dirgli
    che  un incantatore se li era portati via con la stanza e tutto.  Cos
    fecero e molto alla svelta. Due giorni dopo Don Chisciotte si lev,  e
    la  prima cosa che fece fu di andare a vedere i suoi libri;  e siccome
    non ritrovava la stanza dove li aveva lasciati  l'andava  cercando  di
    qua  e  di  l.  Arrivato  al  punto dove era solito trovare la porta,
    tastava con le mani, e girava e rigirava gli occhi da ogni parte senza
    dire una  parola;  ma  dopo  un  bel  pezzo  finalmente  domand  alla
    governante da che parte stava la stanza dei suoi libri. La governante,
    che era stata bene informata di quel che doveva rispondere, gli disse:
    - Che stanza e non stanza cerca Vossignoria?  Ormai in questa casa non
    c' pi n stanza,  n libri,  perch s' portato  via  ogni  cosa  il
    diavolo in persona.
    -  Non  era il diavolo - disse la nipote - ma un incantatore che venne
    su una nuvola la notte dopo che voi andaste via di qui, e smontando da
    un drago su cui era a cavallo,  entr nella stanza,  e non so quel che
    vi fece: fatto sta che poco tempo dopo se ne and a volo dal tetto,  e
    lasci la casa piena di fumo;  e quando poi si volle vedere  quel  che
    aveva  fatto,  non  vedemmo  pi  n  libri  n  stanza.  Soltanto  ci
    ricordiamo molto bene,  io e la governante,  che quel vecchiaccio  sul
    momento d'andarsene, ci grid che per una segreta inimicizia che aveva
    contro  il padrone di quei libri e di quella stanza,  lasciava in casa
    danni che si sarebbero visti dopo. Disse anche che si chiamava il mago
    Mugnatone.
    - Avr detto Frestone - osserv Don Chisciotte .
    - Non so - rispose la governante - se si chiamava Frestone o Trescone:
    so soltanto che il nome finiva in "one".
    - S,  s - disse Don Chisciotte -  un mago  incantatore  mio  grande
    nemico,  che mi odia,  perch sa, per mezzo delle sue arti e delle sue
    cabale,  che coll'andar del tempo mi debbo trovare in singolar tenzone
    con  un  cavaliere da lui favorito,  e debbo vincerlo,  senza che egli
    possa impedirlo; e per questo cerca di farmi tutti i dispetti che pu,
    ma io gli garantisco che non potr contrastare n evitare quel che  il
    cielo ha destinato.
    - E chi ne dubita?  - disse la nipote. - Ma, signor zio, chi l'obbliga
    a immischiarsi in queste faccende?  Non sarebbe meglio che lei  se  ne
    stesse tranquillo in casa sua, invece d'andar per il mondo a cercar la
    gallina  dalle  uova d'oro,  senza considerare poi che molti vanno per
    tosare e tornano tosati?
    - Oh, nipote mia - rispose Don Chisciotte - come ti sbagli!  Prima che
    tosino me, avr fatto io barba e testa a quanti pensassero di toccarmi
    la punta di un capello.
    Le due donne non vollero pi rispondergli,  perch videro che pigliava
    fuoco. Il fatto  che stette quindici giorni in casa molto tranquillo,
    senza dare alcun segno di voler ricominciare le stranezze di prima,  e
    in  quei  quindici  giorni  tenne delle amenissime conversazioni con i
    suoi amici, il curato e il barbiere,  nelle quali sosteneva che ci di
    cui  c'era  pi bisogno nel mondo erano i cavalieri erranti,  e che la
    cavalleria errante  doveva  risorgere.  Qualche  volta  il  curato  lo
    contraddiceva, qualche altra gli dava ragione, perch se non ricorreva
    a questo artifizio,  non avrebbe potuto discorrerci.  In quello stesso
    tempo Don Chisciotte si mise a circuire un contadino del vicinato;  un
    uomo  dabbene  (se  pure  si  pu dare questo nome a un povero) ma con
    molto poco sale nella zucca.  In conclusione  tanto  disse,  tanto  lo
    persuase  e  tante  promesse  gli fece,  che il pover'uomo si decise a
    partire con lui e a fargli da scudiero.  Gli diceva  tra  l'altro  Don
    Chisciotte  che  lo  seguisse  volentieri,  perch  poteva  capitargli
    qualche avventura da guadagnarsi in quattro e quattr'otto un'isola, di
    cui allora l'avrebbe nominato governatore.  Con queste e altre  simili
    promesse,  Sancio  Panza,  cos  si  chiamava il contadino,  lasci la
    moglie e i figlioli,  e si colloc come scudiero presso il suo vicino;
    poi  Don  Chisciotte  si  mise  a far quattrini,  e vendendo una cosa,
    impegnandone un'altra,  ma tutte con molto scapito,  mise insieme  una
    discreta sommetta. Si provvide anche d'uno scudo rotondo che chiese in
    prestito  a  un amico,  e rabberciata meglio che pot la celata rotta,
    avvis il suo scudiero Sancio del giorno e  dell'ora  che  pensava  di
    mettersi in cammino, perch anche lui si provvedesse del necessario, e
    gli  disse  di  portare  delle  bisacce.  Il  contadino rispose che le
    avrebbe portate,  e che pensava anche di portare con s un  suo  asino
    bravissimo,  perch  lui  di camminar molto a piedi non era buono.  Su
    questo affare dell'asino  Don  Chisciotte  stette  un  po'  perplesso,
    cercando  di ricordarsi se c'era stato mai un cavaliere errante che si
    fosse portato dietro uno scudiero montato all'asinesca,  e non  gliene
    venne in mente alcuno; tuttavia gli disse di menarlo, col proposito di
    sistemar  poi  il  suo  scudiero su una pi onorevole cavalcatura alla
    prima  occasione  in  cui  potesse  togliere  il  cavallo  a   qualche
    discortese cavaliere in cui s'imbattesse.  Si provvide di camicie e di
    quante altre cose pot,  conforme al  consiglio  che  gli  aveva  dato
    l'oste,  e  fatti  tutti  questi preparativi,  una bella notte,  senza
    nemmeno dire addio,  Sancio alla moglie e ai figlioli,  Don Chisciotte
    alla nipote e alla governante, uscirono dal paese senza esser visti da
    nessuno,  e camminarono tanto che all'alba si ritennero sicuri che, se
    anche li cercassero, non li troverebbero.
    Andava Sancio Panza sulla sua cavalcatura come un  patriarca,  con  le
    bisacce,  con  l'otre  e  con  una  gran voglia di vedersi governatore
    dell'isola che il suo padrone gli aveva promesso. Don Chisciotte prese
    la medesima direzione e la medesima strada che aveva preso  nel  primo
    viaggio,  cio  attraverso  la  pianura  di Montiel,  ma procedeva con
    minore oppressione della prima volta, perch era di mattina presto,  e
    i raggi del sole,  venendo di traverso,  non davano tanta noia. Sancio
    Panza intanto a un certo punto disse:
    -  Guardi  bene,   signor  cavaliere  errante,   di  non  dimenticarsi
    dell'isola  che mi ha promesso perch io la sapr governare benissimo,
    per quanto grande possa essere.
    - Amico Sancio - gli rispose Don Chisciotte - tu devi sapere che fu un
    uso molto comune tra gli antichi cavalieri erranti quello di  nominare
    i loro scudieri governatori delle isole e dei regni che conquistavano,
    e  io sono deciso a impedire che un uso cos lodevole vada perduto per
    colpa mia.  Anzi penso di andare pi in l,  perch gli antichi  molte
    volte, e forse le pi, aspettavano che i loro scudieri fossero vecchi,
    e  quando  erano  stanchi  di  servire  e  di passare giorni cattivi e
    peggiori notti, davano loro qualche titolo di conte,  o tutt'al pi di
    marchese,  di  qualche valle o provincia pi o meno importante;  ma se
    Dio ci d vita,  potrebbe essere benissimo che prima di sei giorni  io
    conquistassi un regno, da cui ne dipendessero degli altri, in modo che
    l'occasione  si  prestasse  proprio  bene  per  darne uno a te.  E non
    credere  che  questa  sia  cosa  straordinaria,   perch  accadono  ai
    cavalieri  erranti  cose  e  casi  mai  visti  e  cos impensati,  che
    facilmente ti potrei dare anche di pi di quel che ti prometto.
    - Allora - rispose Sancio Panza - se per qualche  miracolo  di  quelli
    che  dice  lei,  io diventassi re,  la mia donna,  Giovanna Gutierrez,
    verrebbe per lo meno a  esser  regina,  e  i  miei  figlioli  principi
    ereditari.
    - E chi lo mette in dubbio? - rispose Don Chisciotte.
    - Io,  lo metto in dubbio - replic Sancio Panza - perch io credo che
    se anche Iddio facesse piovere regni sulla  terra,  in  capo  a  Maria
    Gutierrez non ce ne starebbe bene uno. Lei deve sapere che come regina
    non costa due soldi; contessa andrebbe un po' meglio, e magari volesse
    Iddio!
    -  Lascia fare a Dio,  Sancio - rispose Don Chisciotte - e Lui le dar
    quel che conviene di pi,  ma non ti  umiliare  tanto  da  contentarti
    d'essere meno che governatore.
    - Oh, no! non dubiti - rispose Sancio - tanto pi che lei  un padrone
    cos buono e cos potente, che mi sapr dare tutto quello che mi star
    bene a mano, e che sar capace di reggere.

    CAPITOLO 8.
    Brillante   successo   ottenuto  dal  valoroso  Don  Chisciotte  nella
    spaventosa avventura dei mulini a vento,  con altri avvenimenti  degni
    di felice memoria.

    In  quel  mentre  scorsero  trenta  o  quaranta  mulini a vento che si
    trovano in quella pianura,  e appena Don Chisciotte li vide,  disse al
    suo scudiero:
    -  La  fortuna  guida  i nostri affari meglio di quanto avremmo potuto
    desiderare. Guarda, amico Sancio, ecco l una trentina, o poco pi, di
    giganti smisurati,  con cui mi propongo di venire  a  battaglia  e  di
    ucciderli  tutti.  Con  le  loro  spoglie  cominceremo ad arricchirci,
    perch  buona guerra e perfetto servizio di Dio il  levar  dal  mondo
    cos cattiva semenza.
    - Che giganti? - domand Sancio Panza.
    -  Quelli  l  -  rispose Don Chisciotte -con le braccia lunghe.  Alle
    volte alcuni le hanno di quasi due leghe.
    - Badi bene, sa - rispose Sancio - che quelli l non sono giganti,  ma
    mulini a vento,  e quelle che paiono braccia,  sono le ali,  che mosse
    dal vento fanno andare la macina.
    - Si vede bene - rispose Don Chisciotte - che d'avventure  non  te  ne
    intendi: quelli l son giganti,  caro mio; e se hai paura, allontnati
    e mettiti a pregare,  mentre io vo a ingaggiare con loro una  fiera  e
    inegual tenzone.
    Cos  dicendo  spron  Ronzinante,  senza badare a quel che gli urlava
    Sancio,  il quale lo avvertiva che erano proprio mulini a vento e  non
    giganti.  Ma  egli s'era tanto intestato che fossero giganti,  che non
    udiva le grida del suo scudiero,  e non  riusciva  a  vedere,  sebbene
    ormai fosse ben vicino, ci che erano. Anzi andava gridando:
    -  Non  fuggite,  codarde e vili creature,   un cavaliere solo che vi
    assale.
    Essendosi nel  frattempo  levato  un  po'  di  vento,  le  grandi  ali
    cominciarono a muoversi, e Don Chisciotte, visto ci:
    -  Anche  se  moveste pi braccia che il gigante Briareo - disse me la
    pagherete.
    Cos dicendo,  si raccomand di tutto cuore alla  sua  dama  Dulcinea,
    chiedendole  che lo soccorresse in tal frangente;  e ben coperto dalla
    rotella,  con la lancia in resta,  mise Ronzinante a gran galoppo,  si
    precipit  contro il primo mulino che gli stava davanti,  e gli infil
    un'ala;  ma in quel mentre il vento la fece girare con tanta violenza,
    che  mand  la  lancia  in  mille  pezzi  e  si port dietro cavallo e
    cavaliere. Don Chisciotte and a rotolare molto malconcio sul terreno,
    e Sancio Panza con l'asino  di  carriera  accorse  a  soccorrerlo,  ma
    quando giunse,  trov che non si poteva muovere: tale era il colpo che
    aveva battuto insieme con Ronzinante.
    - Dio Santissimo!  - esclam Sancio.  - Non gliel'ho detto che badasse
    bene  a  quel  che  faceva,  che non eran che mulini,  e che bisognava
    proprio averne degli altri in testa per non accorgersene?
    - Sta' zitto,  amico Sancio - rispose Don Chisciotte - ch le faccende
    di  guerra,  pi  che  tutte  le  altre,  vanno  soggette  a  continui
    mutamenti;  tanto pi che io penso che deve proprio esser  cos:  cio
    che  quel  mago Frestone che mi rub la stanza e i libri,  ha cangiato
    questi giganti in mulini a vento, per togliermi la gloria di vincerli.
    Tanta  l'inimicizia che ha con  me!  Ma  alla  fine  dei  conti  poco
    potranno le sue male arti contro la bont della mia spada.
    - Cos voglia Iddio nella sua onnipotenza - rispose Sancio Panza.
    E  l'aiut  a  rialzarsi  e  a rimontare su Ronzinante,  che era mezzo
    spallato.  E cos parlando dell'avventura,  continuarono la strada del
    valico  di  Porto Lpice;  perch l,  diceva Don Chisciotte,  non era
    possibile che non  si  dovessero  trovare  molte  svariate  avventure,
    essendo quello un luogo di gran transito. Solamente era tutto afflitto
    perch non aveva pi lancia, e parlandone al suo scudiero gli disse:
    -  Mi  ricordo di aver letto che un cavaliere spagnuolo chiamato Diego
    Prez de Vargas, essendoglisi rotta la spada in battaglia,  divelse un
    grosso ramo,  o un tronco che fosse, da una quercia, e con quello fece
    tali prove in quel giorno,  e fracass tanti Mori,  che gli rimase  il
    soprannome  di Fracassa,  e quindi tanto lui quanto i suoi discendenti
    da quel giorno in poi si chiamarono Vargas  di  Fracassa.  T'ho  detto
    questo  perch  dalla  prima  quercia  o  rovere  che trovo,  penso di
    strappare un altro ramo altrettanto forte come  m'immagino  che  fosse
    quello,  e  poi con quel ramo voglio fare tali prodezze,  che tu debba
    stimare gran fortuna l'aver meritato di  venire  a  vederle  ed  esser
    testimonio di fatti che appena potrebbero essere creduti.
    -  Sia  fatta  la  volont  di Dio - disse Sancio - io credo tutto ci
    proprio come lei dice; ma si tenga un po' pi diritto in sella; perch
    mi pare che pencoli tutto da una parte;  deve essere  per  la  batosta
    della caduta.
    -  E'  proprio cos - rispose Don Chisciotte - e se non mi lamento del
    dolore,  si  perch non  concesso ai cavalieri erranti di lamentarsi
    di alcuna ferita, anche se n'escon le viscere.
    -  Quand'  cos,  non  ho nulla da ripetere - rispose Sancio - ma Dio
    solo sa,  se io mi rallegrerei che lei si lamentasse quando  le  duole
    qualcosa.  Quanto  a  me  posso  dire  che mi lamenter al pi piccolo
    dolore che sento,  a meno che questa proibizione non debba  intendersi
    estesa anche agli scudieri dei cavalieri erranti.
    Don  Chisciotte  non pot fare a meno di ridere dell'ingenuit del suo
    scudiero, e gli dichiar che poteva benissimo lamentarsi come e quando
    voleva, ne avesse o non ne avesse voglia,  perch fino allora egli non
    aveva  letto  nulla in contrario nell'ordine della cavalleria.  Sancio
    gli fece notare che era  l'ora  di  mangiare,  e  Don  Chisciotte  gli
    rispose  che non se ne sentiva ancora voglia,  e che mangiasse pur lui
    quanto gli pareva e piaceva.  Con questo permesso,  Sancio si accomod
    alla  meglio sulla sua cavalcatura,  e prendendo dalle bisacce ci che
    vi aveva messo,  andava camminando e mangiando,  pian piano dietro  al
    suo padrone;  e ogni tanto dava certi baci all'otre,  con tanto gusto,
    da far invidia al pi ghiotto vinaio di Malaga.  Mentre se  ne  andava
    cos,  una bevuta dietro l'altra, non ricordava pi le promesse che il
    padrone gli aveva fatte,  e non gli pareva affatto fatica,  ma anzi un
    vero riposo,  l'andar cercando avventure,  per quanto potessero essere
    pericolose.
    Quella notte la passarono fra  gli  alberi,  e  da  uno  di  essi  Don
    Chisciotte  divelse  un  ramo secco,  che poteva quasi passare per una
    lancia,  e vi adatt la punta di ferro  che  aveva  levato  da  quella
    rotta.  Il nostro cavaliere quella notte non dorm mai,  pensando alla
    sua dama Dulcinea per mettersi in regola con quel che aveva letto  nei
    suoi  libri,  quando  i  cavalieri passavano molte notti senza dormire
    nelle foreste e nei luoghi deserti col pensiero fisso al ricordo delle
    loro dame.  Ma cos non la pass Sancio  Panza;  e  siccome  aveva  lo
    stomaco pieno e non d'acqua di cicoria,  fece tutto un sonno,  e se il
    suo padrone non lo chiamava,  non sarebbero bastati a  destarlo  n  i
    raggi  del sole che gli battevano sul viso,  n il canto degli uccelli
    che in gran numero e con gran giubilo salutavano il sorgere del  nuovo
    giorno.  Nel levarsi dette una tastata all'otre,  e lo trov parecchio
    meno consistente che la sera prima, per cui sent un gran strizzone al
    cuore,  non vedendo alcun modo di poter rimediare tanto presto a  quel
    grosso guaio.  Don Chisciotte non volle mangiare, perch, come abbiamo
    detto,  si era dato a nutrirsi di succolente memorie.  Tornarono  alla
    strada  di  Porto  Lpice,  e verso le tre del pomeriggio ne furono in
    vista.
    - Qui, amico Sancio - disse don Chisciotte scorgendolo possiamo metter
    le braccia fino ai gomiti proprio in quelle che si chiamano avventure.
    Ma sta' bene attento,  che se anche tu mi vedessi in mezzo ai maggiori
    pericoli di questo mondo, non devi por mano alla spada per difendermi;
    a  meno  che tu non veda che quelli che mi assalgono son gente bassa e
    canaglia,  ch in tal caso puoi  benissimo  aiutarmi.  Ma  se  fossero
    cavalieri,  in  nessun  modo  ti  fatto lecito e concesso dalle leggi
    della cavalleria di porgermi aiuto,  finch tu non  sia  stato  armato
    cavaliere.
    -  Lei  pu  star  tranquillo,  -  rispose Sancio - che in questo sar
    obbedito a puntino; tanto pi che io sono per natura pacifico e nemico
    di mettermi nei trambusti e nei litigi. Per, a dir la verit, in quel
    che tocca la difesa della mia persona,  non far gran conto di  quelle
    leggi; perch le leggi divine e umane permettono che ognuno si difenda
    da chi vuole opprimerlo.
    -  Non  dico  di  no - rispose Don Chisciotte - ma quanto all'aiutarmi
    contro i cavalieri devi tenere a freno il tuo naturale impulso.
    - Ah,  non dubiti!  - rispose  Sancio.  -  Seguir  fedelmente  questo
    precetto, quanto quello di santificar le feste.
    Mentre faceva questi discorsi, spuntarono sulla strada due benedettini
    a cavallo su due dromedari; diciamo dromedari perch le mule su cui si
    avanzavano  non  erano  davvero  pi  piccole.  Portavano  dei  grandi
    occhiali da viaggio e ombrelli da  sole.  Dietro  a  loro  veniva  una
    carrozza  scortata  da  quattro  o  cinque  individui  a cavallo e due
    mulattieri a piedi.  Nella carrozza c'era,  come si  seppe  dopo,  una
    signora  biscaglina che andava a Siviglia,  dove si trovava il marito,
    che doveva partire per le Indie con  un  ufficio  molto  onorifico.  I
    frati non erano insieme con lei,  ma facevano la stessa strada. Appena
    Don Chisciotte li vide:
    - O io m'inganno - disse al suo scudiero - o questa deve essere la pi
    famosa avventura che si sia mai vista: perch quei  due  fagotti  neri
    che  si  vedon laggi debbon essere,  e anzi senza dubbio sono,  degli
    incantatori che portano in quella carrozza qualche principessa rapita,
    e forza m' riparar questo torto con ogni mia possa.
    - Questa sar peggio che i mulini a vento - disse Sancio.  - Badi  che
    quelli  son  due  benedettini,  e  la  carrozza deve essere di qualche
    passeggero. Badi bene, glielo dico io, badi bene a quel che fa,  e che
    non sia il diavolo che l'inganna.
    - Te l'ho gi detto, Sancio - rispose Don Chisciotte. - Tu d'avventure
    non  ne  capisci  nulla:  quel che ti dico io,   la verit,  e ora lo
    vedrai.
    Cos dicendo si fece avanti, e si pose in mezzo alla strada,  per dove
    venivano  i  frati,  e  quando furono tanto vicini,  che gli parve che
    potessero udire ci che avrebbe detto, si pose a urlare:
    - Gente immane e indemoniata,  lasciate andare all'istante le  eccelse
    principesse  che  portate  prigioniere in quella carrozza,  altrimenti
    preparatevi a ricevere pronta  morte  per  giusto  castigamento  delle
    vostre perfide gesta.
    I  frati  tiraron  le  guide,  rimasero  stupiti  della  figura di Don
    Chisciotte e dei suoi discorsi, e risposero:
    - Signor cavaliere,  noi non siamo n immani n indemoniati: siamo due
    frati di San Benedetto,  che ce ne andiamo per la nostra strada, e non
    sappiamo se  in  questa  carrozza  ci  siano  o  non  ci  siano  delle
    principesse prigioniere.
    -  Non  m'appago  io  gi  di ornate parole - disse Don Chisciotte ch
    ormai vi conosco, canaglia di mentita fede.
    E senza aspettare altrimenti risposta, spron Ronzinante,  e abbassata
    la lancia, si scagli contro il primo frate con tanta foga e baldanza,
    che  se  il  frate  non si buttava di sotto alla mula,  lo avrebbe suo
    malgrado  rovesciato,   e  anche  gravemente  ferito,   se  non  morto
    addirittura. L'altro frate, che vide il trattamento fatto al compagno,
    si  strinse  con  le  gambe  al baluardo della sua mula,  e cominci a
    correre come il vento per quella campagna.
    Sancio,  visto il frate in terra,  scese  svelto  dall'asino,  gli  fu
    sopra, e comincio a levargli la tonaca. In quel momento arrivarono due
    servitori dei frati,  che gli domandarono perch lo spogliava.  Sancio
    rispose loro che quegli abiti gli appartenevano  legittimamente,  come
    spoglia  della  battaglia  vinta  da  Don  Chisciotte  suo signore.  I
    servitori che non intendevano scherzi, e non capivano quella storia di
    spoglie e di battaglie,  vedendo che Don Chisciotte s'era  allontanato
    per  andare  a  parlare  con la gente della carrozza,  si gettarono su
    Sancio,  lo buttarono in terra,  gli strapparono tutta la  barba,  gli
    dettero  un  monte di calci,  e lo lasciarono l disteso senza fiato e
    senza sentimento.  Il frate non stette a perdere tempo: rimont  sulla
    sua mula, tutto impaurito, tremante e sbiancato in viso; e quando fu a
    cavallo,  spron in direzione del compagno,  che stava a guardare e ad
    aspettare a rispettosa distanza che  piega  pigliasse  la  baruffa:  e
    allora tutti e due,  rinunciando a veder la fine,  seguitarono la loro
    strada,  facendosi pi segni di croce che se avessero avuto il diavolo
    alle calcagna. Don Chisciotte, come si  detto, stava a parlare con la
    dama della carrozza e le diceva:
    -  La  belt vostra,  signora mia,  pu ora fare della propria persona
    quello che meglio le talenti,  dacch ormai la superbia  dei  rapitori
    vostri giace prostrata al suolo da questo mio forte braccio;  e perch
    non peniate un istante a conoscere  il  nome  del  vostro  liberatore,
    sappiate  che  io  mi  chiamo  Don Chisciotte della Mancia,  cavaliere
    errante in cerca di avventure,  e schiavo dell'impareggiabile bellezza
    di Donna Dulcinea del Toboso;  e in ricompensa del beneficio che da me
    avete ricevuto, altro non chiedo, se non che volgiate al Toboso, e che
    da parte mia vi presentiate a quella dama,  per raccontarle quanto  io
    abbia in pro della libertade vostra operato.
    Tutto  questo  discorso  fu  udito  da  uno  scudiero  di  quelli  che
    accompagnavano la carrozza.  Questo individuo  era  un  biscaglino,  e
    sentendo  che  Don  Chisciotte  non  voleva  lasciarli proseguire,  ma
    pretendeva  che  subito  andassero  alla  volta  del  Toboso,  gli  si
    avvicin,  e  messagli  una  mano  sulla lancia,  gli disse in cattivo
    spagnuolo e peggior biscaglino (1):
    - Ma vadi ben in malora!  Com' vero Dio,  se l  non  lassa  and  la
    carossa, mi l'amasso. Mi son biscaglin!
    Don Chisciotte lo cap benissimo, e con molta gravit gli rispose:
    -  Se  tu  cavaliere fossi,  come nol sei,  gi avrei gastigata la tua
    audacia e la tua insolenza, vile creatura.
    - Mi non son cavalier?  - replic il biscaglino.  - Giuro a Dio che l
    mentisse,  com'  vero  che l' al mondo.  Se l butta via la lancia e
    tira fura la spieda,  lo vedr l,  quanto sto mi a tajr la testa  al
    toro!  Biscaglin per terra, gentiluom per mare, gentiluom pel diavolo,
    e badi che l el dis una busia, s' dis al contrario.
    - E' quel che vedremo - rispose Don Chisciotte .
    E gettata a terra la lancia, impugn la spada,  imbracci lo scudo,  e
    si  scagli sul biscaglino,  deciso a ucciderlo.  Il biscaglino che lo
    vide venire avanti in quel modo, avrebbe voluto saltar gi dalla mula,
    di cui non c'era da fidarsi, perch era una bestiaccia da noleggio, ma
    non ebbe tempo che di tirar fuori la spada.  Per  fortuna  era  vicino
    alla  carrozza,  e  vi  pot  pigliare un guanciale,  che gli serv di
    scudo; e subito si gettarono l'uno contro l'altro, come se fossero due
    mortali nemici. Gli altri volevano fermarli,  ma non poterono,  perch
    il biscaglino nel suo cattivo gergo gridava che,  se non lo lasciavano
    finire la battaglia,  avrebbe ammazzato la padrona e tutti quelli  che
    cercassero  d'impedirglielo.  La  signora  della  carrozza,  stupita e
    timorosa  di  quel  che  vedeva,   fece  segno  al  cocchiere  che  si
    allontanasse  un  po'  di l,  e da lontano si mise a guardare l'aspro
    duello;  durante il quale il biscaglino men un gran  fendente  a  Don
    Chisciotte  sopra  una  spalla,  che  lo  avrebbe  spaccato  fino alla
    cintola,  se la spada non avesse incontrato l'orlo  dello  scudo.  Don
    Chisciotte,  che sent il peso di quel terribile colpo,  gett un gran
    grido dicendo:
    - Oh,  signora della  mia  alma!  o  Dulcinea  fiore  d'ogni  beltade,
    soccorrete  questo  vostro  cavaliere,  che per soddisfare alla vostra
    grande benignit, si trova in quest'aspro cimento!
    Dire queste parole,  stringere la spada,  coprirsi bene con lo scudo e
    gettarsi sul biscaglino fu l'affare di un minuto,  poich egli era ben
    deciso di rimettere tutto alla sorte di un solo colpo.
    Il biscaglino,  che se lo vide venire incontro a quel modo,  da quella
    furia cap il suo coraggio,  e decise di mostrarne altrettanto; quindi
    lo aspett ben coperto col suo guanciale, ma senza riuscire a smuovere
    n in qua n in l la mula,  che,  stanca morta e non abituata a certe
    grullerie,  non  faceva  un  passo.  Don Chisciotte dunque,  come si 
    detto, si slanciava contro il prudente biscaglino con la spada in alto
    e l'idea di spaccarlo in due,  e il biscaglino parimenti lo  attendeva
    con  la  spada  alzata  e  ben  imbottito  col suo guanciale.  Tutti i
    presenti spaventati aspettavano con ansiet quel che sarebbe  successo
    con  quei  gran  colpi che i due guerrieri si minacciavano,  e la dama
    della carrozza e le altre sue  donne  stavano  facendo  mille  voti  e
    offerte a tutte le immagini, e a tutti i santuari della Spagna, perch
    Dio  liberasse il loro scudiero e loro stesse da quel gran pericolo in
    cui si trovavano.  Il male  che l'autore di questa  storia  a  questo
    punto lascia sospesa questa battaglia,  scusandosi col dire che non ha
    trovato scritto delle imprese di Don Chisciotte altro che  quelle  gi
    raccontate. Ma il secondo autore di questa opera non volle credere che
    una storia cos curiosa potesse star sottoposta alle leggi dell'oblo,
    n che i begli ingegni della Mancia fossero cos poco curiosi,  da non
    avere nei loro archivi e nei loro scrittoi delle carte che trattassero
    di questo famoso cavaliere.  E perci con questa opinione non  disper
    di  trovare  la  fine  di  questa interessante storia e col favore del
    cielo la trov, nel modo che si racconter nella seconda parte.

    CAPITOLO 9.
    Dove si conclude e si d  termine  alla  meravigliosa  battaglia,  che
    fecero il gagliardo biscaglino e il valoroso Mancese.

    Nella  prima  parte  di  questa  storia  abbiamo  lasciato il valoroso
    biscaglino e il famoso Don Chisciotte con le spade snudate per aria  e
    pronte a calare due furibondi fendenti, tanto che, se si fossero presi
    in  pieno,  si  sarebbero  spaccati  da cima a fondo e aperti come due
    melagrane;  ma in quel punto cos critico rimase interrotta una storia
    tanto  interessante,  senza  che  l'autore  ci dicesse dove trovare la
    parte che mancava.
    Ci mi rincrebbe parecchio,  perch il piacere di aver letto cos poco
    si mutava nel dispiacere di pensare alla difficolt di rintracciare il
    molto,  che,  secondo  il mio parere,  doveva mancare di quel racconto
    cos divertente.  Tuttavia mi parve impossibile e  contro  ogni  buona
    consuetudine,  che  a  un  cos  bravo  cavaliere  fosse  mancato  uno
    scrittore  che  si  fosse  presa  la  cura  di   raccontare   le   sue
    straordinarie imprese;  cosa che non manc mai ad alcuno dei cavalieri
    erranti di quelli,  come dice la gente,  che a lor venture van  (1).
    Perch  ciascuno di loro teneva abitualmente uno o due scrittori,  che
    non solamente raccontavano le loro  azioni,  ma  descrivevano  i  loro
    minimi  pensieri  e  i loro pi futili e pi segreti sentimenti,  e un
    cos buon cavaliere non  poteva  essere  tanto  disgraziato  da  dover
    restare  privo  di  ci  che  un  Platir  e altri simili avevano avuto
    d'avanzo.  Quindi non potevo rassegnarmi a credere che una storia cos
    eroica  fosse rimasta monca e storpia,  e davo la colpa alla malvagit
    del tempo,  che divora e consuma tutte le cose;  il quale o la  teneva
    nascosta, o l'aveva distrutta.
    D'altra  parte  ritenevo  che,  siccome  tra  i suoi libri se ne erano
    trovati di quelli moderni come "Disinganno  di  gelosia"  e  "Ninfe  e
    pastori di Henares", anche la sua storia dovesse essere moderna, e che
    se  pure  non  era  stata scritta,  doveva essere conosciuta a memoria
    dalla gente del suo paese e di quelli vicini.  Quest'idea  mi  metteva
    addosso  una  grande  inquietudine  e  un  gran  desiderio  di  sapere
    realmente e  veramente  vita,  morte  e  miracoli  del  nostro  famoso
    spagnolo Don Chisciotte della Mancia, luce e specchio della cavalleria
    mancese,  il  primo  dell'epoca  nostra che in tempi cos tristi abbia
    intrapreso la faticosa professione del cavaliere errante, il primo che
    si sia messo a raddrizzare i  torti,  a  soccorrere  le  vedove,  e  a
    proteggere le donzelle;  di quelle che,  un tempo,  se ne andavano con
    frusta e palafreno e con tutta la loro verginit al fianco,  di  monte
    in monte e di valle in valle, e se non succedeva che qualche birbone o
    qualche   villano   armato,   o   qualche  spropositato  gigante,   le
    violentasse, vi furono nei tempi antichi delle ragazze che, in ottanta
    anni che non dormirono una notte in casa, andarono sotto terra vergini
    come la mamma che le aveva fatte.
    Dico dunque che per questo e molti altri rispetti il nostro fiero  Don
    Chisciotte  degno di memorande e perpetue lodi,  le quali per non si
    devono negare neanche a me per la fatica e la  diligenza  con  cui  ho
    cercato la fine di questa attraentissima storia.
    Tuttavia so molto bene che,  se il cielo,  il caso o la fortuna non mi
    avessero aiutato, il mondo sarebbe rimasto privo di un passatempo e di
    un piacere,  che potr provare quasi per un paio d'ore chi la  legger
    con attenzione. And dunque cos che la ritrovai.
    Essendo un giorno a Toledo nell'Alcan venne un ragazzo a vendere a un
    setaiuolo  degli  scartafacci  e dei vecchi manoscritti,  e siccome io
    sono tanto appassionato per la  lettura  che  leggo  perfino  i  fogli
    stracciati  che  si  trovano  per  la  strada,  spinto  da  questa mia
    inclinazione presi una di quelle scartoffie,  e  la  vidi  scritta  in
    caratteri  che  riconobbi per arabi.  Ma bench li conosca,  non li so
    leggere,  e perci mi misi a guardare se si vedeva gi di  l  qualche
    arabo convertito che me li leggesse,  e non mi fu difficile trovare un
    tale interprete; perch anche se l'avessi cercato per un'altra lingua,
    migliore e pi antica (1),  l'avrei trovato subito.  Gli dissi il  mio
    desiderio  e  gli  posi  il  libro  in  mano ed egli apertolo a met e
    lettavi dentro qualche parola, cominci a ridere. Allora gli chiesi di
    che cosa rideva, ed egli mi rispose, che rideva di una nota scritta in
    margine.
    Lo pregai di leggermela, ed egli, senza smettere di ridere, disse:
    - Come ho detto, qui in margine sta scritto cos: Questa Dulcinea del
    Toboso rammentata tante volte in questa storia,  voglion dire che  per
    salare  i  maiali avesse la mano felice pi di qualsiasi altra ragazza
    della Mancia.
    Quando sentii dire Dulcinea del Toboso rimasi molto sorpreso, perch
    subito m'immaginai che quegli scartafacci contenessero  la  storia  di
    Don  Chisciotte.  Con  quest'idea  lo  pregai di leggermi il titolo ed
    egli, traducendo "ex-tempore" l'arabo in castigliano, lesse:
    - "Storia di Don Chisciotte  della  Mancia,  scritta  da  Cide  Hamete
    Benengeli,  storico arabo". - Mi ci volle una gran presenza di spirito
    per dissimulare la gioia che provai quando giunse ai miei  orecchi  il
    titolo  del libro!  Subito comprai dal ragazzo tutti gli scartafacci e
    manoscritti,  togliendoli al setaiolo,  per  mezzo  reale;  ma  se  il
    ragazzo  fosse stato pi furbo,  e avesse conosciuto il mio desiderio,
    mi avrebbe potuto spillare pi di  sei  reali.  Mi  allontanai  subito
    insieme  coll'arabo e lo condussi nel chiostro della Cattedrale,  dove
    lo  pregai  che  mi  traducesse  in  lingua  castigliana   tutti   gli
    scartafacci  che  trattavano  di  Don  Chisciotte,  senza  lasciare n
    aggiungere nulla,  offrendogli per il suo  lavoro  quanto  voleva.  Si
    content  di  cinquanta libbre d'uva passa e di due staia di grano,  e
    promise di tradurli  bene,  fedelmente  e  semplicemente;  ma  io  per
    rendere  pi  facile  la  cosa e non lasciarmi sfuggire una cos bella
    occasione,  lo portai a casa mia,  dove in poco pi di un mese e mezzo
    fin tutta la traduzione,  cos com' qui riportata integralmente. Nel
    primo scartafaccio c'era disegnato molto al naturale il duello di  Don
    Chisciotte  col  biscaglino,  tutti e due nella medesima posizione che
    racconta la storia,  con la spada in  aria,  difesi  uno  dallo  scudo
    l'altro dal guanciale, con la mula del biscaglino fatta cos bene, che
    anche  da  lontano un miglio si vedeva che era di quelle prese a nolo.
    Il biscaglino aveva ai piedi  una  scritta  che  diceva:  "Don  Sancio
    d'Azpeitia" che senza dubbio doveva essere il suo nome,  e ai piedi di
    Ronzinante ce n'era un'altra che diceva: "Don Chisciotte".  Ronzinante
    era disegnato meravigliosamente,  cos lungo e stecchito, cos sottile
    e magro,  cos inarcato e bolso,  che mostrava ben chiaro  con  quanta
    giustezza  e  propriet  gli  era  stato  posto il nome di Ronzinante.
    Accanto a lui c'era Sancio Panza,  che teneva  il  suo  asino  per  la
    cavezza,  e  ai  suoi piedi stava un'altra scritta che diceva: "Sancio
    Cianche", probabilmente perch, come mostrava l'illustrazione,  doveva
    avere la trippa grossa,  il personale tozzo, e le gambe lunghe. Di qui
    i nomi di Panza, o Cianche, con cui  chiamato diverse volte nel corso
    del racconto. C'erano anche altri particolari,  ma di poca importanza,
    non  necessari  n  utili  alla verit di questa storia,  poich delle
    storie si pu dire che nessuna  cattiva a patto che sia vera.
    Se a questa si pu fare qualche critica circa la sua verit, sar,  se
    mai, che il suo autore era arabo, e che  vizio comune di quella gente
    d'essere bugiardi,  ma siccome ci sono tanto ostili c' da credere, se
    mai,  che abbia piuttosto diminuito che esaltato  le  imprese  di  Don
    Chisciotte.  Infatti a me pare proprio cos;  perch quando potrebbe e
    dovrebbe dare ali alla penna nelle lodi di un  cos  bravo  cavaliere,
    pare  che  faccia a posta a passarle sotto silenzio,  cosa mal fatta e
    peggio pensata,  perch gli storici devono essere esatti,  veritieri e
    spassionati;  n  l'interesse  o  il timore,  il rancore o la simpatia
    devono farli deviare dal cammino della  verit,  di  cui    madre  la
    storia,  che ben pu essere detta emula del tempo, archivio dei fatti,
    testimonianza  del  passato,   esempio  e  ammonizione  del  presente,
    insegnamento dell'avvenire.  In questa so che si trover tutto ci che
    si pu desiderare di  pi  interessante;  e  se  vi  mancassero  fatti
    importanti,  per  conto mio ritengo che sia per colpa di quel cane del
    suo autore,  piuttosto che per deficienza  del  soggetto.  Dunque,  la
    seconda parte, seguendo la traduzione, comincia cos:
    I  due valorosi e furibondi combattenti con le affilate spade brandite
    e levate in alto pareva  che  minacciassero  il  cielo,  la  terra,  e
    l'inferno,   tanto  era  intrepido  il  loro  contegno.  Il  collerico
    biscaglino fu il primo a menare il colpo, e lo dette con tanta forza e
    tanta ira,  che se nel calare il fendente non  gli  si  fosse  un  po'
    sviata la spada,  quel solo colpo sarebbe bastato a por fine all'aspra
    contesa e a tutte le avventure del nostro cavaliere.  Ma  la  fortuna,
    che  lo  voleva  serbato  a  maggiori imprese,  devi la spada del suo
    avversario;  la  quale  per  ci,   sebbene  lo  arrivasse  sull'omero
    sinistro,  non  gli  fece  altro male che disarmargli tutto quel lato,
    portandogli via di striscio  gran  parte  della  celata  e  met  d'un
    orecchio;  ogni cosa rovin per terra con spaventoso fracasso, ed egli
    rimase molto malconcio.
    Signore Iddio!  E chi potr ora narrare degnamente la rabbia che entr
    nel  cuore  del  nostro mancese,  vedendosi conciato in quel modo!  Ci
    contenteremo di dire che si alz di nuovo sulle staffe,  e  impugnando
    la  spada  a  due  mani,  con  tal  furia  men un colpo al biscaglino
    pigliandolo in pieno sopra il guanciale e sopra la testa,  che costui,
    nonostante quella buona difesa, come se gli fosse piombata addosso una
    montagna,  cominci a far sangue dal naso, dalla bocca, dagli orecchi,
    e a dar segno di cascar gi dalla mula;  e sarebbe certamente  caduto,
    se non l'avesse abbracciata stretta per il collo. Tuttavia i piedi gli
    uscirono dalle staffe,  allent le braccia,  e la mula, spaventata dal
    colpo terribile,  si dette a correre per la campagna,  ma dopo  tre  o
    quattro bilanci stramazz insieme col suo padrone.
    Don  Chisciotte  lo  stava  a guardare con solenne dignit e appena lo
    vide cadere, salt da cavallo e con molta sveltezza gli si accost, e,
    ponendogli dinanzi agli occhi la punta  della  spada,  gli  disse  che
    s'arrendesse,  o  altrimenti  gli  avrebbe  tagliato  la testa.  Ma il
    biscaglino era talmente intontito,  che non era in grado di rispondere
    mezza  parola,  e  l'avrebbe passata brutta,  tanto Don Chisciotte era
    accecato dall'ira,  se le dame della carrozza che  fino  allora  erano
    state  a  guardare il duello tutte sbigottite,  non fossero accorse l
    dove egli era, e gli avessero chiesto con grandi suppliche di conceder
    loro l'insigne grazia e favore di  risparmiar  la  vita  a  quel  loro
    scudiero. Don Chisciotte rispose con sussiego e dignit:
    - Certamente,  avvenenti signore,  piacemi di acconsentire alla vostra
    preghiera;  ma a patto  e  condizione  che  questo  cavaliere  mi  dia
    promessa di recarsi al paese di Toboso,  e di presentarsi da parte mia
    dinanzi alla impareggiabile  Madonna  Dulcinea,  perch  ella  di  lui
    disponga come meglio le talenti.
    Tremanti e addolorate, le signore, senza neanche rendersi ben conto di
    quel  che  chiedeva  Don Chisciotte,  senza domandare chi fosse questa
    Dulcinea, gli promisero che lo scudiero avrebbe fatto tutto quello che
    egli avesse ordinato.
    - Allora sulla fede di questa parola,  io non gli  dar  il  colpo  di
    grazia, sebben lo riterrei ben meritato

    NOTA  1:  Emistichio  di  una traduzione castigliana dei "Trionfi" del
    Petrarca.

    CAPITOLO 10.
    Divertente  conversazione  tra  Don  Chisciotte  e  Sancio  Panza  suo
    scudiero.

    Sancio  Panza  frattanto,  nonostante  che  i  mulattieri dei frati lo
    avessero ridotto parecchio male,  s'era rizzato,  ed era stato attento
    al  duello  del  suo padrone,  pregando Dio in cuor suo che lo facesse
    vincere e guadagnare un'isola di cui poi lo facesse governatore,  come
    gli aveva promesso. Quando vide che tutto era finito, e che il padrone
    si  preparava  a  salire su Ronzinante,  corse a tenergli la staffa e,
    prima che salisse,  gli s'inginocchi  dinanzi  e  presagli  la  mano,
    gliela baci e gli disse:
    -  Signor  Don  Chisciotte  mio,  ora  mi faccia il favore di darmi il
    governo  dell'isola  che  si      guadagnata   in   questo   accanito
    combattimento.  Per  grande che sia,  io mi sento forte da governarla,
    proprio come chiunque altro che abbia governato isole nel mondo.
    - Mio caro Sancio - gli rispose Don Chisciotte -  questa  avventura  e
    altre  simili  avventure  non sono da isole,  ma semplici avventure da
    strada,  e non vi si guadagna altro che di riportar a  casa  la  testa
    rotta e un orecchio di meno. Abbi pazienza, ch ci si presenteranno di
    certo  delle  altre  avventure,  con  cui  non  solamente ti potr far
    governatore ma anche di pi.
    Sancio lo ringrazi profondamente, e baciatagli un'altra volta la mano
    e la falda della corazza,  l'aiut a salire su Ronzinante,  e poi sal
    sul suo asino,  e si prepar a seguirlo, mentre egli di trotto svelto,
    senza congedarsi,  e senza rivolgere una  parola  alle  signore  della
    carrozza,  s'avviava  verso un bosco vicino.  Sancio gli teneva dietro
    coll'asino di galoppo,  ma Ronzinante andava cos lesto,  che  Sancio,
    vedendo  di  rimanere addietro,  fu costretto a gridare al suo padrone
    che l'aspettasse.  Don Chisciotte tir le guide a Ronzinante e  attese
    che  il suo stanco scudiero la raggiungesse.  Il quale,  quando l'ebbe
    raggiunto:
    - Signore - gli  disse  -  mi  pare  che  sarebbe  prudente  andare  a
    rifugiarsi in qualche chiesa, perch l'uomo con cui lei si  picchiato
      rimasto  cos  malconcio,  che non staranno molto a dar notizia del
    fatto alla Santa Fratellanza e a pigliarci;  e se ci  pigliano,  prima
    che ci riesca di uscire di carcere, ci sar da sudare sangue.
    -  Ma  sta' zitto!  - disse Don Chisciotte - e dove hai tu mai visto o
    letto che un cavaliere errante sia  stato  portato  in  tribunale  per
    quanti omicidi possa aver commesso?
    -  Io  di  omicidi non me ne intendo - rispose Sancio - perch in vita
    mia non ne ho mai commessi;  so soltanto che quelli che si  picchiano,
    dopo hanno da fare con la Santa Fratellanza, e non mi occupo d'altro.
    - Non aver paura, amico - rispose Don Chisciotte - io ti saprei levare
    dalle mani dei giudei,  non che da quelle della Santa Fratellanza.  Ma
    dimmi un po': hai visto mai cavaliere pi bravo  di  me  su  tutta  la
    superficie  della  terra?  Hai letto mai nelle storie di qualche altro
    cavaliere che abbia avuto, o abbia, pi impeto nell'attacco,  pi lena
    nella  resistenza,  pi  destrezza nel menare il colpo,  e pi astuzia
    nell'atterrare l'avversario?
    - Per dire il vero - rispose Sancio - io  non  ho  letto  mai  nessuna
    storia, perch non so n leggere n scrivere; ma posso scommettere che
    non  ho  servito  in  tutto  il  tempo  della  mia vita un padrone pi
    coraggioso di lei, e prego Iddio,  come ho detto,  che questo coraggio
    non  si abbia a pagar caro.  Intanto sar bene che si medichi,  perch
    perde molto sangue da codesto orecchio.  Ci ho qui nelle bisacce delle
    fila e un po' di pomata bianca.
    -  Tutto ci sarebbe proprio inutile - rispose Don Chisciotte se m'ero
    ricordato di fare una fiala dell'elixir di Fierobraccio: con una  sola
    goccia di quello si risparmiava tempo e medicine.
    - Che roba  questa fiala e questo elixir? - domand Sancio Panza.
    -  E'  un  elixir  -  rispose  Don  Chisciotte  - di cui so a mente la
    ricetta;  e col quale non c' da aver paura di morte,  n da temere di
    morire per qualsiasi ferita.  Quindi,  quando l'avr fatto e te l'avr
    dato in consegna,  se tu vedi che in qualche battaglia m'abbian diviso
    in due (come spesso succede) tu non devi far altro che raccattare pari
    pari  la  parte  caduta e con molta destrezza,  prima che il sangue si
    raffreddi, appiccicarla sull'altra met rimasta in sella, badando bene
    di farla combaciare nel punto preciso.  Dopo tu mi darai  a  bere  due
    sorsi  appena  dell'elixir che ti ho detto,  e mi vedrai ritornare pi
    sano di un pesce.
    - Quand' cos - disse Panza - io  rinuncio  fin  da  ora  al  governo
    dell'isola  che  lei mi ha promesso,  e in ricompensa dei miei buoni e
    molti servigi non chiedo altro che la ricetta di  questo  meraviglioso
    liquore;  perch  m'immagino  che  si  debba  trovar  da  venderlo  in
    qualunque posto a non meno di due reali l'oncia;  e io non  chiedo  di
    pi per passare la vita onoratamente in riposo. Bisogna per sapere se
    a farlo si spende molto.
    -  Con meno di tre reali,  se ne possono fare tre libbre - rispose Don
    Chisciotte.
    - Dio mio!  - esclam Sancio - e che aspetta a farlo  e  a  insegnarlo
    anche a me?
    -  Taci,  amico  - rispose Don Chisciotte - ch maggiori segreti penso
    insegnarti,  e darti maggiori ricompense;  ma intanto  curiamoci,  ch
    l'orecchio mi duole pi che non vorrei.
    Sancio  tir  fuori  dalle bisacce le fila e la pomata.  Ma quando Don
    Chisciotte vide il suo elmo,  credette d'impazzire,  e posta  la  mano
    sulla impugnatura della spada, e alzando gli occhi al cielo, disse:
    - Pel Creatore di tutte le cose e per i quattro santi Evangeli,  giuro
    di far la vita che fece  il  Marchese  di  Mantova,  quando  giur  di
    vendicar la morte di suo nipote Baldovino;  e cio di non cibar pane a
    tavola imbandita,  di non  congiungersi  carnalmente  con  la  propria
    moglie,  e  altre cose,  che sebbene non me ne ricordi,  le do qui per
    espresse,  finch non abbia preso intera vendetta di colui che  mi  ha
    fatto tale affronto.
    Sancio, udendo ci, gli disse:
    - Ci pensi bene; perch se il cavaliere ha eseguito ci che lei gli ha
    ordinato,  e  cio  di  andare a presentarsi alla signora Dulcinea del
    Toboso, il suo dovere l'ha fatto, e non merita altra pena,  a meno che
    non commetta un nuovo delitto.
    - Hai detto benissimo e messe le cose a posto - rispose Don Chisciotte
    -  quindi annullo il giuramento per quel che riguarda il vendicarmi di
    lui,  ma lo rifaccio e lo confermo,  giurando di far la  vita  che  ho
    detto,  fintanto  che non abbia tolto in combattimento un'altra celata
    buona come questa a qualche cavaliere.  E non ti credere che io faccia
    a  caso  questo  proponimento;  anzi ho il modello da seguire,  perch
    simile avventura accadde proprio identica  a  proposito  dell'elmo  di
    Mambrino, che cost tanto caro a Sacripante.
    - Ma mandi al diavolo tutti questi giuramenti - replic Sancio che son
    di  gran danno alla salute e di pregiudizio alla coscienza.  Perch mi
    dica un po': se per caso si sta un pezzo senza incappare  in  qualcuno
    che abbia un elmo in capo, che si fa? Si deve mantenere il giuramento,
    nonostante tanti inconvenienti e tanti disagi,  come il dormir vestito
    e fuori dell'abitato, e tutte le altre mille penitenze di cui parla il
    giuramento di quel vecchio pazzo del Marchese di Mantova,  che lei ora
    vuole ritirar fuori ? Non vede che per tutte queste strade non passano
    mai uomini armati,  ma solamente mulattieri e barrocciai, che non solo
    non portano elmo,  ma che forse non l'hanno mai  sentito  nominare  in
    tutta la loro vita?
    -  T'inganni - disse Don Chisciotte.  - Non passeranno due ore,  e per
    questi crocevia vedremo pi armati di quelli che andarono  ad  Albraca
    alla conquista d'Angelica la bella.
    - Basta,  allora; e cos sia - disse Sancio - e speriamo in Dio che ci
    vada bene,  e che venga presto il tempo di guadagnare quest'isola  che
    mi costa gi tanto cara; poi sar quel che Dio vuole.
    -  Te  l'ho gi detto,  Sancio,  che di questo tu non devi darti alcun
    pensiero. Se anche non ci fossero isole, c' il regno di Danimarca,  o
    quello  di  Sobradisa,  che  son la scarpa pel tuo piede;  tu dovresti
    esserne molto pi contento,  visto che sono  in  terra  ferma.  Ma  di
    questo  ne  riparleremo a suo tempo.  Guarda ora se in codeste bisacce
    hai qualcosa da mangiare,  e dopo andremo in cerca di qualche castello
    dove  alloggiare  stanotte e fare l'elixir che ti ho detto;  perch ti
    garantisco che questo orecchio mi duole molto.
    - Ci ho una cipolla,  un po' di cacio,  e qualche tozzo di pane  disse
    Sancio - ma non  un mangiare per un cos bravo cavaliere come lei.
    - Oh, come tu ti sbagli! - rispose Don Chisciotte. - Devi sapere, caro
    Sancio,  che    un  onore per i cavalieri erranti stare un mese senza
    mangiare,  o,  mangiando,  mangiar quel che capita;  e di  questo  non
    avresti  alcun  dubbio,  se  tu avessi letto tante storie quante ne ho
    lette io;  perch,  sebbene siano state molte,  non vi ho trovato  mai
    notizie   di  quel  che  mangiassero  i  cavalieri  erranti,   se  non
    eccezionalmente in alcuni sontuosi banchetti che  si  davano  in  loro
    onore.  Mentre  la  maggior  parte  dei  giorni facevano penitenza.  E
    siccome senza mangiare e senza  soddisfare  tutti  gli  altri  bisogni
    naturali  non potevano stare,  perch in realt erano uomini come noi,
    si deve dunque intendere che,  andando nel maggior  tempo  della  loro
    vita  per  foreste  e  luoghi  deserti  e  senza cuoco,  il loro vitto
    ordinario dovesse essere di cibi rozzi, come quelli che tu mi offri in
    questo momento. Quindi, amico Sancio, non t'affliggere di quello che a
    me fa piacere, e non cercar di riformare il mondo, e di scardinare dai
    suoi usi la cavalleria errante.
    - Mi perdoni - disse Sancio - ma siccome non so n leggere n scrivere
    come le ho detto altra volta,  io non ho alcuna cognizione delle leggi
    della  cavalleria.  Ma  d'ora  in  avanti  metter nelle bisacce della
    frutta secca di diverse specie per lei che  cavaliere; e per me,  che
    non  sono  cavaliere,  ci  metter  roba che abbia avuto le penne e di
    miglior sostanza.
    - Ma no!  - replic Don Chisciotte.  - Io non ho detto che sia obbligo
    pei  cavalieri erranti non mangiar altro che codesta tua frutta secca:
    ho detto soltanto che doveva essere  il  loro  principale  nutrimento,
    insieme  con  delle  erbe  trovate  nei  campi,  che conoscevano e che
    conosco anch'io.
    - Questa  una bella cosa - rispose Sancio - di conoscere queste erbe;
    perch mi pare, se lei va di questo passo,  che un giorno o l'altro ci
    si debba trovare ad averne bisogno.
    E  ritirata  fuori  la  roba  che  aveva detto di avere nelle bisacce,
    mangiarono tutti e due in pace e in buona compagnia. Ma desiderando di
    trovare come passar la notte, terminarono alla svelta il loro povero e
    magro pasto.  Poi salirono a cavallo,  e si affrettarono per  giungere
    nell'abitato prima che facesse buio, ma, arrivati presso certe capanne
    di caprai, il sole and sotto e con esso la speranza di raggiungere la
    meta desiderata.  Perci si decisero a pernottare in quel luogo;  e se
    rest grave a Sancio di non esser potuto  arrivare  in  un  paese,  fu
    gradito  invece  al  suo padrone di poter passare quella notte a cielo
    scoperto;  perch,  ogni volta che ci gli succedeva,  gli sembrava di
    procurarsi   un   documento   che   rendeva   pi   facile   la  prova
    dell'autenticit del suo errantesco cavalierato.


    CAPITOLO 11.
    Quel che successe fra Don Chisciotte e alcuni caprai.

    Fu bene accolto dai caprai, e Sancio, avendo sistemato meglio che pot
    Ronzinante e l'asino,  fu attirato dall'odore che mandavano dei salumi
    di capra che stavano bollendo al fuoco in un paiolo. E sebbene avrebbe
    voluto  vedere  subito se erano in punto per passarli dal paiolo nello
    stomaco,  vi rinunci,  poich i caprai  li  levarono  dal  fuoco,  e,
    distese in terra delle pelli di pecora, apparecchiarono alla svelta la
    loro  rozza  mensa,  e  invitarono i due ospiti a mangiare di quel che
    c'era, dimostrando tutto il loro buon cuore.  Sei (tutti quelli che si
    trovavano  in  quel  momento  nelle capanne) si sedettero intorno alle
    pelli dopo aver pregato Don Chisciotte con  grossolani  complimenti  a
    sedersi su un trogolo,  rovesciato per la circostanza.  Don Chisciotte
    si sedette,  e Sancio rimaneva in piedi per  porgergli  la  coppa  che
    consisteva in un corno. Il suo padrone, vedendolo in piedi, gli disse:
    - Perch tu vegga, o Sancio, quanta bont in s contenga la cavalleria
    errante,  e quanto coloro che in un modo o nell'altro vi fanno il loro
    ufficio,  siano sempre in procinto di prestamente giungere  ad  essere
    onorati  e  stimati  da  tutti,  io  voglio che tu ti segga qui al mio
    fianco in compagnia di questi buoni villici,  e che tu sia  tutta  una
    cosa medesima con me,  che son tuo padrone e natural signore; e che tu
    prenda dal mio medesimo piatto il cibo e dalla mia medesima  tazza  la
    bevanda,  perch  della  cavalleria  errante si pu dire lo stesso che
    dell'amore, che tutte cose agguaglia.
    - La ringrazio tanto - disse  Sancio.  -  Ma  creda  pure  che  quando
    trovassi  da  mangiar  bene,  me  lo mangerei ugualmente bene,  e anzi
    meglio,  in piedi e da me solo,  che seduto accanto a  un  imperatore.
    Anzi se le devo dire la verit,  mi piace molto di pi quel che mangio
    nel mio cantuccio senza tante cerimonie e senza tanta etichetta, anche
    se  pane e cipolla,  che i tacchini di  certe  tavole,  dove  bisogna
    masticare  piano,  bere  poco,  ripulirsi  la  bocca ogni minuto,  non
    starnutire n tossire se ne viene voglia, n fare altre cose che ci si
    possono permettere quando siamo soli e liberi.  Quindi  questi  onori,
    che  lei  mi vuol fare come membro e affiliato alla cavalleria errante
    in qualit di suo scudiero,  mi faccia il piacere,  me li  baratti  in
    altre cose pi utili, e questi faccia conto che io li abbia accettati,
    perch non ci tengo e ci rinuncio per sempre.
    - Nondimeno tu devi sederti; perch chi si umilia, sar esaltato.
    E presolo per un braccio, l'obblig a sedersi accanto a lui.
    I  caprai non intendevano nulla in quel gergo di scudieri e cavalieri
    erranti e non facevano altro che mangiare e stare zitti,  guardando i
    loro  ospiti  che con molta disinvoltura e buon appetito buttavano gi
    dei bei bocconi grossi come pugni. Finita la carne, distesero sopra le
    pelli un gran mucchio di ghiande,  e accanto ci misero una mezza forma
    di cacio,  pi duro che se fosse stato di calcina.  E intanto il corno
    non stava mai in ozio, perch andava in giro tanto spesso (ora pieno e
    ora vuoto come le secchie del pozzo) che in quattro e  quattr'otto  di
    due otri che erano in vista,  uno rimase vuoto.  Quando Don Chisciotte
    ebbe soddisfatto il suo stomaco, prese un pugno di ghiande in mano,  e
    dopo  averle  attentamente per qualche tempo rimirate,  dette la stura
    alla seguente orazione:
    - O venturosa et, e secoli venturosi quelli a cui dettero gli antichi
    il nome d'et dell'oro; non perch l'oro,  che in questa nostra et di
    ferro tanto  pregiato, senza veruna fatica in quei fortunati tempi si
    ottenesse,  ma  perch  ignorate  erano  allora dai viventi queste due
    parole: tuo e mio.  In quella pia  et  tutte  eran  comuni  le  cose;
    nessuno,  per ottenere il suo quotidiano alimento, aveva duopo d'altra
    fatica,  se non d'alzar la mano e coglierlo dalle robuste querce,  che
    liberalmente   al   banchetto   dei  loro  maturi  e  saporosi  frutti
    invitavano.  Le  chiare  fonti  e  i  correnti  rivi  in  meravigliosa
    abbondanza limpide e deliziose acque somministravano.  Nelle fenditure
    delle rocce e nel cavo  degli  alberi  le  diligenti  e  industri  api
    stabilivano  la loro repubblica,  offrendo a qualunque mano la feconda
    messe del loro dolcissimo lavoro. I forti sugheri si spogliavan da s,
    per pura e semplice cortesia,  delle loro larghe e  leggere  cortecce,
    che su rozzi pali sorrette coprivan le capanne,  non per altro che per
    difesa dell'inclemenza del cielo. Tutto era pace allora, tutto amist,
    tutto concordia: n ancora il pesante vomere del ricurvo aratro  aveva
    ardito  fendere  e  esplorare  le  viscere  pietose della nostra prima
    madre, che, senza esser da chicchessia costretta, offriva,  su tutti i
    punti  del  suo  seno  fertile e spazioso,  ci che poteva sostentare,
    saziare e dilettare i figli,  che  allora  vi  dimoravano.  Allora  le
    semplici  e  vaghe  pastorelle  se  ne andavano di valle in valle e di
    collina in collina,  negletto il crine,  senza  industriose  trecce  e
    senza  altre  vesti  che quelle necessarie per celare onestamente quel
    che l'onest vuole,  e sempre  volle,  che  celato  fosse.  E  i  loro
    abbigliamenti  non  erano  quali ora si usano fatti pi preziosi dalla
    tiria porpora e  dai  serici  filamenti  in  cotanti  tormentosi  modi
    attorti, ma eran di verdi foglie di bardana e d'edera intrecciate, con
    le quali esse andavano cos pompose e adorne, come vanno ora le nostre
    dame di corte con le rare e peregrine invenzioni,  di cui le ha edotte
    un'oziosa  curiosit.   Allora  gli  amorosi  concetti  dell'anima  si
    palesavano  con  semplicit  e  sentimento  nel medesimo modo che eran
    concepiti,  senza cercare un artificioso giro di parole  per  renderli
    pi  preziosi.   La  frode,   l'inganno  e  la  malizia  non  si  eran
    frammischiati con la verit e la buona fede.  La giustizia se ne stava
    sicura   dentro  propri  termini,   senza  che  osassero  turbarla  n
    offenderla il favoritismo e l'interesse, che tanto ora la menomano, la
    turbano e perseguitano.  La legge dell'arbitrio non era ancora entrata
    nei concetti del giudice, perch non c'erano ancora n cose n persone
    da  giudicare.  Le fanciulle e l'onest,  come ho gi detto,  andavano
    dovunque sole e sicure,  senza timore di rimaner  vittime  dell'altrui
    protervia e di turpi propositi.  E quando mai in fallo fossero cadute,
    unicamente alla loro inclinazione e al  loro  volere  faceva  mestieri
    attribuirne la colpa. E ora in questa nostra detestabile et nessuna 
    pi  sicura  nemmeno  nascosta  e  custodita  in un laberinto simile a
    quello di Creta,  perocch da ogni pertugio o dall'aria medesima,  con
    lo zelo della nefanda galanteria, ivi pure penetra l'amoroso contagio,
    e nonostante il ritirato vivere a certa ruina le conduce.  E crescendo
    con l'andar dei tempi l'insidiosa malizia, fu appunto per loro sicurt
    istituito l'ordine dei cavalieri erranti,  che le donzelle difendesse,
    proteggesse  le  vedove,  e  soccorresse gli orfani e i necessitosi di
    soccorso.  A questo ordine o fratelli caprai,  io appartengo;  e della
    buona  accoglienza  che  avete  fatto  a me e al mio scudiero,  grazie
    infinite vi rendo.  E quantunque per legge naturale  i  viventi  tutti
    siano  tenuti  a  favorire  gli  erranti  cavalieri,  ci non di meno,
    considerando che voi,  di questo obbligo ignari,  con benigno cuore mi
    accoglieste  e  favoriste,  ragion  vuole  che  ogni mia buona volont
    quanto pi  possibile alla vostra corrisponda.
    Questa lunga orazione (e se la poteva proprio  risparmiare)  pronunci
    il nostro cavaliere,  solo perch le ghiande che gli avevano dato, gli
    avevano fatto venire in mente l'et  dell'oro.  Perci  gli  venne  il
    ghiribizzo di far quell'inutile discorso ai caprai, che senza dire una
    parola, intontiti ed estatici, erano stati ad ascoltarlo. Anche Sancio
    stava zitto, mangiava ghiande, e faceva ogni pochino delle visitine al
    secondo  otre,  che  avevano attaccato a un albero,  perch il vino si
    mantenesse fresco. Aveva messo pi tempo Don Chisciotte a parlare, che
    gli altri a finir la cena, dopo la quale uno dei caprai disse:
    - Perch lei,  signor cavaliere,  possa dire con  maggior  verit  che
    l'abbiamo  trattata  cordialmente  e  con  tutto il nostro buon cuore,
    vogliamo divertirla facendo cantare un nostro compagno che  non  star
    molto  a  esser  qui.   E'  un  ragazzo  molto  intelligente  e  molto
    innamorato; sa leggere e scrivere, e suona la ribeca che meglio non si
    potrebbe desiderare.
    Il capraio aveva appena finito di parlare,  quando si sent  il  suono
    della  ribeca,  e  di  l  a  poco  giunse  il  suonatore,  che era un
    giovanotto di circa ventidue anni, di molto bella presenza. I compagni
    gli domandarono se aveva cenato, e avendo egli risposto di s,  quello
    che  aveva  fatto  a Don Chisciotte la promessa di farlo cantare,  gli
    disse:
    - Allora,  Antonio,  tu ci canterai qualche cosa,  non  vero?  Perch
    questo signore nostro ospite veda che anche in montagna e per i boschi
    c' chi sa la musica.  Gli si  detto quanto sei bravo, e ora vogliamo
    che tu gli faccia sentire che s' detta la verit.  Siediti,  via,  e,
    per  piacere,  cantaci la romanza del tuo amore,  composta dal tuo zio
    prete, che  piaciuta tanto in paese.
    - Ben volentieri - rispose il giovanotto.
    E senza farsi pi pregare, si sedette su un ceppo di quercia,  accord
    la  ribeca;  e  di  l  a  poco  con  molta buona grazia cos cominci
    cantare:

    Io lo so,  Olalla,  che tu m'adori,  sebbene tu non  me  l'abbia  mai
    detto, nemmen con gli occhi, che sono la lingua muta dell'amore.
    Siccome  so che tu m'hai compreso,  io confido che tu mi ami,  perch
    amore conosciuto non fu mai infelice.
    E' vero tuttavia che parecchie volte,  Olalla tu m'hai fatto  credere
    d'avere un'anima di bronzo e un cuore di pietra.
    Ma  attraverso  il pudore dei tuoi rifiuti e dei tuoi rimproveri,  la
    speranza mi ha mostrato un lembo della sua veste.
    Accorre a quel cenno la mia fede,  che  mai  scem  per  repulse,  n
    crebbe per buona accoglienza.
    Se l'amore  cortesia,  da quella che tu mi mostri io arguisco che il
    successo delle mie speranze debba essere quale immagino.
    E se i servigi posson render benevolo un cuore,  quelli che ho potuto
    renderti fortificano la mala causa.
    Perch,  se  ci  hai  badato,  pi d'una volta avrai visto che mi son
    vestito di luned con gli abiti di lusso della domenica.
    Perch,  sapendo che l'amore e l'eleganza vanno per la stessa strada,
    ho voluto apparire ai tuoi occhi sempre elegante.
    Non  ti  parlo  dei  balli che ho messo su per te,  non ti ricordo le
    serenate che ti ho fatte sentire la notte, o al primo canto del gallo.
    Non conto le lodi che ho  prodigate  alla  tua  bellezza,  le  quali,
    sebben vere, mi hanno fatto pigliare a noia dalle altre ragazze.
    Teresa del Berrocal,  un giorno che io facevo le tue lodi,  mi disse:
    "Talvolta uno crede di adorare un angelo e adora una  scimmia,  grazie
    ai molti gioielli e ai capelli finti e ad altre bellezze posticce, che
    ingannerebbero l'amore in persona".
    Io le dissi che mentiva,  e lei si arrabbi.  Suo cugino prese le sue
    difese, mi sfid, e tu sai quel che feci io, e quel che fece lui.
    Io non t'amo per divertimento e non ti cerco e ti faccio la corte per
    fini disonesti; le mie intenzioni sono buone.
    La chiesa ha un capestro fatto di lacci di seta: metti il  tuo  collo
    in quel giogo, e vedrai com'io vi metter il mio.
    Se no,  fin d'ora giuro,  per il santo pi venerato, di non uscir pi
    da queste montagne, se non per farmi cappuccino.

    Qui il capraio pose fine al suo canto,  e  mentre  Don  Chisciotte  lo
    preg di cantare qualche altra cosa, Sancio Panza non ne volle sapere,
    perch aveva pi voglia di dormire che di sentir cantare. Quindi disse
    al suo padrone:
    - Lei pu cominciare intanto a cercarsi dove dormire stanotte,  perch
    questa brava gente dura fatica tutto il giorno,  e non pu  passar  la
    notte a cantare.
    - Capisco,  capisco,  Sancio - rispose Don Chisciotte.  - Si vede bene
    che le visite all'otre t'hanno messo addosso pi voglia di dormire che
    di musica.
    - Dormire piace a tutti, Dio benedetto - rispose Sancio.
    - Non dico di no - rispose Don Chisciotte.  - Ma sistmati per te come
    vuoi; gli uomini della mia professione son pi soliti a vegliare che a
    dormire.  Tuttavia sarebbe bene,  Sancio, che prima tu mi medicassi un
    po' questo orecchio, che mi va dolendo pi del bisogno.
    Sancio obbed, e uno dei caprai, vista la ferita, gli disse che stesse
    tranquillo, ch ci avrebbe messo sopra una medicina lui,  con la quale
    sarebbe  guarito  subito.  E  colte delle foglie di rosmarino,  di cui
    v'erano l dintorno parecchie piante,  le mastic,  le mescol con  un
    po' di sale, gliele applic sull'orecchio, e poi glielo fasci stretto
    stretto,  assicurandolo  che  non  c'era  bisogno  d'altro.  E cos fu
    davvero.

    CAPITOLO 12.
    Quel che raccont  un  altro  capraio  a  quelli  che  erano  con  Don
    Chisciotte.

    Intanto  arriv  un  altro  giovanotto di quelli che andavano a far la
    spesa al villaggio e disse:
    - Sapete quel che  successo, ragazzi?
    - Come vuoi tu che si sappia? - rispose uno di loro.
    -  Stamattina  -  prosegu  il  giovanotto  -    morto  quel   famoso
    Grisostomo,  che  di studente si era fatto pecoraio,  e si mormora che
    sia morto d'amore per quel diavolo di Marcella, la figlia di Guglielmo
    il ricco, quella che va per queste solitudini vestita da pastora.
    - Per Marcella? - chiese uno.
    - Proprio per lei - rispose il capraio. - E il bello  che ha lasciato
    scritto per testamento che lo sotterrino in mezzo ai campi,  come  una
    bestia,  e  precisamente  ai  piedi  della  rupe  da cui scaturisce la
    Fontana del Sughero,  perch pare che egli abbia detto che fu l  dove
    la vide la prima volta.  E ha lasciato scritto anche altre cose, che i
    preti del paese dicono che non si devono fare, e che non  bene che si
    facciano,  perch son cose da pagani.  Ma quello  studente  suo  amico
    sviscerato,  quell'Ambrogio  che  si vest da pastore insieme con lui,
    bada a dire che si deve fare le cose proprio  come  ha  ordinato  lui,
    senza  lasciar  nulla,  e  il villaggio  in gran fermento per questo.
    Dicono tuttavia che da ultimo si far come vogliono Ambrogio e tutti i
    pastori suoi amici,  e domani vengono a seppellirlo con gran pompa nel
    posto dove ho detto.  Io credo che sar una cosa da vedersi,  o per lo
    meno io andrei di certo a vedere,  se fossi sicuro che domani  non  ci
    sar bisogno di tornare in paese.
    Tutti  si  andrebbe volentieri - dissero i caprai -.  - Facciamo cos:
    tiriamo a sorte chi deve restare a badare alle capre.
    - Tu dici bene,  Pietro - fece uno di loro - ma  non  importa  che  vi
    confondiate a fare il sorteggio: resto io.  Non per farvi un piacere o
    perch non sia curioso: lo faccio per  via  della  spina  che  l'altro
    giorno mi entr da parte a parte in questo piede,  e ora non mi lascia
    fare un passo.
    - Tuttavia ti ringraziamo lo stesso - rispose Pietro.
    Don Chisciotte allora chiese a Pietro che gli  dicesse  chi  erano  il
    morto e la pastora; e Pietro gli rispose che tutto quel che sapeva era
    che  il morto era figlio di un gentiluomo ricco,  abitante in un borgo
    di  quelle  montagne;  il  quale  era  stato  molti  anni  studente  a
    Salamanca,  e  dopo era tornato al paese con la nomea di persona molto
    intelligente e molto istruita. Dicevano che conosceva la scienza delle
    stelle e quel che fanno  l  in  cielo  il  sole  e  la  luna,  perch
    annunciava puntualmente lo "scrissi" del sole e della luna.
    - Si chiama ecclissi,  amico,  e non "scrissi",  l'oscurarsi che fanno
    questi due astri maggiori - disse Don Chisciotte.
    Ma Pietro,  che non  badava  a  queste  piccolezze,  prosegu  il  suo
    racconto dicendo:
    -  Parimenti  indovinava  quando  l'annata  doveva essere abbondante o
    "stntile".
    - Sterile volete dire, amico - disse Don Chisciotte.
    - Sia! Sterile o "stntile" fa lo stesso! - rispose Pietro.  - Io dico
    dunque che con quelle sue predizioni suo padre e i suoi amici, che gli
    davano retta, s'arricchirono; perch facevano ci che egli consigliava
    loro  dicendo:  Quest'anno seminate orzo e non frumento;  quest'altro
    potete seminare ceci e non orzo;  quello  che  viene  vi  sar  grande
    abbondanza d'olio, e i tre dopo non se ne raccatter una gocciola.
    - Questa scienza si chiama Astrologia - disse Don Chisciotte.
    -  Io  non  so come si chiami - replic Pietro - ma so che egli sapeva
    tutto questo,  e anche di pi.  Dunque non passarono molti mesi da che
    era  tornato da Salamanca,  quando un bel giorno,  eccotelo vestito da
    pastore,  con la sua brava mazza e una pelle addosso: gli abiti lunghi
    da  studente  li  aveva buttati alle ortiche.  E insieme con lui s'era
    vestito da pastore l'altro suo amico  sviscerato,  Ambrogio,  che  era
    stato suo compagno di studi. Mi dimenticavo di dire che Grisostomo, il
    morto, era famoso per comporre canzoni, tanto che scriveva sermoni per
    la  notte  di  Natale e rappresentazioni sacre per il "Corpus Domini",
    che poi erano recitati da giovanotti del paese;  e tutti dicevano  che
    erano  capolavori.  Quando  quelli del paese videro cos a un tratto i
    due studenti vestiti da pastori, rimasero meravigliati, e non potevano
    indovinare la causa  per  cui  avevano  fatto  quella  mutazione  cos
    strana.  Nel  frattempo  era morto il padre del nostro Grisostomo,  il
    quale eredit cos un patrimonione coi fiocchi,  tanto in beni  mobili
    come  immobili,  una  bella  quantit di bestiame grande e piccolo,  e
    molti denari in contanti.  Di tutto questo rimase padrone assoluto;  e
    davvero   se   lo   meritava,   perch  era  un  gran  buon  compagno,
    caritatevole,  amico della brava gente,  e poi aveva  una  faccia  che
    incantava.  Dopo  si  venne a sapere che quel mutamento di vestito non
    era stato per altro che per andare per questi luoghi solitari dietro a
    quella pastora Marcella, che il nostro compagno ha nominato poco fa, e
    di cui il povero Grisostomo si era innamorato.  E ora vi voglio  dire,
    perch  bene che lo sappiate, chi  questa ragazza. Forse, anzi senza
    forse,  non  sentirete  mai  pi dire una cosa come questa in tutto il
    tempo della vostra vita,  anche se  doveste  diventar  vecchi  come  i
    "pateracchi".
    -  I  pateracchi?!  Vorreste  forse  dire  patriarchi?  -  osserv Don
    Chisciotte,  che non poteva sopportare che  il  capraio  storpiasse  i
    vocaboli.
    -  Eh!  ma  anche  i pateracchi  un pezzo che si fanno!  - rispose il
    capraio.  -  E  poi,  caro  signore,  se  a  ogni  passo  si  mette  a
    correggermi, non si finisce pi.
    -  Scusatemi,  amico  - disse Don Chisciotte - ma c' tanta differenza
    tra i pateracchi e i patriarchi,  che ho  voluto  avvertirvi.  Ma  del
    resto avete detto bene,  i pateracchi son pi vecchi dei patriarchi; e
    proseguite pure il vostro racconto, ch io non vi corregger pi.
    - Dicevo dunque,  carissimo signore - riprese il  capraio  -  che  nel
    nostro  villaggio  c'era  un  contadino  anche  pi ricco del padre di
    Grisostomo, il quale si chiamava Guglielmo,  e a cui Dio dette,  oltre
    alle sue molte e grandi ricchezze, una figliola, la cui mamma mor nel
    metterla  al mondo.  Questa madre era la donna pi onesta che ci fosse
    in tutti questi dintorni. Mi par di vederla ancora con quel viso bello
    come il sole e dolce come la luna! E poi tanto faccendiera e amica dei
    poveri, che a quest'ora sar certo in paradiso. Dal dolore della morte
    di una cos brava donna,  suo  marito  Guglielmo  si  ammal  e  mor,
    lasciando Marcella, piccina e ricca, sotto la tutela di uno zio prete,
    che  ha  un beneficio nel nostro paese.  La bambina crebbe cos bella,
    che ci faceva sempre ricordare sua madre, che era stata tanto bella, e
    nonostante si giudicava che la figliola l'avrebbe superata. E cos fu;
    e quando arriv all'et di quattordici o  quindici  anni,  nessuno  la
    guardava senza benedire Iddio che l'aveva fatta cos bella, e molti se
    ne  innamorarono  pazzamente.  Suo  zio  la  teneva molto riguardata e
    ritirata,  ma la fama della sua bellezza si sparse talmente,  che  sia
    per  lei,  sia  per le sue ricchezze,  non solo i migliori di qui,  ma
    anche di molti paesi lontani supplicavano e insistevano presso lo zio,
    perch gliela desse in moglie.  Ma lui,  uomo di cristiana  dirittura,
    sebbene avrebbe desiderato maritarla subito appena in et giusta,  non
    ne volle far di nulla senza il consenso di  lei.  Questa  fu  la  vera
    ragione,  e  non gi che avesse di mira l'utile che gli sarebbe venuto
    dall'amministrazione della roba della ragazza mandando pi in  l  che
    fosse  possibile il matrimonio.  E questo fu riconosciuto in pi di un
    crocchio in paese a lode  del  buon  prete;  perch  bisogna  che  lei
    sappia, signor cavaliere errante, che in questi paesi piccoli di tutto
    ci  si occupa e di tutto si mormora,  e stia pur certo che bisogna che
    sia un angelo il prete che costringe i suoi parrocchiani a dir bene di
    lui specialmente nei borghi, sa!
    - E' proprio vero - disse Don Chisciotte. - Ma andate pure avanti, ch
    il racconto  molto bello, e voi, caro Pietro, lo raccontate con molta
    grazia.
    - Che quella del Signore non mi manchi che    quella  che  ci  vuole.
    Quanto al resto,  lei dunque deve sapere che, sebbene lo zio riferisse
    alla nipote le proposte,  e le  dicesse  caso  per  caso  le  doti  di
    ciascuno  di  quelli che la chiedevano,  e la pregasse a scegliersi un
    marito di suo gusto,  lei rispose sempre che  per  allora  non  voleva
    maritarsi,  perch,  essendo  tanto  giovane,  non si sentiva di poter
    sostenere  il  peso  del  matrimonio.  Di  fronte  a  queste  ragioni,
    apparentemente giuste,  lo zio smetteva di annoiarla,  e aspettava che
    crescesse un altro po' e sapesse poi scegliersi  un  compagno  di  sua
    soddisfazione.  Perch diceva, e diceva molto bene, che i genitori non
    devono obbligare i  figli  a  scegliersi  uno  stato  contro  la  loro
    volont.  Ma eccoti qui che un bel giorno,  quando meno ci si aspetta,
    quella capricciosa di Marcella si fa pastora e senza dare ascolto allo
    zio e a tutti quelli del paese che la sconsigliavano,  se ne va per la
    montagna  con  le  altre  ragazze  del posto a guardare il suo gregge.
    Appena usc in pubblico e si vide cos apertamente  le  sue  bellezze,
    non  vi  saprei  dire  neanche  quanti  ricchi  giovanotti,  nobili  e
    contadini, si sono vestiti come Grisostomo, e vanno facendole la corte
    per queste montagne. Uno di questi giovani,  come gi si  detto,  era
    appunto il nostro povero morto, del quale dicevano che non l'amava, ma
    l'adorava.  E  non  si  creda che pure essendosi messa a fare una vita
    cos libera da ogni vincolo e da ogni riguardo,  Marcella abbia  dato,
    nemmeno  in apparenza,  motivo di mormorare della sua onest e del suo
    contegno;  anzi  tale e tanta la vigilanza con cui custodisce il  suo
    onore,  che  di  quanti le sono attorno e le fanno una corte spietata,
    nessuno si  potuto vantare, n si potr sinceramente vantare, che lei
    gli abbia dato la pi piccola speranza di soddisfare il suo desiderio.
    E sebbene non sfugga n scansi la compagnia  e  la  conversazione  dei
    pastori,  e li tratti con cortesia e amichevolmente, pure, se qualcuno
    di loro arriva a dichiararle la sua intenzione, sia pure seria e santa
    come quella del matrimonio, lei li respinge poco meno che a sassate. E
    con questa sorta di contegno fa pi male in questi luoghi,  che se  ci
    fosse  scoppiata  la  peste,  perch  i  suoi  modi  affabili e la sua
    bellezza conquistano il cuore di quanti l'avvicinano,  e li spingono a
    corteggiarla  e ad amarla,  mentre la sua indifferenza e il disinganno
    li conducono poi alla disperazione;  quindi non  sanno  che  dirle  ma
    gridano  che    crudele e ingrata,  con altri titoli simili,  che ben
    manifestano le qualit del  suo  carattere.  E  se  lei,  signore,  si
    trattenesse qui qualche giorno,  sentirebbe risonare queste montagne e
    queste valli dei lamenti degli innamorati delusi che la  seguono.  C'
    un  luogo  non  molto  lontano di qui dove si trovano forse un paio di
    dozzine di alti faggi,  e non c' nessuno di quei faggi che sulla  sua
    liscia  corteccia  non  porti  inciso  il nome di Marcella,  e qualche
    volta, sopra il nome, nel medesimo albero  incisa una corona, come se
    l'innamorato avesse voluto dire  pi  chiaramente  che  essa  porta  e
    merita la corona di ogni bellezza umana. Qui sospira un pastore, l un
    altro  si lamenta;  di l si sentono canzoni d'amore,  di qua canti di
    disperata malinconia.  C' chi passa tutte le ore della  notte  seduto
    sotto  una  quercia  o  una  roccia,  e il sole lo trova,  la mattina,
    assorto in pensieri,  senza che abbia chiuso gli occhi lacrimosi;  v'
    un  altro  che  senza  dar  riposo  n  tregua  ai  sospiri,  in mezzo
    all'ardore del pi insopportabile pomeriggio d'estate,  disteso su  di
    un terreno infuocato alza i suoi lamenti al cielo pietoso. E di questo
    e  di  quello,  e  di questi e di quelli la bella Marcella trionfa con
    franca disinvoltura, e tutti quanti la conosciamo, stiamo ad aspettare
    dove andr a finire la sua alterigia e chi sar il  fortunato  mortale
    che  riuscir  a  domare  un  carattere  cos  fiero,  e a godersi una
    bellezza cos perfetta.  E siccome tutto quello che ho raccontato  la
    pura  verit,  mi figuro che debba essere altrettanto vero quel che il
    nostro compagno ci ha riferito delle dicerie  intorno  alla  morte  di
    Grisostomo.  Quindi,  signore,  la  consiglio  a  non  mancare  al suo
    funerale, che sar da vedersi; perch Grisostomo ha molti amici,  e da
    qui  al  luogo dove vuol essere sotterrato,  non c' neanche una mezza
    lega.
    - Ah! certamente,  sar pensier mio - disse Don Chisciotte - e intanto
    vi  ringrazio  del  piacere che mi avete procurato col vostro racconto
    cos interessante.
    - Oh!  - replic il capraio - io non ne  so  neanche  mezzi  dei  casi
    successi agli innamorati di Marcella,  ma potrebbe darsi che domattina
    ci  si  imbattesse  per  la  strada  in  qualche  pastore  che  ce  li
    raccontasse.  Ma intanto sar bene che lei vada a mettersi al coperto,
    perch il dormire a ciel sereno potrebbe inasprirle la ferita, sebbene
    con la medicina che ci si  messo non ci sia nulla da temere.
    Sancio Panza,  che  gi  mandava  al  diavolo  il  capraio  e  le  sue
    chiacchiere,  insist  anche  lui perch il padrone entrasse a dormire
    nella capanna di Pietro.  Don Chisciotte acconsent,  e tutto il resto
    della  notte  se  lo pass pensando alla sua signora Dulcinea come gli
    innamorati di Marcella. Quanto a Sancio,  si accomod fra Ronzinante e
    il  suo  ciuco,  e dorm non come un innamorato respinto,  ma come pu
    dormire un uomo frollato a forza di calci.

    CAPITOLO 13.
    Fine del racconto della pastora Marcella, e altri avvenimenti.

    Ma appena sui balconi d'oriente cominci ad apparire il giorno, cinque
    dei sei caprai si alzarono e svegliarono Don Chisciotte, domandandogli
    se  era  sempre  deciso  d'andare  a  vedere  il  famoso  funerale  di
    Grisostomo,  ch  essi gli avrebbero fatta compagnia.  Don Chisciotte,
    che non desiderava di meglio,  si lev e ordin a Sancio di sellare  e
    bardare  rispettivamente  le  bestie,  il  che  Sancio  fece con molta
    premura,  e subito con altrettanta premura si misero in  cammino.  Non
    avevano  fatto  neanche  un quarto di lega,  quando all'incrocio di un
    sentiero videro venire verso di loro sei  pastori,  vestiti  di  pelli
    nere,  con la testa coronata di cipresso e di oleandro e con un grosso
    bastone di agrifoglio per ciascuno.  Venivano  insieme  con  loro  due
    gentiluomini  a cavallo,  molto bene equipaggiati da viaggio,  con tre
    servitori a piedi che li accompagnavano.  Quando  si  scontrarono,  si
    salutarono  cortesemente e domandato e sentito che tutti erano diretti
    al luogo del funerale, si misero in cammino tutti insieme. Uno dei due
    a cavallo parlando col compagno gli disse:
    - Io credo, signor Vivaldo, che non dovremo rimpiangere il ritardo che
    faremo per vedere questo  famoso  funerale.  Famoso  davvero  date  le
    strane cose che del morto e della pastora,  che sarebbe la causa della
    morte, ci ha raccontato questa gente.
    - Lo credo anch'io - rispose Vivaldo - e  pur  di  vederlo,  starei  a
    patto di perderne quattro dei giorni non che uno.
    Don  Chisciotte  allora  domand loro che cosa avevano sentito dire di
    Marcella e di Grisostomo.  Il viaggiatore rispose  che  quella  stessa
    mattina avevano incontrato quei pastori,  e avendoli veduti vestiti in
    modo cos funebre,  gli avevano domandato perch  fossero  vestiti  in
    quel modo. Allora uno di loro gli aveva raccontato lo strano carattere
    e  l'eccezionale bellezza di una pastora chiamata Marcella,  e i molti
    innamorati che la corteggiavano,  e la morte di quel Grisostomo ai cui
    funerali ora andavano.  In una parola raccont tutto quello che Pietro
    aveva gi raccontato a Don Chisciotte.
    Finito questo argomento e  mutato  discorso,  colui  che  si  chiamava
    Vivaldo  domand  a Don Chisciotte come mai andasse armato a quel modo
    attraverso un paese cos tranquillo. Don Chisciotte gli rispose:
    - L'esercizio della mia professione non consente n  permette  che  io
    vada  in  altra  maniera.  Gli  spassi,  l'allegria,  il riposo furono
    inventati per i molli cortigiani, ma la fatica,  la continua vigilanza
    e  le  armi  furono inventate per coloro che il mondo chiama cavalieri
    erranti, e ai quali io appartengo, sebbene indegno e minore di tutti.
    Appena ebbero sentito ci,  tutti lo  giudicarono  un  matto,  ma  per
    assicurarsene meglio e vedere che genere di pazzia era il suo, Vivaldo
    gli domand che cosa voleva dire cavalieri erranti.
    -  Ella non ha dunque letto - rispose Don Chisciotte - gli annali e le
    storie d'Inghilterra,  dove si raccontano le  famose  imprese  del  Re
    Arturo,  che noi nella nostra lingua castigliana chiamiamo il re Art?
    Un'antica tradizione,  comune in tutto il Regno della  Gran  Bretagna,
    racconta che egli non mor, ma per incantamento fu tramutato in corvo,
    e  con  l'andar dei tempi deve tornare a regnare e a riprendere la sua
    corona e il suo scettro,  per cui da allora in poi non c' memoria che
    un  inglese abbia mai ucciso un corvo.  Ai tempi di questo bravo re fu
    appunto istituito  quel  famoso  ordine  dei  cavalieri  della  Tavola
    Rotonda, e si svolsero, nel modo preciso che l si racconta, gli amori
    di Lancillotto del Lago con la regina Ginevra, dei quali fu mediatrice
    e  confidente  quella  tanto  stimata  matrona Chintagnona;  come dice
    quella notissima canzone tanto ripetuta nella nostra Spagna:

    Non fu cavalier su questa terra
    Da dame cos ben servito
    Come lo fu Lancillotto
    Quando torn d'Inghilterra

    e cos di seguito col resto,  tanto divertente  delle  sue  amorose  e
    forti  imprese.  Da  allora in poi quell'ordine di cavalleria and man
    mano estendendosi e spargendosi per molte e diverse parti del mondo, e
    in esso furon noti e famosi per le loro gesta il  valente  Amadigi  di
    Gaula, con tutti i suoi figli e nipoti fino alla quinta generazione, e
    il  valoroso  Felice Marte di Ircania,  e il non mai abbastanza lodato
    Tirante il Bianco e finalmente l'invincibile e  ardito  cavaliere  Don
    Belianigi  di  Grecia,  che quasi si pu dire ai nostri giorni abbiamo
    visto,  udito  e  conosciuto.  In  questo  dunque,  signore,  consiste
    l'essere cavaliere errante,  e questo  l'ordine della cavalleria,  di
    cui vi ho parlato;  nella quale,  come gi vi  ho  detto,  io,  sebben
    peccatore, ho fatta professione, e quel che professarono i su riferiti
    cavalieri,  lo  stesso professo io.  Quindi me ne vo per questi luoghi
    solitari  e  deserti  cercando  avventure,  con  animo  deliberato  di
    rischiare  il mio braccio e la mia persona nella pi perigliosa che la
    sorte mi serbi, in soccorso dei deboli e dei necessitosi d'aiuto.
    Per questi suoi discorsi,  i viandanti finirono di sincerarsi che  Don
    Chisciotte  aveva  perduto la testa,  e capirono da che razza di mania
    fosse dominato,  rimanendone stupefatti,  come  tutti  quelli  che  ne
    venivano  a  conoscenza per la prima volta.  Vivaldo,  che era persona
    molto intelligente e di carattere allegro,  per alleggerire la noia di
    quella  poca  strada  che  dicevano che ancora mancava per arrivare al
    luogo della sepoltura,  volle dargli occasione di  proseguire  i  suoi
    stravaganti discorsi e perci gli disse:
    - Mi pare,  signor cavaliere errante,  che lei abbia fatta professione
    in uno degli ordini pi rigidi che sia sulla terra,  e per me  ritengo
    che nemmeno la regola dei frati certosini sia altrettanto rigida.
    -  Altrettanto rigida forse potr anche essere - rispose il nostro Don
    Chisciotte - ma altrettanto necessaria nel mondo non stento a metterlo
    in dubbio. Perch, se si deve dir la verit,  il soldato che eseguisce
    ci che gli ordina il suo capitano,  non  da meno del capitano stesso
    che glielo ordina.  Voglio dire che i frati in  piena  pace  e  riposo
    chiedono  al  cielo  il bene della terra,  ma noi soldati e cavalieri,
    quanto essi domandan pregando, eseguiamo col valore del nostro braccio
    e il filo della nostra spada, e non al riparo d'ogni intemperie,  ma a
    cielo  scoperto,  fatti  segno  agli  insopportabili raggi del sole in
    estate e ai rigidi geli dell'inverno.  Cos noi siam ministri  di  Dio
    sulla terra,  e gli strumenti per cui viene esercitata sovr'essa la di
    Lui giustizia.  E siccome le cose della guerra e tutte quelle  che  la
    riguardano  e  concernono,  non  si  possono  eseguire se non sudando,
    affannandosi e faticando,  ne consegue che quelli che vi si applicano,
    durano  senza dubbio maggior fatica di quelli che in tranquilla pace e
    in riposo stanno a pregare Iddio perch aiuti  i  deboli.  Non  voglio
    dire,  e  non mi passa nemmen per la testa,  che la vita del cavaliere
    errante sia altrettanto pia come quella del  monaco,  voglio  soltanto
    dedurre  da  quello  che  io stesso soffro che senza dubbio essa  pi
    faticosa e pi strapazzosa,  pi soggetta alla fame e alla  sete,  pi
    miserabile,  cenciosa e lurida,  perch non c' dubbio che i cavalieri
    erranti dei tempi passati abbian sofferto  molti  travagli  nel  corso
    della  loro  vita.  Se  alcuni  arrivarono  a essere imperatori per il
    valore del loro braccio, in fede mia che gli cost buon poco di sudore
    e di sangue;  e se fosse loro mancato l'aiuto di maghi e  incantatori,
    sarebbero  rimasti certamente defraudati nei loro desideri e ingannati
    nelle loro speranze.
    - Sono anch'io di questo parere - replic il viandante  -  ma  fra  le
    abitudini  dei cavalieri erranti ce n' una,  che mi sembra stia molto
    male.  Ed  questa.  Quando si trovano in procinto di  affrontare  una
    grande  e  pericolosa  avventura,  in  cui    manifesto il rischio di
    perdere  la  vita,   mai  nel  punto  d'affrontarla  si  ricordano  di
    raccomandarsi  a  Dio,  come  deve  fare ogni buon cristiano in simili
    frangenti,  ma invece  si  raccomandano  alle  loro  dame,  con  tanto
    trasporto  e  devozione,  come se fossero esse il loro Dio.  il che mi
    pare che sappia un po' di paganesimo.
    - Signore - rispose Don Chisciotte - la cosa non pu stare altrimenti,
    e il cavaliere errante che agisse in modo  diverso,  cadrebbe  in  una
    grave colpa; perch ormai  uso e costume della cavalleria errante che
    il  cavaliere,  il  quale  sul momento d'affrontare qualche gran fatto
    d'armi ha sempre la sua donna dinanzi agli occhi, innalzi verso di lei
    un dolce e  amoroso  sguardo  come  per  pregarla  con  gli  occhi  di
    favorirlo  e  proteggerlo nel dubbioso passo che affronta,  e anche se
    nessuno lo sente,  egli  obbligato a dire qualche parola fra i denti,
    con  cui raccomandarsi a lei di tutto cuore: e di questo abbiamo nella
    storia innumerevoli esempi.  E non  si  deve  arguire  da  questo  che
    tralascino  di  raccomandarsi a Dio,  poich rimane loro tempo e luogo
    per farlo durante l'azione.
    - Tuttavia - replic il viandante - mi rimane uno scrupolo.  Ho  letto
    parecchie volte che tra due cavalieri erranti si prendono a parole,  e
    d'una in un'altra si accendono di rabbia, voltano i cavalli,  prendono
    terreno  e  subito  senza tanti discorsi si vengono incontro a briglia
    sciolta raccomandandosi alle loro dame durante il percorso.  Di solito
    nello scontro uno cade gi dal cavallo, passato da parte a parte dalla
    lancia dell'avversario, e l'altro, se non si tenesse ai crini del suo,
    non potrebbe fare a meno di ruzzolare anche lui sul terreno.  E io non
    so davvero come il morto abbia trovato il verso di raccomandarsi a Dio
    durante lo svolgimento di una cos rapida azione. Sarebbe stato meglio
    che le parole da lui adoperate durante il percorso  per  raccomandarsi
    alla  sua dama le avesse adoprate nel modo che doveva ed era obbligato
    da buon cristiano.  Tanto pi che io,  per me,  son convinto  che  non
    tutti i cavalieri erranti hanno dame a cui raccomandarsi,  giacch non
    tutti sono innamorati.
    - Codesto non pu essere - rispose Don Chisciotte.  - Non  pu  essere
    che  vi  sia un cavaliere errante senza dama,  perch  cos normale e
    naturale per loro l'essere innamorati,  come pel cielo l'avere stelle;
    ed    certo  che  non  s'  mai vista una storia,  in cui si trovi un
    cavaliere errante senza dama,  e quando davvero  non  ne  avesse,  per
    questo  fatto  stesso  non  sarebbe  pi  tenuto  legittimo  ma spurio
    cavaliere,  e si direbbe che  entrato nella fortezza della cavalleria
    non per la porta,  ma scavalcando il muro di cinta, come un ladro e un
    malfattore.
    - Tuttavia - disse il viandante - mi pare se mal non  mi  ricordo,  di
    aver letto che Don Galaor, fratello del valoroso Amadigi di Gaula, non
    ebbe  mai una determinata dama a cui raccomandarsi,  e tuttavia non fu
    tenuto in minor conto,  ma fu  anzi  un  cavaliere  molto  valoroso  e
    rinomato.
    -  Signore  -  rispose  il  nostro Don Chisciotte - una rondine non fa
    primavera.  Tanto pi che questo cavaliere (io lo so) era  in  segreto
    molto innamorato, e inoltre quel voler bene a tutte quelle che trovava
    di  suo  gusto,  era  una  disposizione del suo temperamento a cui non
    poteva resistere.  Ma in sostanza  accertato molto bene che ne  aveva
    una, signora assoluta della sua volont, e a quella si raccomandava di
    continuo,  ma  segretissimamente,  perch  sempre tenne molto a essere
    segreto cavaliere.
    - Allora se  di  regola  che  ogni  cavaliere  errante  debba  essere
    innamorato  -  disse  il  viandante  -  bisogna  credere  che anche la
    Signoria Vostra sia innamorata, dal momento che appartiene all'ordine.
    E se lei non tiene a esser tanto segreto come Don Galaor,  quanto  pi
    posso la supplico,  a nome mio e di tutta questa compagnia,  a volerci
    dire il nome,  la patria,  la condizione e la bellezza della sua dama,
    poich essa si terr fortunata che tutto il mondo sappia che  amata e
    servita da un cavaliere qual si dimostra la Signoria Vostra.
    Qui Don Chisciotte mand un gran sospiro e disse:
    - Io non potrei assicurare se la mia dolce nemica gradisca,  o no, che
    il mondo sappia ch'ella  da  me  servita;  posso  dir  soltanto,  nel
    rispondere alla preghiera che m' fatta con tanta cortesia, che il suo
    nome  Dulcinea,  la sua patria  il Toboso, un paese della Mancia, la
    sua condizione deve essere per lo meno di principessa, poich  regina
    e  signora  mia;  la  sua  bellezza,  sovrumana,  poich  in  essa  si
    realizzano  tutti  gli  impossibili  e chimerici attributi che i poeti
    danno alle loro dame.  Posso dire che sono oro i suoi capelli,  la sua
    fronte un eliso,  le sue ciglia arcobaleni, i suoi occhi soli, rose le
    guance, coralli le labbra, perle i denti, alabastro il collo, marmo il
    petto,  avorio le mani,  neve il carnato,  e le parti che la pudicizia
    copre alla vista umana,  tali,  a quel che penso e m'immagino,  che un
    prudente riguardo pu soltanto esaltarle, ma non farne paragoni.
    - Noi vorremmo sapere la sua famiglia, la sua origine, la genealogia -
    replic Vivaldo.
    - Non discende dagli antichi Curzi,  Gai e Scipioni romani rispose Don
    Chisciotte  -  n  dai moderni Colonna o Orsini,  n dai Moncada e dai
    Requesenes di Catalogna,  e nemmeno dai Rebellas e dai  Villanovas  di
    Valenza,  dai Palafox,  dai Nuzas,  dai Roccaberti,  dai Corella,  dai
    Luna, dagli Alagn, dagli Urrea,  dai Fox e dai Gurrea d'Aragona,  dai
    Cerda,  dai  Manrique,  dai  Mendoza e dai Guzman di Castiglia,  dagli
    Alencastro,  dai Palla e Meneses di Portogallo;  tuttavia    dei  del
    Toboso della Mancia,  famiglia moderna,   vero, ma tale da poter dare
    generoso principio alle pi illustri dei secoli venturi.  E su  questo
    non ammetto altra risposta,  se non agli stessi patti che mise Zerbino
    a pi del trofeo delle armi d'Orlando, e che dicevano:

    ...nessun le mova
    che star non possa con Orlando a prova.

    - Quantunque la mia famiglia sia dei Villanrifatti di  Laredo  rispose
    il  viandante - non oserei davvero metterla a confronto con quella dei
    Toboso della Mancia; sebbene, a dire il vero, questo casato, io,  fino
    ad ora non l'abbia sentito mai nominare.
    - Possibile?! Mi sorprende - rispose Don Chisciotte .
    Tutti  gli altri stavano a sentire con grande attenzione il colloquio,
    e perfino i caprai e i pastori si accorsero dell'assoluta mancanza  di
    senno  del nostro Don Chisciotte.  Solamente Sancio Panza pigliava per
    oro di zecchino tutto quello che diceva il suo padrone,  poich sapeva
    bene  chi  era  e l'aveva conosciuto fin dalla nascita e se pure aveva
    qualche dubbio,  era su  quella  faccenda  della  bella  Dulcinea  del
    Toboso,  perch  n  di  quel  nome n di quella principessa aveva mai
    saputo nulla, sebbene stesse cos vicino al Toboso.
    Camminavano dunque cos discorrendo,  quando videro  scendere  da  una
    gola  fra  due alte montagne una ventina di pastori,  tutti vestiti di
    pelli nere e coronati di ghirlande, che, come poi si vide, erano parte
    di tasso e parte di cipresso.  Sei di loro portavano una bara  coperta
    di fiori e fronde di varia specie. Visto ci, uno dei caprai disse:
    -  Quelli l,  che scendono,  portano il cadavere di Grisostomo,  e il
    luogo dove ha lasciato detto di voler esser sotterrato,   l ai piedi
    di quella montagna.
    Perci si affrettarono ad arrivarvi, e vi giunsero proprio nel momento
    che gli altri avevano deposto la bara in terra,  e quattro di loro con
    acute zappe stavano scavando la  sepoltura  a  fianco  di  una  solida
    roccia.
    Vi  fu  uno  scambio di cortesi accoglienze,  e poi Don Chisciotte e i
    suoi compagni si misero a guardare la bara,  e vi scorsero un cadavere
    coperto di fiori, vestito da pastore, di un uomo dell'apparente et di
    trent'anni;  il quale,  sebbene morto, mostrava d'essere stato da vivo
    di belle fattezze e di gagliarda corporatura.  Attorno a lui,  proprio
    sulla  bara,  c'erano  alcuni libri e molte carte aperte o piegate.  E
    tanto quelli che stavano cos a guardarlo, quanto quelli che scavavano
    la fossa e tutti gli altri presenti,  serbavano un profondo  silenzio,
    finch  uno  di  quelli  che  avevano portato il cadavere,  disse a un
    altro:
    - Guarda bene,  Ambrogio,  se ti  par  questo  il  luogo  indicato  da
    Grisostomo,  se  volete  che si eseguisca tanto esattamente ci che ha
    lasciato scritto nel suo testamento.
    - E' questo, s - rispose Ambrogio - e proprio qui il mio povero amico
    mi ha spesso raccontato la storia della sua sventura.  Mi disse che l
    vide per la prima volta quella nemica mortale del genere umano, fu qui
    che le dichiar la prima volta il suo pensiero,  tanto onesto,  quanto
    innamorato,  e fu qui che l'ultima volta Marcella  fin  col  gettarlo
    nella disperazione col suo rifiuto,  di modo che egli allora pose fine
    alla tragedia della sua misera  vita.  E  qui,  in  memoria  di  tante
    disgrazie, egli volle che lo deponessero in seno a un eterno oblo.
    E volgendosi a Don Chisciotte e ai viaggiatori, prosegu dicendo:
    -  Questo  corpo,  signori,  che  contemplate  con  occhi  pietosi  fu
    depositario di un'anima in cui il Cielo pose immensa parte  delle  sue
    ricchezze.  Questo  il corpo di Grisostomo che fu unico per l'ingegno
    e la cortesia,  sommo  nella  gentilezza,  una  fenice  nell'amicizia,
    generoso  senza  calcolo,   serio  senza  presunzione,  allegro  senza
    volgarit, e, finalmente primo in tutto ci che si chiama esser buono,
    e non secondo ad alcuno in ci che si dice  esser  disgraziato.  Volle
    bene, fu aborrito; ador, fu disprezzato; preg una belva, supplic un
    marmo,  corse dietro al vento, grid al deserto, serv l'ingratitudine
    e in compenso fu preda della morte in mezzo al cammino  della  propria
    vita.  Della  sua  fine fu causa una pastora che egli cercava eternare
    nella memoria degli uomini,  e ben  lo  potrebbero  dimostrare  queste
    carte  che  qui  vedete,  se  egli  non mi avesse ordinato di darle al
    fuoco, dopo aver dato il suo corpo alla terra.
    - Voi le trattereste con maggior rigore e crudelt che il suo padrone,
    quelle carte - disse Vivaldo - perch non  giusto n caritatevole che
    si compia la volont di chi  comanda  cose  fuori  d'ogni  ragionevole
    intento.  E  non  avrebbe  fatto bene l'imperatore Augusto,  se avesse
    consentito che si ponesse ad effetto ci che il divino Mantovano aveva
    lasciato scritto nel suo testamento. E cos,  signor Ambrogio,  poich
    date  il  corpo del vostro amico alla terra,  non vogliate dare i suoi
    scritti all'oblo;  quel che egli ordin nell'oppressione del  dolore,
    non  giusto che sia ciecamente eseguito; anzi, dando la vita a questi
    suoi scritti,  fate che viva in eterno la crudelt di Marcella, perch
    nel futuro serva d'esempio ai viventi e li salvi dal cadere in  simili
    abissi.  Ormai  io  e  gli  altri  qui convenuti sappiamo la storia di
    questo  vostro  innamorato  e  disperato  amico,  sappiamo  la  vostra
    amicizia,  la causa della sua morte,  e gli ordini che lasci prima di
    por fine alla sua vita,  e da questa pietosa storia si pu comprendere
    quanta  sia stata la crudelt di Marcella,  l'amore di Grisostomo,  la
    fede della vostra amicizia,  e il termine a cui giungono coloro che  a
    briglia sciolta si slanciano sul sentiero che un folle amore pone loro
    dinanzi agli occhi. Ieri sera abbiamo saputo la morte di Grisostomo, e
    che doveva essere sotterrato in questo luogo;  quindi, per curiosit e
    per un  sentimento  di  commiserazione,  abbiamo  deviato  dal  nostro
    cammino,  e  ci siamo decisi a venire a vedere coi nostri propri occhi
    cose che ci avevano fatta tanta compassione a sentirle raccontare.  In
    compenso di questo nostro sentimento e del desiderio che nacque in noi
    di trovarne un conforto se fosse stato possibile,  facciamo appello, o
    Ambrogio, al tuo buon senso, o almeno io da parte mia ti supplico che,
    rinunziando a bruciare questi scritti,  tu  me  ne  lasci  portar  via
    qualcuno.
    E  senza  aspettare  la risposta del pastore,  allung la mano e prese
    alcuni di quelli pi vicini. Ci vedendo, disse Ambrogio:
    - Per cortesia consentir, signore, che teniate quelli che ormai avete
    preso, ma quanto a sperare che non bruci quelli che restano  una vana
    speranza.
    Vivaldo che desiderava vedere ci che dicevano  quei  fogli,  ne  apr
    subito uno,  e lesse il titolo: "Canzone disperata". Lo ud Ambrogio e
    disse:
    - Questa  l'ultima scritta da quel  disgraziato;  e  perch  vediate,
    signore,  a  che  punto  l'avevano ridotto le sue sventure,  leggetela
    forte in modo che tutti sentano: ne avrete certamente il tempo, mentre
    si finir di scavare la fossa.
    - Ben volentieri - disse Vivaldo.
    E poich tutti i circostanti avevano il medesimo desiderio, gli fecero
    cerchio; ed egli con voce chiara cos lesse.

    CAPITOLO 14.
    Dove si riportano i versi disperati del pastore morto, e si raccontano
    altri insperati avvenimenti.

    Poich tu vuoi, o crudele, che si sparga di bocca in bocca e di paese
    in paese l'eccesso della tua acerba durezza,  far  s  che  l'inferno
    stesso  comunichi  al  triste  mio  petto  un suono di dolore che muti
    l'accento ordinario della mia voce.
    E pari al mio desiderio,  che si sforza di raccontare il mio dolore e
    le tue gesta, sar il grido della mia spaventevole voce, con la quale,
    per maggior tormento, uscir mischiato a brani il mio povero cuore.
    Ascolta  dunque,  e presta attento orecchio non al suono armonioso ma
    all'urlo, che,  forzato da un tremendo disinganno,  m'erompe dal fondo
    dell'amaro petto per mio sfogo e tua vergogna.
    Il ruggito del leone, il terribile ululato del feroce lupo, il sibilo
    orrendo dello squamoso serpente, lo spaventevole latrato di un mostro,
    il gracchiare di malaugurio della cornacchia,  il fragore del vento in
    lotta sull'infido mare,  l'implacabile  muggito  del  toro  vinto,  il
    lamento  della  vedova  tortorella,  il  sinistro canto dell'invidiato
    gufo,  e i gemiti di tutta la nera falange infernale  accompagnino  il
    pianto  della  mia  anima,  e si fondano in maniera da turbare tutti i
    sensi, perch la pena crudele che mi strazia, ha bisogno di modi nuovi
    per essere raccontata.
    N le arene del padre Tago,  n gli uliveti del famoso Beti  udiranno
    gli echi di un cos confuso grido, perch sulla cima delle alte rocce,
    o  nei  profondi  burroni  si spargeranno i miei disperati lamenti con
    morta lingua, ma con vive parole;
    oppure in cupe valli o per aride spiagge deserte d'ogni segno di vita
    umana,  o dove il sole non mostr mai la sua luce,  o fra la  velenosa
    moltitudine delle fiere, che vivono nelle pianure del Nilo:
    e  mentre  per  selvaggi  deserti  l'eco sorda e incerta ripeter gli
    accenti della mia pena e della tua  inarrivabile  durezza,  essi,  per
    compenso della mia breve vita, saranno diffusi su tutta l'ampia terra.
    Il disprezzo uccide;  il sospetto, vero o falso, abbatte la pazienza;
    la gelosia uccide con  maggiore  asprezza;  la  lontananza  prolungata
    turba la vita,  e contro il timore dell'oblo non giova la speranza di
    un migliore destino.
    Tutto questo d una  morte  certa  e  inevitabile;  ma  io  (inaudito
    portento!) io vivo geloso,  lontano, disprezzato e sicuro dei sospetti
    che mi uccidono.
    Nell'oblo,  dove il mio fuoco s'avviva,  e fra tanti tormenti il mio
    sguardo  non  arriva a vedere nemmeno l'ombra della speranza,  e nella
    mia disperazione,  io nemmen la desidero;  anzi,  per pi immergermi e
    ostinarmi nel mio dolore, giuro di fuggirla in eterno.
    Si pu forse al tempo stesso sperare e temere?  O  bene farlo quando
    le ragioni di temere sono pi certe?  Quando la dura  gelosia  mi  sta
    dinanzi,  debbo  forse  chiudere gli occhi,  mentre la vedo attraverso
    mille ferite aperte nell'anima mia?
    Chi non aprirebbe le porte alla sfiducia,  quando si vede apertamente
    oggetto  di  disprezzo  e i sospetti mutati (oh,  amara mutazione!) in
    fatti veri e la limpida verit cambiata in menzogna?
    O gelosia,  feroce tiranna del regno d'Amore,  dammi  un  pugnale;  o
    disprezzo,  dammi una corda; ma, ahim! con crudele vittoria il vostro
    ricordo vince i miei patimenti.
    Ma finalmente io muoio, e per non avere nessuna speranza di felicit,
    n nella morte,  n nella vita,  voglio ostinarmi nella mia illusione.
    Dir dunque che si ha sempre ragione d'amare, e che l'anima pi libera
     l'anima pi schiava dell'antica tirannia dell'amore.
    Dir  che  colei  che  mi fu sempre nemica,  ha l'anima bella come il
    corpo,  che la sua indifferenza  colpa mia,  e che Amore mantiene  in
    questa pace il suo regno per mezzo dei mali a cui ci sottopone.
    Con  questa  convinzione  e  con  un laccio al collo,  accelerando il
    termine fatale a cui m'hanno condotto i  tuoi  disprezzi,  offrir  ai
    venti il corpo e l'anima, senza allori e senza palma di gloria futura.
    Tu, che con tanta crudelt mostri la ragione che mi forza a togliermi
    la vita,  di cui sono stanco e che odio,  poich questa profonda piaga
    del mio cuore ti presenta segni evidenti della gioia con cui mi  offro
    come  vittima alla tua durezza,  se mai per caso mi giudichi degno che
    il cielo sereno dei tuoi begli occhi sia turbato dalla mia morte,  no,
    non  farlo,  perch non voglio da te alcun compenso per queste spoglie
    dell'anima mia.
    Anzi in quel funebre momento le tue risa gioconde dimostrino  che  la
    mia  morte   stata una festa per te.  Ma  una grande indegnit darti
    questo consiglio,  mentre so che  un pubblico vanto per te che la mia
    vita arrivi cos presto alla sua fine.
    Venga  dunque,  che   l'ora,  Tantalo dal profondo abisso con la sua
    sete,  venga Sisifo col peso terribile del suo macigno,  Tizio conduca
    il suo avvoltoio,  Issione parimente si affretti con la sua ruota e le
    cinquanta sorelle intente alla loro perpetua fatica.
    E tutti insieme riversino nel mio cuore il loro mortale supplizio,  e
    se esequie son dovute a chi muore in preda alla disperazione,  tristi,
    dolenti,  a voce bassa le cantino al mio cadavere a  cui  sar  negato
    anche un sudario.
    E  l'infernale  portiere  a tre teste con altre mille chimere e mille
    mostri facciano un doloroso  accompagnamento,  poich  mi  sembra  che
    miglior funerale non possa farsi a chi muore per amore.
    Canzone disperata, non prorompere in pianto quando tu abbandonerai la
    mia  triste  compagnia,  anzi,  poich  colei che ti ha fatto nascere,
    accresce la sua felicit con la mia sventura, non esser triste nemmeno
    nella tomba.

    La canzone di Grisostomo piacque a quelli che l'avevano ascoltata,  ma
    colui  che  l'aveva letta disse che non gli pareva che concordasse con
    quanto aveva udito riferire sulla riservatezza e la virt di Marcella;
    perch in  quella  canzone  Grisostomo  lamentava  gelosie,  sospetti,
    lontananze,  tutte  cose  pregiudicevoli  al buon credito e alla buona
    fama di Marcella.  Gli rispose Ambrogio,  che  conosceva  bene  i  pi
    segreti pensieri dell'amico:
    - Perch possiate,  signore,  soddisfarvi nei vostri dubbi,  bene che
    sappiate che quando questo disgraziato  scrisse  questa  canzone,  era
    lontano da Marcella,  dalla quale s'era allontanato di sua volont per
    vedere se la lontananza  potesse  produrre  su  lui  i  suoi  ordinari
    effetti,  e  siccome  per  l'innamorato  lontano  non c' cosa che non
    l'affligga, n timore che non l'assalga,  cos affliggevano Grisostomo
    le  gelosie  immaginate  e  i  temuti sospetti,  come se fossero veri.
    Quindi rimane intatta la verit che la fama bandisce  sulla  virt  di
    Marcella,  alla  quale,  tranne che crudele,  un po' arrogante e molto
    sdegnosa,  la stessa invidia non deve e  non  pu  rimproverare  alcun
    altro difetto.
    -  Questa  dunque  la verit - rispose Vivaldo.  E volendo leggere un
    altro foglio di quelli che aveva salvato dal fuoco, ne fu distratto da
    una meravigliosa visione, (e tale veramente pareva) che a un tratto si
    offr ai suoi sguardi.  In cima alla rupe,  ai piedi  della  quale  si
    scavava la fossa,  apparve la pastora Marcella, tanto bella che la sua
    bellezza oltrepassava la fama.  Quelli che fino allora  non  l'avevano
    vista,  la  contemplavano con ammirazione e in silenzio,  e quelli che
    erano ormai avvezzi a vederla,  non rimasero meno estatici  di  coloro
    che   non   l'avevano   mai   vista.   Ma  appena  la  vide  Ambrogio,
    manifestamente sdegnato le disse:
    - Vieni forse a vedere,  o fiero basilisco di queste montagne,  se  la
    tua presenza far colare il sangue dalle ferite di questo disgraziato,
    a  cui  la  tua  crudelt tolse la vita?  O vieni a insuperbirti delle
    crudeli gesta del tuo caparbio carattere? O a vedere da questa altura,
    come un altro spietato Nerone, le fiamme della sua Roma incendiata,  o
    a  calpestare  con  arroganza  questo disgraziato cadavere,  come fece
    l'ingrata figlia con  quello  del  padre  Tarquinio?  Suvvia,  di'  la
    ragione  per  cui vieni,  e ci che desideri: ch io ben sapendo che i
    pensieri di Grisostomo mai tralasciarono di obbedirti in vita, far in
    modo che,  anche  morto  lui,  ti  obbediscano  tutti  quelli  che  si
    chiamarono suoi amici.
    - Ambrogio,  io non vengo per nessuna delle ragioni che tu hai detto -
    rispose Marcella - ma per difendermi e far capire quanto  hanno  torto
    tutti   quelli  che  m'incolparono  dell'angoscia  e  della  morte  di
    Grisostomo. Quindi vi prego tutti voi che siete qui, di stare attenti,
    ch non ci vorr molto tempo,  n  molte  parole,  per  dimostrare  la
    verit alle persone di senno.  Il cielo,  secondo quello che voi dite,
    mi fece bella,  e tanto bella,  che la mia bellezza  vi  costringe  ad
    amarmi  senza  che  ne  possiate  fare  a  meno;  e per l'amore che mi
    dimostrate, voi dite e anche volete che io sia obbligata ad amarvi. Io
    conosco,  con la naturale intelligenza che Dio mi ha  dato,  che  ogni
    cosa bella  degna d'amore, ma non comprendo che tutto ci che  amato
    perch    bello,  possa  essere  obbligato  ad amare chi l'ama per la
    ragione d'essere amato. Tanto pi che potrebbe darsi che colui che ama
    il bello fosse brutto,  ed essendo il brutto degno di  essere  odiato,
    sarebbe  molto  mal  detto:  Io  ti  amo perch sei bella: tu mi devi
    amare,  quantunque io sia brutto.  Ma dato anche il caso  che  uguali
    siano  le  bellezze,  non  per questo  necessario che siano uguali le
    inclinazioni;  perch non tutte  le  bellezze  innamorano.  E  infatti
    alcune rallegrano la vista,  ma non soggiogano la volont. Se tutte le
    bellezze innamorassero e soggiogassero,  i  desidri  ne  rimarrebbero
    confusi  e  sviati,  senza  sapere  su quale bellezza posarsi,  perch
    essendo infinite le bellezze, infiniti dovrebbero essere i desidri. E
    a quel che ho sentito dire,  il vero  amore    indivisibile,  e  deve
    essere spontaneo e non forzato.  Dunque,  perch volete che sottometta
    la mia volont per forza,  per la sola ragione che  voi  dite  che  mi
    volete  bene?  Ma  ditemi: se il cielo nel modo che mi fece bella,  mi
    avesse fatta brutta,  sarebbe stato giusto che io mi lamentassi di voi
    perch  non  mi  amavate?  D'altra parte dovete considerare che la mia
    bellezza non l'ho chiesta io, ma cos com',  me la dette il cielo per
    sua grazia,  senza che io la chiedessi,  n la scegliessi. Quindi come
    la vipera non merita d'essere accusata per il suo veleno,  bench  con
    esso uccida, perch glielo ha dato la natura, tanto meno merito io dei
    rimproveri per la mia bellezza.  La bellezza nella donna onesta  come
    il fuoco lontano,  come una spada acuta.  Quello non brucia e l'altra
    non  ferisce  chi  non  s'accosta.  L'onore  e la virt sono ornamenti
    dell'anima, senza i quali il corpo, anche se bello,  non deve parerlo.
    E  se  l'onest    una delle virt che pi adornano e abbelliscono il
    corpo e l'anima, perch una donna bella, e per questo amata,  dovrebbe
    perderla  al  puro  scopo  di  corrispondere ai desidri di colui che,
    soltanto per suo piacere, con tutte le sue forze e tutte le arti cerca
    di fargliela perdere? Io sono nata libera, e, per poter vivere libera,
    scelsi la solitudine dei campi: gli alberi di queste montagne sono  la
    mia compagnia,  l'acqua chiara di questi ruscelli i miei specchi; agli
    alberi e all'acqua confido i miei pensieri e  dono  la  mia  bellezza.
    Sono  un  fuoco  lontano  e  una  spada  riposta.  Quelli che ho fatto
    innamorare col mio aspetto, li ho disingannati con le mie parole, e se
    i desidri si nutrono di speranze,  non  avendone  io  data  alcuna  a
    Grisostomo,  n ad alcun altro di loro,  ben si pu dire che li uccide
    la loro ostinazione,  piuttosto che la mia crudelt.  E se mi si  dice
    che  i  loro  pensieri  erano  onesti e che per questo ero obbligata a
    corrisponderli, io rispondo che, quando in questo medesimo posto, dove
    ora si scava la sua fossa,  egli mi  dichiar  la  seriet  delle  sue
    intenzioni,  io  gli  dissi che la mia intenzione era invece di vivere
    per sempre in solitudine e di  fare  godere  soltanto  alla  terra  il
    frutto della mia segregazione e le spoglie della mia bellezza.  Se poi
    lui,  nonostante  questo  avvertimento,   volle  ostinarsi  contro  la
    speranza  e  navigare contro vento,  qual meraviglia che annegasse nel
    mare magno della sua imprudenza?  Se lo avessi lusingato,  sarei stata
    falsa;  se  lo  avessi  appagato,  avrei  agito contro le mie pi care
    intenzioni e i miei propositi. Egli si ostin quantunque disingannato,
    e si disper senza essere odiato: considerate ora se  giusto che  del
    suo  tormento si dia a me la colpa.  Si lamenti chi  stato ingannato,
    si disperi chi ha avuto speranza da promesse poi non mantenute,  speri
    chi  abbia  ricevuto  da me buona accoglienza,  e vanti i suoi diritti
    quegli a cui io abbia dato il mio consenso;  ma non mi chiami crudele,
    n omicida,  chi non ha avuto n promesse, n inganni, n accoglienze,
    n consensi.  Il cielo finora non ha voluto che il mio  destino  fosse
    d'amare,  e  il credere che io debba amare per mia spontanea volont 
    un errore.  Questo avvertimento dato in generale serva a tutti  coloro
    che  mi  fanno premura per il loro particolare sentimento,  e si tenga
    ben presente d'ora in avanti che se qualcun altro morisse per me,  non
    muore  n  per  gelosia  n  per il mio disprezzo,  perch chi non ama
    nessuno, non pu far nascere gelosia in nessuno, e i disinganni non si
    debbono tenere in conto di disprezzi. Chi mi chiama belva e basilisco,
    mi lasci stare come cosa cattiva e pericolosa;  chi mi chiama ingrata,
    non mi offra i suoi servigi;  chi mi chiama sconoscente, non cerchi di
    conoscermi,  chi mi dice crudele,  non mi segua;  perch questa belva,
    questo basilisco,  questa ingrata,  questa crudele, questa sconoscente
    di certo non li cercher,  non offrir loro i suoi servigi,  non  far
    nulla per conoscerli,  n li seguir in nessuna maniera. Se la propria
    impazienza e i propri ardenti desidri hanno ucciso Grisostomo, perch
    si deve incolpare il mio onesto procedere e il mio contegno riservato?
    Se io conservo la mia purezza vivendo  fra  gli  alberi,  perch  deve
    voler  che  la  perda  chi  pretende che io viva fra gli uomini?  Come
    sapete,  sono ricca del mio,  e non desidero le ricchezze degli altri;
    sono libera e non mi piace assoggettarmi; non amo n odio nessuno, non
    inganno questo,  n lusingo quello, non scherzo con uno, n mi diverto
    con un altro.  Mi diverte la conversazione  onesta  delle  ragazze  di
    questi  casolari e la cura delle mie capre.  I miei desidri non vanno
    oltre queste montagne,  e se ne  escono,  escono  per  contemplare  la
    bellezza  del  cielo.  Sono  i passi con cui l'anima s'avvia a tornare
    verso la sua prima dimora.
    Detto questo,  senza voler sentire alcuna risposta,  volt le spalle e
    s'addentr  nel  pi folto di un bosco vicino,  lasciando ammirati del
    suo senno e della sua bellezza tutti  i  presenti.  E  alcuni,  feriti
    dalla potente freccia dei raggi dei suoi begli occhi,  fecero il gesto
    di volerla seguire,  senza curarsi del chiaro  avvertimento  che  pure
    avevano sentito.  Ma Don Chisciotte,  visto ci, parendogli che quello
    fosse il momento buono per mettere in opera la sua cavalleria  venendo
    in soccorso delle donzelle necessitose,  messa la mano sull'elsa della
    spada, con alta e chiara voce disse:
    -  Non  vi  sia  persona,  qualunque  possa  essere  il  suo  stato  e
    condizione,  che si attenti a seguire l'avvenente Marcella, sotto pena
    di  andare  incontro  alla  furia  della  mia  indignazione.  Essa  ha
    dimostrato,  con  chiare e sufficienti ragioni,  che ha avuto poca,  o
    meglio nessuna colpa nella morte di Grisostomo,  e quanto sia  lontana
    dall'accondiscendere  ai desidri di qualsivoglia dei suoi innamorati;
    per cui  giusto che in luogo di esser  seguita  e  perseguitata,  sia
    tenuta in onore ed estimazione da tutti i buoni del mondo, poich ella
      senza  dubbio  la  sola  donna  che  nel mondo viva con cos oneste
    intenzioni.
    O fosse per le minacce di Don Chisciotte,  o perch Ambrogio li esort
    a  finire  di  compiere i servigi funebri dovuti al loro povero amico,
    nessuno dei pastori si allontan di l,  finch,  terminata la fossa e
    bruciate  le carte di Grisostomo,  vi posero il suo corpo tra il molto
    pianto dei circostanti.  Serrarono la sepoltura con una grossa pietra,
    in attesa che fosse fatta una lapide che Ambrogio,  come disse,  aveva
    intenzione di ordinare, con una epigrafe che dicesse in questo modo:
    Qui giace la fredda  e  misera  spoglia  di  un  pastore  innamorato,
    condotto dalla sua passione a un disperato passo.
    Mor  per la durezza di una bella ritrosa e ingrata,  con la quale la
    tirannia d'Amore estende i suoi confini.
    Poi sparsero sulla sepoltura molti fiori e fronde,  e fatte  all'amico
    Ambrogio  le  loro  condoglianze,  lo salutarono e se ne andarono.  Lo
    stesso fecero Vivaldo e il suo compagno,  e anche  Don  Chisciotte  si
    conged dai suoi ospiti.
    -  Perch  non  viene  con  noi  a  Siviglia?  -  gli  dissero  i  due
    viaggiatori.  - Venga,  venga: Siviglia pare fatta apposta per trovare
    avventure; l se ne trova una a tutte le cantonate. Non c' citt dove
    se ne trovino di pi.
    Don  Chisciotte  li  ringrazi  dell'informazione e della cortesia che
    mostravano nel volergli rendere un servigio,  ma disse che per  allora
    non  voleva  n  doveva andare a Siviglia,  finch non avesse ripulito
    tutte quelle montagne dai  briganti  di  cui  si  diceva  che  fossero
    infestate.  Di  fronte  a  s nobile risoluzione i due viaggiatori non
    vollero insistere e salutatolo nuovamente lo lasciarono e proseguirono
    il loro  viaggio;  durante  il  quale  la  storia  di  Marcella  e  di
    Grisostomo e le stramberie di Don Chisciotte fornirono loro abbondante
    argomento di conversazione.
    Don  Chisciotte  intanto  decise  di andare in cerca di Marcella,  per
    offrirle tutto se stesso in suo servigio,  ma le cose non gli andarono
    per  il  verso  che  voleva;  come si racconter nel seguito di questa
    veridica storia, mentre qui si d fine alla seconda parte.

    CAPITOLO 15.
    Nel quale si racconta la disgraziata avventura che si abbatt  su  Don
    Chisciotte per essersi imbattuto in alcuni spietati Yanguesi.

    Il  dotto  Cide  Hamete Benengeli racconta che Don Chisciotte,  appena
    ebbe preso commiato dai suoi ospiti e  da  tutti  quelli  che  s'erano
    trovati  al  seppellimento  del  pastore  Grisostomo,  entr  col  suo
    scudiero nel medesimo bosco dove  avevano  visto  entrare  la  pastora
    Marcella.  Dopo  che  vi  ebbero  girato  su  e  gi  pi  di due ore,
    cercandola dappertutto senza poterla trovare,  arrivarono su un  prato
    pieno di molli erbette, in mezzo al quale scorreva un ruscello placido
    e fresco,  che li invit e quasi li costrinse a passarvi le ore calde,
    perch il sole aveva gi cominciato  a  farsi  sentire  a  buono.  Don
    Chisciotte  e  Sancio  scesero  di  sella,  e  lasciando le due bestie
    pascere in libert l'erba folta  che  c'era  in  quel  prato,  dettero
    l'assalto  alle bisacce,  e senza tanti complimenti,  di buon accordo,
    padrone e servitore si misero a mangiare di quel che vi trovarono.
    Sancio non aveva pensato a mettere le pastoie a Ronzinante.  Lo sapeva
    cos tranquillo e cos poco focoso, che tutte le puledre delle pasture
    di  Cordova  non  lo  avrebbero  potuto  indurre in tentazione.  Ma il
    destino e il diavolo che non sempre  dorme,  vollero  che  proprio  in
    quella  vallata si trovasse al pascolo un branco di cavalle galiziane,
    menate da dei mulattieri yanguesi;  i quali nelle ore calde si fermano
    con  le  loro  bestie nei luoghi dove c' erba e acqua;  e quello dove
    s'era fermato Don Chisciotte faceva proprio  al  caso  loro.  Successe
    dunque  che a Ronzinante venne il pizzicore d'andare a sollazzarsi con
    le signore cavalle,  e uscendo,  appena le sent all'odore,  dalle sue
    abitudini,   senza   chiedere   il  permesso  al  padrone,   prese  un
    trotterellino alquanto briosetto,  e se ne and a  far  la  sua  brava
    dichiarazione.  Ma le cavalle, che, a quanto parve, avevano pi voglia
    di pascere che d'altro,  lo ricevettero coi ferri e coi denti,  sicch
    in  quattro  e  quattro  otto gli ruppero le cinghie,  e lo lasciarono
    senza sella;  ma il peggio fu che i mulattieri,  vedendo molestare  le
    loro bestie,  accorsero coi randelli e gli dettero tante legnate,  che
    lo stesero a terra mezzo morto.  Intanto Don Chisciotte e Sancio,  che
    avevano visto le botte toccate a Ronzinante,  accorrevano trafelati, e
    Don Chisciotte disse a Sancio:
    - A quel che vedo, caro Sancio, quelli l non son cavalieri,  ma gente
    volgare e di bassa condizione;  perci tu mi puoi aiutare a vendicarmi
    del torto che dinanzi ai nostri occhi  stato fatto a Ronzinante.
    - Che diamine di vendetta ci possiamo prendere - rispose Sanciose loro
    son pi di venti,  e noi solamente due?  Anzi,  direi piuttosto uno  e
    mezzo?
    - Io valgo per cento - replic Don Chisciotte.  E senz'altro mise mano
    alla spada, e si gett sugli yanguesi. Sancio Panza,  incitato e mosso
    dall'esempio del padrone, fece altrettanto.
    Al  primo  attacco Don Chisciotte men a uno di quei mulattieri un tal
    fendente,  che gli divise in due il giustacuore di cuoio  di  cui  era
    vestito  e  buona  parte  della  spalla.  Gli yanguesi,  che si videro
    assaliti da quei due uomini soli,  mentre essi erano tanti,  ricorsero
    ai  randelli,  li  circondarono  e cominciarono a menar botte da orbi.
    Alla seconda scarica Sancio fu steso a terra,  e lo stesso successe  a
    Don Chisciotte nonostante tutta la sua abilit e il suo coraggio; e il
    caso volle che andasse proprio a cadere tra i piedi di Ronzinante, che
    non  s'era  ancora  rizzato.  Da  questo  si pu vedere con che furore
    possano picchiare dei randelli messi in mani rozze e  arrabbiate.  Gli
    yanguesi,  vedendo il grosso malestro che avevano fatto, caricarono le
    loro bestie pi presto che  poterono,  e  ripresero  la  loro  strada,
    lasciando  i  due  avventurieri  mal  ridotti  di corpo e ancor peggio
    d'animo.
    Il primo a riaversi fu Sancio,  che trovandosi accanto al padrone  gli
    disse con voce malferma e lamentosa:
    - Signor Don Chisciotte, ah signor Don Chisciotte!
    -  Che vuoi,  caro Sancio?  - rispose Don Chisciotte col medesimo tono
    languido e dolente. - Vorrei, se fosse possibile, che lei mi desse due
    sorsi di quel liquore di "Catenaccio" se ne ha qui un po'.  Chi sa che
    non faccia bene anche alle ossa peste come alle ferite.
    -  Ah  povero me!  - rispose Don Chisciotte.  - Se ne avessi qui,  non
    avremmo bisogno d'altro. Ma in fede di cavaliere errante, ti giuro che
    prima che siano passati due giorni,  se il diavolo  non  ci  mette  la
    coda, quella bevanda sar in mio potere, o m'hanno da cadere secche le
    mani.
    -  Ma  quanti  giorni  crede lei che ci vorranno prima che ci si possa
    rizzare? - replic Sancio.
    - Mah!  per conto mio - rispose il malconcio cavaliere - non lo saprei
    dire  davvero.  La  colpa    tutta mia: non dovevo sguainare la spada
    contro uomini non armati cavalieri come me: e quindi credo che il  dio
    delle  battaglie,  in  punizione  di  aver  infranto  le  leggi  della
    cavalleria, ha permesso che mi fosse dato questo gastigo. Perci, caro
    Sancio,   bene che tu tenga presente quel che ora ti  dir  e  che  
    molto importante per il bene di tutti e due. Quando dunque tu vedi che
    delle  canaglie simili ci fanno qualche sopruso,  non aspettare che io
    tiri  fuori  la  spada  contro  di  loro,   perch  non  lo  far  pi
    assolutamente,  ma  metti  mano  tu alla spada e castigali come meglio
    credi. Che se mai in loro difesa accorressero dei cavalieri, allora ti
    saprei difender io,  e darei loro addosso con tutte le  mie  forze;  e
    ormai tu avrai visto a mille segni e in mille prove fin dove arriva il
    valore di questo mio forte braccio.
    Tanto  era  diventato  presuntuoso  il  povero  cavaliere  dopo la sua
    vittoria sul valoroso biscaglino!
    Ma a Sancio l'avvertimento del padrone non piacque  gran  che,  e  non
    manc di rispondergli:
    -  Signore,  io sono uomo pacifico,  quieto,  rassegnato,  e so passar
    sopra a qualsiasi ingiuria,  perch ho moglie e figlioli da campare  e
    da tirar su; quindi lei tenga ben presente che io non metter mai mano
    alla spada,  n contro villani, n contro cavalieri, e che da ora fino
    a quando Dio non mi chiamer a s,  io perdono tutti i  torti  che  mi
    hanno fatto e anche quelli che mi faranno,  sia che me li abbia fatti,
    o me li faccia,  o abbia da farmeli persona d'alta o bassa condizione,
    ricco o povero,  nobile o plebeo, senza eccettuare stato n condizione
    alcuna.
    Sentito questo, il padrone gli rispose:
    - Vorrei avere abbastanza fiato per poter parlare senza sforzo,  e che
    il dolore che sento in questa costola,  si calmasse un poco, per farti
    conoscere, o Panza, che tu sei in errore.  Ma dammi ascolto,  sciocco!
    Se il vento della fortuna, fino ad ora tanto contrario, si voltasse in
    nostro favore,  gonfiandoci le vele del desiderio, per farci approdare
    senza pericoli e senza contrasti a una delle isole che ti ho promesso,
    che sarebbe di te,  se dopo essermene impossessato,  te  ne  eleggessi
    signore?  Ma  tu finirai col rendermi la cosa impossibile,  perch non
    sei cavaliere,  n vuoi esserlo,  e non hai n coraggio,  n voglia di
    vendicare  le  tue  ingiurie e di difendere i tuoi feudi.  Perch devi
    sapere che nei regni e nelle  provincie  conquistate  di  fresco,  gli
    animi  degli  abitanti  non  stanno  cos quieti e cos fedeli al loro
    nuovo signore, che non si debba temere da parte loro di qualche novit
    per mutare daccapo le cose e, come dicono, pescar nel torbido.  Quindi
      necessario  che  il  nuovo  padrone  abbia intelligenza per sapersi
    destreggiare  e  coraggio  per  potere  in  qualsiasi   caso   prender
    l'offensiva o difendersi.
    -   Nel  caso  di  dianzi  -  rispose  Sancio  -  avrei  voluto  avere
    l'intelligenza e il coraggio che dice lei;  ma io le giuro in fede  di
    pover'uomo  che  in  questo  momento ho pi bisogno d'impiastri che di
    consigli. Guardi un po' se si pu rizzare,  e poi aiuteremo Ronzinante
    a  rizzarsi  sebbene  non  lo  meriti,  perch    stato  lui la causa
    principale di questa batosta.  Mai e poi mai me lo sarei aspettato  un
    tiro  simile  da  Ronzinante: lo credevo una persona pulita e pacifica
    come me.  Hanno ragione quando dicono che ci vuole un gran tempo prima
    d'arrivare a conoscere le persone, e che in questa vita non si pu mai
    essere  sicuri di nulla.  Chi avrebbe detto che dopo quelle po' po' di
    sciabolate che lei dette a  quel  disgraziato  di  cavaliere  errante,
    doveva  subito  dopo arrivare a gran velocit questa tempesta di botte
    che si  scaricata sopra le nostre spalle?
    - E lasciamo andar le tue,  Sancio -  replic  Don  Chisciotte  -  che
    devono esserci avvezze a certi rovesci;  ma le mie,  che son cresciute
    tra la tela d'Olanda,   chiaro che sentiranno di  pi  il  dolore  di
    questa  batosta.  E  se  non fosse perch mi figuro...  ma che dico mi
    figuro?  son certissimo  voglio  dire,  che  tutte  queste  noie  sono
    strettamente connesse con la professione delle armi, mi lascerei morir
    qui di vergogna e di rabbia.
    -  Signore  - gli rispose lo scudiero - giacch queste disgrazie fanno
    parte dei frutti della cavalleria,  mi dica un poco se  si  raccattano
    tutti i giorni,  o se ci sono delle epoche stabilite; perch, a me, mi
    pare che dopo due raccolte come questa,  alla terza non ci arriveremo,
    a meno che Dio non ci venga in aiuto con la sua infinita misericordia.
    -  Amico  Sancio  -  rispose  Don  Chisciotte  - sappi che la vita dei
    cavalieri erranti  soggetta a mille pericoli e sfortune,  ma  d'altro
    canto  essi  stanno  anche continuamente in procinto di diventare re e
    imperatori,  come l'ha dimostrato l'esperienza  per  molti  e  diversi
    cavalieri  di cui conosco esattamente la storia.  E se il dolore me lo
    permettesse, ti potrei ora raccontare di alcuni che sono arrivati agli
    alti gradi che ti ho detto,  soltanto pel  valore  del  loro  braccio;
    mentre prima e dopo si eran trovati essi stessi fra sventure e miserie
    di vario genere.  Il valoroso Amadigi di Gaula per esempio si trov in
    potere dell'incantatore Arcalao suo mortale nemico,  e pare  accertato
    che,  mentre  lo  tenne  prigioniero,  lo  attacc a una colonna di un
    cortile del suo castello e gli dette pi di duecento frustate  con  le
    guide  del  suo  cavallo.  C'  poi un autore segreto e molto degno di
    fede,  il quale racconta che il cavaliere del Febo,  essendo una volta
    in  un  castello,  cadde  in  un  trabocchetto che gli si apr sotto i
    piedi,  e si trov in un profondo sotterraneo con le mani  e  i  piedi
    legati.  L  gli  somministrarono  un  tal  lavativo  di  quelli detti
    all'acqua di neve e rena, che fu a un pelo di lasciarci la pelle, e se
    in quel tristo frangente non fosse stato aiutato da un mago suo grande
    amico,  il povero cavaliere l'avrebbe passata brutta.  E cos  anch'io
    debbo soffrire quel che han sofferto tante brave persone, che anzi son
    maggiori  le  ingiurie  che  dovettero  soffrir  loro  di  quelle  che
    soffriamo ora noi.  Poich devi sapere che le  ferite  fatte  con  gli
    strumenti  che  si  trovano  occasionalmente  sotto  mano  non  recano
    oltraggio, e questo si trova scritto in termini chiarissimi nel codice
    cavalleresco.  Se un calzolaio picchia un compagno con la forma che ha
    in  mano,  bench  la forma sia effettivamente di legno,  non si potr
    dire per questo che chi ne ricevette il colpo sia  stato  legnato.  Ti
    dico  questo  perch  tu  non pensi che,  se siamo rimasti malconci in
    questa baruffa,  si sia rimasti anche oltraggiati,  perch le armi con
    cui  quegli  uomini  ci picchiarono non eran che i loro randelli e non
    c'era nessuno di loro,  a  quel  che  mi  ricordo,  che  avesse  spada
    sciabola o pugnale.
    -  A  me  -  rispose Sancio - non mi dettero il tempo di guardar bene,
    perch appena ebbi messo mano alla durlindana,  subito mi  dettero  la
    benedizione  sulla  schiena coi loro randelli,  e mi levarono la vista
    dagli occhi e la forza dalle gambe,  rovesciandomi disteso  dove  sono
    ancora.  E  non  mi  duole  mica  il  pensiero  di non sapere se fu un
    oltraggio, o no, il picchiarci con dei randelli; mi duole il groppone,
    accidenti,  per via delle  botte  che  mi  rimarranno  impresse  nella
    memoria e nelle spalle.
    - Conslati, Panza - riprese Don Chisciotte - non c' memoria a cui il
    tempo non metta fine, e non c' dolore che non passi con la morte.
    -  Gi  -  replic Sancio - ma quale disgrazia peggiore pu esserci di
    quella che aspetta di passare col tempo e di finire con la  morte?  Se
    almeno  questa  nostra  disgrazia fosse di quelle che si curano con un
    paio di impiastri,  meno male!  Ma ormai vedo bene che non  basteranno
    tutti quelli di un ospedale per metterci riparo.
    - Via,  Sancio - riprese Don Chisciotte - smetti di lamentarti,  e fa'
    buon viso a cattiva fortuna; e lo stesso far io.  Vediamo dunque come
    sta  Ronzinante,  perch  mi sembra che il poveraccio ne abbia buscate
    pi di tutti.
    - Non c' da farsene caso - rispose Sancio - dal momento che anche lui
     cavaliere errante: mi meraviglio piuttosto che il mio ciuco  l'abbia
    passata cos liscia, mentre noi ci hanno lisciato cos bene!
    - La fortuna lascia sempre nella sventura una porta aperta per potervi
    porre  rimedio  -  disse  Don Chisciotte.  - Dico questo perch ora la
    brava bestiola potr riparare la colpa  di  Ronzinante,  portandomi  a
    qualche castello,  dove io possa esser curato delle mie ferite.  Tanto
    pi che non ritengo affatto indecorosa una tal cavalcatura,  perch mi
    ricordo  di  aver  letto che quel buon vecchio Sileno,  aio e pedagogo
    dell'allegro dio del riso, quando entr nella citt dalle cento porte,
    cavalcava con molto piacere un bellissimo asino.
    - Sar come dice lei - rispose Sancio - ma  lui,  a  quel  che  sento,
    stava  a  cavallo;  e  altro    lo  stare a cavallo,  altro  l'esser
    caricato attraverso come un sacco di concime.
    - Le ferite  che  si  ricevono  nelle  battaglie  -  gli  ribatt  Don
    Chisciotte  -  conferiscono  onore  anzich toglierlo.  Quindi,  amico
    Panza, non pi discussioni.  Alzati,  come t'ho gi detto,  meglio che
    puoi,  mettimi nel modo che pi ti piace sopra il tuo asino, e andiamo
    via di qui,  prima che arrivi la notte e ci  colga  in  questi  luoghi
    disabitati.
    -  Ma  -  osserv  Sancio  -  o non diceva lei che i cavalieri erranti
    devono dormire la maggior  parte  dell'anno  in  luoghi  disabitati  e
    deserti, e che, anzi, se vi riescono, la stimano una gran fortuna?
    - S - disse Don Chisciotte - ma quando non posson fare altrimenti,  o
    quando sono innamorati.  Tanto  vero che vi sono stati dei  cavalieri
    che  son rimasti su una roccia,  esposti al sole,  alle tenebre e alle
    intemperie per due anni di seguito,  senza che la loro dama ne sapesse
    nulla.   Uno  di  questi  fu  Amadigi,   quando,  datosi  il  nome  di
    Beltenebroso, dimor sulla Peapobre,  non mi ricordo bene se per otto
    anni o per otto mesi, ma insomma egli stette l facendo penitenza, per
    non  so  qual  dispiacere  che  gli  aveva dato la signora Oriana.  Ma
    lasciamo ora da parte tutto  questo,  Sancio,  e  sbrgati  prima  che
    succeda un'altra disgrazia all'asino come Ronzinante.
    - Non ci mancherebbe altro!  - disse Sancio; e mandando trenta ohi e
    sessanta sospiri e centoventi tra bestemmie e  maledizioni  a  chi  ce
    l'aveva  portato,  fece  per rizzarsi,  ma a mezza strada rimase curvo
    come un arco moresco senza poter finire di distendersi.  E  in  questa
    dolorosa posizione dovette sellare il ciuco, che per la troppa libert
    di  quel  giorno s'era assai svagato anche lui;  poi rialz Ronzinante
    che se avesse avuto  lingua  per  lamentarsi,  di  certo  non  sarebbe
    rimasto  indietro a Sancio e al suo padrone,  e da ultimo accomod Don
    Chisciotte sull'asino,  mise Ronzinante alla retroguardia,  e preso il
    ciuco  per  la  cavezza  si  incammin dalla parte dove gli pareva che
    dovesse trovarsi la strada maestra.  Infatti non ebbe fatto una  lega,
    quando  la fortuna,  che mandava i suoi affari di bene in meglio,  gli
    fece apparire la strada, sulla quale scorse un'osteria secondo lui, ma
    secondo Don Chisciotte doveva per forza  essere  un  castello.  Sancio
    badava  a  dire  che era un'osteria,  e il suo padrone no,  che era un
    castello;  e tanto dur la disputa,  che ebbero il tempo  d'arrivarci,
    senza  averla definita,  e Sancio allora,  rinunciando a sincerarsi in
    proposito, vi entr dentro con tutto il suo bestiame.

    CAPITOLO 16.
    Quel che  successe  all'ingegnoso  gentiluomo  nell'osteria  che  egli
    prendeva per un castello.

    L'oste che vide Don Chisciotte caricato a traverso al ciuco, domand a
    Sancio che cosa avesse .
    -  Nulla - gli rispose Sancio -  ruzzolato di sotto a una rupe,  e ha
    le costole rotte.
    L'oste aveva in moglie una donna, la quale,  contrariamente a quel che
    sono  di  solito  quelle  che  fanno  un  tal  mestiere,  era d'indole
    caritatevole, e aveva compassione delle disgrazie del prossimo. Perci
    si mise subito a curare Don Chisciotte,  e si fece aiutare da una  sua
    figliola, una giovanetta molto piacente.
    C'era  anche  per  serva  nell'osteria  una ragazza asturiana,  con la
    faccia larga,  la nuca piatta,  il naso  schiacciato,  guercia  da  un
    occhio  e  un  po' cieca da quell'altro.  Ma la robusta perfezione del
    rimanente personale compensava gli altri difetti:  infatti  dai  piedi
    alla testa non era sette palmi,  e le spalle, caricate da una discreta
    gobba,  la costringevano a tenere gli occhi  bassi  pi  di  quel  che
    avrebbe  voluto.  Questa  graziosa ragazza aiut la giovanetta,  e fra
    tutte e due prepararono a Don Chisciotte un lettaccio in una soffitta,
    che dava segni manifesti di aver servito in altri tempi da fienile per
    molti anni,  e dove alloggiava anche un mulattiere,  che aveva il  suo
    letto un po' pi in l di quello del nostro Don Chisciotte. Sebbene il
    letto  del  mulattiere  fosse  fatto  coi basti e le coperte delle sue
    mule,  valeva cento volte di pi di quello di Don Chisciotte,  che era
    composto  soltanto  di  quattro  assi grezze distese su due cavalletti
    scompagni; di un materasso cos sottile che pareva un coltrone,  pieno
    di  bitorzoli  tanto  duri che se non si fosse vista la lana da alcuni
    strappi, al tasto si sarebbero detti sassi,  di due lenzuoli stecchiti
    come  il  cuoio,  e di una coperta cos rada,  che si potevano contare
    tutti i fili a uno a uno.  Don Chisciotte si  sdrai  in  quest'infame
    letto,  e  l'ostessa  e  sua figlia lo copriron d'impiastri dal capo a
    piedi mentre Maritornes,  ch cos  si  chiamava  l'asturiana,  faceva
    lume.  Nell'impiastricciarlo  in  quel  modo  l'ostessa,  vedendo  Don
    Chisciotte pieno di lividi,  disse che quelle gli parevano  pi  botte
    che contusioni di caduta.
    - No,  no, non furono botte - disse Sancio - ma il pendio era pieno di
    sbrocchi e di spunzoni,  e  tutti  hanno  lasciato  il  segno.  -  Poi
    aggiunse:  -  Signora,  guardi  di far avanzare un po' di stoppa.  C'
    purtroppo qualcun altro che ne  ha  bisogno,  perch  anche  a  me  mi
    dolgono le costole.
    - Allora - disse l'ostessa - anche voi siete cascato?
    - No,  non sono cascato, ma nel veder cascare il padrone, ho avuto una
    tale scossa, che ora sono tutto indolenzito anch'io,  e mi pare d'aver
    buscato un carico di legnate.
    - Oh,  possibilissimo!   - disse la giovinetta. - A me, per esempio, 
    successo molte volte di sognare di cadere gi da una torre  e  di  non
    arrivare  mai  in  terra,  e  quando poi mi destavo,  mi trovavo tutta
    stroncata proprio come se fossi caduta.
    - Ah,  signorina mia - rispose Sancio-questo  il bello: che io  senza
    aver sognato nulla, perch sono sempre stato desto pi di quel che non
    sia  ora,  mi  trovo con pochi meno guidaleschi che il mio padrone Don
    Chisciotte.
    - Come si chiama questo cavaliere? - domand l'asturiana Maritornes.
    - Don Chisciotte della Mancia  -  rispose  Sancio  -  ed    cavaliere
    errante  fra i migliori e i pi forti che da gran tempo si siano visti
    nel mondo.
    Che cos' un cavaliere errante? - replic la serva.
    - Siete tanto all'oscuro delle cose di questo mondo da non saperlo?  -
    rispose Sancio Panza.  - Ebbene, sappiate dunque che cavaliere errante
     qualche cosa che in un batter  d'occhio  pu  trovarsi  bastonato  o
    imperatore:  oggi    la  pi  disgraziata creatura del mondo e la pi
    miserabile,  e domani disporr di due o  tre  regni  da  dare  al  suo
    scudiero.
    -  Com'  allora  - disse l'ostessa - che voi,  essendo lo scudiero di
    questo signore cos buono,  non possedete a quel che pare nemmeno  una
    contea?
    -  Ancora    presto  -  rispose  Sancio - perch  appena un mese che
    andiamo cercando avventure,  e finora non ne abbiamo trovata  una  che
    meritasse questo nome.  Succede qualche volta di cercare una cosa e di
    trovarne un'altra.  Ma se il mio signore e padrone guarisce di  questa
    ferita o caduta, e io non ne rimango stroppiato, non baratterei le mie
    speranze col pi bel titolo di nobilt di tutta la Spagna.
    Don  Chisciotte stava molto attento a questi discorsi,  e messosi alla
    meglio a sedere sul letto, prendendo per mano l'ostessa, le disse:
    - Avvenente signora,  credetemi,  stimar vi  potete  fortunata  d'aver
    alloggiato in questo vostro castello la mia persona; la quale  di tal
    merito,  che se io non la lodo,  lo faccio unicamente perch,  come si
    suol dire, chi si loda si avvilisce, ma il mio scudiero vi dir chi io
    mi sia: soltanto vi  affermo  che  terr  eternamente  scolpito  nella
    memoria il favore che mi avete impartito,  per serbarvene riconoscenza
    finch mi duri la vita.  E fosse piaciuto agli alti cieli che  l'amore
    non  mi tenesse cotanto soggetto alle sue leggi e agli occhi di quella
    bella ingrata,  di cui mi tengo il nome dentro la chiostra dei  denti,
    perocch allora gli occhi di questa avvenente pulzella sarebbero stati
    signori della mia libert.
    L'ostessa,  la  sua  figliola  e  quella  povera ragazza di Maritornes
    stavano tutte confuse a sentire quelle parole del  cavaliere  errante,
    che  esse  intendevano  come  se  avesse  parlato  in greco;  tuttavia
    giunsero a capire che tutto quanto il discorso mirava semplicemente  a
    ringraziarle e a dire delle galanterie;  ma siccome non erano abituate
    a un tale linguaggio,  guardavano lui e poi si guardavano tra loro,  e
    vedevano in Don Chisciotte un uomo diverso da tutti gli altri. Per ci
    con  rustiche  parole  lo ringraziarono dei suoi complimenti,  e se ne
    andarono;  ma l'asturiana si mise a  medicare  Sancio,  che  ne  aveva
    bisogno quanto il padrone.
    Ora bisogna sapere che il mulattiere aveva fissato con lei di trovarsi
    insieme  quella  notte,  e  lei  gli  aveva dato parola che,  appena i
    clienti si fossero ritirati e i padroni dormissero,  sarebbe andata  a
    trovarlo e a contentarlo. Dicevano che la brava ragazza non avesse mai
    fatto tali promesse, anche in cima a un monte e senza testimoni, senza
    poi  mantenerle.  Infatti  si  pretendeva  gentildonna,  e non stimava
    disonorevole  far  la  serva  nell'osteria,  perch,  diceva  lei,  le
    disgrazie e i rovesci di fortuna l'avevano ridotta in quello stato.
    Il  duro,  stretto,  corto  e sedicente letto di Don Chisciotte era il
    primo che si trovava entrando in  quello  stellato  fienile;  accanto,
    Sancio  aveva  fatto  il  suo  che  si  componeva  semplicemente  d'un
    graticcio di vimini e di una coperta che pareva  piuttosto  di  canapa
    che  di  lana:  dopo  questi  due  letti veniva quello del mulattiere,
    fatto,  come abbiamo visto,  coi basti  e  le  coperte  dei  due  suoi
    migliori  muli.  Ne  conduceva  dodici,  grassi,  lucenti,  e di razza
    rinomata;  perch era uno  dei  ricchi  mulattieri  di  Arvalo,  come
    racconta  l'autore  di  questa  storia,  che  di  questo mulattiere fa
    speciale menzione perch lo conosceva molto bene e anzi vogliono  dire
    che  era  un  po'  suo  parente.  Infatti Cide Hamete Benengeli fu uno
    storico molto minuzioso e molto esatto in tutte le sue  notizie;  come
    si pu chiaramente vedere da quelle stesse finora riportate,  che egli
    non volle passar sotto silenzio,  sebbene fossero cos minute  e  cos
    peregrine.   Di  qui  potrebbero  prendere  esempio  gli  storici  pi
    importanti che ci raccontano i fatti tanto alla svelta e in  succinto,
    che  non s'arriva a gustarli,  e lasciano nel calamaio per negligenza,
    per  cattiva  volont  o  per  ignoranza  la  parte  pi   sostanziale
    dell'opera.  Ma  lodato  mille  volte  sia  l'autore  di  "Tablante de
    Ricamonte",  e quello di quell'altro libro dove si raccontano i  fatti
    del "Conte Tomillas". Con che precisione descrivono ogni cosa!
    Dicevo  dunque  che  il mulattiere,  dopo essere stato a vedere le sue
    bestie e dopo aver loro somministrato la seconda  razione  d'orzo,  si
    distese  sui  suoi  equipaggiamenti,  e  si  mise  ad aspettare la sua
    puntualissima Maritornes. Sancio,  tutto impiastricciato,  se ne stava
    disteso  e  cercava  di  dormire,  ma  glielo  impedivano  le  costole
    indolenzite, e Don Chisciotte col dolore che sentiva nelle sue,  aveva
    gli  occhi  aperti  come una lepre.  Un gran silenzio regnava in tutta
    l'osteria,  e non c'era altro lume che quello d'una  lanterna  sospesa
    nel centro dell'atrio.  Questa solenne calma e i pensieri suggeriti al
    nostro cavaliere dal ricordo degli avvenimenti che a  ogni  pagina  si
    incontrano  in  quei  libri che erano stati causa della sua disgrazia,
    gli fecero nascere nell'immaginazione una delle pi strambe folle che
    si possano pensare.  Si mise in testa di essere arrivato a  un  famoso
    castello  (castelli,  come  s'  detto,  erano  a  suo parere tutte le
    osterie in cui alloggiava) e che la figlia dell'oste era la figlia del
    castellano; la quale vinta dal suo gentile aspetto e di lui invaghita,
    gli aveva promesso che quella notte di nascosto dai  genitori  sarebbe
    venuta  a  giacere per lungo tempo con lui.  Pigliando per cosa vera e
    reale questa chimera che s'era fabbricata nella sua testa, cominci ad
    agitarsi e a pensare al pericoloso cimento a cui si sarebbe trovata la
    sua castit,  ma propose in cuor suo di non commettere fellonia veruna
    contro  la sua dama Dulcinea,  quand'anche gli fosse venuta dinanzi la
    regina Ginevra con la sua governante Chintagnona.
    Mentre dunque era assorto in queste  fantasticherie,  disgraziatamente
    per lui eccoti l'asturiana.  La quale in camicia e scalza, coi capelli
    raccolti in una cuffia di fustagno, con passi silenziosi e guardinghi,
    entr nel fienile,  dove erano alloggiati i tre uomini,  in cerca  del
    suo mulattiere,  ma era appena arrivata all'uscio,  che Don Chisciotte
    la sent, e mettendosi a sedere sul letto,  nonostante gli impiastri e
    il  dolore  nelle  costole,  tese le braccia per ricevere la leggiadra
    pulzella del suo sogno.  L'asturiana che quatta quatta e  zitta  zitta
    andava  con  le  mani innanzi cercando il suo amante,  s'imbatt nelle
    braccia di Don  Chisciotte,  il  quale  l'agguant  per  un  polso,  e
    tirandola  a  s senza che lei osasse aprir bocca,  la fece sedere sul
    letto.  Le tast allora la camicia e sebbene fosse di  canapa,  a  lui
    sembr  finissimo  lino;  le sent al polso dei braccialetti e sebbene
    fossero di chicchi di vetro, a lui parvero orientali perle: i capelli,
    che erano duri come crini di cavallo, morbidi e biondi come oro filato
    li giudic, e d'uno splendore tale da oscurare il sole; il fiato,  che
    le puzzava di cipolla gli parve effluvio di soavi aromi.  Per finirla,
    diremo che se la figur nella sua immaginazione con le medesime  forme
    e  i medesimi lineamenti di quell'altra principessa di cui aveva letto
    nei suoi  libri  che  vinta  dall'amore,  era  andata  a  visitare  il
    cavaliere gravemente ferito, con tutti gli altri particolari che l si
    raccontano.  Ed  era tanta la cecit del povero gentiluomo,  che n il
    tatto, n il fiato, n altre grazie possedute da quella brava ragazza,
    che avrebbero fatto vomitare  chiunque  non  fosse  stato  mulattiere,
    bastavano  a  disingannarlo;  gli pareva d'avere tra le braccia la dea
    della bellezza.  E tenendola bene stretta,  con voce  dolce  e  tenera
    cominci a dirle:
    -  Nobile  e  avvenente  signora,  oh,  quanto bramerei di trovarmi in
    condizione di poter rimunerare cos gran mercede, qual' quella di cui
    vi son debitore per la vista della vostra grande bellezza!  Ma la  rea
    fortuna che non si stanca di perseguitare i buoni,  pormi ha voluto in
    questo letto,  dove giaccio cos percosso  e  malconcio,  che  se  pur
    corrispondere  al  desio vostro volessi,  impossibil mi sarebbe.  Ma a
    questa impossibilit altra e pi grande se ne aggiunge,  cio la  fede
    promessa  all'impareggiabile  Dulcinea  del Toboso,  unica signora dei
    miei pi riposti pensieri;  ch se questo inciampo non fosse,  io  non
    sarei  stato  cos  stolto  cavaliere  da  lasciar  passare  invano la
    fortunata occasione in cui la vostra gran benignitade mi ha posto.
    Maritornes sudava dalla pena sentendosi cos fortemente trattenuta  da
    Don Chisciotte, e senza intendere n stare attenta ai discorsi di lui,
    cercava di svincolarsi, ma non faceva una parola.
    Quel  buon  figliolo  del  mulattiere,  che  i  suoi  cattivi desidri
    tenevano ben desto,  e che fin dal momento  che  la  sua  amica  aveva
    oltrepassato l'uscio,  l'aveva subito sentita,  stette attento a tutto
    quel  che  diceva  Don  Chisciotte,   e  furioso  perch  credeva  che
    l'asturiana  gli  avesse mancato di parola per un altro,  si alz e si
    mise vicino al letto di Don Chisciotte,  standosene quatto  quatto  ad
    aspettare  dove  sarebbero  andati  a  finire quei discorsi in cui non
    capiva nulla;  ma quando si accorse che la ragazza faceva ogni  sforzo
    per   liberarsi,   e  Don  Chisciotte  invece  si  dava  da  fare  per
    trattenerla,  il gioco non gli piacque,  e allora  alz  per  aria  un
    braccio  e  scaric  un  pugno  cos  terribile  sulle  magre mascelle
    dell'innamorato cavaliere,  che gli emp tutta la bocca di  sangue;  e
    non  contento  di questo gli salt sulle costole,  e ci fece sopra una
    bella passeggiata.  Il letto che era un po' debole e non stava bene in
    gambe,  col sovraccarico del mulattiere,  si sfasci e and per terra.
    Al gran rumore l'oste si dest,  e subito cap che doveva  esserci  di
    mezzo  Maritornes,  perch,  avendola  chiamata  a  squarciagola,  non
    rispondeva. Con questo sospetto si lev, accese un lume,  e si diresse
    dove aveva sentito il fracasso. La ragazza, sentendo venire il padrone
    e  ben sapendo che aveva un pessimo carattere,  impaurita e agitata si
    rifugi nel letto  di  Sancio  Panza  che  dormiva  ancora,  e  vi  si
    rannicchi tutta in un gomitolo. L'oste entr gridando:
    - Dove sei, puttana? Questa di certo  una delle tue.
    A  questo  punto  Sancio  si  dest  e  sentendosi  sullo stomaco quel
    fagotto, credette di essere sotto un incubo, cominci a menar pugni di
    qua e di l,  e Maritornes ne ebbe la sua buona dose;  perci dal gran
    dolore  mise da parte ogni precauzione,  e gliene rese tanti,  che gli
    lev la voglia di dormire.  Sancio sentendosi malmenare in  quel  modo
    senza  sapere  da  chi,   rizzatosi  alla  meglio,  si  abbracci  con
    Maritornes,  e cominciarono tra loro la lotta pi accanita e pi buffa
    di questo mondo. Il mulattiere poi, vedendo alla luce del lume portato
    dall'oste  a  che  strette  si  trovava  la  sua  bella,  lasciato Don
    Chisciotte,  corse  ad  aiutarla.  Lo  stesso  fece  l'oste,   ma  con
    differente intenzione,  perch egli voleva invece castigarla, credendo
    fermamente che essa sola fosse la causa  di  tutta  quella  musica.  E
    proprio  come  si suol dire il gatto al topo,  il topo alla fune,  la
    fune ai buoi eccetera,  il mulattiere  dava  a  Sancio,  Sancio  alla
    ragazza,  la ragazza a lui,  l'oste alla ragazza;  e tutti menavan gi
    con una furia matta senza un  momento  di  tregua.  Il  bello  fu  che
    all'oste  gli si spense il lume,  e allora rimasti al buio tutti in un
    mucchio se le davano a morte, e dove mettevano le mani, erano dolori.
    Per  combinazione  quella  notte  alloggiava  nell'osteria  anche   un
    ispettore  della Santa Fratellanza Vecchia di Toledo,  il quale appena
    sent lo straordinario rumore della zuffa,  prese il suo bastoncino  e
    la scatola di latta coi suoi documenti personali,  e entr al buio nel
    fienile gridando:
    -  Fermi  in  nome  della  giustizia!   Fermi  in  nome  della   Santa
    Fratellanza!
    E il primo in cui inciamp fu il povero Don Chisciotte, che era ancora
    disteso  sui  rottami  del  suo letto con la bocca per aria e privo di
    sensi,  e presolo a tentoni per la barba non smetteva di gridare: Man
    forte  alla giustizia!.  Ma vedendo che l'arrestato non si muoveva n
    punto n poco,  s'immagin che fosse morto,  e che gli altri che erano
    l  dentro  fossero  i suoi assassini,  e con questo sospetto rinforz
    ancora la voce mettendosi a urlare:
    - Si chiuda la porta dell'osteria!  e si guardi che nessuno esca;  qui
    hanno ammazzato uno.
    Queste  grida  spaventarono i combattenti,  e ciascuno lasci la zuffa
    nel punto stesso in cui li sorprese  la  voce.  L'oste  si  ritir  in
    camera sua,  il mulattiere sulle sue bardature, e la ragazza nella sua
    soffitta: soltanto quei due disgraziati di Don Chisciotte e Sancio non
    si poterono muovere di dove si trovavano.  Intanto l'ispettore  lasci
    andare  la  barba  di  Don  Chisciotte,  e  usc per cercare un lume e
    arrestare i colpevoli;  ma non lo trov,  perch l'oste nel tornare in
    camera aveva spento apposta la lanterna dell'ingresso;  quindi dovette
    ricorrere al camino, dove, dopo un gran tramestio e un gran tempo, gli
    riusc finalmente di accendere un altro lume.

    CAPITOLO 17.
    Si continuano a narrare gli innumerevoli travagli  che  il  fiero  Don
    Chisciotte  col  suo  buon  scudiero  Sancio  Panza  ebbe  a  soffrire
    nell'osteria, che per sua disgrazia aveva presa per un castello.

    Don Chisciotte intanto s'era riavuto, e col medesimo filo di voce, con
    cui il giorno prima aveva chiamato il suo scudiero  quand'era  disteso
    nella valle dei bastoni, lo cominci a chiamare dicendo:
    - Sancio, amico mio, dormi? Dormi, Sancio, amico mio?
    - Ma come vuole che io dorma, mi pigliasse un canchero! rispose Sancio
    avvilito e imbizzito. - Pare che tutti i diavoli dell'inferno stanotte
    mi siano saltati addosso.
    -  Di questo puoi star pi che sicuro - rispose Don Chisciotte perch,
    o io sono un idiota,  o questo  castello    incantato.  Infatti  devi
    sapere...  ma questo che ora ti dir, devi giurarmi di tenerlo segreto
    fino a dopo la mia morte.
    - Lo giuro - rispose Sancio.
    - Ho voluto il tuo giuramento - continu Don Chisciotte -  perch  non
    mi piace che si tolga l'onore a nessuno.
    -  E io le ripeto - replic Sancio - che le giuro di non parlarne fino
    a dopo la sua morte, ma piaccia a Dio che possa raccontarlo domattina.
    - Come?  - esclam Don Chisciotte.  - Ti tratto cos male che tu debba
    desiderare di vedermi morto cos presto?
    -  Non  dico  questo - rispose Sancio - ma il fatto  che non mi piace
    serbare a lungo i segreti,  perch non vorrei che a serbarli troppo mi
    dovessero andare a male nello stomaco.
    -  Sia  per  una  ragione,  sia per un'altra - riprese Don Chisciotte-
    ancor pi che del tuo giuramento,  mi fido del tuo amore e  della  tua
    cortesia.  Devi  dunque  sapere  che  stanotte mi  successa una delle
    avventure pi strane che si  possano  immaginare,  e  per  dirtela  in
    breve,  sappi che poco fa  venuta da me la figlia del castellano, che
     la pi avvenente e gentile  donzella  che  si  possa  trovare  sulla
    terra.  Che  potrei  dirti  mai della grazia della sua persona?  Della
    fortezza del suo animo? E di tanti altri reconditi tesori, che passer
    sotto silenzio per serbare intatta la fede che devo alla  mia  signora
    Dulcinea  del Toboso?  Ti dir soltanto che il cielo,  geloso di tanto
    bene posto dalla fortuna nelle mie mani,  o forse (e questo   il  pi
    probabile)  per  il  fatto che questo castello,  come ho gi detto,  
    incantato,  mentre me ne stavo con lei in  dolcissimi  e  amorosissimi
    colloqui,  senza  ch'io  la  vedessi  e  senza  neanche sapere di dove
    veniva,  arriv una mano attaccata a un braccio di  qualche  smisurato
    gigante,  e  mi assest un tal pugno nelle mascelle,  che ho ancora la
    bocca tutta piena di sangue; e poi mi dette tante di quelle botte, che
    sto peggio di ieri, quando per via di quel birichino di Ronzinante,  i
    mulattieri  mi fecero quell'azionaccia che tu sai.  Da questo arguisco
    che il tesoro di belt di questa donzella sia custodito  e  difeso  da
    qualche moro incantato, e non sia destinato a me.
    -  E  neanche  a  me  di certo - riprese Sancio - perch i mori che le
    hanno date a me dovevano essere pi di quattrocento;  di modo  che  le
    randellate degli yanguesi al confronto furono zuccherini.  Ma,  signor
    Don Chisciotte,  mi dica un po',  come la chiama lei questa  magnifica
    avventura,  da cui ne siamo usciti come ne siamo usciti? E tiriamo via
    lei!  Almeno lei  s'  tenuto  fra  le  braccia  quella  incomparabile
    bellezza  che  ha detto,  ma io che non ci ho guadagnato altro che una
    sfilata di cazzotti,  che faccio conto che  abbiano  a  essere  i  pi
    grossi  che mi piglier nella vita?  Disgraziato me e mia madre che mi
    mise al mondo!  Io non sono cavaliere errante,  n ho nessuna idea  di
    fare  il  cavaliere  errante,  e  di  tutti  i guai mi tocca sempre la
    porzione pi grossa .
    - Come?! Anche tu sei stato preso a pugni? - domand Don Chisciotte.
    - O non le dico di s,  accidenti a tutta la mia razzaccia  infame!  -
    disse Sancio.
    -  Non  t'affliggere,  amico  mio;  ch  io  far  ora sbito l'elixir
    miracoloso con cui guariremo in un batter d'occhio.
    Intanto l'ispettore era riuscito ad accendere il lume ed era tornato a
    vedere il presunto morto.  Appena Sancio lo vide entrare,  in camicia,
    con un fazzoletto annodato intorno alla testa, una lucernina in mano e
    un viso che faceva spavento:
    -  Signor  padrone  - disse - non sar mica questo per un caso il moro
    incantato? che torna per darci quelle che gli son rimaste in mano?
    - Non pu essere il moro - rispose Don Chisciotte - perch coloro  che
    sono incantati non si fanno vedere da nessuno.
    -  Se  non  si fanno vedere,  si fanno sentire - disse Sancio - le mie
    spalle gliene posson dir qualcosa.
    - Lo potrebbero dire anche le mie - rispose Don Chisciotte - ma questa
    non  una prova bastante per dire che quello l sia il moro incantato.
    L'ispettore   si   avanz,   ma,    trovandoli   a   discorrere   cos
    tranquillamente,  rimase perplesso. D'altra parte Don Chisciotte se ne
    stava ancora a bocca in su,  senza potersi muovere,  rinvoltato tra  i
    lividi e gli impiastri. L'ispettore s'avvicin e gli chiese:
    - Ehi quell'uomo! Che affare ?
    -  Io  se fossi in voi parlerei con un po' pi di riguardo rispose Don
    Chisciotte.  - S'usa forse in questi posti di parlare in tal  modo  ai
    cavalieri erranti, pezzo di mascalzone?
    L'ispettore  a  sentirsi  trattar cos male da un uomo di un'apparenza
    tanto meschina, perse la pazienza,  e alzata la lucernina piena d'olio
    gliela  dette  sulla testa e per poco non gliela spacc: poi,  siccome
    rimasero al buio, se ne and via subito.
    - Signor padrone - disse Sancio - non c' dubbio: quello era  il  moro
    incantato  e  secondo  me  deve  serbare il tesoro per gli altri,  e i
    cazzotti e le lucernate nel capo per noi.
    - Ho paura che tu dica bene - rispose Don Chisciotte - ma non  c'  da
    stupirsi  di questi incantesimi,  n da arrabbiarsi,  perch son tutte
    visioni fantastiche e quindi,  anche volendo,  non troveremmo  di  chi
    vendicarci.  Levati,  Sancio,  se  puoi,  chiama  il governatore della
    fortezza e fammi avere un po' d'olio, vino, sale, e rosmarino per fare
    l'elixir miracoloso;  credo proprio di averne bisogno ora,  perch  mi
    esce molto sangue dalla ferita che questo fantasma mi ha prodotto.
    Sancio  si lev con grande spasimo delle sue ossa e al buio si diresse
    dove dormiva l'oste,  ma imbattutosi con  l'ispettore,  che  stava  in
    orecchi  per  sentire  che cosa era successo dell'uomo da lui colpito,
    gli disse:
    - Signore,  chiunque siate,  fateci il  favore  di  darci  un  po'  di
    rosmarino,  olio,  sale  e  vino,  cd  n'  bisogno per curare uno dei
    migliori cavalieri erranti della terra, che  l su quel letto, ferito
    gravemente dal moro incantato che  in quest'osteria.
    Quando l'ispettore sent questo discorso,  credette d'aver da fare con
    un  pazzo;  e  siccome ormai cominciava a farsi giorno,  apr la porta
    dell'osteria,  e chiamato l'oste gli rifer ci che voleva  quel  buon
    uomo.  L'oste  gli  dette  la roba richiesta,  e Sancio la port a Don
    Chisciotte,  che stava con la testa tra le mani,  e si lamentava della
    botta  della  lucernina;  la  quale  tuttavia gli aveva fatto soltanto
    spuntare due magnifici corni;  e ci che aveva preso per  sangue,  non
    era che sudore che gli colava gi dalla pena.  Avuti finalmente i suoi
    semplici, ne fece un composto,  mescolandoli tutti e facendoli bollire
    parecchio,  finch  gli parve che fossero al punto giusto.  Chiese poi
    una fiala per  mettervelo  dentro,  ma  siccome  nell'osteria  non  ce
    n'erano  affatto,  lo travas in una stagnetta da olio,  di cui l'oste
    gli fece un  gradito  regalo.  Poi  ci  disse  sopra  pi  di  ottanta
    paternostri e altrettante avemarie, salveregine e credi, e ogni parola
    l'accompagnava con un segno di croce per benedizione. Assistevano alla
    cerimonia  Sancio,  l'oste  e l'ispettore,  perch il mulattiere aveva
    tranquillamente ripreso a governare i suoi muli.
    Don Chisciotte volle subito far lui stesso la prova  della  virt  che
    attribuiva  a quel miracoloso balsamo,  e perci si bevve tutto quello
    che non pot entrare nella stagnetta,  e che restava ancora  in  fondo
    alla  marmitta dove l'aveva cotto: quasi un paio di bicchieri di roba.
    Aveva appena finito di buttarlo  gi  che  cominci  a  vomitare  cos
    forte,  che  non  gli  rimase  pi nulla nello stomaco,  e siccome per
    l'angoscia e l'agitazione del vomito grondava di sudore,  li preg che
    lo coprissero bene e lo lasciassero solo. Cos fecero infatti, ed egli
    dorm  pi  di  tre ore,  in capo alle quali si dest e si sent molto
    alleggerito di stomaco e anche  molto  meglio  delle  sue  contusioni,
    tanto  che  credette  d'essere  guarito,  e d'avere trovato davvero la
    ricetta dell'elixir di Fierobraccio.  Con quel rimedio avrebbe  potuto
    da allora in poi senza timore alcuno affrontare qualunque tafferuglio,
    zuffa e battaglia per quanto pericolosa potesse essere.
    Sancio  Panza  che credette un miracolo la guarigione del padrone,  lo
    preg di dargli quel che rimaneva nella pentola,  e non era poco.  Don
    Chisciotte  gli  disse che s'accomodasse pure,  e Sancio presala a due
    mani,  con gran fiducia e di buona voglia,  bevve a  garganella  e  ne
    mand  gi poco meno del suo padrone.  Ma lo stomaco del povero Sancio
    non doveva esser tanto delicato come quello di Don Chisciotte;  perci
    prima di vomitare fu preso da un'agitazione,  una smania,  un sudorino
    ghiaccio, e dovette far tali sforzi che credette proprio d'essere agli
    estremi;  e sentendosi  tanto  scombussolato,  malediceva  l'elixir  e
    l'assassino che glielo aveva fatto prendere. Don Chisciotte, vedendolo
    in quello stato, gli disse:
    -  Io credo,  Sancio,  che tutto questo tuo disturbo dipenda dal fatto
    che tu non sei armato  cavaliere;  perch  ho  l'opinione  che  questo
    liquore non debba far bene a quelli che non son cavalieri.
    - Un accidente che mi pigliasse,  a me e a tutta la mia razza! esclam
    Sancio. - Ma se lei lo sapeva, perch me l'ha lasciato bere?
    Finalmente il beverone fece il  suo  effetto,  e  il  povero  scudiero
    cominci  a  sgomberare  di  sopra e di sotto con tanta furia,  che lo
    strapunto su cui s'era ricoricato,  e la coperta di traliccio con  cui
    era coperto non furono pi buoni a nulla.  Sudava e trasudava con tali
    sforzi e tali convulsioni,  che non solamente  lui,  ma  tutti  quanti
    pensarono  che ci dovesse lasciar la pelle;  e questa terribile smania
    gli dur quasi due ore,  in capo alle quali non miglior come  il  suo
    padrone, ma rimase anzi cos intontito e indolenzito, che non riusciva
    neanche a star ritto.
    Don  Chisciotte  invece  che,  come s' detto s'era riavuto benissimo,
    volle partire subito per cercare avventure; perch gli pareva che ogni
    indugio in quel luogo fosse tempo rubato  al  mondo  e  agli  infelici
    necessitosi  del  suo  soccorso,  tanto pi ora che era sicuro del suo
    elixir.  Spronato da questa impazienza,  sell egli stesso Ronzinante,
    bard l'asino e aiut Sancio a vestirsi e a salirvi sopra: poi mont a
    cavallo,  e  veduta in un angolo dell'osteria una picca,  la prese per
    servirsene come lancia. Tutti quelli che si trovavano nell'osteria, ed
    erano pi d'una ventina di  persone,  lo  stavano  a  guardare,  e  lo
    guardava  anche la figlia dell'oste,  e lui non le levava gli occhi di
    dosso,  e di quando in quando mandava un sospiro  che  pareva  che  lo
    tirasse  su  di  fondo  allo  stomaco,  e tutti credevano che fosse il
    dolore delle costole,  o per lo meno lo pensavano quelli che la  notte
    prima gli avevano visto mettere gli impiastri.
    Quando  furono  tutti  e  due  a  cavallo,  Don Chisciotte sulla porta
    dell'osteria chiam l'oste e con  voce  molto  pacata  e  solenne  gli
    disse:
    -  Molti  e  molto  grandi,  signor  castellano,  sono i favori che ho
    ricevuto in questo vostro castello,  e vi rimango obbligatissimo e  vi
    sar  grato per tutto il corso della mia vita.  Se questi favori ve li
    posso compensare col vendicarvi di qualche superbo che vi abbia  fatto
    qualche  sopruso,   sappiate  che  il  mio  ufficio  consiste  appunto
    nell'assistere i deboli,  vendicare coloro che han ricevuto dei torti,
    ed  ogni fellonia castigare.  Ricercate nella vostra memoria,  e se vi
    trovate qualche impresa di questa  sorte  da  raccomandarmi,  voi  non
    dovete  che proferire un motto,  e io vi prometto,  per l'ordine della
    cavalleria che ho ricevuto,  che voi sarete compensato e soddisfatto a
    vostro intiero piacimento.
    L'oste gli rispose con altrettanta calma:
    -  Signor  cavaliere,  io  non  ho  bisogno  che la Signoria Vostra mi
    vendichi di nessun torto, perch quando me ne fanno,  so vendicarmi da
    me  come  mi pare e piace: mi basta che la Signoria Vostra mi paghi il
    danno che m'ha fatto stanotte nell'osteria,  oltre la paglia e  l'orzo
    per le due bestie, la cena e la camera.
    - Come?! Questa  un'osteria? - chiese Don Chisciotte.
    - E di quelle buone anche! - rispose l'oste.
    - Oh!  io sono stato finora in errore - continu Don Chisciotte perch
    ho sempre creduto che fosse un castello, e non cattivo, ma dal momento
    che  un'osteria e non un castello,  non c' altro da fare che dar  di
    frego  al  conto.  Io non posso contravvenire alle leggi dei cavalieri
    erranti,  e so con certezza,  perch finora  non  ho  letto  nulla  in
    contrario,  che essi non pagaron mai n alloggio n altro nell'osterie
    dove si fermarono.  Perch per diritto e privilegio  loro  dovuto  il
    migliore  dei trattamenti in compenso degli intollerabili travagli che
    soffrono  cercando  avventure  di  giorno  e  di  notte,   d'estate  e
    d'inverno,  a piedi e a cavallo, con la fame e con la sete, col freddo
    e col caldo,  soggetti a tutte le inclemenze del  cielo  e  ai  disagi
    della terra.
    -  Questo    un  affare che non mi riguarda - rispose l'oste - lei mi
    paghi quel che ho da avere,  e  lasciamo  da  parte  le  storie  e  la
    cavalleria,  che io non conosco altra storia che quella di fare il mio
    interesse.
    - Voi siete un imbecille e  un  miserabile  bottegaio  -  rispose  Don
    Chisciotte;  poi  dato  di  sprone a Ronzinante e incrociata la picca,
    usc  dall'osteria  senza  che  nessuno  potesse  trattenerlo,   e  si
    allontan un bel pezzo senza guardare se il suo scudiero lo seguiva.
    L'oste  che lo vide pigliare il volo senza aver pagato,  corse a farsi
    pagare da Sancio Panza,  ma questi rispose che dal momento che il  suo
    padrone  non aveva voluto pagare,  nemmeno lui avrebbe pagato,  perch
    essendo, com'era, lo scudiero d'un cavaliere errante, vigevano per lui
    come per il suo padrone i  medesimi  diritti  e  le  medesime  regole.
    L'oste and sulle furie,  e lo minacci,  se non lo pagava, di rifarsi
    in un modo che non gli sarebbe garbato tanto.
    - Io non pagher un soldo - gli rispose Sancio - nemmeno se ci dovessi
    rimettere la pelle, perch queste sono le leggi della cavalleria, alla
    quale  ascritto il mio padrone;  e non devono  andare  in  disuso  le
    buone  e  antiche  costumanze  dei  cavalieri  erranti;  n voglio che
    abbiano a lamentarsi di me gli  scudieri  di  tutti  i  cavalieri  che
    verranno, e rimproverarmi l'infrazione di un cos giusto privilegio.
    Volle la cattiva stella del povero Sancio,  che fra la gente che stava
    nell'osteria si trovassero quattro cenciaiuoli di Segovia, tre merciai
    ambulanti di Cordova e due mercatini di Siviglia;  tutta brava  gente,
    allegra,  chiassona e burlona; i quali, come mossi da una stessa idea,
    circondarono Sancio, e lo fecero scendere dall'asino.  Poi uno di loro
    and  a prendere la coperta dal letto dell'oste e ve lo misero dentro;
    ma alzati gli occhi e visto che il soffitto era troppo  basso  per  il
    loro gioco, uscirono nel cortile, che per soffitto aveva il cielo. L,
    messo  Sancio  nel  mezzo  della coperta,  cominciarono a buttarlo per
    aria, come si fa coi cani di carnevale.
    Gli urli che mandava il povero  sballottato  furono  cos  forti,  che
    arrivarono  fino  al  suo  padrone;  il quale,  fermatosi ad ascoltare
    attentamente,  credette da prima a qualche nuova avventura,  poi sent
    molto  bene  che  quello  che  gridava era il suo scudiero;  e allora,
    voltato il cavallo,  con un affannoso galoppo  torn  all'osteria;  ma
    trovatala chiusa,  la gir intorno per cercar di dove entrare.  Ma non
    era ancora arrivato al muro di cinta del cortile,  che non  era  molto
    alto,  quando vide il brutto scherzo che facevano al suo scudiero.  Lo
    vide andare in su e in gi per aria con tanta grazia e sveltezza,  che
    se  non era la rabbia,  io credo che non avrebbe potuto fare a meno di
    ridere anche lui.  Prov di sul cavallo ad arrampicarsi sulla cima del
    muro,  ma,  tutto pieno di doglie com'era,  non ci riusc; e allora di
    sopra al cavallo cominci a dire tante insolenze  e  tante  minacce  a
    quelli  che  sballottavano Sancio,  che non s'arriverebbe a ripeterle.
    Loro non cessavano per questo di ridere e  di  divertirsi,  e  Sancio,
    volando,  non cessava le sue grida mescolate ora con minacce,  ora con
    preghiere,  ma tutto questo non serviva  n  serv  a  nulla,  finch,
    essendosi stancati non lo lasciarono andare. Gli riportarono l il suo
    asino,  ce  lo  caricarono  sopra,  e  lo  coprirono  col suo gabbano.
    Maritornes,  che era di buon cuore,  vedendolo cos scalmanato,  volle
    portargli  una  brocca d'acqua,  e l'and a tirar su al pozzo,  perch
    fosse pi fresca. Sancio la prese, ma mentre se la portava alla bocca,
    si ferm a un tratto nel sentir Don Chisciotte che gli gridava:
    - Sancio, figliolo mio,  non la bere,  sai;  tu muori,  se tu la bevi!
    Guarda,  ci  ho qui il miracoloso elixir - e gli mostrava la stagnetta
    del decotto - che con due gocce che tu ne beva, guarirai di certo.
    A queste grida Sancio volt un poco gli  occhi  di  traverso,  e  url
    ancora pi forte:
    -  S'  forse scordata la Signoria Vostra che io non son cavaliere?  O
    vuole che finisca di vomitare  quelle  po'  di  budella  che  mi  sono
    rimaste  in  corpo stanotte?  Se lo tenga per s il suo beverone,  per
    tutti i diavoli! e mi lasci stare!...
    E finir di dire queste parole e cominciare a bere fu tutt'uno. Ma come
    al primo sorso s'accorse che era acqua,  non volle  andare  avanti,  e
    preg Maritornes che gli portasse del vino; e lei glielo port di buon
    cuore,  e lo pag coi suoi denari. Dicono infatti che, sebbene ridotta
    in quelle condizioni, serbava ancora un'ombra di cristiano.
    Quand'ebbe finito di bere, Sancio dette due calcagnate al suo asino, e
    poich gli spalancarono la porta dell'osteria,  se ne and pari  pari,
    tutto  contento  di non aver pagato un soldo di roba e di averla avuta
    vinta,  sebbene a spese dei suoi soliti mallevadori e cio  delle  sue
    spalle.  E'  vero  che  l'oste si tenne le sue bisacce in pagamento di
    quanto gli era dovuto, ma Sancio non se ne accorse nemmeno,  tanto era
    sconvolto al momento di partire.  Quando l'oste lo vide fuori, voleva,
    per precauzione, sprangare ben bene la porta, ma gli sballottatori non
    vollero.  Era tutta gente che,  anche se Don  Chisciotte  fosse  stato
    davvero  dei cavalieri erranti della Tavola Rotonda,  non lo avrebbero
    stimato un fico secco.

    CAPITOLO 18.
    Dove si riferisce il colloquio che ebbero tra loro Sancio Panza e  Don
    Chisciotte suo padrone, con altre avventure degne d'esser raccontate.

    Sancio raggiunse il padrone,  ma cos avvilito e sfinito,  che non era
    pi buono nemmeno di dire "arril" all'asino. Quando Don Chisciotte lo
    vide in quello stato:
    - Ora s, mio buon Sancio - esclam - che quel castello, o osteria che
    fosse,  credo  proprio  che  sia  incantato;   perch  coloro  che  si
    divertirono cos crudelmente alle tue spalle, che altro potevan essere
    se   non  fantasmi  e  gente  dell'altro  mondo?   E  mi  confermo  in
    quest'opinione per aver notato che mentre guardavo al disopra del muro
    di cinta del cortile le varie scene della tua triste tragedia,  non mi
    fu possibile salirvi,  anzi nemmeno mi potei muovere di su Ronzinante;
    appunto perch mi dovevano avere incantato.  Ti giuro infatti sul  mio
    onore che,  se avessi potuto salirvi o muovermi, ti avrei vendicato in
    modo che quei tracotanti malandrini si ricordassero della  loro  burla
    per  sempre,  pur  sapendo  di  contravvenire  in ci alle leggi della
    cavalleria, le quali, come gi molte volte ti ho detto, non consentono
    che un cavaliere venga alle mani contro chi non  cavaliere, se non in
    difesa della propria vita  e  persona  in  caso  di  urgente  e  grave
    bisogno.
    - Cavaliere o no - gli rispose Sancio - mi sarei vendicato anch'io, se
    avessi potuto,  ma non potei.  Tuttavia quelli che si divertirono alle
    mie spalle,  secondo me,  non erano fantasmi n uomini incantati  come
    dice  lei,  ma  uomini di carne e d'ossa come noi,  e tutti avevano il
    loro bravo nome, perch sentii proprio bene che si chiamavano tra loro
    nel tempo che mi sballottavano; e uno si chiamava Pietro Martinez e un
    altro Tenorio Hernandez,  e l'oste sentii  che  si  chiamava  Giovanni
    Palomeque detto il Mancino;  quindi, caro signor padrone, se la non ha
    potuto salire sul muro del cortile n muoversi di  sul  cavallo,  sar
    dipeso  da  altre  ragioni;  dagli  incantesimi di certo no.  Quel che
    resulta chiaro da tutta questa faccenda,   che queste  avventure  che
    andiamo cercando, da ultimo ci hanno da portare tante sventure, da non
    sapere pi se siamo morti o vivi;  e, secondo il mio debole parere, la
    cosa migliore e pi prudente da farsi sarebbe quella di tornare a casa
    nostra, giusto ora che  il tempo della mietitura,  e di occuparci dei
    nostri  affari,  smettendo di andare da Erode a Pilato e dalla padella
    nella brace, come suol dirsi.
    - Sancio mio - rispose Don Chisciotte - come si sente  che  tu  te  ne
    intendi poco di cose cavalleresche!  Sta' zitto e abbi pazienza. Verr
    un  giorno  in  cui  vedrai  coi  tuoi  occhi  quanto  sia   onorifico
    l'esercitare questa professione! Ma dimmi, qual gioia vi pu esser nel
    mondo e qual piacere pu eguagliarsi a quello di vincere una battaglia
    o di trionfare del proprio nemico? Nessuno senza dubbio.
    -  Pu anche essere - rispose Sancio - visto che io non me ne intendo:
    so questo solamente,  che da quando si fa i cavalieri erranti,  o  per
    meglio dire da quando lei fa il cavaliere errante (perch io non posso
    mettermi  nel  loro  onorato  numero) non s' mai vinta una battaglia,
    tranne quella col biscaglino,  e anche da quella lei ne usc con mezzo
    orecchio e mezzo elmo di meno. E d'allora in poi sono state legnate su
    legnate,   cazzotti   su   cazzotti.   Io  poi  ho  avuto  in  pi  lo
    sballottamento sulla coperta,  e  tutto  questo  per  opera  di  gente
    incantata,  di cui non posso neanche vendicarmi, per sapere almeno fin
    dove arriva il piacere della vittoria, come dice lei.
    - Questo  proprio il mio rammarico,  e capisco che debba essere anche
    il  tuo,  ma  per l'avvenire io cercher di procurarmi una spada fatta
    con tal maestria che il  suo  possessore  sia  immune  da  ogni  sorta
    d'incantesimo,  e  potrebbe  anche  darsi che la fortuna mi concedesse
    quella d'Amadigi quando si chiamava "Il cavaliere dall'ardente spada",
    che fu una delle migliori spade che cavaliere  abbia  mai  portato  al
    mondo;  perch oltre ad avere la virt che s' detto, tagliava come un
    rasoio,  e non c'era armatura,  per quanto forte e incantata,  che  le
    potesse resistere.
    -  Io  sono  tanto  fortunato  -  disse  Sancio  - che quand'anche lei
    riuscisse a trovare una spada simile,  non sarebbe utile che a  coloro
    che sono armati cavalieri, come fu del balsamo, e quanto agli scudieri
    chi le piglia son sue!
    - Non aver paura, Sancio; il cielo ti sar pi benigno d'ora in poi.
    Questi erano dunque i discorsi che tenevano,  via facendo,  quando Don
    Chisciotte vide che sulla loro  medesima  strada  s'avanzava  un  gran
    nuvolo di polvere; e vedendolo si volse a Sancio e gli disse:
    - Questo, Sancio,  il giorno in cui si deve vedere quali beneficii mi
    riserba  la  sorte: questo  il giorno in cui deve apparire meglio che
    in qualsiasi altro giorno il valore del mio braccio,  e quello in  cui
    credo che far opere tali da rimanere scritte nel libro della fama per
    tutti  i  secoli  venturi.  Vedi tu l quel nuvolo di polvere?  Orbene
    tutta quella polvere  sollevata da un  grande  esercito  composto  di
    genti diverse e innumerevoli, che s'avanzano marciando.
    -  Allora devono esser due gli eserciti - disse Sancio - perch dietro
    a noi c' un altro nuvolo di polvere compagno.
    Don  Chisciotte  si  volt  a  guardare,  e  vide  che  era  vero,   e
    rallegrandosi  oltremodo,  pens che certamente erano due eserciti che
    venivano a incontrarsi e cozzarsi in mezzo  a  quella  vasta  pianura;
    perch in ogni ora e in ogni momento aveva la fantasia piena di quelle
    battaglie,  incanti,  avventure,  stravaganze,  amori,  sfide  che  si
    narrano nei libri di cavalleria;  e tutto quel che diceva,  pensava  o
    faceva,  era sempre rivolto a simili argomenti. Il polverone che aveva
    visto, lo sollevavano due branchi di pecore e di montoni, che venivano
    per quella stessa strada dalle due parti opposte,  ma con tutta quella
    polvere non si poterono distinguere altro che quando furono vicini.  E
    Don Chisciotte affermava con tanta insistenza che erano eserciti,  che
    Sancio fin per crederlo e disse:
    - Signore, ma noialtri come dobbiamo contenerci?
    -  Come  contenerci?!...  -  rispose  Don  Chisciotte.  - Naturalmente
    favorire e aiutare i necessitosi e i deboli.  Sappi che l'esercito che
    abbiamo   di  fronte    condotto  e  guidato  dal  grande  imperatore
    Alifanfarone,  signore della grande isola di  Trapobana;  l'altro  che
    marcia alle nostre spalle  quello del suo nemico,  Pentapolino, il re
    dei Garamanti,  detto  Braccio  Rimboccato,  perch  entra  sempre  in
    battaglia col braccio destro nudo.
    - Ma come mai si odiano tanto questi due signori? - domand Sancio.
    -  Si odiano perch questo Alifanfarone  un fanatico pagano,  che s'
    preso d'amore per la figlia di Pentapolino,  che  una molto  bella  e
    oltremodo  cortese  donzella;  ma come cristiana,  suo padre non vuole
    darla in isposa al re pagano,  se prima costui non lascia la legge del
    suo falso profeta Maometto e si converte alla fede di lei.
    - Che il diavolo mi porti, se Pentapolino non ha ragione! disse Sancio
    - e io voglio aiutarlo quanto posso.
    -  Non  farai  altro che il tuo dovere in questo,  Sancio;  perch per
    entrare in simili battaglie non si richiede d'essere armato cavaliere.
    - Questo mi torna benissimo,  - disse Sancio - ma  dove  metteremo  il
    ciuco?  Siamo sicuri di ritrovarlo poi a cose finite? Perch non credo
    che finora ci sia mai stato l'uso di  entrare  in  battaglia  con  una
    cavalleria di questo genere.
    - Questo  vero - disse Don Chisciotte.  - Il meglio che si possa fare
     di abbandonarlo al suo destino,  si perda o  non  si  perda,  perch
    saranno  tanti  i  cavalli di cui disporremo quando avremo vinto,  che
    anche Ronzinante v' il caso che lo cambi  con  un  altro.  Ma  stammi
    attento  e guarda,  ch ti voglio insegnare i principali cavalieri che
    s'avanzano in questi due eserciti, e perch tu li vegga e li distingua
    meglio,  ritiriamoci su quell'altura lass,  di dove si devono scorger
    bene.
    Cos  fecero e andarono a mettersi su un rialto di terreno,  dal quale
    si sarebbero visti  chiaramente  i  due  branchi  che  Don  Chisciotte
    pigliava per eserciti,  se le nuvole di polvere che sollevavano non ne
    avessero oscurato e impedito la vista. Ma Don Chisciotte vedendo nella
    sua immaginazione quel che non vedeva e non c'era, cominci a dire con
    voce alta:
    - Quel cavaliere con le armi aurate,  che reca nello  scudo  un  leone
    coronato  giacente  ai piedi di una donzella,   il valoroso Laurcalco
    signore di Ponte d'Argento;  l'altro con l'armi dai fiori  d'oro,  che
    reca  nello  scudo tre corone d'argento in campo azzurro,   il temuto
    Micocolembo,  granduca di Chirossia;  l'altro dalle membra gigantesche
    che  sta  alla  sua  destra    il  sempre intrepido Brandabarbaran di
    Boliche,  signore delle tre Arabie,  che s'avanza con  la  corazza  di
    pelle  di  serpente,  e  ha per scudo una porta,  che,  secondo quanto
    raccontano,   una di quelle del tempio rovesciato da Sansone,  quando
    con la propria morte si vendic dei suoi nemici. Ma volgi gli occhi da
    quest'altra  parte,  e  vedrai  dinanzi  alla  fronte  di  quest'altro
    esercito il sempre vincitore e  mai  vinto  Timonello  di  Carcassona,
    principe  della  nuova  Biscaglia,   che  viene  armato  con  le  armi
    inquartate di azzurro, bianco,  verde e amaranto,  e porta nello scudo
    un gatto d'oro in campo lionato, con un motto che dice "Miu", che  il
    principio  del  nome  della  sua  dama,  che  a  quel  che si dice,  
    l'impareggiabile Miulina,  figlia del  duca  Alfeiqun  dell'Algarve.
    L'altro che grava i lombi di quella poderosa alfana,  e che porta armi
    bianche come neve,  e lo scudo bianco e senza  alcuna  impresa,    un
    cavaliere novizio, di nazione francese, chiamato Pietro Papin, signore
    delle baronie di Utrique;  l'altro che con gli speronati talloni batte
    i fianchi di quell'agile e macchiata zebra  e  porta  nell'arme  delle
    coppe azzurre,   il potente duca di Nerbia, Espartafilardo del Bosco,
    che reca per impresa nello scudo un campo d'asparagi con  una  scritta
    in castigliano che dice: "Rastrea mi suerte" [Segui il mio destino].
    E  in  questo  modo  egli  nomin  molti cavalieri che s'immaginava di
    vedere nell'uno e nell'altro esercito;  e improvvis per  tutti  armi,
    colori,  imprese  e  motti,  trasportato  dall'immaginazione della sua
    straordinaria pazzia. Poi senza arrestarsi continu a dire:
    - Questo squadrone che abbiamo di fronte  formato da gente di diverse
    nazioni: qui ci son quelli che bevono le dolci acque del famoso Xanto;
    i montanari che calcano i campi della Massilia, quelli che vagliano il
    finissimo e trito oro dell'Arabia felice;  quelli che godono le famose
    e fresche rive del chiaro Termodonte;  quelli che raccolgono per molte
    e diverse vie l'oro del Pattlo,  e i Numidi di dubbia fede nelle loro
    promesse, e i Persiani famosi per gli archi e le frecce, e i Parti e i
    Medi che combattono fuggendo; gli Arabi nomadi, gli Sciti cos bianchi
    di  pelle  come  crudeli  di  cuore,  gli Etiopi dalle labbra forate e
    ornate di campanelle,  e altre infinite nazioni di cui veggo e conosco
    i  volti,  ma  di  cui  non  ricordo  i  nomi.  Vengono in quest'altro
    squadrone coloro che bevono  le  correnti  cristalline  dell'olivifero
    Beti,  e  quelli  che  rendon  terso  e nitido il volto nell'acqua del
    sempre gonfio e dorato Tago,  e quelli che godono le salutifere  acque
    del  divino  Genil,  e  quelli  che calcano i campi tartesii ricchi di
    pascoli,  e quelli che si rallegrano  nei  prati  elisi  di  Jerez;  i
    Mancesi  ricchi e coronati di spighe bionde,  quelli vestiti di ferro,
    reliquie antiche del goto sangue;  quelli che si bagnano nel Pisuerga,
    famoso pel suo placido corso; quelli che pascolano i loro greggi nelle
    estese  pasture  della  Guadiana  tortuosa,  celebre  per lo sparire e
    riapparire del suo corso;  quelli che treman di freddo pei  venti  che
    spiran dai selvosi Pirenei e dalle candide cime del superbo Appennino:
    in  una  parola tutti quelli che l'Europa contiene e rinserra nei suoi
    confini.
    Ges mio!  quante provincie,  quante nazioni nomin,  dando a ciascuna
    con  meravigliosa  prontezza  gli attributi che le convenivano,  tutto
    immedesimato e come impegolato nella vita effimera dei  suoi  romanzi!
    Sancio  Panza pendeva dalle sue labbra senza aprir bocca,  e di quando
    in quando volgeva la testa per vedere se  scorgeva  i  cavalieri  e  i
    giganti  nominati  dal  suo  padrone,  e  siccome  non  vedeva  nulla,
    finalmente gli disse:
    - Signor padrone, che il diavolo mi porti,  se si vede n un uomo,  n
    un  gigante,  n un cavaliere di tutti quelli che dice lei.  Io per lo
    meno non ne vedo  neanche  uno.  Che  sia  effetto  d'incanti  come  i
    fantasmi di stanotte?
    -  Che  dici mai?  - riprese Don Chisciotte - non senti il nitrito dei
    cavalli, il suono dei pifferi, il rullo dei tamburi?
    - Io sento solamente molte pecore e molti montoni che belano.
    Ed era proprio la verit, perch i due greggi erano gi vicini.
    - La paura che hai - replic Don Chisciotte -  non  ti  fa  vedere  n
    sentire  bene.  Uno  degli  effetti  della  paura  infatti  quello di
    turbare i sensi, e di far s che le cose non appaiano come sono; ma se
    hai tanta paura,  ritrati da una parte e lasciami solo,  ch io  solo
    basto a dar vittoria alla parte a cui porter aiuto.
    Cos dicendo,  spron Ronzinante, e posta la lancia in resta, cal gi
    dall'altura come un fulmine. Sancio cominci a urlare:
    - Torni indietro,  signor Don Chisciotte torni indietro per Dio!  Sono
    montoni  e  pecore!  Oh,  accidenti a me e quando sono nato!  Ma che 
    pazzo? Ci guardi bene: non c' n giganti n cavalieri,  n gatti,  n
    armature,  n scudi squartati n interi, n coppe azzurre, n diavoli!
    Ma che si mette a fare? Oh, povero me, povero me!
    Ma Don Chisciotte non si volt nemmeno;  anzi andava  urlando  a  gran
    voce:
    -  Ol  cavalieri!  Voi  che  seguite  e militate sotto le insegne del
    valente  imperatore  Pentapolino  dal  Braccio  Rimboccato,  seguitemi
    tutti,  e  vedrete  quanto  agevolmente  io ne trarr vendetta sul suo
    nemico Alifanfarone della Trapobana.
    Cos dicendo entr in mezzo all'esercito delle pecore,  e  cominci  a
    pigliarle a colpi di lancia con tanto coraggio e tanta furia,  come se
    davvero colpisse dei mortali nemici.  I  pastori  e  i  mandriani  che
    guidavano  il branco,  gli gridavano che smettesse: ma vedendo che non
    ottenevano nulla,  si sciolsero di cintola le fionde e cominciarono  a
    bisbigliargli  qualche parolina agli orecchi con dei sassi grossi come
    pugni. Don Chisciotte non si curava delle sassate;  anzi,  correndo da
    tutte le parti, diceva:
    -  Dove  sei,  orgoglioso  Alifanfarone?  Fatti  avanti!  Io  sono  un
    cavaliere solo che brama misurarsi da solo a solo con te  e  toglierti
    la  vita  in  pena  dell'affanno  che  cagioni al valoroso Pentapolino
    Garamanta.
    In questo mentre,  eccoti che una pillola lo coglie in un fianco e gli
    mette  due  costole  in  corpo.  A quel colpo credette d'esser morto o
    ferito gravemente, e ricordandosi del suo balsamo prese la fiaschetta,
    se la port alla bocca e cominci a ingozzare,  ma prima d'aver finito
    di  buttarne  gi  tanto e quanto che secondo lui bastasse,  eccoti un
    altro confetto,  che piglia in pieno la stagna,  gliela manda in mille
    pezzi,  gli  porta  via di striscio tre o quattro denti di bocca e gli
    sfracella due dita della mano.  Cos forte fu il primo  colpo  e  cos
    forte  il  secondo,  che  il povero cavaliere fu costretto a lasciarsi
    cader gi di sella.  I pastori gli  si  avvicinarono,  e  credendo  di
    averlo ammazzato, riunirono in fretta e furia il gregge, si caricarono
    sulle  spalle  le pecore morte,  che erano pi d'una mezza dozzina,  e
    senza cercare altro se la dettero a gambe.
    Sancio era stato tutto questo tempo sopra la collinetta  guardando  le
    pazzie che faceva il suo padrone,  e si strappava la barba maledicendo
    l'ora e il momento in cui la fortuna glielo aveva fatto conoscere.  Lo
    vide  poi  cadere in terra e i pastori allontanarsi;  e allora discese
    gi, e gli si avvicin.  Don Chisciotte era in uno stato da far piet,
    ma non aveva perduti i sensi, e Sancio gli disse:
    - Non glielo dicevo io,  signor Don Chisciotte, che tornasse indietro,
    e che quelli che andava ad assalire non erano eserciti,  ma branchi di
    montoni?
    - Cos, purtroppo, ha fatto sparire e cangiare le cose quell'assassino
    del  mago mio nemico.  Sappi,  o Sancio,  che per quella gente  molto
    facile farci apparire quello che vogliono;  e questo  maligno  che  mi
    perseguita,  invidioso  della gloria che io dovevo ottenere con questa
    battaglia, ha mutato gli squadroni dei nemici in branchi di pecore.  E
    se  non  presti  fede  alle  mie  parole,  fa' una cosa,  perch tu ti
    disinganni e veda se ti dico la verit,  monta sul tuo asino e seguili
    pian piano,  e vedrai che appena si saranno allontanati un po' di qui,
    subito ritorneranno nello stato di prima,  non pi montoni,  ma uomini
    belli  e  buoni,  come te li ho descritti dianzi.  Ma non andar subito
    perch ora ho bisogno del tuo aiuto.  Avvicinati e guarda quanti denti
    mi  mancano,  perch quasi direi che non me ne sia rimasto pi neanche
    uno.
    Sancio gli si accost tanto vicino, che quasi gli metteva gli occhi in
    bocca,  ma in quel momento Don Chisciotte,  a cui il balsamo aveva gi
    operato nello stomaco,  scaric come un fucile tutto quel che ci aveva
    dentro, e invest in pieno nella barba il misericordioso scudiero.
    - Maria Santissima! - disse Sancio - che mi succede ora?  Senza dubbio
    quest'uomo  ferito a morte e vomita sangue dalla bocca.
    Ma badandoci un po' meglio si accorse al colore, all'odore e al sapore
    che  non  era  sangue,  ma  l'elixir  che  gli  aveva  visto bere alla
    fiaschetta;  e fu tanto il disgusto,  che gli si  rivolt  lo  stomaco
    anche a lui,  e vomit le budella addosso al padrone,  e cos rimasero
    tutti e due conci per il d delle feste.  Corse allora Sancio  al  suo
    asino  per  prendere  le bisacce per ripulirsi e pigliare qualcosa per
    medicare Don Chisciotte,  e quando non le trov,  fu l a un punto  di
    perdere  la  testa.  Si  mand  daccapo  un monte d'accidenti,  e fece
    proponimento in cuor suo di lasciare il suo padrone e  di  tornare  al
    suo podere a costo di perdere il salario del servizio fatto e tutte le
    speranze  del  governo dell'isola promessa.  Intanto Don Chisciotte si
    lev,  e posta la mano sinistra  sulla  bocca,  perch  non  finissero
    d'andargli  via  i denti,  prese con l'altra le briglie di Ronzinante,
    che non gli si era mosso da canto (tanto era fedele e  ben  allevato),
    and dal suo scudiero, che se ne stava col petto appoggiato sull'asino
    e la gota nella mano in posizione d'uomo oppresso da gravi pensieri; e
    vedendolo in quell'atteggiamento di profonda tristezza, gli disse:
    - Sancio,  sappi che un uomo non vale pi d'un altro, se non fa pi di
    un altro.  Tutte queste tempeste che si rovesciano su noi,  son  segni
    che  presto  deve  venire  il sereno,  e ci devono andar bene le cose,
    perch non  possibile che il male e  il  bene  siano  eterni,  e  per
    conseguenza avendo ormai durato molto il male, il bene  certo vicino.
    Quindi  tu  non  devi  angosciarti  per le disgrazie che mi succedono,
    perch a te non te ne vien nulla.
    - Come no? - rispose Sancio. - Forse che quello che sballottarono ieri
    non era il figlio di mio padre?  E le bisacce che mi mancano oggi  con
    tutte le mie robe sono forse di qualcun altro?
    - Come?! ti mancano le bisacce, Sancio?
    - Mi mancano, s.
    - Allora oggi non abbiamo da mangiare.
    -  Non  se  ne  avrebbe - replic Sancio - se non ci fossero in questi
    prati quelle erbe che lei disse di conoscere, con le quali sono soliti
    a rimediare a tali mancanze quei cavalieri erranti che come lei  hanno
    tanto poca fortuna.
    -  Tuttavia - replic Don Chisciotte - in questo momento piglierei pi
    volentieri un pezzo di pane,  o un po' di polenta con due  salacchini,
    che  tutte  l'erbe  descritte  da  Dioscoride,  anche  se fosse quello
    illustrato dal dottor Laguna!  Ma tuttavia monta sul tuo  asino,  buon
    Sancio, e vien dietro a me; ch Dio che provvede tutte le cose, non ci
    pu mancare,  tanto pi che andiam pel mondo al suo servizio;  ed Egli
    non manca n ai moscerini dell'aria,  n ai vermiciattoli della terra,
    n  agli animaluzzi delle acque;  ed  tanto pietoso che fa sorgere il
    sole sui buoni e sui cattivi, e piovere sopra i giusti e gli ingiusti.
    - Lei,  vede,  era pi adatto a fare il predicatore che  il  cavaliere
    errante - disse Sancio.
    - I cavalieri erranti,  caro Sancio, sanno tutto e devono saper tutto;
    perch nei secoli passati vi furono dei  cavalieri  erranti  pronti  a
    tenere  un  discorso o una discussione in mezzo a un accampamento come
    se fossero stati laureati nell'universit di Parigi; dal che si deduce
    che mai la lancia spunt la penna, n la penna la lancia.
    - Sar come dice lei - replic Sancio - ma intanto andiamocene di  qui
    e  cerchiamo un po' dove passar la notte,  e voglia Iddio che si trovi
    un posto dove non ci siano furfanti che  sballottino  la  gente  nelle
    coperte,  n fantasmi,  n mori incantati,  perch se ce n', mando al
    diavolo ogni cosa e me ne vado.
    - Raccomandati a Dio,  figliuolo - disse Don Chisciotte - e guidami tu
    dove   vuoi,   ch  questa  volta  voglio  lasciare  a  te  la  scelta
    dell'alloggio.  Ma dammi qua la mano,  toccami con un  dito  e  guarda
    quanti  denti mi mancano qui a destra nella mascella di sopra,  perch
    sento male l.
    Sancio gli mise le dita in bocca e tastando gli domand:
    - Quanti molari ci aveva da questa parte?
    - Quattro - rispose Don  Chisciotte  -  senza  contare  il  dente  del
    giudizio, tutti interi e sanissimi.
    - Ci pensi bene - replic Sancio.
    -  Ti dico quattro,  se non eran cinque -rispose Don Chisciotte perch
    da che son nato,  non mi son mai fatto levare un  dente,  non  me  n'
    cascati punti, non mi se n' mai cariati e non ci ho avuto neanche una
    flussione.
    -  Perch  nella parte di sotto - disse Sancio - lei non ci ha pi che
    due molari e mezzo; e in quella di sopra n mezzo n intero; c' tutto
    pulito come sul palmo della mano.
    - Oh disgraziato me!  - esclam Don  Chisciotte,  sentendo  le  tristi
    notizie  che  gli  dava  il  suo  scudiero.  -  Avrei preferito che mi
    avessero portato via un braccio,  purch non fosse stato quello  della
    spada: la bocca senza molari  come un mulino senza macine,  e bisogna
    fare maggior conto d'un dente che d'un diamante.  Ma  a  tutto  questo
    siamo  soggetti  tutti quanti professiamo le rigide regole dell'ordine
    della cavalleria.  Monta dunque,  amico,  e fammi strada,  ch  io  ti
    seguir al passo che vorrai.
    Cos  fece  Sancio  e  s'incammin  dove gli parve di poter trovare un
    ricovero senza uscire dalla strada maestra,  che  in  quel  punto  era
    molto battuta. Mentre se ne andavano cos piano piano perch il dolore
    delle   mascelle   non  dava  a  Don  Chisciotte  n  pace  n  voglia
    d'affrettarsi,  Sancio volle  fargli  passare  il  tempo  e  distrarlo
    parlandogli di diverse cose,  e, tra le altre, quelle che racconteremo
    nel capitolo seguente.


    CAPITOLO 19.
    Dei sensati discorsi che Sancio faceva al suo padrone;  dell'avventura
    che gli capit con un cadavere, e altri famosi avvenimenti.

    Signor  padrone,  a  me  pare  che  tutte queste disgrazie che ci sono
    successe in questi giorni,  debbono essere proprio la conseguenza  del
    peccato che lei ha commesso contro le regole della cavalleria.  Perch
    lei non ha mantenuto il giuramento fatto di non mangiar pane su tavola
    apparecchiata, di non sollazzarsi con la regina,  e tutto il resto che
    giur  allora  di  fare,  fino a che non avesse preso quell'elmetto di
    Malandrino, o come si chiama quel moro, ch non mi ricordo bene.
    - Hai proprio ragione, Sancio;  ma per dirti la verit quel giuramento
    m'era passato di mente;  e ora,  vedi,  puoi star sicuro che a te,  in
    punizione di non avermelo ricordato in tempo,  t' successo  il  fatto
    della  coperta.  Ma  io  trover il rimedio,  perch nell'ordine della
    cavalleria non mancano formule di accomodamento in ogni congiuntura.
    - Ma io, scusi, che c'entro? Ho forse giurato qualche cosa io? rispose
    Sancio.
    - Non importa che tu non abbia giurato  -  disse  Don  Chisciotte;  il
    fatto sta che tu non puoi scagionarti da un'accusa di complicit; e in
    ogni modo non sar male pensare al rimedio.
    - Quando la cosa stia cos, guardi lei a non scordarsene daccapo, come
    ha  fatto  del  giuramento;  forse  ai fantasmi andr via la voglia di
    divertirsi un'altra volta alle mie spalle,  e cos faranno  anche  con
    lei, se la vedono tanto ostinato.
    Cos discorrendo del pi e del meno li sorprese il buio per la strada,
    e  non  sapevano  n  scorgevano  dove  albergare.  Il  peggio era che
    morivano di fame, perch,  mancate le bisacce,  addio dispensa!  E per
    finire   di   mettere   il  colmo  a  questa  disgrazia  gli  successe
    un'avventura,  che questa volta,  senza alcuno sforzo d'immaginazione,
    pareva proprio un'avventura davvero.
    Era calata la notte, una notte molto buia e ci nonostante camminavano
    lo  stesso,  perch  Sancio  pensava  che,  essendo  quella una strada
    maestra,  a una o due leghe di  l  al  massimo,  vi  avrebbe  trovato
    qualche  osteria.  Andando dunque in quel modo nel buio fitto,  con la
    fame in corpo lo scudiero,  e con molto appetito  il  padrone,  videro
    venirsi  incontro sulla medesima strada una gran quantit di lumicini,
    che parevano tante stelle che si muovessero.  Sancio vedendoli  rimase
    stupito  e  Don  Chisciotte non si sent tanto tranquillo: uno tir la
    cavezza dell'asino,  l'altro le guide del cavallo,  e stettero fermi a
    guardare  attentamente  ci  che  poteva  essere.  I  lumi si andavano
    avvicinando,  e via via che  s'avvicinavano  si  facevano  sempre  pi
    grandi.  A  quella vista Sancio cominci a tremare come uno che avesse
    il parletico,  e a Don Chisciotte gli si rizzarono i capelli sul capo,
    ma tuttavia facendosi coraggio disse:
    -  Senza  dubbio,   Sancio,  questa  deve  essere  una  grandissima  e
    pericolosissima avventura, e sar necessario che io vi mostri tutto il
    mio coraggio e la mia forza.
    - Oh povero me!  - esclam Sancio - se per caso questa fosse  un'altra
    avventura di fantasmi,  come mi pare che debba essere,  chi ci dar le
    costole per sopportarla?
    - Siano o no fantasmi - replic Don Chisciotte - io non permetter che
    ti torcano nemmeno un capello: se l'altra volta si  presero  gioco  di
    te, fu perch io non potei scalare i muri del cortile; ma ora siamo in
    campo aperto, dove io potr menare la spada come vorr.
    -  E  se la incantano e la rendono immobile come l'altra volta,  a che
    giover l'essere o non essere in campo aperto?
    - In ogni modo,  Sancio,  fatti coraggio,  e intanto vedrai alla prova
    quanto ne ho io.
    - Eh, be'! me ne far, s, con l'aiuto di Dio - rispose Sancio.
    E tutti e due tiratisi da una parte della strada, tornarono a guardare
    attentamente  che  mai  poteva  essere  quel  mistero di quei lumi che
    camminavano.  Di l a poco scorsero  molte  cappe  bianche,  e  quella
    spaventevole  visione  sconvolse  del  tutto  l'animo  di Sancio,  che
    cominci a battere  i  denti  come  uno  che  abbia  i  brividi  della
    quartana,  e il battito crebbe di pi,  quando videro distintamente di
    che si trattava;  perch scorsero una  ventina  d'incappati,  tutti  a
    cavallo,  con torce accese in mano,  e dietro di loro una bara coperta
    di una coltre nera,  alla quale facevano sguito altre sei  persone  a
    cavallo  coperte di drappi neri fino ai piedi delle mule;  e che erano
    mule e non  cavalli,  si  vedeva  dall'andatura  lenta  e  grave.  Gli
    incappati  procedevano mormorando fra di loro preghiere con voce bassa
    e lugubre.  Questa strana visione a tale ora e in quel luogo  deserto,
    era pi che sufficiente a metter una paura birbona in corpo a Sancio e
    anche  al  suo padrone.  E magari fosse stato cos per Don Chisciotte!
    Ch il coraggio di Sancio ormai era bell'e  naufragato  tutto.  Mentre
    avvenne  il  contrario  al  suo  padrone,  che in quel punto si figur
    nell'immaginazione, con la vivezza della realt,  che quella fosse una
    delle avventure dei suoi libri. Si immagin infatti che in quella bara
    ci  dovesse  essere qualche cavaliere estinto o gravemente ferito,  di
    cui fosse a  lui  solo  riservata  la  vendetta;  e  senza  far  tanti
    discorsi,  mise  in  resta  la  lancia,  si assicur sulla sella e con
    franco e risoluto contegno and a porsi in mezzo alla strada per  dove
    gli incappati dovevano passare. Quando li vide vicini:
    - Alto l,  cavalieri - grid - chiunque siate, sull'istante rendetemi
    conto dell'esser vostro,  di dove provenite,  dove siete diretti e che
    cosa portate in quella bara;  ch, a quanto sembra, o avete fatto o vi
     stato fatto qualche affronto; ed  mestieri che a me sia noto,  onde
    possa  o  castigarvi della fellonia da voi commessa,  o vendicarvi del
    torto per colpa altrui da voi sofferto .
    - Abbiamo furia - rispose uno degli incappati - l'albergo  lontano  e
    non si pu stare a dare tante spiegazioni.
    E spronando la mula, tir innanzi. Don Chisciotte si sent grandemente
    offeso da questa risposta, e pigliando la mula per le briglie disse:
    - Fermatevi,  siate pi cortese, e rendetemi conto di quello che vi ho
    chiesto, o altrimenti io tutti a battaglia vi disfido.
    Era la mula piuttosto ombrosa, e sentendosi pigliar per le guide, ebbe
    tanta paura,  che s'impenn e butt in  terra  il  suo  cavaliere.  Un
    servitore che andava a piedi,  vedendo cadere l'incappato,  cominci a
    dire insolenze a Don Chisciotte, che essendo gi riscaldato,  messa in
    resta la lancia,  assal senz'altro uno di quelli ammantellati di nero
    e lo butt in terra gravemente ferito. Poi, rivoltosi verso gli altri,
    era cosa da vedersi la sveltezza con cui li assaliva e li sbaragliava:
    pareva che a Ronzinante in quel momento fossero spuntate le ali, tanto
    galoppava fiero e veloce.  Tutti gli incappati erano gente timorosa  e
    disarmata,  quindi  disertarono  subito  il  combattimento senza farsi
    pregare,  e cominciarono a correre attraverso ai campi  con  le  torce
    accese,  che  parevano  maschere  nelle  notti  di  carnevale.  Quelli
    ammantellati di nero,  tutti rinvoltati e rifasciati nei loro tonaconi
    non  si potevano muovere,  e quindi Don Chisciotte pot bastonarli ben
    bene tutti a man salva,  e li costrinse a sgombrare il terreno  contro
    la  loro voglia,  perch tutti pensarono che quello non fosse un uomo,
    ma un diavolo uscito dall'inferno per rapire il cadavere che portavano
    nella lettiga. Sancio stava a guardare meravigliato dell'ardimento del
    suo padrone, e diceva fra s: Questo mio padrone  proprio valoroso e
    coraggioso come dice.
    Una torcia era rimasta accesa accanto al  primo  incappato  rovesciato
    dalla  mula,  e  a  quella  luce  Don  Chisciotte  lo  pot vedere,  e
    avvicinatosi gli pose la punta della picca al viso dicendogli  che  si
    arrendesse, o che altrimenti lo ucciderebbe. Il caduto gli rispose:
    -  Altro che arrendermi!  Non mi posso neanche muovere,  perch ho una
    gamba rotta!  Mi raccomando alla Signoria Vostra: se    un  cavaliere
    buon   cristiano   non  mi  ammazzi,   perch  commetterebbe  un  gran
    sacrilegio, io sono licenziato e ho gli ordini minori.
    - E chi diavolo v'ha menato qui - disse Don Chisciotte - se siete uomo
    di chiesa?
    - Chi m'ha menato qui? La mia cattiva fortuna.
    - E badate che un'altra sventura pi grande vi minaccia  -  disse  Don
    Chisciotte  -  se  non mi date soddisfazione su tutto quello che vi ho
    chiesto da principio.
    -  La  Signoria  Vostra  sar  facilmente  soddisfatta  -  rispose  il
    licenziato.  - Intanto sappia, che sebbene or ora abbia detto d'essere
    licenziato, io non sono che baccelliere e mi chiamo Alonzo Lpez; sono
    originario di Alcovendas e vengo da Baeza con altri  undici  sacerdoti
    che  sono  quelli  l  scappati  con  le  torce.  Andiamo a Segovia ad
    accompagnarvi un morto che  in quella bara.  E' un cavaliere che mor
    a Baeza,  e vi fu tumulato provvisoriamente;  e ora, come ho detto, si
    trasportava il cadavere nella tomba di  famiglia  a  Segovia,  dove  
    nato.
    - E chi lo ha ucciso? - chiese Don Chisciotte.
    - Iddio, perch  morto di febbri maligne - rispose il baccelliere.
    -  Allora  - replic Don Chisciotte - Nostro Signore mi ha risparmiata
    la fatica di vendicare la sua morte, come avrei dovuto invece fare, se
    fosse stato ammazzato da qualcuno; ma avendolo ammazzato chi l'ammazz
    non c'  che  da  tacere  e  stringersi  nelle  spalle,  perch  farei
    altrettanto  se avesse ammazzato me.  Ma voglio che a Vostra Reverenza
    sia  noto  che  io  sono  un  cavaliere  della  Mancia  chiamato   Don
    Chisciotte,  e  che   mio compito e mia professione d'andar pel mondo
    cercando avventure, addirizzando i torti e riparando i danni.
    - Non so come lei faccia da addrizzare i torti - disse il baccelliere.
    - Me,  di diritto che ero,  m'ha fatto diventare  torto,  perch  m'ha
    fatto  rompere  una gamba che non torner mai pi diritta,  e quanto a
    riparare i danni, m'ha danneggiato in modo che rimarr danneggiato per
    tutta la vita.  Sicch vede bene che grossa sventura   stata  per  me
    l'imbattermi in lei, che va cercando avventure.
    -  Non  tutte  le  cose  - rispose Don Chisciotte - vanno nello stesso
    modo. Il male  dipeso,  signor baccelliere Alonzo Lpez,  dal venire,
    come venivate, di notte, cos incappati, con le torce accese, con quel
    brontolo, con quei manti a lutto, che vi davano un'aria molto brutta,
    proprio  di  gente dell'altro mondo Quindi io non potei mancare al mio
    dovere e fui costretto ad assalirvi,  e vi  avrei  assalito  anche  se
    avessi  saputo  con  sicurezza che eravate satanassi in persona usciti
    dall'inferno,  come sempre vi ho giudicati e ritenuti  fino  a  questo
    momento.
    - Giacch cos ha voluto la mia triste sorte, fatemi il favore, signor
    cavaliere errante,  aiutatemi a uscire di sotto a questa mula,  che mi
    tiene una gamba impigliata tra la staffa e la sella.
    - Io,  se ero in voi,  avrei aspettato domattina a parlare - disse Don
    Chisciotte.  -E  quanto  volevate  ancora  indugiare a dirmi la vostra
    pena?
    E chiam subito Sancio Panza che accorresse; ma Sancio non se ne dette
    per inteso;  perch era tutto occupato a svaligiare un muletto  carico
    di ogni ben di Dio,  che quei bravi signori si portavano dietro.  Fece
    un sacco del suo mantello e raccolto tutto quel che pot,  e che entr
    nel fagotto,  lo caric sull'asino: poi corse alle grida del padrone e
    l'aiut a togliere il signor baccelliere di sotto  alla  mula,  quindi
    messocelo sopra, gli dette la torcia, mentre Don Chisciotte gli diceva
    di seguire la strada presa dai suoi compagni, e di chiedere loro scusa
    da parte sua del torto loro fatto, perch non era dipeso da lui se non
    aveva potuto astenersi dal farglielo.
    -  E  se  mai  - aggiunse Sancio - quei signori volessero sapere chi 
    stato il valoroso che li ha  ridotti  in  quello  stato,  la  Signoria
    Vostra  far  loro  sapere  che  stato il famoso Don Chisciotte della
    Mancia,  che con altro nome si chiama anche "Il Cavaliere dalla Triste
    Figura".
    Dopo  di  che  il  baccelliere se ne and,  e Don Chisciotte domand a
    Sancio per qual motivo lo aveva chiamato "Il  Cavaliere  dalla  Triste
    Figura" per l'appunto in quel momento, e non prima.
    -  Glielo  dico  io  -  rispose  Sancio.  -  Sono stato a guardarla un
    pezzetto alla luce della torcia di quel povero diavolo, e ho visto che
    lei ha proprio la pi brutta faccia che  da  qualche  tempo  a  questa
    parte  io  mi  sia vista;  e la causa dev'essere o la fatica di questo
    combattimento, o la mancanza dei denti.
    - No,  non  questo - disse Don  Chisciotte  -  ma  il  dotto  che  ha
    l'incarico  di  scrivere la storia delle mie gesta,  avr creduto bene
    che io prenda un  soprannome  come  lo  prendevan  tutti  i  cavalieri
    antichi,   che   si   chiamavano   chi   "Dall'Ardente   Spada",   chi
    "Dall'Unicornia", chi "Dalle Donzelle",  chi "Dalla Fenice",  chi "Dal
    Grifo",  chi "Dalla Morte", e con questi nomi eran conosciuti in tutto
    il mondo.  Quindi io credo che quel dotto che t'ho detto,  t'avr  ora
    messo  in testa e sulla lingua l'idea di chiamarmi "Il Cavaliere dalla
    Triste Figura",  come penso di chiamarmi d'ora in avanti.  E perch il
    nome mi quadri meglio,  appena posso,  voglio far dipingere una triste
    figura sullo scudo.
    - Non importa perdere il tempo e sciupare i quattrini a far  dipingere
    una  figura  in  questo  modo  - disse Sancio - basta che lei si volti
    dalla parte di chi la guarda in maniera che  la  vedano,  e  pu  star
    sicuro  che  l  per  l  senza  bisogno  di  pitture  e  di  scudi la
    chiameranno subito "Quello dalla Triste Figura": e  mi  creda  che  le
    dico la verit, perch le garantisco (mi scusi lo scherzo) che la fame
    e  la mancanza dei denti le fanno un cos brutto viso,  che come le ho
    gi detto si pu proprio fare a meno della brutta pittura.
    Don Chisciotte rise dello spirito di Sancio,  ma  tuttavia  decise  di
    prendere  quel  soprannome  e di far dipingere il suo scudo come aveva
    pensato. Poi aggiunse:
    - Io so benissimo,  caro Sancio,  che "iusta illud,  si quis  suadente
    diabolo"  sono  scomunicato;   perch  ho  messo,  con  intenzioni  di
    violenza, le mani addosso a persona consacrata,  sebbene veramente non
    gli  abbia  messe addosso le mani ma questa picca,  e tanto pi che io
    non pensavo di offendere sacerdoti e cose della Chiesa, che rispetto e
    adoro da quel cattolico e fedel cristiano ch'io sono,  ma fantasmi  ed
    ombre dell'altro mondo. E quando anche fosse cos, io ricordo bene ci
    che   successe   al   Cid   Ruy  Diaz,   quando  spezz  la  sedia  di
    quell'ambasciatore dinanzi a Sua  Santit,  il  quale  per  questo  lo
    scomunic; eppure quel giorno il bravo Rodrigo di Vivar s'ebbe fama di
    molto onorato e valente cavaliere.
    Sentendo  questo,  il  baccelliere se ne and,  come s' detto,  senza
    replicare una parola (1).
    Don Chisciotte voleva vedere se quel che c'era in bara  erano  davvero
    ossa, o no; ma Sancio si oppose, dicendogli:
    -  Lei    uscito  da  questa pericolosa avventura molto meglio che da
    tutte quelle altre che ho visto fin qui: questa gente, sebbene vinta e
    sbaragliata,  potrebbe  darsi  che  riflettesse  che  fu  uno  solo  a
    vincerli,  e indispettiti e vergognosi per questo, tornassero indietro
    per rifarsi e per cercarci,  e ci dessero filo da torcere.  Il ciuco 
    pronto, e bene; la montagna  vicina, e la fame pigia: non c' da fare
    altro che allargare le seste e andarsene; ch, come dice il proverbio,
    ai morti sepoltura, ai vivi buona ventura.
    E spingendo avanti il somaro,  preg il padrone di seguirlo; e questi,
    parendogli che Sancio avesse ragione,  senza replicare lo segu.  Dopo
    un  breve tratto di strada fra due colline,  si trovarono in una valle
    spaziosa e fuori mano,  dove si fermarono.  Sancio allegger l'asino e
    seduti  su  un  verde  prato,  con la salsa del loro appetito,  fecero
    colazione, desinare,  merenda e cena tutte insieme,  empiendosi con le
    provviste  che  i  signori preti e accompagnatori del morto (gente non
    abituata a farsi patire) si portavano dietro sul loro muletto.  Ma qui
    capit  loro  un'altra  disgrazia,  che  a Sancio parve la peggiore di
    tutte;  quella di non aver vino per bere e neanche una goccia  d'acqua
    da bagnarsi la bocca.  Era una gran tortura; quando Sancio, osservando
    quanto era fresca e tenera l'erba del prato su  cui  s'erano  fermati,
    disse quel che si racconter nel capitolo seguente.

    NOTA 1: Questa seconda partenza  una svista dell'Autore.

    CAPITOLO 20.
    Inaudita  e  mai pi vista avventura,  condotta a termine dal valoroso
    Don Chisciotte della Mancia, con molto minor pericolo che non ne abbia
    mai corso in simili congiunture cavaliere famoso nel mondo.

    Signor padrone - disse Sancio - quest'erba  la prova pi evidente che
    qui vicino ci deve essere una fonte o un ruscello che la mantiene cos
    fresca,  quindi sar bene andare  un  po'  avanti,  e  troveremo  dove
    levarci questa sete terribile che ci tortura,  e ci d pi pena che la
    fame.
    Il consiglio parve buono a Don Chisciotte,  e preso Ronzinante per  le
    briglie,  mentre  Sancio prendeva l'asino per la cavezza,  dopo avervi
    caricato sopra gli avanzi della cena,  cominciarono a camminare avanti
    per  il prato a tentoni,  perch l'oscurit della notte non permetteva
    di vedere nulla;  ma non ebbero fatto duecento passi,  che arriv alle
    loro  orecchie  un  grande  scroscio  d'acqua,  come d'una cascata che
    precipitasse da grandi e  alte  rocce.  A  quel  rumore  si  sentirono
    riavere,  e  mentre  si  disponevano ad ascoltare da che parte veniva,
    eccoti che sentono un altro fracasso,  che annacqu in loro  la  gioia
    dell'acqua;  specialmente  a Sancio,  che era timoroso per natura e di
    poco fegato.  Udirono dunque dei gran colpi  in  cadenza  insieme  con
    degli  stridori  di  ferri  e di catene,  che accompagnati dal furioso
    scroscio delle acque,  avrebbero messo paura a chiunque altro che  non
    fosse stato Don Chisciotte.  Come s' detto,  la notte era oscura,  ed
    essi camminando erano ora entrati sotto a degli alberi  alti,  le  cui
    foglie  mosse  dal  vento  leggero  facevano  un  lento  e  misterioso
    sussurro; di modo che la solitudine, il luogo, l'oscurit, lo scroscio
    delle acque, il frusco delle foglie, tutto causava orrore e spavento;
    tanto pi che i colpi non cessavano,  il  vento  non  si  calmava,  il
    giorno  non  si decideva a spuntare,  e per giunta non sapevano in che
    luogo erano.  Ma Don Chisciotte,  sostenuto dal suo  intrepido  cuore,
    salt  su  Ronzinante,  e  imbracciato  lo scudo,  incroci la picca e
    disse:
    - Sancio,  amico mio,  sappi che per volont del cielo  io  nacqui  in
    questa  et di ferro per far risorgere quella dell'oro,  od aurea come
    anche suol chiamarsi.  Io son colui al quale son riserbati i  perigli,
    le  grandi  imprese,  le  azioni valorose: io sono,  lo ripeto ancora,
    colui che deve far risorgere gli eroi della Tavola Rotonda,  i  Dodici
    di  Francia,  e  i  Nove della Fama;  colui che deve far dimenticare i
    Platiri, i Tablanti, gli Olivanti e Tiranti, i Febi e i Belianisi, con
    tutta la schiera dei famosi cavalieri erranti  dell'epoche  trascorse,
    compiendo  nella  presente,  in  cui  gli  dato vivere,  tali eccelse
    prodezze e fatti  d'arme,  da  oscurare  i  pi  illustri  da  costoro
    compiuti.  Mira,  scudiero fedele e leale, le tenebre di questa notte,
    il suo straordinario silenzio,  il cupo e  sordo  mormoro  di  questi
    alberi,  lo  spaventevole  fragore  di  quell'acqua  di cui andiamo in
    traccia e che sembra precipitare e rimbalzare  gi  dagli  alti  monti
    della Luna, e quell'incessante martellamento di colpi che ci ferisce e
    strazia  le  orecchie;  tutte  cose  che  insieme considerate ed anche
    ciascuna di per s basterebbero a infondere timore,  paura e  sgomento
    nel petto dello stesso Marte,  e oh!  quanto ragionevolmente di pi in
    coloro che a simili casi e avventure non  sono  assuefatti!  Ma  tutto
    questo  che  io ti descrivo,  non fa che risvegliare e spronare il mio
    coraggio; e gi il cuore mi balza in petto dal desiderio di affrontare
    questa avventura, quanto pi si dimostra pericolosa. Stringi quindi le
    cinghie a Ronzinante,  e rimanti con Dio,  aspettandomi qui fino a tre
    giorni  ma  non  pi;  dopo i quali,  se non ho fatto ritorno,  potrai
    ritornar tu al nostro villaggio.  Di l mi farai il favore di  recarti
    al  Toboso,  dove  dirai  all'impareggiabile Madonna Dulcinea,  che il
    cavaliere suo schiavo  morto per compiere imprese che  lo  rendessero
    degno di potersi chiamar suo.
    Quando Sancio sent questo discorso, cominci a piangere dirottamente:
    -  Signor  padrone - disse - io non so perch lei voglia assolutamente
    affrontare questa avventura tanto pericolosa.  E' notte,  e nessuno ci
    vede;  quindi si pu benissimo pigliare un'altra strada e allontanarsi
    dal pericolo,  sebbene siano tre giorni che non beviamo.  E poich non
    c'  nessuno  che ci veda,  non ci sar neanche nessuno che ci dia del
    vigliacco.  Tanto pi che ho sentito molte volte predicare dal  curato
    del  nostro  villaggio,  che lei conosce molto bene,  che chi cerca il
    pericolo perir in esso;  e quindi non  bene tentare Iddio ficcandosi
    in  un'impresa  cos  temeraria,  da  cui  non si pu scampare che per
    miracolo.  Basta la bont che il cielo ha avuta per lei  preservandola
    dall'esser  sballottata  in  una  coperta come me,  e facendola uscire
    vincitore, sano e salvo da tanti nemici come quelli che accompagnavano
    il morto.  E quando tutto ci non commuova n intenerisca  questo  suo
    cuore  di  ferro,  lo  commuova  il  pensiero  che  appena lei si sar
    allontanato di qui,  io dalla  paura  sar  pronto  a  dar  l'anima  a
    chiunque  me  la  vorr  pigliare.  Io  sono  venuto via dal mio paese
    lasciando moglie e figlioli,  per venire a servire la Signoria Vostra,
    credendo di diventar qualche cosa di pi e non di meno; ma siccome chi
    troppo  vuole  niente  ha,  cos  io ho perduto anche le mie speranze,
    perch proprio nel momento in cui  le  avevo  pi  belle  di  ottenere
    quella maledetta isola che tante volte lei mi ha promesso, vedo che in
    pagamento  e  in  cambio  lei  mi  vuol lasciare ora in un luogo tanto
    appartato dal consorzio umano.  Signor padrone,  in nome di Dio non mi
    faccia  questa  cattiva  azione,  e  poich  non  vuole  assolutamente
    rinunciare a questa impresa,  almeno  la  rimandi  a  domattina;  ch,
    secondo  la  mia esperienza di pastore,  non devono esserci pi di tre
    ore all'alba, perch la bocca della Bccina (1)  sulla nostra testa e
    in linea col braccio sinistro fa la mezzanotte.
    - Come fai a vedere questa linea e questa bocca o questo naso che  sia
    -  chiese Don Chisciotte - se  tanto buio che non si vede neanche una
    stella in tutto il cielo?
    - S,  vero - rispose Sancio - ma la paura ha cento occhi,  e vede le
    cose  anche  sotto  terra: figuriamoci in vetta al cielo!  e del resto
    anche se ci si pensa,  si pu facilmente capire che di qui a giorno ci
    manca poco.
    -  Ci  manchi quel che ci manca - rispose Don Chisciotte - non si deve
    dire di me, n ora n mai, che lacrime e preghi mi abbian distolto dal
    fare il mio dovere di cavaliere: quindi,  Sancio,  ti prego  di  stare
    zitto.  Dio  che  m'ha  posto in animo di intraprendere ora questa mai
    pi vista e spaventosa  impresa,  avr  cura  della  mia  salvezza,  e
    penser  a  consolare  il  tuo  affanno.  Stringi  dunque le cinghie a
    Ronzinante, e resta qui, ch io sar presto di ritorno o vivo o morto.
    Sancio vedendo che quella era  l'ultima  parola  del  suo  padrone,  e
    quanto  poco valevan con lui le sue lacrime,  i suoi consigli,  le sue
    preghiere,  pens di rimediarvi con l'astuzia e,  se gli riusciva,  di
    farlo aspettare fino alla mattina; quindi, mentre stringeva le cinghie
    al  cavallo,  quatto  quatto senza farsi sentire,  leg con la cavezza
    dell'asino tutti e due i piedi a Ronzinante,  in modo che  quando  Don
    Chisciotte  volle  partire,  non  vi riusc,  perch il cavallo non si
    poteva muovere se non a salti.  Sancio,  vedendo il buon esito del suo
    tiro, disse:
    - Ha visto,  signor padrone? Il cielo, impietosito dalle mie lacrime e
    dalle mie preghiere, ha deciso che Ronzinante non si possa muovere,  e
    se  lei cerca di insistere e di spronarlo,  dlli e dlli non far che
    stancar la fortuna: sar come fare a testate col muro.
    Don Chisciotte intanto si disperava,  e pi spronava il cavallo,  meno
    riusciva a muoverlo, e non accorgendosi che era legato, si rassegn ad
    aspettare  che  facesse giorno o che Ronzinante si muovesse,  convinto
    che l'inconveniente derivasse da tutt'altre ragioni  che  dall'astuzia
    di Sancio, e cos gli disse:
    -  Visto  che Ronzinante non si pu muovere,  mi rassegno ad aspettare
    che ci sorrida il mattino,  sebbene debba rimpiangere tutto  il  tempo
    che passer prima che spunti.
    -  Io  non  glielo  far  rimpiangere  -  replic  Sancio  - perch la
    divertir seguitando a raccontarle novelle di qui a domattina. Se pure
    non preferisce scendere e mettersi un  poco  a  dormire  sopra  l'erba
    fresca  da  buon  cavaliere errante,  per trovarsi pi riposato quando
    venga il giorno e il momento di affrontare questa grande avventura che
    l'aspetta.
    - Che  dici  tu  discendere?  Che  dici  tu  dormire?  -  esclam  Don
    Chisciotte.  - Son io forse di quei cavalieri che si riposano in mezzo
    ai perigli?  Dormi tu che nascesti per dormire,  o fa' pure  quel  che
    altro ti talenta: io far quel che pi si addice ai miei intenti.
    -  Non  s'arrabbi,  signor  padrone  - rispose Sancio - l'ho detto per
    dire.
    E accostatosi a Don Chisciotte mise una mano  sull'arcione  dinanzi  e
    un'altra  su  quello  di dietro,  tenendosi in questo modo abbracciato
    alla coscia sinistra del suo  padrone,  senza  avere  il  coraggio  di
    staccarsi d'un dito,  tanta era la paura che aveva sentendo quei colpi
    che continuavano a battere in cadenza. Don Chisciotte gli disse allora
    che  raccontasse  qualche  novella  per  divertirlo,  come  gli  aveva
    promesso.
    -  Volentieri - rispose Sancio.  - Bench la paura di questo rumore mi
    leghi un po' la lingua,  mi prover a raccontarle una storia  che,  se
    arrivo  a  raccontarla tutta e non mi scordo di nulla,   la pi bella
    delle storie. Stia attento, che ora comincio. C'era una volta quel che
    c'era una volta...  Tocchi il bene a chi lo merita e il male a chi  lo
    cerca.  Perch,  lei  deve  saperlo,  il  modo  con  cui  gli  antichi
    principiavano le novelle, non era un modo qualunque ma una sentenza di
    Catone "incisore" (2), quello di Roma antica,  che dice appunto: e il
    male  a  chi lo cerca,  e che qui calza proprio come un guanto perch
    lei stia buono e non vada a  cercare  il  male  in  nessun  posto;  ma
    piuttosto andiamocene per un'altra strada, poich nessuno ci obbliga a
    seguire questa qui, dove a ogni passo si piglia uno spavento.
    -  Tu seguita il tuo racconto - disse Don Chisciotte - alla strada che
    si deve prendere ci penso io.
    -  C'era  una  volta  dunque  -  continu  Sancio  -   in   un   paese
    dell'Estremadura un capraio, cio un pastore che guardava le capre, il
    quale  pastore o capraio,  come dice la mia novella,  si chiamava Lope
    Ruiz.  Questo Lope Ruiz era innamorato d'una pastora che  si  chiamava
    Torralva,  e  questa  pastora  chiamata Torralva era figlia d'un ricco
    allevatore di bestiame, e questo ricco allevatore di bestiame...
    - Se tu racconti la  tua  novella  a  questo  modo  -  interruppe  Don
    Chisciotte - ripetendo due volte le parole che dici, non la finirai in
    due   giorni:   dilla   tutta  di  sguito,   e  racconta  da  persona
    intelligente, e se no, non raccontar nulla.
    - Al mio paese tutte le novelle si raccontano in questo  modo  rispose
    Sancio - e io non so raccontarle in altra maniera,  e non  giusto che
    lei pretenda che io segua degli usi nuovi.
    - E tu raccontala come vuoi - replic Don Chisciotte.  - E  poich  il
    destino  vuole  che  io non possa fare a meno di ascoltarti,  continua
    pure.
    - -Dunque, caro padrone dell'anima mia - prosegu Sancio - come ho gi
    detto,  questo pastore era innamorato di Torralva la pastora,  che era
    una  ragazzona  grande e grossa,  selvatica,  con un'aria piuttosto di
    maschio; infatti aveva un paio di baffi... ah! mi pare di vederla ora!
    - Allora l'hai conosciuta? - disse Don Chisciotte.
    - No,  io non l'ho conosciuta - rispose Sancio--ma chi me lo  raccont
    mi  disse  che il fatto era tanto vero,  che quando lo raccontavo a un
    altro potevo benissimo garantire di aver visto tutto coi  miei  occhi.
    Dunque,  con l'andar del tempo,  il diavolo che non dorme, e che mette
    dappertutto la coda,  fece in modo che  l'amore  del  pastore  per  la
    pastora si mutasse in odio,  e la causa fu, secondo le cattive lingue,
    che lei gli dette occasione a tante e tante gelosie che  passavano  il
    segno  e  arrivavano un pezzo in l.  Da allora in poi fu tanto l'odio
    che il pastore sent per lei, che per non vederla pi, volle andarsene
    da quel luogo e andare dove non potesse mai pi  averla  dinanzi  agli
    occhi.   La  Torralva  invece,  che  si  vide  disprezzata  dal  Lope,
    s'innamor di lui, mentre fin allora non l'aveva potuto soffrire.
    - Le donne son tutte fatte cos - disse Don Chisciotte disprezzano chi
    le ama, e amano chi le odia. Va' avanti, Sancio.
    - Successe dunque che il pastore mise ad effetto la sua  decisione,  e
    spingendo  avanti  le  sue capre,  si incammin attraverso le campagne
    dell'Estremadura,  per passare nel regno di Portogallo.  La  Torralva,
    che  lo  seppe,  gli and dietro,  e lo seguiva da lontano,  a piedi e
    scalza, con un bordone in mano e una borsetta al collo,  dove,  stando
    almeno  a  quel  che  si  dice,  aveva un pezzetto di specchio,  mezzo
    pettine e una scatolina di rossetto per le gote, ma ci avesse quel che
    ci avesse,  ch io ora non mi posso mettere a riscontrare  la  verit,
    dir  soltanto  che  il  pastore  arriv  col  suo  gregge a passar la
    Guadiana, che in quella stagione era talmente cresciuta, che stava per
    dar di fuori.  In quel punto dov'era arrivato non c'era  n  barca  n
    barchetta,   n  barcaiolo  che  trasportasse  lui  e  il  suo  gregge
    dall'altra parte;  perci rimase molto  male,  perch  vedeva  che  la
    Torralva  gli era di gi alle costole,  e pensava che gli avrebbe dato
    molto fastidio con le sue preghiere e i  suoi  pianti;  ma,  guarda  e
    riguarda,  ecco  che  vede  un pescatore con una barchettina,  ma cos
    piccina,  che ci potevano entrare solamente una persona e  una  capra.
    Tuttavia si rivolse a quel pescatore,  e fss che avrebbe traghettato
    lui e le sue trecento  capre.  Il  pescatore  entr  nel  barchetto  e
    traghett  una  capra,  torn  indietro  e ne pass un'altra,  ritorn
    ancora e ne pass ancora un'altra... Ah, giusto! Lei stia bene attento
    a tenere esatto conto delle capre che via via il  pescatore  trasporta
    dall'altra parte,  perch se ne lascia scappare anche una sola,  addio
    racconto!  Non sar possibile che io  dica  pi  nemmeno  una  parola.
    Dicevo  dunque che la riva da quell'altra parte era parecchio motosa e
    vi si sdrucciolava facilmente,  perci il pescatore ci  metteva  molto
    tempo tra andare e tornare. Tuttavia torn a prendere un'altra capra e
    poi un'altra, e poi un'altra...
    -  Eh,  per  Dio!  Fa'  conto  che  le abbia passate tutte - disse Don
    Chisciotte - e non andare e  venire  in  questo  modo,  altrimenti  ci
    metterai un anno.
    -  Quante ne son passate fino a ora? - disse Sancio.
    - Che diavolo vuoi ch'io sappia? - rispose Don Chisciotte.
    - Eppure gliel'avevo detto,  che stesse attento a fare il conto!  Ora,
    addio! Non si pu pi andare avanti.
    - Ma come?  - disse Don Chisciotte.  - E' cos essenziale per  la  tua
    novella  sapere  a  puntino  le capre che son passate via via,  che se
    anche se ne sbaglia una  sola,  non  si  pu  andare  pi  avanti  col
    racconto?
    -  Eh,  s!  proprio cos!  Perch mentre io le domandavo quante capre
    erano passate e lei mi ha risposto che non lo sapeva,  proprio in quel
    momento m' scappato di mente tutto quel che mi rimaneva da dire, e le
    garantisco che era molto importante e molto divertente.
    - Di modo che - disse Don Chisciotte - la tua novella  di gi finita?
    -- Finita s, come la mia povera mamma -  disse Sancio.
    -  Io  ti garantisco - disse Don Chisciotte - che tu hai raccontato il
    pi originale racconto, novella o storia che dir si voglia che mai sia
    stato pensato al mondo,  e che quel  modo  di  raccontarlo  e  poi  di
    lasciarlo  a  mezzo,   cosa che non s'era mai vista,  n mai si potr
    veder pi; quantunque io non mi dovessi aspettar meno dal tuo ingegno.
    Ma del resto non me ne fo meraviglia, perch forse con questi continui
    colpi ti ha dato balta il cervello.
    - Tutto pu essere - rispose Sancio - ma a proposito della mia storia,
    io so bene che non c' pi  nulla  da  dire,  perch  finisce  proprio
    quando comincia lo sbaglio nel conto delle capre che passano.
    -  Falla pur finire dove ti pare - disse Don Chisciotte - e vediamo un
    po' se c' modo di far muovere Ronzinante.
    E gli dette un'altra volta di sprone,  ma il cavallo fece un  salto  e
    rimase fermo come la prima volta, tanto era ben legato.
    Intanto,  o  fosse il fresco della mattina che si avvicinava,  o che a
    cena avesse mangiato qualche cosa di lassativo, o che fosse un bisogno
    naturale come  pi probabile, fatto sta che a Sancio gli venne voglia
    di fare ci che un altro non avrebbe potuto fare per lui, ma ormai gli
    era entrata in corpo tanta paura,  che non osava staccarsi un pelo dal
    suo padrone. E d'altra parte, di poterne fare a meno non c'era neanche
    da pensarci.  Quindi non trov altro espediente che quello di ritirare
    la mano destra dall'arcione posteriore,  su  cui  fin  allora  l'aveva
    tenuta,  e ben benino,  senza far rumore, si sciolse la cordicella con
    cui erano legati in cintola i pantaloni, che, non avendo altri legami,
    gli sdrucciolarono gi,  e gli rimasero come  pastoie  in  fondo  alle
    gambe.  Poi si tir su alla meglio la camicia, e mise all'aria un paio
    di chiappe che non erano tanto piccine;  e allora  credette  che,  per
    uscir di pena, il pi fosse fatto. Invece, eccoti un altro e pi grave
    guaio!  Perch  sent  benissimo  che non avrebbe potuto dargli la via
    senza far dei  rumori;  quindi  serr  i  denti,  strinse  le  spalle,
    trattenne  il  fiato  pi  che  pot,   ma,  nonostante  tutte  queste
    precauzioni,  non ebbe fortuna,  perch alla fine un po' di rumore  ci
    fu,  e  non  somigliava  proprio  punto  al rumore che gli aveva messo
    addosso tanta paura.
    Don Chisciotte lo sent.
    - Sancio - gli chiese - che rumore  questo?
    - Non lo so,  signor padrone - rispose lui  -  ma  qualche  novit  ci
    dev'essere  di  certo.  E  poi  le  avventure  e  le sventure,  quando
    cominciano, per poco non ci si mettono.
    E si riprov a tentare la fortuna,  e gli and tanto bene,  che  senza
    far  pi  rumore  di prima,  si liber dalla carica che gli aveva dato
    tanta noia.  Ma Don Chisciotte aveva l'odorato fino quanto l'udito,  e
    siccome  gli stava cos vicino e cos cucito addosso che le esalazioni
    salivano su quasi in linea retta,  era inevitabile  che  qualcuna  gli
    arrivasse  al  naso.  Infatti  vi arrivarono,  ed egli corse subito al
    riparo stringendoselo fra le dita, quindi con voce nasale:
    - Sancio - disse - mi pare che tu abbia una gran paura.
    - Oh, s, tanta!  - rispose lui - ma da che se ne accorge,  ora pi di
    prima?
    - L'odore che tu mandi ora pi di prima, e non precisamente d'ambra.
    -  Potr anche essere - disse Sancio - ma io non ci ho colpa: la colpa
     sua che mi conduce a queste ore per questi postacci deserti.
    - Tirati in l tre o quattro passi, amico - disse Don Chisciotte senza
    levarsi le dita dal naso - e d'ora innanzi sta' pi  al  tuo  posto  e
    usami  i  dovuti  riguardi,  ch  questa mancanza di rispetto  frutto
    della troppa confidenza che ti do  conversando  sempre  amichevolmente
    con te.
    -  Scommetto  -  replic Sancio - che lei ora crede che io abbia fatto
    qualcosa che non dovevo fare.
    - Tira via, Sancio: a rimestarla  peggio.
    Fra questi e altri  simili  discorsi  passarono  la  notte  padrone  e
    servitore;  ma vedendo Sancio che il giorno s'avvicinava,  sciolse con
    molta precauzione Ronzinante, e si rileg i calzoni. Quando Ronzinante
    si sent libero, sebbene di suo non fosse punto brioso,  si ingalluzz
    e cominci a sgambettare: corvettare no,  perch corvettare, sia detto
    con suo beneplacito,  non sapeva.  Don Chisciotte  vedendo  che  ormai
    Ronzinante  si  muoveva,  lo  ritenne  buon segno e incoraggiamento ad
    affrontare quella paurosa avventura .
    Nel frattempo fin di spuntare  l'alba,  e  cominciarono  ad  apparire
    distintamente  gli oggetti.  Don Chisciotte vide allora che si trovava
    sotto a degli alti castagni, alberi che fanno un'ombra molto cupa;  ma
    sent anche che il martellare non cessava,  e non pot capire quale ne
    fosse la causa;  quindi senza altro indugio fece sentire gli sproni  a
    Ronzinante, e congedatosi di nuovo da Sancio, gli ordin di aspettarlo
    l  tre giorni al massimo,  come gi gli aveva detto: se in capo a tre
    giorni non fosse tornato,  tenesse per fermo che Dio  aveva  stabilito
    che  egli  dovesse  lasciar  la  vita in quel pericoloso cimento.  Gli
    ripet  l'ambasciata  che  doveva  portare  da  parte  sua  a  Madonna
    Dulcinea,  e  gli  disse  che  per quanto riguardava il salario non si
    desse pensiero,  perch prima di  venir  via  dal  paese  aveva  fatto
    testamento,  in  base  al quale egli sarebbe stato saldato di tutto il
    suo avere,  rateizzato a seconda del tempo che avesse servito.  Ma  se
    Dio   lo  faceva  uscire  da  quel  pericolo  sano  e  salvo  e  senza
    inconvenienti,  poteva star pi che sicuro  che  ormai  l'isola  tante
    volte promessa era sua. Sentendo quei commoventi discorsi del suo buon
    padrone,  Sancio  si  rimise  a piangere,  e dichiar di volerlo ormai
    seguire proprio fino in fondo a quella faccenda.  L'autore  di  questa
    storia  arguisce  da  queste  lacrime  e  da questa determinazione che
    Sancio doveva essere di buona famiglia o  per  lo  meno  cristiano  di
    vecchia data.  La sua afflizione intener alquanto Don Chisciotte,  ma
    non tanto da fargli mostrare qualche debolezza;  ch anzi dissimulando
    pi  che pot il suo stato d'animo cominci a dirigersi dalla parte da
    cui gli pareva che venissero il fragore dell'acqua  e  il  rumore  dei
    colpi.  Sancio  gli  andava  dietro a piedi,  tenendo,  secondo il suo
    solito,  per la cavezza l'asino,  perpetuo compagno delle sue buone  e
    cattive  fortune;  e  dopo  aver  camminato  un  bel  pezzo sotto quei
    castagni e quegli alberi fronzuti,  arrivarono su un praticello che si
    stendeva  sotto  un'alta  rupe,  gi  dalla  quale precipitava un gran
    fiotto d'acqua.  A pi della rupe c'era una casaccia,  che pareva  pi
    una rovina che una casa, e allora si accorsero che di l dentro veniva
    il  fracasso di quel martellare continuo.  Al fragore dell'acqua e dei
    colpi Ronzinante si spavent,  ma  Don  Chisciotte  accarezzandolo  si
    avvicin  pian  piano  a quell'edificio,  raccomandandosi con tutto il
    cuore alla sua dama,  supplicandola  di  aiutarlo  in  quel  terribile
    frangente,  e  pregando frattanto anche Iddio che non lo dimenticasse.
    Sancio non gli si staccava dai fianchi,  e allungava quanto poteva  il
    collo  e  lo  sguardo  di  tra  le zampe di Ronzinante,  per vedere se
    finalmente scopriva che cos'era che  lo  teneva  cos  ansioso  e  gli
    metteva  addosso  tanta paura.  Avranno forse fatto altri cento passi,
    quando allo svolto d'un poggetto apparve chiara e  palese,  senza  che
    potesse  rimanere  un  dubbio,  la  causa di quell'orribile e per loro
    spaventevole frastuono,  che li aveva tenuti tutta la notte  in  tanta
    ansia e in paura,  ed erano (lettore non te ne avere a male) sei magli
    d'una gualchiera, che coi loro colpi alternati facevano quel rumore.
    Quando Don Chisciotte vide di cosa si trattava,  ammutol,  e  divenne
    piccolo piccolo. Sancio lo guard e vide che teneva la testa bassa sul
    petto come uno che si vergogni.  Anche Don Chisciotte guard Sancio, e
    vide che aveva le gote gonfie e la bocca cos  tesa  dalla  voglia  di
    ridere,  che pareva che volesse scoppiare; e a quella vista, con tutta
    la sua melanconia,  non pot fare a meno di sorridere.  Allora  Sancio
    quando vide che il suo padrone aveva cominciato,  gli dette la via con
    tanto gusto,  che  dovette  reggersi  i  fianchi  coi  pugni  per  non
    scoppiare dalle risa. Quattro volte si calm, e altrettante ricominci
    a  ridere  con la stessa foga di prima.  Don Chisciotte gonfiava da un
    pezzo,  ma figuriamoci quando sent Sancio  che  per  canzonatura  gli
    diceva:
    - Tu devi sapere,  caro Sancio, che io son nato per voler del cielo in
    questa nostra et di ferro per far risorgere quella dell'oro:  io  son
    colui  al  quale son riserbati i perigli,  le grandi imprese le azioni
    valorose...
    E qui seguit ripetendo tutti,  o  quasi  tutti  i  discorsi  che  Don
    Chisciotte  aveva fatto quando avevano udito la prima volta quei colpi
    spaventevoli.  Don Chisciotte sentendo che Sancio si faceva  beffe  di
    lui,  si  arrabbi e and tanto sulle furie,  che alz la lancia e gli
    assest due legnate;  che se  invece  di  pigliarlo  nelle  spalle  lo
    pigliava nella testa,  non impazzava pi a pagargli il salario, se non
    forse ai suoi eredi. Sancio allora,  visto che raccattava cos cattivi
    frutti dalle sue beffe, temendo che il padrone rincarasse la dose, gli
    disse con molta umilt:
    - Si calmi, si calmi; le giuro che ho fatto per scherzo.
    - Se scherzate voi, non scherzo io - rispose Don Chisciotte. Ditemi un
    po', signor beffardo, non vi par dunque che se invece d'esser magli di
    gualchiera, si fosse trattato davvero di qualche pericolosa avventura,
    avrei  dimostrato  il coraggio necessario per affrontarla e condurla a
    termine?  Son forse obbligato,  essendo  come  sono  un  cavaliere,  a
    conoscere  e  distinguere  i rumori,  e sapere se son magli o un'altra
    cosa? Tanto pi che potrebbe darsi, come effettivamente ,  che io non
    li  avessi mai visti in vita mia,  come invece li avete visti voi,  da
    quel contadinaccio che siete,  nato e cresciuto fra  tali  arnesi.  Ma
    fate  che  questi  sei  magli si mutino in sei giganti,  e buttatemeli
    addosso a uno a uno o tutti insieme,  e quando io non li mandi tutti a
    gambe all'aria, canzonatemi quanto vi pare e piace.
    - Basta,  basta - replic Sancio. - Riconosco di aver passato il segno
    con le mie risate: ma, mi dica un poco, ora che s' rifatta la pace (e
    Dio la tiri fuori da tutte le avventure sano e salvo come da  questa!)
    non   stata cosa da ridere e da raccontarsi la gran paura che abbiamo
    avuto?  O per lo meno quella che ho avuto io,  perch lei ormai lo  so
    che la paura la non sa neanche dove stia di casa.
    -  Io non dico che quel che  successo non sia cosa da ridere;  ma non
    da raccontarsi; perch non tutti son cos misurati da saper mettere le
    cose nel loro giusto punto.
    --Meno male che lei ha messo nel punto giusto il manico della  lancia,
    mirando  alla  testa  e pigliandomi sulle spalle,  grazie a Dio e alla
    sveltezza con cui mi tirai da parte! Ma pazienza! Tutto passa. E io ho
    sentito dire: Chi ti fa piangere,  ti vuol bene.  Tanto pi che i gran
    signori,  se gli scappa detta qualche parola offensiva a un servitore,
    dopo gli regalano un paio di calzoni.  Non so quel  che  gli  regalino
    dopo  avergli  dato  delle  bastonate,  ma mi immagino che i cavalieri
    erranti dopo le bastonate diano delle  isole  o  dei  regni  in  terra
    ferma.
    -  Potrebbe  anche darsi - rispose Don Chisciotte - che tutto quel che
    dici si avverasse.  E lascia  andare  quel  che    successo:  tu  sei
    ragionevole  e  sai  che  i primi impeti non si posson trattenere.  Ma
    d'ora in avanti sta' bene attento e rigurdati dal parlar  troppo  con
    me,  ch in quanti libri di cavalleria ho letto,  e sono innumerevoli,
    non ho mai trovato uno scudiero che parlasse tanto  col  suo  signore,
    come  tu fai col tuo.  A dire il vero la colpa  tua e mia: tua perch
    non mi rispetti abbastanza, mia perch non mi faccio rispettar di pi.
    Gandalino, scudiero di Amadigi di Gaula, fu conte dell'isola Firme,  e
    si  legge  di  lui  che  sempre parlava al suo signore col cappello in
    mano,  a testa bassa e col  busto  inchinato  more  turchesco.  E  che
    dovremo  dire  di  Gasabal,  scudiero  di  Don  Galaor,  che  fu tanto
    laconico,  che per darci un'idea della meravigliosa eccellenza del suo
    silenzio,    citato  una  volta  sola  in  tutta quella grande quanto
    veridica storia?  Da tutto questo che t'ho detto tu devi dedurre che 
    necessario  stabilire  una  differenza  tra  servitore e padrone,  tra
    signore e vassallo,  tra cavaliere e scudiero: quindi,  da oggi in su,
    ci  dobbiamo  trattare con maggior rispetto e senza allentare i freni,
    perch qualunque sia la ragione per cui m'arrabbio con te,  il vaso di
    coccio avr sempre la peggio.  Le ricompense e i benefici che io vi ho
    promessi verranno a suo tempo,  e se non venissero,  almeno il salario
    non potr mancare, come gi vi ho detto.
    -  Va benissimo tutto quello che lei dice - rispose Sancio - ma vorrei
    sapere (per il caso che non venisse il tempo delle ricompense e  fosse
    necessario  contentarsi  del  salario) vorrei sapere quanto guadagnava
    uno scudiero di cavaliere errante a quei tempi, e se facevano il conto
    mese per mese, o giorno per giorno come i manovali.
    - Io non credo che quegli scudieri abbiano mai ricevuto un salario, ma
    soltanto delle ricompense - rispose Don  Chisciotte  e  se  io  ti  ho
    compreso  nel  testamento sigillato che lasciai a casa,  l'ho fatto in
    vista di quel che potrebbe succedere. Perch non so bene neanch'io che
    sorte possa toccare  alla  cavalleria  in  questi  nostri  tempi  cos
    calamitosi,  e  non vorrei che la mia anima per cos poca cosa dovesse
    penare nell'altro mondo. Perch in questo dei mondi, caro Sancio,  non
    c' condizione pi pericolosa di quella dei cavalieri erranti.
    -  Questo    proprio vero - disse Sancio.  - E' bastato il rumore dei
    magli d'una gualchiera per rimescolare e mettere sottosopra  il  cuore
    d'un cos valoroso cavaliere errante com' la Signoria Vostra;  ma lei
    pu star ben sicuro che da qui innanzi non aprir pi  bocca  per  far
    dello  spirito sulle cose che la riguardano,  ma soltanto per renderle
    il dovuto onore come naturalmente spetta a un padrone.
    - In questo modo -  replic  Don  Chisciotte  -  tu  vivrai  felice  e
    contento;  perch  dopo i genitori,  si devono egualmente rispettare i
    padroni.

    NOTA 1: La costellazione dell'Orsa Minore.
    NOTA 2: Catone il censore.

    CAPITOLO 21.
    Che tratta della magnifica avventura e della ricca conquista dell'elmo
    di Mambrino, con altri fatti accaduti al nostro invincibile cavaliere.

    Intanto cominci a piovigginare, e Sancio voleva entrare nell'opificio
    delle gualchiere,  ma Don Chisciotte le aveva prese talmente in  uggia
    per  il  tiro che gli avevano giocato,  che non ne volle assolutamente
    sapere.  Perci voltarono a destra,  e andarono a sboccare su un'altra
    strada compagna a quella del giorno prima. Di l a poco Don Chisciotte
    scorse  un  uomo  a  cavallo,  il  quale portava in capo un arnese che
    luccicava come se fosse stato d'oro, e appena l'ebbe visto, si volt a
    Sancio e gli disse:
    - Sancio,  io credo che non ci sia  proverbio  che  non  contenga  una
    verit, perch tutti quanti non sono che sentenze attinte direttamente
    all'esperienza  madre  d'ogni sapere;  e specialmente quello che dice:
    Quando una porta si serra, un'altra se ne apre.  Perch se la sorte,
    ingannandoci  con  i magli,  ci serr stanotte la porta che cercavamo,
    ora ce ne apre pari pari un'altra,  per un'altra avventura migliore  e
    pi  facile;  e  se  non  riesco a entrarvi dentro,  mia sar tutta la
    colpa, perch questa volta non potr darla n alla poca conoscenza dei
    magli n all'oscurit della notte.  Ti dico questo perch  se  non  mi
    inganno,  viene verso di noi uno che ha in capo l'elmo di Mambrino,  a
    proposito del quale io ho fatto il giuramento che tu sai.
    - Badi bene a quel che dice e ancora meglio  a  quel  che  fa  esclam
    Sancio.  -  Non vorrei che fossero degli altri magli che finissero col
    martellarci e spaccarci il cervello.
    - Il diavolo ti porti! - replic Don Chisciotte. - Che ci ha da vedere
    un elmo con un maglio?
    - Io non so nulla - rispose Sancio - ma  se  potessi  discorrere  come
    prima,  forse  le  potrei portare tali ragioni che lei si accorgerebbe
    che s'inganna.
    - Come m'inganno?!  Al diavolo te e i tuoi dubbi,  traditore!  esclam
    Don  Chisciotte.  -  Dimmi  un  po': non vedi quel cavaliere che viene
    verso di noi sopra un cavallo grigio pomellato e ha in  capo  un  elmo
    d'oro?
    -  Io  - rispose Sancio - vedo solamente un uomo a cavallo su un ciuco
    bigio come il mio, con qualcosa in capo che luccica.
    - L'elmo di Mambrino ha in capo - replic Don  Chisciotte.  Tirati  da
    una parte e lasciami solo con lui. Vedrai quanto ci metto a sbrigar la
    faccenda,  senza neanche dire una parola per non perder tempo;  e puoi
    far conto che l'elmo che ho tanto desiderato sia gi mio.
    - A tirarmi da parte ci penso io - replic Sancio - ma Dio voglia  che
    abbiano ad essere maglioli e non magli.
    - Ve l'ho gi detto - esclam Don Chisciotte.  - Non mi rammentate pi
    questi magli o giuro... vi do i magli e qualcos'altro.
    Sancio si chet dalla paura che il padrone  mantenesse  il  giuramento
    che gli aveva fatto chiaro e tondo.  Quanto all'elmo,  al cavallo e al
    cavaliere visto da Don Chisciotte ecco di che  si  trattava.  In  quei
    dintorni c'erano due paesi: uno dei quali cos piccolo,  che non aveva
    n farmacia n barbiere; mentre invece c'erano nell'altro, che sorgeva
    poco distante;  e quindi il barbiere del paese grande faceva  servizio
    anche  in quello piccolo.  Un malato del paese piccolo ebbe bisogno di
    cavarsi sangue, e un altro di farsi la barba;  e quindi il barbiere si
    mise  in  cammino portando con s una catinella d'ottone.  Via facendo
    era cominciato a piovere, e per non infradiciare il cappello che forse
    era nuovo,  il brav'uomo s'era messo sul capo la catinella;  la  quale
    essendo  lucidata  di  fresco,  si  vedeva  luccicare  a mezza lega di
    distanza.  L'uomo era sopra un asino grigio e perci a Don  Chisciotte
    era  parso  di  vedere  un  cavallo pomellato,  un cavaliere e un elmo
    d'oro;  perch tutto quello che vedeva,  con la  pi  grande  facilit
    l'adattava alle sue fantasie cavalleresche e ai suoi erranti pensieri.
    Quando  vide che il povero cavaliere s'avvicinava senza rivolgergli la
    parola,  mise Ronzinante di carriera e con la lancia in resta gli and
    addosso per passarlo da parte a parte,  ma al momento di raggiungerlo,
    senza arrestare la furia della sua carica gli grid:
    - Difenditi,  vile creatura,  o consegnami spontaneamente ci che  con
    tanta ragione mi  dovuto.
    Il  barbiere,  che  si  vide  venire  addosso  tutto  a un tratto quel
    fantasma, non trov altro rimedio per evitare il colpo,  che quello di
    buttarsi  di sotto dal suo asino.  Ma appena toccata terra,  si rialz
    pi svelto d'un daino,  e cominci a correre per quella  pianura,  che
    non  lo  avrebbe raggiunto il vento.  La catinella rimase sul terreno.
    Don Chisciotte fu soddisfatto,  e disse  che  il  pagano  aveva  avuto
    giudizio  e  aveva fatto come il castoro,  che quando si vede vicini i
    cacciatori si strappa coi denti ci per cui, per istinto naturale,  sa
    d'essere  inseguito.  Ordin  a Sancio di raccattare l'elmo,  e quello
    pigliandolo fra le mani:
    - Per Dio!  - disse - la catinella  buona,  e vale un reale  da  otto
    come un maraved (1).
    E la dette al padrone,  che subito se la mise in testa rigirandola per
    tutti i versi per trovare il punto della visiera,  e  siccome  non  lo
    trovava, disse:
    -  Senza  dubbio  il  pagano per cui fu fatto su misura la prima volta
    quest'elmo famoso, doveva avere una gran testa;  ma il peggio  che ne
    manca la met.
    Sancio  a sentir chiamare elmo quella catinella non pot trattenere le
    risa,  ma ricordatosi della  furia  che  aveva  fatto  poco  prima  il
    padrone, si ferm a met.
    - Di che ridi? - gli chiese Don Chisciotte.
    -  Rido  -  rispose lui - pensando alla gran testa che aveva il pagano
    padrone di questo elmetto,  che somiglia tale e quale a una  catinella
    da barbiere.
    - Lo sai quel che credo,  Sancio? - disse Don Chisciotte. - Che questo
    famoso elmetto incantato debba per qualche caso strano esser  capitato
    nelle  mani  di  qualcuno che non seppe conoscere n apprezzare il suo
    valore, e senza sapere quel che si faceva,  vedendolo d'oro purissimo,
    ne  dovette  far fondere una met per far quattrini,  e con l'altra ci
    fece questo arnese che pare una catinella da barbiere,  come tu  dici;
    ma comunque stia la cosa, per me che conosco l'oggetto, poco m'importa
    la  sua  trasformazione,  e  nel primo villaggio dove ci sia un fabbro
    ferraio, lo far aggiustare in modo che non abbia nulla da invidiare a
    quell'elmo che fucin il  dio  del  fuoco  pel  dio  delle  battaglie.
    Intanto  lo  porter  come  potr:  alle  brutte  baster  almeno  per
    difendermi da qualche sassata.
    - S - disse Sancio - purch non le tirino con la  fionda  come  nello
    scontro dei due eserciti, quando le spezzarono i denti e le sfondarono
    la  stagna  di  quel  benedettissimo  beverone che mi fece vomitare le
    budella.
    - Oh!  non  mi  do  troppo  pensiero  d'averlo  perduto  -  disse  Don
    Chisciotte. - Lo sai bene: so la ricetta a memoria.
    -  Anch'io  la  so a memoria - rispose Sancio - ma possa schiantare in
    questo momento, se lo faccio o mi riprovo pi a berlo,  campassi cento
    anni!  E  poi  non  ho  minima idea di mettermi in condizione d'averne
    bisogno;  perch conto di stare bene in guardia con tutti e  cinque  i
    sensi,  per  non  essere ferito e per non ferire nessuno.  Quanto alla
    possibilit di trovarmi un'altra volta a ballonzolare su una  coperta,
    non voglio dir nulla; perch certe disgrazie si possono prevenir male,
    e  se  capitano,  non  c'  da fare altro che stringersi nelle spalle,
    trattenere il fiato,  chiudere gli occhi e lasciarsi  andare  dove  il
    destino e la coperta ti mandano.
    -  Tu  non sei buon cristiano,  Sancio - disse Don Chisciotte sentendo
    ci - perch non dimentichi l'ingiuria ricevuta.  Sappi  che  i  cuori
    nobili  e  generosi non fanno alcun caso di certe fanciullaggini.  Sei
    forse rimasto zoppo? Hai una costola infranta? La testa rotta?  perch
    tu non debba dimenticare quella burla? Se tu ci pensi bene, fu burla e
    passatempo.  E se io cos non la intendessi, sarei gi tornato laggi,
    e per vendicarti avrei fatto pi guasto che non ne fecero i Greci  pel
    ratto  d'Elena: la quale,  se vissuto avesse in quest'epoca,  o la mia
    Dulcinea nella sua,  non godrebbe per certo di quella eccelsa fama  di
    bellezza di cui al presente fruisce.
    E qui mand un profondo sospiro, che arriv sino al cielo.
    -  E  passi  per burla - disse Sancio - poich non ci si pu vendicare
    sul serio,  ma lo so io se facevano sul serio o per burla,  e  non  mi
    uscir mai pi di mente n di sul groppone.  Ma lasciamola l. Mi dica
    un po' ora: che dobbiamo fare di questo destriero pomellato,  che pare
    un ciuco bigio, lasciato qui da quel Martino che la Signoria Vostra ha
    scavalcato? Da come se l' data a gambe e ha preso l'aire, mi pare che
    non debba aver voglia di tornare a riprenderselo; e, per Bacco, se non
     una bella bestia questo ciuco!
    -  Io  non  son  uso a spogliare quelli che vinco,  n  costume della
    cavalleria toglier loro il destriero e lasciarli  a  piedi:  salvo  il
    caso  che il vincitore abbia perduto il suo durante il duello;  poich
    sarebbe  allora  concesso  impadronirsi  di  quello  del  vinto,  come
    conquistato in lecita guerra. Quindi lascia stare codesto destriero, o
    asino,  o  quel che tu pretendi ch'ei sia;  e quando il suo padrone ci
    veda lontani di qui, ritorner a prenderlo.
    - Eppure lo porterei via tanto volentieri!  - replic Sancio.  - O per
    lo  meno lo vorrei barattare col mio,  che mi pare peggiore.  Le leggi
    della cavalleria sono proprio rigorose,  se non permettono neanche  di
    poter  barattare  un ciuco con un altro!  Ma io vorrei sapere se posso
    almeno barattare i finimenti.
    - Di questo non son molto sicuro - rispose Don Chisciotte - e in  caso
    di dubbio, fino a che non mi sia meglio informato, ti permetto di fare
    il cambio, se ne hai assolutamente bisogno.
    - Si figuri se ne ho bisogno!  - disse Sancio. - Come se me li dovessi
    metter io!
    E subito, profittando di quel permesso, fece "mutatio caparum" (2),  e
    bard  la  sua  bestia cos bene,  che dopo pareva a quattro doppi pi
    bella.
    Ci fatto pranzarono con le spoglie dell'accampamento nemico, cio con
    le provviste tolte  al  muletto  degli  accompagnatori  del  morto,  e
    bevvero  l'acqua  del  ruscello  che mandava le gualchiere,  senza mai
    voltarsi a guardarle, tanto le avevano prese in uggia per la paura che
    ne avevano avuta.  Rotto cos il digiuno e scacciata un po'  anche  la
    malinconia,   risalirono  a  cavallo,  e  senza  prendere  una  strada
    determinata (come quasi sempre fanno i cavalieri erranti) si misero in
    cammino lasciandosi condurre  dalla  volont  di  Ronzinante,  che  si
    tirava  dietro  quella del suo padrone e anche quella dell'asino,  che
    sempre lo seguiva d'amore e d'accordo  dovunque  l'altro  lo  guidava.
    Ritornarono  pertanto  sulla strada maestra,  e continuarono ad andare
    avanti alla ventura senza alcun  disegno  prestabilito.  Via  facendo,
    Sancio disse al padrone:
    -  Signor Don Chisciotte,  mi permette di parlarle una parola?  Ch da
    quando mi dette quel duro ordine di stare zitto,  pi di quattro buone
    idee mi sono rimaste sullo stomaco, e una che ora ho sulla punta della
    lingua non vorrei che facesse la stessa fine.
    -  Dilla  - gli rispose Don Chisciotte - e guarda d'esser breve: chi 
    prolisso non riesce gradito.
    - Io dico dunque, signor padrone, che da qualche giorno a questa parte
    mi son messo a considerare quanto poco si guadagna  e  si  profitta  a
    cercare  avventure per questi deserti e per questi crocicchi di strade
    maestre,  dove anche  a  incontrarne  delle  pericolose  e  a  uscirne
    vincitori, non c' chi lo veda n lo sappia, e quindi debbono rimanere
    in  eterno  silenzio,  con  grave danno dell'intenzione della Signoria
    Vostra e della fama che esse  meriterebbero.  Quindi  a  me  pare  che
    sarebbe meglio (salvo il suo parere) che noi ci mettessimo al servizio
    di qualche imperatore o qualche altro gran principe che si trovasse in
    guerra,  e  al  suo  servizio  lei  potrebbe  mostrare  il  suo valore
    personale,   le  sue  grandi  forze  e  la  sua  ancora   pi   grande
    intelligenza.  E  allora  quel signore,  vedendo questo,  per forza ci
    dovrebbe ricompensare  ciascuno  secondo  i  suoi  meriti.  E  l  non
    mancher  chi  ponga  in  scritto  le  gesta  della  Signoria Vostra a
    perpetua memoria.  Delle mie non dico nulla perch non debbono  uscire
    dai  limiti scudiereschi: ma se gli usi della cavalleria ammettono che
    si scrivano gesta di scudieri,  non  vedo  perch  le  mie  dovrebbero
    rimanere tra le righe.
    - Non dici male, Sancio - replic Don Chisciotte - ma prima d'arrivare
    a codesto punto,  bisogna,  come per dare una specie di saggio,  andar
    pel mondo a cercare avventure,  e  compierne  parecchie  per  ottenere
    onore  e  fama;  in modo che trovandosi poi alla corte di qualche gran
    monarca,  il cavaliere sia gi conosciuto per  le  sue  gesta;  sicch
    appena  i ragazzi l'abbian visto entrare in citt dalla porta,  subito
    tutti gli vadan dietro,  e lo circondino gridando: Ecco il  cavaliere
    del Sole! o del Serpente, o di qualche altra insegna sotto la quale
    abbia  fatto  grandi  prodezze.  Ecco  diranno  colui  che vinse in
    singolar tenzone  l'orribile  gigante  Brocabruno  dall'immane  forza:
    colui che liber il gran Mammalucco di Persia dal lungo incantesimo in
    cui era stato costretto quasi novecento anni.  Cos,  di mano in mano
    essi bandiranno le sue imprese,  e subito al frastuono dei  ragazzi  e
    dell'altro popolo,  si affaccer al balcone del suo real palagio il re
    di quel regno,  e come vegga il cavaliere,  conoscendolo alle  armi  o
    all'impresa  dello  scudo,  sar  forzato  a  dire:  Ol!  Che quanti
    cavalieri sono alla mia corte escano  ad  incontrare  il  fiore  della
    cavalleria  che s'appressa!.  A tal comando tutti usciranno,  ed egli
    scender fino a mezzo lo scalone,  e strettamente al seno stringendolo
    gli  dar  sul  volto  il  bacio della pace.  Poi lo condurr per mano
    all'appartamento di sua maest la regina,  dove il  cavaliere  trover
    anche la principessa sua figlia, che deve essere una delle pi belle e
    delle  pi  compite donzelle che a gran fatica si possano trovar sulla
    terra.  Sbito accadr ch'essa ponga gli occhi addosso al cavaliere ed
    esso  in  quelli di lei;  e ciascun d'essi apparir all'altro cosa pi
    divina che umana,  s che senza sapere n come  n  perch,  rimangano
    presi  ed  avviluppati  nella  inestricabile  rete  d'amore,  con gran
    tormento dei loro cuori per non sapere come scoprirsi i  sentimenti  e
    gli  affanni  reciproci.  Di  l  senza dubbio lo guideranno a qualche
    appartamento lussuosamente arredato dove spogliatolo  delle  armi,  lo
    vestiranno  di  una  superba  tunica di scarlatto: e come faceva di s
    bella mostra quand'era armato,  apparir ora in abito da  corte  assai
    pi vago.  Venuta la notte, cener col re, la regina e la principessa,
    dalla quale non lever mai gli occhi,  sebben celatamente ai  presenti
    rimirandola;  ed ella lo seconder con pari accortezza e cautela, come
    la sua ben nota pudicizia richiede. Levate le mense entrer improvviso
    dalla porta della sala un  brutto  e  piccolo  nano,  seguto  da  una
    leggiadra  dama  fra  due  giganti,  la  quale  proporr una rischiosa
    impresa,  concepita da vetustissimo mago;  e colui che la  condurr  a
    buon  termine  sar  tenuto  per  il  pi valente cavaliere del mondo.
    Subito il re ingiunger a tutti i presenti di cimentarvisi, ma nessuno
    vi riuscir, ad eccezione dell'ospite cavaliere,  con grande vantaggio
    della  sua  fama  e immenso giubilo della principessa,  che si stimer
    beata per aver collocato in cos alto luogo i  suoi  pensieri.  Ma  il
    meglio    che  questo  re  o  principe,  o quel che sar,  si trover
    impegnato in guerra,  ed aspra guerra con altro sovrano al par di  lui
    possente;   e  il  cavaliere  ospite,  dopo  alquanti  giorni  di  sua
    permanenza a corte, gli domander licenza di poterlo servire in quella
    guerra. Il re gliene dar il consenso di buon grado, e il cavaliere in
    segno di gratitudine gli bacer devotamente  le  mani.  Quella  stessa
    notte  ei  prender  commiato  dalla  principessa  sua dama attraverso
    l'inferriata della camera ov'essa dorme e che su un giardino risponde;
    come le molte altre volte ch'ei  le  avr  parlato  essendo  di  tutto
    mezzana  e consapevole l'ancella,  di cui la principessa pienamente si
    fida.  Sospirer il cavaliere ed essa verr meno;  l'ancella accorrer
    con  dell'acqua,  ma  trepidando ormai pel sopraggiungere del mattino,
    non volendo per l'onore della sua signora che vada svelato il segreto.
    Finalmente  la  principessa   riprender   i   sensi,   e   attraverso
    l'inferriata porger le bianche sue mani al cavaliere,  che vi deporr
    mille e mille baci e le bagner di  lagrime.  Quindi  comporranno  fra
    loro  due  il  modo  con  cui  comunicar  si possano i buoni o cattivi
    successi;  la principessa lo pregher di affrettare  possibilmente  il
    ritorno,  ed egli prometter con molti giuramenti, tornando a baciarle
    le mani.  Finalmente si divider da lei con tale angoscia  nel  cuore,
    che  sar  presso  a  lasciarvi la vita.  Si ritirer allora nelle sue
    stanze, si abbandoner sul suo letto, ma non potr serrare al sonno le
    ciglia pel duolo della separazione.  Si alzer di buon'ora,  ander  a
    prendere commiato dal re,  dalla regina e dalla principessa; ma mentre
    si congeder dai primi due,  ricever l'annunzio che la principessa  
    indisposta e non pu ricevere il suo omaggio. Il cavaliere penser che
    ne  sia  cagione l'angoscia della sua dipartita,  e n'avr trafitto il
    cuore,  s che per poco non dia segno ad ognuno palese della sua pena.
    La  fida  ancella,  presente  al commiato,  a tutto ha posto mente,  e
    recasi tosto a darne contezza alla  sua  signora,  che  l'accoglie  in
    pianto,  e  le  narra che una delle pi cocenti sue pene  di ignorare
    chi sia il suo cavaliere e se di stirpe reale o meno.  Ma l'ancella le
    afferma che tanta cortesia, gentilezza e valore quali il suo cavaliere
    addimostra, non possono albergare che in persona di reale origine e di
    eccellente dignit.  Si riconforta l'infelice a questi detti,  e cerca
    di meglio ancora consolarsi per non dar sospetto ai suoi  genitori,  e
    quindi  dopo due giorni mostrasi nuovamente in pubblico.  Gi part il
    cavaliere: guerreggia: vince il nemico del re;  conquista molte citt,
    di molti eserciti trionfa: ritorna alla corte,  rivede la sua dama dal
    consueto giardino,  e insieme convengono ch'egli la chieda al padre in
    isposa in compenso dei suoi servigi.  Negasi il re,  poich ignora chi
    egli sia; ci non di meno, o col rapirla o in altro modo qualsiasi, la
    principessa diviene sua sposa, e il padre lo ascrive a grande fortuna;
    perocch si viene a sapere che il cavaliere  figlio del  valoroso  re
    di  un  regno  che  non  so  quale  sia,  perch credo che sulla carta
    geografica non esista. In due parole,  muore il padre,  la principessa
    eredita il regno e il cavaliere diventa re.  Ed ecco,  ecco il momento
    per lui di ricompensare il suo scudiero e tutti coloro  che  lo  hanno
    aiutato  ad  ascendere  a  cos  sublime soglio,  e quindi lo scudiero
    riceve in isposa una damigella della regina,  che  sar  senza  dubbio
    quella che fu confidente del loro amore,  e che  figlia di un duca di
    grande lignaggio e autorit.
    - Questo ci vuole per me, e senza cilecche! - esclam Sancio. Questo 
    quel che m'aspetto,  perch ho bell'e capito,  sa!  Tutto questo  deve
    succedere a lei sotto il nome di "Cavaliere dalla Triste Figura".
    -  E  ne puoi star sicuro,  Sancio - replic Don Chisciotte perch nel
    medesimo modo e per le medesime vie di questa che t'ho  raccontato,  i
    cavalieri  erranti arrivano e sono arrivati ad essere re e imperatori.
    Resta ora soltanto da vedere qual re cristiano o pagano sia in  guerra
    e  abbia  una  bella figliola da marito;  ma ci sar tempo a pensarci,
    perch,  come  t'ho  detto,  prima  di  presentarsi  a  corte  bisogna
    acquistarsi  fama in altri luoghi.  Un'altra cosa manca.  Dato pure il
    caso che si trovi un re in guerra e con una bella figliola,  e che  io
    mi sia procacciata fama incredibile per tutto l'universo,  non so come
    si possa fare a dimostrare che io sono di sangue reale o per  lo  meno
    biscugino  d'un imperatore.  Perch il re non mi vorr dar la figliola
    in moglie, se prima non sar molto bene informato su questo punto, per
    quanto sia grande il merito  delle  mie  imprese.  Quindi  per  questa
    deficienza ho paura di perdere ci che il mio braccio ha ben meritato.
    E' vero che sono gentiluomo di famiglia assai nota,  possidente,  e in
    diritto di esigere i cinquecento soldi d'indennit in caso d'offesa, e
    potrebbe anche  darsi  che  il  dotto  che  scriver  la  mia  storia,
    sbrogliasse  la  mia  parentela  e discendenza in modo che mi trovasse
    nipote di re in quinto o sesto grado. Perch devi sapere che nel mondo
    ci sono due specie di genealogie: una  di  quelli  che  discendono  da
    principi  e  monarchi e che il tempo a poco a poco ha fatti decadere e
    sono andati a finire in nulla come piramidi  capovolte;  altri  invece
    nacquero  da  gente bassa e van salendo di gradino in gradino,  fino a
    diventare grandi signori: di modo che la differenza sta in questo, che
    alcuni furono allora e ormai non son pi,  altri sono ora e non furono
    allora.  Fatto dunque un riscontro potrebbe risultarne che io fossi di
    quelli che hanno avuto origini grandi  e  famose,  e  questo  dovrebbe
    bastare al re mio futuro suocero. Che se poi non gli bastasse,  certo
    che la principessa mi amerebbe in modo che ad onta di suo padre, anche
    se fossi figliolo d'un acquaiolo,  e lei lo sapesse con sicurezza,  mi
    accetterebbe per sposo e signore.  E allora sarebbe il caso di rapirla
    e  portarla dove pi mi piacesse fino a che il tempo o la morte avesse
    placato lo sdegno dei suoi parenti.
    - Oh! - esclam Sancio - allora sarebbe anche il caso di dire quel che
    dicono certi birboni: Non  chiedere  per  favore  quel  che  ti  puoi
    prendere  per  forza,  o  come  forse  quadra  meglio: Costa pi una
    bastonata che cento arril.  Dico cos perch se il signor re suocero
    della  Signoria  Vostra,  non  si vuol piegare a concederle la signora
    principessa,  non resta proprio altro da  fare,  come  dice  lei,  che
    rapirla e metterla in un luogo sicuro.  Ma il male  che in attesa che
    la pace sia fatta,  e che lei si possa godere pacificamente il  regno,
    il povero scudiero rimarr a denti asciutti sulle promesse; a meno che
    la damigella confidente che deve diventare sua moglie, non sia fuggita
    insieme  con la principessa e che egli non passi con lei la sua povera
    vita,  fino a che il cielo disponga diversamente: perch,  a quel  che
    credo, il suo signore gliela pu dar subito in moglie.
    -  Questo  non  c'  nessuno  che  possa  impedirglielo  -  disse  Don
    Chisciotte.
    - Quand' cos - riprese Sancio - non resta altro che raccomandarsi  a
    Dio, e lasciar fare al destino.
    -  Dio  esaudisca i miei desidri e venga in aiuto ai tuoi bisogni;  e
    chi si stima uno sciocco, uno sciocco resti.
    - E cos sia !  - disse Sancio.  - Io sono cristiano di vecchia data e
    credo che per diventare conte basti.
    -  E  te  n'avanza.  E  quand'anche tu non lo fossi,  non vorrebbe dir
    nulla,  perch essendo io il re,  ti posso concedere la nobilt  senza
    che tu la compri n mi renda alcun speciale servigio; e quando t'abbia
    fatto  conte  eccoti  d'un  tratto  gentiluomo,  e  dican pur quel che
    vogliono,  ma in fede  mia,  anche  se  a  denti  stretti,  Signoria
    bisogner pur che ti chiamino!
    -  Eh,  lo  credo io!  Sta' a badare che non saprei portar il "ttilo"
    come si deve! - disse Sancio.
    -Titolo vuoi dire e non "ttilo" - osserv il padrone.
    - Come vuole!  - replic Sancio.  - Lo saprei portar bene,  perch una
    volta sono stato bidello d'una confraternita,  e mi stava cos bene la
    livrea, che tutti mi dicevano che avevo un portamento da poter fare il
    proposto invece che il bidello.  Figuriamoci dunque quando mi mettessi
    un manto ducale sulle spalle, o mi vestissi d'oro e di perle alla moda
    dei  conti  stranieri!  Io  credo  che mi abbiano a venire a vedere da
    cento leghe di distanza.
    - Oh, s,  tu farai buona figura - disse Don Chisciotte - ma bisogner
    che  tu  ti faccia la barba spesso,  perch tu l'hai cos fitta,  cos
    rustica e piena di ritrose,  che se tu non ci metti il  rasoio  almeno
    ogni due giorni, si vedr chi tu eri a un miglio di distanza.
    -  Non  c'  altro - disse Sancio - che pigliare un barbiere e tenerlo
    fisso in casa a un tanto il mese.  E se  sar  necessario,  lo  mener
    sempre dietro, come fanno i gran signori con gli staffieri.
    - Come fai a sapere che i gran signori si menan dietro gli staffieri?
    -  Glielo  dico  subito.  Diversi  anni  or  sono  stetti un mese alla
    capitale,  e l vidi un signore molto piccino,  che tutti dicevano che
    era molto grande,  il quale, quando andava a passeggio, era seguito da
    un uomo a cavallo,  e tutte le giravolte che  faceva  lui,  le  faceva
    anche quell'altro,  tanto che pareva la sua coda. Domandai allora come
    mai quell'uomo non si metteva mai a fianco di  quell'altro,  ma  stava
    sempre di dietro,  e mi risposero che era il suo staffiere,  e che era
    uso dei gran signori menarseli dietro cos: e da allora non me lo sono
    mai dimenticato.
    - Hai ragione - replic Don Chisciotte - e  potrai  benissimo  menarti
    dietro  il  tuo  barbiere;  perch  le  usanze non vennero fuori tutte
    insieme, n sono state inventate in blocco. Puoi benissimo esser tu il
    primo conte che si mener dietro il suo barbiere; infatti  cosa molto
    pi delicata far la barba che sellare un cavallo.
    - A quest'affare del barbiere ci penso  io  -  disse  Sancio  -  pensi
    intanto lei a diventar re e a farmi conte.
    - Non dubitare - rispose Don Chisciotte, e alzando gli occhi, vide ci
    che si dir nel capitolo seguente.

    NOTA  1:  Il reale da otto era una moneta di un notevole valore;  il
    maraved era l'infima delle monete.
    NOTA 2: E' una cerimonia che avviene tra cardinali!

    CAPITOLO 22.
    Come Don Chisciotte rese la libert a parecchi  sciagurati,  che  eran
    condotti, loro malgrado, dove non avrebbero voluto andare.

    Cide  Hamete  Benengeli,  scrittore di stirpe araba nato nella Mancia,
    racconta in questa  gravissima,  altisonante,  minuziosa,  divertente,
    concettosa storia, che dopo quei discorsi fra il famoso Don Chisciotte
    della  Mancia e il suo scudiero Sancio Panza,  che sono stati riferiti
    alla fine del capitolo ventuno,  Don Chisciotte alz gli occhi e  vide
    che  per  la  strada  che  egli  faceva,  venivano  avanti una dozzina
    d'uomini a piedi,  legati per il collo con una gran  catena  di  ferro
    come  chicchi  d'una  corona,  e  tutti ammanettati.  Insieme con loro
    venivano due uomini a cavallo e due a piedi: i due  a  cavallo  armati
    d'archibugi a rota,  quelli a piedi di dardi e spade. Appena Sancio li
    vide, disse:
    - Ecco una catena di galeotti,  gente forzata dal re,  che va a remare
    sulle galere.
    - Come gente forzata? - domand Don Chisciotte. - E' mai possibile che
    il re violenti qualcuno?
    - Non dico questo - rispose Sancio.  -Voglio dire soltanto che  gente
    che per i suoi delitti  stata condannata a servire il  re  per  forza
    sulle galere.
    -  Ma  in  conclusione  -  riprese Don Chisciotte - sia come si vuole,
    questa gente,  sebbene condotta,  va per forza e non di sua  spontanea
    volont.
    - Naturalmente - disse Sancio.
    -  E  allora  - replic Don Chisciotte - qui entra proprio in ballo la
    mia funzione: opporsi alle violenze e soccorrere gli oppressi.
    - Ma pensi bene che la giustizia,  che  la stessa cosa  del  re,  non
    commette  mica  una  violenza  contro  questa  gente!  Li  castiga  in
    punizione dei loro delitti.
    Intanto era arrivata la  catena  dei  galeotti  e  Don  Chisciotte  in
    maniera  molto  cortese  preg  quelli della scorta a fargli il favore
    d'informarlo della causa o delle cause per cui si portavano dietro  in
    quel modo quella gente. Una delle guardie a cavallo rispose:
    -  Sono galeotti,  gente che va a servire Sua Maest sulle galere.  Io
    non ho altro da dirle e lei non ha bisogno di sapere altro.
    - Tuttavia - replic Don Chisciotte - vorrei  sapere  da  ciascuno  di
    loro  in  particolare  la  causa  della sua disgrazia.  - E aggiunse a
    questo tali e tanto cortesi discorsi perch  gli  dicessero  quel  che
    desiderava, che l'altra guardia a cavallo gli disse:
    -  Noi  abbiamo  qui  il  registro dove sono trascritte le sentenze di
    ciascuno di questi sciagurati,  ma non abbiamo tempo di  fermarci  per
    cercarle e leggerle.  La Signoria Vostra si faccia avanti e lo domandi
    a loro stessi,  e loro glie lo diranno,  se vorranno.  Ma vorranno  di
    certo  perch    gente che ci trova gusto a fare e a raccontare delle
    birbonate.
    Don Chisciotte con questo permesso,  che si sarebbe preso anche se non
    glielo  avessero  dato,  si  accost  alla catena,  e domand al primo
    perch lo avessero condannato.
    - Per aver fatto all'amore - rispose quello.
    - Per questo solamente?  Se per essere innamorato si dovesse andare in
    galera, io vi sarei da un pezzo.
    - Ma il mio non fu un amore come quelli che pensa la Signoria Vostra -
    disse il galeotto. - Io m'innamorai d'una cesta piena di biancheria di
    bucato,  e  l'abbracciai tanto forte che se fosse dipeso da me,  e gli
    sbirri non me l'avessero  levata  di  tra  le  braccia  per  forza,  a
    quest'ora ce l'avrei sempre.  Fui colto in flagrante,  e quindi non ci
    fu bisogno di tortura.  La causa fu trattata,  e mi  accarezzarono  le
    spalle con cento colpi di staffile, e per contentino ci aggiunsero tre
    anni di gattabuia e tanti saluti .
    - Che cos' la gattabuia? - domand Don Chisciotte.
    -  La  galera  -  rispose  il  galeotto,  il  quale era un giovane sui
    ventiquattro anni, nativo, almeno a quanto disse, di Pietraita.
    La stessa domanda Don Chisciotte la rivolse al secondo,  il quale  non
    rispose  nemmeno  una  parola,  tanto era triste e melanconico;  ma il
    primo rispose per lui e disse:
    - Questo qui, signore, vede,  va dentro perch  un canarino,  cio un
    cantante di prim'ordine.
    - Come sarebbe a dire? I cantanti debbono andare in galera?
    -  Sissignore  - rispose il galeotto - perch non c' peggior cosa che
    cantar fra le pene.
    - Anzi,  ho sentito dire - replic Don Chisciotte - che chi  canta,  i
    suoi mali incanta.
    -  Tra  noi invece,  vede,   tutto il contrario: chi canta una volta,
    piange tutta la vita.
    - Non capisco - disse Don Chisciotte.
    Ma una delle guardie allora spieg:
    - Signor cavaliere, cantar fra le pene,  tra questa brava gente,  vuol
    dire  confessare durante la tortura.  Questo sciagurato lo sottoposero
    alla tortura, ed egli confess la sua colpa che era di aver rubato del
    bestiame,  per cui lo condannarono  a  sei  anni  di  galera,  pi  le
    duecento  staffilate  che porta di gi sulle spalle.  E cammina sempre
    pensieroso e triste,  perch gli altri ladri che ha lasciato laggi  e
    quelli  che  qui  camminano  insieme  con  lui,   lo  disprezzano,  lo
    sbeffeggiano e lo maltrattano perch ha confessato e non ebbe la forza
    d'animo di seguitare a dir no; mentre, dicono loro,  non ci sono pi
    lettere  in  un  no che in un s,  e per un delinquente  una gran
    fortuna che la sua vita e la sua morte dipendano dalla  sua  lingua  e
    non  da  quella dei testimoni e delle prove.  E secondo il mio modo di
    vedere, non sono molto fuori strada.
    - Lo credo anch'io - rispose Don Chisciotte,  e passato al terzo,  gli
    fece la stessa domanda che agli altri due.  Questi senza farsi pregare
    e con molta disinvoltura:
    - Io vado a stare cinque anni in gattabuia - disse - perch non ebbi a
    mia disposizione dieci ducati.
    - Oh!  io ve ne darei ben volentieri venti - disse Don Chisciotte- per
    liberarvi da questa pena.
    -  Questo  -  rispose il galeotto - mi fa l'effetto d'uno che fosse in
    mezzo al mare con molti quattrini e morisse di  fame,  ma  non  avesse
    dove  comprare  il necessario.  Dico cos perch se a suo tempo avessi
    avuto questi venti ducati che lei ora mi offre,  avrei unto le rote al
    cancelliere  e  svegliato l'ingegno del procuratore,  in modo che oggi
    sarei nel bel mezzo della piazza di Zocodover a Toledo e non su questa
    strada,  a catena come un cane da caccia.  Ma Dio  grande: pazienza e
    basta.
    Don  Chisciotte  si  rivolse  al  quarto,  che  era  un uomo d'aspetto
    venerabile,  con una barba bianca che gli scendeva pi gi del  petto;
    il quale,  sentendosi domandare perch fosse l, cominci a piangere e
    non rispose nulla;  ma il quinto condannato gli fece da  interprete  e
    disse:
    - Questo brav'uomo va in galera per quattro anni dopo esser passato in
    trionfo  per  le  strade  pi frequentate a cavallo e vestito in pompa
    magna.
    - Il che,  se non m'inganno - disse Sancio - deve  voler  dire  che  
    stato portato alla gogna.
    -  Precisamente  - replic il galeotto - e la colpa che gli ha causato
    questa pena  stata quella d'aver fatto il  mezzano  di  bestiame  non
    solo  a  quattro  gambe,  ma  anche  a  due.  Voglio  dire  che questo
    gentiluomo  qui per aver fatto il ruffiano  e  anche  un  tantino  lo
    stregone.
    -  Se non ci fosse la frangia della stregoneria - disse Don Chisciotte
    - per puro lenocinio soltanto non meritava  d'andare  a  vogare  sulle
    galere,  ma  d'esserne  fatto ammiraglio.  Perch l'ufficio di mezzano
    amoroso non  cosa da poco;  anzi  un ufficio in cui  ci  vuol  gente
    fornita di molto ingegno;  ufficio necessarissimo in una bene ordinata
    repubblica,  e che non dovrebbe essere esercitato se non da persone di
    buona famiglia.  Il loro numero dovrebbe essere ristretto e stabilito,
    come per gli agenti di commercio,  e a  capo  ci  dovrebbe  essere  un
    ispettore  come  per gli altri uffici.  In questo modo si eviterebbero
    molti scandali causati dal fatto che questo ufficio  in mano di gente
    idiota e senza criterio, come sarebbero, dal pi al meno, donnaccole e
    ragazzacci di poca esperienza, che, nelle occasioni pi gravi,  quando
      necessario  prendere  una  decisione  importante,  affogano  in  un
    bicchier d'acqua.  Io vorrei seguitare e spiegar le  ragioni  per  cui
    sarebbe  politicamente  utile  fare  una scelta accurata di coloro che
    dovessero tenere tale ufficio,  ma qui non   il  caso:  un  giorno  o
    l'altro  lo dir a chi  in grado di prendere un provvedimento e porvi
    rimedio.  Per ora dico soltanto che la pena che  mi  ha  cagionato  il
    vedere  questi  capelli  bianchi  e  questo  venerabile volto in tanta
    angoscia per le sue mediazioni amorose, mi  stata molto attenuata dal
    sentire che egli  anche stregone.  Quantunque so  benissimo  che  nel
    mondo non esistono fattucchieri che possano forzare la nostra volont,
    come credono certi sciocchi, perch il nostro arbitrio  libero, e non
    c'  erbe  n incanti che possan fargli violenza.  Ci che fanno certe
    donnicciuole ignoranti e certi bricconi matricolati non son altro  che
    intrugli  velenosi  con  cui  fanno  diventar pazza la gente,  dando a
    intendere che hanno il potere di fare innamorare mentre invece   cosa
    impossibile, come ho gi detto, forzare la volont.
    -  Oh!  proprio  cos  -  disse il buon vecchio - e vi dico la verit,
    signore: di stregoneria non sono colpevole,  ma quanto all'aver  fatto
    il ruffiano,  quello non lo posso negare.  Tuttavia non ho mai creduto
    di far del male perch la mia intenzione era  soltanto  che  tutti  si
    divertissero  e  vivessero in pace senza questioni e senza dolori;  ma
    questo onesto desiderio non m'ha giovato  a  salvarmi  dall'andare  in
    galera,  di  dove  ormai  non spero di tornar pi dato che gli anni mi
    pesano e soffro di una ritenzione d'orina che non mi lascia ben  avere
    un momento.
    A  questo  punto  si rimise a piangere come da principio,  e Sancio ne
    ebbe tanta compassione che si lev di seno una moneta da quattro reali
    e gliela dette in elemosina.
    Don Chisciotte continu l'inchiesta,  e domand  a  un  altro  il  suo
    delitto,  e questi con una vivacit se non maggiore,  certo non minore
    del precedente:
    - Io son qui - rispose - perch mi divertii troppo con due cugine  mie
    e  con  altre  due  cugine,  ma non mie: insomma tanto mi divertii con
    tutte, che la famiglia crebbe e si imbrogli in un modo, che da ultimo
    nemmeno  il  diavolo  avrebbe  potuto  raccapezzarvisi.  Tutto  mi  fu
    provato;  mi manc ogni appoggio,  mi mancarono i denari, e mi vidi la
    corda a due dita dal collo;  ma invece mi condannarono a sei  anni  di
    galera,  e  io non ho nemmeno appellato:  il giusto castigo della mia
    colpa. Sono giovane, e finch c' fiato, c' speranza.  Se la Signoria
    Vostra  ha  qualche  cosa  da  dare a questa povera gente,  Dio gliene
    render merito in  Paradiso,  e  noi  pregheremo  Iddio  nelle  nostre
    orazioni che le dia bene e buona salute in questo mondo,  e che gliene
    dia tanta quanto merita la sua rispettabile persona.
    Quest'ultimo era vestito da studente,  e una delle guardie  disse  che
    parlava molto bene e conosceva anche il latino.
    Dopo  tutti  costoro  veniva un uomo d'una trentina d'anni e d'aspetto
    piuttosto simpatico, se non che nel guardare scambiava un occhio.  Era
    legato diversamente dagli altri,  perch a un piede portava una catena
    cos lunga, che arrivava ad avvolgergli tutt'attorno i fianchi, e alla
    gola due anelli;  uno fissato alla  catena,  l'altro  (un  cos  detto
    guardamico  o  pi  d'amico)  a due ferri che scendevano fino alla
    cintola e terminavano in due manette chiuse con un  grosso  lucchetto,
    in  modo  che  con  le mani non poteva arrivare alla bocca,  n poteva
    abbassare il capo per  arrivare  alle  mani.  Don  Chisciotte  domand
    perch quell'uomo era tanto pi carico di catene degli altri.
    - Perch ha commesso pi delitti lui che tutti gli altri messi insieme
    -  rispose la guardia - ed  cos audace e cos furfante,  che,  anche
    legato in quel modo, non siamo tranquilli e abbiamo paura che ci debba
    scappare.
    - Che gran delitti pu aver commesso - domand Don Chisciotte  se  non
    ha avuto una pena superiore alla galera?
    -  Ha  avuto  dieci  anni  -  rispose  la guardia - il che comporta la
    perdita dei diritti civili.  Basti sapere che questi   il  famigerato
    Ginesio da Passamonte, altrimenti detto Ginesino da Parapiglia.
    - Signor commissario - disse allora il galeotto - andiamo piano, e non
    stiamo  ora  a sottilizzare su nomi e soprannomi.  Mi chiamo Ginesio e
    non Ginesino, e Passamonte  il mio casato, e non Parapiglia come dice
    lei, e ciascuno pensi per s e far bene.
    - Meno gallo,  signor ladro matricolato - replic il commissariose non
    vuole che la faccia tacere suo malgrado!
    -  Si  vede  bene  -  replic  il  galeotto - che l'uomo propone e Dio
    dispone;  ma un  giorno  qualcuno  sapr  se  mi  chiamo  Ginesino  da
    Parapiglia o no.
    - O non ti chiamano cos, imbroglione? - disse la guardia.
    -  S,  mi  chiamano  cos: ma io far in modo che non mi chiamino pi
    cos,  perch  m'hanno  rotto  abbastanza  quel  che  so  io.   Signor
    cavaliere,  se ci vuol dar qualche cosa,  ce la dia,  e poi se ne vada
    perch ormai ci ha seccato con tutta questa smania di voler sapere  la
    vita  degli  altri.  E  se  poi vuol sapere la mia,  sappia che io son
    Ginesio da Passamonte,  e la mia vita l'ho scritta da me  proprio  con
    queste mani.
    -  E' vero davvero - disse il commissario.  - Ha scritto lui stesso la
    sua storia,  che meglio non si potrebbe desiderare;  ma ha lasciato il
    manoscritto in carcere, in pegno per duecento reali.
    - Ma lo riscatter - disse Ginesio - anche se ce ne volesse duemila.
    - E' cos interessante? - domand Don Chisciotte.
    -  E'  tanto interessante - rispose Ginesio - che addio "Lazzarillo da
    Tormes",  e addio a  tutti  gli  altri  che  si  sono  scritti,  o  si
    scriveranno  di  quel  genere.  Ci  che  posso dire a Vossignoria,  
    questo: che l dentro non ci sono che fatti  veri,  ma  cos  ameni  e
    divertenti, che non ci sono bugie che possano agguagliarli.
    - E come s'intitola?
    - "La vita di Ginesio da Passamonte" - rispose lui.
    - E' finito?
    - Come pu essere finito, se ancora non  finita la mia vita? La parte
    gi  scritta  va  dalla  mia  nascita  fino al momento in cui mi hanno
    condannato alla galera quest'ultima volta.
    - Allora, ci siete stato delle altre volte?
    - Piacendo a Dio e al re, un'altra volta ci sono stato quattro anni, e
    ormai conosco la pagnotta e lo staffile,  e non mi rincresce molto  di
    andarvi,  perch l avr modo di finire il mio libro. Mi restano molte
    cose da dire,  e nelle galere spagnole c'  pi  quiete  di  quel  che
    sarebbe  necessario;  quantunque  di  quiete  non ne abbia poi un gran
    bisogno per quel che ho ancora da scrivere, perch lo so a memoria.
    - Sembri un uomo intelligente - disse Don Chisciotte.
    - E disgraziato -  aggiunse  Ginesio  -  perch  sempre  le  disgrazie
    perseguitano l'intelligenza.
    - Perseguitano i birbaccioni - disse il commissario.
    - Piano,  signor commissario,  piano: gliel'ho gi detto. Quei signori
    del  tribunale  non  le  hanno  dato  questa  bacchetta  in  mano  per
    maltrattare i poveretti qui presenti,  ma per guidarci e condurci dove
    comanda Sua Maest: altrimenti, quant' vero... Ma basta, ch potrebbe
    darsi che un giorno i nodi venissero al pettine.  Ognuno taccia e viva
    bene,   e  parli  meglio  e  andiamocene,   ch  ormai  basta  con  le
    chiacchiere.
    Il commissario alz la bacchetta su Passamonte in  risposta  alle  sue
    minacce, ma Don Chisciotte s'interpose e lo preg di non maltrattarlo,
    poich  non era cosa strana che chi aveva le mani cos legate,  avesse
    la lingua un po' sciolta;  e poi rivoltosi a tutti quelli della catena
    disse:
    - Da tutto quello che mi avete detto,  fratelli carissimi, ho messo in
    chiaro che sebbene per vostra colpa vi abbiano castigato,  tuttavia le
    pene  che  andate  a  scontare non sono di vostra soddisfazione,  e vi
    andate molto di mala  voglia  e  contro  la  vostra  volont.  Inoltre
    potrebbe  darsi  che il poco coraggio che uno ebbe durante la tortura,
    la  mancanza  di  denaro  di  quello,   il  poco  appoggio  che  trov
    quell'altro,  e  in  fine il giudizio errato del giudice,  siano stati
    causa della vostra perdizione e del non aver ottenuto quella giustizia
    a cui pure avevate diritto.  Tutto questo ora  mi  si  presenta  nella
    mente per dirmi,  persuadermi e anche sforzarmi a mostrare di fronte a
    voialtri la ragione per cui il cielo mi ha messo al  mondo,  e  mi  ha
    fatto professare l'ordine della cavalleria, che infatti professo, e il
    voto  che  in  essa  ho fatto di portar soccorso ai necessitosi e agli
    oppressi.  Ma perch la prudenza insegna che non si deve adoperare  la
    violenza  laddove  si  possa  pacificamente  ottenere  quello  che  si
    desidera, voglio pregare questi signori,  guardiani e commissario,  di
    aver  la  bont di sciogliervi e di lasciarvi andare.  Non mancheranno
    certamente altri che servano il re in migliori occasioni,  sembrandomi
    assai mal fatto porre in schiavit coloro che Dio e la natura crearono
    liberi.  Tanto  pi,  signore guardie,  che questi poveretti non hanno
    fatto nulla contro di voi.  Che ognuno dunque si tenga il suo peccato:
    v' un Dio nel cielo che non dimentica n di punire il malvagio, n di
    ricompensare  il  buono;  n  conviene  che onorati uomini si facciano
    carnefici d'altri uomini,  dai  quali  non  ricevettero  verun  danno.
    Questo  io vi domando con questa mansuetudine e con questa calma,  per
    aver motivo,  qualora  lo  desideriate,  di  rimanervi  obbligato  del
    favore,  ma quando non vogliate di buon grado accondiscendervi, questa
    lancia  e  questa  spada,   congiunte  col  valore  del  mio  braccio,
    l'otterranno a viva forza da voi.
    - Questa  bellina davvero!  - esclam il commissario.  - Con un bello
    scherzo  venuto fuori da ultimo! Vuole che lasciamo andare i forzati,
    come se avessimo autorit di liberarli  o  l'avesse  lui  d'imporcelo!
    Vada  vada,  signore  per  la sua strada: s'addirizzi piuttosto questo
    cantero che ha in capo, e non venga a stuzzicare il can che dorme.
    - Voi sarete il cane! e il gatto! e il topo! e il mascalzone! url Don
    Chisciotte,  e,  accompagnando atti  e  parole,  gli  fu  cos  presto
    addosso,  che  quello,  senza  avere  neanche  il tempo di mettersi in
    difesa,  cadde in terra ferito gravemente da un colpo di lancia.  E fu
    una fortuna per Don Chisciotte, perch per l'appunto era lui che aveva
    il   fucile.   Le   altre   guardie  rimasero  attonite  e  incerte  a
    quest'attacco inaspettato ma,  ripreso animo,  quelle a cavallo misero
    mano  alla  spada,  e  quelle  a  piedi  ai  dardi,  e  assalirono Don
    Chisciotte,  che le aspettava con un  meraviglioso  sangue  freddo.  E
    senza  dubbio  avrebbe  passato un cattivo quarto d'ora se i galeotti,
    vista la buona occasione,  non si fossero messi a rompere  la  catena.
    Allora  nacque un parapiglia,  perch le guardie volendo ora badare ai
    galeotti che si scioglievano e ora dare addosso a Don  Chisciotte  che
    le  assaliva,  finirono col non fare n quello n quell'altro.  Sancio
    dal canto suo aiut a sciogliersi Ginesio da  Passamonte,  che  fu  il
    primo a scappar fuori libero e sciolto, e dando addosso al commissario
    gli lev la spada e il fucile,  col quale pigliando di mira ora l'una,
    ora l'altra delle guardie senza mai sparare, fece s che non ne rimase
    una sul campo; perch fuggirono tutte per paura del suo fucile e della
    fitta sassaiola degli altri galeotti ormai gi slegati.
    Sancio rimase molto afflitto di questa vittoria,  perch pens che  le
    guardie  scappate  avrebbero  dato  notizia  dell'accaduto  alla Santa
    Fratellanza, la quale al suono della campana a martello sarebbe uscita
    a cercare i delinquenti. Ne parl al padrone e:
    - Andiamocene per carit -  gli  disse  -  andiamocene  via  subito  e
    imboschiamoci su per questi monti vicini.
    - Va benissimo - disse Don Chisciotte - ma so io quel che convien fare
    avanti tutto.
    E  chiamati  i  galeotti,  che  s'erano  sparsi  qua  e l,  e avevano
    spogliato il commissario lasciandolo  completamente  nudo,  quando  si
    furono  tutti  posti  in  circolo  intorno  a lui per sentire che cosa
    voleva, disse:
    - E' proprio di persone ben nate mostrarsi riconoscenti  dei  benefici
    ricevuti, e l'ingratitudine  peccato fra i maggiori e pi aborrito da
    Dio.  Voi avete visto, signori, con manifesta esperienza, quanto avete
    da me ottenuto,  e ora in compenso io desidero,  anzi   mio  fermo  e
    assoluto  volere,  che  carichi di questa catena che io vi ho tolto di
    sul collo, incontanente vi mettiate in cammino e ne andiate alla citt
    del Toboso. L vi presenterete alla signora Dulcinea del Toboso,  e le
    direte che il suo cavaliere,  il Cavaliere dalla Triste Figura,  a lei
    vi invia e se le raccomanda. Poi le darete esatta e fedele contezza di
    questa famosa avventura fino  al  momento  della  vostra  liberazione.
    Eseguito  lealmente  un  tale  incarico,  potrete  dove pi vi talenti
    rivolgere il vostro cammino.
    Ginesio da Passamonte rispose per tutti e disse:
    - Signore e liberatore nostro,  quel che la Signoria Vostra ci ordina,
    noi  non  lo possiamo fare davvero;  perch non possiamo andare per le
    strade tutti uniti,  ma bisogna che si vada soli  e  divisi,  cercando
    ognuno  dal  canto  suo  di ficcarsi sotto terra per non esser trovati
    dalla Santa Fratellanza, che senza dubbio uscir a cercarci. Piuttosto
    facciamo una cosa,  e questa la trovo anche  giusta:  ci  muti  questa
    gabella  e  questo  pedaggio  per  la  signora  Dulcinea  in una certa
    quantit di credi e di avemarie,  che noi diremo secondo  l'intenzione
    della  Signoria Vostra.  Questa  cosa che si potr fare di notte e di
    giorno, fuggendo o riposando, in pace o in guerra.  Ma pensare che ora
    noi  dobbiamo tornare in bocca al lupo,  e cio a riprendere la nostra
    catena e a metterci in cammino pel Toboso,   come pensare che  ora  
    notte, invece che le dieci di mattina. Chiederci questo, a noi,  come
    chiedere alle querce che facciano limoni.
    - Giurabbacco! - url Don Chisciotte, gi infuriato. - Signor figliuol
    d'una  puttana,  signor  Ginesino  da  Parapiglio,  o  come diavolo vi
    chiamate, allora ci anderete voi solo con la coda tra le gambe e tutta
    la catena sul groppone.
    Passamonte che non era punto paziente,  e si era ormai accorto che Don
    Chisciotte non aveva il cervello a posto,  dal momento che aveva fatto
    la pazzia di liberarli,  sentendosi maltrattare in quel modo,  strizz
    l'occhio ai compagni,  i quali,  tiratisi indietro, cominciarono a far
    piovere su Don Chisciotte tante e tante sassate che egli non  riusciva
    a  coprirsi  con lo scudo,  e il povero Ronzinante non sentiva nemmeno
    pi le spronate, come se fosse stato di bronzo.  Sancio si mise dietro
    l'asino,  e  cos si difendeva da quell'uragano di sassi rovesciato su
    tutti e due.  Don Chisciotte non pot  ripararsi  tanto  che  non  gli
    arrivassero  diverse  pillole nello stomaco e con tanta forza,  che lo
    buttarono in terra,  e appena caduto gli fu  sopra  lo  studente,  gli
    tolse  la  catinella di capo,  e gliela sbatacchi tre o quattro volte
    sul groppone e altrettante in terra mettendola quasi in pezzi. Poi gli
    levarono un farsetto che portava sull'armatura, e gli avrebbero levato
    anche le calze,  se gli schinieri non lo avessero impedito.  A  Sancio
    portarono  via  la giubba,  lasciandolo in maniche di camicia,  e dopo
    essersi spartite le altre spoglie  della  battaglia,  se  ne  andarono
    ognuno   per   conto   suo  molto  pi  premurosi  di  salvarsi  dalla
    Fratellanza,  di cui avevano paura,  che di caricarsi sulle spalle  la
    catena  e  andare  a  presentarsi  innanzi  alla  signora Dulcinea del
    Toboso.
    L'asino e Ronzinante, Sancio e Don Chisciotte rimasero soli: l'asino a
    testa bassa e pensieroso,  scuotendo di quando in quando le  orecchie,
    nell'opinione  che  non  fosse  smessa la grandine dei sassi,  che gli
    pareva  di  sentirsi  ancora  fischiare  attorno;  Ronzinante  disteso
    accanto al padrone, perch un'ultima scarica l'aveva buttato in terra;
    Sancio   in  maniche  di  camicia  e  tremante  all'idea  della  Santa
    Fratellanza;  e Don Chisciotte  molto  avvilito  che  l'avessero  cos
    maltrattato coloro che aveva tanto beneficati.

    CAPITOLO 23.
    Quel che successe al famoso Don Chisciotte nella Sierra Morena, che fu
    una  delle  pi  straordinarie avventure raccontate in questa veridica
    storia.

    Don Chisciotte, vedendosi ridotto cos male, disse al suo scudiero:
    - Sancio,  ho sentito dire che il far del bene agli ignoranti    come
    lavare  la  testa  all'asino.  Se  ti  avessi  dato ascolto,  mi sarei
    risparmiato questo dispiacere;  ma ormai la  cosa    fatta.  Pazienza
    dunque; imparer per l'avvenire.
    -  Lei,  vede,  imparer  quando  io mi far turco - rispose Sancio ma
    giacch lei dice che se m'avesse dato retta,  si  sarebbe  risparmiata
    questa disgrazia, mi dia retta almeno ora, e se ne risparmier una pi
    grossa.  Si  ricordi  dunque  che  con  la  Santa  Fratellanza non c'
    cavalleria che tenga,  e non contano un quattrino  tutti  i  cavalieri
    erranti di questo mondo. A me pare gi di sentirmi fischiare le frecce
    agli orecchi.
    - Tu sei codardo per natura, Sancio; ma perch tu non dica che io sono
    ostinato,  e  che  non  fo mai quel che tu consigli,  per questa volta
    voglio seguire il tuo consiglio e allontanarmi da questo Orco  che  ti
    mette  tanto spavento.  Ma ad un patto: che mai n in vita n in morte
    tu dica a nessuno che io mi  son  ritirato  e  allontanato  da  questo
    pericolo  per  timore.  Io mi sono allontanato soltanto per compiacere
    alle tue preghiere.  Che se tu dicessi diversamente mentiresti,  e fin
    da  ora per allora,  e fin da allora per ora ti smentisco,  e dico che
    menti e mentirai tutte le volte che tu lo pensassi o lo dicessi. E non
    replicar parola;  ch al solo pensiero che mi allontano  e  mi  ritiro
    dinanzi a un pericolo, e specialmente dinanzi a questo, dove mi par di
    dimostrare  non so quale ombra di paura,  mi vien voglia di restar qui
    solo e d'aspettare non soltanto la Santa Fratellanza che ti  fa  tanta
    paura,  ma  anche  i fratelli delle dodici trib d'Israele,  e i sette
    fratelli Maccabei,  e Castore e Polluce e tutti gli altri  fratelli  e
    fratellanze che c' nel mondo.
    -  Signor  padrone  -  rispose  Sancio  -  ritirarsi non  fuggire,  e
    aspettare il nemico non  da gente di buon senso, quando il pericolo 
    pi forte della speranza.  La gente di buon senso deve  serbarsi  oggi
    per domani e non arrischiare tutto in un giorno; e poi lei deve sapere
    che sebbene io sia uno zotico e un contadino, tuttavia non mi manca un
    po'  di  quella  che si dice arte di sapersi governare.  Quindi non si
    penta di avermi dato retta, ma salga su Ronzinante, se le riesce, e se
    non le riesce, l'aiuter io; venga dietro a me; perch, secondo il mio
    comprendonio,  in questo momento noi abbiamo pi bisogno dei piedi che
    delle mani.
    Don  Chisciotte  sal  sul cavallo senza replicare nemmeno una parola,
    Sancio lo precedette sul suo asino e  lo  guid  verso  il  punto  pi
    vicino della Sierra Morena, con l'intenzione di attraversarla e andare
    a  riuscire  al Viso o a Almodovar del Campo,  e l nascondersi alcuni
    giorni per quei luoghi aspri e solitari, per non essere trovati, se la
    Santa Fratellanza li cercasse.  A questa decisione l'incoraggi  anche
    l'aver  visto  che  dalla  zuffa  coi  galeotti  erano uscite salve le
    provviste che portava il suo asino,  e questo lo ascrisse a  miracolo,
    dato  il  modo con cui quella gente aveva frugato ogni cosa,  portando
    via tutto quel che poteva.
    Quella sera stessa arrivarono nel cuore della Sierra Morena,  e Sancio
    giudic  opportuno trattenersi l tutta la notte e anche qualche altro
    giorno, per lo meno finch durassero i viveri; e quindi si disposero a
    passar la notte tra due rupi,  in un bosco di sugheri.  Ma il  destino
    fatale, che secondo l'opinione di coloro che non sono illuminati dalla
    vera fede,  guida,  ordina e dispone a suo capriccio le cose di questo
    mondo,  fece s che a Ginesio da Passamonte (il famoso  imbroglione  e
    ladro,  fuggito dalla catena per virt e pazzia di Don Chisciotte) per
    la paura che  aveva,  e  giustamente,  della  Santa  Fratellanza,  gli
    venisse l'idea di nascondersi anche lui in quelle montagne. La paura e
    il  caso  lo  condussero  dunque  nel  medesimo  punto  in cui avevano
    condotto Don Chisciotte e Sancio Panza. Egli li riconobbe e lasci che
    si addormentassero. Siccome i birbanti sono sempre ingrati, il bisogno
    fa l'uomo ladro,  e  il  rimedio  presente  vince  su  quello  futuro,
    Ginesio,  che  non  era  n riconoscente n galantuomo,  pens bene di
    rubare l'asino a Sancio Panza.  Di Ronzinante non se ne  cur,  perch
    gli  parve  una  cattura  poco  buona,  tanto  per impegnarlo come per
    venderlo.  Mentre dunque Sancio Panza dormiva,  gli rub il somaro,  e
    prima  che  facesse  giorno,  era tanto lontano,  che vallo a pescare!
    Spunt l'aurora con grande allegria della terra e  gran  tristezza  di
    Sancio  Panza;  il  quale,  non  trovando pi il suo ciuco,  si mise a
    piangere il pi triste e doloroso pianto di questo  mondo,  tanto  che
    Don  Chisciotte  si  dest  e  sent  che il suo scudiero diceva fra i
    singhiozzi:
    - O figlio delle mie viscere, nato nella mia casa,  trastullo dei miei
    ragazzi,  delizia della mia donna,  invidia dei miei vicini,  sollievo
    delle mie afflizioni,  o tu che  mi  mantenevi  per  met  perch  con
    ventisei  maraveds che mi guadagnavi al giorno,  mi facevi met delle
    spese!
    Don Chisciotte, sentito il pianto e saputane la causa,  consol Sancio
    meglio che pot, e lo preg d'avere pazienza, promettendogli di fargli
    un  buono  per  farsi  consegnare da quelli di casa sua tre dei cinque
    asini che aveva nella stalla. Allora Sancio si consol,  si asciug le
    lacrime,  fren  i  singhiozzi,  e  manifest  al padrone tutta la sua
    gratitudine.
    Don Chisciotte entrando fra quelle montagne si sent balzare il  cuore
    di  gioia,  perch  gli  parve  che  quei luoghi fossero proprio fatti
    apposta per le  avventure  che  cercava.  Gli  tornavano  in  mente  i
    meravigliosi casi che in simili luoghi aspri e solitari erano successi
    a  questo  o a quel cavaliere errante,  e in questi pensieri era tanto
    assorto e rapito, che non si ricordava pi di nulla. Sancio invece, da
    quando gli era parso che ormai non ci fosse pi pericolo,  non pensava
    altro  che  a contentare il suo stomaco con gli avanzi del sacerdotale
    bottino.  Se ne andava dietro al padrone,  carico di tutto quello  che
    avrebbe  dovuto  portare il ciuco,  levando ogni tanto qualche boccone
    dal sacco e ficcandolo nel baule della sua pancia,  e finch si andava
    in  quel  modo,  non  avrebbe  dato  un quattrino per trovare un'altra
    avventura.
    A un certo punto alz gli occhi, e vide che il padrone s'era fermato e
    cercava di sollevare con la punta della lancia un fagotto di roba  che
    giaceva  per  terra.  Si  affrett  a raggiungerlo per aiutarlo se era
    necessario,  e lo raggiunse nel momento che Don  Chisciotte  sollevava
    con  la  punta  della  lancia un cuscino da sella e una valigia legati
    insieme: tutti e due  mezzi  marci  o,  meglio,  marci  addirittura  e
    ridotti in brandelli.  Ma pesavano tanto,  che Sancio dovette scendere
    (1) per tirarli su;  e il padrone allora gli ordin di  guardare  quel
    che  c'era nella valigia.  La quale era serrata con una catenella e un
    lucchetto, ma dagli strappi e dai buchi Sancio vide che c'erano dentro
    quattro  camice  di  tela  d'Olanda,  e  altra  biancheria  pulita  ed
    elegante, e in un fazzoletto trov un bel gruzzolo di scudi d'oro; per
    cui appena li vide, disse:
    -  Benedetto  il  cielo  che  finalmente ci ha mandato un'avventura di
    quelle buone!
    E cercando ancora trov un libriccino di memorie riccamente  rilegato.
    Questo  lo  volle Don Chisciotte,  e quanto al denaro gli disse che lo
    prendesse e lo tenesse per s.  Sancio gli baci la mano in  segno  di
    riconoscenza,  e  svaligiata  la  valigia  della  biancheria che c'era
    dentro, la mise nel sacco delle provviste.
    - Sancio - disse allora Don Chisciotte - io credo,  e non   possibile
    che sia altrimenti, che qualche viandante smarrito debba esser passato
    per questi monti, e che dei briganti lo abbiano assalito, ucciso e poi
    portato a sotterrare in questo luogo cos nascosto.
    -  No,  non  pu  essere:  se  fossero  stati briganti,  non avrebbero
    lasciato qui i quattrini.
    - Questo  vero - replic Don Chisciotte  -  e  allora  non  riesco  a
    indovinare  come  stia  la  cosa.  Ma  aspetta:  vediamo  se in questo
    libriccino di memorie c' scritto nulla da  cui  si  possa  arguire  e
    venire a sapere quel che desideriamo.
    Lo apr, e la prima cosa che trov, fu la minuta d'un sonetto, scritta
    per  in  modo molto chiaro.  E leggendolo ad alta voce,  perch anche
    Sancio potesse udire, sent che diceva cos:

    O l'Amore ha poco giudizio,  o  troppo crudele,  o la mia pena non 
    adeguata al fallo che mi condanna al pi duro genere di tormento.
    Ma se l'Amore  un dio,  tutti sanno, ed  cosa oltremodo logica, che
    un dio non pu essere crudele.  Chi ordina allora il terribile  dolore
    che mi tortura e forma la mia delizia?
    Se dico che siete voi, Filli, m'inganno, perch un cos gran male non
    pu  derivare  da  un  bene cos grande,  e dal cielo non mi pu venir
    questa rovina.
    Tra breve dunque dovr morire;  e questa  la cosa pi certa:  perch
    sarebbe  un  miracolo  trovare  una medicina per un male di cui non si
    conosce la causa.

    - Qui - disse Sancio - non ci si raccapezza nulla.  A  meno  che  quei
    fili che v' detto non ci aiutino a trovare il bandolo della matassa.
    - Che fili e non fili? - disse Don Chisciotte.
    - M' parso che lei abbia detto fili a un punto.
    - Filli ho detto: e questo senza dubbio  il nome della dama di cui si
    lamenta l'autore di questo sonetto; il quale, per Bacco, dev'essere un
    discreto poeta, o io m'intendo poco di poesia.
    - Come? - disse Sancio. - Lei sa fare anche i versi ?
    -  Meglio  di  quel  che  tu non creda - rispose Don Chisciotte - e lo
    vedrai quando porterai a Madonna Dulcinea una lettera scritta in versi
    da cima in fondo.  Tu devi sapere che tutti o la maggior parte  almeno
    dei   cavalieri  erranti  del  passato  eran  grandi  poeti  e  grandi
    musicisti: perch queste due abilit,  o doti  per  dir  meglio,  sono
    necessarie  ai cavalieri innamorati.  Tuttavia le strofe degli antichi
    cavalieri sono pi notevoli pel sentimento che per la forma.
    - Vada avanti a leggere - disse Sancio.  - Forse trover qualcosa  che
    ci illumini su quel che si vuol sapere.
    Don Chisciotte volt la pagine e disse:
    - Questa  prosa: pare una lettera d'amore.
    - Legga forte. Queste cose d'amore mi piacciono un mondo.
    -  Leggiamo  pure  - disse Don Chisciotte,  e leggendola ad alta voce,
    come Sancio gli aveva chiesto, sent che diceva in questa maniera:

    La falsit delle tue promesse e  la  verit  della  mia  sventura  mi
    menano  in un luogo,  da cui le notizie della mia morte arriveranno ai
    tuoi orecchi prima che le espressioni dei  miei  lamenti.  Tu  mi  hai
    disprezzato,  o ingrata! per chi possiede pi di me e non per chi vale
    pi di me;  ma se la virt fosse una ricchezza che si potesse stimare,
    io non dovrei ora invidiare le fortune degli altri, n piangere la mia
    sfortuna.  Ci  che aveva fatto la tua bellezza,  lo hanno disfatto le
    tue azioni: per quella credetti che tu fossi un angelo,  per queste mi
    accorgo che sei una donna. Vivi in pace, o cagione della mia guerra, e
    faccia  il  cielo  che  le  perfidie  del  tuo  sposo rimangano sempre
    nascoste,  perch tu non abbia a pentirti di quello che facesti,  e io
    non debba prender vendetta di quel che ormai pi non desidero.

    Quando ebbe finito di leggere:
    - Da questa lettera - disse Don Chisciotte - si ricava ancora meno che
    dai  versi,  si  capisce  soltanto che chi l'ha scritta deve essere un
    innamorato respinto.
    E sfogliando quasi tutto  il  libretto,  trov  degli  altri  versi  e
    lettere,  alcune ancora leggibili,  altre no; ma tutte non contenevano
    che pianti,  lamenti,  rimproveri,  piaceri e  dispiaceri,  assensi  e
    rifiuti,  gli uni esaltati, gli altri deplorati. Mentre Don Chisciotte
    esaminava  il  libro,   Sancio  esaminava  la  valigia  e  il  cuscino
    visitando,  frugando, ed esplorando tutti gli angoli, disfacendo tutte
    le costure, allargando ogni bioccolo di lana,  perch non vi rimanesse
    nulla  per negligenza o disattenzione: tanta era l'avidit che avevano
    destato in lui quel centinaio e pi di  scudi  che  aveva  trovato.  E
    sebbene  non  trovasse  altro,  stim  messi a buon frutto i suoi voli
    sulla coperta, il vomito del beverone, la benedizione coi randelli,  i
    pugni del mulattiere, la perdita delle bisacce, il furto del gabbano e
    tutta  la  fame,  la sete e la fatica che aveva durato in servizio del
    suo buon padrone. Ora che esso gli rilasciava quei denari trovati, gli
    parve di esser pi che strapagato.
    Il Cavaliere dalla Triste Figura rimase  con  una  gran  curiosit  di
    sapere  chi  fosse  il  padrone della valigia,  ma dal sonetto e dalla
    lettera,  dal denaro in oro  e  dalla  grande  finezza  delle  camicie
    congettur che dovesse essere una persona di condizione elevata, che i
    rifiuti  e i cattivi trattamenti della sua dama dovevano aver condotto
    a qualche passo disperato.  Ma siccome in  quel  luogo  inabitabile  e
    selvaggio non si vedeva nessuno da cui potersi informare, si decise ad
    andare avanti,  sempre seguendo i sentieri che voleva Ronzinante,  che
    erano quelli di dove riusciva a passare,  e sempre  pensando  che  per
    quei   macchioni   non   poteva   o  prima  o  poi  mancargli  qualche
    straordinaria avventura. Andando avanti dunque con questo pensiero,  a
    un  certo  punto  vide,  in  cima a un'altura dirimpetto,  un uomo che
    andava saltando di roccia in roccia e di cespuglio  in  cespuglio  con
    straordinaria  sveltezza.  E  gli  parve che fosse mezzo nudo,  con la
    barba folta e nera, i capelli lunghi e arruffati,  i piedi scalzi,  le
    gambe scoperte,  le cosce dentro a dei calzoni che parevano di velluto
    giallobruno,  ma cos ridotti  a  brandelli  che  in  molti  punti  si
    scorgeva la carne,  e senza nulla in capo. Bench fosse passato con la
    sveltezza che s' detto,  il Cavaliere dalla Triste Figura not  tutti
    questi  particolari: e sebbene volesse seguirlo,  non lo pot,  perch
    quei luoghi cos aspri non erano fatti per la debolezza di Ronzinante,
    che anzi era per natura tardigrado e flemmatico.  Subito  si  immagin
    Don  Chisciotte  che  quello  fosse  il  padrone  del  cuscino e della
    valigia,  e fece proponimento dentro di s  di  cercarlo  fino  a  che
    l'avesse  raggiunto,  a  costo  di andare un anno per quelle montagne;
    perci dette ordine a Sancio di scendere dal ciuco,  e  girare  da  un
    lato  del monticello,  mentre egli prenderebbe dall'altro;  poich con
    questo accorgimento poteva  darsi  che  riuscissero  a  imbattersi  in
    quell'uomo, che con tanta furia era loro sparito dinanzi.
    -  Questo  poi  no!  - rispose Sancio.  - Perch appena m'allontano un
    momento da lei,  subito mi viene il batticuore;  e ad ogni  ombra  che
    vedo,  faccio  uno  scossone.  Anzi,  senta  ve': bisogna che d'ora in
    avanti non mi faccia allontanare nemmeno un dito da lei.
    - Sta bene - disse il Cavaliere  dalla  Triste  Figura.  -  Son  molto
    contento che tu abbia tanta fiducia nel mio coraggio,  il quale non ti
    mancher, quand'anche ti mancasse l'anima in corpo.  Vienmi ora dietro
    passo  passo,  o  come  potrai;  e  spalanca bene gli occhi;  gireremo
    attorno a questa altura,  e forse ci incontreremo con  quell'uomo  che
    abbiamo  visto,  il  quale  dev'essere  il  padrone  della roba da noi
    trovata.
    - Non sarebbe meglio se non si cercasse? - disse Sancio.  Perch se lo
    troviamo,  e fosse davvero il padrone dei quattrini,  bisognerebbe che
    glieli rendessi.  A  me  parrebbe  meglio,  senza  tanto  arrabattarsi
    inutilmente,  che  me  li tenessi io in buona fede,  fino a che il suo
    legittimo proprietario non venisse fuori per altra via,  senza che  si
    vada  a  cercarlo  noi.  Nel frattempo potrebbe darsi che io li avessi
    belli e spesi, e allora per legge non sarei pi obbligato a renderli.
    - Qui ti sbagli,  caro Sancio - rispose Don Chisciotte.  - Dal momento
    che  c'  venuto  il dubbio che il proprietario ci stia quasi dinanzi,
    siamo obbligati a cercarlo e renderglieli; e quando non lo cercassimo,
    il forte dubbio che abbiamo che sia lui,  ci rende colpevoli  come  se
    proprio fosse lui.  Perci,  caro Sancio,  sopporta questa amarezza di
    cercarlo,  in compenso della pena che uscir a me dall'anima se riesco
    a trovarlo.
    Quindi  spron  Ronzinante,  e  Sancio  lo segu a piedi e ben carico,
    grazie a Ginesino da Passamonte.  Dopo che ebbero fatto il giro di una
    parte  della  montagna,  a  un  certo  punto trovarono in un ruscello,
    dov'era caduta,  una mula morta e mezza mangiata dai lupi e dai  corvi
    ma ancora con la sella e con la briglia addosso. Tutto questo rafforz
    in  loro pi che mai il dubbio che il fuggiasco fosse il padrone della
    mula e del cuscino. Mentre stavano l osservandola, udirono un fischio
    come d'un pastore che chiamasse le pecore,  e a un  tratto  alla  loro
    sinistra apparve un gran numero di capre, e dietro a loro in cima alla
    montagna  il  capraio  che le guardava,  che era un uomo anziano.  Don
    Chisciotte gli dette una voce, e lo preg di scendere laggi dov'erano
    loro. Il capraio domand chi li aveva portati in quel luogo,  dove non
    passava mai anima viva,  tranne che capre, lupi, o altre bestie feroci
    di quei posti.  Sancio gli rispose che scendesse e che  gli  avrebbero
    spiegato  ogni  cosa.  Il capraio cal gi,  e arrivato dove stava Don
    Chisciotte:
    - Scommetterei - disse - che lei sta qui a guardare la mula morta  che
    giace  in  quella  forra!  Sono  ormai sei mesi che  laggi;  ma,  mi
    dicano, hanno incontrato gi di qui il suo padrone?
    - Non abbiamo incontrato nessuno - rispose Don  Chisciotte  tranne  un
    cuscino e una valigetta che abbiamo trovato poco lontano di qui.
    -  L'ho  vista  anch'io  -  disse  il capraio - ma non l'ho mai voluta
    toccare e neanche  accostarmici,  perch  ho  sempre  avuto  paura  di
    qualche  disgrazia  e  che mi accusassero di averla rubata;  perch il
    diavolo  fino e ci butta tra i piedi di che farci inciampare e cadere
    senza sapere n come n perch.
    - E' proprio quello che dico  anch'io  -  replic  Sancio.  -  Infatti
    anch'io l'ho vista,  ma non ho voluto avvicinarmi nemmeno a un tiro di
    sasso. L l'ho lasciata, e l ci resta com'era.  Ti Ti!  non vado in
    cerca di gatte da pelare, io.
    -  Ditemi,  buon uomo - domand Don Chisciotte - sapete voi chi sia il
    padrone di questa roba?
    - Quel che posso dirle io  questo - rispose il capraio - che sei mesi
    or sono, poco pi poco meno,  arriv a un casolare di pastori che sar
    a tre leghe di qui, un giovane distinto e di bella presenza, a cavallo
    su  questa  mula,  che  ora   qui morta,  e con quel cuscino e quella
    valigia che loro hanno trovato e lasciato stare.  Ci domand qual  era
    la  parte pi aspra e solitaria di queste montagne,  e noi gli dicemmo
    che era questa qui,  come  la pura verit;  perch se  vi  addentrate
    mezza  lega  pi  in l,  v' il caso che non vi riesca pi d'uscirne.
    Anzi mi meraviglio molto di come  abbiate  potuto  arrivare  fin  qui,
    perch  non  c'  strada  n sentiero che portino in questo luogo.  Il
    giovane dunque,  sentita la nostra  risposta,  volt  la  mula,  e  si
    incammin  verso  il luogo che gli si era indicato,  lasciandoci tutti
    sorpresi della sua bella presenza,  e meravigliati della sua domanda e
    della  fretta  con  cui  lo  vedemmo allontanarsi e dirigersi verso la
    montagna.  Da allora in poi non si vide pi fino a che  alcuni  giorni
    dopo  sbarr  il  cammino  a uno dei nostri pastori,  e,  senza dirgli
    nulla,  gli si accost e gli dette un monte di pugni e di  calci;  poi
    and  alla  ciuca  che  portava  le provviste,  vi prese quanto pane e
    quanto cacio c'era, e dopo,  con una sveltezza straordinaria ritorn a
    imboscarsi.  Saputo  ci  alcuni  di noi caprai ci mettemmo a cercarlo
    quasi due giorni per il pi fitto del bosco,  e finalmente lo si trov
    rannicchiato nel tronco vuoto di un grosso sughero.  Ci venne incontro
    buono buono col vestito gi in brandelli,  col volto sfigurato e cotto
    dal  sole,  in  modo che a fatica si pot riconoscerlo,  ma i vestiti,
    sebbene rotti,  per la descrizione che ce ne avevano fatta,  ci fecero
    capire che era proprio quello che si cercava. Ci salut cortesemente e
    in  poche  ma  precise  parole ci disse che non ci si meravigliasse di
    vederlo vivere in quel modo,  perch cos  faceva  per  una  penitenza
    impostagli a causa dei suoi molti peccati.  Gli si domand chi era, ma
    non si riusc a farcelo dire.  Allora  si  preg  che,  quando  avesse
    bisogno  di  roba  da mangiare,  ci dicesse dove trovarlo,  ch gliene
    avremmo portata noi amorevolmente e con premura,  e che se questo  non
    gli  piaceva,  venisse  pure  a domandarla,  ma non a prenderla con la
    forza  ai  pastori.   Grad  la   nostra   offerta,   chiese   perdono
    dell'aggressione dei giorni avanti,  e promise che da allora in poi la
    roba l'avrebbe chiesta per amor di Dio senza dare molestia a  nessuno.
    Quanto al luogo dove stava ci disse che non ne aveva uno fisso, ma che
    quando  lo coglieva la notte si fermava dove si trovava;  e termin il
    suo discorso piangendo in modo cos commovente,  che si sarebbe  stati
    proprio di pietra quanti si stava ad ascoltarlo, se non si fosse fatto
    altrettanto,  specialmente pensando a come si era visto la prima volta
    e come si vedeva allora.  Perch,  come ho gi detto,  era un  giovane
    molto  gentile  e  di  belle  maniere,  e coi suoi cortesi e assennati
    discorsi mostrava di essere persona ben nata e molto  ben  educata.  E
    sebbene  noi  che stavamo ad ascoltarlo fossimo tutti gente rozza,  la
    sua gentilezza era tanta che arrivava a farsi  conoscere  anche  dalla
    nostra  rozzezza.  Ma  a  un  tratto,  mentre  era sul pi bello della
    conversazione, ecco che si ferma, si cheta, fissa gli occhi in terra e
    ce li tiene un  pezzo,  mentre  noi  tutti  stavamo  fermi  e  ansiosi
    aspettando  dove  andasse  a finire quell'estasi,  e provando una gran
    compassione nel vederlo cos.  Perch da quel suo spalancare gli occhi
    tenendo  gran  tempo lo sguardo fisso in terra senza batter ciglio,  e
    altre volte invece serrarli stringendo  le  labbra  e  aggrottando  le
    sopracciglia, facilmente ci si accorse che gli era preso un accesso di
    pazzia.  Egli  poi  ci  fece presto vedere che quel che si pensava era
    proprio la verit,  perch a un tratto si alz con gran furia da terra
    dove s'era seduto,  e si gett sul primo che si trov vicino con tanto
    vigore e tanta rabbia, che se non gli si levava di mano, l'ammazzava a
    pugni e morsi. E nel frattempo gridava: Ah, sleale Fernando! Qui, qui
    tu mi  pagherai  l'azione  infame  che  mi  facesti.  Queste  mani  ti
    strapperanno  il  cuore,  dove  albergano  e  hanno  stanza  tutte  le
    perversit riunite,  e principalmente la  frode  e  l'inganno!.  E  a
    questi aggiungeva altri discorsi che tutti miravano a dir male di quel
    Fernando,  e  a tacciarlo di sleale e di traditore Gli si lev di mano
    con non poca fatica il nostro compagno, e lui allora senza dir pi una
    parola si stacc da noi e correndo  s'imbosc  fra  queste  macchie  e
    queste  rocce senza che noi si potesse seguirlo.  Da questo si suppose
    che la pazzia lo pigliasse  a  intervalli,  e  che  un  tale  chiamato
    Fernando,  gli  dovesse aver fatto qualche cattiva azione e cos grave
    da averlo ridotto in quello stato. E tutto questo ci fu poi confermato
    tutte le volte,  e sono state parecchie,  che ci  venuto incontro per
    la strada,  ora per chiedere ai pastori qualcosa da mangiare,  ora per
    prenderglielo con la forza,  perch quando  nel momento dell'accesso,
    sebbene  i  pastori  glielo  offrano di buon garbo,  non lo vuole,  ma
    glielo porta via a suon di pugni;  e quando invece  in  cervello,  lo
    chiede  per  amor  di  Dio con gran cortesia,  e ringrazia moltissimo,
    piangendo di  commozione.  E  vi  dico  francamente,  signori  miei  -
    prosegu  il  capraio  - che ieri ci siamo decisi,  io e altri quattro
    pastori,  di cui due sono miei servi e due miei  amici,  di  cercarlo,
    finch non s' trovato, e, quando s' trovato, di portarlo per amore o
    per forza a Almodvar,  che  lontano da qui otto leghe;  e l si far
    curare, se il suo male  curabile, o almeno, quando  in s, ci faremo
    dire chi ,  e se  ha  dei  parenti  a  cui  dare  notizia  della  sua
    disgrazia.  Questo,  signori miei,  quel che so dirvi relativamente a
    quel che m'avete domandato,  e state sicuri che il padrone della  roba
    che  avete  trovato    quello  stesso che mi avete raccontato di aver
    visto mezzo nudo passare come un lampo.
    Don Chisciotte infatti gli aveva detto di aver visto quell'uomo mentre
    saltava di roccia in roccia,  e rimase ora meravigliato  di  quel  che
    aveva  sentito  dal  capraio  e  gli  crebbe ancor pi il desiderio di
    sapere chi era il disgraziato pazzo.  Perci si propose  di  insistere
    nel  suo  primo  pensiero  e di cercarlo per tutta la montagna,  senza
    lasciare inesplorate n caverne n  crepacci,  finch  non  lo  avesse
    trovato.  Ma  la  sorte  gli  fu  pi  propizia  di quel che pensava e
    s'aspettava,  perch in quello stesso momento,  da una  gola  fra  due
    monti  che sboccava proprio nel punto dov'erano,  comparve il giovane,
    il quale s'avanzava borbottando parole che non potevano essere  intese
    nemmeno  da  vicino  non che da lontano.  Era vestito nel modo che s'
    detto; soltanto che Don Chisciotte,  quando egli s'avvicin,  vide che
    il farsetto tutto stracciato che aveva indosso era finissimo e di gran
    moda,  e da questo concluse che uno che portava tali abiti, non doveva
    essere di bassa condizione. Quando il giovane fu vicino, salut a voce
    bassa e rauca,  ma con molta cortesia.  Don  Chisciotte  gli  rese  il
    saluto  con  non  minore  garbatezza,  e  disceso da cavallo,  and ad
    abbracciarlo con gentile contegno e bei modi,  e lo tenne  stretto  un
    bel pezzo fra le braccia, come se lo avesse conosciuto da lungo tempo.
    L'altro  che  possiamo  chiamare  "Lo Straccione dalla Brutta Figura",
    come Don Chisciotte era quello della "Triste",  dopo essersi  lasciato
    abbracciare,  lo scost un po' da s, e postegli le mani sulle spalle,
    si mise a guardarlo fisso come volendo vedere  se  lo  conosceva,  non
    meno meravigliato forse nel veder la faccia, il personale e le armi di
    Don  Chisciotte,  di quel che non fosse Don Chisciotte nel vedere lui.
    Finalmente, il primo che parl, dopo l'abbraccio, fu lo Straccione,  e
    disse quel che si racconter pi avanti.

    NOTA 1: Qui,  e anche poco oltre, l'autore si dimentic che il ciuco a
    Sancio era stato rubato.  Nella seconda parte del libro  scherz  egli
    stesso su questa svista.
    CAPITOLO 24.
    Continua l'avventura della Sierra Morena.

    Dice  la  nostra  storia  che grandissima era l'attenzione con cui Don
    Chisciotte ascoltava il disgraziato Cavaliere della Sierra,  il quale,
    continuando a parlare, disse:
    - Signore,  chiunque siate,  sebbene non vi conosca,  io vi sono grato
    dei segni di  cortesia  che  mi  avete  dati;  e  vorrei  trovarmi  in
    condizione  di  poter  rispondere  con  qualche cosa di pi che con la
    buona volont alla premura che mi avete  dimostrato  con  la  cordiale
    accoglienza che mi avete fatta; ma per corrispondere alle buone azioni
    che ricevo, la mia sorte non mi concede purtroppo che il pio desiderio
    di contraccambiarle.
    - Desiderio mio - rispose Don Chisciotte -  quello di giovarvi, tanto
    che  ero deliberato a non uscire da queste montagne fino a che trovato
    non vi avessi,  e da voi saputo se al cordoglio che  v'affligge,  come
    palesa  la  stranezza  della vostra vita,  qualche rimedio procurar si
    potesse,  e  con  l'intenzione,   se  questo  rimedio  necessario  era
    cercarlo,  di  cercarlo con quanta pi diligenza possibil ci fosse.  E
    quando la sventura vostra fosse stata di quelle che  alcuna  sorta  di
    conforto  non  ammettono,  pensavo  di  piangerla insieme con voi come
    meglio avrei potuto; perch nelle disgrazie  pure un conforto trovare
    chi se ne dolga insieme con  noi.  Or  dunque,  se  questa  mia  buona
    intenzione  merita  di  essere  in  qualche  modo contraccambiata,  io
    signore vi supplico,  per la molta cortesia che traspare dalla  vostra
    persona,  e  al tempo stesso vi scongiuro,  per quel che avete avuto o
    avete di pi caro su questa  terra,  che  vogliate  palesarmi  l'esser
    vostro,  e  la  cagione  che  vi ha tratto a vivere e morire in questi
    eremi siti siccome un bruto,  poich la vostra vita qui si  svolge  in
    modo  del  tutto  disdicevole  ad  uomo quale dimostrate di essere coi
    vostri modi e col vostro aspetto.  E iosoggiunse Don Chisciotte -  per
    l'ordine  della  cavalleria che sebbene indegno peccatore ho ricevuto,
    per la professione di cavaliere errante che ho intrapresa, vi giuro, o
    signore,  che se in questo vorrete compiacere la  mia  voglia,  io  vi
    servir con la fedelt a cui mi obbliga l'esser chi sono, sia mettendo
    riparo  alla sventura vostra,  se la vostra sventura  tale che riparo
    metter vi si possa; sia porgendovi il mio aiuto a piangerla,  come gi
    ve ne ho fatta offerta e promessa.
    Il Cavalier del "Bosco", che sent parlare in questo modo quello dalla
    "Triste  Figura",  non  faceva  che guardarlo e riguardarlo da capo ai
    piedi, e quando l'ebbe ben guardato, gli disse:
    - Se hanno qualche cosa da darmi da mangiare,  per amor di Dio  me  lo
    diano,  e  dopo  aver mangiato,  io far tutto quello che vogliono per
    gratitudine delle cortesie che mi sono state usate .
    Subito Sancio  tir  fuori  dal  suo  sacco,  e  il  capraio  dal  suo
    tascapane,  delle  provviste  con cui lo "Straccione" si lev la fame,
    mangiando ci che gli dettero con aria istupidita e  con  tanta  furia
    che non ripigliava fiato tra un boccone e l'altro, perch non li aveva
    finiti  di  mettere  in  bocca  che  gi li aveva ingollati,  e mentre
    mangiava, n lui n quelli che stavano a guardarlo dissero una parola.
    Quand'ebbe finito di mangiare, fece loro segno che lo seguissero; essi
    lo seguirono,  ed egli li condusse in  un  verde  praticello,  che  si
    trovava allo svolto d'una rupe poco distante.  L si sdrai sull'erba,
    e gli altri fecero altrettanto,  e  tutto  questo  senza  che  nessuno
    aprisse bocca,  finch lo "Straccione",  dopo essersi accomodato a suo
    agio, disse:
    -  Se  avete  piacere,  signori,  che  in  poche  parole  vi  racconti
    l'immensit   delle   mie  sventure,   mi  dovete  promettere  di  non
    interrompere il filo della mia storia n con  domande  n  con  altro,
    perch  se  m'interrompeste,  il  mio  racconto  rimarrebbe  in tronco
    all'istante.
    Questo discorso  dello  "Straccione"  fece  tornare  in  mente  a  Don
    Chisciotte  la  novella  che  gli  aveva  raccontata  il suo scudiero,
    rimasta interrotta perch egli non aveva saputo dire il  numero  delle
    capre  che  avevano  passato  il  fiume;  ma  intanto  lo "Straccione"
    continu:
    - Prendo questa precauzione,  perch vorrei che il racconto delle  mie
    disgrazie  passasse  presto.  Infatti  il  richiamarle alla memoria ad
    altro  non  mi  giova  che  a  rendermele  pi  gravi;   e   meno   mi
    interrogherete,   pi  presto  avr  finito  di  raccontare;   ma  non
    tralascer  nulla  di  quanto  pu  avere  una  certa  importanza  per
    soddisfare pienamente la vostra curiosit.
    Don  Chisciotte lo promise a nome di tutti,  ed egli,  ricevuta questa
    assicurazione, cos cominci:
    - Il mio nome  Cardenio,  la mia patria  una delle pi  belle  citt
    dell'Andalusia, la mia famiglia  nobile, i miei genitori sono ricchi,
    e  la  mia sventura  cos grande,  che i miei genitori l'hanno dovuta
    piangere e la mia famiglia subire,  senza potere alleggerirla  con  la
    loro  ricchezza,  perch  per  rimediare i mali che il cielo ci manda,
    poco valgono i beni di fortuna.  In  quella  stessa  citt  viveva  un
    angelo del cielo, in cui l'amore aveva posto tutto quello che io avrei
    potuto  desiderare:  tale  la bellezza di Lucinda,  fanciulla ricca e
    nobile al pari di me,  ma pi fortunata di me e meno costante di  quel
    che meritavano i miei onesti sentimenti. Questa Lucinda io l'amai e la
    adorai  fin  dai miei pi teneri anni,  e lei mi volle bene con quella
    semplicit e ingenuit che erano proprie  della  sua  fanciullezza.  I
    nostri genitori conoscevano i nostri sentimenti, e non erano contrari,
    perch  vedevano  bene  che  con l'andar del tempo quei sentimenti non
    potevano avere altro risultato che  il  nostro  matrimonio,  il  quale
    pareva  suggerito  anche dall'eguaglianza della nostra nobilt e delle
    nostre fortune. Crebbero gli anni e con essi l'amore di tutti e due; e
    al padre di Lucinda parve bene per molti riguardi  di  dovermi  negare
    l'ingresso in casa sua, imitando cos i genitori di quella Tisbe tanto
    celebrata  dai poeti.  Questa proibizione aggiunse fiamma a fiamma,  e
    desiderio a desiderio,  perch sebbene avessero costretto le lingue al
    silenzio,  non vi poteron costringere le penne;  le quali, con maggior
    libert che le lingue, sono solite a far capire, a chi vogliono,  quel
    che  sta  chiuso  nell'anima;  mentre  invece la presenza dell'oggetto
    amato molte volte turba e rende muta  l'intenzione  pi  decisa  e  la
    lingua pi coraggiosa.  Ah, mio Dio! quante lettere le scrissi! Quante
    tenere e oneste risposte ricevetti!  Quante canzoni composi  e  quanti
    versi  d'amore,  in  cui  l'anima  dichiarava  e  trasfondeva  i  suoi
    sentimenti,  descriveva i  suoi  intimi  affetti,  raccontava  le  sue
    memorie,   e   sfogava   il   suo  ardore!   Finalmente  ridotto  alla
    disperazione,  sentendo che la mia anima si consumava nel desiderio di
    rivederla,  mi  decisi  al  passo  conveniente  per raggiungere il mio
    desiderato e meritato premio,  che fu naturalmente di chiederla a  suo
    padre in sposa,  come infatti feci. Egli mi rispose che mi ringraziava
    dell'onore che gli facevo, ma che,  essendo vivo mio padre,  toccava a
    lui di diritto a far la domanda,  perch se la cosa non fosse stata di
    sua piena soddisfazione,  Lucinda non era donna da dare n da prendere
    in  moglie  di  nascosto.  Io  lo  ringraziai  delle sue buone parole,
    parendomi che avesse ragione,  e sperai che mio padre avrebbe dato  il
    consenso appena glielo avessi chiesto.
    A  questo  scopo  andai sull'istante da mio padre per dirgli quel che
    volevo;  e nel momento in cui entrai nella stanza dov'era,  lo  trovai
    con  una  lettera  aperta  in  mano,  che  prima ancora che io potessi
    parlare, mi porse, dicendomi: "Da questa lettera, Cardenio,  tu vedrai
    quale  e  quanto  favore voglia dimostrarti il duca Riccardo".  Questo
    duca Riccardo,  come voi,  signori,  dovete sapere,    un  Grande  di
    Spagna,  che  ha  i  suoi  feudi nella parte pi bella dell'Andalusia.
    Presi la lettera,  la lessi e la trovai cos affettuosa e lusinghiera,
    che  perfino a me parve che mio padre avrebbe fatto male se non avesse
    accondisceso a ci che gli si chiedeva. Il duca lo pregava di inviarmi
    subito dove era lui,  perch voleva che io fossi addetto alle  persona
    del suo figlio maggiore, non in qualit di paggio ma di compagno, e si
    assumeva  l'obbligo  di farmi dopo,  una posizione corrispondente alla
    stima in  cui  mi  teneva.  Lessi  dunque  la  lettera,  e  leggendola
    ammutolii;  ma  peggio ancora quando sentii mio padre che diceva: "Fra
    due giorni,  Cardenio,  tu partirai per fare la volont  del  duca;  e
    ringrazia  Iddio  che t'apre una strada per cui potrai ottenere quanto
    meriti".  E aggiunse altri paterni consigli.  Giunto il momento  della
    partenza,  parlai  una sera con Lucinda e le dissi tutto,  e lo stesso
    feci con suo padre, supplicandolo di aspettare qualche giorno e di non
    prendere decisioni di sorta fino a che io non sapessi ci che il  duca
    Riccardo voleva da me.  Egli me lo promise, e lei fece altrettanto con
    mille giuramenti e coi segni del pi vivo dolore.  Arrivai  finalmente
    dal  duca  Riccardo,  e  fui  da lui ricevuto e trattato cos bene che
    l'invidia cominci subito a fare il suo ufficio,  specialmente tra gli
    antichi cortigiani,  a cui pareva che i segni di favore che il duca mi
    dava,  fossero a tutto loro pregiudizio.  Ma il pi contento della mia
    presenza  fu  un  figlio  minore  del  duca,  di  nome  Fernando,  bel
    giovanotto, di belle maniere, franco e cordiale,  che in poco tempo mi
    si affezion tanto,  che tutti non facevano che parlarne; e quantunque
    il maggiore mi volesse bene e mi dimostrasse simpatia,  non arriv  ad
    avere  per  me  tanto  affetto  e  tanta confidenza come Don Fernando.
    Siccome fra amici non ci sono segreti,  e la familiarit fra me e  Don
    Fernando  s'era  mutata  in  amicizia,  egli  mi palesava tutti i suoi
    pensieri,  e specialmente un  suo  amore  che  gli  cagionava  qualche
    inquietudine.   Era   innamorato   d'una  ragazza,   figlia  di  certi
    agricoltori ricchissimi,  vassalli di suo padre,  la quale  era  tanto
    bella,  modesta,  intelligente e onesta,  che nessuno di quelli che la
    conoscevano avrebbe saputo dire quale di queste  virt  fosse  in  lei
    superiore.  Queste  ottime  qualit  della bella contadina spinsero la
    passione di Don Fernando a  tali  estremi  che  egli  si  decise,  per
    conquistarla,  a giurarle che l'avrebbe sposata. Infatti in altro modo
    non sarebbe riuscito a sedurla. Io mi credetti in dovere, per i legami
    della nostra amicizia, di tentare di distoglierlo da un tale proposito
    con le migliori riflessioni che seppi fargli,  e coi  migliori  esempi
    che potei trovare;  tuttavia vedendo che non ci riuscivo,  mi decisi a
    raccontare ogni cosa al duca  Riccardo  suo  padre;  ma  Don  Fernando
    intelligente  e astuto lo sospett,  parendogli anche a lui che il mio
    obbligo di leale e fedele servitore fosse di non  tenere  nascosta  al
    duca  una  cosa  tanto  pregiudizievole  al  suo  onore.  Quindi,  per
    distrarre la mia vigilanza  e  ingannarmi,  mi  disse  che  per  poter
    dimenticare  la  bellezza che tanto lo teneva soggiogato,  non trovava
    rimedio migliore che quello di allontanarsi per alcuni  mesi,  andando
    per esempio tutti e due,  io e lui a casa di mio padre con la scusa di
    comprare dei buoni cavalli; perch al mio paese si allevano i migliori
    cavalli del mondo.  Quando sentii questo,  io,  mosso dal mio  affetto
    anche  se  la  sua  decisione  fosse  stata meno buona,  l'avrei certo
    approvata come una  delle  pi  sagge  che  si  potessero  immaginare,
    vedendo  quale  buona  occasione mi si offriva di andare a rivedere la
    mia Lucinda. Con questo pensiero e con questo desiderio io approvai la
    sua idea e incoraggiai il suo proposito,  dicendogli che lo  eseguisse
    nel  pi breve tempo possibile,  perch la lontananza produce sempre i
    suoi effetti anche sui sentimenti pi  solidi.  Ma,  come  seppi  dopo
    quando  mi  venne a dir questo,  aveva gi sedotto la contadina con la
    promessa di sposarla,  e ora cercava il modo  di  mettersi  in  salvo,
    avendo  paura delle decisioni che certo avrebbe preso il duca,  quando
    fosse venuto a conoscere il suo fallo.  Ma l'amore nella maggior parte
    dei giovani non  che desiderio;  il quale,  siccome ha per suo ultimo
    scopo il piacere, quando arriva a ottenerlo, si soddisfa e finisce,  e
    quel  che  pareva  amore  si  travisa,  perch non pu andare oltre il
    termine che gli pose la natura;  termine che invece non pose  al  vero
    amore.  Quindi  quando Don Fernando ebbe posseduto la ragazza,  la sua
    passione si calm,  i suoi ardori si  raffreddarono,  e  se  da  prima
    fingeva  di  volersi  allontanare  per  guarire,  ora  voleva  davvero
    andarsene per non mantenere i suoi  impegni.  Il  duca  gli  dette  il
    permesso  di  partire,  e  m'ordin d'accompagnarlo.  Giunti nella mia
    citt,  mio padre lo ricevette come meritava  il  suo  grado,  io  poi
    rividi Lucinda,  e tornarono a vivere, sebbene mai fossero stati morti
    o assopiti,  i miei sentimenti per lei.  Disgraziatamente li palesai a
    Don Fernando, parendomi che la grande amicizia che egli mi dimostrava,
    mi  obbligasse  a  non  tenergli nulla nascosto;  e gli lodai tanto la
    bellezza,  la grazia e l'intelligenza di  Lucinda,  che  le  mie  lodi
    fecero  nascere  in lui il desiderio di vedere una fanciulla adorna di
    tante virt. La mia triste sorte volle che io lo compiacessi, e gliela
    feci vedere una notte alla luce d'una candela attraverso una  finestra
    da  cui  eravamo soliti parlarci.  Egli la vide in tale abbigliamento,
    che dimentic quante bellezze aveva viste fin allora: ammutol,  perse
    la  testa,  rimase assorto e insomma tanto innamorato,  quanto potrete
    vederlo nel corso del racconto della mia sventura.  E per accendere di
    pi  il suo amore (che a me egli naturalmente nascondeva e che solo il
    cielo poteva conoscere) volle il caso che un giorno egli  trovasse  un
    biglietto  di  lei,  a  me  diretto,  in  cui  essa  mi incoraggiava a
    domandarla a suo padre in matrimonio:  biglietto  che  rivelava  tanta
    intelligenza,  tanta onest e tanto amore,  che leggendolo egli ebbe a
    dirmi che nella  sola  Lucinda  erano  raccolte  tutte  le  grazie  di
    bellezza  e  di  spirito  sparsamente ripartite fra le altre donne del
    mondo.  A dire il vero debbo ora confessare che siccome vedevo  quanto
    erano  giustificate  le lodi che Don Fernando tributava a Lucinda,  mi
    pesava d'udirle sulla sua bocca,  e cominciai ad avere dei timori e  a
    sospettare di lui e con ragione, perch non lasciava passare un minuto
    senza  voler  discorrere  di Lucinda,  e ci faceva cadere il discorso,
    anche se ce lo doveva tirare per i capelli. Questo svegliava in me una
    certa gelosia,  non perch m'aspettassi allora  un  voltafaccia  dalla
    dirittura  e  dalla sincerit di Lucinda,  ma perch il mio destino mi
    faceva temere quello che realmente mi preparava.  Don Fernando cercava
    sempre  di leggere le lettere che mandavo a Lucinda,  e quelle con cui
    lei mi rispondeva,  col pretesto che gli piaceva moltissimo la  nostra
    seriet.  Ora  un  giorno  successe  che  avendomi chiesto Lucinda una
    storia cavalleresca di cui era entusiasta,  e precisamente Amadigi  di
    Gaula...
    Non  fin  Don  Chisciotte  di  sentir  dire storia cavalleresca che
    subito proruppe:
    - Se la Signoria Vostra m'avesse detto al principio del  suo  racconto
    che  la  signora  Lucinda era entusiasta dei libri cavallereschi,  non
    sarebbe stato necessario altro per farmi capire l'altezza del  di  lei
    ingegno;  perch  io  non la stimerei tanto quanto appare dalla vostra
    descrizione,  se non le fosse piaciuta una  lettura  cos  divertente.
    Quindi  con me non  necessario sprecar pi parole per farmi conoscere
    la sua bellezza, la sua virt,  la sua intelligenza;  mi basta di aver
    sentito  il  suo  buon  gusto  per dichiararla la dama pi bella e pi
    intelligente del mondo.  Ma io  avrei  voluto,  egregio  signore,  che
    insieme  con Amadigi di Gaula le avesse inviato quel buon Don Rugel di
    Grecia: son sicuro che alla signora Lucinda sarebbero molto piaciuti e
    Daraida e Garaya,  e le ingegnose eleganze del  pastore  Darinello,  e
    quei  meravigliosi versi delle sue bucoliche,  cantate e rappresentate
    da lui con tanta grazia, intelligenza e disinvoltura.  Tuttavia questa
     una cosa da rimediarsi facilmente: baster che la Signoria Vostra si
    compiaccia  di  venir  con  me  a casa mia,  e l le potr dare pi di
    trecento libri,  che sono la gioia della  mia  anima,  e  l'unico  mio
    passatempo; quantunque, ora che mi ricordo, non ne ho pi neanche uno,
    grazie  alla malignit di certi incantatori invidiosi e cattivi.  E mi
    perdoni la Signoria Vostra di aver mancato a quanto avevamo promesso e
    di aver interrotto il suo racconto,  perch  quando  mi  si  parla  di
    cavalleria  e  di  cavalieri  erranti,  il  volermi impedire di metter
    bocca, sarebbe come volere impedire ai raggi del sole di far caldo,  e
    a quelli della luna di far fresco. Quindi le chiedo scusa e la prego a
    seguitare,  perch per ora non c' da far altro di meglio. Intanto che
    Don Chisciotte parlava, Cardenio aveva abbassato il capo sul petto,  e
    appariva  immerso  in profondi pensieri;  e sebbene Don Chisciotte gli
    avesse detto due volte che  continuasse  il  suo  racconto,  egli  non
    alzava  il  capo n rispondeva una parola.  Ma dopo parecchio tempo lo
    rialz e disse:
    - A me nessuno dalla testa mi leva e nessuno mai me lo lever  (e  del
    resto  sarebbe  un  bello  sciocco chi credesse il contrario) che quel
    farabutto di mastro Elisabat fosse il ganzo della regina Madassima.
    - Questo no, per...! - url Don Chisciotte arrabbiatissimo (e ne spar
    una delle sue) - questa  una malignit o  per  dir  meglio  una  vera
    birberia. La regina Madassima fu una nobile e virtuosa creatura, e non
    si  deve nemmen pensare che una cos eccelsa dama potesse abbassarsi a
    esser  l'amante  di  un  mediconzolo  qualunque.   E  chi  afferma  il
    contrario,  mente  per  la  gola  come vil marrano,  e io son pronto a
    provarglielo a piedi o a cavallo,  armato o disarmato,  di notte o  di
    giorno, o come pi gli talenti.
    Cardenio  lo  guardava fisso,  e siccome gli era ripreso il suo solito
    accesso di pazzia,  non era disposto a continuare il suo  racconto,  e
    nemmeno  Don  Chisciotte  a  starlo  a  sentire,   tanto  era  rimasto
    disgustato da quello che aveva udito di Madassima. Che stranezza! Egli
    aveva preso partito per lei, come se davvero fosse stata la sua vera e
    propria dama, tanto lo facevano sbalestrare quei suoi maledetti libri.
    Dicevo dunque che siccome Cardenio era in  un  momento  di  follia,  a
    sentirsi  trattare  di  mentitore  e  di  birbone,  la  prese male,  e
    raccattato un grosso ciottolo che  si  trov  sotto  mano,  dette  con
    quello  un tal colpo nel petto a Don Chisciotte,  che lo butt a gambe
    all'aria.  Sancio Panza che vide trattare il padrone in quel modo,  si
    butt sul pazzo coi pugni stretti, ma quello con un colpetto alla gola
    lo  rovesci  in  terra  e poi gli mont sopra e gli pest ben bene le
    costole. Il capraio che volle difenderlo, sub la stessa sorte, e dopo
    che li ebbe cos resi tutti malconci,  il matto prese la sua strada  e
    con  una calma olimpica and a internarsi fra i boschi nella montagna.
    Sancio si rialz,  ma con la rabbia che aveva in corpo  per  le  botte
    avute senza ragione,  volle vendicarsi sul capraio; e gli disse che la
    colpa era tutta sua di non averli avvisati che ogni tanto a quell'uomo
    gli riprendeva un accesso,  perch  se  l'avessero  saputo,  sarebbero
    stati  in  guardia.  Il capraio gli rispose che glielo aveva detto,  e
    che,  se non avevano sentito,  la colpa  non  era  sua.  Sancio  Panza
    replic, il capraio fece lo stesso, e la fine del battibecco fu che si
    presero  per  la  barba  e si dettero tanti di quei pugni,  che se Don
    Chisciotte non entrava di mezzo come paciere,  si  facevano  a  pezzi.
    Diceva Sancio alle prese col capraio:
    -  Mi  lasci fare,  signor Cavaliere dalla Triste Figura,  questo  un
    contadino come me,  e non  armato cavaliere: quindi  posso  benissimo
    vendicarmi battendomi a pugni con lui da uomo di onore.
    -  Questo  vero - disse Don Chisciotte - ma egli non ha nessuna colpa
    di quel che  successo.
    In questo modo riusc a pacificarli,  e allora domand al  capraio  se
    era  possibile  ritrovare  Cardenio,  perch  era  rimasto con un gran
    desiderio di sapere la fine della sua storia.  Il capraio  gli  ripet
    quel  che  gi gli aveva detto da principio,  e cio che non si sapeva
    bene dove Cardenio di solito stesse, ma che cercandolo con pazienza, o
    prima o poi, savio o pazzo, avrebbe finito col trovarlo.

    CAPITOLO 25.
    Avventure straordinarie che nella Sierra Morena successero al valoroso
    Cavaliere della Mancia:  penitenza  da  lui  fatta  a  imitazione  del
    Beltenebroso.

    Don  Chisciotte  disse  addio  al  capraio,  e risalendo su Ronzinante
    ordin a  Sancio  che  lo  seguisse,  e  questi  lo  segu,  ma  molto
    malvolentieri.  Cos  si inoltravano passo passo nella parte pi aspra
    della montagna,  e Sancio moriva dalla voglia di  discorrere  col  suo
    padrone, ma per non contravvenire agli ordini ricevuti, desiderava che
    cominciasse  lui  la conversazione;  tuttavia non potendo sopportare a
    lungo il silenzio, gli disse:
    - Signor Don Chisciotte,  mi dia la sua benedizione e il mio  congedo;
    perch  voglio  andarmene e tornare a casa dalla mia moglie e dai miei
    figlioli,  coi quali almeno potr discorrere quanto  vorr;  perch  a
    pretendere  che  io  venga  con  lei per questi deserti di giorno e di
    notte,  e che non le rivolga nemmeno  la  parola  quando  me  ne  vien
    voglia,   come sotterrarmi vivo.  Se il destino avesse voluto che gli
    animali parlassero come ai tempi delle favole di "Esoso",  meno  male!
    mi  sarei  messo  a discorrere col mio ciuco e cos avrei scacciato la
    malinconia.  Ma  cosa ben dura  e  insopportabile  cercare  avventure
    tutta  la  vita,  non  trovare che pedate,  sballottamenti,  sassate e
    cazzotti, e poi doversi anche cucire la bocca, senza buttar fuori quel
    che uno ha sul cuore, come se fosse muto.
    - Ti capisco Sancio - rispose Don Chisciotte - tu muori  dalla  voglia
    che  io  levi  l'interdetto che ho messo sulla tua lingua.  Ebbene fa'
    conto che l'abbia levato, e di' quello che vuoi, a condizione per che
    questa licenza duri soltanto finch saremo fra questi monti.
    - Va bene - disse Sancio - purch io possa parlare ora, dopo sar quel
    che Dio vuole. E cominciando subito ad adoperare questo salvacondotto,
    ecco,  me la spiega una cosa?  Era necessario che lei se la  pigliasse
    tanto calda per quella "Matassina" o come diavolo si chiama?  e che le
    importava a lei che quel "Lisciabatte" fosse il suo amico o no? Se lei
    tirava via, tanto pi che non era mica chiamato in causa, io credo che
    il pazzo avrebbe tirato  avanti  col  suo  racconto,  e  si  sarebbero
    risparmiati  le  sassate,  i  calci  e  pi  d'una  mezza  dozzina  di
    manrovesci.
    - Sancio,  se tu sapessi,  come lo so io,  quale onesta e nobile donna
    era  la regina Madassima,  tu diresti che ebbi una gran pazienza a non
    romper  la  bocca  da  cui  uscirono  tali  bestemmie;  perch    una
    grandissima bestemmia il dire e il pensare che una regina possa essere
    stata  l'amante  di un cerusico.  La verit  che quel mastro Elisabat
    rammentato dal pazzo, fu un uomo molto saggio e un ottimo consigliere,
    tanto che fu ministro e medico della regina,  ma il pensare  che  ella
    fosse la sua amante,  un'insolenza degna di gran castigo; e perch tu
    ti  persuada  che  Cardenio  non sapeva quel che diceva,  basta che tu
    rifletta che quando lo disse, era di gi fuori di s.
    - E' proprio quello che dicevo anch'io - replic Sancio - e quindi non
    si doveva badare alle parole di un pazzo;  perch se la fortuna non le
    voleva bene e indirizzava il sasso alla testa invece che allo stomaco,
    a  quest'ora si stava benino e non conciati,  per aver preso le difese
    di quella signora che Dio la sprofondi! E poi Cardenio l'avrebbe anche
    fatta franca, come pazzo!
    - Contro savi e contro pazzi -  riprese  Don  Chisciotte  qualsivoglia
    cavaliere  errante    tenuto  a  scendere  in  campo  per  l'onore di
    qualsivoglia donna,  e tanto pi quindi per le regine di cos  eccelso
    lignaggio,  come  fu  la regina Madassima;  a cui io sono specialmente
    devoto per le sue virt;  poich oltre alla sua  grande  bellezza,  fu
    molto  commendevole  la  sua  saggezza  e  pazienza  nelle  molte  sue
    avversit. E i consigli e la compagnia di mastro Elisabat le furono di
    grande giovamento per  sopportare  i  suoi  travagli  con  saviezza  e
    pazienza, e da questo trasse occasione l'ignorante e maligno volgo per
    dire e pensare che era sua concubina;  mentre,  lo ripeto,  mentono, e
    mentiranno altre duecento volte tutti  quelli  che  pensano  e  dicono
    cos.
    -  Io  non  lo  dico,  n  lo penso - disse Sancio - e chi la vuol pi
    cotta,  pi se la cuocia.  Se andarono a letto insieme o no,  a Dio ne
    avranno da render conto.  Io vado per la mia strada,  non so nulla,  e
    non m'importa di sapere i fatti degli altri;  perch chi va al  mulino
    s'infarina;  e io non ci voglio mettere n sale n olio... e poi, o se
    ci fossero andati,  che me ne viene a me?  Ma molti pigliano  lucciole
    per  lanterne;  e poi chi pu tappare la bocca alla gente?  Perfino di
    Dio ne hanno detto corna!
    - Misericordia!  - esclam Don Chisciotte - e che razza di sciocchezze
    ti  metti  ora  a  cucire insieme?  Che c'entra quella che diciamo coi
    proverbi che infili un dietro l'altro?  Chtati  dunque,  e  d'ora  in
    avanti bada a tirar delle calcagnate al tuo asino, e non t'occupare di
    quel che non ti riguarda; e mettiti bene in testa che tutto quello che
    ho fatto, faccio e far io,  perfettamente conforme alle regole della
    cavalleria,  che  conosco  meglio  di  quanti  altri cavalieri l'hanno
    professata nel mondo.
    - Signor padrone - replic Sancio - che  buona regola  di  cavalleria
    l'andare  a  casaccio  fra  queste  montagne senza strade n sentieri,
    cercando un pazzo, che quando si sar trovato, a andar bene bene,  gli
    verr  la  voglia di finire non la sua storia,  ma di romperci a me le
    costole e a lei la testa?
    - Chtati,  ti dico un'altra volta,  Sancio - riprese Don Chisciotte -
    perch non  tanto il desiderio di ritrovare il pazzo,  che mi mena in
    questi posti,  quanto  quello  di  compiervi  una  prodezza,  con  cui
    conquistarmi  fama  imperitura  nel mondo e tale da metter con essa il
    suggello a tutto ci che pu render perfetto  e  famoso  un  cavaliere
    errante.
    - Che  molto pericolosa questa prodezza? - domand Sancio.
    -  No  -  rispose  il  Cavaliere dalla Triste Figura - sebbene il dado
    potrebbe voltarsi in modo che avessimo disgrazia invece  che  fortuna;
    ma tutto dipende dalla tua diligenza.
    - Dalla mia diligenza? - disse Sancio.
    -  S  - replic Don Chisciotte - perch se tu torni presto da dove ho
    idea di mandarti,  presto finiranno le mie pene e presto comincer  la
    mia  gloria.  E  poich  non    bene che io ti tenga pi in ansia per
    sapere dove mirano i miei discorsi,  sappi che il  famoso  Amadigi  di
    Gaula  fu  uno  dei pi perfetti cavalieri erranti.  Uno dei pi non 
    detto bene: fu il solo, il primo, l'unico,  il signore di tutti quelli
    che  furono al mondo ai suoi tempi.  Che vadano pure a nascondersi Don
    Belianigi e tutti coloro che diranno che lo uguaglia in qualche  cosa,
    perch  in  fede  mia  s'ingannano.  Ora,  quando qualche pittore vuol
    diventare famoso nella sua arte,  cerca di imitare gli  originali  dei
    pi  bravi  pittori  che  conosce,  e  la  medesima regola vale per la
    maggior parte dei mestieri e delle professioni che formano l'ornamento
    degli Stati. Quindi,  lo stesso deve fare e fa chi vuole ottenere fama
    d'intelligente  e  di  paziente,  imitando Ulisse,  di cui Omero ci ha
    lasciato  un  vivo  ritratto  di  intelligenza  e  di  pazienza,  come
    parimenti  Virgilio  ci  mostr in Enea la virt di un figlio pieno di
    riverenza  e  la  sagacia  di  un  duce   valoroso   e   intelligente,
    rappresentandoli non come furono,  ma come avrebbero dovuto essere per
    lasciare esempio delle loro virt alle generazioni future.  In  questo
    medesimo  modo  Amadigi fu la stella polare,  la stella mattutina e il
    sole dei cavalieri valorosi e innamorati,  che dobbiamo imitare  tutti
    quanti  militiamo  sotto  la  bandiera  dell'amore e della cavalleria.
    Quindi mi pare che il cavaliere errante che lo imiter  di  pi,  sar
    pi vicino a raggiungere la perfezione della cavalleria.  Ora, uno dei
    casi in cui  questo  cavaliere  dimostr  saggezza,  valore,  bravura,
    pazienza,  fermezza e amore, fu quando per essere stato disprezzato da
    donna Oriana,  si ritir a far penitenza sulla Peapobre,  mutando  il
    suo  nome  in quello di Beltenebroso,  nome certamente significativo e
    adatto alla vita che s'era scelta di  sua  volont.  Quindi  mi  resta
    molto  pi  facile  imitarlo  in  questo  che  nello spaccare giganti,
    decapitare serpenti, uccidere draghi, sbaragliare eserciti,  affondare
    flotte   e   distruggere   incanti;   e   poich  questi  luoghi  sono
    meravigliosamente adatti allo  scopo,  non  debbo  lasciarmi  sfuggire
    l'occasione che ora con tanta comodit mi offre il ciuffo.
    -  Ma,  insomma  - disse Sancio - che cosa vuol fare in un luogo tanto
    solitario?
    - Non te l'ho  gi  detto?  Voglio  imitare  Amadigi  facendo  qui  il
    disperato,  l'insensato,  il  furioso;  e  al  tempo  stesso  il prode
    Orlando, quando trov vicino a una fonte i segni che Angelica la Bella
    si era avvilita fra le braccia di  Medoro;  il  qual  dolore  lo  fece
    diventare  pazzo,  e  allora  divelse  alberi,  intorb limpide fonti,
    uccise pastori,  distrusse greggi,  incendi  capanne,  abbatt  case,
    trascin giumente e commise qualche altro migliaio di enormit,  degne
    di eterna fama e di storia.  Ma poich io non ho intenzione di imitare
    Orlando,  Roldano  o Rotolando (aveva infatti tutti e tre questi nomi)
    proprio in tutte quante le pazzie  da  lui  fatte,  dette  e  pensate,
    cercher di abbozzare alla meglio quelle che mi paiono pi essenziali;
    e  potrebbe anche darsi che mi contentassi d'imitare Amadigi soltanto,
    che, senza commetter pazzie dannose,  ma solo di lacrime e sentimenti,
    ottenne fama quanto nessun altro mai.
    -  A me pare - disse Sancio - che i cavalieri che fecero in quel modo,
    vi furono spinti  ed  ebbero  delle  buone  ragioni  per  fare  quelle
    buscherate  e  quelle  penitenze.  Ma lei che ragioni ha per diventare
    matto?  Da quale dama  stato disprezzato?  E che segni ha trovato che
    le  diano  sospetto  che  la signora Dulcinea del Toboso si sia un po'
    trastullata con qualche moro o qualche cristiano?
    - Qui sta la questione - rispose Don Chisciotte - e questa    proprio
    la  bellezza del mio caso.  Che un cavaliere errante diventi pazzo per
    qualche motivo,   cosa che non fa n caldo n freddo;  il merito  sta
    nel perdere il cervello senza motivi,  e costringer cos la mia dama a
    dire: S'egli ha fatto questo a sangue freddo,  che cosa non farebbe a
    sangue caldo?. Del resto un motivo sufficiente io ce l'ho nella lunga
    assenza  che m'ha tenuto lontano da colei che sar sempre mia signora,
    voglio dire Madonna Dulcinea del Toboso;  perch,  come tu sentisti da
    Ambrogio,  quel  pastore  che trovammo l'altro giorno: Chi  assente,
    ogni male teme o sente. Quindi, mio caro Sancio, non perdere il tempo
    a sconsigliarmi da una cos rara, felice e mai vista imitazione: pazzo
    sono,  pazzo devo essere,  fin tanto che tu ritorni  con  la  risposta
    d'una lettera con cui voglio mandarti a Madonna Dulcinea,  e se questa
    risposta sar quale  dovuta alla mia fede,  subito cesseranno la  mia
    follia  e  la  mia  penitenza;  se sar il contrario,  diventer pazzo
    davvero,  e allora non sentir pi nulla;  di modo  che  in  qualunque
    maniera  essa mi risponda,  uscir dal tormento e dal travaglio in cui
    mi avrai lasciato;  e se  mi  porterai  buone  notizie,  me  le  godr
    rimanendo sano di mente,  se cattive, non potr soffrirne, perch sar
    impazzito.  Ma dimmi un po',  l'hai messo in un posto sicuro l'elmo di
    Mambrino?  Vidi  che  lo  raccattasti,  quando quello sciagurato volle
    metterlo in pezzi.  Ma non vi riusc,  e anche da questo si pu vedere
    la finezza della sua tempra.
    - Vivaddio! signor Cavaliere dalla Triste Figura - rispose Sancio - io
    non posso sopportare in santa pace di sentirle dire certe cose. Perch
    da  certi  discorsi  arrivo a capire che tutto quel che lei mi dice di
    cavalleria,  di conquistare regni e imperi,  di dare isole,  e di fare
    altri  favori e generosit secondo l'uso dei cavalieri erranti,  hanno
    da essere palloni pieni di vento e di bugie: pastrocchie o  pastocchie
    o come vogliamo chiamarle. Perch uno che sente dire che una catinella
    da barbiere  l'elmo di Mambrino, e vede che in quattro giorni lei non
    si ricrede da quest'errore,  che cosa deve pensare,  se non che chi lo
    dice e lo afferma deve avere il cervello  fuori  posto?  La  catinella
    l'ho nel sacco tutta ammaccata,  e me la porto dietro per raddrizzarla
    a casa mia e farmici la barba,  se Dio mi fa la grazia  che  io  possa
    tornare a rivedere mia moglie e i miei figlioli.
    -  Sancio  -  disse  Don Chisciotte - ti garantisco,  anch'io nel nome
    santo di Dio,  che tu sei lo scudiero pi corto di testa che esista  e
    sia mai esistito al mondo.  Come?! E' mai possibile che in tanto tempo
    che tu vieni con me, non ti sia ancora riuscito di vedere che tutte le
    cose dei cavalieri erranti sembrano chimere, sciocchezze, stravaganze,
    e che son tutte a rovescio delle altre?  E non  perch  la  cosa  stia
    realmente  cos  ma  perch  sempre  in  mezzo a noi s'agita una turba
    d'incantatori, che mutano e svisano tutte le nostre cose a piacer loro
    e secondo il loro desiderio di aiutarci o di rovinarci: quindi  questo
    che a te pare una catinella da barbiere, a me pare l'elmo di Mambrino,
    e a un altro parr forse un'altra cosa.  E fu molto previdente il mago
    che mi protegge,  facendo s che  paia  catinella  a  tutti,  ci  che
    realmente e veramente  l'elmo di Mambrino,  perch altrimenti dato il
    suo grande valore,  tutti m'inseguirebbero per togliermelo.  Ma quando
    vedono che non  altro che una catinella da barbiere, non si curano di
    impossessarsene,  come  si  vide  bene  nel  caso  di quello che volle
    romperlo e lo lasci  stare  in  terra  senza  portarlo  via:  che  se
    l'avesse  conosciuto,  credi pure che mai e poi mai l'avrebbe lasciato
    l. Serbalo,  amico;  per ora non ne ho bisogno;  perch anzi mi debbo
    spogliare di tutte queste armi e rimanere nudo come Cristo m'ha fatto,
    se mi vien voglia d'imitare piuttosto Orlando che Amadigi.
    Cos parlando arrivarono ai piedi di un'alta montagna, che, quasi come
    una  roccia tagliata a picco,  troneggiava sola fra molte altre che la
    circondavano: alle sue falde scorreva un  placido  ruscello,  e  tutto
    intorno si stendeva un prato cos verde e fresco, che era un piacere a
    guardarlo; mentre nei dintorni crescevano molti alberi e alcune piante
    e  fiori  che rendevano gradevole il luogo.  Il Cavaliere dalla Triste
    Figura scelse quel posto per fare la sua penitenza; perci, vedendolo,
    cominci a dire a voce alta, come se fosse fuori di s:
    - E' questo il luogo,  o cieli,  che destino ed eleggo per lacrimar la
    sventura  che  voi  stessi inviata mi avete:  questo il posto dove le
    lacrime dei miei occhi scenderanno ad accrescer  le  linfe  di  questo
    picciol  ruscello  e  i  miei  continui e profondi sospiri muoveran di
    continuo le foglie di questi montani alberi,  in  segno  e  testimonio
    della  pena  sofferta dal mio cuore calpesto.  E voi,  chiunque siate,
    agresti deit,  che in questo inospite luogo avete la  vostra  dimora,
    ascoltate  i gemiti di questo disgraziato amante che una lunga assenza
    e degli immaginari motivi di gelosia hanno  tratto  a  lamentarsi  fra
    questi  aspri  deserti  e a lagnarsi del duro contegno di quella bella
    ingrata che  il termine ultimo d'ogni umana belt.  O  voi,  Napee  e
    Driadi,  che avete per uso di abitare nella profondit delle montagne,
    cos possano i  leggeri  e  lascivi  satiri,  da  cui  siete,  sebbene
    indarno,  amate,  non turbare mai la vostra dolce calma, come vi prego
    di aiutare i miei lamenti per tanta  sventura,  o  di  non  rifiutarvi
    almanco  di  udirli.  O  Dulcinea del Toboso,  giorno della mia notte,
    gloria della mia  pena,  guida  del  mio  viaggio,  stella  della  mia
    ventura,  possa  il  cielo  concedertela  buona in tutto quello che ti
    piacer domandargli! Deh! degnati di considerare il luogo e lo stato a
    cui mi ha condotto la tua lontananza e di corrispondere con una felice
    conclusione ai riguardi dovuti alla mia fede.  O alberi solitari,  che
    da  oggi  in poi dovete far compagnia alla mia solitudine,  date segno
    col blando movimento delle vostre fronde che non vi  dispiace  la  mia
    presenza.  E  tu,  scudiero  mio,  gradito  compagno  nella prospera e
    nell'avversa fortuna,  fissati bene in mente quel che  mi  vedrai  far
    qui, onde tu possa narrarlo a colei che ne  unica e sola ragione.
    Cos  dicendo  smont  da  Ronzinante,  e  in  un momento gli tolse la
    briglia e la sella;  e datogli un piccolo colpo  sulle  anche  con  la
    palma della mano gli disse:
    -  Libert  ti  dona  colui  che senza libert rimane,  o destriero s
    eccellente per le tue opere,  quanto disavventurato per la tua  sorte:
    vai  dove  pi  ti talenta,  poich nella fronte rechi scritto che non
    t'eguagliarono in velocit n I'Ippogrifo di  Astolfo,  n  il  famoso
    Frontino, che cost a Bradamante cos caro.
    Sancio allora:
    - Benedetto colui - disse - che ci risparmi la fatica di levare ora i
    finimenti  al  ciuco;  se  no,  non  sarebbero  mancate  anche per lui
    carezzine da fargli e paroline dolci da dire in sua lode;  ma se fosse
    stato qui, non avrei consentito che nessuno glieli levasse, perch non
    era  il  caso,  e  per  lui le generalit di innamorato e di disperato
    sarebbero state false, dal momento che il suo padrone,  che coll'aiuto
    di  Dio  ero  io,  non  era  n innamorato n disperato.  Ora,  signor
    Cavaliere dalla Triste Figura,  se  proprio vero che lei vuol fare il
    pazzo e che io devo fare questo viaggio,  sar bene rimettere la sella
    a Ronzinante,  perch pigli il posto del ciuco,  e cos tra l'andata e
    il  ritorno si possa guadagnar tempo.  Badi,  se vado a piedi,  non so
    neanch'io quando arriver n quando torner,  perch non sono un  buon
    camminatore.
    -  Mi  pare che tu non abbia torto - rispose Don Chisciotte quindi fa'
    pure come vuoi. Tu partirai fra tre giorni,  perch voglio che intanto
    tu veda quel che faccio e dico per lei, e glielo racconti.
    - Che cosa devo vedere pi di quello che ho visto?
    -  Non  siamo  ancora  a  nulla - rispose Don Chisciotte - mi manca di
    stracciarmi gli abiti di dosso,  di gettar via di qua e di l i  pezzi
    della  mia  armatura,  e di dare delle gran testate in queste rupi,  e
    altre cose simili, che desteranno la tua meraviglia.
    - Per l'amor di Dio!  - esclam Sancio.  - Badi bene come le d queste
    zuccate,  perch potrebbe capitare in una roccia tanto dura,  che alla
    prima che ci batte, addio penitenza!  Per me,  se lei crede che queste
    zuccate  siano proprio necessarie,  e che non se ne possa fare a meno,
    io direi che, dal momento che  tutta una commedia,  si contentasse di
    darle  nell'acqua  o  in  qualche  altra cosa di morbido come potrebbe
    essere della stoppa,  e poi lasciasse fare a me.  Io  direi  alla  mia
    padrona che la le dava in una roccia pi dura del ferro, e...
    - Gradisco molto la tua buona intenzione,  mio caro Sancio rispose Don
    Chisciotte - ma sappi che tutte queste cose non le faccio per scherzo,
    ma  molto  sul  serio:  altrimenti  andrei  contro  le   leggi   della
    cavalleria,  che  ci  ingiungono  di non proferir mai menzogna alcuna,
    pena la destituzione. E il fare una cosa per un'altra,  lo stesso che
    mentire;  quindi le mie testate  bisogna  che  siano  vere,  valide  e
    autentiche,  senza alcuna sofisticazione.  Anzi sar necessario che tu
    mi lasci delle filacce per curarmi, poich purtroppo ci manca l'elixir
    che abbiamo perduto.
    - Fu molto peggio l'aver perso il ciuco - rispose  Sancio  perch  col
    ciuco  abbiamo  perso  le  filacce e tutto il resto.  E poi...  senta,
    veh!...  Mi faccia il piacere:  quel  maledetto  beverone  non  me  lo
    rammenti  pi;  perch soltanto a sentirlo rammentare,  mi si rovescia
    l'anima nonch lo stomaco. Di pi io direi che facesse conto che siano
    gi passati i tre giorni che ha fissato per farmi vedere le pazzie che
    vuol fare: io gliele do per viste e passate in giudicato,  e alla  mia
    padrona  ci  penso  io  a  raccontarle  grandi cose.  Scriva dunque la
    lettera,  e mi mandi via sbito,  perch non sto bene finch non  sono
    tornato a levarla di questo purgatorio.
    -  Purgatorio  tu  lo  chiami,  Sancio?!  Meglio  faresti  a chiamarlo
    inferno, e anche peggio, se peggio vi pu essere.
    - Per chi va all'inferno - replic Sancio - "nulla est terenzio"  (1),
    a quel che ho sentito dire.
    -  Non  capisco  quel  che  vuol  dire  questo  "terenzio" - disse Don
    Chisciotte.
    - "Terenzio" vuol dire che chi  all'inferno non ne  pu  pi  uscire.
    Mentre  per  lei  sar tutto il contrario,  a meno che non mi vadano a
    male i piedi in cui porto dei buoni speroni per sveltire Ronzinante. E
    quando io sia al Toboso e davanti alla mia  padrona  Dulcinea,  gliene
    dir  tante  e  poi  tante  sulle  stoltezze  e  sulle  mattane (che 
    tutt'una) che lei ha fatto e sta facendo,  che la far  diventare  pi
    morbida  d'un guanto,  anche se la trovo pi tigliosa d'un sughero.  E
    poi torner a volo per aria,  come una strega,  con una risposta tutta
    zucchero e miele,  e la lever da questo purgatorio, che pare inferno,
    ma che non  inferno,  perch c' speranza d'uscirne mentre quelli che
    stanno all'inferno, come ho detto, non hanno speranza. E non credo che
    lei possa dire altrimenti.
    -  S,  questo    vero  -  disse  Don Chisciotte;  - ma come faremo a
    scrivere la lettera?
    - O l'ordine di assegno dei ciuchi? - aggiunse Sancio.
    - Tutto vi sar compreso - disse Don Chisciotte - e sarebbe bene,  gi
    che non c' carta,  che la scrivessimo,  come facevano gli antichi, su
    foglie d'albero o su una tavoletta di cera, bench mi immagino che qui
    debbano esser difficili a trovarsi quanto la carta.  Ma,  ora  che  ci
    penso,  potremo  benissimo  scriverla  nel  libriccino  di  memorie di
    Cardenio,  e tu provvederai a farla ricopiare su un  foglio  in  bella
    calligrafia  nel  primo  paese che trovi,  in cui ci sia un maestro di
    scuola, o qualche sagrestano;  ma non la dare a copiare a uno scrivano
    pubblico,  perch  quella gente l fa certi scarabocchi di lettere che
    non li legge nemmeno il diavolo.
    - E per la firma come si fa?
    - Le lettere d'Amadigi non eran mai firmate - rispose Don Chisciotte.
    - Va bene - rispose Sancio - ma l'ordine di assegno bisogner pure che
    sia firmato; e se lo faccio trascrivere, diranno che la firma  falsa,
    e allora addio ciuchi!
    - L'assegno lo scriver sul libriccino e  lo  firmer;  e  mia  nipote
    vedendolo  non  far  difficolt  a  pagartelo;  quanto  alla  lettera
    d'amore,  per firma tu  ci  metterai:  "Vostro  fino  alla  morte:  il
    Cavaliere  dalla Triste Figura".  E che sia di un'altra mano vorr dir
    poco,  perch,  se ben mi ricordo,  Dulcinea  non  sa  n  leggere  n
    scrivere, e non ha mai visto in vita sua n una lettera n una sillaba
    di mano mia;  perch il nostro amore  stato sempre platonico, e non 
    andato oltre semplici sguardi, e anche quelli cos di rado, che potrei
    giurare con sicurezza che in dodici anni da che l'amo pi che la  luce
    di  quest'occhi  destinati  a  spegnersi sotterra,  non l'ho vista che
    poche volte,  e in queste poche volte potr anche darsi che non si sia
    mai  accorta  che  io  la  guardavo:  tanta  l'educazione riservata e
    rigida che le hanno dato suo  padre  Lorenzo  Corciuelo  e  sua  madre
    Aldonza Nogales.
    -  To'  to'  to'!  -  disse  Sancio.  - Senti,  senti chi  la signora
    Dulcinea del Toboso!  E' la figliola di Lorenzo Corciuelo!  Ma non  si
    chiama anche in un'altra maniera? Non si chiama anche Aldonza Lorenzo?
    -  Proprio  lei  -  disse  Don  Chisciotte  - lei che merita di essere
    signora di tutto l'universo.
    - Accidenti se la conosco!  - disse Sancio.  - Quella  l?!  Quella  
    buona  di  lanciar  la  sbarra meglio che il giovanotto pi robusto di
    tutto il paese! Mondo birbone, che ragazza in gamba!  Grande,  grossa,
    forzuta:  quella  tipo da far pelo e contropelo a qualunque cavaliere
    errante o fermo,  che la scelga per dama.  Figlia d'una  puttana!  che
    forza che ha!  e che vocione!  Un giorno si mise in vetta al campanile
    del villaggio a chiamare dei garzoni che lavoravano in una sodaglia di
    suo padre,  e sebbene fossero lontani pi di mezza lega,  la sentirono
    come se fossero stati a pi della torre.  E poi, quel che  bello, non
     per niente spocchiosa; anzi,  molto cortese,  scherza con tutti,  e
    celia su tutto. Ah! ora lo dico anch'io, signor Cavaliere dalla Triste
    Figura,  che non solamente pu e deve far delle pazzie per lei,  ma si
    pu far  pigliare  anche  dalla  disperazione  con  giusto  motivo,  e
    impiccarsi;  ch  chiunque  lo sapr,  dir che ha fatto pi che bene,
    anche se il diavolo se lo dovesse portar via !  E vorrei essere gi in
    viaggio  soltanto  per  rivederla!  E' un pezzo che non l'ho vista,  e
    dev'essere molto mutata, perch non c' nulla che sciupi il viso delle
    donne quanto l'andar sempre nel campo a tutte le  intemperie.  Io  poi
    (glielo  voglio  proprio dire) finora ho sempre creduto che la signora
    Dulcinea fosse una principessa di  cui  lei  si  fosse  innamorato,  o
    qualche  altra dama di qualit,  che meritasse quei bei regali che lei
    gli ha mandato, come, per esempio,  quello del Biscaglino,  quello dei
    galeotti,  e tutti quegli altri,  chi sa quanti!, delle molte vittorie
    che lei deve aver riportato prima che io fossi suo scudiero.  Ma tutto
    ben  considerato,  cosa  vuole  che  gl'importi  alla  signora Aldonza
    Lorenzo, cio volevo dire alla signora Dulcinea del Toboso, che quella
    gente che lei vince e poi gli manda,  vada a  inginocchiarsi  ai  suoi
    piedi?  Potrebbe  anche  darsi che,  quando arrivano,  la trovassero a
    pettinare la canapa o a trebbiare il grano sull'aia,  e che a  vederla
    fare  quella  faccenda,  loro  si  confondessero,  e lei si mettesse a
    ridere e mandasse il regalo a farsi friggere.
    - T'ho detto e ripetuto le mille volte,  anche prima d'ora replic Don
    Chisciotte - che sei un gran chiacchierone,  e che sebbene un po' duro
    di testa,  tu vuoi far lo spiritoso;  ma perch tu  vegga  quanto  sei
    sciocco  e  quanto  invece son savio io,  sta' un po' a sentire questo
    raccontino. Una vedova bella, giovane,  libera e ricca,  e soprattutto
    allegra,  si  innamor  di  un giovane novizio grande,  grosso e bello
    tondo.  Lo venne a sapere il padre guardiano,  e un giorno,  in via di
    fraterno  ammonimento,  disse  alla  donna:  Signora,  io  son  molto
    stupito,  e non senza causa,  che una donna di cos  alta  condizione,
    cos  bella e cos ricca come voi,  si sia innamorata di un uomo tanto
    basso,  spregevole e idiota come costui;  mentre  ci  sono  in  questo
    convento tanti maestri,  dottori,  teologi, fra cui la Signoria Vostra
    avrebbe potuto scegliere a volont e dire: "Questo mi piace  e  questo
    no"; ma lei gli rispose con molto spirito e con molta franchezza: La
    Signoria  Vostra  s'inganna  completamente e pensa molto all'antica se
    pensa che ho scelto  male  scegliendo  costui,  perch  le  sembra  un
    idiota;  perch per quello che deve fare,  ne sa pi d'Aristotele;  e
    quindi, caro Sancio, anche Dulcinea,  pel fatto ch'io l'amo,  vale per
    me come la pi eccelsa principessa della terra. Cos non tutti i poeti
    che  cantano  dame  sotto nomi che essi stessi di proprio arbitrio han
    loro imposti, si pu dire che le posseggano come amanti.  Credi tu che
    le Amarilli,  le Filli,  le Silvie le Diane,  le Galatee ed altre tali
    donne, di cui son pieni i libri, le canzoni,  le botteghe dei barbieri
    e  i teatri,  fossero delle vere creature in carne ed ossa,  amanti di
    coloro che le celebrano e le celebrarono?  Nient'affatto.  La  maggior
    parte  se  le  inventano per dar argomento ai loro versi,  e per esser
    creduti innamorati,  o almeno capaci di diventarlo.  Cos a  me  basta
    pensare e credere che la buona Aldonza Lorenzo  bella e onesta;  e la
    stirpe conta  poco,  perch  non  si  tratta  gi  di  dover  prendere
    informazioni  per  concederle  un  benefizio  di  quelli  riservati ai
    nobili: quanto a me fo conto che sia la pi  eccelsa  principessa  del
    mondo. Due cose sole pi delle altre muovono ad amare, e sono la molta
    bellezza  e la buona reputazione,  e queste due cose si trovano al pi
    alto grado in Dulcinea,  perch nella bellezza nessuna l'agguaglia,  e
    nella buona reputazione poche la raggiungono.  Insomma io immagino che
    tutto quello che dico,   proprio in quel modo che  dico,  n  pi  n
    meno, e la dipingo nella mia immaginazione come la desidero, tanto per
    la  bellezza  quanto  per  la  nobilt;  e non vi arriva Elena,  n la
    raggiunge Lucrezia,  n alcun'altra donna famosa dell'antichit greca,
    barbara  e latina;  e dica ciascuno quel che vuole,  ch se per questo
    sar criticato dagli ignoranti, non sar biasimato dalla gente colta.
    - Lei ha pienamente ragione - disse Sancio - e io sono  un  ciuco.  Ma
    non so perch questo nome di ciuco mi viene alla bocca,  poich non si
    deve rammentare la  corda  in  casa  dell'impiccato.  Qua  la  lettera
    dunque, e arrivederla, che me ne vado.
    Don  Chisciotte  prese  il  libriccino e fattosi un po' da parte,  con
    molta calma cominci a scrivere  la  lettera.  Quando  l'ebbe  finita,
    chiam Sancio e gli disse che voleva leggergliela,  perch l'imparasse
    a memoria,  dato il caso che potesse perderla per  la  strada,  poich
    c'era tutto da temere dalla sua cattiva stella.
    -  Lei faccia una cosa,  se vuol far bene - disse Sancio.  - Per esser
    pi sicuro la scriva due o tre volte nel libriccino,  e poi la  me  lo
    dia,  e  io  lo  custodir  bene;  ma se crede che la possa imparare a
    memoria,  si sbaglia di grosso.  Ho una memoria cos debole  che  alle
    volte  mi  dimentico  perfino  come mi chiamo.  Ci nonostante,  me la
    legga: star a sentirla  volentieri,  perch  mi  immagino  che  debba
    andare a meraviglia.
    - Ascolta dunque - replic Don Chisciotte. - Dice cos.

    LETTERA Dl DON CHISCIOTTE A DULCINEA DEL TOBOSO
    Nobilissima e pregiata signora,
    Il ferito dalle punte della lontananza e piagato dai dardi del cuore,
    o dolcissima Dulcinea del Toboso,  ti augura quella salute ch'egli pi
    non ha.  Se la tua beltade mi sdegna,  se i tuoi meriti  non  mi  sono
    favorevoli,  se  il tuo disprezzo alimenta la mia angoscia,  bench io
    sia capace di sofferenza,  mal potrei sostenermi in questa afflizione,
    che  oltre  ad  esser  forte sar anche molto prolungata.  Il mio buon
    scudiero Sancio ti dar piena relazione,  o  bella  ingrata,  o  amata
    nemica  mia,  dello  stato in cui per causa tua ridotto mi vedo: se ti
    piacesse di soccorrermi, son tuo;  altrimenti fa' come pi ti aggrada,
    perocch  mettendo  fine  ai  miei  giorni  avr  satisfatto  alla tua
    crudeltade e ai desidri miei. Tuo fino alla morte
    IL CAVALIERE DALLA TRISTE FIGURA.

    - Per l'anima di mio padre!  -  esclam  Sancio  quand'ebbe  udita  la
    lettera. - Ma questa  la cosa pi magnifica che io abbia mai sentito!
    Mondo birbone! Come glielo dice bene qui tutto quello che vuol dire! E
    come ci sta bene la firma: Il Cavaliere dalla Triste Figura!  Ma lei 
    il diavolo in persona: sa fare ogni cosa!
    - E' necessario saper far tutto nella professione che esercito.
    - Ecco,  ora - disse Sancio - mi scriva qui dietro l'assegno  dei  tre
    ciuchi,   e  guardi  che  la  firma  sia  chiara,  perch  la  possano
    riconoscere subito.
    - Volentieri - disse Don Chisciotte, e dopo averlo scritto,  lo lesse.
    Diceva cos:

    Signora nipote,
    A  vista,  per  questo  assegno  d'asini,  consegnate  a Sancio,  mio
    scudiero, la somma di tre dei cinque asini da me lasciati in casa alle
    cure della Signoria Vostra;  i quali tre asini ordino  che  gli  siano
    consegnati per altrettanti che egli qui mi consegna in contanti, salvo
    il buon esito e la quietanza della presente.
    Fatto  nell'interno  della  Sierra Morena,  il 27 agosto del corrente
    anno.

    - Benone! - disse Sancio. - Ora mi faccia il piacere di firmarlo.
    - Non  necessario: basta che ci metta la mia sigla:  lo  stesso  che
    la firma, e varr per tre asini come per trecento.
    -  Io mi fido di lei.  Ora mi lasci andare a sellare Ronzinante,  e si
    prepari a darmi la sua benedizione,  perch ho idea di partire subito,
    senza veder le pazzie che lei vuol fare.  Dir che gliene ho viste far
    tante, che pi non si potrebbe.
    - Sancio, io voglio almeno, perch  assolutamente necessario,  che tu
    mi vegga tutto nudo fare una o due dozzine di pazzie. Sta' tranquillo:
    le far in meno di mezz'ora.  Cos,  avendole viste coi tuoi occhi, tu
    potrai in coscienza  garantire  con  giuramento  delle  altre  che  ti
    piacer  d'aggiungere;  e  ti  assicuro  che  tu non arriverai a dirne
    tante, quante ne voglio fare.
    - Per l'amor di Dio, signor padrone, non si faccia vedere nudo dinanzi
    a me,  perch mi farebbe troppa compassione,  e non potrei fare a meno
    di piangere;  e mi duole tanto la testa per tutto il piangere che feci
    ieri sera per il ciuco, che non ho affatto voglia di ricominciare.  Se
    vuole proprio che io veda qualche pazzia,  la faccia vestito,  corte e
    di quelle che le vengono pi alla mano.  Tanto pi che per me  non  ce
    n'era  proprio bisogno,  e,  come le ho gi detto,  andandomene subito
    abbrevierei il viaggio  e  tornerei  prima  con  le  notizie  che  lei
    desidera e merita.  E stia attenta la signora Dulcinea,  perch se non
    risponde come si deve, quant' vero Quello che sta lass,  gli levo la
    risposta  dallo  stomaco  a forza di calci e di ceffoni.  Come si fa a
    tollerare che un cavaliere errante,  cos  famoso  come  lei,  diventi
    pazzo senza un motivo e per una...?  Non mi faccia parlare la signora,
    perch se comincio a vuotare il sacco svendo tutto per dodici anche se
    nessuno lo compri.  Eh!  son proprio io quello  da  avere  peli  sulla
    lingua!  La signora Dulcinea non mi conosce,  perch se mi conoscesse,
    righerebbe diritto, righerebbe!
    - Sancio - disse Don Chisciotte - mi pare che tu sia pi pazzo di me.
    - No,  pi pazzo non sono,  son pi bizzoso.  Ma,  lasciando questo da
    parte,  che  cosa  manger lei nel tempo che io sar in viaggio?  Vuol
    forse andare per le strade come Cardenio a pigliarlo ai pastori?
    - Non ti dar pensiero per questo: anche se  ne  avessi,  non  mangerei
    altro  che  l'erbe  e  i  frutti  che mi daranno questo prato e questi
    alberi;  perch l'eccellenza del mio sacrificio consiste  appunto  nel
    non mangiare e nel fare altre aspre penitenze.
    - A proposito - disse allora Sancio - sa di che cosa ho paura?  Di non
    riuscire a tornare in  questo  luogo  dove  ora  la  lascio,  tanto  
    internato e nascosto.
    -  Osserva bene ogni sua particolarit;  quanto a me,  cercher di non
    allontanarmi da questi paraggi - disse Don  Chisciotte  -  e  prender
    anche  la  precauzione  ogni  tanto di salire su queste alte rocce per
    vedere se ti scorgo quando ritorni,  ma sar  meglio,  perch  tu  non
    abbia  a  sbagliare  e perderti,  che tu tagli dei ramettoli da queste
    ginestre,  che qui ce n' tante,  e li disponga a una  certa  distanza
    l'uno  dall'altro  fino  a  che  tu  non sia fuor del bosco: quando tu
    ritorni,  ti serviranno da segnali per  trovarmi,  come  il  filo  del
    labirinto di Teseo.
    -  S,  far  cos  - rispose Sancio,  e tagliatine alcuni,  chiese la
    benedizione al suo padrone,  e con molte lacrime di  tutti  e  due  si
    conged da lui;  e salito su Ronzinante,  che Don Chisciotte molto gli
    raccomand, pregandolo di avergli riguardo come a lui stesso,  si mise
    in  cammino  verso  la  pianura,  spargendo  a  conveniente distanza i
    rametti di ginestra, come gli aveva consigliato il padrone.  E cos se
    ne  and  mentre ancora Don Chisciotte gli gridava dietro che stesse a
    vedergli fare almeno un paio di pazzie.
    Ma non ebbe fatto cento passi, che ritorn indietro, e disse:
    - Ci ho ripensato: lei ha molta ragione.  Perch io possa  giurare  in
    coscienza  che  le  ho visto fare delle pazzie,  sar bene che ne veda
    almeno una;  sebbene gliene ho gi vista fare una grandissima,  che  
    quella di voler rimanere qui.
    -  Non  te  lo dicevo?  - esclam Don Chisciotte.  - Aspetta che te la
    faccio in un "fiat".
    E levatisi in quattro e quattro otto i calzoni,  rimase in camicia,  e
    subito,  senza  tanti  discorsi  fece  un  bel  paio  di  capriole,  e
    sgambettando per aria con la testa in basso,  mise allo scoperto cose,
    che,  per  non vederle un'altra volta,  Sancio volt Ronzinante,  e si
    ritenne soddisfatto e contento di poter giurare senza scrupoli che  il
    suo padrone era matto.  Lasciamolo dunque andar per la sua strada fino
    al ritorno, che non si fece aspettare molto.

    NOTA 1: Altra storpiatura di Sancio;   il  detto  vero    "nulla  est
    redemptio" (Non c' redenzione).

    CAPITOLO 26.
    Dove  si  continua  a  raccontare  le  gentili  imprese che in qualit
    d'innamorato fece Don Chisciotte nella Sierra Morena.

    Tornando a raccontare quel che fece il Cavaliere dalla  Triste  Figura
    quando  rimase  solo,  dice  il  libro  che appena ebbe finito di fare
    quelle capriole,  vestito dalla parte di sopra e nudo dalla  parte  di
    sotto,  mentre Sancio intanto se ne era andato non volendo pi stare a
    vedere altre stranezze, sal sulla vetta di un'alta rupe, e l si mise
    a  pensare  ci  che  aveva  pensato  molte  altre  volte  senza   mai
    raggiungere  una  decisione.  E  cio  che  cosa  fosse  meglio  e gli
    convenisse di pi,  se imitare Orlando nelle sue follie disastrose,  o
    Amadigi in quelle melanconiche, e parlando fra s, diceva:
    -  Qual  meraviglia  se Orlando fu cos buon cavaliere e cos valoroso
    come tutti dicono? Perch, in fine,  egli era incantato,  e nessuno lo
    poteva  uccidere,  se  non  ficcandogli  uno spillone nella pianta del
    piede, ma egli portava sempre degli scarponi con sette suole di ferro.
    E nonostante non gli valsero astuzie con Bernardo del Carpio,  che  se
    ne accorse e lo soffoc tra le braccia a Roncisvalle.  Ma lasciando da
    parte il suo valore,  veniamo a parlare di quando perse il senno,  che
    certamente lo perse a causa di quel che trov scritto presso la fonte,
    e  per  le  notizie che gli dette il pastore;  cio che Angelica aveva
    dormito pi d'un paio di volte accanto a Medoro, un morettino ricciuto
    e paggio di Agramante. E certo, se egli cap che questa era la verit,
    e che la sua dama gli aveva fatto questo affronto,  era  naturale  che
    diventasse pazzo;  ma io, come posso somigliargli nella pazzia, se non
    gli somiglio nei motivi da cui dipese?  Perch io giurerei che la  mia
    Dulcinea  non  ha  mai  visto  un  moro  come Dio l'ha fatto e neanche
    vestito,  e che  ancora come la mamma che  la  partor.  E  le  farei
    evidentemente un gran torto se, pensando di lei altrimenti, diventassi
    pazzo del genere di pazzia d'Orlando furioso.  D'altra parte veggo che
    Amadigi di Gaula,  senza perdere il giudizio e senza  far  pazzie,  si
    acquist  tanta  fama  di innamorato quanta nessun altro;  e tuttavia,
    secondo la sua storia,  non fece nulla di pi che questo:  disprezzato
    da donna Oriana, che gli aveva ingiunto di non presentarsi pi dinanzi
    a lei finch cos le piacesse,  si ritir sulla Peapobre in compagnia
    d'un eremita, e l si strusse in lacrime,  finch il cielo lo soccorse
    fra l'eccesso della sua afflizione e delle sue angosce.  E se questa 
    la  verit,  com'  certamente,   perch  dovrei  io  ora  mettermi  a
    spogliarmi  da  capo  a'  piedi  e a offrire un miserando spettacolo a
    questi alberi,  che non m'hanno fatto nulla di male?  E non ho nessuna
    ragione  per  intorbare  l'acqua  limpida di questi ruscelli,  i quali
    devon darmi da bere quando n'avr bisogno.  Viva dunque la memoria  di
    Amadigi,  e  sia  imitato da Don Chisciotte della Mancia in tutto quel
    che potr!  Di lui si dir quel che si disse dell'altro;  che  se  non
    comp grandi cose,  mor per compierle;  e se io non sono n scacciato
    n disprezzato dalla mia  Dulcinea,  mi  basta,  come  ho  gi  detto,
    l'esser lontano da lei per procurarmi un motivo di disperazione. Ors,
    dunque: all'opera!  Tornatemi a mente,  gesta d'Amadigi, e insegnatemi
    da dove devo cominciare a imitarvi,  ma so di gi che  egli  non  fece
    altro che pregare e raccomandarsi a Dio. Per come fare senza corona?
    A  un  tratto  gli venne in mente il modo di rimediarvi: dalla camicia
    tutta sbrendoli ne strapp un pezzo, vi fece undici nodi (l'ultimo pi
    grosso degli altri) e con questa corona, per tutto il tempo che stette
    l,  recit pi d'un milione di  avemarie.  Nondimeno  gli  dispiaceva
    molto che non ci fosse un eremita che lo confessasse e lo confortasse.
    E  passava  il  tempo  andando  su  e gi pel praticello,  scrivendo e
    incidendo sulle cortecce degli alberi  e  sulla  sabbia  minuta  molti
    versi,  tutti  conformi  al suo stato di tristezza e alcuni in lode di
    Dulcinea;  ma soltanto i seguenti erano interi e si  poterono  leggere
    bene quando li trovarono:

    Alberi,  piante,  ed  erbe che crescete s alte,  verdi e numerose in
    questi luoghi,  se non vi rallegrate dei miei mali,  ascoltate i  miei
    solenni lamenti.
    Il mio dolore non vi turbi,  per quanto terribile; poich per pagarvi
    lo scotto, qui Don Chisciotte pianse la lontananza di Dulcinea
    del Toboso.
    Questo  il luogo dove il pi leale degli amanti si nasconde  lontano
    dalla  sua  dama,  ed  giunto a tanta sventura senza saper n come n
    perch.  Un amore infelice lo tortura e lo schernisce;  e per ci  qui
    Don  Chisciotte sparse le sue lacrime fino ad empirne un barile per la
    lontananza di Dulcinea
    del Toboso.
    Mentre egli cercava avventure fra  le  aspre  rocce,  maledicendo  un
    cuore ancora pi aspro,  poich fra balze e dirupi il misero non trova
    che sventure,  Amore lo  sferz,  e  con  una  frusta  tutt'altro  che
    leggera, sulla collottola, per cui Don Chisciotte pianse la lontananza
    di Dulcinea
    del Toboso.

    L'aggiunta  di  "del  Toboso"  al  nome  di Dulcinea fece far le matte
    risate a quelli che trovarono questi versi; perch capirono subito che
    Don Chisciotte aveva creduto che,  se nel  nominare  Dulcinea  non  ci
    aggiungeva anche del Toboso, la strofa non si sarebbe potuta intendere
    bene,  ed era proprio cos,  come lui stesso poi confess.  Ne scrisse
    molti altri, ma come si  detto, non si poterono decifrare interamente
    che questi.  Passava dunque il suo tempo  facendo  versi,  sospirando,
    invocando i Fauni,  i Silvani di quei boschi, e le Ninfe dei ruscelli,
    e la dolente e umida Eco,  perch l'ascoltassero,  gli rispondessero e
    lo  consolassero,  oppure  cercava  delle  erbe con cui sostentarsi in
    attesa che Sancio tornasse.  Se ci avesse messo tre settimane,  invece
    di  tre giorni come ci mise,  il Cavaliere dalla Triste Figura sarebbe
    rimasto cos sfigurato,  che nemmeno la mamma l'avrebbe  riconosciuto.
    Lasciamolo  dunque  in  mezzo  ai  suoi  sospiri  e  al suoi versi,  e
    raccontiamo  che  cosa  successe  a  Sancio  Panza  durante   la   sua
    ambasceria.
    Quando  fu  sulla  strada  maestra,  si diresse verso il Toboso,  e il
    giorno dopo arriv all'osteria dove gli era  successo  l'affare  della
    coperta.  A  quella  vista  gli parve di essere ancora sbalzato a quel
    modo per aria, e non volle entrarvi quantunque fosse l'ora di desinare
    e sentisse voglia di mangiar qualche cosa di caldo,  dopo tanti giorni
    di roba fredda. L'appetito lo fece avvicinare all'osteria, e mentre se
    ne  stava  molto  incerto  se  sarebbe  entrato o no,  ne uscirono due
    persone, che subito lo riconobbero, e uno disse all'altro:
    - Mi dica un po', signor curato, ma quell'uomo a cavallo, non  Sancio
    Panza?  Quello che la governante del nostro avventuriero ci disse  che
    era partito insieme col suo padrone come scudiero?
    -  S,   lui - disse il curato - e quello  il cavallo del nostro Don
    Chisciotte.
    Non avevano durato fatica a riconoscerlo,  perch erano il curato e il
    barbiere del suo villaggio;  quelli stessi che avevano fatto l'esame e
    il rogo dei libri.  I quali,  quando ebbero cos riconosciuto Sancio e
    Ronzinante,  desiderosi  di  aver  notizie  di Don Chisciotte,  gli si
    accostarono, e il curato lo chiam per nome dicendogli
    - Amico Panza, dove  rimasto il vostro padrone ?
    Sancio lo riconobbe sbito,  ma decise di nascondere il luogo  in  cui
    era  il padrone e quel che ci stava a fare;  perci rispose che era in
    un certo posto e occupato in una certa faccenda di grande  importanza,
    ma che egli, a costo della vista degli occhi, non lo poteva rivelare.
    -  No,  no,  caro  Sancio - gli disse il barbiere - se voi non ci dite
    dov' rimasto,  ci farete  pensare,  come  infatti  pensiamo,  che  lo
    abbiate ucciso e derubato,  dal momento che viaggiate sul suo cavallo.
    Quindi,  se avete il cavallo,  ci dovete render conto  anche  del  suo
    padrone: su questo non si scherza.
    - Oh, con me non c' bisogno di minacce: io non sono n un ladro n un
    assassino. Chi deve morire, muoia secondo il suo destino, o come vuole
    Iddio  che  l'ha  creato.  Il  mio padrone  rimasto a far penitenza a
    tutto suo comodo in mezzo a questa montagna -  e  subito  di  corsa  e
    senza riprender fiato spiffer in che modo c'era rimasto, le avventure
    che  avevano  avuto  e  la  lettera che portava a madonna Dulcinea del
    Toboso, figlia di Lorenzo Corciuelo,  di cui il padrone era innamorato
    cotto.
    Essi  rimasero  molto  meravigliati  di quel che Sancio raccontava,  e
    sebbene gi sapessero della pazzia di Don Chisciotte e di  che  specie
    fosse,  tutte  le  volte che ne risentivano parlare,  cresceva la loro
    meraviglia.  Chiesero a Sancio che facesse loro vedere la lettera  che
    portava  alla  signora  Dulcinea  del  Toboso,  ed  egli disse che era
    scritta in un libriccino di  memorie,  e  che  il  padrone  gli  aveva
    ordinato  di  farla  ricopiare  nel primo paese in cui arrivava;  e il
    curato gli rispose che gliela facesse vedere e che avrebbe pensato lui
    a ricopiarla in buona calligrafia.  Sancio si mise la mano in seno per
    cercare il libriccino,  ma non lo trov,  n lo avrebbe potuto trovare
    anche se avesse seguitato a cercarlo in eterno, perch il libretto era
    rimasto a Don Chisciotte,  che non  gliel'aveva  dato,  n  lui  s'era
    ricordato  di  chiederglielo.  Quando  Sancio  s'accorse  che  non gli
    riusciva di trovarlo,  divent verde come un cadavere: e  si  frug  e
    rifrug  dappertutto  con grande ansiet,  e visto che non lo trovava,
    senza tanti discorsi si prese la barba a due  mani  e  se  ne  strapp
    mezza,  poi  senza  neanche ripigliar fiato,  si tir mezza dozzina di
    pugni nel viso e nel naso,  che gli si emp di sangue.  A quella vista
    il  curato  e il barbiere gli domandarono ci che gli era successo per
    malmenarsi in quel modo.
    - Quel che m' successo?!  - disse Sancio.  - M' successo che in  men
    che non si dice amen ho perduto tre ciuchi grossi come castelli.
    - Come sarebbe a dire? - domand il barbiere
    -  Ho  perso  il  libriccino  di  memorie  dove  c'era  la lettera per
    Dulcinea, e un assegno firmato dal mio padrone,  con cui ordinava alla
    sua nipote di darmi tre ciuchi dei quattro o cinque che sono nella sua
    stalla  - e seguitando raccont loro come aveva perduto il suo somaro.
    Il curato lo consol,  e gli disse che il padrone gli avrebbe  rifatto
    certamente l'assegno, e che anzi se lo facesse rifare in carta secondo
    l'uso  regolare,  perch  quelli  fatti sui libretti di memorie non si
    accettavano n si pagavano.  Sancio allora si  consol,  e  disse  che
    stando cos le cose, la perdita della lettera di Dulcinea non gli dava
    pensiero,  perch  la  sapeva  quasi  a  memoria,  e  quindi si poteva
    riscriverla dove e quando volessero.
    - Ditecela dunque - disse il barbiere - e poi la riscriveremo.
    Allora Sancio si mise a grattarsi la testa per farsi tornare  a  mente
    la  lettera,  e  appoggiandosi  col corpo ora tutto su una gamba,  ora
    sull'altra,  una volta guardava il suolo,  un'altra il  cielo  e  dopo
    essersi  rosicata  quasi  un'unghia,  mentre  gli  altri  aspettavano,
    esclam dopo una gran pausa:
    - Per Dio! signor curato, che il diavolo mi porti se me ne ricordo pi
    nemmeno una riga!  Mi  ricordo  solamente  che  in  principio  diceva:
    "Nobilissima e pigiata signora".
    -  No,  non  dir  cos  -  osserv il barbiere - dir forse pregiata
    signora.
    - S,  s,  proprio cos.  E poi,  se ben mi ricordo,  seguitava:  "il
    piagato  e  insonne  e  il  ferito bacia alla Signoria Vostra le mani,
    ingrata e sconoscente belt";  e non so quel che diceva di salute e di
    malattia  che  le  mandava,  e  poi  andava avanti cos finch finiva:
    "Vostro fino alla morte, il Cavaliere dalla Triste Figura".
    I due si divertirono non poco a sentire la buona  memoria  di  Sancio,
    gliene  fecero  grandi  elogi e lo pregarono di ripetere la lettera un
    altro paio di volte,  per  poterla  imparare  a  mente  anche  loro  e
    metterla poi in scritto alla prima occasione.  Sancio la ridisse altre
    tre volte e  tre  volte  ripet  altre  tremila  sciocchezze;  e  dopo
    raccont tutte le avventure del padrone,  ma non fece parola del ballo
    sulla coperta che gli era toccato ballare in quell'osteria, in cui non
    voleva entrare: disse soltanto che il suo padrone,  quando gli  avesse
    portato  il  messaggio  favorevole  che  aspettava da parte di Madonna
    Dulcinea,  si sarebbe  messo  in  cammino  per  cercare  di  diventare
    imperatore  o  per lo meno re come avevano fissato tra loro due;  cosa
    molto facile,  dato il valore della sua persona e  la  forza  del  suo
    braccio.  Quando poi fosse salito al trono gli avrebbe data in moglie,
    perch lui  allora  sarebbe  stato  certamente  vedovo,  una  donzella
    dell'imperatrice,  erede  di  un  ricco e grande regno in terra ferma,
    senza tante isole n isoli, de' quali non ne voleva pi sapere.
    Sancio diceva tutto questo con tanta calma,  soffiandosi di quando  in
    quando il naso,  e con tanto poco buon senso,  che i due caddero dalle
    nuvole,  considerando quanto grande dovesse essere la  pazzia  di  Don
    Chisciotte,  se  aveva  potuto  tirarsi  dietro il senno di quel pover
    uomo.  Non vollero durar fatica a toglierlo dall'errore in cui era,  e
    dal  momento  che  pericoli  per  la  sua  coscienza  non  ce n'erano,
    credettero meglio lasciarlo in quell'illusione e divertirsi a  sentire
    le  sue  balordaggini;  e quindi gli dissero che pregasse Iddio per la
    salvezza del suo padrone,  che era cosa possibile e fattibile in corso
    di  tempo  diventare  imperatore,  come  egli  diceva,  o  per lo meno
    arcivescovo o qualche altra cosa simile.
    - Signori - rispose Sancio - se il destino facesse che al mio  padrone
    venisse  la  voglia  di diventare non pi imperatore,  ma arcivescovo,
    vorrei sapere che cosa son soliti regalare gli arcivescovi erranti  ai
    loro scudieri.
    -  Di  solito  - rispose il curato - danno qualche benefizio semplice,
    oppure un  beneficio  dove  ci  sia  cura  d'anime,  o  anche  qualche
    sagrestia con una buona rendita fissa e con gli incerti che sono quasi
    altrettanto.
    - Allora sar necessario che lo scudiero non abbia moglie e che per lo
    meno sappia servir la messa;  e se le cose stanno cos,  io son bell'e
    fregato;  perch ho moglie e figli e  non  conosco  neanche  la  prima
    lettera dell'alfabeto.  Che sar di me, se al mio padrone gli viene il
    ghiribizzo di essere arcivescovo e non  imperatore,  come    uso  dei
    cavalieri erranti?
    -  Non  vi  date  pena  per  questo,  caro  Sancio - disse il barbiere
    penseremo noi a  pregare  il  vostro  padrone  e  a  consigliarlo  (se
    occorre,  gliene  faremo  anche  un  caso  di  coscienza) di diventare
    imperatore e non arcivescovo: gli rester  pi  facile,  perch    un
    guerriero pi che un uomo di studi.
    -  Mi  pareva  anche a me - disse Sancio - quantunque vi so dire che 
    bravo per fare ogni cosa. Per conto mio prego il Signore che lo faccia
    arrivare  dove  possa  far  meglio  il  suo  interesse  lui  e  meglio
    ricompensare me.
    -  Voi parlate saggiamente - disse il curato - e agirete certo da buon
    cristiano;  ma in questo momento l'essenziale  di trovare il modo  di
    sottrarre il vostro padrone a quella inutile penitenza che, a quel che
    ci  dite,  sta  facendo.  Ma  ormai    ora  di  desinare: entriamo in
    quest'osteria: ci penseremo mentre si mangia un boccone...
    - Entrino,  entrino - disse Sancio - entrino pure loro.  Io,   meglio
    che  aspetti  fuori.  Glielo  dir dopo il perch non entro,  e non mi
    sento d'entrare.  Piuttosto mi facciano il  piacere  di  portarmi  qui
    qualcosina di caldo e un po' di biada per Ronzinante.
    Essi  entrarono,  lasciandolo  l  fuori,  e dopo poco il barbiere gli
    port da mangiare.
    Fra loro poi si misero a discutere il modo per raggiungere  l'intento,
    e  al  curato  venne  un'idea  molto  intonata  col  carattere  di Don
    Chisciotte e adatta al loro scopo. E l'idea fu di travestirsi,  lui da
    donzella errante e il barbiere da scudiero,  poi di andare dov'era Don
    Chisciotte fingendo d'essere una donzella afflitta  e  necessitosa  di
    soccorso, e di implorare da lui una grazia che egli non avrebbe potuto
    fare a meno di concederle in qualit di valoroso cavaliere errante.  E
    chiesto poi gli avrebbe di recarsi con lei,  dove essa lo conducesse a
    vendicare  un torto fattole da un malvagio cavaliere,  e in pari tempo
    lo avrebbe supplicato di non ingiungerle di togliersi il velo e di non
    domandarle notizia alcuna dei suoi fatti, fintantoch di quel malvagio
    cavaliero non le avesse resa giustizia.
    - Io non dubito un momento - concluse il curato - che  chiedendoglielo
    in  questa  forma,  Don Chisciotte far tutto quello che si vorr e in
    questo modo lo leveremo di l e lo riporteremo al suo paese,  dove  si
    vedr se si trova un rimedio a quella sua strana pazzia.

    CAPITOLO 27.
    Come  il  curato  e  il barbiere riuscirono nel loro disegno,  e altri
    fatti degni di essere raccontati in questa grande storia.

    Al barbiere non parve cattiva la trovata del curato,  anzi gli piacque
    tanto,  che  subito  la mandarono a effetto.  Chiesero all'ostessa una
    gonnella e una cuffia,  e in pegno le lasciarono una zimarra nuova del
    curato.  Il  barbiere  si  fece  una  gran barba con una coda rossa di
    vacca, che serviva all'oste per tenerci infilato il pettine. L'ostessa
    gli domand che ne volessero fare di  quella  roba,  e  il  curato  le
    raccont  in  poche  parole la pazzia di Don Chisciotte,  e come fosse
    necessario quel travestimento, per toglierlo dalla montagna,  dove era
    rimasto  esposto  a  tutte le intemperie.  L'oste e l'ostessa capirono
    subito che quel pazzo era il loro  avventore  quello  dell'elixir,  il
    padrone  dello  scudiero sballottato nella coperta,  e raccontarono al
    curato tutto quello che era successo,  senza tacere  quel  che  Sancio
    invece taceva cos bene.  Insomma l'ostessa vest il curato proprio in
    modo da vedersi.  Gli mise una sottana di panno a strisce  di  velluto
    nero  larghe  un palmo,  tutte frastagliate,  e un giubbino di velluto
    verde guarnito d'una bordura di raso bianco,  che dovevano essere  del
    tempo  del  re  Wamba (1).  Il curato non volle lasciarsi accomodare i
    capelli: si mise in capo un berrettino di tela imbottita,  che portava
    a letto la notte,  si cinse la fronte con una striscia di seta nera, e
    con un'altra si fece una specie di velo, con cui si nascose molto bene
    la barba e il viso: poi si  copr  col  suo  cappello  che  era  tanto
    grande,  che gli poteva far da parasole, si butt addosso il mantello,
    e si sedette sulla mula al modo delle donne.  Il barbiere mont  sulla
    sua  con  quella  barba  che gli arrivava alla cintura,  mezza rossa e
    mezza bianca, perch,  come s' gi detto,  era fatta con la coda d'un
    bue  toppato.  Si  accomiatarono  dunque  da tutti,  anche dalla buona
    Maritornes,  la quale promise di dire un rosario,  sebbene peccatrice,
    perch  Dio  desse  loro  fortuna  in  un'opera  cos difficile e cos
    cristiana,  come quella a cui  si  accingevano.  Erano  appena  usciti
    dall'osteria,  quando  al curato venne lo scrupolo d'aver fatto male a
    travestirsi in quel modo,  perch gli  parve  cosa  indecente  per  un
    prete,  sebbene fatta a fin di bene.  Lo disse al barbiere, e lo preg
    di barattare vestitura,  perch  era  pi  giusto  che  fosse  lui  la
    donzella bisognosa d'aiuto,  mentre egli avrebbe fatto da scudiero,  e
    cos avrebbe compromesso di meno la sua dignit.  Se  poi  non  voleva
    accettare  il  cambio,  era deciso a non proseguire a costo di lasciar
    andar Don Chisciotte a tutti i diavoli.
    Nel frattempo arriv Sancio,  e a vederli conciati in quel  modo,  non
    pot  trattenere le risa.  Il barbiere intanto consent a tutto quello
    che volle il curato; il quale,  mutata parte,  gli insegn il modo con
    cui comportarsi e le parole da dire a Don Chisciotte,  per persuaderlo
    e costringerlo ad andare con lui e  a  lasciare  il  luogo  che  aveva
    scelto  per  la  sua inutile penitenza.  Il barbiere rispose che anche
    senza che gli facesse lezione, avrebbe saputo come contenersi,  ma non
    volle per il momento vestirsi,  aspettando di arrivare vicino al luogo
    dov'era Don Chisciotte.  Perci mise da  parte  gli  abiti  da  donna,
    mentre  il  curato  s'accomod  la  barba finta,  e poi seguitarono la
    strada dietro a Sancio;  il quale raccont quanto era successo a lui e
    al  suo  padrone  col pazzo che avevano trovato sulla montagna,  ma si
    guard bene dal far cenno della valigia e del  suo  contenuto,  perch
    l'amico, sebbene un po' tonto, non mancava di furberia. Il giorno dopo
    arrivarono  al  punto dove Sancio aveva seminati per segnali i rametti
    di ginestra per ritrovare il luogo dove aveva lasciato  il  padrone  e
    appena li rivide,  disse che s'entrava di l, e che era il momento che
    si vestissero, se ci doveva proprio tornar utile al suo padrone. Essi
    infatti  gli  avevano  detto  che  quella  loro  gita  e   quel   loro
    travestimento  erano  della  pi  grande  importanza per strappare Don
    Chisciotte alla trista vita che s'era scelta,  e che  per  carit  non
    dicesse nulla al padrone,  n chi erano,  n che li conosceva.  Se poi
    gli avesse chiesto,  com'era certo,  se aveva consegnato la lettera  a
    Dulcinea rispondesse di s,  e dicesse che, non sapendo scrivere, essa
    aveva risposto a voce,  dicendo che ordinava a Don  Chisciotte,  sotto
    pena  d'incorrere  nella  sua  disgrazia,  di  andare  immantinente  a
    presentarsi al suo cospetto per un affare della pi grande importanza.
    Avevano poi aggiunto che con questo mezzo e con ci che gli  avrebbero
    detto  loro,  erano  sicuri  di  ridurlo  a  pi  savi consigli,  e di
    persuaderlo a mettersi  subito  in  cammino  per  andare  a  diventare
    imperatore  o  re,  perch quanto a diventare arcivescovo,  stesse pur
    tranquillo, ch questo pericolo non c'era.
    Sancio stette a sentire tutto quel discorso e  se  lo  ficc  bene  in
    mente;   poi   li  ringrazi  molto  dell'intenzione  che  avevano  di
    consigliare il suo padrone  a  farsi  imperatore  e  non  arcivescovo,
    perch  egli,  personalmente,  riteneva  che  per  compensare  i  loro
    scudieri fossero da preferire gli imperatori agli arcivescovi erranti.
    Aggiunse poi che sarebbe stato bene che  fosse  andato  avanti  lui  a
    cercarlo  e a portargli la risposta della sua dama,  che forse sarebbe
    bastata a toglierlo da quel luogo senza  che  loro  si  dessero  altro
    incomodo.  Persuasi che Sancio diceva bene,  decisero d'aspettarlo l,
    finch tornasse con la notizia d'aver  ritrovato  il  padrone.  Sancio
    s'intern  in quelle gole della montagna,  lasciandoli in una valletta
    dove scorreva un piccolo e limpido rio, a cui facevano ombra gradita e
    fresca le alte rocce e gli  alberi  sparsi  qua  e  l.  Era  il  mese
    d'agosto  verso le tre del pomeriggio,  e in quei posti il caldo si fa
    molto sentire, perci il luogo riusciva ancor pi gradito,  e invitava
    i  due  viaggiatori  ad  aspettar l il ritorno di Sancio come infatti
    fecero.  Mentre erano fermi all'ombra arriv ai loro orecchi il  canto
    d'una voce dolce e ben modulata senza accompagnamento di sorta, che li
    meravigli molto,  poich quelli non parevano luoghi da trovarvi gente
    che cantasse cos bene.  Infatti,  quantunque ci sia l'usanza di  dire
    che  per  le  selve  e  per  i  campi  si  trovano  pastori  con  voci
    meravigliose,  sono pi esagerazioni di  poeti  che  verit.  Il  loro
    stupore  crebbe  poi quando si accorsero che il canto era in versi,  e
    non da rozzi pastori, ma da persone colte. Questi versi dicevano:

    Chi diminuisce la mia felicit? - Il disprezzo.
    Chi accresce il mio dolore? - La gelosia.
    E cos pel mio  dolore  non  c'  alcun  rimedio,  poich  disprezzo,
    gelosia e lontananza mi uccidono.
    Chi mi cagiona questo dolore? - L'amore.
    Chi s'oppone alla mia felicit? - La fortuna.
    Chi favorisce il mio dolore? - Il cielo.
    E  cos  io  debbo prepararmi a morire di questo male strano,  poich
    l'amore, la fortuna e il cielo congiurano ai miei danni.
    Chi render migliore la mia sorte? - La morte.
    E chi ottiene felicit in amore? - L'incostanza.
    E chi ne guarisce i mali? - La pazzia.
    E cos non  saggio voler guarire la passione,  se i  rimedi  son  la
    morte, l'incostanza, la pazzia.

    L'ora,  il  tempo,  la  solitudine,  la voce e la maestria del cantore
    accrebbero il godimento e destarono l'ammirazione dei due viaggiatori,
    i quali rimasero fermi, aspettando se sentivano altro;  ma vedendo che
    il  silenzio  continuava,  decisero  di  andare  a cercare chi era che
    cantava cos bene.  Mentre  stavano  per  muoversi,  li  trattenne  la
    medesima  voce,  la  quale  arriv  di  nuovo ai loro orecchi cantando
    questo sonetto:

    Santa amicizia,  che lasciando la tua parvenza sulla terra,  con  ali
    leggere salisti beata all'empireo fra l'anime benedette nel cielo;
    di  l,  quando tu vuoi,  ci mostri la vera pace coperta con un velo,
    attraverso il quale brilla talora l'ardore delle opere buone,  che poi
    diventan malvage.
    Lascia il cielo,  o amicizia, e non permettere che l'inganno vesta il
    tuo aspetto, per distruggere ogni sincera intenzione.
    Se tu non gli strappi la maschera,  ben presto il mondo si vedr  nel
    caos della primitiva discorde confusione.

    Il canto termin con un profondo sospiro, e i due uditori si misero ad
    aspettare  attentamente  se ricominciava: ma sentendo che ora il canto
    s'era mutato in singhiozzi e in dolorosi lamenti,  si misero a cercare
    con  premura  chi  fosse  l'infelice  che  aveva una voce cos soave e
    mandava dei gemiti cos strazianti.  Non ebbero fatto pochi passi  che
    allo svolto d'una rupe videro un uomo di statura e di faccia identiche
    a  quelle descritte da Sancio,  quando aveva loro raccontato la storia
    di Cardenio. L'uomo, quando li vide, non dette alcun segno di sorpresa
    ma rimase fermo,  col capo chino  sul  petto  come  immerso  in  gravi
    pensieri,  senza mai alzar gli occhi per guardarli,  nemmeno nel primo
    momento, quando gli erano arrivati dinanzi all'improvviso.  Il curato,
    che era buon parlatore (e sapeva la sua disgrazia, perch ai connotati
    l'aveva riconosciuto) gli si avvicin,  e con poche ma buone parole lo
    preg e cerc di persuaderlo a lasciare quella misera vita, perch non
    dovesse morire in quei luoghi,  che sarebbe  stato  un  vero  peccato.
    Cardenio  si  trovava  allora  nel  pieno  possesso  delle sue facolt
    mentali,  libero da quei furiosi accessi che cos spesso  lo  facevano
    andare  fuori di s;  quindi vedendo quei due in un abito cos diverso
    da quello di coloro che passavano per quelle solitudini, rimase un po'
    stupito, e il suo stupore si accrebbe sentendosi parlare dei casi suoi
    come di cosa risaputa, perch i discorsi del curato non gli lasciarono
    alcun dubbio a questo riguardo. Perci cos rispose:
    - Chiunque voi siate, o signori,  vedo bene che il cielo,  il quale si
    d cura di soccorrere i buoni,  e spesse volte anche i cattivi,  senza
    mio merito vi invia in questi luoghi tanto  appartati  e  lontani  dal
    consorzio   umano,   per  farmi  comprendere  con  svariate  e  vivaci
    considerazioni quanto poco  ragionevole  io  sia  nel  seguire  questo
    tenore di vita,  e persuadermi a cambiarlo in uno migliore. Ma siccome
    non sanno,  come so io,  che uscendo da questa,  cadrei  in  una  pena
    maggiore,  forse  mi debbon credere un uomo che ragiona debolmente,  o
    quel che  peggio,  di nessuna  intelligenza.  E  non  ci  sarebbe  da
    meravigliarsi  se  fosse  cos,  perch vedo bene da me che il ricordo
    delle mie disgrazie  cos forte e mi fa tanto male che, senza poterlo
    impedire,  rimango a volte come un sasso,  privo d'ogni  sentimento  e
    d'ogni conoscenza. E di questo me ne accorgo quando qualcuno mi dice e
    mi  fa  vedere i segni di quel che ho fatto nel tempo in cui mi piglia
    quel terribile accesso; e allora io non so pi che piangere e maledire
    senza alcun frutto la mia sventura,  e raccontare,  per  discolpa,  la
    causa  delle mie follie a quanti vogliono sentirla.  Perch sapendo la
    causa, la gente non pu meravigliarsi degli effetti, e se anche non ha
    un rimedio da darmi almeno non mi accuser,  ma anzi muter lo  sdegno
    per le mie stravaganze in compassione per le mie disgrazie.  E se voi,
    signori,  venite con la medesima intenzione con cui sono venuti  altri
    prima  di continuare coi vostri saggi consigli,  vi prego di ascoltare
    il racconto delle mie innumerevoli sventure; perch forse, dopo averlo
    sentito, vi risparmierete la pena di consolare un male inconsolabile.
    Il curato e il barbiere che non chiedevano di meglio,  lo pregarono  a
    far  loro  questo  racconto,  impegnandosi  a non tentar nulla per suo
    rimedio o per sua consolazione senza il suo consenso; e cos il triste
    cavaliere cominci la sua pietosa storia, quasi con le stesse parole e
    frasi con cui l'aveva raccontata a Don Chisciotte e al  capraio  pochi
    giorni prima,  quando, per causa del maestro Elisabat e dello scrupolo
    di Don  Chisciotte  nel  difendere  il  decoro  della  cavalleria,  il
    racconto,  come  s'  visto,  era  rimasto a met.  Fortunatamente ora
    l'accesso non gli riprese, e gli dette tempo di andare fino in fondo.
    Quindi arrivando al punto del biglietto trovato da Don Fernando dentro
    il libro d'Amadigi di Gaula,  Cardenio disse che lo sapeva a memoria e
    che diceva in questa maniera:

    LUCINDA A CARDENIO.
    Ogni  giorno scopro in voi dei meriti che mi fanno debito di stimarvi
    sempre maggiormente;  quindi,  se volete che io possa sdebitarmi senza
    compromettermi  nell'onore,  lo potrete fare facilmente.  Mio padre vi
    conosce e mi vuol bene,  e senza contrariare la mia volont soddisfer
    quella  che    giusto che voi abbiate,  se  vero che mi stimate come
    dite e come io credo.

    - Questo biglietto fu quello che mi persuase  a  chiedere  Lucinda  in
    moglie,  come gi vi ho raccontato; fu quello per cui nell'opinione di
    Don Fernando,  Lucinda si dimostr una delle pi sagge e  intelligenti
    donne  del nostro tempo;  fu quello che gli mise in animo il desiderio
    di rovinarmi prima che il desiderio mio avesse effetto. Confidai a Don
    Fernando le difficolt che faceva il padre di Lucinda, il quale voleva
    che gliela  chiedesse  il  mio,  mentre  io  a  mio  padre  non  osavo
    parlargliene, temendo che non acconsentisse; non perch non conoscesse
    bene  le  qualit,  la  bont,  la virt,  la bellezza di Lucinda e la
    nobilt della sua famiglia,  che era tale da fare  onore  a  qualsiasi
    altra casata di Spagna,  ma perch gli sentivo dire che non voleva che
    io mi ammogliassi prima di sapere ci che il duca Riccardo voleva  far
    di me. Insomma risposi che non mi arrischiavo a dirlo a mio padre, sia
    per questo ostacolo,  come per molti altri che mi scoraggiavano, senza
    sapere precisamente quali fossero,  se non che mi pareva che quanto io
    desideravo  non dovesse mai avverarsi.  A tutto questo Don Fernando mi
    rispose che s'incaricava lui di parlarne a mio padre,  e di indurlo  a
    parlare a sua volta al padre di Lucinda. O Mario ambizioso! O Catilina
    crudele!  O  Silla  facinoroso!  O  Ganellone  impostore!  O traditore
    Vellido! O Giuliano vendicativo!  O avido Giuda!  Traditore!  crudele!
    ingrato!  impostore!  Che t'aveva fatto questo povero infelice che con
    tanta sincerit ti aveva palesato i segreti e le gioie del suo  cuore?
    Quale  offesa  ti fece?  Quali parole ti disse e che consigli ti dette
    che non fossero tutti diretti ad aumentare il tuo onore e  a  fare  il
    tuo interesse? Ma di che mi lagno, disgraziato me, se  cosa certa che
    quando  il  corso  delle  stelle  porta  sventure  ed esse vengono gi
    dall'alto precipitando con violenza e  furore,  non  c'  forza  sulla
    terra  che  le trattenga n industria umana che possa prevenirle?  Chi
    poteva immaginare che  Don  Fernando,  cavaliere  illustre,  pieno  di
    talento,  a  me  debitore  di  molti favori,  ricco e potente tanto da
    potere avere quante donne gli piacessero,  dovesse  proprio  venire  a
    rapirmi la mia?  Ma lasciamo da parte queste inutili considerazioni, e
    riprendiamo il filo  interrotto  della  mia  disgraziata  storia.  Don
    Fernando dunque, parendogli che la mia presenza gli fosse d'inciampo a
    porre  ad  effetto  il  suo  malvagio disegno,  decise di mandarmi dal
    fratello maggiore,  per chiedergli dei denari per pagare sei  cavalli,
    che  compr  lo  stesso giorno in cui si offr di parlare a mio padre,
    proprio apposta e soltanto per potermi  allontanare  e  cos  riuscire
    meglio nel suo dannato intento. Potevo io prevedere questo tradimento?
    Potevo  per  caso  indovinarlo?  No di certo: anzi con gran piacere mi
    offrii di partire subito,  tutto contento per la buona  compra  fatta.
    Quella  sera parlai con Lucinda,  e le dissi quel che s'era concertato
    fra me e Don Fernando, e che stesse dunque sicura che i nostri buoni e
    giusti desideri sarebbero stati soddisfatti.  Lei,  che  come  me  non
    poteva  nemmeno pensare a un tradimento di Don Fernando,  mi disse che
    cercassi di tornar presto, perch credeva che il compimento dei nostri
    voti non avrebbe tardato pi  di  quel  che  tarderebbe  mio  padre  a
    parlare  al  suo.  Non  so quel che fu,  ma nel finire di dirmi queste
    parole,  le si empirono gli occhi di lacrime,  e un nodo le  serr  la
    gola,  la  quale  non lasci pi passare molte altre cose che mi parve
    volesse ancora dirmi.  Rimasi stupito di questo fatto strano,  che fin
    allora  non  le  era mai successo;  perch tutte le volte che la buona
    fortuna e la mia  accortezza  ci  permettevano  di  parlarci,  eravamo
    sempre   allegri  e  contenti,   e  non  si  mischiavano  alla  nostra
    conversazione n lacrime,  n sospiri,  n  gelosie,  n  sospetti,  o
    timori;  e  io dal canto mio non facevo che esaltare la fortuna che il
    cielo me l'avesse data per signora del mio cuore.  Portavo alle stelle
    la sua bellezza,  ammiravo la sua abilit e il suo ingegno, ed essa mi
    contraccambiava lodando in me quello che il suo amore le faceva parere
    degno di lode.  Al tempo stesso ci si raccontava mille  sciocchezze  e
    fatterelli del vicinato e dei nostri conoscenti n mai io avevo ardito
    di  pi che prenderle quasi a forza una delle sue belle e bianche mani
    e portarla alla bocca attraverso le sbarre  d'una  stretta  inferriata
    che ci divideva; ma la notte che precedette il triste giorno della mia
    partenza,   lei  pianse,   gemette,   sospir,   e  finalmente  fugg,
    lasciandomi pieno di confusione e  di  turbamento,  spaventato  d'aver
    visto  cos nuovi sentimenti e cos tristi segni di dolore in lei.  Ma
    per non distruggere  le  mie  speranze,  attribuii  tutto  alla  forza
    dell'amore  che essa aveva per me,  e al dolore che suole cagionare la
    lontananza in quelli che si voglion bene.  Finalmente io partii triste
    e  pensoso,  con  l'anima  piena di sospetti e d'immaginazioni,  senza
    sapere neanch'io che cosa sospettassi e che cosa  immaginassi:  chiari
    indizi dell'orribile sventura che mi attendeva.
    Arrivai  pertanto  al  paese  dove  ero  stato inviato,  consegnai la
    lettera al fratello di Don Fernando, e fui ben ricevuto da lui, ma non
    tanto presto licenziato;  perch con mio  grande  rammarico,  egli  mi
    ordin di aspettare otto giorni in un luogo dove il duca suo padre non
    mi vedesse;  suo fratello infatti gli scriveva che il denaro gli fosse
    mandato all'insaputa del  padre.  Tutto  questo  fu  un'invenzione  di
    quell'impostore  di Don Fernando,  poich non mancavano a suo fratello
    denari per potermi licenziare subito.  Fui sul punto di non  obbedire,
    sembrandomi  impossibile  di  dover  stare cos a lungo senza rivedere
    Lucinda, tanto pi che, come ho detto, l'avevo lasciata cos triste; e
    tuttavia obbedii da buono e leale servitore,  sebbene sentissi che  ne
    avrei grandemente sofferto.  Ma quattro giorni dopo il mio arrivo,  un
    uomo venne a cercarmi, e mi dette una lettera che, dal carattere della
    soprascritta,  riconobbi subito che  era  di  Lucinda.  L'aprii  tutto
    spaventato,  convinto che gravi dovevano essere i motivi che l'avevano
    spinta a scrivermi durante la mia assenza,  tanto pi che mi  scriveva
    di  rado  anche  quando  ero in paese.  E prima di leggerla domandai a
    quell'uomo chi gliela aveva data e il tempo che  aveva  impiegato  nel
    viaggio.  Egli  mi  disse  che,  passando  per  una strada della citt
    sull'ora di mezzogiorno,  una signora molto bella l'aveva chiamato  da
    una  finestra  con  gli  occhi pieni di lacrime,  e in gran fretta gli
    aveva detto: "Fratello, se siete cristiano come sembrate,  per amor di
    Dio vi prego di portare subito questa lettera nel luogo e alla persona
    a  cui    indirizzata  e  che  tutti  conoscono:  e  cos  facendo vi
    acquisterete merito presso Dio;  ma perch non vi manchino i mezzi  di
    poter  eseguire  quanto  io vi chiedo,  prendete ci che v' in questo
    fazzoletto". "Cos dicendo" prosegu quell'uomo,  "la bella signora mi
    gett dalla finestra un fazzoletto,  dove erano rinvoltati cento reali
    e questo anello d'oro,  che ecco qui,  con quella lettera  che  vi  ho
    dato;  e  subito  senza  aspettare  la  mia  risposta  si ritir dalla
    finestra,  per dopo aver visto che io avevo preso  la  lettera  e  il
    fazzoletto  e  fatto  segno  che  avrei  eseguito quanto mi comandava.
    Pertanto vedendomi cos ben pagato della fatica che potevo durare  nel
    portarvela,  e  conoscendo  dalla  soprascritta che era diretta a voi,
    signore,  che conosco molto bene,  e infine commosso dalle lacrime  di
    quella  bella  signora,  decisi  di  non fidarmi di terze persone e di
    venire io  stesso  a  portarvela,  e  in  sedici  ore  da  che  mi  fu
    consegnata,  ho fatte le diciotto leghe di strada che, come sapete, ci
    son fin qui".  Mentre cos mi parlava questo bravo corriere  di  nuovo
    genere, io pendevo dalla sua bocca, e mi tremavano tanto le ginocchia,
    che appena potevo sostenermi.  Finalmente aprii la lettera, e vidi che
    diceva cos:
    "La parola datavi da Don Fernando di parlare a  vostro  padre  perch
    parlasse al mio,  fu da lui mantenuta,  ma per il suo piacere e contro
    il vostro interesse.  Sappiate,  signore,  che egli mi ha  chiesto  in
    moglie;  e mio padre,  mosso dai grandi vantaggi che, secondo lui, Don
    Fernando ha su di voi,  ha acconsentito  alla  sua  domanda.  La  cosa
    purtroppo    cos  vera,  che  fra  due  giorni  deve  aver  luogo il
    matrimonio in tanta  segretezza,  che  soltanto  il  cielo  e  qualche
    domestico  ne  saranno  testimoni.   In  che  stato  io  sia,   potete
    immaginarlo;  se vi convenga accorrere qua,  giudicatelo voi;  e se vi
    voglio  bene o no,  lo comprenderete da quel che succeder.  Piaccia a
    Dio che questa lettera arrivi in vostra mano prima che la mia si  veda
    nella necessit di unirsi con quella di chi cos male sa conservare la
    fede che promette".
    Queste in sostanza erano le espressioni contenute nella lettera,  che
    subito mi fecero mettere in cammino senza  aspettare  n  risposta  n
    denari,  giacch  allora  capii  chiaramente  che non per comprare dei
    cavalli ma soltanto per allontanarmi, Don Fernando mi aveva inviato da
    suo fratello.  Il furore che mi prese contro Don Fernando e il  timore
    di   perdere  il  tesoro  guadagnato  con  tanti  anni  d'amore  e  di
    sommissione, mi dettero le ali, poich quasi come in un volo il giorno
    dopo ero nel mio  paese  all'ora  adatta  per  andare  a  parlare  con
    Lucinda.  Entrai in citt senza farmi notare,  e lasciai la mula,  con
    cui ero venuto in casa del buon uomo che mi aveva portato la  lettera.
    La  fortuna  mi  fu  allora  cos favorevole,  che trovai Lucinda alla
    solita inferriata testimone del nostro amore. Essa mi riconobbe subito
    e subito la riconobbi io;  ma non come doveva lei  riconoscermi  e  io
    riconoscerla.  Ah!  chi  c'  nel  mondo  che  possa  vantarsi di aver
    penetrato e conosciuto il confuso pensiero e il mutevole stato d'animo
    d'una donna? Nessuno certamente.  Dunque,  appena mi vide,  Lucinda mi
    disse:  "Cardenio,  sono vestita da sposa,  e gi in sala mi aspettano
    quel traditore di  Don  Fernando  e  quell'avaro  di  mio  padre,  coi
    testimoni,  i  quali  tuttavia  vedranno prima la mia morte che il mio
    matrimonio.  Non ti turbare,  amico,  ma cerca di trovarti presente  a
    questo sacrificio,  che se non potr essere impedito dalle mie parole,
    ho qui,  nascosto in seno,  un pugnale,  che potr impedire anche  pi
    decise  violenze  dando  fine  alla  mia  vita  e  mostrandoti  i miei
    sentimenti". Io le risposi turbato e in gran fretta, perch ebbi paura
    che mi mancasse il tempo: "Speriamo che le tue azioni rispondano  alle
    tue  parole,  e  se  tu hai un pugnale per avvalorarle,  io ho qui una
    spada per difenderti o per uccidermi, se la sorte ci fosse contraria".
    Non credo che udisse tutti  questi  discorsi,  perch  sentii  che  la
    chiamavano in fretta: lo sposo l'attendeva.  Venne cos la notte della
    mia tristezza,  si oscur il  sole  della  mia  gioia,  i  miei  occhi
    rimasero privi di luce e il mio intelletto d'ogni facolt di pensiero.
    Non  osavo  entrare  in  casa  sua  e  non  sapevo  dove  andare,  ma,
    considerando quanto era necessaria la  mia  presenza  per  quello  che
    sarebbe  potuto  succedere,  mi feci pi coraggio che potei ed entrai.
    Conoscevo molto bene tutti gli ingressi e tutte le uscite,  e dato che
    dentro  (sebbene  nulla  apparisse  di  fuori)  vi regnava la pi gran
    confusione, nessuno mi vide; cos che potei collocarmi nel vano di una
    finestra  del  salone,   nascosto  dai  panneggi  della   tappezzeria,
    attraverso  i  quali  potevo  vedere  senza essere visto tutto ci che
    succedeva. Chi potr dire ora gli sbalzi che mi fece il cuore,  mentre
    stetti l!  I pensieri che mi vennero! Le considerazioni che feci, che
    furono tali e tante che non  si  posson  ridire,  n    bene  che  si
    ridicano.  Basta  che  sappiate  che  lo  sposo  entr non in abito da
    cerimonia,  ma col solito vestito di tutti  i  giorni.  Per  testimone
    aveva un cugino di Lucinda,  e in tutta la sala non c'era un estraneo,
    ma soltanto i servitori di casa.  Di l a poco da una stanza  contigua
    usc  Lucinda  accompagnata da sua madre e da due donzelle,  vestita e
    adorna come richiedevano la sua condizione e la sua bellezza,  e  come
    s'addiceva  a  lei,  che  era  la  perfezione dell'eleganza e del buon
    gusto.  L'ansia e  l'ammirazione  non  mi  dettero  agio  di  guardare
    attentamente  il  suo  vestito,  vidi  solo  i colori che erano rosa e
    bianco,  e lo scintillio dei gioielli che le adornavano la testa e  il
    vestito. Ma nulla poteva eguagliare il meraviglioso splendore dei suoi
    capelli  biondi,  al  cui confronto impallidivano le luci delle pietre
    preziose e dei quattro candelabri che ardevano nella sala.  O memoria,
    nemica  mortale  del mio riposo,  a che serve ora rievocare la visione
    dell'incomparabile  bellezza  di  quella  adorata  assassina?  Crudele
    memoria,  non  sar meglio che tu mi faccia ricordare e mi rappresenti
    ci che essa allora fece, perch, spinto da s manifesto oltraggio, io
    cerchi, se non la vendetta, almeno la morte? Non vi stancate di queste
    mie digressioni, signori;  la mia pena non  di quelle che si devono o
    si possono raccontare succintamente e di volo, perch ogni circostanza
    della mia storia, a me sembra degna di un lungo racconto.
    Qui  il  curato gli rispose che non solo non si stancava a udirlo,  ma
    che anzi riuscivano loro molto interessanti  tutti  quei  particolari,
    che  certo  non  meritavano di essere passati sotto silenzio,  ma anzi
    ascoltati  con  la  stessa  attenzione  delle  parti  principali   del
    racconto.
    -  Dunque - continu Cardenio - dopo che tutti furono riuniti in sala,
    entr il curato della parrocchia,  e quando,  presili ambedue per mano
    come  esige  il  rito,  pronunci le sacramentali parole: "Volete voi,
    signora Lucinda,  il signor  Don  Fernando  qui  presente  per  vostro
    legittimo  sposo,  secondo  le  regole  della  Santa Madre Chiesa?" io
    sporsi intira la testa fuori della tappezzeria, e con gli orecchi bene
    aperti e l'anima turbata mi  misi  ad  ascoltare  ci  che  rispondeva
    Lucinda,  aspettando  dalla sua risposta la mia sentenza di morte o la
    ragione della  mia  vita.  Oh  se  avessi  osato  uscir  fuori  allora
    gridando: O Lucinda,  o Lucinda, guarda a quello che fai, considera i
    doveri che hai verso di me,  pensa che sei mia e che non  puoi  essere
    d'un altro. Rifletti che il tuo s e la fine della mia vita saranno un
    punto solo. Ah, traditore d'un Fernando! Ladro della mia gloria, morte
    della  mia  vita!  Che  chiedi?  Che pretendi?  Considera che non puoi
    cristianamente raggiungere lo scopo dei tuoi desideri,  perch Lucinda
      mia  sposa e io sono suo marito.  Ah pazzo che sono!  Ora che sono
    lontano dal pericolo,  dico che dovevo fare quel che non feci: ora che
    mi  sono lasciato rapire il mio tesoro,  maledico il rapitore,  di cui
    avrei potuto vendicarmi,  se avessi avuto il coraggio per farlo,  come
    ne  ho  per  i miei lamenti.  E poich fui allora codardo e stolto,  
    giusto che io muoia ora svergognato, pentito e pazzo.  Il curato stava
    aspettando la risposta di Lucinda,  che tacque un buon pezzo, e quando
    io credevo che tirasse fuori il pugnale per mantenere la sua parola  o
    aprisse  bocca  per dir la verit e manifestare l'inganno o altra cosa
    in mio favore,  sento che con voce fioca  e  tremante  risponde:  "S,
    voglio!".  Lo stesso disse Don Fernando,  e,  datole l'anello,  furono
    uniti in nodo indissolubile.  Lo  sposo  si  accost  alla  sposa  per
    abbracciarla,  ed  essa  mettendosi  una  mano sul cuore cadde svenuta
    nelle braccia di sua madre. Pensate come restassi io all'udire quel s
    fatale,  che distruggendo le mie speranze,  mostrava la falsit  delle
    parole  e delle promesse di Lucinda,  e la impossibilit per me di mai
    pi recuperare il bene perduto in quel  momento!  Restai  incapace  di
    qualunque idea, credendomi abbandonato dal cielo e odiato dalla terra,
    che  mi  negava aria per i miei sospiri,  umore per le mie lacrime,  e
    solo mi lasciava il fuoco, che crebbe in me tanto, che io ardevo tutto
    di rabbia e di gelosia.
    Lo svenimento di Lucinda fece nascere una gran confusione,  e  mentre
    sua madre le slacciava il busto per farla respirare meglio, vi apparve
    dentro  una  lettera chiusa,  di cui subito Don Fernando si impadron,
    mettendosi a leggerla alla luce di uno  dei  candelabri.  Quando  ebbe
    finito,  sedette  su una seggiola,  e appoggi il mento su una mano in
    attitudine d'uomo immerso in gravi pensieri, senza pi occuparsi delle
    cure che gli altri si prendevano per far riavere la sua sposa. Vedendo
    tutta quella confusione, mi arrischiai a uscire,  ben determinato,  se
    mi  avessero  scorto,  di  fare  una  pazzia tale,  che il mondo tutto
    venisse  a  conoscere  la  giusta  indignazione  del  mio  animo   nel
    vendicarmi  della falsit di Don Fernando e della leggerezza di quella
    traditrice svenuta, ma il mio destino,  che mi deve serbare pi grandi
    sventure,  se pure  possibile,  volle che in quell'istante abbondasse
    in me quel discernimento che da allora in qua purtroppo mi   mancato;
    e  quindi rinunciando a vendicarmi dei miei maggiori nemici (il che mi
    sarebbe facilmente riuscito,  perch  nessuno  badava  a  me  in  quel
    momento)  volli  vendicarmi  di  me  stesso  e punirmi con la pena che
    avrebbero invece meritata loro, se li avessi uccisi allora,  perch la
    morte  che  si  riceve  in  un  colpo  mette ben presto termine a ogni
    sofferenza,  ma quella che si  prolunga  fra  i  tormenti,  uccide  di
    continuo  senza  mai  mettere  termine alla vita.  Finalmente uscii da
    quella casa,  mi recai in quella dove avevo lasciato la mula,  ordinai
    che la sellassero, e senza nemmeno ringraziare e salutare quella buona
    gente,  vi montai sopra e uscii dalla citt, non osando, come un altro
    Lot, voltarmi a riguardarla.
    Quando fui solo in aperta campagna,  e l'oscurit e il silenzio della
    notte  m'invitavano  a sfogarmi senza riguardo e senza timore d'essere
    ascoltato  e  conosciuto,  sciolsi  la  lingua  e  la  voce  in  tante
    maledizioni contro Lucinda e Don Fernando, come se con esse mi potessi
    soddisfare  dell'oltraggio  che mi avevano fatto.  La chiamai crudele,
    ingrata, falsa, spergiura,  ma soprattutto avida;  poich la ricchezza
    del  mio  nemico  le  aveva  accecato  l'anima  per toglierla a me,  e
    consegnarla a lui, col quale la fortuna si era mostrata pi prodiga. E
    mentre mi sfuggivano dalla bocca queste maledizioni e questi  insulti,
    allo stesso tempo la scusavo, dicendomi che non c'era da meravigliarsi
    che una ragazza,  la quale aveva fatto sempre vita ritirata nella casa
    paterna ed era stata abituata a obbedire sempre  ai  genitori,  avesse
    accondisceso  ai  loro  desideri,  visto  che  le davano per marito un
    cavaliere cos illustre, cos ricco e cos gentiluomo che a rifiutarlo
    si poteva pensare che fosse pazza o che avesse qualche  impegno,  cosa
    che non le avrebbe fatto troppo onore. Ma subito dopo mi contraddicevo
    pensando che,  se avesse detto che ero io quello a cui s'era promessa,
    avrebbero visto che,  scegliendomi,  non aveva in fin dei conti  fatto
    cos  cattiva  scelta  da  essere  castigata;  poich  prima che le si
    presentasse  Don  Fernando,   i  suoi  parenti  stessi  non   potevano
    desiderare  (quando  avessero  voluto bilanciare con la ragione i loro
    desidri) uno sposo migliore di me per la loro  figliola.  Non  poteva
    dunque, prima di compiere l'ultimo e decisivo passo di dargli la mano,
    dire  che  di gi io le avevo dato la mia?  Io mi sarei presentato,  e
    avrei confermato in questo caso tutto quello che  lei  avesse  creduto
    opportuno di inventare. Ma da ultimo mi convinsi che il poco amore, il
    poco giudizio,  la molta ambizione e il desiderio della grandezza,  le
    avevano fatto dimenticare le belle parole con cui mi aveva  ingannato,
    cullato  e  sostenuto  nelle  mie  fondate  speranze e nei miei onesti
    desidri.
    Con questi discorsi e con  questa  agitazione  addosso,  camminai  il
    resto  della  notte,  e  la  mattina  mi trovai al principio di questi
    monti,  attraverso i quali camminai altri tre giorni senza direzione e
    senza  meta,  finch  arrivai in certi prati che non so nemmeno da che
    parte restino,  e l domandai ad alcuni mandriani  che  c'erano,  dove
    fosse  il punto pi aspro di queste montagne.  Mi risposero che era da
    queste parti,  e sbito io mi  incamminai  in  questa  direzione,  con
    l'idea  di  finire  qui  la  mia  vita.  Mentre mi inoltravo in queste
    solitudini,  mi cadde morta  la  mula  di  fame  e  di  stanchezza,  o
    piuttosto io credo per liberarsi da un peso inutile com'ero io. Rimasi
    a  piedi,  privo  di forze e sfinito dalla fame,  senza nessuno che mi
    soccorresse e senza neanche l'idea di cercare soccorso.  In quel  modo
    stetti  non  lo so neanch'io quanto tempo disteso al suolo,  finch mi
    alzai senza sentir pi fame e trovai accanto  a  me  dei  caprai,  che
    senza  dubbio  dovevano  avermi  soccorso,  perch  mi raccontarono di
    avermi trovato mentre stavo urlando tante sconclusionate stranezze, da
    far  capire  chiaramente  che  avevo  perso  il  cervello.  Da  allora
    purtroppo ho sentito io stesso che non sempre ho la testa a posto,  ma
    anzi spesso me la sento  confusa  e  debole,  e  allora  faccio  mille
    pazzie: mi straccio i vestiti, urlo per queste solitudini, maledicendo
    la  mia  sfortuna e ripetendo invano il nome amato della mia assassina
    senza altro scopo,  in tali momenti,  che di esalare la vita in quelle
    grida.  E quando ritorno in me,  mi trovo cos stanco e abbattuto, che
    appena posso muovermi.  La mia abitazione di solito  nel tronco vuoto
    di  un  sughero,  capace  di  contenere  questo miserevole corpo,  e i
    mandriani e caprai di queste montagne,  mossi da carit,  mi danno  da
    mangiare,  mettendolo  lungo  i sentieri e sulle rupi per dove pensano
    che io possa passare e trovarlo;  quindi,  quantunque talora mi manchi
    il  senno,  il naturale istinto mi fa riconoscere il cibo,  e ne tiene
    desto in me il desiderio e la volont di prenderlo. Altre volte,  come
    mi raccontano quando mi trovano in senno,  mi metto sulle strade, e lo
    tolgo per forza ai pastori che riportano le  provviste  dal  villaggio
    alle  loro  capanne,  sebbene  essi  siano pronti a offrirmelo di buon
    cuore. In questa maniera passo la mia miserabile vita,  finch piaccia
    al  cielo di porvi fine,  o di cancellare dalla mia memoria il ricordo
    della bellezza e del tradimento di Lucinda  e  dell'oltraggio  di  Don
    Fernando.  Se  questo il cielo mi concede senza togliermi la vita,  io
    ricondurr i miei pensieri sulla via della ragione,  diversamente  non
    c' altro da fare,  che chiedergli compassione per l'anima mia, poich
    io non sento in me n il coraggio n la forza di togliere il mio corpo
    a questa dura vita, in cui di mia propria volont l'ho posto.  Questa,
    o signori,   l'amara storia della mia disgrazia: ditemi ora voi se si
    pu narrarla con minor dolore di quello che avete veduto in me.  E non
    vi  affaticate  a  persuadermi o a consigliarmi quel che la ragione vi
    suggerir per rimedio dei  miei  mali,  perch  le  vostre  parole  mi
    gioverebbero  quanto giova una medicina ordinata da un medico famoso a
    un malato che non la vuol prendere.  E io  non  voglio  guarire  senza
    Lucinda;  e  poich  a lei piace d'appartenere a un altro,  mentre  o
    dovrebbe esser mia, a me piace di vivere nella sventura,  mentre avrei
    potuto vivere nella felicit. Essa volle con la sua incostanza fissare
    la mia rovina;  e io mi studier di contentare la sua volont cercando
    di rovinarmi;  e sar esempio ai posteri che a me solo manc quel  che
    avanza  a  tutti  gli  infelici,  a  cui  suole essere di consolazione
    l'impossibilit di esser consolati,  mentre in me  questo  pensiero  
    sorgente  di  maggiori  angosce  e di nuovi mali,  poich credo che le
    angosce e i mali non finiscano con la morte.
    Qui Cardenio pose fine al lungo racconto del suo disgraziato amore,  e
    mentre  il curato si preparava a porgergli qualche parola di conforto,
    si ud una voce che in tono doloroso diceva  quel  che  si  racconter
    nella quarta parte di questa storia,  perch in questo punto pose fine
    alla terza il dotto e diligente storico Cid Hamete Benengeli.

    NOTA 1: Re visigoto del settimo secolo.
    CAPITOLO 28.
    Nuova e piacevole avventura successa al curato  e  al  barbiere  nello
    stesso luogo.

    Oh  avventurosi  e  benedetti i tempi in cui fu al mondo l'audacissimo
    cavaliere Don Chisciotte della Mancia!  Poich la sua nobile decisione
    di  far  risorgere  nel  mondo  l'ormai perduto e quasi estinto ordine
    della cavalleria errante, ci fa ora godere in questa nostra et,  cos
    bisognosa  di allegri passatempi,  non solo le dolcezze della sua vera
    storia,  ma anche i racconti e gli episodi che vi  si  incontrano,  in
    gran parte non meno piacevoli, non meno ricchi d'intreccio, e non meno
    veri  della  storia  stessa.  La quale,  continuando il suo pettinato,
    ritorto e annaspato  filo,  ci  racconta  che,  mentre  il  curato  si
    preparava a consolare Cardenio,  ne fu interrotto da una voce,  che in
    tono lamentoso cos diceva:
    - Ah, mio Dio!  E' dunque possibile che io abbia finalmente trovato un
    luogo  che  possa  servire  di nascosta sepoltura al pesante carico di
    questo corpo,  che sostengo tanto a malincuore?  S,   possibile,  io
    credo;  se  pure  la solitudine che queste montagne paiono promettere,
    non  un inganno. Ah, me infelice! Quanto queste rocce e queste selve,
    che mi permettono di confidare al  cielo  la  mia  sventura  coi  miei
    lamenti,  mi  faranno  miglior  compagnia  di  qualunque essere umano!
    Poich non c' nessuno sulla terra da cui si  possa  sperar  consiglio
    nel dubbio, conforto nel dolore, soccorso nelle disgrazie.
    Tutto  questo  discorso  udirono  benissimo  il curato e gli altri che
    erano con lui; e sembrando loro, come era in realt, che venisse da l
    vicino, si alzarono per cercare chi l'aveva pronunciato;  e non ebbero
    fatto  venti  passi  che  dietro  una  rupe scorsero seduto a pi d'un
    frassino un giovane vestito da contadino,  ma siccome teneva i piedi a
    mollo  nel  ruscello  che  passava  di  l,  e in questa posizione era
    obbligato a tenere il capo basso,  per  il  momento  non  lo  poterono
    vedere  in  viso.  Si  avvicinarono  tanto  piano,  che egli non se ne
    accorse: badava soltanto a bagnarsi i piedi,  che erano  cos  bianchi
    che  parevano  due  pezzi  di  marmo  frammisti  agli  altri sassi del
    ruscello.  Rimasero meravigliati della bianchezza e della bellezza  di
    quei  piedi,  che non parevano fatti davvero per calpestare zolle,  n
    per andare dietro l'aratro e  i  buoi,  come  voleva  far  credere  il
    vestito  del  loro  possessore;  e  perci vedendo che non erano stati
    sentiti,  il  curato,  che  era  avanti,  fece  segno  agli  altri  di
    appiattarsi dietro dei massi l vicini. Cos fecero tutti, e si misero
    a  osservare  attentamente ci che il giovane faceva.  Era vestito con
    una tunica  bigia,  stretta  al  corpo  da  una  cintura  bianca,  con
    pantaloni e ghette di panno bigio e un berretto bigio in capo, e aveva
    le ghette rimboccate fino a mezza la gamba,  che era di una bianchezza
    delicata come d'alabastro.  Fin di lavarsi i bei piedi,  e poi se  li
    asciug con un panno che lev di sotto il berretto,  e nel fare questa
    mossa alz il viso,  e allora quelli che stavano a osservarlo,  ebbero
    modo  di vedere una bellezza incomparabile,  e tale che Cardenio disse
    al curato a bassa voce: Questa,  poich non  Lucinda,  non  persona
    umana,  ma divina. Il giovane si lev il berretto, scosse la testa, e
    allora cominciarono a sciogliersi e a  sparpagliarsi  dei  capelli  da
    fare invidia ai raggi del sole; dal che si cap che quel che pareva un
    contadino,  era  una  donna fine e delicata e anche la pi bella che i
    loro  occhi  avessero  mai  visto.   Anche  Cardenio   avrebbe   detto
    altrettanto,  se  non avesse visto e conosciuto Lucinda;  dopo infatti
    dichiar che soltanto la bellezza di lei poteva reggere  al  paragone.
    Quei  lunghi capelli biondi non solo le coprirono le spalle,  ma tutta
    intorno la nascosero fino ai piedi,  in modo che nessuna  altra  parte
    del suo corpo rimase visibile, tanto erano lunghi e folti. Una mano le
    serv  di  pettine,  e se i piedi nell'acqua erano sembrati marmo,  le
    mani fra i capelli parevano  modellate  nella  neve;  cose  tutte  che
    destavane  maggiormente  l'ammirazione  di  quei  tre che la stavano a
    guardare,  e li mettevano in pi grande curiosit di sapere chi fosse.
    Per  ci  decisero  di  farsi  vedere,  e  al movimento che fecero per
    rizzarsi,  la bella ragazza alz la testa,  e  tirando  da  parte  con
    ambedue  le  mani  i  capelli  che le coprivano gli occhi,  guard chi
    faceva quel rumore.  Appena ebbe visto i  tre  uomini,  senza  nemmeno
    rimettersi  le scarpe n tirarsi su i capelli,  afferr velocemente un
    involto di roba che aveva accanto, e volle fuggire, piena d'ansia e di
    turbamento; ma non ebbe fatto sei passi che,  non potendo i suoi piedi
    delicati sopportare l'asprezza dei sassi, cadde al suolo. I tre, visto
    ci, le si avvicinarono, e il curato fu il primo a parlarle:
    -  Signora  -  le  disse - chiunque siate,  fermatevi;  e sappiate che
    quelli che qui vedete,  non hanno altra intenzione che di  offrirvi  i
    loro servigi. Non riprovate a fuggire: i vostri piedi non reggerebbero
    e noi non potremmo permettervelo.
    A tutto questo lei non rispondeva parola,  attonita e confusa.  Allora
    le si  accostarono,  e  il  curato,  pigliandola  per  mano,  prosegu
    dicendo:
    - Signora, ci che il vostro abito nega, lo palesano i vostri capelli;
    segno evidente che non devono essere di poco momento le ragioni che vi
    hanno  costretta  a  nascondere la vostra bellezza sotto un abito cos
    indegno, e a cercar riparo in una solitudine come questa,  nella quale
      stata una gran fortuna che vi abbiamo trovato,  se non per porre un
    rimedio ai vostri mali,  almeno per darvi  dei  consigli.  Finch  c'
    vita,  nessuna  sventura  pu  arrivare  a  tale  estremo da rifiutare
    perfino di ascoltare un consiglio dato con buona  intenzione.  Quindi,
    signora  mia  o  signor  mio  o  come  altrimenti  vi piaccia d'essere
    chiamato, calmate l'agitazione che la nostra vista vi ha cagionato,  e
    raccontateci  la  vostra  buona  o  cattiva fortuna,  che in tutti noi
    insieme o in ciascuno di noi separatamente, troverete chi vi aiuter a
    sopportare le vostre disgrazie.
    Mentre  il  curato  diceva  queste  parole,  la  fanciulla  travestita
    rimaneva  stupefatta  a  guardarli tutti,  senza muovere le labbra per
    dire una parola,  come uno zoticone di campagnolo a  cui  si  mostrino
    all'improvviso  delle  cose  rare,  che  egli non abbia mai visto.  Ma
    poich il curato riprese a farle altri ragionamenti diretti a ottenere
    lo stesso scopo,  essa con un profondo sospiro  ruppe  il  silenzio  e
    disse:
    - Poich la solitudine di queste montagne non  bastata a nascondermi,
    e i miei capelli, sciogliendosi, non hanno permesso alla mia lingua di
    mentire,  ormai  inutile ogni mia finzione, perch se mi si credesse,
    sarebbe pi per cortesia che per altro. Ci posto,  vi dico,  signori,
    che  gradisco  l'offerta  che  mi  avete  fatto;  la  quale per la sua
    gentilezza mi mette nella necessit di  dovervi  soddisfare  in  tutto
    quello che mi avete chiesto. Ma temo purtroppo che la narrazione delle
    mie  disgrazie  insieme  con la piet debba produrre in voi una glande
    delusione,  perch non vi sar possibile far nulla per  rimediarle  n
    porgermi alcun conforto per renderle meno amare.  Tuttavia,  perch il
    mio onore non sia compromesso nemmeno nel  vostro  pensiero,  avendomi
    riconosciuta  per  donna  e vedendomi sola e in quest'abito,  cose che
    tutte insieme e  anche  separate  possono  distruggere  qualsiasi  pi
    onesta reputazione, bisogner che vi dica quello che, se potevo, avrei
    volentieri taciuto.
    Tutto  questo  disse  la bella ragazza senza mai fermarsi,  con parola
    cos facile e voce cos armoniosa, che essi rimasero ammirati non meno
    del suo spirito che della sua bellezza.  Rinnovarono le loro offerte e
    di nuovo la pregarono a mantenere la promessa,  e lei, senza farsi pi
    pregare,  con la maggior decenza possibile si  rimise  le  scarpe,  si
    ravvi i capelli e si pose a sedere su una pietra,  attorno alla quale
    si sedettero parimenti i tre uomini;  e quindi,  facendosi  forza  per
    trattenere  le lacrime,  con voce chiara e calma cominci a raccontare
    la sua vita in questa maniera:
    - In questa parte dell'Andalusia,  c' un paese da cui prende nome  un
    duca, e a cui va congiunta la dignit di Grande di Spagna. Questo duca
    ha  due  figli: il maggiore erede del ducato e,  a quel che pare,  dei
    suoi buoni costumi; il minore,  non so io di che cosa sia erede se non
    dei  tradimenti  di  Vellido  e  delle imposture di Ganellone.  I miei
    genitori sono vassalli di questo signore, e sono di umile famiglia, ma
    cos ricchi,  che se la fortuna della  nascita  avesse  uguagliato  la
    fortuna  della ricchezza,  n essi avrebbero avuto pi che desiderare,
    n io mi sarei trovata nel triste stato in cui mi trovo;  perch forse
    la  mia  sfortuna  deriva dalla sfortuna che ebbero loro per non esser
    nati nobili.  Tuttavia essi non sono di  cos  bassa  condizione,  che
    debbano  vergognarsi del loro stato,  n cos elevata da modificare in
    me la convinzione che la mia disgrazia provenga dall'umilt della loro
    origine. Essi insomma sono agricoltori, gente alla buona,  ma di razza
    pura e cristiani di cos vecchia data, che la loro ricchezza e il modo
    signorile con cui si trattano,  a poco a poco va loro acquistando nome
    di gentiluomini e anche di cavalieri.  Ma la pi grande ricchezza e la
    pi  grande nobilt di cui si facevano un vanto,  era quella di avermi
    per figlia;  e quindi non avendo altri eredi e volendomi un gran bene,
    io  ero una delle pi accarezzate figliole di questo mondo.  Io ero lo
    specchio in cui si guardavano,  il bastone della  loro  vecchiaia,  la
    meta unica dei loro voti che, essendo sempre in accordo con la volont
    del cielo,  erano da me costantemente assecondati.  E come ero padrona
    del loro animo, cos ero padrona dell'azienda; i domestici li assumevo
    e li licenziavo io; le sementi e i raccolti passavano per le mie mani;
    i frantoi,  le tinaie,  il bestiame  grosso  e  minuto,  gli  alveari,
    insomma  tutto quanto un agricoltore ricco come mio padre pu tenere e
    tiene,  era sotto la mia sorveglianza: io facevo da  fattoressa  e  da
    padrona,  e con tanto zelo da parte mia e tanta soddisfazione da parte
    loro, che non s'arriva a ridirlo.  Il tempo che m'avanzava,  dopo aver
    dato tutte le disposizioni necessarie ai soprastanti,  ai garzoni e ad
    altri giornalieri, lo passavo in occupazioni lecite e consigliate alle
    ragazze,  come cucire,  ricamare,  filare;  e  se  qualche  volta  per
    riposarmi  lasciavo  da  parte  questi  lavori,  mi  raccoglievo nella
    lettura di qualche libro di devozione o mi distraevo suonando  l'arpa,
    perch  sapevo  per esperienza che la musica calma gli animi turbati e
    alleggerisce i mali dello spirito.  Questa dunque era la vita  che  io
    facevo  in  casa  dei  miei  genitori,  e se l'ho raccontata con tanti
    particolari,  non  stato per ostentazione e per far vedere  che  sono
    ricca, ma perch sappiate che non  colpa mia, se da quel felice stato
    che ho detto,  mi sono trovata in queste tristi condizioni. Io passavo
    dunque la vita fra tante faccende e in  un  tale  isolamento,  che  si
    poteva paragonare a quello di un monastero; e nessuno (o almeno allora
    credevo  cos)  mi  vedeva,  tranne  i servitori della casa;  perch i
    giorni che andavo alla messa,  ci andavo in ore cos  mattutine,  cos
    sorvegliata  da  mia  madre  e da altre donne e cos velata e piena di
    precauzioni, che i miei occhi vedevano poco pi in l della terra dove
    posare i piedi.  Ma gli occhi dell'amore  invece,  o  per  dir  meglio
    quelli   dell'ozio,   ai   quali   nemmeno  quelli  di  lince  possono
    eguagliarsi, mi rivelarono all'attenzione di Don Fernando,  ch tale 
    il nome del figlio minore del duca di cui vi ho parlato.
    Non  ebbe  finito  di  nominare  Don Fernando che Cardenio impallid e
    incominci a sudare con altri  segni  di  tanta  alterazione,  che  il
    curato e il barbiere,  vedendolo, temettero che gli ripigliasse il suo
    solito accesso,  che avevano sentito dire che gli tornava di quando in
    quando;  ma Cardenio non fece altro che sudare e star fermo, guardando
    senza batter ciglio la ragazza e ben immaginando  chi  essa  fosse,  e
    lei,  senza  accorgersi  dei  movimenti  di Cardenio,  prosegu la sua
    storia dicendo:
    - Appena egli m'ebbe visto,  come raccont dopo lui stesso,  rimase di
    me  profondamente innamorato,  e ne dette ben presto le prove.  Ma per
    non allungare troppo il racconto delle  mie  sventure,  passer  sotto
    silenzio  tutti  i mezzi che egli mise in opera per dichiararmi i suoi
    sentimenti.  Corruppe tutta la gente di servizio,  fece regali  e  us
    cortesie ai miei parenti;  il giorno erano sempre feste e giochi nella
    strada dove stavo;  la notte,  le serenate non lasciavano pi  dormire
    nessuno;  i  biglietti  poi  che mi arrivavano nelle mani senza sapere
    come, erano infiniti e pieni di parole di amore e di offerte,  con pi
    promesse  e  giuramenti  che  le lettere con cui erano scritti.  Tutto
    questo non solo non mi inteneriva,  ma anzi mi rendeva pi dura,  come
    se Don Fernando fosse stato il mio pi crudele nemico, e come se tutto
    quello  che  faceva per piegarmi alla sua volont,  l'avesse fatto per
    ottenere l'effetto contrario.  E non perch non  mi  piacesse  la  sua
    gentilezza  o avessi a noia le sue attenzioni;  anzi mi dava una certa
    contentezza il vedermi tanto amata e  stimata  da  un  cavaliere  cos
    distinto,  e  non  mi dispiaceva leggere le mie lodi nelle sue lettere
    (noialtre donne,  per brutte che siamo,  sempre ci piace  di  sentirci
    chiamar belle); ma perch a tutto questo si opponeva la mia onest e i
    continui  consigli che mi davano i miei genitori,  i quali ormai molto
    ben capivano quel che voleva Don Fernando,  tanto pi che egli non  si
    dava nessuna cura di nasconderlo e tutti lo sapevano.  I miei genitori
    dicevano che affidavano il loro onore e la loro fama  unicamente  alla
    mia virt e alla mia bont; che considerassi la distanza che c'era fra
    me  e Don Fernando e che da questo avrei potuto vedere che in cima dei
    suoi pensieri,  sebbene egli dicesse  altrimenti,  c'era  pi  il  suo
    piacere che il mio bene, e che se io volevo mettere un valido ostacolo
    alle sue ingiuste pretese,  erano pronti a maritarmi subito con chi mi
    fosse piaciuto, sia con uno fra i primi giovani del nostro paese,  sia
    con  qualcuno  di quelli vicini,  poich tutto si poteva sperare dalla
    loro  posizione  economica  e  dalla  mia  buona  reputazione.  Queste
    promesse  e  le  verit  che  essi  mi dicevano,  fortificavano la mia
    fermezza,  e non volli mai rispondere a Don Fernando una  sola  parola
    che  gli  potesse dare speranza,  anche lontana,  di soddisfare il suo
    desiderio.  Tutte queste cautele,  che egli interpret come  segni  di
    disprezzo,  attizzarono  le sue voglie lascive: altro nome infatti non
    posso dare alla passione che dimostrava  per  me;  perch  se  il  suo
    sentimento  fosse  stato  invece  come  doveva,  non  sarei  ora qui a
    parlarvene.  Finalmente Don Fernando seppe  che  i  miei  genitori  si
    preparavano a maritarmi,  per togliergli la speranza di possedermi,  o
    per lo meno perch io potessi esser meglio difesa, e questa notizia, o
    sospetto, fu causa che egli facesse quel che ora sentirete.
    Una notte me ne stavo in camera con una sola cameriera,  ma avevo ben
    serrato  le  porte  e preso tutte le precauzioni contro ogni pericolo.
    Senza sapere n immaginare il come,  ad onta di tanti riguardi,  a  un
    tratto  me lo vedo davanti,  nella solitudine e nel silenzio della mia
    stanza.  La sua vista mi turb in maniera che mi tolse quella dei miei
    occhi,  n  fui  buona d'aprire bocca e gridare,  quantunque credo che
    egli  me  l'avrebbe  impedito,   perch  subito  mi   si   accost   e
    abbracciandomi  (come  ho detto non ebbi forza di difendermi tanto ero
    turbata) cominci a dirmi tante e tante dolci parole,  che io  non  so
    come  la  menzogna  possa  avere  tanta  abilit  da dare alle proprie
    invenzioni tutta l'apparenza del vero.  E il traditore cercava di  dar
    credito alle sue parole con le lacrime e ai suoi pensieri coi sospiri.
    Io,  poveretta,  sola  bench fra i miei,  affatto inesperta di simili
    casi,  cominciai,  non so neanch'io in che modo,  a credere vere tutte
    quelle  bugie,  ma  non  tanto  tuttavia  che  le sue lacrime e i suoi
    sospiri  potessero  produrmi  pi  che  un  semplice   sentimento   di
    compassione;  quindi, passatomi un poco quel primo sgomento, cominciai
    a riprendere animo e con pi coraggio  di  quello  che  avrei  creduto
    d'avere, gli dissi: "Signore, se invece d'essere fra le vostre braccia
    fossi tra quelle d'un feroce leone, e per liberarmene fosse necessario
    che  io  facessi  o  dicessi cosa pregiudizievole alla mia onest,  mi
    sarebbe possibile dirla e farla,  quanto  possibile non essere  stati
    quello  che  siamo  stati.  Quindi  se voi tenete stretto il mio corpo
    colle vostre braccia,  io tengo legata la mia anima con i  miei  buoni
    sentimenti,  che  sono  molto  diversi dai vostri,  come vedreste,  se
    voleste calpestarli facendomi violenza.  Sono vostra vassalla,  ma non
    vostra schiava, e la nobilt del vostro sangue non ha n deve avere il
    diritto  di  disprezzare  e  disonorare  l'umilt  del mio,  e sebbene
    campagnola e figlia di agricoltori, io mi stimo quanto vi stimate voi,
    signore e cavaliere.  Su me le vostre forze non fanno nessun  effetto,
    n hanno valore le vostre ricchezze, n mi possono ingannare le vostre
    parole,  n intenerirmi i sospiri e le lacrime; ma se vedessi qualcuna
    di queste virt in colui che i miei genitori  mi  daranno  per  sposo,
    allora la mia volont si piegherebbe alla sua,  e le rimarrebbe sempre
    fedele.   E  cos  purch  fosse  salvo  l'onore,   anche  senza   mia
    inclinazione,  vi concederei di buon grado quel che voi ora,  signore,
    cercate di ottenere con tanta violenza.  Tutto  questo  vi  ho  detto,
    perch   vano il credere che possa da me ottenere qualche compiacenza
    colui che non sia mio legittimo sposo". "Se non  che questo" disse lo
    sleale cavaliere, "ecco, guarda,  bellissima Dorotea" ch Dorotea  il
    nome  di  questa disgraziata che parla "io ti do la mano e ti giuro di
    sposarti,  e siano testimoni di questa verit  i  cieli  a  cui  nulla
    rimane nascosto, e questa immagine della Madonna qui appesa".
    Quando  Cardenio  la  sent dire che si chiamava Dorotea,  sussult di
    nuovo,  e  si  conferm  nella  sua  prima  opinione,   ma  non  volle
    interrompere  il  racconto  per  vedere  ormai  qual era la fine,  che
    tuttavia egli credeva gi di conoscere: soltanto disse:
    - Come?!  Voi vi chiamate Dorotea,  signora?  Di un'altra  ho  sentito
    parlare,  che  si  chiamava  cos,  e le cui disgrazie somigliano alle
    vostre.  Ma continuate;  verr il momento in cui vi dir cose  che  vi
    recheranno non meno meraviglia che dolore.
    A queste parole di Cardenio,  Dorotea fiss il suo strano e miserevole
    vestito,  e lo preg,  se aveva qualche notizia  sul  suo  conto,  che
    parlasse  sbito;  perch  una  cosa  di  buono  le  aveva lasciato la
    fortuna,  ed era appunto il coraggio  di  sopportare  qualunque  nuovo
    colpo,  sentendosi  sicura  che  nulla ormai poteva accrescere nemmeno
    d'una linea quello che aveva gi ricevuto.
    - No,  signora - rispose Cardenio - il coraggio  lo  perderei  io  nel
    parlare,  se fosse vero quello che m'immagino;  ma c' tempo,  e a voi
    ora non pu importare il saperlo.
    - Comunque sia - rispose Dorotea - io sguito  il  mio  racconto.  Don
    Fernando dunque, prendendo un'immagine della Madonna che era in quella
    stanza,  la  pose  per  testimone del nostro sposalizio,  e con le pi
    espressive parole e i pi  straordinari  giuramenti  mi  dette  parola
    d'esser  mio  marito.  Prima che egli finisse la sua promessa,  io gli
    dissi che guardasse bene a  quel  che  faceva,  e  che  pensasse  alla
    collera  di  suo  padre,  quando  saprebbe  che  s'era sposato con una
    ragazza di campagna sua vassalla;  non si lasciasse accecare dalla mia
    bellezza,  che non bastava a scusare il suo errore,  ma,  se mi voleva
    bene davvero, mi lasciasse a una sorte conforme al mio stato, perch i
    matrimoni  diseguali  non  riescono  bene,   e  la  felicit  con  cui
    cominciano  non dura molto.  Tutte queste considerazioni io gli feci e
    altre ancora, di cui non mi ricordo;  ma non bastarono a impedirgli di
    persistere nella sua idea,  proprio come uno che, avendo intenzione di
    non pagare,  non fa difficolt n solleva obiezioni nel concludere  un
    affare. Io poi in quel momento feci purtroppo dentro di me anche altre
    riflessioni,  e  mi  dissi:  "Sarei  forse  io la prima da umile stato
    salita in alto grado con un matrimonio? E sar Don Fernando il primo a
    cui la bellezza, o piuttosto una cieca passione,  abbia fatto prendere
    una  donna inferiore alla sua condizione?  Quindi,  poich ci sono dei
    precedenti,  non  bene che io rifiuti questo onore che  la  sorte  mi
    offre;  e anche se l'affetto che egli mi dimostra,  non durasse in lui
    pi in l della soddisfazione dei suoi desidri,  sarei pur sempre sua
    moglie  innanzi  a  Dio;  se  invece  continuo  a respingerlo coi miei
    sdegni, egli  ora in un tale stato d'animo che, dimenticando ogni suo
    dovere, user certamente la violenza,  e io rimarr disonorata e senza
    discolpa  di  fronte  a  chi  non  sapr come mi sono trovata a questo
    estremo.  Perch quali parole riusciranno a persuadere i miei genitori
    e  gli  altri che questo cavaliere  entrato nella mia stanza senza il
    mio consenso?".  Tutte queste domande e risposte  me  le  feci  in  un
    momento nella mia testa,  e soprattutto cominciarono a convincermi e a
    piegarmi (purtroppo alla mia rovina) i  giuramenti  di  Don  Fernando,
    quella  testimonianza  della  Madonna  che  invocava,  le  lacrime che
    spargeva,  e finalmente la sua gentilezza  e  le  nobili  maniere  che
    accompagnate  da  tante dimostrazioni di vero amore,  avrebbero potuto
    vincere un cuore anche pi saggio e pi  cauto  del  mio.  Chiamai  la
    domestica  perch si aggiungesse in terra ai testimoni da lui presi in
    cielo, e Don Fernando torn a confermare e ripetere i suoi giuramenti;
    aggiunse degli altri santi ai primi presi per  testimoni,  si  imprec
    mille  maledizioni  future,  se  non  avesse  mantenuto  quello che mi
    prometteva in quel momento,  si fece venire delle altre  lacrime  agli
    occhi,  e accrebbe i sospiri, mi strinse pi forte fra le braccia, fra
    cui mi aveva sempre tenuto senza lasciarmi un momento,  e cos  quando
    la  domestica fu andata via di camera,  si compirono il mio disonore e
    il suo tradimento.  Il giorno che doveva seguire  a  quella  notte  di
    sventura si avvicinava,  ma non con quella celerit io credo,  che Don
    Fernando  avrebbe  desiderato  perch  forse,  soddisfatta  la  voglia
    brutale,  non  si  desidera  pi  altro  che fuggire dal luogo dove fu
    sfogata.   Lo  dico,   perch  Don  Fernando  aveva  una  gran   furia
    d'andarsene,  e  con  l'aiuto  della  mia domestica (era stata lei che
    l'aveva fatto passare in camera) prima  che  facesse  giorno  era  gi
    nella strada. Nel lasciarmi, sebbene con minor impeto e minor veemenza
    di  quando  era arrivato,  mi disse che stessi sicura della sua fede e
    dei suoi validi e sinceri giuramenti,  e per maggiore  conferma  della
    sua parola si tolse dal dito un ricco anello e l'infil nel mio.  Egli
    se ne and,  e io rimasi non so dir neanch'io  se  triste  o  allegra;
    questo  solo  so,  che  rimasi  confusa  e pensosa e quasi stordita di
    fronte a quanto era accaduto,  e non ebbi coraggio,  o non mi venne in
    mente,  di rimproverare la mia domestica per il tradimento commesso di
    rinserrare Don Fernando nella mia stessa camera,  perch ancora non mi
    rendevo ragione se era bene o male quel che era successo.  Avevo detto
    a Don Fernando quando se ne  era  andato,  che  poteva  tornare  altre
    volte,  poich  ormai  ero  sua,  passando  di dove era passato quella
    notte, fino a che non volesse pubblicare il matrimonio; ma,  tranne la
    notte  seguente,  egli  non venne mai pi,  e per pi d'un mese io non
    potei vederlo n per la strada n in chiesa,  nonostante tutte le  mie
    vane  insistenze,  poich sapevo benissimo che era ancora in paese,  e
    che quasi tutti i giorni andava a  caccia  che  era  la  sua  passione
    preferita.  Quei  giorni e quelle ore so ben io quanto furono tristi e
    crudeli per me.  So che cominciai a dubitare allora,  e  anche  a  non
    credere pi affatto alla fede di Don Fernando; so che la mia domestica
    ebbe allora a udire parole di rimprovero per la sua audacia, che prima
    non  aveva  udito;  e so anche che mi fu forza trattenere le lacrime e
    atteggiare a serenit il  mio  volto,  per  non  dar  motivo  ai  miei
    genitori  di  domandarmi  perch  ero  afflitta,  e  obbligarmi cos a
    cercare delle bugie con cui quietarli.  Ma  tutto  questo  fin  a  un
    tratto,  perch  giunse  il  momento in cui,  calpestato ogni rispetto
    umano e abbandonata ogni circospezione nei discorsi, persi la pazienza
    e tutto venne in pubblico.  Questo accadde quando  di  l  a  poco  si
    sparse  in  paese  la voce che in una citt vicina Don Fernando si era
    ammogliato con  una  giovane  straordinariamente  bella  e  figlia  di
    genitori molto nobili, sebbene non tanto ricca che per la dote potesse
    aspirare a un matrimonio cos splendido. Dissero anche che si chiamava
    Lucinda,  e  raccontarono  altri fatti successi durante lo sposalizio,
    che destarono non poca meraviglia.
    Quando Cardenio ud il nome di Lucinda,  non fece altro movimento  che
    piegare le spalle, mordersi le labbra, inarcar le ciglia, e lasciar di
    l  a  poco  cadere  dai  suoi occhi due fonti di lacrime;  ma non per
    questo Dorotea interruppe il suo racconto, e anzi cos seguit:
    - Questa triste notizia arriv ai  miei  orecchi,  e  nell'udirla,  il
    cuore,  invece  di agghiacciarmisi,  si infiamm di tanta rabbia,  che
    poco manc non  uscissi  per  le  strade  gridando  ai  quattro  venti
    l'infame  tradimento  di  cui  ero stata vittima.  Ma il mio furore si
    calm all'idea di un progetto,  che decisi di effettuare quella  notte
    stessa, e che consist appunto nel mettermi questo abito datomi da uno
    dei nostri garzoni,  a cui raccontai tutta la mia sventura, pregandolo
    di accompagnarmi fino  alla  citt  dov'era  il  mio  assassino.  Egli
    biasim  la mia audacia,  e disapprov la mia decisione,  ma vedendomi
    risoluta, si offr ad accompagnarmi, come egli disse,  fino in capo al
    mondo.  Allora misi in un sacco di tela un vestito da donna,  e alcune
    gioie e denari per quel che poteva succedere,  e  nel  silenzio  della
    notte,  senza  avere  avvertito quella traditrice della mia cameriera,
    uscii di casa accompagnata dal garzone e da una folla di  pensieri.  A
    piedi  mi misi in cammino verso la citt,  e mi pareva di volare tanto
    era la smania di giungervi,  se non per impedire quel  che  ormai  era
    fatto,  almeno  per  domandare a Don Fernando con che coraggio l'aveva
    fatto.  Arrivai in  due  giorni  e  mezzo  nel  luogo  che  volevo,  e
    all'ingresso  della citt domandai subito dov'era la casa dei genitori
    di Lucinda, e il primo a cui rivolsi la domanda mi disse purtroppo pi
    di quel che avrei desiderato di sentire.  Mi disse infatti dov'era  la
    casa,  e  mi  raccont  tutto  quel  che era successo in occasione del
    matrimonio della loro  figliola;  fatti  che  ormai  erano  tanto  nel
    dominio  del  pubblico,  che per tutta la citt si facevano capannelli
    per discorrerne.  Mi raccont che la notte in cui Don  Fernando  s'era
    sposato  con  Lucinda,  questa  dopo aver dato il s di consenso,  era
    caduta in deliquio, e che lo sposo, nello sganciare il busto per farla
    meglio respirare,  le aveva trovato una lettera scritta di suo  pugno,
    in  cui diceva e dichiarava di non poter essere sposa di Don Fernando,
    perch era gi sposa di Cardenio (uno dei pi nobili  cavalieri  della
    citt,  a  quanto mi disse quell'uomo) e che se aveva dato il s a Don
    Fernando,  l'aveva fatto per non  disobbedire  ai  suoi  genitori.  La
    lettera  continuava  dicendo  che  essa  aveva intenzione di uccidersi
    appena avvenuto il matrimonio,  e dava le ragioni di quella decisione;
    e  in  prova  della seriet del suo proposito,  dicevano che le si era
    trovato addosso un pugnale.  Di fronte a  questi  fatti  parve  a  Don
    Fernando d'essere stato ingannato, schernito e umiliato da Lucinda; si
    accost a lei prima che si riavesse dallo svenimento,  e con lo stesso
    pugnale  che  le  avevano  trovato  addosso,  la  voleva  pugnalare  e
    l'avrebbe  fatto,  se  i genitori e gli altri presenti non lo avessero
    impedito. Fu anche detto che Don Fernando part subito,  e che Lucinda
    non s'era riavuta altro che il giorno dopo, nel quale aveva confermato
    ai  suoi genitori d'essere sposa di quel Cardenio che ho detto or ora.
    Seppi dopo che Cardenio,  almeno  a  quanto  raccontavano,  era  stato
    presente  agli sponsali,  e che vedendola sposa,  il che mai e poi mai
    aveva creduto possibile,  se ne  era  uscito  dalla  citt  disperato,
    lasciando  una  lettera dove raccontava il torto che Lucinda gli aveva
    fatto,  e dichiarava d'andare a ritirarsi in un  luogo  lontano  dagli
    occhi  del  mondo.  Tutto  questo  era pubblico e notorio per tutta la
    citt;  e tutti ne parlavano e pi ne parlarono,  quando  seppero  che
    Lucinda  era  sparita  dalla casa paterna e dalla citt,  n si sapeva
    dove fosse andata. Questa notizia rianim le mie speranze,  e mi parve
    meglio  non aver trovato Don Fernando,  che averlo trovato ammogliato;
    poich mi sembr che non fosse ancora del tutto chiusa la  porta  alla
    mia  salvezza.  Cercavo infatti di persuadermi che poteva darsi che il
    cielo avesse posto  quell'ostacolo  al  suo  secondo  matrimonio,  per
    condurlo  a  riconoscere i doveri contratti col primo,  e a ricordarsi
    d'essere cristiano,  e quindi pi obbligato a pensare all'anima che ai
    rispetti umani.  Tutte queste cose io rimuginavo nella mia fantasia, e
    mi consolavo senza ragione di consolazione,  abbandonandomi a grandi e
    infondate speranze, soltanto per sostenere una vita che ormai aborro.
    Non avendo trovato Don Fernando,  io non sapevo ormai pi che fare in
    citt,  quando arriv ai miei orecchi la voce d'un pubblico banditore,
    il quale prometteva una grossa ricompensa a chi mi ritrovasse,  e dava
    i connotati dell'et, del personale e perfino dei vestiti che portavo.
    Sentii poi che la gente diceva  che  ero  stata  rapita  di  casa  dal
    garzone  che  mi  aveva  accompagnato;  e  questa cosa mi fer proprio
    nell'anima,  pensando che  a  danno  del  mio  onore,  gi  abbastanza
    compromesso  con  la mia fuga,  s'aggiungeva ora il discredito di quel
    complice di cos bassa condizione e cos indegno di me.  Appena dunque
    ebbi udito il bando, me ne andai dalla citt insieme col mio servo, il
    quale  gi  cominciava  a  dar segni di vacillare nella fedelt che mi
    aveva promesso;  e quella notte stessa entrammo nel  cuore  di  queste
    montagne  sempre  con  la  paura  d'essere  trovati.   Ma  siccome  le
    disgrazie, come si suol dire, non vengono mai sole, quel bravo ragazzo
    del mio servitore,  fino allora fedele e sicuro,  quando  mi  vide  in
    questa  solitudine,  mosso  pi  dalla  sua  birbanteria che dalla mia
    bellezza,  volle approfittare dell'occasione che a  parer  suo  questi
    luoghi  solitari gli offrivano;  e senza vergogna,  senza rispetto per
    me, senza timor di Dio,  mi fece delle turpi proposte;  ma vedendo che
    io  con  risolute  e sdegnose parole rispondevo all'impudenza dei suoi
    propositi, mise da parte le preghiere di cui da prima aveva pensato di
    servirsi,  e si dispose a usare la forza.  Ma il giusto cielo  che  di
    rado,  o  piuttosto  mai,  abbandona i buoni,  aiut tanto bene le mie
    deboli forze che riuscii facilmente a dargli una spinta e  a  buttarlo
    in  un precipizio,  dove lo lasciai non so se morto o vivo.  Poi,  pi
    svelta di quanto c'era da aspettarsi dalla mia emozione  e  dalla  mia
    stanchezza,  fuggii  tra  queste montagne senz'altro pensiero n altro
    disegno che di nascondermi e sfuggire a mio padre e a tutti quelli che
    mi cercano da parte sua.  Con quest'idea,  dunque,  non  so  neanch'io
    quanti mesi or sono,  venni in questi luoghi, dove trovai un mandriano
    che mi prese per garzone,  e mi port in un casolare posto proprio nel
    cuore di questi monti. E l'ho servito per tutto questo tempo, cercando
    di  star  sempre fuori per nascondere questi capelli (che ora,  quando
    meno me l'aspettavo,  mi hanno scoperta) ma tutte le mie precauzioni e
    le  mie  cure a nulla valsero;  perch il mio padrone s'accorse che io
    non ero un giovanotto, e venne a lui lo stesso cattivo pensiero che al
    mio garzone; e siccome non sempre la fortuna accanto ai malanni pone i
    rimedi,  non trovai questa volta dirupo n forra in cui precipitare il
    padrone,  come avevo fatto col garzone. Quindi mi parve meglio fuggire
    e nascondermi di nuovo fra queste aspre rocce, che tentare di salvarmi
    da lui coi miei rifiuti e con  la  mia  resistenza.  Tornai  dunque  a
    rintanarmi  nei  boschi,  cercando un posto dove poter tranquillamente
    pregare il cielo con sospiri  e  lacrime  ad  avere  piet  della  mia
    sventura,  e  a  darmi l'abilit e l'aiuto necessari per uscirne o per
    lasciare la vita tra queste solitudini,  senza che rimanga memoria  di
    questa infelice,  che, senza sua colpa, avr dato materia chi sa mai a
    quante maligne chiacchiere sul suo conto nel suo paese e dappertutto.



    CAPITOLO 29.
    Che tratta del curioso mezzo che si adoper  per  togliere  il  nostro
    innamorato cavaliere alla durissima penitenza che s'era imposta.

    -  Questa ,  o signori,  la vera storia delle mie sventure: giudicate
    ora se i sospiri che avete udito,  le parole che avete  sentito  e  le
    lacrime  che  cadevano dai miei occhi avevano ragioni per essere anche
    pi abbondanti;  e considerata la natura della mia disgrazia,  vedrete
    che ogni consolazione sar vana, poich non  possibile alcun rimedio.
    Vi  prego  soltanto  (e  questo facilmente potrete e dovrete farlo) di
    consigliarmi un luogo dove possa vivere senza che mi torturi il timore
    e l'ansiet  d'essere  trovata  da  quelli  che  mi  cercano;  perch,
    quantunque  il  grande  amore  che  hanno  per  me  i miei genitori mi
    assicuri che sarei da loro ben ricevuta,   tanta la vergogna  che  mi
    prende al solo pensiero di dover comparire dinanzi a loro cos diversa
    da  quella che essi mi pensavano,  che preferisco sottrarmi per sempre
    alla loro vista piuttosto che leggere nel loro volto il  pensiero  che
    essi  non  trovano  pi  sul mio quella purezza che avevano diritto di
    aspettarsi mantenuta da me.
    Cos dicendo tacque,  e il suo volto si copr d'un colore  che  mostr
    chiaro  il  sentimento  e il pudore di quell'anima,  e tutti provarono
    nella propria una grande commozione e una gran compassione  della  sua
    disgrazia.  Il curato voleva consolarla e consigliarla, ma Cardenio lo
    prevenne dicendo:
    - Come,  signora?!  Siete voi la bella Dorotea,  la figlia  unica  del
    ricco Clenardo?
    Dorotea  rimase  ben  sorpresa,  quando  sent  il  nome di suo padre,
    vedendo l'aspetto miserabile di colui che lo pronunciava,  poich  gi
    dicemmo in che modo Cardenio fosse vestito, e cos gli rispose:
    - E chi siete voi,  buon uomo, che sapete il nome di mio padre? Perch
    io finora se ben mi ricordo,  in tutto il racconto della mia disgrazia
    non l'ho mai nominato.
    - Sono - rispose Cardenio - quello sventurato, che, come voi, signora,
    avete  detto,  fu  da  Lucinda  dichiarato  suo sposo: sono l'infelice
    Cardenio,  e la perfidia di colui che ridusse voi in questo stato,  ha
    ridotto me in questo che vedete: lacero,  ignudo,  privo di ogni umano
    conforto e,  quel che  peggio di tutto,  fuori di senno,  poich  non
    sono  in  me  che  nei brevi intervalli in cui il cielo me lo concede.
    Sono proprio io,  Dorotea,  che mi trovai presente ai misfatti di  Don
    Fernando,  io  che  aspettai fino a che non ebbi udito quel s con cui
    Lucinda dichiar di essere sua sposa;  io che  non  ebbi  coraggio  di
    stare  a vedere che conseguenze avrebbero avuto il suo svenimento e la
    scoperta di quel biglietto trovatole in seno,  perch l'anima mia  non
    ebbe la forza di sopportare tutti insieme tanti colpi. Quindi persi il
    lume della ragione,  e fuggii da quella casa,  lasciando una lettera a
    un uomo presso cui avevo preso alloggio,  pregandolo di consegnarla in
    propria  mano  a  Lucinda;  e  mi  rifugiai  fra queste solitudini con
    l'intenzione di por fine alla mia vita,  che da allora ho odiato  come
    nemica mortale.  Ma la sorte non ha voluto togliermela,  contentandosi
    di togliermi il senno,  forse per serbarmi la  buona  fortuna  che  ho
    avuto nel trovarvi;  perch,  se  vero,  e non ne dubito, quel che ci
    avete raccontato,  potrebbe darsi che il cielo ci avesse  riserbato  a
    tutti  e  due nelle nostre sventure una conclusione migliore di quella
    che crediamo. Perch dal momento che Lucinda non pu maritarsi con Don
    Fernando,  perch  impegnata con me,  come ha dichiarato apertamente,
    n  Don Fernando pu ammogliarsi con lei,  perch  impegnato con voi,
    possiamo sperare che il cielo ci restituisca quel che  nostro,  e che
     tuttora in essere,  perch non fu n alienato n distrutto.  Poich,
    dunque,  abbiamo questa  consolazione,  non  nata  da  speranze  molto
    lontane,   n  fondata  su  fantastiche  immaginazioni,  vi  supplico,
    signora,  di mutar pensiero come lo muto  io,  e  di  sperare  miglior
    fortuna;  ch io vi giuro, in fede di cavaliere e di cristiano, di non
    abbandonarvi fino a che non siate restituita a Don Fernando.  E se con
    buone  ragioni  non  lo  potessi  convincere a fare il proprio dovere,
    userei allora della libert che mi permette l'esser cavaliere,  e  con
    giusto  titolo  lo  sfiderei  per il torto che in tal caso vi farebbe;
    dimenticando quelli che da lui ho ricevuto io,  dei quali lascerei  la
    vendetta al cielo per dedicarmi alla vendetta dei vostri sulla terra.
    Queste parole di Cardenio portarono al colmo lo stupore di Dorotea,  e
    non sapendo come ringraziarlo di  cos  grande  offerta,  essa  voleva
    gettarglisi ai piedi per baciarglieli,  ma Cardenio non lo permise. Il
    curato allora parl per tutti e due;  approv il discorso di Cardenio,
    e  soprattutto  li  preg,  li  consigli  e li persuase che andassero
    insieme con lui nel suo villaggio, dove avrebbero potuto rifornirsi di
    tutto quello di cui avevano bisogno.  L avrebbero discusso insieme il
    modo  di  cercare  Don  Fernando,  o  di  ricondurre  Dorotea dai suoi
    genitori,  o di fare insomma quel che altro sarebbe loro sembrato  pi
    conveniente. Cardenio e Dorotea ringraziarono e accettarono l'offerta.
    Il barbiere che fino allora era stato attento e zitto,  fece anche lui
    il suo bravo discorsetto,  e si offr con non minore zelo del curato a
    servirli  in  tutto  quello che poteva;  e raccont al tempo stesso la
    ragione che li aveva condotti l,  la strana pazzia di Don Chisciotte,
    e  che  aspettavano  il  suo  scudiero  che  era andato a cercarlo.  A
    Cardenio torn in mente come in un sogno la questione che aveva  avuta
    con  Don  Chisciotte  e  la raccont agli altri,  ma non seppe dire da
    quale motivo fosse  nata.  In  quel  momento  udirono  delle  grida  e
    riconobbero che era Sancio Panza, che non avendoli ritrovati nel luogo
    dove  li  aveva  lasciati,  li  chiamava a squarciagola.  Gli andarono
    incontro e gli domandarono di Don Chisciotte,  ed  egli  raccont  che
    l'aveva trovato in camicia,  sfinito,  giallo e morto di fame, e tutto
    occupato a sospirare per Madonna Dulcinea.  E siccome gli aveva  detto
    che  essa  gli  imponeva di uscire da quel luogo e di andare al Toboso
    dove lo aspettava,  egli aveva  risposto  che  deliberato  era  a  non
    presentarsi innante alla sua beltade,  fintantoch compiute non avesse
    tali gesta che degno lo rendessero del di lei favore.
    - E io dico - aggiunse Sancio -  che  se  questa  storia  deve  durare
    dell'altro, c' il pericolo che non diventi neanche arcivescovo, che 
    il meno a cui potrebbe arrivare, non che imperatore come  suo dovere.
    Perci bisogna vedere quel che si pu fare per levarlo di l.
    Il curato gli rispose che stesse tranquillo,  e che l'avrebbe tolto di
    l anche contro sua voglia.  Raccont poi a Cardenio e a Dorotea  quel
    che avevano pensato di fare per salvare Don Chisciotte,  o per lo meno
    per riportarlo a casa sua;  e Dorotea allora disse che avrebbe  potuto
    far lei da donzella necessitosa di soccorso meglio del barbiere, tanto
    pi che aveva con s i vestiti suoi, in modo che la cosa sarebbe stata
    proprio naturale.  Si prese dunque lei l'incarico di fare tutto quello
    che fosse necessario per il loro progetto,  e garant che  ci  sarebbe
    ben riuscita,  perch aveva letto molti romanzi cavallereschi e sapeva
    benissimo lo stile che adoperavano  le  donzelle  necessitose,  quando
    chiedevano aiuto ai cavalieri erranti.
    -  Allora - disse il curato - non c' da far altro che mettersi subito
    all'opera.  La fortuna si dichiara in  nostro  favore,  poich,  senza
    neanche  pensarci,  a voialtri,  signori,  ha cominciato ad aprire una
    porta per la vostra salvezza,  e a noi ha reso pi  facile  il  nostro
    compito.
    Allora Dorotea prese dalla sua sacca un abito completo di fine e ricca
    stoffa, e una mantellina di bellissima seta verde, e da una cassettina
    tir  fuori  un  vezzo  e  altri gioielli,  coi quali in un momento si
    adorn in modo da apparire una gran dama. Tutto ci e anche altra roba
    disse che l'aveva portata  via  da  casa  per  i  casi  che  potessero
    capitarle,  e  che  fino  allora  non  le  si  era offerta l'occasione
    d'averne bisogno.  Tutti rimasero incantati della sua grazia  e  della
    sua  bellezza,  e finirono di persuadersi che Don Fernando era un uomo
    di poco discernimento, se disprezzava tante doti, ma chi si meravigli
    pi di tutti fu Sancio Panza,  che in vita sua non aveva mai visto una
    cos  bella  creatura;  quindi domand al curato con grande entusiasmo
    chi era quella signora cos bella e che cosa veniva a cercare tra quei
    postacci.
    - Caro Sancio - rispose il curato - questa bella signora  l'erede  in
    linea  retta  mascolina  (e  non  vi  dico  altro!)  del gran regno di
    Miccomiccone,  la quale  viene  in  traccia  del  vostro  padrone  per
    chiedergli  una  una  grazia,  che  consiste  nel riparare un torto od
    oltraggio che dir si voglia, fattole da un gigante malvagio;  e per la
    fama  di  buon  cavaliere  che ha il vostro padrone in tutto il mondo,
    dalla Guinea  venuta a cercarlo questa principessa.
    - Oh che bellezza che l'abbia  cercato  e  che  bellezza  che  l'abbia
    trovato! - disse a questo punto Sancio - tanto pi se il mio padrone 
    cos  fortunato  da  punire  quest'oltraggio  e riparare questo torto,
    ammazzando quel figlio d'una puttana di gigante che dice  Vossignoria!
    E l'ammazzer di certo, se l'incontra, a meno che non sia un fantasma,
    perch  contro  i  fantasmi  il  padrone  non  ce  ne pu.  D'una cosa
    soprattutto mi raccomando a lei, signor curato, ed  questa: perch al
    mio padrone non gli venga la voglia di diventare  arcivescovo,  che  
    quello  di  cui  ho paura,  gli consigli lei di ammogliarsi subito con
    questa principessa;  cos non potr pi ricevere gli ordini  sacri,  e
    lui  allora  diventer facilmente imperatore,  e io avr la ricompensa
    che desidero.  Ci ho studiato sopra,  e ho capito  che  a  me  non  mi
    conviene che diventi arcivescovo;  perch io,  essendo ammogliato, non
    posso essere uomo di chiesa;  e se mi trovassi costretto ad  andare  a
    chiedere dispense per poter godere rendite ecclesiastiche,  con moglie
    e figlioli come ho, sarebbe un pasticcio.  Quindi qui sta il nocciolo:
    che  il  mio  padrone  si  ammogli sbito con questa signora,  che non
    nomino col suo nome perch non so ancora come si chiami.
    - Si chiama - disse il curato - principessa Miccomiccona;  perch  dal
    momento che il suo regno si chiama Miccomiccone,   chiaro che essa si
    deve chiamare cos.
    - Non c' dubbio - disse Sancio.  - Infatti ce  n'  tanti  che  hanno
    preso  nome e casato dal luogo dove nacquero,  come per esempio Pietro
    d'Alcal, Giovanni d'Ubeda e Diego di Valladolid,  e lo stesso si vede
    che costuma in Guinea, di chiamare le regine col nome del loro regno.
    -  Dev'essere  proprio  cos  -  disse  il  curato  -  e quanto a fare
    ammogliare il vostro padrone, mi ci metter con tutto il mio impegno.
    E con questo Sancio rest  tanto  contento,  quanto  rest  il  curato
    stupito della sua ingenuit, vedendo come gli si fossero ficcate nella
    fantasia  le stesse stravaganze del suo padrone,  poich senza nemmeno
    l'ombra di un dubbio si figurava che Don  Chisciotte  o  prima  o  poi
    dovesse davvero diventare imperatore.
    Frattanto  Dorotea  era  salita  sulla mula del curato,  e il barbiere
    s'era aggiustata al viso la coda di bue;  quindi chiesero a Sancio  di
    condurli dove era Don Chisciotte;  e lo avvertirono di non dire che li
    conosceva,  tanto  il  curato  quanto  il  barbiere,  perch  dal  non
    riconoscerli  dipendeva  per  il  suo  padrone  tutta  la faccenda del
    diventare imperatore.  Il curato e Cardenio  non  vollero  andare  con
    loro:  Cardenio,  perch  Don Chisciotte non avesse a ricordarsi della
    questione avuta con lui,  e il curato perch per  il  momento  la  sua
    presenza  non  era  necessaria;  quindi  lasciarono  andare avanti gli
    altri, e loro andarono dietro a piedi passo passo. Il curato non manc
    di avvisare Dorotea di quel che doveva fare,  ed essa gli rispose  che
    stesse  tranquillo,  e  che  tutto  si  sarebbe  fatto  a puntino come
    volevano e descrivevano i romanzi cavallereschi.
    Avevano fatto forse  tre  quarti  di  lega,  quando  fra  delle  rocce
    scorsero  Don  Chisciotte  gi  vestito  sebbene non armato,  e appena
    Dorotea  lo  vide  e  fu  informata  da  Sancio  che  quello  era  Don
    Chisciotte, frust il suo palafreno, seguta dal ben barbuto barbiere.
    Giunti  vicino  a  lui lo scudiero discese dalla mula e corse a dar di
    braccio a Dorotea;  la  quale  scendendo  con  molta  agilit  and  a
    inginocchiarsi  dinanzi a Don Chisciotte,  e sebbene egli facesse ogni
    sforzo per rialzarla, essa senza alzarsi gli parl in questa maniera:
    - Di qui non m'alzer, o valente e valoroso cavaliere,  fintantoch la
    bont  e  cortesia  vostra  non  m'abbiano  concessa  una grazia,  che
    ridonder in onore e pregio della persona vostra, e in vantaggio della
    pi afflitta e oltraggiata donzella che sia sotto la luce del sole;  e
    se  il  valore  del  vostro  forte  braccio corrisponde al grido della
    vostra  fama  immortale,   voi  siete  tenuto  a  porgere  aita   alla
    sventurata,  che  da cos remote terre vien dietro all'aura del vostro
    famoso nome, cercandovi per rimedio delle sue disgrazie.
    - Non vi dar io gi risposta veruna,  avvenente signora  rispose  Don
    Chisciotte  -  n porger pi ascolto al vostro racconto,  fintantoch
    non vi sarete alzata da terra.
    - Non mi alzer,  signore - replic l'afflitta  donzella  -  se  prima
    della vostra cortesia non m' concessa la grazia che imploro.
    -  Io  ve  la concedo e ve la prometto - rispose Don Chisciotte purch
    non sia cosa in danno o pregiudizio del mio re,  della mia patria e di
    colei che ha la chiave del mio cuore e della mia libert.
    -  Non  sar  in  danno o in pregiudizio di quelli che dite,  mio buon
    signore - replic l'addolorata donzella,  e  allora  Sancio  s'accost
    all'orecchio del padrone, e gli disse a voce molto bassa:
    -  Gliela conceda pure,  sa,  la grazia che le domanda;   una cosa da
    nulla.  Si figuri!  non si tratta che di ammazzare un  gigantaccio,  e
    questa  che  glielo  domanda    nientemeno  che  la  gran principessa
    Miccomiccona, regina del gran regno Miccomiccone d'Etiopia.
    - Sia chi sia - disse Don Chisciotte -  io  far  quello  a  cui  sono
    tenuto  e  che  la  mia  coscienza mi detta,  conforme alle regole che
    professo. - E voltandosi alla donzella disse: - La Vostra Gran Beltade
    si alzi, ch io le concedo la grazia di che addimandarmi le piaccia.
    - Orbene - disse la donzella - quello ch'io vi chiedo  questo: che la
    vostra magnanima persona venga subito con me dove io la condurr, e mi
    prometta  di  non  intromettersi  in  altra  avventura,  n  accettare
    alcun'altra domanda, finch non mi abbia vendicato d'un traditore, che
    contro ogni diritto divino e umano m'ha usurpato il mio regno.
    -  Vi  ripeto,  signora,  che  ve lo concedo - rispose Don Chisciotte-
    quindi potete d'ora innanzi sbandire ogni vostra tristezza,  e far  s
    che nuove forze attinga la vostra svanita speranza. Con l'aiuto di Dio
    e del mio braccio voi vi vedrete presto restituita nel vostro regno, e
    assisa  sul  trono  del  vostro  antico e grande Stato,  ad onta degli
    oltracotanti  che  contrapporsi   volessero.   Ors,   all'opra,   ch
    nell'indugio sta, come suol dirsi, il periglio.
    La  necessitosa  donzella fece allora ogni suo sforzo per baciargli la
    mano,  ma Don Chisciotte,  che in tutto era cortese e fine  cavaliere,
    non  lo  consent;  e  anzi  la  fece  alzare  e l'abbracci con molta
    cortesia e finezza,  e ordin a  Sancio  di  riguardar  le  cinghie  a
    Ronzinante e poi di armarlo di tutto punto.  Sancio stacc le armi che
    pendevano da un albero come un trofeo,  e  riguardate  le  cinghie  al
    cavallo,  in un momento arm il suo padrone,  il quale, quando si vide
    armato, disse:
    - Si parta adunque nel nome d'Iddio e pel servigio di  questa  eccelsa
    dama.
    Il  barbiere  era  sempre  in  ginocchio,  e  faceva grandi sforzi per
    trattenere le risa e perch non gli cascasse la barba,  ch la  caduta
    della barba poteva compromettere i loro progetti; ma vedendo che ormai
    la grazia era concessa e che Don Chisciotte si preparava ad agire,  si
    alz,  e presa per l'altra mano la sua signora,  fra tutti  e  due  la
    fecero  salire  sulla  mula.   Subito  dopo  Don  Chisciotte  sal  su
    Ronzinante,  e il barbiere si accomod sulla sua  cavalcatura,  mentre
    Sancio  rimaneva a piedi,  ci che gli rinnov il dolore della perdita
    del suo ciuco,  ora che pi di prima ne sentiva la mancanza.  Ma tutto
    sopportava con animo lieto,  parendogli che ormai il suo padrone fosse
    sulla strada e anzi molto vicino a diventare  imperatore;  perch  era
    sicuro  che  si  sarebbe  ammogliato con quella principessa,  e quindi
    sarebbe  diventato  per  lo  meno  re  di  Miccomiccone:  gli  seccava
    solamente  il  pensiero  che  quel regno era in terra di negri,  e che
    quindi la gente che gli avrebbero dato per vassalli,  sarebbero  stati
    tutti  negri.  Ma  nella sua immaginazione trov subito un rimedio,  e
    disse fra s:
    Che m'importa a me che i miei vassalli siano neri?  Sar tutt'al  pi
    questione  di  imbarcarli  e  portarli  nella  Spagna,  dove  li potr
    vendere,  e dove me li pagheranno in contanti;  e io con  quel  denaro
    potr comprare qualche titolo o qualche ufficio,  con cui vivere senza
    far nulla tutto il resto della mia vita. No, gi!  star l a dormire!
    Sta'  un  po'  a vedere ora che non sar capace di saper sfruttare una
    situazione, e vendere dieci, venti, trentamila vassalli: bada l!  Per
    Dio,  se li vender tutti in un battibaleno: grossi e piccini,  o come
    potr; e per quanto neri siano, sapr ben io farli diventare bianchi e
    gialli! Qua, qua; che mi lecco di gi le dita!.
    Con questi pensieri  per  la  testa,  andava  innanzi  cos  svelto  e
    contento, che dimenticava perfino il guaio di dover andare a piedi.
    Cardenio e il curato avevano visto tutto nascosti fra dei cespugli,  e
    non sapevano come fare per riunirsi con loro,  ma il  curato  che  era
    uomo  pieno di risorse,  trov subito il modo di raggiungere lo scopo.
    Con un paio di forbici che aveva in un astuccio tagli alla svelta  la
    barba  a  Cardenio,  poi  gli fece infilare la sua gabbana bigia e una
    mantellina nera, e lui rimase in calzoni e farsetto. Cardenio parve un
    altro,  e  se  si  fosse  guardato  a  uno  specchio  non  si  sarebbe
    riconosciuto neanche lui.  Intanto,  mentre si travestivano, gli altri
    erano andati  avanti;  ma  essi  arrivarono  facilmente  sulla  strada
    maestra  prima  di  loro,  perch le rocce e i cespugli,  di cui erano
    pieni quei luoghi,  non permettevano a chi andava a  cavallo  d'andare
    con  la  sveltezza di chi andava a piedi.  Essi dunque si fermarono in
    pianura allo sbocco della strada della montagna,  e quindi  appena  ne
    uscirono  Don  Chisciotte  e  i  suoi  compagni,  il  curato si mise a
    fissarli molto da lontano,  facendo  segni  di  riconoscerli,  e  dopo
    averli  guardati  e  riguardati  un  bel  pezzo,  and loro incontro a
    braccia aperte, gridando:
    - Ben trovato lo specchio della cavalleria,  il mio  buon  compatriota
    Don   Chisciotte  della  Mancia,   fiore  e  cima  d'ogni  gentilezza,
    protezione  e  rimedio  ai  necessitosi,  quintessenza  dei  cavalieri
    erranti  -  e  cos dicendo aveva abbracciato il ginocchio della gamba
    sinistra di Don Chisciotte;  il quale sorpreso di quel che vedeva fare
    e dire a quell'uomo,  si mise a guardarlo con attenzione, e finalmente
    lo riconobbe.  Meravigliato,  voleva a tutti i costi scendere,  ma  il
    curato non lo permise, e perci Don Chisciotte diceva:
    - Mi lasci scendere, signor curato; non  giusto che io stia a cavallo
    e una persona di riguardo, come la Signoria Vostra, vada a piedi.
    -  Io non lo permetter in nessun modo - disse il curato - la Signoria
    Vostra rimanga a cavallo,  poich sta a cavallo per  compiere  le  pi
    grandi imprese che si siano viste al nostro tempo;  mentre io, indegno
    sacerdote,  baster che salga in groppa a una  delle  mule  di  questi
    signori che sono con lei,  se me lo permettono.  E far conto d'essere
    in sella sul caval pegaseo,  o sopra la zebra su  cui  cavalcava  quel
    famoso moro Muzaraque,  che giace tuttora incantato nella gran caverna
    Zulema, non lontano dal luogo ove sorgeva la gran citt di Compluto.
    - A questo non ci avevo pensato - rispose  Don  Chisciotte  -  ma  son
    sicuro  che  la  signora  principessa  vorr  compiacersi per amor mio
    d'ordinare al suo scudiero di cedere alla Signoria Vostra la sella,  e
    di accomodarsi in groppa, se la mula sopporta due cavalieri.
    - S,  li sopporta,  a quel che credo - rispose la principessa - e non
    importer ch'io glielo ordini al mio scudiero,  perch  egli    tanto
    cortese  di  suo,  che  non  permetter  che un sacerdote vada a piedi
    potendo andare a cavallo.
    - Certamente - disse il  barbiere,  e  scendendo  offr  la  sella  al
    curato,  che  l'accett  senza farsi tanto pregare.  Ma il male fu che
    quando il barbiere le sal in groppa,  la mula che era  di  quelle  di
    vettura, e tanto basta, alz un po' le parti deretane, e spar in aria
    una  coppia di calci,  che se pigliava mastro Nicola nel petto o nella
    testa, chi sa come malediva il suo viaggio in cerca di Don Chisciotte!
    Tuttavia quei calci lo fecero  sobbalzare  in  maniera  che  casc  di
    sotto,  e  con  tanto  poco riguardo per la sua barba che la perse per
    terra.  Quando se ne accorse,  non trov altro rimedio che  quello  di
    coprirsi  il  viso  con  tutte  e  due  le  mani,  e gridare che s'era
    fracassato le mascelle.  Don Chisciotte che vide tutto quel  mazzo  di
    peli  venuto  via  senza  sangue e senza carne dal viso dello scudiero
    caduto:
    - Vivaddio! - esclam - questo  un gran miracolo. Gli  venuta via la
    barba dal viso, proprio come se gliela avessero rasata.
    Il curato,  visto il pericolo che la sua  invenzione  fosse  scoperta,
    accorse a raccattare la barba,  e la port dove Mastro Nicola,  sempre
    disteso in terra, continuava a urlare, e presagli la testa fra le mani
    e appoggiatasela sul petto,  gliela rimise in un  lampo,  mormorandoci
    sopra  delle  parole  magiche  che,  disse,  avevano  la  virt di far
    riappiccicare le barbe,  come  avrebbero  potuto  vedere  ben  presto.
    Quando gliela ebbe rimessa, si scost, e lo scudiero riapparve infatti
    cos ben barbuto e cos sano come prima; del che Don Chisciotte rimase
    stupefatto moltissimo,  e preg il curato d'insegnargli, a suo comodo,
    quelle parole magiche,  perch egli riteneva che la loro virt dovesse
    avere  applicazione  pi estesa che a riappiccicare barbe.  Era chiaro
    infatti che di dove si strappavano le barbe,  la carne doveva rimanere
    tutta   una   piaga,   e  se  le  parole  guarivano  anche  la  carne,
    evidentemente giovavano pi che alla barba.
    - Proprio cos - disse il curato,  e  promise  di  insegnargli  quelle
    parole alla prima occasione.
    Fu  allora  stabilito che intanto salisse sulla mula il curato,  e che
    poi col barbiere e Cardenio facessero a salirvi un po' per uno, fino a
    che non fossero arrivati all'osteria,  che doveva essere a un paio  di
    leghe di l.  Messisi dunque in ordine, tre a cavallo, vale a dire Don
    Chisciotte, la principessa e il curato,  e tre a piedi,  Cardenio,  il
    barbiere e Sancio Panza, disse Don Chisciotte alla donzella:
    - Che l'Altezza Vostra ci guidi ora dove pi le talenta.
    E prima che lei rispondesse, domand il curato:
    -  Verso  che  regno vuol condurci la Signoria Vostra?  Forse verso il
    regno di Miccomiccone?  Cos almeno m'immagino,  per quel poco che  mi
    intendo di queste faccende.
    Dorotea,  che stava sull'avviso,  cap che doveva rispondere di s,  e
    infatti disse:
    - S, signore: debbo andare da quella parte.
    - Allora - continu il curato - bisogna passare proprio di mezzo  alla
    mia  parrocchia;  di  l  poi la Signoria Vostra prender la strada di
    Cartagena, dove, con l'aiuto di Dio, si potr imbarcare, e se il vento
     buono, il mare tranquillo e non le capitano burrasche,  in poco meno
    di  nove  anni si potr giungere in vista della gran palude del Cacai,
    cio del Catai volevo dire, situata poco pi di un centinaio di giorni
    di strada prima del regno di Vostra Altezza.
    - La Signoria Vostra si sbaglia - rispose Dorotea -  perch  non  sono
    ancora  due  anni  ch'io  son  partita di l,  e non ho mai avuto buon
    tempo,  e ci nonostante  sono  arrivata  a  vedere  colui  che  tanto
    desideravo di vedere,  cio il signor Don Chisciotte della Mancia,  la
    cui fama,  giunta ai miei orecchi appena posi piede nella  Spagna,  mi
    mosse  a  cercarlo per raccomandarmi alla sua cortesia,  e affidare la
    giustizia della mia causa al valore del suo invincibile braccio.
    - Cessino, oh! cessino queste mie lodi - disse Don Chisciotte perocch
    io sia nemico di ogni genere di adulazione,  e anche se questa non  lo
    ,  tuttavia simili discorsi offendono le mie modeste orecchie. Questo
    solo voglio dirvi,  signora: abbia o non abbia io del  valore,  quello
    che  ho  o  non  ho,  deve essere ora in vostro servigio adoperato,  a
    rischio pur  anche  della  vita  medesima.  E  ora,  lasciando  questo
    argomento a pi opportuno tempo,  prego il signor curato di dirmi qual
     il motivo che l'ha fatto venire da queste parti,  cos  solo,  senza
    nemmeno  un  servitore,  e  cos leggermente vestito,  da far venire i
    brividi.
    - Oh!  glielo dico in tre parole - rispose il curato.  -  La  Signoria
    Vostra  deve  sapere  che  io  e mastro Nicola,  vostro amico e nostro
    barbiere,  andavamo a Siviglia a riscuotere certi denari inviatimi  da
    un  mio  parente emigrato molti anni or sono nelle Indie (una discreta
    sommetta a dir vero: qualcosa  pi  di  sessantamila  pesos  d'oro  di
    coppella) e mentre si passava ieri per questi luoghi, quattro briganti
    ci assalirono e ci portaron via perfino la barba: anzi ce la portarono
    via  in modo che il barbiere se l' dovuta mettere posticcia;  e anche
    questo giovanotto qui - e cos dicendo additava Cardenio  -  lo  hanno
    conciato  per il d delle feste.  Ma il bello  che in questi dintorni
    si dice che i nostri assalitori siano  dei  galeotti,  liberati  dalla
    catena  in  questi  paraggi  da  un  uomo cos forte e audace,  che li
    sciolse tutti sebbene fossero  scortati  da  un  ispettore  con  delle
    guardie.  Senza  dubbio  quell'uomo  doveva aver perso il cervello,  o
    essere un birbante come loro,  o non  avere  n  anima  n  coscienza,
    perch  volle  dare  la  via al lupo tra le pecore,  alla volpe tra le
    galline,  alla mosca sul miele: volle defraudare la  giustizia,  andar
    contro il suo re,  suo natural signore,  dal momento che and contro i
    suoi ordini: volle, dico, togliere alle galere i piedi per muoversi, e
    rimettere in movimento la Santa Fratellanza,  che da tanti anni  stava
    in  riposo:  volle  finalmente  commettere tale opera per cui andr in
    perdizione l'anima sua e non ci guadagner nulla il suo corpo.
    Sancio aveva raccontato  al  curato  e  al  barbiere  l'avventura  dei
    galeotti, terminata dal suo padrone con tanta sua gloria, e per questo
    il  curato gravava la mano nel riferirla,  per vedere ci che faceva o
    diceva Don Chisciotte.  Il quale  mutava  colore  a  ogni  parola  del
    curato,  e  non  osava  dire che era stato lui il liberatore di quella
    brava gente.
    - Questi dunque - termin il  curato  -  furono  quelli  che  ieri  ci
    derubarono.  Dio  nella  sua  misericordia  perdoni a colui che non li
    lasci condurre al loro meritato castigo.

    CAPITOLO 30.
    Che fa vedere l'intelligenza della bella Dorotea con altre cose  molto
    divertenti e interessanti.

    Non  aveva  ancora  il  curato finito di dire queste parole che Sancio
    esclam:
    - Perbacco! signor curato, fu il mio padrone che fece quella prodezza.
    E io glielo avevo detto avanti, e lo avevo avvisato che badasse a quel
    che faceva, e che era peccato mettere in libert quella gente,  perch
    erano tutti quanti dei solenni birbaccioni.
    -  Stolto!  -  disse  a questo punto Don Chisciotte.  - Tocca forse ai
    cavalieri erranti verificare se  gli  afflitti,  gli  incatenati,  gli
    oppressi  che  incontrano sulla loro via,  si trovano in quelle tristi
    condizioni per loro colpa o per loro merito? Essi devono aiutarli come
    gente necessitosa,  tenendo conto delle loro angosce e non delle  loro
    colpe. Io mi imbattei in una fila di gente miserabile e disgraziata, e
    feci loro quello che mi ordina la mia regola,  e pel resto avvenga che
    pu.  Chi pensa ch'io abbia fatto male,  salva la  sacra  dignit  del
    signor  curato  e  la  sua  onorata  persona,  affermo che di faccende
    cavalleresche non ha cognizione veruna, e che mente come un bastardo e
    un vil marrano,  e questo glielo prover con la  mia  spada,  dovunque
    egli creda opportuno di fissare la sua residenza.
    Cos  dicendo  si  assicur sulle staffe e si cal in capo il morione,
    perch la catinella  da  barbiere,  che  secondo  lui  era  l'elmo  di
    Mambrino,  la  portava  attaccata all'arcione in attesa di poterla far
    accomodare: infatti i galeotti gliel'avevano tutta rovinata.
    Dorotea  che  era  molto  intelligente  e  molto  spiritosa,   sapendo
    l'estroso  umore  di Don Chisciotte,  e che tutti,  tranne Sancio,  si
    burlavano di lui,  non volle esser da meno degli  altri,  e  vedendolo
    cos irritato, gli disse:
    -  Signor  cavaliere,  si  ricordi  che  lei  mi  ha  promesso  di non
    intromettersi in nessun'altra avventura per urgente che sia.  Si calmi
    dunque,  perch se il signor curato avesse saputo che i galeotti erano
    stati liberati per opera di codesto invitto braccio, si sarebbe cucita
    la bocca e morsa tre volte la lingua,  piuttosto che dire  una  parola
    che potesse ridondare a sfavore della Signoria Vostra.
    -  Oh,  lo  giuro  certamente  -  disse il curato - mi sarei piuttosto
    strappato un baffo.
    - Tacer dunque,  signora mia - riprese Don  Chisciotte  reprimer  la
    giusta  collera  che  gi  mi  gonfiava il petto,  e mi terr quieto e
    pacifico, finch vi abbia adempita la grazia che v'ho promesso;  ma in
    compenso di questo vostro giusto desiderio,  vorrei che mi diceste, se
    non vi rincresce,  qual  il vostro affanno,  e quante e quali son  le
    persone  di  cui  debbo  darvi  una  giusta,  soddisfacente e completa
    vendetta.
    -  Ben volentieri - rispose Dorotea - se non  vi  rincresce  di  udire
    affanni e disgrazie.
    - No, affatto - disse Don Chisciotte, e Dorotea riprese:
    - Quand' cos, le Signorie Loro stiano dunque a sentire.
    Appena  ebbe  detto  questo,  Cardenio  e  il barbiere le si posero al
    fianco,  desiderosi di udire come l'intelligente ragazza inventava  la
    sua  storia,  e  lo stesso fece Sancio che,  sul conto di lei,  viveva
    nello stesso inganno del suo padrone.  Essa  dopo  essersi  accomodata
    bene in sella,  dopo aver tossito e fatti altri gesti preparatori, con
    molto garbo cominci a parlare in questo modo:
    - Anzitutto,  voglio che le Signorie Vostre sappiano che il  mio  nome
    ... - e qui si sofferm un poco, perch non si ricordava del nome che
    il  curato  le  aveva  messo;  ma questi corse al riparo,  perch cap
    dov'era l'inciampo, e disse:
    - Non fa meraviglia,  signora mia,  che ella si turbi  e  si  confonda
    raccontando le sue disgrazie;  le quali alle volte son cos grandi che
    tolgono la memoria a coloro che ne sono afflitti sicch talora nemmeno
    si ricordano pi del loro nome,  proprio come  successo  alla  Vostra
    Altezza,  che  s'  dimenticata di chiamarsi principessa Miccomiccona,
    legittima erede del gran regno di Miccomiccone.  Ma ora,  dopo  questo
    suggerimento,   Vostra  Altezza  pu  benissimo  richiamare  alla  sua
    afflitta memoria tutto quello che vuol raccontarci.
    - S,   vero - disse Dorotea - e da qui in avanti credo  che  non  ci
    sar  pi  bisogno  di richiamarmi alla mente qualche cosa,  perch io
    arriver da me a buon punto con questa mia veridica  storia.  Continuo
    dunque.  Il re mio padre, che si chiamava Trinacrio il Savio, fu molto
    dotto nell'arte magica,  e per mezzo della sua scienza venne a  sapere
    che  mia  madre,  la  quale  si chiamava la regina Caramiglia,  doveva
    morire prima di lui,  che dopo poco anche lui  sarebbe  morto,  e  che
    quindi  io  sarei rimasta orfana di padre e di madre.  Ma non gli dava
    tanto pensiero questo,  quanto il sapere con certezza  che  un  enorme
    gigante,  signore  di  una  grande  isola vicinissima al nostro regno,
    chiamato Pandafilando dalla Foscavista... (perch ha gli occhi a posto
    e diritti,  ma guarda torto come se fosse guercio,  e questo lo fa per
    malignit, per incutere spavento a chi lo guarda)... Dicevo dunque che
    mio  padre  previde  che  questo  gigante,  venuto a sapere che io ero
    rimasta orfana, avrebbe invaso con un grande esercito il mio regno,  e
    me lo avrebbe tolto tutto quanto,  senza lasciarmi neanche un pezzetto
    di terra dove potermi ritirare.  Vedeva altres mio padre,  con la sua
    arte,  che  io  avrei  potuto evitare questa rovina,  se avessi voluto
    maritarmi con quel mostro,  ma che mai e poi mai avrei acconsentito  a
    un tal matrimonio.  E qui vedeva proprio bene e la pura verit, perch
    non mi  mai passato per la mente di pigliarmi per marito n quello n
    qualunque altro gigante per grande e smisurato che fosse. Mio padre mi
    lasci detto anche che  quand'egli  fosse  morto,  e  io  vedessi  che
    Pandafilando  cominciava  a  invadere  il  mio regno,  non cercassi di
    difendermi,  perch sarebbe stata la mia completa rovina,  ma che  gli
    lasciassi  libero  il  campo,  se  volevo evitare la morte e la totale
    distruzione di tutti i miei buoni e leali vassalli; perch non sarebbe
    stato possibile che io riuscissi a difendermi dalla forza diabolica di
    quel mostro. Dovevo invece con alcuni dei miei pormi subito in viaggio
    per la Spagna,  dove avrei trovato il rimedio  dei  miei  mali  in  un
    cavaliere  errante,  la  cui  fama in quel tempo si sarebbe sparsa per
    tutto quel regno; e questo cavaliere si doveva chiamare, se mal non mi
    ricordo, Don Ricotte o Don Fischiotte...
    - Don Chisciotte vorr dire,  signora  -  interruppe  a  questo  punto
    Sancio Panza - o, con altro nome, il Cavaliere dalla Triste Figura.
    -  S,  proprio  cos  -  disse  Dorotea.  - Aggiunse anche che questo
    cavaliere doveva essere d'alta statura,  scarno in volto,  e che dalla
    parte destra,  sotto la spalla sinistra o gi di l,  doveva avere una
    voglia grigia con dei peli duri come setole.
    Sentendo questo, Don Chisciotte disse al suo scudiero:
    - Sancio,  vien qua.  Aiutami a spogliarmi: voglio vedere se  sono  il
    cavaliere indicato da quel sapiente re.
    - E perch vuole spogliarsi la Signoria Vostra? - disse Dorotea.
    - Per vedere se ho questa voglia che disse vostro padre.
    -  Non  c'  bisogno  che  lei si spogli - disse Sancio - perch io so
    benissimo che ha una voglia a quel modo nel bel  mezzo  del  groppone,
    che  segno d'uomo robusto.
    -  Basta  allora  - disse Dorotea - perch tra amici non si deve badar
    tanto per il sottile,  e che la voglia sia sulla spalla  o  sul  dorso
    importa poco: basta che una voglia ci sia, e poi sia dove vuole, che 
    tutta  la  medesima  carne.  Senza  dubbio il mio buon padre colse nel
    segno  in  tutte  le  sue  predizioni,   e  io  ho  colto  nel   segno
    raccomandandomi  al  signor Don Chisciotte,  che  certo quegli di cui
    parl mio padre;  perch i segni del viso concordano con quelli  della
    gran  fama che questo cavaliere ha non solo nella Spagna,  ma in tutta
    la Mancia,  e appena fui sbarcata in Ossuna,  sentii raccontare  tante
    imprese  di  lui,  che subito il cuore mi disse che era proprio quello
    che venivo a cercare.
    - Ma,  come fece Vostra Altezza - domand Don Chisciotte - a  sbarcare
    ad Ossuna, se Ossuna non  sul mare?
    Ma prima che Dorotea rispondesse, il curato si affrett a rimediare:
    -  La  signora principessa deve voler dire che,  dopo esser sbarcata a
    Malaga,  la prima citt dove ebbe notizie  della  Signoria  Vostra  fu
    Ossuna.
    - S, proprio cos volevo dire - replic Dorotea.
    -  Ecco: ed  chiaro - disse il curato.  - E ora la Maest Vostra vada
    pure avanti.
    - Non c' altro da dire - rispose Dorotea - se non che  finalmente  ho
    avuto  tanta fortuna nel trovare il signor Don Chisciotte,  che faccio
    gi conto d'essere regina e padrona di tutto il mio regno poich  egli
    per  la  sua cortesia e magnificenza mi ha promessa la grazia di venir
    con me dovunque io voglia condurlo,  che non sar  altrove  se  non  a
    fronte  di  Pandafilando  dalla  Foscavista,   perch  l'uccida  e  mi
    restituisca quel che costui mi ha  usurpato  contro  ogni  diritto;  e
    tutto  ci deve accadere con esattezza matematica,  perch cos lasci
    profetato Trinacrio il Savio, il mio buon padre; il quale lasci anche
    detto e scritto in lettere caldee o greche, che io non so leggere, che
    se questo cavaliere della profezia,  dopo aver decapitato il  gigante,
    volesse  sposarsi  con  me,  io  dovevo subito senza nemmeno replicare
    accettarlo come marito,  e  concedergli  il  possesso  del  mio  regno
    insieme con quello della mia persona.
    - Che te ne pare, amico Sancio? - disse Don Chisciotte a questo punto.
    - Non senti?  Non te l'avevo detto io? Hai visto un po' se non abbiamo
    gi un regno da governare e una regina da sposare?
    - Santo cielo! - disse Sancio. - Sarebbe un gran bel minchione chi non
    volesse fare un tal matrimonio,  dopo aver segata la canna della  gola
    al  signor  "Pappafilato"!  E  poi,  come  se  fosse brutta la regina!
    Buttala via,  va'!  La vorrei avere io,  la vorrei!   - e cos dicendo
    fece  due  salti  dall'allegrezza,  e subito and a prendere le redini
    della mula di Dorotea,  e fattala fermare le  si  inginocchi  dinanzi
    supplicandola  che  gli  desse  le  mani  da  baciare  in segno che la
    riconosceva per sua legittima regina e sovrana.
    Chi dei presenti non doveva ridere, vedendo la pazzia del padrone e la
    balordaggine del servitore?  Dorotea gliele porse,  e gli  promise  di
    dargli  una  gran  signoria  nel  suo  regno,  quando il cielo volesse
    concederle il bene di ricuperarlo e goderselo.  Sancio  ringrazi  con
    parole che fecero ridere di nuovo tutti.
    -  Questa,  o  signori  -  riprese  Dorotea  -   la mia storia: debbo
    soltanto aggiungere che di tutto il sguito che condussi  con  me  dal
    mio  regno  non  mi  resta  che  questo  ben barbuto scudiero,  perch
    affogarono tutti in una gran burrasca che ci colse in vista del porto,
    e io e lui arrivammo a terra per miracolo su due tavole;  e miracolo e
    mistero  pu chiamarsi tutto il corso della mia vita come avete potuto
    voi stessi sentire.  Se poi qualche parte del  mio  racconto    stata
    troppo lunga,  e non ben precisata come avrebbe dovuto,  la colpa sar
    da attribuirsi alle mie grandi e continue sventure, perch, come disse
    il signor curato in principio del mio racconto, le sventure tolgono la
    memoria a coloro che ne son vittime.
    - Esse non la toglieranno a me,  eccelsa e valorosa Principessa  disse
    Don  Chisciotte  -  per  quante siano,  e per quanto grandi e inaudite
    siano, quelle che incontrer per servirvi. Quindi di nuovo confermo la
    grazia che vi ho promesso,  e giuro di venir con voi in capo al mondo,
    fino  a che non mi trovi a fronte del fiero inimico vostro,  a cui con
    l'aiuto di Dio e del mio braccio conto di recider la testa superba col
    filo di questa...  non voglio dir buona spada,  grazie  a  Ginesio  di
    Passamonte  che  mi port via la mia.  - Queste ultime parole le disse
    tra i denti, poi prosegu: - E dopo avergliela recisa e avervi riposto
    in pacifico possesso del vostro Stato,  rimarr in vostro arbitrio  il
    fare  della vostra persona quello che pi vi talenter,  dappoich fin
    tanto ch'io abbia  occupata  la  memoria,  prigioniera  la  volont  e
    l'intelletto schiavo di colei... N pi favello: perocch possibil non
    fia  che  pensiero di imene veruno mi attraversi la mente,  fosse pure
    con l'Araba Fenice.
    Suonarono tanto male a Sancio quelle ultime parole con cui il  padrone
    dichiar  di  non  volersi ammogliare,  che tutto arrabbiato si mise a
    urlare:
    - Giuraddio!  Signor Don Chisciotte,  ma lei non  ha  un  briciolo  di
    cervello,  sa!  Ma come  possibile che tentenni neanche un momento ad
    ammogliarsi con una principessa di questa fatta?  O che crede  che  la
    fortuna  voglia offrirle a tutte le cantonate un'occasione come questa
    qui? O che forse la signora Dulcinea  pi bella? No di certo, nemmeno
    la met.  Starei per dire che a questa qui non  gli  lega  neanche  le
    scarpe.  Eh, l'ho bell'e avuta la contea che aspetto, se mi si mette a
    cercare funghi in mare. Si sposi, si sposi subito,  corpo di Bacco,  e
    acchiappi  questo  regno  che le  capitato fra le mani cosi a ufo,  e
    quando sar re mi faccia marchese o governatore, e il resto poi vada a
    farsi friggere.
    Don Chisciotte,  che sent dire tali bestemmie  contro  Dulcinea,  non
    pot tollerarle, e alzata la lancia, senza una mezza parola, gli suon
    due legnate tali che lo butt in terra, e se non era perch Dorotea si
    mise a urlare che non gliene desse altre, certo l'ammazzava.
    -  Che  credete  -  gli  disse  dopo  un  po'  di  tempo  - miserabile
    villanaccio? Che sempre vi sia permesso di farmi il maestro di casa? E
    che io debba star continuamente a perdonarvi,  e voi  a  ricominciare?
    Levatevelo dalla testa,  birbaccione scomunicato! E scomunicato dovete
    esser davvero,  giacch avete  ardito  sparlare  della  impareggiabile
    Dulcinea.  E non sapete dunque,  zoticaccio,  villanaccio, birbaccione
    che se non fosse il valore che essa infonde nel mio braccio, io non ne
    avrei tanto da ammazzare una pulce?  Ditemi  un  poco,  volpone  dalla
    lingua  di  vipera,  chi  credete  che  abbia guadagnato questo regno,
    tagliata la testa a questo gigante e creato voi  marchese  (ch  tutto
    questo  io ve lo do per fatto e passato in giudicato) se non il valore
    di Dulcinea che ha preso  il  mio  braccio  per  strumento  delle  sue
    imprese?  E'  lei  che combatte e vince in me,  e io vivo e respiro in
    lei,  e da lei dipende la mia vita,  e l'esistenza mia.  Ah  furfante,
    figliol  d'una puttana!  Come siete ingrato!  Vi trovate sollevato dal
    fango della strada e fatto nobile,  e corrispondete al  beneficio  col
    dir male di chi ve lo fece!
    Sancio non era cosi malconcio,  da non intendere ci che gli diceva il
    padrone, e alzatosi pi alla svelta che pot,  and a ripararsi dietro
    alla mula di Dorotea, e di l disse:
    - Mi dica un po', signor Don Chisciotte, se lei  davvero deciso a non
    sposare  questa  gran principessa,   chiaro che il regno non le tocca
    pi, e allora che ricompensa mi pu dare a me?  Questo  quello di cui
    mi lamento!  Ma s'ammogli,  dia retta a me, con questa regina, giacch
    l'abbiamo qui come piovuta dal cielo.  Dopo poi  potr  tornare  dalla
    signora Dulcinea.  Ce ne devono pure essere stati nel mondo dei re che
    hanno avuto delle ganze!  Quanto alla bellezza non ci metto n sale n
    olio, perch a dire il vero tutte e due mi paiono belle, sebbene io la
    signora Dulcinea non l'abbia mai vista.
    - Come non l'hai mai vista,  traditore che non sei altro?  esclam Don
    Chisciotte.  - Se m'hai portato or ora un'ambasciata da parte sua?
    - Voglio dire che non l'ho  vista  abbastanza  con  comodo  -  rispose
    Sancio - per aver notato a una a una tutte le sue particolari bellezze
    ma cos all'ingrosso, m'ha fatta buona impressione.
    -  Allora  ti perdono - disse Don Chisciotte - e tu perdonami le botte
    che t'ho dato nella rabbia;  perch i  primi  impeti  l'uomo  non  pu
    reprimerli.
    - Gi, lo vedo - disse Sancio - e anche per me la voglia di discorrere
     sempre il primo impeto, e non mi  mai riuscito nemmeno una volta di
    trattenere quel che mi viene alla bocca.
    -  Stacci attento - disse Don Chisciotte - perch tanto va la gatta al
    lardo... con quel che segue.
    - Ho inteso - disse Sancio. - Dio sta nel cielo e vede gli inganni,  e
    giudicher  chi  fa peggio,  se io a non discorrere bene,  o lei a non
    agire bene.
    - Basta, via! - disse Dorotea. - Correte, Sancio,  a baciar la mano al
    vostro  padrone  e  chiedetegli perdono,  e da qui in avanti siate pi
    cauto con le vostre lodi e con i vostri biasimi,  e non dite  male  di
    quella signora Tobosa, che io non conosco se non per renderle omaggio.
    E  abbiate fede in Dio che non ci lascer mancare uno Stato,  dove voi
    potrete vivere come un principe.
    Sancio se ne and a testa bassa a chiedere la mano al suo padrone;  il
    quale gliela porse con solenne gravit,  e dopo che Sancio gliela ebbe
    baciata,  gli impart la benedizione,  e gli disse che andasse un poco
    avanti,  perch  aveva da fargli delle domande e da discorrere con lui
    di cose di  grande  importanza.  Sancio  obbed,  e  tutti  e  due  si
    avanzarono alquanto, distanziandosi dagli altri.
    -  Dacch  sei tornato - disse allora Don Chisciotte - non ho avuto n
    tempo n luogo di domandarti molti particolari riguardo all'ambasciata
    che portasti e alla risposta che m'hai riportato:  e  ora,  poich  la
    fortuna  ci ha concesso tempo e luogo,  non mi negare la soddisfazione
    che puoi darmi con cos buone notizie.
    - Domandi pure quel che vuole - rispose Sancio -  ch  io  ripeter  a
    puntino quel che mi hanno detto;  ma d'ora innanzi, mi raccomando, non
    sia tanto vendicativo.
    - Perch dici cos? - domand Don Chisciotte.
    - Perch queste legnate d'ora furono  pi  per  la  questione  che  il
    diavolo fece nascere l'altra notte fra noi due,  che per quello che ho
    detto contro la padrona Dulcinea,  alla quale,  soltanto per il  fatto
    che  appartiene  a lei,  io voglio bene e la venero come una reliquia,
    bench una reliquia non sia.
    - Non ricominciare con  questi  discorsi,  che  mi  fanno  inquietare,
    Sancio:  io  t'ho  perdonato  or ora,  e tu sai quel che suol dirsi: a
    peccato nuovo, penitenza nuova.
    Mentre cos dicevano,  videro avanzarsi per la loro strada un  uomo  a
    cavallo  sopra un asino,  e quando arriv vicino parve loro un gitano;
    ma Sancio Panza, che dovunque vedesse un asino,  gli moriva dietro con
    l'anima e con gli occhi,  appena ebbe visto quell'uomo,  riconobbe che
    era Ginesio di Passamonte,  e  per  il  filo  del  gitano  ritrov  il
    gomitolo  del  suo  ciuco  come era in realt;  perch il ciuco su cui
    veniva Passamonte era proprio il suo.  Per non essere  riconosciuto  e
    per  poter vendere l'asino,  Ginesio si era vestito da gitano,  perch
    sapeva parlare,  benissimo come la sua,  la lingua dei gitani e  molte
    altre ancora.  Sancio lo vide e lo riconobbe,  e appena l'ebbe visto e
    riconosciuto, cominci a urlare:
    - Ladro d'un Ginesino, lascia il mio bene,  rendimi la mia vita,  posa
    il  mio  tesoro,  lascia il mio ciuco,  lascia la mia fortuna,  scappa
    furfante, fuggi ladro, e lascia stare quel che non  tuo.
    Non ci fu bisogno di tante parole,  n di tante ingiurie,  perch alla
    prima  Ginesio salt gi,  e preso un trotto che somigliava molto alla
    carriera,  in un baleno s'allontan e spar.  Sancio si accost al suo
    ciuco, e abbracciandolo gli disse:
    - Come sei stato,  bene mio, ciuco degli occhi miei, e compagno mio? -
    E cos dicendo lo baciava e l'accarezzava  come  se  fosse  stato  una
    persona.  L'asino stava zitto,  e si lasciava baciare e accarezzare da
    Sancio senza rispondergli una parola.  Si avvicinarono  tutti,  e  gli
    fecero   le  loro  congratulazioni  per  il  ritrovamento  del  ciuco,
    specialmente Don Chisciotte,  il quale gli disse che  non  per  questo
    annullava l'assegno dei tre somarelli. Sancio lo ringrazi.
    Mentre  cavaliere  e  scudiero  discorrevano cos fra loro,  il curato
    disse a Dorotea che aveva mostrato molta bravura tanto nell'invenzione
    del racconto come nella sua brevit e nella somiglianza che gli  aveva
    saputo dare coi romanzi cavallereschi.  Essa disse che s'era divertita
    molto spesso a leggerli,  ma che non sapeva dov'erano le province e  i
    porti, e che quindi aveva detto a caso d'essere sbarcata a Ossuna.
    - Ma io me ne sono accorto - disse il curato - e per questo sono corso
    subito  al  riparo,  dicendo  quel  che  ho  detto  e  cos  tutto s'
    accomodato.  Ma non  davvero una cosa  straordinaria  il  vedere  con
    quanta  facilit  questo  sventurato  gentiluomo  crede a tutte queste
    menzogne e invenzioni, soltanto perch sono nello stile e alla maniera
    delle sciocchezze dei suoi libri?
    - Ah,  s,  veramente - disse  Cardenio.  -  Una  cosa  tanto  rara  e
    inaudita,  che io non so se, volendo inventarla, si potesse trovare un
    ingegno abbastanza acuto da riuscirvi.
    - E poi c' un'altra cosa da dire - replic  il  curato  -  che  fuori
    delle  ingenue  stravaganze relative alla sua pazzia,  se si tratta di
    altri soggetti,  questo bravo gentiluomo discute con  ottimi,  sensati
    ragionamenti  e  dimostra  in  tutto un'intelligenza chiara e normale.
    Perci, purch non lo tocchino nelle sue fisime cavalleresche,  non ci
    sar nessuno che non lo giudichi un uomo di sanissimo criterio.

    CAPITOLO 31.
    Piacevole  conversazione  tra  Don  Chisciotte  e Sancio Panza e altri
    avvenimenti.

    Mentre questi si trattenevano cos in conversazione tra loro, prosegu
    Don Chisciotte nella sua, e disse a Sancio:
    - Amico mio,  facciamo monte con le nostre questioni,  e dimmi un poco
    senza amarezze e senza rancore: dove, come e quando trovasti Dulcinea?
    Che  le  dicesti?  Che  ti rispose?  Che viso fece quando lesse la mia
    lettera? Chi te l'aveva trascritta? Raccontami dunque tutto quello che
    credi degno d'essere domandato e saputo, senza aggiunger nulla e senza
    dir bugie per farmi un  piacere,  ma  anche  senza  omissioni  che  mi
    possano dispiacere.
    - Signore - rispose Sancio - se le devo dire la verit, la lettera non
    me la trascrisse nessuno, perch io non avevo nessuna lettera.
    -  Questo    vero  -  disse  Don  Chisciotte  -  perch il libriccino
    d'appunti,  dove io la scrissi,  lo ritrovai presso di me,  due giorni
    dopo che tu eri partito;  e questo mi fece stare molto in pena, perch
    non sapevo quel che tu avresti fatto, quando ti fossi trovato senza la
    lettera,  e sempre ho  creduto  che  tu  saresti  tornato  indietro  a
    prenderla appena tu te ne fossi accorto.
    - E cos avrei fatto di certo,  se non l'avessi tenuta a mente, quando
    lei me la lesse; quindi la dettai a un sagrestano, che me la copi dal
    capo parola per parola cos bene,  che disse che  in  tutto  il  tempo
    della sua vita,  sebbene avesse letto molte lettere di scomunica,  non
    aveva mai visto n letto una lettera cos bella come quella.
    - La sai sempre a memoria, Sancio?
    - Nossignore, perch dopo che l'ebbi dettata, visto che non doveva pi
    servire a nulla,  tirai  a  dimenticarmene.  Se  di  qualche  cosa  mi
    ricordo,    quel  "pigiata"  cio,  anzi  voglio  dire quel "pregiata
    signora",  e l'ultimo pezzo: "Vostro fino  alla  morte:  il  Cavaliere
    dalla  Triste Figura": e in mezzo a questi due ci misi pi di trecento
    fra anima, vita e occhi miei.
    - Tutto questo non  mi  dispiace  -  disse  Don  Chisciotte.  Continua
    dunque.  Tu  giungesti  col,  e,  dimmi,  a  qual  bell'opra era ella
    intenta, quella regina di bellezza?  Ah!  per certo tu la trovasti che
    infilava  perle,  o  che  in  auree  fila ricamava qualche impresa per
    questo suo schiavo cavaliere?
    - No - disse Sancio - la trovai che vagliava  del  grano  sull'aia  di
    casa sua.
    - Ebbene, puoi star sicuro - replic Don Chisciotte - che i chicchi di
    quel grano diventavan chicchi di perle al contatto delle sue mani.  E,
    ponesti mente, amico, se il grano era gentile o calbigia?
    --No; era cicalino e pien di vecce - rispose Sancio.
    - E io t'assicuro che,  vagliato da quelle sue mani,  fece senza alcun
    dubbio un finissimo pane.  Ma andiamo avanti. Quando tu le porgesti la
    mia lettera, la baci? Se la port sul cuore? Fece,  insomma,  qualche
    atto degno di tal lettera? O che altro fece?
    -  Quando  io  stavo  per  dargliela  - rispose Sancio - lei era tutta
    affannata a dimenare del grano che  aveva  nel  vaglio,  e  mi  disse:
    Amico,  mettete  questa  lettera sopra quel sacco perch non la posso
    leggere fino a che non ho finito di vagliare tutto questo grano.
    - Ah, qual sublime intelletto! Ci fece ella certamente per leggerla a
    suo bell'agio e trarne pi soavi sensi. Continua, Sancio, continua.  E
    dimmi,  mentre  accudiva  alle  sue opre,  quali detti ti rivolse?  Ti
    favell di me?  E tu che cosa le rispondesti?  Deh!  finisci,  narrami
    tutto, non tralasciare un sol detto.
    -  A me non mi domand nulla - riprese Sancio - ma io le dissi che lei
    stava facendo penitenza in suo onore,  nudo dalla cintola in su,  solo
    fra queste montagne come un uomo salvatico, dormendo sulla nuda terra,
    senza cibare pane a tavola imbandita, senza mai pettinarsi la barba, e
    piangendo e maledicendo la sua sorte.
    - Dicendo che maledicevo la mia sorte, dicesti male, perch io anzi la
    benedico e la benedir per tutto il tempo della mia vita, poich mi ha
    fatto degno di meritar d'amare una cos alta signora come Dulcinea del
    Toboso.
    - Perdinci! E' alta davvero - disse Sancio - la mi sorpassa d'un palmo
    buono!
    - Ma,  dimmi,  Sancio - chiese Don Chisciotte.  - Come potesti con lei
    cos misurarti?
    - Bene cos feci!  Mentre le davo una mano a metter  un  sacco  su  un
    ciuco, ci ritrovammo tanto accosto, che potei vedere che mi sorpassava
    pi d'un palmo.
    -  Ma  non    forse  vero  - riprese Don Chisciotte - che ella decora
    questa sua altezza  e  la  adorna  con  infinite  doti  dell'animo?  E
    dimmi...  ah, tu lo negheresti indarno!... dimmi, in appressartele non
    sentisti tu un olezzo sabeo, una fragranza aromatica, un non so che di
    balsamico a cui non so dare un nome;  come quell'insieme  di  svariate
    essenze di cui aulisce l'officina di un mastro profumiere?
    -  Mah!  Io per dir la verit non sentii altro che un certo puzzino di
    forte, forse perch, avendo lavorato parecchio, era sudata e stracca.
    - Questo non  possibile! - esclam Don Chisciotte. - Tu dovevi essere
    infreddato, oppure eri tu che puzzavi: perocch so ben io quale olezzo
    emani da  quella  rosa  fra  li  dumi,  da  quell'agreste  giglio,  da
    quell'ambra liquida!
    -  Pu  anch'essere.  Infatti,  s,    vero  che molte volte mi sento
    proprio puzzare di quello stesso  puzzo  che  mi  parve  che  in  quel
    momento  puzzasse  la signora Dulcinea,  ma non c' da farsene specie,
    perch un diavolo somiglia a un altro.
    - Ebbene - prosegu Don Chisciotte - e quando ebbe finito di  vagliare
    il  suo grano e l'ebbe mandato al molino,  che fece dopo aver letta la
    lettera?
    - La lettera - rispose Sancio - non la lesse,  perch  disse  che  non
    sapeva  n  leggere  n  scrivere;  anzi la strapp e la fece in mille
    pezzi, dicendo che non la voleva dare a leggere a nessuno,  perch non
    voleva  che  venissero  a sapere i fatti suoi in paese,  e che bastava
    quel che le avevo detto io  a  voce  relativamente  all'amore  che  la
    Signoria  Vostra  ha  per lei,  e alla straordinaria penitenza che per
    causa sua stava facendo.  Da ultimo mi ordin di dirle che le  baciava
    le mani e che desiderava pi di vederla che di scriverle, e che quindi
    la  supplicava  e le ordinava che,  a volta di corriere,  abbandonasse
    queste boscaglie,  non facesse pi pazzie  e,  tranne  impedimento  di
    forza maggiore,  si mettesse in cammino verso il Toboso,  perch aveva
    gran desiderio di vederla.  Rise molto quando seppe  che  la  Signoria
    Vostra  si  chiamava  il "Cavaliere dalla Triste Figura",  e quando le
    domandai se c'era andato il biscaglino, mi disse di s,  e che era una
    persona  proprio a modo.  Le domandai anche dei galeotti,  ma mi disse
    che fin allora non aveva visto nessuno.
    - Tutto va bene fin qui - disse Don Chisciotte - ma dimmi,  quando  ti
    conged,  qual  gioiello  ti dette in dono per le notizie che di me le
    recasti?  Antica usanza dei cavalieri erranti  e  delle  loro  dame  
    questa:  di regalare gli scudieri,  donzelle o nani che portan notizie
    delle loro dame ai cavalieri e  dei  loro  cavalieri  alle  dame,  con
    qualche ricco gioiello per guiderdone del messaggio.
    -  Sar  benissimo  -  disse  Sancio.  - Anzi,  mi pare una gran buona
    usanza;  ma questo doveva succedere  nei  tempi  antichi,  perch  ora
    invece  dev'essere di moda dare un pezzo di pane e cacio.  Per lo meno
    questo fu il gioiello che mi dette la signora Dulcinea  attraverso  la
    siepe dell'aia quando venni via: e,  anzi,  guardi, mi ricordo proprio
    bene anche che era cacio pecorino.
    - Ah!  dessa  una dama estremamente liberale - replic Don Chisciotte
    - e se non ti don un gioiello,  senza dubbio fu perch non l'aveva l
    pronto per dartelo,  ma quel che si differisce non si esclude;  gliene
    parler  io  e  tutto  si  accomoder.  Sai  piuttosto  quel che mi fa
    meraviglia,  Sancio?  Mi pare che tu sia andato  e  tornato  di  volo;
    poich  per  andare e venire di qui al Toboso ci hai messo poco pi di
    tre giorni, e son trenta buone leghe.  Quindi io credo che quel saggio
    negromante che ha cura delle cose mie e mi  amico (e bisogna pure che
    un  negromante  amico ce l'abbia,  altrimenti non sarei buon cavaliere
    errante) dovette aiutarti a camminare senza che tu te  ne  accorgessi.
    Perch,  figurati  che  ci  son dei maghi che ti pigliano un cavaliere
    errante,  mentre  l che dorme nel suo letto,  e senza  saper  com',
    come  non  ,  il  giorno  dopo  quello  si sveglia pi di mille leghe
    lontano da dove s'era addormentato.  E se non fosse cos,  i cavalieri
    non  si  potrebbero  soccorrere tra loro,  come invece si soccorrono a
    ogni momento.  Accade  per  esempio  che  uno  sta  combattendo  nelle
    montagne d'Armenia con qualche drago o con qualche orribile mostro,  o
    con un altro cavaliere, e ha la peggio nella battaglia, e gi si trova
    in pericolo di vita. Ma quando meno se l'aspetta, eccoti in cima a una
    nube o sopra un carro di fuoco un altro cavaliere suo amico,  che poco
    prima  si  trovava in Inghilterra,  e che ora viene ad aiutarlo,  e lo
    salva dalla morte. E la sera poi si ritrova in casa sua a cena a tutto
    suo comodo,  mentre ci saranno state fra un luogo e l'altro magari due
    o  tre  mila  leghe,  e tutto questo avviene per abilit e sapienza di
    questi maghi incantatori,  che proteggono questi  valorosi  cavalieri.
    Quindi,  caro Sancio, non trovo difficolt a credere che in cos breve
    tempo tu sia andato e venuto da qui al  Toboso,  perch,  come  ti  ho
    detto,  qualche  mago mio amico deve averti trasportato a volo,  senza
    che tu te n'accorgessi.
    - Eh!   anche possibile  -  disse  Sancio  -  perch  sul  mio  onore
    Ronzinante  andava  come  se  fosse  stato  l'asino  di  un gitano con
    l'argento vivo negli orecchi.
    - Altro che argento vivo!  - disse Don Chisciotte.  - Una  legione  di
    diavoli  aveva,  che    gente  che  cammina  e  fa  camminare,  senza
    stancarsi,  quanto le pare e  piace.  Ma  lasciando  da  parte  questo
    argomento,  dimmi,  che ti pare, a te, che debba fare io relativamente
    all'ordine della mia signora di  recarmi  da  lei?  Perch  quantunque
    vegga  che  sono  tenuto  a  eseguire  i  suoi ordini,  mi veggo anche
    impossibilitato a farlo dalla grazia che ho concesso alla principessa.
    E la legge della cavalleria mi ordina di mantenere la promessa  avanti
    di  soddisfare i miei desidri.  Da una parte mi stimola e mi tormenta
    il desiderio di rivedere la mia signora,  dall'altro mi  sprona  e  mi
    chiama  la  promessa  fede  e la gloria che devo acquistarmi in questa
    impresa.  Ma ecco quel che penso di fare.  Mi affretter nel viaggio e
    arriver presto dov' questo gigante.  Appena arrivato gli taglier la
    testa,  rimetter pacificamente la principessa  sul  trono,  e  subito
    subito  torner  indietro  a  riveder  la  luce  che  illumina  i miei
    sentimenti;  dinanzi  alla  quale  mi  discolper  in  modo  che  ella
    riconoscer  legittimo  il  mio indugio,  vedendo che tutto ridonda in
    aumento della sua gloria e della sua fama;  poich  quanta  io  ne  ho
    ottenuta,  ottengo e otterr con le armi in questa vita,  tutta deriva
    dal favore che ella mi concede, e dall'esser io cosa sua.
    - Daccapo!  - disse Sancio.  - Ma lei va proprio via di cervello,  sa!
    Sicch,  mi dica un poco, tutto questo viaggio lei lo vuol fare a ufo?
    E vuol lasciarsi scappare un matrimonio coi fiocchi  come  questo?  Ma
    non  ci  pensa  che  le  danno in dote un regno che,  ho sentito dire,
    misura pi di ventimila leghe di contorno,  che  pieno d'ogni ben  di
    Dio e che  pi grande del Portogallo e della Castiglia messi insieme?
    Stia  zitto,  per  l'amor di Dio,  e si vergogni di quel che ha detto;
    accetti il mio consiglio,  mi perdoni e si ammogli  sbito  nel  primo
    paese  dove  ci  sia parrocchia;  e se no,  guardi,  c' qui il nostro
    curato che potr servirla a puntino.  E badi che ormai io sono in  et
    da  poter  dare consigli,  e che questo che le do ora,  pare fatto per
    lei,  perch meglio fringuello in tasca che tordo in frasca,  e chi il
    ben  conosca  e  al  mal si appigli,  per mal che gli vada,  non se la
    pigli.
    - Bada  Sancio  -  rispose  don  Chisciotte  -  che  se  il  consiglio
    d'ammogliarmi  me  lo  dai  perch,  dopo  avere ammazzato il gigante,
    diventi re,  e cos abbia il modo di darti in ricompensa  quanto  t'ho
    promesso;   sta'   sicuro  che  anche  senza  pigliar  moglie,   potr
    accontentarti facilmente, perch avanti di cominciare la battaglia, io
    metter per patto che riuscendo a vincerla,  anche se non mi ammoglio,
    mi  dovranno  dare  una  parte  del regno perch la possa donare a chi
    voglio io; e quando me l'hanno data a chi vuoi tu che io la regali, se
    non a te?
    - Ora s che le cose sono chiare -  rispose  Sancio  -  ma  guardi  di
    sceglierla lungo il mare perch se mai il posto non mi piacesse, possa
    imbarcare  i  miei  vassalli  neri,  e  farne quello che ho gi detto.
    Quanto ad andare dalla mia signora Dulcinea,  per ora  lasci  correre;
    vada piuttosto ad ammazzare il gigante e concludiamo quest'affare, che
    mi pare che debba essere di molto onore e di molto profitto.
    - Tu dici bene, e bisogner certamente che accetti il tuo consiglio di
    seguir  la  principessa prima d'andare da Dulcinea: ma bada di non dir
    nulla a nessuno,  neppure a questi  che  ci  accompagnano,  di  quanto
    abbiamo ora trattato e stabilito,  perch Dulcinea  tanto riguardosa,
    che non vuole che si sappiano i suoi pensieri,  e quindi sar bene che
    n io, n un altro in vece mia, li palesi.
    -  Ma...  allora...  come  mai lei vuole che tutti quelli che vince in
    battaglia vadano a presentarsi alla signora Dulcinea?  O questo non  
    un  bandire  ai  quattro  venti  che  lei  le vuol bene e che  il suo
    innamorato? E poi siccome quelli che ci vanno,  debbono inginocchiarsi
    alla sua presenza e dire che vi vanno da parte della Signoria Vostra a
    farle  atto di sommissione,  come possono rimanere nascosti i pensieri
    di tutti e due?
    - Oh! che grullerello che tu sei!  - esclam Don Chisciotte.  Non vedi
    che tutto questo ridonda a sua maggior gloria?  In questo nostro stile
    cavalleresco  grande onore per una dama aver molti cavalieri  erranti
    che  la  servano,  senza  che  i  loro  pensieri  vadano  oltre questo
    desiderio di servirla,  e soltanto perch  lei,  senza sperare  altro
    premio  dei  loro  molti e buoni servigi,  se non che ella si degni di
    accettarli come suoi cavalieri.
    - Con questa maniera d'amare - replic Sancio -  io  ho  sentito  dire
    alla predica che si deve amare Iddio,  per s solo,  senza speranza di
    gloria o timore di pena,  sebbene io preferirei di servirlo e d'amarlo
    per quanto ci pu fare di bene.
    - Diavolo d'un contadino!  - esclam Don Chisciotte. - Dice alle volte
    delle cose molto sensate! Par perfino che abbia studiato.
    - In parola se so nemmeno leggere! - replic Sancio.
    In questo momento mastro Nicola grid che aspettassero un poco, perch
    volevano fermarsi a bere a una piccola fonte l vicino. Don Chisciotte
    si ferm con gran piacere di Sancio,  che era stufo d'aver dovuto dire
    tante bugie,  e aveva una  gran  paura  che  il  padrone  finisse  col
    beccarlo;  perch sapeva che Dulcinea era una contadina del Toboso, ma
    non l'aveva mai vista in vita sua.  Nel frattempo Cardenio s'era messo
    il  vestito che portava Dorotea quando l'aveva trovata,  e sebbene non
    fosse un gran che,  tuttavia era sempre migliore di quello  che  s'era
    levato. Smontarono vicino alla fonte, e con le provviste che il curato
    aveva  portato  dall'osteria,  si  levarono  in parte la gran fame che
    tutti avevano.
    Mentre mangiavano,  pass  di  l  un  ragazzo  il  quale  si  mise  a
    osservarli  a uno a uno,  e a un tratto corse verso Don Chisciotte,  e
    abbracciategli  le  ginocchia,   cominci  a  piangere   dirottamente,
    dicendogli:
    - Ah, signore, signore! Non mi riconosce la Signoria Vostra? Mi guardi
    bene,  mi guardi: sono Andrea, quel ragazzo che lei lev dalla quercia
    a cui era legato.
    Don Chisciotte lo riconobbe, e presolo per la mano, si volt verso gli
    altri e disse:
    - Ecco qui,  guardino lor signori,  quanto  utile che  ci  sieno  dei
    cavalieri erranti nel mondo, che riparino i torti e le ingiustizie che
    vi si commettono dai prepotenti e dai malvagi.  Sappiano che giorni or
    sono  nell'attraversare  un  bosco  udii  un  grido  e  delle   parole
    lamentose,  come  di  persona  che  si  sentisse male e avesse bisogno
    d'aiuto. Spinto dal mio dovere, accorsi subito l di dove mi era parso
    che venissero le voci di lamento, e trovai legato a una quercia questo
    ragazzo;  e ho molto piacere che ora  sia  presente,  perch  sar  un
    testimone che mi potr correggere,  se sbaglio.  Dicevo dunque che era
    legato a una quercia,  nudo dalla cintola in su,  e un contadino,  che
    dopo seppi che era il suo padrone, gli menava frustate su frustate con
    le guide della sua cavalla. Appena lo vidi io, domandai la causa di un
    cos  atroce castigo,  e quel villanaccio mi rispose che quello era un
    suo servo,  e che lo frustava cos  per  certe  sue  sbadataggini  che
    sapevano  pi  di  ladro che di sciocco.  Questo ragazzo allora grid:
    Signore,  mi picchia perch gli  chiedo  il  salario  e  il  padrone
    replic  non  so  che  chiacchiere e che discolpe,  le quali io allora
    sentii bene,  ma non  trovai  soddisfacenti.  In  conclusione  io  gli
    ordinai di slegarlo,  e gli feci giurare che l'avrebbe condotto con s
    e pagato profumatamente, un reale sull'altro. Non  vero tutto questo,
    Andrea? Non vedesti con che tono imperioso glielo ordinai e con quanta
    umilt promise di fare tutto quello che io gl'imposi,  gli notificai e
    volli?  Rispondi,  e  non fare il vergognoso,  n aver paura di nulla;
    diglielo anche tu a questi Signori come andarono le  cose,  perch  si
    vegga  se    utile s o no,  che vi siano dei cavalieri erranti sulle
    strade.
    - Tutto quel che ha detto lei,   verissimo - rispose il ragazzoma  la
    faccenda and a finire tutta a rovescio di quel che lei s'immagina.
    -  Come  a  rovescio?-  domand  Don  Chisciotte.  -  Non  ti  pag il
    contadino, dopo?
    - Non solo non mi pag, ma appena lei fu fuori del bosco,  e rimanemmo
    soli,  mi  rileg  alla  stessa  quercia,  e mi dette daccapo tante di
    quelle frustate che rimasi scorticato  come  San  Bartolomeo.  E  ogni
    frustata  l'accompagnava con una barzelletta e una beffa all'indirizzo
    della Signoria Vostra,  che se non avessi sentito il male che sentivo,
    sarei  schiantato dalle risa.  Alla fine quel birbante di contadino mi
    ridusse in tale stato,  che son dovuto  rimanere  fino  a  ora  in  un
    ospedale  per  curarmi;  e  di  tutto questo la colpa  della Signoria
    Vostra, perch se lei fosse andato avanti per la sua strada, non fosse
    venuta dove nessuno l'aveva chiamata,  e non fosse entrata  nei  fatti
    degli  altri,  il mio padrone si sarebbe contentato di darmi una o due
    dozzine di frustate, e dopo mi avrebbe pagato dandomi il mio avere; ma
    siccome lei  l'offese  cos  fuor  di  proposito  e  gli  disse  tante
    insolenze,  lui dalla rabbia prese fuoco,  e non potendo vendicarsi su
    di lei,  scaric su di me tutto il temporale,  tanto che io credo  che
    non sar pi buono a nulla per tutta la vita.
    -  Il male fu che io me n'andai via di l - disse Don Chisciotteperch
    invece non me ne dovevo andare,  fino a  che  non  ti  avesse  pagato.
    Purtroppo,  per lunga esperienza dovevo sapere che non c' villano che
    mantenga la parola,  se vede che non gli conviene mantenerla.  Ma  tu,
    Andrea,  ti  ricorderai  che  io giurai che,  se non ti pagava,  sarei
    andato a cercarlo,  e lo avrei trovato anche nascosto nel ventre d'una
    balena.
    - Questo  vero - rispose Andrea - ma non  servito a niente.
    -  Ora  lo  vedrai se serve - disse Don Chisciotte,  e cos dicendo si
    alz bruscamente,  e ordin a Sancio di sellare Ronzinante,  che stava
    pascendo  mentre loro mangiavano.  Dorotea gli domand quel che voleva
    fare.  Egli le rispose che voleva andare a cercare quel contadino  per
    castigarlo  della  sua  brutalit  e costringerlo a pagare Andrea fino
    all'ultimo centesimo,  in onta e a dispetto di tutti  i  contadini  di
    questo mondo.  Dorotea gli rispose che badasse bene che, conforme alla
    grazia promessale,  egli  non  poteva  intromettersi  in  nessun'altra
    impresa,  fino  a  che non avesse portato a termine la sua,  e quindi,
    poich egli lo sapeva meglio  di  chiunque  altro,  bisognava  che  si
    calmasse fino al ritorno dal suo regno.
    -  Questo    vero - disse Don Chisciotte - e bisogna che Andrea abbia
    pazienza fino al mio  ritorno,  come  voi  dite;  ma  intanto  io  gli
    rinnuovo  il giuramento e la promessa di non darmi pi requie,  finch
    egli non sia vendicato e pagato.
    - Non me ne importa nulla di questi giuramenti - disse Andrea. A tutte
    le vendette di questo mondo preferirei d'avere i  mezzi  d'arrivare  a
    Siviglia: piuttosto,  se qui ne ha,  mi dia un boccone da mangiare,  e
    che Dio l'accompagni, lei e tutti i cavalieri d'avventura a cui auguro
    la buona ventura che hanno procurata a me.
    Sancio tir fuori dal suo sacco un pezzo di pane e un pezzo di  cacio,
    e datolo al ragazzo, gli disse:
    - Piglia,  Andrea; cos una parte della tua disgrazia toccher anche a
    noi.
    - E che parte ne pu toccare a voi? - domand Andrea.
    - Questa parte di pane e cacio che ti do - rispose Sancio.  - Dio solo
    sa quanto mi pu costare;  perch tu devi sapere,  caro amico, che noi
    scudieri dei cavalieri erranti siamo molto soggetti alla fame  e  alle
    disgrazie,  e  anche  ad  altre  cose  pi  facili  a  sentirsi  che a
    descriversi.
    Andrea prese il pane e il cacio, e vedendo che nessuno gli dava altro,
    abbass la testa, e si mise, come suol dirsi,  la strada tra le gambe.
    Tuttavia nell'andarsene disse a Don Chisciotte:
    - Per amor di Dio,  signor cavaliere errante, se un'altra volta lei mi
    incontra,  anche se vede che mi fanno a  pezzi,  non  accorra  in  mio
    aiuto,  sa!  ma  mi  abbandoni al mio destino,  che,  per quanto possa
    essere cattivo,  sar sempre meglio di quello che mi potrebbe capitare
    dal  suo  aiuto:  che  Dio  la  stramaledica,  lei e tutti i cavalieri
    erranti, quanti ne son venuti al mondo.
    Don Chisciotte fece per alzarsi e castigarlo,  ma  quello  si  mise  a
    correre  cos forte,  che nessuno ebbe voglia d'inseguirlo.  Il nostro
    cavaliere rimase molto impermalito del racconto di Andrea, e gli altri
    dovettero star bene attenti che non scappasse loro da ridere,  per non
    finire col fargli perdere del tutto le staffe.

    CAPITOLO 32.
    Ci che successe nell'osteria a tutto il quartetto di Don Chisciotte.

    Finito il lauto banchetto,  rimisero sbito la sella alle cavalcature,
    e senza che gli succedesse nulla degno d'esser raccontato,  arrivarono
    il giorno dopo all'osteria che incuteva tanto spavento a Sancio Panza;
    e  sebbene  egli  avrebbe  voluto non entrarvi,  quella volta non pot
    farne a meno. L'ostessa,  l'oste,  la loro figliola e Maritornes,  che
    videro venire Don Chisciotte e Sancio, uscirono a riceverli con grandi
    dimostrazioni  di  allegrezza,  che  egli  accolse  con  aria  grave e
    solenne,  dicendo che gli preparassero un letto migliore  della  volta
    precedente.  L'ostessa rispose che, se glielo pagava meglio dell'altra
    volta, gliene avrebbe dato uno da principe. Don Chisciotte acconsent,
    e  allora  gli  fecero  un  letto  passabile  nello  stesso   camerone
    dell'altra  volta;  ed egli sbito and a buttarvisi,  perch aveva il
    corpo stanco quanto la testa.
    Appena si fu serrato dentro,  l'ostessa  si  avvicin  al  barbiere  e
    pigliandolo per la barba disse:
    - Ehi!   ora di finirla di servirsi della mia coda per barba, e me la
    dovete rendere, perch da quando me l'avete portata via,  l'affare del
    mio marito  sempre in giro che  una vera vergogna. Il pettine di mio
    marito voglio dire, s, che ce lo infilavo io nella mia bella coda.
    Il barbiere non gliela voleva rendere,  sebbene lei tirasse sempre pi
    forte, finch il curato gli disse:
    - Dategliela pure, perch, tanto,  non ce n' pi bisogno.  Voi potete
    ormai  liberamente mostrarvi nel vostro vero aspetto a Don Chisciotte,
    dicendogli che,  dopo esser stato spogliato da quei ladri di galeotti,
    siete fuggito in questa osteria. Se poi Don Chisciotte domander dov'
    andato a finire lo scudiero della principessa,  gli diremo che essa lo
    ha inviato avanti a dare avviso a quelli  del  suo  regno  che  arriva
    insieme col liberatore di tutti.
    Allora  il  barbiere  rese  la  coda  all'ostessa  senza contrasto,  e
    parimenti le resero tutti gli altri effetti  che  aveva  prestato  per
    liberare   Don   Chisciotte   dalla   sua  fissazione.   Tutti  quelli
    dell'osteria  fecero  le  pi  grandi  meraviglie  della  bellezza  di
    Dorotea,  e  anche  del  bell'aspetto del pastore Cardenio.  Il curato
    ordin che preparassero da mangiare quel  che  c'era  nell'osteria,  e
    l'oste,  con la speranza d'essere pagato un po' meglio,  serv loro un
    discreto desinare. Don Chisciotte seguitava a dormire,  e tutti furono
    di  parere  di  non destarlo,  perch per il momento gli avrebbe fatto
    meglio il dormire che il mangiare.  Sul finire del pranzo si misero  a
    discorrere  dinanzi  all'oste,  all'ostessa,  alla  loro  figliola,  a
    Maritornes e a tutti gli altri passeggeri,  della strana pazzia di Don
    Chisciotte  e  dello stato in cui l'avevano trovato.  L'ostessa allora
    raccont ci che era successo tra lui e il mulattiere;  poi guard  se
    c'era  l  Sancio,  e,  visto  che  non  c'era,  raccont  anche tutto
    l'episodio del suo sballottamento dentro  la  coperta  tra  le  risate
    generali.  Siccome  il  curato disse che Don Chisciotte l'avevan fatto
    uscire di cervello i romanzi cavallereschi che aveva letto:
    - Possibile?!  - esclam l'oste.  - Per conto mio  la miglior lettura
    che  esista.  Ne  ho  due  o  tre,  insieme  con altri libercoli,  che
    veramente mi hanno reso la vita,  e non solo a me  ma  anche  a  molti
    altri;  perch quando  il tempo della mietitura,  si radunano qui per
    la festa molti mietitori, e ce n' sempre qualcuno che sa leggere;  il
    quale  piglia  uno  di questi libri,  e noi ci mettiamo attorno in una
    trentina,  e stiamo a sentire con  tanto  divertimento,  che  tutti  i
    pensieri  ci  vanno  via.  Io  almeno  quando  sento  quei furibondi e
    terribili colpi che tirano i cavalieri,  mi piglia la voglia  di  fare
    altrettanto e vorrei starli a sentire notte e giorno.
    -  E io lo stesso - disse la moglie - perch in casa non c' benestare
    altro che quando voi state a sentir leggere, e vi infatuate tanto, che
    in quel momento non vi ricordate pi di brontolare.
    - Questo  vero - disse Maritornes - ma per dir la verit,  anch'io mi
    diverto  molto  a  sentire  quei  racconti,   che  sono  molto  belli;
    specialmente quando raccontano di una dama che sta  sotto  un  arancio
    abbracciata con un cavaliere, mentre un'ancella sta a fare la guardia,
    rodendosi  per  l'invidia  e in continua trepidazione.  Tutto questo 
    dolce come il miele.
    - E a voi,  ragazzina -  disse  il  curato  rivolgendosi  alla  figlia
    dell'oste - che ve ne pare?
    -  Mah!  non  saprei - rispose la ragazza - tuttavia sto a sentire,  e
    sebbene non capisca, pure mi diverto. Ma non mi piacciono i colpi come
    a mio padre, bens i lamenti che fanno i cavalieri quando sono lontani
    dalle loro dame che in verit  qualche  volta  mi  fanno  piangere  di
    compassione.
    -  Allora  voi,  ragazzina,  li  consolereste subito - disse Dorotease
    piangessero per voi?
    - Non so quel che farei - rispose la ragazza -  ma  alcune  di  quelle
    dame  sono cos crudeli,  che giustamente i loro cavalieri le chiamano
    tigri, leonesse, e con altri nomi simili. Ah, Ges mio!  Io non so che
    gente  sia  quella,  cos  senza anima e senza coscienza,  che per non
    volgere nemmeno uno sguardo a un uomo onorato  lo  lasciano  morire  o
    diventar  pazzo.  Io  non so perch tante smorfie.  Se vogliono essere
    oneste, che li sposino: dal momento che essi non domandano di meglio!
    - Sta' zitta, te - disse l'ostessa - nemmeno se tu la sapessi lunga su
    queste faccende!  Non sta bene che le ragazze sappiano  tante  cose  e
    discorrano tanto.
    -  Eh!  dal momento che questo signore me lo domanda,  non potevo mica
    far di meno di rispondergli!
    - Signor oste - disse il curato - mi portate per  favore  quei  libri,
    che voglio vederli?
    -  Volentieri  - rispose l'oste,  e entrato in camera sua vi prese una
    vecchia valigetta, chiusa con una catenella,  e apertala ne tir fuori
    tre grossi volumi e diversi manoscritti di un bel carattere. Il curato
    li prese, e il primo che apr vide che era "Don Cirongilio di Tracia",
    il  secondo  "Felice Marte d'Ircania",  e il terzo la "Storia del Gran
    Capitano Gonzalo Fernandez di Cordova" con la "Vita di Diego Garzia di
    Paredes". Quando il curato lesse i due primi titoli, si volt verso il
    barbiere e disse:
    - Qui ci vorrebbe ora la nipote e la governante del vostro amico.
    - Non ce n' bisogno - disse il barbiere  -  so  anch'io  buttarli  in
    corte o sul camino; giusto c' un bel fuoco.
    - Lei vuol bruciare i miei libri? - disse l'oste.
    -  Solamente  questi  due  -  rispose  il  curato - "Don Cirongilio" e
    "Felice Marte".
    - Sono forse eretici o flemmatici, che me li vuol buttare nel fuoco?
    - Scismatici volete dire - osserv il barbiere - e non flemmatici.
    - S,  va bene - replic l'oste - ma se  ne  vuol  bruciare  qualcuno,
    bruci  questo del Gran Capitano e quest'altro di Diego Garzia,  perch
    mi lascerei prima bruciare un figliolo che uno di quegli altri libri.
    - Amico mio - disse il curato - questi due libri sono pieni di  bugie,
    di  sciocchezze  e  di  stravaganze,  mentre  invece  questo  del Gran
    Capitano  storia vera,  e contiene le imprese di Gonzalo Fernandez di
    Cordova,  il  quale  per  le  sue molte e grandi gesta merit di esser
    chiamato da tutto il mondo  il  Gran  Capitano,  soprannome  famoso  e
    illustre, e meritato soltanto da lui. E questo Diego Garzia di Paredes
    fu  un  gran  cavaliere,  nato  a  Trujillo nell'Estremadura,  soldato
    valorosissimo,  e di tal forza fisica,  che con un  dito  fermava  una
    macina  di  mulino  nel  momento  che  andava pi forte.  E una volta,
    messosi con  uno  spadone  al  principio  d'un  ponte,  ne  imped  il
    passaggio a un esercito innumerevole,  e fece altre prodezze tali, che
    se invece di essere raccontate da lui  stesso  con  la  modestia  d'un
    cavaliere che parla di s, fossero state scritte da un altro libero da
    ogni  scrupolo,  avrebbero  fatto  dimenticare  quelle  di Ettore,  di
    Achille e di Orlando.
    - Oh,  questa  bella!  - disse l'oste.  - Sentite un po'  di  che  si
    meraviglia!  di fermare una macina da mulino. Per Dio! Ma lei dovrebbe
    leggere ci che ho letto io di Felice  Marte  d'Ircania,  che  con  un
    colpo  solo tagli cinque giganti a mezza vita,  come se fossero stati
    di quei fraticini che si divertono a fare i ragazzi  coi  baccelli.  E
    un'altra  volta si scontr con un grandissimo e poderosissimo esercito
    di pi di un milione e seicentomila uomini armati da capo ai piedi,  e
    tutti  li sbaragli come se fossero stati branchi di pecore.  E che mi
    direte di questo bravo Don Cirongilio di Tracia, che fu tanto valoroso
    e ardito,  come si legge nel libro della sua  storia,  che  un  giorno
    mentre  navigava  su  un  fiume,  visto  uscire di mezzo alle acque un
    serpente di fuoco,  gli balz a cavalcioni sul dorso  squamoso  e  con
    tutte  e  due  le  mani  gli  serr  la  gola con tanta forza,  che il
    serpente,  sentendosi strangolare,  non trov  altro  rimedio  che  di
    lasciarsi  andare  gi  in  fondo  al  fiume,  trascinando  con  s il
    cavaliere,  che non volle allentare la sua stretta.  Quando arrivarono
    l  sotto,  il cavaliere si trov in un palazzo e in un giardino tanto
    belli che era una meraviglia;  e subito il serpente si tramut  in  un
    vecchio che gli disse tante cose,  che  una bellezza a sentirle. Stia
    zitto, caro lei, che se leggesse questo pezzo, anderebbe in visibilio,
    vede! E vadano pure al diavolo il Gran Capitano e questo Diego Garzia!
    Sentendo questo, Dorotea disse sottovoce a Cardenio:
    - Al nostro  oste  gli  ci  manca  poco  per  fare  il  paio  con  Don
    Chisciotte.
    -  Mi  pare  anche a me - rispose Cardenio - perch,  a quanto sembra,
    egli crede che tutto quello che raccontano quei libri, sia accaduto n
    pi n meno come  scritto, e non ci saranno curati a questo mondo che
    possano levargli dalla testa tale idea.
    - Badate, figliolo - riprese a dire il curato - che non  mai esistito
    n un Felice Marte d'Ircania, n un Don Cirongilio di Tracia, n altri
    simili cavalieri che si  trovano  nei  romanzi  cavallereschi,  perch
    tutti quei racconti sono creazioni e invenzioni di ingegni oziosi, che
    li  composero  appunto  per  lo  scopo  che  voi  dite,  di  servir di
    passatempo a chi li legge,  come fanno i vostri  mietitori;  e  io  vi
    giuro che tali cavalieri non sono mai esistiti,  n mai hanno compiuto
    quelle imprese e quelle stravaganze.
    - Addio,  compare!  - rispose l'oste.  - Come se io non sapessi quante
    dita c' nella mano e dove mi fa male la scarpa. Non creda la Signoria
    Vostra di darmela a bere, perch, giuraddio!, non sono mica uno scemo!
    A  momenti  lei vorrebbe darmi a intendere che tutto quello che questi
    bei libri raccontano siano  sciocchezze  e  bugie,  quando  c'  sopra
    stampato  tanto  di  "Con  licenza dei Superiori del Consiglio Reale",
    come se quella fosse gente da  lasciar  stampare  tante  bugie,  tante
    battaglie e tanti incantesimi da far perdere la testa.
    -  E  io  vi  assicuro,  caro  amico  - replic il curato - che questo
    avviene perch tali libri servano  di  svago  nei  momenti  d'ozio;  e
    quindi  come  si  permette  in ogni Stato ben governato,  che vi siano
    giochi di scacchi,  di palla e di  biliardo,  per  divertire  chi  non
    vuole,  n  deve  n  pu  lavorare,  cos pure si lasciano stampare e
    circolare certi libri,  ritenendo,  com' in realt,  che non  vi  sia
    alcuno  tanto ignorante che li possa prendere per racconti storici.  E
    se mi fosse permesso dalle circostanze e voialtri me lo domandaste, io
    direi diverse cose sulle doti che devono avere i romanzi cavallereschi
    per  essere  buoni  e  riuscire  per  qualcuno  forse  anche  utili  e
    dilettevoli.  Ma  io spero che verr il tempo in cui potr manifestare
    queste mie idee a chi  in grado di  provvedere.  E  intanto  credete,
    signor oste,  a quel che vi ho detto: ma prendete pure i vostri libri,
    e se siano fandonie o verit,  vedetevelo un po' voi;  e buon  pro  vi
    faccia.  Voglia Iddio che non vi facciano l'effetto che hanno fatto al
    vostro cliente Don Chisciotte.
    - Questo no - rispose l'oste.  - Io non  sar  tanto  pazzo  da  farmi
    cavaliere  errante,  perch vedo benissimo che ora non ci sono pi gli
    usi che c'erano in quel tempo,  quando si dice che  andassero  per  il
    mondo quei famosi cavalieri.
    Sancio che s'era trovato presente alla fine di questo discorso, quando
    sent  dire  che  non  costumavano pi cavalieri erranti e che tutti i
    libri cavallereschi erano sciocchezze e fandonie, rimase molto confuso
    e pensieroso,  e si propose nell'animo di stare a vedere come andava a
    finire quel viaggio del suo padrone,  e se non riusciva bene come egli
    voleva,  era deciso a piantarlo e a tornare con la moglie e coi  figli
    al suo solito lavoro.
    L'oste se ne andava con la valigia quando il curato gli disse:
    -  Aspettate,  che voglio vedere che fogli son questi,  scritti con un
    carattere cos bello.
    L'oste li tir fuori e glieli dette,  e  allora  il  curato  vide  che
    formavano  un  quaderno di otto fogli manoscritti con questo titolo in
    principio: "Novella dell'indagatore indiscreto".  Il curato ne  scorse
    cogli occhi qualche riga, e disse:
    -  Non  mi  dispiace il titolo di questa novella,  e mi vien voglia di
    leggerla tutta.
    - La legga pure, reverendo - rispose l'oste. - A diversi avventori che
    l'hanno letta  piaciuta moltissimo, e me l'hanno chiesta e richiesta,
    ma io non gliel'ho voluta  mai  dare,  perch  ho  sempre  pensato  di
    restituirla al suo padrone che la dimentic con la valigia e gli altri
    libri;  perch  pu darsi benissimo che una volta o l'altra ripassi di
    qui,  e sebbene mi dispiaccia molto per i libri,  bisogner  pure  che
    glieli renda, perch, quantunque oste, sono anch'io cristiano.
    - Avete perfettamente ragione,  amico - disse il curato tuttavia se la
    novella mi piace, me la dovete lasciar copiare.
    - Molto volentieri - rispose l'oste.
    - Mentre cos discorrevano,  Cardenio aveva preso la novella,  e aveva
    cominciato  a leggerla,  e avendo ricevuto la medesima impressione del
    curato, lo preg di leggerla in modo che tutti la sentissero.
    - La leggerei - disse il curato - se non fosse meglio impiegare questo
    tempo a dormire, piuttosto che a leggere.
    - Oh!  per me - disse Dorotea - mi riposer di pi passando il tempo a
    sentir una novella,  perch non ho ancora l'animo cos tranquillo,  da
    poter dormire alle ore regolari.
    - Allora - riprese il curato - voglio  leggerla,  non  foss'altro  per
    curiosit. Chiss che non ci sia qualche cosa di buono.
    Mastro  Nicola  e  perfino  Sancio si misero anche loro a pregarlo;  e
    allora il curato, comprendendo che avrebbe fatto piacere a tutti, e si
    sarebbe divertito anche lui, disse:
    - Quand' cos, state tutti attenti, che la novella comincia in questa
    maniera.

    CAPITOLO 33.
    Dove si racconta la novella intitolata L'indagatore indiscreto.

    A Firenze,  citt ricca e  famosa  d'Italia,  nella  regione  chiamata
    Toscana, vivevano Anselmo e Lotario, due signori cos ricchi e nobili,
    e  cos  amici  tra  loro,  che  tutti  quelli che li conoscevano,  li
    chiamavano per antonomasia "i due amici".  Erano  giovani  e  scapoli,
    avevano  la  stessa  et e le stesse inclinazioni,  e questo bastava a
    mantenere il loro reciproco affetto.  Anselmo tuttavia era un po'  pi
    inclinato  alle  avventure  amorose  che  non Lotario,  il quale aveva
    invece una gran passione  per  la  caccia;  ma  all'occasione  Anselmo
    sacrificava  i suoi gusti per piegarsi a quelli di Lotario,  e Lotario
    faceva lo stesso,  e cos andavano  tanto  d'accordo,  che  non  c'era
    orologio  regolatore che andasse meglio.  Anselmo era innamorato pazzo
    di una signorina nobilissima e bellissima della stessa  citt,  figlia
    di persone cos rispettabili e cos onesta,  che si decise,  dopo aver
    sentito il parere dell'amico  Lotario,  senza  del  quale  non  faceva
    nulla,  a chiederla in sposa ai suoi genitori. E cos fece. Fu Lotario
    che and a far la domanda  e  che  concluse  il  partito,  con  grande
    soddisfazione  dell'amico,  che  in  breve  tempo si trov in possesso
    dell'amato bene;  e Camilla fu tanto contenta di aver ottenuto Anselmo
    per  marito,  che  non cessava di ringraziare il cielo e Lotario,  per
    mezzo del quale aveva raggiunto cos grande felicit.
    Nei primi giorni delle nozze, che naturalmente sono giorni di letizia,
    Lotario continu secondo il solito a frequentare la  casa  dell'amico,
    cercando  di festeggiarlo e di tenerlo allegro quanto meglio gli fosse
    possibile, ma finite le feste,  e rallentata la frequenza delle visite
    e delle congratulazioni,  Lotario cominci a diminuire di proposito la
    sua assiduit in casa d'Anselmo,  parendogli,  come  deve  sembrare  a
    tutte  le  persone  sagge  e prudenti,  che non si debbano visitare n
    frequentare le case degli amici ammogliati come quando erano  scapoli.
    Perch  quantunque  la  buona  e  vera  amicizia  non debba mai essere
    sospettosa,  tuttavia l'onore di  un  uomo  ammogliato    cosa  tanto
    delicata,  che  pu ricevere ombra perfino dai fratelli,  nonch dagli
    amici.
    Anselmo s'accorse ben presto dei riguardi di Lotario, e gliene fece le
    pi vive  lagnanze,  dicendogli  che  se  avesse  saputo  che  il  suo
    matrimonio doveva interrompere i loro consueti rapporti, mai e poi mai
    si sarebbe sposato. Quando egli era ancora scapolo, la loro affettuosa
    relazione  aveva fatto s che fossero chiamati col dolce soprannome di
    "i due amici",  e perch  voleva  ora  permettere,  per  un  eccessivo
    scrupolo,  che  un  soprannome  cos  onorifico e cos caro andasse in
    disuso?  E  perci  lo  supplicava,  se  pure  questa  era  parola  da
    adoperarsi  tra  loro,   a  ritornare  padrone  della  sua  casa  e  a
    frequentarla come prima,  assicurandolo che  sua  moglie  Camilla  non
    aveva  altro  piacere  n  altra volont che quella del marito.  Anzi,
    avendo essa saputo quanto stretta e affettuosa  fosse  stata  la  loro
    amicizia, rimaneva mortificata di vedere in lui tanto riserbo. A tutte
    queste  e  a  molte  altre  ragioni  che  Anselmo  disse a Lotario per
    persuaderlo a ritornare secondo il solito in casa sua, Lotario rispose
    con tanta prudenza, con tanto senno e accortezza, che Anselmo fu molto
    contento della buona  intenzione  dimostrata  dall'amico,  e  rimasero
    d'accordo  che due volte la settimana e tutte le feste Lotario sarebbe
    andato a desinare da lui.  Bench cos fosse stato fra loro stabilito,
    Lotario si propose di star bene attento a tutelare l'onore dell'amico,
    il cui buon nome gli stava pi a cuore del proprio.  Diceva,  e diceva
    bene, che il marito a cui il cielo ha concesso una moglie bella,  deve
    badare  molto agli uomini che si mette per la casa,  e alle amiche con
    cui  in relazione sua moglie,  perch quello che non si riesce a fare
    e  a  concertare in piazza,  alle funzioni religiose,  nelle pubbliche
    feste,  alla visita delle chiese (dove non  sempre  i  mariti  possono
    impedire  alle  mogli  di andare) si concerta e diventa facile in casa
    dell'amica o della parente di cui il marito si fida  di  pi.  Lotario
    diceva  anche  che  i  mariti  avevano  bisogno  di  un  amico  che li
    avvertisse dei passi falsi che facessero nel loro modo  di  procedere;
    perch  suole  accadere che per il molto amore che il marito ha per la
    moglie, temendo di riuscirle noioso,  non l'avverte di fare o non fare
    certe  cose  che possono rispettivamente giovare o nuocere al suo buon
    nome mentre,  se ne fosse avvisato da un amico,  facilmente troverebbe
    rimedio a tutto. Ma dove sar possibile trovare un amico tanto saggio,
    tanto  leale  e  tanto  sincero  come  quello  richiesto dalle idee di
    Lotario?  Io per me non lo saprei  davvero.  Lotario  soltanto  poteva
    essere  un  amico cos: lui che con tanta prudenza e con tanta premura
    vegliava sull'onore del suo amico,  e cercava di  diminuire,  saltare,
    abbreviare  i  giorni  di  visita fissati,  perch gli occhi curiosi e
    maliziosi degli sfaccendati non  malignassero  vedendo  un  giovanotto
    ricco,  gentiluomo,  di  buona  famiglia,  e  dotato di tutte le buone
    qualit che egli sapeva d'avere,  entrare in casa di una  donna  tanto
    bella  come  Camilla.  E sebbene potesse bastare il suo carattere e la
    sua lealt a mettere un freno  alle  linguacce,  tuttavia  non  voleva
    esporre  ad  alcun pericolo la sua reputazione e quella dell'amico,  e
    per questo la maggior parte dei giorni di visita stabiliti fra loro li
    occupava in altre faccende, che faceva credere indispensabili,  e cos
    tra  lagnanze  dell'uno  e  discolpe  dell'altro se ne andava poi gran
    parte della giornata.
    Un giorno mentre passeggiavano insieme su un prato fuori della  citt,
    Anselmo fece a Lotario questo discorso:
    -  Grandi  sono le grazie che ho ricevute da Dio,  caro Lotario.  Egli
    m'ha fatto nascere da genitori come furono i miei,  mi ha prodigato  a
    larghe  mani beni di salute e di fortuna,  e poi per di pi mi ha dato
    te per amico e Camilla per moglie;  due tesori che  apprezzo,  se  non
    quanto dovrei,  almeno quanto posso, eppure... lo crederesti? Io sento
    di non corrispondere a queste grazie  con  gratitudine  pari  al  bene
    ricevuto. Perch, nonostante tutti questi vantaggi, che di solito sono
    ritenuti il colmo di quanto pu rendere gli uomini felici,  io sono il
    pi scontento e malinconico uomo del mondo.  Perch da qualche  giorno
    in  qua  mi tortura e mi assilla un desiderio cos strano e cos fuori
    dell'ordinario,  che io mi meraviglio di me stesso,  e mi accuso e  mi
    rimprovero,  e vorrei tacerlo e nasconderlo al mio stesso pensiero,  e
    tuttavia m' tanto riuscito di soffocare  questo  segreto,  quanto  se
    avessi  invece  cercato a bella posta di divulgarlo a tutti.  E poich
    ormai sento che in un modo o nell'altro deve finire col  venir  fuori,
    voglio almeno confidarlo in deposito alla tua discrezione,  sicuro che
    tu, conoscendolo, userai per guarirmi delle cure da vero amico, e cos
    io mi sentir presto liberato dall'angoscia che  questo  desiderio  mi
    cagiona,  e per opera tua la mia contentezza arriver al grado a cui 
    arrivata la mia inquietudine per la mia pazzia.
    Lotario ascoltava con grande stupore  questi  discorsi  d'Anselmo,  n
    sapeva  a  che  mirasse un cos lungo preambolo;  e quantunque andasse
    rimuginando  nella  mente  quale  potesse  essere  il  desiderio   che
    torturava tanto il suo amico, era sempre molto lontano dal vero; e per
    uscir presto dall'agonia di tale incertezza, gli disse che quell'andar
    cercando  tanti  rigiri  per dirgli questo suo segreto,  era un chiaro
    oltraggio alla loro  grande  amicizia,  perch  sapeva  benissimo  che
    avrebbe  trovato  in  lui  o consigli per dirigere i suoi pensieri,  o
    rimedi per conseguire il voluto effetto.
    - Questo  vero - rispose Anselmo - e con  questa  fiducia  ti  faccio
    sapere,  caro  Lotario,  che  il  desiderio che mi tortura  quello di
    sapere se mia moglie Camilla  cos buona e perfetta come io penso.  E
    non posso assicurarmi di questa verit,  se non provandola in modo che
    la prova manifesti la purezza della sua virt,  come il fuoco dimostra
    quella dell'oro. Perch io sono d'opinione, amico mio, che l'onest di
    una  donna   in diretta relazione con l'insistenza della corte che le
    viene fatta,  e che pu dirsi forte soltanto quella che non  si  piega
    alle promesse,  ai regali,  alle lacrime e alle continue pressioni dei
    corteggiatori assidui. Che merito c' per una donna a essere onesta se
    nessuno la induce in tentazione?  Quale  meraviglia  che  se  ne  stia
    riservata e timida una donna a cui non  data alcuna libert, e che sa
    d'avere  un marito pronto a ucciderla la prima volta che egli la colga
    in peccato?  E quindi quella che  onesta o per paura o  per  mancanza
    d'occasioni,  io  non  la  voglio  tenere  nella medesima stima in cui
    terrei quella che sa uscire vittoriosa da una corte  spietata.  Quindi
    per  queste ragioni e per molte altre con cui potrei appoggiare questa
    mia opinione,  desidero che mia moglie  Camilla  passi  attraverso  la
    trafila di queste difficolt, e si affini e sia provata al fuoco delle
    assiduit e delle insistenze maschili e specialmente di qualcuno degno
    di  porre  su di lei le sue mire;  e se essa esce da questa battaglia,
    come credo che ne uscir,  con la palma  della  vittoria,  mi  riterr
    l'uomo  pi  felice  della  terra,  perch potr dire che  colmato il
    vuoto dei miei desidri e che m' toccata la donna  forte  di  cui  il
    Savio  dice: "Chi la trover?".  E quando invece avvenga il contrario,
    la soddisfazione di vedere  che  avevo  dato  nel  segno  con  le  mie
    opinioni,  mi  far  sopportare  senza  troppo  dolore  una cos amara
    esperienza.  Inoltre,  siccome qualunque cosa  tu  mi  possa  dire  in
    contrario,  sono  deciso  ad  attuare  la  mia idea,  io voglio,  caro
    Lotario,  che tu ti disponga a essere lo  strumento  di  questa  prova
    tanto da me desiderata, e a tal fine ti dar modo d'agire, senza farti
    mancare  tutto quello che ti sembrer necessario per sedurre una donna
    onesta,  onorata,  modesta e disinteressata.  Mi decide fra l'altro ad
    affidare  a te questa ardua impresa la certezza che,  anche se Camilla
    si  lasciasse  vincere  dalle  tue  lusinghe,   la  tua  vittoria  non
    arriverebbe  certamente  alle  estreme  conseguenze,   ma  soltanto  a
    stabilire come avvenuto ci che invece per il buon rispetto  di  tutti
    non deve avvenire.  Cos io non resterei offeso che nel pensiero, e la
    mia vergogna starebbe nascosta  nella  virt  del  tuo  silenzio,  che
    certamente sarebbe eterno a questo riguardo,  come quello della morte.
    Quindi,  se tu vuoi che io viva una vita a cui  poter  dare  veramente
    questo nome,  tu devi subito accingerti a quest'impresa d'amore, e non
    con lentezza e con timidit ma con l'impeto e la diligenza  che  esige
    il mio impaziente desiderio, e con la lealt che la nostra amicizia mi
    assicura.
    Questo  fu il discorso che Anselmo tenne a Lotario,  il quale stette a
    udirlo cos attento e sorpreso,  che non apr bocca fino a che l'altro
    non  ebbe  finito;  e  quando  cap che non aveva altro da dire,  dopo
    averlo guardato un bel pezzo,  come se avesse guardato  una  cosa  mai
    vista che gli cagionasse meraviglia e paura, gli disse:
    - Caro Anselmo,  non posso persuadermi che non sia uno scherzo ci che
    tu mi hai detto; perch,  se avessi creduto che tu parlassi sul serio,
    non  t'avrei lasciato proseguire,  e cessando d'ascoltarti avrei posto
    fine al tuo lungo discorso.  Senza dubbio o tu non mi conosci bene,  o
    io non conosco te.  Ma no, ch io so bene che tu sei Anselmo, e tu sai
    che io sono Lotario: il male  che io penso che tu non  sia  l'Anselmo
    che  solevi  essere,  e tu devi aver pensato che nemmeno io sia pi il
    Lotario che avrei dovuto essere nella tua stima. Perch le cose che mi
    hai detto non sono da quell'Anselmo che  mio amico,  n quelle che mi
    chiedi sono da chiedersi a quel Lotario che tu conosci; perch i buoni
    amici  devono mettere alla prova gli amici e valersi di loro "usque ad
    aras",  come disse un poeta;  il quale volle dire che non si  dovevano
    servire  reciprocamente della loro amicizia in cose che fossero contro
    Dio. Se un pagano ebbe sentimenti cos delicati sull'amicizia,  quanto
    pi non dovrebbe sentirli un cristiano,  il quale sa bene che non deve
    per alcuna amicizia umana perdere quella divina? E quando pure l'amico
    arrivasse al punto di porre in disparte il rispetto  dovuto  al  cielo
    per servire ai desidri dell'amico, almeno non deve trattarsi di cause
    futili e di scarsa importanza, ma di fatti in cui sia in gioco l'onore
    e la vita dell'amico.  Ora, dimmi un poco, Anselmo, che pericolo corre
    il tuo onore o la tua vita,  perch io mi arrischi a compiacerti  e  a
    fare  una  parte  cos  odiosa  come  quella  che  mi chiedi?  Nessuno
    certamente.  Anzi tu mi chiedi,  secondo il mio parere,  che io  metta
    tutto il mio impegno a toglierti l'onore e la vita, e a togliermela al
    tempo  stesso  anche  per  me,  perch se io devo cercare di toglierti
    l'onore,   chiaro che ti tolgo la vita,  perch l'uomo senza onore  
    peggio  d'un  morto;  e  dovendo  essere io,  secondo la tua idea,  lo
    strumento della tua rovina,  io resto disonorato e quindi senza  vita.
    Ascolta,  Anselmo,  e  non  m'interrompere fino a che non ho finito di
    dirti tutto ci  che  mi  si  affolla  alla  mente  circa  questo  tuo
    desiderio:  non  mancher  tempo  perch  tu  mi possa rispondere e io
    ascoltarti.
    - Volentieri - disse Anselmo - di' pure.
    - Mi pare - prosegu Lotario - che tu la  pensi  come  gli  arabi,  ai
    quali  non  si  pu  spiegare l'errore della loro setta con l'autorit
    della Sacra Scrittura  n  con  ragioni  consistenti  in  speculazioni
    dell'intelletto  e  fondate su articoli di fede,  ma bisogna presentar
    loro esempi di fatto, facili, intelligibili, probativi,  indubitabili;
    delle  verit  matematiche  che non si possano negare,  come quando si
    dice: "Se da due parti uguali si tolgono parti  uguali,  anche  quelle
    che restano sono uguali",  e quando queste verit non le intendano con
    le parole, come infatti non le intendono,  bisogna fargliele intendere
    coi  gesti,  mettendogliele  in questo modo dinanzi agli occhi;  e ci
    nonostante nessuno riesce con loro a persuaderli  delle  verit  della
    nostra  santa  religione.  Questo  medesimo  sistema  bisogner che io
    l'adoperi con te, perch il desiderio che t' venuto,  cos traviato e
    cos  fuori di tutto ci che abbia anche un'ombra di ragionevole,  che
    mi pare che debba essere tempo sprecato cercare di farti capire la tua
    ingenuit,  per non chiamarla  in  altro  modo.  E  starei  quasi  per
    abbandonarti alla tua follia,  in punizione del tuo cattivo desiderio,
    se non mi vietasse questo rigore la grande amicizia che ho per te,  la
    quale non mi permette di lasciarti in un pericolo cos evidente e cos
    grave.  E perch tu veda le cose ben chiare, dimmi, Anselmo, tu non mi
    hai detto che debbo mettermi a perseguitare una donna  riservatissima?
    Sedurre  una  donna  onesta?   Corrompere  una  donna  disinteressata?
    Corteggiare una donna piena di saggezza?  S,  tu mi hai detto proprio
    questo.   Ma  se  tu  sai  di  avere  una  moglie  riservata,  onesta,
    disinteressata e saggia,  che cerchi?  E se ritieni che deve  rimanere
    vittoriosa  di  tutti  i  miei assalti,  come rimarr certamente,  che
    titoli pensi di darle pi belli  di  quelli  che  possiede  ora?  Sar
    forse,  dopo, migliore che ora? O tu non la stimi veramente per quella
    che dici, o tu non sai quello che chiedi. Nel primo caso,  perch vuoi
    metterla alla prova?  Trattala da mala femmina e fanne quel che pi ti
    piace.  Ma se  cos onesta come credi,  sar cosa imprudente  mettere
    alla  prova  la  verit,  perch,  dopo,  essa  dovr  rimanere con la
    medesima stima di prima. Quindi,  in conclusione,  il voler fare delle
    prove  dalle  quali  pu  derivare pi danno che profitto  impresa da
    cervelli temerari e dissennati,  e tanto pi quando se ne vuol fare di
    quelle a cui non siamo forzati n impegnati, e che mostrano da lontano
    un  miglio  che  il  farle  una pura pazzia.  Le imprese difficili si
    tentano ad onore e gloria di Dio e a vantaggio del mondo,  o per tutti
    e due questi scopi: quelle che si compiono in servizio di Dio, sono le
    azioni  che  fecero i santi,  i quali vissero vita angelica in spoglia
    umana; quelle compiute a vantaggio del mondo sono le imprese di coloro
    che  attraversano  tanti  mari,  tanti  climi  diversi,   tante  genti
    straniere  per  acquistare  quelli  che  comunemente son detti beni di
    fortuna;  e quelle che si compiono ad  onore  e  gloria  di  Dio  e  a
    vantaggio  del  mondo  insieme,  sono  quelle dei soldati valorosi;  i
    quali,  come vedono nel muro nemico aperta una breccia  grande  appena
    quanto  il  foro  fatto da una palla da cannone,  bandito ogni timore,
    senza tanti  discorsi,  senza  badare  al  pericolo  evidente  che  li
    minaccia,  portati  a volo sulle ali del desiderio di trionfare per la
    fede, per la patria e per il re,  si slanciano intrepidi in mezzo alle
    mille  morti che li attendono.  Queste sono le imprese che si sogliono
    tentare, sebbene cos piene di disagi e di pericoli;  ma quella che tu
    dici di voler tentare ed effettuare, non ti pu ottenere gloria presso
    Dio,  n beni di fortuna, n fama tra gli uomini; perch anche ammesso
    che l'esito corrisponda al tuo desiderio, tu non diventerai per questo
    n pi famoso,  n pi ricco,  n pi onorato di quel che sei ora.  Se
    poi  la  prova non corrispondesse,  allora ti troveresti immerso nella
    maggior miseria morale che possa immaginarsi:  perch  allora  non  ti
    giover  a  nulla il sapere che nessuno conosce la tua disgrazia;  per
    affliggerti e torturarti baster che tu solo la conosca.  E a conferma
    di  questa  verit  ti  voglio  dire una ottava del famoso poeta Luigi
    Tansillo, che  in fondo alla prima parte del suo poema "Le lacrime di
    San Pietro":

    Crebbe il dolore e crebbe la vergogna
    Nel cor di Piero all'apparir del giorno
    E bench non vegg'altri, si vergogna
    Di se medesmo, di ci ch'ha dintorno
    Che al magnanimo spirto non bisogna
    La vita altrui per arrossir di scorno:
    Ma di s si vergogna talor ch'erra
    Sebben non vede altro che cielo e terra.

    Cos il segreto non lenir il tuo  dolore,  ma  anzi  non  farai  che
    piangere,  e non lacrime dagli occhi,  ma lacrime di sangue dal cuore,
    come quello sciocco dottore,  di cui il nostro Ariosto ci racconta che
    fece  la  prova della coppa,  mentre con molto pi giudizio si astenne
    dal farla il  prudente  Rinaldo.  E  pur  considerando  che  quella  
    un'invenzione  poetica,  tuttavia  contiene  chiusi  in s dei segreti
    insegnamenti morali degni di essere osservati, intesi e imitati; tanto
    pi che, con quello che ora penso di dirti,  finirai di renderti conto
    del grave errore che tu vuoi commettere. Dimmi, Anselmo, se il cielo e
    la  fortuna  ti  avessero fatto padrone e legittimo proprietario di un
    brillante finissimo,  della cui bont e  qualit  fossero  soddisfatti
    quanti  orefici l'hanno visto,  i quali a una voce e di comune accordo
    ti dicessero che  tutto quel che pu essere una pietra di quel genere
    per purezza,  taglio,  finezza,  e tu stesso ne fossi  persuaso  senza
    alcun  dubbio  in  contrario,  sarebbe  ragionevole  che ti venisse la
    voglia di pigliare quel brillante,  metterlo su un'incudine e a  forza
    di  martellate provare se  cos solido e cos fino come ti dicono?  E
    ammesso che la pietra resistesse a una  prova  cos  stolta,  non  per
    questo  crescerebbe il suo valore e il suo credito;  e se si rompesse,
    cosa che potrebbe darsi,  non sarebbe  perduto  tutto?  Certamente,  e
    rimarrebbe  al  suo  proprietario  la taccia d'imbecille nell'opinione
    generale. Ora, mio caro Anselmo,  tu puoi far conto che Camilla sia un
    finissimo brillante, tanto nella tua stima come in quella degli altri,
    e che non  giusto porla al rischio di rompersi, perch rimanendo pura
    non  pu  acquistare pi valore di quello che ha ora;  e se mancasse e
    non resistesse,  considera fin d'ora come  rimarresti,  e  con  quanta
    ragione tu potresti lagnarti di te stesso per essere stato causa della
    tua rovina e della sua.  Bada, che non c' gioiello al mondo che tanto
    valga quanto la donna casta e onesta,  e che tutto l'onore delle donne
    consiste  nella  buona opinione che si ha di loro,  e poich quella di
    tua moglie,  come tu sai,  non potrebbe essere migliore,  perch  vuoi
    esporla  a  un  rischio?  Bada,  amico,  che  la  donna    un animale
    imperfetto,  e che non bisogna metterle dei bastoni tra i piedi perch
    inciampi  e  caschi,  ma  anzi  bisogna sgombrarle la via da qualunque
    ostacolo,   perch  senza  fatica  corra  leggera  a  raggiungere   la
    perfezione  che  le  manca  e  che consiste nell'essere virtuosa.  Gli
    scrittori  di  storia  naturale  raccontano  che  l'ermellino      un
    animaletto  che  ha  una  pelliccia  candidissima,   e  che  quando  i
    cacciatori vogliono prenderlo, usano quest'astuzia. Sapendo i passi da
    cui  solito passare,  li sbarrano con  del  fango,  e  poi  incalzano
    l'animale  dirigendolo verso quei posti;  ma appena l'ermellino arriva
    al fango,  si ferma,  e si  lascia  prendere,  piuttosto  che  passare
    attraverso  la  mota e insudiciare e perdere il suo candore,  che egli
    stima pi della libert e della vita.  La donna onesta e  casta    un
    ermellino;  e  infatti la virt dell'onest  bianca e pura pi che la
    neve,  e colui che vuole che  essa  non  la  perda,  ma  che  anzi  la
    custodisca  e  la conservi,  deve tenere un sistema contrario a quello
    che si tiene con l'ermellino; non deve cio porle dinanzi il fango dei
    regali e degli omaggi di amanti ostinati, perch forse,  e anche senza
    forse, essa non ha tanta virt e tanta forza naturale, da potere da s
    sola  rovesciare  quegli  ostacoli  e  passarvi  sopra;  ma    invece
    necessario levarglieli e porle davanti la purezza  della  virt  e  la
    bellezza  contenuta  in  una buona fama.  La donna onesta si pu anche
    paragonare a uno specchio di lucido e  terso  cristallo,  soggetto  ad
    appannarsi e diventare scuro, se un fiato qualunque arrivi a toccarlo.
    Con la donna onesta bisogna fare come con le reliquie,  adorarle e non
    toccarle;  la donna onesta bisogna guardarla e  apprezzarla,  come  si
    guarda e si apprezza un bel giardino pieno di rose e di fiori,  il cui
    padrone non permette che alcuno vi passi e li  colga;  basta,  per  la
    gente, che da lontano e attraverso le sbarre di ferro della cancellata
    se  ne possa godere la fragranza e la bellezza.  E infine voglio dirti
    dei versi d'una commedia moderna, che mi sono venuti in mente e che mi
    pare che facciano al caso nostro.  Un vecchio  prudente  consiglia  un
    altro vecchio,  padre d'una ragazza,  a tenerla ritirata,  custodita e
    chiusa, e tra l'altro dice:
    "La donna  di vetro,  e quindi non si deve far la prova se si  possa
    rompere o no, perch tutto pu essere.
    "Ma  pi facile che si rompa, e quindi sarebbe una pazzia esporre al
    rischio di rompersi ci che, dopo, non si pu pi accomodare.
    "Tutti stiano forti in questa opinione,  che  ben fondata; perch se
    nel mondo ci sono delle Danai, ci sono anche delle piogge d'oro".
    Quanto ti ho detto fin qui, o Anselmo,   stato per quel che riguarda
    te;  ma  ora  bene che tu senta anche qualcosa di quello che riguarda
    me; e se io sono prolisso, perdonami,  poich lo esige il labirinto in
    cui ti sei messo e da cui vuoi che io ti levi. Tu mi tieni per amico e
    vuoi  togliermi l'onore,  cosa che  contro ogni amicizia;  e non solo
    pretendi questo, ma anche vuoi che io lo tolga a te.  Che tu lo voglia
    togliere a me  chiaro,  perch quando Camilla veda che io la insidio,
    come tu vorresti che io facessi,   certo  che  bisogna  che  essa  mi
    ritenga  un  uomo  senza onore e malintenzionato poich tento e faccio
    una cosa cos in contradizione coi doveri a cui  mi  obbliga  l'essere
    chi  sono  e la tua amicizia.  Che poi tu voglia che io lo tolga a te,
    non ci pu essere dubbio,  perch vedendo Camilla che io  la  insidio,
    bisogna che essa pensi che ho scorto in lei qualche debolezza che m'ha
    dato  l'audacia  di  manifestarle i miei colpevoli desidri;  e poich
    essa se ne terr disonorata,  ecco che il suo disonore tocca  anche  a
    te,  in  quanto  tu le appartieni.  E da questo appunto deriva ci che
    comunemente succede, e cio che il marito della donna colpevole, anche
    se non lo sa,  e non abbia dato motivo alla moglie del suo tradimento,
    n  sia  stato  in  suo  potere  impedirlo,  n  sia  dipesa dalla sua
    trascuratezza e poca cautela  la  sua  disgrazia,  ci  nonostante  lo
    chiamano con un nome volgare e ignominioso;  e quelli che conoscono la
    cattiva condotta di sua moglie,  lo  guardano  con  disprezzo,  invece
    d'averne  compassione,  come dovrebbero,  vedendo che egli si trova in
    quella disgrazia non per colpa sua,  ma per  il  capriccio  della  sua
    cattiva compagna. Ma ti dir perch giustamente  disonorato il marito
    della  donna  disonesta,  anche se non sappia d'esserlo,  non ne abbia
    colpa e non  vi  abbia  n  contribuito  n  dato  motivo.  E  non  ti
    dispiaccia  ascoltarmi,  perch tutto deve ridondare in tuo vantaggio.
    Quando Dio cre il nostro primo padre Adamo  nel  Paradiso  terrestre,
    dice la Sacra Scrittura che gli infuse un sonno profondo, e che mentre
    dormiva gli tolse una costola dal lato sinistro,  con cui form nostra
    madre Eva,  e quindi come Adamo si dest e la vide,  disse: "Questa  
    carne  della  mia  carne  e  ossa delle mie ossa" .  E Dio disse: "Per
    questa l'uomo lascer suo padre e sua madre,  e  saranno  due  in  una
    stessa  carne",  e  allora  fu  istituito  il  divino  sacramento  del
    matrimonio con tali legami, che solo la morte pu sciogliere. E questo
    miracoloso sacramento possiede tanta forza e tanta virt,  da  far  s
    che  due differenti persone siano una sola carne;  e anzi nelle coppie
    ben appaiate produce ancora maggiori effetti, perch sebbene i coniugi
    abbiano due anime, non hanno che una volont sola.  Di qui deriva che,
    siccome  la  carne della sposa  una cosa sola con quella dello sposo,
    le macchie e i difetti che la  deturpano,  ricadono  sulla  carne  del
    marito,  anche  se  egli  non  abbia  dato,  come  s' detto,  nessuna
    occasione a tale scorno.  Come un dolore in un piede  o  in  qualunque
    altra parte  sentito da tutto quanto il corpo perch il corpo  della
    stessa  carne,  e  il  capo  sente il dolore del malleolo senza averlo
    causato, cos il marito  partecipe del disonore della moglie,  perch
      tutt'uno  con  lei.  E  siccome  nel  mondo  l'onore e il disonore,
    compreso quello d'avere  una  moglie  infedele,  nascono  da  carne  e
    sangue,   fatale che al marito ne tocchi una parte,  e sia tenuto per
    disonorato,  anche se egli  sia  all'oscuro  di  tutto.  Bada  quindi,
    Anselmo,   al  pericolo  a  cui  ti  esponi  cercando  di  turbare  la
    tranquillit in cui vive la tua virtuosa sposa: guarda per che vana  e
    indiscreta  curiosit  tu vuoi ridestare le passioni dormienti nel suo
    casto  petto:  fa'  bene  attenzione  che  poco    quello  che   puoi
    guadagnare,  ma  quello  che  rischierai  di  perdere  tanto,  che mi
    mancano parole per esprimerlo.  Ma se tutto quello che ti ho detto non
    basta  a  smuoverti dal tuo triste proposito,  cercati allora un altro
    strumento del tuo disonore e della tua sventura,  perch io non voglio
    esserlo,  a  costo  di  perdere la tua amicizia,  che  la perdita pi
    grande che io possa immaginare.
    Cos dicendo il saggio e virtuoso Lotario si tacque,  e Anselmo rimase
    cos  turbato e pensoso,  che per un bel pezzo non pot rispondere una
    parola, ma finalmente gli disse:
    - Caro Lotario,  io ho  ascoltato  con  l'attenzione  che  hai  potuto
    vedere, tutto quello che tu m'hai detto, e nelle tue ragioni, nei tuoi
    esempi,  nei paragoni che mi hai portato,  ho potuto apprezzare la tua
    profonda saggezza e la grande e sincera  amicizia  che  mi  porti.  Al
    tempo stesso vedo e riconosco che se trascuro il tuo parere e seguo il
    mio,  fuggo il bene e seguo il male. Ci premesso, tu devi considerare
    che io ora soffro della stessa malattia che hanno  alcune  donne  alle
    quali  viene  voglia  di  mangiar terra,  gesso,  carbone e altre cose
    peggiori,  ripugnanti perfino alla vista nonch al  palato,  e  quindi
    bisogna  ricorrere  a  qualche  espediente  per guarirmi,  e questo si
    potrebbe ottenere facilmente. Basterebbe soltanto che tu cominciassi a
    fare una corte timida e dissimulata a Camilla,  e siccome essa  non  
    donna  tanto  debole  da  cedere ai primi attacchi,  io,  fatto appena
    questo primo tentativo, rimarrei contento, e tu avrai cos adempito al
    tuo dovere verso la nostra amicizia, non solamente rendendomi la vita,
    ma convincendomi anche che il mio onore non corre alcun pericolo. Ed 
    tuo dovere di acconsentire per una sola ragione,  cio che essendo  io
    come sono in realt,  determinato a ricorrere a questa prova, non devi
    permettere che manifesti la mia stravagante decisione a un  altro,  il
    che  veramente metterebbe a rischio il mio onore che tanto ti preme di
    non farmi perdere. Quanto al discredito che pu colpirti nell'opinione
    di Camilla per averle fatta la corte,  questo importa  poco  o  nulla;
    perch,  sperimentata in lei la dirittura che ci aspettiamo, tu potrai
    benissimo dirle la pura verit sul  nostro  espediente,  e  quindi  tu
    tornerai a godere presso di lei la medesima stima di prima.  E poi, tu
    rischi tanto poco,  e rischiandolo mi fai un piacere cos grande,  che
    non devi rifiutare,  nonostante gli inconvenienti che ti si presentano
    al pensiero,  tanto pi che,  come ho gi detto,  baster un  semplice
    tentativo iniziale, perch io consideri vinta la causa.
    Vedendo Lotario la ferma determinazione di Anselmo,  e non sapendo pi
    che esempi portargli e che argomenti adoperare perch vi  rinunziasse,
    e  considerando  la minaccia fattagli di manifestare ad altri quel suo
    cattivo  desiderio,   per  evitare  un  male  maggiore  si  decise   a
    contentarlo,  e  a  fare  ci  che  voleva lui,  con l'intenzione e il
    proposito di condurre la cosa in modo  da  soddisfarlo  senza  portare
    alcun  turbamento  nell'anima  di Camilla.  Quindi gli rispose che non
    comunicasse  la  sua  idea  a  nessun  altro,  ch  egli  si  assumeva
    l'incarico,  e  avrebbe  senz'altro  principiato  quando  voleva  lui.
    Anselmo l'abbracci  con  gran  tenerezza,  e  lo  ringrazi  del  suo
    consenso  come  se gli avesse reso un gran servigio;  quindi restarono
    d'accordo di mettersi subito all'opera il  giorno  dopo.  Anselmo  gli
    avrebbe dato tempo e modo di rimanere a quattr'occhi con Camilla e gli
    avrebbe anche provvisto i denari e i gioielli da offrirle per sedurla.
    Gli  consigli  di farle delle serenate e di scrivere dei versi in sua
    lode,  ma se non voleva prendersi questa  bega,  i  versi  li  avrebbe
    potuti fare lui stesso.  Lotario acconsent a tutto, ma con intenzione
    ben diversa da quella che l'altro credeva,  e rimasti cos  d'accordo,
    si  diressero insieme verso la casa d'Anselmo,  dove trovarono Camilla
    che aspettava lo sposo  con  grande  impazienza,  perch  quel  giorno
    faceva pi tardi del solito.
    Lotario  torn  a  casa  sua,  e  Anselmo  rimase  nella propria tanto
    contento quanto l'altro invece era sopra pensiero, non sapendo che via
    scegliere per uscire bene da quell'imprudente affare.  Tuttavia  nella
    notte,  pensa  e  ripensa,  trov  il  modo di ingannare Anselmo senza
    offendere  Camilla,   e  il  giorno  dopo  and  a  desinare  in  casa
    dell'amico,  dove  fu  ben  ricevuto da Camilla,  la quale lo trattava
    sempre con molta cordialit,  conoscendo l'affetto che  il  suo  sposo
    aveva  per  lui.  Finito  il pranzo e sparecchiata la tavola,  Anselmo
    disse a Lotario che rimanesse l con Camilla intanto che  egli  usciva
    per un affare,  non potendo assolutamente farne a meno,  e che in poco
    pi di un'ora sarebbe tornato.  Camilla lo preg di non  andarsene,  e
    Lotario  si  offr  di accompagnarlo,  ma Anselmo non ne volle sapere;
    anzi raccomand a Lotario di restare e di aspettarlo,  perch aveva da
    trattare  con lui una cosa della pi grande importanza;  e disse poi a
    Camilla di non lasciarlo solo fino a che egli non  fosse  tornato.  In
    realt seppe fingere cos bene la necessit di andarsene,  che nessuno
    si sarebbe potuto accorgere che era un pretesto. Anselmo se ne and, e
    rimasero soli a tavola Camilla e Lotario,  perch  tutti  i  domestici
    erano andati a mangiare.  Lotario si vide in campo chiuso, come voleva
    Anselmo,  e col nemico di fronte;  un  nemico  che  con  la  sua  sola
    bellezza  avrebbe  potuto vincere uno squadrone di cavalieri armati di
    tutto punto.  Figuratevi se Lotario aveva ragione d'aver paura!  Pens
    bene  d'appoggiare  il  gomito  su un braccio della poltrona,  la gota
    nella mano aperta, e,  chiedendo perdono a Camilla della sconvenienza,
    disse  che  voleva fare un sonnellino intanto che aspettava il ritorno
    d'Anselmo. Camilla voleva farlo passare nel salotto da ricevere,  dove
    avrebbe dormito molto meglio che sulla seggiola; ma Lotario non volle,
    e rimase l addormentato, finch torn Anselmo; il quale, quando trov
    Camilla nelle sue stanze e Lotario l a dormire, credette che, siccome
    aveva  tardato  parecchio  a  tornare,  essi  avessero  avuto tempo di
    discorrere e poi anche di dormire,  e non vedeva l'ora che Lotario  si
    destasse,  per  tornare  fuori  con  lui e domandargli com'era andata.
    Tutto successe a seconda dei suoi desidri.  Appena Lotario si  dest,
    uscirono  di casa,  e allora Anselmo gli fece un monte di domande,  ma
    l'amico gli rispose che non gli era parso  bene  di  scoprirsi  subito
    completamente  la  prima  volta,  e  quindi  non aveva fatto altro con
    Camilla che tessere le lodi della sua persona,  dicendole che in tutta
    la  citt  non  si  parlava d'altro che della sua bellezza e della sua
    intelligenza.
    - Questo - continu Lotario - m' parso un buon principio per  entrare
    a poco a poco nelle sue buone grazie, e per disporla ad ascoltarmi con
    piacere  la prossima volta.  Ho usato in questo l'artificio che usa il
    demonio quando vuole ingannare qualcuno che sta in guardia: da  angelo
    di  tenebre  com',  si trasforma da prima in angelo di luce,  ponendo
    innanzi delle buone apparenze,  e da ultimo poi  scopre  il  suo  vero
    essere  e  riesce  nel  suo  intento,  se  non  fu  scoperto subito da
    principio il suo inganno.
    Tutto questo soddisfaceva molto  Anselmo;  il  quale  disse  che  ogni
    giorno  gli  avrebbe  procurato  eguale occasione di rimanere solo con
    Camilla,  mentre  egli,  anche  senza  uscire,   si  sarebbe  messo  a
    trafficare  qua e l per la casa,  ma naturalmente in modo che Camilla
    non si potesse accorgere dell'inganno.  Passarono cos parecchi giorni
    in  cui  Lotario  senza  aver  detto  nemmeno  una  parola  a Camilla,
    raccontava invece ad Anselmo di averle parlato,  ma di non essere  mai
    riuscito  a sorprendere in lei il pi piccolo segno di condiscendenza,
    e nemmeno l'ombra di una speranza;  anzi lo aveva minacciato,  se  non
    smetteva, di dire tutto al marito.
    -  Bene  - disse Anselmo.  - Fin qui Camilla ha resistito alle parole:
    ora  necessario vedere come resiste ai fatti,  e domattina io ti dar
    duemila  scudi  d'oro,  perch  tu  glieli  offra  e altri duemila per
    comprare dei gioielli con cui adescarla; perch le donne, specialmente
    se sono belle,  per caste che  siano,  hanno  una  gran  passione  per
    adornarsi  e  far  figura;  e  se lei resiste a questa tentazione,  io
    rimarr soddisfatto e non ti dar pi noia.
    Lotario rispose che ormai che aveva cominciato,  avrebbe portato  fino
    in fondo quell'impresa, sebbene capisse che ne sarebbe uscito stanco e
    vinto.   Il  giorno  dopo  prese  i  quattromila  scudi,  e  con  essi
    quattromila diavoli che gli entrarono addosso,  perch non sapeva  pi
    che  cosa  inventare,  ma  in sostanza stette fermo nella decisione di
    dire che Camilla rimaneva salda di fronte ai  regali  e  alle  offerte
    come  di  fronte  alle  parole,  e che non conveniva durar pi fatica,
    perch era tutto tempo perso.  Ma il destino che guidava  le  cose  in
    altro  modo,  fece  s che un giorno Anselmo,  lasciati soli Lotario e
    Camilla come le altre volte, si rinserr in una stanza contigua, e per
    il buco della serratura  stette  a  guardare  e  a  sentire  quel  che
    facevano; e vide che in pi di mezz'ora Lotario non rivolse nemmeno la
    parola a Camilla,  e non gliela avrebbe rivolta nemmeno se fosse stato
    l un secolo.  Allora cap che quanto l'amico  gli  aveva  fin  allora
    riferito  delle  rispose di Camilla,  era stata tutta una invenzione e
    una menzogna; e per vedere se era proprio cos,  usc dalla stanza,  e
    chiamato  Lotario in disparte,  gli domand che notizie aveva e di che
    umore era Camilla. Lotario rispose che non voleva fare un passo di pi
    in quella faccenda,  perch  essa  rispondeva  con  tanta  asprezza  e
    durezza, che egli non aveva pi coraggio di dirle nulla.
    - Ah,  Lotario,  Lotario! - disse Anselmo. - Come rispondi male al tuo
    dovere e alla mia fiducia!  Sono stato finora  a  guardarti  dal  buco
    della  chiave,  e  ho visto che tu non hai detto una parola a Camilla,
    quindi capisco che tu non hai nemmeno cominciato a parlargliene.  E se
    le  cose stanno cos,  come non v' dubbio,  perch m'inganni?  Perch
    vuoi togliermi con la tua  astuzia  il  mezzo  di  soddisfare  il  mio
    desiderio?
    Anselmo  non  disse  altro,  ma  bast  perch Lotario rimanesse tutto
    confuso.  Parendogli quasi  un  disonore  l'essere  stato  riscontrato
    bugiardo, giur ad Anselmo che da quel momento lo avrebbe contentato e
    non  gli  avrebbe  pi  mentito,   come  avrebbe  potuto  sincerarsene
    facilmente seguitando a spiarlo,  tanto pi che non gli sarebbe  stata
    necessaria  troppa diligenza,  perch quella che avrebbe messa lui nel
    soddisfarlo gli avrebbe tolto ogni sospetto.
    Anselmo lo  credette,  e  per  dargli  pi  ampia  comodit  e  minori
    preoccupazioni,  decise di star via di casa una settimana, e di andare
    in campagna da un amico non molto distante dalla Citt.  Si fece  anzi
    invitare  da questo amico con molta insistenza,  per avere di fronte a
    Camilla dei validi motivi di andarsene.
    Disgraziato e imprudente Anselmo!  Che fai?  Che trami?  Che  prepari?
    Bada  che  tu  agisci  contro  te  stesso,  tramando il tuo disonore e
    preparando la tua rovina.  Tua moglie Camilla   una  donna  virtuosa,
    quieta e tu la possiedi in pace;  nessuno minaccia la tua felicit;  i
    suoi pensieri non vanno oltre le pareti della sua casa;  tu sei il suo
    cielo sulla terra,  il fine dei suoi desideri, il compimento delle sue
    gioie e il metro con cui misura la sua volont, regolandola in tutto e
    per tutto sulla tua e su quella del  cielo.  Se  la  miniera  del  suo
    onore,  della sua bellezza e del suo pudore ti d senza nessuna fatica
    tutta la ricchezza che contiene e che  puoi  desiderare,  a  che  pro'
    scavar  la  terra  e  cercare  nuovi  filoni  d'un tesoro sconosciuto,
    mettendoti a rischio che tutto rovini, poich infine questa miniera si
    sorregge soltanto sopra i deboli sostegni della  sua  fragile  natura?
    Bada  che  chi  cerca  l'impossibile,    giusto  che rimanga senza il
    possibile, o come meglio disse un poeta:

    Cerco la vita nella morte,  la salute nella malattia,  la libert nel
    carcere,  una  via  d'uscita  in  un  luogo chiuso,  e la lealt in un
    traditore;
    Ma la mia sorte,  da cui non spero mai alcun  bene,  ha  fissato  col
    cielo,  che,  siccome chiedo l'impossibile, non mi sia dato nemmeno il
    possibile.

    Anselmo part il giorno  dopo  per  la  campagna,  lasciando  detto  a
    Camilla   che   durante  la  sua  assenza  sarebbe  venuto  Lotario  a
    sorvegliare la casa e a desinare con lei,  e che cercasse di trattarlo
    come avrebbe trattato lui stesso. Camilla, da quella donna assennata e
    onesta che era, si afflisse molto degli ordini del marito, e gli disse
    di riflettere che non stava bene che in sua assenza un altro occupasse
    il suo posto a tavola;  e che se lo faceva perch non aveva fiducia in
    lei per il governo della casa,  provasse almeno per  questa  volta,  e
    avrebbe  visto allora alla prova dei fatti che era buona anche per pi
    difficili incarichi. Anselmo le replic che gli piaceva cos, e che il
    suo dovere era d'abbassare la testa e di obbedire,  e Camilla  rispose
    che cos avrebbe fatto sebbene malvolentieri.
    Anselmo  dunque part,  e quando il giorno dopo venne in casa Lotario,
    Camilla lo accolse con affettuoso riguardo,  ma si destreggi in  modo
    da  non  rimanere mai sola con lui,  perch aveva sempre intorno delle
    domestiche o dei domestici,  e specialmente una sua cameriera chiamata
    Leonella,  a cui voleva molto bene, perch erano cresciute insieme fin
    da bambine in casa dei suoi  genitori,  e  quando  s'era  sposata  con
    Anselmo,  se  l'era portata dietro.  I primi tre giorni Lotario non le
    disse nulla, sebbene avesse potuto farlo quando sparecchiavano, perch
    allora i domestici correvano tutti a  mangiare,  come  Camilla  stessa
    aveva  loro ordinato.  Leonella anzi aveva da lei ricevuto l'ordine di
    mangiar prima e di non scostarsi mai  dal  fianco  della  padrona,  ma
    siccome aveva il capo ad altre cose pi di suo gusto,  e aveva appunto
    bisogno di quei momenti per impiegarli a modo suo,  non  sempre  stava
    agli ordini,  anzi spesso li lasciava soli,  come se l'ordine ricevuto
    fosse stato quello.
    Ma l'onesto  contegno  di  Camilla,  la  seriet  del  suo  volto,  la
    compostezza  della sua persona era tanta,  che tenne a freno la lingua
    di Lotario.  Tuttavia questo vantaggio che davano a  tutti  e  due  le
    molte virt di Camilla, imponendo silenzio a Lotario, fin col tornare
    a loro danno;  perch, se la lingua taceva, il pensiero correva veloce
    e aveva modo di contemplare punto per punto tutte  le  bellezze  e  le
    virt di Camilla, bastanti a innamorare una statua di marmo, nonch un
    cuore di carne. Lotario, durante il tempo che avrebbe potuto parlarle,
    stava  a  guardarla  e considerava quanto era degna d'essere amata,  e
    questa considerazione a poco  a  poco  cominci  a  dar  l'assalto  ai
    riguardi  che  doveva  all'amico.  Mille  volte gli venne la voglia di
    andarsene dalla citt in qualche posto dove Anselmo  non  riuscisse  a
    trovarlo  ed  egli  non  vedesse pi Camilla;  ma ormai non poteva pi
    farlo,  perch  il  piacere  che  provava  nel  guardarla,  lo  teneva
    incatenato  vicino  a lei.  Si faceva forza e lottava per respingere e
    non sentire la gioia che provava  nel  guardare  Camilla;  s'accusava,
    quand'era solo,  della sua folle passione, si chiamava cattivo amico e
    anche cattivo cristiano;  rifletteva e paragonava la sua condotta  con
    quella d'Anselmo,  e sempre finiva col concludere che era stata pi la
    pazzia e il cieco abbandono di Anselmo che la sua poca fedelt,  e che
    se fossero state valide presso Dio le medesime discolpe che presso gli
    uomini,  non  avrebbe  avuto  paura  di  punizione alcuna.  Infatti la
    bellezza e i  pregi  di  Camilla,  insieme  con  l'occasione  messagli
    dinanzi  da  quello stolido di marito,  ebbero ragione della lealt di
    Lotario il quale senza pi badare ad altro che al  proprio  desiderio,
    tre  giorni dopo la partenza di Anselmo,  durante i quali era stato in
    lotta continua con se stesso per resistere alla tentazione, cominci a
    corteggiare  Camilla  con  tanto  turbamento  e  con   discorsi   cos
    infuocati,  che  Camilla rest sconcertata,  e non fece che rizzarsi e
    andarsene in camera senza  rispondere  una  parola.  Ma  questa  secca
    repulsa   non   diminu  in  Lotario  la  speranza,   fedele  compagna
    dell'amore,  anzi lo infiamm di pi.  Camilla,  che mai e poi mai  si
    sarebbe aspettata da Lotario una cosa simile,  non sapeva che fare; ma
    parendole che non fosse prudente n ben fatto dargli occasione e tempo
    di un altro colloquio,  si decise a mandare  quella  notte  stessa  un
    servitore ad  Anselmo con un biglietto, che diceva cos:

    CAPITOLO 34.
    Continuazione della novella L'indagatore indiscreto.

    Si  suol dire che l'esercito sta male senza il  suo generale,  e male
    il castello senza il castellano,  ma io dico che sta molto  peggio  la
    sposa giovane senza il marito,  quando dei gravi motivi non li tengano
    separati.  Io mi trovo cos male senza  di  voi,  e  cos  incapace  a
    tollerare  questa  vostra  assenza,  che se non tornate presto,  dovr
    andare a rifugiarmi in casa dei miei  genitori  a  costo  di  lasciare
    incustodita la vostra;  perch colui che mi lasciaste per custode,  se
    pur vi rimase con questo titolo,  credo tuttavia che badi pi a  certe
    sue mire che ai vostri interessi;  e poich siete intelligente, non vi
    dico altro e credo di far bene a non dirvi altro.
    Anselmo ricevendo questa lettera cap che Lotario aveva cominciato  la
    sua  opera e che Camilla doveva aver risposto come egli desiderava,  e
    tutto contento per questa notizia fece rispondere a voce a Camilla che
    in nessun modo si allontanasse da casa,  perch egli  sarebbe  tornato
    molto  presto.  Camilla rest molto sorpresa della risposta d'Anselmo,
    che la mise in maggior impiccio di prima,  perch non s'arrischiava  a
    rimanere  in  casa  e  nemmeno  ad andare dai suoi genitori.  Infatti,
    rimanendo,  correva pericolo la sua onest,  e andandosene disobbediva
    all'ordine  del  marito.  Finalmente  si appigli al partito peggiore:
    rimase, cio, decisa a non fuggire la presenza di Lotario per non dare
    argomento di chiacchiere alla servit, e pentita di avere scritto quel
    biglietto al marito,  per il timore che egli non dovesse  credere  che
    Lotario fosse stato incoraggiato a mancarle di rispetto da un contegno
    di lei troppo franco e confidenziale.  Tuttavia, fidando in Dio, nella
    sua onest e nelle sue buone intenzioni,  si propose di  resistere  in
    silenzio  a  tutto ci che Lotario le avrebbe detto,  senza raccontare
    nulla al marito,  per non metterlo in una questione;  e cercava  anche
    nella  sua  testa  un  modo di discolpare Lotario con Anselmo,  quando
    questi le avrebbe domandato la ragione che l'aveva  mossa  a  scrivere
    quella  lettera.  Con questi propositi,  pi onesti che saggi e utili,
    stette un altro giorno ad ascoltar Lotario;  il quale rinforz tanto i
    suoi  attacchi,  che la fermezza di Camilla cominci a titubare,  e la
    sua onest dovette fare uno sforzo per impedire agli occhi di mostrare
    la compassione affettuosa che le  lacrime  e  i  discorsi  di  Lotario
    avevano  svegliato  nel suo petto.  Tutto questo notava Lotario,  e ne
    rimaneva  ancor  pi  infiammato   d'amore.   Finalmente   gli   parve
    necessario,  durante  il tempo e l'occasione che gli dava l'assenza di
    Anselmo,  stringere l'assedio della piazza,  e quindi attacc il  lato
    dell'ambizione con le lodi alla sua bellezza,  perch non c' cosa che
    pi presto faccia arrendere e atterri le torri castellane della vanit
    delle  donne  belle  che  quella  stessa  vanit  posta  sulla  lingua
    dell'adulazione. Insomma, egli min la rocca della sua virt con tanta
    diligenza e con tali mezzi, che Camilla, anche se fosse stata tutta un
    blocco di bronzo, sarebbe caduta. Lotario pianse, preg, offr, adul,
    insistette  e  finse  con  tanto  trasporto  e  con tanta apparenza di
    sincerit,  che atterr il pudore di Camilla,  e  riusc  a  trionfare
    secondo  il  suo  desiderio e contro ogni sua aspettativa.  Camilla si
    arrese: Camilla,  s!  ma qual meraviglia,  se neppure  l'amicizia  di
    Lotario  aveva  retto?  Esempio  chiaro che nella guerra d'amore vince
    soltanto chi fugge,  e  che  nessuno  deve  affrontare  cos  poderoso
    nemico,  perch, per vincere le sue forze umane, sono necessarie forze
    divine.
    Soltanto Leonella conobbe la debolezza della sua padrona, perch i due
    cattivi amici e nuovi amanti non gliela poterono  nascondere.  Lotario
    non  volle  rivelare  a  Camilla  le  pressioni  subite  da  Anselmo e
    confessarle che in sostanza era stato lui a dargli il mezzo d'arrivare
    a quel punto, perch ebbe paura che essa stimasse meno il suo amore, e
    pensasse che egli  l'aveva  corteggiata  per  combinazione  e  non  di
    proposito.  Pochi  giorni  dopo,  Anselmo  ritorn  a casa,  ma non si
    accorse di quel che ormai ci mancava,  bench fosse ci  che  pi  gli
    premeva  e  meno tutelava.  And poi a cercare Lotario,  e lo trov in
    casa: si abbracciarono, e Anselmo allora domand notizie di ci da cui
    dipendeva la sua vita o la sua morte.
    - Le notizie che ti posso dare,  caro Anselmo  -  disse  Lotario  sono
    queste:  che  tu  hai  una  moglie che  degna d'essere l'esempio e la
    gloria di tutte le mogli virtuose.  Le parole che io le ho  dette,  se
    l'  portate via il vento;  le offerte sono state disprezzate,  i doni
    respinti, le mie finte lacrime schernite. In una parola Camilla,  come
      la  somma  d'ogni  bellezza,    anche il tempio dove si conservano
    l'onest, la cortesia,  il pudore e tutte le virt che possono rendere
    degna  di lode e fortunata una donna per bene.  Riprendi i tuoi denari
    amico mio; non ne ho avuto bisogno,  perch la virt di Camilla non si
    arrende  per  cos  basse  mire,  come  sono  i  doni  e  le promesse.
    Contentati,  Anselmo,  e non fare altre prove,  e poich hai passato a
    piedi asciutti il mare delle difficolt e dei sospetti che si sogliono
    e  si  possono  avere  sulle  donne,  non entrare daccapo nel profondo
    pelago di altri guai, e non ti venga la voglia di provare con un altro
    pilota la resistenza della nave che il cielo ti  dette  in  sorte  per
    attraversare  l'oceano di questo mondo;  ma sta' tranquillo che tu sei
    gi  in  un  porto  sicuro,  attccati  bene  all'ancora  della  buona
    reputazione e rimani l fermo, finch non giunga anche per te l'ora di
    pagare quel tributo a cui non c' potenza umana che possa sottrarsi.
    Anselmo  rimase  contentissimo delle parole di Lotario,  e le credette
    come se fossero d'un oracolo,  tuttavia lo  preg  a  non  abbandonare
    l'impresa,  non  foss'altro che per curiosit e per passatempo,  senza
    fare per da allora in poi una corte cos serrata come per il passato;
    bastava che scrivesse qualche verso in sua lode sotto lo pseudonimo di
    Clori.
    - Penser io - aggiunse - a dare a intendere  a  Camilla  che  tu  sei
    innamorato  di  una  dama  a  cui  hai  posto  quel nome,  per poterlo
    celebrare con quel decoro che conviene alla sua onest;  e se  tu  non
    vuoi durar fatica a scrivere i versi, posso pensarci io.
    - Non importa - rispose Lotario.  - Le Muse non mi sono tanto nemiche,
    che non mi facciano in  capo  all'anno  qualche  visita:  tu  pensa  a
    informare Camilla,  come hai detto,  sui miei finti amori,  e i versi,
    anche se non tanto buoni come il soggetto meriterebbe,  li far da  me
    meglio che potr.
    Rimasero  cos  d'accordo  l'amico traditore e l'imprudente marito;  e
    appena tornato a casa,  Anselmo domand a Camilla,  la quale  anzi  si
    meravigliava  che  non  l'avesse  gi domandato,  per qual ragione gli
    aveva scritto in campagna quel biglietto.
    Camilla gli rispose che le era parso che Lotario la guardasse  un  po'
    pi  audacemente che quando c'era anche lui in casa,  ma che poi s'era
    disingannata,  e credeva che  fosse  stato  tutto  effetto  della  sua
    immaginazione, perch ormai Lotario evitava di vederla e di trovarsi a
    quattr'occhi  con  lei.  Anselmo  le  disse che quanto a quel sospetto
    poteva star tranquilla,  perch egli sapeva che Lotario era innamorato
    di  una signorina d'elevata condizione di quella citt,  che celebrava
    in versi sotto il nome di Clori, ma che se anche non fosse stato cos,
    non doveva temere nulla dalla lealt di Lotario tanto  amico  suo.  Se
    Camilla  non  fosse  stata  avvisata da Lotario che quel suo amore per
    Clori era finto,  e che egli l'aveva detto ad Anselmo  unicamente  per
    poter  dedicare  parte del suo tempo a cantar le lodi di lei,  Camilla
    senza dubbio sarebbe caduta nella disperata  rete  delle  gelosie,  ma
    essendo  stata  di  gi  avvertita,  ricevette questa confidenza senza
    allarme e senza affliggersene.
    Il giorno dopo,  mentre erano tutti e  tre  a  tavola,  Anselmo  preg
    Lotario  a  recitare  qualcuna  delle  sue  poesie per Clori con piena
    libert,  qualunque ne fosse il contenuto,  poich Camilla non  sapeva
    chi fosse questa Clori.
    -  Anche  se  la  conoscesse - rispose Lotario - io non avrei nulla da
    nascondere;  perch,  quando un innamorato loda la bellezza della  sua
    donna  e le rimprovera la sua crudelt,  non fa alcuna offesa alla sua
    buona reputazione.  Comunque sia,  ecco qui un sonetto che  ieri  feci
    sulla ingratitudine di Clori.

    "Nel  silenzio della notte,  quando i mortali sono immersi in un dolce
    sonno,  io racconto al cielo e a Clori con poveri  versi  l'abbondanza
    dei miei dolori;
    "E quando il sole comincia a farsi vedere dalle rosse porte d'oriente,
    con sospiri e accenti interrotti vo rinnovando l'antico lamento.
    "E quando il sole dall'alto del suo trono stellato, invia diritti alla
    terra i suoi raggi, il pianto cresce e i miei gemiti raddoppiano.
    "Torna poi la notte,  e io riprendo il mio triste racconto, ma sempre,
    in questa lotta fatale, trovo sordo il cielo e sorda Clori".

    Piacque il sonetto a Camilla e pi ancora ad Anselmo,  che lo  lod  e
    disse  che  era  troppo  crudele  la  dama  che non corrispondeva a un
    affetto cos sincero.
    - Allora  -  domand  Camilla  -  tutto  quello  che  dicono  i  poeti
    innamorati  verit?
    -  Come  poeti  non  la  dicono  la verit - rispose Lotario - ma come
    innamorati la dicono e anzi non arrivano a dirla tutta.
    - Su questo non c' dubbio - aggiunse Anselmo, il quale cercava sempre
    di far fare buona figura a Lotario di fronte a Camilla. Ma Camilla era
    gi troppo innamorata di Lotario,  per badare al gioco di  Anselmo,  e
    quindi per il piacere che le davano tutte le cose di lui, e pi perch
    sapeva  che i suoi voti e i suoi scritti erano diretti a lei e che lei
    era la vera Clori,  lo preg di dire un altro sonetto  o  degli  altri
    versi, se li sapeva.
    -  S,  ne  so un altro - rispose Lotario - ma credo che non sia buono
    come il primo,  o per dir meglio che  sia  pi  brutto;  e  del  resto
    potrete giudicarlo voi stessi, perch eccolo qui:

    "Io  so  di morire;  e se non son creduto,  pi sicura ancora  la mia
    morte, come  pi sicuro che tu mi vedrai prima morto che pentito,  in
    adorazione ai tuoi piedi.
    "E quando sar nella regione dell'oblo, privo di gloria, di vita e di
    favore,  allora  si  potr  vedere nel mio cuore aperto,  come vi stia
    scolpito il tuo bel volto.
    "Perch questa reliquia  io  la  custodisco  per  il  duro  passo  che
    minaccia la mia costanza, la quale dalla tua durezza prende pi forza.
    "Sventurato  chi  naviga  sotto  oscuro  cielo,   per  mare  ignoto  e
    pericolosa realt, dove non brillano stelle n si aprono porti".

    Anselmo lod anche questo secondo sonetto, come aveva fatto del primo;
    e in questo modo andava aggiungendo anello ad anello della catena  con
    cui legava e assicurava il suo disonore;  perch quanto pi Lotario lo
    disonorava,  tanto pi gli diceva che il suo onore non  correva  alcun
    pericolo;  e  tutti  gli  scalini  che Camilla scendeva verso il fondo
    della sua vergogna, nell'opinione del marito invece li saliva verso la
    cima della virt e della sua buona reputazione.
    Un giorno che Camilla si trovava sola con la sua  cameriera  Leonella,
    le disse:
    -  Quanto  mi  vergogno,  mia  cara Leonella,  pensando quanto poco ho
    saputo stimarmi,  poich non ho nemmeno fatto pagare a Lotario con una
    lunga  attesa l'intero possesso di me,  che gli concessi cos presto e
    di mia piena volont. Ho paura che egli debba disprezzare la mia breve
    resistenza e la mia leggerezza,  senza considerare quanto grande fu la
    violenza della sua passione, perch io non potessi resistervi.
    - Signora mia,  ci non deve darvi nessuna pena - rispose Leonella.  -
    Il conceder presto una cosa non  una ragione perch ne sia  diminuito
    il pregio,  se la cosa data  buona e vale realmente per se stessa; e,
    chi d subito, come si suol dire, d due volte.
    - Ma si suole anche dire - replic Camilla -  che  le  cose  che  meno
    costano meno si apprezzano.
    -  Ma  questo  dettato non fa al caso vostro - riprese Leonella perch
    l'amore,  come ho sentito dire,  qualche volta vola  e  qualche  volta
    invece  semplicemente  cammina;  con questo corre,  con quell'altro va
    piano;  alcuni li intiepidisce soltanto,  altri li incendia,  parte ne
    ferisce  e  parte  ne  uccide: in un medesimo istante comincia e mette
    termine alla corsa dei desidri;  la  mattina  pone  l'assedio  a  una
    fortezza, e la sera stessa ne riceve la resa, perch non c' forza che
    gli  resista.  Quindi,  di  che  avete  paura?  Lo  stesso deve essere
    accaduto a Lotario, poich l'amore ha preso per strumento della vostra
    resa l'assenza del mio padrone.  Era destino che durante quest'assenza
    si verificasse quello che Amore aveva ormai stabilito, senza dar tempo
    al  tempo,  perch  Anselmo  non dovesse tornare e impedire con la sua
    presenza il compimento  dell'opera.  Perch  l'amore  non  ha  miglior
    ministro   dell'occasione,   per   eseguire   ci   che  desidera;   e
    dell'occasione si serve in tutte le  sue  imprese  e  specialmente  in
    principio.  Tutto  questo  io  lo  so benissimo,  e pi per esperienza
    personale che per sentito dire, e un giorno o l'altro, signora mia, vi
    racconter tutto,  perch anch'io sono una ragazza di carne e ossa.  E
    poi,  signora Camilla, voi non vi siete arresa cos presto da non aver
    prima veduto tutta l'anima di Lotario nei suoi occhi, nei sospiri, nei
    ragionamenti,  nelle promesse e nei doni;  e quindi vedendo in essa le
    sue virt, sapevate quanto Lotario era degno d'essere amato. Quindi la
    vostra  immaginazione non deve lasciarsi assalire da questi scrupoli e
    da queste smorfie, ma state pur sicura che Lotario vi stima quanto voi
    stimate lui,  e vivete contenta che almeno,  gi che cadeste nei lacci
    d'amore,  colui  che vi ci tiene stretta,   uomo di valore e degno di
    stima;  e non solo possiede le quattro S (1),  che dicono che  debbano
    avere gli innamorati, ma un alfabeto intero. Anzi statemi a sentire, e
    vedrete  se  non  ve  lo dico tutto.  Egli,  secondo il mio parere,  
    "amoroso, buono, cavalleresco,  devoto,  energico,  fedele,  generoso,
    illustre,  leale,  modesto,  nobile,  onesto,  prudente,  qualificato,
    ricco",   poi  le  quattro  S  del  proverbio,   e  quindi   "tenero",
    "veritiero"; la X non gli si adatta perch  aspra, la Y lo stesso, la
    Z "zelante" del vostro cuore.
    Camilla  rise a sentire l'alfabeto della sua cameriera,  e ritenne che
    fosse esperta nelle cose d'amore pi di quanto diceva;  e infatti essa
    confess  a  Camilla  che  faceva all'amore con un giovanotto di buona
    famiglia di quella stessa citt.  Camilla rimase turbata,  temendo che
    quella  fosse  una  strada  da  cui  per il suo onore potesse arrivare
    qualche pericolo,  e cerc di sapere dalla ragazza se la relazione era
    andata   oltre   certi   limiti.   Essa  con  poca  vergogna  e  molta
    sfacciataggine le rispose di s;  perch  certo che i cattivi  esempi
    delle  padrone  tolgono  il pudore alle domestiche,  le quali,  quando
    vedono fare un passo falso alle padrone,  non  si  vergognano  pi  di
    zoppicare  e  neanche di farlo sapere.  Camilla non pot far altro che
    pregare Leonella di non dir nulla al suo amante,  e a far le  cose  in
    gran  segreto,  perch Anselmo e Lotario non venissero a risaperlo;  e
    Leonella rispose promettendo di s,  ma  si  comport  in  maniera  da
    giustificare  pienamente  il  timore  che  aveva  Camilla  di  vedersi
    compromessa per colpa sua.  Infatti Leonella,  disonesta e  sfacciata,
    quando ebbe visto che il contegno della sua padrona non era pi quello
    d'una  volta,  ebbe  l'ardire  di  far  entrare in casa il suo amante,
    pensando che,  se anche la signora l'avesse visto,  non avrebbe  osato
    dire nulla.  Infatti i peccati delle signore si portano dietro tra gli
    altri anche questo danno: che esse diventano schiave delle loro serve,
    e sono obbligate a ricoprire le loro disonest  e  le  loro  bassezze,
    come  accadde  a  Camilla;  la  quale,  sebbene pi volte avesse visto
    Leonella con il suo amico in una stanza della casa, non solo non osava
    sgridarla,  ma le dava anche il mezzo di tenerlo nascosto,  e guardava
    di  disporre  tutto in modo che non fosse visto da suo marito.  Ma non
    pot impedire che una mattina sul far  dell'alba  Lotario  lo  vedesse
    uscir di casa. Lotario, che non lo conosceva, pens da prima che fosse
    un fantasma;  ma quando lo vide camminare,  coprirsi il viso fino agli
    occhi, e rinvoltarsi nel mantello con guardinga cautela,  abbandon il
    suo  ingenuo pensiero,  e gliene venne un altro,  che sarebbe stato la
    rovina di tutti,  se Camilla non ci avesse posto riparo.  Lotario  non
    pens che quell'uomo che aveva visto uscire cos fuor d'ora dalla casa
    d'Anselmo vi fosse entrato per Leonella, e nemmeno si ricord se c'era
    una  Leonella  in  questo  mondo;  credette soltanto che Camilla nello
    stesso modo in cui era stata facile e leggera con  lui,  avesse  fatto
    altrettanto  con  un altro.  Queste conseguenze infatti si tira dietro
    con s la disonest nella donna disonesta,  che perde il  credito  del
    suo  onore  anche dinanzi a quello a cui si dette pregata e ripregata.
    Colui infatti  crede  che  essa,  dopo,  con  maggior  facilit  possa
    concedersi ad altri, e presta intera fede a qualsiasi sospetto che gli
    venga.  Lotario in quel momento perse tutto il suo giudizio, dimentic
    tutti i suoi prudenti discorsi,  e senza ragionare,  senza riflettere,
    prima che Anselmo si alzasse,  impaziente e cieco di una rabbia gelosa
    che gli rodeva le viscere,  morendo dalla bramosia  di  vendicarsi  di
    Camilla, che non gli aveva fatto nulla, and da Anselmo, e gli disse:
    - Sappi,  caro Anselmo,  che sono ormai molti giorni che vado lottando
    con me stesso e facendomi forza per non dirti quello che ormai  non  
    pi  possibile  n  giusto  che  io  ti nasconda.  Sappi dunque che la
    fortezza di Camilla si  gi arresa e disposta a tutto quello  che  io
    voglio  fare  di  lei;  e  se  ho  tardato tanto a manifestarti questa
    verit,  stato per vedere se si trattava realmente di un suo impudico
    capriccio, o se lo faceva per provarmi e vedere se la corte, che avevo
    cominciato a farle  col  tuo  consenso,  era  seria  e  di  proposito.
    Credetti  anche che essa,  se fosse la donna che dovrebbe essere e che
    noi due credevamo,  gi ti avesse informato delle mie  insistenze;  ma
    vedendo il suo indugio,  capisco che  vero quel che m'ha promesso,  e
    cio che quest'altra volta, quando tu ti assenti di casa,  mi ricever
    nel tuo guardaroba.  (Ed era proprio vero che Camilla soleva riceverlo
    l.) Ma bada bene  di  non  precipitare  le  cose  correndo  subito  a
    vendicarti,  perch  il peccato non  stato ancora commesso se non col
    pensiero,  e potrebbe darsi che  da  ora  al  momento  di  commetterlo
    Camilla mutasse idea, e sopravvenisse in lei il pentimento. Quindi gi
    che  in  tutto  o  in parte hai seguto sempre i miei consigli,  segui
    anche quello che ti dar ora,  perch,  sicuro di non ingannarti e con
    perfetta conoscenza di causa,  tu possa vedere quel che ti convenga di
    fare.  Fingi di assentarti per due o tre giorni,  come hai fatto altre
    volte,  e  fa' in maniera di rimanere nel tuo guardaroba,  dove tra le
    tappezzerie e i mobili puoi trovare un comodo nascondiglio;  e  allora
    vedremo, tu coi tuoi occhi e io coi miei, che cosa vuole Camilla, e se
    fosse il disonore, come c' da temere, se non da aspettarsi, tu potrai
    in silenzio,  con sagacia e prudenza,  essere il vendicatore della tua
    onta.
    Anselmo rimase sbalordito,  perch il discorso di Lotario lo  sorprese
    proprio  nel  momento  in  cui  meno  se  l'aspettava,  e quando ormai
    riteneva Camilla vittoriosa dei finti assalti di Lotario, e cominciava
    a gustare la gioia della vittoria.  Stette un  bel  po'  in  silenzio,
    cogli occhi a terra senza batter ciglio, e finalmente disse:
    -  Caro Lotario,  tu hai agito come io m'aspettavo dalla tua amicizia;
    io seguir in tutto e per tutto il tuo consiglio,  fa' quello che vuoi
    e soprattutto mantieni il segreto che esige un caso cos imprevisto.
    Lotario promise,  ma appena uscito si pent di quanto gli aveva detto,
    accorgendosi di essersi comportato proprio da stupido;  poich  poteva
    benissimo vendicarsi di Camilla, ma non in un modo cos crudele e cos
    disonesto.  Malediceva la sua idea,  deplorava la leggerezza della sua
    decisione e non sapeva a che mezzo ricorrere per disfare il mal fatto,
    o trovare almeno una via d'uscita meno rovinosa. Finalmente si risolse
    di raccontare tutto a Camilla,  e siccome non gli mancava occasione di
    vederla  segretamente  quello stesso giorno,  and a trovarla.  Appena
    essa lo vide,  poich anche  lei  aspettava  il  momento  di  potergli
    parlare a quattr'occhi, gli disse:
    -  Caro  Lotario,  ho una pena tale in cuore,  che mi pare che essa mi
    voglia schiantare in petto:  c' da meravigliarsi che non mi schianti
    davvero,  perch la sfacciataggine di Leonella  arrivata a tal punto,
    che  tutte le notti fa passare,  qui in casa,  un suo amante,  e ce lo
    tiene fino a giorno,  con grave pericolo  della  mia  reputazione,  se
    qualcuno lo vede uscire di casa mia a ore cos insolite. E il peggio 
    che  non  posso  punirla  n  rimproverarla,  perch il fatto che essa
    conosce le nostre relazioni mi chiude la bocca,  e quindi ho paura che
    abbia a nascere qualche cosa di grave.
    Da  principio  Lotario  credette  che  questo fosse uno stratagemma di
    Camilla per fargli credere che l'uomo che egli aveva visto  uscire  di
    casa,  vi  andava  per  Leonella  e  non  per lei;  ma poi,  vedendola
    piangere, disperarsi e chiedere aiuto, fin col capire che era vero, e
    allora la sua confusione e il suo pentimento furono al colmo. Tuttavia
    rispose a Camilla che non si disperasse cos, e che egli troverebbe un
    rimedio per rintuzzare l'insolenza di Leonella.  Poi le raccont anche
    quello che,  istigato dalla rabbia furiosa della gelosia,  aveva detto
    ad Anselmo,  e come  erano  rimasti  d'accordo  che  egli  si  sarebbe
    nascosto  nel  guardaroba,   per  vedere  di  l  chiaramente  la  sua
    infedelt. Le chiese perdono di questa pazzia, e la preg d'aiutarlo a
    rimediarla,  per vedere di uscire alla meglio  dal  labirinto  in  cui
    quello  sciagurato passo l'aveva fatto entrare.  Camilla si spavent a
    sentire quel  che  le  diceva  Lotario,  e  con  molto  sdegno  e  con
    giustissime riflessioni rimprover e biasim il suo cattivo pensiero e
    la stolta e cattiva decisione che aveva preso;  ma siccome la donna ha
    ingegno pi pronto dell'uomo,  tanto per il bene  come  per  il  male,
    mentre  gli  rimane  inferiore  quando  si  tratta  di  dar campo alla
    riflessione,  sull'istante Camilla  trov  il  modo  di  rimediare  un
    imbroglio  apparentemente  irrimediabile;  e  disse  a  Lotario di far
    nascondere Anselmo il giorno  dopo  nel  posto  fissato,  perch  anzi
    contava  di  servirsi  di  quella  prova per godersela d'allora in poi
    comodamente, e senza pi tanti soprassalti. Non gli pales interamente
    il suo disegno;  ma l'avvert di stare  attento,  mentre  Anselmo  era
    nascosto,   ad  entrare  nella  stanza  soltanto  quando  Leonella  lo
    chiamasse, e che a quanto essa gli avrebbe detto,  rispondesse come se
    non  sapesse  che  Anselmo  stava  a  sentire.  Lotario la scongiur a
    manifestargli completamente il suo piano,  perch cos avrebbe  potuto
    con  maggior  sicurezza  star  pronto  a riparare a ogni necessit del
    discorso,  ma Camilla si limit a ripetergli che egli non  doveva  far
    altro che rispondere alle domande che gli avrebbe fatte lei;  n volle
    dargli altri schiarimenti su quel che contava di  fare,  perch  aveva
    paura  che egli non volesse seguire il suo progetto,  che a lei pareva
    cos buono, e volesse seguirne altri meno buoni.  Lotario allora se ne
    and,  e il giorno dopo Anselmo con la scusa di recarsi alla villa del
    suo amico,  fece finta di partire,  e and invece a nascondersi;  cosa
    che  gli  riusc facilmente,  poich Leonella e Camilla a sommo studio
    gliene lasciarono tutto l'agio possibile.  Anselmo dunque,  accucciato
    nel  suo nascondiglio,  se ne stava con quel batticuore che facilmente
    ci si pu figurare in un uomo che s'aspetta di vedere coi propri occhi
    dilaniare le viscere del suo onore;  e infatti egli era ormai convinto
    di dover perdere quello che credeva ancora il suo pi gran tesoro,  la
    sua adorata Camilla. Intanto le due donne, sicure che Anselmo s'era di
    gi nascosto,  entrarono nel guardaroba,  e,  appena vi ebbe  messi  i
    piedi, Camilla, mandando un gran sospiro, esclam:
    -  Ah,  cara Leonella!  Prima di fare quel che ancora non voglio dirti
    perch tu non me lo impedisca,  non sarebbe meglio che tu prendessi il
    pugnale  d'Anselmo  che  t'ho  chiesto e trafiggessi questo mio infame
    petto?  Ma no: non sarebbe giusto che io  sopportassi  la  pena  della
    colpa  altrui.  Prima  voglio  sapere  che  cosa gli occhi sfrontati e
    disonesti di Lotario videro in me,  che fosse tale da dargli l'audacia
    di  manifestarmi  un  cos  infame  sentimento,  come  quello che m'ha
    manifestato a dispetto del mio  disonore  e  della  sua  amicizia  per
    Anselmo.  Leonella, affcciati a questa finestra e chiamalo, ch senza
    alcun dubbio egli dev'essere nella strada ad aspettare di  mettere  in
    opera il suo malvagio proposito;  ma metter prima io in opera il mio,
    crudele quanto generoso.
    - Ah! signora mia - rispose Leonella, furba e indettata - e che volete
    fare con questo pugnale?  Vorreste forse uccidervi o uccidere Lotario?
    Badate  che  in  tutti  e  due  i  casi  il vostro credito e la vostra
    reputazione sarebbero rovinati.  Meglio  che dissimuliate  il  vostro
    risentimento,  e  non  diate  ora  occasione  a  questo  perfido  uomo
    d'entrare in casa mentre siamo sole.  Riflettete  che  noi  siamo  due
    deboli donne,  e che egli  uomo e risoluto,  e poich  spinto da una
    passione cieca e brutale,  prima che voi  abbiate  attuato  il  vostro
    progetto,  potrebbe  farvi peggio che togliervi la vita.  Maledetta la
    dabbenaggine del padrone,  che ha voluto dare a questo libertino tanta
    confidenza  in  casa  sua:  e  se  voi,  signora,  lo ammazzate questo
    Lotario, giacch io credo che questa sia la vostra idea, che ne faremo
    poi del cadavere?
    - Che ne faremo?  - rispose Camilla.  - Lo lasceremo a  sotterrare  ad
    Anselmo,  poich sar per lui un riposo la fatica di sotterrare il suo
    disonore. Finiamola: chiamalo!  Ogni ritardo nel vendicare l'oltraggio
    mi pare una offesa alla fedelt che devo al mio sposo.
    Anselmo  sentiva  ogni cosa,  e ogni parola di Camilla lo faceva mutar
    d'opinione;  ma quando ud che era decisa a  uccidere  Lotario,  volle
    uscire  e  scoprirsi perch ci non accadesse.  Poi si trattenne,  per
    vedere fino a che  punto  sarebbe  arrivata  tanta  fierezza  e  tanta
    virtuosa energia,  risoluto a uscire in tempo per impedirne l'effetto.
    Intanto  Camilla  fu  colta  da  un  forte  svenimento,   e  Leonella,
    adagiatala  su  un  letto  che  si  trovava  nella stanza,  cominci a
    piangere dirottamente dicendo:
    - Oh disgraziata me,  se mi morisse fra le  braccia  questo  fiore  di
    castit,  questa gloria delle donne oneste, questo esempio di virt! -
    e altre simili espressioni,  che chiunque l'avesse  sentita  l'avrebbe
    presa  per  la ragazza pi pietosa e fedele di questo mondo,  e la sua
    padrona per un'altra perseguitata  Penelope.  Poco  stette  Camilla  a
    riprendere i sensi, e tornata in s, disse:
    -  Leonella  perch dunque non vai a chiamare l'amico pi sleale fra i
    pi sleali amici che abbia mai visto il sole  o  coperto  con  le  sue
    ombre la notte?  Corri,  vola, affrttati, ch l'indugio non smorzi il
    fuoco della mia collera,  e in minacce e maledizioni non debba sfumare
    la giusta vendetta che aspetto.
    -  Vado  subito,  signora  -  disse  Leonella - ma prima datemi questo
    pugnale;  ch in mia assenza non doveste commettere  una  pazzia,  che
    farebbe piangere tutta la vita coloro che vi vogliono bene.
    - Sta' tranquilla, cara Leonella - rispose Camilla - perch sebbene io
    ti  sembri  ardita e poco prudente nella difesa del mio onore,  non lo
    sar al punto di Lucrezia;  di cui dicono che  si  uccise  senza  aver
    commesso  alcun fallo,  e senza aver prima ucciso l'artefice della sua
    sventura.  Io morir,  ma,  se  muoio,  voglio  morire  soddisfatta  e
    vendicata  di  colui  che  qui  m'ha  fatto  venire  in questo luogo a
    piangere le sue pretese audaci, a cui io non ho dato alcun motivo.
    Leonella si fece molto pregare prima di uscire a chiamare Lotario;  ma
    finalmente usc,  e nel tempo che stette a tornare,  Camilla,  come se
    parlasse fra s e s, andava dicendo:
    - Dio mio! non sarebbe stato pi prudente non ricevere Lotario come ho
    fatto molte altre volte, piuttosto che dargli il diritto di ritenermi,
    sia pure per questo solo tempo che deve passare  prima  che  io  abbia
    potuto disingannarlo,  una donna disonesta? Sarebbe stato meglio senza
    dubbio;  ma io non sarei stata vendicata,  n l'onore  di  mio  marito
    soddisfatto,  se  egli  fosse riuscito a cavarsela cos a buon mercato
    dal passo a cui  lo  condussero  i  suoi  tristi  desidri:  paghi  il
    traditore con la propria vita i suoi tentativi libertini;  e sappia il
    mondo (se pur giunger a saperlo) che Camilla non solo  serb  fedelt
    al suo sposo,  ma anche lo vendic di colui che ard offenderlo.   Ci
    nonostante, credo che sarebbe stato meglio informare di tutto Anselmo;
    e io avevo cominciato a farlo nella lettera che gli scrissi  quand'era
    in  campagna,  ma  egli non prese rimedio contro il male che in quella
    lettera gli avevo segnalato;  perch,  io  penso,  buono  e  fiducioso
    com',  non  volle  n  pot  credere che nel petto di un intimo amico
    potesse annidarsi alcun pensiero contrario al suo onore.  E  neanch'io
    lo credetti pi,  dopo d'allora,  per parecchi giorni; n lo avrei mai
    pi creduto,  se la sua insolenza  non  fosse  arrivata  al  segno  di
    manifestarmelo coi doni, con le grandi promesse e le continue lacrime.
    Ma  perch  faccio  ora  questi discorsi?  Una risoluzione energica ha
    forse bisogno di consigli? No, certamente. Fuori dunque i traditori, e
    a me, vendetta! Venga pure l'impostore, entri,  muoia,  sia finita,  e
    accada  poi  quel  che  vuole accadere.  Pura sono venuta in potere di
    colui che il cielo mi dette per marito, e pura voglio uscirne;  quando
    mai, ne uscir bagnata del mio casto sangue e di quello impuro del pi
    falso amico che abbia visto l'amicizia nel mondo.
    Cos  dicendo  andava  su  e  gi per la stanza col pugnale sguainato,
    facendo dei passi cos bruschi e smisurati,  e tali gesti,  che pareva
    che  non  avesse il cervello a posto,  e invece d'una donna si sarebbe
    detta un energumeno.
    Anselmo vedeva tutto,  nascosto dietro una portiera,  e  di  tutto  si
    meravigliava e ormai gli pareva che quello che aveva visto era pi che
    sufficiente  per  distruggere  sospetti  anche pi grandi dei suoi;  e
    ormai avrebbe voluto che la prova della venuta di Lotario  non  avesse
    effetto, temendo qualche spiacevole incidente. Stava gi per mostrarsi
    e  uscire,  per  abbracciare  e  disingannare  la  moglie,  quando  si
    trattenne perch vide che Leonella era di ritorno con Lotario  per  la
    mano.  Quando Camilla lo vide, facendo col pugnale sul terreno dinanzi
    a s una gran riga, gli disse:
    - Lotario,  state bene attento a quello che vi  dico:  se  mai  osaste
    passare  questa  riga che vedete,  o anche soltanto accostarvi a essa,
    nel momento stesso in cui vedr che  voi  lo  tentate,  subito  io  mi
    trafigger  il  petto  con questo pugnale;  e prima di rispondermi una
    sola parola, vi prego di ascoltarmi un momento, e dopo mi risponderete
    quello che  vorrete.  Anzitutto,  Lotario,  vi  domando  se  conoscete
    Anselmo  mio marito,  e che opinione ne avete;  e poi voglio sapere se
    conoscete me. Rispondetemi a questo e non turbatevi,  n state molto a
    pensare  quello  che  dovete  rispondere,  perch non c' difficolt a
    rispondere a quello che vi domando.
    Lotario non era cos ingenuo da non aver sbito capito,  fin da quando
    Camilla  gli  aveva  detto  di far nascondere Anselmo,  quale fosse il
    progetto di lei, e quindi fu cos pronto a rispondere con giudizio e a
    tono, che avrebbero potuto fra tutti e due far passare quella menzogna
    per la pi evidente verit. Rispose dunque in questo modo:
    - Io non credevo davvero,  bella  Camilla,  che  tu  mi  avessi  fatto
    chiamare  per  farmi  delle  domande cos aliene dal motivo che qui mi
    conduce.  Se fai questo per differire ancora la  ricompensa  promessa,
    avresti potuto differirla da molto pi tempo, perch tanto pi tortura
    l'aspettazione  di  un  bene desiderato,  quanto gli  pi prossima la
    speranza di possederlo.  Ma,  perch tu non dica che non rispondo alle
    tue domande,  s,  conosco tuo marito Anselmo, e ci conosciamo tutti e
    due dai nostri pi teneri anni;  ma non voglio  parlare  della  nostra
    amicizia  che  tu  ben  conosci,  perch  non  voglio  in tal modo far
    testimonianza del torto che mi  costringe  a  farle  l'amore,  potente
    discolpa d'errori anche pi grandi.  Conosco anche te naturalmente,  e
    ti tengo nel medesimo concetto che ti tiene lui: e se cos non  fosse,
    puoi  tu  credere  che  per  oggetto  meno  prezioso di te io mi sarei
    indotto ad agire contro ci che debbo a me stesso e  contro  le  sante
    leggi  d'una  vera amicizia,  rotte e violate ora da me per virt d'un
    nemico cos potente come l'amore?
    - Se confessi questo - rispose Camilla - o nemico mortale di tutto ci
    che merita d'essere amato,  con che faccia osi tu presentarti  dinanzi
    allo  specchio  dove si guarda colui in cui ti dovresti specchiare per
    vedere con quale ingiustizia lo oltraggi? Ma, ahim, io mi rendo conto
    ora di ci che t'ha fatto perdere il rispetto che devi  a  te  stesso.
    Deve  essere stata qualche libert che forse mi sono presa,  e che non
    voglio davvero chiamare indecente,  perch se mai non avr  dipeso  da
    volont deliberata, ma da qualche disavvertenza di quelle che sfuggono
    alle  donne,  quando  non  credono  d'avere  ragioni  di  un eccessivo
    riserbo. Ma dimmi, quando, o traditore, ho risposto alle tue preghiere
    con qualche parola,  o segno,  che potesse risvegliare in te la menoma
    speranza  di  soddisfare  i  tuoi  infami desidri?  Quando mai le tue
    parole d'amore non furono respinte e rimproverate dalle mie con rigore
    e asprezza?  Quando mai le tue molte promesse furono da me credute e i
    tuoi doni,  ancor pi splendidi,  accettati?  Ma siccome credo che uno
    non possa durare tanto  a  fare  la  corte  a  una  donna,  se  non  
    incoraggiato da qualche speranza,  voglio prendermi la colpa della tua
    insolenza;  perch senza dubbio qualche mia sbadataggine ha sostentato
    tanto  tempo la tua insistenza,  e quindi voglio castigarmi e darmi da
    me la punizione che merita la tua colpa; e perch tu veda che, essendo
    tanto spietata con me,  non era possibile fare a meno d'esserlo  anche
    con  te,  ho voluto che tu fossi testimone del sacrificio che penso di
    fare all'onore offeso del mio onoratissimo marito,  oltraggiato da  te
    nel modo pi grave che t' stato possibile,  e da me anche, perch non
    ho avuto abbastanza riguardo a  fuggire  l'occasione,  se  mai  te  ne
    detti,  di  giustificare  e  favorire  le  tue cattive intenzioni.  Il
    sospetto che ho,  ti ripeto,  di aver fatto nascere in te cos  odiosi
    pensieri  con qualche mia imprudenza,   quello che pi mi tortura,  e
    che desidero punire con le mie proprie mani,  perch se fosse un altro
    il carnefice che mi punisse,  forse la mia colpa sarebbe pi pubblica;
    ma prima voglio, morendo,  uccidere e trascinare con me colui che dar
    completa  soddisfazione al mio desiderio di vendetta,  quando lo vedr
    dovunque sia,  colpito dalla punizione di una giustizia inesorabile  e
    disinteressata, per avermi posto in cos disperata situazione.
    E  cos dicendo,  con incredibile forza e prontezza assal Lotario col
    pugnale sguainato,  e pareva cos risoluta a piantarglielo nel  petto,
    che  egli  stette  quasi  in forse se lei facesse per davvero;  poich
    dovette servirsi di tutta la sua forza e di tutta la sua  astuzia  per
    impedire  a  Camilla  di  colpirlo;  la  quale  rappresentava tanto al
    naturale quella straordinaria commedia,  che per darle il colore della
    verit,  volle tingerla col proprio sangue; perch, vedendo o fingendo
    di non poter ferire Lotario, disse:
    - Poich il destino non vuole soddisfare  completamente  il  mio  cos
    giusto  desiderio,  non  sar  tuttavia  tanto potente da impedirmi di
    soddisfarlo almeno in parte - e facendo  forza  per  svincolare  dalle
    mani  di  Lotario  il  pugnale  che  egli  aveva  afferrato,  riusc a
    ritorglielo,  e indirizzandone la punta in un posto dove  non  potesse
    ferire a fondo, se la immerse sopra al seno presso la spalla sinistra,
    e  poi  si  lasci  cadere  al suolo come svenuta.  Leonella e Lotario
    rimasero stupefatti,  e non  sapevano  che  pensare,  vedendo  Camilla
    distesa  in  terra,   immersa  nel  proprio  sangue.  Subito  Lotario,
    impaurito e senza fiato,  si precipit  ad  afferrare  il  pugnale,  e
    vedendo  allora  quant'era  piccola  la  ferita,  si  rimise  da  ogni
    spavento,  e di nuovo ammir la scaltrezza,  la prudenza  e  la  molta
    intelligenza  di  Camilla;  e per fare anche lui la sua parte cominci
    una grande e triste litania di lamenti sul corpo di lei, come se fosse
    morta,  maledicendo non solo se stesso,  ma anche  colui  che  l'aveva
    spinto a quel passo.  E siccome sapeva che Anselmo lo sentiva,  diceva
    cose che,  uno che le avesse udite,  avrebbe avuto pi compassione  di
    lui che di Camilla,  anche se davvero l'avesse creduta morta. Leonella
    la prese sulle braccia,  e la mise sul letto,  supplicando Lotario  di
    andare  a  cercare  qualcuno  che  la curasse in segreto;  e nel tempo
    stesso gli domandava che direbbe ad Anselmo  di  quella  ferita  della
    padrona,  se  mai  tornasse prima che fosse guarita.  Egli rispose che
    dicessero quel che volevano,  ch egli non era in grado di dare  alcun
    consiglio  utile: le disse soltanto che cercasse di stagnare il sangue
    alla signora,  perch quanto a lui se ne andava dove nessuno l'avrebbe
    pi  veduto;  e mostrandosi sconvolto e annichilito dal dolore,  se ne
    and.  Ma quando fu solo,  e in  un  posto  dove  nessuno  lo  vedeva,
    cominci  a farsi gran segni di croce,  meravigliandosi della furberia
    di Camilla e degli scaltri ripieghi di Leonella.  Pensava che  Anselmo
    doveva  essere  rimasto  interamente  persuaso  d'avere per moglie una
    seconda Porzia,  e non vedeva l'ora di trovarsi con lui per  celebrare
    insieme  la  menzogna  e  la  verit  pi  simulata  che  possano  mai
    immaginarsi.
    Leonella frattanto stagnava il sangue alla sua padrona,  che  non  era
    pi di quello necessario ad accreditare la sua impostura, e lavata con
    un  po'  di  vino la ferita,  la fasci meglio che pot,  facendo tali
    discorsi mentre la medicava, che, anche senza i precedenti,  sarebbero
    bastati  a  far  credere ad Anselmo di possedere in Camilla l'immagine
    vivente della virt. Alle parole di Leonella se ne aggiunsero altre di
    Camilla, la quale si chiamava codarda e debole,  perch le era mancato
    il  coraggio,  nel  momento  che  sarebbe  stato  pi  necessario,  di
    togliersi una vita divenutale ormai odiosa. Domand poi consiglio alla
    cameriera,  se doveva,  o no,  raccontare all'amato suo sposo quel che
    era  successo,  ed  essa le rispose che non glielo dicesse,  perch lo
    avrebbe messo nella necessit di vendicarsi di Lotario con  grave  suo
    rischio,  mentre una buona moglie non deve dare al marito occasioni di
    litigio,  ma anzi cercare di  allontanarle  quanto  pi    possibile.
    Camilla  le  rispose  che  il  suo  consiglio  le pareva buono,  e che
    l'avrebbe seguto,  ma che in ogni modo  bisognava  cercare  che  cosa
    avrebbe  detto  ad  Anselmo sulla causa di quella ferita,  che non era
    possibile che egli non vedesse. Leonella disse che nemmeno per scherzo
    sapeva mentire.
    - E io? - esclam Camilla.  - Io non mi arrischierei a fabbricare n a
    sostenere una menzogna nemmeno a costo della vita.  E se non c' altra
    via, meglio sar dirgli la verit nuda e cruda,  piuttosto che egli ci
    riscontri bugiarde.
    -  Non vi date pena,  signora: di qui a domattina - rispose Leonella -
    io penser a che cosa dirgli,  e forse essendo la ferita in  un  punto
    dove non si vede,  potr anche darsi che egli non se ne accorga, e che
    il cielo ci aiuti,  ch noi facciamo tutto a fin  di  bene.  Calmatevi
    dunque,  signora, e cercate di calmare la vostra agitazione, perch il
    padrone non vi debba  trovare  in  questo  orgasmo;  e  per  il  resto
    lasciate fare a me e a Dio, che sempre ha cura dei buoni.
    Anselmo  era  stato  attentissimo  ad ascoltare e a vedere la tragedia
    della morte del suo  onore,  rappresentata  con  appassionamento  cos
    efficace  e  straordinario,  da  far  credere che i personaggi fossero
    davvero quello che fingevano d'essere.  Non  vedeva  l'ora  che  fosse
    notte,  per  avere  il  modo d'uscir di casa e andare a trovare il suo
    buon amico Lotario,  per rallegrarsi  insieme  con  lui  del  prezioso
    tesoro  trovato  nella  prova dell'onest di sua moglie.  Le due donne
    fecero in modo di dargli occasione e agio d'andarsene,  ed egli  senza
    lasciarsela sfuggire,  se ne and, e sbito corse a cercare Lotario, e
    quando l'ebbe trovato,  non s'arriva a ridire  quanto  l'abbracci,  e
    quante  cose  gli disse sulla sua felicit,  e quante lodi gli fece di
    Camilla.  Lotario stette a sentire senza poter dargli alcun  segno  di
    contentezza,  perch  gli  veniva  in  mente quanto era ingannato quel
    povero amico,  e quanto ingiustamente egli l'oltraggiava.  E  Anselmo,
    sebbene vedesse che Lotario non si rallegrava,  credeva che la ragione
    fosse per aver lasciato Camilla ferita ed esserne stata lui la  causa,
    per ci gli disse tra l'altro:
    -  Non  t'affliggere  di  quanto  successo a Camilla: senza dubbio la
    ferita  dev'essere  leggera,  se  padrona  e  domestica  sono  rimaste
    d'accordo di nascondermela.  Quindi non c' nulla da temere; e tu puoi
    ben dividere con me la tua gioia,  perch per mezzo tuo e per  la  tua
    destrezza  io  ho potuto raggiungere il pi alto grado di felicit che
    si possa  desiderare.  E  d'ora  in  poi  tutti  i  miei  divertimenti
    consisteranno  nel fare versi in lode di Camilla che la rendano eterna
    nella memoria dei secoli futuri.
    Lotario lod la sua decisione,  e disse che dal  canto  suo  l'avrebbe
    aiutato  a innalzare un cos grandioso monumento.  Dopo di che Anselmo
    rimase l'uomo pi  squisitamente  ingannato  del  mondo.  Egli  stesso
    conduceva  per  mano  in  casa sua,  credendo di portarvi lo strumento
    della sua gloria,  colui che era invece la rovina della  sua  fama;  e
    Camilla  lo  riceveva  con  volto in apparenza irritato ma con l'anima
    allegra. Dur questa tresca qualche tempo, finch in capo a pochi mesi
    la ruota della fortuna si gir, venne in pubblico l'infamia fin allora
    con tanta astuzia dissimulata, e ad Anselmo le sue indiscrete indagini
    costarono la vita.

    NOTA 1: Cio "sabio, solo, solicito, secreto": saggio, solo,  zelante,
    segreto.

    CAPITOLO 35.
    Che   tratta  della  fierissima  e  straordinaria  battaglia  che  Don
    Chisciotte sostenne con degli otri di vino rosso,  e dove si  d  fine
    alla novella L'indagatore indiscreto.

    Mancava  poco  alla  fine della novella,  quando dal camerone dove Don
    Chisciotte era andato  a  dormire  scapp  fuori  Sancio  Panza  tutto
    eccitato urlando a pi non posso:
    - Accorrete,  signori, presto! aiutate il mio padrone, che  impegnato
    nella pi accanita e fiera battaglia che  i  miei  occhi  abbiano  mai
    visto!  Dio  buono!  ha  tirato  una tale sciabolata al gigante nemico
    della signora principessa Miccomiccona,  che gli  ha  portato  via  la
    testa di netto, come se fosse stato una rapa.
    - Ma che dite mai, Sancio? - domand il curato smettendo di leggere. -
    Siete ben sicuro d'avere il cervello a posto?  Come diavolo pu essere
    quello che dite, se il gigante  lontano di qui duemila leghe?
    In quel momento si ud un gran fracasso nella stanza, e Don Chisciotte
    che urlava:
    - Frmati, ladro, malandrino, arrogante: io ti tengo ben stretto, e la
    tua scimitarra non ti giover a nulla -  e  pareva  che  desse  grandi
    sciabolate nei muri.
    -  Signori--continu  Sancio - qui non  il caso di star l impalati a
    sentire quel  che  succede.  Facciano  il  piacere  d'andar  dentro  a
    dividerli o a dare una mano al mio padrone. Bench ormai credo che non
    ce  ne  debba  essere  pi  bisogno,  perch  senza  dubbio il gigante
    dev'essere bell'e spacciato;  e a quest'ora forse sta rendendo conto a
    Dio  delle  sue  cattive  azioni.  Ho  visto il sangue che correva per
    terra, e la testa tagliata ruzzolare da una parte, grossa come un otre
    di vino di quelli grandi.
    - Dio mi mandi un accidente - salt su a questo punto  l'oste  se  Don
    Chisciotte o Don diavolo che se lo porti, non ha tirato una sciabolata
    a  uno  di  quegli otri pieni di vino rosso che erano l vicini al suo
    capezzale;  e il vino  sparso  dev'essere  sembrato  sangue  a  questo
    minchione  -  e  cos  dicendo entr nella stanza seguto da tutti gli
    altri,  che trovarono Don Chisciotte nella  tenuta  pi  ridicola  del
    mondo.  Era in camicia,  una camicina corta che dinanzi non arrivava a
    coprirgli le cosce e di dietro era ancora pi corta un paio  di  dita;
    le gambe lunghe lunghe e secche secche, pelose e non troppo pulite; in
    capo un berrettino rosso,  unto e bisunto,  che era dell'oste; avvolta
    al braccio sinistro una coperta (quella stessa a  cui  Sancio  serbava
    imperituro rancore e il perch lo sapeva lui), e nella destra la spada
    sguainata,  con cui tirava sciabolate ai quattro venti, gridando delle
    frasi, come se davvero stesse combattendo con un gigante. E il bello 
    che aveva gli occhi chiusi,  perch dormiva ancora e sognava  d'essere
    in  battaglia  col  gigante.  La  sua immaginazione era stata talmente
    eccitata dall'avventura che stava per  intraprendere,  che  gli  aveva
    fatto  sognare  d'essere gi arrivato al regno di Miccomiccone,  e che
    gi stava in battaglia col suo nemico; e credendo di darle al gigante,
    aveva tirato tante sciabolate negli otri,  che  tutta  la  stanza  era
    allagata dal vino.
    L'oste, al vedere quel disastro, fu preso da una tale furia, che salt
    addosso a Don Chisciotte, e cominci a dargli tanti di quei pugni che,
    se Cardenio e il curato non glielo levavano dalle mani,  il duello col
    gigante  lo  finiva  lui;  e  tuttavia  il  povero  cavaliere  non  si
    svegliava,  finch il barbiere port una gran catinella d'acqua fresca
    di pozzo, e gliela butt addosso di schianto. Allora Don Chisciotte si
    dest,  ma non tanto da accorgersi dello  stato  in  cui  si  trovava.
    Dorotea che lo vide vestito cos corto e cos alla leggera,  non volle
    entrare ad assistere al duello del suo  campione  col  suo  avversario
    Quanto  a  Sancio,  non  faceva  che  cercare  per  terra la testa del
    gigante, e siccome non la trovava, disse:
    - Di gi, se lo so io che in questa casa  stregata ogni cosa! L'altra
    volta,  in questo stesso posto dove sono ora,  mi dettero un monte  di
    cazzotti e di legnate, senza sapere chi ringraziare, e non riuscii mai
    a vedere nessuno.  E ora,  qui,  questa testa dov'? Eppure l'ho vista
    tagliare io coi miei occhi,  e  il  tronco  buttava  sangue  come  una
    fontana.
    - Ma che sangue e che fontana d'Egitto,  maledetto da Dio e da tutti i
    Santi! - disse l'oste. - Non lo vedi, pezzo di ladro,  che il sangue e
    la  fontana  non  sono altro che questi otri qui tutti sfondati,  e il
    vino sparso che ci si sguazza per tutta la stanza?  Potessi io  vedere
    sguazzare nell'inferno l'anima di chi li ha sfondati!
    -  Io  non  so nulla - rispose Sancio - so questo solo,  che sono cos
    disgraziato che,  se ora non trovo questa testa,  mi pare che  la  mia
    contea abbia da andare in fumo.
    Era peggiore Sancio sveglio che il suo padrone addormentato;  tanto le
    promesse di Don Chisciotte gli avevano montato la testa.
    L'oste, vedendo la flemma dello scudiero e il malestro del padrone, si
    disperava e giurava che questa volta non  l'avrebbero  passata  liscia
    come  la volta precedente,  che erano filati via senza pagare;  questa
    volta i privilegi della loro cavalleria non gli  sarebbero  valsi  per
    non  pagare tutti e due fino i coperchi che bisognava rifare agli otri
    sventrati.  Il curato teneva per la  mano  Don  Chisciotte,  il  quale
    credendo  di  avere  ormai  finito  l'avventura,  e  di  trovarsi alla
    presenza della principessa Miccomiccona,  si  inginocchi  dinanzi  al
    curato dicendo:
    -  Ben  pu  la Grandezza Vostra,  bella e potente signora,  vivere da
    oggimai sicura che non le recher pi detrimento veruno questa malnata
    creatura;  e io fino da oggi dalla data promessa assolto  mi  ritengo,
    perocch  con l'aiuto di Dio onnipotente e col favore di colei per cui
    vivo e respiro, abbiale in questo medesimo istante dato compimento.
    - Non ve l'ho detto?  - esclam Sancio sentendo ci.  - Non  ero  mica
    ubriaco  io!  Avete  visto se il mio padrone l'ha ammazzato s o no il
    gigante? Ecco fatto il becco all'oca: la mia contea  per la strada.
    Chi non doveva ridere a sentir le sciocchezze di tutti e due,  padrone
    e servitore?  Ridevano tutti, perfino l'oste che pure aveva un diavolo
    per capello; ma infine il barbiere,  Cardenio e il curato tanto fecero
    che,  con  non  poca  fatica,  riuscirono  a  rimettere  a  letto  Don
    Chisciotte,  il quale si  riaddorment  coi  segni  della  pi  grande
    stanchezza. Lo lasciarono dormire e tornarono sulla porta dell'osteria
    a  consolare  Sancio Panza di non aver ritrovato la testa del gigante;
    ma  ebbero  ancor  pi  da  fare  a  consolare  l'oste  disperato  per
    l'improvvisa fine dei suoi otri, mentre l'ostessa gridava e imprecava:
    -  Maledetta l'ora e il momento che entr in casa mia questo cavaliere
    errante,  che non avevo mai visto n conosciuto e che  mi  costa  cos
    caro! La volta passata se ne and fregandoci la spesa di una notte che
    si trattenne: casa,  letto,  paglia, e orzo, per lui, lo scudiero, una
    brenna e un ciuco, con la scusa che era cavaliere d'avventura (che Dio
    gli mandi un sacco di sventure a lui e a quanti avventurieri  c'  nel
    mondo!)  e  che  quindi non era obbligato a pagare nulla perch queste
    erano le tariffe della sua cavalieria girellante. Poi,  sempre per via
    di lui,  venne quest'altro signore e mi port via la mia bella coda, e
    ora me l'ha riportata rotta e tutta spelacchiata,  sicch  mio  marito
    non  ce  lo  pu  pi mettere dentro come prima il pettine.  E poi per
    colmare il sacco, non m'ha sfondato anche gli otri e m'ha sparso tutto
    il vino!... Uh! potess'io vedere sparso il suo sangue! E non si creda,
    eh!  Ch per l'anima dei miei vecchi me l'hanno  da  pagare  un  soldo
    sull'altro,  o non mi chiamerei come mi chiamo,  e non sarei figlia di
    chi sono.
    Questi e altri simili discorsi faceva l'ostessa  tutta  arrabbiata,  e
    Maritornes, la sua brava serva, le faceva compagnia. La figliola stava
    zitta  e  di  tanto  in  tanto  sorrideva.  Il curato rimedi a tutto,
    promettendo di compensare i danni meglio  che  avrebbe  potuto,  tanto
    degli  otri  come del vino,  e soprattutto poi della coda a cui davano
    tanta importanza.  Dorotea consol  Sancio  Panza  promettendogli,  se
    risultasse  vero  che il suo padrone aveva decapitato il gigante e lei
    fosse restituita nel pacifico possesso del suo  regno,  di  dargli  la
    miglior  contea che vi fosse.  Con questa promessa Sancio si consol e
    garant la principessa che stesse pur sicura:  l'aveva  vista  lui  la
    testa  del  gigante;  aveva  visto perfino che aveva una barba che gli
    arrivava fino alla cintola,  e se non si ritrovava,  era perch  tutto
    quello che succedeva in quella casa,  succedeva per incanto, come egli
    ne aveva fatta  esperienza  l'altra  volta  che  ci  aveva  albergato.
    Dorotea disse che ne era convinta anche lei, e che quindi non si desse
    pena, ch tutto sarebbe andato a gonfie vele.
    Quando  tutti si furono calmati,  il curato volle finire di leggere la
    novella,  poich vide che ne mancava poca.  Anche Cardenio,  Dorotea e
    tutti  gli  altri  lo  pregarono  di  finirla: ed egli per contentarli
    tutti,  e perch ci teneva anche lui a leggerla,  continu il racconto
    che diceva cos:

    Anselmo,  persuaso  ormai  dell'onest  di  Camilla,  viveva  lieto  e
    contento senza un pensiero al mondo; e Camilla faceva sempre a Lotario
    una fredda accoglienza,  apposta  perch  Anselmo  credesse  tutto  il
    contrario sui sentimenti che essa aveva per lui; e per dar pi credito
    a questo inganno, Lotario, gli chiese il permesso di non andare pi in
    casa  sua,  poich era fin troppo chiara la ripugnanza con cui Camilla
    riceveva  le  sue  visite.   Ma  Anselmo  non  volle  in  nessun  modo
    acconsentirvi,  e  cos  egli  era  in  mille  modi  autore  della sua
    vergogna,  mentre credeva  di  fare  la  propria  felicit.  Frattanto
    Leonella,  nel  vedere  favoriti  i suoi amori,  s'era data tanto alla
    pazza gioia,  che senza  alcun  riguardo  andava  a  briglia  sciolta,
    fidando nell'aiuto della padrona,  che non solo la proteggeva ma anche
    le insegnava i modi pi sicuri per poter fare il  proprio  comodo.  Ma
    una  notte  finalmente Anselmo ud camminare in camera di Leonella,  e
    volendo entrare per vedere chi  era,  sent  che  qualcuno  di  dentro
    teneva  la  porta.  Questo  gli  fece  venire  pi  che  mai la voglia
    d'aprirla,  e tanta forza fece,  che l'apr a tempo per vedere un uomo
    che  dalla finestra saltava nella strada.  Gli corse subito dietro per
    raggiungerlo o almeno vedere chi era;  ma non gli riusc n  l'una  n
    l'altra cosa, perch Leonella lo trattenne abbracciandolo strettamente
    e  dicendogli:  -  Si  fermi,  signor padrone;  non si arrabbi e lasci
    andare l'uomo che  saltato di qui:  un affare che riguarda me,   il
    mio fidanzato.
    Anselmo non volle crederlo, e anzi, cieco d'ira, sguain il pugnale, e
    minacci  Leonella  d'ucciderla  se non diceva la verit;  e lei tutta
    impaurita, non sapendo neppure pi quello che diceva:
    - Signor padrone,  non m'ammazzi - disse - io le  dir  delle  cose...
    delle  cose  d'una  grande  importanza,  che  lei  non  si pu neanche
    immaginare.
    - Dimmele subito! - url Anselmo - altrimenti sei morta.
    - Ora non posso,  creda - disse Leonella - sono troppo  scombussolata,
    ma  domattina  le  dir delle cose che la faranno strabiliare.  E stia
    sicuro che quello che  saltato gi da questa finestra  un giovanotto
    di qui, che m'ha promesso di sposarmi.
    Anselmo  allora  si  calm,   e  volle  aspettare  fino   al   termine
    richiestogli;  perch  non pensava neanche di avere a sentire qualcosa
    sul conto di Camilla, tanto era persuaso e sicuro della sua onest;  e
    quindi usc dalla stanza,  serrandovi dentro Leonella, e dicendole che
    di l non uscirebbe,  finch non gli avesse detto quel  che  aveva  da
    dirgli. Subito poi and da Camilla, e le raccont tutto quello che era
    successo,   compresa   la  promessa  di  rivelazioni  della  pi  alta
    importanza.  Se Camilla si turbasse o no,  non c' bisogno  di  dirlo;
    perch fu tale lo spavento,  credendo (ed era il caso di crederlo) che
    davvero Leonella avrebbe detto ad Anselmo tutto quello che sapeva, che
    non ebbe il coraggio di aspettare a vedere  se  il  suo  sospetto  era
    giusto  o  no;   e  quella  notte  stessa,  quando  Anselmo  le  parve
    addormentato fece un fagotto dei suoi migliori  gioielli  e  di  pochi
    denari,  e  senza  che  nessuno  la  sentisse,  usc di casa,  and da
    Lotario,  gli raccont tutto quello  che  succedeva,  e  lo  preg  di
    salvarla  o di fuggire tutti e due dove non dovessero temere pi nulla
    da Anselmo.  Lotario rimase talmente confuso,  che l per li non seppe
    n risponderle una sola parola,  n prendere una decisione. Finalmente
    risolse di portare Camilla in un monastero in cui era priora  una  sua
    sorella.  Camilla accett,  e con la prontezza che il caso richiedeva,
    Lotario la condusse e  la  lasci  nel  monastero,  ed  egli  pure  si
    allontan dalla citt senza avvertire nessuno.
    Quando fu giorno,  Anselmo senza neanche accorgersi di non aver pi la
    moglie accanto,  con la bramosia di sapere quel che Leonella aveva  da
    dirgli,  si lev,  e and dove l'aveva rinchiusa.  Apr ed entr nella
    stanza, ma non ci trov nessuno,  trov soltanto dei lenzuoli annodati
    alla  finestra: segno evidente che la ragazza se l'era svignata di l.
    Torn subito,  molto triste,  a dirlo a Camilla,  e non trovandola nel
    letto n in tutta la casa, rimase sbalordito. Ne domand ai domestici,
    e nessuno gli seppe dire nulla.  Nel cercarla gli capit di vedere gli
    scrigni aperti e i gioielli quasi tutti mancanti.  Allora comprese  la
    sua sventura,  cap che Leonella non c'entrava per nulla,  e cos come
    stava,  senza neanche finire di vestirsi,  triste  e  pensoso  and  a
    raccontare la sua disgrazia all'amico Lotario;  ma quando non lo trov
    e i servitori gli dissero che  era  andato  via  quella  stessa  notte
    portando   con  s  tutti  i  valori  che  aveva  in  casa,   credette
    d'impazzire! E come se non bastasse, tornando a casa sua, non vi trov
    pi  nessuno  di  quante  serve  e  servitori  aveva:  la   casa   era
    completamente deserta. Non sapeva pi che pensare, che dire, che fare,
    e a poco a poco sentiva di perdere la testa.  Esaminava la situazione,
    e si vedeva rimasto, in un istante, senza moglie,  senza amico,  senza
    domestici,  abbandonato,  a parer suo dal cielo stesso,  e soprattutto
    senza onore,  perch la fuga di Camilla aveva rivelato  tutta  la  sua
    vergogna.  Finalmente,  dopo una lunga incertezza, si decise ad andare
    in campagna da quell'amico presso il quale era stato, quando aveva lui
    stesso dato occasione a tutto quel malaugurato intrigo. Serr le porte
    di casa,  sal a cavallo,  e si mise in cammino quasi senza fiato;  ma
    giunto  forse  a  mezza  strada,  vinto  dai suoi tristi pensieri,  fu
    costretto a scendere e a legare il cavallo a  un  albero,  a  pi  del
    quale  si  lasci  cadere  sospirando dolorosamente;  e l rimase fino
    quasi al calar della sera.  A un certo momento vide venire un  uomo  a
    cavallo  dalla  citt;  lo salut e gli domand che notizie c'erano in
    Firenze.
    - Le pi straordinarie che si siano udite da molto tempo  in  quadisse
    quell'uomo  - perch si dice dappertutto che Lotario,  il grande amico
    di Anselmo,  quel signorone che abitava nel quartiere di San Giovanni,
    ha  rapito  stanotte  all'amico  la  moglie  Camilla,  e che Anselmo 
    sparito. Tutto questo l'ha raccontato una cameriera di Camilla,  che 
    stata  sorpresa  dai  birri  mentre  si calava con dei lenzuoli da una
    finestra  del  palazzo  di  Anselmo.   Io  non  so  come  sia   andata
    precisamente la faccenda,  ma in tutta la citt si fanno le pi grandi
    meraviglie dell'accaduto,  perch nessuno si sarebbe mai aspettato  un
    fatto  simile  tra due individui che,  a quel che dicono,  erano tanto
    intimi che li chiamavano di soprannome "i due amici".
    - E si sa, per caso, che strada hanno preso Lotario e Camilla? domand
    Anselmo.
    - Nemmen per sogno - disse l'altro  -  sebbene  il  governatore  abbia
    fatto il possibile per rintracciarli.
    - Addio, signore - disse Anselmo.
    - Arrivederci - rispose l'altro, e se ne and.
    A  sentire queste terribili notizie poco ci corse che Anselmo perdesse
    non solo la testa, ma anche la vita. S'alz come pot, e arriv a casa
    dell'amico, che ancora non sapeva la sua disgrazia,  ma quando lo vide
    arrivare pallido,  stravolto,  sparuto,  s'accorse che qualche cosa di
    grave gli era successo.  Anselmo chiese senz'altro di poter mettersi a
    letto,  e  domand anche l'occorrente per scrivere.  Si affrettarono a
    servirlo,  e quando fu a letto,  volle che lo lasciassero solo  e  che
    chiudessero  l'uscio.  Quando fu solo,  il pensiero della sua sventura
    cominci a torturare talmente il suo animo,  che ben presto dei chiari
    sintomi mortali gli fecero presentire imminente la sua fine,  e quindi
    volle lasciar notizia della  causa  della  sua  morte  improvvisa;  ma
    mentre  scriveva,  prima  di  aver finito di scrivere tutto quello che
    avrebbe  voluto,  si  sent  mancare  e  spir,   vittima  del  dolore
    causatogli dalla sua imprudente mania indagatrice.
    La  mattina,  il  padrone  di casa,  vedendo che era gi tardi,  e che
    Anselmo non s'era fatto vivo,  si decise a entrare,  per sapere se  la
    sua  indisposizione  continuava,  e  lo trov bocconi con le gambe sul
    letto e il busto sul tavolino, su cui stava una lettera aperta.  Aveva
    ancora la penna in mano. L'amico gli si avvicin, e da prima lo chiam
    e lo prese per una mano,  poi visto che non gli rispondeva,  e sentito
    che  era  freddo,  s'accorse  che  era  morto.  Stupito  e  addolorato
    all'estremo,   chiam  i  servitori  perch  fossero  testimoni  della
    disgrazia successa ad Anselmo  e  finalmente  lesse  la  lettera,  che
    riconobbe scritta tutta di suo pugno, e che diceva cos:

    Uno stolto e imprudente desiderio mi ha tolto la vita.  Se la notizia
    della mia morte arriver alle orecchie di Camilla,  sappia che  io  la
    perdono,  perch non era obbligata a far miracoli, n io avevo bisogno
    di pretendere che li facesse. E poich sono stato io stesso l'artefice
    della mia sventura, non c' motivo di....

    Fin qui aveva scritto Anselmo e da questo si vide chiaro che  in  quel
    punto gli era mancata la vita e non aveva potuto finire la lettera. Il
    giorno  dopo  l'amico inform i parenti di Anselmo della sua morte,  i
    quali sapevano gi la sua disgrazia e conoscevano  il  monastero  dove
    s'era rifugiata Camilla,  pi morta che viva, non per la notizia della
    fine del marito, ma per quella della partenza dell'amante. Si racconta
    che nemmeno quando fu  vedova,  volle  pi  uscire  dal  monastero,  e
    neanche  pronunziare  i voti,  finch dopo non molti mesi le giunse la
    notizia che Lotario era morto in una battaglia che in quel tempo dette
    Monsignor di Lautrec al Gran Capitano Gonzalo Fernandez di Cordova nel
    regno di Napoli,  dove l'amico traditore era andato a portare  il  suo
    tardo pentimento.  Quando dunque Camilla lo seppe,  allora pronunzi i
    voti,  e di l a poco mor consunta dai rimorsi  e  dalla  malinconia.
    Questa  fu  la fine di tutti,  logica conseguenza di un principio cos
    insensato.
    - Bene!  - disse il curato - mi piace molto  questa  novella;  ma  non
    posso  credere  che  il  fatto sia vero: e se  inventato,  l'autore 
    degno di critica;  perch non si pu immaginare che vi sia  un  marito
    cos  sciocco come Anselmo,  che voglia fare una prova cos rischiosa.
    Se questa avventura si fingesse tra due amanti, allora potrebbe stare,
    ma tra marito e moglie  inverosimile.  La  forma,  tuttavia,  non  mi
    dispiace.

    CAPITOLO 36.
    Che tratta di altre straordinarie avventure successe nell'osteria.

    In quel momento l'oste, che stava sulla porta dell'osteria, esclam:
    -  Ecco qua una bella comitiva di viaggiatori.  Se si fermano qui,  ci
    sar da far bene.
    - Che gente ? - domand Cardenio.
    - Son quattro uomini a cavallo - rispose l'oste - tutti  con  lance  e
    scudi  e  con  una maschera nera sul viso,  e insieme con loro c' una
    donna vestita di bianco, mascherata anche lei,  seduta su una mula,  e
    poi due servitori a piedi.
    - Sono molto vicini? - domand il curato.
    - Tanto vicini - rispose l'oste - che eccoli qui.
    Sentendo questo Dorotea si copr il viso,  Cardenio entr nella stanza
    dov'era Don  Chisciotte  e  fecero  appena  in  tempo,  perch  subito
    entrarono nell'osteria tutti quelli che aveva detto l'oste.  I quattro
    cavalieri, quattro belle ed eleganti figure,  misero piede a terra,  e
    andarono  ad  aiutare  la signora a scendere di sella,  e uno di loro,
    presala fra le braccia,  la port di peso su  una  seggiola,  che  era
    vicina  all'ingresso  della  stanza  dove Cardenio s'era nascosto.  In
    tutto questo tempo n lei n loro si  erano  levata  la  maschera,  n
    s'erano  detti  una  parola;  soltanto,  nel  mettersi  a sedere sulla
    seggiola,  la dama emise un profondo  sospiro,  e  lasci  cadersi  le
    braccia come persona malata e sfinita. Intanto gli staffieri portarono
    i cavalli nella stalla.  Visto ci,  il curato,  curioso di sapere che
    gente era quella cos mascherata e  cos  muta,  and  a  trovarli,  e
    domand informazioni a uno di loro.
    -  Mah!  -  rispose  quello  -  io  non ve lo saprei dire davvero.  So
    soltanto che hanno l'aria di  gente  d'alta  condizione,  specialmente
    quello che ha preso fra le braccia la signora che avete visto,  perch
    tutti gli altri gli portano rispetto, e si fa tutto quello che comanda
    lui.
    - E la signora chi ? - domand il curato.
    - Nemmen questo saprei dirvelo - rispose il servo - perch in tutto il
    viaggio non le ho visto mai  il  viso.  Sospirare,  s,  l'ho  sentita
    parecchie volte,  e anzi mandare certi sospironi,  che ogni volta pare
    che voglia rendere l'anima a Dio;  ma non c' da farci  caso  che  noi
    sappiamo pi di quel che vi ho detto,  perch il mio compagno e io non
     pi di due giorni che li  accompagnamo  questi  signori;  perch  li
    abbiamo  incontrati strada facendo.  Ci chiesero di accompagnarli fino
    in Andalusia, e siccome ci offrirono di pagarci bene, si accett.
    - E non avete sentito nemmeno il nome di qualcuno di loro?  domand il
    curato.
    - No, nulla - rispose l'altro - perch stanno sempre cos zitti, che 
    una  cosa  sorprendente.  Non  si  sentono  altro  che  i  sospiri e i
    singhiozzi di quella povera signora, che fanno proprio compassione. Di
    certo essa deve essere stata costretta  a  seguirli  per  forza,  e  a
    quanto  si  pu  arguire  dal  vestito,    di gi monaca o va a farsi
    monaca,  che  la cosa pi probabile;  e forse  cos  triste  appunto
    perch  l'idea  di pronunziare i voti non le deve essere venuta di sua
    spontanea volont.
    - Tutto pu essere - disse il curato  e  venne  via,  andando  dov'era
    Dorotea;  la quale intanto avendo sentito sospirare la signora velata,
    mossa da un sentimento naturale di compassione,  s'era avvicinata e le
    aveva detto:
    -  Che  cosa  vi sentite,  signora?  Se  un male che possa curarsi da
    donne, sono a vostra disposizione con tutta la mia buona volont.
    Ma la signora seguit a tacere,  sebbene  Dorotea  rinnovasse  le  sue
    offerte,  finch  si  avvicin il cavaliere mascherato,  quello che il
    servitore aveva detto che tutti gli obbedivano, e disse a Dorotea.
    - Signora, non vi confondete a offrire nulla a questa dama,  perch ha
    per abitudine di non gradire nulla di quello che si fa per lei,  e non
    cercate che vi risponda,  se non volete sentire qualche menzogna dalla
    sua bocca.
    - Mai ne ho detta una in vita mia!  - esclam a questo punto colei che
    fino allora era stata sempre zitta. - Anzi,  per essere troppo sincera
    e  aliena  da ogni raggiro,  sono ora cos sventurata: e di questo voi
    stesso dovete essere testimone,  poich la mia leale sincerit  stata
    proprio quella che ha fatto diventare voi falso e bugiardo.
    Cardenio  ud queste parole molto chiare e distinte,  perch tra lui e
    chi le diceva non c'era che l'uscio della stanza in cui si trovava Don
    Chisciotte; e quindi appena le ud, mand un alto grido, e disse:
    - Dio benedetto! Che  mai questo che ascolto? Che voce  questa che 
    arrivata ai miei orecchi?
    A queste grida quella signora fu presa da grande agitazione: volt  la
    testa,  e  non  vedendo  chi le aveva mandate,  fece per entrare nella
    stanza accanto,  ma  il  cavaliere,  visto  ci,  la  trattenne  senza
    lasciarle  fare  un  sol  passo;  tuttavia  non  pot impedire che nel
    turbamento e nell'agitazione le cadesse il velo con cui aveva  coperto
    la  faccia,  e  si  vide  allora una bellezza incomparabile e un volto
    meraviglioso quantunque pallido e cupo.  Girava gli occhi in  tutti  i
    versi,  fin  dove poteva giungere con lo sguardo,  e con tanta ansiet
    che pareva fuori di  s.  Questi  movimenti,  di  cui  nessuno  sapeva
    spiegarsi  la ragione,  commossero molto Dorotea e tutti gli altri che
    la guardavano.  Il cavaliere  la  teneva  stretta  fortemente  per  le
    spalle, e, tutto occupato in questo atto, non pot badare a tirarsi su
    la  maschera,  che  gli  stava cadendo dalla faccia,  come infatti gli
    cadde; e allora Dorotea,  che teneva abbracciata la signora incognita,
    vide  che  colui  che  la  teneva  abbracciata,  era  il suo sposo Don
    Fernando. Appena lo riconobbe, mand dal pi profondo del suo petto un
    lungo e tristissimo ah! e svenne;  e se il  barbiere  non  si  fosse
    trovato l accanto pronto a sostenerla fra le braccia,  sarebbe caduta
    in terra.  Corse sbito il curato a toglierle il velo dalla faccia e a
    spruzzarle  acqua,  e appena la scopr,  subito Don Fernando,  che era
    quello che teneva abbracciata l'altra dama,  la riconobbe,  e a quella
    vista rimase come morto.  Tuttavia non lasci andare Lucinda,  che era
    colei che cercava  di  sciogliersi  dal  suo  amplesso,  e  che  aveva
    riconosciuto Cardenio alle sue grida, com'egli aveva riconosciuto lei.
    Ud  Cardenio  anche  l'ah!  che  aveva mandato Dorotea,  quando era
    cascata svenuta,  e credendo che fosse  la  sua  Lucinda,  usc  dalla
    stanza  tutto  impaurito  e la prima cosa che vide fu Don Fernando che
    teneva  abbracciata  Lucinda.  Anche  Don  Fernando  riconobbe  sbito
    Cardenio;  e tutti e tre,  Lucinda, Cardenio e Dorotea rimasero muti e
    attoniti, come se non capissero quel che era successo.  Tutti tacevano
    e  si  guardavano  in  faccia,  Dorotea  Don  Fernando,  Don  Fernando
    Cardenio,  Cardenio Lucinda,  Lucinda Cardenio.  La prima a rompere il
    silenzio fu Lucinda, che si rivolse a Don Fernando e cos gli parl:
    - Lasciatemi, signor Don Fernando, lasciatemi: abbiate almeno riguardo
    alla vostra posizione,  se altri rispetti non vi muovono; lasciate che
    io mi appoggi al mio sostegno,  dal quale non mi avete potuto staccare
    n con le vostre insistenze n con le minacce,  n con le promesse, n
    coi regali.  Guardate come il cielo per vie disusate e a noi  nascoste
    mi  ha  condotto dinanzi al mio vero sposo;  e ben sapete,  attraverso
    tante e tante esperienze pagate care, che solo la morte sarebbe capace
    di  cancellarlo  dalla  mia  memoria.  Tutti  questi  disinganni  cos
    evidenti non vi bastano?  Poich non potete fare altro,  mutate dunque
    l'amore in rabbia,  l'affezione in disprezzo,  e toglietemi  la  vita:
    purch la perda dinanzi al mio caro sposo,  io la stimer ben spesa, e
    forse con la mia morte egli rimarr soddisfatto della fede che gli  ho
    mantenuto fino al mio ultimo respiro.
    Frattanto Dorotea aveva ripreso i sensi,  ed era stata a sentire tutti
    i discorsi di Lucinda,  dai quali cap chi era;  e vedendo che  ancora
    Don  Fernando  non  la  lasciava andare,  n le rispondeva nulla,  con
    grande sforzo di volont si alz  e  and  a  inginocchiarsi  ai  suoi
    piedi;  poi  versando  gran  quantit  di belle e pietose lacrime cos
    cominci a dirgli:
    - Se i raggi di questo sole che tu tieni eclissato tra le tue braccia,
    non ti tolgono il lume degli occhi,  avrai gi veduto che colei che  
    in ginocchio ai tuoi piedi  la sfortunata (finch tu cos la vorrai )
    e  afflitta Dorotea.  Io sono quell'umile campagnola che tu per la tua
    bont o per il tuo piacere volesti sollevare  all'altezza  di  potersi
    chiamare tua; sono colei che, chiusa nella sua onest visse vita beata
    fino  a  che  la  voce delle tue insistenze e dei tuoi sentimenti,  in
    apparenza onesti e innamorati,  apr le porte del suo  riserbo,  e  ti
    consegn  le  chiavi della sua libert.  Ma tu non hai gradito affatto
    questo dono,  come chiaramente dimostrano il luogo e il modo di questo
    nostro  incontro.  Tuttavia  non  vorrei  che  tu credessi che io sono
    venuta qui sui passi del mio disonore,  poich  invece  qui  mi  hanno
    condotto  soltanto quelli del dolore di vedermi dimenticata da te.  Tu
    volesti che io fossi tua,  e lo  volesti  in  modo,  che  sebbene  ora
    vorresti  non  esserlo,  non  sar possibile che tu cessi d'esser mio.
    Considera che il grandissimo affetto  che  io  ti  porto,  pu  essere
    giusto  compenso  a  quella  bellezza e a quella nobilt per cui m'hai
    lasciato. Tu non puoi appartenere alla bella Lucinda,  perch sei mio,
    n lei pu essere tua perch appartiene a Cardenio; e sar pi facile,
    se  ci pensi bene,  piegare la tua volont ad amare chi ti adora,  che
    non indurre quella che t'odia a volerti bene.  Tu  insidiasti  la  mia
    innocenza,  tu vincesti con le preghiere la mia virt, tu non ignoravi
    la mia condizione,  e tu sai bene a quali patti io mi sono abbandonata
    interamente  alla  tua  volont,  non  ti  rimane  dunque  alcuna  via
    d'uscita, perch tu possa dire d'essere stato ingannato.  Dunque se tu
    sei cristiano,  come sei cavaliere,  perch cerchi per vie tortuose di
    sottrarti al tuo impegno,  e non mi rendi finalmente felice,  come ero
    sul  principio  del  nostro  amore?  E  se  non mi vuoi per quello che
    realmente sono,  cio la tua sposa,  accettami  e  amami  almeno  come
    schiava,  ch  pur  d'essere  in  tuo  potere,  io mi riterr felice e
    fortunata.  Non accrescere il mio  disonore  col  tuo  abbandono,  non
    amareggiare  cos  la  vecchiaia dei miei genitori;  non lo meritano i
    leali servigi che,  come buoni vassalli,  essi hanno  sempre  reso  ai
    tuoi;  e  se  ti  pare di avvilire il tuo sangue mescolandolo col mio,
    considera che poche o punte famiglie nobili esistono  nel  mondo,  che
    non  siano  passate  per  questa strada,  e che non  la nobilt delle
    femmine quella che conta per l'eccellenza della stirpe;  tanto pi poi
    che la vera nobilt consiste nella virt; e se tu, rifiutandomi quello
    che tanto giustamente mi devi,  ti mostri cos poco virtuoso, io potr
    pretendere al titolo di nobile con maggiori diritti dei tuoi.  Ci che
    ti dico per ultimo  questo,  che tu voglia o non voglia,  io sono tua
    sposa: testimoni sono le tue  parole,  le  quali  non  debbono  essere
    menzognere, se tu vuoi vantarti giustamente di quello che disprezzi in
    me: testimone sar il giuramento che facesti, e testimone il cielo che
    tu chiamavi per testimone di quello che mi promettevi;  e quando tutto
    questo venga a mancare,  non mancher il silenzioso  grido  della  tua
    stessa  coscienza,  che  ti  raggiunger  in  mezzo alle tue colpevoli
    gioie,  rammentandoti la verit di quello che ti dico,  e  turbando  i
    tuoi piaceri e i tuoi divertimenti pi graditi.
    Questo  e altro disse la povera Dorotea e con tanto sentimento e tante
    lacrime,  che perfino coloro che accompagnavano Don Fernando e  quanti
    altri  erano presenti,  commossi,  piangevano.  Don Fernando stette ad
    ascoltarla senza risponderle una parola,  finch essa  non  ebbe  dato
    fine  al  suo  discorso e principio a tanti singhiozzi e sospiri,  che
    bisognava avere il cuore di bronzo per non rimanere intenerito da tali
    dimostrazioni di dolore. Lucinda la guardava,  non meno commossa della
    sua  afflizione,  che  ammirata  della  sua  intelligenza  e della sua
    bellezza;  e avrebbe voluto accostarsela e  dirle  qualche  parola  di
    consolazione,  ma non la lasciavano andare le braccia di Don Fernando,
    che  la  tenevano  stretta.  Il  quale,   tutto  turbato  e  pieno  di
    confusione,  dopo aver guardato fisso Dorotea un bel pezzo, finalmente
    apr le braccia e, lasciando libera Lucinda, disse:
    - Avete vinto,  bella Dorotea;  avete vinto,  perch non    possibile
    avere il coraggio di negare tante verit riunite insieme.
    Lucinda  intanto,  ancora  stordita  dal  suo  svenimento,  appena Don
    Fernando la lasci andare, stava per cadere in terra, ma Cardenio, che
    s'era  messo  dietro  le  spalle  di  Don  Fernando  per  non   essere
    riconosciuto,  bandito  ogni  timore  e deciso ad affrontare qualunque
    rischio,  accorse a sostenerla,  e ricevendola fra le sue braccia,  le
    disse:
    - Se il cielo pietoso desidera e vuole che tu trovi un riposo alle tue
    pene,  o leale,  fiera e bella signora mia,  in nessun luogo credo che
    potrai trovarlo  pi  sicuro  che  fra  queste  braccia,  che  ora  ti
    accolgono  e in altro tempo ti accolsero,  quando la fortuna volle che
    tu potessi chiamarti mia.
    A queste parole  Lucinda,  che  aveva  gi  cominciato  a  riconoscere
    Cardenio dalla voce,  gli pose gli occhi addosso,  e fatta certa anche
    dalla vista che era lui,  quasi  fuori  di  s,  senza  pi  badare  a
    riguardi di pudore, gli butt le braccia al collo, e accostando il suo
    viso a quello di lui, gli disse:
    - Voi s,  signor mio, siete il vero padrone di questa vostra schiava,
    nonostante l'avverso destino,  nonostante le minacce fatte a una  vita
    che dipende dalla vostra.
    Fu  questo uno straordinario spettacolo per Don Fernando e per tutti i
    presenti,  stupiti da un fatto cos nuovo.  Dorotea s'accorse che  Don
    Fernando  era impallidito e pareva che volesse vendicarsi di Cardenio,
    perch lo vide disporsi a metter  mano  alla  spada.  Rapida  come  il
    pensiero  gli  abbracci  le  ginocchia,  e  mentre  gliele teneva ben
    strette,  che non si potesse muovere,  gliele baciava e gli diceva tra
    le lacrime:
    -  Che  pensi  di  fare,   unico  mio  rifugio,  in  questa  impensata
    congiuntura?  Tu hai ai tuoi piedi la  tua  sposa,  e  quella  che  tu
    vorresti per sposa  fra le braccia di suo marito.  Pensa dunque se ti
    si addica o se ti sia possibile disfare quello che il cielo ha  fatto,
    o  se  piuttosto  non  ti convenga elevare al tuo stesso livello colei
    che, nonostante tanti ostacoli, ti sta dinanzi con gli occhi fissi nei
    tuoi occhi, e bagna d'amorose lacrime il volto e il petto del suo vero
    sposo.  Nel nome di Dio ti  prego,  e  per  il  tuo  stesso  onore  ti
    supplico,  che questo disinganno non solo non accresca la tua ira,  ma
    anzi la diminuisca tanto che tu possa con  calmo  e  tranquillo  animo
    permettere a questi due innamorati di godere in pace la loro felicit,
    per  tutto  il  tempo  che il cielo vorr loro concedergliela.  E cos
    mostrerai la generosit del tuo illustre e nobile cuore,  e  il  mondo
    vedr che sopra di te ha pi impero la ragione che le passioni.
    Mentre Dorotea cos parlava,  Cardenio,  tenendo sempre Lucinda tra le
    braccia,   non  levava  gli  occhi  di  dosso  a  Don  Fernando,   ben
    determinato,  se  lo  vedeva  fare qualche mossa ostile,  a difendersi
    meglio che poteva da lui e da chiunque si  provasse  ad  assalirlo,  a
    costo  di lasciarci la vita.  Ma a questo punto intervennero gli amici
    di Don Fernando,  e il curato e il barbiere che erano stati presenti a
    tutto,  insieme  col  buon  Sancio  Panza,  e  tutti  attorniarono Don
    Fernando,  supplicandolo ad avere piet delle lacrime di Dorotea,  e a
    non  permettere  che  essa,   se  aveva  detto  la  verit  come  essi
    ritenevano, rimanesse defraudata delle sue giuste speranze.
    - Considerate - disse il curato -  che  non  un  caso,  come  potrebbe
    parere,  ma  certamente  una  particolare disposizione del cielo ci ha
    voluto riunire qui tutti in un luogo,  dove e quando ciascuno  di  noi
    meno ci pensava. Riflettete che soltanto la morte pu separare Lucinda
    da  Cardenio,  e anche se li dividesse il filo d'una spada,  sarebbero
    felici di morire cos uniti.  Nei  casi  disperati    somma  saggezza
    vincere  se stesso e mostrare un cuore generoso: fate dunque che anche
    per vostra volont essi godano il  bene  che  il  cielo  ha  gi  loro
    concesso.  E  guardate  com'  bella  Dorotea!  Vedrete  che poche,  o
    nessuna,  possono eguagliarla,  non che superarla.  Se aggiungete  poi
    alla  sua bellezza la sua modestia e l'immenso amore che vi porta,  e,
    soprattutto,  se vi vantate d'esser cavaliere e  buon  cristiano,  non
    potete far altro che mantenere la parola che le avete dato. E cos voi
    farete il vostro dovere verso Dio e meriterete il plauso delle persone
    intelligenti,  le  quali  sanno  benissimo che  una prerogativa della
    bellezza,   quand'anche  si  trovi  in  umile  persona,   purch   sia
    accompagnata  dalla virt,  di potersi elevare ed eguagliare qualunque
    altezza, senza alcun pregiudizio di colui che la eleva al suo livello.
    E sanno anche che,  quando si seguono i forti impulsi  delle  passioni
    senza commettere peccato, non pu darsi colpa a chi li segue.
    Tutti  poi  a  queste parole ne aggiunsero tali e tante altre,  che il
    nobile cuore di Don Fernando,  come quello in cui scorreva  un  sangue
    generoso,  si  ammans e si lasci vincere dalla verit,  che egli non
    poteva negare, neppure se l'avesse voluto. E di essersi arreso al buon
    consiglio che gli  era  stato  dato,  ne  dette  segno  chinandosi  ad
    abbracciare Dorotea.
    - Alzatevi,  signora - le disse. - Non  giusto che stia inginocchiata
    ai miei piedi colei che io porto nell'anima;  e se fin qui non ho dato
    prove di quello che dico,  forse  stato per volere del cielo,  perch
    io,  vedendo in voi la costanza  con  cui  m'amate,  sapessi  stimarvi
    secondo il vostro merito. D'una cosa vi prego: di non rimproverarmi la
    mia  ingratitudine  e  l'abbandono  in  cui vi ho lasciato,  poich la
    medesima forza che mi mosse a farvi mia,  mi spinse poi a  cercare  di
    non essere vostro;  e che questa sia la verit... voltatevi e guardate
    gli occhi di  Lucinda  ormai  soddisfatta,  e  in  essi  troverete  la
    discolpa  di tutti i miei errori.  E poich essa ha trovato e ottenuto
    ci che desiderava,  e io ho trovato in voi quanto mi  soddisfa,  viva
    essa  sicura  e  contenta lunghi e felici anni col suo Cardenio,  e io
    pregher il cielo in ginocchio che me ne lasci vivere altrettanti  con
    la mia Dorotea.
    Cos dicendo l'abbracci di nuovo,  e congiunse il suo viso con quello
    di lei con tanta tenerezza che dovette  fare  uno  sforzo,  perch  le
    lacrime  non  finissero  di dare sicura prova del suo pentimento e del
    suo amore.  Ma non le trattennero Lucinda e Cardenio e quasi tutti gli
    altri  presenti,  perch  cominciarono anzi a spargerle in abbondanza,
    parte per  la  propria  contentezza  e  parte  per  vedere  gli  altri
    contenti, di modo che pareva che fosse successo qualche cosa di grave.
    Perfino  Sancio  piangeva,  quantunque  dopo  disse  che  lui piangeva
    soltanto perch vedeva che Dorotea non era la regina Miccomiccona come
    aveva creduto, e da cui s'aspettava tanti benefici.
    Per qualche tempo durarono ancora le  lacrime  e  lo  stupore,  e  poi
    Cardenio  e  Lucinda  andarono  a  mettersi in ginocchio dinanzi a Don
    Fernando, per ringraziarlo del favore da lui ricevuto, e lo fecero con
    parole cos cortesi, che Don Fernando non seppe che rispondere,  ma li
    fece  alzare,  e  li  abbracci  con molto affetto e molta gentilezza.
    Chiese poi a Dorotea che le raccontasse come era giunta in quel luogo,
    tanto lontano dal suo paese.  Essa con brevi e  precise  parole  narr
    tutto quello che gi prima aveva raccontato a Cardenio;  e il racconto
    piacque tanto a Don Fernando e agli altri,  che  avrebbero  desiderato
    che durasse di pi,  tanta era la grazia con cui Dorotea raccontava le
    sue sventure. Quindi, quando essa ebbe finito,  Don Fernando narr ci
    che gli era successo in citt dopo che aveva trovato in seno a Lucinda
    la  lettera  in  cui essa dichiarava d'essere promessa a Cardenio e di
    non poter essere sua.  Voleva ammazzarla e l'avrebbe ammazzata,  se  i
    genitori  di  lei  non  glielo avessero impedito.  Usc da quella casa
    indispettito e sconvolto,  col  proposito  di  vendicarsi  in  miglior
    momento.  Ma  il  giorno dopo seppe che Lucinda era sparita dalla casa
    dei suoi genitori,  senza che nessuno potesse dire  dove  era  andata.
    Finalmente dopo alcuni mesi era venuto a sapere che s'era rifugiata in
    un  convento  con  l'intenzione  di restarvi tutta la vita,  se non la
    poteva passare con Cardenio; e appena l'aveva saputo, s'era scelti per
    compagni quei tre cavalieri,  e s'era  recato  nel  luogo  dov'era  il
    convento.  Non  volle  nemmeno cercare di parlarle per timore che,  se
    fossero venuti a conoscere la sua presenza in quel posto,  si  sarebbe
    fatta ancora miglior guardia al monastero; ma aspett che un giorno la
    porta  fosse  aperta,  vi  lasci  due  compagni di sentinella,  e con
    l'altro entr dentro, per cercarvi Lucinda.  La trovarono nel chiostro
    a  discorrere con una monaca,  e senza darle il tempo di aprire bocca,
    l'afferrarono e la trasportarono in un villaggio,  dove provvidero  il
    necessario  per  portarla  via.  Tutto  questo  l'avevano  potuto fare
    impunemente,  perch il monastero era in aperta campagna un bel tratto
    lontano dall'abitato.  Appena Lucinda s'era vista in suo potere, aveva
    perduto i sensi, e da quando s'era riavuta,  non aveva fatto altro che
    piangere  e sospirare senza dire una parola;  e quindi in compagnia di
    silenzio e di lacrime erano giunti a quella osteria,  ma per  lui  era
    stato come arrivare in cielo, dove terminano e si dimenticano tutte le
    sventure della terra.

    CAPITOLO 37.
    Dove  si  continua la storia della famosa principessa Miccomiccona con
    altre graziose avventure.

    Sancio stava a  sentire  tutti  questi  discorsi  con  una  gran  pena
    nell'anima,  vedendo  sparire  e  andare  in  fumo  tutte le sue belle
    speranze, l'eccelsa principessa Miccomiccona cambiata in Dorotea, e il
    gigante in Don Fernando,  mentre il suo  padrone  dormiva  la  grossa,
    senza  alcun  pensiero  di  tutto  quello che era successo.  A Dorotea
    pareva di sognare e a Cardenio lo stesso,  e Lucinda era nel  medesimo
    stato  d'animo.  Don  Fernando  ringraziava  il  cielo  per  la grazia
    ricevuta d'averlo  tolto  da  quell'intricato  labirinto,  dove  s'era
    trovato  sul  punto  di perdere l'onore e l'anima;  e finalmente tutti
    quelli che erano nell'osteria,  erano allegri e contenti che un affare
    tanto  arruffato  e  disperato  fosse  andato  a finire cos bene.  Il
    curato,  da persona intelligente com'era,  metteva in maggior  rilievo
    l'accaduto,  e si rallegrava con ciascuno della felicit raggiunta; ma
    chi si rallegrava pi di tutti  era  l'ostessa,  perch  il  curato  e
    Cardenio  avevano  promesso  di  pagarle  tutti  i  danni fatti da Don
    Chisciotte. Soltanto Sancio,  come gi s' detto,  era l'afflitto,  lo
    sventurato,  il triste,  e quindi entr in camera del suo padrone, che
    finiva allora di destarsi, con una faccia molto avvilita e gli disse:
    - Signor Triste Figura,  lei pu dormire quanto vuole senza  pensieri.
    Non  c'  pi bisogno d'ammazzare nessun gigante,  n di rimettere sul
    trono la principessa, perch ormai  stato fatto e concluso tutto.
    - Oh, lo credo bene! - rispose Don Chisciotte.  - Perch ho combattuto
    col  gigante  la  pi straordinaria e immane battaglia della mia vita,
    come almeno credo, e con un traversone,  zaf,  gli ho buttato in terra
    la  testa,  ed   stato tanto il sangue venuto fuori,  che correva sul
    pavimento a ruscelli come acqua.
    - Come vino,  avrebbe fatto meglio a dire - replic Sancio  perch  se
    non  lo  sa  ancora glielo dico io: il gigante morto non  che un otre
    sbuzzato,  il sangue sono i sei caratelli di vino rosso che  aveva  in
    corpo,  e la testa tagliata... la testa  la puttana che mi partor, e
    che il diavolo si porti ogni cosa...
    - Ma che dici mai,  pazzo?  - esclam Don Chisciotte.  - Hai perso  la
    testa?
    -  Si  alzi,  si  alzi  - disse Sancio.  - Vedr che bel lavoro che ha
    fatto,  e sentir il conto che dovremo pagare.  Vedr anche la  regina
    Miccomiccona  trasformata  in  semplice  signora  chiamata  Dorotea  e
    sentir tante altre avventure che se ci capisce  qualche  cosa,  dovr
    rimanere a bocca aperta.
    -   Non  mi  farebbe  proprio  meraviglia  tutto  ci  -  riprese  Don
    Chisciotte.  - Se ti ricordi bene,  l'altra volta che fummo qui te  lo
    dissi  pure  che  tutto quello che succedeva qua dentro era effetto di
    incantesimo,  e quindi non ci sarebbe da stupirsi  che  ora  fosse  lo
    stesso.
    -  Potrei  anche  crederci - rispose Sancio - se il mio sballottamento
    nella coperta fosse stato anch'esso un  fatto  di  questa  specie,  ma
    invece quello fu una cosa successa proprio davvero; e vidi io coi miei
    occhi  l'oste,  proprio  lo  stesso d'ora,  che teneva una punta della
    coperta e mi sbalzava per aria con un brio, un'agilit,  una forza!  e
    ridendo come un matto.  Io sono un sempliciotto e un povero peccatore,
    ma mi pare che quando si possono riconoscere le persone, non possa pi
    essere questione d'incanti,  ma  di  botte  prese  e  da  pigliare,  e
    d'essere nati disgraziati.
    -  Bene  -  disse Don Chisciotte.  - Dio ci porr riparo.  Ma dammi da
    vestire,  e lasciami uscire l fuori,  ch voglio vedere i fatti e  le
    trasformazioni che tu mi dici.
    Sancio  gli  dette  da vestirsi,  e mentre egli si vestiva,  il curato
    raccont a Don Fernando e agli altri l  presenti  le  pazzie  di  Don
    Chisciotte, e l'astuzia con cui l'avevano portato via dalla Peapobre,
    dove  egli  si immaginava di stare per disgusti avuti con la sua dama.
    Raccont anche quasi tutte le altre avventure raccontate da Sancio,  e
    tutti ne fecero le pi matte risate e le pi grandi meraviglie, poich
    pareva  anche  a  loro,  come pareva a tutti,  che quello fosse il pi
    strano  genere  di  pazzia  che  potesse  entrare   in   un   cervello
    squilibrato.  Il  curato  aggiunse  che,  poich  ormai  il  fortunato
    cambiamento di condizione della signora Dorotea impediva di continuare
    a svolgere quel progetto, bisognava inventarne e trovarne un altro per
    poter ricondurre Don Chisciotte al suo paese.  Cardenio  si  offr  di
    proseguire  l'impresa,  dicendo  che Lucinda avrebbe potuto assai bene
    sostituire e rappresentare la parte di Dorotea, ma:
    - No, no - disse Don Fernando - non lo permetto.  Dorotea sguiti pure
    a  rappresentare  questa commedia,  e se il paese di questo gentiluomo
    non  troppo lontano, io sar felice dl servire alla sua guarigione.
    - Non  pi lontano di un paio di giornate - disse il curato.
    - Quand'anche  fossero  di  pi,  lo  farei  volentieri  per  compiere
    quest'opera di carit.
    In questo momento Don Chisciotte apparve sulla soglia, armato di tutto
    il suo arsenale, con l'elmo di Mambrino, sebbene tutto ammaccato sulla
    testa,  con  la  rotella  imbracciata,  e  appoggiato alla sua lancia.
    Quella strana apparizione fece un grande effetto a Don Fernando e agli
    altri, e tutti nel vedere quel viso lungo una mezza lega, quella pelle
    secca e gialla,  l'insieme di quelle  armi  scompagnate,  il  contegno
    calmo e compassato,  stettero silenziosi ad aspettare, per sentire che
    cosa avrebbe detto.  Egli con molta lentezza e gravit,  fissando  gli
    occhi sulla bella Dorotea, disse:
    -  Bella  signora,  sono stato informato da questo mio scudiero che la
    Vostra Grandezza e la vostra personalit sono andate in  fumo,  perch
    da  regina e gran dama che eravate,  vi siete cangiata in una semplice
    donzella. Se questo  accaduto per ordine del negromante vostro padre,
    forse timoroso che io non vi potessi dare  il  necessario  e  doveroso
    aiuto,  io  vi  dico che egli grossolanamente s'inganna,  e che  poco
    versato in storie cavalleresche;  perch se l'avesse lette  e  rilette
    con grande attenzione come l'ho lette io, avrebbe trovato a ogni passo
    che  altri  cavalieri di minor fama di me avevano compiuto imprese pi
    difficili.  Non  infatti una grande impresa uccidere  un  gigantuccio
    per  quanto  possa  essere  arrogante,  e  son  poche  ore  ch'io l'ho
    affrontato e...  Non voglio dir altro,  perch  non  mi  si  dica  che
    mentisco;  ma  il  tempo,  rivelatore  d'ogni  evento,  quando meno ci
    pensiamo, paleser i resultati.
    - Due otri avete affrontato e non  un  gigante!  -  esclam  l'oste  a
    questo  punto,  ma  Don  Fernando  gli  ingiunse  di  tacere  e di non
    interrompere assolutamente il discorso di  Don  Chisciotte,  il  quale
    seguit dicendo:
    -  Dico  dunque,  eccelsa e diseredata signora,  che,  se per la causa
    anzidetta il vostro genitore ha fatto questa metamorfosi della persona
    vostra, voi non dovete prestargli fede,  perch non c' periglio sulla
    terra  attraverso  il  quale  non  sappia  aprirsi un varco questa mia
    spada. Con essa io troncher al suolo la testa del vostro nemico, e in
    breve spazio di tempo porr sulla vostra la corona del vostro regno.
    Don Chisciotte non disse altro,  e  aspett  che  la  principessa  gli
    rispondesse.  La quale,  sapendo ormai la decisione di Don Fernando, e
    cio di continuare l'inganno fino a che Don Chisciotte non fosse stato
    ricondotto al proprio paese, con molta grazia e dignit gli rispose:
    - Chiunque vi ha detto, valoroso Cavaliere dalla Triste Figura, che io
    mi ero mutata di condizione, non v'ha detto la verit,  perch io sono
    oggi quella stessa che ero ieri. Vero  tuttavia che qualche mutamento
    hanno  prodotto  in me alcuni lieti avvenimenti,  che mi hanno portato
    tutta la felicit ch'io  potevo  desiderare;  ma  non  per  questo  ho
    cessato  d'essere quella che ero prima,  e di avere ancora il medesimo
    pensiero,  che ho sempre avuto,  di servirmi  del  vostro  valoroso  e
    invincibile braccio.  Quindi,  signor mio,  vogliate avere la bont di
    fare ammenda verso mio padre e di stimarlo  uomo  saggio  e  prudente,
    poich con la sua scienza trov un mezzo cos facile e cos sicuro per
    rimediare la mia disgrazia.  E io credo proprio che,  se non fosse per
    il vostro incontro,  non sarei mai arrivata a raggiungere la  felicit
    che  ho  raggiunta,  e  questo    tanto  vero,  che  ne  possono  far
    testimonianza questi signori qui presenti.  Dunque non ci resta  altro
    che  metterci domattina in cammino,  perch oggi ormai non si potrebbe
    pi fare che poca strada, e per il buon successo dell'impresa m'affido
    a Dio e al valore del vostro nobile cuore.
    Cos parl la saggia Dorotea,  e Don Chisciotte,  sentendo questo,  si
    volt a Sancio, e tutto arrabbiato gli disse:
    - Ora proprio  il momento di dirti, caro il mio Sancio, che tu sei il
    pi gran farabuttino di tutta la Spagna. Dammi retta, pezzo di ladro e
    di  vagabondo,  o  non m'hai detto or ora che questa principessa s'era
    mutata in una donzella che si chiamava Dorotea, e che la testa, che io
    so bene d'aver tagliata a un gigante, era la puttana che ti partor, e
    tante altre sciocchezze che mi misero nella maggior confusione che sia
    mai stato in tutto il tempo della mia vita?  Giuro a...  - e guard il
    cielo e digrign i denti - ch'io non so chi mi tenga dal farti a pezzi
    per  mettere  un po' di sale nella zucca a quanti scudieri bugiardi si
    troveranno d'ora in poi nel mondo.
    - Si calmi - rispose Sancio.  - Potrebbe darsi che mi fossi  ingannato
    per   quel   che  riguarda  la  mutazione  della  signora  principessa
    Miccomiccona; ma quanto alla testa del gigante,  o per dir meglio agli
    otri sbudellati,  e al sangue che era vino rosso,  non mi inganno, per
    Dio!  perch gli otri sono ancora sbuzzati al capezzale del suo letto,
    e  il  vino ha fatto un lago in camera Se lei non ci crede,  alla resa
    dei conti se ne avvedr,  quando l'oste verr a chiederle i  danni;  e
    quanto alla signora regina, che sia rimasta com'era, io, si figuri, me
    ne rallegro di cuore, perch infine ci ho anch'io il mio tornaconto.
    -  Allora,  caro  Sancio,  ti  dir  soltanto  che  sei  un imbecille:
    perdonami e basta.
    - Basta,  s - disse Don Fernando - e di questo non se  ne  parli  mai
    pi.  E  poich la Signora principessa dice che ci si metta in cammino
    domattina perch oggi  ormai tardi,  facciamo pure come vuole lei,  e
    questa  notte la potremo passare in buona conversazione fino al giorno
    venturo, in cui tutti accompagneremo il signor Don Chisciotte,  perch
    vogliamo  esser  testimoni delle valorose e inaudite prodezze che egli
    compir nel corso di quest'impresa,  di cui si   voluto  assumere  il
    peso.
    - Mio  il cmpito di accompagnarvi e servirvi,  o signori rispose Don
    Chisciotte - e molto gradisco il favore  che  mi  si  fa  e  la  buona
    opinione  che  hassi  di me,  e che cercher di non smentire,  a costo
    della vita e anche pi, se  possibile.
    Don Chisciotte e Don Fernando continuavano a scambiarsi  un  monte  di
    complimenti,  quando furono interrotti dall'arrivo d'un passeggero che
    in quel momento entr nell'osteria.  Il suo abito mostrava che era  un
    cristiano tornato da poco dai paesi moreschi, perch era vestito d'una
    casacca  di  panno  turchino  a  falde corte con mezze maniche e senza
    colletto;  portava calzoni parimente  turchini  e  un  berretto  dello
    stesso  colore,  degli  stivaletti  alla  moresca  e  ad armacollo una
    scimitarra damascata con una cintura di cuoio.  Entr dietro a lui una
    donna seduta su un asino, vestita alla moresca, col viso coperto da un
    velo posato sulla testa e,  sopra un berrettino di broccato, e con una
    cappa che la copriva dalle spalle ai piedi.  L'uomo aveva un personale
    robusto e agile,  dimostrava poco pi di quarant'anni, era di colorito
    piuttosto bruno e portava lunghi  baffi  con  barba  ben  curata:  nel
    complesso, insomma, un uomo a cui non mancava che un vestito migliore,
    per  essere  giudicato  una  persona  di condizione elevata.  Entrando
    chiese una camera,  e quando gli dissero che  non  ce  n'era  pi,  si
    mostr molto seccato, e accostatosi alla donna, che dal vestito pareva
    un'araba,  la  prese  fra  le  braccia  per  farla scendere.  Lucinda,
    Dorotea, l'ostessa, sua figlia e Maritornes, attirate dalla novit del
    costume,  che esse non avevano  mai  visto,  attorniarono  l'araba;  e
    Dorotea, sempre accorta e premurosa, parendole che tanto lei quanto il
    suo  compagno  fossero molto contrariati per la mancanza della camera,
    le disse:
    - Non vi date pensiero,  signora,  che qui manchi ogni comodit:   il
    solito  delle  osterie;  tuttavia,  se volete dormire con noialtre - e
    accennava Lucinda - avrete accoglienze pi sincere e pi cordiali  non
    ne avrete forse mai trovate nel corso del vostro viaggio.
    La  donna velata non rispose nulla: non fece altro che alzarsi di dove
    s'era seduta, e incrociate le mani sul petto chin la testa e il busto
    in segno di ringraziamento.  Dal suo silenzio arguirono che essa senza
    dubbio doveva essere araba, e che non sapeva parlar cristiano. In quel
    mentre  arriv  l'ex schiavo,  che fino allora si era occupato d'altre
    faccende,  e vedendo che tutti avevano fatto cerchio attorno alla  sua
    compagna, e che essa non rispondeva a quanto le domandavano:
    -  Signore  mie - disse - questa dama intende appena la mia lingua,  e
    non sa parlar altro che quella del suo paese,  e perci non deve  aver
    risposto, n risponde a quel che le si domanda.
    -  Le si  domandato soltanto - disse Lucinda - se voleva per stanotte
    accettare la nostra  compagnia  e  parte  della  camera  dove  noi  ci
    accomoderemo.   Le  si  offriranno  quei  comodi  che  le  circostanze
    permettono,  con quella buona volont che obbliga ad aver  riguardi  a
    tutti  i  forestieri che ne abbiano bisogno,  specialmente quando sono
    donne.
    - Signora mia - rispose lo schiavo - vi bacio le mani per  lei  e  per
    me,  e faccio gran conto dell'offerta ricevuta,  che,  fatta in questa
    occasione e da persone quali vi dimostra il vostro  aspetto,  acquista
    un grande valore.
    -  Ditemi,  signore  -  domand Dorotea - questa signora  cristiana o
    musulmana?  Perch il costume e il suo silenzio ci fanno  pensare  che
    sia quello che non vorremmo che fosse.
    -  E'  musulmana  nell'abito  e  nel  corpo,  ma  nell'anima    molto
    cristiana, perch ha un grandissimo desiderio di diventarlo.
    - Allora non  battezzata? - replic Lucinda.
    - Non se n' avuta ancora l'occasione - rispose il prigioniero  perch
    da  quando  venne via da Algeri,  sua patria,  fino ad ora,  non  mai
    stata in cos imminente pericolo di morte da doverla battezzare  senza
    le  cerimonie  che  comanda la Santa Madre Chiesa.  Ma Dio far s che
    presto la si possa battezzare con tutto il decoro che  merita  la  sua
    condizione, che  assai pi alta di quel che mostra il suo abito, e il
    mio.
    Con  queste  parole  fece  venire  a tutti quelli che ascoltavano,  il
    desiderio di sapere chi fossero; ma nessuno glielo volle domandare per
    allora,  vedendo che quello era piuttosto il momento di procurare loro
    un  po'  di  riposo,  che  di mettersi a fare delle domande sulla loro
    vita. Dorotea prese per mano la donna, se la fece sedere accanto, e la
    preg di togliersi il velo.  Essa  guard  il  prigioniero,  come  per
    domandargli  che cosa dicevano,  ed egli in lingua araba le rifer che
    le chiedevano che si levasse il velo,  e le disse che  se  lo  levasse
    pure;  e  lei  allora  se lo lev,  e scopr un volto cos bello,  che
    Dorotea la ritenne pi bella che Lucinda,  e  Lucinda  pi  bella  che
    Dorotea,  e tutti i circostanti riconobbero che la sua bellezza poteva
    eguagliare quella delle altre due,  e vi furono anche  alcuni  che  la
    ritennero  superiore  per  qualche  lato.  E  poich la bellezza ha la
    prerogativa e la grazia di attrarre gli  animi  e  di  conciliarsi  le
    simpatie,  subito  tutti  lasciarono libero sfogo al loro desiderio di
    servire e fare buona accoglienza alla bella  straniera.  Don  Fernando
    domand come si chiamava, e il prigioniero gli rispose che si chiamava
    Lela Zoraide,  ma essa come sent ci, cap quel che avevano domandato
    al cristiano, e disse vivacemente, con una certa ansia e molta grazia:
    "No, non Zoraide: Maria,  Maria",  per far comprendere che si chiamava
    Maria e non Zoraide. Queste parole e l'impeto con cui l'araba le aveva
    dette,  fecero  spargere  pi d'una lacrima ad alcuni di quelli che le
    sentirono,  specialmente alle donne,  che di loro natura sono tenere e
    compassionevoli.  Lucinda  l'abbracci affettuosamente dicendole: S,
    s, Maria, Maria e l'araba rispose: "S, s, Maria: Zoraide macange",
    che vuol dire "no".
    Frattanto  calava  la  notte,   e  per  ordine   dei   cavalieri   che
    accompagnavano Don Fernando, l'oste aveva messa tutta la sua diligenza
    e  la  sua  premura  nel  preparare  la  cena meglio che gli era stato
    possibile.  Venuta l'ora,  si sedettero tutti a una  lunga  tavola  da
    refettorio,  perch nell'osteria non ce n'erano n tonde n quadre,  e
    in capotavola,  nonostante che egli non volesse,  ci fecero sedere Don
    Chisciotte,  il quale volle al suo fianco la principessa Miccomiccona,
    poich egli era il  suo  protettore  e  campione.  Dopo  si  sedettero
    Lucinda e Zoraide,  e di fronte a loro Don Fernando e Cardenio,  e poi
    il prigioniero e gli altri cavalieri, e accanto alle signore il curato
    e il barbiere. Quindi cenarono molto allegramente, e l'allegria crebbe
    quando videro che Don Chisciotte,  smettendo di mangiare e  mosso  dal
    medesimo  sentimento  che  l'aveva  spinto a fare quella lunga predica
    quando era stato a cena coi caprai, cominci a dire:
    - Veramente,  se ben si considera,  signori miei,  grandi  e  inauditi
    fatti veggono coloro che professano l'ordine della cavalleria errante.
    Altrimenti  chi  tra i viventi che ora entrasse per la porta di questo
    castello,  e ci vedesse tutti cos come stiamo,  potrebbe credere  che
    siamo  quelli che siamo?  Chi direbbe che questa signora assisa al mio
    fianco  quella gran regina che tutti sappiamo,  e che  io  sono  quel
    Cavaliere dalla Triste Figura,  di cui parla cos alto la fama? Quindi
    non si deve mettere in dubbio che quest'arte e questo esercizio  siano
    superiori  a  tutte  quelle  e  a  tutti  quelli  che gli uomini hanno
    inventato,  e tanto pi si  deve  stimarla  in  quanto    soggetta  a
    maggiori perigli. Ma tacciano una buona volta coloro che s'attentano a
    sostenere che le lettere son superiori alle armi, perch io dir loro,
    chiunque  siano,  che  non sanno quello che si dicono.  La ragione che
    costoro soglion portare in campo, e a cui pi che altro s'attengono, 
    quella che i travagli  dell'intelletto  son  superiori  a  quelli  del
    corpo,  e che le armi si esercitano soltanto col corpo, come se questo
    esercizio delle armi fosse un mestiere da facchini,  pel quale non  ci
    sia  bisogno  che  d'una  forte muscolatura;  o come se nella somma di
    attivit che vanno sotto il nome di armi non fossero da  comprendere
    le azioni strategiche, che richiedono la pi grande altezza d'ingegno;
    o  come se un guerriero preposto a un esercito o a una citt assediata
    non dovesse far uso tanto delle forze dell'intelletto quanto di quelle
    del corpo.  E' forse possibile con le sole forze materiali giungere  a
    conoscere o congetturare le intenzioni del nemico, i suoi disegni, gli
    stratagemmi,  le  difficolt,  e  prevenire  i danni temuti?  Le quali
    azioni tutte sono proprie dell'intelletto e il corpo non vi ha  alcuna
    parte.  Se dunque l'intelletto  necessario per l'esercizio delle armi
    come per l'esercizio del sapere, vediamo ora quale dei due intelletti,
    quello del magistrato e quello del  guerriero,  abbia  un  cmpito  di
    maggiore  importanza.  Questo  si  potr  conoscer  meglio dallo scopo
    finale a cui ciascun d'essi  rivolto;  perch quanto pi nobile   lo
    scopo  tanto  pi altamente bisogna stimare l'intento di raggiungerlo.
    Scopo  finale  del  sapere,   non  dico  divino,   che  ha  per   fine
    d'indirizzare  le anime al cielo (perch a questo fine infinito nessun
    altro pu essere paragonato) ma del sapere umano  quello di applicare
    in  terra  la  giustizia  distributiva,   dando  a  ciascuno  il  suo,
    interpretando  e  facendo  osservare  le buone leggi: scopo certamente
    generoso e alto e degno di gran lode,  ma non di tanta come ne  merita
    invece  lo scopo a cui son dirette le armi;  le quali hanno per fine e
    oggetto la pace,  che    il  maggior  bene  che  gli  uomini  possano
    desiderare  in questa vita.  Quindi la prima buona novella che ebbe il
    mondo ed ebbero gli uomini fu quella data dagli angeli nella notte che
    fu il nostro giorno,  quando osannarono  per  l'aria:  "Gloria  a  Dio
    nell'alto  dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volont"!  E
    il saluto che il miglior Maestro della terra e del  cielo  insegn  ai
    suoi  prediletti  discepoli  fu  che  quando  entravano  in  una  casa
    dicessero: "La pace sia in questa casa";  e molte  altre  volte  disse
    loro:  "Io vi do la mia pace,  vi lascio la mia pace,  la pace sia con
    voi",  come il pi prezioso gioiello  che  potesse  lasciare  in  dono
    quella  mano,  gioiello  senza  il  quale  n in terra n in cielo pu
    esistere veruna felicit.  Questa pace  il vero  fine  della  guerra,
    perocch guerra e armi siano identiche cose. Ammessa poi questa verit
    che  scopo  della  guerra    la  pace,  e  che  quindi il suo scopo 
    superiore allo scopo delle lettere,  veniamo ora ai  disagi  materiali
    dell'uomo di lettere e a quelli dell'uomo d'armi, e veggasi quali sono
    maggiori.
    Cos  Don  Chisciotte  proseguiva  il  suo discorso con tanto metodo e
    rigore logico,  che nessuno di quelli che lo stavano a sentire avrebbe
    potuto ammettere in quel momento che egli fosse pazzo; anzi, siccome i
    pi erano cavalieri e quindi gente d'armi,  lo stavano a sentire molto
    volentieri.
    - Dico dunque - continu Don Chisciotte - che i travagli di quelli che
    si dedicano agli studi sono i seguenti: prima di tutti la povert; non
    perch tutti sien poveri,  ma perch questo   il  peggior  mancamento
    della loro condizione. Dicendo che son poveri, mi pare di non aver pi
    nulla  da  dire della loro triste sorte,  perch il povero nulla ha di
    buono al mondo. Quindi,  ora soffrono la fame,  ora il freddo,  ora la
    mancanza di vesti,  e alle volte tutte e tre queste cose insieme: tale
     la loro miseria nei suoi vari aspetti.  Tuttavia non    poi  tanta,
    ch'essi  non  arrivino  a cibarsi,  sia pure un po' pi tardi dell'ora
    normale,  sia pure con gli avanzi della tavola dei  ricchi  (e  questo
    andar  per  la  zuppa,  com'essi  dicono,    certo  la loro maggior
    vergogna) e che non trovino  nelle  case  altrui  qualche  braciere  o
    qualche camino,  che se non riscalda, per lo meno intiepidisce il loro
    freddo;  e finalmente la notte dormono sempre al coperto.  Non  voglio
    poi  discendere  ad  altri particolari,  come sarebbero la mancanza di
    camicie, la scarsezza di scarpe, il lustro e la spelatura degli abiti,
    e quelle mangiate di gusto a cui s'abbandonano quando possono avere la
    fortuna d'essere invitati a  un  banchetto.  Per  questa  via  che  ho
    descritto,  aspra e difficile, zoppicando qui, cadendo l, rialzandosi
    pi l,  tornando a cader laggi,  arrivano a possedere il titolo  che
    desiderano,  e  quando l'hanno ottenuto,  ne abbiamo visti molti,  che
    essendo passati per queste sirti,  per queste Scilla e  Cariddi,  come
    levati  a volo dalla fortuna amica,  sono stati mandati a governare il
    mondo da una poltrona; e la loro fame si  mutata in saziet,  il loro
    freddo  in  un  temperato ristoro,  i loro stracci in trine,  e i loro
    pagliericci in lenzuoli di tela d'Olanda e coperte di damasco:  premio
    giustamente  meritato della loro virt.  Ma i loro travagli paragonati
    con quelli del soldato in guerra, rimangono molto al di sotto in tutto
    e per tutto, come ora dir.

    CAPITOLO 38.
    Continua il curioso discorso che fece Don Chisciotte sulle armi  e  le
    lettere.

    Don Chisciotte continu:
    - Poich, parlando di coloro che intraprendono la carriera degli studi
    abbiamo  cominciato  dalla  povert  e  dalle sue diverse conseguenze,
    esaminiamo se il soldato  pi ricco,  e vedremo che non  c'  nessuno
    pi  povero  di  lui:  anzi egli  la povert personificata,  perch 
    legato alla miseria della sua paga,  che arriva  tardi  o  non  arriva
    affatto,  o  a  quel che pu agguantare con le sue mani,  con notevole
    pericolo della sua vita e della sua coscienza.  A volte  cos lacero,
    che un colletto tutto strappato gli serve da gala e da camicia,  e nel
    cuore dell'inverno suol ripararsi dalle intemperie in aperta  campagna
    col  fiato che gli esce dalla bocca;  ma siccome quel fiato vien su da
    un luogo vuoto,  io credo fermamente che  debba  uscir  freddo  contro
    tutte  le  regole  di  madre natura.  Ma aspettate che venga la notte,
    perch possa rifarsi di tutti questi disagi in un  bel  letto  che  lo
    attende;  se  gli  parr  stretto,  non  dia la colpa che a se stesso,
    perch sulla nuda terra che gli  destinata,  se lo pu fare  lungo  e
    largo come vuole,  e voltarsi e rivoltarsi a suo piacere,  senza paura
    che le lenzuola gli impastoino le gambe.  Ma poi  viene  il  giorno  e
    l'ora di ricevere il grado e le insegne della sua professione,  vale a
    dire un giorno di battaglia;  e allora gli  metteranno  sul  capo  una
    laurea  di filacce,  per curargli lo sdrucio di qualche pallottola che
    gli avr forse forato le tempie,  e lo lascer monco o zoppo per tutta
    la  vita.  E quando questo non succeda,  ma invece il cielo pietoso lo
    guardi e lo conservi sano e vivo,  rimarr povero come  prima,  e  per
    migliorare alquanto la sua condizione, bisogner che avvengano scontri
    su  scontri,  battaglie su battaglie e che da tutte esca sano e salvo:
    miracoli che si veggono di rado.  Ditemi una cosa,  signori: avete mai
    notato quanti meno sono i premiati nella guerra che i morti? Voi certo
    mi  risponderete  che  non c' confronto,  che i morti non si arriva a
    contarli,  e i premiati viventi non passano un numero  di  tre  cifre.
    Tutto  il  contrario  succede  tra  i  magistrati e gli altri pubblici
    ufficiali, che in un modo o nell'altro hanno tutti da vivere, e quindi
    mentre molto maggiori sono i travagli del soldato, molto minore invece
     la sua ricompensa.  A questo si pu tuttavia rispondere che   molto
    pi facile premiare duemila funzionari che trentamila soldati;  perch
    quelli si ricompensano col dar loro degli uffici che per forza bisogna
    dare  a  gente  della  loro  professione,  e  questi  non  si  possono
    ricompensare  che  a  spese  del  signore  a  cui  servono;  e  questa
    impossibilit conferma ancor pi il mio ragionamento.  Ma lasciamo  da
    parte  tutto  questo,  che    un  labirinto  da cui  molto difficile
    uscire,  e  ritorniamo  alla  preminenza  delle  armi  sulle  lettere:
    argomento tuttavia indeciso, secondo le ragioni che si allegano da una
    parte  e dall'altra.  Dicon gli uomini di lettere che senza di loro le
    armi non potrebbero sussistere, perch anche la guerra ha le sue leggi
    e vi  soggetta, e tutte le leggi rientrano nel dominio delle lettere.
    A questo rispondono gli uomini d'arme che senza di loro le  leggi  non
    potrebbero esistere perch con le armi si difendono le repubbliche, si
    conservano i regni, si custodiscono le citt, si assicurano le strade,
    si  liberano  i  mari  dai  pirati;  e quindi se non fossero loro,  le
    repubbliche, i regni, le monarchie, le citt,  le strade di terra e di
    mare sarebbero soggette agli orrori e alla confusione che porta con s
    la guerra per tutto il tempo che dura e usa dei suoi privilegi e delle
    sue violenze. Ora,  un fatto certo che quello che pi costa, si stima
    e  si  deve  stimare  di  pi.  Il raggiungere un posto eminente nella
    magistratura costa tempo, veglie, fame, penuria d'abiti,  giramenti di
    testa,  malattie di stomaco e altri mali simili di cui ho in parte gi
    discorso;  ma il raggiungere un posto equivalente nella milizia  costa
    tutte le stesse sofferenze e in un grado tanto pi grande, che non v'
    paragone  possibile;  perch  molto  spesso  il soldato corre anche il
    rischio di perder la vita.  E qual timore del bisogno e della  miseria
    che  torturi un uomo di studi,  pu paragonarsi a quello d'un soldato,
    che,  trovandosi in una fortezza assediata ed essendo di sentinella su
    qualche bastione,  sente che i nemici stanno facendo una mina verso il
    punto dov' lui, mentre egli non pu muoversi di l per nessun motivo,
    n fuggire il pericolo che lo minaccia tanto da vicino? Tutto quel che
    pu fare  di riferire quel che succede al suo capitano, perch cerchi
    di rimediarvi con una contromina;  ma intanto deve rimanere l quieto,
    con la paura in corpo, ad aspettare di spiccare a un tratto, senz'ali,
    un  volo  verso  le  nubi,  e  poi  ripiombar gi a terra senza averne
    voglia.  E se questo vi pare poco,  vediamo se lo eguaglia o lo supera
    il   pericolo  dell'abbordaggio  in  alto  mare,   quando  due  galere
    s'investono per la prora e in quel groviglio non rimangono al  soldato
    due piedi di spazio.  Egli vede innanzi a s minacciosi,  a meno d'una
    lunghezza di lancia,  tanti ministri di morte,  quanti sono i  cannoni
    della  nave  nemica;  egli  vede  che  al  minimo  passo falso andr a
    visitare i profondi antri di Nettuno; e tuttavia, con cuore intrepido,
    mosso dall'onore che lo sprona,  s'offre di mira a tutte quelle bocche
    da  fuoco,  e cerca di passare per cos stretto passaggio sul vascello
    nemico. E,  fatto ancor pi degno di ammirazione,  appena uno  caduto
    per non rialzarsi mai pi,  subito un altro prende il suo posto;  e se
    anche questo cade nel mare, che lo ricever come un nemico,  un dietro
    l'altro molti lo seguono,  senza lasciare al tempo il tempo della loro
    morte: valore e  audacia  dei  pi  grandi  che  possano  darsi  nelle
    vicissitudini  della  guerra.  Oh,  benedette  quelle  et  in cui non
    esisteva la spaventevole furia  di  questi  indemoniati  strumenti  di
    artiglieria!  Io per me penso che il loro inventore abbia nell'inferno
    il premio della sua diabolica invenzione!  Per causa sua un  infame  e
    codardo  braccio  pu  togliere la vita a un prode cavaliere,  e senza
    sapere n come n donde,  sul pi bello del coraggio e dell'entusiasmo
    che  accende  e anima i petti dei valorosi,  eccoti una palla (sparata
    forse da uno che fugg spaventato dalla fiamma del maledetto  ordigno)
    che  tronca  e  mette termine in un istante ai pensieri e alla vita di
    chi avrebbe meritato di goderla per  lunghi  secoli.  Quando  penso  a
    questo,  starei  quasi  per  dire  che in fondo all'anima rimpiango di
    avere intrapreso questa professione di  cavaliere  errante  in  un'et
    esosa come  questa in cui viviamo.  Perch sebbene nessun pericolo mi
    spaventi,  pure mi fa ribrezzo il pensare che un po' di polvere  e  di
    piombo  possono  togliermi  l'occasione di rendermi famoso in tutto il
    mondo per il valore del mio braccio e il  filo  della  mia  spada.  Ma
    compiasi  il  volere  del cielo: io sar tanto pi stimato,  se arrivo
    alla meta che mi son  prefissa,  quanto  i  pericoli  a  cui  mi  sono
    esposto,  sono  stati  maggiori di quelli a cui s'esposero i cavalieri
    erranti dei secoli passati.
    Tutto questo lungo discorso pronunci Don Chisciotte, mentre gli altri
    cenavano;  e si scord di portare un sol boccone alla  bocca,  sebbene
    diverse  volte  Sancio  gli  avesse  detto  che mangiasse,  e che dopo
    avrebbe avuto agio di dire tutto quello  che  voleva.  In  quelli  che
    l'avevano  ascoltato si ridest la compassione nel vedere che un uomo,
    che all'apparenza aveva il  cervello  sano,  e  che  sapeva  cos  ben
    discorrere  di  tutti  gli  argomenti  che  trattava,  lo perdesse poi
    totalmente  quando  veniva  in  ballo  la  sua  dannata  e   maledetta
    cavalleria.  Il  curato  gli  disse  che  aveva molta ragione in tutto
    quanto aveva esposto in favore delle armi, e che anche lui, quantunque
    uomo di lettere e sacerdote,  era dello  stesso  parere.  Finirono  di
    cenare,  levarono  la  tovaglia  e,  mentre  l'ostessa,  sua  figlia e
    Maritornes mettevano in ordine la  soffitta  dove  aveva  dormito  Don
    Chisciotte  e dove avevano stabilito che per quella notte si sarebbero
    riunite tutte le signore soltanto,  Don Fernando preg il  prigioniero
    di  raccontare  la  sua  storia,  che  doveva  certamente essere ricca
    d'avventure e interessante, almeno a giudicare dal saggio che ne aveva
    dato arrivando in compagnia di Zoraide. Il prigioniero gli rispose che
    l'avrebbe fatto molto volentieri;  temeva soltanto che il racconto non
    dovesse essere cos divertente come egli si figurava;  ma in ogni modo
    era ai suoi ordini.  Il curato e tutti gli altri  lo  ringraziarono  e
    rinnovarono  le loro preghiere;  ed egli rispose che non c'era bisogno
    di preghiere quando c'era chi poteva comandare.
    - Lor signori stiano dunque attenti  -  disse  poi.  -  Sentiranno  un
    racconto  vero,  e  forse  superiore a quelli inventati e composti con
    tanto sforzo di fantasia e di pensiero.
    A queste parole tutti si sedettero,  e si fece un  gran  silenzio;  ed
    egli  visto  che  tutti tacevano e aspettavano che parlasse,  con voce
    gradevole e pacata cominci in questa maniera.

    CAPITOLO 39.
    Nel quale il prigioniero racconta la sua vita e le sue avventure.

    La mia famiglia  originaria di un paese delle montagne di Lon,  e fu
    pi favorita dalla natura che dalla fortuna;  sebbene mio padre,  data
    la povert di quei posti,  avesse fama di  ricco;  e  realmente  ricco
    sarebbe  stato,  se a mantenere il suo patrimonio,  ci avesse messo il
    medesimo impegno che ci metteva  a  sciuparlo.  Questo  vizio  l'aveva
    preso  in  giovent nel fare il soldato;  perch sotto le armi l'avaro
    diventa prodigo e il prodigo  scialacquatore,  e  se  si  trovano  dei
    soldati  che  fanno economia,  bisogna proprio dire che sono fenomeni.
    Mio padre passava i termini della  prodigalit  e  raggiungeva  quelli
    dello  spreco;  e  questo  non  pu  essere che una rovina per un uomo
    ammogliato con dei figlioli che gli devono succedere e  continuare  la
    famiglia. Mio padre ne aveva tre; tutti maschi e tutti in et da dover
    pensare a farsi una posizione.  Vedendo dunque che,  come diceva anche
    lui, non era buono di resistere alla sua inclinazione,  volle disfarsi
    di ci che lo faceva essere prodigo e sciupone, e cio del patrimonio;
    poich  senza  mezzi  anche  un Alessandro diventerebbe uno spilorcio.
    Quindi,  chiamatici un giorno noi tre soli in una stanza,  ci tenne un
    discorso presso a poco di questo genere.
    "Figliuoli  miei" ci disse "per dirvi che vi voglio bene basta sapere
    e dire che siete miei figlioli, e d'altra parte per credere che voglio
    il vostro male,  basta sapere che non  mi  riesce  di  conservarvi  il
    patrimonio.  Ma perch d'ora in avanti siate persuasi che io vi voglio
    bene come padre e non ho davvero l'intenzione di  rovinarvi,  come  se
    invece   fossi   vostro   padrigno,   voglio   far  con  voialtri  una
    sistemazione,  che da molti giorni vado ripensando fra me e me,  e che
    ormai  dopo  matura  considerazione ho definitivamente stabilito.  Voi
    siete in et da dover pensare a farvi una posizione,  o per lo meno  a
    scegliervi  una  professione  che,  fatti  adulti,  vi sia di decoro e
    d'utilit. Ora io ho pensato di fare quattro parti del mio patrimonio,
    e di darne tre a voialtri, una per uno senza preferenze;  la quarta la
    terr  per  me per campare in questo tempo che il cielo mi dar ancora
    di vita. Ma vorrei che dopo che ciascuno di voi avr ricevuto la parte
    che gli tocca del patrimonio,  seguisse una delle strade che ora dir.
    C'  un proverbio spagnolo molto vero secondo il mio parere;  come del
    resto tutti i proverbi,  perch sono brevi sentenze tolte dal discorso
    e da una saggia esperienza. Quello a cui alludo io, dice: 'O chiesa, o
    mare,  o casa reale'. Vale a dire in forma pi chiara: chi vuol essere
    ricco e potente,  o entri nella chiesa,  o  si  dedichi  al  commercio
    marittimo, o entri a servizio del re nell'amministrazione dello Stato;
    perch,  come si suol dire,  vale pi una briciola in casa del re, che
    il salario in casa d'un signore.  Dico cos perch vorrei che  uno  di
    voi seguisse la carriera degli studi, un altro il commercio e l'ultimo
    servisse   il   re   nell'esercito;   perch   non    facile  entrare
    nell'amministrazione, e la milizia se non fa arricchire,  d nondimeno
    molta potenza e molta fama.  Fra otto giorni io vi consegner tutto il
    vostro capitale  in  contanti,  senza  defraudarvi  d'un  soldo,  come
    potrete vedere da voi.  Ditemi ora se volete seguire il mio parere e i
    miei consigli in quello che v'ho detto".
    E avendo ordinato a me, che ero il maggiore, di rispondergli, io dopo
    averlo pregato a non disfarsi del patrimonio, dicendogli che spendesse
    pure tutto quel che gli piaceva, perch noialtri eravamo giovanotti da
    sapercelo riguadagnare,  finii col concludere che avrei seguto il suo
    desiderio,  e che il mio era di scegliere la professione delle armi in
    servizio di Dio e del mio re. Il secondo fratello gli fece le medesime
    offerte,  e scelse di andare alle Indie con  un  carico  di  mercanzia
    acquistata con quel che gli toccherebbe di parte.  Il minore,  e credo
    che fosse quello che ebbe pi giudizio,  disse che voleva  abbracciare
    lo stato ecclesiastico, o andare a Salamanca a finire gli studi che vi
    aveva  cominciato.   Trovatici  cos  d'accordo  e  scelte  le  nostre
    professioni, mio padre ci abbracci tutti,  e in quattro e quattr'otto
    fece quanto ci aveva promesso, e dette a ciascuno la sua parte, che se
    ben mi ricordo fu di tremila ducati liquidi, perch un nostro zio, per
    non farla uscire di famiglia,  ricompr tutta la nostra roba e la pag
    in contanti. Noi ci congedammo tutti e tre lo stesso giorno dal nostro
    caro padre,  e siccome mi parve che  fosse  una  cattiveria  lasciarlo
    cos,  vecchio e con pochi mezzi, volli che dei miei tremila ducati ne
    riprendesse duemila,  perch a me il resto mi bastava  per  provvedere
    quel che bisogna a un soldato. I miei fratelli, mossi dal mio esempio,
    gli  dettero  ciascuno mille ducati,  di modo che a mio padre rimasero
    quattro mila ducati in danaro e pi di tremila in roba, che a quel che
    pare tanto valeva il patrimonio che si serb per s,  e che non  volle
    vendere  per  mantenersi una posizione solida.  Ci separammo dunque da
    lui e da quello zio che ho detto,  molto commossi  e  piangendo  tutti
    quanti;  ed  egli  ci  raccomand che,  ogni volta che ce ne capitasse
    l'occasione,  gli facessimo sapere sempre le nostre notizie,  buone  o
    cattive.   Noi  glielo  promettemmo,  e  dopo  aver  ricevuto  la  sua
    benedizione,  uno prese la strada di Salamanca,  un  altro  quella  di
    Siviglia, e io quella d'Alicante; dove avevo saputo che c'era una nave
    genovese  che caricava lana per Genova.  Quest'anno finiscono ventidue
    anni che uscii di casa di mio padre, e in tutto questo tempo,  sebbene
    abbia scritto parecchie volte, non ho mai pi avuto notizie n di lui,
    n dei miei fratelli.
    Ora racconter brevemente quel che m' accaduto in questo processo di
    tempo.  M'imbarcai  dunque ad Alicante,  e arrivai a Genova con felice
    viaggio.  Di l proseguii per Milano,  dove mi provvidi di armi  e  di
    vari  eleganti ninnoli da soldato,  poi volevo andare ad arruolarmi in
    Piemonte,  e gi m'ero messo in viaggio per Alessandria della  Paglia,
    quando seppi che il Gran Duca d'Alba andava in Fiandra.  Cambiai idea,
    entrai al suo servizio,  presi parte alle battaglie che egli vi dette,
    mi trovai alla morte dei conti di Horn e d'Egmont,  e arrivai a essere
    alfiere di un famoso capitano di Guadalajara chiamato Diego  d'Urbina.
    Qualche tempo dopo che ero arrivato in Fiandra,  si ebbe notizia della
    lega che Sua Santit il Papa Pio  Quinto,  di  felice  memoria,  aveva
    fatto con Venezia e con la Spagna contro il Turco,  comune nemico;  il
    quale in quel medesimo tempo  s'era  impadronito  con  la  sua  flotta
    dell'Isola  di  Cipro,  che fino allora era stata sotto il dominio dei
    Veneziani; perdita davvero grave e dolorosa. Si seppe con certezza che
    a capo  della  lega  era  stato  posto  il  serenissimo  Don  Giovanni
    d'Austria,  fratello  naturale  del  nostro buon re Don Filippo;  e si
    sparse notizia dei grandissimi preparativi di guerra che si  facevano.
    Tutto  questo mi mise una gran voglia di prender parte alla guerra che
    si aspettava,  e sebbene avessi speranze e quasi  garanzie  di  essere
    promosso capitano alla prima occasione che si presentasse, dissi addio
    a  tutto,  e  venni  in  Italia.  La mia buona fortuna volle che io vi
    arrivassi mentre il signor Don Giovanni d'Austria,  sbarcato a Genova,
    proseguiva per Napoli per riunirsi con la flotta di Venezia,  come poi
    fece a Messina.  Mi trovai dunque a quella grandissima vittoria e  col
    grado  di  capitano di fanteria dovuto pi alla fortuna che al merito.
    Quella vittoria fu per la cristianit una grandissima fortuna,  perch
    tutte  le  nazioni del mondo si liberarono dall'errore in cui vivevano
    credendo che i turchi per mare fossero invincibili,  e la  superbia  e
    l'orgoglio  ottomano  vi  rimasero infranti.  Fra i tanti fortunati di
    quella giornata (perch ebbero pi fortuna i cristiani che vi morirono
    che  quelli  che  vi  rimasero  vivi  e  vincitori)  io  solo  fui  il
    disgraziato;  perch in cambio di ricevere come ai tempi di Roma,  una
    corona navale,  la notte stessa che tenne dietro a quel famoso giorno,
    mi trovai con le catene ai piedi e le manette alle mani.  La cosa and
    cos.  Avendo  Uccial,  re  d'Algeri,  audace  e  fortunato  corsaro,
    investita  e  presa  all'abbordaggio  la  capitana di Malta,  dove non
    rimasero vivi che tre cavalieri soli e tutti e tre feriti  gravemente,
    accorse  la  capitana  di  Giovanni Andrea Doria a soccorrerla,  sulla
    quale mi trovavo io con la mia compagnia.  Feci quel che si deve  fare
    in quei casi,  saltai cio sulla galera nemica,  ma questa si distacc
    bruscamente dalla nostra che  l'aveva  investita,  e  imped  ai  miei
    soldati  di seguirmi;  e quindi io rimasi solo fra i nemici,  ai quali
    naturalmente non potei resistere,  perch erano  troppi,  e  pieno  di
    ferite caddi in loro potere. Poich Uccial, come gi sapete, si salv
    con tutta la sua squadra,  io rimasi prigioniero in suo potere;  e fui
    solo triste fra tanta gente allegra,  e prigioniero io solo fra  tanti
    rimessi  in libert,  perch furono circa quindicimila i cristiani che
    in quel giorno riebbero la libert,  e che fin allora avevano remato a
    bordo della flotta turca.
    Mi  portarono  a  Costantinopoli,  dove  il  Gran  Sultano Selim fece
    ammiraglio in capo il mio padrone,  perch aveva fatto il  suo  dovere
    nella  battaglia,  e  aveva  riportato  in  prova  del  suo  valore lo
    stendardo dell'ordine di Malta.  L'anno dopo,  che  era  il  1572,  mi
    trovai  a Navarino,  rematore a bordo della capitana dei "Tre Fanali".
    Vidi quindi e notai l'occasione che ivi si perse  di  sorprendere  nel
    porto tutta la flotta turca,  perch tutti i levantini e i giannizzeri
    che vi erano sopra erano convinti d'essere assaliti  nell'interno  del
    porto,  e  perci tenevano pronte le loro robe e le loro "passamache",
    che sarebbero le  loro  scarpe,  per  fuggire  subito  a  terra  senza
    aspettare  il  combattimento,  tanta  era  la  paura che avevano della
    nostra flotta.  Ma il cielo  volle  altrimenti,  e  non  per  colpa  e
    negligenza del nostro ammiraglio,  ma per i peccati della cristianit,
    e perch Dio permette e vuole che sempre ci siano dei carnefici pronti
    a castigarci.  Infatti Uccial si ritir a  Modon,  che    una  isola
    vicino a Navarino,  e sbarcate le sue truppe,  fortific l'imboccatura
    del porto,  e rimase fermo finch Don Giovanni non si fu  allontanato.
    Fu  in  questa campagna che cadde in potere di noi cristiani la galera
    che si chiam poi "Presa",  di cui era capitano un figlio  del  famoso
    corsaro Barbarossa. Fu presa dalla capitana di Napoli chiamata "Lupa",
    e comandata da quel fulmine di guerra,  da quel padre dei soldati,  da
    quel fortunato e invitto capitano Don Alvaro  di  Bazn,  marchese  di
    Santa   Croce.   Voglio   raccontare   quel  che  successe  in  questa
    circostanza.  Il figlio del Barbarossa era tanto  crudele  e  trattava
    tanto male i prigionieri suoi schiavi,  che quando quelli che erano ai
    remi videro che la "Lupa" li inseguiva e  li  raggiungeva,  lasciarono
    tutti insieme i remi,  e afferrato il loro capitano proprio nel mentre
    che dal cassero gridava loro di  remare  pi  forte,  passandoselo  di
    banco  in  banco  da poppa a prua,  gli dettero tanti morsi,  che poco
    prima  di  arrivare  all'albero  la  sua  anima   era   gi   arrivata
    all'inferno: tanto era, come ho detto, la crudelt con cui li trattava
    e l'odio che gli portavano.
    Ritornammo a Costantinopoli,  e l'anno dopo,  cio nel 1573, si seppe
    che il Signor Don Giovanni s'era impadronito di Tunisi,  aveva  levato
    quel  regno  ai  turchi  e  l'aveva  dato  in  signoria a Muley Hamet,
    togliendo cos a Muley Hamida,  il moro pi crudele e pi  audace  del
    mondo,  ogni  speranza di riacquistare quel trono.  Il Gran Sultano si
    risent molto di questa perdita,  e con l'astuzia connaturata a  tutta
    la sua casa,  fece pace coi veneziani, che la desideravano pi di lui,
    e l'anno seguente,  cio nel '74,  attacc la Goletta e il  forte  che
    presso  Tunisi  aveva cominciato ad erigere il signor Don Giovanni,  e
    che era rimasto a met.  Durante tutti questi avvenimenti io continuai
    il mio servizio ai remi,  senza alcuna speranza di libert per lo meno
    a mezzo di riscatto,  perch ero deciso di non scrivere a mio padre la
    notizia della mia disgrazia. Finalmente la Goletta ci fu tolta e ci fu
    tolto anche il forte, ma all'attacco di queste fortificazioni andarono
    settantacinquemila  soldati turchi mercenari e pi di quattrocentomila
    mori e arabi di tutte le parti dell'Africa. Questa immensa quantit di
    gente era fornita di tante munizioni, di tanto materiale da guerra,  e
    seguta da tanti zappatori,  da potere, volendo, sotterrare la Goletta
    e il forte con le mani,  a forza di manciate di terra.  Fu presa prima
    la Goletta, che fino allora s'era creduta imprendibile; e non fu presa
    per  colpa dei suoi difensori i quali fecero tutto quello che dovevano
    e potevano, ma perch (contrariamente all'opinione) alla prova si vide
    quanto era facile costruire trincee su quella spiaggia deserta; perch
    di solito a due palmi si trovava  l'acqua,  mentre  i  turchi  non  la
    trovarono  nemmeno a due canne di profondit;  e cos con molti sacchi
    di rena costruirono trincee tanto alte,  che  soprastavano  alle  mura
    della  fortezza;  e  quindi  bersagliati dall'alto,  gli assediati non
    poterono pi riparare alla difesa.  Si disse comunemente che i  nostri
    fecero male a rinserrarsi nella Goletta, e che invece avrebbero dovuto
    aspettare  i  nemici allo sbarco in aperta campagna;  ma quelli che lo
    dicono discorrono alla leggera e con poca esperienza di  simili  casi,
    perch  se  nella Goletta e nel forte c'erano appena settemila uomini,
    come poteva tanta poca gente, fossero stati anche pi valorosi, uscire
    in campo aperto e venire a  battaglia  con  un  cos  gran  numero  di
    nemici?  E come  possibile conservare una fortezza a cui non si porta
    soccorso,  tanto pi poi quando  accerchiata da tanti nemici accaniti
    e che combattono sul loro territorio?  Ma parve a molti,  e anche a me
    fra gli altri,  che quella fosse una grazia particolare che  il  cielo
    fece  alla  Spagna  permettendo  la  distruzione  di quella officina e
    nascondiglio di malanni, di quell'orco famelico, di quella spugna,  di
    quel  tarlo  roditore  delle somme enormi che vi si sperperavano senza
    costrutto,  senza servire ad altro che a conservare la  memoria  della
    presa  della  citt,  fatta dalla Maest felicissima dell'invittissimo
    Carlo Quinto;  come se ci fosse bisogno di quelle pietre per  renderla
    eterna nella storia, com' e come sempre sar.
    Fu preso anche il forte, ma i turchi lo dovettero conquistare palmo a
    palmo,  perch  i  soldati  che  lo difendevano si batterono con tanta
    energia e tanto valore,  che pi di venticinquemila nemici vi rimasero
    uccisi  nei  ventidue  assalti  generali  sostenuti.  Dei trecento che
    rimasero vivi e furono fatti prigionieri, non ce n'era neanche uno che
    non fosse ferito,  segno evidente del loro coraggio e del loro valore,
    e della bella difesa fatta.  Si arrese a patti un altro piccolo forte,
    una torre che era in mezzo allo stagno  al  comando  di  Don  Giovanni
    Zanoguera,  cavaliere di Valenza e famoso soldato.  Fecero prigioniero
    anche Don Pietro Portocarrero,  il generale in capo della Goletta;  il
    quale  fece  tutto  il  possibile per difendere la sua fortezza,  e si
    accor tanto d'averla perduta,  che dal dolore mor durante il viaggio
    per  Costantinopoli,  dove lo portavano prigioniero.  Presero anche il
    generale del forte,  che  si  chiamava  Gabrio  Serbelloni,  cavaliere
    milanese,  bravissimo  ingegnere  e  valoroso  soldato.  Morirono alla
    difesa di queste due fortezze molti personaggi di  grande  importanza;
    tra  gli  altri  Pagano  Doria,  cavaliere  di  San Giovanni,  uomo di
    carattere generoso,  come lo dimostr la somma liberalit  tenuta  con
    suo fratello,  il famoso Giovanni Andrea Doria. Ci che rese ancor pi
    dolorosa la sua morte,  fu che egli mor per mano di alcuni arabi,  di
    cui  si  fid  quando  vide  ormai  perduta  la  fortezza;  i quali si
    offrirono di condurlo,  travestito da moro,  a Tabarca,  piccolo porto
    posseduto  dai  genovesi  su  quella  costa  per la pesca del corallo.
    Questi arabi gli tagliarono  la  testa  e  la  portarono  al  generale
    dell'armata   turca,   il  quale  applic  loro  il  nostro  proverbio
    castigliano: "Se anche piace il tradimento, si odia il traditore".  Si
    dice  infatti  che  facesse  impiccare  quelli  che gli portarono quel
    regalo,  perch non glielo avevano  consegnato  vivo.  Tra  gli  altri
    cristiani  catturati  in  quel  forte ce ne fu uno chiamato Don Pietro
    d'Aguilar, nativo di non so quale paese dell'Andalusia; il quale aveva
    il grado d'alfiere,  ed era un soldato  di  molto  merito  e  di  rara
    intelligenza, che aveva anche una speciale inclinazione per la poesia.
    Posso  ben  dirlo io,  perch il destino volle che capitasse nella mia
    stessa galera, al mio stesso banco, e sotto lo stesso padrone. E prima
    di andarcene da quel porto,  questo cavaliere fece due sonetti a guisa
    d'epitaffi,  uno  per la Goletta,  un altro per il forte.  Davvero che
    sarei quasi tentato di recitarveli, giacch li so a memoria. Credo che
    non vi annoierete, ma anzi vi piaceranno.
    Nel momento in cui il prigioniero nomin  Don  Pietro  d'Aguilar,  Don
    Fernando  guard  i  suoi  compagni,  e  tutti e tre si scambiarono un
    sorriso,  e quando egli arriv a parlare  dei  sonetti,  uno  di  loro
    disse:
    -  Prima di continuare pregherei la Signoria Vostra di dirmi che ne fu
    di questo Don Pietro d'Aguilar di cui ci ha parlato.
    - Io non so altro che questo - rispose il prigioniero  -  e  cio  che
    dopo  essere  rimasto  due anni a Costantinopoli,  fugg travestito da
    albanese insieme con una spia greca,  ma non so se arriv a ricuperare
    la  libert.  Credo  tuttavia  di s;  perch un anno dopo rividi quel
    greco a Costantinopoli,  ma non gli potei domandare come era andato il
    loro viaggio.
    - E infatti,  s, pot giungere in salvo - rispose il cavaliere perch
    quel Don Pietro  mio fratello, e ora si trova al nostro paese,  sano,
    ricco, ammogliato e padre di tre ragazzi.
    - Ringraziamo Iddio - riprese il prigioniero - per questa somma grazia
    che gli ha fatto,  perch,  secondo il mio parere, non c' sulla terra
    gioia che eguagli quella di ricuperare la libert.
    - So anch'io - riprese il cavaliere - i sonetti che fece mio fratello.
    - Li dica allora la Signoria  Vostra  -  replic  il  prigioniero  ch
    certamente li sapr dire meglio di me.
    -  Volentieri  -  rispose il cavaliere.  - Quello della Goletta diceva
    cos:

    CAPITOLO 40.
    Dove si continua la storia del prigioniero.

    "Anime beate che libere dal velo mortale per le vostre buone  azioni,
    saliste  da  questa  bassa  terra  alla  parte pi alta e migliore del
    cielo;
    "e accese di zelo e di nobile sdegno esercitaste la forza  dei  vostri
    corpi, e col vostro e col sangue altrui arrossaste i flutti del mare e
    la polvere del campi;
    "la  vita    mancata prima del valore alle vostre braccia affaticate;
    che, morendo, anche se vinte, riportan vittoria;
    "e in questa triste caduta mortale,  acquistaste,  tra le  mura  e  la
    spada, la fama del mondo e la gloria eterna dei cieli".

    - Anch'io lo so in questa maniera - disse il prigioniero.
    -  Quello  del forte poi,  se ben mi ricordo - prosegu il cavaliere -
    dice cos:

    "Da questa terra sconvolta,  da questi  baluardi  rovesciati,  l'anime
    sante di tremila soldati saliron vive a miglior vita.
    "Avevano  dapprima  esercitata  invano  la  forza  delle  loro braccia
    vigorose,  fino a che da ultimo,  pochi e stanchi,  caddero  sotto  le
    spade nemiche.
    "E questo  il suolo, a cui son congiunti migliaia di dolorosi ricordi
    delle et passate e della presente;
    "Ma  anime  pi giuste non salirono dalle sue zolle allo splendore del
    cielo, n mai esso sostenne corpi pi valorosi".

    I sonetti non furono trovati cattivi  e  il  prigioniero  si  rallegr
    delle  notizie  che  gli dettero del suo compagno;  poi proseguendo il
    racconto disse:
    - Dopo la resa della Goletta e del forte,  i turchi dettero ordine  di
    smantellare la Goletta, perch nel forte non c'era pi nulla da buttar
    gi. E per far pi presto e far meno fatica, la minarono in tre punti;
    ma  non  si riusc a far saltare la parte che pareva la pi debole,  e
    cio le mura vecchie,  mentre  tutto  quello  che  era  rimasto  delle
    fortificazioni  nuove  fatte  dal  Fratino (1),  con molta facilit fu
    abbattuto. Dopo di che la flotta ritorn a Costantinopoli vittoriosa e
    trionfante,  e di l a pochi mesi mor  il  mio  padrone  Uccial.  Lo
    chiamavano  Uccial  Fartax,  che  in  lingua  turchesca vuol dire "Il
    rinnegato tignoso",  perch aveva davvero  questa  malattia  e  fra  i
    turchi  c'  l'uso  di  mettersi dei soprannomi provenienti da qualche
    difetto o da qualche virt che uno abbia. Questo dipende dal fatto che
    essi non hanno che quattro cognomi derivati dalla casa  ottomana,  gli
    altri,  come  ho  detto,  prendono  nome dai difetti del corpo o dalle
    virt dell'animo.  Questo tignoso,  per quattordici  anni  rem  sulle
    galere del Gran Sultano, e a circa trentaquattro anni d'et rinneg la
    nostra  religione dalla rabbia,  perch un turco,  mentre era al remo,
    gli tir un ceffone, e lui, per potersi vendicare, si fece maomettano.
    Fu poi tanto valoroso che,  senza passare per le strade vili  e  basse
    per  cui  debbono passare i favoriti del Gran Sultano per far fortuna,
    divent re d'Algeri, e poi generale in capo di marina,  che  la terza
    carica  dell'impero.  Era  calabrese d'origine e moralmente fu un buon
    uomo che trattava i suoi schiavi con molta umanit.  Arriv ad  averne
    tremila,  i quali,  dopo la sua morte, furono divisi, come egli lasci
    detto per testamento, tra il Gran Sultano (il quale  erede di tutti i
    suoi sudditi e va a parti eguali con  gli  altri  figli  lasciati  dal
    defunto)  e  i suoi rinnegati.  Io toccai a un rinnegato veneziano che
    Uccial aveva catturato mozzo a bordo d'una nave,  e a cui  s'era  poi
    tanto affezionato,  che ne aveva fatto uno dei suoi favoriti pi cari.
    Costui divent il rinnegato pi  crudele  che  sia  mai  esistito.  Si
    chiamava Hassan Ag,  e arriv ad accumulare grandissime ricchezze e a
    diventare re d'Algeri.  Io dunque lo seguii  in  questa  Citt,  molto
    contento  d'essere  tanto  vicino  alla  Spagna;   non  perch  avessi
    intenzione di scrivere a nessuno la mia disgrazia, ma per vedere se la
    fortuna m'era pi favorevole in Algeri  che  in  Costantinopoli;  dove
    avevo  esperimentato mille maniere di fuga,  e nessuna,  o per qualche
    contrattempo o per qualche disgrazia,  m'era mai andata bene.  Pensavo
    di  trovare  in  Algeri  altri  mezzi  di effettuare il mio desiderio,
    perch mai mi abbandon la speranza di riavere la  libert,  e  quando
    nei progetti che immaginavo, costruivo e mettevo in opera, il successo
    non corrispondeva all'intenzione,  subito senza scoraggiarmi cercavo e
    mi formavo un'altra speranza che,  per quanto  debole,  continuasse  a
    sostenermi.
    Cos  passavo  la  vita,  chiuso  in una prigione o casa che i Turchi
    chiamano "bagno" e dove chiudono i prigionieri cristiani, tanto quelli
    che appartengono al re,  quanto quelli dei  particolari  e  gli  altri
    detti dell'"almacen",  che sarebbe come dire del Comune, e che servono
    alla citt per le opere pubbliche  e  per  altri  lavori.  Per  questi
    ultimi  prigionieri    molto  pi  difficile  poter  riconquistare la
    libert,  perch essendo di tutti e non avendo un padrone particolare,
    anche  se  hanno  da  poter  pagare il riscatto,  non si trova con chi
    trattarlo.  In questi bagni,  come ho detto,  sogliono tenere  i  loro
    prigionieri  anche  alcuni particolari,  specialmente quando presumono
    che possano essere riscattati,  perch l  ce  li  possono  tenere  in
    riposo  e  sicuri,   finch  il  riscatto  non  giunge.  Cos  pure  i
    prigionieri del re suscettibili di riscatto non vanno  al  lavoro  col
    resto della ciurma, se non quando il riscatto tarda, perch allora per
    obbligarli  a  scrivere  con maggior premura che mandino i denari,  li
    fanno lavorare e andare a fare legna con gli altri, che  un lavoro di
    non poca fatica.  Io ero  tra  quelli  ritenuti  riscattabili,  perch
    quando  si  seppe  che  ero capitano,  sebbene dicessi chiaramente che
    pochi erano i miei mezzi e che non avevo  patrimonio,  non  bast  per
    impedire che mi mettessero tra i cavalieri e gli altri da riscatto. Mi
    misero  una  catena,  ma  pi per un segnale di questa qualit che per
    altro;  e cos passavo la vita in quel bagno con molti altri cavalieri
    e  persone  di  riguardo,  ritenute  e  designate come suscettibili di
    riscatto. E sebbene qualche volta,  anzi quasi sempre,  ci tormentasse
    la fame e non avessimo di che coprirci, nulla ci addolorava tanto come
    l'udire  e  il vedere ogni momento le orribili e inaudite crudelt che
    il mio padrone commetteva sui cristiani. Non passava giorno che non ne
    impiccasse qualcuno; impalava questo, tagliava gli orecchi a quello, e
    tutto ci per cos piccoli motivi, e anche senza motivo,  che i turchi
    stessi riconoscevano che egli lo faceva proprio soltanto per farlo,  e
    perch il suo carattere lo chiamava a essere un assassino  del  genere
    umano.  Non ci fu che un ufficiale spagnolo, un certo De Saavedra (2),
    che riuscisse a cavarsela bene con lui. Questo ufficiale fece cose che
    rimarranno nella memoria di quella gente per molti anni,  e tutte  per
    riacquistare la libert; n mai Hassan Ag gli dette, o gli fece dare,
    un colpo di bastone, e nemmeno gli disse una parola ingiuriosa; mentre
    tutti noi per ognuno di quei suoi tentativi,  anche per i pi piccoli,
    ci si aspettava sempre che lo facesse impalare come  egli  stesso  pi
    d'una  volta ebbe timore.  Se il tempo non stringesse,  vi racconterei
    ora  qualcuna  delle  imprese  compiute  da  quell'ufficiale  che   vi
    divertirebbe  e  vi interesserebbe assai pi che il racconto della mia
    storia.
    Dicevo dunque  che  sul  cortile  della  nostra  prigione  davano  le
    finestre  della  casa  di un arabo ricco e nobile;  le quali,  come di
    solito tutte quelle degli arabi, erano piuttosto spiragli che finestre
    e per di pi coperte con gelosie fisse e fitte. Un giorno mentre su un
    terrazzo della nostra prigione  con  altri  tre  compagni,  tanto  per
    passare  il  tempo,  ci  si  provava  a vedere come si saltasse con la
    catena addosso (eravamo soli,  perch tutti gli altri cristiani  erano
    usciti  per  andare  a lavorare) alzai per caso gli occhi,  e vidi che
    attraverso una di quelle finestrine chiuse che ho detto,  spuntava una
    canna  che  aveva  legato  in  cima  un  fazzoletto  e  che si muoveva
    dondolando, come se si accennasse di andare a prenderla.  Naturalmente
    ci  richiam  la  nostra  attenzione,  e  uno  di  noi volle andare a
    mettersi sotto per vedere se la lasciavano andare  o  quel  che  altro
    facevano,  ma come fu l,  alzarono la canna e la mossero pi volte da
    un lato a un altro,  come se dicessero di no con la testa.  Egli torn
    indietro,  e allora riabbassarono la canna e ricominciarono gli stessi
    movimenti di prima. Ci and un altro dei miei compagni, e gli successe
    lo stesso che al primo. Vi ando il terzo,  e gli accadde come al primo
    e  al  secondo.  Visto  questo,  volli  provare anch'io,  e appena fui
    arrivato sotto la canna,  la lasciarono  andare,  ed  essa  cadde  nel
    cortile  del  bagno  ai  miei  piedi.  Mi  misi subito a sciogliere il
    fazzoletto, nel quale vidi un nodo,  e dentro c'erano dieci "cianiis",
    che sono monete d'oro basso usate dai mori,  ciascuna delle quali vale
    circa dieci reali dei nostri.  Non  c'  bisogno  di  dire  se  io  mi
    rallegrassi  nel  trovare  quel  denaro!  La  mia gioia fu eguale alla
    sorpresa, non sapendo di dove mai potesse capitarci quella fortuna; o,
    per dir meglio capitarmi,  poich la prova di non aver voluto  buttare
    gi  la  canna  se non a me,  dimostrava chiaramente che il favore era
    diretto a me. Presi i miei bravi soldi,  ruppi la canna,  ritornai sul
    terrazzo,  guardai  la  finestra,  e  vidi  che  ne  usciva  una  mano
    bianchissima che si apriva e  si  chiudeva  rapidamente.  Credemmo  di
    capire,  o almeno ci immaginammo, che ci doveva aver fatto quel regalo
    qualche donna che abitava in quella casa, e in segno di ringraziamento
    facemmo dei saluti all'uso moresco,  inchinando la testa,  piegando il
    busto e incrociando le braccia sui petto.  Di l a poco dalla medesima
    finestra venne fuori una piccola croce fatta di  cannucce,  che  quasi
    subito  ritirarono dentro.  Questo segno ci conferm nell'opinione che
    qualche cristiana doveva trovarsi schiava in quella casa,  e che fosse
    lei  che  ci  aveva  beneficati,  ma  la  bianchezza  della  mano  e i
    braccialetti che le vedemmo, ci fecero abbandonare quest'idea.  Allora
    pensammo che dovesse essere una cristiana rinnegata,  di quelle che di
    solito poi i loro stessi padroni prendono per mogli legittime, e anche
    se ne stimano fortunati,  perch le apprezzano pi  che  quelle  della
    loro nazione. Ma in tutte le nostre supposizioni eravamo molto lontani
    dalla verit.
    Da  allora  in poi non si fece altro che tenere d'occhio la finestra,
    il cielo dove  ci  era  apparsa  la  stella  polare  della  canna;  ma
    passarono  ben  quindici  giorni senza che si rivedesse,  e nemmeno la
    mano,  n alcun segnale;  e sebbene in tutto questo tempo si  cercasse
    con molta premura di sapere chi ci stava in quella casa, e se ci stava
    qualche cristiana rinnegata,  non si trov nessuno che ci sapesse dire
    altro se non che vi stava un arabo nobile e ricco,  di nome Agimorato,
    che  era  stato  un  tempo  governatore  della Pata,  ufficio di molta
    importanza presso di  loro.  Ma  quando  ormai  si  era  perduta  ogni
    speranza  che  ci  dovessero piovere degli altri "cianiis",  eccoti un
    giorno riapparire la canna con un altro fazzoletto  in  cima,  con  un
    nodo  pi grosso della prima volta;  e questo accadde in un momento in
    cui il bagno come la volta precedente era  vuoto.  Facemmo  la  solita
    prova:  gli altri tre compagni,  che erano gli stessi,  andarono sotto
    uno per volta prima di me,  ma la canna non fu  calata  che  a  me,  e
    quando arrivai io,  sbito la lasciarono andare. Disfeci il nodo, e vi
    trovai quaranta scudi d'oro spagnoli e una lettera  scritta  in  arabo
    con  una  gran croce in cima.  Baciai la croce,  presi i quattrini,  e
    ritornai  sul  terrazzo  di  dove  facemmo  tutte  le  nostre   solite
    reverenze;  la  mano  riapparve,  io  feci  segno  che  avrei letto la
    lettera, e la finestra si richiuse.  Rimanemmo tutti stupiti e allegri
    per  quel  che era successo,  e siccome nessuno di noi capiva l'arabo,
    avevamo una gran curiosit di sapere  che  cosa  c'era  scritto  nella
    lettera,  tanto  pi che grande era la difficolt di trovare chi ce la
    leggesse.  Finalmente io mi decisi a fidarmi di un rinnegato nativo di
    Murcia,  che m'aveva fatto grandi proteste d'amicizia,  e m'aveva dato
    delle garanzie che lo costringevano a serbarmi il segreto,  se  glielo
    confidassi. Molti dei rinnegati, quando hanno intenzione di tornare in
    terra  cristiana,  cercano  di  portare  con s degli attestati che si
    fanno rilasciare dai prigionieri di condizione pi elevata,  in cui si
    certifica  nella  forma  pi adatta,  che questo o quel rinnegato  un
    galantuomo,  che ha sempre fatto del bene ai prigionieri cristiani,  e
    che  desidera fuggire alla prima occasione che gli si presenti.  Ve ne
    sono di  quelli  che  si  procurano  di  questi  attestati  con  buone
    intenzioni,  altri  invece  per  astuzia e per servirsene nel caso che
    venendo a fare il pirata in paesi cristiani,  se mai fanno naufragio o
    sono fatti prigionieri, tirano fuori i loro attestati, e dicono che da
    quelle  carte  si  vedr  il  proposito  con cui sono venuti,  che era
    appunto di rimanere in terra cristiana,  e che  per  questo  si  erano
    imbarcati  con gli altri turchi.  In questo modo scampano a quel primo
    assalto,  si riconciliano con la Chiesa,  senza che venga  loro  fatto
    alcun  male,  e quando viene l'occasione buona,  tornano in Berberia a
    far quel che facevano prima.  Altri invece si procurano questi scritti
    con buona intenzione,  e restano nei paesi cristiani. Il mio amico era
    dunque uno di questi rinnegati,  e siccome aveva attestati da tutti  i
    nostri  compagni,  ci  potevamo  fidare;  perch  se  gli arabi glieli
    avessero trovati,  lo avrebbero bruciato  vivo.  Seppi  che  conosceva
    molto  bene  l'arabo e non soltanto lo parlava,  ma anche lo scriveva:
    tuttavia prima di fidarmi completamente di lui,  gli dissi  che  avevo
    trovato in un buco del mio camerone quel biglietto e che mi facesse il
    piacere di leggermelo.  Egli l'apr,  e stette un pezzo a leggerlo e a
    tradurlo borbottando fra i denti. Gli domandai se l'intendeva, ed egli
    mi disse:
    "Benissimo,  e se vuoi che te lo traduca  parola  per  parola,  dammi
    penna e calamaio e te lo scriver, che sar meglio".
    Gli portammo tutto, ed egli a poco a poco lo tradusse, e quando fu in
    fondo:
    "Tutto  quello  che  qui    scritto in spagnolo" disse,  " l'esatto
    contenuto di questa lettera in arabo,  senza  neanche  una  parola  di
    meno, ma bisogna avvertire che dove dice Lela Marien vuol dire: Nostra
    Signora la Vergine Maria".
    Leggemmo la lettera che diceva:
    "Quand'ero  piccina,  mio  padre aveva una schiava cristiana la quale
    nella mia lingua m'insegn una preghiera cristiana,  e mi disse  molte
    cose  di  Lela  Marien.  Quella schiava mor,  e io so che non and al
    fuoco, ma con Dio,  perch da allora l'ho vista due volte e m'ha detto
    che  debbo  andare  in  terra di cristiani a vedere Lela Marien che mi
    vuole molto bene.  Io non so come fare ad andarvi: molti cristiani  ho
    visto  da questa finestra,  ma nessuno mi  parso cavaliere tranne te.
    Io sono molto bella e molto giovane,  e posso portar via con me  molti
    denari; cerca dunque come possiamo fuggire in terra cristiana, e l ti
    sposer,  se  tu  vorrai;  se no,  non importa,  perch Lela Marien mi
    trover marito lei.  Questo biglietto l'ho scritto da me: sta' attento
    a  chi tu lo fai leggere;  non ti fidare di nessun arabo,  perch sono
    tutti traditori. Per questo sto molto in pensiero, e non vorrei che tu
    ti confidassi con nessuno,  perch se lo  sa  mio  padre,  mi  butter
    sbito  in  un  pozzo e mi coprir di pietre.  Metter un filo in cima
    alla canna; tu legaci la risposta,  e se non conosci nessuno che te la
    possa scrivere in arabo, dimmelo a cenni, e Lela Marien far s che io
    possa  intendere.  Essa  e  Dio ti conservino e questa croce che bacio
    molte volte, come mi raccomand la mia schiava".
    Ora,  signori miei,  voi potete giudicare se era logico che le parole
    di questa lettera ci sorprendessero e ci rallegrassero: anzi la nostra
    sorpresa  e  la  nostra  gioia  fu tale,  che il rinnegato cap che il
    biglietto non era stato trovato  per  caso,  ma  era  stato  realmente
    scritto a qualcuno di noi, e quindi ci preg, se i suoi sospetti erano
    giustificati,  a fidarci di lui e a dirglielo poich egli era pronto a
    rischiare la vita per la nostra libert.  E cos dicendo  si  lev  di
    seno  un  crocifisso  di metallo e con molte lacrime giur nel nome di
    Dio,  rappresentato  da  quell'immagine  e  in  cui  egli,  quantunque
    malvagio  peccatore,  fedelmente  credeva,  di  serbarci  lealmente il
    segreto in tutto quello che gli avremmo confidato; perch gli pareva e
    quasi presentiva che,  per mezzo della donna che aveva scritto  quella
    lettera, tutti si sarebbe riacquistata la libert, e lui avrebbe visto
    soddisfatto il suo ardente desiderio di ritornare in grembo alla Santa
    Madre  Chiesa,  dalla  quale come membro infetto era diviso e separato
    per la sua ignoranza e per i suoi peccati.  Il rinnegato  disse  tutto
    questo  con  tante lacrime e con segni di cos grande pentimento,  che
    tutti all'unanimit consentimmo di raccontargli come stavano realmente
    le cose,  e quindi gli rendemmo esatto conto di tutto  senza  tacergli
    nulla.  Gli facemmo vedere la finestrina di dove appariva la canna, ed
    egli fin da quel momento esamin attentamente la casa,  e promise  che
    avrebbe  messo tutto il suo impegno nell'informarsi di chi vi abitava.
    Si convenne che sarebbe stato bene rispondere al biglietto dell'araba,
    e poich ora  avevamo  uno  che  sapeva  e  poteva  farlo,  sbito  il
    rinnegato scrisse i concetti che io gli dettai, e che sono esattamente
    quelli che ora dir;  perch neanche uno dei particolari importanti di
    quanto m'accadde in quella circostanza m' uscito di mente,  n mai mi
    uscir  finch  camper.  In  sostanza  ecco  quello  che  rispondemmo
    all'araba:
    "Il vero Dio ti conservi, signora, e quella benedetta Maria, che  la
    vera madre di Dio,  ed  quella che ti ha messo  in  cuore  l'idea  di
    andare  in  terra cristiana,  perch ti vuole bene.  Pregala tu che si
    degni di rivelarti il  modo  di  mettere  a  effetto  quanto  ella  ti
    comanda,  e vedrai che essa  tanto buona,  che ti esaudir.  Da parte
    mia e di tutti questi cristiani che sono qui con me,  siamo  pronti  a
    fare per te tutto quello che potremo, anche a morire.
    "Scrivimi  dunque  e  dimmi  quali  sono  i  tuoi  progetti,  e io ti
    risponder;  perch il buon Dio  ci  ha  fatto  trovare  un  cristiano
    prigioniero  che sa parlare e scrivere la tua lingua molto bene,  come
    potrai vedere da questa lettera.  Quindi tu puoi informarci  di  tutto
    quel  che vuoi,  senza timore.  Quanto allo sposarci,  se arriviamo in
    terra cristiana,  io da buon cristiano te lo prometto,  e sappi che  i
    cristiani  mantengono  quel  che promettono meglio degli arabi.  Dio e
    Maria Sua madre ti proteggano, signora mia".
    Scritta e chiusa questa lettera,  aspettai due giorni  che  il  bagno
    secondo  il  consueto  fosse  vuoto e allora uscii a spasso sul solito
    terrazzino per vedere se la canna appariva,  e infatti non tard molto
    a  spuntare.  Appena  la  scorsi,  sebbene  non  potessi vedere chi la
    metteva  alla  finestra,   mostrai  la  lettera  per  far  capire  che
    attaccassero il filo,  ma c'era di gi e io vi legai la lettera,  e di
    l a poco riapparve la nostra stella con la bianca  bandiera  di  pace
    del fagottino.  Lo lasciarono cadere,  e io lo raccolsi e vi trovai in
    monete d'oro e d'argento di vario conio,  pi di  cinquanta  scudi,  i
    quali raddoppiarono cinquanta volte la nostra gioia, e confermarono la
    nostra  speranza di riavere la libert.  Quella stessa notte il nostro
    rinnegato torn, e ci disse che aveva saputo che in quella casa viveva
    proprio quell'arabo che ci era stato detto, che si chiamava Agimorato,
    che era straordinariamente ricco e che aveva una figlia sola, erede di
    tutto il suo patrimonio,  la quale era per opinione comune ritenuta in
    citt la pi bella donna di tutta la Berberia. Molti dei vicer venuti
    ad Algeri,  l'avevano chiesta per moglie,  ma lei non aveva mai voluto
    maritarsi.  Il rinnegato aveva anche saputo che una schiava cristiana,
    morta  da  qualche  tempo,  era  stata effettivamente al suo servizio.
    Tutto questo andava perfettamente d'accordo con quanto  c'era  scritto
    nella lettera. Ci consigliammo quindi col rinnegato sul modo di portar
    via  l'araba,  e  fuggire  tutti  in terra cristiana,  e finalmente si
    convenne per allora di aspettare il secondo  avviso  di  Zoraide,  che
    cos  si chiamava quella che ora vuol chiamarsi Maria,  perch vedemmo
    bene che non c'era altro che lei che potesse  risolvere  tutte  quelle
    difficolt.  Rimasti  cos  d'accordo,  il  rinnegato ci disse che non
    stessimo in pena, perch egli o ci lascerebbe la vita, o ci metterebbe
    in completa libert.
    Per quattro giorni il bagno fu pieno di gente, e naturalmente quattro
    giorni aspett la canna a farsi vedere,  ma finalmente quando il bagno
    fu deserto come le altre volte, apparve la canna e col fazzoletto cos
    gravido  che prometteva un felicissimo parto.  La canna si pieg verso
    di me, e nel fazzoletto io trovai un'altra lettera e cento scudi d'oro
    senza monete d'altra sorta.  Il rinnegato era presente,  e nel  nostro
    camerone gli facemmo leggere la lettera:
    "Io  non  so,  signor mio,  che istruzioni darvi per poter fuggire in
    Spagna,  n Lela Marien  me  lo  ha  detto,  quantunque  glielo  abbia
    domandato.  Intanto  potremo  far  cos.  Io vi dar attraverso questa
    finestra moltissimi denari in oro,  coi quali voi e i vostri amici  vi
    riscatterete.  Uno di voi andr in terra cristiana, comprer una barca
    e torner a prendere gli altri. Io sar nella villa di mio padre,  che
      fuori  di  porta  Babazon  vicino  alla marina,  dove passer tutta
    l'estate insieme con mio padre e coi miei servitori. Di l,  di notte,
    potrete  condurmi  via senza pericolo fino alla barca.  Ma bada che tu
    devi essere mio marito,  perch altrimenti io chieder a Marien che ti
    castighi.  Se  non  ti fidi di nessuno per andare a comprare la barca,
    riscttati per te e va' te;  tu tornerai pi sicuramente  d'un  altro,
    perch  sei  cavaliere  e  cristiano.  Cerca di sapere dov' la villa.
    Quando verrai a passeggiare qui sotto,  capir che nel bagno  non  c'
    nessuno, e ti dar molto denaro. Dio ti guardi".
    Cos  diceva  la  seconda  lettera.   Ognuno  si  offr  d'essere  il
    riscattato,  e promise d'andare e tornare puntualmente,  e anch'io  mi
    offrii allo stesso scopo;  ma il rinnegato si oppose,  dicendo che mai
    avrebbe consentito che uno di noi fosse messo in libert  prima  degli
    altri,   perch   l'esperienza   gli   aveva  dimostrato  quanto  male
    mantenessero la parola data da prigioniero,  quelli che  riuscivano  a
    essere  liberi.  Molte  volte  infatti  si erano serviti di quel mezzo
    alcuni prigionieri di elevata condizione,  riscattando uno che andasse
    a  Valenza  o  a  Maiorca  con  una somma per poter armare una barca e
    tornare poi a prendere quelli che l'avevano riscattato,  ma non  s'era
    mai  pi  visto nessuno di ritorno,  perch la libert recuperata e la
    paura di riperderla facevano a tutti dimenticare gli obblighi assunti.
    A conferma di questa verit ci raccont brevemente un  fatto  successo
    proprio   in   quei  giorni  a  certi  cavalieri  cristiani,   il  pi
    straordinario fatto che mai fosse successo in quei  paesi,  dove  pure
    ogni poco succedono cose meravigliose e terribili. Ci disse infine che
    il  meglio  era  di  dare  a  lui  il denaro che ci sarebbe voluto per
    riscattare uno di noi perch comprasse l  in  Algeri  una  barca  col
    pretesto  di  farsi  mercante  e  trafficare con Tetuan e tutta quella
    costa;  e quando fosse stato padrone della  barca  facilmente  avrebbe
    trovato il verso di levarci dal bagno e imbarcarci tutti.
    "Tanto  pi"  aggiunse,   "che  se  l'araba,  come  ha  promesso,  d
    sufficiente denaro  per  riscattarvi  tutti,  sar  cosa  facilissima,
    quando siate liberi,  imbarcarvi anche di pieno giorno. Se mai il male
     questo,  che gli arabi non permettono che  un  rinnegato  compri  n
    tenga una barca,  tranne che non sia un vascello per far la pirateria;
    perch hanno paura che quello che compra una barca,  specialmente se 
    spagnolo,  la  compri  a  posta per fuggire in terra cristiana.  Ma io
    rimedier a questo inconveniente entrando in societ per la barca e il
    guadagno delle merci con un arabo tagarino,  e con  questo  trucchetto
    sar il padrone effettivo della barca, e il resto andr da s".
    Bench  a  me  e  ai  miei  compagni ci sembrasse meglio di mandare a
    pigliare la barca a Maiorca,  come ci consigliava l'araba,  non osammo
    contraddirlo,  temendo,  se non si faceva quel che voleva lui,  che ci
    denunciasse e ci mettesse al rischio di lasciarci tutti la  pelle,  se
    rivelava la nostra relazione con Zoraide, per la cui vita avremmo dato
    tutti  la nostra.  Perci stabilimmo di rimetterci nelle mani di Dio e
    in quelle del rinnegato; e si rispose subito a Zoraide,  dicendole che
    avremmo  fatto  tutto  quello  che essa ci consigliava,  poich i suoi
    avvertimenti erano ottimi come se glieli avesse dati  Lela  Marien,  e
    che   da   lei   sola   dipendeva   aggiornare   l'affare  o  metterlo
    immediatamente in esecuzione.  Le promisi di nuovo di sposarla,  e  un
    altro giorno che il bagno rimase vuoto,  in diverse volte con la canna
    e la pezzuola essa ci dette due mila scudi in oro e un biglietto  dove
    diceva  che  il  prossimo "giuma",  cio il venerd seguente,  sarebbe
    andata in villa con suo padre e che prima di partire ci  avrebbe  dato
    dell'altro denaro, e se non fosse bastato, glielo dicessimo, ch ce ne
    avrebbe dato quanto gliene avessimo chiesto; perch suo padre ne aveva
    tanto,  che non se ne sarebbe nemmeno accorto, tanto pi che le chiavi
    le aveva lei. Demmo sbito cinquecento scudi al rinnegato per comprare
    la barca,  e con ottocento mi riscattai  io,  dando  il  denaro  a  un
    mercante  di  Valenza,  che  in quel momento si trovava in Algeri;  il
    quale mi riscatt dal re su parola con promessa di  pagare  all'arrivo
    del primo vascello che arrivasse da Valenza. Perch se avesse sborsato
    sbito  i quattrini,  poteva far nascere nell'animo del re il sospetto
    che il denaro per il mio riscatto fosse gi da molti giorni in Algeri,
    e che egli lo avesse taciuto per fare i suoi interessi.  E poi il  mio
    padrone era cos cavilloso che non volli affatto arrischiarmi a fargli
    sborsare i denari sbito.
    La  vigilia  del  venerd  in  cui  doveva andare in villa,  la bella
    Zoraide ci dette altri mille scudi,  e ci avvis della  sua  partenza,
    pregandomi che se mi riscattavo, mi informassi sbito dov'era la villa
    di  suo  padre,  e  che  in ogni caso cercassi l'occasione di andare a
    vederla. Le risposi in poche parole che avrei fatto come mi diceva,  e
    che  ci  raccomandasse  caldamente  a  Lela  Marien  con  tutte quelle
    orazioni che la schiava le aveva  insegnato.  Ci  fatto,  si  presero
    delle  misure  per  il  riscatto  dei  nostri tre compagni e per farli
    uscire dal bagno,  perch vedendo me  riscattato  e  loro  no,  mentre
    sapevano  che  il  denaro  per  riscattarli ce l'avevo,  non dovessero
    perdere la testa,  e lasciarsi persuadere dal diavolo a  fare  qualche
    pazzia a danno di Zoraide.  E' vero che sapendo che persone erano, non
    avrei dovuto avere questo timore,  ma non volli  esporre  la  faccenda
    nemmeno  al  pi  lontano  rischio,  e  perci  li feci riscattare nel
    medesimo modo con cui mi ero riscattato io, consegnando prima tutta la
    somma al mercante, perch potesse con piena certezza e sicurezza farsi
    nostro mallevadore,  ma senza mai rivelargli il  nostro  segreto  e  i
    nostri affari, perch sarebbe stato pericoloso.

    NOTA  1:  Soprannome di Giacomo Palearo,  famoso ingegnere militare di
    quei tempi.
    NOTA 2: Lo stesso Cervantes.

    CAPITOLO 41.
    Nel quale il prigioniero continua il suo racconto.

    Non erano trascorsi quindici giorni che gi il nostro rinnegato  aveva
    comprato  un'ottima  barca  capace  di  pi  di trenta persone;  e per
    assicurare il fatto suo e dar colore alla cosa fece un viaggio  in  un
    luogo  che  si  chiama  Sargel,  trenta leghe distante da Algeri dalla
    parte di Orano,  nel quale c' un gran mercato di fichi secchi.  Due o
    tre volte rifece questo viaggio in compagnia del tagarino che ho detto
    sopra.  In  Berberia  chiamano  "tagarini"  gli arabi dell'Aragona,  e
    "mudeiares" quelli di Granata;  e nel regno  di  Fez  chiamano  invece
    "elches"  i mudeiares,  e sono quelli di cui quel re principalmente si
    serve in guerra.  Dicevo dunque che tutte le volte  che  il  rinnegato
    passava  con  la sua barca,  approdava in una piccola cala che distava
    meno di due tiri di balestra dalla villa dove Zoraide  aspettava.  L,
    insieme  con  i  rematori arabi della sua barca si metteva a posta o a
    dire l'"alzal" (1) o a provare per burla quel che pensava di fare sul
    serio. Quindi andava alla villa di Zoraide e chiedeva della frutta,  e
    suo  padre,  che non lo conosceva,  gliela dava.  Avrebbe anche voluto
    parlare con Zoraide,  come poi mi disse,  e dirle che era lui che  per
    mio  ordine  doveva  portarla in terra cristiana,  e che stesse quindi
    sicura e contenta, ma non gli fu mai possibile,  perch le donne arabe
    non  si  lasciano vedere da nessuno,  n arabo,  n turco,  tranne che
    glielo ordini il padre o il marito.  Dai prigionieri cristiani  invece
    si  lasciano  avvicinare  con  familiarit  anche  maggiore  di quanto
    parrebbe ragionevole.  A me sarebbe rincresciuto che  egli  le  avesse
    parlato, perch forse si sarebbe spaventata vedendo che il suo segreto
    era sulla bocca d'un rinnegato,  ma Dio che disponeva altrimenti,  non
    permise che il  desiderio  del  nostro  rinnegato  fosse  soddisfatto.
    Questi  frattanto,  vedendo  con  quanta sicurezza andava e tornava da
    Sargel,  e approdava quando,  come  e  dove  voleva,  vedendo  che  il
    tagarino suo compagno faceva tutto quel che voleva lui, che io ero gi
    riscattato,  e che mancava soltanto di cercare dei rematori cristiani,
    mi disse che scegliessi chi volevo portar via  con  me,  oltre  i  tre
    compagni  riscattati,  e  che  li  tenessi  pronti  e prevenuti per il
    prossimo venerd,  in cui aveva deciso la nostra partenza.  Allora  mi
    rivolsi a dodici spagnoli,  tutti forti rematori,  e di quelli che pi
    facilmente potevano uscire di citt: e  non  fu  poco  averne  trovati
    tanti in quel momento,  perch c'erano fuori venti vascelli corsari, e
    avevano portato via tutti i rematori. E non si sarebbe trovato neanche
    questi,  se il loro padrone in quell'estate non  avesse  rinunciato  a
    ogni spedizione,  dovendo finire una galeotta che aveva in cantiere. A
    questa gente dissi soltanto che il venerd seguente uscissero di  sera
    e  di nascosto a uno a uno,  e andassero a mettersi presso la villa di
    Agimorato, e l mi aspettassero finch non fossi giunto.
    Quest'ordine   lo   detti   a   ciascuno   separatamente,    con   la
    raccomandazione che,  se vedessero l degli altri cristiani, dicessero
    loro soltanto che li avevo mandati io ad aspettarmi in quel posto.
    Fatto questo,  mancava il pi,  ed era d'avvisare Zoraide a che punto
    erano  le  cose,  perch  stesse  sull'avviso,  e  non s'impaurisse se
    l'avessimo rapita all'improvviso prima del tempo che,  secondo i  suoi
    calcoli,  doveva  impiegare ad arrivare la nave dei cristiani.  Quindi
    decisi di andare alla villa,  e vedere se potevo parlarle;  e  con  la
    scusa di cogliere delle erbe, un giorno prima della partenza andai l,
    e  la  prima persona che incontrai fu suo padre;  il quale mi parl in
    lingua,  che in tutta la Berberia e anche in Costantinopoli  si  parla
    tra cristiani e musulmani;  che non  moresca,  n castigliana,  n di
    alcun'altra nazione,  ma una mescolanza di tutte  le  lingue,  con  la
    quale  tutti  ci intendiamo.  In questa sorta di linguaggio mi domand
    dunque che cosa cercavo in quel suo giardino e di chi ero schiavo.  Io
    gli  risposi  che ero schiavo di Mam l'Albanese,  perch sapevo molto
    bene che era suo grandissimo amico,  e che cercavo ogni  sorta  d'erbe
    per  mangiarle  in  insalata.  Mi  domand  in  sguito se ero uomo da
    riscatto o no,  e quanto domandava il  mio  padrone  per  me.  Durante
    questa  conversazione  usc dalla villa la bella Zoraide,  la quale mi
    aveva gi visto da un pezzo,  e siccome le arabe,  come ho gi  detto,
    non  hanno  nessuno scrupolo a farsi vedere ai cristiani e non cercano
    di evitarli, essa venne liberamente dove eravamo io e suo padre;  anzi
    quando  suo  padre  la  vide  avanzarsi pian piano la chiam e la fece
    avvicinare.  Non m' assolutamente possibile ridirvi la  bellezza,  la
    grazia,  i ricchi ornamenti,  coi quali la mia amata Zoraide si mostr
    ai miei occhi: dir soltanto che pendevano dal suo  collo  bellissimo,
    dalle  sue  orecchie,  dalla sua acconciatura pi perle che non avesse
    capelli in capo. Alle caviglie,  che teneva nude all'usanza del paese,
    portava  due  "carcadi"  (cos  si  chiamano in arabo i braccialetti o
    anelli da piedi) d'oro finissimo con tanti diamanti che, come mi disse
    dopo,  suo padre li stimava diecimila doppie,  e quelli che portava ai
    polsi  valevano  altrettanto.  Le perle erano in gran quantit e molto
    fini,  perch la maggior gala e  la  maggiore  ambizione  delle  arabe
    consiste  nell'adornarsi  di  perle  grosse e piccine;  e perci,  tra
    grandi e piccine,  ci sono pi perle tra gli arabi che fra  tutti  gli
    altri  popoli;  e il padre di Zoraide aveva fama di possederne molte e
    delle migliori che fossero in Algeri,  e di  possedere  anche  pi  di
    duecento  mila  scudi spagnoli.  Di tutto questo era padrona colei che
    ora  mia padrona. Se con tutti quegli ornamenti apparisse bella o no,
    da quel che n' rimasto dopo tante sofferenze si potr giudicare  come
    doveva essere allora fra tanti agi.
    Si  sa  che  la  bellezza  di  certe  donne ha i suoi giorni e le sue
    epoche,  e che diminuisce o cresce secondo i casi  della  vita;  ed  
    quindi  ben  naturale  che  le  passioni  dell'anima  l'elevino  o  la
    deprimano, quantunque il pi delle volte la distruggano. Essa comparve
    dunque allora in tutto lo splendore della bellezza,  della  ricchezza,
    dell'eleganza; o per lo meno parve a me la pi bella, la pi ricca, la
    pi elegante che fin allora avessi visto;  e ripensando a tutto quello
    che le dovevo,  mi pareva proprio d'avere dinanzi una  dea  venuta  in
    terra per la mia salvezza e la mia felicit.  Quando si fu avvicinata,
    suo padre le disse nella sua lingua che io ero schiavo del  suo  amico
    Mam l'Albanese, e che venivo a cercare insalata. Essa prese allora la
    parola,  e in quella lingua bastarda che ho detto sopra, mi domand se
    ero cavaliere e qual'era la ragione per cui non mi riscattavo.  Io  le
    risposi  che  oramai  ero  riscattato,  e che dal prezzo poteva vedere
    quanto  il  mio  padrone  mi  stimava,   poich  avevo  dovuto  dargli
    millecinquecento "zoltani".
    "Se tu fossi stato di mio padre", essa disse, "l'avrei persuaso a non
    liberarti  nemmeno  per  due  volte  tanto;  perch voialtri cristiani
    sempre mentite in tutto quello che dite,  e vi fate sempre poveri  per
    ingannare gli arabi".
    "Questo  potr  anche  darsi,  signora mia" risposi io,  " ma sul mio
    onore io ho detto la verit al mio padrone, e sempre la dico e la dir
    a tutti quanti".
    "E quando te ne vai?" chiese Zoraide.
    "Domattina, credo" risposi io, "perch c' qui una nave francese, che
    domattina fa vela e penso d'andarmene con quella".
    "Non sarebbe meglio che tu aspettassi delle navi spagnole,  e andassi
    via  con quelle piuttosto che con le francesi?  I francesi non vi sono
    troppo amici".
    "No,  neanche se fosse vero,  come dicono,  che sta per arrivare  una
    nave  spagnola,  io non l'aspetterei,  perch sono molto pi sicuro di
    poter partire domattina sbito;  ed  tanta  la  bramosia  che  ho  di
    vedermi  nel  mio paese insieme con le persone a cui voglio bene,  che
    non mi  possibile aspettare un'altra  occasione  per  poco  che  essa
    tardi, anche se fosse migliore."
    "Senza dubbio tu devi essere accasato al tuo paese" disse Zoraide, "e
    vuoi andare a rivedere tua moglie?"
    "No,  non  sono  ammogliato,  ma ho dato la parola di sposarmi appena
    arrivo laggi".
    "Ed  bella la dama a cui l'hai data?"
    " Tanto bella,  che per darti un'idea della sua gran bellezza e dirti
    la verit, somiglia molto a te".
    A queste parole suo padre si mise a ridere di gusto, e disse:
    "Per Allah!  deve essere molto bella,  se somiglia alla mia figliola,
    che  la pi bella di tutto questo regno: guardala bene,  e vedrai  se
    ti dico la verit".
    In questa conversazione era pi che altro Agimorato che ci serviva da
    interprete,  perch  pi  abile  a parlare quella lingua bastarda che,
    come ho detto,  si parla laggi;  perch Zoraide sebbene  l'intendesse
    anche lei,  esprimeva i suoi pensieri piuttosto con i segni che con le
    parole.
    Mentre dunque si faceva questi e  molti  altri  discorsi,  arriv  un
    arabo  di  corsa gridando che quattro turchi avevano scavalcato i muri
    del giardino, e coglievano i frutti, quantunque non fossero maturi. Il
    vecchio s'impaur,  e lo stesso fece Zoraide;  perch  comune e quasi
    naturale  la  paura  che hanno gli arabi dei turchi,  specialmente dei
    soldati,  i quali sono tanto insolenti ed esercitano  un  tale  impero
    sopra gli arabi a loro soggetti, che li trattano peggio che se fossero
    loro schiavi. Suo padre disse allora a Zoraide:
    "Figliola, ritirati in casa, e chiuditi dentro, intanto che io vado a
    parlare a questi cani,  e tu, cristiano, cerca pure le tue erbe, e che
    Allah ti aiuti nel tuo ritorno in patria".
    Io mi inchinai ed egli and a cercare i turchi,  lasciandomi solo con
    Zoraide,  che  da  prima  fece finta di andare dove suo padre le aveva
    detto,  ma appena egli disparve tra gli alberi del giardino,  con  gli
    occhi pieni di lacrime e tornando verso di me, mi disse:
    "Tamesci,  cristiano, tamesci?" che vuol dire: "Te ne vai, cristiano?
    Te ne vai?". Io le risposi:
    "S,  o signora,  ma in nessun caso senza di te.  Il prossimo 'giuma'
    aspettami,  e  non  t'impaurire quando ci vedi.  Sta' tranquilla,  ch
    senza alcun dubbio arriveremo in terra cristiana".
    Io le dissi questo e altre cose ancora,  in modo che essa mi comprese
    benissimo,  e  passato  un  braccio  intorno  al mio collo,  con passo
    tremante cominci a camminare verso casa.
    Si dette il caso,  e poteva essere un disastro se il cielo non avesse
    stabilito  altrimenti,  che  mentre si andava tutti e due cos come ho
    detto con un braccio di lei  al  mio  collo,  suo  padre  che  tornava
    dall'aver  fatto  andar  via  i  turchi,  ci  vide  proprio  in quella
    posizione e noi vedemmo benissimo che lui ci aveva visti: ma  Zoraide,
    accorta  e prudente,  non mi lev il braccio dal collo,  ma anzi mi si
    avvicin di pi,  pose la testa sul mio petto,  e  pieg  un  poco  le
    ginocchia,  dando chiari ed evidenti segni di svenire,  mentre io pure
    facevo finta di sostenerla mio malgrado. Suo padre arriv correndo nel
    punto dove eravamo noi,  e vedendo la figliola  in  quello  stato,  le
    domand che cosa si sentiva, ma siccome lei non gli rispondeva:
    "Senza  dubbio" mi disse,  " svenuta per la paura che le hanno fatto
    questi cani entrando nel  giardino"  e  levandola  di  sul  mio  petto
    l'appoggi  sul  suo.  Allora  lei,  sospirando e con gli occhi sempre
    molli di lacrime cominci a dire:
    "Amesci, cristiano, amesci", "vattene, cristiano, vattene".
    Ma suo padre riprese:
    "Non importa,  figliola,  che il cristiano se ne vada: lui  non  t'ha
    fatto  nulla,  e  i turchi ormai se ne sono andati.  Non aver paura di
    nulla,  perch non c' nulla che possa darti molestia;  come t'ho  gi
    detto,  i  turchi  alle  mie preghiere se ne sono andati di dove erano
    venuti".
    "Signore, s, le hanno fatto paura loro, come hai detto tu" soggiunsi
    io,  "ma poich essa  dice  che  io  me  ne  vada,  non  voglio  farle
    dispiacere.  Io  dunque  ti  saluto,  ma se me lo permetti,  e se sar
    necessario,  torner a cercare erbe in questo giardino,  perch il mio
    padrone  dice  che  non  ce ne sono altri che abbiano erbe da insalata
    cos buone come questo".
    "Tu potrai tornare tutte le volte che vorrai" disse  Agimorato.  "Mia
    figlia  non  ha  detto  in  quel  modo n per te,  n per nessun altro
    cristiano, ch non le date noia;  ha detto a te di andartene per voler
    dire ai turchi,  o forse per darti libert di cercare le erbe, ch era
    l'ora".
     Dopo queste parole presi commiato da ambedue, e Zoraide,  che a ogni
    passo  pareva  che si sentisse strappare l'anima,  s'allontan con suo
    padre. Col pretesto di cercare erbe io girai tutto il giardino;  notai
    molto  bene  tutti  gli  ingressi  e  le  uscite,  mi resi conto della
    struttura della casa,  e studiai le condizioni di cui si poteva trarre
    partito per il successo del nostro piano.
    Fatto  questo,  venni  via,  e  riferii  tutto al rinnegato e ai miei
    compagni. Non vedevo l'ora di potermi godere in santa pace la felicit
    che m'offriva la fortuna per mezzo della bella e graziosa Zoraide.
    Finalmente il tempo pass,  giunse il giorno da noi tanto desiderato,
    e  seguendo  tutti  il  piano,  che  con  saggio divisamento in lunghi
    colloqui gi tante  volte  avevamo  discusso,  ottenemmo  il  successo
    desiderato.  Il  primo  venerd  che venne dopo il giorno in cui avevo
    discorso con Zoraide nel giardino,  il rinnegato sul far  della  notte
    venne  a gettare l'ancora con la nostra barca quasi di faccia al luogo
    dove stava la bellissima Zoraide.
    I cristiani che dovevano remare,  erano stati avvertiti e gi stavano
    nascosti in diversi punti di quei dintorni.  Mi aspettavano con grande
    ansia,  impazienti di assalire la nave che avevano dinanzi agli occhi;
    perch  non sapevano dell'accordo col rinnegato e pensavano di doversi
    guadagnare la libert colla forza,  ammazzando gli arabi della  barca.
    Appena  io  e i miei compagni ci facemmo vedere,  sbito tutti uscendo
    dai loro nascondigli ci vennero incontro.  A quell'ora le porte  della
    citt  erano  gi  chiuse  e  per  tutta quella campagna non si vedeva
    un'anima.  Quando fummo tutti riuniti,  si stette un poco in dubbio se
    sarebbe  stato  meglio  andar  prima  a  prendere  Zoraide o prima far
    prigionieri gli arabi "bagarini" (2) della barca,  quando comparve  il
    rinnegato e ci domand quel che si stava a fare,  ch,  ormai,  era il
    momento buono,  giacch gli arabi della sua barca non avevano sospetto
    di nulla,  e i pi anzi s'erano addormentati.  Gli dicemmo di quel che
    si stava a discutere;  ed egli disse sbito che la cosa pi importante
    era  d'impadronirsi  della  nave,  cosa che si poteva fare senza alcun
    pericolo e con grandissima facilit;  a  prendere  Zoraide  si  poteva
    andar dopo.  Ci parve a tutti che dicesse bene, e senza altro indugio,
    guidati da lui, arrivammo alla nave, e allora egli saltando dentro per
    primo con una scimitarra alla mano, grid in arabo:
    "Fermi tutti! Chi si muove,  morto".
    Nel frattempo gran parte dei cristiani erano entrati  dentro,  e  gli
    arabi, che erano gente di poco coraggio, sentendo parlare in quel modo
    il loro capitano,  rimasero tutti sbalorditi, e senza che nessuno, fra
    quanti erano, cercasse di metter mano alle armi (ma per dire la verit
    ne avevano poche o  punte)  si  lasciarono  ammanettare  senza  aprire
    bocca. L'operazione fu fatta alla svelta e con la minaccia di passarli
    tutti a fil di spada,  se alzavano la voce.  Fatto questo,  mentre una
    met dei nostri restava di guardia, noi rimanenti,  sempre guidati dal
    rinnegato,  andammo  al  giardino  di  Agimorato,  e fortuna volle che
    quando andammo per aprire la porta,  questa s'apr con tanta  facilit
    come  se  non  fosse chiusa,  e quindi zitti zitti,  non facendo punto
    rumore  arrivammo  alla  casa  senza  essere  uditi  da  nessuno.   La
    bellissima Zoraide stava ad aspettarci a una finestra,  e quando sent
    gente,  domand a bassa voce se eravamo "nizararani",  che  come dire
    cristiani.  Io le risposi di s, e che scendesse. Appena mi riconobbe,
    non indugi nemmeno un attimo,  ma  senza  rispondermi  parola  in  un
    momento fu gi,  apr la porta, e ci apparve dinanzi cos bella e cos
    riccamente vestita, che non s'arriva a ridirlo.
    Appena la vidi,  le presi una mano,  e cominciai a  baciargliela;  il
    rinnegato  e  i  miei  compagni fecero altrettanto;  e gli altri pure,
    senza sapere nulla di come stavano le cose,  fecero  quel  che  videro
    fare   a   noi,   sicch  fu  chiaro  che  tutti  la  ringraziavamo  e
    riconoscevamo in lei la nostra salvatrice.
    Il rinnegato le domand, in arabo, se suo padre era in casa,  ed essa
    rispose di s e che dormiva.
    "Bisogner  destarlo"  replic il rinnegato,  "e portarlo via con noi
    insieme con tutta la roba di valore che c' in questa magnifica casa".
    "No" rispose lei, "mio padre non deve assolutamente essere toccato; e
    in questa casa non c'  altro  che  quel  che  porto  via  io,  che  
    sufficiente  per  farvi  tutti  ricchi e contenti.  Aspettate un po' e
    vedrete".
    E rientr in casa, dicendo che sarebbe tornata subito,  e che intanto
    noi si stesse fermi senza fare alcun rumore. Domandai al rinnegato che
    cosa s'erano detti,  e quando me l'ebbe riferito,  io gli dissi che si
    doveva fare in tutto e per tutto come voleva Zoraide, la quale intanto
    gi ritornava con un cofanetto pieno di scudi d'oro,  tanto che appena
    lo poteva reggere.  La fatalit volle che suo padre in quel momento si
    destasse  e  sentisse  il  rumore  che  si  faceva  nel  giardino;   e
    affacciandosi  alla  finestra  sbito  ci  riconobbe per cristiani,  e
    cominci  a  urlare  in  arabo  con  grandi  grida:  "I  cristiani!  I
    cristiani!  Al  ladro!  Al ladro!".  Queste grida gettarono fra noi un
    grandissimo scompiglio,  ma il rinnegato,  visto il  pericolo  che  ci
    minacciava  e  l'assoluta  necessit  di  farla  finita  prima d'esser
    scoperti,  con grande prontezza sal dov'era Agimorato,  e insieme con
    lui  salirono  altri dei nostri,  perch io non osai lasciare Zoraide,
    che come svenuta s'era abbandonata tra le mie braccia.  Ma quelli  che
    erano saliti fecero le cose alla svelta, e in un momento portarono gi
    Agimorato  con  le  mani  legate e imbavagliato in modo che non poteva
    dire una parola, minacciandolo che, se parlava, era morto.  Quando sua
    figlia lo scorse,  si copr gli occhi per non vederlo,  e suo padre ne
    ebbe grande spavento,  perch non sapeva  che  si  era  posta  di  sua
    spontanea  volont  nelle  nostre  mani.  Ma in quel momento erano pi
    necessari i piedi, e noi ci imbarcammo velocemente, ch gi quelli che
    avevamo lasciato nel battello ci aspettavano ansiosi,  temendo che  ci
    fosse successo qualche cosa di male.
    Erano  passate  appena  due  ore  della notte,  che gi eravamo tutti
    imbarcati.  Allora al padre di Zoraide furono tolti i legami alle mani
    e  il  bavaglio;  ma  il  rinnegato torn a ripetergli che non aprisse
    bocca, pena la vita. Egli, come vide l la figlia cominci a sospirare
    con gran tenerezza e molto pi  quando  s'accorse  che  io  la  tenevo
    strettamente abbracciata, e che essa stava ferma senza un tentativo di
    fuga, senza un gesto di protesta e senza un lamento; ma ci nonostante
    stava  zitto,  perch  il  rinnegato  non  mettesse  a  effetto le sue
    minacce.  Zoraide allora vedendo che ormai si era tutti a posto  e  in
    procinto  di  partire e che suo padre e gli arabi erano ancora legati,
    mi fece chiedere dal rinnegato che li facessi sciogliere, e rendessi a
    suo padre la libert,  perch si sarebbe piuttosto buttata in mare che
    vedersi prigioniero davanti agli occhi,  e per causa sua, un padre che
    l'aveva tanto amata.  Il rinnegato me lo rifer e io risposi che,  per
    me,  ero  ben contento;  ma egli invece sostenne che non era prudente,
    perch se li avessimo lasciati l,  sbito avrebbero gridato  aiuto  e
    messo in allarme tutta la citt, per cui sarebbero usciti a inseguirci
    con  delle  fregate  da  caccia e ci avrebbero cercato per terra e per
    mare,  in modo che non avremmo potuto sfuggire.  Tutto quello  che  si
    poteva  fare era di dar loro la libert nella prima terra cristiana in
    cui si fosse arrivati. Si convenne tutti che diceva bene, e Zoraide, a
    cui riferimmo il perch non si poteva fare sbito quel che voleva lei,
    rimase anch'essa convinta; e sbito in gran silenzio,  ma con gioconda
    energia,  ciascuno  dei  nostri  bravi  rematori prese il suo remo,  e
    raccomandandoci a Dio di tutto  cuore,  cominciammo  a  navigare  alla
    volta dell'isola di Maiorca,  che  la terra cristiana pi vicina.  Ma
    siccome tirava un po' di tramontana e il mare era un po' mosso, non fu
    possibile seguire la rotta di Maiorca, e fummo costretti a costeggiare
    in direzione di Orano,  con grande paura che ci vedessero  da  Sargel,
    che   una cittadina di quella spiaggia,  distante non pi di sessanta
    miglia da Algeri.  Si temeva  anche  di  incontrare  in  quei  paraggi
    qualche  galeotta  di  quelle  che  fanno normalmente il commercio con
    Tetuan;  sebbene a dir vero ognuno di noi presumesse per s e per  gli
    altri  che,  incontrando  una  galera  mercantile  non  armata  per la
    pirateria, non solo non avremmo dovuto soccombere,  ma anzi ci saremmo
    impadroniti  di  un  vascello  con  cui  avremmo potuto continuare con
    maggior sicurezza il nostro viaggio.  Frattanto Zoraide aveva nascosto
    il capo fra le mie mani, per non vedere suo padre, e io sentivo che si
    raccomandava a Lela Marien perch ci aiutasse.
    Avevamo fatto una trentina di miglia, quando cominci a farsi giorno,
    e  allora ci accorgemmo di essere lontani appena un tre tiri di fucile
    dalla costa, la quale tuttavia era deserta e senza nessuno che potesse
    scoprirci.  Ma,  nonostante,  a forza di remi ci spingemmo  al  largo,
    tanto  pi che il mare s'era un po' calmato,  ed essendoci allontanati
    quasi un paio di leghe,  fu dato l'ordine di vogare a turni per  poter
    mangiare qualcosa,  giacch la barca era ben provvista.  Ma i rematori
    risposero che non era quello il tempo di riposarsi nemmeno un  minuto;
    che si poteva dare da mangiare a quelli che non remavano,  ma che loro
    non volevano lasciare i remi in nessun modo. E cos fu fatto.  Intanto
    cominci  a  tirare un gran vento,  che ci obblig a lasciare subito i
    remi e a fare vela in direzione di Orano,  poich  non  era  possibile
    tenere altra rotta.  La manovra fu fatta con gran rapidit, e cos noi
    navigammo a vela con la velocit di otto  miglia  all'ora,  senz'altro
    timore  che  quello  d'incontrare  qualche vascello corsaro.  Demmo da
    mangiare agli arabi bagarini,  e il rinnegato li consol dicendo  loro
    che  non  si menavano schiavi,  ma che alla prima occasione li avremmo
    rimessi in libert.  Lo stesso fu detto al padre di Zoraide,  ma  egli
    rispose:
    "Qualunque  altra  cosa  potrei  credere  e  aspettarmi  dalla vostra
    generosit e dalla vostra cortesia, o cristiani; ma quanto al rendermi
    la libert,  non mi pigliate per tanto sciocco da credere che  voi  vi
    siate  esposti al pericolo di togliermela per poi rendermela con tanta
    generosit,  specialmente sapendo chi sono e il gran profitto  che  si
    pu cavare dal restituirmela. E se volete fin d'ora fissare una cifra,
    io vi offro quanto volete per me e per questa povera figliola, o anche
    per lei sola, che  la maggiore e miglior parte dell'anima mia".
    Dicendo questo cominci a piangere cos amaramente, che mosse tutti a
    compassione,  e  costrinse  Zoraide a guardarlo;  la quale,  vedendolo
    piangere,  si commosse tanto,  che si alz dai miei piedi e  corse  ad
    abbracciare  suo  padre  e  avvicinando  viso  a  viso  cominciarono a
    piangere cos teneramente,  che molti di noi  fecero  altrettanto.  Ma
    quando suo padre la vide vestita a festa e con tanti gioielli addosso,
    cos le disse nella sua lingua:
    "Che vuol dire ci, figlia? Ieri sera, prima che ci succedesse questa
    terribile disgrazia ti vidi coi tuoi soliti vestiti da casa,  e ora...
    Quando hai avuto il tempo di cambiarti?  Che grande notizia hai  avuto
    da solennizzare cos col vestirti a festa?  Ti vedo addosso i migliori
    abiti  che  ho  potuto  regalarti  nei  tempi  della  nostra   miglior
    fortuna... Rispondimi dunque a questo dubbio, che mi tiene pi ansioso
    e stupito della stessa disgrazia che ci ha colpiti".
    Il  rinnegato  ci  traduceva  tutto  quello  che  l'arabo diceva alla
    figlia, la quale non rispondeva nulla. Ma quando il vecchio vide in un
    angolo della barca il cofanetto dove essa teneva  le  sue  gioie,  che
    sapeva benissimo di non aver portato in villa,  ma di aver lasciato in
    Algeri, rimase pi stupito che mai, e le domand come era caduto nelle
    nostre mani e quel che c'era dentro.  Il rinnegato senza aspettare che
    Zoraide rispondesse:
    "Signore" gli disse, "non ti confondere a domandare alla tua figliola
    tante  cose,  perch te ne dir una io che ti baster per tutte.  Devi
    dunque sapere che essa  cristiana,  e che  stata lei la  lima  delle
    nostre catene,  lei che ci ha liberato dalla nostra schiavit.  Essa 
    qui di sua spontanea volont e tanto contenta, a quel che immagino, di
    vedersi in questa condizione,  come chi esce dalle tenebre alla  luce,
    dalla morte alla vita, e dall'inferno al paradiso".
    "E' vero, figliuola, quel che dice quest'uomo?" domand l'arabo.
    "S" rispose Zoraide.
    "E' proprio vero,  dunque" replic il vecchio, "che tu sei cristiana?
    Sei tu dunque quella che ha  messo  suo  padre  nelle  mani  dei  suoi
    nemici?"
    "Cristiana sono, s" rispose Zoraide, "ma non sono io che ti ho messo
    in  queste  condizioni,  perch  non  sono  mai giunta a desiderare di
    lasciarti o di farti del male; ho soltanto cercato il mio bene".
    "E qual  questo bene, figlia?"
    "Questo" rispose lei,  "domandalo tu a Marien,  ch lei te  lo  sapr
    dire meglio di me.
    Appena l'arabo ebbe sentito questo, con incredibile rapidit si butt
    a capofitto in mare dove sarebbe senza dubbio affogato,  se il vestito
    largo e goffo che portava,  non l'avesse sostenuto un poco sull'acqua.
    Agli  urli di Zoraide accorremmo tutti e afferrandolo per la tunica lo
    ritirammo su mezzo affogato e  svenuto,  e  Zoraide  ne  rimase  tanto
    angosciata,  che  piangeva  sopra di lui con gran tenerezza e con gran
    dolore, come se fosse gi morto. Lo rivoltammo con la bocca in gi,  e
    infatti vomit molta acqua, ma non torn in s che dopo un paio d'ore.
    Frattanto  il  vento  era  cambiato,  e  bisogn dirigersi verso terra
    facendo forza di remi per non essere gettati contro la costa,  ma  per
    fortuna  arrivammo  in  una  cala  che  si apre a fianco di un piccolo
    promontorio o capo, chiamato dagli arabi della "cava rumia", che nella
    nostra lingua vuol dire della "mala femmina cristiana".
    Una tradizione moresca vuole che in quel luogo sia sepolta  la  Cava,
    che fu causa della rovina della Spagna, perch in arabo cava vuol dire
    mala  femmina  e  rumia,  cristiana.  E  ritengono  di mal augurio
    l'ancorarsi l dentro quando  la  necessit  ve  li  spinge,  e  senza
    necessit non ci entrano; ma per noi non fu un riparo di mala femmina,
    ma il porto sicuro della nostra salvezza, tanto il mare era infuriato.
    Mettemmo  sentinelle  a  terra,  e  senza  levare  le  mani  dai remi,
    mangiammo con le provviste fatte  dal  rinnegato,  e  di  tutto  cuore
    pregammo  Dio  e  la Madonna che ci aiutassero a portare bene in fondo
    l'impresa cos felicemente incominciata.
    Zoraide ci supplic a sbarcare suo padre e tutti gli altri arabi  che
    erano ancora legati,  perch si sentiva straziare l'animo e non poteva
    pi reggere alla vista di suo padre prigioniero e dei suoi compatrioti
    legati in quel modo;  e noi le promettemmo di contentarla  al  momento
    della  partenza,  perch  a  lasciarli in quel luogo deserto non c'era
    pericolo per noi.  Le nostre orazioni ebbero buon  successo  e  furono
    udite dal cielo,  che in nostro favore fece mutare il vento e calm il
    mare invitandoci  a  proseguire  allegri  il  nostro  viaggio.  Allora
    sciogliemmo  gli  arabi e a uno per volta li mettemmo a terra con loro
    gran meraviglia,  ma quando si fu a sbarcare il padre di Zoraide,  che
    gi aveva ripreso completamente i sensi:
    "Perch  credete  voi"  egli  ci  disse,  "che questa mala femmina si
    rallegri di vedermi rimettere in libert? Credete che sia per piet di
    me?  No,  di certo.  Essa lo fa per non avere il  disturbo  della  mia
    presenza,  quando  vorr  soddisfare  i  suoi  infami desideri,  e non
    crediate che l'abbia spinta a  mutare  religione  il  credere  che  la
    vostra  sia  superiore alla nostra,  ma il sapere che nel vostro paese
    una donna  pi libera che nel nostro".
    E voltandosi verso Zoraide, mentre io e un altro dei miei compagni lo
    si teneva per le braccia, perch non facesse qualche pazzia:
    "Infame ragazza!" le disse, "donna senza criterio! Dove vai,  cieca e
    pazza  che sei,  dove vai in potere di questi cani,  che sono i nostri
    naturali nemici? Maledetta sia l'ora in cui t'ho generato, e maledetti
    siano gli agi e le delicatezze in cui t'ho cresciuta!"
    Io allora, vedendo che non aveva l'aria di farla finita tanto presto,
    mi affrettai a metterlo  a  terra,  ma  di  l  egli  seguit  le  sue
    maledizioni  e  i  lamenti,  pregando  Maometto  che pregasse Allah di
    distruggerci,  confonderci,  sterminarci;  e quando per esserci  messi
    alla  vela  e distanziati dal lido non potemmo pi udire le sue parole
    vedemmo i gesti con cui si strappava  la  barba  e  i  capelli,  e  si
    rotolava per terra.
    Tuttavia a un certo punto forz tanto la voce,  che potemmo intendere
    che diceva
    "Torna, amata figliola, torna a terra, ch ti perdono tutto. Regala a
    questa gente questo denaro, che ormai  come suo,  e torna a consolare
    questo tuo povero padre,  che morir su questa spiaggia deserta, se tu
    lo lasci".
    Zoraide stava a sentire,  e udiva tutto  e  piangeva,  ma  non  seppe
    rispondere altro che questo:
    "Prega Allah,  padre mio,  che Lela Marien,  che ha voluto che io sia
    cristiana, ti consoli nella tua tristezza. Allah sa bene che io non ho
    potuto fare diversamente da come ho fatto,  e che questi cristiani non
    c'entrano per nulla nella mia decisione,  perch,  anche se non avessi
    voluto partire con loro e rimanere  in  casa  mia,  mi  sarebbe  stato
    impossibile;  tanta  era  l'ansia nell'anima mia di fare questo passo,
    che a me pare tanto buono, e a te invece, caro padre, tanto cattivo".
     Zoraide parlava cos,  quando ormai suo padre non poteva pi udirla,
    e  noialtri nemmeno lo vedevamo pi.  Mentre io cercavo di consolarla,
    tutti si rimisero alla manovra, la quale era tanto favorita dal vento,
    che ci ritenemmo sicuri di poterci trovare all'alba del giorno dopo in
    vista delle coste della Spagna.  Ma siccome di rado,  o mai,  viene il
    bene  puro  e  semplice senza essere accompagnato o seguto da qualche
    guaio che lo amareggia e lo  sciupa,  la  nostra  sorte,  o  forse  la
    maledizione mandata dall'arabo a sua figlia (che sempre si deve temere
    la  maledizione  paterna qualunque sia il padre da cui proviene) volle
    confermare questa verit .
    Eravamo dunque in alto mare, erano passate quasi tre ore della notte,
    e si andava a vele gonfie e a remi alzati,  perch il vento favorevole
    ci  dispensava  dal  servircene,  quando  al lume della luna scorgemmo
    vicino a noi un vascello,  che con tutte le vele spiegate e col timone
    inclinato a orza, ci passava dinanzi a cos poca distanza, che dovemmo
    ammainare  per  non  investirlo,  e  anche  loro dovettero forzare sul
    timone per farci posto.  Si misero allora a  chiederci  da  bordo  chi
    eravamo,  dove si andava, di dove si veniva, ma siccome queste domande
    c'erano rivolte in francese, il nostro rinnegato, disse:
    "Nessuno risponda,  perch senza dubbio sono corsari francesi,  gente
    che fanno man bassa su tutto".
    Naturalmente nessuno apr bocca, e essendo passati un po' avanti, gi
    il  vascello  rimaneva  sotto vento,  quando a un tratto ci lasciarono
    andare due cannonate,  e probabilmente a palla incatenata,  perch con
    una ci troncarono l'albero che cadde in mare con la vela, e l'altra ci
    spacc  nel  bel mezzo la barca senza tuttavia far male a nessuno.  Ma
    quando ci accorgemmo che si andava a fondo, cominciammo tutti a urlare
    chiedendo aiuto, e pregando quelli del vascello a raccoglierci, perch
    si affogava. Allora ammainarono,  e,  calata in mare la scialuppa,  vi
    presero  posto  dodici  francesi ben armati coi loro archibugi e micce
    accese.  Giunti accosto a noi e visto  che  eravamo  pochi  e  che  si
    affondava,  ci  raccolsero,  dicendo  che  la  nostra scortesia di non
    rispondere era stata la causa di tutto.  Il rinnegato allora prese  il
    cofano delle ricchezze di Zoraide e lo butt in mare senza che nessuno
    se ne accorgesse. Finalmente passammo tutti sulla nave dei francesi; i
    quali  dopo  essersi  informati  di tutto quello che vollero sapere di
    noi,  come se fossero nostri mortali nemici,  ci spogliarono di  tutto
    quello  che avevamo,  e a Zoraide le levarono perfino i cerchietti che
    portava alle caviglie.  Tuttavia io non stavo tanto  in  pensiero  per
    questo,  quanto  per  il  timore che,  dopo averle tolto quei ricchi e
    preziosi gioielli,  volessero toglierle il gioiello che pi  valeva  e
    che  pi  essa stimava;  ma per fortuna i desidri di quella gente non
    vanno pi in l del denaro.  Di questo non sono mai sazi,  e  la  loro
    avidit  in  quella  circostanza  arriv  a tal segno che ci avrebbero
    levato di dosso anche i  nostri  miserabili  vestiti  di  schiavi,  se
    fossero  stati buoni a qualche cosa.  Ci fu tra di loro chi propose di
    rinvoltarci tutti in una vela  e  buttarci  in  mare;  perch,  avendo
    intenzione  di fare affari nei porti spagnoli sotto bandiera brettone,
    se ci lasciavano vivi, e il loro furto veniva scoperto, essi sarebbero
    stati puniti;  ma il capitano,  che era stato lui a spogliare dei suoi
    gioielli Zoraide, disse che si contentava di quello che aveva preso, e
    non  voleva  toccare  nessun porto della Spagna,  ma passare sbito lo
    stretto di Gibilterra o  di  notte  o  come  poteva,  e  tornare  alla
    Roccella  da  dove era partito.  Perci decisero di darci la scialuppa
    della loro nave e tutto il necessario per il  breve  tragitto  che  ci
    rimaneva  da  fare.  Cos  fecero  infatti  il giorno dopo,  quando si
    scorsero  le  coste  spagnole.   Quella  vista  ci  fece   dimenticare
    completamente tutte le nostre angosce e le nostre miserie, come se non
    le avessimo sopportate noi, e ci rese allegri; tanto  grande la gioia
    di recuperare la libert perduta!
    Poteva  essere  press'a  poco  mezzogiorno,  quando ci calarono nella
    scialuppa con due barili di acqua e qualche galletta;  e il  capitano,
    mosso   non  so  da  quale  sentimento  di  compassione,   al  momento
    dell'imbarco volle dare alla  bellissima  Zoraide  una  quarantina  di
    scudi di oro, e non permise che i suoi uomini le prendessero i vestiti
    che  ha  ancora  addosso.   Entrammo  dunque  nella  scialuppa,  e  li
    ringraziammo  di  quella  carit  che  ci  facevano,   mostrando   pi
    riconoscenza  che  rancore.  Essi presero sbito il largo in direzione
    dello stretto;  quanto a noi  senz'altra  bussola  che  la  terra  che
    avevamo dinanzi,  ci demmo a vogare con tale foga,  che al tramonto si
    era cos vicini,  da credere di poter arrivare prima che  fosse  notte
    inoltrata. Ma la luna quella notte non si vedeva, e il cielo era molto
    scuro; e siccome non si sapeva in quali paraggi si fosse, non ci parve
    prudente   pigliar  terra.   Molti  di  noi  invece  volevano  che  si
    approdasse,  anche a costo  di  trovarci  su  delle  rocce  e  lontani
    dall'abitato;  perch  cos  ci saremmo almeno messi al sicuro da ogni
    incontro assai probabile,  con qualche vascello corsaro di  quelli  di
    Tetuan;  i quali la sera sono sulla costa berbera,  all'alba su quella
    spagnola; vi pigliano quel che possono e poi tornano a dormire a casa.
    Fra questi contrari pareri,  si scelse quello di accostarci a  poco  a
    poco,  e  se  il  mare fosse stato abbastanza calmo,  di sbarcare dove
    avremmo potuto. Cos si fece,  e poco prima di mezzanotte si giunse ai
    piedi  di  una  enorme e altissima montagna,  ma non tanto a picco sul
    mare,  che non ci rimanesse  un  po'  di  spazio  per  poter  sbarcare
    comodamente. Spingemmo la barca sulla rena, scendemmo tutti e baciammo
    la  terra  piangendo  e  ringraziando Dio,  signor nostro,  per averci
    sempre  assistito  durante  il  viaggio.   Togliemmo  dalla  barca  le
    provviste,  la  tirammo  in  secco,  e  salimmo  una  gran parte della
    montagna,  perch sebbene ormai fossimo in patria,  non  ci  sentivamo
    ancora  sicuri,  n  potevamo  persuaderci che quella che ci sosteneva
    fosse terra cristiana.
    Si fece giorno molto pi tardi di quel che avremmo voluto;  e intanto
    si  fin  di  salire  tutta  la  montagna,  per  vedere se di lass si
    scorgeva qualche caseggiato o  qualche  capanna  di  pastori;  ma  per
    quanto si tendesse lo sguardo,  non scorgemmo n case,  n persone, n
    strade,  n sentieri.  Tuttavia si decise di inoltrarci dentro  terra,
    sicuri di trovare ben presto qualcuno che ci desse notizie.  Ma quello
    che a me faceva pena era il vedere Zoraide costretta ad andare a piedi
    per quei luoghi cos aspri. Mi provai a prenderla sulle spalle,  ma la
    mia  fatica  le  faceva  pi pena che non la ristorasse il suo riposo,
    perci non volle che lo facessi pi.  E  cos  pian  piano  con  molta
    pazienza e molte dimostrazioni d'allegria, reggendola sempre per mano,
    si poteva aver fatto poco meno di un quarto di lega,  quando arriv ai
    nostri orecchi il suono d'una piccola squilla,  segno evidente che  l
    vicino c'era un gregge; e allora guardando tutti con grande attenzione
    se  si  vedeva  qualcuno,  scorgemmo  a  pi d'un albero di sughero un
    pastorello,  che con grande tranquillit si divertiva a intagliare  un
    bastone  col suo coltello.  Lo chiamammo,  ed egli,  alzando la testa,
    balz in piedi,  e avendo visto per primi il rinnegato  e  Zoraide  in
    abito moresco,  credette, come sapemmo dopo, che tutta la Berberia gli
    fosse addosso; per cui a gambe levate si dette alla fuga attraverso il
    bosco, urlando a perdifiato: "Gli arabi! Ci sono gli arabi!  All'armi!
    All'armi!".  A questi urli si rimase molto male tutti, e non si sapeva
    che fare;  ma considerando che gli urli del pastore avrebbero messo  a
    soqquadro  il  paese  e che sarebbe accorsa sbito la cavalleria della
    costa a vedere che cosa c'era,  si decise che il rinnegato si  levasse
    gli  abiti turchi e si mettesse una casacca da schiavo,  che gli dette
    uno di noi rimanendo in maniche di camicia. Poi, raccomandandoci a Dio
    ci mettemmo a camminare nella  stessa  direzione  presa  dal  pastore,
    aspettandoci  di  momento  in  momento  di vederci piombare addosso la
    cavalleria della costa.  N  c'eravamo  ingannati,  perch  non  erano
    passate  due  ore,  che  usciti  ormai  da  quelle  macchie  in aperta
    campagna,  scorgemmo una  cinquantina  di  cavalieri  che  venivano  a
    piccolo  galoppo verso di noi;  perci appena li vedemmo,  ci fermammo
    sbito ad aspettarli. Ma quando furono arrivati,  e invece degli arabi
    che cercavano, videro tanti poveri cristiani, rimasero sorpresi, e uno
    di  loro ci domand se era stato per causa nostra che un pastore aveva
    gridato "all'armi".
    "S" risposi io,  e volevo cominciare il racconto delle mie avventure
    e  di  dove si veniva e chi eravamo,  quando uno dei cristiani che era
    con noi,  riconobbe il cavaliere che ci aveva rivolta quella  domanda,
    ed esclam senza lasciarmi seguitare:
    "Ringraziamo Dio, signori, che ci ha voluto cos bene! Perch, se non
    m'inganno,  siamo  nel  territorio  di  Velez-Malaga: se pure gli anni
    della mia prigionia non mi hanno cancellato dalla memoria che voi  che
    mi interrogate, signor Pietro di Bustamante, siete mio zio".
    Appena  ebbe  dette  queste  parole,  il cavaliere balz da cavallo e
    venne ad abbracciare il giovane, dicendogli:
    "Ah, nipote, nipote mio,  ti riconosco,  s: e ormai ti si era pianto
    per morto,  io, la tua mamma e tutti i tuoi, che sono ancora vivi. Dio
    ha fatto loro la grazia di conservarli in vita perch godano la  gioia
    di rivederti.  Si sapeva che tu eri in Algeri, e dai tuoi vestiti e da
    quelli  di  tutti  i  tuoi  compagni  capisco   che   siete   riusciti
    miracolosamente a riacquistare la libert".
    "Proprio  cos"  rispose il giovanotto,  "e non ci mancher tempo per
    raccontarvi tutto".
    Appena i cavalieri intesero che eravamo  cristiani,  misero  piede  a
    terra  e tutti volevano darci il proprio cavallo per portarci a Velez-
    Malaga, che era lontana di l una lega e mezzo.  Alcuni,  fattisi dire
    dove l'avevamo lasciata,  andarono a prendere la barca per portarla in
    porto;  gli altri ci presero in groppa,  e Zoraide sal su quella  del
    cavallo  di  Don Pietro.  Gli abitanti,  che avevano saputo del nostro
    arrivo da qualcuno che li aveva avvertiti, ci vennero incontro. Non si
    meravigliavano  di  vedere  dei  cristiani  liberati  e  degli   arabi
    prigionieri, perch tutta la gente di quella costa  abituata a vedere
    l'una e l'altra cosa,  ma si meravigliavano della bellezza di Zoraide,
    che era in quel momento in tutto il suo rigoglio; poich la fatica del
    viaggio e la gioia di vedersi finalmente  senza  pi  ansie  in  terra
    cristiana,  animavano il suo viso di tali colori, che se l'affetto non
    mi faceva velo,  oserei dire che pi bella creatura non  esistesse  al
    mondo,  per  lo  meno che avessi vista io.  Si and sbito in chiesa a
    ringraziare Iddio per la grazia ricevuta,  e quando Zoraide vi  entr,
    disse  che  c'erano  delle  figure che somigliavano a Lela Marien.  Le
    dicemmo che realmente erano sue  immagini,  e  il  rinnegato  le  fece
    capire,  meglio  che  pot,  ci  che  significavano,  perch  essa le
    adorasse,  come se realmente ciascuna di esse fosse stata la  medesima
    Lela Marien che aveva parlato a lei.  Zoraide,  che ha un'intelligenza
    sveglia e uno spirito acuto per natura,  intese sbito  quanto  le  fu
    detto  riguardo  alle  immagini.  Di  l fummo portati alle case delle
    diverse famiglie del  paese  fra  cui  ci  avevano  ripartiti;  ma  il
    rinnegato,  Zoraide  e  io fummo condotti dal cristiano nativo di quei
    posti in casa dei suoi parenti, gente assai agiata, che ci accolse con
    grande affetto come il loro stesso figliolo.
    Sei giorni restammo a Velez,  in capo ai quali  il  rinnegato,  fatta
    fare un'inchiesta sul conto suo,  part per Granata, per ritornare per
    mezzo della Santa  Inquisizione  nel  grembo  santissimo  della  Madre
    Chiesa; gli altri cristiani liberati andarono ciascuno dove loro parve
    meglio;  e  rimanemmo  io  e  Zoraide  soli,  con i pochi scudi che la
    cortesia del francese le aveva donato,  e  coi  quali  comprai  questa
    bestia  su cui essa viaggia,  mentre io le faccio non da sposo,  ma da
    padre e da scudiero.  Andiamo a vedere se  mio  padre    vivo,  o  se
    qualcuno  dei  miei  fratelli  ha avuto pi fortuna di me,  sebbene il
    cielo,  dandomi Zoraide per compagna,  mi abbia concesso tale fortuna,
    che  nessun'altra,  per  quanto  buona,  l'avrei  stimata  di pi.  La
    pazienza con cui Zoraide sopporta i disagi che la povert mena con s,
    e il desiderio che mostra di diventare al pi  presto  cristiana  sono
    cos  grandi  e  cos  ammirevoli,  che  destano  la mia ammirazione e
    m'impegnano a servirla per tutta la vita.  Ma la felicit che provo al
    pensiero  che noi ci apparteniamo scambievolmente mi  amareggiata dal
    non sapere se trover al mio paese un cantuccio dove accoglierla, o se
    il tempo e la morte avranno fatto negli averi  e  nella  vita  di  mio
    padre  e  dei  miei fratelli tali mutamenti,  che se essi mi vengono a
    mancare, io debba trovare a fatica chi mi riconosca.
    La mia storia,  signori,   terminata: giudichino ora i vostri nobili
    intelletti  se  essa  sia interessante e curiosa.  Quanto a me,  avrei
    voluto  raccontarla  ancor  pi  brevemente,   sebbene  il  timore  di
    stancarvi mi abbia fatto tacere pi d'un particolare.

    NOTA 1: Preghiera araba.
    NOTA 2: cio marinai, rematori.
    CAPITOLO 42.
    Che  tratta di altri fatti successi nell'osteria e di molte altre cose
    degne d'esser conosciute.

    Dopo queste parole il prigioniero tacque, e Don Fernando gli disse:
    - Certamente, signor capitano, il modo con cui avete raccontato questa
    straordinaria avventura  stato tale  che  eguaglia  la  novit  e  la
    singolarit  del  fatto stesso.  Tutto nel vostro racconto  curioso e
    straordinario,  e pieno di casi che sorprendono e tengono ansioso  chi
    li  ascolta,  e  ci siamo tanto divertiti ad ascoltarlo,  che se anche
    doveste seguitare fino a domattina,  saremmo ben lieti di ricominciare
    da capo.
    Ci  detto,  Cardenio  e  tutti gli altri si misero a disposizione del
    capitano in tutto quello che potevano,  con parole  e  discorsi  tanto
    affettuosi e sinceri, che egli rimase commosso della loro benevolenza.
    Don Fernando in special modo gli offr, se voleva, di condurlo con s,
    impegnandosi  a  ottenere  che  il  marchese  suo  fratello facesse da
    padrino al battesimo di Zoraide,  e provvedendo a sue spese a metterlo
    in  condizione  da  poter  arrivare  al proprio paese coi comodi e col
    decoro convenienti alla sua persona. Il prigioniero lo ringrazi molto
    cortesemente,  ma non  volle  accettare  nessuna  delle  sue  generose
    offerte.
    Frattanto  s'avanzava  la sera,  e all'ora di notte arriv all'osteria
    una carrozza scortata da alcuni  uomini  a  cavallo,  che  domandarono
    alloggio.  Ma  l'ostessa  rispose  che in tutta l'osteria non c'era un
    palmo di spazio libero.
    - Bah!  - esclam uno di quelli a cavallo  che  erano  gi  entrati.Se
    anche    vero,  non  deve mancar posto per il signor auditore,  che 
    nella carrozza.
    A quel nome l'ostessa si turb e disse:
    - Signore,  il male  che non  ho  letti.  Se  Sua  Grazia  il  signor
    auditore  ne  ha  uno con s,  come credo,  ben venga: io e mio marito
    cederemo a Sua Grazia la nostra camera.
    - Benissimo!  - disse lo scudiero,  ma in  quel  momento  scendeva  di
    carrozza  un uomo il cui abito fece sbito capire l'ufficio che aveva,
    perch la veste lunga con  le  maniche  a  rocca  mostrarono  che  era
    auditore,  come  il  suo  servo  aveva  detto.  Conduceva per mano una
    signorina dell'apparente et di circa sedici anni, vestita da viaggio,
    tanto distinta,  tanto bella e  tanto  graziosa,  che  tutti  rimasero
    ammirati,  e chi non avesse visto Dorotea, Lucinda e Zoraide che erano
    nell'osteria,  avrebbe  creduto  che  un'altra  bellezza  come  quella
    difficilmente  potesse  trovarsi.  Don  Chisciotte si trovava presente
    all'ingresso dell'auditore e della giovanetta,  e appena lo vide  cos
    gli parl:
    -  Con  piena  sicurt  pu  la Signoria Vostra fare il suo ingresso e
    accomodarsi in questo castello,  imperocch sebbene e' sia ristretto e
    d'agi al tutto sfornito,  non avvi al mondo ristrettezza e disagio che
    luogo non diano alle armi e alle lettere; tanto pi se le lettere e le
    armi s'abbian per guida e duce la  belt,  siccome  la  posseggono  le
    lettere  di  Vostra  Grazia  in questa vezzosa donzella;  innanti alla
    quale debbono non solo aprirsi e spalancarsi i castelli,  ma  eziandio
    farsi da parte le rupi e dividersi e appianarsi i monti per sgombrarle
    il  passo.  Entri dunque Vostra Grazia in questo paradiso,  imperocch
    qui trover stelle e soli per accompagnarsi al cielo che Vostra Grazia
    con lei conduce: qui trover le armi nel lor giusto valore e la  belt
    nel suo grado estremo rappresentate.
    A  sentir  quel  discorso  l'auditore  rimase sbalordito,  e si mise a
    guardare Don Chisciotte fisso fisso,  non meno  stupefatto  della  sua
    figura  che  delle  sue  parole,  e  senza  trovarne  nemmeno  una  da
    rispondergli,  pass di stupore in stupore,  quando  si  vide  davanti
    Lucinda,  Dorotea  e  Zoraide,  che alla notizia dell'arrivo dei nuovi
    ospiti e della bellezza della donzella,  loro decantata  dall'ostessa,
    erano venute a vederla e a riceverla.  Ma Don Fernando,  Cardenio e il
    curato gli fecero  cortesie  in  forma  pi  semplice  e  pi  usuale.
    Tuttavia  il  signor  auditore entr dentro assai meravigliato di quel
    che vedeva e di quel che udiva, mentre le bellezze dell'osteria davano
    il benvenuto alla nuova bellezza.  Da ultimo l'auditore cap  d'essere
    dinanzi  a  tutte  persone  di  riguardo:  ma la figura,  il viso e il
    contegno di Don Chisciotte gli sconcertavano le idee. Dopo un monte di
    complimenti,   e  fatti  un  monte  di  calcoli  sulle   disponibilit
    dell'osteria,  s'arriv  a  concludere quel che era stato gi concluso
    prima,  e cio che tutte le signore entrassero nel  camerone  che  s'
    detto, e che gli uomini rimanessero fuori, come di guardia. L'auditore
    fu  molto  contento  che  la  sua figliola,  che era la giovinetta che
    conduceva con s,  andasse insieme con quelle signore,  e anche lei vi
    and molto volentieri, e con una parte dello stretto letto dell'oste e
    la  met  di quello che l'auditore si portava dietro,  si accomodarono
    per quella notte meglio di quel che credevano.
    Il prigioniero appena aveva visto l'auditore,  aveva sentito  balzarsi
    il  cuore  nel  petto  per  ii  presentimento che quell'uomo fosse suo
    fratello.  Domand a uno dei servitori che  l'accompagnavano  come  si
    chiamava,  e se sapeva di che paese era.  Il servitore gli rispose che
    si chiamava Giovanni Prez de Viedma, licenziato,  e che aveva sentito
    dire che era di un paese delle montagne di Len. Queste informazioni e
    l'impressione  avuta  nel  vederlo  gli  tolsero  ogni dubbio: era suo
    fratello,  quello che secondo il consiglio del padre aveva seguto gli
    studi  letterari;  e  commosso  e  contento,  chiamati in disparte Don
    Fernando,  Cardenio e il curato,  raccont  loro  quel  che  accadeva,
    assicurandoli che l'auditore era suo fratello.  Il servitore gli aveva
    detto anche che andava auditore alle Indie nella sede  di  Messico,  e
    che  quella  signorina  era  sua  figlia.   La  madre  era  morta  nel
    partorirla,  e  siccome  aveva  una  bella  dote,   che  naturalmente,
    appartenendo  alla figlia,  era rimasta in casa,  l'auditore era anche
    molto ricco. Il prigioniero domand come avrebbe potuto fare per farsi
    riconoscere  e  per  sapere  prima  che  accoglienza  gli  farebbe  il
    fratello, dopo averlo riconosciuto, vedendolo cos povero, se cio, lo
    avrebbe  accolto  con  buon  cuore,  o  se  lo  avrebbe  sdegnosamente
    respinto.
    - Lasciate fare a me questa prova - disse il curato.  - Tanto pi  che
    si  pu  star  sicuri  che  voi sarete ben ricevuto,  signor capitano;
    perch la virt e la saggezza che nel suo buon contegno rivela  vostro
    fratello, non danno indizio d'un carattere superbo, ingrato, e che non
    sappia apprezzare al loro giusto valore i casi della fortuna.
    -  Tuttavia  -  disse  il  capitano  - io non vorrei farmi riconoscere
    sbito a un tratto, ma vorrei prenderla alla larga.
    - Ve l'ho gi detto - rispose il curato - che io far le cose in  modo
    che rimarremo tutti contenti.
    Frattanto era stata preparata la cena,  e tutti si sedettero a tavola;
    tranne il prigioniero e le signore  che  cenarono  da  s  nella  loro
    stanza. A met della cena il curato entr in argomento cos:
    - A Costantinopoli, dove sono stato prigioniero diversi anni, ho avuto
    un compagno che aveva il medesimo casato di Vostra Grazia. Era uno dei
    pi  valorosi  soldati  e  uno dei migliori capitani che ci fossero in
    tutta la fanteria spagnola,  ma altrettanto disgraziato quanto bravo e
    valoroso.
    - E come si chiamava, questo soldato? - chiese l'auditore.
    -  Si  chiamava  Ruy Prez de Viedma,  ed era nativo di un paese delle
    montagne di Lon.  Egli mi raccont un fatto successo a suo padre e ai
    suoi  fratelli,  che  se non me l'avesse raccontato un uomo serio come
    lui,  l'avrei creduto una favola di quelle  che  raccontano  a  veglia
    d'inverno  le  vecchie  nel canto del fuoco.  Mi disse infatti che suo
    padre aveva diviso il suo patrimonio fra i suoi tre figlioli,  e aveva
    dato loro dei consigli migliori di quelli di Catone.  Lui aveva scelto
    di fare il soldato e gli era andata cos bene,  che in pochi anni  per
    il suo valore e il suo zelo,  senz'altro appoggio che quello della sua
    molta virt,  era arrivato a essere capitano di fanteria e  a  vedersi
    sulla  strada  e  in  procinto  di  diventare maestro di campo.  Ma la
    fortuna gli fu nemica;  perch proprio di dove poteva  aspettarsela  e
    averla  buona,  gli venne cattiva.  Infatti perse la libert in quella
    felicissima giornata della battaglia di Lepanto in cui tanti altri  la
    recuperarono. Quanto a me, io la persi alla Goletta, e poi per diversi
    casi ci trovammo insieme a Costantinopoli.  Di l and ad Algeri, dove
    so che gli successe uno dei fatti pi straordinari che siano  successi
    in questo mondo.
    E  qui  il curato seguit raccontando in succinto ci che era accaduto
    al prigioniero con Zoraide.
    L'auditore  stava  tanto  attento  che  mai  in  vita  sua  era  stato
    altrettanto  auditore  come  in  quel  momento.   Il  curato  arriv
    solamente al punto di quando i francesi avevano spogliato i  cristiani
    della barca,  lasciando il suo compagno e la bella araba nella povert
    e nell'indigenza e senza che si sapesse dove erano andati a finire, se
    cio erano arrivati nella Spagna,  o se i francesi li avevano  portati
    con s in Francia.
    Tutto  quello che il curato diceva,  il capitano lo stava ad ascoltare
    un po' in  disparte,  e  notava  tutti  i  movimenti  che  faceva  suo
    fratello. Questi, vedendo che ormai il curato era giunto alla fine del
    suo  racconto,  dando  in  un  gran  sospiro  e con gli occhi pieni di
    lacrime, disse:
    - Oh, signore, se sapeste quanto mi addolorano le notizie che mi avete
    dato!  Io non posso trattenere le  lacrime  che  nonostante  ogni  mio
    decoro  e  ogni  mio sforzo mi vengono agli occhi!  Quel capitano cos
    valoroso, di cui avete parlato,  il mio fratello maggiore;  il quale,
    pi  forte e pi fiero di me e dell'altro mio fratello minore,  scelse
    l'onorata e degna professione delle armi, che fu una delle tre vie che
    nostro padre ci propose,  come vi disse il  vostro  compagno  in  quel
    racconto  che  a  voi parve una favola.  Io seguii quella degli studi,
    nella quale Dio e la mia buona volont mi hanno posto nella  posizione
    che  vedete.  Il  mio fratello minore  nel Per,  tanto ricco che con
    quel che ha mandato a mio padre e a me ha pi che restituito la  parte
    che  s'era  portata  dietro,  e  anche  ha  dato  modo  a mio padre di
    soddisfare la naturale liberalit del suo  carattere,  e  io  pure  ho
    potuto  con  maggior  prestigio  e  decoro mantenermi nei miei studi e
    arrivare al posto in cui sono. Mio padre  ancora vivo,  ma si strugge
    dal desiderio di avere notizie del suo figliolo maggiore,  e prega Dio
    continuamente che la morte non gli chiuda gli occhi  prima  di  averlo
    rivisto. Soltanto mi meraviglio come fra tanti travagli e afflizioni e
    fortune mio fratello, cos saggio, non si sia curato di dar notizia di
    s  a  suo  padre;  ch se l'avesse saputo lui o qualcuno di noialtri,
    egli non avrebbe avuto bisogno di aspettare il  miracolo  della  canna
    per  ottenere  il  riscatto.  Ora quel che mi d pena  il pensiero di
    sapere se quei francesi gli avranno dato  la  libert,  o  lo  avranno
    ucciso  per  nascondere  il loro furto.  E tutto questo far s che io
    prosegua il mio viaggio non pi con quella contentezza con cui l'avevo
    cominciato,  ma pieno invece di tristezza  e  di  melanconia.  O  caro
    fratello,  chi potesse sapere dove tu ti trovi! ch io sbito verrei a
    liberarti dalle tue pene a costo di prendermele tutte per me!  Oh  chi
    portasse al nostro vecchio padre la notizia che tu sei vivo,  anche se
    tu fossi nelle pi nascoste segrete della Berberia,  ti leverebbero di
    l  le  sue  ricchezze,  quelle  di  mio fratello e le mie!  O bella e
    generosa Zoraide,  chi potesse ricompensarti del bene che hai fatto  a
    mio fratello!  Chi potesse trovarsi alla rinascita della tua anima,  e
    alle tue nozze che farebbero a tutti noi tanto piacere.
    Queste e altri simili parole diceva l'auditore,  cos afflitto per  le
    notizie  avute  del  fratello,  che  tutti  quelli  che  lo sentivano,
    partecipavano visibilmente alla sua commozione.  Il curato poi,  visto
    quale  buon  esito  avevano  avuto  la  sua  idea  e  il desiderio del
    capitano, non volle prolungare quella tristezza, ma si alz da tavola,
    ed entrato dov'era Zoraide,  la prese per la mano,  e dietro di lei si
    mossero Lucinda,  Dorotea e la figlia dell'auditore. Il capitano stava
    ad aspettare che  cosa  volesse  fare  il  curato,  e  questi  allora,
    prendendo  anche  lui  con  l'altra  mano,  si  present  cos dinanzi
    all'auditore e agli altri cavalieri, dicendo:
    - Signor  auditore,  cessate  di  piangere;  ecco  i  vostri  desidri
    interamente esauditi,  perch avete dinanzi il vostro bravo fratello e
    la vostra buona cognata.  Questi  il capitano  Viedma,  e  questa  la
    bella araba da cui ha ricevuto tanti benefici.  I francesi,  dei quali
    vi parlai,  li ridussero allo stato  in  cui  li  vedete,  perch  voi
    possiate mostrare la generosit del vostro buon cuore.
    Accorse  il capitano ad abbracciare il fratello,  il quale gli pose le
    mani sul petto, per esaminarlo un po' pi a distanza; ma quando l'ebbe
    ben riconosciuto,  lo  abbracci  tanto  strettamente,  versando  cos
    tenere  lacrime di contentezza,  che i pi dei presenti dovettero fare
    altrettanto.  Ci che i due fratelli  si  dissero,  i  sentimenti  che
    manifestarono,  credo  che  a  fatica  si  possano  immaginare non che
    scrivere.  In poche parole si raccontarono i loro casi,  e apparve  in
    piena  luce  la loro buona amicizia: l'auditore abbracci Zoraide,  le
    offr il suo patrimonio,  e la fece abbracciare a  sua  figlia:  e  la
    bella  cristiana  e  la  bellissima  araba  rinnovarono  la commozione
    generale. Don Chisciotte stava attento senza aprir bocca, considerando
    questi fatti tanto straordinari e attribuendoli tutti a chimere  della
    cavalleria  errante.  Rimasero  d'accordo  che  il  capitano e Zoraide
    sarebbero andati con l'auditore a Siviglia,  e avrebbero  avvisato  il
    vecchio  padre  della  liberazione  e  del ritrovamento di suo figlio,
    perch,  appena poteva,  venisse ad  assistere  al  battesimo  e  allo
    sposalizio di Zoraide. L'auditore non poteva prendere un'altra strada,
    perch  aveva  notizie  che  di  l  a un mese salpava da Siviglia una
    flotta per la Nuova Spagna,  e gli sarebbe stato troppo grave  scomodo
    perdere  quella  partenza.  Insomma  tutti rimasero allegri e contenti
    della fortuna del prigioniero;  e poich erano ormai passati quasi due
    terzi della notte,  pensarono bene d'andare a riposarsi per quel tanto
    che ne rimaneva.  Don Chisciotte  si  offr  di  far  la  guardia  del
    castello,  perch  qualche  gigante o qualche vil marrano,  bramosi di
    impadronirsi dei tesori di bellezza ivi racchiusi,  non  venissero  ad
    assalirli.  Quelli  che lo conoscevano lo ringraziarono e resero conto
    della sua strana pazzia all'auditore che si divert un mondo. Soltanto
    Sancio Panza si disperava che si tardasse tanto ad andare a dormire, e
    soltanto lui s'accomod per la notte meglio di tutti  sopra  il  basto
    del  suo  asino,  che  gli cost cos caro,  come si vedr in seguito.
    Quando le dame si furono ritirate nella loro stanza,  e gli  altri  si
    furono accomodati il meno male che poterono, Don Chisciotte usc fuori
    dell'osteria per far la sentinella al castello come aveva promesso.
    Mancava  poco  al  sorgere del sole,  quando giunse agli orecchi delle
    donne una voce cos bella e cos intonata,  che attir l'attenzione di
    tutte,  specialmente  di Dorotea,  che era desta e al cui lato dormiva
    Donna Clara de Viedma,  che cos si chiamava la figlia  dell'auditore.
    Nessuna  si  sapeva spiegare chi potesse essere la persona che cantava
    cos bene,  ed  era  una  voce  a  solo  non  accompagnata  da  alcuno
    strumento.  A  volte pareva che cantassero nel cortile,  a volte nella
    stalla,  e mentre stavano cos attente e incerte,  s'accost all'uscio
    della camera Cardenio, e disse:
    -  Chi  non dorme,  stia attenta: sentiranno la voce di un mulattiere,
    che canta in modo da incantare.
    - Lo abbiamo gi sentito -  rispose  Dorotea,  e  Cardenio  allora  si
    allontan;  mentre Dorotea,  stando in orecchi pi che poteva,  intese
    che la canzone diceva cos.

    CAPITOLO 43.
    In cui si racconta la piacevole  storia  del  mulattiere  insieme  con
    altri straordinari avvenimenti successi nell'osteria.

    Io  son  marinaio dell'amore,  e sul suo profondo oceano navigo senza
    speranza di trovare un porto.
    Vo seguendo una stella  che  scorgo  da  lontano,  pi  bella  e  pi
    risplendente di quante ne vide Palinuro.
    Io  non  so  dove  essa mi guidi,  e quindi navigo alla ventura,  con
    l'anima tutta attenta a mirarla e ad ogni altra cosa disattenta.
    Importune cautele e straordinaria onest  sono  le  nubi  che  me  la
    ricoprono quando pi cerco di vederla.
    O chiara e brillante stella, io mi consumo a seguire il tuo raggio, e
    il momento in cui ti velerai al mio sguardo, sar il momento della mia
    morte.

    A  questo  punto  parve a Dorotea che fosse un peccato che anche Clara
    non sentisse quella bella voce, perci, scuotendola leggermente un po'
    da una parte e un po' dall'altra, la dest dicendole:
    - Scusami se ti desto,  bambina mia;  ma lo faccio perch tu abbia  il
    piacere  di udire la miglior voce che forse tu abbia udito in tutta la
    tua vita.
    Clara si dest e, tutta insonnolita, la prima volta non intese ci che
    Dorotea le diceva,  e avendoglielo domandato,  essa glielo ridisse  di
    nuovo;  per cui Clara stette attenta,  ma appena ebbe udito un paio di
    versi (perch il canto seguitava) fu presa sbito da un  tremito  cos
    forte,  come  se  le  fosse venuto un violento accesso di quartana.  E
    abbracciando strettamente Dorotea, le disse:
    - Ah,  mia cara,  mia buona signora!  Perch mi  avete  svegliato?  Il
    maggior  beneficio  che mi poteva far la fortuna in questo momento era
    di tenermi gli occhi e gli orecchi chiusi,  per non  vedere  n  udire
    questo disgraziato che canta.
    -  Ma,  bambina che dici?  Bada che quello che canta,  dicono che  un
    mulattiere.
    - Ah, no!  Possiede terre e castelli!  - rispose Clara - e ne possiede
    uno cos fortificato nell'anima mia, che se non l'abbandona lui di sua
    spontanea volont, nessuno glielo potr togliere mai pi.
    Dorotea  rimase  stupita  delle  appassionate  parole della fanciulla,
    molto superiori alla sua giovane et, e quindi le disse:
    -  Voi  parlate  in  modo,  signora  Clara,   che  io  non  v'intendo.
    Spiegatevi:  che  storia    questa  di  castelli  e  d'anime?  Chi  
    quest'uomo la cui voce vi d tanta inquietudine?  Ma non mi dite nulla
    per ora,  perch per badare al vostro turbamento non voglio perdere il
    piacere di sentire il suo canto;  mi pare infatti  che  ricominci  con
    un'altra canzone.
    -  Come  volete - rispose Clara,  e per non sentirlo,  si tapp con le
    mani tutti e due gli orecchi, con gran meraviglia di Dorotea, la quale
    stando attenta al canto, sent che continuava cos:

    O mia dolce speranza, che, vincendo insuperabili ostacoli,  segui con
    fermezza  la  strada che ti tracci e t'apri da te stessa,  non svanire
    nel vederti giunta vicino al passo estremo della morte.
    I pigri non riportano onore di trionfi n  vittorie:  e  non  possono
    raggiungere  la  felicit  coloro  che  non  lottano contro la sorte e
    snervano tutte le loro energie nel molle ozio a cui s'abbandonano.
    Che l'amore venda care le sue glorie  cosa logica e  giusta,  poich
    non  c' gioiello pi prezioso di quello controllato al titolo del suo
    piacere, ed  ben noto che le cose di poco prezzo non godono stima.
    La  perseveranza  in  amore  talvolta  raggiunge  successi   ritenuti
    impossibili,  e quindi,  sebbene la mia se ne sia proposto uno dei pi
    difficili non per questo dispero di sollevarmi dalla terra al cielo.

    Qui la voce tacque,  e Clara ricominci a singhiozzare.  Tutto  questo
    accresceva in Dorotea il desiderio di sapere la causa di un canto cos
    soave  e  di  lacrime cos tristi,  e quindi le domand che cosa aveva
    voluto dire poco prima.  Allora Clara,  temendo  che  Lucinda  potesse
    udirla,  abbracci  strettamente  Dorotea,  e  le  mise la bocca tanto
    vicina all'orecchio,  che poteva parlare con l'assoluta  sicurezza  di
    non essere udita da nessuno. E le disse:
    -  Questo che canta,  signora mia,   figlio di un cavaliere del regno
    d'Aragona,  signore di due feudi,  il quale stava di faccia a  noi  in
    Madrid;  e  sebbene  mio padre tenesse sempre le finestre con le tende
    nell'inverno e con le gelosie nell'estate,  io non so come fu  e  come
    non  fu,  fatto  sta  che questo giovane cavaliere,  che faceva i suoi
    studi, mi vide, o in chiesa o in qualche altro posto, e si innamor di
    me,  e me lo fece capire dalle finestre della sua casa con tanti segni
    e  con  tante  lacrime che io gli dovetti credere e anche amarlo senza
    nemmeno sapere che cosa fosse l'amore.  Tra i segni che mi  faceva  ce
    n'era uno che consisteva nel congiungere insieme le mani, volendo dire
    che si sarebbe sposato volentieri con me;  e sebbene io ne sarei stata
    molto contenta, tuttavia essendo sola e senza mamma non sapevo con chi
    confidarmi.  E quindi lo lasciai continuare  senza  concedergli  altro
    favore che quello di alzare un poco la tenda o la gelosia,  quando mio
    padre e il suo erano fuori di casa,  per lasciarmi vedere interamente,
    e allora lui faceva una tale festa che pareva che diventasse matto.
    Frattanto  arriv  il tempo che mio padre doveva partire,  ed egli lo
    seppe, ma non da me, perch io non potei mai dirglielo.  S'ammal,  io
    credo,  dal dispiacere,  perci il giorno che noi partimmo,  non potei
    nemmeno vederlo per congedarmi da lui almeno con gli occhi; ma in capo
    a due giorni che eravamo in viaggio, entrando in un albergo d'un paese
    lontano di qui una giornata di cammino, lo vidi sulla porta travestito
    da mulattiere,  e cos ben travestito,  che se io non avessi avuto  il
    suo   volto   scolpito   nell'anima,   mi  sarebbe  stato  impossibile
    riconoscerlo. Lo riconobbi, rimasi un po' stupita, e poi mi rallegrai:
    egli mi guard di soppiatto a mio padre,  dal quale sempre si nasconde
    quando  mi passa dinanzi nelle strade o negli alberghi dove arriviamo;
    e siccome io so chi ,  e considero che per amor mio viaggia  a  piedi
    con tanta fatica,  muoio dalla pena e ho sempre gli occhi dove mette i
    piedi lui. Non so che intenzioni abbia,  n come ha fatto a fuggire da
    casa  di  suo padre,  che gli vuole un gran bene,  perch non ha altri
    figli e perch lo merita,  come  potr  giudicare  anche  la  Signoria
    Vostra quando lo vedr. Quel che canta sono tutte cose composte da lui
    perch  ho sentito dire che  molto colto e poeta.  Tutte le volte che
    lo vedo,  e che lo sento cantare,  tremo tutta e mi entra addosso  una
    grande  agitazione  dalla  paura  che mio padre lo riconosca e venga a
    sapere le nostre relazioni.  Non gli ho mai parlato nemmeno una  mezza
    parola,  e tuttavia l'amo in modo,  che non posso vivere senza di lui.
    Questo, signora mia,  tutto quello che posso dirvi di questo cantore,
    la cui voce tanto vi  piaciuta; e basterebbe essa sola a provarvi che
    non  un mulattiere come dite ma un signore e padrone  di  castelli  e
    d'anime, come gi vi ho detto.
    -  Basta,  basta,  Donna  Clara!  -  esclam  a  questo punto Dorotea,
    baciandola e ribaciandola mille volte. - Basta, vi dico io!  Aspettate
    che  sia  giorno,  e  io  spero  con l'aiuto di Dio di mettere su tale
    strada i vostri affari che abbiano ad avere un lieto fine,  come se lo
    meritano i loro princpi cos onesti.
    - Ah,  signora! - disse Donna Clara. - Che fine si pu sperare, se suo
    padre  cos nobile e cos ricco,  che gli  parr  che  io  non  possa
    essere  nemmeno  la serva nonch la moglie del suo figliolo?  E poi di
    nascosto a mio padre io non mi mariterei nemmeno per tutto  l'oro  del
    mondo.  Vorrei  solamente  che  quel giovane mi lasciasse e tornasse a
    casa sua,  e forse non vedendolo pi,  dopo un viaggio  tanto  lontano
    come il nostro,  mi potr diminuire la pena che ora provo;  quantunque
    io credo che questo rimedio m'abbia a giovare ben  poco.  Che  diavolo
    sia  stato e da dove mi sia entrato nell'anima quest'amore,  io non lo
    so davvero; tanto pi che io sono molto giovane e molto giovane  lui.
    Credo anzi che si sia della stessa et;  e io non ho ancora  finiti  i
    sedici anni: dice mio padre che li finisco ora per San Michele.
    Dorotea  non  pot  fare  a meno di ridere sentendo quanto Donna Clara
    parlava ancora da bambina, e le disse:
    - Dormiamo,  signorina,  per questa poca  di  notte  che  rimane.  Con
    l'aiuto di Dio verr il giorno,  e allora qualche cosa faremo,  se no,
    vorr dire che non sono pi buona a nulla.
    Dopo di che si addormentarono,  e in tutta la osteria regnava un  gran
    silenzio. Solamente la figlia dell'ostessa e Maritornes, la domestica,
    non  dormivano;  perch,  conoscendo  il  debole di Don Chisciotte,  e
    sapendo che se ne stava fuori dell'osteria armato e a cavallo  facendo
    la guardia, si accordarono tra loro due di fargli qualche burla, o per
    lo  meno  di  passare un po' il tempo stando a sentire le scempiaggini
    che diceva.
    Ora,  bisogna sapere che in tutta  l'osteria  non  c'era  nemmeno  una
    finestra  che desse sulla campagna,  tranne il finestrino d'un fienile
    da cui buttavano gi il fieno.  A questo finestrino s'affacciarono  le
    due semidonzelle, e videro che Don Chisciotte era a cavallo immobile e
    appoggiato  sopra  la  sua  lancia,  e  mandava  di tanto in tanto dei
    sospiri cos dolenti e profondi, che ogni volta che ne mandava uno, si
    sarebbe detto che gli strappassero il cuore.  E  sentirono  anche  che
    diceva con voce dolce, tenera e amorosa:
    -  O  mia  signora  Dulcinea  del  Toboso,  termine estremo d'ogni pi
    eccelsa beltade,  apice del pi fino intelletto,  archivio  della  pi
    gentil  grazia,  deposito  dell'onest,  e  finalmente,  idea di tutto
    quanto avvi di buono, virtuoso e piacente al mondo,  in qual opra sar
    in  questo istante occupata la Signoria Tua?  Ti passer forse innanzi
    alla mente questo cavaliere tuo schiavo,  che di sua spontanea volont
    ha  voluto esporsi a tanti perigli in tuo servigio soltanto?  Dammi tu
    nuove di lei,  o lampada dalle tre facce (1),  che forse  con  invidia
    della sua la stai ora riguardando,  mentre passeggia su qualche loggia
    del  suo  sontuoso  palagio,   o  appoggiata  a  qualche  verone   sta
    considerando  come  debba,  salva la sua onest e dignit,  calmare la
    bufera che indura per lei questo mio afflitto cuore, qual gloria debba
    concedere alle mie pene qual ristoro al  mio  tormento,  e  finalmente
    qual  vita alla mia morte e qual premio ai miei servigi.  E tu,  Sole,
    che ormai senza dubbio ti affretti a sellare i tuoi corsieri per esser
    mattiniero e uscire a vedere la signora mia, al primo mirarla deh!  te
    ne supplico, salutala per me. Ma guardati bene nel vederla e salutarla
    di  non  darle  bacio  di pace nel volto,  perocch io ne sarei da pi
    cruda gelosia trafitto che non  lo  fosti  tu  per  quella  frivola  e
    ingrata  che  tanto  correre  e  sudar  ti  fece  sulle  pianure della
    Tessaglia,  o sulle rive del Peneo;  perch io ora non me  ne  ricordo
    bene dove corresti allora geloso e innamorato.
    Don Chisciotte era a questo punto del suo commovente discorso,  quando
    la figlia dell'ostessa cominci a fare: "psss! pss!" e:
    - Signore! - gli disse - s'avvicini un po qua se non le dispiace.
    A quei richiami e a quelle parole, Don Chisciotte si volt,  e al lume
    della luna,  che in quel momento era nel colmo, vide che lo chiamavano
    dal finestrino del fienile,  che a lui sembr verone ed  eziandio  con
    aurea ferriata,  qual si conviene a castelli cotanto ricchi come a lui
    pareva che fosse quell'osteria.  Sbito  si  figur  nella  sua  folle
    immaginazione  che  anche  questa  volta  come quella prima la vezzosa
    donzella figlia della castellana di quel castello,  vinta d'amore  per
    lui,  tornasse  a rinnovargli i suoi inviti.  Con quest'idea,  per non
    mostrarsi  scortese  e  ingrato,  volt  Ronzinante,  si  avvicin  al
    finestrino, e, viste le due ragazze, disse:
    -  Duolmi assaissimo,  vezzosa signora,  che i vostri amorosi pensieri
    riposti abbiate in parte ove non  possibile  corrispondervi  conforme
    al  merito  del vostro grande valore e cortesia;  ma di ci non dovete
    dar colpa a questo  misero  cavaliere  errante,  che  Amore  ha  fatto
    incapace di arrendersi ad altra donna che non sia colei, che nel punto
    in  cui i suoi occhi la videro,  egli fece signora assoluta dell'anima
    sua.  Perdonatemi dunque,  buona signora,  e ritiratevi  nelle  vostre
    stanze, n fate, manifestandomi pi chiaramente i vostri desideri, che
    io  debba  mostrarmi  ancora  pi  sconoscente;  e  se  l'amore che mi
    portate,  vi fa trovare in me altra grazia di cui possa soddisfarvi  e
    che  amorosa  non sia,  deh!  vogliate addimandarmela,  perocch io vi
    giuro,  per  quella  dolce  e  lontana  nemica  mia,  di  concedervela
    all'istante,  anche se mi domandaste una ciocca dei capelli di Medusa,
    che di tutti serpentelli eran composti,  o anche i  raggi  stessi  del
    sole in una fiala racchiusi.
    -  La  mia  padrona  non ha bisogno di questa roba,  signor cavaliere-
    disse a questo punto Maritornes.
    - E allora di che cosa ha duopo la Signoria Vostra, rispettabile dama?
    - domand Don Chisciotte.
    - Soltanto d'una delle vostre belle  mani  -  rispose  Maritornes  per
    poter  sfogare  su  di  essa  la gran passione che l'ha fatta venire a
    questo finestrino,  con tanto pericolo per il suo onore perch se  suo
    padre  l'avesse  sentita,  il pezzo pi grosso di lei sarebbe stato un
    orecchio.
    - Avrei voluto vederlo io!  - esclam Don Chisciotte.  - Ma egli se ne
    guarder bene,  se non vuol fare la fine pi triste che un padre abbia
    mai fatto al mondo,  per aver posto  le  mani  addosso  alle  delicate
    membra della sua innamorata figliuola.
    Maritornes  cap  che Don Chisciotte avrebbe dato di certo la mano che
    essa gli aveva chiesto  e  mulinando  il  tiro  da  fargli,  usc  dal
    finestrino  e scese nella stalla,  dove prese la cavezza dell'asino di
    Sancio;  poi ritorn lesta lesta al finestrino proprio nel momento che
    Don  Chisciotte  era  salito  in piedi sulla sella di Ronzinante,  per
    arrivare al verone dall'aurea inferriata dove s'immaginava che  stesse
    la donzella dal cuore piagato, e nel darle la mano disse:
    - Prendete,  signora,  questa mano, o per meglio dire questo carnefice
    dei malfattori del mondo: prendete questa mano, dico, che nessun'altra
    mano di donna ha mai toccato,  neppur di quella a  cui  appartiene  il
    possesso  dell'intero  mio  corpo.  Non  ve  la  porgo perch dobbiate
    baciarla, ma perch ammiriate la tessitura dei nervi, la compagine dei
    muscoli,  la larghezza e lo  spessore  delle  vene,  di  dove  potrete
    rilevare  quale  debba  esser  la  forza d'un braccio che possiede tal
    mano.
    - E' quel che vedremo - disse Maritornes,  e facendo un nodo  scorsoio
    alla  fune  glielo  pass al polso;  poi scendendo dal finestrino leg
    fortemente l'altro capo al  catenaccio  dell'uscio  del  fienile.  Don
    Chisciotte che si sent stringere ruvidamente il polso dalla fune:
    - Mi pare - disse - che Vostra Grazia me la scortichi questa mia mano,
    anzich   blandirmela   con   carezze.   Deh!   non  vogliate  cotanto
    maltrattarmela,  dappoich colpa veruna non abbia del duolo che la mia
    volont  vi  cagiona;  n  giusto che vendichiate su parte s piccola
    l'intero sdegno vostro.  Badate che chi  ben  vuole,  s  mal  non  si
    vendica.
    Ma tutti questi discorsi di Don Chisciotte non li sentiva pi nessuno,
    perch   appena   Maritornes  ebbe  finito,   lei  e  l'altra  ragazza
    cominciarono a ridere a crepapelle,  e  se  ne  andarono,  lasciandolo
    legato  in  modo che gli fu impossibile sciogliersi.  Come si  detto,
    egli era in piedi su Ronzinante,  col braccio infilato tutto dentro il
    finestrino  e legato per il polso al catenaccio dell'uscio,  e con una
    gran precauzione, una gran pena, se Ronzinante si muoveva per un verso
    o per un altro, di dover rimanere impiccato per il braccio. Quindi non
    osava fare il minimo movimento;  sebbene la pazienza  e  la  calma  di
    Ronzinante  lasciassero  sperare  che  starebbe anche un secolo intero
    senza muoversi.
    Quando Don Chisciotte si accorse d'esser  legato  e  che  le  dame  se
    n'erano  andate,  cominci a fantasticare che tutto ci fosse successo
    per via d'incantamenti;  come la volta  precedente  quando  in  quello
    stesso   castello   ne  aveva  buscate  da  quel  moro  incantato  del
    mulattiere,  e malediceva fra s la sua  poca  prudenza,  perch  dopo
    esserne  uscito  tanto  male  la prima volta da quel castello,  si era
    arrischiato a ritornarci la seconda;  mentre  noto  tra  i  cavalieri
    erranti  che  quando  si  sono  cimentati in una avventura e non gli 
    andata bene,  segno che non  riservata a loro, ma ad altri, e quindi
    non sono affatto obbligati a cimentarvisi una seconda volta.  Tuttavia
    continuava a tirare, per vedere se poteva sciogliersi, ma era cos ben
    stretto, che tutti i suoi tentativi furono vani. Vero  che tirava con
    cautela,  perch  Ronzinante  non si muovesse e sebbene avrebbe voluto
    chinarsi e porsi in sella, non poteva che stare in piedi, o strapparsi
    la mano.  Oh,  come desider allora la spada d'Amadigi contro la quale
    non  aveva forza nessun incanto!  Come maledisse la sua fortuna!  Come
    esager la perdita che faceva il mondo  nel  tempo  che  egli  avrebbe
    dovuto  rimanere  l  incantato,  poich  d'essere incantato non aveva
    alcun dubbio; come torn a ricordare la sua amata Dulcinea del Toboso,
    e come chiamava il suo scudiero Sancio Panza, che, sepolto nel sonno e
    disteso sul basto del suo ciuco,  non si  ricordava  in  quel  momento
    nemmeno  della  mamma  che l'aveva partorito!  E come chiamava i maghi
    Lirgandeo e Alquife perch l'aiutassero;  e come invocava la sua buona
    amica Urganda,  perch venisse in suo soccorso! Finalmente lo sorprese
    l'alba e cos disperato e imbestialito,  che mugghiava come  un  toro,
    non  sperando  pi  che il giorno portasse rimedio alla sua pena,  che
    ormai riteneva eterna,  perch si credeva incantato.  E questo  glielo
    faceva  credere  il  vedere  Ronzinante  che non si muoveva n poco n
    molto.  Perci pensava di dover restare in quel  modo  lui  e  il  suo
    cavallo,  senza  mangiare,  senza bere,  senza dormire fino a che quel
    cattivo influsso delle stelle non fosse passato,  o fino a che qualche
    altro mago pi potente non gli togliesse l'incantesimo.
    Ma s'ingann molto nella sua opinione. Appena cominci a farsi giorno,
    arrivarono   all'osteria   quattro   uomini   a  cavallo,   molto  ben
    equipaggiati con i loro schioppi sugli  arcioni.  Bussarono  dei  gran
    colpi  alla  porta  dell'osteria  che era sempre chiusa,  e allora Don
    Chisciotte dal suo posto,  dove continuava a far la sentinella,  grid
    loro con voce forte e arrogante:
    -  Cavalieri o scudieri o chiunque voi siate,  cessate di battere alle
    porte di questo castello;  poich  evidente  che  o  quelli  che  son
    dentro  a  quest'ora dormono,  o che non c' uso di aprire le fortezze
    prima che il sole sia ben alto sull'orizzonte.  Allontanatevi un poco,
    e  aspettate che sia giorno chiaro,  e allora vedremo se convenga o no
    che aperto vi sia.
    - Che fortezza e non fortezza!  - disse uno di costoro.  - E dov'  il
    castello,  per obbligarci a tante cerimonie?  Se siete l'oste,  fateci
    aprire: siamo viaggiatori, e non chiediamo che di dare un po' di biada
    alle nostre cavalcature e poi ripartire sbito, perch abbiamo fretta
    - Vi sembra forse, o cavalieri, che d'oste abbia la sembianza? rispose
    Don Chisciotte.
    - Di che cosa abbiate l'aspetto io non lo so - rispose l'altro  ma  so
    che dite grandi corbellerie, se chiamate castello quest'osteria.
    -  Egli    castello  s  - replic Don Chisciotte - ed eziandio fra i
    migliori di tutta questa provincia,  ed avvi col entro  tale  che  ha
    tenuto scettro in mano e corona in capo.
    -  Sarebbe  meglio  il  contrario  - disse il viaggiatore - lo scettro
    sulla testa e la corona in mano.  Ma ho capito: ci sar una  compagnia
    di  comici,  che  di quegli scettri e corone che dite voi,  ne hanno a
    bizzeffe;  perch in un'osteria cos meschina e cos  silenziosa  come
    questa,  non  credo  che  possano  essere  alloggiate persone degne di
    corona e di scettro.
    - Conoscete poco il mondo - replic Don Chisciotte -  poich  ignorate
    gli eventi che sogliono accadere nella cavalleria errante.
    Intanto  i  compagni  di  quello  che  discorreva  con Don Chisciotte,
    s'erano seccati del colloquio e quindi ricominciarono  a  bussare  con
    gran furia, in modo che l'oste si dest e anche tutti quelli che erano
    nell'osteria, e si lev a domandare chi era che bussava.
    Successe  nel  frattempo  che  una  delle  bestie  di quei quattro che
    bussavano, si avvicin a fiutare Ronzinante, che melanconico e triste,
    con le orecchie penzoloni,  sosteneva senza muoversi  il  suo  padrone
    stirato  a  quel  modo;  e  siccome  in fin dei conti era anche lui di
    carne, sebbene paresse di legno,  non pot fare a meno di risentirsi e
    rivolgersi  a fiutare chi veniva a fargli delle carezze.  Ma bast che
    facesse un movimento,  perch i piedi di Don Chisciotte si spostassero
    e  sdrucciolassero gi dalla sella;  ed egli sarebbe senz'altro caduto
    al suolo, se non fosse rimasto ciondoloni appiccato per la mano con un
    dolore cos atroce,  che credette che gli tagliassero il polso,  o gli
    strappassero il braccio,  perch rimase a cos poca distanza da terra,
    che la sfiorava con la punta dei piedi.  E questo fu anche peggio  per
    lui.  Perch  quando  sentiva che gli mancava tanto poco per posare le
    piante dei piedi,  s'arrabattava e  si  stirava  pi  che  poteva  per
    arrivarci:  proprio come quelli che messi con la tortura della corda a
    tocco e non tocco col terreno, sono causa loro stessi di accrescere il
    tormento con gli  sforzi  che  fanno  per  stirarsi,  ingannati  dalla
    speranza di poter con poco pi arrivare a toccar terra.

    NOTA  1:  La  luna,  cos  detta  per le sue tre figurazioni: Luna nel
    cielo, Diana in terra, Ecate nel mondo sotterraneo.

    CAPITOLO 44.
    In cui continuano a narrarsi gli inauditi avvenimenti dell'osteria.

    Furono tanti gli urli mandati da Don Chisciotte,  che  l'oste,  aperte
    alla  svelta le porte dell'osteria,  usc tutto impaurito a vedere chi
    urlava cos, e quelli che erano fuori fecero altrettanto.  Maritornes,
    che  s'era destata anche lei agli urli,  immaginandosi quel che poteva
    essere corse nel fienile,  e senza che nessuno la vedesse,  sciolse la
    fune  che sosteneva Don Chisciotte ed egli subito cadde in terra sotto
    gli occhi dell'oste e dei viaggiatori,  che avvicinandosi  a  lui  gli
    domandarono che cosa aveva da urlare in quel modo.  Egli senza nemmeno
    rispondere una parola, si lev la cordicella dal polso, si rizz, sal
    su Ronzinante,  imbracci il suo scudo,  mise la lancia  in  resta,  e
    allontanatosi  per  prendere  campo,  torn  indietro  a mezzo galoppo
    gridando:
    - Chiunque sosterr che io fui a giusto  titolo  incantato,  mente,  e
    purch la Principessa Miccomiccona, mia signora, me ne dia licenza, io
    lo sfido a singolar tenzone.
    I  nuovi  viaggiatori  rimasero stupiti a quelle parole,  ma l'oste li
    tolse dal loro stupore, raccontando chi era Don Chisciotte,  e che non
    c'era  da  badare  a  quel che diceva,  perch non aveva il cervello a
    posto.  Allora essi  domandarono  se  per  caso  a  quell'osteria  era
    arrivato  un ragazzo d'una quindicina d'anni vestito da mulattiere con
    questi e questi connotati,  e dettero quelli dell'innamorato di  Donna
    Clara.  L'oste  rispose  che  c'era  tanta gente nell'osteria,  che il
    giovane di cui chiedevano non gli aveva dato nell'occhio;  ma  uno  di
    loro, vista la carrozza con cui era venuto l'auditore, disse:
    -  Ci  dev'essere  senza dubbio;  perch questa  la carrozza a cui ci
    hanno detto che va dietro. Uno di noi rimanga alla porta,  e gli altri
    entrino  a  cercarlo,  anzi sarebbe bene che un altro facesse la ronda
    intorno a tutta l'osteria,  perch non dovesse scappare scavalcando il
    muro del cortile.
    - S,  facciamo cos - risposero gli altri. E due entrarono dentro, un
    terzo rimase alla porta,  e l'altro si mise a  far  la  ronda  intorno
    all'osteria. L'oste, che vedeva tutti quegli armeggi, non ne capiva la
    ragione,  quantunque  sapesse  che  cercavano  quel ragazzo di cui gli
    avevano dati i connotati.
    Intanto era ormai giorno chiaro,  e un po' per questo,  un po' per  il
    chiasso  fatto  da  Don  Chisciotte,  tutti  erano  desti e si stavano
    alzando;  specialmente Donna Clara e Dorotea,  che una col  batticuore
    d'aver  tanto  vicino  il suo innamorato,  l'altra per la curiosit di
    vederlo, avevano potuto dormir poco quella notte. Don Chisciotte,  che
    vide  che  nessuno  dei  quattro  viaggiatori  si  curava  di lui,  n
    rispondeva alla sua domanda, moriva dalla rabbia e dal dispetto;  e se
    avesse  trovato  nelle  ordinanze della sua cavalleria che lecitamente
    poteva il cavaliere errante intraprendere un'altra impresa, pur avendo
    impegnato la sua parola e la sua  fede  di  non  intraprenderne  altre
    finch  non  avesse  condotto a termine quella che aveva promesso,  li
    avrebbe affrontati tutti e li avrebbe fatti rispondere loro  malgrado;
    ma  siccome gli pareva sconveniente e mal fatto di cominciare un'altra
    impresa prima di avere riposto Miccomiccona  sul  suo  trono,  dovette
    stare  zitto  e  cheto contentandosi per allora di stare a vedere dove
    andavano a finire gli armeggi di quei viaggiatori. Uno di questi trov
    il giovanetto cercato,  che dormiva accanto  a  un  mulattiere,  senza
    nemmeno  il  sospetto  che lo cercassero e ancor meno che lo dovessero
    trovare. L'uomo lo prese per un braccio, e gli disse:
    - Signor Don Luigi,  l'abito che portate  proprio adatto a quello che
    siete;  e anche il letto in cui vi trovo,  guardate!  risponde proprio
    bene a tutte le cure con cui vi ha allevato vostra madre.
    Il giovane si stropicci gli occhi pieni ancora di sonno,  poi  guard
    chi  era  che  lo  teneva stretto,  e riconosciuto un domestico di suo
    padre, ne prov una tale scossa, che non pot spiccicare parola per un
    bel pezzo, mentre il domestico continu:
    - Qui non c' altro da fare,  signor Don Luigi,  che avere pazienza  e
    tornare  a  casa,  se  pure  la Signoria Vostra non ha piacere che suo
    padre,  e mio padrone,  se ne vada  all'altro  mondo,  perch  c'  da
    aspettarselo, data la pena in cui sta per la vostra assenza.
    -  E  come  ha fatto mio padre - disse Don Luigi - a sapere che facevo
    questa strada e con questo abito?
    - Fu uno studente con cui vi eravate confidato, il quale scopr tutto,
    mosso a compassione nel vedere quel che faceva  vostro  padre,  quando
    non  vi  trov  pi.  E  allora  egli mand sbito quattro domestici a
    rintracciarvi, e ora eccoci qui, tutti al vostro servizio,  e contenti
    da  non  credersi  quanto,  per  il  buon  successo con cui torneremo,
    riportandovi a chi vi vuol tanto bene.
    - Secondo come la intender io,  o come piacer al cielo  rispose  Don
    Luigi.
    - Come volete intenderla?  E che deve piacere al cielo, se non che voi
    torniate a casa? Altra soluzione non  possibile.
    Tutti questi discorsi li sent il mulattiere accanto a Don  Luigi,  e,
    alzatosi,  and  a  raccontare  quel  che succedeva a Don Fernando,  a
    Cardenio e agli altri che si erano gi vestiti.  Raccont  i  discorsi
    che  avevano  fatto,  e  disse  che  quell'uomo  dava  del  Don al suo
    compagno,  e lo voleva riportare  a  casa  di  suo  padre,  mentre  il
    giovanotto non voleva.  Allora per queste notizie,  e per quel che gi
    sapevano della bella voce che il cielo gli aveva data, tutti furono in
    ansia per sapere pi particolarmente chi era, e anche per aiutarlo, se
    mai volessero usargli qualche violenza,  e quindi si diressero l dove
    ancora stava parlando e questionando col suo domestico.
    Nel  frattempo  Dorotea  usc  dalla sua camera,  e dietro a lei Donna
    Clara,  tutta turbata.  Chiamato in  disparte  Cardenio,  Dorotea  gli
    raccont  in  poche  parole la storia del cantore e di Donna Clara,  e
    Cardenio dal canto suo le rifer  dell'arrivo  dei  domestici  di  suo
    padre  venuti a cercarlo;  ma non glielo disse tanto piano,  che Donna
    Clara non sentisse,  perci svenne,  e,  se Dorotea  non  accorreva  a
    reggerla,  sarebbe  caduta  in  terra.  Cardenio  disse  a Dorotea che
    tornassero in camera,  ch egli avrebbe cercato di rimediare a  tutto,
    ed esse seguirono il suo consiglio.
    Intanto  tutti  e  quattro  i domestici che erano venuti a cercare Don
    Luigi  dentro  l'osteria,   gli  stavano  ora  attorno,   cercando  di
    persuaderlo  a  tornare  sbito  senza  alcun  indugio a consolare suo
    padre. Egli rispose che non poteva acconsentire in nessun modo, fino a
    che non avesse sistemato un affare in cui erano impegnati la sua vita,
    il suo onore e l'anima sua.
    I domestici allora gli fecero maggiori pressioni,  dicendogli che  non
    sarebbero  assolutamente  tornati senza di lui,  e che,  volesse o non
    volesse, l'avrebbero portato con loro.
    - Questo non lo farete - replic Don Luigi.  - Non mi porterete via di
    qui che morto; perch in qualunque modo mi portereste via senza vita.
    In  questo momento erano arrivati alla porta tutti gli altri che erano
    nell'osteria, e fra i primi Cardenio,  Don Fernando,  i suoi compagni,
    l'auditore,  il curato,  il barbiere e Don Chisciotte; a cui era parso
    che ormai non ci fosse pi bisogno di  far  la  guardia  al  castello.
    Cardenio,  sapendo di gi la storia del giovanetto, domand ai quattro
    domestici che ragione avevano di volerlo  portar  via  contro  la  sua
    volont.
    -  La  ragione  di render la vita a suo padre - rispose uno di loro -
    che per l'assenza di questo cavaliere rischia di perderla.
    Allora Don Luigi disse:
    - Non  il caso di render conto qui dei fatti miei;  io son  libero  e
    torner,  se  ne  avr  voglia;  e  se  no,  nessuno  di voialtri deve
    forzarmi.
    - Vi forzer la ragione stessa - rispose l'uomo - e se non  baster  a
    Vostra Grazia,  baster a noi per fare quello per cui siamo venuti e a
    cui siamo obbligati.
    -  Sentiamo  prima  come  stanno  le  cose  -  disse  a  questo  punto
    l'auditore;  ma l'uomo che lo riconobbe (come sappiamo, stavano vicini
    di casa):
    - Signore auditore - disse - la Signoria Vostra non  riconosce  questo
    cavaliere,  che   figlio del suo vicino?  E che  fuggito di casa con
    questo vestito cos indecente per la sua condizione,  come la Signoria
    Vostra pu vedere?
    Lo  guard  allora  l'auditore  pi  attentamente  e  lo riconobbe,  e
    abbracciandolo disse:
    - Che ragazzate sono queste,  signor Don Luigi?  O quali  straordinari
    motivi  vi  hanno costretto a partire in questo modo e in questo stato
    che tanto contraddice con la vostra condizione ?
    Al giovanetto vennero le lacrime agli occhi,  e  non  pot  rispondere
    nemmeno  una parola all'auditore,  il quale disse ai quattro domestici
    di calmarsi,  ch tutto s'accomoderebbe;  e preso  per  una  mano  Don
    Luigi, lo tir da parte, e gli domand che scappata era stata quella.
    Mentre  gli faceva questa e altre domande,  si udirono dei grandi urli
    alla porta di strada. Erano due avventori che, avendo passato la notte
    nell'osteria e vedendo ora tutta la gente  occupata  a  domandare  che
    cosa  cercassero  i  quattro  ultimi  arrivati,   avevano  tentato  di
    svignarsela senza pagare il conto;  ma l'oste,  che badava pi ai suoi
    affari che a quelli degli altri,  li affront sulla porta, chiese loro
    il suo avere,  e rinfacci  la  loro  disonesta  intenzione  con  tali
    parole,  che  quelli,  irritati,  risposero a pugni,  e cominciarono a
    dargliele cos forti,  che l'oste  fu  costretto  a  urlare  chiedendo
    aiuto.  L'ostessa  e  sua  figlia  non  videro l per l altri che Don
    Chisciotte che non fosse occupato in qualche cosa,  e potesse  portare
    soccorso subito, perci la figlia gli disse:
    -  Signor  cavaliere,  per  carit  e per la virt che Dio le ha data,
    corra in aiuto del mio povero padre,  ch due  birbaccioni  lo  stanno
    conciando per le feste!
    Con molta gravit e con molta flemma le rispose Don Chisciotte:
    - Vezzosa donzella, inopportuna in questo istante giugnemi la supplica
    vostra, perocch vietato mi sia di intromettermi in qualsivoglia altra
    avventura,  fintantoch  dato compimento non abbia a quella per cui ho
    la mia fede impegnata; e tutto ci che far posso in servigio vostro si
     quanto appresso dirovvi.  Correte pertanto a  significare  al  padre
    vostro  che  tenga fermo in quest'ardua tenzone quanto meglio possibil
    gli fia, e che per vinto non diasi, mentr'io mi reco a chieder licenza
    alla principessa Miccomiccona di poterlo soccorrere, e qualora essa me
    lo conceda, stimate per certo che io lo trarr d'ogni pena.
    - Oh,  povera me!  - esclam a questo punto Maritornes che si  trovava
    anche lei presente.  - Ma prima che lei abbia ottenuto questa licenza,
    il padrone sar di gi all'altro mondo.
    - Lasciate ch'io impetri questa licenza - riprese  Don  Chisciotte-  e
    quand'io  impetrata  l'abbia,  importer  poco  ch'egli  sia all'altro
    mondo; perocch io sapr ritrarnelo ad onta del mondo intero,  qualora
    sostenesse  il  contrario;  o almeno ne far io tal vendetta su coloro
    che ve lo avranno mandato, che voi ne resterete pienamente satisfatte.
    E  senz'altro  and  a  mettersi  in  ginocchio  dinanzi  a   Dorotea,
    chiedendole  con  parole  cavalleresche  ed  errantesche,  che  la Sua
    Grandezza si compiacesse di dargli licenza di accorrere  a  soccorrere
    il castellano di quel castello,  che in grave distretta trovavasi.  La
    principessa glielo concesse di buona voglia,  ed egli,  imbracciato lo
    scudo e posta mano alla spada,  accorse alla porta,  dove ancora i due
    avventori continuavano a malmenare l'oste. Ma appena vi fu giunto,  si
    ferm  e  rimase  immobile,  nonostante che Maritornes e l'ostessa gli
    gridassero che  cosa  si  fermava  a  fare  e  che  aiutasse  il  loro
    rispettivo padrone e marito.
    -  Mi  arresto  -  disse Don Chisciotte - avvegnach lecito non mi sia
    metter mano alla spada incontro a gente di bassa e villana condizione.
    Ma si appelli il mio scudiero  Sancio,  cui  questa  difesa  e  questa
    vendetta s'appartiene.
    Questo   accadeva  alla  porta  dell'osteria,   dove  pugni  e  golini
    coglievano nel segno che era un piacere,  ma a tutto danno dell'oste e
    con  gran rabbia di Maritornes,  dell'ostessa e di sua figlia,  che si
    disperavano vedendo la vigliaccheria di Don Chisciotte e le botte  che
    pigliava il loro rispettivo padrone, marito e padre.
    Ma  lasciamolo  pure  l:  si  trover  sempre  qualcuno che gli porti
    soccorso,  e se no,  peggio per lui: chi si arrischia pi in l  delle
    proprie forze ne pigli le conseguenze e stia zitto.
    Ritorniamo  dunque  un  passo  indietro  a vedere quel che rispose Don
    Luigi all'auditore, che abbiamo lasciato mentre gli domandava la causa
    della sua partenza  da  casa  a  piedi  e  cos  male  in  arnese.  Il
    giovanetto,  stringendogli  fortemente le mani,  segno evidente che un
    gran dolore gli  serrava  il  cuore,  e  piangendo  dirottamente,  gli
    rispose:
    - Signor mio,  io non so dirvi altro che questo: e cio che dal giorno
    in cui il cielo volle e la nostra vicinanza  permise  che  io  vedessi
    Donna  Clara,  vostra  figlia  e mia signora,  da quel momento io l'ho
    fatta padrona della mia volont.  E se la vostra,  mio vero signore  e
    padre,  non lo impedisce,  oggi stesso essa sar mia sposa. Per lei ho
    lasciato la casa di mio padre,  per lei mi sono  travestito  cos  per
    seguirla  dovunque,  come  la  freccia  segue la mira e il marinaio la
    stella polare.  Essa non conosce il mio affetto pi  di  quel  che  ha
    potuto  intendere dai miei occhi che diverse volte ha visto da lontano
    pieni di lacrime.  Voi conoscete di gi la ricchezza e la  nobilt  di
    mio  padre,  e  sapete  che  io  sono  il suo unico erede.  Se vi pare
    abbastanza perch voi possiate farmi felice,  accettatemi  sbito  per
    vostro figliolo. E se mio padre avesse altre mire sue personali, e non
    fosse  soddisfatto della mia scelta,  il tempo ha pi forza dell'umana
    volont per disfare e mutare le cose di questo mondo.
    Detto questo,  l'innamorato giovanetto  tacque,  e  l'auditore  rimase
    incerto,  confuso,  stupito;  sia  per il garbo e il senno con cui Don
    Luigi gli aveva palesato il suo pensiero,  come  per  non  sapere  che
    decidere  in  un affare cos improvviso e inaspettato;  perci rispose
    solamente che intanto si  calmasse  e  cercasse  d'ottenere  dai  suoi
    domestici  che  per quel giorno non lo portassero via,  per acquistare
    tempo e considerare quel che fosse il meglio per tutti.  Don Luigi gli
    volle baciare la mano per forza, e anche gliela bagn di lacrime, cosa
    che   avrebbe   intenerito   un   cuore  di  marmo,   non  che  quello
    dell'auditore,  che da uomo accorto aveva naturalmente gi  visto  che
    buon  matrimonio  fosse  quello  per la sua figliola,  sebbene avrebbe
    voluto,  se era possibile,  effettuarlo col consenso del padre di  Don
    Luigi,  che  mirava a creare a suo figlio,  come egli ben sapeva,  una
    posizione molto altolocata.
    Intanto i due avventori avevano  fatto  la  pace  con  l'oste,  e  per
    l'intromissione  e le buone ragioni di Don Chisciotte,  pi che per le
    minacce,  gli avevano pagato tutto quello che gli dovevano,  mentre  i
    domestici  di  Don  Luigi  aspettavano  la  fine del suo colloquio con
    l'auditore e la decisione del  loro  padrone.  Quando  eccoti  che  il
    demonio,  il  quale  non  dorme,  fece s che in quel momento entrasse
    nell'osteria il barbiere a cui Don Chisciotte aveva  tolto  l'elmo  di
    Mambrino e Sancio Panza i finimenti dell'asino, che aveva cambiati coi
    suoi.  Il barbiere nel portare la sua bestia nella stalla, vide Sancio
    Panza che stava raccomodando non so che ferro al  basto.  Appena  vide
    quel  basto,  il barbiere riconobbe sbito che era il suo,  e non ebbe
    paura a saltare addosso a Sancio, gridandogli:
    - Ah, signor ladro, vi ho preso finalmente! Qua la mia catinella,  qua
    il mio basto con tutti i finimenti che mi rubaste.
    Sancio che si trov assalito cos all'improvviso,  e sent dirsi tutti
    quei vitupri,  con una mano afferr il basto  e  con  l'altra  lasci
    andare  una  tale  sgrugnata  al  barbiere,  che gli fece sanguinare i
    denti;  ma non per questo il barbiere lasci andare il basto che aveva
    afferrato,   anzi   cominci   a  urlare  in  modo  che  tutti  quelli
    dell'osteria accorsero al rumore della questione.
    - Aiuto!  in nome del re e della giustizia!  - urlava.  - Ch oltre  a
    rubarmi  la  mia  roba,  mi  vuole  ammazzare,  questo  ladro,  questo
    brigante!
    - Tu menti! - rispose Sancio. - Io non sono un brigante, perch queste
    spoglie le ha guadagnate in regolare e leale battaglia il mio  signore
    Don Chisciotte.
    Questi  che  era  gi  accorso,  stava tutto contento a vedere come si
    difendeva bene il suo scudiero,  e da allora in avanti  lo  reput  un
    uomo  di  fegato,  e  si  propose  di  armarlo  cavaliere  alla  prima
    occasione, perch gli parve che l'ordine della cavalleria fosse in lui
    ben collocato. Fra l'altro il barbiere durante la discussione disse:
    - Signori, questo basto  mio,  quant' vero che debbo rendere l'anima
    al  Creatore:  lo riconosco come se l'avessi fatto io.  Il mio asino 
    nella stalla, e non mi far bugiardo; proviamoglielo, e se non gli sta
    a pennello,  dite che io sono un infame.  Ma c'  di  pi.  Lo  stesso
    giorno in cui me lo presero,  mi presero anche una catinella d'ottone,
    nuova di zecca, che valeva uno scudo.
    A questo punto Don Chisciotte non si pot trattenere, e mettendosi fra
    i due contendenti,  li separ,  poi posato il basto in  terra,  perch
    tutti lo vedessero, finch non fosse stabilita la verit:
    - Le Signorie Loro - disse - vedono chiaro e manifesto l'errore in cui
    cade questo buon scudiero, quando chiama catinella quella che fu, , e
    sempre sar l'elmo di Mambrino, e che io gli tolsi in regolare e leale
    battaglia, impadronendomene con legittimo e lecito possesso. In quanto
    a ci che al basto si pertiene, non mi intrometto. Questo solo so: che
    il  mio  scudiero  mi chiese licenza di impadronirsi dei finimenti del
    destriero di questo vinto e codardo uomo per metterli al suo:  licenza
    che io gli concessi,  per cui egli li prese;  ma quanto all'essersi la
    sella cangiata in basto non saprei darne altra spiegazione che  quella
    solita, e cio che queste trasformazioni si vedono comunemente durante
    le imprese cavalleresche. In prova di che, corri, caro Sancio, e porta
    qui l'elmo che questo brav'uomo chiama catinella.
    - Perdinci! - disse Sancio - se non abbiamo altre prove che queste, si
    pu davvero andare a letto al buio. Perch purtroppo  tanto catinella
    l'elmo di "Malino", quanto  basto la sella di questo galantuomo.
    -  Fa' quello che ti ordino - replic Don Chisciotte.  - Ch non tutte
    le cose di questo castello saranno incantate.
    Sancio  and  a  prendere  la  catinella  dov'era,  e  la  port.  Don
    Chisciotte, quando la vide, la prese in mano e disse:
    -  Guardino,  le Signorie Vostre: con che faccia s'attenta a sostenere
    costui che questa  una catinella e non l'elmo  che  ho  detto  io?  E
    giuro,  per l'ordine della cavalleria che professo,  che questo elmo 
    proprio lo stesso che gli tolsi io, e che non ci ho aggiunto n levato
    nulla.
    - Su questo non c' dubbio - disse qui  Sancio--perch  da  quando  il
    padrone  l'ha  conquistato  fino  ad  ora,  non  ci  ha  fatto che una
    battaglia,  e precisamente quando liber quei poveracci incatenati;  e
    se  non  era  questo catinelmo,  con le sassate che piovvero in quella
    circostanza, non l'avrebbe passata tanto liscia.

    CAPITOLO 45.
    Nel quale si finisce di chiarire i dubbi sull'elmo di Mambrino  e  sul
    basto; insieme con altri fatti perfettamente veri.

    - Che ve ne pare,  signori - disse il barbiere - di quel che affermano
    questi gentiluomini,  i quali si ostinano a dire che questa non   una
    catinella, ma un elmo?
    -  E  chi  affermasse  il contrario - disse Don Chisciotte - gli farei
    conoscer bene io che mente, se  cavaliere, e se  scudiero, che mente
    e stramente mille volte.
    Il nostro barbiere che era stato presente a  tutta  la  scena,  e  che
    ormai  conosceva  bene  l'umore di Don Chisciotte,  volle divertirsi a
    stuzzicare ancor pi la sua stravaganza e mandare avanti la burla, per
    far ridere tutta la brigata.  Quindi rivolgendosi  all'altro  barbiere
    gli disse:
    -  Signor  barbiere,  o  chiunque  voi  siate,  dovete sapere che sono
    anch'io del vostro mestiere,  e sono pi di vent'anni ormai che ho  la
    patente,  e  conosco  quindi molto bene tutti gli strumenti di bottega
    nessuno escluso n eccettuato.  Vi dir di pi.  Da giovane  ho  fatto
    anche il militare,  e so che cos' un elmo,  che cos' un morione, una
    celata,  e altri  arnesi  militari.  Sostengo  quindi,  salvo  miglior
    parere, e sempre pronto a rimettermi a chi ne sa pi di me, che questo
    oggetto  che  ci  sta davanti e che questo signore tiene in mano,  non
    solo non  una catinella da barbiere,  ma anzi ci corre tanto,  quanto
    ci  corre dal bianco al nero e dalla verit alla menzogna.  E sostengo
    anche che, sebbene sia un elmo, non  un elmo completo.
    - No, di certo - disse Don Chisciotte - perch ne manca mezzo,  e cio
    la gorgiera.
    -  Precisamente  - disse il curato,  che aveva gi capito l'intenzione
    del suo  amico  barbiere,  e  lo  stesso  confermarono  Cardenio,  Don
    Fernando  e  i suoi compagni;  e anche l'auditore,  se non fosse stato
    cos preoccupato dell'affare di Don Luigi, avrebbe anche lui dato mano
    alla burla,  ma le cose serie a  cui  pensava,  lo  tenevano  talmente
    perplesso, che poco o nulla badava a quegli scherzi.
    - Sant'Iddio!  - esclam a questo punto il barbiere burlato.  - E' mai
    possibile che tanta gente per bene  sostenga  che  questa  non    una
    catinella,   ma  un  elmo?  Questa    una  cosa  da  fare  sbalordire
    un'universit intera,  con tutta la sua  sapienza.  Basta!  Se  questa
    catinella    un  elmo,  anche  questo  basto allora sar una sella da
    cavallo, come ha detto questo signore.
    - Veramente,  questo a me pare un basto -  disse  Don  Chisciotte  ma,
    ripeto, in questo non mi intrometto.
    -  Se sia un basto o una sella - disse il curato - tocca al Signor Don
    Chisciotte dirlo,  perch in queste cose di  cavalleria  tutti  questi
    signori e io stesso riconosciamo la sua superiorit.
    -  Per  Dio,  signori miei!  - replic Don Chisciotte.  - Sono tante e
    tanto strane le cose che mi son successe in  questo  castello  le  due
    volte  che ci ho alloggiato,  che non mi arrischio a pronunziare alcun
    giudizio che mi si domandi relativamente a  cose  in  esso  contenute;
    perch  m'immagino  che  tutto  quello  che  vi si svolge sia opera di
    magia.  La prima volta ebbi molti fastidi da un moro incantato che v'
    dentro, e Sancio pure ebbe a che fare con dei compagni di codesto moro
    e  non  gli  and  troppo  bene.  Stanotte  poi son rimasto ciondoloni
    attaccato per questo braccio pi di due ore,  senza sapere n come  n
    quando  m'  capitato  un simile guaio.  Per questo,  dando ora il mio
    parere in un affare tanto intricato,  avrei  timore  di  proferire  un
    giudizio temerario. In quel che concerne l'affermazione che questa sia
    catinella e non elmo, io ho gi risposto, ma in quanto a dichiarare se
    questo   basto o sella non mi arrischio a dar sentenza definitiva,  e
    lascio decidere all'intelligenza delle  Signorie  Vostre.  Forse,  non
    essendo voi armati cavalieri come me,  gli incantesimi di questo luogo
    non faranno presa  sulle  Signorie  Vostre;  che  avranno  quindi  gli
    intelletti sgombri, e potranno giudicare delle cose di questo castello
    come sono realmente e veramente e non come a me appaiono.
    - Non c' dubbio - rispose qui Don Fernando - il signor Don Chisciotte
    ha  detto  molto  bene:  tocca a noi la definizione di questo caso;  e
    perch abbia maggiore fondamento,  io raccoglier segretamente i  voti
    di questi signori, e riferir chiaro e intero il resultato.
    Fra quelli che conoscevano la bizzarra natura di Don Chisciotte, tutto
    ci  era  argomento  di  riso,  ma  quelli  che non ne sapevano nulla,
    cascavano dalle nuvole, specialmente i quattro domestici di Don Luigi,
    e Don Luigi pure,  e altri tre  passeggeri  arrivati  da  allora,  che
    parevano arcieri della Santa Fratellanza,  come difatti erano.  Pi di
    tutti naturalmente si disperava il barbiere,  che l davanti  ai  suoi
    propri  occhi  s'era  vista  la  sua  catinella trasformata in elmo di
    Mambrino,  e ora senza alcun dubbio s'aspettava di vedere  trasformato
    il suo basto in un'elegante sella da cavallo. E tutti se la ridevano a
    pi  non  posso nel vedere come Don Fernando andava dall'uno all'altro
    raccogliendo voti,  parlando  loro  all'orecchio,  perch  in  segreto
    dichiarassero  se  era  basto  o  sella quel tesoro su cui s'era tanto
    discusso.  E dopo che ebbe raccolto i voti di quelli  che  conoscevano
    Don Chisciotte, disse ad alta voce:
    -  Brav'uomo,  io sono gi stanco di raccogliere tanti pareri,  perch
    vedo che non ho finito  di  fare  la  domanda,  che  sbito  tutti  mi
    rispondono  che  una vera sciocchezza il voler sostenere che questo 
    un basto,  e non una sella da cavallo e anche  da  cavallo  di  lusso.
    Quindi bisogner che abbiate pazienza,  perch,  malgrado vostro e del
    vostro asino,  questa  una sella e non un basto;  le vostre prove non
    sono state convincenti e la vostra causa  perduta.
    -  Ch'io possa morire dannato - disse il povero barbiere - se tutte le
    Signorie Loro non si ingannano;  possa l'anima mia apparire dinanzi  a
    Dio,  come  questo basto appare a me basto e non sella;  ma cos va la
    legge...  e non dico altro!  E s che non sono  ubriaco,  perch  sono
    sempre digiuno!
    Non  facevano  meno  ridere  le scempiaggini dette dal barbiere che le
    stravaganze di Don Chisciotte, il quale a questo punto aggiunse:
    - Qui non c' altro da fare se non che ciascuno si tenga la sua  roba,
    e a chi Dio l'ha data, San Pietro gliela benedica.
    Uno dei quattro domestici disse:
    -  Se  questa  non  una burla preparata,  non mi posso persuadere che
    uomini cos intelligenti,  come sono o sembrano tutti quelli  che  son
    qui, abbiano il coraggio di sostenere che questa non  una catinella e
    quello  non  un basto,  ma siccome vedo che lo dicono e lo affermano,
    m'immagino che ci debba essere qualche mistero in questa testardaggine
    a sostenere una cosa tanto contraria a quel che ci dimostra la  verit
    e l'esperienza.  Perch giuro a...  - e ce lo piant bello tondo - non
    pretendano di darmela ad intendere a me,  nemmeno se ci  si  mette  il
    mondo intero,  che questa non  una catinella da barbiere e questo non
     un basto da ciuco.
    - Potrebbe essere da ciuca - disse il curato.
    - Questo  lo stesso - ribatt il servitore.  - La questione non  l,
    ma nel sapere se questo ,  o non ,  un basto come dicono le Signorie
    Vostre.
    Udendo ci,  uno degli arcieri della Santa Fratellanza  arrivati  poco
    prima, che era stato a sentire tutta la questione, non pot trattenere
    la stizza, e impazientito disse:
    -  Questo  un basto quant' vero che mio padre  un uomo,  e chi dice
    di no  ubriaco fradicio.
    - Mentite come insolente marrano - url Don Chisciotte,  e  alzata  la
    lancia,  che  non posava mai,  gli lasci andare una tal legnata sulla
    testa,  che se l'arciere non si scansava,  ci rimaneva  stecchito.  La
    lancia  and  in  pezzi,  e gli altri arcieri,  che videro assalire il
    compagno,   si  misero  a  urlare  chiedendo  man  forte  alla   Santa
    Fratellanza. L'oste, che ne faceva parte anche lui, entr in campo con
    la sua mazza e la sua spada,  e si mise a fianco dei suoi compagni;  i
    domestici di Don Luigi si posero intorno al loro  padrone  perch  nel
    trambusto  non  prendesse  la  fuga;  il barbiere,  vedendo la casa in
    subbuglio,  rimise le mani sopra  il  suo  basto  e  altrettanto  fece
    Sancio;  Don Chisciotte sguain la spada e si gett sugli arcieri; Don
    Luigi gridava ai suoi domestici che lasciassero stare lui e  andassero
    ad aiutare Don Chisciotte e anche Cardenio e Don Fernando, che tutti e
    due  avevano  preso  la  sua  difesa;   il  curato  urlava,  l'ostessa
    strillava, la sua figliola sospirava, Maritornes piangeva, Dorotea era
    intontita,  Lucinda impaurita  e  Donna  Clara  svenuta.  Il  barbiere
    picchiava  Sancio,  Sancio menava il barbiere;  Don Luigi,  sentendosi
    pigliare per un braccio da un  domestico  perch  non  scappasse,  gli
    lasci andare un pugno che gli fece sanguinare i denti;  l'auditore lo
    difendeva;  Don Fernando era montato sopra un arciere,  e gli misurava
    le  costole a misura di piedi,  l'oste ricominci a urlare pi forte
    chiedendo  aiuto  alla  Santa  Fratellanza;  di  modo  che  per  tutta
    l'osteria erano pianti,  gridi,  urli,  confusione,  timori,  allarmi,
    disgrazie, sciabolate, cazzotti, bastonate, calci e ferite. Quand'ecco
    che nel bel mezzo di questo parapiglia a un tratto  a  Don  Chisciotte
    balena  nel  cervello  una  delle  sue  fantasie:  si  figura d'essere
    capitato di punto in bianco nel campo di Agramante, e con una voce che
    fa rintronare l'osteria:
    - Fermi tutti!  - urla.  - Dentro le spade!  Calma e  attenzione,  chi
    vuole aver salva la vita.
    A quegli urli tutti infatti si fermarono, ed egli prosegu dicendo:
    - Non ve l'ho gi detto, signori, che questo castello era incantato? E
    che ci deve abitare qualche legione di demoni?  E a conferma di questo
    voglio che vediate coi vostri occhi come  passata e si    trasferita
    qui fra noi la discordia del campo d'Agramante.  Mirate come l per la
    spada si contenda, qui pel destriero, l per l'aquila, qui per l'elmo;
    e tutti combattiamo e tutti senza riuscire a intenderci.  Venga dunque
    qui  lei,  signor  auditore,  e lei signor curato,  e uno faccia da re
    Agramante e l'altro da re Sobrino,  e mettano la pace fra noi:  perch
    per  Iddio  onnipossente,    una gran ribalderia che tante persone di
    buona condizione, come siam qui, si uccidano per cos futili motivi.
    Gli  arcieri,   che  non  intendevano  il  frasario  retorico  di  Don
    Chisciotte e si vedevano malmenati da Don Fernando,  da Cardenio e dai
    loro compagni,  non volevano calmarsi: il barbiere  s,  perch  nella
    battaglia  ci  aveva  rimesso  il  basto e la barba;  Sancio,  da buon
    servitore,  obbed alle prime parole del suo padrone;  anche i quattro
    domestici  di  Don  Luigi  se ne stettero quieti,  vedendo che non gli
    metteva conto a muoversi;  soltanto l'oste sbraitava che  si  dovevano
    punire  le  insolenze  di  quel  pazzo  che ogni pochino gli metteva a
    soqquadro l'osteria,  ma in sostanza il baccano  fin  per  allora,  e
    nella  immaginazione  di Don Chisciotte fino al giorno del giudizio il
    basto rimase sella, elmo il catino e castello l'osteria.
    Ristabilita  dunque  la  calma  e  riappacificati  tutti   per   opera
    dell'auditore  e  del  curato,  tornarono  i  domestici di Don Luigi a
    insistere perch partisse sbito con  loro;  e  mentre  egli  stava  a
    discutere,  l'auditore consult Don Fernando, Cardenio e il curato sul
    da farsi,  dopo averli messi al corrente di quanto Don Luigi gli aveva
    detto.  Alla  fine  si decise che Don Fernando si facesse conoscere ai
    domestici di Don Luigi,  e dicesse che desiderava portare con  s  Don
    Luigi  in Andalusia,  dove il marchese suo fratello l'avrebbe ricevuto
    come meritava il suo grado, perch era chiaro che per quella volta Don
    Luigi non si sarebbe lasciato ricondurre  da  suo  padre,  nemmeno  se
    l'avessero fatto a pezzi. Quando i quattro domestici conobbero chi era
    Don  Fernando e la decisione di Don Luigi,  si trovarono d'accordo fra
    loro che tre  tornassero  da  suo  padre  a  raccontargli  quanto  era
    successo,  e  l'altro  rimanesse con Don Luigi per servirlo,  e non lo
    lasciasse finch non fossero di ritorno loro, o non fossero comunicati
    a lui gli ordini del padre.
    In questo modo si calm quella tempesta di  questioni  per  l'autorit
    d'Agramante e la saggezza del re Sobrino; ma quando il diavolo, nemico
    della  concordia  e invidioso della pace,  si vide umiliato e burlato,
    quando rilev il poco frutto che  aveva  cavato  dall'averli  cacciati
    tutti in un tale ginepraio, decise di tentare un'altra volta la sorte,
    risuscitando nuove questioni e nuove agitazioni.
    Gli  arcieri  dunque si erano calmati sentendo l'elevata condizione di
    coloro coi  quali  erano  venuti  alle  mani,  e  avevano  battuto  in
    ritirata, convinti che, in qualunque modo andassero le cose, avrebbero
    avuto sempre la peggio.  Ma uno di loro, e precisamente quello che era
    stato picchiato e calpestato da Don Fernando,  si ricord che tra  gli
    altri  mandati  d'arresto per diversi delinquenti ne aveva uno per Don
    Chisciotte,  che la Santa Fratellanza aveva spiccato contro di lui per
    l'affare della libert data ai galeotti, come Sancio con molta ragione
    aveva  temuto.  Allora  volle  sincerarsi  se i connotati,  che di Don
    Chisciotte dava il mandato, corrispondevano,  e tiratosi fuori di seno
    un  rotolino di pergamena,  gli capit proprio quello che cercava.  Si
    mise a leggerlo lentamente, perch sapeva leggere poco bene,  e a ogni
    parola che leggeva alzava gli occhi su Don Chisciotte, e confrontava i
    connotati  del  mandato  col  viso  di  Don  Chisciotte,  finch venne
    nell'assoluta certezza che era proprio lui quello designato. Appena ne
    fu sicuro,  arrotol di nuovo la pergamena,  la impugn  con  la  mano
    sinistra,  e  con  la destra agguant per il collo Don Chisciotte cos
    forte da mozzargli il respiro, e si mise a urlare:
    - Man forte alla Santa Fratellanza!  E perch si veda  che  la  chiedo
    legalmente,  si  legga  questo mandato,  dove  scritto che si arresti
    questo malandrino.
    Il curato prese la pergamena, e vide che quel che diceva l'arciere era
    vero,  e che i connotati erano proprio quelli di  Don  Chisciotte.  Ma
    questi,  vistosi  maltrattare  da  quel  villanzone,  and su tutte le
    furie,  e con le ossa che gli scricchiolavano dalla  rabbia,  agguant
    con tutte e due le mani, pi forte che pot, l'arciere per la gola; il
    quale  ci  avrebbe certo lasciato la pelle prima che l'altro lasciasse
    la presa, se i suoi compagni non fossero accorsi in suo aiuto. L'oste,
    obbligato a dare man forte ai suoi commilitoni,  accorse ad  aiutarli.
    L'ostessa,  visto  il  marito  daccapo  in  ballo,  daccapo cominci a
    urlare,  facendo accorrere Maritornes e la figliola che  si  misero  a
    chiedere aiuto al cielo e a tutti i presenti. Sancio, vedendo quel che
    succedeva:
    - Benedetto il Signore!  - esclam. - E' proprio vero quel che dice il
    padrone;  e cio  che  questo  castello    incantato,  perch  non  
    possibile viverci un'ora tranquilli.
    Don   Fernando   spart  l'arciere  e  Don  Chisciotte,   e  con  gran
    soddisfazione di tutti e due,  fece loro aprire le  dita  che  avevano
    reciprocamente conficcate, uno dentro il colletto dell'abito e l'altro
    nella gola dell'avversario;  ma non per questo gli arcieri desistevano
    dal volere il loro arrestato  e  dal  chiedere  che  li  aiutassero  a
    metterlo in loro potere,  mani e piedi legati,  perch cos richiedeva
    il servizio del re e della Santa Fratellanza,  in nome  dei  quali  di
    nuovo  domandavano  soccorso  e  man  forte  per  la  cattura  di quel
    malandrino,  che rubava sulle strade e per i  boschi.  Sentiti  questi
    discorsi, Don Chisciotte sorrise, e disse con molta calma:
    -  Oh,  gente  vile e malnata!  Rubare sulla strada chiamate dunque lo
    sciogliere gli incatenati,  il liberare  gli  oppressi,  soccorrere  i
    miserabili,  rialzare  i caduti,  portar aiuto ai necessitosi d'aiuto?
    Ah, gente infame, gente,  che per la vostra bassa e abietta natura non
    meritate  che  il  cielo  vi  riveli  la  virt  che  s'accoglie nella
    cavalleria errante,  e vi faccia conoscere l'ignoranza in cui vivete e
    il  peccato che commettete non rendendo onore,  non dico alla persona,
    ma perfino all'ombra di qualsiasi cavaliere errante!  Arciladri e  non
    arcieri,  grassatori di strada,  con rispetto della Santa Fratellanza,
    ditemi, chi  stato quell'ignorante che ebbe il coraggio di firmare un
    mandato d'arresto contro un cavaliere come  me?  Chi  era  costui  che
    ignorava  che  i  cavalieri  erranti sono esenti da ogni giurisdizione
    criminale,  e che essi han per legge la loro spada,  per tribunali  le
    loro  prodezze,  e  per  regola  la  loro  volont?  Chi    stato  il
    mentecatto, torno a ripetere, il quale ignorava che non ci son patenti
    di nobilt che concedano  tanti  privilegi  ed  esenzioni,  quanti  ne
    acquista un cavaliere errante il giorno che viene armato cavaliere,  e
    si sottomette alla dura professione della cavalleria?  Qual  cavaliere
    errante ha mai pagato livello, censo, decime, pedaggio? Qual sarto gli
    ha  mai  portato  la  fattura  del  vestito?  Qual  castellano  gli ha
    domandato lo scotto dopo averlo ospitato nel suo castello? Qual re non
    lo fece sedere alla sua mensa?  Qual donzella non fu presa d'amore per
    lui,  e non si concesse a ogni sua brama?  E finalmente c' mai stato,
    c' e ci sar mai nel mondo un cavaliere errante che non sia capace di
    dare, egli solo, quattrocento bastonate a quattrocento arcieri che gli
    vengan tra i piedi?

    CAPITOLO 46.
    Notevole avventura degli  arcieri  della  Santa  Fratellanza,  e  gran
    fierezza del nostro buon cavaliere Don Chisciotte.

    Mentre  Don  Chisciotte  faceva  questo  discorso,  il curato badava a
    persuadere gli arcieri che egli non aveva il cervello  a  posto,  come
    potevano vedere da quel che diceva e faceva: e quindi non c'era alcuna
    necessit  di  mandare  avanti  la  cosa,  perch  se anche l'avessero
    arrestato e portato via,  poco dopo avrebbero dovuto rilasciarlo  come
    pazzo.  Ma  quello del mandato rispose che a lui non toccava giudicare
    della pazzia di Don Chisciotte, ma a fare ci che i suoi superiori gli
    avevano  comandato,  e  che  quando  l'avessero  arrestato,   dopo  lo
    rimandassero pure libero quante volte volevano.
    -  Tuttavia  - disse il curato - ora non dovete arrestarlo,  tanto pi
    che, se non mi sbaglio, non si lascer portar via tanto facilmente.
    In conclusione tanto seppe loro dire il curato e  tante  pazzie  seppe
    fare Don Chisciotte, che pi pazzi di lui sarebbero stati gli arcieri,
    se  non avessero conosciuto il suo mancamento;  quindi credettero bene
    di darsi pace, e anche di farsi intermediari di pace tra il barbiere e
    Sancio, che tuttora insistevano con gran rancore nella loro questione.
    Come membri della giustizia essi finalmente conciliarono  la  vertenza
    funzionando  da arbitri in modo che se le parti non rimasero del tutto
    contente,  per lo meno  furono  parzialmente  soddisfatte,  perch  fu
    deciso  che  si  scambiassero  i  basti,  ma  non i finimenti.  Quanto
    all'elmo di  Mambrino,  il  curato,  sottomano,  all'insaputa  di  Don
    Chisciotte, sbors per la catinella otto reali, e il barbiere gli fece
    una  ricevuta  in cui dichiar di non aver pi nulla da pretendere per
    qualunque ragione presente o futura, in fede di che eccetera.
    Sistemate queste due pendenze,  che erano le principali e  di  maggior
    peso,  rimaneva  da  persuadere  i  domestici  di Don Luigi a partire,
    lasciando uno di loro per accompagnarlo dove lo  voleva  condurre  Don
    Fernando  e  poich ormai il destino e la fortuna avevano cominciato a
    rompere lance e ad appianare difficolt in favore degli  innamorati  e
    dei valorosi dell'osteria, vollero andare fino in fondo e dare a tutto
    un felice compimento. Infatti i domestici accettarono di fare quel che
    voleva Don Luigi,  con gran gioia di Donna Clara,  che in quel momento
    bastava guardare in  viso  per  vedere  l'allegrezza  dell'anima  sua.
    Zoraide,  quantunque  non  intendesse  bene  tutto ci che vedeva,  si
    rattristava o si rallegrava a seconda dei sentimenti che  leggeva  sul
    viso  degli  altri,  e  specialmente  del suo spagnolo,  su cui teneva
    sempre fissi gli occhi e l'anima.  L'oste,  a cui non era sfuggito  il
    lauto  compenso  che  il  curato  aveva  dato al barbiere,  reclam il
    pagamento del debito di Don Chisciotte coi danni degli otri e del vino
    perduto,  giurando che Ronzinante e l'asino di Sancio non  uscirebbero
    dall'osteria,  finch  egli  non  fosse  pagato  dal  primo all'ultimo
    baiocco.  Il curato appian e Don Fernando pag tutto,  sebbene  anche
    l'auditore  di  buon  grado  si fosse offerto di pagare;  e cos tutti
    rimasero tanto tranquilli e contenti,  che l'osteria non pareva pi la
    discordia nel campo di Agramante,  come aveva detto Don Chisciotte, ma
    la pace e la quiete dei tempi d'Augusto.  Fu comune  opinione  che  di
    tutto  questo  si dovesse ringraziare la buona volont e la persuasiva
    eloquenza del signor  curato,  e  l'incomparabile  liberalit  di  Don
    Fernando.
    Quando  Don  Chisciotte si trov liberato da tante questioni sue e del
    suo scudiero,  gli parve che fosse l'ora di proseguire il viaggio e di
    condurre  a  termine  la  grande  avventura per cui era stato scelto e
    chiamato;  quindi con fermo proponimento and a mettersi in  ginocchio
    dinanzi a Dorotea,  la quale non gli consent di fare una parola prima
    che si fosse alzato, ed egli per obbedirla si alz e disse:
    - Avvenente e venusta signora,  egli  comune dettato che la diligenza
      madre  della  buona  fortuna,  e  in  molte  e gravi contingenze ha
    l'esperienza comprovato come la sollecitudine del negoziatore  conduca
    a  buon  effetto  il piato dubbioso;  ma in verun altro ordine di cose
    meglio  questa  verit  si  dimostra  quanto  in  quelle  alla  guerra
    pertinenti,  dove  la  celerit  e  prestezza,  prevenendo  i  disegni
    dell'inimico,  ottengono la vittoria  prima  ancora  che  l'avversario
    siasi  posto  in  istato  di  difesa.  Tutto questo io dico,  nobile e
    pregiatissima signora,  perch parmi che il vostro soggiorno in questo
    castello  non  presenti  ormai  pi vantaggio veruno,  e potrebbe anzi
    esserci  di  tal  nocumento,   che  un  giorno  o  l'altro   dovessimo
    accorgercene.  Perch  gi  forse  per  opera  di  occulti e diligenti
    esploratori il gigante vostro inimico ebbe contezza che io  m'appresto
    a ucciderlo,  onde,  con l'agio del tempo concessogli,  gi provvede a
    fortificarsi in qualche inespugnabile castello o fortezza  contro  cui
    poco  valgano  il  mio  zelo  e la forza del mio instancabile braccio.
    Laonde, signora mia, preveniamo, come ho gi detto, i suoi disegni col
    nostro zelo, e partiamocene sbito alla volta di una prospera fortuna,
    che la Grandezza Vostra non tarder a raggiungere com' suo desiderio,
    pi di  quanto  non  tardi  a  me  di  vedermi  fronte  a  fronte  con
    l'avversario vostro.
    Tacque e pi non disse Don Chisciotte,  ma aspett con molta solennit
    la  risposta  dell'avvenente  principessa;   la  quale  con  signorile
    contegno, intonato allo stile di lui, gli rispose in questo modo:
    -  Grazie  vi  sien  rese,  signor  cavaliere,  del  desiderio  che mi
    addimostrate di porgermi aita  nella  mia  presente  distretta;  com'
    proprio  di cavaliere a cui naturalmente s'addice e pertiene la tutela
    degli orfani e dei necessitosi d'aiuto.  Voglia il cielo che il vostro
    e  mio  desiderio  si compia,  perch possiate fare esperienza come vi
    sieno al mondo donne dei ricevuti favori riconoscentissime.  Quanto  a
    quel che concerne la mia immediata partenza da questo luogo, io non ho
    per avventura altra volont che la vostra: disponete adunque voi di me
    a  tutta  vostra  guisa e talento,  perocch colei che vi ha un giorno
    affidata la difesa della sua persona,  e ha nelle vostre mani  riposta
    la  restaurazione dei suoi regali diritti non deve cercar di opporsi a
    quel che la saggezza vostra disponga.
    - Nel santo nome d'Iddio!  - esclam Don Chisciotte - poich una  dama
    si  umilia  cos  dinanzi  a  me,  non voglio io perder l'occasione di
    esaltarla e  riporla  sul  trono  degli  avi  suoi.  La  partenza  sia
    immediata:  mi  sprona  l'ardore  dell'impresa  e  il  pensiero  della
    lontananza, poich,  come si suol dire,  il pericolo  nel ritardo,  e
    poich  non  ha  creato  il  cielo  n  visto mai l'inferno alcuno che
    incutere timore mi possa, ors,  Sancio,  sella Ronzinante,  e metti i
    finimenti  al  tuo  giumento  e  al palafreno della regina;  si prenda
    congedo dal castellano e da questi signori, e si parta all'istante.
    Sancio che era stato sempre presente, disse tentennando la testa:
    - Ah,  signor padrone,  signor padrone!  Dentro il nostro casolare c'
    pi marcio che non pare; e sia detto senza offesa di queste signore.
    -  Che  marcio  pu  esservi  in  tutte  le citt,  non che in tutti i
    casolari di questo mondo,  di cui si  possa  parlare  a  scapito  mio,
    villanaccio furfante?
    - Se lei va in bestia - rispose Sancio - allora mi cheto, e rinuncio a
    dire  quel  che  sono  obbligato a dire come scudiero,  e come un buon
    servitore deve sempre dire al suo padrone.
    - Di' quello che vuoi - replic Don Chisciotte - purch le tue  parole
    non abbian di mira di mettermi paura.  Se l'hai tu, agisci da quel che
    sei; io che non l'ho, agisco da quel che sono.
    - Oh, povero me! Non si tratta di questo - rispose Sancio. - Si tratta
    che io sono sicuro sicurissimo che questa signora,  che dice  d'essere
    regina del gran regno Miccomiccone,   regina quanto mia madre; perch
    se fosse quel che dice, non starebbe a sbaciucchiarsi con qualcuno che
    so io per tutti i cantucci, appena si volta il capo.
    A queste parole di Sancio, Dorotea divent rossa,  perch era vero che
    il suo sposo Don Fernando qualche volta aveva di nascosto preso con le
    labbra  un  acconto sul premio che meritavano i suoi desidri.  Sancio
    aveva visto, e gli era parso che quella disinvoltura fosse pi da dama
    galante che da regina d'un cos gran regno.  Perci Dorotea non  volle
    n pot rispondere una parola a Sancio, ma lo lasci proseguire il suo
    discorso.
    - Dico questo,  signor padrone - continu Sancio - perch se dopo aver
    camminato tanto e poi tanto,  dopo aver passato cattive notti e giorni
    peggiori,  il  frutto delle nostre fatiche lo dovesse raccogliere quel
    signore che si sta divertendo a quel modo in quest'osteria,  non   il
    caso di avere furia a sellare Ronzinante,  a mettere il basto al ciuco
    e i finimenti al palafreno; sar meglio che si stia fermi,  che chi ha
    la rogna se la gratti, e che si vada a desinare.
    Misericordia!  Che  terribile  collera  si impadron di Don Chisciotte
    all'udire le insolenti parole del suo scudiero!  Essa fu  cos  grande
    che  schizzando  fuoco  dagli  occhi,   con  voce  concitata  e  quasi
    tartagliando egli disse:
    -   Villanaccio,   furfante,   malvagio,    sfrontato   e   ignorante,
    linguacciuto, calunniatore e maldicente! Tali parole hai osato dire in
    presenza  mia  e  di  queste  inclite  signore?  Tali  infamie  e tali
    insolenze hai osato pensare nella tua  stupida  immaginazione?  Escimi
    dinanzi,   mostro,  deposito  di  bugie,  scrigno  d'imposture,  pozzo
    d'iniquit,  inventore  di  malvagit,   propalatore  di  sciocchezze,
    dispregiatore  del  rispetto che si deve alle persone di sangue reale,
    vattene, e non comparirmi pi dinanzi, sotto pena della mia ira.
    Cos dicendo aggrott le ciglia,  gonfi le gote,  guard da tutte  le
    parti,  e  col piede destro batt un gran colpo in terra,  segni tutti
    della grande ira che aveva in corpo.  A quelle parole,  a  quei  gesti
    furiosi  Sancio rimase tanto impaurito e tremante,  che avrebbe voluto
    che in quel momento gli si  spalancasse  la  terra  sotto  i  piedi  e
    l'inghiottisse;  e  non  seppe  far  altro  che  voltare  le  spalle e
    ritirarsi dalla presenza del suo irritato  padrone.  Ma  Dorotea,  che
    ormai  conosceva molto bene il carattere di Don Chisciotte,  disse per
    mitigare la sua ira:
    - Non  vi  irritate,  signor  Cavaliere  dalla  Triste  Figura,  delle
    sciocchezze che ha detto il vostro buon scudiero,  perch forse non le
    ha dette a caso;  il suo  buon  senso  e  la  sua  coscienza  di  buon
    cristiano  non  ci  permettono  di  supporlo capace di testimoniare il
    falso contro alcuno.  Quindi bisogna credere,  senza punto  dubitarne,
    che,  siccome in questo castello tutte le cose,  come dite voi stesso,
    signor cavaliere,  avvengono per  forza  d'incantesimo,  Sancio  abbia
    visto  per  un  diabolico  inganno  quel  che  dice  d'aver  visto  in
    discredito del mio onore.
    - Dio onnipotente!  - esclam a questo punto  Don  Chisciotte.  Vostra
    Maest ha colto nel segno. Qualche perfida visione s' posta dinanzi a
    questo  sciagurato  di  Sancio,  e  gli  ha  fatto vedere quel che era
    impossibile vedere se non per forza d'incantesimo.  Perch io  conosco
    bene la bont e l'innocenza di questo poveraccio,  che non  capace di
    testimoniare il falso contro nessuno.
    - Cos ,  e cos sar - disse Don Fernando -  e  perci  la  Signoria
    Vostra  deve  perdonarlo  e  riaccettarlo  in grembo della sua grazia,
    "sicut erat in principio",  prima  che  quelle  maledette  visioni  lo
    facessero andar via di cervello.
    Don  Chisciotte  rispose  che lo perdonava,  e il curato allora and a
    cercare Sancio,  che venne mogio mogio a mettersi in ginocchio dinanzi
    al suo padrone e gli chiese la mano.  Don Chisciotte gliela dette,  se
    la lasci baciare e poi gli impart la benedizione dicendo:
    - Ora tu sarai finalmente persuaso, mio caro Sancio, quanto fosse vero
    quello che tante altre volte t'ho detto,  e che cio tutte le cose  di
    questo castello son fatte per via d'incantamento.
    -  Oh,  lo  credo,  lo  credo anch'io - disse Sancio - tranne l'affare
    della coperta, che quello successe per via ordinaria.
    - Non lo credere - replic Don Chisciotte - perch se fosse stato come
    dici,  io ti avrei vendicato allora e ancora  ti  vendicherei;  ma  n
    allora  n  ora  potei  vedere n vidi nessuno su cui pigliar vendetta
    della tua offesa.
    Tutti vollero sapere che cos'era quest'affare della coperta,  e l'oste
    raccont  per  filo  e per segno i voli di Sancio Panza;  ci che fece
    ridere parecchio tutta  la  compagnia,  e  che  avrebbe  fatto  invece
    pigliare  i cocci a Sancio,  se di nuovo il suo padrone non gli avesse
    assicurato che anche quello era  stato  un  incantesimo.  Tuttavia  la
    ingenuit  di  Sancio  non arriv mai a tanto da credere che non fosse
    verit vera,  senza mescolanza d'alcun inganno,  il fatto che egli era
    stato  sballottato  in  una coperta da gente in carne ed ossa e non da
    fantasmi sognati  e  immaginati,  come  credeva  e  sosteneva  il  suo
    padrone.
    Erano ormai gi passati due giorni che tutta quella illustre compagnia
    era  alloggiata l;  e parendo loro che fosse ormai tempo d'andarsene,
    si misero a studiare il modo con cui il barbiere e il curato potessero
    portarsi via Don Chisciotte come desideravano, per poi farlo curare al
    suo paese,  senza che Dorotea e Don Fernando dovessero  sottoporsi  al
    disagio  di  accompagnarvelo  col  pretesto  della restaurazione della
    regina Miccomiccona.  Fecero dunque  cos.  Si  misero  d'accordo  col
    conducente  d'un  carro  da buoi che per caso era capitato a passar di
    l,  perch lo portasse via nella seguente maniera.  Fecero  fare  una
    specie  di  gabbia  di  pali  intrecciati,  grande  in  modo  che  Don
    Chisciotte vi potesse stare comodamente,  e poi Don Fernando coi  suoi
    compagni,  i  domestici  di  Don Luigi,  gli arcieri e l'oste,  dietro
    istruzioni e consigli del curato,  si coprirono tutti il  viso,  e  si
    travestirono  chi  in  un  modo  chi  in un altro,  in maniera che Don
    Chisciotte li credesse gente diversa da quella che aveva visto in quel
    castello. Fatto questo, entrarono zitti zitti dove egli stava dormendo
    e riposandosi dalle zuffe sostenute,  e mentre  dormiva  tranquillo  e
    sicuro  senza  aspettarsi  un  tale assalto,  gli si avvicinarono,  e,
    afferratolo fortemente,  gli legarono mani  e  piedi  cos  bene  che,
    quando  si dest di soprassalto,  non pot muoversi,  n far altro che
    rimanere stupito ed estatico nel vedersi dinanzi dei visi cos strani.
    E sbito ricadde nel solito gioco della sua stravagante immaginazione,
    e si figur che  tutti  costoro  fossero  fantasmi  di  quel  castello
    incantato,  e  che  senza  dubbio era incantato anche lui,  perch non
    poteva muoversi n difendersi proprio  come  il  curato  inventore  di
    tutta quella trappola aveva pensato che succederebbe. Solamente Sancio
    fra  tutti  i  presenti era rimasto lo stesso di dentro e di fuori,  e
    sebbene fosse anche lui presso a poco malato della stessa malattia  di
    Don Chisciotte,  riconobbe veramente bene chi erano tutte quelle facce
    mascherate: ma non os aprir bocca fino a che non avesse visto  a  che
    miravano  quell'assalto  e quella prigionia del suo padrone;  il quale
    anche lui non diceva una parola  aspettando  di  vedere  il  risultato
    finale  della  sua disgrazia.  Il risultato fu che portarono la gabbia
    l,  ce lo serrarono dentro,  e inchiodarono cos forte le  assi,  che
    certo  ci  sarebbe  voluto  pi  d'uno strattone per romperle.  Poi la
    presero sulle spalle,  e mentre uscivano di camera  si  ud  una  voce
    spaventevole,  quanto pi spaventevole la seppe fare il barbiere,  non
    quello del basto ma l'altro che diceva:
    O Cavaliere dalla Triste Figura,  non ti rincresca questa prigione in
    cui  te  ne vai;  cos  necessario perch tu possa condurre a termine
    pi presto l'avventura  che  il  tuo  grande  ardimento  ti  ha  fatto
    intraprendere: la quale avventura si compir quando il furibondo leone
    mancese  e  la  bianca  colomba  tobosina giaceranno insieme dopo aver
    umiliate le superbe cervici al blando giogo matrimoniesco.  Da  questo
    miracoloso  connubio  usciranno  alla luce del mondo i fieri lioncelli
    armati di artigli rapaci come quelli del loro valoroso padre: e questo
    accadr avanti che il persecutore  della  fuggitiva  Ninfa  abbia  due
    fiate visitato nel suo rapido e natural corso le scintillanti immagini
    stellate.  E  tu,  il  pi nobile ed obbediente scudiero che abbia mai
    portato spada al fianco, barba al mento e odorato nelle narici, non ti
    smarrire e non t'affliggere nel vederti portar via cos sotto  i  tuoi
    occhi  il  fiore  della cavalleria errante;  ch presto,  se piaccia a
    Colui che plasm questo mondo,  tu ti vedrai elevato tanto in alto  da
    non riconoscerti, e non ti saran defraudate le promesse a te fatte dal
    tuo buon padrone;  anzi, ti assicuro da parte della fata Fanfaluchina,
    che il tuo salario ti sar pagato come vedrai dai fatti. Segui intanto
    l'orme del valoroso e incantato cavaliere,  perch  necessario che tu
    vada  l  dove dovrete fermarvi insieme;  e poich non mi  lecito dir
    altro, vi dico addio, ch io me ne ritorno dove so io.
    E alla fine della profezia alz a un tratto la voce  e  poi  l'abbass
    piano piano con un accento cos commovente, che anche quelli che erano
    a  parte della burla,  stettero l l per credere che quel che udivano
    fosse vero.
    Don Chisciotte,  udita la  profezia,  si  consol,  perch  sbito  ne
    interpret completamente il significato, e cap che in essa gli veniva
    promesso un santo e legittimo matrimonio con la sua amata Dulcinea del
    Toboso,  dal  cui  felice ventre sarebbero usciti i lioncelli,  cio i
    suoi figlioli,  a gloria perpetua  della  Mancia;  e  avendo  ferma  e
    assoluta  fiducia  in  tutto  questo  disse  a voce alta e con un gran
    sospiro:
    - O tu, chiunque tu sia,  che tante fortune mi hai predetto,  ti prego
    di  chiedere da parte mia al mago incantatore che ha cura dei successi
    miei,  che soccombere non mi faccia in questa prigione in cui  ora  mi
    rapiscono,  prima  che  siano  adempite  cos  liete  e  incomparabili
    promesse,  come quelle che qui mi sono  state  fatte.  Che  se  questo
    avverr,  allora  riterr una delizia questo mio carcere,  un sollievo
    queste catene che mi cingono,  e un morbido letto e un  felice  talamo
    invece che un duro campo di battaglia,  questo giaciglio su cui ora mi
    distendono.  Per quel che riguarda poi il conforto di Sancio Panza mio
    scudiero,  io confido nella sua bont e nel suo onesto modo d'agire, e
    spero che non vorr lasciarmi nella buona come nella cattiva  fortuna;
    perch,  quando  per  sua  e  mia triste sorte,  io non gli possa dare
    l'isola,  o altro equivalente regalo che gli ho promesso,  per lo meno
    il suo salario non andr perduto, perch nel mio testamento, che  gi
    stato  fatto,  ho  lasciato  scritto ci che gli si deve dare,  non in
    relazione ai suoi molti e buoni servizi, ma alle mie possibilit.
    Sancio Panza gli s'inchin con molta cortesia e gli baci entrambe  le
    mani (una sola non poteva perch le aveva legate insieme). Allora quei
    fantasmi  presero  sbito la gabbia sulle spalle,  e la caricarono sul
    carro tirato dai buoi.

    CAPITOLO 47.
    Straordinario modo con cui fu incantato Don Chisciotte della Mancia  e
    altri famosi avvenimenti.

    Quando  Don Chisciotte si vide ingabbiato in quel modo sopra il carro,
    disse:
    - Molte e molto importanti storie ho letto di  cavalieri  erranti;  ma
    non  ho  mai  letto,  n  visto,  n sentito dire di cavalieri erranti
    portati in questo modo e con la lentezza che  fanno  presagire  questi
    pigri e tardi animali.  Perch sempre si suole trasportarli per l'aria
    con straordinaria  rapidit,  ravvolti  in  qualche  grigia  e  oscura
    nuvola,  o su qualche carro di fuoco,  o sopra un ippogrifo, o qualche
    altra simile bestia;  ma che mi si porti via sopra un carro tirato  da
    un paio di buoi,  viva Dio!,  mi confonde proprio l'idee.  Ma forse la
    cavalleria e gli incantesimi dei nostri tempi devon tener altra strada
    di quella degli antichi;  e potrebbe anche darsi che,  siccome io sono
    un  cavaliere  nuovo  nel  mondo  e il primo che abbia fatto risorgere
    l'ormai dimenticata professione della cavalleria errante,  cos  siano
    stati  inventati altri generi d'incantesimo e altri modi di portar via
    gli incantati. Che te ne pare, mio caro Sancio?
    - Mah!  Io un'idea chiara non me la son fatta - rispose Sancio  perch
    non  sono  cos  dotto  come  lei di storie cavalleresche;  nonostante
    oserei affermare e giurare che tutti questi fantasmi qui  intorno  non
    sono farina schietta.
    - Farina schietta?!  Mamma mia!  - replic Don Chisciotte.  -Come vuoi
    che siano farina schietta,  se son tutti demoni,  che hanno preso  dei
    corpi  fantastici  per  venire a fare questo bel lavoro e a ridurmi in
    questo bello stato?  E se ti vuoi sincerare della  verit,  toccali  e
    palpali, e vedrai che non hanno corpo se non d'aria e non esistono che
    in apparenze.
    -  Per Dio,  signor padrone!  - disse Sancio.  - Li ho gi toccati;  e
    questo diavolo qui che si d tanto da fare,  ha certe cicce  sode  che
    bisogna  sentire!  E  poi ha anche una qualit molto diversa da quella
    che ho sentito dire che hanno i demoni;  perch,  a quanto si dice,  i
    demoni puzzano tutti di zolfo e di altre puzze, e questo sa d'ambra da
    lontano un miglio.
    Sancio  diceva  questo di Don Fernando,  che naturalmente,  essendo un
    gran signore, era anche profumato.
    - Non te ne meravigliare,  caro Sancio - replic Don Chisciotte perch
    tu  devi  sapere che i diavoli la sanno lunga;  e bench portino degli
    odori con s,  essi non sanno  di  nulla,  perch  sono  semplicemente
    spiriti;  e  se  anche odorano,  non possono mandar buon odore,  bens
    cattivo e puzzolente.  E la ragione   questa,  che  siccome  dovunque
    vadano  portan l'inferno con s,  e non possono godere alcun genere di
    sollievo ne' loro tormenti, cos non  possibile che essi mandino buon
    odore,  perch il buon odore  cosa che d soddisfazione e fa piacere.
    E  se a te pare che questo demonio che hai detto sappia d'ambra,  o tu
    ti inganni,  o egli vuole ingannarti facendo s che tu non lo creda un
    diavolo.
    Questi  erano  i  discorsi che si scambiavano tra padrone e servitore,
    per  cui  Don  Fernando  e  Cardenio,   temendo  che  Sancio   finisse
    coll'accorgersi  della  loro invenzione,  e ormai ben poco ci mancava,
    decisero di affrettare la partenza, e chiamato in disparte l'oste, gli
    ordinarono di sellare Ronzinante e di mettere il  basto  all'asino  di
    Sancio,  il che fu fatto alla svelta.  Frattanto il curato s'era messo
    d'accordo con gli arcieri,  perch l'accompagnassero fino al suo paese
    per  un  tanto al giorno.  Cardenio attacc all'arcione della sella di
    Ronzinante da un lato lo scudo e dall'altro la catinella, fece segno a
    Sancio che montasse sul  suo  asino  e  prendesse  Ronzinante  per  le
    briglie,  e  colloc  ai  fianchi  del  carro  gli  arcieri con i loro
    schioppi. Ma prima che il carro si muovesse, l'ostessa,  la sua figlia
    e  Maritornes  vennero  fuori  a salutare Don Chisciotte,  fingendo di
    piangere la sua disgrazia.
    - Non piangete, mie buone signore - disse loro Don Chisciotte perocch
    tutte  queste  disgrazie  siano  inerenti  alla  professione  che   io
    professo;  e se queste sventure non mi accadessero,  non potrei io gi
    ritenermi un famoso cavaliere errante,  perch ai cavalieri di  scarsa
    rinomanza  non  succedono  mai  cosiffatti casi,  e per questo non c'
    nessuno al mondo che si ricordi di loro.  Ai famosi  s  perch  della
    virt  e  valentia  loro  hanno  invidia  molti prncipi e molti altri
    cavalieri,  che per illecite vie cercan distruggere i buoni.  Tuttavia
    la virt  tanto potente per s sola,  che nonostante tutte le arti di
    negromanzia che conobbe  il  suo  primo  inventore  Zoroastro,  uscir
    vittoriosa da ogni lotta,  e dar tanta luce nel mondo,  come la d il
    sole nel cielo. Perdonatemi, avvenenti signore, se in qualche cosa per
    mia inavvertenza vi abbia offeso, poich di mia volont e scientemente
    non ho mai offeso alcuno,  e pregate Iddio che  mi  faccia  uscire  da
    questo carcere,  dove mi ha posto qualche malintenzionato incantatore;
    perch se riesco a liberarmene,  non mi  fuggiranno  dalla  memoria  i
    favori  che  mi  avete  fatti  in  questo  castello,   ma  sapr  anzi
    gratificarli, contraccambiarli e secondo il loro merito guiderdonarli.
    Mentre si svolgeva questa scena tra  Don  Chisciotte  e  le  dame  del
    castello, il curato e il barbiere si congedarono da Don Fernando e dai
    suoi  compagni,  dal  capitano,  da  suo  fratello  e  da tutte quelle
    signore, ora cos contente,  specialmente Dorotea e Lucinda.  Tutti si
    abbracciarono  e  promisero  di  darsi  scambievolmente  notizie.  Don
    Fernando disse al curato dove doveva scrivergli per fargli sapere come
    era andata a finire con Don Chisciotte, assicurandogli che gli avrebbe
    fatto cosa  molto  gradita;  e  quanto  a  lui  lo  avrebbe  parimenti
    informato  di  tutto  quanto  presumibilmente gli potesse far piacere,
    tanto  sul  suo  sposalizio,   quanto  sul   battesimo   di   Zoraide,
    sull'avventura di Don Luigi,  e sul ritorno di Lucinda a casa sua.  Il
    curato promise di fare puntualmente quanto gli  era  raccomandato.  Si
    riabbracciarono,  e di nuovo si scambiarono offerte e promesse. L'oste
    si avvicin al curato e gli consegn dei fogli,  dicendogli di  averli
    trovati  in  una  tasca  interna  della  stessa valigia dove era stata
    trovata la novella de "L'indagatore indiscreto" e poich il padrone di
    quelle scartoffie  non  era  pi  passato  per  quelle  parti,  se  le
    pigliasse pure tutte,  perch lui, non sapendo leggere, non sapeva che
    farsene.  Il curato lo ringrazi,  e apertili subito vide che in  cima
    alla  prima  pagina c'era scritto: "Novella di Rinconete e Cortadillo"
    (1),  e da questo comprese che doveva trattarsi di qualche novella,  e
    poich  quella  de  "L'indagatore indiscreto" gli era parsa buona,  si
    immagin che anche quella dovesse  essere  altrettanto  buona,  poich
    poteva  darsi  che fossero dello stesso autore;  e quindi la prese con
    l'intenzione di leggerla alla prima occasione.
    Mont dunque a cavallo e lo stesso fece il suo amico barbiere, tutti e
    due con la loro maschera sul viso,  per non essere subito riconosciuti
    da  Don  Chisciotte,   e  si  misero  dietro  il  carro.  Andavano  in
    quest'ordine: prima veniva il carro guidato dal suo  padrone,  ai  due
    lati camminavano gli arcieri coi loro schioppi; seguiva subito sul suo
    asino Sancio Panza,  che per le briglie menava Ronzinante;  e dietro a
    tutti venivano il curato e il barbiere  sulle  loro  forti  mule,  coi
    volti  mascherati  come s' detto,  con contegno grave e calmo,  e con
    andatura non pi veloce di quanto poteva permetterlo  il  passo  lento
    dei  buoi.  Don  Chisciotte  stava  seduto  nella gabbia,  con le mani
    legate, con le gambe distese, e il dorso appoggiato alle stecche, muto
    e immobile come se non fosse stato un uomo di carne,  ma una statua di
    pietra.
    Cos,  lentamente in silenzio, fecero circa due leghe, e arrivarono in
    una valle, che al carrettiere parve posto adatto per riposare e dar da
    mangiare ai buoi, e avendolo detto al curato, il barbiere fu di parere
    di camminare un altro po'; perch sapeva che dietro una collina che si
    vedeva a poca distanza,  c'era una valle con molta pi  erba  e  molto
    migliore di quella dove si volevano fermare.  La proposta del barbiere
    fu accettata,  e quindi si rimisero in  marcia.  In  quel  momento  il
    curato volt la testa,  e vide che alle loro spalle s'avanzavano sei o
    sette uomini a cavallo, molto ben vestiti ed equipaggiati,  i quali li
    ebbero  presto  raggiunti,  perch non andavano con la flemma e con la
    lentezza dei buoi,  ma come si poteva andare con le loro buone mule da
    canonici   e  col  desiderio  di  arrivare  presto  a  far  la  siesta
    nell'osteria, che era in vista a meno di una lega di distanza.  Quelli
    che andavano forte si avvicinarono dunque a quelli che andavano piano,
    si salutarono cortesemente, e uno dei sopraggiunti, che era canonico a
    Toledo  e  capo  degli  altri  che  lo accompagnavano,  vedendo quella
    processione ordinata, carro,  arcieri,  Sancio,  Ronzinante,  curato e
    barbiere, e specialmente Don Chisciotte ingabbiato e imprigionato, non
    pot  trattenersi  dal domandare come mai portavano quell'uomo in quel
    modo; e gi s'era immaginato, avendo visti i distintivi degli arcieri,
    che doveva  essere  qualche  facinoroso  grassatore  o  qualche  altro
    delinquente,  il  cui  castigo  spettasse alla Santa Fratellanza.  Uno
    degli arcieri a cui ne fu chiesto, rispose:
    - Mah!  Lo dica lui,  come mai lo portano  cos,  perch  noi  non  lo
    sappiamo.
    Don Chisciotte ud quello scambio di parole, e disse:
    - Le Signorie Loro sarebbero, caso mai, versate ed esperte in fatto di
    cavalleria  errante?  Perch  allora io potrei dar loro contezza delle
    mie disgrazie, diversamente  inutile ch'io mi stanchi a raccontarle.
    A questo punto il curato e il  barbiere,  vedendo  che  i  viaggiatori
    s'erano  messi  a  discorrere  con  Don Chisciotte,  erano accorsi per
    rispondere in modo che non fosse scoperta la loro invenzione.  Intanto
    il canonico a cui s'era indirizzato Don Chisciotte, rispose:
    - Eh,  eh, amico mio! Io conosco meglio i romanzi cavallereschi che le
    "Sumulas" di Villalpando,  e se non si tratta che  di  questo,  potete
    confidarmi quel che volete con piena sicurezza.
    - Sia ringraziato Iddio!  - esclam Don Chisciotte.  - Sappiate dunque
    che io sono incantato in questa gabbia per invidia e frode di  malvagi
    incantatori;  perch la virt  pi perseguitata dai cattivi che amata
    dai buoni. Io sono un cavaliere errante,  e non di quelli dei cui nomi
    mai  la fama si ricord per eternarli nella sua memoria,  ma di quelli
    che ad onta dell'invidia stessa e di  quanti  maghi  cre  la  Persia,
    bramini l'India, ginnosofisti l'Etiopia, debbon porre il loro nome nel
    tempio  dell'immortalit,  perch  serva  di  esempio e di modello nei
    secoli venturi ai cavalieri erranti per conoscere le strade che  devon
    tenere se voglion raggiungere le pi alte vette della gloria militare.
    - Dice il vero il signor Don Chisciotte - interruppe a questo punto il
    curato.  -  Egli    costretto  per  un  incanto a viaggiare su questa
    carretta, non per sua colpa e per i suoi peccati,  ma per la malvagit
    di coloro che hanno a noia la virt e a dispetto il valore.  Questi, o
    signore,   il "Cavaliere  dalla  Triste  Figura",  che  forse  avrete
    qualche volta sentito nominare, le cui valorose imprese e le magnanime
    azioni  saranno  eternate nei bronzi e nei marmi,  per quanto s'adopri
    l'invidia a oscurarle e la malignit a tenerle occulte.
    Quando il canonico sent parlare in tal modo quello  legato  e  quello
    sciolto,  stette  l  l per farsi il segno della croce dallo stupore,
    non  riuscendo  a  raccapezzarsi  che  diavolo  fosse   successo,   ed
    egualmente stupefatti rimasero tutti quelli che lo seguivano.  In quel
    momento Sancio,  che si era avvicinato per sentire quel che  dicevano,
    fin di dare il tratto alla bilancia, esclamando:
    -  E ora,  cari signori miei,  vi piaccia o non vi piaccia quel che vi
    dico, il fatto  che il mio padrone  incantato quanto mia madre. Egli
    ha la testa perfettamente a posto,  mangia e beve e fa i suoi  bisogni
    come  gli  altri  uomini,  e  come  faceva  prima che lo mettessero in
    gabbia.  Ora,  stando cos le cose,  come  vogliono  fare  a  darmi  a
    intendere  che   incantato?  Perch io ho sempre sentito dire che gli
    incantati non mangiano,  non dormono,  non parlano e il mio padrone  a
    lasciarlo  dire,    capace  di  parlare  pi di trenta avvocati.  - E
    voltatosi a guardare il curato, continu: - Ah, signor curato,  signor
    curato!  Crede forse che non la riconosca? Crede che non capisca e non
    indovini dove  mirano  questi  nuovi  incantesimi?  Ha  voglia  lei  a
    mascherarsi,  io la riconosco lo stesso: ha voglia a nascondere le sue
    trappole, capisco ogni cosa io. Insomma dove regna l'invidia, la virt
    non pu vivere,  e non si pu essere al  tempo  stesso  spenderecci  e
    avari. Maledetto il diavolo! Se non era lei, reverendo, a quest'ora il
    mio  padrone era gi ammogliato con la principessa Miccomiccona,  e io
    ero gi conte a dir poco;  perch  dalla  bont  del  Cavaliere  dalla
    Triste  Figura  mio  padrone,  e  dall'importanza dei miei servigi non
    c'era da aspettarsi di meno. Ma ormai vedo che  proprio vero quel che
    si dice da noi,  che la ruota della fortuna va pi  forte  che  quella
    d'un  mulino,  e che quelli che ieri erano per aria,  oggi sono per le
    terre e viceversa.  Mi dispiace per mia moglie e per i miei  figlioli;
    perch,  mentre  potevano  e  dovevano sperare di vedere il loro babbo
    tornare governatore o vicer di un'isola o  d'un  regno,  lo  vedranno
    tornare stalliere. Tutto questo, signor curato, io l'ho detto soltanto
    per farle meglio sentire che il mio povero padrone lei lo tratta molto
    male;  e  guardi bene che Dio non le abbia a chiedere conto nell'altra
    vita d'averlo imprigionato cos,  addebitando all'anima  sua  tutti  i
    soccorsi  e  le  buone azioni che il mio signor Don Chisciotte non pu
    pi fare finch  prigioniero.
    - Di male in peggio! - esclam a questo punto il barbiere.  Anche voi,
    Sancio, siete della confraternita del vostro padrone? Ho bell'e visto,
    via!  volete  andare  a  tenergli  compagnia  in  gabbia,  e  rimanere
    incantato come lui, dal momento che vi si attaccano le sue fisime e la
    sua cavalleria. Maledetta l'ora e il momento che vi lasciaste gonfiare
    dalle sue promesse e riempire la zucca da quell'isola che vi fa  tanta
    gola!
    -  Me non mi ha gonfiato nessuno - rispose Sancio - e sono uomo da non
    lasciarmi  gonfiare  nemmeno  dal  re;   e  sebbene  povero  sono   un
    galantuomo,  e da me nessuno avanza nulla.  Se mi fanno gola le isole,
    c' tanta gente a cui fa gola qualche  cosa  di  peggio,  e  ognuno  
    figlio delle sue azioni;  e poich sono un uomo, posso diventare anche
    papa, e quindi a maggior ragione governatore di un'isola;  e tanto pi
    che  il  mio padrone pu conquistarne tante da non sapere a chi darle.
    Badi dunque a come la parla, egregio signor barbiere,  e non creda che
    il  far la barba sia tutto in questo mondo;  e tra Pietro e Pietro c'
    una bella differenza.  Dico cos perch ci conosciamo tutti e a me non
    mi   si   fa   vedere   lucciole   per   lanterne.   In   quest'affare
    dell'incantesimo del mio padrone,  la verit la sa Iddio,  e rimaniamo
    qui, perch a rimestarla si fa peggio.
    Il barbiere non volle rispondere a Sancio per il timore che questi con
    le  sue  balordaggini scoprisse quel che lui e il curato si sforzavano
    tanto di nascondere,  e per questa  stessa  considerazione  il  curato
    aveva  detto  al  canonico che andasse un po' avanti,  ch gli avrebbe
    svelato il mistero dell'ingabbiato  con  altre  cose  che  l'avrebbero
    divertito.  Cos fece infatti il canonico, che si avvi un po' innanzi
    coi suoi domestici e con lui,  e ascolt con grande  attenzione  tutto
    quello  che  il curato gli raccont della condizione,  vita,  pazzia e
    costumi di Don Chisciotte, rifacendosi brevemente da principio;  dalla
    causa  cio  del  suo  disordine mentale e poi gi gi,  attraverso il
    corso delle sue avventure,  fino al punto in cui  l'avevano  messo  in
    quella gabbia con l'intenzione di portarlo al suo paese, per vedere se
    si  poteva  trovare  un rimedio alla sua pazzia.  Il canonico e i suoi
    domestici furono clti da nuovo stupore all'udire la strana storia  di
    Don Chisciotte, e quando fu finita:
    -  Per  conto  mio  -  disse  il canonico - trovo realmente che questi
    romanzi  cavallereschi  sono  dannosi   alla   societ.   E   sebbene,
    trasportato  da  un  ozioso e falso diletto,  anch'io mi sia indotto a
    leggere il principio di quasi tutti quelli che  sono  stati  stampati,
    non mi sono mai potuto adattare a leggerne uno da cima a fondo, perch
    mi pare che chi pi,  chi meno,  siano tutti la stessa cosa,  e questo
    non dice pi di quello, n quest'altro pi di quell'altro.  Secondo il
    mio  modo  di  vedere,  questo genere di letteratura rientra in quello
    delle favole dette "milesie", che sono racconti stravaganti, che hanno
    di mira solamente il diletto e non  l'insegnamento,  al  contrario  di
    quel  che  fanno  gli  apologhi,  che  dilettano  e insegnano al tempo
    stesso.  E se  lo  scopo  principale  di  simili  libri    quello  di
    divertire,  io  non  so come possano conseguire l'intento,  pieni come
    sono di tante e cos enormi stravaganze.  Perch  il  diletto  che  si
    prova  nell'anima,  deve  provenire  dalla bellezza e dall'armonia che
    essa vede o contempla nelle cose che  la  vita  o  l'immaginazione  le
    pongono  dinanzi;  ma  ci che contiene in s bruttura e disordine non
    pu essere fonte di soddisfazione.  Che bellezza infatti vi pu essere
    o  che proporzione delle parti col tutto e del tutto con le parti,  in
    un libro o in un romanzo in cui un  ragazzo  di  sedici  anni  d  una
    sciabolata  a  un gigante grosso quanto una torre,  e lo divide in due
    come se fosse  di  pasta  frolla?  E  nel  quale  quando  ci  vogliono
    descrivere  una  battaglia,  dopo averci detto che da parte dei nemici
    c'erano pi d'un milione di combattenti,  siccome il protagonista  del
    libro   contro di loro,  per forza,  anche se non ci va gi,  bisogna
    sentirci dire che esso ottenne la vittoria soltanto pel valore del suo
    forte braccio?  Che diremo poi  della  facilit  con  cui  principesse
    ereditarie  di  regni  o  d'imperi  si abbandonano nelle braccia di un
    errante e sconosciuto cavaliere?  Quale intelletto,  se non del  tutto
    barbaro e incolto, potr divertirsi a leggere che una gran torre tutta
    piena  di cavalieri s'avanza in mare come una nave col vento in poppa,
    e stasera  in Lombardia,  domattina nelle terre del Prete  Gianni  in
    India,  o in altri paesi mai descritti da Tolomeo,  mai visti da Marco
    Polo? E se mi si rispondesse che chi scrive tali libri, scrive cose di
    invenzione,  e quindi non  obbligato  a  preoccuparsi  della  verit,
    ribatterei che tanto  migliore l'invenzione,  quanto pi sembra vera,
    e tanto pi piace,  quanto pi ha in s di verosimile e di  possibile.
    Bisogna  che  le  narrazioni  d'invenzione si sposino,  per cos dire,
    coll'intelletto del lettore;  bisogna che siano scritte  in  modo  che
    rendendo credibile l'impossibile,  spianando le pi grosse difficolt,
    tenendo gii  animi  sospesi,  stupiscano,  interessino,  commuovano  e
    divertano  in  maniera  che  l'ammirazione e il piacere vadano di pari
    passo. Tutto questo non potr ottenerlo chi fugge la verosimiglianza e
    l'imitazione del vero, in cui consiste la perfezione dell'arte. Non ho
    mai letto un romanzo di argomento cavalleresco che abbia  intero,  con
    tutti  i  suoi membri,  il corpo della propria favola,  in modo che il
    mezzo corrisponda al principio,  la fine al mezzo e al  principio;  ma
    sempre  sono  composti  con  tanti  membri diversi,  sicch sembra che
    vogliano formare una chimera o un mostro,  piuttosto che disegnare una
    figura  proporzionata.   A  parte  questo,  la  durezza  dello  stile,
    l'inverosimiglianza delle imprese,  gli amori lascivi,  la  goffaggine
    delle cortesie,  la prolissit delle battaglie,  il dialogo scipito, i
    viaggi strambi,  e finalmente l'assoluta mancanza d'ogni  intelligente
    invenzione, li fanno degni d'essere banditi dalla repubblica cristiana
    come gente inutile.
    Il curato stette a sentirlo con grande attenzione, e gli parve un uomo
    molto intelligente, che aveva molta ragione in quel che diceva; quindi
    gli  raccont  che  essendo  della  sua  stessa opinione e nutrendo il
    medesimo odio per i romanzi cavallereschi, aveva bruciato tutti quelli
    di Don Chisciotte, che erano parecchi,  e gli disse anche della scelta
    che  aveva  fatto  e quelli che aveva condannato al fuoco e quelli che
    aveva lasciati in vita.  Il  canonico  rise  un  mondo,  e  disse  che
    nonostante tutto il male che ne aveva detto, trovava in quei libri una
    buona  cosa: ed era l'occasione che offrivano a una buona intelligenza
    di rivelarvisi nello sviluppo e nell'intreccio dell'argomento.
    - Infatti - egli disse - quei libri offrono un  vasto  campo  dove  la
    penna  pu  correre  senza  alcun  impaccio,  e  raccontare  naufragi,
    tempeste,  scontri e battaglie,  o descrivere  capitani  valorosi  che
    abbiano  tutte  le  doti necessarie per esserlo,  e sappiano mostrarsi
    prudenti,  prevenire le astuzie dei loro nemici,  essere eloquenti nel
    persuadere o dissuadere i loro soldati,  assennati nei disegni, rapidi
    nell'esecuzione,   abili   nell'attesa   come   nell'attacco.   Oppure
    descriver  ora  una  pietosa  e  tragica avventura,  ora un allegro e
    impensato  successo,  qui  un  bellissima  donna,  onesta,   saggia  e
    riguardosa,  l un cavaliere cristiano valoroso e cortese; in un punto
    ci dar il ritratto di un barbaro insolente e fanfarone;  in un  altro
    quello  di  un  principe gentile,  valoroso e affabile,  e potr anche
    rappresentare bont e lealt di vassalli,  benemerenze e generosit di
    signori.  L'autore  in quei libri pu rivelarsi astrologo e cosmografo
    eccellente,   musicista,   uomo  politico,   e  qualche  volta   anche
    negromante,  se crede; pu rappresentare le astuzie d'Ulisse, la piet
    d'Enea,  il valore d'Achille le disgrazie d'Ettore,  i  tradimenti  di
    Sinone, l'amicizia d'Eurialo, la liberalit d'Alessandro, il valore di
    Cesare,  la clemenza e la sincerit di Traiano,  la fedelt di Zopiro,
    la saggezza di Catone,  e finalmente tutte quelle azioni  che  possono
    rendere perfetto un eroe illustre ora riunendole in un solo individuo,
    ora  distribuendole  in  molti.  E  se questo sar fatto con uno stile
    gradevole e con ingegnosa invenzione che tenga di mira  quanto  pi  
    possibile la verit,  certo che l'autore riuscir a comporre una tela
    intessuta  di  fili di vario colore e di finissima qualit,  che,  una
    volta terminata, apparir cos bella e cos perfetta da raggiungere il
    fine pi elevato che si possa pretendere dalle lettere,  che   quello
    come  ho gi detto,  d'insegnare dilettando.  Tanto pi che la libert
    della forma in  cui  questi  libri  possono  essere  redatti  permette
    all'autore di mostrarsi volta a volta epico,  lirico, tragico, comico,
    con tutte le qualit contenute nelle gentili e  piacevoli  arti  della
    poesia e dell'eloquenza,  perch l'epica pu scriversi egualmente bene
    in prosa come in versi.

    NOTA 1: una novella dello stesso Cervantes.

    CAPITOLO 48.
    Nel quale il canonico prosegue  a  parlare  sull'argomento  dei  libri
    cavallereschi e d'altre cose degne del suo ingegno.

    -  E'  proprio come dice la Signoria Vostra,  signor canonico disse il
    curato - e per questo sono ancora pi  degni  di  biasimo  quelli  che
    hanno  finora  composto  tali  libri,  senza tener conto di alcun buon
    criterio e di buone  regole  artistiche,  con  la  guida  delle  quali
    avrebbero potuto rendersi famosi in prosa, come lo sono in versi i due
    prncipi della poesia greca e latina.
    - Io per lo meno - replic il canonico - ho avuto una certa tentazione
    di scrivere un romanzo cavalleresco, osservando tutte le regole che ho
    detto;  anzi  per dir la verit,  ne ho scritte pi di un centinaio di
    pagine,  e per provare se il giudizio degli altri corrisponde al  mio,
    le  ho fatte leggere a diverse persone appassionate a questo genere di
    lettura,  parte clte  e  intelligenti,  parte  ignoranti  e  soltanto
    vogliose  di sentire delle stramberie,  e da tutti ho ricevuto gradite
    attestazioni di approvazione.  Tuttavia non sono  andato  avanti,  sia
    perch mi pare di far cosa troppo aliena dal mio ministero, sia perch
      pi  grande  il  numero  degli stolti che dei saggi;  e sebbene sia
    meglio essere lodato dai pochi saggi, che burlato dai parecchi stolti,
    non voglio assoggettarmi al giudizio confuso dello stupido  volgo,  da
    cui  pi che altro vanno letti tali libri.  Ma quello che pi mi tolse
    la voglia di finirlo  fu  un  ragionamento  che  feci  tra  me  e  me,
    suggeritomi  dalle  commedie  che  si  rappresentano  oggi giorno.  Le
    commedie che sono ora in voga, tanto quelle d'invenzione quanto quelle
    a soggetto storico,  sono tutte,  o almeno la maggior parte,  piene di
    stravaganze trite e ritrite e di cose che non hanno n capo n coda; e
    tuttavia  il  volgo  le  sta  a  sentire  con  gran  divertimento e le
    considera buone, e per buone le approva, mentre ci corre parecchio!  E
    gli  autori che le scrivono e gli attori che le rappresentano,  dicono
    che deve esser cos,  perch il volgo le vuole cos  e  non  in  altra
    maniera,  e  che le commedie che hanno un nesso logico e sono composte
    secondo le regole dell'arte,  non  servono  che  a  quattro  gatti  di
    letterati  che le stanno a sentire;  mentre tutto l'altro pubblico non
    intende il loro valore,  ed essi  invece  preferiscono  guadagnare  da
    mangiare  coi  pi,  che acquistarsi la gloria coi pochi.  Quindi,  io
    pensai,  lo stesso sar  del  mio  libro:  dopo  essermi  stillato  il
    cervello a osservare tutti quei precetti, avr fatto come il sarto del
    proverbio,  che  cuciva  gratis  e ci rimetteva il filo.  E quantunque
    diverse volte abbia cercato di persuadere gli autori che si  ingannano
    e   che   attireranno  pi  gente  e  si  procacceranno  maggior  fama
    rappresentando  commedie  fatte   a   regola   d'arte   che   commedie
    stravaganti,  ormai  si sono cos intestati e fissati nel loro parere,
    che non c' ragione n evidenza che riesca a smuoverli. Mi ricordo che
    un giorno dissi a uno di questi ostinati: Ma ditemi un  po':  non  vi
    ricordate  che  pochi anni or sono si rappresentarono nella Spagna tre
    tragedie composte da un nostro famoso poeta,  le quali fecero stupire,
    divertirono, interessarono tutti quelli che le sentirono, intelligenti
    e non intelligenti,  gente volgare e pubblico scelto? E che quelle tre
    sole fruttarono pi denari agli attori che trenta delle  migliori  che
    da  allora  in  poi  sono  state  fatte?.  Senza  dubbio mi rispose
    l'autore  in  questione,   la  Signoria  Vostra  vuol  parlare  della
    "Isabella",  della "Filli" e della "Alessandra"?. Proprio di quelle
    gli  replicai  io.   Esse  rispettavano  perfettamente   i   precetti
    dell'arte,  e  non mancarono per questo di apparire ci che erano e di
    piacere  a  tutti.  Quindi  la  colpa  non    del  volgo  che  chieda
    stravaganze,  ma di quelli che non sanno rappresentare altro. E non ci
    sono stravaganze ne "La ingratitudine vendicata",  non ce ne  sono  ne
    "La Numanzia", non se ne trovano in "Il mercante innamorato" e nemmeno
    ne "La nemica favorevole",  n in alcune altre che sono state composte
    da alcuni poeti con grande vantaggio della loro fama  e  con  guadagno
    degli attori che l'hanno rappresentate.  E aggiunsi altre cose ancora
    che secondo quanto mi  parve,  lo  lasciarono  un  po'  perplesso,  ma
    nient'affatto  persuaso,  n  disposto  a  lasciarsi  smuovere dal suo
    errore.
    - Lei,  signor canonico - disse a questo punto il curato - ha  toccato
    un  argomento  che  risveglia in me un antico rancore che ho contro le
    commedie d'oggigiorno;  un rancore che uguaglia quello contro i  libri
    cavallereschi.  Perch  se  la  commedia,  come pare a Cicerone,  deve
    essere specchio della vita umana,  esempio di costumi e immagine della
    verit,  quelle che si rappresentano ora sono specchio di stravaganze,
    esempio di sciocchezze  e  immagini  di  lascivia.  Quale  stravaganza
    maggiore vi pu essere a questo proposito che quella di presentarci un
    ragazzo  in  fasce nella prima scena del primo atto e farcelo rivedere
    nella seconda diventato di gi un  uomo  con  tanto  di  barba?  Quale
    maggiore sciocchezza che quella di rappresentarci un vecchio valoroso,
    un giovane vigliacco,  un lacch colto,  un paggio che d consigli, un
    re facchino e una principessa sguattera?  Che  dir  poi  del  come  si
    rispettano  i  tempi  in  cui  possono  o potevano succedere le azioni
    rappresentate? Ho visto una commedia divisa in tre giornate, di cui la
    prima si svolse in Europa, la seconda in Asia e la terza and a finire
    in Africa,  e se fosse stata di quattro,  la quarta sarebbe finita  di
    certo  in America,  e cos la commedia si sarebbe svolta nelle quattro
    parti del mondo. E se l'imitazione del vero  la principale regola che
    deve tener di mira una commedia,  come    possibile  che  neppure  un
    mediocre intelletto rimanga soddisfatto sentendo che in un'azione, che
    si  svolge  al  tempo di Pipino o di Carlomagno,   fatto protagonista
    l'imperatore Eraclio,  quello che  entr  a  capo  d'una  crociata  in
    Gerusalemme,  e  s'impadron  del  Santo  Sepolcro,  come  Goffredo di
    Buglione,  e quindi posteriore agli altri due di diversi secoli!  E se
    invece la commedia deve fondarsi sopra cose inventate, perch mettervi
    delle verit storiche e mescolarvi frammenti di altri fatti successi a
    differenti   persone   in   tempi   differenti,    e   senz'ombra   di
    verosimiglianza,  ma anzi con errori evidentissimi e assolutamente non
    scusabili?  E  il  male    che ci sono degli ignoranti che dicono che
    tutto questo va benissimo,  e che il di pi  un andare in  cerca  del
    pelo  nell'uovo!  Che dire poi dei drammi d'argomento sacro?  Miracoli
    inventati,   fatti  apocrifi  o  male  intesi,   miracoli  d'un  santo
    attribuiti  a un altro!  E anche in quelli di argomento profano si osa
    introdurre  dei  miracoli,   senza   altra   scusa   e   senza   altra
    considerazione che il credere che in quel punto ci star bene quel tal
    miracolo o quel tal colpo di scena,  com'essi dicono,  perch la gente
    ignorante rimanga a bocca aperta e accorra alla commedia.  Ora,  tutto
    questo  porta pregiudizio alla verit e discredito alla storia e anche
    vergogna agli ingegni spagnoli;  perch gli  stranieri  che  osservano
    scrupolosamente  le  leggi  della  commedia,  ci tengono per barbari e
    ignoranti,  vedendo le  assurdit  e  le  stravaganze  di  quelle  che
    scriviamo  noi;  e  non sarebbe discolpa bastante il dire che lo scopo
    principale che perseguono gli  Stati  bene  ordinati,  permettendo  la
    rappresentazione  delle  commedie,  consiste nel divertire il pubblico
    con qualche onesta ricreazione e distrarlo dalle cattive  disposizioni
    di spirito generate dall'ozio;  e siccome questo scopo si consegue con
    qualunque commedia buona o cattiva,  non  il caso di fare  leggi  per
    costringere  coloro  che le scrivono e le rappresentano,  a farle come
    dovrebbero farsi,  dal momento  che,  come  ho  detto,  con  qualunque
    commedia  si  ottiene  quel  che  da  esse  si  pretende.  A questo io
    risponderei allora che questo scopo si conseguirebbe molto  meglio,  e
    senza  paragone  possibile,  con  le commedie buone che non con quelle
    cattive;  perch dalla commedia regolare e ben  ideata  lo  spettatore
    esce  rallegrato  dalle  parti  allegre,  istruito  dalle parti serie,
    stupito dagli intrecci, ammonito dai discorsi,  messo in guardia dagli
    imbrogli che vi sono rappresentati,  fatto accorto dagli esempi che vi
    si vedono,  sdegnato contro il vizio e innamorato della  virt.  Tutti
    questi sentimenti deve infatti la buona commedia destare nell'animo di
    chi  l'ascolta  per  rozzo  e  torpido  che  sia,  ed   assolutamente
    impossibile che  non  possa  divertire  e  interessare,  soddisfare  e
    piacere  la  commedia che contiene tutte queste doti,  molto pi della
    commedia che ne  priva, come ne sono prive la maggior parte di queste
    che ora ordinariamente si rappresentano.  E la colpa non   dei  poeti
    che  le  scrivono;  perch  ce  ne  sono  di quelli tra loro che sanno
    benissimo in che consiste il loro errore,  e sanno benissimo quel  che
    dovrebbero  fare;  ma,  siccome  le  commedie sono diventate un genere
    mercantile, i poeti dicono, e dicono il vero,  che i comici non gliele
    accetterebbero,  se  non  fossero  di  quel genere;  e quindi il poeta
    procura di adattarsi a quel che gli chiede il capocomico che gli  deve
    pagare  il suo lavoro.  E che questo sia la verit si pu vedere dalle
    innumerevoli commedie composte da un  felicissimo  ingegno  (1)  della
    nostra  nazione  con tanto garbo,  tanta grazia,  versi cos eleganti,
    pensieri cos buoni, cos gravi sentenze,  e finalmente con elocuzione
    cos  ricca  e  stile  cos alto,  che ha riempito il mondo con la sua
    fama; eppure proprio per volere adattarsi al gusto degli attori alcune
    s,  ma non tutte hanno raggiunto quel  grado  di  perfezione  che  si
    richiede.  Altri  le  scrivono  cos  a casaccio,  che gli attori dopo
    averle rappresentate bisogna  che  scappino  e  non  si  facciano  pi
    vedere,  perch hanno paura di andare incontro a delle punizioni, come
     successo parecchie volte, per aver rappresentato roba in pregiudizio
    di alcuni regnanti o  offensiva  per  alcune  famiglie  nobili.  Tutti
    questi  inconvenienti,  e  anche  molti  altri  che tralascio,  non si
    verificherebbero pi,  se  ci  fosse  alla  capitale  una  persona  di
    criterio  e  intelligente che esaminasse tutti i lavori teatrali prima
    della loro rappresentazione, e non solo quelli da darsi alla capitale,
    ma anche tutti gli altri che si volessero rappresentare nella  Spagna;
    e  senza  la sua approvazione,  sigillo e firma nessuna autorit nella
    sua giurisdizione non dovrebbe lasciar rappresentare nessun lavoro. In
    questo modo i comici procurerebbero d'inviare i lavori alla  capitale,
    e  potrebbero  poi  rappresentarli  con  perfetta tranquillit,  e gli
    scrittori sapendo che le loro opere hanno da subire un esame  rigoroso
    da parte di chi se ne intende,  guarderebbero meglio a quel che fanno;
    e cos si scriverebbero buone commedie e si otterrebbe benissimo  quel
    che con esse si desidera;  cio il divertimento del pubblico, la buona
    reputazione degli ingegni spagnoli, e l'interesse e la sicurezza degli
    attori,  risparmiandosi la bega di doverli punire.  E se si desse  poi
    l'incarico  ad  altra  o  alla  stessa  persona di esaminare i romanzi
    cavallereschi che via via si  scrivono,  senza  dubbio  ne  potrebbero
    uscire  alcuni  con  l  perfezione  che  ha detto la Signoria Vostra,
    arricchendo  la  nostra  lingua  di  un  gradito  e  prezioso   tesoro
    d'eloquenza, e favorendo l'occasione che i libri vecchi si oscurassero
    alla  luce  di  libri  nuovi  che  uscissero per onesto passatempo non
    solamente degli oziosi,  ma anche  dei  pi  occupati;  poich  non  
    possibile  che  la  corda  dell'arco sempre stia tesa,  e la debolezza
    della natura umana esige qualche lecito divertimento.
    Il canonico e il curato erano  a  questo  punto  del  loro  colloquio,
    quando il barbiere avvantaggiandosi sugli altri, si avvicin a loro, e
    disse:
    - Signor curato, questo  il posto dove ho detto che si sarebbe potuto
    benissimo  far  la  siesta  e  che  i  buoi avrebbero trovato fresco e
    abbondante pascolo.
    - Mi pare anche a me un buon posto  -  rispose  il  curato,  e  avendo
    comunicata  al  canonico  la  loro idea,  anch'egli volle rimanere con
    loro,  allettato dalla vista di una bellissima  valle  e  dal  piacere
    della  conversazione col curato,  col quale cominciava a simpatizzare,
    nonch dalla curiosit di conoscere in modo pi  particolareggiato  le
    prodezze di Don Chisciotte. Quindi ordin ad alcuni dei suoi domestici
    di andare all'osteria che era poco lontana, e di riportare da mangiare
    per tutti quel che vi trovavano di pronto; perch egli quel pomeriggio
    voleva fare la siesta l. Uno dei domestici rispose che la mula con le
    provviste,  che  gi doveva essere arrivata all'osteria,  portava roba
    abbastanza e che quindi non c'era bisogno che di comprare  un  po'  di
    biada.
    - Allora - disse il canonico - menate l tutte le cavalcature,  e fate
    tornare indietro la mula.
    Intanto Sancio vedendo che poteva finalmente parlare  al  suo  padrone
    senza  la  continua sorveglianza del curato e del barbiere,  dei quali
    non si fidava, s'avvicin alla gabbia dov'era, e gli disse:
    - Signor Don Chisciotte,  per discarico  della  mia  coscienza  voglio
    dirle una cosa relativa al suo incantesimo.  Quei due col viso coperto
    sono il curato del nostro paese e il barbiere,  e io credo che abbiano
    ordito  questa  trama  di  portarla  via  in  questa  maniera per pura
    invidia,  perch la Signoria Vostra li supera nel  fare  delle  grandi
    imprese.  Ora  se questo  vero,  lei non  incantato ma semplicemente
    abbindolato e intontito. E per averne una prova, vorrei domandarle una
    cosa,  e se mi risponde nel modo che,  come credo,  mi  risponder  di
    certo,  le  far  toccar  con  mano  l'inganno,  e vedr che lei non 
    incantato, ma che le hanno soltanto scombussolato il cervello.
    - Domanda quel che vuoi,  figliolo mio - rispose Don Chisciotte ch io
    ti risponder e ti dar tutta la soddisfazione che desideri.  Quanto a
    quel che tu mi dici,  che quei due l siano il curato  e  il  barbiere
    nostri  compatrioti  e  conoscenti,  potr darsi benissimo che sembrin
    loro, ma che lo siano realmente, non lo credere.  Se somigliano a loro
    come tu dici, vuol dire che quelli che mi hanno incantato, hanno preso
    il loro aspetto,  perch gli incantatori posson prendere la figura che
    lor comoda;  e avranno preso appunto la  figura  di  quei  nostri  due
    amici, per darti occasione di pensare quel che tu pensi, e metterti in
    un  tal  labirinto  d'immaginazioni,  che non ti riesca pi di uscirne
    nemmeno col filo d'Arianna.  O anche lo avranno fatto perch io  esiti
    nei  miei  giudizi  e  non  sappia  indovinare di dove mi viene questo
    danno;  perch se da una parte tu  mi  dici  che  mi  accompagnano  il
    barbiere e il curato del nostro paese,  e dall'altra io mi vedo dentro
    una gabbia,  e so bene da me che forze umane,  a meno che non  fossero
    soprannaturali,  non  basterebbero a mettermi in una gabbia,  che vuoi
    che dica e pensi,  se non che la maniera del mio incantesimo  sorpassa
    quante ne ho lette in tutte le storie che trattan di cavalieri erranti
    che sono stati incantati?  Quindi tu ti puoi dar pace,  e rinunziare a
    codesta tua idea che quei due l siano il barbiere  e  il  curato:  lo
    sono,  vedi,  come io son turco. Ma se mi vuoi domandare qualche altra
    cosa,  dimmela,  ch io  ti  risponder,  anche  se  tu  seguitassi  a
    interrogarmi fino a domattina.
    - Benedetta la Madonna!  - grid Sancio.  - Ma  mai possibile che sia
    cos duro di cervello,  e abbia la testa cos vuota da non vedere  che
    quel  che  le dico  la pura verit?  E che in questa sua disgrazia ci
    gioca pi la birberia che gli incantesimi?  Ma siccome  proprio cos,
    le  voglio provare come quattro e quattr'otto che lei non  incantato.
    Mi dica un po'...  Dio faccia che lei possa uscire da questo tormento!
    E che possa trovarsi tra le braccia della signora Dulcinea quando meno
    se lo pensa...
    -  Finiscila  con  tutti  questi  scongiuri  -  disse Don Chisciotte e
    domanda quel che vuoi,  ch gi t'ho detto che ti risponder punto per
    punto.
    -  E'  quel  che  desidero - disse Sancio - e quel che vorrei sapere 
    questo: che mi dica,  senza aggiungerci n levarci nulla,  ma  dicendo
    proprio  tutta  la verit,  veh!  come spera che l'abbiano a dire e la
    dicano tutti quelli che fanno, come lei,  professione di milizia sotto
    il titolo di cavalieri erranti...
    - Ti ripeto che ti dir intera la verit - interruppe Don Chisciotte -
    ma,  insomma  falla  una buona volta questa domanda,  perch con tutte
    queste riserve, preamboli, e eccezioni tu mi hai stancato, Sancio.
    - Dunque,  io sono sicuro della franchezza e della sincerit  del  mio
    padrone,  e  quindi,  siccome   proprio il caso,  io le domando se da
    quando  in questa gabbia incantato come lei dice,  le e  mai  venuta,
    con rispetto parlando, la voglia o il bisogno di far, come si dice, la
    piccina o la grossa?
    - Non capisco, Sancio; spiegati meglio, se tu vuoi ch'io ti risponda a
    tono.
    -  Ma   possibile che lei non capisca quel che vuol dire la piccina e
    la grossa?  Se  la prima cosa che insegnano ai ragazzi quando vanno a
    scuola?  Voglio dire insomma,  se le  venuta voglia di fare quello di
    cui non si pu fare a meno.
    - Oh s, s, t'ho capito ora,  Sancio;  s,  s,  molte volte,  e n'ho
    voglia  ancora: aiutami te a escir da questo guaio,  altrimenti non si
    fa pulita.

    NOTA 1: Lope de Vega.

    CAPITOLO 49.
    Nel quale si tratta dell'assennato colloquio che Sancio Panza ebbe col
    suo padrone.

    - Ah, qui ti volevo! - esclam Sancio.  - Questo  quel che mi premeva
    di sapere,  quanto mi preme l'anima e la vita. Dica un po', signor Don
    Chisciotte,  ha mai sentito dire quel che comunemente si  dice  quando
    una persona  di cattivo umore: Non so che abbia il tale; non mangia,
    non  beve,  non dorme,  non risponde a tono a quel che gli si domanda;
    pare incantato?  Ora,  da  questo  si  capisce  che  quelli  che  non
    mangiano,  non  bevono,  non  dormono,  n  fanno come ho detto i loro
    bisogni, sono incantati;  ma non gi quelli che hanno la voglia che ha
    ora lei, che beve quando gliene danno, mangia quando ha da mangiare, e
    risponde a tutto quello che le si domanda.
    -  Questo  vero,  Sancio - rispose Don Chisciotte - ma t'ho gi detto
    che ci sono diverse specie d'incantesimi,  e potrebbe  darsi  che  con
    l'andar  dei  tempi  si fossero mutati,  e che ora sia di moda che gli
    incantati facciano tutto quello che faccio io,  anche se prima non  lo
    facevano.  Ora, contro la moda dei tempi non valgono argomentazioni n
    illazioni; io so, e per conto mio tengo per fermo, d'essere incantato,
    e questo mi basta per la sicurezza della mia coscienza,  perch me  ne
    farei un grave scrupolo,  se credessi di non essere incantato e stessi
    in questa gabbia inerte e codardo,  defraudando  molti  necessitosi  e
    molti afflitti del soccorso che potrei dar loro, e del quale, forse in
    questo stesso momento, hanno assoluta e urgente necessit.
    -  Ora  dunque  - replic Sancio - io dico che per maggior sicurezza e
    maggior soddisfazione sarebbe bene che lei provasse a uscire da questa
    gabbia.  Io per me mi impegno con tutte le mie  forze  di  aiutarla  a
    uscire  o anche addirittura di tirarla fuori.  Poi lei dovrebbe salire
    sul suo bravo Ronzinante,  che anche lui poverino  pare  incantato  da
    quanto  va  malinconico  e triste,  e poi si proverebbe un'altra volta
    tutti e due a tentar la sorte,  cercando nuove avventure.  E se non ci
    andasse bene,  a tornare in gabbia siamo sempre in tempo;  perch,  da
    buono e leale scudiero, prometto di rinsserrarmici anch'io con lei, se
    mai lei fosse tanto disgraziato, o io tanto imbecille, da non riuscire
    a fare quel che dico.
    - Per conto mio accetto, caro Sancio - replic Don Chisciotte e quando
    tu vegga l'occasione di liberarmi,  io ti  obbedir  in  tutto  e  per
    tutto;  ma  vedrai come t'inganni nell'idea che ti sei fatta sulla mia
    disgrazia.
    Questi  erano  i  discorsi  dell'avventuroso  cavaliere  e   del   suo
    sventurato  scudiero  mentre  si  avvicinavano  al punto dove,  di gi
    smontati,  li aspettavano il curato,  il canonico e  il  barbiere.  Il
    carrettiere  stacc  subito i buoi,  e li lasci andare a loro piacere
    per quel luogo verde e tranquillo,  che invitava a  godere  della  sua
    frescura  non solo le persone incantate come Don Chisciotte,  ma anche
    tutta la gente sana di testa e assennata  come  il  suo  scudiero;  il
    quale  preg  il  curato  a  permettere  che il suo padrone uscisse un
    momento dalla gabbia,  perch se  non  lo  lasciavano  uscire,  quella
    prigione  non  sarebbe rimasta cos pulita come esigeva il decoro d'un
    tal cavaliere. Il curato cap,  e disse che molto volentieri l'avrebbe
    concesso,  ma  aveva  paura che il suo padrone,  una volta libero,  ne
    facesse qualcuna delle  sue,  e  fuggisse  dove  non  fosse  possibile
    ritrovarlo.
    - Non scapper: resto responsabile io - disse Sancio.
    -  Io  pure,  e  anche  di tutto quel che far - aggiunse il canonico-
    specialmente se mi d la sua parola di cavaliere di  non  allontanarsi
    da noi senza il nostro permesso.
    - S, ve la do - rispose Don Chisciotte, che stava a sentire ogni cosa
    - tanto pi che chi, come me,  incantato, non  libero di fare di sua
    esclusiva  volont  quello  che  desidera,   perch  quello  che  l'ha
    incantato pu tenerlo fermo tre secoli nel medesimo posto, se vuole; e
    se anche fosse fuggito,  lo far tornare in un baleno.  Quindi  potete
    benissimo  lasciarmi  libero,  e  con gran vantaggio di tutti,  perch
    altrimenti vi dichiaro che,  a meno  che  non  vi  allontaniate,  sar
    costretto a farvi annusare qualcosa di poco buono.
    Il canonico si fece dare la mano, quantunque le avesse legate, e sulla
    sua  parola  d'onore  lo levarono di gabbia,  il che lo fece andare in
    visibilio dalla gioia.  La prima cosa che fece fu di  stirarsi  tutto,
    poi and subito dov'era Ronzinante, e battendogli col palmo della mano
    due colpetti sulle anche:
    -  O fiore e specchio dei cavalli - gli disse - io spero sempre in Dio
    e nella Sua Santissima Madre  che  dobbiamo  presto  trovarci  ambedue
    nella  condizione che desideriamo: tu col tuo padrone sul dorso,  e io
    sopra di te nell'esercizio della missione per cui Dio mi ha  posto  al
    mondo.
    Detto questo,  Don Chisciotte in compagnia di Sancio si allontan fino
    a un luogo assai appartato,  di  dove  torn  pi  alleggerito  e  con
    maggior  desiderio  di  mettere  a effetto ci che il suo scudiero gli
    consigliasse.  Il canonico lo guardava e si meravigliava pensando alla
    grande  stranezza  della  sua  pazzia,  e  come  mostrasse di avere il
    cervello a posto in tutto quello di cui parlava e  rispondeva,  purch
    non  si trattasse di cavalleria,  nel qual caso,  come altre volte s'
    detto, perdeva subito la bussola. Quindi, mosso da compassione, quando
    si furono tutti seduti sull'erba in attesa del desinare, gli disse:
    - E' mai possibile,  signor cavaliere,  che la  disgustosa  e  sciocca
    lettura   dei  romanzi  cavallereschi  le  abbia  tanto  sconvolto  il
    cervello, da credere d'essere incantato e altre cose di questo genere,
    cos lontane dal vero, quanto la stessa menzogna dalla verit?  E come
      possibile  a  intelletto  umano credere che vi siano state al mondo
    quella  infinit  d'Amadigi,   e  quella  turba  infinita  di   famosi
    cavalieri,  di imperatori di Trebisonda, di Felice Marte d'Ircania, di
    palafreni,  donzelle  erranti,  serpenti,  draghi,  giganti,  inaudite
    avventure,  infinite specie d'incantesimi,  battaglie, enormi scontri,
    bizzarrie di costumi,  principesse innamorate,  scudieri che diventano
    conti,  nani buffi,  bigliettini dolci,  dichiarazioni amorose,  donne
    guerriere e finalmente tante e cos grandi stravaganze che si  trovano
    nei  romanzi cavallereschi?  Io per me quando li leggo,  finch non mi
    vien fatto di pensare che sono tutte bugie e sciocchezze, un po' mi ci
    diverto;  ma quando mi viene in mente che sono quel che  sono,  allora
    anche  il migliore lo butto nel muro,  e lo butterei nel fuoco,  se ce
    l'avessi vicino.  E del resto  proprio la pena che si  meriterebbero,
    perch  sono falsi,  impostori,  e fuori del comune criterio naturale;
    sono inventori di nuove sette e di un  nuovo  modo  di  vita  e  danno
    motivo  al  volgo ignorante di tener per vere tutte le sciocchezze che
    contengono. E sono cos impudenti, che osano perfino turbare l'ingegno
    dei saggi e bennati gentiluomini, come si pu veder chiaro da quel che
    hanno fatto alla Signoria Vostra, che han ridotto a tal punto da dover
    essere serrata in una gabbia e portata  sopra  un  carro,  come  fanno
    quelli che portano a far vedere di paese in paese un leone o una tigre
    per guadagnarsi il pane.  Suvvia,  signor Don Chisciotte, si ravveda e
    rientri in carreggiata, e sappia far buon uso del discernimento, e non
    poco,  che  il  cielo  ebbe  la  bont  di  elargirle,  impiegando  il
    felicissimo  talento  del  suo  ingegno in altra lettura che ridondi a
    vantaggio della sua coscienza e in aumento del suo onore. E se per sua
    naturale inclinazione vuol leggere libri  di  prodezze  cavalleresche,
    legga  nella Bibbia il libro dei Giudici,  che l trover delle verit
    sublimi e dei fatti altrettanto veri quanto eroici.  La Lusitania ebbe
    un  Viriato,  Roma  un  Cesare,  Cartagine  un Annibale,  la Grecia un
    Alessandro,  la Castiglia un conte Fernando Gonzales,  la  Valenza  un
    Cid,  l'Andalusia un Gonzalo Fernandez,  l'Estremadura un Diego Garzia
    de Paredes,  Xeres un Garci Perez  de  Vargas,  Toledo  un  Garcilaso,
    Siviglia  un Don Manuel di Len;  e la lettura delle valorose gesta di
    questi  prodi  pu  occupare,   ammaestrare,   divertire   e   formare
    l'ammirazione  dei  pi  alti ingegni che vi si dedichino.  Questa s,
    signor  Don  Chisciotte,   sar  lettura   degna   della   sua   bella
    intelligenza;  lettura  che  la far erudito nella storia,  innamorato
    della virt,  educato alla bont,  migliore nei costumi,  prode  senza
    temerit, e prudente senza codardia; e tutto questo ad onore di Dio, a
    vantaggio  suo  e  a  gloria  della  Mancia,  di  cui ho saputo che la
    Signoria Vostra  originario.
    Don Chisciotte ascolt il discorso del canonico con grande attenzione;
    e quando cap che aveva finito,  dopo averlo  guardato  fisso  un  bel
    pezzo, gli disse:
    -  Signore,  mi  pare  che  il  suo  discorso  abbia  avuto in mira di
    persuadermi che i cavalieri erranti non sono mai esistiti, che tutti i
    libri cavallereschi son falsi, bugiardi,  inutili e nocivi allo Stato,
    e che io ho fatto male a leggerli, peggio a crederci e peggio ancora a
    imitarli,   mettendomi,   come  ho  fatto,   a  seguire  la  durissima
    professione della cavalleria errante che essi insegnano; perch,  dice
    la  Signoria Vostra,  non vi sono mai stati nel mondo degli Amadigi di
    Gaula o di Grecia,  n tutti gli altri cavalieri  di  cui  quei  libri
    parlano.
    - S, proprio, letteralmente cos - disse a questo punto il canonico.
    -  La Signoria Vostra ha poi aggiunto che questi libri m'avevano fatto
    un gran danno, perch mi avevano sconvolto la testa e ridotto al punto
    da dover esser messo in una gabbia,  e che sarebbe stato meglio per me
    fare ammenda del mio fallo e mutar lettura, dedicandomi ad altri libri
    pi   veridici,   che   offrono   migliori   insegnamenti  e  migliori
    distrazioni.
    - Verissimo.
    - Ora,  io dal canto mio,  ritengo che l'insensato e  l'incantato  sia
    proprio  la  Signoria  Vostra,  dal  momento che s' messa a dir tante
    bestemmie contro un fatto cos accettato nel mondo  e  ritenuto  tanto
    vero,  che chi lo negasse,  come fa lei,  meriterebbe la medesima pena
    che la Signoria Vostra dice di voler infliggere ai libri che  legge  e
    che  la  seccano.  Perch il voler dare ad intendere a uno che Amadigi
    non  esistito e neppure tutti gli altri cavalieri erranti di cui  son
    piene  le  storie,  sarebbe come volerlo persuadere che il sole non fa
    luce,  che il ghiaccio non  freddo,  e che non    la  terra  che  ci
    sostiene.  Chi  v' nel mondo che possa riuscire a persuadere qualcuno
    che l'episodio di Floripes e di  Guido  di  Borgogna  non    vero,  e
    neppure  quello di Fierobraccio al ponte di Mantible,  che successe al
    tempo di Carlo Magno? Questa  la pura verit, quanto  vero che ora 
    giorno.  E se  una  menzogna,  allora  devono  esser  menzogne  anche
    Ettore,  Achille,  la guerra di Troia, i Dodici Pari di Francia, il re
    Art d'Inghilterra,  che  tuttora  vive  convertito  in  corvo,  e  lo
    aspettano  nel suo regno di momento in momento.  E oseranno dire anche
    che  falsa la storia di Guerrino il Meschino,  e quella della ricerca
    del San Graal, e che son apocrifi gli amori di Tristano e della regina
    Isotta,  come  pure quelli di Ginevra e di Lancillotto;  mentre ci son
    persone che quasi si ricordano d'aver visto Donna Chintagnona,  che fu
    la miglior coppiera ch'ebbe la Gran Brettagna;  e mi ricordo io che la
    mia nonna paterna,  quando vedeva una  signora  di  riguardo  con  una
    cuffia  imponente,  mi  diceva: Vedi,  bambino mio,  quella l sembra
    Donna Chintagnona,  dal che arguisco che o la conobbe,  o per lo meno
    arriv  a  vedere  qualche suo ritratto.  Chi potr negare che non sia
    vera la storia di Pierres e della bella Magalona,  dal momento che  si
    vede  ancor  oggi  nell'armeria  reale il manubrio con cui il valoroso
    Pierres guidava il cavallo di legno su cui andava per aria,  e  che  
    poco  pi grosso che un timone da carretta?  E accanto al manubrio c'
    la sella di Babieca,  e in Roncisvalle c' ancora il  corno  d'Orlando
    grande come una grossa trave, dal che si deduce che ci furono i Dodici
    Pari,  che  ci fu un Pierres,  che ci furono dei Cid e altri cavalieri
    simili, di quelli di cui la gente dice che a lor venture van.  Mi si
    dica  dunque  che  non    vero  che  fu cavaliere errante il valoroso
    portoghese Giovanni de Merlo,  che and in Borgogna e  combatt  nella
    citt  di  Arras  contro  il  famoso signore di Charny chiamato Messer
    Pierres,  e poi nella citt di Basilea con Messer Enrico di  Remestan,
    uscendo  da tutte e due le imprese vincitore e pieno di gloria;  mi si
    dica che non son vere le  avventure  e  i  combattimenti  che  fecero,
    sempre  in  Borgogna,  i  valorosi  spagnoli  Pietro  Rarba e Gutierre
    Chisciada (dal quale io  discendo  direttamente  in  linea  mascolina)
    vincendo  i figli del conte di San Polo.  Mi neghino parimente che non
    and a cercare avventure in Alemagna Don Fernando di Guevara,  che ivi
    combatt   contro   Messer  Giorgio  cavaliere  della  casa  del  duca
    d'Austria, e mi dicano finalmente che furono uno scherzo le giostre di
    Suero di Chignones,  quello del Paso;  o le imprese di Messer Luigi di
    Falces  contro Don Gonzalo di Guzman,  cavaliere castigliano,  e molte
    altre prodezze fatte da cavalieri cristiani di questo Stato e  d'altri
    Stati stranieri, tanto autentiche e vere che, torno a ripetere, chi le
    negasse mancherebbe d'intelligenza e di senno.
    Il  canonico  rimase  sbalordito sentendo il guazzabuglio di vero e di
    falso fatto da Don Chisciotte e la sua competenza  in  tutte  le  cose
    concernenti i fatti della sua cavalleria errante, e cos gli rispose:
    -  Non  posso  negare,  signor Don Chisciotte,  che in quel che lei ha
    detto non ci sia qualche  cosa  di  vero,  specialmente  per  ci  che
    riguarda  i  cavalieri  spagnoli;  e  pure  le voglio concedere che ci
    furono Dodici Pari di Francia;  ma non  posso  credere  che  facessero
    tutto  quello  che  racconta  l'arcivescovo  Turpino;  la verit  che
    furono dei cavalieri scelti dai re di Francia e chiamati Pari,  perch
    tutti  erano  uguali  in  valore,  nobilt e bravura: e se pure non lo
    erano,  avrebbero dovuto esserlo.  Erano un ordine militare  simile  a
    quelli  che  esistono  oggi  di  Santiago  o  di  Calatrava,  dove  si
    presuppone che coloro che vi sono ascritti  debbano  essere  cavalieri
    valorosi, bravi, e nobili; e come ora dicono cavaliere di San Giovanni
    o  di  Alcntara,  dicevano  a  quel  tempo cavaliere dei Dodici Pari,
    perch  furono  dodici  uguali  che  si  scelsero  per  questo  ordine
    militare.  Che  sia esistito un Cid e un Bernardo del Carpio,  non c'
    dubbio, ma che abbiano fatte tutte le prodezze che dicono,   un altro
    paio  di  maniche.  E quanto al manubrio del Conte Pierres,  di cui la
    Signoria Vostra ha detto che si trova accanto alla  sella  di  Babieca
    nell'armeria reale,  confesso il mio peccato: o sono tanto ignorante o
    tanto di vista corta,  che sebbene abbia visto la sella,  il  manubrio
    non m' riuscito di vederlo,  e s che,  a sentir lei, dovrebbe essere
    anche molto grosso.
    - Eppure c' senza alcun dubbio - replic Don  Chisciotte  -  tanto  
    vero che, anzi, dicono che  chiuso in un astuccio di cuoio perch non
    pigli la muffa.
    -  Tutto  pu essere - rispose il canonico - ma per l'ordine sacro che
    ho ricevuto, io non mi ricordo d'averlo visto. E poi anche ammesso che
    ci fosse,  non per questo mi terrei obbligato a credere le  storie  di
    tanti  Amadigi,  e  di  quella  turba  infinita  di  cavalieri  che ci
    raccontano,  n sarebbe una ragione perch un uomo  come  la  Signoria
    Vostra,  cos  onorato  e  cos pieno di buone qualit e dotato di una
    cos bella intelligenza,  si mettesse in testa che sono vere  tante  e
    tante  strane  pazzie,  come  quelle scritte negli stravaganti romanzi
    cavallereschi.




    CAPITOLO 50.
    Dotta disputa tra Don Chisciotte e il canonico, con altri avvenimenti.

    - Questa  bella!  - rispose Don  Chisciotte.  -  Libri  stampati  con
    licenza  del  re  e  con approvazione dei superiori,  e letti con gran
    piacere ed esaltati  da  grandi  e  da  piccoli,  da  letterati  e  da
    ignoranti,  da nobili e plebei, e finalmente da ogni genere di persone
    di qualunque stato e di qualunque condizione dovrebbero  essere  delle
    pure  menzogne?  Mentre  invece hanno tutto il carattere della verit,
    poich ci dicono il padre, la madre, la patria, i parenti,  l'et,  il
    luogo e le prodezze,  punto per punto e giorno per giorno, che il tale
    o i tali cavalieri fecero?  Stia zitto,  stia zitto:  non  dica  certe
    bestemmie;  e  creda  pure  che  io le do a questo riguardo il miglior
    consiglio che possa seguire un uomo di giudizio.  E se no,  li legga e
    vedr  come  si  diverte.  Ma  mi  dica un po': ci pu essere maggiore
    soddisfazione di quella,  per esempio,  di  vedere  qui  a  un  tratto
    apparire  dinanzi  a noi un gran lago di pece a bollore dove nuotano e
    si incrociano un gran numero di serpenti,  bisce,  coccodrilli e molti
    altri  generi  di animali feroci e spaventevoli,  e dal mezzo esce una
    voce tristissima, che dice: O tu cavaliere, chiunque tu sia, che stai
    mirando questo spaventevole lago,  se vuoi ottenere il tesoro  che  si
    nasconde  sotto  queste  negre  acque,  mostra il valore del tuo forte
    petto, e gettati in mezzo al suo negro e infiammato flutto,  perch se
    non  fai  cos,  non  sarai  degno  di vedere le grandi meraviglie che
    rinserrano e contengono in s i sette castelli delle sette  Fate,  che
    giacciono  sotto  questa massa nera?  E il cavaliere non ha finito di
    udire la voce paurosa, che gi,  senza stare a esaminare il "pro" e il
    "contra",  senza mettersi a considerare il pericolo a cui si espone, e
    anche senza spogliarsi del peso delle sue forti armi,  raccomandandosi
    a Dio e alla sua dama,  si getta nel lago bollente, e, mentre non sa e
    nemmen si dubita dove andr a finire, ecco che a un tratto si trova in
    mezzo a dei campi fioriti, di cui gli Elisi nulla valgono al paragone,
    e gli pare che il cielo sia pi trasparente,  e che il sole  risplenda
    con  nuova  chiarit:  si  offre  ai  suoi  occhi una foresta composta
    d'alberi cos verdi e frondosi,  che rallegrano la  vista;  e  diletta
    l'orecchio il dolce e natural concerto degli innumerevoli e variopinti
    augelletti,  che incrociano i loro voli attraverso gli intricati rami.
    Qui discopre un ruscello,  le cui  fresche  acque,  simili  a  liquido
    cristallo,  scorrono su minute arene e candide ghiaie,  che somigliano
    oro  forbito  e  perle  finissime.   L   vede   un'elegante   fontana
    artificiale,  composta  di  screziato  diaspro e di lucido marmo,  qua
    un'altra alla rustica,  dove  le  piccole  conchiglie  delle  arselle,
    insieme  con  le  attorte  casette  bianche  e gialle delle chiocciole
    disposte in capriccioso ordine e mischiate con frammenti di  cristallo
    scintillante e di smeraldi falsi, compongono uno svariato lavoro, dove
    l'arte  imitando la natura pare che la vinca.  Pi in l gli si scopre
    alla vista un forte castello o un maestoso palazzo regale, le cui mura
    sono d'oro massiccio, i merli di diamanti,  le porte di crisopazio;  e
    con  tant'arte  costruito  che sebbene sia fatto di diamanti,  rubini,
    perle,  oro e smeraldi,  la materia  vinta dal lavoro.  E  dopo  aver
    visto  ci,  che  cosa  pu  desiderarsi di meglio che di veder uscire
    dalla porta del castello un gran numero di donzelle,  vestite di abiti
    cos magnifici e sontuosi, che se mi mettessi a descriverli come fanno
    gli  storici,  non  la  finirei  pi?  Sbito,  quella  che  sembra la
    principale del gruppo, viene a prendere per la mano l'audace cavaliere
    che s' gettato nel bollente lago,  e lo  conduce,  senza  dirgli  una
    parola,  dentro  il  ricco  palazzo  o  castello.  E dopo averlo fatto
    spogliare nudo come la madre l'ha fatto,  lo bagna con tiepide  acque,
    l'unge  tutto  con  odorosi unguenti,  lo veste di un camice di drappo
    finissimo  e  squisitamente  profumato;   poi  sopraggiunge   un'altra
    donzella e gli pone sulle spalle una tunica,  che,  a quel che dicono,
    ha il valore d'un'intera citt,  e anche pi.  E che cosa di pi bello
    di quando ci raccontano che dopo tutto questo lo conducono in un'altra
    sala,  dove  trova apparecchiate le tavole con tanto ordine che rimane
    sorpreso e stupito?  E gli danno alle mani acqua all'essenza d'ambra o
    di millefiori,  lo fanno sedere sopra un seggio di avorio,  e tutte le
    damigelle lo  servono  in  un  perfetto  silenzio,  portandogli  tanti
    differenti cibi,  conditi cos saporitamente,  che l'appetito non sa a
    quale stendere la mano.  Qual delizia sar udir la musica  nel  mentre
    ch'egli mangia,  senza sapere chi  che suona e dove?  E poi finito il
    pranzo e sparecchiata la mensa, mentre il cavaliere se ne sta sdraiato
    nella sua poltrona forse stuzzicandosi  i  denti  com'  usanza,  ecco
    entrare  per la porta della sala un'altra donzella molto pi leggiadra
    di tutte le precedenti, che viene a sedersi a fianco del cavaliere,  e
    comincia  a  raccontargli  che  castello    quello,  e  com'ella vi 
    rinchiusa  per  incantamento,   con  altre  cose  che  stupiscono   il
    cavaliere,  e  fanno  andare in visibilio i lettori che leggono la sua
    storia.  Non voglio dilungarmi pi in quest'argomento poich da quello
    che  ho detto si pu dedurre che qualunque parte si legga di qualunque
    storia  di  cavaliere  errante,  non  pu  mancare  il  diletto  e  la
    meraviglia in chiunque la legga; e, mi creda, la Signoria Vostra, come
    gi  le ho detto un'altra volta,  legga questi libri,  e vedr come le
    scacceranno la malinconia e le  miglioreranno  l'umore,  se  per  caso
    l'avesse cattivo.  Quanto a me le so dire che, da quando son cavaliere
    errante, son bravo, cortese, liberale,  educato,  generoso,  affabile,
    ardito,  mansueto,  paziente,  tollerante dei disagi,  delle prigioni,
    degli incantamenti;  e sebbene un momento fa fossi rinserrato  in  una
    gabbia come pazzo,  spero col valore del mio braccio,  se mi favorisca
    il cielo e non sia contraria la fortuna,  di poter diventare in  pochi
    giorni  re  di qualche regno,  e dimostrare allora la gratitudine e la
    liberalit che alberga nel mio petto. Perch, in fede mia,  il povero,
    egregio  signore,   impotente a dimostrare la virt della liberalit,
    anche se la possegga in sommo grado;  e la  gratitudine  che  consiste
    soltanto nel desiderio,  cosa morta, come  morta la fede senz'opere.
    Per  questo  vorrei  che  la fortuna mi offrisse presto l'occasione di
    diventare imperatore,  per mostrare il mio cuore,  beneficando i  miei
    amici,   specialmente  questo  povero  diavolo  di  Sancio  Panza  mio
    scudiero, che  il miglior uomo di questo mondo.  Vorrei dargli allora
    quella contea che da tanto tempo gli ho promesso,  bench temo che non
    abbia abilit sufficiente per governare il suo Stato.
    Sancio non fin d'intendere queste parole del suo padrone  che  sbito
    esclam:
    - Lei pensi a darmi questa contea, che da tanto tempo mi promette e da
    tanto  aspetto,  e  le  assicuro  che  non  mi  mancher l'abilit per
    governarla,  e quando pur mi mancasse,  ho sentito dire  che  ci  sono
    degli individui che prendono in appalto i feudi dai feudatari ai quali
    danno  un  tanto all'anno,  e si occupano loro del governo,  mentre il
    feudatario se ne va in panciolle a godersi la rendita che gli  passano
    senza  curarsi  d'altro.  A  un  caso quindi farei cos;  e non vorrei
    confondermi tanto il cervello,  ma mi disfarei sbito di tutto,  e  mi
    godrei le mie rendite come un signore, e addio.
    -  Questo,  caro  Sancio  -  disse  il  canonico  -  va bene quanto al
    godimento delle rendite;  ma  quanto  all'amministrare  la  giustizia,
    bisogna che il signore del feudo ci provveda direttamente,  e qui sono
    necessari abilit,  criterio e  principalmente  la  buona  volont  di
    riuscire,  ch  se questa manca nei princpi,  sempre saranno errati i
    mezzi e mai raggiunti i fini.  Quindi Iddio  suol  favorire  la  buona
    volont  dell'uomo  da  poco  e  ostacolare  quella  cattiva dell'uomo
    intelligente.
    - Di queste filosoferie io non me  ne  intendo  -  rispose  Sancio  ma
    potessi  io  avere  la  contea  tanto  presto,  quanto sarei capace di
    governarla!  Perch infine ho tant'anima come un altro,  e tanto corpo
    quanto  chiunque,  e sarei tanto re io nel mio Stato come ciascuno nel
    suo e quando fossi re,  farei quel che  vorrei;  e  facendo  quel  che
    vorrei,  farei il comodo mio,  e facendo il comodo mio, starei bene; e
    quando uno sta bene,  non ha pi nulla da desiderare e non avendo  pi
    nulla da desiderare,   finita.  Venga dunque la contea,  e addio alla
    rivista come disse quel cieco a un altro cieco.
    - Non sono cattive filosoferie le tue,  per dire come  dici  tu,  caro
    Sancio - replic il canonico - ma tuttavia ci sarebbe molto da dire su
    questa materia delle contee.
    -  Io non so che cosa altro ci sia da dire - disse Don Chisciotte- per
    conto mio so che mi guido sull'esempio che mi d il grande Amadigi  di
    Gaula, che fece il suo scudiero conte dell'isola Firme, e quindi posso
    anch'io  senza  scrupolo di coscienza far conte Sancio Panza che  uno
    dei migliori scudieri che cavaliere errante abbia mai avuto.
    Il canonico rimase molto stupito delle ben congegnate  stramberie  che
    Don  Chisciotte  aveva  dette,   del  modo  con  cui  aveva  descritto
    l'avventura del cavaliere del lago,  dell'impressione esercitata su di
    lui  dalle  fantasticherie  menzognere  dei  libri che aveva letto,  e
    finalmente della credulit di Sancio,  che con tanta ansia bramava  di
    ottenere la contea promessagli dal padrone.
    Intanto  erano  arrivati  i  domestici del canonico,  che erano andati
    all'osteria a prendere la mula delle provviste.  Distesero un  tappeto
    sull'erba  per  far  da tavola,  si sedettero all'ombra degli alberi e
    mangiarono l, perch il bovaro non perdesse,  come s' gi detto,  la
    comodit  di  quella  pastura.  Mentre  erano l che mangiavano,  a un
    tratto sentirono un  grande  stormire  di  frasche  e  il  suono  d'un
    campanaccio,  che  veniva da una fitta siepe di rovi poco distante,  e
    nello stesso tempo videro sbucare da quei macchieti  una  bella  capra
    toppata  di  bianco,  di  grigio  e di nero;  e dietro a lei veniva un
    capraio sgridandola e discorrendole a modo suo,  perch si fermasse  e
    ritornasse  nel  branco.  La capra fuggiasca,  timida e impaurita,  si
    diresse verso il gruppo dei viaggiatori, come per farsene riparo, e l
    si ferm. Arriv il capraio, e presala per le corna, cominci a dirle,
    quasi che fosse capace d'intendere e di rispondergli:
    - Ah, girellona, girellona! Toppata, Toppata, che affare  dunque?  Da
    qualche giorno a questa parte vi siete messa a far la capricciosa, eh,
    voi?  Avete forse paura del lupo? Non mi direte mica di s, bella mia?
    Ma gi,  siete femmina e tanto basta perch non vi riesca di stare  un
    minuto  ferma!  Maledetto  il vostro carattere e il carattere di tutte
    quelle a cui somigliate! Tornate indietro, amica,  tornate: ch se non
    contenta,  almeno  starete  sicura  nel  vostro  ovile  con  le vostre
    compagne. Se pigliate l'aire e ve ne andate cos a guasto e a casaccio
    voi,  che dovete guidare e mettere sulla buona strada le  altre,  dove
    andranno a finire loro?
    Le  parole  del  capraio  divertirono  chi  le sent,  specialmente il
    canonico che gli disse:
    - Calma, amico, calma! Non abbiate tanta furia a rimandare cos presto
    questa capra al suo ovile.  Dal momento che come voi dite,   femmina,
    bisogna che segua il suo istinto naturale: avete voglia di sforzarvi a
    impedirglielo!  Tenete:  mangiate  un  boccone  e bevete un bicchiere:
    questo vi far passare la rabbia e intanto la capra si  riposer  -  e
    cos dicendo gli porse sulla punta del coltello una coscia di coniglio
    freddo. Il capraio la prese e ringrazi; bevve, si calm, e poi disse:
    -  Non  vorrei  veramente che per aver parlato cos sul serio a questa
    bestiola, le Signorie Loro mi pigliassero per un imbecille. Veramente,
    s,  le parole che le ho detto sono un  po'  misteriose.  Io  sono  un
    ignorante,  ma  non  tanto da non capire come si deve trattare con gli
    uomini e come con le bestie.
    - Oh,  lo credo bene!  - disse il curato.  - So per esperienza che  le
    montagne  producono  letterati  e  le  capanne  dei pastori racchiudon
    filosofi.
    - Per lo meno,  signore,  accolgono degli uomini d'esperienza;  e  per
    farvi  toccar  con  mano  questa  verit,  sebbene possa parere che io
    m'inviti da me senza farmi pregare,  vi racconter,  se non l'avete  a
    noia,  e  volete prestarmi attenzione un momento,  un fatto vero,  che
    accrediter quel che ha detto quel signore - e addit il  curato  -  e
    quel che ho detto io.
    Qui Don Chisciotte prese la parola.
    -  Siccome - egli disse - questo vostro fatto m'ha l'aria di avere una
    certa relazione con le avventure  cavalleresche,  io,  amico  mio,  vi
    star  a  sentire  molto volentieri,  e lo stesso faranno tutti questi
    signori,  perch son persone intelligenti e amanti di  novit  curiose
    che divertano, interessino e tengan desta l'attenzione, come credo che
    debba certamente essere il vostro racconto.  Cominciate dunque,  amico
    mio, noi vi stiamo tutti a sentire.
    - Io,  mi chiamo fuori - disse Sancio.  - Vado l su quel ruscello con
    questi panini ripieni, a riempirmi per tre giorni. Ho sentito dire dal
    signor  Don Chisciotte che lo scudiero d'un cavaliere errante,  quando
    gli capita l'occasione,  deve mangiare fino a  che  non  ne  pu  pi;
    perch pu darsi che gli succeda poi di entrare in un bosco cos fitto
    che  non  ci  sia modo d'uscirne in sei giorni;  e allora se non  ben
    pasciuto o non sono piene zeppe le bisacce,  c'  il  caso  di  dovere
    rimanere l stecchito, come purtroppo molte volte succede.
    - Tu stai sempre sul sodo,  Sancio - disse Don Chisciotte.  - Va' dove
    vuoi e mangia quanto potrai:  io  per  me  son  gi  sazio:  all'anima
    soltanto debbo ancora dare il suo pasto,  ma glielo dar ascoltando il
    racconto di questo bravo uomo.
    - Anche noi lo daremo alle nostre - disse il canonico,  e sbito preg
    il  capraio  di cominciare il racconto promesso.  Il capraio dette col
    palmo della mano due colpetti sui  fianchi  della  capra,  che  teneva
    ancora per le corna, dicendole:
    -  Acccciati  qui,  accanto a me,  Toppata: ci resta ancora tempo per
    poter tornare all'ovile.
    La capra parve che lo avesse inteso,  perch  quando  si  fu  messo  a
    sedere,  lei gli si distese accanto con molta calma,  e guardandolo in
    viso gli faceva capire che stava attenta a quel che diceva. Il capraio
    cominci la sua storia in questa maniera.

    CAPITOLO 51.
    Ci che raccont il capraio agli accompagnatori di Don Chisciotte.

    In un villaggio distante tre leghe  da  questa  valle,  che,  sebbene
    piccolo,  uno dei pi ricchi che ci siano in questi dintorni, abitava
    un  agricoltore stimato moltissimo,  anzi tanto,  che sebbene la stima
    sia annessa alla ricchezza, egli era pi stimato per la sua virt, che
    per la sua ricchezza.  Ma la sua maggior  fortuna,  come  diceva  egli
    stesso,   era  quella  d'avere  una  figliola  di  cos  straordinaria
    bellezza, di intelligenza, grazia e virt cos rare,  che tutti quelli
    che la conoscevano si meravigliavano nel vedere le eccezionali qualit
    di cui il cielo e la natura l'avevano dotata. Da piccola era una bella
    bambina  e sempre and poi diventando pi bella: a sedici anni era una
    bellezza.  La fama di questa meraviglia cominci  a  spargersi  per  i
    villaggi  vicini.  Vicini?!  Ma  che  dico!  Per  le pi lontane citt
    cominci a spargersi,  e arriv fino alle sale dei re,  e all'orecchio
    di gente di ogni specie, che da tutte le parti venivano a vederla come
    una rarit o un'immagine miracolosa.  Suo padre la teneva d'occhio, ma
    lei si guardava da s,  perch non ci sono catenacci,  n guardie,  n
    serrature  che  custodiscano  una  ragazza  meglio  del  suo  contegno
    personale.   La  ricchezza  del  padre  e  la  bellezza  della  figlia
    invitarono  molti,  tanto  del paese come forestieri,  a domandarla in
    moglie;  ma il padre a  cui  toccava  disporre  di  un  cos  prezioso
    gioiello,  era  incerto e non sapeva decidersi a chi darla tra i tanti
    pretendenti.  Uno di questi ero anch'io;  e avevo  buone  speranze  di
    riuscita,  perch suo padre mi conosceva bene: ero nativo dello stesso
    posto,  di buona famiglia,  nel  fiore  della  giovent,  con  un  bel
    patrimonio e anche una bella intelligenza. Un altro giovane del paese,
    anche lui con tutte queste buone qualit,  fece pure la sua domanda; e
    perci il padre della ragazza, ritenendo che o con l'uno o con l'altro
    di noi la figlia sarebbe stata ben sistemata, stava in forse fra i due
    partiti senza sapersi decidere.  Per uscire da quell'incertezza decise
    di   dirlo   a  Leandra  (cos  si  chiamava  l'angelo  che  mi  tiene
    all'inferno). Siccome noi eravamo pari in tutto e per tutto, gli parve
    ben fatto di lasciare alla volont della sua cara  figliola  scegliere
    secondo il proprio gusto.  E questo  quel che dovrebbero fare tutti i
    padri che vogliono accasare i loro  figlioli.  Non  dico  che  debbano
    lasciarli  scegliere  anche  dei  cattivi  partiti,  ma  gliene devono
    proporre dei buoni,  e tra  quelli  poi  lasciarli  scegliere  a  loro
    piacere. Quale di noi due abbia scelto Leandra, non lo so; questo solo
    so, che suo padre ci trastull tutti e due col dirci che la figlia era
    troppo giovane e con altre osservazioni generiche, con cui in sostanza
    non  diceva n s n no.  E perch conosciate i nomi dei personaggi di
    questa tragedia, che ancora non  finita,  ma che,  si capisce chiaro,
    non potr finire altro che male,  sappiate che il mio rivale si chiama
    Anselmo e io Eugenio.
    In questo tempo arriv al nostro paese un certo Vincenzo della Rocca,
    figlio d'un povero contadino di  quei  posti,  che  tornava  dall'aver
    fatto il soldato in Italia e in altri luoghi.  L'aveva portato via dal
    nostro paese all'et di circa dodici anni un capitano che era  passato
    di  l  con  la  sua  compagnia,  e  in  capo  ad altri dodici anni il
    giovanotto torn vestito da militare con  mille  fronzoli  variopinti,
    con  un monte di ciondoli di cristallo e di catenelle d'acciaio.  Oggi
    si metteva un gingillo e domani un altro;  tutta robaccia,  a colori e
    d'effetto,  ma di nessun valore. I contadini, gente maliziosa di suo e
    che anzi,  quando hanno del tempo da  perdere,  diventano  la  malizia
    personificata, stettero attenti, e contarono uno a uno i suoi gingilli
    e  i suoi fronzoli,  e trovarono che i vestiti erano tre di differente
    colore con le relative calze e giarrettiere;  ma li sapeva rimescolare
    e combinare in modo, che se non glieli avessero contati addosso, c'era
    anche  chi  avrebbe  giurato  che  aveva fatto sfoggio di pi di dieci
    vestiti e  d'una  ventina  di  pennacchi.  E  non  pigliatemi  per  un
    chiacchierone  o  un  esagerato,  se  mi  trattengo tanto sui vestiti,
    perch i vestiti hanno una  parte  importante  in  questa  storia.  Si
    metteva  dunque  a sedere su una panchina sotto un gran pioppo che c'
    sulla piazza del nostro villaggio,  e l ci faceva  rimanere  tutti  a
    bocca  aperta  con le prodezze che ci raccontava.  Non c'era paese nel
    mondo che non avesse visto,  n battaglia a cui non si fosse  trovato:
    aveva  ammazzato  pi  arabi di quanti ce n' nel Marocco e in Tunisi,
    aveva sostenuto pi duelli, a sentir lui, che Gante e Luna,  che Diego
    Garcia di Paredes,  e altri mille di cui faceva il nome, ed era sempre
    rimasto vincitore,  senza che mai  gli  avessero  cavata  nemmeno  una
    goccia  di sangue.  Viceversa poi faceva vedere delle cicatrici,  che,
    sebbene nessuno riuscisse a vederle,  diceva  che  erano  archibugiate
    ricevute   in   scontri   e  fatti  d'arme  diversi.   Finalmente  con
    un'arroganza inaudita dava del tu a tutti i  suoi  coetanei,  anche  a
    quelli  che  sapevano bene chi era,  e diceva d'avere per padre il suo
    braccio, per famiglia le sue azioni, e che all'infuori dei suoi doveri
    di  soldato,  nemmeno  al  re  doveva  nulla.   A  queste  spavalderie
    s'aggiungeva che era un po' musicante, e sapeva per esempio arpeggiare
    su una chitarra in modo che alcuni dicevano che la faceva parlare;  ma
    non finivano qui le sue doti,  perch pizzicava anche di poeta,  e  su
    ogni  fanciullaggine  che  succedeva  in paese,  ci faceva una romanza
    lunga una lega e mezzo. Questo soldato dunque che ho descritto, questo
    Vincenzo  della  Rocca,  quest'uomo  fiero,  quest'elegantone,  questo
    musicante,  questo poeta,  fu visto e ammirato pi volte da Leandra da
    una finestra di casa sua che dava in piazza. Le fece effetto l'orpello
    delle sue vistose uniformi, la incantarono le sue romanze, di ciascuna
    delle quali egli distribuiva sempre una ventina di  copie,  arrivarono
    al suo orecchio le prodezze che egli aveva raccontato d'aver fatto,  e
    tutte queste cose insieme (si vede proprio che il diavolo aveva  tutto
    predisposto) fecero s che lei s'innamor di lui, prima ancora che lui
    ci pensasse. E siccome nelle avventure d'amore, quando la donna vuole,
    si  va in fondo prima e meglio che in qualsiasi altro caso,  Leandra e
    Vincenzo si trovarono sbito d'accordo,  e prima che qualcuno dei suoi
    molti  pretendenti  venisse  a  sapere della sua inclinazione,  lei vi
    aveva di gi ceduto.  Perch aveva abbandonato la casa del suo caro  e
    amato  padre  (la  mamma  non  l'ha) e se ne era fuggita via dal paese
    insieme col soldato,  il quale usc  da  questa  impresa  con  maggior
    trionfo che da tutte le altre di cui si vantava. Tutto il villaggio si
    meravigli dell'accaduto,  e anche tutti quelli che ne ebbero notizia;
    io rimasi  sbalordito,  Anselmo  rintontito,  il  padre  disperato,  i
    parenti   offesi,   la  polizia  in  moto,   i  birri  all'opera.   Si
    perlustrarono le strade,  si fecero battute per  boschi  e  per  altri
    luoghi,  finch dopo tre giorni trovarono quella pazzerella di Leandra
    in una grotta d'un monte con la sola camicia addosso,  senza pi nulla
    dei molti suoi denari e dei preziosi gioielli che aveva portato via da
    casa.   La  riportarono  da  quel  disgraziato  di  suo  padre,  e  le
    domandarono che cos'era successo;  e lei  confess  senza  bisogno  di
    insistere che Vincenzo della Rocca l'aveva ingannata, e, promettendole
    di  sposarla,  l'aveva  persuasa  a  lasciare  la  casa  di suo padre,
    dicendole che l'avrebbe condotta nella pi ricca e deliziosa citt che
    ci fosse in tutto il mondo, cio Napoli.  Lei molto malaccorta e ancor
    peggio  ingannata,  gli  aveva  creduto,  e  dopo aver sottratto molti
    valori al padre, la notte stessa della sua scomparsa si era affidata a
    quell'uomo,  che l'aveva condotta su un aspro monte,  e l'aveva chiusa
    in  quella  caverna  dove  l'avevano  trovata.  Raccont  anche che il
    soldato,  senza toglierle l'onore,  le aveva rubato tutto  quello  che
    aveva,  e  lasciandola  in  quella caverna,  era fuggito;  e questo fu
    oggetto di nuove meraviglie da parte di tutti quanti. Infatti, signori
    miei,  non era facile credere che il giovanotto non  avesse  fatto  di
    peggio;  ma lei lo afferm con tale accento di evidente sincerit, che
    il povero padre ne rimase consolato, dimenticando le ricchezze che gli
    avevano portato via,  dal momento che gli avevano lasciato la figliola
    con quel gioiello, che se si fa tanto di perderlo, non si ritrova pi.
    Lo  stesso giorno che Leandra fu ritrovata,  suo padre la fece sparire
    dai nostri occhi,  e la rinchiuse nel  monastero  d'un  villaggio  qui
    vicino,  sperando  che il tempo distrugga in parte la cattiva fama che
    sua figlia s' acquistata.  La giovane et di Leandra fu una  discolpa
    almeno per coloro che non avevano alcun interesse a giudicarla buona o
    cattiva;   ma  quelli  che  conoscevano  il  suo  criterio  e  la  sua
    intelligenza sveglia,  non attribuirono la sua colpa a  ingenuit,  ma
    alla sua leggerezza e alla naturale inclinazione delle donne,  che per
    lo pi suol essere irriflessiva e priva di criterio.
    Chiusa Leandra in convento, gli occhi di Anselmo furono ciechi, o per
    lo meno non ebbero pi nulla da guardare  che  gli  desse  un  po'  di
    gioia;   i   miei  rimasero  nelle  tenebre  senza  alcuna  luce  che,
    nell'assenza di Leandra,  mostrasse loro qualche  cosa  di  piacevole;
    cresceva  ogni  giorno  la  nostra  tristezza,   diminuiva  la  nostra
    pazienza;  si malediceva i fronzoli del soldato,  si trovava colpevole
    la poca sorveglianza del padre di Leandra.  Finalmente tanto io quanto
    Anselmo fummo d'accordo di lasciare  il  paese,  e  di  rifugiarci  in
    questa  valle: e lui pascola un bel gregge di pecore sue,  io,  uno di
    capre mie;  e cos passiamo la vita tra gli  alberi,  dando  sfogo  al
    nostro  dolore  col  cantare  insieme rispetti in lode o biasimo della
    bella Leandra,  o sospirando da soli,  e da soli confidando al cielo i
    nostri lamenti.
    Come noi, molti altri dei pretendenti di Leandra si sono ritirati fra
    questi aspri monti a fare anch'essi i pastori, e ormai sono tanti, che
    pare  d'essere  in Arcadia,  n c' un punto in cui non si oda il nome
    della bella Leandra.  Questo la  maledice  e  la  chiama  capricciosa,
    volubile e disonesta;  quello la disprezza come facile e leggera;  uno
    la assolve e la perdona;  un altro la  vitupera  e  la  condanna:  chi
    celebra la sua bellezza,  chi biasima il suo carattere, e infine tutti
    la infamano e tutti l'amano.  E la pazzia di tutti quanti arriva a tal
    punto che c' perfino chi si lamenta delle sue risposte sdegnose e non
    le  ha  mai  parlato,  chi  si  duole  e  prova i morsi rabbiosi della
    gelosia, mentre lei non ne ha mai dato motivo a nessuno, perch,  come
    ho detto,  stato conosciuto prima il suo fallo che i suoi sentimenti.
    Non c' pi cavo di rupe o margine di ruscello,  n ombra d'albero che
    non sia occupata da qualche  pastore  che  racconta  all'aure  le  sue
    sventure;  e  l'eco,  dove  pu  formarsi,  ripete il nome di Leandra:
    Leandra risuonano i monti, Leandra mormorano i ruscelli,  e Leandra ci
    tiene tutti ansiosi e incantati,  speranzosi senza speranza e timorosi
    senza saper di che.  Tra questi pazzi quello che dimostra di avere  al
    tempo stesso pi o meno cervello degli altri,  il mio rivale Anselmo,
    il  quale,  pur  avendo tante altre ragioni di lamentarsi,  si lamenta
    soltanto della lontananza di lei, e accompagnandosi sulla ribeca,  che
    sa  suonare  in  modo  meraviglioso,  canta melanconici versi,  in cui
    dimostra la sua bella intelligenza.  Io seguo un'altra via,  assai pi
    facile  e,  a  parer mio,  pi sicura: cio dico male della leggerezza
    delle donne, della loro incostanza,  della loro doppiezza,  delle loro
    false  promesse,  dei  loro  tradimenti,  e  finalmente  del loro poco
    criterio nel saper collocare i loro pensieri e i loro  affetti.  Ecco,
    egregi  signori,  la  ragione  delle  parole e dei discorsi che quando
    dianzi sono arrivato qui ho fatto a questa capra, la quale, bench sia
    la migliore di tutto il mio branco,  la tengo in  poco  conto  appunto
    perch femmina.  Questa  la storia che ho promesso di raccontarvi: se
    nel raccontarla sono stato prolisso,  non sar avaro  nell'offrirvi  i
    miei  servigi.  Qui vicino c' la mia cascina,  dove ho latte fresco e
    cacio molto saporito e frutta mature di  diverse  qualit,  bellissime
    all'occhio e ottime di sapore.

    CAPITOLO 52.
    Don  Chisciotte  litiga  col  capraio;  e  sorprendente  avventura dei
    disciplinanti, che egli termina felicemente a prezzo del suo sudore.

    Il racconto del capraio divert moltissimo tutti quelli che  l'avevano
    ascoltato,  specialmente il canonico, che con grande curiosit not la
    maniera con cui l'aveva raccontato,  tanto lontana dalla rozzezza d'un
    capraio,  quanto  invece  vicina  alla eleganza di un uomo di societ;
    quindi osserv che benissimo il curato aveva detto  che  spesso  nelle
    montagne si trovano dei letterati. Tutti fecero i loro rallegramenti a
    Eugenio,  ma  chi si mostr in questo pi corrivo degli altri,  fu Don
    Chisciotte che gli disse:
    - Tenete per fermo,  amico capraio,  che se io ora fossi in condizione
    di  poter  intraprendere  qualche avventura,  mi porrei all'istante in
    cammino in vostro servigio, perocch tornerei dal convento (dove senza
    fallo sta contro ogni sua volont racchiusa)  la  vostra  Leandra,  ad
    onta  della  madre  badessa  e  di quanti volessero impedirmelo,  e la
    porrei in poter vostro,  onde ne faceste quanto meglio vi  talentasse;
    salvo sempre il rispetto dovuto alle leggi e costumanze cavalleresche,
    le  quali  vietano  che a qualsivoglia donzella onta si faccia.  Ma io
    spero in Dio, Signor nostro, che il maligno mago che mi persegue,  non
    avr  s gran possanza,  che superar non lo debba un altro mago meglio
    disposto verso di me,  e fin d'ora  vi  prometto  per  allora  la  mia
    protezione  e il mio aiuto,  come  debito della mia professione,  che
    non ha altro scopo se non di favorire i deboli e gli oppressi.
    Il capraio lo guard,  e vedendolo cos male in arnese e cos  brutto,
    rimase stupito, e domand al barbiere che gli stava accanto:
    - Chi  quel tipo con quel viso curioso, che discorre in quel modo?
    -  Chi  ha  da  essere  -  rispose  il barbiere - se non il famoso Don
    Chisciotte della Mancia, il distruttore degli abusi,  il raddrizzatore
    dei torti,  il protettore delle donzelle, lo spavento dei giganti e il
    vincitore delle battaglie?
    - Questi - rispose il capraio - mi paiono i discorsi  che  si  leggono
    nei  romanzi dei cavalieri erranti,  i quali facevano tutto quello che
    dite voi che fa quell'uomo; e quindi, o voi scherzate,  o quel signore
    deve avere qualche quartiere vuoto all'ultimo piano.
    -  Siete  un  gran  farabutto  - url a questo punto Don Chisciotte.Il
    vuoto sarete voi e il cretino,  ch io son pi  pieno  che  non  fosse
    piena la puttana e figlia di puttana che vi partor.
    E  detto fatto,  afferr un pane che aveva sottomano,  e lo scagli in
    viso al capraio con tanta forza,  che gli schiacci  il  naso;  ma  il
    capraio  che  non  intendeva  scherzi,  vedendosi malmenato sul serio,
    senza rispetto n al tappeto n alla tovaglia,  n a tutti quelli  che
    stavano  mangiando,  salt addosso a Don Chisciotte,  e presolo per il
    collo con tutte e due le mani l'avrebbe di certo strozzato,  senza  il
    pronto intervento di Sancio, che, agguantato il capraio per le spalle,
    lo butt in terra sulla tovaglia, spezzando piatti, rompendo bicchieri
    e   rovesciando  e  spargendo  tutto  quello  che  c'era  sopra.   Don
    Chisciotte, che si trov libero, fu subito sopra il capraio, il quale,
    col viso tutto insanguinato  e  pesto  dai  calci  di  Sancio,  andava
    cercando carponi un coltello da tavola per vendicarsi a sangue,  ma il
    canonico e il curato glielo impedirono.  Il barbiere per fece in modo
    che  il  capraio  riuscisse a mettersi sotto Don Chisciotte,  sopra il
    quale allora quegli fece piovere una tale grandine di pugni,  che  dal
    viso  del  povero  cavaliere  filava  gi  il sangue come dal suo.  Il
    canonico e il curato scoppiavano dal  ridere,  gli  arcieri  saltavano
    dalla  pazza  gioia,  e  tutti li aizzavano come si fa coi cani quando
    sono alle prese.  Soltanto Sancio  si  disperava  di  non  riuscire  a
    svincolarsi  da  un domestico del canonico che gli impediva di aiutare
    il suo padrone.
    Mentre tutti dunque si abbandonavano cos a  un'allegria  indiavolata,
    tranne  i  due litiganti che badavano a darsele,  si sent un suono di
    tromba cos lugubre,  che fece voltare la testa a tutti dalla parte di
    dove pareva che venisse: ma chi si allarm pi di tutti nell'udirlo fu
    Don Chisciotte, il quale, sebbene stesse ancora sotto al capraio molto
    a malincuore e pi che discretamente malconcio, gli disse:
    -  Fratello  demonio,  perch  non   possibile che altro tu sia,  dal
    momento che hai avuto tanto valore e tanta forza da vincere la mia, ti
    prego di una tregua almeno per un'ora,  perocch il doloroso suono  di
    quella tromba che giunge ai nostri orecchi,  parmi che a qualche nuova
    avventura mi appelli.
    Il capraio, che ne aveva abbastanza di pestare e d'essere pestato,  lo
    lasci sbito,  e Don Chisciotte si rizz, voltandosi dalla parte dove
    si sentiva venire il suono,  e vide allora che da un pendo scendevano
    molti uomini vestiti di bianco a guisa di disciplinanti. S'era dato il
    caso  che  quell'anno  le  nuvole avevano rifiutato alla terra il loro
    umore,   e  per  tutti  i  villaggi  di  quel  distretto  si  facevano
    processioni,  rogazioni  e  penitenze,  chiedendo a Dio che aprisse le
    mani della sua misericordia e  facesse  piovere.  A  questo  scopo  la
    popolazione  di  un  casolare  l  vicino  veniva  in processione a un
    santuario posto su un pendo di quella valle.  Don Chisciotte a vedere
    gli  strani vestiti dei disciplinanti,  senza che neanche gli passasse
    per la memoria d'averli visti chi sa mai quante volte, si immagin che
    si trattasse d'un'avventura e che a lui solo,  come cavaliere errante,
    spettasse di intraprenderla.  E pi lo conferm in questa opinione una
    statua tutta coperta di nero che portavano in processione,  e che egli
    si  immagin che fosse una gran dama tratta a forza da quei tracotanti
    e scostumati malandrini; e appena questo gli entr in testa,  balz su
    Ronzinante  che  pasceva,  e  staccatogli dall'arcione la briglia e lo
    scudo, in un attimo lo imbrigli, chiese a Sancio la sua spada, sal a
    cavallo,  imbracci lo scudo e disse ad alta voce a tutti  quelli  che
    erano presenti:
    -  Ora potrete vedere,  o signori,  quanto giovi che ci siano al mondo
    cavalieri che professino l'ordine della cavalleria  errante;  ora,  vi
    dico,  vedrete dalla liberazione di quella nobile dama che l traggesi
    prigioniera, se i cavalieri erranti siano, o no, degni di stima.
    Cos dicendo serr le  ginocchia  addosso  a  Ronzinante,  perch  gli
    sproni non li aveva, e a tutto galoppo (perch a tutta carriera non si
    legge  in  questa  autentica  storia che Ronzinante sia mai andato) si
    slanci contro i disciplinanti.  Il curato,  il canonico e il barbiere
    si  provarono  a trattenerlo,  ma non fu loro possibile,  e nemmeno lo
    trattennero gli urli di Sancio che gli gridava:
    - O signor Don Chisciotte, ma dove va?  Che diavolo ha in corpo che lo
    spinge contro la nostra religione?  Badi! Che mi venisse un accidente!
    Ma non lo vede che   una  processione  di  disciplinanti?  E  che  la
    signora che portano su una predella,   la statua benedettissima della
    Vergine Immacolata?  Signor padrone badi a quel che fa,  perch questa
    volta si pu dire davvero che lei non sa quel che fa.
    Sancio si affatic invano,  perch il suo padrone s'era cos intestato
    di raggiungere gli incappati e di liberare la dama in lutto,  che  non
    ud  una  parola,  e  anche  se  l'avesse  udita,  non sarebbe tornato
    indietro, nemmeno se glielo avesse ordinato il re. Raggiunse dunque la
    processione, ferm Ronzinante che non desiderava di meglio, e con voce
    rauca e irritata disse:
    - O voi,  che forse a causa dei vostri misfatti nascondete  il  volto,
    fermatevi e ascoltate quello che son per dirvi.
    I  primi  a fermarsi furono quelli che portavano la statua,  e uno dei
    quattro preti che cantavano le litanie,  vedendo la strana  figura  di
    Don Chisciotte,  la magrezza di Ronzinante,  e gli altri suoi ridicoli
    particolari, gli rispose:
    - Fratello,  se ci vuol dire qualche cosa,  ce lo dica sbito,  perch
    questa  gente  si  sta fiaccando le spalle: noi non possiamo e poi non
    c' neanche ragione che ci si fermi a sentire nulla a meno che non  si
    tratti di cosa tanto breve da dirsi in due parole.
    - In una sola ve la dir - riprese Don Chisciotte - ed eccola. Rendete
    all'istante la libert a questa bella dama, le cui lacrime e il triste
    sembiante  a  chiare note dimostrano che seco voi la traete contro sua
    voglia, e che fatto le avete qualche grave affronto. E io che venni al
    mondo per distruggere simili prepotenze,  non vi lascer fare un passo
    di pi, senza che prima le abbiate resa la desiderata e da lei mertata
    libert.
    A  queste parole,  tutti quelli che le avevano udite rimasero convinti
    che doveva essere un pazzo, e si misero a ridere di gusto;  ma le loro
    risa furono come esca alla collera di Don Chisciotte,  che senz'altro,
    messa  mano  alla  spada,  si  slanci  contro  la  barella.  Uno  dei
    portatori,  lasciato  il  carico  ai  compagni,  gli si fece incontro,
    armato della forca su cui posava la barella quando  si  fermavano  per
    riposarsi.  Con  una gran sciabolata Don Chisciotte gliela fece in due
    pezzi, ma col troncone rimastogli in mano il contadino gli assest una
    tal legnata sulla spalla dalla parte della spada,  che  lo  scudo  non
    pot pararla, e il povero cavaliere ruzzol per terra molto malconcio.
    Sancio  Panza,  che  gli correva dietro con l'affanno,  quando lo vide
    cadere,  grid al contadino che non gliene desse pi,  perch  era  un
    povero cavaliere incantato che non aveva mai fatto male a una mosca in
    vita sua;  ma quel che trattenne il contadino,  non furono le grida di
    Sancio,  bens il vedere che Don Chisciotte non faceva pi  il  minimo
    movimento; perci credendo di averlo accoppato, si tir su la cappa in
    cintola,  e se la dette a gambe per la campagna come un daino. Intanto
    arrivarono sul posto tutti i compagni di  Don  Chisciotte;  ma  quelli
    della  processione  che li videro venire correndo,  e insieme con loro
    gli arcieri armati di balestre, ebbero paura di qualche guaio grosso e
    si strinsero tutti  intorno  alla  statua,  si  alzarono  i  cappucci,
    impugnarono le discipline, e i chierici le viti, aspettando l'assalto;
    ben decisi a difendersi contro i loro assalitori e, se potevano, anche
    a dargliele;  ma le cose per fortuna andarono meglio di quel che c'era
    da aspettarsi;  perch Sancio,  credendo morto il  padrone,  non  fece
    altro che buttarsi sul suo corpo a piangere e lamentarsi nella maniera
    pi  dolorosa e al tempo stesso pi comica di questo mondo.  Il curato
    fu riconosciuto dall'altro curato che guidava la processione, e questo
    riconoscimento ristabil la calma,  e dissip ogni  timore  delle  due
    squadre.  In  due  parole il primo curato spieg all'altro chi era Don
    Chisciotte,   e  quindi  tanto  lui  quanto  tutta  la  compagnia  dei
    disciplinanti  si  accostarono  al  povero cavaliere per vedere se era
    morto, e udirono Sancio Panza che con le lacrime agli occhi diceva:
    - O fiore della cavalleria, che da una sola legnata hai visto troncare
    il corso della tua vita cos bene spesa!  O onore  della  tua  stirpe,
    onore e gloria di tutta la Mancia e anche di tutto il mondo; il quale,
    mancato  te,  rimarr  pieno  di  malfattori  sicuri  di non esser pi
    castigati dei loro misfatti!  O generoso pi di tutti gli  Alessandri,
    poich  per  soli otto mesi di servizio tu m'avevi regalato la miglior
    isola che il mare contorni!  O umile coi superbi  e  superbo  con  gli
    umili,  o  tu  che affrontavi i pericoli e sopportavi gli affronti,  o
    innamorato senza ragione,  o  imitatore  dei  buoni,  o  flagello  dei
    cattivi,  o nemico dei vili,  o cavaliere errante insomma, che  tutto
    quello che si pu dire di pi!
    Alle grida e ai gemiti di Sancio,  Don Chisciotte si riebbe e la prima
    parola che disse fu:
    -  Quei  che  vive  lunge da voi,  o dolcissima Dulcinea,  anche a pi
    misera sorte  apparecchiato.  Aiutami,  amico Sancio,  a montare  sul
    carro  incantato;  perch  non sono in condizione di salire in sella a
    Ronzinante: ho questa spalla tutta fracassata.
    - Ben volentieri,  signor padrone;  e  torniamo  al  nostro  paese  in
    compagnia  di  questi  signori  che  vogliono  il  suo  bene;  e l ci
    prepareremo a fare un'altra sortita,  che ci frutti pi guadagno e pi
    fama di questa.
    - Tu dici bene, Sancio - rispose Don Chisciotte. - Sar molto prudente
    lasciar  passare il cattivo influsso delle stelle che domina in questo
    momento la terra.
    Il canonico,  il curato e il barbiere gli dissero  che  avrebbe  fatto
    molto  bene  a  far  come diceva e quindi ridendo con gran gusto delle
    sciocchezze di Sancio, posero Don Chisciotte sul carro come prima;  la
    processione  si  riordin  e  prosegu  per la sua strada,  il capraio
    salut tutti e se ne and: gli arcieri non vollero andare pi in l, e
    allora il curato dette loro quel che gli spettava.  Il canonico  preg
    il curato a fargli sapere che cosa sarebbe successo di Don Chisciotte,
    se sarebbe guarito della sua pazzia, o se sarebbe rimasto nel medesimo
    stato;  dopo  di  che  anche  lui prese commiato per continuare il suo
    viaggio.  E cos tutti se ne andarono,  chi per un verso  chi  per  un
    altro,  e  rimasero  soli  il curato col barbiere,  Don Chisciotte con
    Sancio Panza e il buon Ronzinante,  che aveva assistito a tutto con la
    stessa pazienza del suo padrone. Il bovaro attacc i buoi, sistem Don
    Chisciotte su un mucchio di fieno, e con la sua solita flemma segu la
    strada indicatagli dal curato.
    In capo a sei giorni giunsero al paese di Don Chisciotte,  dove fecero
    il loro ingresso sul bel mezzo del giorno.  Per l'appunto era anche di
    domenica,  e  la  gente  era tutta in piazza.  Quando il carro con Don
    Chisciotte l'attravers,  tutti accorsero  a  vedere  quel  che  c'era
    dentro, e quando riconobbero il loro compaesano, rimasero di stucco, e
    un  ragazzo  corse  sbito  dalla  governante  e dalla nipote a dar la
    notizia che era arrivato il loro padrone e zio: magro, giallo, disteso
    su un monte di fieno sopra un carro tirato dai buoi.  Faceva piet  il
    sentire gli urli che mandarono le due buone donne, i pugni nella testa
    che  si  dettero,  le  maledizioni  che  scagliarono  di  nuovo a quei
    maledetti libracci cavallereschi,  e tutta  questa  musica  ricominci
    daccapo quando videro entrare Don Chisciotte dentro l'uscio di casa.
    Alla  notizia  dell'arrivo giunse anche la moglie di Sancio Panza,  la
    quale gi da tempo aveva saputo che  il  marito  era  andato  con  Don
    Chisciotte come scudiero,  e quindi, appena vide Sancio, la prima cosa
    che gli domand, fu se il ciuco stava bene.
    - Sta meglio del suo padrone - gli rispose Sancio.
    - Ringraziamo Iddio - replic lei - che mi ha fatto questa grazia;  ma
    raccontatemi  un  po' ora,  amico: che guadagno avete fatto col vostro
    servizio di scudiero?  M'avete  almeno  portato  una  gonnella?  Delle
    scarpe per i ragazzi?
    -  No,  non  ho  portato  nulla di questa roba disse Sancio - ma ne ho
    portata dell'altra meglio e pi utile.
    - L'ho caro - rispose la donna - ma fatemi vedere questa roba migliore
    e pi utile,  amico mio;  la voglio vedere per consolarmi un  poco  il
    cuore,  che    stato  tanto  triste e scontento in questo tempo della
    vostra assenza, che m' parso un secolo.
    - Ve la far vedere in casa.  Contentatevi per ora di sapere  che,  se
    Dio  vorr  che  ci  mettiamo  un'altra  volta  in  viaggio  a cercare
    avventure, voi mi vedrete presto conte o governatore d'un'isola, e non
    della prima che capiti, ma della migliore che possa trovarsi.
    - Volesse il cielo,  marito mio,  ch ne abbiamo proprio  bisogno.  Ma
    ditemi  un  poco:  che storia  questa d'isole e non isole?  Io non ci
    capisco nulla.
    - L'orzo di piano non   fatto  per  gli  asini  di  montagna  rispose
    Sancio.  -  A  suo  tempo  lo vedrai;  e allora tu ti meraviglierai di
    sentirti chiamare signoria da tutti i tuoi vassalli.
    - Ma che diavolo dite, Sancio, di signoria, isole e vassalli?  rispose
    Giovanna Panza,  ch cos si chiamava la moglie di Sancio, sebbene non
    fossero parenti,  ma perch nella Mancia usa che le donne prendano  il
    casato del marito.
    - Non darti tanto da fare per sapere ogni cosa sbito,  Giovanna: sta'
    tranquilla che ti dico la verit,  e cciti la bocca: ti dir soltanto
    di passaggio,  che non c' nulla nel mondo di pi piacevole che essere
    l'onesto scudiero di un cavaliere errante  in  cerca  d'avventure.  E'
    vero  che  la  maggiore  parte  di  quelle  che capitano non sono cos
    piacevoli come si  vorrebbe,  perch  novantanove  su  cento  vanno  a
    rovescio e pigliano una strada storta (e, sai, io lo so per esperienza
    perch da alcune ne sono uscito sballottato in una coperta,  da altre,
    pieno di botte;  ma tuttavia  un piacere  aspettare  che  ci  succeda
    qualche cosa attraversando monti, esplorando foreste, dando la scalata
    a  vette,  visitando  castelli,  e mangiando e bevendo a volont nelle
    osterie, senza pagare il becco d'un quattrino.
    Mentre Sancio Panza  e  Giovanna  Panza  sua  moglie  facevano  questi
    discorsi,  la  governante  e  la  nipote  di  Don Chisciotte lo fecero
    portare in camera,  lo spogliarono e lo misero nel suo vecchio  letto.
    Egli  le  guardava  con  occhi sbarrati,  e non arrivava a capire dove
    fosse. Il curato raccomand alla nipote di avere i pi grandi riguardi
    allo zio,  e che stessero bene attente che non gli scappasse  un'altra
    volta;  e raccont loro quanto c'era voluto per ricondurlo a casa. Qui
    le  due  donne  ricominciarono  a   urlare,   a   maledire   i   libri
    cavallereschi,   a  pregare  il  cielo  che  sprofondasse  nel  centro
    dell'inferno gli autori di tante bugie  e  di  tante  scempiaggini,  e
    rimasero molto impressionate temendo di trovarsi daccapo senza il loro
    padrone  e  zio  nel  punto  stesso  in cui cominciasse a fare qualche
    miglioramento. E and proprio cos, come s'erano immaginate.
    Ma l'autore di questa storia,  sebbene abbia cercato con ogni  cura  e
    diligenza  di  ricostruire le imprese compiute da Don Chisciotte nella
    sua terza sortita,  non ha potuto trovare  alcuna  notizia  almeno  in
    documenti  autentici.  Soltanto  fra  gli  abitanti  della Mancia si 
    conservata la tradizione che Don Chisciotte,  la terza volta che  usc
    di casa,  and a Saragozza,  dove si trov a dei celebri tornei che si
    fecero in quella citt,  e dove gli  successero  cose  degne  del  suo
    valore  e  della sua bella intelligenza.  L'autore non pot arrivare a
    sapere nulla nemmeno della sua fine,  n mai vi sarebbe  arrivato,  se
    per  fortuna non si fosse imbattuto in un vecchio medico che possedeva
    una cassetta di piombo,  trovata,  com'egli  raccontava,  nel  buttare
    all'aria   le   fondamenta   d'un   antico   santuario  che  si  stava
    ricostruendo.  In quella  cassetta  s'erano  trovate  delle  pergamene
    scritte  in caratteri gotici ma in versi castigliani,  che contenevano
    il ricordo di  molte  delle  sue  prodezze,  e  davano  notizie  sulla
    bellezza  di  Dulcinea del Toboso,  sulla figura di Ronzinante,  sulla
    fedelt di Sancio Panza,  e sulla sepoltura di Don Chisciotte  stesso,
    con  diversi  epitaffi  ed elogi della sua vita e dei suoi costumi;  e
    quelli che si poterono decifrare e leggere sono quelli  riportati  qui
    sotto   dall'autore,   storico  fedele  di  questi  nuovi  e  inauditi
    avvenimenti.  Il quale autore in premio dell'immensa  fatica  che  gli
    costarono  le  ricerche  negli  archivi della Mancia per portarli alla
    luce,  altro non domanda a coloro che leggeranno la sua opera,  se non
    che  gli prestino la medesima fede che le persone di giudizio sogliono
    prestare ai libri cavallereschi,  che vanno per  il  mondo  con  tanto
    successo. E con questo si riterr ben pagato e soddisfatto, e prender
    coraggio  a  cercare  e  pubblicare altre storie,  se non proprio cos
    vere,  per lo meno altrettanto  eguali  nell'invenzione  e  utili  per
    passare il tempo.
    Le  prime parole scritte in cima alla pergamena trovata nella cassa di
    piombo erano queste :
    Gli accademici d'Argamasilla, paese della Mancia,  in vita e morte del
    valoroso Don Chisciotte della Mancia "hoc scripserunt".

    Il Congolese, accademico d'Argamasilla, alla tomba di Don Chisciotte:

    EPITAFFIO.
    La testa balzana che arricch la Mancia di maggiori spoglie che quelle
    di  cui  Giasone arricch Creta;  il cervello che ebbe la banderuola a
    punta, mentre sarebbe stato molto meglio che fosse stata piatta;
    il braccio la cui fama giunse tanto lontano che arriv dal Catai  fino
    a  Gaeta;  la  musa pi spaventevole e pi saggia che abbia mai inciso
    dei versi su una tavola di bronzo,
    quegli che si lasci in coda gli Amadigi e tenne in pochissimo conto i
    Galaorre, stando bene in sella sul suo amore e sulla sua bizzarria;
    quegli che fece tacere i Belianigi,  e che su Ronzinante and  errando
    in cerca d'avventure giace sotto questa fredda pietra.

    Il  Mangia-a-ufo,  accademico  d'Argamasilla  in  laudem Dulcineae del
    Toboso.

    SONETTO.
    Questa che tu vedi con un bel  viso  grassoccio,  il  seno  ricolmo  e
    l'aspetto  gioviale,     Dulcinea,  regina  del  Toboso,  di  cui  fu
    innamorato il gran Don Chisciotte.
    Per lei egli calc l'uno e l'altro fianco della gran Montagna Nera,  e
    il  famoso  campo  di  Montiel,  fino all'erbosa pianura di Araniuez a
    piedi e stanco
    per colpa di Ronzinante.  O duro fato!  Ch  questa  donna  mancese  e
    quest'invitto cavaliere errante, ancora giovani,
    lei cess,  morendo,  d'esser bella;  e lui, sebbene il suo nome resti
    inciso nel marmo,  fu vittima anche lui dell'amore,  dell'ira e  degli
    inganni.

    Il  Capriccioso,  dottissimo  accademico  di Argamasilla,  in laude di
    Ronzinante, cavallo di Don Chisciotte della Mancia.

    SONETTO.
    Sopra il superbo trono adamantino,  che  Marte  calca  con  sanguinoso
    piede,  il  frenetico  eroe mancese pianta il suo stendardo con sforzo
    peregrino.
    Egli appende le armi e  il  fine  acciaio  con  cui  ferisce,  taglia,
    infrange, spacca. Prodezze nuove! E per l'arte inventa un nuovo stile
    per il nuovo Paladino.
    E  se  Gaula si onora del suo Amadigi,  i cui fieri discendenti fecero
    mille volte trionfare la Grecia ed estesero la sua gloria,
    oggi nella corte dove presiede Bellona,  la Mancia insigne corona  Don
    Chisciotte, e si onora di lui pi che la Grecia e Gaula.
    Mai  l'oblo coprir le sue glorie,  poich anche Ronzinante supera in
    gagliardia Brigliadoro e Bajardo.

    Il Burlone, accademico argamasillesco, a Sancio Panza.

    SONETTO.
    Questi  Sancio Panza, piccolo di corpo, ma grande di valore. Miracolo
    strano! Egli fu lo scudiero pi semplice e pi ingenuo che abbia avuto
    il mondo, ve lo giuro e ve lo garantisco:
    fu l l per diventar conte,  se non avessero congiurato a' suoi danni
    le  impertinenze e i torti di un'et gretta che non la perdona nemmeno
    agli asini.
    E su un asino (con vostra sopportazione) cavalc questo mite scudiero,
    dietro il mite Ronzinante, e dietro il suo padrone.
    Oh,  vane speranze della gente,  promettete riposo e  poi  svanite  in
    ombra, in fumo, in sogno!

    L'Arcidiavolo,  accademico d'Argamasilla, in occasione dei funerali di
    Don Chisciotte.

    EPITAFFIO.
    Qui giace il cavaliere ben zombato  e  male  errante,  che  Ronzinante
    port per questo e quel sentiero.
    Sancio  Panza  il  grullacchiotto,  giace  anche  lui qui accanto,  lo
    scudiero pi fedele, che si sia mai visto nel mestiere di scudiero.

    Il Ticchetocche,  accademico d'Argamasilla,  in occasione dei funerali
    di Dulcinea del Toboso.

    EPITAFFIO.
    Qui riposa Dulcinea,  che sebben grassoccia, fu tramutata in polvere e
    cenere dalla spaventosa morte.
    Era di buona razza e si dette delle arie da dama,  fu  la  fiamma  del
    gran Don Chisciotte e la gloria del suo villaggio.

    Questi sono i versi che si poterono leggere: gli altri, essendo in pi
    punti  la  scrittura  mangiata  dalle  tarme,  furono  affidati  a  un
    accademico, perch dal contesto cercasse di decifrarli.  Si ha notizia
    che  dopo molte veglie e molta fatica ci  finalmente riuscito,  e che
    ha l'intenzione di pubblicarli con la speranza di una terza sortita di
    Don Chisciotte.

    "Forse altri canter con miglior plettro" (1)

    NOTA 1: In italiano nel testo, verso dell'"Orlando Furioso" 30-16.

    FINE DELLA PARTE PRIMA.

















    INDICE.

    Pagina 2: Al Duca di Bejar.
    Pagina 3: Prologo.

    PARTE PRIMA.
    Pagina 14: Capitolo 1 - Il  quale  tratta  della  condizione  e  delle
    occupazioni del famoso gentiluomo Don Chisciotte della Mancia.
    Pagina  22:  Capitolo  2 - Prima sortita dell'ingegnoso Don Chisciotte
    dal proprio paese.
    Pagina 32: Capitolo 3 - Dove si racconta il modo curioso con  cui  Don
    Chisciotte si fece armare cavaliere.
    Pagina  42: Capitolo 4 - ci che successe al nostro cavaliere dopo che
    fu partito dall'osteria.
    Pagina 52: Capitolo 5 - Dove si continua il racconto  della  disgrazia
    del nostro cavaliere.
    Pagina  59: Capitolo 6 - Curioso inventario generale,  che il curato e
    il barbiere fecero nella libreria del nostro ingegnoso gentiluomo.
    Pagina 71: Capitolo 7 - Seconda sortita del nostro bravo cavaliere Don
    Chisciotte della Mancia.
    Pagina 79: Capitolo 8 - Brillante successo ottenuto dal  valoroso  Don
    Chisciotte  nella  spaventosa  tura  dei  mulini  a  vento,  con altri
    avvenimenti degni di felice memoria.
    Pagina 91: Capitolo 9  -  Dove  si  conclude  e  si  d  termine  alla
    meravigliosa  battaglia,  che  fecero  il  gagliardo  biscaglino  e il
    valoroso Mancese.
    Pagina 99: Capitolo 10 - Divertente conversazione fra Don Chisciotte e
    Sancio Panza suo scudiero.
    Pagina 108: Capitolo 11 - Quello che successe  fra  Don  Chisciotte  e
    alcuni caprai.
    Pagina  117:  Capitolo  12  -  Quello  che raccont un altro capraio a
    quelli che erano con Don Chisciotte.
    Pagina 126: Capitolo 13 - Fine del racconto della pastora Marcella,  e
    altri avvenimenti.
    Pagina  141:  Capitolo  14  -  Dove si riportano i versi disperati del
    pastore morto, e si raccontano altri insperati avvenimenti.
    Pagina 153: Capitolo  15  -  Nel  quale  si  racconta  la  disgraziata
    avventura  che  si  abbatt su Don Chisciotte per essersi imbattuto in
    alcuni spietati Yanguesi.
    Pagina 164: Capitolo 16 - Quel che successe  all'ingegnoso  gentiluomo
    nell'osteria che egli prendeva per un castello.
    Pagina  176:  Capitolo  17  - Si continuano a narrare gli innumerevoli
    travagli che il fiero Don Chisciotte  col  suo  buon  scudiero  Sancio
    Panza ebbe a soffrire nell'osteria,  che per sua disgrazia aveva presa
    per un castello.
    Pagina 189: Capitolo 18 - Dove si riferisce il  colloquio  che  ebbero
    tra  loro  Sancio  Panza  e  Don  Chisciotte  suo  padrone,  con altre
    avventure degne d'essere raccontate.
    Pagina 206: Capitolo 19 - Dei sensati discorsi che  Sancio  faceva  al
    suo  padrone;  dell'avventura che gli capit con un cadavere,  e altri
    famosi avvenimenti.
    Pagina 217: Capitolo 20 - Inaudita e mai pi vista avventura, condotta
    a termine dal valoroso Don Chisciotte della Mancia,  con  molto  minor
    pericolo  che  non  ne abbia mai corso in simili congiunture cavaliere
    famoso nel mondo.
    Pagina 238: Capitolo 21 - Che tratta della magnifica avventura e della
    ricca conquista dell'elmo di Mambrino,  con altri  fatti  accaduti  al
    nostro invincibile cavaliere.
    Pagina  256:  Capitolo  22  -  Come  Don  Chisciotte rese la libert a
    parecchi sciagurati,  che erano  condotti,  loro  malgrado,  dove  non
    avrebbero voluto andare.
    Pagina  273:  Capitolo 23 - Quel che successe al famoso Don Chisciotte
    nella Sierra Morena,  che fu una  delle  pi  straordinarie  avventure
    raccontate in questa veridica storia.
    Pagina 292: Capitolo 24 - Continua l'avventura della Sierra Morena.
    Pagina  305:  Capitolo  25  - Avventure straordinarie che nella Sierra
    Morena successero al valoroso Cavaliere della Mancia: penitenza da lui
    fatta a imitazione del Beltenebroso.
    Pagina 331: Capitolo 26 - Dove si continua  a  raccontare  le  gentili
    imprese  che  in qualit d'innamorato fece Don Chisciotte nella Sierra
    Morena.
    Pagina 343: Capitolo 27 - Come il curato e il barbiere riuscirono  nel
    loro disegno, e altri fatti degni di esser raccontati in questa grande
    storia.
    Pagina  368:  Capitolo  28  -  Nuova e piacevole avventura successa al
    curato e al barbiere nello stesso luogo.
    Pagina 390: Capitolo 29 - Che tratta del curioso mezzo che si  adoper
    per  togliere  il nostro innamorato cavaliere alla durissima penitenza
    che s'era imposta.
    Pagina 408: Capitolo 30 - Che fa  vedere  l'intelligenza  della  bella
    Dorotea con altre cose molto divertenti e interessanti.
    Pagina 423: Capitolo 31 - Piacevole conversazione tra Don Chisciotte e
    Sancio Panza e altri avvenimenti.
    Pagina  439:  Capitolo  32  - Ci che successe nell'osteria a tutto il
    quartetto di Don Chisciotte.
    Pagina 449: Capitolo 33 -  Dove  si  racconta  la  novella  intitolata
    L'indagatore indiscreto.
    Pagina  479:  Capitolo  34 - Continuazione della novella L'indagatore
    indiscreto.
    Pagina 508: Capitolo 35 - Che tratta della fierissima e  straordinaria
    battaglia che Don Chisciotte sostenne con degli otri di vino rosso,  e
    dove si d fine alla novella L'indagatore indiscreto.
    Pagina 522: Capitolo 36 - Che tratta di altre straordinarie  avventure
    successe nell'osteria.
    Pagina  537:  Capitolo  37  -  Dove si continua la storia della famosa
    principessa Miccomiccona con altre graziose avventure.
    Pagina 553: Capitolo 38 - Continua il curioso discorso  che  fece  Don
    Chisciotte sulle armi e le lettere.
    Pagina  559:  Capitolo  39  - Nel quale il prigioniero racconta la sua
    vita e le sue avventure.
    Pagina 572: Capitolo 40 - Dove si continua la storia del prigioniero.
    Pagina 591: Capitolo 41 - Nel quale il  prigioniero  continua  il  suo
    racconto.
    Pagina  621:  Capitolo  42  -  Che  tratta  di  altri  fatti  successi
    nell'osteria e di molte altre cose degne d'essere conosciute.
    Pagina 632: Capitolo 43 - In cui si racconta la piacevole  storia  del
    mulattiere   insieme   con  altri  straordinari  avvenimenti  successi
    nell'osteria.
    Pagina 647: Capitolo 44 - In cui continuano a  narrarsi  gli  inauditi
    avvenimenti dell'osteria.
    Pagina  661:  Capitolo  45  - Nel quale si finisce di chiarire i dubbi
    sull'elmo  di  Mambrino  e  sul  basto;   insieme  con   altri   fatti
    perfettamente veri.
    Pagina 673: Capitolo 46 - Notevole avventura degli arcieri della Santa
    Fratellanza, e gran fierezza del nostro buon cavaliere Don Chisciotte.
    Pagina  686: Capitolo 47 - Straordinario modo con cui fu incantato Don
    Chisciotte della Mancia e altri famosi avvenimenti.
    Pagina 702: Capitolo 48 - Nel quale il  canonico  prosegue  a  parlare
    sull'argomento  dei  libri  cavallereschi e d'altre cose degne del suo
    ingegno.
    Pagina 714: Capitolo 49 - Nel quale si tratta dell'assennato colloquio
    che Sancio Panza ebbe col suo padrone.
    Pagina 725: Capitolo 50 -  Dotta  disputa  tra  Don  Chisciotte  e  il
    canonico, con altri avvenimenti.
    Pagina   735:   Capitolo  51  -  Ci  che  raccont  il  capraio  agli
    accompagnatori di Don Chisciotte.
    Pagina 743: Capitolo  52  -  Don  Chisciotte  litiga  col  capraio;  e
    sorprendente   avventura   dei   disciplinanti,   che    egli  termina
    felicemente a prezzo del suo sudore.

