ENCICLOPEDIA TASCABILE, IL SAPERE.
Mario Cataldo.
Storia dell'industria italiana
dalle origini ai giorni nostri.


1. GLI ESORDI.

Ringrazio vivamente il dott. Roberto Morselli e il dott. proc. Vincenzo
Sica per la collaborazione prestatami nella stesura del lavoro.

Intorno al 1850, un decennio prima dell'unit nazionale, I'Italia
presentava, per molti versi, I'aspetto di un Paese ancora molto arre-
trato.

Soltanto in alcune zone del Settentrione e del Centro e in zone ri-
strette del Sud si era realizzata nei decenni precedenti una relativa
accelerazione dello sviluppo economico, senza che si potesse, peraltro,
ancora parlare di industrializzazione nel senso corrente del termine.

Un ostacolo allo sviluppo economico, sotto il profilo industriale,
era rappresentato dal frazionamento doganale che impediva l'in-
tensificazione degli scambi fra i diversi Stati pre-unitari.

Era, infatti, molto pi intenso il commercio con i Paesi esteri che
quello fra i diversi Stati italiani.

Verso la met del secolo XIX in Italia le aree maggiormente svilup-
pate erano quelle comprese nel Lombardo-Veneto, a quel tempo
sotto il dominio asburgico. In queste zone alcune piccole industrie,
favorite dall'impiego dell'energia idraulica e del vapore, operavano
con buoni risultati soprattutto nel campo della filatura del cotone e
del lino, della torcitura della seta e nel settore metalmeccanico.
Quest'ultimo settore si svilupp in particolare grazie all'awio delle
costruzioni ferroviarie. L'agricoltura ebbe un considerevole svilup-
po nella Bassa Padana, a seguito della concentrazione della proprie-
t agraria, che assunse in misura crescente talune connotazioni di
tipo capitalistico.

Nel Regno Sabaudo, il Piemonte conobbe nel campo agricolo un
favorevole andamento nelle zone collinari e pianeggianti. Anche in
questa regione, analogamente alla Lombardia, la propriet si svi-
lupp in senso capitalistico e in alcune specifiche zone prosperaro-
no le risaie, la coltura del lino e della canapa nonch l'allevamento.

Anche l'industria tessile ebbe un buon successo in alcune parti del
Piemonte e della Liguria.
In Toscana, invece, non si registr quell'incremento economico e
quel rinnovamento tecnologico delle grandi aziende agricole di tipo
capitalistico della Lombardia e del Piemonte, in quanto la propriet
agraria, per lungo tempo, rimase legata ai vecchi metodi produttivi e
i progressi dell'industria si ebbero nei soli settori laniero e minera-
rio.

Lo Stato Pontificio conobbe un qualche progresso nel settore agri-
colo con l'introduzione, in alcune province dell'Emilia, di criteri di
gestione capitalistica.

Infine, nel Regno delle due Sicilie, nel campo agricolo si ebbe una
espansione di colture specializzate, senza che peraltro venissero
progettate e attuate effettive innovazioni tecnologiche.

Per quanto concerne l'industria e le comunicazioni vanno annove-
rate la nascita di importanti cantieri navali, alcune officine meccani-
che moderne create nella zona di Napoli, e la costruzione della pri-
ma ferrovia Napoli-Portici nel 1839.

Pertanto, il quadro complessivo dal punto di vista economico che il
nostro Paese presentava verso la met del secolo XIX era molto mo-
desto potendosi rilevare soltanto l'awio di una trasformazione di al-
cuni settori produttivi con particolare riferimento alle regioni set-
tentrionali.

2. GLI ALTRI PAESI EUROPEI

Le prospettive di sviluppo dell'Italia erano, poi, quanto mai condi-
zionate anche dalla presenza di un mercato internazionale caratte-
rizzato, gi dal secolo precedente, da sistemi industriali decisi a far
valere la loro egemonia tecnologica e il loro avanzato sviluppo pro-
duttivo.

Ci si riferisce, in particolare, alla Gran Bretagna e alla Francia, ma
anche al Belgio e all'Olanda.

In Inghilterra, il Paese che per primo aveva conosciuto la rivoluzio-
ne industriale, grazie all'introduzione, alla fine del Settecento, di
nuove tecniche sostitutive della semplice forza lavoro dell'uomo e
legate all'uso di moderne macchine sotto la direzione di imprendi-
tori capitalisti, il sistema economico era giunto a uno stadio eccezio-
nale di sviluppo, il cui presupposto era da ricondursi alle due rivolu-
zioni del 1640 e 1688, che costituirono la prima affermazione dei
ceti borghesi, a discapito della nobilt.

Il crescente peso politico acquisitO dalla borghesia sospinse succes-
sivamente la Corona e i Governi, che si succedettero in quel periodo
alla testa del Paese lungo il corso del secolo XVIII, sulla via del-
l'espansionismo coloniale, che consent alla Gran Bretagna di di-
ventare, proprio nel periodo in cui scomparivano gli imperi coloniali
di Spagna e Portogallo e declinava quello olandese, una grande po-
tenza, con evidenti conseguenze positive anche sul piano economi-
co-finanziario.

La rivoluzione industriale, come detto, aveva la sua premessa tec-
nologica nell'introduzione di nuove macchine, che moltiplicavano il
rendimento del lavoro umano, sconvolgendo i vecchi metodi di pro-
duzione, mentre la sua premessa economico-strutturale si identifi-
cava nel capitale, negli investimenti, e nelle capacit manageriali
degli imprenditori.

Quest'ultimi, tuttavia, nonostante i capitali di cui disponevano,
non erano sempre in grado di affrontare da soli gli alti costi delle
macchine e degli impianti, per cui furono costretti a ricorrere ai
grandi Istituti di credito, che divennero veri e propri serbatoi in gra-
do di sowenzionare, per l'apporto di denaro di tanti piccoli rispar-
miatori, le costosissime trasformazioni industriali.

Altro importante fenomeno, intimamente connesso con la trasfor-
mazione industriale, fu la rivoluzione dei mezzi di trasporto, che ini-
zi con l'applicazione della macchina a vapore ai trasporti marittimi
e terrestri. Nacquero cos il primo battello a vapore (1819), le prime
ferrovie nel 1825 per il trasporto delle merci e nel 1830 per quello
dei viaggiatori, invenzioni quest'ultime che resero facilmente per-
corribili distanze considerate solo qualche anno prima enormi.

In tale contesto va, inoltre, considerato che, sul finire del seco-
lo XVIII, la propriet terriera fu concentrata nelle mani di pochi pro-
prietari tramite le c.d. recinzioni.

Detta concentrazione, da un lato, consent uno sviluppo nella pro-
duzione a vantaggio della ricchezza nazionale, dall'altro, determin
un'ampia disponibilit di mano d'opera/forza lavoro a buon merca-
to, costituita, in particolare, dai piccoli possessori di terra costretti a
cedere ai grandi latifondisti le loro terre, impossibilitati come erano,
a resistere alla loro concorrenza.

Una serie di trasformazioni profonde mut, dunque, nel giro di un
secolo il volto della Gran Bretagna consentendo gradatamente, tra
il 1800 e il 1860, l'incremento dal 10 al 23 per cento della partecipa-
zione dell'industria e del commercio alla formazione del reddito.

Notevole fu anche la quota riferita ai trasporti.

In sostanza in Gran Bretagna si riusc in poco pi di un secolo a svi-
luppare i vari settori dell'economia, razionalizzando i diversi settori
della produzione.

La Gran Bretagna si presentava, a met dell'Ottocento, come un
Paese fortemente urbanizzato, pi di un terzo della popolazione vi-
veva in citt prefigurando gi l'ambientazione tipica di una societ
industriale, con le masse operaie concentrate intorno alle fabbriche,
ubicate per lo pi nelle grandi citt.
12                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

Nel 1851, l'Esposizione universale al Crystal Palace di Londra, la
prima in assoluto, aveva sancito, all'insegna delle rilevanti scoperte
tecnologiche realizzatesi negli anni precedenti, la supremazia del-
I'InghilterTa, quale massima potenza industriale e commerciale nel
mondo.

Ma gi al;ora, alcuni Paesi europei avevano iniziato con successo la
rincorsa alla Gran Bretagna. Posta l'egemonia economica di
quest'ultima si rese necessario ed indispensabile nei diversi Paesi un
intervento diretto dello Stato nell'economia anche in conseguenza
del verificarsi di determinati eventi politici.

Infatti, col ritorno alla pace dopo la caduta di Napoleone l'indu-
stria, ancora molto arretrata dei Paesi europei, si trov improwisa-
mente esposta alla concorrenza vincente dei prodotti inglesi, so-
prattutto nel settore dei tessuti.

Alla fine del lungo periodo delle guerre napoleoniche, segu, quin-
di, una crisi generale, in parte coincidente con la crisi agraria del
1816-17, che port ad un inasprimento di tutti i dazi di importazio-
ne. L'intervento statale si indirizz anche verso altri settori: si inizi
a costruire ferrovie, si diede impulso allo sviluppo delle comunica-
zioni e dei servizi, si incrementarono le spese statali sia negli arma-
menti che nell'istruzione professionale. Va rilevato, tuttavia, che i
capitali erano ancora scarsi, soprattutto a causa della mancata o ri-
tardata trasformazione in senso capitalistico dell'agricoltura.

Pertanto, gli investimenti privati nelle attivit produttive erano an-
cora notevolmente modesti.

In tale contesto incominciarono comunque ad affermarsi alcuni
nuclei di industria moderna, soprattutto nel settore tessile, ma an-
che in quello meccanico.

Tale fenomeno awenne in alcune zone privilegiate, favorite dalle
ricchezze del sottosuolo, dalla disponibilit di energia, da particolari
fattori geografici, ma anche da determinate condizioni politico-sociali.

Queste zone comprendevano il Belgio, alcuni distretti della Fran-
cia, l'Alsazia francese e la Renania tedesca, nonch le regioni attor-
no ad alcune delle pi importanti citt europee quali Parigi, Berlino,
Vienna.

Verso il 1830, in particolare, grazie ad alcuni movimenti politici
(affermazione della monarchia borghese in Francia, l'indipen-
denza del Belgio, l'unione doganale tedesca), si ebbe un notevole
sviluppo di queste aree industrializzate, che si venivano a definire e
ci a prescindere dai confini fra i diversi Paesi, che spesso, anzi, ve-
nivano interessati da insediamenti che si sviluppavano contestual-
mente in pi Stati.

Fra il 1848 e il 1860 il governo francese, in coincidenza con lo svi-
luppo delle ferrovie e la formazione del capitale privato, abbandon

L'INDUSTRIA ITALIANA ED EUROPEA ALLA META DEL 1800       13

le tariffe protezionistiche che fino ad allora difendevano la produ-
zione degli industriali francesi dai prodotti stranieri ed in specie da
quelli inglesi.

Aumentarono gli stanziamenti pubblici, specialmente nel settore
dei trasporti ferroviari; si ebbero un rafforzamento delle manifattu-
re cotoniere ed un incremento delle costruzioni nel settore edilizio;
crebbe poi la mobilitazione del piccolo risparmio, accentuata dalle
nuove banche d'affari; rilevante fu l'apporto di mano d'opera immi-
grata proveniente da altri Paesi europei; miglior, infine, il livello
delle attrezzature tecniche.

Tali fattori favorirono una consistente fase di espansione dell'eco-
nomia, anche se le sezioni pi specificatamente industriali, quali le
miniere, la siderurgia, la lavorazione del vetro, raggiunsero dimen-
sioni di stampo imprenditoriale solo verso il 1880.

Per la Germania, anche prima dell'unificazione (1871), furono de-
cisivi gli stanziamenti governativi nei servizi e nelle opere pubbliche,
non meno di alcuni incentivi fiscali concessi dalle autorit che con-
sentirono un sostanziale sviluppo dell'industria.

La Germania tra il 1851-60 e il 1881-90, awalendosi di un sistema
creditizio basato sulle banche miste, sopravanz gli altri Paesi euro-
pei nei ritmi di sviluppo industriale, con un considerevole aumento
degli investimenti pubblici e privati.

Da ultimo una menzis)ne anche per l'Olanda e la Danimarca, ove
nella seconda met dell'Ottocento scomparirono le vecchie struttu-
re sociali e le campagne si organizzarono secondo un modello co-
operativistico, che consentir la creazione di nuovi regimi politici di
avanzata democrazia.

3. GLI ANNI PRECEDENTI L'UNITA

Nel decennio fra il 1848 e il 1859, oltre il Lombardo-Veneto, solo il
Piemonte e la Liguria si distinsero, dal quadro generalmente negati-
vo dell'Italia per un certo sviluppo economico agevolato dalla politi-
ca liberista adottata dal Cavour in quel periodo.

Le altre regioni dell'Italia rimasero sostanzialmente nelle medesi-
me condizioni della prima met del secolo.

Di fronte alla crescente affermazione dell'industria nei principali
Paesi dell'Europa occidentale, le novit emerse in Italia poco dopo
la met del secolo non erano ancora tali da far presagire rilevanti
mutamenti.

Infatti, solo l'industria tessile nel Piemonte del periodo cavouriano
e nella Lombardia aveva raggiunto una qualche consistenza.

In particolare, fra tutte le attivit industriali, assumevano rilievo le
produzioni della seta (Comasco e Brianza), l'industria laniera (Biel-
lese e Vicentino), l'industria cotoniera (Gallarate, Busto Arsizio e
Legnano, Alessandria e Novara).

Tra tutte, l'industria cotoniera si distingueva dalle altre attivit tes-
sili per un maggior grado di sviluppo, per un pi alto grado di con-
centrazione della mano d'opera e per la mobilitazione di pi ampie
risorse tecniche.

Tuttavia, nel complesso, l'industria tessile tendeva a coprire unica-
mente la domanda del mercato nazionale. Le esportazioni all'estero
erano quindi assai limitate.

Molto pi arretrate erano le condizioni in cui versavano l'industria
metallurgica e quella meccanica. La produzione di questi settori ri-
spetto a quella di altri Paesi risultava essere del tutto minore. Va tut-
tavia rilevato il salto qualitativo che si ebbe in Liguria, nel settore si-
derurgico e meccanico, ove l'Ansaldo di Sampierdarena divenne in
quegli anni la pi importante fabbrica del settore producendo dalle
navi alle locomotive.

La specializzazione della manodopera era ancora sommaria e i
mezzi finanziari indispensabili per creare o ammodernare gli im-
pianti insufficienti, affinch le aziende esistenti potessero compete-
re con la pi agguerrita concorrenza straniera.

La generale arretratezza dell'Italia poteva essere ben simboleggia-
ta dal limitatissimo grado di diffusione delle ferrovie, passate da 357
km nel 1848 ai 986 del 1859, che, invece, negli altri Paesi europei
progrediti costituivano il principale fattore trainante del processo di
industrializzazione.

La Gran Bretagna ad esempio possedeva gi pi di 11.000 km di li-
nee ferroviarie.

In definitiva, l'Italia si affacciava all'Unit ancora con una struttu-
ra prevalentemente agricola.

Non esisteva, inoltre, un ceto borghese disposto ad investire le pro-
prie risorse per l'awio di attivit industriali, che rimasero pertanto
poco sviluppate.

Il. L'Italia dopo il 1861

1. GLI EFFETTI DELLA POLITICA LIBERISTA

Alla data di nascita dello Stato unitario l'incidenza dell'industria
(ivi compreso l'artigianato) nella formazione del reddito non supe-
rava il 20 per cento del prodotto lordo privato con un impiego di cir-
ca il 18 per cento della mano d'opera, contro quasi il 60 per cento
dell'agricoltura, che invece impiegava circa il 70 per cento della mano
d'opera.
In molti Stati pre-unitari, alla stregua di quanto awenne in altri

Paesi europei, erano state introdotte tariffe doganali che servirono,
soprattutto, ad incrementare il gettito fiscale e a mantenere l'equili-
brio della bilancia commerciale. A differenza di altri Paesi, quale ad
esempio la Germania, la politica economica adottata non agevol
tuttavia la crescita dell'industria. Inoltre il sistema dei dazi doganali
danneggi i mercati di sbocco e non rafforz i settori chiave della
produzione in via di sviluppo.

All'indomani dell'Unit, l'estensione a tutta la penisola delle tarif-
fe doganali piemontesi del 1851, ispirate a princpi del libero scam-
bio, sembr la soluzione pi idonea ad imprimere a tutto il Paese
uno sviluppo economico omogeneo e pi incisivo.

La politica liberista aveva rappresentato uno degli elementi pi
importanti dell'opera riformatrice portata avanti da Cavour duran-
te il decennio precedente all'unificazione, opera che aveva consenti-
to un rafforzamento economico dello Stato Sabaudo.

La liberalizzazione in Italia delle tariffe doganali e lo sviluppo con-
seguente del commercio estero, in effetti, favorirono taluni miglio-
ramenti: mutamenti nel regime fondiario e nella gestione delle ter-
re, un progressivo sviluppo dei capitali, la crescita di nuovi ceti. Si
registr anche una pi ampia circolazione della manodopera. Si as-
sistette, infine, ad un costante aumento delle esportazioni nell'agri-
coltura, che favor un incremento delle attivit manifatturiere e
mercantili pi stretta;nente connesse all'ambiente rurale.

Tuttavia in questo periodo (1860-80), la superiorit dell'industria
straniera continuava ad essere schiacciante. La politica liberista
aveva consolidato e rafforzato solamente i settori che gi si erano
sviluppati nel periodo pre-unitario.

A quel tempo, poco meno di 400.000 persone erano addette ad at-
tivit industriali; e la met di questa forza lavoro prestava la propria
attivit nelle industrie tessili, ed in specie in quelle seriche.

Per sanare il deficit del bilancio, che nel 1865 superava i 2000 mi-
lioni, si adott una politica fiscale che in effetti colp pesantemente
gli industriali. A giudizio del Sette, allora ministro delle Finanze,
massimo responsabile di quella politica, l'Italia a causa di detta po-
litica era da considerare il Paese pi tassato d'Europa.

Verso il 1870 l'industria, sviluppata soprattutto nel triangolo Mila-
no-Torino-Genova, era ancora incentrata sul settore tessile. I com-
parti della siderurgia e della meccanica si svilupparono solo nei de-
cenni successivi con un aumento corrispondente della spesa pubbli-
ca, che impegn ingenti somme alle spese militari. L'industria mani-
fatturiera vantava un leggero aumento nel prodotto netto in quel
periodo. La partecipazione totale dell'industria alla formazione del
prodotto lordo privato scendeva, peraltro, dal 20,3 al 17,3 per cento.
Industrie moderne come la chimica e la fabbricazione dell'acciaio
erano ancora praticamente sconosciute.

Un grandissimo ostacolo allo sviluppo civile ed economico del
Paese era ancora rappresentato dalla limitata estensione delle fer-
rovie (2100 km nel 1861), che solo verso il 1877 super gli 8000 km.

In tale contesto nacquero e si svilupparono, in relazione allo stato
di generale depressione in cui versava l'industria italiana, dovuto
anche alla crisi che si stava aprendo nell'economia mondiale, le pro-
teste contro la politica liberista, che poteva determinare, secondo
molti, la permanenza dell'Italia ancora fra le potenze di rango infe-
riore.

Si era dell'awiso, infatti, che proseguendo sulla via di una politica
di tipo liberista, si correva il rischio di rinunciare a ogni prospettiva
di sviluppo industriale con implicazioni anche sullo sviluppo del-
l'agricoltura.

2. PROTEZIONISMO E NASCITA DELLE GRANDE INDUSTRIA

Negli anni 1870-74 fu awiata e portata a termine una inchiesta in-
dustriale che mise in luce le tendenze protezionistiche degli indu-
striali, in concomitanza anche con l'istituzione da parte degli altri
Paesi europei di dazi di protezione doganale.

Queste aspirazioni divennero pi pressanti dopo che nel 1873 era
scoppiata una crisi depressiva a livello mondiale iniziata con una cri-
si nel settore agricolo e si concretarono nel 1878 con le prime tariffe
protezionistiche, che favorirono, in particolare, il settore tessile.

Un dazio non rilevante fu del pari introdotto sulle importazioni di
frumento.

Uno sguardo anche alla situazione agricola nelle regioni italiane
intorno agli anni Ottanta dava conferma della generale arretratezza
di questo settore, come confermato dalla grande inchiesta agraria
(1877-84), diretta da Stefano Iacini.

In tale contesto, non va dimenticata la crisi manifestatasi in Euro-
pa, alla fine degli anni Settanta, che si stava rivelando ben pi lunga
e complessa di quanto si potesse prevedere.

Dopo l'agricoltura, la crisi aveva investito anche altri settori
dell'industria e le attivit terziarie, rallentando la formazione di
nuovi capitali.

Va notato, peraltro, che la crisi fu causata essenzialmente da fatto-
ri politici; infatti, la crisi del libero scambio, con la conseguente limi-
tazione dei rapporti commerciali fra gli Stati, trovava la propria ra-
gion d'essere nelle tensioni che si vennero a creare fra i diversi Paesi
che determinarono al loro interno l'affermarsi dei princpi del na-
zionalismo.

In considerazione di ci, nonch del mutamento della congiuntura
internazionale, collegata alla maggiore concorrenza dei cereali
americani, russi, e di alcuni Paesi asiatici, si addivenne nel 1887 ad
un decisivo mutamento di rotta nella politica economica in Italia
con l'adozione del protezionismo e di un massiccio intervento pub-
blico a sostegno del sistema industriale.

In particolare, I'Italia si adegu all'orientamento europeo circa la
reintroduzione di dazi protettivi, e quindi, al ricorso al protezioni-
smo, considerato da molti quale mezzo idoneo, da un lato, per favo-
rire la promozione delle attivit produttive e, dall'altro, per affran-
care il mercato interno dagli interessi finanziari ed economici stra-
nieri.

E interessante notare che un orientamento pi o meno identico
stava delineandosi in quegli anni in Francia.

In Italia, si giunse, come detto, nell'estate del 1887 mentre era in
carica l'ultimo governo Depretis, al varo di una nuova tariffa doga-
nale che metteva al riparo dalla concorrenza straniera i pi svilup-
pati settori dell'industria nazionale (i pi favoriti, oltre al siderurgi-
co, furono il laniero, il cotoniero e lo zuccheriero), colpendo le mer-
ci di importazioni con forti dazi di entrata.

In campo agricolo, il nuovo regime doganale fu esteso ai cereali; il
dazio sul grano fu quasi triplicato fra 1'87 e 1'89.

La tariffa dell'87 evidenziava la rottura con la tradizione libero
scambista seguita negli anni post unitari e poneva le basi di una nuo-
va coalizione del potere economico, analogamente al sistema prus-
siano, fondata sull'alleanza fra l'industria protetta dallo Stato e i
grandi proprietari terrieri e sull'intreccio fra i maggiori gruppi di in-
teresse e i poteri statali.

E opinione comune che la scelta protezionistica in quel contesto
dell'Europa di fine ottocento costituisse per l'Italia una sorta di scel-
ta obbligata sulla strada di quel decollo industriale realizzatosi a
partire dagli ultimi anni del secolo scorso.

Tuttavia la scelta del protezionismo, e in particolare la tariffa
dell'87, in Italia, produsse una serie di conseguenze immediate che
accentuarono squilibri tra i diversi settori dell'economia.

I dazi doganali non proteggevano in modo uniforme i diversi com-
parti produttivi.

Al forte sostegno accordato al settore siderurgico faceva riscontro
la protezione minore dell'industria meccanica.

Nel ramo tessile i settori protetti (laniero e cotoniero) progrediro-
no; quelli, invece, tradizionalmente esportatori, come l'industria se-
rica, si awiarono verso il declino.

Analogo discorso vale per l'agricoltura, dove, in particolare l'agri-
coltura meridionale veniva colpita nel settore delle colture specia-
lizzate, che si reggeva soprattutto sulle esportazioni e che vide bru-
scamente chiudersi il suo principale mercato di sbocco.

La tariffa dell'87 ebbe, infatti, come conseguenza una rottura com-
merciale, poi degenerata in vera e propria guerra doganale, con la
Francia, che era stata fin allora il principale partner economico
dell'Italia e il maggiore acquirente dei prodotti agricoli meridionali.

La guerra commerciale con la Francia fu un ulteriore elemento ne-
gativo sull'economia italiana di quel periodo, che gi scontava l'in-
troduzione del protezionismo, e l'abolizione delle leggi naturali del
liberismo economico, nonch la crisi dell'agricoltura meridionale. A
tal riguardo, deve considerarsi che il processo di industrializzazione
dell'intero Paese aveva come necessario presupposto d'espansione
lo sviluppo anche del Sud, che invece con la continuazione del fisca-
lismo durante i governi della Sinistra fu ulteriormente penalizzato
rispetto al Nord.

Gli anni 1888-96 furono quindi anni di profonda crisi per l'econo-
mia italiana. Il reddito nazionale aument appena sufficientemente
per tenere il passo all'incremento naturale della popolazione.

La nuova politica doganale del 1887 inaugur altres una serie di
interventi dello Stato nell'economia, rivolti esplicitamente a raffor-
zare il processo di sviluppo capitalistico sulla base di un potenzia-
mento complessivo del settore industriale.

Numerose furono le sowenzioni statali stabilite in favore dei can-
tieri nazionali, privilegi accordati alle imprese meccaniche e side-
rurgiche nelle commesse pubbliche, le ordinazioni di materiale fer-
roviario e militare fatte dalle amministrazioni competenti.

Purtroppo, il nuovo slancio assunto dall'industria italiana venne
scontrandosi ben presto con le difficolt in cui versava il sistema
bancario, che doveva fronteggiare in quel periodo una situazione
grave di scarsa liquidit e di pesanti immobilizzi, nonch l'awio di
uno scandalo di rilevante entit (Banca Romana).

Anche in Italia si era realizzata quella compenetrazione tra banche
e imprese che faceva s che la crisi del settore creditizio determinas-
se una crisi anche nel settore industriale.

In quest'epoca, con l'affermarsi, come detto, di un intervento dello
Stato pi incisivo nell'economia si registrarono due iniziative di par-
ticolare rilievo: la fondazione di una compagnia, la Navigazione Ge-
nerale Italiana, e l'installazione di un grande impianto di produzio-
ne dell'acciaio a Terni.

La creazione della richiamata societ di navigazione diede ulterio-
re sviluppo alla cantieristica italiana, che in quegli anni benefici an-
che di particolari sgravi fiscali.

Tali iniziative nei settori della siderurgia, dell'industria armatoria-
le e cantieristica, erano strettamente connesse all'awio di program-
mi governativi, in concorrenza con Francia e Gran Bretagna, di riar-
mo navale e di espansione coloniale nel Mediterraneo e sulle coste
africane.

Appare evidente, alla luce di quanto precede, che la politica prote-
zionista, varata nel 1887, trovava la propria ragione d'essere soprat-
tutto negli interessi di taluni industriali, come quelli operanti nel
settore siderurgico e gli armatori, e di quanti erano interessati ad un
rafforzamento del potenziale industriale militare del Paese.

Infatti, non va dimenticato che proprio in quegli anni, l'Italia awia-
va i primi progetti coloniali in Africa, strettamente connessi alle ne-
cessit di un rafforzamento dell'industria siderurgica, considerate le
esigenze di guerra.

L'espansione coloniale italiana, fu awiata anche se mancavano i
necessari presupposti economici, politici e sociali.

Infatti, troppo recenti, erano ancora i traumi dell'unificazione e
troppo ampio, quindi, era il divario che divideva l'Italia dai Paesi
economicamente pi avanzati e militarmente pi forti.

Pur tuttavia, contemporaneamente alla stipulazione, in funzione
essenzialmente antifrancese, dell'accordo nel 1882 con Germania e
Austria (Triplice Alleanza), il governo Depretis, spinto da conside-
razioni di prestigio e dalle pressioni di ristretti gruppi di interesse,
fra i quali owiamente anche molti industriali, aveva ritenuto oppor-
tuno porre le basi per una piccola iniziativa coloniale in una zona
dell'Africa orientale (fascia costiera tra Massaua e Assab) in cui
l'espansione appariva pi facile.

In quel periodo si assistette, altres, allo sviluppo molto sensibile
della scienza e della tecnologia, sviluppo che prospett addirittura
una nuova rivoluzione industriale.

Nessun settore produttivo rimase estraneo all'ondata di rinnovamen-
to e di miglioramento tecnologico degli ultimi decenni dell'Ottocento.

Gli sviluppi pi interessanti si concentrarono in industrie relativa-
mente giovani, come la chimica o come quel particolare ramo del-
la metallurgia dedito alla produzione dell'acciaio.

Furono questi settori, assieme a quello assolutamente nuovo come
l'elettrico, a svolgere in questa nuova rivoluzione industriale quel
ruolo trainante che cent'anni prima, in Inghilterra, era stato svolto
in primo luogo dall'industria del cotone e poi da quella meccanica.
In quegli anni sorse la Edison con cui di fatto nasceva in Italia l'in-
dustria elettrica.

Quindi sul finire dell'Ottocento abbiamo in Europa e in Italia una
industria che  caratterizzata da sistemi di produzione ove trovano
applicazione, sempre pi su larga scala, nuove scoperte scientifiche;
ma tale sviluppo tecnologico cozzava con la crisi degli altri comparti
produttivi (agricoltura, terziario) che determin, come visto, I'esi-

1,
20                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

genza di quasi tutti i Paesi europei di adottare veti all'importazione,
secondo una logica tipicamente nazionalista.

Per quanto sopra, si spiega come le tendenze di sviluppo del setto-
re industriale manifestatesi nel corso degli anni Ottanta, vennero
rallentate nel successivo decennio.

L'industria, che aveva toccato nel 1889 il punto pi alto nella quota
del prodotto lordo privato, scese da circa il 22 al 17 nel 1892 e soltan-
to poco prima dell'inizio del nuovo secolo raggiunse di nuovo i valo-
ri raggiunti venti anni prima.

Tutti i settori dell'industria accusarono i contraccolpi della crisi eco-
nomica. Tuttavia, pu ritenersi che l'industria italiana nel suo comples-
so riusc a resistere ad una crisi cos grave e a riprendersi ancor prima
della scomparsa degli effetti della crisi sull'economia nazionale.

Il sistema industriale, infatti, costituiva una realt tangibile, soprat-
tutto sotto il profilo delle innovazioni tecnologiche, e oramai conso-
lidata. Detta realt fu la base per il vero e proprio decollo che carat-
terizz il decennio successivo.

In questo periodo c'era da registrare, anche, la formazione nel set-
tore siderurgico di un sistema statale-industriale, caratterizzato da
un complesso e incisivo intreccio di rapporti tra mano pubblica e
mano privata nell'ambto della delineazione della politica protezio-
nista, delle sowenzioni pubbliche e delle commesse pubbliche.

Questi legami, che accentuarono, peraltro, la creazione di mono-
poli nella struttura della nostra industria pesante, erano l'espressio-
ne, da un lato, della concezione nazionalista e, dall'altro, di un inter-
ventismo pubblico, che tendeva, in particolare, alla tutela del lavoro
italiano e soprattutto all'affrancazione del Paese dall'onta dell'emi-
grazione. Non va dimenticato che nell'ultimo ventennio del secolo la
cifra degli emigranti crebbe considerevolmente, fino a raggiungere una
media di circa 300.000/350.000 partenze ogni anno fra il 1896 e l'inizio
del 1900, con un forte aumento della quota di emigrazione permanen-
te, diretta verso i Paesi americani. Nel corso dell'ultimo ventennio del
secolo gli emigranti superavano la cifra di circa 2.000.000.

La vita politica italiana di questo periodo fu caratterizzata, dopo la
morte del Depretis nell'estate del 1887, dalla politica di Francesco
Crispi, che aveva programmi di riorganizzazione e razionalizzazione
dell'apparato pubblico dello Stato e di nuove imprese coloniali e poi
dal Giolitti, figura centrale del successivo ventennio di storia italia-
na, che nel 1892 assunse per la prima volta la guida del governo.

Lo sviluppo economico del Paese era strettamente connesso alla
adozione di una politica finanziaria efficiente da parte dello Stato.

Raggiunto nel 1876 il pareggio del bilancio, negli anni successivi ri-
comparve un forte disavanzo in larga misura dovuto all'accresci-
mento delle spese militari.

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE NEL PRIMO NOVECENTO        21

Un'opera di risanamento fu attuata dal Sonnino, ministro delle Fi-
nanze nel governo di Crispi. Quest'ultimi awiarono anche accordi
con ambienti finanziari stranieri al fine di rimettere in sesto il siste-
ma creditizio, scosso dagli scandali nel settore bancario e dalla crisi
economlca.

L'opera di risanamento del Crispi fu in particolare incrementata
dopo il primo governo di Giolitti; il nuovo governo di Crispi del di-
cembre 1893 attu, infatti, una politica di risanamento del bilancio
basata su pesanti inasprimenti fiscali, che accentuarono le distanze
fra Nord e Sud, e su una riorganizzazione del sistema bancario.

III. La rivoluzione industriale nelprimo Novecento

1. ASPETTI GENERALI

Tra il 1896 e il 1913 I'Italia riusc comunque ad attuare il proprio
decollo industriale riducendo nel contempo il divario con i maggiori
Paesi industrializzati, la distanza per rimase, pur sempre abbastan-
za elevata. Basti pensare che il reddito medio pro capite italiano nel
periodo 1911-13 era di circa 1/3 di quello degli Stati Uniti e di 1/2 di
quello francese e tedesco.

Lo sviluppo industriale e il progresso economico realizzatisi ri-
guardarono, quasi esclusivamente, I'Italia settentrionale o centro -
settentrionale incrementando, malgrado tardivi e insufficienti prov-
vedimenti, il divario esistente tra Nord e Sud del Paese.

In generale, comunque, i progressi raggiunti dall'industria italiana
furono di considerevole entit.

Dal 1895 al 1915 il reddito nazionale aument del 50% mentre il
reddito medio pro capite del 30%.

Il contributo dato dall'industria alla formazione del prodotto na-
zionale, balz dal 19,6% del lX95 al 25% del 1914 (mentre quello
dell'agricoltura scese dal 49,4% al 43%). Nello stesso tempo il ri-
sparmio crebbe di 5 volte, mentre gli investimenti in impianti e strut-
ture produttive triplicarono; il numero degli addetti dell'industria
sal tra il 1903-11 da 1.275.000 a 2.304.000 unit.

Sono queste cifre che permettono di attribuire all'et giolittiana,
la qualifica di rivoluzione industriale, cio del periodo che segn
una radicale trasformazione della vita economica italiana.

A tale sviluppo contribuirono fattori interni ed esteri: da un lato, il
risanamento della situazione monetaria, la riorganizzazione del si-
stema creditizio, l'utilizzazione di nuove fonti di energia, lo sviluppo
del mercato interno e dei risparmi consentito dai progressi dell'agri-
coltura, la formazione di una nuova classe imprenditoriale decisa a
guidare le proprie aziende con le pi moderne tecniche manageriali,
22                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

e un pi penetrante intervento non solo finanziario dello Stato
nell'economia e nelle relazioni industriali; dall'altro il mutamento
della congiuntura economica internazionale, la salita dei prezzi, e
l'introduzione sul mercato di nuove tecniche produttive e beni di
consumo.

Tra tutti questi fattori le due circostanze, che almeno inizialmente
contribuirono enormemente allo sviluppo economico italiano, furo-
no: le novit emerse sul mercato internazionale dal 1895-96 e il rior-
dinamento delle banche e della finanza pubblica, awiato dal gover-
no Crispi.

2.1 MUTAMENTI DELL'ECONOMIA INTERNAZIONALE

Il primo decennio del Novecento vide l'incalzante crescita econo-
mica, produttiva e finanziaria investire le tre maggiori potenze mon-
diali (Europa, Stati Uniti, Giappone), soprattutto nei settori chiave
dell'elettricit, della chimica e dell'automobile.

Il passo dall'et del ferro al motore a scoppio fu breve; il forno elet-
trico rivoluzion le basi dell'industria siderurgica, grazie al quale
era possibile ottenere nuove leghe e acciaio speciali; la distribuzione
a distanza e la creazione di grandi centrali di energia elettrica per-
misero la crescita di imprese, ostacolate fino ad allora, da problemi
di ordine naturale; i pi awantaggiati, owiamente, furono i Paesi
poveri di combustibile (come l'Italia) strettamente dipendenti dalle
importazioni estere di carbon fossile.

Contemporaneamente si svilupp l'industria chimica: dai concimi
ai carburanti, dal catrame agli esplosivi.

A 100 anni di distanza, l'epica corsa all'oro che tanto affascin Paesi
come la California e l'Australia, pass il testimone alla ricerca sempre
pi su larga scala dei pozzi di petrolio. Le nascenti aree di sviluppo in-
dustriale incominciarono ad impiegare combustibili liquidi nei motori
a combustione interna.

Se la Francia costru il primo dirigibile, la Germania speriment
innovazioni nel campo dell'aviazione e le automobili cominciarono
a circolare sulle strade europee e americane; ogni innovazione fu
buona per ottenere un profitto dal telegrafo senza fili al cinemato-
grafo. Tutto si valorizz comprese, in particolare, le innovazioni
nell'organizzazione della forza lavoro (dalla produzione in serie al
taylorismo).

3. BANCHE E INDUSTRIA

Nei primi anni del xx secolo si registrarono, in Italia, alcuni impor-
tanti mutamenti nel sistema creditizio.
I ripetuti dissesti bancari della fine degli anni Ottanta avevano

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE NEL PRIMO NOVECENTO

messo in luce il fatto che non ci sarebbe potuto essere alcuno svilup-
po economico del Paese senza un risanamento delle banche di emis-
sione e il riequilibrio della finanza statale.

Il crollo del Credito Mobiliare e della Banca Generale nel 1893 e lo
scandalo della Banca Romana, spinsero le autorit governative a ri-
solvere il problema. Nel gennaio del 1893 la Banca Romana fu posta
in liquidazione.

Con la legge 10 agosto 1893, n. 449 venne statuita una parziale (vi
erano ancora il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia) unificazione
delle banche di emissione, con la creazione della Banca d'Italia, sor-
ta dalla fusione della Banca Nazionale con le due Banche Toscane
(Banca Toscana di Credito e Banca Nazionale Toscana) ancora esi-
stenti, e si stabilirono nuove norme per garantire un'efficace circola-
zione monetaria.

Il nuovo istituto di emissione dovette prowedere alla liquidazione
gi deliberata della Banca Romana, e lo Stato si fece garante nei
confronti dei creditori di tutti gli impegni del disciolto istituto. La fi-
nalit di tale azione, che rappresent, sicuramente, il primo deciso
intervento dello Stato nel settore creditizio, risiedeva nell'esigenza
di non compromettere il credito pubblico gi profondamente scos-

so.

Sempre in quegli anni, infatti, il sistema creditizio venne colpito da
altri gravi dissesti (Banca di Milano, Istituto di Credito Meridionale,
Banca Tiberina, Banco di Sconto e Sete), ma soprattutto, da quello
della Banca Generale e della Societ Generale di Credito Mobilia-
re, che furono posti in liquidazione tra il 1893 e 1894.

Nel 1894 con l'apporto di capitali tedeschi (gruppo Bleichroder di
Berlino) e il concorso di alcuni Istituti di credito viennesi sorse a Mi-
lano la Banca Commerciale Italiana.

L'anno successivo nacque a Genova (dalla trasformazione della
Banca di Genova), anch'esso con il sostegno di banche tedesche
(Warschauer, Nationalbank fur Deutschland e Goldschmidt) e sviz-
zere, il Credito Italiano.

Queste banche (insieme al Banco di Roma e la Societ Bancaria di
Milano che gi operavano dal 1880), esercitavano, sul modello tede-
sco, non solo il credito a media e lunga scadenza ma svolgevano an-
che funzioni di banche di deposito e di sconto (c.d. banca mista).

L'intervento delle banche miste fu fondamentale per lo sviluppo
dell'industria italiana, non solo per fornire ad essa il capitale neces-
sario ma anche e soprattutto per creare un'organizzazione idonea a
farla funzionare e a rendere un profitto adeguato.

La Banca Commerciale Italiana, infatti, oltre a fornire all'industria
italiana, in particolare a quella elettrica e siderurgica, i mezzi ad
essa occorrenti, aiut le pi importanti industrie italiane ad acquisi-
24                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

re dalla Germania le pi sofisticate tecniche di organizzazione azien-
dale.

Attraverso le banche miste, quindi, si venne a creare un legame
ben stretto, tra industria e banche. Tale legame presentava rischi
notevolissimi, primo fra tutti uno squilibrio del fondamentale rap-
porto tra depositi bancari e immobilizzi. Infatti, le banche, impie-
gando i depositi versati dai risparmiatori venivano meno al principio
basilare dell'attivit creditizia secondo il quale non si possono com-
piere investimenti a scadenza superiore a quella degli impegni presi
nei confronti dei depositanti.

A ci andava, inoltre, aggiunto che una simile situazione oltre ad
essere estremamente pericolosa per la banca in caso di crisi di uno
dei settori in cui aveva aleatoriamente investito, determinava in
concreto un abuso della buona fede dei risparmiatori che deposita-
vano il loro denaro per lucrare solo il modesto interesse proveniente
dai depositi e non miravano ai pi lauti ma anche pi rischiosi gua-
dagni che, invece, potevano scaturire dagli investimenti industriali,
a cui le banche facevano affluire il denaro raccolto.

Comunque, almeno inizialmente, le banche miste cercarono di
realizzare un equilibrio tra disponibilit e investimenti a medio-lun-
go termine, cercando anche di convogliare gli investimenti presso
quelle imprese che erano in grado di garantire un certo grado di ef-
ficienza e non come in passato a quelle che godevano di appoggi po-
litici.

Ci permise loro di realizzare importanti iniziative industriali sen-
za che si verificassero i dissesti degli anni precedenti.

In questo primo scorcio di secolo, quindi, il rapporto banca-indu-
stria  da intendersi nel senso di una prevalenza dell'industria sul-
la banca, e pi precisamente: le banche fanno ricorso all'industria
per investire con maggior reddito le loro disponibilit, e non per ri-
levarne una posizione di controllo nella compagine azionaria delle
imprese come awerr, con conseguenze disastrose, dopo la prima
guerra mondiale.

4. IL DIVARIO TRA NORD E SUD

Come si  accennato, una delle caratteristiche peculiari dello svi-
luppo economico nell'et giolittiana fu l'accentuarsi del divario tra il
Nord e il Sud del Paese, che gi si era delineato negli anni successivi
all'unit.

La concentrazione industriale, infatti, sia dal punto di vista qualita-
tivo che quantitativo si manifest, soprattutto nel c.d. triangolo in-
dustriale (Milano, Torino, Genova).
Molteplici fattori favorirono una tale situazione; la presenza di

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE NEL PRIMO NOVECENTO        25

maestranze molto ben addestrate, le migliori comunicazioni interne
ed internazionali, la vicinanza con il resto dell'Europa, un ceto im-
prenditoriale con solide tradizioni ed una mentalit capitalistica, la
capacit e la concreta possibilit per la presenza di forti operatori fi-
nanziari italiani ed internazionali di acquisire rapidamente i capitali
occorrenti per lo sviluppo.

Alcuni dati possono chiarire ulteriormente la situazione. Nel
Nord, secondo il censimento del 1911, era concentrato circa il 68%
delle industrie con pi di due addetti e il 79% delle maestranze,
nonch poco pi del 70% delle aziende con pi di 500 addetti e il
68% di quelle con oltre 1000 operai.

Anche l'agricoltura, soprattutto, nei settori della cerealicoltura e
della zootecnia consegu un discreto sviluppo, approfittando della
protezione doganale.

Ma tale sviluppo fu localizzato essenzialmente al Nord. La sola
Pianura Padana produceva circa il 40% del frumento italiano ed an-
che l'incremento della zootecnia si ebbe nel Nord.

Il Sud, invece, rimase pressoch escluso da tale sviluppo. Ci sia
per le limitate possibilit di accumulazione del capitale dell'agri-
coltura meridionale (caratterizzata da latifondi a cultura estensi-
va e da una povera pastorizia), sia per le modeste opportunit di
investimenti offerte dall'economia locale al capitale straniero ed
italiano.

A ci va aggiunta l'assenza di una moderna classe dirigente, la
subordinazione della piccola e media borghesia agli interessi dei
grandi latifondisti, il carattere clientelare della politica meridio-
nale, le croniche difficolt nei collegamenti.

Fenomeno quest'ultimo accentuato anche dal fatto che per molti
giovani la conquista di un impiego pubblico costituiva l'unica alter-
nativa alla disoccupazione o all'emigrazione.

Anche durante il periodo giolittiano la situazione meridionale non
ebbe mutamenti di rilievo anche se si assistette all'emanazione di
una legislazione speciale a favore del Sud che per oltre ad essere
troppo limitata urt contro la tacita volont dei vecchi gruppi di in-
teressi locali di impedire ogni tentativo di modernizzazione delle
strutture produttive delle regioni meridionali.

Nel 1904 vennero, infatti, varate la legge per la Basilicata e quella
per Napoli volte a incoraggiare la modernizzazione dell'agricoltura
(Basilicata) e lo sviluppo industriale (Napoli) attraverso una serie di
stanziamenti statali e di agevolazioni creditizie.

Queste leggi, rivestendo carattere di eccezionalit, avevano il limi-
te di non incidere sulla struttura sociale del Mezzogiorno.

Presentavano, tuttavia, il vantaggio di essere attuabili in concreto
in tempi abbastanza brevi (la legge per Napoli, ad esempio, rese
possibile la costruzione in breve tempo del grande impianto siderur-
gico di Bagnoli).

IV. L'industria italiana nell'<et giolittiana

1. FONTI Dl ENERGIA

Un fattore che diede un grande sviluppo alla ripresa economica
dopo gli anni di crisi dell'ultimo ventennio del secolo scorso fu la lar-
ga utilizzazione dell'energia idroelettrica (c.d. carbone bianco), la
quale venne ad integrare le altre fonti di energia gi esistenti, con
conseguente diminuzione delle importazioni del settore.

Nel 1883 fu costruita dalla Edison, fondata l'anno precedente dal
senatore Giuseppe Colombo, in via Santa Radegonda a Milano la
prima centrale idroelettrica europea, destinata all'illuminazione
privata.

Alla diffusione su larga scala ostacolava il fatto che ancora non si
erano perfezionati i sistemi di trasporto a distanza dell'energia, il
che aveva determinato la diffusione di impianti termoelettrici e la
costruzione di impianti privati per soddisfare autonomamente le
proprie necessit.

Nel 1898 la produzione fu di 100 milioni di kwh (di cui 66 milioni di
kwh di energia idroelettrica e di 34 milioni di kwh di energia termoe-
lettrica), per un terzo destinati all'illuminazione e per il restante ad
usi industriali.

Finalmente in questo stesso anno con il sostegno finanziario della
Banca Commerciale, la quale nel 1895 aveva aumentato il capitale
sociale della Edison, si costru la centrale di Paderno sull'Adda, che
copr quasi interamente il fabbisogno di energia elettrica di Milano
attraverso una rete di 32 km e una potenzialit di 6000 kw.

Si apr, cos, con il trasporto dell'energia a grande distanza una fase
di sviluppo eccezionale nei comparti industriali.

Tale awenimento spinse, infatti, le grandi banche del Nord (Com-
merciale e Credito Italiano) e Societ Finanziarie (Strade Ferrate
Meridionali), ad effettuare grandi investimenti nel settore, il quale
ben presto divent fattore trainante dell'industria italiana.

Il capitale delle societ anonime elettriche sal, complessivamente
dai 37 milioni del 1887 ai 1200 del 1914.

Tra le maggiori societ del settore vanno ricordate: la Edison, la
Lombarda, la Bresciana, l'Alta Italia, l'Unione Esercizi Elettrici, la
Societ Meridionale di Elettricit, la Societ Adriatica di Elettrici-
t.

Tutto ci port la produzione del 1914 a 2575 milioni di kwh, di cui
2325 di energia idroelettrica; la possibilit di trasportare l'energia a
lunga distanza aveva infatti permesso di utilizzare le ingenti risorse
idriche collocate per la maggior parte nell'Italia settentrionale.

2. LA CHIMICA

La crescente domanda di fertilizzanti da parte dell'agricoltura e la
fornitura di materie prime ed ausiliarie ai vari comparti industriali,
determinarono una notevole espansione del settore chimico.

Basti pensare alla produzione dell'acido solforico, che pass dalle
11.000 tonnellate nel 1896 alle 644.000 nel 1913; mentre quella dei
superfosfati dalle 169.000 a quasi un milione di tonnellate.

Un tale sviluppo attir numerosi capitali nel settore determinando
l'affacciarsi nell'industria chimica di nuovi gruppi industriali; primo
fra tutti la Montecatini che col sostegno finanziario della Banca
Commerciale e sotto la guida del suo amministratore delegato, Gui-
do Donegani, nel 1910 contese il controllo del mercato nazionale
all'Unione Italiana Concimi e Prodotti Chimici e alla Societ Pro-
dotti Chimici Colla e Concimi di Milano.

Notevole fu anche lo sviluppo della produzione di carburo di cal-
cio, che dalle 600 tonnellate del 1898 arriv quasi alle 50.000 alla vi-
gilia della prima guerra mondiale, ponendo l'Italia tra i primi posti
mondiali.

Grande espansione ebbe, infine, l'industria della gomma, settore
in cui gi dominava la Pirelli, che aveva esteso la sua attivit dalla
fabbricazione di conduttori elettrici isolanti e di cavi telegrafici sot-
tomarini a quella dei pneumatici.

Scarso, invece, fu lo sviluppo nel campo dei coloranti e delle verni-
ci e dell'industria farmaceutica, che dipendeva fortemente dalla
Germania soprattutto per l'importazione dei farmaci pi importanti.

3. LA SIDERURGIA

La siderurgia moderna nasce, in Italia, come abbiamo detto, con la
costruzione della Terni (1884), anche se nei suoi forni venivano an-
cora utilizzati rottami e non minerali.

Nel 1887, con l'introduzione delle tariffe protezionistiche, affluiro-
no al settore siderurgico ingenti capitali.

In quegli anni sorsero, quindi, numerosi impianti e si increment la
produzione dell'acciaio ma non quella della ghisa.

Nel 1899, venne costituita con l'appoggio del Credito Italiano la
Societ Elba, la quale dopo aver ottenuto in regime di concessione
l'estrazione di 200.000 tonnellate di ferro dell'Elba a Portoferraio,
costru un impianto per la produzione di ghisa all'altoforno a coke,
che inizi la sua attivit nel 1902.

Negli stessi anni (1900), la Terni e la ditta Ligure Edilio Raggio co-
28                    STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

stituirono la Siderurgica di Savona, che nel 1902 acquist il control-
lo dell'Elba.

Sorse quindi un grande polo siderurgico, il quale ottenne nel 1902,
in cambio della rinuncia da parte italiana alla futura esportazione,
che il Cartello Internazionale delle Rotaie rinunciasse al dumping
(cio la vendita a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato inter-
no) finora eseguito in Italia nonostante la politica protezionistica.

Nei primi anni del Novecento venne costruito dalla Societ altifor-
ni e fonderie di Piombino (gruppo Biondi) un nuovo grande impian-
to a ciclo integrale a Portovecchio di Piombino.

Nel 1905 dalla fusione tra la Savona-Elba ed un gruppo ad essa av-
verso (gruppo Credito-Ferriere Italiane), che nel 1904 aveva otte-
nuto la concessione per l'impiego, nell'Italia meridionale, dell'estra-
zione di 200.000 tonnellate annue di minerale di ferro dall'Elba,
nacque l'Ilva, che a Bagnoli cre un impianto all'avanguardia.

Con la costruzione di questi nuovi impianti la produzione di ghisa
aument sensibilmente, salendo dalle 8000 tonnellate del 1897 alle
427.000 del 1913.

4. INDUSTRIE TESSILI E VARIE

Nel settore tessile, i maggiori progressi si registrarono nell'indu-
stria cotoniera, grazie all'importanza assunta dall'energia elettrica
come forza motrice in luogo della vecchia forza idraulica, alla protezio-
ne doganale e al sorgere di grandi imprese, come il Cotonificio Vit-
torio Olcese, la Cucirini-Cantoni Coats, il Cotonificio dell'Acqua.

Tra il 1900 e il 1915 l'industria cotoniera aggreg oltre 2,5 milioni
di fusi e pi di 6.000 nuovi telai meccanici, occupando 116.000 ope-
rai e pi di 600 milioni di capitali investiti.

In quasi venti anni (1895-1913), l'esportazione di filati era aumen-
tata di venti volte e quella dei tessuti decuplicata.

I nostri prodotti avevano invaso i Balcani, l'Egitto, l'India e l'Ame-
rica Latina.

Tuttavia il rischio di una crisi di sovrapproduzione era in agguato e
la dipendenza dal sistema creditizio era considerevole.

Al fine di superare la crisi che nel 1907 colp duramente il settore,
si assunsero molteplici iniziative, che culminarono nel 1913 con la
costituzione dell'Istituto Cotoniero Italiano, che aveva il compito di
razionalizzare la produzione, migliorare i rapporti finanziari con le
banche, costruire sindacati per la fissazione di prezzi di vendita.

Malgrado tali misure, all'inizio della guerra l'industria cotoniera
versava ancora in condizioni di disagio finanziario.

In declino, invece, l'industria serica, anche se l'Italia in tale settore
manteneva un posto di rilievo nel mondo.

L'INDUSTRIA ITALIANA NELL'ETA GIOLITTIANA            29

Ci era dovuto, in particolare, alla concorrenza delle sete asiati-
che, pi a buon prezzo, alla obsolescenza dei suoi impianti, all'insuf-
ficienza di capitali investiti ed ai progressi dell'agricoltura che
avevano sviato molti produttori dall'allevamento del baco da se-
ta.

Modesto era in quell'epoca l'andamento dell'industria laniera.

Il settore, che occupava 50.000 addetti, presentava ancora una pre-
valenza di imprese di tipo familiare (nel 1913 solo il 10% del capita-
le investito nel settore apparteneva alle 15 maggiori societ anoni-
me)

Una nuova produzione nacque a Prato: quella delle lane meccani-
che basata sul commercio degli stracci e la loro riutilizzazione a fini
industriali.

Tuttavia l'insufficienza dell'allevamento ovino nazionale faceva di-
pendere l'industria laniera (sino all'80%) dalle importazioni di lana
greggia dall'estero (Argentina, Australia, Gran Bretagna).

Fortissimo lo sviluppo dell'industria zuccheriera, protetta dal seco-
lo precedente da altissimi dazi. La produzione pass, infatti, dalle
6000 tonnellate del 1898 alle 305.000 del 1913.

Anche qui la limitata capacit di assorbimento del mercato (dovu-
ta principalmente ai prezzi altissimi di vendita), condusse ad aggre-
gazioni fra i diversi produttori al fine di ridurre la produzione come
nel caso dell'Unione Zuccheri.

Degne di rilievo furono, poi, le vicende nel settore marittimo, nella
dinamica del quale le intese con le grandi banche e soprattutto con
la Banca Commerciale, assunsero particolare rilevanza.

Infatti, stretta dai debiti, la famiglia Florio, che nel 1866 aveva co-
stituito la Societ Generale di Navigazione Italiana, fu costretta a ri-
correre alla Banca Commerciale, che pertanto acquis il controllo
della Soeiet.

Parte delle riserve della predetta Societ Generale furono utilizza-
te per aequisire il controllo di altre grandi Societ marittime (la Ve-
loce e l'Italia) nonch del Lloyd Italiano.

Suceessivamente la Banca Commerciale diede vita alla Societ Ita-
liana di Servizi Marittimi, che gestiva le linee sowenzionate del-
l'Adriatico.

5. MECCANICA

Lo sviluppo dell'industria meccanica fu ostacolato sia dagli alti
prezzi del materiale imposti dal protezionismo a favore della side-
rurgia che dalle basse tariffe doganali sulle macchine estere, nonch
in seguito alla spietata concorrenza delle imprese straniere che di-
sponevano di una migliore organizzazione tecnica e di un pi alto li-
30                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

vello di specializzazione. Infatti, mentre le maggiori imprese euro-
pee e mondiali (americane, inglesi, tedesche) erano in grado di ef-
fettuare produzioni standardizzate attraverso l'utilizzazione di im-
pianti e di macchinari di precisione altamente sofisticati, in Italia in-
vece la maggioranza delle imprese operava su base familiare con
macchinari ormai obsoleti, anche se sul finire del XIX secolo, soprat-
tutto nelle fabbriche milanesi, si cominciarono ad ammodernare gli
impianti e ad utilizzare macchine speciali.

Un impulso rilevante fu dato dalle forti ordinazioni di materiale
ferroviario seguite all'assunzione dell'esercizio delle ferrovie diret-
tamente da parte dello Stato (1904-1905). Tale prowedimento ave-
va la finalit di potenziare la rete esistente attraverso l'ammoderna-
mento degli impianti fissi e delle attrezzature e di costruire nuove li-
nee.

Tra il 1906 e il 1909 vennero commissionate all'industria meccani-
ca 1050 locomotive, 3000 carrozze e bagagliai e 25.000 carri.

Una simile mole di ordinazioni convogli nel settore notevoli stan-
ziamenti pubblici e investimenti privati.

Nel 1906 la Breda, con il supporto finanziario della Banca Com-
merciale, increment il suo capitale (da 8 a 14 milioni) e costru un
nuovo stabilimento a Sesto San Giovanni, capace di impiegare circa
4500 operai; allo stesso modo aumentarono il loro capitale la Tosi,
l'Ansaldo e la O.M. (ex Miani-Silvestri).

In generale, circa 1'80% delle commesse ferroviarie furono appan-
naggio delle maggiori industrie meccaniche italiane, vincendo final-
mente la concorrenza delle maggiori case europee: tedesche, belghe
e inglesi.

Un importante sviluppo si ebbe anche nell'industria elettromecca-
nica.

In questo settore vi era il predominio delle industrie tedesche
(Allgemeine Elektrizitats Gesellschaft e la Siemens-Schuckert) Si
stimava, infatti, che 1'88% dei macchinari delle centrali elettriche
italiane fosse di imprese tedesche o sotto il loro controllo. Tuttavia
in questi anni cominciano ad affacciarsi e a prendere piede le prime
industrie elettromeccaniche italiane, concentrate soprattutto nella
zona di Milano: la Ercole Marelli, la Tecnomasio Italiano Brown
Boveri, la Riva Monneret ecc.

Non meno importante fu la nascita di un nuovo settore: quello del-
la fabbricazione delle macchine da scrivere. Nel 1908 nacque, ad
Ivrea, l'Olivetti. Inizialmente si tratt di un'attivit molto modesta
ben presto per con il diffondersi del nuovo strumento negli uffici di
grandi societ private e pubbliche, la produzion~ raggiunse le mille
unit annue.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE                      31

Nel primo decennio del xx secolo si venne affermando, anche in
Italia, la nuova industria dell'automobile.

In principio, la produzione si concentr su modelli di lusso e da
competizione; successivamente le aspettative di ingenti guadagni, il
grandissimo interesse suscitato dai successi italiani in grandi gare in-
ternazionali, l'aumento delle tariffe doganali all'importazione, spin-
sero le maggiori fabbriche italiane (la Fiat, l'Itala, l'Isotta Fraschini,
la Lancia), ad attrezzarsi in modo tale da awiare una produzione su
scala industriale, a prezzi competitivi rispetto a quelli praticati dalle
maggiori case americane.

Nel 1914 le societ automobilistiche erano 44 con complessiva-
mente 67 milioni di capitale: nel 1910 a Milano era nata l'Alfa
dell'ingegner Nicola Romeo.

Accanto all'industria automobilistica si svilupparono importanti
produzioni ausiliarie a tale settore: carrozzeria, cuscinetti a sfera,
molle, ruote, pneumatici, ecc.

Un buon successo ebbe, infine, l'industria delle biciclette, settore
in cui la Bianchi di Milano si impose tra le pricipali produttrici euro-
pee.

Nel complesso la situazione dell'industria italiana alla soglia del
primo conflitto mondiale si presentava per taluni aspetti ancora ina-
deguata, sia sotto il profilo finanziario che sotto quello della produ-
zione.

Si era avuto in questo periodo un apprezzabile sviluppo ma sola-
mente in taluni settori e in alcune aree geografiche.

Rimaneva quindi ancora ampio il divario economico con gli altri
principali Paesi europei.

Un dato al riguardo  utile: nel 1913 gli emigranti italiani furono
quasi 900.000.

v. La prima guerra mondiale

1. GLI ANNI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

L'Italia entr in guerra nel maggio 1915 a fianco della Francia,
dell'Inghilterra e della Russia, sconfessando l'alleanza con gli impe-
ri centrali che, provocando l'inizio del conflitto, erano venuti meno
ai patti sottoscritti.

Al momento dell'entrata in guerra, era diffusa in Italia la convin-
zione che una rapida campagna militare sarebbe stata sufficiente
per avere ragione degli awersari impegnati su pi fronti e per far
volgere le sorti del conflitto a favore dell'Intesa.

La realt apparve ben presto diversa, e l'Italia si vide costretta, in
poco tempo, a sviluppare il necessario potenziale bellico per poter
prosegujre la guerra. Quest'ultimo risult, peraltro, essere non mol-
to inferiore a quello delle altre principali nazioni europee coinvolte in
guerra, ci che, invece, non awerr nella seconda guerra mondiale.

L'industria italiana ed in special modo quella tessile, aveva benefi-
ciato, durante il periodo di neutralit dell'Italia, di un incremento
della produzione dovuto alle richieste provenienti dai Paesi gi
coinvoltj dalla guerra; ma ben presto, con il prolungamento del con-
flitto, vennero alla luce le conseguenze negative determinate dal de-
terioramentO dei rapporti commerciali e finanziari tra i diversi
Paesi. Esistevano, poi, gravi problemi di ricostituzione delle scorte.
Le materie prime in Italia, incominciarOnO ben presto a scarseggia-
re.

Per tali motivi, la situazione delle imprese italiane al momento
dell'entrata in guerra era critica. Ma nel giro di poco pi di un anno
l'industria italiana riusc ad esaudire le crescenti necessit richieste
dalla macchina bellica.

Al riguardo, fu decisiva l'attivit di coordinamento della produzio-
ne svolta dagli organi governativi preposti alla mobilitazione indu-
striale, ed in particolare dai Comitati regionali di mobilitazione che
avevano la specifica funzione di individuare gli stabilimenti da desti-
nare all'industria bellica e ripartire fra gli stessi le commesse.

In prima posizione nello sforzo bellico troviamo l'industria side-
rurgica e quella meccanica, che per le evidenti necessit della guerra
conobbero una fase di rapidissima espansione nella produzione.

Qualche dato ci  utile per capire il fenomeno: le produzioni di ac-
ciaio e laminati nel 1917 superarono abbondantemente i due milio-
ni di tonnellate, mentre la produzione di ghisa da parte dell'Ilva
giunse nel biennio 1916-17 a circa 850.000 tonnellate.

Le copiose commesse statali (l'entit delle spese di guerra ammon-
tarono complessivamente a circa 150 miliardi, di cui la gran parte fu
destinata alPindustria siderurgica e meccanica) consentirono alle
imprese maggiormente coinvolte di raggiungere livelli mai visti n
sperati nel precedente periodo. Ci si riferisce, in particolare, all'Ilva,
all'AnsaldO, alla Breda e alla Fiat. In particolare, l'Ilva e l'Ansaldo si
procurarOno j pi grossi vantaggi offerti dalla congiuntura bellica.

Owiamente i proprietari delle imprese maggiormente interes-
sate avevanO quasi sempre forti aderenze fra le massime gerarchie
militari e negli ambienti politici propensi ad un intervento in guer-
ra.

Per gli industriali italiani l'obiettivo era quello di creare le basi, ra-
zionalizzando al meglio la produzione e l'utilizzo della manodope-
ra, plU solide per consentire all'industria italiana di competere suc-
cessivamente con i principali cartelli internazionali.

Per quanto concerne l'industria meccanica l'azienda che riusc a
sfruttare al meglio l'occasione della guerra fu soprattutto la Fiat, la
quale allarg la propria attivit in nuovi campi, dai motori aerei e
nautici alla siderurgia, dal materiale ferroviario all'aviazione. La
produzione era rivolta non solo all'interno ma anche ai Paesi alleati,
e anche per questo motivo la Fiat era giunta a produrre pi di 25.000
automezzi, con un assorbimento di manodopera di quasi 50.000 ad-
detti. Nel settore aeronautico, altra industria in forte espansione, si
pervenne ad una produzione di circa 7000 veicoli e 14.000 motori. La
sola Ansaldo produsse, nei quattro anni di guerra, pi di 3000 aerei.

Quindi, oltre a stimolare la produzione in grande serie di armi, la
guerra sollecit notevolmente lo sviluppo di settori relativamente
giovani, quali quelli automobilistico e aeronautico.

Altro settore in via di espansione fu quello radiofonico con il perfe-
zionamento delle telecomunicazioni via radio e via filo.

Non furono questi gli unici successi dell'industria meccanica italia-
na: infatti, vanno ricordati gli sviluppi del settore della cantieristica
che increment notevolmente la produzione.

Gli effetti positivi della guerra interessarono anche l'industria elet-
trica, l'industria tessile e quella chimica. Fu awiata la produzione
delle fibre artificiali. Si afferm, infine, come settore in via di forte
espansione l'industria della gomma (Pirelli).

In tale contesto  evidente che si venne a stabilire un legame sem-
pre pi stretto tra il settore industriale e lo Stato, che determin
l'awio di progetti monopolistici che consentirono il rafforzamento
delle societ sopra indicate. Molte imprese, inoltre, realizzarono
concentrazioni verticali ed orizzontali della produzione che erano,
peraltro, contrassegnate da una forte componente finanziaria e
quindi, potenzialmente molto esposte ad improwisi rovesci, cosa
che difatti si verific subito dopo la fine della guerra, quando le im-
prese furono costrette a rivolgersi al mercato bancario per cercare
di realizzare nuovi sbocchi all'ingente potenziale produttivo che si
era venuto a creare durante il conflitto mondiale.

In complesso, il sistema industriale italiano si era notevolmente
consolidato durante la guerra, determinando l'ingresso dell'Italia
tra i primi posti fra i produttori del mondo per acciaio, cemento,
energia elettrica, automobili, e fibre tessili.

VI. Ilfascismo

1. IL PRIMO DOPOGUERRA

Si  detto del rafforzamento industriale dell'Italia e dei suoi pro-
gressi realizzatisi fra il 1914-18, ma all'indomani della guerra l'Italia
risult essere tra i Paesi con maggiori difficolt sotto il profilo finan-
ziario, con un forte indebitamento verso l'estero e con un'inflazione
galoppante. Il bilancio dello Stato mostrava poi un deficit enorme:
nel 1919 quest'ultimo ammontava a 23.345 milioni.

Inoltre, molti settori della societ erano in fermento. Vi era un dif-
fuso malcontento in diverse classi sociali. La classe operaia, tornata
alla libert sindacale dopo la stagnazione degli anni di guerra e in-
fervorata dal mito della rivoluzione russa, non solo chiedeva miglio-
ramenti economici, ma pretendeva di avere maggiori poteri, anche
di indirizzo gestionale, nelle fabbriche. I contadini, poi, erano mag-
giormente consci dei loro diritti. I ceti medi tendevano ad organiz-
zarsi e a mobilitarsi pi che nel passato al fine di difendere i loro in-
teressi.

A ci, vanno aggiunti i problemi derivanti dalle difficolt nella ri-
conversione economica dei diversi settori produttivi: infatti molti
settori delle grandi industrie si trovarono alle prese con l'eccessiva
potenzialit degli impianti, con un carico esorbitante di manodope-
ra e con una forte esposizione nei confronti delle banche. Per tale
ultimo motivo, all'indomani della guerra, esauritesi le commesse
statali, le industrie furono costrette ad interrompere i tentativi di
scalate nel controllo delle banche medesime, che avevano intrapre-
so negli anni del conflitto anche per la considerevole liquidit di cui
potevano disporre.

In grossa difficolt si trovarono l'Ilva e l'Ansaldo, le due grandi
concentrazioni della siderurgia e della meccanica pesante, che non
riuscivano a trovare un adeguato inserimento in un mercato non pi
contraddistinto dalla domanda bellica. Questi due colossi furono
salvati solo dall'intervento dello Stato; la crisi dell'Ansaldo port
addirittura alla rovina della Banca Italiana di Sconto.

Peraltro, anche i programmi governativi, ed in specie quelli di Gio-
litti (tornato al potere nel giugno 1920), suscitarono le pi vive
preoccupazioni degli ambienti industriali.

Veniva, infatti, proposta a livello governativo la nominativit dei ti-
toli azionari (cio l'obbligo di intestare le azioni al nome del posses-
sore, consentendone la tassazione) e un'imposta straordinaria sui
profitti realizzati dall'industria bellica.

Vi era, inoltre, viva preoccupazione negli industriali a seguito dello
sviluppo e consolidarsi del movimento operaio.

Infatti, in quegli anni la classe operaia avanz specifiche pretese
per il miglioramento delle condizioni di lavoro e per una presenza
pi specifica anche in funzione di una gestione diretta della produ-
zione da parte del ceto operaio.

Le stesse iniziative governative e quelle sindacali furono con suc-
cesso osteggiate dagli industriali; quest'ultimi, tuttavia, non riusci-
rono ad impedire l'aggravarsi della situazione della grande industria
con il profilarsi della recessione economica, che si stava manifestan-
do agli inizi degli anni Venti in Europa, a seguito della concorrenza
sempre pi intensa della produzione americana.

Gli industriali, quindi, si trovarono in grande difficolt: da un lato
si rilev estremamente difficile l'opera di riconversione degli im-
pianti industriali e dall'altro venne meno l'appoggio delle banche.

Tra il 1919 e il 1921 si assistette ad un ridimensionamento, sotto il
profilo produttivo, dell'industria meccanica e di quella siderurgica.

Ma la crisi riguardava anche altre industrie che trovavano difficol-
t nel tentativo di riconversione industriale dei loro assetti produtti-
vi. Dette difficolt erano, poi, ulteriormente accentuate, non solo
dal peggioramento delle condizioni finanziarie, ma anche dalla crisi
politico sociale che stava attraversando il Paese in quel periodo.

Le imprese di fronte a questa situazione di crisi diedero l'awio a
progetti di riorganizzazione finalizzati al ridimensionamento della
forza lavoro.

Aumentarono quindi gli scioperi; nel solo 1919 si ebbero circa 1700
scioperi dell'industria e 200 scioperi nell'agricoltura. Obiettivi di
questi scioperi erano le rivendicazioni salariali, la diminuzione delle
ore di lavoro, la difesa del posto di lavoro.

Erano gli anni in cui nasceva e si rafforzava il movimento fascista.

Nel marzo 1919 Mussolini diede vita ai fasci di combattimento.
Fino all'autunno del '20 il fascismo svolse un ruolo assolutamente
marginale nella vita politica italiana. Tra la fine del 1920 e l'inizio
del 1921 il movimento per si riorganizz e gett tutte le sue forze
nella lotta contro il movimento socialista rafforzatosi sulla spinta
degli scioperi di quegli anni nelle fabbriche e nelle campagne.

L'offensiva fascista ebbe successo, potendo beneficiare anche di
un notevole margine di impunit e del sostegno di buona parte della
classe dirigente e degli apparati statali.

Le elezioni del maggio 1921 sancirono l'ingresso alla Camera di 35
deputati fascisti, capeggiati da Mussolini ormai deciso ad assumere
in prima persona il ruolo di arbitro della politica italiana.

2. L'AVVENTO DEL FASCISMO

Quando il governo fascista si instaur nell'ottobre 1922, dopo la
marcia su Roma, l'Italia stava abbandonando il periodo di crisi pi
profonda post-bellica. Infatti durante il 1922 l'Europa aveva benefi-
ciato della ripresa economica degli Stati Uniti.

Vi fu uno sviluppo dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti che
fecero da contrappeso alla interruzione degli scambi con la Russia.

Rilievo ebbero anche i trattati commerciali stipulati con i Paesi eu-
ropei pi importanti e la ripresa degli scambi con i principali Paesi
dell'America Latina. In sostanza in questo periodo, anche in ragio-
ne dei progressi tecnologici e organizzativi, si aprirono nuovi sboc-
chi all'industria, ed in specie ai settori che erano stati pi legati alla
produzione bellica.

In Italia il governo fascista, nella persona del ministro delle Finan-
ze, Alberto De Stefani, al fine di consentire un sostegno alle attivit
produttive del Paese e anche il loro sviluppo, elimin talune impo-
ste e cerc di circoscrivere l'intervento dello Stato in taluni settori
della vita economica, attuando in pratica una politica economica di
tipo liberista.

A tal riguardo fu abolito il monopolio statale sulle assicurazioni
sulla vita, istituito nel 1912; il servizio telefonico, gi affidato a una
azienda statale, fu privatizzato.

Si cerc, inoltre, di contenere la spesa pubblica con un energico
sfoltimento degli organici delle amministrazioni.

Va, peraltro, evidenziato che il governo fascista non rinunci in
modo totale ad un intervento diretto nella realt economica del
paese: infatti, furono awiate onerose opere di salvataggio di grandi
imprese e banche.

Fra il 1922 e il 1925 vi fu un notevole aumento della produzione, sia
industriale che agricola, e il bilancio torn in pareggio.

Anche l'occupazione dopo il calo dei primi anni Venti incominci
a risalire tornando nel 1925 a livelli sostanzialmente uguali a quelli
del periodo immediatamente successivo alla fine della guerra.

Di rilievo in questo periodo furono anche gli incrementi nella pro-
duzione manifatturiera. Il tasso di incremento nel periodo 1921-29
fu pari al 6,6% rispetto al 5,9% della Francia, al 7% per il Regno
Unito e al 7,6% degli Stati Uniti.

I frutti pi cospicui dello sviluppo economico degli anni Venti si
realizzarono in taluni settori, in parte relativamente nuovi, ove com-
parvero alcune nuove specializzazioni: nell'industria chimica la pro-
duzione di coloranti in specie; nel settore tessile la crescita delle fi-
bre artificiali e l'organizzazione della produzione cotoniera; nel set-
tore del gas la produzione di azoto sintetico in quantit crescenti
nel settore dei trasporti l'espansione della produzione di autoveicoli
la quale, al riparo dagli sbarramenti doganali, si veniva orientando
verso le nuove utilitarie.

Fra tutti i settori, quello meccanico riusc a progredire in modo pi
concreto; meccanica, cantieristica, aviazione e settore automobili-
stico evidenziarono sensibili sviluppi sia in termini di produzione
che di occupazione. Molti di questi settori erano poi particolarmen-
te seguiti dal regime fascista per ragioni di propaganda come ad
esempio il settore aeronautico.
Non mancarono anche in altri campi importanti novit.

L'industria pesante e quella elettrica espressero anch'esse tenden-
ze espansive.

Nel primo settore menzionato, le principali imprese la Fiat, la Bre-
da, la Dalmine, la Terni e la Falck si awantaggiarono dei particolari
sviluppi dell'elettrosiderurgia.

Nel settore elettronico aumentarono i gruppi disposti a farsi avanti
per contendere il predominio fino allora detenuto principalmente
dalla Edison, dalla Sade e dalla Sme.

In questo periodo il governo fascista era coinvolto in un'altra rile-
vante battaglia: l'inflazione il cui aumento era imputabile alle spe-
culazioni di operatori finanziari sui mercati internazionali. Per tale
motivo si addivenne ad una decisione governativa (dicembre 1927)
di fissare il cambio della moneta con le monete estere equiparate
all'oro a 19 lire per un dollaro e a 92,46 per ogni sterlina. Tale prov-
vedimento si inseriva nell'ambito della politica deflazionistica volu-
ta da Mussolini per evitare di far entrare l'Italia in una situazione
non molto diversa da quella della Germania nel 1923. Tale politica
era owiamente osteggiata dalle imprese produttrici di beni di con-
sumo, alcune delle quali, cresciute e rafforzatesi in virt dell'aumen-
to dei prezzi, si potevano venire a trovare in situazioni di crisi; ed in
effetti si verific tale previsione.

Differentemente la grande industria, non direttamente influenza-
bile dalle oscillazioni dei prezzi al consumo, pot godere di un pe-
riodo di relativo benessere finanziario. In particolare le industrie
usufruirono dei prestiti americani e quindi ebbero la possibilit di ri-
organizzare il sistema industriale.

Tra il 1925 e il 1927 si super la soglia dei 6000 miliardi per le ope-
razioni di mutuo negoziate sul mercato americano.

La crisi delle piccole imprese da un lato e la riorganizzazione e ri-
assetto finanziario della grande industria dall'altro, consentirono
processi di concentrazione industriali, incoraggiati, anche, dal go-
verno fascista che sin dalle origini era molto sensibile alle aspettati-
ve e alle esigenze dei grossi gruppi industriali; tali processi di con-
centrazione erano finalizzati a razionalizzare la produzione e a ri-
durre, nei limiti del possibile, i costi generali. A fronte della rivalutazio-
ne della lira il governo concesse alcuni prowedimenti favorevoli agli
industriali: sgravi fiscali; aumenti delle tariffe doganali; salvaguardia
dei prodotti nazionali in sede di assegnazione di commesse statali.

Lo Stato, infine, si prese carico dei rischi finanziari connessi ai pre-
stiti richiesti all'estero da piccoli gruppi industriali, esentati peraltro
da oneri fiscali.

La politica deflazionistica si risolse, quindi, in fenomeni di concen-
trazioni aziendali e in un aumento del potere di comando da parte di
poche industrie. Aspetti questi che gi si erano verificati negli anni
vicini alla guerra.

In questo periodo venne a delinearsi con evidenza ancor maggiore
lo sviluppo dualistico dell'economia italiana, che non trover, d'al-
tro canto, correttivi efficaci in tutto il corso del Ventennio, dato che
la stessa politica autarchica incider in modo determinante sul pro-
cesso di concentrazione territoriale delle industrie nelle regioni del
Nord.

3. LA CRISI DEL 1929

Nel 1929 gli Stati Uniti furono colpiti da una crisi dovuta, in parti-
colare, allo squilibrio fra produzione e consumo.

Allo sviluppo accelerato degli Stati Uniti subito dopo la guerra
aveva fatto da contrappeso la situazione di perdurante difficolt
delle principali economie, che ancora erano afflitte dai problemi le-
gati all'eccessivo sviluppo del periodo bellico.

In effetti, la crisi del 1929 fu una crisi che invest in primo luogo il
sistema finanziario americano e determin successivamente l'im-
possibilit per i Paesi europei di poter contare ancora sui finanzia-
menti americani.

Le banche americane si affrettarono a richiedere indietro o a con-
gelare investimenti e prestiti effettuati in Europa.

Anche l'Italia, che aveva fatto ricorso dal 1926 a prestiti delle ban-
che americane per una cifra di circa 8000 milioni di lire, venne diret-
tamente coinvolta nella crisi.

Vennero meno i flussi finanziari esteri per le industrie, che erano
gi esposte, sotto il profilo dei ricavi agli effetti della deflazione in-
terna.

Le imprese in questa situazione incominciarono a licenziare, inte-
grando in tal modo il livello della disoccupazione.

Gi alla fine del 1930 la disoccupazione dell'industria era aumen-
tata del 70% e quella dell'agricoltura del 50%.

Nel 1933 il numero dei disoccupati raggiunse la cifra di 1.300.000.
Si noti, tuttavia, che in Italia la diminuzione percentuale delle ore
lavorative era pi sensibile di quella dell'occupazione, si ebbe in so-
stanza un relativo contenimento dei licenziamenti, preferendovi
una diminuzione di orario e quindi di salario settimanale.

La situazione italiana era poi particolarmente aggravata dall'insta-
bilit del suo sistema economico che dipendeva eccessivamente dal-
la congiuntura internazionale.

Si restrinsero, inoltre, i livelli dell'emigrazione verso gli Stati Uniti
nonch le esportazioni verso i tradizionali mercati a causa dell'ado-
zione nei diversi Paesi di politiche protezionistiche; diversamente in
Italia la politica doganale non arriv mai ai livelli protezionisti degli
altri Paesi. La politica deflazionistica adottata dal 1927, ancorch
osteggiata da alcuni gruppi industriali, fu portata avanti con buoni
successi attraverso il calmiere dei prezzi, l'innalzamento dei tassi di
interesse e il ricorso ad ulteriori riduzioni dei salari.

A fronte di tali ultimi prowedimenti il malcontento delle mae-
stranze operaie aumentava, ma l'apparato repressivo e intimidato-
rio realizzato dal regime riusciva a contenerne gli effetti.

Le gravi condizioni finanziarie delle imprese vennero a coinvolge-
re anche le principali banche le quali a loro volta avevano assunto,
capovolgendo la situazione che si stava delineando durante la guer-
ra, partecipazioni assai rilevanti nelle imprese da essi finanziate.

Quindi gran parte dell'apparato industriale del Paese era appog-
giato o era addirittura controllato dalle grandi banche, le quali
avendo concesso ingenti finanziamenti, si trovavano gravemente
immobilizzate. Tale stato di immobilizzo se trovava motivi imme-
diati nella grande crisi economica del 1929 aveva tuttavia origini
profonde e pi lontane, risalenti quanto meno allo stato di disagio
che si venne a determinare in Italia a partire dalla fine della prima
guerra mondiale a seguito dei rapporti stretti instauratisi tra il setto-
re bancario e l'apparato industriale e delle tecniche di finanziamen-
to adottate nel nostro Paese.

Anche le imprese indipendenti d~lle grandi banche, in quanto non
gravemente esposte nei loro confronti, navigavano comunque in ac-
que non favorevoli per la riduzione dei loro tradizionali sbocchi.

Di fronte a tale situazione non rimase alternativa al governo che
intervenire direttamente per evitare situazioni di crisi irreversibili
nei settori industriali e bancario.

L'intervento doveva essere volto a salvare il patrimonio industriale
italiano, che in concomitanza con la crisi della c.d. banca mista stava
andando in fumo.

Alla fine del 1931, da un lato, con l'intervento statale si prowedeva
allo smobilizzo delle posizioni bancarie di forti impegni in finanzia-
menti e partecipazioni industriali e, dall'altro, con il R.D.L. 13 no-
vembre 1931, n. 1398, veniva creato l'Istituto Mobiliare Italiano,
ente di diritto pubblico, con un capitale di mezzo miliardo sotto-
scritto dalla Cassa Depositi e Prestiti e da altri enti.

L'IMI aveva il compito di svolgere la specifica funzione di sopperire
al fabbisogno delle imprese di capitale a medio termine mediante la
raccolta di risparmio anch'esso a medio termine; conseguentemen-
te doveva offrire possibilit di finanziamento industriale pi oppor-
tune e coerenti rispetto a quelle offerte dalle grandi banche.

A quest'ultime era impedita la concessione di prestiti a medio e
lungo termine, dovendo la loro attivit comprendere solamente il
credito di esercizio.

Le condizioni delle banche continuarono a peggiorare e, conte-
stualmente, aument sensibilmente l'esposizione della Banca d'Ita-
lia.

Di fronte a questa situazione di crisi generale che coinvolgeva in
primo luogo il finanziamento industriale, il governo fascista decise
di creare l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRl).

4. L'ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE

L'IRIvenne costituito con il RD.L. 23 gennaio 1933, n.5 (convertito
nella legge 3 maggio 1933, n. 512) nell'intento dichiarato di com-
pletare l'organizzazione creditizia in rapporto alla riorganizzazione
tecnica, economica e finanziaria delle attivit industriali del Paese
(premessa R.D.L. 23 gennaio 1933, n.5).

L'ente venne suddiviso in due distinte ed autonome sezioni: la Se-
zione finanziamenti industriali e la Sezione smobilizzi industriali.

A dette sezioni corrispondevano rispettivamente le seguenti fun-
zioni affidate all'Istituto:

1. il finanziamento a lungo termine di aziende industriali;

2. l'assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la
gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvatag-
gi e risanamenti bancari.

Nell'ente coesistevano, dunque, un Istituto di credito industriale
(la Sezione finanziamenti) e una holding di gestioni di partecipazio-
ni (la Sezione smobilizzi).

L'IRI nei progetti iniziali non avrebbe dovuto svolgere quale preci-
pua finalit quella di realizzare un intervento diretto dello Stato nel-
l'economia (aspetto questo che non rientrava nella programmazio-
ne del governo fascista), mediante l'assunzione diretta di partecipa-
zioni azionarie, ma piuttosto quella di risollevare la situazione del
sistema bancario che aveva visto oramai tramontata la c.d. banca
mista, e conseguentemente, considerati i legami tra industria e ban-
ca, la situazione del sistema industriale.

Ma in effetti la Sezione finanziamenti, che avrebbe dovuto, attra-
verso prestiti concessi ad aziende industriali, consentire a questi di
dare un assetto alla propria situazione finanziaria e quindi, attraver-
so la regolazione dei propri rapporti con il sistema bancario, confe-
rire ad esso maggiore liquidit, ebbe vita assai breve; con il D.L. 12
marzo 1936, n. 376, ne venne infatti disposto lo scioglimento e il tra-
sferimento delle sue attivit e passivit alla Sezione smobilizzi.

Contemporaneamente veniva aumentato a 20 anni il termine mas-
simo consentito all'IMI per i propri finanziamenti e per le obbliga-
zioni da esso emesse.

Nell'IMI, con la crisi ormai superata, venne quindi concentrata l'at-
tivit di esercizio del credito industriale a media e lunga scadenza,
mentre l'attivit dell'IRI fu circoscritta alla gestione delle partecipa-
zioni pervenute allo Stato in conseguenza degli smobilizzi bancari.
Venne cos a delinearsi un sistema economico ove aveva particolare
rilievo la presenza dello Stato sia nel settore bancario che in quello
industriale.

Poco pi di un anno dopo la soppressione della Sezione, I'IRI fu di-
chiarato ente di carattere permanente. Con tale prowedimento si
chiuse la prima fase dell'attivit dell'IRI; tale fase, a parte la breve
anche se intensa attivit della Sezione finanziamenti, fu orientata
prevalentemente a risanamenti bancari, tramite il trasferimento
all'lRl di attivit e di passivit delle banche risanate e allo smobilizzo
di partite pervenute all'IRI per effetto dei risanamenti stessi.

Fra gli immobilizzi bancari pi rilevanti che l'Istituto prese in con-
siderazione all'inizio della sua attivit vi era quello rappresentato
dalla posizione nella Societ Idroelettrica Piemonte (SIP), verso la
quale la Banca commerciale risultava esposta per oltre un miliardo.

Data la rilevanza della posizione nella SIP, la quale aveva interesse
nel campo della produzione e della distribuzione dell'energia elet-
trica e nel settore dei servizi telefonici, I'IRI procedette allo scorporo
delle partecipazioni telefoniche allo scopo, da un lato, di prowede-
re alla riorganizzazione e al miglioramento delle strutture del grup-
PO SIP riducendone le dimensioni e rendendone pi omogenea la
composizione e, dall'altro lato, di consentire al gruppo stesso l'ac-
quisizione di una rilevante disponibilit liquida da utilizzare per ri-
durre il debito con la Banca Commerciale, dando, contemporanea-
mente, il necessario sollievo finanziario.

A tale fine venne costituita la Societ Torinese Esercizi Telefonici
(STET), con capitale interamente sottoscritto dall'IRI.

L'IRI intervenne, anche, nel 1933, nel settore armatoriale con l'acqui-
sto dalla Navigazione Generale Italiana e dal Lloyd di n. 1.248.438
azioni della Societ Italia al prezzo complessivo di  250.000.000,
operazione, questa attuata sempre nell'interesse della Banca Com-
merciale Italiana.

Successivamente l'IRI acquis il controllo anche di altre imprese di
navigazione tra le quali la Tirrenia, l'Adria e il Lloyd Triestino.

Nel 1936, ;I settore fu completamente riorganizzato con la liquida-
zione delle societ esistenti e con il raggruppamento dei servizi da
essi svolti in quattro settori gestiti da quattro nuove societ.

Per coordinare ed indirizzare la vasta e complessa attivit delle
quattro nuove compagnie di navigazione fu costituita la societ Fi-
nanziaria Marittima (Finmare).

Ma l'IRI port avanti rilevanti e importanti progetti di ristruttura-
zione anche in altri settori dell'apparato produttivo del Paese: side-
rurgico e meccanico.

Furono costituite infatti la Societ Finanziaria Siderurgica (Fin-
sider), e la societ Navalmeccanica.

L'IRI acquis inoltre il controllo diretto di quasi i tre quarti della ca-
pacit produttiva dell'industria cantieristica nazionale.

A seguito della trasformazione in ente di carattere permanente
l'IRI intraprese nuove attivit, in ausilio o in sostituzione dell'inizia-
tiva privata, che concernevano le seguenti produzioni: gomma sinte-
tica, cellulosa da fibre nazionali, refrattari da materie prime nazio-
nali e vetri d'ottica.

Molto rilevanti furono anche le conseguenze dell'opera di risana-
mento dell'attivit creditizia. L'IRI entr quale soggetto control-
lante nella compagine azionaria di alcune delle principali banche:
Banca Commerciale, Credito Italiano, Credito di Roma, Banco di
Santo Spirito.

Alla vigilia della seconda guerra l'IRI si trover a detenere oltre il
44% del capitale azionario allora esistente in Italia. Le aziende con-
trollate direttamente o indirettamente dall'lRl concorrevano alla
produzione nazionale nella misura del 45~ per l'acciaio, del 75%
per i tubi, del 77% per la ghisa, del 67% per il minerale di ferro,
dell'80% per le costruzioni navali, del 22% per quelle aeronautiche
del 39% per le macchine motrici, del 50% per le armi e munizioni.
Inoltre circa il 90% delle linee di navigazione sowenzionate erano
sotto il controllo dell'IRI.

Anche in altri Paesi occidentali la crisi del sistema finanziario, con
i conseguenti riflessi estremamente negativi sulla produzione indu-
striale e sulla iniziativa privata, costrinsero governo e Amministra-
zioni Pubbliche ad intervenire direttamente al fine di sviluppare i
consumi privati e i servizi di massa e promuovere la creazione di
grandi opere pubbliche e quindi di nuovi posti di lavoro; e ci senza
peraltro mettere in discussione l'assetto istituzionale del capitali-
smo privato.

Queste tendenze si affermarono soprattutto negli Stati Uniti du-
rante il New Deal di Roosevelt e in Gran Bretagna.

Tuttavia solo in Italia, come visto, l'intervento pubblico assunse, in
particolare mediante la rilevante attivit svolta dall'lRl, un peso pi
determinante nella gestione degli apparati produttivi del Paese.

Si giunse infatti al cos detto Stato banchiere e imprenditore,
cio al controllo contemporaneo dello Stato su una parte rilevante
del settore creditizio e di quello industriale.

Non va dimenticato, inoltre, che alle aziende operanti in cos tanti
e diversi settori, controllate dall'IRI andavano aggiunte quelle che lo
Stato gestiva in altre forme come ad esempio le ferrovie.

5. L'AUTARCHIA

Per merito della grande e meritoria opera di salvataggio portata
avanti dall'IRI nonch delle altre misure economiche e finanziarie
attuate dal governo per il rilancio di taluni settori produttivi, l'indu-
stria italiana nel suo complesso riusc a superare le conseguenze pi
gravi della crisi del 1929 e della conseguente depressione economi-
ca. Ma essa si rafforz, soprattutto, in concomitanza con l'awio
dell'espansione coloniale in Abissinia e con la ripresa delle spese
per il riarmo. Con la guerra di Etiopia (1936) e le conseguenti san-
zioni economiche che impegnarono 52 Stati al boicottaggio delle
esportazioni in Italia delle merci necessarie all'industria di guerra,
la battaglia per l'autarchia, gi awiata dal fascismo dal 1934, divent
preminente nella politica economica del Paese al fine specifico di
realizzare nel pi breve tempo possibile l'autonomia nella vita eco-
nomica della nazione, e ci, in particolare, nella difesa.

L'autarchia signific in primo luogo una ripresa integrale della tra-
dizionale politica protezionistica.

Venne dato ulteriore impulso alla produzione agraria accentuan-
do le precedenti direttive della battag;ia del grano e della bonifi-
ca integrale. I prodotti furono sottoposti ad un regime di ammassi
obbligatori da parte della Federazione dei Consorzi Agrari.

Si spinse al massimo l'estrazione delle poche materie prime esi-
stenti in Italia.

Il sottosuolo venne sfruttato da aziende in parte private ed in parte
statali (Montecatini, Agip, Azienda Minerali Metallici Italiani,
Azienda Carboni Italiani, Ente Nazionale Metano). Si inizi la pro-
duzione della benzina sintetica e a tale scopo fu costituita, con capi-
tale pubblico e con capitale privato (Montecatini) la Azienda Na-
zionale Idrogenazione Combustibili (ANIC).

Aument sensibilmente la produzione di benzina che pass da
130.000 tonnellate nel 1936 a 518.000 tonnellate nel 1939, mentre
nell'importazione di prodotti neri il greggio nel 1938 venne a supe-
rare per la prima volta i residui oltrepassando per pi del 50% gli al-
tri prodotti petroliferi importati. Nel quadro dell'autarchia rivest
particolare importanza l'incentivazione della produzione di energia
idroelettrica alla quale era attribuito il compito di ridurre la dipenden-
za dai Paesi stranieri in fatto di carbone e di altre fonti di energia.

Nel 1939 la produzione di energia idroelettrica raggiunse i 17 mi-
liardi di kwh.
Nella siderurgia fu coordinata e concentrata l'attivit dei moltepli-
ci impianti organizzati sotto il controllo dell'lRI che come gi visto,
vennero inseriti nella Finsider, nuova holding di settore apposita-
mente costituita. Quest'ultima predispose ed attu un progetto glo-
bale volto alla razionalizzazione della produzione siderurgica.

Furono rinnovati gli impianti di Bagnoli e di Piombino ed awiata
la costruzione di un nuovo grande complesso siderurgico completa-
to, tuttavia, durante la seconda guerra mondiale. Sviluppi nel setto-
re ebbero anche i complessi appartenenti a privati.

Particolare importanza assunse in questo clima autarchico la me-
tallurgia dell'alluminio dominata dalla Montecatini e dalla Sava,
emanazione di una societ svizzera del settore. La capacit produt-
tiva nel 1939 era stata portata a oltre 60.000 tonnellate.

Fortemente interessato dalla politica di armamenti fu anche il set-
tore dell'industria meccanica anch'esso per la gran parte controllato
dall'IRI. La produzione bellica di questo settore era pari al 17% del
valore di tutta l'industria meccanica.

Nel settore automobilistico gli effetti della crisi del '29 erano stati
devastanti. Molte aziende abbandonarono il settore automobilistico
rafforzando cos la posizione dei maggiori gruppi, e, quindi, soprat-
tutto della Fiat. Gli effetti della crisi erano stati anche molto sensibi-
li nel settore delle costruzioni e riparazioni di materiale ferrotran-
viario.

Nel settore dell'industria motociclistica scomparve la concorrenza
inglese a vantaggio della produzione interna e dell'industria tede-
sca.

La politica autarchica aument la produzione delle macchine agri-
cole e di quelle utensili.

Fu ulteriormente sviluppato il settore chimico: aument sensibil-
mente la produzione di acido solforico e del solfato ammonico. Nel
1939 le aziende farmaceutiche erano pi di 800, con una produzione
di ampie dimensioni. Nel settore chimico tessile la Snia Viscosa raf-
forz il suo predominio nella produzione di fibre artificiali, a danno
dell'industria del cotone.

Quest'ultima, unitamente all'industria laniera, era pi indirizzata
verso i mercati stranieri.

Infine era ormai posta in secondo piano l'industria serica, per le
crescenti difficolt nelle esportazioni.

6. LA STRUTTURA INDUSTRIALE ALLA VIGILIA DELLA GUERRA

Il generale consenso ottenuto dal regime dalle varie componenti
della societ cominci ad incrinarsi dopo l'impresa etiopica.

La politica autarchica, finalizzata all'obiettivo dell'autosufficienza
economica in caso di guerra, ottenne come visto solo parziali succes-
si e suscit malcontento in taluni ambienti industriali.

Infatti solo i settori pi strettamente connessi alle esigenze belliche
aumentarono la produzione.

Negli altri settori, con eccezione, in particolare, di quello inerente
le fibre sintetiche, vi fu una contrazione della produzione e del con-
sumo, nonch owiamente, delle esportazioni.

Va inoltre notato come la seconda guerra mondiale intervenne in
un momento nel quale ancora non erano stati portati a conclusione
i progetti di rinnovamento e riorganizzazione di taluni settori pro-
duttivi: ci si riferisce, in particolare, al settore siderurgico, ove i pro-
grammati progetti inerenti gli impianti di Bagnoli, Piombino e Cor-
nigliano allo scoppio della guerra ancora non avevano prodotto tutti
i loro effetti.

Quanto sopra trova conferma anche nell'analisi dei dati sull'occu-
pazione alla vigilia del secondo conflitto che evidenziano, da un
lato, un incremento degli addetti all'industria di circa 850.000 unit
rispetto al 1927 e, dall'altro, una drastica riduzione percentuale de-
gli addetti all'industria tessile e dell'abbigliamento sempre confron-
tate con il 1927.

In effetti va sottolineato che c'era stato un orientamento, dopo la
conclusione dell'awentura coloniale, favorevole al recupero dei
mercati esteri andati parzialmente perduti al tempo delle sanzioni
prospettando l'esigenza di allentare l'indirizzo autarchico militare e
uscire quindi fuori da un isolamento economico pericoloso.

Si prospettava, da pi parti, l'opportunit di sottrarre il Paese alla
crescente influenza tedesca onde evitare una rottura definitiva con
la Francia e l'Inghilterra.

Ma tali richieste rimasero inascoltate, con conseguenze anche sulla
preparazione militare del Paese, che alla vigilia del giugno 1940 era
purtroppo rimasta nei diversi settori per larga parte disattesa. Anzi
la produzione bellica sotto il profilo qualitativo e quantitativo non
era paragonabile a quella della prima guerra mondiale; infatti allora
la nostra preparazione militare non era, nel suo complesso, da meno ri-
spetto a quella delle altre principali potenze coinvolte nella guerra.

VII. La seconda guerra mondiale

1. LA SITUAZIONE ITALIANA AL MOMENTO DELL'ENTRATA IN GUERRA

Fino al giugno del 1940, l'Italia era rimasta fuori dal conflitto,
avendo il Consiglio dei ministri proclamato il primo settembre 1939
la non belligeranza.
Le ragioni di un simile atteggiamento erano fondamentalmente
46                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

tre: l'impreparazione dell'esercito logorato dalle campagne d'Etio-
pia e di Spagna; l'esistenza di un accordo segreto tra Italia e Germa-
nia che prevedeva un rinvio della guerra almeno di tre anni e che Hi-
tler in sostanza non aveva rispettato avendo attaccato la Polonia; le
carenze delle materie prime necessarie all'industria nel 1939 e quin-
di la stretta dipendenza dalle importazioni estere.

Alla vigilia del conflitto, l'Italia poteva vantare un apparato indu-
striale che, per molteplicit di produzioni ed efficacia di impianti
non era secondo a quello delle maggiori potenze industriali, ma che
era impreparato a produrre materiale bellico su larga scala.

I rapporti dello Stato Maggiore evidenziavano come all'inizio del
1940 le forze armate avessero bisogno di alcuni anni per poter af-
frontare la guerra con la preparazione e gli equipaggiamenti necessari.

Malgrado ci, solo dopo l'entrata in guerra dell'Italia venne istitui-
to un Ministero per la produzione bellica e nell'ottobre del 1940 fu
varato il primo piano per l'individuazione e per l'allestimento degli
impianti destinati alla produzione bellica.

L'equipaggiamento delle forze armate, gi scarso ed antiquato, era
stato ulteriormente impoverito dalle imprese in Spagna ed in Etio-
pia.

Pertanto, quando venne dichiarata la guerra (10 giugno del 1940),
l'esercito italiano non aveva una preparazione sia pur modesta. Vi
erano gravi carenze sia nelle armi che nei mezzi di trasporto e negli
equipaggiamenti.

Insufficienti erano anche le scorte di materie prime per le quali
l'Italia dipendeva cronicamente dalle importazioni estere, tanto che
la flotta militare non fu capace durante il conflitto di compiere azio-
ni in modo continuato per mancanza di carburante.

Lo stato di ostilit provoc un crollo della produzione interna di
beni ad uso pacifico compensato solo parzialmente dalla produzio-
ne bellica.

Con l'inizio del conflitto cessarono gli scambi commerciali con ta-
luni Paesi quali la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, che non
furono compensati dai rifornimenti, per lo pi di materiale bellico,
provenienti in maniera irregolare dalla Germania.

La Germania divenne il nostro principale rifornitore delle materie
prime necessarie all'apparato bellico.

Il suo apporto, per, con l'evolversi delle vicende di guerra, diven-
ne irregolare e sempre pi quantitativamente ridotto; dal 1940 al
1942 le nostre importazioni di frumento scesero da 690,5 migliaia di
tonnellate a 32,5, quelle dei rottami da 321,1 a 163,4, quelle del ferro
e dell'acciaio da 313,8 a 42,3, quelle di macchine da 54,6 a 37,7, quel-
le di carbon fossile da 12.529 a 10.793.
Lo sviluppo della produzione bellica fu ostacolato nel biennio

LA SECONDA GUERRA MONDIALE                    47

1942-43 anche dai sempre pi violenti raid aerei nemici contro im-
pianti industriali, depositi e vie di comunicazione, sparsi su tutto il
territorio nazionale.

Il problema della difficolt dei rifomimenti era aggravato anche
dallo sforzo a cui il nostro sistema ferroviario venne sottoposto sia
dagli spostamenti delle truppe sia dal trasporto delle cospicue im-
portazioni di carbone.

Tutto ci port ad un rapido esaurirsi delle scorte che erano state
mantenute ad un livello richiesto da un normale ciclo produttivo.
Tale circostanza unita alla mancanza di energia e alla progressiva
deficienza dei mezzi di trasporto comport la riduzione sia dell'ora-
rio di lavoro che dell'attivit anche negli stabilimenti collegati alla
produzione bellica. Ad esempio nel 1941 la carenza di materie pri-
me comport la sospensione della produzione di ben 729 stabili-
menti collegati all'industria bellica.

Ci posto, risulta evidente come, mentre la prima guerra mondiale
favor lo sviluppo della produzione industriale, la seconda ne deter-
min prima la stagnazione, poi il crollo.

Lo sforzo finanziario sostenuto per la guerra fu molto ingente,
come dimostra l'incremento della spesa pubblica, balzata dai 60,4
miliardi nell'esercizio 1939-40 ai 311,3 miliardi del 1945.

I consumi privati si ridussero dai 112,3 miliardi del 1938 a 83,9 del
1943, mentre quelli pubblici nello stesso periodo salirono da 16,2 a
34,7 miliardi.

Ci fu dovuto principalmente, ai consumi militari che da 8,2 miliar-
di del 1939 salirono ne M943 a 25,6 miliardi.

La crescita della spesa pubblica, unita alla carenza di merci, diede
vita a pressioni inflazionistiche che vanamente si cerc di arginare
attraverso espedienti finanziari e controlli dei consumi e dei prezzi.

Per far fronte a tali spese, da un lato, si incrementarono le imposte
che portarono le entrate dello Stato da 32,3 miliardi nel 1939-40 a
50,4 nel 1942-43, dall'altro, vennero emessi prestiti obbligando i pos-
sessori di capitale a sottoscriverne aliquote considerevoli: cos facendo
il debito pubblico crebbe in questi anni da 169,7 a 405,3 miliardi.

2. L'INDUSTRIA NEGLI ANNI DELLA GUERRA

L'andamento generale della produzione industriale  sintetizzato
dal seguente indice che posto pari a 100 nel 1938 sal a 109 e 110 nei
due anni successivi, per poi scendere a 103 nel 1941 e a 89 nel 1942
e 23 nel 1945.

Tuttavia questo andamento non evidenzia l'assai diverso sviluppo
verificatosi nei vari settori produttivi. L'andamento della produzio-
ne, infatti, si diversific notevolmente in relazione alla diversa im-
portanza di ciascun settore ai fini dello sforzo bellico e alla possibi-
lit di reperire in maniera sufficiente le materie prime necessarie
alla produzione.

Tra i settori chiave, ai fini della produzione bellica, vi era indubbia-
mente quello minerario: in tale campo si cerc di sviluppare l'utiliz-
zazione delle scarse risorse presenti nel nostro territorio, gi awiata
nel periodo autarchico.

L'estrazione di combustibili fossili nazionali balz da 2,3 milioni di
tonnellate nel 1938 a 4,9 nel 1942. La produzione di energia elettrica
pass dai 15 milioni di l~vh del 1938 agli oltre 20 milioni del 1942.

Diverso l'andamento delle industrie siderurgiche e meccaniche.

L'estrazione di minerali di ferro che gi awicinavano nel 1939 il
milione di tonnellate raggiunse 1.340.000 tonnellate nel 1941 ma
scese a 1.084.841 nel 1942 e a 835.773 nel 1943.

Per ci che riguarda gli armamenti, con l'entrata in guerra vennero
effettuati ingenti investimenti in questo settore.

In particolare, notevole fu lo sviluppo della capacit produttiva
dell'industria meccanica; essa, infatti, nel 1943 era triplicata per le
artiglierie, quintuplicata per i cannoncini, triplicata per le armi
automatiche, quintuplicata anche per i siluri, triplicata per i mezzi
corazzati, quasi raddoppiata per gli aerei ed i motori.

L'intensificarsi della produzione bellica comport il sacrificio della
produzione di autovetture per uso civile la cui vendita fu persino
vietata dal settembre del 1942: la produzione scese da 55.533 unit
nel 1939 a 9435 nel 1942, mentre le esigenze belliche mantennero
elevata quella degli autoveicoli industriali, che pass dalle 13.301
unit del 1939 alle 27.777 del 1941, per poi scendere anch'essa nel
1942, in connessione con le grandi difficolt in cui versava tutta l'in-
dustria.

Nel settore chimico ebbe un grande impulso la produzione di acido
nitrico, fondamentale nella fabbricazione degli esplosivi, che dalle
274.763 tonnellate del 1937 sal alle 467.145 del 1941, per poi dimi-
nuire l'anno successivo, analogamente ad altri settori produttivi.

Un notevole sviluppo, almeno fino al 1941, ebbero le produzioni
del solfato ammonico, del solfato di alluminio, del solfato di ferro,
mentre entrarono in grave crisi quelle di acido solforico, di acido
cloridrico, di carbonato di sodio, di solfato di rame.

Fortemente penalizzate dalle difficolt dell'importazione del pe-
trolio grezzo furono le industrie dei derivati del petrolio la cui attivi-
t fu quasi paralizzata.

La produzione del petrolio raffinato si ridusse tra il 1939 e il 1942
da 144.237 tonnellate a 7523 e quella della benzina da 517.831 a
88.402.

La sospensione delle importazioni di cotone e di lana greggia arre-
carono grave danno all'industria tessile.

La produzione di filati di cotone, infatti, si ridusse nel biennio
1940-42 da 102.091 tonnellate a 12.511, mentre quella dei tessuti di
cotone da 74.967 tonnellate a 9773.

Pi articolata fu la situazione dell'industria laniera. In questo set-
tore le difficolt di approwigionamento della lana greggia favoriro-
no la lavorazione del cordato, mentre nelle lavorazioni del pettinato
si fece ricorso al fiocco di raion.

La produzione di raion pass dalle 54.895 tonnellate del 1939 alle
57.712 del 1941, quella di fiocco da 83.400 tonnellate a 124.728,
quella di cascame da 7564 tonnellate a 14.276.

Gli ostacoli frapposti dalla guerra al regolare svolgimento degli
scambi internazionali e le difficolt nella produzione agricola colpi-
rono gravemente le industrie operanti nel settore alimentare.

Cos la produzione di zucchero si ridusse dalle 559.754 tonnellate
del 1940 alle 387.754 del 1942, quella dell'olio di semi da 120.249
quintali a 67.793.

La proclamazione dell'armistizio con gli anglo-americani (8 set-
tembre 1943) gett l'Italia nel caos.

Mentre il re ed il governo Badoglio si rifugiarono a Brindisi sotto la
protezione alleata, i tedeschi si impossessarono di tutta l'Italia cen-
tro-settentrionale.

Abbandonate a se stesse senza chiare direttive le forze armate ita-
liane sbandarono senza opporre ai tedeschi se non in casi isolati una
bench minima resistenza organizzata.

Nell'autunno del 1943 il Paese era, quindi, diviso in due: lo Stato
monarchico che continuava la sua esistenza al Sud sotto la protezio-
ne degli alleati; la Repubblica Sociale Italiana costituita al Nord da
Mussolini e completamente assoggettata ai tedeschi.

Tale situazione determin il crollo del sistema produttivo.

La Germania, infatti, non avendo pi alcun interesse ad approwi-
gionare le nostre industrie belliche, ridusse drasticamente i riforni-
menti verso le nostre imprese del Nord.

A ci va aggiunto che le regioni italiane pi ricche di minerali (To-
scana, Sicilia, Sardegna) erano a sud della c.d. linea gotica, pri-
vando le grandi imprese padane anche di importanti materie prime
nazionali.

Pertanto, alla fine del 1944, in queste regioni la produzione di ghisa
si ridusse ad 1/5, quella di acciaio ad 1/3, quella di raion fu di fatto
sospesa e ridotte a livelli minimi anche quelle di tutti gli altri settori
produttivi; la sola eccezione fu la produzione di energia idroelettri-
ca, i cui impianti subirono solo lievi danni.

Tutto ci  ben evidenziato dai seguenti dati statistici.
Nel 1945 l'indice della produzione agricola e quello della produ-
zione industriale (fatto quello del 1938 pari a 100) si ridussero ri-
spettivamente a 63,3 e a 29.

3. LA POLITICA CREDITIZIA DEL PERIODO Dl GUERRA

Al fine di evitare quel legame indissolubile tra banca, industria e
Stato, che aveva caratterizzato la prima guerra mondiale, con conse-
guenze disastrose, che abbiamo visto, la politica creditizia, attraver-
so gli strumenti fornitigli dalla legge bancaria del 1936 (R.D.L. 12
marzo 1936, n. 375), durante gli anni di guerra si pose due obbiettivi
fondamentali: il mantenimento dello stato di liquidit del sistema
bancario e la formazione di una massa crescente di risparmio da
convogliare nelle produzioni belliche.

A tal fine l'Ispettorato per la difesa del risparmio e l'esercizio del
credito, per permettere l'afflusso nelle casse dello Stato di un volu-
me sempre pi ingente di fondi, statu nel gennaio del 1943, l'obbli-
go per le banche aventi una massa fiduciaria superiore ai cento mi-
lioni di versare in conto corrente presso la Banca Centrale, il 75%
dell'incremento dei depositi raccolti nel mese precedente, al netto
dell'aumento degli impieghi e degli investimenti ritenuti utili alla
economia di guerra.

Per lo stesso motivo fu sancito il divieto di accendere depositi in-
terbancari e fu ribadito l'obbligo alle banche, i cui depositi supera-
vano il limite di venti volte il patrimonio, di impiegare l'eccedenza in
titoli di Stato o garantiti dallo Stato, da depositarsi presso la Banca
d'Italia o di versarla in un conto corrente presso la Banca stessa
(art.15 del R.D. 6 novembre 1926, n. 1830).

Cos facendo, la liquidit del sistema non fu mai seriamente com-
promessa, malgrado le continue richieste di prestiti da parte dello
Stato o di altri Enti pubblici; tenuto conto anche del fatto che il de-
cremento produttivo dei beni strumentali di pace convogli in-
genti flussi di disponibilit presso le banche, aumentando cos la li-
quidit di quest'ultime, anche in considerazione della minore richie-
sta di credito da parte delle imprese.

Vlll. La ricostruzione

1. LA SITUAZIONE ECONOMICA ITALIANA NEL PRIMO DOPOGUERRA

Alla fine delle ostilit la situazione economica italiana era gravissi-
ma. Circa il 20% del patrimonio nazionale era andato distrutto. Le
nostre maggiori citt, specie quelle che erano state obiettivo di gravi
bombardamenti, come Torino, Milano, Genova, Bologna, Cagliari
e Foggia, erano un cumulo di macerie. La rete stradale, bombardata
e mitragliata dalle incursioni aeree e distrutta dal passaggio dei carri
armati, era stata resa pressoch impraticabile.

L'80% dei vagoni viaggiatori erano stati danneggiati, distrutti o
trasportati in Germania. La stessa sorte aveva subito il 60% dei carri
merci; le condizioni della rete ferroviaria italiana erano tali che i pri-
mi treni da Roma per l'Italia settentrionale furono approntati solo
nell' autunno del 1945.

Gli indici di produzione del 1945 rispetto a quelli del 1938, come
abbiamo visto, erano calati di circa il 70% nell'industria e di circa il
40% nell'agricoltura. In particolare, per quanto riguarda l'industria,
va detto che la produzione industriale era in una situazione di stasi
pressoch totale, sia per mancanza di capitali da investire e di sboc-
chi, causa la paralisi dei mercati interni ed internazionali, che di
scorte di materie prime e di energia. Le scarse precipitazioni, infatti,
avevano portato il livello dei bacini idrici al minimo; mentre il car-
bone era ormai una rarit.

Infatti, il carbone europeo non veniva estratto per i danni di guerra
subiti dai maggiori centri di produzione (belgi, francesi, inglesi),
quello fornito dagli Stati Uniti veniva consegnato con discontinuit
a causa di scioperi e scarsit di navi.

A ci va aggiunta anche una crescente inflazione prodotta dalla
immissione nel circuito economico di ingenti quantitativi di nuova
moneta stampata dalle forze di occupazione al Nord e da quelle di
liberazione al Sud (le c.d. amlire), che aveva determinato una verti-
ginosa salita dei prezzi. Nel Sud, vennero emessi circa 114 miliardi
di amlire; inoltre va sottolineato che la Banca d'Ttalia vers 31 mi-
liardi agli alleati anglo-americani, a titolo di contributo alle loro spe-
se militari per la campagna italiana.

Nel Nord, invece, la Repubblica Sociale Italiana vers 184 miliardi
alle forze tedesche operanti nel nostro territorio.

Uscita dalla guerra nelle condizioni disastrose appena descritte,
l'Italia riusc tuttavia a ricostruire velocemente la propria capacit
produttiva grazie ad una serie di fattori interni ed internazionali,
che in varia misura contribuirono a fornire i mezzi necessari alla sua
ripresa economica.

2. LA POLITICA ECONOMICA-CREDITIZIA NEGLI ANNI 1944-47

Dal punto di vista interno, la politica economica italiana, per far
fronte alle esigenze di ristrutturazione dell'apparato industriale, si
mosse seguendo tre linee direttive fondamentali a cui corrispondo-
no tre distinti periodi di tempo. Il primo che va dal 1944 al 1947, che
potremmo definire di necessit, il secondo di ricostruzione e ricon-
versione (1947-50), ed un terzo di sviluppo a partire dagli anni suc-
cessivi al 1950.

Durante la prima fase vengono posti in essere una serie di prowe-
dimenti volti a prowedere a neeessit eontingenti ed in partieolare a
ripristinare l'efficienza produttiva distrutta dagli eventi belliei, a ri-
eostruire un nuovo equilibrio eeonOmieO, a raggiungere una relativa
stabilit finanziaria e monetaria.

Tra i prowedimenti adottati nel primo dopoguerra spieea il DLL
n. 367/1944, in virt del quale il Tesoro venne autorizzato a conce-
dere la garanzia sussidiaria dello Stato, fino ad un ammontare com-
plessivo di 25 miliardi di lire, per anticipazioni di media durata da
concedersi, da parte di Istituti di Credito di diritto Pubblico ed Enti
di diritto Pubblico esercenti il credito mobiliare, ad imprese indu-
striali, allo scopo di proeedere alla ripresa e alla ricostruzione dei ri-
spettivi impianti. Inoltre, era previsto il concorso dello Stato, per un
periodo non superiore a quattro anni, nel pagamento degli interessi
sulle anticipazioni in misura non eeeedente il 3%.

Alla seadenza del quadriennio, qualora l'antieipazione non fosse
stata rimborsata, poteva essere eonsolidata in un mutuo da parte
dello stesso Istituto o Ente che l'aveva concessa.

Successivamente, il DLL n. 449/1946 autorizz l Istituto Mobiliare
Italiano a eoneedere, per eonto dello Stato, finanziamenti ad impre-
se industriali che non avessero la possibilit di awalersi del predetto
DLL n. 367/1944, al fine specifico di consentire alle imprese stesse il
ripristino, la riconversione e la prosecuzione della propria attivit
industriale, con riguardo all'interesse generale e a particolari neces-
sit di carattere economico e sociale.

Nel secondo dopoguerra, poi, si mise in moto un processo di ri-
strutturazione del credito mobiliare per adeguarlo alle caratteristi-
che del nostro sistema economico.

Il comparto del eredito a medio e lungo termine all'industria, in vi-
gore, per la sua totalit di natura pubblieistiea, ineentrato sull'IMl e,
subordinatamente sul Consorzio per le sowenzioni su valori indu-
striali, sul Consorzio di eredito per le Opere pubbliehe, sull'Istituto
di Credito per le Imprese di Pubbliea Utilit, mostr le sue laeune
qualitative e quantitative, sia per il grandissimo sviluppo ehe il ere-
dito mobiliare nel frattempo andava assumendo, sia pereh l'IMI,
eon la sua struttura centralizzata, non aveva una propria organizza-
zione periferiea e quindi non poteva eonoscere direttamente e im-
mediatamente le esigenze specifiche della miriade di piccole e me-
die imprese sparse sull'intero territorio nazionale.

Si rendeva, ~quindi, neeessario il potenziamento e l'integrazione
della struttu~ del sistema ereditizio a medio termine all'industria.
A tal fine:

1. venne potenziata l'attivit dell'IMI, attraverso l'istituzione di al-
cune gestioni speciali, destinate a svolgere la loro azione in alcuni
specifici rami di attivit;

2. vennero istituite sezioni speciali di credito industriale presso al-
cuni Istituti di diritto pubblico;

3. vennero costituiti Istituti speciali di credito di natura privata;

4. venne organizzato un vero e proprio sistema di Istituti regionali
di credito a medio termine alle piccole e medie industrie.

In altri termini, si pass, da un sistema unico con connotazioni di
tipo prettamente pubblicistiche, incentrato suIl'IMI, ad un sistema
plurimo misto, ossia pubblicistico e privatistico, nel quale oltre agli
Istituti tradizionali, vennero ad operare nuovi organismi anche pri-
vatistici specificatamente qualificati: Ente Finanziamenti Industria-
I; (EFI); Banca di Credito Finanziario (Mediobanca); Banca di Cre-
dito Popolare (Centrobanca); sezioni di credito industriale del Ban-
co di Napoli, del Banco di Sicilia, del Banco di Sardegna, della Ban-
ca Nazionale del Lavoro; Istituti regionali per il finanziamento a
medio termine delle piccole e medie imprese industriali (Mediocre-
diti regionali); Mediocredito Centrale, ISVEIMER, IRFIS, CIS.

Con tale sistema, si venne a realizzare un contemperamento fra la
concezione pura della banca mista (assuntrice diretta del finanzia-
mento industriale e dei relativi rischi che, come abbiamo visto, tanto
negativamente incise sul sistema creditizio negli anni Trenta), e la
concezione di una netta separazione tra credito ordinario (a breve
termine) e credito mobiliare (sistema inadatio alla nostra economia
multiforme e differenziata).

Un contributo importante alla ripresa fu anche dato dalla possibi-
lit di effettuare scambi molto vantaggiosi con il terzo mondo.

Per quasi un quarto di secolo, ad esempio, l'Europa ebbe a disposi-
zione petrolio nelle quantit necessarie e a prezzi molto convenien-
ti.

La ricostruzione fu, per, favorita anche da circostanze che carat-
terizzarono specificatamente l'Italia.

In primis, l'Italia disponeva di capacit e potenzialit industriali
sufficienti, se non per le produzioni pi sofisticate, almeno per le
produzioni a medio e basso contenuto tecnologico.

In secondo luogo, l'Italia suddivisa in regioni meridionali e insulari
arretrate e in un nord industrializzato, possedeva un vasto serbatoio
di forza lavoro non ancora completamente drenata dalle campagne
all'industria, sottopagata, che permetteva ai nostri prodotti di af-
frontare, essendo convenienti, vittoriosamente la concorrenza in-
ternazionale.

I salari reali, infatti, nel 1945 erano mediamente dimezzati rispetto
a quelli del 1938 e i disoccupati s'aggirarono intorno ai 2 milioni sino
alla met degli anni Cinquanta.

3. GLI AIUTI INTERNAZIONAW

Un contributo di fondamentale importanza alla ripresa del settore
industriale venne dai finanziamenti e dagli aiuti concessi sotto varie
forme dai Paesi vincitori del conflitto, ed in particolare dagli Stati
Uniti, interessati ad una rapida ripresa dell'Europa occidentale, sia
per l'importanza che assunse quel mercato per la loro economia, sia
per la convinzione che la drammaticit delle condizioni di vita po-
tesse favorire lo sviluppo di movimenti comunisti.

Tra il 1943-45 vennero forniti attraverso I UNRRA (United Nations
Relief and Rehabilitation Administration), costituita a Washington
il 9 novembre 1943, con l'accordo di 44 Paesi, il cui scopo specifico
era quello di fornire aiuto e assistenza immediati ai Paesi pi colpiti
dalla distruzione della seconda guerra mondiale, generi di prima ne-
cessit (alimentari, vestiario, medicinali, combustibile) e materie
prime.

Aiuti pi consistenti ed organici vennero, poi, dagli accordi sanciti
in seguito alla conferenza monetaria e finanziaria, tenuta a Bretton
Woods (New Hampshire, USA), nel luglio del 1944.

Tali accordi assegnarono al dollaro, allora convertibile in oro, la
funzione di moneta base e stabilirono rapporti di cambio fissi tra le
monete dei vari Paesi.

Allo scopo di dare attuazione a tali accordi vennero creati due or-
ganismi: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazio-
nale per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI),  stato costituito con il
compito di fornire consulenza tecnica e assistenza finanziaria ai
Paesi membri che si fossero trovati in difficolt di bilancia dei paga-
menti.

La Banca Intemazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS),
aveva lo scopo di contribuire alla ricostruzione delle capacit pro-
duttive distrutte dalla guerra attraverso finanziamenti a tassi agevo-
lati.

Prima dell'inizio del programma ERP - di cui si dir in seguito -
l'Italia ricevette aiuti per complessivi 1855 milioni di dollari: di tale
somma il 23% fu utilizzato per l'importazione-di combustibili neces-
sari per la ripresa industriale. Sempre tra il 1946 e il 1947, arrivarono
102 milioni di dollari di prestiti concessi dall'Export-Import Bank,
di cui 19 milioni furono utilizzati per l'acquisto di attrezzature per
l'industria meccanica ed elettromeccanica, 8 milioni per l'acquisto
di attrezzature per l'industria siderurgica e metallurgica, e il rima-
nente per l'importazione di materie prime. Per la ricostruzione e
l'ammodernamento delle attrezzature industriali furono poi decisivi
gli aiuti provenienti dall'ERP (European Recovery Program), pro-
gramma del governo degli Stati Uniti per la concessione di aiuti eco-
nomici ai Paesi europei impegnati nella ricostruzione postbellica.
Questo programma,  not, anche, come piano Marshall, dal nome
del segretario di Stato, generale George Marshall, che ne fu l'ispira-
tore (1947).

Il piano prevedeva aiuti finanziari da accordare, in gran parte, sot-
to forma gratuita e per il resto sotto forma di prestiti a lunga scaden-
za (30-40 anni) a tassi di interesse molto bassi (2,5~o).

Per la verifica delle diverse esigenze dei Paesi beneficiari e la ripar-
tizione degli aiuti necessari, fu istituita, nel 1948, I'OECE (Organiz-
zazione Europea per la Cooperazione Economica), con sede a Pari-
gi.

Ciascun Paese membro, doveva presentare all'oEcE, in relazione
alle proprie necessit, una lista di impianti e macchinari, non pro-
dotti all'interno, che intendeva acquistare all'estero. Tali acquisti
erano poi owiamenti agevolati.

Dopo la costituzione dell'oEcE, fu istituita I~ECA (Economic Co-
operation Administration), con sede a Washington, il cui compito
era quello di rimborsare il Paese acquirente o di prowedere al diret-
to pagamento del fornitore estero per le forniture da esso effettuate
al Paese committente.

Ogni Paese beneficiario doveva, poi, versare in un apposito fondo
(per l'Italia fondo lire), il controvalore in moneta nazionale otte-
nuto con la vendita all'interno delle risorse ottenute gratuitamente.
Tali somme dovevano essere utilizzate dallo Stato per stimolare il
processo di ricostruzione.

Si stim che l'Italia sui 1303 milioni di dollari di stanziamenti effet-
tivamente utilizzati dall'aprile 1948 al dicembre 1951, ne destin cir-
ca i due terzi per la ricostruzione e l'ammodernamento degli im-
pianti industriali.

Altri finanziamenti arrivarono alle industrie dal bilancio statale e
altri furono ottenuti in sterline. Si  calcolato che l'industria italiana
ricevette dal 1945 al 1951 prestiti e finanziamenti a condizione di fa-
vore per circa 714 miliardi di lire.

4. LA POLITICA ECONOMICA-CREDITIZIA NEGLI ANNI 1947-50

Durante la seconda fase (quella della ricostruzione e della ricon-
versione), che inizia, come detto, dalla met del 1947, la politica
economica italiana aveva come obbiettivo il raggiungimento di una
relativa stabilit monetaria e finanziaria ritenuta necessaria per la
normalizzazione degli scambi e la ripresa delle esportazioni. Venne-
ro, pertanto, adottati prowedimenti volti al contempo a bloccare le
manovre speculative poste in essere dalle banche, a orientare verso
le imprese le disponibilit bancarie e a far rientrare dall' estero i ca-
pitali.

La politica volta a difendere la stabilit monetaria era necessaria
oltre che per fungere da stimolo per gli operatori, ad accantonare
una parte del loro reddito anche per il reinserimento dell'Italia
nell'economia mondiale.

La politica economica di guerra aveva, infatti, annullato i rapporti
economici con gli altri Paesi.

Al fine di un ripristino di tali rapporti occorreva, quindi, un mini-
mo di stabilit monetaria, necessaria anche per ottenere gli aiuti
ERP e i finanziamenti della Banca Internazionale per la Ricostruzio-
ne e lo Sviluppo.

In ogni modo, la ragione principale, che spinse il nostro governo ad
attuare nel secondo semestre del 1947 una politica di difesa della
moneta fu la forte espansione nel potere d'acquisto verificatasi nel
primo semestre di quell'anno.

Infatti, nella prima met del 1947, gli impieghi registrati nel siste-
ma bancario erano risultati talmente sostenuti da superare il margi-
ne di sicurezza (70%) delle disponibilit raccolte.

Poich tale dinamica pi che ad effettive esigenze economiche era
riconducibile a ragioni speculative, venne stabilito, ripristinando
una legge del 1926 che mai aveva avuto attuazione, che la percen-
tuale da investirsi o depositarsi non dovesse eccedere complessiva-
mente il 25% dei depositi, restando utilizzabile per le aziende di cre-
dito il residuo 75% delle disponibilit raccolte (c.d. riserva bancaria
obbligatoria).

Contemporaneamente vennero disposte misure restrittive in ma-
teria valutaria.

In particolare, venne fatto obbligo agli esportatori di consegnare
all'Ufficio del Cambio il 50% delle valute ricavate, mentre gli im-
portatori di merci non ritenute di prima necessit, dovevano coprire
il loro fabbisogno in valuta, acquistata sul mercato libero.

IX L'industria del dopogue~ra

1. LE FONTI Dl ENERGL~

Immediatamente dopo la fine della guerra, una ripresa molto in-
tensa si verific nel settore delle fonti di energia. La potenza instal-
lata delle centrali elettriche scesa dopo il 1945 a 5.513.000 kw (ri-
spetto ai 6.237.000 kw del 1942), alla fine del 1950 raggiunse, attra-
verso la predisposizione e realizzazione di un organico programma
di ampliamenti, i 7.487.735 kw. Primeggiavano in questo settore im-
prese statali di grande importanza quali la Cogne, le Ferrovie dello
Stato, la Societ Larderello, mentre lo Stato, attraverso la Finelet-
trica (IRI), partecipava al 25% della produzione nazionale. Il settore
nel 1950 contava circa 60.000 addetti, di cui poco pi di 45.000 erano
occupati dalle imprese private, 10.000 da quelle municipalizzate e il
resto da quelle statali. L'industria era ubicata essenzialmente nel
Nord del Paese, in modo particolare per ci che riguarda gli impian-
ti idroelettrici (circa 4.700.000 k V SU un totale di circa 6.300.000 kw
di potenza installata), mentre era meno squilibrata la distribuzione
di quelli termoelettrici (circa 626.000 kw nell'Italia settentrionale su
un totale di circa 1.185.000 kw).

L'estrazione dei combustibili fossili dopo la grave crisi del biennio
1943-44 conobbe un'intensa ripresa negli anni successivi in seguito
alle notevoli difficolt ancora esistenti nelle forniture provenienti
dall'estero. Ma la progressiva crescita delle importazioni e lo svilup-
po dei combustibili liquidi e gassosi in breve tempo evidenziarono la
scarsa economicit della maggior parte delle miniere, la cui chiusu-
ra venne procrastinata solo dalla tenace opposizione delle mae-
stranze che vedevano in pericolo il proprio posto di lavoro.

Una vera e propria rivoluzione, pertanto, interess il settore dei
combustibili liquidi e gassosi.

Le ricerche effettuate dall'AGIP, con tecniche e attrezzature mo-
dernissime resero possibile la scoperta di alcuni giacimenti di cui il
pi importante fu quello di Cortemaggiore. Nello stesso periodo si
verificarono profonde modificazioni nella struttura finanziaria e
tecnica dell'industria energetica. Il gruppo AGIP costitu con la An-
glo Iranian, per la gestione della raffineria di Marghera, una nuova
societ, la IROM, nella quale detennero una partecipazione rispetti-
vamente del 51 e del 49~O. L'ANIC convogli le raffinerie di Bari e
Livorno in una nuova societ, la STANIC, fondata con la partecipa-
zione paritetica della Standard Oil di New Jersey. La Fiat diede vita,
di concerto con la americana Caltex, alla societ Petrolcaltex e alla
SAROM.

Queste ed altre iniziative diedero grande impulso all'industria del-
la raffinazione che poteva contare su costanti forniture di greggio
assicurate da accordi come quelli sopra citati.

2. L'INDUSTRIA MINERARIA

Tra le industrie operanti nel settore minerario l'estrazione di mi-
nerali di ferro riusc a risalire nel 1949 dai livelli minimi del 1946 ai
livelli prebellici. Ancora pi repentina fu la ripresa produttiva dei
minerali ausiliari, come il ferro manganesifero, ottenuto dalla mi-
niera situata al Monte Argentario, che gi nel 1946 tocc i livelli
produttivi dell'anteguerra che oltrepass abbondantemente negli
anni immediatamente successivi e il manganese, proveniente dalla
miniera di Gambatesa, che rimase per di gran lunga al di sotto dei
livelli massimi del 1938.

La produzione di bauxite malgrado l'apertura da parte della Mon-
tecatini della miniera di San Giovanni Rotondo e da parte della
SAVA di quella di Cavone Spinazzola sub una profonda diminuzio-
ne a causa della perdita per l'Italia delle miniere che si trovavano in
Istria.

La produzione del piombo e dello zinco nel 1950 rispettivamente
con 64.869 tonnellate e 179.373 tonnellate raggiunsero i livelli pre-
bellici mentre la produzione di rame venne sospesa.

Nel campo dei minerali non metalliferi le piriti si ripresero rapida-
mente, raggiungendo nel 1950 i livelli del 1937, fornendo la materia
prima per tutta la produzione di acido solforico e integrando la pro-
duzione di minerali di ferro attraverso le ceneri di pirite. Principale
produttrice delle piriti continu ad essere la Montecatini; mentre la
produzione e la vendita di zolfo a partire dal 1940 awenne sotto il
coordinamento dell'Ente Zolfi Italiani, per il triennio 1943-1946 af-
fiancato da un Ente Zolfi Siciliani.

3. LA SIDERURGIA

L'industria siderurgica fu tra le pi colpite dagli eventi bellici. La
sua capacit produttiva fu ridotta del 67% per la ghisa e del 34% per
l'acciaio. In effetti, dei 15 altiforni a coke esistenti prima dell'inizio
del conflitto non avevano subito danni solo 2 a Cogne e 3 a Servola
quelli di Bagnoli e di Piombino erano pressoch inutilizzabili, lo sta-
bilimento di Portoferraio era andato completamente distrutto, i
nuovi impianti di Cornigliano e quelli di molte altre acciaierie e la-
minatoi erano stati portati via dai tedeschi. A ci si aggiungeva il fat-
to che quello che dell'industria si era salvato risultava essere ormai
tecnologicamente superato.

Nel dopoguerra, quindi, la situazione italiana appariva in condizio-
ni deficitarie rispetto a quelle gi insoddisfacenti del periodo pre-
bellico.

La produttivit annua per addetto pass dalle trenta tonnellate del
1940 alle 10,7 tonnellate nel 1946. Occorreva, dunque, una profon-
da riorganizzazione di tutta l'industria, che doveva andare al di l
del mero ripristino dei livelli produttivi prebellici, che venne iniziato
in questo periodo reperendo i finanziamenti occorrenti parte attra-
verso gli aiuti ERP, parte attraverso finanziatori nazionali.

La metallurgia dell'alluminio manifest una vivace ripresa malgra-
do la perdita dei giacimenti istriani di bauxite, che vennero parzial-
mente sostituiti da quelli pugliesi ed integrati da importazioni dalla
Jugoslavia e dalla Francia. Gli impianti, infatti, rimasero pressoch
intatti, e l'ostacolo maggiore che incontr la ripresa fu la limitata di-
sponibilit di energia elettrica che le principali imprese del settore
INA [gruppo Montecatini], SAVA [gruppo svizzero AIAG] e Societ
dell'Alluminio Italiano [gruppo canadese Aluminium Ltd.], fron-
teggiarono con la costruzione di propri impianti elettrici. Si stim
che la capacit produttiva annua di alluminio fosse di 155.000 ton-
nellate, cos ripartita: 75.000 tonnellate all'INA e 80.000 tonnellate
alla SAVA.

L'industria per la lavorazione del piombo e dello zinco veniva svol-
ta essenzialmente dalle societ Montevecchio, Monteponi, Pertuso-
la, Raibl e dalla Azienda Minerali Metallici Italiani (AMMI), e con-
tava circa 14.000 addetti; essa raggiunse nel 1950 i livelli produttivi
prebellici.

4. LA MECCANICA

L'industria meccanica usc dalla guerra con danni stimati in un am-
montare pari a circa il 12-15% del valore patrimoniale prebellico. Il
complesso dei macchinari e degli impianti aveva aumentato il suo
valore di 1,4 volte quello prebellico, ma tale crescita non era stata
supportata anche dal necessario rinnovo e dalla modernizzazione
degli impianti, sicch alla fine del conflitto una buona met degli im-
pianti risultava essere obsoleta e doveva essere, quindi, accantonata.

Conseguentemente, anche in questo settore fu necessario un deci-
so intervento di riorganizzazione che venne attuato attraverso l'uti-
lizzazione degli aiuti Marshall, i prestiti concessi dall'IMI e tramite
l'autofinanziamento delle imprese. L'8 settembre 1947, con lo scopo
di sostenere l'industria meccanica, venne istituito il Fondo per il fi-
nanziamento dell'industria meccanica (FIM), con cui il Tesoro fece
confluire al settore finanziamenti che nel 1948 ammontavano a 52
miliardi.

Uno dei settori che ebbe una celere ripresa fu quello automobilisti-
co, il quale si assicur una parte rilevante dei finanziamenti sopra
menzionati.

Durante il conflitto mondiale, in relazione al divieto di vendita del-
le autovetture, si era assai sviluppata la produzione di autoveicoli in-
dustriali il cui mercato nel dopoguerra non offriva owiamente gran-
di prospettive, considerando anche la ripresa delle comunicazioni
ferroviarie e la tenace concorrenza costituita dalla vendita di grandi
quantitativi di residuati di guerra delle forze alleate (ARAR).
60                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

Molto diversa, invece, era la situazione nel settore delle autovettu-
re.

Il bisogno di prowedere alla ricostruzione di un parco automobili-
stico non pi rifornito dall~inizio del conflitto e pesantemente impo-
verito, unito alle difficolt dei trasporti ferroviari per le pessime
condizioni delle nostre strade ferrate, determinarono una forte cre-
scita della domanda di autoveicoli alla quale l'industria italiana,
principalmente la Fiat con il 75% della produzione, riusc in breve
tempo a far fronte.

La produzione di autoveicoli industriali pass dalle 17.994 unit
del 1946 alle 28.555 unit del 1950; mentre quella di autovetture sal
considerevolmente balzando dalle 10.989 unit del 1946 alle 99.857
unit del 1950.

Tuttavia la bassa densit automobilistica italiana (nel 1950 si regi-
strava un'automobile ogni 81 abitanti rispetto alle 15,2 dell'Inghil-
terra, 1'11,7 della Francia e il 3,1 degli Stati Uniti), faceva intravede-
re una ancor pi ampia espansione produttiva.

Grande sviluppo ebbe la produzione di motocicli, motoleggere e
motocarri (Guzzi di Mandello sul Lario, Gilera di Arcore, Bianchi
di Milano ecc.), e ci nonostante la concorrenza rappresentata per
un breve periodo dalla liquidazione dei residuati di guerra delle for-
ze alleate (ARAR), che divennero uno dei mezzi di trasporto pi usa-
ti dagli italiani.

In particolare, fu straordinario lo sviluppo nella popolazione dei
motoscooters; in questo settore acquistaron una posizione di pre-
dominio imprese gi esistenti ma nuove del settore come la Inno-
centi di Milano (Lambretta) e la Piaggio di Genova (Vespa), e altre
che si specializzarono nella produzione di motori ausiliari.

Ad attestarlo  la produzione che pass dalle 55.679 unit del 1948
alle 195.208 del 1950.

Un ruolo di prim'ordine spett, poi, all'industria cantieristica. Il
nostro Paese uscito dal conflitto con solo 300.000 tonnellate di navi-
glio dovette procedere alla ricostituzione della flotta mercantile.
Nel triennio 1947-1950 vennero importate dall'estero navi usate per
circa 1.350.000 tormellate e recuperate navi affondate e danneggia-
te per circa 350.000 tonnellate. La legge dell'8 marzo 1949 n.75 (c.d.
Iegge Saragat) stanzi a tal fine 42,6 miliardi grazie ai quaii si proce-
dette alla eostruzione di 270.000 tonnellate di naviglio, quasi intera-
mente destinato alle societ controllate dalla Finmare (Gruppo
IRI), mentre attraverso i finanziamenti del piano Marshall si costrui-
rono altre 90.000 tonnellate di naviglio nei cantieri della Venezia
Giulia.

L'industria aereonautica usc dalla guerra con circa il 40% della ca-
pacit produttiva disintegrata e il 10% del macchinario distrutto, a

L'INDUSTRIA DEL DOPOGUERRA                     61

cui si aggiunse la totale sospensione delle commesse statali a seguito
della nuova situazione politica che si era venuta a creare nel dopo-
guerra. Il divieto, fino al 10 febbraio 1947, di tutte le costruzioni ae-
ronautiche, determin il crollo di alcune delle maggiori industrie
del settore dalla Caproni alla Isotta Fraschini alla Reggiane; mentre
altre imprese fra le pi importanti dalla Breda, alla SIAI, ai Cantieri
Riuniti decisero di ritirarsi dall'industria.

Una grave crisi si ebbe nel settore delle macchine utensili dopo una
discreta ripresa awenuta negli anni immediatamente successivi al
1945.

La produzione, infatti, nel biennio 1948-50 scese dalle 24.200 ton-
nellate alle 18.000 tonnellate.

Una soddisfacente ripresa conobbe il settore delle macchine grafi-
che; la produzione pass, nel periodo compreso fra il 1938 e il 1950,
da 2000 tonnellate a 4500 tonnellate per le macchine da stampa, da
800 tonnellate a 2000 tonnellate per le macchine da stampa e carto-
tecnica, da 600 tonnellate a 2000 tonnellate per i caratteri e altri tipi
mobili.

Repentina fu anche la ripresa nel settore delle macchine da ufficio.
Nel triennio 1948-51 la produzione di macchine da scrivere sal da
70.000 unit a 150.000 unit, e quella delle macchine da calcolo da
18.000 unit a 65.000 unit: nello stesso anno si stim che la produ-
zione avesse avuto un incremento rispetto a quella del 1938 del
65~o.

Notevole anche la ripresa del settore delle macchine da cucire,
dove accanto a ditte pi vecchie, dalla Singer alla Necchi e alla Ca-
ser, si affianc la Borletti di Milano.

L'industria dell'ottica e della meccanica fine e di precisione dopo il
1945 realizz un ampio flusso di esportazioni, a seguito del venir
meno della concorrenza tedesca. In tale settore, nel quale operava-
no industrie di modeste dimensioni, nel 1950 si raggiunsero i livelli
prebellici di capacit produttiva.

5. LA CHIMICA

In generale, il settore chimico registr un' intensa ripresa produtti-
va: infatti, l'indice di produzione dell'intero comparto, considerato
sempre il 1938 uguale a 100, risal a 121 nel 1950.

Grandi progressi si verificarono nella tecnologia delle olefine (de-
rivati dal propilene, dall'etilene e dal butilene) e nello sfruttamento,
in particolare dall'holding pubblica-ENI, del metano, utilizzato sia
come materia prima per alcune produzioni, da quella dei fertilizzan-
ti a quella delle materie plastiche e delle fibre sintetiche sia come
fonte di calore.
62                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

Nel 1950, la produzione di solfato di rame era quasi dimezzata ri-
spetto ai livelli prebellici, a causa del minore assorbimento da parte
dell'agricoltura, mentre l'ammoniaca sintetica prodotta superava il
livello prebellico; allo stesso modo, raggiunsero i livelli del 1938 in
quegli anni anche la produzione dell'acido solforico e in misura leg-
germente inferiore quella dei superfosfati.

La produzione di carburo di calcio, che veniva utilizzato nella pro-
duzione di solfuro di carbonio, strettamente connesso all'industria
del raion viscosa, nell'industria della distillazione del carbon fossile,
sia per quanto concerne il gas sia per il coke metallurgico e al sem-
pre maggior numero di derivati, dal benzolo e dal catrame greggio ai
relativi sottoprodotti, raggiunse i livelli dell'anteguerra.

Grandi rinnovamenti si registrarono anche nell'industria farma-
ceutica al fine di attuare i grandi progressi scientifici realizzati
all'estero negli anni di guerra: le 12.000 specialit prodotte prima
dell'inizio del conflitto, nel 1950 erano salite a pi di 18.000, e ci
nonostante le importazioni superavano le esportazioni, in modo
particolare nel campo degli antibiotici.

In questo settore la indispensabile collaborazione scientifica sti-
mol ben presto ingenti investimenti stranieri nell'industria italiana
anche con l'acquisto di partecipazioni di controllo nelle aziende di
settore.

6. LE INDUSTRIE TESSILI

L'intensa domanda proveniente dai Paesi europei, i cui impianti
avevano subito gravi danni durante la guerra e l'esigenza di ricosti-
tuire le scorte, permise all'industria tessile italiana il rapido ripristi-
no della capacit produttiva e un suo ulteriore ampliamento.

Nel periodo compreso tra il 1938 e il 1950 i fusi di filatura cotonieri
passarono dalle 5.451.000 unit alle 5.659.000 unit, mentre i fusi di
filatura lanieri dalle 1.170.000 unit raggiunsero il 1.590.000 unit,
quelli per lino, canapa, juta da 219.000 unit a 236.000 unit.

Il settore che nel complesso dell'industria tessile spiccava maggior-
mente fu quello cotoniero che nel 1950 occupava 214.644 unit e
contava 908 stabilimenti, pari rispettivamente al 42,5% e al 31,3% di
quelli censiti in tutta l'industria tessile.

La grande ripresa produttiva awenuta subito dopo la fine del con-
flitto venne favorita dalle notevoli lavorazioni effettuate per conto
di Paesi stranieri, in seguito agli ingenti danni subti dalle principali
industrie di Paesi concorrenti.

In seguito, gli aiuti ERP e la ripresa degli scambi internazionali raf-
forzarono la ripresa produttiva del settore.
Fra le industrie tessili quella laniera, con 122.461 addetti e 721 sta-

L'INDUSTRIA DEL DOPOGUERRA                     63

bilimenti, pari rispettivamente al 24,3 e al 24,8% di tutto il settore,
occupava il secondo posto dopo l'industria del cotone.

Anche qui la ripresa fu favorita dalle importazioni effettuate nel
contesto degli aiuti internazionali e dalle commesse straniere.

Fortemente penalizzata dal conflitto fu l'industria serica, che dal
terzo posto nel mondo, pass dopo il 1945 ai posti limitrofi.

La concorrenza con la seta giapponese, ottenibile a prezzi molto
contenuti e il costo relativamente alto della nostra mano d'opera,
rendevano la nostra industria scarsamente concorrenziale.

La produzione di bossoli nel periodo 1938-50 Si ridusse dalle
33.000 tonnellate alle 14.600 tonnellate; quella della seta tratta nel
periodo 1946-50 pass dalle 1990 tonnellate alle 1373 tonnellate.

Nell'industria della canapa, lino e juta dominava il Linificio e Ca-
napificio Nazionale, massimo organismo nel settore in tutto il mon-
do.

La guerra aveva distrutto circa il 15% del potenziale produttivo,
ma i danni vennero in breve tempo riparati e nel 1950 la capacit
produttiva raggiunse un livello leggermente superiore per la filatura
rispetto ai valori prebellici.

L'industria era localizzata per 1'85% nel Nord, specialmente in
Lombardia e per il 15% in Campania.

7. LE INDUSTRIE CHIMICO-TESSILI, DELLE PELLI, DELLE CARTE E DELLA

GOMMA

Il settore chimico-tessile, che aveva raggiunto durante la guerra il
massimo sviluppo, cadde subito dopo la fine del conflitto in una gra-
ve crisi dovuta alla fine della politica autarchica e alla ripresa delle
fibre naturali.

Malgrado ci i grandi progressi tecnologici e il notevole sviluppo
dell'industria italiana in cui spiccava il gruppo SNIA Viscosa consen-
tirono di effettuare la produzione su linee idonee a soddisfare le
nuove tendenze del mercato.

Nel 1950 l'industria aveva raggiunto nel suo complesso 1'85% del
livello prebellico, anche se solo il 55% della produzione del 1941;
inoltre, lo sviluppo industriale degli altri Paesi aveva notevolmente
ridotto la sua quota nella produzione mondiale. Infatti la produzio-
ne italiana scese dal 16,1% del 1929 al 6,7% del periodo in esame.

La produzione di fibre artificiali cellulosiche era ancora dominan-
te mentre cominciava ad affacciarsi quella delle fibre prodotte uti-
lizzando come materia prima le resine sintetiche.

Malgrado le notevoli difficolt incontrate nel mercato interno l'in-
dustria si mostr fortemente competitiva sul piano internazionale
acquistando quote significative: nel 1950 venne esportata il 43,3%
della produzione di raion, il 16,5% di quella dei tessuti e manufatti
64                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

di raion, il 29,7% di quella di fiocco, e il 20% di quella di manufatti
e tessuti di fiocco.

Nell'industria delle pelli erano ancora poco diffusi gli impianti di
grandi dimensioni nel settore della conceria. Le imprese del settore
erano di tipo familiare Il commercio estero delle pelli grezze e di
quelle da pellicceria superava nel 1950 quello prebellico per quanto
riguarda sia l'importazione che l'esportazione.

Un grande sviluppo ebbe, in questo periodo, l'industria della carta
che nel 1950 super i pi alti livelli prebellici con una produzione di
537.000 tonnellate di carte e cartoni.

Infine l'industria della gomma ebbe una vivace ripresa dopo il 1945
grazie alle forniture UNRRA e ITD, e in seguito con la ripresa delle
forniture dall'Asia sud orientale; mentre l'utilizzo della gomma sin-
tetica era fortemente intralciato dalle misure adottate dagli USA
contro le esportazioni di questi prodotti.

La produzione dei manufatti di gomma raggiunse e super nel
1948 il livello prebellico. Tale risultato si spiegava con la crescita dei
pneumatici che dal 54,1% dell'anteguerra balzarono ora al 58,5%
del totale dei manufatti di gomma prodotti.

8. LE INDUSTRIE ALIMENTARI

Uno dei settori che nel primo dopoguerra raggiuse ben presto e su-
per i livelli produttivi prebellici fu quello alimentare.

La peculiarit di tali industrie che occupavano circa 450.000 unit,
consisteva nel fatto che accanto a vere e proprie industrie prospera-
vano ancora molte imprese di tipo artigianale e familiare, soprattut-
to nel campo della frangitura delle ulive e della conserva di pomo-
doro.

L'industria alimentare, con circa 72 miliardi di esportazioni nel
1950, figurava al secondo posto tra le poste attive della nostra bilan-
cia commerciale dopo l'industria tessile.

Complessivamente l'industria alimentare e delle bevande in termi-
ni di valore dei prodotti rappresentava circa il 17% e risultava nel
1950 cresciuto al 17% della complessiva produzione industriale, ri-
spetto al 16,6% del 1938.

x n miracolo economico

1. LA RIPRESA DEGLI SCAMBI IN rERNAZIONALI

L'economia mondiale, come abbiamo visto, era caratterizzata da
una serie di vincoli e restrizioni tariffari e normativi che avevano
pressoch interrotto gli scambi internazionali.

IL MIRACOLO ECONOMICO                       65

Alla conclusione del secondo conflitto mondiale al desiderio di una li-
bera ripresa dei commerci internazionali si contrappose tuttavia la ne-
cessit della maggior parte dei Paesi europei e mondiali di prowedere
alla ricostruzione del proprio potenziale produttivo, ricorrendo a co-
spicue importazioni e utilizzando esigue riserve in dollari; tale divisa,
infatti, dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944, aveva assunto la
stessa funzione dell'oro negli scambi internazionali.

La progressiva ripresa della situazione economica internazionale
consent la possibilit di adottare da parte di tutti i governi mondiali,
una serie di prowedimenti volti ad eliminare tutti quei vincoli e
quelle restrizioni ancora in vigore, al fine di realizzare una piena ri-
presa del commercio internazionale.

Il governo italiano segu prontamente tale nuovo indirizzo.

Nel settembre del 1949 venne affrancato da tali restrizioni circa il
46% delle importazioni provenienti dai Paesi membri dell'oECE
(Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, costi-
tuita dai Paesi aderenti al piano Marshall) in particolare per quel
che riguardava materie prime basilari come il carbone, il cotone greggio,
la gomma, ecc.

Negli anni successivi le importazioni balzarono rispettivamente al
76 per cento e al 99 per cento.

Inizialmente vennero, tuttavia, mantenute le limitazioni nei con-
fronti delle importazioni provenienti dai Paesi appartenenti all'area
del dollaro, ma il progressivo miglioramento della situazione valuta-
ria e della bilancia commerciale permise di liberare le importazioni
italiane da limitazioni quantitative anche nei confronti di tali Paesi;
pertanto la quota delle importazioni italiane affrancata da limita-
zioni sal dal 4,7% del 1946 al 76,4% del 1955 con punte del 98,4%
per i Paesi OECE e del 57,6% per quelli dell'area del dollaro.

A ci si aggiunsero anche sostanziali modificazioni in materia do-
ganale.

Dopo l'emanazione di una serie di prowedimenti transitori venne
ideata una nuova tariffa doganale entrata in vigore il 15 luglio del
1950, che configurava un livello di protezione medio del 24% ad va-
lorem (il prezzo del bene colpito subisce una maggiorazione percen-
tuale pari all'aliquota del dazio stesso).

In particolare, molto elevate erano le tariffe sullo zucchero (15%),
sul frumento (27%), sui vini e sui liquori (dal 28% al 50%), sugli ap-
parecchi elettrici (dall'8% al 45%), sulle automobili e sui trattori
(dal 20% al 45%).

Tuttavia alcuni dazi vennero diminuiti a seguito dei negoziati del
General Agreement on Tariffs and Trade (GArr) nato dall'accordo
generale sui dazi doganali e il commercio siglato a Ginevra il 30 ot-
tobre del 1947 dai rappresentanti di 23 Paesi.
L'accordo fiss una serie di princpi riguardanti i dazi doganali e le
politiche commerciali dei Paesi membri al fine di agevolare l'espan-
sione del commercio internazionale.

Tra i vari princpi venne inserita la possibilit di ricorrere ad una
c.d. clausola di salvaguardia, consistente nel ripristino, per un pe-
riodo di tempo determinato, di restrizioni da parte di uno Stato
membro nei confronti delle importazioni di un altro Paese quando a
seguito di ci si potesse arrecare un grave danno alla sua economia.

Principio fondamentale del GATr era poi la c.d. clausola della na-
zione pi favorita in base alla quale veniva esteso a ciascun Paese
membro il trattamento pi favorevole concesso da un Paese ad un
altro in materia di commercio internazionale.

A completamento di questi prowedimenti vi fu il progressivo ritor-
no ad un sistema di scambi multilaterali con evidenti vantaggi per le
economie dei Paesi. Dopo la stipulazione di una serie di accordi pre-
liminari tra i vari Paesi dell'Europa occidentale nel biennio 1948-50,
in base ai quali ciascun Paese con una bilancia commerciale positiva
otteneva dollari dagli Stati Uniti, ma a condizione di concedere di-
ritti di prelievo sulla propria divisa a quei Paesi con bilancia com-
merciale negativa, si arriv alla costituzione dell'Unione Europea
dei Pagamenti (uEP), sorta nel 1950 per iniziativa dell OECE con lo
scopo di facilitare il commercio tra i Paesi aderenti attraverso un
meccanismo di compensazione multilaterale dei pagamenti interna-
zionali.

In base a tale meccanismo ciascun Paese membro, una volta al
mese, riusciva a coprire il proprio deficit fino al 20% degli scambi
con gli altri Paesi aderenti, attraverso il credito ottenuto dalla Banca
Internazionale dei Pagamenti di Basilea, che fungeva da agente
dell'uEP, restando, tuttavia, fermo l'obbligo di prowedere alla co-
pertura di ogni deficit eccedente il 20% mediante oro e dollari. Con
tale sistema le valute dei Paesi partecipanti erano entro determinati
limiti convertibili.

L'UEP rest in vigore fino al 1958 quando si ritorn al regime di
convertibilit delle monete; ad essa venne sostituito l'Accordo Mo-
netario Europeo.

Nel dicembre del 1958, infatti, si stabil che tutti i pagamenti inter-
nazionali awenissero in oro o in valuta convertibile e che ciascun
Paese aderente garantisse la convertibilit della propria valuta usa-
ta da altre nazioni come riserva nella moneta di quest'ultimo. Veni-
va, poi, previsto un fondo europeo destinato a finanziare deficit
temporanei delle bilance di pagamento dei Paesi membri.

Motivazioni pi penetranti e rilevanti furono quelle che spinsero
l'Italia dapprima ad entrare a far parte della cECA, Comunit Euro-
pea del Carbone e dell'Acciaio, sorta con il Trattato del 18 aprile
1951, ed entrato in vigore il 25 luglio del 1952, e poi ad aderire ai
Trattati con cui si diede vita alla Comunit Economica Europea e
all'Euratom (25 marzo 1957) entrati in vigore il primo gennaio 1958.

Questi trattati trovavano la loro ragion d'essere nel comune desi-
derio dei vari governi europei di dar vita, dopo gli anni della guerra,
ad un'Europa unita capace di superare le rovinose divisioni del pas-
sato e di confrontarsi ad armi pari con le due grandi potenze mon-
diali uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale: Stati Uniti ed
Unione Sovietica.

La CECA venne istituita con il Trattato di Parigi del 18 aprile 1951
con lo scopo di creare un'Alta Autorit sovranazionale la cui finalit
era quella di sovraintendere alla formazione di un libero mercato
del carbone, della ghisa e dell'acciaio tra i Paesi membri (Germania,
Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Italia), attraverso la sop-
pressione delle restrizioni, ancora esistenti, quantitative dei dazi, da
attuarsi entro il 9 febbraio del 1958.

Di pi ampia portata furono gli accordi connessi alla costituzione
della Comunit Economica Europea (Trattato di Roma 25 marzo
1957): essi disponevano, tra l'altro, che i Paesi partecipanti avrebbe-
ro progressivamente diminuito i dazi doganali sul loro commercio
fino alla totale soppressione alla data del primo gennaio 1970 e pre-
vedevano misure dirette a combattere le pratiche discriminatorie,
prevenire gli squilibri nelle bilance dei pagamenti, elaborare una co-
mune politica di trasporti e di assistenza e costituire una Banca eu-
ropea di investimenti.

Gli effetti della partecipazione italiana a tali Organismi europei
sovranazionali furono fondamentali ed ebbero senza ombra di dub-
bio un posto di rilievo tra i fattori che consentirono la nascita del c.d.
Miracolo economico: il periodo cio di pi rapido sviluppo eco-
nomico che la storia del nostro Paese abbia mai registrato.

La maggiore integrazione dell'economia italiana in quella interna-
zionale determin un ragguardevole aumento delle esportazioni dei
consumi e degli investimenti che balzarono nel decennio fra il 1951
e il 1961 rispettivamente da 1012 a 3957 miliardi, da 12.962 a 20.363
da 2537 a 6443 miliardi.

Occorre evidenziare che le esportazioni si incrementarono soprat-
tutto per quanto riguardava i prodotti industriali finiti che dal
41,5% del totale nel 1938 passarono al 63,8% nel 1961 mentre le
derrate alimentari diminuirono dal 33,6% al 14,9%.

Un aumento del reddito e quindi della domanda interna, in regime
di liberalizzazione degli scambi, avrebbe potuto dar luogo a un au-
mento delle importazioni cos ingente da creare gravissimi squilibri
nella bilancia dei pagamenti o da rendere necessarie l'adozione di
nolitiche deflazionistiche e frenanti dello sviluDDo. In effetti, tutto
ci non si verific per una serie di motivi. Le importazioni, infatti
vennero utilizzate principalmente per fornire alle aziende italiane
esportatrici materie prime e macchinari americani moderni, mentre
la contrazione salariale dovuta all'abbondante offerta di mano
d'opera fino al 1962 fren l'espansione dei consumi e consent que-
gli investimenti necessari al raggiungimento di una ottimale effi-
cienza produttiva dei settori pi moderni dell'industria italiana.

La ripresa dei contatti internazionali rese, poi, possibile l'importa-
zione di nuove tecnologie da parte dell'industria italiana che furono
indispensabili per i notevoli progressi in termini di produttivit che
in quel periodo vennero raggiunti.

Ed essi consentirono ai prodotti italiani di essere, fino al 1961, for-
temente competitivi, anche sul piano qualitativo, sul mercato inter-
nazionale, grazie essenzialmente al minore incremento dei salari ri-
spetto alla produttivit. Infatti, i salari tra il 1953 e il 1961 registraro-
no nell'industria manifatturiera un aumento del 46,9% contro
1'84% della produttivit.

2. L'INTERVENTO PUBBLICO

Nel periodo in esame (e cio quello dello sviluppo) la politica eco-
nomica italiana  caratterizzata dall'awio di una serie di interventi
pubblici.

Prowedimenti di rilievo vennero adottati in primo luogo nel setto-
re agricolo per il quale la spesa pubblica aument considerevolmen-
te salendo a 1822,4 miliardi.

Con la legge 10 agosto 1950, n. 646, venne istituita la Cassa per il
Mezzogiorno (o pi precisamente Cassa per le opere straordinarie
di pubblico interesse nell'Italia Meridionale), con lo scopo di pro-
grammare, finanziare ed eseguire opere che contribuissero allo svi-
luppo economico e sociale del Mezzogiorno.

L'area d'intervento della Cassa interessava oltre alle regioni pro-
priamente meridionali (Abruzzi, Molise, Campania, Puglia, Basili-
cata, Calabria) anche le province di Frosinone, Latina, parte di
quelle di Roma e Rieti, talune zone delle Marche e della Toscana.

Inizialmente la Cassa oper principalmente per il rafforzamento
delle infrastrutture civili, il potenziamento dell'agricoltura, l'incen-
tivazione del turismo. Per l'industria era previsto solamente un si-
stema di incentivi (crediti a tasso agevolato e contributi a fondo per-
duto) diretti a stimolare l'iniziativa dei piccoli imprenditori locali,
ma non un intervento strutturale.

A partire dal 1953 (legge 11 aprile 1953, n. 298) la funzione di age-
volazione creditizia venne svolta da tre Istituti di credito speciali
collegati alla Cassa: I'ISVEIMER per I area continentale, il CIS per la
Sardegna e l'IRFIS per la Sicilia.

Solo a partire dal 1957 (legge 29 luglio 1957, n. 634) la Cassa orien-
t il suo intervento verso obiettivi di carattere industriale, da perse-
guire sia attraverso lo spostamento dei propri fondi verso questo
settore sia attraverso la costruzione di opere pubbliche essenziali
allo sviluppo industriale.

Si determin, infine, l'obbligo per le Amministrazioni pubbliche e
per le aziende a partecipazione statale di localizzare nel Mezzogior-
no almeno il 60% dei nuovi impianti e almeno il 40% del totale dei
loro investimenti.

Decisiva per lo sviluppo industriale fu la decisione di non smantel-
lare il patrimonio industriale pubblico gestito dallo Stato attraverso
l'IRI e le societ da esso direttamente o indirettamente controllate.

Da pi parti nel primo dopoguerra era, infatti, stata richiesta la liqui-
dazione di quel patrimonio, considerato residuo della politica fascista.

Alla fine, dopo lunghe discussioni, prevalse la tesi che attribuiva
all'IRI uno strumento di politica economica operante nel sistema
economico sia pur con il rispetto di particolari vincoli determinati
dalle finalit di volta in volta stabilite dallo Stato. Si realizz, in tal
modo, con la presenza dello Stato attraverso 1'IRI e gli altri Enti di
gestione un sistema di economia mista, ove erano quindi contempo-
raneamente presenti soggetti privati e soggetti pubblici.

In particolare, l'Istituto riorganizz la sua attivit in taluni settori
attraverso la costituzione di nuove societ finanziarie, la Finmecca-
nica (1948), resa urgente dalla gravit del problema di riconversione
di una serie di stabilimenti in prevalenza adibiti a lavorazioni belli-
che, la Finelettrica (1952), con il compito di coordinare nel settore
elettrico le tre grandi unit, SIP, Terni, SME, ed infine la Fincantieri
(1959). Si procedette ad una ricostruzione che se da un lato fu favo-
rita da una privilegiata situazione finanziaria grazie alla posizione
del gruppo rispetto allo Stato e al controllo che esso possedeva delle
maggiori banche ordinarie, fu tuttavia dall'altro gravemente ostacolato
dalla debolezza di molte delle aziende che furono attribuite al suo con-
trollo, caratterizzate da gravi situazioni economiche e finanziarie.

Il controllo statale si estese anche su molteplici industrie nel setto-
re meccanico attraverso le operazioni effettuate dal FIM, Fondo per
il finanziamento dell'industria.

Ma soprattutto a fianco dell'IRI va ricordato l'Ente Nazionale
Idrocarburi (ENI), istituito con legge 10 febbraio 1953, n.136, con il
compito di promuovere ed effettuare ricerche nel settore degli idro-
carburi.

Oltre a tale attivit di ricerca 1'ENI estese gradatamente la sua atti-
vit ad altri settori come quello chimico ed in misura minore a quel-
lo meccanico e tessile, ed infine al campo editoriale.

La presenza dello Stato era rilevante anche nel settore finanziario
attraverso il controllo diretto o indiretto sulle grandi banche (ban-
che di interesse nazionale) ed Istituti finanziari, dal Consorzio di
Credito per le opere Pubbliche all'Istituto di Credito per le Imprese
di pubblica utilit al Consorzio nazionale per il Credito Agrario di
miglioramento ereditati dal periodo precedente a cui si aggiunsero,
come abbiamo visto, in relazione alla politica di sviluppo del Mezzo-
giorno, l'Istituto per lo sviluppo Economico del Mezzogiorno
(ISVEIMER), fondato nel 1938 e riordinato con legge 11 aprile 1953
n.298 su nuove basi, l'Istituto regionale per il Finanziamento all'in-
dustria in Sicilia (IRFIS) sorto nel 1954, e la Societ Finanziaria Sici-
liana (SOFIS) costituita nel 1958.

Nel settore del credito industriale continuavano ad operare su sca-
la nazionale l'Istituto Mobiliare Italiano e la Mediobanca di Milano
ambedue sotto il controllo statale, quest'ultima in quanto control-
`lata dalle tre banche di interesse nazionale di propriet dell'lRl. Lo
Stato aveva, inoltre, il controllo della rete ferroviaria e dei trasporti
aerei e marittimi, attraverso societ IRI: l'Alitalia e la Finmare

Da quanto precede  evidente come lo Stato disponesse di amplis-
simi strumenti di intervento nella vita economica italiana. Si rende-
va, pertanto, necessario che tale intervento fosse inserito in uno
schema organico di programmazione. Ci awenne attraverso la re-
dazione, ad opera del ministro del Bilancio Ezio Vanoni, di un pro-
gramma di sviluppo dell'occupazione e del reddito, che rappresent
il primo tentativo organico di delineare le linee generali della politi-
ca economica italiana di medio periodo (10 anni).

Tale piano si proponeva il raggiungimento di tre obiettivi principa-
li: la creazione di 4 milioni di nuovi posti di lavoro nei settori diversi
dall'agricoltura; l'abbattimento del divario esistente tra Nord-Sud,
il raggiungimento dell'equilibrio della bilancia commerciale.

Si stimava che per la realizzazione del programma, il Prodotto In-
terno Lordo (PIL) dovesse crescere del 5 per cento nel decennio, il
tasso di risparmio della collettivit dovesse aumentare notevolmen-
te, gli investimenti avrebbero dovuto avere una diversa allocazione
settoriale e territoriale.

Circa i risultati alcuni degli obiettivi (incremento del PIL in misura
superiore al 5% ed equilibrio nella bilancia dei pagamenti) furono
raggiunti e superati nel decennio mentre gli obiettivi economico so-
ciali (4 milioni di nuovi posti di lavoro, abbattimento del divario
Nord-Sud) non furono raggiunti.

3. IL FINANZIAMENTO DELL'INDUSTRIA

Lo sviluppo economico degli anni Cinquanta comport una note-
vole mole di investimenti. Un'indagine della Banca d'Italia calcola-
va come dal 1954 al 1961 gli investimenti lordi fossero passati da
2489 miliardi a 5392 e come nello stesso periodo la percentuale de-
gli investimenti pubblici fosse scesa dal 35% al 25% del totale.

Gli investimenti privati balzati negli stessi anni da 1608 a 4056 mi-
liardi, furono finanziati dalle emissioni di azioni ed obbligazioni per
il 15%, dagli impieghi degli Istituti di credito e assicurativi per il
18%, dalle disponibilit finanziarie derivanti alle imprese da am-
mortamenti per il 37% ed infine dal risparmio direttamente investi-
to da privati, dagli autofinanziamenti aziendali e dal saldo netto del-
le operazioni con le aziende di credito per il restante.

Con il progredire dello sviluppo, si intensific il ricorso al mercato
mobiliare.

Nel periodo compreso tra il 1950-57 i titoli pubblici scesero dal
60% del totale del mercato mobiliare al 25,6%: mentre le azioni sa-
lirono dal 14,6% al 30,8%, e le obbligazioni dal 14,6% al 30,8%, le
obbligazioni industriali dal 10,8% al 18,5%. Tuttavia l'utilizzo di
questa forma di finanziamento veniva gravemente ostacolata dalle
dimensioni limitate del mercato mobiliare italiano, le quali rende-
vano possibili violente oscillazioni dei valori.

Pur tuttavia, le emissioni dei titoli azionari a titolo oneroso rag-
giunsero il livello pi alto nel biennio 1960-62 e a tale tipo di finan-
ziamento fecero frequentemente ricorso in modo particolare le
grandi societ a controllo statale.

Tra le fonti di finanziamento degli investimenti di notevole impor-
tanza fu il contributo degli Istituti di credito; infatti il ricorso al cre-
dito bancario balz nel triennio 1958-61 dal 32,3% al 43,5%.

Si tratta peraltro di un incremento dovuto esclusivamente al credi-
to a breve termine che pass dal 12,9% al 8,8% mentre quello a
medio e lungo termine scese dal 19,4% al 14,7%.

Pi ampio fu l'utilizzo di questo tipo di finanziamento da parte del-
le imprese a partecipazione statale e soprattutto dall'Eni, che erano
anche quelle che maggiormente facevano ricorso al mercato mobi-
liare e che in presenza di difficolt in questo settore erano portate
ad attingere al fido bancario, anche in virt della posizione di privi-
legio assunta dalle imprese statali nei confronti del sistema bancario
costituito quasi per intero da aziende controllate (direttamente o in-
direttamente) anch'esse dallo Stato, come del resto le imprese pri-
vate di grandi dimensioni.

Il ricorso al credito a breve termine risultava pi ampio nelle im-
prese cha avevano maggiori difficolt ad accedere al mercato mobi-
liare, le quali utilizzarono spesso questa forma di finanziamento per
dare esecuzione anche ad investimenti a redditivit differita, ren-
dendo in tal modo il credito a breve un credito a lungo termine, an-
che se in questo settore le grandi imprese godevano di una posizione
72                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

di privilegio nei periodi in cui diminuivano le loro abituali fonti di fi-
nanziamento.

Si verificava, in effetti, che mentre le imprese pi piccole erano
condizionate dalla loro ingente esposizione verso gli Istituti di credi-
to, le maggiori societ potendo disporre di cospicui mezzi finanziari
e avendo spesso dimensioni nel complesso assai pi grandi delle
aziende di credito, venivano a trovarsi nei loro confronti in una po-
sizione di predominio.

XI. L'industria negli anni Cinquanta-Sessanta

1. LE FONTI Dl ENERGIA

Un aspetto tra i pi importanti di questo processo di sviluppo fu il
particolare rilievo assunto dagli idrocarburi nel sistema delle fonti
energetiche.

A dare il l a tale processo furono le modifiche nel regime dei prez-
zi del petrolio decise dal cartello internazionale nel biennio 1943-45
e successivamente nel 1948.

A partire da tale anno il prezzo del greggio all'imbarco nel Golfo
Persico fu fissato ad un livello inferiore rispetto a quello praticato
all'imbarco nel Golfo del Messico, a dispetto di quanto accadeva
per i prodotti petroliferi che mantennero la preesistente parit dei
prezzi per le provenienze delle due aree.

Una tale situazione facilit l'installazione in Italia delle attivit di
raffinazione dei greggi mediorientali, tendenza che venne accentua-
ta dalla crisi che si manifest dopo la nazionalizzazione dell'indu-
stria petrolifera iraniana nel 1951.

Il blocco dell'esportazione iraniana imposto per quattro anni dal
cartello internazionale (sopprimendo anche la produzione della raf-
fineria di Abadan), funse da ulteriore stimolo allo sviluppo della raf-
finazione del greggio nella penisola italiana.

Nel frattempo i successi ottenuti nella ricerca di idrocarburi e so-
prattutto del metano nel territorio nazionale da parte della iniziati-
va pubblica consentirono la costituzione di diverse imprese statali
operanti nel settore, al di sopra delle quali nel 1953 venne istituito,
come gi visto precedentemente, con funzioni di holding capogrup-
po, l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).

Tale Ente deteneva il controllo di una miriade di consociate:
dall'AGIP mineraria, per le attivit estrattive nel settore petrolifero,
dall'ANIc, per la raffinazione e I industria petrolchimica, alla SNAM
(Societ Nazionale Metanodotti) ecc.

Lo strepitoso successo ottenuto dall'ENI nel campo della raffina-
zione e nella creazione di una ampia rete distributiva fu dovuto in

L'INDUSTRIA NEGLI ANNI CINQUANTA-SESSANTA

gran parte all'opera dell'ingegner Enrico Mattei, presidente del-
I'ENI fin dalla sua fondazione.

Mattei ide un vasto disegno di politica energetica volto ad elimi-
nare il monopolio del cartello internazionale, con la finalit di con-
tenere i prezzi internazionali del greggio, che, invece, erano artifi-
cialmente mantenuti al livello determinato dai costi di produzione
americani, di gran lunga superiori rispetto a quelli mediorientali;
tale contrazione dei prezzi a sua volta avrebbe tagliato fuori dal
mercato gran parte dell'industria carbonifera europea, le cui produ-
zioni erano effettuabili solamente a livelli antieconomici.

La politica del Mattei era fondata sull'introduzione nel mercato
petrolifero di molti produttori indipendenti affascinati dall'artificia-
le regime di alti prezzi mantenuto dal cartello, sul risveglio politico
dei Paesi arabi produttori di greggio, sull'importazione di materie
prime da Paesi che non soggiacevano all'influenza del cartello come
l'Unione Sovietica con la quale vennero stipulati accordi che solle-
varono alti clamori.

Tra il 1959 e il 1961 questa politica comport ingenti riduzioni nei
prezzi della benzina al consumo e dei connessi oneri fiscali; essa fu
purtroppo bruscamente interrotta dopo la morte di Mattei (ottobre
1962).

In breve tempo, attraverso alcune societ da essa controllata, 1'ENI
estese la sua attivit dal settore petrolifero a quello della produzio-
ne chimica (soprattutto fertilizzanti), rompendo l'antica posizione
monopolistica detenuta in questo settore dalla Montecatini, a quel-
lo delle fibre artificiali (Lane Rossi), a quello meccanico (Nuovo Pi-
gnone di Firenze e Pignone Sud di Bari), a quello nucleare (AGIP
Nucleare), e fino all'industria editoriale col controllo del quotidiano
n Giorno di Milano.

Tale sviluppo fu finanziato, analogamente a quanto gi realizzato
da altre societ a partecipazione statale, attraverso un ampio ricorso
al mercato mobiliare (il capitale delle societ del gruppo pass dai
23,6 miliardi del 1958 ai 57,4 del 1961) e a notevoli emissioni obbli-
gazionarie, utilizzando solo in maniera limitata l'autofinanziamen-
to.

Nel corso del decennio 1951-61 la struttura del sistema energetico
italiano sub profonde modificazioni sotto molteplici punti di vista.

In primo luogo va rilevato che i consumi netti di energia salirono
da 240,6 Tkcal (1 Terachilocaloria= 1000 miliardi di chilocalorie)
nel 1951 a circa 500 Tkcal nel 1961.

Solo parzialmente la produzione nazionale pot fronteggiare que-
sta grandiosa espansione dei consumi; cos si confermava la struttu-
rale dipendenza del nostro Paese dalle importazioni estere per la
copertura dei suoi fabbisogni interni di energia primaria.
74                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

In quel decennio, per, si svilupp anche una grande industria di
trasformazione che consent di tenere testa alla domanda interna di
fonti secondarie di energia, oltre che a sostenere una ragguardevole
esportazione.

Come si  gi accennato, tra le pi importanti industrie della tra-
sformazione va sicuramente inclusa quella degli idrocarburi.

L'estrazione di metano nel decennio 1951-61 pass da 966 milioni
di metri cubi a 6,86 miliardi di metri cubi di cui 6,69 miliardi distri-
buiti dalle aziende del gruppo ENI per mezzo di una rete di metano-
dotti che alla fine del 1961 contava 4904 km, di cui 4558 km apparte-
nenti allo stesso gruppo ENI.

La posizione di monopolio goduta in questo settore dall'Eni per-
metteva all'holding di Stato di praticare prezzi di vendita del com-
bustibile per circa il doppio dei costi effettivi di produzione.

Pur tuttavia, il metano rest una delle fonti di energia meno costo-
se fornendo in quegli anni un contributo fondamentale allo sviluppo
industriale del nostro Paese.

Nel periodo compreso tra il 1951 e il 1961 l'estrazione di petrolio
pass da 17.646 tonnellate a 1.971.636 tonnellate, in seguito alla sco-
perta di giacimenti da parte di alcune societ del gruppo ENI.
Quest'ultimo a Ravenna e a Gela cre dei collegamenti con impor-
tanti attivit petrolchimiche, o da parte di societ private come per
esempio la Gulf che intraprese lo sfruttamento del giacimento sco-
perto a Ragusa.

La trasformazione pi significativa si verific nella composizione
delle fonti produttive di energia.

Nel decennio 1951-61, infatti, la produzione di energia termoelet-
trica pass da 1,3 miliardi di kwh a 16,3 miliardi di kwh (salendo dal
4,4% al 26,9% del totale); quella di energia idroelettrica da 26,3 mi-
liardi di kwh a 42 miliardi di kwh (scendendo dal 90,2% al 69,3% del
totale); quella di energia geotermoelettrica da 1,6 miliardi di kwh a
2,3 miliardi di kwh (riducendo la propria quota dal 5,45% al 3,7%
del totale).

In effetti, si stimava che le risorse idroelettriche fisicamente utiliz-
zabili dal punto di vista tecnico fossero circa 55 miliardi di kwh delle
quali erano effettivamente sfruttabili economicamente solo 45 mi-
liardi kwh, limite che nel 1960 era stato abbondantemente superato.
Era quindi necessario per ulteriori sviluppi produttivi far ricorso ad
altre fonti di energia primaria.

La convenienza economica a sviluppare la produzione di energia
termoelettrica fu accentuata in particolar modo dopo il 1957 dalla
possibilit di disporre di olio combustibile in grandi quantit a prez-

Zl contenuti.

Tali sviluppi dell'industria si erano potuti realizzare attraverso no-

L'INDUSTRIA NEGLI ANNI ClNQl 'ANTA-SESSANTA             75

tevoli investimenti che per il solo triennio 1957-60 Si stimavano pari
a 900 miliardi coperti in massima parte dall'autofinanziamento,
mentre i contributi statali dalla fine degli anni Cinquanta balzarono
a oltre 225 miliardi.

Nel 1960 operavano nel settore 24 societ elettrocommerciali che
rappresentavano complessivamente un capitale di 814 miliardi di
CUi il 53% andava imputato a quattro sole di esse: Edisonvolta (140
miliardi), SIP (gruppo Finelettrica, 103 miliardi), SME (gruppo Fine-
lettrica, 95 miliardi) e SADE (90 miliardi).

La crescita del fabbisogno energetico collegata alla sempre mag-
giore dipendenza dalle fonti energetiche d'importazione a seguito,
come abbiamo detto, dell'esaurimento delle risorse idroelettriche,
consigliava di dedicarsi alla produzione nucleare.

Pertanto in quegli anni in molti ambienti fu ampiamente discusso
circa l'opportunit di realizzare centrali elettronucleari alimentate a
uranio naturale (di tipo inglese) oppure ad uranio arricchito (di tipo
americano), di certo restavano forti perplessit sulla economicit
dell'impresa che avrebbe in ogni caso richiesto notevoli importazio-
ni di materie prime e di apparecchiature di produzione estera.

Per questo motivo si riteneva opportuno, almeno inizialmente, li-
mitarsi ad una produzione di tipo sperimentale rinviando, invece,
l'inizio di una vera e propria produzione industriale nel settore nu-
cleare ad un periodo successivo allorch attraverso l'esperienza ac-
quisita dai Paesi pi avanzati si potesse effettuare una produzione a
condizioni di economicit.

Malgrado ci, anche in Italia, si misero in moto alcune iniziative
nucleari di tipo industriale.

L AGIP Nucleare (gruppo ENI) cominci a Borgo Sabotino (Lati-
na) a costruire una centrale con reattore ad uranio naturale raffred-
dato a gas, per una potenza installata di 200 Megawatt elettrici: la
Societ Elettronucleare Nazionale (SENN, gruppo IRI), ne intrapre-
se un'altra alle foci del Garigliano con reattore ad uranio arricchito
e ad acqua bollente per una potenza installata di 150 MWE; la Socie-
t Elettronucleare Italiana (SELNI) del gruppo Edison, awi la rea-
lizzazione di una terza a Torino Vercellese, con reattore ad uranio
arricchito e ad acqua pressurizzata per una potenza installata di 257
MWE; mentre la Fiat e la Montecatini, attraverso la SORIN, proce-
dettero alla costruzione di un altro impianto a Saluggia Vercelli.

La produzione elettronucleare in effetti inizi solo nel 1963 dopo
la nazionalizzazione dell'industria elettrica, realizzatasi tramite la
istituzione dell'Ente nazionale per l'energia elettrica (ENEL), cui
venne riservata, ai sensi dell'art. 43 della Costituzione, l'attivit im-
prenditoriale nel settore dell'energia elettrica.

Nel 1969 I'ENEL chiese all'Ansaldo Meccanico Nucleare un quarto
76                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

impianto nucleare per una potenza installata di oltre 750 MWE che
nacque lungo le rive del Po in localit Caorso (Piacenza) ed entr in
funzione nel 1975.

Dal 1958 l'Italia  diventata associata con gli altri Paesi del Merca-
to comune nella comunit economica per l'energia atomica (Eura-
tom).

2. IL PIANO SINIGAGLIA E LA SIDERURGIA

Nei primi anni Cinquanta si procedette alla realizzazione del piano
di ristrutturazione della siderurgia italiana studiato dalla Finsider
nel 1937, e sconvolto durante il secondo conflitto mondiale a causa
dei danni subti dagli impianti e in particolare da quello di Corni-
gliano.

Il piano, la cui realizzazione fu agevolata dagli aiuti del programma
ERP per l'acquisto di macchinari americani, prese il nome, di piano
Sinigaglia, dal suo ideatore e massimo sostenitore, Oscar Siniga-
glia, presidente della Finsider. La sua esecuzione fu portata a com-
pimento nel 1953 con l'entrata in funzione del ricostruito impianto
di Cornigliano.

Il carattere originale del piano non risiedeva tanto nella considera-
zione che in Italia si dovesse favorire la produzione di acciaio a ciclo
integrale, e nemmeno nell'affermazione che sarebbe stato estrema-
mente vantaggioso localizzare gli impianti pi importanti lungo le
coste, ma soprattutto nella profonda convinzione che la nostra indu-
stria siderurgica potesse produrre acciaio a prezzi competitivi con
quelli degli altri Paesi europei e mondiali.

Sinigaglia, peraltro, aveva ben presente il fatto che l'industria mec-
canica aveva, nella nostra economia, un peso di gran lunga supe-
riore rispetto all'industria siderurgica, sia perch occupava un nu-
mero di addetti dieci volte superiore, sia perch le sue esportazioni
assumevano fondamentale rilievo per la nostra bilancia commerciale.

Conseguentemente, riteneva che lo sviluppo della siderurgia po-
tesse awenire solo a condizione che fosse di sostegno allo sviluppo
dell'industria meccanica e non di intralcio.

Il piano, al fine della sua realizzazione tecnica, prevedeva la loca-
lizzazione degli altiforni lungo la costa tirrenica; in tal modo essi
avrebbero potuto rifornirsi sul mercato interno di fondenti e di mi-
nerale di manganese.

Era, inoltre, previsto, che il fabbisogno di ossido di ferro fosse sod-
disfatto per met facendo ricorso ai minerali nazionali e alle ceneri
di pirite, con un tenore medio di ferro del 50%, e per l'altra met ai
minerali del Nordafrica, con tenore pi alto del 50%, che potevano
giungere facilmente via mare da giacimenti non molto lontani da
Napoli o Genova.

L'INDUSTRIA NEGLI ANNI CINQUANTA-SESSANTA             77

In linea di massima il piano, presentato all'OECE nel 1948, preve-
deva per il biennio 1951-52 una produzione di 3 milioni di tonnellate
di acciaio da realizzare attraverso l'espansione della produzione a
ciclo integrale (a carica liquida), e che per quella data doveva arriva-
re al 60% del totale nazionale, comprimendo la quota della produ-
zione fondata sul rottame (a carica solida) dall'attuale 80% al 40%
del totale.

Per il raggiungimento di questo obiettivo si stimava un fabbisogno
di 1,7 milioni di tonnellate di rottame e 1,5 milioni di tonnellate di
ghisa, pi 300.000 tonnellate di ghisa di fonderia, per un totale di 1,8
milioni di tonnellate di ghisa che per i tre quarti sarebbe stata pro-
dotta presso i grandi centri siderurgici a ciclo integrale di Bagnoli,
Piombino e Cornigliano, dove si sarebbe ricostruito un nuovo im-
pianto.

Tali impianti avrebbero dovuto prowedere anche al 50% della
produzione nazionale di acciaio.

Il piano era stato concepito su basi prudenziali: Sinigaglia pur pre-
vedendo che il consumo annuo potesse arrivare a 5 milioni di ton-
nellate, riteneva che non si dovessero superare i 3,5 milioni per evi-
tare i rischi di un'eventuale crisi di sovrapproduzione.

In effetti, la realt dei fatti super notevolmente tali previsioni.

La produzione della ghisa nel periodo 1950-61 pass da 503.768 a
3.056.350 tonnellate; e quella di acciaio grezzo negli stessi anni sal
da 2.362.430 tonnellate a 9.124.286.

Favorita dal programma siderurgico, l'estrazione di minerali di
ferro da 479.345 tonnellate nel 1950 balz nel 1956 a 1.673.764 ton-
nellate.

Tuttavia tali risultati non furono sufficienti per consentire alla si-
derurgia italiana l'utilizzazione prevalente dei processi a carica li-
quida, cos come era previsto dal piano Sinigaglia.

Infatti la produzione di acciaio dal rottame si ridusse nel decennio
1951-61 dal 78,3% del totale al 66,2%.

Primeggiavano nel settore le imprese del gruppo Finsider: l'Ilva
con i suoi stabilimenti di Bagnoli, di Piombino, di Novi Ligure, ecc.;
la Cornigliano, la Dalmine, la SIAC, Terni, Breda Siderurgica. Nel
1954 il settore siderurgico controllato dall'IRI forn poco meno della
met dell'acciaio grezzo e oltre i due quinti dei laminati a caldo pro-
dotti in Italia.

Tra le imprese private vanno ricordate la Falck, con i suoi impianti di
Sesto S. Giovanni e la Fiat-Ferriere di Torino: nonch la SISMA, la Re-
daelli, le Acciaierie di Bolzaneto, la Galeotto, la Metallurgica Cobian-
chi (gruppo Edison), le Acciaierie di Bolzano (gruppo Falck).

Nell'aprile del 1961 dalla fusione di alcune imprese del gruppo
78                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

Finsider (dall'Ilva alla Cornigliano ad altre minori), nacque una
nuova societ: l'Italsider.

Si venne quindi a formare un gruppo di grandissime dimensioni,
che nel 1961 vantava un capitale di 200 miliardi, un fatturato di 247
miliardi e circa 30.000 dipendenti, e controllava i quattro impianti a
ciclo integrale di Bagnoli, Piombino, Cornigliano e Taranto (in co-
struzione), e alcuni stabilimenti minori come quelli di Servola, Mar-
ghera, Lovere, Savona e S. Giovanni Valdarno, fornendo 1'83,1%
della produzione nazionale di ghisa e il 38,5% di quella di acciaio.

3. L'INDUSTRIA MECCANICA E LA MOTORIZZAZIONE Dl MASSA

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, l'industria mecca-
nica era in quegli anni da molti considerata lo strumento pi idoneo,
in considerazione del suo grado di sviluppo, ad equilibrare attraver-
so le sue esportazioni la nostra bilancia dei pagamenti.

Nel programma a lungo termine che il governo italiano present
all'oEcE nell'ottobre del 1948 venne, infatti, fissato come obiettivo
il raggiungimento nel biennio 1952-53 di un incremento della pro-
duzione meccanica destinata al mercato nazionale del 26%, rispetto
a quella del 1938, e di quella destinata all'esportazione del 480%.

Nella realt tali previsioni furono ampiamente confermate: le im-
portazioni di prodotti meccanici nel decennio 1951-61 salirono da
122,5 a 608,8 miliardi, mentre le esportazioni balzarono da 185,8 a
882,8 miliardi, superando di gran lunga le esportazioni tessili e ali-
mentari nel loro complesso.

Tutto ci emerse con chiarezza nel settore automobilistico.

Le autovetture prodotte nel decennio 1951-61 passarono da 118.287 a
693.672, incrementandosi del 487%. Anche la prod~lzione degli auto-
veicoli industriali ebbe nello stesso periodo un notevole sviluppo pas-
sando da 29.905 unit a 65.744 con un incremento del 119%.

In dieci anni, quindi, considerando anche i veicoli industriali, il nume-
ro totale degli autoveicoli in circolazione sal da 674.260 a 2.942.731,
con una densit automobilistica di un autoveicolo ogni 17 abitanti.

Un simile sviluppo della motorizzazione determin anche un note-
vole incremento delle importazioni, che nel decennio 1951-61, pas-
sarono da 1230 autoveicoli a 40.488; ma nel suo complesso la produ-
zione nazionale non solo copr la quasi totalit del mercato interno,
ma aliment anche un flusso molto ingente di esportazioni, che nel
decennio 1951-61 salirono dal 21,4% dell'intera produzione al
31,1%, a testimonianza della competitivit dell'industria italiana di
settore sul mercato internazionale.

Le basi di questo sviluppo risiedevano indubbiamente nella fiducia
che Vittorio Valletta, succeduto nel 1945 a Giovanni Agnelli nella

L'INDUSTRIA NEGLI ANNI CINQUANTA-SESSANTA

presidenza della Fiat, dimostr di avere (a differenza di altri) nei ri-
guardi delle potenzialit future dell'industria automobilistica italiana e
nel buon livello di assorbimento della produzione da parte del mercato
interno.

Nel 1946 il Valletta, infatti, dichiar alla Commissione d'inchiesta
sull'industria dell'Assemblea Costituente che la Fiat aveva come fu-
turo obiettivo di medio termine lo sviluppo della produzione di mas-
sa, conformemente alla sua struttura di grandissima impresa rispet-
to alle altre realt industriali italiane (il suo complesso di Mirafiori
era, infatti, il pi importante stabilimento industriale italiano), e al
fatto che per sua natura l'industria automobilistica era necessaria-
mente destinata alla produzione di massa.

In realt tale previsione fu confermata al di l di ogni pi rosea
aspettativa.

Alla fine del secondo conflitto mondiale la Fiat aveva perso circa
un terzo del proprio complesso produttivo. Si stim nel 1950 che per
la ricostruzione degli impianti fossero necessari investimenti per cir-
ca 44 miliardi. Tali somme vennero reperite in parte tramite l'Ex-
port-Import Bank e gli aiuti ERP. Nel 1949 la Fiat riusc malgrado
tale situazione a produrre 75.000 veicoli, raggiungendo i massimi li-
velli prebellici. Negli anni successivi lo sviluppo risult essere anco-
ra pi intenso.

Nel decennio compreso tra il 1951 e il 1961 vennero effettuati inve-
stimenti per 450 miliardi; il capitale balz da 36 a 115 miliardi; i di-
pendenti salirono da 65.000 a 107.671 unit, concentrati per la mas-
sima parte in Torino, dove vennero ampliati tutti gli impianti gi esi-
stenti a cominciare da quelli molto imponenti di Mirafiori; il fattura-
to sal da 170 miliardi a 641 miliardi.

Acca~nto alla Fiat raggiunsero un buon livello produttivo, l'Alfa
Romeo, la Lancia e la Innocenti, la quale si specializz nella ripro-
duzione di vetture di produzione britannica.

Per quanto concerne il reperimento dei mezzi finanziari necessari
per finanziare gli investimenti, occorre osservare che la Fiat oper
in maniera diversa rispetto alle altre imprese del settore; la Fiat, in-
fatti, avendo a disposizione larghissime risorse interne, fece ricorso
ad esse anche in periodi in cui da una parte si richiedevano grandi
investimenti e dall'altra vi era una contrazione dei profitti dovuta ad
agitazioni sindacali e ad aumenti dei salari, mantenendo cos una
posizione costantemente creditrice verso le banche, e comunque
non di cronica esposizione debitoria nei confronti di queste ultime;
diversamente l'Alfa Romeo affront e super positivamente i perio-
di di crisi soprattutto grazie all'illimitata possibilit di ricorso agli
istituti di credito speciali e alle banche, mentre la Lancia, quando fu
colpita dalla crisi del 1963, dopo larghe emissioni di obbligazioni,
80                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

grossi mutui, e dilazioni nei pagamenti dovuti ai fornitori, si awi
sulla via di una crisi finanziaria che la condurr negli anni successivi
ad essere assorbita nel gruppo Fiat.

Il periodo che oramai si era awiato del cosiddetto miracolo vide
anche sorgere l'era della meccanizzazione agricola in Italia.

Nel decennio 1951-61 il numero dei trattori prodotti passarono da
8699 unit a 46.123, e un andamento espansivo ebbe anche la pro-
duzione delle macchine operatrici (seminatrici, motofalci, mieti-
trebbie ecc.) che da 5793 nel 1955 salirono nel 1960 a 109.121.

Le grandi innovazioni tecnologiche del periodo influenzarono no-
tevolmente anche il settore delle macchine utensili. L'indice della
produzione di macchine utensili aument nel 1961 dell'89,5% ri-
spetto al 1953.

Uno dei settori che si svilupp maggiormente in questi anni fu
quello delle macchine da ufficio, grazie alla Olivetti. Il numero delle
macchine da scrivere costruite nel decennio 1951-61 balz in rela-
zione all'aumento delle esigenze, da 150.489 a 652.361 unit. Anco-
ra maggiore la crescita nel settore delle calcolatrici prodotte che nel
periodo considerato passarono da 67.543 a 619.133 unit con un in-
cremento dell'816%.

4. ELETTROMECCANICA ED ELETTRONICA

Grande sviluppo ebbe, nel periodo in esame, l'industria elettro-
meccanica ed elettronica.

Un'indagine della Confindustria valut, agli inizi degli anni Ses-
santa, che gli addetti occupati nella costruzione di macchine, appa-
recchi e strumenti elettrici, di telecomunicazione e affini in 135.600
unit, e stim la produzione realizzata in quello stesso anno in 768,9
miliardi di lire, cos ripartiti: 56,9 miliardi per il macchinario neces-
sario alla produzione e al trasporto di energia elettrica, 181,1 miliardi
per gli equipaggiamenti elettrici industriali, 91,1 miliardi per gli equi-
paggiamenti per usi civili legati all'edilizia, 62,1 miliardi per macchinari
ed apparecchiature elettriche perveicoli, 236,8 miliardi per le apparec-
chiature di telecomunicazione e 140,9 miliardi per i beni elettromecca-
nici di consumo.

Ma il maggiore sviluppo nel settore si ebbe nella produzione di ap-
parecchiature telefoniche e radiofoniche nonch in quella di elet-
trodomestici. In tale ultimo settore produttivo ebbero un ruolo di
primaria importanza la Geloso (Milano), la Indesit (Torino), la So-
ciet industrie refrigeranti Ignis (Comerio), la Zoppas (Conegliano
Veneto), la Zanussi (Pordenone).

Per quanto riguarda l'industria elettronica nel biennio 1960-61 va
evidenziato che la produzione elettronica italiana sfior appena i

L'INDUSTRIA NEGLI ANNI CINOUANTA-SESSANTA             81

180 miliardi di lire equivalenti, al cambio di allora, a 300 milioni di
dollari contro i 10 miliardi di dollari degli Stati Uniti.

Secondo calcoli effettuati veniva stimato che tale settore occupas-
se 40.000 addetti distribuiti tra 171 imprese di cui una ventina con
oltre 500 addetti ciascuna.

Tali imprese occupavano oltre la met degli addetti e un 60-65%
della produzione del settore.

Tra le imprese operanti in questo ramo industriale spiccavano la
CGE, la Siemens Italiana, la Philips, la Mistral, la Olivetti, la Pignone
Sud, la Philco Italiana, la FATME, la Face Standard, la Ercole Marel-
li, la Selenia, la Galileo, la Marconi, l'Ansaldo ed altre ancora.

Per lo pi l'industria elettronica, con 75 miliardi di fatturato si de-
dicava alla produzione della parte elettronica di beni di consumo
durevoli (apparecchi radio, televisori, fonografi ecc.).

L'ingente mole di investimenti effettuati per lo sviluppo del settore
meccanico furono finanziati quasi interamente facendo ricorso a
fonti interne derivanti dagli ingenti utili di gestione.

Tutto ci interess principalmente le imprese minori; le grandi, in-
vece, a cominciare dalla Olivetti, hnanziarono i propri fabbisogni ri-
correndo ad aumenti del capitale sociale, ad emissioni di obbligazio-
ni o a mutui bancari mentre le imprese controllate dallo Stato (come
la Nuova Pignone, gruppo ENI), fecero un ampio ricorso agli Istituti
di credito speciale.

5. CHIMICA, FIBRE SINTETICHE E CARTA

Anche l'industria chimica benefici della situazione favorevole di
quel periodo. In tale settore, infatti, si ebbero in questi anni rivolu-
zionarie innovazioni, sul terreno scientifico e tecnologico, nonch
su quello delle strutture di supporto economiche e produttive.

I fatti pi interessanti sotto il profilo scientifico e tecnologico furo-
no da una parte la crescita delle produzioni fondate sulla sintesi
dell'azoto, dall'altra l'awento della chimica macromolecolare, che
consent una serie di nuove produzioni, dalle fibre sintetiche, alle
materie plastiche, alla gomma sintetica.

Dal punto di vista delle strutture produttive, in quegli anni, il grup-
po Montecatini perse la posizione di monopolio che aveva fino a
quel momento occupato.

All'inizio degli anni Cinquanta, infatti, la Montecatini che era tor-
nata a produrre il 75% della produzione nazionale di anticrittoga-
mici, dell'ammoniaca sintetica, dei fosfatici, e 1'80% dei fertilizzanti
azotati, si trov di fronte un altro grandissimo gruppo privato, la
Edison, che estese la sua attivit al settore chimico, attraverso socie-
t come la Sicedison e la Sincat, che a Mestre, Mantova e a Siracusa
crearono alcuni dei pi importanti impianti chimici del Paese, in
grado di tenere testa a quelli che la Montecatini possedeva a Ferra-
ra e a Brindisi.

La Edison fu indotta a estendere la sua attivit in questo settore,
oltre che dall'incertezza circa le future sorti dell'industria elettrica
privata, anche dalla tendenza dei grandi gruppi industriali a diversi-
ficare gli investimenti in vari settori produttivi.

Conseguenze anche di maggior rilievo si ebbero con l'ingresso nel
settore dell'ENI.

Quest'ultimo, ottenuta dalla legge istitutiva l'esclusiva per quanto
riguardava l'attivit di ricerche e di sfruttamento degli idrocarburi
nella Valle Padana, si propose di sfruttare le possibilit industriali
che gli idrocarburi offrivano, attraverso le nuove scoperte della chi-
mica macromolecolare, come materia prima della petrolchimica.

Nel 1954 venne, pertanto, costruito il grande impianto di Ravenna
(societ ANIC del gruppo ENI) per la produzione della gomma sinte-
tica e di concimi azotati dal metano: e ad esso seguirono poi quello
di Pisticci (Matera) per la lavorazione del metano, e quello di Gela
(ANIc-Gela) per la lavorazione del petrolio e del metano.

Nel 1962 il gruppo ENI, attraverso l~ANIC e le altre societ control-
late e collegate, rappresentava, il 7,6% del capitale, il 10% degli in-
vestimenti fissi lordi e il 7,4% degli investimenti netti totali del set-
tore chimico.

Nel 1965 I'ENI attraverso l'ANIC riusc a produrre il 34,9% dell azo-
to, il 24,5% del metanolo, 1'8,6% delle materie plastiche, e il 100%
della gomma sintetica del totale nazionale prodotto. La Montecati-
ni, invece, arriv al 30% della produzione nazionale totale di conci-
mi azotati, al 38% dei fosfati e al 43% dei potassili.

Come si  gi accennato,  soprattutto nei prodotti della chimica
macromolecolare e delle resine sintetiche che si ha il maggiore svi-
luppo produttivo in quel momento.

Nel periodo compreso tra il 1950 e il 1961 la produzione di materie
plastiche, utilizzate in vari comparti produttivi, nell'edilizia e nel-
l'arredamento, nelle industrie automobilistiche aeronautiche e fer-
roviarie, in quelle degli elettrodomestici, delle condutture elettriche
e dell'elettronica, sal considerevolmente da 26.361 a 459.378 ton-
nellate, incrementandosi del 742%.

Nel decennio 1951-61 la produzione di articoli di gomma balz da
88.094 tonnellate a 235.081; tale crescita fu dovuta essenzialmente
alla grande richiesta di pneumatici e alla produzione di articoli tec-
nici, compresi i sanitari.

Lo sviluppo della chimica macromolecolare comport anche una in-
centivazione della produzione di fibre sintetiche nell'industria tessile.
La produzione ebbe una crescita straordinaria nel dopoguerra, sa-
lendo dalle 34.000 tonnellate del 1948 alle 838.000 del 1961, pari al
5% del totale mondiale, rispetto al 18% delle fibre artificiali, al 67%
del cotone grezzo e al 10% della lana grezza.

Tra le industrie affini alla chimica degna di essere menzionata 
quella della carta e cartotecnica.

La forte dipendenza dalla materia prima scandinava e nordameri-
cana costrinse le nostre imprese a far fronte ad una politica awiata
dai Paesi produttori basata sulla maggiorazione progressiva del co-
sto della materia prima e sul basso prezzo di vendita dei prodotti fi-
niti, che le imped di sfruttare a pieno la crescita dei consumi deter-
minatasi sul mercato interno.

Inoltre, l'affacciarsi di nuove imprese sul mercato riusc a spezzare
la posizione di quasi monopolio che la Burgo deteneva ancora nel
1950, col 70% dell'offerta complessiva: nel 1960 la quota di questa
societ si ridusse, infatti, al 42% e altre imprese sviluppavano rapi-
damente le loro produzioni.

Nel decennio 1951-61 gli addetti nel settore di che trattasi balzaro-
no da 63.449 a 81.779 unit; la produzione di pasta meccanica sal da
140.868 a 266.751 tonnellate (+89,3%), quella di cellulosa per carta
da 109.417 a 162.440 tonnellate (+48,4%), quella di carta e cartoni
da 572.028 a 1.413.181 tonnellate (+147%). I dati testimoniano un
contenuto incremento produttivo dell'attivit in questione.

Il modesto sviluppo del settore trova una riprova anche nelle di-
mensioni del suo finanziamento, fino al 1961 basato prevalentemen-
te su fonti interne, prima che la crisi del biennio 1962-63 obbligasse an-
che le aziende cartarie a ricorrere in notevole misura al credito ban-
cario.

6. INDUSTRIE TESSILI E ABBIGLIAMENTO

Le produzioni tessili nel dopoguerra, come abbiamo visto, ebbero
una vivace ripresa raggiungendo i livelli prebellici. Fino al 1951 l'at-
tivit di trasformazione dell'industria compens abbondantemente
il passivo dell'importazione di materie prime tessili.

Infatti, nel 1951, vennero importate in Italia materie prime per 238
miliardi e prodotti industriali per 59,8 miliardi, mentre vennero
esportate materie prime per 9,7 miliardi e prodotti industriali per
342,1 miliardi.

Ma la crisi coreana, lo sviluppo concorrenziale di altri Paesi e l'in-
vecchiamento tecnico e organizzativo dell'industria italiana ribalta-
rono la situazione.

Nel 1952 le esportazioni dell'industria tessile si ridussero a 175 mi-
liardi mentre le importazioni di materie prime calarono di poco
(215,4 miliardi).
84                   STORIA DELL'INDUSTRIA ITALIANA

La produzione di filati di cotone scese, ne M952 del 12,1%, quella
dei tessuti del 13,2%, quella dei filati e dei tessuti di seta rispettiva-
mente del 20% e del 35%, mentre la produzione laniera, continu a
incrementarsi malgrado la caduta verticale delle esportazioni.

La crisi continu negli anni successivi e raggiunse il punto pi in-
tenso, nel 1955, quando l'indice ISTAT dell'industria tessile (base
1953=100), tocc il 94,3. Solo dal 1956 cominci una ripresa che
consent nel 1961 di toccare l'indice 125,9; malgrado ci lo sviluppo
del settore fu di gran lunga inferiore a quello medio dell'industria e
il processo di rinnovamento tecnico e organizzativo, inizi solo alla
fine degli anni Cinquanta (1958).

Un posto di rilievo nell'industria tessile, venne ad assumere in que-
gli anni il settore dell'abbigliamento, che divent il massimo cliente
dei prodotti tessili e che acquis una pi definita fisionomia indu-
striale attraverso lo sviluppo straordinario delle confezioni in serie.

Lo sviluppo fu di notevole entit, sia negli articoli tradizionali, dal-
la biancheria alle confezioni per signora, sia nei settori che nel no-
stro Paese non erano ancora sviluppati, come la confezione di abiti
per uomo.

Le esportazioni del settore si incrementarono notevolmente bal-
zando nel decennio 1951-61 da 35,7 miliardi di lire a 155,5, mentre
le importazioni di materie si mantennero ad un livello notevolmente
inferiore.

7. LE INDUSTRIE ALIMENTARI

Nel corso degli anni Cinquanta prese piede l'attivit industriale
della lavorazione dei prodotti destinati all'alimentazione.

Fino a quel momento, infatti, soltanto taluni processi potevano de-
finirsi industriali per l'elevato grado di concentrazione mentre mol-
te trasformazioni awenivano in sede agricola (c.d. impresa agrico-
la); successivamente, la maggior parte delle produzioni agricole
venne lavorata con procedimenti industriali sotto forma di materia pri-
ma e quindi immessa al consumo in forma di prodotti dell'industria.

La produzione alimentare pass da 220.000 tonnellate nel 1953 a
413.000 nel 1961 con un incremento dell'esportazione del 164,8%.

La produzione di carni macellate sal nel decennio 1951-61 da
616.412 tonnellate a 1.116.806 tonnellate e il relativo indice ISTAT
raggiunse il livello di 154,1 mentre anche pi evidente fu lo sviluppo
dell'industria della lavorazione e conservazione delle carni che toc-
c l'indice 183.

Notevole fu anche lo sviluppo dell'industria della conservazione e
trasformazione di frutta e ortaggi ecc., che increment nel decennio
sia la media di addetti per unit locale (si pass da 20,8 a 42,8 unit),

DALLA CRISI DEGLI ANNI SETTANTA Al GIORNI NOSTRI         85

sia l'esportazione che balz da 145.290 a 291.947 tonnellate per le
conserve di pomodoro e pomodori pelati e da 29.981 a 31.065 ton-
nellate per altre conserve e succhi di frutta.

Infine, in quegli anni aumentarono di circa tre volte le dimensioni
dell'industria degli estratti dei dadi alimentari e della torrefazione
del caff sia per numero di impianti e addetti, che per il volume d'af-
fari.

Xll. Dalla crisi degli anni Settanta ai giomi nostri

1. LA CRISI DEGLI ANNI SETTANTA

Sul finire del 1963, l'economia italiana fu colpita da una grave re-
cessione che assunse proporzioni allarmanti nel biennio successivo.
Tale crisi era strettamente connessa col precedente periodo di espan-
sione.

Il miracolo economico, come abbiamo visto, si fondava sulla
possibilit di avere a disposizione un serbatoio di manodopera a
basso costo proveniente dalle aree pi arretrate del Paese e non an-
cora trasferite dall'agricoltura all'industria (cosa che invece si era da
tempo verificata negli altri Paesi europei e mondiali) e quindi sulla
domanda aggiuntiva, considerato il prezzo competitivo dei nostri
prodotti, derivante dall'esportazione.

Infatti, l'elevato tasso di disoccupazione permetteva la compres-
sione dei salari e conseguentemente la competitivit dei nostri pro-
dotti a livello internazionale, specialmente in quei settori della pro-
duzione che non necessitano di un alto contenuto tecnologico (scar-
pe, elettrodomestici, vestiti, automobili ecc.).

Di conseguenza, fu inevitabile che con la crescita della capacit
d'acquisto delle grandi masse si venisse a determinare un'espansio-
ne dei consumi alimentari e non (televisori, elettrodomestici, radio,
automobili ecc.), la quale spingeva le imprese produttrici a privile-
giare pi il mercato nazionale che quello internazionale e ad inten-
sificare le importazioni di materie prime a tutto danno della bilancia
commerciale con l'estero.

Al contempo la piena occupazione aveva fatto lievitare notevol-
mente il costo della manodopera, gi assai elevato a seguito delle
agitazioni sindacali del 1962. Tutto ci incominci a rendere meno
competitivi i nostri prodotti sul mercato internazionale creando,
quindi, ulteriori difficolt all'esportazione.

Le conseguenze furono un aumento dei prezzi anche all'interno e
la ricomparsa dello spettro della disoccupazione.

Nello stesso tempo l'aumento salariale diminu il margine di pro-
fitto delle imprese le quali, da un lato, si videro costrette a fare un
sempre pi largo uso del credito bancario per il normale svolgimen-
to delle proprie attivit correnti, caricando i loro bilanci di pesanti
oneri finanziari e, dall'altro, non riuscivano a reperire i capitali ne-
cessari per gli investimenti produttivi.

Tutto ci spiega perch a partire dal 19631O sviluppo dell'econo-
mia italiana altern periodi depressivi pi o meno gravi (1964-65
1970-71,1974-76,1991-92) a periodi di relativa ripresa espansiva.

Il governo Moro, nei primi anni Sessanta, si sforz di stimolare e ri-
vitalizzare l'economia soltanto con un prowedimento globale di fi-
nanziamenti, rinunciando ad intervenire nel settore economico con
una pianificazione avanzata.

L'economia italiana dopo la crisi del biennio 1964-65 resse bene
fino agli anni 1969-70; tuttavia gi durante il 1971 mostr i primi se-
gni di una preoccupante stagnazione causata, da un lato, dagli au-
menti salariali, che determinarono un notevole incremento del co-
sto del lavoro, dall'altro, dall'insufficiente utilizzo e dalla tardiva ri-
conversione tecnologica degli impianti industriali.

In quegli anni, a peggiorare ulteriormente la situazione, interven-
nero fattori di natura internazionale.

I115 agosto del 1971 i1 presidente Nixon annunci che gli Stati Uni-
ti avrebbero sospeso la convertibilit del dollaro in oro, segnando,
cos, la fine ufficiale del gold exange standard, sancito con gli ac-
cordi di Bretton Woods, e l'inizio su scala mondiale di una comples-
sa serie di difficolt nei cambi monetari, destinati a mettere in peri-
colo le basi stesse dei commerci internazionali.

Ci in quanto gli Stati Uniti non erano pi nelle condizioni per
convertire in oro la grande quantit di dollari sparsi in tutto il mon-
do, sia per le ingenti spese militari sostenute nel Vietnam e per l'ag-
guerrita concorrenza delle imprese giapponesi ed europee (tede-
sche e francesi), sia per gli aiuti offerti ai Paesi alleati in via di svilup-
po sia, infine, per gli estesi investimenti esteri dei maggiori capitali-
sti statunitensi.

Era, quindi, chiaro che non si poteva ritornare al vecchio sistema e
si decise di sostituirlo con una libera fluttuazione del valore di cam-
bio delle singole monete secondo la naturale legge di mercato della
domanda e dell'offerta, la quale fece s che vi fossero monete-richie-
ste (forti) e monete meno richieste (deboli) a seconda che l'econo-
mia del Paese si trovasse o meno in uno stadio di espansione tale da
riscuotere la fiducia degli investitori internazionali; tutto ci per
espose le economie dei Paesi pi deboli a forti speculazioni sui mer-
cati valutari.

Nel 1973 sopraggiunse la crisi petrolifera, gravissima per l'Italia i
cui rifornimenti energetici dipendevano per il 78,6% dall'importa-
zione mediorientale. Il forte rialzo dei prezzi deciso dall'oPEc (Or-
ganization of the Petroleum Exporting Countries), in conseguenza
del comportamento dei Paesi occidentali nella guerra del Kippur (6-
22 ottobre 1973), che provoc un incremento del costo del petrolio
di circa dieci volte rispetto a quello originario, ebbe per conseguen-
za, infatti, il dissesto della bilancia commerciale italiana gi gravata
dalle forti importazioni; ed inoltre mise in crisi l'intera struttura
aziendale nazionale, che basata sulla trasformazione delle materie
prime importate, trovava una ragione fondamentale della propria
competitivit internazionale, proprio nell'acquisto di energia a
prezzl contenuti.

La fine dell'epoca del petrolio a basso costo comport, inoltre, un
ulteriore forte rialzo dei costi di produzione (che, come visto, erano
gi aumentati per la crescita del costo del lavoro) e, conseguente-
mente, una diminuzione delle possibilit di vendita dei nostri pro-
dotti sui mercati esteri; ne deriv che molte imprese furono costret-
te ad interrompere ogni attivit e a licenziare gli operai. In breve
tempo, la situazione venne ulteriormente aggravata dalle misure
protettive sulle importazioni messe in atto a difesa dei prodotti na-
zionali dagli altri Paesi occidentali, il che contribu a far scendere
ancor pi la richiesta di prodotti italiani sul mercato estero.

Nello stesso tempo ingenti somme di denaro vennero depositate
presso banche straniere (c.d. fuga di capitali) nel tentativo da parte
dei ceti abbienti di dirottare le proprie risorse finanziarie verso Pae-
si ritenuti pi sicuri, con il conseguente effe~to negativo di sottrarre
somme rilevanti agli investimenti produttivi da effettuarsi in Italia.
Alcuni dati possono facilitare la comprensione della situazione di
quel periodo: il Prodotto Interno Lordo (PIL), nel 1975, si ridusse
del 3,6%. L'inflazione oscillava tra il 17 e il 19% (il pi alto tra i Pae-
si industrializzati).

Negli anni successivi grazie al rinvenimento di nuove riserve petro-
lifere e grazie alla concorrenza del nucleare (nei maggiori Paesi in-
dustrializzati ad eccezione dell'Italia), il costo del petrolio ebbe una
forte riduzione e tale circostanza insieme al contemporaneo deprez-
zamento del dollaro contribu in misura determinante a frenare il
tasso d'inflazione concedendo all'economia italiana un periodo di
tregua, che consent una relativa ripresa nel successivo decennio.

2. IL DECENNIO OTTANTA-NOVANTA

Nei primi anni Ottanta l'aumento delle esportazioni e il profondo
rinnovamento tecnologico di alcuni settori industriali (a cominciare
da quello automobilistico) determinarono una forte ripresa econo-
mica che coinvolse, anche, la grande industria pubblica (chimica,
meccanica, siderurgica), che negli anni precedenti era stata gestita
con criteri antieconomici e aveva subto conseguentemente gravi
perdite.

Le ristrutturazioni delle imprese pubbliche e private, finirono, in
gran parte, col gravare sulla collettivit, sia in termini di accresciuta
disoccupazione (1'11% circa nel 1985), sia in termini di spesa dello
Stato per la Cassa Integrazione Guadagni, Istituto cui venne attri-
buito il compito di garantire un salario prowisorio ai lavoratori pri-
vati del posto di lavoro.

In generale, verso la fine degli anni Ottanta il sistema economico
italiano presentava aspetti negativi ed aspetti positivi.

Nel complesso, il sistema industriale italiano si collocava tra le
maggiori potenze industriali tanto che nel 1986 l'Italia saliva al
quinto posto tra le potenze economiche mondiali.

Nel 1990 la Fiat, che nel 1986 aveva acquistato dalla Finmeccanica
l'Alfa Romeo, realizzando la prima importante Privatizzazione,
occupava le prime posizioni dell'Europa occidentale nella produ-
zione automobilistica. Ma anche altre aziende pubbliche e private
occupavano nei loro rispettivi settori di competenza importanti po-
sizioni a livello europeo ed anche mondiale.

In sintesi gli aspetti positivi possono ricondursi a due fattori princi-
pali: gli ingenti investimenti ed il cospicuo rinnovamento tecnologi-
co che negli anni Ottanta aveva caratterizzato l'industria italiana e
l'allargamento del tessuto produttivo con il coinvolgimento di nuo-
ve realt produttive nel Nord e nel Centro.
Gli aspetti negativi sono, invece, molteplici.

Inprimis, va considerata la quasi totale dipendenza energetica ita-
liana dalle importazioni petrolifere, aggravata, anche, dal fatto che
l'Italia dopo la sciagura nucleare di Cernobyl ha rinunciato allo svi-
luppo di questa forma di energia. Il risultato referendario del 1987
venne interpretato, infatti, dalle forze politiche come volont del
popolo italiano di rinunciare al nucleare. Vennero, quindi, chiuse le
centrali con reattori nucleari di Caorso (Piacenza) e convertita a
combustibili non nucleari quella di Montalto di Castro.

Altro elemento negativo  l'elevato tasso di disoccupazione (che e-
videnzia ancora ai giorni nostri un aumento costante), il pi alto del-
la CEE (12% nel 1988), che colpisce soprattutto il Sud (1,7 milioni di
disoccupati contro 6,3 milioni di occupati).

Un problema di ingenti dimensioni,  poi, l'aumento del debito pub-
blico che nel 1988 ha raggiunto il 96% del Prodotto Interno Lordo.

Ma il pi grave problema dell'economia italiana  senza dubbio
rappresentato dal Mezzogiorno.

Quest'ultimo, in virt dei continui interventi statali, aument tra gli
anni Sessanta-Ottanta il proprio redditopro capite di tre volte. Tut-
tavia il divario economico con il Nord ed il Centro rimase sempre
elevato (15 milioni annui contro i 26 del Centro-Nord). La disoccu-
pazione  cresciuta di oltre due volte rispetto al 1951.

A tale situazione ha contribuito una serie di fattori.

In primo luogo l'intervento statale  stato ingente ma con limitati
risultati e largamente disarticolato.

In secondo luogo il peso crescente che hanno assunto le organizza-
zioni criminali nel Sud (mafia, camorra, ecc.), hanno disincentivato
gli investimenti italiani e stranieri in quelle zone.

Infine, le infrastrutture atte a favorire processi produttivi indu-
striali sono nel Sud rimaste ancora totalmente inadeguate.

In generale, nel decennio 1980-90 il sistema economico italiano riu-
sc a manifestare un andamento di gran lunga superiore rispetto a
quello risultante dai dati ufficiali relativi alla produzione e al reddi-
to.

Ci grazie alla crescita di una miriade di piccole imprese sparse
nella provincia italiana caratterizzate dall'assenza di controlli sinda-
cali, da una elevata evasione fiscale, dagli intensi turni lavorativi,
dall'alta produttivit, dai bassi costi e da una notevole capacit di
adattamento alle esigenze del mercato (cosiddetta economia som-
mersa).

XIII. L'era delleprivatizzazioni

Va, da ultimo, affrontato un ulteriore fenomeno che recentemente
ha caratterizzato la vita economica del nostro Paese, incidendo in
modo rilevante sull'assetto produttivo dell'industria italiana: le pri-
vatizzazioni.

L'Italia, come noto,  stata l'ultima fra le nazioni europee pi indu-
strializzate ad intraprendere la strada delle privatizzazioni. Infatti, a
prescindere da qualche notevole precedente (ad esempio il passag-
gio dell'Alfa Romeo dalla Finmeccanica, finanziaria del gruppo IRI,
alla Fiat), l'awio della stagione delle privatizzazioni ha avuto inizio
nei primi anni Novanta con l'emanazione dei necessari presupposti
normativi per le future privatizzazioni delle aziende dello Stato, che
andavano ad incidere sulla struttura giuridica ed economica di
quest'ultime imprese, inquadrate, come noto nel c.d. sistema delle
Partecipazioni Statali.

Tali imprese, come visto, avevano assunto per molto tempo e in
special modo, in taluni periodi, una notevole importanza nello svi-
luppo economico del nostro Paese determinando, nel contempo fin
dai primi anni del secolo un'incisiva presenza dello Stato nell'eco-
nomia.

Detta presenza si  manifestata nel corso degli anni sotto la duplice
configurazione di Enti pubblici economici, operanti direttamente
nel campo dell'indstria, del commercio, dei servizi, dei trasporti
(vedi ad esempio l'Enel, gli Istituti di diritto pubblico operanti nel
settore creditizio, I'INA, le Ferrovie dello Stato) e di Enti di gestione
delle Partecipazioni Statali che nella veste di holding Enti capo-
gruppo non svolgevano quale precipua attivit quella d'impresa
bens quella pi propriamente di gestione di partecipazioni in socie-
t per conto e nell'interesse dello Stato.

Sul finire degli anni Ottanta, in relazione anche alla necessit di ri-
sanare il debito pubblico, si profil l'opportunit di rivisitare il siste-
ma delle partecipazioni statali mediante un primo approccio cono-
scitivo sulle principali problematiche (ricognizione della consisten-
za delle partecipazioni riconducibili allo Stato, trasformazione in
societ per azioni degli enti pubblici economici, prospettazione del-
le procedure e delle modalit per la dismissione delle partecipazio-
ni) inerenti a detto problema, che si concretizz in un documento
predisposto da una Commissione appositamente costituita dal Mi-
nistro del Tesoro.

Sulla scorta delle considerazioni formulate dalla citata Commis-
sione, il governo prowedeva ad emanare il decreto legge 3 ottobre
1991 n. 309, che disponeva la trasformabilit di taluni enti pubblici,
prevedendone anche le regole procedurali per attuare tale trasfor-
mazione.

Detto prowedimento si presentava quale intervento indispensabi-
le sia sotto il profilo della conferma della volont governativa di av-
viare con sollecitudine il processo di privatizzazione degli enti pub-
blici sia per garantire il sostegno alla previsione inserita nella legge
finanziaria del 1992 di entrate per ben 15.000 MLD, da conseguire
proprio tramite la vendita delle partecipazioni risultanti dalle tra-
sformazioni di CUI sopra.

L'awio della privatizzazione anche delle partecipazioni indiretta-
mente riconducibili allo Stato nelle societ controllate direttamente
dagli enti pubblici presupponeva l'awio del processo di trasforma-
zione degli enti stessi in societ per azioni, dal momento che tale
nuova configurazione giuridica avrebbe consentito ai soggetti inte-
ressati di poter operare con maggior libert di scelta nelle dismissio-
ni.

L'iter previsto dal citato decreto legge successivamente reiterato e
poi convertito nella legge n. 35/1992 risult essere alquanto farragi-
noso; infatti nell'attuazione dello strumento legislativo sopra richia-
mato, si incontrarono non poche difficolt procedurali al punto che
il governo addivenne alla decisione di emanare il decreto legge 11
luglio 1992, n. 333 (convertito nella legge n. 359/92) che ha determi-
nato l'immediata trasformazione in societ per azioni di IRI, ENI,
INA, e ENEL, consentendo in concreto l'awio delle privatizzazioni di
alcune delle dette societ nonch delle societ da quest'ultime con-
trollate.

Per regolare compiutamente le modalit della dismissione delle
imprese pubbliche, il governo prowide successivamente ad emana-
re la delibera CIPE del 30 dicembre 1992 e la legge n. 474/94.

Il processo di privatizzazione awiato nel nostro Paese ha finora in-
teressato un certo numero di societ, non realizzando, tuttavia, l'au-
spicato rafforzamento del mercato mobiliare italiano. Infatti, il con-
trollo delle societ interessate dalle privatizzazioni  stato, in quasi
tutti i casi, acquisito da grossi gruppi di investitori istituzionali e/o
industriali: non sono nate, quindi, le c.d. public companies.

Relativamente alle societ pi importanti va rilevato che  stata av-
viata la privatizzazione di IMI, INA, ed ENI, societ tutte direttamen-
te controllate dal ministero del Tesoro, e di alcune societ indiretta-
mente controllate dallo Stato.

In particolare, per quanto concerne il gruppo IRI vanno ricordate
le dismissioni di Cementir (1992), Credito Italiano (1993), Banca
Commerciale Italiana (1994), Finanziaria Italgel (1993) Finanziaria
Cirio, Bertolli, De Rica (1993), Acciai Speciali Terni (1994), SME re-
sidua (1994), Ilva Laminati Piani (1995), Italimpianti (1995), Dalmi-
ne (1996). Dette dismissioni, attuate per il tramite delle varie tipolo-
gie di procedura previste dalla normativa vigente (oPv, asta pubbli-
ca, trattativa privata), hanno consentito i'acquisizione di risorse per
il gruppo IRI per quasi 10.000 MLD.

Per quanto riguarda il gruppo ENI, si ricorda, infine, la dismissione
della NUOVA PIGNONE e, per quanto concerne l'EFIM (ente pubblico
economico messo in liquidazione nel 1992), la SIV.
Appendice

LE PRINCIPALI FIGURE IMPRENDITORIALI ITALIANE

AGNELLI GIOVANNI (1866-1945), fonda nel 1899 la FIAT (Fabbrica italiana automobi-
li Torino), di cui nel 1920 fu presidente e amministratore delegato.

AGNELLI GIOVANNI (1921); fino al 1996  stato presidente della FIAT, dopo esserne
stato vice presidente e amministratore delegato.

ANSALDO CIOVANNI (1819-1859); ingegnere che fond a Sanpierdarena il primo nu-
cleo della futura Ansaldo (1853).

BENETTON, famiglia di imprenditori veneti del settore dell'abbigliamento. Il mag-
giore dei fratelli  Luciano (1935). Gli altri sono Giuliana (1937), Gilberto
(1941), e Carlo (1943).

BERLUSCONI SILVIO (1936); imprenditore inizialmente nel settore immobiliare e suc-
cessivamente nel campo televisivo (Fininvest). Nel 1994  stato anche capo del
governo.

BREDA ERNESTO (1852-1918), fond nel 1886 a Milano la Societ Industriale che
porta il suo nome ed opera nel settore della costruzione di materiale ferroviario.

BREDA VINCENZO (1825-1903), ingegnere e industriale. Fu il principale promotore
con l'appoggio del Ministro della Marina Benedetto Brin delle Acciaierie di Ter-
ni.

CAPRONI GIOVANNI (1886-1957); progettista e costruttore aeronautico italiano. Di
rilievo la sua realizzazione nel 1915 del biplano trimotore Ca-3, il primo di una
serie di aeroplani da lui costruiti ed utilizzati nella prima guerra mondiale.

DE BENEDETn CARLO (1934); industriale e finanziere piemontese. Azionista di mag-
gioranza dell'Olivetti.

DEL VECCHIO LEONARDO (1935); industriale ottico, recentemente ha sviluppato la
propria attivit imprenditoriale anche nel settore alimentare (Finanziaria SME).

FERRUZZI SERAFINO (1908-1979), organizz in Italia la pi capillare rete di imma-
gazzinaggio e smistamento merci. Alla sua morte divent presidente Raul Gardi-
ni, collaboratore di Serafino e marito della figlia di quest'ultimo lole.

MARZOTTO LUIGI (1773-1859): apr il lanificio di Valdagno nel 1836, la cui produ-
zione, sviluppata dal figlio GAETANO (1820-1910), si diversific in tutti i campi
dell'industria tessile.

MATTEI ENRICO (1906-1962) nominato, alla fine della guerra, commissario del-
l'Agip, rilanci l'industria petrolifera fondando, nel 1953, I'ENI (Ente Nazionale
Idrocarburi) per raggruppare e coordinare le attivit a partecipazione statale del
settore petrolifero e derivati. Ne fu presidente fino alla sua tragica scomparsa.

OLIVETTI ADRIANO (1901-1960); introdusse nell'Olivetti un radicale cambiamento
nell'organizzazione che consent la successiva espansione commerciale.

OLIVETTI CAMILLO (1868-1943); ingegnere e industriale piemontese, fond l'Ing.
C. Olivetti & C..

PIRELLI GIOVANNI BATTISTA (1848-1932); fond uno stabilimento per la lavorazione
della gomma, che si svilupp rapidamente, cos da diventare in breve tempo il

nucleo di una grande organizzazione industriale. La sua attivit fu proseguita dai
figli Piero e Alberto.
SINIGAGLIA OSCAR (1877-1953); industriale. Riorganizz l'industria siderurgica ita-
liana tra le due guerre mondiali e dopo il 1945.

I PRINCIPALI GRUPPI Dl IMPRESE, IN ORDINE Dl FATTURATO
(dati relativi al 1994)

Societ                                          Graduatona2        Fatturato
                                                              (in miliardi di lire)
IRI. Istituto per la Ricostruzione Industriale
IFI. Istituto Finanziario Industriale
Fiat (Gruppo IFI)
ENI
STET (Gruppo IRI)
ENEL
Fiat Auto (Gruppo Fiat)
Ferruzzi Finanziaria
Montedison (Gruppo Ferruzzi)
Agip Petroli (Gruppo ENI)
SNAM (Gruppo ENI)
Finmeccanica (Gruppo IRI)
Agip (Gruppo ENI)
Fininvest (ora Mediaset)
Cofide - Compagnia Finanziaria De Benedetti
Pirelli
Ilva (Gruppo IRI)
IBM Semea
Ihg. C. Olivetti & C.
Alitalia (Gruppo IRI)
FS. Ferrovie dello Stato
Italmobiliare
Industrie Zanussi
SME. Societ Meridionale Finanziaria
RAI (Gruppo IRI)
Tamoil Italia

       73.155
  2    66.570
  *    60.573
  3    50.694
  *    35.884
  4    34.669
  *    33.203
  5    23.297
  *    20.873
  *    19.169
  *    15.005
  *    12.038
  *    10.428
  6    10.360
  7    10.011
  8    9.790
  *    9.781
  9    9.461
 10    9.075
  *    8.007
 1 1   7.733
 12    5.539
 13    4.361
 14    4.270
  *    4.114
 15    4.077

I L'elenco comprende i primi lS gruppi di imprese che sono ordinati in base al fattu-
rato. Si ricorda che il 1994  stato il primo esercizio per il quale era obbligatoria la pre-
sentazione dei conti consolidati secondo gli schemi del codice civile (innovato dal
D.Lgs. n. 127/l991).

211 numero di graduatoria  sostituito dall'asterisco nel caso in cui il gruppo sia inclu-
so nel campo di consolidamento di altri gruppi pi ampi compresi nella tabella.
I PRINCIPALI GRUPPI Dl IMPRESE IN ORDINE Dl DIPENDENTI
(dati relativi al 1994)

Societ                                          Graduatonal  N. Dipendenti
IRI. Istituto per la Ricostruzione Industriale        1          292.689
IFI. IstitutoFinanziarioIndustriale                   2          268.956
Fiat (Gruppo IFI)                                     *          248.180
STET (Gruppo IRI)                                     *          144.316
FS. Ferrovie dello Stato                              3          143.771
Fiat Auto (Gruppo Fiat)                               *          119.977
ENEL                                                  4          103.550
ENI                                                   5          91.544
Finmeccanica (Gruppo IRI)                             *          59.041
Cofide - Compagnia Finanziaria De Benedetti           6          41.675
Ferruzzi Finanziaria                                  7          39.449
Pirelli                                               8          38.485
Ing. C. Olivetti & C.                                 9          33.867
Montedison (Gruppo Ferruzzi)                          *          31.577
Fininvest (ora Mediaset)                             10          27.363
Alitalia (Gruppo IRI)                                 *          26.092
Agip Petroli (Gruppo ENI)                             ~          24.595
IndustrieZanussi                                     11          20.480
Italmobiliare                                        12          19.378
SME. Societ Meridionale Finanziaria                 13          15.218
Elfi. Elettrofinanziaria                             14          13.933
Parmalat finanziaria                                 15          13.677

111 numero di graduatoria  sostituito dall'asterisco nel caso in cui il gruppo sia inclu-
so nel campo di consolidamento di altri gruppi pi ampi compresi nella tabella.

Breve cronologia

1867. Introduzione del corso forzoso della lira.

1868. Introduzione della tassa sul macinato.

1869. Governo Lanza-Sella.

1870. Viene fondata la Pirelli S.p.A.

1874. Conclusione inchiesta industriale.

1877. Stefano Jacini inizia la grande inchiesta agraria.

1883. Abolizione del corso forzoso. Viene costruita a Milano la prima centrale elet-
trica italiana.

1884. Nascono le acciaierie di Terni e la Edison.

1888. Viene fondata la Montecatini.

1893. Liquidazione della Banca Romana.
1894. Stato d'assedio in Sicilia; disordini in Lunigiana

1897. Viene fondata a Roma la Finmeccanica S.p.A.

1899. Viene fondata a Torino la Fiat-Fabbrica Italiana Automobili Torino S.p.A.

1903-1905. Nazionalizzazione delle ferrovie.

1906. Viene fondata a Milano l'Acciaierie e ferriere lombarde Falck S.p.A. Viene
fondato a Roma l'Istituto Farmacologico Serono S.p.A.

1914. Nasce la Banca Italiana di Sconto.

1920. Viene fondata a Dalmine (Bg) la Dalmine S.p.A.

1921. La Banca Italiana di Sconto viene posta in liquidazione a seguito della crisi
dell'Ansaldo.

1927. Viene fondata a Roma la Ericsson S.p.A.

1928. Battaglia della bonifica integrale.

1929. Viene fondata a Milano la Montedison S.p.A.

1930. Consiglio Nazionale delle Corporazioni.

1931. Viene fondato a Roma l'IMI. Istituto Mobiliare Italiano.

1932. Viene fondata a Ivrea (To) l'Olivetti S.p.A.

1933. Viene fondato a Roma l'IRI. Istituto per la Ricostruzione Industriale.

1935. Inizio della politica economica autarchica.

1946. Nasce a Roma l'Alitalia. Linee aeree italiane S.p.A.

1948-1952. Piano Marshall.

1953. Viene costituito l'ENI.

1955-1963. Miracolo economico. Viene varato il Piano decennale (Piano Vanoni).

1963. Nazionalizzazione dell'industria elettrica.

1966. L'Edison incorpora la Montecatini e nasce la Montecatini-Edison.

1970. Viene assunta la forma abbreviata di Montedison.

1973. Consistente aumento del prezzo del petrolio.

1974. Aggravamento della crisi economica in Italia.

1979. Entrata in vigore del Sistema Monetario Europeo (SME). Prime elezioni per il
Parlamento Europeo.

1986. Aequisto dell'Alfa Romeo da parte della Fiat.

1992. Avvio delle privatizzazioni. Crak della Ferruzzi Finanziaria.
FINE.
