   Benvenuto Cellini.
    LA VITA DI BENVENUTO CELLINI FIORENTINO
    scritta (per lui medesimo) in Firenze.
    Associazione carcere e territorio il Bivacco, Melegnano (MI) 2000.


    Questo libro,  composto  nel  1558-66,  e  rimasto  incompiuto,  verr
    pubblicato nel 1728.
    Nell'edizione  originale,  la  numerazione  dei  paragrafi   in cifre
    romane.


    INDICE.

    Libro primo: pagina 3.
    Libro secondo: pagina 392.






    Questa mia Vita travagliata io scrivo  per  ringraziar  lo  Dio  della
    natura  che mi di l'alma e poi ne ha 'uto cura,  alte diverse 'mprese
    ho fatte e vivo.
    Quel mio crudel Destin, d'offes'ha privo vita, or,  gloria e virt pi
    che misura,  grazia,  valor,belt,  cotal figura che molti io passo, e
    chi mi passa arrivo.
    Sol mi duol grandemente or ch'io cognosco quel caro  tempo  in  vanit
    perduto: nostri fragil pensier senporta 'l vento.
    Poi  che  'lpentir  non  val,  star contento salendo qual'io scesi il
    Benvenuto nel fior di questo degno terren tosco.

    Io avevo cominciato a scrivere di mia mano questa mia  Vita,  come  si
    pu  vedere in certe carte rappiccate,  ma considerando che io perdevo
    troppo tempo e parendomi una smisurata vanit,  mi  capit  inanzi  un
    figliuolo  di  Michele di Goro dalla Pieve a Groppine,  fanciullino di
    et di  anni  XIII  [tredici]  incirca  ed  era  ammalatuccio.  Io  lo
    cominciai a fare scrivere e in mentre che io lavoravo,  gli dittavo la
    Vita mia;  e perch ne pigliavo qualche piacere,  lavoravo  molto  pi
    assiduo e facevo assai pi opera.
    Cos  lasciai  al  ditto  tal carica,  quale spero di continuare tanto
    innanzi quanto mi ricorder.

    LIBRO PRIMO.


    1. Tutti gli uomini d'ogni sorte, che hanno fatto qualche cosa che sia
    virtuosa,  o s veramente che le  virt  somigli,  doverieno,  essendo
    veritieri  e da bene,  di lor propia mano descrivere la loro vita;  ma
    non si doverrebbe cominciare una tal bella impresa prima  che  passato
    l'et de' quarant'anni.  Avvedutomi d'una tal cosa, ora che io cammino
    sopra la mia et de' cinquantotto anni finiti,  e  sendo  in  Fiorenze
    patria mia, sovvenendomi di molte perversit che avvengono a chi vive;
    essendo  con  manco di esse perversit,  che io sia mai stato insino a
    questa et,  anzi mi pare di essere con maggior mio contento d'animo e
    di  sanit  di  corpo  che  io  sia  mai  stato  per  lo  addietro;  e
    ricordandomi di alcuni piacevoli beni e di alcuni innistimabili  mali,
    li quali, volgendomi in drieto, mi spaventano di maraviglia che io sia
    arrivato  insino  a  questa  et  de'  58  anni,  con  la  quali tanto
    felicemente io, mediante la grazia di Dio cammino innanzi.

    2. Con tutto che quegli uomini che si sono affaticati con qualche poco
    di sentore di virt hanno dato cognizione di  loro  al  mondo,  quella
    sola  doverria bastare,  vedutosi essere uomo e conosciuto;  ma perch
    egli  di necessit vivere innel modo che uno truova  come  gli  altri
    vivono,  per  in questo modo ci si interviene un poco di boriosit di
    mondo,  la quali ha pi diversi capi.  Il primo si  far  sapere  agli
    altri,  che l'uomo ha la linea sua da persone virtuose e antichissime.
    Io son chiamato  Benvenuto  Cellini,  figliuolo  di  maestro  Giovanni
    d'Andrea  di  Cristofano  Cellini;  mia  madre  madonna  Elisabetta di
    Stefano Granacci,  e l'uno e l'altra  cittadini  fiorentini.  Troviamo
    scritto  innelle  croniche fatte dai nostri Fiorentini molto antichi e
    uomini di fede,  secondo che scrive Giovanni Villani,  s come si vede
    la  citt di Fiorenze fatta a imitazione della bella citt di Roma,  e
    si vede alcuni vestigi del Collosseo e delle Terme.  Queste cose  sono
    presso  a  Santa  Croce;  il  Campitoglio  era  dove  oggi il Mercato
    Vecchio;  la Rotonda  tutta in pi,  che fu fatta per  il  tempio  di
    Marte;  oggi    per  il  nostro San Giovanni.  Che questo fussi cos,
    benissimo si vede e non si pu negare;  ma sono ditte fabbriche  molto
    minore di quelle di Roma.
    Quello  che  le  fece fare dicono essere stato Iulio Cesare con alcuni
    gentili uomini romani,  che,  vinto e preso Fiesole,  in questo  luogo
    edificorno  una  citt,  e ciascuni di loro prese affare uno di questi
    notabili  edifizii.  Aveva  Iulio  Cesare  un  suo  primo  e  valoroso
    capitano,  il quali si domandava Fiorino da Cellino, che  un castello
    il quali  presso a Monte Fiasconi a dua miglia. Avendo questo Fiorino
    fatti i sua alloggiamenti sotto Fiesole,  dove    ora  Fiorenze,  per
    esser vicini al fiume d'Arno per comodit dello esercito, tutti quelli
    soldati e altri, che avevano affare del ditto capitano, dicevano:
    - Andiamo a Fiorenze - s perch il ditto capitano aveva nome Fiorino,
    e  perch  innel  luogo che lui aveva li ditti sua alloggiamenti,  per
    natura del luogo era abbundantissima quantit di fiori. Cos innel dar
    principio alla citt, parendo a Iulio Cesare, questo,  bellissimo nome
    e posto accaso, e perch i fiori apportano buono aurio, questo nome di
    Fiorenze  pose nome alla ditta citt;  e ancora per fare un tal favore
    al suo valoroso capitano, e tanto meglio gli voleva, per averlo tratto
    di luogo molto umile, e per essere un tal virtuoso fatto dallui.  Quel
    nome  che  dicono  questi  dotti  immaginatori  e investigatori di tal
    dipendenzie di nomi,  dicono per essere fluente a l'Arno;  questo  non
    pare  che  possi  stare,  perch  Roma  fluente al Tevero,  Ferrara 
    fluente al Po,  Lione  fluente alla  Sonna,  Parigi    fluente  alla
    Senna;  per  hanno nomi diversi e venuti per altra via.  Noi troviamo
    cos,  e cos crediamo dipendere da uomo  virtuoso.  Di  poi  troviamo
    essere  de' nostri Cellini in Ravenna,  pi antica citt di Italia,  e
    quivi  gran gentili uomini;  ancora n' in Pisa,  e ne ho trovati  in
    molti  luoghi  di  Cristianit;  e  in questo Stato ancora n' restato
    qualche casata,  pur dediti all'arme;  ch non sono molti anni da oggi
    che  un giovane chiamato Luca Cellini,  giovane senza barba,  combatt
    con uno soldato pratico e valentissimo uomo,  che  altre  volte  aveva
    combattuto in isteccato,  chiamato Francesco da Vicorati.  Questo Luca
    per propria virt con l'arme in mano  lo  vinse  e  amazz  con  tanto
    valore e virt,  che fe' maravigliare il mondo, che aspettava tutto il
    contrario: in modo che io mi  glorio  d'avere  lo  ascendente  mio  da
    uomini  virtuosi.  Ora quanto io m'abbia acquistato qualche onore alla
    casa mia,  li quali a questo nostro vivere di oggi per le cause che si
    sanno, e per l'arte mia, quali non  materia da gran cose al suo luogo
    io  le  dir;  gloriandomi  molto  pi  essendo nato umile e aver dato
    qualche onorato prencipio alla casa mia,  che se io fussi nato di gran
    lignaggio,  e  colle  mendacie qualit io l'avessi macchiata o stinta.
    Per tanto dar prencipio come a Dio piacque che io nascessi.

    3.  Si stavano innella Val d'Ambra li mia  antichi,  e  quivi  avevano
    molta quantit di possessioni; e come signorotti, l ritiratisi per le
    parte  vivevano:  erano tutti uomini dediti all'arme e bravissimi.  In
    quel tempo un lor figliuolo, il minore, che si chiam Cristofano, fece
    una gran quistione con certi lor vicini e  amici:  e  perch  l'una  e
    l'altra  parte  dei  capi  di casa vi avevano misso le mani,  e veduto
    costoro essere il fuoco acceso di tanta  importanza,  che  e'  portava
    pericolo  che  le  due  famiglie si disfacessino affatto;  considerato
    questo quelli pi vecchi, d'accordo, li mia levorno via Cristofano,  e
    cos  l'altra  parte lev via l'altro giovane origine della quistione.
    Quelli mandorno il loro a  Siena;  li  nostri  mandorno  Cristofano  a
    Firenze,  e  quivi  li  comperorno  una  casetta  in  via  Chiara  dal
    monisterio di Sant'Orsola,  e al ponte a Rifredi li  comperorno  assai
    buone  possessioni.  Prese  moglie  il ditto Cristofano in Fiorenze ed
    ebbe figliuoli e figliuole,  e acconcie tutte  le  sue  figliuole,  il
    restante si compartirno li figliuoli, di poi la morte di lor padre. La
    casa  di  via  Chiara con certe altre poche cose tocc a uno de' detti
    figliuoli,  che ebbe nome Andrea.  Questo ancora lui prese  moglie  ed
    ebbe quattro figliuoli masti.
    Il primo ebbe nome Girolamo, il sicondo Bartolomeo, il terzo Giovanni,
    che  poi  fu  mio  padre,  il quarto Francesco.  Questo Andrea Cellini
    intendeva assai del modo della architettura di quei tempi, e, come sua
    arte,  di essa viveva;  Giovanni,  che fu mio padre,  pi che  nissuno
    degli  altri vi dette opera.  E perch,  s come dice Vitruio,  in fra
    l'altre cose, volendo fare bene detta arte,  bisogna avere alquanto di
    musica  e  buon  disegno,  essendo  Giovanni fattosi buon disegnatore,
    cominci a dare opera alla musica,  e insieme con essa impar a sonare
    molto  bene  di viola e di flauto;  ed essendo persona molto studiosa,
    poco usciva di casa.  Avevano per vicino a muro uno  che  si  chiamava
    Stefano Granacci,  il quale aveva parecchi figliuole tutte bellissime.
    S come piacque a Dio,  Giovanni vidde una di queste  ditte  fanciulle
    che  aveva  nome Elisabetta;  e tanto li piacque che lui la chiese per
    moglie: e perch l'uno  e  l'altro  padre  benissimo  per  la  stretta
    vicinit  si  conoscevano,  fu  facile  a  fare questo parentado;  e a
    ciascuno di loro gli pareva d'avere molto bene acconcie le  cose  sue.
    In  prima  quei  dua  buon vecchioni conchiusono il parentado,  di poi
    cominciorno a ragionare della dota,  ed essendo infra di loro  qualche
    poco di amorevol disputa; perch Andrea diceva a Stefano:
    -  Giovanni  mio  figliuolo  'l pi valente giovane e di Firenze e di
    Italia,  e se io prima gli avessi voluto dar moglie,  arei ate  delle
    maggior dote che si dieno a Firenze a' nostri pari - e Stefano diceva:
    -  Tu hai mille ragioni,  ma io mi truovo cinque fanciulle,  con tanti
    altri figliuoli, che, fatto il mio conto,  questo  quanto io mi posso
    stendere -.
    Giovanni  era stato un pezzo a udire nascosto da loro,  e sopraggiunto
    all'improvviso disse:
    - O mio padre, quella fanciulla ho desiderata e amata,  e none li loro
    dinari; tristo a coloro che si vogliono rifare in su la dota della lor
    moglie. S bene, come voi vi siate vantato che io sia cos saccente, o
    non  sapr  io  dare le spese alla mia moglie,  e sattisfarla alli sua
    bisogni con qualche somma di dinari manco che 'l voler vostro?  Ora io
    vi  fo  intendere  che  la  donna  la mia e la dota voglio che sia la
    vostra -.
    A questo sdegnato  alquanto  Andrea  Cellini,  il  quale  era  un  po'
    bizzarretto, fra pochi giorni Giovanni men la sua donna, e non chiese
    mai pi altra dota. Si goderno la lor giovinezza e il loro santo amore
    diciotto  anni,  pure  con gran disiderio di aver figliuoli: di poi in
    diciotto anni la detta sua donna si sconci di  dua  figliuoli  masti,
    causa della poca intelligenza de' medici;  di poi di nuovo ingravid e
    partor una femmina,  che gli posono nome Cosa,  per la madre  di  mio
    padre.  Di  poi  dua  anni di nuovo ingravid: e perch quei vizii che
    hanno le donne gravide,  molto vi si pon cura,  gli erano appunto come
    quegli  del  parto dinanzi;  in modo che erano resoluti che la dovessi
    fare una femmina come la prima,  e gli avevono  d'accordo  posto  nome
    Reparata, per rifare la madre di mia madre. Avvenne che la partor una
    notte  di  tutti  e'  Santi,  finito il d d'Ognisanti a quattro ore e
    mezzo innel mille cinquecento a punto. Quella allevatrice,  che sapeva
    che loro l'aspettavano femmina, pulito che l'ebbe la creatura, involta
    in bellissimi panni bianchi,  giunse cheta cheta a Giovanni mio padre,
    e disse:
    - Io vi porto un bel presente, qual voi non aspettavi -.
    Mio padre, che era vero filosafo, stava passeggiando e disse:
    - Quello che Idio mi d,  sempre  m'  caro  -  e  scoperto  i  panni,
    coll'occhio vidde lo inaspettato figliuolo mastio. Aggiunto insieme le
    vecchie palme, con esse alz gli occhi a Dio, e disse:
    -  Signore,  io  ti ringrazio con tutto 'l cuor mio;  questo m' molto
    caro, e sia il Benvenuto -.
    Tutte quelle persone che erano quivi, lietamente lo domandavano,  come
    e' si gli aveva a por nome, Giovanni mai rispose loro altro se nome:
    -  E'  sia  il  Benvenuto -;  e risoltisi,  tal nome mi diede il santo
    Battesimo, e cos mi vo vivendo con la grazia di Dio.

    4. Ancora viveva Andrea Cellini mio avo, che io avevo gi l'et di tre
    anni incirca, e lui passava li cento anni. Avevano un giorno mutato un
    certo cannone d'uno acquaio,  e  del  detto  n'era  uscito  un  grande
    scarpione,  il  quali loro non l'avevano veduto,  ed era dello acquaio
    sceso in terra, e itosene sotto una panca: io lo vidi, e, corso allui,
    gli missi le mani a dosso.  Il  detto  era  s  grande,  che  avendolo
    innella picciola mano,  da uno degli lati avanzava fuori la coda, e da
    l'altro avanzava tutt'a dua le bocche.  Dicono,  che con gran festa io
    corsi al mio avo, dicendo; - Vedi, nonno mio, il mio bel granchiolino!
    -  Conosciuto  il  ditto,  che  gli  era uno scarpione,  per il grande
    spavento e per la gelosia di me, fu per cader morto;  e me lo chiedeva
    con  gran  carezze:  io  tanto pi lo strignevo piagnendo,  ch non lo
    volevo dare a persona. Mio padre, che ancora egli era in casa, corse a
    cotai grida,  e  stupefatto  non  sapeva  trovare  rimedio,  che  quel
    velenoso animale non mi uccidessi.  In questo gli venne veduto un paro
    di forbicine: cos, lusingandomi,  gli tagli la coda e le bocche.  Di
    poi che lui fu sicuro del gran male, lo prese per buono aurio.

    Innella  et di cinque anni in circa,  essendo mio padre in una nostra
    celletta,  innella quale si era fatto bucato ed era  rimasto  un  buon
    fuoco  di  querciuoli,  Giovanni  con  una  viola  in braccio sonava e
    cantava soletto intorno a quel  fuoco.  Era  molto  freddo:  guardando
    innel  fuoco,  accaso  vidde  in mezzo a quelle pi ardente fiamme uno
    animaletto come una lucertola,  il  quale  si  gioiva  in  quelle  pi
    vigorose fiamme.  Subito avedutosi di quel che gli era,  fece chiamare
    la mia sorella e me,  e mostratolo a noi bambini,  a me diede una gran
    ceffata,  per la quali io molto dirottamente mi missi a piagnere.  Lui
    piacevolmente rachetatomi, mi disse cos:
    - Figliolin mio caro,  io non ti do per male che tu  abbia  fatto,  ma
    solo  perch  tu  ti  ricordi  che  quella lucertola che tu vedi innel
    fuoco, si  una salamandra, quali non s' veduta mai pi per altri, di
    chi ci sia notizia vera - e cos mi baci e mi dette certi quattrini.

    5.  Cominci mio padre a 'nsegnarmi sonare  di  flauto  e  cantare  di
    musica;  e  con tutto che l'et mia fussi tenerissima,  dove i piccoli
    bambini sogliono pigliar piacere d'un zufolino e di simili  trastulli,
    io  ne  avevo  dispiacere inistimabile,  ma solo per ubbidire sonavo e
    cantavo.  Mio padre faceva in quei tempi organi  con  canne  di  legno
    maravigliosi,  gravi  cemboli,  i  migliori  e pi belli che allora si
    vedessino,  viole,  liuti,  arpe bellissime  ed  eccellentissime.  Era
    ingegneree  per  fare  strumenti,  come  modi  di gittar ponti,modi di
    gualchiere, altre macchine,  lavorava miracolosamente;  d'avorio e' fu
    il primo che lavorassi bene.  Ma perch lui s'era innamorato di quella
    che seco mi fu di padre  ed  ella  madre,  forse  per  causa  di  quel
    flautetto,   frequentandolo  assai  pi  che  il  dovere,  fu  chiesto
    dalliPifferi della Signoria di sonare  insieme  con  esso  loro.  Cos
    seguitando  un  tempo  per suo piacere,  lo sobillorno tanto che e' lo
    feciono de'  lor  compagni  pifferi.  Lorenzo  de  Medicie  Piero  suo
    figliolo,  che gli volevano gran bene, vedevano di poi che lui si dava
    tutto al piffero e lasciava in drieto il suo bello ingegno  e  la  sua
    bella  arte:  lo feciono levare di quel luogo.  Mio padre l'ebbe molto
    per male,  e gli parve che loro  gli  facessino  un  gran  dispiacere.
    Subito  si  rimise  all'arte,  e fece uno specchio,  di diamitro di un
    braccio in circa,  di osso e avorio,  con figure e fogliami,  con gran
    pulizia  e  gran  disegno.  Lo  specchio si era figurato una ruota: in
    mezzo era lo specchio;  intorno  era  sette  tondi,  inne'  quali  era
    intagliato e commesso di avorio e osso nero le sette Virt; e tutto lo
    specchio,  e  cos  le  ditte  Virt  erano in un bilico;  in modo che
    voltando la ditta ruota,  tutte le virt si  movevano;  e  avevano  un
    contrapeso ai piedi, che le teneva diritte. E perch lui aveva qualche
    cognizione  della  lingua latina,  intorno a ditto specchio vi fece un
    verso latino,  che diceva: "Per tutti il versi che volta la  ruota  di
    Fortuna, la Virt resta in piede":

    "Rota sum; semper, quoquo me verto stat virtus".

    Ivi  a poco tempo gli fu restituito il suo luogo del piffero.  Se bene
    alcune di queste  cose  furno  innanzi  ch'io  nascessi,  ricordandomi
    d'esse,  non  l'ho  volute  lasciare  indietro.  In  quel tempo quelli
    sonatori si erano tutti onoratissimi artigiani, e v'era alcuni di loro
    che facevano l'arte maggiori di seta e lana;  qual fu  causa  che  mio
    padre  non  si  sdegn  a  fare  questa  tal  professione.  El maggior
    desiderio che lui aveva al mondo,  circa i casi mia,  si  era  che  io
    divenissi  un  gran  sonatore;  e 'l maggior dispiacere che io potessi
    avere al mondo, si era quando lui me ne ragionava,  dicendomi,  che se
    io volevo,  mi vedeva tanto atto a tal cosa, che io sarei il primo omo
    del mondo.

    6.  Come ho ditto,  mio padre era un gran servitore e amicissimo della
    casa de' Medici,  e quando Piero ne fu cacciato,  si fid di mio padre
    in moltissime cose molte importantissime. Di poi,  venuto il magnifico
    Piero Soderini,  essendo mio padre al suo ufizio del sonare, saputo il
    Soderini il maraviglioso ingegno  di  mio  padre,  se  ne  cominci  a
    servire  in cose molte importantissime come ingegnere: e in mentre che
    'l Soderino stette in Firenze volse tanto bene  a  mio  padre,  quanto
    immaginar si possi al mondo;  e in questo tempo io,  che era di tenera
    et,  mio padre mi faceva portare in collo,  e  mi  faceva  sonare  di
    flauto,  e  facevo  sovrano,  insieme con i musici del palazzo innanzi
    alla Signoria, e sonavo al libro, e un tavolaccino mi teneva in collo.
    Di poi il Gonfalonieri,  che era il  detto  Soderino,  pigliava  molto
    piacere  di  farmi  cicalare,  e  mi  dava de' confetti e diceva a mio
    padre:
    - Maestro Giovanni,  insegnali insieme con il sonare quelle altre  tue
    bellissime arte - al cui mio padre rispondeva:
    -  Io  non voglio che e' faccia altra arte,  che 'l sonare e comporre;
    perch in questa professione io spero fare il maggiore uomo del mondo,
    se Idio gli dar vita -.
    A queste parole rispose alcuno  di  quei  vecchi  Signori,  dicendo  a
    maestro Giovanni:
    -  Fa'  quello  che  ti dice il Gonfaloniere;  perch sarebbe egli mai
    altro che un buono sonatore? -

    Cos pass un tempo, insino che i Medici ritornorno.  Subito ritornati
    i Medici,  il cardinale,  che fu poi papa Leone,  fece molte carezze a
    mio padre. Quella arme, che era al palazzo de' Medici, mentre che loro
    erano stati fuori,  era stato levato da essa le palle,  e  vi  avevano
    fatto  dipignere una gran croce rossa,  quali era l'arme e insegna del
    Comune: in modo che,  subito tornati,  si rasti la croce rossa,  e in
    detto scudo vi si comisse le sue palle rosse,  e misso il campo d'oro,
    con molta bellezza acconcie. Mio padre, il quali aveva un poco di vena
    poetica naturale stietta, con alquanto di profetica,  che questo certo
    era divino in lui,  sotto alla ditta arme,  subito che la fu scoperta,
    fece questi quattro versi: dicevan cos:

    Quest'arme,  che sepulta  stato tanto sotto la santa croce  mansueta,
    mostr'or  la  faccia  gloriosa e lieta,  aspettando di Pietro il sacro
    ammanto.

    Questo epigramma fu letto da tutto Firenze. Pochi giorni appresso mor
    papa Iulio secondo.  Andato il cardinale de' Medici a Roma,  contra  a
    ogni  credere  del mondo fu fatto papa,  che fu papa Leone X [decimo],
    liberale e magnanimo.  Mio padre gli mand li  sua  quattro  versi  di
    profezia. Il papa mand a dirgli che andasse l, che buon per lui. Non
    volse  andare: anzi,  in cambio di remunerazioni,  gli fu tolto il suo
    luogo del  palazzo  da  Iacopo  Salviati,  subito  che  lui  fu  fatto
    Gonfaloniere.  Questo  fu  causa  che  io mi missi all'orafo;  e parte
    imparavo tale arte e parte sonavo, molto contro mia voglia.

    7.  Dicendomi queste parole,  io lo pregavo che mi lasciassi disegnare
    tante ore del giorno,  e tutto il resto io mi metterei a sonare,  solo
    per contentarlo. A questo mi diceva:
    - Addunque tu non hai piacere di sonare?  - Al quale io dicevo che no,
    perch  mi pareva arte troppa vile a quello che io avevo in animo.  Il
    mio buon padre, disperato di tal cosa, mi mise a bottega col padre del
    cavalieri Bandinello,  il quale si domandava Michelagnolo,  orefice da
    Pinzi di Monte,  ed era molto valente in tale arte;  non aveva lume di
    nissuna casata,  ma era figliuolo d'un  carbonaio:  questo  non    da
    biasimare il Bandinello,  il quali ha dato principio alla casa sua, se
    da buona causa la fussi venuta. Quali lo sia, non mi occorre dir nulla
    di lui.  Stato che io fui l alquanti giorni,  mio padre mi  lev  dal
    ditto Michelognolo, come quello che non poteva vivere sanza vedermi di
    continuo.  Cos  malcontento  mi  stetti  a sonare insino alla et de'
    quindici anni.  Se io volessi descrivere le gran  cose  che  mi  venne
    fatto  insino  a  questa  et,  e in gran pericoli della propria vita,
    farei maravigliare chi tal cosa leggessi,  ma  per  non  essere  tanto
    lungo e per avere da dire assai, le lascier indietro.

    Giunto  all'et  de'  quindici anni,  contro al volere di mio padre mi
    missi abbottega all'orefice con uno che si chiam  Antonio  di  Sandro
    orafo,   per  soprannome  Marcone  orafo.   Questo  era  un  bonissimo
    praticone,  e molto uomo dabbene,  altiero e libero in ogni cosa  sua.
    Mio  padre non volse che lui mi dessi salario,  come si usa agli altri
    fattori,  acci che,  da poi che volontaria io pigliavo  a  fare  tale
    arte,  io mi potessi cavar lo voglia di disegnare quanto mi piaceva. E
    io cos facevo molto volentieri, e quel mio dabben maestro ne pigliava
    maraviglioso piacere. Aveva un suo unico figliuolo naturale,  al quali
    lui  molte  volte gli comandava,  per risparmiar me.  Fu tanta la gran
    voglia o s veramente inclinazione,  e l'una e l'altra,  che in  pochi
    mesi io raggiunsi di quei buoni,  anzi i migliori giovani dell'arte, e
    cominciai a trarre frutto delle mie fatiche.  Per questo  non  mancavo
    alcune  volte  di  compiacere  al  mio buon padre,  or di flauto or di
    cornetto sonando;  e sempre gli facevo  cadere  le  lacrime  con  gran
    sospiri  ogni  volta  che  lui mi sentiva;  e bene spesso per piet lo
    contentavo, mostrando che ancora io ne cavavo assai piacere.

    8.  In questo tempo,  avendo il mio fratello carnale minore di me  dua
    anni,  molto ardito e fierissimo, qual divenne dappoi de' gran soldati
    che avessi la scuola del maraviglioso signor  Giovannino  de'  Medici,
    padre  del  duca  Cosimo:  questo  fanciullo aveva quattordici anni in
    circa, e io dua pi di lui. Era una domenica in su le 22 ore in fra la
    porta a San Gallo e la porta a Pinti,  e quivi si era disfidato con un
    garzone   di  venti  anni  in  circa  con  le  spade  in  mano:  tanto
    valorosamente lo serrava,  che avendolo malamente ferito,  seguiva pi
    oltre.  Alla  presenza  era  moltissime persone,  infra le quali v'era
    assai sua parenti uomini;  e veduto la cosa andare per  la  mala  via,
    messono  mano  a  molte  frombole  e  una di quelle colse nel capo del
    povero giovinetto mio fratello:
     subito cadde in terra svenuto come  morto.  Io  che  a  caso  mi  ero
    trovato quivi e senza amici e senza arme, quanto io potevo sgridavo il
    mio fratello che si ritirassi, che quello che gli aveva fatto bastava;
    intanto  che il caso occorse che lui a quel modo cadde come morto.  Io
    subito corsi e presi la sua spada, e dinanzi a lui mi missi,  e contra
    parecchi spade e molti sassi,  mai mi scostai dal mio fratello, insino
    a che da la porta a San Gallo venne alquanti  valorosi  soldati  e  mi
    scamporno  da  quella  gran furia,  molto maravigliandosi che in tanta
    giovinezza fussi tanto gran valore. Cos portai il mio fratello insino
    a casa come morto,  e giunto  a  casa  si  risent  con  gran  fatica.
    Guarito, gli Otto che di gi avevano condennati li nostri avversari, e
    confinatigli per anni,  ancora noi confinorno per se' mesi fuori delle
    dieci miglia.

    Io dissi al mio fratello:
    - Vienne meco - e cos ci partimmo dal povero padre,  e in  cambio  di
    darci  qualche  somma di dinari,  perch non n'aveva,  ci dette la sua
    benedizione. Io me n'andai a Siena a trovare un certo galante uomo che
    si domandava maestro Francesco Castoro;  e perch un'altra  volta  io,
    essendomi  fuggito  da mio padre,  me n'andai da questo uomo dabbene e
    stetti seco certi giorni,  insino che mio padre rimand per  me,  pure
    lavorando  dell'arte dell'orefice;  il ditto Francesco,  giunto a lui,
    subito mi ricognobbe e mi misse in opera. Cos missomi a lavorare,  il
    ditto Francesco mi don una casa per tanto quanto io stavo in Siena; e
    quivi  ridussi  il  mio  fratello e me,  e attesi a lavorare per molti
    mesi. Il mio fratello aveva principio di lettere latine,  ma era tanto
    giovinetto  che non aveva ancora gustato il sapore della virt,  ma si
    andava svagando.

    9.  In questo tempo il cardinal  de'  Medici,  il  qual  fu  poi  papa
    Clemente,  ci  fece  tornare  a Firenze alli prieghi di mio padre.  Un
    certo discepolo di mio padre,  mosso da  propia  cattivit,  disse  al
    ditto  cardinale che mi mandassi a Bologna a 'mparare a sonare bene da
    un maestro che v'era, il quali si domandava Antonio, veramente valente
    uomo in quella professione del sonare.  Il Cardinale disse a mio padre
    che,  se lui mi mandava l,  che mi faria lettere di favore e d'aiuto.
    Mio padre, che di tal cosa se ne moriva di voglia,  mi mand: onde io,
    volonteroso di vedere il mondo, volentieri andai. Giunto a Bologna, io
    mi  missi  allavorare  con  uno  che  si  chiamava  maestro Ercole del
    Piffero, e cominciai a guadagnare: e intanto andavo ogni giorno per la
    lezione del sonare,  e in breve settimane feci molto  gran  frutto  di
    questo  maladetto  sonare;  ma  molto  maggior  frutto  feci dell'arte
    dell'orefice,  perch,  non avendo ato dal  ditto  cardinale  nissuno
    aiuto,  mi  missi in casa di uno miniatore bolognese,  che si chiamava
    Scipione Cavalletti;  stava nella strada di nostra Donna del Baraccan;
    e  quivi  attesi  a  disegnare  e  a  lavorare  per un che si chiamava
    Graziadiogiudeo, con il quali io guadagnai assai bene.

    In capo di sei mesi  me  ne  tornai  a  Fiorenze,  dove  quel  Pierino
    piffero,  gi stato allievo di mio padre, l'ebbe molto per male; e io,
    per compiacere a mio padre,  lo andavo a trovare a casa  e  sonavo  di
    cornetto  e di flauto insieme con un suo fratel carnale che aveva nome
    Girolamo, ed era parecchi anni minore del ditto Piero, ed era molto da
    bene e buon giovane,  tutto il contrario del suo fratello.  Un  giorno
    infra  li altri venne mio padre alla casa di questo Piero,  per udirci
    sonare; e pigliando grandissimo piacere di quel mio sonare, disse:
    - Io far pure un maraviglioso sonatore, contro la voglia di chi mi ha
    voluto impedire -.
    A questo rispose Piero, e disse il vero:
    - Molto pi utile e onore trarr il vostro Benvenuto, se lui attende a
    l'arte dell'orafo, che a questa pifferata -.
    Di queste parole mio padre ne prese tanto isdegno,  veduto che  ancora
    io  avevo  il  medesimo  oppenione di Piero,  che con gran collora gli
    disse:
    - Io sapevo bene che tu eri tu quello che mi impedivi questo mio tanto
    desiderato fine,  e sei stato quello che m'hai fatto rimuovere del mio
    luogo del Palazzo, pagandomi di quella grande ingratitudine che si usa
    per  ricompenso  de' gran benefizii.  Io a te lo feci dare,  e tu a me
    l'hai fatto trre;  io a te insegnai sonare con tutte  l'arte  che  tu
    sai,  e tu impedisci il mio figliuolo che non facci la voglia mia.  Ma
    tieni a mente queste profetiche parole: e' non ci va,  non dico anni o
    mesi,   ma  poche  settimane,  che  per  questa  tua  tanto  disonesta
    ingratitudine tu profonderai -.
    A queste parole rispose Pierino e disse:
    - Maestro Giovanni, la pi parte degli uomini,  quando gl'invecchiano,
    insieme  con  essa  vecchiaia  impazzano,  come avete fatto voi;  e di
    questo non mi maraviglio, perch voi avete dato liberalissimamente via
    tutta la vostra  roba,  non  considerato  ch'e'  vostri  figliuoli  ne
    avevano aver bisogno; dove io penso far tutto il contrario: di lasciar
    tanto a' mia figliuoli, che potranno sovenire i vostri -.
    A questo mio padre rispose:
    - Nessuno albere cattivo mai fe' buon frutto, cos per il contrario; e
    pi  ti  dico,  che  tu  sei cattivo e i tua figliuoli saranno pazzi e
    poveri, e verrano per la merz a' mia virtuosi e ricchi figliuoli -.
    Cos si part di casa  sua,  brontolando  l'uno  e  l'altro  di  pazze
    parole.
    Onde io, che presi la parte del mio buon padre, uscendo di quella casa
    con esso insieme, gli dissi che volevo far vendette delle ingiurie che
    quel ribaldo li aveva fatto - con questo che voi mi lasciate attendere
    a l'arte del disegno -.
    Mio padre disse:
    -  O caro flgliuol mio,  ancora io sono stato buono disegnatore: e per
    refrigerio di tal cos maravigliose fatiche e per amor  mio,  che  son
    tuo  padre,  che  t'ho ingenerato e allevato e dato principio di tante
    onorate virt, a il riposo di quelle, non mi prometti tu qualche volta
    pigliar quel flauto e quel lascivissimo cornetto,  e,  con qualche tuo
    dilettevole piacere, dilettandoti d'esso, sonare?-
    Io  dissi  che  s,  e molto volentieri per suo amore.  Allora il buon
    padre disse che quelle cotai virt sarebbon la  maggior  vendetta  che
    delle  ingiurie  ricevute  da'  sua nimici io potessi fare.  Da queste
    parole non arrivato il mese intero,  che quel detto Pierino,  faccendo
    fare  una volta a una sua casa,  che lui aveva nella via dello Studio,
    essendo un giorno ne la sua camera terrena,  sopra una volta  che  lui
    faceva fare,  con molti compagni;  venuto in proposito,  ragionava del
    suo maestro,  ch'era stato mio padre;  e replicando le parole che  lui
    gli aveva detto del suo profondare, non s tosto dette, che la camera,
    dove lui era,  per esser mal gittata la volta, o pur per vera virt di
    Dio che non paga il sabato,  profond;  e di quei sassi della volta  e
    mattoni cascando insieme seco,  gli fiaccorno tutte a dua le gambe;  e
    quelli ch'erano seco,  restando in su li orlicci della  volta  non  si
    feceno alcun male, ma ben restorno storditi e maravigliati; massime di
    quello  che  poco  innanzi  lui  con ischerno aveva lor ditto.  Saputo
    questo mio padre, armato,  lo and a trovare,  e alla presenza del suo
    padre,   che  si  chiamava  Niccolaio  da  Volterra,  trombetto  della
    Signoria, disse:
    - O Piero, mio caro discepolo, assai mi incresce del tuo male; ma,  se
    ti  ricorda bene,  egli  poco tempo che io te ne avverti';  e altanto
    interverr intra i figliuoli tua e i mia, quanto io ti dissi -.
    Poco tempo appresso lo ingrato Piero  di  quella  infirmit  si  mor.
    Lasci la sua impudica moglie con un suo figliuolo,  il quale alquanti
    anni a presso venne a me per elemosina in Roma. Io gnene diedi, s per
    esser mia natura il far delle elemosine;  e appresso  con  lacrime  mi
    ricordai il felice istato che Pierino aveva, quando mio padre li disse
    tal  parole,  cio che i figliuoli del ditto Pierino ancora andrebbono
    per la merc ai figliuoli virtuosi sua. E di questo sia detto assai, e
    nessuno non si faccia mai beffe dei pronostichi di uno uomo  da  bene,
    avendolo  ingiustamente  ingiuriato,  perch non  lui quel che parla,
    anzi  la voce de Idio istessa.

    10.  Attendendo pure all'arte de l'orefice,  e con essa aiutavo il mio
    buon  padre.  L'altro  suo figliuolo e mio fratello chiamato Cecchino,
    come di sopra dissi, avendogli fatto dare principio di lettere latine,
    perch desiderava fare me,  maggiore,  gran sonatore e musico,  e lui,
    minore,  gran  litterato  legista;  non  potendo isforzare quel che la
    natura ci inclinava,  qual fe' me applicato all'arte del disegno e  il
    mio fratello, quali era di bella proporzione e grazia, tutto inclinato
    a le arme;  e per essere ancor lui molto giovinetto,  partitosi da una
    prima elezione della scuola del  maravigliosissimo  signor  Giovannino
    de' Medici;  giunto a casa,  dove io non era, per esser lui manco bene
    guarnito di panni, e trovando le sue e mie sorelle che, di nascosto da
    mio padre,  gli detteno cappa e saio mia belle e nuove:  ch  oltra  a
    l'aiuto che io davo al mio padre e alle mie buone e oneste sorelle, de
    le avanzate mie fatiche quelli onorati panni mi avevo fatti; trovatomi
    ingannato  e  toltomi  i detti panni,  n ritrovando il fratello,  che
    torgnene volevo,  dissi a mio padre perch e' mi lasciassi fare un  s
    gran torto,  veduto che cos volontieri io mi affaticavo per aiutarlo.
    A questo mi rispose,  che io ero il suo figliuol buono,  e che  quello
    aveva  riguadagnato,  qual  perduto  pensava  avere:  e che gli era di
    necessit,  anzi precetto de Idio istesso,  che chi aveva del bene  ne
    dessi  a  chi  non  aveva:  e  che per suo amore io sopportassi questa
    ingiuria;  Idio m'accrescerebbe d'ogni bene.  Io,  come giovane  sanza
    isperienza, risposi al povero afflitto padre; e preso certo mio povero
    resto di panni e quattrini,  me ne andai alla volta di una porta della
    citt: e non sapendo qual porta fosse quella che m'inviasse a Roma, mi
    trovai a Lucca, e da Lucca a Pisa.  E giunto a Pisa,  questa era l'et
    di sedici anni in circa,  fermatomi presso al ponte di mezzo,  dove e'
    dicono la pietra del Pesce,  a una bottega d'un'oreficeria,  guardando
    con  attenzione  quello  che quel maestro faceva,  il detto maestro mi
    domand chi ero e che proffessione era la mia: al quale io  dissi  che
    lavoravo un poco di quella istessa arte che lui faceva. Questo uomo da
    bene  mi  disse  che io entrassi nella bottega sua,  e subito mi dette
    inanzi da lavorare, e disse queste parole:
    - Il tuo buono aspetto mi fa credere che tu sia da bene e buono -.
    Cos mi dette innanzi oro,  argento  e  gioie;  e  la  prima  giornata
    fornita,  la sera mi men alla casa sua,  dove lui viveva onoratamente
    con una sua bella moglie e figliuoli.  Io,  ricordatomi del dolore che
    poteva  aver di me il mio buon padre,  gli scrissi come io era in casa
    di uno uomo molto buono e da  bene,  il  quale  si  domandava  maestro
    Ulivieri  della  Chiostra,  e con esso lavoravo di molte opere belle e
    grande; e che stessi di buona voglia,  che io attendevo a imparare,  e
    che  io  speravo con esse virt presto riportarne a lui utile e onore.
    Il mio buon padre subito alla lettera rispose dicendo cos:
    - Figliuol mio,  l'amor ch'io ti porto  tanto che,  se non  fussi  il
    grande onore,  quale io sopra ogni cosa osservo, subito mi sarei messo
    a venire per te, perch certo mi pare essere senza il lume degli occhi
    il non ti vedere ogni d,  come far solevo.  Io attender a finire  di
    condurre  a  virtuoso onore la casa mia,  e tu attendi a imparar delle
    virt; e solo voglio che tu ricordi di queste quattro semplici parole:
    e queste osserva, e mai non te le dimenticare:
    In nella casa che tu vuoi stare, vivi onesto e non vi rubare.

    11.  Capit questa lettera alle mane di quel mio maestro Ulivieri e di
    nascosto  da  me  la lesse;  di poi mi si scoperse averla letta,  e mi
    disse queste parole:
    - Gi, Benvenuto mio,  non mi ingann il tuo buono aspetto,  quanto mi
    afferma una lettera,  che m' venuta alle mane,  di tuo padre, quale 
    forza che lui sia molto uomo buono e da bene;  cos fa conto  d'essere
    nella casa tua e come con tuo padre -.
    Standomi  in Pisa andai a vedere il Campo Santo,  e quivi trovai molte
    belle anticaglie: ci  cassoni di marmo,  e in molti altri luoghi  di
    Pisa  viddi  molte  altre  cose  antiche,  intorno alle quali tutti e'
    giorni che mi avanzavano del mio lavoro della bottega assiduamente  mi
    affaticavo;  e perch il mio maestro con grande amore veniva a vedermi
    alla mia cameruccia,  che lui mi aveva dato,  veduto che  io  spendevo
    tutte l'ore mie virtuosamente,  mi aveva posto uno amore come se padre
    mi fusse. Feci un gran frutto in uno anno che io vi stetti,  e lavorai
    d'oro  e  di  argento  cose  importante  e  belle,  le quali mi detton
    grandissimo animo a 'ndar pi inanzi.  Mio padre in  questo  mezzo  mi
    scriveva  molto pietosamente che io dovessi tornare a lui,  e per ogni
    lettera mi ricordava che io non dovessi perdere quel sonare,  che  lui
    con  tanta  fatica mi aveva insegnato.  A questo,  subito mi usciva la
    voglia di non mai  tornare  dove  lui,  tanto  aveva  in  odio  questo
    maledetto  sonare;  e  mi  parve  veramente istare in paradiso un anno
    intero che io stetti in Pisa,  dove io non sonai  mai.  Alla  fine  de
    l'anno  Ulivieri mio maestro gli venne occasione di venire a Firenze a
    vendere certe spazzature d'oro e argento che lui aveva:  e  perch  in
    quella pessima aria m'era saltato a dosso un poco di febbre,  con essa
    e col maestro mi ritornai a Firenze;  dove mio padre fece  grandissime
    carezze a quel mio maestro,  amorevolmente pregandolo,  di nascosto da
    me,  che fussi contento non mi rimenare a  Pisa.  Restatomi  ammalato,
    istetti  circa  dua mesi,  e mio padre con grande amorevolezza mi fece
    medicare e guarire,  continuamente dicendomi che gli pareva  mill'anni
    che io fossi guarito, per sentirmi un poco sonare; e in mentre ch'egli
    mi  ragionava  di  questo sonare,  tenendomi le dita al polso,  perch
    aveva qualche  cognizione  della  medicina  e  delle  lettere  latine,
    sentiva  in  esso polso,  subito ch'egli moveva a ragionar del sonare,
    tanta grande alterazione, che molte volte isbigottito e con lacrime si
    partiva da me.  In modo che,  avedutomi di questo suo gran dispiacere,
    dissi a una di quelle mia sorelle che mi portassero un flauto;  che se
    bene io continuo avevo la febbre, per esser lo strumento di pochissima
    fatica,   non  mi  dava  alterazione  il  sonare;   con  tanta   bella
    disposizione   di  mano  e  di  lingua,   che  giugnendomi  mio  padre
    all'improvisto, mi benedisse mille volte dicendomi,  che in quel tempo
    che io ero stato fuor di lui, gli pareva che io avessi fatto un grande
    acquistare; e mi preg che io tirassi inanzi e non dovessi perdere una
    cos bella virt.

    12.  Guarito che io fui, ritornai al mio Marcone, uomo da bene, orafo,
    il quale mi dava da guadagnare,  con il  quale  guadagno  aiutavo  mio
    padre e la casa mia. In questo tempo venne a Firenze uno iscultore che
    si  domandava  Piero Torrigiani,  il qual veniva di Inghilterra,  dove
    egli era stato di molti anni;  e perch egli era molto amico  di  quel
    mio maestro, ogni d veniva da lui; e veduto mia disegni e mia lavori,
    disse:
    -  Io  son venuto a Firenze per levare pi giovani che io posso;  ch,
    avendo a fare una grande opera al mio Re, voglio,  per aiuto,  de' mia
    Fiorentini;  e  perch il tuo modo di lavorare e i tua disegni son pi
    da scultore che da orefice, avendo da fare grande opere di bronzo,  in
    un medesimo tempo io ti far valente e ricco -.
    Era  questo uomo di bellissima forma,  aldacissimo,  aveva pi aria di
    gran soldato che di scultore, massimo a' sua mirabili gesti e alla sua
    sonora voce,  con uno agrottar di ciglia atto a spaventar ogni uomo da
    qual  cosa;  e  ogni  giorno  ragionava  delle sue bravurie con quelle
    bestie di quegli Inghilesi.  In questo proposito cadde in sul ragionar
    di  Michelagnolo Buonaarroti;  che ne fu causa un disegno che io avevo
    fatto,  ritratto da un cartone del  divinissimo  Michelagnolo.  Questo
    cartone  fu  la  prima  bella  opera  che  Michelagnolo  mostr  delle
    maravigliose sue virt,  e lo fece a gara con uno altro che lo faceva:
    con Lionardo da Vinci; che avevano a servire per la sala del Consiglio
    del  palazzo della Signoria.  Rappresentavano quando Pisa fu presa da'
    Fiorentini; e il mirabil Lionardo da Vinci aveva preso per elezione di
    mostrare una battaglia di cavagli con certa presura di bandiere, tanto
    divinamente fatti, quanto imaginar si possa. Michelagnolo Buonaarroti,
    innel suo dimostrava una quantit di fanterie che per essere di  state
    s'erano  missi a bagnare in Arno;  e in questo istante dimostra ch' e'
    si dia a l'arme,  a quelle fanterie ignude corrono  a  l'arme,  e  con
    tanti  bei  gesti,  che mai n delli antichi n d'altri moderni non si
    vidde opera che arrivassi a cos alto segno;  e s come io  ho  detto,
    quello  del  gran Lionardo era bellissimo e mirabile.  Stetteno questi
    dua cartoni, uno innel palazzo de' Medici, e uno alla sala del Papa.

    In mentre che gli stetteno in pi, furno la scuola del mondo.  Se bene
    il divino Michelagnolo fece la gran cappella di papa Iulio da poi, non
    arriv mai a questo segno alla met;  la sua virt non aggiunse mai da
    poi alla forza di quei primi studii.

    13. Ora torniamo a Piero Torrigiani,  che con quel mio disegno in mano
    disse cos:
    -  Questo Buonaarroti e io andavamo a 'mparare da fanciulletti innella
    chiesa  del  Carmine,   dalla  cappella  di  Masaccio:  e  perch   il
    Buonaarroti aveva per usanza di ucellare tutti quelli che disegnavano,
    un  giorno in fra gli altri dandomi noia il detto,  mi venne assai pi
    stizza che 'l solito,  e stretto la mana gli detti s grande il  pugno
    in  sul  naso,  che  io mi senti' fiaccare sotto il pugno quell'osso e
    tenerume del naso,  come se fosse stato un cialdone: e cos segnato da
    me ne rester insin che vive -.
    Queste parole generorono in me tanto odio, perch vedevo continuamente
    i fatti del divino Michelagnolo,  che non tanto ch'a me venissi voglia
    di andarmene seco in Inchilterra, ma non potevo patire di vederlo.

    Attesi continuamente in Firenze a imparare sotto la bella  maniera  di
    Michelagnolo, e da quella mai mi sono ispiccato. In questo tempo presi
    pratica e amicizia istrettissima con uno gentil giovanetto di mia et,
    il quale ancora lui stava allo orefice.
    Aveva   nome   Francesco,   figliuolo   di   Filippo  di  fra  Filippo
    eccellentissimo pittore.  Nel praticare insieme gener in noi un tanto
    amore,  che  mai  n  d n notte stavamo l'uno senza l'atro: e perch
    ancora la casa sua era piena di quelli belli studii che aveva fatto il
    suo valente padre, i quali erano parecchi libri disegnati di sua mano,
    ritratti dalle belle anticaglie di Roma; la qual cosa, vedendogli,  mi
    innamororno assai;  e dua anni in circa praticammo insieme.  In questo
    tempo io feci una opera di ariento di basso rilievo,  grande quanta  
    una mana di un fanciullo piccolo.  Questa opera serviva per un serrame
    per una cintura da  uomo,  che  cos  grandi  alora  si  usavono.  Era
    intagliato  in esso un gruppo di fogliame fatto all'antica,  con molti
    puttini e altre bellissime maschere.  Questa tale opera io la feci  in
    bottega  di  uno  chiamato Francesco Salinbene.  Vedendosi questa tale
    opera per l'arte degli orefici, mi fu dato vanto del meglio giovane di
    quella arte.  E perch un  certo  Giovanbatista,  chiamato  il  Tasso,
    intagliatore  di  legname,  giovane di mia et a punto,  mi cominci a
    dire che,  se io volevo andare a Roma,  volentieri insieme ne verrebbe
    meco - questo ragionamento che noi avemmo insieme fu poi il desinare a
    punto  -  e  per essere per le medesime cause del sonare adiratomi con
    mio padre, dissi al Tasso:
    - Tu sei persona da far delle parole e non de' fatti -.
    Il quale Tasso mi disse:
    - Ancora io mi sono adirato con  mia  madre,  e  se  io  avessi  tanti
    quattrini  che  mi  conducessino  a  Roma,  io non tornerei indrieto a
    serrare quel poco della botteguccia che io tengo -.
    A queste parole io aggiunsi,  che se per quello  lui  restava,  io  mi
    trovavo a canto tanti quattrini, che bastavano a portarci a Roma tutti
    a  dua.  Cos  ragionando insieme,  mentre andavamo,  ci trovammo alla
    porta a San Piero Gattolini disavedutamente.
    Al quale io dissi:
    - Tasso mio,  questa  fattura d'Idio l'esser giunti a  questa  porta,
    che  n tu n io aveduti ce ne sino: ora,  da poi che io son qui,  mi
    pare aver fatto la met del cammino -.
    Cos d'accordo lui e io dicevamo, mentre che seguivamo il viaggio:
    - Oh che dir i nostri vecchi stasera?  - Cos dicendo  facemmo  patti
    insieme  di non gli ricordar pi insino a tanto che noi fussimo giunti
    a Roma.  Cos ci legammo i grembiuli indietro,  e quasi alla mutola ce
    ne  andammo insino a Siena.  Giunti che fummo a Siena,  il Tasso disse
    che s'era fatto male ai piedi, che non voleva venire pi innanzi, e mi
    richiese gli prestassi danari per tornarsene: al quale io dissi:
    - A me non ne resterebbe per andare innanzi; per tu ci dovevi pensare
    a muoverti di Firenze;  e se per causa  dei  piedi  tu  resti  di  non
    venire,  troveremo  un cavallo di ritorno per Roma,  e allora non arai
    scusa di non venire -.
    Cos preso il cavallo,  veduto che lui non mi rispondeva,  inverso  la
    porta di Roma presi il cammino.
    Lui,  vedutomi  risoluto,  non  restando di brontolare,  il meglio che
    poteva, zoppicando drieto assai ben discosto e tardo veniva.
    Giunto che io fui alla porta, piatoso del mio compagnino,  lo aspettai
    e lo missi in groppa, dicendogli:
    - Che domin direbbono e' nostri amici di noi, che partitici per andare
    a  Roma,  non ci fussi bastato la vista di passare Siena?  - Allora il
    buon Tasso disse che io dicevo il vero;  e per  esser  persona  lieta,
    cominci  a  ridere  e  a cantare: e cos sempre cantando e ridendo ci
    conducemmo a Roma.  Questo era a punto l'et mia di  diciannove  anni,
    insieme col millesimo. Giunti che noi fummo in Roma, subito mi messi a
    bottega con uno maestro, che si domandava Firenzola. Questo aveva nome
    Giovanni e era da Firenzuola di Lombardia, ed era valentissimo uomo di
    lavorare di vasellami e cose grosse.
    Avendogli  mostro un poco di quel modello di quel serrame che io avevo
    fatto in Firenze col Salinbene, gli piacque maravigliosamente, e disse
    queste parole,  voltosi a uno garzone che lui  teneva,  il  quale  era
    fiorentino  e  si  domandava  Giannotto  Giannotti,  ed era stato seco
    parecchi anni; disse cos:
    - Questo  di quelli Fiorentini che sanno,  e tu sei di quelli che non
    sanno  -  .  Allora  io,  riconosciuto quel Giannotto,  gli volsi fare
    motto;  perch inanzi che  lui  andassi  a  Roma,  spesso  andavamo  a
    disegnare insieme, ed eravamo stati molto domestici compagnuzzi. Prese
    tanto  dispiacere di quelle parole che gli aveva detto il suo maestro,
    che egli disse non mi cognoscere n sapere chi io mi  fussi:  onde  io
    sdegnato a cotal parole, gli dissi:
    - O Giannotto, gi mio amico domestico, che ci siamo trovati in tali e
    tali luoghi, e a disegnare e a mangiare e bere e dormire in villa tua;
    io non mi curo che tu faccia testimonianza di me a questo uomo da bene
    tuo maestro,  perch io spero che le mane mia sieno tali, che sanza il
    tuo aiuto diranno quale io sia.

    14. Finito queste parole, il Firenzuola, che era persona arditissima e
    bravo, si volse al detto Giannotto e li disse:
    - O vile furfante,  non ti vergogni tu a usare questi tali  termini  e
    modi a uno che t' stato s domestico compagno? -.
    E nel medesimo ardire voltosi a me, disse:
    - Entra in bottega e fa come tu hai detto, che le tue mane dicano quel
    che tu sei -: e mi dette a fare un bellissimo lavoro di argento per un
    cardinale. Questo fu un cassonetto ritratto da quello di porfido che 
    dinanzi alla porta della Retonda.
    Oltra  quello  che  io  ritrassi,  di  mio arricchi'lo con tante belle
    mascherette,  che il maestro mio s'andava vantando e  mostrandolo  per
    l'arte,  che di bottega sua usciva cos ben fatta opera. Questo era di
    grandezza di un mezzo braccio in circa;  ed era accomodato che serviva
    per una saliera da tenere in tavola.

    Questo fu il primo guadagno che io gustai in Roma; e una parte di esso
    guadagno  ne  mandai  a  soccorrere  il  mio buon padre: l'altra parte
    serbai per la vita mia; e con esso me ne andavo studiando intorno alle
    cose antiche,  insino a tanto  che  e'  danari  mi  mancorno,  che  mi
    convenne  tornare  a  bottega a lavorare.  Quel Battista del Tasso mio
    compagno non istette troppo in Roma,  che lui se ne torn  a  Firenze.
    Ripreso  nuove  opere,  mi  venne  voglia,  finite che io le ebbi,  di
    cambiate maestro, per esser sobbillato da un certo Milanese,  il quale
    si domandava maestro Pagolo Arsago.

    Quel  mio  Firenzuola  primo  ebbe  a  fare  gran quistione con questo
    Arsago, dicendogli in mia presenza alcune parole ingiuriose,  onde che
    io ripresi le parole in defensione del nuovo maestro.  Dissi ch'io era
    nato libero,  e cos libero mi volevo vivere,  e che  di  lui  non  si
    poteva  dolere;  manco  di me,  restando aver dallui certi pochi scudi
    d'accordo;  e come lavorante libero volevo  andare  dove  mi  piaceva,
    conosciuto  non far torto a persona.  Anche quel mio nuovo maestro us
    parecchi parole, dicendo che non mi aveva chiamato, e che io gli farei
    piacere a ritornare col Firenzuola.  A  questo  io  aggiunsi  che  non
    cognoscendo in modo alcuno di farli torto, e avendo finite l'opere mia
    cominciate,  volevo  essere  mio  e  non di altri;  e chi mi voleva mi
    chiedessi a me. A questo disse il Firenzuola:
    - Io non ti voglio pi chiedere a te,  e tu non capitare  innanzi  per
    nulla pi a me -.
    Io  gli ricordai e' mia danari: lui sbeffandomi;  a il quale io dissi,
    che cos bene come io adoperavo e' ferri per quelle  tale  opere,  che
    lui  aveva visto,  non manco bene adoperrei la spada per recuperazione
    delle fatiche  mie.  A  queste  parole  a  sorta  si  ferm  un  certo
    vecchione, il quale si domandava maestro Antonio da San Marino. Questo
    era  il primo pi eccellente orefice di Roma,  ed era stato maestro di
    questo Firenzuola.  Sentito le mia ragione,  quale io dicevo di  sorte
    che   le  si  potevano  benissimo  intendete,   subito  preso  la  mia
    protezione,  disse al Firenzuola che  mi  pagassi.  Le  dispute  furno
    grande, perch era questo Firenzuola maraviglioso maneggiator di arme;
    assai  pi  che ne l'arte de l'orefice;  pur  la ragione che volse il
    suo luogo,  e io con lo istesso valore lo aiutai,  in modo che io  fui
    pagato; e con ispazio di tempo il ditto Firenzuola e io fummo amici, e
    gli battezzai un figliuolo, richiesto da lui.

    15. Seguitando di lavorare con questo maestro Pagolo Arsago, guadagnai
    assai,  sempre mandando la maggior parte al mio buon padre. In capo di
    dua anni,  alle preghiere del buon padre me ne tornai a Firenze,  e mi
    messi di nuovo a lavorare con Francesco Salinbene,  con il quale molto
    bene guadagnavo, e molto mi affaticavo a 'mparare.  Ripreso la pratica
    con  quel Francesco di Filippo,  con tutto che io fussi molto dedito a
    qualche piacere,  causa di quel maledetto sonare,  mai lasciavo  certe
    ore  del  giorno  o  della notte,  quale io davo alli studii.  Feci in
    questo tempo un chiavacuore di argento,  il quale era  in  quei  tempi
    chiamato cos.
    Questo  si  era una cintura di tre dita larga,  che alle spose novelle
    s'usava di fare,  ed era fatta di mezzo rilievo con qualche  figuretta
    ancora  tonda  in  fra  esse.  Fecesi a uno che si domandava Raffaello
    Lapaccini.  Con tutto che io  ne  fussi  malissimo  pagato,  fu  tanto
    l'onore  che io ne ritrassi,  che valse molto di pi che 'l premio che
    giustamente trar ne potevo.  Avendo in questo tempo lavorato con molte
    diverse  persone  in  Firenze,  dove  io  avevo cognusciuto in fra gli
    orefici alcuni uomini da bene, come fu quel Marcone mio primo maestro,
    altri che avevano nome di molto buoni  uomini,  essendo  sobissato  da
    loro  innelle  mie  opere  quanto e' potettono mi ruborno grossamente.
    Veduto questo,  mi spiccai da loro e in concetto di tristi e ladri gli
    tenevo.  Uno orafo in fra gli altri,  chiamato Giovanbatista Sogliani,
    piacevolmente mi accomod di una parte della sua bottega, quale era in
    sul canto di Mercato Nuovo,  accanto a il banco  che  era  de'  Landi.
    Quivi  io  feci  molte  belle operette e guadagnai assai: potevo molto
    bene aiutare la casa  mia.  Destossi  la  invidia  da  quelli  cattivi
    maestri,  che  prima io avevo ati,  i quali si chiamavano Salvadore e
    Michele Guasconti: erano ne l'arte degli orefici tre  grosse  botteghe
    di costoro,  e facevano di molte faccende;  in modo che, veduto che mi
    offendevano,  con alcuno uomo da bene io mi  dolsi,  dicendo  che  ben
    doveva  lor  bastare  le  ruberie  che  loro mi avevano usate sotto il
    mantello della lor falsa dimostrata bont. Tornando loro a orecchi, si
    vantorno di farmi pentire assai di tal parole;  onde io non conoscendo
    di che colore la paura si fusse, nulla o poco gli stimava.

    16.  Un giorno occorse che,  essendo appoggiato alla bottega di uno di
    questi, chiamato da lui,  e parte mi riprendeva e parte mi bravava: al
    cui  io  risposi,  che  se loro avessin fatto il dovere a me,  io arei
    detto di loro quel che si dice degli uomini buoni  e  da  bene:  cos,
    avendo fatto il contrario,  dolessinsi di loro e non di me.  In mentre
    che  io  stavo  ragionando,  un  di  loro,  che  si  domanda  Gherardo
    Guasconti,  lor cugine, ordinato forse da costoro insieme, appost che
    passassi una soma. Questa fu una soma di mattoni.
    Quando detta soma fu al rincontro mio,  questo Gherardo  me  la  pinse
    talmente addosso che la mi fece gran male. Voltomi subito e veduto che
    lui  se  ne  rise,  gli  menai  s grande il pugno in una tempia,  che
    svenuto cadde come morto; di poi voltomi ai sua cugini, dissi:
    - Cos si trattano i ladri poltroni vostri pari -: e volendo lor  fare
    alcuna  dimostrazione,   perch  assai  erano,   io,  che  mi  trovavo
    infiammato,  messi mano a un piccol coltello  che  io  avevo,  dicendo
    cos:
    - Chi di voi esca della sua bottega,  l'altro corra per il confessoro,
    perch il medico non ci ar che fare -.
    Furno le parole a loro di tanto  spavento,  che  nessuno  si  mosse  a
    l'aiuto del cugino.  Subito che partito io mi fui, corsono i padri e i
    figliuoli agli Otto,  e quivi dissono che io con armata mano gli avevo
    assaliti  in  su  le botteghe loro,  cosa che mai pi in Firenze s'era
    usata tale.  E' signori Otto mi fecion chiamare;  onde io comparsi;  e
    dandomi  una grande riprensione e sgridato,  s per vedermi in cappa e
    quelli in mantello e cappuccio alla civile; ancora perch li avversari
    mia erano stati a parlare a casa a quei Signori a tutti in disparte, e
    io,  come non pratico,  a nessun di quelli Signori non avevo  parlato,
    fidandomi della mia gran ragione che io tenevo;  e dissi, che a quella
    grande offesa e ingiuria che Gherardo mi aveva fatta, mosso da cllora
    grandissima,  e non gli dato altro che  una  ceffata,  non  mi  pareva
    dovere di meritare tanta gagliarda riprensione. Appena che Prinzivalle
    della  Stufa,  il  quale  era  degli Otto,  mi lasciassi finir di dire
    ceffata, che disse:
    - Un pugno e non ceffata gli desti -.
    Sonato il campanuzzo e mandatici tutti  fuora,  in  mia  difesa  disse
    Prinzivalle agli compagni:
    -  Considerate,  signori,  la semplicit di questo povero giovane,  il
    quale si accusa di aver dato ceffata,  pensando che sia  manco  errore
    che dare un pugno;  perch d'una ceffata in Mercato Nuovo la pena si 
    venticinque scudi,  e d'un pugno poco o  nonnulla.  Questo    giovane
    molto  virtuoso,  e  mantiene  la  povera casa sua con le fatiche sua,
    molto abundante; e volessi Idio che la citt nostra di questa sorta ne
    avessi abundanzia, s come la n'ha mancamento.

    17. Era infra di loro alcuni arronzinati cappuccetti,  che mossi dalle
    preghiere e male informazioni delli mia avversari, per esser di quella
    fazione  di  fra  Girolamo,   mi  arebbon  voluto  metter  prigione  e
    condennarmi a misura di carboni: alla qual cosa  il  buon  Prinzivalle
    attutto  rimedi.  Cos  mi  fece una piccola condennagione di quattro
    staia di farina,  le  quali  si  dovessimo  donare  per  elemosina  al
    monasterio delle Murate.  Subito richiamatoci drento mi comand che io
    non parlassi  parola  sotto  pena  della  disgrazia  loro,  e  che  io
    ubbidissi di quello che condennato io ero.  Cos dandomi una gagliarda
    grida ci mandorno al cancelliere: io  che  borbottando  sempre  dicevo
    "ceffata fu e non pugno", in modo che ridendo gli Otto si rimasono. Il
    cancelliere  ci  comand  da  parte  del magistrato che noi ci dessimo
    sicurt l'un l'altro,  e me solo condennorno in quelle  quattro  staia
    della  farina.  A  me  che  parve essere assassinato,  non tanto ch'io
    mandai per un mio cugino,  il quale  si  domandava  maestro  Anniballe
    cerusico,  padre di messer Librodoro Librodori, volendo io che lui per
    me prommettessi.  Il ditto non volse  venire:  per  la  qual  cosa  io
    sdegnato,  soffiando  diventai  come  uno  aspido,  e  feci  disperato
    iudizio.  Qui si cognosce quanto le stelle non tanto ci inclinano,  ma
    ci  sforzano.  Conosciuto  quanto grande obrigo questo Anniballe aveva
    alla casa mia,  m'accrebbe tanto cllora che,  tirato tutto al male  e
    anche  per  natura  alquanto  collerico,  mi stetti a 'spettare che il
    detto ufizio degli Otto fussi ito a desinare: e  restato  quivi  solo,
    veduto  che  nessuno  della famiglia degli Otto pi a me non guardava,
    infiammato di cllora,  uscito del Palazzo,  corsi alla  mia  bottega,
    dove trovatovi un pugnalotto saltai in casa delli mia avversari, che a
    casa  e  a  bottega  istavano.  Trova'gli  a  tavola,  e  quel giovane
    Gherardo, che era stato capo della quistione,  mi si gett a dosso: al
    cui io menai una pugnalata al petto,  che il saio,  il colletto insino
    alla camicia a banda a banda io li passai,  non gli  avendo  tocco  la
    carne  o fattogli un male al mondo.  Parendo a me,  per l'entrar della
    mana e quello rumor de' panni, aver fatto grandissimo male,  e lui per
    ispavento caduto a terra, dissi:
    - O traditori, oggi  quel d che io tutti vi ammazzo -.
    Credendo  il  padre,  la  madre  e le sorelle che quel fusse il d del
    Giudizio,  subito gettatisi inginocchione per terra,  misericordia  ad
    alta  voce con le bigoncie chiamavano: e veduto non fare alcuna difesa
    contro di me, e quello disteso in terra come morto, troppo vil cosa mi
    parve a toccargli;  ma furioso corsi gi per la scala: e  giunto  alla
    strada,  trovai  tutto  il  resto della casata,  li quali erano pi di
    dodici;  chi di loro aveva una pala di ferro,  alcuni un grosso canale
    di ferro, altri martella, ancudine, altri bastoni. Giunto fra loro, s
    come  un toro invelenito,  quattro o cinque ne gittai in terra,  e con
    loro insieme caddi,  sempre menando il pugnale  ora  a  questo  ora  a
    quello.  Quelli  che  in  piedi  restati  erano,  quanto egli potevano
    sollecitavano,  dando a me a dua mane con martella,  con bastoni e con
    ancudine:  e perch Idio alcune volte piatoso si intermette,  fece che
    n loro a me e n io a loro non ci facemmo un male al mondo.  Solo  vi
    rest  la  mia  berretta,  la  quale assicuratisi e' mia avversari che
    discosto a quella si eron fuggiti,  ugniuno di loro la percosse con le
    sua  arme:  di  poi  riguardato  infra  di  loro de e' feriti e morti,
    nessuno v'era che avessi male.

    18.  Io me ne andai alla  volta  di  santa  Maria  Novella,  e  subito
    percossomi  in  frate  Alesso  Strozzi,  il quale io non conosceva,  a
    questo buon frate io per l'amor de Dio mi raccomandai, che mi salvassi
    la vita, perch grande errore avevo fatto.  Il buon frate mi disse che
    io  non  avessi  paura di nulla,  ch,  tutti e' mali del mondo che io
    avessi fatti,  in quella cameruccia sua ero  sicurissimo.  In  ispazio
    d'una ora a presso, gli Otto, ragunatisi fuora del loro ordine, fecion
    mandare  un  de' pi spaventosi bandi contra di me,  che mai s'udissi,
    sotto pene grandissime a chi m'avessi o sapessi,  non riguardando n a
    luogo n a qualit che mi tenessi. Il mio afflitto e povero buon padre
    entrando  agli  Otto,   ginocchioni  si  butt  in  terra,   chiedendo
    misericordia del povero giovane  figliuolo:  dove  che  un  di  quelli
    arrovellati,  scotendo la cresta dello arronzinato capuccio, rizzatosi
    in piedi, con alcune ingiuriose parole disse al povero padre mio:
    - Livati di cost, e va' fuora subito,  ch domattina te lo manderemo
    in villa con i lanciotti -.
    Il mio povero padre pure ardito rispose, dicendo loro:
    - Quel che Idio ar ordinato, tanto farete, e non pi l -.
    Al cui quel medesimo rispose che per certo cos aveva ordinato Idio. E
    mio padre allui disse:
    -  Io mi conforto,  che voi certo non lo sapete - e partitosi dalloro,
    venne a trovarmi insieme con un certo giovane di mia et,  il quale si
    chiamava Piero di Giovanni Landi: ci volevamo bene pi che se fratelli
    fussimo  stati.  Questo  giovane  aveva sotto il mantello una mirabile
    ispada e un bellissimo giaco di maglia: e giunti a me,  il mio animoso
    padre mi disse il caso, e quel che gli avevan detto i signori Otto. Di
    poi mi baci in fronte e tutti a dua gli occhi; mi benedisse di cuore,
    dicendo cos:
    -  La  virt  de  Dio  sia  quella che ti aiuti - e prtomi la spada e
    l'arme, con le sue mane proprie me le aiut vestire. Di poi disse:
    - O figliuol mio buono, con queste in mano, o tu vivi o tu muori -.
    Pier Landi, che era quivi alla presenza,  non cessava di lacrimare,  e
    prtomi dieci scudi d'oro, io dissi che mi levassi certi peletti della
    barba,  che  prime  caluggine erano.  Frate Alesso mi vest in modo di
    frate e un converso mi diede per  compagnia.  Uscitomi  del  convento,
    uscito  per  la porta di Prato,  lungo le mura me ne andai insino alla
    piazza di San Gallo;  e salito la costa di Montui,  in una  di  quelle
    prime case trovai un che si domandava il Grassuccio, fratel carnale di
    misr Benedetto da Monte Varchi.  Subito mi sfratai, e ritornato uomo,
    montati in su dua cavalli,  che quivi erano per noi,  la notte  ce  ne
    andammo  a  Siena.  Rimandato  indrieto il detto Grassuccio a Firenze,
    salut mio padre e gli disse che io ero giunto a salvamento. Mio padre
    rallegratosi assai,  gli parve mill'anni di ritrovar quello degli Otto
    che gli aveva detto ingiuria; e trovatolo disse cos:
    -  Vedete  voi,  Antonio,  ch'egli era Idio quello che sapeva quel che
    doveva essere del mio figliuolo, e non voi? -
    Al cui rispose:
    - Di' che ci cpiti un'altra volta -.
    Mio padre allui:
    - Io attender a ringraziare Idio, che l'ha campato di questo.

    19.  Essendo a Siena,  aspettai il procaccia di Roma,  e con  esso  mi
    accompagnai. Quando fummo passati la Paglia scontrammo il corriere che
    portava le nuove del papa nuovo,  che fu papa Clemente.  Giunto a Roma
    mi missi a lavorare in bottega di maestro Santi orefice:  se  bene  il
    detto era morto, teneva la bottega un suo figliuolo.
    Questo non lavorava, ma faceva fare le faccende di bottega tutte a uno
    giovane che si domandava Luca Agnolo da Iesi.  Questo era contadino, e
    da piccol fanciulletto era venuto a lavorare con  maestro  Santi.  Era
    piccolo di statura, ma ben proporzionato.
    Questo  giovane  lavorava  meglio che uomo che io vedessi mai insino a
    quel tempo,  con grandissima facilit e con  molto  disegno:  lavorava
    solamente di grosseria,  cio vasi bellissimi,  e bacini, e cose tali.
    Mettendomi io a lavorar in tal bottega presi a fare certi  candellieri
    per  il  vescovo  Salamanca  spagnuolo.  Questi tali candellieri furno
    riccamente lavorati, per quanto si appartiene a tal opera. Un descepol
    di Raffaello da  Urbino,  chiamato  Gianfrancesco,  per  sopranome  il
    Fattore,  era pittore molto valente; e perch egli era amico del detto
    vescovo,  me gli misse molto in grazia,  a tale che io ebbi moltissime
    opere da questo vescovo,  e guadagnavo molto bene.  In questo tempo io
    andavo quando a disegnare in Capella di Michelagnolo,  e  quando  alla
    casa  di  Agostino  Chigi  sanese,  nella  qual  casa  era molte opere
    bellissime di pittura  di  mano  dello  eccellentissimo  Raffaello  da
    Urbino;  e  questo si era il giorno della festa,  perch in detta casa
    abitava misser Gismondo Chigi,  fratello del  detto  misser  Agostino.
    Avevano  molta  boria  quando  vedevano  delli  giovani  miei pari che
    andavano a 'mparare drento alle case loro.  La moglie del detto misser
    Gismondo,  vedutomi  sovente  in  questa  sua  casa - questa donna era
    gentile al possibile e oltramodo bella - accostandosi un giorno a  me,
    guardando  li  mia  disegni,  mi domand se io ero scultore o pittore:
    alla cui donna io dissi,  che ero orefice.  Disse lei,  che troppo ben
    disegnavo  per  orefice;  e  fattosi  portare  da una sua cameriera un
    giglio di bellissimi diamanti legati in oro, mostrandomegli, volse che
    io gli stimassi.  Io gli stimai ottocento scudi.  Allora lei disse che
    benissimo gli avevo stimati. A presso mi domand se mi bastava l'animo
    di  legargli  bene: io dissi che molto volentieri,  e alla presenza di
    lei ne feci un pochetto di disegno; e tanto meglio lo feci,  quanto io
    pigliavo   piacere   di  trattenermi  con  questa  tale  bellissima  e
    piacevolissima gentildonna.  Finito il disegno,  sopragiunse  un'altra
    bellissima gentildonna romana,  la quale era di sopra, e scesa a basso
    dimand la detta madonna Porzia quel che lei quivi  faceva:  la  quale
    sorridendo disse:
    - Io mi piglio piacere il vedere disegnare questo giovane da bene,  il
    quale  buono e bello -.
    Io,  venuto in un poco di baldanza,  pur mescolato un poco  di  onesta
    vergogna, divenni rosso e dissi:
    - Quale io mi sia, sempre, madonna, io sar paratissimo a servirvi -.
    La gentildonna, anche lei arrossita alquanto, disse:
    -  Ben sai che io voglio che tu mi serva - e prtomi il giglio,  disse
    che io me ne lo portassi;  e di pi mi diede venti  scudi  d'oro,  che
    l'aveva nella tasca, e disse:
    - Legamelo in questo modo che disegnato me l'hai, e salvami questo oro
    vechio in che legato egli  ora -.
    La gentildonna romana allora disse:
    - Se io fussi in quel giovane, volentieri io m'andrei con Dio -.
    Madonna  Porzia  agiunse  che le virt rare volte stanno con i vizii e
    che,  se tal cosa io facessi,  forte ingannerei quel bello aspetto che
    io  dimostravo  di  uomo  da  bene  -  e  voltasi,  preso  per mano la
    gentildonna romana, con piacevolissimo riso mi disse:
    - A Dio, Benvenuto -.
    Soprastetti alquanto intorno al  mio  disegno  che  facevo,  ritraendo
    certa  figura di Iove di man di Raffaello da Urbino detto.  Finita che
    l'ebbi,  partitomi,  mi messi a fare  un  picolo  modellino  di  cera,
    mostrando  per  esso  come  doveva  da  poi  tornar  fatta l'opera;  e
    portatolo a vedere a  madonna  Porzia  detta,  essendo  alla  presenza
    quella   gentildonna  romana,   che  prima  dissi,   l'una  e  l'altra
    grandemente satisfatte delle fatiche mie, mi feceno tanto favore,  che
    mosso  da  qualche  poco  di baldanza,  io promissi loro,  che l'opera
    sarebbe meglio ancora la met che il modello.  Cos messi mano,  e  in
    dodici  giorni  fini'  il  detto gioiello in forma di giglio,  come ho
    detto di sopra,  adorno con mascherini,  puttini,  animali e benissimo
    smaltato;  in  modo  che  li  diamanti,  di  che era il giglio,  erono
    migliorati pi della met.

    20.  In mentre  che  io  lavoravo  questa  opera,  quel  valente  uomo
    Lucagnolo,  che io dissi di sopra,  mostrava di averlo molto per male,
    pi volte dicendomi che io mi farei molto pi utile  e  pi  onore  ad
    aiutarlo lavorar vasi grandi di argento,  come io avevo cominciato. Al
    quale io dissi,  che io sarei atto,  sempre che io volessi,  a lavorar
    vasi grandi di argento;  ma che di quelle opere che io facevo,  non ne
    veniva ogni giorno da fare;  e che in esse opere tali  era  non  manco
    onore che ne' vasi grandi di argento, ma s bene molto maggiore utile.
    Questo Lucagnolo mi derise dicendo:
    -  Tu lo vedrai,  Benvenuto;  perch allora che tu arai finita cotesta
    opera, io mi affretter di aver finito questo vaso, il quale cominciai
    quando tu il gioiello; e con la esperienza sarai chiaro l'utile che io
    trarr del mio vaso, e quello che tu trarrai de il tuo gioiello -.
    Al cui io risposi,  che volentieri avevo a piacere di fare con  un  s
    valente  uomo,  quale  era lui,  tal pruova,  perch alla fine di tale
    opere si vedrebbe chi di noi si ingannava. Cos l'uno e l'altro di noi
    alquanto, con un poco di sdegnoso riso,  abbassati il capo fieramente,
    ciascuno desideroso di dar fine alle cominciate opere;  in modo che in
    termine di dieci  giorni  incirca  ciascun  di  noi  aveva  con  molta
    pulitezza e arte finita l'opera sua.  Quella di Lucagnolo detto si era
    un vaso assai ben grande,  il qual serviva in tavola di papa Clemente,
    dove  buttava drento,  in mentre che era a mensa,  ossicina di carne e
    buccie di diverse frutte;  fatto pi presto a pompa che  a  necessit.
    Era questo vaso ornato con dua bei manichi,  con molte maschere picole
    e grande,  con molti bellissimi fogliami,  di  tanta  bella  grazia  e
    disegno,  quanto inmaginar si possa;  al quale io dissi, quello essere
    il pi bel vaso  che  mai  io  veduto  avessi.  A  questo,  Lucagnolo,
    parendogli avermi chiarito, disse:
    -  Non  manco  bella  pare  a  me  l'opera  tua,  ma presto vedremo la
    differenza de l'uno e de l'altro -.
    Cos preso il suo vaso, portatolo al papa, rest satisfatto benissimo,
    e subito lo fece pagare secondo l'uso de l'arte di tai grossi  lavori.
    In  questo mentre io portai l'opera mia alla ditta gentildonna madonna
    Porzia,  la quali con molta maraviglia mi disse,  che di gran lunga io
    avevo trapassata la promessa fattagli;  e poi aggiunse,  dicendomi che
    io domandassi delle fatiche mie tutto quel che mi piaceva,  perch gli
    pareva che io meritassi tanto,  che donandomi un castello,  a pena gli
    parrebbe d'avermi sadisfatto;  ma perch lei questo non  poteva  fare,
    ridendo mi disse, che io domandassi quel che lei poteva fare. Alla cui
    io dissi,  che il maggior premio delle mie fatiche desiderato,  si era
    l'avere  sadisfatto  Sua  Signoria.  Cos  anch'io  ridendo,  fattogli
    reverenza,  mi  parti',  dicendo  che  io  non voleva altro premio che
    quello.  Allora madonna Porzia ditta si  volse  a  quella  gentildonna
    romana, e disse:
    -  Vedete  voi  che la compagnia di quelle virt che noi giudicammo in
    lui, son queste, e non sono i vizii? - Maravigliatosi l'una e l'altra,
    pure disse madonna Porzia:
    - Benvenuto mio, ha' tu mai sentito dire,  che quando il povero dona a
    il ricco, il diavol se ne ride? - Alla quale io dissi:
    - E per di tanti sua dispiaceri, questa volta lo voglio vedere ridere
    - e partitomi,  lei disse che non voleva per questa volta fargli cotal
    grazia. Tornatomi alla mia bottega, Lucagnolo aveva in un cartoccio li
    dinari avuti del suo vaso; e giunto mi disse:
    - Accosta un poco qui a paragone il premio del tuo gioiello a canto al
    premio del mio vaso -.
    Al quale io dissi che lo salvassi in  quel  modo  insino  al  seguente
    giorno;  perch  io  speravo  che  s  bene come l'opera mia innel suo
    genere non era stata manco bella della sua,  cos aspettavo di  fargli
    vedere il premio di essa.

    21.  Venuto l'altro giorno, madonna Porzia mandato alla mia bottega un
    suo maestro di casa,  mi chiam fuora,  e prtomi in mano un cartoccio
    pieno  di  danari  da parte di quella signora,  mi disse,  che lei non
    voleva che il diavol se ne ridessi affatto;  mostrando che quello  che
    la  mi  mandava  non  era  lo  intero  pagamento che meritavano le mie
    fatiche,  con molte altre  cortese  parole  degne  di  cotal  signora.
    Lucagnolo,  che  gli pareva mill'anni di accostare il suo cartoccio al
    mio,  subito giunto in bottega,  presente  dodici  lavoranti  e  altri
    vicini fattisi innanzi, che desideravano veder la fine di tal contesa,
    Lucagnolo prese il suo cartoccio con ischerno ridendo, dicendo:
    -  Ou!  ou  - tre o quattro volte,  versato li dinari in sul banco con
    gran rumore: i quali erano venticinque scudi di giuli, pensando che li
    mia fussino quattro o cinque scudi di moneta: dove che  io,  soffocato
    dalle grida sue, dallo sguardo e risa de' circunstanti, guardando cos
    un poco dentro innel mio cartoccio,  veduto che era tutto oro,  da una
    banda del banco tenendo gli occhi bassi, senza un romore al mondo, con
    tutt'a dua le mane forte in alto alzai  il  mio  cartoccio,  il  quali
    facevo versare a modo di una tramoggia di mulino.  Erano li mia danari
    la met pi che li sua; in modo che tutti quegli occhi, che mi s'erano
    affisati a dosso con qualche ischerno, subito vlti a lui, dissono:
    - Lucagnolo,  questi dinari di Benvenuto per essere oro,  e per essere
    la met pi, fanno molto pi bel vedere che li tua -.
    Io credetti certo,  che per la invidia, insieme con lo scorno che ebbe
    quel Lucagnolo,  subito cascassi morto: e con tutto che di quelli  mia
    danari  allui ne venissi la terza parte,  per esser io lavorante - ch
    cos  il costume: dua terzi ne tocca a il lavorante e  l'altra  terza
    parte  alli  maestri  della bottega - potette pi la temeraria invidia
    che la avarizia in lui,  qual doveva operare tutto il  contrario,  per
    essere questo Lucagnolo nato d'un contadino da Iesi.  Maladisse l'arte
    sua e quelli che gnene avevano insegnata,  dicendo che da  m  innanzi
    non  voleva pi fare quell'arte di grosseria;  solo voleva attendere a
    fare di quelle bordellerie piccole,  da poi  che  le  erano  cos  ben
    pagate.
    Non manco sdegnato io dissi, che ogni uccello faceva il verso suo; che
    lui  parlava sicondo le grotte di dove egli era uscito,  ma che io gli
    protestavo bene,  che a me riuscirebbe benissimo  il  fare  delle  sue
    coglionerie,  e  che  a lui non mai riuscirebbe il far di quella sorte
    bordellerie. Cos partendomi adirato, gli dissi che presto gnene faria
    vedere.  Quelli che erano alla presenza gli dettono  a  viva  voce  il
    torto,  tenendo  lui  in  concetto  di  villano come gli era,  e me in
    concetto di uomo, s come io avevo mostro.

    22. Il d seguente andai a ringraziare madonna Porzia,  e li dissi che
    Sua  Signoria  aveva  fatto  il  contrario  di  quel che la disse: che
    volendo io fare che 'l diavolo se ne ridessi,  lei  di  nuovo  l'aveva
    fatto  rinnegare  Idio.  Piacevolmente  l'uno e l'altro ridemmo,  e mi
    dette da fare altre opere belle e buone.  In questo mezzo  io  cercai,
    per via d'un discepolo di Raffaello da Urbino pittore,  che il vescovo
    Salamanca  mi  dessi  da  fare  un  vaso  grande  da  acqua,  chiamato
    un'acquereccia,  che  per  l'uso  delle  credenze  che  in sun esse si
    tengono per ornamento.  E volendo il detto vescovo farne dua di  equal
    grandezza,  uno ne dette da fare al detto Lucagnolo,  e uno ne ebbi da
    fare io;  e la modanatura delli detti vasi,  ci dette il disegno  quel
    ditto Gioanfrancesco pittore.

    Cos  messi  mano  con  maravigliosa  voglia  innel detto vaso,  e fui
    accomodato d'una particina di bottega da uno Milanese, che si chiamava
    maestro Giovanpiero della Tacca. Messomi in ordine,  feci il mio conto
    delli danari che mi potevano bisognare per alcuna mia affari,  e tutto
    il resto ne mandai assoccorrere il mio povero buon  padre;  il  quale,
    mentre  che  gli  erano  pagati in Firenze,  s'abbatt per sorte un di
    quelli arrabbiati che erano degli Otto a quel tempo che io  feci  quel
    poco  del  disordine,  e  ch'egli svillaneggiandolo gli aveva detto di
    mandarmi  in  villa  con  lanciotti  a  ogni  modo.  E  perch  quello
    arrabbiato  aveva  certi  cattivi  figliolacci,  a proposito mio padre
    disse:
    - A ogniuno pi pu intervenire delle disgrazie,  massimo agli  uomini
    collorosi quando egli hanno ragione, come intervenne al mio figliuolo;
    ma  veggasi  poi del resto della vita sua,  come io l'ho virtuosamente
    saputo levare. Volesse Idio in vostro servizio, che i vostri figliuoli
    non vi facessino n peggio,  n meglio di quel che fanno e mia  a  me;
    perch,  s  come  Idio m'ha fatto tale che io gli ho saputi allevare,
    cos,  dove la virt mia non ha potuto arrivare,  Lui stesso me gli ha
    campati, contra il vostro credere, dalle vostre violente mane -.
    E partitosi,  tutto questo fatto mi scrisse,  pregandomi per l'amor di
    Dio che io sonassi qualche volta,  acci che io  non  perdessi  quella
    bella virt,  che lui con tante fatiche mi aveva insegnato. La lettera
    era piena delle pi amorevol parole paterne che mai sentir  si  possa;
    in  modo  tale che le mi mossono a pietose lacrime,  desiderando prima
    che lui morissi di contentarlo in buona parte,  quanto al  sonare,  s
    come  Idio  ci  compiace tutte le lecite grazie che noi fedelmente gli
    domandiamo.

    23.  Mentre che io sollecitavo il bel vaso di Salamanca,  e per  aiuto
    avevo  solo  un  fanciulletto,  che con grandissime preghiere d'amici,
    mezzo contra la mia voglia, avevo preso per fattorino.
    Questo fanciullo era di et di quattordici anni  incirca;  aveva  nome
    Paulino ed era figliuolo di un cittadino romano, il quale viveva delle
    sue entrate.  Era questo Paulino il meglio creato,  il pi onesto e il
    pi bello figliuolo,  che mai io vedessi alla vita mia;  e per  i  sua
    onesti atti e costumi, e per la sua infinita bellezza, e per el grande
    amore  che  lui portava a me,  avenne che per queste cause io gli posi
    tanto amore,  quanto in un petto di  uno  uomo  rinchiuder  si  possa.
    Questo  sviscerato  amore  fu  causa,  che  per  vedere io pi sovente
    rasserenare quel maraviglioso  viso,  che  per  natura  sua  onesto  e
    maninconico si dimostrava;  pure,  quando io pigliavo il mio cornetto,
    subito moveva un riso tanto onesto  e  tanto  bello,  che  io  non  mi
    maraviglio  punto  di quelle pappolate che scrivono e' Greci degli di
    del cielo.  Questo talvolta,  essendo a quei tempi,  gli arebbe  fatti
    forse  pi  uscire de' gangheri.  Aveva questo Paulino una sua sorela,
    che aveva nome Faustina,  qual penso io  che  mai  Faustina  fussi  s
    bella,  di chi gli antichi libri cicalan tanto.  Menatomi alcune volte
    alla vigna sua,  e per quel che io potevo  giudicare,  mi  pareva  che
    questo uomo da bene, padre del detto Paulino, mi arebbe voluto far suo
    genero.
    Questa  cosa mi causava molto pi il sonare,  che io non facevo prima.
    Occorse in questo tempo che un certo Gianiacomo piffero da Cesena, che
    stava col Papa, molto mirabil sonatore,  mi fece intendere per Lorenzo
    tronbone lucchese,  il quale  oggi al servizio del nostro Duca, se io
    volevo aiutar loro per il Ferragosto del Papa,  sonar di  sobrano  col
    mio cornetto quel giorno parecchi mottetti, che loro bellissimi scelti
    avevano.  Con  tutto  che io fussi nel grandissimo desiderio di finire
    quel mio bel vaso cominciato, per essere la musica cosa mirabile in s
    e per sattisfare in parte al mio vecchio padre,  fui contento far loro
    tal  compagnia:  e otto giorni innanzi al Ferragosto,  ogni d dua ore
    facemmo insieme conserto,  in modo che il giorno d'agosto  andammo  in
    Belvedere,  e  in  mentre  che papa Clemente desinava,  sonammo quelli
    disciplinati mottetti in modo,  che il Papa ebbe a dire non  aver  mai
    sentito  musica  pi  suavemente e meglio unita sonare.  Chiamato a s
    quello Gianiacomo,  lo domand di che luogo e in che  modo  lui  aveva
    fatto a avere cos buon cornetto per sobrano, e lo domand minutamente
    chi io ero.  Gianiacomo ditto gli disse a punto il nome mio.  A questo
    il Papa disse:
    - Adunque questo  il figliuolo di maestro Giovanni?  - Cos disse che
    io  ero.  Il Papa disse che mi voleva al suo servizio in fra gli altri
    musici. Gian Iacomo rispose:
    - Beatissimo Padre,  di questo io non mi vanto  che  voi  lo  abbiate,
    perch  la  sua  professione,  a  che lui attende continuamente,  si 
    l'arte della oreficeria, e in quella opera maravigliosamente, e tirane
    molto miglior guadagno che lui non farebbe al sonare -.
    A questo il Papa disse:
    - Tanto meglio li voglio, essendo cotesta virt di pi in lui,  che io
    non  aspettavo.  Fagli  acconciare  la  medesima provvisione che a voi
    altri;  e da mia parte digli che mi serva e che alla  giornata  ancora
    innell'altra  professione  ampliamente  gli  dar da fare - e stesa la
    mana, gli don in un fazzoletto cento scudi d'oro di Camera, e disse:
    - Prtigli in modo, che lui ne abbia la sua parte -.
    Il  ditto  Gian  Iacomo  spiccato  dal  Papa,  venuto  a  noi,   disse
    puntatamente  tutto  quel  che  il Papa gli aveva detto;  e partito li
    dinari infra otto compagni che noi eramo,  dato a me la parte mia,  mi
    disse:
    - Io ti vo a fare scrivere nel numero delli nostri compagni -.
    Al quale io dissi:
    - Lasciate passare oggi, e domani vi risponder -.

    Partitomi da loro, io andavo pensando se tal cosa io dovevo accettare,
    considerato quanto la mi era per nuocere allo isviarmi dai belli studi
    della arte mia. La notte seguente mi apparve mio padre in sogno, e con
    amorevolissime  lacrime  mi  pregava,  che  per l'amor di Dio e suo io
    fussi contento di pigliare quella tale impresa;  a il quali mi  pareva
    rispondere, che in modo nessuno io non lo volevo fare. Subito mi parve
    che in forma orribile lui mi spaventasse, e disse:
    -  Non  lo  faccendo arai la paterna maladizione,  e faccendolo sia tu
    benedetto per sempre da me -.

    Destatomi, per paura corsi a farmi scrivere;  di poi lo scrissi al mio
    vecchio  padre,  il  quale  per  la soverchia allegrezza gli prese uno
    accidente, il quali lo condusse presso alla morte; e subito mi scrisse
    d'avere sognato ancora lui quasi che il medesimo che avevo fatto io.

    24. E' mi pareva, veduto di aver sadisfatto alla onesta voglia del mio
    buon padre,  che ogni cosa mi dovessi succedere a onorata  e  gloriosa
    fine. Cos mi messi con grandissima sollecitudine a finire il vaso che
    cominciato avevo per il Salamanca.
    Questo  vescovo era molto mirabile uomo,  ricchissimo,  ma difficile a
    contentare: mandava ogni giorno a vedere quel che io facevo;  e quella
    volta che il suo mandato non mi trovava,  il detto Salamanca veniva in
    grandissimo furore, dicendo che mi voleva far trre la ditta opera,  e
    darla  ad  altri  a  finire.  Questo  ne  era  causa il servire a quel
    maladetto sonare.  Pure con grandissima  sollecitudine  mi  ero  messo
    giorno e notte,  tanto che conduttola a termine di poterla mostrare al
    ditto vescovo,  lo feci vedere: a il quali crebbe tanto  desiderio  di
    vederlo finito, che io mi penti' d'arvegnene mostro. In termine di tre
    mesi ebbi finita la detta opera con tanti belli animaletti, fogliami e
    maschere,  quante  immaginar  si possa.  Subito la mandai per quel mio
    Paulino fattore a mostrare a quel valente uomo di Lucagnolo  detto  di
    sopra;  il  qual  Paulino,  con quella sua infinita grazia e bellezza,
    disse cos:
    - Misser Lucagnolo,  dice Benvenuto che vi manda a  monstrare  le  sue
    promesse  e  vostre  coglionerie,  aspettando  da  voi  vedere  le sue
    bordellerie -.
    Ditto le parole, Lucagniolo prese in mano il vaso,  e guardollo assai;
    di poi disse a Paulino:
    -  O bello zittiello,  di' al tuo padrone,  che egli  un gran valente
    uomo,  e che io lo priego che mi voglia per amico,  e non  s'entri  in
    altro  -  .  Lietissimamente  mi  fece  la  imbasciata quello onesto e
    mirabil giovanetto.  Portossi il ditto vaso  al  Salamanca,  il  quali
    volse  che  si  facessi  stimare.  Innella  detta istima si intervenne
    questo Lucagnolo,  il quali tanto onoratamente me lo stim e  lod  da
    gran  lunga,  di  quello  che io mi pensava.  Preso il ditto vaso,  il
    Salamanca spagnolescamente disse:
    - Io giuro a Dio,  che tanto voglio stare a  pagarlo,  quanto  lui  ha
    penato a farlo -.
    Inteso questo,  io malissimo contento mi restai,  maladicendo tutta la
    Spagna e chi li voleva bene.  Era infra gli altri belli  ornamenti  un
    manico  tutto  di un pezzo a questo vaso,  sottilissimamente lavorato,
    che per virt di una certa molla stava  diritto  sopra  la  bocca  del
    vaso.  Monstrando  un  giorno  per  boria  monsignor ditto a certi sua
    gentiluomini spagnuoli questo  mio  vaso,  avenne  che  un  di  questi
    gentiluomini,   partito   che   fu   il   ditto   monsignore,   troppo
    indiscretamente maneggiando  il  bel  manico  del  vaso,  non  potendo
    resistere quella gentil molla alla sua villana forza, in mano al ditto
    si roppe;  e parendoli di aver molto mal fatto,  preg quel credenzier
    che n'aveva cura,  che presto lo portasse  al  maestro  che  lo  aveva
    fatto,  il  quali  subito  lo  racconciassi e li prommettessi tutto il
    premio che lui domandava, pur che presto fusse acconcio.
    Cos capitandomi alle mani il vaso,  promessi acconciarlo prestissimo,
    e cos feci.  Il ditto vaso mi fu portato innanzi mangiare: a ventidua
    ore venne quel che me lo aveva portato,  il quale era tutto in sudore,
    ch  per tutta la strada aveva corso,  avvengach monsignore ancora di
    nuovo lo aveva domandato per mostrarlo a  certi  altri  signori.  Per
    questo credenziere non mi lasciava parlar parola, dicendo:
    -  Presto,  presto,  porta  il vaso - .  Onde io,  volontoroso di fare
    adagio e non gnene dare, dissi che io non volevo fare presto. Venne il
    servitore ditto in tanta furia,  che,  accennando di mettere mano alla
    spada  con  una  mana,  e  con  la altra fece dimostrazione e forza di
    entrare in bottega;  la qual cosa io subito  glie  ne  'nterdissi  con
    l'arme, accompagnate con molte ardite parole, dicendogli:
    - Io non te lo voglio dare; e va, di' a monsignore tuo padrone, che io
    voglio  li  dinari  delle  mie fatiche,  prima che egli esca di questa
    bottega -.
    Veduto questo di non aver potuto ottenere per la via  delle  braverie,
    si  messe a pregarmi,  come si priega la Croce,  dicendomi,  che se io
    gnene davo, farebbe per me tanto,  che io sarei pagato.  Queste parole
    niente  mi  mossono del mio proposito,  sempre dicendogli il medesimo.
    Alla fine  disperatosi  della  impresa,  giur  di  venire  con  tanti
    spagnuoli,  che mi arieno tagliati a pezzi;  e partitosi correndo,  in
    questo mezzo io, che ne credevo qualche parte di questi assassinamenti
    loro,  mi promessi animosamente difendermi;  e messo in ordine un  mio
    mirabile  scoppietto,  il quale mi serviva per andare a caccia,  da me
    dicendo:
    - Chi mi toglie la roba mia con le fatiche insieme,  ancora se gli pu
    concedere la vita?  - in questo contrasto,  che da me medesimo faceva,
    comparse molti spagnuoli insieme con il loro maestro di casa, il quale
    a il lor temerario modo disse a quei tanti,  che entrassin  drento,  e
    che  togliessino  il  vaso,  e  me  bastonassino.  Alle qual parole io
    monstrai loro la bocca dello scoppietto in ordine col suo fuoco,  e ad
    alta voce gridavo:
    -  Marrani,  traditori,  assassinas'egli  a  questo  modo le case e le
    botteghe in una Roma?  Tanti quanti di voi,  ladri,  s'appresseranno a
    questo  isportello,  tanti con questo mio istioppo ne far cader morti
    -.
    E volto la bocca d'esso istioppo al loro maestro di  casa,  accennando
    di trarre, dissi:
    - E tu ladrone, che gli ammetti, voglio che sia il primo a morire -.
    Subito  dette  di piede a un giannetto,  in su che lui era,  e a tutta
    briglia si misse a fuggire.  A questo gran  romore  era  uscito  fuora
    tutti  li  vicini;  e  di  pi  passando  alcuni  gentiluomini romani,
    dissono:
    - Ammazzali pur questi marrani, perch sarai aiutato da noi -.
    Queste parole furno di tanta forza,  che molto ispaventati  da  me  si
    partirno;  in modo che,  necessitati dal caso, furno forzati annarrare
    tutto il caso a monsignor,  il quale era superbissimo,  e  tutti  quei
    servitori  e  ministri  isgrid,  s perch loro eran venuti a fare un
    tale eccesso, e perch, da poi cominciato,  loro non l'avevano finito.
    Abbattessi in questo quel pittore che s'era intervenuto in tal cosa, a
    il  quale monsignore disse che mi venissi a dire da sua parte,  che se
    io non gli portavo il vaso subito,  che di me il maggior pezzo  sarien
    gli orecchi; e se io lo portavo, che subito mi darebbe il pagamento di
    esso.  Questa  cosa non mi messe punto di paura,  e gli feci intendere
    che io lo andrei a dire al Papa subito.  Intanto,  a  lui  passato  la
    stizza  e  a  me  la  paura,  sotto la fede di certi gran gentiluomini
    romani che il detto non mi  offenderebbe,  e  con  buona  sicurt  del
    pagamento  delle mie fatiche,  messomi in ordine con un gra' pugnale e
    il mio buon giaco, giunsi in casa del detto monsignore, il quale aveva
    fatto mettere in ordine tutta la sua famiglia.  Entrato,  avevo il mio
    Paulino  appresso  con  il  vaso  d'argento.  Era n pi n manco come
    passare per mezzo il Zodiaco, ch chi contrafaceva il leone,  quale lo
    scorpio,  altri  il  cancro:  tanto che pur giugnemmo alla presenza di
    questo pretaccio,  il quale sparpagli le pi pretesche  spagnolissime
    parole che inmaginar si possa. Onde io mai alzai la testa a guardarlo,
    n  mai  gli  risposi  parola.  A il quale mostrava di crescere pi la
    stizza;  e fattomi porgere da scrivere,  mi disse che io scrivessi  di
    mia mano,  dicendo d'essere ben contento e pagato da lui.  A questo io
    alzai la testa e li dissi che molto volentieri lo farei  se  prima  io
    avessi  li  mia dinari.  Crebbe cllora al vescovo;  e le bravate e le
    dispute furno grande. Al fine prima ebbi li dinari, da poi scrissi,  e
    lieto e contento me ne andai.

    25.  Da poi lo intese papa Clemente,  il quale aveva veduto il vaso in
    prima,  ma non gli fu mostro per di mia  mano,  ne  prese  grandissimo
    piacere,  e  mi  dtte  molte lode,  e in pubblico disse che mi voleva
    grandissimo bene;  a tale che  monsignore  Salamanca  molto  si  pent
    d'avermi  fatto  quelle  sue  bravate:  e  per  rappattumarmi,  per il
    medesimo pittore mi mand a dire che  mi  voleva  dar  da  fare  molte
    grande  opere;  al  quale io dissi che volentieri le farei,  ma volevo
    prima il pagamento di esse,  che  io  le  cominciassi.  Ancora  queste
    parole  vnneno  agli  orecchi  di papa Clemente,  le quale lo mossono
    grandemente a risa.  Era alla presenza il cardinale Cibo,  al quali il
    Papa cont tutta la diferenza che io avevo ato con questo vescovo; di
    poi  si  volse  a  un suo ministro,  e li comand che continuamente mi
    dessi da fare per il palazzo.  Il ditto cardinal Cibo mand per me,  e
    doppo  molti piacevoli ragionamenti,  mi dette da fare un vaso grande,
    maggior che quello del Salamanca;  cos il cardinal  Cornaro  e  molti
    altri  di  quei  cardinali,  massimamente Ridolfi e Salviati: da tutti
    avevo da fare,  in modo che io guadagnavo molto bene.  Madonna  Porzia
    sopra ditta mi disse che io dovessi aprire una bottega che fusse tutta
    mia:  e  io  cos  feci,  e mai restavo di lavorare per quella gentile
    donna da bene, la quale mi dava assaissimo guadagno, e quasi per causa
    sua istessa m'ero mostro al  mondo  uomo  da  qualcosa.  Presi  grande
    amicizia col signor Gabbriello Ceserino,  il quale era gonfaloniere di
    Roma: a questo signore io li feci molte  opere.  Una  infra  le  altre
    notabile:  questa  fu  una  medaglia  grande  d'oro  da  portare in un
    cappello: dentro isculpito in essa medaglia si era Leda col suo cigno;
    e sadisfattosi  assai  delle  mie  fatiche,  disse  che  voleva  farla
    istimare  per  pagarmela  il  giusto prezzo.  E perch la medaglia era
    fatta con gran disciplina,  quelli stimatori della arte  la  stimarono
    molto  pi  che  lui  non  s'immaginava: cos tenendosi la medaglia in
    mano, nulla ne ritraevo delle mie fatiche. Occorse il medesimo caso di
    essa medaglia che quello del vaso del Salamanca.  E perch queste cose
    non  mi  tolgano  il  luogo da dire cose di maggiore importanza,  cos
    brevemente le passer.

    26.  Con tutto che io esca alquanto  della  mia  professione,  volendo
    descrivere  la  vita mia,  mi sforza qualcuna di queste cotal cose non
    gi minutamente descriverle,  ma  s  bene  soccintamente  accennarle.
    Essendo  una  mattina  del  nostro San Giovanni a desinare insieme con
    molti della nazion nostra, di diverse professione, pittori,  scultori,
    orefici;  infra li altri notabili uomini ci era uno domandato il Rosso
    pittore,  e Gianfrancesco discepolo di Raffaello da  Urbino,  e  molti
    altri. E perch in quel luogo io gli avevo condotti liberamente, tutti
    ridevano  e  motteggiavano,  secondo  che  promette  lo essere insieme
    quantit di uomini,  rallegrandosi di una  tanto  maravigliosa  festa.
    Passando  a caso un giovane isventato,  bravaccio,  soldato del signor
    Rienzo da Ceri, a questi romori, sbeffando disse molte parole inoneste
    della nazione fiorentina. Io, che era guida di quelli tanti virtuosi e
    uomini da bene,  parendomi essere lo  offeso,  chetamente,  sanza  che
    nessuno mi vedessi,  questo tale sopragiunsi, il quale era insieme con
    una sua puttana, che per farla ridere, ancora seguitava di fare quella
    scornacchiata.  Giunto a lui,  lo domandai se egli era quello  ardito,
    che diceva male de' Fiorentini. Subito disse:
    - Io son quello -.
    Alle quale parole io alzai la mana dandogli in sul viso, e dissi:
    - E io son questo -.
    Subito  messo  mano  all'arme  l'uno e l'altro arditamente,  ma non s
    tosto cominciato tal briga,  che molti entrorno di mezzo,  pi  presto
    pigliando la parte mia che altrimenti, essentito e veduto che io avevo
    ragione.  L'altro giorno a presso mi fu portato un cartello di disfida
    per combattere seco,  il quale io accettai molto  lietamente,  dicendo
    che  questa  mi pareva impresa da spedirla molto pi presto che quelle
    di quella altra arte mia: e subito me ne andai a parlare a un vechione
    chiamato il Bevilacqua,  il quale aveva nome d'essere stato  la  prima
    spada di Italia,  perch s'era trovato pi di venti volte ristretto in
    campo franco e sempre ne era uscito a onore.
    Questo uomo da bene era molto mio  amico,  e  conosciutomi  per  virt
    della arte mia,  e anche s'era intervenuto in certe terribil quistione
    infra me e altri. Per la qual cosa lui lietamente subito mi disse:
    - Benvenuto mio,  se tu avessi da fare con Marte,  io son certo che ne
    usciresti a onore, perch di tanti anni, quant'io ti conosco, non t'ho
    mai veduto pigliare nessuna briga a torto -.
    Cos  prese la mia impresa,  e conduttoci in luogo con l'arme in mano,
    sanza insanguinarsi,  restando dal mio  avversario,  con  molto  onore
    usci'  di  tale  inpresa.  Non  dico  altri  particolari;  che se bene
    sarebbono bellissimi da sentire in tal genere, voglio riserbare queste
    parole a parlare de l'arte mia, quale  quella che m'ha mosso a questo
    tale iscrivere; e in essa ar da dire pur troppo. Se bene mosso da una
    onesta invidia, desideroso di fare qualche altra opera che aggiugnessi
    e passassi ancora quelle del ditto valente uomo Lucagnolo,  per questo
    non  mi scostavo mai da quella mia bella arte del gioiellare;  in modo
    che infra l'una e l'altra mi recava molto utile e  maggiore  onore,  e
    innell'una  e  nella  altra  continuamente  operavo cose diverse dagli
    altri.  Era in questo tempo a Roma un valentissimo uomo  perugino  per
    nome Lautizio,  il quale lavorava solo di una professione, e di quella
    era unico al  mondo.  Avenga  che  a  Roma  ogni  cardinale  tiene  un
    suggello,  innel  quale   impresso il suo titolo,  questi suggelli si
    fanno grandi quanti  tutta una mana di un piccol putto di dodici anni
    incirca: e s come io ho detto di sopra,  in  essa  si  intaglia  quel
    titolo del cardinale, nel quale s'interviene moltissime figure: pagasi
    l'uno di questi suggelli ben fatti cento e pi di cento scudi.  Ancora
    a questo valente uomo io portavo una onesta invidia;  se  bene  questa
    arte    molto  appartata  da  l'altre  arti che si intervengono nella
    oreficeria; perch questo Lautizio, faccendo questa arte de' suggelli,
    non sapeva fare altro. Messomi a studiare ancora in essa arte, se bene
    difficilissima la trovavo,  non mai stanco per fatica  che  quella  mi
    dessi,  di continuo attendevo a guadagnare e a imparare. Ancora era in
    Roma un altro eccellentissimo valente uomo, il quale era milanese e si
    domandava per nome misser Caradosso. Questo uomo lavorava solamente di
    medagliette cesellate fatte di  piastra,  e  molte  altre  cose;  fece
    alcune  Pace  lavorate  di mezzo rilievo,  e certi Cristi di un palmo,
    fatti di piastre  sottilissime  d'oro,  tanto  ben  lavorate,  che  io
    giudicavo  questo  essere  il  maggior  maestro che mai di tal cose io
    avessi visto, e di lui pi che di nessuno altro avevo invidia.
    Ancora c'era altri maestri,  che lavoravano di medaglie intagliate  in
    acciaio,  le  quali son le madre e la vera guida a coloro che vogliono
    sapere fare benissimo le monete.  Attutte queste  diverse  professioni
    con  grandissimo  studio  mi  mettevo  a  impararle.  Ecci  ancora  la
    bellissima arte dello smaltare,  quale io non viddi mai  far  bene  ad
    altri,  che  a  un  nostro  fiorentino chiamato Amerigo,  quale io non
    cognobbi, ma ben cognobbi le maravigliosissime opere sue;  le quali in
    parte del mondo,  n da uomo mai,  non viddi chi s'appressassi di gran
    lunga a tal divinit.  Ancor a questo esercizio  molto  difficilissimo
    rispetto  al  fuoco,  che  nelle  finite  gran  fatiche  per ultimo si
    interviene, e molte volte le guasta e manda in ruina,  ancora a questa
    diversa professione con tutto il mio potere mi messi;  e se bene molto
    difficile io la trovavo, era tanto il piacere che io pigliavo,  che le
    ditte  gran difficult mi pareva che mi fussin riposo: e questo veniva
    per uno  espresso  dono  prestatomi  dallo  Idio  della  natura  d'una
    complessione  tanto  buona e ben proporzionata,  che liberamente io mi
    prommettevo dispor di quella tutto quello che mi veniva  in  animo  di
    fare.  Queste  professione  ditte  sono  assai  e  molto diverse l'una
    dall'altra;  in modo che chi fa bene una  di  esse,  volendo  fare  le
    altre, quasi a nissuno non riesce come quella che fa bene; dove che io
    ingegnatomi  con  tutto  il  mio  potere  di  tutte queste professione
    equalmente operare;  e al suo luogo mostrerr tal cosa aver fatta,  s
    come io dico.

    27.  In  questo  tempo,  essendo io ancora giovane di ventitr anni in
    circa,  si risent un morbo pestilenziale tanto inistimabile,  che  in
    Roma ogni d ne moriva molte migliaia.  Di questo alquanto spaventato,
    mi cominciai a pigliare certi piaceri,  come mi dittava l'animo,  pure
    causati  da  qualcosa  che  io dir.  Perch io me ne andavo il giorno
    della festa volentieri alle anticaglie,  ritraendo di  quelle  or  con
    cera  or  con  disegno;  e  perch  queste ditte anticaglie sono tutte
    rovine,  e infra quelle ditte ruine cova assaissimi colombi,  mi venne
    voglia di adoperare contra essi lo scoppietto: in modo che per fuggire
    il  commerzio,  spaventato  dalla  peste,  mettevo  uno  scoppietto in
    ispalla al mio Pagolino,  e soli lui e io ce ne  andavamo  alle  ditte
    anticaglie.  Il  che ne seguiva che moltissime volte ne tornavo carico
    di grassissimi colombi. Non mi piaceva di mettere innel mio scoppietto
    altro che una sola palla,  e cos per vera virt di quella arte facevo
    gran caccie.
    Tenevo  uno scoppietto diritto,  di mia mano;  e drento e fuora non fu
    mai specchio da vedere tale.  Ancora facevo di mia mano  la  finissima
    polvere da trarre,  innella quale io trovai i pi bei segreti, che mai
    per insino a oggi da nessuno altro si sieno trovati; e di questo,  per
    non  mi  ci  stendere  molto,  solo dar un segno da fare maravigliare
    tutti quei che son periti in tal professione.  Questo si era,  che con
    la quinta parte della palla il peso della mia polvere,  detta palla mi
    portava ducento passi  andanti  in  punto  bianco.  Se  bene  il  gran
    piacere,  che io traevo da questo mio scoppietto,  mostrava di sviarmi
    dalla arte e dagli studii mia,  ancora che questo fussi la verit,  in
    uno  altro  modo  mi  rendeva molto pi di quel che tolto mi aveva: il
    perch si era,  che tutte le volte che io andavo a questa mia  caccia,
    miglioravo la vita mia grandemente,  perch l'aria mi conferiva forte.
    Essendo io per  natura  malinconico,  come  io  mi  trovavo  a  questi
    piaceri, subito mi si rallegrava il cuore, e venivami meglio operato e
    con  pi  virt assai,  che quando io continuo stavo a' miei studii ed
    esercizii;  di modo che lo scoppietto alla fin del giuoco mi stava pi
    a guadagno che a perdita. Ancora, mediante questo mio piacere, m'avevo
    fatto  amicizie  di certi cercatori,  li quali stavano alle velette di
    certi villani lombardi,  che venivano al suo tempo a Roma a zappare le
    vigne.  Questi  tali  innel zappare la terra sempre trovavono medaglie
    antiche,  agate,  prasme,  corniuole,  cammei: ancora trovavano  delle
    gioie,  come s' dire ismeraldi,  zaffini,  diamanti e rubini.  Questi
    tali cercatori da quei tai villani avevano alcuna volta per pochissimi
    danari di queste cose ditte;  alle  quali  io  alcuna  volta,  e  bene
    spesso,  sopragiunto i cercatori,  davo loro tanti scudi d'oro,  molte
    volte di quello che loro appena avevano compero  tanti  giuli.  Questa
    cosa,  non istante il gran guadagno che io ne cavavo, che era per l'un
    dieci o pi, ancora mi facevo benivolo quasi attutti quei cardinali di
    Roma.

    Solo dir di queste qualcuna di quelle cose notabile e pi rare.
    Mi capit alle mane,  infra tante le altre,  una testa di  un  dalfino
    grande  quant'una  fava  da  partito  grossetta.  Infra le altre,  non
    istante che questa testa fusse bellissima,  la natura in questo  molto
    sopra faceva la arte; perch questo smiraldo era di tanto buon colore,
    che  quel  tale  che  da  me  lo  comper  a decine di scudi,  lo fece
    acconciare a uso di ordinaria pietra da portare in anello: cos legato
    lo vend centinaia.
    Ancora un altro genere di pietra: questo si fu una testa del  pi  bel
    topazio,  che  mai fusse veduto al mondo: in questo l'arte adeguava la
    natura.  Questa era grande quant'una grossa nocciuola,  e la testa  si
    era  tanto ben fatta quanto inmaginar si possa: era fatta per Minerva.
    Ancora un'altra pietra diversa da queste: questo fu un cammeo: in esso
    intagliato uno Ercole che legava il trifauce Cerbero.  Questo  era  di
    tanta  bellezza  e  di  tanta  virt  ben  fatto,  che  il nostro gran
    Michelagnolo ebbe a dire non aver mai veduto cosa tanto  maravigliosa.
    Ancora infra molte medaglie di bronzo,  una me ne capit,  nella quale
    era la testa di Iove.  Questa medaglia era pi grande che nessuna  che
    veduto  mai  io ne avessi: la testa era tanto ben fatta,  che medaglia
    mai si vidde tale.  Aveva un bellissimo rovescio di  alcune  figurette
    simili  allei  fatte bene.  Arei sopra di questo da dire di molte gran
    cose, ma non mi voglio stendere per non essere troppo lungo.

    28.  Come di sopra dissi,  era cominciato la peste in Roma: se bene io
    voglio  ritornare  un  poco  indietro,  per  questo non uscir del mio
    proposito.  Capit  a  Roma  un  grandissimo  cerusico,  il  quale  si
    domandava  maestro  Iacomo  da Carpi.  Questo valente uomo,  infra gli
    altri sua medicamenti, prese certe disperate cure di mali franzesi.  E
    perch questi mali in Roma sono molto amici de' preti, massime di quei
    pi ricchi, fattosi cognoscere questo valente uomo, per virt di certi
    profumi  mostrava  di sanare maravigliosamente queste cotai infirmit,
    ma voleva far patto prima che cominciassi a curare;  e'  quali  patti,
    erano  a  centinaia  e  non a decine.  Aveva questo valente uomo molta
    intelligenzia del  disegno.  Passando  un  giorno  a  caso  della  mia
    bottega,  vidde  a  sorta certi disegni che io avevo innanzi,  in fra'
    quali era  parecchi  bizzarri  vasetti,  che  per  mio  piacere  avevo
    disegnati.
    Questi  tali  vasi erano molto diversi e varii da tutti quelli che mai
    s'erano veduti insino a quella et.  Volse il ditto maestro Iacomo che
    io gnene facessi d'argento; i quali io feci oltra modo volentieri, per
    essere  sicondo il mio capriccio.  Con tutto che il ditto valente uomo
    molto bene me gli pagasse,  fu l'un  cento  maggiore  l'onore  che  mi
    apportorno;  perch  in  nella  arte  di  quei  valenti uomini orefici
    dissono non aver mai veduto cosa pi bella n meglio condotta.  Io non
    gli  ebbi  s  tosto  forniti,  che  questo uomo li mostr al Papa;  e
    l'altro   d   dapoi   s'and   con   Dio.    Era   molto   litterato:
    maravigliosamente  parlava  della  medicina.  Il  Papa  volse  che lui
    restassi al suo servizio; e questo uomo disse, che non voleva stare al
    servizio di persona del mondo;  e che chi aveva bisogno  di  lui,  gli
    andassi  dietro.  Egli  era persona molto astuta,  e saviamente fece a
    'ndarsene di Roma; perch non molti mesi apresso tutti quelli che egli
    aveva medicati si condusson tanto male, che l'un cento eran peggio che
    prima: sarebbe stato ammazzato,  se fermato si fussi.  Mostr  li  mia
    vasetti  in  fra  molti signori;  in fra li altri allo eccellentissimo
    duca di Ferrara;  e disse,  che quelli lui li aveva ati  da  un  gran
    signore in Roma,  dicendo a quello,  se lui voleva essere curato della
    sua infirmit,  voleva quei dua vasetti;  e che quel tal  signore  gli
    aveva detto, ch'egli erano antichi, e che di grazia gli chiedesse ogni
    altra  cosa,  qual  non  gli parrebbe grave a dargnene,  purch quelli
    gnene lasciassi: disse aver fatto sembiante  non  voler  medicarlo,  e
    per gli ebbe.  Questo me lo disse misser Alberto Bendedio in Ferrara,
    e con gran sicumera me ne mostr certi ritratti di terra;  al quali io
    mi risi;  e non dicendo altro,  misser Alberto Bendedio,  che era uomo
    superbo, isdegnato mi disse:
    - Tu te ne ridi, eh? e io ti dico che da mill'anni in qua non c' nato
    uomo che gli sapessi solamente ritrarre -.
    E io, per non tor loro quella riputazione, standomi cheto,  stupefatto
    gli  ammiravo.  Mi  fu detto in Roma da molti signori di questa opera,
    che a lor pareva miracolosa e antica; alcuni di questi,  amici mia;  e
    io  baldanzoso  di  tal  faccenda,  confessai  d'averli fatti io.  Non
    volendo crederlo, ond'io volendo restar veritiero a quei tali,  n'ebbi
    a  dare  testimonianza a farne nuovi disegni;  ch quella non bastava,
    avenga che li disegni  vecchi  il  ditto  maestro  Iacomo  astutamente
    portar se gli volse. In questa piccola operetta io ci acquistai assai.

    29.  Seguitando apresso la peste molti mesi,  io mi ero scaramucciato,
    perch mi era morti di molti compagni,  ed ero restato sano e  libero.
    Accadde una sera in fra le altre,  un mio confederato compagno men in
    casa a cena una meretrice bolognese, che si domandava Faustina. Questa
    donna era bellissima, ma era di trenta anni in circa, e seco aveva una
    servicella di tredici in quattordici.  Per essere  la  detta  Faustina
    cosa del mio amico, per tutto l'oro del mondo io non l'arei tocca. Con
    tutto  che  la  dicesse essere di me forte innamorata,  constantemente
    osservavo la fede allo amico mio;  ma poi che a letto furno,  io rubai
    quella servicina,  la quali era nuova nuova,  ch guai allei se la sua
    padrona lo avessi saputo.  Cos godetti piacevolmente quella notte con
    molta  pi  mia  sadisfazione,  che  con la patrona Faustina fatto non
    arei.  Apressandosi all'ora del desinare,  onde io stanco,  che  molte
    miglia  avevo  camminato,  volendo pigliare il cibo,  mi prese un gran
    dolore di testa, con molte anguinaie nel braccio manco,  scoprendomisi
    un  carbonchio  nella nocella della mana manca,  dalla banda di fuora.
    Spaventato ugnuno in casa,  lo amico mio,  la vacca grossa e la minuta
    tutte  fuggite,  onde io restato solo con un povero mio fattorino,  il
    quale mai lasciar mi volse,  mi  sentivo  soffocare  il  cuore,  e  mi
    conoscevo  certo  esser  morto.  In questo,  passando per la strada il
    padre di questo mio fattorino,  il  quale  era  medico  del  cardinale
    Iacoacci e a sua provisione stava, disse il detto fattore al padre:
    -  Venite,  mio  padre,  a veder Benvenuto,  il quale  con un poco di
    indisposizione a letto -.
    Non considerando quel che la  indisposizione  potessi  essere,  subito
    venne  a me,  e toccatomi il polso,  vide e sent quel che lui volsuto
    non arebbe. Subito vlto al figliuolo, gli disse:
    - O figliuolo traditore,  tu m'hai rovinato: come poss'io  pi  andare
    innanzi al cardinale? - A cui il figliuol disse:
    - Molto pi vale,  mio padre, questo mio maestro, che quanti cardinali
    ha Roma -.
    Allora il medico a me si volse, e disse:
    - Da poi che io son qui,  medicare ti voglio.  Solo di una cosa ti  fo
    avvertito, che avendo usato il coito, se' mortale -.
    Al quali io dissi:
    - Hollo usato questa notte -.
    A questo disse il medico:
    - In che creatura, e quanto? - E gli dissi:
    - La notte passata, e innella giovinissima fanciulletta -.
    Allora avvedutosi lui delle sciocche parole usate, subito mi disse:
    -  S per esser giovini a cotesto modo,  le quali ancor non putano,  e
    per essere a buona ora il rimedio, non aver tanta paura,  chi io spero
    per ogni modo guarirti -.
    Medicatomi,  e  partitosi,  subito  comparse  un  mio carissimo amico,
    chiamato Giovanni Rigogli, il quali, increscendoli e del mio gran male
    e dell'essere lasciato cos solo da il compagno mio, disse:
    - Non ti dubitare,  Benvenuto mio,  che io mai non mi spiccher da te,
    per infin che guarito io non ti vegga -.
    Io dissi a questo amico, che non si appressassi a me, perch spacciato
    ero.  Solo  lo  pregavo  che  lui fussi contento di pigliare una certa
    buona quantit di scudi che erano in una cassetta quivi vicina al  mio
    letto,  e  quelli,  di  poi  che  Idio  mi avessi tolto al mondo,  gli
    mandassi a donare al mio  povero  padre,  scrivendogli  piacevolmente,
    come  ancora  io  avevo  fatto sicondo l'usanza che prommetteva quella
    arrabbiata istagione.  Il mio caro amico mi disse non si voler  da  me
    partir  in  modo  alcuno,  e quello che da poi occorressi innell'uno o
    innell'altro modo,  sapeva benissimo quel che si conveniva fare per lo
    amico.  E  cos  passammo  innanzi  con  lo  aiuto  di  Dio:  e  con i
    maravigliosi rimedi cominciato a pigliare  grandissimo  miglioramento,
    presto a bene di quella grandissima infirmitate campai. Ancora tenendo
    la piaga aperta,  dentrovi la tasta e un piastrello sopra, me ne andai
    in sun un mio cavallino salvatico,  il quale io avevo.  Questo aveva i
    peli  lunghi  pi  di quattro dita;  era a punto grande come un grande
    orsacchio,  e veramente un orso pareva.  In sun esso  me  ne  andai  a
    trovare  il  Rosso  pittore,  il  quale  era  fuor  di  Roma  in verso
    Civitavecchia, a un luogo del conte dell'Anguillara,  detto Cervetera,
    e trovato il mio Rosso,  il quale oltra modo si rallegr,  onde io gli
    dissi:
    - I' vengo a fare a voi quel che voi facesti a me tanti mesi sono -.
    Cacciatosi subito a ridere,  e abracciatomi e baciatomi,  appresso  mi
    disse,  che  per  amor  del conte io stessi cheto.  Cos filicemente e
    lieti con buon vini e ottime vivande, accarezzato dal ditto conte,  in
    circa  a un mese ivi mi stetti,  e ogni giorno soletto me ne andavo in
    sul lito del mare,  e  quivi  smontavo,  caricandomi  di  pi  diversi
    sassolini,  chiocciolette e nicchi rari e bellissimi. L'ultimo giorno,
    che poi pi non vi andai,  fui assaltato da molti  uomini,  li  quali,
    travestitisi,  eran discesi d'una fusta di Mori; e pensandosi d'avermi
    in modo ristretto a un certo passo,  il quali non pareva  possibile  a
    scampar  loro  delle  mani,  montato  subito  in  sul  mio cavalletto,
    resolutomi al periglioso passo quivi d'essere o arosto o lesso, perch
    poca speranza vedevo di scappare di uno delli duoi  modi,  come  volse
    Idio,  il cavalletto, che era qual di sopra io dissi, salt quello che
     impossibile a credere;  onde io salvatomi ringraziai Idio.  Lo dissi
    al  conte:  lui  dette  a  l'arme: si vidde le fuste in mare.  L'altro
    giorno apresso sano e lieto me ne ritornai in Roma.

    30.  Di gi era quasi cessata la peste,  di modo  che  quelli  che  si
    ritrovavono  vivi  molto  allegramente l'un l'altro si carezavano.  Da
    questo ne nacque una  compagnia  di  pittori,  scultori,  orefici,  li
    meglio  che fussino in Roma;  e il fondatore di questa compagnia si fu
    uno scultore domandato Michelagnolo.  Questo Michelagnolo era  sanese,
    ed era molto valente uomo, tale che poteva comparire in fra ogni altri
    di questa professione, ma sopra tutto era questo uomo il pi piacevole
    e  il  pi  carnale  che mai si cognoscessi al mondo.  Di questa detta
    compagnia lui era il pi vecchio,  ma s  bene  il  pi  giovane  alla
    valitudine del corpo.  Noi ci ritrovavomo spesso insieme;  il manco si
    era due volte la settimana.  Non mi voglio tacere che in questa nostra
    compagnia  si  era  Giulio Romano pittore e Gian Francesco,  discepoli
    maravigliosi del gran Raffaello da Urbino. Essendoci trovati pi e pi
    volte insieme,  parve a quella nostra  buona  guida  che  la  domenica
    seguente noi ci ritrovassimo a cena in casa sua, e che ciascuno di noi
    fussi  ubbrigato  a  menare la sua cornacchia,  ch tal nome aveva lor
    posto il ditto Michelagnolo;  e chi non la menassi,  fussi ubbrigato a
    pagare una cena attutta la compagnia.  Chi di noi non aveva pratica di
    tal donne di partito,  con non poca sua  spesa  e  disagio  se  n'ebbe
    approvvedere,  per non restare a quella virtuosa cena svergognato. Io,
    che mi pensavo d'essere provisto bene per  una  giovane  molto  bella,
    chiamata Pantassilea,  la quali era grandemente innamorata di me,  fui
    forzato a concederla a un mio carissimo amico,  chiamato il  Bachiacca
    il  quali  era  stato ed era ancora grandemente innamorato di lei.  In
    questo caso si agitava un pochetto di amoroso isdegno,  perch  veduto
    che  alla  prima  parola  io la concessi al Bachiacca,  parve a questa
    donna che io tenessi molto poco conto del  grande  amore  che  lei  mi
    portava;  di  che  ne nacque una grandissima cosa in ispazio di tempo,
    volendosi lei vendicare della ingiuria ricevuta  da  me;  la  qualcosa
    dir  poi al suo luogo.  Avvenga che l'ora si cominciava a pressare di
    appresentarsi alla virtuosa compagnia ciascuno con la sua  cornacchia,
    e  io  mi  trovavo senza e pur troppo mi pareva fare errore mancare di
    una s pazza cosa;  e quel che pi mi teneva si era che io non  volevo
    menarvi  sotto  il  mio  lume,  in  fra  quelle  virt  tali,  qualche
    spennacchiata cornacchiuccia;  pensai a una piacevolezza per acrescere
    alla lietitudine maggiore risa. Cos risolutomi, chiamai un giovinetto
    de  et di sedici anni,  il quale stava accanto a me: era figliuolo di
    uno ottonaio spagnuolo.
    Questo giovine attendeva alle lettere latine ed era  molto  istudioso.
    Avea nome Diego: era bello di persona, maraviglioso di color di carne:
    lo  intaglio  della testa sua era assai pi bello che quello antico di
    Antino e molte volte lo avevo ritratto;  di che ne  aveva  ato  molto
    onore nelle opere mie.  Questo non praticava con persona,  di modo che
    non era cognusciuto: vestiva molto male e accaso: solo era  innamorato
    dei suoi maravigliosi studi. Chiamato in casa mia, lo pregai che mi si
    lasciassi   addobbare   di   quelle  veste  femminile  che  ivi  erano
    apparecchiare.
    Lui fu facile  e  presto  si  vest,  e  io  con  bellissimi  modi  di
    acconciature  presto  accresce'  gran  bellezze  al  suo  bello  viso:
    messigli dua anelletti agli orecchi, dentrovi dua grosse e belle perle
    - li detti anelli erano rotti; solo istrignevano gli orecchi, li quali
    parevano che bucati fussino -;  da poi li messi al collo collane d'oro
    bellissime  e ricchi gioielli: cos acconciai le belle mane di anella.
    Da poi piacevolmente presolo per un orecchio,  lo tirai davanti  a  un
    mio  grande  specchio.  Il  qual giovine vedutosi,  con tanta baldanza
    disse:
    - Oim,  quel, Diego? - Allora io dissi:
    - Quello  Diego,  il quale  io  non  domandai  mai  di  sorte  alcuna
    piacere:  solo ora priego quel Diego,  che mi compiaccia di uno onesto
    piacere: e questo si ,  che in quel proprio abito  -  io  volevo  che
    venissi  a  cena  con quella virtuosa compagnia,  che pi volte io gli
    avevo ragionato.  Il giovane onesto,  virtuoso e savio,  levato da  s
    quella baldanza,  volto gli occhi a terra,  stette cos alquanto senza
    dir nulla: di poi in un tratto alzato il viso, disse:
    - Con Benvenuto vengo; ora andiamo -.
    Messoli in capo un grainde sciugatoio,  il quale si domanda in Roma un
    panno di state,  giunti al luogo, di gi era comparso ugniuno, e tutti
    fattimisi incontro: il ditto Michelagnolo era messo in mezzo da  Iulio
    e da Giovanfrancesco.
    Levato  lo  sciugatoio  di  testa  a  quella  mia  bella figura,  quel
    Michelagnolo - come altre volte ho detto,  era il pi faceto e il  pi
    piacevole  che  inmaginar  si  possa  - appiccatosi con tutte a dua le
    mane,  una a Iulio e una a Gianfrancesco,  quanto egli potette in quel
    tiro  li  fece  abbassare,  e  lui  con  le ginocchia in terra gridava
    misericordia e chiamava tutti e' populi dicendo:
    - Mirate, mirate come son fatti gli Angeli del Paradiso! che con tutto
    che si chiamino Angeli,  mirate che  v'  ancora  delle  Angiole  -  e
    gridando diceva:
    - O Angiol bella, o Angiol degna, tu mi salva, e tu mi segna -.
    A  queste  parole la piacevol creatura ridendo alz la mana destra,  e
    gli dette una benedizion papale con molte piacevol parole.
    Allora rizzatosi Michelagnolo,  disse che al Papa si baciava i piedi e
    che agli Angeli si baciava le gote: e cos fatto,  grandemente arross
    il giovane,  che per quella causa si  accrebbe  bellezza  grandissima.
    Cos  andati innanzi,  la stanza era piena di sonetti,  che ciascun di
    noi aveva fatti,  e  mandatigli  a  Michelagnolo.  Questo  giovine  li
    cominci  a  leggere,  e  gli  lesse tutti: accrebbe alle sue infinite
    bellezze  tanto,  che  saria  inpossibile  il  dirlo.   Di  poi  molti
    ragionamenti e maraviglie, ai quali io non mi voglio stendere, che non
    son  qui per questo: solo una parola mi sovvien dire,  perch la disse
    quel maraviglioso Iulio pittore,  il quale  virtuosamente  girato  gli
    occhi a chiunque era ivi attorno,  ma pi affisato le donne che altri,
    voltosi a Michelagnolo, cos disse:
    - Michelagnolo mio caro, quel vostro nome di cornacchie oggi a costoro
    sta bene,  bench le sieno qualche cosa  manco  belle  che  cornacchie
    apresso a uno de' pi bei pagoni che immaginar si possa -.
    Essendo  presto  e  in  ordine le vivande,  volendo metterci a tavola,
    Iulio chiese di grazia di volere essere  lui  quel  che  a  tavola  ci
    mettessi. Essendogli tutto concesso, preso per mano le donne, tutte le
    accomod per di dentro e la mia in mezzo; dipoi tutti gli uomini messe
    di  fuori,  e me in mezzo,  dicendo che io meritavo ogni grande onore.
    Era ivi per ispalliera alle donne un tessuto di gelsumini  naturali  e
    bellissimi,  il  quale faceva tanto bel campo a quelle donne,  massimo
    alla mia,  che impossibile saria il dirlo con parole.  Cos seguitammo
    ciascuno  di  bonissima  voglia  quella  ricca  cena,   la  quale  era
    abundantissima a maraviglia.  Di poi che avemmo cenato,  venne un poco
    di mirabil musica di voce insieme con istrumenti: e perch cantavano e
    sonavano con i libri inanzi,  la mia bella figura chiese da cantare la
    sua parte; e perch quella della musica lui la faceva quasi meglio che
    l'altre, dette tanto maraviglia,  che li ragionamenti che faceva Iulio
    e Michelagnolo non erano pi in quel modo di prima piacevoli, ma erano
    tutti di parole grave,  salde e piene di stupore. Apresso alla musica,
    un  certo  Aurelio  Ascolano,   che  maravigliosamente   diceva   allo
    improviso, cominciatosi a lodar le donne con divine e belle parole, in
    mentre  che  costui  cantava,  quelle due donne,  che avevano in mezzo
    quella mia figura, non mai restate di cicalare; che una di loro diceva
    innel modo che la fece a capitar male, l'altra domandava la mia figura
    in che modo lei aveva fatto, e chi erano li sua amici,  e quanto tempo
    egli era che l'era arrivata in Roma, e molte di queste cose tale. Egli
      il  vero  che se io facessi solo per descrivere cotai piacevolezze,
    direi molti accidenti che vi accaddono,  mossi da quella  Pantassilea,
    la  quale  forte  era  innamorata  di  me: ma per non essere innel mio
    proposito, brevemente li passo. Ora, venuto annoia questi ragionamenti
    di quelle bestie donne alla mia figura,  alla quali noi avevamo  posto
    nome  Pomona,  la detta Pomona,  volendosi spiccare da quelli sciocchi
    ragionamenti di coloro,  si scontorceva ora in sun una banda ora in su
    l'altra.  Fu domandata da quella femmina,  che aveva menata Iulio,  se
    lei si sentiva qualche fastidio.  Disse  che  s,  e  che  si  pensava
    d'esser  grossa di qualche mese,  e che si sentiva dar noia alla donna
    del corpo.  Subito le due donne,  che in mezzo  l'avevano,  mossosi  a
    piet  di  Pomona,  mettendogli  le mane al corpo,  trovorno che l'era
    mastio. Tirando presto le mani a loro con ingiuriose parole,  quali si
    usano  dire  ai  belli giovanetti,  levatosi da tavola subito le grida
    spartesi e con gran risa e con gran maraviglia,  il fiero Michelagnolo
    chiese  licenzia  da  tutti  di poter darmi una penitenzia a suo modo.
    Avuto il s, con grandissime gride mi lev di peso, dicendo:
    - Viva il Signore: viva il Signore  -  e  disse,  che  quella  era  la
    condannagione  che  io meritavo,  aver fatto un cos bel tratto.  Cos
    fin la piacevolissima cena e la giornata;  e ugniun  di  noi  ritorn
    alle case sue.

    31.  Se  io  volessi  descrivere  precisamente quale e quante erano le
    molte opere,  che a diverse sorte di uomini io faceva,  troppo sarebbe
    lungo il mio dire.  Non mi occorre per ora dire altro,  se none che io
    attendevo con ogni sollecitudine  e  diligenzia  a  farmi  pratico  in
    quella diversit e differenzia di arte,  che di sopra ho parlato. Cos
    continuamente di tutte lavoravo: e perch non m'  venuto  alla  mente
    ancora  occasione di descrivere qualche mia opera notabile,  aspetter
    di porle al suo luogo;  che presto  verranno.  Il  detto  Michelagnolo
    sanese  scultore  in questo tempo faceva la sepoltura de il morto papa
    Adriano.  Iulio Romano pittore ditto se ne and a servire il  marchese
    di  Mantova.  Gli altri compagni si ritirorno chi in qua e chi in l a
    sue faccende: in modo che la ditta virtuosa compagnia quasi  tutta  si
    disfece.   In   questo   tempo  mi  capit  certi  piccoli  pugnaletti
    turcheschi,  ed era di ferro il manico s come la  lama  del  pugnale:
    ancora la guaina era di ferro similmente.
    Queste  ditte  cose  erano  intagliate,  per  virt  di  ferri,  molti
    bellissimi fogliami alla turchesca, e pulitissimamente commessi d'oro:
    la qual cosa mi incit grandemente a desiderio di  provarmi  ancora  a
    affaticarmi  in  quella professione tanto diversa da l'altre: e veduto
    ch'ella benissimo mi riusciva,  ne feci parecchi  opere.  Queste  tali
    opere  erano  molto  pi belle e molto pi istabile che le turchesche,
    per pi diverse cause. L'una si era che in e' mia acciai io intagliavo
    molto profondamente a sotto squadro;  che tal cosa non si usava per  i
    lavori turcheschi.  L'altra si era che li fogliami turcheschi non sono
    altro che foglie di gichero con alcuni fiorellini di clizia;  se  bene
    hanno qualche poco di grazia, la non continua di piacere, come fanno i
    nostri  fogliami.  Bench  innell'Italia siamo diversi di modo di fare
    fogliami; perch i Lombardi fanno bellissimi fogliami ritraendo foglie
    de elera e di vitalba con bellissimi  girari,  le  quali  fanno  molto
    piacevol vedere;  li Toscani e i Romani in questo genere presono molto
    migliore elezione,  perch contra  fanno  le  foglie  d'acanto,  detta
    branca orsina,  con i sua festuchi e fiori, girando in diversi modi; e
    in fra i detti fogliami viene benissimo accomodato alcuni uccelletti e
    diversi animali,  qual si vede chi ha  buon  gusto.  Parte  ne  truova
    naturalmente nei fiori salvatici, come  quelle che si chiamano bocche
    di lione, che cos in alcuni fiori si discerne, accompagnate con altre
    belle  inmaginazione  di  quelli  valenti  artefici:  le qual cose son
    chiamate, da quelli che non sanno, grottesche. Queste grottesche hanno
    acquistato questo nome dai  moderni,  per  essersi  trovate  in  certe
    caverne  della  terra  in  Roma  dagli  studiosi,   le  quali  caverne
    anticamente erano camere,  stufe,  studii,  sale e altre  cotai  cose.
    Questi  studiosi  trovandole  in  questi luoghi cavernosi,  per essere
    alzato dagli antichi in qua il terreno e restare quelle  in  basso,  e
    perch il vocabolo chiama quei luoghi bassi in Roma, grotte; da questo
    si  acquistorno  il  nome  di  grottesche.  Il qual non  il suo nome;
    perch s bene, come gli antichi si dilettavano di comporre de' mostri
    usando con capre,  con vacche e con cavalle,  nascendo questi miscugli
    gli  domandavono  mostri;  cos  quelli  artefici  facevano con i loro
    fogliami questa sorte di mostri: e mostri  'l vero  lor  nome  e  non
    grottesche.  Faccendo  io  di questa sorte fogliami commessi nel sopra
    ditto modo, erano molto pi belli da vedere che li turcheschi. Accadde
    in questo tempo che in certi vasi, i quali erano urnette antiche piene
    di cenere,  fra essa cenere si trov certe anella  di  ferro  commessi
    d'oro insin dagli antichi,  e in esse anella era legato un nicchiolino
    in ciascuno.  Ricercando quei dotti,  dissono  che  queste  anella  le
    portavono  coloro  che  avevano  caro  di  star  saldi col pensiero in
    qualche stravagante accidente avvenuto loro cos in bene come in male.
    A questo io mi mossi, a requisizione di certi signori molto amici miei
    e feci alcune di  queste  anellette;  ma  le  facevo  di  acciaro  ben
    purgato: di poi, bene intagliate e commesse d'oro, facevano bellissimo
    vedere;  e fu talvolta che di uno di questi anelletti,  solo delle mie
    fatture,  ne ebbi pi di quaranta scudi.  Se  usava  in  questo  tempo
    alcune  medagliette  d'oro,  che  ogni signore e gentiluomo li piaceva
    fare scolpire in esse un suo capriccio o impresa; e le portavano nella
    berretta. Di queste opere io ne feci assai, ed erano molto difficile a
    fare. E perch il gran valente uomo ch'io dissi, chiamato
    Caradosso,  ne fece alcune,  le quali come erano di pi di una  figura
    non  voleva  manco che cento scudi d'oro de l'una;  la qual cosa,  non
    tanto per il premio quanto per la sua tardit,  io fui posto innanzi a
    certi  signori,  ai  quali  infra  l'altre feci una medaglia a gara di
    questo gran valent'uomo,  innella qual medaglia  era  quattro  figure,
    intorno alle quali io mi ero molto affaticato.
    Accadde  che  li  detti  gentiluomini  e signori,  ponendola accanto a
    quella del maraviglioso Caradosso, dissono che la mia era assai meglio
    fatta e pi bella,  e che io  domandassi  quel  che  io  volevo  delle
    fatiche mie;  perch, avendo io loro tanto ben satisfatti, che loro me
    voleano satisfare altanto.  Ai quali io dissi,  che il maggior  premio
    alle fatiche mie e quello che io pi desiderava,  si era lo aggiugnere
    appresso alle opere di un cos  gran  valent'uomo,  e  che,  se  allor
    Signorie  cos  paressi,  io pagatissimo mi domandavo.  Cos partitomi
    subito,  quelli mi mandorno appresso un tanto liberalissimo  presente,
    che io fui contento, e mi crebbe tanto animo di far bene, che fu causa
    di quello che per lo avvenire si sentir.

    32.  Se bene io mi discoster alquanto dalla mia professione,  volendo
    narrare  alcuni  fastidiosi  accidenti  intervenuti  in   questa   mia
    travagliata  vita;  e  perch  avendo  narrato per l'adrieto di quella
    virtuosa compagnia e delle piacevolezze accadute per conto  di  quella
    donna  che  io  dissi,  Pantassilea;  la quale mi portava quel falso e
    fastidioso amore;  e isdegnata  grandissimamente  meco  per  conto  di
    quella  piacevolezza,   dove  era  intervenuto  a  quella  cena  Diego
    spagnuolo di gi ditto, lei avendo giurato vendicarsi meco, nacque una
    occasione,  che io descriver,  dove corse la vita mia  a  ripentaglio
    grandissimo.  E  questo fu che,  venendo a Roma un giovanetto chiamato
    Luigi Pulci,  figliuolo di uno de' Pulci al quale fu mozzato  il  capo
    per  avere  usato  con  la  figliuola;   questo  ditto  giovane  aveva
    maravigliosissimo  ingegno  poetico  e  cognizione  di  buone  lettere
    latine;  iscriveva  bene;  era  di  grazia e di forma oltramodo bello.
    Erasi partito da non so  che  vescovo,  ed  era  tutto  pieno  di  mal
    franzese.  E perch, quando questo giovane era in Firenze, la notte di
    state in alcuni luoghi della citt si faceva radotti  innelle  proprie
    strade,  dove  questo  giovane  in fra i migliori si trovava a cantare
    allo  inproviso;  era  tanto  bello  udire  il  suo,   che  il  divino
    Michelagnolo  Buonaaroti,  eccellentissimo scultore e pittore,  sempre
    che sapeva dov'egli era, con grandissimo desiderio e piacere lo andava
    a udire; e un certo, chiamato il Piloto, valentissimo uomo, orefice, e
    io gli facevomo campagnia.  In questo modo accadde la cognizione infra
    Luigi  Pulci  e  me;  dove,  passato  di molti anni,  in quel modo mal
    condotto mi si scoperse a Roma,  pregandomi  che  io  lo  dovessi  per
    l'amor  de  Dio aiutare.  Mossomi a compassione per le gran virt sua,
    per amor della patria,  e per essere il proprio della natura  mia,  lo
    presi  in casa e lo feci medicare in modo,  che per essere a quel modo
    giovane,  presto  si  ridusse  alla  sanit.   In  mentre  che  costui
    procacciava  per  essa sanit,  continuamente studiava,  e io lo avevo
    aiutato provveder di molti libri sicondo la mia possibilit;  in  modo
    che,  cognosciuto  questo Luigi il gran benifizio ricevuto da me,  pi
    volte con parole e con lacrime mi ringraziava,  dicendomi che se  Idio
    li mettessi mai inanzi qualche ventura, mi renderebbe il guidardone di
    tal benifizio fattoli. Al quale io dissi, che io non avevo fatto allui
    quello  che  io arei voluto,  ma s bene quel che io potevo,  e che il
    dovere delle creature umane si era sovvenire l'una l'altra;  solo  gli
    ricordavo che questo benifizio,  che io gli avevo fatto, lo rendessi a
    un altro che avessi bisogno di lui,  s bene come lui ebbe bisogno  di
    me; e che mi volessi bene da amico, e per tale mi tenessi.

    Cominci  questo  giovane  a  praticare la Corte di Roma,  nella quale
    prest trov ricapito,  e acconciossi con un vescovo,  uomo di ottanta
    anni,  ed  era chiamato il vescovo Gurgensis.  Questo vescovo aveva un
    nipote,  che si domandava misser Giovanni: era  gentiluomo  veniziano.
    Questo   ditto   misser   Giovanni   dimostrava  grandemente  d'essere
    innamorato delle virt di questo Luigi Pulci,  e sotto nome di  queste
    sue virt se l'aveva fatto tanto domestico,  come se fussi lui stesso.
    Avendo il detto Luigi ragionato di me e del grande obrigo che  lui  mi
    aveva,  con questo misser Giovanni, caus che 'l detto misser Giovanni
    mi volse conoscere.  Nella qual cosa accadde,  che avendo io una  sera
    infra  l'altre  fatto  un po' di pasto a quella gi ditta Pantassilea,
    alla  qual  cena  io  avevo  convitato  molti  virtuosi   amici   mia,
    sopragiuntoci  a  punto  ne l'andare a tavola il ditto misser Giovanni
    con il ditto Luigi Pulci,  apresso alcuna cirimonia fatta,  restorno a
    cenare  con  esso  noi.  Veduto  questa  isfacciata  meritrice  il bel
    giovine, subito gli fece disegno addosso; per la qual cosa, finito che
    fu la piacevole cena,  io chiamai  da  canto  il  detto  Luigi  Pulci,
    dicendogli,  per  quanto  obrigo  lui  s'era  vantato  di avermi,  non
    cercassi in modo alcuno la pratica  di  quella  meretrice.  Alle  qual
    parole lui mi disse:
    -  Oim,  Benvenuto mio,  voi mi avete dunque per uno insensato?  - Al
    quale io dissi:
    - Non per insensato,  ma per giovine;  e per Dio gli giurai che di lei
    io  non ho un pensiero al mondo,  ma di voi mi dorrebbe bene,  che per
    lei voi rompessi il collo -.
    Alle qual parole lui  giur  che  pregava  Idio  che,  se  mai  e'  le
    parlassi, subito rompesse il collo. Dovette questo povero giovane fare
    tal giuro a Dio con tutto il cuore, perch e' roppe il collo, come qui
    appresso  si  dir.  Il  detto  misser Giovanni si scopr seco d'amore
    sporco e non virtuoso;  perch si vedeva ogni giorno mutare  veste  di
    velluto  e di seta al ditto giovane,  e si cognosceva ch'e' s'era dato
    in tutto alla scelleratezza e aveva dato bando alle sue belle mirabili
    virt, e faceva vista di non mi vedere e di non mi cognoscere,  perch
    io lo avevo ripreso, dicendogli che s'era dato in preda a brutti vizii
    i quali gli arien fatto rompere il collo come disse.

    33.  Gli  aveva  quel  suo  misser  Giovanni compro un cavallo morello
    bellissimo, in el quale aveva speso centocinquanta scudi.
    Questo cavallo si maneggiava mirabilissimamente,  in modo  che  questo
    Luigi  andava  ogni  giorno a saltabeccar con questo cavallo intorno a
    questa meretrice Pantassilea.  Io,  avedutomi di tal cosa,  non me  ne
    curai punto,  dicendo che ogni cosa faceva secondo la natura sua; e mi
    attendevo a' mia studi.  Accadde una  domenica  sera,  che  noi  fummo
    invitati da quello scultore Michelagnolo sanese a cena seco; ed era di
    state.  A questa cena ci era il Bachiacca gi ditto,  e con esso aveva
    menato quella ditta Pantassilea,  sua prima pratica.  Cos  essendo  a
    tavola a cena,  lei era a sedere in mezzo fra me e il Bachiacca ditto:
    in su il pi bello della cena lei  si  lev  da  tavola,  dicendo  che
    voleva  andare  a  alcune  sue  commodit,  perch si sentiva dolor di
    corpo, e che tornerebbe subito.  In mentre che noi piacevolissimamente
    ragionavno  e  cenavamo,  costei  era  soprastata alquanto pi che il
    dovere. Accadde che, stando in orecchi, mi parve sentire isghignazzare
    cos sommissamente nella strada.  Io teneva un coltello  in  mano,  il
    quale io adoperavo in mio servizio a tavola.
    Era la finestra tanto appresso alla tavola,  che sollevatomi alquanto,
    viddi nella strada  quel  ditto  Luigi  Pulci  insieme  con  la  ditta
    Pantassilea, e senti' di loro Luigi che disse:
    -  Oh  se  quel diavolo di Benvenuto ci vedessi,  guai a noi!  - E lei
    disse:
    - Non abiate paura;  sentite che romore e' fanno: pensano a ogni altra
    cosa che a noi -.
    Alle qual parole io,  che gli avevo conosciuti,  mi gittai da terra la
    finestra,  e presi Luigi per la cappa e col coltello che io  avevo  in
    mano  certo  lo  ammazzavo;  ma  perch  gli  era in sun un cavalletto
    bianco, al quale lui dette di sprone, lasciandomi la cappa in mano per
    campar la vita. La Pantassilea si cacci a fuggire in una chiesa quivi
    vicina. Quelli che erano a tavola, subito levatisi, tutti vennono alla
    volta mia,  pregandomi che io non volessi disturbate n me n  loro  a
    causa di una puttana;  ai quali io dissi,  che per lei io non mi sarei
    mosso,  ma s bene per quello scellerato giovine,  il quale dimostrava
    di  stimarmi  s  poco:  e  cos  non mi lasciai piegare da nessuna di
    quelle parole di quei virtuosi uomini da bene; anzi presi la mia spada
    e da me solo me ne andai in Prati;  perch la casa dove  noi  cenavamo
    era vicina alla porta di Castello, che andava in Prati.
    Cos andando alla volta di Prati, non istetti molto che, tramontato il
    sole,  a  lento  passo  me ne ritornai in Roma.  Era gi fatto notte e
    buio, e le porte di Roma non si serravano.
    Avvicinatosi a dua ore,  passai da casa  di  quella  Pantassilea,  con
    animo,  che,  essendovi quel Luigi Pulci, di fare dispiacere a l'uno e
    l'altro.  Veduto e sentito che altri non era in casa che una servaccia
    chiamata la Canida, andai a posare la cappa e il fodero della spada, e
    cos me ne venni alla ditta casa,  la quali era drieto a Banchi in sul
    fiume del Tevero.  Al dirimpetto a questa casa si era un  giardino  di
    uno  oste,  che si domandava Romolo: questo giardino era chiuso da una
    folta siepe di marmerucole,  innella  quale  cos  ritto  mi  nascosi,
    aspettando  che  la  ditta  donna  venissi  a  casa insieme con Luigi.
    Alquanto soprastato,  capit quivi quel mio amico detto il  Bachiacca,
    il  quale  o s veramente se l'era immaginato,  o gli era stato detto.
    Somissamente mi chiam compare (che cos ci chiamavamo per  burla);  e
    mi preg per l'amor di Dio, dicendo queste parole quasi che piangendo:
    -  Compar  mio,  io vi priego che voi non facciate dispiacere a quella
    poverina, perch lei non ha una colpa al mondo -.
    A il quale io dissi:
    - Se a questa prima parola voi non mi vi levate dinanzi, io vi dar di
    questa spada in sul capo -.
    Spaventato questo mio povero compare,  subito se li mosse il corpo,  e
    poco discosto possette andare,  che bisogn che gli ubbidissi. Gli era
    uno stellato,  che faceva un chiarore grandissimo:  in  un  tratto  io
    sento  un  romore di pi cavagli e da l'un canto e dall'altro venivano
    inanzi: questi  si  erano  il  ditto  Luigi  e  la  ditta  Pantassilea
    accompagnati da un certo misser Benvegnato perugino, cameriere di papa
    Clemente,  e con loro avevano quattro valorosissimi capitani perugini,
    con altri bravissimi giovani soldati:  erano  in  fra  tutti  pi  che
    dodici  spade.  Quando io viddi questo,  considerato che io non sapevo
    per qual via mi fuggire,  m'attendevo a ficcare  in  quella  siepe;  e
    perch quelle pungente marmerucole mi facevano male, e mi aissavo come
    si fa il toro, quasi risolutomi di fare un salto e fuggire; in questo,
    Luigi aveva il braccio al collo alla ditta Pantassilea, dicendo:
    -  Io  ti  bacer  pure  un tratto,  al dispregio di quel traditore di
    Benvenuto -.
    A questo,  essendo molestato dalle ditte marmerucole e sforzato  dalle
    ditte parole del giovine,  saltato fuora,  alzai la spada,  e con gran
    voce dissi:
    - Tutti siate morti -.
    In questo il colpo della spada cadde in su la spalla al detto Luigi: e
    perch  questo  povero  giovine   que'   satiracci   l'avevano   tutto
    inferrucciato di giachi e d'altre cose tali,  il colpo fu grandissimo;
    e voltasi la spada,  dette in sul naso e in su  la  bocca  alla  ditta
    Pantassilea.  Caduti tutti a dua in terra, il Bachiacca con le calze a
    mezza gamba gridava e fuggiva.  Vltomi agli altri arditamente con  la
    spada,  quelli  valorosi uomini,  per sentire un gran romore che aveva
    mosso l'osteria, pensando che quivi fossi l'esercito di cento persone,
    se bene valorosamente avevano messo mano alle  spade,  due  cavalletti
    infra  gli  altri  ispaventati  gli  missono  in tanto disordine,  che
    gittando dua di quei migliori sottosopra,  gli  altri  si  missono  in
    fuga: e io veduto uscirne a bene,  con velocissimo corso e onore usci'
    di tale impresa, non volendo tentare pi la fortuna che il dovere.  In
    quel disordine tanto smisurato s'era ferito con le loro spade medesime
    alcun di quei soldati e capitani,  e misser Benvegnato ditto, camerier
    del papa,  era stato urtato  e  calpesto  da  un  suo  muletto;  e  un
    servitore suo,  avendo messo man per la spada, cadde con esso insieme,
    e lo fer in una mana malamente. Questo male caus,  che pi che tutti
    li  altri  quel  misser  Benvegnato giurava in quel lor modo perugino,
    dicendo:
    - Per lo...  di Dio,  che io voglio che Benvegnato  insegni  vivere  a
    Benvenuto - e commesse a un di quei sua capitani, forse pi ardito che
    gli altri,  ma per esser giovane aveva manco discorso.  Questo tale mi
    venne a trovare dove io mi ero ritirato,  in casa un  gran  gentiluomo
    napoletano,  il  quale  avendo  inteso  e veduto alcune cose della mia
    professione,  apresso a quelle la disposizione de l'animo e del  corpo
    atta  a  militare,  la  qual  cosa  era quella a che il gentiluomo era
    inclinato;  in modo che,  vedutomi carezzare,  e trovatomi  ancora  io
    nella propria beva mia,  feci una tal risposta a quel capitano, per la
    quale io credo che molto si pentissi di essermi venuto inanzi. Apresso
    a pochi giorni,  rasciutto alquanto le ferite e a Luigi e alla puttana
    e a quelli altri, questo gran gentiluomo napoletano fu ricerco da quel
    misser Benvegnato,  al cui era uscito il furore, di farmi far pace con
    quel giovane detto Luigi, e che quelli valorosi soldati,  li quali non
    avevano che far nulla con esso meco,  solo mi volevano cognoscere.  La
    qual cosa quel gentiluomo disse  attutti,  che  mi  merrebbe  dove  e'
    volevano, e che volontieri mi farebbe far pace; con questo, che non si
    dovessi  n  dall'una  parte n dall'altra ricalcitrar parole,  perch
    sarebbon troppo contra il loro onore; solo bastava far segno di bere e
    baciarsi,  e che le parole le  voleva  usar  lui,  con  le  quale  lui
    volontieri  li  salveria.  Cos  fu  fatto.  Un  gioved sera il detto
    gentiluomo mi men in casa al ditto misser Benvegnato,  dove era tutti
    quei soldati che s'erano trovati a quella isconfitta,  ed erano ancora
    a tavola.  Con il gentiluomo mio era pi di  trenta  valorosi  uomini,
    tutti  ben armati;  cosa che il ditto misser Benvegnato non aspettava.
    Giunti in sul salotto, prima il detto gentiluomo, e io apresso,  disse
    queste parole:
    - Dio vi salvi,  signori: noi siamo giunti a voi,  Benvenuto e io,  il
    quale io lo amo come carnal fratello;  e siamo qui  volentieri  a  far
    tutto quello che voi avete volont di fare -.
    Misr Benvegnato, veduto empiersi la sala di tante persone, disse:
    - Noi vi richiedemo di pace e non d'altro -.
    Cos  misr  Benvegnato promisse,  che la corte del governator di Roma
    non mi darebbe noia.  Facemmo la pace: onde io subito mi ritornai alla
    mia  bottega,   non  potendo  stare  una  ora  sanza  quel  gentiluomo
    napoletano, il quale o mi veniva a trovare o mandava per me. In questo
    mentre guarito il ditto Luigi Pulci,  ogni  giorno  era  in  quel  suo
    cavallo  morello,  che tanto bene si maneggiava.  Un giorno in fra gli
    altri, essendo piovegginato, e lui atteggiava il cavallo a punto in su
    la porta di
    Pantassilea, isdrucciolando cadde, e il cavallo addssogli; rottosi la
    gamba dritta in tronco,  in casa la  ditta  Pantassilea  ivi  a  pochi
    giorni  mor,  e  adempi il giuro che di cuore lui a Dio aveva fatto.
    Cos si vede che Idio tien conto de' buoni e de' tristi,  e a  ciascun
    d il suo merito.

    34.  Era di gi tutto il mondo in arme. Avendo papa Clemente mandato a
    chiedere al signor Giovanni de' Medici certe bande di soldati, i quali
    vennono,  questi facevano tante gran cose in Roma,  che gli  era  male
    stare alle botteghe pubbliche. Fu causa che io mi ritirai in una buona
    casotta  drieto  a Banchi;  e quivi lavoravo a tutti quelli guadagnati
    mia amici.  I mia lavori in questo  tempo  non  furno  cose  di  molta
    importanza;  per  non  mi  occorre  ragionar di essi.  Mi dilittai in
    questo tempo molto della musica e di  tal  piaceri  simili  a  quella.
    Avendo  papa  Clemente,  per  consiglio  di  misser  Iacopo  Salviati,
    licenziato quelle  cinque  bande  che  gli  aveva  mandato  il  signor
    Giovanni,  il quale di gi era morto in Lombardia, Borbone, saputo che
    a Roma non era soldati, sollecitissimamente spinse l'esercito suo alla
    volta di Roma.  Per questa  occasione  tutta  Roma  prese  l'arme;  il
    perch,  essendo  io molto amico di Alessandro,  figliuol di Piero del
    Bene, e perch a tempo che i Colonnesi vennono in Roma mi richiese che
    io gli guardassi la casa sua: dove che a questa maggior  occasione  mi
    preg,  che io facessi cinquanta compagni per guardia di detta casa, e
    che io fussi lor guida,  s come avevo fatto a  tempo  de'  Colonnesi;
    onde  io feci cinquanta valorosissimi giovani,  e intrammo in casa sua
    ben pagati e ben trattati.  Comparso di gi l'esercito di Borbone alle
    mura  di  Roma,  il  detto Alessandro del Bene mi preg che io andassi
    seco a farli compagnia: cos andammo un di quelli miglior  compagni  e
    io;  e per la via con esso noi si accompagn un giovanetto addomandato
    Cechino della Casa.  Giugnemmo alle  mura  di  Campo  Santo,  e  quivi
    vedemmo quel maraviglioso esercito,  che di gi faceva ogni suo sforzo
    per entrare.  A quel luogo delle mura,  dove noi ci accostammo,  v'era
    molti  giovani  morti  da  quei  di  fuora:  quivi si combatteva a pi
    potere: era una nebbia folta quanto immaginar si possa. Io mi vuolsi a
    Lessandro e li dissi:
    - Ritiriamoci a casa il pi presto che sia possibile, perch qui non 
    un rimedio al mondo; voi vedete, quelli montano e questi fuggono -.
    Il ditto Lessandro spaventato, disse:
    - Cos volessi Idio che venuti noi non ci fussimo!  - e  cos  vltosi
    con grandissima furia per andarsene, il quale io ripresi, dicendogli:
    - Da poi che voi mi avete menato qui, gli  forza fare qualche atto da
    uomo -.
    E  vlto  il mio archibuso,  dove io vedevo un gruppo di battaglia pi
    folta e pi serrata,  posi la mira innel mezzo apunto  a  uno  che  io
    vedevo  sollevato  dagli  altri;  per  la  qual  cosa la nebbia non mi
    lasciava discernere se questo era a cavallo o a pi.  Vltomi subito a
    Lessandro e a Cechino,  dissi loro che sparassino i loro archibusi,  e
    insegnai loro il modo,  acciocch e' non toccassino una archibusata da
    que' di fuora. Cos fatto dua volte per uno, io mi affacciai alle mura
    destramente,  e  veduto in fra di loro un tumulto istrasordinario,  fu
    che da questi nostri colpi si ammazz Borbone;  e fu quel primo che io
    vedevo rilevato da gli altri,  per quanto da poi s'intese. Levatici di
    quivi, ce ne andammo per Campo Santo, ed entrammo per
    San Piero;  e usciti l drieto alla chiesa di Santo Agnolo,  arrivammo
    al  portone  di Castello con grandissime difficult,  perch il signor
    Renzo da Ceri e il  signor  Orazio  Baglioni  davano  delle  ferite  e
    ammazzavono  tutti  quelli che si spiccavano dal combattere alle mura.
    Giunti al detto portone,  di gi erano entrati una parte de' nimici in
    Roma,  e  gli  avevamo alle spalle.  Volendo il Castello far cadere la
    saracinesca del portone,  si fece un poco di spazio,  di modo che  noi
    quattro  entrammo  drento.  Subito  che  io  fui entrato,  mi prese il
    capitan Pallone de' Medici,  perch,  essendo io  della  famiglia  del
    Castello,  mi  forz  che  io lasciassi Lessandro;  la qual cosa molto
    contra mia voglia feci.  Cos salitomi su al  mastio,  innel  medesimo
    tempo era entrato papa Clemente per i corridori innel Castello; perch
    non s'era voluto partire prima del palazzo di San Piero,  non possendo
    credere che coloro entrassino. Da poi che io mi ritrovai drento a quel
    modo,  accosta' mi a certe artiglierie,  le quali aveva a  guardia  un
    bonbardiere chiamato Giuliano fiorentino. Questo Giuliano affacciatosi
    l  al merlo del castello,  vedeva la sua povera casa saccheggiare,  e
    straziare la moglie e' figliuoli;  in modo che,  per non dare ai suoi,
    non  ardiva  sparare  le  sue artiglierie;  e gittato la miccia da dar
    fuoco per terra,  con grandissimo pianto si stracciava il viso;  e  'l
    simile facevano certi altri bonbardieri. Per la qual cosa io presi una
    di quelle miccie, faccendomi aiutare da certi ch'erano quivi, li quali
    non  avevano  cotai  passione: volsi certi pezzi di sacri e falconetti
    dove io vedevo il bisogno,  e con essi ammazzai di  molti  uomini  de'
    nemici;  che  se questo non era,  quella parte che era intrata in Roma
    quella mattina, se ne veniva diritta al Castello; ed era possibile che
    facilmente ella entrassi, perch l'artiglierie non davano lor noia. Io
    seguitavo di tirare;  per la qual cosa alcun cardinali  e  signori  mi
    benedivano  e  davonmi  grandissimo  animo.  Il che io baldanzoso,  mi
    sforzavo di fare quello che io non potevo;  basta che io fu' causa  di
    campare  la  mattina  il  Castello,  e che quelli altri bonbardieri si
    rimessono a fare i loro uffizii. Io seguitai tutto quel giorno: venuto
    la sera,  in mentre che l'esercito entr  in  Roma  per  la  parte  di
    Tresteveri, avendo papa Clemente fatto capo di tutti e' bonbardieri un
    gran  gentiluomo  romano,  il  quale si domandava misser Antonio Santa
    Croce,  questo gran gentiluomo  la  prima  cosa  se  ne  venne  a  me,
    faccendomi  carezze:  mi pose con cinque mirabili pezzi di artiglieria
    innel pi eminente luogo del Castello,  che si domanda da  l'Agnolo  a
    punto:  questo luogo circunda il Castello atorno atorno e vede inverso
    Prati e in verso Roma: cos mi dette tanti sotto a  di  me  a  chi  io
    potessi comandare,  per aiutarmi voltare le mie artiglierie; e fattomi
    dare una paga innanzi, mi consegn del pane e un po' di vino, e poi mi
    preg,  che in quel modo che io avevo cominciato seguitassi.  Io,  che
    tal  volta  pi era inclinato a questa professione che a quella che io
    tenevo per mia,  la facevo tanto volentieri,  che la mi  veniva  fatta
    meglio che la ditta.  Venuto la notte, e i nimici entrati in Roma, noi
    che eramo nel Castello,  massimamente io,  che sempre mi son dilettato
    veder  cose  nuove,  istavo  considerando questa inestimabile novit e
    'ncendio;  la qual cosa quelli che erano in ogni altro  luogo  che  in
    Castello,  nolla possettono n vedere n inmaginare.  Per tanto io non
    mi voglio mettere a descrivere tal  cosa;  solo  seguiter  descrivere
    questa mia vita che io ho cominciato, e le cose che in essa a punto si
    appartengono.

    35.  Seguitando  di  esercitar  le mie artiglierie continuamente,  per
    mezzo di esse in un mese intero che noi stemmo nel Castello assediati,
    mi occorse molti grandissimi accidenti degni di raccontargli tutti; ma
    per non voler essere tanto lungo,  n volermi dimostrare  troppo  fuor
    della  mia professione,  ne lascier la maggior parte,  dicendone solo
    quelli che mi sforzano,  li quali saranno i manco e i pi notabili.  E
    questo   il primo: che avendomi fatto quel ditto misser Antonio Santa
    Croce discender gi de l'Agnolo, perch io tirassi a certe case vicino
    al Castello, dove si erano veduti entrare certi dell'inimici di fuora,
    in mentre che io tiravo,  a me venne un colpo di artiglieria,  il qual
    dette in un canton di un merlo,  e presene tanto,  che fu causa di non
    mi far male: perch quella maggior quantit tutta insieme mi  percosse
    il  petto;  e,  fermatomi  l'anelito,  istavo  in terra prostrato come
    morto,  e sentivo tutto quello che i circustanti dicevano;  in  fra  i
    quali si doleva molto quel misser Antonio Santa Croce, dicendo:
    - Oim, che noi abin perso il migliore aiuto che noi ci avessimo -.
    Sopragiunto  a  questo rumore un certo mio compagno,  che si domandava
    Gianfrancesco,  piffero,  questo uomo era pi inclinato alla  medicina
    che  al  piffero,  e  subito  piangendo  corse  per  una  caraffina di
    bonissimo vin greco: avendo fatto rovente una tegola,  in su la  quale
    e' messe su una buona menata di assenzio, di poi vi spruzz su di quel
    buon vin greco;  essendo inbeuto bene il ditto assenzio,  subito me lo
    messe in sul petto,  dove evidente si vedeva la percossa.  Fu tanto la
    virt  di  quello assenzio,  che resemi subito quelle ismarrite virt.
    Volendo cominciare  a  parlare,  non  potevo,  perch  certi  sciocchi
    soldatelli mi avevano pieno la bocca di terra, parendo loro con quella
    di  avermi dato la comunione,  con la quale loro pi presto mi avevano
    scomunicato,  perch non mi potevo riavere,  dandomi questa terra  pi
    noia  assai  che  la percossa.  Pur di questa scampato,  tornai a que'
    furori delle  artiglierie,  seguitandoli  con  tutta  quella  virt  e
    sollecitudine  migliore  che inmaginar potevo.  E perch papa Clemente
    aveva mandato a chiedere soccorso al duca di Urbino,  il quale era con
    lo esercito de' Veniziani, dicendo all'imbasciadore, che dicessi a Sua
    Eccellenzia,  che  tanto  quanto  il detto Castello durava a fare ogni
    sera tre fuochi in cima di detto Castello,  accompagnati con tre colpi
    di  artiglieria  rinterzati,  che  insino  che  durava  questo  segno,
    dimostrava che il Castello non saria areso;  io ebbi questa carica  di
    far  questi  fuochi e tirare queste artiglierie: avvenga che sempre di
    giorno io le dirizzava in quei luoghi dove  le  potevan  fare  qualche
    gran male;  la qual cosa il Papa me ne voleva di meglio assai,  perch
    vedeva che io facevo l'arte con quella avvertenza che a  tal  cose  si
    promette. Il soccorso de il detto duca mai non venne; per la qual cosa
    io, che non son qui per questo, altro non descrivo.

    36.  In  mentre che io mi stavo su a quel mio diabolico esercizio,  mi
    veniva a vedere alcuni di quelli cardinali che erano in  Castello,  ma
    pi ispesso il cardinale Ravenna e il cardinal de' Gaddi,  ai quali io
    pi volte dissi ch'ei non mi capitassino innanzi,  perch  quelle  lor
    berrettuccie  rosse  si  scorgevano  discosto;  il che da que' palazzi
    vicini,  com'era la Torre de'  Bini,  loro  e  io  portavomo  pericolo
    grandissimo; di modo che per utimo io gli feci serrare, e ne acquistai
    con loro assai nimicizia.  Ancora mi capitava spesso intorno il signor
    Orazio Baglioni,  il quale mi voleva molto bene.  Essendo un giorno in
    fra  gli  altri ragionando meco,  lui vidde certa dimostrazione in una
    certa osteria, la quale era fuor della porta di
    Castello, luogo chiamato Baccanello.  Questa osteria aveva per insegna
    un sole dipinto immezzo dua finestre,  di color rosso.  Essendo chiuse
    le finestre, giudic il detto signor Orazio,  che al dirimpetto drento
    di  quel sole in fra quelle due finestre fussi una tavolata di soldati
    a far gozzoviglia; il perch mi disse:
    - Benvenuto,  s'e' ti dessi il cuore di dar  vicino  a  quel  sole  un
    braccio  con  questo  tuo  mezzo cannone,  io credo che tu faresti una
    buona opera,  perch col si sente un gran  romore,  dove  debb'essere
    uomini di molta importanza -.
    Al qual signor io dissi:
    -  A  me  basta la vista di dare in mezzo a quel sole - ma s bene una
    botte piena di sassi, ch'era quivi vicina alla bocca di detto cannone,
    el furore del fuoco e di quel vento che faceva  il  cannone,  l'arebbe
    mandata atterra. Alla qual cosa il detto signore mi rispose:
    - Non mettere tempo in mezzo,  Benvenuto: imprima non  possibile che,
    innel modo che la sta, il vento de il cannone la faccia cadere;  ma se
    pure  ella  cadessi e vi fussi sotto il Papa,  saria manco male che tu
    non pensi, sicch tira, tira -.
    Io,  non pensando pi l,  detti in  mezzo  al  sole,  come  io  avevo
    promesso a punto. Casc la botte, come io dissi, la qual dette a punto
    in mezzo in fra il cardinal Farnese e misser Iacopo Salviati, che bene
    gli arebbe stiacciati tutti a dui: che di questo fu causa che il ditto
    cardinal  Farnese  a  punto  aveva  rimproverato,  che il ditto misser
    Iacopo era causa del sacco  di  Roma;  dove  dicendosi  ingiuria  l'un
    l'altro,  per dar campo alle ingiuriose parole, fu la causa che la mia
    botte non gli stiacci tutt'a dua.  Sentito  il  gran  rimore  che  in
    quella bassa corte si faceva, il buon signor Orazio con gran prestezza
    se  ne  and  gi;  onde  io fattomi fuora,  dove era caduta la botte,
    senti' alcuni che dicevano:
    - E' sarebbe bene ammazzare quel bonbardieri -;  per la qual  cosa  io
    volsi  dua  falconetti alla scala che montava su,  con animo risoluto,
    che il primo che montava, dar fuoco a un de' falconetti. Dovetton que'
    servitori del cardinal  Farnese  aver  commessione  dal  cardinale  di
    venirmi  a  fare  dispiacere;  per la qual cosa io mi feci innanzi,  e
    avevo il fuoco in mano. Conosciuto certi di loro, dissi:
    - O scannapane, se voi non vi levate di cost,  e se gli  nessuno che
    ardisca entrar drento a queste scale, io ho qui dua falconetti parati,
    con e' quali io far polvere di voi; e andate a dire al cardinale, che
    io  ho fatto quello che dai mia maggiori mi  stato commesso,  le qual
    cose si sono fatte e fannosi per difension di lor  preti,  e  non  per
    offenderli -.
    Levatisi e' detti, veniva su correndo il ditto signor Orazio Baglioni,
    al  quale  io  dissi che stessi indrieto,  se non che io l'ammazzerei,
    perch io sapevo benissimo chi egli era.
    Questo signore non sanza paura si ferm alquanto, e mi disse:
    - Benvenuto, io son tuo amico -.
    Al quale io dissi:
    - Signore,  montate pur solo,  e venite poi in tutti i  modi  che  voi
    volete -.
    Questo signore,  ch'era superbissimo, si ferm alquanto, e con istizza
    mi disse:
    - Io ho voglia di non venire pi su e di far tutto il contrario che io
    avevo pensato di far per te -.
    A questo io gli risposi,  che s bene come  io  ero  messo  in  quello
    uffizio per difendere altrui,  che cos ero atto a difendere ancora me
    medesimo.  Mi disse che veniva solo;  e montato ch'e' fu,  essendo lui
    cambiato pi che 'l dovere nel viso, fu causa che io tenevo la mana in
    su la spada, e stavo in cagnesco seco. A questo lui cominci a ridere,
    e ritornatogli il colore nel viso, piacevolissimamente mi disse:
    - Benvenuto mio,  io ti voglio quanto bene io ho,  e quando sar tempo
    che a Dio piaccia, io te lo mostretr.  Volessi Idio che tu gli avessi
    ammazzati que' dua ribaldi, ch uno  causa di s gran male, e l'altro
    talvolta  per esser causa di peggio -.
    Cos  mi  disse,  che se io fussi domandato che io non dicessi che lui
    fussi quivi da me quando io detti fuoco  a  tale  artiglieria;  e  del
    restante che io non dubitassi.  I romori furno grandissimi,  e la cosa
    dur un gran pezzo.  In questo io non mi voglio allungare pi  inanzi:
    basta  che  io fu' per fare le vendette di mio padre con misser Iacopo
    Salviati,  il quale gli aveva fatto mille assassinamenti (secondo  che
    detto mio padre se ne doleva).  Pure disavedutamente gli feci una gran
    paura.  Del Farnese non vo' dir nulla,  perch si sentir al suo luogo
    quanto gli era bene che io l'avessi ammazzato.

    37.  Io  mi  attendevo a tirare le mie artiglierie,  e con esse facevo
    ognind qualche cosa notabilissima; di modo che io avevo acquistato un
    credito e una grazia col papa inistimabile.  Non passava  mai  giorno,
    che  io  non  ammazzassi  qualcun  degli inimici di fuora.  Essendo un
    giorno in fra gli altri, il Papa passeggiava per il mastio ritondo,  e
    vedeva in Prati un colonello spagnuolo,  il quale lui lo conosceva per
    alcuni contrassegni,  inteso che questo era stato gi al suo servizio;
    e in mentre che lo guardava,  ragionava di lui.  Io che ero di sopra a
    l'Agnolo,  e non sapevo nulla di questo,  ma vedevo uno uomo che stava
    l a fare aconciare trincee con una zagaglietta in mano, vestito tutto
    di rosato, disegnando quel che io potessi fare contra di lui, presi un
    mio  gerifalco  che io avevo quivi,  il qual pezzo si  maggiore e pi
    lungo di un sacro,  quasi come una mezza colubrina: questo pezzo io lo
    votai, di poi lo caricai con una buona parte di polvere fine mescolata
    con  la  grossa;  di  poi  lo  dirizzai benissimo a questo uomo rosso,
    dandogli un arcata maravigliosa, perch era tanto discosto, che l'arte
    non prometteva  tirare  cos  lontano  artiglierie  di  quella  sorta.
    Dttigli  fuoco  e  presi  apunto nel mezzo quel uomo rosso,  il quali
    s'aveva messo la spada per saccenteria dinanzi,  in un certo suo  modo
    spagnolesco:  che  giunta la mia palla della artiglieria,  percosso in
    quella spada, si vidde il ditto uomo diviso in dua pezzi. Il Papa, che
    tal cosa non aspettava, ne prese assai piacere e maraviglia, s perch
    gli pareva inpossibile che  una  artiglieria  potessi  giugnere  tanto
    lunge di mira,  e perch quello uomo esser diviso in dua pezzi, non si
    poteva accomodare e come questo  caso  star  potessi;  e  mandatomi  a
    chiamare, mi domand. Per la qual cosa io gli dissi tutta la diligenza
    che  io  avevo  osato  al modo del tirare;  ma per esser l'uomo in dua
    pezzi, n lui n io non sapevamo la causa.
    Inginocchiatomi, lo pregai che mi ribenedissi dell'omicidio, e d'altri
    che io ne avevo fatti in quel Castello in servizio della Chiesa.  Alla
    qual cosa il Papa,  alzato le mane e fattomi un patente crocione sopra
    la mia figura, mi disse che mi benediva,  e che mi perdonava tutti gli
    omicidii  che  io  avevo  mai fatti e tutti quelli che mai io farei in
    servizio della Chiesa appostolica.
    Partitomi, me ne andai su, e sollecitando non restavo mai di tirare; e
    quasi mai andava colpo vano.  Il mio disegnare e i mia begli studii  e
    la  mia  bellezza di sonare di musica,  tutte erano in sonar di quelle
    artiglierie, e s'i' avessi a dire particularmente le belle cose che in
    quella infernalit crudele io feci,  farei maravigliare il  mondo;  ma
    per non essere troppo lungo me le passo.
    Solo  ne  dir  qualcuna  di quelle pi notabile,  le quale mi sono di
    necessit;  e questo si ,  che pensando io giorno e notte quel che io
    potevo  fare per la parte mia in defensione della Chiesa,  considerato
    che i nimici cambiavano le guardie e passavano per il portone di Santo
    Spirito, il quale era tiro ragionevole,  ma,  perch il tiro mi veniva
    in  traverso,  non mi veniva fatto quel gran male che io desiderava di
    fare;  pure ogni giorno se ne  ammazzava  assai  bene:  in  modo  che,
    vedutosi e' nimici impedito cotesto passo, messono pi di trenta botti
    una  notte in su una cima di un tetto,  le quali mi impedivano cotesta
    veduta.  Io,  che pensai un po' meglio a cotesto caso  che  non  avevo
    fatto  prima,  volsi  tutti  a  cinque  i  mia  pezzi  di  artiglieria
    dirizzandogli alle ditte botti; e aspettato le ventidua ore in sul bel
    di rimetter le  guardie;  e  perch  loro,  pensandosi  esser  sicuri,
    venivano  pi  adagio  e pi folti che 'l solito assai,  il che,  dato
    fuoco ai mia soffioni,  non tanto gittai quelle botti  per  terra  che
    m'inpedivano,  ma  in  quella  soffiata  sola  ammazzai  pi di trenta
    uomini.  Il perch,  seguitando poi cos dua altre volte,  si misse  i
    soldati  in  tanto  disordine  che,  infra  che  gli  eran  pieni  del
    latrocinio del gran sacco,  desiderosi alcuni di quelli godersi le lor
    fatiche,   pi  volte  si  volsono  abottinare  per  andarsene.  Pure,
    trattenuti da quel lor valoroso capitano,  il quale si domandava  Gian
    di Urbino, con grandissimo lor disagio furno forzati pigliare un altro
    passo  per  il rimettere delle lor guardie;  il qual disagio importava
    pi di tre miglia, dove quel primo non era un mezzo.
    Fatto questa impresa,  tutti quei  signori  ch'erano  in  Castello  mi
    facevano  favori  maravigliosi.  Questo caso tale,  per esser di tanta
    importanza seguito, lo ho voluto contare per far fine a questo, perch
    non sono nella professione che mi muove a scrivere;  che se di  queste
    cose tale io volessi far bello la vita mia,  troppe me ne avanzeria da
    dirle. ccene sola un'altra che al suo luogo io la dir.

    38. Saltando innanzi un pezzo, dir come papa Clemente,  per salvare i
    regni  con tutta la quantit delle gran gioie della Camera apostolica,
    mi fece chiamare,  e rinchiusesi con il Cavalierino e io in una stanza
    soli.  Questo  Cavalierino  era  gi  stato  servitore della stalla di
    Filippo Strozzi: era franzese,  persona nata vilissima;  e per  essere
    gran  servitore,  papa  Clemente  lo aveva fatto ricchissimo,  e se ne
    fidava come di s stesso: in modo che il Papa detto,  e il Cavaliere e
    io rinchiusi nella detta stanza, mi messono innanzi li detti regni con
    tutta  quella  gran  quantit  di gioie della Camera apostolica;  e mi
    comisse che io le dovessi sfasciare tutte dell'oro,  in che  le  erano
    legate. E io cos feci; di poi le rinvolsi in poca carta ciascune e le
    cucimmo in certe farse adosso al Papa e al detto Cavalierino. Dipoi mi
    dettono  tutto  l'oro,  il  quale  era  in circa dugento libbre,  e mi
    dissono che io lo fondessi quanto pi segretamente che io poteva.
    Me ne andai a l'Agnolo,  dove era la stanza mia,  la quale  io  poteva
    serrare, che persona non mi dessi noia: e fattomi ivi un fornelletto a
    vento  di  mattoni  e  acconcio  innel  fondo  di  detto  fornello  un
    cenercciolo grandotto a guisa di  un  piattello,  gittando  l'oro  di
    sopra in su' carboni,  a poco a poco cadeva in quel piatto.  In mentre
    che questo fornello lavorava, io continuamente vigilavo come io potevo
    offendere gli inimici nostri;  e perch noi avevamo sotto  le  trincee
    degli  inimici nostri a manco di un trar di mano,  io facevo lor danno
    innelle dette  trincee  con  certi  passatoiacci  antichi,  che  erano
    parecchi cataste,  gi munizione del Castello. Avendo preso un sacro e
    un falconetto,  i quali erano tutti a dui  rotti  un  poco  in  bocca,
    questi  io  gli  empievo di quei passatoiacci;  e dando poi fuoco alle
    dette artiglierie,  volavano gi alla  impazzata  facendo  alle  dette
    trincee   molti   inaspettati  mali:  in  modo  che,   tenendo  questi
    continuamente in ordine,  in mentre che io fondevo il  detto  oro,  un
    poco  innanzi  all'ora  del  vespro  veddi  venire  in su l'orlo della
    trincea uno a cavallo in sun un muletto.  Velocissimamente  andava  il
    detto  muletto:  e  costui  parlava a quelli delle trincee.  Io stetti
    avvertito di dar fuoco alla mia artiglieria innanzi che egli giugnessi
    al mio diritto: cos col buon iudizio dato fuoco, giunto,  lo investi'
    con  un  di  quelli passatoi innel viso a punto: quel resto dettono al
    muletto,  il quale cadde morto: nella trincea sentissi un  grandissimo
    tumulto: detti fuoco a l'altro pezzo, non sanza lor gran danno. Questo
    si  era  il  principe  d'Orangio,  che  per di dentro delle trincee fu
    portato a una certa osteria quivi vicina, dove corse in breve tutta la
    nobilit dello esercito.
    Inteso papa Clemente  quello  che  io  avevo  fatto,  subito  mand  a
    chiamarmi,  e dimandatomi del caso,  io gli contai il tutto,  e di pi
    gli dissi che quello doveva essere  uomo  di  grandissima  importanza,
    perch in quella osteria,  dove e' l'avevano portato,  subito vi s'era
    ragunato tutti e' caporali di quello esercito,  per quel che  giudicar
    si  poteva.  Il Papa di bonissimo ingegno fece chiamare misser Antonio
    Santa Croce,  il  qual  gentiluomo  era  capo  e  guida  di  tutti  e'
    bombardieri,   come  ho  ditto:  disse  che  comandassi  a  tutti  noi
    bombardieri, che noi dovessimo dirizzare tutte le nostre artiglierie a
    quella detta casa, le quali erano un numero infinito, e che a un colpo
    di archibuso ogniuno dessi fuoco;  in modo che ammazzando  quei  capi,
    quello esercito, che era quasi in puntelli, tutto si metteva in rotta;
    e che talvolta Idio arebbe udite le loro orazione,  che cos frequente
    e' facevano,  e per quella via gli arebbe  liberati  da  quelli  impii
    ribaldi.  Messo  noi  in  ordine  le  nostre  artiglierie,  sicondo la
    commissione del Santa Croce aspettando il segno,  questo lo intese  il
    cardinal  Orsino,  e  cominci a gridare con il Papa,  dicendo che per
    niente non si dovessi far tal cosa,  perch erano  in  sul  concludere
    l'accordo,  e se que' ci si ammazzavano,  il campo sanza guida sarebbe
    per forza entrato in Castello,  e gli  arebbe  finiti  di  rovinare  a
    fatto:  pertanto non volevano che tal cosa si facessi.  Il povero Papa
    disperato,  vedutosi essere assassinato  drento  e  fuora,  disse  che
    lasciava il pensiero alloro. Cos, levatoci la commessione, io che non
    potevo stare alle mosse, quando io seppi che mi venivano a dare ordine
    che  io non tirassi,  detti fuoco a un mezzo cannone che io avevo,  il
    qual percosse in un pilastro di un cortile di  quella  casa,  dove  io
    vedevo  appoggiato  moltissime  persone.  Questo colpo fece tanto gran
    male ai nimici, che gli fu per fare abandonare la casa. Quel cardinale
    Orsino ditto mi voleva fare o impiccare o ammazzare in ogni modo; alla
    qual cosa il Papa arditamente mi difese.  Le gran parole che  occorson
    fra  loro,  se  bene  io  le  so,  non facendo professione di scrivere
    istorie, non mi occorre dirle: solo attender al fatto mio.

    39. Fonduto che io ebbi l'oro, io lo portai al Papa, il quale molto mi
    ringrazi di quello che io fatto avevo,  e commesse al Cavalierino che
    mi  donasse  venticinque  scudi,  scusandosi meco che non aveva pi da
    potermi dare. Ivi a pochi giorni si fece l'accordo. Io me ne andai col
    signor Orazio Baglioni insieme con trecento  compagni  alla  volta  di
    Perugia;  e  quivi il signor Orazio mi voleva consegnare la compagnia,
    la quale io per allora non volsi,  dicendo che volevo andare a  vedere
    mio padre in prima, e ricomperare il bando che io avevo di Firenze. Il
    detto signore mi disse, che era fatto capitano de' Fiorentini; e quivi
    era ser Pier Maria di Lotto,  mandato dai detti Fiorentini, a il quale
    il detto signor Orazio molto mi raccomand come suo uomo.  Cos me  ne
    venni   a   Firenze   con  parecchi  altri  compagni.   Era  la  peste
    inistimabile, grande. Giunti a Firenze,  trovai il mio buon padre,  il
    quale  pensava o che io fussi morto in quel Sacco,  o che allui ignudo
    io tornassi.  La qual cosa avenne tutto il contrario: ero vivo,  e con
    di  molti danari,  con un servitore,  e bene a cavallo.  Giunto al mio
    vecchio,  fu tanto l'allegrezza che io gli viddi,  che  certo  pensai,
    mentre che mi abbracciava e baciava, che per quella e' morissi subito.
    Raccntogli  tutte  quelle  diavolerie del Sacco,  e datogli una buona
    quantit di scudi in  mano,  li  quali  soldatescamente  io  me  avevo
    guadagnati,  apresso fattoci le carezze, il buon padre e io, subito se
    ne and agli Otto a ricomperarmi il bando;  e s'abbatt  per  sorte  a
    esser degli Otto un di quegli che me l'avevan dato,  ed era quello che
    indiscretamente aveva detto quella volt'a mio  padre,  che  mi  voleva
    mandare in villa co' lanciotti;  per la qual cosa mio padre us alcune
    accorte parole in atto di vendetta,  causate dai favori che  mi  aveva
    fatto  il  signor Orazio Baglioni.  Stando cos,  io dissi a mio padre
    come il signor Orazio mi aveva  eletto  per  capitano,  e  che  e'  mi
    conveniva  cominciare a pensare di fare la compagnia.  A queste parole
    sturbatosi subito il povero padre, mi preg per l'amor di Dio,  che io
    non  dovessi  attendere a tale impresa,  con tutto che lui cognoscessi
    che io saria atto a quella e a maggior cosa;  dicendomi  apresso,  che
    aveva  l'altro  figliuolo,  e  mio fratello,  tanto valorosissimo alla
    guerra, e che io dovessi attendere a quella maravigliosa arte, innella
    quale tanti anni e con s grandi studi io mi ero affaticato di poi. Se
    bene io gli promessi ubidirlo, pens come persona savia, che se veniva
    il signor Orazio, s per avergli io promesso e per altre cause, io non
    potrei mai mancare di non seguitare le cose della guerra;  cos con un
    bel modo pens levarmi di Firenze, dicendo cos:
    - O caro mio figliuolo,  qui  la peste inistimabile, grande, e mi par
    tuttavia di vederti tornare a casa con essa;  io mi  ricordo,  essendo
    giovane,  che io me ne andai a Mantova, nella qual patria io fui molto
    carezzato, e ivi stetti parecchi anni. Io ti priego e comando, che per
    amor mio, pi presto oggi che domani, di qui ti lievi e l te ne vada.

    40. Perch sempre m' dilettato di vedere il mondo,  e non essendo mai
    stato  a  Mantova,  volentieri  andai,  preso que' danari che io avevo
    portati;  e la maggior parte di essi ne lasciai  al  mio  buon  padre,
    prommettendogli  di  aiutarlo  sempre dove io fussi,  lasciando la mia
    sorella maggiore a guida del povero padre.  Questa aveva nome Cosa,  e
    non avendo mai voluto marito,  era accettata monaca in Santa Orsola, e
    cos soprastava per aiuto e governo del vecchio padre e per  guida  de
    l'altra  mia  sorella  minore,  la  quale  era  maritata  a  un  certo
    Bartolomeo scultore.  Cos partitomi con  la  benedizione  del  padre,
    presi  il mio buon cavallo,  e con esso me ne andai a Mantova.  Troppe
    gran cose arei da dire,  se minutamente  io  volessi  scrivere  questo
    piccol viaggio.  Per essere il mondo intenebrato di peste e di guerra,
    con grandissima difficult io pur poi mi condussi alla ditta  Mantova;
    innella quale giunto che io fui, cercai di cominciare a lavorare; dove
    io  fui  messo in opera da un certo maestro Nicol milanese,  il quale
    era orefice del Duca di detta Mantova.  Messo che io fui in opera,  di
    poi  dua giorni appresso io me ne andai a visitare misser Iulio Romano
    pittore eccellentissimo, gi ditto,  molto mio amico,  il quale misser
    Iulio  mi  fece carezze inestimabile ed ebbe molto per male che io non
    ero andato a scavalcare a casa sua;  il  quale  vivea  da  signore,  e
    faceva  una opera pel Duca fuor della porta di Mantova,  luogo detto a
    Te. Questa opera era grande e maravigliosa, come forse ancora si vede.
    Subito il ditto misser Iulio con molte onorate parole parl di  me  al
    Duca; il quale mi commesse che io gli facessi un modello per tenere la
    reliquia del sangue di Cristo, che gli hanno, qual dicono essere stata
    portata quivi da
    Longino;  di  poi  si  volse al ditto misser Iulio,  dicendogli che mi
    facessi un disegno per detto reliquiere. A questo, misser Iulio disse:
    - Signore,  Benvenuto  un uomo  che  non  ha  bisogno  delli  disegni
    d'altrui,  e questo Vostra Eccellenzia benissimo lo giudicher, quando
    la vedr il suo modello -.
    Messo mano a far questo ditto modello,  feci un disegno per  il  ditto
    reliquiere da potere benissimo collocare la ditta ampolla: di poi feci
    per di sopra un modelletto di cera.  Questo si era un Cristo assedere,
    che innella mana mancina levata in alto teneva la  sua  Croce  grande,
    con atto di appoggiarsi a essa; e con la mana diritta faceva segno con
    le dita di aprirsi la piaga del petto.  Finito questo modello, piacque
    tanto al Duca, che li favori furno inistimabili,  e mi fece intendere,
    che  mi  terrebbe al suo servizio con tal patto,  che io riccamente vi
    potrei stare. In questo mezzo, avendo io fatto reverenzia al Cardinale
    suo fratello, il detto Cardinale preg il Duca,  che fussi contento di
    lasciarmi fare il suggello pontificale di Sua Signoria reverendissima;
    il quale io cominciai.  In mentre che questa tal opera io lavoravo, mi
    sopraprese la febbre quartana;  la qual cosa,  quando questa febbre mi
    pigliava,  mi  cavava  de' sentimenti;  onde io maledivo Mantova e chi
    n'era padrone, e chi volentieri vi stava. Queste parole furono ridette
    al Duca da quel suo orefice milanese ditto,  il quale benissimo vedeva
    che 'l Duca si voleva servir di me.  Sentendo il detto Duca quelle mie
    inferme parole, malamente meco s 'adir; onde,  io essendo adirato con
    Mantova,  della stizza fummo pari.  Finito il mio suggello,  che fu un
    termine di quattro mesi,  con parecchi altre operette  fatte  al  Duca
    sotto nome del Cardinale,  da il ditto Cardinale io fui ben pagato;  e
    mi preg che io me ne tornassi a Roma in quella mirabil  patria,  dove
    noi ci eramo conosciuti.

    Partitomi  con una buona somma di scudi di Mantova,  giunsi a Governo,
    luogo dove fu ammazzato quel valorosissimo signor Giovanni.  Quivi  mi
    prese un piccol termine di febbre,  la quale non m'imped punto il mio
    viaggio, e restata innel ditto luogo, mai pi l'ebbi.  Di poi giunto a
    Firenze,  pensando  trovare il mio caro padre,  bussando la porta,  si
    fece alla finestra una certa gobba arrabbiata,  e mi  cacci  via  con
    assai villania,  dicendomi che io l'avevo fradicia. Alla qual gobba io
    dissi:
    - Oh dimmi, gobba perversa,  cc'elli altro viso in questa casa che 'l
    tuo? - No, col tuo malanno -.
    Alla qual io dissi forte:
    - E questo non ci basti dua ore -.
    A questo contrasto si fece fuori una vicina,  la qual mi disse che mio
    padre con tutti quelli della casa mia erano morti di peste:  onde  che
    io  parte me lo indovinavo,  fu la cagione che il duolo fu minore.  Di
    poi mi disse che solo era restata viva quella mia sorella  minore,  la
    quale  si  chiamava  Liperata,  che  era  istata raccolta da una santa
    donna,  la quale si domandava monna Andrea de' Bellacci.  Io mi parti'
    di  quivi  per  andarmene  all'osteria.   A  caso  rincontrai  un  mio
    amicissimo: questo si domandava Giovanni Rigogli.  Iscavalcato a  casa
    sua,  ce ne andammo in piazza,  dove io ebbi nuove che 'l mio fratello
    era vivo,  il quale io andai a trovare a casa di un suo amico,  che si
    domandava Bertino Aldobrandi. Trovato il fratello, e fattoci carezze e
    accoglienze infinite,  il perch si era, che le furno istrasordinarie,
    che a lui di me e a me di lui era stato dato nuove della morte di  noi
    stessi, di poi levato una grandissima risa, con maraviglia presomi per
    la mano, mi disse:
    -  Andiamo,  fratello,  che  io  ti  meno in luogo il quale tu mai non
    immagineresti: questo si ,  che io ho rimaritata la  Liperata  nostra
    sorella, la quale certissimo ti tiene per morto -.
    In  mentre  che  a  tal  luogo  andavamo,  contammo l'uno all'altro di
    bellissime cose avvenuteci; e giunti a casa,  dov'era la sorella,  gli
    venne  tanta stravaganza per la novit inaspettata ch'ella mi cadde in
    braccio tramortita;  e se e' non fossi  stato  alla  presenza  il  mio
    fratello,  l'atto fu tale sanza nessuna parola,  che il marito cos al
    primo non pensava che io fossi il suo fratello.  Parlando  Cechin  mio
    fratello  e  dando aiuto alla svenuta,  presto si riebbe;  e pianto un
    poco il padre,  la sorella,  il marito,  un suo figliuolino,  si dette
    ordine  alla cena;  e in quelle piacevol nozze in tutta la sera non si
    parl pi di morti, ma s bene ragionamenti da nozze.  Cos lietamente
    e con grande piacere finimmo la cena.

    41.  Forzato dai prieghi del fratello e della sorella, furno causa che
    io mi fermai a Firenze,  perch la voglia mia era volta a tornarmene a
    Roma.  Ancora  quel  mio caro amico - che io dissi prima in alcune mie
    angustie tanto aiutato da lui, questo si era Piero di Giovanni Landi -
    ancora questo Piero mi disse che io mi doverrei per alquanto fermare a
    Firenze; perch essendo i Medici cacciati di Firenze,  cio il signore
    Ipolito  e signore Alessandro,  quali furno poi un Cardinale e l'altro
    Duca di Firenze, questo Piero ditto mi disse,  che io dovessi stare un
    poco a vedere quel che si faceva. Cos cominciai a lavorare in Mercato
    Nuovo,  e legavo assai quantit di gioie e guadagnavo bene.  In questo
    tempo capit a Fiorenza un sanese chiamato Girolamo  Marretti:  questo
    sanese  era  stato  assai  tempo in Turchia,  ed era persona di vivace
    ingegno. Capitommi a bottega,  e mi dette a fare una medaglia d'oro da
    portare  in  un cappello;  volse in questa medaglia che io facessi uno
    Ercole che sbarrava la bocca a il lione.  Cos mi missi a farlo;  e in
    mentre che io lo lavorava,  venne Michelagnolo Buonaarroti pi volte a
    vederlo;  e perch io mi v'ero grandemente  affaticato,  l'atto  della
    figura  e  la  bravuria de l'animale molto diversa da tutti quelli che
    per insino allora avevano fatto tal cosa;  ancora per esser quel  modo
    del  lavorare  totalmente  incognito a quel divino Michelagnolo,  lod
    tanto questa mia opera, che a me crebbe tanto l'animo di far bene, che
    fu cosa inistimabile.  Ma perch io non avevo altra cosa che  fare  se
    non  legare  gioie,  che se bene questo era il maggior guadagno che io
    potessi fare, non mi contentavo,  perch desideravo fare opere d'altra
    virt  che  legar  gioie;  in questo accadde un certo Federigo Ginori,
    giovane di molto elevato spirito.  Questo giovane era stato  a  Napoli
    molti  anni,  e perch gli era molto bello di corpo e di presenza,  se
    era innamorato in Napoli di una principessa;  cos,  volendo fare  una
    medaglia  innella quale fussi un Atalante col mondo addosso,  richiese
    il gran Michelagnolo, che gne ne facessi un poco il disegno.  Il quale
    disse al ditto Federigo:
    -  Andate  a trovare un certo giovane orefice,  che ha nome Benvenuto;
    quello vi servir molto bene,  e certo che non gli accade mio disegno;
    ma  perch  voi non pensiate che di tal piccola cosa io voglia fuggire
    le fatiche,  molto volentieri vi far  un  poco  di  disegno:  intanto
    parlate  col  detto  Benvenuto,  che  ancora esso ne faccia un poco di
    modellino; di poi il meglio si metter in opera -.
    Mi venne a trovare questo Federigo Ginori,  e mi disse la sua volunt,
    appresso quanto quel maraviglioso Michelagnolo mi aveva lodato;  e che
    io ne dovessi fare ancora io un poco di modellino di cera,  in  mentre
    che  quel  mirabile  uomo  gli  aveva  promesso  di  fargli un poco di
    disegno.  Mi dette tanto animo quelle parole di quel grande uomo,  che
    io  subito  mi  messi  con  grandissima  sollecitudine a fare il detto
    modello;  e finito che io l'ebbi,  un certo dipintore molto  amico  di
    Michelagnolo, chiamato Giuliano Bugiardini, questo mi port il disegno
    de  l'Atalante.  Innel  medesimo tempo io mostrai al ditto Giuliano il
    mio modellino di cera: il quali era molto diverso da quel  disegno  di
    Michelagnolo;  talmente  che  Federigo  ditto  e  ancora il Bugiardino
    conclusono che io dovessi  farlo  sicondo  il  mio  modello.  Cos  lo
    cominciai,  e  lo vidde lo eccellentissimo Michelagnolo,  e me lo lod
    tanto,  che fu cosa inistimabile.  Questo era una figura,  come io  ho
    detto,  cesellata di piastra;  aveva il cielo addosso, fatto una palla
    di cristallo,  intagliato in essa il suo  zodiaco,  con  un  campo  di
    lapislazzuli: insieme con la ditta figura faceva tanto bel vedere, che
    era  cosa  inistimabile.  Era  sotto  un  motto  di lettere,  le quali
    dicevano "Summa tulisse juvat".  Sadisfattosi il  ditto  Federigo,  me
    liberalissimamente  pag.  Per  essere  in  questo tempo misser Aluigi
    Alamanni a Firenze,  era amico de il detto Federigo Ginori,  il  quale
    molte  volte  lo  condusse a bottega mia,  e per sua grazia mi si fece
    molto domestico amico.

    42.  Mosso la guerra papa Clemente alla citt  di  Firenze,  e  quella
    preparatasi alla difesa,  fatto la citt per ogni quartiere gli ordini
    delle milizie populare,  ancora io fui comandato  per  la  parte  mia.
    Riccamente  mi  messi  in  ordine: praticavo con la maggior nobilt di
    Firenze,  i quali molto d'accordo si vedevano  voler  militare  a  tal
    difesa, e fecesi quelle orazioni per ogni quartiere, qual si sanno. Di
    pi  si  trovavano  i  giovani  pi  che 'l solito insieme,  n mai si
    ragionava d'altra cosa che di questa.
    Essendo un giorno in sul mezzod in su la mia bottega una quantit  di
    omaccioni e giovani,  e' primi della citt,  mi fu portato una lettera
    di Roma,  la qual veniva da un certo chiamato in Roma maestro Iacopino
    della Barca. Questo si domandava Iacopo dello Sciorina, ma della Barca
    in  Roma,  perch  teneva  una barca che passava il Tevero infra Ponte
    Sisto e Ponte Santo Agnolo.  Questo maestro Iacopo era  persona  molto
    ingegnosa,  e  aveva piacevoli e bellissimi ragionamenti: era stato in
    Firenze gi maestro di levare opere a'  tessitori  di  drappi.  Questo
    uomo era molto amico di papa Clemente,  il quale pigliava gran piacere
    di  sentirlo  ragionare.   Essendo  un   giorno   in   questi   cotali
    ragionamenti,  si  cadde  in  proposito  e del Sacco e dell'azione del
    Castello: per la qual cosa il Papa, ricordatosi di me,  ne disse tanto
    bene quanto immaginar si possa;  e aggiunse, che se lui sapeva dove io
    fussi,  arebbe piacere di riavermi.  Il detto maestro Iacopo disse che
    io  ero  a  Firenze;  per  la  qual  cosa  il Papa gli commesse che mi
    scrivessi che io tornassi allui. Questa ditta lettera conteneva che io
    dovessi tornare al servizio di Clemente, e che buon per me.
    Quelli giovani che eran quivi alla presenza,  volevano pur sapere quel
    che  quella  lettera  conteneva;  per  la qual cosa,  il meglio che io
    potetti,   la  nascosi:  dipoi  iscrissi  al  ditto   maestro   Iacopo
    pregandolo,  che  n  per  bene n per male in modo nessuno lui non mi
    scrivessi. Il ditto, cresciutogli maggior voglia,  mi scrisse un'altra
    lettera, la quale usciva tanto de' termini, che se la si fussi veduta,
    io  sarei  capitato  male.  Questa diceva che,  da parte del Papa,  io
    andassi subito,  il quali mi voleva  operare  a  cose  di  grandissima
    importanza;  e che,  se io volevo far bene, che io lasciassi ogni cosa
    subito, e non istessi a far contro a un papa, insieme con quelli pazzi
    arrabbiati. Vista la lettera, la mi misse tanta paura,  che io andai a
    trovare  quel  mio caro amico,  che si domandava Pier Landi;  il quale
    vedutomi,  subito mi domand che  cosa  di  nuovo  io  avevo,  che  io
    dimostravo essere tanto travagliato.  Dissi al mio amico che, quel che
    io avevo che mi dava quel gran travaglio,  in modo nessuno  non  gliel
    potevo  dire;  solo lo pregavo che pigliassi quelle tali chiave che io
    gli davo,  e che rendessi le gioie e l'oro al terzo e al  quarto,  che
    lui  in  sun un mio libruccio troverebbe scritto;  di poi pigliassi la
    roba della mia casa,  e ne tenessi un poco di  conto  con  quella  sua
    solita  amorevolezza,  e  che  infra brevi giorni lui saprebbe dove io
    fussi.
    Questo savio giovane,  forse a un dipresso  imaginatosi  la  cosa,  mi
    disse:
    - Fratel mio,  va' via presto,  di poi scrivi, e delle cose tue non ti
    dare un pensiero -.
    Cos feci.  Questo fu il pi fedele amico,  il pi savio,  il  pi  da
    bene,  il pi discreto,  il pi amorevole che mai io abbia conosciuto.
    Partitomi di Firenze, me ne andai a Roma, e di quivi scrissi.

    43.  Subito che io giunsi in Roma,  ritrovato parte delli  mia  amici,
    dalli  quali io fui molto ben veduto e carezzato,  e subito mi messi a
    lavorare opere tutte da guadagnare e non di nome da descrivere. Era un
    certo vecchione orefice,  il quale si domandava  Raffaello  del  Moro.
    Questo era uomo di molta riputazione ne l'arte,  e nel resto era molto
    uomo da bene.  Mi preg che io fussi contento andare a lavorare  nella
    bottega sua,  perch aveva da fare alcune opere d'importanza, le quali
    erano di bonissimo guadagno: cos andai volentieri. Era passato pi di
    dieci giorni,  che io non m'ero fatto  vedere  a  quel  detto  maestro
    Iacopino della Barca;  il quale,  vedutomi a caso, mi fece grandissima
    accoglienza, e domandatomi quant'egli era che io ero giunto, gli dissi
    che gli era circa quindici giorni.  Questo uomo l'ebbe molto per male,
    e  mi  disse  che  io tenevo molto poco conto d'un papa,  il quale con
    grande istanzia di gi gli aveva fatto scrivere tre volte  per  me:  e
    io, che l'avevo ato molto pi per male di lui, nulla gli risposi mai,
    anzi  mi  ingozzavo  la  stizza.Questo uomo,  ch'era abundantissimo di
    parole, entr in sun una pesta e ne disse tante,  che pur poi,  quando
    io  lo viddi stracco,  non gli dissi altro,  se non che mi menassi dal
    Papa a sua posta; il qual rispose,  che sempre era tempo;  onde io gli
    dissi:
    - E io ancora son sempre parato -.
    Cominciatosi  a  'vviare  verso  il  palazzo,  e io seco (questo fu il
    Gioved santo),  giunti alle camere del Papa lui che era conosciuto  e
    io  aspettato,  subito fummo messi drento.  Era il Papa innel letto un
    poco indisposto e seco era misser Iacopo Salviati e  l'arcivescovo  di
    Capua.  Veduto  che  m'ebbe  il  Papa,  molto  strasordinariamente  si
    rallegr; e io, baciatogli e' piedi,  con quanta modestia io potevo me
    li   accostavo   appresso,   mostrando   volergli   dire  alcune  cose
    d'importanza. Subito fatto cenno con la mana,  il ditto missere Iacopo
    e l'arcivescovo si ritirorno molto discosto da noi.  Subito cominciai,
    dicendo:
    - Beatissimo Padre,  da poi che fu il Sacco in  qua,  io  non  mi  son
    potuto n confessare n comunicare,  perch non mi vogliono assolvere.
    Il caso  questo,  che quando io fonde' l'oro e feci quelle fatiche  a
    scior  quelle  gioie,  Vostra Santit dette commessione al Cavalierino
    che donasse un certo poco premio delle mie fatiche,  il quale  io  non
    ebbi nulla,  anzi mi disse pi presto villania. Andatomene su, dove io
    avevo fonduto il detto oro, levato le ceneri trovai in circa una libra
    e mezzo d'oro in tante granellette come panico;  e perch io non avevo
    tanti  danari  da  potermi  condurre onorevolmente a casa mia,  pensai
    servirmi di quelli,  e rendergli da poi  quando  mi  fusse  venuto  la
    comodit.  Ora  io  son qui a' piedi di Vostra Santit,  la quali  'l
    vero confessoro: quella mi faccia tanto di grazia  di  darmi  licenzia
    acci che io mi possa confessare e comunicare, e mediante la grazia di
    Vostra Santit, io riabbia la grazia del mio signor Idio -.
    Allora il Papa con un poco di modesto sospiro,  forse ricordandosi de'
    sua affanni, disse queste parole:
    - Benvenuto,  io sono certissimo quel che tu di' il  quale,  ti  posso
    assolvere  d'ogni inconveniente che tu avessi fatto,  e di pi voglio,
    s che liberissimamente e con buono animo di' su ogni cosa, ch, se tu
    avessi ato il valore di un di quei regni interi, io son dispostissimo
    a perdonarti -.
    Allora io dissi:
    - Altro non ebbi, beatissimo Padre,  che quanto io ho detto;  e questo
    non arriv al valore di cento quaranta ducati, che tanto ne ebbi dalla
    zecca  di  Perugia,  e  con  essi  n'andai  a confortare il mio povero
    vecchio padre -.
    Disse il Papa:
    - Tuo padre  stato  cos  virtuoso,  buono  e  dabbene  uomo,  quanto
    nascessi  mai,  e tu punto non traligni: molto m'incresce che i danari
    furno pochi;  per questi,  che tu di'  che  sono,  io  te  ne  fo  un
    presente,  e  tutto  ti perdono;  fa di questo fede al confessoro,  se
    altro non c' che attenga a me; di poi, confessato e comunicato che tu
    sia, lascerai' ti rivedere, e buon per te -.
    Spiccato che io mi fui dal Papa,  accostatosi il ditto misser Iacopo e
    l'arcivescovo,  il Papa disse tanto ben di me, quanto d'altro uomo che
    si possa dire al mondo; e disse che mi aveva confessato e assoluto; di
    poi aggiunse, dicendo a l'arcivescovo di Capua,  che mandassi per me e
    che  mi domandassi se sopra a quel caso bisognava altro,  che di tutto
    mi assolvessi,  che gnene dava intera autorit,  e di pi  mi  facessi
    quante  carezze quanto e' poteva.  Mentre che io me ne andavo con quel
    maestro Iacopino,  curiosissimamente mi domandava che serrati e lunghi
    ragionamenti  erano  stati  quelli  che  io  avevo  ati  col Papa: la
    qualcosa come e' m'ebbe dimandato pi di dua volte,  gli dissi che non
    gnene volevo dire,  perch non eran cose che s'attenessino allui; per
    non me ne dimandassi pi.  Andai a fare tutto quello che  ero  rimasto
    col Papa; di poi, passato le due feste, lo andai a visitare: il quale,
    fattomi pi carezze che prima, mi disse:
    -  Se  tu venivi un poco prima a Roma,  io ti facevo rifare quella mia
    dua regni,  che noi guastammo in Castello;  ma perch e' le son  cose,
    dalle  gioie di fuora,  di poca virt,  io ti adoperer a una opera di
    grandissima importanza,  dove tu potrai mostrare quel che tu sai fare.
    E questo si  il bottone del peviale (il quale si fa tondo a foggia di
    un tagliere,  e grande quanto un taglieretto, di un terzo di braccio):
    in questo io voglio che si faccia un Dio Padre di mezzo rilievo,  e in
    mezzo  al  detto  voglio  accomodare  questa  bella punta del diamante
    grande con  molte  altre  gioie  di  grandissima  importanza.  Gi  ne
    cominci  uno  Caradosso,  e non lo fin mai;  questo io voglio che si
    finisca presto, perch me lo voglio ancora io godere qualche poco;  s
    che va', e fa' un bel modellino -.
    E mi fece mostrare tutte le gioie; onde io affusolato subito andai.

    44.  In  mentre  che  l'assedio  era intorno a Firenze,  quel Federigo
    Ginori,  a chi io avevo fatto la medaglia de l'Atalante,  si  mor  di
    tisico, e la ditta medaglia capit alle mane di misser Luigi Alamanni,
    il  quale  in ispazio di breve tempo la port egli medesimo a donare a
    re Francesco,  re di  Francia,  con  alcuni  sua  bellissimi  scritti.
    Piacendo  oltramodo  questa  medaglia  al Re,  il virtuosissimo misser
    Luigi Alamanni parl di  me  con  Sua  Maest  alcune  parole  di  mia
    qualit,  oltra l'arte, con tanto favore, che il Re fece segno di aver
    voglia di  conoscermi.  Con  tutta  la  sollecitudine  che  io  potevo
    sollecitando  quel  detto modelletto,  il quale facevo della grandezza
    apunto che doveva essere l'opera,  risentitosi ne l'arte degli orefici
    molti di quelli,  che pareva loro essere atti a far tal cosa; e perch
    gli era venuto a Roma un certo  Micheletto,  molto  valente  uomo  per
    intagliare corniuole, ancora era intelligentissimo gioielliere, ed era
    uomo  vecchio  e  di molta riputazione: erasi intermesso alla cura de'
    dua regni del  Papa:  faccendo  io  questo  detto  modello,  molto  si
    maravigli  che  io  non  avevo  fatto  capo allui,  essendo pure uomo
    intelligente e in credito assai del Papa.  A l'ultimo,  veduto che  io
    non andavo dallui, lui venne da me domandandomi quello che io facevo:
    - Quel che m'ha comisso il Papa - gli risposi. Allora e' disse:
    -  Il  Papa  m'ha  comisso  che io vegga tutte queste cose che per Sua
    Santit si fanno -.
    Al quale io dissi che ne dimanderei prima il Papa,  di poi saprei quel
    che  io  gli  avessi a rispondere.  Mi disse che io me ne pentirei;  e
    partitosi da me adirato,  si trov insieme con tutti quelli dell'arte,
    e ragionando di questa cosa, dettono il carico al detto Michele tutti;
    il  quale,  con  quel  suo  buono  ingegno  fece fare da certi valenti
    disegnatori pi di trenta disegni tutti variati l'uno  dall'altro,  di
    questa  cotale impresa.  E perch gli aveva a sua posta l'orecchio del
    Papa,  accordatosi con un altro  gioielliere,  il  quale  si  chiamava
    Pompeo,  milanese (questo era molto favorito dal Papa,  ed era parente
    di misser Traiano primo cameriere del Papa),  cominciorno questi  dua,
    cio  Michele  e  Pompeo,  a  dire  al  Papa  che avevano visto il mio
    modello,  e che pareva loro che io non fossi  strumento  atto  a  cos
    mirabile  impresa.  A  questo il Papa disse che l'aveva a vedere anche
    lui; di poi,  non essendo io atto,  si cercherebbe chi fussi.  Dissono
    tutt'a  dua,  che  avevano parecchi disegni mirabili sopra tal cosa: a
    questo il Papa disse che l'aveva caro assai,  ma che  non  gli  voleva
    vedere prima che io avessi finito il mio modello; di poi vedrebbe ogni
    cosa  insieme.  Infra  pochi  giorni io ebbi finito il mio modello,  e
    portatolo una mattina  su  dal  Papa,  quel  misser  Traiano  mi  fece
    aspettare, e in questo mezzo mand con diligenzia per Micheletto e per
    Pompeo, dicendo loro che portassino i disegni.
    Giunti che e' furno,  noi fummo messi drento;  per la qual cosa subito
    Michele e Pompeo cominciorno a squadernare i lor disegni,  e il Papa a
    vedergli.  E  perch  i  disegnatori fuor de l'arte del gioiellare non
    sanno la situazione delle gioie, ne manco coloro che erano gioiellieri
    non l'avevano insegnata loro: perch  forza a un gioielliere,  quando
    infra  le  sue  gioie  intervien  figure,  ch'egli  sappia  disegnare,
    altrimenti non gli vien fatto cosa  buona;  di  modo  che  tutti  que'
    disegni  avevano  fitto quel maraviglioso diamante nel mezzo del petto
    di quel Dio Padre. Il Papa, che pure era di bonissimo ingegno,  veduto
    questa cosa tale, non gli finiva di piacere; e quando e' n'ebbe veduto
    insino a dieci, gittato el resto in terra, disse a me, che mi stavo l
    da canto:
    - Mostra un po' qua,  Benvenuto, il tuo modello, acci che io vegga se
    tu sei nel medesimo errore di costoro -.
    Io fattomi innanzi e  aperto  una  scatoletta  tonda,  parve  che  uno
    splendore dessi proprio negli occhi del Papa; e disse con gran voce:
    - Se tu mi fussi stato in corpo, tu non l'aresti fatto altrimenti come
    io veggo: costoro non sapevano altro modo a vituperarsi -.

    Accostatisi molti gran signori, il Papa mostrava la differenza che era
    dal mio modello a' lor disegni.  Quando l'ebbe assai lodato,  e coloro
    spaventati e goffi alla presenza,  si volse a me  e  disse;  -  Io  ci
    cognosco apunto un male che  d'importanza grandissima. Benvenuto mio,
    la cera  facile da lavorare; il tutto  farlo d'oro -.
    A queste parole io arditamente risposi dicendo:
    -  Beatissimo Padre,  se io non lo fo meglio dieci volte di questo mio
    modello, sia di patto che voi non me lo paghiate -.
    A queste parole si lev un gran tomulto fra quei signori,  dicendo che
    io  promettevo  troppo.   V'era  un  di  questi  signori,  grandissimo
    filosofo, il quale disse in mio favore:
    - Di quella bella finnusumia e simitria di  corpo,  che  io  veggo  in
    questo giovane, mi prometto tutto quello che dice, e da vantaggio -.
    Il Papa disse:
    - E' per che io lo credo ancora io -.
    Chiamato  quel  suo  cameriere misser Traiano,  gli disse che portassi
    quivi cinquecento ducati d'oro di Camera.  In mentre che i  danari  si
    aspettavano,  il  Papa di nuovo pi adagio considerava in che bel modo
    io avevo accomodato il diamante con quel Dio  Padre.  Questo  diamante
    l'avevo apunto messo in mezzo di questa opera, e sopra d'esso diamante
    vi  avevo accomodato a sedere il Dio Padre in un certo bel modo svolto
    che dava bellissima  accordanza,  e  non  occupava  la  gioia  niente:
    alzando  la  man diritta dava la benedizione.  Sotto al detto diamante
    avevo accomodato tre  puttini,  che  co  le  braccia  levate  in  alto
    sostenevano  il  ditto diamante.  Un di questi puttini di mezzo era di
    tutto rilievo;  gli altri dui erano di mezzo.  A l'intorno  era  assai
    quantit  di puttini diversi,  accomodati con l'altre belle gioie.  Il
    resto de Dio Padre aveva uno amanto che svolazzava,  dil quale  usciva
    di molti puttini,  con molti altri belli ornamenti,  li quali facevano
    bellissimo vedere.  Era questa opera fatta di uno stucco bianco  sopra
    una pietra negra. Giunto i danari, il Papa di sua mano me gli dette, e
    con grandissima piacevolezza mi preg, che io facessi di sorte che lui
    l'avessi a' sua d, e che buon per me.

    44.  Portatomi  via  i  danari  e  il  modello,  mi parve mill'anni di
    mettervi le mane. Cominciato subito con gran sollecitudine a lavorare,
    in capo di otto giorni il Papa mi mand a dire per un  suo  cameriere,
    grandissimo  gentiluomo  bolognese,  che  io  dovessi andar da lui,  e
    portare quello che io avevo lavorato.  Mentre che  io  andavo,  questo
    ditto  cameriere,  che  era  la pi gentil persona che fussi in quella
    Corte,  mi diceva che non tanto il Papa volessi veder quell'opera,  ma
    me ne voleva dare un'altra di grandissima importanza;  e questa si era
    le stampe delle monete della zecca di Roma;  e che  io  mi  armassi  a
    poter  rispondere  a  Sua  Santit:  che  per  questo  lui me ne aveva
    avvertito.  Giunsi dal Papa,  e squadernatogli quella  piastra  d'oro,
    dove era gi isculpito Idio Padre solo, il quale cos bozzato mostrava
    pi virt che quel modelletto di cera;  di modo che il Papa stupefatto
    disse:
    - Da ora innanzi tutto quello che tu dirai,  ti  voglio  credere  -  e
    fattomi molti sterminati favori, disse:
    - Io ti voglio dare un'altra impresa, la quale mi sarebbe cara quant'
    questa  e  pi,  se ti dessi il cuor di farla -;  e dittomi che arebbe
    caro di far le stampe delle sue monete,  e domandandomi se io  n'avevo
    pi fatte,  e se me ne dava il cuore di farle,  io dissi che benissimo
    me ne dava il cuore, e che io avevo veduto come le si facevano; ma che
    io no n'avevo mai fatte. Essendo alla presenza un certo misser Tommaso
    da Prato, il quale era datario di sua Santit,  per essere molto amico
    di quelli mia nimici, disse:
    - Beatissimo Padre, gli favori che fa Vostra Santit a questo giovane,
    e  lui  per natura arditissimo,  son causa che lui vi prometterebbe un
    mondo di nuovo;  perch,  avendogli dato una  grande  impresa,  e  ora
    aggiugnendognene  una  maggiore,  saranno  causa  di  dar l'una noia a
    l'altra -.
    Il Papa adirato se gli volse e disse, gli badassi all'uffizio suo; e a
    me impose che io facessi un modello d'un doppione  largo  d'oro  innel
    quale  voleva  che  fussi  un  Cristo  ignudo con le mane legate,  con
    lettere che dicessino "Ecce Homo";  e un rovescio dove fussi un papa e
    uno  imperatore,  che  dirizzassino  d'accordo  una  croce,  la  quale
    mostrassi di cadere,  con lettere che dicessino "Unus spiritus et  una
    fides   erat  in  eis".   Commessomi  il  Papa  questa  bella  moneta,
    sapragiunse il Bandinello scultore,  il  quale  non  era  ancor  fatto
    cavaliere, e con la sua solita prosunzione vestita d'ignoranzia disse:
    - A questi orafi, di queste cose belle bisogna lor fare e' disegni -.
    Al  quale  io  subito mi volsi e dissi che io non avevo bisogno di sua
    disegni per l'arte mia; ma che io speravo bene con qualche tempo,  che
    con  i  mia  disegni  io darei noia all'arte sua.  Il Papa mostr aver
    tanto caro queste parole,  quanto immaginar si possa,  e voltosi a me,
    disse:
    - Va',  pur,  Benvenuto mio,  e attendi animosamente a servirmi, e non
    prestare orecchio alle parole di questi pazzi -.
    Cos partitomi,  e con gran prestezza feci dua ferri;  e stampato  una
    moneta in oro,  portato una domenica doppo desinare la moneta e' ferri
    al Papa, quando la vidde,  restato maravigliato e contento,  non tanto
    della  bella  opera  che  gli  piaceva  oltramodo,  ancora  pi lo fe'
    maravigliare la prestezza che io avevo usata.  E  per  accrescere  pi
    satisfazione e maraviglia al Papa, avevo meco portato tutte le vecchie
    monete  che  s'erano  fatte  per  l'adietro da quei valenti uomini che
    avevano servito papa Iulio e papa Lione; e veduto che le mie molto pi
    satisfacevano,  mi cavai di petto un moto  proprio  per  il  quale  io
    domandavo quel detto uffizio del maestro delle stampe della zecca;  il
    quale uffizio dava sei scudi d'oro di provisione il mese,  sanza che i
    ferri  poi  erano pagati dal zecchiere,  che se ne dava tre al ducato.
    Preso il Papa il mio moto proprio e  voltosi,  lo  dette  in  mano  al
    datario,  dicendogli  che  subito me lo spedissi.  Preso il datario il
    moto proprio e volendoselo mettere innella tasca, disse:
    - Beatissimo Padre, Vostra Santit non corra cos a furia;  queste son
    cose che meritano qualche considerazione -.
    Allora il Papa disse:
    - Io v'ho inteso;  date qua quel moto proprio - e presolo, di sua mano
    subito lo segn; poi datolo allui disse:
    - Ora non c' pi replica; speditegne voi ora,  perch cos voglio,  e
    val  pi  le  scarpe  di Benvenuto che gli occhi di tutti questi altri
    balordi -.
    E cos  ringraziato  Sua  Santit,  lieto  oltremodo  me  ne  andai  a
    lavorare.

    46.  Ancora lavoravo in bottega di quel Raffaello del Moro sopraditto.
    Questo uomo da bene aveva una sua bella figlioletta,  per la quale lui
    mi  aveva fatto disegno adosso;  e io,  essendomene in parte avveduto,
    tal cosa desideravo,  ma in mentre che io avevo questo  desiderio,  io
    non lo dimostravo niente al mondo; anzi istavo tanto costumato, che i'
    gli facevo maravigliare. Accadde, che a questa povera fanciulletta gli
    venne   una   infermit  innella  mana  ritta,   la  quale  gli  aveva
    infradiciato quelle dua ossicina  che  seguitano  il  dito  mignolo  e
    l'altro accanto al mignolo.  E perch la povera figliuola era medicata
    per la inavvertenza del padre da un  medicaccio  ignorante,  il  quale
    disse  che  questa povera figliuola resterebbe storpiata di tutto quel
    braccio ritto,  non gli avvenendo peggio;  veduto io il  povero  padre
    tanto  sbigottito,  gli  dissi  che non credessi tutto quel che diceva
    quel medico ignorante.  Per la  qual  cosa  lui  mi  disse  non  avere
    amicizia  di medici nissuno cerusici,  e che mi pregava,  che se io ne
    conoscevo qualcuno,  gnene  avviassi.  Subito  feci  venire  un  certo
    maestro Iacomo perugino uomo molto eccellente nella cerusia;  e veduto
    che egli ebbe questa  povera  figlioletta,  la  quale  era  sbigottita
    perch  doveva  avere  presentito  quello  che aveva detto quel medico
    ignorante,  dove questo intelligente disse che  ella  non  arebbe  mal
    nessuno  e  che  benissimo si servirebbe della sua man ritta,  se bene
    quelle dua dita ultime fussino state un po' pi debolette de  l'altre,
    per  questo  non  gli  darebbe  una  noia  al  mondo.  E  messo mano a
    medicarla, in ispazio di pochi giorni volendo mangiare un poco di quel
    fradicio di quelli ossicini,  il  padre  mi  chiam,  che  io  andassi
    anch'io a vedere un poco quel male,  che a questa figliuola si aveva a
    fare.  Per la qual cosa preso il  ditto  maestro  Iacopo  certi  ferri
    grossi,  e  veduto  che con quelli lui faceva poca opera e grandissimo
    male alla ditta figliuola,  dissi al maestro che si fermassi e che  mi
    aspettassi  uno  ottavo  d'ora.  Corso  in  bottega  feci un ferrolino
    d'acciaio finissimo e torto; e radeva.
    Giunto al maestro,  cominci con tanta gentilezza a lavorare,  che lei
    non sentiva punto di dolore, e in breve di spazio ebbe finito.
    A questo, oltra l'altre cose, questo uomo da bene mi pose tanto amore,
    pi  che non aveva a dua figliuoli mastii,  e cos attese a guarire la
    bella figlioletta.  Avendo grandissima amicizia con  un  certo  misser
    Giovanni Gaddi, il quale era cherico di camera; questo misser Giovanni
    si dilettava grandemente delle virt, con tutto che in lui nessuna non
    ne  fussi.  Istava seco un certo misser Giovanni,  greco,  grandissimo
    litterato;  un misser Lodovico da Fano  simile  a  quello,  litterato;
    messer Antonio
    Allegretti;  allora misser Annibal Caro giovane. Di fuora eramo misser
    Bastiano veniziano, eccellentissimo pittore, e io; e quasi ogni giorno
    una volta ci rivedevamo col ditto misser Giovanni: dove che per questa
    amicizia quell'uomo da bene di Raffaello orefice disse al ditto misser
    Giovanni:
    - Misser Giovanni mio,  voi mi cognoscete,  e perch  io  vorrei  dare
    quella  mia  figlioletta  a Benvenuto,  non trovando miglior mezzo che
    Vostra Signoria, vi prego che me ne aiutate,  e voi medesimo delle mie
    facult gli facciate quella dota che allei piace -.
    Questo  uomo  cervellino  non  lasci a pena finir di dire quel povero
    uomo da bene, che sanza un proposito al mondo gli disse:
    - Non parlate pi,  Raffaello,  di questo  perch  voi  ne  siete  pi
    discosto che il gennaio dalle more -.
    Il  povero uomo,  molto isbattuto,  presto cerc di maritarla;  e meco
    istavano la madre d'essa e tutti ingrognati, e io non sapevo la causa:
    e parendomi che mi pagassin di cattiva moneta di pi cortesie,  che io
    avevo usato loro, cercai di aprire una bottega vicino a loro.
    Il ditto misser Giovanni non disse nulla in sin che la ditta figliuola
    non  fu  maritata,  la  qual  cosa  fu  in  ispazio  di parecchi mesi.
    Attendevo con gran sollecitudine a finire l'opera  mia  e  servire  la
    zecca,  ch  di  nuovo mi commisse il Papa una moneta di valore di dua
    carlini,  innella quale era il ritratto della testa di Sua Santit,  e
    da  rovescio  un  Cristo  in sul mare,  il quale porgeva la mana a San
    Pietro, con lettere intorno che dicevano:
    "Quare dubitasti?".  Piacque questa moneta  tanto  oltramodo,  che  un
    certo  segretario  del Papa,  uomo di grandissima virt,  domandato il
    Sanga, disse:
    - Vostra Santit si pu gloriare d'avere una sorta di monete, la quale
    non si vede negli antichi, con tutte le lor pompe -.
    A questo il Papa rispose:
    - Ancora Benvenuto si pu gloriare di servire uno imperatore par  mio,
    che lo cognosca -.
    Seguitando la grande opera d'oro,  mostrandola spesso al Papa, la qual
    cosa lui mi sollecitava di vederla, e ogni giorno pi si maravigliava.

    47. Essendo un mio fratello in Roma al servizio del duca Lessandro, al
    quale in questo tempo il Papa  gli  aveva  procacciato  il  ducato  di
    Penna;  stava al servizio di questo Duca moltissimi soldati, uomini da
    bene, valorosi, della scuola di quello grandissimo signor Giovanni de'
    Medici,  e il mio fratello in fra di loro,  tenutone conto  dal  ditto
    Duca  quanto  ciascuno  di  quelli altri pi valorosi.  Era questo mio
    fratello un giorno doppo desinare in  Banchi  in  bottega  d'un  certo
    Baccino della
    Croce,  dove  tutti  quei  bravi  si riparavano: erasi messo in su una
    sedia e dormiva.  In questo tanto passava la corte  del  bargello,  la
    quale ne menava prigione un certo capitan Cisti,  lombardo,  anche lui
    della scuola di quel gran signor Giovannino,  ma  non  istava  gi  al
    servizio  del Duca.  Era il capitano Cattivanza degli Strozzi in su la
    bottega del detto Baccino della Croce.  Veduto il ditto capitan  Cisti
    il capitan Cattivanza degli Strozzi. gli disse:
    -  Io  vi portavo quelli parecchi scudi che io v'ero debitore;  se voi
    gli volete, venite per essi prima che meco ne vadino in prigione -.
    Era questo capitano volentieri a mettere  al  punto,  non  si  curando
    sperimentarsi, per che, trovatosi quivi alla presenza certi bravissimi
    giovani pi volonterosi che forti a s grande impresa,  disse loro che
    si accostassino al capitan Cisti,  e che si facessin dare  quelli  sua
    danari,  e  che,  se  la corte faceva resistenza,  loro a lei facessin
    forza,  se a loro ne bastava la vista.  Questi giovani  erano  quattro
    solamente,  tutti  a quattro sbarbati;  e il primo si chiamava Bertino
    Aldobrandi, l'altro Anguillotto dal Lucca: degli altri non mi sovviene
    il nome.  Questo Bertino era stato allevato e vero discepolo  del  mio
    fratello,  e il mio fratello voleva allui tanto smisurato bene, quanto
    immaginar si possa.  Eccoti i quattro bravi giovani  accostatisi  alla
    corte  del  bargello,  i  quali  erano  pi  di cinquanta birri in fra
    picche, archibusi e spadoni a dua mane.  In breve parole si misse mano
    a  l'arme,  e  quei  quattro giovani tanto mirabilmente strignevano la
    corte,  che se il capitano Cattivanza solo si fussi  mostro  un  poco,
    sanza  metter mano all'arme,  quei giovani mettevano la corte in fuga;
    ma soprastati alquanto,  quel Bertino tocc certe ferite d'importanza,
    le  quale lo batterno per terra: ancora Anguillotto nel medesimo tempo
    tocc una ferita innel braccio dritto, che non potendo pi sostener la
    spada,  si ritir il meglio che potette;  gli altri feciono il simile;
    Bertino Aldobrandi fu levato di terra malamente ferito.

    48.  In  tanto  che  queste cose seguivano,  noi eramo tutti a tavola.
    Perch la mattina s'era desinato pi d'un'ora pi tardi che 'l  solito
    nostro.  Sentendo questi romori, un di quei figliuoli, il maggiore, si
    rizz da tavola per andare a vedere questa mistia. Questo si domandava
    Giovanni, al quale io dissi:
    - Di grazia non andare, perch a simili cose sempre si vede la perdita
    sicura sanza nullo di guadagno -: il simile gli diceva suo padre:
    - Deh, figliuol mio, non andare -.
    Questo giovane, senza udir persona,  corse gi pella scala.  Giunto in
    Banchi,  dove  era  la  gran  mistia,  veduto  Bertino levar di terra,
    correndo, tornando adrieto,  si riscontr in Cechino mio fratello,  il
    quali  lo  domand  che  cosa  quella era.  Essendo Giovanni da alcuni
    accennato che tal cosa non dicessi  al  ditto  Cecchino,  disse  a  la
    'npazzata  come  gli  era  che  Bertino Aldobrandi era stato ammazzato
    dalla corte.  Il mio povero fratello misse s grande il  mugghio,  che
    dieci miglia si sarebbe sentito; di poi disse a Giovanni:
    -  Oim,  saprestimi  tu dire chi di quelli me l'ha morto?  - Il ditto
    Giovanni disse che s,  e che gli era  un  di  quelli  che  aveva  uno
    spadone  a  dua  mane,  con una penna azzurra nella berretta.  Fattosi
    innanzi il mio povero fratello e conosciuto per quel  contrassegno  lo
    omicida, gittatosi con quella sua maravigliosa prestezza e bravuria in
    mezzo a tutta quella corte, e sanza potervi rimediare punto, messo una
    stoccata nella trippa, e passato dall'altra banda il detto, cogli elsi
    della  spada lo spinse in terra,  voltosi agli altri con tanta virt e
    ardire,  che tutti lui solo metteva in fuga: se non che,  giratosi per
    dare  a  uno  archibusiere,  il  quale  per  propia  necessit sparato
    l'archibuso,  colse il valoroso sventurato giovane sopra il  ginocchio
    della  gamba  dritta;  e posto in terra,  la ditta corte mezza in fuga
    sollecitava  a  'ndarsene,   acci  che  un  altro  simile  a   questo
    sopraggiunto  non fossi.  Sentendo continuare quel tomulto,  ancora io
    levatomi da tavola, e messomi la mia spada accanto, che per ugniuno in
    quel tempo si portava,  giunto al ponte Sant'Agnolo viddi un ristretto
    di  molti uomini: per la qual cosa fattomi innanzi,  essendo da alcuni
    di quelli conosciuto,  mi fu fatto largo e mostromi quel che manco  io
    arei voluto vedere,  se bene mostravo grandissima curiosit di vedere.
    In prima giunta nol cognobbi,  per essersi vestito di panni diversi da
    quelli che poco innanzi io l'avevo veduto; di modo che, conosciuto lui
    prima me, disse:
    -  Fratello carissimo,  non ti sturbi il mio gran male,  perch l'arte
    mia tal cosa mi prometteva;  fammi levare di qui presto,  perch poche
    ore ci  di vita -.
    Essendomi  conto  il  caso  in  mentre che lui mi parlava,  con quella
    brevit che cotali accidenti promettono, gli risposi:
    - Fratello,  questo  il maggior dolore e il  maggior  dispiacere  che
    intervenir mi possa in tutto il tempo della vita mia: ma ist di buona
    voglia,  che  innanzi  che  tu perda la vista,  di chi t'ha fatto male
    vedrai le tua vendette fatte per le mia mane -.
    Le sue parole e le mie furno di questa sustanzia, ma brevissime.

    49.  Era la corte discosto da  noi  cinquanta  passi,  perch  Maffio,
    ch'era  lor  bargello,  n'aveva  fatto tornare una parte per levar via
    quel caporale che il mio fratello aveva ammazzato; di modo che, avendo
    camminato prestissimo quei parecchi passi  rinvolto  e  serrato  nella
    cappa,  ero giunto a punto accanto a Maffio, e certissimo l'ammazzavo,
    perch i populi erano assai, e io m'ero intermesso fra quelli.  Di gi
    con quanta prestezza immaginar si possa avendo fuor mezza la spada, mi
    si gett per di drieto alle braccia Berlinghier Berlinghieri,  giovane
    valorosissimo e mio grande amico,  e seco era  quattro  altri  giovani
    simili a lui, e' quali dissono a Maffio:
    - Lvati, ch questo solo t'ammazzava -.
    Dimandato Maffio - chi  questo? - dissono:
    - Questo  fratello di quel che tu vedi l, carnale -.
    Non  volendo intendere altro,  con sollecitudine si ritir in Torre di
    Nona, e a me dissono:
    - Benvenuto,  questo impedimento che noi ti abbiamo  dato  contra  tua
    voglia,  s' fatto a fine di bene: ora andiamo a soccorrere quello che
    star poco a morire -.
    Cos voltici, andammo dal mio fratello, il quale io lo feci portare in
    una casa.  Fatto subito un consiglio di medici,  lo medicorno,  non si
    risolvendo  a  spiccargli  la  gamba  affatto,  che  talvolta  sarebbe
    campato. Subito che fu medicato, comparse quivi il duca Lessandro,  il
    quale faccendogli carezze (stava ancora il mio fratello in s),  disse
    al duca Lessandro:
    - Signor mio,  d'altro non mi dolgo,  se none che  Vostra  Eccellenzia
    perde  un servitore,  del quale quella ne potria trovare forse de' pi
    valenti di questa professione,  ma non che con tanto amore e  fede  vi
    servissino, quanto io faceva -.
    Il  Duca  disse  che  s'ingegnasse  di vivere;  de' resto benissimo lo
    cognosceva per uomo da bene e valoroso.  Poi si  volse  a  certi  sua,
    dicendo loro che di nulla si mancasse a quel valoroso giovane. Partito
    che fu il Duca,  l'abundanzia del sangue, qual non si poteva stagnare,
    fu causa di cavarlo del cervello;  in modo che la notte seguente tutta
    farnetic, salvo che volendogli dare la comunione, disse:
    -  Voi facesti bene a confessarmi dianzi: ora questo sacramento divino
    non  possibile che io lo possa  ricevere  in  questo  di  gi  guasto
    istrumento:  solo  contentatevi  che io lo gusti con la divinit degli
    occhi per i quali sar ricevuto dalla immortale anima  mia;  e  quella
    sola allui chiede misericordia e perdono -.
    Finite queste parole, levato il Sacramento, subito torn alle medesime
    pazzie  di prima,  le quali erano composte dei maggiori furori,  delle
    pi orrende parole che mai potessimo immaginare  gli  uomini;  n  mai
    cess  in  tutta  notte  insino  al giorno.  Come il sole fu fuora del
    nostro orizzonte si volse a me e mi disse:
    - Fratel mio,  io non voglio pi star qui,  perch costoro mi farebbon
    fare  qualche gran cosa,  di che e' s'arebbono a pentire d'avermi dato
    noia -,  e scagliandosi con l'una e l'altra gamba,  la quale  noi  gli
    avevamo  messo  in  una  cassa molto ben grave,  la tramut in modo di
    montare a cavallo: voltandosi a me col viso disse tre volte:
    - Adio,  adio - e l'ultima parola se ne and con  quella  bravosissima
    anima.
    Venuto  l'ora debita,  che fu in sul tardi a ventidua ore,  io lo feci
    sotterrare con grandissimo onore innella chiesa de' Fiorentini,  e  di
    poi gli feci fare una bellissima lapida di marmo,  innella quale vi si
    fece alcuni trofei e bandiere intagliate.
    Non voglio lasciare in drieto,  che domandandolo un di quei sua amici,
    chi gli aveva dato quell'archibusata,  se egli lo ricognoscessi, disse
    di s, e dettegli e' contrassegni;  e' quali,  se bene il mio fratello
    s'era guardato da me che tal cosa io non sentissi,  benissimo lo avevo
    inteso, e al suo luogo si dir il seguito.

    50.  Tornando alla ditta lapida,  certi  maravigliosi  litterati,  che
    conoscevano  il  mio fratello,  mi dettono una epigramma dicendomi che
    quella meritava quel mirabil giovane, la qual diceva cos:

    "Francisco Cellino Fiorentino,  qui quod in teneris annis  ad  Ioannem
    Medicem  ducem  plures  victorias  retulit  et  signifer fuit,  facile
    documentum dedit quantae fortitudinis et consilii vir futurus erat, ni
    crudelis fati archibuso transfossus  quinto  aetatis  lustro  jaceret,
    Benvenutus frater posuit. Obiit die XXVII Maii MDXXIX".

    Era dell'et di venticinque anni;  e perch domandato in fra i soldati
    Cecchino del Piffero,  dove il nome suo  proprio  era  Giovanfrancesco
    Cellini,  io  volsi fare quel nome propio,  di che gli era conosciuto,
    sotto la nostra arme.  Questo nome  io  l'avevo  fatto  intagliare  di
    bellissime  lettere  antiche;  le  quali avevo fatto fare tutte rotte,
    salvo che la prima e l'ultima lettera. Le quali lettere rotte,  io fui
    domandato  per  quel che cos avevo fatto da quelli litterati,  che mi
    avevano fatto quel bello epigramma.  Dissi loro quelle  lettere  esser
    rotte,  perch  quello  strumento  mirabile del suo corpo era guasto e
    morto; e quelle dua lettere intere, la prima e l'ultima, si erano,  la
    prima,  memoria  di  quel  gran  guadagno di quel presente che ci dava
    Idio,  di questa nostra anima accesa dalla sua divinit: questa non si
    rompeva  mai;  quella  altra ultima intera si era per la gloriosa fama
    delle sue valorose virt. Questo piacque assai e di poi qualcuno altro
    se n' servito di questo  modo.  Appresso  feci  intagliare  in  detta
    lapida  l'arme  nostra de' Cellini,  la quale io l'alterai da quel che
    l' propia;  perch si vede in Ravenna,  che  citt  antichissima,  i
    nostri  Cellini onoratissimi gentiluomini,  e' quali hanno per arme un
    leone rampante,  di color d'oro in campo azzurro,  con un giglio rosso
    posto nella zampa diritta,  e sopra il rastrello con tre piccoli gigli
    d'oro. Questa  la nostra vera arme de' Cellini.
    Mio padre me la mostr,  la quale era la  zampa  sola,  con  tutto  il
    restante  delle  ditte cose;  ma a me pi piacerebbe che si osservassi
    quella dei Cellini di Ravenna sopra detta.  Tornando a quella  che  io
    feci  nel  sepulcro  del mio fratello,  era la branca del lione,  e in
    cambio del giglio gli feci una accetta in mano,  col  campo  di  detta
    arme partito in quattro quarti;  e quell'accetta che io feci,  fu solo
    perch non mi si scordassi di fare le sue vendette.

    51. Attendevo con grandissima sollecitudine a finire quell'opera d'oro
    a papa Clemente,  la quale il ditto Papa grandemente desiderava,  e mi
    faceva  chiamare  dua  e tre volte la settimana,  volendo vedere detta
    opera,  e sempre gli cresceva di piacere: e pi volte mi riprese quasi
    sgridandomi della gran mestizia che io portavo di questo mio fratello;
    e  una volta in fra l'altre,  vedutomi sbattuto e squallido pi che 'l
    dovere, mi disse:
    - Benvenuto, oh!  i' non sapevo che tu fussi pazzo;  non hai tu saputo
    prima  che  ora,  che  alla  morte  non  rimedio?  Tu vai cercando di
    andargli drieto -.
    Partitomi dal Papa seguitava l'opera e i ferri della zecca,  e per mia
    innamorata  mi  avevo  preso  il vagheggiare quello archibusieri,  che
    aveva dato  al  mio  fratello.  Questo  tale  era  gi  stato  soldato
    cavalleggieri,  di  poi  s'era  messo  per archibusieri nel numero de'
    caporali col bargello; e quello che pi mi fece crescere la stizza, fu
    che lui s'era vantato in questo modo, dicendo:
    - Se non ero io,  che ammazzai quel bravo giovane,  ogni poco  che  si
    tardava,  che egli solo con nostro gran danno tutti ci metteva in fuga
    -.
    Cognoscendo io  che  quella  passione  di  vederlo  tanto  ispesso  mi
    toglieva il sonno e il cibo e mi conduceva per il mal cammino,  non mi
    curando di far cos bassa impresa e non molto lodevole,  una  sera  mi
    disposi a volere uscire di tanto travaglio.
    Questo  tale  istava a casa vicino a un luogo chiamato Torre Sanguigna
    accanto a una casa dove stava  alloggiato  una  cortigiana  delle  pi
    favorite  di  Roma,  la  quali si domandava la signora Antea.  Essendo
    sonato di poco le ventiquattro ore, questo archibusieri si stava in su
    l'uscio suo con la  spada  in  mano,  e  aveva  cenato.  Io  con  gran
    destrezza  me gli acostai con un gran pugnal pistolese e girandogli un
    marrovescio,  pensando levargli il collo di netto,  voltosi anche egli
    prestissimo,  il  colpo  giunse innella punta della spalla istanca;  e
    fiaccato tutto l'osso,  levatosi s,  lasciato la spada  smarrito  dal
    gran dolore, si messe a corsa; dove che seguitandolo, in quattro passi
    lo  giunsi,  e  alzando  il pugnale sopra la sua testa,  lui abassando
    forte il capo,  prese il pugnale apunto l'osso del collo  e  mezza  la
    collottola,  e  innell'una  e  nell'altra  parte entr tanto dentro il
    pugnale, che io,  se ben facevo gran forza di riaverlo,  non possetti;
    perch  della ditta casa de l'Antea salt fuora quattro soldati con le
    spade inpugnate in mano,  a tale che io fui forzato a metter mano  per
    la  mia spada per difendermi da loro.  Lasciato il pugnale mi levai di
    quivi,  e per paura di non essere conosciuto me ne andai  in  casa  il
    duca
    Lessandro,  che stava in fra piazza Navona e la Ritonda. Giunto che io
    fui, feci parlare al Duca,  il quale mi fece intendere che,  se io ero
    solo,  io  mi  stessi  cheto e non dubitassi di nulla,  e che io me ne
    andassi a lavorare l'opera del Papa,  che la desiderava tanto,  e  per
    otto giorni io mi lavorassi drento;  massimamente essendo sopraggiunto
    quei soldati che mi avevano impedito, li quali avevano quel pugnale in
    mano,  e contavano la cosa come l'era ita,  e la gran fatica che  egli
    avevano durato a cavare quel pugnale dell'osso del collo e del capo di
    colui, il quale loro non sapevano chi quel si fussi.
    Sopraggiunto in questo Giovan Bandini, disse loro:
    -  Questo pugnale  il mio,  e l'avevo prestato a Benvenuto,  il quale
    voleva far le vendette del suo fratello -.
    I ragionamenti di  questi  soldati  furno  assai,  dolendosi  d'avermi
    impedito,  se bene la vendetta s'era fatta a misura di carboni.  Pass
    pi di otto giorni: il Papa non mi mand a chiamare come e' soleva. Da
    poi mandatomi a chiamare per quel gentiluomo bolognese suo  cameriere,
    che gi dissi, questo con gran modestia mi accenn come il Papa sapeva
    ogni cosa,  e che Sua Santit mi voleva un grandissimo bene,  e che io
    attendessi a lavorare e stessi cheto. Giunto al Papa,  guardatomi cos
    coll'occhio  del  porco,  con  i  soli  sguardi  mi fece una paventosa
    bravata; di poi atteso a l'opera,  cominciatosi a rasserenare il viso,
    mi  lod oltra modo,  dicendomi che io avevo fatto un gran lavorare in
    s poco tempo; da poi guardatomi in viso, disse:
    - Or che tu se' guarito,  Benvenuto,  attendi a vivere - e io,  che lo
    'ntesi,  dissi che cos farei. Apersi una bottega subito bellissima in
    Banchi,  al dirimpetto a quel Raffaello,  e quivi fini' la detta opera
    in pochi mesi a presso.

    52.  Mandatomi il Papa tutte le gioie, dal diamante in fuora, il quale
    per alcuni sua bisogni lo aveva impegnato a certi banchieri  genovesi,
    tenevo tutte l'altre gioie,  e di questo diamante avevo solo la forma.
    Tenevo cinque bonissimi lavoranti,  e fuora di questa opera facevo  di
    molte  faccende;  in  modo  che  la bottega era carica di molto valore
    d'opere e di gioie, d'oro e di argento.
    Tenendo in casa un cane peloso,  grandissimo e bello,  il quale me  lo
    aveva  donato il duca Lessandro,  se bene questo cane era buono per la
    caccia,  perch mi portava ogni sorta di uccelli e d'altri animali che
    ammazzato  io  avessi  con l'archibuso,  ancora per guardia d'una casa
    questo era maravigliosissimo. Mi avenne in questo tempo, promettendolo
    la stagione innella quale io mi trovava, innell'et di ventinove anni,
    avendo preso per mia serva una giovane di  molta  bellissima  forma  e
    grazia,  questa  tale  io me ne servivo per ritrarla,  a proposito per
    l'arte mia: ancora mi  compiaceva  alla  giovinezza  mia  del  diletto
    carnale.  Per  la  qual  cosa,  avendo la mia camera molto apartata da
    quelle dei mia lavoranti, e molto discosto alla bottega, legata con un
    bugigattolo d'una cameruccia di questa giovane serva;  e perch  molto
    ispesso io me la godevo; (e se bene io ho ato il pi legger sonno che
    mai  altro  uomo avessi al mondo,  in queste tali occasioni de l'opere
    della carne egli alcune volte si fa gravissimo e  profondo);  s  come
    avvenne,  che una notte in fra l'altre,  essendo istato vigilato da un
    ladro, il quale sott'ombra di dire che era orefice,  aocchiando quelle
    gioie  disegn  rubarmele,  per  la  qual cosa sconfittomi la bottega,
    trov assai lavoretti d'oro e d'argento: e soprastando  a  sconficcare
    alcune cassette per ritrovare le gioie che gli aveva vedute, quel cane
    ditto se gli gettava a dosso,  e lui con una spada malamente da quello
    si difendeva; di modo che pi volte il cane corse per la casa, entrato
    innelle camere di quei lavoranti, che erano aperte per esser di state.
    Da poi che quel suo gran latrare quei non volevan sentire,  tirato lor
    le  coperte  da dosso,  ancora non sentendo,  pigliato per i bracci or
    l'uno or l'altro,  per forza gli svegli,  e  latrando  con  quel  suo
    orribil  modo,  mostrava  loro il sentiero avviandosi loro inanzi.  E'
    quali veduto che lor  seguitare  non  lo  volevano,  venuto  a  questi
    traditori a noia,  tirando al detto cane sassi e bastoni, (e questo lo
    potevano fare,  perch era di mia commessione che loro tutta la  notte
    tenessimo il lume),  per ultimo serrato molto ben le camere,  il cane,
    perso la speranza de l'aiuto di questi ribaldi,  da  per  s  solo  si
    messe all'impresa;  e corso gi,  non trovato il ladro in bottega,  lo
    raggiunse; e combattendo seco,  gli aveva di gi stracciata la cappa e
    tolta;  e  se  non era che lui chiam l'aiuto di certi sarti,  dicendo
    loro  che  per  l'amor  di  Dio  l'aiutassimo  difendere  da  un  cane
    arrabiato,  questi  credendo  che  cos  fussi il vero,  saltati fuora
    iscacciorno il cane con gran fatica. Venuto il giorno,  essendo iscesi
    in bottega,  la vidono sconfitta e aperta,  e rotto tutte le cassette.
    Cominciorno  ad  alta  voce  a  gridare  -  oim,  oim!   -  onde  io
    resentitomi,  ispaventato  da  quei romori mi feci fuora.  Per la qual
    cosa fattimisi innanzi, mi dissono:
    - Oh sventurati a noi,  che siamo stati rubati da uno che ha  rotto  e
    tolto ogni cosa!  - Queste parole furno di tanta potenzia,  che le non
    mi lasciorno andare al mio cassone a vedere se v'era drento  le  gioie
    del  Papa: ma per quella cotal gelosia ismarrito quasi affatto il lume
    degli occhi,  dissi che loro medesimi aprissino  il  cassone,  vedendo
    quante  vi  mancava di quelle gioie del Papa.  Questi giovani si erano
    tutti in camicia;  e quando di poi aperto il cassone videro  tutte  le
    gioie e l'opera d'oro insieme con esse, rallegrandosi mi dissono:
    -  E'  non  ci    mal nessuno,  da poi che l'opera e le gioie son qui
    tutte; se bene questo ladro ci ha lasciati tutti in camicia, causa che
    iersera per il gran caldo noi ci spogliammo tutti  in  bottega  e  ivi
    lasciammo i nostri panni -.
    Subito ritornatomi le virt al suo luogo, ringraziato Idio, dissi:
    -  Andate  tutti  a  rivestirvi  di  nuovo,  e  io  ogni cosa pagher,
    intendendo pi per agio il caso come gli  passato -.
    Quello che pi  mi  doleva,  e  che  fu  causa  di  farmi  smarrire  e
    spaventare  tanto fuor della natura mia,  si era che talvolta il mondo
    non avessi pensato che io avessi fatto quella finzione di  quel  ladro
    sol per rubare io le gioie; e perch a papa
    Clemente  fu  detto  da un suo fidatissimo e da altri,  e' quali furno
    Francesco del Nero, il Zana de' Biliotti suo computista, il vescovo di
    Vasona e molti altri simili:
    - Come fidate voi,  beatissimo Padre,  tanto gran valor di gioie a  un
    giovine,  il  quale   tutto fuoco,  ed  pi ne l'arme inmerso che ne
    l'arte,  e non ha ancora trenta anni?  - La qual cosa il Papa rispose,
    se nessun di loro sapeva che io avessi mai fatto cose da dare loro tal
    sospetto.  Francesco del Nero, suo tesauriere, presto rispose dicendo.
    - No,  beatissimo Padre,  perch e' non ha ato mai una tale occasione
    -.
    A questo il Papa rispose:
    - Io l'ho per intero uomo da bene,  e se io vedessi un mal di lui,  io
    non lo crederrei -.
    Questo fu quello che mi dette il maggior travaglio,  e che  subito  mi
    venne  a  memoria.  Dato  che  io  ebbi  ordine a' giovani che fussino
    rivestiti,  presi l'opera insieme con le gioie,  accomodandole  meglio
    che io potevo a' luoghi loro,  e con esse me ne andai subito dal Papa,
    il quale da Francesco del Nero gli  era  stato  detto  parte  di  quei
    romori,  che nella bottega mia s'era sentito;  e subito messo sospetto
    al Papa.  Il Papa pi presto immaginato male che  altro,  fattomi  uno
    sguardo adosso terribile, disse con voce altiera:
    - Che se' tu venuto a far qui? che c'? - cci tutte le vostre gioie e
    l'oro, e non manca nulla -.
    Allora il Papa, rasserenato il viso, disse:
    - Cos sia tu il benvenuto -.
    Mostratogli l'opera,  e in mentre che la vedeva,  io gli contavo tutti
    gli accidenti del ladro e de' mia  affanni,  e  quello  che  m'era  di
    maggior dispiacere.  Alle qual parole molte volte si volse a guardarmi
    in viso fiso, e alla presenza era quel
    Francesco del Nero,  per la qual cosa pareva che avessi mezzo per male
    non  si  essere  aposto.  All'ultimo  il Papa,  cacciatosi a ridere di
    quelle tante cose che io gli avevo detto, mi disse:
    - Va', e attendi a essere uomo da bene, come io mi sapevo.

    53.  Sollecitando la ditta opera  e  lavorando  continuamente  per  la
    zecca, si cominci a vedere per Roma alcune monete false istampate con
    le  mie  proprie  stampe.  Subito  furno  portate dal Papa;  e datogli
    sospetto di me, il Papa disse a Iacopo Balducci zecchiere:
    - Fa' diligenza grandissima di trovare il malfattore,  perch sappiamo
    che Benvenuto  uomo da bene -.
    Questo zecchiere traditore, per esser mio nimico, disse:
    -  Idio  voglia,  beatissimo Padre,  che vi riesca cos qual voi dite;
    perch noi abbiamo qualche riscontro -.
    A questo il Papa si volse al governatore di  Roma,  e  disse  che  lui
    facessi  un poco di diligenza di trovare questo malfattore.  In questi
    d il Papa mand per me; di poi con destri ragionamenti entr in su le
    monete, e bene a proposito mi disse:
    - Benvenuto,  darebbet'egli il cuore di far monete false?  - Alla qual
    cosa  io  risposi,  che  le  crederrei far meglio che tutti quanti gli
    uomini, che a tal vil cosa attendevano;  perch quelli che attendono a
    tal poltronerie non sono uomini che sappin guadagnare,  n sono uomini
    di grande ingegno;  e se io col mio poco ingegno guadagnavo tanto  che
    mi avanzava, perch quando io mettevo ferri per la zecca, ogni mattina
    inanzi che io desinassi mi toccava guadagnare tre scudi il manco; (che
    cos  era  stato  sempre  l'usanza del pagare i ferri delle monete,  e
    quello sciocco del zecchiere mi voleva  male,  perch  e'  gli  arebbe
    voluti  avere a miglior mercato);  a me mi bastava assai questo che io
    guadagnavo con la grazia di Dio e del mondo;  che a far  monete  false
    non  mi sarebbe tocco a guadagnar tanto.  Il Papa attinse benissimo le
    parole;  e dove gli aveva dato commessione che con  destrezza  avessin
    cura  che  io  non mi partissi di Roma,  disse loro che cercassino con
    diligenza,  e di me  non  tenessin  cura,  perch  non  arebbe  voluto
    isdegnarmi,   qual  fussi  causa  di  perdermi.   A  chi  e'  commesse
    caldamente,  furno alcuni de' chierici  di  Camera,  e'  quali,  fatto
    quelle  debite  diligenze,  perch a lor toccava,  subito lo trovorno.
    Questo si era uno istampatore della propia zecca, che si domandava per
    nome Cseri Macheroni,  cittadin romano;  e insieme seco fu preso  uno
    ovolatore di zecca.

    54.  In questo d medesimo,  passando io per piazza Naona, avendo meco
    quel mio bello can barbone,  quando io sono giunto dinanzi alla  porta
    del  bargello,  il  mio  cane con grandissimo impito forte latrando si
    getta dentro alla porta del bargello addosso a un  giovane,  il  quale
    aveva fatto cos un poco sostenere un certo Donnino, orefice, da Parma
    gi  discepol  di Caradossa,  per aver ato indizio che colui l'avessi
    rubato.  Questo mio cane faceva tanta forza di  volere  sbranare  quel
    giovane,  che,  mosso  i birri a compassione,  massimamente il giovane
    audace difendeva bene le sue ragione,  e quel Donnino non diceva tanto
    che  bastassi,  maggiormente  essendovi un di quei caporali de' birri,
    ch'era genovese e conosceva il padre di questo giovane;  in modo  che,
    fra  il  cane  e  quest'altre occasione,  facevan di sorte che volevan
    lasciar andar via quel giovane a ogni modo.  Accostato che io mi  fui,
    il  cane,  non  cognoscendo paura n di spada n di bastoni,  di nuovo
    gittatosi adosso a quel giovane,  coloro mi  dissono  che  se  io  non
    rimediavo al mio cane,  me lo ammazzerebbono.  Preso il cane il meglio
    che io potevo,  innel ritirarsi il giovane in su la cappa,  gli  cadde
    certe  cartuzze  della  capperuccia;  per  la  qual  cosa quel Donnino
    ricognobbe  esser  cose  sue.  Ancora  io  vi  ricognobbi  un  piccolo
    anellino; per la qual cosa subito io dissi:
    -  Questo   il ladro che mi sconfisse e rub la mia bottega;  per il
    mio cane lo ricognosce - e lasciato il cane,  di nuovo  si  gli  gett
    adosso;  dove  che  il  ladro  mi  si  raccomand,  dicendomi  che  mi
    renderebbe quello che aveva di mio.  Ripreso il cane,  costui mi  rese
    d'oro  e  di  argento  e  di  anelletti  quel che gli aveva di mio,  e
    venticinque scudi da vantaggio;  di poi mi si raccomand.  Alle  quali
    parole io dissi,  che si raccomandassi a Dio,  perch io non gli farei
    n ben n male.  E tornato alle mie faccende,  ivi a pochi giorni quel
    Cseri  Macherone  delle  monete  false fu impiccato in Banchi dinanzi
    alla porta della zecca;  il compagno fu mandato  in  galea;  il  ladro
    genovese  fu  impiccato  in Campo di Fiore;  e io mi restai in maggior
    concetto di uomo da bene che prima non ero.

    55.  Avendo presso a fine l'opera mia,  sopravenne quella  grandissima
    inundazione, la quale trabocc d'acqua tutta Roma.
    Standomi  a vedere quel che tal cosa faceva,  essendo di gi il giorno
    logoro, sonava ventidua ore, e l'acque oltramodo crescevano.  E perch
    la  mia  casa e bottega el dinanzi era in Banchi e il di drieto saliva
    parecchi braccia,  perch rispondeva in verso Monte Giordano,  di modo
    che,  pensando prima alla salute della vita mia,  di poi all'onore, mi
    missi tutte quelle gioie adosso e lasciai quell'opera d'oro  a  quelli
    mia lavoranti in guardia, e cos scalzo discesi per le mie finestre di
    drieto,  e  il meglio che io potessi passai per quelle acque tanto che
    io mi condussi a Monte Cavallo,  dove io trovai misser Giovanni  Gaddi
    cherico di Camera,  e Bastiano Veniziano pittore. Accostatomi a misser
    Giovanni, gli detti tutte le ditte gioie, che me le salvassi; il quale
    tenne conto di me,  come se fratello gli fussi stato.  Di poi a  pochi
    giorni,  passati  i  furori dell'acqua,  ritornai alla mia bottega,  e
    fini' la ditta opera con tanta buona fortuna,  mediante la  grazia  de
    Dio  e  delle mie gran fatiche,  che ella fu tenuta la pi bella opera
    che mai fussi vista a Roma; di modo che, portandola al Papa,  egli non
    si poteva saziare di lodarmela; e disse:
    - Se io fussi uno imperatore ricco,  io donerei al mio Benvenuto tanto
    terreno,  quanto il suo occhio scorressi;  ma perch noi dal d d'oggi
    siamo poveri imperatori falliti,  ma a ogni modo gli darem tanto pane,
    che baster alle sue piccole voglie -.
    Lasciato che io ebbi finire al Papa quella sua smania di  parole,  gli
    chiesi  un mazzieri ch'era vacato.  Alle qual parole il Papa disse che
    mi voleva dar cosa di molta maggiore importanza.
    Risposi a Sua Santit, che mi dessi quella piccola, intanto, per arra.
    Cacciandosi a ridere, disse che era contento, ma che non voleva che io
    servissi,  e che io mi convenissi con  li  compagni  mazzieri  di  non
    servire,  dando loro qualche grazia,  che gi gli avevano domandato al
    Papa, qual era di potere con autorit riscuotere le loro entrate.  Ci
    fu  fatto.  Questo  mazziere  mi  rendeva  poco manco di dugento scudi
    l'anno di entrata.

    56.  Seguitando appresso di servire il Papa or di un piccolo lavoro or
    di  un  altro,  m'impose  che  io  gli facessi un disegno di un calice
    ricchissimo;  il quale io feci il ditto disegno e modello.  Era questo
    modello  di  legno  e  di cera;  in luogo del bottone del calice avevo
    fatto tre figurette di buona grandezza tonde,  le quale erano la Fede,
    la Speranza, e la Carit; innel piede poi avevo fatto a conrispondenza
    tre  storie  in  tre  tondi  di  basso  rilievo: che innell'una era la
    nativit di Cristo,  innell'altra la resurressione di Cristo,  innella
    terza  si  era  San Pietro crocifisso a capo di sotto;  che cos mi fu
    commesso che io facessi.  Tirando inanzi questa ditta opera,  il  Papa
    molto  ispesso  la  voleva  vedere;  in  modo che,  avvedutomi che Sua
    Santit non s'era poi mai pi ricordato di darmi nulla, essendo vacato
    un frate del Piombo,  una sera io  gnene  chiesi.  Al  buon  Papa  non
    sovvenendo pi di quella ismania che gli aveva usato in quella fine di
    quella altra opera, mi disse:
    - L'ufizio del Piombo rende pi di ottocento scudi,  di modo che se io
    te lo dessi,  tu  ti  attenderesti  a  grattare  il  corpo,  e  quella
    bell'arte che tu hai alle mane si perderebbe, e io ne arei biasimo -.
    Subito  risposi  che  le  gatte  di  buona  sorte meglio uccellano per
    grassezza che per fame:
    - Cos quella sorte degli  uomini  dabbene  che  sono  inclinati  alle
    virt,   molto   meglio   le   mettono  in  opera  quando  egli  hanno
    abundantissimamente da vivere;  di modo che quei principi che  tengono
    abundantissimi  questi cotali uomini,  sappi Vostra Santit che eglino
    annaffiano le virt: cos per il contrario le virt nascono ismunte  e
    rognose;  e sappi Vostra Santit,  che io non lo chiesi con intenzione
    di averlo. Pur beato che io ebbi qual povero mazziere! Di questo tanto
    m'immaginavo. Vostra Santit far bene,  non l'avendo voluto dar a me,
    a darla a qualche virtuoso che lo meriti,  e non a qualche ignorantone
    che si attenda a grattare il corpo come disse Vostra Santit. Pigliate
    esemplo dalla buona memoria di papa Iulio,  che un tale ufizio dette a
    Bramante, eccellentissimo architettore -.
    Subito  fattogli  reverenza  infuriato  mi  parti'.   Fattosi  innanzi
    Bastiano Veniziano, pittore, disse:
    - Beatissimo padre,  Vostra Santit sia contenta di darlo  a  qualcuno
    che si affatica ne l'opere virtuose; e perch, come sa Vostra Santit,
    ancora  io volentieri mi affatico in esse,  la priego che me ne faccia
    degno -.
    Rispose il Papa:
    - Questo diavolo di Benvenuto  non  ascolta  le  riprensioni.  Io  ero
    disposto  a  dargnene,  ma e' none sta bene essere cos superbo con un
    Papa; pertanto io non so quel che io mi far -.
    Subito fattosi innanzi il  vescovo  di  Vasona,  preg  per  il  ditto
    Bastiano, dicendo:
    -  Beatissimo  padre,  Benvenuto    giovane e molto meglio gli sta la
    spada accanto che la vesta da frati: Vostra Santit  sia  contenta  di
    darlo  a  questo  virtuoso  uomo  di Bastiano;  e a Benvenuto talvolta
    potrete dare qualche cosa buona,  la quale forse sar pi a  proposito
    che questa -.
    Allora il Papa, voltosi a messer Bartolomeo Valori, gli disse:
    - Come voi scontrate Benvenuto, ditegli da mia parte che lui stesso ha
    fatto avere il Piombo a Bastiano dipintore;  e che stia avvertito, che
    la prima cosa migliore che vaca, sar la sua;  e che intanto attenda a
    far bene, e finisca l'opere mie -.
    L'altra  sera  seguente  a  dua  ore di notte,  scontrandomi in messer
    Bartolomeo Valori in sul cantone della zecca:  lui  aveva  due  torcie
    innanzi e andava in furia,  domandato dal Papa; faccendogli riverenza,
    si ferm e chiamommi,  e mi  disse  con  grandissima  affezione  tutto
    quello che gli aveva ditto il Papa che mi dicessi. Alle qual parole io
    risposi,  che  con  maggiore diligenzia e istudio finirei l'opera mia,
    che nessuna mai de l'altre; ma s bene senza punto di speranza d'avere
    nulla mai dal Papa.  Il detto misser Bartolomeo  ripresemi,  dicendomi
    che  cos  non  si doveva rispondere a le offerte d'un Papa.  A cui io
    dissi, che ponendo isperanza a tal parole,  saputo che io non l'arei a
    ogni  modo,  pazzo sarei a rispondere altrimenti;  e partitomi,  me ne
    andai a 'ttendere  alle  mie  faccende.  Il  ditto  messer  Bartolomeo
    dovette  ridire  al Papa le mie ardite parole,  e forse pi che io non
    dissi, di modo che il Papa stette pi di dua mesi a chiamarmi, e io in
    questo tempo non volsi mai andare al palazzo per nulla.  Il Papa,  che
    di  tale  opera  si  struggeva,  commesse  a  messer Ruberto Pucci che
    attendessi un poco a quel che io facevo.  Questo omaccion da bene ogni
    d mi veniva a vedere,  e sempre mi diceva qualche amorevol parola,  e
    io allui. Appressandosi il Papa a voler partirsi per andare a Bologna,
    a l'ultimo poi,  veduto che da per  me  io  non  vi  andavo,  mi  fece
    intendere  dal  ditto misser Roberto,  che io portassi s l'opera mia,
    perch voleva vedere come io l'avevo innanzi.  Per la qual cosa io  la
    portai,  mostrando  detta opera esser fatto tutta la importanza,  e lo
    pregavo che mi lasciassi cinquecento scudi,  parte  a  buon  conto,  e
    parte  mi mancava assai bene de l'oro da poter finire detta opera.  Il
    Papa mi disse:
    - Attendi, attendi a finirla -.
    Risposi partendomi, che io la finirei, se mi lasciava danari.  Cos me
    ne andai.

    57.  Il Papa andato alla volta di Bologna lasci il cardinale Salviati
    legato di Roma,  e lascigli commessione che  mi  sollecitassi  questa
    ditta opera, e li disse:
    - Benvenuto  persona che stima poco la sua virt, e manco Noi; s che
    vedete di sollecitarlo, in modo che io la truovi finita -.
    Questo Cardinal bestia mand per me in capo di otto d,  dicendomi che
    io portassi s l'opera;  a il quale  io  andai  allui  senza  l'opera.
    Giunto che io fui, questo Cardinale subito mi disse:
    - Dov' questa tua cipollata? ha' la tu finita? - Al quale io risposi:
    - O Monsignor reverendissimo, io la mia cipollata non ho finita, e non
    la finir, se voi non mi date delle cipolle da finirla -.
    A queste parole il ditto Cardinale, che aveva pi viso di asino che di
    uomo,  divenne  pi  brutto la met;  e venuto al primo a mezza spada,
    disse:
    - Io ti metter in una galea, e poi arai di grazia di finir l'opera -.
    Ancora io con questa bestia entrai in bestia, e gli dissi:
    - Monsignore, quando io far peccati che meritino la galea, allora voi
    mi vi metterete: ma per questi peccati  io  non  ho  paura  di  vostra
    galea: e di pi vi dico,  a causa di Vostra Signoria, io non la voglio
    mai pi finire;  e non mandate mai pi per me,  perch io non vi verr
    mai pi inanzi, se gi voi non mi facessi venir co' birri -.
    Il  buon  Cardinale prov alcune volte amorevolmente a farmi intendere
    che io doverrei lavorare e che i' gnene doverrei portare  a  mostrare;
    in modo che a quei tali io dicevo:
    - Dite a Monsignore che mi mandi delle cipolle, se vuol che io finisca
    la  cipollata  - n mai gli risposi altre parole;  di sorte che lui si
    tolse da questa disperata cura.

    58.  Torn il Papa da Bologna,  e subito domand di  me,  perch  quel
    Cardinale  di gi gli aveva scritto il peggio che poteva de' casi mia.
    Essendo il Papa innel maggior furore che immaginar si possa,  mi  fece
    intendere che io andassi con l'opera.
    Cos  feci.  In  questo  tempo  che  il  Papa stette a Bologna,  mi si
    scoperse una scesa con tanto affanno agli occhi,  che per il dolore io
    non  potevo quasi vivere,  in modo che questa fu la prima causa che io
    non tirai innanzi l'opera: e fu s  grande  il  male,  che  io  pensai
    certissimo  rimaner  cieco;  di  modo che io avevo fatto il mio conto,
    quel che mi bastassi a vivere cieco.  Mentre che io  andavo  al  Papa,
    pensavo  il  modo che io avevo a tenere a far la mia scusa di non aver
    potuto tirare innanzi l'opera.  Pensavo che in quel mentre che il Papa
    la  vedeva  e  considerava,  poterli dire i fatti: la qual cosa non mi
    venne fatta, perch giunto dallui, subito con parole villane disse:
    - Da' qua quell'opera;   ella finita?  - Io la scopersi:  subito  con
    maggior furore disse:
    -  In verit de Dio dico a te,  che fai professione di non tener conto
    di persona,  che se e' non fussi per onor di mondo io ti farei insieme
    con quell'opera gittar da terra quelle finestre -.
    Per  la  qual  cosa,  veduto io il Papa diventato cos pessima bestia,
    sollecitavo di levarmigli dinanzi.  In mentre che  lui  continuava  di
    bravare, messami l'opera sotto la cappa, borbottando dissi:
    -  Tutto  il  mondo  non  farebbe che un cieco fussi tenuto a lavorare
    opere cotali -.
    Maggiormente alzato la voce, il Papa disse:
    - Vien qua;  che di' tu?  - Io stetti infra dua di cacciarmi a correre
    gi per quelle scale;  di poi mi risolsi,  e gettatomi in ginocchioni,
    gridando forte, perch lui non cessava di gridare, dissi:
    - E se io sono per una infirmit divenuto  cieco,  sono  io  tenuto  a
    lavorare? - A questo e' disse:
    - Tu hai pur veduto lume a venir qui, n credo che sia vero nessuna di
    queste cose che tu di' -.
    Al quale io dissi, sentendogli alquanto abbassar la voce:
    - Vostra Santit ne dimandi il suo medico, e troverr il vero -.
    Disse:
    - Pi all'agio intenderemo se la sta come tu di' -.
    Allora, vedutomi prestare audienza, dissi:
    -  Io  non credo che di questo mio gran male ne sia causa altri che il
    cardinal Salviati, perch e' mand per me subito che Vostra Santit fu
    partito, e giunto allui, pose alla mia opera nome una cipollata,  e mi
    disse che me la farebbe finire in una galea; e fu tanto la potenzia di
    quelle  inoneste parole,  che per la estrema passione subito mi senti'
    infiammare  il  viso,   e  vennemi  innegli  occhi  un  calore   tanto
    ismisurato,  che  io  non trovavo la via a tornarmene a casa: di poi a
    pochi giorni mi cadde dua cataratti in su gli occhi;  per la qual cosa
    io non vedevo punto di lume,  e da poi la partita di Vostra Santit io
    non ho mai potuto lavorare nulla -.
    Rizzatomi di ginocchioni,  mi andai con Dio;  e mi fu ridetto  che  il
    Papa disse:
    - Se e' si d gli ufizi,  non si pu dare la discrezione con essi.  Io
    non dissi al Cardinale che mettessi tanta mazza: che se gli  il  vero
    che abbia male innegli occhi,  quale intender dal mio medico, sarebbe
    da 'vergli qualche compassione -.
    Era quivi alla presenza un gran gentiluomo  molto  amico  del  Papa  e
    molto virtuosissimo. Domandatogli il Papa che persona io ero, dicendo:
    - Beatissimo Padre,  io ve ne domando,  perch m' parso che voi siete
    venuto in un tempo medesimo nella maggior cllora che io vedessi  mai,
    e  innella  maggiore compassione;  s che per questo io domando Vostra
    Santit chi egli ; che se  persona che meriti essere aiutato, io gli
    insegnerei un segreto da farlo guarire di quella infermit - a  queste
    parole disse il Papa:
    - Quello  il maggiore uomo che nascessi mai della sua professione;  e
    un giorno che noi siamo insieme  vi  far  vedere  delle  maravigliose
    opere  sue,  e lui con esse;  e mi sar piacere che si vegga se si gli
    pu fare qualche benifizio -.
    Di poi tre giorni il Papa mand per me un d doppo desinare,  ed eraci
    questo gentiluomo alla presenza.  Subito che io fui giunto, el Papa si
    fece portare quel mio bottone del piviale.  In questo mezzo  io  avevo
    cavato fuora quel mio calice;  per la qual cosa quel gentiluomo diceva
    di non aver mai visto un'opera  tanto  maravigliosa.  Sopraggiunto  il
    bottone, gli accrebbe molto pi maraviglia; guardatomi in viso disse:
    - Gli  pur giovane a saper tanto, ancora molto atto a 'cquistare -.
    Di poi me domand del mio nome. Al quale io dissi:
    - Benvenuto  il mio nome -.
    Rispose:
    -  Benvenuto sar io questa volta per te;  piglia de' fioralisi con il
    gambo, col fiore e con la barba tutto insieme,  di poi gli fa stillare
    con gentil fuoco,  e con quell'acqua ti bagna gli occhi parecchi volte
    il d, e certissimamente guarrai di cotesta infirmit;  ma fatti prima
    purgare,  e  poi  continua  la detta acqua - .  Il Papa mi us qualche
    amorevol parola: cos me ne andai mezzo contento.

    59.  La infirmit gli era il vero che io  l'avevo,  ma  credo  che  io
    l'avessi  guadagnata mediante quella bella giovane serva che io tenevo
    nel tempo  che  io  fui  rubato.  Soprastette  quel  morbo  gallico  a
    scoprirmisi pi di quattro mesi interi,  di poi mi coperse tutto tutto
    a un tratto: non era innel modo de l'altro che si vede,  ma pareva che
    io fussi coperto di certe vescichette, grandi come quattrini, rosse. I
    medici non mel volson mai battezzare mal franzese: e io pure dicevo le
    cause che credevo che fussi.
    Continuavo  di  medicarmi  a lor modo,  e nulla mi giovava;  pur poi a
    l'ultimo,  risoltomi a pigliare il legno contra la  voglia  di  quelli
    primi  medici  di  Roma,  questo  legno  io  lo  pigliavo con tutta la
    disciplina e astinenzia che immaginar si  possa,  e  in  brevi  giorni
    senti'  grandissimo  miglioramento;  a  tale  che  in capo a cinquanta
    giorni io fui guarito e sano come un pesce.  Da poi,  per dare qualche
    ristoro  a  quella  gran  fatica  che io avevo durato,  entrando innel
    inverno, presi per mio piacere la caccia dello scoppietto, la quale mi
    induceva a andare a l'acqua e al vento, e star pe' pantani; a tale che
    in brevi giorni mi torn l'un cento maggior male di quel che io  avevo
    prima.  Rimessomi  nelle  man  de' medici,  continuamente medicandomi,
    sempre peggioravo.  Saltatomi la  febbre  adosso,  io  mi  disposi  di
    ripigliare  il legno: gli medici non volevano,  dicendomi che se io vi
    entravo con la febbre, in otto d morrei.  Io mi disposi di far contro
    la voglia loro;  e tenendo i medesimi ordini che all'altra volta fatto
    avevo,  beuto che io ebbi quattro giornate di questa santa acqua de il
    legno,  la febbre se ne and afatto.  Cominciai a pigliare grandissimo
    miglioramento,  e in questo che io  pigliavo  il  detto  legno  sempre
    tiravo  inanzi  i  modelli  di  quella  opera;  e'  quali  in  cotesta
    astinenzia io feci le pi belle cose e le pi rare invenzione che  mai
    facessi  alla  vita mia.  In capo di cinquanta giorni io fui benissimo
    guarito, e di poi con grandissima diligenzia io mi attesi a 'ssicurare
    la sanit adosso.  Di poi che io fui sortito di quel gran digiuno,  mi
    trovai in modo netto dalle mie infirmit,  come se rinato io fussi. Se
    bene io mi pigliavo piacere  ne  l'assicurare  quella  mia  desiderata
    sanit, non mancavo ancora di lavorare; tanto che innell'opera detta e
    innella  zecca,  ad  ogniona  di loro certissimo davo la parte del suo
    dovere.

    60.  Abbattessi ad essere fatto legato di Parma quel  ditto  cardinale
    Salviati, il quale aveva meco quel grande odio sopraditto. In Parma fu
    preso un certo orefice milanese falsatore di monete, il quali per nome
    si  domandava Tobbia.  Essendo giudicato alla forca e al fuoco,  ne fu
    parlato al ditto Legato,  messogli innanzi per gran valente  uomo.  Il
    ditto  Cardinale  fece  sopratenere la eseguizione della giustizia,  e
    scrisse a papa Clemente,  dicendogli essergli capitato in  nelle  mane
    uno uomo il maggior del mondo della professione de l'oreficeria, e che
    di  gi  gli  era  condennato  alle forche e al fuoco,  per essere lui
    falsario di monete;  ma che questo uomo era simplice e  buono,  perch
    diceva averne chiesto parere da un suo confessoro,  il quale,  diceva,
    che gneneaveva dato licenzia che le potessi fare. Di pi diceva:
    - Se voi fate venire questo grande uomo a Roma,  Vostra  Santit  sar
    causa  di  abbassare  quella grande alterigia del vostro Benvenuto,  e
    sono certissimo che le opere di questo Tobbia vi piaceranno molto  pi
    che quelle di Benvenuto -.
    Di modo che il Papa lo fece venire subito a Roma. E poi che fu venuto,
    chiamatici tutti a dua,  ci fece fare un disegno per uno a un corno di
    liocorno il pi bello che mai fusse veduto: si era venduto diciassette
    mila ducati di Camera. Volendolo il Papa donare a il re Francesco,  lo
    volse in prima guarnire riccamente d'oro, e commesse a tutti a dua noi
    che  facessimo i detti disegni.  Fatti che noi gli avemmo,  ciascun di
    noi il port al  Papa.  Era  il  disegno  di  Tubbia  affoggia  di  un
    candegliere, dove, a guisa della candela, si imboccava quel bel corno,
    e  del  piede  di questo ditto candegliere faceva quattro testoline di
    liocorno con semplicissima invenzione: tanto che quando  tal  cosa  io
    vidi, non mi potetti tenere che in un destro modo io non sogghignassi.
    Il Papa s'avvide e subito disse:
    -  Mostra  qua  il  tuo  disegno,  -  il  quale  era una sola testa di
    liocorno,  a conrispondenza di quel ditto corno.  Avevo fatto  la  pi
    bella  sorte  di  testa che veder si possa;  il perch si era,  che io
    avevo preso parte della fazione della testa del  cavallo  e  parte  di
    quella del cervio,  arricchita con la pi bella sorte di velli e altre
    galanterie, tale che, subito che la mia si vide,  ogniuno gli dette il
    vanto. Ma perch alla presenza di questa disputa era certi milanesi di
    grandissima autorit, questi dissono:
    - Beatissimo Padre, Vostra Santit manda a donare questo gran presente
    in  Francia:  sappiate  che  i  Franciosi  sono  uomini grossi,  e non
    cognosceranno l'eccellenzia di questa opera di Benvenuto;  ma s  bene
    piacer loro questi ciborii, li quali ancora saranno fatti pi presto;
    e  Benvenuto  vi attender a finire il vostro calice,  e verravi fatto
    dua opere in un medesimo tempo;  e questo povero uomo,  che voi  avete
    fatto venire, verr ancora lui ad essere adoperato -.
    Il Papa, desideroso di avere il suo calice, molto volentieri s'appicc
    al  consiglio  di  quei  milanesi:  cos l'altro giorno dispose quella
    opera a Tubbia di quel corno di liocorno, e a me fece intendere per il
    suo guardaroba che io dovessi finirgli il suo calice. Alle qual parole
    io risposi,  che non desideravo altro al mondo che finire  quella  mia
    bella  opera;  ma  che  se  la  fossi  d'altra  materia che d'oro,  io
    facilissimamente da per me la potrei finire; ma per essere a quel modo
    d'oro,  bisognava che Sua Santit me  ne  dessi,  volendo  che  io  la
    potessi finire. A questo parole questo cortigiano plebeo disse:
    -  Oim,  non  chiedere  oro al Papa,  che tu lo farai venire in tanta
    cllora, che guai, guai a te -.
    Al quale io dissi:
    - O misser voi,  la Signoria vostra,  insegnatemi un poco  come  sanza
    farina  si pu fare il pane?  cos sanza oro mai si finir quell'opera
    -.
    Questo guardaroba mi disse,  parendogli  alquanto  che  io  lo  avessi
    uccellato,  che tutto quello che io avevo ditto riferirebbe al Papa; e
    cos fece.  Il Papa,  entrato in un bestial furore,  disse che  voleva
    stare a vedere se io ero un cos pazzo che io non la finissi.  Cos si
    stette dua mesi passati e se bene io avevo detto di non vi  voler  dar
    su colpo, questo non avevo fatto, anzi continuamente io avevo lavorato
    con  grandissimo  amore.  Veduto che io non la portavo,  mi cominci a
    disfavorire assai, dicendo che mi gastigherebbe a ogni modo.  Era alla
    presenza  di  queste  parole  uno milanese suo gioielliere.  Questo si
    domandava Pompeo,  il quale era parente stretto  di  un  certo  misser
    Traiano, il pi favorito servitore che avessi papa Clemente.
    Questi dua d'accordo dissono al Papa:
    -  Se  Vostra  Santit  gli togliessi la zecca,  forse voi gli faresti
    venir voglia di finire il calice -.
    Allora il Papa disse:
    - Anzi sarebbon dua mali: l'uno,  che io sarei mal servito della zecca
    che  m'importa  tanto;  e  l'altro,  che certissimo io non arei mai il
    calice -.
    Questi dua detti milanesi,  veduto il Papa mal volto inverso di me,  a
    l'ultimo possetton tanto,  che pure mi tolse la zecca, e la dette a un
    certo giovane perugino, il quale si domandava Fagiuolo per soprannome.
    Venne quel Pompeo a dirmi da parte del Papa, come Sua Santit mi aveva
    tolto la zecca,  e che se io non  finivo  il  calice  mi  torrebbe  de
    l'altre cose. A questo io risposi:
    -  Dite  a  Sua Santit che la zecca e' l'ha tolta a s e non a me,  e
    quel medesimo gli verrebbe fatto di quell'altre cose; e che quando Sua
    Santit me la vorr rendere, io in modo nessuno non la rivorr -.
    Questo isgraziato e sventurato gli parve  mill'anni  di  giungere  dal
    Papa  per  ridirgli  tutte queste cose,  e qualcosa vi messe di suo di
    bocca.  Ivi a otto giorni mand il Papa per questo medesimo uomo dirmi
    che  non voleva pi che io gli finissi quel calice,  e che lo rivoleva
    appunto in quel modo e a quel  termine  che  io  l'avevo  condotto.  A
    questo Pompeo io risposi:
    -  Questa  non   come la zecca,  che me la possa trre;  ma s ben e'
    cinquecento scudi,  che io ebbi,  sono di Sua Santit,  i quali subito
    gli render: e l'opera  mia, e ne far quanto m' di piacere -.
    Tanto corse a riferir Pompeo,  con qualche altra mordace parola, che a
    lui stesso con giusta causa io avevo detto.

    61. Di poi tre giorni appresso,  un gioved,  venne a me dua camerieri
    di Sua Santit favoritissimi,  che ancora oggi n' vivo uno di quelli,
    ch' vescovo,  il quale si domandava  misser  Pier  Giovanni,  ed  era
    guardaroba di Sua Santit;  l'altro si era ancora di maggior lignaggio
    di questo, ma non mi sovviene il nome. Giunti a me mi dissono cos:
    - Il Papa ci  manda.  Benvenuto:  da  poi  che  tu  non  l'hai  voluta
    intendere per la via pi agevole, dice, o che tu ci dia l'opera sua, o
    che noi ti meniamo prigione -.
    Allora io li guardai in viso lietissimamente, dicendo:
    - Signori,  se io dessi l'opera a Sua Santit,  io darei l'opera mia e
    non la sua;  e poi tanto l'opera mia io non  gnene  vo'  dare;  perch
    avendola  condotta  molto innanzi con le mia gran fatiche,  non voglio
    che la vada in mano di qualche bestia ignorante,  che con poca  fatica
    me la guasti -.
    Era  alla  presenza,  quando io dicevo questo,  quell'orefice chiamato
    Tobbia ditto di sopra,  il quale temerariamente mi chiedeva  ancora  i
    modelli  di essa opera: le parole,  degne di un tale sciagurato che io
    gli  dissi,  qui  non  accade  riplicarle.  E  perch  quelli  signori
    camerieri  mi  sollecitavano  che io mi spedissi di quel che io volevo
    fare,  dissi a loro che ero spedito: preso la cappa,  e innanzi che io
    uscissi della mia bottega,  mi volsi a una immagine di Cristo con gran
    riverenza e con la berretta in mano, e dissi:
    - O benigno e immortale,  giusto e santo Signor nostro,  tutte le cose
    che  tu fai sono secondo la tua giustizia,  quale  sanza pari: tu sai
    che appunto io arrivo all'et de' trenta anni della vita mia,  n  mai
    insino a qui mi fu promesso carcere per cosa alcuna: da poi che ora tu
    ti  contenti  che  io  vadia  al carcere,  con tutto il cuor mio te ne
    ringrazio -.
    Di poi vltomi ai dua camerieri,  dissi cos con  un  certo  mio  viso
    alquanto rabbuffato:
    -  Non  meritava un par mio birri di manco valore che voi Signori;  s
    che mettetemi in mezzo,  e come prigioniero mi menate dove voi  volete
    -.
    Quelli  dua  gentilissimi uomini,  cacciatisi a ridere,  mi messono in
    mezzo, e sempre piacevolmente ragionando mi condussono dal Governatore
    di Roma, il quale era chiamato il Magalotto. Giunto allui, insieme con
    esso si era il Procurator fiscale,  li quali  mi  attendevano,  quelli
    signor camerieri ridendo pure dissono al Governatore:
    - Noi vi consegnamo questo prigione,  e tenetene buona cura.  Ci siamo
    rallegrati  assai,   che  noi  abbiamo  tolto  l'uffizio  alli  vostri
    secutori,  perch  Benvenuto ci ha detto,  che essendo questa la prima
    cattura sua, non meritava birri di manco valore che noi ci siamo -.
    Subito partitisi giunsono al Papa;  e dettogli precisamente ogni cosa,
    in  prima fece segno di voler entrare in furia,  appresso si sforz di
    ridere, per essere alla presenza alcuni Signori e Cardinali amici mia,
    li quali grandemente mi favorivano.
    Intanto il Governatore e il  Fiscale  parte  mi  bravavano,  parte  mi
    esortavano,  parte mi consigliavano,  dicendomi che la ragione voleva,
    che uno che fa fare una opera a un altro,  la  pu  ripigliare  a  sua
    posta,  e  in tutti i modi che allui piace.  Alle quali cose io dissi,
    che questo non lo prometteva la giustizia,  n un papa non  lo  poteva
    fare;  perch  e'  non  era  un  papa  di  quella sorte che sono certi
    signoretti tirannelli,  che fanno a' lor popoli il peggio che possono,
    non  osservando  n  legge n giustizia: per un Vicario di Cristo non
    pu far nessuna di queste cose.  Allora il Governatore con  certi  sua
    birreschi atti e parole disse:
    - Benvenuto,  Benvenuto,  tu vai cercando che io ti faccia quel che tu
    meriti.  - Voi mi farete onore e cortesia,  volendomi fare quel che io
    merito -.
    Di nuovo disse:
    - Manda per l'opera subito, e fa di non aspettar la siconda parola -.
    A questo io dissi:
    -  Signori,  fatemi  grazia che io dica ancora quattro parole sopra le
    mie ragione -.
    Il  Fiscale,  che  era  molto  pi  discreto  birro  che  non  era  il
    Governatore, si volse a il Governatore, e disse:
    - Monsignore,  faccingli grazia di cento parole; pur che dia l'opera,
    assai ci basta -.
    Io dissi:
    - Se e' fussi qualsivoglia sorte di uomo che facessi murare un palazzo
    o una casa, giustamente potrebbe dire a il maestro che la murassi: "Io
    non voglio che tu lavori pi in  su  la  mia  casa  o  in  su  'l  mio
    palazzo":  pagandogli  le  sue  fatiche giustamente ne lo pu mandare.
    Ancora se fossi un signore che  facessi  legare  una  gioia  di  mille
    scudi,  veduto  che  il  gioielliere non lo servissi sicondo la voglia
    sua,  pu dire: "Dammi la mia gioia perch io non voglio l'opera tua".
    Ma a questa cotal cosa non c' nessuno di questi capi; perch la non 
    n  una casa,  n una gioia;  altro non mi si pu dire,  se non che io
    renda e' cinquecento scudi che io ho ati.  S che,  Monsignori,  fate
    tutto  quel  che  voi  potete,  ch  altro  non  arete  da me,  che e'
    cinquecento scudi.  Cos direte al Papa.  Le vostre  minaccie  non  mi
    fanno una paura al mondo;  perch io sono uomo da bene, e non ho paura
    de' mia peccati -.
    Rizzatosi il Governatore e il Fiscale,  mi dissono  che  andavano  dal
    Papa,  e che tornerebbono con commessione,  che guai a me. Cos restai
    guardato.  Mi passeggiavo per un salotto: e gli stettono presso a  tre
    ore  a tornare dal Papa.  In questo mezzo mi venne a visitare tutta la
    nobilt della nazion nostra di mercanti,  pregandomi strettamente  che
    io  non  la  volessi  stare  a disputare con un Papa,  perch potrebbe
    essere la  rovina  mia.  Ai  quali  io  risposi,  che  m'ero  risoluto
    benissimo di quel che io volevo fare.

    62.  Subito  che  il Governatore insieme col Fiscale furono tornati da
    Palazzo, fattomi chiamare, disse in questo tenore:
    - Benvenuto, certamente e' mi sa male d'esser tornato dal Papa con una
    commessione tale, quale io ho; s che o tu trova l'opera subito,  o tu
    pensa a' fatti tua -.
    Allora  io  risposi che,  da poi che io non avevo mai creduto insino a
    quell'ora che un santo Vicario di Cristo potessi fare un'ingiustizia -
    per io lo voglio vedere prima che io lo creda;  s che fate quel  che
    voi potete -.
    Ancora il Governatore replic, dicendo:
    - Io t'ho da dire dua altre parole da parte del Papa, dipoi seguir la
    commessione datami. Il Papa dice che tu mi porti qui l'opera, e che io
    la vegga mettere in una scatola e suggellare; di poi io l'ho apportare
    al  Papa,  il quale promette per la fede sua di non la muovere dal suo
    suggello chiusa,  e subito te la render;  ma questo e'  vuol  che  si
    faccia cos per averci anch'egli la parte dell'onor suo -.
    A  queste  parole  io ridendo risposi,  che molto volentieri gli darei
    l'opera mia in quel modo che diceva,  perch io volevo saper ragionare
    come  era  fatta  la fede di un Papa.  E cos mandato per l'opera mia,
    suggellata in quel modo che  e'  disse,  gliene  detti.  Ritornato  il
    Governatore  dal  Papa  con la ditta opera innel modo ditto,  presa la
    scatola il Papa, sicondo che mi rifer il Governatore ditto,  la volse
    parecchi volte;  dipoi domand il Governatore,  se l'aveva veduta;  il
    qual disse che l'aveva veduta e che in sua presenza in quel modo s'era
    suggellata;  di poi  aggiunse,  che  la  gli  era  paruta  cosa  molto
    mirabile. Per la qual cosa il Papa disse:
    -  Direte  a Benvenuto,  che i Papi hanno autorit di sciorre e legare
    molto maggior cosa di questa - e in mentre che diceva  queste  parole,
    con  qualche  poco di sdegno aperse la scatola,  levando le corde e il
    suggello con che l'era legata: di poi la guard assai, e per quanto io
    ritrassi, e' la mostr a quel Tubbia orefice,  il quale molto la lod.
    Allora  il Papa lo domand se gli bastava la vista di fare una opera a
    quel modo;  il Papa gli disse che lui seguitassi quell'ordine  apunto;
    di poi si volse al Governatore e gli disse:
    -  Vedete  se  Benvenuto ce la vuol dare;  che dandocela cos,  se gli
    paghi tutto quel che l' stimata da valenti uomini;  o  s  veramente,
    volendocela finir lui, pigli un termine: e se voi vedete che la voglia
    fare, desigli quelle comodit che lui domanda giuste -.
    Allora il Governatore disse:
    -  Beatissimo  Padre,  io  che  cognosco  la  terribil qualit di quel
    giovane,  datemi autorit che io glie ne possa dare una sbarbazzata  a
    mio modo -.
    A  questo  il  Papa  disse che facessi quel che volessi con le parole,
    bench gli era certo che e'  farebbe  il  peggio;  di  poi  quando  e'
    vedessi  di  non  poter fare altro,  mi dicessi che io portassi li sua
    cinquecento scudi a quel Pompeo suo gioielliere sopraditto.
    Tornato il Governatore,  fattomi chiamare in  camera  sua,  e  con  un
    birresco sguardo, mi disse:
    -  E' papi hanno autorit di sciorre e legare tutto il mondo,  e tanto
    subito si afferma in Cielo per ben  fatto:  eccoti  l  la  tua  opera
    sciolta e veduta da Sua Santit -.
    Allora subito io alzai la voce e dissi:
    -  Io ringrazio Idio,  che io ora so ragionare com' fatta la fede de'
    papi -.
    Allora il Governatore mi disse e fece molte sbardellate braverie; e da
    poi veduto  che  lui  dava  in  nunnulla,  affatto  disperatosi  dalla
    impresa, riprese alquanto la maniera pi dolce, e mi disse:
    -  Benvenuto,  assai m'incresce che tu non vuoi intendere il tuo bene;
    per va',  porta i cinquecento scudi,  quando tu vuoi,  a Pompeo sopra
    ditto -.
    Preso la mia opera,  me ne andai, e subito portai li cinquecento scudi
    a quel Pompeo. E perch talvolta il Papa,  pensando che per incomodit
    o  per  qualche  altra  occasione io non dovessi cos presto portare i
    dinari, desideroso di rattaccare il filo della servit mia;  quando e'
    vedde  che Pompeo gli giunse innanzi sorridendo con li dinari in mano,
    il Papa gli disse villania,  e si condolse assai che  tal  cosa  fussi
    seguita in quel modo: di poi gli disse:
    - Va',  truova Benvenuto a bottega sua, e fagli pi carezze che pu la
    tua ignorante bestialit;  e digli,  che se mi vuol finire quell'opera
    per  farne un reliquiere per portarvi drento il Corpus Domini,  quando
    io vo con esso a pricissione,  che io gli dar le comodit che vorr a
    finirlo; purch egli lavori -.
    Venuto  Pompeo  a  me,  mi  chiam  fuor di bottega,  e mi fece le pi
    isvenevole  carezze  d'asino,  dicendomi  tutto  quel  che  gli  aveva
    commesso  il Papa.  Al quale io risposi subito,  che il maggior tesoro
    che io potessi desiderare al mondo,  si era l'aver  riauto  la  grazia
    d'un  cos  gran Papa,  la quale si era smarrita da me,  e non per mio
    difetto,  ma s bene per difetto della mia smisurata infirmit,  e per
    la cattivit di quelli uomini invidiosi che hanno piacere di commetter
    male;  - e perch il Papa ha 'bundanzia di servitori, non mi mandi pi
    intorno, per la salute vostra; ch badate bene al fatto vostro. Io non
    mancher mai n d n notte di pensare e  fare  tutto  quello  che  io
    potr  in  servizio  del Papa;  e ricordatevi bene,  che detto che voi
    avete questo al Papa di me,  in modo nessuno  non  vi  intervenire  in
    nulla de' casi mia, perch io vi far cognoscere gli errori vostri con
    la penitenzia che meritano -.
    Questo  uomo rifer ogni cosa al Papa in molto pi bestial modo che io
    non gli aveva porto. Cos si stette la cosa un pezzo, e io m'attendevo
    alla mia bottega e mie faccende.

    63.  Quel  Tubbia  orefice  sopra  ditto  attendeva  a  finire  quella
    guarnitura e ornamento a quel corno di liocorno;  e di pi il Papa gli
    aveva detto che cominciassi il calice in su quel modo  che  gli  aveva
    veduto  il mio.  E cominciatosi a farsi mostrare dal ditto Tubbia quel
    che lui faceva,  trovatosi mal sodisfatto,  assai si  doleva  di  aver
    rotto con esso meco,  e biasimava l'opere di colui,  e chi gnene aveva
    messe inanzi;  e parecchi volte mi venne a parlare Baccino della Croce
    da  parte del Papa,  che io dovessi fare quel reliquiere.  Al quale io
    dicevo,  che io pregavo Sua Santit,  che mi lasciassi riposare  della
    grande  infirmit che io avevo ato,  della quale io non ero ancor ben
    sicuro; ma che io mostrerrei a Sua Santit, di quelle ore ch'io potevo
    operare,  che tutte le spenderei in servizio suo.  Io  m'ero  messo  a
    ritrarlo,  e gli facevo una medaglia segretamente;  e quelle stampe di
    acciaio per istampar detta medaglia, me le facevo in casa;  e alla mia
    bottega  tenevo  un  compagno,  che era stato mio garzone,  il qual si
    domandava Felice.  In questo tempo,  s come fanno  i  giovani,  m'ero
    innamorato  d'una fanciulletta siciliana,  la quale era bellissima;  e
    perch ancor lei dimostrava volermi gran bene,  la madre sua accortasi
    di tal cosa,  sospettando di quello che gli poteva intervenire (questo
    si era che io avevo ordinato per un anno fuggirmi con detta  fanciulla
    a Firenze,  segretissimamente dalla madre), accortasi lei di tal cosa,
    una notte segretamente si part di Roma  e  andossene  alla  volta  di
    Napoli; e dette nome d'esser ita da Civitavecchia, e and da Ostia. Io
    l'andai  drieto  a  Civitavecchia,  e  feci  pazzie  inistimabile  per
    ritrovarla.  Sarebbon troppo lunghe a dir tal cose per l'apunto: basta
    che  io  stetti in procinto o d'impazzare o di morire.  In capo di dua
    mesi lei mi scrisse che si trovava in Sicilia molto mal  contenta.  In
    questo tempo io avevo atteso a tutti i piaceri che immaginar si possa,
    e avevo preso altro amore, solo per istigner quello.

    64. Mi accadde per certe diverse stravaganze, che io presi amicizia di
    un certo prete siciliano, il quale era di elevatissimo ingegno e aveva
    assai  buone lettere latine e grece.  Venuto una volta in un proposito
    d'un ragionamento,  in el quale s'intervenne a parlare dell'arte della
    negromanzia; alla qual cosa io dissi:
    -  Grandissimo  desiderio  ho  avuto  tutto il tempo della vita mia di
    vedere o sentire qualche cosa di quest'arte -.
    Alle qual parole il prete aggiunse:
    - Forte animo e sicuro bisogna che sia di quel uomo  che  si  mette  a
    tale impresa -.
    Io  risposi  che  della  fortezza  e  della  sicurt  dell'animo me ne
    avanzerebbe,  pur che i' trovassi modo a far tal cosa.  Allora rispose
    il prete:
    -  Se  di  cotesto  ti  basta  la  vista,  di  tutto il resto io te ne
    satoller -.
    Cos fummo d'acordo di dar principio a tale impresa.  Il  detto  prete
    una sera in fra l'altre si messe in ordine, e mi disse che io trovassi
    un  compagno,   insino  in  dua.   Io  chiamai  Vincenzio  Romoli  mio
    amicissimo,  e lui men seco un Pistolese,  il quale attendeva  ancora
    lui alla negromanzia. Andaticene al Culiseo, quivi paratosi il prete a
    uso di negromante,  si misse a disegnare i circuli in terra con le pi
    belle cirimonie che immaginar si possa al  mondo;  e  ci  aveva  fatto
    portare profummi preziosi e fuoco, ancora profummi cattivi. Come e' fu
    in ordine,  fece la porta al circulo;  e presoci per mano, a uno a uno
    ci messe drento al circulo;  di poi conpart  gli  uffizii;  dette  il
    pintculo  in  mano a quell'altro suo compagno negromante,  agli altri
    dette la  cura  del  fuoco  per  e'  profummi;  poi  messe  mano  agli
    scongiuri.  Dur questa cosa pi d'una ora e mezzo;  comparse parecchi
    legione,  di modo che il Culiseo era tutto pieno.  Io che attendevo ai
    profummi preziosi, quando il prete cognobbe esservi tanta quantit, si
    volse a me e disse:
    - Benvenuto, dimanda lor qualcosa -.
    Io dissi che facessino che io fussi con la mia Angelica siciliana. Per
    quella  notte  noi  non  avemmo  risposta  nessuna;  ma  io  ebbi bene
    grandissima satisfazione di quel che io desideravo di tal cosa.  Disse
    il negromante che bisognava che noi ci andassimo un'altra volta, e che
    io  sarei  satisfatto di tutto quello che io domandavo,  ma che voleva
    che io menassi meco un fanciulletto vergine.  Presi un mio  fattorino,
    il  quale  era  di dodici anni in circa,  e meco di nuovo chiamai quel
    ditto
    Vincenzio Romoli;  e,  per essere nostro domestico compagno  un  certo
    Agnolino  Gaddi,  ancora  lui  menammo a questa faccenda.  Arrivati di
    nuovo a il  luogo  deputato,  fatto  il  negromante  le  sue  medesime
    preparazione  con  quel medesimo e pi ancora maraviglioso ordine,  ci
    mise innel circulo,  qual di nuovo aveva fatto con pi mirabile arte e
    pi  mirabil cerimonie;  di poi a quel mio Vincenzio diede la cura de'
    profummi e del fuoco; insieme la prese il detto Agnolino Gaddi; di poi
    a me pose in mano il pintculo,  qual mi  disse  che  io  lo  voltassi
    sicondo  e'  luoghi dove lui m'accennava,  e sotto il pintculo tenevo
    quel fanciullino mio fattore.  Cominciato il negromante a fare  quelle
    terrebilissime  invocazioni,  chiamato  per  nome una gran quantit di
    quei demonii capi di quelle legioni, e a quelli comandava per la virt
    e potenzia di Dio increato,  vivente ed eterno,  in voce ebree,  assai
    ancora greche e latine;  in modo che in breve di spazio si empi tutto
    il Culiseo l'un cento pi di quello  che  avevan  fatto  quella  prima
    volta.   Vincenzio   Romoli   attendeva   a  fare  fuoco  insieme  con
    quell'Agnolino detto,  e molta quantit di profummi preziosi.  Io  per
    consiglio del negromante di nuovo domandai potere essere con Angelica.
    Voltosi il negromante a me, mi disse:
    -  Senti che gli hanno detto?  Che in ispazio di un mese tu sarai dove
    lei - e di nuovo aggiunse, che mi pregava che io gli tenessi il fermo,
    perch le legioni eran l'un mille pi di quel che lui aveva domandato,
    e che l'erano le pi pericolose; e poi che gli avevano istabilito quel
    che io avevo domandato,  bisognava carezzargli,  e  pazientemente  gli
    licenziare. Da l'altra banda il fanciullo, che era sotto il pintculo,
    ispaventatissimo  diceva che in quel luogo si era un milione di uomini
    bravissimi, e' quali tutti ci minacciavano: di pi disse,  che gli era
    comparso  quattro  smisurati giganti,  e' quali erano armati e facevan
    segno di voler entrar da noi. In questo il negromante,  che tremava di
    paura,  attendeva  con  dolce  e  suave  modo  el  meglio che poteva a
    licenziarli. Vincenzio Romoli, che tremava a verga a verga,  attendeva
    ai profummi.  Io,  che avevo tanta paura quant'e loro, mi ingegnavo di
    dimostrarla manco, e a tutti davo maravigliosissimo animo; ma certo io
    m'ero fatto morto,  per la paura che  io  vedevo  nel  negromante.  Il
    fanciullo s'era fitto il capo in fra le ginocchia, dicendo:
    - Io voglio morire a questo modo, ch morti sino -.
    Di nuovo io dissi al fanciullo:
    -  Queste  creature  son tutte sotto a di noi,  e ci che tu vedi si 
    fummo e ombra; s che alza gli occhi -.
    Alzato che gli ebbe gli occhi, di nuovo disse:
    - Tutto il Culiseo arde,  e 'l fuoco viene adosso a noi - e missosi le
    mane  al  viso,  di  nuovo  disse che era morto,  e che non voleva pi
    vedere. Il negromante mi si raccomand,  pregandomi che io gli tenessi
    il fermo, e che io facessi fare profummi di zaffetica: cos, voltomi a
    Vincenzio Romoli,  dissi che presto profumassi di zaffetica. In mentre
    che io cos diceva,  guardando Agnolino Gaddi,  il quale si era  tanto
    ispaventato  che le luce degli occhi aveva fuor del punto,  ed era pi
    che mezzo morto, al quale io dissi:
    - Agnolo, in questi luoghi non bisogna aver paura, ma bisogna darsi da
    fare e aiutarsi; s che mettete s presto di quella zaffetica -.
    Il ditto Agnolo,  in  quello  che  lui  si  volse  muovere,  fece  una
    strombazzata  di  coreggie  con  tanta  abundanzia  di merda,  la qual
    potette pi che la zaffetica.  Il fanciullo,  a quel gran puzzo e quel
    romore alzato un poco il viso,  sentendomi ridere alquanto, assicurato
    un poco la paura,  disse che se ne cominciavano a 'ndare a gran furia.
    Cos soprastemmo in fino a tanto che e' cominci a sonare i mattutini.
    Di nuovo ci disse il fanciullo che ve n'era restati pochi, e discosto.
    Fatto  che  ebbe  il  negromante  tutto  il resto delle sue cerimonie,
    spogliatosi e riposto un gran fardel di libri,  che gli aveva portati,
    tutti  d'accordo  seco  ci uscimmo del circulo,  ficcandosi l'un sotto
    l'altro; massimo il fanciullo, che s'era messo in mezzo, e aveva preso
    il negromante per la veste e me per  la  cappa;  e  continuamente,  in
    mentre  che  noi  andavamo  inverso  le case nostre in Banchi,  lui ci
    diceva che dua di quelli, che gli aveva visti nel Culiseo, ci andavano
    saltabeccando innanzi,  or correndo su pe' tetti e or  per  terra.  Il
    negromante  diceva,  che di tante volte quante lui era entrato innelli
    circuli,  non mai gli  era  intervenuto  una  cos  gran  cosa,  e  mi
    persuadeva  che io fussi contento di volere esser seco a consacrare un
    libro;  da il quale  noi  trarremmo  infinita  ricchezza,  perch  noi
    dimanderemmo li demonii che ci insegnassino delli tesori,  i quali n'
    pien la terra,  e a quel modo  noi  diventeremmo  ricchissimi;  e  che
    queste cose d'amore si erano vanit e pazzie,  le quale non rilevavano
    nulla.  Io li dissi,  che se  io  avessi  lettere  latine,  che  molto
    volentieri farei una tal cosa.  Pur lui mi persuadeva,  dicendomi, che
    le lettere latine non mi servivano  a  nulla,  e  che  se  lui  avessi
    voluto,  trovava  di molti con buone lettere latine;  ma che non aveva
    mai trovato nessuno d'un saldo animo come ero io,  e  che  io  dovessi
    attenermi al suo consiglio. Con questi ragionamenti noi arrivammo alle
    case nostre, e ciascun di noi tutta quella notte sognammo diavoli.

    65.  Rivedendoci  poi alla giornata,  il negromante mi strignevache io
    dovessi attendere a quella impresa;  per la qual cosa io  lo  domandai
    che  tempo  vi  si  metterebbe  a far tal cosa,  e dove noi avessimo a
    'ndare.  A questo mi rispose che in manco d'un mese noi  usciremmo  di
    quella  impresa,  e che il luogo pi a proposito si era nelle montagne
    di Norcia;  bench un suo maestro aveva  consacrato  quivi  vicino  al
    luogo  detto  alla  Badia  di  Farfa;  ma  che  vi  aveva ato qualche
    difficult,  le quali non si arebbono nelle montagne di Norcia;  e che
    quelli villani norcini son persone di fede, e hanno qualche pratica di
    questa  cosa,  a tale che possan dare a un bisogno maravigliosi aiuti.
    Questo prete negromante certissimamente mi aveva persuaso  tanto,  che
    io  volentieri  mi  ero disposto a far tal cosa,  ma dicevo che volevo
    prima finire quelle medaglie che io facevo per il Papa, e con il detto
    m'ero conferito e non con altri,  pregandolo che  lui  me  le  tenessi
    segrete.  Pure  continuamente  lo  domandavo se lui credeva che a quel
    tempo io mi dovessi trovare con la mia Angelica  siciliana,  e  veduto
    che s'appressava molto al tempo,  mi pareva molta gran cosa che di lei
    io non sentissi nulla.  Il negromante mi diceva che certissimo  io  mi
    troverrei dove lei,  perch loro non mancan mai,  quando e' promettono
    in quel modo come ferno allora; ma che io stessi con gli occhi aperti,
    e mi guardassi da qualche scandolo,  che per  quel  caso  mi  potrebbe
    intervenire;  e  che io mi sforzassi di sopportare qualche cosa contra
    la mia natura,  perch vi conosceva drento un grandissimo pericolo;  e
    che  buon  per  me  se  io andavo seco a consacrare il libro,  che per
    quella via quel mio gran pericolo si passerebbe,  e sarei causa di far
    me e lui felicissimi.  Io,  che ne cominciavo avere pi voglia di lui,
    gli dissi che per essere venuto in Roma un certo maestro  Giovanni  da
    Castel  Bolognese,  molto  valentuomo per far medaglie di quella sorte
    che io facevo, in acciaio,  e che non desideravo altro al mondo che di
    fare  a  gara  con questo valentomo,  e uscire al mondo adosso con una
    tale impresa,  per la quale io speravo con tal virt,  e  non  con  la
    spada,  ammazzare  quelli  parecchi  mia  nimici.  Questo uomo pure mi
    continuava dicendomi:
    - Di grazia, Benvenuto mio,  vien meco e fuggi un gran pericolo che in
    te io scorgo -.
    Essendomi io disposto in tutto e per tutto di voler prima finir la mia
    medaglia,  di gi eramo vicini al fine del mese;  al quale, per essere
    invaghito tanto innella medaglia,  io  non  mi  ricordavo  pi  n  di
    Angelica  n  di null'altra cotal cosa,  ma tutto ero intento a quella
    mia opera.

    66.  Un giorno fra gli altri,  vicino a l'ora  del  vespro,  mi  venne
    occasione  di trasferirmi fuor delle mie ore da casa alla mia bottega;
    perch avevo la bottega in Banchi,  e una casetta mi tenevo  drieto  a
    Banchi,  e  poche volte andavo a bottega;  ch tutte le faccende io le
    lasciavo fare a quel mio compagno che avea nome Felice.  Stato cos un
    poco  a  bottega,  mi  ricordai  che  io  avevo  a  'ndare a parlare a
    Lessandro del Bene. Subito levatomi e arrivato in Banchi,  mi scontrai
    in  un  certo  molto  mio  amico,  il  quale si domandava per nome ser
    Benedetto.  Questo era notaio e era nato  a  Firenze,  figliuolo  d'un
    cieco che diceva l'orazione,  che era sanese. Questo ser Benedetto era
    stato a Napoli molt' e molt'anni;  dipoi  s'era  ridotto  in  Roma,  e
    negoziava  per  certi  mercanti  sanesi  de' Chigi.  E perch quel mio
    compagno pi e pi volte gli aveva chiesto certi dinari, che gli aveva
    aver dallui di alcune anellette  che  lui  gli  aveva  fidate,  questo
    giorno,  iscontrandosi  in lui in Banchi li chiese li sua dinari in un
    poco di ruvido modo,  il quale era l'usanza  sua;  ch  il  detto  ser
    Benedetto  era  con  quelli  sua padroni,  in modo che,  vedendosi far
    quella cosa cos fatta,  sgridorno  grandemente  quel  ser  Benedetto,
    dicendogli  che si volevano servir d'un altro,  per non avere a sentir
    pi tal baiate. Questo ser Benedetto il meglio che e' poteva si andava
    con loro difendendo, e diceva che quello orefice lui l'aveva pagato, e
    che non era atto a affrenare il furore  de'  pazzi.  Li  detti  sanesi
    presono quella parola in cattiva parte e subito lo cacciorno via.
    Spiccatosi  dalloro,  affusolato se ne andava alla mia bottega,  forse
    per far dispiacere al detto Felice.  Avvenne,  che appunto innel mezzo
    di  Banchi noi ci incontrammo insieme: onde io,  che non sapevo nulla,
    al mio solito modo piacevolissimamente lo salutai;  il quale con molte
    villane  parole mi rispose.  Per la qual cosa mi sovvenne tutto quello
    che mi aveva detto il negromante;  in modo che,  tenendo la briglia il
    pi  che io potevo a quello che con le sue parole il detto mi sforzava
    a fare, dicevo:
    - Ser Benedetto fratello,  non vi vogliate adirar meco,  che non  v'ho
    fatto dispiacere, e non so nulla di questi vostri casi, e tutto quello
    che  voi avete che fare con Felice,  andate di grazia e finitela seco;
    che lui sa benissimo quel che v'ha a rispondere; onde io,  che none so
    nulla,  voi  mi  fate  torto a mordermi di questa sorte,  maggiormente
    sapendo che io non sono uomo che sopporti ingiurie -.
    A questo il detto disse, che io sapevo ogni cosa e che era uomo atto a
    farmi portar maggior soma di quella,  e che Felice e io eramo dua gran
    ribaldi.  Di gi s'era ragunato molte persone a vedere questa contesa.
    Sforzato dalle brutte parole,  presto mi chinai in terra  e  presi  un
    mzzo di fango,  perch era piovuto, e con esso presto gli menai a man
    salva per dargli in sul viso.  Lui abbass il capo,  di sorte che  con
    esso gli detti in sul mezzo del capo. In questo fango era investito un
    sasso  di  pietra viva con molti acuti canti,  e cogliendolo con un di
    quei canti in sul mezzo del capo,  cadde come morto svenuto in  terra;
    il  che,  vedendo tanta abondanzia di sangue,  si giudic per tutti e'
    circostanti che lui fossi morto.

    67. In mentre che il detto era ancora in terra, e che alcuni si davano
    da fare per portarlo via, passava quel Pompeo gioielliere gi ditto di
    sopra. Questo il Papa aveva mandato per lui per alcune sue faccende di
    gioie. Vedendo quell'uomo mal condotto, domand chi gli aveva dato. Di
    che gli fu detto:
    - Benvenuto gli ha dato, perch questa bestia se l'ha cerche -.
    Il detto Pompeo, prestamente giunto che fu al Papa, gli disse:
    - Beatissimo padre,  Benvenuto adesso adesso ha ammazzato Tubbia;  che
    io l'ho veduto con li mia occhi -.
    A questo il Papa infuriato comesse al Governatore,  che era quivi alla
    presenza, che mi pigliassi, e che m'impiccassi subito innel luogo dove
    si era fatto l'omicidio, e che facessi ogni diligenzia a avermi, e non
    gli capitassi innanzi prima che lui mi avessi impiccato. Veduto che io
    ebbi  quello  sventurato  in  terra,   subito  pensai  a'  fatti  mia,
    considerato  alla  potenzia  de'  mia  nimici,  e quel che di tal cosa
    poteva partorire.
    Partitomi di quivi, me ne ritirai a casa misser Giovanni Gaddi cherico
    di Camera; volendomi metter in ordine il pi presto che io potevo, per
    andarmi  con  Dio.  Alla  qual  cosa,  il  detto  misser  Giovanni  mi
    consigliava  che  io non fussi cos furioso a partirmi,  ch tal volta
    potria essere che 'l male non fussi tanto grande quanto e' mi parve: e
    fatto chiamare messer Anibal Caro, il quale stava seco,  gli disse che
    andassi  a  'ntendere  il  caso.  Mentre  che di questa cosa si dava i
    sopraditti  ordini,  conparse  un  gentiluomo  romano  che  stava  col
    cardinal de' Medici e da quello mandato.
    Questo gentiluomo, chiamato a parte misser Giovanni e me, ci disse che
    il  Cardinale  gli aveva detto quelle parole che gli aveva inteso dire
    al Papa, e che non aveva rimedio nessuno da potermi aiutare,  e che io
    facessi  tutto  il mio potere di scampar questa prima furia,  e che io
    non mi fidassi in nessuna casa di Roma.
    Subito partitosi il gentiluomo, il ditto misr Giovanni guardandomi in
    viso, faceva segno di lacrimare, e disse:
    - Oim, tristo a me!  che io non ho rimedio nessuno a poterti aiutare!
    - Allora io dissi:
    - Mediante Idio, io mi aiuter ben da me; solo vi richieggo che voi mi
    serviate di un de' vostri cavalli -.
    Era  di gi messo in ordine un caval morello turco,  il pi bello e il
    miglior di Roma.  Montai in sun esso con uno archibuso a ruota dinanzi
    a l'arcione, stando in ordine per difendermi con esso.
    Giunto  che  io  fui  a  ponte  Sisto,  vi trovai tutta la guardia del
    bargello a cavallo e a pi;  cos faccendomi  della  necessit  virt,
    arditamente spinto modestamente il cavallo,  merz di Dio oscurato gli
    occhi loro,  libero passai,  e con quanta pi fretta io potetti me  ne
    andai a Palombara,  luogo del signor Giovanbatista Savello, e di quivi
    rimandai il cavallo a misser Giovanni,  n manco volsi ch'egli sapessi
    dove  io  mi  fussi.  Il  detto signor Gianbatista,  carezzato ch'egli
    m'ebbe dua giornate,  mi consigli che io mi dovessi levar di quivi  e
    andarmene alla volta di Napoli, per tanto che passassi questa furia; e
    datomi compagnia,  mi fece mettere in sulla strada di Napoli, in su la
    quale io trovai uno scultore mio amico, che se ne andava a San Germano
    a finire la seppoltura di Pier de' Medici a Monte  Casini.  Questo  si
    chiamava  per  nome il Solosmeo: lui mi dette nuove,  come quella sera
    medesima papa Clemente aveva mandato un suo cameriere a intendere come
    stava Tubbia sopraditto; e trovatolo a lavorare,  e che in lui non era
    avvenuto cosa nissuna, n manco non sapeva nulla, referito al Papa, il
    ditto si volse a Pompeo e gli disse:
    - Tu sei uno sciagurato, ma io ti protesto bene, che tu hai stuzzicato
    un serpente, che ti morder e faratti il dovere -.
    Di poi si volse al cardinal de' Medici,  e gli commisse che tenessi un
    poco di conto di me,  che per nulla lui non mi arebbe voluto  perdere.
    Cos  il  Solosmeo  e  io  ce ne andavamo cantando alla volta di Monte
    Casini, per andarcene a Napoli insieme.

    68.  Riveduto che ebbe il Solosmeo le sue  faccende  a  Monte  Casini,
    insieme ce ne andammo alla volta di Napoli. Arrivati a un mezzo miglio
    presso a Napoli,  ci si fece incontro uno oste il quale ci invit alla
    sua osteria,  e ci diceva che era stato in Firenze molt'anni con Carlo
    Ginori;  e  se  noi  andavamo  alla  sua osteria,  che ci arebbe fatto
    moltissime carezze,  per esser noi Fiorentini.  Al qual oste  noi  pi
    volte  dicemmo,  che seco noi non volevamo andare.  Questo uomo pur ci
    passava inanzi e or ristava indrieto,  sovente dicendoci  le  medesime
    cose,  che  ci  arebbe  voluti alla sua osteria.  Il perch venutomi a
    noia,  io lo domandai se lui  mi  sapeva  insegnare  una  certa  donna
    siciliana,  che  aveva  nome  Beatrice,  la  quale aveva una sua bella
    figliuoletta che si chiamava Angelica,  ed  erano  cortigiane.  Questo
    ostiere, parutoli che io l'uccellassi, disse:
    -  Idio dia il malanno alle cortigiane e chi vuol lor bene - e dato il
    pi al cavallo,  fece segno di andarsene resoluto  da  noi.  Parendomi
    essermi  levato  da  dosso in un bel modo quella bestia di quell'oste,
    con tutto che di tal cosa io non estessi in capitale,  perch  mi  era
    sovvenuto quel grande amore che io portavo a Angelica,  e ragionandone
    col ditto Solosmeo non senza qualche amoroso sospiro, vediamo con gran
    furia ritornare a noi l'ostiere, il quale, giunto da noi, disse:
    - E' sono o dua over tre  giorni,  che  accanto  alla  mia  osteria  
    tornato una donna e una fanciulletta, le quali hanno cotesto nome; non
    so se sono siciliane o d'altro paese -.
    Allora io dissi:
    - Gli ha tanta forza in me quel nome di Angelica, che io voglio venire
    alla tua osteria a ogni modo -.
    Andammocene  d'accordo  insieme  coll'oste  nella  citt di Napoli,  e
    scavalcammo alla sua osteria,  e mi pareva mill'anni di  dare  assetto
    alle  mie  cose,  qual  feci  prestissimo;  e entrato nella ditta casa
    accanto a l'osteria,  ivi trovai la mia Angelica,  la quale mi fece le
    pi smisurate carezze che inmaginar si possa al mondo.  Cos mi stetti
    seco da quell'ora delle ventidua ore in sino alla seguente mattina con
    tanto piacere,  che pari non ebbi mai.  E  in  mentre  che  in  questo
    piacere io gioiva,  mi sovvenne che quel giorno apunto spirava il mese
    che mi fu promisso in el circolo di negromanzia dalli demonii.  S che
    consideri ogni uomo, che s'inpaccia con loro, e' pericoli inistimabili
    che io ho passati.

    69.  Io  mi trovavo innella mia borsa a caso un diamante,  il quale mi
    venne mostrato in fra gli orefici: e se bene io ero giovane ancora, in
    Napoli io ero talmente conosciuto per uomo  da  qualcosa,  che  mi  fu
    fatto  moltissime carezze.  Infra gli altri un certo galantissimo uomo
    gioielliere, il quale aveva nome misser Domenico Fontana.  Questo uomo
    da  bene lasci la bottega per tre giorni che io stetti in Napoli,  n
    mai si spicc da me, mostrandomi molte bellissime anticaglie che erano
    in Napoli e fuor di Napoli;  e di pi mi men  a  fare  reverenzia  al
    Vicer  di  Napoli,  il  quale  gli  aveva  fatto  intendere che aveva
    vaghezza di vedermi.  Giunto che io fui da Sua  Eccellenzia,  mi  fece
    molte  onorate  accoglienze;  e  in  mentre  che cos facevamo,  dtte
    innegli  occhi  di  Sua  Eccellenzia  il  sopra  ditto   diamante;   e
    fattomiselo  mostrare,  disse,  che  se io ne avessi a privar me,  non
    cambiassi lui, di grazia. Al quale io,  ripreso il diamante,  lo porsi
    di  nuovo  a Sua Eccellenzia,  e a quella dissi,  che il diamante e io
    eramo al servizio di quella.
    Allora e' disse che aveva ben caro il diamante,  ma che molto pi caro
    li  sarebbe  che io restassi seco;  che mi faria tal patti,  che io mi
    loderei di lui. Molte cortese parole ci usammo l'un l'altro; ma venuti
    poi ai meriti del diamante,  comandatomi da Sua Eccellenzia che io  ne
    domandassi  pregio,  qual mi paressi,  a una sola parola,  al quale io
    dissi che dugento scudi era il  suo  pregio  a  punto.  A  questo  Sua
    Eccellenzia  disse  che gli pareva che io non fussi niente iscosto dal
    dovere;  ma per esser legato di mia mano,  conoscendomi per  il  primo
    uomo  del mondo,  non riuscirebbe,  se un altro lo legasse,  di quella
    eccellenzia che dimostrava.  Allora io dissi,  che il diamante non era
    legato di mia mano e che non era ben legato; e quello che egli faceva,
    lo  faceva  per  sua  propria bont;  e che se io gnene rilegassi,  lo
    migliorerei assai da quel che gli era.  E messo l'ugna del dito grosso
    ai filetti del diamante,  lo trassi del suo anello, e nettolo alquanto
    lo porsi al Vicer;  il quale satisfatto e maravigliato,  mi fece  una
    poliza, che mi fussi pagato li dugento scudi che io l'aveva domandato.
    Tornatomene  al  mio  alloggiamento,  trovai  lettere che venivano dal
    cardinale de' Medici,  le quali mi dicevano che io ritornassi  a  Roma
    con gran diligenzia,  e di colpo me ne andassi a scavalcare a casa Sua
    Signoria reverendissima.  Letto alla  mia  Angelica  la  lettera,  con
    amorosette  lacrime  lei  mi  pregava  che di grazia io mi fermassi in
    Napoli, o che io ne la menassi meco.  Alla quale io dissi,  che se lei
    ne  voleva  venir  meco,  che  io  gli darei in guardia quelli dugento
    ducati che io avevo presi dal Vicer.
    Vedutoci la madre a questi serrati ragionamenti,  si accost a noi,  e
    mi disse:
    - Benvenuto,  se tu ti vuoi menare la mia Angelica a Roma,  lassami un
    quindici ducati,  acciocch io possa partorire,  e  poi  me  ne  verr
    ancora io -.
    Dissi alla vecchia ribalda,  che trenta volentieri gnene lascierei, se
    lei si contentava di darmi la mia Angelica.  Cos  restati  d'accordo,
    Angelica  mi  preg  che  io  li comperassi una vesta di velluto nero,
    perch in Napoli era buon mercato.  Di tutto fui contento;  e  mandato
    per il velluto, fatto il mercato e tutto, la vecchia, che pens che io
    fossi pi cotto che crudo, mi chiese una vesta di panno fine per s, e
    molt'altre  spese per sua figliuoli,  e pi danari assai di quelli che
    io gli avevo offerti. Alla quale io piacevolmente mi volsi e le dissi:
    - Beatrice mia cara,  bastat'egli quello che io t'ho  offerto?  -  Lei
    disse  che  no.  Allora  io  dissi,  che  quel  che  non bastava a lei
    basterebbe a me: e baciato la mia Angelica,  lei con lacrime e io  con
    riso ci spiccammo, e me ne tornai a Roma subito.

    70. Partendomi di Napoli a notte con li dinari addosso, per non essere
    appostato n assassinato,  come  il costume di Napoli, trovatomi alla
    Selciata,  con grande astuzia e valore  di  corpo  mi  difesi  da  pi
    cavagli,  che mi erano venuti per assassinare. Di poi gli altri giorni
    appresso,  avendo lasciato il Solosmeo  alle  sue  faccende  di  Monte
    Casini,  giunto  una  mattina  per  desinare  all'osteria di Adagnani;
    essendo presso all'osteria, tirai a certi uccelli col mio archibuso, e
    quelli ammazzai;  e un ferretto,  che  era  nella  serratura  del  mio
    stioppo,  mi  aveva  stracciato la man ritta.  Se bene non era il male
    d'inportanza, appariva assai, per molta quantit di sangue che versava
    la mia mano. Entrato ne l'osteria,  messo il mio cavallo al suo luogo,
    salito in sun un palcaccio,  trovai molti gentiluomini napoletani, che
    stavano per entrare a tavola; e con loro era una gentil donna giovane,
    la pi bella che io vedessi mai.  Giunto che io  fui,  appresso  a  me
    montava  un  bravissimo giovane mio servitore con un gran partigianone
    in mano: in modo che noi,  l'arm'e il sangue,  messe tanto  terrore  a
    quei poveri gentili uomini, massimamente per esser quel luogo un nidio
    di assassini; rizzatisi da tavola, pregorno Idio, con grande spavento,
    che  gli  aiutassi.  Ai  quali  io  dissi ridendo,  che Idio gli aveva
    aiutati,  e che io  ero  uomo  per  difendergli  da  chi  gli  volesse
    offendere; e chiedendo a loro qualche poco di aiuto per fasciar la mia
    mana,   quella   bellissima  gentil  donna  prese  un  suo  fazzoletto
    riccamente lavorato d'oro,  volendomi con esso fasciare: io non volsi:
    subito lei lo stracci pel mezzo,  e con grandissima gentilezza di sua
    mano  mi  fasci.   Cos  assicuratisi   alquanto,   desinammo   assai
    lietamente.  Di poi il desinare montammo a cavallo,  e di compagnia ce
    ne andavamo.  Non era ancora assicurata la paura;  ch quelli  gentili
    uomini  astutamente  mi  facevano  trattenere  a  quella  gentildonna,
    restando alquanto indietro: e io a pari con essa me ne andavo  in  sun
    un  mio bel cavalletto,  accennato al mio servitore che stessi un poco
    discosto da me;  in modo che noi ragionavamo di quelle  cose  che  non
    vende lo speziale.  Cos mi condussi a Roma col maggior piacere che io
    avessi mai.
    Arrivato che io fui a Roma,  me ne andai a scavalcare al  palazzo  del
    cardinale  de'  Medici;  e trovatovi Sua Signoria reverendissima,  gli
    feci motto,  e lo ringraziai de l'avermi fatto tornare.  Di poi pregai
    Sua Signoria reverendissima,  che mi facessi sicuro dal carcere,  e se
    gli era possibile ancora della pena pecuniaria.  Il ditto  Signore  mi
    vidde molto volentieri; mi disse che io non dubitassi di nulla; di poi
    si volse a un suo gentiluomo, il quale si domandava misser Pierantonio
    Pecci,  sanese,  dicendogli  che per sua parte dicessi al bargello che
    non ardissi toccarmi.  Appresso lo domand come stava quello a chi  io
    avevo  dato  del sasso in sul capo.  Il ditto messer Pierantonio disse
    che lui stava male, e che gli starebbe ancor peggio;  il perch si era
    saputo  che  io  tornavo  a  Roma,  diceva  volersi  morire  per farmi
    dispetto. Alle qual parole con gran risa il Cardinale disse:
    - Costui non poteva  fare  altro  modo  che  questo,  a  volerci  fare
    cognoscere che gli era nato di sanesi -.
    Di poi voltosi a me, mi disse:
    - Per onest nostra e tua, abbi pazienzia quattro o cinque giorni, che
    tu non pratichi in Banchi;  da questi in l va' poi dove tu vuoi,  e i
    pazzi muoiano a lor posta -.
    Io me ne andai a casa mia, mettendomi a finire la medaglia, che di gi
    avevo cominciata, della testa di papa Clemente, la quale io facevo con
    un rovescio figurato una Pace.
    Questa si era una femminetta vestita con panni sottilissimi, soccinta,
    con una faccellina in mano, che ardeva un monte di arme legate insieme
    a guisa di un trofeo;  e ivi era figurato una  parete  di  un  tempio,
    innel  quale  era  figurato  il  Furore  con  molte  catene legato,  e
    all'intorno si era un motto di lettere,  il quale  diceva  "Clauduntur
    belli portae". In mentre ch'io finivo la ditta medaglia, quello che io
    avevo percosso era guarito, e 'l Papa non cessava di domandar di me: e
    perch  io fuggivo di andare intorno al cardinale de' Medici,  avvenga
    che tutte le volte che io gli capitavo inanzi, Sua Signoria mi dava da
    fare qualche opera d'importanza,  per la qual  cosa  m'inpediva  assai
    alla  fine  della  mia medaglia,  avvenne che misser Pier Carnesecchi,
    favoritissimo del Papa, prese la cura di tener conto di me: cos in un
    destro modo mi disse quanto il Papa desiderava che io lo servissi.  Al
    quale  io  dissi che in brevi giorni io mostrerrei a Sua Santit,  che
    mai io non m'ero scostato dal servizio di quella.

    71. Pochi giorni appresso,  avendo finito la mia medaglia,  la stampai
    in  oro  e in argento e in ottone.  Mostratala a messer Piero,  subito
    m'introdusse dal Papa.  Era un  giorno  doppo  desinare  del  mese  di
    aprile, ed era un bel tempo: il Papa era in Belvedere.
    Giunto  alla  presenza  di  Sua Santit,  li porsi in mano le medaglie
    insieme con li conii di acciaio.  Presele,  subito cognosciuto la gran
    forza di arte che era in esse, guardato misser Piero in viso, disse:
    - Gli antichi non furno mai s ben serviti di medaglie -.
    In  mentre  che  lui e gli altri le consideravano,  ora i conii ora le
    medaglie, io modestissimamente cominciai a parlare e dissi:
    - Se la potenzia delle mie perverse  istelle  non  avessino  ato  una
    maggior potenzia,  che alloro avessi impedito quello che violentemente
    in atto le mi dimostrorno,  Vostra  Santit  senza  sua  causa  e  mia
    perdeva un suo fidele e amorevole servitore.  Per,  beatissimo Padre,
    non  error nessuno in questi atti,  dove si fa del resto,  usar  quel
    modo che dicono certi poveri semplici uomini,  usando dire, che si dee
    segnar sette e tagliar uno.  Da poi che una malvagia  bugiarda  lingua
    d'un  mio pessimo avversario,  che aveva cos facilmente fatto adirare
    Vostra Santit,  che  ella  venne  in  tanto  furore,  commettendo  al
    Governatore  che  subito  preso  m'impiccassi;  veduto  da poi un tale
    inconveniente, faccendo un cos gran torto a s medesima a privarsi di
    un suo servitore,  qual Vostra Santit istessa dice che egli ,  penso
    certissimo che,  quanto a Dio e quanto al mondo, da poi Vostra Santit
    n'arebbe ato un non piccolo rimordimento.  Per i  buoni  e  virtuosi
    padri,  similmente i padroni tali,  sopra i loro figliuoli e servitori
    non debbono cos  precipitatamente  lasciar  loro  cadere  il  braccio
    addosso;  avvenga che lo increscerne lor da poi non serva a nulla.  Da
    poi che Idio ha impedito questo maligno corso di stelle, e salvatomi a
    Vostra Santit, un'altra volta priego quella,  che non sia cos facile
    a l'adirarsi meco -.
    Il  Papa,  fermato  di guardare le medaglie,  con grande attenzione mi
    stava  a  udire;   e  perch  alla  presenzia  era  molti  Signori  di
    grandissima  importanza,  il Papa,  arrossito alquanto,  fece segno di
    vergognarsi,  e non sapendo altro modo a uscir di quel viluppo,  disse
    che  non  si  ricordava  di aver mai dato una tal commessione.  Allora
    avvedutomi di questo,  entrai in  altri  ragionamenti,  tanto  che  io
    divertissi  quella  vergogna  che  lui  aveva  dimostrato.  Ancora Sua
    Santit entrato in e' ragionamenti delle medaglie,  mi  dimandava  che
    modo  io  avevo  tenuto  a  stamparle cos mirabilmente,  essendo cos
    grande;  il che lui non aveva mai veduto degli  antichi,  medaglie  di
    tanta grandezza.  Sopra quello si ragion un pezzo,  e lui,  che aveva
    paura che io non gli facessi un'altra orazioncina peggio di quella, mi
    disse che le medaglie erano bellissime e che gli erano molto grate,  e
    che  arebbe  voluto  fare  un  altro  rovescio a sua fantasia,  se tal
    medaglie si poteva istampare con dua rovesci. Io dissi che s.
    Allora Sua Santit mi commesse che  io  facessi  la  storia  di  Mois
    quando  e'  percuote  la  pietra,  ch'e' n'esce l'acqua,  con un motto
    sopra, il qual dicessi "Ut bibat populus". E poi aggiunse:
    - Va, Benvenuto,  che tu non l'arai finita s tosto che io ar pensato
    a casi tua -.
    Partito  che io fui,  il Papa si vant alla presenza di tutti di darmi
    tanto, che io arei potuto riccamente vivere, senza mai pi affaticarmi
    con altri. Attesi sollecitamente a finire il rovescio del Mois.

    72. In questo mezzo il Papa si ammal;  e,  giudicando i medici che 'l
    male  fussi  pericoloso,  quel  mio  avversario,  avendo  paura di me,
    commise a certi soldati napoletani che facessino a me quello  che  lui
    aveva  paura  che  io  non  facessi  allui.  Per ebbi molte fatiche a
    difendere la mia povera vita.  Seguitando fini'  il  rovescio  afatto:
    portatolo su al Papa,  lo trovai nel letto malissimo condizionato. Con
    tutto questo egli mi fece gran carezze, e volse veder le medaglie e e'
    conii; e faccendosi dare occhiali e lumi, in modo alcuno non iscorgeva
    nulla. Si messe a brancolarle alquanto con le dita;  di poi fatto cos
    un  poco,  gitt  un gran sospiro e disse a certi che gl'incresceva di
    me, ma che se Idio gli rendeva la sanit,  acconcerebbe ogni cosa.  Da
    poi  tre  giorni  il  Papa  mor,  e  io,  trovatomi aver perso le mie
    fatiche,  mi feci di buono animo,  e dissi a me  stesso  che  mediante
    quelle medaglie io m'ero fatto tanto cognoscere, che da ogni papa, che
    venissi,  io  sarei  adoperato  forse con miglior fortuna.  Cos da me
    medesimo mi missi animo,  cancellando in tutto e per tutto  le  grande
    ingiurie  che  mi  aveva  fatte  Pompeo;  e  missomi  l'arme indosso e
    accanto,  me ne andai a San Piero,  baciai li piedi al morto Papa  non
    sanza  lacrime;  di  poi  mi  ritornai in Banchi a considerare la gran
    confusione che avviene in cotai occasione.  E  in  mentre  che  io  mi
    sedeva in Banchi con molti mia amici,  venne a passare Pompeo in mezzo
    a dieci uomini benissimo armati;  e quando egli fu a punto a rincontro
    dove  io  era,  si  ferm alquanto in atto di voler quistione con esso
    meco. Quelli ch'erano meco, giovani bravi e volontoriosi,  accennatomi
    che io dovessi metter mano,  alla qual cosa subito considerai,  che se
    io mettevo mano alla spada,  ne sarebbe  seguito  qualche  grandissimo
    danno  in quelli che non vi avevano una colpa al mondo;  per giudicai
    che e' fussi il meglio,  che io solo mettessi a  ripintaglio  la  vita
    mia.  Soprastato che Pompeo fu del dir dua Avemarie, con ischerno rise
    inverso di me; e partitosi,  quelli sua anche risono scotendo il capo;
    e  con simili atti facevano molte braverie: quelli mia compagni volson
    metter mano alla quistione; ai quali io adiratamente dissi, che le mie
    brighe io ero uomo da per me  a  saperle  finire,  che  io  non  avevo
    bisogno di maggior bravi di me; s che ognun badassi al fatto suo.
    Isdegnati  quelli  mia  amici  si  partirno da me brontolando.  In fra
    questi era il pi caro mio amico,  il quale aveva nome Albertaccio del
    Bene,  fratel  carnale di Alessandro e di Albizzo,  il quale  oggi in
    Lione grandissimo ricco. Era questo Albertaccio il pi mirabil giovane
    che io cognoscessi mai, e il pi animoso,  e a me voleva bene quanto a
    s medesimo; e perch lui sapeva bene che quello atto di pazienzia non
    era  stato  per  pusillit d'animo,  ma per aldacissima bravuria,  che
    benissimo mi conosceva,  e replicato alle parole,  mi preg che io gli
    facessi  tanta  grazia  di  chiamarlo  meco a tutto quel che io avessi
    animo di fare. Al quale io dissi:
    - Albertaccio mio,  sopra tutti gli altri carissimo;  ben verr  tempo
    che  voi  mi potrete dare aiuto;  ma in questo caso,  se voi mi volete
    bene,  non guardate a me,  e badate al fatto vostro,  e  levatevi  via
    presto  s  come  hanno fatto gli altri,  perch questo non  tempo da
    perdere -.
    Queste parole furno dette presto.

    73.  Intanto li nimici mia,  di Banchi a lento passo  s'erano  avviati
    inverso la Chiavica,  luogo detto cos,  e arrivati in su una crociata
    di strade le quali vanno in diversi luoghi; ma quella dove era la casa
    del mio nimico Pompeo,  era quella strada che diritta porta a Campo di
    Fiore;  e  per  alcune  occasione  de il detto Pompeo,  era entrato in
    quello ispeziale che stava in sul canto della Chiavica,  e  soprastato
    con  ditto  speziale alquanto per alcune sue faccende;  bench a me fu
    ditto che lui si era millantato di quella  bravata  che  allui  pareva
    aver fattami: ma in tutti i modi la fu pur sua cattiva fortuna; perch
    arrivato che io fui a quel canto,  apunto lui usciva dallo speziale, e
    quei sua bravi si erano aperti,  e l'avevano di gi ricevuto in mezzo.
    Messi mano a un picol pungente pugnaletto,  e sforzato la fila de' sua
    bravi,  li messi le mane  al  petto  con  tanta  prestezza  e  sicurt
    d'animo, che nessuno delli detti rimediar non possettono.
    Tiratogli per dare al viso, lo spavento che lui ebbe li fece volger la
    faccia,  dove  io lo punsi apunto sotto l'orecchio;  e quivi raffermai
    dua colpi soli, che al sicondo mi cadde morto di mano, qual non fu mai
    mia intenzione;  ma,  s come si dice,  li colpi non si danno a patti.
    Ripreso il pugnale con la mano istanca, e con la ritta tirato fuora la
    spada  per la difesa della vita mia,  dove tutti quei bravi corsono al
    morto corpo,  e contro a me non feceno atto nessuno,  cos soletto  mi
    ritirai per strada Iulia,  pensando dove io mi potessi salvare. Quando
    io  fui  trecento  passi,  mi  raggiunse  il  Piloto,   orefice,   mio
    grandissimo amico, il quale mi disse:
    - Fratello, da poi che 'l male  fatto, veggiamo di salvarti -.
    Al quale io dissi:
    -  Andiamo in casa di Albertaccio del Bene,  che poco inanzi gli avevo
    detto che presto verrebbe il tempo che io arei bisogno di lui -.
    Giunti  che  noi  fummo  a  casa   Albertaccio,   le   carezze   furno
    inistimabile,  e  presto  comparse  la nobilt delli giovani di Banchi
    d'ogni nazione,  da' Milanesi in fuora;  e tutti mi  si  offersono  di
    mettete  la  vita  loro  per salvazione della vita mia.  Ancora misser
    Luigi Rucellai mi  mand  a  offerire  maravigliosamente,  che  io  mi
    servissi  delle  cose sua,  e molti altri di quelli omaccioni simili a
    lui;  perch tutti d'accordo mi benedissono le mani,  parendo loro che
    colui  mi  avessi  troppo assassinato,  e maravigliandosi molto che io
    avessi tanto soportato.

    74. In questo istante il cardinal Cornaro,  saputo la cosa,  da per s
    mand trenta soldati,  con tanti partigianoni,  picche e archibusi, li
    quali mi menassino in camera sua per ogni buon rispetto; e io accettai
    l'offerta,  e con quelli me ne andai,  e pi di altretanti  di  quelli
    ditti  giovani  mi  feciono  compagnia.  In questo mezzo saputolo quel
    misser Traiano  suo  parente,  primo  cameriere  del  Papa,  mand  al
    cardinal  de'  Medici un gran gentiluomo milanese,  il qual dicessi al
    Cardinale il gran  male  che  io  avevo  fatto,  e  che  Sua  Signoria
    reverendissima  era  ubbrigata  a  gastigarmi.  Il  Cardinale  rispose
    subito, e disse:
    - Gran male arebbe fatto a non fare  questo  minor  male:  ringraziate
    messer  Traiano da mia parte,  che m'ha fatto avvertito di quel che io
    non sapeva - e subito voltosi,  in presenza del ditto  gentiluomo,  al
    vescovo di Frull suo gentiluomo e familiare, li disse:
    - Cercate con diligenzia il mio Benvenuto, e menatemelo qui, perch io
    lo voglio aiutare e difendere;  e chi far contra di lui,  far contra
    di me -.
    Il gentiluomo molto arrossito si part,  e il  vescovo  di  Frull  mi
    venne  a trovare in casa il cardinal Cornaro;  e trovato il Cardinale,
    disse come il cardinale de' Medici mandava per Benvenuto, e che voleva
    esser lui quello che lo guardassi.  Questo  cardinal  Cornaro,  ch'era
    bizzarro  come  un  orsacchino,  molto  adirato  rispose  al  vescovo,
    dicendogli che lui era cos atto a  guardarmi  come  il  cardinal  de'
    Medici.  A  questo il vescovo disse,  che di grazia facessi che lui mi
    potessi parlare una parola fuor di quello affare, per altri negozi del
    cardinale.  Il Cornaro li disse che per quel giorno facessi  conto  di
    avermi parlato. Il cardinal de' Medici era molto isdegnato; ma pure io
    andai   la   notte  seguente  senza  saputa  del  Cornaro,   benissimo
    accompagnato,  a visitarlo;  dipoi lo pregai che mi facessi  tanto  di
    grazia  di  lasciarmi  in  casa del ditto Cornaro,  e li dissi la gran
    cortesia  che  Cornaro  m'aveva  usato;  dove  che,  se  Sua  Signoria
    reverendissima mi lasciava stare col ditto Cornaro, io verrei ad avere
    un amico pi nelle mie necessitate;  o pure che disponessi di me tutto
    quello che piacessi a Sua  Signoria.  Il  quale  mi  rispose,  che  io
    facessi quanto mi pareva.  Tornatomene a casa il Cornaro,  ivi a pochi
    giorni fu fatto papa il cardinal Farnese: e subito  dato  ordine  alle
    cose di pi importanza, apresso il Papa domand di me, dicendo che non
    voleva  che  altri  facessi  le  sue monete,  che io.  A queste parole
    rispose a Sua Santit un  certo  gentiluomo  suo  domestichissimo,  il
    quale si chiamava messer Latino Iuvinale; disse che io stavo fuggiasco
    per  uno  omicidio fatto in persona di un Pompeo milanese,  e aggiunse
    tutte le mie ragione molto favoritamente.  Alle qual  parole  il  Papa
    disse:
    - Io non sapevo della morte di Pompeo, ma s bene sapevo le ragione di
    Benvenuto,  s che facciasigli subito un salvo condotto,  con il quale
    lui stia sicurissimo -.
    Era alla presenza un grande amico di quel Pompeo e molto domestico del
    Papa, il quale si chiamava misser Ambruogio, ed era milanese,  e disse
    al Papa:
    - In e' primi d del vostro papato non saria bene far grazie di questa
    sorte -.
    Al quale il Papa voltosigli, gli disse:
    -  Voi  non  la  sapete bene s come me.  Sappiate che gli uomini come
    Benvenuto,  unici nella lor professione,  non hanno da essere ubrigati
    alla legge: or maggiormente lui, che so quanta ragione e' gli ha -.
    E  fattomi  fare il salvo condotto,  subito lo cominciai a servire con
    grandissimo favore.

    75.  Mi venne a trovare quel Latino Iuvinale detto,  e mi commesse che
    io  facessi  le monete del Papa.  Per la qual cosa si dest tutti quei
    mia nimici: cominciorno a impedirmi, che io non le facessi.
    Alla qual cosa il Papa,  avvedutosi di tal cosa,  gli sgrid tutti,  e
    volse  che  io  le  facessi.  Cominciai  a fare le stampe degli scudi,
    innelle quali io feci un mezzo San Pagolo, con un motto di lettere che
    diceva "Vas electionis". Questa moneta piacque molto pi che quelle di
    quelli che avevan fatto a mia concorrenza;  di modo che il Papa  disse
    che  altri non gli parlassi pi di monete,  perch voleva che io fossi
    quello che le  facessi  e  no  altri.  Cos  francamente  attendevo  a
    lavorare;  e quel messer Latino Iuvinale m'introduceva al Papa, perch
    il Papa gli aveva dato questa cura.
    Io desideravo di riavere il moto proprio dell'uffizio dello stampatore
    della zecca. A questo il Papa si lasci consigliare, dicendo che prima
    bisognava che avessi la grazia dell'omicidio,  la quale io riarei  per
    le Sante Marie di Agosto per ordine de' caporioni di Roma, che cos si
    usa  ogni  anno  per  questa  solenne  festa donare a questi caporioni
    dodici sbanditi; intanto mi si farebbe un altro salvo condotto, per il
    quale io potessi star sicuro per insino al ditto tempo.  Veduto questi
    mia  nimici  che  non  potevano  ottenere per via nessuna impedirmi la
    zecca,  presono un altro espediente.  Avendo il Pompeo morto  lasciato
    tremila ducati di dota a una sua figliuolina bastarda,  feciono che un
    certo favorito del signor Pier Luigi, flgliuol del Papa,  la chiedessi
    per  moglie  per mezzo del detto Signore: cos fu fatto.  Questo ditto
    favorito era un villanetto allevato dal ditto Signore,  e per quel che
    si disse allui tocc pochi di cotesti dinari,  perch il ditto Signore
    vi messe su le mane, e se ne volse servire. Ma perch pi volte questo
    marito di questa fanciulletta,  per compiacere alla sua moglie,  aveva
    pregato  il  Signore  ditto che mi facessi pigliare,  il quale Signore
    aveva promisso di farlo come ei vedessi abbassato un  poco  il  favore
    che  io avevo col Papa;  stando cos in circa a dua mesi,  perch quel
    suo servitore cercava di  avere  la  sua  dota,  el  Signore  non  gli
    rispondendo  a proposito,  ma faceva intendere alla moglie che farebbe
    le vendette del padre a ogni modo.  Con tutto che io ne sapevo qualche
    cosa,  e appresentatomi pi volte al ditto Signore,  il quale mostrava
    di farmi grandissimi favori;  dalla altra  banda  aveva  ordinato  una
    delle due vie,  o di farmi ammazzare o di farmi pigliare dal bargello.
    Commesse a un certo diavoletto di un suo soldato crso, che la facessi
    pi netta che poteva:  e  quelli  altri  mia  nimici,  massimo  messer
    Traiano,  aveva  promesso  di fare un presente di cento scudi a questo
    corsetto;  il quale disse che la farebbe cos  facile  come  bere  uno
    vuovo fresco.  Io,  che tal cosa intesi, andavo con gli occhi aperti e
    con buona compagnia e benissimo armato con giaco e  con  maniche,  che
    tanto avevo ato licenzia. Questo ditto corsetto per avarizia pensando
    guadagnare  quelli  dinari  tutti  a man salva,  credette tale inpresa
    poterla fare da per se solo; in modo che un giorno, doppo desinare, mi
    feciono chiamare da parte del signor Pier Luigi; onde io subito andai,
    perch il Signore mi aveva  ragionato  di  voler  fare  parecchi  vasi
    grandi di argento.
    Partitomi  di casa in fretta,  pure con le mie solite armadure,  me ne
    andavo presto per istrada Iulia,  pensando di non trovar persona in su
    quell'ora.  Quando  io  fui  su  alto  di  strada Iulia per voltare al
    palazzo del Farnese,  essendo il mio uso di  voltar  largo  ai  canti,
    viddi  quel corsetto gi ditto,  levarsi da sedere e arrivare al mezzo
    della strada: di modo che io non mi sconciai di  nulla,  ma  stavo  in
    ordine per difendermi;  e allentato il passo alquanto,  mi accostai al
    muro per dare larga istrada al ditto corsetto.  Anche lui  accostatosi
    al muro,  e di gi appressatici bene,  cognosciuto ispresso per le sue
    dimostrazione che lui aveva volunt di farmi  dispiacere,  e  vedutomi
    solo a quel modo, pens che la gli riuscissi; in modo che io cominciai
    a parlare e dissi:
    - Valoroso soldato,  se e' fossi di notte, voi potresti dire di avermi
    preso in iscambio; ma perch gli  di giorno, benissimo cognoscete chi
    io sono,  il quale non ebbi mai che fare con voi,  e mai non  vi  feci
    dispiacere; ma io sarei bene atto a farvi piacere -.
    A queste parole lui in atto bravo, non mi si levando dinanzi, mi disse
    che non sapeva quello che io mi dicevo. Allora io dissi:
    -  Io  so  benissimo  quello che voi volete,  e quel che voi dite;  ma
    quella  impresa  che  voi  avete  presa  a  fare    pi  difficile  e
    pericolosa,  che  voi  non  pensate,  e  tal  volta  potrebbe andare a
    rovescio;  e ricordatevi che voi avete a fare con uno uomo il quale si
    difenderebbe  da  cento.  E  non  impresa onorata da valorosi uomini,
    qual voi siete, questa -.
    Intanto ancora io stavo  in  cagnesco,  canbiato  il  colore  l'uno  e
    l'altro.  Intanto  era comparso populi,  che di gi avevano conosciuto
    che le nostre parole erano di ferro;  che non gli essendo  bastato  la
    vista a manomettermi, disse:
    - Altra volta ci rivedremo -.
    Al quale io dissi:
    - Io sempre mi riveggo con gli uomini da bene,  e con quelli che fanno
    ritratto tale -.
    Partitomi, andai a casa il Signore, il quale non aveva mandato per me.
    Tornatomi alla mia bottega,  il detto corsetto per un suo  grandissimo
    amico e mio mi fece intendere, che io non mi guardassi pi da lui, che
    mi voleva essere buono fratello; ma che io mi guardassi bene da altri,
    perch io portavo grandissimo pericolo; ch uomini di molta importanza
    mi  avevano  giurato  la  morte  adosso.  Mandatolo a ringraziare,  mi
    guardavo il meglio che io potevo. Non molti giorni apresso mi fu detto
    da un mio grande amico,  che 'l signor Pier Luigi aveva dato  espressa
    commessione  che  io  fussi preso la sera.  Questo mi fu detto a venti
    ore;  per la qual cosa io ne parlai con alcuni mia amici,  e' quali mi
    confortorno  che io subito me ne andassi.  E perch la commessione era
    data per a una ora di notte,  a ventitr ore io montai in su le poste,
    e  me  ne corsi a Firenze: perch da poi che quel corsetto non gli era
    bastato l'animo di far la impresa che lui  promesse,  il  signor  Pier
    Luigi  di  sua  propria autorit aveva dato ordine che io fussi preso,
    solo per racchetare un poco  quella  figliuola  di  Pompeo,  la  quale
    voleva sapere in che luogo era la sua dota.  Non la potendo contentare
    della vendetta in nissuno de' dua modi  che  lui  aveva  ordinato,  ne
    pens un altro, il quale lo diremo al suo luogo.

    76.  Io giunsi a Firenze,  e feci motto al duca Lessandro, il quale mi
    fece maravigliose carezze, e mi ricerc che io mi dovessi restar seco.
    E perch in Firenze era un certo scultore chiamato  il  Tribolino,  ed
    era  mio  compare,   per  avergli  io  battezzato  un  suo  figliuolo,
    ragionando seco, mi disse che uno Iacopo del Sansovino,  gi primo suo
    maestro,  lo  aveva  mandato  a  chiamare;  e perch lui non aveva mai
    veduto Vinezia,  e per il guadagno che ne aspettava,  ci andava  molto
    volentieri;  e domandando me se io avevo mai veduto Vinezia, dissi che
    no; onde egli mi preg che io dovessi andar seco a spasso; al quale io
    promessi: per risposi al  duca  Lessandro  che  volevo  prima  andare
    insino a Vinezia,  di poi tornerei volentieri a servirlo; e cos volse
    che io gli promettessi,  e mi comand che inanzi che io mi partissi io
    gli  facessi  motto.  L'altro d appresso,  essendomi messo in ordine,
    andai per pigliare licenza dal Duca;  il quale io trovai innel palazzo
    de' Pazzi, innel tempo che ivi era alloggiato la moglie e le figliuole
    del  signor  Lorenzo  Cibo.  Fatto intendere a Sua Eccellenzia come io
    volevo andare a Vinezia con la sua buona grazia, torn con la risposta
    Cosimino de' Medici,  oggi Duca di Firenze,  il quale mi disse che  io
    andassi  a  trovare Nicol da Monte Aguto,  e lui mi darebbe cinquanta
    scudi d'oro, i quali danari mi donava la Eccellenzia del Duca,  che io
    me  gli  godessi  per suo amore;  di poi tornassi a servirlo.  Ebbi li
    danari da Nicol,  e andai a casa per il  Tribolo,  il  quale  era  in
    ordine;  e  mi disse se io avevo legato la spada.  Io li dissi che chi
    era a cavallo per andare in viaggio non doveva legar le  spade.  Disse
    che in Firenze si usava cos,  perch v'era un certo ser Maurizio, che
    per ogni piccola cosa arebbe dato della  corda  a  San  Giovanbatista;
    per bisognava portar le spade legate per insino fuor della porta.
    Io me ne risi,  e cos ce ne andammo. Accompagnammoci con il procaccia
    di Vinezia,  il quale si chiamava per sopra nome Lamentone:  con  esso
    andammo  di  compagnia,  e  passato  Bologna  una  sera in fra l'altre
    arrivammo a Ferrara;  e quivi alloggiati a  l'osteria  di  Piazza,  il
    detto Lamentone and a trovare alcuno de' fuora usciti,  a portar loro
    lettere e imbasciate da parte della  loro  moglie:  che  cos  era  di
    consentimento del Duca,  che solo il procaccio potessi parlar loro,  e
    altri no,  sotto pena della medesima contumazia in che loro erano.  In
    questo mezzo,  per essere poco pi di ventidua ore, noi ce ne andammo,
    il Tribulo e io, a veder tornare il duca di Ferrara,  il quale era ito
    a  Belfiore a veder giostrare.  Innel suo ritorno noi scontrammo molti
    fuora usciti,  e' quali ci  guardavano  fiso,  quasi  isforzandoci  di
    parlar con esso loro.  Il Tribolo,  che era il pi pauroso uomo che io
    cognoscessi mai, non cessava di dirmi:
    - Non gli guardare e non parlare  con  loro,  se  tu  vuoi  tornare  a
    Firenze -.
    Cos  stemmo a veder tornare il Duca;  di poi tornaticene a l'osteria,
    ivi trovammo Lamentone.  E fattosi  vicina  a  un'ora  di  notte,  ivi
    comparse Nicol Benintendi e Piero suo fratello, e un altro vecchione,
    qual credo che fussi Iacopo Nardi, insieme con parecchi altri giovani;
    e'  quali  subito giunti dimandavano il procaccia,  ciascuno delle sue
    brigate di Firenze: il Tribolo e  io  stavamo  l  discosto,  per  non
    parlar  con  loro.  Di  poi  che  gl'ebbono  ragionato  un  pezzo  con
    Lamentone, quel Nicol Benintendi disse:
    - Io gli cognosco quei dua benissimo;  perch fann'eglino tante  merde
    di  non  ci  voler  parlare?  - Il Tribolo pur mi diceva che io stessi
    cheto.
    Lamentone disse loro, che quella licenzia che era data allui,  non era
    data  a  noi.  Il  Benintendi  aggiunse e disse che l'era una asinit,
    mandandoci cancheri e mille belle cose.  Allora io alzai la testa  con
    pi modestia che io potevo e sapevo, e dissi:
    -  Cari  gentiluomini,  voi  ci potete nuocere assai,  e noi a voi non
    possiamo giovar nulla;  e con tutto che voi ci  abiate  detto  qualche
    parola  la quale non ci si conviene,  n anche per questo non vogliamo
    essere adirati con esso voi -.
    Quel vecchione de' Nardi disse che io avevo parlato da un  giovane  da
    bene, come io ero.
    Nicol Benintendi allora disse:
    - Io ho in culo loro e il Duca -.
    Io  replicai,  che  con noi egli aveva torto,  che non avevno che far
    nulla de' casi sua.  Quel vecchio de' Nardi la prese per noi,  dicendo
    al Benintendi che gli aveva il torto;  onde lui pur continuava di dire
    parole ingiuriose. Per la qualcosa io li dissi che io li direi e farei
    delle cose che gli dispiacerebbono; s che attendessi al fatto suo,  e
    lasciassici stare. Rispose che aveva in culo il Duca e noi di nuovo, e
    che noi e lui eramo un monte di asini.  Alle qual parole mentitolo per
    la gola, tirai fuora la spada; e 'l vecchio, che volse essere il primo
    alla scala,  pochi scaglioni in gi cadde,  e loro  tutti  l'un  sopra
    l'altro  addssogli.  Per la qual cosa,  io saltato inanzi,  menavo la
    spada per le mura con grandissimo furore, dicendo:
    - Io vi ammazzer tutti - e benissimo avevo riguardo  a  non  far  lor
    male,  che troppo ne arei potuto fare. A questo romore l'oste gridava;
    Lamentone diceva - Non fate - alcuni di loro dicevano - Oim il  capo!
    - altri - Lasciami uscir di qui -.
    Questa era una bussa inistimabile: parevano un branco di porci: l'oste
    venne col lume;  io mi ritirai s e rimessi la spada. Lamentone diceva
    a Nicol Benintendi,  che gli aveva mal fatto;  l'oste disse a  Nicol
    Benintendi:
    - E' ne va la vita a metter mano per l'arme qui,  e se il Duca sapessi
    queste vostre insolenzie, vi farebbe appiccare per la gola;  s che io
    non  vi voglio fare quello che voi meriteresti;  ma non mi ci capitate
    mai pi in questa osteria, che guai a voi -.
    L'oste venne s da me,  e volendomi io scusare,  non  mi  lasci  dire
    nulla,  dicendomi  che sapeva che io avevo mille ragioni,  e che io mi
    guardassi bene innel viaggio da loro.

    77. Cenato che noi avemmo,  comparse s un barcheruolo per levarci per
    Vinezia;  io  dimandai  se lui mi voleva dare la barca libera: cos fu
    contento,  e di  tanto  facemmo  patto.  La  mattina  a  buonotta  noi
    pigliammo  i  cavagli  per  andare al porto,  quale  non so che poche
    miglia lontano da Ferrara;  e  giunto  che  noi  fummo  al  porto,  vi
    trovammo  il  fratello di Nicol Benintendi con tre altri compagni,  i
    quali aspettavano che io giugnessi: in fra loro era dua pezzi di  arme
    in  asta,  e  io  avevo compro un bel giannettone in Ferrara.  Essendo
    anche benissimo armato,  io non  mi  sbigotti'  punto,  come  fece  il
    Tribolo che disse:
    - Idio ci aiuti: costor son qui per ammazzarci -.
    Lamentone si volse a me e disse:
    -  Il  meglio  che tu possa fare si  tornartene a Ferrara,  perch io
    veggo la cosa pericolosa. Di grazia, Benvenuto mio,  passa la furia di
    queste bestie arrabiate -.
    Allora io dissi:
    -  Andino inanzi,  perch chi ha ragione Idio l'aiuta;  e voi vedrete
    come mi aiuter da me.  Quella barca non  ella caparrata per  noi?  -
    S,  -  disse  Lamentone.  -  E noi in quella staremo sanza loro,  per
    quanto potr la virt mia -.
    Spinsi inanzi il cavallo,  e  quando  fu  presso  a  cinquanta  passi,
    scavalcai e arditamente col mio giannettone andavo innanzi. Il Tribolo
    s'era fermato indietro ed era rannicchiato in sul cavallo,  che pareva
    il freddo stesso; e Lamentone procaccio gonfiava e soffiava che pareva
    un vento;  che cos era il suo modo di fare;  ma pi lo faceva  allora
    che  il  solito,  stando  acconsiderare  che  fine avessi avere quella
    diavoleria. Giunto alla barca,  il barcheruolo mi si fece innanzi e mi
    disse, che quelli parecchi gentiluomini fiorentini volevano entrare di
    compagnia nella barca, se io me ne contentavo. Al quale io dissi:
    - La barca  caparrata per noi,  e non per altri,  e m'incresce insino
    al cuore di non poter essere con loro -.
    A queste parole un bravo giovane de' Magalotti disse:
    - Benvenuto, noi faremo che tu potrai -.
    Allora io dissi:
    - Se Idio e la ragione che io ho insieme con le forze mie,  vorranno o
    potranno, voi non mi farete poter quel che voi dite -.
    E  con  le  parole  insieme  saltai  nella  barca.  Volto lor la punta
    dell'arme, dissi:
    - Con questa vi mostrerr che io non posso -.
    Voluto fare un poco di dimostrazione,  messo mano all'arme  e  fattosi
    innanzi  quel  de'  Magalotti,  io saltai in su l'orlo della barca,  e
    tira'gli un cos gran colpo,  che se non cadeva rovescio in terra,  io
    lo passavo a banda a banda.  Gli altri compagni,  scambio di aiutarlo,
    si ritirorno indietro: e veduto che io  l'arei  potuto  ammazzare,  in
    cambio di dargli, io li dissi:
    -  Levati su,  fratello,  e piglia le tue arme e vattene;  bene hai tu
    veduto che io non posso quel che io non voglio,  e quel che io  potevo
    fare non ho voluto -.
    Di poi chiamai drento il Tribolo e il barcheruolo e Lamentone; cos ce
    ne andammo alla volta di Vinezia. Quando noi fummo dieci miglia per il
    Po, quelli giovani erano montati in su una fusoliera e ci raggiunsono;
    e quando a noi furno al dirimpetto, quello isciocco di Pier Benintendi
    mi disse:
    - Vien pur via,  Benvenuto,  ch ci rivedremo in Vinezia.  - Avviatevi
    che io vengo - dissi - e per tutto mi lascio rivedere -.
    Cos arrivammo a Vinezia.  Io presi parere da un fratello del cardinal
    Cornaro,  dicendo  che  mi  facessi favore che io potessi aver l'arme,
    qual mi disse che liberamente io la portassi,  che il peggio che me ne
    andava si era perder la spada.

    78.  Cos  portando  l'arme,  andammo  a visitare Iacopo del Sansovino
    scultore,  il quale aveva mandato per il Tribolo;  e a  me  fece  gran
    carezze, e vuolseci dar desinare, e seco restammo.
    Parlando  col  Tribolo,  gli  disse  che  non se ne voleva servire per
    allora, e che tornassi un'altra volta. A queste parole io mi cacciai a
    ridere, e piacevolmente dissi al Sansovino:
    - Gli  troppo discosto la casa vostra dalla  sua,  avendo  a  tornare
    un'altra volta -.
    Il povero Tribolo sbigottito disse:
    - Io ho qui la lettera, che voi mi avete scritta, che io venga -.
    A  questo  disse  il  Sansovino,  che  i  sua  pari,  uomini da bene e
    virtuosi, potevan fare quello e maggior cosa.  Il Tribolo si ristrinse
    nelle  spalle  e  disse  - Pazienzia - parecchi volte.  A questo,  non
    guardando al desinare abundante che mi aveva dato il Sansovino,  presi
    la  parte  del  mio  compagno Tribolo,  che aveva ragione.  E perch a
    quella mensa il Sansovino non aveva mai restato di cicalare delle  sue
    gran  pruove,  dicendo  mal  di  Michelagnolo  e  di  tutti quelli che
    facevano tal arte,  solo lodando se istesso a maraviglia;  questa cosa
    mi  era  venuta tanto a noia,  che io non avevo mangiato boccon che mi
    fussi piaciuto, e solo dissi queste dua parole:
    - O messer Iacopo,  li uomini da bene fanno le cose da uomini da bene,
    e  quelli  virtuosi,  che fanno le belle opere e buone,  si cognoscono
    molto  meglio  quando  sono  lodati  da  altri,  che  a  lodarsi  cos
    sicuramente da per loro medesimi -.
    A  queste  parole e lui e noi ci levammo da tavola bofonchiando.  Quel
    giorno medesimo, trovandomi per Venezia presso al Rialto,  mi scontrai
    in Piero Benintendi,  il quale era con parecchi;  e avedutomi che loro
    cercavano di  farmi  dispiacere,  mi  ritirai  inn'una  bottega  d'uno
    speziale,  tanto che io lasciai passare quella furia.  Dipoi io intesi
    che quel giovane de' Magalotti,  a chi io avevo usato cortesia,  molto
    gli aveva sgridati; e cos si pass.

    79.  Da  poi  pochi  giorni  appresso  ce  ne ritornammo alla volta di
    Firenze; ed essendo alloggiati a un certo luogo,  il quale  di qua da
    Chioggia  in  su  la  man manca venendo inverso Ferrara,  l'oste volse
    essere pagato a suo modo  innanzi  che  noi  andassimo  a  dormire;  e
    dicendogli che innegli altri luoghi si usava di pagare la mattina,  ci
    disse:
    - Io voglio esser pagato la sera, e a mio modo -.
    Dissi,  a quelle parole,  che gli uomini che volevan fare a lor  modo,
    bisognava  che si facessino un mondo a lor modo,  perch in questo non
    si usava cos. L'oste rispose che io non gli affastidissi il cervello,
    perch voleva fare a quel modo.  Il Tribolo tremava  di  paura,  e  mi
    punzecchiava  che  io  stessi  cheto,  acci che loro non ci facessino
    peggio: cos lo pagammo a lor modo;  poi  ce  ne  andammo  a  dormire.
    Avemmo di buono bellissimi letti,  nuovi ogni cosa e veramente puliti:
    con tutto questo io non dormi' mai, pensando tutta quella notte in che
    modo io avevo da fare a vendicarmi. Una volta mi veniva in pensiero di
    ficcargli fuogo in casa; un'altra di scannargli quattro cavagli buoni,
    che gli aveva nella stalla; tutto vedevo che m'era facile il farlo, ma
    non vedevo gi l'esser facile il salvare me e il mio compagno.
    Presi per ultimo spediente di mettere  le  robe  e'  compagni  innella
    barca,  e cos feci: e attaccato i cavalli all'alzana, che tiravano la
    barca,  dissi che non movessino la barca in sino  che  io  ritornassi,
    perch  avevo lasciato un paro di mia pianelle nel luogo dove io avevo
    dormito. Cos tornato ne l'osteria domandai l'oste; il qual mi rispose
    che non aveva che far di noi,  e che noi andassimo al bordello.  Quivi
    era  un  suo  fanciullaccio ragazzo di stalla,  tutto sonnachioso,  il
    quale mi disse:
    - L'oste non si moverebbe per il Papa,  perch e' dorme seco una certa
    poltroncella  che  lui  ha  bramato assai - e chiesemi la bene andata;
    onde io li detti parecchi di quelle piccole  monete  veniziane,  e  li
    dissi che trattenessi un poco quello che tirava l'alzana,  insinch io
    cercassi delle mie pianelle e ivi tornassi.  Andatomene su,  presi  un
    coltelletto  che radeva,  e quattro letti che v'era,  tutti gli tritai
    con quel coltello;  in modo che io cognobbi aver fatto un danno di pi
    di cinquanta scudi.  E tornato alla barca con certi pezzuoli di quelle
    sarge nella mia saccoccia,  con fretta dissi al guidatore  dell'alzana
    che prestamente parassi via.  Scostatici un poco dalla osteria, el mio
    compar Tribolo disse che aveva lasciato certe coreggine  che  legavano
    la sua valigetta, e che voleva tornare per esse a ogni modo. Alla qual
    cosa io dissi che non la guardassi in dua coreggie piccine,  perch io
    gnene farei delle grande quante egli vorrebbe.  Lui mi  disse  io  ero
    sempre  in  su  la burla,  ma che voleva tornare per le sue coreggie a
    ogni modo;  e faccendo forza all'alzana che e' fermassi,  e io  dicevo
    che  parassi  innanzi,  in mentre gli dissi il gran danno che io avevo
    fatto a l'oste: e mostratogli il saggio di certi pezzuoli di  sarge  e
    altro,  gli entr un triemito addosso s grande,  che egli non cessava
    di dire all'alzana:
    - Para via,  para via presto  -  e  mai  si  tenne  sicuro  di  questo
    pericolo,  per  insino  che noi fummo ritornati alle porte di Firenze.
    Alle quali giunti, il Tribolo disse:
    - Leghiamo le spade per l'amor de Dio,  e non  me  ne  fate  pi;  ch
    sempre m' parso avere le budella 'n un catino -.
    Al quale io dissi:
    - Compar mio Tribolo, a voi non accade legare la spada, perch voi non
    l'avete mai isciolta, - e questo io lo dissi accaso, per non gli avere
    mai  veduto  fare  segno di uomo in quel viaggio.  Alla quale cosa lui
    guardatosi la spada, disse:
    - Per Dio che voi dite il vero,  che la sta legata in quel modo che io
    l'acconciai innanzi che io uscissi di casa mia -.
    A  questo  mio  compare  gli  pareva  che io gli avessi fatto una mala
    compagnia, per essermi risentito e difeso contra quelli che ci avevano
    voluto fare dispiacere; e a me pareva che lui l'avessi fatta molto pi
    cattiva a me, a non si mettere a 'iutarmi in cotai bisogni.  Questo lo
    giudichi chi  da canto sanza passione.

    80.  Scavalcato che io fui, subito andai a trovare il duca Lessandro e
    molto lo ringraziai del presente de' cinquanta scudi,  dicendo  a  Sua
    Eccellenzia che io ero paratissimo a tutto quello che io fussi buono a
    servire  Sua  Eccellenzia.  Il quale subito m'impose che io facessi le
    stampe delle sue monete: e la prima che io feci si fu  una  moneta  di
    quaranta  soldi,  con  la  testa  di  Sua  Eccellenzia  da una banda e
    dall'altra un San Cosimo  e  un  San  Damiano.  Queste  furono  monete
    d'argento,  e  piacquono tanto,  che il Duca ardiva di dire che quelle
    erano le pi belle monete di Cristianit. Cos diceva tutto Firenze, e
    ogniuno che le vedeva.
    Per la qual  cosa  chiesi  a  Sua  Eccellenzia  che  mi  fermassi  una
    provvisione,  e  che  mi facessi consegnare le stanze della zecca;  il
    quale mi disse che io attendessi a servirlo,  e  che  lui  mi  darebbe
    molto pi di quello che io gli domandavo; e intanto mi disse che aveva
    dato  commessione al maestro della zecca,  il quale era un certo Carlo
    Acciaiuoli,  e allui andassi per tutti li dinari che io volevo: e cos
    trovai  esser  vero: ma io levavo tanto assegnatamente li danari,  che
    sempre restavo a' vere qualche cosa,  sicondo il mio conto.  Di  nuovo
    feci  le  stampe  per il giulio,  quale era un San Giovanni in profilo
    assedere con un libro in mano, che a me non parve mai aver fatto opera
    cos bella; e dall'altra banda era l'arme del ditto duca Lessandro.  A
    presso a questa io feci la stampa per i mezzi giuli,  innella quale io
    vi feci una testa in faccia di un San Giovannino.  Questa fu la  prima
    moneta  con  la testa in faccia in tanta sottigliezza di argento,  che
    mai si facessi;  e questa tale dificult non apparisce,  se none  agli
    occhi  di quelli che sono eccellenti in cotal professione.  Appresso a
    questa io feci le stampe per li scudi d'oro;  innella  quale  era  una
    croce da una banda con certi piccoli cherubini,  e dall'altra banda si
    era l'arme di Sua Eccellenzia.  Fatto che io ebbi queste quattro sorte
    di monete, io pregai Sua Eccellenzia che terminassi la mia provisione,
    e  mi  consegnassi  le  sopraditte stanze,  se a quella piaceva il mio
    servizio: alle qual parole Sua Eccellenzia mi disse  benignamente  che
    era molto contenta, e che darebbe cotai ordini.
    Mentre che io gli parlavo,  Sua Eccellenzia era innella sua guardaroba
    e considerava un mirabile scoppietto,  che gli era stato mandato della
    Alamagna:  il  quale  bello  strumento,  vedutomi  che  io  con grande
    attenzione lo guardavo,  me lo porse in  mano,  dicendomi  che  sapeva
    benissimo quanto io di tal cosa mi dilettavo, e che per arra di quello
    che  lui  mi aveva promesso,  io mi pigliassi della sua guardaroba uno
    archibuso a mio modo, da quello in fuora, che ben sapeva che ivi n'era
    molti de' pi belli e cos buoni.  Alle  qual  parole  io  accettai  e
    ringraziai;  e vedutomi dare alla cerca con gli occhi,  commise al suo
    guardaroba,  che era un certo  Pretino  da  Lucca,  che  mi  lasciassi
    pigliare  tutto  quello che io volevo.  E partitosi con piacevolissime
    parole,  io mi restai,  e scelsi il pi bello e il migliore  archibuso
    che io vedessi mai, e che io avessi mai, e questo me lo portai a casa.
    Dua  giorni  di poi io gli portai certi disegnetti che Sua Eccellenzia
    mi aveva domandato per  fare  alcune  opere  d'oro,  le  quali  voleva
    mandare  a  donare alla sua moglie,  che per ancora era in Napoli.  Di
    nuovo io gli domandai la medesima mia faccenda, che e' me la spedissi.
    Allora Sua Eccellenzia mi disse,  che  voleva  in  prima  che  io  gli
    facessi  le stampe di un suo bel ritratto,  come io aveva fatto a papa
    Clemente.  Cominciai il ditto ritratto di cera;  per la qual cosa  Sua
    Eccellenzia  commisse,  che  attutte l'ore che io andavo per ritrarlo,
    sempre fossi messo drento.  Io che  vedevo  che  questa  mia  faccenda
    andava in lungo,  chiamai un certo Pietro Pagolo da Monte Ritondo,  di
    quel di Roma,  il quale era stato meco da piccol fanciulletto in Roma;
    e trovatolo che gli stava con un certo Bernardonaccio orafo,  il quale
    non lo trattava molto bene,  per la qual cosa io lo  levai  dallui,  e
    benissimo  gl'insegnai mettere quei ferri per le monete;  e intanto io
    ritraevo il Duca: e  molte  volte  lo  trovavo  a  dormicchiare  doppo
    desinare con quel suo Lorenzino che poi l'ammazz,  e non altri;  e io
    molto mi maravigliavo che un Duca di quella sorte cos si fidassi.

    81.  Accadde che Ottaviano de' Medici,  il quale pareva che governassi
    ogni  cosa,  volendo  favorire  contra  la  voglia del Duca il maestro
    vecchio  di  zecca,   che   si   chiamava   Bastiano   Cennini,   uomo
    all'anticaccia  e  di poco sapere,  aveva fatto mescolare nelle stampe
    degli scudi quei sua goffi ferri con i mia;  per la qual cosa io me ne
    dolsi col Duca; il quale, veduto il vero, lo ebbe molto per male, e mi
    disse:
    - Va, dillo a Ottaviano de' Medici, e mostragnene -.
    Onde io subito andai; e mostratogli la ingiuria che era fatto alle mie
    belle monete, lui mi disse asinescamente:
    - Cos ci piace di fare -.
    Al quale io risposi,  che cos non era il dovere,  e non piaceva a me.
    Lui disse:
    - E se cos piacessi al Duca?- Io gli risposi:
    - Non piacerebbe a me; ch non  giusto n ragionevole una tal cosa -.
    Disse che io me gli levassi dinanzi, e che a quel modo la mangerei, se
    io crepassi.  Ritornatomene dal Duca,  gli narrai tutto quello che noi
    avevamo dispiacevolmente discorso,  Ottaviano de' Medici e io;  per la
    qual cosa io pregavo Sua Eccellenzia che non lasciassi far torto  alle
    belle  monete  che  io  gli avevo fatto,  e a me dessi buona licenzia.
    Allora e' disse:
    - Ottaviano ne vuol troppo;  e tu  arai  ci  che  tu  vorrai;  perch
    cotesta  una ingiuria che si fa a me -.
    Questo  giorno  medesimo,  che  era  un gioved,  mi venne di Roma uno
    amplio salvo condotto dal Papa, dicendomi che io andassi presto per la
    grazia delle Sante  Marie  di  mezzo  agosto,  acci  che  io  potessi
    liberarmi di quel sospetto de l'omicidio fatto.
    Andatomene  dal  Duca,  lo trovai nel letto,  perch dicevano che egli
    aveva disordinato;  e finito in poco pi di  dua  ore  quello  che  mi
    bisognava alla sua medaglia di cera, mostrandognene finita, li piacque
    assai.  Allora io mostrai a Sua Eccellenzia il salvo condotto ato per
    ordine del Papa, e come il Papa mi richiedeva che io gli facessi certe
    opere; per questo andrei a riguadagnare quella bella citt di Roma,  e
    intanto  lo servirei della sua medaglia.  A questo il Duca disse mezzo
    in cllora:
    - Benvenuto, fa' a mio modo, non ti partire; perch io ti risolver la
    provvisione,  e ti dar le stanze in zecca con molto pi di quello che
    tu non mi sapresti domandare, perch tu mi domandi quello che  giusto
    e  ragionevole: e chi vorrest che mi mettessi le mia belle stampe che
    tu m'hai fatte? - Allora io dissi:
    - Signore,  e' s' pensato a ogni  cosa,  perch  io  ho  qui  un  mio
    discepolo,  il quale  un giovane romano,  a chi io ho insegnato,  che
    servir benissimo la Eccellenzia Vostra per insino che io ritorno  con
    la sua medaglia finita a starmi poi seco sempre.
    E  perch  io  ho in Roma la mia bottega aperta con lavoranti e alcune
    faccende, ato che io ho la grazia, lasser tutta la divozione di Roma
    a un mio allevato che  l,  e di poi con la buona  grazia  di  Vostra
    Eccellenzia me ne torner a lei -.
    A  queste  cose era presente quello Lorenzino sopraddetto de' Medici e
    non altri: il Duca parecchi volte l'accenn che ancora lui mi  dovessi
    confortare  a fermarmi;  per la qual cosa il ditto Lorenzino non disse
    mai altro, se none:
    - Benvenuto, tu faresti il tuo meglio a restare -.
    Al quale io dissi che io volevo riguadagnare Roma a ogni modo.  Costui
    non  disse  altro,  e  stava  continuamente  guardando  il Duca con un
    malissimo occhio. Io,  avendo finito a mio modo la medaglia e avendola
    serrata nel suo cassettino, dissi al Duca:
    -  Signore,  state  di  buona  voglia,  che io vi far molto pi bella
    medaglia che io non feci a papa Clemente: ch la ragion vuole  che  io
    faccia  meglio,  essendo quella la prima che io facessi mai;  e messer
    Lorenzo qui mi dar qualche bellissimo rovescio,  come persona dotta e
    di grandissimo ingegno -.
    A queste parole il ditto Lorenzo subito rispose dicendo:
    - Io non pensavo a altro,  se none a darti un rovescio che fussi degno
    di Sua Eccellenzia -.
    El Duca sogghign, e guardato Lorenzo, disse:
    - Lorenzo,  voi gli darete il rovescio,  e lui lo far qui,  e non  si
    partir -.
    Presto rispose Lorenzo, dicendo:
    -  Io  lo  far  il  pi  presto ch'io posso,  e spero far cosa da far
    maravigliare il mondo -.
    Il Duca,  che lo teneva quando per pazzericcio e quando per  poltrone,
    si voltol nel letto e si rise delle parole che gli aveva detto. Io mi
    parti' sanza altre cirimonie di licenzia,  e gli lasciai insieme soli.
    Il Duca,  che non credette che io me ne andassi,  non mi disse  altro.
    Quando  e'  seppe  poi  che  io m'ero partito,  mi mand drieto un suo
    servitore, il quale mi raggiunse a Siena,  e mi dette cinquanta ducati
    d'oro  da  parte  del  Duca,  dicendomi  che io me gli godessi per suo
    amore,  e tornassi pi presto che io potevo.  - E da parte  di  messer
    Lorenzo  ti dico,  che lui ti mette in ordine un rovescio maraviglioso
    per quella medaglia che tu vuoi fare -.
    Io avevo lasciato tutto l'ordine a Pietropagolo romano  sopraditto  in
    che  modo  egli  avev'a  mettere  le  stampe;  ma  perch  l'era  cosa
    difficilissima,  egli non le misse mai troppo bene.  Restai  creditore
    della zecca, di fatture di mie ferri, di pi di settanta scudi.

    82.  Me ne andai a Roma,  e meco ne portai quel bellissimo archibuso a
    ruota che mi aveva donato il Duca, e con grandissimo mio piacere molte
    volte lo adoperai per via,  faccendo  con  esso  pruove  inistimabile.
    Giunsi  a  Roma;  e perch io tenevo una casetta in istrada Iulia,  la
    quale non essendo in ordine,  io andai a scavalcare a casa  di  messer
    Giovanni  Gaddi  cherico  di  Camera,  al  quale  io avevo lasciato in
    guardia al mio partir di Roma molte mie belle arme e molte altre  cose
    che  io  avevo  molte care.  Per io non volsi scavalcare alla bottega
    mia; e mandai per quel Filice mio compagno, e fcesi mettere in ordine
    subito quella mia casina benissimo.  Dipoi l'altro giorno vi  andai  a
    dormir  drento,  per  essermi molto bene messo in ordine di panni e di
    tutto quello che mi  faceva  mestiero,  volendo  la  mattina  seguente
    andare  a  visitare  il  Papa  per  ringraziarlo.  Avevo dua servitori
    fanciulletti,  e sotto alla casa mia ci era una  lavandara,  la  quale
    pulitissimamente mi cucinava.  Avendo la sera dato cena a parecchi mia
    amici,  con grandissimo piacere passato quella cena,  me  ne  andai  a
    dormire;  e non fu s tosto apena passato la notte, che la mattina pi
    d'un'ora avanti il giorno io senti' con grandissimo furore battere  la
    porta  della  casa mia,  ch l'un colpo non aspettava l'altro.  Per la
    qual cosa io chiamai  quel  mio  servitor  maggiore,  che  aveva  nome
    Cencio:  era quello che io menai nel cerchio di negromanzia: dissi che
    andassi a vedere chi era quel pazzo che a quell'ora cos  bestialmente
    picchiava.  In mentre che Cencio andava,  io acceso un altro lume, che
    continuamente uno sempre ne tengo la notte,  subito  mi  missi  adosso
    sopra  la camicia una mirabil camicia di maglia,  e sopra essa un poco
    di vestaccia a caso. Tornato Cencio, disse:
    - Oim!  padrone mio,  egli  il bargello con tutta la corte,  e dice,
    che  se  voi  non fate presto,  che getter l'uscio in terra;  e hanno
    torchi e mille cose con loro -.
    Al quale io dissi:
    - Di' loro che io mi metto un poco di vestaccia  addosso,  e  cos  in
    camicia ne vengo -.
    Immaginatomi che e' fussi uno assassinamento,  s come gi fattomi dal
    signor Pierluigi,  con la mano destra presi una mirabil  daga  che  io
    avevo,  con la sinistra il salvo condotto;  di poi corsi alla finestra
    di drieto,  che rispondeva sopra certi orti,  e  quivi  viddi  pi  di
    trenta  birri:  per la qual cosa io cognobbi da quella banda non poter
    fuggire.  Messomi  que'  dua  fanciulletti  inanzi,  dissi  loro,  che
    aprissino la porta quando io lo direi loro apunto.  Messomi in ordine,
    la daga nella ritta e 'l salvo condotto nella manca, in atto veramente
    di difesa, dissi a que' dua fanciulletti:
    - Non abbiate paura, aprite -.
    Saltato subito  Vittorio  bargello  con  du'  altri  drento,  pensando
    facilmente di poter mettermi le mani addosso, vedutomi in quel modo in
    ordine, si ritirorno indrieto e dissono:
    - Qui bisogna altro che baie -.
    Allora io dissi, gittato loro il salvo condotto:
    -  Leggete  quello  e,  non mi possendo pigliare,  manco voglio che mi
    tocchiate -.
    Il bargello allora disse a parecchi di quelli,  che mi pigliassimo,  e
    che il salvo condotto si vedria da poi. A questo, ardito spinsi inanzi
    l'arme e dissi:
    - Idio sia per la ragione; o vivo fuggo, o morto preso -.
    La  stanza si era istretta: lor fecion segno di venire a me con forza,
    e io grande atto di difesa;  per la qual cosa il bargello cognobbe  di
    non mi poter avere in altro modo che quel che io avevo detto. Chiamato
    il cancelliere,  in mentre che faceva leggere il salvo condotto,  fece
    segno dua o tre volte di farmi mettere le mani adosso;  onde io non mi
    mossi mai da quella resoluzione fatta.
    Toltosi dalla impresa, mi gittorno il salvo condotto in terra, e senza
    me se ne andarono.

    83. Tornatomi a riposare, mi senti' forte travagliato, n mai possetti
    rappiccar sonno.  Avevo fatto proposito che,  come gli era giorno,  di
    farmi trar sangue; per ne presi consiglio da misser Giovanni Gaddi, e
    lui da un suo mediconzolo, il quale mi domand se io avevo ato paura.
    Or cognoscete voi che giudizio di medico fu questo, avendogli conto un
    caso s grande,  e lui farmi una tal  dimanda!  Questo  era  un  certo
    civettino,  che  rideva  quasi continuamente e di nonnulla;  e in quel
    modo ridendo, mi disse che io pigliassi un buon bicchier di vin greco,
    e che io attendessi a stare allegro e non aver paura.  Messer Giovanni
    pur diceva:
    -  Maestro,  chi  fussi di bronzo o di marmo a questi casi tali arebbe
    paura; or maggiormente uno uomo -.
    A questo quel mediconzolino disse:
    - Monsignore,  noi non siamo tutti fatti a un modo: questo non   uomo
    n di bronzo n di marmo, ma  di ferro stietto - e messomi le mane al
    polso, con quelle sua sproposite risa, disse a messer Giovanni:
    - Or toccate qui;  questo non  polso di uomo,  ma  d'un leone o d'un
    dragone - onde io,  che avevo il polso forte alterato,  forse fuor  di
    quella  misura  che  quel  medico  babbuasso  non aveva imparata n da
    Ipocrate n da Galeno,  sentivo ben io il mio male,  ma per non mi far
    pi  paura n pi danno di quello che ato io avevo,  mi dimostravo di
    buono animo.  In questo tanto il ditto messer Giovanni fece mettere in
    ordine  da  desinare,  e  tutti  di compagnia mangiammo: la quale era,
    insieme con il ditto messer Giovanni,  un  certo  misser  Lodovico  da
    Fano,  messer Antonio Allegretti, messer Giovanni Greco, tutte persone
    litteratissime, messer Annibal Caro,  quale era molto giovane;  n mai
    si ragion d'altro a quel desinare, che di questa brava faccenda.
    E pi la facevan contare a quel Cencio,  mio servitorino, il quale era
    oltramodo ingegnoso,  ardito e bellissimo di corpo: il  che  tutte  le
    volte  che  lui  contava  questa  mia  arrabbiata  faccenda,   facendo
    l'attitudine che io faceva,  e benissimo dicendo le parole ancora  che
    io dette aveva,  sempre mi sovveniva qualcosa di nuovo;  e spesso loro
    lo domandavano  se  egli  aveva  ato  paura:  alle  qual  parole  lui
    rispondeva,  che  dimandassino  me se io avevo ato paura;  perch lui
    aveva ato quel medesimo che avevo ato io.  Venutomi  a  noia  questa
    pappolata,  e perch io mi sentivo alterato forte, mi levai da tavola,
    dicendo che io volevo andare a vestirmi  di  nuovo  di  panni  e  seta
    azzurri,  lui  e  io;  che  volevo andare in processione ivi a quattro
    giorni,  che veniva le Sante  Marie,  e  volevo  il  ditto  Cencio  mi
    portassi il torchio bianco acceso.  Cos partitomi andai a tagliare e'
    panni azzurri con una bella vestetta di ermisino  pure  azzurro  e  un
    saietto del simile; e allui feci un saio e una vesta di taffett, pure
    azzurro.  Tagliato che io ebbi le ditte cose, io me ne andai dal Papa;
    il quale mi disse che io parlassi col suo messer Ambruogio;  che aveva
    dato  ordine  che  io  facessi  una  grande opera d'oro.  Cos andai a
    trovare misser Ambruogio;  il quale era informato benissimo della cosa
    del  bargello,  e  era  stato lui d'accordo con i nimici mia per farmi
    tornare, e aveva isgridato il bargello che non mi aveva preso; il qual
    si scusava,  che contra a uno salvo condotto a quel modo  lui  non  lo
    poteva  fare.  Il ditto messer Ambruogio mi cominci a ragionare della
    faccenda che gli aveva commesso il Papa;  di poi mi disse  che  io  ne
    facessi i disegni e che si darebbe a ogni cosa.
    Intanto ne venne il giorno delle Sante Marie;  e perch l'usanza si ,
    quelli che hanno queste cotai grazie, di costituirsi in prigione;  per
    la qual cosa io mi ritornai al Papa e dissi a Sua Santit,  che io non
    mi volevo mettere in prigione e che io pregavo quella,  che mi facessi
    tanto di grazia,  che io non andassi prigione.  Il Papa mi rispose che
    cos era l'usanza,  e cos si facessi.  A questo io m'inginocchiai  di
    nuovo,  e  lo  ringraziai  del salvo condotto che Sua Santit mi aveva
    fatto;  e che con quello me ne ritornerei a servire  il  mio  Duca  di
    Firenze, che con tanto desiderio mi aspettava. A queste parole il Papa
    si volse a un suo fidato e disse:
    - Faccisi a Benvenuto la grazia senza il carcere;  cos se gli acconci
    il suo moto propio, che stia bene -.
    Fattosi  acconciare  il  moto  propio,  il  Papa  lo  risegn:  fecesi
    registrare al Campidoglio;  di poi,  quel deputato giorno,  in mezzo a
    dua gentiluomini molto onoratamente andai in processione,  ed ebbi  la
    intera grazia.

    84.  Dappoi  quattro giorni appresso,  mi prese una grandissima febbre
    con freddo  inistimabile:  e  postomi  a  letto,  subito  mi  giudicai
    mortale.  Feci chiamare i primi medici di Roma,  in fra i quali si era
    un maestro Francesco  da  Norcia,  medico  vecchissimo  e  di  maggior
    credito che avessi Roma. Contai alli detti medici quale io pensavo che
    fussi stata la causa del mio gran male,  e che io mi sarei voluto trar
    sangue, ma io fui consigliato di no; e se io fussi a tempo, li pregavo
    che me ne traessino.  Maestro Francesco rispose,  che il trarre sangue
    ora  non era bene,  ma allora s,  che non arei ato un male al mondo;
    ora  bisognava  medicarmi  per  un'altra  via.  Cos  messono  mano  a
    medicarmi con quanta diligenzia e' potevano e sapevano al mondo;  e io
    ogni d peggioravo a furia,  in modo che in capo di otto giorni il mal
    crebbe tanto, che li medici disperati della impresa detton commessione
    che  io  fussi contento e mi fussi dato tutto quello che io domandavo.
    Maestro Francesco disse:
    - Insinch v' fiato,  chiamatemi a tutte l'ore,  perch  non  si  pu
    immaginare  quel  che la natura sa fare in un giovane di questa sorte;
    per,  avvenga che lui svenissi,  fategli questi  cinque  rimedi  l'un
    dietro  all'altro,  e  mandate  per me,  che io verr a ogni ora della
    notte;  che pi grato mi sarebbe di campar  costui,  che  qualsivoglia
    cardinal di Roma -.
    Ogni d mi veniva a visitare dua o tre volte messer Giovanni Gaddi,  e
    ogni voIta pigliava in mano di quei miei belli scoppietti e mie maglie
    e mie spade, e continuamente diceva:
    - Questa cosa  bella,  e quest'altra  pi bella - cos di mia  altri
    modelletti e coselline: di modo che io me l'avevo recato a noia. E con
    esso veniva un certo Mattio Franzesi,  il quale pareva che gli paressi
    mill'anni ancora allui io mi morissi; non perch allui avessi a toccar
    nulla del mio,  ma pareva che lui desiderassi quel che misser Giovanni
    mostrava  aver  gran  voglia.  Io  avevo  quel  Filice  gi  detto mio
    compagno,  il quale mi dava il maggiore aiuto che mai al mondo potessi
    dare uno uomo a un altro. La natura era debilitata e avvilita a fatto;
    e non mi era restato tanta virt che,  uscito il fiato,  io lo potessi
    ripigliare; ma s bene la saldezza del cervello istava forte,  come la
    faceva  quando io non avevo male.  Imper stando cos in cervello,  mi
    veniva a trovare alletto un vecchio  terribile,  il  quale  mi  voleva
    istrascicare  per  forza  drento in una sua barca grandissima;  per la
    qual cosa io chiamavo quel mio Felice,  che si accostassi a me,  e che
    cacciassi  via  quel  vecchio  ribaldo.   Quel  Felice,   che  mi  era
    amorevolissimo, correva piagnendo e diceva:
    - Tira via, vecchio traditore, che mi vuoi rubare ogni mio bene -.
    Messer Giovanni Gaddi allora, ch'era quivi alla presenza, diceva; - Il
    poverino farnetica, e ce n' per poche ore -.
    Quell'altro Mattio Franzesi diceva:
    - Gli ha letto Dante, e in questa grande infermit gli  venuto quella
    vagillazione - e diceva cos ridendo:
    - Tira via, vecchio ribaldo, e non dare noia al nostro Benvenuto -.
    Vedutomi schernire, io mi volsi a messer Giovanni Gaddi e allui dissi:
    - Caro mio padrone, sappiate che io non farnetico, e che gli  il vero
    di questo vecchio, che mi d questa gran noia.  Ma voi faresti bene il
    meglio  a  levarmi dinanzi cotesto isciagurato di Mattio,  che si ride
    del mio male: e da poi che Vostra
    Signoria mi fa degno che io la vegga,  doverresti venirci  con  messer
    Antonio  Allegretti  o con messer Annibal Caro,  o con di quelli altri
    vostri virtuosi,  i quali son persone d'altra  discrezione  e  d'altro
    ingegno, che non  cotesta bestia -.
    Allora messer Giovanni disse per motteggio a quello Mattio, che si gli
    levassi  dinanzi  per  sempre;  ma  perch  Mattio rise,  il motteggio
    divenne da dovero, perch mai pi messer Giovanni non lo volse vedere,
    e fece chiamare messer Antonio Allegretti, e messer Lodovico, e messer
    Annibal Caro.  Giunti che furono questi uomini da bene,  io  ne  presi
    grandissimo  conforto,  e con loro ragionai in cervello un pezzo,  pur
    sollecitando Felice che cacciassi via il vecchio.  Misser Lodovico  mi
    dimandava quel che mi pareva vedere,  e come gli era fatto.  In mentre
    che io gnene disegnavo con le parole bene,  questo vecchio mi pigliava
    per  un  braccio,  e  per  forza  mi tirava a s;  per la qual cosa io
    gridavo che mi aiutassino,  perch mi voleva gittar sotto  coverta  in
    quella sua spaventata barca.  Ditto quest'ultima parola,  mi venne uno
    sfinimento grandissimo,  e a me parve che mi gettassi in quella barca.
    Dicono  che  allora  in  questo svenire,  che io mi scagliavo e che io
    dissi di male parole a  messer  Giovanni  Gaddi,  s  che  veniva  per
    rubarmi e non per carit nessuna; e molte altre bruttissime parole, le
    quale  fecion vergognare il ditto messer Giovanni.  Di poi dissono che
    io mi fermai come morto;  e soprastati pi d'un'ora,  parendo loro che
    io mi freddassi,  per morto mi lasciorono. E ritornati a casa loro, lo
    seppe quel Mattio Franzesi,  il  quale  scrisse  a  Firenze  a  messer
    Benedetto Varchi mio carissimo amico,  che alle tante ore di notte lor
    mi avevano veduto morire.  Per la qual  cosa  quel  gran  virtuoso  di
    messer Benedetto e mio amicissimo, sopra la non vera ma s ben creduta
    morte fece un mirabil sonetto, il quale si metter al suo luogo. Pass
    pi  di  tre  grande ore prima che io mi rinvenissi;  e fatto tutti e'
    rimedi  del  sopraditto  maestro  Francesco,  veduto  che  io  non  mi
    risentivo,  Felice  mio  carissimo  si cacci a correre a casa maestro
    Francesco da Norcia,  e tanto picchi che egli  lo  svegli  e  fecelo
    levare,  e piagnendo lo pregava che venissi a casa, che pensava che io
    fossi morto.  Al quale,  maestro Francesco,  che  era  collorosissimo,
    disse:
    - Figlio,  che pensi tu che io faccia a venirvi?  se gli  morto, a me
    duol egli pi che a tte; pensi tu che con la mia medicina,  venendovi,
    io li possa soffiare in culo e rendertelo vivo? - Veduto che 'l povero
    giovane  se ne andava piangendo,  lo chiam indietro e gli dette certo
    olio da ugnermi e' polsi e il cuore, e che mi serrassino istrettissime
    le dita mignole dei piedi e delle mane;  e che se  io  rinvenivo,  che
    subito lo mandassimo a chiamare.
    Partitosi  Felice,  fece  quanto maestro Francesco gli aveva detto;  e
    essendo fatto  quasi  di  chiaro  e  parendo  loro  d'esser  privi  di
    speranza,  dettono ordine a fare la vesta e a lavarmi. In un tratto io
    mi risenti',  e chiamai Felice,  che presto presto cacciassi via  quel
    vecchio  che  mi dava noia.  Il quale Felice volse mandare per maestro
    Francesco,  e io dissi che non mandassi e che  venissi  quivi  da  me,
    perch quel vecchio subito si partiva e aveva paura di lui.
    Accostatosi  Felice  a me,  io lo toccavo e mi pareva che quel vecchio
    infuriato si scostassi;  per lo pregavo  che  stessi  sempre  da  me.
    Comparso maestro Francesco, disse che mi voleva campare a ogni modo, e
    che  non aveva mai veduto maggior virt in un giovane,  a' sua d,  di
    quella; e dato mano allo scrivere, mi fece profumi, lavande,  unzioni,
    impiastri e molte cose inistimabile. Intanto io mi risenti' con pi di
    venti  mignatte  al  culo,  forato,  legato e tutto macinato.  Essendo
    venuto molti mia amici a vedere il miracolo de il  resuscitato  morto,
    era comparso uomini di grande importanza e assai;  presente i quali io
    dissi che quel poco de l'oro e de' danari,  quali potevano  essere  in
    circa ottocento scudi fra oro,  argento, gioie e danari, questi volevo
    che fussino della mia povera sorella che era a  Firenze,  quale  aveva
    per nome monna Liperata;  tutto il restante della roba mia, tanto arme
    quanto ogni altra cosa,  volevo fussino del mio  carissimo  Filice,  e
    cinquanta ducati d'oro pi, acci che lui si potessi vestire. A queste
    parole  Filice  mi  si  gitt al collo,  dicendo che non voleva nulla,
    altro che mi voleva vivo. Allora io dissi:
    - Se tu mi vuoi vivo,  toccami accotesto  modo,  e  sgrida  a  cotesto
    vecchio, che ha di te paura -.
    A queste parole v'era di quelli che spaventavano,conosciuto che io non
    farneticavo,  ma parlavo a proposito e in cervello. Cos and faccendo
    il mio gran male, e poco miglioravo. Maestro Francesco eccellentissimo
    veniva quattro volte o cinque il giorno: misser  Giovanni  Gaddi,  che
    s'era  vergognato,  non  mi  capitava  pi  innanzi.  Comparse  il mio
    cognato,  marito della ditta mia sorella: veniva di  Fiorenze  per  la
    eredit:  e  perch  gli  era  molto  uomo da bene,  si rallegr assai
    l'avermi trovato vivo; il quale a me dette un conforto inistimabile il
    vederlo,  e subito mi fece carezze dicendo  d'esser  venuto  solo  per
    governarmi di sua mano propria; e cos fece parecchi giorni. Di poi io
    ne lo mandai, avendo quasi sicura isperanza di salute.
    Allora  lui  lasci  il  sonetto  di messer Benedetto Varchi,  quale 
    questo:

    IN LA CREDUTA E NON VERA MORTE DI BENVENUTO CELLINI

    Chi ne consoler, Mattio? chi fia che ne vieti il morir piangendo, poi
    che pur  vero, oim,  che sanza noi cos per tempo al Ciel salita sia
    quella chiara alma amica, in cui fioria virt cotal, che fino a' tempi
    suoi non vidde equal, n vedr, credo, poi il mondo, onde i miglior si
    fuggon pria?

    Spirto  gentil,  se  fuor del mortal velo S'ama,  mira dal Ciel chi in
    terra amasti, pianger non gi 'l tuo ben, ma 'l proprio male.

    Tu ten sei gito a contemplar su 'n Cielo l'alto  Fattore,  e  vivo  il
    vedi or quale con le tue dotte man quaggi il formasti.

    85.  Era  la  infirmit  stata  tanta  inistimabile,  che  non  pareva
    possibile di venirne  a  fine;  e  quello  uomo  da  bene  di  maestro
    Francesco  da  Norcia  ci durava pi fatica che mai,  e ogni giorno mi
    portava nuovi rimedii,  cercando di consolidare il povero  istemperato
    istrumento,  e  con  tutte  quelle  inistimabil fatiche non pareva che
    fussi possibile venire a capo di  questa  indegnazione,  in  modo  che
    tutti  e'  medici  se  ne erano quasi disperati e non sapevano pi che
    fare.  Io,  che avevo una sete inistimabile,  e mi ero riguardato,  s
    come loro mi avevano ordinato, di molti giorni: e quel Felice, che gli
    pareva aver fatto una bella impresa a camparmi,  non si partiva mai da
    me;  e quel vecchio non mi dava pi tanta noia,  ma in  sogno  qualche
    volta mi visitava.  Un giorno Felice era andato fuora, e a guardia mia
    era restato un mio fattorino e una serva, che si chiamava Beatrice. Io
    dimandavo quel fattorino quel che era stato di quel Cencio mio ragazzo
    e che voleva dire che io non lo  avevo  mai  veduto  a'  mia  bisogni.
    Questo  fattorino mi disse che Cencio aveva ato assai maggior male di
    me,  e che gli stava in fine di morte.  Felice aveva lor comandato che
    non me lo dicessino. Detto che m'ebbe tal cosa io ne presi grandissimo
    dispiacere: di poi chiamai quella serva detta Beatrice,  pistolese,  e
    la  pregai  che  mi  portassi  pieno  d'acqua  chiara  e  fresca   uno
    infrescatoio  grande  di cristallo,  che ivi era vicino.  Questa donna
    corse subito,  e me lo port pieno.  Io li dissi che me lo appoggiassi
    alla bocca e che se la me ne lasciava bere una sorsata a mio modo,  io
    li donerei una  gammurra.  Questa  serva,  che  m'aveva  rubato  certe
    cosette  di  qualche  inportanza,  per  paura che non si ritrovassi il
    furto, arebbe ato molto a caro che io fussi morto;  di modo che la mi
    lasci bere di quell'acqua per dua riprese quant'io potetti, tanto che
    buonamente  io ne bevvi pi d'un fiasco: di poi mi copersi e cominciai
    a sudare e addormenta'mi.  Tornato Felice di poi che  io  dovevo  aver
    dormito in circa a un'ora, dimand il fanciullo quel che io facevo. Il
    fanciullo gli disse:
    -  Io  non lo so: la Beatrice gli ha portato pieno quello infrescatoio
    d'acqua,  e l'ha quasi beuto tutto;  io non so ora se s' morto o vivo
    -.
    Dicono  che  questo  povero giovane fu per cadere in terra per il gran
    dispiacere che gli ebbe;  di poi prese un  mal  bastone,  e  con  esso
    disperatamente bastonava quella serva, dicendo:
    -  Ohim,  traditora,  che  tu me l'hai morto!  - In mentre che Felice
    bastonava e lei gridava,  e io sognavo;  e mi pareva che quel  vecchio
    aveva  delle corde in mano,  e volendo dare ordine di legarmi,  Felice
    l'aveva sopraggiunto e gli dava  con  una  scura,in  modo  che  questo
    vecchio fuggiva, dicendo:
    - Lasciami andare, che io non ci verr di gran pezzo -.
    Intanto  la  Beatrice  gridando forte era corsa in camera mia;  per la
    qual cosa svegliatomi, dissi:
    - Lasciala stare, che forse per farmi male ella m'ha fatto tanto bene,
    che tu non hai mai potuto, con tutte le tue fatiche, far nulla di quel
    che l'ha fatto ogni cosa:attendetemi a 'iutare,  che io son sudato;  e
    fate presto -.
    Riprese  Filice  animo,  mi  rasciug  e  confort:  e io,  che senti'
    grandissimo miglioramento,  mi promessi la  salute.  Comparso  maestro
    Francesco,  veduto  il  gran  miglioramento e la serva piagnere,  e 'l
    fattorino  correre  innanzi  e  'ndrieto,  e  Filice  ridere,   questo
    scompiglio  dette  da  credere  al  medico  che vi fussi stato qualche
    stravagante caso,  per la qual cosa fussi stato causa di quel mio gran
    miglioramento. Intanto comparse quell'altro maestro Bernardino, che da
    principio  non  mi  aveva  voluto  cavar  sangue.  Maestro  Francesco,
    valentissimo uomo, disse:
    - Oh potenzia della natura!  lei sa e' bisogni sua,  e  i  medici  non
    sanno nulla -.
    Subito rispose quel cervellino di maestro Bernardino e disse:
    - Se e' ne beeva pi un fiasco, e gli era subito guarito -.
    Maestro Francesco da Norcia, uomo vecchio e di grande autorit, disse:
    - Egli era il malan che Dio vi dia -.
    E  poi  si volse a me,  e mi domand se io ne arei potuto ber pi;  al
    quale io dissi che no, perch io m'ero cavato la sete a fatto.  Allora
    lui si volse al ditto maestro Bernardino e disse:
    -  Vedete voi che la natura aveva preso a punto il suo bisogno,  e non
    pi e non manco?  Cos chiedev'ella il suo bisogno,  quando il  povero
    giovane vi richiese di cavarsi sangue: se voi cognoscevi che la salute
    sua fussi stata ora innel bere dua fiaschi d'acqua,  perch non l'aver
    detto prima? e voi ne aresti ato il vanto -.
    A queste parole il mediconzolo ingrognato si part,  e non  vi  capit
    mai pi.  Allora maestro Francesco disse che io fussi cavato di quella
    camera, e che mi facessin portare inverso un di quei colli di Roma. Il
    cardinal Cornaro,  inteso il mio miglioramento,  mi fece portare a  un
    suo  luogo  che  gli  aveva  in Monte Cavallo: la sera medesima io fui
    portato con gran diligenza in sur  una  sedia  ben  coperto  e  saldo.
    Giunto  che  io fui,  cominciai a vomitare;  innel qual vomito mi usc
    dello stomaco un verme piloso,  grande un quarto di braccio:  e'  peli
    erano grandi e il verme era bruttissimo,  macchiato di diversi colori,
    verdi,  neri e rossi: serbossi al medico;  il quale disse non aver mai
    veduto una tal cosa, e poi disse, a Felice:
    - Abbi or cura al tuo Benvenuto,  che  guarito, e non gli lasciar far
    disordini;  perch se ben quello l'ha campato,  un altro disordine ora
    te  lo  amazzerebbe.  Tu  vedi,  la  infermit  stata s grande,  che
    portandogli l'olio santo noi non eramo stati a tempo; ora io cognosco,
    che con un poco di pazienzia e di  tempo  e'  far  ancora  dell'altre
    belle opere -.
    Poi si volse a me, e disse:
    - Benvenuto mio, sia savio e non fare disordini nessuno: e come tu se'
    guarito  voglio che tu mi faccia una Nostra Donna di tua mano,  perch
    la voglio adorar sempre per tuo amore -.
    Allora io gnene promessi;  dipoi lo domandai se fussi bene che  io  mi
    trasferissi  in  sino  a  Firenze.  Allora  e'  mi  disse  che  io  mi
    assicurassi un po' meglio e che e'  si  vedessi  quel  che  la  natura
    faceva.

    86.  Passato che noi otto giorni, il miglioramento era tanto poco, che
    quasi io m'ero venuto a noia a me medesimo; perch io ero stato pi di
    cinquanta giorni in quel gran travaglio;  e  resolutomi  mi  messi  in
    ordine;  e  in un paio di ceste 'il mio caro Felice e io ce ne andammo
    alla volta di Firenze;  e perch io non avevo scritto nulla,  giunsi a
    Firenze  in casa la mia sorella,  dove io fui pianto e riso a un colpo
    da essa sorella.  Per quel d mi venne a vedere molti mia  amici;  fra
    gli  altri  Pier Landi,  ch'era il maggior e il pi caro che io avessi
    mai al mondo; l'altro giorno venne un certo Nicol da Monte Aguto,  il
    quale  era  mio grandissimo amico;  e perch gli aveva sentito dire al
    Duca:
    - Benvenuto faceva molto meglio a morirsi,  perch gli  venuto qui  a
    dare in una cavezza,  e non gnene perdoner mai - venendo Nicol a me,
    disperatamente mi disse:
    - Oim, Benvenuto mio caro: che se' tu venuto a far qui? non sapevi tu
    quel che tu hai fatto contro  al  Duca?  che  gli  ho  udito  giurare,
    dicendo che tu sei venuto a dare in una cavezza a ogni modo -.
    Allora io dissi:
    - Nicol, ricordate a Sua Eccellenzia che altretanto gi mi volse fare
    papa Clemente,  e a s torto;  che faccia tener conto di me e mi lasci
    guarire; per che io mostrerr a Sua Eccellenzia, che io gli sono stato
    il pi fidel servitore che gli ar mai in tempo di sua vita;  e perch
    qualche  mio  nimico  ar  fatto  per  invidia questo cattivo uffizio,
    aspetti la mia sanit,  che come io posso gli render tal conto di me,
    che io lo far maravigliare -.
    Questo  cattivo  uffizio  l'aveva fatto Giorgetto Vassellario aretino,
    dipintore, forse per remunerazione di tanti benifizii fatti a lui; che
    avendolo trattenuto  in  Roma  e  datogli  le  spese,  e  lui  messomi
    assoqquadro  la  casa;  perch gli aveva una sua lebbrolina secca,  la
    quale gli aveva usato le mane a grattar sempre, e dormendo con un buon
    garzone che io avevo, che si domandava Manno,  pensando di grattar s,
    gli  aveva  scorticato  una gamba al detto Manno con certe sue sporche
    manine,  le quale non si tagliava mai l'ugna.  Il ditto Manno prese da
    me  licenza,  e  lui  lo  voleva  ammazzare  a ogni modo: io gli messi
    d'accordo;  di poi acconciai il detto Giorgio col cardinal dei Medici,
    e  sempre  lo  aiutai.  Questo  il merito che lui aveva detto al duca
    Lessandro ch'io avevo detto male di Sua Eccellenzia,  e che  io  m'ero
    vantato  di volere essere il primo a saltare in su le mura di Firenze,
    d'accordo con li nimici di Sua Eccellenzia fuorasciti.  Queste parole,
    sicondo  che  io  intesi  poi,  gliene  faceva dire quel galantuomo di
    Ottaviano de' Medici,  volendosi vendicare della stizza che aveva ato
    il Duca seco per conto delle monete e della mia partita di Firenze; ma
    io,  ch'ero  innocente di quel falso appostomi,  non ebbi una paura al
    mondo: e il valente maestro Francesco da Montevarchi grandissima virt
    mi medicava,  e ve lo aveva  condotto  il  mio  carissimo  amico  Luca
    Martini, il quale la maggior parte del giorno si stava meco.

    87.  Intanto io avevo rimandato a Roma il fidelissimo Filice alla cura
    delle faccende di l.  Sollevato alquanto la testa dal primaccio,  che
    fu  in termine di quindici giorni,  se bene io non potevo andare con i
    mia piedi,  mi feci portare innel palazzo de' Medici,  su  dove    il
    terrazzino:  cos  mi  feci mettere a sedere per aspettare il Duca che
    passassi.  E facendomi motto  molti  mia  amici  di  Corte,  molto  si
    maravigliavano  che  io  avessi  preso quel disagio a farmi portare in
    quel modo,  essendo dalla infirmit s mal condotto;  dicendomi che io
    dovevo  pure  aspettar  d'esser  guarito,  e  dipoi  visitare il Duca.
    Essendo assai insieme ragunati,  e tutti mi guardavano  per  miracolo;
    non  tanto  l'avere  inteso  che  io  ero  morto,  ma  pi pareva loro
    miracolo, che come morto parevo loro.
    Allora io dissi,  presente tutti,  come gli era stato detto da qualche
    scellerato ribaldo al mio signor Duca,  che io mi ero vantato di voler
    essere il primo a salire in su le  mura  di  Sua  Eccellenzia,  e  che
    appresso  io  avevo  detto  male di quella;  per la qual cosa a me non
    bastava la vistadi vivere n di morire,  se prima io non mi purgavo da
    questa  infamia,  e  conoscere  chi  fussi  quel temerario ribaldo che
    avessi fatto quel falso rapporto.  A queste parole s'era ragunato  una
    gran   quantit  di  que'  gentiluomini;   e  mostrando  avere  di  me
    grandissima compassione,  e chi diceva una cosa  e  chi  un'altra;  io
    dissi  che mai pi mi volevo partir di quivi,  insin che io non sapevo
    chi era quello che mi aveva accusato.  A queste parole  s'accost  fra
    tutti que' gentiluomini maestro Agostino, sarto del Duca, e disse:
    - Se tu non vuoi sapere altro che cotesto, ora ora lo saprai -.
    A punto passava Giorgio sopraditto, dipintore: allora maestro Agustino
    disse:
    - Ecco chi t'ha accusato: ora tu sai tu se gli  vero o no -.
    Io arditamente,  cos come io non mi potevo muovere,  dimandai Giorgio
    se tal cosa era vera. Il ditto Giorgio disse che no, che non era vero,
    e che non aveva mai detto tal cosa. Maestro Austino disse:
    - O impiccato, non sai tu che io lo so certissimo? - Subito Giorgio si
    part, e disse che no,  che lui non era stato.  Stette poco e pass 'l
    Duca;  al quali io subito mi feci sostenere innanzi a Sua Eccellenzia,
    e lui si ferm.  Allora io dissi che io ero venuto quivi a quel  modo,
    solo  per  iustificarmi.  Il Duca mi guardava e si maravigliava che io
    fussi vivo;  di poi mi disse che io attendessi a essere uomo dabbene e
    guarire.  Tornatomi a casa, Niccol da Monte Aguto mi venne a trovare,
    e mi disse che io avevo passato una di quelle furie  la  maggiore  del
    mondo,  quale  lui  non  aveva  mai creduto;  perch vidde il male mio
    scritto d'uno immutabile inchiostro;  e che io  attendessi  a  guarire
    presto,  e  poi  mi andassi con Dio,  perch la veniva d'un luogo e da
    uomo,  il quale mi arebbe fatto male.  E poi ditto - guarti  -  e'  mi
    disse:
    -  Che  dispiaceri  ha'  tu  fatti a quel ribaldaccio di Ottaviano de'
    Medici? - Io gli dissi che mai io avevo fatto dispiacere allui, ma che
    lui ne aveva ben fatti a me: e contatogli tutto il caso  della  zecca,
    e' mi disse:
    - Vatti con Dio il pi presto che tu puoi, e sta' di buona voglia, che
    pi presto che tu non credi vedrai le tua vendette -.
    Io  attesi  a guarire: detti consiglio a Pietropagolo,  ne' casi delle
    stampe delle monete; dipoi m'andai con Dio, ritornandomi a Roma, sanza
    far motto al Duca o altro.

    88.  Giunto che io fui a Roma,  rallegratomi assai con li  mia  amici,
    cominciai  la medaglia del Duca;  e avevo di gi fatto in pochi giorni
    la testa in acciaio,  la pi bella opera che mai io  avessi  fatto  in
    quel  genere,  e  mi  veniva a vedere ogni giorno una volta almanco un
    certo iscioccone chiamato messer Francesco Soderini; e veduto quel che
    io facevo, pi volte mi disse:
    - Oim,  crudelaccio,  tu ci vuoi pure immortalare  questo  arrabbiato
    tiranno.  E  perch  tu  non  facesti mai opera s bella,  a questo si
    cognosce che tu sei sviscerato nimico nostro e tanto amico  loro,  che
    il Papa e lui t'hanno pur voluto fare impiccar dua volte a torto: quel
    fu il padre e il figliuolo; guardati ora dallo Spirito Santo -.
    Per  certo  si  teneva  che  il duca Lessandro fussi figliuolo di papa
    Clemente.   Ancora  diceva  il  ditto  messer  Francesco   e   giurava
    ispressamente,  che,  se lui poteva,  che m'arebbe rubato que ferri di
    quella medaglia. Al quale io dissi che gli aveva fatto bene a dirmelo,
    e che io gli guarderei di sorte,  che lui non gli  vedrebbe  mai  pi.
    Feci  intendere a Firenze che dicessino a Lorenzino che mi mandassi il
    rovescio della medaglia.  Niccol da Monte Agusto,  a chi  io  l'avevo
    scritto,  mi scrisse cos,  dicendomi che n'aveva domandato quel pazzo
    malinconico filosafo di Lorenzino; il quale gli aveva detto che giorno
    e notte non pensava ad altro, e che egli lo farebbe pi presto ch'egli
    avessi possuto: per mi disse,  che io non  ponessi  speranza  al  suo
    rovescio, e che io ne facessi uno da per me, di mia pura invenzione; e
    che finito che io l'avessi,  liberamente lo portassi al Duca, ch buon
    per me.
    Avendo fatto io un disegno d'un rovescio,  qual mi pareva a proposito,
    e  con pi sollecitudine che io potevo lo tiravo inanzi;  ma perch io
    non ero ancora assicurato di quella ismisurata infirmit,  mi pigliavo
    assai  piaceri  innell'andare  a caccia col mio scoppietto insieme con
    quel mio caro Filice, il quale non sapeva far nulla dell'arte mia,  ma
    perch  di  continuo,   d  e  notte,   noi  eramo  insieme,   ogniuno
    s'immaginava che lui fossi eccellentissimo  ne  l'arte.  Per  la  qual
    cosa,  lui  ch'era  piacevolissimo,  mille volte ci ridemmo insieme di
    questo gran credito che lui si aveva  acquistato;  e  perch  egli  si
    domandava Filice Guadagni, diceva motteggiando meco:
    -  Io  mi  chiamerei  Filice Guadagni - poco,  se non che voi mi avete
    fatto acquistare un tanto gran credito,  che io mi posso domandare de'
    Guadagni - assai -.
    E io gli dicevo, che e' sono dua modi di guadagnare: il primo  quello
    che si guadagna a s, il sicondo si  quello che si guadagna ad altri;
    di modo che io lodavo in lui molto pi quel sicondo modo che 'l primo,
    avendomi egli guadagnato la vita.
    Questi ragionamenti noi gli avemmo, pi e pi volte, ma in fra l'altre
    un d de l'Epifania,  che noi eramo insieme presso alla Magliana, e di
    gi era quasi finito il giorno: il qual giorno io avevo ammazzato  col
    mio scoppietto de l'anitre e de l'oche assai bene;  e quasi resolutomi
    di non tirar pi il giorno,  ce ne venivamo  sollecitamente  in  verso
    Roma.  Chiamando il mio cane,  il quale chiamavo per nome Barucco, non
    me lo vedendo innanzi,  mi volsi e vidi che il ditto cane  ammaestrato
    guardava certe oche che s'erano appollaiate in un fossato. Per la qual
    cosa io subito iscesi;  messo in ordine il mio buono scoppietto, molto
    lontano tirai loro,  e ne investi' dua con la sola palla;  ch mai non
    volsi  tirare con altro che con la sola palla,  con la quale io tiravo
    dugento braccia,  e il pi delle volte investivo;  che con quell'altri
    modi non si pu far cos;  di modo che,  avendo investito le dua oche,
    una  quasi  che  morta  e  l'altra  ferita,  che  cos  ferita  volava
    malamente, questa la seguit il mio cane e portommela; l'altra, veduto
    che  la  si  tuffava  adrento  innel fossato,  li sopraggiunsi adosso.
    Fidandomi de' mia stivali ch'erano  assai  alti,  spignendo  il  piede
    innanzi  mi si sfond sotto il terreno: se bene io presi l'oca,  avevo
    pieno lo stivale della gamba ritta  tutto  d'acqua.  Alzato  il  piede
    all'aria  votai  l'acqua,  e  montato  a cavallo,  ci sollecitavno di
    tornarcene a Roma;  ma perch egli era gran freddo,  io mi sentivo  di
    sorte diacciare la gamba, che io dissi a Filice:
    - Qui bisogna soccorrer questa gamba,  perch io non cognosco pi modo
    a poterla sopportare -.
    Il buon Filice sanza dire altro scese del suo cavallo, e preso cardi e
    legnuzzi e dato ordine di voler far fuoco,  in questo  mentre  che  io
    aspettavo,  avendo  poste  le  mani  in  fra  le  piume  del  petto di
    quell'oche,  senti' assai caldo;  per la qual cosa io non lasciai fare
    altrimenti  fuoco,  ma  empie'  quel  mio  stivale  di quelle piume di
    quell'oca, e subito io sentii tanto conforto, che mi dette la vita.

    89.  Montai a cavallo,  venivamo sollecitamente alla  volta  di  Roma.
    Arrivati  che  noi fummo in un certo poco di rialto,  era di gi fatto
    notte,  guardando in verso Firenze tutti a dua d'accordo movemmo  gran
    voce di maraviglia, dicendo:
    - Oh Dio del cielo,  che gran cosa  quella che si vede sopra Firenze?
    - Questo si era com'un gran trave di fuoco,  il  quale  scintillava  e
    rendeva grandissimo splendore. Io dissi a Filice:
    - Certo noi sentiremo domane qualche gran cosa sar stata a Firenze -.
    Cos  venuticene  a Roma,  era un buio grandissimo: e quando noi fummo
    arrivati vicino a Banchi e  vicino  alla  casa  nostra,  io  avevo  un
    cavalletto  sotto,  il quale andava di portante furiosissimo,  di modo
    che,  essendosi el d fatto un monte di calcinacci e tegoli rotti  nel
    mezzo della strada,  quel mio cavallo non vedendo il monte, n io, con
    quella furia lo salse, di poi allo scendere trabocc, in modo che fare
    un tombolo: si messe la testa in fra le gambe;  onde  io  per  propria
    virt  de  Dio non mi feci un male al mondo.  Cavato fuora e' lumi da'
    vicini a quel gran romore,  io,  ch'ero saltato in  pi,  cos,  sanza
    montare altrimenti, me ne corsi a casa ridendo, che avevo scampato una
    fortuna  da rompere il collo.  Giunto a casa mia,  vi trovai certi mia
    amici, ai quali,  in mentre che noi cenavamo insieme,  contavo loro le
    istrettezze  della  caccia  e quella diavoleria del trave di fuoco che
    noi avevamo veduto: e' quali dicevano:
    - Che domin vorr significar cotesto? - Io dissi:
    - Qualche novit  forza che sia avvenuto a Firenze -.
    Cos passatoci la cena piacevolmente, l'altro giorno al tardi venne la
    nuova a Roma della morte del duca Lessandro.  Per la qual  cosa  molti
    mia conoscenti mi venivan dicendo:
    - Tu dicesti bene,  che sopra Firenze saria accaduto qualche gran cosa
    -.
    In questo veniva a saltacchione in  sun  una  certa  mulettaccia  quel
    messer  Francesco  Soderini:  ridendo per la via forte alla 'npazzata,
    diceva:
    - Quest' il rovescio della medaglia di  quello  iscellerato  tiranno,
    che  t'aveva  promesso  il  tuo  Lorenzino  de'  Medici  -  e  di  pi
    aggiugneva:
    - Tu ci volevi immortalare e' duchi: noi non voglin  pi  duchi  -  e
    quivi mi faceva le baie come se io fussi stato un capo di quelle sette
    che fanno e' duchi. In questo e' sopraggiunse un certo Baccio Bettini,
    il  quale aveva un capaccio come un corbello,  e ancora lui mi dava la
    baia di questi duchi, dicendomi:
    - Noi gli abbiamo isducati,  e non arem pi duchi;  e tu ce gli volevi
    fare inmortali - con di molte di queste parole fastidiose.
    Le quali venutemi troppo a noia, io dissi loro:
    - O isciocconi, io sono un povero orefice, il quale servo chi mi paga,
    e  voi  mi  fate  le baie come se io fussi un capo di parte: ma io non
    voglio per questo  rimproverare  a  voi  le  insaziabilit,  pazzie  e
    dappocaggine de' vostri passati;  ma io dico bene a coteste tante risa
    isciocche che voi fate,  che innanzi che e' passi dua o tre giorni  il
    pi  lungo,  voi  arete un altro duca,  forse molto peggiore di questo
    passato -.
    L'altro giorno appresso venne a bottega mia quello de' Bettini,  e  mi
    disse:
    - E' non accadrebbe lo ispendere dinari in corrieri,  perch tu sai le
    cose inanzi che le si faccino: che spirito  quello che te le dice?  -
    E mi disse come Cosimo de' Medici,  figliuolo del signor Giovanni, era
    fatto Duca: ma che egli era  fatto  con  certe  condizioni,  le  quali
    l'arebbono  tenuto,  che lui non arebbe potuto isvolazzare a suo modo.
    Allora tocc a me a ridermi di loro, e dissi:
    -  Cotesti  uomini  di  Firenze  hanno  messo  un  giovane  sopra   un
    maraviglioso  cavallo,  poi  gli  hanno  messo gli sproni e datogli la
    briglia in mano in sua libert,  e messolo in sun un bellissimo campo,
    dove    fiori e frutti e moltissime delizie;  poi gli hanno detto che
    lui non passi certi contrassegnati termini: or ditemi a me voi,  chi 
    quello che tener lo possa,  quando lui passar li voglia?  Le legge non
    si posson dare a chi  padron di esse -.
    Cos mi lasciorno stare e non mi davon noia.

    90.  Avendo atteso alla mia bottega,  e seguitavo alcune mie faccende,
    non gi di molto momento, perch mi attendevo alla restaurazione della
    sanit,  e  ancora  non  mi  pareva  essere  assicurato  dalla  grande
    infirmit che io avevo passata. In questo mentre lo Imperadore tornava
    vittorioso dalla impresa di Tunizi,  e il Papa aveva mandato per me  e
    meco  si  consigliava  che sorte di onorato presente io lo consigliavo
    per donare allo Imperatore. Al quale io dissi,  che il pi a proposito
    mi pareva donare a Sua Maest una croce d'oro con un Cristo,  al quale
    io avevo quasi fatto uno ornamento,  il quale  sarebbe  grandemente  a
    proposito e farebbe grandissimo onore a Sua Santit e a me. Avendo gi
    fatto tre figurette d'oro,  tonde,  di grandezza di un palmo in circa:
    queste ditte figure furno quelle che io avevo cominciate per il calice
    di papa Clemente; erano figurate per la Fede, la Speranza e la Carit;
    onde io aggiunsi di cera tutto il restante del pi di detta  croce;  e
    portatolo  al  Papa  con  il  Cristo  di  cera  e con molti bellissimi
    ornamenti, sadisfece grandemente al Papa; e innanzi che io mi partissi
    da Sua Santit rimanemmo conformi di tutto quello che si aveva a fare,
    e appresso valutammo la fattura di detta opera.  Questo fu una sera  a
    quattro  ore  di notte: el Papa aveva dato commessione a messer Latino
    Iuvinale che mi facessi dar danari la mattina seguente. Parve al detto
    messer Latino,  che aveva una gran vena di pazzo,  di volere dar nuova
    invenzione al Papa,  la qual venissi dallui stietto; che egli disturb
    tutto quello che si era ordinato;  e  la  mattina,  quando  io  pensai
    andare per li dinari, disse con quella sua bestiale prosunzione:
    -  A noi tocca a essere gl'inventori,  e a voi gli operatori.  Innanzi
    che io partissi la sera dal Papa, noi pensammo una cosa molto migliore
    -.
    Alle qual prime parole, non lo lasciando andar pi innanzi, gli dissi:
    - N voi n il Papa non pu mai pensare cosa migliore, che quelle dove
    e'  s'interviene  Cristo;   s   che   dite   ora   quante   pappolate
    cortigianesche voi sapete -.
    Sanza  dir  altro si part da me in cllora,  e cerc di dare la ditta
    opera a un altro orefice; ma il Papa non volse,  e subito mand per me
    e mi disse,  che io avevo detto bene, ma che si volevan servire di uno
    Uffiziuolo di Madonna,  il  quale  era  miniato  maravigliosamente,  e
    ch'era  costo  al  cardinal  de'  Medici a farlo miniare pi di dumila
    scudi: e  questo  sarebbe  a  proposito  per  fare  un  presente  alla
    Imperatrice,  e  che  allo  Imperadore  farebbon  poi quello che avevo
    ordinato io,  che veramente era presente degno di lui;  ma  questo  si
    faceva  per aver poco tempo,  perch lo Imperadore s'aspettava in Roma
    in fra un mese e mezzo.  Al ditto libro voleva fare una coperta  d'oro
    massiccio,  riccamente lavorata,  e con molte gioie addorna.  Le gioie
    valevano in circa sei mila scudi: di  modo  che,  datomi  le  gioie  e
    l'oro,  messi mano alla ditta opera,  e sollecitandola in brevi giorni
    io la feci comparire di tanta bellezza,  che il Papa si maravigliava e
    mi  faceva  grandissimi  favori,   con  patti  che  quella  bestia  de
    l'Iuvinale non mi venissi intorno.  Avendo la ditta opera vicina  alla
    fine,  comparse  lo Imperatore,  a il quale s'era fatti molti mirabili
    archi trionfali,  e  giunto  in  Roma  con  maravigliosa  pompa,  qual
    toccher  a scrivere ad altri,  perch non vo' trattare se non di quel
    che tocca a me,  alla sua giunta subito egli don al Papa un diamante,
    il  quale lui aveva compero dodicimila scudi.  Questo diamante il Papa
    lo mand per me e me lo dette,  che io  gli  facessi  un  anello  alla
    misura del dito di Sua Santit; ma che voleva che io portassi prima el
    libro  al  termine che gli era.  Portato che io ebbi el libro al Papa,
    grandemente gli sodisfece: di poi si consigliava meco che scusa e'  si
    poteva trovare con lo Imperadore,  che fussi valida, per essere quella
    ditta opera imprefetta.  Allora io dissi che la valida iscusa si  era,
    che io arei detto della mia indisposizione, la quale Sua Maest arebbe
    facilissimamente  creduta,  vedendomi  cos  macilente e scuro come io
    ero. A questo il Papa disse che molto gli piaceva; ma che io arrogessi
    da parte di Sua Santit,  faccendogli presente del  libro,  di  fargli
    presente  di  me  istesso:  e  mi  disse  tutto  il  modo che io avevo
    attenere, delle parole che io avevo a dire, le qual parole io le dissi
    al Papa, domandandolo se gli piaceva che io dicessi cos.  Il quale mi
    disse:
    - Troppo bene dicesti,  se a te bastassi la vista di parlare in questo
    modo allo Imperadore, che tu parli a me -.
    Allora io dissi,  che con molta maggior sicurt mi bastava la vista di
    parlate  con  lo Imperadore;  avvenga che lo Imperadore andava vestito
    come mi andavo io, e che a me saria parso parlare a uno uomo che fussi
    fatto come me;  qual cosa non  m'interveniva  cos  parlando  con  Sua
    Santit,  innella  quale io vi vedevo molto maggior deit,  s per gli
    ornamenti eclesiastici, quali mi mostravano una certa diadema, insieme
    con la bella vecchiaia di Sua Santit: tutte queste cose  mi  facevano
    pi temere,  che non quelle dello Imperadore.  A queste parole il Papa
    disse:
    - Va, Benvenuto mio, che tu sei un valente uomo: facci onore, ch buon
    per te.

    91.  Ordin il Papa dua cavalli turchi,  i quali erano istati di  papa
    Clemente,  ed erono i pi belli che mai venissi in Cristianit. Questi
    dua cavalli il Papa commesse a messer Durante suo  cameriere  che  gli
    menassi gi ai corridoi del palazzo, e ivi li donassi allo Imperadore,
    dicendo  certe  parole  che  lui gl'impose.  Andammo gi d'accordo;  e
    giunti alla presenza dello Imperadore,  entr  que'  dua  cavalli  con
    tanta maest e con tanta virt per quelle camere,  che lo Imperadore e
    ogniuno si maravigliava.  In questo si fece innanzi  il  ditto  messer
    Durante  con  tanto  isgraziato modo e con certe sue parole bresciane,
    annodandosigli la lingua in bocca,  che mai si vidde e  sent  peggio:
    mosse  lo  Imperadore  alquanto  a  risa.  In  questo  io di gi avevo
    iscoperto la ditta opera mia;  e avvedutomi che con gratissimo modo lo
    Imperadore  aveva  volto  gli  occhi  inverso  di  me,  subito fattomi
    innanzi, dissi:
    - Sacra Maest,  il santissimo nostro papa Paulo manda questo libro di
    Madonna  a presentare a Vostra Maest,  il quale si  scritto a mano e
    miniato per mano de il maggior uomo che mai facessi tal professione; e
    questa ricca coperta d'oro e di gioie    cosi  imprefetta  per  causa
    della  mia  indisposizione: per la qualcosa Sua Santit insieme con il
    ditto libro presenta me ancora, e che io venga apresso a Vostra Maest
    a finirgli il suo libro; e di pi tutto quello che lei avessi in animo
    di fare, per tanto quanto io vivessi, lo servirei -.
    A questo lo Imperadore disse:
    - Il libro m' grato e voi ancora;  ma voglio che voi me lo finiate in
    Roma;  e  come  gli   finito e voi guarito,  portatemelo e venitemi a
    trovare -.
    Di poi innel ragionare meco,  mi chiam per nome,  per la qual cosa io
    mi  maravigliai  perch non c'era intervenuto parole dove accadessi il
    mio nome;  e mi disse aver veduto quel bottone  del  piviale  di  papa
    Clemente,  dove io avevo fatto tante mirabil figure.  Cos distendemmo
    ragionamenti di una mezz'ora intera,  parlando di molte  diverse  cose
    tutte  virtuose  e  piacevole: e perch a me pareva esserne uscito con
    molto maggiore onore di quello che io m'ero promesso, fatto un poco di
    cadenza a il ragionamento,  feci reverenzia e partimmi.  Lo Imperadore
    fu sentito che disse:
    -  Dnisi  a  Benvenuto  cinquecento  scudi d'oro subito - di modo che
    quello che li port su,  dimand qual era l'uomo del  Papa  che  aveva
    parlato allo Imperatore.  Si fece innanzi messer Durante,  il quale mi
    rub li mia cinquecento scudi. Io me ne dolsi col Papa; il quale disse
    che io non dubitassi;  che sapeva ogni cosa,  quant'io  m'ero  portato
    bene  a  parlare  allo Imperadore,  e che di quei danari io ne arei la
    parte mia a ogni modo.

    92.  Tornato alla bottega mia,  messi mano con  gran  sollecitudine  a
    finire l'anello del diamante;  el quale mi fu mandato quattro, i primi
    gioiellieri di Roma; perch era stato detto al Papa, che quel diamante
    era legato per mano del primo gioiellier  del  mondo  in  Vinezia,  il
    quale si chiamava maestro Miliano Targhetta, e per esser quel diamante
    alquanto  sottile,  era  impresa  troppo  difficile a farla sanza gran
    consiglio.  Io ebbi caro e' quattro uomini gioiellieri,  infra i quali
    si era un milanese domandato Gaio.
    Questo  era  la pi prosuntuosa bestia del mondo,  e quello che sapeva
    manco  e  gli  pareva  saper  pi:  gli  altri  erano  modestissimi  e
    valentissimi uomini.  Questo Gaio innanzi a tutti cominci a parlare e
    disse:
    - Salvisi la tinta di Miliano e  a  quella,  Benvenuto,  tu  farai  di
    berretta;  perch  s  come 'l tignere un diamante  la pi bella e la
    pi difficil cosa che sia ne  l'arte  del  gioiellare,  Miliano    il
    maggior  gioielliere  che  fussi  mai  al mondo,  e questo si  il pi
    difficil diamante -.
    Allora io dissi,  che tanto maggior gloria mi era il combattere con un
    cos valoroso uomo d'una tanta professione;  dipoi mi volsi agli altri
    gioiellieri e dissi:
    - Ecco che io salvo la tinta di Miliano;  e mi proverr se  faccndone
    io  migliorassi  quella;   quando  che  no,  con  quella  medesima  lo
    ritigneremo -.
    Il bestial Gaio disse che, se io la facessi a quel modo, volentieri le
    farebbe di berretta. Al quale io dissi:
    - Adunque faccendola meglio, lei merita due volte di berretta:
    - S - disse; e io cos cominciai a far le mie tinte.
    Messomi intorno con grandissima diligenzia a fare le tinte,  le  quali
    al  suo  luogo  insegner  come  le  si fanno: certissimo che il detto
    diamante era il pi difficile che mai n prima n poi  mi  sia  venuto
    innanzi,  e  quella tinta di Miliano era virtuosamente fatta;  per la
    non mi sbigott ancora. Io, auzzato i mia ferruzzi dello ingegno, feci
    tanto che io non tanto raggiugnerla,  ma la passai assai bene.  Dipoi,
    conosciuto che io avevo vinto lui,  andai cercando di vincer me, e con
    nuovi modi feci una tinta che era meglio di quella che io avevo fatto,
    di gran lunga.  Dipoi mandai a chiamare i gioiellieri,  e tinto con la
    tinta di Miliano il diamante, da poi ben netto, lo ritinsi con la mia.
    Mstrolo  a'  gioiellieri,  un primo valent'uomo di loro,  il quale si
    domandava Raffael del Moro, preso il diamante in mano, disse a Gaio:
    - Benvenuto ha passato la tinta di Miliano -.
    Gaio, che non lo voleva credere, preso il diamante in mano, e' disse:
    - Benvenuto, questo diamante  meglio dumila ducati,  che con la tinta
    di Miliano -.
    Allora io dissi:
    -  Da  poi  che  io ho vinto Miliano,  vediamo se io potessi vincer me
    medesimo - e pregatogli che mi aspettassino un poco,  andai in sun  un
    mio  palchetto,  e  fuor  della  presenza loro ritinsi il diamante,  e
    portatolo a' gioiellieri, Gaio subito disse:
    - Questa  la pi mirabil cosa che io vedessi  mai  in  tempo  di  mia
    vita,  perch questo diamante val meglio di diciotto mila scudi,  dove
    che appena noi lo stimavamo dodici -.
    Gli altri gioiellieri voltisi a Gaio, dissono:
    - Benvenuto  la gloria dell'arte nostra,  e meritamente  e  alle  sue
    tinte e allui doviamo fare di berretta -.
    Gaio allora disse:
    -  Io  lo  voglio andare a dire al Papa,  e voglio che gli abbia mille
    scudi d'oro di legatura di questo diamante -.
    E corsosene al Papa,  gli disse il tutto;  per la qual  cosa  il  Papa
    mand tre volte quel d a veder se l'anello era finito.  Alle ventitr
    ore poi io portai su l'anello: e perch e' non mi  era  tenuto  porta,
    alzato  cos  discretamente  la  portiera,  viddi  il Papa insieme col
    marchese del Guasto,  il quale lo doveva istrignere di quelle cose che
    lui non voleva fare, e senti' che disse al Marchese:
    - Io vi dico di no, perch a me si appartiene esser neutro e non altro
    -.
    Ritiratomi presto indietro, il Papa medesimo mi chiam: onde io presto
    entrai,  e prtogli quel bel diamante in mano, il Papa mi tir cos da
    canto,  onde il Marchese si scost.  Il Papa in mentre che guardava il
    diamante, mi disse:
    -  Benvenuto,  appicca meco ragionamento che paia d'importanza,  e non
    restar mai in sin che il Marchese ist qui in questa camera -.
    E mosso a passeggiare,  la cosa che  faceva  per  me,  mi  piacque,  e
    cominciai a ragionar col Papa del modo che io avevo fatto a tignere il
    diamante.  Il  Marchese  istava ritto da canto,  appoggiato a un panno
    d'arazzo, e or si scontorceva in sun un pi e ora in sun un altro.  La
    tema  di  questo  ragionamento  era tanto d'importanza,  volendo dirla
    bene,  che si sarebbe ragionato tre ore intere.  Il Papa  ne  pigliava
    tanto  gran  piacere,  che  trapassava il dispiacere che gli aveva del
    Marchese, che stessi quivi.  Io che avevo mescolato inne' ragionamenti
    quella parte di filosofia che s'apparteneva in quella professione,  di
    modo che avendo ragionato cos vicino  a  un'ora,  venuto  a  noia  al
    Marchese,  mezzo  in  cllora  si part: allora il Papa mi fece le pi
    domestiche carezze, che immaginar si possa al mondo, e disse:
    - Attendi, Benvenuto mio,  che io ti dar altro premio alle tue virt,
    che mille scudi che m'ha ditto Gaio che merita la tua fatica -.
    Cos  partitomi,  il  Papa  mi  lodava  alla  presenza  di  quei  suoi
    domestici, infra i quali era quel Latin Iuvenale,  che dianzi io avevo
    parlato.  Il  quale,  per  essermi diventato nimico,  cercava con ogni
    studio di farmi dispiacere;  e vedendo che il Papa parlava di  me  con
    tanta affezione e virt, disse:
    -  E'  non    dubbio  nessuno che Benvenuto  persona di maraviglioso
    ingegno; ma se bene ogni uomo naturalmente  tenuto a voler bene pi a
    quelli della patria sua che agli  altri,  ancora  si  doverrebbe  bene
    considerare in che modo e' si dee parlare di un Papa.  Egli ha avuto a
    dire,  che papa Clemente era il pi bel  principe  che  fussi  mai,  e
    altrettanto virtuoso,  ma s bene con mala fortuna;  e dice che Vostra
    Santit  tutta al contrario,  e che quel regno vi piagne in testa,  e
    che  voi  parete un covon di paglia vestito,  e che in voi non  altro
    che buona fortuna -.
    Queste parole furno di tanta forza,  dette da colui che  benissimo  le
    sapeva  dire,  che il Papa le credette: io non tanto non l'aver dette,
    ma in considerazion mia non venne mai tal  cosa.  Se  il  Papa  avessi
    possuto con suo onore, mi arebbe fatto dispiacere grandissimo; ma come
    persona di grandissimo ingegno, fece sembiante di ridersene: niente di
    manco  e'  riserv  in s un tanto grand'odio in verso di me,  che era
    inistimabile;  e io me ne cominciai a  'vvedere,  perch  non  entravo
    innelle  camere  con  quella  facilit di prima,  anzi con grandissima
    difficult. E perch io ero pur molt'anni pratico in queste corte,  e'
    m'immaginai  che  qualche uno avessi fatto cattivo uffizio contro a di
    me;  e destramente ricercandone,  mi fu detto il tutto,  ma non mi  fu
    detto  chi  fussi  stato;  e  io non mi potevo inmaginare chi tal cosa
    avessi detto,  che sapendolo io ne arei fatto  vendette  a  misura  di
    carboni.

    93. Attesi a finire il mio libretto; e finito che io l'ebbi, lo portai
    dal Papa,  il quale veramente non si potette tenere che egli non me lo
    lodassi grandemente. Al quale io dissi che mi mandassi a portarlo come
    lui mi aveva promesso.  Il Papa mi rispose,  che  farebbe  quanto  gli
    venissi bene di fare e che io avevo fatto quel che s'apparteneva a me.
    Cos  dette commessione che io fossi ben pagato.  Delle quale opere in
    poco pi di dua mesi io mi avanzai cinquecento scudi: il  diamante  mi
    fu pagato a ragion di cencinquanta scudi e non pi;  tutto il restante
    mi fu dato per fattura di quel libretto,  la qual fattura ne  meritava
    pi  di  mille,  per  essere  opera ricca di assai figure e fogliami e
    smalti e gioie. Io mi presi quel che io possetti avere, e feci disegno
    di andarmi con Dio di Roma.  In questo il Papa mand il detto libretto
    allo  Imperadore  per  un  suo nipote domandato il signore Sforza,  il
    quale presentando il  libro  allo  Imperadore,  lo  Imperatore  l'ebbe
    gratissimo,  e  subito  domand  di me.  Il giovanetto signore Sforza,
    ammaestrato, disse che per essere io infermo non ero andato.  Tutto mi
    fu ridetto.
    Intanto messomi io in ordine per andare alla volta di Francia; e me ne
    volevo andare soletto; ma non possetti, perch un giovanetto che stava
    meco,  il quale si domandava Ascanio;  questo giovane era di et molto
    tenera ed era il pi mirabil servitore  che  fossi  mai  al  mondo;  e
    quando  io  lo  presi,  e'  s'era  partito  da un suo maestro,  che si
    domandava Francesco, che era spagnolo e orefice.
    Io,  che non arei voluto pigliare questo giovanetto per non venire  in
    contesa con il detto spaguolo, dissi a Ascanio:
    - Non ti voglio, per non fare dispiacere al tuo maestro -.
    E'  fece  tanto  che  il  maestro  suo  mi  scrisse  una polizza,  che
    liberamente io lo pigliassi. Cos era stato meco di molti mesi;  e per
    essersi partito magro e spunto,  noi lo domandavamo il Vecchino;  e io
    pensavo che fossi un vecchino,  s perch lui serviva  tanto  bene;  e
    perch  gli  era  tanto  saputo,  non pareva ragione che innell'et di
    tredici anni, che lui diceva di avere, vi fussi tanto ingegno.  Or per
    tornare,  costui in quei pochi mesi messe persona, e ristoratosi dallo
    istento divenne il pi bel giovane di Roma,  e s per essere quel buon
    servitor   che   io   ho   detto,    e   perch   gl'imparava   l'arte
    maravigliosamente, io gli posi uno amore grandissimo come figliuolo, e
    lo tenevo vestito come  se  figliuolo  mi  fussi  stato.  Vedutosi  il
    giovane  restaurato,  e'  gli  pareva  avere  ato  una gran ventura a
    capitarmi alle mane. Andava ispesso a ringraziare il suo maestro,  che
    era  stato causa del suo gran bene;  e perch questo suo maestro aveva
    una bella giovane per moglie, lei diceva:
    - Surgetto, che hai tu fatto che tu sei diventato cos bello? - e cos
    lo chiamavano quando gli stava con esso loro. Ascanio rispose a lei:
    - Madonna Francesca,  stato lo mio maestro che mi ha fatto cos bello
    e molto pi buono -.
    Costei velenosetta l'ebbe molto per male che Ascanio dicessi  cos:  e
    perch  lei  aveva  nome  di  non  pudica  donna,  seppe fare a questo
    giovanetto qualche carezza forse pi l che l'uso de l'onest;  per la
    qual  cosa io mi avvedevo che molte volte questo giovanetto andava pi
    che 'l solito suo a vedere la sua  maestra.  Accadde,  che  avendo  un
    giorno dato malamente delle busse a un fattorino di bottega, il quale,
    giunto che io fui,  che venivo di fuora,  il detto fanciullo piagnendo
    si doleva,  dicendomi che Ascanio gli aveva dato sanza ragion nessuna.
    Alle qual parole io dissi a Ascanio:
    - O con ragione o senza ragione, non ti venga mai pi dato a nessun di
    casa mia, perch tu sentirai in che modo io so dare io -.
    Egli mi rispose: onde io subito mi gli gittai addosso,  e gli detti di
    pugna e calci le pi aspre busse che lui sentissi mai.  Pi tosto  che
    lui  mi possette uscir delle mane,  sanza cappa e sanza berretta fugg
    fuora,  e per dua giorni io non seppi mai dove lui si fussi,  n manco
    ne  cercavo,  se  none  in  capo  di  dua giorni mi venne a parlare un
    gentiluomo spagnuolo,  il quale si domandava don Diego.  Questo era il
    pi liberale uomo che io conoscessi mai al mondo; io gli avevo fatte e
    facevo alcune opere, di modo che gli era assai mio amico. Mi disse che
    Ascanio era tornato col suo vecchio maestro,  e che,  se e' mi pareva,
    che io gli dessi la sua berretta e cappa che io gli  avevo  donata.  A
    queste  parole  io dissi che Francesco si era portato male,  e che gli
    aveva fatto da persona malcreata;  perch se lui m'avessi detto subito
    che  Ascanio fu andato dallui,  s come lui era in casa sua,  io molto
    volentieri gli arei dato licenzia;  ma per averlo tenuto  dua  giorni,
    poi  n me lo fare intendere,io non volevo che gli stessi seco;  e che
    facessi che io non io vedessi in modo alcuno in casa sua. Tanto rifer
    don Diego: per la qual cosa il detto Francesco se ne fece beffe.
    L'altra mattina seguente io vidi Ascanio, che lavorava certe pappolate
    di filo accanto al ditto maestro.  Passando io,  il ditto  Ascanio  mi
    fece riverenzia, e il suo maestro quasi che mi derise.
    Mandommi a dire per quel gentiluomo don Diego che, se a me pareva, che
    io  rimandassi a Ascanio e' panni che io gli avevo donati;  quando che
    no,  non se ne curava,  e che a Ascanio non mancheria panni.  A queste
    parole io mi volsi a don Diego e dissi:
    - Signor don Diego, in tutte le cose vostre io non viddi mai n il pi
    liberale  n  il  pi dabbene di voi;  ma cotesto Francesco  tutto il
    contrario di quel che voi siete,  perch gli  un disonorato  marrano.
    Ditegli  cos  da  mia  parte,  che  se  innanzi  che suoni vespro lui
    medesimo  non  m'ha  rimenato  Ascanio  qui  alla  bottega   mia,   io
    l'ammazzer a ogni modo;  e dite a Ascanio,  che se lui non si leva di
    quivi in quell'ora consacrata al suo maestro,  che io far a lui  poco
    manco -.
    A queste parole quel signor don Diego non mi rispose niente, anzi and
    e  messe  in  opera  cotanto spavento al ditto Francesco,  che lui non
    sapeva che farsi.  Intanto Ascanio era ito a cercar di suo  padre,  il
    quale era venuto a Roma da Tagliacozzi,  di donde gli era;  e sentendo
    questo  scompiglio,  ancora  lui  consigliava  Francesco  che  dovessi
    rimenare Ascanio a me. Francesco diceva a Ascanio:
    - Vavvi da te, e tuo padre verr teco -.
    Don Diego diceva:
    - Francesco, io veggo qualche grande scandolo: tu sai meglio di me chi
     Benvenuto; rimnagnene sicuramente, e io verr teco -.
    Io  che  m'ero messo in ordine,  passeggiavo per bottega aspettando il
    tocco di vespro, dispostomi di fare una delle pi rovinose cose che in
    tempo di mia vita mai fatta avessi.  In questo sopraggiunse don Diego,
    Francesco  e  Ascanio,  e  il  padre,  che  io non conosceva.  Entrato
    Ascanio,  io  che  gli  guardavo  tutti  con  l'occhio  della  stizza,
    Francesco di colore ismorto disse:
    -  Eccovi  rimenato  Ascanio,  il quale io tenevo,  non pensando farvi
    dispiacere -.
    Ascanio reverentemente disse:
    - Maestro mio, perdonatemi; io son qui per far tutto quello che voi mi
    comanderete -.
    Allora io dissi:
    - Se' tu venuto per finire il tempo che tu m'hai promesso?  - Disse di
    s,  e  per non si partir mai pi da me.  Io mi volsi allora e dissi a
    quel fattorino,  a chi lui aveva dato,  che gli porgessi quel fardello
    de' panni: e allui dissi:
    - Eccoti tutti e' panni che io t'avevo donati,  e con essi abbi la tua
    libert e va dove tu vuoi -.
    Don  Diego  restato  maravigliato  di  questo,  ch  ogni  altra  cosa
    aspettava.  In questo, Ascanio insieme col padre mi pregava che io gli
    dovessi perdonare e ripigliarlo.  Domandato chi era quello che parlava
    per  lui,  mi  disse esser suo padre;  al quale di poi molte preghiere
    dissi:
    - E per esser voi suo padre, per amor vostro lo ripiglio.

    94. Essendomi risoluto, come io dissi poco fa, di andarmene alla volta
    di Francia,  s per aver veduto che il  Papa  non  mi  aveva  in  quel
    concetto  di  prima,  ch  per  via  delle  male  lingue  m'era  stato
    intorbidato la mia gran servit,  e per paura che quelli che  potevano
    non  mi facessin peggio;  per mi ero disposto di cercare altro paese,
    per veder se io trovavo miglior fortuna,  e volentieri mi  andavo  con
    Dio,  solo. Essendomi risoluto una sera per partirmi la mattina, dissi
    a quel fidel Felice,  che si godessi tutte le cose mia insino  al  mio
    ritorno;  e  se  avveniva che io non ritornassi,  volevo che ogni cosa
    fossi suo.  E perch io avevo un garzone perugino,  il quale mi  aveva
    aiutato finir quelle opere del Papa, a questo detti licenzia, avendolo
    pagato delle sue fatiche.
    Il  quale mi disse,  che mi pregava che io lo lasciassi venir meco,  e
    che lui verrebbe a sue spese;  che s'egli accadessi che io mi fermassi
    a lavorare con il Re di Francia,  gli era pure il meglio che io avessi
    meco de li mia Italiani,  e maggiormente  di  quelle  persone  che  io
    cognoscevo che mi arebbon saputo aiutare. Costui seppe tanto pregarmi,
    che  io  fui  contento di menarlo meco innel modo che lui aveva detto.
    Ascanio,  trovandosi ancora lui alla presenza di questo  ragionamento,
    disse mezzo piangendo:
    - Dipoi che voi mi ripigliasti, i' dissi di voler star con voi a vita,
    e cos ho in animo di fare -.
    Io  dissi  al  ditto che io non lo volevo per modo nessuno.  Il povero
    giovanetto si metteva in ordine per venirmi  drieto  a  piede.  Veduto
    fatto una tal resoluzione, presi un cavallo ancora per lui, e messogli
    una  mia  valigetta  in groppa,  mi caricai di molti pi ornamenti che
    fatto io non arei;  e partitomi di Roma  ne  venni  a  Firenze,  e  da
    Firenze a Bologna,  e da Bologna a Vinezia, e da Vinezia me ne andai a
    Padova: dove io fui levato d'in su l'osteria da quel mio  caro  amico,
    che si domandava Albertaccio del Bene. L'altro giorno a presso andai a
    baciar  le  mane  a  messer  Pietro  Bembo,  il  quale  non  era ancor
    cardinale.  Il detto messer Pietro mi fece le pi  sterminate  carezze
    che mai si possa fare a uomo del mondo; di poi si volse ad Albertaccio
    e disse:
    -  Io voglio che Benvenuto resti qui con tutte le sue persone,  se lui
    ne avessi ben cento; s che risolvetevi,  volendo anche voi Benvenuto,
    a restar qui meco,  altrimenti io non ve lo voglio rendere - e cos mi
    restai a godere con questo virtuosissimo Signore.  Mi aveva  messo  in
    ordine  una  camera,  che  sarebbe troppo onorevole a un cardinale,  e
    continuamente volse che io mangiassi accanto  a  Sua  Signoria.  Dipoi
    entr  con  modestissimi  ragionamenti,  mostrandomi  che  arebbe ato
    desiderio che io lo ritraessi;  e io,  che  non  desideravo  altro  al
    mondo,  fattomi certi stucchi candidissimi dentro in uno scatolino, lo
    cominciai;  e la prima giornata io lavorai dua ore continue,  e bozzai
    quella virtuosa testa di tanta buona grazia, che Sua Signoria ne rest
    istupefatta;  e  come quello che era grandissimo innelle sue lettere e
    innella poesia in superlativo grado,  ma di questa mia professione Sua
    Signoria  non entendeva nulla al mondo: il perch si  che allui parve
    che io l'avessi finita a  quel  tempo,  che  io  non  l'avevo  a  pena
    cominciata:  di  modo  che  io  non  potevo dargli ad intendere che la
    voleva molto tempo a farsi bene.  All'utimo io mi risolsi a  farla  il
    meglio  che io sapevo col tempo che la meritava: e perch egli portava
    la barba corta alla veniziana,  mi dette di gran fatiche  a  fare  una
    testa che mi sadisfacessi.  Pure la fini' e mi parve fare la pi bella
    opera che io facessi mai,  per quanto si aparteneva a l'arte mia.  Per
    la qual cosa io lo viddi sbigottito, perch e' pensava che avendola io
    fatta di cera in dua ore io la dovessi fare in dieci d'acciaro. Veduto
    poi che io non l'avevo potuta fare in dugento ore di cera, e dimandavo
    licenzia  per  andarmene  alla  volta  di  Francia,  il  perch lui si
    sturbava molto,  e mi richiese che io gli facessi un rovescio a quella
    sua  medaglia,  almanco;  e  questo fu un caval Pegaseo in mezzo a una
    ghirlanda di mirto.  Questo io lo feci in circa a tre  ore  di  tempo,
    dandogli bonissima grazia; e essendo assai sadisfatto, disse:
    -  Questo  cavallo  mi par pure maggior cosa l'un dieci,  che non  il
    fare una testolina,  dove voi avete penato tanto: io non son capace di
    questa difficult -.
    Pure  mi  diceva  e mi pregava,  che io gnene dovessi fare in acciaro,
    dicendomi:
    - Di grazia fatemela,  perch voi me la  farete  ben  presto,  se  voi
    vorrete -.
    Io  gli  promessi  che  quivi  io  non  la volevo fare;  ma dove io mi
    fermassi a lavorare gliene farei senza manco nessuno.  In  mentre  che
    noi  tenevamo questo proposito,  io ero andato a mercatare tre cavalli
    per andarmene alla volta di Francia;  e lui faceva tener conto  di  me
    segretamente, perch aveva grandissima autorit in Padova; di modo che
    volendo  pagare i cavalli,  li quali avevo mercatati cinquanta ducati,
    il padrone di essi cavalli mi disse:
    - Virtuoso uomo, io vi fo un presente delli tre cavalli -.
    Al quale io risposi:
    - Tu non sei tu che me gli presenti;  e da quello che me gli  presenta
    io non gli voglio, perch io non gli ho potuto dar nulla delle fatiche
    mie -.
    Il buono uomo mi disse che, non pigliando quei cavagli, io non caverei
    altri  cavagli  di  Padova e sarei necessitato a 'ndarmene a piede.  A
    questo io me ne andai al magnifico  messer  Pietro,  il  quale  faceva
    vista  di  non  saper  nulla,  e  pur  mi carezzava,  dicendomi che io
    soprastessi in Padova.  Io che non ne volevo far nulla ed ero disposto
    a 'ndarmene a ogni modo,  mi fu forza accettare li tre cavalli;  e con
    essi me ne andai.

    95.  Presi il cammino per terra di Grigioni,  perch altro cammino non
    era  sicuro,  rispetto  alle guerre.  Passammo le montagne dell'Alba e
    della Berlina: era agli otto d di maggio ed era la neve  grandissima.
    Con  grandissimo  pericolo  della  vita  nostra  passammo  queste  due
    montagne. Passate che noi le avemmo, ci fermammo a una terra la quale,
    se ben mi ricordo, si domanda Valdist: quivi alloggiammo. La notte vi
    capit un corriere fiorentino,  il quale  si  domandava  il  Busbacca.
    Questo  corriere  io  l'avevo  sentito ricordare per uomo di credito e
    valente nella sua professione,  e non sapevo che gli era scaduto,  per
    le sue ribalderie.  Quando e' mi vedde all'osteria,  lui mi chiam per
    nome,  e mi disse che andava per cose d'inportanza a Lione,  e che  di
    grazia io gli prestassi dinari per il viaggio.  A questo io dissi, che
    non avevo danari da potergli prestare,  ma che volendo venir  meco  di
    compagnia io gli farei le spese insino a Lione.
    Questo  ribaldo piagneva e facevami le belle lustre dicendomi,  come -
    per e' casi d'importanza della nazione essendo  mancato  danari  a  un
    povero  corrieri,  un  par vostro  ubbrigato a 'iutarlo - e di pi mi
    disse che portava cose di grandissima  importanza  di  messer  Filippo
    Strozzi:  e  perch  gli  aveva  una  guaina d'un bicchiere coperta di
    cuoio, mi disse innell'orecchio,  che in quella guaina era un bicchier
    d'argento,  e  che  in  quel  bicchiere  era  gioie di valore di molte
    migliaia di ducati,  e che e' v'era lettere di grandissima importanza,
    le quali mandava messer Filippo Strozzi.  A questo io dissi a lui, che
    mi lasciassi rinchiuder le gioie a dosso  a  lui  medesimo,  le  quali
    porterebbon  manco  pericolo  che a portarle in quel bicchiere;  e che
    quel bicchiere lasciassi a me,  il quale  poteva  valere  dieci  scudi
    incirca,  e io lo servirei di venticinque.  A queste parole il corrier
    disse,  che se  ne  verrebbe  meco,  non  potento  far  altro,  perch
    lasciando quel bicchiere non gli sarebbe onore.
    Cos la mozzammo;  e la mattina partendoci arrivammo a un lago,  che 
    in fra Valdistate e Vessa; questo lago  lungo quindici miglia, dove e
    s'arriva a Vessa.  Veduto le barche di questo  lago,  io  ebbi  paura;
    perch  le  dette  barche  son  d'abete,  non molto grande e non molto
    grosse,  e non son confitte,  n manco impeciate;  e se io non  vedevo
    entrare  in  un'altra  simile quattro gentiluomini tedeschi con i loro
    cavagli,  io non entravo mai in  questa;  anzi  mi  sarei  pi  presto
    tornato addietro;  ma io mi pensai, alle bestialit che io vedevo fare
    a coloro,  che quelle acque tedesche non affogassino,  come  fanno  le
    nostre della Italia.
    Quelli mia dua giovani mi dicevano pure:
    -  Benvenuto,  questa    una  pericolosa  cosa  a entrarci drento con
    quattro cavalli -.
    A e' quali io dicevo:
    - Non considerate voi,  poltroni,  che quei quattro gentiluomini  sono
    entrati innanzi a noi, e vanno via ridendo? Se questo fussi vino, come
    l'  acqua,  io  direi  che  lor vanno lieti per affogarvi drento;  ma
    perch l' acqua,  io so ben che e' non hanno piacere d'affogarvi,  s
    ben come noi -.
    Questo  lago  era  lungo quindici miglia e largo tre in circa;  da una
    banda era un monte altissimo  e  cavernoso,  dall'altra  era  piano  e
    erboso. Quando noi fummo drento in circa quattro miglia, il ditto lago
    cominci a far fortuna, di sorte che quelli che vogavano ci chiedevano
    aiuto  che  noi  gli  aiutassimo  vogare;  cos  facemmo un pezzo.  Io
    accennavo,  e dicevo che ci gettassino  a  quella  proda  di  l;  lor
    dicevano  non esser possibile,  perch non v' acqua che sostenessi la
    barca,  e che e' v' certe secche,  per le quale la  barca  subito  si
    disfarebbe  e  annegheremmo  tutti,  e  pure  ci sollecitavano che noi
    aiutassimo  loro.   E'  barcheriuoli  si  chiamavano   l'un   l'altro,
    chiedendosi aiuto.  Vedutogli io sbigottiti, avendo un caval savio gli
    acconciai la briglia al collo e presi una parte della cavezza  con  la
    man  mancina.   Il  cavallo  che  era,   s  come  sono,  con  qualche
    intelligenza,  pareva che si fussi avveduto quel che io  volevo  fare,
    che  avendogli  volto il viso in verso quell'erba fresca,  volevo che,
    notando,  ancora me istrascicassi seco.  In questo venne una  onda  s
    grande da quel lago, che la soprafece la barca.
    Ascanio gridando:
    - Misericordia, padre mio, aiutatemi - mi si volse gittare addosso; il
    perch io messi mano al mio pugnaletto, e gli dissi che facessino quel
    che io avevo insegnato loro,  perch i cavagli salverebbon lor la vita
    s bene, com'io speravo camparla ancora io per quella via; e se pi e'
    mi si gittassi addosso, io l'ammazzerei. Cos andammo innanzi parecchi
    miglia con questo mortal pericolo.

    96. Quando noi fummo a mezzo il lago,  noi trovammo un po' di piano da
    poterci  riposare,  e  in su questo piano viddi ismontato quei quattro
    gentiluomini tedeschi. Quando noi volemmo ismontare, il barcherolo non
    voleva per niente. Allora io dissi a' mia giovani:
    - Ora  tempo a far qualche pruova di noi: s che  mettete  mano  alle
    spade,  e  faccino  che  per  forza  e' ci mettino in terra - .  Cos
    facemmo con gran difficult, perch lor fecion grandissima resistenza.
    Pure messi che noi fummo in terra,  bisognava salire due miglia su per
    quel  monte,  il quale era pi difficile che salire su per una scala a
    piuoli.  Io ero tutto armato di maglia con istivali grossi e  con  uno
    scoppietto  in  mano,  e  pioveva quanto Idio ne sapeva mandare.  Quei
    diavoli di quei gentiluomini tedeschi con quei lor cavalletti  a  mano
    facevano miracoli,  il perch i nostri cavagli non valevano per questo
    effetto,  e  crepavamo  di  fatica  a  farli  salire  quella  difficil
    montagna.  Quando noi fummo in su un pezzo,  il cavallo d'Ascanio, che
    era un cavall'unghero mirabilissimo, questo era innanzi un pochetto al
    Busbacca corriere,  e 'l ditto Ascanio gli aveva dato la sua zagaglia,
    che  gliene  aiutassi  portare;  avvenne che per e' cattivi passi quel
    cavallo isdrucciol e and tanto barcollone,  non si potendo  aiutare,
    che  percosse  in  su  la punta della zagaglia di quel ribaldo di quel
    corriere,  che non l'aveva saputa iscansare;  e passata al cavallo  la
    gola a banda a banda,  quell'altro mio garzone, volendo aiutare ancora
    il suo cavallo, che era un caval morello,  isdrucciol inverso il lago
    e s'attenne a un respo, il qual era sottilissimo. In su questo cavallo
    era un paio di bisacce, nelle quali era drento tutti e' mia danari con
    ci che io avevo di valore: dissi al giovane che salvassi la sua vita,
    e  lasciassi  andare  il  cavallo in malora: la caduta si era pi d'un
    miglio e andava a sottosquadro e cadeva nel lago. Sotto questo luogo a
    punto era fermato quelli nostri barcheruoli;  a tale che se il cavallo
    cadeva,  dava loro a punto addosso. Io era innanzi a tutti e stavamo a
    vedere tombolare il cavallo,  il quale pareva che andassi al sicuro in
    perdizione. In questo io dicevo a' mia giovani:
    -  Non  vi  curate  di nulla,  salvianci noi e ringraziamo Idio d'ogni
    cosa;  a me mi sa solamente male di questo povero uomo  del  Busbacca,
    che  ha  legato il suo bicchiere e le sue gioie,  che son di valore di
    parecchi migliaia di ducati,  all'arcione di  quel  cavallo,  pensando
    quell'essere  pi  sicuro:  e  mia son pochi cento di scudi,  e non ho
    paura di nulla al mondo, purch io abbia la grazia de Dio -.
    Il Busbacca allora disse:
    - E' non m'incresce de' mia, ma e m'incresce ben de' vostri -.
    Dissi a lui:
    - Perch t'incresc'egli de' mia pochi, e non t'incresce de' tua assai?
    - Il Busbacca disse allora:
    - Dirovelo in nel nome di Dio: in questi casi e ne'  termini  che  noi
    siamo,  bisogna dire il vero. Io so che i vostri sono iscudi, e son da
    dovero; ma quella mia vesta di bicchiere, dove io ho detto esser tante
    gioie e tante bugie,  tutta piena di caviale -.
    Sentendo questo io non possetti fare che  io  non  ridessi:  quei  mia
    giovani  risono;  lui  piagneva.  Quel  cavallo  si aiut,  quando noi
    l'avevamo fatto  ispacciato.  Cos  ridendo  ripigliammo  le  forze  e
    mettemmoci a seguitare il monte.
    Quelli quattro gentiluomini tedeschi,  ch'erono giunti prima di noi in
    cima di quella ripida montagna,  ci mandorno alcune persone,  le quali
    ci   aiutorno;   tanto   che  noi  giugnemmo  a  quel  salvatichissimo
    alloggiamento: dove,  essendo noi molli,  istracchi e affamati,  fummo
    piacevolissimamente  ricevuti;  e  ivi  ci rasciugammo,  ci riposammo,
    sodisfacemmo alla fame e con certe  erbacce  fu  medicato  il  cavallo
    ferito; e ci fu insegnato quella sorte d'erbe, le quali n'era pieno la
    siepe,  e ci fu detto,  che tenendogli continuamente la piaga piena di
    quell'erbe, il cavallo non tanto guarirebbe,  ma ci servirebbe come se
    non avessi un male al mondo: tanto facemmo.
    Ringraziato  i  gentiluomini,  e noi molto ben ristorati,  di quivi ci
    partimmo e passammo innanzi,  ringraziando Idio,  che ci aveva salvati
    da quel gran pericolo.

    97.  Arrivammo  a una terra di l da Vessa: qui ci riposammo la notte,
    dove noi sentimmo a tutte l'ore della notte una guardia,  che  cantava
    in molto piacevol modo; e per essere tutte quelle case di quella citt
    di  legno  di  abeto,  la  guardia  non diceva altra cosa,  se non che
    s'avessi  cura  al  fuoco.  Il  Busbacca,  che  era  spaventato  della
    giornata,  a ogni ora che colui cantava, el Busbacca gridava in sogno,
    dicendo:
    - Ohim Idio,  che io affogo!  - e questo era lo spavento del  passato
    giorno;  e arroto a quello, che s'era la sera inbriacato, perch volse
    fare a bere quella sera con tutti e' tedeschi che vi erano; e talvolta
    diceva:
    - Io ardo - e talvolta:
    - Io  affogo  -:  gli  pareva  essere  alcune  volte  innello  'nferno
    marterizzato  con  quel  caviale  al  collo.  Questa  notte  fu  tanto
    piacevole,  che tutti e' nostri affanni si erano conversi in risa.  La
    mattina levatici con bellissimo tempo,  andammo a desinare a una lieta
    terra domandata Lacca.  Quivi  fummo  mirabilmente  trattati;  di  poi
    pigliammo  guide,  le  quali  erano  di  ritorno  a una terra chiamata
    Surich. La guida che menava, andava su per un argine d'un lago,  e non
    v'era altra strada, e questo argine ancora lui era coperto d'acqua, in
    modo che la bestial guida sdrucciol, e il cavallo e lui andorno sotto
    l'acqua.  Io,  che  ero  drieto  alla  guida  a punto,  fermato il mio
    cavallo, istetti a veder la bestia sortir dell'acqua;  e come se nulla
    non  fossi stato,  ricominci a cantare,  e accennavami che io andassi
    innanzi.  Io mi gittai in su la man ritta,  e roppi certe siepe;  cos
    guidavo  i mia giovani e 'l Busbacca.  La guida gridava,  dicendomi in
    tedesco pure che se quei populi mi vedevano,  mi  arebbero  ammazzato.
    Passammo  innanzi  e scampammo quell'altra furia.  Arrivammo a Surich,
    citt maravigliosa,  pulita quanto un  gioiello.  Quivi  riposammo  un
    giorno intero,  di poi una mattina per tempo ci partimmo;  capitammo a
    un'altra bella citt chiamata Solutorno: di quivi capitammo a  Usanna,
    da Usanna a Ginevra,  da Ginevra a Lione, sempre cantando e ridendo. A
    Lione mi riposai per quattro giornate;  molto mi rallegrai con  alcuni
    mia amici;  fui pagato della spesa che io avevo fatta per il Busbacca;
    di poi in capo dei quattro giorni,  presi il cammino per la  volta  di
    Parigi.  Questo  fu viaggio piacevole,  salvo che quando noi giugnemmo
    alla Palissa,  una banda di venturieri ci volsono assassinare,  e  non
    con poca virt ci salvammo. Di poi ce ne andammo insino a Parigi sanza
    un   disturbo   al  mondo:  sempre  cantando  e  ridendo  giugnemmo  a
    salvamento.

    98.  Riposatomi in Parigi alquanto,  me ne andai a  trovare  il  Rosso
    dipintore,  il quale stava al servizio del Re. Questo Rosso io pensava
    che lui fossi il maggiore amico che io avessi al mondo,  perch io gli
    avevo  fatto  in  Roma  i  maggior piaceri che possa fare un uomo a un
    altro uomo;  e perch questi cotai piaceri si posson dire  con  brieve
    parole,  io  non  voglio  mancare  di non gli dire,  mostrando quant'
    sfacciata la ingratitudine.  Per la sua mala lingua,  essendo  lui  in
    Roma,  gli  aveva  detto tanto male de l'opere di Raffaello da Urbino,
    che i discepoli suoi lo volevano ammazzare a ogni modo: da  questo  lo
    campai,  guardandolo  d  e notte con grandissime fatiche.  Ancora per
    aver detto male di maestro Antonio  da  San  Gallo,  molto  eccellente
    architettore, gli fece torre un'opera che lui gli aveva fatto avere da
    messer Agnol de Cesi;  dipoi cominci tanto a far contro a di lui, che
    egli l'aveva condotto a morirsi di fame;  per  la  qual  cosa  io  gli
    prestai  di molte decine di scudi per vivere.  E non gli avendo ancora
    riauti,  sapendo che gli era al servizio del Re,  lo  andai,  come  ho
    detto,  a  visitare:  non  tanto  pensavo  che  lui mi rendessi li mia
    dinari,  ma pensavo che mi  dessi  aiuto  e  favore  per  mettermi  al
    servizio di quel gran Re. Quando costui mi vedde, subito si turb e mi
    disse:
    -  Benvenuto,  tu  se venuto con troppa spesa innun cos gran viaggio,
    massimo di questo tempo,  che s'attende alla guerra e non a  baiuccole
    di nostre opere -.
    Allora  io  dissi,  che  io  avevo  portato  tanti dinari da potermene
    tornare a Roma in quel modo che io ero venuto a Parigi;  e che  questo
    non era il cambio delle fatiche che io avevo durate per lui;  e che io
    cominciavo a credere quel che mi aveva detto di lui maestro Antonio da
    San Gallo.
    Volendosi metter tal cosa  in  burla,  essendosi  avveduto  della  sua
    sciagurataggine,  io  gli mostrai una lettera di cambio di cinquecento
    scudi a Ricciardo del Bene.  Questo sciagurato pur  si  vergognava,  e
    volendomi  tenere  quasi per forza,  io mi risi di lui,  e me ne andai
    insieme con un pittore, che era quivi alla presenza.
    Questo  si  domandava  lo  Sguazzella:  ancora  lui  era   fiorentino;
    anda'mene  a stare in casa sua con tre cavalli e tre servitori a tanto
    la settimana. Lui benissimo mi trattava, e io meglio lo pagavo. Di poi
    cercai di parlare  al  Re,  al  quale  m'introdusse  un  certo  messer
    Giuliano  Buonaccorsi  suo tesauriere.  A questo io soprastetti assai,
    perch io non sapevo che il Rosso operava ogni diligenza,  che io  non
    parlassi  al  Re.  Poich  il ditto messer Giuliano se ne fu avveduto,
    subito mi men a Fontana Bili e messemi drento inanzi al  Re,  da  il
    quale io ebbi un'ora intera di gratissima audienza. E perch il Re era
    in  assetto  per  andare  alla  volta di Lione,  disse al ditto messer
    Giuliano che seco mi menassi,  e che per la strada si ragionerebbe  di
    alcune belle opere,  che Sua Maest aveva in animo di fare. Cos me ne
    andavo insieme a presso al traino della Corte;  e per la  strada  feci
    grandissima  servit  col  cardinale  di  Ferrara,  il quale non aveva
    ancora  il  cappello.   E  perch  ogni  sera  io  avevo   grandissimi
    ragionamenti  con il ditto Cardinale,  e Sua Signoria diceva che io mi
    dovessi restare in Lione a una sua badia,  e quivi  potrei  godere  in
    fine  a  tanto che il Re tornassi dalla guerra,  che se ne andava alla
    volta di Granopoli,  e alla sua  badia  in  Lione  io  arei  tutte  le
    comodit. Giunti che noi fummo a Lione, io mi ero ammalato, e quel mio
    giovane  Ascanio aveva preso la quartana;  di sorte che m'era venuto a
    noia i franciosi e la lor Corte,  e mi parea mill'anni di ritornarmene
    a  Roma.  Vedutomi disposto il Cardinale a ritornare a Roma,  mi dette
    tanti dinari,  che io gli facessi in  Roma  un  bacino  e  un  boccale
    d'ariento.  Cos  ce  ne ritornammo alla volta di Roma in su bonissimi
    cavalli,  e  venendo  per  le  montagne  del  Sanpione;   e  essendomi
    accompagnato  con  certi  franzesi,  con  li  quali  venimmo un pezzo,
    Ascanio con la sua quartana,  e io con una febbretta sorda,  la  quale
    pareva  che  non  mi  lasciassi punto;  e avevo sdegnato lo stomaco di
    modo,  che io non credo che mi toccassi a mangiare un pane  intero  la
    settimana,  e  molto  desideravo di arrivare in Italia,  desideroso di
    morire in Italia e non in Francia.

    99.  Passato che noi avemmo li monti del Sanpione detto,  trovammo  un
    fiume  presso  a un luogo domandato Indevedro.  Questo fiume era molto
    largo,  assai profondo,  e sopra esso  aveva  un  ponticello  lungo  e
    stretto,  sanza  sponde.  Essendo la mattina una brinata molto grossa,
    giunto al ponte, che mi trovavo innanzi a tutti,  e conosciutolo molto
    pericoloso,  comandai  alli mia giovani e servitori che scavalcassino,
    menando li lor cavalli a  mano.  Cos  passai  il  detto  ponte  molto
    felicemente, e me ne venivo ragionando con un di quei dua franzesi, il
    quale  era  un  gentiluomo:  quell'altro  era un notaro,  il quale era
    restato a dietro alquanto, e dava la baia a quel gentiluomo franzese e
    a me, che per paura di nonnulla avevno voluto quel disagio de l'andar
    a piede. Al quale io mi volsi,  vedutolo in sul mezzo del ponte,  e lo
    pregai  che  venissi  pianamente,  per  che  egli  era  in luogo molto
    pericoloso.
    Questo uomo,  che non potette mancare alla sua  franciosa  natura,  mi
    disse in francioso che io era uomo di poco animo,  e che quivi non era
    punto di pericolo.  Mentre che diceva queste parole,  volse pugnere un
    poco  il cavallo,  per la qual cosa subito il cavallo isdrucciol fuor
    del ponte,  e con le gambe inverso il cielo cadde a canto a  un  sasso
    grossissimo.  E  perch  Idio  molte volte  misericordioso de' pazzi,
    questa bestia insieme con l'altra bestia e suo cavallo  dettono  innun
    tonfano  grandissimo,  dove  gli  andorno  sotto,  e lui e il cavallo.
    Subito veduto questo,  con  grandissima  prestezza  io  mi  cacciai  a
    correre,   e   con  gran  difficolt  saltai  in  su  quel  sasso,   e
    spenzolandomi da esso,  aggiunsi un lembo d'una  guarnacca  che  aveva
    adosso  quest'uomo,  e  per  quel lembo lo tirai su,  che ancora stava
    coperto dall'acqua; e perch gli aveva beuto assai acqua, e poco stava
    che saria affogato, io, vedutolo fuor del pericolo,  mi rallegrai seco
    d'avergli  campato  la  vita.  Per  la  qual cosa costui mi rispose in
    franzese e mi disse che io non avevo fatto nulla; che la importanza si
    era le sue scritture,  che valevan di molte dicine di scudi: e  pareva
    che  queste  parole  costui  me  le dicesse in cllora,  tutto molle e
    barbugliando. A questo,  io mi volsi a certe guide che noi avevamo,  e
    commissi che aiutassino quella bestia,  e che io gli pagherei.  Una di
    quelle guide virtuosamente e con gran fatica si  mise  a  'iutarlo,  e
    ripescgli   le  sue  scritture,   tanto  che  lui  non  perse  nulla;
    quell'altra guida mai non volse durar fatica nissuna a 'iutarlo.
    Arrivati che noi fummo poi a quel luogo  sopra  ditto  -  noi  avevamo
    fatto una borsa, la quale era tocca a spendere a me - desinato che noi
    avemmo,  io detti parecchi danari della borsa della compagnia a quella
    guida,  che aveva aiutato trar colui  dell'acqua;  per  la  qual  cosa
    costui  mi  diceva,  che quei danari io gliene darei del mio,  che non
    intendeva di dargli altro che quel che  noi  eramo  d'accordo,  d'aver
    fatto l'uffizio della guida.  A questo,  io gli dissi molte ingiuriose
    parole.  Allora mi si fece incontro  l'altra  guida,  qual  non  aveva
    durato  fatica,  e  voleva pure che io pagassi anche lui;  e perch io
    dissi:
    - Ancora costui merita il premio per  aver  portato  la  croce,  -  mi
    rispose, che presto mi mostrerebbe una croce, alla quale io piagnerei.
    Allui dissi che io accenderei un moccolo a quella croce,  per il quale
    io speravo che allui toccherebbe il primo a piagnere.  E perch questo
      luogo  di  confini  infra i Veniziani e Tedeschi,  costui corse per
    populi, e veniva con essi con un grande ispiede inanzi. Io, che ero in
    sul mio buon cavallo, abbassai il fucile in sul mio archibuso: voltomi
    a' compagni, dissi:
    - Al primo ammazzo colui;  e voi altri fate il debito  vostro,  perch
    quelli   sono   assassini  di  strada,   e  hanno  preso  questo  poco
    dell'occasione solo per assassinarci -.
    Quell'oste,  dove noi avevamo mangiato,  chiam un di  quei  caporali,
    ch'era  vecchione,  e  lo  preg che rimediasse a tanto inconveniente,
    dicendogli:
    - Questo  un giovine bravissimo, e se bene voi lo taglierete a pezzi,
    e ne ammazzer tanti di voi altri, e forse potria scaparvi delle mani,
    da poi fatto il male che gli ar -.
    La cosa si quiet, e quel vecchio capo di loro mi disse:
    - Va in pace, che tu non faresti una insalata,  se tu avessi ben cento
    uomini teco -.
    Io  che  conoscevo che lui diceva la verit e mi ero risoluto di gi e
    fattomi morto, non mi sentendo dire altre parole ingiuriose,  scotendo
    il capo, dissi:
    -  Io  arei fatto tutto il mio potere,  mostrando essere animal vivo e
    uomo - e preso il viaggio,  la sera al  primo  alloggiamento,  facemmo
    conto  della borsa,  e mi divisi da quel francioso bestiale,  restando
    molto amico di quell'altro  che  era  gentiluomo;  e  con  i  mia  tre
    cavalli,  soli ce ne venimmo a Ferrara.  Scavalcato che io fui,  me ne
    andai in Corte del Duca per far  reverenzia  a  Sua  Eccellenzia,  per
    potermi partir la mattina alla volta di Santa Maria dal Loreto.  Avevo
    aspettato insino a dua ore di notte, e allora comparse il Duca: io gli
    baciai le mane;  mi fece grande accoglienze,  e commisse che mi  fussi
    dato l'acqua alle mane. Per la qual cosa io piacevolmente dissi:
    -  Eccellentissimo  signore,  egli  pi di quattro mesi che io non ho
    mangiato tanto,  che sia da credere che con tanto poco si viva;  per,
    cognosciutomi che io non mi potrei confortare de' reali cibi della sua
    tavola,  mi  star  cos  ragionando con quella,  in mentre che Vostra
    Eccellenzia cena,  e lei e io a un tratto medesimo aremo pi  piacere,
    che se io cenassi seco -.
    Cos appiccammo ragionamento,  e passammo insino alle cinque ore. Alle
    cinque ore poi io presi  licenzia,  e  andatomene  alla  mia  osteria,
    trovai  apparecchiato  maravigliosamente,  perch  il  Duca  mi  aveva
    mandato a presentare le regaglie del suo piatto con molto buon vino; e
    per esser a quel modo soprastato pi di dua ore fuor della mia ora del
    mangiare, mangiai con grandissimo appetito,  che fu la prima volta che
    di poi e' quattro mesi io avevo potuto mangiare.

    100.  Partitomi la mattina, me ne andai a Santa Maria dal Loreto, e di
    quivi, fatto le mie orazione,  ne andai a Roma;  dove io trovai il mio
    fidelissimo  Felice,  al  quale  io  lasciai  la  bottega con tutte le
    masserizie e ornamenti sua, e ne apersi un'altra a canto al Sugherello
    profumiere,  molto pi grande e pi spaziosa;  e mi pensavo  che  quel
    gran Re Francesco non si avessi a ricordar di me.
    Per  la  qual cosa io presi molte opere da diversi signori,  e intanto
    lavoravo quel boccale e bacino che io avevo preso da fare dal cardinal
    di Ferrara.  Avevo di molti lavoranti e molte gran faccende d'oro e di
    argento. Avevo pattuito con quel mio lavorante perugino, che da per s
    s'era iscritto tutti i danari che per la parte sua si erano ispesi, li
    quai  danari s'erano ispesi in suo vestire e in molte altre cose;  con
    le spese del viaggio erano in circa a settanta scudi: delli quali  noi
    c'eramo  accordati che lui ne scontassi tre scudi il mese;  ch pi di
    otto iscudi io gli facevo guadagnare.  In  capo  di  dua  mesi  questo
    ribaldo si and con Dio di bottega mia,  e lasciommi impedito da molte
    faccende,  e disse che non mi voleva dar altro.  Per questa cagione io
    fui  consigliato  di  prevalermene  per la via della iustizia,  perch
    m'ero messo in animo di tagliargli un braccio;  e sicurissimamente  lo
    facevo,  ma  li  amici mia mi dicevano che non era bene che io facessi
    una tal cosa,  avvenga che io perdevo li mia danari e  forse  un'altra
    volta Roma,  perch i colpi non si danno a patti;  e che io potevo con
    quella scritta, che io avevo di sua mano, subito farlo pigliare. Io mi
    attenni al consiglio, ma volsi pi liberamente agitare tal cosa. Mossi
    la lite all'auditore della Camera realmente, e quella convinsi;  e per
    virt di essa,  che v'and parecchi mesi, io da poi lo feci mettere in
    carcere.  Mi trovavo carica la bottega di grandissime faccende,  e  in
    fra  l'altre  tutti  gli  ornamenti  d'oro e di gioie della moglie del
    signor Gerolimo Orsino,  padre del signor Paulo oggi genero del nostro
    duca Cosimo.
    Queste  opere erano molto vicine alla fine,  e tuttavia me ne cresceva
    delle importantissime. Avevo otto lavoranti, e con essi insieme, e per
    onore e per utile, lavoravo il giorno e la notte.

    101. In mentre che cos vigorosamente io seguitavo le mie imprese,  mi
    venne una lettera mandatami con diligenza dal Cardinale di Ferrara, la
    quale  diceva  in  questo  tenore: "Benvenuto caro amico nostro.  Alli
    giorni passati questo gran Re Cristianissimo si ricord di te, dicendo
    che desiderava averti al suo servizio.  Al quale io  risposi,  che  tu
    m'avevi promesso, che ogni volta che io mandavo per te per servizio di
    Sua Maest, subito tu verresti. A queste parole Sua Maest disse:
    - Io voglio che si gli mandi la comodit da poter venire,  sicondo che
    merita un suo pari - e subito comand al suo Amiraglio, che mi facessi
    pagare mille scudi d'oro da il tesauriere de' risparmi.  Alla presenza
    di questo ragionamento si era il cardinale de' Gaddi,  il quale subito
    si fece innanzi e disse a Sua Maest,  che non accadeva che Sua Maest
    dessi  quella  commessione,  perch  lui disse averti mandato danari a
    bastanza,  e che tu eri per il cammino.  Ora se per  caso  egli    il
    contrario,  s  come  io  credo,  di quel che ha detto il cardinal de'
    Gaddi, ato questa mia lettera, rispondi subito, perch io rappiccher
    il filo, e farotti dare li promessi danari da questo magnanimo Re -.
    Ora avvertisca il mondo e chi vive in esso,  quanto possono le maligne
    istelle  coll'avversa  fortuna in noi umani!  Io non avevo parlato due
    volte a' mie' d a questo pazzerellino  di  questo  cardinaluccio  de'
    Gaddi;  e  questa sua saccenteria lui non la fece per farmi un male al
    mondo,  ma solo la fece per cervellinaggine e  per  dappocaggine  sua,
    mostrandosi  di  avere  ancora  lui  cura  alle  faccende degli uomini
    virtuosi che desiderava avere il Re,  s come faceva  il  cardinal  di
    Ferrara.  Ma fu tanto iscimunito da poi,  che lui non mi avvis nulla;
    che certo io per non vituperare uno sciocco fantoccino, per amor della
    patria,  arei trovato qualche scusa per rattoppare quella sua  sciocca
    saccenteria.  Subito  ato  la lettera del reverendissimo cardinale di
    Ferrara,  risposi,  come del cardinal de' Gaddi io non sapevo nulla al
    mondo,  e  che  se  pure lui mi avessi tentato di tal cosa,  io non mi
    sarei mosso di Italia senza saputa di Sua Signoria  reverendissima,  e
    maggiormente che io avevo in Roma una maggior quantit di faccende che
    mai  per  l'adietro  io  avessi aute;  ma che a un motto di Sua Maest
    cristianissima,  dettomi da un tanto Signore,  come era  Sua  Signoria
    reverendissima,  io  mi  leverei  subito,  gittando  ogni altra cosa a
    traverso.
    Mandato le mie lettere,  quel traditore  del  mio  lavorante  perugino
    pens a una malizia, la quale subito gli venne ben fatta rispetto alla
    avarizia di papa Pagolo da Farnese, ma pi del suo bastardo figliuolo,
    allora chiamato duca di Castro.  Questo ditto lavorante fece intendere
    a un di que' segretari del signor Pierluigi ditto, che,  essendo stato
    meco per lavorante parecchi anni, sapeva tutte le mie faccende; per le
    quale  lui  faceva fede al ditto signor Pierluigi,  che io ero uomo di
    pi di ottanta mila ducati di valsente,  e che questi  dinari  io  gli
    avevo la maggior parte in gioie;  le qual gioie erano della Chiesa,  e
    che  io  l'avevo  rubate  nel  tempo  del  sacco  di  Roma  in  castel
    Sant'Agnolo,  e che vedessino di farmi pigliare subito e segretamente.
    Io avevo,  una mattina infra l'altre,  lavorato pi di tre ore innanzi
    giorno in sull'opere della sopra ditta isposa,  e in mentre che la mia
    bottega si apriva e spazzava, io m'ero messo la cappa addosso per dare
    un poco di volta;  e preso il cammino per istrada Iulia,  isboccai  in
    sul  canto  della  Chiavica;  dove  Crespino bargello con tutto la sua
    sbirreria mi si fece in contro, e mi disse:
    - Tu se' prigion del Papa -.
    Al quale io dissi:
    - Crespino, tu m'hai preso in iscambio. - No - disse Crespino - tu se'
    il virtuoso Benvenuto,  e benissimo ti cognosco,  e ti ho a menare  in
    castel  Sant'Agnolo,  dove  vanno li signori e li uomini virtuosi pari
    tua -.
    E perch quattro di quelli caporali sua mi si gittorno addosso  e  con
    violenza  mi  volevan  levare  una  daga  che io avevo a canto e certe
    anella che io avevo in dito, il ditto Crespino a loro disse:
    - Non sia nessun di voi che lo tocchi: basta  bene  che  voi  facciate
    l'uffizio vostro, che egli non mi fugga -.
    Dipoi  accostatomisi,  con cortese parole mi chiese l'arme.  In mentre
    che io gli davo l'arme, mi venne considerato che in quel luogo appunto
    io avevo ammazzato Pompeo.  Di quivi mi menorno in Castello,  e in una
    camera su di sopra,  innel mastio,  mi serrorno prigione. Questa fu la
    prima volta che mai io gustai prigione,  insino a quella mia  et  de'
    trentasette anni.

    102.  Considerato  il  signor  Pierluigi,  figliuol del Papa,  la gran
    quantit de' danari, che era quella di che io era accusato,  subito ne
    chiese  grazia  a quel suo padre Papa,  che di questa somma de' danari
    gliene facessi una donagione.  Per la qual  cosa  il  Papa  volentieri
    gliene  concesse,  e  di  pi  gli  disse che ancora gliene aiuterebbe
    riscuotere: di modo che, tenutomi prigione otto giorni interi, in capo
    degli otto giorni, per dar qualche termine a questa cosa,  mi mandorno
    a esaminare. Di che io fu' chiamato in una di quelle sale, che sono in
    Castello,  del Papa,  luogo molto onorato;  e gli esaminatori erano il
    Governator di Roma,  qual si  domandava  messer  Benedetto  Conversini
    pistolese,  che  fu  da  poi  vescovo  de  Iesi;  l'altro  si  era  il
    Proccurator fiscale, che del nome suo non mi ricordo; l'altro,  ch'era
    il  terzo,  si era il giudice de' malificii,  qual si domandava messer
    Benedetto da Cagli.  Questi tre uomini  mi  cominciorno  a  esaminare,
    prima con amorevole parole,  da poi con asprissime e paventose parole,
    causate perch io dissi loro:
    - Signori mia,  egli  pi d'una mezz'ora,  che  voi  non  restate  di
    domandarmi  di  favole  e  di cose,  che veramente si pu dire che voi
    cicalate,  o che voi favellate.  Modo di dire,  cicalare,  che non  ha
    tuono, o favellare, che non vol dir nulla; s che io vi priego che voi
    mi  diciate  quel  che  voi  volete da me,  e che io senta uscir delle
    bocche vostre ragionamenti, e non favole e cicalerie -.
    A queste mie parole il Governatore,  ch'era pistoiese,  e non  potendo
    pi palliare la sua arrovellata natura mi disse:
    - Tu parli molto sicuramente, anzi troppo altiero; di modo che cotesta
    tua  alterigia  io  te  la far diventare pi umile che un canino a li
    ragionamenti che tu mi udirai dirti; e' quali non saranno n cicalerie
    n favole,  come tu di',  ma saranno una proposta di ragionamenti,  ai
    quali  e'  bisogner bene che tu ci metti del buono a dirci la ragione
    di essi -.
    E cos cominci:
    - Noi sappiamo certissimo che tu eri in Roma al tempo del  Sacco,  che
    fu fatto in questa isfortunata citt di Roma;  e in questo tempo tu ti
    trovasti in questo  Castel  Sant'Agnolo,  e  ci  fusti  adoperato  per
    bombardiere;  e  perch  l'arte tua si  aurifice e gioielliere,  papa
    Clemente per averti conosciuto in prima, e per non essere qui altri di
    cotai professione,  ti chiam innel suo secreto  e  ti  fece  isciorre
    tutte le gioie dei sua regni e mitrie e anella;  e di poi fidandosi di
    te, volse che tu gnene cucissi adosso: per la qual cosa tu ne serbasti
    per te di nascosto da Sua Santit per il valore di ottanta mila scudi.
    Questo ce l'ha detto  un  tuo  lavorante,  con  il  quale  tu  ti  se'
    confidato e vantatone. Ora noi ti diciamo liberamente che tu truovi le
    gioie  o  il  valore  di esse gioie: di poi ti lasceremo andare in tua
    libert.

    103.  Quando io senti' queste parole io non mi possetti tenere di  non
    mi muovere a grandissime risa; di poi riso alquanto, io dissi:
    - Molto ringrazio Idio,  che per questa prima volta che gli  piaciuto
    a Sua Maest che io sia carcerato,  pur beato che io non son carcerato
    per  qualche  debol  cosa,  come il pi delle volte par che avvenga ai
    giovani.  Se questo che voi dite fussi il vero,  qui non c'  pericolo
    nissuno  per  me  che  io  dovessi essere gastigato da pena corporale,
    avendo le legge in quel tempo perso tutte le sue autorit; dove che io
    mi potria scusare,  dicendo,  che come ministro,  cotesto tesoro io lo
    avessi guardato per la sacra e santa Chiesa appostolica, aspettando di
    rimetterlo  a  buon  Papa,  o  s  veramente da quello che e' mi fussi
    richiesto, quale ora saresti voi, se la stessi cos -.
    A queste parole quello arrabbiato Governatore pistoiese non mi  lasci
    finir di dire le mie ragione, che lui furiosamente disse:
    - Acconciala in quel modo che tu vuoi,  Benvenuto,  che annoi ci basta
    avere ritrovato il nostro;  e fa' pur presto,  se tu non vuoi che  noi
    facciamo altro che con parole -.
    E volendosi rizzare e andarsene, io dissi loro:
    -  Signori,   io  non  son  finito  di  esaminare,  sicch  finite  di
    esaminarmi, e poi andate dove a voi piace -.
    Subito si rimissono assedere,  assai bene in cllora,  quasi mostrando
    di  non  voler pi udire parola nissuna che io allor dicessi,  e mezzo
    sollevati,  parendo  loro  di  aver  trovato  tutto  quello  che  loro
    desideravono  di  sapere.  Per  la  qual  cosa  io cominciai in questo
    tenore:
    - Sappiate,  Signori,  che e' sono in circa a venti anni che io  abito
    Roma, e mai n qui n altrove fui carcerato -.
    A queste parole quel birro di quel Governatore disse:
    - Tu ci hai pure ammazzati degli uomini -.
    Allora io dissi:
    -  Voi  lo dite,  e non io;  ma se uno venissi per ammazzar voi,  cos
    prete,  voi vi difenderesti,  e ammazzando lui le sante  legge  ve  lo
    comportano:  s  che  lasciatemi  dire le mie ragione,  volendo potere
    riferire al Papa e volendo giustamente potermi giudicare.  Io di nuovo
    vi  dico,   ch'e'  son  vicino  a  venti  anni  che  io  abito  questa
    maravigliosa Roma,  e in essa ho fatto grandissime faccende della  mia
    professione:  e  perch  io so che questa  la sieda di Cristo,  e' mi
    sarei promesso sicuramente,  che se un principe  temporale  mi  avessi
    voluto  fare  qualche assassinamento,  io sarei ricorso a questa santa
    Cattedra e a questo Vicario di Cristo,  che difendessi le mie ragione.
    Oim!  dove ho io a 'ndare adunque? e a chi principe che mi difenda da
    un tanto iscellerato assassinamento? Non dovevi voi,  prima che voi mi
    pigliassi, intendere dove io giravo questi ottanta mila ducati?
    Ancora  non dovevi voi vedere la nota delle gioie che ha questa Camera
    appostolica iscritte diligentemente da cinquecento anni in qua? Di poi
    che voi avessi trovato mancamento,  allora voi dovevi pigliare tutti i
    miei  libri,  insieme con esso meco.  Io vi fo intendere che e' libri,
    dove sono iscritte tutte le gioie del Papa e de' regni,  sono tutti in
    pi,  e  non troverrete manco nulla di quello che aveva papa Clemente,
    che non sia iscritto diligentemente.  Solo potria essere,  che  quando
    quel  povero uomo di papa Clemente si volse accordare con quei ladroni
    di quelli imperiali,  che gli avevano  rubato  Roma  e  vituperata  la
    Chiesa,  veniva a negoziare questo accordo uno che si domandava Cesare
    Iscatinaro,  se ben mi ricordo;  il quale,  avendo quasi che  concluso
    l'accordo con quello assassinato Papa,  per fargli un poco di carezze,
    si lasci cadere di dito un diamante,  che valeva in circa quattromila
    scudi:  e  perch il ditto Iscatinaro si chin a ricorlo,  il Papa gli
    disse che lo tenessi per amor suo.  Alla presenza di queste cose io mi
    trovai in fatto: e se questo ditto diamante vi fussi manco, io vi dico
    dove  gli    ito;  ma  io  penso  sicurissimamente  che ancora questo
    troverrete iscritto.  Di poi a vostra posta vi potrete  vergognare  di
    avere  assassinato un par mio,  che ho fatto tante onorate imprese per
    questa Sieda appostolica.  Sappiate che se io non ero io,  la  mattina
    che  gli  imperiali  entrorno  in  Borgo,  sanza  impedimento  nessuno
    entravano in Castello; e io,  sanza esser premiato per quel conto,  mi
    gittai vigorosamente alle artiglierie, che i bombardieri e' soldati di
    munizione avevano abbandonato, e messi animo a un mio compagnuzzo, che
    si  domandava  Raffaello  da  Montelupo,  iscultore,  che  ancora  lui
    abbandonato s'era messo innun canto tutto ispaventato,  e non  facendo
    nulla:  io lo risvegliai;  e lui e io soli amazzammo tanti de' nemici,
    che i  soldati  presono  altra  via.  Io  fui  quello  che  detti  una
    archibusata  allo  Scatinaro,  per  vederlo  parlare con papa Clemente
    sanza una reverenza,  ma con ischerno bruttissimo,  come  luteriano  e
    impio che gli era. Papa Clemente a questo fece cercare in Castello chi
    quel  tale  fussi  stato  per  impiccarlo.  Io  fui quello che fer il
    principe d'Orangio d'una archibusata nella testa, qui sotto le trincee
    del castello.  Appresso ho fatto alla  santa  Chiesa  tanti  ornamenti
    d'argento,  d'oro  e  di gioie,  tante medaglie e monete s belle e s
    onorate.  questa adunche la temeraria pretesca remunerazione,  che si
    usa  a  uno  uomo che vi ha con tanta fede e con tanta virt servito e
    amato?  O andate  a  ridire  tutto  quanto  io  v'ho  detto  al  Papa,
    dicendogli,  che  le  sue  gioie e' l'ha tutte,  e che io non ebbi mai
    dalla Chiesa nulla altro che certe ferite e sassate in  cotesto  tempo
    del  Sacco;  e  che  io  non facevo capitale d'altro che di un poco di
    remunerazione da papa Pagolo, quale lui mi aveva promesso.  Ora io son
    chiaro e di Sua Santit e di voi ministri -.
    Mentre  che io dicevo queste parole egli stavano attoniti a udirmi;  e
    guardandosi in viso l'un l'altro, in atto di maraviglia si partirno da
    me.  Andorno tutti a tre d'accordo a riferire al Papa tutto quello che
    io avevo detto.
    Il  Papa,  vergognandosi,  commesse  con  grandissima diligenza che si
    dovessi rivedere tutti e' conti delle gioie.  Di poi che ebbon  veduto
    che nulla vi mancava, mi lasciavono stare in Castello senza dir altro:
    il signor Pierluigi,  ancora allui parendogli aver mal fatto, cercavon
    con diligenza di farmi morire.

    104.  In questo poco de l'agitazion del tempo il re Francesco aveva di
    gi  inteso  minutamente come il Papa mi teneva prigione e a cos gran
    torto:  avendo  mandato  per  imbasciadore  al  Papa  un   certo   suo
    gentiluomo,  il  quale  si  domandava monsignor di Morluc,  iscrisse a
    questo che mi domandasse al Papa,  come uomo di Sua Maest.  Il  Papa,
    che  era  valentissimo  e maraviglioso uomo,  ma in questa cosa mia si
    port come da poco e sciocco,  e' rispose al ditto nunzio del Re,  che
    Sua  Maest non si curasse di me,  perch io ero uomo molto fastidioso
    con l'arme,  e per questo faceva avvertito Sua Maest che mi lasciassi
    stare,  perch  lui  mi  teneva  prigione per omicidii e per altre mie
    diavolerie cos fatte. Il Re di nuovo rispose,  che innel suo regno si
    teneva  bonissima  iustizia;  e s come Sua Maest premiava e favoriva
    maravigliosamente gli uomini virtuosi, cos per il contrario gastigava
    i fastidiosi;  e perch Sua Santit mi avea lasciato  andare,  non  si
    curando  del servizio di detto Benvenuto,  e vedendolo innel suo regno
    volentieri  l'aveva  preso  al  suo  servizio;  e  come  uomo  suo  lo
    domandava. Queste cose mi furno di grandissima noia e danno, con tutto
    che  e'  fussino  e' pi onorati favori che si possa desiderare per un
    mio pari.  Il Papa era venuto in tanto furore per la gelosia  che  gli
    aveva che io non andassi a dire quella iscellerata ribalderia usatami,
    che e' pensava tutti e' modi che poteva con suo onore di farmi morire.
    Il  Castellano  di Castel Sant'Agnolo si era un nostro fiorentino,  il
    quale si domandava messer Giorgio cavaliere, degli Ugolini.
    Questo uomo da bene mi us le maggior cortesie che si possa  usare  al
    mondo,  lasciandomi  andare libero per il Castello a fede mia sola;  e
    perch gl'intendeva il gran torto che m'era fatto,  volendogli io dare
    sicurt per andarmi a spasso per il Castello,  lui mi disse che non la
    poteva pigliare,  avvenga che il Papa istimava troppo questa cosa mia;
    ma  che  si  fiderebbe  liberamente della fede mia,  perch da ugniuno
    intendeva quanto io ero uomo da bene: e io gli detti la  fede  mia,  e
    cos  lui mi dette comodit che io potessi lavoracchiare qualche cosa.
    A questo,  pensando che questa indegnazione del Papa,  s per  la  mia
    innocenzia,  ancora per i favori del Re, si dovessi terminare, tenendo
    pure la mia bottega aperta, veniva Ascanio mio garzone in Castello,  e
    portavami  alcune  cose da lavorare.  Bench poco io potessi lavorare,
    vedendomi a quel modo carcerato a cos gran torto;  pure facevo  della
    necessit  virt:  lietamente  il  meglio  che io potevo mi comportavo
    questa mia perversa fortuna.
    Avevomi fatto amicissimi tutte quelle  guardie  e  molti  soldati  del
    Castello.  E perch il Papa veniva qualche volta a cena in Castello, e
    in questo tempo che c'era il Papa il Castello non teneva  guardie,  ma
    stava liberamente aperto come un palazzo ordinario; e perch in questo
    tempo che il Papa stava cos, tutti e' prigioni si usavono con maggior
    diligenza  riserrare;  onde a me non era fatto nessuna di queste cotal
    cose,  ma liberamente in tutti questi tempi io me  ne  andavo  per  il
    Castello;  e  pi volte alcuni di quei soldati mi consigliavano che io
    mi dovessi fuggire,  e che loro mi arieno fatte spalle,  conosciuto il
    gran  torto  che m'era fatto: ai quali io rispondevo che io avevo dato
    la fede mia al Castellano,  il quale era uomo tanto dabbene,  e che mi
    aveva  fatto  cos gran piaceri.  Eraci un soldato molto bravo e molto
    ingegnoso; e' mi diceva:
    - Benvenuto mio,  sappi che chi  prigione non  ubrigato  n  si  pu
    ubrigare a osservar fede,  s come nessuna altra cosa; fa' quel che io
    ti dico; fggiti da questo ribaldo di questo Papa e da questo bastardo
    suo figliuolo, i quali ti torranno la vita a ogni modo -.
    Io che m'ero proposto pi volentieri perder la  vita,  che  mancare  a
    quello  uomo  da  bene  del  Castellano  della  mia promessa fede,  mi
    comportavo questo inistimabil dispiacere, insieme con un frate di casa
    Palavisina grandissimo predicatore.

    105. Questo era preso per luteriano: era bonissimo domestico compagno,
    ma quanto a frate egli era il maggior ribaldo che fussi  al  mondo,  e
    s'accomodava  a  tutte  le  sorte de' vizii.  Le belle virt sua io le
    ammiravo,  e' brutti vizii sua grandemente aborrivo,  e liberamente ne
    lo  riprendevo.  Questo frate non faceva mai altro che ricordarmi come
    io non ero ubrigato a osservar fede al Castellano,  per  esser  io  in
    prigione.  Alla  qual  cosa io rispondevo,  che s bene come frate lui
    diceva il vero,  ma come uomo e' non diceva il  vero,  perch  un  che
    fussi  uomo e non frate,  aveva da osservare la fede sua in ogni sorte
    d'accidente,  in che lui si fussi trovato: per io che ero uomo e  non
    frate, non ero mai per mancare di quella mia simplice e virtuosa fede.
    Veduto  il ditto frate che non potette ottenere il conrompermi per via
    delle sue argutissime e virtuose ragioni tanto maravigliosamente dette
    dallui,  pens tentarmi per un'altra via;  e lasciato cos passare  di
    molti  giorni,  in  mentre  mi  leggeva  le  prediche  di fra Ierolimo
    Savonarolo, e' dava loro un comento tanto mirabile,  che era pi bello
    che  esse  prediche;  per  il quale io restavo invaghito,  e non saria
    stata cosa al mondo che io non avessi fatta per lui,  da mancare della
    fede  mia  in fuora,  s come io ho detto.  Vedutomi il frate istupito
    delle virt sue, pens un'altra via; che con un bel modo mi cominci a
    domandare che via io arei tenuto se e' mi fussi venuto voglia,  quando
    loro  mi  avessino  riserrato,  a aprire quelle prigione per fuggirmi.
    Ancora io,  volendo mostrare qualche sottigliezza  di  mio  ingegno  a
    questo virtuoso frate, gli dissi, che ogni serratura difficilissima io
    sicuramente  aprirrei,  e  maggiormente quelle di quelle prigione,  le
    quale mi sarebbono state come mangiare un poco  di  cacio  fresco.  Il
    ditto frate, per farmi dire il mio segreto, mi sviliva, dicendo che le
    son  molte  cose quelle che dicon gli uomini che son venuti in qualche
    credito di persone ingegnose;  che se gli avessino poi  a  mettere  in
    opera le cose di che loro si vantavano,  perderebbon tanto di credito,
    che guai a loro: per sentiva dire a me cose tanto discoste  al  vero,
    che se io ne fossi ricerco, penserebbe ch'io n'uscissi con poco onore.
    A questo, sentendomi io pugnere da questo diavolo di questo frate, gli
    dissi  che  io  osavo sempre prometter di me con parole molto manco di
    quello che io sapevo fare, e che cotesta cosa,  che io avevo promessa,
    delle  chiave,  era  la  pi  debole;  e  con breve parole io lo farei
    capacissimo che l'era s come io dicevo; e inconsideratamente, s come
    io dissi,  gli mostrai con facilit tutto quel che io avevo detto.  Il
    frate,  facendo  vista  di non se ne curare,  subito benissimo apprese
    ingegnosissimamente il tutto.  E s come di sopra io ho detto,  quello
    uomo  da  bene del Castellano mi lasciava andare liberamente per tutto
    il Castello;  e manco la notte non mi serrava,  s  come  attutti  gli
    altri  e'  faceva;  ancora mi lasciava lavorare di tutto quello che io
    volevo,  s d'oro e d'argento e di cera;  e se bene io avevo  lavorato
    parecchi  settimane  in  un  certo bacino che io facevo al cardinal di
    Ferrara, trovandomi affastidito dalla prigione, m'era venuto annoia il
    lavorare quelle tale opere; e solo mi lavoravo,  per manco dispiacere,
    di  cera alcune mie figurette: la qual cera il detto frate me ne busc
    un pezzo, e con detto pezzo messe in opera quel modo delle chiave, che
    io inconsideratamente gli avevo insegnato.  Avevasi preso per compagno
    e  per  aiuto  un  cancelliere che stava col ditto Castellano.  Questo
    cancelliere si domandava Luigi,  ed era padovano.  Volendo far fare le
    ditte chiave, il magnano li scoperse; e perch il Castellano mi veniva
    alcune  volte a vedere alla mia stanza,  e vedutomi che io lavoravo di
    quelle cere, subito ricognobbe la ditta cera e disse:
    - Se bene a questo povero uomo di Benvenuto   fatto  un  de'  maggior
    torti  che  si  facessi  mai,  meco  non  dovev'egli  far  queste tale
    operazione, che gli facevo quel piacere che io non potevo fargli.  Ora
    io lo terr istrettissimo serrato e non gli far mai pi un piacere al
    mondo - .  Cos mi fece riserrare con qualche dispiacevolezza, massimo
    di parole dittemi da certi sua  affezionati  servitori,  e'  quali  mi
    volevano  bene  oltramodo,  e  ora  per ora mi dicevano tutte le buone
    opere che faceva per me questo  signor  Castellano;  talmente  che  in
    questo  accidente  mi  chiamavano uomo ingrato,  vano e sanza fede.  E
    perch un di quelli servitori pi aldacemente che non si gli conveniva
    mi diceva queste ingiurie,  onde io sentendomi innocente,  arditamente
    risposi,  dicendo  che mai io non mancai di fede,  e che tal parole io
    terrei a sostenere con virt della vita mia, e che se pi e' mi diceva
    o lui o altri tale ingiuste parole,  io direi che ogniuno che tal cosa
    dicessi, se ne mentirebbe per la gola.
    Non possendo sopportare la ingiuria,  corse in camera del Castellano e
    portommi la cera con quel model fatto della chiave.
    Subito che io viddi la cera,  io  gli  dissi  che  lui  e  io  avevamo
    ragione;  ma che mi facessi parlare al signor Castellano perch io gli
    direi liberamente il caso come gli stava,  il quale era di  molto  pi
    importanza  che  loro  non  pensavano.  Subito  il  Castellano mi fece
    chiamare,  e io gli dissi tutto il  seguito;  per  la  qual  cosa  lui
    ristrinse  il frate,  il quale iscoperse quel cancelliere,  che fu per
    essere impiccato. Il detto Castellano quiet la cosa,  la quale era di
    gi  venuta  agli  orecchi  del  Papa;  camp il suo cancelliere dalle
    forche, e me allarg innel medesimo modo che io mi stavo in prima.

    106. Quando io veddi seguire questa cosa con tanto rigore, cominciai a
    pensare ai fatti mia, dicendo:
    - Se un'altra volta venissi un di questi furori, e che questo uomo non
    si fidassi di me,  io non gli verrei a essere pi ubbrigato,  e vorrei
    adoperare  un  poco  li  mia  ingegni,  li  quali io sono certo che mi
    riuscirieno altrimenti che quei di quel  frataccio  -  e  cominciai  a
    farmi  portare  delle  lenzuola nuove e grosse,  e le sudice io non le
    rimandavo.  Li mia servitori chiedendomele,  io  dicevo  loro  che  si
    stessin  cheti,  perch  io  l'avevo  donate  a  certi  di quei poveri
    soldati;  che se tal  cosa  si  sapessi,  quelli  poveretti  portavano
    pericolo  della  galera:  di  modo  che  li  mia  giovani  e servitori
    fidelissimamente,  massimo  Felice,   mi  teneva  tal  cosa  benissimo
    segreto,  le ditte lenzuola.  Io attendevo a votare un pagliericcio, e
    ardevo la paglia,  perch nella mia prigione v'era un cammino da poter
    far fuoco. Cominciai di queste lenzuola e farne fascie larghe un terzo
    di  braccio:  quando  io  ebbi fatto quella quantit che mi pareva che
    fussi a bastanza a discendere da quella grande altura di  quel  mastio
    di  castel Sant'Agnolo,  io dissi ai miei servitori,  che avevo donato
    quelle che io volevo, e che m'attendessino a portare delle sottile,  e
    che sempre io renderei loro le sudice. Questa tal cosa si dimentic. A
    quelli  mia  lavoranti e servitori il cardinale Santiquattro e Cornaro
    mi feciono serrare la bottega, dicendomi liberamente,  che il Papa non
    voleva intender nulla di lasciarmi andare,  e che quei gran favori del
    Re mi avevano molto pi nociuto che giovato;  perch  l'ultime  parole
    che  aveva dette monsignor di Morluc da parte del Re,  si erano istate
    che monsigno' di Morluc disse al Papa che mi dovessi dare in  mano  a'
    giudici  ordinari della corte;  e che,  se io avevo errato,  mi poteva
    gastigare, ma non avendo errato, la ragion voleva che lui mi lasciassi
    andare.  Queste parole avevan dato tanto fastidio al Papa,  che  aveva
    voglia  di non mi lasciare mai pi.  Questo Castellano certissimamente
    mi aiutava quanto e' poteva.  Veduto in questo tempo quelli nimici mia
    che  la  mia  bottega  s'era  serrata,  con  ischerno dicevano ogni d
    qualche parola ingiuriosa a quelli  mia  servitori  e  amici,  che  mi
    venivano a visitare alla prigione.  Accadde un giorno in fra gli altri
    che Ascanio, il quale ogni d veniva dua volte da me,  mi richiese che
    io  gli  facessi  una certa vestetta per s d'una mia vesta azzurra di
    raso, la quale io non portavo mai: solo mi aveva servito quella volta,
    che con essa andai in processione: per io gli dissi  che  quelli  non
    eran  tempi,  n  io in luogo da portare cotai veste.  Il giovane ebbe
    tanto per male che io non gli detti questa meschina vesta,  che lui mi
    disse  che  se  ne  voleva  andare a Tagliacozze a casa sua.  Io tutto
    appassionato gli dissi,  che mi faceva piacere e levarmisi dinanzi;  e
    lui  giur  con grandissima passione di non mai pi capitarmi innanzi.
    Quando noi dicevamo questo,  noi passeggiavamo intorno al  mastio  del
    Castello.   Avvenne   che   il   Castellano  ancora  lui  passeggiava:
    incontrandoci appunto in Sua Signoria, e Ascanio disse:
    - Io me ne vo, e addio per sempre -.
    A questo io dissi:
    - E per sempre voglio che sia,  e cos sia il vero: io commetter alle
    guardie  che mai pi ti lascin passare - e voltomi al Castellano,  con
    tutto il cuore  lo  pregai,  che  commettessi  alle  guardie  che  non
    lasciassino mai pi passare Ascanio, dicendo a Sua Signoria:
    - Questo villanello mi viene a crescere male al mio gran male;  s che
    io vi priego, Signor mio, che mai pi voi lasciate entrar costui -.
    Il Castellano li incresceva assai, perch lo conosceva di maraviglioso
    ingegno: a presso a questo egli era di tanta bella forma di corpo, che
    pareva che ogniuno,  vedutolo una sol volta,  gli fossi  espressamente
    affezionato. Il ditto giovane se ne andava lacrimando, e portavane una
    sua  stortetta,  che  alcune  volte lui segretamente si portava sotto.
    Uscendo del Castello e avendo il viso cos lacrimoso,  si incontr  in
    dua  di quei mia maggior nimici,  che l'uno era quel Ieronimo perugino
    sopra ditto,  e l'altro era un  certo  Michele,  orefici  tutt'a  dua.
    Questo  Michele,  per  essere amico di quel ribaldo di quel Perugino e
    nimico d'Ascanio, disse:
    - Che vuol dir che Ascanio piagne?  Forse gli  morto il  padre?  dico
    quel padre di Castello -.
    Ascanio disse a questo:
    - Lui  vivo,  ma tu sarai or morto - e alzato la mana, con quella sua
    istorta gli tir dua colpi,  in sul capo tutt'a dua,  che col primo lo
    misse in terra, e col sicondo poi gli tagli tre dita della man ritta,
    dandogli pure in sul capo.  Quivi rest come morto. Subito fu riferito
    al Papa; e il Papa in gran cllora disse queste parole:
    - Da poi che il Re vuole che sia giudicato, andategli a dare tre d di
    tempo per difendere la sua ragione -.
    Subito vennono,  e feciono il detto uflizio che aveva lor commesso  il
    Papa.  Quello  uomo  da  bene  del Castellano subito and dal Papa,  e
    fecelo chiaro come io non ero  consapevole  di  tal  cosa,  e  che  io
    l'avevo  cacciato via.  Tanto mirabilmente mi difese,  che mi camp la
    vita da quel gran furore.
    Ascanio se ne fugg a Tagliacozze a casa  sua,  e  di  l  mi  scrisse
    chiedendomi mille volte perdonanza,  che cognosceva avere auto torto a
    aggiugnermi dispiaceri ai mia gran mali;  ma se Dio mi dava grazia che
    io  uscissi di quel carcere,  che non mi vorrebbe mai pi abbandonare.
    Io gli feci intendere che attendessi a 'mparare,  e che se Dio mi dava
    libert, io lo chiamerei a ogni modo.

    107. Questo Castellano aveva ogni anno certe infermit che lo traevano
    del cervello a fatto; e quando questa cosa gli cominciava a venire, e'
    parlava  assai: modo che cicalare;  e questi umori sua erano ogni anno
    diversi, perch una volta gli parve essere uno orcio da olio; un'altra
    volta gli parve essere un ranocchio,  e  saltava  come  il  ranocchio;
    un'altra volta gli parve esser morto, e bisogn sotterrarlo: cos ogni
    anno veniva in qualcun di questi cotai umori diversi.  Questa volta si
    cominci a immaginare d'essere un pipistrello e,  in  mentre  che  gli
    andava a spasso,  istrideva qualche volta cos sordamente come fanno i
    pipistrelli;  ancora dava un po' d'atto alle mane e al corpo,  come se
    volare avessi voluto. Li medici sua, che se ne erano avveduti, cos li
    sua  servitori  vecchi,  li  davano  tutti  i  piaceri  che  immaginar
    potevano: e perch e'  pareva  loro  che  pigliassi  gran  piacere  di
    sentirmi ragionare, a ogni poco e' venivano per me e menavanmi da lui.
    Per la qual cosa questo povero uomo talvolta mi tenne quattro e cinque
    ore  intere,  che  mai avevo restato di ragionar seco.  Mi teneva alla
    tavola sua a mangiare al dirimpetto a s, e mai restava di ragionare o
    di farmi ragionare;  ma io in quei ragionamenti  mangiavo  pure  assai
    bene.  Lui,  povero uomo,  non mangiava e non dormiva,  di modo che me
    aveva istracco,  che io non potevo pi;  e guardandolo alcune volte in
    viso,  vedevo  che  le luce degli occhi erano ispaventate,  perch una
    guardava innun verso,  e l'altra in un altro.  Mi cominci a domandare
    se io avevo mai ato fantasia di volare: al quale io dissi,  che tutte
    quelle cose  che  pi  difficile  agli  uomini  erano  state,  io  pi
    volentieri  avevo  cerco  di  fare e fatte;  e questa del volare,  per
    avermi presentato lo Idio della natura un corpo molto atto e  disposto
    a  correre  e  a saltare molto pi che ordinario,  con quel poco dello
    ingegno poi,  che manualmente io adopererei,  a me dava  il  cuore  di
    volare  al  sicuro.  Questo  uomo  mi cominci a dimandare che modi io
    terrei: al quale io dissi che,  considerato gli  animali  che  volano,
    volendogl'imitare con l'arte quello che loro avevano dalla natura, non
    c'era nissuno che si potessi imitare, se none il pipistrello.
    Come  questo  povero  uomo  sent  quel  nome di pipistrello,  che era
    l'umore in quel che peccava quel anno,  messe  una  voce  grandissima,
    dicendo:
    - E' dice il vero,  e' dice il vero;  questa  essa, questa  essa - e
    poi si volse a me e dissemi:
    - Benvenuto, chi ti dessi le comodit,  e' ti darebbe pure il cuore di
    volare?  - Al quale io dissi, che se lui mi voleva dar libert da poi,
    che mi bastava la vista di volare insino in Prati,  faccendomi un paio
    d'alie di tela di rensa incerate.
    Allora e' disse:
    -  E  anche  a  me  ne  basterebbe  la  vista;  ma perch il Papa m'ha
    comandato che io tenga cura di te come degli occhi suoi;  io  cognosco
    che tu sei un diavolo ingegnoso che ti fuggiresti; per io ti vo' fare
    rinchiudere con cento chiave, acci che tu non mi fugga -.
    Io  mi messi a pregarlo,  ricordandogli che io m'ero potuto fuggire e,
    per amor della fede che io  gli  avevo  data,  io  non  gli  arei  mai
    mancato; per lo pregavo per l'amor de Dio, e per tanti piaceri quanti
    mi  aveva fatto,  che lui non volessi arrogere un maggior male al gran
    male che io avevo.  In mentre che io gli  dicevo  queste  parole,  lui
    comandava  espressamente  che  mi  legassimo,  e  che  mi menassimo in
    prigione serrato bene. Quando io viddi che non v'era altro rimedio, io
    gli dissi, presenti tutti e' sua:
    - Serratemi bene e guardatemi bene,  perch io mi fuggir a ogni  modo
    -.
    Cos mi menorno, e chiusonmi con maravigliosa diligenza.

    108.  Allora  io  cominciai  a pensate il modo che io avevo a tenere a
    fuggirmi.  Subito che io mi veddi chiuso,  andai esaminando come stava
    la   prigione  dove  io  ero  rinchiuso;   e  parendomi  aver  trovato
    sicuramente il modo di uscirne,  cominciai a pensare in  che  modo  io
    dovevo iscendere da quella grande altezza di quel mastio,  ch cos si
    domandava quel alto torrione: e preso quelle mie lenzuole  nuove,  che
    gi  dissi  che  io ne avevo fatte istrisce e benissimo cucite,  andai
    esaminando quanto vilume mi  bastava  a  potere  iscendere.  Giudicato
    quello che mi potria servire,  e di tutto messomi in ordine, trovai un
    paio di tanaglie,  che io avevo tolto a un Savoino il quale era  delle
    guardie  del  Castello.  Questo  aveva cura alle botte e alle citerne;
    ancora si dilettava di lavorare di legname;  e perch  aveva  parecchi
    paia di tanaglie, infra queste ve n'era un paio molto grosse e grande:
    pensando  che  le  fussino il fatto mio,  io gliene tolsi e le nascosi
    drento in quel pagliericcio.  Venuto poi il tempo che io me  ne  volsi
    servire,   io  cominciai  con  esse  a  tentare  di  quei  chiodi  che
    sostenevano le bandelle;  e perch l'uscio era doppio,  la  ribaditura
    delli  detti  chiodi  non  si  poteva vedere;  di modo che provatomi a
    cavarne uno,  durai grandissima fatica;  pure  di  poi  alla  fine  mi
    riusc.  Cavato che io ebbi questo primo chiodo, andai immaginando che
    modo io dovevo tenere che loro non se ne fussino avveduti.  Subito  mi
    acconciai  con  un  poco  di  rastiatura di ferro rugginoso un poco di
    cera,  la quale era del medesimo colore  appunto  di  quelli  cappelli
    d'aguti che io avevo cavati;  e con essa cera diligentemente cominciai
    a contrafare quei capei d'aguti in sulle lor bandelle: e  di  mano  in
    mano tanti quanti io ne cavavo, tanti ne contrafacevo di cera. Lasciai
    le  bandelle  attaccate  ciascuna  da  capo  e  da pi con certi delli
    medesimi aguti che io avevo cavati, di poi gli avevo rimessi; ma erano
    tagliati,  di poi rimessi leggermente,  tanto che e'  mi  tenevano  le
    bandelle. Questa cosa io la feci con grandissima difficult, perch il
    Castellano sognava ogni notte che io m'ero fuggito, e per lui mandava
    a  vedere  di  ora  in ora la prigione;  e quello che veniva a vederla
    aveva nome e fatti di birro.  Questo si domandava il Bozza,  e  sempre
    menava  seco  un  altro,  che  si  domandava  Giovanni,  per sopranome
    Pedignone;  questo era soldato,  e  'l  Bozza  era  servitore.  Questo
    Giovanni  non  veniva mai volta a quella mia prigione,  che lui non mi
    dicessi qualche ingiuria.  Costui era di quel di Prato ed era stato in
    Prato allo speziale: guardava diligentemente ogni sera quelle bandelle
    e tutta la prigione, e io gli dicevo:
    - Guardatemi bene, perch io mi voglio fuggire a ogni modo -.
    Queste  parole  feciono generare una nimicizia grandissima infra lui e
    me;  in modo che io con grandissima diligenza tutti quei mia ferruzzi,
    come  se  dire  tanaglie,  e  un pugnale assai ben grande e altre cose
    appartenente,  diligentemente tutti riponevo innel  mio  pagliericcio;
    cos quelle fascie che io avevo fatte,  ancora queste tenevo in questo
    pagliericcio; e come gli era giorno, subito da me ispazzavo: e se bene
    per natura io mi diletto della pulitezza, allora io stavo pulitissimo.
    Ispazzato che io avevo,  io rifacevo il mio letto tanto gentilmente  e
    con  alcuni  fiori,  che quasi ogni mattina io mi facevo portare da un
    certo Savoino. Questo Savoino teneva cura della citerna e delle botte;
    e anche si dilettava di lavorar di  legname;  e  a  lui  io  rubai  le
    tanaglie, con che io sconficcai li chiodi di queste bandelle.

    109.  Per  tornare  al  mio  letto,  quando  il  Bozza e il Pedignione
    venivano,  mai dicevo loro altro,  se non che stessin discosto dal mio
    letto,  acci  che e' non me lo inbrattassino e non me lo guastassino;
    dicendo loro,  per qualche occasione che  pure  per  ischerno  qualche
    volta  che cos leggermente mi toccavano un poco il letto,  per che io
    dicevo:
    - Ah i sudici poltroni! io metter mano a una di coteste vostre spade,
    e farovvi tal dispiacere, che io vi far maravigliare. Parv'egli esser
    degni di toccare il letto d'un mio pari?  A questo io non ar rispetto
    alla vita mia,  perch io son certo che io vi torr la vostra;  s che
    lasciatemi stare colli mia dispiaceri e colle mia tribulazione,  e non
    mi  date pi affanno di quello che io mi abbia;  se non che io vi far
    vedere che cosa sa fare un disperato -.
    Queste parole costoro le ridissono al  Castellano,  il  quale  comand
    loro ispressamente che mai non s'accostassino a quel mio letto, e che,
    quando  e'  venivano  da me,  venissino sanza spade,  e che m'avessino
    benissimo cura del resto. Essendomi io assicurato del letto,  mi parve
    aver  fatto  ogni cosa: perch quivi era la importanza di tutta la mia
    faccenda.  Una sera di festa in fra l'altre,  sentendosi il Castellano
    molto mal disposto e quelli sua omori cresciuti, non dicendo mai altro
    se  non  che  era  pipistrello,  e che se lor sentissino che Benvenuto
    fossi volato via, lasciassino andar lui, che mi raggiugnerebbe, poich
    e' volerebbe di notte ancora lui certamente pi forte di me, dicendo:
    - Benvenuto  un pipistrello contrafatto,  e io  sono  un  pipistrello
    dadovero;  e perch e' m' stato dato in guardia,  lasciate pur fare a
    me, che io lo giugner ben io -.
    Essendo stato pi notti in questo umore, gli aveva stracco tutti i sua
    servitori;  e io per diverse vie intendevo ogni cosa,  massimo da quel
    Savoino che mi voleva bene. Resolutomi questa sera di festa a fuggirmi
    a ogni modo,  in prima divotissimamente a Dio feci orazione,  pregando
    Sua divina Maest,  che mi dovessi difendere e aiutare in quella tanta
    pericolosa  inpresa;  di  poi messi mano a tutte le cose che io volevo
    operare, e lavorai tutta quella notte.
    Come io fu' a dua ore innanzi il giorno,  io cavai quelle bandelle con
    grandissima fatica,  perch il battente del legno della porta, e anche
    il chiavistello facevano un contrasto, il perch io non potevo aprire:
    ebbi a smozzicare il legno; pure alla fine io apersi, e messomi adosso
    quelle fascie,  quale io avevo avvolte a modo di fusi di accia  in  su
    dua  legnetti,  uscito fuora,  me ne andai dalli destri del mastio;  e
    scoperto per di drento dua tegoli  del  tetto,  subito  facilmente  vi
    saltai sopra.
    Io  mi  trovavo in giubbone bianco e un paio di calze bianche e simile
    un paio di borzachini, inne' quali avevo misso quel mio pugnalotto gi
    ditto.
    Di poi presi un capo di quelle mie fascie e l'accomandai a un pezzo di
    tegola antica ch'era murata innel ditto mastio: a caso  questa  usciva
    fuori a pena quattro dita. Era la fascia acconcia a modo d'una staffa.
    Appiccata  che  io  l'ebbi  a quel pezzo della tegola,  voltomi a Dio,
    dissi:
    - Signore Idio, aiuta la mia ragione, perch io l'ho,  come tu sai,  e
    perch io mi aiuto -.
    Lasciatomi  andare  pian  piano,  sostenendomi  per  forza di braccia,
    arrivai in sino in terra.  Non  era  lume  di  luna,  ma  era  un  bel
    chiarore.  Quando  io  fui in terra,  guardai la grande altezza che io
    avevo isceso cos animosamente,  e lieto me  ne  andai  via,  pensando
    d'essere isciolto.  Per la qual cosa non fu vero, perch il Castellano
    da quella banda aveva fatto fare dua muri assai bene  alti,  e  se  ne
    serviva  per istalla e per pollaio: questo luogo era chiuso con grossi
    chiavistelli per di fuora.
    Veduto  che  io  non  potevo  uscir  di  quivi,  mi  dava  grandissimo
    dispiacere.  In  mentre  che  io andavo innanzi e indietro pensando ai
    fatti mia,  detti dei piedi in una gran pertica,  la quale era coperta
    dalla paglia.
    Questa  con  gran  difficult dirizzai a quel muro;  di poi a forza di
    braccia la salsi insino in cima del  muro.  E  perch  quel  muro  era
    tagliente, io non potevo aver forza da tirar s la ditta pertica; per
    mi risolsi a 'piccare un pezzo di quelle fascie, che era l'altro fuso,
    perch  uno  de'  dua fusi io l'avevo lasciato attaccato al mastio del
    Castello: cos presi un pezzo di quest'altra fascia, come ho detto,  e
    legatala  a  quel  corrente,  iscesi  questo  muro,  il  qual mi dette
    grandissima  fatica  e  mi  aveva  molto  istracco,  e  di  pi  avevo
    iscorticato le mane per di drento,  che sanguinavano; per la qual cosa
    io m'ero messo a riposare, e mi avevo bagnato le mane con la mia orina
    medesima.  Stando cos,  quando e' mi parve che le mie  forze  fussino
    ritornate,  salsi all'ultimo procinto delle mura,  che guarda in verso
    Prati;  e avendo posato quel mio fuso di fascie,  col quale io  volevo
    abbracciare  un  merlo,  e  in  quel  modo  che io avevo fatto innella
    maggior altezza, fare in questa minore; avendo,  come io dico,  posato
    la  mia  fascia,  mi  si  scoperse adosso una di quelle sentinelle che
    facevano la guardia.  Veduto impedito il mio disegno,  e  vedutomi  in
    pericolo  della  vita,  mi  disposi  di affrontare quella guardia;  la
    quale,  veduto l'animo mio diliberato e che andavo alla volta sua  con
    armata mano,  sollecitava il passo,  mostrando di scansarmi.  Alquanto
    iscostatomi dalle mie fascie,  prestissimo mi rivolsi indietro;  e  se
    bene io viddi un'altra guardia, tal volta quella non volse veder me.
    Giunto alle mie fascie,  legatole al merlo,  mi lasciai andare; per la
    qual cosa,  o s veramente parendomi essere  presso  a  terra,  avendo
    aperto  le  mane  per  saltare,  o  pure erano le mane istracche,  non
    possendo resistere a quella fatica,  io caddi,  e in questo cader  mio
    percossi la memoria e stetti isvenuto pi d'un'ora e mezzo, per quanto
    io posso giudicare.  Di poi, volendosi far chiaro il giorno, quel poco
    del fresco che viene un'ora innanzi al sole, quello mi fece risentire;
    ma s bene stavo ancora fuor della memoria,  perch mi pareva  che  mi
    fussi  stato tagliato il capo,  e mi pareva d'essere innel purgatorio.
    Stando cos, a poco a poco mi ritornorno le virt innell'esser loro, e
    m'avviddi che io ero fuora del Castello, e subito mi ricordai di tutto
    quello che io avevo fatto.  E perch la percossa della memoria  io  la
    senti' prima che io m'avvedessi della rottura della gamba,  mettendomi
    le mane al capo ne le levai tutte sanguinose: di poi  cercatomi  bene,
    cognobbi  e  giudicai  di non aver male che d'importanza fussi;  per,
    volendomi rizzare di terra,  mi trovai tronca la mia gamba ritta sopra
    il  tallone  tre  dita.  N  anche  questo  mi  sbigott: cavai il mio
    pugnalotto insieme con la guaina;  che per avere questo un puntale con
    una  pallottola assai grossa in cima del puntale,  questo era stato la
    causa dell'avermi rotto  la  gamba;  perch  contrastando  l'ossa  con
    quella  grossezza di quella pallottola,  non possendo l'ossa piegarsi,
    fu causa che in quel luogo si roppe: di modo  che  io  gittai  via  il
    fodero del pugnale, e con il pugnale tagliai un pezzo di quella fascia
    che  m'era  avanzata,  e  il  meglio  che io possetti rimissi la gamba
    insieme, di poi carpone con il detto pugnale in mano andavo inverso la
    porta.  Per la qual cosa giunto alla porta,  io la  trovai  chiusa;  e
    veduto una certa pietra sotto la porta a punto,  la quale,  giudicando
    che la non fussi molto forte,  mi provai a scalzarla;  di poi vi messi
    le  mane,  e  sentendola  dimenare,  quella  facilmente  mi ubbid,  e
    trassila fuora; e per quivi entrai.

    110.  Era stato pi di cinquecento passi andanti da il luogo  dove  io
    caddi  alla  porta dove io entrai.  Entrato che io fui drento in Roma,
    certi cani maschini mi si gittorno addosso e malamente mi morsono;  ai
    quali,  rimettendosi  pi  volte a fragellarmi,  io tirai con quel mio
    pugnale e ne punsi uno tanto gagliardamente,  che quello guaiva forte,
    di modo che gli altri cani,  come  lor natura, corsono a quel cane: e
    io sollecitai andandomene inverso la  chiesa  della  Trespontina  cos
    carpone.  Quando  io fui arrivato alla bocca della strada che volta in
    verso Sant'Agnolo,  di quivi presi il cammino per andarmene alla volta
    di San Piero,  per modo che faccendomisi d chiaro addosso, considerai
    che io portavo pericolo;  e scontrato uno acqueruolo che aveva  carico
    il  suo  asino  e pieno le sue coppelle d'acqua,  chiamatolo a me,  lo
    pregai che lui mi levassi di peso e mi portassi in su il rialto  delle
    scalee di San Piero, dicendogli:
    -  Io  sono  un  povero  giovane,  che  per  casi  d'amore sono voluto
    iscendere da una finestra;  cos son caduto,  e rottomi una  gamba.  E
    perch il luogo dove io sono uscito  di grande importanza, e porterei
    pericolo  di  non  essere  tagliato a pezzi,  per ti priego che tu mi
    lievi presto,  e io ti doner uno scudo d'oro - e messi mano alla  mia
    borsa, dove io ve ne avevo una buona quantit. Subito costui mi prese,
    e volentieri me si misse a dosso, e portommi in sul ditto rialto delle
    scalee  di San Piero;  e quivi mi feci lasciare,  e dissi che correndo
    ritornassi al suo asino.  Subito presi il cammino cos carpone,  e  me
    andavo in casa la Duchessa,  moglie del duca Ottavio e figliuola dello
    Imperadore, naturale, non legittima, istata moglie del duca Lessandro,
    duca di Firenze;  e perch io sapevo certissimo che appresso a  questa
    gran principessa c'era di molti mia amici, che con essa eran venuti di
    Firenze;   ancora  perch  lei  ne  aveva  fatto  favore  mediante  il
    Castellano;  che volendomi aiutare disse al Papa,  quando la  Duchessa
    fece  l'entrata in Roma,  che io fu' causa di salvare per pi di mille
    scudi di danno,  che faceva loro una grossa pioggia: per la qual  cosa
    lui disse ch'era disperato,  e che io gli messi cuore, e disse come io
    avevo acconcio parecchi pezzi grossi  di  artiglieria  inverso  quella
    parte dove i nugoli erano pi istretti,  e di gi cominciati a piovere
    un'acqua grossissima;  per la qual cosa cominciato  a  sparare  queste
    artiglierie  si  ferm  la pioggia,  e alle quattro volte si mostr il
    sole;  e che io ero stato intera causa che quella  festa  era  passata
    benissimo;  per  la  qual  cosa,  quando la Duchessa lo intese,  aveva
    ditto:
    - Quel Benvenuto  un di  quei  virtuosi  che  stavano  con  la  buona
    memoria  del duca Lessandro mio marito,  e sempre io ne terr conto di
    quei tali,  venendo la occasione di far loro piacere - e ancora  aveva
    parlato  di  me al duca Ottavio suo marito.  Per queste cause io me ne
    andavo diritto a casa di Sua Eccellenzia,  la quale  istava  in  Borgo
    Vecchio  in  un  bellissimo  palazzo  che  v';  quivi  io sarei stato
    sicurissimo che il Papa non m'arebbe tocco;  ma perch la cosa che  io
    avevo  fatta  insin  quivi  era  istata troppo maravigliosa a un corpo
    umano,  non volendo Idio che io entrassi in tanta vanagloria,  per  il
    mio  meglio  mi volse dare ancora una maggior disciplina,  che non era
    istata la passata; e la causa si fu, che in mentre che io me ne andavo
    cos carpone su per quelle scalee,  mi ricognobbe subito un  servitore
    che stava con il cardinal Cornaro; il qual cardinale era alloggiato in
    Palazzo.   Questo  servitore  corse  alla  camera  del  Cardinale,   e
    isvegliatolo, disse:
    - Monsignor reverendissimo,  gli  gi il vostro Benvenuto,  il  quale
    s'  fuggito  di  Castello,  e  vassene  carponi tutto sanguinoso: per
    quanto e' mostra,  gli ha rotto una gamba,  e non sappiamo dove lui si
    vada -.
    Il Cardinale disse subito:
    - Correte, e portatemelo di peso qui in camera mia -.
    Giunto a lui,  mi disse che io non dubitassi di nulla;  e subito mand
    per i primi medici di Roma;  e da quelli io fui medicato: e questo  fu
    un maestro Iacomo da Perugia,  molto eccellentissimo cerusico.  Questo
    mirabilmente mi ricongiunse l'osso,  poi fasciommi,  e di sua mano  mi
    cav sangue; che essendomi gonfiato le vene molto pi che l'ordinario,
    ancora perch lui volse fare la ferita alquanto aperta, usc s grande
    il furor di sangue,  che gli dette nel viso, e di tanta abbundanzia lo
    coperse,  che lui non si poteva prevalere a medicarmi: e avendo  preso
    questa cosa per molto male ario,  con gran difficolt mi medicava;  e
    pi volte mi volse lasciare,  ricordandosi che ancora a lui ne  andava
    non  poca  pena  a  avermi  medicato  o  pure finito di medicarmi.  Il
    Cardinale mi fece mettere in una camera segreta, e subito andatosene a
    Palazzo con intenzione di chiedermi al Papa.

    111.  In questo mezzo s'era levato un romore grandissimo in Roma:  che
    di gi s'era vedute le fascie attaccate al gran torrione del mastio di
    Castello,  e  tutta  Roma  correva  a  vedere questa inistimabil cosa.
    Intanto il Castellano  era  venuto  inne'  sua  maggiori  umori  della
    pazzia,  e  voleva a forza di tutti e' sua servitori volare ancora lui
    da quel mastio,  dicendo che nessuno mi poteva ripigliare se non  lui,
    con il volarmi drieto. In questo messer Roberto Pucci, padre di messer
    Pandolfo, avendo inteso questa gran cosa, and in persona per vederla;
    di  poi se ne venne a Palazzo,  dove si incontr nel cardinal Cornaro,
    il quale disse tutto il seguto,  e s come io ero in  una  delle  sue
    camere di gi medicato. Questi dua uomini da bene d'accordo si andorno
    a  gittare  inginocchioni  dinanzi al Papa,  il quale,  innanzi che e'
    lasciassi lor dir nulla, lui disse:
    - Io so tutto quel che voi volete da me -.
    Messer Roberto Pucci disse:
    - Beatissimo Padre, noi vi domandiamo per grazia quel povero uomo, che
    per le virt sue merita avergli  qualche  discrezione,  e  appresso  a
    quelle,  gli  ha  mostro una tanta bravuria insieme con tanto ingegno,
    che non  parsa cosa umana.  Noi non sappiamo per qual peccati  Vostra
    Santit l'ha tenuto tanto in prigione;  per,  se quei peccati fussino
    troppo disorbitanti, Vostra Santit  santa e savia, e facciane alto e
    basso la volunt sua;  ma se le son  cose  da  potersi  concedere,  la
    preghiamo che a noi ne faccia grazia -.
    Il  Papa a questo vergognandosi disse che m'aveva tenuto in prigione a
    riquisizione di certi sua - per essere lui un poco troppo  ardito;  ma
    che  cognosciuto  le virt sue e volendocelo tenere appresso a di noi,
    avevamo ordinato di dargli tanto bene,  che lui non avessi ato  causa
    di ritornare in Francia.  Assai m'incresce del suo gran male;  ditegli
    che attenda a guarire; e de' sua affanni, guarito che e' sar,  noi lo
    ristoreremo -.
    Venne questi dua omaccioni, e dettonmi questa buona nuova da parte del
    Papa.  In  questo  mezzo  mi  venne  a visitare la nobilt di Roma,  e
    giovani e vecchi e d'ogni sorte.  Il Castellano,  cos fuor di s,  si
    fece  portare  al  Papa;  e quando fu dinanzi a Sua Santit cominci a
    gridare dicendo,  che se lui non me gli rendeva in prigione,  che  gli
    faceva un gran torto, dicendo:
    -  E'  m'  fuggito sotto la fede che m'aveva data;  oim,  che e' m'
    volato via, e mi promesse di non volar via! - Il Papa ridendo disse:
    - Andate, andate, che io ve lo render a ogni modo -.
    Aggiunse il Castellano, dicendo al Papa:
    - Mandate a lui il Governatore,  il quale  intenda  chi  l'ha  aiutato
    fuggire, perch se gli  de' mia uomini, io lo voglio impiccare per la
    gola a quel merlo dove Benvenuto  fuggito -.
    Partito  il  Castellano,  il Papa chiam il Governatore sorridendo,  e
    disse:
    - Questo  un bravo uomo, e questa  una maravigliosa cosa;  con tutto
    che, quando io ero giovane, ancora io iscesi di quel luogo proprio -.
    A  questo  il  Papa  diceva il vero,  perch gli era stato prigione in
    Castello per avere falsificato un breve,  essendo lui abbreviatore  di
    Parco  Maioris: papa Lessandro l'aveva tenuto prigione assai;  di poi,
    per esser la cosa troppo brutta,  si era risoluto tagliargli il  capo;
    ma  volendo  passare  le feste del Corpus Domini,  sapendo il tutto il
    Farnese,  fece venire Pietro Chiavelluzzi con parecchi cavalli,  e  in
    Castello  corroppe con danari certe di quelle guardie;  di modo che il
    giorno del Corpus Domini,  in mentre che il Papa era  in  processione,
    Farnese  fu  messo  in  un corbello e con una corda fu collatoinsino a
    terra. Non era ancor fatto il procinto delle mura al Castello,  ma era
    solamente il torrione, di modo che lui non ebbe quelle gran difficult
    a  fuggirne,  s come ebbi io: ancora,  lui era preso a ragione e io a
    torto.  Basta,  ch'e' si volse vantare col Governatore d'essere istato
    ancora  lui nella sua giovanezza animoso e bravo,  e non s'avvedde che
    gli scopriva le sue gran ribalderie. Disse:
    - Andate e ditegli liberamente vi dica chi gli ha  aiutato:  cos  sie
    stato  chi e' vuole,  basta che allui  perdonato,  e prometteteglielo
    liberamente voi.

    112.  Venne a me questo Governatore,  il quale era stato fatto di  dua
    giorni innanzi vescovo de Iesi: giunto a me, mi disse:
    -  Benvenuto  mio,  se  bene  il mio uffizio  quello che spaventa gli
    uomini,  io vengo  a  te  per  assicurarti;  e  cos  ho  autorit  di
    prometterti  per  commessione  espressa di Sua Santit,  il quale m'ha
    ditto che anche lui  ne  fugg,  ma  che  ebbe  molti  aiuti  e  molta
    compagnia,  ch  altrimenti non l'aria potuto fare.  Io ti giuro per i
    Sacramenti che io ho addosso - che son fatto Vescovo da dua d in  qua
    -  che il Papa t'ha libero e perdonato,  e gli rincresce assai del tuo
    gran male; ma attendi a guarire, e piglia ogni cosa per il meglio, ch
    questa prigione,  che certamente innocentissima tu hai ato,  la  sar
    istata la salute tua per sempre,  perch tu calpesterai la povert,  e
    non ti accadr ritornare in Francia,  andando a tribulare la vita  tua
    in questa parte e in quella. S che dimmi liberamente il caso come gli
      stato,  e  chi  t'ha  dato  aiuto;  di  poi confrtati e ripsati e
    guarisci -.
    Io mi feci da un capo e gli contai tutta la  cosa  come  l'era  istata
    appunto,  e gli detti grandissimi contrasegni, insino a dell'acquerolo
    che m'aveva portato a dosso.  Sentito ch'ebbe il Governatore il tutto,
    disse:
    -  Veramente  queste son troppe gran cose da uno uomo solo: le non son
    degne d'altro uomo che di te -.
    Cos fattomi cavar fuora la mana, disse:
    - Ist di buona voglia e confrtati,  che per questa mana  che  io  ti
    tocco tu se' libero e, vivendo, sarai felice -.
    Partitosi  da  me,  che  aveva  tenuto  a  disagio  un  monte  di gran
    gentiluomini e signori,  che mi venivano a visitare,  dicendo  in  fra
    loro:
    - Andiamo a vedere quello uomo che fa miracoli - questi restorno meco;
    e chi di loro mi offeriva e chi mi presentava.
    Intanto  il Governatore giunto al Papa,  cominci a contar la cosa che
    io gli avevo ditta;  e appunto s'abbatt a esservi  alla  presenza  il
    signor   Pierluigi   suo  figliuolo;   e  tutti  facevano  grandissima
    maraviglia. Il Papa disse:
    - Certamente questa  troppo gran cosa -.
    Il signor Pierluigi allora aggiunse dicendo:
    - Beatissimo Padre,  se  voi  lo  liberate,  egli  ve  ne  far  delle
    maggiori,  perch questo  uno animo d'uomo troppo aldacissimo.  Io ve
    ne voglio contare un'altra,  che voi non sapete.  Avendo parole questo
    vostro  Benvenuto,  innanzi che lui fussi prigione,  con un gentiluomo
    del cardinal Santa Fiore;le qual parole vennono da  una  piccola  cosa
    che  questo  gentiluomo  aveva  detto  a  Benvenuto,  di  modo che lui
    bravissimamente e con tanto ardire rispose,  insino a voler far  segno
    di  far  quistione;  il  detto  gentiluomo referito al cardinale Santa
    Fiore, il qual disse, che se vi metteva le mani lui, che gli caverebbe
    il pazzo del capo; Benvenuto, inteso questo,  teneva un suo scoppietto
    in  ordine,  con  il  quale lui d continuamente in un quattrino: e un
    giorno,  affacciandosi il  Cardinale  alla  finestra,  per  essere  la
    bottega  del ditto Benvenuto sotto il palazzo del Cardinale,  preso il
    suo scoppietto si era messo in  ordine  per  tirare  al  Cardinale.  E
    perch il Cardinale ne fu avvertito, si lev subito. Benvenuto, perch
    e' non si paressi tal cosa, tir a un colombo terraiuolo che covava in
    una  buca  su  alto del palazzo,  e dette al ditto colombo innel capo:
    cosa impossibile da poterlo credere.  Ora Vostra Santit faccia  tutto
    quel  che  la  vuole  di lui;  io non voglio mancare di non ve lo aver
    detto.  E' gli potrebbe anche venir voglia,  parendogli  essere  stato
    prigione a torto,  di tirare una volta a Vostra Santit.  Questo  uno
    animo troppo afferato e troppo sicuro. Quando gli ammazz Pompeo,  gli
    dette  dua  pugnalate  innella  gola  in  mezzo  a dieci uomini che lo
    guardavano,  e poi si salv,  con biasimo non piccolo  di  coloro,  li
    quali eran pure uomini da bene e di conto.

    113.  Alla  presenza  di queste parole si era quel gentiluomo di Santa
    Fiore con il quale io avevo ato parole,  e afferm al Papa tutto quel
    che il suo figliuolo aveva detto. Il Papa stava gonfiato e non parlava
    nulla.  Io  non  voglio  mancare  che  io  non  dica  le  mie  ragione
    giustamente e santamente.  Questo gentiluomo di Santa Fiore  venne  un
    giorno  a me e mi porse un piccolo anellino d'oro,  il quale era tutto
    imbrattato d'ariento vivo, dicendo:
    - Isvivami questo anelluzzo e fa presto -.
    Io che avevo innanzi molte opere d'oro con  gioie  importantissime,  e
    anche  sentendomi  cos sicuramente comandare da uno a il quale io non
    avevo mai n parlato n veduto,  gli dissi che io non avevo per allora
    isvivatoio, e che andassi a un altro.
    Costui,  sanza  un proposito al mondo,  mi disse che io ero uno asino.
    Alle qual parole io risposi, ch'e' non diceva la verit,  e che io era
    uno uomo in ogni conto da pi di lui;  ma che se lui mi stuzzicava, io
    gli darei ben  calci  pi  forte  che  uno  asino.  Costui  rifer  al
    Cardinale  e li dipinse uno inferno.  Ivi a dua giorni io tirai drieto
    al palazzo in una buca altissima a un colombo salvatico, che covava in
    quella buca; e a quel medesimo colombo io avevo visto tirare pi volte
    da  uno  orefice  che  si  domandava  Giovan  Francesco  della  Tacca,
    milanese,  e mai l'aveva colto. Questo giorno che io tirai, il colombo
    mostrava appunto il capo, stando in sospetto per l'altre volte che gli
    era stato tirato; e perch questo Giovan Francesco e io eravamo rivali
    alle caccie dello stioppo,  essendo certi gentiluomini e mia amici  in
    su la mia bottega, mi mostrorno dicendo:
    -  Ecco  lass il colombo di Giovan Francesco della Tacca,  a il quale
    gli ha tante volte  tirato:  or  vedi,  quel  povero  animale  sta  in
    sospetto; a pena che e' mostri il capo -.
    Alzando gli occhi, io dissi:
    -  Quel  poco  del  capo  solo  basterebbe  a  me  a  ammazzarlo,   se
    m'aspettassi solo che io mi ponessi a viso il mio stioppo -.
    Quelli gentiluomini dissono,  che e' non gli  darebbe  quello  che  fu
    inventore dello stioppo. Al quale io dissi:
    -  Vadine un boccale di grego di quel buono di Palombo oste,  e che se
    m'aspetta che io mi metta a viso il mio mirabile Broccardo  (che  cos
    chiamavo il mio stioppo) io lo investir in quel poco del capolino che
    mi mostra -.
    Subito  postomi  a  viso,  a braccia,  senza appoggiare o altro,  feci
    quanto promesso avevo,  non pensando n  al  Cardinale  n  a  persona
    altri; anzi mi tenevo il Cardinale per molto mio patrone. S che vegga
    il mondo,  quando la fortuna vuol torre a 'ssassinare uno uomo, quante
    diverse  vie  la  piglia.   Il  Papa  gonfiato  e  ingrognato,   stava
    considerando quel che gli aveva detto il suo figliuolo.

    114.  Dua  giorni  apresso  and  il  cardinal  Cornaro a dimandare un
    vescovado al Papa per un  suo  gentiluomo,  che  si  domandava  messer
    Andrea  Centano.  Il  Papa  vero che gli aveva promesso un vescovado:
    essendo cos vacato,  ricordando il Cardinale al Papa s come tal cosa
    lui  gli  aveva  promesso,  il Papa afferm esser la verit e che cos
    gliene  voleva  dare;  ma  che  voleva  un  piacere  da  Sua  Signoria
    reverendissima, e questo si era che voleva che gli rendessi nelle mane
    Benvenuto. Allora il Cardinale disse:
    - Oh se Vostra Santit gli ha perdonato e datomelo libero, che dir il
    mondo e di Vostra Santit e di me? - Il Papa replic:
    -  Io voglio Benvenuto,  e ogniun dica quel che vuole,  volendo voi il
    vescovado -.
    Il buon Cardinale disse che Sua Santit gli dessi il vescovado,  e che
    del resto pensassi da s e facessi da poi tutto quel che Sua Santit e
    voleva  e  poteva.  Disse  il Papa,  pure alquanto vergognandosi della
    iscellerata gi data fede sua:
    - Io mander per Benvenuto,  e per un  poco  di  mia  sadisfazione  lo
    metter  gi  in  quelle  camere del giardino segreto,  dove lui potr
    attendere a guarire,  e non si gli vieter che tutti gli amici sua  lo
    vadino  a  vedere,  e  anche li far dar le spese,  insin che ci passi
    questo poco della fantasia -.
    Il Cardinale torn a casa e mandommi subito  a  dire  per  quello  che
    aspettava il vescovado, come il Papa mi rivoleva nelle mane; ma che mi
    terrebbe  in  una  camera bassa innel giardin segreto;  dove io starei
    visitato da ugniuno siccome io era  in  casa  sua.  Allora  io  pregai
    questo messer Andrea,  che fussi contento di dire al Cardinale che non
    mi dessi al Papa e che lasciassi fare  a  me;  per  che  io  mi  farei
    rinvoltare  in  un  materasso  e  mi farei porre fuor di Roma in luogo
    sicuro; perch se lui mi dava al Papa,  certissimo mi dava alla morte.
    Il  Cardinale,  quando e' le intese,  si crede che lui l'arebbe volute
    fare, ma quel messer Andrea,  a chi toccava il vescovado,  scoperse la
    cosa.
    Intanto  il  Papa  mand  per  me subito e fecemi mettere,  s come e'
    disse, in una camera bassa innel suo giardin segreto.  Il Cardinale mi
    mand  a  dire  che  io  non  mangiassi nulla di quelle vivande che mi
    mandava il Papa, e che lui mi manderebbe da mangiare; e che quello che
    gli aveva fatto non aveva potuto far di manco,  e  che  io  stessi  di
    buona voglia,  che m'aiuterebbe tanto,  che io sarei libero.  Standomi
    cos,  ero ogni d visitato e offertomi  da  molti  gran  gentiluomini
    molte gran cose.  Dal Papa veniva la vivanda, la quale io non toccavo,
    anzi mi mangiavo quella che veniva dal cardinal  Cornaro,  e  cos  mi
    stavo.  Io avevo in fra gli altri mia amici un giovane greco di et di
    venticinque anni: questo era gagliardissimo  oltramodo  e  giucava  di
    spada  meglio  che  ogni  altro  uomo  che  fussi in Roma: era pusillo
    d'animo,  ma era fidelissimo uomo da bene e molto facile  al  credere.
    Aveva  sentito  dire  che il Papa aveva detto che mi voleva remunerare
    de' miei disagi. Questo era il vero,  che il Papa aveva detto tal cose
    da principio,  ma innell'ultimo da poi diceva altrimenti.  Per la qual
    cosa io mi confidavo con questo giovane greco e gli dicevo:
    - Fratello carissimo,  costoro mi vogliono assassinare,  s che ora  
    tempo aiutarmi: che pensano che io non me ne avvegga, facendomi questi
    favori istrasordinari, gli quali son tutti fatti per tradirmi -.
    Questo giovane da bene diceva:
    - Benvenuto mio, per Roma si dice che il Papa t'ha dato uno uffizio di
    cinquecento  scudi di entrata;  s che io ti priego di grazia,  che tu
    non faccia che questo tuo sospetto ti tolga un tanto bene -.
    E io pure lo pregavo con le braccia in croce che mi levassi di  quivi,
    perch  io  sapevo  bene che un Papa simile a quello mi poteva fare di
    molto bene,  ma che io sapevo certissimo che  lui  studiava  in  farmi
    segretamente,  per  suo  onore,  di molto male;  per facessi presto e
    cercassi di camparmi la vita di costui: che se lui mi cavava di quivi,
    innel modo che io gli arei detto,  io sempre arei riconosciuta la vita
    mia dallui;  venendo il bisogno,  la ispenderei. Questo povero giovane
    piangendo mi diceva:
    - O caro mio fratello,  tu ti vuoi pure rovinare,  e io non  ti  posso
    mancare  a quanto tu mi comandi;  s che dimmi il modo e io far tutto
    quello che tu dirai, se bene e' fia contra mia voglia -.
    Cos  eramo  risoluti  e  io  gli  avevo  dato  tutto  l'ordine,   che
    facilissimo  ci  riusciva.  Credendomi  che lui venissi per mettere in
    opera quanto io gli avevo ordinato,  mi venne a dire che per la salute
    mia  mi  voleva  disubbidire,  e  che sapeva bene quello che gli aveva
    inteso da uomini che stavano appresso a il Papa e che  sapevano  tutta
    la verit de' casi mia. Io che non mi potevo aiutare in altro modo, ne
    restai malcontento e disperato.  Questo fu il d del Corpus Domini nel
    mille cinquecento trenta nove.


    115.  Passatomi tempo da poi questa disputa,  tutto quel  giorno  sino
    alla notte, dalla cucina del Papa venne una abbundante vivanda: ancora
    dalla  cucina  del  cardinale  Cornaro  venne  bonissima  provvisione:
    abbattendosi a questo parecchi mia amici,  gli  feci  restare  a  cena
    meco;  onde io, tenendo la mia gamba isteccata innel letto, feci lieta
    cera con esso loro; cos soprastettono meco.
    Passato un'ora di notte di  poi  si  partirno;  e  dua  mia  servitori
    m'assettorno da dormire,  di poi si messono nell'anticamera.  Io avevo
    un  cane  nero  quant'una  mora,  di  questi  pelosi,   e  mi  serviva
    mirabilmente alla caccia dello stioppo,  e mai non istava lontan da me
    un passo. La notte, essendomi sotto il letto, ben tre volte chiamai il
    mio servitore, che me lo levassi di sotto il letto, perch e' mugliava
    paventosamente.  Quando i servitori venivano,  questo cane si  gittava
    loro adosso per mordergli.
    Gli erano ispaventati e avevan paura che il cane non fossi arrabbiato,
    perch continuamente urlava.  Cos passammo insino alle quattro ore di
    notte. Al tocco delle quattro ore di notte entr il bargello con molta
    famiglia drento nella mia camera: allora il cane usc fuora e gittossi
    adosso a questi con tanto furore,  stracciando  loro  le  cappe  e  le
    calze,  e gli aveva missi in tanta paura,  che lor pensavano che fossi
    arrabbiato. Per la qual cosa il bargello, come persona pratica, disse:
    - La natura de'  buoni  cani    questa,  che  sempre  s'indovinano  e
    predicono  il  male  che  de'  venire  a'  lor  padroni:  pigliate dua
    bastoncelli e difendetevi dal cane,  e gli altri leghino Benvenuto  in
    su questa sieda, e menatelo dove voi sapete -.
    S come io ho detto era il giorno passato del Corpus Domini, ed era in
    circa a quattro ore di notte.  Questi mi portavano turato e coperto, e
    quattro di loro andavano  innanzi,  faccendo  iscansare  quelli  pochi
    uomini  che  ancora  si ritrovavano per la strada.  Cos mi portorno a
    Torre di Nona,  luogo detto cos,  e messomi  innella  prigione  della
    vita,  posatomi  in  sun  un  poco di materasso e datomi uno di quelle
    guardie,  il quale tutta la  notte  si  condoleva  della  mia  cattiva
    fortuna, dicendomi:
    -  Oim!  povero  Benvenuto,  che  hai  tu fatto a costoro?  - Onde io
    benissimo mi avvisai quel che mi aveva a 'ntervenire, s per essere il
    luogo cotal' e anche perch colui me lo  aveva  avvisato.  Istetti  un
    pezzo  di  quella  notte col pensiero a tribularmi qual fussi la causa
    che a  Dio  piaceva  darmi  cotal  penitenzia;  e  perch  io  non  la
    ritrovavo,  forte  mi  dibattevo.  Quella  guardia  s'era messa poi il
    meglio che sapeva a confortarmi; per la qual cosa io lo scongiurai per
    l'amor de Dio che non mi dicessi nulla e non mi parlassi,  avvenga che
    da  me  medesimo  io farei pi presto e meglio una cotale resoluzione.
    Cos  mi  promesse.   Allora  io  volsi  tutto  il  cuore  a  Dio;   e
    divotissimamente lo pregavo,  che gli piacessi di accettarmi innel suo
    regno;  e che se bene io m'ero dolto,  parendomi questa tal partita in
    questo modo molto innocente, per quanto prommettevano gli ordini delle
    legge,  e  se  bene io avevo fatto degli omicidi,  quel suo Vicario mi
    aveva dalla patria mia chiamato e perdonato coll'autorit delle  legge
    e sua;  e quello che io avevo fatto,  tutto s'era fatto per difensione
    di questo corpo che Sua Maest mi aveva prestato: di modo che  io  non
    conoscevo, sicondo gli ordini con che si vive innel mondo, di meritare
    quella  morte;  ma  che  a  me mi pareva che m'intervenissi quello che
    avviene a certe isfortunate persone, le quale,  andando per la strada,
    casca  loro  un  sasso  da qualche grande altezza in su la testa e gli
    ammazza: qual si vede ispresso esser potenzia delle  stelle:  non  gi
    che quelle sieno congiurate contro a di noi per farci bene o male,  ma
    vien fatto innelle loro congionzione, alle quale noi siamo sottoposti;
    se bene io cognosco d'avere il libero albitrio: e se la mia fede fussi
    santamente esercitata,  io sono certissimo che gli angeli del Cielo mi
    porterieno fuor di quel carcere e mi salverieno sicuramente d'ogni mio
    affanno; ma perch e' non mi pare d'esser fatto degno da Dio d'una tal
    cosa,  per   forza che questi influssi celesti adempieno sopra di me
    la loro malignit.  E con questo  dibattutomi  un  pezzo,  da  poi  mi
    risolsi e subito appiccai sonno.

    116. Fattosi l'alba, la guardia mi dest e disse:
    - O sventurato uomo da bene, ora non  pi tempo a dormire, perch gli
     venuto quello che t'ha a dare una cattiva nuova -.
    Allora io dissi:
    -  Quanto  pi  presto  io esca di questo carcer mondano,  pi mi sar
    grato,  maggiormente essendo sicuro che l'anima mia  salva,  e che io
    muoio  attorto.  Cristo  glorioso  e  divino  mi  fa compagno alli sua
    discepoli e amici, i quali, e Lui e loro,  furno fatti morire attorto:
    cos  attorto  son  io  fatto morire,  e santamente ne ringrazio Idio.
    Perch non viene innanzi colui che m'ha da  sentenziare?  -  Disse  la
    guardia allora:
    - Troppo gl'incresce di te e piange -.
    Allora io lo chiamai per nome, il quale aveva nome messer Benedetto da
    Cagli. Dissi:
    -  Venite  innanzi,  messer  Benedetto  mio,  ora che io son benissimo
    disposto e resoluto; molto pi gloria mia  che io muoia attorto,  che
    se  io  morissi  a  ragione:  venite innanzi,  vi priego,  e datemi un
    sacerdote,  che io possa ragionar con seco quattro parole;  con  tutto
    che non bisogni, perch la mia santa confessione io l'ho fatta col mio
    Signore Idio; ma solo per osservare quello che ci ha ordinato la santa
    madre  Chiesa;  che  se bene e' la mi fa questo iscellerato torto,  io
    liberamente le  perdono.  S  che  venite,  messer  Benedetto  mio,  e
    speditemi prima che 'l senso mi cominciassi a offendere -.
    Ditte  queste  parole,  questo  uomo  da  bene  disse alla guardia che
    serrassi la porta, perch sanza lui non si poteva far quello uffizio.
    Andossene a casa della moglie  del  signor  Pierluigi,  la  quale  era
    insieme con la Duchessa sopraditta;  e fattosi innanzi a loro,  questo
    uomo disse:
    - Illustrissima mia patrona,  siate contenta,  vi priego per l'amor de
    Dio,  di  mandare  a  dire  al  Papa,  che mandi un altro a dar quella
    sentenzia a Benvenuto e fare questo mio uffizio, perch io lo rinunzio
    e mai pi lo voglio fare - e con grandissimo cordoglio  sospirando  si
    part. La Duchessa, che era l alla presenza, torcendo il viso disse:
    -  Questa    la  bella iustizia che si tiene in Roma da il Vicario de
    Dio!  il Duca gi mio marito voleva un gran bene a questo uomo per  le
    sue bont e per le sue virt,  e non voleva che lui ritornassi a Roma,
    tenendolo molto caro appresso a di s - e andatasene in l borbottando
    con molte parole dispiacevole.  La moglie  del  signor  Pierluigi,  si
    chiamava  la  signora  Ieronima,  se  ne  and dal Papa,  e gittandosi
    ginocchioni - era alla presenza  parecchi  Cardinali  -  questa  donna
    disse tante gran cose, che la fece arrossire il Papa, il quale disse:
    -  Per  vostro amore noi lo lascieremo istare,  se bene noi non avemmo
    mai cattivo animo inverso di lui -.
    Queste parole le disse il  Papa  per  essere  alla  presenza  di  quei
    Cardinali,  i  quali  avevano sentito le parole che aveva detto quella
    maravigliosa e ardita donna.  Io mi stetti  con  grandissimo  disagio,
    battendomi  il  cuore  continuamente.  Ancora  stette  a disagio tutti
    quelli uomini che erano destinati a tale cattivo uffizio,  insino  che
    era tardi all'ora del desinare; alla quale ora ogni uomo and ad altre
    sue  faccende,  per  modo  che  a  me fu portato da desinare: onde che
    maravigliato, io dissi:
    - Qui ha potuto pi la verit che la malignit degli influssi celesti;
    cos priego Idio,  che se gli  in suo piacere,  mi scampi  da  questo
    furore -.
    Cominciai  a  mangiare,  e  s  bene  come  io  avevo  fatto  prima la
    resoluzione al mio gran male,  ancora la feci alla  speranza  del  mio
    gran  bene.  Desinai  di  buona voglia.  Cos mi stetti sanza vedere o
    sentire altri insino a una ora di notte. A quell'ora venne il bargello
    con buona parte della sua famiglia,  il quale mi rimesse in su  quella
    sieda,  che  la  sera dinanzi lui m'aveva in quel luogo portato,  e di
    quivi con molte amorevol parole a me,  che io non dubitassi,  e a' sua
    birri  comand  che avessin cura di non mi percuotere quella gamba che
    io avevo rotta, quanto agli occhi sua.
    Cos facevano,  e mi portorno in Castello,  di donde io ero uscito;  e
    quando noi fummo su da alto innel mastio,  dov' un cortiletto,  quivi
    mi fermorno per alquanto.

    117.  In questo mezzo il Castellano sopraditto si fece portare in quel
    luogo dove io ero, e cos ammalato e afflitto disse:
    - Ve' che ti ripresi?  - S - dissi io - ma ve' che io mi fuggi', come
    io ti dissi? e se io non fussi stato venduto, sotto la fede papale, un
    vescovado da un veniziano cardinale e un romano da Farnese,  e'  quali
    l'uno  e  l'altro ha graffiato il viso alle sacre sante legge,  tu mai
    non mi ripigliavi.  Ma da poi che ora da loro s'  messa  questa  male
    usanza,  fa' ancora tu il peggio che tu puoi,  ch di nulla mi curo al
    mondo -.
    Questo povero uomo cominci molto forte a gridare, dicendo:
    - Oim! oim!  costui non si cura n di vivere n di morire,  ed  pi
    ardito che quando egli era sano: mettetelo l sotto il giardino, e non
    mi parlate mai pi di lui, che costui  causa della morte mia -.
    Io  fui portato sotto un giardino in una stanza oscurissima,  dove era
    dell'acqua assai, piena di tarantole e di molti vermi velenosi.  Fummi
    gittato  un materassuccio di capecchio in terra,  e per la sera non mi
    fu dato da cena,  e fui serrato a quattro porte: cos  istetti  insino
    alle  dicianove  ore  il  giorno  seguente.  Allora  mi  fu portato da
    mangiare: ai quali io domandai che mi  dessino  alcuni  di  quei  miei
    libri da leggere. Da nessuno di questi non mi fu parlato, ma riferirno
    a quel povero uomo del Castellano, il quale aveva domandato quello che
    io  dicevo.  L'altra  mattina poi mi fu portato un mio libro di Bibbia
    vulgare,  e un certo altro libro  dove  eran  le  Cronache  di  Giovan
    Villani.  Chiedendo  io certi altri mia libri,  mi fu detto che io non
    arei altro e che io avevo troppo  di  quelli.  Cos  infelicemente  mi
    vivevo  in  su  quel  materasso tutto fradicio,  ch in tre giorni era
    acqua ogni cosa;  onde io stavo continuamente senza  potermi  muovere,
    perch  io  avevo la gamba rotta;  e volendo andare pur fuor del letto
    per la necessit de' miei escrimenti,  andavo carpone con  grandissimo
    affanno  per  non  fare  lordure in quel luogo dove io dormiva.  Avevo
    un'ora e mezzo del d  di  un  poco  di  riflesso  di  lume  il  quale
    m'entrava in quella infelice caverna per una piccolissima buca; e solo
    di  quel  poco del tempo leggevo,  e 'l resto del giorno e della notte
    sempre stavo al buio pazientemente, non mai fuor de' pensieri de Dio e
    di questa nostra fragilit umana;  e mi pareva esser  certo  in  brevi
    giorni  di  aver  a finir quivi e in quel modo la mia sventurata vita.
    Pure,   il  meglio  che  io  potevo  da  me  istesso  mi   confortavo,
    considerando  quanto  maggior  dispiacere  e'  mi  saria  istato innel
    passare della  vita  mia,  sentire  quella  inistimabil  passione  del
    coltello,  dove istando a quel modo io la passavo con un sonnifero, il
    quale mi s'era fatto molto pi piacevole che quello di prima: e a poco
    a  poco  mi  sentivo  spegnere,  insino  a  tanto  che  la  mia  buona
    complessione si fu accomodata a quel purgatorio.  Di poi che io senti'
    essersi lei accomodata e assuefatta, presi animo di comportarmi quello
    inistimabil dispiacere in  sino  a  tanto  quanto  lei  stessa  me  lo
    comportava.

    118.  Cominciai  da  principio  la Bibbia,  e divotamente la leggevo e
    consideravo,  ed ero tanto invaghito in essa,  che se io avessi potuto
    non arei mai fatto altro che leggere: ma,  come e' mi mancava el lume,
    subito mi saltava addosso tutti i  miei  dispiaceri  e  davanmi  tanto
    travaglio,  che  pi  volte  io  m'ero  resoluto  in  qualche  modo di
    spegnermi da me medesimo;  ma perch e' non mi tenevono  coltello,  io
    avevo male il modo a poter far tal cosa.
    Per una volta infra l'altre avevo acconcio un grosso legno che vi era
    e puntellato in modo d'una stiaccia; e volevo farlo iscoccare sopra il
    mio  capo;  il  quale  me lo arebbe istiacciato al primo: di modo che,
    acconcio che io ebbi tutto questo  edifizio,  movendomi  risoluto  per
    iscoccarlo,  quando  io  volsi dar drento colla mana,  io fui preso da
    cosa invisibile e gittato quattro braccia lontano  da  quel  luogo,  e
    tanto  ispaventato,  che  io  restai  tramortito:  e cos mi stetti da
    l'alba del giorno insino alle dicianove ore che e' mi portorno il  mio
    desinare.  I quali vi dovettono venire pi volte, che io non gli avevo
    sentiti;  perch quando io gli senti' entr drento il capitan Sandrino
    Monaldi, e senti' che disse:
    -  Oh!  infelice  uomo,  ve'  che fine ha ato una cos rara virt!  -
    Sentite queste parole apersi gli occhi: per la qual cosa  viddi  preti
    colle toghe indosso, i quali dissono:
    - O voi, dicesti che gli era morto! - Il Bozza disse:
    - Morto lo trovai, e per lo dissi -.
    Subito  mi  levorno di quivi donde io ero,  e levato il materasso,  il
    quale era tutto fradicio diventato come maccheroni,  lo gittorno fuori
    di  quella  stanza:  e riditte queste tal cose al Castellano,  mi fece
    dare un altro materasso.  E cos ricordatomi che  cosa  poteva  essere
    stata quella che m'avessi stlto da quella cotale inpresa,  pensai che
    fussi stato cosa divina e mia difensitrice.

    119.  Di poi la notte mi apparve in sogno una maravigliosa criatura in
    forma d'un bellissimo giovane, e a modo di sgridarmi diceva:
    -  Sa'  tu  chi   quello che t'ha prestato quel corpo,  che tu volevi
    guastare innanzi al tempo suo?  - Mi pareva rispondergli che il  tutto
    riconoscevo  dallo  Idio  della  natura.  -  Addunche  - mi disse - tu
    dispregi l'opere sue, volendole guastare? Lsciati guidare a lui e non
    perdere la speranza della virt sua - con  molte  altre  parole  tanto
    mirabile,  che  io  non mi ricordo della millesima parte.  Cominciai a
    considerare che questa forma  d'angelo  mi  aveva  ditto  li  vero;  e
    gittato  gli occhi per la prigione,  viddi un poco di mattone fracido;
    cos lo strofinai l'uno coll'altro e  feci  a  modo  che  un  poco  di
    savore:  di  poi  cos carpone mi accostai a un taglio di quella porta
    della prigione e co' denti tanto feci,  che io ne spiccai un  poco  di
    scheggiuzza;  e fatto che io ebbi questo, aspettai quella ora del lume
    che mi veniva alla prigione,  la quale era dalle  venti  ore  e  mezzo
    insino alle ventuna e mezzo.
    Allora  cominciai a scrivere il meglio che io poteva in su certe carte
    che avanzavano innel libro della Bibbia;  e riprendevo gli spiriti mia
    dello intelletto,  isdegnati di non voler pi istare in vita;  i quali
    rispondevano a il corpo mio,  iscusandosi della loro disgrazia:  e  il
    corpo dava loro isperanza di bene: cos in dialogo iscrissi:

    - Afflitti spirti miei, oim crudeli, che vi rincresce vita!
    - Se contra il Ciel tu sei, chi fia per noi? chi ne porger aita?
    Lassa, lassaci andare a miglior vita.
    - Deh non partite ancora, che pi felici e lieti promette il Ciel, che
    voi fussi gi mai.
    -  Noi  restern  qualche  ora,  purch  del magno Idio concesso sieti
    grazia, che non si torni a maggior guai.

    Ripreso di nuovo il vigore,  da poi che da per me medesimo io  mi  fui
    confortato,  seguitando  di  legger la mia Bibbia,  e' mi ero di sorte
    assuefatto gli occhi in quella oscurit,  che  dove  prima  io  solevo
    leggere  una  ora  e  mezzo,   io  ne  leggevo  tre  intere.  E  tanto
    maravigliosamente consideravo la forza della  virt  de  Dio  in  quei
    semplicissimi  uomini,  che  con tanto fervore si credevano,  che Idio
    compiaceva loro tutto quello che  quei  s'inmaginavano:  promettendomi
    ancora io de l'aiuto de Dio,  s per la sua divinit e misericordia, e
    ancora per la mia innocenzia;  e continuamente,  quando con orazione e
    quando  con  ragionamenti  volti  a Dio,  sempre istavo in questi alti
    pensieri in Dio;  di modo che e' mi cominci a venire una dilettazione
    tanto grande di questi pensieri in Dio, che io non mi ricordavo pi di
    nessuno dispiacere che mai io per l'addietro avessi ato, anzi cantavo
    tutto  il  giorno salmi e molte altre mie composizione tutte diritte a
    Dio. Solo mi dava grande affanno le ugna che mi crescevano;  perch io
    non  potevo  toccarmi  che  con  esse io non mi ferissi: non mi potevo
    vestire,  perch o le mi si  arrovesciavano  in  drento  o  in  fuora,
    dandomi assai dolore.
    Ancora  mi  si  moriva  e' denti in bocca;  e di questo io m'avvedevo,
    perch sospinti i denti morti da quei ch'erano vivi,  a  poco  a  poco
    sofforavano le gengie, e le punte delle barbe venivano a trapassare il
    fondo delle lor casse. Quando me ne avvedevo gli tiravo, come cavargli
    d'una guaina,  sanza altro dolore o sangue: cos me n'era usciti assai
    bene. Pure accordatomi anche con quest'altri nuovi dispiaceri,  quando
    cantavo,  quando  oravo,  e  quando  scrivevo  con  quel  matton pesto
    sopraditto; e cominciai un capitolo in lode della prigione,  e in esso
    dicevo  tutti  quelli  accidenti  che  da  quella io avevo ati;  qual
    capitolo si scriver poi al suo luogo.

    120.  Il buon Castellano mandava ispesso segretamente a sentire quello
    che  io  facevo:  e perch l'ultimo d di luglio io mi rallegrai da me
    medesimo assai,  ricordandomi della gran festache si usa  di  fare  in
    Roma in quel primo d d'agosto, da me dicevo:
    - Tutti questi anni passati questa piacevol festa io l'ho fatta con le
    fragilit del mondo;  questo anno io la far oramai con la divinit de
    Dio - e da me dicevo:
    - Oh quanto pi lieto sono io di questa che di quelle! - Quelli che mi
    udirno dire queste parole, il tutto riferirno al Castellano;  il quale
    con maraviglioso dispiacere disse:
    - Oh Dio!  colui trionfa e vive,  in tanto male; e io istento in tante
    comodit,  e muoio solo per causa sua!  Andate presto e  mettetelo  in
    quella  pi  sotterrania caverna,  dove fu fatto morire il predicatore
    Foiano di fame: forse che vedendosi in  tanta  cattivit,  gli  potria
    uscire il ruzzo del capo -.
    Subito venne dalla mia prigione il capitano Sandrino Monaldi con circa
    venti  di  quei  servitori  del  Castellano;  e mi trovorno che io ero
    ginocchioni,  e non mi volgevo  alloro,  anzi  adoravo  un  Dio  Padre
    addorno di Angeli e un Cristo risuscitante vittorioso, che io mi avevo
    disegnati  innel  muro  con  un poco di carbone,  che io avevo trovato
    ricoperto dalla terra,  di poi quattro mesi che io ero stato  rovescio
    innel  letto  con  la  mia  gamba rotta;  e tante volte sognai che gli
    Angeli mi venivano a medicarmela, che di poi quattro mesi ero divenuto
    gagliardo come se mai rotta la non fussi  stata.  Per  vennono  a  me
    tanto armati,  quasi che paurosi che io non fussi un velenoso dragone.
    Il ditto capitano disse:
    - Tu senti pure che noi  siamo  assai,  e  che  con  gran  romore  noi
    vegniamo a te; e tu a noi non ti volgi -.
    A  queste  parole,  immaginatomi  benissimo  quel peggio che mi poteva
    intervenire, e fattomi pratico e costante al male, dissi loro:
    - A questo Idio che mi porta a quello de' cieli ho volto l'anima mia e
    le mie contemplazione e tutti i mia spiriti vitali;  e a voi ha  volto
    appunto  quello che vi si appartiene,  perch quello che  di buono in
    me voi non sete degni di guardarlo, n potete toccarlo: s che fate, a
    quello che  vostro, tutto quello che voi potete -.
    Questo duro capitano,  pauroso,  non sapendo quello che io mi  volessi
    fare, disse a quattro di quelli pi gagliardi:
    - Levatevi l'arme tutte da canto -.
    Levate che se l'ebbono, disse:
    -  Presto presto saltategli a dosso e pigliatelo.  Non fussi costui il
    diavolo,  che tanti noi doviamo aver paura di lui?  Tenetelo or  forte
    che non vi scappi -.
    Io,  sforzato  e  bistrattato  da loro,  inmaginandomi molto peggio di
    quello che poi m'intervenne, alzando gli occhi a Cristo dissi:
    - O giusto Idio,  tu pagasti pure in su quello  alto  legno  tutti  e'
    debiti  nostri: perch addunche ha a pagare la mia innocenzia i debiti
    di chi io non conosco? oh! pure sia fatta la tua volunt -.
    Intanto costoro mi portavano via con un torchiaccio acceso; pensavo io
    che mi volessino gittare innel trabocchetto del Sammal: cos chiamato
    un luogo paventoso, il quale n'ha inghiottiti assai cos vivi,  perch
    vengono  a  cascare  inne'  fondamenti  del  Castello gi innun pozzo.
    Questo non m'intervenne: per  la  qual  cosa  me  ne  parve  avere  un
    bonissimo mercato; perch loro mi posono in quella bruttissima caverna
    sopra  detta,  dove  era  morto il Foiano di fame,  e ivi mi lasciorno
    istare,  non  mi  faccendo  altro  male.  Lasciato  che  e'  m'ebbono,
    cominciai a cantare un "De profundis clamavit",  un "Miserere",  e "In
    te Domine speravi".
    Tutto quel giorno primo d'agosto  festeggiai  con  Dio,  e  sempre  mi
    iubbilava  il  cuore  di  speranza  e  di  fede.  Il sicondo giorno mi
    trassono di quella buca e mi  riportorno  dove  era  quei  miei  primi
    disegni di quelle inmagini de Idio. Alle quali giunto che io fui, alla
    presenza  di esse di dolcezza e di letizia io assai piansi.  Da poi il
    Castellano ogni d voleva sapere quello che io facevo e quello che  io
    dicevo. Il Papa, che aveva inteso tutto il seguto, e di gi li medici
    avevano isfidato a morte il ditto Castellano, disse:
    - Innanzi che il mio Castellano muoia,  io voglio che e' faccia morire
    a suo modo quel Benvenuto,  ch' causa della morte sua,  acci che lui
    non muoia invendicato -.
    Sentendo  queste  parole  il  Castellano per bocca del duca Pierluigi,
    disse al ditto:
    - Addunche il Papa mi dona Benvenuto,  e vuole che io ne faccia le mie
    vendette? Non pensi addunque ad altro e lasci fare a me -.
    S come il cuor del Papa fu cattivo inverso di me,  pessimo e doloroso
    fu innel primo aspetto quello del Castellano; e in questo punto quello
    Invisibile,  che mi aveva divertito dal volermi ammazzare,  venne a me
    pure  invisibilmente  ma  con  voce  chiare;  e mi scosse e levommi da
    iacere e disse:
    - Oim!  Benvenuto mio,  presto presto ricorri a Dio con le tue solite
    orazione, e grida forte forte -.
    Subito spaventato mi posi inginocchioni, e dissi molte mie orazioni ad
    alta  voce:  di poi tutte,  un Qui habitat in ajutorium;di poi questo,
    ragionai con Idio un pezzo: e in uno istante la voce medesima aperta e
    chiara mi disse:
    - Vatti a riposa, e non aver pi paura -.
    E questo fu che il Castellano, avendo dato commessione bruttissima per
    la mia morte, subito la tolse e disse:
    - Non  egli Benvenuto quello che io ho tanto difeso,  e quello che io
    so certissimo che  innocente,  e che tutto questo male se gli  fatto
    attorto? O come Idio ar mai misericordia di me e dei mia peccati,  se
    io non perdono a quelli che m'hanno fatto grandissime offese? O perch
    ho io a offendere un uomo da bene,  innocente, che m'ha fatto servizio
    e onore?
    Vadia,  che in cambio di farlo morire,  io gli do vita  e  libert;  e
    lascio  per  testamento che nissuno gli domandi nulla del debito della
    grossa ispesa che qui gli arebbe a pagare -.
    Questo intese il Papa e l'ebbe molto per male.

    121.  Io istavo intanto colle mie solite orazione e  scrivevo  il  mio
    Capitolo,  e cominciai a fare ogni notte i pi lieti e i pi piacevoli
    sogni che mai immaginar si possa;  e sempre mi pareva  essere  insieme
    visibilmente  con  quello  che invisibile avevo sentito e sentivo bene
    ispesso,  a il quale io non domandavo altra grazia se none lo pregavo,
    e  strettamente,  che  mi  menassi  dove  io  potessi  vedere il sole,
    dicendogli che era quanto desiderio io avevo;  e che se  io  una  sola
    volta lo potessi vedere,  da poi io morrei contento.  Di tutte le cose
    io avevo in questa prigione dispiacevoli,  tutte  mi  erano  diventate
    amiche  e  compagne,  e  nulla mi disturbava.  Se bene quei divoti del
    Castellano,  che aspettavano che il  Castellano  m'impiccassi  a  quel
    merlo  dove io ero sceso,  s come lui aveva detto,  veduto poi che il
    detto Castellano aveva fatta un'altra resoluzione tutta  contraria  da
    quella;  costoro,  che  non  la  potevano  patire,  sempre mi facevano
    qualche diversa paura,  per la quale io dovessi pigliare spavento  per
    la perdita della vita.  S come io dico,  a tutte queste cose io m'ero
    tanto addimesticato,  che di nulla io non avevo pi paura e nulla  pi
    mi  moveva;  solo questo desiderio,  che il sognare di vedere la spera
    del sole.  Di modo che seguitando innanzi colle mie  grandi  orazioni,
    tutte volte collo affetto a Cristo, sempre dicendo:
    - O vero figliuol de Dio,  io ti priego per la tua nascita, per la tua
    morte in croce e per la tua gloriosa resurressione,  che tu  mi  facci
    degno che io vegga il sole,  se none altrimenti,  almanco in sogno; ma
    se tu mi facessi degno che io lo vedessi con questi mia occhi mortali,
    io ti prometto di venirti a visitare al tuo santo Sepulcro -.
    Questa resoluzione e queste mie maggior preci a Dio le feci a' d  dua
    d'ottobre  nel  mille  cinquecento  trentanove.  Venuto poi la mattina
    seguente,  che fu a' d tre di ottobre detto,  io m'ero risentito alla
    punta  del  giorno,  innanzi  il  levar  del  sole,  quasi  un'ora;  e
    sollevatomi da quel mio infelice covile,  mi messi a dosso un poco  di
    vestaccia  che  io  avevo,  perch e' s'era cominciato a far fresco: e
    stando cos sollevato,  facevo orazione pi divote che mai  io  avessi
    fatte per il passato;  ch in dette orazione dicevo con gran prieghi a
    Cristo, che mi concedessi almanco tanto di grazia,  che io sapessi per
    ispirazion divina per qual mio peccato io facevo cos gran penitenzia;
    e  da  poi  che  Sua Maest divina non mi aveva voluto far degno della
    vista del sole almanco in sogno,  lo pregavo per tutta la sua potenzia
    e  virt,  che  mi  facessi degno che io sapessi quale era la causa di
    quella penitenzia.

    122. Dette queste parole, da quello Invisibile, a modo che un vento io
    fui preso e portato via,  e fui menato in una  stanza  dove  quel  mio
    Invisibile allora visibilmente mi si mostrava in forma umana,  in modo
    d'un giovane di prima barba; con faccia maravigliosissima,  bella,  ma
    austera, non lasciva; e mi mostrava innella ditta stanza, dicendomi:
    -  Quelli  tanti uomini che tu vedi,  sono tutti quei che insino a qui
    son nati e poi son morti -.
    Il perch io lo domandavo per che causa lui mi menava quivi:  il  qual
    mi disse:
    - Vieni innanzi meco e presto lo vedrai -.
    Mi trovavo in mano un pugnaletto e indosso un giaco di maglia;  e cos
    mi menava per quella grande stanza,  mostrandomi coloro che a infinite
    migliaia or per un verso or per un altro camminavano.
    Menatomi  innanzi,  usc innanzi a me per una piccola porticella in un
    luogo come in una strada istretta;  e quando egli mi tir drieto a  s
    innella   detta  istrada,   all'uscire  di  quella  stanza  mi  trovai
    disarmato, ed ero in camicia bianca sanza nulla in testa, ed ero a man
    ritta del ditto mio compagno.  Vedutomi a modo,  io  mi  maravigliavo,
    perch non ricognoscevo quella istrada;  e alzato gli occhi, viddi che
    il chiarore del sole batteva in una pariete  di  muro,  modo  che  una
    facciata di casa, sopra il mio capo. Allora io dissi:
    - O amico mio,  come ho io da fare, che io mi potessi alzare tanto che
    io vedessi la  propia  spera  del  sole?  -  Lui  mi  mostr  parecchi
    scaglioni che erano quivi alla mia man ritta, e mi disse:
    - Va quivi da te -.
    Io spiccatomi un poco da lui,  salivo con le calcagna allo indietro su
    per quei parecchi scaglioni,  e cominciavo a poco a poco a scoprire la
    vicinit del sole.
    M'affrettavo di salire;  e tanto andai in su in quel modo ditto che io
    scopersi tutta la spera del sole. E perch la forza de' suoi razzi, al
    solito loro,  mi fece chiudere gli occhi,  avvedutomi dell'error  mio,
    apersi gli occhi e guardando fiso il sole, dissi:
    - O sole mio,  che t'ho tanto desiderato, io voglio non mai pi vedere
    altra cosa, se bene i tuoi razzi mi acciecano -.
    Cos mi stavo con gli occhi fermi in  lui;  e  stato  che  io  fui  un
    pochetto  in quel modo,  viddi in un tratto tutta quella forza di quei
    gran razzi gittarsi in sulla banda manca del ditto sole;  e restato il
    sole netto,  sanza i suoi razzi, con grandissimo piacere io lo vedevo;
    e mi pareva cosa maravigliosa che quei razzi si fussino levati in quel
    modo.  Stavo a considerare che divina grazia era stata questa,  che io
    avevo quella mattina da Dio, e dicevo forte:
    -  Oh  mirabil  tua  potenzia!  oh gloriosa tua virt!  Quanto maggior
    grazia mi fai tu, di quello che io non m'aspettavo! - Mi pareva questo
    sole sanza i razzi sua,  n pi n manco un  bagno  di  purissimo  oro
    istrutto.  In  mentre  che  io consideravo questa gran cosa,  viddi in
    mezzo a detto sole cominciare a gonfiare;  e crescere questa forma  di
    questo  gonfio,  e  in  un  tratto  si  fece  un Cristo in croce della
    medesima cosa che era il  sole;  ed  era  di  tanta  bella  grazia  in
    benignissimo  aspetto,  quale  ingegno umano non potria inmaginare una
    millesima parte;  e in mentre che  io  consideravo  tal  cosa,  dicevo
    forte:
    - Miracoli,  miracoli!  O Idio, o clemenzia tua, o virt tua infinita,
    di che cosa mi fai tu degno questa mattina!  -  E  in  mentre  che  io
    consideravo  e  che  io dicevo queste parole,  questo Cristo si moveva
    inverso quella parte dove erano andati i suoi razzi, e innel mezzo del
    sole di nuovo gonfiava,  s come aveva fatto  prima;  e  cresciuto  il
    gonfio, subito si convert innuna forma d'una bellissima Madonna, qual
    mostrava  di essere a sedere in modo molto alto con il ditto figliuolo
    in braccio in atto piacevolissimo,  quasi ridente;  di qua e di l era
    messa  in  mezzo  da duoi Angeli bellissimi tanto quanto lo immaginare
    non arriva.  Ancora vedevo in esso sole,  alla mana ritta,  una figura
    vestita a modo di sacerdote: questa mi volgeva le stiene e
    'l  viso  teneva  vlto  inverso  quella Madonna e quel Cristo.  Tutte
    queste cose io vedevo vere, chiare e vive, e continuamente ringraziavo
    la gloria di Dio con grandissima voce.
    Quando questa mirabil cosa mi fu stata innanzi  agli  occhi  poco  pi
    d'uno  ottavo  d'ora,  da me si part,  e io fui riportato in quel mio
    covile. Subito cominciai a gridare forte, ad alta voce dicendo:
    - La virt de Dio m'ha fatto degno di mostrarmi tutta la  gloria  sua,
    quale  non ha forse mai visto altro occhio mortale: onde per questo io
    mi cognosco di essere libero e  felice  e  in  grazia  a  Dio;  e  voi
    ribaldi, ribaldi resterete, infelici e nella disgrazia de Dio.
    Sappiate che io sono certissimo,  che il d di tutti e Santi, quale fu
    quello che io venni al mondo nel mille cinquecento a punto,  il  primo
    d  di novembre,  la notte seguente a quattro ore,  quel d che verr,
    voi sarete forzati a  cavarmi  di  questo  carcere  tenebroso;  e  non
    potrete far di manco, perch io l'ho visto con gli occhi mia e in quel
    trono di Dio.  Quel sacerdote,  qual era vlto inverso Idio e che a me
    mostrava le stiene,  quello era il santo Pietro,  il quale avocava per
    me,  vergognandosi  che  innella  casa sua si faccia ai cristiani cos
    brutti torti. S che ditelo a chi volete,  che nissuno non ha potenzia
    di farmi pi male;  e dite al quel Signor che mi tien qui,  che se lui
    mi d o cera o carta,  e modo che io gli possa sprimere questa  gloria
    de  Dio,  che mi s' mostra,  certissimo io lo far chiaro di quel che
    forse lui sta in dubbio.

    123.  Il Castellano,  con tutto che i medici  non  avessino  punto  di
    speranza  della sua salute,  ancora era restato in lui spirito saldo e
    si era partito quelli umori della pazzia,  che gli solevano  dar  noia
    ogni  anno:  e datosi in tutto e per tutto all'anima,  la coscienza lo
    rimordeva,  e gli pareva pure che io avessi ricevuto  e  ricevessi  un
    grandissimo  torto;  e faccendo intendere al Papa quelle gran cose che
    io diceva,  il Papa gli mandava a dire,  come quello che  non  credeva
    nulla,  n  in  Dio n in altri,  dicendo che io ero impazzato,  e che
    attendessi il  pi  che  lui  poteva  alla  sua  salute.  Sentendo  il
    Castellano  queste  risposte,  mi  mand  a  confortare  e mi mand da
    scrivere e della cera e certi fuscelletti fatti per lavorar  di  cera,
    con  molte  cortese  parole,  che  me  le  disse  un certo di quei sua
    servitori che mi voleva bene.  Questo  tale  era  tutto  contrario  di
    quella  setta  di  quegli  altri ribaldi,  che mi arebbon voluto veder
    morto. Io presi quelle carte e quelle cere,  e cominciai a lavorare: e
    'n  mentre  che  io  lavoravo  scrissi  questo  sonetto  indiritto  al
    Castellano:
    S'i' potessi,  Signor,  mostrarvi il vero del lume eterno,  in  questa
    bassa vita, qual'ho da Dio, in voi vie pi gradita saria mia fede, che
    d'ogni alto impero.
    Ahi!  se 'l credessi il gran Pastor del chiero,  che Dio s'e mostro in
    sua gloria infinita,  qual mai vide alma,  prima che partita da questo
    basso  regno,  aspro  e  sincero;  e  porte  di Iustizia sacre e sante
    sbarrar vedresti,  e 'l tristo impio furore cader legato,  e  al  ciel
    mandar le voce.
    S'i' avessi luce,  ahi lasso, almen le piante sculpir del Ciel potessi
    il gran valore!
    Non saria il mio gran mal s greve croce.

    124.  Venuto l'altro giorno a portarmi il mio mangiare quel  servitore
    del Castellano,  il quale mi voleva bene,  io gli detti questo sonetto
    iscritto;  il quale,  segretamente da quelli altri maligni  servitori,
    che  mi  volevano  male,  lo  dette al Castellano: il quale volentieri
    m'arebbe lasciato andar via,  perch gli pareva  che  quel  torto  che
    m'era  istato  fatto,  fossi  gran  causa  della  morte sua.  Prese il
    sonetto, e lettolo pi d'una volta, disse:
    - Queste non sono n parole n concetti da pazzo;  ma s  bene  d'uomo
    buono e da bene - e subito comand a un suo secretario che lo portassi
    al  Papa,  e che lo dessi in propia mano,  pregandolo che mi lasciassi
    andare.  Mentre che il detto segretario port il sonetto al  Papa,  il
    Castellano  mi  mand  lume  per  il  d e per la notte,  con tutte le
    comodit che in quel luoco si poteva desiderare;  per la qual cosa  io
    cominciai a migliorare della indisposizione della mia vita,  quale era
    divenuta grandissima. Il Papa lesse il sonetto pi volte; di poi mand
    a dire al Castellano,  che farebbe ben presto  cosa  che  gli  sarebbe
    grata.  E  certamente  che  il  Papa  m'arebbe poi volentieri lasciato
    andare; ma il signor Pierluigi ditto,  suo figliuolo,  quasi contra la
    voglia  del Papa,  per forza mi vi teneva.  Avvicinandosi la morte del
    Castellano,   in  mentre  che  io  avevo  disegnato  e  scolpito  quel
    maraviglioso  miracolo,  la  mattina  d'Ogni  Santi mi mand per Piero
    Ugolini,  suo nipote,  a mostrare certe gioie;  le quali quando io  le
    viddi, subito dissi:
    - Questo  il contrasegno della mia liberazione -.
    Allora questo giovane, che era persona di pochissimo discorso, disse:
    - A cotesto non pensar tu mai, Benvenuto -.
    Allora io dissi:
    - Porta via le tue gioie,  perch io son condotto di sorte, che io non
    veggo lume se none in questa caverna buia,  innella quale non  si  pu
    discernere  la  qualit  delle  gioie;  ma quanto all'uscire di questo
    carcere,  e' non finir questo giorno intero,  che voi me ne verrete a
    cavare:  e questo  forza che cos sia,  e non potete far di manco.  -
    Costui si part e mi fece riserrare; e andatosene,  soprastette pi di
    dua ore di oriuolo;  di poi venne per me senza armati, con dua ragazzi
    che mi aiutassino sostenere,  e cos mi men in quelle  stanze  larghe
    che io avevo prima (questo fu 'l 1538),  dandomi tutte le comodit che
    io domandavo.

    125. Ivi a pochi giorni il Castellano,  che pensava che io fussi fuora
    e libero,  stretto dal suo gran male pass di questa presente vita,  e
    in cambio suo rest messer Antonio Ugolini suo fratello il quale aveva
    dato ad intendere al Castellano passato,  suo fratello,  che mi  aveva
    lasciato  andare.  Questo messer Antonio,  per quanto io intesi,  ebbe
    commessione dal Papa di lasciarmi stare in quella prigione larga,  per
    insino  a  tanto  che  lui gli direbbe quel che s'avessi a fare di me.
    Quel messer Durante bresciano gi sopra ditto  si  convenne  con  quel
    soldato, speziale pratese, di darmi a mangiare qualche licore in fra i
    miei cibi,  che fussi mortifero,  ma non subito; facessi in termine di
    quattro o di cinque mesi.
    Andorno inmaginando di mettere in fra il cibo del diamante  pesto;  il
    quale  non ha veleno in s di sorte alcuna,  ma per la sua inistimabil
    durezza resta con i canti acutissimi,  e non fa come  l'altre  pietre;
    ch  quella sottilissima acutezza a tutte le pietre,  pestandole,  non
    resta,  anzi restano come tonde;  e il diamante solo resta con  quella
    acutezza;  di  modo che entrando innello stomaco insieme con gli altri
    cibi,  in quel girare che e' fanno e' cibi  per  fare  la  digestione,
    questo  diamante  s'appicca  ai  cartilaggini  dello  stomaco  e delle
    budella,  e di mano in mano che 'l nuovo cibo  viene  pignendo  sempre
    innanzi, quel diamante appiccato a esse con non molto ispazio di tempo
    le fora; e per tal causa si muore; dove che ogni altra sorte di pietre
    o vetri mescolata col cibo non ha forza d'appiccarsi, e cos ne va col
    cibo.  Per  questo  messer  Durante  sopraditto  dette un diamante di
    qualche poco di valore a una di queste guardie.  Si disse  che  questa
    cura  l'aveva  ata  un certo Lione aretino orefice,  mio gran nimico.
    Questo Lione ebbe  il  diamante  per  pestarlo;  e  perch  Lione  era
    poverissimo  e  'l  diamante  poteva  valere parecchi decine di scudi,
    costui dette ad intendere a quella guardia, che quella polvere che lui
    gli dette fossi quel diamante pesto che s'era ordinato  per  darmi;  e
    quella mattina che io l'ebbi,  me lo messono in tutte le vivande;  che
    fu un venerd: io l'ebbi in insalata e in  intingoli  e  in  minestra.
    Attesi di buona voglia a mangiare,  perch la sera io avevo digiunato.
    Questo giorno era di festa.  ben vero che io mi sentivo scrosciare la
    vivanda sotto i denti, ma non pensavo mai a tal ribalderie. Finito che
    io  ebbi  di  desinare,  essendo  restato  un  poco  d'insalata  innel
    piattello, mi venne diritto gli occhi a certe stiezze sottilissime, le
    quali  m'erano  avanzate.  Subito  io le presi,  e accostatomi al lume
    della finestra, che era molto luminosa,  parte che io le guardavo,  mi
    venne  ricordato di quello iscrosciare che m'aveva fatto la mattina il
    cibo pi che il solito: e riconsideratole bene,  per quanto gli  occhi
    potevan giudicare, mi credetti resolutamente che quello fussi diamante
    pesto.  Subito  mi  feci morto resolutissimamente,  e cos cordoglioso
    corsi divotamente alle sante orazioni;  e  come  resoluto,  mi  pareva
    esser  certo  di  essere ispacciato e morto: e per una ora intera feci
    grandissime orazione a Dio,  ringraziandolo di  quella  cos  piacevol
    morte.  Da poi che le mie stelle mi avevano cos destinato,  mi pareva
    averne ato un buon mercato a uscirne per quella agevol via;  e mi ero
    contento, e avevo benedetto il mondo e quel tempo che sopra di lui ero
    stato.  Ora me ne tornavo a miglior regno con la grazia de Dio, che me
    la pareva avere sicurissimamente acquistata: e in quello che io  stavo
    con questi pensieri,  tenevo in mano certi sottilissimi granelluzzi di
    quello creduto diamante,  quale per certissimo giudicavo  esser  tale.
    Ora,  perch la speranza mai non muore,  mi parve essere sobbillato da
    un poco di vana speranza;  qual fu causa  che  io  presi  un  poco  di
    coltellino, e presi di quelle ditte granelline, e le missi in su 'n un
    ferro  della  prigione;  dipoi  appoggiatovi la punta del coltello per
    piano,  agravando forte,  senti' disfare la ditta pietra;  e  guardato
    bene con gli occhi, viddi che cos era il vero.
    Subito mi vesti' di nuova isperanza e dissi:
    -  Questo  non    il  mio nimico messer Durante,  ma  una pietraccia
    tenera la quale non  per farmi un male al mondo -.
    E s come io m'ero risoluto di starmi cheto e di  morirmi  in  pace  a
    quel  modo,  feci  nuovo  proposito,  ma  in prima ringraziando Idio e
    benedicendo la povert, che s come molte volte  la causa della morte
    degli uomini, quella volta ell'era stata causa istessa della vita mia;
    perch avendo dato quel messer Durante mio nimico,  o chi fussi stato,
    un  diamante  a Lione,  che me lo pestassi,  di valore di pi di cento
    scudi,  costui per povert lo prese per s,  e a me pest  un  berillo
    cetrino  di valore di dua carlini,  pensando forse,  per essere ancora
    esso pietra, che egli facesse el medesimo effetto del diamante.

    126.  In questo tempo il vescovo di Pavia,  fratel del  conte  di  San
    Sicondo,  domandato  monsignor de' Rossi di Parma,  questo vescovo era
    prigione in Castello per certe brighe gi fatte a Pavia;  e per  esser
    molto mio amico,  io mi feci fuora, alla buca della mia prigione, e lo
    chiamai ad alta  voce,  dicendogli  che  per  uccidermi  quei  ladroni
    m'avevan  dato  un  diamante  pesto:  e  gli  feci  mostrare da un suo
    servitore alcune di quelle polveruzze avanzatemi;  ma io non gli dissi
    che io avevo conosciuto che quello non era diamante; ma gli dicevo che
    loro  certissimo mi avevano avelenato da poi la morte di quell'uomo da
    bene del Castellano;  e quel poco che io vivessi,  lo pregavo  che  mi
    dessi  de'  sua pani uno il d,  perch io non volevo mai pi mangiare
    cosa nissuna che venissi da loro.  Cos mi promise mandarmi della  sua
    vivanda.   Quel  messer  Antonio,  che  certo  di  tal  cosa  non  era
    consapevole,  fece molto gran romore  e  volse  vedere  quella  pietra
    pesta,  ancora  lui  pensando che diamante egli fussi;  e pensando che
    tale  impresa  venissi  dal  Papa,  se  la  pass  cos  di  leggieri,
    considerato  che  gli  ebbe  il caso.  Io m'attendevo a mangiare della
    vivanda che mi mandava il Vescovo,  e scrivevo continuamente quel  mio
    Capitolo   della   prigione,   mettendovi  giornalmente  tutti  quelli
    accidenti che di nuovo mi venivano, di punto in punto. Ancora il ditto
    messer Antonio mi  mandava  da  mangiare  per  un  certo  sopra  ditto
    Giovanni  speziale,  di quel di Prato,  e quivi soldato.  Questo,  che
    m'era nimicissimo e che era istato lui quello che m'aveva portato quel
    diamante pesto,  io gli dissi che nulla io volevo mangiare  di  quello
    che  egli mi portava,  se prima egli non me ne faceva la credenza: per
    la qual cosa lui mi disse che a' Papi si fanno le credenze.  Al  quale
    io  risposi,  che  s  come  i  gentili  uomini sono ubrigati a far la
    credenza al Papa; cos lui,  soldato,  spezial,  villan da Prato,  era
    ubrigato  a  far la credenza a un Fiorentino par mio.  Questo disse di
    gran parole, e io allui. Quel messer Antonio,  vergognandosi alquanto,
    e  ancora  disegnato  di  farmi  pagare  quelle  spese  che  il povero
    Castellano  morto  mi  aveva  donate,  trov  un  altro  di  quei  sua
    servitori,  il quale era mio amico;  e mi mandava la mia vivanda, alla
    quale piacevolmente il sopra ditto mi faceva la credenza  sanza  altra
    disputa. Questo servitore mi diceva come il Papa era ogni d molestato
    da quel monsignor di Morluc, il quale da parte del Re continuamente mi
    chiedeva;  e  che il Papa ci aveva poca fantasia a rendermi;  e che il
    cardinale Farnese,  gi tanto mio patrone e amico,  aveva ato a  dire
    che  io  non  disegnassi  uscire  di quella prigione di quel pezzo: al
    quale io dicevo, che io n'uscirei a dispetto di tutti.
    Questo giovane dabbene mi pregava che io stessi cheto,  e che tal cosa
    io  non  fussi sentito dire,  perch molto mi nocerebbe;  e che quella
    fidanza,  che io avevo  in  Dio,  dovessi  aspettare  la  grazia  sua,
    standomi cheto.  A lui dicevo che le virt de Dio non hanno aver paura
    delle malignit della ingiustizia.

    127. Cos passando pochi giorni innanzi,  comparse a Roma il cardinale
    di Ferrara;  il quale,  andando a fare reverenzia al Papa,  il Papa lo
    trattenne tanto,  che venne l'ora della cena.  E perch  il  Papa  era
    valentissimo uomo, volse avere assai agio a ragionare col Cardinale di
    quelle  francioserie.  E perch innel pasteggiare vien detto di quelle
    cose,  che fuora di tale atto tal volta non si dirieno;  per modo che,
    essendo  quel  gran re Francesco in ogni cosa sua liberalissimo,  e il
    Cardinale,  che sapeva bene il  gusto  del  Re,  ancora  lui  a  pieno
    compiacque  al Papa molto pi di quello che il Papa non si immaginava;
    di modo che il Papa era venuto in  tanta  letizia,  s  per  questo  e
    ancora  perch  gli  usava  una volta la settimana di fare una crapula
    assai gagliarda, perch dappoi la gomitava.  Quando il Cardinale vidde
    la disposizione del Papa,  atta a compiacer grazie, mi chiese da parte
    del Re con grande istanzia,  mostrando che il Re aveva gran  desiderio
    di  tal  cosa.  Allora il Papa,  sentendosi appressare all'ora del suo
    vomito,  e  perch  la  troppa  abbundanzia  del  vino  ancora  faceva
    l'uffizio suo, disse al Cardinale con gran risa:
    -  Ora  ora  voglio  che  ve  lo  meniate  a casa - e date le ispresse
    commessione,  si lev da tavola;  e il Cardinale subito mand per  me,
    prima  che  il  signior  Pierluigi  lo  sapessi,  perch  non m'arebbe
    lasciato in modo alcuno uscire di prigione.  Venne il mandato del Papa
    insieme  con  dua gran gentiluomini del ditto cardinale di Ferrara,  e
    alle quattro ore di notte passate mi cavorno del ditto  carcere  e  mi
    menorno   dinanzi  al  Cardinale;   il  quale  mi  fece  innistimabile
    accoglienze;  e quivi bene  alloggiato  mi  restai  a  godere.  Messer
    Antonio,  fratello  del  Castellano  e in luogo suo,  volse che io gli
    pagassi tutte le spese,  con tutti que' vantaggi che usano  volere  e'
    bargelli  e  gente  simile,  n volse osservare nulla di quello che il
    Castellano passato aveva lasciato che per me si facessi.  Questa  cosa
    mi  cost di molte decine di scudi,  e perch il Cardinale mi disse di
    poi,  che io stessi a buona guardia s'i' volevo bene alla vita mia,  e
    che  se la sera lui non mi cavava di quel carcere,  io non ero mai per
    uscire; che di gi avevo inteso dire che il Papa si condoleva molto di
    avermi lasciato.

    128.  M' di necessit tornare un passo  indietro,  perch  innel  mio
    capitolo s'interviene tutte queste cose che io dico.  Quando io stetti
    quei parecchi giorni in camera del Cardinale e di  poi  innel  giardin
    segreto del Papa, infra gli altri mia cari amici mi venne a trovare un
    cassiere  di  messer  Bindo  Altoviti,  il quale per nome era chiamato
    Bernardo Galluzzi;  a il quale io aveva fidato il valore  di  parecchi
    centinaia di scudi; e questo giovane innel giardin segreto del Papa mi
    venne  a  trovare e mi volse rendere ogni cosa;  onde io gli dissi che
    non sapevo dare la roba mia n a 'mico pi caro n in  luogo  dove  io
    avessi  pensato  che ella fussi pi sicura;  il quale amico mio pareva
    che si scontorcessi di non la volere,  e io quasi che per forza  gnele
    feci serbare.  Essendo l'ultima volta uscito del Castello,  trovai che
    quel povero giovane di questo Bernardo Galluzzi detto si era rovinato;
    per la qualcosa io persi la roba mia.  Ancora: nel tempo che io ero in
    carcere,  un  terribil  sogno  mi  fu  fatto,  modo  che con un calamo
    iscrittomi innella fronte parole di grandissima importanza;  e  quello
    che  me  le  fece  mi  replic ben tre volte,  che io tacessi e non le
    riferissi ad altri.  Quando  io  mi  svegliai,  mi  senti'  la  fronte
    contaminata.  Per  innel  mio  Capitolo  della  prigione s'interviene
    moltissime di queste cotal cose.  Ancora: mi venne detto,  non sapendo
    quello che io mi dicevo,  tutto quello che di poi intervenne al signor
    Pier Luigi,  tanto chiare e tanto  appunto,  che  da  me  medesimo  ho
    considerato che propio uno Angel del Cielo me le dittassi. Ancora: non
    voglio  lasciare indrieto una cosa,  la maggiore che sia intervenuto a
    un altro uomo;  qual  per iustificazione della divinit de Dio e  dei
    segreti sua, quale si degn farmene degno: che d'allora in qua, che io
    tal cosa vidi,  mi rest uno isplendore,  cosa maravigliosa!, sopra il
    capo mio;  il quale si  evidente a ogni sorta di uomo a chi  io  l'ho
    voluto  mostrare,  qual  sono  stati pochissimi.  Questo si vede sopra
    l'ombra mia la mattina innel levar del sole insino a dua ore di  sole,
    e  molto  meglio  si  vede  quando  l'erbetta  ha addosso quella molle
    rugiada;  ancora si vede la sera al  tramontar  del  sole.  Io  me  ne
    avveddi  in  Francia in Parigi,  perch l'aria in quella parte di l 
    tanto pi netta dalle nebbie,  che l si vedeva espressa molto  meglio
    che  in Italia,  perch le nebbie ci sono molto pi frequente;  ma non
    resta che a ogni modo io non la vegga;  e la posso mostrare ad  altri,
    ma  non  s bene come in quella parte ditta.  Voglio descrivere il mio
    Capitolo fatto in prigione  e  in  lode  di  detta  prigione;  di  poi
    seguiter i beni e' mali accadutimi di tempo in tempo, e quelli ancora
    che mi accadranno innella vita mia.


    Questo  capitolo scrivo a Luca Martini chiamandolo in esso come qui si
    sente.
    Chi vuol saper quant' il valor de Dio,  e quant'un uomo a quel Ben si
    assomiglia,  convien che stie 'n prigione,  al parer mio; sie carco di
    pensieri e di famiglia,  e qualche doglia per la sua persona,  e lunge
    esser venuto mille miglia.

    Or se tu vuoi poter far cosa buona,  sie preso a torto,  e poi istarvi
    assai,  e non avere aiuto da persona;  ancor ti rubin quel po' che  tu
    hai: pericol della vita; ebbistrattato, senza speranza di salute mai.
    E  sforzinti  gittare  al  disperato,  rompere  il carcer,  saltare il
    Castello: poi sie rimesso in pi cattivo lato.
    Ascolta, Luca,  or che ne viene il bello: aver rotto una gamba,  esser
    giuntato, la prigion molle e non aver mantello.
    N  mai  da  nissuno ti sie parlato,  e ti porti il mangiar con trista
    nuova un soldato, spezial, villan da Prato.
    Or senti ben dove la gloria pruova: non v'esser da seder,  se non  sul
    cesso; pur sempre desto a far qualcosa nuova.
    Al  servitor  comandamento  spresso  che  non ti oda parlar,  n diti
    nulla; e la porta apra un picciol picciol fesso.
    Or quest' dove un bel cervel trastulla: n carta, penna,  inchiostro,
    ferro o fuoco, e pien di bei pensier fin dalla culla.
    La gran piet, che se n' detto poco, ma per ogniuna immginane cento,
    ch a tutte ho riservato parte e loco.
    Or,  per  tornar  al  nostro  primo  entento,  e dir lode che merta la
    prigione: non basteria del Ciel chiunche v' drento.
    Qua non si mette mai buone persone,  se non vien da  ministri,  o  mal
    governo, invidie, isdegno o per qualche quistione.
    Per  dir  il  ver di quel ch'io ne discerno,  qua si cognosce e sempre
    Idio si chiama, sentendo ognor le pene dello Inferno.
    Sie tristo un, quant'e' pu al mondo,  in fama,  e stie 'n prigione in
    circa a dua mal'anni, e' n'esce santo e savio, ed ogniun l'ama.
    Qua s'affinisce l'alma,  e 'l corpo,  e' panni; ed ogni omaccio grosso
    si assottiglia, e vedesi del Ciel fino agli scanni.
    Ti vo' contar una gran maraviglia:
    venendomi di scrivere un capriccio,  che cose in un  bisogno  un  uomo
    piglia.
    Vo  per  la  stanza,  e' cigli e 'l capo arriccio,  poi mi drizzo a un
    taglio della porta,  e co' denti un pezzuol di legno spiccio;  e presi
    un  pezzo  di matton per sorta,  e rotto in polver ne ridussi un poco;
    poi ne feci un savor coll'acqua morta.
    Allora allor della poesia il fuoco m'entr nel corpo,  e credo per  la
    via ond'esce il pan; ch non v'era altro loco.
    Per tornare a mia prima fantasia,  convien,  chi vuol saper che cosa 
    'l bene, prima che sappia il mal, che Dio gli dia.
    D'ogn'arte la  prigion  sa  fare  e  tiene:se  tu  volessi  ben  dello
    speziale, ti fa sudare il sangue per le vene.
    Poi  l'ha in s un certo naturale,  ti fa loquente,  animoso e audace,
    carco di bei pensieri in bene e in male.
    Buon per colui che lungo tempo iace 'n una scura prigion,  e po' alfin
    n'esca:
    sa ragionar di guerra, triegua e pace.
    Gli   forza che ogni cosa gli riesca;  ch quella fal'uom s di virt
    pieno, che 'l cervel non gli fapoi la moresca.
    Tu mi potresti dir:
    - Quelli anni hai meno -:
    E' non  'l ver,  ch la t'insegna un modo ch'empier te ne puo' poi 'l
    petto e 'l seno.
    In  quanto  a  me,  per  quanto  io so,  la lodo;  ma vorrei ben ch'e'
    s'usassi una legge: chi pi la merta non andassi in frodo.
    Ogni uom, ch' dato in cura al pover gregge, addottorar vorries' in la
    prigione, perch sapria ben poi come si regge.
    Faria le cose come le persone, e non s'uscirai mai del seminato, n si
    vedria s gran confusione.
    In questo tempo ch'io ci sono stato,  io ci ho veduti frati,  preti  e
    gente, e starci men chi pi l'ha meritato.
    Se tu sapessi il gran duol che si sente, se 'nanzi a te se ne va un di
    loro!
    Quasi che d'esser nato l'uom si pente.
    Non  vo'  dir  pi:  son  diventato  d'oro,  qual  non  si spende cos
    facilmente, n se ne faria troppo buon lavoro.
    E' m' venuto un'altra cosa a mente, ch'io non t'ho detto, Luca: ov'io
    lo scrissi,  fu in su'n un libro d'un nostro  parente,  che  in  sulle
    margin per lo lungo missi questo gran duol che m'ha le membra istorte,
    e  che  il savor non correva,  ti dissi;  che a far un O bisognava tre
    volte 'ntigner lo stecco;  che altro duol non stimo sia nello  Inferno
    fra l'anime avolte.
    Or  poi  che attorto qui no sono 'l primo,  di questo taccio;  e torno
    alla prigione, dove il cervel e 'l cuor pel duol mi limo.
    Io pi la lodo che l'altre persone; e volendo far dotto un che non sa,
    sanza essa non si pu far cose buone.
    Oh fusse, come io lessi poco fa, un che dicessi come alla Piscina:
    - Piglia i tua panni,  Benvenuto,  e va'!  - canteria 'l  Credo  e  la
    Salveregina,  il Paternostro,  e poi daria la mancia a ciechi,  pover,
    zoppi ogni mattina.
    Oh quante volte m'han fatto la guancia pallida e smorta questi  gigli,
    a tale ch'io non vo' pi n Firenze n Francia!
    E  se  m'avien ch'io vada allo spedale,  e dipinto vi sia la Nunziata,
    fuggir, ch'io parr uno animale.
    Non dico gi per Lei,  degna e sagrata,  n de' suoi gigli glorosi  e
    santi,  che hanno il cielo e la terra inluminata; ma, perch ognior ne
    veggo su pe' canti di quei che hanno le lor foglie a uncini,  ar paur
    che non sien di quei tanti.
    Oh  quanti  come  me  vanno tapini,  qual nati,  qual serviti a questa
    impresa, spirti chiari, leggiadri, alti e divini!
    Vidi cader la mortifer'impresa dal ciel veloce, fra la gente vana, poi
    nella pietra nuova lampa accesa;  del Castel prima romper la  campana,
    che io n'uscissi;  e me l'aveva detto Colui che in Cielo e in terra il
    vero spiana; di bruno, appresso a questo,  un cataletto di gigli rotti
    ornato; pianti e croce, e molti afflitti per dolor nel letto.
    Viddi colei che l'alme affligge e cuoce,  che spaventava or questo, or
    quel; poi disse:
    - Portar ne vo' nel sen chiunche a te nuoce -.
    Quel Degno poi nella mia fronte scrisse col  calamo  di  Pietro  a  me
    parole, e ch'io tacessi ben tre volte disse.
    Vidi Colui che caccia e affrena il sole,  vestito d'esso in mezzo alla
    sua Corte, qual occhio mortal mai veder non suole.
    Cantava un passer solitario forte sopra la rcca; ond'io - Per certo -
    dissi, - Quel mi predice vita, e a voi morte -.

    E le mie gran ragion cantai e scrissi,  chiedendo solo a  Dio  perdon,
    soccorso, ch sentia spegner gli occhi a morte fissi.
    Non fu mai lupo,  leon,  tigre,  e orso pi setoso di quel, del sangue
    umano,  n vipra mai pi venenoso morso;  quest'era  un  crudel  ladro
    capitano, 'l maggior ribaldo, con certi altri tristi; ma perch ogniun
    nol sappia il dir piano.
    Se avete birri affamati mai visti, ch'entrino appegnorar un poveretto,
    gittar  per  terra  Nostredonne  e  Cristi,  il d d'agosto vennon per
    dispetto a tramutarmi una pi trista tomba:
    - Novembre: ciascun sperso e maladetto -.
    Ave' agli orecchi una tal vera tromba, che 'l tutto mi diceva, ed io a
    loro, sanza pensar, perch 'l dolor si sgombra.
    E quando privi di speranza foro, mi detton, per uccidermi, un diamante
    pesto a mangiare, e non legato in oro.
    Chiesi credenza a quel villan furfante,  che 'l cibo mi portava;  e da
    me dissi:
    - Non fu quel gi 'l nimico mio durante -.

    Ma  prima  i mie' pensieri a Dio remissi,  pregandol perdonassi 'l mio
    peccato; e Miserere lacrimando dissi.
    Del gran dolore alquanto un po' quietato,  rendendo volentieri  a  Dio
    quest'alma, contento a miglior regno e d'altro stato, scender dal Ciel
    con  gloriosa  palma un Angel vidi;  e poi con lieto volto promisse al
    viver mio pi lunga salma, dicendo a me:
    - Per Dio,  prima fie tolto ogni  avversario  tuo  con  aspra  guerra,
    restando  tu filice,  lieto e sciolto,  in grazia a Quel ch' Padre in
    cielo e 'n terra.

    LIBRO SECONDO.


    1.  Standomi innel palazzo del sopraditto cardinal di  Ferrara,  molto
    ben  veduto  universalmente da ogniuno,  e molto maggiormente visitato
    che prima non ero fatto,  maravigliandosi ogni uomo pi  dello  essere
    uscito  e  vivuto  infra  tanti  ismisurati affanni;  in mentre che io
    ripigliavo il fiato,  ingegnandomi di ricordarmi dell'arte mia,  presi
    grandissimo  piacere  di  riscrivere questo soprascritto capitolo.  Di
    poi,  per meglio ripigliar le forze,  presi per partito di  andarmi  a
    spasso all'aria qualche giorno,  e con licenzia e cavagli del mio buon
    Cardinale,  insieme con dua giovani  romani,  che  uno  era  lavorante
    dell'arte  mia;  l'altro suo compagno non era de l'arte,  ma venne per
    tenermi  compagnia.  Uscito  di  Roma,  me  ne  andai  alla  volta  di
    Tagliacozze,  pensando  trovarvi Ascanio,  allevato mio sopraditto;  e
    giunto in Tagliacozze,  trovai Ascanio ditto insieme con suo  padre  e
    frategli  e sorelle e matrigna.  Dalloro per dua giorni fu' carezzato,
    che impossibile saria il dirlo: partimmi per alla  volta  di  Roma,  e
    meco  ne  menai  Ascanio.   Per  la  strada  cominciammo  a  ragionare
    dell'arte,  di modo che io mi  struggevo  di  ritornare  a  Roma,  per
    ricominciare  le  opere  mie.  Giunti che noi fummo a Roma,  subito mi
    accomodai da lavorare; e ritrovato un bacino d'argento, il quale avevo
    cominciato per il Cardinale innanzi che io  fussi  carcerato:  insieme
    col ditto bacino si era cominciato un bellissimo boccaletto: questo mi
    fu  rubato  con  molta  quantit di altre cose di molto valore.  Innel
    detto bacino facevo lavorare Pagolo sopraditto.  Ancora ricominciai il
    boccale, il quale era composto di figurine tonde e di basso rilievo; e
    similmente era composto di figure tonde e di pesci di basso rilievo il
    detto bacino,  tanto ricco e tanto bene accomodato, che ogniuno che lo
    vedeva restava maravigliato,  s per la forza del  disegno  e  per  la
    invenzione  e  per  la  pulizia  che  usavono quei giovani in su dette
    opere.  Veniva il Cardinale ogni giorno almanco  dua  volte  a  starsi
    meco,  insieme con messer Luigi Alamanni e con messer Gabbriel Cesano,
    e quivi per qualche ora si passava lietamente tempo.  Non istante  che
    io  avessi  assai  da fare,  ancora mi abbundava di nuove opere;  e mi
    dette a fare il suo suggello pontificale,  il quale  fu  di  grandezza
    quanto  una  mana  d'un  fanciullo di dodici anni;  e in esso suggello
    intagliai dua istoriette in cavo;  che l'una fu  quando  san  Giovanni
    predicava nel diserto,  l'altra quando sant'Ambruogio scacciava quelli
    Ariani, figurato in su'n un cavallo con una sferza in mano,  con tanto
    ardire  e  buon  disegno,  e  tanto pulitamente lavorato,  che ogniuno
    diceva che io avevo passato quel gran Lautizio il  quale  faceva  solo
    questa professione; e il Cardinale lo paragonava per propria boria con
    gli  altri suggelli dei cardinali di Roma,  quali erano quasi tutti di
    mano del sopraditto Lautizio.

    2.  Ancora m'aggiunse il Cardinale,  insieme con quei dua sopra ditti,
    che io gli dovessi fare un modello d'una saliera; ma che arebbe voluto
    uscir  dell'ordinario  di quei che avean fatte saliere.  Messer Luigi,
    sopra questo,  approposito di questo sale,  disse molte mirabil  cose;
    messer  Gabbriello  Cesano  ancora  lui in questo proposito disse cose
    bellissime.  Il Cardinale,  molto benigno  ascoltatore  e  saddisfatto
    oltramodo  delli disegni,  che con parole aveano fatto questi dua gran
    virtuosi, voltosi a me disse:


    - Benvenuto mio,  il disegno  di  messer  Luigi  e  quello  di  messer
    Gabbriello  mi  piacciono tanto,  che io non saprei qual mi trre l'un
    de' dua; per a te rimetto, che l'hai a mettere in opera -.
    Allora io dissi:
    - Vedete,  Signori,  di quanta importanza sono i figliuoli  de'  re  e
    degli imperatori, e quel maraviglioso splendore e divinit che in loro
    apparisce.   Niente   di  manco  se  voi  dimandate  un  povero  umile
    pastorello,  a chi gli ha pi amore e pi affezione,  o a  quei  detti
    figliuoli  o  ai  sua,  per  cosa  certa dir d'avere pi amore ai sua
    figliuoli.  Per ancora io ho grande amore ai miei figliuoli,  che  di
    questa  mia  professione  partorisco:  s  che  'l  primo  che  io  vi
    mostrerr, Monsignor reverendissimo mio patrone,  sar mia opera e mia
    invenzione;  perch  molte cose son belle da dire,  che faccendole poi
    non s'accompagnano bene in opera -.
    E voltomi a que' dua gran virtuosi, dissi:
    - Voi avete detto e io far -.
    Messer Luigi Alamanni allora ridendo, con grandissima piacevolezza, in
    mio favore aggiunse  molte  virtuose  parole:  e  allui  s'avvenivano,
    perch  gli era bello d'aspetto e di proporzion di corpo,  e con suave
    voce.  Messer Gabbriello Cesano era tutto il rovescio,  tanto brutto e
    tanto  dispiacevole;  e cos sicondo la sua forma parl.  Aveva messer
    Luigi con le parole disegnato che io facessi una Venere con un Cupido,
    insieme con molte galanterie,  tutte a  proposito;  messer  Gabbriello
    aveva  disegnato  che  io  facessi  una  Amfitrite moglie di Nettunno,
    insieme con di quei Tritoni di Nettunno e molte altre cose assai belle
    da dire,  ma non da fare.  Io feci una forma ovata di grandezza di pi
    d'un mezzo braccio assai bene,  quasi dua terzi,  e sopra detta forma,
    sicondo che mostra il Mare abbracciarsi con la Terra,  feci dua figure
    grande  pi d'un palmo assai bene,  le quale stavano a sedere entrando
    colle gambe l'una nell'altra,  s come si  vede  certi  rami  di  mare
    lunghi che entran nella terra; e in mano al mastio Mare messi una nave
    ricchissimamente  lavorata:  innessa nave accomodatamente e bene stava
    di molto sale;  sotto al detto avevo accomodato quei  quattro  cavalli
    marittimi:  innella destra del ditto Mare avevo messo il suo tridente.
    La Terra avevo fatta una femmina tanto di bella forma quanto io  avevo
    potuto e saputo, bella e graziata; e in mano alla ditta avevo posto un
    tempio ricco e adorno,  posato in terra;  e lei in sun esso appoggiava
    con la ditta mano;  questo avevo fatto per tenere il pepe.  Nell'altra
    mano  posto un corno di dovizia,  addorno con tutte le bellezze che io
    sapevo al mondo. Sotto questa Iddea, e in quella parte che si mostrava
    esser terra,  avevo accomodato tutti quei pi bei animali che  produce
    la terra.
    Sotto la parte del Mare avevo figurato tutta la bella sorte di pesci e
    chiocciolette,  che  comportar poteva quel poco ispazio: quel resto de
    l'ovato,  nella grossezza sua,  feci molti ricchissimi ornamenti.  Poi
    aspettato  il  Cardinale,  qual venne con quelli dua virtuosi,  trassi
    fuora questa mia opera di cera: alla quale  con  molto  romore  fu  il
    primo messer Gabbriel Cesano, e disse:
    -  Questa  un'opera da non si finire innella vita di dieci uomini;  e
    voi,  Monsignore reverendissimo,  che la vorresti,  a vita vostra  non
    l'aresti  mai;  per Benvenuto v'ha voluto mostrare de' sua figliuoli,
    ma non dare, come facevno noi, i quali dicevamo di quelle cose che si
    potevano fare; e lui v'ha mostro di quelle che non si posson fare -.
    A questo,  messer Luigi Alamanni prese la  parte  mia.  [Il  Cardinale
    disse] che non voleva entrare in s grande inpresa. Allora io mi volsi
    a loro, e dissi:
    - Monsignore reverendissimo,  e a voi pien di virt,  dico, che questa
    opera io spero di farla a chi l'ar avere, e ciascun di voi la vedrete
    finita pi ricca l'un cento che 'l modello;  e  spero  che  ci  avanzi
    ancora assai tempo da farne di quelle molto maggiori di questa -.
    Il Cardinale disse isdegnato:
    -  Non la faccendo al Re,  dove io ti meno,  non credo che ad altri la
    possa fare - e mostratomi le  lettere,  dove  il  Re  in  un  capitolo
    iscriveva che presto tornassi menando seco Benvenuto, io alzai le mane
    al cielo dicendo:
    -  Oh  quando  verr questo presto?  - Il Cardinale disse che io dessi
    ordine e spedissi le faccende mie, che io avevo in Roma,  in fra dieci
    giorni.

    3.  Venuto il tempo della partita, mi don un cavallo bello e buono; e
    lo domandava Tornon,  perch il cardinal Tornon l'aveva donato a  lui.
    Ancora Pagolo e Ascanio,  mia allevati, furno provisti di cavalcature.
    Il Cardinale divise la sua Corte,  la quale era grandissima: una parte
    pi  nobile  ne  men  seco:  con essa fece la via della Romagna,  per
    andare a visitare la Madonna del Loreto,  e di quivi  poi  a  Ferrara,
    casa sua; l'altra parte dirizz per la volta di Firenze. Questa era la
    maggior  parte;  ed  era una gran quantit,  con la bellezza della sua
    cavalleria.  A me disse che se io volevo andar sicuro,  che io andassi
    seco:  quando  che  no,  che io portavo pericolo della vita.  Io detti
    intenzione a Sua Signoria reverendissima di  andarmene  seco;  e  cos
    come  quel ch' ordinato dai Cieli convien che sia,  piacque a Dio che
    mi torn in memoria la mia povera sorella carnale, la quale aveva auto
    tanti gran dispiaceri de' miei gran mali.  Ancora mi torn in  memoria
    le mie sorelle cugine, le quali erano a Viterbo monache, una badessa e
    l'altra  camarlinga,  tanto  che  l'eran  governatrice  di  quel ricco
    monisterio;  e avendo ato per me tanti grevi affanni e per  me  fatto
    tante orazione,  che io mi tenevo certissimo per le orazioni di quelle
    povere verginelle d'avere impetrato la grazia da Dio della mia salute.
    Per venutemi tutte queste cose in memoria,  mi volsi per la volta  di
    Firenze;  e  dove  io  sarei  andato franco di spese o col Cardinale o
    coll'altro  suo  traino,   io  me  ne  volsi  andare  da  per  me;   e
    m'accompagnai  con  un  maestro  di  oriuoli  eccellentissimo,  che si
    domandava maestro Cherubino,  molto  mio  amico.  Trovandoci  a  caso,
    facevamo  quel  viaggio molto piacevole insieme.  Essendomi partito el
    luned santo di Roma,  ce ne venimmo soli  noi  tre,  e  a  Monteruosi
    trovai  la  ditta  compagnia;  e  perch  io  avevo dato intenzione di
    andarmene col Cardinale,  non pensavo che nissuno di quei miei  nimici
    m'avessino  ato  a vigilare altrimenti.  Certo che io capitavo male a
    Monteruosi,  perch innanzi a noi era istato  mandato  una  frotta  di
    uomini bene armati,  per farmi dispiacere;  e volse Idio che in mentre
    che noi desinavamo, loro, che avevano ato indizio che io me ne venivo
    sanza il traino del Cardinale, erano messisi innordine per farmi male.
    In questo appunto sopraggiunse il detto traino del  Cardinale,  e  con
    esso lietamente salvo me ne andai insino a Viterbo; ch da quivi in l
    io non vi conoscevo poi pericolo, e maggiormente andavo innanzi sempre
    parecchi  miglia;  e  quegli uomini migliori che erano in quel traino,
    tenevano molto conto di me.  Arrivai lo Iddio grazia sano  e  salvo  a
    Viterbo, e quivi mi fu fatto grandissime carezze da quelle mie sorelle
    e da tutto il monisterio.

    4.  Partitomi  di  Viterbo con i sopraddetti,  venimmo via cavalcando,
    quando innanzi e quando indietro al ditto  traino  del  Cardinale,  di
    modo  che  il  gioved santo a ventidua ore ci trovammo presso Siena a
    una posta; e veduto io che v'era alcune cavalle di ritorno, e che quei
    delle poste aspettavano di darle a qualche  passeggiere,  per  qualche
    poco guadagno, che alla posta di Siena le rimenassi; veduto questo, io
    dismontai del mio cavallo Tornon,  e messi in su quella cavalla il mio
    cucino e le staffe,  e detti un giulio a  un  di  quei  garzoni  delle
    poste. Lasciato il mio cavallo a' mie' giovani che me lo conducessino,
    subito  innanzi m'avviai per giugnere in Siena una mezz'ora prima,  s
    per vicitare alcuno mio amico,  e per fare qualche altra mia faccenda:
    per,  se bene io venni presto,  io non corsi la detta cavalla. Giunto
    che io fui in Siena, presi le camere all'osteria,  buone che ci faceva
    di  bisogno per cinque persone,  e per il garzon de l'oste rimandai la
    detta cavalla alla posta, che stava fuori della porta a Camolla; e in
    su detta cavalla m'avevo isdementicato le mie staffe e il mio  cucino.
    Passammo  la  sera del gioved santo molto lietamente: la mattina poi,
    che fu il venerd santo,  io mi ricordai delle mie staffe  e  del  mio
    cucino. Mandato per esso, quel maestro delle poste disse che non me lo
    voleva  rendere,  perch  io avevo corso la sua cavalla.  Pi volte si
    mand innanzi e indietro e il detto sempre diceva di non me  le  voler
    rendere,  con molte ingiuriose e insopportabil parole;  e l'oste, dove
    io ero alloggiato, mi disse:
    - Voi n'andate bene se egli non vi fa altro  che  non  vi  rendere  il
    cucino e le staffe - e aggiunse dicendo:
    -  Sappiate  che  quello    il pi bestial uomo che avessi mai questa
    citt;  e ha quivi duoi  figliuoli  uomini,  soldati  bravissimi,  pi
    bestiali di lui; s che ricomperate quel che vi bisogna, e passate via
    sanza dirgli niente -.
    Ricomperai  un  paio  di  staffe,  pur pensando con amorevol parole di
    riavere il mio buon cucino: e perch io ero molto bene  a  cavallo,  e
    bene  armato  di  giaco  e  maniche,   e  con  un  mirabile  archibuso
    all'arcione,  non mi faceva spavento quelle gran bestialit che  colui
    diceva  che  aveva  quella pazza bestia.  Ancora avevo avezzo quei mia
    giovani a portare giaco e maniche,  e molto mi fidavo di quel  giovane
    romano che mi pareva che non se lo cavassi mai, mentre che noi stavamo
    in Roma. Ancora Ascanio, ch'era pur giovanetto, ancora lui lo portava:
    e  per  essere  il  venerd santo,  mi pensavo che la pazzia de' pazzi
    dovesse pure avere qualche poco di feria. Giugnemmo alla ditta porta a
    Camolla; per la qual cosa io viddi e cognobbi,  per i contrasegni che
    m'eran dati,  per esser cieco de l'occhio manco,  questo maestro delle
    poste.  Fattomigli incontro,  e lasciato da banda quei mia  giovani  e
    quei compagni, piacevolmente dissi:
    -  Maestro  delle  poste,  se  io  vi fo sicuro che io non ho corso la
    vostra cavalla,  perch non sarete voi contento  di  rendermi  il  mio
    cucino e le mie staffe?  - A questo lui rispose veramente in quel modo
    pazzo, bestiale che m'era stato detto. Per la qual cosa io gli dissi:
    - Come non siate voi cristiano?  O volete  voi  'n  un  venerd  santo
    scandalizzare  e  voi  e  me?  - Disse che non gli dava noia o venerd
    santo o venerd diavolo, e che, se io non mi gli levavo d'inanzi,  con
    uno  spuntone che gli aveva preso,  mi traboccherebbe in terra insieme
    con quell'archibuso che io avevo in mano.  A  queste  rigorose  parole
    s'accost un gentiluomo vecchio,  sanese, vestito alla civile, il qual
    tornava da far di quelle divozione che si usano in un cotal giorno;  e
    avendo sentito di lontano benissimo tutte le mie ragione,  arditamente
    s'accost a riprendere il detto  maestro  delle  poste,  pigliando  la
    parte  mia,  e  garriva li sua dua figliuoli perch e' non facevano il
    dovere ai forestieri che passavano,  e che a  quel  modo  e'  facevano
    contro a Dio,  e davano biasimo alla citt di Siena.  Quei dua giovani
    suoi figliuoli,  scrollato il capo sanza dir nulla,  se ne andorno  in
    l,  nel  drento della lor casa.  Lo arrabbiato padre invelenito dalle
    parole di quello onorato gentiluomo,  subito con vituperose  bestemmie
    abbass lo spuntone,  giurando che con esso mi voleva ammazzare a ogni
    modo.   Veduto  questa  bestial  resoluzione,   per  tenerlo  alquanto
    indietro, feci segno di mostrargli la bocca del mio archibuso.
    Costui  pi furioso gittandomisi addosso,  l'archibuso che io avevo in
    mano,  se bene in ordine per la  mia  difesa,  non  l'avevo  abbassato
    ancora tanto, che fussi arrincontro di lui, anzi era colla bocca alta;
    e  da per s dette fuoco.  La palla percosse nell'arco della porta,  e
    sbattuta indietro,  colse nella canna della gola del detto,  il  quale
    cadde  in  terra morto.  Corsono i dua figliuoli velocemente,  e preso
    l'arme da un rastrello uno,  l'altro prese lo spuntone  del  padre;  e
    gittatisi  addosso  a  quei  mia giovani,  quel figliuolo che aveva lo
    spuntone invest il primo Pagolo romano sopra la poppa manca;  l'altro
    corse  addosso  a un milanese,  che era in nostra compagnia,  il quale
    aveva viso di pazzo: e non valse raccomandarsi dicendo che  non  aveva
    che  far  meco,  e  difendendosi  dalla  punta d'una partigiana con un
    bastoncello che gli aveva in mano: con il  quale  non  possette  tanto
    ischermire che fu investito un poco nella bocca. Quel messer Cherubino
    era  vestito  da  prete,  e  se  bene  egli  era  maestro  di  oriuoli
    eccellentissimo,  come io dissi,  aveva ato benefizii  dal  Papa  con
    buone entrate.  Ascanio,  se bene egli era armato benissimo,  non fece
    segno di fuggire,  come aveva fatto quel milanese;  di modo che questi
    dua non furno tocchi. Io, che avevo dato di pi al cavallo e in mentre
    che lui galoppava, prestamente avevo rimesso in ordine e carico il mio
    archibuso  e  tornavo  arrovellatoindietro,  parendomi  aver  fatto da
    motteggio,  per voler fare daddovero,  e pensavo che quei mia  giovani
    fussino stati ammazzati, resoluto andavo per morire anch'io. Non molti
    passi  corse  il  cavallo  indietro,  che io riscontrai che inverso me
    venivano,  ai quali io domandai se gli avevano male.  Rispose Ascanio,
    che Pagolo era ferito d'uno spuntone a morte. Allora io dissi:
    - O Pagolo figliuol mio!  Addunche lo spuntone ha sfondato il giaco? -
    No - disse - ch il giaco avevo messo nella bisaccia questa mattina -.
    Addunche e' giachi si portano per Roma per mostrarsi bello alle  dame?
    e inne' luoghi pericolosi,  dove fa mestiero avergli,  si tengono alla
    bisaccia?  Tutti e' mali che tu hai,  ti stanno molto bene e se' causa
    che  io  voglio andare a morire quivi anch'io or ora - e in mentre che
    io dicevo  queste  parole,  sempre  tornavo  indietro  gagliardamente.
    Ascanio  e  lui  mi  pregavono che io fussi contento per l'amor de Dio
    salvarmi e salvargli,  perch sicuro s'andava alla  morte.  In  questo
    scontrai  quel  messer  Cherubino,  insieme  con quel milanese ferito:
    subito mi sgrid,  dicendo che nissuno non aveva male,  e che il colpo
    di  Pagolo  era  ito  tanto ritto,  che non era isfondato;  e che quel
    vecchio delle poste era restato in terra morto, e che i figliuoli, con
    altre persone assai,  s'erano messi in ordine,  e  che  al  sicuro  ci
    arebbon tagliati tutti a pezzi:
    - Sicch,  Benvenuto,  poich la fortuna ci ha salvati da quella prima
    furia, non la tentar pi, ch la non ci salverebbe -.
    Allora io dissi:
    - Da poi che voi sete contenti  cos,  ancora  io  son  contento  -  e
    voltomi a Pagolo e Ascanio, dissi loro:
    -  Date di pi a' vostri cavalli,  e galoppiamo insino a Staggia sanza
    mai fermarci, e quivi saremo sicuri -.
    Quel milanese ferito disse:
    - Che venga il canchero ai peccati! ch questo male che io ho, fu solo
    per il peccato d'un po' di minestra di carne che io mangiai ieri,  non
    avendo altro che desinare -.
    Con  tutte  queste gran tribulazioni che noi avevamo,  fummo forzati a
    fare un poco di segno di ridere di quella bestia e di quelle  sciocche
    parole  che  lui aveva detto.  Demmo di piedi a' cavagli,  e lasciammo
    messer Cherubino e 'l milanese, che a loro agio se ne venissino.

    5. Intanto e' figliuoli del morto corsono al Duca di Melfi,  che dessi
    loro parecchi cavagli leggieri, per raggiugnerci e pigliarci. Il detto
    Duca,  saputo che noi eramo degli uomini del cardinale di Ferrara, non
    volse dare n cavagli n licenzia.
    Intanto noi giugnemmo a Staggia, dove ivi noi fummo sicuri.  Giunti in
    Istaggia,  cercammo d'un medico, il meglio che in quel luogo si poteva
    avere: e fatto vedere il detto Pagolo, la ferita andava pelle pelle, e
    cognobbi che non arebbe male.  Facemmo mettere in ordine da  desinare.
    Intanto  comparse messer Cherubino e quel pazzo di quel milanese,  che
    continuamente mandava il canchero alle quistione,  e  diceva  d'essere
    iscomunicato,  perch non aveva potuto dire in quella santa mattina un
    sol Paternostro.  Per essere costui brutto di viso,  e la bocca  aveva
    grande per natura; da poi per la ferita che in essa aveva auta gli era
    cresciuta  la  bocca  pi  di  tre dita;  e con quel suo giulo parlar
    milanese, e con essa lingua isciocca,  quelle parole che lui diceva ci
    davano  tanta  occasione di ridere,  che in cambio di condolerci della
    fortuna,  non possevamo fare di non ridere a ogni  parola  che  costui
    diceva.
    Volendogli il medico cucire quella ferita della bocca, avendo fitto di
    gi tre punti, disse al medico che sostenessi alquanto, ch non arebbe
    voluto  che  per  qualche  nimicizia  e' gliene avessi cucita tutta: e
    messe mano a un cucchiaio, e diceva che voleva che lui gnene lasciassi
    tanto aperta, che quel cucchiaio v'entrassi,  acci che potessi tornar
    vivo  alle  sue  brigate.  Queste  parole  che costui diceva con certi
    scrollamenti di testa,  davano s grande occasione di ridere,  che  in
    cambio  di condolerci della nostra mala fortuna,  noi non restammo mai
    di ridere;  e cos sempre ridendo ci conducemmo a Firenze.  Andammo  a
    scavalcare  a  casa  della mia povera sorella,  dove noi fummo dal mio
    cognato e dallei molto maravigliosamente carezzati.
    Quel messer Cherubino  e  'l  milanese  andorno  ai  fatti  loro.  Noi
    restammo  in Firenze per quattro giorni,  inne' quali si guar Pagolo;
    ma era ben gran cosa,  che continuamente che e' si parlava  di  quella
    bestia del milanese, ci moveva a tante risa, quanto ci moveva a pianto
    l'altre  disgrazie  avvenute;  di  modo  che continuamente in un tempo
    medesimo si rideva e piagneva.  Facilmente guar Pagolo: di poi ce  ne
    andammo  alla  volta  di  Ferrara,  e il nostro Cardinale trovammo che
    ancora non era arrivato a Ferrara,  e aveva  inteso  tutti  e'  nostri
    accidenti; e condolendosi disse:
    - Io priego Idio che mi dia tanta grazia che io ti conduca vivo a quel
    Re che io t'ho promesso -.
    Il  ditto  Cardinale  mi  consegn  in  Ferrara un suo palazzo,  luogo
    bellissimo, dimandato Belfiore: confina con le mura della citt: quivi
    mi fece acconciare da lavorare.  Di poi dette ordine di partirsi sanza
    me alla volta di Francia;  e veduto che io restavo molto mal contento,
    mi disse:
    - Benvenuto,  tutto quello che io fo si  per la  salute  tua;  perch
    innanzi che io ti levi della Italia, io voglio che tu sappia benissimo
    in  prima  quel  che  tu  vieni  a  fare  in  Francia: in questo mezzo
    sollecita il pi che tu puoi questo mio bacino e boccaletto;  e  tutto
    quel  che  tu hai di bisogno lascer ordine a un mio fattore che te lo
    dia -.
    E partitosi, io rimasi molto mal contento,  e pi volte ebbi voglia di
    andarmi  con Dio: ma sol mi teneva quell'avermi libero da papa Pagolo,
    perch del resto io stavo mal contento e con  mio  gran  danno.  Pure,
    vestitomi di quella gratitudine che meritava il benifizio ricevuto, mi
    disposi  aver  pazienzia  e  vedere  che  fine  aveva  da 'vere questa
    faccenda;  e messomi a lavorare con quei dua mia giovani,  tirai molto
    maravigliosamente  innanzi quel boccale e quel bacino.  Dove noi eramo
    alloggiati era l'aria cattiva,  e per venire verso la state,  tutti ci
    ammalammo un poco.  In queste nostre indisposizione andavamo guardando
    il luogo  dove  noi  eramo,  il  quale  era  grandissimo,  e  lasciato
    salvatico  quasi un miglio di terreno scoperto,  innel quale era tanti
    pagoni nostrali, che come uccei salvatici ivi covavano.  Avvedutomi di
    questo,  acconciai  il  mio  scoppietto  con  certa  polvere senza far
    romore; di poi appostavo di quei pagoni giovani,  e ogni dua giorni io
    ne  ammazzavo uno,  il quale larghissimamente ci nutriva,  ma di tanta
    virt che tutte le malattie da noi  si  partirno:  e  attendemmo  quei
    parecchi  mesi  lietissimamente  a  lavorare,  e  tirammo innanzi quel
    boccale e quel bacino, quale era opera che portava molto gran tempo.

    6. In questo tempo il Duca di Ferrara s'accord con papa Pagolo romano
    certe lor differenze antiche,  che gli avevano di Modana  e  di  certe
    altre  citt;  le  quali,  per averci ragione la Chiesa,  il Duca fece
    questa pace col ditto Papa con forza di danari: la  qual  quantit  fu
    grande:  credo  che la passassi pi di trecento mila ducati di Camera.
    Aveva il Duca in questo tempo un suo tesauriere vecchio,  allievo  del
    duca Alfonso suo padre, il quale si domandava messer Girolamo Giliolo.
    Non  poteva  questo vecchio sopportare questa ingiuria di questi tanti
    danari che andavano al Papa, e andava gridando per le strade, dicendo:
    - Il Duca Alfonso suo padre con questi danari gli  arebbe  pi  presto
    con  essi tolto Roma,  che mostratigliele - e non v'era ordine che gli
    volessi pagare.
    All'ultimo poi sforzato il Duca a  fargnene  pagare,  venne  a  questo
    vecchio  un  flusso  s  grande di corpo,  che lo condusse vicino alla
    morte. In questo mezzo che lui stava ammalato, mi chiam il ditto Duca
    e volse che io lo ritraessi,  la qual cosa  io  feci  innun  tondo  di
    pietra nera,  grande quanto un taglieretto da tavola.  Piaceva al Duca
    quelle mie fatiche insieme con molti piacevoli ragionamenti;  le  qual
    dua  cose  ispesso  causavano che quattro e cinque ore il manco istava
    attento a lasciarsi ritrarre, e alcune volte mi faceva cenare alla sua
    tavola.  In ispazio d'otto giorni io gli fini' questo  ritratto  della
    sua  testa: di poi mi comand che io facessi il rovescio;  il quale si
    era figurata per la Pace una femmina con una faccellina in  mano,  che
    ardeva  un trufeo d'arme: la quale io feci,  questa ditta femmina,  in
    istatura lieta, con panni sottilissimi, di bellissima grazia;  e sotto
    i piedi di lei figurai afflitto e mesto, e legato con molte catene, il
    disperato  Furore.  Questa  opera  io la feci con molto istudio,  e la
    detta mi fece grandissimo onore.  Il Duca non  si  poteva  saziare  di
    chiamarsi  sattisfatto,  e  mi  dette  le  lettere per la testa di Sua
    Eccellenzia e per il rovescio.  Quelle del rovescio dicevano "Pretiosa
    in  conspectu  Domini".  Mostrava  che  quella  pace s'era venduta per
    prezzo di danari.

    7.  In questo tempo,  che io messi a fare questo  ditto  rovescio,  il
    Cardinale  m'aveva  scritto  dicendomi  che  io mi mettessi in ordine,
    perch il Re m'aveva domandato: e che alle prime lettere sue  s'arebbe
    l'ordine  di tutto quello che lui m'aveva promesso.  Io feci incassare
    il mio bacino e 'l mio boccale bene acconcio;  e l'avevo di gi mostro
    al Duca.  Faceva le faccende del Cardinale un gentiluomo ferrarese, il
    qual si chiamava per nome messer Alberto  Bendedio.  Questo  uomo  era
    stato  in  casa  dodici  anni  sanza  uscirne  mai,  causa  d'una  sua
    infirmit. Un giorno con grandissima prestezza mand per me, dicendomi
    che io dovessi montare in poste subito per andare a trovare il Re,  il
    quale  con grand'istanzia m'aveva domandato,  pensando che io fussi in
    Francia.  Il Cardinale per iscusa sua aveva detto che io ero restato a
    una sua badia in Lione,  un poco ammalato, ma che farebbe che io sarei
    presto da Sua Maest;  per faceva questa diligenza che io corressi in
    poste.
    Questo messer Alberto era grande uomo da bene,  ma era superbo,  e per
    la malattia superbo insopportabile; e s come io dico, mi disse che io
    mi mettessi in ordine presto, per correre in poste.
    Al quale io dissi che l'arte mia non si faceva in poste,  e che se  io
    vi  avevo  da 'ndare,  volevo andarvi a piacevol giornate e menar meco
    Ascanio e Pagolo,  mia lavoranti,  i quali avevo levati di Roma;  e di
    pi  volevo un servitore con esso noi a cavallo,  per mio servizio,  e
    tanti danari che bastassino a condurmivi.  Questo vecchio infermo  con
    superbissime parole mi rispose,  che in quel modo che io dicevo, e non
    altrimenti, andavano i figliuoli del Duca.  Allui subito risposi che i
    figliuoli  de  l'arte mia andavano in quel modo che io avevo detto;  e
    per non essere stato mai figliuol di  duca,  quelli  non  sapevo  come
    s'andassino;  e  che  se  gli usava meco quelle istratte parole ai mia
    orecchi, che io non v'andrei in modo nessuno, s per avermi mancato il
    Cardinale della fede sua e, arrotomi poi queste villane parole,  io mi
    risolverei  sicuramente  di  non mi voler impacciare con ferraresi;  e
    voltogli le stiene, io brontolando e lui bravando, mi parti'.  Andai a
    trovare il sopraditto
    Duca  con  la  sua  medaglia  finita;  il quale mi fece le pi onorate
    carezze che mai si facessino a uomo del mondo: e aveva commesso a quel
    suo messer Girolamo Giliolo,  che per quelle mie fatiche trovassi  uno
    anello  d'un  diamante  di valore di ducento scudi,  e che lo dessi al
    Fiaschino suo cameriere, il quale me lo dessi. Cos fu fatto. Il ditto
    Fiaschino, la sera che il giorno gli avevo dato la medaglia,  a un'ora
    di notte mi porse uno anello drentovi un diamante, il quale aveva gran
    mostra;  e disse queste parole da parte del suo Duca: che quella unica
    virtuosa mano,  che tanto bene  aveva  operato,  per  memoria  di  Sua
    Eccellenzia  con  quel diamante si adornassi la ditta mano.  Venuto il
    giorno,  io guardai il ditto anello,  il  quale  era  un  diamantaccio
    sottile,  il  valore d'un dieci scudi in circa.  E perch quelle tante
    meravigliose parole,  che quel Duca m'aveva fatto usare,  io,  che non
    volsi che le fussino vestite di un cos poco premio,  pensando il Duca
    d'avermi ben sattisfatto;  e io che m'immaginai che la venissi da quel
    suo  furfante  tesauriere,  detti  l'anello  a  un  mio amico,  che lo
    rendessi al cameriere Fiaschino, in ogni modo che egli poteva.  Questo
    fu  Bernardo  Saliti,  che fece questo uffizio mirabilmente.  Il detto
    Fiaschino subito mi  venne  a  trovare  con  grandissime  sclamazioni,
    dicendomi  che  se il Duca sapeva che io gli rimandassi un presente in
    quel modo, che lui cos benignamente m'aveva donato, che egli l'arebbe
    molto per male,  e forse me ne potrei pentire.  Al ditto risposi,  che
    l'anello  che Sua Eccellenzia m'avea donato,  era di valore d'un dieci
    scudi in circa,  e che l'opera che io avevo fatta  a  Sua  Eccellenzia
    valeva  pi  di  ducento;  ma  per  mostrare  a Sua Eccellenzia che io
    stimavo l'atto della sua gentilezza,  che solo mi mandassi uno  anello
    del  granchio,  di  quelli  che  vengon  d'Inghilterra che vagliono un
    carlino in circa;  quello io lo terrei per memoria di Sua  Eccellenzia
    in  sin  che  io  vivessi,  insieme  con quelle onorate parole che Sua
    Eccellenzia m'aveva fatto porgere;  perch  io  facevo  conto  che  lo
    splendore  di Sua Eccellenzia avessi largamente pagato le mie fatiche,
    dove quella bassa gioia me le vituperava. Queste parole furno di tanto
    dispiacere al Duca,  che egli chiam quel suo detto tesauriere,  e gli
    disse villania,  la maggiore che mai pel passato lui gli avessi detto;
    e a me fe' comandare,  sotto pena della  disgrazia  sua,  che  io  non
    partissi  di  Ferrara  se  lui  non  me lo faceva intendere;  e al suo
    tesauriere comand che mi dessi un diamante che arrivassi  a  trecento
    scudi.  L'avaro  tesauriere  ne trov uno che passava di poco sessanta
    scudi,  e dette ad intendere che il ditto diamante valeva molto pi di
    dugento.

    8. Intanto il sopra ditto messer Alberto aveva ripreso la buona via, e
    m'aveva provisto di tutto quello che io avevo domandato.
    Eromi  quel  d  disposto di partirmi di Ferrara a ogni modo;  ma quel
    diligente cameriere del Duca aveva ordinato col ditto messer  Alberto,
    che  per quel d io non avessi cavalli.  Avevo carico un mulo di molte
    mia bagaglie,  e con esse avevo incassato quel bacino e  quel  boccale
    che fatto avevo per il Cardinale. In questo sopraggiunse un gentiluomo
    ferrarese,  il  quale si domandava per nome messer Alfonso de' Trotti.
    Questo gentiluomo era molto vecchio e era persona affettatissima, e si
    dilettava delle virt grandemente;  ma era una di quelle  persone  che
    sono  difficilissime a contentare;  e se per aventura elle s'abbattono
    mai a vedere qualche cosa che piaccia  loro,  se  la  dipingono  tanto
    eccellente  nel  cervello,  che mai pi pensono di rivedere altra cosa
    che piaccia loro.  Giunse questo messer  Alfonso;  per  la  qual  cosa
    messer Alberto gli disse:
    -  A me sa male che voi sete venuto tardi: perch di gi s' incassato
    e fermo quel boccale e quel bacino che noi mandiamo  al  Cardinale  di
    Francia -.
    Questo messer Alfonso disse che non se ne curava; e accennato a un suo
    servitore,  lo  mand  a  casa sua: il quale port un boccale di terra
    bianca, di quelle terre di Faenza, molto dilicatamente lavorato.
    In mentre che il servitore and e torn,  questo messer Alfonso diceva
    al ditto messer Alberto:
    -  Io  vi  voglio  dire  per quel che io non mi curo di vedere mai pi
    vasi: questo si  che una volta io  ne  vidi  uno  d'argento,  antico,
    tanto  bello  e  tanto  maraviglioso,  che  la immaginazione umana non
    arriverebbe a pensare a tanta eccellenzia;  e per io non mi  curo  di
    vedere altra cosa tale, acci che la non mi guasti quella maravigliosa
    inmaginazione di quello. Questo si fu un gran gentiluomo virtuoso, che
    and  a  Roma  per  alcune  sue  faccende e segretamente gli fu mostro
    questo vaso antico;  il quale per vigore d'una gran quantit di  scudi
    corroppe  quello  che  l'aveva,  e  seco  ne lo port in queste nostre
    parti;  ma lo tien ben segreto,  che 'l Duca  non  lo  sappia;  perch
    arebbe paura di perderlo a ogni modo -.
    Questo  messer  Alfonso,  in  mentre  che  diceva  queste  sue  lunghe
    novellate, egli non si guardava da me,  che ero alla presenza,  perch
    non mi conosceva.
    Intanto, comparso questo benedetto modello di terra, iscoperto con una
    tanta boriosit,  ciurma e sicumera, che veduto che io l'ebbi, voltomi
    a messer Alberto, dissi:
    - Pur beato che io l'ho veduto! - Messer Alfonso adirato,  con qualche
    parola ingiuriosa, disse:
    - O chi se' tu, che non sai quel che tu di'? - A questo io dissi:
    - Ora ascoltatemi, e poi vedrete chi di noi sapr meglio quello che e'
    si dice -.
    Voltomi a messer Alberto, persona molto grave e ingegnosa, dissi:
    - Questo  un boccaletto d'argento di tanto peso,  il quale io lo feci
    innel tal tempo a quel ciurmadore di maestro Iacopo cerusico da Carpi,
    il quale venne a Roma e vi stette sei mesi;  e  con  una  sua  unzione
    imbratt di molte decine di signori e poveri gentiluomini,  da i quali
    lui trasse di molte migliara di ducati.  In quel  tempo  io  gli  feci
    questo  vaso e un altro diverso da questo;  e lui me lo pag,  l'uno e
    l'altro,  molto male,  e ora sono in Roma tutti quelli sventurati  che
    gli  unse,  storpiati  e  malcondotti.  A  me  gloria grandissima che
    l'opere mie sieno di tanto nome appresso a voi altri  Signori  ricchi;
    ma io vi dico bene,  che da quei tanti anni in qua io ho atteso quanto
    io ho potuto a 'mparare; di modo che io mi penso,  che quel vaso ch'io
    porto in Francia, sia altrimenti degno del Cardinale e del Re, che non
    fu quello di quel vostro mediconzolo -.
    Ditte  che  io  ebbi  queste  mie  parole,  quel messer Alfonso pareva
    proprio che si  struggessi  di  desiderio  di  vedere  quel  bacino  e
    boccale,  il quale io continuamente gli negavo.  Quando un pezzo fummo
    stati in questo,  disse che se andrebbe al Duca e  per  mezzo  di  Sua
    Eccellenzia lo vedrebbe.  Allora messer Alberto Bendidio ch'era,  come
    ho detto, superbissimo, disse:
    - Innanzi che voi partiate di qui,  messer Alfonso,  voi  lo  vedrete,
    sanza adoperare i favori del Duca -.
    A  queste  parole  io  mi  parti'  e  lasciai  Ascanio e Pagolo che lo
    mostrassi loro;  qual disse poi che egli avean ditto cose  grandissime
    in  mia lode.  Volse poi messer Alfonso che io mi addomesticassi seco,
    onde a me parve mill'anni di uscir di Ferrara e levarmi  lor  dinanzi.
    Quanto  io  v'avevo ato di buono si era stata la pratica del cardinal
    Salviati e quella del cardinal di Ravenna,  e  di  qualcuno  altro  di
    quelli  virtuosi musici,  e non d'altri;  perch i Ferraresi son gente
    avarissime e piace loro la roba d'altrui  in  tutti  e'  modi  che  la
    possino  avere;  cos  son tutti.  Comparse alle ventidua ore il sopra
    ditto Fiaschino,  e mi porse il ditto diamante di valore  di  sessanta
    scudi  in  circa;  dicendomi con faccia malinconica e con breve parole
    che io portassi quello per amore  di  Sua  Eccellenzia.  Al  quale  io
    risposi:
    - E io cos far -.
    Mettendo i piedi innella staffa in sua presenza,  presi il viaggio per
    andarmi con Dio.  Not l'atto e le parole;  e  riferito  al  Duca,  in
    cllora ebbe voglia grandissima di farmi tornare indietro.

    9.  Andai  la  sera innanzi pi di dieci miglia,  sempre trottando;  e
    quando l'altro giorno io fu' fuora dal ferrarese,  n'ebbi  grandissimo
    piacere, perch da quei pagoncelli, che io vi mangiai, causa della mia
    sanit, in fuora, altro non vi cognobbi di buono.
    Facemmo  il viaggio per il Monsanese,  non toccando la citt di Milano
    per il sospetto sopraditto;  in modo che  sani  e  salvi  arrivammo  a
    Lione.  Insieme con Pagolo e Ascanio e un servitore,  eramo in quattro
    con quattro cavalcature  assai  buone.  Giunti  a  Lione  ci  fermammo
    parecchi  giorni  per  aspettare  il  mulattiere,  il quale aveva quel
    bacino e boccale d'argento insieme con le altre nostre bagaglie: fummo
    alloggiati in una badia,  che era del  Cardinale.  Giunto  che  fu  il
    mulattiere, mettemmo tutte le nostre cose in una carretta e l'avviammo
    alla  volta di Parigi: cos noi andammo in verso Parigi,  e avemmo per
    la strada qualche disturbo,  ma non fu  molto  notabile.  Trovammo  la
    corte del Re a Fontana Bele: facemmoci vedere al Cardinale,  il quale
    subito ci fece consegnare alloggiamenti,  e  per  quella  sera  stemmo
    bene.  L'altra giornata comparse la carretta;  e preso le nostre cose,
    intesolo il Cardinale,  lo disse al  Re,  il  quale  subito  mi  volse
    vedere.  Andai  da Sua Maest con il ditto bacino e boccale,  e giunto
    alla presenza sua,  gli baciai il ginocchio e lui  gratissimamente  mi
    raccolse. Intanto che io ringraziavo Sua Maest dell'avermi libero del
    carcere,  dicendo che gli era ubrigato, ogni principe buono e unico al
    mondo,  come era Sua Maest,  a liberare uomini buoni  a  qualcosa,  e
    maggiormente  innocenti  come  ero  io;  che quei benifizii eran prima
    iscritti in su' libri de Dio,  che ogni altro che far  si  potessi  al
    mondo; questo buon Re mi stette a 'scoltare finch io dissi, con tanta
    gratitudine  e  con qualche parola,  sola degna di lui.  Finito che io
    ebbi, prese il vaso e il bacino, e poi disse:
    - Veramente che tanto bel modo d'opera non credo mai che degli antichi
    se ne vedessi: perch ben mi sovviene di aver veduto tutte le  miglior
    opere e dai miglior maestri fatte, di tutta la Italia; ma io non viddi
    mai cosa che mi movessi pi grandemente che questa -.
    Queste  parole  il  ditto  Re  le  parlava in franzese al cardinale di
    Ferrara,  con molte altre maggior che queste.  Di poi voltosi a me  mi
    parl in taliano, e disse:
    - Benvenuto, passatevi tempo lietamente qualche giorno, e confortatevi
    il  cuore  e  attendete  a far buona cera;  e intanto noi penseremo di
    darvi buone comodit al poterci far qualche bell'opera.

    10.  Il cardinal di Ferrara sopra ditto veduto che il Re  aveva  preso
    grandissimo  piacere  del  mio arrivo;  ancora lui veduto che con quel
    poco dell'opere il Re s'era promesso di potersi  cavar  la  voglia  di
    fare certe grandissime opere,  che lui aveva in animo;  per in questo
    tempo, che noi andavamo drieto alla Corte,  puossi dire tribulando (il
    perch  si    che  il traino del Re si strascica continuamente drieto
    dodici mila cavalli; e questo  il manco: perch quando la Corte in e'
    tempi di pace  intera,  e' sono diciotto mila,  di  modo  che  sempre
    vengono  da  essere pi di dodici mila;  per la qual cosa noi andavamo
    seguitando la ditta Corte in tai luoghi,  alcuna volta,  dove non  era
    dua case a pena;  e s come fanno i zingani, si faceva delle trabacche
    di tele,  e molte volte si  pativa  assai):  io  pure  sollecitavo  il
    Cardinale  che incitassi il Re a mandarmi a lavorare;  il Cardinale mi
    diceva che il meglio di questo caso si era d'aspettare che il Re da s
    se ne ricordassi;  e che io mi lasciassi alcuna  volta  vedere  a  Sua
    Maest,  in mentre ch'egli mangiava. Cos faccendo, una mattina al suo
    desinare mi chiam il Re: cominci a parlar meco in taliano,  e  disse
    che  aveva  animo di fare molte opere grande,  e che presto mi darebbe
    ordine dove io avessi a lavorare,  con provvedermi di tutto quello che
    mi faceva bisogno; con molti altri ragionamenti di piacevoli e diverse
    cose.  Il  cardinal  di  Ferrara  era  alla presenza,  perch quasi di
    continuo mangiava la mattina al  tavolino  del  Re;  e  sentito  tutti
    questi  ragionamenti,  levatosi  il  Re  dalla  mensa,  il cardinal di
    Ferrara in mio favore disse, per quanto mi fu riferito:
    - Sacra Maest,  questo Benvenuto ha molto gran  voglia  di  lavorare;
    quasi  che  si  potria  dire  l'esser  peccato a far perder tempo a un
    simile virtuoso -.
    Il Re aggiunse che gli aveva ben detto,  e che meco istabilissi  tutto
    quello che io volevo per la mia provvisione. Il qual Cardinale la sera
    seguente  che  la  mattina  aveva  ato la commessione,  dipoi la cena
    fattomi domandare,  mi disse da parte di Sua Maest  come  Sua  Maest
    s'era risoluta che io mettessi mano a lavorare; ma prima voleva che io
    sapessi  qual  dovessi  essere  la mia provvisione.  A questo disse il
    Cardinale:
    - A me pare,  che se Sua Maest vi d di  provvisione  trecento  scudi
    l'anno,  che  voi benissimo vi possiate salvare;  appresso vi dico che
    voi lasciate la cura a me,  perch ogni  giorno,  viene  occasione  di
    poter   far  bene  in  questo  gran  regno  e  io  sempre  vi  aiuter
    mirabilmente -.
    Allora io dissi:
    - Sanza che  io  ricercassi  Vostra  Signoria  reverendissima,  quando
    quella mi lasci in Ferrara, mi promise di non mi cavar mai di Italia,
    se  prima  io  non  sapevo  tutto il modo che con Sua Maest io dovevo
    stare; Vostra Signoria reverendissima, in cambio di mandarmi a dire il
    modo che io dovevo stare,  mand espressa commessione che  io  dovessi
    venire in poste,  come se tale arte in poste si facessi: che se voi mi
    avessi mandato a dire di trecento scudi, come voi mi dite ora,  io non
    mi  sarei mosso per sei.  Ma di tutto ringrazio Idio e Vostra Signoria
    reverendissima ancora,  perch Idio l'ha adoperata per istrumento a un
    s gran bene,  quale  stato la mia liberazione del carcere. Per tanto
    dico a Vostra Signoria,  che tutti e' gran mali che ora io  avessi  da
    quella,  non possono aggiungere alla millesima parte del gran bene che
    da lei ho ricevuto, e con tutto il cuore ne la ringrazio,  e mi piglio
    buona  licenzia,  e dove io sar,  sempre infin che io viva,  pregher
    Idio per lei -.
    Il Cardinale adirato disse in cllora:
    - Va' dove tu vuoi, perch a forza non si pu far bene a persona -.
    Certi di quei sua cortigiani scannapagnotte dicevano:
    - A costui gli  par  essere  qualche  gran  cosa,  perch  e'  rifiuta
    trecento ducati di entrata -.
    Altri, di quei virtuosi, dicevano:
    -  Il Re non troverr mai un par di costui;  e questo nostro Cardinale
    lo vuole mercatare, come se ei fusse una soma di legne -.
    Questo fu messer Luigi Alamanni, che cos mi fu ridetto che lui disse.
    Questo fu innel Delfinato,  a un castello che non mi sovviene il nome:
    e fu l'ultimo d d'ottobre.

    11.  Partitomi  dal  Cardinale,  me  ne andai al mio alloggiamento tre
    miglia lontano di quivi,  insieme con un segretario del Cardinale  che
    al  medesimo alloggiamento ancora lui veniva.  Tutto quel viaggio quel
    segretario mai rest di domandarmi quel che io volevo  far  di  me,  e
    quel che saria stato la mia fantasia di volere di provvisione.  Io non
    gli risposi mai se none una parola, dicendo:
    - Tutto mi sapevo -.
    Di poi giunto allo alloggiamento, trovai Pagolo e Ascanio che quivi vi
    stavano; e vedendomi turbatissimo,  mi sforzorno a dir loro quello che
    io aveva; e veduto isbigottiti i poveri giovani, dissi loro:
    - Domattina io vi dar tanti danari che largamente voi potrete tornare
    alle case vostre; e io andr a una mia faccenda inportantissima, sanza
    di voi; che gran pezzo  che io ho ato in animo di fare -.
    Era  la  camera  nostra  a  muro  a  muro  accanto  a quella del ditto
    segretario,  e talvolta  possibile che lui lo scrivessi al  Cardinale
    tutto  quello  che io avevo in animo di fare;  se bene io non ne seppi
    mai nulla.  Passossi la notte sanza mai dormire: a me pareva mill'anni
    che  si  facessi giorno,  per seguitare la resoluzione che di me fatto
    avevo.  Venuto  l'alba  del  giorno,  dato  ordine  ai  cavagli  e  io
    prestamente  messomi in ordine,  donai a quei dua giovani tutto quello
    che io avevo portato meco,  e di pi cinquanta ducati d'oro:  e  altre
    tanta  ne  salvai per me,  di pi quel diamante che mi aveva donato il
    Duca;  solo due camicie ne portavo e certi non troppi  boni  panni  da
    cavalcare,  che  io  avevo  addosso.  Non  potevo ispiccarmi dalli dua
    giovani,  che se ne volevano venire con esso meco a ogni modo;  per la
    qual cosa io molto gli svili' dicendo loro:
    -  Uno   di prima barba e l'altro a mano a mano comincia a 'verla,  e
    avete da me imparato tanto di questa povera virt che io  v'ho  potuto
    insegnare,  che  voi  siete  oggi i primi giovani di Italia;  e non vi
    vergognate che non vi basti l'animo a uscire del carruccio del  babbo,
    qual  sempre vi porti?  Questa  pure una vil cosa!  O se vi lasciassi
    andare sanza danari, che diresti voi? Ora levatevimi d'inanzi, che Dio
    vi benedica mille volte: a Dio -.
    Volsi il cavallo,  e lascia' li piangendo.  Presi la strada bellissima
    per  un  bosco,  per  discostarmi  quella  giornata quaranta miglia il
    manco,  in luogo pi incognito che  pensar  potevo.  E  di  gi  m'ero
    discostato  incirca  a  dua  miglia;  e  in quel poco viaggio io m'ero
    risoluto di non mai pi praticare in parte dove io  fussi  conosciuto,
    n  mai  pi volevo lavorare altra opera,  che un Cristo grande di tre
    braccia,  appressandomi pi che potevo a quella infinita bellezza  che
    dallui stesso m'era stata mostra.  Essendomi gi resoluto affatto,  me
    n'andavo alla volta del Sepulcro.
    Pensando essermi  tanto  iscostato  che  nessuno  pi  trovar  non  mi
    potessi,  in  questo io mi senti' correr dietro cavagli;  e mi feciono
    alquanto sospetto,  perch in quelle parte  v'  una  certa  razza  di
    brigate,  li quali si domandan venturieri,  che volentieri assassinano
    alla strada; e se bene ogni 'n d assai se ne impicca,  quasi pare che
    non se ne curino.  Appressatimisi pi costoro,  cognobbi che gli erano
    un mandato del Re, insieme con quel mio giovane Ascanio; e giunto a me
    disse:
    - Da parte del Re vi dico che prestamente voi vegniate a lui -.
    Al quale uomo io dissi:
    - Tu vieni da parte del Cardinale;  per la qual  cosa  io  non  voglio
    venire -.
    L'uomo disse che da poi che io non volevo andare amorevolmente,  aveva
    autorit di comandare a' populi,  i quali mi  merrebbono  legato  come
    prigione.  Ancora Ascanio, quant'egli poteva, mi pregava, ricordandomi
    che quando il Re metteva un prigione,  stava dappoi cinque anni per lo
    manco   a  risolversi  di  cavarlo.   Questa  parola  della  prigione,
    sovvenendomi  di  quella  di  Roma,  mi  porse  tanto  ispavento,  che
    prestamente  volsi  il  cavallo  dove  il mandato del Re mi disse.  Il
    quale,  sempre borbottando in franzese,  non rest mai in  tutto  quel
    viaggio,  insinch  m'ebbe  condutto alla Corte: or mi bravava,  or mi
    diceva una cosa, ora un'altra, da farmi rinnegare il mondo.

    12.  Quando noi fummo giunti agli alloggiamenti del Re,  noi  passammo
    dinanzi a quelli del cardinale di Ferrara.  Essendo il Cardinale in su
    la porta, mi chiam a s e disse:
    - Il nostro Re Cristianissimo da per s stesso v'ha fatto la  medesima
    provvisione,  che  sua  Maest  dava a Lionardo da Vinci pittore: qual
    sono settecento scudi l'anno;  e di pi vi paga tutte l'opere che  voi
    gli  farete;  ancora  per  la  vostra venuta vi dona cinquecento scudi
    d'oro,  i quali vuol che vi sien pagati prima che voi vi  partiate  di
    qui -.
    Finito  che  ebbe  di  dire il Cardinale,  io risposi che quelle erono
    offerte da quel Re che gli era.  Quel mandato del Re,  non sapendo chi
    io mi fussi,  vedutomi fare quelle grande offerte da parte del Re,  mi
    chiese molte volte perdono.
    Pagolo e Ascanio dissono:
    - Idio ci ha aiutati ritornare in cos onorato carruccio -.
    Di poi l'altro giorno io andai a ringraziare il Re,  il quale m'impose
    che  io  gli  facessi  i modelli di dodici statue d'argento,  le quali
    voleva che servissino per dodici candelieri intorno alla sua tavola: e
    voleva che fussi figurato sei  Iddei  e  sei  Iddee,  della  grandezza
    appunto  di  Sua Maest,  quale era poco cosa manco di quattro braccia
    alto. Dato che egli m'ebbe questa commessione,  si volse al tesauriere
    de' risparmi e lo domand se lui mi aveva pagato li cinquecento scudi.
    Disse che non gli era stato detto nulla.  El Re l'ebbe molto per male,
    ch aveva commesso al Cardinale che gnene dicessi. Ancora mi disse che
    io andassi a Parigi,  e cercassi che stanza fussi a proposito per  far
    tale opere,  perch me la farebbe dare.  Io presi li cinquecento scudi
    d'oro e me ne andai a Parigi in una stanza del cardinale di Ferrara; e
    quivi cominciai innel nome di Dio a lavorare,  e feci quattro  modelli
    piccoli  di  dua  terzi  di  braccio  l'uno,  di cera: Giove,  Iunone,
    Appollo,  Vulgano.  In questo mezzo il Re venne a Parigi;  per la qual
    cosa  io subito lo andai a trovare,  e portai i detti modelli con esso
    meco, insieme con quei mia dua giovani, cio Ascanio e Pagolo.  Veduto
    che io ebbi che il Re era sadisfatto delli detti modelli,  e' m'impose
    per il primo che  io  gli  facessi  il  Giove  d'argento  della  ditta
    altezza.  Mostrai  a  Sua  Maest  che quelli dua giovani ditti io gli
    avevo menati di Italia per servizio di Sua Maest;  e perch io me gli
    avevo  allevati,  molto meglio per questi principii avrei tratto aiuto
    da loro,  che da quelli della citt di Parigi.  A questo il Re  disse,
    che io facessi alli ditti dua giovani un salario qual mi paressi a me,
    che fussi recipiente a potersi trattenere.
    Dissi  che  cento scudi d'oro per ciascuno stava bene,  e che io farei
    benissimo guadagnar loro tal salario. Cos restammo d'accordo.  Ancora
    dissi,  che  io  aveva  trovato  un  luogo  il quale mi pareva molto a
    proposito da fare in esso tali opere;  el ditto luogo si  era  di  Sua
    Maest particulare,  domandato il Piccol Nello, e che allora lo teneva
    il provosto di Parigi, a chi Sua Maest l'aveva dato; ma perch questo
    provosto non se  ne  serviva,  Sua  Maest  poteva  darlo  a  me,  che
    l'adoperrei per suo servizio. Il Re subito disse:
    - Cotesto luogo  casa mia;  e io so bene che quello a chi io lo detti
    non lo abita,  e non se ne serve;  per ve ne  servirete  voi  per  le
    faccende  nostre  -  e  subito  comand  al  suo luogotenente,  che mi
    mettessi in detto Nello. Il quale fece alquanto di resistenza, dicendo
    al Re che non lo poteva fare.  A questo il Re rispose in  cllora  che
    voleva  dar  le cose sue a chi piaceva allui e a uomo che lo servissi,
    perch di cotestui non si serviva niente: per non gli parlassi pi di
    tal cosa.  Ancora aggiunse il luogotenente,  che saria di necessit di
    usare un poco di forza. Al quale il Re disse:
    -  Andate adesso,  e se la piccola forza non  assai,  mettetevi della
    grande -.
    Subito  mi  men  al  luogo  ed  ebbe  a  usar  forza  a  mettermi  in
    possessione:  di  poi  mi  disse che io m'avessi benissimo cura di non
    v'essere ammazzato.  Entrai drento,  e subito presi de'  servitori,  e
    comperai  parecchi  gran  pezzi  d'arme in aste,  e parecchi giorni mi
    stetti con grandissimo dispiacere;  perch questo era gran  gentiluomo
    pariciano,  e gli altri gentiluomini m'erano tutti nimici, di modo che
    mi facevano tanti insulti,  che io non potevo  resistere.  Non  voglio
    lasciare  indietro,  che  in  questo  tempo che io m'acconciai con Sua
    Maest correva appunto il millesimo del 1540,  che appunto  era  l'et
    mia de' quaranta anni.

    13.  Per questi grandi insulti io ritornai al Re,  pregando Sua Maest
    che mi accomodassi altrove: alle qual parole mi disse il Re:
    - Chi siate voi, e come avete voi nome?  - Io restai molto ismarrito e
    non sapevo quello che il Re si volessi dire; e standomi cos cheto, il
    Re replic un'altra volta le medesime parole quasi adirato.  Allora io
    risposi che aveva nome Benvenuto.
    Disse il Re:
    - Addunche se voi siete quel Benvenuto che io ho inteso,  fate sicondo
    il costume vostro, che io ve ne d piena licenza -.
    Dissi  a  Sua  Maest che mi bastava solo mantenermi nella grazia sua,
    del resto io non conoscevo cosa nessuna che mi potessi nuocere. Il Re,
    ghignato un pochetto, disse:
    - Andate addunche, e la grazia mia non vi mancher mai -.
    Subito mi ordin un  suo  primo  segretario,  il  quale  si  domandava
    monsignor  di  Villurois,  che  dessi  ordine  a  farmi  provvedere  e
    acconciare per tutti i miei bisogni. Questo Villurois era molto grande
    amico di quel gentiluomo chiamato il provosto,  di chi  era  il  ditto
    luogo  di  Nello.  Questo  luogo  era  in  forma  triangulare,  ed era
    appiccato con le mura della citt ed era castello antico,  ma  non  si
    teneva  guardie:  era  di  buona grandezza.  Questo detto Monsignor di
    Villurois mi consigliava che io cercassi di qualche altra cosa,  e che
    io lo lasciassi a ogni modo; perch quello di che gli era, era uomo di
    grandissima possanza,  e che certissimo lui mi arebbe fatto ammazzare.
    Al quale io risposi,  che ero andato di Italia  in  Francia  solo  per
    servire quel maraviglioso Re,  e quanto al morire, io sapevo certo che
    a morire avevo;  che un poco prima o un poco dappoi non  mi  dava  una
    noia  al mondo.  Questo Villurois era uomo di grandissimo ispirito,  e
    mirabile in ogni cosa sua, grandissimamente ricco: non  al mondo cosa
    che lui non avessi fatto per farmi dispiacere,  ma non  lo  dimostrava
    niente;  era persona grave, di bello aspetto, parlava adagio. Commesse
    a un altro gentiluomo, che si domandava Monsignor di Marmagnia,  quale
    era  tesauriere  di  Lingua d'oca.  Questo uomo,  la prima cosa che e'
    fece,  cercato le migliore stanze di quel luogo,  le faceva acconciare
    per s: al quale io dissi che quel luogo me lo aveva dato il Re perch
    io lo servissi,  e che quivi non volevo che abitassi altri che me e li
    mia servitori. Questo uomo era superbo,  aldace,  animoso;  e mi disse
    che voleva fare quanto gli piaceva, e che io davo della testa nel muro
    a voler contrastare contro a di lui;  e che tutto quel che lui faceva,
    ne aveva ato commessione da Villurois di poter farlo. Allora io dissi
    che io avevo ato commessione dal Re, che n lui n Villurois tal cosa
    non potrebbe fare. Quando io dissi questa parola,  questo superbo uomo
    mi  disse  in  sua lingua franzese molte brutte parole,  alle quali io
    risposi in lingua mia, che lui mentiva. Mosso dall'ira,  fece segni di
    metter  mano a una sua daghetta;  per la qual cosa io messi la mano in
    sun una mia daga grande,  che continuamente io portavo accanto per mia
    difesa, e li dissi:
    -  Se  tu  sei  tanto  ardito  di  sfoderar  quell'arme,  io subito ti
    ammazzer -.
    Gli aveva seco dua servitori,  e io avevo li mia  dua  giovani:  e  in
    mentre che il ditto Marmagnia stava cos sopra di s,  non sapendo che
    farsi, pi presto vlto al male, e' diceva borbottando:
    - Gi mai non comporter tal cosa -.
    Io vedevo la cosa andar per la mala via;  subito mi risolsi e dissi  a
    Pagolo e Ascanio:
    - Come voi vedete che io sfodero la mia daga, gittatevi addosso ai dua
    servitori e ammazzategli, se voi potete: perch costui io lo ammazzer
    al primo; poi ci andren con Dio d'accordo subito -.
    Sentito Marmagnia questa resoluzione,  gli parve fare assai a uscir di
    quel luogo vivo. Tutte queste cose,  alquanto un poco pi modeste,  io
    le scrissi al cardinale di Ferrara, il quale subito le disse al Re.
    Il  Re  crucciato mi dette in custode a un altro di quei suoi ribaldi,
    il quale si domandava monsignor lo iscontro d'Orbech.
    Questo uomo con tanta piacevolezza,  quanto  inmaginar  si  possa,  mi
    provvedde di tutti li mia bisogni.

    14.  Fatto  ch'io  ebbi  tutti gli acconci della casa e della bottega,
    accomodatissimi a poter  servire,  e  onoratissimamente,  per  li  mia
    servizii  della  casa,  subito  messi  mano  a far tre modelli,  della
    grandezza appunto che gli avevano da essere  d'argento:  questi  furno
    Giove e Vulgano e Marte. Gli feci di terra, benissimo armati di ferro,
    di poi me ne andai dal Re,  il quale mi fece dare,  se ben mi ricordo,
    trecento libbre d'argento,  acci che io cominciassi  a  lavorare.  In
    mentre  che  io  davo ordine a queste cose,  si finiva il vasetto e il
    bacino ovato,  i quali ne portorno parecchi mesi.  Finiti che  io  gli
    ebbi, gli feci benissimo dorare.
    Questa parve la pi bell'opera che mai si fosse veduta in Francia.
    Subito lo portai al cardinal di Ferrara,  il quale mi ringrazi assai;
    di poi sanza me lo port al Re e gnene fece un presente.  Il Re l'ebbe
    molto  caro,  e mi lod pi smisuratamente che mai si lodassi uomo par
    mio;  e per questo presente don al cardinal di Ferrara una  badia  di
    sette  mila  scudi d'entrata;  e a me volse far presente.  Per la qual
    cosa il Cardinale lo inped,  dicendo a Sua Maest che  quella  faceva
    troppo presto,  non gli avendo ancora dato opera nessuna. E il Re, che
    era liberalissimo, disse:
    - Per gli vo' io dar coraggio che me ne possa dare -.
    Il Cardinale, a questo vergognatosi, disse:
    - Sire,  io vi priego che voi lasciate fare a me;  perch io gli  far
    una pensione di trecento scudi il manco,  subito che io abbia preso il
    possesso della badia -.
    Io non gli ebbi mai, e troppo lungo sarebbe a voler dire la diavoleria
    di questo Cardinale;  ma mi  voglio  riserbare  a'  cose  di  maggiore
    importanza.

    15.  Mi  tornai  a  Parigi.  Con  tanto  favore  fattomi dal Re io era
    ammirato da ugniuno.  Ebbi l'argento,  e cominciai la ditta statua  di
    Giove.  Presi  di  molti  lavoranti,  e  con grandissima sollecitudine
    giorno e notte non restavo mai di lavorare; di modo che, avendo finito
    di terra Giove, Vulcano e Marte,  di gi cominciato d'argento a tirare
    innanzi  assai  bene  il  Giove,  si  mostrava la bottega di gi molto
    ricca.  In questo conparse el Re a Parigi: io l'andai  a  visitare;  e
    subito che Sua Maest mi vedde, lietamente mi chiam e mi domandava se
    alla mia magione era qualcosa da mostrargli di bello,  perch verrebbe
    insin quivi. Al quale io contai tutto quel che io avevo fatto.  Subito
    gli  venne  volunt  grandissima di venire;  e di poi il suo desinare,
    dette ordine con madama de Tampes,  col cardinal di  Loreno,  e  certi
    altri  di  quei  signori,  qual  fu  il re di Navarra,  cognato del re
    Francesco,  e la Regina,  sorella del ditto  re  Francesco;  venne  il
    Dalfino e la Dalfina;  tanto si ,  che quel d venne tutta la nobilt
    della Corte. Io m'ero avviato a casa, e m'ero misso a lavorare. Quando
    il Re comparse alla porta  del  mio  castello,  sentendo  picchiare  a
    parecchi  martella,  comand  a  ugniuno che stessi cheto: in casa mia
    ogniuno era innopera;  di modo che io mi trovai sopraggiunto  dal  Re,
    che  io non lo aspettavo.  Entr nel mio salone: e 'l primo che vedde,
    vedde me con una gran piastra d'argento in mano,  qual serviva per  il
    corpo del Giove: un altro faceva la testa,  un altro le gambe, in modo
    che il romore era grandissimo.  In mentre che io lavoravo,  avendo  un
    mio  ragazzetto  franzese  intorno,  il quale m'aveva fatto non so che
    poco di dispiacere, per la qual cosa io gli avevo menato un calcio,  e
    per  mia  buona sorte,  entrato col pi nella inforcatura delle gambe,
    l'avevo spinto innanzi pi di quattro braccia, di modo che all'entrare
    del Re  questo  putto  s'attenne  addosso  al  Re:  il  perch  il  Re
    grandemente se ne rise,  e io restai molto smarrito.  Cominci il Re a
    dimandarmi quello che io facevo,  e volse che io lavorassi;  di poi mi
    disse  che io gli farei molto pi piacere a non mi affaticare mai,  s
    bene trre quanti uomini io volessi,  e quelli  far  lavorare:  perch
    voleva  che  io mi conservassi sano per poterlo servir pi lungamente.
    Risposi a Sua Maest,  che subito io mi ammalerei se io non lavorassi,
    n  manco l'opere non sarebbono di quella sorte - che io desidero fare
    per Sua Maest -.
    Pensando il Re che quello che io dicevo fussi detto per millantarsi, e
    non perch cos fussi la verit,  me lo fece ridire  dal  cardinal  de
    Loreno,  al quali io mostrai tanto larghe le mie ragione e aperte, che
    lui ne rest  capacissimo:  per  confort  il  Re  che  mi  lasciassi
    lavorare poco e assai, secondo la mia volunt.

    16.  Restato  sadisfatto  il  Re  delle opere mie,  se ne torn al suo
    palazzo, e mi lasci pieno di tanti favori,  che saria lungo a dirgli.
    L'altro giorno appresso,  al suo desinare,  mi mand a chiamare. V'era
    alla presenza il cardinal di Ferrara,  che desinava  seco.  Quando  io
    giunsi,  ancora  il  Re  era  alla  siconda vivanda: accostatomi a Sua
    Maest,  subito cominci a ragionar meco,  dicendo che da poi che  gli
    aveva  cos  bel  bacino  e  cos  bel  boccale  di mia mano,  che per
    compagnia di quelle tal cose  richiedeva  una  bella  saliera,  e  che
    voleva  che io gnene facessi un disegno;  ma ben l'arebbe voluto veder
    presto. Allora io aggiunsi dicendo:
    - Vostra Maest vedr molto pi presto  un  tal  disegno,  che  la  mi
    domanda;  perch in mentre che io facevo il bacino pensavo che per sua
    compagnia si gli dovessi far la saliera - e che tal cosa  era  di  gi
    fatta;  e  che se gli piaceva,  io gliene mostrerrei subito.  El Re si
    risent con molta baldanza,  e voltosi a quei Signori,  qual era il re
    di Navarra, el cardinal di Loreno e 'l cardinal di Ferrara, e' disse:
    -  Questo veramente  un uomo da farsi amare e desiderare da ogni uomo
    che non lo cognosca -; di poi disse a me, che volentieri vedrebbe quel
    disegno che  io  avevo  fatto  sopra  tal  cosa.  Messimi  in  via,  e
    prestamente  andai  e tornai,  perch avevo solo a passare la fiumara,
    cio la Sena: portai meco un modello di cera,  il quale io avevo fatto
    gi a richiesta del cardinal di Ferrara in Roma. Giunto che io fui dal
    Re, scopertogli il modello, il Re maravigliatosi disse:
    -  Questa    cosa  molto  pi divina l'un cento,  che io non arei mai
    pensato. Questa  gran cosa di quest'uomo!  Egli non debbe mai posarsi
    -.
    Di poi si volse a me con faccia molto lieta, e mi disse che quella era
    un'opera che gli piaceva molto, e che desiderava che io gliene facessi
    d'oro. Il cardinal di Ferrara, che era alla presenza mi guard in viso
    e mi accenn,  come quello che la ricognobbe che quello era il modello
    che io avevo fatto per lui in Roma.  A questo io dissi che quell'opera
    gi avevo detto che io la farei a chi l'aveva avere.
    Il  Cardinale,  ricordatosi  di  quelle  medesime  parole,  quasi  che
    isdegnato, parutogli che io mi fussi voluto vendicare, disse al Re:
    - Sire,  questa  una grandissima opera,  e per  io  non  sospetterei
    d'altro,  se  none  che  io  non crederrei mai vederla finita;  perch
    questi valenti uomini,  che hanno quei gran  concetti  di  quest'arte,
    volentieri danno lor principio, non considerando bene quando ell'hanno
    aver la fine.  Per tanto, faccendo fare di queste cotale grande opere,
    io vorrei sapere quando io l'avessi avere -.
    A questo rispose il Re dicendo che chi cercassi  cos  sottilmente  la
    fine  dell'opere,  non  ne comincerebbe mai nessuna;  e lo disse in un
    certo modo,  mostrando che quelle cotali opere non fussino materia  da
    uomini di poco animo. Allora io dissi:
    -  Tutti  e' principi che danno animo ai servitori loro,  in quel modo
    che fa e che dice Sua Maest,  tutte le grande imprese  si  vengono  a
    facificare;  e poi che Dio m'ha dato un cos maraviglioso padrone,  io
    spero di dargli finite di molte grande e meravigliose opere. - E io lo
    credo - disse il Re; e levossi da tavola. Chiamommi nella sua camera e
    mi domand quanto oro bisognava per quella saliera:
    - Mille scudi, - dissi io. Subito il Re chiam un suo tesauriere,  che
    si  domandava  Monsignor  lo  risconte  di Orbeche,  e gli domand che
    allora allora mi provvedessi mille scudi vecchi di buon  peso,  d'oro.
    Partitici  da  Sua  Maest,  mandai  a  chiamare quelli dua notati che
    m'avevan fatto dare l'argento per il  Giove  e  molte  altre  cose,  e
    passato la Sena, presi una piccolissima sportellina che m'aveva donato
    una mia sorella cugina,  monaca,  innel passare per Firenze, e per mia
    buona aria tolsi quella sportellina,  e none un sacchetto: e pensando
    di spedire tal faccenda di giorno,  perch ancora era buon'otta, e non
    volendo isviare i lavoranti;  e manco non mi curai di menare servitore
    meco.  Giunsi  a casa il tesauriere,  il quale di gi aveva innanzi li
    danari, e gli sceglieva s come gli aveva detto il Re. Per quanto a me
    parve vedere,  quel ladrone tesauriere fece con arte il tardare insino
    a tre ore di notte a contarmi li detti dinari.  Io,  che non mancai di
    diligenza,  mandai a chiamare parecchi  di  quei  mia  lavoranti,  che
    venissino a farmi compagnia, perch era cosa di molta importanza.
    Veduto che li detti non venivano,  io domandai a quel mandato,  se gli
    aveva fatto l'anbasciata mia. Un certo ladroncello servitore disse che
    l'aveva fatta, e che loro avevan detto non poter venire; ma che lui di
    buona voglia mi porterebbe quelli dinari: al quale io  dissi,  che  li
    dinari volevo portar da me.  Intanto era spedito il contratto, contato
    li dinari e tutto. Messomili nella sportellina ditta,  di poi messi il
    braccio nelle dua manichi; e perch entrava molto per forza, erano ben
    chiusi,  e  con  pi  mia  comodit  gli portavo che se fussi stato un
    sacchetto. Ero bene armato di giaco e maniche, e con la mia spadetta e
    'l pugnale accanto prestamente mi messi la via fra gambe.

    17. In quello stante viddi certi servitori, che, bisbigliando,  presto
    ancora  loro  si partirno di casa,  mostrando andare per altra via che
    quella dove io andavo.  Io che sollecitamente  camminavo,  passato  il
    ponte al Cambio,  venivo su per un muricciuolo della fiumara, il quale
    mi conduceva a casa mia a Nello.  Quando io fui appunto dagli Austini,
    luogo pericolosissimo se ben vicino a casa mia cinquecento passi;  per
    essere l'abitazione del castello a drento quasi che altretanto, non si
    sarebbe sentito  la  voce,  se  io  mi  fussi  messo  a  chiamare,  ma
    resolutomi  in  un tratto che io mi veddi scoperto a dosso quattro con
    quattro spade, prestamente copersi quella sportellina con la cappa,  e
    messo mano in su la mia spada, veduto che costoro con sollecitudine mi
    serravano, dissi:
    -  Dai soldati non si pu guadagnare altro che la cappa e la spada;  e
    questa, prima che io ve la dia, spero l'arete con poco vostro guadagno
    -.
    E pugnando contro a di loro animosamente,  pi volte  m'apersi,  acci
    che,  se  e' fussino stati di quelli indettati da quei servitori,  che
    m'avevan visto pigliare i danari,  con qualche ragione iudicassino che
    io non avevo tal somma di danari addosso.
    La  pugna  dur  poco,  perch  a poco a poco si ritiravono;  e da lor
    dicevano in lingua loro:
    - Questo  un bravo italiano,  e certo non  quello che noi cercavamo;
    o s veramente, se gli  lui, e' non ha nulla addosso -.
    Io parlavo italiano,  e continuamente a colpi di stoccate e imbroccate
    talvolta molto  a  presso  gl'investi'  alla  vita;  e  perch  io  ho
    benissimo maneggiato l'arme,  pi giudicavono che io fussi soldato che
    altro;  e ristrettisi insieme,  a poco a poco  si  scostavano  da  me,
    sempre  borbottando  sotto  voce  in  lor  lingua;  e ancora io sempre
    dicevo, modestamente pure,  che chi voleva la mia arme e la mia cappa,
    non l'arebbe senza fatica.
    Cominciai a sollecitare il passo,  e lor sempre venivano a lento passo
    drietomi; per la qual cosa a me crebbe la paura,  pensando di non dare
    in qualche imboscata di parecchi altri simili, che m'avessino messo in
    mezzo;  di  modo che,  quando io fui presso a cento passi,  mi messi a
    tutta corsa e ad alta voce gridavo:
    - Arme arme, fuora fuora, ch io sono assassinato -.
    Subito corse quattro giovani con  quattro  pezzi  d'arme  in  aste:  e
    volendo seguitar drieto a coloro,  che ancor gli vedevano, gli fermai,
    dicendo pur forte:
    - Quei quattro poltroni non hanno saputo fare, contro a uno uomo solo,
    un bottino di mille scudi d'oro in  oro,  i  quali  m'hanno  rotto  un
    braccio;  s  che  andiangli  prima  a  riporre,  e  di poi io vi far
    compagnia col mio spadone a dua mane dove voi vorrete -.
    Andammo a riporre li dinari; e quelli mia giovani,  condolendosi molto
    del gran pericolo che io avevo portato, modo che isgridarmi, dicevano:
    -  Voi  vi  fidate  troppo  di voi stesso,  e una volta ci avete a far
    piagner tutti -.
    Io dissi di molte  cose;  e  lor  mi  risposono  anche;  fuggirno  gli
    aversari mia;  e noi tutti allegri e lieti cenammo,  ridendoci di quei
    gran pressi che fa la fortuna,  tanto in bene quanto in  male;  e  non
    cogliendo,    come  se  nulla non fussi stato.  Gli  ben vero che si
    dice: "Tu imparerai per un'altra volta".  Questo non vale,  perch  la
    vien sempre con modi diversi e non mai immaginati.

    18.  La  mattina seguente subito detti principio alla gran saliera,  e
    con sollecitudine quella con l'altre opere facevo tirare  innanzi.  Di
    gi avevo preso di molti lavoranti, s per l'arte della scultura, come
    per  l'arte  della  oreficeria.  Erano,  questi  lavoranti,  italiani,
    franzesi, todeschi, e talvolta n'avevo buona quantit,  sicondo che io
    trovavo  de'  buoni;  perch di giorno in giorno mutavo,  pigliando di
    quelli che sapevano pi,  e quelli io gli sollecitavo di sorte che per
    il  continuo  affaticarsi  (vedendo fare a me,  che mi serviva un poco
    meglio la complessione che a loro,  non possendo resistere  alle  gran
    fatiche, pensando ristorarsi col bere e col mangiare assai), alcuni di
    quei todeschi,  che meglio sapevano che gli altri, volendo seguitarmi,
    non sopport da loro la natura tale ingiurie, che quegli ammazz.
    In mentre che io tiravo innanzi il Giove d'argento,  vedutomi avanzare
    assai bene dell'argento, messi mano sanza saputa del Re a fare un vaso
    grande  con  dua manichi,  dell'altezza d'un braccio e mezzo in circa.
    Ancora mi venne voglia di gittare di bronzo quel modello grande che io
    avevo fatto per il Giove d'argento;  messo mano a tal  nuova  impresa,
    quale io non avevo mai pi fatta, e conferitomi con certi vecchioni di
    quei maestri di Parigi,  dissi loro tutti e' modi che noi nella Italia
    usavono fare tal impresa.
    Questi a me dissono che per quella via non erano mai camminati,  ma se
    io  lasciavo  fare sicondo i lor modi,  me lo darebbon fatto e gittato
    tanto netto e bello, quant'era quello di terra. Io volsi fare mercato,
    dando quest'opera sopra di loro: e sopra la domanda che quei  m'avevan
    fatta, promessi loro parecchi scudi di pi.
    Messon  mano  a  tale impresa;  e veduto io che loro non pigliavono la
    buona via,  prestamente cominciai una testa di Iulio Cesare,  col  suo
    petto,  armata,  grande  molto  pi del naturale,  qual ritraevo da un
    modello piccolo che io m'avevo portato di Roma,  ritratto da una testa
    maravigliosissima  antica.  Ancora  messi mano in un'altra testa della
    medesima grandezza, quale io ritraevo da una bellissima fanciulla, che
    per mio diletto carnale a presso a  me  tenevo.  A  questa  posi  nome
    Fontana  Beli,  che  era  quel  sito  che  aveva eletto il Re per sua
    propria dilettazione.  Fatto la fornacetta bellissima per  fondere  il
    bronzo,  e messo in ordine e cotto le nostre forme,  quegli el Giove e
    io le mia dua teste, dissi a loro:
    - Io non credo che il vostro Giove venga,  perch voi  non  gli  avete
    dati  tanti  spiriti  da  basso,  che el vento possa girare;  per voi
    perdete il tempo -.
    Questi dissono a me,  che quando la loro opera non  fossi  venuta,  mi
    renderebbono tutti li dinari che io avevo dati loro a buon conto, e mi
    rifarebbono  tutta  la perduta ispesa;  ma che io guardassi bene,  che
    quelle mie belle teste,  che io  volevo  gittare  al  mio  modo  della
    Italia,  mai  non  mi  verrebbono.  A  questa disputa fu presente quei
    tesaurieri e altri gentiluomini, che per commession del Re mi venivano
    a vedere; e tutto quello che si diceva e faceva,  ogni cosa riferivano
    al Re.
    Feciono questi dua vecchioni, che volevan gittare il Giove, soprastare
    alquanto il dare ordine del getto;  perch dicevano che arebbon voluto
    acconciare quelle dua forme delle mie teste;  perch quel modo che  io
    facevo,  non  era  possibile  che le venissimo,  ed era gran peccato a
    perder cos bell'opere.  Fattolo intendere al Re,  rispose Sua  Maest
    che  gli  attendessino a 'mparare e non cercassino di volere insegnare
    al maestro.  Questi con gran risa messono in fossa l'opera loro;  e io
    saldo,  sanza  nissuna  dimostrazione  n  di  risa n di stizza - che
    l'avevo - messi con le mie dua forme in mezzo il Giove:  e  quando  il
    nostro metallo fu benissimo fonduto,  con grandissimo piacere demmo la
    via al ditto metallo,  e benissimo s'empi la forma del  Giove;  innel
    medesimo  tempo s'empi la forma delle mie due teste: di modo che loro
    erano lieti e io contento;  perch avevo caro d'aver  detto  le  bugie
    della loro opera,  e loro mostravano d'aver molto caro d'aver detto le
    bugie della mia.
    Domandorno pure alla franciosa con gran  letizia  da  bere:  io  molto
    volentieri  feci  far loro una ricca colezione.  Da poi mi chiesono li
    dinari che gli avevano da avere, e quegli di pi che io avevo promessi
    loro. A questo io dissi:
    - Voi vi siate risi di quello, che io ho ben paura che voi non abbiate
    a piangere;  perch io ho considerato che in  quella  vostra  forma  
    entrato  molto pi roba che 'l suo dovere;  per io non vi voglio dare
    pi dinari, di quelli che voi avete auti, insino a domattina -.
    Cominciorno a considerare questi poveri uomini  quello  che  io  avevo
    detto  loro,  e  sanza  dir  niente  se  ne andorno a casa.  Venuti la
    mattina, cheti cheti cominciorno a cavare di fossa;  e perch loro non
    potevano  iscoprire  la  loro  gran forma,  se prima egli non cavavano
    quelle mie due teste,  le quali cavorno  e  stavono  benissimo,  e  le
    avevano messe in piede, che benissimo si vedevano.
    Cominciato  da poi a scoprire il Giove,  non furno dua braccia in gi,
    che loro con quattro lor lavoranti messono s grande il grido,  che io
    li sentii.  Pensando che fussi grido di letizia, mi cacciai a correre,
    che ero nella mia camera lontano pi di cinquecento  passi.  Giunsi  a
    loro  e  li trovai in quel modo che si figura quelli che guardavano il
    sepulcro di Cristo,  afflitti e spaventati.  Percossi gli occhi  nelle
    mie due teste,  e veduto che stavan bene,  accomoda' mi il piacere col
    dispiacere: e loro si scusavano, dicendo:
    - La nostra mala fortuna! - Alle qual parole io dissi:
    - La vostra fortuna  stata bonissima,  ma gli  bene stato cattivo il
    vostro  poco  sapere.  Se  io  avessi  veduto  mettervi  innella forma
    l'anima, con una sola parola io v'arei insegnato che la figura sarebbe
    venuta benissimo;  per la qual cosa a me  ne  risultava  molto  grande
    onore  e a voi molto utile: ma io del mio onore mi scuser,  ma voi n
    de l'onore n de  l'utile  non  avete  iscampo:  per  un'altra  volta
    imparate a lavorare e non imparate a uccellare -.
    Pur mi si raccomandavono,  dicendomi che io avevo ragione, e che se io
    non gli aiutavo, che avendo a pagare quella grossa spesa e quel danno,
    loro andrebbono accattando insieme con le lor famiglie.  A  questo  io
    dissi, che quando gli tesaurieri del Re volessin lor far pagare quello
    a che loro s'erano ubrigati,  io prommettevo loro di pagargli del mio,
    perch io avevo veduto veramente che loro avevan fatto di  buon  cuore
    tutto  quello  che  loro  sapevano.  Queste  cose  m'accrebbono  tanta
    benivolenzia con quei tesaurieri e con quei ministri del  Re,  che  fu
    inistimabile.
    Tutto si scrisse al Re,  il quale unico liberalissimo,  comand che si
    facessi tutto quello che io dicevo.

    19.  Era in questo giunto il maravigliosissimo bravo Piero Strozzi;  e
    ricordato al Re le sue lettere di naturalit, il Re subito comand che
    fussino  fatte.  -  E insieme con esse - disse - fate ancora quelle di
    Benvenuto, mon ami, e le portate subito da parte mia a sua magione,  e
    dategnene senza nessuna spesa -.
    Quelle  del gran Piero Strozzi gli costorno molte centinaia di ducati;
    le mie me le port un  di  quei  primi  sua  segretari,  il  quale  si
    domandava  messer  Antonio  Massone.  Questo  gentiluomo  mi  porse le
    lettere con  maravigliosa  dimostrazione,  da  parte  di  Sua  Maest,
    dicendo:  -  Di  queste  vi  fa presente il Re,  acci che con maggior
    coraggio voi lo possiate servire. Queste son lettere di naturalit - e
    contonmi come molto tempo e con molti favori l'aveva date a  richiesta
    di Piero Istrozzi a esso, e che queste da per s istesso me le mandava
    a presentare: che un tal favore non s'era mai pi fatto in quel regno.
    A  queste  parole  io con gran dimostrazione ringraziai il Re;  di poi
    pregai il ditto segretario,  che di grazia mi dicessi quel che  voleva
    dire quelle "lettere di naturalit".
    Questo  segretario  era molto virtuoso e gentile,  e parlava benissimo
    italiano: mossosi prima a gran risa,  di poi ripreso  la  gravit,  mi
    disse  innella  lingua mia,  cio in italiano,  quello che voleva dire
    "lettere di naturalit" quale era una delle  maggior  degnit  che  si
    dessi a un forestiero; e disse:
    - Questa  altra maggiore cosa che esser fatto gentiluomo veniziano -.
    Partitosi da me,  tornato al Re,  tutto rifer a Sua Maest,  il quale
    rise un pezzo, di poi disse:
    - Or voglio che sappia per quel che  io  gli  ho  mandato  lettere  di
    naturalit.  Andate,  e  fatelo signore del castello del Piccolo Nello
    che lui abita,  il quale  mio di patrimonio.  Questo sapr  egli  che
    cosa  egli  ,  molto  pi  facilmente  che lui non ha saputo che cosa
    fussino le lettere di naturalit -.
    Venne a me un mandato con il detto presente, per la qual cosa io volsi
    usargli cortesia: non volse  accettar  nulla,  dicendo  che  cos  era
    commessione di Sua Maest. Le ditte lettere di naturalit, insieme con
    quelle  del  dono  del  castello,  quando io venni in Italia le portai
    meco;  e dovunque io vada,  e dove  io  finisca  la  vita  mia,  quivi
    m'ingegner d'averle.

    20. Or sguito innanzi il cominciato discorso della vita mia.
    Avendo  infra  le mane le sopra ditte opere,  cio il Giove d'argento,
    gi cominciato, la ditta saliera d'oro,  il gran vaso ditto d'argento,
    le  due  teste  di  bronzo,  sollecitamente innesse opere si lavorava.
    Ancora detti ordine a gittare la basa del ditto Giove,  qual  feci  di
    bronzo ricchissimamente,  piena di ornamenti,  infra i quali ornamenti
    iscolpi' in basso rilievo il ratto di Ganimede;  da l'altra banda  poi
    Leda e 'l cigno: questa gittai di bronzo, e venne benissimo. Ancora ne
    feci  un'altra simile per porvi sopra la statua di Iunone,  aspettando
    di cominciare questa ancora,  se il Re mi dava l'argento da poter fare
    tal cosa.
    Lavorando  sollecitamente,   avevo  messo  di  gi  insieme  il  Giove
    d'argento;  ancora avevo misso insieme la saliera d'oro;  il vaso  era
    molto innanzi; le due teste di bronzo erano di gi finite.
    Ancora  avevo fatto parecchi operette al cardinale di Ferrara;  di pi
    un vasetto d'argento,  riccamente lavorato,  avevo fatto per donarlo a
    madama  de  Tampes;  a  molti  Signori italiani,  cio il signor Piero
    Strozzi,  il conte dell'Anguillara,  il conte di Pitigliano,  il conte
    della  Mirandola e a molti altri avevo fatto di molte opere.  Tornando
    al mio gran Re,  s come io ho detto,  avendo tirato innanzi benissimo
    queste  sue  opere,  in questo tempo lui ritorn a Parigi,  e il terzo
    giorno venne a casa mia con molta quantit della maggior nobilt della
    sua Corte,  e molto si maravigli  delle  tante  opere  che  io  avevo
    innanzi  e  a  cos  buon porto tirate;  e perch e' v'era seco la sua
    madama di Tampes, cominciorno a ragionare di Fontana Beli.  Madama di
    Tampes  disse  a Sua Maest che egli doverrebbe farmi fare qualcosa di
    bello per ornamento della sua Fontana Beli. Subito il Re disse:
    - Gli  ben fatto quel  che  voi  dite,  e  adesso  adesso  mi  voglio
    risolvere  che  l  si  faccia qualcosa di bello - e voltosi a me,  mi
    cominci a domandare quello che mi pareva da  fare  per  quella  bella
    fonte.  A  questo  io  proposi  alcune mie fantasie: ancora Sua Maest
    disse il parer suo;  dipoi mi disse che voleva  andare  a  spasso  per
    quindici  o  venti  giornate a San Germano dell'Aia,  quale era dodici
    leghe discosto di Parigi;  e che in questo tanto io facessi un modello
    per  questa  sua  bella fonte con pi ricche invenzione che io sapevo,
    perch quel luogo era la maggior recreazione che lui  avessi  nel  suo
    regno;  per mi comandava e pregava, che mi sforzassi di fare qualcosa
    di bello: e io tanto gli promessi.
    Veduto il Re tante opere innanzi, disse a madama de Tampes:
    - Io non ho mai ato uomo di questa professione che pi mi piaccia, n
    che meriti pi d'esser premiato di questo;  per  bisogna  pensare  di
    fermarlo.  Perch  gli  spende  assai,  ed   buon compagnone e lavora
    assai,   di necessit che da per noi ci ricordiamo di lui: il  perch
    si ,  considerate,  Madama,  tante volte quante gli  venuto da me, e
    quanto io son venuto qui,  non ha mai domandato niente: il cuor suo si
    vede  essere  tutto  intento all'opere;  e bisogna fargli qualche bene
    presto, acci che noi non lo perdiamo -.
    Madama de Tampes disse:
    - Io ve lo ricorder -.
    Partirnosi: io messi con  gran  sollecitudine  intorno  all'opere  mie
    cominciate,  e  di  pi  messi  mano  al  modello  della  fonte  e con
    sollecitudine lo tiravo innanzi.

    21.  In termine d'un mese e mezzo il Re ritorn a Parigi;  e  io,  che
    avevo lavorato giorno e notte, l'andai a trovare, e portai meco il mio
    modello,  di tanta bella bozza che chiaramente s'intendeva. Di gi era
    cominciato a rinnovare le diavolerie della guerra in fra lo Imperadore
    e lui,  di modo che io  lo  trovai  molto  confuso;  pure  parlai  col
    cardinale  di Ferrara,  dicendogli che io avevo meco certi modelli,  i
    quali m'aveva commesso Sua Maest: cos lo pregai  che  se  e'  vedeva
    tempo  da  commettere  qualche  parola per causa che questi modegli si
    potessin mostrare,  - io credo che il Re ne piglierebbe molto  piacere
    -.
    Tanto  fece  il Cardinale;  propose al Re detti modelli;  subito il Re
    venne dove io avevo i  modelli.  Imprima  avevo  fatto  la  porta  del
    palazzo  di  Fontana  Beli:  per non alterare il manco che io potevo,
    l'ordine della porta che era fatta a ditto palazzo,  qual era grande e
    nana,  di  quella lor mala maniera franciosa;  la quale era l'apritura
    poco pi d'un quadro, e sopra esso quadro un mezzo tondo istiacciato a
    uso d'un manico di canestro: in questo mezzo tondo  il  Re  desiderava
    d'averci una figura,  che figurassi Fontana Beli. Io detti bellissima
    proporzione al vano ditto;  di poi posi sopra il ditto vano  un  mezzo
    tondo  giusto;  e  dalle  bande feci certi piacevoli risalti,  sotto i
    quali nella parte da basso,  che veniva a conrispondenza di quella  di
    sopra,  posi un zocco; e altanto di sopra; e in cambio di due colonne,
    che mostrava che si richiedessi sicondo le modanature fatte di sotto e
    di sopra,  avevo fatto un satiro in ciascuno de' siti  delle  colonne.
    Questo  era pi che di mezzo rilievo,  e con un de' bracci mostrava di
    reggere quella parte che  tocca  alle  colonne:  innell'altro  braccio
    aveva  un  grosso  bastone,  con  la  sua  testa ardito e fiero,  qual
    mostrava  spavento  a'  riguardanti.  L'altra  figura  era  simile  di
    positura,  ma era diversa e varia di testa e d'alcune altre tali cose:
    aveva in mano una sferza con tre palle accomodate con certe catene. Se
    bene io dico satiri,  questi non avevano altro  di  satiro  che  certe
    piccole cornetta e la testa caprina; tutto il resto era umana forma.
    Innel  mezzo  tondo  avevo  fatto  una  femmina  in bella attitudine a
    diacere: questa teneva il braccio manco sopra al  collo  d'un  cervio,
    quale  era  una de l'imprese del Re: da una banda avevo fatto di mezzo
    rilievo caprioletti,  e certi porci cignali e altre salvaticine di pi
    basso rilievo;  da l'altra banda cani bracchi e livrieri di pi sorte,
    perch cos produce quel bellissimo  bosco,  dove  nasce  la  fontana.
    Avevo  di  poi  tutta  quest'opera  ristretta innun quadro oblungo,  e
    innegli anguli del quadro di  sopra,  in  ciascuno,  avevo  fatto  una
    Vittoria in basso rilievo,  con quelle faccelline in mano,  come hanno
    usato gli antichi. Di sopra al ditto quadro avevo fatto la salamandra,
    propia  impresa  del  Re,  con  molti  gratissimi  altri  ornamenti  a
    proposito  della  ditta  opera,  qual  dimostrava  di essere di ordine
    ionico.

    22.  Veduto il Re questo modello,  subito lo  fece  rallegrare,  e  lo
    divert  da  quei  ragionamenti fastidiosi in che gli era stato pi di
    dua ore.  Vedutolo io lieto a mio modo,  gli scopersi l'altro modello,
    quale lui punto non aspettava, parendogli d'aver veduto assai opera in
    quello.  Questo modello era grande pi di due braccia, nel quale avevo
    fatto una fontana  in  forma  d'un  quadro  perfetto,  con  bellissime
    iscalee intorno,  quale s'intrasegavano l'una nell'altra: cosa che mai
    pi s'era vista in quelle parti,  e rarissima in queste.  In  mezzo  a
    detta fontana avevo fatto un sodo,  il quale si dimostrava un poco pi
    alto che 'l ditto vaso della fontana: sopra questo sodo avevo fatto, a
    conrispondenza, una figura ignuda di molta bella grazia.
    Questa teneva una lancia rotta nella man destra elevata innalto,  e la
    sinistra  teneva  in  sul  manico d'una sua storta fatta di bellissima
    forma: posava in sul pi manco e il ritto  teneva  in  su  un  cimiere
    tanto  riccamente  lavorato,  quanto  immaginar  si possa;  e in su e'
    quattro canti della fontana avevo fatto,  in su ciascuno,  una  figura
    assedere   elevata,   con   molte  sue  vaghe  imprese  per  ciascuna.
    Comincionmi a dimandare il Re che io gli dicessi  che  bella  fantasia
    era quella che io avevo fatta, dicendomi che tutto quello che io avevo
    fatto alla porta, sanza dimandarmi di nulla lui l'aveva inteso, ma che
    questo  della  fonte,   sebbene  gli  pareva  bellissimo,   nulla  non
    n'intendeva;  e ben sapeva che io  non  avevo  fatto  come  gli  altri
    sciocchi,  che se bene e' facevano cose con qualche poco di grazia, le
    facevano senza significato nissuno.  A questo io mi messi  in  ordine;
    ch essendo piaciuto col fare,  volevo bene che altretanto piacessi il
    mio dire.  - Sappiate,  sacra Maest,  che tutta quest'opera piccola 
    benissimo  misurata  a  piedi  piccoli,  qual mettendola poi in opera,
    verr di questa medesima grazia che voi vedete. Quella figura di mezzo
    si  cinquantaquattro piedi - (questa parola  il  Re  fe'  grandissimo
    segno di maravigliarsi);  - appresso,  fatta figurando lo Idio Marte.
    Quest'altre quattro figure son fatte per le Virt, di che si diletta e
    favorisce tanto Vostra Maest: questa a man destra  figurata  per  la
    scienza di tutte le Lettere: vedete che l'ha i sua contra segni,  qual
    dimostra la Filosofia con tutte le  sue  virt  compagne.  Quest'altra
    dimostra  essere  tutta l'Arte del disegno,  cio Scultura,  Pittura e
    Architettura.  Quest'altra  figurata per la Musica,  qual si conviene
    per compagnia a tutte queste iscienzie.  Quest'altra,  che si dimostra
    tanto grata e benigna,  figurata per la Liberalit; che sanza lei non
    si pu dimostrare nessuna di queste mirabil Virt che Idio ci  mostra.
    Questa istatua di mezzo, grande,  figurata per Vostra Maest istessa,
    quale    un  dio  Marte,  che voi siete sol bravo al mondo;  e questa
    bravuria voi l'adoperate iustamente e santamente in  difensione  della
    gloria vostra -.
    Appena che gli ebbe tanta pazienza che mi lasciassi finir di dire, che
    levato gran voce, disse:
    -  Veramente  io ho trovato uno uomo sicondo il cuor mio - e chiam li
    tesaurieri ordinatimi,  e disse che mi provvedessino tutto quel che mi
    faceva  di bisogno,  e fussi grande ispesa quanto si volessi: poi a me
    dette in su la spalla con la mana, dicendomi:
    - "Mon ami" (che vuol dire "amico mio"),  io non so qual  s'  maggior
    piacere,  o quello d'un principe l'aver trovato un uomo sicondo il suo
    cuore,  o quello di quel virtuoso l'aver trovato un principe  che  gli
    dia  tanta  comodit,  che  lui  possa  esprimere  i sua gran virtuosi
    concetti -.
    Io risposi, che se io ero quello che diceva Sua Maest,  gli era stato
    molto maggior ventura la mia. Rispose ridendo:
    - Diciamo che la sia eguale -.
    Partimmi con grande allegrezza, e tornai alle mie opere.

    23.  Volse  la  mia  mala  fortuna  che  io  non fui avvertito di fare
    altretanta commedia con madama de Tampes,  che saputo  la  sera  tutte
    queste cose,  che erano corse,  dalla propia bocca del Re,  gli gener
    tanta rabbia velenosa innel petto che con isdegno la disse:
    - Se Benvenuto m'avessi mostro le belle opere sue, m'arebbe dato causa
    di ricordarmi di lui al tempo -.
    Il Re mi volse iscusare,  e nulla s'appicc.  Io che tal cosa  intesi,
    ivi  a  quindici  giorni  -  ch,  girato per la Normandia a Roano e a
    Diepa, dipoi eran ritornati a San Germano de l'Aia sopra ditto - presi
    quel bel vasetto che io avevo fatto a riquisizione della ditta  madama
    di  Tampes,  pensando che,  donandoglielo,  dovere riguadagnare la sua
    grazia. Cos lo portai meco; e fattogli intendere per una sua nutrice,
    e mstrogli alla ditta il bel vaso che  io  avevo  fatto  per  la  sua
    Signora,  e  come  io  gliene volevo donare,  la ditta nutrice mi fece
    carezze ismisurate,  e mi disse che direbbe una parola a Madama,  qual
    non era ancor vestita, e che subito dittogliene, mi metterebbe drento.
    La nutrice disse il tutto a Madama, la qual rispose isdegnosamente:
    - Ditegli che aspetti -.
    Io  inteso  questo,  mi  vesti'  di  pazienzia,  la  qual  cosa  mi  
    difficilissima;  pure ebbi pazienzia insin doppo il  suo  desinare:  e
    veduto  poi l'ora tarda,  la fame mi caus tanta ira,  che non potendo
    pi resistere,  mandatole divotamente il canchero nel cuore,  di quivi
    mi  parti'  e  me n'andai a trovare il cardinale di Loreno,  e li feci
    presente del ditto vaso,  raccomandatomi solo che mi tenessi in  buona
    grazia del Re. Disse che non bisognava, e quando fussi bisogno, che lo
    farebbe volentieri: di poi chiamato un suo tesauriere, gli parl nello
    orecchio.  Il  ditto  tesauriere  aspett  che  io  mi  partissi dalla
    presenza del Cardinale; di poi mi disse:
    - Benvenuto,  venite meco,  che io vi dar da bere un bicchier di buon
    vino - al quale io dissi, non sapendo quel che lui si volessi dire:
    - Di grazia,  Monsignore tesauriere,  fatemi donare un sol bicchier di
    vino e un boccon di pane,  perch veramente io mi vengo manco,  perch
    sono  stato da questa mattina a buon'otta insino a quest'ora,  che voi
    vedete, digiuno, alla porta di madama di Tampes, per donargli quel bel
    vasetto d'argento dorato, e tutto gli ho fatto intendere,  e lei,  per
    istraziarmi sempre, m'ha fatto dire che io aspettassi.
    Ora m'era sopraggiunto la fame,  e mi sentivo mancare; e, s come Idio
    ha voluto,  ho donato la roba e le fatiche mie a chi molto  meglio  le
    meritava,  e non vi chieggo altro che un poco da bere,  che per essere
    alquanto troppo colleroso, mi offende il digiuno di sorte che mi faria
    cader in terra isvenuto -.
    Tanto quanto io penai a dire queste parole,  era comparso  di  mirabil
    vino  e  altre piacevolezze di far colezione,  tanto che io mi recreai
    molto bene: e riato gli spiriti vitali,  m'era uscita la  stizza.  Il
    buon  tesauriere  mi  porse  cento  scudi  d'oro;  ai  quali  io  feci
    resistenza,  di non gli volere in modo nissuno.  Andollo a riferire al
    Cardinale;  il quale,  dettogli una gran villania,  gli comand che me
    gli facessi pigliar per forza,  e  che  non  gli  andassi  pi  inanzi
    altrimenti.  Il  tesauriere venne a me crucciato,  dicendo che mai pi
    era stato gridato per l'addietro dal Cardinale;  e volendomegli  dare,
    io che feci un poco di resistenza, molto crucciato mi disse che me gli
    farebbe  pigliar  per  forza.  Io  presi  li dinari.  Volendo andare a
    ringraziare il Cardinale, mi fece intendere per un suo segretario, che
    sempre che lui mi poteva far piacere, che me ne farebbe di buon cuore:
    io me ne tornai a Parigi la medesima sera.  Il  Re  seppe  ogni  cosa.
    Dettono  la  baia  a  madama  de  Tampes,   qual  fu  causa  di  farla
    maggiormente invelenire a far contro a di  me,  dove  io  portai  gran
    pericolo della vita mia, qual si dir al suo luogo.

    24.  Se  bene  molto  prima  io  mi  dovevo ricordare della guadagnata
    amicizia del pi virtuoso,  del pi amorevole e del pi domestico uomo
    dabbene  che  mai  io  conoscessi  al mondo: questo si fu messer Guido
    Guidi,  eccellente medico e dottore e nobil cittadin  fiorentino;  per
    gli infiniti travagli postimi innanzi dalla perversa fortuna,  l'avevo
    alquanto lasciato un poco indietro.
    Bench questo non importi molto, io mi pensavo, per averlo di continuo
    innel cuore, che bastassi;  ma avvedutomi poi che la mia Vita non ist
    bene senza lui, l'ho commesso infra questi mia maggior travagli, acci
    che  s  come  la e' m'era conforto e aiuto,  qui mi faccia memoria di
    quel bene.  Capit  il  ditto  messer  Guido  in  Parigi;  e  avendolo
    cominciato a cognoscere,  lo menai al mio castello,  e quivi gli detti
    una stanza libera da per s;  cos ci godemmo insieme  parecchi  anni.
    Ancora capit il vescovo di Pavia,  cio monsignor de' Rossi, fratello
    del conte di San Sicondo.
    Questo Signore io levai  d'in  su  l'osteria  e  lo  missi  innel  mio
    castello,  dando  ancora  a  lui  una  istanza libera,  dove benissimo
    istette accomodato con sua servitori e cavalcature per di molti  mesi.
    Ancora altra volta accomodai messer Luigi Alamanni con i figliuoli per
    qualche  mese;  pure  mi  dette grazia Idio che io potetti far qualche
    piacere, ancora io, agli uomini e grandi e virtuosi. Con il sopraditto
    messer Guido godemmo l'amicizia tanti anni,  quanto io l soprastetti,
    gloriandoci spesso insieme che noi imparavamo qualche virt alle spese
    di  quello cos grande e maraviglioso principe,  ogniun di noi innella
    sua professione.  Io posso dire veramente che quello  che  io  sia,  e
    quanto di buono e bello io m'abbia operato, tutto  stato per causa di
    quel maraviglioso Re: per rappicco il filo a ragionare di lui e delle
    mie grande opere fattegli.

    25.  Avevo  in  questo mio castello un giuoco di palla da giucare alla
    corda,  del quale io traevo  assai  utile  mentre  che  io  lo  facevo
    esercitare.  Era  in detto luogo alcune piccole stanzette dove abitava
    diversa sorte di uomini,  in fra i  quali  era  uno  stampatore  molto
    valente  di  libri:  questo  teneva  quasi tutta la sua bottega drento
    innel mio castello,  e fu quello che stamp quel primo  bel  libro  di
    medicina  a  messer Guido.  Volendomi io servire di quelle stanze,  lo
    mandai via, pur con qualche difficult non piccola. Vi stava ancora un
    maestro di salnitri;  e perch io volevo servirmi  di  queste  piccole
    istanzette  per  certi  mia  buoni  lavoranti  todeschi,  questo ditto
    maestro di salnitri non voleva  diloggiare;  e  io  piacevolmente  pi
    volte  gli avevo detto che lui m'accomodassi delle mie stanze,  perch
    me ne volevo servire per abituro de' mia lavoranti per il servizio del
    Re.  Quanto pi umile parlavo,  questa bestia  tanto  pi  superbo  mi
    rispondeva:  all'utimo  poi  io  gli detti per termine tre giorni.  Il
    quale se ne rise,  e mi disse che in capo di tre anni comincierebbe  a
    pensarvi.  Io  non sapevo che costui era domestico servitore di madama
    di Tampes: e se e' non fussi stato  che  quella  causa  di  madama  di
    Tampes  mi  faceva  un  po'  pi  pensare alle cose,  che prima io non
    facevo,  lo arei subito mandato via;  ma volsi aver pazienzia quei tre
    giorni;  i  quali  passati  che  e'  furno,  sanza  dire altro,  presi
    todeschi, italiani e franciosi,  con l'arme in mano,  e molti manovali
    che io avevo;  e in breve tempo sfasciai tutta la casa,  e le sue robe
    gittai fuor del mio castello.  E questo atto alquanto  rigoroso  feci,
    perch lui aveva dettomi, che non conosceva possanza di italiano tanto
    ardita che gli avessi mosso una maglia del suo luogo.  Per, di poi il
    fatto, questo arriv; al quale io dissi:
    - Io sono il minimo italiano della Italia,  e  non  t'ho  fatto  nulla
    appetto a quello che mi basterebbe l'animo di farti, e che io ti far,
    se  tu  parli  un  motto solo - con altre parole ingiuriose che io gli
    dissi. Quest'uomo,  attonito e spaventato,  dette ordine alle sue robe
    il meglio che potette;  di poi corse a madama de Tampes, e dipinse uno
    inferno; e quella mia gran nimica, tanto maggiore,  quanto lei era pi
    eloquente e pi d'assai,  lo dipinse al Re;  il quale due volte, mi fu
    detto,  si volse crucciar meco e dare male commessione contro a di me;
    ma  perch  Arrigo  Dalfino suo figliuolo,  oggi re di Francia,  aveva
    ricevuto alcuni dispiaceri da quella troppo ardita donna,  insieme con
    la  regina  di Navarra,  sorella del re Francesco,  con tanta virt mi
    favorirno, che il Re convert in riso ogni cosa: per la qual cosa, con
    il vero aiuto de Dio io passai una gran fortuna.

    26. Ancora ebbi a fare il medesimo a un altro simile a questo,  ma non
    rovinai la casa; ben gli gittai tutte le sue robe fuori.
    Per la quale cosa madama de Tampes ebbe ardire tanto,  che la disse al
    Re:
    - Io credo che questo diavolo una volta vi sacchegger Parigi -.
    A queste parole il Re adirato rispose a madama de Tampes dicendole che
    io facevo troppo bene a difendermi da quella canaglia, che mi volevano
    inpedire il suo servizio.  Cresceva ogniora maggior  rabbia  a  questa
    crudel  donna:  chiam a s un pittore,  il quale istava per istanza a
    Fontana Beli, dove il re stava quasi di continuo.  Questo pittore era
    italiano e bolognese, e per il Bologna era conosciuto: per il nome suo
    proprio si chiamava Francesco Primaticcio. Madama di Tampes gli disse,
    che lui doverrebbe domandare a il Re quell'opera della Fonte,  che Sua
    Maest aveva resoluta a me,  e che lei con tutta la sua possanza ne lo
    aiuterebbe:  cos rimasono d'accordo.  Ebbe questo Bologna la maggiore
    allegrezza che gli avessi mai,  e tal cosa  si  promesse  sicura,  con
    tutto che la non fussi sua professione; ma perch gli aveva assai buon
    disegno,  e  era  messo  in ordine con certi lavoranti,  i quali erano
    fattisi sotto la disciplina de il Rosso,  pittore  nostro  fiorentino,
    veramente  maravigliosissimo  valentuomo:  e  ci che costui faceva di
    buono,  l'aveva preso dalla mirabil maniera del ditto Rosso,  il quale
    era di gi morto. Potettono tanto quelle argute ragione, con il grande
    aiuto di madama di Tampes e con il continuo martellare giorno e notte,
    or Madama,  ora il Bologna, agli orecchi di quel gran Re. E quello che
    fu potente causa a farlo  cedere,  che  lei  e  il  Bologna  d'accordo
    dissono:
    -  Come    'gli  possibile,  sacra  Maest,  che,  volendo quella che
    Benvenuto gli faccia dodici statue d'argento,  per la  qual  cosa  non
    n'ha  ancora  finito  una?  O  se voi lo impiegate in una tanta grande
    impresa,  di necessit che di queste altre, che tanto voi desiderate,
    per certo voi ve ne priviate;  perch cento  valentissimi  uomini  non
    potrebbono  finire  tante grande opere,  quante questo valente uomo ha
    ordite. Si vede espresso che lui ha gran volunt di fare; la qual cosa
    sar causa che a un tratto Vostra Maest perda e lui e l'opere -.
    Queste con  molt'altre  simile  parole,  trovato  il  Re  in  tempera,
    compiacque tutto quello che dimandato e' gli avevano: e per ancora non
    s'era  mai  mostro  n  disegni  n modegli di nulla di mano del detto
    Bologna.

    27. In questo medesimo tempo in Parigi s'era mosso contro a di me quel
    sicondo abitante che io avevo cacciato del  mio  castello,  e  avevami
    mosso  una  lite,  dicendo che io gli avevo rubato gran quantit della
    sua roba, quando l'avevo iscasato.
    Questa lite mi dava grandissimo affanno e toglievami tanto tempo,  che
    pi volte mi volsi mettere al disperato per andarmi con Dio. Hanno per
    usanza  in  Francia  di  fare  grandissimo capitale d'una lite che lor
    cominciano con un forestiero o con altra persona che  'e  veggano  che
    sia  alquanto  istraccurato allitigare;  e subito che lor cominciano a
    vedersi qualche vantaggio innella ditta lite, truovano da venderla;  e
    alcuni l'hanno data per dote a certi,  che fanno totalmente quest'arte
    di comperar lite.  Hanno un'altra  brutta  cosa,  che  gli  uomini  di
    Normandia,  quasi  la  maggior  parte,  hanno per arte loro il fare il
    testimonio falso;  di modo che questi che  comprano  la  lite,  subito
    instruiscono quattro di questi testimoni o sei,  sicondo il bisogno, e
    per via di questi, chi non  avvertito, a produrne tanti in contrario,
    un che non sappia l'usanza,  subito ha la sentenzia  contro.  E  a  me
    intravenne  questi  ditti accidenti: e parendomi cosa molto disonesta,
    comparsi alla gran sala di Parigi per difender le mie ragione; dove io
    viddi un giudice, luogotenente del Re,  del civile,  elevato in sun un
    gran tribunale.  Questo uomo era grande,  grosso e grasso, e d'aspetto
    austerissimo: aveva all'intorno di s da una banda e da l'altra  molti
    proccuratori  e  avvocati,  tutti  messi  per  ordine  da  destra e da
    sinistra: altri venivano, un per volta; e proponevano al ditto giudice
    una causa. Quelli avvocati, che erano da canto,  io gli viddi talvolta
    parlar  tutti  a  un  tratto;  dove  io  stetti  maravigliato che quel
    mirabile uomo,  vero  aspetto  di  Plutone,  con  attitudine  evidente
    porgeva l'orecchio ora a questo ora a quello,  e virtuosamente a tutti
    rispondeva.  E perch a me sempre  dilettato il vedere e gustare ogni
    sorte di virt, mi parve questa tanto mirabile, che io non arei voluto
    per  gran  cosa  non  l'aver veduta.  Accadde,  per essere quella sala
    grandissima  e  piena  di  gran  quantit  di  gente,  ancora  usavano
    diligenza che quivi non entrassi chi non v'aveva che fare,  e tenevano
    la porta serrata e una guardia a detta porta;  la qual guardia  alcune
    volte,  per far resistenza a chi lui non voleva ch'entrassi,  impediva
    con quel gran romore  quel  maraviglioso  giudice,  il  quale  adirato
    diceva  villania  alla  ditta guardia.  E io pi volte mi abbatte',  e
    considerai l'accidente;  e le formate parole,  quale io senti',  furno
    queste, che disse il propio giudice, il quale iscrse dua gentiluomini
    che  venivano  per  vedere;  e  faccendo  questo  portiere grandissima
    resistenza, il ditto giudice disse gridando ad alta voce:
    - Sta' cheto, sta' cheto, Satanasso, levati di cost, e sta' cheto -.
    Queste parole innella lingua franzese suonano in questo modo: "Phe phe
    Satan phe phe Satan al phe".  Io  che  benissimo  avevo  imparata  la
    lingua franzese,  sentendo questo motto,  mi venne in memoria quel che
    Dante volse dire quando lui entr con
    Vergilio suo maestro drento alle porte dello Inferno.  Perch Dante  a
    tempo  di  Giotto dipintore furno insieme in Francia e maggiormente in
    Parigi,  dove per le ditte cause si pu dire quel luogo dove si litiga
    essere  uno  Inferno:  per  ancora  Dante,  intendendo bene la lingua
    franzese,  si serv di quel motto;  e m' parso gran cosa che mai  non
    sia  stato  inteso  per  tale;  di modo che io dico e credo che questi
    comentatori gli fanno dir cose le quale lui non pens mai.

    28.  Ritornando ai fatti mia,  quando io mi viddi dar certe  sentenzie
    per  mano  di  questi  avvocati,  non  vedendo  modo alcuno di potermi
    aiutare,  ricorsi per mio aiuto a una gran daga che io  avevo,  perch
    sempre  mi  son  dilettato  di  tener  belle  armi;  e il primo che io
    cominciai a intaccare si fu  quel  principale  che  m'aveva  mosso  la
    ingiusta lite;  e una sera gli detti tanti colpi, pur guardando di non
    lo ammazzare,  innelle gambe e innelle braccia,  che di tutt'a due  le
    gambe  io  lo privai.  Di poi ritrovai quell'altro che aveva compro la
    lite, e anche lui toccai di sorte che tal lite si ferm.  Ringraziando
    di  questo  e  d'ogni  altra cosa sempre Idio,  pensando per allora di
    stare un pezzo sanza esser molestato,  dissi ai mia giovani  di  casa,
    massimo a l'italiani, per amor de Dio ogniuno attendesse alle faccende
    sua,  e  m'aiutassino  qualche  tempo,  tanto  che  io  potessi finire
    quell'opere cominciate,  perch presto le finirei;  di poi  me  volevo
    ritornare  innItalia,  non  mi potendo comportare con le ribalderie di
    quei Franciosi;  e che se quel  buon  Re  s'adirava  una  volta  meco,
    m'arebbe  fatto  capitar  male,  per  avere io fatto per mia difesa di
    molte di quelle cotal cose. Questi italiani ditti si erano, il primo e
    'l pi caro,  Ascanio,  del regno di Napoli,  luogo ditto Tagliacozze;
    l'altro  si  era  Pagolo,  romano,  persona  nata molto umile e non si
    cognosceva suo padre: questi dua erano quelli che io avevo  menato  di
    Roma,  li quali in detta Roma stavano meco.  Un altro romano,  che era
    venuto ancora lui  a  trovarmi  di  Roma  apposta,  ancora  questo  si
    domandava  per  nome  Pagolo  ed  era figliuolo d'un povero gentiluomo
    romano della casata de' Macaroni: questo giovane non sapeva  molto  de
    l'arte,  ma era bravissimo con l'arme.  Un altro n'avevo, il quale era
    ferrarese,  e per nome Bartolomeo Chioccia.  Ancora un altro  n'avevo:
    questo era fiorentino e aveva nome Pagolo Miccieri.
    E  perch  il  suo fratello,  ch'era chiamato per sopra nome il Gatta,
    questo era valente in su le scritture,  ma aveva  speso  troppo  innel
    maneggiare la roba di Tommaso Guadagni ricchissimo mercatante,  questo
    Gatta mi dette ordine a certi libri,  dove io tenevo i conti del  gran
    Re Cristianissimo e d'altri;  questo Pagolo Miccieri,  avendo preso il
    modo dal suo fratello di questi mia libri, lui me gli seguitava,  e io
    gli  davo  bonissima  provvisione.  E  perch  e' mi pareva molto buon
    giovane,  perch lo vedevo  divoto,  sentendolo  continuamente  quando
    borbottar  salmi,  quando con la corona in mano,  assai mi promettevo,
    della sua finta bont. Chiamato lui solo da parte, gli dissi:
    - Pagolo,  fratello carissimo;  tu vedi come tu stai meco bene,  e sai
    che  tu  non  avevi  nissuno  avviamento,  e  di  pi  ancora  tu  se'
    fiorentino;  per la qual cosa io mi fido pi di te,  per vederti molto
    divoto con gli atti della religione,  quale  cosa che molto mi piace.
    Io ti priego che tu mi aiuti,  perch io non mi fido tanto di  nessuno
    di  quest'altri:  pertanto  ti priego che tu m'abbia cura a queste due
    prime cose,  che molto mi darieno fastidio: l'una si  che  tu  guardi
    benissimo  la roba mia,  che la non mi sia tolta,  e cos tu non me la
    toccare; ancora, tu vedi quella povera fanciulletta della Caterina, la
    quale io tengo principalmente per servizio de l'arte  mia,  che  senza
    non potrei fare: ancora, perch io sono uomo, me ne son servito ai mia
    piaceri  carnali,  e  potria essere che la mi farebbe un figliuolo;  e
    perch io non  vo'  dar  le  spese  ai  figliuoli  d'altri,  n  manco
    sopporterei che mi fossi fatto una tale ingiuria. Se nissuno di questa
    casa  fussi  tanto ardito di far tal cosa,  e io me ne avvedessi,  per
    certo credo che io ammazzerei l'una e l'altro.  Per ti  priego,  caro
    fratello,  che tu m'aiuti;  e se tu vedi nulla, subito dimmelo, perch
    io mander alle forche lei e la madre e chi  a  tal  cosa  attendessi:
    per sia il primo a guardartene -.
    Questo  ribaldo  si  fece  un  segno di croce,  che arriv dal capo ai
    piedi, e disse:
    - O Iesu benedetto! Dio me ne guardi,  che mai io pensassi a tal cosa!
    prima,  per non esser dedito a coteste cosaccie;  di poi,  non credete
    voi che io cognosca il gran bene che io ho da voi?  - A queste parole,
    vedutemele dire in atto simplice e amorevole in verso di me,  credetti
    che la stessi appunto come lui diceva.

    29.  Di poi dua giorni appresso,  venendo la festa,  messer Mattia del
    Nazaro,  ancora  lui  italiano  e  servitor  del  Re,  della  medesima
    professione valentissimo uomo, m'aveva invitato con quelli mia giovani
    a godere a un giardino.  Per la qual cosa io mi  messi  in  ordine,  e
    dissi  ancora  a Pagolo che lui dovessi venire a spasso a rallegrarsi,
    parendomi d'avere alquanto quietato un poco  quella  ditta  fastidiosa
    lite. Questo giovane mi rispose dicendomi:
    -  Veramente  che  sarebbe grande errore a lasciare la casa cos sola:
    vedete quant'oro, argenti e gioie voi ci avete.  Essendo a questo modo
    in  citt  di  ladri,  bisogna  guardarsi  di  d come di notte: io mi
    attender a dire certe mie orazioni,  in mentre  che  io  guarder  la
    casa; andate con l'animo posato a darvi piacere e buon tempo: un'altra
    volta far un altro questo uflizio -.
    Parendomi di andare con l'animo riposato,  insieme con Pagolo, Ascanio
    e il Chioccia al ditto giardino andammo a godere,  e  quella  giornata
    gran  pezzo  d'essa passammo lietamente.  Cominciatosi a 'pressare pi
    inverso la sera, sopra il mezzo giorno mi tocc l'umore, e cominciai a
    pensare a quelle parole che con finta semplicit m'aveva detto  quello
    isciagurato;  montai in sul mio cavallo e con dua mia servitori tornai
    al mio castello;  dove io trovai Pagolo e quella Caterinaccia quasi in
    sul peccato; perch giunto che io fui, la franciosa ruffiana madre con
    gran voce disse:
    - Pagolo, Caterina, gli  qui il padrone -.
    Veduto  venire  l'uno  e  l'altro ispaventati e sopragiunti a me tutti
    scompigliati,  non sapendo n quello che lor  si  dicevano,  n,  come
    istupidi,  dove  loro andavano,  evidentemente si cognobbe il commesso
    lor peccato.  Per la qual cosa sopra fatta la ragione dall'ira,  messi
    mano alla spada,  resolutomi per ammazzargli tutt'a dua. Uno si fugg,
    l'altra si gitt in terra ginocchioni, e gridava tutte le misericordie
    del cielo.  Io,  che arei prima voluto dare al mastio,  non lo potendo
    cos  giugnere al primo,  quando da poi l'ebbi raggiunto intanto m'ero
    consigliato: il mio meglio si era di cacciargli via tutt'a dua; perch
    con tante altre cose fattesi vicine a questa,  io con difficult  arei
    campato la vita. Per dissi a Pagolo:
    -  Se  gli  occhi mia avessino veduto quello che tu,  ribaldo,  mi fai
    credere,  io ti passerei dieci volte la trippa con  questa  spada:  or
    lievamiti  dinanzi,  che se tu dicesti mai il Pater nostro,  sappi che
    gli  quel di san Giuliano -.
    Di poi cacciai via la madre e la figliuola a colpi di pinte,  calci  e
    pugna.  Pensorno  vendicarsi  di questa ingiuria,  e conferito con uno
    avvocato normando,  insegn loro che lei dicessi che io  avessi  usato
    seco  al modo italiano;  qual modo s'intendeva contro natura,  cio in
    soddomia; dicendo:
    - Per lo manco,  come questo italiano sente questa tal cosa,  e saputo
    quanto e' l' di gran pericolo, subito vi doner parecchi centinaia di
    ducati, acci che voi non ne parliate, considerando la gran penitenzia
    che si fa in Francia di questo tal peccato -.
    Cos rimasino d'accordo: mi posono l'accusa, e io fui richiesto.

    30.  Quanto  pi  cercavo  di  riposo,  tanto  pi  mi  si mostrava le
    tribulazione. Offeso dalla fortuna ogni d in diversi modi,  cominciai
    a  pensare  qual  cosa  delle dua io dovevo fare;  o andarmi con Dio e
    lasciare la Francia nella sua malora;  o s veramente combattere anche
    questa  pugna  e vedere a che fine m'aveva creato Idio.  Un gran pezzo
    m'ero  tribolato  sopra  questa  cosa;   all'utimo  poi,   preso   per
    resoluzione  d'andarmi  con  Dio,  per  non voler tentare tanto la mia
    perversa fortuna,  che lei m'avessi fatto rompere il collo,  quando io
    fui  disposto  in  tutto  e per tutto,  e mosso i passi per dar presto
    luogo a quelle robe che io  non  potevo  portar  meco,  e  quell'altre
    sottile,  il  meglio  che  io potevo,  accomodarle a dosso a me e miei
    servitori, pur con molto mio grave dispiacere faceva tal partita.  Era
    rimasto  solo  innun  mio  studiolo;  perch  quei  mia  giovani,  che
    m'avevano confortato che io mi dovessi andar con Dio, dissi loro,  che
    gli  era  bene che io mi consigliassi un poco da per me medesimo;  con
    tutto ci che io conoscevo bene che loro dicevano  in  gran  parte  il
    vero;  perch  da  poi  che io fussi fuor di prigione e avessi dato un
    poco di luogo a questa furia,  molto meglio mi potrei scusare  con  il
    Re,  dicendo  con  lettere  questo tale assassinamento fattomi sol per
    invidia. E s come ho detto, m'ero risoluto a far cos; e mossomi, fui
    preso per una spalla e volto, e una voce che disse animosamente:
    - Benvenuto, come tu suoi, e non aver paura -.
    Subito presomi contrario consiglio da quel che avevo fatto, i' dissi a
    quei mia giovani taliani:
    - Pigliate le buone arme e venite meco,  e ubbidite  a  quanto  io  vi
    dico,  e  non pensate ad altro,  perch io voglio comparire.  Se io mi
    partissi,  voi andresti l'altro d tutti in fumo;  s che  ubbidite  e
    venite meco -.
    Tutti d'accordo quelli giovani dissono:
    - Da poi che noi siamo qui e viviamo del suo, noi doviamo andar seco e
    aiutarlo insinch c' vita a ci che lui proporr; perch gli ha detto
    pi il vero che noi non pensavamo.
    Subito  che e' fossi fuora di questo luogo,  e' nemici sua ci farebbon
    tutti mandar via.  Consideriamo bene le  grande  opere,  che  son  qui
    cominciate,  e  di  quanta  grande  inportanza  le  sono: a noi non ci
    basterebbe la vista di finirle sanza lui,  e li nimici  sua  direbbono
    che  e'  se  ne fussi ito per non gli bastar la vista di fluire queste
    cotale imprese -.
    Dissono di molte parole,  oltre a queste,  d'importanza.  Quel giovane
    romano  de'  Macaroni  fu  il  primo a metter animo agli altri: ancora
    chiam parecchi di quei tedeschi e  franciosi  che  mi  volevan  bene.
    Eramo  dieci  infra  tutti: io presi il cammino dispostomi resoluto di
    non mi lasciare carcerare vivo.
    Giunto alla presenza dei giudici cherminali,  trovai la ditta Caterina
    e  sua  madre.  Sopragiunsi  loro  addosso che le ridevano con un loro
    avvocato: entrai  drento  e  animosamente  domandai  il  giudice,  che
    gonfiato,  grosso e grasso,  stava elevato sopra gli altri in su 'n un
    tribunale.  Vedutomi quest'uomo,  minaccioso con la testa,  disse  con
    sommissa voce:
    -  Se bene tu hai nome Benvenuto,  questa volta tu sarai il mal venuto
    -.
    Io intesi, e replicai un'altra volta dicendo:
    - Presto ispacciatemi: ditemi quel che io son venuto a far qui -.
    Allora il ditto giudice si volse a Caterina e le disse:
    - Caterina,  di' tutto  quel  che  t'  occorso  d'avere  a  fare  con
    Benvenuto -.
    La  Caterina  disse  che io avevo usato seco al modo della Italia.  Il
    giudice voltosi a me, disse:
    - Tu senti quel che la Caterina dice, Benvenuto -.
    Allora io dissi:
    - Se io avessi usato seco al modo  italiano,  l'arei  fatto  solo  per
    desiderio d'avere un figliuolo, s come fate voi altri -.
    Allora il giudice replic, dicendo:
    -  Ella  vuol  dire  che  tu  hai usato seco fuora del vaso dove si fa
    figliuoli -.
    A questo io dissi che quello non era il modo italiano; anzi che doveva
    essere il modo franzese,  da poi che lei lo sapeva e io no;  e che  io
    volevo  che  lei  dicessi  a  punto innel modo che io avevo ato a far
    seco.  Questa ribaldella puttana iscelleratamente  disse  iscoperto  e
    chiaro il brutto modo che la voleva dire. Io gnene feci raffermare tre
    volte l'uno appresso a l'altro;  e ditto che l'ebbe,  io dissi ad alta
    voce:
    - Signor giudice,  luogotenente del Re Cristianissimo,  io vi  domando
    giustizia;  perch  io  so  che  le  legge del Cristianissimo Re a tal
    peccato promettono il fuoco a l'agente  e  al  paziente;  per  costei
    confessa  il  peccato: io non la cognosco in modo nessuno: la ruffiana
    madre  qui che per l'un delitto e l'altro  merita  il  fuoco;  io  vi
    domando iustizia -.
    E  queste  parole  replicavo  tanto  frequente e ad alta voce,  sempre
    chiedendo il fuoco per lei e per la madre: dicendo al giudice,  che se
    non  la metteva prigione alla presenza mia,  che io correrei al Re,  e
    direi la ingiustizia che mi faceva un suo luogotenente cherminale.
    Costoro a questo mio gran romore cominciorno a 'bassar le voci; allora
    io l'alzavo pi: la puttanella a piagnere insieme con la madre,  e  io
    al giudice gridavo:
    - Fuoco, fuoco -.
    Quel poltroncione, veduto che la cosa non era passata in quel modo che
    lui  aveva  disegnato,  cominci  con  pi  dolce parole a iscusare il
    debole sesso femminile.  A questo,  io considerai che mi  pareva  pure
    d'aver vinto una gran pugna,  e borbottando e minacciando,  volentieri
    m'andai con Dio; che certo arei pagato cinquecento scudi a non v'esser
    mai comparso.  Uscito di quel pelago,  con tutto il  cuore  ringraziai
    Idio, e lieto me ne tornai con i mia giovani al mio castello.

    31.  Quando  la  perversa fortuna,  o s veramente vogliam dire quella
    nostra contraria istella,  toglie a perseguitare  uno  uomo,  non  gli
    manca mai modi nuovi da mettere in campo contro a di lui.
    Parendomi d'esser uscito di uno inistimabil pelago,  pensando pure che
    per qualche poco di tempo  questa  mia  perversa  istella  mi  dovessi
    lasciare  istare,  non  avendo  ancora  ripreso  il  fiato  da  quello
    inistimabil pericolo, che lei me ne dette dua a un tratto innanzi.  In
    termine di tre giorni mi occorre dua casi;  a ciascuno dei dua la vita
    mia  in sul bilico della bilancia.  Questo si fu che,  andando  io  a
    Fontana Beli a ragionare con il Re, che m'aveva iscritto una lettera,
    per la quale lui voleva che io facessi le stampe delle monete di tutto
    il suo regno, e con essa lettera m'aveva mandato alcuni disegnetti per
    mostrarmi  parte  della  voglia  sua;  ma  ben mi dava licenzia che io
    facessi tutto quel che a me piaceva: io  avevo  fatto  nuovi  disegni,
    sicondo  il mio parere e sicondo la bellezza de l'arte.  Cos giunto a
    Fontana Beli, uno di quei tesaurieri,  che avevano commessione dal Re
    di  provvedermi,  -  questo  si chiamava monsignor della Fa - il quale
    subito mi disse:
    - Benvenuto,  il Bologna pittore ha ato dal Re commessione di fare il
    vostro  gran  colosso e tutte le commessione che 'l nostro Re ci aveva
    dato per voi,  tutte ce l'ha levate,  e datecele per lui.  A  noi  c'
    saputo grandemente male,  e c' parso che questo vostro italiano molto
    temerariamente si sia portato inverso di voi;  perch voi avevi di gi
    ato  l'opera  per  virt  de'  vostri modelli e delle vostre fatiche;
    costui ve la toglie solo per il favore di madama  di  Tampes:  e  sono
    oramai  di molti mesi,  che gli ha ato tal commessione,  e ancora non
    s' visto che dia ordine a nulla -.
    Io, maravigliato, dissi:
    - Come  egli possibile che io non abbia mai saputo nulla di questo? -
    Allora mi disse che costui l'aveva tenuta segretissima,  e che l'aveva
    ata  con grandissima difficult,  perch il Re non gnene voleva dare;
    ma le sollecitudine di madama di Tampes solo gnene avevan fatto avere.
    Io sentitomi a questo modo offeso e a cos gran torto,  e veduto tormi
    un'opera  la  quale  io  m'avevo  guadagnata  con le mia gran fatiche,
    dispostomi di fare qualche gran cosa di momento con  l'arme,  difilato
    me n'andai a trovare il Bologna.  Trava'lo in camera sua,  e inne' sua
    studii:  fecemi  chiamare  drento,   e  con  certe  sue   lombardesche
    raccoglienze  mi  disse  qual  buona faccenda mi aveva condotto quivi.
    Allora io dissi:
    - Una faccenda bonissima e grande -.
    Quest'uomo commesse ai sua servitori che portassino da bere, e disse:
    - Prima che noi ragioniamo di nulla,  voglio che noi beviamo  insieme;
    che cos  il costume di Francia -.
    Allora io dissi:
    - Misser Francesco,  sappiate che quei ragionamenti che noi abbiamo da
    fare insieme non richieggono il bere imprima: forse dappoi  si  potria
    bere -.
    Cominciai a ragionar seco dicendo:
    -  Tutti  gli  uomini che fanno professione di uomo dabbene,  fanno le
    opere loro che per quelle si cognosce quelli essere uomini dabbene;  e
    faccendo  il contrario,  non hanno pi il nome di uomo da bene.  Io so
    che voi sapevi che il Re m'aveva dato da fare quel gran  colosso,  del
    quale s'era ragionato diciotto mesi, e n voi n altri mai s'era fatto
    innanzi  a  dir  nulla  sopracci;  per  la  qual cosa con le mie gran
    fatiche io m'ero mostro al  gran  Re,  il  quale,  piaciutogli  i  mia
    modelli,  questa grande opera aveva dato a fare a me; e son tanti mesi
    che non ho sentito altro:  solo  questa  mattina  ho  inteso  che  voi
    l'avete  ata e toltola a me;  la quale opera io me la guadagnai con i
    mia maravigliosi fatti,  e voi me la togliete solo con le vostre  vane
    parole.

    32. A questo il Bologna rispose e disse:
    - O Benvenuto, ogniun cerca di fare il fatto suo in tutt'i modi che si
    pu:  se  il  Re  vuol  cos,  che  volete  voi  replicare altro?  ch
    getteresti via il tempo,  perch io l'ho ata ispedita,  ed  mia.  Or
    dite voi ci che voi volete, e io v'ascolter -.
    Dissi cos:
    - Sappiate,  messer Francesco, che io v'arei da dire molte parole, per
    le quale con ragion mirabile e vera io vi  farei  confessare  che  tal
    modi  non si usano,  qual son cotesti che voi avete fatto e ditto,  in
    fra gli animali razionali; per verr con breve parole presto al punto
    della conclusione ma aprite gli orecchi e intendetemi bene,  perch la
    importa -.
    Costui  si  volse  muovere da sedere,  perch mi vidde tinto in viso e
    grandemente cambiato: io dissi che non era ancor tempo a muoversi: che
    stessi a sedere e che m'ascoltassi. Allora io cominciai, dicendo cos:
    - Messer Francesco,  voi sapete che l'opera era prima mia,  e  che,  a
    ragion  di  mondo,  gli era passato il tempo che nessuno non ne doveva
    pi parlare: ora io vi dico,  che io mi contento che voi  facciate  un
    modello,  e io,  oltra a quello che io ho fatto,  ne far un altro; di
    poi cheti cheti lo porteremo al nostro gran Re;  e chi guadagner  per
    quella  via  il vanto d'avere operato meglio,  quello meritamente sar
    degno del colosso;  e se a voi toccher  a  farlo,  io  diporr  tutta
    questa  grande ingiuria che voi m'avete fatto,  e benedirovvi le mane,
    come pi degne delle mia d'una tanta gloria. S che rimagnamo cos,  e
    saremo amici;  altrimenti noi saremo nimici; e Dio che aiuta sempre la
    ragione,  e io che le fo la strada,  vi mostrerrei  in  quanto  grande
    error voi fussi -.
    Disse messer Francesco:
    - L'opera  mia, e da poi che la m' stata data, io non voglio mettere
    il mio in compromesso -.
    A cotesto io rispondo:
    -  Messer  Francesco,  che  da poi che voi non volete pigliare il buon
    verso, quale  giusto e ragionevole,  io vi mostrerr quest'altro,  il
    quale sar come il vostro,  che  brutto e dispiacevole. Vi dico cos,
    che se io sento mai in modo nessuno che poi  parliate  di  questa  mia
    opera,  io subito vi ammazzer come un cane: e perch noi non siamo n
    in Roma, n in Bologna, n in Firenze - qua si vive in un altro modo -
    se io so mai che voi ne parliate al Re o ad altri,  io vi ammazzer  a
    ogni modo.
    Pensate  qual  via  voi volete pigliare: o quella prima buona,  che io
    dissi, o questa ultima cattiva, che io dico -.
    Quest'uomo non sapeva n che si dire,  n che si fare,  e  io  ero  in
    ordine per fare pi volentieri quello effetto allora che mettere altro
    tempo in mezzo. Non disse altre parole che queste, il ditto Bologna:
    -  Quando io far le cose che debbe fare uno uomo da bene,  io non ar
    una paura al mondo -.
    A questo dissi:
    - Bene avete detto; ma faccendo il contrario abbiate paura,  perch la
    v'importa - e subito mi parti' dallui,  e anda'mene dal Re,  e con Sua
    Maest disputai un gran pezzo la faccenda delle monete;  la quale  noi
    non fummo molto d'accordo;  perch essendo quivi il suo Consiglio,  lo
    persuadevano che le monete si  dovessin  fare  in  quella  maniera  di
    Francia, s come le s'eran fatte insino a quel tempo. Ai quali risposi
    che Sua Maest m'aveva fatto venire della Italia perch io gli facessi
    dell'opere  che  stessin  bene;  e  se  Sua  Maest  mi  comandassi al
    contrario,  a me non comporteria l'animo mai di  farle.  A  questo  si
    dette  spazio  per ragionarne un'altra volta: subito io me ne tornai a
    Parigi.

    33. Non fui s tosto iscavalcato, che una buona persona, di quelli che
    hanno piacere di vedere del male,  mi venne a dire che Pagolo Miccieri
    aveva  preso  una  casa per quella puttanella della Caterina e per sua
    madre, e che continuamente lui si tornava quivi, e che parlando di me,
    sempre con ischerno diceva:
    - Benvenuto aveva dato a guardia la lattuga ai paperi,  e pensava  che
    io  non  me la mangiassi;  basta che ora e' va bravando e crede che io
    abbia paura di lui: io mi son messo questa spada e  questo  pugnale  a
    canto  per  dargli  a  divedere  che  anche  la mia spada taglia e son
    fiorentino come lui, de' Miccieri,  molto meglio casata che non sono i
    sua Cellini -.
    Questo  ribaldo,  che mi port tale imbasciata,  me la disse con tanta
    efficacia,  io mi senti' subito balzare la  febbre  addosso,  dico  la
    febbre  sanza  dire per comparazione.  E perch forse di tale bestiale
    passione io mi sarei morto, presi per rimedio di dar quell'esito,  che
    m'aveva dato tale occasione,  sicondo il modo che in me sentivo. Dissi
    a quel mio lavorante ferrarese,  che  si  chiamava  il  Chioccia,  che
    venissi meco,  e mi feci menar dietro dal servitore el mio cavallo;  e
    giunto  a  casa,  dove  era  questo  isciagurato,   trovato  la  porta
    socchiusa,  entrai dentro: viddilo che gli aveva accanto la spada e 'l
    pugnale,  ed era assedere in su 'n un cassone,  e teneva il braccio al
    collo a la Caterina: appunto arrivato,  senti' che lui con la madre di
    lei motteggiava de' casi mia.  Spinta la porta  innun  medesimo  tempo
    messo la mana alla spada,  gli posi la punta d'essa alla gola, non gli
    avendo dato tempo a poter pensare che ancora lui aveva la spada, dissi
    a un tratto:
    - Vil poltrone, raccomandati a Dio, che tu se' morto -.
    Costui, fermo, disse tre volte:
    - O mamma mia, aiutatemi -.
    Io che avevo voglia d'ammazzarlo a ogni modo,  sentito che ebbi quelle
    parole  tanto sciocche,  mi pass la met della stizza.  Intanto aveva
    detto a quel mio lavorante Chioccia,  che non lasciassi uscire n  lei
    n  la madre,  perch se io davo allui,  altretanto male volevo fare a
    quelle dua puttane.  Tenendo continuamente la punta della  spada  alla
    gola,  e alquanto un pochetto lo pugnevo, sempre con paventose parole;
    veduto poi che lui non faceva una difesa al mondo, e io non sapevo pi
    che mi fare,  e quella bravata fatta non mi pareva che  l'avessi  fine
    nessuna,  mi  venne  in  fantasia,  per  il  manco  male,  di fargnene
    isposare, con disegno di far da poi le mie vendette.  Cos resolutomi,
    dissi:
    - Cvati quello anello che tu hai in dito,  poltrone, e sposala, acci
    che poi io possa fare le vendette che tu meriti -.
    Costui subito disse:
    - Purch voi non mi ammazziate, io far ogni cosa. - Adunche - diss'io
    - mettigli l'anello -.
    Scostatogli un poco la spada dalla gola,  costui  le  misse  l'anello.
    Allora io dissi:
    - Questo non basta,  perch io voglio che si vadia per dua notari, che
    tal cosa passi per contratto -.
    Ditto al Chioccia che andassi per e' notari,  subito mi volsi allei  e
    alla madre. Parlando in franzese dissi:
    -  Qui  verr i notari e altri testimoni: la prima che io sento di voi
    che parli nulla di tal cosa, subito l'ammazzer,  e v'ammazzer tutt'a
    tre; s che state in cervello -.
    A lui dissi in italiano:
    -  Se  tu  replichi  nulla  a tutto quel che io proporr,  ogni minima
    parola che tu dica, io ti dar tante pugnalate,  che io ti faro votare
    ci che tu hai nelle budella -.
    A questo lui rispose:
    -  A me basta che voi non mi ammazziate;  e io far ci che voi volete
    -.
    Giunse i notari e li  testimoni,  fecesi  il  contratto  altentico  e,
    mirabile!,  passommi la stizza e la febbre.  Pagai li notari,  e anda'
    mene.
    L'altro giorno venne a Parigi il Bologna a posta,  e mi fece  chiamare
    da  Mattio  del Nasaro: andai e trovai il detto Bologna,  il quale con
    lieta faccia mi si fece incontro,  pregandomi che io  lo  volessi  per
    buon  fratello,  e  che  mai  pi  parlerebbe  di  tale opera,  perch
    conosceva benissimo che io avevo ragione.

    34. Se io non dicessi, in qualcuno di questi mia accidenti, cognoscere
    d'aver fatto male, quell'altri, dove io cognosco aver fatto bene,  non
    sarebbono  passati  per  veri;  per io cognosco d'aver fatto errore a
    volermi vendicare tanto istranamente con Pagolo Miccieri.  Bench,  se
    io avessi pensato che lui fussi stato uomo di tanta debolezza, non mai
    mi sarie venuta in animo una tanto vituperosa vendetta,  qual io feci;
    ch non tanto mi bast l'avergli fatto pigliar  per  moglie  una  cos
    iscellerata  puttanella;  che  ancora  di  poi,  per  voler  finire il
    restante della mia  vendetta,  la  facevo  chiamare,  e  la  ritraevo:
    ognind  le  davo trenta soldi;  e faccendola stare ignuda,  voleva la
    prima cosa che io li dessi li sua dinari innanzi;  la  siconda  voleva
    molto  bene  da  far  colezione;  la terza io per vendetta usavo seco,
    rimproverando allei e al marito le diverse corna che io gli facevo; la
    quarta si era che io la facevo  stare  con  gran  disagio  parecchi  e
    parecchi  ore;   e  stando  in  questo  disagio  a  lei  veniva  molto
    affastidio, tanto quanto a me dilettava,  perch lei era di bellissima
    forma e mi faceva grandissimo onore.  E perch e' non le pareva che io
    l'avessi quella discrezione che prima io avevo innanzi che  lei  fossi
    maritata,  venendole grandemente a noia, cominciava a brontolare; e in
    quel modo suo francioso con parole bravava,  allegando il suo  marito,
    il  quale  era  ito  a  stare  col priore di Capua,  fratello di Piero
    Strozzi. E s come i' ho detto, la allegava questo suo marito;  e come
    io  sentivo  parlar di lui,  subito mi veniva una stizza inistimabile;
    pure me la sopportavo,  mal  volentieri,  il  meglio  che  io  potevo,
    considerando  che  per  l'arte  mia  io  non potevo trovare cosa pi a
    proposito di costei; e da me dicevo:
    - Io fo qui dua diverse vendette: l'una per esser moglie:  queste  non
    son corna vane,  come eran le sua quando lei era a me puttana; per se
    io fo questa vendetta s rilevata inverso di  lui  e  inverso  di  lei
    ancora  tanta istranezza,  faccendola stare qui con tanto disagio,  il
    quale,  oltra al piacere,  mi resulta tanto onore e tanto  utile,  che
    poss'io  pi  desiderare?  - In mentre che io facevo questo mio conto,
    questa ribalda moltipricava con  quelle  parole  ingiuriose,  parlando
    pure  del suo marito;  e tanto faceva e diceva,  che lei mi cavava de'
    termini della ragione;  e datomi in preda  all'ira,  la  pigliavo  pe'
    capegli  e la strascicavo per la stanza,  dandogli tanti calci e tante
    pugna insino che io ero stracco. E quivi non poteva entrare persona al
    suo soccorso.
    Avendola molto ben pesta,  lei giurava di non mai pi voler tornar  da
    me;  per  la  qual  cosa la prima volta mi parve molto aver mal fatto,
    perch mi pareva perdere una mirabile occasione al farmi onore. Ancora
    vedevo lei esser tutta lacerata,  livida e enfiata,  pensando che,  se
    pure lei tornassi,  essere di necessit di farla medicare per quindici
    giorni, innanzi che io me ne potessi servire.

    35. Tornando allei,  mandavo una mia serva che l'aiutassi vestire,  la
    qual   serva   era   una  donna  vecchia  che  si  domandava  Ruberta,
    amorevolissima;  e giunta a questa ribaldella,  le portava di nuovo da
    bere  e  da  mangiare;  di  poi  l'ugneva  con  un  poco  di grasso di
    carnesecca arrostito quelle male percosse che io le avevo date,  e  'l
    resto del grasso che avanzava se lo mangiavano insieme.  Vestita,  poi
    si partiva bestemmiando e maladicendo tutti li taliani e il Re che  ve
    gli  teneva:  cos se ne andava piagnendo e borbottando insino a casa.
    Certo che a me questa prima volta parve molto aver mal fatto; e la mia
    Ruberta mi riprendeva, e pur mi diceva:
    - Voi sete ben crudele a  dare  tanto  aspramente  a  una  cos  bella
    figlietta -.
    Volendomi scusare con questa mia Ruberta,  dicendole le ribalderie che
    l'aveva fatte,  e lei e la madre,  quando la stava meco,  a questo  la
    Ruberta mi sgridava, dicendo che quel non era nulla, perch gli era il
    costume  di Francia,  e che sapeva certo che in Francia non era marito
    che non avessi le sue cornetta. A queste parole io mi movevo a risa, e
    poi dicevo alla Ruberta che andassi a vedere come la Caterina  istava,
    perch  io  arei  ato  a  piacere  di  poter finire quella mia opera,
    servendomi di lei. La mia Ruberta mi riprendeva,  dicendomi che io non
    sapevo vivere;  perch - a pena sar egli giorno, che lei verr qui da
    per s,  dove che,  se voi la mandassi a domandare o  a  visitare,  la
    farebbe il grande e non ci vorrebbe venire -.
    Venuto il giorno seguente, questa ditta Caterina venne alla porta mia,
    e con gran furore picchiava la ditta porta, di modo che, per essere io
    abbasso,  corsi  a  vedere  se questo era pazzo o di casa.  Aprendo la
    porta,  questa bestia ridendo mi si gitt  al  collo,  abbracciommi  e
    baciommi,  e mi dimand se io era pi crucciato con essa. Io dissi che
    no. Lei disse:
    - Datemi ben d'asciolvere addunche -.
    Io le detti ben d'asciolvere, e con essa mangiai per segno di pace. Di
    poi mi messi a ritrarla,  e in quel mezzo vi occorse  le  piacevolezze
    carnali,  e di poi a quell'ora medesima del passato giorno,  tanto lei
    mi stuzzic,  che io l'ebbi a dare le medesime busse;  e cos  durammo
    parecchi giorni, faccendo ogni d tutte queste medesime cose, come che
    a stampa: poco variava dal pi al manco. Intanto io, che m'avevo fatto
    grandissimo onore e finito la mia figura,  detti ordine di gittarla di
    bronzo;  innella  quale  io  ebbi  qualche  difficult,   che  sarebbe
    bellissimo  per gli accidenti dell'arte a narrare tal cosa;  ma perch
    io me ne andrei troppo in lunga,  me la  passer.  Basta  che  la  mia
    figura venne benissimo, e fu cos bel getto come mai si facessi.

    36.  In mentre che questa opera si tirava innanzi, io compartivo certe
    ore del giorno e lavoravo in su la saliera, e quando in sul Giove. Per
    essere la saliera lavorata da molte pi persone che io non avevo tanto
    di comodit per lavorare in sul  Giove,  di  gi  a  questo  tempo  io
    l'avevo  finita  di  tutto punto.  Era ritornato il Re a Parigi,  e io
    l'andai a trovare, portandogli la ditta saliera finita;  la quale,  s
    come  io ho detto di sopra,  era in forma ovata ed era di grandezza di
    dua terzi di braccio in circa,  tutta d'oro,  lavorata  per  virt  di
    cesello.  E  s  come  io dissi quando io ragionai del modello,  avevo
    figurato  il  Mare  e  la  Terra   assedere   l'uno   e   l'altro,   e
    s'intramettevano le gambe,  s come entra certi rami del mare infra la
    tetra,  e la terra infra del detto mare: cos propiamente  avevo  dato
    loro quella grazia.  A il Mare avevo posto in mano un tridente innella
    destra; e innella sinistra avevo posto una barca sottilmente lavorata,
    innella quale si metteva la salina.  Era sotto a questa detta figura i
    sua quattro cavalli marittimi,  che insino al petto e le zampe dinanzi
    erano di cavallo;  tutta la parte dal mezzo  indietro  era  di  pesce:
    queste code di pesce con piacevol modo s'intrecciavano insieme; in sul
    qual  gruppo  sedeva  con  fierissima  attitudine il detto Mare: aveva
    all'intorno molta sorte di pesci e altri animali marittimi.
    L'acqua era figurata con le sue onde;  di poi era  benissimo  smaltata
    del  suo  propio  colore.  Per  la Terra avevo figurato una bellissima
    donna,  con il corno della sua dovizia in mano,  tutta ignuda come  il
    mastio appunto;  nell'altra sua sinistra mana avevo fatto un tempietto
    di ordine  ionico,  sottilissimamente  lavorato;  e  in  questo  avevo
    accomodato  il  pepe.  Sotto  a  questa femina avevo fatto i pi belli
    animali che produca la terra;  e i sua scogli  terrestri  avevo  parte
    ismaltati  e  parte  lasciati d'oro.  Avevo da poi posata questa ditta
    opera e  investita  in  una  basa  d'ebano  nero:  era  di  una  certa
    accomodata grossezza, e aveva un poco di goletta, nella quale io aveva
    cumpartito  quattro  figure  d'oro,  fatte  di  pi che mezzo rilievo:
    questi si erano figurato la Notte, il Giorno, il Graprusco e l'Aurora.
    Ancora v'era quattro altre figure della medesima grandezza,  fatte per
    i  quattro  venti  principali,  con  tanta  puletezza lavorate e parte
    ismaltate, quanto immaginar si possa. Quando questa opera io posi agli
    occhi del Re,  messe una voce di stupore,  e non si poteva saziare  di
    guardarla:  di poi mi disse che io la riportassi a casa mia,  e che mi
    direbbe a tempo quello che io ne dovessi fare.  Porta'nela a  casa,  e
    subito  invitai  parecchi  mia cari amici,  e con essi con grandissima
    lietitudine desinai, mettendo la saliera in mezzo alla tavola; e fummo
    i primi a 'doperarla. Di poi seguitavo di finire il Giove d'argento, e
    un  gran  vaso,   gi  ditto,   lavorato  tutto  con  molti  ornamenti
    piacevolissimi e con assai figure.

    37.  In questo tempo il Bologna pittore sopra ditto dette ad intendere
    al Re,  che gli era bene che Sua Maest lo lasciassi andare  insino  a
    Roma,  e  gli  facessi  lettere  di  favori,  per le quali lui potessi
    formare di  quelle  prime  belle  anticaglie,  cio  il  Leoconte,  la
    Cleopatra,  la  Venere,  il  Comodo,  la  Zingana  e  Appollo.  Queste
    veramente sono le pi belle cose che sieno in Roma.  E diceva  al  Re,
    che  quando Sua Maest avessi dappoi veduto quelle meravigliose opere,
    allora saprebbe ragionare dell'arte del disegno;  perch tutto  quello
    che gli aveva veduto di noi moderni era molto discosto dal ben fare di
    quelli  antichi.  Il Re fu contento,  e fecegli tutti i favori che lui
    domand.  Cos and nella sua malora questa bestia.  Non  gli  essendo
    bastato  la  vista  di  fare  con  le  sue  mane  a  gara meco,  prese
    quell'altro lombardesco ispediente,  cercando di svilire  l'opere  mie
    facendosi formatore di antichi. E con tutto che lui benissimo l'avessi
    fatte formare, gliene riusc tutto contrario effetto da quello che lui
    era immaginato;  qual cosa si dir da poi al suo luogo. Avendo a fatto
    cacciato via la ditta Caterinaccia,  e quel povero giovane  isgraziato
    del  marito  andatosi con Dio di Parigi,  volendo finire di nettare la
    mia Fontana Beli,  qual'era di gi fatta di bronzo,  ancora per  fare
    bene quelle due Vittorie, che andavano negli anguli da canto nel mezzo
    tondo della porta,  presi una povera fanciulletta de l'et di quindici
    anni in circa.  Questa era molto  bella  di  forma  di  corpo  ed  era
    alquanto brunetta;  e per essere salvatichella e di pochissime parole,
    veloce nel suo  andare,  accigliata  negli  occhi,  queste  tali  cose
    causorno  ch'io  le  posi  nome  Scorzone:  il nome suo proprio si era
    Gianna.  Con questa ditta figliuola io fini' benissimo  di  bronzo  la
    ditta  Fontana Beli,  e quelle due Vittorie ditte per la ditta porta.
    Questa giovanetta era pura e vergine, e io la 'ngravidai;  la quale mi
    partor una figliuola a' d sette di giugno,  a ore tredici di giorno,
    1544,  quale era il corso dell'et mia appunto de' 44 anni.  La  detta
    figliuola  io  le  posi  nome Constanza;  e mi fu battezzata da messer
    Guido Guidi,  medico del Re,  amicissimo  mio,  siccome  di  sopra  ho
    scritto. Fu lui solo compare, perch in Francia cos  il costume d'un
    solo compare e dua comare,  che una fu la signora Maddalena, moglie di
    messer Luigi Alamanni,  gentiluomo fiorentino  e  poeta  maraviglioso;
    l'altra  comare  si  fu  la moglie di messer Ricciardo del Bene nostro
    cittadin fiorentino e l gran mercante; lei gran gentildonna franzese.
    Questo fu il primo figliuolo che io  avessi  mai,  per  quanto  io  mi
    ricordo.  Consegnai alla detta fanciulla tanti dinari per dota, quanti
    si content una sua zia,  a chi io la  resi;  e  mai  pi  da  poi  la
    cognobbi.

    38.  Sollecitavo l'opere mie, e l'avevo molto tirate innanzi: il Giove
    era quasi che alla sua fine, il vaso similmente; la porta cominciava a
    mostrare le sue bellezze. In questo tempo capit il Re a Parigi;  e se
    bene  io  ho  detto  per la nascita della mia figliuola 1544,  noi non
    eramo ancora passati il 1543;  ma perch m' venuto  in  proposito  il
    parlar  di  questa  mia figliuola ora,  per non mi avere a impedire in
    quest'altre cose di pi importanza,  non ne dir altro per  insino  al
    suo luogo. Venne il Re a Parigi, come ho detto, e subito se ne venne a
    casa mia,  e trovato quelle tante opere innanzi, tale che gli occhi si
    potevan  benissimo  sattisfare;   s  come  fecero  quegli   di   quel
    maraviglioso  Re,  al  quale  sattisfece  tanto  le ditte opere quanto
    desiderar possa uno che duri fatica come avevo fatto io; subito da per
    s si ricord,  che il sopra ditto cardinale di  Ferrara  non  m'aveva
    dato nulla,  n pensione n altro, di quello che lui m'aveva promesso;
    e borbottando con il suo Amiraglia,  disse che il cardinale di Ferrara
    s'era portato molto male a non mi dar niente;  ma che voleva rimediare
    a questo tale inconveniente,  perch vedeva che io  ero  uomo  da  far
    poche parole; e, da vedere a non vedere, una volta io mi sarei ito con
    Dio sanza dirgli altro.  Andatisene a casa,  di poi il desinare di Sua
    Maest,  disse  al  Cardinale,  che  con  la  sua  parola  dicessi  al
    tesauriere  de'  risparmi  che  mi  pagassi  il  pi presto che poteva
    settemila scudi d'oro, in tre o in quattro paghe,  secondo la comodit
    che  a lui veniva,  purch di questo non mancassi;  e pi gli replic,
    dicendo:
    - Io vi detti Benvenuto in custode, e voi ve l'avete dimenticato -.
    Il Cardinale disse che farebbe volentieri tutto quello che diceva  Sua
    Maest.  Il ditto Cardinale per sua mala natura lasci passare a il Re
    questa volunt.  Intanto le guerre crescevano;  e fu nel tempo che  lo
    Imperadore  con  il  suo  grandissimo  esercito  veniva  alla volta di
    Parigi.  Veduto il Cardinale che la Francia era  in  gran  penuria  di
    danari, entrato un giorno in proposito a parlar di me, disse:
    -  Sacra  Maest,  per  far  meglio,  io  non  ho  fatto dare danari a
    Benvenuto; l'una si  perch ora ce n' troppo bisogno;  l'altra causa
    si    perch  una  cos  grossa partita di danari pi presto v'arebbe
    fatto perdere Benvenuto;  perch parendogli esser  ricco,  lui  se  ne
    arebbe  compro de' beni nella Italia,  e una volta che gli fussi tocco
    la bizzaria,  pi volentieri si sarebbe partito da Voi;  s che io  ho
    considerato che il meglio sia che Vostra Maest gli dia qualcosa innel
    suo  regno,  avendo  volunt  che lui resti per pi lungo tempo al suo
    servizio -.
    Il Re fece buone queste ragioni,  per essere  in  penuria  di  danari;
    niente  di manco,  come animo nobilissimo,  veramente degno di quel Re
    che gli era, consider che il detto Cardinale aveva fatto cotesta cosa
    pi per gratificarsi che per  necessit,  che  lui  immaginare  avessi
    possuto tanto innanzi le necessit di un s gran regno.

    39. E con tutto che, s come io ho detto, il Re dimostrassi di avergli
    fatte  buone  queste  ditte  ragione,  innel  segreto  suo  lui non la
    intendeva cos; perch,  s come io ho detto di sopra,  egli rivenne a
    Parigi, e l'altro giorno, senza che io l'andassi a incitate, da per s
    venne  accasa  mia:  dove,  fattomigli incontro,  lo menai per diverse
    stanze, dove erano diverse sorte d'opere,  e cominciando alle cose pi
    basse,  gli mostrai molta quantit d'opere di bronzo, le quali lui non
    aveva vedute tante di gran pezzo.  Di poi lo menai a vedere  il  Giove
    d'argento,  e  gnene  mostrai come finito,  con tutti i sua bellissimi
    ornamenti: qual gli parve cosa molto pi mirabile che non saria  parsa
    ad altro uomo,  rispetto a una certa terribile occasione che allui era
    avvenuta certi pochi anni innanzi: che passando,  di poi la  presa  di
    Tunizi,  lo  Imperadore  per  Parigi  d'accordo  con il suo cognato re
    Francesco,  il detto Re,  volendo fare un  presente  degno  d'un  cos
    grande Imperadore, gli fece fare uno Ercole d'argento, della grandezza
    appunto che io avevo fatto il Giove;  il quale Ercole il Re confessava
    essere la pi brutta opera che lui mai avessi vista;  e cos  avendola
    accusata  per  tale  a  quelli  valenti  uomini  di  Parigi i quali si
    pretendevano  essere  li  pi  valenti  uomini  del   mondo   di   tal
    professione,  avendo  dato  ad  intendere a il Re che quello era tutto
    quello che si poteva fare  in  argento  e  nondimanco  volsono  dumila
    ducati  di quel lor porco lavoro;  per questa cagione avendo veduto il
    Re quella mia opera,  vidde in essa tanta  pulitezza,  quale  lui  non
    arebbe mai creduto.  Cos fece buon giudizio, e volse che la mia opera
    del Giove fossi valutata ancora essa dumila ducati, dicendo:
    - A quelli io non davo salario nessuno: a  questo,  che  io  do  mille
    scudi  incirca di salario,  certo egli me la pu fare per il prezzo di
    dumila scudi d'oro, avendo il ditto vantaggio del suo salario -.
    Appresso io lo menai a vedere altre opere d'argento e d'oro,  e  molti
    altri  modegli  per inventare opere nuove.  Di poi all'utimo della sua
    partita, innel mio prato del castello scopersi quel gran gigante, a il
    quale il Re fece una maggior maraviglia che mai  gli  avessi  fatto  a
    nessuna  altra  cosa;   e  voltosi  all'Amiraglio,  qual  si  chiamava
    Monsignor Aniballe, disse:
    - Da poi che dal Cardinale costui di nulla   stato  provisto,  gli  
    forza  che  per  essere ancor lui pigro a domandare,  sanza dire altro
    voglio che lui sia provisto: s  che  questi  uomini,  che  non  usano
    dimandar  nulla,  par  lor dovere che le fatiche loro dimandino assai:
    per provedetelo della prima badia che vaca, qual sia insino al valore
    di dumila scudi d'entrata;  e quando ella non venga in una pezza sola,
    fate che la sia in dua e tre pezzi,  perch a lui gli sar il medesimo
    -.
    Io,  essendo alla presenza,  senti' ogni cosa e subito lo  ringraziai,
    come se ata io l'avessi,  dicendo a Sua Maest che io volevo,  quando
    questa cosa fossi venuta,  lavorare per Sua Maest sanza altro  premio
    n di salario n d'altra valuta d'opere,  infino a tanto che costretto
    dalla vecchiaia,  non  possendo  pi  lavorare,  io  potessi  in  pace
    riposare  la istanca vita mia,  vivendo con essa entrata onoratamente,
    ricordandomi d'aver servito un cos gran Re,  quant'era Sua Maest.  A
    queste  mie  parole  il Re con molta baldanza lietissimo inverso di me
    disse:
    - E cos si facci - e contento Sua Maest da me si part, e io restai.

    40.  Madama di Tampes,  saputo queste mie  faccende,  pi  grandemente
    inverso di me inveleniva, dicendo da per s:
    - Io governo oggi il mondo,  e un piccolo uomo, simile a questo, nulla
    mi stima! - Si messe in tutto e per tutto a bottega per fare contra di
    me.  E capitandogli uno certo uomo alle  mani,  il  quale  era  grande
    istillatore  - questo gli dette alcune acque odorifere e mirabile,  le
    quali gli facevan tirare la pelle,  cosa per l'addietro non mai  usata
    in  Francia - lei lo misse innanzi al Re: il quale uomo propose alcune
    di queste istillazione,  le quali molto dilettorno al Re;  e in questi
    piaceri  fece,  che lui domand a Sua Maest un giuoco di palla che io
    avevo nel mio castello,  con certe piccole istanzette,  le  quale  lui
    diceva che io non me ne servivo.  Quel buon Re, che cognosceva la cosa
    onde la veniva, non dava risposta alcuna. Madama di
    Tampes si messe a sollecitare per quelle  vie  che  possono  le  donne
    innegli  uomini,  tanto  che facilmente gli riusc questo suo disegno,
    che trovando il Re in una amorosa tempera,  alla quale lui  era  molto
    sottoposto,  conpiacque  a  Madama tanto quanto lei desiderava.  Venne
    questo ditto uomo  insieme  con  il  tesauriere  Grolier,  grandissimo
    gentiluomo  di  Francia;  e perch questo tesauriere parlava benissimo
    italiano,  venne al mio castello,  e entr in esso alla  presenza  mia
    parlando meco in italiano,  in modo di motteggiare. Quando e' vidde il
    bello, disse:
    - Io metto in tenuta da parte del Re questo uomo qui di quel giuoco di
    palla insieme con quelle casette che a il detto giuoco appartengono -.
    A questo io dissi:
    - Del sacro Re  ogni cosa;  per pi liberamente voi  potevi  entrare
    qua  drento;  perch  in  questo modo,  fatto per via di notai e della
    corte,  mostra  pi  essere  una  via  d'inganno,   che  una  istietta
    commessione di un s gran Re;  e vi protesto che prima che io mi vadia
    a dolere  al  Re,  io  mi  difender  in  quel  modo  che  Sua  Maest
    l'altr'ieri mi commisse che io facessi;  e vi sbalzer quest'uomo, che
    voi m'avete messo qui,  per le finestre,  se altra spressa commessione
    io non veggo per la propia mana del Re -.
    A  queste  mie  parole  il  detto  tesauriere  se n'and minacciando e
    borbottando,  e io faccendo il simile mi restai,  n volsi per  allora
    fare  altra  dimostrazione: di poi me n'andai a trovare quelli notari,
    che avevano  messo  colui  in  possessione.  Questi  erano  molto  mia
    conoscenti,  e  mi dissono che quella era una cerimonia fatta bene con
    commessione del Re,  ma che la non importava molto;  e che se  io  gli
    avessi  fatto  qualche  poco  di  resistenza,  lui non arebbe preso la
    possessione,  come egli fece;  e che quelli erano atti e costumi della
    corte,  i quali non toccavano punto l'ubbidienza del Re;  di modo che,
    quando a me venissi bene il cavarlo di possessione in  quel  modo  che
    v'era  entrato,  saria  ben  fatto,  e non ne saria altro.  A me bast
    essere  accennato,   che  l'altro  giorno  cominciai  a  mettere  mano
    all'arme;  e se bene io ebbi qualche diflicult,  me l'avevo presa per
    piacere.
    Ogni d un tratto facevo  uno  assalto  con  sassi,  con  picche,  con
    archibusi, pure sparando sanza palla; ma mettevo loro tanto ispavento,
    che  nissuno  non  voleva  pi  venire  a 'iutarlo.  Per la qual cosa,
    trovando un giorno la sua battaglia debole,  entrai per forza in casa,
    e lui ne cacciai, gittandogli fuori tutto tutto quello che lui v'aveva
    portato.  Di  poi  ricorsi al Re,  e li dissi che io avevo fatto tutto
    tutto che Sua Maest m'aveva commisso,  difendendomi da  tutti  quelli
    che mi volevano inpedire il servizio di Sua Maest.  A questo il Re se
    ne rise,  e mi sped nuove lettere,  per le quale io non avessi pi da
    esser molestato.

    41.  Intanto  con  gran sollecitudine io fini' il bel Giove d'argento,
    insieme con la sua basa dorata,  la quale io  avevo  posta  sopra  uno
    zocco  di  legno,  che appariva poco;  e in detto zocco di legno avevo
    commesso quattro pallottole di legno forte,  le quali istavano pi che
    mezze  nascoste nelle lor casse,  in foggia di noce di balestre.  Eran
    queste cose  tanto  gentilmente  ordinate,  che  un  piccol  fanciullo
    facilmente  per  tutti  i  versi  sanza  una fatica al mondo,  mandava
    innanzi e indietro e  volgeva  la  ditta  statua  di  Giove.  Avendola
    assettata a mio modo,  me ne andai con essa a Fontana Beli,  dove era
    il Re. In questo tempo il sopra ditto Bologna aveva portato di Roma le
    sopra ditte statue,  e l'aveva con gran sollecitudine fatte gittare di
    bronzo.  Io che non sapevo nulla di questo,  s perch lui aveva fatto
    questa sua faccenda molto  segretamente,  e  perch  Fontana  Beli  
    discosto  da  Parigi  pi  di  quaranta miglia;  per non avevo potuto
    sapere niente.
    Faccendo intendere al Re dove voleva che io ponessi il Giove,  essendo
    alla presenza Madama di Tampes,  disse al Re che non v'era luogo pi a
    proposito dove metterlo che nella sua bella galleria.
    Questo si era, come noi diremmo in Toscana, una loggia, o s veramente
    uno androne: pi presto androne si potria chiamare,  perch loggia noi
    chiamiamo  quelle  stanze  che  sono  aperte da una parte.  Era questa
    stanza lunga molto pi  di  cento  passi  andanti,  ed  era  ornata  e
    ricchissima  di  pitture  di  mano  di  quel  mirabile  Rosso,  nostro
    fiorentino;  e infra le pitture era  accomodato  moltissime  parte  di
    scultura,  alcune  tonde,  altre di basso rilievo: era di larghezza di
    passi andanti dodici in circa.  Il sopra ditto Bologna aveva  condotto
    in questa ditta galleria tutte le sopra ditte opere antiche,  fatte di
    bronzo e benissimo condotte,  e l'aveva poste con  bellissimo  ordine,
    elevate in su le sue base;  e s come di sopra ho ditto,  queste erano
    le pi belle cose tratte da quelle antiche di Roma.  In  questa  ditta
    istanza  io  condussi  il  mio  Giove;  e  quando  viddi  quel  grande
    apparecchio, tutto fatto a arte, io da per me dissi:
    - Questo si  come passare in fra le picche. Ora Idio mi aiuti -.
    Messolo al  suo  luogo  e,  quanto  io  potetti,  benissimo  acconcio,
    aspettai  quel  gran Re che venissi.  Aveva il ditto Giove innella sua
    mano destra accomodato il suo flgore in attitudine di volerlo trarre,
    e nella sinistra gli avevo accomodato il Mondo.
    Infra le fiamme avevo con molta  destrezza  commisso  un  pezzo  d'una
    torcia bianca. E perch Madama di Tampes aveva trattenuto il Re insino
    a  notte  per  fare  uno  de'  duo  mali,  o  che lui non venissi o s
    veramente che l'opera mia,  causa  della  notte,  si  mostrassi  manco
    bella;  e  come Idio promette a quelle creature che hanno fede in lui,
    ne avvenne tutto il contrario; perch veduto fattosi notte,  io accesi
    la  ditta  torcia  che  era  in  mano al Giove;  e per essere alquanto
    elevata sopra la testa del ditto Giove,  cadevano i lumi  di  sopra  e
    facevano molto pi bel vedere,  che di d non arien fatto. Comparse il
    ditto Re insieme  con  la  sua  Madama  di  Tampes,  col  Dalfino  suo
    figliuolo e con la Dalfina, oggi re, con il re di Navarra suo cognato,
    con madama Margherita sua figliuola,  e parecchi altri gran signori, i
    quali erano instruiti a posta da Madama di Tampes per dire contro a di
    me.  Veduto entrare il Re,  feci ispignere innanzi da quel mio garzone
    gi ditto, Ascanio, che pianamente moveva il bel Giove incontro al Re:
    e perch ancora io fatto con un poco d'arte, quel poco del moto che si
    dava  alla ditta figura,  per essere assai ben fatta,  la faceva parer
    viva;  e lasciatomi alquanto le ditte figure antiche  indietro,  detti
    prima gran piacere, agli occhi, della opera mia. Subito disse il Re:
    -  Questa    molto  pi  bella  cosa  che mai per nessuno uomo si sia
    veduta, e io,  che pur me ne diletto e 'ntendo,  non n'arei immaginato
    la centesima parte -.
    Quei  Signori,  che  avevano  a dire contr'a di me,  pareva che non si
    potessino  saziare  di  lodare  la  ditta  opera.   Madama  di  Tampes
    arditamente disse:
    -  Ben  pare  che  voi non abbiate occhi.  Non vedete voi quante belle
    figure di bronzo antiche son poste pi l,  innelle quali consiste  la
    vera virt di quest'arte,  e non in queste baiate moderne? - Allora il
    Re si mosse, e gli altri seco;  e dato una occhiata alle ditte figure,
    e  quelle,  per  esser  lor porto i lumi inferiori,  non si mostravano
    punto bene; a questo il Re disse:
    - Chi ha voluto disfavorire questo uomo,  gli ha fatto un gran favore;
    perch  mediante  queste mirabile figure si vede e cognosce questa sua
    da gran lunga esser pi bella e pi maravigliosa di quelle.  Per  da
    fare un gran conto di Benvenuto, che non tanto che l'opere sue restino
    al paragone dell'antiche, ancora quelle superano -.
    A  questo Madama di Tampes disse che vedendo di d tale opera,  la non
    parrebbe l'un mille bella di quel che lei par di notte;  ancora  v'era
    da considerare,  che io avevo messo un velo addosso alla ditta figura,
    per coprire gli errori.  Questo si era un velo  sottilissimo,  che  io
    avevo  messo  con  bella  grazia  addosso  al ditto Giove,  perch gli
    accrescessi maest: il quale a quelle parole io  lo  presi,  alzandolo
    per  di  sotto,  scoprendo quei bei membri genitali,  e con un poco di
    dimostrata istizza tutto lo stracciai.  Lei pens che  io  gli  avessi
    scoperto quella parte per proprio ischerno. Avvedutosi il Re di quello
    isdegno e io vinto dalla passione,  volsi cominciare a parlare: subito
    il savio Re disse queste formate parole in sua lingua:
    - Benvenuto,  io ti taglio la parola;  s che sta cheto,  e  arai  pi
    tesoro che tu non desideri, l'un mille -.
    Non  possendo io parlare,  con gran passione mi scontorcevo: causa che
    lei pi sdegnosa brontolava; e il Re, pi presto assai di quel che gli
    arebbe fatto, si part, dicendo forte, per darmi animo, aver cavato di
    Italia il maggior uomo che nascessi mai, pieno di tante professione.

    42.  Lasciato il Giove quivi,  volendomi partire la mattina,  mi  fece
    dare  mille scudi d'oro: parte erano di mia salari,  e parte di conti,
    che io mostravo avere speso di mio. Preso li dinari,  lieto e contento
    me ne tornai a Parigi;  e subito giunto,  rallegratomi in casa, di poi
    il desinare feci portare tutti li miei vestimenti,  quali erano  molta
    quantit   di   seta,   di  finissime  pelle  e  similmente  di  panni
    sottilissimi.  Questi io feci a tutti quei mia lavoranti un  presente,
    donandogli  sicondo  i meriti d'essi servitori,  insino alle serve e i
    ragazzi di stalla, dando a tutti animo che m'aiutassino di buon cuore.
    Ripreso il vigore,  con grandissimo istudio e sollecitudine  mi  missi
    intorno a finire quella grande statua del Marte,  quale avevo fatto di
    legni benissimo tessuti per armadura; e di sopra,  la sua carne si era
    una  crosta,   grossa  uno  ottavo  di  braccio,   fatta  di  gesso  e
    diligentemente lavorata;  dipoi avevo ordinato  di  formare  di  molti
    pezzi la ditta figura, e commetterla da poi a coda di rondine, si come
    l'arte  promette;  che  molto  facilmente mi veniva fatto.  Non voglio
    mancare di dare un contra segno di questa grande opera, cosa veramente
    degna di riso: perch io avevo comandato a tutti quelli a chi io  davo
    le spese,  che nella casa mia e innel mio castello non vi conducessino
    meretrice; e a questo io ne facevo molta diligenza che tal cosa non vi
    venissi.  Era quel mio giovane  Ascanio  innamorato  d'una  bellissima
    giovine, e lei di lui: per la qual cosa fuggitasi questa ditta giovine
    da  sua madre,  essendo venuta una notte a trovare Ascanio,  non se ne
    volendo poi andare, e lui non sapendo dove se la nascondere, per utimo
    rimedio, come persona ingegnosa, la mise drento nella figura del ditto
    Marte,  e innella propia testa  ve  l'accomod  da  dormire;  e  quivi
    soprastette,  assai, e la notte lui chetamente alcune volte la cavava.
    Per avere lasciato quella testa molto vicino alla sua fine,  e per  un
    poco  di  mia  boria,  lasciavo iscoperto la ditta testa,  la quale si
    vedeva per la maggior parte della citt di Parigi: avevano  cominciato
    quei  pi  vicini  a salire su per i tetti,  e andavavi assai popoli a
    posta per vederla.  E perch era un nome per Parigi,  che in quel  mio
    castello  ab  antico abitassi uno spirito,  della qual cosa io ne vidi
    alcuno contra segno da credere che cos  fussi  il  vero  -  il  detto
    spirito  universalmente  per la plebe di Parigi lo chiamavano per nome
    Lemmonio Bore - e perch questa  fanciulletta,  che  abitava  innella
    ditta  testa,  alcune volte non poteva fare che non si vedessi per gli
    occhi un certo poco di muovere;  dove alcuni di quei  sciocchi  popoli
    dicevano  che  quel  ditto spirito era entrato in quel corpo di quella
    gran figura,  e che e' faceva muovere gli occhi a quella testa,  e  la
    bocca, come se ella volessi parlare; e molti ispaventati si partivano,
    e  alcuni astuti,  venuti a vedere e non si potendo discredere di quel
    balenamento degli occhi  che  faceva  la  ditta  figura,  ancora  loro
    affermavano  che  ivi  fussi spirito,  non sapendo che v'era spirito e
    buona carne di pi.

    43.  In quel mentre io m'attendevo a  mettere  insieme  la  mia  bella
    porta,  con  tutte  le  infrascritte  cose.  E perch io non mi voglio
    curare di scrivere in questa mia Vita cose che s'appartengono a quelli
    che scrivono le cronache,  per ho lasciato indietro la  venuta  dello
    Imperadore con il suo grande esercito, e il Re con tutto il suo sforzo
    armato.  E in questi tempi cerc del mio consiglio,  per affortificare
    prestamente Parigi: venne a posta per me a casa,  e menommi intorno  a
    tutta  la  citt  di  Parigi;  e  sentito  con  che  buona  ragione io
    prestamente gli affortificavo Parigi,  mi dette ispressa  commessione,
    che  quanto  io  avevo  detto  subitamente  facessi;  e comand al suo
    Amiraglio che comandassi a quei populi che mi  ubbidissino,  sotto  'l
    poter  della  disgrazia  sua.  L'Amiraglio,  che era fatto tale per il
    favore di Madama di Tampes e non per le sue buone  opere,  per  essere
    uomo di poco ingegno e per essere il nome suo monsignore d'Angueb, se
    bene in nostra lingua e' vol dire monsignor d'Aniballe, in quella loro
    lingua  e'  suona  in  modo,  che  quei  populi  i  pi  lo chiamavano
    monsignore Asino Bue;  questa bestia,  conferito il tutto a Madama  di
    Tampes,  lei  gli comand che prestamente egli facessi venire Girolimo
    Bellarmato.  Questo era uno ingegnere sanese ed era a Diepa,  poco pi
    d'una giornata discosto da Parigi.  Venne subito,  e messo in opera la
    pi lunga via da forzificare,  io mi ritirai da tale impresa;  e se lo
    Imperadore spigneva innanzi, con gran facilit si pigliava Parigi. Ben
    si disse che in quello accordo fatto da poi, Madama di Tampes, che pi
    che altra persona vi s'era intermessa,  aveva tradito il Re. Altro non
    mi occorre dire di questo,  perch non fa al mio proposito.  Mi  missi
    con  gran sollecitudine a mettere insieme la mia porta di bronzo,  e a
    finire quel gran vaso, e du' altri mezzani fatti di mio argento. Dipoi
    queste tribulazioni venne il buon Re a riposarsi  alquanto  a  Parigi.
    Essendo nata questa maledetta donna quasi per la rovina del mondo,  mi
    par pure esser da qualcosa,  da poi  che  l'ebbe  me  per  suo  nimico
    capitale. Caduta in proposito con quel buon Re de' casi mia, gli disse
    tanto  mal  di  me,  che  quel buono uomo per compiacerle,  si misse a
    giurare che mai pi  terrebbe  un  conto  di  me  al  mondo,  come  se
    cognosciuto mai non mi avessi.  Queste parole me le venne a dir subito
    un paggio del cardinal di Ferrara,  che si chiamava  il  Villa,  e  mi
    disse  lui  medesimo  averle udite della bocca del Re.  Questa cosa mi
    messe in tanta cllora,  che gittato a traverso tutti i miei ferri,  e
    tutte l'opera ancora, mi missi in ordine per andarmi con Dio, e subito
    andai  a  trovare il Re.  Dipoi il suo desinare,  entrai in una camera
    dove era Sua Maest con pochissime  persone;  e  quando  e'  mi  vidde
    entrare, fattogli io quella debita reverenza che s'appartiene a un Re,
    subito  con  lieta  faccia  m'inchin il capo.  Per la qual cosa presi
    isperanza,  e a poco a  poco  accostatomi  a  Sua  Maest,  perch  si
    mostrava alcune cose della mia professione,  quando si fu ragionato un
    pezzetto sopra le ditte cose,  Sua Maest mi domand se  io  avevo  da
    mostrargli  a  casa mia qualche cosa di bello,  di poi disse quando io
    volevo che venissi a vederle.  Allora io dissi che io stavo in  ordine
    da mostrargli qualcosa, se gli avessi ben voluto, allora.
    Subito disse che io mi avviassi a casa, e che allora voleva venire.

    44.  Io mi avviai, aspettando questo buon Re, il quale era ito per tor
    licenza di Madama di Tampes.  Volendo  ella  saper  dove  gli  andava,
    perch  disse che gli terrebbe compagnia,  quando il Re gli ebbe ditto
    dove gli andava,  lei disse a Sua Maest che non voleva andar seco,  e
    che  lo  pregava  che  gli  facessi tanto di grazia per quel d di non
    andare manco lui. Ebbe a rimettersi pi di due volte, volendo svolgere
    il Re da quella impresa: per quel d non venne  a  casa  mia.  L'altro
    giorno  da  poi  tornai  dal  Re  in  su  quella  medesima ora: subito
    vedutomi, giur di voler venir subito a casa mia. Andato al suo solito
    per licenzia dalla sua Madama di  Tampes,  veduto  con  tutto  il  suo
    potere di non aver potuto distorre il Re,  si misse con la sua mordace
    lingua a dir tanto male di me,  quanto dir si possa  d'uno  uomo,  che
    fussi  nimico  mortale  di quella degna Corona.  A questo quel buon Re
    disse, che voleva venire a casa mia,  solo per gridarmi di sorte,  che
    m'arebbe ispaventato; e cos dette la fede a Madama di Tampes di fare.
    E subito venne a casa, dove io lo guidai in certe grande stanze basse,
    nelle  quale  io  avevo  messo insieme tutta quella mia gran porta;  e
    giunto a essa il Re rimase tanto stupefatto, che egli non ritrovava la
    via per dirmi quella gran villania che lui aveva promesso a Madama  di
    Tampes.  N  anche  per  questo  non  volse  mancare  di  non  trovare
    l'occasione per dirmi quella promessa villania, e cominci dicendo:
    - Gli  pure grandissima cosa,Benvenuto,  che voi altri,  se bene  voi
    sete  virtuosi,  doverresti cognoscere che quelle tal virt da per voi
    non le potete mostrare;  e  solo  vi  dimostrate  grandi  mediante  le
    occasione  che voi ricevete da noi.  Ora voi doverresti essere un poco
    pi ubbidienti,  e non tanto superbi e di vostro capo.  Io mi  ricordo
    avervi  comandato  espressamente  che  voi  mi  facessi  dodici statue
    d'argento;  e quello era tutto il mio desiderio.  Voi mi avete  voluta
    fare una saliera,  e vasi e teste e porte,  e tante altre cose, che io
    sono molto smarrito,  veduto lasciato indrieto tutti i desideri  delle
    mie  voglie,  e  atteso  a compiacere a tutte le voglie vostre: s che
    pensando di fare di questa sorte,  io vi dar poi a divedere  come  io
    uso  di fare,  quando io voglio che si faccia a mio modo.  Pertanto vi
    dico: attendete a ubbidire a quanto v' detto,  perch stando ostinato
    a queste vostre fantasie, voi darete del capo nel muro -.
    E in mentre che egli diceva queste parole,  tutti quei Signori stavano
    attenti, veduto che lui scoteva il capo, aggrottava gli occhi,  or con
    una mana or con l'altra faceva cenni; talmente che tutti quelli uomini
    che  erano quivi alla presenza,  tremavono di paura per me,  perch io
    m'ero risoluto di non avere una paura al mondo.

    45.  E subito finito che gli ebbe di farmi  quella  bravata,  che  gli
    aveva  promesso  alla  sua Madama di Tampes,  io missi un ginocchio in
    terra, e baciatogli la vesta in sul suo ginocchio, dissi:
    - Sacra Maest,  io affermo tutto quello che voi dite  che  sia  vero;
    solo  dico  a Quella,  che il mio cuore  stato continuamente giorno e
    notte con tutti li mia vitali spiriti intenti solo per ubbidirla e per
    servirla;  e tutto quello che a Vostra Maest  paressi  che  fussi  in
    contrario  da  quel che io dico,  sappi Vostra Maest che quello non 
    stato Benvenuto,  ma pu essere  stato  un  mio  cattivo  fato  o  ria
    fortuna,  la  quale  m'ha  voluto  fare  indegno  di  servire  il  pi
    maraviglioso principe che avessi mai la terra: pertanto la priego  che
    mi  perdoni.  Solo mi parve che Vostra Maest mi dessi argento per una
    istatua sola: e non avendo da  me,  io  none  possetti  fare  pi  che
    quella;  e di quel poco dello argento che della detta figura m'avanz,
    io ne feci quel vaso,  per  mostrare  a  Vostra  Maest  quella  bella
    maniera  degli  antichi;  qual  forse prima lei di tal sorte non aveva
    vedute. Quanto alla saliera, mi parve,  se ben mi ricordo,  che Vostra
    Maest  da  per  s me ne richiedessi un giorno,  entrato in proposito
    d'una che ve ne fu portata innanzi;  per la qual cosa  mostratogli  un
    modello,   quale  io  avevo  fatto  gi  in  Italia,   solo  a  vostra
    requisizione voi mi facesti dare subito mille ducati d'oro,  perch io
    la  facessi,  dicendo  che  mi  sapevi  il  buon  grado di tal cosa: e
    maggiormente mi parve che molto mi ringraziassi quando io ve la  detti
    finita.  Quanto alla porta,  mi parve che, ragionandone a caso, Vostra
    Maest dessi  le  commessione  a  monsignor  di  Villurois  suo  primo
    segretario,  il  quale  commesse  a monsignor di Marmagnia e monsignor
    della Fa che tale opera mi sollecitassino, e mi provvedessino; e sanza
    queste commessione,  da per me io non arei mai potuto  tirare  innanzi
    cos grande imprese.
    Quanto alle teste di bronzo e la base del Giove e d'altro, le teste io
    le  feci  veramente  da  per  me,  per  isperimentare  queste terre di
    Francia, le quali io,  come forestiero,  punto non conoscevo;  e sanza
    far  esperienza  delle  ditte  terre  io  non mi sarei messo a gettare
    queste grande opere. Quanto alle base,  io le feci,  parendomi che tal
    cosa benissimo si convenissi per compagnia di quelle tal figure;  per
    tutto quello che io ho fatto, ho pensato di fare il meglio,  e non mai
    discostarmi dal volere di Vostra Maest.  Gli  bene il vero, che quel
    gran colosso io l'ho fatto tutto, insino al termine che gli ,  con le
    spese  della  mia  borsa;  solo parendomi che voi s gran Re e io quel
    poco artista che io sono,  dovessi fare per vostra gloria  e  mia  una
    statua,  quale gli antichi non ebbon mai. Conosciuto ora che a Dio non
     piaciuto di farmi degno d'un tanto onorato servizio,  la priego che,
    cambio di quello onorato premio che vostra Maest alle opere mie aveva
    destinato, solo mi dia un poco della sua buona grazia e con essa buona
    licenzia;  perch  in questo punto,  faccendomi degno di tal cose,  mi
    partir tornandomi in Italia, sempre ringraziando Idio e Vostra Maest
    di quell'ore felice che io sono stato al suo servizio.

    46.  Mi prese con le sue mane,  e levommi  con  gran  piacevolezza  di
    ginocchioni; di poi mi disse che io dovessi contentarmi di servirlo, e
    che tutto quello che io avevo fatto era buono, e gli era gratissimo. E
    voltosi a quei Signori disse queste formate parole:
    - Io credo certamente che, se il Paradiso avessi d'aver porte, che pi
    bella di questa gi mai non l'arebbe -.
    Quando  io  viddi fermato un poco la baldanza di quelle parole,  quale
    erano tutte in mio favore,  di nuovo con grandissima reverenza  io  lo
    ringraziai,  replicando  pure  di volere licenza;  perch a me non era
    passata ancora la stizza.  Quando quel gran Re s'avvidde  che  io  non
    aveva  fatto  quel capitale che meritavono quelle sue inusitate e gran
    carezze,  mi comand con una  grande  e  paventosa  voce  che  io  non
    parlassi pi parola, ch guai a me; e poi aggiunse che mi affogherebbe
    nell'oro, e che mi dava licenzia, che, dipoi l'opere commessemi da Sua
    Maest, tutto quel che io facevo in mezzo da per me era contentissimo,
    e che non mai pi io arei diferenza seco, perch m'aveva conosciuto; e
    che ancora io m'ingegnassi di cognoscere Sua Maest, s come voleva il
    dovere. Io dissi che ringraziavo Idio e Sua Maest di tutto, di poi lo
    pregai  che  venissi  a vedere la gran figura,  come io l'avevo tirata
    innanzi: cos venne appresso di me.  Io la feci scoprire: la qual cosa
    gli  dette  tanta  maraviglia,  che immaginar mai si potria;  e subito
    commesse a un suo segretario,  che incontinente mi rendessi  tutti  li
    danari  che  di  mio  io  avevo  spesi,  e fussi che somma la volessi,
    bastando che io la dessi scritta di mia mano.  Da poi si part,  e  mi
    disse:
    - Addio, mon ami -: qual gran parola a un re non si usa.

    47.  Ritornato al suo palazzo,  venne a replicare le gran parole tanto
    maravigliosamente umile e tanto altamente superbe,  che io avevo usato
    con  Sua  Maest,  le  qual parole l'avevano molto fatto crucciare;  e
    contando alcuni de' particulari di tal parole alla presenza di  Madama
    di  Tampes,  dove  era Monsignor di San Polo,  gran barone di Francia.
    Questo tale aveva fatto per il passato molta gran professione d'essere
    amico mio;  e certamente che a questa volta molto virtuosamente,  alla
    franciosa, lui lo dimostr.
    Perch,  dipoi  molti  ragionamenti,  il  Re  si dolse del cardinal di
    Ferrara, che avendomigli dato in custode, non aveva mai pi pensato a'
    fatti mia,  e che non era mancato per causa sua che io  non  mi  fussi
    andato  con Dio del suo regno,  e che veramente penserebbe di darmi in
    custode a qualche persona che mi  conoscessi  meglio,  che  non  aveva
    fatto il cardinale di Ferrara,  perch non mi voleva dar pi occasione
    di perdermi.  A queste parole subito si offerse Monsignor di San Polo,
    dicendo  al  Re che mi dessi in guardia allui,  e che farebbe ben cosa
    che io non arei mai pi causa di partirmi del suo regno.  A questo  il
    Re  disse che molto era contento,  se San Polo gli voleva dire il modo
    che voleva tenere perch io non mi  partissi.  Madama,  che  era  alla
    presenza,  stava molto ingrognata, e San Polo stava in su l'onorevole,
    non volendo dire al Re il modo che lui voleva tenere.  Dimandatolo  di
    nuovo il Re, e lui, per piacere a Madama di Tampes, disse:
    - Io lo impiccherei per la gola,  questo vostro Benvenuto;  e a questo
    modo voi non lo perderesti del vostro regno -.
    Subito Madama di Tampes lev una gran risa, dicendo che io lo meritavo
    bene. A questo il Re per conpagnia si messe a ridere,  e disse che era
    molto  contento  che  San  Polo m'impiccassi,  se prima lui trovava un
    altro par mio; ch, con tutto che io non l'avessi mai meritata, gliene
    dava piena licenzia. Innel modo ditto fu finita questa giornata,  e io
    restai sano e salvo; che Dio ne sia laudato e ringraziato.

    43.  Aveva in questo tempo il Re quietata la guerra con lo Imperadore,
    ma non con gli Inghilesi,  di modo che questi diavoli ci  tenevano  in
    molta  tribulazione.  Avendo  il  capo  ad altro il Re che ai piaceri,
    aveva commesso a Piero Strozzi che conducessi certe galee in quei mari
    d'Inghilterra; qual fu cosa grandissima e difficile a condurvele, pure
    a quel mirabil soldato,  unico ne' tempi sua  in  tal  professione,  e
    altanto  unico  disavventurato.  Era  passato parecchi mesi che io non
    avevo ato danari n ordine nessuno di lavorare;  di modo che io avevo
    mandato via tutti i mia lavoranti,  da quei dua in fuora italiani,  ai
    quali io feci lor fare dua vasotti di mio  argento,  perch  loro  non
    sapevan lavorare in sul bronzo.  Finito che gli ebbono i dua vasi,  io
    con essi me n'andai a una citt,  che era  della  regina  di  Navarra:
    questa  si  domanda  Argentana,  ed    discosto  da  Parigi  di molte
    giornate.
    Giunsi al ditto luogo e trovai il Re che era indisposto;  el  cardinal
    di  Ferrara  disse a Sua Maest come io ero arrivato in quel luogo.  A
    questo il Re non rispose nulla,  qual fu causa che io ebbi a stare  di
    molti  giorni  a  disagio.  E veramente che io non ebbi mai il maggior
    dispiacere: pure in capo di parecchi giorni io me gli  feci  una  sera
    innanzi,  e  appresenta'gli  agli  occhi  quei  dua bei vasi: e' quali
    oltramodo gli piacquono. Quando io veddi benissimo disposto il Re,  io
    pregai Sua Maest che fussi contento di farmi tanto di grazia,  che io
    potessi andare a spasso infino in Italia,  e che  io  lascierei  sette
    mesi  di  salario  che io ero creditore,  i quali danari Sua Maest si
    degnerebbe farmegli da poi pagare,  se mi facessino di mestiero per il
    mio  ritorno.  Pregavo  Sua  Maest  che  mi  compiacessi questa cotal
    grazia,  avvenga che allora era veramente tempo da militare,  e non da
    statuare  ancora,  perch Sua Maest aveva compiaciuto tal cosa al suo
    Bologna pittore,  per divotissimamente lo pregavo che fussi  contento
    farne degno ancora me.  Il Re, mentre che io gli dicevo queste parole,
    guardava con grandissima attenzione quei dua vasi,  e alcune volte  mi
    feriva con un suo sguardo terribile;  io pure, il meglio che io potevo
    e sapevo, lo pregavo che mi concedessi questa tal grazia.  A un tratto
    lo  viddi  isdegnato,  e  rizzossi  da  sedere  e a me disse in lingua
    italiana:
    - Benvenuto,  voi sete un gran matto;  portatene questi vasi a Parigi,
    perch io gli voglio dorati - e non mi data altra risposta,  si part.
    Io mi accostai al Cardinal di Ferrara,  che era alla  presenza,  e  lo
    pregai,  che  da  poi  che  m'aveva fatto tanto bene innel cavarmi del
    carcere  di  Roma,   insieme  con  tanti  altri  benifizi  ancora   mi
    compiacessi questo,  che io potessi andare insino in Italia.  Il ditto
    Cardinle mi disse che molto volentieri arebbe  fatto  tutto  quel  che
    potessi  per farmi quel piacere,  e che liberamente io ne lasciassi la
    cura a lui; e anche, se io volevo,  potevo andare liberamente,  perch
    lui mi tratterrebbe benissimo con il Re.  Io dissi al ditto Cardinale,
    s come io sapevo che  Sua  Maest  m'aveva  dato  in  custode  a  Sua
    Signoria  reverendissima,  e  che  se  quella  mi  dava  licenzia,  io
    volentieri mi partirei,  per tornare a un  sol  minimo  cenno  di  Sua
    Signoria reverendissima.
    Allora  il Cardinale mi disse,  che io me n'andassi a Parigi,  e quivi
    sopra stessi otto giorni,  e in questo tempo lui otterrebbe grazia dal
    Re che io potrei andare: e in caso che il Re non si contentassi che io
    partissi,  sanza manco nessuno me ne darebbe avviso; il perch, non mi
    scrivendo altro, saria segno che io potrei liberamente andare.

    49. Andatomene a Parigi,  s come m'aveva detto il Cardinale,  feci di
    mirabil  casse  per  quei  tre  vasi  d'argento.  Passato che fu venti
    giorni,  mi messi in ordine,  e li tre vasi messi in su 'n una soma di
    mulo,  il  quale  mi  aveva prestato per insino in Lione il vescovo di
    Pavia,  il quale io avevo alloggiato  di  nuovo  innel  mio  castello.
    Partimmi innella mia malora,  insieme col signore Ipolito Gonzaga,  il
    qual signore stava al soldo del Re e  trattenuto  dal  conte  Galeotto
    della  Mirandola,  e  con  certi  altri  gentiluomini del detto conte.
    Ancora s'accompagn con esso noi Lionardo Tedaldi  nostro  fiorentino.
    Lasciai Ascanio e Pagolo in custode del mio castello e di tutta la mia
    roba,  infra  la  quale  era  certi  vasetti  cominciati,  i  quali io
    lasciavo, perch quei dua giovani non si stessino.  Ancora c'era molto
    mobile di casa di gran valore, perch io stavo molto onoratamente: era
    il  valore di queste mie dette robe di pi di mille cinquecento scudi.
    Dissi a Ascanio, che si ricordassi quanti gran benifizi lui aveva ati
    da me,  e che per insino  allora  lui  era  stato  fanciullo  di  poco
    cervello: che gli era tempo omai d'aver cervello da uomo;  per io gli
    volevo lasciare in guardia tutta la mia roba, insieme con tutto l'onor
    mio;  che se lui sentiva pi una cosa che un'altra da quelle bestie di
    quei Franciosi,  subito me l'avvisassi,  perch io monterei in poste e
    volerei d'onde io mi fussi,  s per il grande obrigo che  io  avevo  a
    quel  buon  Re,  e  s  per lo onor mio.  Il ditto Ascanio con finte e
    ladronesche lacrime mi disse:
    - Io non cognobbi mai altro miglior padre di voi,  e tutto quello  che
    debbe fare un buon figliuolo inverso del suo buon padre,  io sempre lo
    far inverso di voi -.
    Cos d'accordo mi parti' con un servitore e con un piccolo  ragazzetto
    franzese.  Quando fu passato mezzo giorno, venne al mio castello certi
    di quei tesaurieri, i quali non erano punto mia amici. Questa canaglia
    ribalda subito dissono che io m'ero partito con l'argento  del  Re,  e
    dissono  a  messer  Guido  e  al  Vescovo  di  Pavia  che rimandassimo
    prestamente per i vasi del Re;  se non che loro manderebbon  per  essi
    drietomi con molto mio gran dispiacere.
    Il  Vescovo  e  messer  Guido  ebbon  molto  pi  paura che non faceva
    mestiero,  e prestamente mi mandorno drieto in  poste  quel  traditore
    d'Ascanio,  il  quale  comparse  in  su  la mezza notte.  E io che non
    dormivo, da per me stesso mi condolevo, dicendo:
    - A chi lascio la roba mia,  il mio castello?  Oh che  destino  mio  
    questo,  che mi sforza a far questo viaggio?  Pur che il Cardinale non
    sia d'accordo con Madama di Tampes,  la quale non desidera altra  cosa
    al mondo, se non che io perda la grazia di quel buon Re! -

    50.  In mentre che meco medesimo io facevo questo contrasto, mi senti'
    chiamare da Ascanio;  e al primo mi sollevai dal letto,  e li domandai
    se lui mi portava buone o triste nuove. Disse il ladrone:
    - Buone nuove porto; ma sol bisogna che voi rimandiate indietro li tre
    vasi,  perch  quei ribaldi di quei tesaurieri gridano accorruomo,  di
    modo che il Vescovo e messer Guido dicono che  voi  gli  rimandiate  a
    ogni  modo:  e  del  resto  non vi dia noia nulla,  e andate a godervi
    questo viaggio felicemente -.
    Subitamente io gli resi i vasi, che ve n'era dua mia,  con l'argento e
    ogni  cosa.  Io  gli  portavo  alla  badia del Cardinale di Ferrara in
    Lione;  perch se bene e' mi detton nome  che  io  me  ne  gli  volevo
    portare in Italia, questo si sa bene per ugniuno che non si pu cavare
    n danari,  n oro,  n argento,  sanza gran licenzia. Or ben si debbe
    considerare se io potevo cavare quei tre gran vasi, i quali occupavono
    con le loro casse un mulo.  Bene  vero che,  per essere  quelli  cosa
    molto bella e di gran valore, io sospettavo della morte del Re, perch
    certamente io l'avevo lasciato molto indisposto; e da me dicevo:
    - Se tal cosa avenissi,  avendogli io in mano al Cardinale, io non gli
    posso perdere -.
    Ora, in conclusione, io rimandai il detto mulo con i vasi e altre cose
    d'importanza;  e con la ditta compagnia la mattina seguente  attesi  a
    camminare innanzi, n mai per tutto il viaggio mi potetti difendere di
    sospirare  e  piagnere.  Pure  alcune  volte  con  Idio mi confortavo,
    dicendo:
    - Signore Idio,  tu che sai la verit,  cognosci che questa mia gita 
    solo per portare una elimosina a sei povere meschine verginelle e alla
    madre  loro,  mia  sorella  carnale;  che  se bene quelle hanno il lor
    padre, gli  tanto vecchio e l'arte sua non guadagna nulla; che quelle
    facilmente potrieno andare per la mala via;  dove faccendo  io  questo
    opera pia, spero da Tua Maest aiuto e consiglio -.
    Questo  si  era  quanta recreazione io mi pigliavo camminando innanzi.
    Trovandoci un giorno presso a Lione a una giornata,  era  vicino  alle
    ventidua  ore,  cominci il cielo a fare certi tuoni secchi,  e l'aria
    era bianchissima: io ero innanzi una balestrata  dalli  mia  compagni;
    doppo  i  tuoni  faceva  il  cielo  un  romore  tanto  grande  e tanto
    paventoso, che io da per me giudicavo che fussi il d del Giudizio;  e
    fermatomi  alquanto,  cominci  a  cadere una gragnuola senza gocciola
    d'acqua.  Questa era grossa  pi  che  pallottole  di  cerbottana,  e,
    dandomi addosso,  mi faceva gran male: a poco a poco questa cominci a
    ringrossare di modo che l'era come pallottole d'una  balestra.  Veduto
    che   'l  mio  cavallo  forte  ispaventava,   lo  volsi  addietro  con
    grandissima furia a corso,  tanto che io ritrovai li mia compagni,  li
    quali  per  la  medesima paura s'erano fermi drento in una pineta.  La
    gragnuola ringrossava come grossi limoni: io cantavo un Miserere; e in
    mentre che cos dicevo divotamente a Dio, venne un di quei grani tanto
    grosso che gli scavezz un ramo grossissimo  di  quel  pino,  dove  mi
    pareva esser salvo.  Un'altra parte di quei grani dette in sul capo al
    mio cavallo, qual fe' segno di cadere in terra; a me ne colse uno,  ma
    non  in  piena,  perch  m'aria morto.  Similmente ne colse uno a quel
    povero vecchio di Lionardo Tedaldi,  di sorte che lui,  che stava come
    me  ginocchioni,   gli  fe'  dare  delle  mane  in  terra.  Allora  io
    prestamente,  veduto che quel gran ramo non mi poteva pi difendere  e
    che col Miserere bisognava far qualche opera, cominciai a raddoppiarmi
    e' panni in capo: e cos dissi a Lionardo, che accorruomo gridava:
    - Gies,  Gies - che quello lo aiuterebbe se lui si aiutava. Ebbi una
    gran fatica pi a campar lui che me  medesimo.  Questa  cosa  dur  un
    pezzo,  pur poi cess e noi,  ch'ermo tutti pesti,  il meglio che noi
    potemmo ci rimettemmo a cavallo;  e in mentre che noi andavamo inverso
    l'alloggiamento, mostrandoci l'un l'altro gli scalfitti e le percosse,
    trovammo  un miglio innanzi tanta maggior mina della nostra,  che pare
    impossibile a dirlo.  Erano tutti gli arbori mondi e  scavezzati,  con
    tanto  bestiame  morto,  quanto  la  n'aveva trovati;  e molti pastori
    ancora morti: vedemmo quantit assai di quelle granella le  quali  non
    si sarebbon cinte con dua mani.  Ce ne parve avere un buon mercato,  e
    cognoscemmo allora che il chiamare Idio  e  quei  nostri  Misereri  ci
    avevano  pi  servito  che  da  per  noi non aremmo potuto fare.  Cos
    ringraziando Idio, ce ne andammo in Lione l'altra giornata appresso, e
    quivi ci posammo per otto giorni.  Passati gli otto giorni,  essendoci
    molto  bene  ricreati,  ripigliammo  il  viaggio,  e molto felicemente
    passammo i monti.  Ivi io comperai un piccol cavallino,  perch  certe
    poche bagaglie avevano alquanto istracco i mia cavalli.

    51. Di poi che noi fummo una giornata in Italia, ci raggiunse il conte
    Galeotto della Mirandola,  il quale passava in poste,  e fermatosi con
    esso noi,  mi disse che io avevo fatto errore a  partirmi,  e  che  io
    dovessi non andare pi innanzi,  perch le cose mie,  tornando subito,
    passerebbono meglio che mai;  ma se io andavo  innanzi,  che  io  davo
    campo  ai mia nimici e comodit di potermi far male;  dove che,  se io
    tornavo subito,  arei loro  impedita  la  via  a  quello  che  avevano
    ordinato  contro  a  di me;  e quelli tali,  in chi io avevo pi fede,
    erano quelli che m'ingannavano.  Non mi  volse  dire  altro,  che  lui
    benissimo  lo  sapeva: e 'l cardinal di Ferrara era accordato con quei
    dua mia ribaldi che io avevo lasciato in guardia d'ogni cosa  mia.  Il
    ditto contino mi repric pi volte che io dovessi tornare a ogni modo.
    Montato  in  su le poste pass innanzi,  e io,  per la compagnia sopra
    ditta, ancora mi risolsi a passare innanzi. Avevo uno istruggimento al
    cuore, ora di arrivare prestissimo a Firenze, e ora di ritornarmene in
    Francia. Istavo in tanta passione, a quel modo inresoluto,  che io per
    utimo mi risolsi voler montare in poste per arrivare presto a Firenze.
    Non  fu'  d'accordo  con  la  prima  posta;  per  questo fermai il mio
    proposito assoluto di venire a tribulare in Firenze.  Avendo  lasciato
    la compagnia del signore Ipolito Gonzaga,  il quale aveva preso la via
    per andare alla Mirandola e io quella di Parma  e  Piacenza,  arrivato
    che  io fui a Piacenza iscontrai per una strada il duca Pierluigi,  il
    quale mi squadr e mi cognobbe.  E io che sapevo che tutto il male che
    io  avevo  ato  nel  Castel  Sant'Agnolo di Roma,  n'era stato lui la
    intera causa,  mi dette passione assai il vederlo;  e  non  conoscendo
    nessun  rimedio  a  uscirgli  delle  mane,  mi  risolsi  di  andarlo a
    visitare;  e giunsi appunto che s'era levata la vivanda,  ed era  seco
    quelli uomini della casata de' Landi,  qual da poi furno quelli che lo
    ammazzorno.  Giunto a Sua Eccellenzia,  questo uomo  mi  fece  le  pi
    smisurate  carezze che mai immaginar si possa: e infra esse carezze da
    s cadde in proposito, dicendo a quelli ch'erano alla presenza, che io
    era il primo uomo del mondo della mia professione e che io  ero  stato
    gran tempo in carcere in Roma. E voltosi a me disse:
    - Benvenuto mio, quel che voi avesti, a me ne 'ncrebbe assai; e sapevo
    che voi eri innocente, e non vi potetti aiutare altrimenti, perch mio
    padre per soddisfare a certi vostri nimici, i quali gli avevano ancora
    dato  addintendere  che  voi avevi sparlato di lui: la qual cosa io so
    certissima che non fu mai vera;  e a me ne increbbe assai del vostro -
    e con queste parole egli multipric in tante altre simile,  che pareva
    quasi che mi  chiedessi  perdonanza.  Appresso  mi  domand  di  tutte
    l'opere  che io aveva fatte al Re Cristianissimo;  e dicendogliele io,
    istava attento,  dandomi la pi grata audienza che  sia  possibile  al
    mondo.  Di poi mi ricerc se io lo volevo servire: a questo io risposi
    che con mio onore io non lo potevo fare;  che se  io  avessi  lasciato
    finite  quelle tante grand'opere che io avevo cominciate per quel gran
    Re,  io lascerei ogni gran signore,  solo per servire Sua Eccellenzia.
    Or qui si cognosce quanto la gran virt de Dio non lascia mai impunito
    di  qualsivoglia  sorta di uomini,  che fanno torti e ingiustizie agli
    innocenti.  Questo uomo come perdonanza mi  chiese  alla  presenza  di
    quelli, che poco da poi feciono le mie vendette, insieme con quelle di
    molti  altri ch'erano istati assassinati da lui;  per nessun Signore,
    per grande che e' sia, non si faccia beffe della giustizia de Dio,  s
    come fanno alcuni di quei che io cognosco,  che s bruttamente m'hanno
    assassinato, dove al suo luogo io lo dir. E queste mie cose io non le
    scrivo per boria mondana,  ma solo  per  ringraziare  Idio,  che  m'ha
    campato da tanti gran travagli. Ancora di quelli che mi s'appresentano
    innanzi  alla  giornata,  di tutti allui mi querelo,  e per mio propio
    difensore chiamo e mi raccomando.  E  sempre,  oltra  che  io  m'aiuti
    quanto  io  posso,  da  poi  avvilitomi  dove  le debile forze mie non
    arrivano,  subito mi si mostra quella gran bravuria de Dio,  la  quale
    viene  inaspettata  a quelli che altrui offendono a torto,  e a quelli
    che hanno poco cura della grande e onorata carica,  che Idio  ha  dato
    loro.

    52.  Torna'mene  all'osteria  e trovai che il sopra detto Duca m'aveva
    mandato abbundantissimamente presenti da mangiare  e  da  bere,  molto
    onorati: presi di buona voglia il mio cibo; da poi, montato a cavallo,
    me ne venni alla volta di Fiorenze;  dove giunto che io fui, trovai la
    mia sorella carnale con sei figliolette,  che una ve n'era da marito e
    una ancora a balia: trovai il marito suo,  il quale per vari accidenti
    della citt non lavorava pi dell'arte sua.  Avevo mandato  pi  d'uno
    anno  innanzi  gioie  e dorure franzese per il valore di pi di dumila
    ducati,  e meco ne avevo portate per li valore di circa  mille  scudi.
    Trovai che,  se bene io davo loro continuamente quattro scudi d'oro il
    mese,  ancora continuamente pigliavano di gran danari  di  quelle  mie
    dorure  che  alla giornata loro vendevano.  Quel mio cognato era tanto
    uomo da bene che,  per paura che io non mi avessi a sdegnar seco,  non
    gli  bastando  i  dinari  che  io  gli mandavo per le sue provvisione,
    dandogliene per limosina,  aveva inpegnato quasi ci che gli aveva  al
    mondo,  lasciandosi mangiare dagli interessi,  solo per non toccare di
    quelli dinari che non erano ordinati per lui. A questo io cognobbi che
    gli era molto uomo da bene e mi crebbe voglia di fargli pi  limosina:
    e  prima  che io partissi di Firenze volevo dare ordine a tutte le sue
    figlioline.

    53.  Il nostro Duca di Firenze in questo tempo,  che  eramo  del  mese
    d'agosto  nel  1545,  essendo  al Poggio a Caiano,  luogo dieci miglia
    discosto di Firenze,  io l'andai a trovare,  solo per fare  il  debito
    mio,  per  essere  anch'io cittadino fiorentino e perch i mia antichi
    erano stati molto amici della casa de' Medici, e io pi che nessuno di
    loro amavo questo duca Cosimo. S come io dico,  andai al detto Poggio
    solo per fargli reverenza e non mai con nessuna intenzione di fermarmi
    seco,  s  come  Dio,  che  fa  bene  ogni  cosa,  a  lui piacque: ch
    veggendomi il detto Duca, dipoi fattomi molte infinite carezze,  e lui
    e la Duchessa mi dimandorno dell'opere che io avevo fatte al Re;  alla
    qual cosa volentieri, e tutte per ordine, io raccontai. Udito che egli
    m'ebbe,  disse che tanto aveva inteso che cos era il vero;  e da  poi
    aggiunse in atto di compassione, e disse:
    - O poco premio a tante belle e gran fatiche!  Benvenuto mio, se tu mi
    volessi fare qualche cosa a me, io ti pagherei bene altrimenti che non
    ha fatto quel tuo Re, di chi per tua buona natura tanto ti lodi -.
    A queste parole io aggiunsi li grandi obrighi che  io  avevo  con  Sua
    Maest,  avendomi  tratto  d'un  cos ingiusto carcere,  di poi datomi
    l'occasione di fare le pi mirabile opere che ad  altro  artefice  mio
    pari  che  nascessi  mai.  In mentre che io dicevo cos il mio Duca si
    scontorceva e pareva che non mi potessi stare a udire.  Da poi  finito
    che io ebbi, mi disse:
    - Se tu vuoi far qualcosa per me,  io ti far carezze tali,  che forse
    tu resterai maravigliato, purch l'opere tue mi piacciano;  della qual
    cosa io punto non dubito -.
    Io  poverello  isventurato,  desideroso di mostrare in questa mirabile
    Iscuola, che di poi che io ero fuor d'essa,  m'ero affaticato in altra
    professione  di  quello che la ditta iscuola non istimava,  risposi al
    mio Duca che volentieri,  o di marmo o di bronzo,  io  gli  farei  una
    statua grande in su quella sua bella piazza.  A questo mi rispose, che
    arebbe voluto da me, per una prima opera,  solo un Perseo.  Questo era
    quanto  lui aveva di gi desiderato un pezzo;  e mi preg che io gnene
    facessi un modelletto. Volentieri mi messi a fate il detto modello,  e
    in breve settimane finito l'ebbi,  della altezza d'unbraccio in circa:
    questo era di cera gialla,  assai  accomodatamente  finito:  bene  era
    fatto  con  grandissimo  istudio  e  arte.  Venne  il Duca a Firenze e
    innanzi che io  gli  potessi  mostrare  questo  ditto  modello,  pass
    parecchi  d;  che  propio  pareva che lui non mi avessi mai veduto n
    conosciuto,  di modo che io feci un mal giudizio de' fatti mia con Sua
    Eccellenzia.  Pur da poi,  un d doppo desinare,  avendolo io condotto
    nella sua guardaroba,  lo venne a vedere insieme con la Duchessa e con
    pochi altri Signori.  Subito vedutolo gli piacque e lodollo oltramodo:
    per la qual cosa mi dette un poco di speranza che lui alquanto  se  ne
    'ntendessi.   Da  poi  che  l'ebbe  considerato  assai,   crescendogli
    grandemente di piacere, disse queste parole:
    - Se tu conducessi, Benvenuto mio,  cos in opera grande questo piccol
    modellino, questa sarebbe la pi bella opera di piazza -.
    Allora io dissi:
    -  Eccellentissimo  mio  Signore,  in  piazza  sono  l'opere  del gran
    Donatello e del maraviglioso Michelagnolo,  qual sono  istati  dua  li
    maggior  uomini  dagli  antichi  in qua.  Per tanto Vostra Eccellenzia
    illustrissima d un grand'animo al mio modello,  perch a me basta  la
    vista di far meglio l'opera, che il modello, pi di tre volte -.
    A  questo fu non piccola contesa,  perch il Duca sempre diceva che se
    ne intendeva benissimo e che sapeva appunto quello che si poteva fare.
    A questo io gli dissi che l'opere mie deciderebbono quella quistione e
    quel suo dubbio,  e che certissimo io atterrei a Sua Eccellenzia molto
    pi di quel che io gli promettevo,  e che mi dessi pur le comodit che
    io potessi fare tal cosa,  perch sanza quelle  comodit  io  non  gli
    potrei  attenere  la  gran  cosa  che io gli promettevo.  A questo Sua
    Eccellenzia mi disse che io facessi una  supplica  di  quanto  io  gli
    dimandavo,  e  in  essa  contenessi tutti i mia bisogni,  ch a quella
    amplissimamente darebbe ordine.  Certamente  che  se  io  fussi  stato
    astuto  a legare per contratto tutto quello che io avevo di bisogno in
    queste mia opere, io non arei ato e' gran travagli, che per mia causa
    mi son venuti: perch la volunt sua si vedeva grandissima s in voler
    fare delle opere e s nel dar buon ordine a esse.  Per non conoscendo
    io  che  questo  Signore  aveva  pi  modo  di mercatante che di duca,
    liberalissimamente procedevo con Sua Eccellenzia come duca e non  come
    mercatante.   Fecigli   le  suppliche,   alle  quale  Sua  Eccellenzia
    liberalissimamente rispose. Dove io dissi:
    - Singularissimo mio patrone,  le vere suppliche e i veri nostri patti
    non  consistono  in queste parole n in questi scritti,  ma s bene il
    tutto consiste che  io  riesca  con  l'opere  mie  a  quanto  io  l'ho
    promesse; e riuscendo, allora io mi prometto che
    Vostra  Eccellenzia  illustrissima benissimo si ricorder di quanto la
    promette a me -.
    A queste parole invaghito Sua Eccellenzia e del mio  fare  e  del  mio
    dire,  lui  e  la Duchessa mi facevano i pi isterminati favori che si
    possa immaginare al mondo.

    54. Avendo io grandissimo desiderio di cominciare a lavorare,  dissi a
    Sua  Eccellenzia che io avevo bisogno d'una casa,  la quale fussi tale
    che io mi vi potessi accomodare con le mie fornaciette, e da lavorarvi
    l'opere  di  terra  e  di  bronzo,  e  poi,  appartatamente,  d'oro  e
    d'argento;  perch  io  so  che  lui  sapeva quanto io ero bene atto a
    servirlo di queste tale professione;  e mi bisognava stanze comode  da
    poter  far tal cosa.  E perch Sua Eccellenzia vedessi quanto io avevo
    voglia di servirla,  di gi io avevo trovato la casa,  la quale era  a
    mio proposito,  ed era in luogo che molto mi piaceva.  E perch io non
    volevo prima intaccare Sua Eccellenzia a  danari  o  nulla,  che  egli
    vedessi l'opere mie,  avevo portato di Francia dua gioielli, coi quali
    io pregavo Sua Eccellenzia che mi comperassi la ditta casa,  e  quelli
    salvassi  insino attanto che con l'opere e con le mie fatiche io me la
    guadagnassi.  Gli detti gioielli erano benissimo lavorati di  mano  di
    mia lavoranti, sotto i mia disegni.
    Guardati che gli ebbe assai,  disse queste animose parole, le quali mi
    vestirno di falsa isperanza:
    - Togliti, Benvenuto, i tua gioielli,  perch io voglio te e non loro;
    e tu abbi la casa tua libera -.
    Appresso a questo me ne fece uno rescritto sotto una mia supplica,  la
    quale ho sempre tenuta.  Il detto rescritto diceva cos:  "Veggasi  la
    detta  casa,  e  a chi sta a venderla,  e il pregio che se ne domanda;
    perch ne vogliamo compiacere Benvenuto".
    Parendomi  per  questo  rescritto  esser  sicuro  della  casa;  perch
    sicuramente  io  mi  promettevo  che  le opere mie sarebbono molto pi
    piaciute di quello che  io  avevo  promesso;  appresso  a  questo  Sua
    Eccellenzia  aveva  dato espressa commessione a un certo suo maiordomo
    il quale si domandava ser Pier Francesco Riccio. Era da Prato,  ed era
    stato pedantuzzo del ditto Duca. Io parlai a questa bestia, e dissigli
    tutte le cose di quello che io avevo di bisogno,  perch dove era orto
    in detta casa io volevo fare una bottega.  Subito questo uomo dette la
    commessione a un certo pagatore secco e sottile,  il quale si chiamava
    Lattanzio Gorini. Questo omiciattolo con certe sue manine di ragnatelo
    e con una vociolina di zanzara,  presto come una  lumacuzza,  pure  in
    malora mi fe' condurre a casa sassi,  rena e calcina tanto, che arebbe
    servito per fare un chiusino da colombi malvolentieri. Veduto andar le
    cose tanto malamente fredde,  io mi cominciai a sbigottire;  o pure da
    me dicevo:
    -  I  piccoli principii alcune volte hanno gran fine - e anche mi dava
    qualche poco di speranza di vedere quante migliaia di ducati  il  Duca
    aveva gittato via in certe brutte operaccie di scultura, fatte di mano
    di quel bestial Buaccio Bandinello.
    Fattomi  da  per me medesimo animo,  soffiavo in culo a quel Lattanzio
    Gurini per farlo muovere; gridavo a certi asini zoppi e a uno cecolino
    che gli guidava;  e con queste difficult,  poi con mia danari,  avevo
    segnato il sito della bottega,  e sbarbato alberi e vite: pure, al mio
    solito,  arditamente,  con qualche poco di  furore,  andavo  faccendo.
    D'altra banda,  ero alle man del Tasso legnaiuolo,  amicissimo mio,  e
    allui facevo fare certe armadure di legno  per  cominciare  il  Perseo
    grande.  Questo  Tasso  era  eccellentissimo  valente  uomo,  credo il
    maggiore che fussi  mai  di  sua  professione:  dall'altra  banda  era
    piacevole  e  lieto,  e ogni volta che io andavo dallui,  mi si faceva
    incontro ridendo,  con un canzoncino in qulio.  E io,  che ero di gi
    pi  che  mezzo  disperato,  s perch cominciavo a sentire le cose di
    Francia che andavano male,  e di queste mi promettevo poco per la loro
    freddezza,  mi  sforzava  a farmi udire sempre la met per lo manco di
    quel suo canzoncino:  pure  all'utimo  alquanto  mi  rallegravo  seco,
    sforzandomi  di  smarrire quel pi che io potevo,  quattro di quei mia
    disperati pensieri.

    55.  Avendo dato ordine a tutte le sopra ditte cose,  e cominciando  a
    tirare  innanzi  per  apparecchiarmi  pi  presto a questa sopra ditta
    impresa - di gi era spento parte della calcina - innun tratto io  fui
    chiamato dal sopra ditto maiodomo; e io, andando a lui, lo trovai dopo
    il  desinare  di  Sua Eccellenzia in sulla sala detta dell'Oriuolo;  e
    fattomigli innanzi, io allui con grandissima riverenza, e lui a me con
    grandissima rigidit,  mi domand chi era quello che m'aveva messo  in
    quella casa, e con che autorit io v'avevo cominciato drento a murare;
    e  che  molto  si  maravigliava  di  me,  che  io  fussi  cos  ardito
    prosuntuoso.  A questo io risposi che innella casa m'aveva  misso  Sua
    Eccellenzia, e in nome di Sua Eccellenzia Sua Signoria, la quale aveva
    dato  le  commessione  a Lattanzio Gurini;  e il detto Lattanzio aveva
    condotto pietra, rena,  calcina,  e dato ordine alle cose che io avevo
    domandato  -  e  di  tanto  diceva  avere  ato  commessione da Vostra
    Signoria -.
    Ditto queste parole,  quella ditta bestia mi  si  volse  con  maggiore
    agrezza  che  prima,  e mi disse che n io n nessuno di quelli che io
    avevo allegato,  non dicevano la verit.  Allora io mi risenti' e  gli
    dissi:
    - O maiordomo, insino a tanto che Vostra Signoria parler sicondo quel
    nobilissimo  grado  in che quella  involta,  io la riverir e parler
    allei  con  quella  sommissione  che  io  fo  al  Duca;   ma  faccendo
    altrimenti, io le parler come a un ser Pier Francesco Riccio. -.
    Questo  uomo  venne  in  tanta  cllora,  che  io credetti che volesse
    impazzare allora,  per avanzar tempo da quello che i cieli determinato
    gli aveano;  e mi disse,  insieme con alcune ingiuriose parole, che si
    maravigliava molto di avermi fatto degno che  io  parlassi  a  un  suo
    pari. A queste parole io mi mossi e dissi:
    - Ora ascoltatemi,  ser Pier Francesco Riccio, che io vi dir chi sono
    i mia pari,  e chi sono i pari vostri,  maestri d'insegnar leggere  a'
    fanciulli -.
    Ditto  queste parole,  quest'uomo con arroncigliato viso alz la voce,
    replicando pi  temerariamente  quelle  medesime  parole.  Alle  quali
    ancora  io  acconciomi con 'l viso de l'arme,  mi vesti' per causa sua
    d'un poco di presunzione,  e dissi che  li  pari  mia  eran  degni  di
    parlare  a  papi  e  a  imperatori  e a gran re;  e che delli pari mia
    n'andava forse un per mondo,  ma delli sua  pari  n'andava  dieci  per
    uscio.  Quando  e'  sent queste parole,  sal in su 'n muricciuolo di
    finestra,  che  in su quella sala;  da poi mi disse che io replicassi
    un'altra  volta  le  parole  che  io  gli  avevo  dette;  le quale pi
    arditamente che fatto non avevo replicai, e di pi dissi che io non mi
    curavo pi di servire il Duca,  e che io me ne tornerei nella Francia,
    dove  io liberamente potevo ritornare.  Questa bestia rest istupido e
    di color di terra,  e io  arrovellato  mi  parti'  con  intenzione  di
    andarmi con Dio; che volessi Idio che io l'avessi eseguita.
    Dovette  l'Eccellenzia  del  Duca  non  saper  cos  al  primo  questa
    diavoleria occorsa,  perch io mi stetti  certi  pochi  giorni  avendo
    dimesso  tutti  i  pensieri  di  Firenze,  salvo  che quelli della mia
    sorella e delle mie nipotine,  i quali io andavo accomodando;  ch con
    quel  poco  che io avevo portato le volevo lasciare acconcie il meglio
    che io potevo,  e quanto pi presto da  poi  mi  volevo  ritornare  in
    Francia,  per  non  mai  pi curarmi di rivedere la Italia.  Essendomi
    resoluto di spedirmi il pi presto che io potevo,  e  andarmene  sanza
    licenzia del Duca o d'altro, una mattina quel sopra ditto maiordomo da
    per  se  medesimo molto umilmente mi chiam,  e messe mano a una certa
    sua pedantesca orazione, innella quale io non vi senti' mai n modo n
    grazia, n virt,  n principio,  n fine: solo v'intesi che disse che
    faceva professione di buon cristiano, e che non voleva tenere odio con
    persona,  e  mi  domandava da parte del Duca che salario io volevo per
    mio trattenimento.  A questo io stetti un  poco  sopra  di  me  e  non
    rispondevo,  con  pura  intenzione di non mi voler fermare.  Vedendomi
    soprastare sanza risposta, ebbe pur tanta virt che egli disse:
    - O Benvenuto,  ai duchi si risponde;  e quello che io ti dico  te  lo
    dico da parte di Sua Eccellenzia -.
    Allora  io  dissi  che dicendomelo da parte di Sua Eccellenzia,  molto
    volentieri io volevo  rispondere;  e  gli  dissi  che  dicessi  a  Sua
    Eccellenzia come io non volevo esser fatto secondo a nessuno di quelli
    che lui teneva della mia professione. Disse il maiordomo:
    - Al Bandinello si d dugento scudi per suo trattenimento,  sicch, se
    tu ti contenti di questo, il tuo salario  fatto -.
    Risposi che ero contento, e che quel che io meritassi di pi, mi fussi
    dato da poi vedute l'opere mie,  e rimesso tutto nel buon giudizio  di
    Sua  Eccellenzia  illustrissima:  cos  contra mia voglia rappiccai il
    filo e mi messi a lavorare,  faccendomi di  continuo  il  Duca  i  pi
    smisurati favori che si potessi al mondo immaginare.

    56.   Avevo  ato  molto  ispesso  lettere  di  Francia  da  quel  mio
    fidelissimo amico messer Guido Guidi: queste lettere per ancora non mi
    dicevano se non bene; quel mio Ascanio ancora lui m'avvisava dicendomi
    che io attendessi a darmi buon tempo, e che,  se nulla occorressi,  me
    l'arebbe  avvisato.  Fu  riferito al Re come io m'ero messo a lavorare
    per il duca di Firenze; e perch questo uomo era il miglior del mondo,
    molte volte disse:
    - Perch non torna Benvenuto?  - E dimandatone particularmente  quelli
    mia  giovani,  tutti  a dua gli dissono che io scrivevo loro che stavo
    cos bene,  e che pensavano che io non avessi pi voglia di tornare  a
    servire  Sua  Maest.  Trovato  il  Re  in cllora,  e sentendo queste
    temerarie parole, le quale non vennono mai da me, disse:
    - Da poi che s' partito  da  noi  sanza  causa  nessuna,  io  non  lo
    dimander mai pi; s che stiesi dove gli  -.
    Questi  ladroni  assassini  avendo condutta la cosa a quel termine che
    loro desideravono, perch ogni volta che io fossi ritornato in Francia
    loro si ritornavano lavoranti sotto a di me come gli erano  in  prima,
    per  il che,  non ritornando,  loro restavano liberi e in mio scambio,
    per questo e' facevano tutto il loro sforzo perch io non ritornassi.

    57.  In mentre che io facevo murare la bottega per cominciarvi  drento
    il Perseo,  io lavoravo in una camera terrena, innella quale io facevo
    il Perseo di gesso,  della grandezza che  gli  aveva  da  essere,  con
    pensiero di formarlo da quel di gesso.
    Quando  io viddi che il farlo per questa via mi riusciva un po' lungo,
    presi un altro espediente,  perch di gi era  posto  s,  di  mattone
    sopra mattone,  un poco di bottegaccia,  fatta con tanta miseria,  che
    troppo mi offende il ricordarmene. Cominciai la figura della Medusa, e
    feci una ossatura di ferro;  di poi la cominciai a  far  di  terra,  e
    fatta  che  io  l'ebbi  di  terra,  io  la  cossi.  Ero solo con certi
    fattoruzzi,  infra i quali ce ne era uno molto bello:  questo  si  era
    figliuolo d'una meretrice,  chiamata la Gambetta.  Servivomi di questo
    fanciullo per ritrarlo,  perch noi non abbiamo altri  libri  [che  ci
    insegnin  l'arte,  altro  che  il  naturale].  Cercavo  di pigliar de'
    lavoranti per ispedir  presto  questa  mia  opera,  e  non  ne  potevo
    trovare, e da per me solo io non potevo fare ogni cosa.
    Eracene  qualcuno  in  Firenze  che  volentieri sarebbe venuto,  ma il
    Bandinello subito m'impediva che non venissino;  e faccendomi stentare
    cos  un  pezzo,  diceva  al  Duca  che  io  andavo  cercando  dei sua
    lavoranti,  perch da per me non era  mai  possibile  che  io  sapessi
    mettere  insieme  una  figura grande.  Io mi dolsi col Duca della gran
    noia che mi dava questa bestia,  e lo  pregai  che  mi  facessi  avere
    qualcun di quei lavoranti dell'Opera. Queste mie parole furno causa di
    far credere al Duca quello che gli diceva il Bandinello. Avvedutomi di
    questo, io mi disposi di far da me quanto io potevo. E messomi gi con
    le pi estreme fatiche che immaginar si possa, in questo che io giorno
    e  notte  m'affaticavo,  si  ammal il marito della mia sorella,  e in
    brevi giorni si mor.
    Lascimi la mia sorella,  giovane,  con sei figliuole  fra  piccole  e
    grande:  questo  fu  il  primo  gran travaglio che io ebbi in Firenze:
    restar padre e guida d'una tale isconfitta.

    58. Desideroso pure che nulla non andassi male,  essendo carico il mio
    orto di molte brutture, chiamai due manovali, e' quali mi furno menati
    dal  Ponte  Vecchio:  di  questi ce n'era uno vecchio di sessant'anni,
    l'altro si era giovane di diciotto.
    Avendogli tenuti circa tre giornate,  quel giovane mi disse  che  quel
    vecchio  non  voleva  lavorare  e che io facevo meglio a mandarlo via,
    perch non tanto che lui non voleva lavorare,  impediva il giovane che
    non  lavorassi: e mi disse che quel poco che v'era da fare,  lui se lo
    poteva fare da s, sanza gittar via e' denari in altre persone: questo
    aveva  nome  Bernardino  Manellini  di  Mugello.  Vedendolo  io  tanto
    volentieri  affaticarsi,  lo  domandai se lui si voleva acconciar meco
    per servidore:  al  primo  noi  fummo  d'accordo.  Questo  giovane  mi
    governava un cavallo,  lavorava l'orto,  di poi s'ingegnava d'aiutarmi
    in bottega,  tanto che a poco a poco e' cominci a 'nparare l'arte con
    tanta  gentilezza  che  io  non  ebbi mai migliore aiuto di quello.  E
    risolvendomi di far con costui ogni cosa, cominciai a mostrare al Duca
    che 'l Bandinello direbbe le bugie,  e che io farei benissimo sanza  i
    lavoranti del Bandinello. Vennemi in questo tempo un poco di male alle
    rene;  e  perch  io  non  potevo  lavorare,  volentieri  mi  stavo in
    guardaroba del Duca con certi  giovani  orefici,  che  si  domandavano
    Gianpagolo  e  Domenico  Poggini,  ai quali io facevo fare uno vasetto
    d'oro,  tutto lavorato di basso rilievo,  con  figure  e  altri  belli
    ornamenti: questo era per la Duchessa, il quale Sua Eccellenzia faceva
    fare  per  bere  dell'acqua.  Ancora mi richiese che io le facesse una
    cintura d'oro;  e anche quest'opera ricchissimamente,  con gioie e con
    molte  piacevole  invenzione  di  mascherette  e d'altro: questa se le
    fece.  Veniva a ogni poco il Duca in questa guardaroba,  e  pigliavasi
    piacere  grandissimo di veder lavorare,  e di ragionare con esso meco.
    Cominciato un poco a migliorare delle mie rene,  mi feci portar  della
    terra,  e  in mentre che 'l Duca si stava quivi a passar tempo,  io lo
    ritrassi, faccendo una testa assai maggiore del vivo.  Di questa opera
    Sua  Eccellenzia  ne  prese grandissimo piacere e mi pose tanto amore,
    che lui mi disse che gli sarebbe stato grandissimo appiacere che io mi
    fussi accomodato a lavorare in Palazzo,  cercandomi in esso palazzo di
    stanze capace,  le quale io mi dovessi fare acconciare con le fornacie
    e con ci che io avessi di bisogno;  perch pigliava  piacere  di  tal
    cose  grandissimo.  A  questo io dissi a Sua Eccellenzia,  che non era
    possibile, perch io non arei finito l'opere mia in cento anni.

    59. La Duchessa mi faceva favori inistimabili,  e arebbe voluto che io
    avessi  atteso a lavorare per lei,  e non mi fussi curato n di Perseo
    n di altro. Io, che mi vedevo in questi vani favori, sapevo certo che
    la mia perversa e  mordace  fortuna  non  poteva  soprastare  a  farmi
    qualche nuovo assassinamento; perch ogniora mi s'appresentava innanzi
    el  gran  male  che io avevo fatto,  cercando di fare un s gran bene:
    dico quanto alle cose di Francia.  Il Re non poteva  inghiottire  quel
    gran dispiacere che gli aveva della mia partita,  e pure arebbe voluto
    che io fussi ritornato,  ma con ispresso suo onore: a me pareva  avere
    molte gran ragione,  e non mi volevo dichinare;  perch pensavo, se io
    mi fussi dichinato a scrivere umilmente,  quelli uomini alla franciosa
    arebbono  detto  che  io fussi stato peccatore e che e' fussi stato il
    vero certe magagne, che a torto m'erano aposte. Per questo io stavo in
    su l'onorevole, e, come uomo che ha ragione,  iscrivevo rigorosamente,
    quale era il maggior piacere che potevano avere quei dua traditori mia
    allevati: perch io mi vantavo, scrivendo loro, delle gran carezze che
    m'era fatte nella patria mia da un Signore e da una Signora,  assoluti
    patroni della citt di Firenze, mia patria. Come eglino avevano una di
    queste cotal lettere,  andavano dal Re e strignevano Sua Maest a  dar
    loro il mio castello,  in quel modo che l'aveva dato a me. Il Re, qual
    era persona buona e mirabile,  mai volse acconsentire  alle  temerarie
    dimande di questi gran ladroncelli, perch si era cominciato a 'vedere
    a  quel  che  loro  malignamente espiravano: e per dar loro un poco di
    speranza e a me occasione di tornar subito, mi fece iscrivere alquanto
    in cllora da un suo tesauriere,  che  si  dimandava  messer  Giuliano
    Buonaccorsi,  cittadino fiorentino.  La lettera conteneva questo: che,
    se io volevo mantenere quel nome de l'uomo  da  bene  che  io  v'avevo
    portato,  da  poi  che  io  me n'ero partito sanza nessuna causa,  ero
    veramente ubrigato a  render  conto  di  tutto  quello  che  io  avevo
    maneggiato e fatto per Sua Maest.  Quando io ebbi questa lettera,  mi
    dette tanto piacere, che a chiedere a lingua, io non arei domandato n
    pi  n  manco.  Messomi  a  scrivere,  empie'  nove  fogli  di  carta
    ordinaria;  e  in  quegli narrai tritamente tutte l'opere che io avevo
    fatte e tutti gli accidenti che io avevo ati  in  esse,  e  tutta  la
    quantit  de' denari che s'erano ispesi in dette opere,  i quali tutti
    s'erano dati  per  mano  di  dua  notari  e  d'un  suo  tesauriere,  e
    sottoscritti  da  tutti quelli proprii uomini che gli avevano ati,  i
    quali alcuno aveva dato delle robe sue e gli altri le sue  fatiche;  e
    che di essi danari io non m'ero messo un sol quattrino in borsa, e che
    delle  opere  mie finite io non avevo ato nulla al mondo;  solo me ne
    avevo portato in Italia alcuni favori  e  promesse  realissime,  degne
    veramente  di  Sua  Maest.  E se bene io non mi potevo vantare d'aver
    tratto nulla altro delle mie opere, che certi salari ordinatimi da Sua
    Maest per mio trattenimento, e di quelli anche restavo d'avere pi di
    settecento scudi d'oro, i quali apposta io lasciai,  perch mi fussino
    mandati per il mio buon ritorno; - per, conosciuto che alcuni maligni
    per  propia  invidia hanno fatto qualche malo uffizio,  la verit ha a
    star sempre di sopra: io mi glorio di Sua Maest cristianissima, e non
    mi muove l'avarizia.  Se bene io cognosco d'avere attenuto molto pi a
    Sua  Maest  di quello che io mi offersi di fare: e se bene a me non 
    conseguito il cambio promissomi, d'altro non mi curo al mondo,  se non
    di  restare,  nel  concetto di Sua Maest,  uomo da bene e netto,  tal
    quale io fui sempre.  E se nessun dubbio di  questo  fussi  in  Vostra
    Maest,  a un minimo cenno verr volando a render conto di me,  con la
    propia vita: ma vedendo tener cos poco conto di me,  non  son  voluto
    tornare a offerirmi, saputo che a me sempre avanzer del pane dovunche
    io vada: e quando io sia chiamato, sempre risponder -.
    Era   in   detta   lettera  molti  altri  particulari  degni  di  quel
    maraviglioso Re e della  salvazione  dell'onor  mio.  Questa  lettera,
    innanzi che io la mandassi, la portai al mio Duca, il quale ebbe molto
    piacere di vederla; di poi subito la mandai in
    Francia, diritta al cardinal di Ferrara.

    60.  In  questo  tempo  Bernardone  Baldini,  sensale  di gioie di Sua
    Eccellenzia,  aveva portato di Vinezia un diamante grande,  di pi  di
    trentacinque  carati  di  peso: eraci Antonio di Vittorio Landi ancora
    lui interessato per farlo comperare al Duca.
    Questo diamante era stato gi una punta, ma perch e' non riusciva con
    quella limpidit fulgente,  che a tal gioia si doveva  desiderare,  li
    padroni  di  esso diamante avevano ischericato questa ditta punta,  la
    quale veramente non faceva bene n per tavola n per punta.  Il nostro
    Duca,  che  si  dilettava  grandemente  di  gioie,  ma  per non se ne
    intendeva,  dette sicura isperanza a questo ribaldone di  Bernardaccio
    di  volere  comperare questo ditto diamante.  E perch questo Bernardo
    cercava di averne l'onore lui solo,  di questo inganno che voleva fare
    al  Duca  di  Firenze,mai non conferiva nulla con il suo compagno,  il
    ditto Antonio Landi.
    Questo ditto Antonio era molto mio amico per  insino  da  puerizia,  e
    perch  lui  vedeva  che  io  ero tanto domestico con il mio Duca,  un
    giorno infra gli altri mi chiam da canto - era presso a mezzod, e fu
    in sul canto di Mercato Nuovo - e mi disse cos:
    - Benvenuto,  io son certo che 'l Duca vi mostrerr  un  diamante,  il
    quale  e'  dimostra  aver  voglia  di  comperarlo: voi vedrete un gran
    diamante.
    - Aiutate la vendita; e io vi dico che io lo posso dare per diciasette
    mila scudi: io son certo che il Duca vorr il vostro consiglio; se voi
    lo vedete inclinato bene al volerlo,  e' si far  cosa  che  lo  potr
    pigliare -.
    Questo  Antonio  mostrava  di  avere  una  gran  sicurt nel poter far
    partito di questa gioia. Io li promessi che, essendomi mostra e di poi
    domandato  del  mio  parere,   io  arei  detto  tutto  quello  che  io
    intendessi, senza danneggiare la gioia.
    S  come  io  ho detto di sopra,  il Duca veniva ogni giorno in quella
    oreficeria per parecchi ore;  e dal d  che  m'aveva  parlato  Antonio
    Landi  pi  di  otto giorni dappoi,  il Duca mi mostr un giorno doppo
    desinare questo ditto diamante, il quale io ricognobbi per quei contra
    segni che m'aveva detto Antonio Landi e della  forma  e  del  peso.  E
    perch  questo  ditto  diamante  era  d'un'acqua,  s come io dissi di
    sopra,  torbidiccia e per  quella  causa  avevano  ischericato  quella
    punta,  vedendolo io di quella sorte, certo l'arei isconsigliato a far
    tale ispesa; per, quando e' me lo mostr, io domandai Sua Eccellenzia
    quello che quella voleva che io dicessi,  perch gli  era  divario  a'
    gioiellieri  a  il  pregiare una gioia,  di poi che un Signore l'aveva
    compera,  o al porgli pregio perch quello la comperassi.  Allora  Sua
    Eccellenzia  mi  disse che l'aveva compro e che io dicessi solo il mio
    parere.  Io non volsi mancare di non gli accennare  modestamente  quel
    poco che di quella gioia io intendevo. Mi disse che io considerassi la
    bellezza di quei gran filetti che l'aveva.  Allora io dissi che quella
    non era quella gran bellezza che Sua Eccellenzia  s'immaginava  e  che
    quella era una punta ischericata.  A queste parole il mio Signore, che
    s'avvedde che io dicevo il vero,  fece un mal grugno e mi disse che io
    attendessi  a  stimar la gioia e giudicare quello che mi pareva che la
    valessi.  Io che pensavo che,  avendomelo Antonio  Landi  offerto  per
    diciasette  mila  scudi,  mi  credevo  che  il  Duca l'avessi ato per
    quindici mila il pi,  e per questo io,  che vedevo che lui aveva  per
    male che io gli dicessi il vero,  pensai di mantenerlo nella sua falsa
    oppinione, e prtogli il diamante, dissi:
    - Diciotto mila scudi avete ispeso -.
    A queste parole il Duca lev un rumore,  faccendo uno O pi grande che
    una bocca di pozzo, e disse:
    - Or cred'io che tu non te ne intendi -.
    Dissi allui:
    -  Certo,  Signor  mio,  che  voi  credete male: attendete a tenere la
    vostra gioia in riputazione e  io  attender  a  intendermene.  Ditemi
    almanco  quello  che voi vi avete speso drento,  acci che io impari a
    intendermene sicondo i modi di Vostra Eccellenzia -.
    Rizzatosi il Duca con un poco di sdegnoso ghigno, disse:
    - Venticinque mila iscudi e da vantaggio,  Benvenuto,  mi  costa  -  e
    andato  via.  A  queste parole era alla presenza Gianpagolo e Domenico
    Poggini, orefici; e il Bachiacca ricamatore, ancora lui,  che lavorava
    in una stanza vicina alla nostra, corse a quel rimore; dove io dissi:
    -  Io  non  l'arei mai consigliato che egli lo comperassi;  ma se pure
    egli n'avessi ato voglia,  Antonio Landi otto giorni fa me lo offerse
    per diciasette mila scudi;  io credo che io l'arei ato per quindici o
    manco.  Ma il Duca vuol tenere la sua  gioia  in  riputazione;  perch
    avendomela  offerta  Antonio  Landi  per  un cotal prezzo,  diavol che
    Bernardone avessi fatto al Duca una cos vituperosa giunteria! - E non
    credendo mai che tal cosa fussi vera, come l'era,  ridendo ci passammo
    quella simplicit del Duca.

    61.  Avendo  di  gi condotto la figura della gran Medusa,  s come io
    dissi,  avevo fatto la sua ossatura di ferro: di poi fattala di terra,
    come di notomia,  e magretta un mezzo dito,  io la cossi benissimo; di
    poi vi messi sopra la cera e fini'la innel modo che io volevo  che  la
    stessi.  Il  Duca,  che  pi volte l'era venuta a vedere,  aveva tanta
    gelosia che la non mi venissi di bronzo, che egli arebbe voluto che io
    avessi chiamato qualche maestro che  me  la  gittassi.  E  perch  Sua
    Eccellenzia  parlava  continuamente e con grandissimo favore delle mie
    saccenterie,  il suo maiordomo,  che continuamente cercava di  qualche
    lacciuolo per farmi rompere il collo, e perch gli aveva l'autorit di
    comandare  a'  bargelli  e a tutti gli uffizi della povera isventurata
    citt di  Firenze,  che  un  pratese,  nimico  nostro,  figliuol  d'un
    bottaio,  ignorantissimo,  per essere stato pedante fradicio di Cosimo
    de' Medici innanzi che  fussi  duca,  fussi  venuto  in  tanta  grande
    autorit,  s  come ho detto,  stando vigilante quanto egli poteva per
    farmi male,  veduto che per verso nessuno lui non mi poteva  appiccare
    ferro  addosso,  pens un modo di far qualcosa.  E andato a trovare la
    madre di quel mio fattorino, che aveva nome Cencio, e lei la Gambetta,
    dettono uno ordine, quel briccon pedante e quella furfante puttana, di
    farmi uno spavento, acci che per quello,  io mi fussi andato con Dio.
    La Gambetta,  tirando all'arte sua, usc, di commessione di quel pazzo
    ribaldo pedante maiordomo: e perch gli avevano  ancora  indettato  il
    bargello,  il quale era un certo bolognese, che per far di queste cose
    il Duca lo cacci poi via;  venendo un sabato sera,  alle tre  ore  di
    notte mi venne a trovare la ditta Gambetta con il suo figliuolo,  e mi
    disse che ella l'aveva tenuto parecchi d rinchiuso per la salute mia.
    Alla quale io risposi che per mio conto lei non lo tenessi  rinchiuso:
    e  ridendomi  della sua puttanesca arte,  mi volsi al figliuolo in sua
    presenza e gli dissi:
    - Tu lo sai,  Cencio,  se io ho peccato teco - il qual piagnendo disse
    che no. Allora la madre, scotendo il capo, disse al figliuolo:
    - Ahi ribaldello, forse che io non so come si fa? - poi si volse a me,
    dicendomi  che  io lo tenessi nascosto in casa,  perch il bargello ne
    cercava, e che l'arebbe preso ad ogni modo fuor di casa mia; ma che in
    casa mia non l'arebbon tocco.  A questo io le dissi che in casa mia io
    aveva la sorella vedova con sei sante figlioline, e che io non volevo,
    in casa mia, persona.
    Allora  lei  disse  che  'l  maiordomo  aveva  dato  le commessione al
    bargello e che io sarei preso a ogni modo;  ma poich  io  non  volevo
    pigliare  il  figliuolo in casa,  se io le davo cento scudi potevo non
    dubitar pi di nulla,  perch essendo il maiordomo  tanto  grandissimo
    suo  amico,  io potevo star sicuro che lei gli arebbe fatto fare tutto
    quel che allei piaceva,  purch io le dessi li  cento  scudi.  Io  ero
    venuto in tanto furore, col quale io le dissi:
    - Levamiti d'innanzi, vituperosa puttana, che se non fussi per onor di
    mondo  e  per  la  innocenzia  di quello infelice figliuolo che tu hai
    quivi,  io ti arei di gi iscannata con questo pugnaletto,  che dua  o
    tre volte ci ho messo su le mane -.
    E  con  queste  parole,  con molte villane urtate,  lei e 'l figliuolo
    pinsi fuor di casa.

    62.  Considerato poi da me  la  ribalderia  e  possanza  di  quel  mal
    pedante,  giudicai  che il mio meglio fussi di dare un poco di luogo a
    quella diavoleria,  e la mattina  di  buon'ora,  consegnato  alla  mia
    sorella gioie e cose per vicino a dumila scudi,  montai a cavallo e me
    ne andai alla volta di Vinezia,  e menai meco quel mio  Bernardino  di
    Mugello.  E  giunto che io fui a Ferrara,  io scrissi alla Eccellenzia
    del Duca che se bene  io  me  n'ero  ito  sanza  esserne  mandato,  io
    ritornerei sanza esser chiamato. Di poi, giunto a Vinezia, considerato
    con quanti diversi modi la mia crudel fortuna mi straziava,  niente di
    manco trovandomi sano e gagliardo mi risolsi di schermigliar con  essa
    al  mio  solito.  E  in  mentre  andavo  cos  pensando a' fatti miei,
    passandomi tempo per quella bella e ricchissima citt, avendo salutato
    quel maraviglioso Tiziano pittore  e  Iacopo  del  Sansovino,  valente
    scultore  e  architetto  nostro  fiorentino molto ben trattenuto dalla
    Signoria di Venezia, e per esserci conosciuti nella giovanezza in Roma
    e in Firenze come nostro fiorentino,  questi duoi virtuosi mi  feciono
    molte  carezze.  L'altro  giorno  a  presso  io  mi scontrai in messer
    Lorenzo de' Medici,  il quale subito mi prese per mano con la  maggior
    raccoglienzia che si possa veder al mondo, perch ci ermo cognosciuti
    in  Firenze quando io facevo le monete al duca Lessandro,  e di poi in
    Parigi, quando io ero al servizio del Re.
    Egli si tratteneva in casa di messer Giuliano Buonacorsi,  e  per  non
    aver  dove  andarsi  a  passar  tempo  altrove  sanza  grandissimo suo
    pericolo, egli si stava pi del tempo in casa mia,  vedendomi lavorare
    quelle   grand'opere.   E  s  come  io  dico,   per  questa  passtata
    conoscenzia,  egli mi prese per mano e menmi a casa sua,  dov'era  il
    signor   Priore   delli  Strozzi,   fratello  del  signor  Pietro,   e
    rallegrandosi,  mi domandorno quanto io volevo soprastare in  Venezia,
    credendosi che io me ne volessi ritornare in Francia.
    A'  quali  Signori  io dissi che io mi ero partito di Fiorenze per una
    tale occasione sopra detta,  e che fra dua o tre giorni io  mi  volevo
    ritornare  a  Fiorenze  a  servire  il mio gran Duca.  Quando io dissi
    queste parole,  il signor Priore e messer Lorenzo mi  si  volsono  con
    tanta rigidit, che io ebbi paura grandissima, e mi dissono:
    -  Tu  faresti il meglio a tornartene in Francia,  dove tu sei ricco e
    conosciuto;  che se tu torni a Firenze,  tu perderai tutto quello  che
    avevi  guadagnato  in  Francia,  e  di  Firenze  non trarrai altro che
    dispiaceri -.
    Io non risposi alle  parole  loro,  e  partitomi  l'altro  giorno  pi
    secretamente che io possetti,  me ne tornai alla volta di Fiorenze,  e
    intanto era maturato le diavolerie,  perch io avevo  scritto  al  mio
    gran  Duca tutta l'occasione che mi aveva traportato a Venezia.  E con
    la sua solita  prudenzia  e  severit,  io  lo  visitai  senza  alcuna
    cerimonia;  stato alquanto con la detta severit, di poi piacevolmente
    mi si volse e mi domand dove io ero stato. Al quale io risposi che il
    cuor  mio  mai  non  si  era  scostato  un  dito  da  Sua  Eccellenzia
    illustrissima, se bene per qualche giuste occasioni e' mi era stato di
    necessit  di  menare un poco il mio corpo a zonzo.  Allora faccendosi
    pi piacevole,  mi cominci a domandar di Vinezia e cos ragionammo un
    pezzo;  poi ultimamente mi disse che io attendessi a lavorare e che io
    gli finissi il suo Perseo.  Cos mi tornai a casa lieto e  allegro,  e
    rallegrai  la  mia  famiglia,  cio  la  mia  sorella  con  le sue sei
    figliuole,  e ripreso l'opere mie,  con quanta sollecitudine io potevo
    le tiravo innanzi.

    63.  E  la prima opera che io gittai di bronzo fu quella testa grande,
    ritratto  di  Sua  Eccellenzia,   che  io   avevo   fatta   di   terra
    nell'oreficerie,  mentre  che  io  avevo  male alle stiene.  Questa fu
    un'opera che piacque e io non la feci per altra causa se non per  fare
    sperienzia  delle terre da gittare il bronzo.  E se bene io vedevo che
    quel mirabil Donatello aveva fatto le sue opere di bronzo, quale aveva
    gittate con la terra di Firenze,  e' mi pareva che  l'avessi  condutte
    con  grandissima difficult;  e pensando che venissi dal difetto della
    terra,  innanzi che io mi mettessi a gittare il mio Perseo,  io  volsi
    fare  queste  prime  diligenzie;  per  le  quali trovai esser buona la
    terra,  se bene non era stata bene intesa da quel  mirabil  Donatello,
    perch con grandissima difficult vedevo condotte le sue opere.  Cos,
    come io dico di sopra, per virt d'arte io composi la terra,  la quale
    mi  serv  benissimo;  e,  s  come io dico,  con essa gittai la detta
    testa; ma perch io non avevo ancora fatto la fornace, mi servi' della
    fornace di maestro Zanobi di Pagno,  campanaio.  E veduto che la testa
    era  ben  venuta  netta,  subito  mi messi a fare una fornacetta nella
    bottega che mi aveva fatta il Duca,  con mio ordine e  disegno,  nella
    propria  casa  che  mi  aveva donata;  e subito fatto la fornace,  con
    quanta pi sollecitudine io potevo,  mi messi in ordine per gittare la
    statua  della  Medusa,  la  quale  si  quella femmina scontorta che 
    sotto  i  piedi  del  Perseo.   E  per  essere   questo   getto   cosa
    difficilissima,  io  non  volsi mancare di tutte quelle diligenzie che
    avevo imparato, acci che non mi venissi fatto qualche errore;  e cos
    il   primo  getto  ch'io  feci  in  detta  mia  fornacina  venne  bene
    superlativo grado,  ed era tanto netto ch'e' non pareva alli amici mia
    il  dovere  che io altrimenti la dovessi rinettare;  la qualcosa hanno
    trovato certi Todeschi e Franciosi,  quali  dicono  e  si  vantano  di
    bellissimi secreti di gittare i bronzi senza rinettare; cosa veramente
    da  pazzi;  perch  il  bronzo,  di  poi  che  gli  gittato,  bisogna
    riserarlo con i martelli e con i ceselli,  s come i maravigliosissimi
    antichi,  e  come  hanno  ancor  fatto  i  moderni,  dico quei moderni
    ch'hanno saputo lavorare il bronzo.  Questo getto piacque assai a  Sua
    Eccellenzia illustrissima, che pi volte lo venne a vedere sino a casa
    mia,  dandomi grandissimo animo al ben fare.  Ma possette tanto quella
    rabbiosa invidia del Bandinello, che,  con tanta sollecitudine intorno
    alli  orecchi di Sua Eccellenzia illustrissima,  che gli fece pensare,
    che se bene io gittavo qualcuna di queste statue,  che mai io  non  le
    metterei insieme, perch l'era in me arte nuova; e che Sua Eccellenzia
    doveva  ben  guardare a non gittare via i sua denari.  Possetton tanto
    queste parole in quei gloriosi orecchi,  che mi  fu  allentato  alcuna
    spesa  di  lavoranti;  di  modo  che  io  fui necessitato a risentirmi
    arditamente con Sua Eccellenzia: dove una mattina,  aspettando  quella
    nella via de' Servi, le dissi:
    -  Signor  mio,  io non son soccorso d'i miei bisogni,  di modo che io
    sospetto che Vostra Eccellenzia non diffidi di me;  il perch di nuovo
    le  dico  che  a  me  basta  la  vista  di  condur  tre  volte  meglio
    quest'opera, che non fu il modello, s come io vi ho promesso.

    64. Avendo detto queste parole a Sua Eccellenzia,  e conosciuto che le
    non facevan frutto nissuno, perch non ne ritraevo risposta, subito mi
    crebbe una stizza,  insieme con una passione intollerabile, e di nuovo
    cominciai a riparlare al Duca e gli dissi:
    - Signor mio,  questa citt veramente  stata sempre la  scuola  delle
    maggior virtute;  ma cognosciuto che uno s',  avendo imparato qualche
    cosa,  volendo accrescer gloria alla  sua  citt  e  al  suo  glorioso
    Principe,  gli  bene andare a operare altrove.  E che questo,  Signor
    mio,  sia il vero,  io so che l'Eccellenzia Vostra ha  saputo  chi  fu
    Donatello,  e chi fu il gran Leonardo da Vinci, e chi  ora il mirabil
    Michelagnol Buonarroti.  Questi accrescono la gloria per le lor  virt
    all'Eccellenzia  Vostra;  per  la  qualcosa  io ancora spero di far la
    parte  mia;  s  che,  Signor  mio,   lasciatemi  andare.   Ma  Vostra
    Eccellenzia avvertisca bene a non lasciare andare il Bandinello,  anzi
    dateli sempre pi che lui non vi domanda;  perch se costui va  fuora,
    gli  tanto la ignoranzia sua prosuntuosa, che gli  atto a vituperare
    questa  nobilissima Scuola.  Or dtimi licenzia,  Signore,  n domando
    altro delle mie fatiche sino a qui che la grazia di Vostra Eccellenzia
    illustrissima -.
    Vedutomi Sua Eccellenzia a quel modo resoluto,  con un poco di  sdegno
    mi si volse, dicendo:
    - Benvenuto,  se tu hai voglia di finir l'opera, e' non si mancher di
    nulla -.
    Allora io lo ringraziai,  e dissi che altro desiderio non era il  mio,
    se  non  di  mostrare  a quelli invidiosi che a me bastava la vista di
    condurre l'opera promessa.  Cos spiccatomi da Sua Eccellenzia,  mi fu
    dato qualche poco di aiuto;  per la qual cosa fui necessitato a metter
    mano alla borsa mia,  volendo che la mia opera andassi un poco pi che
    di  passo.  E  perch  la  sera  io sempre me ne andavo a veglia nella
    guardaroba di Sua Eccellenzia, dove era Domenico e Gianpavolo Poggini,
    suo fratello, quali lavoravano un vaso di oro, che addietro s' detto,
    per la Duchessa e una cintura d'oro;  ancora Sua  Eccellenzia  m'aveva
    fatto fare un modellino d'un pendente,  dove andava legato dentro quel
    diamante grande che li aveva  fatto  comperare  Bernardone  e  Antonio
    Landi.  E con tutto che io fuggissi di non voler far tal cosa, il Duca
    con tante belle piacevolezze mi vi faceva lavorare ogni sera  in  sino
    alle  quattro  ore.  Ancora mi strigneva con piacevolissimi modi a far
    che io vi lavorassi ancora di giorno;  alla qual cosa  non  volsi  mai
    acconsentire;  e  per  questo  io  credetti  per  cosa  certa  che Sua
    Eccellenzia si adirassi meco.  E una sera in  fra  le  altre,  essendo
    giunto alquanto pi tardi che al mio solito, il Duca mi disse:
    - Tu sia il malvenuto -.
    Alle quali parole io dissi:
    - Signor mio,  cotesto non  il mio nome, perch io ho nome Benvenuto;
    e perch io penso che  l'Eccellenzia  Vostra  motteggi  meco,  io  non
    entrer in altro -.
    A questo il Duca disse che diceva da maledetto senno e non motteggiava
    e  che  io  avvertissi bene quel che io facevo,  perch gli era venuto
    alli orecchi che,  prevalendomi del suo  favore,  io  facevo  fare  or
    questo   or  quello.   A  queste  parole  io  pregai  Sua  Eccellenzia
    illustrissima di farmi degno di dirmi solo un omo  che  io  avevo  mai
    fatto fare al mondo. Subito mi si volse in collera e mi disse:
    - Va' e rendi quello che tu hai di Bernardone: eccotene uno -.
    A questo io dissi:
    -  Signor  mio,  io  vi  ringrazio,  e  vi  priego  mi  facciate degno
    d'ascoltarmi quattro parole: egli  il vero che e' mi prest  un  paio
    di  bilance vecchie e dua ancudine e tre martelletti piccoli,  le qual
    masserizie oggi son passati  quindici  giorni  che  io  dissi  al  suo
    Giorgio  da Cortona che mandassi per esse;  il perch il detto Giorgio
    venne per esse lui stesso;  e se mai Vostra Eccellenzia  illustrissima
    truova, che dal di' che io nacqui in qua, io abbia mai nulla di quello
    di  persona  in  cotesto  modo,  se bene in Roma o in Francia,  faccia
    intender da quelli che li hanno riferite quelle cose  o  da  altri;  e
    trovando il vero, mi castighi a misura di carboni -.
    Vedutomi il Duca in grandissima passione,  come Signor discretissimo e
    amorevole mi si volse e disse:
    - E' non si dice a quelli che non fanno li errori; s che, se l' come
    tu di', io ti vedr sempre volentieri, come ho fatto per il passato -.
    A questo io dissi:
    - Sappi l'Eccellenzia  Vostra  che  le  ribalderie  di  Bernardone  mi
    sforzano a domandarla e pregarla, che quella mi dica quel che la spese
    nel  diamante  grande,  punta  schericata:  perch  io spero mostrarle
    perch questo male omaccio cerca mettermivi in disgrazia -.
    Allora Sua Eccellenzia mi disse:
    - Il diamante mi cost 25 mila ducati: perch  me  ne  domandi  tu?  -
    Perch,  Signor mio,  il tal d, alle tal'ore, in sul canto di Mercato
    nuovo,  Antonio di Vettorio Landi mi disse  che  io  cercassi  di  far
    mercato  con  Vostra Eccellenzia illustrissima,  e di prima domanda ne
    chiese sedici mila ducati: ora Vostra Eccellenzia sa quel che la  l'ha
    comperato.  E che questo sia il vero, domandate ser Domenico Poggini e
    Giampavolo suo fratello, che son qui;  che io lo dissi loro subito,  e
    da  poi non ho mai pi parlato,  perch l'Eccellenzia Vostra disse che
    io non me ne intendevo;  onde io pensavo che quella lo volessi  tenere
    in riputazione.  Sappiate,  Signor mio, che io me ne intendo; e quanto
    all'altra parte fo professione d'esser uomo da bene quanto  altro  che
    sia nato al mondo,  e sia chi vuole. Io non cercher di rubarvi otto o
    dieci mila ducati per volta,  anzi mi ingegner guadagnarli con le mie
    fatiche:  e  mi  fermai  a  servir  Vostra  Eccellenzia per iscultore,
    orefice e maestro di monete; e di riferirle delle cose d'altrui,  mai.
    E  questa  che  io  le dico adesso,  la dico per difesa mia,  e non ne
    voglio il quarto: e gnene dico presente tanti uomini dabbene  che  son
    qui, acci Vostra Eccellenzia illustrissima non creda a Bernardone ci
    che dice -.
    Subito  il Duca si lev in collera e mand per Bernardone,  il qual fu
    necessitato a correre sino a  Vinezia,  lui  e  Antonio  Landi;  quale
    Antonio mi diceva che non aveva volsuto dir quel diamante. Gli andorno
    e tornorno da Vinezia, e io trovai il Duca, e dissi:
    -  Signore,  quel  che  io  vi  dissi    vero,  e quel vi disse delle
    masserizie Bernardone non fu vero; e faresti bene a farne la pruova, e
    io mi avviar al bargello -.
    A queste parole il Duca mi si volse, dicendomi:
    - Benvenuto,  attendi a esser omo da  bene,  come  hai  fatto  per  il
    passato, e non dubitar mai di nulla -.
    La  cosa  and  in  fumo e io non ne senti' mai pi parlare.  Attesi a
    finire il suo gioiello;  e portatolo un giorno finito  alla  Duchessa,
    lei  stessa  mi  disse  che  stimava  tanto  la  mia fattura quanto il
    diamante,  che li aveva fatto comperar Bernardaccio,  e volse  che  io
    gnene  appiccassi  al  petto  di  mia  mano,  e mi dette uno spilletto
    grossetto in mano, e con quello gnene appiccai,  e mi parti' con molta
    sua buona grazia.
    Da  poi io intesi che e' l'avevano fatto rilegare a un tedesco o altro
    forestiero,  salvo 'l vero,  perch il detto Bernardone disse  che  'l
    detto diamante mostrerrebbe meglio legato con manco opera.

    65.  Domenico e Giovanpagolo Poggini,  orefici e frategli, lavoravano,
    s come io credo  d'aver  detto,  in  guardaroba  di  Sua  Eccellenzia
    illustrissima cone i miei disegni,  certi vasetti d'oro cesellati, con
    istorie di figurine di basso rilievo e altre cose di molta inportanza.
    E perch io dissi pi volte al Duca:
    - Signor mio,  se Vostra Eccellenzia illustrissima mi pagassi parecchi
    lavoranti,  io  vi  farei  le  monete della vostra zecca e le medaglie
    colla testa di Vostra Eccellenzia illustrissima,  le qual farei a gara
    con  gli  antichi  e arei speranza di superargli: perch dappoi in qua
    che io feci le medaglie di papa Clemente io ho imparato tanto,  che io
    farei  molto meglio di quelle: e cos farei meglio delle monete che io
    feci al duca Alessandro, le quale sono ancora tenute belle;  e cos vi
    farei de' vasi grandi d'oro e d'argento,  s come io ne ho fatti tanti
    a quel mirabil re Francesco di Francia,  solo per le gran comodit che
    ei  m'ha  date,  n  mai  s' perso tempo ai gran colossi n all'altre
    statue -.
    A queste mie parole il Duca mi diceva:
    - Fa',  e io vedr - n mai mi dette comodit  n  aiuto  nessuno.  Un
    giorno  Sua  Eccellenzia  illustrissima  mi  fece dare parecchi libbre
    d'argento e mi disse:
    - Questo  dello argento delle mie cave, fammi un bel vaso -.
    E perch io non volevo lasciare in dietro il mio Perseo e ancora avevo
    gran volont di servirlo,  io lo detti da fare,  con i miei disegni  e
    modelletti di cera, a un certo ribaldo che si chiama Piero di Martino,
    orafo: il quale lo cominci male e anche non vi lavorava,  di modo che
    io vi persi pi tempo che se io lo avessi fatto  tutto  di  mia  mano.
    Cos avendomi straziato parecchi mesi, e veduto che il detto Piero non
    vi  lavorava,  n manco vi faceva lavorare,  io me lo feci rendere,  e
    durai una gran fatica a riavere, con el corpo del vaso mal cominciato,
    come io dissi,  il resto dell'argento che io gli avevo dato.  Il  Duca
    che  intese  qualcosa  di  questi  romori,  mand  per il vaso e per i
    modelli e mai pi mi disse n perch n per come;  basta che con certi
    mia  disegni  e' ne fece fare a diverse persone e a Venezia e in altri
    luoghi,  e fu malissimo servito.  La Duchessa mi diceva spesso che  io
    lavorassi per lei di oreficerie: alla quale io pi volte dissi, che 'l
    mondo benissimo sapeva,  e tutta la Italia,  che io ero buono orefice;
    ma che la Italia non aveva mai veduto opere di mia mano di scultura:
    - E per l'arte certi scultori arrabbiati, ridendosi di me, mi chiamano
    lo scultor nuovo;  ai quali  io  spero  di  mostrare  d'esser  scultor
    vecchio,  se  Idio mi dar tanta grazia che io possa mostrar finito 'l
    mio Perseo in quella onorata piazza di Sua  Eccellenzia  illustrissima
    -.
    E ritiratomi a casa,  attendevo a lavorare il giorno e la notte, e non
    mi lasciavo vedere in Palazzo.  E pensando pure  di  mantenermi  nella
    buona  grazia della Duchessa,  io gli feci fare certi piccoli vasetti,
    grandi come un  pentolino  di  dua  quattrini,  d'argento,  con  belle
    mascherine  in  foggia  rarissima,  all'antica;  e  portatole li detti
    vasetti,  lei mi fece la pi grata accoglienza che immaginar si  possa
    al  mondo  e mi pag 'l mio argento e oro che io vi avevo messo.  E io
    pure mi raccomandavo a Sua Eccellenzia illustrissima pregandola che la
    dicessi al Duca,  che io avevo poco aiuto a cos grande opera,  e  che
    Sua  Eccellenzia  illustrissima  doverrebbe  dire al Duca,  che ei non
    volessi tanto credere a quella mala  lingua  del  Bandinello,  con  la
    quale  e'  m'impediva al finire il mio Perseo.  A queste mie lacrimose
    parole la Duchessa si ristrinse nelle spalle e pur mi disse:
    - Per certo che 'l Duca lo doverria  pur  conoscere,  che  questo  suo
    Bandinello non val niente.

    66.  Io mi stavo in casa,  e di rado mi appresentavo al Palazzo, e con
    gran sollecitudine lavoravo,  per finire la mia opera;  e mi conveniva
    pagare  i  lavoranti  de il mio;  perch,  avendomi fatto pagare certi
    lavoranti il Duca da Lattanzio Gorini in  circa  a  diciotto  mesi  ed
    essendogli venuto annoia,  mi fece levare le commessione,  per la qual
    cosa io domandai il detto Lattanzio,  perch e' non mi pagava.  E'  mi
    rispose,  menando certe sue manuzze di ragnatelo,  con una vocerellina
    di zanzara:
    - Perch non finisci questa tua  opera?  E'  si  crede  che  tu  nolla
    finirai mai -.
    Io subito gli risposi adirato e dissi:
    -  Cos  vi venga il canchero e a voi e attutti quegli che non credono
    che io nolla finisca -.
    E cos disperato mi ritornai accasa al mio mal fortunato Perseo, e non
    senza lacrime,  perch mi tornava in memoria il mio bello stato che io
    avevo  lasciato  in  Parigi  sotto 'l servizio di quel maraviglioso re
    Francesco,  con el quale mi avanzava ogni cosa,  e qui mi mancava ogni
    cosa.  E  parecchi  volte  mi  disposi di gittarmi al disperato: e una
    volta infra l'altre io montai in su un mio bel cavalletto,  e mi missi
    cento  scudi  accanto,  e  me  n'andai  a  Fiesole  a  vedere  un  mio
    figliuolino naturale,  il quale tenevo abbalia  con  una  mia  comare,
    moglie  di  un mio lavorante.  E giunto al mio figliolino lo trovai di
    buono essere, e io cos malcontento lo baciai; e volendomi partire, e'
    non mi lasciava,  perch mi teneva forte colle manine e con un  furore
    di pianto e strida, che in quell'et di due anni in circa era cosa pi
    che  maravigliosa.  E  perch io m'ero resoluto che,  se io trovavo 'l
    Bandinello,  il quale soleva andare ogni sera a quel suo podere  sopra
    San  Domenico,  come  disperato  lo  volevo gittare in terra,  cos mi
    spiccai dal mio bambino, lasciandolo con quel suo dirotto pianto.
    E venendomene inverso Firenze,  quando io arrivai alla piazza  di  San
    Domenico,  appunto  il  Bandinello  entrava  dall'altro  lato in su la
    piazza.  Subito resolutomi di fare  quella  sanguinosa  opera,  giunsi
    allui,  e alzato gli occhi, lo vidi senza arme, in su un muluccio come
    uno asino e aveva seco un fanciullino dell'et di dieci anni; e subito
    che lui mi vidde,  divenne di color di morto,  e tremava dal  capo  ai
    piedi. Io, conosciuto la vilissima opera, dissi:
    - Non aver paura,  vil poltrone, che io non ti vo' far degno delle mie
    busse -.
    Egli mi guard rimesso e non disse nulla.
    Allora io ripresi la virt,  e  ringrazia'  Iddio  che  per  sua  vera
    virtute  non  aveva  voluto  che  io  facessi  un tal disordine.  Cos
    liberatomi da quel diabolico furore, mi accrebbe animo e meco medesimo
    dicevo:
    - Se Iddio mi d tanto di grazia che io finisca la  mia  opera,  spero
    con quella di ammazzare tutti i mia ribaldi nimici; dove io far molte
    maggiori  e  pi gloriose le mie vendette,  che se io mi fussi sfogato
    con un solo - e con questa buona resoluzione mi tornai a casa. In capo
    di tre giorni io intesi come quella mia comare mi  aveva  affogato  il
    mio  unico  figliolino;  il  quale  mi  dette tanto dolore che mai non
    senti' il maggiore.  Imper mi inginocchiai  in  terra,  e  non  senza
    lacrime al mio solito ringraziai il mio Iddio, dicendo:
    - Signor mio,  tu me lo desti,  e or tu me t'hai tolto,  e di tutto io
    con tutto 'l cuor mio ti ringrazio -.
    E con tutto che 'l gran dolore mi aveva quasi smarrito,  pure,  al mio
    solito, fatto della necessit virt, il meglio che io potevo mi andavo
    accomodando.

    67.  E'  s'era  partito un giovane in questo tempo dal Bandinello,  il
    quale aveva nome Francesco,  figliuolo di Matteo fabbro.  Questo detto
    giovane mi fece domandare se io gli volevo dare da lavorare;  e io fui
    contento,  e lo missi a rinettare la figura della Medusa,  che era  di
    gi gittata. Questo giovane, dipoi quindici giorni, mi disse che aveva
    parlato con el suo maestro, cio il Bandinello, e che lui mi diceva da
    sua  parte  che,  se  io  volevo  fare una figura di marmo,  che ei mi
    mandava a offerire di donarmi un bel pezzo di marmo. Subito io dissi:
    - Digli che io l'accetto; e potria essere il mal marmo per lui, perch
    ei mi va stuzzicando,  e non si ricorda il gran pericolo che lui aveva
    passato  meco  in  su  la  piazza  di San Domenico: or digli che io lo
    voglio a ogni modo.  Io non parlo mai di lui e sempre questa bestia mi
    d  noia: e mi credo che tu sia venuto a lavorare meco mandato dallui,
    solo per spiare i fatti mia. O va, e digli che io vorr il marmo a suo
    malgrado; e ritrnatene seco.

    68.  Essendo stato di molti giorni che io non m'ero lasciato  rivedere
    in  Palazzo,  v'andai una mattina,  che mi venne quel capriccio,  e il
    Duca aveva quasi finito di desinare,  e,  per quel che io intesi,  Sua
    Eccellenzia  aveva  la  mattina ragionato e ditto molto bene di me,  e
    infra l'altre cose ei mi aveva molto lodato  in  legar  gioie;  e  per
    questo,  come  la  Duchessa  mi  vide,  la  mi fece chiamare da messer
    Sforza;  e appressatomi a Sua Eccellenzia illustrissima,  lei mi preg
    che io le legassi un diamantino in punta innuno anello, e mi disse che
    lo  voleva  portare  sempre  nel  suo dito;  e mi dette la misura e 'l
    diamante, il quale valeva in circa a cento scudi, e mi preg che io lo
    facessi presto.  Subito 'l Duca cominci a ragionare con la Duchessa e
    le disse:
    -  Certo  che Benvenuto fu in cotesta arte senza pari;  ma ora che lui
    l'ha dimessa, io credo che 'l fare uno anellino come voi vorresti,  e'
    gli  sarebbe  troppa  gran  fatica:  s che io vi priego che voi nollo
    affatichiate in questa piccola cosa, la quale allui saria grande,  per
    essersi disuso -.
    A  queste  parole  io  ringraziai  el  Duca,  e  poi  lo pregai che mi
    lasciassi fare questo poco  del  servizio  alla  signora  Duchessa:  e
    subito  messovi le mani,  in pochi giorni lo ebbi finito.  L'anello si
    era per il dito piccolo della mano: cos feci  quattro  puttini  tondi
    con  quattro  mascherine,  le  qual cose facevano il detto anellino: e
    anche vi accomodai alcune frutte e legaturine smaltate; di modo che la
    gioia e l'anello si mostravano molto bene insieme.  E subito lo portai
    alla  Duchessa:  la quale con benigne parole mi disse che io gli avevo
    fatto un lavoro bellissimo,  e che si ricorderebbe  di  me.  Il  detto
    anellino  la  lo  mand a donare al re Filippo,  e dappoi sempre la mi
    comandava qualche cosa,  ma tanto  amorevolmente,  che  io  sempre  mi
    sforzavo di servirla,  con tutto che io vedessi pochi dinari;  e Iddio
    sa se io ne avevo gran bisogno,  perch disideravo di  finire  'l  mio
    Perseo,  e  avevo  trovati certi giovani che mi aiutavano,  i quali io
    pagavo del mio; e di nuovo cominciai a lasciarmi vedere pi spesso che
    io non avevo fatto per il passato.

    69.  Un giorno di festa in fra gli altri me n'andai in Palazzo dopo 'l
    desinare,  e  giunto  in su la sala dell'Oriolo,  viddi aperto l'uscio
    della guardaroba,  e appressatomi un poco,  il Duca mi chiam,  e  con
    piacevole accoglienza mi disse:
    -  Tu  sia  'l  benvenuto: guarda quella cassetta,  che m'ha mandato a
    donare 'l signore Stefano di Pilestina;  aprila e guardiamo  che  cosa
    l' -.
    Subito apertola, dissi al Duca:
    -  Signor  mio,  questa    una  figura  di  marmo  greco  ed    cosa
    maravigliosa: dico che per un fanciulletto io non mi ricordo di  avere
    mai  veduto  fra le anticaglie una cos bella opera,  n di cos bella
    maniera;   di  modo  che  io  mi  offerisco   a   Vostra   Eccellenzia
    illustrissima di restaurarvela e la testa e le braccia, i piedi. E gli
    far  una  aquila,  acci che e' sia battezzato per un Ganimede.  E se
    bene e' non si conviene a mme il rattoppare le  statue,  perch  ell'
    arte  da  certi ciabattini,  i quali la fanno assai malamente;  imper
    l'eccellenzia di questo gran maestro mi chiama asservirlo -.
    Piacque al Duca assai che la statua fussi cos bella,  e mi domand di
    assai cose, dicendomi:
    - Dimmi,  Benvenuto mio,  distintamente in che consiste tanta virt di
    questo maestro, la quale ti d tanta maraviglia -.
    Allora io mostrai a Sua Eccellenzia illustrissima con el  meglio  modo
    che  io  seppi,  di  farlo  capace  di  cotal  bellezza  e di virt di
    intelligenzia, e di rara maniera; sopra le qual cose io aveva discorso
    assai,   e  molto  pi  volentieri  lo  facevo,   conosciuto  che  Sua
    Eccellenzia ne pigliava grandissimo piacere.

    70.  In  mentre che io cos piacevolmente trattenevo 'l Duca,  avvenne
    che un paggio usc fuori della guardaroba e che, nell'uscire il detto,
    entr il Bandinello. Vedutolo 'l Duca,  mezzo si conturb,  e con cera
    austera gli disse:
    -  Che  andate voi faccendo?  - Il detto Bandinello,  sanza rispondere
    altro,  subito gitt gli occhi a quella cassetta,  dove era  la  detta
    statua scoperta,  e con un suo mal ghignaccio, scotendo 'l capo, disse
    volgendosi inverso 'l Duca:
    - Signore,  queste sono di quelle cose che io ho tante volte  dette  a
    Vostra  Eccellenzia  illustrissima.  Sappiate  che  questi antichi non
    intendevano niente la notomia,  e per questo le opere loro sono  tutte
    piene di errori -.
    Io  mi  stavo cheto e non attendevo a nulla di quello che egli diceva,
    anzi gli avevo volte le rene.  Subito che questa bestia ebbe finita la
    sua dispiacevol cicalata, il Duca disse:
    - O Benvenuto,  questo si  tutto 'l contrario di quello che con tante
    belle ragioni tu m'hai pure ora s ben dimostro: s che  difendila  un
    poco -.
    A  queste  ducal  parole,  portemi  con tanta piacevolezza,  subito io
    risposi e dissi:
    - Signor mio, vostra Eccellenzia Illustrissima ha da sapere che Baccio
    Bandinelli si  composto tutto di male,  e cos ei  stato sempre;  di
    modo che ciocch lui guarda, subito a' sua dispiacevoli occhi, se bene
    le cose sono in sopralativo grado tutto bene,  subito le si convertono
    innun pessimo male.  Ma io,  che solo son tirato al  bene,  veggo  pi
    santamente  'l  vero;  di  modo  che  quello che io ho detto di questa
    bellissima statua a Vostra Eccellenzia illustrissima  si    tutto  il
    puro vero,  e quello che n'ha ditto 'l Bandinello si  tutto quel male
    solo, di quel che lui  composto -.
    Il Duca mi stette a udire con molto piacere, e in mentre che io dicevo
    queste cose,  il Bandinello si scontorceva e faceva i pi brutti  visi
    del  suo viso,  che era bruttissimo,  che immaginar si possa al mondo.
    Subito 'l Duca si mosse, avviandosi per certe stanze basse, e il detto
    Bandinello lo seguitava.  I camerieri mi presono per la cappa e me gli
    avviorno  dietro e cos seguitammo il Duca,  tanto che Sua Eccellenzia
    illustrissima,  giunto innuna stanza,  e'  si  misse  assedere,  e  il
    Bandinello  e  io  stavamo  un  da  destra  e  un  da  sinistra di Sua
    Eccellenzia  illustrissima.   Io  stavo  cheto,   e  quei  che   erano
    all'intorno,  parecchi servitori di Sua Eccellenzia,  tutti guardavano
    fiso 'l Bandinello,  alquanto soghignando l'un  coll'altro  di  quelle
    parole che io gli avevo detto in quella stanza di sopra. Cos il detto
    Bandinello cominci a favellare e disse:
    -  Signore,  quando  io  scopersi il mio Ercole e Cacco,  certo che io
    credo che pi di cento sonettacci ei mi fu fatti,  i quali dicevano il
    peggio che immaginar si possa al mondo da questo popolaccio -.
    Io allora risposi e dissi:
    -  Signore,  quando  il  nostro Michelagnolo Buonaroti scoperse la sua
    Sacrestia,  dove ei si vidde tante belle  figure,  questa  mirabile  e
    virtuosa Scuola,  amica della verit e del bene, gli fece pi di cento
    sonetti,  a gara l'un l'altro a chi ne poteva dir meglio: e cos  come
    quella  del Bandinello meritava quel tanto male che lui dice che della
    sua si disse, cos meritava quel tanto bene quella del Buonaroti,  che
    di lei si disse -.
    A  queste  mie  parole  il  Bandinello  venne in tanta rabbia,  che ei
    crepava, e mi si volse e disse:
    - E tu che le sapresti apporre?  - Io te lo  dir  se  tu  arai  tanta
    pazienza di sapermi ascoltare -.
    Diss'ei:
    - Or di' su -.
    Il  Duca  e  gli  altri,  che erano quivi,  tutti stavano attenti.  Io
    cominciai e in prima dissi:
    - Sappi ch'ei m 'incresce di averti a dire e' difetti  di  quella  tua
    opera, ma none io ti dir tal cose, anzi ti dir tutto quello che dice
    questa virtuosissima Scuola -.
    E  perch  questo uomaccio or diceva qualcosa dispiacevole e or faceva
    con le mani e con i piedi, ei mi fece venire in tanta cllora,  che io
    cominciai  in molto pi dispiacevol modo che,  faccendo ei altrimenti,
    io nonnarei fatto:
    - Questa virtuosa Scuola dice che se e' si tosassi i capegli a Ercole,
    che e' non  vi  resterebbe  zucca  che  fussi  tanta  per  riporvi  il
    cervello; e che quella sua faccia e' non si conosce se l' di omo o se
    l'  di  lionbue;  e che la non bada a quel che la fa,  e che l' male
    appiccata in sul collo,  con tanta poca arte e con tanta mala  grazia,
    che e' non si vedde mai peggio;  e che quelle sue spallacce somigliano
    due arcioni d'un basto d'un asino;  e che le sue poppe e il  resto  di
    quei  muscoli  non  son  ritratti  da  un omo,  ma sono ritratti da un
    saccaccio pieno di poponi, che diritto sia messo,  appoggiato al muro.
    Cos le stiene paiono ritratte da un sacco pieno di zucche lunghe;  le
    due gambe e non si conosce in che modo le si sieno  appiccate  a  quel
    torsaccio;  perch  e' non si conosce in su qual gamba e' posa o in su
    quale e' fa qualche dimostrazione di forza;  n manco si vede  che  ei
    posi  in  su tutt'a dua,  s come e' s' usato alcune volte di fare da
    quei maestri che sanno qualche cosa;  ben si vede che la cade  innanzi
    pi  d'un  terzo di braccio: che questo solo si  'l maggiore e il pi
    incomportabile errore che faccino quei maestracci di  dozzina  plebe'.
    Delle  braccia  dicono che le son tutt'a dua gi distese senza nessuna
    grazia,  n vi si  vede  arte,  come  se  mai  voi  non  avessi  visto
    degl'ignudi  vivi,  e  che  la gamba dritta d'Ercole e quella di Cacco
    fanno ammezzo delle polpe delle gambe loro;  che  se  un  de'  dua  si
    scostassi  dall'altro,  non  tanto  l'uno  di  loro,  anzi  tutt'a dua
    resterebbono senza polpe da quella parte che ei si toccano;  e  dicono
    che  uno  dei piedi di Ercole si  sotterrato,  e che l'altro pare che
    gli abbia il fuoco sotto.

    71.  Questo uomo non potette stare alle mosse d'aver pazienza  che  io
    dicessi ancora i gran difetti di Cacco;  l'una si era che io dicevo 'l
    vero,  l'altra si era che io lo facevo conoscere chiaramente al Duca e
    agli  altri  che erano alla presenzia nostra,  che facevano i pi gran
    segni e atti di dimostrazione di maravigliarsi e allora conoscere  che
    io dicevo il verissimo. A un tratto quest'uomaccio disse:
    - Ahi cattiva linguaccia,  o dove lasci tu 'l mio disegno?  - Io dissi
    che chi disegnava bene e' non poteva  operar  mai  male  -  imper  io
    crederr che 'l tuo disegno sia come sono le opere -.
    Or, veduto quei visi ducali e gli altri, che con gli sguardi e con gli
    atti   lo  laceravano,   egli  si  lasci  vincere  troppo  dalla  sua
    insolenzia, e voltomisi con quel suo bruttissimo visaccio, a un tratto
    mi disse:
    - Oh sta' cheto, soddomitaccio -.
    Il Duca a quella parola serr le ciglia malamente inverso  di  lui,  e
    gli altri serrato le bocche e aggrottato gli occhi inverso di lui. Io,
    che mi senti' cos scelleratamente offendere, sforzato dal furore, e a
    un tratto, corsi al rimedio e dissi:
    -  O  pazzo,  tu  esci dei termini: ma Iddio 'l volessi che io sapessi
    fare una cos nobile arte,  perch e' si legge ch'e' l'us  Giove  con
    Ganimede in paradiso, e qui in terra e' la usano i maggiori imperatori
    e i pi gran re del mondo.  Io sono un basso e umile omicciattolo,  il
    quale n potrei n saprei impacciarmi d'una cos mirabil cosa -.
    A questo nessuno non potette esser tanto continente che 'l Duca e  gli
    altri  levorno  un rumore delle maggior risa che immaginar si possa al
    mondo.  E con tutto che io mi dimostrassi tanto  piacevole,  sappiate,
    benigni lettori, che dentro mi scoppiava
    'l  cuore,  considerato  che  uno,  'l  pi  sporco scellerato che mai
    nascessi al mondo,  fussi tanto ardito,  in presenza di un  cos  gran
    principe,  a  dirmi  una  tanta e tale ingiuria;  ma sappiate che egli
    ingiuri 'l Duca e non me; perch, se io fussi stato fuor di cos gran
    presenza,  io l'arei fatto cader morto.  Veduto questo sporco  ribaldo
    goffo  che  le  risa di quei Signori non cessavano,  ei cominci,  per
    divertirgli da tanta sua  beffe,  a  entrare  innun  nuovo  proposito,
    dicendo:
    - Questo Benvenuto si va vantando che io gli ho promesso un marmo -.
    A queste parole io subito dissi:
    -  Come!  non  m'hai tu mandato a dire per Francesco di Matteo fabbro,
    tuo garzone, che se io voglio lavorar di marmo,  che tu mi vuoi donare
    un marmo? E io l'ho accettato, e vo' lo -.
    Allora ei disse:
    - Oh fa' conto di noll'aver mai -.
    Subito io,  che ero ripieno di rabbia per le ingiuste ingiurie dettemi
    in prima,  smarrito dalla ragione e accecato della presenza del  Duca,
    con gran furore dissi:
    -  Io  ti dico espresso che se tu non mi mandi il marmo insino accasa,
    crcati di un altro mondo,  perch in questo io ti  sgonfier  a  ogni
    modo -.
    Subito  avvedutomi  che  io  ero  alla  presenza  d'un  s  gran Duca,
    umilmente mi volsi a Sua Eccellenzia, e dissi:
    - Signor mio, un pazzo ne fa cento; le pazzie di questo omo mi avevano
    fatto smarrire la gloria di  Vostra  Eccellenzia  illustrissima  e  me
    stesso; s che perdonatemi -.
    Allora il Duca disse al Bandinello:
    -  E'  egli  'l  vero  che tu gli abbia promesso 'l marmo?  - Il detto
    Bandinello disse che gli era il vero. Il Duca mi disse:
    - Va all'Opera, e to'tene uno a tuo modo -.
    Io dissi che ei me l'aveva promesso di mandarmelo a  casa.  Le  parole
    furno terribile;  e io innaltro modo nollo volevo. La mattina seguente
    e' mi fu portato un marmo accasa;  il quale  io  dimandai  chi  me  lo
    mandava:  e' dissono che e' me lo mandava 'l Bandinello,  e che quello
    si era 'l marmo che lui mi aveva promesso.

    72.   Subito  io  me  lo  feci  portare  in  bottega  e  cominciai   a
    scarpellarlo; e in mentre che io lavoravo, io facevo il modello: e gli
    era  tanta  la  voglia  che io avevo di lavorare di marmo,  che io non
    potevo aspettare di risolvermi a fare un modello con quel giudizio che
    si aspetta, a tale arte.  E perch io lo sentivo tutto crocchiare,  io
    mi penti' pi volte di averlo mai cominciato allavorare: pure ne cavai
    quel  che  io potetti,  che  l'Appollo e Iacinto,  che ancora si vede
    imprefetto in bottega mia.  E in mentre che io lo  lavoravo,  il  Duca
    veniva a casa mia, e molte volte mi disse:
    - Lascia stare un poco 'l bronzo e lavora un poco di marmo,  che io ti
    vegga -.
    Subito io pigliavo i ferri da marmo,  e lavoravo via  sicuramente.  Il
    Duca  mi  domandava del modello che io avevo fatto per il detto marmo;
    al quale io dissi:
    - Signore,  questo marmo si  tutto rotto,  ma assuo  dispetto  io  ne
    caver qualcosa; imper io non mi sono potuto risolvere al modello, ma
    io andr cos faccendo 'l meglio che io potr -.
    Con molta prestezza mi fece venire 'l Duca un pezzo di marmo greco, di
    Roma,  acci che io restaurassi il suo Ganimede antico,  qual fu causa
    della ditta quistione connil Bandinello. Venuto che fu 'l marmo greco,
    io considerai che gli era peccato a farne pezzi per farne la  testa  e
    le  braccia  ell'altre  cose  per  il Ganimede;  e mi providdi d'altro
    marmo, e a quel pezzo di marmo greco feci un piccol modellino di cera,
    al quale posi nome Narciso.  E perch questo marmo aveva dua buchi che
    andavano  affondo pi di un quarto di braccio e larghi dua buone dita,
    per questo feci l'attitudine che  si  vede,  per  difendermi  da  quei
    buchi,  di  modo  che io gli avevo cavati della mia figura.  Ma quelle
    tante decine d'anni che v'era piovuto s,  perch  e'  restava  sempre
    quei buchi pieni d'acqua,  la detta aveva penetrato tanto che il detto
    marmo si era debilitato;  e come marcio in quella parte  del  buco  di
    sopra;  e  si  dimostr  dappoi che e' venne quella gran piena d'acqua
    d'Arno,  la quale alz in bottega mia pi  d'un  braccio  e  mezzo.  E
    perch il detto Narciso era posato in su un quadro di legno,  la detta
    acqua gli fece dar la volta,  per la quale e' si roppe in su le poppe,
    e  io  lo  rappiccai;  e  perch  e  non  si  vedessi quel fesso della
    appiccatura,  io gli feci quella grillanda de' fiori che si  vede  che
    gli ha in sul petto;  e me l'andavo finendo accerte ore innanzi d,  o
    s veramente il giorno delle feste,  solo per non perdere tempo  dalla
    mia  opera  del  Perseo.  E  perch  una  mattina in fra l'altre io mi
    acconciavo certi scarpelletti per lavorarlo,  ed  e'  mi  schizz  una
    verza d'acciaio sottilissima nell'occhio dritto;  ed era tanto entrata
    dentro nella pupilla, che in modo nessuno la non si poteva cavare.  Io
    pensavo per certo di perdere la luce di quell'occhio.
    Io  chiamai  in  capo  di parecchi giorni maestro Raffaello de' Pilli,
    cerusico, il quale prese dua pipioni vivi, e faccendomi stare rovescio
    in su una tavola,  prese i detti pipioni e con un coltellino for loro
    una venuzza che gli hanno nell'alie, di modo che quel sangue mi colava
    dentro  innel  mio  occhio;  per  il  qual  sangue  subito  mi  senti'
    confortare e in ispazio di dua giorni usc la  verza  d'acciaio  e  io
    restai  libero  e migliorato della vista.  E venendo la festa di Santa
    Luscia,  alla quale eravamo presso a tre giorni,  io feci  uno  occhio
    d'oro  di uno scudo franzese,  e gnele feci presentare a una delle sei
    mie nipotine,  figliuole della Liperata  mia  sorella,  la  quale  era
    dell'et  di  dieci  anni  in circa,  e con essa io ringraziai Iddio e
    Santa Luscia;  e per un pezzo non volsi lavorare in sul detto Narciso,
    ma  tiravo  innanzi  il  Perseo colle sopra ditte difficult,  e m'ero
    disposto di finirlo e andarmi con Dio.

    73. Avendo gittata la Medusa, ed era venuta bene,  con grande speranza
    tiravo il mio Perseo a fine, che lo avevo di cera, e mi promettevo che
    cos  bene  e'  mi  verrebbe  di bronzo,  s come aveva fatto la detta
    Medusa.  E perch vedendolo di cera ben finito ei  si  mostrava  tanto
    bello, che (vedendolo il Duca aqquel modo e parendogli bello; o che e'
    fussi  stato  qualche uno che avessi dato a credere al Duca che ei non
    poteva venire cos  di  bronzo,  o  che  il  Duca  da  per  s  se  lo
    immaginassi;  e venendo pi spesso a casa che ei non soleva) una volta
    infra l'altre e' mi disse:
    - Benvenuto, questa figura non ti pu venire di bronzo,  perch l'arte
    non te lo promette -.
    A  queste  parole  di  Sua  Eccellenzia  io  mi  risenti' grandemente,
    dicendo:
    - Signore, io conosco che Vostra Eccellenzia illustrissima m'ha questa
    molta poca fede: e questo io credo che venga perch Vostra Eccellenzia
    illustrissima crede troppo a quei che le dicono tanto mal di me,  o s
    veramente lei non se ne intende -.
    Ei non mi lasci finire appena le parole che disse:
    - Io fo professione di intendermene, e me ne intendo benissimo -.
    Io subito risposi e dissi:
    - S,  come Signore,  e non come artista; perch se Vostra Eccellenzia
    illustrissima  se  ne  intendessi  innel  modo  che   lei   crede   di
    intendersene, lei mi crederrebbe mediante la bella testa di bronzo che
    io   l'ho   fatto,   cos  grande,   ritratto  di  Vostra  Eccellenzia
    illustrissima  che  s'   mandato   all'Elba,   e   mediante   l'avere
    restauratole  il  bel  Ganimede  di marmo con tanta strema difficult,
    dove io ho durato molta maggior fatica che se io lo avessi fatto tutto
    di nuovo;  e ancora per avere gittata la Medusa,  che pur si vede  qui
    alla presenza di Vostra Eccellenzia: un getto tanto difficile, dove io
    ho  fatto quello che mai nessuno altro uomo ha fatto innanzi a me,  di
    questa indiavolata arte. Vedete, Signor mio: io ho fatto la fornace di
    nuovo, a un modo diverso dagli altri;  perch io,  oltre a molte altre
    diversit  e virtuose iscienze che innessa si vede,  io l'ho fatto dua
    uscite per il bronzo, perch questa difficile e storta figura innaltro
    modo nonnera possibile che mai  la  venissi:  e  sol  per  queste  mie
    intelligenzie  l'  cos  ben  venuta,  la  qual cosa non credette mai
    nessuno di questi pratici di questa arte. E sappiate, Signor mio,  per
    certissimo, che tutte le grandi e difficilissime opere che io ho fatte
    in  Francia  sotto quel maravigliosissimo re Francesco,  tutte mi sono
    benissimo riuscite,  solo per il grande animo che sempre quel buon  Re
    mi  dava  con  quelle  gran  provvisione,  e  nel compiacermi di tanti
    lavoranti quanto io domandavo;  che gli era talvolta che io mi servivo
    di pi di quaranta lavoranti, tutti a mia scelta; e per queste cagioni
    io  vi  feci tanta quantit di opere in cos breve tempo.  Or,  Signor
    mio,  credetemi e soccorretemi degli aiuti che mi  fanno  di  bisogno,
    perch io spero di condurre a fine una opera che vi piacer; dove che,
    se  Vostra  Eccellenzia illustrissima mi avvilisce d'animo e non mi d
    gli aiuti che mi fanno di bisogno,  gli  impossibile  che  n  io  n
    qualsivoglia uomo mai al mondo possa fare cosa che bene stia.

    74. Con gran difficult stette il Duca a udire queste mie ragione, che
    or si volgeva innun verso e or innun altro; e io disperato, poverello,
    che mi ero ricordato del mio bello stato che io avevo in Francia, cos
    mi affliggevo. Subito il Duca disse:
    - Or dimmi, Benvenuto, come  egli possibile che quella bella testa di
    Medusa,  che    lass  innalto  in quella mano del Perseo,  mai possa
    venire? - Subito io dissi:
    - Or vedete,  Signor mio,  che  se  Vostra  Eccellenzia  illustrissima
    avessi  quella  cognizione  dell'arte,  che lei dice di avere,  la non
    arebbe paura di quella bella testa che lei dice,  che la non  venissi;
    ma  s bene arebbe ad aver paura di questo pi diritto,  il quale si 
    quaggi tanto discosto -.
    A queste mie parole il Duca mezzo adirato  subito  si  volse  a  certi
    Signori che erano con Sua Eccellenzia illustrissima e disse:
    -  Io  credo  che  questo  Benvenuto  lo  faccia  per  saccenteria  il
    contraporsi a ogni cosa - e subito voltomisi con mezzo  scherno,  dove
    tutti  quei che erano alla presenza facevano il simile,  e' cominci a
    dire:
    - Io voglio aver teco tanta pazienza di ascoltare che  ragione  tu  ti
    saprai immaginare di darmi, che io la creda -.
    Allora io dissi:
    -  Io  vi  dar  una tanto vera ragione che Vostra Eccellenzia ne sar
    capacissima - e cominciai:
    - Sappiate, Signore,  che la natura del fuoco si  di ire all'ins,  e
    per questo le prometto che quella testa di Medusa verr benissimo;  ma
    perch la natura del fuoco nonn' l'andare all'ingi, e per avervelo a
    spignere sei braccia ingi per forza d'arte,  per questa viva  ragione
    io  dico  a Vostra Eccellenzia illustrissima che gli  impossibile che
    quel piede venga; ma ei mi sar facile a rifarlo - . Disse 'l Duca:
    - O perch non pensavi tu che quel piede venissi innel modo che tu di'
    che verr la testa? - Io dissi:
    - E' bisognava fare molto maggiore la fornace,  dove  io  arei  potuto
    fare  un  ramo  di gitto,  grosso quanto io ho la gamba,  e con quella
    gravezza di metallo caldo per forza ve l'arei fatto  andare,  dove  il
    mio  ramo,  che  va  insino  a'  piedi quelle sei braccia che io dico,
    nonn' grosso pi che dua dita.  Imper e' non portava 'l pregio;  ch
    facilmente  si  racconcer.  Ma quando la mia forma sar pi che mezza
    piena,  s come io spero,  da quel mezzo in su,  il  fuoco  che  monta
    sicondo  la  natura sua,  questa testa di Perseo e quella della Medusa
    verranno benissimo: s che statene certissimo -.
    Detto che io gli  ebbi  queste  mie  belle  ragioni  con  molte  altre
    infinite,  che per nonnessere troppo lungo io non ne scrivo,  il Duca,
    scotendo il capo, si and con Dio.

    75. Fattomi da per me stesso sicurt di buono animo, e scacciato tutti
    quei pensieri che di ora innora mi si rappresentavano innanzi (i quali
    mi facevano spesso amaramente piangere con el pentirmi  della  partita
    mia di Francia,  per essere venuto afFirenze,  patria mia dolce,  solo
    per fare una lemosina alle ditte sei mia nipotine,  e per  cos  fatto
    bene vedevo che mi mostrava prencipio di tanto male), con tutto questo
    io  certamente mi promettevo che,  finendo la mia cominciata opera del
    Perseo,  che tutti i mia travagli si doverriano  convertire  in  sommo
    piacere  e glorioso bene.  E cos ripreso 'l vigore,  con tutte le mie
    forze,  e del corpo e della borsa,  con tutto che pochi dinari  e'  mi
    fussi  restati,  cominciai a procacciarmi di parecchi cataste di legni
    di pino,  le quali ebbi dalla pineta de'  Seristori,  vicino  a  Monte
    Lupo;  e  in  mentre  che io l'aspettavo,  io vestivo il mio Perseo di
    quelle terre che io avevo acconce parecchi mesi in  prima,  acci  che
    l'avessino  la  loro  stagione.  E  fatto che io ebbi la sua tonaca di
    terra,  che tonaca si dimanda  innell'arte,  e  benissimo  armatola  e
    ricinta con gran diligenzia di ferramenti, cominciai con lente fuoco a
    trarne  la  cera,  la  quali  usciva  per molti sfiatatoi che io avevo
    fatti,  che quanti pi se ne fa,  tanto meglio si empie  le  forme.  E
    finito che io ebbi di cavar la cera, io feci una manica intorno al mio
    Perseo,  cio  alla  detta  forma,  di  mattoni,  tessendo l'uno sopra
    l'altro,  e lasciavo di molti spazi,  dove  'l  fuoco  potessi  meglio
    esalare:  dipoi vi cominciai a mettere delle legne cos pianamente,  e
    gli feci fuoco dua  giorni  e  dua  notte  continuamente;  tanto  che,
    cavatone tutta la cera, e dappoi s'era benissimo cotta la detta forma,
    subito  cominciai  a votar la fossa per sotterrarvi la mia forma,  con
    tutti quei bei modi che la bella arte ci comanda. Quand'io ebbi finito
    di votar la detta fossa,  allora io presi la mia forma,  e  con  virt
    d'argani e di buoni canapi diligentemente la dirizzai;  e sospesala un
    braccio sopra 'l piano della mia fornace, avendola benissimo dirizzata
    di sorte che la si spenzolava appunto nel mezzo della sua fossa,  pian
    piano  la  feci discendere in sino nel fondo della fornace,  e si pos
    con tutte quelle diligenzie che immaginar si possano al mondo. E fatto
    che io ebbi  questa  bella  fatica,  cominciai  a  incalzarla  con  la
    medesima  terra  che  io ne avevo cavata;  e di mano in mano che io vi
    alzavo la terra, vi mettevo i sua sfiatatoi,  i quali erano cannoncini
    di  terra  cotta  che  si adoperano per gli acquai e altre simil cose.
    Come che  io  vidi  d'averla  benissimo  ferma  e  che  quel  modo  di
    incalzarla con el metter quei doccioni bene ai sua luoghi,  e che quei
    mia lavoranti avevano bene inteso il modo mio,  il quale si era  molto
    diverso  da  tutti gli altri maestri di tal professione;  assicuratomi
    che io mi potevo fidare di loro,  io mi volsi  alla  mia  fornace,  la
    quale  avevo  fatta empiere di molti masselli di rame e altri pezzi di
    bronzi; e accomodatigli l'uno sopra l'altro in quel modo che l'arte ci
    mostra, cio sollevati, faccendo la via alle fiamme del fuoco,  perch
    pi presto il detto metallo piglia il suo calore e con quello si fonde
    e  riducesi  in bagno,  cos animosamente dissi che dessino fuoco alla
    detta fornace. E mettendo di quelle legne di pino, le quali per quella
    untuosit della ragia che fa 'l pino,  e per essere tanto ben fatta la
    mia  fornacetta,  ella  lavorava  tanto  bene,  che io fui necessitato
    assoccorrere ora da una parte e ora da un'altra con tanta fatica,  che
    la m'era insopportabile; e pure io mi sforzavo.
    E  di  pi  mi  sopragiunse  ch'  e' s'appicc fuoco nella bottega,  e
    avevamo paura che 'l tetto non ci cadessi addosso; dall'altra parte di
    verso l'orto il cielo mi  spigneva  tant'acqua  e  vento,  che  e'  mi
    freddava  la  fornace.  Cos combattendo con questi perversi accidenti
    parecchi ore,  sforzandomi la fatica tanto di pi  che  la  mia  forte
    valitudine  di complessione non potette resistere,  di sorte che e' mi
    salt una febbre efimera addosso,  la maggiore che immaginar si  possa
    al  mondo,  per  la  qual  cosa  io fui sforzato andarmi a gittare nel
    letto.  E cos molto mal contento,  bisognandomi per forza andare,  mi
    volsi a tutti quegli che mi aiutavano,  i quali erano in circa a dieci
    o pi,  infra maestri di fonder bronzo e manovali e  contadini  e  mia
    lavoranti particulari di bottega;  infra e' quali si era un Bernardino
    Mannellini di Mugello,  che io m'avevo allevato parecchi  anni;  e  al
    detto dissi, dappoi che mi ero raccomandato a tutti:
    - Vedi,  Bernardino mio caro,  osserva l'ordine che io ti ho mostro, e
    fa presto quanto tu puoi,  perch il metallo sar presto in ordino: tu
    non  puoi  errare,  e  questi  altri  uomini  dabbene faranno presto i
    canali,  e sicuramente potrete con questi dua mandriani dare nelle due
    spine,  e  io  son certo che la mia forma si empier benissimo.  Io mi
    sento 'l maggior male che io mi sentissi mai da poi che  io  venni  al
    mondo, e credo certo che in poche ore questo gran male m'ar morto -.
    Cos molto mal contento mi parti' da loro, e me n'andai alletto.

    76.  Messo  che  io  mi  fui  nel  letto,  comandai alle mie serve che
    portassino in bottega da mangiare e dabbere attutti; e dicevo loro:
    - Io non sar mai vivo domattina -.
    Loro mi  davano  pure  animo,  dicendomi  che  'l  mio  gran  male  si
    passerebbe,  e  che  e'  mi  era  venuto  per  la troppa fatica.  Cos
    soprastato dua ore con questo  gran  combattimento  di  febbre;  e  di
    continuo  io  me  la sentivo crescete,  e sempre dicendo - Io mi sento
    morire - la mia serva,  che governava tutta la casa,  che  aveva  nome
    monna  Fiore  di  Castel  del Rio: questa donna era la pi valente che
    nascessi mai e altanto la pi amorevole,  e di continuo  mi  sgridava,
    che  io  mi  ero sbigottito,  e dall'altra banda mi faceva le maggiore
    amorevolezze di servit  che  mai  far  si  possa  al  mondo.  Imper,
    vedendomi con cos smisurato male e tanto sbigottito, con tutto il suo
    bravo  cuore  lei non si poteva tenere che qualche quantit di lacrime
    non gli cadessi dagli occhi;  e pure lei quanto poteva  si  riguardava
    che io non le vedessi.  Stando in queste smisurate tribulazione, io mi
    veggo entrare in camera un certo omo,  il quale nella sua  persona  ei
    mostrava  d'essere  storto come una esse maiuscola;  e cominci a dire
    con un certo suon di voce mesto,  afflitto,  come coloro che danno  il
    commandamento  dell'anima  a  quei  che hanno a 'ndare a giostizia,  e
    disse:
    - O Benvenuto! la vostra opera si  guasta,  e non ci  pi un rimedio
    al mondo -.
    Subito  che  io senti' le parole di quello sciagurato,  messi un grido
    tanto smisurato,  che si  sarebbe  sentito  dal  cielo  del  fuoco;  e
    sollevatomi  del letto presi li mia panni e mi cominciai a vestire;  e
    le serve e 'l mio ragazzo e ognuno che mi si accostava  per  aiutarmi,
    attutti io davo o calci o pugna, e mi lamentavo dicendo:
    - Ahi traditori, invidiosi! Questo si  un tradimento fatto a arte; ma
    io  giuro per Dio che benissimo i' lo conoscer e innanzi che io muoia
    lascer di me un tal  saggio  al  mondo,  che  pi  d'uno  ne  rester
    maravigliato -.
    Essendomi  finito  di  vestire,  mi  avviai  con cattivo animo inverso
    bottega,  dove io viddi tutte quelle gente,  che  con  tanta  baldanza
    avevo  lasciate,  tutti  stavano attoniti e sbigottiti.  Cominciai,  e
    dissi:
    - Ors intendetemi,  e dappoi che voi non  avete  o  saputo  o  voluto
    ubbidire al modo che io v'insegnai, ubbiditemi ora che io sono con voi
    alla presenza dell'opera mia; e non sia nessuno che mi si contraponga,
    perch questi cotai casi hanno bisogno di aiuto e non consiglio -.
    A  queste  mie  parole  e'  mi  rispose  un  certo  maestro Alessandro
    Lastricati e disse:
    - Vedete,  Benvenuto,  voi vi volete mettere a fare  una  impresa,  la
    quale mai nollo promette l'arte, n si pu fare in modo nissuno -.
    A  queste parole io mi volsi con tanto furore e resoluto al male,  che
    ei e tutti gli altri, tutti a una voce dissono:
    - S,  comandate,  che tutti vi aiuteremo tanto quanto voi ci  potrete
    comandare, in quanto si potr resistere con la vita -.
    E  queste amorevol parole io mi penso che ei le dicessino pensando che
    io dovessi poco soprastare a cascar morto.  Subito andai a  vedere  la
    fornace,  e  viddi tutto rappreso il metallo,  la qual cosa si domanda
    l'essersi fatto un migliaccio. Io dissi a dua manovali,  che andassino
    al dirimpetto,  in casa 'l Capretta beccaio,  per una catasta di legne
    di quercioli giovani,  che erano secchi di pi di uno anno,  le  quali
    legne madonna Ginevra,  moglie del detto Capretta, me l'aveva offerte;
    e venute  che  furno  le  prime  bracciate,  cominciai  a  impiere  la
    braciaiuola.  E  perch  la quercia di quella sorte fa 'l pi vigoroso
    fuoco che tutte l'altre sorte di legne,  avvenga  che  e'  si  adopera
    legne  di  ontano  o  di pino per fondere per l'artiglierie,  perch 
    fuoco dolce;  oh  quando  quel  migliaccio  cominci  a  sentire  quel
    terribil fuoco,  ei si cominci a schiarire, e lampeggiava. Dall'altra
    banda sollecitavo i canali, e altri avevo mandato sul tetto arriparare
    al fuoco,  il quale  per  la  maggior  forza  di  quel  fuoco  si  era
    maggiormente  appiccato;  e  di verso l'orto avevo fatto rizzare certe
    tavole e altri tappeti e pannacci, che mi riparavano all'acqua.

    77. Di poi che io ebbi dato il rimedio attutti questi gran furori, con
    voce grandissima dicevo ora a questo e ora a quello:
    - Porta qua, leva l - di modo che,  veduto che 'l detto migliaccio si
    cominciava  a  liquefare,  tutta  quella  brigata  con tanta voglia mi
    ubbidiva che ogniuno faceva per tre.  Allora io feci pigliare un mezzo
    pane di stagno,  il quale pesava in circa a 60 libbre,  e lo gittai in
    sul migliaccio dentro alla fornace,  il quale,  cone gli altri aiuti e
    di  legne  e  di  stuzzicare  or co' ferri e or cone stanghe,  in poco
    spazio di tempo e' divenne liquido.  Or veduto di avere risuscitato un
    morto,  contro al credere di tutti quegli ignoranti, e' mi torn tanto
    vigore che io non mi avvedevo se io avevo pi febbre o  pi  paura  di
    morte.  Innun  tratto  ei  si  sente  un  romore con un lampo di fuoco
    grandissimo,  che parve propio che una saetta si  fussi  creata  quivi
    alla  presenza nostra;  per la quale insolita spaventosa paura ogniuno
    s'era sbigottito,  e io pi degli altri.  Passato che fu  quel  grande
    romore  e  splendore,  noi  ci  cominciammo  a  rivedere  in viso l'un
    l'altro; e veduto che 'l coperchio della fornace si era scoppiato e si
    era sollevato di modo che 'l bronzo si versava,  subito feci aprire le
    bocche  della mia forma e nel medesimo tempo feci dare alle due spine.
    E veduto che 'l metallo non correva con quella prestezza ch'ei  soleva
    fare,  conosciuto che la causa forse era per essersi consumata la lega
    per virt di quel terribil fuoco,  io feci pigliare tutti i mia piatti
    e  scodelle e tondi di stagno,  i quali erano in circa a dugento,  e a
    uno a uno io gli mettevo dinanzi  ai  mia  canali,  e  parte  ne  feci
    gittare drento nella fornace;  di modo che,  veduto ogniuno che 'l mio
    bronzo s'era benissimo fatto liquido,  e che la mia forma si  empieva,
    tutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or
    l comandavo, aiutavo e dicevo:
    -  O  Dio,  che  con le tue immense virt risuscitasti da e' morti,  e
    glorioso te ne salisti al cielo! - di modo che innun tratto e' s'empi
    la mia forma;  per la qual cosa io m'inginochiai e con tutto 'l  cuore
    ne  ringraziai  Iddio;  dipoi  mi volsi a un piatto d'insalata che era
    quivi in sur un banchettaccio,  e con grande appetito mangiai e  bevvi
    insieme  con  tutta  quella  brigata;  dipoi me n'andai nel letto sano
    ellieto,  perch gli era due ore innanzi il giorno;  e come se mai  io
    non avessi ato un male al mondo,  cos dolcemente mi riposavo. Quella
    mia buona serva,  senza che io le dicessi nulla,  mi  aveva  provvisto
    d'un  grasso capponcello;  di modo che,  quando io mi levai del letto,
    che  era  vicino  all'ora  del  desinare,   la  mi  si  fece  incontro
    lietamente, dicendo:
    - Oh,   questo uomo quello che si sentiva morire? Io credo che quelle
    pugna e calci che voi davi annoi stanotte passata, quando voi eri cos
    infuriato,  che con quel diabolico furore che  voi  mostravi  d'avere,
    quella  vostra  tanto  smisurata febbre,  forse spaventata che voi non
    dessi ancora allei, si cacci a fuggire -.
    E cos tutta la mia povera famigliuola, rimossa da tanto spavento e da
    tante smisurate fatiche,  innun tratto  si  mand  a  ricomperare,  in
    cambio di quei piatti e scodelle di stagno,  tante stoviglie di terra,
    e tutti lietamente desinammo,  che mai non mi ricordo in tempo di  mia
    vita n desinare con maggior letizia n con migliore appetito. Dopo 'l
    desinare  mi vennono a trovare tutti quegli che mi avevano aiutato,  i
    quali lietamente si rallegravano, ringraziando Iddio di tutto quel che
    era occorso,  e dicevano che avevano imparato e veduto fare  cose,  le
    quali era dagli altri maestri tenute impossibili.  Ancora io, alquanto
    baldanzoso,  parendomi d'essere un poco saccente,  me ne  gloriavo;  e
    messomi mano alla mia borsa,  tutti pagai e contentai.  Quel mal uomo,
    nimico mio mortale, di messer Pierfrancesco Ricci, maiordomo del Duca,
    con gran diligenzia cercava di intendere come la cosa si era  passata;
    di  modo  che quei dua,  di chi io avevo ato sospetto che mi avessino
    fatto fare quel migliaccio, gli dissono che io nonnero uno uomo,  anzi
    ero uno spresso gran diavolo,  perch io avevo fatto quello che l'arte
    nollo poteva fare;  con tante altre gran cose,  le quali sarieno state
    troppe a un diavolo.  S come lor dicevano molto pi di quello che era
    seguito, forse per loro scusa, il detto maiordomo lo scrisse subito al
    Duca, il quale era a Pisa, ancora pi terribilmente e piene di maggior
    maraviglie che coloro non gli avevano detto.

    78.  Lasciato che io ebbi dua giorni freddare la  mia  gittata  opera,
    cominciai a scoprirla pian piano;  e trovai,  la prima cosa,  la testa
    della Medusa,  che era venuta benissimo per virt degli sfiatatoi,  s
    come  io  dissi  al  Duca  che  la  natura  del  fuoco si era l'andare
    all'ins;  di poi seguitai di scoprire  il  resto,  e  trovai  l'altra
    testa,  cio quella del Perseo, che era venuta similmente benissimo; e
    questa mi dette molto pi di meraviglia,  perch s come e'  si  vede,
    l' pi bassa assai bene di quella della Medusa.
    E  perch  le  bocche  di detta opera si erano poste nel disopra della
    testa del Perseo e per le spalle,  io trovai che alla fine della detta
    testa  del  Perseo si era appunto finito tutto 'l bronzo che era nella
    mia fornace. E fu cosa maravigliosa,  che e' non avanz punto di bocca
    di  getto,  n  manco  non  manc  nulla;  che  questo  mi dette tanta
    maraviglia,  che  e'  parve  propio  che  la  fussi  cosa  miracolosa,
    veramente guidata e maneggiata da Iddio. Tiravo felicemente innanzi di
    finire di scoprirla,  e sempre trovavo ogni cosa venuto benissimo,  in
    sino a tanto che e s'ariv al piede della gamba diritta che posa, dove
    io trovai venuto il calcagno; e andando innanzi,  vedevol essere tutto
    pieno,  di  modo  che io da una banda molto mi ralegravo e da un'altra
    parte mezzo e' m'era discaro, solo perch io avevo detto al Duca,  che
    e' non poteva venire. Di modo che finendolo di scoprire, trovai che le
    dita  non  erano venute,  di detto piede,  e non tanto le dita,  ma e'
    mancava sopra le dita un pochetto,  attale che  gli  era  quasi  manco
    mezzo;  e  se  bene e' mi crebbe quel poco di fatica,  io l'ebbi molto
    caro, solo per mostrare al Duca che io intendevo quello che io facevo.
    E se bene gli era venuto molto pi di quel piede che io  non  credevo,
    e'  n'era  stato  causa  che  per  i  detti tanti diversi accidenti il
    metallo si era pi caldo,  che  non  promette  l'ordine  dell'arte;  e
    ancora  per averlo ato assoccorrerlo con la lega in quel modo che s'
    detto,  con quei piatti di stagno,  cosa che mai  per  altri  non  s'
    usata.  Or  veduta l'opera mia tanto bene venuta,  subito me n'andai a
    Pisa a trovare il mio Duca;  il quale mi  fece  una  tanto  gratissima
    accoglienza,  quanto immaginar si possa al mondo;  e il simile mi fece
    la Duchessa;  e se bene quel lor  maiordomo  gli  aveva  avvisati  del
    tutto,  ei  parve  alloro  Eccellenzie  altra  cosa pi stupenda e pi
    meravigliosa il sentirla contare a mme in voce;  e quando io  venni  a
    quel  piede  del  Perseo,  che  non  era  venuto,  s come io ne avevo
    avvisato in prima Sua Eccellenzia illustrissima,  io lo viddi  empiere
    di  meraviglia,  e  lo  contava alla Duchessa,  si come io gnel' avevo
    detto innanzi.  Ora veduto quei mia Signori tanto piacevoli inverso di
    me,  allora io pregai il Duca,  che mi lasciassi andare insino a Roma.
    Cos benignamente mi dette licenzia, e mi disse che io tornassi presto
    affinire  'l  suo  Perseo,   e  mi  fece  lettere  di  favore  al  suo
    imbasciadore, il quale era Averardo Serristori: ed erano li primi anni
    di papa Iulio de' Monti.

    79.  Innanzi  che  io  mi partissi,  detti ordine ai mia lavoranti che
    seguitassino sicondo 'l modo che io avevo lor  mostro.  E  la  cagione
    perch  io  andai si fu che avendo fatto a Bindo d'Antonio Altoviti un
    ritratto della sua testa, grande quanto 'l propio vivo,  di bronzo,  e
    gnel'avevo  mandato  insino  a Roma,  questo suo ritratto egli l'aveva
    messo innun suo scrittoio,  il quale era molto  riccamente  ornato  di
    anticaglie e altre belle cose; ma il detto scrittoio nonnera fatto per
    sculture,  n manco per pitture,  perch le finestre venivano sotto le
    dette belle opere, di sorte che, per avere quelle sculture e pitture i
    lumi al contrario,  le non  mostravano  bene,  in  quel  modo  che  le
    arebbono fatto se le avessino ato i loro ragionevoli lumi.  Un giorno
    si abbatt 'l detto Bindo a essere in su  la  sua  porta,  e  passando
    Michelagnolo  Buonaroti,  scultore,  ei  lo  preg  che si degnassi di
    entrare in casa sua a vedere un suo scrittoio; e cos lo men.  Subito
    entrato, e veduto, disse:
    -  Chi    stato  questo  maestro che v'ha ritratto cos bene e con s
    bella maniera?  E sappiate che quella testa mi piace  come,  e  meglio
    qualcosa che si faccino quelle antiche;  e pur le sono delle buone che
    di loro si veggono; e se queste finestre fussino lor di sopra, come le
    son lor di sotto,  le  mostrerrieno  tanto  meglio,  che  quel  vostro
    ritratto infra queste tante belle opere si farebbe un grande onore -.
    Subito partito che 'l detto Michelagnolo si fu di casa 'l detto Bindo,
    ei   mi   scrisse   una   piacevolissima   lettera   la  quale  diceva
    cos:"Benvenuto mio,  io v'ho conosciuto tanti anni  per  il  maggiore
    orefice che mai ci sia stato notizia;  e ora vi conoscer per scultore
    simile.  Sappiate che messer Bindo Altoviti mi men a vedere una testa
    del suo ritratto,  di bronzo,  e mi disse che l'era di vostra mano; io
    n'ebbi molto piacere;  ma e' mi seppe molto male  che  l'era  messa  a
    cattivo  lume,   che  se  l'avessi  il  suo  ragionevol  lume,  la  si
    mostrerrebbe quella bella opera che l'".  Questa lettera si era piena
    delle  pi  amorevol  parole e delle pi favorevole inverso di me: che
    innanzi che io mi partissi per andare  a  Roma,  l'avevo  mostrata  al
    Duca, il quale la lesse con molta affezione, e mi disse:
    - Benvenuto, se tu gli scrivi e faccendogli venir voglia di tornarsene
    a Firenze, io lo farei de' Quarantotto -.
    Cos io gli scrissi una lettera tanta amorevole,  e innessa gli dicevo
    da parte del Duca pi l'un cento  di  quello  che  io  avevo  ato  la
    commessione;  e per non voler fare errore, la mostrai al Duca in prima
    che io la suggellassi, e dissi a Sua Eccellenzia illustrissima:
    - Signore, io ho forse promessogli troppo -.
    Ei rispose e disse:
    - E' merita pi di quello che tu gli hai promesso, e io gliele atterr
    da vantaggio -.
    A quella mia lettera Michelagnolo non fece mai risposta,  per la  qual
    cosa il Duca mi si mostr molto sdegnato seco.

    80.  Ora, giunto che io fui a Roma, andai alloggiare in casa del detto
    Bindo Altoviti: ei subito mi  disse  come  gli  aveva  mostro  'l  suo
    ritratto  di  bronzo  a Michelagnolo,  e che ei lo aveva tanto lodato;
    cos di questo noi ragionammo molto allungo.
    Ma perch gli aveva in mano di mio mille dugento scudi d'oro innoro, i
    quali il detto Bindo me  gli  aveva  tenuti  insieme  di  cinque  mila
    simili,  che lui ne aveva prestati al Duca,  che quattro mila ve n'era
    de' sua e in nome suo v'era li mia,  e' me ne dava  quel  utile  della
    parte  mia che e' mi si preveniva;  qual fu la causa che io mi messi a
    fargli il detto ritratto.  E perch quando 'l detto Bindo lo  vide  di
    cera,  ei  mi  mand  a  donare  50scudi d'oro per un suo ser Giuliano
    Paccalli notai',  che stava seco,  i quali dinari  io  non  gli  volsi
    pigliare  e  per il medesimo gliele rimandai,  e di poi dissi al detto
    Bindo:
    - A me basta che quei mia dinari voi me gli tegniate vivi; e che e' mi
    guadagnino qualche cosa - io mi avvidi che gli  aveva  cattivo  animo,
    perch in cambio di farmi carezze,  come gli era solito di farmi, egli
    mi si mostr rigido; e con tutto che ei mi tenessi in casa, mai non mi
    si mostr chiaro,  anzi stava ingrognato.  Pure con  poche  parole  la
    risolvemmo:  io  mi  persi  la  mia  fattura di quel suo ritratto e il
    bronzo ancora, e ci convenimmo che quei mia dinari e' gli tenessi a 15
    per cento a vita mia durante naturale.

    81.  In prima ero ito a baciare i piedi al Papa;  e in mentre  che  io
    ragionavo col Papa,  sopra giunse messer Averardo Serristori, il quale
    era imbasciadore del nostro  Duca;  e  perch  io  avevo  mossi  certi
    ragionamenti  con  el  Papa,  con  e' quali io credo che facilmente mi
    sarei convenuto seco e volentieri mi sarei tornato a Roma per le  gran
    difficult  che  io  avevo  a Firenze;  ma 'l detto imbasciatore io mi
    avvidi che egli aveva operato in contrario.
    Andai a trovare Michelagnolo Buonaroti e gli replicai  quella  lettera
    che di Firenze io gli avevo scritto da parte del Duca.
    Egli  mi rispose che era impiegato nella fabbrica di San Piero,  e che
    per cotal causa ei non si poteva partire. Allora io gli dissi,  che da
    poi che e' s'era resoluto al modello di detta fabbrica,  che ei poteva
    lasciare il suo Urbino,  il quale ubbidirebbe benissimo quando lui gli
    ordinassi;  e  aggiunsi molte altre parole di promesse;  dicendogliele
    dapparte del Duca. Egli subito mi guard fiso, e sogghignando disse:
    - E voi come state contento  seco?  -  Se  bene  io  dissi  che  stavo
    contentissimo,  e che io ero molto ben tratto,  ei mostr di sapere la
    maggior parte dei mia dispiaceri;  e cos mi rispose  ch'egli  sarebbe
    difficile il potersi partire.
    Allora io aggiunsi che ci farebbe 'l meglio a tornare alla sua patria,
    la  quale  era  governata  da  un Signore giustissimo e il pi amatore
    delle virtute che mai altro Signore che mai nascessi al mondo. S come
    di sopra ho detto,  gli aveva seco un suo garzone,  che era da Urbino,
    il  quale  era  stato  seco  di  molti  anni e lo aveva servito pi di
    ragazzo e di serva che d'altro: e il perch si vedeva,  che  'l  detto
    non  aveva  imparato  nulla  dell'arte;  e  perch  io  avevo  stretto
    Michelagnolo con tante buone ragione,  che e'  non  sapeva  che  dirsi
    subito,  ei  si volse al suo Urbino con un modo di domandarlo quel che
    gnele pareva.  Questo suo Urbino subito,  con un suo villanesco  modo,
    co' molta gran voce cos disse:
    - Io non mi voglio mai spiccare dal mio messer Michelagnolo,  insino o
    che io scorticher lui o che lui scorticher me -.
    A queste sciocche parole io fui sforzato  a  ridere,  e  senza  dirgli
    addio, colle spalle basse mi volsi, e parti' mi.

    82.  Da  poi  che  cos  male io avevo fatto la mia faccenda con Bindo
    Altoviti, col perdere la mia testa di bronzo e 'l dargli li mia danari
    a vita mia, io fui chiaro di che sorte si  la fede dei mercatanti,  e
    cos malcontento me ne ritornai a Firenze.  Subito andai a Palazzo per
    visitare il Duca;  e Sua Eccellenzia illustrissima si era a  Castello,
    sopra  'l  Ponte  a  Rifredi.  Trovai  in Palazzo messer Pierfrancesco
    Ricci,  maiordomo,  e volendomi accostare al detto per fare  le  usate
    cerimonie, subito con una smisurata maraviglia disse:
    - Oh tu sei tornato!  - e colla medesima maraviglia, battendo le mani,
    disse:
    - Il Duca  a Castello - e voltomi le spalle si part.  Io non  potevo
    n  sapere  n  immaginare il perch quella bestia si aveva fatto quei
    cotai atti.  Subito me n'andai a Castello,  ed entrato  nel  giardino,
    dove era 'l Duca,  io lo vidi di discosto, che quando ei mi vide, fece
    segno di meravigliarsi, e mi fece intendere che io me n'andassi.
    Io che mi ero promesso che Sua  Eccellenzia  mi  facessi  le  medesime
    carezze  e maggiore ancora che ei mi fece quando io andai,  or vedendo
    una tanta stravaganza,  molto malcontento mi  ritornai  a  Firenze;  e
    riprese  le mie faccende,  sollicitando di tirare a fine la mia opera,
    non mi potevo immaginare un tale accidente da quello che e' si potessi
    procedere: se non che osservando in che modo mi guardava messer Sforza
    e certi altri di quei pi stretti al  Duca,  e'  mi  venne  voglia  di
    domandare  messer  Sforza  che cosa voleva dire questo;  il quale cos
    sorridendo, disse:
    - Benvenuto, attendete a essere uomo dabbene,  e non vi curate d'altro
    -.
    Pochi giorni appresso mi fu dato comodit che io parlai al Duca, ed ei
    mi  fece  certe  carezze  torbide  e mi domand quello che si faceva a
    Roma: cos 'l meglio che io seppi appiccai ragionamento,  e gli  dissi
    della  testa che io avevo fatta di bronzo a Bindo Altoviti,  con tutto
    quel che era seguito.  Io mi avvidi che gli  stava  a  'scoltarmi  con
    grande attenzione: e gli dissi similmente di Michelagnolo Buonaroti il
    tutto. Il quale mostr alquanto sdegno; e delle parole del suo Urbino,
    di  quello 'scorticamento che gli aveva detto,  forte se ne rise;  poi
    disse:
    - Suo danno - e io  mi  parti'.  Certo  che  quel  ser  Pierfrancesco,
    maiordomo, doveva aver fatto qualche male uffizio contra di me cone il
    Duca,  il  quale  non  gli  riusc:  che Iddio amatore della verit mi
    difese,  s come sempre insino a questa mia  et  di  tanti  smisurati
    pericoli  e' m'ha scampato,  e spero che mi scamper insino al fine di
    questa mia, se bene travagliata,  vita;  pure vo innanzi,  sol per sua
    virt,  animosamente,  n  mi  spaventa  nissun furore di fortuna o di
    perverse stelle: sol mi mantenga Iddio nella sua grazia.

    83. Or senti un terribile accidente, piacevolissimo lettore.
    Con quanta sollicitudine io sapevo e potevo, attendevo a dar fine alla
    mia opera,  e la sera me n'andavo a veglia nella guardaroba del  Duca,
    aiutando  a  quegli  orefici  che  vi  lavoravano  per Sua Eccellenzia
    illustrissima;  ch la maggior parte di quelle opere che lor  facevano
    si  erano  sotto  i  mia  disegni:  e  perch io vedevo che 'l Duca ne
    pigliava molto piacere,  s del vedere lavorare come  del  confabulare
    meco,  ancora  e'  mi  veniva  a  proposito lo andarvi alcune volte di
    giorno. Essendo un giorno in fra gli altri nella detta guardaroba,  il
    Duca  venne  al  suo  solito  e  pi  volentieri  assai,   saputo  Sua
    Eccellenzia illustrissima che  io  v'ero;  e  subito  giunto  cominci
    arragionar  meco  di  molte  diverse  e piacevolissime cose,  e io gli
    rispondevo approposito,  e lo avevo di modo invaghito,  che ei  mi  si
    mostr  pi  piacevole  che  mai ei mi si fussi mostro per il passato.
    Innun tratto e' comparve un dei  sua  segretarii,  il  quale  parlando
    all'orecchio  di  Sua  Eccellenzia  per  esser  forse  cosa  di  molta
    importanza, subito il Duca si rizz e andossene innun'altra stanza con
    el detto segretario.  E perch la Duchessa aveva mandato a vedere quel
    che  faceva  Sua  Eccellenzia  illustrissima,  disse  il  paggio  alla
    Duchessa:
    - Il Duca ragiona e ride con Benvenuto, ed  tutto in buona -.
    Inteso questo,  la Duchessa  subito  venne  in  guardaroba  e  non  vi
    trovando 'l Duca, si messe a sedere appresso a noi; e veduto che la ci
    ebbe  un  pezzo  lavorare,  con  gran  piacevolezza si volse a me e mi
    mostr un vezzo di perle grosse, e veramente rarissime, e domandandomi
    quello che e' me ne pareva,  io le dissi che gli era cosa molto bella.
    Allora Sua Eccellenzia illustrissima mi disse:
    - Io voglio che il Duca me lo comperi;  s che,  Benvenuto mio, lodalo
    al Duca quanto tu sai e puoi al mondo -.
    A queste parole io,  con quanta reverenzia  seppi,  mi  scopersi  alla
    Duchessa, e dissi:
    - Signora mia, io mi pensavo che questo vezzo di perle fussi di Vostra
    Eccellenzia  illustrissima;  e  perch  la ragione non vuole che e' si
    dica mai nessuna di quelle cose che saputo  el  nonnessere  di  Vostra
    Eccellenzia illustrissima ei mi occorre dire, anzi e' m' di necessit
    il dirle; sappi Vostra Eccellenzia illustrissima che, per essere molto
    mia professione, io conosco in queste perle di moltissimi difetti, per
    i  quali  gi mai vi consiglierei che Vostra Eccellenzia lo comperassi
    -.
    A queste mie parole lei disse:
    - Il mercatante me lo d per sei mila scudi:  che  se  e'  non  avessi
    qualcuno di quei difettuzzi, e' ne varrebbe pi di dodici mila -.
    Allora io dissi,  che quando quel vezzo fussi di tutta infinita bont,
    che io non consiglierei mai persona  che  aggiugnessi  a  cinque  mila
    scudi;  perch le perle non sono gioie; le perle sono un osso di pesce
    e in ispazio di tempo le vengono manco;  ma i diamanti,  e i rubini  e
    gli smeraldi nonninvecchiano, e i zaffiri: queste quattro son gioie, e
    di queste si vuol comperare. A queste mie parole, alquanto sdegnosetta
    la Duchessa mi disse:
    - Io ho voglia or di queste perle, e per ti priego che tu le porti al
    Duca, e lodale quanto tu puoi e sai al mondo; e se bene e' ti par dire
    qualche poco di bugie, dille per far servizio a me; ch buon per te -.
    Io  che son sempre stato amicissimo della verit e nimico delle bugie,
    ed essendomi di necessit,  volendo non perdere la grazia di una tanto
    gran  principessa,  cos  malcontento presi quelle maledette perle,  e
    andai con esse in quell'altra stanza, dove s'era ritirato 'l Duca.  Il
    quale subito che e' mi vide, disse:
    - O Benvenuto, che vai tu faccendo? - Scoperto quelle perle, dissi:
    -  Signor  mio,  io  vi vengo a mostrare un bellissimo vezzo di perle,
    rarissimo e veramente degno di Vostra Eccellenzia illustrissima; e per
    ottanta perle,  io non credo che mai e' se ne mettessi tante  insieme,
    che  meglio si mostrassino innun vezzo;  s che comperatele,  Signore,
    che le sono miracolose -.
    Subito 'l Duca disse:
    - Io nolle voglio comperare,  perch le non sono quelle  perle  n  di
    quella bont che tu di', e le ho viste, e non mi piacciono -.
    Allora io dissi:
    - Perdonatemi, Signore, che queste perle avanzano di infinita bellezza
    tutte le perle che per vezzo mai fussino ordinate -.
    La  Duchessa si era ritta,  e stava dietro a una porta e sentiva tutto
    quello che io dicevo;  di modo che,  quando io ebbi detto pi di mille
    cose  pi  di  quel  che  io  scrivo,  il Duca mi si volse con benigno
    aspetto, e mi disse:
    - O Benvenuto mio,  io so che tu te ne 'ntendi benissimo: e se coteste
    perle  fussino  con quelle virt tante rare che tu apponi loro,  a mme
    non parrebbe fatica il comperarle, s per piacere alla Duchessa,  e s
    per averle; perch queste tal cose mi sono di necessit, non tanto per
    la  Duchessa,  quanto  per  l'altre  mia  faccende  di mia figliuoli e
    figliuole -.
    E io a queste sue parole,  dappoi che io avevo  cominciato  a  dir  le
    bugie,  ancora  con maggior aldacia seguitavo di dirne,  dando loro il
    maggior colore di verit, acci che 'l Duca me le credessi,  fidandomi
    della Duchessa, che attempo ella mi dovessi aiutare. E perch ei mi si
    preveniva  pi  di  dugento  scudi,  faccendo  un cotal mercato,  e la
    Duchessa me n'aveva accennato,  io m'ero resoluto e  disposto  di  non
    voler  pigliare un soldo,  solo per mio scampo,  acci che 'l Duca mai
    nonnavessi pensato che io lo facessi per avarizia.  Di nuovo  'l  Duca
    con piacevolissime parole mosse addirmi:
    -  Io  so  che tu te ne intendi benissimo: imper se tu se' quell'uomo
    dabbene, che io mi son sempre pensato che tu sia, or dimmi 'l vero -.
    Allora,  arrossiti li mia occhi e alquanto divenuti umidi di  lacrime,
    dissi:
    -  Signor mio,  se io dico 'l vero a Vostra Eccellenzia illustrissima,
    la Duchessa mi diventa mortalissima inimica,  per la qual cosa io sar
    necessitato andarmi con Dio,  e l'onor del mio Perseo,  il quale io ho
    promesso  a  questa   nobilissima   Scuola   di   Vostra   Eccellenzia
    illustrissima,  subito li inimici miei mi vitupereranno;  s che io mi
    raccomando a Vostra Eccellenzia illustrissima.

    84. Il Duca,  avendo conosciuto che tutto quello che io avevo detto e'
    m'era stato fatto dire come per forza, disse:
    - Se tu hai fede in me, non ti dubitare di nulla al mondo -.
    Di nuovo io dissi:
    -  Oim,  Signor  mio,  come  potr  egli essere che la Duchessa nullo
    sappia? - A queste mie parole 'l Duca alz la fede e disse:
    - Fa conto di averle sepolte innuna cassettina di diamanti -.
    A queste onorate  parole,  subito  io  dissi  il  vero  di  quanto  io
    intendeva di quelle perle,  e che le non valevano troppo pi di dumila
    scudi.  Avendoci sentiti  la  Duchessa  racchetare,  perch  parlavno
    quando dir si pu piano, ella venne innanzi, e disse:
    -  Signor mio,  Vostra Eccellenzia di grazia mi compri questo vezzo di
    perle,  perch io ne ho grandissima voglia,  e il vostro Benvenuto  ha
    ditto che mai e' non n'ha veduto il pi bello -.
    Allora il Duca disse:
    - Io nollo voglio comprare.  - Perch, Signor mio, non mi vuole Vostra
    Eccellenzia contentare di comperare questo vezzo di perle? - Perch e'
    non mi piace di gittar via i danari -.
    La Duchessa di nuovo disse:
    - Oh come gittar via li dinari,  che 'l vostro Benvenuto,  in chi  voi
    avete tanta fede meritamente, m'ha ditto che gli  buon mercato pi di
    tremila scudi? - Allora il Duca disse:
    - Signora,  il mio Benvenuto m'ha detto,  che se io lo compro,  che io
    gitter via li mia dinari,  perch queste perle non sono n  tonde  n
    equali,  e ce n' assai delle vecchie; e che e' sia il vero, or vedete
    questa e quest'altra,  e vedete qui e qua: si che le non sono 'l  caso
    mio -.
    A  queste  parole  la  Duchessa  mi  guard  con  malissimo  animo,  e
    minacciandomi col capo si part di quivi,  di modo che  io  fui  tutto
    tentato  di  andarmi con Dio e dileguarmi di Italia;  ma perch il mio
    Perseo si era quasi finito,  io non volsi mancare di nollo trar fuora:
    ma consideri ogni uomo in che greve travaglio io mi ritrovavo. Il Duca
    aveva  comandato a' suoi portieri in mia presenza,  che mi lasciassino
    sempre entrare per le camere  e  dove  Sua  Eccellenzia  fussi;  e  la
    Duchessa  aveva  comandato  a  quei medesimi che tutte le volte che io
    arrivavo in quel palazzo, eglino mi cacciassino via; di sorte che come
    ei mi vedevano, subito e' si partivano da quelle porte e mi cacciavano
    via;  ma e' si guardavano che 'l Duca no gli vedessi,  di sorte che se
    'l Duca mi vedeva in prima che questi sciagurati, o egli mi chiamava o
    e' mi faceva cenno che io andassi.  La Duchessa chiam quel Bernardone
    sensale,  il quale lei s'era meco tanto doluta della sua poltroneria e
    vil dappocaggine,  e allui si raccomand, s come l'aveva fatto a mme;
    il quale disse:
    - Signora mia, lasciate fare a me -.
    Questo ribaldone and innanzi al Duca con questo  vezzo  in  mano.  Il
    Duca, subito che e' lo vide, gli disse che e' se gli levassi d'inanzi.
    Allora  il detto ribaldone con quella sua vociaccia,  che ei la sonava
    per il suo nasaccio d'asino, disse:
    - Deh! Signor mio, comperate questo vezzo a quella povera Signora,  la
    quale se ne muor di voglia, e non pu vivere sanz'esso -.
    E  aggiugnendo molte altre sue sciocche parolaccie,  ed essendo venuto
    affastidio al Duca, gli disse:
    - O tu mi ti lievi d'inanzi, o tu gonfia un tratto -.
    Questo ribaldaccio, che sapeva benissimo quello che lui faceva, perch
    se o per via del gonfiare o per cantare "La  bella  Franceschina",  ei
    poteva ottenere che 'l Duca facessi quella compera, egli si guadagnava
    la  grazia  della Duchessa e di pi la sua senseria,  la quale montava
    parecchi centinaia di scudi: e cos egli gonfi.  Il  Duca  gli  dette
    parecchi ceffatoni in quelle sue gotaccie, e per levarselo d'inanzi ei
    gli dette un poco pi forte che e' non soleva fare.  A queste percosse
    forti in quelle sue  gotaccie,  non  tanto  l'esser  diventate  troppo
    rosse, che e' ne venne gi le lacrime. Con quelle ei cominci a dire:
    - Eh! Signore, un vostro fidel servitore, il quale cerca di far bene e
    si  contenta  di  comportare ogni sorte di dispiacere,  pur che quella
    povera Signora sia contenta -.
    Essendo troppo venuto affastidio al Duca questo  uomaccio,  e  per  le
    gotate   e   per  amor  della  Duchessa,   la  quale  Sua  Eccellenzia
    illustrissima sempre volse contentare, subito disse:
    - Levamiti d'inanzi col malanno che Dio ti dia,  e va,  fanne mercato,
    che  io son contento di far tutto quello che vuole la signora Duchessa
    -.
    Or qui si conosce la rabbia della mala  fortuna  inverso  d'un  povero
    uomo  e  la  vituperosa fortuna a favorire uno sciagurato: io mi persi
    tutta la grazia della Duchessa,  che fu buona  causa  di  tormi  ancor
    quella del Duca;  e lui si guadagn quella grossa senseria e la grazia
    loro: s che e' non basta l'esser uomo dabbene e virtuoso.

    85.  In questo tempo si dest la guerra di Siena;  e volendo  'l  Duca
    afforzificare  Firenze,  distribu  le  porte  infra  i sua scultori e
    architettori;  dove a  me  fu  consegnato  la  Porta  al  Prato  e  la
    Porticciuola  d'Arno,  che   in sul prato dove si va alle mulina;  al
    cavalieri Bandinello la porta a San Friano; a Pasqualino d'Ancona,  la
    porta a San Pier Gattolini;  a Giulian di Baccio d'Agnolo, legnaiuolo,
    la porta a San Giorgio;  al Particino,  legnaiuolo,  la porta a  Santo
    Niccol; a Francesco da Sangallo, scultore, detto il Margolla, fu dato
    la porta alla Croce;  e a Giovanbatista, chiamato il Tasso, fu data la
    porta a  Pinti:  e  cos  certi  altri  bastioni  e  porte  a  diversi
    ingegneri,  i quali non mi soviene n manco fanno al mio proposito. Il
    Duca,  che  veramente    sempre  stato  di  buono  ingegno,  dappers
    medesimo,  se n'and intorno alla sua citt;  e quando Sua Eccellenzia
    illustrissima ebbe  bene  esaminato  e  resolutosi,  chiam  Lattanzio
    Gorini,  il  quale  si  era  un  suo  pagatore:  e perch anche questo
    Lattanzio si dilettava alquanto di questa professione, Sua Eccellenzia
    illustrissima lo fece disegnare tutti i modi  che  e'  voleva  che  si
    afforzificassi le dette porte,  e a ciascuno di noi mand disegnata la
    sua porta;  di modo che vedendo quella che toccava a me,  e  parendomi
    che  'l  modo  non  fussi  sicondo  la  sua ragione,  anzi egli si era
    scorrettissimo, subito con questo disegno in mano me n'andai a trovare
    'l mio Duca;  e volendo mostrare a Sua Eccellenzia i difetti  di  quel
    disegno  datomi,  non s tosto che io ebbi cominciato a dire,  il Duca
    infuriato mi si volse, e disse:
    - Benvenuto, del far benissimo le figure io ceder a te,  ma di questa
    professione io voglio che tu ceda a me;  s che osserva il disegno che
    io t'ho dato -.
    A queste brave parole io risposi  quanto  benignamente  io  sapevo  al
    mondo e dissi:
    - Ancora, Signor mio, del bel modo di fare le figure io ho imparato da
    Vostra   Eccellenzia   illustrissima;   imper  noi  l'abbiamo  sempre
    disputata qualche poco insieme; cos di questo afforzificare la vostra
    citt, la qual cosa importa molto pi che 'l far delle figure,  priego
    Vostra  Eccellenzia  illustrissima che si degni di ascoltarmi,  e cos
    ragionando con Vostra Eccellenzia,  quella mi verr meglio a  mostrare
    il modo che io l'ho asservire -.
    Di modo che,  con queste mie piacevolissime parole, benignamente ci si
    messe a disputarla meco;  e mostrando a Sua Eccellenzia  illustrissima
    con  vive e chiare ragione,  che in quel modo che ei m'aveva disegnato
    e' non sarebbe stato bene, Sua Eccellenzia mi disse:
    - O va, e fa un disegno tu, e io vedr se e' mi piacer -.
    Cos io  feci  dua  disegni  sicondo  la  ragione  del  vero  modo  di
    afforzificare  quelle  due  porte,  e  glieli portai,  e conosciuto la
    verit dal falzo, Sua Eccellenzia piacevolmente mi disse:
    - O va, e fa attuo modo, che io sono contento -.
    Allora con gran sollecitudine io cominciai.

    86.  Egli era alla guardia della porta al Prato un capitano  lombardo:
    questo  si era uno uomo di terribil forma robusta,  e con parole molto
    villane;  ed era prosuntuoso e ignorantissimo.  Questo uomo subito  mi
    cominci   a   domandare  quel  che  io  volevo  fare;   al  quale  io
    piacevolmente gli mostrai i mia disegni,  e con strema fatica gli davo
    addintendere  il  modo che io volevo tenere.  Or questa villana bestia
    ora scoteva 'l capo,  e ora e' si voggeva in qua e ora in l,  mutando
    spesso 'l posar delle gambe,  artorcigliandosi i mostacci della barba,
    che gli aveva grandissimi,  e spesso  ci  si  tirava  la  piega  della
    berretta in su gli occhi dicendo spesso:
    - Maid, cancher! Io nolla intendo questa tua fazenda -.
    Di modo che, essendomi questa bestia venuto annoi', dissi:
    - Or lasciatela addunche fare a me,  che la 'ntendo - e voltandogli le
    spalle per andare al fatto mio,  questo uomo cominci minacciando  col
    capo;  e colla man mancina,  mettendola in su 'l pomo della sua spada,
    gli fece alquanto rizzar la punta, e disse:
    - Ol, mastro, tu vorrai che io facci quistion teco al sangue -.
    Io me gli volsi con grande cllora,  perch e' mi aveva fatto adirare,
    e dissi:
    -  E' mi parr manco fatica il far quistione con esso teco,che il fare
    questo bastione a questa porta -.
    A un tratto tutt'a dua mettemmo le mani in su le nostre spade, e nolle
    sfoderammo affatto,  che  subito  si  mosse  una  quantit  di  uomini
    dabbene,  s  de'  nostri Fiorentini e altri cortigiani;  e la maggior
    parte sgridorno lui dicendogli che gli aveva 'l torto,  e che  io  ero
    uomo da rendergli buon conto,  e che se 'l Duca lo sapessi, che guai a
    lui.  Cos egli and al fatto sua: e io cominciai il mio  bastione.  E
    come  io  ebbi  dato  l'ordine  al  detto  bastione,  andai  all'altra
    porticciuola d'Arno,  dove io trovai un capitano  da  Cesena,  il  pi
    gentil  galante  uomo  che  mai  io  conoscessi di tal professione: ci
    dimostrava di essere una gentil donzelletta,  e al bisogno egli si era
    de' pi bravi uomini e 'l pi miciduale che immaginar si possa. Questo
    gentile uomo mi osservava tanto che molte volte ei mi faceva peritare:
    e'  desiderava di intendere e io piacevolmente gli mostravo: basta che
    noi facevno a chi si faceva maggior carezze l'un  l'altro,  di  sorte
    che io feci meglio questo bastione, che quello, assai.
    Avendo  presso  e  finiti li mia bastioni,  per aver dato una correria
    certe gente di quelle di Piero Strozzi,  e' si era tanto spaventato 'l
    contado  di  Prato,  che  tutto ci si sgombrava,  e per questa cagione
    tutte le carra di quel contado venivano cariche,  portando ogniuno  le
    sue robe alla citt.  E perch le carra si toccavano l'uno l'altra, le
    quali erano una infinit grandissima,  vedendo un  tal  disordine,  io
    dissi  alle guardie delle porte che avvertissono che a quella porta e'
    nonnaccadessi un disordine come avvenne  alle  porte  di  Turino;  ch
    bisognando  l'aversi asservirsi della saracinesca,  la non potria fare
    l'uffizio suo,  perch la resterebbe sospesa in su uno di que'  carri.
    Sentendo quel bestion di quel capitano queste mia parole,  mi si volse
    con ingiuriose parole,  e io gli risposi  altanto;  di  modo  che  noi
    avemmo  affar  molto  peggio  che quella prima volta: imper noi fummo
    divisi;  e io,  avendo finiti i mia bastioni,  toccai  parecchi  scudi
    innaspettatamente,  che  e'  me  ne  giov,  e volentieri me ne tornai
    affinire 'l mio Perseo.

    87.  Essendosi in questi giorni trovato certe anticaglie  nel  contado
    d'Arezzo,  in  fra  le  quali  si  era la Chimera,  ch' quel lione di
    bronzo,  il quale si vede nelle camere convicino alla  gran  sala  del
    Palazzo; e insieme con la detta Chimera si era trovato una quantit di
    piccole statuette, pur di bronzo, le quali erano coperte di terra e di
    ruggine,  e a ciascuna di esse mancava o la testa o le mani o i piedi;
    il Duca pigliava piacere di rinettarsele da per s medesimo con  certi
    cesellini di orefici.
    Gli   avvenne   che  e'  mi  occorse  di  parlare  a  Sua  Eccellenzia
    illustrissima;  e in mentre che io ragionavo  seco,  ei  mi  porse  un
    piccol martellino con el quale io percotevo quei cesellini che 'l Duca
    teneva  in mano,  e in quel modo le ditte figurine si scoprivano dalla
    terra e dalla ruggine. Cos passando innanzi parecchi sere, il Duca mi
    disse innopera,  dove io cominciai a rifare quei membri che  mancavano
    alle  dette  figurine.  E pigliandosi tanto piacere Sua Eccellenzia di
    quel poco di quelle coselline,  egli  mi  faceva  lavorare  ancora  di
    giorno,  e  se  io tardavo all'andarvi,  Sua Eccellenzia illustrissima
    mandava per me.
    Pi volte feci intendere a Sua Eccellenzia che  se  io  mi  sviavo  il
    giorno dal Perseo,  che e' ne seguirebbe parecchi inconvenienti;  e il
    primo,  che pi mi spaventava,  si era che 'l gran tempo che io vedevo
    che  ne  portava la mia opera,  non fussi causa di venire annoia a Sua
    Eccellenzia illustrissima, s come poi e' mi avvenne;  l'altro si era,
    che  io  avevo parecchi lavoranti,  e quando io nonnero alla presenza,
    eglino facevano dua notabili inconvenienti.
    E il primo si era che e' mi guastavano la mia  opera,  e  l'altro  che
    eglino  lavoravano  poco  al  possibile;  di  modo  che il Duca si era
    contento che io v'andassi solamente dalle 24 ore in l. E perch io mi
    avevo indolcito tanto meravigliosamente Sua Eccellenzia illustrissima,
    che la sera che io arrivavo dallui,  sempre ei mi cresceva le carezze.
    In questi giorni e' si murava quelle stanze nuove di verso i Leoni; di
    modo che,  volendo Sua Eccellenzia ritirarsi in parte pi secreta,  ei
    s'era fatto acconciare  un  certo  stanzino  in  queste  stanze  fatte
    nuovamente,  e  a  mme  aveva  ordinato che io me n'andassi per la sua
    guardaroba,  dove io passavo segretamente sopra 'l  palco  della  gran
    sala,   e   per  certi  pugigattoli  me  n'andavo  al  detto  stanzino
    segretissimamente: dove che innispazio di pochi giorni la Duchessa  me
    ne priv, faccendo serrare tutte quelle mie comodit; di modo che ogni
    sera  che  io arrivavo in Palazzo,  io avevo a 'spettare un gran pezzo
    per amor che la Duchessa si stava in quelle anticamere dove  io  avevo
    da passare, alle sue comodit; e per essere infetta io non vi arrivavo
    mai volta che io nolla scomodassi.  Or per questa e per altra causa la
    mi s'era recata tanto annoia,  che per verso  nissuno  la  non  poteva
    patir  di  vedermi;  e  con  tutto  questo mio gran disagio e infinito
    dispiacere,  pazientemente io seguitavo d'andarvi;  e il Duca aveva di
    sorte fatto ispressi comandamenti,  che subito che io picchiavo quelle
    porte,  e' m'era aperto,  e senza dirmi nulla e' mi lasciavano entrare
    per  tutto;  di  modo  che  e'  gli  avvenne  talvolta,  che  entrando
    chetamente cos inaspettatamente per quelle  secrete  camere,  che  io
    trovava  la Duchessa alle sue comodit;  la quale subito si scrucciava
    con tanto arrabbiato furore meco,  che io mi spaventavo,  e sempre  mi
    diceva:
    -  Quando  arai  tu mai finito di racconciare queste piccole figurine?
    perch oramai questo tuo venire m' venuto troppo affastidio -.
    Alla quale io benignamente rispondevo:
    - Signora, mia unica patrona, io non desidero altro,  se none con fede
    e cone estrema ubbidienza servirla;  e perch queste opere,  che mi ha
    ordinato il Duca dureranno di molti mesi,  dicami  Vostra  Eccellenzia
    illustrissima se la non vuole che io ci venga pi;  io non ci verr in
    modo alcuno e chiami chi vuole;  e se bene e' mi chiamer 'l Duca,  io
    dir che mi sento male e in modo nessuno mai non ci capiter -.
    A queste mie parole ella diceva:
    -  Io  non dico che tu non ci venga e non dico che tu non ubbidisca al
    Duca; ma e' mi pare bene che queste tue opere nonnabbino mai fine -.
    O che 'l Duca ne avessi ato qualche sentore,  o innaltro modo che  la
    si  fussi,  Sua  Eccellenzia ricominci: come e' si appressava alle 24
    ore, ei mi mandava a chiamare; e quello che veniva a chiamarmi, sempre
    mi diceva:
    - Avvertisci a non mancare di venire,  che 'l Duca ti aspetta - e cos
    continuai, con queste medesime difficult, parecchi serate. E una sera
    infra l'altre,  entrando al mio solito,  il Duca, che doveva ragionare
    colla Duchessa di cose forse segrete,  mi  si  volse  con  el  maggior
    furore  del  mondo;   e  io,  alquanto  spaventato,  volendomi  presto
    ritirare, innun subito disse:
    - Entra, Benvenuto mio,  e va l alle tue faccende,  e io star poco a
    venirmi a star teco -.
    In  mentre  che  io  passavo,  e'  mi prese per la cappa il signor don
    Graza, fanciullino di poco tempo, e mi faceva le pi piacevol baiuzze
    che possa fare un tal bambino; dove il Duca maravigliandosi, disse:
    - Oh, che piacevole amicizia  questa che i mia figliuoli hanno teco!

    88.  In mentre che io lavoravo in queste  baie  di  poco  momento,  il
    principe  e  don  Giovanni  e  don Harnando e don Graza tutta sera mi
    stavano addosso,  e ascosamente dal Duca ei mi punzecchiavano: dove io
    gli pregavo di grazia che gli stessino fermi.  Eglino mi rispondevano,
    dicendo:
    - Noi non possiamo -.
    E io dissi loro:
    - Quello che non si pu non si vuole; or fate, via -.
    A un tratto el Duca e la Duchessa  si  cacciorno  a  ridere.  Un'altra
    sera,  avendo finite quelle quattro figurette di bronzo che sono nella
    basa commesse, qual sono Giove,  Mercurio,  Minerva,  e Danae madre di
    Perseo  con  el suo Perseino a sedere ai sua piedi,  avendole io fatte
    portare innella detta stanza dove io lavoravo la sera,  io le messi in
    fila, alquanto levate un poco dalla vista, di sorte che le facevano un
    bellissimo  vedere.  Avendolo inteso il Duca,  e' se ne venne alquanto
    prima che 'l suo solito; e perch quella tal persona, che rifer a Sua
    Eccellenzia illustrissima,  gnele dovette mettere molto pi di  quello
    che ell'erano, perch ei gli disse:
    -  Meglio  che  gli  antichi  - e cotai simil cose,  il mio Duca se ne
    veniva insieme con la Duchessa lietamente  ragionando  pur  della  mia
    opera; e io subito rizzatomi me gli feci incontro.
    Il quale con quelle sue ducale e belle accoglienze alz la man dritta,
    innella  quale  egli  teneva una pera bronca,  pi grande che si possa
    vedere e bellissima, e disse:
    - Toi, Benvenuto mio, poni questa pera nell'orto della tua casa -.
    A quelle parole io piacevolmente risposi, dicendo:
    - O Signor mio, dice da dovero Vostra Eccellenzia illustrissima che io
    la ponga nell'orto della mia casa? - Di nuovo disse il Duca:
    - Nell'orto della casa,  che  tua;  ha' mi tu  inteso?  -  Allora  io
    ringraziai Sua Eccellenzia, e il simile la Duchessa, con quelle meglio
    cerimonie  che  io sapevo fare al mondo.  Dappoi ei si posono assedere
    amendua,  al rincontro di dette figurine,  e per pi di  dua  ore  non
    ragionorno mai d'altro che delle belle figurine; di sorte che e' n'era
    venuta  una  tanta  smisurata  voglia  alla  Duchessa  che la mi disse
    allora:
    - Io non voglio che queste  belle  figurine  si  vadino  apperdere  in
    quella  basa  gi  in  piazza,  dove elle porteriano pericolo di esser
    guaste;  anzi voglio che tu me le acconci innuna mia stanza,  dove  le
    saranno  tenute  con  quella  reverenza  che  merita  le lor rarissime
    virtute -.
    A queste parole mi contrapposi con molte infinite  ragioni;  e  veduto
    che  ella  s'era  resoluta  che io nolle mettessi innella basa dove le
    sono, aspettai il giorno seguente, me n'andai in Palazzo alle ventidua
    ore;  e trovando che 'l Duca e la Duchessa erano cavalcati,  avendo di
    gi messo innordine la mia basa, feci portare gi le dette figurine, e
    subito le inpiombai, come l'avevano a stare. Oh! quando la Duchessa lo
    intese,  e' gli crebbe tanta stizza, che se e' non fussi stato il Duca
    che virtuosamente m'aiut,  io l'arei fatta molto male: e  per  quella
    stizza del vezzo di perle e per questa lei oper tanto, che 'l Duca si
    lev da quel poco del piacere; la qual cosa fu causa che io non v'ebbi
    pi  a  'ndare,  e subito mi ritornai in quelle medesime difficult di
    prima, quanto all'entrare per il Palazzo.

    89.  Torna' mi alla Loggia,  dove io di gi avevo condotto il Perseo e
    me l'andavo finendo con le difficult gi ditte,  cio senza dinari, e
    con altri accidenti, che la met di quegli arieno fatto sbigottire uno
    uomo armato di diamanti.  Pure  seguitando  via  al  mio  solito,  una
    mattina infra l'altre,  avendo udito messa in San Piero Scheraggio, e'
    mi entr innanzi Bernardone, sensale, orafaccio,  e per bont del Duca
    era  provveditore  della zecca;  e subito che appena ei fu fuori della
    porta della chiesa,  el porcaccio lasci andare quattro  coreggie,  le
    quali si dovettono sentir da San Miniato. Al quale io dissi:
    - Ahi porco,  poltrone, asino, cotesto si  il suono delle tue sporche
    virtute?  - e corsi per un bastone.  Il quale presto si  ritir  nella
    zecca,  e  io  stetti al fesso della mia porta,  e fuori tenevo un mio
    fanciullino,  il quale mi facessi segno quando questo porco usciva  di
    zecca.  Or veduto d'avere aspettato un gran pezzo, e venendomi annoia,
    e avendo preso luogo quel poco della stizza,  considerato che i  colpi
    non si danno a patti,  dove e' ne poteva uscire qualche inconveniente,
    io mi risolsi a fare le mie vendette innun altro modo. E perch questo
    caso fu intorno alle feste del nostro San Giovanni,  vigino  un  d  o
    dua,  io  gli  feci  quattro  versi,  e gli appiccai nel cantone della
    chiesa, dove si pisciava e cacava, e dicevano cos:

    Qui giace Bernardone, asin, porcaccio, spia,  ladro,  sensale,  in cui
    pose Pandora i maggior mali, e poi traspose di lui quel pecoron mastro
    Buaccio.

    Il  caso e i versi andorno per il palazzo,  e il Duca e la Duchessa se
    ne rise;  e innanzi che lui se ne avvedessi,  e' vi si era fermo molta
    quantit di populi,  e facevano le maggior risa del mondo: e perch e'
    guardavano inverso la zecca e  affissavano  gli  occhi  a  Bernardone,
    avvedendosene il suo figliuolo mastro Baccio,  subito con gran cllora
    lo stracci e si morse un dito minacciando con quella  sua  vociaccia,
    la quale gli esce per il naso: ei fece una gran bravata.

    90.  Quando il Duca intese che tutta la mia opera del Perseo si poteva
    mostrare come finita,  un giorno la venne a vedere e mostr per  molti
    segni evidenti che la gli sattisfaceva grandemente;  e voltosi a certi
    Signori, che erano con Sua Eccellenzia illustrissima disse:
    - Con tutto che questa opera ci  paia  molto  bella,  ell'ha  anche  a
    piacere ai popoli;  s che,  Benvenuto mio,  innanzi che tu gli dia la
    ultima sua fine io vorrei che per amor mio tu aprissi un  poco  questa
    parte dinanzi,  per un mezzo giorno,  alla mia Piazza, per vedere quel
    che ne dice 'l popolo;  perch e' non  dubbio che da vederla a questo
    modo ristretta al vederla a campo aperto,  la mosterr un diverso modo
    da quello che la si mostra cos ristretta -.
    A queste parole io dissi umilmente a Sua Eccellenzia illustrissimo:
    - Sappiate, Signor mio, che la mosterr meglio la met.  O come non si
    ricorda  Vostra  Eccellenzia  illustrissima  d'averla veduta nell'orto
    della casa mia, innel quale la si mostrava in tanta gran largura tanto
    bene,   che  per  l'orto  delli  Innocenti  l'  venuta  a  vedere  'l
    Bandinello, e con tutta la sua mala e pessima natura, la l'ha sforzato
    ed ei n'ha detto bene,  che mai non disse ben di persona a' sua d? Io
    mi avveggo che Vostra Eccellenzia illustrissima gli crede troppo -.
    A queste mie parole, sogghignando un poco isdegnosetto,  pur con molte
    piacevol parole disse:
    - Fallo, Benvenuto mio, solo per un poco di mia sattisfazione -.
    E  partitosi,  io  cominciai  a  dare ordine di scoprire;  e perch e'
    mancava certo poco di oro,  e certe vernice e altre  cotai  coselline,
    che  si appartengono alla fine dell'opera,  sdegnosamente borbottavo e
    mi dolevo,  bestemmiando quel maladetto giorno che fu causa accondurmi
    a Firenze;  perch di gi io vedevo la grandissima e certa perdita che
    io avevo fatta alla mia partita di Francia,  e non vedevo n conoscevo
    ancora  che  modo  io dovevo sperare di bene con questo mio Signore in
    Firenze; perch dal prencipio al mezzo, alla fine, sempre tutto quello
    che io avevo fatto, si era fatto con molto mio dannoso disavvantaggio;
    e cos malcontento il giorno  seguente  io  la  scopersi.  Or  siccome
    piacque  a  Dio,  subito  che la fu veduta,  ei si lev un grido tanto
    smisurato in lode  della  detta  opera,  la  qual  cosa  fu  causa  di
    consolarmi  alquanto.  E  non  restavano  i  popoli  continuamente  di
    appiccare alle spalle della porta,  che teneva un poco di  parato,  in
    mentre che io le davo la sua fine. Io dico che 'l giorno medesimo, che
    la  si  tenne  parecchi ore scoperta,  e' vi fu appiccati pi di venti
    sonetti,  tutti in lode smisuratissime della mia opera;  dappoi che io
    la  ricopersi,  ogni  d  mi  v'era appiccati quantit di sonetti e di
    versi latini e versi greci;  perch gli era  vacanza  allo  Studio  di
    Pisa,  tutti quei eccellentissimi dotti e gli scolari facevano a gara.
    Ma quello che mi dava maggior contento,  con isperanza di maggior  mia
    salute inverso 'l mio Duca, si era che quegli dell'arte, cio scultori
    e  pittori,  ancora loro facevano aggara a chi meglio diceva.  E infra
    gli altri,  quale io stimavo pi,  si era il valente pittore Iacopo da
    Puntorno,  e pi di lui il suo eccellente Bronzino,  pittore,  che non
    gli bast il farvene appiccare parecchi,  che egli me ne mand per  il
    suo Sandrino insino a casa mia,  i quali dicevano tanto bene, con quel
    suo bel modo, il quale  rarissimo,  che questo fu causa di consolarmi
    alquanto. E cos io la ricopersi, e mi sollicitavo di finirla.

    91.  Il mio Duca,  con tutto che Sua Eccellenzia avessi sentito questo
    favore che m'era stato fatto  di  quel  poco  della  vista  da  questa
    eccellentissima Scuola, disse:
    -  Io  n'ho  gran  piacere  che  Benvenuto  abbia ato questo poco del
    contento, il quale sar cagione che pi presto e con pi diligenzia ei
    le dar la sua desiderata fine;  ma non pensi che poi,  quando  la  si
    vedr tutta scoperta e che la si potr vedere tutta all'intorno, che i
    popoli  abbino  a  dire a questo modo;  anzi gli sar scoperto tutti i
    difetti che vi sono,  e appostovene di molti di quei che non vi  sono;
    s che armisi di pazienza -.
    Ora  queste  furno  parole del Bandinello dette al Duca,  con le quale
    egli alleg delle opere d'Andrea del  Verocchio,  che  fece  quel  bel
    Cristo  e  San  Tommaso  di  bronzo,  che  si  vede  nella facciata di
    Orsamichele; e alleg molte altre opere, insino al mirabil Davitte del
    divino Michelagnolo Buonaroti,  dicendo che ei non si mostrava bene se
    non  per  la veduta dinanzi;  e dipoi disse del suo Ercole e Cacco gli
    infiniti e vituperosi sonetti che ve gli fu appiccati,  e diceva  male
    di  questo popolo.  Il mio Duca,  che gli credeva assai bene,  l'aveva
    mosso addire quelle parole, e pensava per certo che la dovessi passare
    in gran parte in quel modo, perch quello invidioso del Bandinello non
    restava di dir male; e una volta infra molte dell'altre,  trovandovisi
    alla  presenza quel manigoldo di Bernardone sensale,  per far buone le
    parole del Bandinello, disse al Duca:
    - Sappiate,  Signore,  che 'l  fare  le  figure  grande  l'  un'altra
    minestra  che  'l  farle  piccoline:  io  non vo' dire ch le figurine
    piccole egli l'ha fatte assai bene;  ma voi  vedrete  che  l  non  vi
    riuscir -.
    E con queste parolaccie mescol molte dell'altre, faccendo la sua arte
    della spia, innella quale ei mescolava un monte di bugie.

    92.  Or come piacque al mio glorioso Signore e immortale Iddio,  io la
    fini' del tutto, e un gioved mattina io la scopersi tutta.
    Subito,  che e' nonnera ancora chiaro il giorno,  vi si  ragun  tanta
    infinita  quantit  di  popoli,  che  e'  saria  impossibile il dirlo,
    ettutti a una voce facevano a gara a chi meglio  ne  diceva.  Il  Duca
    stava a una finestra bassa del Palazzo,  la quale si  sopra la porta,
    e cos, dentro alla finestra mezzo ascoso, sentiva tutto quello che di
    detta opera si diceva: e dappoi che gli ebbe sentito parecchi ore,  ei
    si  lev con tanta baldanza e tanto contento che voltosi al suo messer
    Sforza gli disse cos:
    - Sforza,  va,  e truova Benvenuto e digli da mia parte  che  e'  m'ha
    contento  molto  pi  di  quello  che io mi aspettavo,  e digli che io
    contenter lui di modo, che io lo far maravigliare;  s che digli che
    stia di buona voglia -.
    Cos  il detto messer Sforza mi fece la gloriosa imbasciata,  la quale
    mi confort,  e quel giorno per questa buona nuova,  e perch i popoli
    mi mostravano con il dito a questo e a quello,  come cosa maravigliosa
    e nuova.  Infra gli altri e' furno dua gentili uomini,  i quali  erano
    mandati  dal  Vecier di Sicilia al nostro Duca per lor faccende.  Ora
    questi dua piacevoli uomini mi  affrontorno  in  piazza,  ch  io  fui
    mostro loro cos passando;  di modo che con furia e' mi raggiunsono, e
    subito,  colle lor  berrette  in  mano,  e'  mi  feciono  una  la  pi
    cirimoniosa orazione,  la quale saria stata troppa a un papa: io pure,
    quanto potevo,  mi umiliavo;  ma e' mi soprafacevano tanto,  che io mi
    cominciai arraccomandare loro, che di grazia d'accordo ei s'uscissi di
    piazza, perch i popoli si fermavano a guardar me pi fiso, che e' non
    facevano  al  mio Perseo.  E infra queste cirimonie eglino furno tanto
    arditi, che e' mi richiesono all'andare in Sicilia, e che mi farebbono
    un tal  patto,  che  io  mi  contenterei;  e  mi  dissono  come  frate
    Giovanagnolo de' Servi aveva fatto loro una fontana piena e addorna di
    molte figure, ma che le non erano di quella eccellenzia ch'ei vedevano
    in  Perseo,  e che e' l'avevano fatto ricco.  Io non gli lasciai finir
    dire tutto quel che eglino arebbono voluto dite, che io dissi loro:
    - Molto mi maraviglio di voi,  che voi mi ricerchiate che io lasci  un
    tanto  Signore,  amatore  delle virtute pi che altro principe che mai
    nascessi,  e di pi trovandomi nella patria mia,  scuola di  tutte  le
    maggior  virtute.  Oh!  se io avessi appetito al gran guadagno,  io mi
    potevo restare in Francia al servizio di quel gran  re  Francesco,  il
    quale mi dava mille scudi d'oro per il mio piatto,  e di pi mi pagava
    le fatture di tutte le mie opere,  di sorte che ogni anno io mi  avevo
    avanzato  pi di quattro mila scudi d'oro l'anno;  e avevo lasciato in
    Parigi le mie fatiche di quattro anni passati -.
    Con queste e altre parole io tagliai le cerimonie,  e  gli  ringraziai
    delle  gran  lode  che  eglino  mi  avevano date,  le quale si erano i
    maggiori premii che si potessi dare a chi si affaticava virtuosamente;
    e che eglino m'avevano tanto fatto crescere la volont del  far  bene,
    che  io speravo in brevi anni avvenire di mostrare un'altra opera,  la
    quale io speravo di piacere all'ammirabile Scuola fiorentina molto pi
    di quella.  Li dua gentili uomini arebbono voluto rappiccare  il  filo
    alle  cerimonie;  dove io con una sberrettata con gran reverenza dissi
    loro addio.

    93.  Da poi che io ebbi lasciato passare dua giorni,  e veduto che  le
    gran  lodi andavano sempre crescendo,  allora io mi disposi d'andare a
    mostrarmi al mio signor Duca; il quale con gran piacevolezza mi disse:
    - Benvenuto mio,  tu m'hai sattisfatto e contento;  ma io ti  prometto
    che  io  contenter  te di sorte che io ti far maravigliare: e pi ti
    dico, che io non voglio che e' passi il giorno di domane -.
    A queste mirabil promesse,  subito voltai tutte le mie maggior virt e
    dell'anima e del corpo innun momento a Dio,  ringraziandolo in verit:
    e nel medesimo stante m'accostai al mio Duca, e, cos mezzo lacrimando
    d'allegrezza, gli baciai la vesta; dipoi aggiunsi dicendo:
    - O glorioso mio Signore,  vero liberalissimo amatore delle virtute  e
    di  quegli  uomini  che  innesse  si  affaticano;   io  priego  Vostra
    Eccellenzia illustrissima che mi  faccia  grazia  di  lasciarmi  prima
    andare  per  otto  giorni  a  ringraziare Iddio;  perch io so bene la
    smisurata mia gran fatica,  e cognosco che la mia buona fede ha  mosso
    Iddio  al  mio aiuto: per questo e per ogni altro miracoloso soccorso,
    voglio andare per otto giornate pellegrinando,  sempre ringraziando il
    mio immortale Iddio, il quale sempre aiuta chi in verit lo chiama -.
    Allora mi domand 'l Duca dove io volevo andare. Al quale io dissi:
    -  Domattina  mi  partir  e  me  n'andr  a  Valle Ombrosa,  di poi a
    Camaldoli e all'Ermo,  e me n'andr insino ai bagni di Santa  Maria  e
    forse  insino  a  Sestile,  perch  io  intendo  che  e'  v' di belle
    anticaglie:  dipoi  mi  torner  da  San  Francesco  della  Vernia,  e
    ringraziando Iddio sempre, contento mi ritorner asservirla -.
    Subito il Duca lietamente mi disse:
    -  Va,  e torna,  che tu veramente mi piaci,  ma lasciami due versi di
    memoria, e lascia fare a mme -.
    Subito  io  feci  quattro  versi,   innei  quali  io  ringraziavo  Sua
    Eccellenzia illustrissima,  e gli detti a messer Sforza,  il quale gli
    dette in mano al Duca da mia parte: il quale gli  prese;  di  poi  gli
    dette in mano al detto messer Sforza, e gli disse:
    - Fa che ogni d tu me gli metta innanzi, perch se Benvenuto tornassi
    e trovassi che io noll'avessi spedito, io credo che e' mi ammazzerebbe
    - e cos ridendo,  Sua Eccellenzia disse che gnele ricordassi.  Queste
    formate parole mi  disse  la  sera  messer  Sforza,  ridendo  e  anche
    maravigliandosi del gran favore che mi faceva 'l Duca: e piacevolmente
    mi disse:
    - Va, Benvenuto, e torna, ch io te n'ho invidia.

    94.  Nel  nome  di  Dio  mi  parti' di Firenze sempre cantando salmi e
    orazione innonore e gloria di Dio per tutto quel viaggio;  innel quale
    io ebbi grandissimo piacere,  perch la stagione si era bellissima, di
    state,  e il viaggio e il paese dove io nonnero mai pi stato mi parve
    tanto  bello  che ne restai maravigliato e contento.  E perch gli era
    venuto per mia guida un giovane mio lavorante, il quale era dal Bagno,
    che si chiamava Cesere, io fui molto carezzato da suo padre e da tutta
    la  casa  sua;   infra  e'  quali  si  era  un  vecchione  di  pi  di
    settant'anni,  piacevolissimo uomo: questo era zio del detto Cesere, e
    faceva  professione  di  medico  cerusico,  e  pizzicava  alquanto  di
    archimista.  Questo  buono  uomo  mi  mostr  come  quei Bagni avevano
    miniera d'oro e d'argento,  e mi fece vedere molte bellissime cose  di
    quel  paese;  di sorte che io ebbi de' gran piaceri che io avessi mai.
    Essendosi domesticato a suo modo meco,  un giorno in fra gli altri  mi
    disse:
    -  Io  non voglio mancare di non vi dire un mio pensiero,  al quale se
    Sua Eccellenzia ci prestassi l'orecchio,  io credo che e' sarebbe cosa
    molto  utile:  e  questo  si ,  che intorno a Camaldoli ci si vede un
    passo tanto scoperto,  che Piero  Strozzi  potria  non  tanto  passare
    sicuramente,  ma  egli potrebbe rubar Poppi sanza contrasto alcuno - e
    con questo,  non tanto l'avermelo mostro a parole,  ch'egli si cav un
    foglio della scarsella,  nel quale questo buon vecchio aveva disegnato
    tutto quel paese in tal modo che benissimo si vedeva ed  evidentemente
    si conosceva il gran pericolo esser vero.
    Io presi il disegno e subito mi parti' dal Bagno,  e quanto pi presto
    io potetti,  tornandomene per la via di Prato Magno e da San Francesco
    della  Vernia,  mi ritornai a Firenze: e senza fermarmi,  sol trattomi
    gli stivali,  andai a Palazzo.  E quando io fui  dalla  Badia,  io  mi
    scontrai  nel  mio  Duca,  che se ne veniva per la via del Palagio del
    Podest: il quale,  subito ch'e' mi vide,  ei mi fece  una  gratissima
    accoglienza insieme con un poco di maraviglia, dicendomi:
    -  O perch sei tu tornato cos presto?  che io non t'aspettavo ancora
    di questi otto giorni -.
    Al quale io dissi:
    - Per servizio di Vostra Eccellenzia illustrissima  son  tornato,  ch
    volentieri  io  mi  sarei  stato  parecchi  giorni  a  spasso per quel
    bellissimo paese. - E che buone faccende? - disse 'l Duca. Al quale io
    dissi:
    - Signore,  gli  di necessit che io vi dica e mostri cose di  grande
    importanza -.
    Cos me n'andai seco a Palazzo.  Giunti a Palazzo e' mi men in camera
    segretamente dove noi eravamo soli.  Allora io gli dissi il  tutto,  e
    gli  mostrai  quel  poco  del  disegno;  il  quale  mostr  di  averlo
    gratissimo.  E dicendo a Sua Eccellenzia che gli era di  necessit  il
    rimediare  a una cotal cosa presto,  il Duca stette cos un poco sopra
    di s, e poi mi disse:
    - Sappi,  che no' siamo d'accordo con el Duca d'Urbino,  il quale n'ha
    da 'aver cura lui; ma stia in te -.
    E  con molta gran dimostrazione di sua buona grazia,  io mi ritornai a
    casa mia.

    95.  L'altro giorno io mi feci vedere e il  Duca,  dipoi  un  poco  di
    ragionamento, lietamente mi disse:
    -  Domani  senza  fallo voglio spedire la tua faccenda;  s che sta di
    buona voglia -.
    Io,  che me lo tenevo per certissimo,  con  gran  disiderio  aspettavo
    l'altro giorno.  Venuto il desiderato giorno,  me n'andai a Palazzo; e
    siccome per usanza par che sempre gli avvenga,  che le male  nuove  si
    dieno  con pi diligenzia che non fanno le buone,  messer Iacopo Guidi
    segretario di Sua Eccellenzia illustrissima  mi  chiam  con  una  sua
    bocca  ritorta  e con voce altiera,  e ritiratosi tutto in s,  con la
    persona tutta incamatita, come interizzata,  cominci in questo modo a
    dire:
    -  Dice  il  Duca  che  vuole  saper da te quel che tu dimandi del tuo
    Perseo -.
    Io restai ismarrito e maravigliato: e subito risposi come io  non  ero
    mai per domandar prezzo delle mie fatiche, e che questo nonnera quello
    che  mi aveva promesso Sua Eccellenzia dua giorni sono.  Subito questo
    uomo con maggior voce mi disse che mi comandava spressamente da  parte
    del Duca,  che io dicessi quello che io ne volevo, sotto la pena della
    intera disgrazia  di  Sua  Eccellenzia  illustrissima.  Io  che  m'ero
    promesso non tanto di aver guadagnato qualche cosa per le gran carezze
    fattemi  da  Sua  Eccellenzia illustrissima,  anzi maggiormente mi ero
    promesso di avere guadagnato tutta la grazia del Duca, perch io nollo
    richiedevo mai d'altra maggior cosa che solo della sua  buona  grazia:
    ora questo modo, innaspettato da me, mi fece venire in tanto furore: e
    maggiormente  per  porgermela  in  quel  modo che faceva quel velenoso
    rospo. Io dissi, che quando 'l Duca mi dessi dieci mila scudi,  e' non
    me la pagherebbe,  e che,  se io avessi mai pensato di venire a questi
    meriti, io non mi ci sarei mai fermo.
    Subito questo dispettoso mi disse una quantit di parole ingiuriose; e
    io  il  simile  feci  allui.  L'altro  giorno  appresso,  faccendo  io
    reverenza al Duca,  Sua Eccellenzia m'accenn; dove io mi accostai; ed
    egli in cllora mi disse:
    - Le citt e i gran palazzi si fanno cone i dieci mila ducati -.
    Al quale subito  risposi  come  Sua  Eccellenzia  troverebbe  infiniti
    uomini  che  gli  saprieno fare delle citt e dei palazzi;  ma che dei
    Persei ei non troverrebbe forse uomo al mondo,  che gnele sapessi fare
    un  tale.  E  subito  mi  parti' senza dire o fare altro.  Certi pochi
    giorni appresso, la Duchessa mand per me e mi disse che la differenza
    che io avevo con el Duca io la rimettessi in lei, perch la si vantava
    di far cosa che io saria contento.  A queste benigne parole io risposi
    come  io  non avevo mai chiesto altro maggior premio delle mie fatiche
    che la buona grazia del Duca,  e che Sua Eccellenzia illustrissima  me
    l'aveva  promessa;  e  che  e' non faceva bisogno che io rimettessi in
    loro Eccellenzie illustrissime quello che,  dai primi giorni che io li
    cominciai  a  servire  tutto  liberamente  io avevo rimesso;  e di pi
    aggiunsi che se  Sua  Eccellenzia  illustrissima  mi  dessi  solo  una
    crazia,  che vale cinque quattrini, delle mie fatiche, io mi chiamerei
    contento e sattisfatto,  pur che Sua Eccellenzia non mi privassi della
    sua  buona  grazia.   A  queste  mie  parole,   la  Duchessa  alquanto
    sorridendo, disse:
    - Benvenuto, tu faresti il tuo meglio a fare quello che io ti dico - e
    voltami le spalle, si lev da mme. Io che pensa' di fare il mio meglio
    per usare quelle cotal umil parole,  avvenne che e' ne risult il  mio
    peggio,  perch,  con  tutto  che  lei  avessi  ato meco quel poco di
    stizza,  ell'aveva poi in s un certo modo di fare,  il quale  si  era
    buono.

    96.  In  questo tempo io ero molto domestico di Girolimo degli Albizi,
    il quale era commessario delle bande di Sua Eccellenzia;  e un  giorno
    infra gli altri egli mi disse:
    -  O  Benvenuto,  e'  sarebbe pur bene il porre qualche sesto a questo
    poco del dispiacere che tu hai con el Duca;  e  ti  dico,  che  se  tu
    avessi fede in me,  che e' mi darebbe 'l cuore da conciarla; perch io
    so quello che io mi dico.  Come il Duca s'adira poi da dovero,  tu  ne
    farai molto male: bastiti questo; io non ti posso dire ogni cosa -.
    E perch e' m'era stato detto da uno,  forse tristerello, dipoi che la
    Duchessa m'aveva parlato, il quale disse che aveva sentito dire che 'l
    Duca, per non so che occasione datagli, disse:
    - Per manco di dua quattrini io  gitter  via  il  Perseo  e  cos  si
    finiranno  tutte  le  differenze  -  ora per questa gelosia io dissi a
    Girolimo degli Albizi, che io rimettevo in lui il tutto,  e che quello
    che egli faceva, io di tutto sarei contentissimo, pure che io restassi
    in  grazia  del Duca.  Questo galante uomo,  che s'intendeva benissimo
    dell'arte del soldato, massimamente di quei delle bande,  i quali sono
    tutti  villani,  ma  dell'arte  del  fare  la  scultura egli non se ne
    dilettava e per e' non se ne intendeva punto,  di sorte che  parlando
    con el Duca disse:
    -  Signore,  Benvenuto  s'  rimesso  in me,  e m'ha pregato che io lo
    raccomandi a Vostra Eccellenzia illustrissima -.
    Allora il Duca disse:
    - E ancora io mi rimetto in voi,  e star contento attutto quello  che
    voi giudicherete -.
    Di  modo  che  il detto Girolamo fece una lettera molto ingegnosa e in
    mio gran favore,  e giudic che 'l Duca mi dessi  tremila  cinquecento
    scudi  d'oro  innoro,  i  quali bastassino non per premio di una cotal
    bella opera, ma solo per un poco di mio trattenimento; basta che io mi
    contentavo; con molte altre parole,  le quali in tutto concludevano il
    detto prezzo.  Il Duca la sottoscrisse molto volentieri,  tanto quanto
    io ne fu' malcontento.
    Come la Duchessa lo intese, la disse:
    - Gli era molto meglio per quel povero uomo che e' l'avessi rimessa in
    me,  che gne l'arei fatto dare cinque mila scudi d'oro - e  un  giorno
    che  io  ero  ito in Palazzo,  la Duchessa mi disse le medesime parole
    alla presenzia di messer Alamanno Salviati, e mi derise, dicendomi che
    e' mi stava bene tutto 'l male che io avevo.  Il Duca ordin che e' mi
    fussi  pagato  cento  scudi  d'oro  innoro il mese,  insino alla detta
    somma,  e cos si and seguitando qualche mese.  Dipoi messer  Antonio
    de'  Nobili,  che aveva ata la detta commessione,  cominci a darmene
    cinquanta,  e di poi quando me ne dava venticinque e quando non me gli
    dava;  di sorte che,  vedutomi cos prolungare, amorevolmente dissi al
    detto messer Antonio,  pregandolo che e' mi dicessi la causa perch e'
    non mi finiva di pagare.  Ancora egli benignamente mi rispose: innella
    qual risposta e' mi parve ch'e' s'allargassi un poco troppo,  perch -
    giudichilo chi intende - in prima mi disse che la causa perch lui non
    continuava  il  mio pagamento si era la troppa strettezza che aveva 'l
    Palazzo di danari,  ma che egli mi prometteva  che  come  gli  venissi
    danari, che mi pagherebbe; e aggiunse dicendo:
    - Oim! se io non ti pagassi, io saria un gran ribaldo -.
    Io mi maravigliai il sentirgli dire una cotal parola,  e per quella mi
    promissi che quando e' potessi, che e' mi pagherebbe. Per la qual cosa
    e' ne segu tutto 'l contrario, di modo che,  vedendomi straziare,  io
    m'adirai  seco  e  gli  dissi  molte ardite e collorose parole,  e gli
    ricordai tutto quello che lui m'aveva detto che sarebbe.  Imper  egli
    si  mor,  e  io resto ancora a 'vere cinquecento scudi d'oro insino a
    ora,  che siamo vicini alla fine dell'anno  1566.  Ancora  io  restavo
    d'avere  un  resto  di  mia  salari,  il quale mi pareva che e' non si
    facessi pi conto di pagarmegli, perch gli eran passati incirca a tre
    anni; ma gli avvenne una pericolosa infermit al Duca,  che gli stette
    quarantotto  ore  senza potere orinare;  e conosciuto che i remedi de'
    medici non gli giovavano,  forse ei ricorse a Iddio,  e per questo  e'
    volse  che ogniuno fussi pagato delle sue provvisione decorse e ancora
    io fui pagato; ma non fu' pagato gi del mio resto del Perseo.

    97.  Quasi che io m'ero mezzo disposto di  non  dir  pi  nulla  dello
    isfortunato  mio  Perseo;  ma  per  essere una occasione che mi sforza
    tanta notabile,  imper io rappiccher il filo per un  poco,  tornando
    alquanto  addietro.  Io pensai di fare il mio meglio,  quando io dissi
    alla Duchessa, che io non potevo pi far compromesso di quello che non
    era pi in mio potere,  perch io  avevo  ditto  al  Duca  che  io  mi
    contentavo  di  tutto  quello  che  Sua  Eccellenzia  illustrissima mi
    volessi dare: e questo io lo dissi pensando di gratuirmi  alquanto;  e
    con  quel  poco  de  l'umilt  cercavo  con  ogni opportuno remedio di
    placare alquanto il Duca, perch certi pochi giorni in prima che e' si
    venissi all'accordo dell'Albizi,  il  Duca  s'era  molto  dimostro  di
    essersi  crucciato  meco:  e  la  causa  fu,  che  dolendomi  con  Sua
    Eccellenzia di certi assassinamenti bruttissimi che mi  faceva  messer
    Alfonso Quistello e messer Iacopo Polverino,  fiscale, e pi che tutti
    ser Giovanbattista Brandini,  volterrano;  cos  dicendo  con  qualche
    dimostrazione  di passione queste mie ragioni,  io vidi venire il Duca
    in tanta stizza,  quanto mai e' si possa immaginare.  E  poi  che  Sua
    Eccellenzia  illustrissima  era  venuta  in questo gran furore,  ei mi
    disse:
    - Questo caso si  come quello del tuo Perseo, che tu n'hai chiesto e'
    dieci mila scudi: tu ti lasci troppo  vincere  da  il  tuo  interesso;
    imper  io lo voglio fare stimare,  e tene dar tutto quello che e' mi
    fia giudicato -.
    A queste parole io subito risposi alquanto un  poco  troppo  ardito  e
    mezzo  adirato  -  cosa  la  qual non  conveniente usarla cone i gran
    Signori - e dissi:
    - O come  egli possibile che la mia  opera  mi  sia  stimata  il  suo
    prezzo, non essendo oggi uomo in Firenze che la sapessi fare? - Allora
    il  Duca  crebbe in maggiore furore,  e disse di molte parole adirate,
    infra le quale disse:
    - In Firenze si  uomo oggi,  che ne saprebbe fare un come  quello,  e
    per benissimo e' lo sapr giudicare -.
    Ei  volse  dire del Bandinello,  cavalieri di santo Iacopo.  Allora io
    dissi:
    - Signor mio, Vostra Eccellenzia illustrissima m'ha dato facult,  che
    io   ho   fatto  innella  maggiore  Scuola  del  mondo  una  grande  e
    difficilissima opera,  la quale m' stata lodata pi che opera che mai
    si  sia scoperta in questa divinissima Scuola;  e quello che pi mi fa
    baldanzoso si  stato,  che quegli eccellenti uomini,  che conoscono e
    che  sono  dell'arte,  com'  'l  Bronzino  pittore,  questo  uomo s'
    affaticato e m'ha fatto quattro sonetti,  dicendo  le  pi  iscelte  e
    gloriose  parole,  che  sia possibil di dire;  e per questa causa,  di
    questo mirabile uomo,  forse s' mossa tutta  la  citt  a  cos  gran
    romore;  e io dico ben che se lui attendessi alla scultura, s come ei
    fa alla pittura, lui s bene la potria forse saper fare.  E pi dico a
    Vostra  Eccellenzia  illustrissima  che  il  mio  maestro Michelagnolo
    Buonaroti,  s bene e' n'arebbe fatta una cos,  quando egli  era  pi
    giovane,  e non arebbe durato manco fatiche che io mi abbia fatto;  ma
    ora che gli  vecchissimo, egli nolla farebbe per cosa certa;  di modo
    che  io  non  credo  che  oggi  ci  sia notizia di uomo che la sapessi
    condurre. S che la mia opera ha 'uto il maggior premio che io potessi
    desiderare  al  mondo:  e   maggiormente,   che   Vostra   Eccellenzia
    illustrissima,  non  tanto  che la si sia chiamata contenta de l'opera
    mia, anzi pi di ogni altro uomo quella me l'ha lodata. O che maggiore
    e che  pi  onorato  premio  si  pu  egli  desiderare?  Io  dico  per
    certissimo che Vostra Eccellenzia non mi poteva pagare di pi gloriosa
    moneta:   n   con  qualsivoglia  tesoro  certissimo  e'  non  si  pu
    agguagliare a questo: s che io sono troppo  pagato,  e  ne  ringrazio
    Vostra Eccellenzia illustrissima con tutto il cuore -.
    A queste parole rispose il Duca e disse:
    - Anzi tu non pensi che io abbia tanto che io te la possa pagare; e io
    ti dico che io te la pagher molto pi che la non vale -.
    Allora io dissi:
    - Io non mi immaginavo di avere altro premio da Vostra Eccellenzia, ma
    io mi chiamo pagatissimo di quel primo che m'ha dato la Scuola,  e con
    questo adesso adesso mi voglio ir con Dio,  senza mai  pi  tornare  a
    quella  casa che Vostra Eccellenzia illustrissima mi don,  n mai pi
    mi voglio curare di rivedere Firenze -.
    Noi eravamo appunto da Santa Felicita e Sua Eccellenzia si ritornava a
    Palazzo.  A queste mie collorose parole il Duca subito con gran ira si
    volse e mi disse:
    -  Non ti partire,  e guarda bene che tu non ti parta - di modo che io
    mezzo spaventato lo accompagnai a Palazzo.  Giunto che Sua Eccellenzia
    fu a Palazzo,  ei chiam il vescovo de' Bartolini, che era arcivescovo
    di Pisa,  e chiam messer Pandolfo  della  Stufa,  e  disse  loro  che
    dicessino  a  Baccio  Bandinelli  da  sua  parte che considerassi bene
    quella mia opera del Perseo,  e che la stimassi,  perch el Duca me la
    voleva  pagare il giusto suo prezzo.  Questi dua uomini dabbene subito
    trovorno il detto Bandinello,  e fattegli la  imbasciata,  egli  disse
    loro  che quella opera ei l'aveva benissimo considerata,  e che sapeva
    troppo bene quel che la valeva;  ma per essere in discordia  meco  per
    altre  faccende  passate,  egli non voleva impacciarsi de' casi mia in
    modo nessuno. Allora questi dua gentili uomini aggiunsono e dissono:
    - Il Duca ci ha detto che,  sotto pena della  disgrazia  sua,  che  vi
    comanda che voi le diate prezzo; e se voi volete due o tre d di tempo
    a considerarla bene,  ve gli pigliate: dipoi dite annoi quel che e' vi
    pare che quella fatica meriti -.
    Il detto rispose che l'aveva benissimo considerata,  e che non  poteva
    mancare  a'  comandamenti  del  Duca,  e che quella opera era riuscita
    molto ricca e bella,  di modo che gli pareva che la  meritassi  sedici
    mila  scudi  d'oro  e  da vantaggio.  Subito i buoni gentili uomini lo
    riferirno al Duca,  il quale si adir malamente;  e similmente  ei  lo
    ridissino a me. Ai quali io risposi, che in modo nessuno io non volevo
    accettare  le  lode del Bandinello,  avvenga che questo male uomo dice
    mal di ogniuno.
    Queste mie parole furno riditte  al  Duca,  e  per  questo  voleva  la
    Duchessa  che  io  mi  rimettessi  in  lei.  Tutto questo si  la pura
    verit: basta che io facevo il mio meglio a lasciarmi  giudicare  alla
    Duchessa,  perch io sarei stato in breve pagato, e arei ato quel pi
    premio.

    98. Il Duca mi fece intendere per messer Lelio Torello, suo aulditore,
    che voleva che io facessi certe storie  di  basso  rilievo  di  bronzo
    intorno  al coro di santa Maria del Fiore;  e per essere il detto coro
    impresa del Bandinello,  io non volevo arricchire le sue operaccie con
    le  fatiche mie;  e con tutto che 'l detto coro non fussi suo disegno,
    perch lui non intendeva nulla al mondo d'architettura (il disegno  si
    era di Giuliano di Baccio d'Agnolo, legnaiuolo, che guast la cupola):
    basta che e' non v' virt nessuna; e per l'una e per l'altra causa io
    non volevo in modo nessuno far tal opera,  ma umanamente sempre dicevo
    al Duca,  che io farei tutto quello che mi comandassi Sua  Eccellenzia
    illustrissima,  di  modo  che  Sua Eccellenzia commesse agli Operai di
    Santa  Maria  del  Fiore  che  fussino  d'accordo  meco,   e  che  Sua
    Eccellenzia  mi  darebbe  solo  la mia provvisione delli dugento scudi
    l'anno e che a ogni altra cosa voleva che i detti Operai  sopperissino
    di quello della ditta Opera.
    Di modo che io comparsi dinanzi alli detti Operai,  i quali mi dissono
    tutto l'ordine che loro avevano dal Duca;  e perch  con  loro  e'  mi
    pareva  molto  pi sicuramente poter dire le mie ragioni,  cominciai a
    mostrar loro che tante storie di bronzo  sariano  di  una  grandissima
    spesa,  la  quale  si era tutta gittata via: e dissi tutte le cagioni,
    per le quali eglino ne furno capacissimi.  La prima si era,  che  quel
    ordine  di  coro  era  tutto  scorretto,  ed  era  fatto senza nissuna
    ragione, n vi si vedeva n arte, n comodit, n grazia,  n disegno;
    l'altra si era che le ditte storie andavano tanto poste basse,  che le
    venivano troppo inferiore alla vista, e che le sarebbono un pisciatoi'
    da cani,  e continue starebbono piene d'ogni bruttura;  e che  per  le
    ditte  cagioni  io  in  modo  nessuno nolle volevo fare.  Solo per non
    gittar  via  il  resto  dei  mia  migliori  anni  e  non  servire  Sua
    Eccellenzia  illustrissima,  al quale io desideravo tanto di piacere e
    servire;  imper,  se Sua Eccellenzia si voleva servir  delle  fatiche
    mie,  quella  mi  lasciassi  fare la porta di mezzo di Santa Maria del
    Fiore, la quale sarebbe opera che sarebbe veduta,  e sarebbe molto pi
    gloria  di  Sua  Eccellenzia  illustrissima;  e  io mi ubbrigherei per
    contratto che, se io nolla facessi meglio di quella,  che  pi bella,
    delle porte di San Giovanni, non volevo nulla delle mie fatiche; ma se
    io  la  conducevo sicondo la mia promessa,  io mi contentavo che la si
    facessi stimare,  e dappoi mi dessino mille scudi di manco  di  quello
    che  dagli  uomini  dell'arte la fussi stimata.  A questi Operai molto
    piacque questo che io avevo lor proposto,  e  andorno  a  parlarne  al
    Duca,  che fu,  in fra gli altri,  Piero Salviati, pensando di dire al
    Duca cosa che gli fussi gratissima; e la gli fu tutto 'l contrario;  e
    disse  che  io volevo sempre fare tutto 'l contrario di quello che gli
    piaceva che io facessi: e sanza altra conclusione il  detto  Piero  si
    part dal Duca.  Quando io intesi questo,  subito me n'andai a trovare
    'l Duca,  il quale mi si mostr alquanto sdegnato meco;  il  quali  io
    pregai che si degnassi di ascoltarmi,  ed ei cos mi promesse: di modo
    che io mi cominciai da un capo; e con tante belle ragioni gli detti ad
    intendere la verit di tal cosa, mostrando a Sua
    Eccellenzia che l'era una grande spesa gittata via: di  sorte  che  io
    l'avevo  molto  addolcito  con  dirgli,   che  se  a  Sua  Eccellenzia
    illustrissima non piaceva che e' si facessi quella porta, che egli era
    di necessit il fare a quel coro dua pergami,  e che quegli  sarebbono
    due  grande opere e sarebbono gloria di Sua Eccellenzia illustrissima,
    e che io vi farei una gran quantit di  storie  di  bronzo,  di  basso
    rilievo,  con molti ornamenti: cos io lo ammorbidai e mi commesse che
    io facessi i modegli.
    Io feci pi modelli e durai grandissime fatiche: e infra gli altri  ne
    feci  uno  a  otto faccie,  con molto maggiore studio che io nonnavevo
    fatto gli altri, e mi pareva che e' fussi molto pi comodo al servizio
    che gli aveva affare.  E perch io  gli  avevo  portati  pi  volte  a
    Palazzo,   Sua  Eccellenzia  mi  fece  intendere  per  messer  Cesere,
    guardaroba, che io gli lasciassi. Dappoi che 'l Duca gli aveva veduti,
    vidi che di quei Sua Eccellenzia  aveva  scelto  il  manco  bello.  Un
    giorno  Sua  Eccellenzia mi fe' chiamare,  e innel ragionare di questi
    detti modelli io gli dissi e gli mostrai con molte ragioni, che quello
    a otto faccie saria stato molto pi comodo a cotal servizio,  e  molto
    pi bello da vedere.  Il Duca mi rispose, che voleva che io lo facessi
    quadro,  perch gli piaceva molto pi  in  quel  modo;  e  cos  molto
    piacevolmente  ragion  un gran pezzo meco.  Io non mancai di non dire
    tutto quello che mi occorreva, in difensione dell'arte.  O che il Duca
    conoscessi che io dicevo 'l vero, e pur volessi fare a suo modo, e' si
    stette di molto tempo che e' non mi fu detto nulla.

    99.  In  questo  tempo il gran marmo del Nettunno si era stato portato
    per il fiume d'Arno e poi condotto per la Grieve in sulla  strada  del
    Poggio a Caiano,  per poterlo poi meglio condurre afFirenze per quella
    strada piana, dove io lo andai a vedere.
    E se bene io sapevo certissimo che la Duchessa l'aveva per suo  propio
    favore  fatto  avere  al cavalieri Bandinello;  non per invidia che io
    portassi al Bandinello,  ma s bene  mosso  a  piet  del  povero  mal
    fortunato  marmo  (guardisi,  che  qual  cosa e' si sia,  la quale sia
    sottoposta a mal  destino,  che  un  la  cerchi  scampare  da  qualche
    evidente male,  gli avviene che la cade in molto peggio,  come fece il
    detto marmo alle man di Bartolomeo Ammannato,  del quale  si  dir  'l
    vero  al  suo luogo),  veduto che io ebbi il bellissimo marmo,  subito
    presi la sua  altezza  e  la  sua  grossezza  per  tutti  i  versi,  e
    tornatomene a Firenze, feci parecchi modellini approposito.
    Dappoi  io andai al Poggio a Caiano,  dove era il Duca e la Duchessa e
    'l Principe lor figliuolo;  e trovandogli tutti a tavola,  il Duca con
    la Duchessa mangiava ritirato, di modo che io mi missi attrattenere il
    Principe. E avendolo trattenuto un gran pezzo, il Duca, che era innuna
    stanza ivi vicino, mi sentiva, e con molto favore e' mi fece chiamare;
    e  giunto  che  io  fui  alle presenze di loro Eccellenzie,  con molte
    piacevole parole la Duchessa cominci a ragionar  meco:  con  el  qual
    ragionamento  a poco a poco io cominciai a ragionar di quel bellissimo
    marmo, che io avevo veduto; e cominciai a dire come la lor nobilissima
    Scuola i loro antichi l'avevano fatta cos virtuosissima, solo per far
    fare aggara tutti i virtuosi nelle lor professione; e in quel virtuoso
    modo ei s'era fatto la mirabil cupola,  e le bellissime porte di Santo
    Giovanni,  e  tant'altri  bei  tempii e statue,  le quali facevano una
    corona di tante virt a la lor citt, la quale dagli antichi in qua la
    non aveva mai ato pari. Subito la Duchessa con istizza mi disse,  che
    benissimo  lei  sapeva  quello  che  io volevo dire;  e disse che alla
    presenza sua io mai pi parlassi di quel marmo, perch io gnele facevo
    dispiacere. Dissi:
    - Addunche vi fo io  dispiacere  per  volere  essere  proccuratore  di
    Vostre Eccellenzie, facendo ogni opera perch le sieno servite meglio?
    Considerate,  Signora  mia:  se  Vostre  Eccellenzie  illustrissime si
    contentano,  che ogniuno facci un modello di un Nettunno,  se bene voi
    siate  resoluti  che  l'abbia il Bandinello,  questo sar causa che 'l
    Bandinello per onor suo si metter con maggiore studio a fare  un  bel
    modello, che e' non far sapendo di non avere concorrenti: e in questo
    modo voi,  Signori,  sarete molto meglio serviti e non torrete l'animo
    alla virtuosa Scuola,  e vedrete chi si desta al bene: io dico al  bel
    modo di questa mirabile arte; e mosterrete voi Signori di dilettarvene
    e d'intendervene -.
    La  Duchessa con gran cllora mi disse che io l'avevo fradicia,  e che
    voleva che quel marmo fussi del Bandinello, e disse:
    - Dimandane il Duca,  che anche Sua Eccellenzia vole che  e'  sia  del
    Bandinello -.
    Detto  che  ebbe  la  Duchessa,  il Duca,  che era sempre stato cheto,
    disse:
    - Gli  venti anni che io feci cavare quel bel marmo  apposta  per  il
    Bandinello, e cos io voglio che il Bandinello l'abbia, e sia suo -.
    Subito io mi volsi al Duca, e dissi:
    - Signor mio, io priego Vostra Eccellenzia illustrissima che mi faccia
    grazia  che  io  dica  a  Vostra  Eccellenzia  quattro  parole per suo
    servizio -.
    Il Duca mi disse che io dicessi tutto quello che io volevo,  e che  e'
    mi ascolterebbe. Allora io dissi:
    -  Sappiate,  Signor  mio,  che quel marmo,  di che 'l Bandinello fece
    Ercole e Cacco,  e' fu cavato per quel mirabil Michelagnolo Buonaroti,
    il  quale aveva fatto un modello di un Sensone con quattro figure,  il
    quale saria stato la pi bella del mondo;  e il vostro  Bandinello  ne
    cav  dua  figure  sole,  mal  fatte  e tutte rattoppate: il perch la
    virtuosa Scuola ancor grida del gran torto che  si  fece  a  quel  bel
    marmo.  Io  credo  che  e'  vi  fu appiccato pi di mille sonetti,  in
    vitupero  di  cotesta  operaccia;  e  io  so  che  Vostra  Eccellenzia
    illustrissima benissimo se ne ricorda.  E per,  valoroso mio Signore,
    se quegli uomini che avevano cotal cura,  furno tanto insapienti,  che
    loro tolsono quel bel marmo a Michelagnolo,  che fu cavato per lui,  e
    lo dettono al Bandinello,  il quale  lo  guast,  come  si  vede;  oh!
    comporterete  voi mai che questo ancor molto pi bellissimo marmo,  se
    bene gli  del Bandinello,  il quale lo guasterebbe,  di nollo dare ad
    uno altro valent'uomo che ve lo acconci? Fate, Signor mio, che ogniuno
    che vuole faccia un modello e dipoi tutti si scuoprano alla Scuola,  e
    Vostra Eccellenzia illustrissima sentir quel che la  Scuola  dice;  e
    Vostra Eccellenzia con quel suo buon iudizio sapr scerre il meglio, e
    in questo modo voi non gitterete via i vostri dinari, n manco torrete
    l'animo virtuoso a una tanto mirabile Scuola, la quale si  oggi unica
    al mondo: che  tutta gloria di Vostra Eccellenzia illustrissima -.
    Ascoltato  che  il  Duca mi ebbe benignissimamente,  subito si lev da
    tavola e voltomisi, disse:
    - Va,  Benvenuto mio,  e fa un modello,  e guadgnati quel bel  marmo,
    perch tu mi di' il vero, e io lo conosco -.
    La Duchessa,  minacciandomi col capo,  isdegnata disse borbottando non
    so che;  e io feci lor reverenza,  e me ne tornai a  Firenze,  che  mi
    pareva mill'anni di metter mano nel detto modello.

    100.  Come il Duca venne a Firenze, senza farmi intendere nulla, e' se
    ne venne a casa mia,  dove io gli mostrai dua modelletti diversi l'uno
    da l'altro; e sebbene egli me gli lod tutt'a dua, e' mi disse che uno
    gnele  piaceva  pi  dell'altro,  e che io finissi bene quello che gli
    piaceva, che buon per me: e perch Sua Eccellenzia aveva veduto quello
    che aveva fatto il Bandinello e anche  degli  altri,  Sua  Eccellenzia
    lod molto pi il mio da gran lunga, ch cos mi fu detto da molti dei
    sua cortigiani, che l'avevano sentito. Infra l'altre notabile memorie,
    da  farne  conto grandissimo,  si fu,  che essendo venuto a Firenze il
    cardinale di Santa Fiore,  e menandolo il Duca  al  Poggio  a  Caiano,
    innel passare,  per il viaggio, e vedendo il detto marmo, il Cardinale
    lo lod grandemente,  e poi domand a chi  Sua  Eccellenzia  lo  aveva
    dedicato che lo lavorassi. Il Duca subito disse:
    - Al mio Benvenuto, il quale ne ha fatto un bellissimo modello -.
    E questo mi fu ridetto da uomini di fede: e per questo io me n'andai a
    trovare  la  Duchessa  e gli portai alcune piacevole cosette dell'arte
    mia,  le quale Sua Eccellenzia illustrissima l'ebbe molto care;  dipoi
    la mi dimand quello che io lavoravo: alla quale io dissi:
    -  Signora  mia,  io  mi  sono preso per piacere di fare una delle pi
    faticose opere che mai si sia  fatte  al  mondo:  e  questo  si    un
    Crocifisso di marmo bianchissimo,  in su una croce di marmo nerissimo,
    ed  grande quanto un grande uomo vivo -.
    Subito la mi dimand quello che io ne volevo fare. Io le dissi:
    - Sappiate,  Signora mia,  che io nollo darei a chi me ne dessi dumila
    ducati d'oro in oro;  perch una cotale opera nissuno uomo mai non s'
    messo a una cotale estrema fatica;  n manco io non mi sarei ubbrigato
    affarlo  per  qualsivoglia  Signore,  per  paura  di  non  restarne in
    vergogna.  Io mi sono comperato i marmi di mia danari,  e ho tenuto un
    giovane  in  circa  a  dua  anni,  che  m'ha aiutato,  e infra marmi e
    ferramenti in su che gli   fermo,  e  salari,  e'  mi  costa  pi  di
    trecento scudi;  attale, che io nollo darei per dumila scudi d'oro; ma
    se Vostra Eccellenzia  illustrissima  mi  vuol  fare  una  lecitissima
    grazia,  io  gnele  far  volentieri  un  libero presente: solo priego
    Vostra Eccellenzia illustrissima che  quella  non  mi  sfavorisca,  n
    manco non mi favorisca nelli modelli che Sua Eccellenzia illustrissima
    si ha commesso che si faccino del Nettunno per il gran marmo -.
    Lei disse con molto sdegno:
    - Addunche tu non istimi punto i mia aiuti o mia disaiuti? - Anzi, gli
    stimo,  Signora  mia;  o  perch vi offero io di donarvi quello che io
    stimo dumila ducati?  Ma  io  mi  fido  tanto  delli  mia  faticosi  e
    disciplinati  studii,  che io mi prometto di guadagnarmi la palma,  se
    bene e' ci fussi quel gran Michelagnolo Buonaroti,  dal quale,  e  non
    mai da altri,  io ho imparato tutto quel che io so: e mi sarebbe molto
    pi caro che e' facessi un modello lui, che sa tanto, che questi altri
    che sanno poco;  perch con quel  mio  cos  gran  maestro  io  potrei
    guadagnare assai, dove con questi altri non si pu guadagnare -.
    Dette le mie parole,  lei mezzo sdegnata si lev, e io ritornai al mio
    lavoro sollicitando il mio modello quanto pi potevo.  E finito che io
    lo  ebbi,  il  Duca  lo venne a vedere,  ed era seco dua imbasciatori,
    quello del Duca di Ferrara e quello della
    Signoria di Lucca,  e cos ei piacque grandemente,  e il Duca disse  i
    quei Signori:
    - Benvenuto veramente lo merita -.
    Allora  li  detti  mi  favorirno  grandemente  tutt'a  dua,  e  pi lo
    imbasciatore di Lucca, che era persona litterata, e dottore.  Io,  che
    mi  ero  scostato alquanto,  perch e' potessino dire tutto quello che
    pareva loro,  sentendomi favorire,  subito mi accostai,  e voltomi  al
    Duca, dissi:
    -  Signor mio,  Vostra Eccellenzia illustrissima doverebbe fare ancora
    un'altra mirabil diligenzia: comandare che chi vole  faccia  un  altro
    modello di terra,  della grandezza appunto che gli esce di quel marmo;
    e aqquel modo Vostra Eccellenzia illustrissima vedr molto meglio  chi
    lo  merita;  e  vi dico: che se Vostra Eccellenzia lo dar a chi nollo
    merita,  quella non far torto a quel che lo merita,  anzi la far  un
    gran  torto  a  s medesima,  perch la n'acquister danno e vergogna;
    dove faccendo il contrario,  con il darlo a chi lo  merita,  in  prima
    ella ne acquister gloria grandissima e spender bene il suo tesoro, e
    le  persone  virtuose allora crederranno che quella se ne diletti e se
    ne intenda -.
    Subito che io ebbi ditte queste parole,  il Duca  si  ristrinse  nelle
    spalle,  e avviatosi per andarsene,  lo imbasciatore di Lucca disse al
    Duca:
    - Signore, questo vostro Benvenuto si  un terribile uomo -.
    Il Duca disse:
    - Gli  molto pi terribile che voi non dite; e buon per lui se e' non
    fussi stato cos terribile,  perch gli arebbe ato a quest'ora  delle
    cose che e' non ha ate -.
    Queste  formate  parole me le ridisse il medesimo imbasciatore,  quasi
    riprendendomi che io non dovessi fare cos.  Al quale io dissi che  io
    volevo  bene  al  mio  Signore,  come suo amorevol fidel servo,  e non
    sapevo fare lo  adulatore.  Di  poi  parecchi  settimane  passate,  il
    Bandinello  si mor;  e si credette che,  oltre ai sua disordini,  che
    questo dispiacere, vedutosi perdere il marmo, ne fossi buona causa.

    101.  Il detto Bandinello  aveva  inteso  come  io  avevo  fatto  quel
    Crocifisso  che  io  ho  detto  di sopra: egli subito messe mano innun
    pezzo di marmo,  e fece quella Piet che si vede  nella  chiesa  della
    Nunziata.  E  perch io avevo dedicato il mio Crocifisso a Santa Maria
    Novella, e di gi vi avevo appiccati gli arpioni per mettervelo,  solo
    domandai di fare sotto i piedi del mio Crocifisso,  in terra,  un poco
    di cassoncino,  per entrarvi dipoi che io sia morto.  I detti frati mi
    dissono che non mi podevano concedere tal cosa,  sanza il dimandarne i
    loro Operai; ai quali io dissi:
    - O frati, perch non domandasti voi in prima gli Operai nel dar luogo
    al mio bel Crocifisso,  che senza lor licenzia voi mi  avete  lasciato
    mettere  gli  arpioni  e  l'altre cose?  - E per questa cagione io non
    volsi dar pi alla chiesa di Santa Maria Novella le mie tante  estreme
    fatiche,  se  bene  dappoi e' mi venne a trovare quegli Operai e me ne
    pregorno. Subito mi volsi alla chiesa della Nunziata,  e ragionando di
    darlo  in  quel  modo  che  io  volevo  a Santa Maria Novella,  quegli
    virtuosi frati di detta Nunziata tutti d'accordo mi dissono che io  lo
    mettessi  nella  lor  chiesa,  e che io vi facessi la mia sepoltura in
    tutti quei modi che a me pareva e piaceva. Avendo presentito questo il
    Bandinello,  e' si misse con gran sollecitudine a finire la sua Piet,
    e  chiese  alla Duchessa che gli facessi avere quella cappella che era
    de' Pazzi;  la quale s'ebbe con difficult: e subito che egli  l'ebbe,
    con  molta prestezza ei messe s la su opera,  la quale non era finita
    del tutto,  che egli si mor.  La Duchessa disse  che  ella  lo  aveva
    aiutato in vita e che lo aiuterebbe ancora in morte; e che se bene gli
    era morto, che io non facessi mai disegno d'avere quel marmo.
    Dove  Bernardone  sensale mi disse un giorno,  incontrandoci in villa,
    chi la Duchessa aveva dato il marmo; al quale io dissi:
    - Oh sventurato marmo!  certo che alle mali del  Bandinello  egli  era
    capitato  male,  ma alle mani dell'Ammanato gli  capitato cento volte
    peggio!  - Io avevo ato ordine dal Duca di fare il modello di  terra,
    della grandezza che gli usciva del marmo,  e mi aveva fatto provvedere
    di legni e terra, e mi fece fare un poco di parata nella loggia,  dove
     il mio Perseo, e mi pag un manovale.
    Io  messi  mano  con  tutta  la  sollicitudine  che io potevo,  e feci
    l'ossatura di legno con la mia buona regola,  e felicemente lo  tiravo
    al suo fine, non mi curando di farlo di marmo, perch io conoscevo che
    la Duchessa si era disposta che io noll'avessi, e per questo io non me
    ne curavo: solo mi piaceva di durare quella fatica,  colla quale io mi
    promettevo che,  finito che io lo avessi,  la Duchessa,  che era  pure
    persona  d'ingegno,  avvenga  che  la  l'avessi  dipoi  veduto,  io mi
    promettevo che e' le sarebbe incresciuto d'aver fatto al marmo e a  s
    stessa  un tanto smisurato torto.  E' ne faceva uno Giovanni Fiammingo
    ne' chiostri  di  Santa  Croce,  e  uno  ne  faceva  Vincenzio  Danti,
    perugino, in casa messer Ottaviano de' Medici; un altro ne cominci il
    figliuolo  del  Moschino  a  Pisa,  e  un  altro  lo faceva Bartolomeo
    Ammannato nella Loggia,  ch ce l'avevano  divisa.  Quando  io  l'ebbi
    tutto ben bozzato,  e volevo cominciare a finire la testa,  che di gi
    io gli avevo dato un poco di prima mana,il Duca era sceso del Palazzo,
    e Giorgetto pittore lo aveva menato nella stanza  dell'Ammannato,  per
    fargli  vedere  il  Nettunno,  in  sul  quale  il detto Giorgino aveva
    lavorato di sua mano di molte giornate insieme co 'l detto Ammannato e
    con tutti i sua lavoranti.  In mentre che 'l Duca lo vedeva,  e' mi fu
    detto  che  e'  se  ne  sattisfaceva  molto  poco;  e se bene il detto
    Giorgino lo voleva empiere di quelle sue cicalate,  il Duca scoteva 'l
    capo, e voltosi al suo messer Gianstefano, disse:
    - Va e dimanda Benvenuto se il suo gigante  di sorte innanzi,  che ei
    si contentassi di darmene un poco di vista -.
    Il detto messer Gianstefano molto accortamente e benignissimamente  mi
    fece la imbasciata da parte del Duca; e di pi mi disse che se l'opera
    mia non mi pareva che la fussi ancora da mostrarsi, che io liberamente
    lo  dicessi:  perch  il  Duca conosceva benissimo,  che io avevo ato
    pochi aiuti a una cos grande impresa.  Io dissi  che  e'  venissi  di
    grazia,  e  se  bene la mia opera era poco innanzi,  lo ingegno di Sua
    Eccellenzia illustrissima si era tale che benissimo  lo  giudicherebbe
    quel  che ei potessi riuscire finito.  Cos il detto gentile uomo fece
    la imbasciata al Duca,  il quale venne volentieri: e  subito  che  Sua
    Eccellenzia entr nella stanza,  gittato gli occhi alla mia opera,  ei
    mostr  d'averne  molta  sattisfazione:  di   poi   gli   gir   tutto
    all'intorno,  fermandosi  alle  quattro vedute,  che non altrimenti si
    arebbe fatto uno che fussi stato peritissimo dell'arte;  di  poi  fece
    molti  gran  segni  e  atti  di  dimostrazione  di piacergli,  e disse
    solamente:
    - Benvenuto,  tu gli hai a dare solamente una ultima pelle -;  poi  si
    volse  a quei che erano con Sua Eccellenzia,  e disse molto bene della
    mia opera, dicendo:
    - Il modello piccolo,  che io vidi in casa sua,  mi piacque assai;  ma
    questa sua opera si ha trapassato la bont del modello.

    102.  S come piacque a Iddio, che ogni cosa fa per il nostro meglio -
    io dico di quegli che lo ricognoscono e che gli credono,  sempre Iddio
    gli  difende  - in questi giorni mi capit innanzi un certo ribaldo da
    Vicchio, chiamato Piermaria d'Anterigoli, e per sopra nome lo Sbietta:
    l'arte di costui si  il pecoraio,  e perch gli  parente stretto  di
    messer Guido Guidi,  medico e oggi proposto di Pescia,  io gli prestai
    orecchi.  Costui mi offerse di vendermi  un  suo  podere  a  vita  mia
    naturale,  il  qual  podere  io  nollo  volsi vedere,  perch io avevo
    desiderio di finire il mio modello  del  gigante  Nettunno;  e  ancora
    perch  e' non faceva di bisogno che io lo vedessi,  perch egli me lo
    vendeva per entrata: la quale il detto mi aveva dato in nota di  tante
    moggia di grano e di vino,  olio e biade e marroni e vantaggi, i quali
    io facevo il mio conto che al tempo che noi  eravamo,  le  dette  robe
    valevano molto pi di cento scudi d'oro innoro,  e io gli davo secento
    cinquanta scudi contando le gabelle.  Di modo che,  avendomi  lasciato
    scritto di sua mano che mi voleva sempre,  per tanto quanto io vivevo,
    mantenere le dette entrate, io non mi curai d'andare a vedere il detto
    podere;  ma s bene io,  il meglio che io potetti,  mi informai se  il
    detto  Sbietta  e  ser  Filippo,  suo  fratello  carnale erano di modo
    benestanti che io fussi sicuro.
    Cos da molte persone diverse che gli conoscevano,  mi fu detto che io
    ero  sicurissimo.  Noi chiamammo d'accordo ser Pierfrancesco Bertoldi,
    notaio alla Mercatanzia;  e la prima cosa io gli detti in  mano  tutto
    quello che 'l detto Sbietta mi voleva mantenere, pensando che la detta
    scritta  si  avessi  a  nominare innel contratto: di modo che 'l detto
    notaio,  che lo rog,  attese a' ventidua confini,  che gli diceva  il
    detto  Sbietta,  e sicondo me ei non si ricord di includere nel detto
    contratto quello che 'l detto venditore mi aveva  offerto;  e  io,  in
    mentre che 'l notaio scriveva,  io lavoravo; e perch ei pen parecchi
    ore a scrivere,  io feci un gran brano della testa del detto Nettunno.
    Cos avendo finito il detto contratto, loSbietta mi cominci affare le
    maggior  carezze  del  mondo,  e  io  facevo 'l simile a lui.  Egli mi
    presentava cavretti, caci,  capponi,  ricotte e molte frutte,  di modo
    che   io   mi  cominciai  mezzo  mezzo  a  vergognare:  e  per  queste
    amorevolezze io lo levavo,  ogni volta che lui veniva a Firenze,  d'in
    su la osteria;  e molte volte gli era con qualcuno dei sua parenti,  i
    quali venivano ancora loro;  e con piacevoli modi egli mi  cominci  a
    dire  che  gli era una vergogna che io avessi compro un podere,  e che
    oramai gli era passato tante settimane,  che io non mi  risolvessi  di
    lasciare  per  tre  d  un  poco  le  mie  faccende ai mia lavoranti e
    andassilo a vedere.  Costui potette tanto cone 'l suo lusingarmi,  che
    io pure in mia mal'ora l'andai a vedere; e il detto Sbietta mi ricevv
    in casa sua con tante carezze e con tanto onore,  che ei non ne poteva
    far pi a un duca; e la sua moglie mi faceva pi carezze di lui;  e in
    questo  modo noi durammo un pezzo,  tanto che e' gli venne fatto tutto
    quello che gli avevano disegnato di fare,  lui e 'l suo  fratello  ser
    Filippo.

    103.  Io  non mancavo di sollicitare il mio lavoro del Nettunno,  e di
    gi l'avevo tutto bozzato,  s come io dissi di sopra,  con  bonissima
    regola, la quale non l'ha mai usata n saputa nessuno innanzi a me; di
    modo  che,  se  bene  io  ero certo di non avere il marmo per le cause
    dette di sopra,  io  mi  credevo  presto  di  aver  finito,  e  subito
    lasciarlo vedere alla Piazza,  solo per mia sattisfazione. La stagione
    si era calda e piacevole,  di modo che,  essendo  tanto  carezzato  da
    questi dua ribaldi,  io mi mossi un mercoled,  che era dua feste,  di
    villa mia a Trespiano, e avevo fatto buona colezione, di sorte che gli
    era pi di venti ore quando io arrivai a Vicchio;  e subito trovai ser
    Filippo  alla porta di Vicchio,  il qual pareva che sapessi come io vi
    andavo; tante carezze ei mi fece e menatomi a casa dello Sbietta, dove
    era la sua impudica moglie, ancora lei mi fece carezze smisurate; alla
    quale io donai un cappello di paglia finissimo;  perch ella disse  di
    non  aver  mai  veduto  il pi bello.  Allora e' non v'era lo Sbietta.
    Appressandosi   alla   sera,   noi   cenammo   tutti   insieme   molto
    piacevolmente:  di  poi  mi  fu  dato una onorevol camera,  dove io mi
    riposai innun pulitissimo letto; e a dua mia servitori fu dato loro il
    simile, secondo il grado loro. La mattina,  quando mi levai,  e' mi fu
    fatto le medesime carezze.  Andai a vedere il mio podere,  il quale mi
    piacque: e mi fu consegnato tanto grano  e  altre  biade;  e  di  poi,
    tornatomene a Vicchio, il prete ser Filippo mi disse:
    -  Benvenuto,  non vi dubitate;  che se bene voi non vi avessi trovato
    tutto lo intero di quello che e' v' stato promesso,  state  di  buona
    voglia,  che  e'  vi  sar attenuto da vantaggio,  perch voi vi siete
    impacciato con persone dabbene: e sappiate che cotesto lavoratore  noi
    gli abbiamo dato licenzia, perch gli  un tristo -.
    Questo  lavoratore si chiamava Mariano Rosegli,  il quale pi volte mi
    disse:
    - Guardate bene a' fatti vostri,  che alla fine  voi  conoscerete  chi
    sar di noi il maggior tristo -.
    Questo  villano,  quando ei mi diceva queste parole,  egli sogghignava
    innun certo mal modo, dimenando 'l capo, come dire:
    - Va pur l, che tu te n'avvedrai -.
    Io ne feci un poco di mal giudizio,  ma io non mi immaginavo nulla  di
    quello che mi avvenne.
    Ritornato  dal  podere,  il quale si  due miglia discoste da Vicchio,
    inverso l'alpe, trovai il detto prete, che colle sue solite carezze mi
    aspettava;  cos andammo a fare colezione tutti insieme: questo non fu
    desinare, ma fu una buona colezione.
    Dipoi  andandomi  a spasso per Vicchio,  di gi egli era cominciato il
    mercato;  io mi vedevo guardare da tutti quei  di  Vicchio  come  cosa
    disusa  da  vedersi,  e pi che ogni altri da un uomo dabbene,  che si
    sta,  di molti anni sono,  in Vicchio,  e la sua moglie fa del pane  a
    vendere. Egli ha quivi presso a un miglio certe sue buone possessione;
    per  si contenta di stare a quel modo.  Questo uomo dabbene abita una
    mia casa, la quale si  in Vicchio,  che mi fu consegnata con il detto
    podere, qual si domanda il podere della Fonte; e mi disse:
    - Io sono in casa vostra, e al suo tempo io vi dar la vostra pigione;
    o vorretela innanzi,  in tutti i modi che vorrete far: basta che meco
    voi sarete sempre d'accordo -.
    E in mentre che noi ragionavamo, io vedevo che questo uomo mi affisava
    gli occhi addosso: di modo che io, sforzato da tal cosa, gli dissi:
    - Deh ditemi,  Giovanni mio caro,  perch voi pi volte mi avete  cos
    guardato tanto fiso? - Questo uomo dabbene mi disse:
    - Io ve lo dir volentieri,  se voi,  da quello uomo che voi siate, mi
    promettere di non dire che io ve l'abbia detto -.
    Io cos gli promessi. Allora ei mi disse:
    - Sappiate che quel pretaccio di  ser  Filippo,  e'  non  sono  troppi
    giorni,  che  lui si andava vantando delle valenterie del suo fratello
    Sbietta,  dicendo come gli aveva venduto il suo podere a un vecchio  a
    vita  sua,  il  quale e non arriverebbe all'anno intero.  Voi vi siate
    impacciato con parecchi ribaldi,  s che ingegnatevi di vivere il  pi
    che voi potete,  e aprite gli occhi,  perch ci vi bisogna;  io non vi
    voglio dire altro.

    104. Andando a spasso per il mercato, vi trovai Giovanbatista Santini,
    e lui e io fummo menati accena dal detto prete; e, s come io ho detto
    per l'addietro,  egli era in circa alle venti ore,  e per causa mia e'
    si cen cos abbuon'otta,  perch avevo detto che la sera io mi volevo
    ritornare a Trespiano: di modo che prestamente e' si messe in  ordine,
    e  la  moglie dello Sbietta si affaticava,  e infra gli altri un certo
    Cecchino Buti, lor lancia.
    Fatto che furno le insalate,  e cominciando a volere entrare attavola,
    quel detto mal prete, faccendo un certo suo cattivo risino, disse:
    - E' bisogna che voi mi perdoniate, perch io non posso cenar con esso
    voi,  perch  e' m' sopragiunto una faccenda di grande inportanza per
    conto dello Sbietta, mio fratello: per non ci essere lui,  bisogna che
    io sopperisca per lui -.
    Noi  tutti lo pregammo e non potemmo mai svoggerlo: egli se n'and,  e
    noi cominciammo accenare. Mangiato che noi avemmo le insalate in certi
    piattelloni comuni,  cominciandoci  a  dare  carne  lessa,  venne  una
    scodella  per  uno.  Il  Santino,  che  mi era attavola al dirimpetto,
    disse:
    - A voi e' danno tutte  le  stoviglie  diferente  da  quest'altre:  or
    vedesti voi mai le pi belle? - Io gli dissi che di tal cosa io non me
    n'ero avveduto. Ancora ei mi disse che io chiamassi a tavola la moglie
    dello Sbietta, la quale, lei e quel Cecchino Buti, correvono innanzi e
    indietro,  tutti  infaccendati istrasordinatamente.  In fine io pregai
    tanto quella donna che la venne; la quale si doleva, dicendomi:
    - Le mie vivande non vi sono piaciute. Per voi mangiate cos poco -.
    Quando io l'ebbi parecchi volte lodato la cena,  dicendole che io  non
    mangiai  mai  n  pi di voglia n meglio,  all'ultimo io dissi che io
    mangiavo il mio bisogno appunto. Io non mi sarei mai immaginato perch
    quella donna mi faceva tanta ressa che io mangiassi.  Finito  che  noi
    avemmo  di cenare gli era passato le ventun'ora,  e io avevo desiderio
    di tornarmene la sera a Trespiano, per potere andare l'altro giorno al
    mio lavoro della Loggia: cos dissi addio attutti,  e  ringraziato  la
    donna mi parti'.  Io non fui discosto tre miglia, che e' mi pareva che
    lo stomaco mi ardessi,  e mi sentivo travagliato di sorte  che  e'  mi
    pareva  mill'anni  di arrivare al mio podere di Trespiano.  Come a Dio
    piacque arrivai di notte,  con gran  fatica,  e  subito  detti  ordine
    d'andarmene a riposare.  La notte io non mi potetti mai riposare, e di
    pi mi si mosse 'l corpo,  il quale mi sforz parecchi volte a  'ndare
    al destro,  tanto che, essendosi fatto d chiaro, io sentendomi ardere
    il sesso,  volsi vedere che cosa  la  fussi:  trovai  la  pezza  molto
    sanguinosa.  Subito  io  mi  immaginai  di  aver mangiato qualche cosa
    velenosa,  e pi e pi volte mi andavo esaminando da  me  stesso,  che
    cosa  la  potessi  essere  stata:  e mi torn in memoria quei piatti e
    scodelle e scodellini,  datimi  differenziati  dagli  altri  la  detta
    moglie dello Sbietta; e perch quel mal prete, fratello dello Sbietta,
    ed  essendosi tanto affaticato in farmi tanto onore,  e poi non volere
    restare a cena con esso noi; e ancora mi torn in memoria l'aver detto
    il detto prete come il suo Sbietta aveva fatto un  s  bel  colpo  con
    l'aver venduto un podere a un vecchio a vita,  il quale non passerebbe
    mai l'anno;  ch tal parole me l'aveva ridette quell'uomo  dabbene  di
    Giovanni  Sardella.  Di modo che io mi risolsi,  che eglino m'avessino
    dato innuno scodellino di salsa,  la quale si era fatta molto  bene  e
    molto piacevole da mangiare, una presa di silimato, perch il silimato
    fa  tutti  quei  mali  che  io mi vedevo d'avere;  ma perch io uso di
    mangiare poche salse o savori colle carne, altro che 'l sale, imper e
    mi venne mangiato dua bocconcini di  quella  salsa,  per  essere  cos
    buona  alla  bocca.  E  mi andavo ricordando come molte volte la detta
    moglie dello Sbietta mi sollicitava con diversi modi, dicendomi che io
    mangiassi quella salsa: di modo che io conobbi per certissimo che  con
    quella detta salsa eglino mi avevano dato quel poco del silimato.

    105.  Trovandomi in quel modo afflitto,  a ogni modo andavo allavorare
    alla ditta Loggia il mio gigante: tanto che in pochi  giorni  appresso
    il gran male mi sopra fece tanto che ei mi ferm nel letto. Subito che
    la  Duchessa  sent  che  io  ero ammalato,  la fece dare la opera del
    disgraziato marmo libera a  Bartolomeo  dell'Ammannato,  il  quale  mi
    mand a dire per messer...  che io facessi quel che io volessi del mio
    cominciato modello,  perch lui si aveva guadagnato il  marmo.  Questo
    messer...   si  era  uno  degli  innamorati  della  moglie  del  detto
    Bartolomeo Ammannato;  e perch gli era il pi favorito come gentile e
    discreto, questo detto Ammannato gli dava tutte le sue comodit, delle
    quali ci sarebbe da dire di gran cose.  Imper io non voglio fare come
    il Bandinello,  suo maestro,  che con i ragionamenti  usc  dell'arte;
    basta  che  io  dissi  io me l'ero sempre indovinato;  e che dicessi a
    Bartolomeo che si affaticassi,  acci che ei dimostrassi di saper buon
    grado alla fortuna di quel tanto favore, che cos immeritamente la gli
    aveva fatto.  Cos malcontento mi stavo in letto, e mi facevo medicare
    da quello eccellentissimo uomo di maestro Francesco da  Monte  Varchi,
    fisico,  e  insieme  seco mi medicava di cerusa maestro Raffaello de'
    Pilli;  perch quel silimato mi aveva di sorte  arso  il  budello  del
    sesso,  che io non ritenevo punto lo sterco. E perch il detto maestro
    Francesco,  conosciuto che il veleno aveva fatto tutto il male che  e'
    poteva,  perch  e'  non era stato tanto che gli avessi sopra fatta la
    virt della valida natura,  che lui trovava in me,  imper mi disse un
    giorno:
    - Benvenuto, ringrazia Iddio, perch tu hai vinto; e non dubitare, che
    io  ti voglio guarire,  per far dispetto ai ribaldi che t'hanno voluto
    far male -.
    Allora maestro Raffaellino disse:
    - Questa sar una delle pi belle e delle pi difficil cure,  che  mai
    ci sia stato notizia: sappi, Benvenuto, che tu hai mangiato un boccone
    di silimato -.
    A queste parole maestro Francesco gli dette in su la voce e disse:
    - Forse fu egli qualche bruco velenoso -.
    Io  dissi  che  certissimo  sapevo che veleno gli era e chi me l'aveva
    dato: e qui ogniuno di noi tacette.  Eglino mi attesono a medicare pi
    di  sei  mesi  interi;  e  pi  di uno anno stetti,  innanzi che io mi
    potessi prevalere della vita mia.

    106.  In questo tempo il Duca se n'and affare l'entrata  a  Siena,  e
    l'Ammannato era ito certi mesi innanzi a fare gli archi trionfali.
    Un  figliuolo  bastardo,  che aveva l'Ammannato,  si era restato nella
    Loggia, e mi aveva levato certe tende che erano in sul mio modello del
    Nettunno, che per non essere finito io lo tenevo coperto.
    Subito io mi andai a dolere al signor  don  Francesco,  figliuolo  del
    Duca,  il  quale  mostrava  di  volermi  bene,  e gli dissi come e' mi
    avevano scoperto la mia figura,  la quale era imprefetta;  che  se  la
    fussi stata finita,  io non me ne sarei curato. A questo mi rispose il
    detto Principe, alquanto minacciando col capo e disse:
    - Benvenuto,  non ve ne curate che la stia scoperta,  perch e'  fanno
    tanto  pi  contra  di loro;  e se pure voi vi contentate che io ve la
    faccia coprire, subito la far coprire -.
    E con queste parole Sua Eccellenzia illustrissima aggiunse molte altre
    in mio gran favore,  alla presenza di molti  Signori.  Allora  io  gli
    dissi,  che  lo  pregavo  Sua  Eccellenzia mi dessi comodit che io lo
    potessi finire,  perch ne volevo fare  un  presente  insieme  con  il
    piccol  modellino  a  Sua  Eccellenzia.  Ei  mi rispose che volentieri
    accettava l'uno e l'altro, e che mi farebbe dare tutte comodit che io
    domanderei.  Cos io mi pasce' di questo poco del favore,  che  mi  fu
    causa  di  salute  della  vita  mia;  perch,  essendomi  venuti tanti
    smisurati mali e dispiaceri a un tratto,  io mi  vedevo  mancare:  per
    quel poco del favore mi confortai con qualche speranza di vita.

    107.  Essendo di gi passato l'anno che io avevo il podere della Fonte
    dallo Sbietta,  e oltra tutti i  dispiaceri  fattimi  e  di  veleni  e
    d'altre loro ruberie,  veduto che 'l detto podere non mi fruttava alla
    met di quello che loro me lo avevano offerto,  e ne avevo,  oltre a i
    contratti, una scritta di mano dello Sbietta, il quale mi si ubbrigava
    con  testimoni a mantenermi le dette entrate,  io me n'andai a' signor
    Consiglieri;  ch in quel tempo viveva messer Alfonso Quistello ed era
    fiscale, e si ragunava con i signori Consiglieri; e de' Consiglieri si
    era  Averardo  Serristori  e Federigo de' Ricci: io non mi ricordo del
    nome di tutti: ancora n'era uno degli Alessandri: basta  che  gli  era
    una sorte di uomini di gran conto.  Ora avendo conte le mie ragioni al
    magistrato, tutti a una voce volevano che 'l detto Sbietta mi rendessi
    li mia dinari,  salvo che Federigo de' Ricci,  il quale si serviva  in
    quel  tempo  del detto Sbietta;  di sorte che tutti si condolsono meco
    che Federigo de' Ricci teneva che loro non me la spedivan; e infra gli
    altri Averardo Serristori con tutti gli altri;  ben che lui faceva  un
    rimore strasordinario, e 'l simile quello degli Alessandri: che avendo
    il  detto  Federigo  tanto  trattenuto la cosa che 'l magistrato aveva
    finito l'uffizio, mi trov il detto gentiluomo una mattina, di poi che
    gli erano usciti in su la piazza della Nunziata,  e senza un  rispetto
    al mondo con alta voce disse:
    -  Federigo  de' Ricci ha tanto potuto pi di tutti noi altri,  che tu
    se' stato assassinato contro la voglia nostra -.
    Io  non  voglio  dire  altro  sopra  di  questo,   perch  troppo   si
    offenderebbe  chi ha la suprema potest del governo;  basta che io fui
    assassinato a posta di un cittadino ricco,  solo perch e' si  serviva
    di quel pecoraio.

    108.  Trovandosi  il Duca alLivorno,  io lo andai a trovare,  solo per
    chiedergli licenzia.  Sentendomi ritornare le mie forze,  e veduto che
    io non ero adoperato annulla,  e' m'incresceva di far tanto gran torto
    alli mia studii; di modo che resolutomi me n'andai alLivorno, e trova'
    vi il Duca che mi fece gratissima accoglienza.  E perch io vi  stetti
    parecchi giorni, ogni giorno io cavalcavo con Sua Eccellenzia, e avevo
    molto  agio  a  poter dire tutto quello che io volevo,  perch il Duca
    usciva fuor di Livorno e andava quattro miglia rasente 'l  mare,  dove
    egli  faceva  fare  un  poco di fortezza e per non essere molestato da
    troppe persone,  e' gli aveva piacere che io ragionassi seco: di  modo
    che un giorno,  vedendomi fare certi favori molto notabili,  io entrai
    con  proposito  a  ragionare  dello   Sbietta,   cio   di   Piermaria
    d'Anterigoli, e dissi:
    -  Signore,  io  voglio  contare a Vostra Eccellenzia illustrissima un
    caso maraviglioso,  per il quale Vostra Eccellenzia sapr la causa che
    mi  imped  a  non  potere  finire  il  mio Nettunno di terra,  che io
    lavoravo nella Loggia.  Sappi Vostra Eccellenzia illustrissima come io
    avevo comperato un podere a vita mia dallo Sbietta -.
    Basta che io dissi il tutto minutamente,  non macchiando mai la verit
    con il falso. Ora quando io fui al veleno,  io dissi che,  se io fussi
    stato   mai   grato   servitore   nel   cospetto  di  Sua  Eccellenzia
    illustrissima, che quella doverrebbe, in cambio di punire lo Sbietta o
    quegli che mi dettono il veleno,  dar  loro  qualche  cosa  di  buono;
    perch il veleno non fu tanto che egli mi ammazzassi; ma s bene ei fu
    appunto  tanto  a purgarmi di una mortifera vischiosit,  che io avevo
    dentro nello stomaco e negli intestini; - il quale ha operato di modo,
    che dove,  standomi come io mi trovavo,  potevo vivere tre  o  quattro
    anni, e questo modo di medicina ha fatto di sorte, che io credo d'aver
    guadagnato vita per pi di venti anni; e per questo con maggior voglia
    che mai,  pi ringrazio Iddio;  e per  vero quel che alcune volte io
    ho inteso dire da certi,  che dicono: "Iddio ci mandi mal,  che ben ci
    metta" -.
    Il  Duca  mi  stette a udire pi di dua miglia di viaggio,  sempre con
    grande attenzione; solo disse:
    - O male persone!  - Io conclusi che ero loro ubbrigato ed  entrai  in
    altri  piacevoli  ragionamenti.  Appostai  un  giorno  approposito,  e
    trovandolo  piacevole  ammio   modo,   io   pregai   Sua   Eccellenzia
    illustrissima  che mi dessi buona licenzia,  acci che io non gittassi
    via qualche anno acch io ero ancor buono affar qualche cosa, e che di
    quello che io restavo d'avere ancora del mio Perseo,  Sua  Eccellenzia
    illustrissima  me  lo  dessi  quando  aqquella  piaceva.  E con questo
    ragionamento io mi distesi con molte  lunghe  cerimonie  arringraziare
    Sua Eccellenzia illustrissima, la quale non mi rispose nulla al mondo,
    anzi  mi  parve  che  e' dimostrassi di averlo ato per male.  L'altro
    giorno seguente messer Bartolomo Consino,  segretario  del  Duca,  de'
    primi, mi trov, e mezzo in braveria, mi disse:
    - Dice il Duca che se tu vi licenzia,  egli te la dar; ma se tu vuoi
    lavorare, che ti metter in opera: che tanto potessi voi fare,  quanto
    Sua  Eccellenzia vi dar da fare!  - Io gli risposi che non desideravo
    altro  che  aver  da  lavorare,  e  maggiormente  da  Sua  Eccellenzia
    illustrissima  pi  che  da  tutto il resto degli uomini del mondo,  e
    fussino papa o  imperatori  o  re;  pi  volentieri  io  servirei  Sua
    Eccellenzia  illustrissima  per un soldo che ogni altri per un ducato.
    Allora ei mi disse:
    - Se tu se' di cotesto pensiero, voi siate d'accordo senza dire altro;
    s che ritrnatene a Firenze e sta di buona voglia,  perch il Duca ti
    vuol bene -.
    Cos io mi ritornai a Firenze.

    109.  Subito che io fui a Firenze, e' mi venne a trovare un certo uomo
    chiamato Raffaellone Scheggia, tessitore di drappi d'oro,  il quale mi
    disse cos:
    - Benvenuto mio,  io vi voglio mettere d'accordo con Piermaria Sbietta
    -: al quale io dissi che e' non ci poteva mettere d'accordo altri  che
    li signori Consiglieri, e che in questa mana di Consiglieri lo Sbietta
    non  v'ar un Federigo de' Ricci,  che per un presente di dua cavretti
    grassi, sanza curarsi di Dio n de l'onor suo,  voglia tenere una cos
    scellerata  pugna  e  fare  un  tanto brutto torto alla santa ragione.
    Avendo detto queste parole, insieme con molte altre,  questo Raffaello
    sempre  amorevolmente mi diceva che gli era molto meglio un tordo,  il
    poterselo mangiare in pace,  che nonnera un  grassissimo  cappone,  se
    bene un sia certo d'averlo,  e averlo in tanta guerra: e mi diceva che
    il modo delle liti alcune volte se ne vanno tanto  in  lunga,  che  in
    quel  tempo  io  arei fatto meglio a spenderlo in qualche bella opera,
    per la quale io ne acquisterei molto maggiore onore e  molto  maggiore
    utile.  Io, che conoscevo che lui diceva il vero, cominciai a prestare
    orecchi alle sue parole;  di modo che in  breve  egli  ci  accord  in
    questo  modo:  che  lo Sbietta pigliassi il detto podere da me affitto
    per settanta scudi d'oro innoro l'anno,  per tutto 'l tempo durante la
    vita mia naturale.  Quando noi fummo affarne il contratto, il quale ne
    fu rogato ser Giovanni di ser Matteo da Falgano,  lo Sbietta disse che
    in quel modo che noi avevamo ragionato,  importava la maggior gabella;
    e che egli non mancherebbe - e per gli  bene che noi facciamo questo
    affitto di cinque anni in cinque anni - e che mi  manterrebbe  la  sua
    fede,  senza  rinovare  mai  pi  altre lite.  E cos mi promesse quel
    ribaldo di quel suo fratello prete;  e in quel modo detto,  de' cinque
    anni, se ne fece contratto.

    110. Volendo entrare innaltro ragionamento, e lasciare per un pezzo il
    favellar  di  questa  smisurata ribalderia,  sono necessitato in prima
    dire 'l seguito dei cinque anni dell'affitto,  passato il  quale,  non
    volendo  quei  dua  ribaldi mantenermi nessuna delle promesse fattemi,
    anzi mi volevano rendere il mio podere e  nollo  volevano  pi  tenere
    affitto.  Per  la  qual  cosa  io  mi  cominciai  a dolere,  e loro mi
    squadernavano addosso il contratto;  di modo che per  via  della  loro
    mala fede io non mi potevo aiutare.  Veduto questo, io dissi loro come
    il Duca e 'l Principe di Firenze non  sopporterebbono  che  nelle  lor
    citt  e'  si  assassinassi  gli  uomini  cos bruttamente.  Or questo
    spavento fu di tanto valore che e' mi rimissono addosso quel  medesimo
    Raffaello Scheggia che fece quel primo accordo; e loro dicevano che no
    me ne volevano dare li scudi d'oro innoro, come ei mi avevano dato de'
    cinque  anni  passati:  a'  quali  io  rispondevo che io non ne volevo
    niente manco. Il detto Raffaello mi venne a trovare, e mi disse:
    - Benvenuto mio,  voi sapete che io sono per la parte vostra: ora loro
    l'hanno tutto rimisso in me - e me lo mostr scritto di lor mano.  Io,
    che non sapevo che il detto fussi lor parente istretto,  me  ne  parve
    star benissimo, e cos io mi rimissi innel detto in tutto e per tutto.
    Questo galante uomo ne venne una sera a mezza ora di notte, ed era del
    mese d'agosto,  e con tante suo' parole egli mi sforz a far rogare il
    contratto,  solo perch egli conosceva che se e'  si  fussi  indugiato
    alla  mattina,  quello  inganno che lui mi voleva fare non gli sarebbe
    riuscito.  Cos e' si fece  il  contratto,  che  e'  mi  dovessi  dare
    sessantacinque  scudi  di  moneta  l'anno di fitto,  in dua paghe ogni
    anno,  durante tutta la mia vita naturale.  E  con  tutto  che  io  mi
    scotessi,  e per nulla non volevo star paziente,  il detto mostrava lo
    scritto di mia mano, con il quale moveva ognuno a darmi 'l torto; e il
    detto diceva che l'aveva fatto tutto per il mio bene e che era per  la
    parte  mia;  e  non sapendo n il notaio n gli altri come gli era lor
    parente,  tutti mi davano il torto: per la qual  cosa  io  cedetti  in
    buon'ora,  e  mi  ingegner  di  vivere  il  pi che mi sia possibile.
    Appresso a questo io feci un altro errore del mese  di  dicembre  1566
    seguente.  Comperai  mezzo  il  podere del Poggio da loro,  cio dallo
    Sbietta, per dugento scudi di moneta,  il quale confina con quel primo
    mio  della  Fonte,  con riservo di tre anni,  e lo detti loro affitto.
    Feci per far bene.
    Troppo bisognerebbe che lungamente io mi dilungassi con  lo  scrivere,
    volendo  dire  le  gran  crudelit  che  e'  m'hanno fatto;  la voglio
    rimettere in tutto e per tutto in Dio,  qual  m'ha  sempre  difeso  da
    quegli che mi hanno voluto far male.

    111.  Avendo del tutto finito il mio Crocifisso di marmo,  ei mi parve
    che dirizzandolo e mettendolo levato da terra alquante braccia, che e'
    dovessi mostrare molto meglio che il tenerlo in terra; e con tutto che
    e' mostrassi bene,  dirizzato che io l'ebbi,  e' mostr assai  meglio,
    attale  che  io  me  ne  sattisfacevo  assai: e cos io lo cominciai a
    mostrare a chi lo voleva vedere. Come Iddio volse, e' fu detto al Duca
    e alla Duchessa;  di sorte che venuti che e' furno da Pisa,  un giorno
    innaspettatamente  tutt'a dua loro Eccellenzie illustrissime con tutta
    la nobilt della lor Corte,  vennero a casa mia  solo  per  vedere  il
    detto Crocifisso: il quale piacque tanto che il Duca e la Duchessa non
    cessavano  di darmi lode infinite;  e cos conseguentemente tutti quei
    Signori e gentili uomini che erano alla presenza.  Ora quando io viddi
    ch'e'  s'erano  molto  sattisfatti,  cos  piacevolmente  cominciai  a
    ringraziargli,  dicendo loro che l'avermi levato la fatica  del  marmo
    del  Nettunno  si era stato la propia causa dell'avermi fatto condurre
    una cotale opera,  nella quale non si  era  mai  messo  nessuno  altro
    innanzi  a me;  e se bene io avevo durato la maggior fatica che io mai
    durassi al mondo,  e' mi pareva averla bene spesa,  e maggiormente poi
    che  loro  Eccellenzie  illustrissime tanto me la lodavano;  e per non
    poter mai credere di trovare chi pi vi potessi essere degno  di  loro
    Eccellenzie  illustrissime,  volontieri io ne facevo loro un presente;
    solo gli pregavo che prima che e' se ne andassino,  si  degnassino  di
    venire  innel  mio terreno di casa.  A queste mie parole piacevolmente
    subito rizzatisi,  si partirno di bottega,  ed entrati in casa viddono
    il mio modelletto del Nettuno e della fonte,  il quale nollo aveva mai
    veduto prima che allora la Duchessa.  E'  potette  tanto  negli  occhi
    della   Duchessa,   che   subito  la  lev  un  romore  di  maraviglia
    innistimabile; e voltasi al Duca disse:
    - Per vita mia,  che io non pensavo delle dieci  parti  una  di  tanta
    bellezza -.
    A queste parole pi volte il Duca le diceva:
    -  O non ve lo dicevo io?  - E cos infra di loro con mio grande onore
    ne ragionorno un gran pezzo; dipoi la Duchessa mi chiam a s, e dipoi
    molte lodi datemi in modo di  scusarsi,  ch  innel  comento  di  esse
    parole  mostrava  quasi di chieder perdono,  dipoi mi disse che voleva
    che io mi cavassi un marmo a mio modo,  e voleva che  io  la  mettessi
    innopera.  A  quelle benigne parole io dissi,  che se loro Eccellenzie
    illustrissime mi davano le comodit,  che volentieri per loro amore mi
    metterei a una cotal faticosa impresa. A questo subito rispose il Duca
    e disse:
    -  Benvenuto,  e'  ti  sar  date  tutte  le  comodit  che  tu saprai
    dimandare, e di pi quello che io ti dar dapperm, le qual saranno di
    pi valore da gran  lunga  -  e  con  queste  piacevol  parole  e'  si
    partirno, e me lasciorno assai contento.

    112.  Essendo passato di molte settimane, e di me non si ragionava; di
    modo che,  veduto che e' non si dava ordine di  far  nulla,  io  stavo
    mezzo  disperato.  In  questo  tempo la Regina di Francia mand messer
    Baccio del Bene al nostro Duca a richiederlo di danari in presto; e 'l
    Duca benignamente ne lo serv,  che cos si  disse;  e  perch  messer
    Baccio  del Bene e io eramo molto domestichi amici,  riconosciutici in
    Firenze,  molto ci  vedemmo  volentieri;  di  modo  che  'l  detto  mi
    raccontava  tutti  quei  gran  favori  che  gli faceva Sua Eccellenzia
    illustrissima;  e innel ragionare e' mi domand come io  avevo  grande
    opere  alle  mane.  Per  la qual cosa io gli dissi,  come era seguto,
    tutto 'l caso del gran Nettunno e della fonte,  e il gran torto che mi
    aveva  fatto  la Duchessa.  A queste parole e' mi disse da parte della
    Regina,  come Sua Maest aveva  grandissimo  disiderio  di  finire  il
    sipulcro  del  re Arrigo suo marito,  e che Daniello da Volterra aveva
    intrapreso affare un gran cavallo di bronzo,  e che gli era trapassato
    il  tempo di quello che lui l'aveva promesso,  e che al detto sipulcro
    vi andava di grandissimi ornamenti;  s che se io volevo  tornarmi  in
    Francia innel mio castello, ella mi farebbe dare tutte le comodit che
    io saprei adomandare,  pur che io avessi voglia di servirla.  Io dissi
    al detto messer Baccio,  che mi chiedessi al mio Duca;  che  essendone
    contento Sua Eccellenzia illustrissima, io volentieri mi ritornerei in
    Francia. Messer Baccio lietamente disse:
    - Noi ce ne torneremmo insieme - e la misse per fatta.  Cos il giorno
    dipoi, parlando il detto cone 'l Duca,  venne in proposito il ragionar
    di  me;  di  modo che e' disse al Duca,  che se e' fussi con sua buona
    grazia, la Regina si servirebbe di me. A questo subito il Duca rispose
    e disse:
    - Benvenuto  quel valente uomo che sa il mondo,  ma ora lui non vuole
    pi  lavorare  -  ed entrati innaltri ragionamenti,  l'altro giorno io
    andai a trovare il detto messer Baccio,  il quale mi ridisse il tutto.
    A questo io, che non potetti stare pi alle mosse, dissi:
    - Oh se dappoi che Sua Eccellenzia illustrissima non mi dando da fare,
    e io dapperm ho fatto una delle pi difficile opere che mai per altri
    fussi  fatta  al  mondo,  e mi costa pi di dugento scudi,  che gli ho
    spesi della mia povert;  oh che arei io  fatto,  se  Sua  Eccellenzia
    illustrissima  m'avessi messo innopera!  Io vi dico veramente,  che e'
    m' fatto un gran torto -.
    Il buono gentile uomo ridisse  al  Duca  tutto  quello  che  io  avevo
    risposto.  Il  Duca gli disse che si motteggiava,  e che mi voleva per
    s;  di modo che io stuzzicai parecchi volte di andarmi  con  Dio.  La
    Regina non ne voleva pi ragionare per non fare dispiacere al Duca,  e
    cos mi restai assai ben malcontento.

    113.  In questo tempo il Duca se n'and,  con tutta la sua Corte e con
    tutti i sua figliuoli,  dal Principe in fuori il quale era in Ispagna:
    andorno per le maremme di Siena;  e per quel  viaggio  si  condusse  a
    Pisa.  Prese il veleno di quella cattiva aria il Cardinale prima degli
    altri: cos dipoi pochi giorni l'assal una febbre pestilenziale e  in
    breve  l'ammazz.  Questo era l'occhio diritto del Duca: questo si era
    bello e buono, e ne fu grandissimo danno.  Io lasciai passare parecchi
    giorni,  tanto che io pensai che fussi rasciutte le lacrime: dappoi me
    n'andai a Pisa.
