CARLO CATTANEO

Notizie naturali e civili su la Lombardia

[da Notizie naturali e civili su la Lombardia, Tip. G. Bernardoni, Milano 1844, che si pubblic in occasione del VI Congresso degli scienziati italiani tenuto a Milano nel 1844.]

AVVISO AL LETTORE

Gli studiosi delle scienze naturali, convenuti in Pisa nell'anno 1839, bbero in dono una descrizione istrica e artsttca di quella citt e de' suoi contorni, che per avventura trovvasi publicata in quegli anni da un incisore, a corredo d'una sua raccolta di vedute.
Pel Congresso scientfico di Torino parve il caso d'apprestare una smile operetta; e forse per darle pure alcun colore d'opportunit, vi s'introdusse una notarella di fssili e un catlogo di piante, con alcune righe su l'agricultura.
Il ripetuto esempio del volume donato prescrisse quasi un dovere alle citt che dovvano accgliere le successive adunanze.  A Firenze, di pi , si pose inanzi al volume una descrizione naturale della valle dell'Arno: nel che si ebbe forse l'nimo di far cosa particolarmente intesa a quell'rdine di persone che volvasi onorare.  I Padovani, con pi cortese e savio consiglio, descrssero agli spiti le terre e le aque di tutta la loro provincia, e i vari aspetti che l'agricultura vi prende; e didero loro in appendice la flora dei Colli Euganei.  Lucca non si cur per verit di piacere agli amatori della botnica e della geologa, ma pur descrisse le diverse condizioni del suo territorio alla marina, alla pianura e al monte.
Se nelle sedi dei futuri Congressi prevalesse sempre l'esempio di Pdova a quello di Pisa e di Torino, altri potrebbe forse pensare che il continuato circ ito di queste adunanze potesse d'anno in anno approssimarci a possedere infine un'accurata descrizione di tutta l'Italia.  Ma l'Agro Padovano non  vasto; il Lucchese, meno ancora. il Padovano  forse la 150a parte della terra d'Italia; il Lucchese, la 300a. E se d'anno in anno l'ospitalit municipale non ci consente uno spazio di terra alquanto maggiore, codesta speranza della finale descrizione d'Italia discender in fedecommesso ai figli dei nostri figli.
Inoltre queste divisioni di paese cos anguste e minute invlgono troppe simiglianze e infinite ripetizioni. E poche sono poi le provincie che nel loro giro comprndano le precipue fonti delle loro condizioni naturali e civili, in modo che per darne ragionata contezza non si dbbano invdere ad ogni momento i confini delle terre circostanti.
Queste considerazioni destrono in alcuni studiosi di Milano il pensiero d'inoltrarsi d'un altro passo, come a Firenze si fece in paragone di Pisa, e a Padova in paragone di Firenze. In luogo di fare ogni anno qua e l per l'Italia un volume su la centsima o la trecentsima partcola del bel paese, parve convenisse prndere risolutamente un'intera regione, purch potesse considerarsi sotto una certa unit di concetto, la Venezia, a modo d'esempio, o la Toscana   il principio da cui mosse il nostro lavoro.
 questa adunque una raccolta di notizie su quella regione d'Italia, naturalmente e civilmente dalle altre distinta, a cui per singolari circostanze rimase circoscritto il nome gi s vasto e varibile di Lombarda. E intendemmo adombrarvi, quanto per noi si poteva, l'aspetto geolgico, il clima, le aque, la flora, la funa, lo stato della popolazione e l'ordinamento sanitario, i diversi rdini agrarj, il commercio, l'industria, il linguaggio, le orgini prime e la successiva cultura. Ciascuna parte dell'pera venne conferita da persone specialmente ddite a quel gnere di studj. Aggiungeremo inoltre che il nostro libro, qualunque egli sia, non  fatto coi libri; le notizie geolgiche hanno per corredo una speciale collezione di rocce e di fssili; le notizie sul clima, e pi ancora quelle sulle aque, compndiano alcune migliaja d'osservazioni, continuate per lunga serie d'anni; la nostra flora  tratta dagli erbarj raccolti di nostra mano dalle paludi del Mincio alla cima delle Alpi Rtiche; la nostra funa annvera gli animali che ad uno ad uno possediamo.
Ma siccome codesti studj non rano certamente intrapresi nel mero propsito d'un libro d'occasione, cos non potvano facilmente accozzarsi in un compiuto e armnico edificio; ma dovvano riescire piuttosto come pietre, che ognuno aveva scavate e dirozzate, e che ora stanno qui deposte l'una accanto dell'altra, materia prima d'una pi vasta costruzione; intorno alla quale diremo quali sano i nostri pensieri.
Noi vorremmo che, dietro l'esempio nostro, e con quei miglioramenti che il fatto venisse additando, in ogni regione d'Italia s'intraprendesse una smile raccolta di Notizie, le quali incominciate nella prssima occasione o nella remota aspettazione d'un Congresso scientifico, venssero poi proseguite per Supplementi annui anche di minor mole, in modo che, avviato una volta il lavoro nelle sngole parti d'Italia, ogni anno dovesse arrecarci da ciascuna di esse altretanti manpoli di studiose fatiche. Le lacune del primo lavoro, anzich difetto, sarbbero quasi addentellato che invita all'pera successiva.  Non  un libro, n pi d'un libro che noi vogliamo aggi ngere alla congerie scientfica;   un'istituzione che vorremmo fondare.
I fini suoi sarbbero grandi e molti. Recare alla scienza una perenne dote d'accurati e sicuri fatti  recare alle sngole patrie municipali e alla patria commune quell'ntima e verace cognizione di s medsime, per la quale il p blico bene si pensa e si pera entro i confini del possbile e dell'opportuno, e senza mistura di mali;  aggi ngere a molti un impulso perpetuo al lavoro, coll'allettamento d'una vasta publicit data al pi minuto studio locale  indurre gli studiosi a rivlgere le loro fatiche a un oggetto determinato e arrivbile, non logorando l'ingegno in vasti e vani sforzi  risparmiare la ripetizione delle stesse fatiche in diversi luoghi, di modo che il givane, bramoso di farsi mrito, sappia sempre dove  un campo da coltivare e una lacuna da rimpiere  infndere agli studj nazionali quell'unit e quell'efficacia che non deriva da vncoli importuni o sospetti, ma surge spontanea dalla natura stessa delle cose di fatto, le quali, essendo parti d'uno stesso rdine universale, riscono spontaneamente coordinate e concordi.
Non  assurdo il pensare che in quel modo in cui l'istituzione dei Congressi scientfici venne dalle altre nazioni alla nostra, cos questa istituzione delle Raccolte perpetue possa da noi propagarsi alle altre nazioni. Se cos fosse, e se in ogni distinta regione della Germania, della Francia, della Scandinavia, uno stuolo di studiosi intraprendesse una collezione ordinata sopra un medsimo disegno, e ognuna di queste nazioni offrisse annualmente il frutto di venti o trenta raccolte, ciascuna delle quali fosse fatta da venti o trenta speciali persone,  impossibile a dirsi qual tesoro di studj si potrebbe in breve tempo accumulare. Mentre nella pi parte delle societ scientfiche gli studiosi vanno a riposare ed oziare, agli onori di questa vasta ma lbera collaborazione avrebbe parte solo chi fosse operoso, e a misura della sua operosit. Migliaja di studiosi, tranquillamente e senza alcun lontano o malagvole accordo, potrbbero dar mano a un edificio, la cui base sarebbe l'Europa.
Questo pensiero, che nella sua vastit  pur tanto smplice e fcile, dovrebbe raccomandarsi per s medsimo di promotori e fondatori di codesta bella consuet dine delle annue adunanze; i quali non potranno dissimulare a s medsimi che l'opinione publica non se ne mostra peranco sodisfatta; poich vede grande e frondoso l'rbore, e non conosce i frutti; epper giustamente sospetta che la nuova istituzione non apra tanto un campo alle fatiche quanto un teatro alla inoperosa vanit.
Per parte nostra, non ci faremo inanzi a prndere il posto dovuto ai migliori; ma procureremo di giustificare nella mente dei nostri concittadini la nuova istituzione, col provar loro che pu ssere veramente occasione di studj  tili e laboriosi. Dobbiamo aggi ngere che il nostro pensiero venne alquanto tardi; che trov inaspettate contrariet, che la cosa essendo nuova e indeterminata anche nella mente di quelli che pur volvano condurla a qualche effetto, doveva produrre molte esitanze; che ci fu necessario pur troppo d'accertar prima se l'opinione p blica avrebbe assecondato i nostri sforzi, poich non era giusto che alla fatica si aggiungesse anche altro pi materiale nostro sacrificio; e per tutte queste cose, solo alla met dello scorso maggio fummo in grado di por mano alla stampa.
Nel coordinare i manoscritti si mir principalmente a rimvere tutte le ripetizioni della medsima cosa sotto diversi capitoli, collocndola a preferenza in quello a cui la cosa pi specialmente apparteneva. Ogni memoria venne ridutta alla pi semplice espressione; e in ci, i collaboratori mostrrono la pi generosa fiducia e compiacenza all'amico, al quale avevano commesso questo delicato incrico, persuasi che l'pera dovesse riescire, per quanto si poteva, una concisa e disadorna collezione di fatti.
Paghi del mrito d'aver dato l'esempio d'un'impresa che speriamo non finir con noi, se i nostri successori con pi bell'rdine e pi profondi studj oscureranno questo dbole e frettoloso nostro lavoro, noi ci rallegreremo sempre nel vedere tanto pi feconda la semente che avremo sparsa.

INTRODUZIONE


I.

Le Alpi Rtiche, che divdono la nostra valle adritica da quelle dell'Inn e del Reno versanti a pi lontani mari, sono un ammasso di rocce serpentinose e grantiche, le quali emrsero squarciando e sollevando con iterate eruzioni il fondo del primiero ocano, in quelle remote et geolgiche, che smbrano ancora un sogno dell'imaginazone.  Fu quello il primo rudimento della terra d'Italia.
Gli antichi sedimenti del mare, parte s'inabissrono e conf sero in quelle vorgini roventi, aggiungendo mole a mole; parte riarsi e trasformati, ma pure serbando traccia delle native stratificazioni, coprsero i fianchi e i dorsi delle emersioni consolidate. Il trbido mare accumul successivamente altri depsiti, che si collocvano in giacitura orizontale presso ai sedimenti anteriori gi sollevati e contorti; e mano mano che la vasta pera delle emersioni si andava inoltrando e dilatando, sollevati e raddrizzati anch'essi, si atteggivano in tutte le discordi inclinazioni, che ci attstano la successiva serie di quei rivolgimenti. Nelle masse cos deposte dominava, secondo la successiva natura delle aque, ora la sustanza silicea, ora l'argillosa cementata di poca calce, ora la calcare.
Cos fu costrutta la trplice regione dei nostri monti; nella quale i serpentini verdastri e negreggianti compsero insieme ai graniti silicei la gran catena delle Alpi Rtiche; le roccie trasformate e le arenarie rosse, rivestite al piede dalle ardesie, formrono, a guisa d'alto antemurale, la catena delle Prealpi Orobie; nelle cui propgini pi meridionali i sedimenti calcari e dolmici costiturono un altro rdine di monti, d'altezza poco meno che alpina.
A perturbarne e rialzarne le estreme falde, sopravenne in era meno lontana una seconda serie di moti sotterranei, smili a quelli che avvano sollevato le interne regioni. E prod ssero quella interrotta zona d'emersioni pirossniche e porfriche che, come pi fl ide e meno silicee, sospnsero a minore altezza le masse delle stratificazioni, fra le quali si aprsero il varco.
Nel corso dei scoli le aque travlsero per il declivio dei monti alle prssime parti del piano i frammenti delle varie rocce. A poco a poco si colm il golfo che aveva deposto lo strato cretaceo, e che in mrgine a quello accumulava i varj conglomerati e le argille e marne subapennine. Le aque si ritrssero dall'altopiano; e lungo il cammino dell' ltimo loro soggiorno, il tardo osservatore raccolse interi schletri di balene e delfini, e gli ossami degli elefanti che vagavano per le circostanti maremme.
Le estreme convulsioni della volta terrestre sempre pi slida e potente, nel dar leva alle grandi moli dei monti calcari, prod ssero le profonde squarciature dei laghi; torturrono ed erssero le stratificazioni degli nfimi colli; e qua e l sollevrono a mirbili altezze i frammenti errtici, sparsi sulle spalle dei minori monti.
Per pera d'altre emersioni surgvano intanto a levante, a ponente, a mezzod le terre della Venezia, della Liguria, del Piemonte. Il sublime arco delle Alpi era proteso fra i due golfi, che l'Apennino aveva poscia divisi, sollevando in pi tarda et le sue pendici ingombre dai sedimenti cretacei. Allora le onde del Mediterraneo non percssero pi le falde delle nostre montagne; e la frapposta regione fu un'ampia valle, aperta all'oriente, e cinta di continui gioghi nelle altre parti.
Cos rano preparati i lontani destini del ppolo che doveva abitarla.  Le glide Alpi la dividvano dalle terre boreali e occidentali; l' mile Apennino lig stico appena la dipartiva dalle riviere del Mediterraneo; il corso delle aque confluenti in poderoso fiume la collegava all'Adritico; e ambo i mari la congiungvano alla bella pensola che tngono in grembo.  Anche la nostra patria era Italia.


II.

Ma nel seno stesso della valle cisalpina, quella parte che noi descriviamo sortiva forme sue proprie, per le quali si distinse e dalla parte subapennina, e dalla Venezia, e dal Piemonte. La catena delle Alpi, partendo dal M. Stelvio, scorre a occidente fino al Gottardo; e quivi con s bito ngolo si volge poco meno che a mezzod fino al M. Rosa. Con altro simil ngolo si dirama dallo Stelvio un'altra catena, che si spinge ben avanti nella pianura, separando dalla valle dell'Adige i nostri fiumi tributarj del Po. Laonde, se a ponente giganteggia il M. Rosa, a levante s rgono a prssima altezza il Cristallo e l'Adamo. Questa Catena Camonia non  alpe: non circonda l'Italia: solo divide l'interno e domstico dominio dei due primieri suoi fiumi: ma nella maggior sua mole  costrutta delle stesse emersioni serpentinose e grantiche; ed  ammantata di larghi ghiacciaj, e cos eccelsi, che, tranne il Monte Bianco e poche altre vette delle Alpi occidentali, ella oltrepassa tutte le altre sommit dell'Europa.  Per tal modo, dalle Alpi Pennine alle Prealpi Camonie, un ampio semicerchio chiude a settentrione, e spara dal dominio non solo dell'Inn e del Reno, ma della Sesia, del Rdano e dell'Adige, quella parte della regione cisalpina onde il Ticino, l'Adda, l'Ollio e il Mincio discndono al Po.


III.

Una zona di grandi e profondi laghi, che forma corda all'arco delle suddescritte montagne, accoglie alle loro falde le piene precipitose, che i digeli e le piogge chimano dalle riposte valli; e porge le aque rallentate e chiare ai successivi fiumi; le cui lmpide correnti, quasi nulla apportando e sempre togliendo, potrono incavarsi il letto sotto al livello della pianura. E il mrgine estremo di questa, elevndosi alquanto anche su le prssime campagne,  durvole monumento delle alluvioni che quei fiumi diffondvano lungo le loro sponde, allorch, scendendo da valli ancora senza lago, scorrvano trbidi e superficiali, come vediamo i fiumi alpini del Piemonte e i torrenti dell'Apennino, che ingmbrano di continue ghiare il letto del Po.
Bench codeste alluvioni fluviali ascndano a enorme congerie, pure da tempo immemorbile il gran fiume non elev il suo letto, come fu s communemente supposto e ripetuto. Le trbide fiumane dell'Apennino arrvano in poco d'ora al Po; solo quando esse vanno gi declinando, si fanno minacciose le piene delle interne aque del Piemonte;  ltimi sopragi ngono il Ticino, il Mincio e gli altri nostri fiumi, rattenuti e riposati nei laghi; e corrodendo con aque pi gonfie che trbide le recenti alluvioni, le sospngono a poco a poco per l'alveo del fiume a colmare le sue marine.  La stessa mirbile successione di movimenti che conserva stbile e lbero il letto del Po, ne mdera eziando le aque; e anche solo a colmarne il vasto alveo si spndono gi parecchi giorni di piena impetuosa.
La geografa dei fiumi, nascente ancora, si ristringe quasi solo a compararne le lunghezze, e a dir maggiore il fiume le cui fonti sono pi lontane dalle foci e pi spazioso il bacino, mentre anche per essi, come nei regni umani, la vastit non  misura della potenza. Il corso del Reno  lungo il doppio di quello del Po, ma il volume d'aqua del fiume itlico s pera quello del Reno, anche dove il fiume germnico, raccolti tutti i suoi tributarj e non per anco diviso, spiega il sommo della sua pompa.  Ora, questo paragone dei fiumi simboleggia in breve frmula tutte le circostanze fondamentali d'un paese.
Il corso continuo dell'Adda rappresenta uno strato aqueo, il quale coprisse a notvole altezza tutta la superficie del suo bacino; ma le aque che clano annualmente nella Senna, diffuse su tutta la superficie del suo bacino, appena giungerbbero alla sttima parte di quell'altezza. Che avviene dunque delle piogge che discndono sotto quel cielo tanto men sereno del nostro?  Nel bacino della Senna cade veramente men aqua che fra noi; e cade poi dispersa in minute e frequenti pioggie, che anche nell'estate fanno tetro il cielo e fangosa la tetra, svaporando largamente prima di gi ngere al fiume, il quale appena riscuote dalla vasta campagna un terzo della pioggia che vi scende. Nella nostra valle, la stagione pi piovosa  l'autunno; men piovosa  la primavera, meno ancora l'estate; anche nella parte pi bassa e aquidosa della pianura, il sereno regna la met dei giorni dell'anno; nella zona media, pi della met; sull'altopiano, pi ancora; e il maggior n mero di questi lmpidi giorni  nell'estate. Le aque scndono adunque in generose piogge; poca parte si sperde in vapori; il pi scorre impetuoso ai fiumi; onde il Po riceve la maggior parte delle aque pioventi nel suo bacino, e l'Adda pi ancora.
L'Adda non segue col suo deflusso l'andamento delle piogge, perch queste prndono piuttosto forma di nevi, riservate ad alimentarla solo fra gli ardori della successiva estate; cosicch, pvera nelle due stagioni piovose, si gonfia costantemente in giugno e luglio. Il Po, che aggiunge allo stillicidio delle Alpi il tributo meno glaciale degli Apennini, corrisponde all'andamento delle piogge, gonfindosi in primavera e in autunno, e rallentndosi fra gli ardori dell'agosto.  Ma la Senna serba un tenore affatto inverso a quello dei nostri fiumi, poich s'ingrossa solo nella stagione invernale; quindi nella Sciampagna e nell'Isola di Francia regna un rdine fondamentale ben diverso da quello che vediamo nelle nostre pianure.
Col l'agricultura  raccomandata alla frequente e parca asprgine delle piogge estive, e poco potr mai valersi delle aque fluviali, poich vngono meno a misura che cresce il bisogno delle irrigazioni. Da noi l'estate  costante e rida; e la pianura errtica e silicea potrebbe per s inaridirsi, come le steppe del Volga, che pur giciono sotto questa medsima latit dine, se nei recessi della regione montana non avssimo il tesoro dei ghiacci e delle nevi, onde le vene dei fiumi si fanno pi larghe col crscere dell'arsura. Ma poi le aque estive sarbbero un dono in tile, se accanto alle loro correnti non giacssero vaste campagne, atteggiate a mite e uniforme declivio, non formate di materie argillose e tenaci, ma sciolte e vide d'irrigazione; e infine sarbbero men preziose ed efficaci, se fssero pi frequenti e sparse le piogge, e meno assidua la luce del sole estivo.
Finalmente i laghi nostri non hanno solamente uno specchio di superficie senza profondit, come il vasto Blaton; ma discndono sino a centinaja di metri sotto il livello del mare; e giacendo appi d'alti e continui monti che devano i venti boreali, e sull'orlo d'un piano che s'inclina alle tpide influenze dell'Adritico, non glano mai. L'interna circolazione, promossa d'inverno dalla specfica gravit degli strati pi freddi, e rallentata nella stagione estiva dalla comparativa leggerezza degli strati pi caldi, mdera talmente la loro temperie, che a mediocre profondit si serba perenne e immutbile. Queste masse d'aqua, incassate lungo il mrgine superiore d'una landa uniforme di materie errtiche e incoerenti, non solo si effndono in fiumi, ma smbrano penetrare interne e sotterranee, stendendo fra le alterne ghiare quegli strati aquei, che le annue nevi e piogge rndono pi o meno copiosi, e che per la successiva inclinazione del piano si fanno sempre pi prssimi alla superficie. E forse nei primitivi tempi, quando l'arte non li esauriva avidamente a sussidio dell'agricultura, riempivano di limpidi stagni le pianure, non ancora spianate da secolari fatiche. Era questa dunque in orgine una larga zona di terre palustri, non per impedimento recato da suolo arglloso o cncavo al corso d'aque fluviali, ma per inesusto afflusso d'interne vene, che, sgorgando dalla profonda terra, non risntono i geli del verno, se non dopo lungo soggiorno sulle aperte campagne.
Per tal modo le alpi eccelse e gli abissi dei laghi, i fiumi incassati e l'uniforme pianura silicea, le correnti sotterranee e le aque tpide nel verno, gli aquiloni intercetti e le influenze marine, le generose piogge e l'estate l cida e serena, rano come le parti d'una vasta mchina agraria, alla quale mancava solo un ppolo, che compiendo il voto della natura, ordinasse gli sparsi elementi a un perseverante pensiero. Altre mirbili attit dini delle terre, delle aque e del cielo si collegvano a preparare le riviere del Benaco a un ppolo di giardinieri, che le abbellisse d'olivi e di cedri; e chiamava un ppolo di vignajuoli a tender di viti le balze su cui pndono i ghiacci della Rezia. Il progresso dell'incivilimento dimostrer con fatto posteriore, che in ogni regione del globo giciono cos predisposti gli elementi di qualche gran compgine, che attende solo il soffio dell'intelligenza nazionale. Da ben poche generazioni si accorse il ppolo britnnico di vivere in mezzo ai mari chiamato dalla natura a navigarli vastamente, e d'aver sotto i piedi i sotterranei tesori della forza motrice.  Perloch pu forse avvenire che pi d'un ppolo che largheggia con noi di superbi vaniloquj, non abbia per avventura inteso ancora il verbo de' suoi proprj destini.


IV.

I primi umini che si sprsero per questa terra transpadana, vi si avvnnero in due ben dissmili regioni di pari ampiezza, l'una montuosa, l'altra campestre. Le Alpi sublimi, nevose, inaccesse, abbraccivano un labirinto d'altre catene di poco minore altit dine ed asprezza, entro cui stvano alte e recndite valli, fra loro disparate, chiuse al piede da laghi o da passi angusti, che nei tempi primitivi, quando non v'era arte di capitani, opponvano impenetrbile serraglio alle orde vaganti.  La regione campestre, rida e sassosa nella parte superiore, pi sotto era piena di scaturgini e di ghiare aquidose, interrotta da dorsi di bosco, asciutta ed aprica lungo gli alti greti dei maggiori fiumi, ma in preda alle lbere inondazioni nelle basse rgone, e fra le curve dei loro serpeggiamenti.
Come vediamo tuttava nelle sparse reliquie della vegetazione virgnea, surgvano nude le vette alpine, ammantati di pscoli naturali i larghi dorsi della regione calcare, irte di selve confere le somme pendici, pi sotto frondose di faggi e di betule, poi di quercie, d'ceri e d'olmi, che ampiamente scendendo unvano i monti ai colli e all'altipiano, vestito d'riche e sparso di rara selva. La campagna uliginosa e le pingui golene dei fiumi dovvano esser dense di slici e d'alni; lungo le tpide scaturgini delle correnti sotterranee, doveva qua e l verdeggiare, e fors'anche nel verno, qualche spontaneo lembo di prato. Ma sui clivi eretti al vivo sole, sulle miti riviere dei laghi ignare quasi di nebbie e di geli, fra le suavit d'una flora naturalmente australe, poteva facilmente mitigarsi anche la fiera vita del selvaggio.  Folte turme di cervi, d'uri e d'alci dovvano pscere la pianura, lungo i plcidi stagni ai quali il castoro lasci il nome di Bvera e Beverara; le generazioni, ora fra noi quasi estinte, de' dini e de' camosci dovvano animare il silenzio dei recessi montani. Ma solo l'amor della caccia, o il timore dei nemici, poteva incalzare le prime trib di rupe in rupe sino a pi di quegli rridi precipizj, ove le vallanghe e la tormenta e il notturno rintrono de' ghiacciaj atterrvano le menti superstiziose, e dove il forte alpigiano, che ha cuore d'inseguir veloce le pedate dell'orso, anche oggid non sa, in faccia alla taciturna natura, difndersi da quella tetra e arcana ansiet ch'egli chiama il solengo.


V.

Chi f rono i primi abitatori dell'Insubria?
 vano il crdere che l'Europa ne' suoi scoli selvaggi fosse altrimenti dalle terre che tali rimngono fino ai nostri giorni. L'Europo trov l'Amrica e l'Australia in quello stato in cui pare che l'Asitico trovasse l'Europa. Qui pure, prima delle grandi nazioni dovvano ssere i pccoli ppoli, e prima dei ppoli le divise trib . E ogni trib , che abitava una valle appartata e una landa cinta di paludi e interrotta di fiumi, ebbe a vvere primamente solitaria di lingua e di costume, nell'angusto cerchio che le segnvano intorno le trib nemiche. L'indagare a quale appartenesse delle grandi nazioni che si svlsero poi nel seno dei scoli e delle lente preparazioni istriche,  propsito falso e inverso;  come investigare da qual fiume dervino i ruscelli, che al contrario cdono dai monti a nutrire i fiumi. Quindi sarebbe tempo ora mai, che non si andasse fantasticando se provnnero dai Celti, o dagli Illirj, o dai Traci quelle primitive genti, le quali f rono lungo tempo avanti che l'incivilimento orientale, penetrando colle sue colonie, coi sacerdozj, coi commercj, colle armi della conquista e colle miserie degli esilj e della servit , propagasse lungo tutti i mari e i fiumi d'Europa quell'arcana unit linguistica, che con meraviglia nostra ci annoda all'India e alla Persia; la quale, con inferiori rdini d'unit sempre pi divergenti, costitu nel corso del tempo ci che noi chiamiamo la stirpe cltica, la germnica, la slava. Se v' in Europa un elemento uniforme, il quale certo ebbe radice nell'Asia, madre antica dei sacerdozj, degli imperj, delle scritture e delle arti, v'ha pur anco un elemento vario; e costituisce il principio delle singole nazionalit; e rappresenta ci che i ppoli indgeni ritnnero di s medsimi, anche nell'aggregarsi e conformarsi ai centri civili, disseminati dall'asitica influenza. Le varie combinazioni fra l'avventizia unit e la variet nativa si svlsero sulla terra d'Europa; non approdrono gi compiute dall'Asia. Le grandi lingue si diltano in ampiezza sempre maggiore di paese; e danno a ppoli di diversa e spesso inimica orgine il mendace aspetto d'una discendenza commune. La Francia, terra pur d'unit e di centralit quant'altra mai, non cancell ancora nel suo seno le vestigia delle quattro lingue che Csare vi ud tra l'Adour e il Reno, ciascuna delle quali aveva gi forse sommerse e spente pi favelle di primigenie trib . In Haiti, la favella dei Bianchi e il volto dei Neri dimstrano quanto sia grande il moderno errore di classare le stirpi per lingue. In Germania sono evidenti reliquie di Celti, di Lettj, di Slavi; la Germania non pu spiegare, con ci ch'ella crede sua prisca lingua, i nomi de' suoi fiumi, e rare volte quello delle sue pi illustri citt. Quanto pi si risale la corrente del tempo, ogni nazionalit si risolve ne' suoi nativi elementi; e rimosso tuttoci che vi  d'uniforme, cio di straniero e fattizio, i fiochi dialetti si ravvvano in lingue assolute e indipendenti, quali f rono nelle native condizioni del genere umano.


VI.

Tutti gli scrittori, mentre prlano di colonie approdate in Italia dall'Oriente, e di trib venturiere discese tratto tratto dalle Alpi, dcono pur sempre che l'Italia ebbe pi antichi abitatori. E per dinotare che parlvano lingue proprie, e non rifervano l'orgine ad alcuna delle grandi nazioni allora fiorenti o fiorite prima, li dissero aborgeni (Itali cultores primi aborigenes fuere. Just.); li dssero abitatori di monti, frugali, forti, agresti, duri all'armi, duri come le rveri delle selve native (durum in armis genus. Liv.;  duro de robore nati. Virg.). N quelle stirpi f rono mai spente, n cacciate altrove; e pi volte ristaurrono la popolazione del paese aperto, esterminata da rpide calamit. E tuttava le vediamo discndere ogni anno ad asssterla nelle fatiche dei campi, e tenerla a n mero nelle arti delle citt;  fondamento e nervo della nazione;  principio sempre redivivo di quella variet d'ndole e d'ingegno, che ammiriamo nei sngoli ppoli d'Italia, e che alcuni vanamente deplrano. Codesta progenie fu la materia prima, che l'influenza orientale impront solo della sua forma.


VII.

Le rive del Po rano note ai navigatori fin da quei tempi in cui prsero forma le potiche legende della fvola greca; e pare che sotto il nome d'Erdano fosse uno dei fiumi di quell'angusto orbe che la poesa popol de' suoi sogni. Ivi presso era approdato Antnore, fuggendo l'Asia desolata; qui le Eladi si rano consunte in lcrime; qui la tradita Manto celava il suo nato nell'sola del lago etrusco; qui Cigno regnava sul fiume dei Lguri; qui Ercole, il smbolo della potenza fenicia, nella sua via verso occidente, aveva incontrato "nella terra palustre (chros malthaks) sparsa di sassi caduti dal cielo, l'esrcito impertrrito dei Lguri, contro cui gli era vano il valore e l'arco" (Eschilo ap. Str.); questa era la terra dove i Greci comprvano l'elettro del Bltico, e i cavalli che dovvano vncere le palme d'Olimpia.  Per tal modo il nome della nostra patria s'intesse ai primordj dell'arti belle ed ai smboli dell'intelligenza nascente.
Quegli antichi Orobj, Leponti, Isarci, Vennj, Camuni. Trumplini, che si ascrvono alle nostre valli, sono ombre senza persona; gli scrittori nulla aggi nsero al nudo nome. Dissero solo che avvano fondato la citt di Barra, madre di Como e Brgamo e da lungo tempo perita. Forse era all'uso itlico sovra ameni colli, presso Baravico e Bartesate, appi del Monte Baro, tra l'Adda e il Lago Eupili; e la prisca Como era forse intorno al poggio del Baradello; e Brgamo, pur sovra un colle, se non trasse il nome dalla madre patria, lo trasse forse da quel Dio Brgimo, al quale nelle sue valli si psero tante iscrizioni votive. Ma quali pur si fssero quelle vetuste genti, giova notare, con quali ppoli si psero in successiva ntima connessione, nel trapasso che fcero dallo stato d'isolate trib a quella vasta orditura di cose, che le rese membra d'una gloriosa nazione. Solo dopoch sasi annoverato quanto in esse penetr d'adottivo e straniero, potr forse per eliminazione chiarirsi in qualche modo ci che vi rimase di proprio e di nativo.


VIII.

Abbiamo gi visto come il nome dei LGURI si nasconda nella notte dei tempi. Quei poggi dell'Apennino lgure, che noi chiamiamo la Collina, si strngono ben presso la riva del Po, contro la foce della nostra Olona; ambo le rive del Ticino rano popolate ab antico da un ppolo lgure (antiquam gentem L vos Ligures incolentes circa Ticinum amnem. Liv.); antica stirpe lgure si dssero i Taurini e gli altri Piemontesi (In alter parte montanorum... Taurini ligustica gens aliique Ligures. Strab.); il nome dei Liguri nei Fasti consolari si stende fino ai ppoli del lago d'Idro (Liguribus Stonis); si stende nelle valli del Taro e della Scultenna, lungo il confine toscano; in una parola, pare diffndersi dapprima in tutta la valle del Po, il cui pi antico nome (Bodinco)  nella lingua dei Lguri, e a poco a poco ristrngersi all'Apennino, come di popolo che da vaghe conquiste si raccolga per infortunio di guerra all'asilo nativo. Perci non diremo che gli aborgeni dell'Apennino e delle Alpi fssero d'un' nica stirpe o d'un' nica lingua; questo nome poteva indicare un nodo posteriore di religione, di conquista o di federazione; poteva aver cominciato da loro; poteva aver cominciato da noi. Un decreto del Senato Romano, scritto 117 anni avanti l'era nostra, nel comporre una controversia di confini nella Liguria, annovera certi fiumi, che smbrano nella stessa lingua in cui sono molti nomi di luoghi del nostro paese: (fluvius Neviasca, Veraglasca, Tutelasca, Venelasca). Poco sappiamo di quelle antiche genti, non illustri in arti e in lttere; ma pare che avssero lontane relazioni nell'Iberia e con varj luoghi del Mediterraneo; pare che sin d'allora coltivssero a ronchi le pendici dei monti, che munssero di mura le loro castella, in ci mostrndosi al tutto diversi dai Germani e dai Celti. Erano robusti, onde si diceva che grcile Lgure valeva pi che fortssimo Gallo; erano valenti bolieri; portavano scudi di rame; onde alcuni li giudicrono Greci (Quia reis scutis utuntur Gr cos eos esse ratiocinantur. Strab.); onorvano un Dio Pennino, e gli intitolvano i pi alti monti; ma questo nume era commune ai popoli cltici, come il Dio Camulo e il Dio Brgimo, il Dio Tillino e il Dio Nottulio; commune coi Celti era in alcuni di loro il costume dei lunghi capelli (Ligures capillati); Walckenaer nota una naturale loro alleanza con quelle nazioni. E finalmente i dialetti della Liguria vivente hanno la propriet commune ai nostri dialetti e ai piemontesi, e a nessun altro d'Italia, dei due suoni gllici dell'u e dell'oeu.  Diremo adunque che il pi antico vncolo di lingua e di costumi fu tra il nostro paese e la Liguria; e che sembra gi invlgere un pi lontano nodo coi Celti.
Se verso il Ticino i nostri aborgeni si collegvano ai Lguri, verso le valli dell'Ollio e dell'Adige, il nome degli Orobj trapassava confusamente in quello degli EUGANEI, gente antica (pr stantes genere Euganeos. Plin.), fondatrice di molte pccole citt (quorum oppida XXXIV enumerat Cato. Plin.), e aveva tutto il paese che si stende fino al mare.
Lungo il basso Po fiorvano anche gli UMBRI, aborgeni pure, e tenuti i pi antichi d'Italia (Umbrorum gens antiquissima Itali . Plin.); e avevano empito di citt (trecenta eorum oppida. Plin.) le valli del Tebro, e i gioghi dell'Apennino, e la marina ove discende il Po, sino al Monte Gargano. bbero arti e lttere e monumenti; e l'ndole loro era tale che potrono intrinsecarsi coi ppoli d'ambo le estremit d'Italia; onde ad alcuni prvero congneri ai Latini ed agli Etruschi, ad altri prvero Pelasghi, ad altri Galli, non ostante l'uso non gllico di murare le citt mnime; e si volle che ne venisse ai ppoli della nostra pianura il nome d'Isombri o di Symbri, dato dai Greci, non per dagli Italiani, agli Ins bri. Ma questi scrittori, fra i quali Amedeo Thierry, non conoscvano quella radicale differenza di dialetti che distingue l'Umbria Tiberina dalla Martima; nella quale soltanto, e per posteriore influenza dei Senoni, rimsero vestigia di Celti. Onde se uno scrittore antico, ripetuto poi da tutti, li disse propgine di Galli, dinot forse solo il nesso loro coi ppoli dell'alta Italia.
Ma i VENETI approdati dall'Asia si rano annidati nei porti della Laguna. Avvano lingua propria (sermone diverso utentes. Polyb.); e questa, nel trasmutarsi in dialetto latino, conserv quella mnima variet e somma dolcezza d'articolazioni, per cui fa quasi un'isola linguistica fra gli aspri dialetti che si prlano lungo il semicerchio delle Alpi. Il che palesa assurda l'opinione che i Vneti fssero un ramo divelto dall'rbore slavo (ein abgerissener Zweig der grossen Volkstammes der Slawen. Mannert); poich la stirpe slava, al contrario, spiega in tutte le sue favelle la mssima attit dine a moltiplicare e variare i suoi orali, sicch si potrebbe ben appellarla, fra tutte, la nazione pronunciatrice.
Una colonia orientale, sotto il nome di PELASGHI approdata alle foci del Po, vi aveva fondato Spina; poi si era insinuata fra gli Umbri; e quindi per tutta l'Italia meridionale, propagando istituzioni religiose e civili, e stringendo forse quel nesso linguistico che congiunge il latino al greco, ed entrambo alle riposte orgini indoperse.


IX.

Gli ETRUSCHI, le cui memorie comincivano milleducento anni avanti l'era nostra, si dicvano venuti dalla Lidia; ma Dionisio, nato in quelle parti, li giudic diversi da qualunque altra gente per lingua e costume. Onde, forse non venne dall'Asia il ppolo etrusco, ma solo il consorzio sacerdotale, che ammaestr le ingegnose trib aborgene, e pieg ad uso loro le forme indubiamente orientali della scrittura etrusca, lasciando sopravvere dei costumi nativi tuttoci che non ripugnava alle grandi iniziazioni sociali. Compiuto l'ordinamento delle ddici rep bliche di Toscana, la lega etrusca, progressiva allora come vediamo oggid le nazioni che rimpiono di loro colonie l'Amrica e l'Africa, spinse le armi al di qua dell'Apennino fino all'Adige e alle Alpi, fondando altre ddici citt.  Ma se ci  vero, non si pu spiegare come la terra toscana dischiuda tanto tesoro di sculture, di pitture e d'iscrizioni, e nulla di ci si scopra fra noi. Forse il dominio etrusco fu qui poco pi che mercantile e fluviale; onde Adria, sola delle lagune e citt pi marina che terrestre, ha bens qualche reliquia di vera citt etrusca; ma Mntova e Flsina e le altre, per opposizione degli aborgeni o per altrui rivalit, non vnnero a quella cultura ed eleganza onde fiorrono le interne sedi della toscana potenza. E in vero, pare istoria di rivalit moderne quella ove leggiamo: "E se l'un ppolo (l'etrusco) tentava spedizioni verso qualche gente, l'altro (l'umbro) si studiava impedirla; onde avvenne che i Tirreni avendo mandato un esrcito contro i Brbari litorani del Po, e avendo vinto, e dopo essndosi nell'abondanza rilassati, gli Umbri li assalrono. Dal che avvenne che in quei luoghi si stabilrono colonie tirrene ed umbre, delle quali maggiori f rono le umbre, per la vicinanza maggiore di questi ppoli".
Niebuhr, nel derivare il ppolo toscano dalle Alpi, non osserv che i monti, su cui la lega etrusca pose le sue mura suntuose (jugis insedit etruscis, Virg.), hanno mediocre altezza, e i loro continui gioghi fanno quasi un'alta via tra valle e valle. Al contrario i nostri monti prealpini hanno cime alte, fredde, inabitbili, che divdono le terre e non le collgano; e le valli appartate, anguste, non consntono grandi aggregazioni di ppoli, e molto meno in tempi senz'agricultura e commercio. Non sono questi i luoghi ove le menti potvano avvicinarsi e scaldarsi, e inventar leggi senza esempio e arti senza modello, cos lungi dal mare e dalle vie degli altri ppoli civili. Se anche fosse vero che gli Etruschi fssero venuti dai nostri monti, il che non  avvalorato da monumento alcuno, n dall'aspetto e dall'ndole dei ppoli, n dal testimonio delle lingue, ancora sarebbe solo una materiale derivazione dei corpi, e non delle ide, delle leggi, della societ; ossa di ci appunto che giova sapere.
Ma da qualunque punto si fosse mossa, codesta lega ansetica dell'evo antico teneva tutti i punti dell'Italia e delle sole, e involgeva co' suoi commercj, co' suoi riti, col suo diritto delle genti le trib aborgene, in tempi anteriori all'era talogreca. Anzi pare che intraprendesse grandi pere alle foci del Po, e costruisse i primi rgini sulle sue rive.


X.

La civilt era dunque surta per noi tremila anni sono, fra il commercio dei Liguri, deli Umbri, dei Pelasghi, degli Etruschi. L'arte di murare, ignota allora oltralpe, la pittura, la modellatura, l'uso di convvere nelle citt con gentili costumi e pompe eleganti e spettcoli ingegnosi, di contrasegnare con monumenti le vicende della vita p blica e privata, di decorare con veste religiosa i provedimenti intesi al progresso dei ppoli, avrbbero in poche generazioni elevato a quasi moderna cultura il nostro paese; e la navigazione tirrena l'avrebbe congiunto a tutte le genti civili. La cultura del frumento era diffusa tra noi col culto di Saturno; i colli rano adorni di viti; e gi il commercio recava ai brbari d'oltremonte questi dolci frutti della civilt. Ben altra sarebbe l'istoria d'Europa, e tanti scoli non sarebbero trascorsi strili e ciechi alle genti del settentrione, se gli Etruschi avssero propagate sin d'allora lungo il Reno e il Danubio quel loro vivajo di citt, generatrici di citt. Il principio etrusco era diverso dal romano, perch federativo e moltplice poteva ammansare la barbarie senza estnguere l'indipendenza; e non tendeva a ingigantire un' nica citt, che il suo stesso incremento doveva snaturare, e render sede materiale d'un dominio senza nazionalit.


XI.

rano gi corsi seicento anni dai primordj dell'era etrusca, e mancvano ancora altretanti ai primordj dell'era cristiana, quando una grave e durvole calamit ferm il corso del nostro incivilimento, e differ di quattro scoli lo sviluppo dell'intelligenza umana fra noi. Prima che la consuet dine colle citt etrusche avesse terminato d'ingentilire i circostanti aborgeni, cominci ad inoltrarsi fra noi un altro principio sacerdotale, che dalle arcane sue sedi nell'Armrica e nelle Isole Britnniche dominava vastamente una famiglia di nazioni, varie di lingue e d'orgine, ma tutte simili nell'inculto costume, e comprese dagli antichi sotto il nome di Celti.
I Dr idi non ergvano, come gli Etruschi, i loro altari in suntuosi recinti di citt consacrate, ma nei recessi di vietate selve; e non volgvano la religione a sollievo ed ammaestramento della vita, ma col terrore di secrete dottrine tramandate da bocca a bocca, e con riti crudeli, incatenvano i ppoli a una prima forma d'improgressiva civilt. Immolvano vttime umane; ora ardendo vivi i proscritti e i prigionieri entro masse di fieno e di legna, disposte a qualche forma di simulacri colossali (fni colosso... defixo ligno. Strab.), ora consegnndoli a furibonde sacerdotesse, che li scannvano sopra certe caldaie di rame, e ne raccoglivano in nefande ptere il sangue. Altre maghe, tutte dipinte di nero, scapigliate, nude, con faci in mano, celebrvano riti notturni; altre, che si chiamavano le Sene, facvano vita solitaria sugli scogli del mare, pronunciando nel furore delle tempeste temuti orcoli. Le vite si redimvano col sacrificio d'altre vite; e i Dr idi ne facvano mercato coi guerrieri arricchiti dalla vittoria; onde nelle selve sacre si accumulvano grandi tesori, che giacvano all'aperto custoditi dal terrore del luogo o sommersi nelle temute aque dei sacri stagni (en hieras lmnais. Strab.). Tutta la dottrina drudica instillava il disprezzo della morte; e teneva le menti cos fisse nel pensiero d'un'altra vita in tutto smile alla terrena, che alcuni dvano a prstito, con patto d'ssere pagati nell'altro mondo. Alla morte dei capitani si abbrucivano col cadvere i cavalli; e talora i seguaci prediletti (servi et clientes quos ab iis dilectos esse constabat, un cremabantur. C s.); talora le spose, per affettato sospetto di veleno. Ne tenvano anche pi d'una; e avvano sovr'esse e sulla prole diritto di vita e di morte (In uxores... in liberos vit necisque... potestatem. C s.), e per provare la loro fedelt, i gelosi e fantici guerrieri talora legvano l'infante a una tvola, e lo gettvano tra i gorghi d'un fiume; e se periva, lo avvano per giudizio divino di non legtima origine, e pugnalvano la novella madre; la quale giaceva, durante la stolta prova, nella pi tremenda angoscia. Il padre non si curava altrimenti dei figli, n si degnava ammtterli al suo cospetto, finch non avssero et da comparirgli inanzi armati; onde era quello un vvere senza alcuna domstica dolcezza.
I combattenti decapitvano sul campo i nemici caduti, e ne ostentvano i teschj confitti sulle lance, o appesi al petto dei cavalli. Ogni casa nbile li serbava in un'arca, n a peso d'oro ne consentiva mai il riscatto (neque si quis auri pondus offerret. Strab.); e ogni generazione si pregiava di recare altri crani ad ingrossare quel tesoro di barbara gloria. I teschj pi illustri, legati in oro, stvano nei templi ad uso delle sacre bevande. Alle porte delle case s'inchiodvano teste di lupi e d'altre belve; onde agli Itali e ai Greci, i quali solvano rimvere religiosamente dalle citt ogni avanzo di morte, se ponvano il piede in un casale di Celti, pareva d'entrare in uno squllido ossario.
Vivvano di pastorizia o d'instbile agricultura, senza citt, senza privato possesso, in clani, o communanze di famiglie, ripartite numericamente sulle terre, come un esrcito sotto le insegne, col dbito di conferire certe misure di grano e di birra e certo n mero di montoni e di porci alla mensa del brenno, ossa prncipe. Dimorvano all'aperta, e per lo pi lungo le aque, in tugurj rotondi, costrutti di tvole e graticci e terra pesta e con acuto tetto di strame; non si curvano di supellttili, dormvano sulla paglia; mangivano a tvole rotonde assi basse, sedendo sopra manpoli di fieno, coi loro scudieri seduti in altro crcolo dietro ai signori; bevvano in giro a pccole e frequenti riprese, in una sola conca di terra o di metallo; appena conoscvano il pane; mangivano molta carne; e ciascuno "ne prendeva a due mani un gran pezzo, e lo addentava come un leone" (leontods tas chersn amphotrais arontes hla mle, ka apodknontes. Posid. ap. Ath.); dopo il convito si provvano in duelli, che spesso rano mortali, n altra pare l'orgine dei gladiatori che tardi s'introd ssero fra i Romani. Sulle persone loro facvano pompa d'armi dorate, di collane e braccialetti d'oro, di tracolle lavorate in argento e in corallo, strascinando al fianco destro lunghe scibole, talvolta di rame temprato; portvano saj vergati di splndidi colori, e grandi scudi quadrilunghi con imprese gentilizie, rozzamente dipinte o intagliate; e sopra gli elmi affiggvano figure d'augelli o di fiere, o alte corna di b fali o di cervi, e grandi pennacchj ondeggianti; nutrvano lunghi mustacchi e lunghe chiome tinte in rosso; e alcune nazioni si dipingvano d'azzurro le braccia e il petto; combattvano pi sui carri che sui cavalli. Talora nelle battaglie, per insultare il nemico, o per brutale audacia, o per disperazione, gettvano l'elmo e il sajo, e combattvano nudi; tanta era l'esaltazione cavalleresca, nutrita in quelle rozze menti dalle memorie dei feroci antenati, ripetute dai bardi adulatori, che coll'arpa in collo errvano di casale in casale.  Tutte queste usanze di tvole rotonde, di scudi blasonati, di cimieri, di trovatori, di duelli, e di prove dell'aqua e del foco, non estinte nelle Isole Britnniche e non obliate mai del tutto nelle Gallie, ripullulrono nella nuova barbarie del medio evo; e ne scatur quella poesa romanzesca, che i freddi poeti legrono in rima.
I Dr idi, paghi di tener sotto il terrore dei loro misterj e delle formidbili loro maledizioni molte brbare trib , e di tesoreggiarne le lontane prede, non si currono mai di partecipar loro quella qualunque scienza che avvano; n sapvano tampoco tenerle in pace, onde tutta la terra cltica era un campo di discordia, di rapina e di sangue (In omni Galli factiones. C s.). Uscvano tratto tratto da quel perpetuo tumulto le trib pi msere o le pi audaci, e andvano altrove in cerca di preda o di terre, ove pasturar bestiami, o sprgere le passeggere smine d'un'agricultura vagabonda. Pare che la mano arcana dei Dr idi reggesse quelle lontane spedizioni; poich dalla sede dei loro collegj le turbe conquistatrici si rano precipitate in Ispagna, in Italia, sul Bltico, in Boemia, lungo il Danubio, insultvano agli Dei della Grecia in Delfi, s'accampvano sull'Ellesponto, e preludendo alle crociate dei loro psteri, fondvano un regno gllico nell'Asia Minore.


XII.

Ma se i Celti non amvano chi dersi nelle citt, non si pu dire che le odissero e distruggssero con quello stolto furore che mille anni pi tardi si vide nei Vndali e negli Unni Scorrendo velocemente fra citt e citt, forse perch non sapvano come espugnare quei ricinti di pietra (Gens ad oppugnandarum urbium artes rudis... segnis intactis assideret muris. Liv.), andvano a sorprndere genti lontane, e tornvano onusti di preda. Quando poi le terre giacvano desolate e derelitte, allora qualche trib dimandava di potersi accasare con patti di pace su quegli spazi, che altri inutilmente possedeva (egentibus agro quem latius possideant quam colant... partem finium concedant. Liv.). E cos le antiche citt itliche rimanvano come sole solitarie in mezzo a lande, sparse di brbari casali; e potvano udir senza spavento dalle mura le strane voci e i cntici di guerra. Laonde, quando gli Etruschi, dopo aver lungamente conteso ai Galli le nostre pianure (cum Etruscis... inter Apenninum Alpesque SPE exercitus gallici pugnavere. Liv.), si ritrssero nelle castella alpine, non solo Mntova, Adria, Ravenna, Armino rimsero salve, ma forse lbere, o per noncuranza cavalleresca dei brbari, o per condizione di pace, o per qualche antico nodo di religione o di sangue che i nostri aborgeni avssero gi con quelli dell'altro declivio delle Alpi. Mntova si conserv divisa in tre stirpi, tra le quali la pi potente rimase quella degli Etruschi (Mantua tres habuit populi tribus, et robur omne de Lucumonibus. Serv.). Melpo fu distrutta, ma solo due scoli dopo. E in poca distanza delle antiche citt mercantili, i Galli elssero le sedi dei loro brenni e delle loro adunanze militari; cio Beloveso, poche miglia a ponente di Melpo, in un casale posto l dove il torrente Sveso, giunto sul piano palustre, prendeva forma di continuo e plcido fiume; e gli diede il nome di Mediolano, commune a diversi altri luoghi delle Gallie e della Britannia (Mediolanum, pagus olim; nam per pagos habitabant. Strab.), e il nome di Breno rimase a una terra presso la citt di Brgamo, e ad un'altra presso la citt dei Camuni (Cividate), e ad altri luoghi del nostro paese.   uno stato di cose che si vede tuttod nell'Asia Minore, nell'Armenia, nella Persia, dove le citt dei mercanti o degli artfici hanno diversa lingua, e spesso diversa religione dalle orde pastorali dei Turcomanni o dei Beduini, che si attndano nelle circostanti campagne.  Cos si visse tra noi per quattrocento anni.


XIII.

Le orde glliche, varcato con zttere il Po, stabilite le trib dei Boi e dei Senoni intorno a Bononia e Sena Gllica, crsero lungo l'Adritico, spoglirono persino le citt Italogreche, penetrarono pei monti in Etruria; colla stranezza delle armi e la furia degli assalti abbaglirono le legioni; e accampate nelle vie deserte di Roma e sui monti d'Alba e di Tbure, e andando e venendo per la via gllica, devastarono il Lazio per diecisette anni. Ma nel calpestare quell'angusta striscia di terra non sapvano che vi avesse radice quell'irresistibile principio, che dilatndosi avrebbe in poche generazioni divorato in Europa e in Asia la potenza e la gloria de' Celti.
Roma ben presto si agguerr a nuovi modi di vittoria. I Cisalpini, inferociti nei disastri, si collegrono con tutti i suoi nemici, Etruschi, Umbri, Sanniti; ma sempre soccumbvano alla disciplina delle legioni e alle arti del Senato. Fra le discordie glliche i Romani si aprsero il varco del Po; coll'aiuto degli Anmani tragittrono sulla nostra pianura (223 a. C.); ma non potrono farsi strada, n tener fermo; patteggirono e retrocssero. Poi tosto, per accordo coi Cenmani, aperti i passi del Mincio, dell'Ollio, dell'Adda, irr ppero repentini nell'alta Insubria, trucidrono le genti disperse ne' campi. I ppoli s rsero in armi; trssero dal tempio della Vrgine gl'immbili vessilli d'oro (aureis vexillis qu immobilia nuncupant. Polyb.); sostnnero con forze non intere un'aspra battaglia. L'anno seguente, il brenno Virdumaro e il cnsole Marcello s'incontrrono sul campo di Clastidio; si riconbbero allo splendor delle divise; il cnsole trucid il re nemico; pass il Po; sottomise Mediolano; port in trionfo l'armatura dell'ucciso. Roma pose due colonie di veterani in Piacenza e Cremona; ma f rono tosto fieramente combattute.
Comparve in quel mezzo Annbale a pi dell'Alpi; si vdero tra le foreste del Ticino le seminegre trib del deserto. A quell'annunzio duemila Cisalpini, che costretti militvano nel campo de' Romani, si lvano notturni, ne fanno strage, prtano ad Annbale i teschj sanguinosi. Su la Trebia, gl'Insubri combattvano per Cartgine; i Cenmani, per Roma. Sessantamila guerrieri, accorsi in pochi giorni al grido della vittoria, sguono Annbale in Toscana. Al Trasimeno, l'insubre Ducario getta di sella e uccide il cnsole Flaminio. A Canne, fra cinquantamila soldati d'Annbale, trentamila rano Galli; e deliberati di far disperata prova, vnnero nudi sul campo (Galli super umbilicum erant nudi. Liv.); quattromila vi lascirono la vita; ma i cadveri dei Romani, in quell'orrenda giornata, f rono sessantamila.  Quando Amlcare venne in Italia, altri Cisalpini lo segurono; altri segurono Magone sbarcato a Gnova; altri segurono Annbale in Africa, e morrono a Zama. Venuta la pace, ancora un venturiero africano adunava sul Po quarantamila guerrieri, distruggeva Piacenza, assediava Cremona, cadeva con tutti i suoi. Un'altra battaglia si perdeva sul Mincio per nemicizia dei Cenmani; in un'altra pervano pi di quarantamila Insubri; restvano sul campo centinaja di bandiere, centinaja di carri da battaglia, splndide collane d'oro (Liv.); Como era presa con ventotto castella de' suoi monti; un'altra giornata si combatteva sotto Milano; tre esrciti romani insanguinvano ad un tempo la valle del Po; la resistenza era indmita; pi volte le legioni vnnero conquise e trucidate; ma parvano risurgere dai sepolcri; e omi rimanvano agli esusti Cisalpini solo i vecchj e i fanciulli. Ma quando Scipione entr, con insegne spiegate, a mttere i coloni romani in possesso delle divise campagne, i suprstiti delle 112 trib de' Boi non rssero all'amaro cordoglio, si mssero in turba, e varcate le Alpi Nriche, si disprsero nelle selve del Danubio. Fra l'eccidio dei Senoni e la dispersione de' Boi, la stirpe degli Insubri sopravisse (Senones... deleverunt... Boios ejecerunt... Insubres etiam nunc existunt. Strab.).
La guerra arse ancora negli Apennini Lguri; la conquista di quel palmo di terra cost pi di quella dell'Asia; Roma, non sapendo come mutar l'nimo di quegli umini indmiti, ne trasport quarantamila in Apulia.  Pi lunga arse la guerra nelle nostre valli alpine, sulle quali i prfugi Etruschi avvano diffuso il nome commune dei Reti. Anche dopo la sommissione della pianura, si difsero per un scolo e mezzo, dalle pvere montagne scendendo a depredare la pianura (Lepontii, Tridentini, Stoni et ali complures exigu gentes latrociniis dedit et pauperes. Strab.). Nel 164 (a. C.) un Tiberio penetr in ValCamnica; nel 128 un Marzio vinse gli Stoni; nell'85 i Reti incendirono la colonia romana di Como; nel 42 f rono sconfitti da Planco; nel 16 Silio dom del tutto i Camuni e i Vennj; i Trumplini furono venduti all'asta e dispersi in catena; l'anno seguente i due fratelli Nerone e Druso comprono il loro trionfo sui Reti. La via dei laghi e delle alpi era aperta per sempre (Iter supra montes... otim superatu difficile... nunc tutum et expeditum... latronum excidio, viarum structur. Strab.).
Fino a quel tempo le invasioni cltiche e anche quella dei Cimbri e dei Tutoni, se non giungvano a farsi strada per le Alpi occidentali, girvano pel Reno e per l'Inn fino alle fonti dell'Adige o alle Alpi Nriche; la doppia fossa dei laghi nostri e degli elvtici e la fierezza dei ppoli chiudvano le alpi a noi vicine. Gi fin d'allora i Reti rano nelle valli dell'Inn, e gli aborgeni tutoni in quelle del Rdano e del Reno (Obsepta gentibus semigermanis... Veragri incol . Liv.).


XIV.

Ma molto avanti quell' ltima conquista, gi le nostre pianure rano comprese nel nome e nella legge d'Italia; nelle citt nuove, in Placentia, Hostilia, Laude Pompeja, Ticino, tutto era romano; le antiche, o come colonie o come municipj, rano ascritte alle trib del generoso ppolo, alla Fabia, all'Ufentina, alla Voltinia, alla Sabatina; suntuose vie militari, tratte a immensi rettilinei, le congi nsero tra loro e con Roma.  Csare aveva atterrato l'imperio dei Dr idi, disperse le caldaje insanguinate e le fantiche sacerdotesse; le sacre selve dell'sola di Man, ov'era il gran collegio, f rono incendiate da Paulino. Le colonie romane intorno al Reno, Cira, Costanza, Augusta, Basila, Strasburgo, Spira, Vormazia, Magonza, Trveri, Aquisgrana, e quella che per eccellenza si chiam Colonia e divenne poi la madre delle citt ansetiche, f rono le fondamenta al tutto itliche di quella nuova Germania, che dopo la linea del Reno s'inoltr successivamente a quelle dell'Elba e dell'Oder e della Vstula, apportando a quei ppoli la vita della civilt, e il retaggio dell'intelligenza, non bramato n conosciuto dai loro padri. I canali di Druso e di Corbulone insegnrono ai Btavi come crearsi una terra fra le acque del mare.  Allora l'Insubria, che nell'era etrusca era la favolosa frontiera del mondo civile, si trov co' suoi laghi e i suoi fiumi su la gran via delle nazioni, pot stndere i suoi commercj alle Isole Britnniche e all'Egitto, a Cdice e al Mar Nero.
I Romani risuscitrono il principio etrusco, didero ai municipj un'autorit su le campagne; le famiglie opulente non vssero pi in solitarj casali, ma in citt piene di commercj e di studj. "Quanta sia la bont di quella regione si pu giudicare dalla frequenza degli abitatori, e dalla ampiezza e opulenza delle citt; nelle quali cose i Romani di quelle parti sovrstano a tutti gli Italiani" (Strab.). Troviamo ancora nelle lpidi di quel tempo, i nomi delle famiglie ins briche, scritti con romano costume; Albucio figlio di Vindillo, Banuca figlia di Magaco, Surica di Dunone, vestigia d'un passato che si va dileguando. La legge romana sostitu all'incerta communanza cltica il diritto di piena propriet; e cos propose alle famiglie le grandi aspettative del futuro, le anim alle grandi pere territoriali, alle irrigazioni, agli scoli. Le antiche arginature etrusche si prolungrono lungo l'alveo del Po; gi Lucano le descrive. L'Insubria, gi vastamente irrigua (ob aqu copiam, milii feracissima. Strab.), si coperse di ubertosi poderi, che consrvano ancora i nomi delle famiglie innovatrici: CampagneValerie, VillaPompejana, IsolaBalba, Balbiano, Corneliano, Albuzzano. Represso l'uso delle prede, gli armenti celati nelle Alpi scndono al piano; la palude abitata da feroci cignali diviene plcida pratera, dove i garzoni di Virgilio prono e chi dono i rivi. I colli fioriscono d'rbori fruttferi (planities felix... collibus fructiferis. Strab.); la vite delle Alpi Rtiche acquista grido; il ciriegio, il prsico, il cotogno, il pomo d'Armenia sono propagati dai giardinieri romani; il castagno dell'Asia Minore sale a nutrire i ppoli fin sulle cime dei monti; l'olivo, che ai tempi di Beloveso era ignoto in tutta l'Italia, fa molle contorno ai laghi, coltivato forse dagli agricultori greci che Csare chiama sul Lario, e che riptono nei nostri villaggi i nomi di Corippo, di Plesio, di Picra, di Lenno, di Delfo, dei Corinti e dei Dori.
Ma pi ntima e pi durvole fu la mutazione che la legge romana introdusse nella vita domstica, annunciando alle brbare stirpi i sacri diritti delle spose e della prole, i doveri dell'educazione, la providenza delle tutele, la libert dei testamenti, limitata dalle aspettative delle legtime eredit. L'ideale della matrona romana non usc dai serragli dell'Oriente, n dai gineci della Grecia, n dalla cmera servile e dalla turpe morgantica dei Celti e dei Goti; per esso la donna di Virgilio si eleva ad immensa altezza sulle ancelle degli eri d'Omero; in esso sta il principio che distingue il contubernio dei brbari dalla famiglia europa;  una vasta emancipazione che comprende d'un tratto la met degli sseri viventi.
La Cisalpina ebbe adunque leggi, famiglie, municipj, strade, ponti, aquedutti, rgini, irrigazioni, magnfici templi de' suoi marmi, terme, prtici, ville, delizie d'arti e di fontane, teatri, librere p bliche, grandi scuole, scuole ove impar un Virgilio. N questo  il solo dei grandi Latini che nacque tra il Po e le Alpi; ma Catullo, Cecilio, Tito Livio, Cornelio, i due Plinj. Insigni giureconsulti, molti capitani e magistrati, alcuni imperatori didero lustro alle nostre citt. Ma lo splendore pi puro e pi durvole  quello che le lttere diffndono intorno alle sacre dimore dei grandi ingegni.  un dolce e caro orgoglio quello d'incontrare negli scritti ammirati dai scoli i nomi dei nostri fiumi e dei nostri laghi, del curvo Mella, e del plcido Mincio, dell'Eupili e di Sirmione, ancora oggid non bene sola, n pensola, ma dilettosa selva d'olivi. Nelle valli dell'Adda troviamo ancora i vini rtici, il mele nutrito dalla flora virginea delle alpi; i vasi della verde pietra comense sul torno dell'alpigiano. Possiamo assderci accanto alla fonte ammirata dal givine Plinio, il quale descrive le delizie del suo Lario con quella mano che fu la prima a difndere, non per senso di propria salvezza, ma di lbera e generosa giustizia, l'innocenza del costume cristiano.
Tuttoci scaturiva da quel principio municipale in cui presso l'interesse al bene stava l'immediata facult d'operarlo. Il gran municipio di Roma porgeva agli altri l'esempio d'ogni splndida cosa. N per certo avvenne mai che un ppolo possessore di s vasto dominio avesse tanta brama d'immortalarsi con pere d'universale utilit, n che la potenza andasse congiunta a tali e s culte menti, quali si vdero in Catone, in Csare, in Tullio, in Tcito; n che umini, quali furono i giureconsulti romani, conservssero per una serie di scoli dottrina di sapienti e autorit di legislatori.


XV.

Ma s'era quella una prosperit nuova e grande per questa estrema parte d'Italia, trattenuta in barbarie dai Celti, non cos poteva dirsi della rimanente pensola. La guerra sociale aveva abbattuto le bellicose contadinanze della prisca Italia. L'intera patria d'un ppolo forte vedvasi talora mutata in una squllida possessione d'un solo patrizio, che non poteva sfruttarla se non colle braccia degli schiavi.
I Csari, come capitani del ppolo e promotori dell'emancipazione, si rano recati in mano il comando delle armi, il pontificato, il tribunato e altre dignit divise una volta fra molte famiglie; ma per non alienare l'opinione che aveva dato loro quella potenza, esercitvano le sngole parti di quell'accumulata autorit, giusta le antiche frmule consacrate dalla religione e dal tempo.  Pur tuttava non era confidata loro dai senatori e commisurata, come quella dei moderni dogi; sotto nome e modi di magistrato, era conquista di vittorioso nemico. Nel secreto delle menti patrizie stava una profonda riprovazione, un indelbile giudizio di illegalit, una ferma memoria dell'antica eguaglianza; epper tra l'affettata popolarit e le parentele cittadine, il prncipe confidava sopratutto nelle armi, e viveva nel sospetto. Quindi tutto mirava a inspirare in quelle superbe famiglie uno sprito togato; i patrizj non dovvano frequentare gli esrciti; gli esrciti rano relegati lungo remote frontiere, dovvano conscere solo i loro capitani; la milizia diuturna, perch l'Italia non s'empisse di veterani pericolosi; dura e pvera, per la natura ancor selvaggia dei luoghi; molesta al cittadino, perch cresciuto alle largizioni, agli anfiteatri, alla lbera garrulit del foro. Di 120 Milioni di s dditi che pare avesse l'imperio dei Csari, si vuole che soli sette avssero diritto di Romani; e questi non potvano dar mezzo milione di combattenti, come si richiedeva a s disparate frontiere, e a tanti presidj terrestri e martimi. Fu necessit ricvere soldati d'altre genti, la cui mescolanza era nauseosa all'altiero romano. Il moderno principio britnnico di fare una nazione d'officiali e un'altra di gregarj, sarebbe stata pi nell'interesse dei patrizj che dei Csari. L'esrcito adunque in poche generazioni non conosceva ppolo, n senato; non era pi romano; e dopoch qualche conduttiere ambizioso seppe valrsene per gi ngere al soglio, si vide troppo aperto che in tutto l'imperio non vi era altra forza e altra legge che la spada del soldato. In meno d'un scolo pi d'ottanta generali perirono, o nel tentare l'acquisto del regno, o nel difnderne il fugace possedimento.
Allora Severo pot insegnare a' suoi figli che il secreto unico della potenza e della vita era il favor degli esrciti; e in questa vorgine i suoi successori precipitrono le finanze dello stato. Dopo il 200 dell'era nostra l'arte di regnare in Roma fu quella sola di trar denaro dagli inermi per saziare gli armati. Le grandi famiglie senatorie si estinguevano; la plebe romana si era sommersa fra pi milioni di venturieri, venuti dal Reno e dal Nilo, dal Tago e dall'Eufrate. Bast un cmputo di finanza, perch Caracalla accomunasse a tutto l'imperio la condizione di cittadino, e rivelasse al mondo attnito che quel ppolo non era pi ; ch'era sparito colla sua favella e colla sua religione, lasciando sotto al suo nome una colluvie d'ogni gente e d'ogni cosa.
Trascinati dal principio fiscale, gl'imperatori del scolo III non currono pi le strade e i porti, che avvano dato un'inslita vita alle nazioni; le provincie aggravate non bbero forza di supplirvi; il commercio si aren; le derrate giacquero in tili sui campi d'una provincia, mentre in un'altra si moriva di fame. Pervano i pveri, impovervano i ricchi; vidi usuraj e magistrati impuni spoglivano migliaja di famiglie, e per semplicit d'azienda inondvano i latifondi con turbe di schiavi; gli arati divenvano inculta pastura; le reliquie dei lberi agricultori riservate a rinovare in migliori scoli la nazione, appena si salvvano nei recessi degli alti monti, che non si ponno coltivare con braccia di servi; le fami, le pestilenze, le fiamme dei brbari, le rapine dei masnadieri diradrono rapidamente l'umana generazione.


XVI.

Intanto nella citt si faceva sempre pi ardua l'esazione dei tributi; e colla miseria cresceva il frmito degli esrciti affamati, e l'acerbit e la disperazione del fisco. I magistrati municipali bbero a rispndere del proprio pei cittadini insolventi; f rono armati di tutti i diritti del fisco, ma occupvano terre deserte e case cadenti; si ostent povert per fuggire i gravosi onori. Allora il fisco li conferiva per forza; prendeva i beni dei magistrati, poi quelli delle mogli, poi citava gli eredi; un collega doveva pagare per l'altro; chi si recava in altra citt, veniva cerco e ricondutto. Alcuni si facvano soldati, e il fisco lo viet. In poche generazioni quelle magnfiche signore, che ripetvano con decorosa moderazione nei teatri e nei palazzi dei municipj le lautezze di Roma, rano un branco di pezzenti gabellieri.
Intanto nelle campagne si numerava e si tassava ogni rbore fruttfero, ogni tralcio di vite; la tassa delle piante che perivano, ricadeva sulle suprstiti; allora il contadino, per sottrarsi alle esazioni, estirpava i frutteti e le vigne; e la legge, che inseguiva l'ombra della fugitiva agricultura, puniva di morte la morte d'una pianta. Se le tribolate famiglie si disperdvano, la mano della legge le riconduceva in catena; ogni contadino si registrava servo della sua gleba; e surgeva un nuovo modo di servit , che forse nell'Europa orientale era pi antico, e oggid non vi  peranco estinto. Il demanio, possessore d'intere provincie, le offriva indarno al primo occupante; vi trascinava dal confine i prigionieri brbari, che condannati ad un'arte ignota nelle loro patrie, si spargvano ladroneggiando, e vessando le reliquie dei veri agricultori.
Anche le arti delle citt si spegnvano ogni giorno. Sul principio del IV scolo, Costantino trov necessario che ogni uomo salvasse l'arte sua tramandndola a' suoi figli. Nessuno doveva adunque mutarla, nessuno scglierla a piacimento; e come il discendente degli antichi signori era assegnato al servigio municipale, e il contadino alla gleba, gli artfici furono ascritti alla paterna officina, e i nocchieri alla paterna nave; a tutti venne interdetta la milizia; e l'uomo che nasceva per esser soldato si bollava sulla mano; la popolazione fu smembrata in caste; le minute discipline, le aspre pene, gli usi, gli abusi, stabilrono una generale servit . Questi rano gli infelici s dditi che i moderni istrici chimano ancora i Romani, per dilettarsi a dire ch'erano i vinti. E chi era dunque stato il vincitore?
Intanto i Srmati tenvano presidio nelle inermi citt dell'Italia e della Gallia; i Franchi avvano in guardia, o piuttosto in preda, le frontiere del Reno; i Goti, quelle del Danubio. Gli Alani del Cucaso erano custodi del palazzo imperiale, e gli rridi Unni della Mongola si pascvano di carne cruda sotto i prtici di marmo. I capitani di queste genti, Stilicone vndalo, Arbogasto franco, Allobego alano, Frvita goto, Ricimero, Aspare, Ardaburo, rano i veri signori dell'imperio, perch il dominio consiste nelle armi, e l'autorit nella consuet dine e nella fiducia dei prncipi. Essi facvano gl'imperatori, li disfacvano, li uccidvano. L' ltimo di quei simulacri di regnanti fu Rmulo Aug stulo, figlio d'un Oreste, venuto non si sa di qual nazione, e scriba d'Attila.  Infine le truppe mercenarie, morendo di fame ai confini, comincirono a internarsi; si conf sero colle orde che dovvano respngere, e colle quali avvano communanza di sangue e d'interesse; si prsero, in luogo d'imposta prediale, una parte delle terre cogli schiavi e col bestiame che rimaneva. E poich la milizia si era cos proveduta da s, i tributi f rono in tili; l'pera della distruzione era compiuta.
Gi fin dal 400 i nostri municipj rano a tale che S. Ambrogio li disse cadveri di citt.  Eppure il gran flagello di Dio non era ancora venuto.
Ancora dopo il passaggio d'Attila, la nostra Insubria nutriva qualche favilla di studj; e in Pava nasceva Boezio che i Goti uccidvano. Milano, sola forse tra tutte le citt dell'impero, si lev in armi contro i Goti, per vana speranza ch'ebbe di soccorso da Costantinpoli, la quale a difnderla inviava il goto M ndila. E il traditore spariva nel momento del percolo; e i Goti, ingrossati dai Burgundi, trucidvano tutti quelli che non si salvrono nei monti e nelle paludi. La citt nostra giacque smantellata, le vigne, gli orti, i broli, persino i paschi si dilatrono fra le sue ruine, e lascirono nomi di dolorosa memoria alle piazze e alle vie; e rimsero intorno alla squallida cerchia le sole basliche, fondate sugli antichi sepolcreti, e risparmiate dai distruttori brbari, pi forse che non dai psteri ristauratori.
Sette scoli dopoch la nostra terra era sottratta alla communanza cltica, e consegnata ai municipj romani, tutta quell'pera di civilt pareva distrutta. Ancora Brgamo stava solitaria sul suo monte, e Mntova fra le sue paludi; e in mezzo alla campagna derelitta, si accampava in un recinto di legno qualche squadra d'ruli e di Goti, a cui la sorte (lot, loos) aveva assegnato i pochi r stici e i pochi bestiami, che sopravivvano su la vicina gleba.  Nei tempi anteriori, il Celta viveva cogli umini della sua discendenza e del suo nome, aveva nel clano una mbile patria; e infine per ancorarsi a questa feconda terra aveva confitto in luogo sacro gli immbili vessilli. Ma Ricimero, Stilicone, Odovacre, Clodovo, Hastingo, Rollo, Guglielmo, Tancredi, erano venturieri senza patria, che o giurndosi a fort iti capitani, o traendo seco fort iti seguaci, pronti a difndere qualsasi padrone, a parlare qualunque lingua, a onorare qualunque Dio, non altra legge seguvano che quella della privata fortuna. Cos, dopo che la fiscalit bizantina aveva annientato ogni umana libert e dignit, quei lacci venvano rotti dall'opposto principio d'un ferino egoismo, che sprezzava ogni vestigio di civile convivenza, e riduceva tutti i doveri dell'uomo a un patto di preda fra un capitano e i suoi compagni.


XVII.

Ma in quelle citt disfatte stava il germe d'una nuova e pi ntima associazione, che nel nome d'un solo Dio e nella parola d'un solo libro aspirava a ricongi ngere tutte le nazioni d'Europa. Quando l'antico patriziato fu estinto, e fu tronca la tradizione dei riti familiari, confiscata la terra sacra, gettato alla fornace il bronzo dei simulacri e il marmo dei templi, sola rimase fra quella spaventvole dissoluzione la societ dei Cristiani, che in Occidente era pccola e oscura, e ristretta a pochi borghesi, forse di patria orientale e i pi di greco nome. L'antica sapienza civile in mezzo a tanta miseria p blica doveva smarrirsi; non poteva pi dire come nel mondo vi fosse un principio regolatore delle umane cose. Ma nella contemplazione d'un rdine sovrumano, le sventure divenvano prove e occasioni di virt ; e un'intera vita d'indegno dolore diveniva parte e condizione d'un'immortale esistenza. Si didero intieramente a questi pensieri tutti i pi frvidi intelletti. Milano, sede imperiale, e fino all'arrivo d'Attila meno msera delle altre citt d'Italia, albergava Augustino nativo dell'Africa, e Ambrosio nativo delle Gallie; i quali, e per dottrina, e per nome, e per virt , appena si accostrono alla societ dei Cristiani, ne divnnero i pi autorvoli capi. Felice, Bassiano, Stfano, Filastrio reggvano la nuova fratellanza in Como, in Lodi, in Cremona, in Brescia; le famiglie fuggitive la disseminrono fra i palustri ricveri della pianura e nelle interne montagne. Ma fu mestieri di quattrocento anni per troncare del tutto le tradizioni aborgene; alla fine del secolo VIII il culto di Saturno sopraviveva ancora nell'estrema ValCamnica (in curte Hedulio); e le trib dell'etrusca Mntova bbero una propria congregazione episcopale solo al principio del secolo IX.


XVIII.

La religione cltica aveva le sue sedi nelle foreste, la romana nelle mura dei municipj; e nei municipj le successe la cristiana; il vncolo morale fra le campagne e le citt si conserv adunque ad onta dell'occupazione barbrica. Al ris rgere della civilt tutti i ppoli, i cui sacerdoti erano ordinati a Milano, a Brescia, a Pava, divnnero i Milanesi, i Bresciani, i Pavesi. Queste minute nazionalit cancellrono ogni vestigio delle pi antiche divisioni; n pi l'alpigiano si segreg dalla pianura, come al tempo degli Orobj e dei Reti. Pava divenne capo delle popolazioni che dal basso Ticino salvano sino ai gioghi degli Apennini; Milano, dalle campagne del Po sparse il suo rito ambrosiano fino ai ghiacci del Gottardo; Como penetr vastamente per le valli, dalle fonti del Rdano fino a quelle dell'Adige; e quivi si trov in confine con Brescia, ch'ebbe le valli dell'Ollio, del Clisio e del Mella. Brgamo seguiva tutto il corso del Brembo e del Serio fin presso Cremona; e i suoi confini s'intreccivano intorno a Crema con quelli di Piacenza e di Lodi. I dialetti che prima esprimvano la sola origine dei ppoli, si risentrono di questi riparti municipali. Presiedeva alle chiese delle citt minori il vscovo della maggiore; e perci Milano ebbe primato in tutta la Liguria e la Rezia, da Gnova fino a Cira, e forse a Costanza; ma le successive calamit e poi le inimicizie municipali r ppero quei vncoli; e Como, per sottrarsi quanto poteva alla prepotente vicina, prefer di sottostare al lontano patriarca d'Aquileja.
Perloch queste nostre citt, piuttosto che cadveri, erano corpi tramortiti. Tutte le preci, tutte le scritture rano nella lingua che i Romani avvano dato all'Europa; il nostro vulgo colla sua proferenza cltica mutilava le voci latine; ma in quel dialetto poteva intndersi col vulgo vicino; e da plebe a plebe v'era in potenza una lingua commune a tutte; le favelle della pensola non rano pi cos disparate come l'etrusca, la latina, la greca. V'rano case e chiese, e avanzi ed esempli di strade, di ponti, di mura; la vite era salita fino alle Alpi; l'olivo aveva posto nido sulle riviere; il castagno pareva gi un rbore spontaneo dei nostri monti; l'irrigazione non poteva cadere in oblo. Le famiglie mercantili, e nelle citt, e nei rifugi dei monti e delle paludi, non perdttero le loro tradizioni; e anche nel medio evo sppero trovare per la via delle Alpi le rive del Reno, continuarvi l'oscuro loro trffico, prestar l'ingegno e le braccia a edificarvi chiese e castella, che a que' ppoli prvero fatte per opera d'incanto.


XIX.

Molti dssero che i Romani ammolliti dovvano coll'innesto dei brbari rifndersi a nuova virilit. Ma quando vnnero i brbari, nessuno poteva pi dire d'esser Romano; ogni lusso era estinto, e la gente indurita al disagio. E la forza militare d'un ppolo non risiede nei m scoli, ma nel consenso, nelle tradizioni, nella disciplina; al che la presenza dei brbari nulla giovava, essendoch la milizia rimaneva privilegio dei pochi, e i molti non potvano dunque agguerrirsi. E i Goti fuggiaschi inanzi alla ferocia degli Unni, divnnero rbitri dei nostri destini, perch la legge bizantina faceva privilegio di stranieri la milizia, onde non si sapeva pi come un uomo potesse divenire un soldato. I Goti, padroni dell'Italia e delle cento sue fortezze, non sppero conservarla, e in sessant'anni il loro nome era estinto; in Gallia soggicquero ai Franchi; in Ispagna fugrono inanzi agli Arabi, e perdttero ogni cosa in un giorno.  I Longobardi entrrono chiamati: e tuttava non bbero mai forza d'occupar le marine, e di superare le nascenti difese di Venezia e le mura inermi di Roma; e il loro dominio che cominci col cranio di Cunimundo, ebbe fine con una msera scena di vilt.
Oltralpe i duchi prsero nome dai ppoli o dalle vaste terre; ma i capitani longobardi s'intitolrono dalle citt; duchi di Spoleto, di Verona, di Brescia; il che fa crdere che vivssero entro le mura urbane; soggiorno che doveva ammansare il costume, e contribuiva, come le sedi episcopali, a conservare importanza ai municipj. E questi sulle nostre pianure rano cos vicini che appena v'era alcun luogo, che a distanza di qundici miglia non avesse una citt; e perci gli rdini feudali non si radicrono cos assoluti, come l dove le popolazioni rimanvano senza moderatori o testimonj della loro oppressione.
Dopo Carlomagno, le famiglie longobarde f rono guardate con sospetto; e il predominio pass nel sacerdozio, che, oltre al potere dell'opinione, acquist quello d'una possidenza, di cui nessuna legge limitava l'incremento. I conti e i capitani dei Carolingi, o con voci moderne, i delegati provinciali e i commissarj distrettuali, dopo l'editto di Kiersy divnnero ereditarj; e verso il novecento, l'abuso vincolava alle famiglie anche i beneficj ecclesiastici, sotto colore di patronato. In mezzo a questi due rdini di nuovi proprietarj, le discendenze longobarde smarrvano il nome e i possessi; e dopo il secolo XI  raro vedere nei documenti chi dichiari di vvere con quella legge. Nelle diete che si celebrrono sotto i Carolingi, la maggioranza era dei conti e dei vscovi, e presiedeva il vscovo di Milano.
L'imperio romano si era sciolto per la cessazione dei tributi e l'occupazione delle terre fatta dalle milizie federate. L'imperio carolino non si stabil veramente mai, perch non pot instituire stbili finanze. Cominci con un'invasione per s transitoria, che distrusse un regno senza fondarne un altro; ma la Chiesa adott e perpetu gli effetti dell'invasione, valndosi dell'imperatore eletto e coronato, come d'un capo della sua milizia; onde fu quello veramente, come sonava il suo nome, un Imperio Sacro. I suoi luogotenenti, quando non rano prncipi potenti per forza propria, bbero nelle diete e nelle citt quel solo potere che i prelati consentvano, e ch'era pur necessario per conciliare al clero l'ossequio della moltit dine feudale.
L'irruzione degli Ungari fu la prima occasione di risurgimento. Ogni abitato si cinse di mura, ogni casato alz una torre; l'Europa divenne una selva di fortezze. Il vscovo Ansperto ristaur le mura di Milano alla fine del secolo IX; pochi anni dopo, il vscovo Ariberto devastava il territorio di Lodi. Quando i suoi cavalieri feudali gli negrono obedienza, egli arm la plebe cittadina, e combatt a Campo Malo la prima battaglia popolare.  Corrado il Slico, geloso di quelle inslite armi, lo imprigiona; ma egli fugge, gli chiude in faccia le porte della citt; sostiene un primo assedio; chiama dalla vasta sua provincia tutti gli umini atti alle armi; e per dare a quella che fu la prima di tutte le moderne fanterie un principio d'rdine e di stabilit, pianta un altare sopra un carro, e uno stendardo sopra l'altare. Quello stuolo di divoti, che colla picca in mano si stringe intorno al carroccio consacrato,  il primo rudimento della moderna societ.


XX.

Un barone, ucciso un plebo, si offerse a pagar la multa dell'omicidio, giusta il prezzo che il sangue dell'ucciso aveva nella tariffa della giustizia feudale. Ma il ppolo fremendo si arm, e uccise tutti i signori che incontr per via; trov un capo in Lanzone, che lo condusse a diroccare le torri delle case feudali, fra gli orti dell'ampia citt.  Ariberto, meravigliato e dolente che l'uso delle armi avesse tanto inalzati gli spriti della plebe, le tenne fronte; i suoi capitani armrono contro la citt tutti i servi del contado; e cos, senza avvedersi, preparrono quelli pure ad armgera e lbera condizione. Inesperti degli assedj, nella barbrica loro inettezza fcero un ridutto di legnami di fronte ad ogni porta della citt, stndovi a campo tre anni, e aspettando che la penuria domasse i sediziosi; ma Lanzone corse in Germania a invocare presso l'imperatore il soccorso delle leggi; onde gi si palesava quella verit cos perpetua nelle istorie, che gli interessi naturali del principato e dei ppoli sono in concorde opposizione alla licenza feudale.  Irritato il ppolo dall'ostilit non paterna d'Ariberto, pass di ragionamento in ragionamento; volle che le famiglie prelatizie, le quali nel loro seno eleggvano il vscovo, rendssero conto dei beni sacri che possedvano per eredit e simona; chiam concubine le mogli dei beneficiati; li strapp dagli altari; li espulse dalla citt; l'omicidio e l'incendio si sprsero di villa in villa; Arialdo Alciato e i fratelli Cotta versrono il sangue in nome della chiesa; Ildebrando gli nimava da Roma al combattimento.  La contessa Matilde, la doviziosa erede dei Longobardi di Toscana, divenne ardente nemica dell'ordine feudale; le sue vaste donazioni ai Benedettini nella valle del Po divnnero asilo di schiavi fuggiaschi, che ristaurati gli avanzi degli rgini etruschi e romani, le mutrono in ubertose possessioni. Cos dissipato il patrimonio feudale, cresciute di popolazione e di ricchezza, e redente dai patrizj le terre della chiesa, cominci quella gran mutazione dei servi in lberi contadini, che per otto scoli si estese in Europa.  La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria, poco dopo il mille.


XXI.

In quel scolo le citt d'Italia trnano ad ssere stanza di ppolo armato. L'uso delle armi ravviva il senso dell'onore, soffocato dall'oppressione bizantina e longobarda; l'onore gnera tutte le virt ; gli umini sntono di poter cmpiere un pensiero; e hanno l'audacia di concepirlo; le menti asprano a tutto ci ch' bello e grande. Gi Venezia colle ricchezze del suo commercio fonda San Marco; il milanese Anselmo Baggio, vscovo di Lucca e poi pontfice, edfica in dieci anni quel duomo. Pisa pi gloriosamente fonda il suo, colle spoglie degli Arabi che ha cacciati da Palermo. Tutto ci avvenne una generazione prima delle Crociate, le quali non f rono dunque la cusa del risurgimento europo, come la turba dei ripetitori va tuttora scrivendo, ma ben piuttosto uno dei pi pronti effetti, e il primo esercizio d'una forza che si espande.  Il principio vero del risurgimento fu nel legtimo possesso della milizia popolare.
Nel 1075 Urbano II adun sui nostri confini il concilio di Piacenza, e al cospetto di duecento vscovi e di quattromila sacerdoti fece giurare la crociata a trentamila guerrieri. La canzone del passaggio, il grido d'ultreja, rison per le nostre citt.  L'anno seguente egli raccolse in Arvernia il concilio di Clermonte. Gi in quella prima crociata (1096) si vdero le famiglie milanesi dei Selvtici e dei Ro, e quella dei Rocj d'antico nome ricordato nelle lpidi romane; Ottone Visconti conquist allora in Oriente lo scudo della serpe, che divenne la gloriosa insegna dello Stato.
Nel 1106 Milano si elesse con nome antico due cnsoli, e prese forma di stato con un Consiglio maggiore e un Consiglio secreto o Credenza.
I primi cnsoli dello Stato f rono dell'ordine dei capitani, che aveva in eredit le antiche magistrature caroline, epper grandi fudi e numerose contadinanze. Avvenne dunque che anco i minori gentilumini, o valvassori, a propria difesa rendssero stbile la loro adunanza feudale o Motta (Gemote, Meeting), e la trasformssero in un magistrato di cnsoli. E parimenti i mercanti e gli altri cittadini non compresi nell'orditura feudale, bbero un consiglio delle parochie urbane, che si chiam Credenza di Sant'Ambrogio. Questa giurisdizione consolare, proteggendo abbastanza gli industrianti, rese in tili le corporazioni e le maestranze; e con ci mantenne il foco sacro della lbera concorrenza. Si svolse cos il nuovo diritto commerciale; e per l'universalit delle sue forme e la irresistbile rapidit della sua procedura, si divise affatto e dal diritto feudale e dal cannico e dal romano, il quale non poteva districarsi dalla lentezza delle ambagi forensi. I mercanti lombardi, stabiliti oltremonte, trssero seco i cnsoli di citt in citt, e propagrono il nuovo diritto per tutta l'Europa.  Le tre credenze consolari presiedvano a tre consigli, l'uno di quattrocento, l'altro di trecento, l'altro di cento; e l'adunanza generale si chiam degli ottocento. Ma rano sempre tre ppoli con diverso principio di vita, di leggi e di governo; l'uno rappresentava la potenza territoriale, l'altro la forza militare, il terzo la mercantile; e a parte rimaneva ancora il diritto cannico con tutte le giurisdizioni ed immunit ecclesistiche. E non essndovi un prncipe, in cui potssero far capo i tre poteri civili, si cerc al di fuori un gi dice supremo, che fosse patrizio d'un'altra rep blica; e lo si chiam podest, perch appunto rappresentava la mano regia, e colla forza di tutti sanciva la commune volont.
Cominci un'era d'esaltazione bellicosa. In un castello del Lago Ceresio alcuni Comensi avano ucciso due fratelli Crcano di Milano; le vdove e i congiunti vngono sulla piazza del Duomo, mostrano al ppolo le vesti sanguinose degli uccisi, implorando vendetta. Il vscovo Giordano esce dal tempio, e pronuncia l'interdizione dei sacri riti, finch il ppolo non abbia lavato quel sangue nel sangue degli uccisori. La moltit dine armata assale Como; gli abitanti, abbandonando a quel subitaneo furore la citt, si rif giano sulla rupe del Baradello; poi, vedendo le fiamme accese dalla vendetta, si pntono della loro debolezza; discndono impetuosi; clgono i nemici fra la confusione della vittoria, e li disprdono. Al ritorno, gli umiliati guerrieri gi rano sull'altare di non deporre le armi, se prima Como non  distrutta. Como arma tutti i suoi montanari, dai confini del Vallese a quei del Tirolo; i Milanesi trggono seco una lega di ddici citt; navi armate combttono sui laghi; artfici genovesi fanno castelli da guerra, e altre mchine della romana milizia, obliate nell'abbrutimento dell'era gtica. I Comensi, ridutti all'estremo, slvano su le navi le mogli e i figli, si chi dono nel castello di Vico; e infine, dopo dieci anni di guerra, cdono vinti, e inlzano intorno all'atterrata patria le capanne dell'esilio.  Si direbbe che queste citt inferocite crrano alla loro distruzione; eppure, fra quelle battaglie il ppolo cresce; fra quelle depredazioni si svolge un'inslita prosperit; e dai scoli precedenti a quel scolo v' un trapasso come dalla putrdine del sepolcro al fermento della vita.


XXII.

Quando Federico I, fatto re di Germania nel 1152, ebbe adunata la Dieta in Costanza, due cittadini lodigiani si fcero nel mezzo con una croce di legno su le spalle, e gettndosi a' suoi piedi, invocarono giustizia contro Milano, la quale, dopo avere omi da quarantad e anni distrutta la loro citt, opprimeva i cittadini dispersi nella campagna. Federico desideroso di ridurre a obedienza Milano, quando venne a convocare la Dieta Itlica, sul piano di Roncalia alla foce della Nura nel Po, fece umilianti comandi ai cnsoli milanesi Oberto Dell'Orto e Gerardo Negro, i due famosi autori dei libri del diritto feudale. Con quelle altiere intimazioni e colle pi altiere risposte si accese una guerra di trent'anni.  Tortona fu presa per sete; i pllidi e consunti guerrieri vnnero accolti in Milano, che mand le milizie di quattro porte a rialzare a sue spese la smantellata citt. Nel mezzo dell'pera gli alleati imperiali assaltrono i lavoratori; alcuni capitani si rifugrono dal combattimento in una chiesa. I cnsoli milanesi impsero loro una nobil pena, affiggendo i loro nomi disonorati alle porte del duomo.  La piccola Crema arrest tutta la potenza dei feudatarj Germani e Itlic per sei mesi; e cadde con tutti gli onori dei prodi sventurati.  Sotto il castello di Crcano, nel Piano d'Erba, Federico rovesci e prese lo stendardo sacro dei Milanesi; ma prima di sera era fugitivo in Como, le sue tende rano prese; i suoi alleati, prigionieri.  Intanto un incendio distrusse i vveri, accumulati in Milano per resstere all'assedio; Federico con centomila combattenti gir vastamente tutta la campagna, troncando gli rbori, ardendo le case, mutilando chiunque apportasse vveri alla citt, ch'era divorata dalla pi aspra fame. Alla fine i cittadini domati uscrono dalle mura; s'avvirono al campo di Federico, che, ritrttosi a venti miglia di distanza, aveva lasciato fra l'esrcito e la citt il vuoto spazio della desolata campagna. Prima trecento cavalieri depngono al suo piede le spade e le insegne; poi viene lo stuolo dei personaggi consolari; poi il carro del sacro stendardo; poi tutti i combattenti, emunti dal lungo digiuno, colla croce su le spalle. Al suono delle trombe municipali, il vinto stendardo cade, lo sventurato ppolo si atterra; i capitani vincitori rstano attniti e commossi al pianto. Il solo Federico non si muta; comanda che i vinti colle loro mani abbttano ampiamente le mura, perch vuole entrarvi con tutto l'esrcito in rdine di battaglia. Avventa le soldatesche contro la vuota citt; e salve solo le chiese di Dio, fa di tuttoci che appartiene agli umini un c mulo di ruine. I cittadini si sprgono pei campi in tugurj di paglia.
Dopo che per cinque anni bbero sofferto i pi gravi disagi, apparve un giorno fra i loro pveri tugurj un frate del convento di Pontida, seguito da squadre d'armati delle vicine citt. Veniva a ricondurli entro le mura e a rialzarle.  Tre anni dopo, la potenza e la perseveranza di Federico rano finalmente domate sul campo di Legnano; era seminata di cadveri tutta la landa tra l'Olona e il Ticino; ed ei lasciando in mezzo alla strage le sue armi e il suo cavallo, andava fuggitivo a celarsi, come la tradizione narra, in una caverna.  Alla vittoria successe pi tardi la famosa pace di Costanza (an. 1183), che compose le ragioni dell'imperio colle necessit della guerra, in un modo che rammenta l'antico stato dei municipj romani, accresciuto solo da un troppo largo arbitrio di pace e di guerra. Nell'anno seguente Federico venne spite a Milano; allora si vide risplndere la cavalleresca cortesa dei tempi, e nel ppolo che lo accolse festoso, e nel prncipe che consent a rialzare le mura di Crema, che aveva smantellate. Cos dal seno della distruzione surgvano pi forti e pi belle, Milano, Crema, Como, Asti e Tortona; il circ ito di Milano era dilatato sino alla fossa che ora  navigbile; Lodi fioriva nella nuova sua sede sull'Adda; e la colonia municipale d'Alessandria segnava sul Tnaro il lmite della feudalit subalpina, ferma ancora nelle terre del Monferrato e del Piemonte. Sulla nostra pianura era gi tracciato il Naviglio del Ticino, ancora studiato oggid fra le meraviglie dell'arte moderna; pochi anni dopo, il gran canale della Muzza faceva della pianura lodigiana un modello d'agricultura, mentre al principio della guerra, tutto lo spazio fra Milano Lodi e Pava era una cos erma solit dine, che quando vi fu condutto Federico coll'esrcito, cred d'esser vttima d'un tradimento.


XXIII.

Negli anni seguenti, le famiglie tribunizie dei Marcellini e dei Cotta continurono ad estirpare la feudalit; abolrono le tariffe che sembrvano vndere la licenza dell'omicidio; persusero ai valvassori di rinunciare i loro squllidi fudi ai capitani, per farsi lberi umini del commune; invsero i fudi del Monferrato e della Savoja; e nel mezzo di quelli, costrurono la rocca di Cuneo, asilo ai fuggitivi. Federico II riaccese la guerra contro le citt lombarde; trasse in Lombardia le trib rabe della Sicilia e dell'Apulia. I nostri intrpidi padri le affrontrono a Camporgnano; allagarono di notte il campo nemico; lo avvilupprono fra un labirinto di fossi.  In quegli anni si vdero generosi fatti. Il ppolo milanese, dolente dei soprusi feudali non peranco estinti, ricusava di prndere le armi contro i Pavesi, che devastvano i poderi dei capitani. I givani cavalieri escrono senza il ppolo e respnsero i predatori; ma nell'ebbrezza della vittoria non serbando gli rdini della prudenza militare, f rono raggiunti dai nemici nel ritorno, e messi alle strette. A quell'annunzio il ppolo, immmore d'ogni altra cosa, corse alle armi, e giunse in tempo a salvarli (an. 1242).  Panera Bruzzano, il pi alto e pi forte dei nostri campioni, sfidato sul campo a singolar tenzone dal re Enzo, figlio di Federico, lo vinse e lo fece prigione. Ma i Milanesi, senza far vendetta dei prigionieri slealmente uccisi, lo lascirono lbero, a patto che non portasse le armi contro la loro citt.  Voleva il ppolo abolita la legge che stabiliva a sette lire e ddici soldi il valore della vita d'un plebo ucciso da un feudatario. Uno dei signori da Landriano aveva ucciso a tradimento il suo creditore Guglielmo Salvo. Il cadvere sanguinoso, scoperto sotto un mucchio di paglia, portato a Milano, ed esposto sulle piazze, accese di furore il ppolo, che cacci tutti i capitani; quindi and di terra in terra ad espugnare le castella rurali. Si fcero molte paci; quella che fu detta di S. Ambrogio riconobbe nelle famiglie dei cavalieri e dei cittadini egual diritto a tutti gli onori consolari. Ma la legge brbara delle campagne, e la legge romana delle citt non potvano stare in pace sullo stesso terreno; la guerra era nella natura delle cose. Il ppolo cacci di nuovo i capitani; rifugiati in Como, li perseguit e li espulse; ma nell'incuto ritorno venne circondato fra le paludi di Prato Pagano, e ridutto a dure condizioni. Vinse di nuovo, e cacci i capitani, che invocrono il braccio del terribile Ezzelino. Questi passa l'Ollio, l'Adda, giunge fino a Vimercato; ma le milizie di tutte le citt lo accrchiano; ripassa l'Adda,  raggiunto, un givine bresciano lo ferisce e lo atterra; condutto prigione nel castello di Soncino, si squarcia le ferite e muore. Con lui cade la feudalit nella Venezia, per frutto di battaglie combattute sul nostro terreno.


XXIV.

Correva la met incirca del scolo XIII. Spuntava l'era moderna; rano i tempi in cui nacque Dante; omai la nazione italiana era adulta e cominciava un nuovo rdine di cose. Il ppolo colle armi alla mano aveva tratto dalla feudale ineguaglianza un viver civile; ma la guerra, fra il risurgimento di tutte le industrie, tornava a farsi arte; e i cittadini non potvano nello stesso tempo attndere ai mestieri della pace, e pareggiare i givani delle famiglie militari nel maneggio delle armi e dei cavalli. I magistrati avrbbero potuto agguerrire a spesa commune il fiore della giovent cittadina; pensrono invece con fatale consiglio d'assoldare cavalieri d'altro paese, non imbevuti d'odj cvili. Il primo capitano del ppolo fu Oberto Pallavicino, condutto per cinque anni. Col carroccio d'Ariberto era cominciata un'era d'esaltazione morale; collo stipendio d'Oberto Pallavicino ricominci un'era di morale debolezza. D'allora in poi si vide un ppolo di pazienti e ingegnosi lavoratori in lana, in seta, in armi di famosa tempra, in metalli preziosi, esinanirsi nella fatica, in pvere case, sotto crescenti gabelle, colle quali i suoi capitani, ora guelfi ora ghibellini, pascvano squadre di mercenarj d'ogni parte d'Italia e sopratutto Romani e Romagnoli, ma pi spesso stranieri, Catalani, Tedeschi, Guasconi, Bretoni, Inglesi, stradiotti d'Albana. In ogni citt v'era una o pi fortezze; nel cui secreto le famiglie dominatrici conducvano una vita impopolare, spesso nelle crudelt e nelle dissolutezze, nutrendo migliaja di cani e di falconi e sollazzndosi con nani e menestrelli. Questa vita di sospetti senza pensiero e di splendore senza dignit, durava finch un vicino pi vgile o pi prfido, o infine un invasore straniero, collo sproporzionato peso delle forze d'un regno, li snidasse da quelle tristi delizie, e li precipitasse nell'antica oscurit. "Tal fortezza fu a danno e non a sicurt de' suoi eredi, perch giudicando mediante quella viver sicuri, e poter offndere i cittadini e s dditi loro, non perdonrono ad alcuna generazione di violenza, talch perdrono quello stato come prima il nemico gli assalt..." (Macchiavelli).


XXV.

A domar l'nimo bellicoso delle nostre plebi contribu un'istituzione che cangiava le arti in esercizio di penitenza. Prima ancora d'Ariberto (an. 1014), alcuni cavalieri milanesi andati in Germania prigionieri d'Enrico I, e nel tedio dell'esilio dtisi a vita laboriosa, fcero voto di perseverarvi anche rduci in patria. Il ppolo li rivide con meraviglia nelle vie della citt con ampie vesti pelose e berretti di straniera forma; si chiamvano gli umiliati; e attsero all'arte della lana. In breve bbero trenta case d'umini e trenta di donne; si trapiantrono in tutte le citt d'Italia; Firenze deve loro quell'arte, che tanto confer alla sua potenza. Fondrono ricveri nei passi delle Alpi; e d'ospizio in ospizio, difendndosi col nome della religione dai rapaci castellani che intercettvano le strade, contriburono a collegare l'industria di Milano colle piazze del settentrione e del mezzod.
Ma le austere opinioni insinuate per tempo nel nostro ppolo fermentrono in sette religiose, che annuncivano la riforma della chiesa, del sacerdozio, della magistratura, delle pompe cavalleresche. Il pi formidbile tra i riformatori fu Arnaldo da Brescia, discpolo prima in Parigi d'Abailardo, poi suo difensore. La contrita e rgida sua vita faceva meraviglia anche ai santi (Homo est neque manducans neque bibens... habens formam pietatis... Cujus conversatio mel... cui caput columb . S. Bern.).  Quando il vscovo di Brescia diede a un garzone di ddici anni una ricca parochia, Arnaldo rinov le querele che Arialdo Alciato aveva levate in Milano; inve contro le famiglie, che vendvano, infeudvano, donvano come cosa propria i beni della chiesa: contro il pastore, che dava in fudo a cavalieri le regale della sacra mensa, per frseli vassalli, e adoperarli in imprese profane e crudeli: contro i beneficiati, che vivvano con lusso mondano, e si tenvano con ttolo di spose le figlie dei potenti. Voleva che i beni della chiesa fssero governati da un consesso di popolani, i quali, distribuito ai sacerdoti un  mile alimento, e compiuti i sacri riti, largssero il resto ai poverelli di Dio. Ma i violenti consigli accsero la guerra civile; Arnaldo fu costretto a fuggire sotto il peso di capitale accusa; sparse in Zurigo le sue dottrine; err per la Francia; e per miseramente in Roma, consegnato da Federico I a' suoi nemici. Nell'intervallo tra i due Federici, il nostro ppolo si ordinava in sette di vario nome. L'inquisizione romana le represse col ferro e col foco; ma i cavalieri ghibellini, nemici della chiesa, le ricettrono nelle loro castella, le protssero armata mano, e cogli omicidj vendicrono i supplicj. L'inquisitore Pietro da Verona venne trucidato nelle selve del Sveso, un altro sul ponte di Brera, un altro nella Valtellina.
Finch il potere ondeggi tra i cittadini guelfi capitanati dai Torriani e i feudatarj ghibellini capitanati dai Visconti, la lutta delle opinioni dur dubiosa. Ma dopoch la fortuna dei Visconti prevalse, essi msero ogni loro fiducia nelle armi stipendiate e nelle fortezze, deprimendo con mano di ferro tutte le parti, minacciando di morte chi solo di guelf e ghibellini proferisse il nome. Quindi, con industria poderosa e con vasto commercio di derrate e di banco, le citt lombarde non conbbero quella lbera cultura letteraria, che il governo popolare per tre scoli foment in Firenze; sicch parve che per fatto di natura l'ingegno fosse pi potente in Toscana che fra noi.


XXVI.

Verso i principj del dominio dei Visconti (an. 1311), troviamo fatta la pi antica menzione dell'uso delle bombarde, ossia delle artigliere, colle quali i Bresciani si difsero contro l'imperatore Enrico di Lussemburgo. Nel 1331 se ne fece uso all'assedio di Forl; nel 1334 in quello di Bologna, la pi antica memoria presso i Francesi  del 1340; presso gli Inglesi, del 1343, alla battaglia di Crcy; presso gli Ansetici, del 1360. Circa 65 anni dopo l'assedio di Brescia, l'artigliera prende a nuova perfezione dalla mano di Bertoldo Schwartz, che ne fu poi detto inventore.
Dei Visconti i pi f rono d'nimo grande; alcuni pochi f rono d'abjetta e quasi delira crudelt. Ottone e Matto, fondatori di quella potenza, f rono perseveranti e destri nelle avversit delle guerre e degli esili. Marco, prode cavaliero, vinse gli Angioini sotto Gnova, il catalano Cardona sul Po, Enrico di Fiandra sull'Adda. Azzone, signore di dieci citt, e in aspetto omi di regnante, favor le arti, chiam Giotto a dipngere il suo palazzo, fece il ponte di Lecco, forse il maggiore che allora fosse, coperse le cloache, inalz la torre delle Ore.  Quando un poderoso esrcito di mercenari, congedato dal Signor di Verona, si prese a condottiero il ribelle Lodrisio Visconti, e venne devastando orribilmente il paese fino a Parabiago sull'Olona; col, quasi su le medsime campagne ov'era caduta la potenza di Federico imperatore, si combatt sulle nevi una delle pi sanguinose battaglie del medio evo. Gli stranieri avvano gi ucciso uno dei generali milanesi, e preso l'altro, ch'era Luchino Visconti, quando la cittadinanza, agitata dal percolo di cader preda a gente senza legge e senza piet, sopragiunse in soccorso; strapp Luchino di mano ai vincitori; fece prigione il vincitore Lodrisio, al quale il clemente Azzone concesse la vita. Le menti infervorate nella mischia vdero il patrono del ppolo S. Ambrogio, il cui stendardo si portava nelle battaglie, scndere dal cielo, disprdere i brbari a colpi di sferza; e da quel giorno su le monete e le insegne popolari il mansueto pastore si dipinse sempre in atto d'impugnare quello strumento della vittoria.
I fratelli Luchino e Giovanni f rono gentili spiti al Petrarca. F rono signori in Gnova; e la loro insegna sventol sulle navi che in Mora trionfrono di Nicol Pisani.  Bernab era l'ideale del ghibellino; non temeva n gli umini n Dio. Quando i legati pontificj gli si fcero incontro sul ponte del Lambro per intimargli una bolla nimichvole, egli impose loro di mangiar la bolla e i sigilli; ed era uomo s terrbile che il suo comando fu obedito. Si compiaceva di taglieggiare i poderi degli ecciesistici; e forse fu il primo che pareggiasse i crichi di tutti i beni, come ben tardi fece la rimanente Europa. Mentre a Trezzo sull'Adda faceva gettare un meraviglioso ponte d'un arco solo, suo fratello Galeazzo, ornando d'aque il parco di Pava, dava l'esempio d'un gran giardino a paese; fondava l'universit di Pava; mandava ambasciatore il Petrarca in Germania e in Francia; e lo induceva ad abitar lungamente. ora in romita parte della citt, ora fra i solitarj prati di Linterno.
Galeazzo assediava Pava. L'austero agostiniano Jcopo de' Bussolati esort i cittadini a non lasciarsi cadere in dominio d'un prncipe. Quando li ebbe accesi delle sue calde parole, aperte le porte da terra e dal fiume, li guid ad assalir le bastite nemiche, e le navi sul Ticino e sul Po. Vincitore, rivolse la voce contro i Beccara, troppo pi potenti che non la legge in quella citt; i cittadini gli si strnsero intorno armati; egli elesse venti tribuni; e quando ogni tribuno gli ebbe condutto cento armati, intim l'esilio ai Beccara, distrusse le loro case.  In un nuovo assedio, colle gioje offerte in sacrificio da tutte le donne, compr i soccorsi dal Monferrato, liber la citt.  Ma in un terzo assedio, involto fra la pestilenza e il tradimento, infine si arrese; assicur il destino altr i, solo per s nulla stipulando; ma Galeazzo perdon i suoi errori alla purit de' suoi costumi, e generosamente gli impose di ritirarsi in un convento.


XXVII.

Il pi grande dei Visconti fu quel Gian Galeazzo, che primo si chiam Duca, ed ebbe l'nimo di porre le fondamenta del nuovo Duomo, la pi mirbile delle costruzioni cristiane; n pago di ci, vi aggiunse quell'altra meraviglia della Certosa di Pava.  Il venturiero Giovanni d'Armagnac comparve a quei tempi sotto Alessandria con diecimila cavalli e molte fantere, e insult Jcopo dal Verme chiuso nella fortezza. Ma il valoroso capitano lo avvilupp, lo disfece, e in pochi giorni prese l'esrcito e il condottiero, che ferito, e accorato di tanta ignominia, mor. Galeazzo pervenne a dominare trentad e citt, fra cui Gnova, Pisa, Siena, Perugia, Assisi, Nocera, Spoleto, Bologna, Parma e Piacenza, la Terraferma Vneta fino a Feltre e Cividale, tutte le pianure del Piemonte; era quasi il regno dei Longobardi, ma pieno di ricchezze e di vita. Infine egli intraprese a stringere del tutto la rep blica fiorentina, occupando con ddici mila cavalli e diciottomila fanti tutti i passi dell'Apennino e dell'Arno. Voleva dopo la vittoria comparire ei medsimo in Firenze, incoronarsi re d'Italia, quando la morte dissip tutti i sogni di quella grandezza.
Pi magnnimo che assennato, egli non vide con quali interni vncoli si stabilscono i regni; e morendo divise il dominio a tre figli minorenni; n lasci loro altra sicurt che la fede dei conduttieri. Tosto fu messo in brani lo Stato; i Cavalcab si fcero signori a Cremona, i Benzoni a Crema, i Rusca a Como, i Sacchi a Bellinzona, i Vignati a Lodi, i Suardi a Brgamo, i Malatesti a Brescia, i Terzi a Reggio e Parma e Piacenza; Facino a Novara e Tortona e Alessandria; Siena torn libera; il Monferrato ebbe Vercelli; e la vdova di Galeazzo, per amicarsi i Vneti, ced loro Verona, Vicenza, Feltre, Belluno; e allora cominci il dominio vneto in Terraferma, e un'era novella per quella rep blica. Il solo Jcopo dal Verme ebbe pari il valore e la fedelt. La discordia penetr nella famiglia ducale e nel consiglio secreto; Bucicault, luogotenente di Francia a Gnova, chiamato, occup Milano, spogli i cittadini, fals le monete, e venne discacciato. Il givine duca, libertino e crudele come Nerone, fu pugnalato da uno stuolo di patrizi. Allora Filippo Visconti, sposando Beatrice Tenda, vdova del conduttiero Facino, acquist le sue armi e le sue fortezze; e tosto con mirbile velocit riebbe Vercelli, Como, Lodi, Crema, Brgamo, Brescia, Parma, Piacenza, Gnova, Savona, Imola, Faenza e Forl.  Bisogna che le citt una volta assoggettate o si facssero propense a quel dominio, pi aspro che maligno, e veramente benvolo all' mile industria e ai lontani commercj, o fossero attratte dalla vasta mole; le amministrazioni rano pur sempre municipali; e pareva migliore un prncipe grande e lontano, che un vicino e bisognoso oppressore.


XXVIII.

Era appena trascorso un scolo, dacch aveva cominciato la tarda libert degli Svzzeri; e gi le loro fantere di bronzo palesvano la debolezza delle soverchie cavallere dei conduttieri. Dopo che Carmagnola e Prgola bbero ricuperate a Filippo Visconti le valli della Toce e del Ticino, le armi loro f rono troppo vicine alle svzzere. Il primo incontro in quelle anguste gole riesc arduo agli umini d'arme; ma Carmagnola, capitano d'alto intelletto, fatti smontare i suoi, li ricondusse alla prova, e ne usc vittorioso; ancora oggid presso la Chiesa Rossa d'Arbedo si addtano le tombe dei vinti Svzzeri.
Il pi splndido momento del dominio dei Visconti si fu quando, vinti e fatti prigioni nella pugna navale di Ponza (an. 1435) i due re Alfonso d'Aragona e Giovanni di Navarra della flotta di Gnova, la quale portava allora l'insegna del serpente, gli illustri prigionieri f rono addutti nel castello di Milano; dove il nostro duca, con pi cortesa che arte di stato, li pose in libert, e li onor con feste suntuose.  Languiva allora da molti anni, nel crcere di Monza, il givine cavaliero Venturino Benzone, che aveva militato nell'esrcito del Carmagnola, gi divenuto nemico di Filippo, e passato al comando dei Vneti. La figlia di Carmagnola lo voleva suo sposo; ma il vecchio Giorgio Benzone, padre di Venturino, tuttoch spoglio del suo principato e ramingo, sdegn alteramente il parentado del soldato, che nato contadino era salito a improvisa fortuna. Il disprezzato Carmagnola si vendic, abbandonando Venturino al nemico in una fortezza. Il prigioniero, erede del ribelle signore di Crema, e preso colle armi alla mano contro lo Stato, doveva morire; ma un zio, ch'egli aveva nella casa del duca, gli implor un indugio alla morte, e tanto fece che rimase obliato nel crcere. Senonch nelle splndide giostre date ai re prigionieri, apparve un Gonzaga di Mntova cos bello e prode cavaliero, che nessuno dei campioni del Duca pot tenergli fronte. Ne doleva fieramente al superbo Filippo. Allora il vecchio Corio, il zio di Venturino, venne a dirgli che vi era pure nel suo Stato un guerriero, che solo fra tutti poteva vncere la prova. Il duca tutto lieto acconsent; Venturino, tratto dal crcere, adorno d'armi preziose, comparve improviso nell' ltima giornata, come uomo che risurge dal sepolcro; rimand sconfitto il Gonzaga; ebbe la libert, il dono d'un palazzo in Milano, e d'un castello nell'Astigiana; e spos la giovinetta del suo cuore, la figlia di Princivallo d'Asti.


XXIX.

Nel 1421, Carmagnola era entrato in Brescia colle armi di Filippo; cinque anni dopo, nello stesso giorno (16 marzo), vi entr colle armi vnete; per sei mesi ancora si combatt intorno al castello; e solo al cader dell'anno Brescia fu tranquilla. Ma in ddici anni il generoso ppolo s'affezion tanto a quella modesta e non umiliante signora vneta, che quando il Piccinino comparve con ventimila umini per ricuperarla a Filippo, era troppo tardi. I Bresciani, sospese tosto le domstiche inimicizie, proferrono al magistrato i loro averi, spianrono le case dei sobborghi, munrono di ricche artigliere le mura; fcero una compagna di quattrocento che chiamrono immortali, perch altri dovvano prender sempre il posto dei caduti. Il nemico batteva le mura con ottanta cannoni; i cittadini battvano le chiese ov'era alloggiato; ogni giorno egli scendeva dai colli a combttere; ogni giorno gli assediati uscvano dalla citt. Chiusi i tribunali e le officine, rifugiati nelle chiese i vecchi e gl'infanti, tutti i cittadini rano sulle mura; tutte le donne, sotto il comando di Brgida Avogadro, rano tra il foco, a sollevare i feriti, a dar mano alle pere di difesa. Scaricate tutte le artigliere per nascndersi col fumo, Piccinino sbocc dalle sue trince, diede l'assalto da due parti; fra il rintocco di tutte le campane e le grida delle donne, cominci all'alba un combattimento che arse fino a sera. Il nemico respinto batt le mura per altri ddici giorni, poi le assalt da tre parti; le artigliere dei cittadini, mirabilmente appuntate, fcero strazio delle file nemiche lungo il piede della breccia; gli elmi infranti e sanguinosi rano sbalzati duecento passi lontano; infine la battaglia stretta sospese il foco; le donne versvano dalle mura olio bollente e pece infocata; si combatt fino a sera; poi tutto il d seguente. Piccinino aveva perduto settemila soldati; l'esrcito fremeva dell'inutile sua pertinacia; egli sciolse l'assedio, and sul lago e sui monti; lasci la citt tra la peste e la fame.  I Vneti mandrono intanto su per l'Adige trenta navi; le trssero per terra dietro il monte Baldo; le lancirono inaspettate su le acque del Benaco. I loro capitani, Taddo d'Este, Sforza, e Gattamelata, s'inoltrrono nei monti da una parte, mentre il bresciano Avogadro e il conte di Lodrone tentvano il passo dall'altra; ma un convoglio di vveri scortato da mille cavalli venne intercetto; le navi vnete sul lago affondate o prese; Taddo d'Este prigioniero. Allora tutto l'esrcito vneto si spinse nelle valli del Tirolo; i Bresciani uscrono dai monti; Piccinino preso in mezzo e disfatto si ripar con dieci cavalieri nel castello di Tenno. Ma nella stessa notte, l'astuto capitano, giovndosi della breve statura che gli aveva dato il nome, si fece portar fuori in un sacco, come cadavere d'un appestato. Getttosi in una barca, raccolse le sue genti in quella stessa notte; e mentre il nemico lo credeva certa preda nel castello, egli vol a Verona, ove teneva secreti accordi; scal le mura; prese la citt; ma non la fortezza. I Vneti delusi sopravnnero a furia; Verona, perduta da quattro giorni, fu ricuperata.  Intanto a Brescia si moriva di fame; l'inverno era asprssimo; non v'rano vveri, n legna, n strami; rano agghiacciate le fosse della citt; e i nemici ad ogni istante sotto le mura. Attraverso alle desolate campagne appena si poteva apportar combattendo qualche pane bagnato di sangue; met degli abitanti era perita, i suprstiti si sostentvano d'erbe selvagge e d'animali immondi.  Ma sull'aprirsi della primavera l'incostante Filippo richiam Piccinino, lo mand contro Firenze; apparve sul lago una flottiglia vneta; Garda e Riva f rono espugnate; Sforza vincitore pass il Mincio a insegne spiegate.  I Vneti invitrono cento cavalieri Bresciani a ricvere le pi solenni grazie del doge. Brescia rimase s ddita; ma con autorit di mutare le sue leggi municipali, e con giurisdizione su tutto il territorio; il nome vneto divenne pi caro ai Bresciani, che in tutte le guerre d'Italia e d'Oriente f rono sempre prdighi a Venezia di denaro e di combattenti.  I fatti di quell'assedio prvano due cose contro la maggioranza degli scrittori:  che il fondamento del dominio vneto non era il terrore, ma una nbile amicizia dei ppoli,  e che le guerre dei conduttieri, prima della discesa di Carlo VIII, non rano di giostre pompose, ma di fiere battaglie.


XXX.

I Duchi di Milano non avvano un potere nato coi ppoli e intessuto alla legge e alla tradizione; rano privati; posti per forza e per arte disopra agli eguali. Quindi nelle case ghibelline uno sdegno di quella grandezza frodata; e nelle case guelfe la fede indelbile ch'era un diritto tolto alla chiesa e al commune. La chiesa e l'imperio f rono sempre i due divisi principj, all'uno o all'altro dei quali corrvano le menti, bisognose d'afferrare un filo di ragione e di stabilit tra le vol bili fortune dei conduttieri. I Visconti, in mezzo agli umini d'arme e alle fortezze, dovvano ancora acquistarsi il ttolo ora di Vicarj imperiali, ora di Vicarj pontificj. Gian Galeazzo, egli che voleva morir coronato, pag centomila scudi d'oro il nome di duca. Quando il re Sigismondo scese senz'armi a cngere la corona d'Italia, l'astro dei Visconti impallid; gli eredi dei fudi ghibellini accorrvano al suono del nome imperiale. Indarno il Petrarca gi da lungo tempo aveva detto ch'era un nome vano e un dolo; intorno a quell'dolo e nel suo nome essi ritornvano eguali, eguali per un giorno, ai loro armati signori.  Non poteva Filippo Visconti mostrarsi fra il tumulto di quegli omaggi; parer s ddito; non pi prncipe, ma gentiluomo di prncipe. E si rinserrava tenebroso e torvo nel suo castello di Porta Giovia, ad aspettare che quella pompa di teatro, quella fedelt di sediziosi trapassasse; e rimanesse la sola terrbile realt della spada e della scure nella sua mano. Ma le famiglie riportvano nelle interne case rinovata la memoria d'obedire alla forza e non al diritto; e l'inusitata pompa la improntava indelebilmente nelle nime dei loro figli.  Tutte dunque le nostre istorie, cos sotto i Csari come sotto i Duchi, e le due calamitose decadenze che segurono, sono prove solenni che tra la forza e il diritto s'interpone un insuperbile abisso.


XXXI.

Alla morte di Filippo, alcune famiglie vllero creare d'improviso una rep blica smile alla vneta; ma rano senza milizie nazionali, e i conduttieri di Filippo le invlsero in mille tradimenti. N un governo municipale d'una sola citt poteva trar seco le altre; e Venezia, che pur lo doveva, troppo tardi prese a strngerle in lega. Tuttava per pi di due anni si sostenne qualche sembianza di stato popolare; non senza qualche prova di virt . Vigvano, una delle pi industri citt del ducato, fece una valorosa resistenza a Francesco Sforza; si vdero le donne prndere sulle mura le armi dei caduti, combttere anch'esse; uno stuolo d'assalitori, nel discndere per le ruine entro la citt, scivol sul pendo del terreno l brico di sangue, e stramazz alla rinfusa; parve quello un prodigio; parve che un'arcana mano li fermasse; s'arretrrono tutti esterrefatti. Bast quel respiro a salvar la citt, ch'ebbe il tempo d'arrndersi, e scansare gli orrori del saccheggio.  Francesco Sforza entr in Milano dopo l'assedio come Enrico IV in Parigi; i suoi soldati, crichi di pane, si lascivano depredare dalle turbe famliche. Il primo pensiero del nuovo regnante fu di ristaurare il castello, smantellato dai republicani; si vide che gli Sforza non volvano regnare sugli nimi e cogli nimi; e il savio cittadino Giorgio Piatto predisse le sventure che poi sopravnnero. Sforza ebbe pace dai Vneti, perch Costantinpoli presa allora dai Turchi (an. 1454) chiam altrove i loro pensieri. Francesco si mostr sagace, non aspettando che la rivale casa di Francia s'ingerisse del suo Stato, ma prese l' nica via di sicura difesa, ponendo egli le mani nelle cose di Francia; e mand suo figlio a soccrrere Luigi XI, stretto dalla ribelle lega del ben p blico. La facilit con cui le milizie italiane abbattvano le fortezze, fece stupore a quei ppoli, e pales tutto il vantaggio che l'inoltrata civilt degli Italiani avrebbe dato loro in lontane guerre! Il re ne diede grazie al duca con solenne ambasciata; non second le ragioni della casa d'Orlans sull'eredit dei Visconti; e pose Sforza in possesso di Gnova e di Savona; onde lo Stato Milanese ebbe di nuovo il n mero di qundici citt, fra le quali Parma e Piacenza, e quelle ora piemontesi di Novara, Vigvano, Valenza, Alessandria, Tortona e Bobbio. Ma il vecchio Sforza tosto mor; suo figlio, fedele ai pensieri paterni, difese la Savoja contro Carlo il Temerario; ma poco di poi fu pugnalato nella famosa congiura di Lampugnano, Olgiato e Visconti. Barbaramente pomposo, quando intraprese colla sua sposa un viaggio a Firenze, con accompagnamento di cinquanta superbi corsieri, e d'una folla d'umini d'arme, e di cortigiani ornati di collane d'oro e di velluti, con duecento muli da crico, due mila cavalli e cinquecento coppie di cani, rimase umiliato dalla modesta e delicata eleganza fiorentina.  Poco dopo la sua morte, gli Svzzeri, discesi nelle valli del Ticino, tentrono penetrare nelle Tre Pievi del Lario; ma gli abitanti li clsero fra quelle strette e li respnsero. Il governo Sforzesco volle snidarli allora anche dalla Leventina, il cui ppolo era secoloro in alleanza. Il conte Torello con qundici mila soldati e molte artigliere s'inoltr nelle valli; incontr i Leventini, comandati dal capitano Stanga di Giornico, che lentamente ritrandosi, lo condusse in un piano, inondato ad arte colle aque del Ticino. Era tardo dicembre; la notte rgida converse la valle in un campo di gelo; all'alba i Leventini, correndo sul ghiaccio colle scarpe ferrate, assalrono gli umini d'arme, che non potendo reggersi in piede, cadvano d'ogni parte alla rinfusa sui loro cavalli, e sotto una frana di sassi, che i montanari dirupvano dalle imminenti balze. Ma il prode Stanga, crico di ferite, al ritorno cadde moribondo sulla porta della paterna sua casa.


XXXII.

Il ducato era salito a mirbile floridezza colle arti della lana, della seta, dei metalli, e sopratutto delle armature; oltre a' suoi mercanti e banchieri, stabiliti in Francia e in Germania, possedeva il porto di Gnova e si giovava di quello di Venezia; l'Amrica si scopriva a quei giorni, il Capo di Buona Speranza non era ancora girato; e la linea dei nostri laghi e del Reno era la gran via del commercio dall'Oriente alle Fiandre, ove facvano scala tutti i ppoli del settentrione.  Nel condurre entro la fossa della citt i marmi del Verbano, discesi pel Ticino e pel Naviglio, il triviale ripiego d'una chiusa per superare il soverchio pendio delle aque aveva a poco a poco fatto trovare la mirbile invenzione delle conche; per tal modo il Lario per l'Adda, e il Verbano pel Ticino, si riunvano sotto le mura della citt.  Nell'architettura civile s'introduceva allora la varia e signorile maniera bramantesca, che pu dirsi propria di quel scolo e del nostro paese, e sola forse fra tutte le variet di quell'arte si mostra pieghvole in tutto al moderno costume. Fioriva la pittura con Gaudenzio Ferrari, coi Luini, con tutta la scuola di Leonardo, che dipingeva allora la sua Cena, e architettava la c pola delle Grazie. Le famiglie dei Piatti, dei Calchi, dei Grassi fondvano scuole di lttere e di scienze dove l'insegnamento del clcolo e della geometra diveniva un sussidio alla potenza industriale. D'ogni parte fiorivano le lttere italiane e latine; e nelle nostre chiese si vdono i sepolcri degli suli greci, che diffondvano colla loro lingua la variet e libert dell'antica filosofia.


XXXIII.

Ma gli Sforzeschi, gi pericolanti per l'usurpata eredit dei Visconti, accrbbero il pericolo colle discordie, vllero spogliarsi anche fra loro; e trssero sopra il loro capo e sopra la divisa Italia la pi spaventosa tempesta. L'Italia era piena di forze e d'ingegni; per tutto ci che nella milizia di mare e di terra  arte, superava di lunga mano tutte le nazioni; ma ogni cosa era instbile e arbitraria; ogni prncipe aveva disegni suoi; ogni capitano, che avesse una bandiera di soldati, non viveva senza speranze di conseguire coll'arte o colla forza un principato. La rete d'una poltica inestricbile invilupp mani e piedi alla nazione, che fu da inetti nemici barbaramente spogliata e insanguinata. Lo Stato sforzesco era una raunanza di municipj senza nodo di consenso; anche le menti migliori pensvano alla propria citt, nessuna alle altre, nessuna allo Stato. E sempre risurgeva la fatale difficult d'un governo, che, non avendo radice nelle tradizioni e nelle opinioni, non nutriva fiducia nei s dditi; li amava pi divisi che unnimi; pi inermi e dappoco, che guerrieri e risoluti; riponeva sempre il sommo della speranza nelle castella e negli umini comprati. E gli Svzzeri, comprati da Ludovico il Moro, a Novara lo vendttero a' suoi nemici. In pochi anni tutte le citt vnnero saccheggiate e contaminate ad una ad una. Lodi in trent'anni circa fu presa qundici volte: fu saccheggiata da Svzzeri, da Spagnoli; fu campo di battaglia tra Spagnoli e Vneti. Le famiglie seminude fuggivano a Crema. Durante la lega di Cambray, i Cremaschi, disperando della fortuna di Venezia, accettrono presidio francese: ma vnnero disarmati e depredati; si caccirono dalla citt tutti gli umini dai 15 ai 60 anni. Cittadini e contadini la riprsero allora valorosamente ai Francesi; assediati di nuovo dagli Svzzeri, li sorprsero e taglirono a pezzi a Ombriano. Ma la guerra aveva desolato le campagne, e dissipati i capitali; e la peste in cos angusto territorio divor 16,000 persone. Le donne, i fanciulli, le monache stesse fuggivano d'ogni parte a Lodi; non si pu dire in quale delle due citt si vivesse peggio. Il pi lungo strazio fu in Milano, ove, dopo una pestilenza che aveva distrutto cinquantamila abitanti, gli Spagnoli imperversvano rubando, uccidendo, estorcendo denaro colle catene e coi tormenti, prendendo in pegno le donne, costringndole a portar terra alle fortificazioni, spogliando ignudi la notte quanti incontrvano per le vie, scalando le finestre, e trucidando chi gridasse o resistesse. Le nazioni che fcero s indegno scempio d'un ppolo che non le aveva offese, e che colle arti, colle lttere, colla scoperta d'un nuovo mondo le onorava e beneficava, non hanno veramente a rispndere di quegli eccessi ora troppo lontani e sommersi tra le memorie del passato; ma dovrbbero almeno vergognarsi di vituperarne le vttime e di commendarne gli autori.


XXXIV.

Il ducato non mancava di forze militari; aveva tesori d'industria, tesori di crdito; ancora le vie di Parigi e di Londra prtano il nome de' banchieri lombardi; lombardo in Francia suonava banchiere; e chi aveva denaro aveva soldati. Non era il ppolo di Francia che combatteva le battaglie de' suoi re. Quando Francesco discese in Italia, aveva 22 mila fanti tedeschi, e poche centinaja di gendarmi francesi; e ancora in quel corpo non francese, l'anima, la mente era italiana; era Trivulzio, l'implacbile nemico della fortuna sforzesca. Trivulzio deluse gli Svzzeri che avvano chiuse le alpi, finse d'avviarsi per le consuete vie; ne divis altre nuove e inaccesse; scav le rupi come Annibale; trasse i cannoni a braccia come Napoleone; come falco che piomba dalle nubi, sorprese Prspero Colonna seduto ne' quartieri di Villafranca; con una corsa senza battaglie mise il re di Francia in Milano. Fu l'esrcito vneto che minacciando gli Svzzeri alle spalle, li costrinse a svllere le bandiere dal campo di Meregnano. Fu Prspero Colonna che alla volta sua piomb sopra Milano, quando Lautrec dormiva; e gli Spagnoli che saccheggirono Como, rano suoi soldati. Ma gli Stati d'Italia non avvano un principio civile, il quale potesse unire questi prodi sotto un'insegna, che non fosse quella dell'odio domstico o della privata fortuna; v'era una tradizione di diffidenza e di perversit nei consigli delle corti. Poco prima della prigiona del Moro, seimila ghibellini si armrono in odio al Trivulzio, lo caccirono di Milano; ma Ludovico non bad a quel valore; mercantava in quel momento medsimo gli Svzzeri che dovvano tradirlo. Il cancellier Morone cacci un'altra volta Trivulzio colle forze dei cittadini; poi li condusse alla presa d'Asti e d'Alessandria; poi colla voce del frate Andra Barbato li accese di nuovo alle armi sulla piazza di S. Marco; li condusse sui prati della Bicocca ad affrontare gli Svzzeri, e rimandarli pesti e sanguinosi alle loro montagne. I givani segurono un'altra volta il loro duca, e caccirono i Francesi d'Abbiategrasso; ma tra le spoglie dei caduti racclsero il germe d'una pestilenza che divor cinquantamila cittadini. Un altro dei nostri, il Mdici di Meregnano, consumava indarno il suo valore a fondarsi un principato sopra una rupe del Lario; si vendeva agli Spagnoli, ministro d'orrbile esterminio a Siena. Il Morone, il Trivulzio, il Meregnano, e altri umini di siffatto vigore, che vssero o prima o poi, rimsero sconnessi e in tili frammenti d'una mchina poderosa, che in pugno a un vero prncipe, e animata da tanta opulenza e da tanto crdito, poteva scutere l'Europa ben pi che le poche turbe collettizie del re Francesco.


XXXV.

La pi funesta e sanguinosa sventura fu quella di Brescia. La giornata di Ghiara d'Adda aveva distrutto le forze terrestri de' Vneti, i quali con accorgimento profondo scilsero dal giuramento le citt suggette; n vllero insanguinarle colla difesa, certi che la preda avrebbe diviso i vincitori, e la licenza militare avrebbe offeso i ppoli, e assicurato il riacquisto. E per verit il vol bile Giulio II si volse tosto contra i Francesi; Pdova e Vicenza li caccirono. Un Martinengo tent lo stesso in Brescia, ma vi perd la vita; la Francia prese in ostaggio i primarj cittadini, e introdusse in citt nuove genti, che acquartierate nelle case insultvano al domstico onore. La citt fremeva; nove cavalieri, Rosa, Paitone, Rozzone, Valgoglio, Fenarolo, Lana, Gandino, Lantana e Martinengo, su la pietra d'un altare giurrono di mttere i beni e la vita a redimer Brescia alla legge vneta. Il conte Avogadro faceva altro simil patto con Venezia; le case di Brescia si emprono d'armati; al prefisso giorno il generale vneto pass l'Adige, giunse presso sera a Montechiaro; ma fu visto. Pochi momenti dopo, l'annuncio era in Brescia; fra il silenzio della notte fatale i Francesi scaricrono d'improviso tutte le loro artigliere; e armati e rumorosi crsero tutta la citt; i Vneti, giunti sotto le mura, le vdero piene di nemici. All'alba i nomi di trenta cavalieri bresciani f rono gridati ribelli;  la morte, a chi li ricettasse;  i loro beni e il grado di capitano di Francia, a chi li scoprisse. Fenarolo, trovato entro un sepolcro in una chiesa, si pugnal; recato alla rocca, si mise le mani nella ferita e si uccise; un Avogadro, un Ducco, un Riva f rono tratti al patbolo. Ma l'altro Avogadro, che aveva armato gli umini di ValTrumpia, raccolse i fuggitivi, che durrono tutti nel propsito. Gritti e Baglioni ricond ssero sotto Brescia l'esrcito vneto; Avogadro vi trasse diecimila montanari; si diede nelle trombe e nei tamburi da tutte le parti ad un tempo; Martinengo trov modo d'arrampicarsi entro le mura; ruppe una porta; le altre, al grido di San Marco, f rono prese dai cittadini. Ma Gritti, venuto a tutta corsa e senza artigliere, non volle assalire immantinente il castello; e perch i montanari ne mormorvano, ne svi settemila a espugnare le fortezze del contado, e soccorrer Brgamo che combatteva.  Era l'esrcito francese a Bologna, capitanato dal givine prncipe reale, Gastone di Foix, che poco di poi mor sul campo di Ravenna. Egli si mosse immantinente; attravers il Mantovano, senza dimandar licenza a quel prncipe; sorprese strada facendo Baglioni e lo disfece; sorprese altre genti vnete stanziate a Castandolo; giunse a Brescia, che il castello si teneva ancora; il cavalier Baiardo circond il monasterio di S. Floriano difeso da mille Trumplini, che non s'arrsero, e morrono tutti. Gastone, al gioved grasso, discese dal castello in citt con ddici mila umini, comandati dai primi cavalieri di Franda. Cadeva la neve; battvano a martello tutte le campane della citt; dopo due ore di calda battaglia, i cittadini rano ancora fermi ai serragli delle strade, quando alcuni mercenarj dei Vneti didero indietro; i Francesi incalzndoli si spnsero lungo il bastione fino ad una porta murata; la sfondrono; trssero dentro altre genti; i cavalleggeri albanesi, che si vdero il nemico alle spalle, abbandonrono il posto, r ppero un'altra porta, e si disprsero nella campagna. La gente d'arme del cavalier d'Allegre entr a squadroni per la porta abbandonata; s'incontr in Ludovico Porcellaga, che, tutto solo, non per retrocesse; anzi spronato il cavallo, gett di sella il D'Allegre; ma rimase oppresso dalla turba. Sopragiunse a furia suo fratello Lorenzo Porcellaga; Gastone di Foix, che lo vide grande della persona e valoroso combatter solo contra tutti, si tolse il guanto, si lev la visiera, viet a' suoi di ferirlo; ma egli combattendo a morte, cadde sul moribondo fratello.  Alla notte Gastone si ricord dei due prodi, venne a raccglierli; li accompagn co' suoi cavalieri al Duomo, ove f rono deposti; fu visto pingere sui cadveri sanguinosi.
L'esrcito vincitore, invadendo tutte le piazze, spingeva qua e l le turbe indarno combattenti; scannava alla rinfusa nelle strade e nelle chiese i sacerdoti, i vecchj, le donne cogli infanti in collo; gli uccisi d'ambo i sessi f rono diecisette mila. Per sette giorni il crudel Gastone abbandon le robe e i corpi d'un ppolo fedele e infelice a una soldatesca ubriaca; saccheggiato fino i cenci dei poverelli al Monte di Piet; saccheggiato il luogo degli appestati; le meretrici dell'esrcito stanziate nei monasterj; per molti giorni file di carri onusti d'ogni maniera di spoglie uscrono dalla citt. Avogadro fu decapitato alla presenza di Gastone, che lo volle squartato, confitte le msere membra a quattro porte della citt, e il teschio su la Torre del Ppolo.  Poco di poi gli Spagnoli entrvano in Brescia; la quale ebbe tant'nimo ancora che tent di cacciarli, e riunirsi ai Vneti. Gli Spagnoli la didero ai Francesi; e i Francesi, tre anni dopo averla inutilmente straziata, la rsero ai Vneti; ai quali, bench piena d'armi e di spriti generosi, rimase fedele per poco meno di tre scoli (an. 1787).


XXXVI.

Fra tante sventure, Mntova sola era un'sola di pace e di sicurezza. Fin dai tempi della lega lombarda (an. 1188) Pitentino aveva costrutto la diga di Porto, sollevando le aque del lago a difesa e salubrit; e aveva aperto colla chiusa di Govrnolo un fcile accesso alle navi del Po: Mntova, pccola Venezia, resisteva per due mesi ad Ezzelino, che si vendic estirpando le vigne e uccidendo i contadini. Stava alla difesa il visconte Sordello di Gito, quegli che da giovinetto, appresa in Provenza l'arte del trovatore, spargeva per l'Italia versi d'amore, e bersagliava d'ardite sirventi i prncipi neghittosi; n l'amore della bella Cunizza sorella del crudele Ezzelino lo faceva infedele alla sua citt. Il suo senno vi calmava l'ire cittadine; sventava i tradimenti; insegnava ai Mantovani a chi dere in serraglio la campagna a ponente della citt, onde inondarla a piacimento, e costrngere i nemici a troppo vasta linea d'assedio. Mntova fu dunque un asilo, ove molti cercvano sicurt, mssime dopo che Pinamonte Bonacolsi, capitano del ppolo, prese ad abbellirla. Ma quando Passerino, fttosi oppressore de' suoi guelfi, ebbe rinovata la tragedia d'Ugolino, facendo morir di fame, nella torre di Castellaro, Francesco Pico e i suoi figli, i signori di Gonzaga, entrati in citt coi Veronesi travestiti, uccisero il tiranno, divnnero capitani del ppolo. I Visconti non psero mai piede in Mntova; l'assalrono sempre indarno, anche quando, con otto mesi di lavoro, tentrono sviare il Mincio, e disarmare delle aque la citt. I Gonzaga, prodi conduttieri, prestando il braccio ora ai Visconti medsimi, ora ai Vneti, ai Fiorentini, ai Francesi, agli Spagnoli, didero perizia d'armi ai loro seguaci, e sembiante di potenza militare al piccolo Stato, posto cos a traverso al Mincio e al Po. Francesco, l'amico di Carmagnola, ebbe il ttolo di marchese di Mntova. Federico, che difese Pava contro il re Francesco, ebbe il Monferrato in dote di Margherita Paleloga, e il ttolo di duca; Ludovico divenne in Francia duca di Nvers, combatt cogli Inglesi, respinse da Parigi il prode Coligny; Vincenzo combatt sul Danubio coi Turchi.
Era la sicura Mntova piena d'industria e di commercj; vantava splndidi ingegni, fra cui basti menzionare Pomponacio, che primo fra i moderni propose i pi sublimi dubj sulla necessit e la libert. Il Mantegna e Giulio Romano rano chiamati a dipngere le basliche del ppolo e le ville dei duchi; vi si era diffuso un amore d'eleganza e di volutt, che agli altri Italiani, agitati da continui percoli, pareva quella una terra di sirene. E cos la stirpe guerriera dei Gonzaga si estinse nella mollezza.  Venne di Francia Carlo di Rhtel, discendente dei Nvers; ma l'imperio non volle in un Francese un principato ch'era fudo dell'imperio; scoppi la guerra; la citt non pi agguerrita, desolata dalle fazioni e dai contagj, appena le mancrono i soccorsi vneti, si arrese; ma non si ricompr da un atroce saccheggio, che strazi i tesori delle arti e sperper il commercio. Androno fugitivi i magistrati, sospesi i sacri riti; i pochi avanzi del ppolo non vlsero a sgombrare le macerie, piene di cadveri insepolti. Dopo d'allora i signori di Mntova, piuttosto che prncipi, furono eleganti e lascivi privati. Nel 1707 Mntova fu presa di nuovo, e abbattute le insegne ducali, diede giuramento all'imperio. Per la prima volta in ottocento anni, una citt cos vicina a Milano venne compresa sotto una medsima signora; n pi ne venne disgiunta.


XXXVII.

Le grandi calamit che desolarono il nostro paese nella prima met del scolo XVI rano tutte esterne e materiali; non fervano il principio della sua vita, perch non troncvano le tradizioni d'industria e d'intelligenza, conservate dagli studj letterarj, dalle relazioni mercantili, dalla lbera concorrenza, dall'inviolbile diritto consolare, dalla potenza del crdito. Quindi la ricchezza esusta risurgeva sempre, le menti rano piene di vigore e d'alacrit, le arti belle e gli eleganti costumi fiorivano tra i saccheggi e le pesti.  La decadenza intima e vera cominci colla seconda met del scolo, quando, estinta la stirpe sforzesca, si fu rassodato il dominio spagnolo. Il gentiluomo castigliano nella lunga lutta cogli industri Mori e coi trafficanti Israeliti aveva preso odio e disprezzo ai mestieri e alle mercature, come arti di caste infedeli e impure. La insurrezione dei Communeros, e pi tardi quella dei Paesi Bassi, avvano inimicata ai municipj la corte; e la sua profonda e dissimulata ostilit oper lentamente, arrestando e logorando nelle interne sue rote l'azienda d'uno Stato ch'era altamente industriale.  Gi gli Sforza, per assicurarsi un soglio vacillante, avvano restituite alcune esenzioni ecclesistiche, infrante dalla rgida mano dei Visconti; e avevano aggravati di tasse i cittadini. Quando il re Luigi XII si trov signore di Milano, volle conciliare le famiglie potenti, tenute in troppo stretta disciplina dai duchi. E per verit doveva regnare da paese lontano, e aver pure qualche stbile fondamento di dominio; e capo d'un regno per eccellenza feudale, forse non sapeva in qual modo si regnasse altrimenti. Institu dunque un Senato ch'era, al modo degli antichi parlamenti francesi, un tribunale supremo, con diritto di registrare le leggi, ossia di limitare i decreti del re, difesa lontana del principe contro l'importunit e l'arbitrio dei favoriti. Gli Spagnoli, trovata quella istituzione, la promssero, la rassodrono, la rsero inamovbile, la psero sopra tutte le leggi (etiam contra statuta et constitutiones), le commsero il giudizio delle cuse feudali; e quindi il destino della nobilt;  l'appello di tutte le cause civili e criminali e l' nica giurisdizione in tutte le cuse gravi; e quindi la sicurezza dei cittadini;  il riparto delle imposte; e quindi tutto l'rdine delle sussistenze, dei salarj, del tornaconto, dell'industria nazionale;  il sindacato di tutta l'amministrazione; e quindi l'obedienza dei magistrati;  la direzione degli studj; e quindi l'intelligenza e l'opinione.


XXXVIII.

Il Senato invase in breve tutte le minori giurisdizioni. Permise ai trafficanti di deviare dal foro mercantile, e con ci solo estirp la fede p blica, atterr la potenza della cambiale e del contratto, tutto l'edificio del crdito. Sottopose le arti a tasse ineguali, e coll'stimo del mercimonio insinu il cavillo fiscale in tutte le vene dell'industria; poi, per temperarlo, ricorse all'uso e all'abuso dei privilegi, e conturb tutto l'rdine dei guadagni e della speculazione. Quando vide s rgere gigante la miseria p blica, e assidua la caresta, pun di morte l'esportazione dei grani; avvil l'agricultura; e fece primo pensiero e arte suprema di governo il fornir di pane estimato e pesato la plebe della citt.  Le famiglie, che all'uso antico d'Italia continuvano anche nel colmo delle ricchezze un decoroso e nbile commercio, umiliate al confronto del pi squllido capitano spagnolo, imparrono a sprezzare la solerzia dei loro antichi, e s'invoglirono di purificare il sangue coll'ozio. Per esser decurione della citt; per sedere nel magistrato di provisione a regolare l'annona, le strade e le ostere; per ssere appena esente da soprusi e insulti, non bast pi l'antica nobilt municipale; fu forza ridivenir nbile all'uso castigliano, far voto d'inerzia perpetua. Le fanciulle f rono condannate fin dalla nscita a irrevocbili voti, per provedere all'orgoglio dei primogniti. Cento chiostri si dilatrono per la citt, vuota di famiglie e d'officine. L'rdine degli Umiliati, che colle ingenti sue ricchezze continuava le vetuste tradizioni di patronato mercantile, fu estirpato; e i suoi capitali si spsero in costruzioni suntuose, a gloria de' suoi nemici, e in dotazioni d'rdini nuovi che si credevano pi adatti ai nuovi tempi.
Gli immensi capitali che si girvano a Lione, a Parigi, ad Anversa, a Londra, a Colonia, vnnero gradualmente ritirati; e s'investrono in terre titolari, in ostentazioni signorili, in elemsine depravatrici della plebe laboriosa. I pveri artfici, abbandonati dal capitale, perrono nelle pestilenze, nelle careste, nel diuturno avvilimento; molte arti gi famose si oblirono; molte f rono trasferite a Zurigo, a Ginevra, a Lione, a Parigi; cos le nazioni nuove s'inalzvano a misura del nostro decadimento. Dalla sola Milano si espatrirono ventiquattro mila operaj; di settanta fbriche di pannilani, rimsero cinque; il fisco senatorio sentendo mancarsi il terreno, pesava tanto pi avidamente sugli avanzi sempre pi miserbili dell'industria moribonda. Di duecentomila abitanti di Milano sparrono 140 mila, e in proporzione si spopolrono le altre citt; e i suprstiti vissero cenciosi, servili, abjetti, lenti, pieni di stolti terrori. I pi animosi si psero in clientela dei grandi, si fcero ministri di violenze, di vendette, di puntigli insegnati alla novella giovent dai vuoti e oziosi Castigliani. Ne scaturrono le gene dei bravi; e servvano alle passioni delle stesse famiglie prepotenti, che nelle leggi e nelle gride minaccivano loro un teatrale esterminio. Bande di scellerati signoreggivano le campagne; spargvano a luce aperta il sangue nelle stupefatte citt; tenvano sacrleghe gozzoviglie nei sacri asili; insultvano nelle chiese alle esequie degli uccisi. Talora la giustizia vergognante e inferocita prorompeva in furori di crudelt; insanguinava le strade di supplicj studiati e crudeli; il patbolo era di tempo in tempo uno spettcolo quotidiano; ma questi sforzi deliri e convulsi non riaprivano le sviate fonti dell'rdine e della giustizia. Umini zelanti avvano voluto, col ministerio delle nuove congregazioni, rigenerare le famiglie al senno e al costume (an. 15451566); e il frutto che dopo due generazioni se ne mieteva,  descritto, e forse troppo parcamente descritto, nei Promessi Sposi e nella Colonna Infame. Ben v'rano gli umini che isolndosi dalla commune corruttela e stoltezza, si collegvano cogli studj al senno antico o al progresso straniero. Ma non potvano rmpere il nodo che l'interesse dei pochi aveva stretto coll'ignoranza dei molti. Pur tratto tratto ponvano mano a rappresentanze ed ambascere; le quali non bbero quasi altro effetto che di conservare ai psteri qualche documento di buon volere, di senno e di virile eloquenza. Tali f rono Fabrizio Bossi e Csare Visconti (1630).
Se il ducato di Milano fosse stato l'imperio romano, quello era il principio d'una terza barbarie. Ma l'antico ducato era una mediocre provincia; e aveva gi lasciato cader d'ogni parte le antiche sue membra; Venezia teneva Brescia, Brgamo e Crema; i Grigioni, Bormio, la ValTellina e Chiavenna; gli Svzzeri esercitvano una venale giurisdizione sopra le valli del Ticino; la ValSesia e la Lumellina, e pi tardi Alessandria, Tortona, Voghera f rono aggregate al Piemonte; Gnova non portava pi sui mari l'insegna ducale; Pontrmoli fu venduta alla Toscana; Parma e Piacenza rano patrimonio dei Farnesi. Ma per quanto una poltica acciecata facesse, per chi dere le frontiere, troncare i vicendvoli commercj, ristrngere il campo dell'industria e fare del pvero Stato un ricvero di miseria, l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia e la Germania avvano raccolto la nostra eredit; ci stvano intorno piene e traboccanti di vita e di progresso.  La nostra patria doveva ris rgere.


XXXIX.

Al principio del scolo XVIII era mirbile il fermento che si vedeva nelle nazioni. La Russia si era desta dal sonno dei scoli; la Prussia era un regno; la stirpe britnnica surgeva a inaspettata potenza, fondava un imperio nelle Indie, e un altro e pi glorioso in Amrica. Il ducato di Milano si era finalmente distaccato dal cadvere spagnolo, e ricongiunto all'Europa vivente. I dominj austriaci, varj di lingua, e dissociati di civilt, comincirono ad ssere uno Stato, e possedere un principio d'amministrazione e d'unit. Ma se lo sprito del scolo e l'nimo della Regnante additvano le grandi vie del ben p blico e della prosperit, gli esperimenti rano ardui. Nelle provincie germniche, slave e ungriche rara la popolazione, rare le citt, poche tracce o nessuna d'incivilimento pi antico, isolata la posizione su le frontiere di nazioni brbare. In Fiandra v'rano citt lavoratrici e ubertose campagne, e vicinanza di nazioni progressive; ma lo spirito dei ppoli era provinciale, tenace, diffidente. La Lombardia, che gi sentiva l'ura del tempo che veniva, e nella sua miseria era pur sempre una terra di promissione, e aveva un ppolo di mente aperta e d'nimo caldo e sensitivo, parve ai zelatori del bene come uno di quei campi eletti, in cui l'agricultore fa prova di qualche novella semente.  un fatto ignoto all'Europa, ma  pur vero: mentre la Francia s'inebriava indarno dei nuovi pensieri, e annunciava all'Europa un'era nuova, che poi non riesciva a cmpiere se non attraverso al pi sanguinoso sovvertimento, l' mile Milano cominciava un quarto stadio di progresso, confidata a un consesso di magistrati, ch'rano al tempo stesso una scuola di pensatori. Pompo Neri, Rinaldo Carli, Cesare Beccara, Pietro Verri non sono nomi egualmente noti all'Europa, ma tutti egualmente sacri nella memoria dei cittadini. La filosofia era stata legislatrice nei giureconsulti romani; ma fu quella la prima volta che sedeva amministratrice di finanze e d'annona e d'aziende communali; e quell' nica volta degnamente corrispose a una nbile fiducia. Tutte quelle riforme che Turgot abbracciava nelle sue visioni di ben p blico, e che indarno si affatic a conseguire fra l'ignoranza dei ppoli e l'astuzia dei privilegiati, si trvano registrate nei libri delle nostre leggi, nei decreti dei nostri governanti, nel fatto della p blica e privata prosperit.


XL.

S'intraprese il censo di tutti i beni, dietro un principio che poche nazioni finora hanno compreso. Si estim in una moneta ideale, chiamata scudo, il valor comparativo d'ogni propriet. Gli ulteriori aumenti di valore che l'industria del proprietario venisse operando, non dovvano pi considerarsi nell'imposta; la quale era sempre a riprtirsi sulla cifra invaribile dello scudato. Ora, la famiglia che d plica il frutto de' suoi beni, pagando tuttavia la stessa proporzione d'imposte, alleggerisce d'una met il peso, in paragone alla famiglia inoperosa, che paga lo stesso crico, e ricava tuttora il minor frutto. Questo premio universale e perpetuo, concesso all'industria, stimol le famiglie a continui miglioramenti. Torn pi lucroso raddoppiare colle fatiche e coi risparmj l'ubert d'un campo, che posseder due campi, e coltivarli debolmente. Quindi il continuo interesse ad aumentare il pregio dei beni fece s che col corso del tempo e coll'assidua cura il piccolo podere pareggi in frutto il pi grande; finch a poco a poco tutto il paese si rese capace d'alimentare due famiglie su quello spazio che in altri paesi ne alimenta una sola. Qual sapienza e fecondit in questo principio, al paragone di quelle brbare tasse che presso culte nazioni si commis rano ai frutti della terra e agli affitti delle case, epper riscono vere multe proporzionali, inflitte all'attivit del possessore!
Il censo elimin per sua natura tutte quelle immunit, per le quali sotto il regime spagnolo un terzo dei beni, come posseduto dal clero, non partecipava ai p blici crichi, e li faceva pesare in misura insopportbile sulle altre propriet.  Il censo divenne fondamento anche al regime communale; i communi nostri divnnero tanti pccoli Stati minorenni, che, sotto la tutela dei magistrati, decrtano pere p bliche, e ne lvano sopra s medsimi l'imposta. Non si vdero pi quelle stentate prestazioni d'pere, di bestiami, di materiali, ch'rano spavento dei contadini, e strumento d'oppressione e di corruttela. Si prepar un mirbile sviluppo di strade, con un principio di manutenzione che interess il costruttore alla mssima solidit e semplicit di lavoro. Ma non  questo il luogo d'annoverare tutte le riforme che s'introd ssero da quei filsofi: il riparto territoriale, il riscatto delle regale, l'abolizione dei fermieri, la tutela dei beni ecclesistici, la riforma delle monete.
Dalla met del scolo in poi si attiv un'immensa divisione e suddivisione di beni; il numero dei possidenti e degli agiati crebbe nella proporzione stessa in cui crbbero i frutti. Si cominci a scigliere i fedecommessi, che unvano nelle famiglie la noncurante opulenza dei primogniti con la povert, l'umiliazione, la forzata carriera dei cadetti e delle figlie. Si abolrono le mani morte; si rimsero nella lbera contrattazione i loro sterminati beni; si alienrono i pscoli communali; si riordinrono le amministrazioni de' municipj; si rivoc l'educazione p blica a mani dcili e animate dallo sprito del scolo e del governo; si abolirono i vncoli del commercio, la schiavit dei grani, quasi tutte le mete dei commestbili, e i regolamenti che inceppvano le arti. La subitanea apparizione delle novelle merci inglesi e francesi scosse il nostro torpore, fomentato dalle proibizioni spagnole, e risuscit per noi la vita industriale. Si aprsero strade; si sopprssero barriere e pedaggi; si rid ssero a tre o quattro ore le distanze tra citt e citt, che prima si varcvano a forza di buoi e a misura di giornate. Si abolrono le preture feudali, in cui per conto di privati si mercava la giustizia; si abol un Senato, sul quale pesava la memoria di supplizj iniqui e crudeli; si abolrono gli asili che i ladroni godvano sui sacrati dei tempj, e dietro le colonnette dei palazzi signorili; non si vdero pi assassini nelle chiese; le sezioni anatmiche fecero sparire l'aqua tofana; si abol la tortura, che puniva nell'innocente i delitti dell'ignoto; sprvero le fruste, le tenaglie infocate, le orrbili rote, l'inquisizione; in luogo di sotterranei fetenti e di scelerate galere, si fondrono laboriose case di correzione. Fin dal 1766, sei anni prima che si aprisse il crcere di Gand, si era applicato il principio della segregazione dei prigionieri; un giorno di cella scontava due giorni di crcere; si era dunque scoperto che la cella segregante non era strumento di lieve correzione, qual rasi creduto finallora, ma una pena poderosa, applicbile ai pi gravi delitti, e capace di far pi terrore che la morte. Ma qual meraviglia che questi sagaci pensieri nascssero prima che altrove in quel paese dove Beccara non solo era scrittore, non solo porgeva p blico insegnamento di scienze sociali, ma sedeva autorvole nei consigli dello Stato?
I bastioni solitarj e paurosi, ove si seppellivano i giustiziati, divnnero ombrosi passeggi; si tolse il lezzo alle strade; e l'rrida abitazione dei cadveri si rimosse dalle chiese; si sgombrrono dagli accessi dei santuarj i mendicanti, ostentatori d' lceri e di mutilazioni; a poco a poco non si videro pi nelle citt piedi nudi o biti cenciosi. Si aprsero teatri, ove le famiglie, inselvatichite da sette generazioni, imparrono a conscersi, e gustrono le dolcezze del viver civile, della m sica, della poesa. Il genio musicale rispetta e ambisce il giudizio del nostro ppolo; un solo carnevale in uno dei minori nostri teatri diede al diletto dell'Europa la Sonnmbula e l'Anna Bolena. Regn la tolleranza di tutti i culti; e si aperse spite soggiorno agli stranieri che apportvano esempj di capacit e d'intraprendenza. S'introd ssero le scienze vive nella morta Universit; si fondrono academie di belle arti; rifior l'architettura, l'ornato riprese greca eleganza; s'inalzrono osservatorj astronmici; si costrusse la carta fondamentale del paese; si aprsero nuove biblioteche; le madri tlsero ai cuochi ed agli staffieri la prima educazione dei figli. Soave rifece tutti i libri elementari; Parini, Mascheroni, Arici ricond ssero l'eleganza letteraria, indirizzndola ad alti fini scientfici e morali; Beccara lesse economa poltica; surse a poco a poco quella costellazione di nomi splndidi alle scienze e alle arti, Volta, Piazzi, Oriani, Appiani, cogli altri che la continurono fino ai viventi. Gli allievi di tanto senno si sprsero in tutte le provincie, e propagrono in tutte le classi quel fusto movimento di cose e di ide che ci attornia d'ogni parte, e ci arride all'imaginazione.


XLI.

Abbiamo accennato a principio in quale stato la natura desse ai primi nostri progenitori questa terra che abitiamo: al basso, una vicenda d'aque stagnanti e di dorsi arenosi; all'alto, un labirinto di valli intercette da monti inspiti e di laghi. Abbiamo detto quali ppoli ci f rono maestri, o almeno fratelli di cultura: i Lguri, gli Umbri, i Pelasghi, gli Etruschi, i Romani: e quali ne f rono inciampo su la via della civilt, la quale tre volte s'arrest e decadde: nell'era cltica, nella bizantina, nell'ispnica. Nessuna istoria offre una pi frequente alternativa di beni e di mali, e una pi manifesta prova di ci ch' veramente giovvole, o veramente avverso all'umana felicit. Il nostro incivilimento tre volte torn uno sfrondato tronco; e ogni volta nel rinverdire apparve pi rigoglioso e fiorito.
Noi possiamo mostrare agli stranieri la nostra pianura tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani; sicch il botnico si lagna dell'agricultura, che trafigur ogni vestigio della vegetazione primitiva. Abbiamo preso le aque dagli alvei profondi dei fiumi e dagli avvallamenti palustri, e le abbiamo diffuse sulle ride lande. La met della nostra pianura, pi di quattro mila chilmetri,  dotata d'irrigazione; e vi si dirama per canali artefatti un volume d'aqua che si valuta a pi di trenta milioni di metri c bici ogni giorno. Una parte del piano, per arte ch' tutta nostra, verdeggia anche nel verno, quando all'intorno ogni cosa  neve e gelo. Le terre pi uliginose sono mutate in risaje; onde, sotto la stessa latit dine della Vanda, della Svzzera, della Turide, abbiamo stabilito una coltivazione indiana.
Le aque sotterranee, tratte per arte alla luce del sole, e condutte sui sottoposti piani, poi raccolte di nuovo e diffuse sovra campi pi bassi, scrrono a diversi livelli con calcolate velocit, s'incntrano, si sorpssano a pontecanale, si sottopssano a sifone, s'intrcciano in mille modi. Nello spazio di soli duecento passi, presso Genivolta, la strada da Brgamo a Cremona incontra trdici aquedutti, e li accavalca coi Trdici Ponti.  Alla condutta di queste aque presiede un principio di diritto, tutto proprio del nostro paese, pel quale tutte le terre sono tenute a prestarsi questo vicendvole passaggio, senza intervento di prncipe, o decreto d'espropriazione. Non  questo un vncolo che infranga il sacro diritto di propriet; ma un' tile aggiunta al diritto, per rndere pi fruttfera ogni propriet senza eccezione.
Gli  ltimi scoli di tutte codeste aque sono muniti ai loro sbocchi di chiuse, che arrstano il rigorgo dei t rgidi fiumi.  Un canale attraversa per mezzo tutta la provincia Cremonese dall'Ollio al Po; tutti gli aquedutti che crrono a fecondare la parte inferiore, lo attravrsano con ponti di pietra, lascindovi traboccare le aque che per avventura eccdano la prefissa misura; e se avviene che diuturne pioggie rndano superflua l'irrigazione, si chi dono con porte gli aquedutti, e le loro aque precipitate nel sottoposto scavo si devano tutte nell'Ollio o nel Po.  La provincia Mantovana  una terra conquistata sulle paludi; i suoi canali di scolo smmano a 754 mila metri; le stesse aque che accrchiano la citt, sono una palude trasformata per arte in lago navigbile.
Le linee d'interna navigazione, percorse in parte da vaporiere, smmano a 1200 chilmetri; e ripartite sulla superficie raggugliano per ogni chilmetro 56 metri, mentre il Belgio ne ha solo in ragione di 48, e la Francia di 27, e non tutti d'aque perenni. Un paese al tutto mediterraneo come il nostro s'avvicina per questo aspetto all'Olanda. I nostri canali, navigbili ad un tempo e irrigatorj, sono costrutti sopra un principio speciale; non sono una serie di tronchi orizontali come i canali oltremontani di mera navigazione, ma sono veri fiumi, prima inclinati fortemente, poi progressivamente moderati, per accgliere di tronco in tronco le diseguali masse d'aqua, che l'irrigazione vien successivamente emungendo.
Una volta impresso il moto, quest'rdine di cose si continu uniforme attraverso alle pi varie vicissit dini dei tempi. Ogni anno segn sempre per noi qualche nuovo grado di prosperit; ogni anno pi vasta la rete stradale; ogni anno pi folta la piantagione dei gelsi, prima riservata ai colli, poi distesa in veri boschi sui piani dell'Ollio e dell'Adda, e salita fino a mille metri d'altezza nelle valli alpine, produttrice d'un'annua raccolta di cento milioni di franchi, in un territorio che corrisponde alla 26.a parte della Francia. Sempre pi diffuse, ma pi accurate e quindi meno insalubri le irrigazioni; si m tano in buone case i tugurj dei contadini; pnetra in tutte le communi rurali il principio dell'istruzione; tolta cogli asili dell'infanzia l'abjetta ferocia e la rozzezza ai figli della plebe; gli studj delle lttere e delle arti accommunati al sesso gentile; e colle solenni mostre diffuso l'amor delle belle arti nel ppolo, e un bito d'eleganza negli  tili mestieri.


XLII.

Su la nostra pianura tutti gli abitati si collgano con buone strade, che raggugliano in circa un chilmetro di lunghezza per ogni chilmetro di superficie. La rete stradale involge ormi tutte le colline, sino all'altit dine d'ottocento metri; trafora con gallere le rupi verticali che interrmpono le riviere dei laghi; s'insinua nelle valli alpine, raggiunge i sommi gioghi; difende contro le vallanghe i pi alti passi carrozzbili che sano sul globo. La via del Sempione, che fu il modello di tutte,  pera de' nostri ingegneri, che cond ssero anche quelle della Spluga e dello Stelvio. Ingegneri nativi di quell'antica parte del nostro territorio che aggregossi alla Svzzera, traccirono le vie del Gottardo e del Bernardino. I nostri imprenditori sono sparsi per le terre dei Grigioni, dei Tirolesi, degli Illirj, dei Boemi, dei Galiziani, insegnando loro a protndere attraverso ai monti i vncoli d'una crescente civilt. Le nostre pere stradali prtano tratto tratto i segnali d'una magnificenza romana; il ponte che congiunge le due rive del Ticino, a Buffalora, si stende per trecento e pi metri con  ndici arcate di granito.  Le strade ferrate non ci sono ignote; una linea  compiuta da quattro anni; due sono cominciate; altre sono studiate e discusse.
L'uomo con tutte queste pere d'aque e di strade ha preso possesso di tutte le terre coltivbili; e ad ogni condizione di terreno adatt un rdine proprio di coltivazione, un pi ampio o pi minuto riparto nella possidenza, un proprio tenore di contratti.


XLIII.

 assai malagvole prgere una succinta ida della nostra agricultura nelle diverse provincie, per la strana sua variet. Mentre in una parte d'un territorio il riso nuota nelle acque, un'altra non pu abbeverare il bestiame se non di vecchie aque piovane o colaticce, o tratte a forza di braccia da pozzi profondi fino a cento metri. Un distretto  continuo prato, verde anche nel verno, folto d'armenti, ridondante di latticinj; un altro raduna a stento poco latte caprino, coltivando piuttosto a giardini che a campi l'olivo e il limone, la pi elegante di tutte le agriculture. Nei monti si coltiva la cnapa, ed  quasi ignoto il lino; intorno a Crema e Cremona il lino  primaria derrata campestre, e la cnapa  negletta. La pianura pavese si allarga in ampie risaje, poco cura il gelso; e la pianura cremonese ne ha le pi folte e robuste piantagioni. Il vino  la speranza dell'agricultura in ambo le opposte estremit del paese, nella boreale e alpestre ValTellina, e nelle australi pianure di Canneto, di Casalmaggiore, e dell'Oltrep. L'agricultura bresciana solca profondamente a forza di bovi un terreno tenace; la lodigiana sfiora i campi con un lieve aratro tratto da sollciti cavalli, per non sommvere le pvere ghiare, sopra le quali il lavoro dei scoli ha disteso uno strato artificiale.


XLIV.

Le circostanze naturali che vgliono questa variet nel modo di coltivar le terre, la vgliono anche nel modo di possederle. Nella pianura irrigua un podere che non avesse certa ampiezza non si potrebbe coltivare con profitto, perch richiede complicate rotazioni, culture moltplici, difficili giri d'aque, e una famiglia intelligente che ne governi la complicata azienda; quindi ogni podere forma un considervole patrimonio. La famiglia che lo possiede  gi troppo facoltosa per appagarsi di quella vita rurale e solitaria, in luoghi non ameni; dimora dunque in citt; villeggia sugli aprichi colli e sui laghi; e sovente conosce appena per nome il latifondio che la nutre in quell'ozio. La coltivazione trapassa alle mani d'un fittuario, il quale per condurre debitamente l'azienda debb'esser pure captalista; e ve ne ha taluni pi ricchi dei proprietarj, e talvolta possessori essi d'altre terre, confidate ad altri coltivatori. Vivendo nel mezzo d'ogni abondanza domstica, circondati di numerosi famigli e cavalli, frmano quasi un rdine feudale in mezzo a un ppolo di giornalieri, che non conscono ulteriori padroni. Qui surge un rdine sociale affatto particolare. Un distretto che abbia una ventina di communi e misuri un centinajo di chilmetri, conta in ogni commune quattro o cinque di queste famiglie, che spesso vvono in casali isolati, a guisa degli antichi Celti. Sono sparsi fra mezzo a loro alcuni curati, qualche mdico, qualche speziale, il commissario, il pretore che amministra la giustizia e le tutele famigliari. Questa  l'intelligenza del distretto; tutto il rimanente  n mero e braccia. Ogni coltivatore vende grani, e compra bestiami, e ccupa fabri e falegnami; ma il commercio e l'industria non vanno oltre; appena qualche bottega serve al r stico apparato del contadino. Si direbbe che questo  l'antico modello su cui si form l'agricultura britnnica. Ecco gli umini che sotto le mura di Pava e appi del castello di Binasco andvano senz'armi ad affrontar Bonaparte vincitore di Montenotte e di Lodi.


XLV.

Se dal fondo della pianura saliamo ai monti, troviamo un ordine sociale infinitamente diverso. Le rpide pendici, ridutte in faticose gradinate, sostenute con muri di sasso, su le quali talora il colono porta a spalle la poca terra che basta a fermare il piede d'una vite, appena danno la stretta mercede della manuale fatica. Se il coltivatore dividesse gli scarsi frutti con un padrone, appena potrebbe vvere. La terra non ha quasi valore, se non come spazio su cui si esrcita l'pera dell'uomo, e officina quasi del coltivatore; e il paesano  quasi sempre padrone della sua gleba; o almeno livellario perpetuo; con altri patti le vigne e gli oliveti ritornerbbero ben presto selva e dirupo. Mentre una parte della famiglia vi suda, e alleva all'amore del suolo nativo la pvera prole; un'altra parte scende al piano ad esercitarvi qualche mestiere; o si sparge trafficando oltremonte, e riporta alla famiglia i risparmj, che le danno la forza di continuare la sua lutta colla natura e colla povert. Un distretto di questa fatta conta tante migliaja di proprietarj quante sono le famiglie; ma la ricchezza non viene dal suolo, e vi s'investe come frutto delle arti o del trffico. Laonde si vede una singolar mistura di costumi rusticali e d'esperienza mondana, l'amore del lucro e l'ospitale cordialit, la facilit di saper vvere in terra straniera, e l'inestingubile affetto di paese, che presto o tardi fa pensare al ritorno.  In alcuni monti la possidenza privata  ancora un'eccezione; il commune possiede vastamente i pscoli e le selve e le aque e le miniere; n basta sempre l'esser nato da gente nata in paese; ma bisogna appartenere ai patrizj del commune, agli originarj. Senza avvedersi, essi consrvano ancora una communanza, la quale rimonta alle genti cltiche; appena ha fatto luogo qua e l al possesso romano; e non mai sofferse vera signora feudale, ma onor solo negli antichi conti e capitani il nome del prncipe e l'autorit delle leggi. Alcune di queste communanze, pochi anni or sono, tenvano ampie valli; la Leventina, lunga pi di trenta miglia, era un solo commune; e si suddivise prima in otto e poscia in venti; il distretto di Bormio era un solo commune, e ancora conserva indivisa fra i nuovi communi molta parte dell'antica propriet. In molti luoghi il commune pccolo si distingue dal commune grande, o diremo la moderna parochia dal primitivo clano. Questo regime appare pi puro ed assoluto in quelle valli che si aggregrono alle leghe dei Grigioni, e sopratutto nella Mesolcina, perch sfuggrono alle riforme dei governi amministrativi.
Alcune delle estreme valli sono troppo alpestri per l'agricultura; la neve le ingombra nove mesi dell'anno, ma le trova deserte e silenziose. Chiusi i pveri casolari, il pastore discende per le valli coll'armento; gli umini appiedi; le donne sui cavalli, cogli infanti nelle ceste come le trib dell'oriente. A brevi giornate di cammino la carovana si arresta dove il contadino del piano l'aspetta; le vacche alpine stnziano qualche giorno a brucare gli esusti prati; poi, inseguite dalle brine, pssano a pi bassi campi, fino ai prati perenni. Quando la natura si riapre, la famiglia ritorna al suo viaggio, rivede fioriti i campi che lasci bruni e squllidi; risale lungo i tortuosi torrenti, trova i pochi che rimsero nella valle a diradare le selve, e sudare alle fucine; e si sparge sulle alpi, che cos chiama ancora quei pscoli dove la primitiva communanza non conosce altra disegualit che il n mero degli armenti.


XLVI.

Fra questi estremi, sono le belle colline coltivate come il monte, ubertose come il piano. Quivi una contadinanza, la quale non possiede la sua terra, eppure non emigra, pu tributare al padrone il frumento, divider seco il vino e i bzzoli, e serbar tanto per s da vvere colla famigliola, e allevarla nel smplice tenore de' suoi padri. Quivi un commune  disseminato in venti, in trenta, in quaranta casali di vario nome, che la chiesa, posta sul poggio pi ameno, raccoglie in un commune sentimento di luogo. Lberi di coltivare la terra a loro talento, purch non si defrudi dal pattuito frutto il proprietario, essi le sono affezionati come se fosse loro propriet. Se il padrone si muta, il colono subisce la legge del nuovo; e talvolta una famiglia dura da tempo immemorbile sullo stesso terreno. Tutto l'anno  un continuo lavoro; le viti, il gelso, il frumento, il granoturco, i bachi, le vacche, la vangatura e la messe, il bosco e l'orto danno una perenne vicenda di cure, che desta l'intendimento, la previdenza e la frugalit. Lavorando sempre in mezzo alla famiglia, senza comandare n obedire, il contadino pur si collega al lontano commercio pel prezzo de' suoi bzzoli, e pel lavoro che la seta porge alle sue donne. Nei siti meno lieti e pi rpidi, dove il cittadino non ama investire capitali, l'agricultore  spesso il padrone del suo terreno; e rappresenta quello stato sociale ch'era cos sparso negli aborgeni, quando f rono i scoli della maggior forza d'Italia e del pi puro costume.
Questi aspetti della vita rusticale nel piano, nel monte e nel colle, si spigano talvolta in modo aperto e risoluto; ma trapssano per lo pi dall'uno all'altro, con varia tessitura, che il commercio e l'industria rndono pi complicata. Questa variet palesa quanto l'agricultura sia antica fra noi, ed in quanti particolari modi abbia sciolto i singoli problemi che le variet naturali del paese avvano proposto.


XLVII.

Per effetto di tuttoci, la pianura lombarda  la pi popolosa regione d'Europa. Essa conta per ogni chilmetro di superficie 176 nime, mentre la pianura blgica ne ragguaglia solo 143. E se si comprende nel cmputo anche la parte alpina, ancora si hanno 119 abitanti, dove la Francia ne conta solo 64, e nella sua parte meridionale, che  pi meridionale della Lombardia, soli 50. La popolazione specifica nelle Isole Britnniche e nell'Olanda giunge solo a due terzi della nostra; nella Germania alla met; nel Portogallo e nella Danimarca a un terzo; nella Spagna a un quarto; nella Grecia a un ottavo; nella Russia a un dcimo.  Il nostro ppolo adunque per effetto di principj amministrativi al tutto suoi, come quelli del censo perpetuo, delle sovrimposte communali, e della servit vicendvole d'aquedutto, fecond in tal modo la sua terra, che sovra lo spazio dove la Francia nutre una famiglia, ne nutre all'incirca due, pur pagando a proporzione di superficie la stessa somma d'imposte.  Le nostre communi rurali hanno maggior n mero di scuole; e il trffico e l'industria s'intreccia pi intimamente a tutti gli rdini d'agricultura e di rotazione, sicch non abbiamo turbe d'industrianti, che non tngano qualche ferma radice nel terreno della patria. Il ferro, la seta, il cotone, il lino, le pelli, il z ccaro sono oggetti di grandiosa manifattura. Il lavoro del ferro, in ragione all'ampiezza del paese, porge tra Como, Brgamo e Brescia una cifra non mediocre, otto milioni di franchi; Milano e Como cntano pi d'otto mila telaj di seta, e novanta mila fusi di cotone; la sola Olona nima 424 rote motrici.


XLVIII.

Il pvero riceve una pi generosa parte di soccorsi che altrove. Nel 1840 si contavno 72 ospitali; in un triennio s'aggi nsero altri 6; altri 7 si stanno edificando; e sono aperti a tutti, senza patronato, senza favore, alla sola condizione dell'infermit e del bisogno. Il patrimonio stbile di questi ospitali ha un valore venale di duecento milioni. Il solo ospitale di Milano ricetta nel corso d'un anno 24 mila infermi; Parigi, che ha una popolazione pi che qudrupla, ne ricetta ne' suoi ospitali solo il triplo. Londra ne ricetta quanto Milano; epper, a proporzione di ppolo, l si soccorre un infermo, dove qui se ne soccrrono dieci. Il pvero  sovvenuto di mdici, di medicine e di chirurghi anche nelle sue case, non solo nella citt, ma nelle pi remote campagne. La met incirca dei mdici e dei chirurghi, e tre quarti delle levatrici, hanno stipendio dai communi, a sollievo delle famiglie pvere. Il n mero dei mdici  in ragguaglio di uno sopra 13 chilmetri quadri di paese, mentre nel Belgio ogni mdico ha un doppio campo di vigilanza. Questo esrcito sanitario di mdici, di chirurghi, di speziali, di veterinarj, di levatrici, somma a poco meno di cinque mila persone.  In pari misura il paese  provisto d'ingegneri, i quali nella sola citt di Milano ammontano a circa 450, mentre il corpo d'aque e strade in tutta la vastit della Francia ne conta solo 568; il che agvola ogni pera d'aque e di strade. Il n mero grande delle classi istrutte, poste in assiduo contatto colla popolazione, esrcita una benfica influenza a rimvere i pregiudizj, e insinuare un retto senso d'utilit.
Gli abitanti delle citt sono quattrocentomila; e molti ppidi e borghi di sei, di otto, di diecimila abitanti, bench non bbiano nome di citt, cntano numerose famiglie civili; la possidenza  diffusa in tutte le classi; onde, ogni cosa considerata,  forse questo il paese di Europa che offre il maggior n mero di famiglie civili in proporzione all'inculta plebe.


XLIX.

I fasti delle nostre scienze e lttere non sono oscuri; comnciano con Catullo, con Virgilio, con Plinio il givine; la lingua latina tramonta col nostro Boezio; ma presto gli studj ris rgono con Lanfranco pavese, con Sordello mantovano, con Albertano ed Arnaldo da Brescia; nella giurisprudenza e nella filosofia risplende Alciato, Pomponacio, Beccara; nelle matemtiche e nelle fisiche, Cardano, Tartalia, che primo sottopose a clcolo le artigliere, Cavalieri, scopritore d'una scienza, Piazzi scopritore d'un pianeta, e Volta che trov la maggiore e pi feconda delle scientifiche scoperte.  VIRGILIO e VOLTA sono due nomi noti a tutti i ppoli civili, e danno a questa angusta provincia uno splendore, che non ha la vasta Spagna e la vastissima Russia.
Il nostro dialetto, nei cordiali e schietti suoni del quale si palesa tanta parte della nostra ndole, pi sincera che insinuante, porta impresse le vestigia della nostra istoria, le orgini cltiche si manifstano indelebilmente nei suoni; le romane nel dizionario; qualche lieve solco, lasciato dall'infeconda et longobrdica, a gran pena si discerne, mentre vi giciono inesplorate ancora le tracce di qualche cosa che fu pi antico e pi nativo dei Romani e forse dei Celti. I confini entro cui si parla questo linguaggio e gli altri affini suoi, rappresntano tuttora la geografia dei scoli romani; documento istrico che attende ancora chi ne sappia trar lume ad ardue induzioni. Questo dialetto, inosservato all'Europa, ma parlato da pi d'un milione di ppolo, ha due scoli di letteratura. Umini d'ingegno e di studj e d'alto affare si finsero plebe, affilrono coll'acerbit popolare l'ottusa verit. Maggi, Tanzi, Balestrieri lo scrssero non conoscndone ancora la potenza satirica; Parini e Bossi vi apportrono l'elegante bito delle lttere e delle arti; e Carlo Porta, poeta d'altssimo ingegno, alla naturalezza del dipinto fiammingo congiunse la forza cmica di Molire, il frizzo di Giovenale, l'efficacia contemporanea di Branger. Nella Fugitiva di Grossi il dialetto tocc gli affetti; e si conserv negli officj troppo necessarj della stira civile in Rajberti.


L.

Lo straniero vede chi noi siamo. I nostri padri f rono pi prodi che fortunati; e noi possiamo dire che la nostra generazione fu smile alle trapassate. Vvono ancora fra noi le reliquie di quegli esrciti che, improvisati da Napoleone, militrono sotto le mura di Gerona e di Valenza, sui campi sanguinosi d'Austerlitz e di Raab, che dopo aver combattuto a MaloJaroslavetz conservrono su la Beresina una disciplina e una alacrit superiori ai disastri; e in guerra che tornava a gloria d'altra nazione poco lodata per gratit dine, sostnnero, fin dopo la caduta del loro capo, tutti i doveri della fedelt militare.
Noi abbiamo recato il nostro tributo alle lttere, alle arti, alla filosofia, alle matemtiche, all'idrulica, all'agricultura, all'elettrologa; l'Enide di Virgilio e il Giorno del Parini, il Duomo e la Certosa, il libro dei Delitti e delle Pene e i primi clcoli della balstica, tutta l'arte dei canali navigbili, i prati perenni, la pila voltiana. Noi, senza dirci migliori degli altri ppoli, possiamo rggere al paragone di qual altro sasi pi illustre per intelligenza, o pi ammirato per virt ; e aspettiamo che un'altra nazione ci mostri, se pu, in pari spazio di terra le vestigia di maggiori e pi perseveranti fatiche.  una scortese e sleale asserzione quella che attribuisce ogni cosa fra noi al favore della natura e all'amenit del cielo; e se il nostro paese  ubertoso e bello, e nella regione dei laghi forse il pi bello di tutti, possiamo dire eziando che nessun ppolo svolse con tanta perseveranza d'arte i doni che gli confid la cortese natura.
