ARCHIVIO TRIMESTRALE
DELLE COSE D'ITALIA

DALL'AVVENIMENTO DI PIO IX
ALL'ABBANDONO DI VENEZIA

CONSIDERAZIONI SUL 1848
di Carlo Cattaneo

EINAUDI 1949
Versione elettronica di Vittorio Bertolini

                    CONSIDERAZIONI AL VOLUME I
              Preliminari dell'insurrezione di Milano
                riferiti al moto generale d'Italia

Si  fanno stupore l'Azeglio ed altri come l'Austria, in trent'anni
e  pi,  non  sia  pervenuta a spegnere nei nostri popoli  l'animo
italiano.  Con  che vengono quasi a significare che l'Austria  non
volle  o  non seppe operare con quant'efficacia poteva, e che  con
pi   diuturno   proposito   ben   potrebbe   sperare   compimento
all'impresa.
Ben  altra  la ragione vera delle cose. La coscienza esplicita  e
solenne d'una vita commune e nazionale  fatto nuovo e proprio del
secolo;  si svegli, a memoria nostra, in Germania tra  le  guerre
francesi;  e  si svegli in Italia appunto sotto l'assidua  doccia
dell'austriaca importunit1.
Dovrebbero  i  mali avvisati scrittori farsi piuttosto  meraviglia
che il corso di tant'anni fosse necessario a dar vita a un affetto
che parrebbe dover surgere spontaneo dalla cuna stessa dei popoli.
Dovrebbero  dire che ad una siffatta forza, continua, e crescente,
e gi pervenuta a formidabile manifestazione nel 1848, oggimai ben
pochi  stimoli  si debbano aggiungere, sia dai nemici,  sia  dagli
amici, per renderla in breve termine vittoriosa.
Napoleone,  dando nome e armi e vessillo al regno italico,  e  nel
natale di suo figlio porgendo speranza d'un re che ci unisse tutti
in Roma2, aveva piuttosto assopito che desto lo spirito nazionale;
poich  siffatte  onoranze e aspettazioni  mitigavano  la  molesta
verit  del  dominio  francese. Ma se  militari  e  magistrati  si
compiacevano del teatrale apparato, nelle sobrie menti  del  vulgo
quel  tempo  rimase  sempre, come veramente  era:  "il  tempo  dei
francesi";  essendo poi vero altres che quelle  memorie  non  gli
riuscirono  umilianti n amare. Ci che allora cruciava  veramente
il  popolo,  non  era  la  presenza  dei  francesi:  la  coscienza
nazionale non era popolarmente attuata.
Ma era l'insolito peso della milizia in lontane spedizioni; era la
vessatrice finanza e il divieto continentale3 che contrastava alle
famiglie molti oggetti di domestica consuetudine; era il sospetto,
instillato ogni d dai frati e dai patrizj, che la religione fosse
insidiata, e che la dimora del pontefice in qualunque citt  fuori
di  Roma4 fosse pel genere umano calamit maggiore della guerra  e
della peste. Napoleone, non pago d'esser benedetto dalla vittoria,
aveva  mendicato aspersioni e unzioni; e dopo aver rimessi a galla
li  ambiziosi  prelati, voleva domarli: e non  colla  libert  del
pensiero,  ma colla gretta forza . E non os rispondere alle  loro
scommuniche, spalancando loro in faccia il testo degli  evangelii,
e sconsacrandoli nel giudicio dei popoli5.
Venne  la  santa  alleanza,  tutta  infiorata  di  lusinghe  e  di
promesse; e in breve si riscossero i popoli sovra letto di  spine.
Uscirono,  come stormo di gufi, a occupare i troni della  penisola
le  incipriate prosapie che si erano nascoste, durante la  guerra,
nei  confessionali di Sicilia e di Sardegna6. E venne secoloro una
mascherata di cavalieri d'ogni croce, e di prelati e frati  d'ogni
tonaca; e presero a tiranneggiare le genti, e ammaestrarle ad ogni
impostura e codardia. Il pontefice fu restituito; e tosto si  vide
nelle  improvide Romagne uno spettacolo di catene e di torture,  e
di  sicarj e di carnefici, e uno strazio della giustizia  e  della
ragione, al quale rimase solo freno il coltello della vendetta.
Infatti sarebbe stato ben agevole agli oppressi scuotersi di dosso
quegli  imbelli. Ma ogniqualvolta il tentarono, primach  avessero
spazio  di ordinarsi a governo, e prima che potessero svegliare  a
commune  difesa  li  smemorati popoli, si trovarono  a  fronte  li
eserciti  imperiali.  E  tra la forza straniera  e  le  prelatizie
insidie, i pi generosi moti riuscirono solo al disordine  e  alla
fuga. Chi aveva anelato a un campo di gloria, moriva sul patibolo;
e  il  sangue versato senza battaglia, anzich rendere onore  alla
patria, metteva una macchia di vilt sul nostro nome.
Intanto l'odio, che prima si divideva sopra i singoli tiranni,  si
accentr naturalmente contro quella potenza (l'Austria) che  tutti
li  proteggeva.  Milano e Palermo, la Romagna e la  Calabria,  non
avevano  nei passati secoli avuto mai pensiero di tutela  commune;
poich  il  pontefice, invocatore perpetuo degli stranieri,  aveva
sempre   mandato  a  ciascun  popolo  un  diverso  dominatore   da
combattere o da soffrire.
Ma   ora  l'Austria,  sola,  pareva  delegata  dall'Europa  a  far
disonorata e infelice tutta la nazione.
Adunque   i   popoli  d'Italia  non  riuscirono  alla  fratellanza
dell'amore,  se  non  dopo  essersi  incontrati  nella  communanza
dell'odio. Questo  beneficio che devono al nemico. Fu allora  che
ricordarono  con  dolore Napoleone, e le armi da lui  date  invano
all'Italia e il glorioso vessillo del suo regno7. Anche i liguri e
i  subalpini  e i toscani che non avevano portato in  guerra  quei
colori,  li  adottarono a segno di unit; e  persino  i  carbonari
dell'estrema  Calabria  che li avevano  odiati  e  combattuti,  li
accettarono  tramutando  in  bianco  il  nero  del  mistico   loro
tricolore.8
Perch l'Austriaco non segu l'esempio di Napoleone, di conciliare
alla  sua potenza i naturali affetti dei sudditi italiani?  Perch
non  volse a suo profitto la malvagit dei prelati e dei prncipi;
e al primo fremito di popolo non si frappose, vindice del secolo e
giudice  degli oppressori9? Non era quello l'antico pretesto  alle
incursioni degli Ottoni e degli Arrighi? N importava che inviasse
le  truci  caterve  della Croazia10, ma colle  insegne  del  regno
italico  i  fratelli  italiani;  i quali  senza  sangue,  potevano
acquistargli le ambite Legazioni, e quant'altro gli convenisse. N
sarebbe  mancato  adulatore  che  dicesse  esser  quello  un  voto
consegnato da cinque secoli nella Monarchia di Dante11.
Ma  quell'Austria  federale che aveva potuto  nello  stesso  tempo
governare  le  Fiandre  col consiglio di vescovi  intolleranti,  e
Milano  con  quello di audaci pensatori, e regnare in Ungara  col
libero voto di genti armate, erasi estinta con Maria Teresa12. Gi
con  Giuseppe  di  Lorena  erano tese  d'ogni  parte  le  stringhe
dell'aulica  centralit13. E dalle Fiandre fino alla Transilvania,
cominciarono  a  riluttare con insoliti  tumulti  le  popolazioni.
Nelle  guerre napoleoniche, il governo austriaco si compose ognora
pi  a dittatoria rigidezza; mentre colla perdita delle pi remote
appendici14, e coll'usurpazione di Salisburgo15, di Trento,  della
Venezia  e  della Valtellina16, erasi meglio spianato il  campo  a
materiale  unit.  Per  farsi strettamente una,  l'Austria  doveva
preferire  una lingua fra dieci: elevare a dominio una  minoranza:
configgere  sul letto di Procuste tutte l'altre nazioni.  Da  quel
momento,  ella s'avvinse a una catena d'inique necessit,  che  la
trassero di grado in grado agli eccidj della Galizia e ai patiboli
dell'Ungara17. In cospetto ai quali,  poco il dire ch'ella tolse
alle provincie italiane le armi, la bandiera, il pubblico onore  e
la  privata sicurezza. Ogni passo ch'ella faceva dietro  il  sogno
dell'unit, addolorava e inimicava un ordine di cittadini; destava
in tutti il fremito del sangue italiano. La coscienza nazionale  
come  l'io degli ideologi, che si accorge di s nell'urto col  non
io18.  Ella  si svolse prima in coloro che avevano pi bisogno  di
libert  negli studj, nei commerci, nei viaggi; e perci erano  in
pi  frequente  penoso conflitto cogli interessi dello  straniero,
coll'ignoranza  sua,  coll'arroganza,  coll'eterno  e  implacabile
sospetto.  Poi si dest mano mano, anche nei magistrati,  ch'erano
pure   accuratamente  spiati  e  trascelti  a  essere  arnesi   di
obedienza: nei sacerdoti, bench domati dall'episcopale superbia a
tradurre  anche l'evangelio in dottrina di servit: nei contadini,
bench  tenuti dagli avari e gelosi padroni quanto pi  vicino  si
potesse  alla  natura  di  bestiami:  per  ultimo  nei  cortigiani
medesimi19, a cui le dovizie e la nobilt non sembravano  presidio
alla dignit del vivere, ma diritto ad andare inanzi a tutti nella
vilt.  Questa  mutazione  degli animi  era  lenta,  ma  continua,
universale; irreparabile a qualsiasi scaltrimento di polizia.
Che  anzi,  dopo alcun tempo, cominci ad accelerarsi, come  certe
velocit,  in  ragioni geometriche, mentre  le  forze  morali  del
governo  declinavano visibilmente, come le velocit dei proiettili
da guerra.
Infine  rimase  spenta  affatto  ogni  tradizione  d'amore  e   di
rispetto;  e allora li eserciti, che dovevano difendere  lo  stato
dai  nemici esterni, vennero ritorti contro la patria,  simili  al
pugnale del suicida.
Intanto   nel  governo  austriaco  l'odio  contro  la  nazionalit
italiana si faceva pi aspro e cavilloso. Gli spiaceva perfino  il
nome  d'Italia; lo voleva dissimulato nei libri, cancellato  nelle
carte.  E al contrario lo scolpiva viepi nelle menti; lo chiamava
sulle labbra; se lo vedeva scritto da mani notturne sulle muraglie
delle  citt. Una indomita riluttanza serrava sempre pi il fascio
dei  popoli italiani; era come la polve di platino che s'incorpora
sotto il martello.
Nondimeno  tanto  mite era la natura dei lombardo-veneti,  che  in
trent'anni20 non si levarono n una volta sola a tumulto. E davano
soldati  e  denari al sovrano, e guadagni sempre pi sfacciati  a'
suoi  satelliti e banchieri; e pagavano quella brutta servit  ben
pi  caro  che ai loro vicini non costasse l'onore e  la  sicurt.
Eppur  non valse. Come la vecchierella d'Esopo sventr la  gallina
perch  le  faceva  le  ova d'oro, cos  l'Austria  si  ridusse  a
manomettere colle sciabole quel popolo i cui sudori pi fruttavano
alle sue finanze. Quando in settembre del 1847 corse in Milano  il
primo  sangue,  egli fu perch il popolo si rallegrava  di  vedere
ingrassata  dei  beni  della  sua chiesa  piuttosto  una  famiglia
italiana che una straniera21. N il governo aveva aspettato finch
quella  incauta allegra si mostrasse; ma aveva fatto arrotare  le
sciabole  otto giorni prima. E per pi mesi ancora, fin presso  al
gennajo,  si  udirono  quasi  solo le  voci  dei  magistrati,  che
imploravano sommessamente le pi temperate riforme. Ebbene, fra  i
documenti  si rileva come l'ordinanza che abbandon  le  vite  dei
cittadini  ai capricci del giudicio improviso, fosse gi preparata
in  Vienna  il 24 novembre, mentre solo all'8 dicembre  il  Nazari
diede il primo cenno d'opposizione22 .
N  propriamente  sarebbe a dirsi oppositore quel  magistrato  che
invoca qualche provedimento, per adempiere al suo officio,  e  pel
desiderio che "il suo monarca sia da per tutto e da tutti  adorato
e benedetto". In risposta a siffatte genuflessioni, era adunque da
due settimane gi preordinato in Vienna il patibolo! Ed il benigno
vicer  (l'arciduca  Ranieri), per  prima  accoglienza  ai  devoti
preghi  del  Nazari, comandava alla polizia di  tendergli  i  suoi
lacci.  No, non poteva l'Austria tollerare alcuna supplica; perch
non  poteva  fare  alcuna concessione, senza infrangere  il  fatto
ch'erasi imposta d'inesorabile unit.
Vacillavano  intanto le finanze austriache sotto il  peso  assiduo
dell'esercito  stanziale, ch'era oggimai l'unico  vincolo  tra  le
ripugnanti  membra  dello stato. Anzi una necessit  ogni  di  pi
imperiosa  ingiungeva che l'esercito d'Italia, da 36  mila  uomini
che  contava nell'agosto 1847, fosse recato a ben 73  mila  al  1
febbbrajo, e cresciuto poi, nel corso di quel mese e del seguente,
fin  oltre  80 mila. Ed era ancor poco ai generali, a  cui  pareva
affogare tra le popolazioni, da loro stessi rese unanimi nell'ira.
Anelavano essi a invadere li altri stati italiani, a impedire  che
Roma  armata divenisse caposaldo alla nazione, a impedire  che  la
sollevazione di Sicilia23 si propagasse in terraferma.  E  avevano
calcolato  che  per fare una spedizione anche  con  soli  26  mila
soldati, erano costretti di lasciare alla custodia di Milano  soli
6  battaglioni: soli 4 all'immenso circuito di Venezia, che ha  70
punti fortificati: 1 solo nell'armigera provincia di Brescia: 1 in
quella di Bergamo: 1 in quella di Como: tre battaglioni adunque in
tre  montuose provincie che fanno pi d'un millione d'abitanti!  -
Di  cavalleria  avrebbero  dovuto lasciare  soli  4  squadroni  in
Milano:  1 nel resto delle provincie lombarde: mezzo squadrone  in
tutta la Venezia! - E i cannoni da campo dovendosi recare in  buon
numero nella spedizione, ne dovevano rimanere 6 pezzi in Milano, e
nessun  altro  in  tutto quanto il regno. Ora, a  domare  la  sola
Milano non valsero poi 60 cannoni e 16 battaglioni. I generali ci
forse prevedendo, dimandavano dunque altri soldati; e protestavano
di  averne bisogno almeno 150 mila. E chiedevano denari  in  copia
per  cingere  Milano di 16 fortezze, capaci di 500  a  600  uomini
ciascuna. Ajuto singolare alle finanze!
E  colla  speranza  della prossima spedizione,  decretavano  a  se
stessi  (altro  singolare ajuto alle finanze), la  mezza  paga  di
guerra;  e  rumoreggiavano sulle porte dello Stato  romano  e  dei
Ducati,  e  minacciavano  la Toscana. E nella  gazzetta  d'Augusta
(Augusburger Allgemeine Zeitung) sfogavano il loro furore, ci che
non potevasi fare nei fogli responsabili e censurati dell'imperio;
e  perch sapevano ch'era letta in Italia, e volevano ad ogni modo
provocare  li  italiani per poterli trucidare  prima  che  fossero
armati, li chiamavano razza comica, ciarlatanesca, burlesca. E nei
caff  si  vantavano  d'avere scritto,  di  propria  mano,  quelle
contumelie.   E   mettevano  fuori  ordinanze   altisonanti,   che
riducevano  ogni  ragione  alla  spada,  come  in  terra   d'Asia;
ordinanze che parvero allora strane e barbare, n in Italia  solo,
ma  perfino  alla  parziale Inghilterra24; e parvero  poi  davvero
comiche  e  burlesche,  quando  al  primo  ruggito  del  popolo  i
fuggitivi  eroi gli lasciarono in mano quella medesima spada25.  E
con  tutto  ci non facevano paura a nessuno; solamente  destavano
all'armi Roma e la pacifica Toscana; e rompevano i gesuitici sonni
perfino  a  Carlo  Alberto. Di rimando, si facevano  in  tutte  le
chiese  d'Italia  funebri espiazioni per gli  inermi  scannati  di
Milano26, e questue in ogni citt pei feriti e per li orfanelli. E
cos ogni atto dell'Austria accendeva vie pi quell'animo italiano
ch'ella intendeva di spegnere.
Certo  se  quella  spedizione si fosse fatta, e  li  austriaci  si
fossero  disseminati qua e l per l'Italia, lasciando i 6  cannoni
nel  Lombardo-Veneto, tanto meno, allo scoppiar dell'insurrezione,
avrebbero potuto raccogliersi e salvarsi.
Ma ripar alla loro furia l'astuzia dei cardinali, che si opposero
a tutta forza, fingendo anzi, i pi dediti all'Austria, di volersi
fare  capitani  del popolo contro lo straniero.  E  l'Inghilterra,
amorosa  tutrice  dell'Austria  delirante,  fece  ogni  opera  per
rattenerla sui confini; sicch non si oltrepass Ferrara e Modena;
e  si  lasci  cadere  il  disegno che  si  aveva  di  eludere  le
apprensioni  dei cardinali, tragittando per mare un  esercito  nel
regno di Napoli. E ancora i generali che si lagnavano delle scarse
forze,  vedevano  solo negli eserciti la massa; e non  intendevano
quanto  quella  forza  ancora  fosse  scemata  per  effetto  delle
nazionalit.   L'italianissimo  Durando,  nel  suo   libro   della
Nazionalit,  aveva  ammonito fraternamente  li  austriaci  a  non
fidarsi  dei  reggimenti italiani, e a non  appagarsi  tampoco  di
relegarli  sulle  frontiere  turche,  ove  potevano  disertare,  e
incorporarli per compagne nelle guarnigioni pi lontane. Ma  essi
non  avevano badato. Ora in quei loro 73 mila soldati,  almeno  33
mila erano italiani del Lombardo-Veneto, del Tirolo, della Gorizia
e dell'Istria; e 11 mila almeno erano ungaresi: tutta gente il cui
animo  gi ripugnava alla bandiera. I rimanenti (meno di 30 mila),
o  erano  slavi  del tutto, o un misto discorde di  teutoni  e  di
slavi. Il paese interamente tedesco, l'Austria arciducale, in  cui
nome  si  faceva  la  guerra,  aveva  tra  i  57  battaglioni   di
quell'esercito un solo battaglione con un reggimento  di  cavalli.
Due  altri  battaglioni erano pure tedeschi, ma del  Tirolo.  E  i
savii  di Francoforte27 si papparono poi la gloria austriaca  come
gloria  tedesca; e versarono sulle austriache crudelt assoluzioni
indegne  della scienza, e della patria e del secolo.  E  parimenti
l'Italia  era arnmaestrata a gridare: fuori il tedesco!  Anch'essa
vedeva solo la guerra delle armi, contava solo le baionette; e non
intendeva  in  altrui quel principio che traeva lei medesima  alla
guerra.  Vedeva solo i tedeschi, che non v'erano; e non vedeva  le
radici  intestine della potenza straniera; non vedeva coloro  che,
cacciati i tedeschi, avrebbero chiamati i francesi e li spagnuoli,
e  si vantavano d'aver duecento milioni di schiavi; e se quei  non
bastassero,  avrebbero chiamati i beduini e  i  turchi;  e  infine
avrebbero  imprecato sulla loro patria le potenze dell'inferno.  E
v'era,  in  Italia,  chi non voleva ch'ella si ricordasse  che  li
eserciti sono lame a due tagli, e che dagli eserciti erano surti i
moti  del  1815, del 1820, del 182128. E cos l'Italia  correva  a
premature  ostilit, quasi temesse d'aver tempo ad armarsi,  quasi
le  dolesse  lasciar  agio  alla mole nemica  di  sconnettersi,  e
all'Ungara di chiarirsi qual era.
Li  austriaci  avevano speranza in quella fretta degl'italiani;  e
abbiamo ansa a indurre che le uccisioni di Milano, di Bergamo,  di
Padova  e di Pavia non fossero se non modi di giustificare  da  un
lato,   in  faccia  all'Inghilterra,  le  meditate  invasioni,   e
d'avvalorare  dall'altro la dimanda di nuove truppe.  Accadevanoin
un medesimo giorno i fatti di Padova e di Pavia; e si era ordinato
anzi  tempo  che  la  gazzetta d'Augusta attribuisse  immantinente
quella  simultaneit alla mano delle societ secrete. Senonch  il
corrispondente che inviava dallo stato-maggiore a quella  gazzetta
le anticipate narrazioni, sbagliava le date: citava, a Milano, sin
dal giorno 9 febrajo, la gazzetta di Venezia del giorno 11; e cos
da  istoriografo si palesava profeta. A Padova dunque e  a  Pava,
come  a Milano, a Ferrara, a Bergamo, a Brescia, a Modena, vediamo
costantemente  li austriaci, armati, sollecitare  a  conflitto  li
inermi;  dare il segnale degli assalti; far essi ci che avrebbero
dovuto  fare  i  ribelli. A che pro dunque  andar  cercando  nelle
societ secrete l'unico fomite che propag l'odio ai tedeschi e lo
spinse fino alla guerra? Davvero che l'Austria bastava!
Noi  dimandiamo  se  fossero pi dannosi  nemici  alle  austriache
finanze coloro che col demolire le imposte del tabacco e del lotto
sottraevano  15 millioni di reddito lordo, ma solo 6  millioni  di
nitido:   o  coloro  che  la  consigliavano  a  persistere   nella
ingiustizia sua contro la nazione italiana, a costo anche di dover
accrescere l'esercito da 36 mila uomini a 150 mila. Quest'aggiunta
di  114 mila soldati per una sola nazione dell'imperio (n l'altre
nazioni  erano gran fatto pi tranquille), quanti millioni  doveva
divorare in un anno? e quanti in due, in tre anni? Centinaja senza
dubbio;  ben altra cosa che i 6 millioni del lotto e del  tabacco.
Le  inconsulte  spese dovevano render necessarii  nuovi  debiti  e
nuove   imposte;  quindi  altri  impacci  e  altre   molestie   da
infliggersi alle nazioni gi stanche: quindi inaspriti pi li odj:
e   affrettato  l'inevitabile  divorzio,  l'inevitabile  partaggio
(spartizione) della monarchia. E perci i due vicini, che potevano
aver  pi  guadagno  da quel disfacimento, tanto  pi  apertamente
fomentavano  le discordie: la Russia aizzando i governanti:  e  la
Sardegna,  i  governati. Il consiglio di farsi moderata,  e  anche
costituzionale, almeno nel Lombardo-Veneto, non venne  all'Austria
da  quei  due alleati che avevano interesse a vederla  convulsa  e
smembrata; ma s dall'Inghilterra che voleva, a proprio commodo  e
servizio, averla tranquilla e forte.
Vigilava questa desiosamente ogni occasione che potesse ricondurre
li  ottimati ai loro antichi amori colla casa d'Austria;  e  sper
che a questo giovasse almeno la nuova della repubblica risurta  in
Francia29.  E infatti i milanesi, al dire della stessa Opinione30,
furono   commossi   dalla   mansuetudine  dell'imperatrice,   che,
riprovando le soldatesche sceleratezze, inviava al conte  Borromeo
molto  denaro  in  soccorso ai poveri. E finch  il  vicer  parve
propizio ai cittadini, questi si rivolsero candidamente a  lui.  E
Borromeo, il quale poco fidava in Carlo Alberto, giunse persino  a
suggerire  al  vicer speranze di regno, che  "il  cupo  principe"
udiva  non  senza commozione. Ma v'era a lato ai principi  chi  li
spingeva al precipizio, chi voleva il sangue per avere il  denaro.
E  lo  stesso general Willisen, adulatore di Radetzky,  accenna  a
questa sequela di cose, ma senza intenderle31.
All'annuncio  del sangue versato in Milano, l'Azeglio  gettava  la
sua  maschera di moderatore e di paciero, e prorompeva in fanatico
tripudio:  "Il  fatto    compiuto", egli scriveva.  "Or  io  dico
all'Italia:   Rallegrati!  L'Austria    ridutta   all'assassinio!
L'Austria  assassina!"32.  Senonch  la  volpe  aristocratica  non
intendeva tutto il terribile mistero di quel sangue. Il quale,  se
stillava  desiderato  e  dilettoso ai cupidi  marescialli  e  agli
ambiziosi di Pietroburgo e di Torino, era pur desiderato da  altri
a  pi  alto  proposito.  "Quando si mise l'Austria  al  punto  di
sguinzagliare i suoi croati, corse per tutta Italia un grido,  che
ripiomb sul core de' prncipi, complici dell'Austria".
Ora qual politica strana  questa dell'Austria, che rallegra tutti
quanti i suoi nemici?
Si  vede dai documenti della diplomazia britannica, che la  famosa
fuga  di  Pio IX, la quale fu poi compiuta in novembre  del  1848,
erasi  gi  meditata e tentata a mezzo luglio del 1847,  parecchie
settimane  prima  che  i  buoni milanesi si  facessero  ammazzare,
cantando per le vie il santissimo nome.
Intanto che la curia pontificia burlava la gente colle proteste di
Ferrara,  assoldava  in  Roma i sicari di  Faenza,  e  pregava  di
soppiatto  Metternich a tenersi pronto coll'esercito  ad  aiutarla
nel momento del macello. Ma se la fuga compiuta33 necessit poscia
il  popolo  romano a proclamar la repubblica, la fuga tentata  gli
era  stata il segnale dell'armamento. Colla tracotante passeggiata
di  Ferrara34, l'Austria medesima aveva posto le armi in pugno  ai
Romani.  E non appena si sentirono armati, divennero, come  sempre
accade,  pi  aperti  e  imperiosi; e si stancarono  in  breve  di
cacciarsi  inanzi cogli applausi e colle adorazioni  lo  svogliato
pontefice.  Il terremoto popolare di Roma si propag  alla  sempre
agitata  Calabria; scosse ancora pi profondamente la Sicilia;  di
l  varc  da  capo il mare, e atterr cos fattamente  il  re  di
Napoli, ch'egli denunci il patto che lo legava ai tre despoti del
settentrione e fremendo e piangendo giur inanzi al popolo e a Dio
una  costituzione35. Questo repentino trabalzo  spinse  fuori  del
cerchiello delle riforme li altri principi d'Italia, che stillando
di  tempo  in  tempo  qualche minuto beneficio, speravano  regnare
gloriosi e adorati per molti anni ancora. E il Piemonte stesso  si
agit sotto la cappa gesuitica che il re gli teneva indosso.  Onde
Carlo  Alberto,  che aveva punito con dodici anni  di  carcere  un
evviva  all'Italia,  e che pochi mesi addietro  derideva  nel  suo
Cesare  Balbo  certe velleit costituzionali, fu  costretto,  dopo
vane riluttanze, a cedere ai prudenti consigli britannici, e farsi
dimandare in fretta dal municipio di Torino quello statuto in  cui
li  adulatori dell'Opinione e del Risorgimento36 raffigurarono poi
le  tracce di 18 anni di sapienza e di meditazione. E si preparava
al  doloroso  passo  di sottoscrivere lo statuto,  come  altri  si
sarebbe preparato alla morte.
In quel frattempo i malaccorti sussidj forniti dall'Austria, dalla
Francia e dal Piemonte ai segregati Svizzeri37, invece d'infiammare
vie  pi la guerra civile, destarono finalmente a pudore li onesti
animi degli alpigiani, che lasciarono cadere in breve le armi e si
riabbracciarono coi fratelli. La contorta e immorale  politica  di
Metternich,  di Guizot e di Lamargarita38 andava dunque  sbeffata,
non  meno  in  Italia  che  fuori;  si  dissipava  l'illusione  di
quell'ammirata  arte  di stato; e dallo sdegno  popolare  sgorgava
improvviso in Parigi il grido di repubblica.
Ai  mostruosi  fatti  di  Parigi,  come  Metternich  li  chiamava,
rispondevano in pochi giorni i pi inaspettati eventi di Vienna39.
Un  governo  che nelle provincie non riconosceva diritti  e  nelle
scle  insegnava tutte le cose dei sudditi appartenere al sovrano,
ed  essere  solamente  concesse  a  loro  conforto  dalla  sovrana
clemenza,  teneva  ugualmente  a vile  anche  il  favorito  popolo
austriaco  in  cui  nome  facevasi  maledire  dalle  provincie.  I
privilegi  ingordamente  accumulati  nella  capitale  vi   avevano
adescato  un'infinita turba di proletari. Fra le  illusioni  degli
imperanti  e  la  fattizia  floridezza  delle  industrie,   quella
spensierata  plebe  si  moltiplicava,  aggiungendo  intorno   alle
anguste mura citt a citt.
Venne  un  giorno che uno stuolo di giovani spir nella  incndita
mole l'alito della coscienza e dell'idea.
  La  republica teutonica era concetta! Arduo e doloroso  il  suo
nascimento, ma inevitabile e fatale.
  Intanto l'Italia regia trastullava i popoli colle costituzioni a
beneplacito;  e  avviava  di soppiatto le soldatesche  ai  confini
della  Savoia, per intercettare le correnti magnetiche  dell'Htel
de Ville40.
Essa  voleva  far da s, cio far astrazione dalla  Francia  nelle
cose  d'Italia e del mondo41. Ma nulla valse; poich ci  che  non
voleva  di Francia, le giunse di rimbalzo col telegrafo di Vienna,
che  apport a Venezia e Milano, e via via di citt in  citt,  la
scintilla  della ribellione. A Venezia risurse dalla fida  memoria
del  popolo  la  repubblica  di San Marco,  deposta  dai  patrizj,
cinquant'anni inanzi, senza ferite nella tomba. Ma  il  popolo  di
Milano,  accettava  da incauti amici il consiglio  di  serbare  ad
altri giorni il grido della libert.
Poteva colla caduta di Metternich l'Austria tornar federale, torsi
di collo il capestro della centralit.
Era  l'unica via di rifarsi moderna, e cessar d'essere il tormento
delle nazioni; ma essa mut solo il nome alla vecchia catena.  Una
costituzione unitaria che chiamava a una sola assemblea  tutte  le
genti  dell'imperio, tornava assurda e impossibile. In  quale  mai
lingua  doveva essere eloquente l'ungaro al tedesco, o  il  croato
all'italiano?  O doveva ogni deputato condur seco nell'aula  delle
dieci  favelle il suo turcimanno (interprete), come le trib della
Nigrizia  al mercato di Tombuctou? Le nazioni, schierate a  fronte
in  quel  babilonico conciliabolo, in un proposito  solo  potevano
tutti  accordarsi,  di ricusar tanto alla ministeriale  arroganza.
Perloch o ricadrebbe ogni cosa nel pristino arbitrio della corte:
o le nazioni, sciogliendo tosto la bizzarra adunanza, andrebbero a
fare meno insensata opera, ciascuna nella patria sua.
L'Austria  non volle essere una federazione di popoli s-reggenti;
non   volle   essere   una  federazione  commerciale,   presieduta
splendidamente  da  una  famiglia di dogi ereditari.  Ebbene,  che
divenne  ora  l'Austria?  Divenne  una  federazione  (sempre   una
federazione) di satrapi militari, che tengono la mano sui  tributi
delle  provincie, e lasciano agli arciduchi una  banca  vuota,  un
titolo svanito, e la responsabilit di quanto d'atroce si commette
in  loro nome. Li eredi di Metternich furono pi ostinati e ciechi
di  lui.  S'egli aveva infamato i suoi padroni col  carcere  duro,
quelli  aggiunsero  le fucilazioni, la mitraglia,  l'acqua  ragia;
profanarono  il sesso col bastone. Se prima le vessazioni  auliche
avevano  alienato  all'imperio i cittadini, ora  le  rapine  e  le
crudelt  vilissime  li  resero avidi  di  vendetta,  digrignanti,
implacabili. Se prima sarebbersi appagati a impetrare di quando in
quando  una  regale  cortesia,  un raddrizzo  amministrativo,  ora
anelano a spezzare e atterrare ogni reliquia dell'antica maest.
Le  avite  libert ungariche erano un nodo in cui si intrecciavano
con  ineguali  patti  pi stirpi fra loro non amiche.  Anche  quel
vincolo  ora    troncato. I laceri brani non debbono  pi  essere
Ungara,  e divenire Germania non possono. Intanto nello scomposto
imperio  le  innate  aflnit chiamano a s  le  genti  slegate  e
oscillanti.  Di  qua l'Italia appella le sue; e se  ne  riscuotono
anche Trento e Trieste42; di l chiama le sue la Germania; d'altra
parte  l'Illiria,  la  Dacia, la Polonia, l'indomita  Ungara.  La
Russia  ride;  e soffia nel foco; e batte assidua il  cuneo  della
centralit  viennese, per dirompere e sfaldare le  male  assortite
agglomerazioni.  Ad  alcune trib fa sentire  il  congenito  suono
della sua lingua; ad altre aggiunge il fscino della religione; ad
altre  le  lusinghe della corte, e l'ammirazione  dell'immane  sua
grandezza;  a tutte inspira colla mano degli aborriti  marescialli
il  furore  di nuovi destini. Essa fa di pi; pone la ferrea  mano
sul  caposaldo di tutto l'intreccio. Perocch chi erano infine  li
uomini  che  avevano  abusato,  in  odio  alle  nazioni,  l'aulica
onnipotenza? Metternich era uno straniero; stranieri i Frimont e i
Bellegarde.  E  Haynau, ribrezzo del genere umano?  E  la  vittima
dell'ira  popolare, Latour? E Zobel, carnefice di  prigionieri?  E
chi  erano  Ficquelmont,  e  Daspre,  e  Nugent,  e  Wallmoden,  e
Schnhals,   e  Culoz,  e  Dahlerup?  E  tutti  quei  principeschi
venturieri  di Hohenzollern, di Hohenlohe, di Homburg, di  Coburg,
di  Reuss,  di  Wrtenberg, di Stollberg in cui nome  s'intitolano
tanti reggimenti? E i venturieri della finanza, i Bruck, i Sina, i
Rothschild43? Gente che non ha patria, come i normanni  del  medio
evo, come i filibustieri, li algerini, i cardinali, i gesuiti!  N
rappresentarono  mai li interessi d'alcun popolo dell'imperio;  ma
erano  il nucleo d'un governo cosmopolitico, incorporeo, astratto.
Che  importa a costoro giovare all'Austria o alla Russia?  Servire
il  Merovingo  immemore, o l'ambizioso di Heristal44?  E  cos  li
arciduchi  ora  sono  in faccia alla Russia  ci  che  i  duchi  e
granduchi  e re dell'Italia erano in faccia all'Austria trent'anni
fa;  ci  che  il  Gran  Mogol e il Nizam45  divennero  in  faccia
all'Inghilterra. La gran predizione si compie; 1'oceano   agitato
e  vorticoso;  le  correnti  vanno a due  capi:  -  o  l'Autocrata
d'Europa - o li Stati Uniti d'Europa.
  In  mezzo  a  s  vaste  e incluttabili influenze,  i  difensori
dell'Austria  si  divagano ad accusare dei moti  d'Italia  ora  le
societ  secrete,  ora  la volubilit del pontefice,  l'oro  degli
ottimati,  le  insidie del regale congiunto, le  imaginarie  trame
dell'Inghilterra.
Le  societ  scerete, nel Lombardo-Venelo, ove, l'impeto  popolare
riesc  pi unanime, avevano avuto minor voga che nella  rimanente
Italia.  D'altronde  non  tutte codeste  aggregazioni  avevano  un
medesimo   intento  d'indipendenza  e  di  guerra.   I   muratori,
fratellanza  universale e umanitaria (i massoni),  appunto  perci
temperavano  pi  che non infiammassero l'odio agli  stranieri.  I
carbonari   operavano  taciturni  di  citt  in  citt,  piuttosto
correttori  della  domestica tirannide, che incitatori  a  lontana
guerra.  La  Giovine Italia, fratellanza non muta, anzi eloquente,
ornata  di dottrine filosofiche e di bello stile attinto al  fonte
biblico  e  agli  esemplari di Giangiacomo  (Rousseau)  e  di  Ugo
Foscolo,  aspirava bens a richiamar la religione  dal  satellizio
degli   oppressori,  e  rifarla  confortatrice  evangelica   degli
oppressi: ci che significava col motto, Dio e Popolo. Ma  parlava
una lingua ardua alle plebi, e a molti eziando che non si stimano
plebe.  No,  non era popolare; non penetrava addentro nella  carne
del  popolo, come la coscrizione, e il bastone tedesco, e la legge
del  bollo,  e  l'esattore,  e  il circondario  confinante,  e  le
sciabole di settembre e di gennajo. L'eco della Giovine Italia era
nella generosa e poetica giovent delle universit, delle academie
e  delle aule teologiche. Essa, cogli occhi confitti nell'esercito
straniero,  pareva  riservare  ad  altra  generazione  le  dispute
tribunizie e l'emancipazione del popolo, per accingersi anzi tutto
alla  pugna.  La  sua  fede era dittatoria, cesarea,  napoleonica.
Anelava alla forza militare e all'unit46.
Nel  1831  Giuseppe  Mazzini non rivolse le prime  sue  parole  al
popolo,  ma  s ad un giovine congiurato divenuto re47.  "V'  una
corona,  gli diceva, pi splendida della vostra. Liberate l'Italia
dai  barbari;  fatela tutta vostra e felice.  Siate  il  Napoleone
della  libert italiana". A Mazzini non bastava dunque un Cromwell
n un Washington: egli invocava un Napoleone48. Era dottrina questa
esclusivamente e fanaticamente republicana49?
Pure   ogni  giorno  udiamo  li  impostori  dell'Opinione  e   del
Risorgimento,  lagnarsi che una scla intemperante  posponesse  le
armi alla toga, la vittoria alla libert. Anzi chiamano mazziniano
chiunque  loca inanzi a ogni cosa la forma republicana; vorrebbero
quasi  far credere che questo modo di governo fosse senza  esempio
nel  mondo, uscito da una mente accesa, per riflettersi in  quelle
di pochi incauti seguaci.
E perci  necessario ricominciar l'istoria dai documenti.
Senonch,  poco  monta  se  codesta scla  nascesse  primamente  e
deliberatamente  republicana; poich il  suo  voto  d'indipendenza
trionfante e di libera unit non poteva mai, mai, compiersi se non
colla  forma  republicana. E per verit,  qual  risposta  fece  il
giovine re all'araldo della nazione e della guerra?
Lo  condann, assente, a morte ignominiosa. L'ignominia ad un uomo
che  dice  al suo re: hai un esercito; riscatta l'onore della  tua
nazione!. E con Giuseppe Mazzini and fugitivo e condannato  anche
Vincenzo Gioberti!
E anche Giuseppe Garibaldi!
Ma  se  li  austriaci si appagavano, a quei tempi,  d'uccidere  in
effigie  i  profughi nemici, non fu pago il re italiano d'uccidere
in  effigie li scrittori, anzi i lettori, i lettori della  Giovine
Italia.  La  morte    la parte meno disumana  delle  tragedie  di
Genova,  di  Alessandria, di Chambry. Francesco Miglio,  che  col
sangue  delle sue vene scrive alla sua famiglia, sotto il  dettato
d'un  traditore,  una lettera che sar la sua sentenza  di  morte:
Andrea Vochieri, gi in atto di morire, n omai pi cosa di questa
terra, profanato da un calcio di Galateri: Jacopo Ruffni, che  si
trae di mano ai tentatori, scannandosi colle ferree lamne del suo
carcere50: le tenebre spaventose: i sonni rotti dagli inquisitori:
le  torture  della  fame:  le firme falsate:  abusate  perfino  le
lacrime  delle  madri:  e  tutte queste  abominazioni  avvolte  di
formule nefandamente religiose: ci fanno quasi sognare d'assistere
tra  le  selve dei Druidi ai sacrifici umani. I sepolcri dei  vivi
sullo  Spielberg riescono quasi un asilo, un refrigerio alla mente
inorridita.
Molti furono detti tiranni per aver messo a morte chi sospettavano
deliberato a rapir loro la corona.
Carlo Alberto uccise quei generosi giovani che avevano vaneggiato,
non  di torgli, ma di dargli la corona: la corona di tutta Italia:
"Fatela tutta vostra e felice!".
"Da   quel  giorno",  dice  l'intrepido  scrittore51,  dal   quale
attingiamo  quei  fatti, "Carlo Alberto, in continuo  sospetto  di
congiure  e  di  rivolte,  colloc la sua  maggior  fiducia  nella
polizia.  Volle  denuncie  e  denunciatori  nel  municipio,  nella
magistratura,  nella milizia, nell'episcopato,  nell'aristocrazia;
fido  sostenitore  del potere della poliza,  era  il  potere  del
gesuitismo,  entrambi tenebrosi, terribili entrambi,  operanti  di
qui  coi  frati,  di  l coi gendarmi, dappertutto  coll'oro,  col
ferro, colle spie ".
Corsero  sedici  anni: e apparve, nuovo spettro di liberatore,  il
pontefice  Pio  IX.  E  l'instancabile  proscritto  della  Giovine
Italia,  si rivolse a lui. E l'8 settembre del 1847, non sapendolo
nemico  della  patria,  e  implorante  di  nascosto  le  armi   di
Metternich, gli scriveva da Londra: "Unificate l'Italia, la patria
vostra.  Combattete colla parola del giusto il governo  austriaco.
Abbracciate  nel  vostro amore ventiquattro  millioni  d'italiani,
fratelli vostri. L'unit italiana  cosa di Dio, parte di  disegno
providenziale,  voto  di  tutti. Il  risorgimento  d'Italia  sotto
l'egida  d'un'idea religiosa, sotto uno stendardo, non di  diritti
ma  di doveri, porrebbe l'Italia a capo del progresso europeo.  Un
altro  mondo debbe svolgersi dall'alto della citt eterna  ch'ebbe
il  Capitolio ed ha il Vaticano". E anche queste erano  parole  di
vita  dette  a  un  cadavere.  Il papa  non  aveva  parole  contro
l'Austria, o in difesa dei fratelli. E per nulla si dolse poi  che
in  quel medesimo giorno, 8 settembre, il popolo di Milano venisse
scannato,  per  aver  cantate  a  coro  le  sue  lodi,  e  sperato
ingenuamente nel suo nome52.
  I  tempi  si  facevano terribili: l'Italia  fremeva  del  sangue
sciupato in Milano, in Padova, in Pava. Li esuli volgevano  dalle
terre  trasmarine  li  occhi all'Italia. Il  proscritto  Garibaldi
scriveva il 27 dicembre da Montevideo al proscritto Antonini:  "Io
pure  cogli  amici  penso andare in Italia  ad  offrire  i  deboli
servigi  nostri  al  pontefice, o al granduca di  Toscana".  E  li
offerse poscia anche a quel re che lo aveva condannato a morte53.
E ponevano in commune il peculio di poveri soldati, per tragittare
d'America  in  Italia quelli pi poveri ancora che  "volevano  far
dono del braccio e delle vite in difesa della patria". N ponevano
al  dono condizioni superbe, n tampoco un patto di costituzionali
franchigie;  poich  "animati dal sempre crescente  progresso  che
andava  facendo lo spirito nazionale in Italia, e  dai  segni  non
dubbj  dell'accordo  fra  prncipi  e  popoli,  avevano  sollevato
l'animo  a  quelle  medesime speranze che  vedevano  fomentate  ed
accolte dai governi del loro paese"54.
E  parimenti  in  Europa  si apprestavano  li  esuli  al  medesimo
sacrificio delle pi care loro memorie, per offrire il sangue loro
ai  prncipi  italiani,  purch  collegati  contro  la  tracotanza
straniera.  Gioberti scriveva da Parigi, fin dal  settembre  1847,
con  qual gioia vi fosse accolta dai proscritti la nuova che Carlo
Alberto  fosse  disposto  a  tutelare  l'indipendenza  italiana  e
collegarsi  col  gran pontefice; e come a tale annuncio  tutte  le
discrepanze  d'opinioni  e  d'affetti  fossero  scomparse.  "Tanti
essere  i  sudditi spontanei e devoti a Pio IX e a  Carlo  Alberto
quanti  i figli d'Italia". E scriveva a Montanelli che non v'erano
pi  radicali,  e che tutti li amatori dell'indipendenza  volevano
conservare   la  monarcha,  come  necessaria,  anzi  avvalorarla.
Senonch,  non  appena erano trascorsi tre giorni,  che  l'incauto
lodatore  aveva a dolersi d'essere gi smentito da Carlo  Alberto,
che  faceva vietare dalla polizia i colori papali e li applausi  a
Pio  IX.  Nondimeno  i  facendieri  incalzavano  con  promesse   i
proscritti; e da Milano supplicavasi Mazzini a tacere, e  lasciare
le  orecchie della nazione agli adulatori di Carlo Alberto.  E  in
Parigi  lo s'incalzava a cancellare financo il nome della  Giovine
Italia,  il quale veramente rammentava troppo le passate  crudelt
dei prncipi, ora penitenti e rigenerati. E lo traevano a riunirsi
secoloro   in   una  nuova  Associazione  Italiana,  della   quale
scaltramente   lo  volevano  preside,  insieme  per   ad   uomini
apertamente  costituzionali e principeschi; ed esigevano  in  nome
della  patria  che "rinunciasse ad ogni iniziativa", e  attendesse
rassegnato  che  dal seno dell'Italia e dalla  lega  dei  prncipi
riformati  e  riformatori avesse indirizzo ogni cosa. Vedeva  egli
pur  troppo  "il  retrocedere del papa e il pessimo  maneggio  dei
moderati. Io temo, scriveva a Filippo De Boni, le riforme di Carlo
Alberto,  non  perch  io  mi  sia  republicano,  ma  perch  sono
unitario. Con tutta l'avversione che ho a Carlo Alberto, carnefice
de'  miei migliori amici, con tutto il disprezzo che sento per  la
sua fiacca e codarda natura, con tutte le tendenze popolari che mi
fermentano dentro, s'io stimassi Carlo Alberto da tanto,  d'essere
veramente  ambizioso,  e  unificare l'Italia  in  suo  pro,  direi
veramente:  amen.  Ma  ei  sar  sempre  un  re  della   lega;   e
l'attitudine militare ch'ei prender, se la prender, non far che
impaurir  l'Austria, e ritenerla forse ne' suoi  attuali  confini,
che i re della lega rispetteranno.E questo  il peggio". Il peggio
era dunque per il Mazzini la pace coll'Austria: dacch suprema sua
fede era sempre l'immediata e combattente unit di tutta l'Italia.
Ora  vediamo di che tempra e di che fede si fosse codesta lega dei
prncipi  italiani.  Carlo Alberto erasempre infraddue,  fosse  in
politica,  fosse anco solo in cose di letteratura.  Egli  chiamato
dagli  imperiosi tempi ad essere un Napoleone, l'uomo dalla ferrea
volont, non aveva mai volont propria; pendeva sempre fra opposti
consigli;  e  talora  li  seguiva a lungo entrambi,  rifacendo  in
secreto  colla sinistra ci che aveva solennemente disfatto  colla
destra55. V'erano intorno a lui due conciliaboli di cortigiani, che
operavano  in  contrario senso; poi ognuno dei  due  portava  come
bracco  la  sua caccia appi del padrone. Carlo Alberto al  chiaro
giorno  era  re  di  Sardegna, colonnello del 5 reggimento  degli
ussari  austriaci, insieme con Radetzky; cognato degli  arciduchi;
ricinto di gesuiti da messa e da spada; ricinto da quelli che  col
suo  denaro  pagavano  la guerra civile in Friburgo  e  Lucerna56;
ricinto  da quelli le cui mani stillavano del sangue della Giovine
Italia.  E nella notte, egli dava clandestina udienza alle societ
secrete   di  tutta  la  penisola  e  della  Sicilia;  viveva   in
concubinato  colla  rivoluzione. N i  persecutori  della  Giovine
Italia  erano ben concordi fra loro: poich si dividevano seguendo
le  rivali  ambizioni di Villamarina e Lamargarita57; sempre  per
concordi a regnare colla censura, colle spie, col confessionale; e
adoperare,   secondo  l'opportunit,  le  tombe  (le   celle)   di
Fenestrelle,  la  malaria  di Sardegna, il  piombo,  il  capestro.
Nell'altra congrega erano molti che il re aveva condannati a morte
e faceva stare inesorabilmente in esilio, come re di Sardegna; ma,
come re futuro d'Italia, li accarezzava, inviandoli qua in l  ira
secrete  missioni. Alcuni di essi erano paghi di  addentrarsi  nel
torbido  delle cose italiane, preparando al re, quando che  fosse,
l'acquisto  d'un  po'  di  paese, foss'anco  solamente  Mentone  e
Roccabruna58; erano menti meschine, educate nella meschina istoria
di  quella  monarchia. Altri coltivava anche le ragioni ereditarie
del  re  sovra Piacenza; altri voleva scavalcare anche il duca  di
Modena59; il quale per verit nel 1831 aveva cospirato coi gesuiti
a  scavalcare Carlo Alberto in Piemonte. Altri s'aggirava fin  per
le  carceri della Sicilia, a far sacco degli odj inveterati contro
il  nome borbonico. Altri, superando li scrupoli della divotissima
casa,  spingeva  le  artificiose  mine  fin  sotto  al  trono  del
pontefice.  Questa  era  la  provincia sopratutto  del  pittore  e
letterato  Tapparelli, detto volgarmente il marchese d'Azeglio;  e
fa  meraviglia:  poich era figlio e fratello  di  gesuiti60.  Qui
diverrebbe troppo lunga ripetizione l'andar esponendo quanto viene
a  chiarirsi,  ove si riducano a commune costrutto alcune  lettere
del  Gioberti: le memorie secrete degli emigrati: le dichiarazioni
del  triumviro  Aurelio Saffi61, dell'inviato De  Boni  e  d'altro
membro dell'assemblea romana: i cenni sulla propaganda di Modena e
Milano:  la publica protesta fatta dal conte Michelini, che  aveva
spinto  l'audacia  fno  a volere, contro  il  comando  del  papa,
spiegare in Roma lo stendardo di Carlo Alberto62: moltissime  date
di  quei  giornali toscani, ch'erano strumenti alla propaganda  di
Carlo  Alberto  contro il duca di Toscana,  quando  la  stampa  in
Piemonte era ancora schiava; l'opera del generale Giacomo  Durando
che  voleva prendere lo Stato del papa dandogli in cambio le isole
d'Elba e di Sardegna: e rifacendo le tre Italie, antico e infausto
disegno concertato, venticinque anni addietro, fra Carlo Alberto e
Federico  Confalonieri: infine le opere degli aperti lodatori  del
re,  Alfonso  Andreozzi  e  Luigi Carlo  Farini.  E  questi  fanno
menzione anche della mistica medaglia, che sta in fronte al nostro
Volume  63  e  pu  facilmente vedersi in metallo  nelle  raccolte
numismatiche; barbaro accozzamento di cifre gotiche e di  baccelli
palageschi64,  di  mostri blasonici e di visi  umani,  che  il  re
inviava  secretamente  ai  suoi devoti, come  il  pontefice  manda
intorno le rose d'oro e i femori di santa Filomena.
Questi   maneggi  erano  antichi.  Fin  da  molti  anni   addietro
ordinavasi in Brusselle e in Parigi il comitato dei Veri Italiani;
si trasferiva poscia in Pisa e in Firenze; e di l si propagava  a
Bologna  e a Forl, nonch a Roma, a Napoli, a Palermo.  Pare  che
rimanesse obliata la sola Venezia, non sappiamo per qual  disegno;
e  per  verit, anche quando la si ebbe, si tent di adoperarla  a
fare un baratto65, rinnovando la vergogna di Campoformio. Forse si
temeva   che,  l'unione  di  Genova  e  di  Venezia  insospettisse
l'Inghilterra66;  forse  Genova  medesima,  per  triviale  gelosia
mercantile,  voleva  trarre a s sola  il  commercio  della  valle
cisalpina.  Intanto  si  arrolavano alle congreghe  albertine  gli
scrittori  ambiziosi;  e  i  ricchi  che  avevano  titoli   o   li
agognavano; e sopratutto parecchi capi dei carbonari e delle altre
stte.  E ai repubblicani si predicava non essere maturi ancora  i
tempi   alla   libert;  doversi  consecrare  i   pensieri   prima
all'indipendenza; al che necessitava fare un regno  grande,  ossia
farsi  tutti  sudditi di Carlo Alberto; il quale aveva  pronto  un
esercito. E l'esercito vi era; ma il re l'aveva ordinato a frenare
nelle  guarnigioni  i  suoi sudditi, non a campeggiare  contro  li
stranieri.  L'esercito  non  aveva stato-maggiore  addottrinato  a
condurlo;  perch si era convenuto che, in caso  di  guerra  colla
Francia,  l'Austria  reggerebbe67.  A  quelli  che  dubitavano   o
disperavano  dell'animo di Carlo Alberto, si faceva intendere  che
ove  il  re non si mettesse all'opera di buona voglia, l'avrebbero
costretto.  A quelli che ad ogni patto non volevano aver  padrone,
si  diceva che, dopo la vittoria, lo strumento della vittoria  ben
si  poteva  spezzare;  e  proclamare  l'intera  libert.  Cos  la
gesuitica congrega di Torino avviava quella versicolore ed assurda
ricucitura  della  fusione, che pretendeva accozzare  le  opinioni
inconciliabili  e  li interessi nemici in una concordia  infida  e
caduca,  purch  durasse quant'era necessario a  sventar  l'impeto
popolare,  e  durar  l'occasione alla  libert.  Allora  dovettero
appartenere  ad una stessa causa Guerrazzi e Gioberti,  Azeglio  e
Bianchi-Giovini, Settimo e Bozzelli, Balbo e Sterbini,  Valerio  e
Cavour;  e  arrabattarsi in carnevalesca miscela  Pinelli,  Buffa,
Zucchi,  Salvagnoli, Gioia, Correnti, Minghetti, Ridolfi, e  altri
senza   fine;   abbracciarsi  prncipi  e  popoli,  poliziotti   e
carbonari, epuloni e martiri, gesuiti e antologisti, ciambellani e
republicani,  per uscir poi di quell'orgia regale  disingannati  e
discordi pi che mai.68
Intanto  il tempo scorreva; e alle parole non seguivano  i  fatti.
Nessun  indicio  si vedeva della guerra del re, e nemanco  d'animo
veramente  riformatore e liberatore in lui; ch anzi lo si  vedeva
accosciato   sul   letamaio  del  gesuitismo  e   della   polizia.
L'oppressione  intanto  nelle Romagne si faceva  ogni  giorno  pi
intollerabile, perch la nazione sentiva ogni giorno  pi  la  sua
coscienza,  e il suo diritto, e la sua vergogna. Allora  fremevano
contro  i  loro  capi  le fratellanze; e li  gridavano  servili  e
sleali; e prorompevano a incomposti e tumultuare disegni.
Qual era dunque la mente dell'Azeglio e degli altri sollecitatori?
Volevano  spingere, o volevan frenare? 0 solo preparar da  lontano
li animi, affinch in ogni caso si volgessero al re, piuttosto che
a  pi risoluti e liberi consigli? Forse intendevano solamente che
il  re, accaparrandosi quella furtiva popolarit, potesse in  ogni
caso,  nel  naufragio  degli alleati, salvar  se  medesimo.  Forse
intendevano  solo dividere dalla moltitudine i capi:  seminar  fra
quelle  temute tenebre la discordia e l'impotenza. Forse bramavano
solo  sapere:  sapere  quali  affetti ardessero  nelle  addolorate
viscere  dell'Italia. E perch poteva il re aver brama di saperlo?
Per sua sicurezza soltanto? Ma come obliare ch'egli nel 1821 e nel
1833,  pur  troppo, era stato delatore dei nemici dello  straniero
allo straniero?
Ad  ogni modo le amicizie republicane di Milano69 e le fratellanze
dei  carbonari in Romagna, erano divenute, alcune deliberatamente,
alcune   per  inganno,  una  specie  di  fanteria  dei   cavalieri
albertini. E l'Azeglio e altri che avevano professato di  ritrarre
l'Italia  da  quello ch'essi chiamavano il malvezzo delle  societ
secrete,  se  ne facevano essi i capi, e ordivano un  secreto  nel
secreto.  E  per  lo  stesso modo, dopo  aver  predicato  che  non
volevasi governo in piazza, mandavano dalla locanda di Porta Rossa70
il  vessillo  di  Savoia  nelle vie  di  Firenze,  come  se  fosse
desiderato dal popolo fiorentino che non lo conosceva,  e  non  lo
curava. E inviavano emissarj a portarlo per le piazze e pei teatri
di  Roma,  per  imporre al pontefice, sotto  i  nomi  di  ministri
secolari,  i  loro  creati. E imponevano  generali  piemontesi  al
granduca  di Toscana, generali piemontesi al papa; il  quale,  mal
discernendo l'un Durando dall'altro71, diceva, non del tutto senza
ragione, di non volere ad ogni patto "quei signori Durando che  lo
volevano cacciar nelle isole".
Si  pu  dire  a scusa di Carlo Alberto, ch'egli non era  il  solo
principe  in  Italia  che intingolasse bassamente  in  casa  degli
alleati  e dei congiunti. A parte i satelliti di tutte le polizie,
di  tutte  le diplomazie, i centurioni, i sanfedisti, e  tutte  le
radici  maschili  e  feminili della mala pianta  di  Sant'Ignazio,
v'erano altri conciliaboli che operavano pel duca di Modena  nelle
Legazioni e in Piemonte; per i Beauharnais, e diremo pure  per  la
Russia,  nelle Legazioni e in Milano; per i Borboni nelle  Marche,
per  i  Murat  a Napoli; per i Bonaparte a Milano e  a  Roma;  per
l'Austria in Piemonte, nelle Legazioni e dappertutto.72
 Fra i padri lettori, i padri maestri, i padri inquisitori, fra li
stessi  monsignori e cardinali v'erano i venduti all'Austria,  non
venduti  per oro, che l'oro se lo tenevano volentieri li austriaci
per  s,  ma  per  la  speranza di avere un  giorno  dall'imperial
favore,  o il pallio arcivescovile di Milano, o benanco  la  santa
pantofola di Roma, da calpestare l'evangelio e la patria. E quando
i sicari del borgo di Faenza non ebbero pi faccende n sicurt in
Roma  e  in Romagna, venivano secretamente arrolati dai  duchi  di
Modena e di Parma. Ci facevano i conservatori dell'ordine e della
virt!
Le   occulte  congreghe,  mosse  da  tante  contrarie  e  perverse
ambizioni, scontrandosi nelle tenebre sicombattevano fra loro.  Il
poeta Castagnoli, propagatore austriaco73, fu punito dai cardinali;
il  barone Baratelli74, pur satellite austriaco, fu prima esiliato
dai cardinali: e questo  certo; poi fu ucciso: e non si seppe  da
chi. E frattanto si scrisse in Inghilterra, accagionandone ad ogni
buon  conto "il pugnale democratico"75. E anche a Ciceruacchio  fu
vibrato un colpo indarno: non certo da mano democratica. N  certo
era  l'obolo  della democrazia che poscia pagava le  insidie  tese
sotto  i  passi  di  Mazzini  in  Ginevra  e  Losanna.  In  quelle
inesplorate tenebre giace l'arcano della morte di Rossi; e gi, un
anno  prima  ch'egli cadesse, veniva additato all'odio del  popolo
romano come "publico nemico" da quella fazione regia che alla  sua
morte sal al potere in Roma. Questo  certo.
Adunque sul principio del 1848, quelle associazioni che non  erano
gesuitiche o principesche, erano almeno sotto la sovrintendenza, e
direm   pure   sotto  il  morso  e  le  briglie   dei   commissarj
principeschi.  E  perci  tutte  le  esitanze,  le  debolezze,  le
perfidie  degli schiavi di corte pesavano come un fato  invisibile
sugli  uomini giurati all'indipendenza e alla libert.  Quindi  il
moto  popolare, cos unanime e poderoso nelle sue profondit,  era
ondeggiante e rotto alla superficie, e coperto di estranie  spume.
Dal Piemonte, ond'era venuto Azeglio colle regie lusinghe, un solo
fucile   non   si  pot  implorare  per  l'imminente   inevitabile
conflitto76, quando li arsenali di Carlo Alberto, quattro mesi inanzi, ne
avevano  prodigato  migliaia ai dissidenti  svizzeri77.  E  quindi
appare  una  delle  cause  perch il moto,  non  venne  gi  dalla
frontiera, ove stava Benedek ad aspettarlo; ma scoppi  prima  nel
Veneto78,  ch'era  vergine ancora dalle corruttrici  influenze  di
Carlo  Alberto;  e  di  citt in citt giunse  a  Milano.  E  come
vedrassi  nel  seguente volume, Pava, le cui  case  toccavano  il
Piemonte, i cui cittadini avevano in Piemonte i poderi79, e perci
sapevano  troppo bene le piaghe del gesuitico governo, fu  l'unica
citt  del Lombardo-Veneto che non si lev se non dopo la partenza
degli austriaci.
Non  si  lev  se non nella notte del quinto giorno  dacch  udiva
muggire  nella vicina Milano il cannone. E non fu gi indifferenza
che  quella  illustre citt serbasse alla causa  italiana;  poich
nella  opposizione  legale i suoi magistrati mostrarono  singolare
sollecitudine e dignit.
Li  ottimati  che, per piacere al Piemonte, venivano  tollerati  e
voluti  a  capo  d'ogni  cosa in Milano, non  erano  gi,  come  i
generali austriaci ripetevano nella gazzetta d'Augusta, i prodighi
agitatori d'una plebe venale; ma tanta avarizia recarono  in  ogni
cosa,  quando frivola non fosse, che per lo stento del denaro  non
si  poterono  compiere i disegni; non si pot nemanco ordinare  la
necessaria catena degli avvisi. E per manco d'avvisi, la nuova  di
Milano  insurta appena giungeva il 18 a Como e a Varese; e Vicenza
seppe  solo al 28 che Milano era libera dopo il 22; e Milano seppe
la  risurrezione di Venezia solo il 24. E Verona e Mantova,  poste
nel  mezzo, rimasero libere custodi delle ferree loro porte,  fino
al  lento  ritorno  del Daspre da Padova e del Wocher  da  Milano;
evento decisivo per tutta la guerra; poich ben altra cosa sarebbe
stata,  se  il popolo avesse tenuto Mantova e Verona,  come  tenne
Venezia e Palmanova. E cos appare ognora pi manifesto, che  quel
moto sgorg spontaneo qua e l dalle viscere della nazione; e  che
come il mal governo di Metternich lo aveva preparato, cos la  sua
caduta gli diede l'ultimo impulso. No, nessun popolo si mostr pi
noncurante dell'oro e pi prodigo del sangue. E ci fa quasi schifo
leggere come le ricche dame di Milano elemosinassero per vicoli  e
botteghe,  a far carit coi denari della plebe; e come  i  giovani
pi  operosi a promovere la rivoluzione, dopo aver fatto il novero
degli amici epuloni, fino a compiere cento millioni di patrimonio,
appena ne spremessero settemila franchi. Vergogna pur troppo anche
questa  della patria, ma che pure torna d'altra parte a sua gloria
tanto  maggiore. E cos rispondiamo al general Willisen, il  quale
intraprese   a  spiegare  alla  Germania  la  nostra  rivoluzione,
intendendola  cos poco e cos male, che la giudic  un  capriccio
improviso, mosso dall'oro degli ottimati80.
La  propaganda albertina coltivata ancora pi durante  la  guerra,
lasci  due  mali.  L'uno  ed  il peggiore  si  fu,  di  segregare
nuovamente  dalla nazione gli ordini pi cospicui,  che  sotto  il
livello straniero parevano essersi rifatti popolo; e perci  erano
dal  popolo  con  devota gratitudine ammirati  e  seguiti.  E  per
l'ambizione d'allargarsi in tutta l'Italia, Carlo Alberto diede ai
maggiorenti  per  tal modo ordinati, un animo  per  molti  aspetti
simile  a  quello  degli antichi ghibellini; i quali  nascevano  e
morivano nella perenne aspettazione d'un esercito che scendesse  a
render  loro sugli eguali un predominio che di per s non valevano
a  conservare. L'altro danno, per transitorio, si fu di sviare la
nazione  dal puro e immediato amore della libert; la  quale,  per
essere  l'Austria  omai  chiusa entro  i  suoi  confini,  potevasi
ottenere  da  tre  quarti  della nazione,  senza  guerra  e  senza
pericolo; ed erasi in certo grado ottenuta.
Poich  la Sicilia era veramente libera; e dappertutto ai prncipi
protetti  dall'Austria s'era estorto un po' coi modi  gentili,  un
po' cogli aspri, la libera stampa e un abbozzo di costituzione. N
quando tre quarti della nazione avevano la libert d'intendersi  e
d'armarsi,  poteva indugiare a lungo la liberazione del rimanente;
il  quale  per poco non bast a se medesimo, e solo per  manco  di
buon consiglio. Ma ci che chiamassi la fusione, era noncuranza  e
quasi  disprezzo della libert. E inoltre, sconvolgendo  di  prima
giunta  i  confini  degli Stati, avanti di  prevedere  alla  forza
interna  di  ciascuno d'essi, correva a cozzare  contro  il  punto
fermo  dei  trattati del 1815. E questi non si potevano sciogliere
se  non coll'assentimento di molte potenze; anzi piuttosto con una
innovazione  di tutto l'ordine europeo e colla commune  caduta  di
tutti  i  governi,  quello compreso che colla fusione  volevasi  a
spesa degli altri governi ingrandire.
  Ora che abbiamo accennato ci che le societ secrete non fecero,
resta  a  dire ci ch'esse veramente operarono. A ci  ne  porgono
lume  i  frammenti  che  abbiamo raccolti da  un  manoscritto  del
Montanelli  e da varie memorie di promotori del moto  milanese;  e
dnno bastevole indirizzo anche intorno a ci che sarassi operato,
da  quelle  moltissime altre fratellanze, delle quali  ancora  non
abbiamo i documenti. Qui vediamo anzitutto che molti dei promotori
erano  gi stati allievi della Giovine Italia; ma sciolti da  ogni
vincolo  di  setta, operavano ognuno a suo luogo, sugli  amici;  e
cos mano mano penetravano nelle moltitudini, traendo in luce quei
sentimenti che la straniera insolenza aveva generati.
La   dottrina   era   dunque  sopravissuta   all'iniziazione;   il
convincimento  aveva avuto pi vigore dei riti e  dei  giuramenti;
l'idea  era  pi forte del patto81. Ecco ci che l'Italia  deve  a
Mazzini. Egli fu il precursore del risorgimento; egli che nel 1831
aveva  gi concetta nella mente la santa crociata del 1848, allora
incredibile ai savj mondani; egli che aveva visto sin d'allora  il
seno  dell'Austria,  come  quello della vipera,  squarciato  dalle
nazioni entro racchiuse.
Codesti  fedeli  della  Giovine  Italia  erano,  i  pi,  divenuti
republicani,  quantunque avessero preso le mosse da  una  dottrina
che  sperava in un re e voleva fondare un nuovo regno82. E  alcuni
erano  di  cospicuo  casato. Ma questa   propriet  della  nostra
nazione, che 1'animo republicano vi s'incontra in tutti li ordini:
che  anzi la genuina fonte della vera nobilt italiana, non  della
ribattezzata di anticamera e poliza, sta nei consessi decurionali
delle  antiche  republiche municipali: e pare anzi  che  fuori  di
codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare  cose
grandi.  E  che  fece  mai  di  glorioso,  o  anche  solo  di  non
vituperoso, il gran regno che incatena otto millioni d'anime nella
bassa  d'Italia (Il regno di Napoli)? Si paragoni l'istoria romana
a  quella di Torino; l'istoria di Venezia a quella di Trieste!  Ma
codesti  nuovi  republicani, pur troppo erano  propensi  sempre  a
sperare pi nell'esercito regio che nella guerra di popolo, perch
la  scla loro era scaturita primamente dall'idea napoleonica. Ora
un  Napoleone  non poteva surgere che di republica. Una  monarcha
che    dovesse   trascinar   seco   al   campo   il   guardinfante
dell'etichetta,  del gesuitismo, della polizia, della  diplomazia,
non  poteva  trar  di  sotto  a quegli ingombri  un  Napoleone.  E
anch'egli,  il  primo console, quando si ebbe messo intorno  tutto
l'imperiale  viluppo, non oper pi le giovanili  sue  meraviglie.
Pure,  anche  in quella gabbia egli era rimasto sempre  il  leone,
l'uomo   della   indomita  volont:  mentre  Carlo  Alberto,   ora
vacillando a destra ora a sinistra, doveva appuntellare sempre  il
mutabile  suo  volere  al consiglio altrui; n  sapeva  far  passo
inanzi  se non si udiva alle spalle il mormoro delle genti  o  la
lode. L'Italia non ebbe il console; n l'uomo.
Sciolti da ogni rito, i giovani e liberi propagatori si erano, per
cos dire, approfondati nell'onda popolare.
D'ogni  cosa  essi fecero arme morale a confortare la moltitudine,
conscia  degli  affetti suoi, ma inconscia della sua  forza.  Essi
tradussero   in   vulgare   alle  smembrate   provincie   l'arcano
dell'unit. Adoperarono i fogli clandestini e i publici, i  canti,
li  evviva  a  Pio IX, il sasso di Balilla, le catene  di  Pisa83.
Adoperarono  i  panni funebri delle chiese e  i  panni  gai  delle
veglie festive; assortirono in tricolore le rose e le camellie, li
ombrelli e le lanterne; trassero fuori il cappello calabrese e  il
giustacuore  di velluto: il vessillo della nazione e quello  delle
cento  sue citt. Era quella una lingua nuova che parlava a  tutte
le  genti d'Italia pi alto e chiaro che l'altra lingua in  cinque
secoli  non avesse parlato. Essi accesero di vetta in vetta  lungo
l'Apennino  le fiamme del dicembre: essi congregarono sulla  fossa
di  Ferruccio i montanari della Toscana: essi domarono  coi  fieri
applausi dei trasteverini le ritrose voglie del pontefice.
Essi   rivelarono  il  popolo  al  popolo,  l'Italia   all'Italia;
gettarono  sul  viso  al barbaro armato il  guanto  della  nazione
inerme e impavida; trassero la plebe che aveva taciuto trent'anni,
a  dire d'una voce: l'ora  venuta; a svellere coll'erculea mano i
graniti  delle vie; a spegnere coi fucili strappati al  nemico  il
foco  de' sessanta suoi cannoni; a togliere in poche ore ai vecchi
generali ogni senno e ogni coraggio. Il popolo poteva fare: voleva
fare;  ma  senz'essi non aveva fatto. Per essi  ora    certo  che
l'Italia sa e l'Italia pu.
Mazzini  aveva  scritto a Pio IX di aver pi caro  soccumbere  che
mirar  le  vendette  e  li eccessi maturati dalla  lunga  servit.
Soverchio  timore: l'oppressione non avea maturato  i  vizj  della
prosperit,  ma  le  virt della sventura;  la  nazione  serva  si
scoperse   pi  generosa  delle  nazioni  dominatrici  e  superbe:
perocch il dolore giova ai popoli come all'uomo. Inebriati  della
poesia   del  proscritto,  i  suoi  seguaci  furono  alla   docile
moltitudine  consiglieri d'umanit. Il popolo seppe vincere  senza
eccessi  e  senza vendette. E ora non se ne penta. Poich  se  gli
sfugg  poi  di pugno la vittoria, non fu perch fosse  stato  pi
magnanimo  del  nemico, ma perch fu credulo e  servile  al  falso
amico.  Che  se li avversarj ora non hanno il senno  d'imitare  il
virtuoso esempio, e si vanno contaminando d'inutili crudelt, essi
condannano  s e li sgraziati loro satelliti a soggiacere,  quando
che   sia,  a  rappresaglie  che  nessuno  potr  condannare,   n
compiangere.
Per  troppo ardore d'avventarsi contro i nemici stranieri, i quali
potevano fare ben breve ostacolo a una gran nazione, l'Italia  non
si profitt dell'impotenza nella quale essi erano gi caduti, onde
estirpare frattanto i loro intestini fautori, e assicurarsi pel d
della  battaglia il tergo dalle insidie. Essa dimentic che l'arte
della libert  l'arte della diffidenza; che libert  padronanza;
e  padronanza non vuol padrone. Diede le redini a chi  non  voleva
che  il  carro andasse. Rinunci ai prncipi l'iniziativa, appunto
quando, dopo tant'anni, stava per metter le mani sulla vittoria.
Le  fratellanze di Romagna e le amicizie di Milano  posero  i  pi
gelosi  secreti  e la vita stessa dei fratelli a discrezione  d'un
disertore; a discrezione d'un re ch'era stato per diciott'anni  di
regno  l'ostinato  e sanguinario loro nemico; e  che  poteva  ogni
matino  tradirle, non foss'altro, al gesuita il quale lo assolveva
del  sangue  versato. E fu parimenti consiglio fallace  quello  di
sospingere  i pontefci e i re cogli applausi; poich,  conosciuta
la  loro  natura che cede solo al timore, chi pot farli camminare
di  quel  modo  impunemente, avrebbe potuto farli camminare  anche
d'altro modo. Ma l'Europa non pot imaginarsi che tutto un  popolo
avesse cos unanimemente e lungamente affettato una gratitudine  e
un'ammirazione che non doveva sentire. Credette adunque che Pio IX
fosse un uomo inviato da Dio, e non un segnacolo artificiale,  che
non  aveva senso se non da un accordo di congiurati. Laonde quando
il  tempo fu consumato, e i teatrali applausi dovettero aver fine,
parve  al mondo che l'Italia fosse ingrata! - Chi ha diritto,  non
ringrazia.
  Mai  la causa della verit non vuolsi difendere colle armi della
simulazione.  Pur troppo abbiam gridato pontefice  liberatore  chi
vegliava  solo  l'istante  di trafugarsi  nelle  file  dei  nostri
nemici,  e  frattanto  stipendiava in Roma i sicarj  di  Faenza84.
Abbiamo  gridato, gi prima della guerra, capitano liberatore  chi
era  stato in campo una sola volta, e contro la libert; n  aveva
mai comandato eserciti, n aveva animo da capitano, ma solo quella
noncuranza del pericolo che ha ogni bifolco fatto granatiere85.
Abbiamo gridato filosofo liberatore, e condutto in trionfo per  le
citt d'Italia, quel Gioberti ch'esule ancora per decreto di Carlo
Alberto  voleva  assoggettare per forza  all'ingiusto  persecutore
tutti  i  liberi uomini d'Italia; e minacciava la guerra civile  a
chi intendesse la indipendenza in altro modo: anzi in quel modo in
che  l'aveva  gi  intesa egli medesimo; e  rallegravasi  poi  con
satanico  gaudio  di veder Venezia pericolante,  e  punita  d'aver
voluto riesser Venezia86. E queste favole nostre avevano almeno il
pregio  d'esser  generose,  e  di fare  ai  nostri  avversari  mal
meritata  cortesia;  ma tali non furono poi  quelle  che  da  essi
vennero  rese  in ricambio. N potremo mai perdonare  l'accusa  di
sicarj apposta a coloro che non furono prodighi se non del proprio
sangue;  n  li  infami sospetti seminati fra il popolo  contro  i
cittadini pi dimentichi di s e delle proprie fortune, per  farli
credere  stipendiati dall'oro di Ficquelmont87, e far temere  alla
gente  un'insidia austriaca nel nome stesso della libert. E  cos
il povero popolo, fra i nomi indegnamente levati a cielo, e i nomi
iniquamente tratti nel fango, non seppe pi chi gli fosse amico  o
nemico;  e grid pi volte la ironica formula del vecchio toscano:
viva la mia morte e muoia la mia vita.
Ora  qui voglionsi accennare almen di volo le profonde origini  di
certi  avvenimenti.  Quando  giunse  fulmineo  l'annuncio  che  il
Borbone  vinto in Sicilia era vinto senza sangue anche a Napoli  e
giurava   patti  al  popolo,  Carlo  Alberto,  consigliato   anche
dall'Inghilterra,  promise  in fretta anch'egli  il  suo  Statuto.
Promise  farsi re di cittadini; ma voleva restarsi re di  gesuiti;
epper  li lasciava tranquilli nei loro nidi; e pasceva il  popolo
di  parole  e di feste, schermendosi intanto d'armare  la  guardia
civica.  Sopravenne  pi  fulmineo l'annuncio  della  tempesta  di
Parigi;  il popolo di Genova, che sapeva ov'era il nodo della  sua
servit,  proruppe  contro  i  gesuiti;  Torino  segui  l'esempio.
"Quegli  avvenimenti  determinarono il  governo  a  istituire  una
guardia   nazionale  provisoria;  ma  fu  prefisso  il  numero   a
cinquecento". "L'orage gronde trop prs de nous", dettava il re al
ministro  San  Marzano il 3 marzo; e diceva che  "en  consquence"
aveva deliberato di "complter ses armements". En consquence  del
moto  popolare egli faceva ci che non aveva fatto en  consquence
dell'invasione    di    Ferrara,   delle   stragi    di    Milano,
dell'occupazione di Modena e di Parma. Partivano dal  Piemonte  le
poche  centinaia dei gesuiti da messa; ma sotto l'ombra di  quegli
armamenti,  anzi  di quegli stessi cinquecento  privilegiati  alle
armi civiche, si salvavano dall'ira popolare i gesuiti da spada  e
da toga88; e i genovesi si lagnavano nei giornali che il sacrilego
edificio  rimanesse  indistrutto. Rimasero  i  gesuiti  in  corte,
rimasero nel governo, rimasero nell'esercito; e venti giorni dopo,
seguivano  il  re  al campo; gettavano la rete  sulla  guerra  del
popolo; davano agio al nemico di riacquistare le perdute fortezze,
di  rifornirle,  di  ricomporre in quella quiete  imperturbata  il
disfatto esercito. Facevano anco quei sacrificj di sangue ch'erano
necessari  a  conservar  nei  popoli l'illusione  d'esser  difesi;
spingevano li infelici soldati "nell'imbuto di Santa Lucia"89 come
lo  chiam  il  general Bava; divagavano i popoli  col  cicaleccio
della  fusione; richiamavano i volontari dal Tirolo; abbandonavano
i toscani a Curtatone; abbandonavano i romani a Vicenza; perdevano
mano mano tutte le provincie; infine, il 4 agosto, Lazari, il capo
della poliza sarda, andava al campo di Radetzky a patteggiare  la
consegna  di Porta Romana; la sedizione era finalmente  compressa;
le acque torbide si raccoglievano nel pristino letto.
L'opera dei gesuiti fu assecondata dalla congrega diplomatica;  la
quale  non poteva, per cos poca cosa, uscire dal patto del  1815,
ch'   la  legge  dell'Europa,  finch  l'Europa  medesima,  tutta
rinnovata, non si stringa in altro patto.
  E  ora vogliamo far cenno di quella unit nazionale, a cui molti
generosi  parvero quasi posporre la libert90. Certo, chi  miri  a
qual  mole straniera si dovesse far fronte, non si far meraviglia
che  sembrasse  necessario contraporvi tutta  l'Italia,  o  almeno
quella  maggior  parte  che si potesse, e quanto  pi  si  potesse
saldamente  unita.  E  anche in ci si vede, come  nel  rimanente,
l'effetto  della nazional reazione contro l'artificiale centralit
straniera.  Ma  i  pi andarono errati, giudicando  che  la  forza
militare  si  misurasse a numero di popolo, e imaginandosi  d'aver
finito  la  guerra,  quando fossero riesciti a  stivare  sotto  la
predella  d'un trono dodici o quindici millioni di gente. Potevano
ben  vedere  come  il regno di Napoli fosse il  doppio  quasi  del
Piemonte,  e  non  fosse  pi forte. E il  Piemonte  doppio  della
Svizzera, e non diviso, ma saldamente stretto in una sola mano,  e
non  per  a lunga pezza s forte. E dopo la cabala che si  compi
colla farsa dell'Urbino91 il 29 maggio, il Piemonte che dettava la
fusione  col pretesto d'esser pi valido a spacciar la guerra,  si
trov  da  quel momento pi debole, per timore ch'ebbe  Torino  di
perdere i vantaggi di regia sede e le briciole della regia  mensa,
e  per timore ch'ebbe la corte di non aver braccio a infrenare  la
improvisa folla dei nuovi sudditi, non ancora ben maceri e fracidi
nel gesuitico lezzo. E quindi si lasciarono ir perdute, in giugno,
le  quattro  provincie venete92 prima d'averle  acquistate;  e  in
luglio,  al primo infortunio, si lasciarono andar perdute  l'altre
provincie  e i ducati93. E il 5 agosto ai generali di corte  parve
mala  grazia nei milanesi che non si sottomettessero subito  e  di
buona  voglia  ai  barbari, quando cos pareva  e  piaceva  a  Sua
Maest94.
   Sembrava  quasi  che  l'abbandonare  vilmente  la  guerra  poco
importasse. Chi doveva volere, non voleva. Ora, il primo principio
di  forza  nelle  cose umane  la volont, e non il  numero  degli
uomini  che  da  quella volont dipende. E non fu  il  numero  dei
battaglioni,  che poi condusse, senza contrasto, li  austriaci  in
Mortara, intercidendo l'esercito piemontese dal regno; e  che  poi
li  condusse  con  minor contrasto ancora in  Alessandria,  quando
pareva bello agli eroi di corte andar piuttosto a malmenar Genova,
perch voleva continuata virilmente la guerra. Due volte cadde  il
regno  che aveva i millioni di sudditi, intanto che Venezia, sola,
e    povera,    e    levatasi   esangue   dal    sepolcro,    dur
combattendo,finch'ebbe pane 95. E in altri tempi,  Venezia  stessa
con  angusto  dominio  aveva durato contro tutta  Italia  e  tutta
Europa  congiuratagli contro dal pontefice;  e  aveva  durato  pi
secoli  contro  l'imperio ottomano. Pur s'udirono  fra  noi  molti
deridere, con Gioberti, le republichette. E pur troppo,  per  male
cure   di  lui  medesimo,  Venezia  era  rimasta  sola  e   povera
republichetta di centomila abitanti.
Ma  aveva  quell'animo che i satelliti regi non poterono infondere
alla  Sicilia venti volte pi popolosa. Un diminutivo  non    una
ragione,  direbbe il savio Bentham. E la Svizzera medesima  non  
forse  un fascio di ventidue republichette? anzi, diciam pure,  di
venticinque?  E  se dimani il Vallese e Friburgo si suddividessero
come Appenzello e Basilea96, forse verrebbe rimossa la cagione  di
qualche  discordia; e certamente non perderebbe la patria  un  sol
difensore. Le republichette svizzere bastano alla loro  difesa;  e
l'Italia  che  potrebbe  avere dieci volte  pi  armati,  con  ben
maggior riparo di lagune e di maremme, e di fiumi e d'isole  e  di
fortezze  e  di  navi,  l'Italia non basta. Convien  dunque,  come
facevano  i  nostri  antichi, cercare altrove che  nel  numero  il
principio della forza; riporlo sopratutto nella volont;  cio  in
questo  che chi comanda abbia la medesima volont, o a parlar  pi
mondano e pi vero, i medesimi interessi di chi obedisce. Non sono
i  soldati, n le armi, n le navi, n il buon volere del  popolo,
che  mancarono al re di Napoli per difender l'Italia;  ma  i  suoi
interessi non erano quelli della nazione; n tali erano quelli del
papa;  e  cos  dal  pi  al meno, quelli d'ogni  altro  potentato
d'Italia.   vano e puerile il lagnarsi ch'essi abbiano fatto  ci
che avevano naturalmente a fare; come fu vano e puerile lo sperare
che  avrebbero  fatto fuor della loro natura. E  qui  fu  l'errore
fondamentale  "di  quel  ridicolo  amoreggiarsi  fra  principi   e
popoli", nel quale li innamorati erano solo da una parte.  Qui  fu
l'errore  dell'iniziativa  permessa ai  prncipi,  e  del  comando
lasciato  ai  loro  satelliti.  Qui  fu  l'errore  dell'unit,  da
conseguirsi  col  persuadere  un principe  "di  codarda  e  fiacca
natura"  a  divenir magnanimo e deliberato. Chi  nato  a  far  le
grandi imprese, non aspetta che altri lo consigli e lo incalzi
Il  numero  delle  parti non importa, purch abbiano  tutte  egual
padronanza e libert: e l'una non abbia titolo a far servire a  s
alcun'altra, tirandola a s, e distraendola dal nodo generale. Tra
la  padronanza  municipale  e  la  unit  nazionale  non  si  deve
frapporre   alcuna  sudditanza  o  colleganza  intermedia,   alcun
partaggio,  alcun  Sonderbund.  I  sonderbundi  dell'Italia   sono
quattro: il borbonico di otto millioni e pi; l'austriaco di  sei,
e  se lo si considera anche arbitro dei ducati, poco meno di nove;
il  sardo  di  cinque o poco meno; il pontificio  di  tre.  Queste
segreganze sono tutte nemiche tra loro: le prime perch aspirano a
ingrandirsi  a  spesa delle altre: l'ultima,  perch  sa  d'essere
insidiata  da tutte. E cos hanno tutte interesse a guerreggiarsi,
e  godono  ampiamente dell'altrui sventura e dell'altrui disonore.
Qual  pi  grato  adulatore alla corte  di  Torino  di  colui  che
maledice al bombardator di Messina97? Qual pi lieto suono al re di
Napoli che quello delle infamie del Lamarmora a Genova98? E cos la
Sicilia maledice a Napoli; e la Sardegna e la Liguria maledicono a
Torino;  e i popoli sono maledetti dai popoli per colpa  dei  loro
padroni.  Le discordie, che tanto si vantano delle republiche  del
medio  evo, erano della medesima natura; perch nessuno allora  si
era  posto in mente di collegar le citt in nazione; e di  pi  vi
soffiava  per entro il pontefice da una parte, e vi aveva  braccio
l'imperatore dall'altra; perch i prelati e i baroni abitavano  le
republiche come forestieri, pronti a sconnetterle e turbarle,  non
a  obedirle e difenderle. Onde anche le republiche erano costrette
a  fare  come  i  tiranni;  e vi procuravano  sicurt  e  potenza,
assoggettando a s le citt vicine, e togliendo loro la sovranit.
Pisa  era  nemica a Genova, principalmente perch ambedue volevano
signoreggiar la Sardegna. Nessuno pensava a que' tempi che i sardi
pure  erano italiani e fratelli, e che dovevano unirsi alla  madre
Italia,  non  coll'obedire a Genova e a Pisa, ma  col  seder  seco
loro,  eguali  e  padroni, nel congresso di  Roma.  Li  odj  delle
republiche provenivano dalla conquista, dalla fusione,  non  dalla
libert.
E  anche  le  republiche svizzere, nate a caso e a caso  collegate
come le nostre, avevano allora sudditi svizzeri, e li opprimevano,
e  ne  facevano pretesto di ambizioni e di guerre. Ma questi  sono
errori  dei secoli andati; e ora che son tutte eguali;  n  alcuna
republica  svizzera  potrebbe mai trovar  modo  d'imporre  i  suoi
magistrati  alla republica vicina; le altre tutte si opporrebbero;
non  potrebbe il tutto consentire che alcuna parte si  frapponesse
fra  esso  e  un'altra  parte; n alcuna  parte  avrebbe  forza  o
speranza  di riluttare al tutto. Con siffatto principio,  e  colla
nuova  coscienza di fratellanza e di nazionalit che  l'esperienza
dei  secoli  e  la  scla  della sventura,  e  le  ingiurie  degli
stranieri infusero all'Italia, nulla sarebbe a temersi se  fossero
le  republiche  pur  minute  come nella Svizzera.  Tanto  maggiore
sarebbe  in  loro  la  necessit  di  abbracciarsi,  al  fine   di
proteggersi  in  terra e in mare contro le colossali  potenze  del
secolo, e di esercitare il commercio fraterno in pi vasto  campo,
e di deliberare leggi uniformi e strade e monete, e di accomunarsi
i diritti privati, salva sempre la intera padronanza d'ogni popolo
in casa sua.
Insegn Machiavelli che un popolo, per conservare la libert, deve
tenervi sopra le mani. Ora, per tenervi sopra le mani, ogni popolo
deve  tenersi in casa sua la sua libert. E poich, grazie a  Dio,
la  lingua nostra non ha solo i diminutivi, diremo che quanto meno
grandi  e  meno  ambiziose saranno di tal modo  le  republichette,
tanto  pi saldo e forte sar il republicone, foss'egli pur vasto,
non solo quanto l'Italia, ma quanto l'immensa America.
Il  lettore  si sar pi d'una volta sentito correre  al  pensiero
questa  dimanda: se Mazzini voleva dare al re la corona  d'Italia,
s'egli  aveva dettato nel 1831 il programma che il re  adott  nel
1848,  perch i servi del re lo predicavano frenetico republicano?
perch  lo  perseguivano a morte? Diremo.  Il  regno  che  Mazzini
voleva,  era un regno quale la Francia aveva sperato da Napoleone,
quale  Roma  antica aveva sperato da Cesare; non regno di  schiavi
decorati,  e  di  prelati oppressori, e di gesuiti  eredpeti,  di
giudici  venali,  di gendarmi, di censori, di spe;  ma  regno  di
cittadini armati e deliberanti: il regno del merito presieduto  da
un  eroe.  "Ponete  i  cittadini a custodia delle  citt  e  delle
campagne   e  delle  vostre  fortezze;  liberato  in   tal   guisa
l'esercito,  dategli il moto; riunite intorno a voi  tutti  coloro
che  il suffragio publico ha proclamato grandi d'intelletto, forti
di coraggio, incontaminati d'avarizia e di basse ambizioni". - Ora
questo  non era il regno di Sardegna: "il quale si vantava d'esser
composto  d'un re che comanda, d'una nobilt che governa,  e  d'un
popolo  che  obedisce". Tutti li esseri malfici che si  pascevano
delle  corruttele  della vetusta monarchia, i gesuiti  sopratutto,
gridarono  alle orecchie del re ch'era un'insidia, un  tradimento,
una  sceleraggine;  e  vollero da lui pegno di  sangue  contro  li
innovatori.  E  siccome  fitte  erano  le  tenebre  della  publica
opinione,  e il nome di republica, non ostante la vicinanza  delle
valli svizzere, erasi artificiosamente associato ad ogni sorta  di
fatti  atroci e luride nefandit, cos perch nessuno  volesse  il
nuovo  regno, bast l'andar predicando ch'era la republica! Questo
codardo  vezzo  d'accumulare infamia sul  nome  republicano  venne
coltivato dal Gioberti, che imagin d'accoppiare nelle ignare menti
la  republica e l'Austria; onde non si parlava mai di republicani,
che tosto non si accennasse all'oro di Ficquelmont che li sfamava.
E  ogni qualvolta i regj lenoni incontrassero uomo che disdegnasse
prostituirsi,  volendo  punirlo e torgli  ogni  buona  fama,  come
nell'ignoranza  loro  speravano,  facevano  scrivere  su  per   le
muraglie, o nei giornali del Bianchi-Giovini e dell'avvocato Papa,
ch'egli  era  un  republicano! E molti v'erano che avevan  sortito
dalle mani del creatore il dono d'un'anima republicana; pure,  non
lo  avevano mai scritto, e forse nemanco erano a ci deliberati in
s  medesimi, e certo non ci erano giurati in fazione republicana.
Ma  quando,  per  oneste ripulse date a importuni incettatori,  si
vedevano additati alle genti come republicani, non avevano poi  la
vilt  di  negarlo;  anzi  talora  per  magnanimo  sdegno  se   ne
vantavano.  E  da quel d riputavano debito d'onore d'operar  come
tali. E cos la mano di quegli stupidi satelliti iniziava il ruolo
dei  repubblicani; poneva le fondamenta della republica. E  quanto
pi   appariva  chiaro  che  la  vetusta  monarchia   non   poteva
rigenerarsi,  e  voleva  ad ogni modo,  anche  sotto  il  belletto
costituzionale, regnare coi gesuiti e coi censori e colle spie, il
numero  dei  conversi alla nuova fede cresceva. S: come  la  casa
d'Austria  ha il destino di eccitare per ripugnanza la nazionalit
italiana,  cos  la  casa di Savoia (amica o nemica  dell'Austria,
poco  importa;  e  chi  lo sa?), la casa  di  Savoia,  per  quella
perpetua  e  insanabile  sua titubanza a  compiere  i  voti  della
nazione, ha il destino di promovere l'italiana libert.
Per  se v'erano molti uomini d'animo republicano in Italia,  essi
non avevano dottrina republicana.
Avevano  ben  posto il loro amore nel popolo, ma la loro  speranza
nel  re. Avevano pugnato, se non per lui, certo con lui. Ma quando
ebbero  vista  la  mal  voluta guerra, le intempestive  cupidigie,
l'abbandono  di  Curtatone e di Vicenza, la  consegna  di  Milano,
svanirono  le  speranze;  la coscienza  republicana  si  riscosse;
un'altra  idea  balen alle menti. E il re,  anzich  attendere  a
ristorare  in tempo la guerra all'austriaco gi vinto in  Ungara,
anzich  inviar pane a Venezia, sognava l'imperio di Roma.  E  gli
incauti  suoi  partitanti insidiavano la Toscana;  invadevano  sul
cadavere  di Rossi il ministerio romano; e quasi importasse  sopra
ogni cosa far vacante il trono dei Cesari, favorivano la fuga  del
pontefice99.
  Allora Mazzini, omai fastidito, dettava dal suo ritiro di Lugano
nei  Ricordi ai Giovani l'ultimo disinganno della guerra regia.  E
una  mano amica gli scriveva d'uscire dalla latebra del prescritto
e  avviarsi a Roma100, ove doveva svolgersi ben altramente il nodo
dell'italica  unit.  E  infatti negli ultimi  di  dicembre,  egli
rivarcava  le Alpi con ben altro animo che non ne fosse calato;  e
per la Elvezia e la Francia, con lenti e insidiati passi, giungeva
al Mediterraneo.
Intanto la necessit ineluttabile delle cose, la natura romana e i
consigli dei republicani nati, avevano fatto erumpere improvisa la
romana  republica. Fu l'8101di febraio. E gi, il 12, Roma porgeva
una  mano materna a Mazzini; lo chiamava suo cittadino; il 25,  lo
deputava  all'assemblea; e il 5 marzo accoglieva  ospitalmente  la
sua  venuta.  In  quel giorno si compieva appunto l'anno,  dacch,
l'esule  aveva  stretto  in  Parigi  cogli  scaltri  e  malaccorti
facendieri  del  re  il patto dell'Associazione italiana102.  Qual
mutamento di cose e d'uomini! Quanto veloce  il passo del secolo,
che arreca nuovi pensieri e nuove sorti al genere umano!
Intanto  che  il popolo di Vienna sanguinava per la libert103,  i
cortigiani  avevano continuato fra noi il grido: fuori i  barbari:
l'Italia  fa da s. Ma i fatti di Messina, di Genova, di  Roma104,
mostravano che barbaro pu suonare tanto tedesco, quanto francese,
quanto  italiano; e che dei barbari ogni nazione  ha  i  suoi.  La
guerra  d'Italia  parte della guerra civile d'Europa. La  servit
d'Italia    patto europeo; l'Italia non pu esser libera  che  in
seno  a  una  libera  Europa.  Allora  apparve  manifesto  doversi
sancire,  contro  l'alleanza dei pochi  oppressori,  l'onnipotente
alleanza degli oppressi.
Allora  Mazzini compi l'ardua sua missione, dettando  con  Ledru-
Rollin e Daraz e Ruge, un nuovo patto che stringa Italia, non solo
alla  Polonia  e  alla  Francia, ma alla  stessa  Germania,  serva
volente finora, e quasi sacerdotessa della servit105. E cos, dalle
opposte  parti e dalle pi nemiche genti giungono i  peregrini  al
santuario commune della libert!
Qual  ora l'ostacolo alla libert? La soldatesca. Una nazione che
mette  quattrocento mila gladiatori ad arbitrio d'uno o, di pochi,
sar  sempre  serva degli altrui voleri. E le stesse  forme  della
libert diverranno occasioni di corruttela. La Francia, si  chiami
republica  o  regno, nulla monta,  composta di 86 monarchie,  che
hanno  un  unico re a Parigi. Si chiami Luigi Filippo o Cavaignac:
regni  quattro anni o venti: debba scadere per decreto di legge  o
per  tedio  di  popolo: poco importa:  sempre l'uomo  che  ha  il
telegrafo  e  quattrocento  mila  schiavi  armati.  La  condizione
suprema  della  libert  fu intesa solo  dagli  svizzeri  e  dagli
americani: militi tutti e soldato nessuno.
In  Europa, quattro millioni di giovani vengono divelti  dal  seno
delle  nazioni,  e  armati e ammaestrati contro  le  loro  patrie.
Robusti  per  et  e  per  salute, vivono, oziosi,  delle  miserie
altrui; divorano quattro mila millioni.  il frutto di cento  mila
di  patrimonio.  Quel  giorno che l'Europa potesse,  per  consenso
repentino,   farsi  tutta  simile  alla  Svizzera,  tutta   simile
all'America,  quel  giorno ch'ella si scrivesse  in  fronte  Stati
Uniti  d'Europa:  non solo ella si trarrebbe  da  questa  luttuosa
necessit delle battaglie, degli incendi e dei patiboli,  ma  ella
avrebbe lucrato cento mila millioni. Eppure li avari cospirano coi
re!
Questi  sono i pensieri che nel ricorrere i documenti, ci  vennero
di  volo raccolti. Ma troppo lunga opera sarebbe il dire tutto ci
che  ci  sentiamo  destar  nella mente.  Legati  al  duro  officio
d'essere  raccoglitori, cediamo ad altri la  pi  libera  e  grata
impresa d connettere le sparse materie, e meditare riposatamente,
a pi prossimo utile della patria e del genere umano

                         CONSIDERAZIONI AL
                             VOLUME II
             Le cinque giornate di Milano riferite al
                      moto generale d'Italia

  Dopo  il febraio del 1848, l'esercito austriaco in Italia  aveva
ricevuto  l'incremento  d'una  batteria,  due  squadroni  e  dieci
battaglioni; dei quali un solo italiano.
  V'erano  dunque  allora  in Italia 45 grossi  battaglioni  tutti
stranieri  al Lombardo-Veneto, 38 dei quali interamente  tedeschi,
slavi e, magiari, con cinque grossi reggimenti di cavalleria delle
medesime  nazioni.  Oltre alle artiglierie stanziali,  v'erano  19
battere  da  campo,  tutte  in  mani  tedesche  e  slave.   Erano
forestieri  lo stato-maggiore, le amministrazioni,  il  genio,  il
treno,  i  pontonieri  e  tutte le altre  armi  accessorie.  Erano
codeste  forze, animate tutte allora da inveterato odio al  nostro
nome,  eccetto  tre battaglioni del Tirolo e quattro dell'Illirio,
in  parte  italiani. I 45 battaglioni erano completi; in  generale
contavano  poco meno di 1200 uomini, alcuni anche di pi;  solo  i
tirolesi  900;  potevano  contare in  tutto  52  mila  uomini:  la
cavalleria  5700: l'artigliera 3000; comprese le altre  armi,  il
complesso di tutti quei soldati stranieri al nostro regno potevasi
stimare  a  pi di sessantamila. Nessun'altra potenza erasi  vista
imporre,  a  uno Stato di s poca ampiezza, tanta mole  straniera.
Oltreci, dei battaglioni lombardo-veneti erano in patria non meno
di 22, con officiali la pi parte d'altra lingua. V'erano ancora i
cannonieri  marini:  il battaglione di marina:  un  reggimento  di
gendarmi: un battaglione di polizia, in qualche parte straniero, e
tutto nemico. Davano mano alla custodia dei confini e delle citt,
oltre  ai  gabellieri,  alcune migliaja  di  guardie  militari  di
finanza: la sola provincia di Como ne aveva 900. E intrecciate  ai
presidj  austriaci sulla destra del Po, aiutavano a  reprimere  il
popolo  le  milizie ducali di Modena e quelle  di  Parma,  gi  in
recenti  tumulti  messe a prova di sangue. Tutti  questi  italiani
potevano  valutarsi a pi di quarantamila; e sinch stavano  ferme
le  armi  straniere, erano necessitati da disciplina, interesse  e
timore a eguale obbedienza.
Fatto  ogni  computo, v'erano il 18 marzo ai cenni di Radetzky  in
Italia,  tra  stranieri e italiani, pi di centomila  soldati.  Ed
egli,  colla  consueta  ostentazione,  lo  scriveva  quella   sera
medesima  ai  municipali di Milano: "Avendo a mia disposizione  un
esercito  agguerrito di 100 mila uomini e 200 pezzi  di  cannone".
Possedeva codesto esercito le tre grandi piazze d'armi di Mantova,
Verona  e  Venezia, intorno alla quale solamente si numeravano  72
punti muniti d'artigliere e di navi. Possedeva, a destra del  Po,
i  forti  di Comacchio, Ferrara, Brescello e Piacenza; a sinistra,
Pizzighettone,   Anfo,  Peschiera,  Legnago,   Corle,   Osopo   e
Palmanova;  e  inoltre i castelli, atti pure contro  il  popolo  a
qualche  difesa,  di  Milano,  Pava,  Bergamo,  Brescia,  Reggio,
Modena, Rubiera e altri assai.
L'esercito  non  era  assopito e illuso da pensieri  di  pace,  ma
sospettoso,  vigile,  tracotante: acceso  dalle  declamazioni  dei
generali,  che  solo  dal sangue speravano onnipotenza  e  tesori:
acceso  dall'ira palese dei popoli, che ardevano di  vendicare  le
sanguinose soverchiere di Milano, di Parma, di Padova, di Pava.
Tutto  questo  formidabile apparato si vide,  entro  un  centinaio
d'ore,  conquiso come in pugna campale. Che anzi,  delle  fortezze
medesime,  rimasero intatte solo Peschiera, Legnago e Ferrara;  la
custodia  di  Mantova e di Verona si ebbe a dividere  con  guardie
civiche  e  con soldati rbelli; Venezia, Palmanova  e  le  altre,
nonch le artiglierie, le polveriere, le armere, li arsenali e le
navi, furono perdute. Al termine di cinque giorni, rimase di  quei
centomila  schiavi armati, all'obbedienza dell'Austria,  poco  pi
d'un terzo. E questo era strappato dalle sue sedi: disperso, senza
tende  e  senza viveri, sopra trecento miglia di strade  guaste  e
interrotte:  senza avvisi, e in parte, senza comando:  trascinando
seco  feriti  e  donne; contaminato e funestato  di  rapine  e  di
crudelt;  non osando pi riposarsi nelle case, ma di  fuori,  nel
fango  e  tra i fossati, fracido dalla pioggia le vestimenta  e  i
calzari, rotto dalla fame, dalle veglie, dal freddo, dalle ferite,
dai  notturni terrori: avvilito dalla repentina impotenza de' suoi
generali e del suo sovrano, e dall'improviso e quasi superstizioso
terrore del popolo, che lo incalzava col suono delle campane e col
nome  di  Dio. Pareva in quei giorni che, per esser uomo  e  poter
combattere, fosse quasi necessario ripudiar l'abito e le ordinanze
di  soldato. Dopo le antiche sconfitte delle armi persiane,  e  la
fuga  di  Barbarossa, non s'era mai forse mostrata  cos  nuda  al
mondo la vanit della forza brutale.
    vero che la vittoria del popolo non ebbe durevoli effetti; ma
ci  non toglie che sia stata una vittoria, ci non toglie che sia
un  fatto.  E la forza che lo produsse, la forza che conquass  in
poche  ore  quella faticosa compagine d'uomini e d'armi,  fu  cosa
vera  e  viva. Ed  prezzo dell'opera esplorarla e descriverla;  e
chiarire  d'onde  fosse venuta: e congetturare se  debba  credersi
interamente  sfogata  e  spenta  come  le  forze  sotterranee  che
progettarono  i basalti e le trachiti: o se giaccia inesausta  nei
recessi  delle  anime, donde a tempo e luogo  prorompere  a  nuove
evoluzioni.  Per  poco  che si consideri, questo    fuori  d'ogni
dubio,  che  le  forze  belliche del nostro  popolo  non  vennero,
nemmeno in quei prodigiosi giorni, attuate se non nella minor loro
parte.    certo  anzi, che vennero raffrenate da quelle  medesime
influenze che parevano fomentarle. Quella successione d'eventi  fu
diversa  nel suo complesso anche da ci che parve a coloro  stessi
che  vi ebbero maggior mano, i quali, assorti da quanto compievasi
intorno a loro, non seppero ci che a breve distanza accadeva.
  Si  narrato nell'altro volume1, come in Milano i pi autorevoli
sommovitori  mirassero  quasi solo a far dimostrazioni.  Agitavano
Milano,  per  agitare col pericolo e collo strazio  di  Milano  la
Liguria  e  il  Piemonte, onde col fremito  popolare  suscitar  le
ambizioni  ad un tempo e i timori del re, volendo essi trascinarlo
a  regnare  in  Milano e stabilire, a loro potenza e  gloria,  una
corte  in Milano, poco importa se di voglia sua e de' suoi,  o  di
necessit. Ma l'agitazione, che in mano a siffatti uomini  sarebbe
stata  teatrale  e  vana, divenne verace e potente  per  opera  di
Radetzky.  Il  quale,  colla  nuova  arroganza  da  lui   permessa
all'esercito, e colle sanguinose provocazioni, aveva esaltato  nei
popoli il senso della nazionalit, unica forza rivoluzionaria  che
fosse allora in Lombardia. Solo da pochi mesi aveva cominciato  il
popolo a presentire tutta la santit de' suoi diritti. Il nome  di
Pio IX aveva congiunto in uno la coscienza del fedele e quella del
cittadino, le quali una dottrina sacrilega e vile aveva  da  tanti
anni  messe a contrasto. L'amor della patria non parve pi delitto
al  cospetto di Dio. Si videro, in quella improvisa fede, piangere
di  gaudio vecchi onorati, che fin dalla giovent avevano  deposto
appi  delli altari i pi generosi affetti, e inclinata la  fronte
al  decreto  di  Dio che li aveva voluti al mondo  senza  diritti.
Epper   nel  popolo,  sciolto  da  quelli  artificiosi  lacci   e
conciliato  colla  sua  ragione, ribolliva  il  sangue  di  quelli
antichi suoi padri, che avevano affrontato i romani e i goti  e  i
due  Federici,  e spezzato le corazze francesi a Parabiago,  e  le
alabarde svizzere alla Bicocca.
In  mezzo  a  questi fieri sentimenti, cadde come scintilla  sulla
polvere  la  novella della fuga di Metternich e della  libert  di
Vienna.
Ma  quel riverbero di libert non nostra parve ad alcuni pi esoso
della  passata servit; pensarono che potesse abbagliar li  animi:
sedurli  a qualche nuovo impasto d'italiano e di tedesco,  il  cui
solo  pensiero pareva un abominio. Non capirono che il  sentimento
nazionale  era  gi pi forte d'ogni paura o d'ogni  lusinga;  non
pensarono qual poderoso soccorso sarebbe alla mente publica,  dopo
tant'anni, un raggio di libera stampa; non videro che la rimanente
Italia  abbisognava, se non d'anni, almeno di mesi, per  ordinarsi
nell'armi  e nei pensieri, ed esser pronta sulla frontiera  il  d
supremo;   non  intesero  che  la  guerra  ci  avrebbe   infeudati
immantinente a chi aveva bens li eserciti, ma non li aveva intesi
a  strumenti di libert, e nemanco di guerra. I pi precipitosi  e
improvidi  si  raccolsero  a notturno consiglio;  deliberarono  di
gettar  fra  il  popolo,  nell'indimani  stesso,  il  segno  della
battaglia, certi che l'avrebbe accettata. Ma non considerarono che
in  siffatto  caso  era poi mestieri essere  audaci;  non  perdere
momento: nella notte stessa sorprendere i generali: arrestar tutti
i  corrieri:  dar  di  tocco  a  tutte  le  campane:  barricare  i
battaglioni  entro le caserme, isolarli, affamarli: dare  con  una
folla  incessante d'avvisi l'allarme ad ogni provincia,  affinch,
oppressi  a  furia  di  cittadini  e  contadini  i  suoi  presidj,
riversasse tosto la sua giovent sulle vie militari e sulle piazze
d'armi. Ora, ci non si poteva fare, perch nulla erasi preparato:
non  accordi:  non  armi: non denaro: sole e perpetue  e  gratuite
dimostrazioni, e suono lontano di societ secrete, delle quali  il
popolo nulla sapeva. Parve adunque assai, porgere occasione che la
battaglia  nascesse da s. La rimisero alla dimane, a  ora  tarda.
Volevano  adunare  il  popolo intorno ai municipali,  in  cui  ben
sapevano  non  esservi  alcun  bellicoso  elemento;  pur  tuttavia
volevano battezzarli capi di guerra; aggiungervi anzi altra simile
zavorra, e costruirne un governo autorevole; e confidavano poi  di
poterlo essi governare, e col bagliore di quei nomi allucinare  la
citt, e con essa il regno e l'Italia.
L'adunanza  del  popolo  non doveva essere armata  "almeno  d'armi
palesi;  incalzata  per  avventura dalla  soldatesca,  si  sarebbe
disciolta  e dispersa, ma per trovarsi armata alle 5 sulla  piazza
del  Teatro".  Cos  dovevano i cittadini cominciar  la  battaglia
solamente  se  la  soldatesca  era  in  ordine  per  incalzarli  e
disperderli,  dovevano  cominciarla  coll'abbandono   della   casa
municipale  e colla fuga, per ricominciarla in altro  luogo  cento
volte  men  popolare e meno adatto, tra il Comando militare  e  la
Poliza,  ove  la  soldatesca  vittoriosa  avrebbe  loro  impedito
d'arrivare.
 Il preside del municipio, Gabrio Casati106, "fu l'ultimo al quale
fu  annunciato quanto doveva avvenire". Alle otto di quella stessa
mattina  lo  s'inform  officialmente, e  quasi  gli  s'impose  di
recarsi al palazzo municipale. Egli scongiurava si sospendesse: si
risparmiasse il sangue: il Piemonte, entro due settimane,  avrebbe
fatto la guerra all'Austria: promessa a lui fatta dallo stesso re.
Casati,  per evitare il pericolo, si avvi, prima dell'ora  a  lui
prefissa,  verso  altra ed estrema parte della  citt,  ov'era  il
palazzo  del  governo:  "al governo, per  conciliare,  anzich  al
municipio  a  promulgarne  il decadimento".  Si  tent  d'impedire
quell'improvisa  passeggiata; ma fu impossibile sviare  la  folla.
Col giunto, il Casati si trov inanzi a O'Donnell107,: si guatarono
atterriti. Un granatiere alla porta aveva fatto foco: un colpo  di
pistola  nel petto l'aveva steso a terra. L'onda del popolo  aveva
travolta   e  disarmata  tutta  la  guardia.  "Mentre  il   sangue
suggellava  la rivoluzione, Casati implorava qualche  concessione.
O'  Donnell  si  scusava.  Infine  li  astanti  lo  costrinsero  a
sottoscrivere  ed  avviarsi  prigioniero  al  Broletto.  E   quasi
prigioniero  era  il  Casati  in  mezzo  alla  turba;  la   quale,
acclamando  la rivoluzione, univa a' suoi gridi anche il  nome  di
colui che contro animo, pallido, esterrefatto la seguiva".
Scrive  Carlo Clerici, giovane assai popolare in tutta  la  citt:
"Ci  avviammo, e mi si disse da chi era stretto all'alta  lega  di
nascondere, pel mio bene, la sciabola, il tutto potendo  terminare
ancora  in  una semplice dimostrazione. Ma un popolo non  si  move
invano.   E   il  nostro  aveva  deciso  terminarla   per   sempre
coll'Austria. Ad un prete che mi domand se doveva far  sonare  le
campane  a  martello, titubando altri, risposi di  s.  E  fra  li
applausi,  che  alcuni ci facevano sin dai tetti colle  tegole  in
mano,  marciammo,  sotto  una  pioggia  di  coccarde,  ridenti   e
ardimentosi".
Giunti a mezza via tra il Governo ed il Broletto, scontrarono  una
pattuglia,  che al veder tanta gente la salut ad ogni buon  conto
con  polvere  e  piombo. Casati e O'Donnell si  rifugiarono  nella
vicina  casa  Vidiserti. Cos fu stabilito dal  caso  il  quartier
generale  dei  cittadini. Nei decreti dettati a O'  Donnell  erasi
attribuita al municipio la polizia; e gli si concedeva di dare  le
armi  della guardia di polizia alla guardia cittadina. Ora che  le
armi erano concesse, rimaneva d'andare a trle a chi le aveva.  Fu
inviato  a tal uopo al direttore Torresani il delegato provinciale
Bellati, e nulla ottenne.
Era  invasa  di  pattuglie  tutta la citt,  tuonava  il  cannone,
allorch  alle tre apparve sulle pareti un appello al popolo,  per
opera  di  quei  medesimi  che nella notte  avevano  decretato  il
combattimento.  Invitavano i cittadini  a  proclamare  "unanimi  e
pacifici, offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la  guerra",
l'abolizione della poliza e delle leggi statarie, lo scioglimento
dei prigionieri, la libera stampa, la guardia civica, una reggenza
(erano memorie pertinaci del 1814), e infine, "la neutralit colle
truppe  austriache". Volevano dunque la guerra? o non la volevano?
Se  la  volevano, perch far inciampo alla furia  del  popolo  con
codeste  menzogne  di  pace  e  di  neutralit?  Che  se  volevano
veramente   colla   fratellanza  delli   oppressi   soprafare   li
oppressori,  non  bastava pi rivolgersi al popolo:  era  mestieri
appellarsi  nelle loro favelle ai soldati: era mestieri  sventolar
subito  in  faccia  alle  attonite  pattuglie  i  tricolori  delle
nazioni,  o  quell'unico  colore che parla  a  tutte  di  libert:
gridare all'ungaro ch'egli era ungaro, al croato che i suoi  figli
erano  in  Croazia:  dir  loro  che  Metternich  era  fugito:  che
l'imperio non era pi: che Radetzky non aveva pi ordini, che  non
aveva  pi comando: che l'imperatore chiamava a far le leggi altra
gente  (ed  era affisso ai canti delle vie): che ogni soldato  ora
tornerebbe  in  pace alla sua patria nel nome di Pio  IX  e  della
libert:  sommergere  nel  vino e nell'aquavite,  nelli  evviva  a
tutti,  e nell'abbraccio ai fratelli, la coscienza militare  e  la
paura  del  bastone: isolar li officiali, o attrarli nel  vortice,
poich  v'erano  pure  in quelle file li  Aulich,  i  Meszaros,  i
Klapkanota108: gettare nell'impotenza e nel disprezzo i  vecchi  i
quali  avevano decantato quelle spade invincibili che non potevano
pi  sfoderare. Era pur grande il ridicolo di veder trionfante  la
rivoluzione  a Vienna, a tergo di quei reggimenti che  venivano  a
marce   forzate  a  soffocarla  in  Italia.  Era  maggior   ferita
all'Austria  sedurle un battaglione, che trucidarne  quaranta.  Ma
per  codesta  guerra di fratellanza era mestieri che  i  Balbo,  i
Gioberti, li Azeglio e li altri non avessero insultato all'Europa,
gridando  in  nostro  nome  guerra ai barbari,  e  che  li  esuli,
inspiratori  dei  secreti  pensieri all'Italia,  le  avessero  fin
d'allora additato la formula fraterna dell'universale libert.
E  che  faceva  intanto il consiglio dei generali,  adunato  nella
cancelleria  militare presso il Castello? Se  l'animo  loro  fosse
stato  di  conservar fedelmente al principe il pi forte de'  suoi
regni,  avrebbero  dovuto  lasciare che  il  governo  civile  e  i
magistrati urbani ventilassero fra loro le questioni d'ordine e di
poliza:  incasermare i militari, o meglio, accamparli  in  massa:
domandare  i  viveri  al  municipio:  evitare  ogni  conflitto,  o
avvenuto dissimularlo: non combattere se non per necessit,  e  da
uomini  onorati  e  umani:  bellum justum,  pium.  Poich  avevano
gettato  ai  popoli tante minacce e tante sfide,  qualcuno  poteva
spendere  infine  una  parola  di pace.  Che  se  a  questo  passo
ripugnava  la  superbia  militare, dovevano  farne  interprete  il
governo  civile,  o quelle stesse congregazioni  centrali  che  il
sovrano allora aveva promesso di chiamare a consiglio.
Nulla  di  tutto ci. L'interesse dello stato non era  quello  dei
marescialli  avidi  d'oro e d'arbitrio. Pass tutto  quel  giorno,
senza  che  una  parola  onesta uscisse ad  ammansar  le  ire  che
fremevano  in  tutti i cuori. Le novelle di Vienna furono  gettate
villanamente ai popoli, aride e nude quali il telegrafo  le  aveva
sillabate. - "La presidenza dell'imperiale regio governo si fa  un
dovere  di  portare a publica notizia il contenuto d'un  dispaccio
telegrafico,  in  data di Vienna 15 corrente". - Le  congregazioni
centrali dovevano adunarsi pel 3 luglio. Perch non prima?  Perch
non  subito?  A un popolo, da tant'anni deluso in ogni  suo  voto,
quell'appuntamento, dato il 15 marzo pel 3 di  luglio,  parve  una
derisione. Parve l'ultima goccia dell'odioso calice.
Le  novelle  di  Vienna  tornavano  pi  contrarie  ai  governanti
militari  che  ai  civili. A questi presagivano  solo  nuovi  riti
amministrativi: pi di ciance e meno d'inchiostro: e a chi di loro
avesse   ingegno   promettevano  pi  onorata   fortuna.   Ma   ai
marescialli,  che si erano giurati alli insegnamenti  russi  e  li
avevano  gi  ripetuti  nel sangue, l'ra  parlamentare  dissipava
quelle  crudeli  speranze. Per poco che l'Austria  dovesse  cedere
alla  necessit de' tempi, essa doveva richiamar tosto dall'Italia
coloro che l'avevano tratta a quelle opere di sangue, dalle  quali
ella  aveva sempre saputo astenersi. E ci era anche necessit  di
finanze,  poich  Radetzky dilatava ogni  giorno  la  voragine;  e
avendo  gi 80 mila soldati da pascere, ne domandava almeno  altri
70  mila. "L'esercito attivo in Italia non dovr essere minore  di
150  mila uomini". "Gi da anni il maresciallo domandava 150  mila
uomini, come forza assolutamente necessaria". Dimandava inoltre di
cinger Milano di sedici fortezze, che il generale Hess voleva "con
moltissime  feritoie rivolte verso il Duomo". Ma, come  scrive  il
general  Willisen,  "Vienna si ritraeva per  economia".  Epper  i
militari fremevano contro i governanti civili; e Hess li appellava
"miserabili  faiseurs". Ora, non potendo aver altre armi  per  s,
Radetzky  aveva  dimandato licenza di disarmare i popoli.  Il  che
mostra  come  la dimanda ch'ei faceva di nuovi soldati  non  fosse
solo,  come altri scrisse, "nell'ambizioso generale la  smania  di
vedersi capo d'un esercito pi numeroso". Doveva piuttosto  essere
sagace  estimazione della natura dei popoli, ci ch' il contrario
di  quanto  ne  sentenzi  l'arrogante scrittore  di  Custoza.  Il
disarmo  in  quei  momenti  era  sembrato  al  governatore   Spaur
pericoloso, e quasi impossibile; epper i generali l'avevano fatto
richiamare a Vienna, ove l'avevano falsamente fatto credere odiato
dai  popoli. Tuttavia il governo esitava ancora, consigliato a ci
da  quelli che lo avevano servito con buon esito in altri tempi  e
con altra politica.
E  li eventi di Vienna diedero autorit ai consigli civili. Laonde
Radetzky  scrisse dal Castello la notte del 18 marzo: "Si  credeva
che  le notizie telegrafiche avrebbero calmato il popolo milanese;
e  il  signor  governatore conte O'Donnell  m'indirizz  richiesta
(Ansuchen) ch'io non ponessi in moto le forze militari, se non nel
caso   che   venissi   a  ci  dall'autorit  civile   addimandato
(aufgefordert)". E perci fu costretto il maresciallo,  in  quella
stessa  mattina del 18, a dare ai soldati quell'ordine del  giorno
che   parve   strano,  ingiungendo  loro  che  stessero  testimoni
tranquilli  delle  dimostrazioni  del  popolo;  ordine   che   non
proveniva  gi da "cecit" del generale, essendo la sua cecit  di
contraria  natura;  ma  da  dura forza che  lo  legava  ai  voleri
dell'autorit  civile, e da nuova responsabilit verso  li  ignoti
governanti di Vienna. E questa disdetta era per Radetzky un  primo
passo  sul pendio del discredito e della destituzione, se  i  capi
del moto nazionale avessero avuto mente da intendere ci ch'era  a
fare.  Infine,  a  chi  voleva combattere non  era  mai  superfluo
pigliarsi il tempo necessario per armarsi e ordinarsi, dacch  fra
tante  vane agitazioni non vi si era menomamente pensato. E a  ci
mirava il programma del giornale il "Cisalpino"109, scritto  nella
notte  del  17,  e  compendiato  in  quella  formula:  "guai  alli
inermi!".
Appena  giunse  ai generali l'avviso che il popolo  verso  mezzod
tumultuava  intorno  al palazzo di governo,  essi  cominciarono  a
tendere  le  reti sulla citt, e scatenare contro i  cittadini  la
soldatesca. Si depose da un testimonio: "Alle ore dodici  e  mezzo
circa,  le truppe austriache cominciavano a disporsi sulla  Piazza
Castello,  in drappelli separati; ma niuno sospettava quale  fosse
il  loro  divisamento. Ad un'ora e mezzo circa, la Piazza Castello
non   prometteva  niente  di  sinistro;  quand'ecco  uscendo   tre
carrozze,  e  attraversando  la  piazza  per  recarsi  al   Dazio,
staccarsi  un  drappello  di ussari; si  presenta  alla  portiera,
scaricandovi  diversi colpi di carabina; n  contento  di  questo,
adopera  la  sciabola". E ci non avveniva solo sotto le  batterie
del  Castello,  ma in tutte le vie della citt, ove  le  pattuglie
erranti erano inviate ad accattar briga. Si cacciarono perfino sui
tetti delle chiese a far piovere fucilate entro le pacifiche case.
Si  depose da un altro cittadino: "Alle ore una e mezzo circa,  si
presentano  i  cacciatori  (tirolesi),  e  col  mezzo   dei   loro
zappatori,    a   colpi   di   scure   sfondarono   il    portello
dell'Arcivescovato. In seguito atterrarono la porta che mette alla
via sotterranea; e di porta in porta, tutte sforzandole, entrarono
in  Duomo;  e di l salirono sullo spianato superiore".  Un  altro
cittadino,  il quale abitava tra la caserma di S. Francesco  e  la
casa  di Radetzky, anzi nell'isola medesima con questa: "Alle  tre
circa, due palle ruppero i vetri della mia stanza; vidi granatieri
ungaresi,  difilati  lungo  la  parete  opposta,  collo   schioppo
appuntato  alla  guancia; repentissimi, frequenti colpi  di  scure
alla porta: grida feroci: un alto lamento nell'interno delle case;
li  abitatori  innocenti, disarmati, ravvolti fra  donne  e  figli
correnti,  lacrimanti, stridenti: non altro scampo che  attraverso
ai  tetti: i granatieri sul tetto dietro le nostre pedate. Corsero
ai  piani d'abitazione: con baionette e spade forarono i ritratti:
sfondarono armadi, ponendo mano a denari, orologi, argenterie. Nei
seguenti  giorni, nascosti dietro le griglie dell'appartamento  di
Radetzky, giorno e notte facevano foco su chiunque passasse per la
via, fosse donna, vecchio o fanciullo".
  Scrissero i prezzolati austriaci, che il maresciallo fece  tosto
udire  il cannone d'allarme. Ma quando si ud il cannone, la citt
era gi da pi d'un'ora in preda alla rapina e all'uccisione. "Gi
cominciava  a tuonare il cannone; erano le tre, quando s'udiva  il
primo  colpo,  seguito a brevi intervalli da altri  due;  ci  che
volessero  dire quei colpi e dove fossero diretti noi ignoravamo".
Chi  aveva ammonito il popolo del significato di quei segnali?  Ha
forse  diverso  rimbombo  il  cannone  d'allarme  dal  cannone   a
mitraglia?  A  Brescia,  il principe Carlo  Schwarzenberg,  a  cui
premeva di tener quel popolo tranquillo e inoperoso, lo invit  in
persona  propria  alla pace e alla reciproca  indulgenza;  e  fece
inoltre  publicare  dal municipio che il "movimento  ostile  delle
truppe  sarebbe prima prudenzialmente annunciato dal castello  con
tre  spari  di  cannone,  caricati a sola  polvere,  acci  ognuno
potesse  ripararsi alle proprie case". Ma altro conveniva fare  in
Brescia, altro in Milano: bisognava punire le turbolenti citt  ad
una  ad  una! Se udiamo li austriaci, ogni passo dell'esercito  fu
impetuosa  vittoria;  la brigata Wohlgemuth, di  tirolesi,  boemi,
moravi, ogulini e artiglieri, espugn d'assalto tutte le barricate
al  palazzo  di  governo.  Ma  il fatto    che  nei  cento  passi
d'intervallo tra i bastioni e il palazzo v'era una barricata sola,
e non difesa, perch il popolo era gi partito con O' Donnell, e i
soldati  v'arrivarono anche dalla parte opposta. "In poco  pi  di
mezz'ora  furono allestite cinque barricate; una,  cio,  verso  i
bastioni, una subito dopo il palazzo verso il ponte, una al  ponte
e  due  nella  contrada della Passione; a costruire  le  quali  si
adoperarono  le carrozze, carrette e tavole trovate nel  palazzo".
"Intanto che mi ristoravo, comparve truppa al palazzo e al  ponte:
io  diedi un occhio ai giardini per cavarmela; erano gi pieni  di
soldati:  avanzava  un picchetto con un officiale;  pass  per  le
barricate  lentissimo  e  disordinato; non  sapeva  atterrarle  n
saltarle;  pochi uomini che fossero rimasti a difenderle  potevano
ricacciarli  tutti; andavano i soldati a tre, a quattro,  tementi,
incerti; ad ogni momento battevano a raccolta". Al dir di Radetzky
e  de'  suoi, anche la brigata Rath penetr vittoriosa,  sforzando
tutte le barricate, "fino al centro della citt, a lato al Duomo".
Ma  sul  Duomo,  a  un'ora  e  mezzo,  erano  gi  pervenuti  "per
l'Arcivescovato  e  la  via sotterranea" i tirolesi,  rompendo  le
interne porte, e non prendendo d'assalto le barricate. E si  erano
nascosti  a  bersagliare i cittadini anco in una  buca  dietro  il
Duomo.  "Appena  passata la cavalleria, vedemmo i tirolesi  uscire
dallo  sportello  dell'Arcivescovato, e andare  a  mettersi  nella
buca,  ove si demoliscono le fondamenta di quella casa, alla quale
avevano  posto  il  nome  Casa d'Austria,  per  essere  isolata  e
cadente;  e  di l tiravano su di noi". A quell'ora, e  pi  tardi
ancora, cavalcavano intorno al Duomo ussari e gendarmi; e se qua e
l  frapponevasi  qualche inciampo di banchi e di tavole,  codeste
barricate erano tali ancora che li ussari potevano sbizzarrirsi  a
saltarle, e i cittadini sbizzarrirsi a colpir li ussari  al  volo.
Che  anzi,  quando  la  strage  era gi  cominciata,  le  carrozze
s'aggiravano  ancora  per citt; la quale  non  era  dunque  ancor
barricata. Un soldato del Geppert, vide in Castello "un carrozzino
aperto senza cavalli, e dentro una signora morta e un signore  che
tratto  tratto  dava  ancora qualche sospiro; avevano  ambedue  la
faccia  tutta spaccata dalle sciabolate per dritto e per traverso,
che  sarebbe  stato  impossibile di riconoscerli".  Chi  segue  il
racconto d'una compagnia d'operai, la quale si aggir per la citt
fino  a  sera, pu farsi un concetto del modo con che le barricate
si  andavano qua e l con mano inesperta tentando. In nessun luogo
vi era densa adunanza di popolo; la chiamata al palazzo municipale
erasi  dispersa in una lontana processione, la quale  nel  ritorno
aveva  smarrito  i  suoi capi. La grande occasione,  d'operare  di
primo  impeto  e  con poderosa mole, era trascorsa  senza  frutto;
tutti i varchi erano aperti al nemico sino al cuore della citt; i
capi non avevano nemmen pensato a dar l'avviso di barricare almeno
quanti  pi  si  poteva dei quindici ponti del  Naviglio  interno;
chiusi i quali, i cittadini avrebbero avuto a far fronte solo  tra
ponente e settentrione. Non si pens nemmanco a chiamare alle armi
il  quartiere  ove  il  popolo abita  pi  numeroso  e  solo.  "Al
dopopranzo,   invano  alcuni  pochi  giovani  in  Porta   Ticinese
tentarono  di far le barricate: nessuno voleva credere  che  nelle
altre  parti  della citt fosse scoppiata la rivoluzione;  epper,
nel timore d'ingannarsi, i pi tentavano d'attraversare le ardenti
disposizioni d'alcuni".
  Altri stupir che invece di raccogliere qua e l li elementi  di
pomposa narrazione, noi sembriamo quasi ridurre a minor momento  i
fatti  di quel giorno. Ma giace tra le macerie qui accumulate  una
verit  che  importa ad ogni modo dissepellire; e  si  ,  che  il
grande edificio militare, la cui caduta siamo per descrivere,  non
venne  scosso  dal popolo con tutto il nervo del  suo  braccio.  E
nessuno  vorr dire che non sia prezzo dell'opera trarre  in  luce
una tal verit.
 Mentre di tal modo i generali provocavano a ineguale battaglia il
popolo,  essi  pensavano ad assicurarsi la vendetta, attorniandolo
d'ogni  parte,  occupando con fanti e cavalli e cannoni  tutto  il
circuito  delle  mura.  Per l'ampiezza del  giro,  12  chilometri,
l'operazione  richiedeva  qualche  ora.  Il  tempo  era   piovoso;
scendeva  la  notte; Radetzky usc finalmente dal suo ricetto  per
ripararsi  nel  vicino Castello. "Alle cinque e  mezzo,  esce  dal
Castello mezzo battaglione di granatieri con due cannoni e  dodici
cannonieri;  e  appena  ha  fatto il risvolto  della  contrada  S.
Marcellino, si sente una scarica generale di fucili, indi venti  e
pi  colpi  di cannone. Rispondono dalle finestre li abitanti  con
vigoroso  foco  di  fucilate. Fatta notte,  si  ritirano  i  detti
granatieri  e  cannonieri entro il Castello,  essendo  stato  loro
scopo  di  sgombrare le case vicine alla casa Cagnola,  ov'era  il
maresciallo.  Diversi feriti e morti vengono portati nel  Castello
con barelle e lettighe".
   Non  era  ancora  messo  in  salvo  il  maresciallo,  che   gi
incominciavano  li alti fatti della giustizia militare.  "Sul  far
della  sera,  una  pattuglia di croati conduceva  in  Castello  un
giovane:   e  siccome  si  opponeva  resistendo  coi   pugni,   lo
strangolarono; e lo appiccarono sopra una lampada: i  generali  ed
officiali ridevano". E un antico officiale austriaco confessa  che
qualora  si trattasse di violenze e rapine: "chi per rendersi  pi
beneviso  alla  truppa, chi per sfogare il  suo  odio  e  dispetto
contro la canaglia latina, faceva mostra di non vedere, quando non
incoraggiava".  Ed  era a s basso fine ch'erasi  instillato  alla
soldatesca il sospetto che ogni cibo che provenisse dai  cittadini
fosse avvelenato; e affettavasi perci di far pregustare a' fornai
il  pane  che si toglieva pei soldati; e gi da molti  mesi  prima
eransi  fatti  incatenare in varie caserme i manubrj delle  trombe
dell'aqua, come se fosse avvelenata.
  Ma  il  sommo  atto della militare vendetta doveva cadere  sulli
agitatori  del popolo, che il maresciallo imaginava gi costituiti
in  governo  provisorio  nel palazzo municipale;  anzi  imagin  e
scrisse  quel d d'aver visto i loro proclami: "Allora  mi  furono
spediti  proclami  di  un  governo provisorio,  la  cui  sede  era
stabilita  nel  palazzo  municipale".  Bench  il  Broletto  fosse
nell'isola  attigua alla Cancelleria Militare,  e  lontano  di  l
nemmeno duecento passi, narrano li scrittori austriaci110, che: "le
truppe  del general Wohlgemuth consumarono quattro ore a  sgombrar
le  vie:  assaltarono il palazzo alcune compagnie del Baumgartten,
del  Reisinger e delli Ogulini; indarno si sforzarono i  zappatori
di  quei  reggimenti d'abbattere le porte; ed  erano  quasi  tutti
morti o feriti, quando i pochi superstiti, aprendo una bottega  di
rimpetto, v'introdussero un pezzo da 12, i cui colpi sfondarono il
portone".
 Come avvenne che i municipali, all'avvicinarsi del nemico da ambo
le  parti del palazzo, non pensassero a chiamare il popolo,  o  ad
assicurarsi almeno una ritirata? Per tenerli a bada, sicch non si
sottraessero,  Radetzky  aveva simulato  di  tenersi  secoloro  in
officiale  carteggio. Stavano essi aspettando che, in virt  della
firma  di O'Donnell, la polizia cedesse le armi della sua guardia,
intendendo  cominciare  con  quelle l'armamento  della  civica;  e
frattanto il popolo ne aveva tolte quante ve ne aveva nella vicina
bottega  del  Sassi,  e  le aveva portate in  palazzo.  "Impiegati
continuavano  a  far  la  lista della guardia  civica,  quando  un
assessore  venne  a  portar notizia ch'erano  traditi:  poco  dopo
giunse  la  seguente lettera di Radetzky datata dal  Castello;  la
fece accompagnare da mezza divisione di granatieri". Nella lettera
si  leggeva:  "Intimo a codesta congregazione municipale  di  dare
immediatamente   li   ordini  pel  disarmamento   dei   cittadini;
altrimenti dimani mi trover nella necessit di far bombardare  la
citt.  Mi  riservo poi di far uso del saccheggio e  di  tutti  li
altri  mezzi  che  stanno in mio potere.  Aspetto  al  momento  un
riscontro".
 La condizione del municipio era iniqua. Di qual forza doveva egli
valersi per togliere le armi ai cittadini? Come potevano li avvisi
esser  letti nelle tenebre della notte? Come si poteva annunciarli
a  suon  di tromba nella vasta citt, quando ad ogni passo v'erano
soldati  che ferivano quanti incontrassero, "fosse donna, vecchio,
o  fanciullo"?  Il  preside del municipio erasi dovuto  fermare  a
mezza  via.  E lo stesso maresciallo, poche ore dopo,  scriveva  a
Ficquelmont:  "Pur  troppo l'efficacia  della  polizia    affatto
elisa,  assolutamente impossibile far conoscere i proclami da  me
diretti  al  popolo".  Quali  fossero codesti  suoi  proclami  non
sappiamo;  poich nessuno li vide; e non crediamo che siano  stati
mai  scritti: ma Radetzky nella sua lettera alla municipalit  non
l'accus  d'essersi costituita in governo provisorio; la consider
come  autorit legitima e consueta. Con qual titolo dunque  ei  la
faceva in quel momento medesimo assalire a tradimento nel palazzo?
Essa era al suo posto.
  Non  bastava  ch'egli scrivesse in quella  sera  a  Ficquelmont:
"Milano  dichiarata in istato d'assedio". Dichiarata? Quando? Con
qual atto? e da chi? Fatti di cos tremenda natura, che annientano
d'un  colpo  tutti  i  diritti delle leggi e dell'umanit,  devono
esser  publici  e non occulti; devono annunciarsi  alla  luce  del
sole, e non di notte, nel nascondiglio d'una caserma.
  "Il  nemico s'avvicinava: ecco giungere a fretta varj del popolo
che  avvertivano  invaso il vicino Ponte Vetro:  nel  cortile  del
palazzo  sopragiungeva  portato a braccia  un  ferito:  il  popolo
l'aveva levato dal luogo del conflitto e lo portava a morire  tra'
suoi".
Intanto  il municipio rispondeva a Radetzky: "Lo pregava  cessasse
il  foco,  perch,  durante la notte, l'autorit  potesse  indurre
nelli  animi colla persuasione la tranquillit; prometteva avrebbe
adoperato  ogni via. Pregava di pronta risposta: la  congregazione
sarebbe rimasta in permanenza sino al mattino, ad attendere le sue
partecipazioni.   Un  capitano  di  pompieri  fu   incaricato   di
trasmettere  il  foglio a Radetzky". Ad un tratto il  Broletto  si
trov  investito; entr a furia uno stuolo di granatieri ungaresi.
Furono  tosto  loro incontro pochi giovani, armati  di  fucili  da
caccia  e  di  qualche  vecchia alabarda; e  i  granatieri  furono
costretti a dare indietro. "Molti non sapevano spiegarsi il perch
Radetzky, in cambio di rispondere alla lettera, mandasse que' suoi
granatieri;  i  pi  animosi fecero sentire  che  coloro  i  quali
volessero andarsene, approfittassero di quelli istanti".
  Pochi  erano  quelli che l erano, ma deliberati:  non  pi  che
cinquanta fucili; poca polvere; i soldati erano gi padroni  delle
case  vicine; sfondarono due botteghe, vi fecero entrare a coperto
due  cannoni. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta; una
breccia venne aperta. "Il Broletto sonava la sua campana a stormo:
inutilmente:  era impossibile al popolo, per quella  via  angusta,
affollata  di  nemici, avvicinarsi al luogo del combattimento.  Le
munizioni  mancavano;  ci  aiutavamo  colle  tegole.  A  caso  ivi
trovavasi il generale Teodoro Lechi111; proponeva una capitolazione:
nessuno   accett.   La   resistenza  tornava   inutile;   ma   la
capitolazione pareva troppa vergogna; prevalse l'opinione dei pi,
quella di restare immobili. Entrava furiosamente la truppa;  erano
incirca  due  mila  fra  boemi  e  croati;  avevano  modi  feroci;
percotevano  li  inermi.  I  pi  dei  nostri  s'erano   rifugiati
nell'appartamento  del delegato regio, che  venne  pure  invaso  e
sfrenatamente  saccheggiato. A frenare quelle turbe indisciplinate
non  valeva  la  presenza d'un maggiore de'  croati  Ottochan;  n
meglio  valeva la presenza del delegato; n quella di  sua  moglie
circondata   dai   figliuoletti.  Il  maggiore  dichiarava   tutti
prigionieri di guerra; domandava l'immediata consegna delle  armi;
e  non  a dirsi la sua meraviglia, allorch vide colli occhi suoi
tutte  le  armi  trovate non oltrepassare il  numero  di  quaranta
fucili".  Radetzky  nel  suo  rapporto  a  Ficquelmont  tosto   li
moltiplic  in  "un  rilevante deposito d'armi"  (ein  bedeutendes
Waffendept).
Andati  sui  tetti, e trovati quivi alcuni ragazzi, i  soldati  li
precipitarono nella via; li usci cadevano sfondati sotto le scuri.
Uno dei nostri, nelle strette della morte, dava qualche gemito: lo
ferirono  di baionetta. I prigionieri furono condutti in Castello,
in  fila,  a  due  a  due, preceduti e seguiti da  cannoni  e  fra
triplici  file di soldati. Si minacciava loro la forca;  i  feriti
che  mal  potevano camminare erano mandati inanzi, a  calciate  di
fucili,  o  a  pugni  sul volto. Il Broletto rimase  occupato  dai
croati.  "Non   a dirsi qual mostra facessero di  s  quei  ceffi
bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore".
  L'istitutore Antonio Boselli non aveva voluto lasciarsi chiudere
entro  il palazzo: usc coraggioso sulla via; ferito di baionetta,
cerc  riparo  dietro una barricata; e poco stante  due  colpi  di
moschetto  gli aprirono altre ferite: pure ebbe animo  e  lena  di
strascinarsi a casa: spir con accanto la moglie e le due bambine.
Tale  fu  la  prima vittoria. Due ore di combattimento di  duemila
contro  cinquanta.  Nondimeno  Radetzky  affett  di  credere  gi
conquiso il popolo: "reciso il nervo capitale della rivolta"  (den
Hauptnerf der Revolte). E immantinente ne spediva pomposo nuncio a
Vienna  il capitano di stato-maggiore conte e ciambellano Huyn.  E
alle liete novelle, il giovine arciduca Ranieri scrisse, poche ore
dopo, da Verona, ad altro dei figli del vicer: "Ora  cosa fatta;
la conservazione della citt di Milano alla monarcha si deve solo
al  senno  del maresciallo e al valore delle truppe.  Il  capitano
Huyn pass di qui andando corriere a Vienna. Nel partire, alle  11
della sera, vide tutto lo spettacolo fatto in citt. Al Broletto i
cannoni da 12 devono aver fatto buchi magnifici. Il maresciallo lo
sped,  quando, certo della vittoria, faceva far cucina ai soldati
sulle  piazze.  Huyn disse esser morti circa 40 soldati,  e  molti
feriti.  Tutti i prigionieri, non escluso Casati e il duca  Litta,
che  si  dicono  pure del numero, si dovevano fucilare.  La  legge
marziale  fu  gi spedita, jeri, a Milano con un officiale  e  due
bersaglieri  borodiani; ed oggi (20 marzo), alle due,  pu  essere
gi  pubblicata e messa in opera. Questo  ben ora l'unico  mezzo;
purch solamente ne vengano ammazzati parecchi".
Cos  non  fu.  Il giorno 20, alle due, il vittorioso  maresciallo
aveva  gi  implorato dai cittadini un armistizio,  per  bocca  di
quello  stesso  maggiore delli Ottochan che gli aveva  condutto  i
prigionieri da inviare al supplicio.
Il  giorno  20, il tenente colonnello d'artiglieria Carlo  Kugler,
dello  stato-maggiore  dell'artigliera  stanziale  nel  Distretto
Veneto (Garnisons-Artillerie-District), venne arrestato dal popolo
d'Inzago.    superfluo il dire ch'ebbe salva la  vita,  bench  a
scemarsi  d'importanza  si  fosse  mentito  semplice  tenente   di
fantera112. Non pass un mese che il colonnello Tomaso Zobel fece
uccidere  nelle fsse di Trento il giovane Blondel e altri  sedici
giovani, presi sul campo. Stanno ancora scritti nel sangue i  nomi
di Ludovico Batthyany, d'Ugo Bassi e d'altri e d'altri. Cos : il
nostro  popolo  serb nella vittoria l'avita sua  natura:  parcere
subiectis.  In  Germania,  sin dai tempi  d'Arminio,  la  vittoria
s''intese in altro modo: supplicia captivis (TACITO, Ann., 1).
  La  vera vittoria del maresciallo era contro il governo  civile;
era  quella  d'aver clto il destro di fondare in  Italia  la  sua
militare  onnipotenza. Accesa la guerra, qual ministerio l'avrebbe
potuto  richiamare dal suo comando? Ma quanto alla vittoria contro
il  popolo,  pur troppo egli stesso ne dubitava, quando  alle  due
dopo mezzanotte dettava queste parole: "Non posso peranco indicare
  la mia perdita in morti e feriti; ma non pu essere stata lieve.
Per  il  momento si ha quiete; ma pu darsi che al levar del  sole
incominci il conflitto. Io sono deliberato di restare, a qualunque
costo,   padrone  di  Milano.  Se  non  si  desiste  dalla  pugna,
bombarder la citt"113.
Se  il  maresciallo  aveva voluto appiccar  battaglia,  il  popolo
l'aveva accettata. Gi prima di sera, numerose pattuglie dovettero
ceder  le strade ai cittadini, e ridursi a far foco dalle finestre
delli   edificj.  Quella  che  incontr  la  comitiva  di  Casati,
abbandon  due moribondi; una fu respinta da tre fucili; un'altra,
da  quindici. Il generale Rath si fece strada fino al Duomo, prima
"con  dolci parole", poi camminando pi che di passo, "e  perdendo
fucili  e  berretti".  Ussari  e  Reisinger  furono  cacciati   da
Camposanto;  i granatieri, dall'atrio della Scala; i  croati,  dal
ponte  di  Porta  Romana. A sera, il lavoro  delle  barricate  era
immenso; dovunque si udiva un picchio di sassi e di ferri. Ma  fra
i  varj  rioni era interrotto il passo. La sventura del  municipio
rimase ignota in casa Vidiserti; nessuno recava novelle a capi che
non  sapeva  ove fossero, o chi fossero, o se vi fossero.  "I  pi
ardenti", confessa uno di loro, "invece di rannodarsi, di  recarsi
serrati   in  mezzo  del  popolo,  si  dispersero  a  dar   minuti
provedimenti". Uno spir sotto le prime fucilate; altri era  fuori
di citt; altri alle barricate; altri, per commozione delirava. Ma
rimase  la  fatale  preoccupazione  che  i  combattenti  dovessero
attinger valore e consiglio nella mansueta congrega del municipio.
E anco il municipio era prigione o disperso.
Ov'erano  quelle arcane societ intorno al numero,  alla  potenza,
alla   onnipresenza  delle  quali  avevano  tanto  per   tant'anni
favoleggiato  le  emigrazioni  e le  polize?  D'onde  attendevano
ancora  l'iniziativa?  Un  giovine "che non  aveva  appartenuto  a
societ  secrete, n alla nobile consortera delle dimostrazioni",
Enrico  Cernuschi114, era uscito senza progetti, ma  era  corso  a
mettersi  accanto  a Casati e compagni: "combattere  i  tedeschi",
egli  scrive,  "era  il  pensiero generale; vegliare,  spingere  i
nobili  era  il  mio,  dappoich si era  voluto,  ad  ogni  costo,
metterli  in  cima". Gi fin dal mattino aveva  presagito  che  la
processione  finirebbe  nel sangue; e ancora  in  Broletto,  aveva
tratto  fuori  una sciabola, gridando guerra; ma Borromeo  l'aveva
rattenuto.  Era  tra  quelli  che  avevano  dettato  i  decreti  a
O'Donnell, che lo avevano scortato, che ora lo vegliavano in  casa
Vidiserti; era con lui l'amico suo Luciano Manara115, e ordinava i
63 armati che quivi erano. Cattaneo li sollecitava a non attendere
il nemico in quel posto, fra due strade, a pochi passi dall'ultima
barricata;   era  infatti  come  il  Broletto.  Rispondevano   che
avrebbero  venduto  cara  la  vita;  ma  egli  replicava  che  non
importava perdere e morire, ma vincere e vivere116. Alcuni temevano
che,  la traslocazione fosse un raggiro per toglier loro Casati  e
O'  Donnell. Era gi presso il matino, quando Cernuschi li  trasse
in  una  delle case dei Taverna, nella angusta via de'  Bigli,  in
isola  pi  vasta, ove pot ordinar tosto pi linee di  difesa,  e
uscite  varie  e sicure. Si deliber di farne certo qual  secreto;
volevasi  anzi  tutto sottrarre il capo al ferro del  nemico.  Nei
monumenti  greci  vedonsi spesso figure di  combattenti  nudi,  ma
coll'elmo  in  capo. All'alba era fatto; si diede  il  tocco  alle
campane e il grido d'allarme.
Quale   era  stato,  in  quel  primo  d,  l'aspetto  delle  altre
provincie?  Alle gravi novelle di Vienna, Venezia liber  a  forza
Manin e Tomaseo; in Brescia, tra il fremito del popolo, fu ucciso,
gridando  viva  l'Italia, uno di quei granatieri italiani  che  il
sospetto  di  Radetzky  aveva allontanati da  Milano.  Ma  nessuna
stilla  di  sangue  in  alcun'altra  citt.  Trieste  fu  paga  di
vituperare  l'imagine di Metternich; Vicenza dimandava la  civica;
Verona accoglieva il vicer col grido, viva la costituzione, morte
ai  tedeschi;  i Mantovani facevano festa in chiesa e  in  teatro;
stringevano  la  mano  alli officiali. Le novelle  di  Milano  non
giunsero  oltre  Varese, Como e Bergamo; nella  notte  giunsero  a
Cremona,  portate dal caso, coi viaggiatori. Scrive Carlo Clerici:
"Mi  rest  fisso in mente che Cernuschi propose spedire  dovunque
nostri  incaricati che facessero le nostre parti anche all'estero;
il  che  bisognava far subito, prima che la citt fosse circondata
dalle  truppe".  Nessuno fra tanti facultosi ebbe  mente  e  cuore
d'immolare un cavallo o un pugno di scudi, per lanciare un  rapido
appello alle altre citt. Arese117 part, ma per Torino, ov'era gi
una  colonia di sollecitatori118. In quel giorno 18, il  re  aveva
finalmente  perdonato a quelli che gli avevano offerto  la  corona
d'Italia119; ma il nuovo ministerio di Cesare Balbo120, ricus  ai
lomellini la licenza di armarsi; privilegi in Torino 500  guardie
civiche,  per  difendere dalla giovent i  ricoveri  dei  gesuiti.
Arese  ebbe  una ripulsa: non l'avrebbe avuta, s'egli o  altri  si
fosse rivolto a Brescia, inviando di l messi e stampe a Verona, a
Mantova,  a  Bologna, gettando ovunque la scintilla che  i  popoli
aspettavano  bramosamente,  sorprendendo,  senz'ordini   e   senza
consiglio,  fra lo stupore delle repentine novelle,  i  comandanti
militari e civili. A Varese, copia dei decreti di O'Donnell  venne
affissa  quella  sera in teatro, ov'erano forse trenta  officiali;
ebbero agio d'uscire, e recarne avviso al colonnello, ch'erasi gi
coricato;  e  tosto fece svegliare all'armi tutto il  battaglione.
Bergamo  invi  staffette, ma solo nella sua provincia.  Como  non
pot operare quel giorno, e dispose cautamente di preoccupare  pel
matino  i  campanili, i forni militari e la polveriera. Fu  questa
dunque  una  levata  d'armi  quale poteva  attendersi  dopo  tante
dimostrazioni? Raccogliamo in breve il concetto istorico  di  quel
giorno  memorabile.  Alcuni giovani costrinsero  i  municipali  di
Milano  a  prestare all'irritato popolo un'occasione  d  tumulto:
Radetzky  se  ne  giov,  per  afferrar  tosto  l'ambto   governo
militare; ma nel farlo, sebbene la rivoluzione non avesse armi, n
capitani,  n  consiglio, n tampoco notizia di  s,  evoc  dalle
viscere  del  popolo  una forza, che i suoi centomila  armati  non
valsero pi a prostrare.
  Surse,  dopo dirotte pioggie, sereno e fausto il secondo giorno.
Rivaira, comandante dei gendarmi, visto il decreto che affidava al
municipio la publica sicurezza, fece significare a Casati ch'ei si
rassegnava alli ordini suoi. Ci avrebbe tolto al nemico ausiliarj
efficaci e mediatori pericolosi. Casati non os accettare; scrisse
a Bellati121 (ei nol sapeva gi prigioniero) di recarsi a convenire
di ci con Torresani122, intendendo che i gendarmi, fatti duci delle
pattuglie  civiche,  sarebbero  "il  miglior  mezzo  termine,  per
tranquillare la citt". La lettera fu sdegnosamente lacerata dalli
astanti;  intanto  s'inoltrava il giorno; e  il  cannone  toglieva
l'adito alla casa di Rivaira.
Radetzky   nella  notte  aveva  fatto  fare  il  ruolo  de'   suoi
prigionieri.  "Pur troppo, il capo de' ribelli, il  podest  conte
Casati  non  era  tra  quelli che furono presi  jeri  nel  palazzo
municipale,  epper  il comitato direttore fu  presto  riordinato;
pare che la sede del governo improvisato sia nel palazzo del conte
Borromeo".  Era  anzi nell'opposta parte della citt!  Che  valeva
all'Austria  l'essersi  fatta  esecrabile  al  mondo  per  le  sue
polizie,  quando,  al momento supremo, dovevano  i  suoi  generali
versare  in  s palpabili tenebre? Chi non ha partigiani,  non  ha
poliza.
Nella  strategia  del secondo giorno, le truppe, non  potendo,  n
osando pi vagare fra le barricate, intercettarono stabilmente  le
vie,   presidiando  52  edificj.  Cingevano  inoltre  per   dodici
chilometri  i  bastioni. Dalle porte, ove stavano con artiglierie,
ora s'inoltravano pei corsi entro la citt, ora escivano lungo  la
circonvallazione e le vie postali. Spezzate per tal modo, e legate
a  punti fissi, esse offersero prima l'aspetto dell'esitanza,  poi
quello  dell'impotenza e del timore. Al palazzo di Giustizia,  non
si  vergognarono  d'aggrappar dalla porta con  una  lunga  pertica
uncinata,  un compagno caduto. Due giovani sul ponte  di  Monforte
affrontarono  colle carabine un cannone, lo tennero  indietro  per
un'ora;  i  soldati stavano nascosi fra le colonne del palazzo,  o
sdrajati a terra; un capitano che volle trarli sin oltre il ponte,
cadde  ucciso;  la  truppa si ricacci nel  palazzo,  appostandosi
dietro  i  comignoli del tetto e le finestre abbarrate.  Fu  quivi
ucciso d'una cannonata Giuseppe Broggi, ammirato per l'infallibile
sua  carabina. Spir d'un colpo di cannone, in mezzo al  corso  di
Porta Romana, il calzolaio Valentini. Fu trafitto da una palla  in
fronte, sulli archi antichi del ponte di Porta Nuova, il salumiere
Volonteri; ma quel monumento rimase un forte inespugnabile, difeso
da  Augusto Anfossi, Manara, Enrico Dandolo, Luigi Della Porta  ed
altri, che tosto o tardi diedero tutti per la patria la vita.  Dal
Broletto,  un  officiale minacciava codardamente ai  cittadini  la
forca. "La forca sar per te", gli rispose il droghiere Puricelli;
e  sebbene ferito, non si ritrasse finch nol vide rintanarsi  nel
Broletto  co'  suoi.  A  Piazza  Mercanti,  artiglieri,  uccisi  o
fugitivi, abbandonarono un cannone. Alla Corte, come deposero  poi
due  delli  ungaresi che quivi erano: "investiti d'ogni parte  dai
cittadini, che sdegnando di starsene dietro le barricate, uscivano
ad   assalirci  all'aperta,  e  dalle  donne  che  dalle  finestre
sparavano  colpi  di  pstola, inviammo  al  Castello  a  dimandar
soccorso;  ma delle due o tre compagnie del Gyulai che  ci  furono
spedite,  pochi  arrivarono,  e s malconci,  che  si  risolse  di
ritirarsi.   Fin  d'allora  si  tentava  l'affratellamento   colli
ungaresi.  Un  uomo pieno di coccarde nazionali,  che  sono  delli
stessi  colori per li ungaresi e li italiani, si presentava  loro,
invitandoli  alla  diserzione. Consigliato da  essi  a  ritirarsi,
troppo  tenace nel suo proposito, non volle rimoversi; onde  preso
dai  cacciatori  tirolesi,  fu  tosto  fucilato.  Pi  di  36  ore
dovettero  i granatieri ungaresi star sotto le armi, esposti  alle
intemperie,  e  ci  che  pi importa, privi  di  cibo".  Anche  i
carcerati nel palazzo di Giustizia rimasero senza cibo per ben  48
ore;  senza  viveri  per  40 ore quelli  della  poliza  generale;
Radetzky  ebbe ad avvertire i consoli "che i carcerati nella  Casa
di  Correzione  mancavano  di  viveri".  E  fu  anche  per  questa
imprevidenza che le soldatesche, erranti nei rioni pi remoti,  si
mutarono  in  orde fameliche e rapaci, a strazio  delle  derelitte
innocue famiglie. Non era solo effetto di barbarie; poich i boemi
del  Reisinger  incrudelirono peggio assai  de'  croati.  Non  era
effetto   d'esaltazione  bellicosa  del  soldato,  che  "prendendo
d'assalto  le  case,  trucidasse chi lo  aveva  combattuto  (seine
Angreifer niederstach)", come vennero imaginando
  poscia li escusatori di Radetzky. No! nessuna di quelle infelici
case  era  stata difesa o assalita, essendo tutte in quell'estremo
lembo della citt che stava affatto in potere del nemico. Era  per
i  vili  sospetti  instillati dai generali; era per  la  insensata
dispersione delle truppe, onde non fu possibile far loro pervenire
i   viveri.  N  parimenti  era  possibile  che  da  52  punti  si
raccogliessero i feriti, e si traessero per le due o tre  vie  che
rimanevano tuttora aperte nell'interna citt. Solo a notte oscura,
si  os trasportarli "con carrette e lettighe, che lasciavano  sui
marciapiedi larghe strisce di sangue". E quella vista funestava le
soldatesche,  accampate  sui vasti spazj  della  Piazza  Castello,
intorno a luridi fochi, su cui gettavano carrozze e suppellettili,
cantando  e  urlando  ferocemente,  quasi  per  dissimulare  a  se
medesimi  la  loro disfatta. E altro terrore infondeva  in  quelle
rozze  anime  la  vista della eclissata luna, in  forma  di  globo
cupamente  arroventato. Al contrario i cittadini, nella  coscienza
del  loro  diritto  e del favore di Pio IX e di Dio,  ne  traevano
baldanza e ilarit123.
Giunse  nella  sera in casa Taverna un primo dono alla  patria  di
lire  tremila  dall'ingegnere Filippo Alfieri; e  rese  esuberante
servigio  in  que' giorni, quando ogni venalit nei poveri  pareva
spenta.  Altri apport carte intercette al nemico; ma Casati  e  i
suoi,  sempre  oscillanti fra la guerra e  la  pace,  negavano  si
aprissero.  Una di esse avvertiva come, con ordini anteriori  alle
novelle  di  Vienna,  il  maresciallo, provido  nel  male,  avesse
distribuito  pi di 500 cariche d'artiglieria in Padova,  Vicenza,
Mantova e Verona.
  Mentre si tentava dar qualche forma alla fortuita difesa, Casati
"si  sottrasse alla vigilanza delli armati che facevano sentinella
al  suo  onore". Immantinente Cernuschi, accompagnato  dal  figlio
medesimo  di  Casati, ne and in traccia; e "gli  venne  fatto  di
scoprirlo  rannicchiato nella soffitta d'una casa  vicina,  d'onde
usciva  polveroso, coperto di ragnateli. Il figlio n'ebbe a versar
lacrime".  La  generazione  che surge   migliore  di  quella  che
tramonta.
A  fronte  di poche centinaia di fucili, Radetzky, bench,  avesse
fin  dal  primo scoppio entro le mura circa 15 mila uomini,  s'era
gi  indutto  a chiamare due battaglioni tirolesi da Cremona,  uno
del  Gyulai da Pava, una parte del Geppert da Monza, e aggiungeva
nella  notte del 19: - "Chiamo a me cinque battaglioni, coi  quali
dimani  all'alba comincer di nuovo il combattimento contro Milano
e lo condurr, come spero, a buon fine". Se nel primo giorno colle
sue  squadre mobili, aveva provocato i cittadini al combattimento,
nel  secondo  giorno colle immobili sue posizioni aveva  inspirato
loro la fiducia nella vittoria.
Al  di  fuori accorreva gi la giovent delle pianure, affrontando
impavida  la cavalleria. Giuseppe Guy, milanese, venuto  co'  suoi
contadini  da  un  podere  presso il Po,  bersagliava  dall'aperta
campagna  gli  austriaci  accovacciati  sul  bastione,  quando  la
carabina  d'un  ussaro lo colp a morte. I condottieri  delle  due
strade  ferrate, sprezzando la nuova minaccia di morte, condussero
notte  e giorno convogli d'armati. Il passo del Lambro a Marignano
venne  chiuso. Il nemico non ebbe pi corrieri. "Non fu  possibile
spedire  il  mio  dispaccio (del 19)", scriveva Radetzky,  "perch
ogni  communicazione al di fuori  talmente interrotta,  che  solo
con grosse scorte pu giungere a me o partire alcuna notizia". Non
era  dunque reciso il nervo capitale della rivolta, com'egli aveva
sognato; ma bens, essendo recisi i nervi che ponevano in moto  le
inanimi  membra  dell'esercito, i corpi isolati  ricadevano  nella
dubiezza e nell'inerzia. A un esercito di servi manca, col bastone
del comando, la volont e la vita.
Como  sorprese  in quella matina la polveriera  di  Geno,  arm  i
cittadini,   spieg  la  bandiera  tricolore;  ebbe  soccorso   di
quattrocento uomini, approdati colle vaporiere del lago. Ma  dalla
Svizzera  non  le giunse in quel giorno pi che uno stuolo  di  14
esuli;  mentre  il presidio nemico s'ingross di 800  soldati  del
Probaska che stanziavano in Mariano e Cant. Bergamo, che dal  suo
colle  poteva contare ogni colpo che straziava Milano, si arm;  e
quando,  a  notte  tarda, corse voce che  contro  la  parola  data
dall'arciduca  Sigismondo  partiva  un  battaglione  chiamato   da
Radetzky  a  Milano,  il  popolo di  Borgo  Palazzo  gli  precluse
intrepidamente  la  via;  gli uccise  il  comandante.  A  Brescia,
presidiata  in gran parte d'italiani, i maggiorenti, indettati  da
Torino, e resi imbecilli da quella speranza, raffrenarono l'impeto
del  popolo;  lo persuasero (cosa quasi incredibile) ad  aspettare
rassegnato  le  sue  sorti  da quelle  della  combattente  Milano;
appellarono  "colpa  e  danno crudele e  irreparabile"  ogni  atto
ostile;  patteggiarono  il privilegio  delle  armi  a  200  agiati
cittadini.  Il generale Carlo Schwarzenberg pot illeso percorrere
a  cavallo la citt, intanto che le sue robe si ponevano in  salvo
entro   una  caserma:  e  scorgendo  "la  pi  perfetta  calma   e
tranquillit e buono spirito che ovunque regnava, pot provarne le
pi  dolci  commozioni,  ed esprimerne i pi  cordiali  e  sentiti
ringraziamenti".  Quelli improvidi ozj, quando Milano  combatteva,
vennero  poi  scontati  nel foco e nel sangue,  quando  Milano  fu
disarmata  e  derelitta: dum singuli pugnant, universi  vincuntur.
Intanto  la  vicina  Crema, perch aveva  poco  popolo  e  angusto
contado,  sebbene si mostrasse quel giorno piuttosto in festa  che
in  tumulto, venne ferocemente insanguinata da cacciatori tirolesi
e  dragoni austriaci. V'ebbero quasi 80 feriti dei cittadini, e  2
soli  dei soldati; all'arrivo poi di due cannoni e di 400  soldati
italiani  del presidio di Lodi, la citt fu interamente disarmata.
Il  qual caso ebbe gravi effetti; poich quivi era il convegno ove
lo smembrato esercito pot accozzarsi.
A  Cremona,  presidiata pure d'italiani, il popolo, non  provocato
dall'arroganza straniera, "fu pago di ottener la liberazione  d'un
cittadino   arrestato  in  forza  della  legge  stataria;   invano
accorsero  migliaja d'armati dalle campagne". -  In  Mantova,  ove
pure  italiano  era  il presidio, il comandante  Gorczkowsky  pot
acquistar  tempo, concedendo il "privilegio" delle armi a  qualche
centinaio di cittadini, che presero in custodia innocente le porte
della  fortissima citt. Un numeroso comitato predic "l'ordine  e
la tranquillit", vestendo a mansueta insegna la "sciarpa bianca".
La  coccarda bianca soppiant nell'agitata Verona la tricolore. Il
cauto arciduca124, che non aveva interesse, com'altri, a sconvolgere
e  insanguinare  il  regno, concesse la  custodia  di  quella  pur
fortissima  citt a 400 privilegiati; costrinse la  soldatesca  "a
sfilar  taciturna  e  sparire  fra il  tripudio  del  popolo".  La
custodia  delle porte fu concessa anche ai cittadini  di  Vicenza.
Cos,  tranne la pianura milanese e il suburbio di Bergamo, nessun
soccorso diedero, nemmeno in quel secondo giorno, i popoli indarno
commossi alla citt combattente.
In Piemonte intanto, il nuovo ministro Ricci125 chiedeva in iscritto
che  Genova  "lo  coadiuvasse  colla tranquillit  pi  profonda",
quando,  a  rompere il nuovo letargo costituzionale, giunse,  alle
otto  del matino, la nuova che la guerra era cominciata. E a prima
giunta  Cesare Balbo, l'uomo della guerra ai barbari, obli  tosto
l'unum  porro necessarium126; e rispose alle grida della giovent,
che   voleva   aver   armi,  chiudendole  in   faccia   le   porte
dell'arsenale.   Parve  gran  cosa  a  quei  decrepiti   adulatori
dell'Italia, di prometterle tre campi d'osservazione  a  Chivasso,
Novi e Casale, dietro la Sesia e il Po.
Era  gi strana cosa che in Milano amici e nemici riputassero capo
del popolo un uomo ch'era mestieri tenere quasi a forza127. Ma per
poca  notizia che si avesse di quanto accadeva nelle  pi  interne
parti  della citt, palesavasi il fatto pi strano ancora, che  il
popolo  dapertutto combatteva, e in nessun luogo  aveva  capi.  Si
pugnava  a caso "senza alcun disegno, sforzandosi ciascuno  presso
le sue case d'acquistar terreno, d'abbarrarsi, di scoprire armi  e
munizioni  e toglierne al nemico". Nella notte, qualche cittadino,
sdegnoso  che  l'occulto  comitato dei patrizj  non  mostrasse  la
faccia, propose si gridasse republica, si ricorresse alla Svizzera
test  armata,  alla  libera Francia.  Se  parlate  di  republica,
rispose Cattaneo, tutti i signori saranno per domatina in Castello
con  Radetzky.  - I soccorsi francesi e svizzeri erano  lontani  e
incerti;  la republica non avrebbe nemmeno i soccorsi dell'Italia,
tutta infervorata allora de' suoi prncipi. Era forza mietere  ci
che  si  era  seminato. Il popolo, per verit,  non  intendeva  la
commissione alla Savoia; avrebbe mille volte preferito  l'alleanza
del popolo francese; avrebbe preferito mille volte una federazione
republicana,  col nome di Pio IX. Carlo Clerici, ch'era  "uno  dei
primi  annelli tra il popolo e l'alto ceto", scrive: "la republica
era  ben addentro nel sentire del nostro popolo: chiamata, sarebbe
surta". E nel primo giorno quel grido si era qua e l udito fra il
popolo, "drappelli di cittadini percorrono la citt, gridando viva
Pio  IX,  viva  l'Italia, viva la republica". Ma  erano  voci  che
uscivano  solitarie dal cuore; non esprimevano patti di  parte.  E
anche a Brescia, in febraio, alle novelle di Parigi tale era stato
lo spontaneo sentimento del popolo: "la prima notte si pass tutta
in  riunioni,  ai  caff, sotto ai portici, nelli alberghi,  nelle
taverne: sembrava la celebrazione d'un trionfo nazionale. E quanto
al  Piemonte, dicevasi, la viva aspettazione che se  ne  aveva  va
sbollendo, perch nessun fatto si vede mai. I giudiziosi128 pensano
che  sia l'Austria autrice di tali rumori, che destano sospetto  e
diffidenza,  ma  il  popolo  non ragiona".  Sventuratamente  altri
ragionava  per  lui; e lo sviava dalla madre idea  della  libert,
chiamandola "il trionfo predeterminato d'una forma governativa". E
ammoniva i siciliani contro "l'egoismo di libert"129.
Non  sapendosi  che  un  governo in Milano  era  gi  secretamente
pattuito prima che il combattimento cominciasse, proposero  alcuni
si  procedesse  ad eleggerlo immantinente. Ma il nome  di  governo
involgeva  necessit di personaggi autorevoli. Se codesti  signori
ne fanno parte, rispondeva Cattaneo, vi saranno d'impaccio; se non
ne  fan  parte,  impediranno che sia obbedito. Epper  propose  un
consiglio meramente di guerra, e di pochi e deliberati,  solo  per
dare ordine alla difesa; anzi proponeva si chiamasse "comitato  di
necessit".  Si scrissero i nomi delli astanti, onde  interrogarne
il  suffragio.  Ma  molti  ad  ogni momento,  in  cerca  d'armi  e
d'indirizzo, entravano, uscivano; nulla si raccapezzava. Alla fine
parve pi pronto ripiego prendere i primi quattro nomi, scritti in
capo alla lista delli astanti. E cos la rivoluzione andava a caso
d'una  in  altra mano. Ove stavano, sia detto un'altra  volta,  le
secrete  associazioni? Perch i capitani della arcana milizia  non
si ponevano inanzi, se v'erano?
Quel  fortuito  consiglio  di guerra fu  poscia  trasfigurato  dai
romanzieri   torinesi,  in  una  prima  elaborazione   dell'Italia
republicana,  in  un primo pegno delle venture  discordie.  Non  
cos.  Di  quattro  soli, ch'erano i membri,  non  si  conoscevano
tutti,  nemmeno  di  saluto. Giulio Terzaghi e Carlo  Cattaneo  si
conoscevano  solo  dacch  dimoravano  quivi  allato  colle   loro
famiglie  nella  casa Gavazzi. Giulio Terzaghi e  Giorgio  Clerici
erano  patrizj; e questi fu sempre s poco in voce di republicano,
che  la  fazione regia gli commise poscia il comando della guardia
nazionale.  Enrico  Cernuschi  si vantava  scevro  d'ogni  legame,
avverso  persino a quei notissimi che dettavano le  dimostrazioni.
Cattaneo aveva pensato a giovare la patria senza metter mai  verbo
in  politica. E nel primo giorno, quando li amici vennero matutini
ad annunciargli la processione municipale, e dimandargli consiglio
per  l'evento d'un conflitto, egli aveva risposto che  il  correre
immantinenti alla forza, quando nulla si era fatto per possederla,
gli  pareva  troppo favorevole al nemico, il quale  era  presto  e
bramoso.  "Il  podest far mitragliare i cittadini;  egli  va  da
cieco ove lo spingono.
Questi  40 mila fucili, li avete visti? Siete poi certi che questo
comitato  vi  sia?  Hanno fede cieca in Carlo Alberto;  e  saranno
corrisposti come al solito. Bisogna pigliar tempo per  armarci;  e
perch tutta Italia si metta in grado".
  debito  e diritto di giustizia porre in luce questi fatti,  per
dissipare  le menzogne, onde certuni vennero pascendo poi  l'anime
sciocche. E vuolsi considerare questo irresistibile effetto  delle
rivoluzioni: ch'esse ingrossano come le vallanghe, travolgendo nei
pi temerarj propositi i pi cauti animi, mentre il fiocco di neve
che  fu  motore primo e nucleo della immane mole, vi resta per  lo
pi  confuso e smarrito. E perci, ad ogni ritorno, la rivoluzione
sempre  pi  ingrossa; sinch le minorit primitive, che  valevano
solo  per  la loro leggerezza, prevalgono col numero  e  col  peso
morto, e ponno invocar senza tema il suffragio universale.
Radetzky  non  pot il terzo giorno tener la parola,  colla  quale
erasi,  la  sera  inanzi, addormentato:  -  "Chiamo  a  me  cinque
battaglioni: domani comincer di nuovo il combattimento".  Anzich
cominciare il combattimento, gli fu forza precipitare la  ritirata
dalle  parti  pi interne della citt. Quelle sconnesse  posizioni
non  si  collegavano pi al Castello, se non per due o tre  varchi
tortuosi,  verso i quali si cominci presso l'alba  a  dirigere  i
cittadini  che venivano a offrire le braccia e prendere indirizzo.
Tosto  il  mezzo  della citt offerse uno spettacolo  di  militare
confusione  e ignominia. I tirolesi scesero precipitosi  le  scale
marmoree  del  Duomo,  e  per i sotterranei dell'Arcivescovato  si
raccolsero  alla  Corte; si posero dietro al  generale  Rath,  che
"precedeva il convoglio a gran carriera, per salvarsi dalle pietre
e  dalle  palle  che i cittadini, svegliati all'improviso  rumore,
tempestavano sulle truppe". Il popolo armato invade gli atrj della
Corte,  le stanze dei prncipi. Ma rispetta a tutti, ma perdona  a
tutti:  alle famiglie tedesche rifugiate in chiesa: ai  poliziotti
nascosi  nelle  cantine:  ai  feriti  ungaresi,  che  porta  sulle
vittoriose  spalle  all'ospitale. Anche li  officj  della  poliza
generale  rimangono avvolti nel turbine. Quel Torresani, il  quale
andava  spiando da tanti anni, e vessando e umiliando una giovent
che fra tante molestie intendeva solo la necessit d'esser libera,
si  traveste  da  gendarme;  si mischia  alla  cavalleria;  giunge
semivivo di paura in Castello, lasciando cumuli di carte semiarse,
abbandonando  alla vendetta la moglie, la figlia,  la  vedova  del
figlio coll'unica bambina. All'irrompere del popolo impetuoso, "in
elegante  gabinetto, una giovane signora, vestita  di  seta  nera,
stringendosi  al  seno  una bambina, con  a  lato  una  cameriera,
entrambe pallide, tremanti, stavano ginocchioni. Mand questa  uno
straziante  gemito  all'entrar del  primo,  credendosi  vicina  ad
essere sacrificata. Ma l'entrato, confortandola, e dato ordine che
con  modesto  sciallo si coprisse la testa e la faccia  lacrimosa,
presala  sotto  braccio, e chiamato un altro cittadino,  guidarono
quel  derelitto convoglio alla casa paterna dei conti  Giovio;  e,
trovatala  chiusa,  la ripararono presso la famiglia  Morandi".  E
dove era il conte130, lo spauracchio della citt? Due delle sue spie
lo  palesano  nascoso  in una soffitta entro  il  fieno:  pallido,
contrafatto,  coi  capelli irti, chiedente piet  e  misericordia,
cavato di l, vien cercato sulla persona se avesse armi, onde  non
potesse  uccidersi  n  tradire. "Figrati, lettor  cittadino,  la
scommunicata   figura  di  quel  laido  vecchio,  quella   persona
tremante, coperta di pagliuzze, che colle braccia aperte si lascia
frugare  nelle tasche; e ne cavano, invece di stili e pistole,  ne
cavano,  pane  e  formaggio. L'ira dei pi accaniti  si  volse  in
riso".
Conveniva  tenere  il popolo in questi alti e gloriosi  propositi.
"Prodi  cittadini", gli diceva un appello del consiglio di guerra,
"conserviamo pura la nostra vittoria; non discendiamo a vendicarci
nel  sangue dei miserabili satelliti che il potere fugitivo lasci
nelle nostre mani". Di quella mal locata clemenza si duole ora  il
popolo amaramente. Ma furono forse quei pochi spregevoli perdonati
che  gli  balzarono  poi le armi di mano, quando  venne  tempo  di
difendere  una  seconda volta la sua citt?  Furono  forse  quelli
abietti  che  gli  insegnarono  a  riporre  una  stolta  fede  nei
traditori, e ad abbeverare di dispetti e d'oblo i provati  amici?
Che gli gioverebbe nella sventura il sentirsi chiamar barbaro come
i   suoi   nemici?   Le   crudelt  presenti   parrebbero   giuste
rappresaglie.  E  la  vendetta  dei  nemici  e  il  loro   perdono
avvilirebbero  del  pari  la sua coscienza;  la  quale,  ora,  pu
contemplar  impavida e indomita quell'avvenire che porr  un'altra
volta a' suoi piedi i vigliacchi insanguinati.
E  parecchi  officiali in quella confusione  non  ebbero  tempo  a
salvarsi:  e,  tratti  inanzi al consiglio  di  guerra,  tentarono
sostenere   l'usata   arroganza,   pretendendo   di   non   essere
prigionieri,  ma  parlamentarj.  "  meglio  che  diciate  d'esser
prigionieri",  rispose  loro  Cattaneo.  "Come?  parlamentarj?  Il
vostro  esercito deve gi esser a ben tristi termini, se  s'adatta
s  presto  a spedire parlamentare a poveri ribelli". E  frattanto
l'arciduchino Ranieri in Verona si consolava pensando che la legge
marziale  poteva  gi esser messa in opera,  e  fucilati  tutti  i
cittadini prigionieri! E v'era fra li officiali captivi  un  conte
Thun,  che  un mese inanzi aveva insultato a man salva, presso  il
corpo  di guardia del conte Ficquelmont, il cittadino Borgazzi,  e
che,  disarmato da lui, lo aveva fatto vilmente carcerare; poi  lo
aveva  divulgato per tutta la Germania come sicario. Ed ora stava,
umile,  e  senza  spada, inanzi ai cittadini. E in  quell'istante,
pochi  passi lontano, i suoi commilitoni stavano trucidando  nelle
sue   stanze   il   predicatore  Lazzarini;  poi   si   ritiravano
all'appressarsi  del  popolo;  e per  disviare  i  suoi  colpi  si
facevano  precedere da cinque preti a croce alzata.  Tali  sono  i
conquistatori.  E  v' chi scrive che ogni popolo  merita  il  suo
destino!
Il  consiglio  di  guerra  incalzava i combattenti:  "Il  generale
austriaco  persiste;  ma il suo esercito  in piena  dissoluzione.
Molti officiali si dnno prigioni; interi corpi atterrano le  armi
avanti il tricolore italico. Cittadini! perseverate; questa    la
via che conduce alla gloria e alla libert".
  Le  truppe, smarrite fra li andirivieni delle barricate,  fecero
simulate offerte di arrese o di pace, al Ponte Vetro, al Genio, al
Comando  Militare,  a  S.Simone. Un maggiore dei  croati  Ottochan
venne  a  dimandare in nome di Radetzky qual fosse  la  mente  dei
magistrati.  Reduce  Casati dalla fuga131,  e  pressato  sempre  a
costituire con municipale autorit un governo provisorio,  si  era
solamente  piegato  ad  annunciare che  aggregavasi  al  municipio
alcuni  collaboratori; ma vi affastellava presenti  e  assenti,  e
anche  Teodoro Lechi, ch'era prigioniero in Castello; e attribuiva
a  Bellati,  pur  prigioniero, la polizia. Udito il  messaggio  di
Radetzky, egli propose, per la citt sola, un armistizio di giorni
quindici, affinch il maresciallo potesse invocare da Vienna nuove
concessioni.  E  intendendo che i soldati si  consegnassero  nelle
caserme,  e i cittadini desistessero dal combattimento, invit  in
presenza dell'inviato il consiglio di guerra a dire se vi  volesse
dar mano.
Rispose  il consiglio: non potersi oramai staccare dalle barricate
i cittadini; la consegna nelle caserme non offrire veruna sicurt;
il combattimento sospeso potrebbe ad ogni momento riaccendersi. La
campana  e il cannone, gi da tre giorni, avevano desti  i  popoli
all'armi; i soccorsi erano in via; un'armistizio circoscritto alla
citt  lasciava  libere  le  truppe d'esterminarli;  o  dovere  il
combattimento  cessar  dovunque, o  dovunque  proseguirsi.  Se  il
maresciallo veramente era mosso da umanit, se voleva arrestare il
combattimento   in  tutto  il  regno,  i  soldati   italiani   gli
basterebbero  a  conservar l'ordine, finch arrivassero  le  nuove
istruzioni   da  Vienna;  allontanasse  immantinente   i   soldati
stranieri.   -   Come?  rispose  il  maggiore  sdegnosamente;   un
maresciallo ritirarsi inanzi a cittadini? - Voi parlate d'umanit,
gli  si  replic,  e non d'operazioni di guerra;  i  ministri  che
diedero  al maresciallo facolt di mitragliare e bombardare,  sono
caduti;  i  loro ordini non hanno pi vigore, fino a  che  i  loro
successori  non  abbian parlato. Si valga di ci  il  maresciallo,
prima che il suono d'allarme giunga di campana in campana sino  ai
passi delle Alpi. Separando i due elementi irreconciliabili, potr
dire   d'essere  entrato  nel  nuovo  ordine  europeo;  e  intanto
veramente avr salvato l'esercito.
Invano Casati riluttava. La giovent, non volendo soffrire indugio
alla  pugna,  o dar ansa a una perfidia, stette col  consiglio  di
guerra. Casati conged il messo, pregandolo a riferire da un  lato
i  sentimenti dei municipali, e dall'altro quelli dei combattenti.
Egli  volle separata nell'animo di Radetzky la sua causa da quella
del  popolo.  E il consiglio di guerra tacque, e non  se  ne  fece
vantaggio. Importava salvar la citt. Ed era forza mietere ci che
si era seminato.
Altri dir che ricusar l'armistizio fu temerit. Ma valga il vero.
Fin  dalla  sera  inanzi, i consoli di Francia e Svizzera  avevano
promesso  ai municipali di protestare, in un colli altri  consoli,
contro  il  minacciato bombardamento; e nella matina  del  20,  ne
avevano  scritto a Radetzky, chiedendo in ogni modo  il  tempo  di
porre in salvo i loro clienti. Rispose il maresciallo, alle 11 del
matino  stesso, lagnandosi che si fossero assalite le  sue  truppe
contro  il  diritto delle genti; e pregando i consoli d'indurre  i
capi   ad  astenersi  da  ogni  atto  ostile;  altrimenti  ei   si
difenderebbe   col  coraggio  che  gli  inspirava  il   sentimento
dell'odiosa  sorpresa  che si era fatta a' suoi  soldati.  Promise
sospendere per un giorno le misure severe, a patto che i cittadini
cessassero  ogni  ostilit.  I  consoli,  gli  chiesero  tosto  un
abboccamento  per ragguagliarlo delle edificanti disposizioni  del
municipio. Lasciamo che, dopo le insidie e le stragi di Milano, di
Padova, di Pava, era sacrilegio allegare il diritto delle  genti;
ed  era  troppo ridicolo che parlasse di coraggio in faccia  a  un
pugno  di  cittadini,  chi,  poche ore prima,  millantava  i  suoi
centomila  soldati,  e  l'animo  deliberato  all'incendio   e   al
saccheggio.   Diremo  solo  che  Radetzky,  partecipando   ci   a
Ficquelmont,  scrisse il d seguente: "Coi consoli si    trattato
oggi di un armistizio di tre giorni; le mie truppe hanno necessit
di  riposo, per i pi che umani loro sforzi; ed io con  questo  mi
trover  in  grado di circondare pi compiutamente  la  citt".  E
perch la voleva il maresciallo circondare, investire (zernieren)?
Fu  preso  in quel medesimo giorno, a Inzago, l'apportatore  della
legge  di sangue, la quale concedeva al maresciallo la licenza  di
fucilare tutti i ribelli; e a quell'ora, li arciduchi in Verona si
consolavano pensando ch'era gi in opera. Era dunque Radetzky  che
abusava  dell'intervento dei consoli; che oltraggiava  il  diritto
delle  genti. Sarebbe vano accusar di perfidia un tal  nemico;  ma
sarebbe  ingiusto  accusar  di temerit chi  sottrasse  all'atroce
inganno i cittadini.
Libera  l'interna  citt, apparivano ad uno  ad  uno,  e  cauti  e
taciturni  si  schieravano intorno al cupo Casati,  i  membri  del
futuro   governo.  Favoriti  per  secreto  patto  dai  pi  accesi
promotori dell'insurrezione, i quali non ebbero tampoco la  lealt
di  aprirsene col consiglio di guerra, essi, anzich adoperarsi  a
dare  indirizzo al combattimento, attendevano solo  a  recarsi  in
mano  col  minimo pericolo la massima potenza. In data  di  un'ora
dopo  mezzod,  comparve  verso sera un loro  avviso,  in  cui  si
leggeva:  "Le  terribili circostanze di fatto,  per  le  quali  la
nostra citt  abbandonata dalle diverse autorit, fanno s che la
congregazione  municipale  debba assumere  in  via  interinale  la
direzione  d'ogni potere, allo scopo della publica sicurezza".  La
publica  difesa era dunque un fatto: non era un diritto. La  citt
non  era  ribelle: era abbandonata; abbandonata anche da Radetzky!
Il municipio non voleva: ma doveva; era costretto. E solo con mano
dubiosa,  e  in  via  interinale, e  per  imperio  di  circostanze
terribili, s'induceva ad assumere ogni potere. Li infausti nomi di
Guicciardi,  di  Durini,  di Giulini, di Strigelli,  di  Borromeo,
ricordavano  i  conciliaboli e i parentadi che  nel  1814  avevano
posto  in  mano all'Austria l'esercito e il regno. Per quali  arti
erano  mai pervenuti coloro a patteggiarsi il voto della magnanima
giovent? Come potevano i cittadini dimenticare d'aver deriso, non
era ancora dieci anni132, quei maggiorenti della citt e dignitari
del  regno,  quando,  radianti di felicit,  fregiavano  dei  loro
ciondoli  e delle loro livree le pompe dell'incoronazione?  L'uomo
ha  un  cuor  solo;  e il cuor di costoro non era  stato  mai  per
l'Italia. Nel 1841, essendosi fatto appello ai cittadini in favore
della  via  ferrata  di  Milano a Venezia, essi  erano  usciti  da
inveterata inerzia per impadronirsi di quella splendida impresa. E
l'avevano  fatta trastullo d'avara e inetta vanit,  millantandosi
in  faccia  a  Metternich di voler fare essi ogni  cosa  coi  loro
denari. E cos, non solo per la loro pusillanimit l'impresa cadde
in  mano  alli  stranieri ch'ebbero cuore di locarvi  veramente  i
necessari  tesori. Ma per insensati avvisamenti le opere  rimasero
disgregate  ai  due  opposti capi e involte in  disperati  indugi.
Infine   il  governo  n'ebbe  ammonizione  a  revocare  li   ampli
privilegi,   che,   contro   ogni  consuetudine,   aveva   largiti
all'impresa. I quali, con accorgimento esercitati, avrebbero messo
in pugno ai cittadini tutte le communicazioni civili e militari  e
la  chiave  di  tutte  le  fortezze. Se li  sconnessi  tronchi  di
Treviglio e di Vicenza furono di tanto sussidio nei cinque giorni,
non   a dirsi quanto le veloci communicazioni con Peschiera,  con
Verona, con Venezia avrebbero giovato; essendoch dal lato suo  il
nemico,   timoroso  d'insidie,  non  osava  avventurare  su   quei
precipizi i suoi battaglioni133.
Ordinata nel 1841 quella congrega, e raccomandata dalla veste d'un
publico interesse, e dal conflitto in che s'era posta col governo,
ricomparve in mezzo all'agitazione del 1847. E seguita dall'antica
caterva di satelliti bassamente adulatori e bassamente maldici, e
dall'altra  nuova di generosi inesperti, vantando  d'avere  quando
che  sia  a  pronta disposizione tutte le forze  del  Piemonte,  e
penetrando  col  numeroso servidorame nella plebe, s'impadron  di
questa  pi  ardua e sublime impresa; e la condusse  per  infinite
astuzie  a  funesto  fine.  Ma  intanto  era  impossibile  disfare
d'improviso  la  vasta  rete con ch'ella avviluppava  da  anni  la
cittadinanza. Era necessario che calamitosi fatti dimostrassero ai
cittadini  la  sua  morale  e  mentale  impotenza.  Tuttoci   che
rimaneva, fra quell'improvisa frana delli eventi, era di vigilare,
affinch  quelli  insensati,  per  credulit  o  per  paura,   non
traessero seco il popolo in bala del nemico. Epper i membri  del
consiglio di guerra non dismessero il loro assedio a Casati, e  si
accamparono nella camera attigua a quella ov'egli era co' suoi.  E
con  pretesto d'assicurare la custodia delli officiali prigionieri
ch'erano  di  sopra,  e di separarli da certi soldati  prigionieri
ch'erano di sotto, intercettarono ogni altro adito; e con consegne
di porte, e con duplici parole d'ordine, difficultarono l'accesso.
E  si  studiavano di dar essi pronto e diretto spaccio a tutte  le
inchieste  dei  cittadini accorrenti, allegando che  il  municipio
fosse  a  secreta  consulta e non potesse ascoltarli.  Fra  queste
misere  angosce,  dovevasi dar opera ad animare ed  indirizzare  i
combattenti.
Gi  udivasi,  dopo  due giorni di silenzio, il  grave  rombo  dei
bronzi  del Duomo; gi in mano al colosso della Vergine sventolava
il tricolore134. Rispondevano con campane e con grida le pianure; le
due  strade  ferrate  apportavano  a'  pi  de'  bastioni  squadre
continue  d'armati135.  Le  soldatesche sulli  sfrondati  bastioni
udivano  e  vedevano  appressarsi da ambo le  parti  le  onde  del
popolo,  quando, a nuovo stupore scrsero veleggiare al vento  uno
stuolo  di palloni, e sorvolar le mura e le porte indarno irte  di
baionette136. Nei fogli che i palloni spargevano, il consiglio  di
guerra  si  appellava  "a tutte le citt  e  tutti  i  comuni  del
Lombardo-Veneto: Milano vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi
inerme,  circondata da un ammasso di soldatesche avvilite ma  pur
formidabili:  noi gettiamo dalle mura questo foglio  per  chiamare
tutte  le  citt e tutti i communi ad armarsi". Era cos ripudiato
il  pusillanime consiglio di patteggiare una solitaria tregua  per
la citt, dissociandola dalle provincie.
  E  infatti  Como, in quella matina, inviava gi in soccorso  una
squadra  di  giovani; purtroppo anzi tempo. Perocch il comandante
Braumller,  che  in quella citt di 16 mila abitanti  aveva  1500
soldati  tutti stranieri, si accingeva ad assalirla, tostoch  gli
giungessero  da  Saronno l'artigliera e la cavallera  che  aveva
richieste a Strassoldo. La presa d'una staffetta scoperse  il  suo
proposito; scoppi tosto nel sobborgo il combattimento; la squadra
fu  appena in tempo a retrocedere. Accorsero dall'interna citt  i
croati;   ma,   ripulsi  prima  di  giungere  alla  Porta   Torre,
abbandonarono  sulla via ferito a morte il maggiore  Milutinovich.
La  gran guardia col tenente Knesich, usc per altra porta; ma  fu
dispersa;  e dopo aver vagato la notte appi dei monti, si  arrese
per fame.
Le  truppe  ch'erano nelle due caserme suburbane tentarono  invano
sforzare  la Porta Torre per unirsi di dentro ai croati;  respinte
nelle  caserme,  offersero nuovi accordi;  ma  il  popolo,  savio,
voleva  cedessero le armi. Dopo tre ore si riprese  il  foco,  con
vantaggio minore, poich i soldati avevano avuto agio d'adattare a
difesa  i  tetti e le finestre. I cittadini s'impadronirono  della
conserva  del  pane; apersero feritoie nelle mura  della  citt  e
delli  orti;  fecero  fssi e tagliate; tesero catene;  pattuirono
segnali  d'avviso e parole d'ordine; appuntarono alle porte  delle
caserme  varj  cannoncini, raccolti nelle ville  del  lago  ed  in
quella  medesima  del  vicer al Pizzo; e vegliarono  in  armi  la
notte, intorno ad ampi fochi accesi intorno alle mura e sui colli.
Le donne apprestavano bende e filacce, cartucce e palle; li alunni
del seminario apportavano i loro peltri; giungevano amici dal lago
e  dalle  valli; e Francesco Scalini adduceva una  squadra  di  60
carabinieri  ticinesi. La giornata valse ai cittadini una  ventina
di  feriti  o morti; ma un centinaio a' nemici, i quali  restarono
rinchiusi,  senza  notizie e senza viveri. A  Bergamo,  l'arciduca
Sigismondo,   vedendo   surgere  d'ogni  intorno   le   barricate,
ingrossare  il popolo e ridutti i croati a difendersi  bruttamente
dalle finestre delle caserme, fece chiedere a sera un abboccamento
col  comitato;  e per li operosi officj del conte Lochis,  ottenne
pur  troppo  che i cittadini sospendessero le offese,  promettendo
che  i soldati non andrebbero a combatter Milano, e ch'ei medesimo
non  uscirebbe  dalla sua dimora, se non accompagnato  da  guardie
cittadine. Poi nella notte fug.
  Un  altro  arciduca,  Ernesto,  correva  simil  pericolo  quella
medesima  sera in Lodi; ma la fantera del presidio era  italiana,
inciampo  al  furore  del  popolo137.  S'intim  ai  cittadini  di
consegnare  al  municipio  le  armi.  I  pi  deliberati,  anzich
cederle,  uscirono recandosi al soccorso di Milano;  e  cos  quel
passo dell'Adda rimase sicuro al nemico, che per assicurarsi prese
in ostaggio onorevoli cittadini.
Qui  hanno  fine,  e  non parr vero, i fatti d'arme  della  terza
giornata in tutto il Lombardo-Veneto.
Al  di fuori, Parma ebbe tre ore di combattimento, in cui cadde un
colonnello  d'ungaresi  con alcuni officiali  e  parecchi  soldati
italiani;  il  duca,  accerchiato  nel  suo  palazzo,  offerse  ai
cittadini  la  consueta esca d'una costituzione; e  tornando  alla
vita errante della sua stirpe, lasci lo stato a una reggenza.  Vi
s'ascrissero  un Gioia, un Maestri e altri, che si chiarirono  poi
clienti di Carlo Alberto; e attesero tosto a sventare ogni  impeto
di  popolo. A Modena, i dragoni ducali ferirono qualche cittadino;
ma  il  duca,  che  pochi mesi prima aveva detto  al  popolo,  "ho
trecentomila   uomini,  non  ho  paura",  spaventato,   piangente,
dichiar   "che  si  occuperebbe  subito  delle  risoluzioni   pi
confacenti  al benessere delli amatissimi sudditi". Ma  invero  la
maggior sua sollecitudine fu di aprirsi un varco alla fuga. E  non
era  agevole, poich in tutte le citt circostanti,  a  destra,  a
sinistra, a fronte, alle spalle, ruggiva il terremoto popolare. Il
popolo  di  Bologna, a dispetto dei maggiorenti  gi  secretamente
accaparrati da Azeglio, mise in armi quella sera 500 tra popolani,
studenti  e finanzieri, che al chiaror delle faci fra li a  plausi
partirono,  guidati  dai  republicani Livio  Zambeccari  e  Angelo
Masina,   avendo   "proclami  gi  stampati,  coll'intenzione   di
proclamar Pio IX a Modena e a Parma".
  Poco  stante  li  segu un battaglione di  guardie  civiche;  ma
inviluppato da superstizioni di giobertiana opportunit,  non  os
poi varcare il confine. Quando si pensa ai battaglioni bene armati
di  Parma, Modena e Bologna, ch'erano quella notte a poche  miglia
da  Mantova,  presidiata da tremila baionette  tutte  italiane,  
forza  confessare che se l'Italia non fu libera, egli  che ancora
nol volle.
  Mantova,  infatti,  oltre  all'aver  avuto  dal  vicer  licenza
d'armare 300 cittadini, animata dalle novelle di Milano, di Parma,
di  Modena, li aveva posti quella notte a guardia delle porte  con
autorit  "d'arrestare  i corrieri e aprire  i  dispacci".  Ma  in
contradizione  a  ci, il municipio viet per editto  "di  munirsi
d'armi a chiunque non fosse abilitato dal commune". E per disviare
il  popolo, raccolse denaro da gettargli sotto pretesto di lavoro,
affinch  serbasse  "calma, tranquillit e  obbedienza  a  chi  lo
dirigeva".
  E  v'erano, nel giro di poche miglia da Mantova, altre  possenti
citt  che  avrebbero potuto, con qualche audace  fatto,  decidere
delle sue sorti. V'era quella Brescia che, cinquant'anni addietro,
aveva potuto improvisare per Bonaparte ottomila soldati e che  nel
seguente  anno  fece  stupir l'Europa del suo disperato  coraggio.
V'era,  pur  nel  raggio  di 40 miglia,  Cremona;  v'erano  Parma,
Reggio,  Modena,  e  gi  vicini  alle  sue  porte  i  battaglioni
bolognesi;  e nel Veneto, Vicenza e Verona, e questa  poteva  trar
soccorsi anche da Trento. E non sono citt isolate, come Trieste o
Ginevra; ma ciascuna d'esse  capo di popoloso territorio. Brescia
oltre  ai  40 mila abitanti della citt, ne aveva 300  mila  nella
provincia  e 50 mila in Val Camonica; Cremona ne aveva  250  mila;
190  mila Mantova; 300 mila Trento; 500 mila Modena con Reggio.  E
se  si prosegue il novero delle altre citt anzidette, si viene  a
sommar  poco meno di tre millioni di popolo, munito a  dovizia  di
denaro, di viveri, di veicoli. Ciascuna di quelle citt poteva  in
uno, o due, o tre giorni al sommo, gettare sulle indifese porte di
Mantova  e  di  Verona  tanta giovent animosa  e  armata,  quanta
bastasse  non  solo a soprafare i deboli e incerti presidj,  e  li
avviliti  prncipi  e  generali; ma ben anco a  difenderle  poscia
contro  li  eserciti. I quali, senza artiglierie d'assedio,  senza
cannonieri,  senza munizioni, senza viveri, con  lungo  traino  di
feriti  e  di  donne,  cacciati dalle citt  cisalpine  e  venete,
giunsero  poi sotto quelle mura. Le forze di tanti popoli rimasero
nel fatale istante inoperose.
Nessuna  voce tampoco si ud che le chiamasse sul campo;  anzi  da
ogni parte proruppero voci autorevoli a predicar prudenza e pace.
Brescia,  per effetto dei molti esuli, era la citt pi allacciata
dalle influenze azegliane. Bench l'albero della libert fosse gi
piantato  in  Iso, e la Val Camonica in armi chiedesse  solo  ove
marciare,  il  podest,  co' suoi collaboratori  Mompiani,  Lonao,
Lechi138  e altri tali, chiedeva alli austriaci la concessione  di
armare  200 privilegiati. Dovevano "esser muniti d'un biglietto  a
stampa"; e chiunque altro "non sarebbe autorizzato a portar armi".
Doveva  il signorile registro limitarsi "alle persone appartenenti
alla  possidenza  e  al  commercio; se si  trovasse  opportuno  si
aprirebbe  anche  altro  registro per  li  appartenenti  ai  corpi
d'arte". Non si dovevano confondere poveri e ricchi in un registro
solo.  "Tenetevi  in  perfetta calma"; predicavano  quei  campioni
dell'indipendenza. E per invilire la plebe, ch'era pronta  a  dare
il  suo  sangue,  le  buttavano un tozzo di  pane.  "I  possidenti
schiusero  i  loro granai; i negozianti aprirono i loro  forzieri;
procurarono al municipio i mezzi di sfamare le migliaja, che tutto
il  giorno in attitudine minacciosa, stavano nella Piazza Vecchia,
domandando armi e battaglie". Noi chiediamo alla "Croce di Savoia"
di spiegare questi fatti. I partigiani della Savoia hanno impedito
l'insurrezione di Brescia, o no?
A Cremona, Schnhals139 aveva voluto accamparsi minaccioso in Piazza
d'Armi  con  tutto il presidio; ma un battaglione  del  Ceccopieri
rest  in  citt  col  popolo; il quale alz  forti  barricate,  e
ingrossato da contadini in armi percorse a grosse squadre le  vie,
e  prese saviamente ostaggi alcuni capi nemici. Nella notte, anche
il  battaglione  milanese dell'Alberto si diede al  popolo.  Ma  i
maggiorenti, anzich incalzare il nemico, ch'era ridutto a qualche
squadrone  d'ulani  e  una  battera  pedestre,  furono  lieti  di
publicare  come le loro pratiche presso il comando  della  milizia
fossero valse ad ottener la promessa che si sarebbero astenute  da
ogni  atto  che fosse per ingenerar diffidenza! Non pensavano  che
quando in siffatti casi l'austriaco s'astiene, egli  che non pu.
Decretarono:  "Le  armi non sono affidate che alla  civica,  unita
sempre  alle  truppe di linea; il rimanente dei cittadini  rientri
tranquillo nell'esercizio delle proprie funzioni".
  E  parimenti a Verona, bench vi si fosse gi spedita la  favola
che 50 mila piemontesi avessero assaltato il castello di Milano  e
preso  Radetzky, i 400 dal vicer privilegiati facevano  pattuglie
coi soldati per conservar la quiete. Intendevano solo a frenare il
popolo;  il quale, vedendo fornirsi di cannoni il Castel  Vecchio,
mettersi compagnie di cannonieri nel forte Sanfelice, raddoppiarsi
i  cannoni alla Gran-Guardia, due batterie campali appuntarsi alla
piazza  del Pallone, volle che si mandasse almeno a chieder  conto
al  vicer.  Rispose questi, non esservi nulla a  temere;  potersi
riposare  sulla sua parola (la legge di sangue era gi spedita  da
lui  medesimo; e speravasi messa in opera). Egli intanto si mostr
mansuetamente pago che la porta del suo albergo fosse guardata dai
civici,  con  due  sole sentinelle croate; e  per  trastullare  la
plebe,  fece  levare il dazio dei commestibili. I  manuali  che  a
migliaja lavoravano sulla via ferrata di Vicenza, erano accorsi  a
Verona,   pensando  vi  fosse  da  combattere.   Ma   le   guardie
privilegiate  chiusero  loro sul viso  la  porta;  e  perch  quei
gagliardi  si  accingevano a sforzarla, vi  fu  chi  li  acquiet,
narrando come il vicer avesse concesso le armi alla cittadinanza,
e  promettendo che se bisogno vi fosse si spedirebbe a  chiamarli.
Aveva ben ragione il giovine arciduca di beffarsi di quella civica
e  "delli  schizzetti  rugginosi coi quali  andava  pattugliando",
senza  avvedersi che servivano di zimbello al nemico,  e  che  ben
tosto  glieli  avrebbe  ritolti.  Il  comandante  Gerhardi  temeva
veramente "ad ogni minuto lo scoppio della ribellione", e negava a
Radetzky  il rinforzo del reggimento Ernesto, essendoch  Zichy140
alla sua volta gli negava da Venezia il reggimento Frstenwerther.
Bastava  la sorda paura del popolo a scemar le forze al nemico.  A
crescer  pericolo,  giungeva  allora da  Milano  quel  battaglione
Danthon  di  granatieri comaschi, bresciani  e  veronesi,  che  il
sospettoso Radetzky aveva allontanato da Milano141; e lo si faceva
accampare,  come  appestato, al di l dell'Adige,  in  Campagnola,
fuor delle mura.
Anche  Trento,  l'antica  republica episcopale,  aggiogata  contro
animo  all'Austria,  sentiva il nuovo alito della  nazionalit;  i
suoi municipali scrissero, il 20, a Mantova, offrendo fratellanza;
ma  la  fratellanza  di  quei gloriosi giorni  volevasi  stringere
d'altro modo.
I  trentini avevano presidio di poche centinaia d'uomini: potevano
disarmarlo; scendere a sopracapo di Verona; dare a quei  cittadini
e granatieri l'elettrica scossa che travolge li oscillanti.
In  quel terzo giorno, se consideriamo in generale, vediamo  rotto
l'equilibrio  tra  l'esercito  ed  il  popolo,  tra  l'autorit  e
l'insurrezione.
L'esercito cede materialmente e moralmente. Cede materialmente  il
possesso delle vie e de' publici edificj; abbandona in Milano e in
Como la Gran-Guardia, che  il contrasegno del comando di piazza e
del dominio militare d'una citt; perde il possesso delle porte in
Como  e in Bergamo; divide per patto la custodia delle porte e  la
perlustrazione  delle vie in Verona, in Mantova,  in  Vicenza,  in
Brescia,  in Cremona; lascia alla bala dei popoli le persone  dei
prncipi in Verona, in Bergamo, in Modena, in Parma e li riduce  a
trarsi  d'impaccio con basse simulazioni. Cede moralmente,  perch
discende  dal punto fermo del diritto militare, il quale considera
la   resistenza  come  un  delitto,  e  il  combattente  come   un
malfattore, e intavola colle rappresentanze civiche,  pi  o  meno
incorporate   coll'elemento  ribelle,  trattative  regolari,   che
vengono sancite anche da intervento consolare, e riconoscono pi o
meno, e consacrano in massima, il diritto dell'insurrezione.  "Con
ribelli  non  si  tratta":  questo    il  principio  della  legge
militare; dunque: con chi si tratta non  ribelle; la sedizione si
trasforma  in guerra; e la bilancia della guerra pende  in  favore
del popolo, in una misura rappresentata dal terreno che il soldato
gli  cede.  Sarebbe  stato pi provido e anche pi  onorevole  per
l'esercito l'aver lasciato volontariamente quello spazio prima del
conflitto; e aver ricusato la battaglia per alte ragioni di  stato
e  d'umanit,  piuttosto che perderla per manifesta impotenza.  Il
popolo non oblier mai d'aver vinto.
 Nel quarto giorno, i milanesi si fanno alla lor volta assalitori;
espugnano  a  punta  di  baionetta il Genio Militare,  dopoch  un
povero  e  storpio, Pasquale Sottocorno142, ha posto il foco  alla
porta, e che Augusto Anfossi143 cadde sull'entrata, trafitto da una
palla  in  fronte.  Cacciano i granatieri  e  le  artiglierie  che
difendono la casa di Radetzky; prendono le sue carte, portano  per
le piazze il suo uniforme di maresciallo, la sua sciabola d'onore,
e  la depongono sulla tavola del consiglio di guerra. Compagne di
giovani,  armati in gran parte coi fucili che hanno  strappato  di
mano  al  nemico, scegliendosi capi quei che si mostrano  degni  a
prova  di ferro e di foco, oltrepassano i ponti; s'inoltrano verso
le  porte  e  i  bastioni, per interrompere  quell'alta  ed  ampia
cerchia,  sulla  quale il nemico fa scorrere  liberamente  le  sue
forze. Borgazzi144, dopo aver condutti per la via ferrata migliaja
d'armati  appi  delle  mura,  penetra  in  citt,  concerta   col
consiglio di guerra un attacco di dentro e di fuori; poi  torna  a
raggiungere  le  sue  squadre,  alla  testa  delle  quali,  il  d
seguente,   cade  ucciso.  Borgocarati  ordina  una  comitiva   di
zappatori; si apprestano barricate mobili, si appuntano  verso  la
Porta  Tosa  piccole artiglierie. Il consiglio di guerra  anima  i
cittadini  a  uscir dalle barricate. "Prodi, avanti!  La  citt  
nostra;  il nemico si raccoglie sui bastioni per avvicinarsi  alla
ritirata. Fategli premura; tormentatelo senza riposo; questa notte
tutte  le  porte devon essere sbloccate. Ottomila uomini  raccolti
dalla  campagna  stanno  per darvi la mano;  le  truppe  straniere
dimandano   tregua:  non  lasciate  tempo  a  discorsi.  Coraggio!
Finiamola  per sempre. - L'Europa parler di voi; la  vergogna  di
trent'anni    lavata. Viva l'Italia! viva Pio IX!"  E  i  palloni
volanti  chiamavano li amici, ch'erano fuori le mura: - "Fratelli!
la  vittoria  nostra; il nemico in ritirata limita il suo terreno
al  Castello e ai bastioni; stringiamo una porta tra due  fochi  e
abbracciamoci".
   Intorno   a  Milano,  "sopra  una  fascia  di  dodici   miglia,
l'insurrezione era oltre ogni credere spettacolosa. Carri  con  su
armati  avviati a rifocillarsi o a combattere, volavano su  e  gi
per  li  stradali; bande di contadini dovunque s'incontravano;  ed
era  uno  stringersi  la  mano,  un  incoraggiarsi  l'un  l'altro,
gridando  viva  Milano, viva l'Italia, che ci  rapiva  l'animo  di
meraviglia e di giubilo". Il presidio di Monza, chiamato a Milano,
s'indugi,   perch  gli  si  negarono  i  cavalli  di  trasporto;
sopragiunsero li insurti di Lecco; si venne alle mani; un maggiore
cadde  ferito  e  prigioniero;  i soldati  deposero  le  armi.  Il
colonnello Kopal, ch'era a Varese coi cacciatori austriaci,  part
a furia per Milano, ardendo parte de' suoi bagagli, abbandonando i
distaccamenti  sparsi lungo le frontiere, facendosi  far  promessa
che  si  lascerebbe  loro libero il passo.  In  quel  mentre,  una
squadra  di 250 croati che, assalita dai contadini presso Appiano,
fugiva  per  campi  e selve, evitando ogni terra  abitata,  arriva
anelante nella citt di Varese, per deporre le armi, "tanto da non
finire  in  mano  a  contadini".  Giunge  d'altro  lato  uno   dei
distaccamenti  dei  cacciatori;  sono  200;  invocano   la   fatta
promessa;  dimandano  il  passo.  Si  concede;  ma  uno  dei  loro
officiali invita i croati a partir seco lui. Cesare Paravicini gli
rinfaccia  ch' un mancar all'onore; si getta fra le due  colonne;
intma ai tedeschi di partire, ai croati di deporre le armi. Tosto
si  promulga  un  appello: "Milano combatte. Chi  ha  un'arme,  si
accinga  a  partire". Sopravengono altre turbe  dai  monti  e  dai
laghi; la notte si vigila fra concenti militari.
A Como, nel corso di quel giorno, s'arresero tre caserme con forse
800   croati,  e  alcuni  ussari  e  cacciatori.  In   una   delle
capitolazioni  si  legge:  "La truppa, tutta  chiusa  da  infinite
barricate, senza pane da oltre due giorni, e senza speranza  umana
di poterne avere, minacciata da immediato incendio e cannonamento,
dopo  aver tentato invano due sortite, fu costretta a venire  alla
seguente capitolazione"... Il barone Diesbach prigioniero scrive a
sua  madre:  "Se siamo profondamente addolorati del  nostro  caso,
abbiamo  il  conforto  d'esser trattati nel modo  pi  delicato  e
amichevole". Rimaneva ormai la sola caserma fuori di Porta  Torre,
da ogni parte assediata, sotto una tempesta di palle, a lato a due
fenili che il popolo aveva posti in fiamme; la notte interruppe il
combattimento.  Era  tra  gli uccisi Luigi  Nessi;  tra  i  feriti
Arcioni, capitano dei ticinesi. In quel giorno il popolo di  Valle
Intelvi  e Valle Solda disarm croati e tedeschi. Quasi  tutte  le
900  guardie  di  finanza del confine comasco  offersero  le  loro
braccia.  Francesco Dolzino di Chiavenna disarm  il  presidio  di
Morbegno.
A  Bergamo,  risaputa la fuga dell'arciduca, il  popolo  furibondo
abbatt  le  aquile  imperiali, prese  la  polveriera,  assedi  i
croati,  che  si  esibirono  a sgombrare,  purch  scortati  dalle
guardie  civiche e dai sacerdoti col crocifisso. Ma il popolo  non
volle  lasciarli  andare  armati;  ed  essi,  per  costringerlo  a
desistere, ritennero ostaggi i parlamentari Frizzoni e Zuccala.  A
tarda notte, i croati delle quattro caserme tentarono far massa in
una;  ne  nacque accanita pugna. I municipali la interruppero  con
parole  di  pace,  esortando il popolo  "ad  esser  indulgente,  e
lasciar partire incolumi alla vlta di Verona i vinti nemici".
A Cremona, nella notte, si erano barricate le vie, armate le case;
"al matino ognuno presagiva vicina la lutta; regnava la quiete del
sepolcro".  Tre  ulani,  che tentarono una  esplorazione,  caddero
uccisi.  Schnhals, chiuso in Piazza d'Armi, senza  viveri,  senza
ritirata, capitol; lasci liberi i battaglioni italiani; consegn
sei  cannoni con munizione e cavalli, ma ottenne dalla  municipale
debolezza  di  partire, conducendo seco la cassa  di  guerra,  400
ulani  con  armi  e  cavalli,  e  li  altri  officiali  e  soldati
stranieri,  sotto  la  vana  promessa  di  non  combattere  contro
l'Italia. A Pizzighettone i cittadini arrestarono il comandante; e
rimasero  padroni della fortezza, con tutte le artiglierie  e  700
casse   di   munizione.  Non  cos  a  Mantova,  ove  il  comitato
municipale,  vietando le armi ai cittadini, vietando  le  armi  ad
ognuno  che  fosse  "illegalmente  armato",  elemosinava  poi  500
fucili,  prima  al  comandante nemico,  poi  per  deputazione  del
vescovo  al vicer in Verona, al quale faceva anche domandare  che
ordinasse  a  Gorczkowski di consegnare la fortezza ai  cittadini.
Intanto lasciava libero il corso ai dispacci di Radetzky, e aperto
il  passo  al duca di Modena, che sotto il mentito nome  di  conte
Molin,  sebbene  da  tutti conosciuto, pot  recare  in  salvo  la
persona e il tesoro. Che anzi, condutto al palazzo municipale,  vi
riceve  i saluti dei municipali e di tutte le autorit militari  e
civili. "Un uomo ardito propose di chiudere entrambe le porte  del
palazzo, e di ritenere ostaggi tutti quei signori, insino a  tanto
che si fosse dato ordine alle cose della citt"; ma i membri della
commissione si opposero145.
  Fugitivo  in Bergamo giunse a Brescia l'arciduca Sigismondo;  il
popolo  savio  voleva  arrestarlo;  i  municipali  insensati   non
vollero.  Il  popolo  "da  s,  senza  consigli,  intercettava   i
corrieri";  fermava  per  le strade i  soldati  del  Haugwitz,  li
pregava  a  non  partire;  ed  essi  lo  giuravano.  Ad  una  voce
d'allarme, nata per una escursione di dragoni tedeschi, si  videro
donne  e  fanciulli  accorrere  a disselciare  le  strade.  Ma  il
municipio, com'esso diceva, "intento sempre a schivare l'effusione
del  sangue", sempre negando le armi al popolo, accett  piuttosto
nella  civica  i  gendarmi e le guardie di  poliza;  le  diede  a
segnale  di pace una sciarpa bianca, una piuma bianca al  cappello
delli  officiali;  le  predic che suo immediato  oggetto  era  il
publico ordine; subordinazione rigorosa; nessuna fazione,  se  non
per  ordine del comandante; e autorizzato questi e un consiglio  a
infliggere  punizioni.  E perch i civici  non  potessero  nuocere
nemmeno volendo, Schwarzenberg, che aveva promesso armarli,  diede
loro  pochi fucili e inetti all'uso, o perch il fondo delle canne
era  ostrutto con piombo o legno, o perch mancava il  percussore.
Da  Val Trumpia, da Val Sabbia, dalla Francia Curta, dalla Riviera
di  Sal,  venivano intanto i messaggieri di quei popoli chiedendo
ordini alla patrizia prudenza.
Cos fu tenuta Brescia anche il quarto giorno.
No, l'impedimento all'intera vittoria del popolo non fu nelle armi
de'  suoi  nemici, ma nelle anime irresolute de' suoi maggiorenti,
tanto   corrivi  a  provocare  il  pericolo,  quanto  ritrosi   ad
affrontarlo.  E in ci Radetzky medesimo locava omai  le  maggiori
sue  speranze.  Aveva  egli, nella notte precedente,  risposto  ai
consoli, che si terrebbe onorato di vederli in Castello alle 7 del
matino; e in quella conferenza egli, egli stesso, propose che  per
tre  giorni  cessasse da ambo le parti ogni ostilit: "propose  de
cesser toute hostilit des deux cts".  atto solenne, firmato da
cinque   consoli,   e  registrato  nelle  carte   del   parlamento
britannico.  E  non importa se il Willisen ebbe  a  spacciare  che
Radetzky  diede una secca e aspra ripulsa ai consoli stranieri,  e
fece  significar  loro  ch'ei ben saprebbe  ridurre  al  dovere  i
ribelli:  "man  werde wissen die Rebellen zu Paaren  treiben".  N
importa  con quale insolenza i generali affettino ora  di  parlare
dei  consoli che furono testimoni dell'avvilimento loro: "anche  i
consoli  stranieri si mescolarono al combattimento; poich debbono
pur  cacciare  il naso, ovunque siavi da far qualche imboglio:  da
sie  berall die Nase haben mssen wo es etwas zu verwirren gibt".
Ah!  in quell'istante era pure la sola ncora di salvamento. E con
quale  ansiet Radetzky l'attendesse, ben si palesa  nella  chiusa
del  suo  dispaccio a Ficquelmont: "Le mie notizie delle provincie
sono poche e tristi; tutto il paese  sollevato; e anche il popolo
delle campagne  in armi; a due ore dopo mezzod, l'armistizio non
  ancora conchiuso, poich, sino a quest'ora, nessuno della citt
mi  si  presentato". La minuta della conferenza consolare del  21
marzo conferma come Radetzky mirasse solo a ingannare i consoli  e
i  cittadini.  Si  assicurava, infatti, il  passaggio  dei  viveri
(l'entre  et  la  sortie des personnes portant  des  vivres):  il
passaggio  dei  corrieri  (laisser  passer  les  postes   et   les
couriers):  il  diritto  di  tagliare a  pezzi  i  soccorsi  delle
provincie  (se  rservant  d'empcher  l'entre  en  ville  de  la
population  des campagnes, et plus particulirement des  personnes
armes),  e si preparava un'anticipata scusa a improvise ostilit,
ammettendo  quelques  coups de fusil isols  qui  pourraient  tre
tirs.
I  municipali ingojavano l'esca avidamente. Parevano  in  perpetua
congiura  contro  se  stessi e la patria; non  avevano  il  minimo
presentimento  che  il principe potesse averli gi  consegnati  al
braccio   militare.  Miravano  con  obliquo  sguardo   li   onesti
oppositori  che  si adoperavano a ritrarli dalla prigionia  e  dal
supplicio.  La lettera del giovine arciduca era chiara e  precisa:
"tutti  i  prigionieri  si  dovevano fucilare":  "alle  Gefangenen
sollte  man  fsilieren". Perocch non si interponevano  allora  a
favor  dei  ribelli  secrete stipulazioni di  regio  alleato,  che
potesse  in  faccia  alli austriaci vantarsi  d'aver  cooperato  a
rimettere  in  forza  loro il paese; e che dovesse  per  necessit
d'onore,  e anche con autorit di maggiori potenze, patteggiar  la
salvezza de' suoi seguaci. Epper il nefando diritto del piombo  e
del  capestro avrebbe avuto in Italia il campo atrocemente libero,
come  l'ebbe  col  dove soggiacquero Batthyany  e  Blum.  Sarebbe
dunque  stato pietoso nel sangue delli aborriti italiani,  chi  fu
cos spietato nel sangue de' suoi?
  In  aspettazione che la legge marziale desse arbitrio di  metter
mano  sulla  vita  de'  grandi, s'infieriva  tra  le  latebre  del
Castello  contro i plebei. "Incominciavano le esecuzioni militari:
il  giorno  20, ne scorgevamo passare un dodici per il cortiletto,
ove  pare  vi  fosse  una specie di consiglio.  In  un'ora  furono
giudicati;  uscirono in mezzo ad una turba di  soldati  furiosi  e
imprecanti; e per la porta grande tratti nella terza corte. Scorsi
pochi  minuti, ne giunse all'orecchio un funesto scoppio. Cadevano
sul margine della fossa del terzo cortile. Il 21, altri colpi, nel
terzo cortile, ci avvertirono che altre vittime cadevano".
 La sola necessit dell'esempio pu scusare, s' possibile, l'uomo
che trae l'uomo al patibolo. Ma un supplicio clandestino  un vile
omicidio.  Ora  dicano  i  fautori  dell'Austria  a  cui   fossero
d'esempio quelle morti, inflitte in secreto, per ignote  colpe,  a
uomini  che  sparvero dal consorzio dei viventi senza  che  alcuno
sapesse  se per crudele giudicio o per caso di guerra. E  un'altra
dimanda facciamo. Entro, e intorno, a quelle orride fosse  in  cui
colavano  le  latrine  del Castello, si  raccolsero  fra  i  molti
cadaveri  alcune  reliquie di membra feminili.  Chi  aveva  ucciso
quelle  donne?  Chi  sa  i  nomi dei cavallereschi  officiali  che
sedevano  a  giudicarle,  e a darle da  trucidare  e  mutilare  ai
soldati, e da gettare insepolte in luogo immondo?
E  ancora,  fra  le luttuose memorie, ci conforta  che  il  nostro
popolo ha le mani pure di siffatte vilt.
I pi infervorati nell'armistizio erano Durini146 e Borromeo147; il
primo  per  certi  suoi cavilli che altri non saprebbe  facilmente
ritessere; il secondo perch s'era fitto in mente che entro 24 ore
la  citt  sarebbe, senza viveri e senza munizioni. Gli rispondeva
Carlo Cattaneo che l'armistizio avrebbe rotto l'impeto del popolo,
e  dato  agio al nemico di far macello dei soccorritori; l'esempio
apporterebbe contagio; uscirebbero nel primo giorno i forestieri e
i timidi; nel secondo i prudenti; nel terzo i valorosi. Il nemico,
che  aveva fornito fin allora le munizioni, le fornirebbe  ancora;
se  non  bastassero  24  ore di viveri,  basterebbero  24  ore  di
digiuno: il nemico non poteva reggere pi a lungo sulla linea  dei
bastioni:  e  gi v'erauo concerti di forzarla in quella  medesima
notte.  Infine dovesse pur mancare il pane, meglio morir  di  fame
che di forca.
La  gioveut  intanto  fremeva; giunsero  in  solenne  comitiva  i
consoli. Ed ebbero dal Casati il rifiuto dell'armistizio, "in nome
dei  cittadini  che attualmente si adoperavano alla  difesa  della
citt, avendo il municipio un'autorit limitata dalla forza  delle
circostanze". Cos fu risposto. I consoli scrissero a Radetzky che
la sospensione d'ostilit, ch'egli li aveva incaricati di proporre
al  municipio,  non  era  accettata: "n'a pas  t  accepte".  Lo
pregavano  di  nuovo  che  consentisse un  salvacondutto  ai  loro
clienti,  in  caso che dovessero correre pi gravi  pericoli.  Gli
scrissero  poi la dimane, a nome delle famiglie e dei  prigionieri
in  Castello,  i  quali si credevano assai maltrattati  (fort  mal
traits); attestando che i cittadini trattavano i loro prigionieri
benissimo   (parfaitement  bien),  come  poteva  dire  per   prova
l'officiale austriaco apportator della lettera. Rispose  Wallmoden
scusando le circostanze, la penuria, le molte truppe addensate  in
angusto  spazio. Ma poteva ci scusare le contumelie e le percosse
e le furtive uccisioni?
  Pare  che Radetzky, tostoch, nel pomeriggio del quarto  giorno,
ebbe  ricevuto  quella ripulsa, non pensasse se non  a  raccoglier
d'ogni  parte  le  sue  forze e accingersi alla  ritirata.  "Nella
giornata  del 21", scrive un officiale austriaco, "vista la  seria
piega  che  prendevano  le cose in Milano,  sped  il  maresciallo
uomini  in  tutte  le direzioni con ordini espressi  alle  piccole
guarnigioni  delle  vicinanze e alle  brigate  che  custodivano  i
confini,  di recarsi immediatamente sulla capitale. Forse sperava,
rinforzato  di nuove truppe, di domare ancora il movimento;  forse
volgeva gi allora nell'animo la ritirata e ne preparava i  mezzi.
Il  corriere di Magenta, vi giungeva difatti la notte  del  21  al
22".  Un  medico  che fu prigioniero scrive: "Era  chiaro  che  il
popolo  acquistava  ad  ogni istante terreno;  vedevamo  uscire  i
soldati a compagne e ritornare a drappelli; uscivano furibondi  e
tornavano  col  pallore  sul  volto, sozzi  di  sangue  e  feriti.
Sdrajati  nel  fango  sanguinoso  de'  cortili,  facevano   orrido
spettacolo.  Radetzky doveva pensare alla ritirata; le soldatesche
affamate non avevano pi fede nei loro capi; s'egli avesse tardato
ancora un giorno, avrebbero tumultuato.
  La fucilata si udiva sempre pi vicina; le palle ribattevano per
le  mura  del  Castello;  alcune per la  loro  grossezza  parevano
lanciate  da  piccoli cannoni. Il popolo, dunque,  si  avvicinava;
spesso  ci pareva udirne il minaccioso ruggito. Il d 20 e il  21,
si  vedevano  gi  i  cortili del Castello pieni  di  carri  e  di
carrozze.  L'ordine della partenza era dato, poi rivocato".  Narra
un  soldato  italiano  del Geppert: "Dopo quarantotto  ore,  siamo
tornati in Castello, il marted; maggior confusione; molti carri e
carrozze;  mucchi di bauli ed altri preparativi  di  partenza;  si
condussero  dentro buoi e vitelli, si ammazzavano, si facevano  in
pezzi,  si mettevano a bollire mangiandosi mezzo crudi. Entrarono,
urlando  come  bestie, alcuni croati; due o tre avevano  infilzato
sulle  baionette poveri bambini; alcuni dei nostri abbassarono  le
armi  per  andare  a punire i barbari. Eravamo  tutti  pallidi  di
rabbia. Si sentivano dappresso le fucilate; un tirolese fa  ucciso
da una grossa palla di spingarda nel cortile medesimo".
  La  linea nemica era gi quasi interrotta presso la Porta  Tosa,
ove  si  combatt caldamente tutto quel giorno. Al di  dentro,  il
popolo  s'era  stabilito nel Conservatorio; di  fuori,  presso  la
stazione della Via Ferrata; in quell'intervallo di 300 metri i due
fochi  s'incrociavano,  radendo  il  dorso  del  bastione,  ch'era
selciato  di  cadaveri. Inanzi mezzanotte, era fatto  concerto  di
salir  d'ambo  le  parti sul bastione e trincerarsi.  "Io  con  un
lumicino", depone un testimonio, "accompagnai l'ingegnere  Cardani
e  diversi  altri,  tutti  armati di  fucile  e  carabine.  Alcuni
zappatori,   diretti  da  Borgocarati,  entrarono  nel   giardino;
procurai loro una leva di ferro per aprire una breccia nel muro di
cinta. Cardani li condusse per li orti sui bastioni. Ivi furono da
noi  calate le scale al di fuori, lungo le mura, onde avessero  ad
ascendere  quelli che si trovassero esternamente;  sfortunatamente
non si vide nessuno". Gerolamo Borgazzi, avendo raccolti, fuori le
mura,  duemila  armati, era penetrato, solo,  in  citt  per  fare
quell'accordo  col  consiglio di guerra; ma pare  che  il  nemico,
avvistosi   di  tanta  adunata  di  gente,  occupasse  con   forze
esuberanti  la stazione e le case vicine, ponendo a ferro  e  foco
ogni  cosa. Borgazzi dov trasferir l'assalto ad altra parte, ove,
la dimane, alla testa de' suoi, cadde ferito a morte.
  Ad  alcuni altri venne fatto di uscire della citt, guadando  un
aquedutto  sotterraneo;  ed  anzi il consiglio  di  guerra  faceva
sviare  un altro corso d'acqua per fare una mina sotto la batteria
che  il  nemico aveva collocato inanzi alla Porta Tosa; ma non  si
ebbe  animo di prodigare, in un sol colpo incerto, tutta la  polve
ch'era  necessaria.  Intanto che i fonditori apprestavano  qualche
cannone,
  se  ne  trovarono tre piccoli e due spingarde, che  i  cittadini
portarono sulle spalle a Porta Tosa. Il professor Carnevali  e  il
pittore  Borgocarati  apprestavano  barricate  mobili  di  fascine
pesanti,  colle  quali affrontar da presso la mitraglia.  Ad  ogni
modo  la  linea si sarebbe in qualche punto sforzata;  e  con  ci
tolti i viveri, intercetti li ordini, sconnessa la mole nemica.  A
tale erano le cose, sulla fine del quarto giorno; la vittoria  del
popolo era certa.
  E v'era chi aveva gi pensato a usufruttarla. Finora non si pose
mente,  ma col procedimento nostro di registrare per loco e  tempo
ogni  fatto, non poteva rimanerci inosservato come, nel proclamare
la  guerra d'Italia, precorresse a ogni altro principe il granduca
di  Toscana:  "Firenze, 22:  mezzogiorno;  il  popolo  assembrato
dinanzi  al palazzo del commune, dimanda armi, perch vuol correre
ad  unirsi  ai bolognesi, per salvar Modena e passare in  aiuto  a
Milano;  il gonfaloniere invita i civici ad inscriversi presso  il
rispettivo  capitano;  gli gridano: questo  non    altro  che  un
perditempo.  Il popolo s'adira; corre in piazza gridando:  abbasso
il  ministero. Il ministro parla al popolo: fra due ore partir la
truppa".  Ed  esce  tosto  un bellicoso  manifesto  del  granduca:
"Toscani!  l'ora  del  completo  risorgimento  d'Italia    giunta
improvisa. Io vi promisi l'altra volta di secondare a tutta  possa
lo slancio de' vostri cuori in circostanze opportune; ed eccomi  a
tener  parola.  Ho  dato  li  ordini necessarj  perch  le  truppe
regolari  marcino  senza indugi alla frontiera.  I  volontarj  che
desiderano    seguire    le    regolari    milizie,    riceveranno
un'organizzazione istantanea. Duolci che l'egregio Collegno, a cui
una  improvsa infermit tolse di spinger pi inanzi l'ordinamento
dei  volontarj non possa oggi esser con loro. Affretto  colle  mie
premure la conclusione d'una potente lega italiana, che ho  sempre
vagheggiata,  e della quale pendono le trattative". Queste  parole
dell'arciduca   austro-italico  sono  piene  d'ambagi.   L'inviato
britannico   scrisse   da   Firenze  a   lord   Palmerston:   "Qui
l'aggregazione dell'intero Stato di Modena e Parma alla Toscana si
allega  come un diritto incontestabile". Diritto?  ignoto  ancora
al  mondo  il titolo sul quale un tal diritto poteva fondarsi.  Il
granduca, che aveva gi conquistato Lucca, doveva dunque  stendere
le  sue  conquiste  sino al Po? Era forse un  mezzo  termine,  per
accaparrare, nel nuovo ordine di cose, alla progenie austriaca  il
godimento di Modena e di Parma? Era in accordo con Carlo  Alberto?
O  era in conflitto con lui? E qual era l'improvisa infermit  che
tolse all'egregio Collegno di ordinare i volontarj toscani, ma che
non  gli  tolse  di  correre, poco stante, a  Milano  a  ordinarvi
l'esercito del governo provisorio? Ludovico Frapolli148, il  quale
pot veder molte delle cose che allora si maneggiavano alle spalle
del popolo combattente, parla d'un regno d'Etruria, d'una lega  di
sei  Stati italiani, d'un appoggio chiesto alla Francia contro  il
futuro regno dell'Alta Italia. E l'ammiraglio Baudin or ora rivel
come  la  casa  di  Toscana, parimenti col favore  della  Francia,
contendesse  alla  casa di Savoia anche il trono  di  Sicilia.  Ma
questa   essendo   indagine  che  appartiene   ad   altro   luogo,
aggiungeremo solo che il granduca, non appena ebbe annunciato,  il
21,  d'adoperarsi "pel risorgimento d'Italia" e per secondare  "lo
slancio  dei  cuori", trivialmente dichiar, il 22,  d'occupare  i
territori   estensi  "provisoriamente  e  in  linea  di   semplice
presidio",  considerando che la quiete e  la  sicurezza  de'  suoi
dominj potrebbe essere compromessa dai disordini
  che  quivi  si  manifestassero.  Questa  bilingue  politica  del
ministerio  di Cosimo Ridolfi venne, indi a pochi giorni,  seguita
dal  ministerio  di  Cesare Balbo. Dicevano i fiorentini  antichi:
tanto vale altri quant'altri.
  Che faceva tra s repentine risoluzioni il comitato albertino di
Firenze?   Favoleggiava  che  il  regio  suo  patrono  fosse   gi
coll'esercito  oltre Ticino. La "Patria" con imperterrita  audacia
asseriva:  "Il Piemonte si rovescia sulla Lombardia;  spedisce  un
corriere  alla  republica  francese per  avvisare  ad  entrare  di
concerto;  tenete per certo che Carlo Alberto  entrato in  Pava;
una  lettera di Genova, giunta questa matina, porta a notizia  che
quattordici  battaglioni piemontesi e quaranta  pezzi  di  cannone
sono  entrati in Lombardia". E in data di Stradella del 22, a  ore
otto di sera: "La truppa piemontese ha fatto il primo ingresso  in
Milano,  verso le due dopo mezzod; e fu il corpo dei  bersaglieri
che vi entr dalle mura".
  E  il  grande agitatore, Massimo Azeglio, che faceva  intanto  a
Roma? Il 21, alla prima novella della eruzione di Milano, migliaia
di  volontarj  "diedero il nome": era come al  tempo  dei  consoli
antichi: nomina dederunt. Un testimonio di vista scrive: "Invano i
moderati  di  qualunque  paese, compreso l'Azeglio,  tentarono  di
frenare quell'impeto".
  N li Azegliani di Bologna operarono altrimenti. "Al mezzogiorno
(del 21), l'antiguardo dei finanzieri condutto da Tanari pass  il
confine estense; il rimanente con Zambeccari marci indi a poco; e
la  compagnia  di  Medicina, dopo una tappa  di  40  miglia  senza
prender  riposo,  ne form il retroguardo. Alla sera,  la  colonna
entr  in  Modena.  Li altri rimanevano, per ordine  del  Bignami;
Zanetti  chiam li officiali all'ordine; e diede consegna  di  non
lasciar  uscire  alcuno  dalla cinta  del  forte  (Forte  Urbano).
Intanto  si spedivano da Bologna dispacci e corrieri al  duca.  Il
Bignami  ordin pel matino del 22 la contromarcia su Bologna".  Ed
anche la colonna di Zambeccari venne tosto richiamata.
  Il  governo ducale era ovunque in rotta; insurgvano  Guastalla,
Pontrmoli,  Avenza; ma rimase sventata la decisiva  impresa  che,
prima  del  ritorno di Radetzky e Daspre, potevasi  in  poche  ore
facilmente   compiere  dai  battaglioni  di  Modena   e   Bologna:
l'occupazione  di Mantova. Fu detto, che se erano certi  d'entrare
nella citt, non erano certi d'entrare in Cittadella e in Pitole.
  Nessuno lo pu dire; e ad ogni modo Cittadella e Pitole,  senza
la  citt,  erano due forti, e non una piazza d'armi e di  rifugio
per  un  esercito  disfatto. Quell'inazione  degli  albertini  che
abbiamo  notata  in  Brescia e in Bologna, fu manifesta  anche  in
Reggio e Piacenza. Tutte queste citt seguirono debolmente i  moti
di  Milano, di Roma, di Modena, di Parma, perch gi era posta una
delle  secrete  norme dei fusionarj: alienare le  provincie  dalle
capitali: sedur quelle per costringer queste.
  E  anche  in Parigi, mentre col patto dell'Associazione Italiana
erasi accaparrata al Piemonte l'iniziativa, Gioberti scriveva  per
disviare  da quelll'iniziativa il Piemonte, predicando "pacatezza,
sedatezza, per amore del cielo"; e all'uso gesuitico, infamava chi
dicesse altrimenti: "ho buono in mano per credere che l'Austria ha
la  sua parte in tali rumori; certe cose non si possono sapere  in
Italia  come  a Parigi". Certo, a suo dire, quei valorosi  che  si
facevano  uccidere  sotto  ai bastioni  di  Milano,  erano  pagati
dall'Austria!  Senonch  il  Piemonte  aveva  ben  pi  autorevoli
consiglieri.  Abercromby inculcava "la pi stretta neutralit";  e
dichiarava  "funestissimo  errore  il  lasciarsi  in  alcun   modo
compromettere".
Per  le  quali  cose  tutte,  era ben  da  aspettarsi  che  nessun
adunamento di truppe vi fosse al confine. I reggimenti, se badiamo
alla  "Gazzetta  Piemontese", si ebbero poscia a chiamare  fin  da
Nizza,  da  Torino, da Genova. Il presidio di Novara era  di  1500
uomini;  e ci mentre li Austriaci avevano tra il Ticino e l'Adda,
in  un  intervallo di due marce, sette brigate. Un  reggimento  di
cavalli ch'era a Vigvano invi distaccamenti verso il Gravellone;
i quali insieme a qualche compagnia di fanti "tenevano indietro la
gente  animosa", non volendosi "intervento legale"; e respingevano
anche una sessantina di lombardi che il maggior Peroni condusse da
Genova. A Francesco Simonetta149 fu intimato in Arona di consegnare
le armi che aveva seco sopra un battello a vapore; e si trov modo
che  tornassero  alle  case  loro  certi  contadini  novaresi  che
volevano accorrere a Milano a difendere i loro padroni. Si avevano
nella Lomellina solo "armi raccogliticce, grame, quasi inutili". I
volontarj genovesi ebbero "a scappare colle armi della civica, che
il  governatore  aveva loro duramente negate". Il  ministro  Ricci
ricus   un   centinaio  di  fucili  al  valoroso  Torres150;   un
assembramento  che  chiedeva armi in Torino  fu  fatto  disperdere
dalla  civica;  solo  pel  Sonderbund  si  erano,  senza  scrupoli
internazionali,  donate  a migliaja le buone  armi.  I  magistrati
tenevano  a  bada  i  popoli  colla tarda  amnistia,  colla  legge
elettorale,  con  passeggiate militari da  Mondov  a  Nizza,  con
arrolamenti di battaglioni futuri, coi quali si legava la giovent
pi  fervida,  e anco li israeliti e i forestieri. E si  predicava
che i genovesi non dovevano lasciar "senza forze" la loro citt; e
che li "ammogliati" dovevano restare alle case loro; e che le navi
inglesi avrebbero bombardato Genova, s'ella osava dar soccorso  ai
ribelli  di  Milano. Infine si prometteva di fare,  a  giorni,  un
campo  d'osservazione;  il  quale, se  non  dava  alcun  aiuto  ai
combattenti,  avrebbe,  al  dir  d'Abercromby,  "il  vantaggio  di
calmare il publico ardore".
  Senonch  l'efficacia del campo calmante  di  Cesare  Balbo  non
poteva giungere oltre il confine. E turbava i sonni costituzionali
del  ministerio quella nuda alternativa che si era spedita,  pochi
giorni inanzi, da Milano, sopra mezzo pollice di carta: o passate,
o
 republica. E a questo motivo si riducevano le infinite variazioni
che  i  promotori della guerra facevano risonare alli orecchi  del
re.
  "Se l'insurrezione vince, prima che la bandiera di Carlo Alberto
sventoli   sui   bastioni  di  Milano,  questa  costituirassi   in
republica, collegherassi a Svizzera e Francia; e Milano non  vorr
certamente  sottomettersi a chi non accorreva pronto quando  l'ora
dell'agona pareva sonata. Se la Francia anticipa i prncipi della
penisola nel combattimento della nazionalit, la gratitudine far
  republicani  i  milanesi, che il dolore  e  la  speranza  faceva
costituzionali".  Se  adunque  importava  al  re  di   conformarsi
umilmente  alli imperiosi consigli britannici, importava  eziando
confortare i milanesi nella costituzionale speranza. Alla politica
della mano destra
  era mestieri fare la consueta altalena colla politica della mano
mancina. "Il conte Arse di Milano arriv qui l'altra notte, 19, a
dimandar soccorso al Piemonte per li insurti lombardi; egli vide i
ministri  jeri  matina, 20, e ripart la sera  per  Milano,  assai
deluso
  del nessun esito della sua missione; mi si afferma positivamente
ch'egli  non  vide  sua  maest sarda". Cos  scriveva  sir  Ralph
Abercromby  a  lord Palmerston151. Altri crede  che  Arse  avesse
veramente  colloquio col re nelle stanze del conte di Castagnetto;
ma  ci  non monta; poich ad ogni modo, finch le sorti di Milano
rimasero dubie, i soccorsi non vennero; e Arse
 ebbe s fiacche speranze, che non cred prezzo dell'opera recarle
ai combattenti; e si rivolse altrove.
  Senonch, gi prima ch'egli fosse arrivato a Torino, pare  fosse
di  l  partito il conte Enrico Martini, che, passato  il  confine
presso  Magenta la notte del 19, e giunto la matina del 20  presso
Milano,  vi  si aggir sino al d seguente, quando trov  modo  di
farvisi
 introdurre travestito con quelli che apportavano in citt il sale
pei  soldati.  "Io sono inviato di Carlo Alberto", egli  asseriva;
"trentamila piemontesi stanno al Ticino, e attendono solo l'invito
del  governo  di  Milano  per passarlo".  A  chi  era  fra  quelle
angoscie,  il desiderio faceva parere i soccorsi del  Piemonte  s
certi  e  pronti, che, in quel d 21, alcuno corse a  riferire  al
consiglio  di  guerra di averli veduti colli occhi suoi  dall'alto
dei  campanili; e il consiglio lo partecip tosto al  popolo:  "La
citt  attorniata di numerose bande venute da ogni parte, fra cui
si vedono uniformi di bersaglieri svizzeri, e piemontesi che hanno
precorso i loro corpi che passano il Ticino". Ma fuori le mura, il
popolo, avendo ben altre notizie e pur troppo certe, del Piemonte,
fremeva;
  onde scrisse taluno alla "Concordia", il 21: "Scrivo al rimbombo
del  cannone;  mi  sento  cascar l'anima pensando  a  quei  poveri
infelici  che  si  trovano in Milano; qui  nel  borgo  bestemmiano
contro i piemontesi, perch non portano soccorso; mi tocca parlar
  milanese,  perch  da jeri che aspettano i  piemontesi,  sarebbe
imprudenza farsi conoscere".
  Martini  dimand ai municipali che facessero invito  al  re,  in
forma  di dedizione. I municipali chiesero l'assenso del consiglio
di  guerra. Rispose questo: non potersi donare il paese  senza  il
voto  del  popolo:  n  quelli esser  momenti  di  ritrarlo  dalla
battaglia a
  controversie  politiche. A guerra vinta, si vedrebbe.  Darsi  al
Piemonte era porre in sospetto tutti li altri prncipi. E inoltre,
come  fidare  di  chi li aveva gi traditi nel  1821?  di  chi  li
lasciava,  in  quell'istante medesimo, sotto la  mitraglia?  Erano
dunque contenti
 d'essersi affidati nel 1814 alla casa d'Austria? Se l'Austria era
straniera,  tutte  le  famiglie regnanti erano  straniere,  pronte
tutte  a  cospirare colli stranieri. Era necessario far guerra  di
nazione,  chiamar  tutta Italia. Se poi un solo  principe  recasse
soccorso,
  avrebbe egli solo la gratitudine dei popoli. Dargli il paese era
inutile;  poich sarebbe suo, s'ei vinceva; e se non vinceva,  non
sarebbe  suo, nemmeno se glielo dessero cento volte.  E  tosto  il
consiglio  present ai municipali, con molte firme  di  cittadini,
una
  dichiarazione  che la citt di Milano domandava il  soccorso  di
tutti  i popoli e prncipi d'Italia; e la sparse anche al di fuori
coi  palloni  volanti. E scrisse altro appello a tutte  le  citt,
perch  costituissero  consigli di guerra, i  quali  lasciando  ai
municipi li altri
  affari,  attendessero a questo unico; e  dimand  a  ogni  terra
d'Italia  una deputazione di baionette. Le ambizioni e le  fusioni
perdettero la guerra; una semplice federazione militare  l'avrebbe
vinta.
  Martini,  vedendo la incertezza dei municipali,  sollecitava  lo
stesso consiglio di guerra a costituirsi in governo provisorio per
fare  la  dedizione a Carlo Alberto. "Sa ella", diceva a Cattaneo,
"che  non accade ogni giorno di prestar servigi di questa fatta  a
un re?"
  L'altro  gli  rispondeva  e a voce e in  iscritto,  che  l'amore
dell'indipendenza  avrebbe fatto dimenticare la  libert,  che  la
parola  gratitudine avrebbe fatto tacere la parola  republica,  ma
che  il  re non poteva esigere anzi tempo il prezzo d'un  servigio
che  non  aveva  reso.  Doveva il Martini  recar  in  Piemonte  la
risposta  dei municipali quella medesima notte; fu fatto  condurre
due volte al
 bastione di Porta Tosa ov'erano appoggiate le scale; ma non volle
uscire.  Intanto  verso  l'alba  del  22,  il  municipio  deliber
finalmente  di  dichiararsi,  non sappiamo  per  mandato  di  chi,
governo  provisorio. E nella successiva sera scrisse  al  ministro
Pareto152 accreditando presso di lui il conte Martini. Era  strano
quell'accreditarlo  presso coloro che lo  avevano  inviato.  S'era
inviato  del re, doveva riportargli in tal sua qualit la risposta
dei  municipali:  non  poteva svestire la sublime  livrea  di  suo
messaggiere  per ricomparirgli inanzi incaricato dei municipali  e
"d'alcuni  abitanti notabili", che invocavano l'aiuto  delle  armi
della sacra sua maest.
  Al  matino  del  quinto giorno, in un avviso dei  municipali  si
lesse:  "L'armistizio offerto dal nemico fu da noi  rifiutato,  ad
istanza  del  popolo, che vuol combattere". E pi inanzi:  "Questo
annuncio  vi  vien fatto dai sottoscritti, costituiti  in  governo
provisorio, che
   reso  necessario  da  circostanze  imperiose  e  dal  voto  dei
combattenti,  vien cos proclamato". Il voto dei  combattenti  era
una millanteria; i combattenti non avevano votato. E pochi momenti
dopo,  in  altro  avviso,  si aggiungeva una  perfidia:  "I  buoni
cittadini   di   null'altro  debbono  adesso  occuparsi   che   di
combattere.  A causa vinta, i nostri destini verranno  discussi  e
fissati dalla nazione".
  Il  governo  era  un'assurda compagine di  due  elementi,  l'uno
giovanile  e  ideale, l'altro triviale e senile; il primo  era  in
pugno al secretario Cesare Correnti153, il secondo al conte Giuseppe
Durini.  La  mutua loro ripugnanza venne espressa nel  cos  detto
Libro del Re154, ove un capitolo, scortesemente intitolato Umori del
governo provisorio, deplora che, togliendo pochi, "i restanti
  membri  del governo appartenessero alla fazione republicana".  E
venne  espressa dal Correnti medesimo con quelle veementi  parole:
"Orribile  supplicio  il mio, che dalla sfera del  divino  ideale
sono  trascinato  nella realt dura e spesso  schifosa".  Cos  ;
devoto  a domestiche aspettazioni, il governo, ove si eccettui  il
conte  Borromeo, non aveva nemmeno in s l'elemento dell'opulenza;
e quindi rappresentava li interessi piuttosto come servo, che come
padrone.  Ma  esso  era una necessit; dacch  il  patto  che  gli
soggiogava  l'incauta giovent, e ch'era parte d'altra  pi  vasta
transazione la quale involgeva li esuli e l'Italia, non si  poteva
in  quei  fatali istanti infrangere, senza porre a repentaglio  la
commune salvezza. Era forza mietere ci che si era seminato.
  Attratti dall'autorit del nome municipale, altri cittadini  gli
si  erano  ordinati  intorno, il terzo, e il quarto  d,  in  varj
comitati per provvedere ai feriti, ai poveri, ai prigionieri e  ad
ogni altro presente bisogno. E si era contraposto al consiglio  di
guerra un comitato di difesa, composto d'altri elementi. Ma non ne
nacque   conflitto;  anzi  nel  matino  del  quinto   giorno,   si
congiunsero  in  un unico comitato di guerra. Si convenne  che  ne
fosse preside Pompeo Litta155, l'unico dei membri del governo  dal
quale si potesse, senza ripugnanza, dipendere156. Tanta  in Italia
la  potenza  delle  tradizioni municipali, che  una  congregazione
nominata  dall'imperatore e affatto estrania ad ogni suffragio  di
popolo,  parve il pi opportuno e fido presidio del popolo  contro
l'imperatore.
  E  cos  avvenne in tutte le altre citt. Non si disse,  a  cose
nuove  uomini  nuovi; ma, a cose nuove uomini vecchi.  Nel  quinto
giorno,  Radetzky si accingeva alla ritirata: le truppe richiamate
dai  confini  si addensavano intorno alla citt, incalzate  al  di
fuori   dalle  turbe  campestri,  affrontate  al  di  dentro   dai
baldanzosi cittadini. Ogni moto del nemico era esplorato dall'alto
dei campanili, e riferito al comitato di guerra con pronti avvisi,
che si calavano dall'alto rapidamente, avvolti ad anelli scorrenti
sopra  filoferro; e si apportavano da garzoni che Cernuschi  aveva
ordinati  a  guisa di posta. In una di quelle carte scritte  colla
matita,  leggiamo:  "Ore 12: molte truppe da Porta  Vercellina  si
portano  al  Castello: interi battaglioni". Era la brigata  Maurer
che  giungeva  dalla frontiera piemontese. Nel  corso  del  giorno
tutte  le  caserme  furono  accerchiate  dal  popolo  e  occupate;
dappertutto  si  scoprivano  armi e  munizioni.  I  volontarj  dei
dintorni  (cio della pianura milanese) congiunti  con  altri  che
venivano da Crema, da
  Soncino,  dal Bresciano e dal Bergamasco "attaccarono  la  Porta
Vigentina, portando seco scale; alcuni salirono fin sul parapetto;
ma  l'ardito tentativo di penetrare in citt da quella  parte  non
riesc".  Il  sommo sforzo de' cittadini s'era  rivolto  verso  la
Porta Tosa, ove il nemico alla volta sua rinov forse cinque volte
con truppe fresche il combattimento. Fu quella una vera battaglia,
sostenuta  dall'alba  a  sera  con indefesso  ardore.  E  non  era
posizione propizia ai cittadini, perch, quartiere poco abitato  e
senza  esterno  sobborgo, non porgeva ai combattenti  col  venuti
aumento di forze. Era anzi opportuna alle truppe; le quali avevano
inanzi alle bocche dei cannoni una strada rettilinea, lunga  mille
passi  e  larga  forse cinquanta; e potevano attelarsi  in  doppia
fronte
  sul bastione e sulla circonvallazione, sulla via ferrata e sulla
via  di Crema, riparandosi nella porta stessa, e in alcuni edificj
dentro e fuori la citt. Dicevano li avvisi: "Ore dodici: a  Porta
Tosa,  fuori,  molti de' nostri battono fortemente, e  i  militari
fugono  precipitosi; ajutate i nostri e vinceremo. - Ore dodici  e
un quarto: il nemico riparato nel Dazio e nelle case a mezzod del
corso;  due cannoni arrivati in sussidio al nemico obligheranno  i
nostri  a ritirarsi dalla posizione vantaggiosa che occupavano.  -
Ore  dodici  e  mezzo: molta truppa e sei pezzi  di  cannone  sono
arrivati da Porta Orientale a Porta Tosa; abbisogna su quel  punto
molto  rinforzo".  Verso mezzogiorno "le barricate  mobili  eransi
avanzate  a  tale che dall'ultima finestra delli edificj  dell'ala
sinistra  sventolava la bandiera tricolore;  la  cavalleria  e  la
fantera  cominciavano a ritirarsi, quando una batteria appuntossi
verso   l'orfanotrofio  e  il  Corso,  vomitando   incessantemente
mitraglia  e  granate, che appiccarono il foco; i  nostri  per  un
istante parvero cedere, gi ardeva la prima barricata; due  morti,
e  quindici pi o meno gravemente feriti". Luciano Manara scriveva
al comitato: "Siamo all'ultima casa, la nostra bandiera vi sta gi
sventolata. Avremmo gi vinto, se un poderoso rinforzo di linea  e
di  cannoni  non fosse in questo punto arrivato; mi  si  dice  che
scarseggiano molto le munizioni da fucile; mandatene; vinceremo  o
moriremo".
Le difficolt per tal modo, a Porta Tosa, crescevano d'ora in ora.
Ci  nondimeno i pochi che potevano allegare esperienza  militare,
si   ostinavano  a  continuar  l'assalto  in  quel  punto,  e  pei
preparativi  gi fatti, e perch'era il pi vicino al  cuore  della
citt.  A  parer  loro  non  conveniva far  punte,  ma  allargarsi
equabilmente in tutto il circuito. Assai pi agevole sarebbe stato
far  forza  nei  quartieri pi popolosi,  quantunque  pi  remoti,
ponendo  la mira alli intervalli tra porta e porta, ove il  nemico
non  aveva  spazio  da  accumular forze, n strade  molteplici  da
pervenirvi. E perci, senza distaccare, un solo combattente  dalle
altre  posizioni,  Cattaneo pot, verso mezzod,  interrompere  al
nemico  la linea tra la Porta Ticinese e la Vercellina. "Li  spazj
erano  affatto deserti; un denso fumo velava ogni cosa; era presso
il  meriggio, e pareva sera. Non appena ebbimo fatto intendere che
dovevano  solo spingere attraverso alla via carri e carrozze,  che
quasi  per incanto balzarono fuori d'ogni parte giovani armati;  e
ancor prima di chiuder bene que' ripari, bersagliavano audacemente
i  nemici  accosciati sul bastione. Qualche ora dopo, il  bastione
veniva  raggiunto alquanto pi a tramontana, dalla  compagna  del
cittadino  Colombo". V' qualche indicio che  ci  sia  bastato  a
mutar  tutto  l'ordine  della ritirata,  essendoch  un  officiale
scrive: "Li imperiali erano gi limitati alle sole porte e a parte
della  linea  di circonvallazione; dico parte, dacch quella,  per
esempio,  da Porta Vercellina a Porta Ticinese e varj altri  pezzi
erano gi in mano delli insurti". E l'opera publicata a Zurigo,  e
ricavata  dalle  carte  dello  stato-maggiore,  descrive  in  modo
incerto  la ritirata, non come si oper, ma come si era  disegnato
operarla,  se non vi fosse stato l'ostacolo anzidetto. "L'esercito
si  mosse  in  cinque colonne; probabilmente due  dalla  parte  di
mezzod,  e tre dalla parte di settentrione, seguendo una  colonna
il  bastione meridionale, e due il settentrionale o Corso; e tanto
qui come l, una colonna il viale di circonvallazione".
Cadeva  gi la sera, quando i cittadini fecero l'ultimo  sforzo  a
Porta  Tosa.  "Chi  ci comandava", narra l'operajo  Biraghi,  "era
Manara:  io  banderale:  e  Cernuschi  rappresentante  il  governo
provisorio; dietro a noi trenta uomini, tra i quali i due fratelli
Mangiagalli,  Lochis,  Vernay ed altri; dietro  a  questi,  trenta
barricate mobili che gi erano in moto. Arrivavano ai nemici sette
pezzi  da  sei, oltre quelli che gi avevano; ma non arrivarono  a
puntarli.  L'artigliera  loro  scarica;  e  noi,  si  va  avanti.
Arrivano  le  barricate mobili; pi di mille dei nostri  fanno  un
foco  terribile; restano dietro ogni pianta tre o quattro  soldati
morti.  Io  allora mi volto, e colla punta dell'alabarda  apro  lo
sportello  del  Dazio, ch'era semichiuso: e fuori. Con  Manara  ed
altri  siamo  arrivati presso il Camposanto.  Non  avendo  trovato
nessuno, siamo tornati. Tutte le case d'ambo le parti fuori  della
porta  erano in fiamme". Alla porta stessa appicc il foco  Manara
di  sua  mano, quasi per impedire che il nemico potesse  chiuderla
un'altra  volta.  E  poi  lieti della vittoria,  egli  e  i  suoi,
pensarono poter tornare in citt; e dietro loro, a onde, le  turbe
armate, che gi da pi giorni combattevano fuori le mura.  Era  un
impeto  di  curiosa  ansiet, che nessuno col pens  con  provido
consiglio a raffrenare. Intanto quell'angusto passo rimase aperto,
dentro e fuori la citt; e il nemico, verso mezzanotte, pot farvi
sfilare in doppia colonna, fra le ruine delle ardenti case, i suoi
battaglioni.
Nella  quinta  giornata tutta la Cisalpina era in armi.  Dal  lago
Maggiore  giunse,  quella sera, a Varese la colonna  di  Luvino  e
Macagno; a Gallarate giunse da Angera la colonna Simonetta. Ve  ne
giunse  altra da Varese, di 800 uomini, armata in parte coi fucili
dei  croati,  e  preceduta dai carabinieri  ticinesi  di  Ramella.
Ancora 450 si accingevano a partir di Varese il d appresso; e  il
vecchio  preposto  d'Arcisate vi arriv alla testa  de'  suoi,  "a
cavallo,  cinto  di  spada, inalberando fra le  turbe  giulive  un
immenso  crocifisso. Il giorno si chiuse fra li inni a  Pio  IX  e
alla libert".
  A  Como,  duemila  armati, coi ticinesi  d'Arcioni,  assediavano
presso  Porta Torre 600 Varasdini e Prohaska; i quali  bersagliati
di  fronte e di fianco, e minacciati d'incendio e di mine, e privi
di cibo da 36 ore, si arresero, con un colonnello, tre capitani  e
la   bandiera  d'un  battaglione.  "Uscirono  inermi  i   soldati,
comandati dai loro officiali, e schierati nella piazza attendevano
li  ordini dei rappresentanti del popolo. Si dispose che a ciascun
soldato  si  somministrasse  pane e vino!".  Il  municipio,  senza
attender  tempo,  esort  li armati al soccorso  di  Milano:  "Noi
abbiamo oggi raggiunto i nostri voti, e li avremo compti,  quando
sar cessato l'assedio dei fratelli di Milano; l'accorrere in loro
sussidio   dovere, non restando altro a raccomandarsi fuorch  di
non frapporre ritardo".
A  Sondrio, il 22, le truppe consegnarono al podest il  castello,
con  tutte  le armi; la Val Tellina rimase tutta libera,  sino  al
confine  del  Tirolo. La strada militare era gi intercetta  sulle
dirupate rive del Lario; quivi si ordinarono tosto a custodia "800
armati di fucile, e 18 cannoncini di montagna coi loro artiglieri;
e  su  tutte  le alture vennero ammucchiati sassi, e  assegnati  i
posti  a quelli che non avevano fucili, e furono ordinati in corpi
di  lapidatori".  Una  colonna di Lecco era  gi  oltre  Monza;  e
congiunta  a  quei cittadini, e ai drappelli di Merate  e  d'altre
terre  della Brianza, "la sera affront le palle del nemico  lungo
la linea dei bastioni; si vide cadere a lato il valoroso Borgazzi;
e  per  mezzo a incessante moschettera, entr in citt per  Porta
Comsina".
A Bergamo, anzi l'alba, tra il favor delle tenebre il nemico aveva
sgombrato   una  caserma,  "scalando  muri  per  di   dietro",   e
abbandonando  morti  e  feriti, che  il  popolo  irrompente  port
all'ospitale. Nel corso del giorno, la guardia della Polveriera si
disperse  per  la  campagna;  e  vennero  derelitte  tre  caserme,
raccogliendosi  i  superstiti 1200 uomini  in  una  sola;  d'onde,
qualche  ora  dopo mezzanotte, scesero nella valle a  settentrione
della  citt,  che  come contraria alla direzione  del  nemico,  i
cittadini  non  custodivano. E di l, con lungo giro,  varcato  il
Serio,  poterono  mettersi in cammino verso il  convegno  generale
delle truppe presso Crema, sebbene perdendo uomini e robe "ad ogni
passo,  per  molestia di chi li inseguiva e delle popolazioni  che
alzavansi in ogni dove". Accorrevano a Bergamo armati delle  valli
Brembana e Seriana.
 Occupato il passo del Tonale, abbandonata Rcca d'Anfo, restarono
libere  sino  al  Tirolo anche le valli sopra  i  laghi  d'Iso  e
d'Idro. Ma il.popolo di Brescia non sapeva sferrarsi dalle pastoie
de' facendieri azegliani. Il nemico attendeva intanto da Verona un
convoglio  d'artiglieria; presso Rezzato, li  abitanti  di  quelle
terre,  alle  10  del matino, lo accerchiarono e lo  presero,  con
tutta  la  scorta di 180 soldati e officiali. In quel momento  gli
usciva incontro uno stuolo di dragoni; altri dragoni scorrevano la
citt;  una  batteria,  fuori Porta Torrelunga,  gettava  palle  e
granate; la fantera stava pronta inanzi a' suoi quartieri. Ma  in
pochi  minuti  "tutte le vie furono barricate; si  trassero  dalle
chiese  tutti  i  banchi; le donne e i fanciulli disselciarono  le
strade;  al tocco delle campane accorreva gente dai villaggi.  Una
compagnia  d'italiani, mentre veniva condutta a  chiudersi  fra  i
battaglioni del reggimento Hohenlohe, corse tutta armata  a  porsi
dinanzi  al palazzo municipale sotto la bandiera della  citt.  Un
combattimento a foco vivissimo dur quasi un'ora; molte perdite si
fecero  d'ambo le parti, esposti com'erano i bresciani a mitraglia
incessante". Il popolo s'impadron dell'arsenale e di due caserme,
condusse  molti  prigioni al municipio;  Michele  Busoni  e  Carlo
Scrittore  arrestarono  alla testa d'un  battaglione  il  maggiore
Wimpffen.  "Schwarzenberg  e l'arciduca Sigismondo  furono  veduti
fuggire  scompigliati,  e  il secondo  senza  cappello  in  testa,
attraverso  li  orti, scavalcando le siepi". V'ebbero  pi  di  45
cittadini  feriti o uccisi; tra i quali, crudelmente trucidati  in
una  caserma, i due prigionieri Bertolini e Segalini "si trovarono
inchiodati colle baionette sul tavolato, con un rosario al collo".
Ma  Longo  e  Mompiani, che s'erano fitti in  capo  di  proteggere
dall'impeto  del  popolo  il nemico, publicarono  verso  sera  una
convenzione  da  loro  conchiusa. Dicevano:  "che  ad  oggetto  di
risparmiare   il   sangue   cittadino  e   quello   dell'austriaca
guarnigione,  essi, colla mediazione del cavalier Breinl,  avevano
convenuto  col principe Schwarzenberg che la guarnigione uscirebbe
dalla  citt e dal castello con tutti li onori militari. Le  porte
della citt rimarrebbero chiuse fino all'alba". Temevano forse che
il  popolo  desse  ai  nemici  troppo affettuoso  saluto?  Intanto
dichiaravano  "cessata  l'austriaca dominazione  e  proclamato  il
governo provisorio.
Cittadini! ora non avete altro debito che quello di rispettare  la
guarnigione  austriaca". E in una circolare alle communi,  anzich
dar loro alcun bellicoso impulso, dicevano: "proclamato il governo
provisorio, mantenete la quiete; attendete li ordini del capoluogo
cui  appartenete". Il conte Tartarino Caprioli spinse  il  delirio
della  quiete sino a sfoderare la spada contro il popolo in difesa
d'un officiale.
Dacch volevano risparmiare il sangue, dovevano patteggiare che il
presidio  si  avviasse al Tirolo, seppure era a  riporsi  fede  in
siffatte  promesse. Ma quando chiudevano le porte al popolo  della
citt, e ingiungevano la quiete al popolo delle campagne, potevano
concedere  al nemico di mettersi impunemente per la via di  Crema?
concedergli di marciare al soccorso di Radetzky? allo sterminio di
Milano?  Se,  in  luogo di servire alla causa  italiana,  avessero
voluto servire all'Austria, avrebbero potuto operare altrimenti?
"La  matina  del 22, si trov Cremona libera affatto dalli  armati
stranieri". Avevano i cittadini una battera campale, avevano  due
battaglioni di fanti, e tutte le forze della citt e del  contado,
e quelle che potevano trarre dalla riva piacentina del Po; avevano
il  forte  di Pizzighettone con artiglierie e munizioni;  potevano
tener quel passo dell'Adda. Potevano, rimontando immantinente  per
la  sinistra il fiume, tentar di raggiungere il ponte di Lodi; era
solo  trenta  migla lontano d Cremona; e il ponte  di  Lodi  era
fuori  della citt; e, questa aveva presidio d'un solo battaglione
italiano  e poca cavalleria. Che fecero i moderatori azegliani  di
Cremona?
Altro  non  curando  che  di assicurare le  loro  persone,  fecero
trasferire  da  Pizzighettone a Cremona 200 soldati italiani,  700
casse di munizione e le artiglierie; lasciarono quelli abitanti in
arbitrio  del  nemico.  E  cos Benedek,  uscito  di  Pava  verso
mezzanotte  del 22, ebbe agio di giungere a Pizzighettone  il  24,
ristorarsi a spese delli abitanti, passare agiatamente quel  ponte
dell'Adda,  con  una battera, e congiungersi sull'Ollio  a'  suoi
commilitoni, quivi pervenuti felicemente da Brescia.
Ora  facciamo  il  caso, che al primo lampo dell'insurrezione  non
fossero mancati li avvisi dall'improvida Milano; che in ogni citt
un  comitato  di giovani avesse chiamato con audace  appello  alle
armi  il  popolo  di tutto il territorio; che avesse  sorpresi  in
subitaneo ostaggio i capi civili e militari: amicati francamente i
battagloni   italiani:   affamato  immantinente   nelle   caserme
quell'uno, o quei due battaglioni di soldati stranieri, che  stava
in  ogni  provincia, con quanto v'era qua e l  di  cavalli  e  di
cannoni.  Facciamo  il caso che per tal modo i cremonesi,  anzich
trovarsi  liberi il quinto giorno alla matina, e i  bergamaschi  e
bresciani la sera, avessero sollecitato d'uno o due o tre  giorni;
e  che  coi battaglioni italiani di Sigismondo, dell'Alberto,  del
Ceccopieri, del Haugwitz, e le batterie di Cremona e Brescia, e il
popolo delle citt e del contado, si fossero precipitati con  ogni
maniera  di  veicoli e d'armi verso i ponti dell'Adda,  dai  quali
Bergamo e Cremona erano lontane 10 miglia, e Brescia poco  pi  di
30.    certo che, al settimo giorno, Benedek non avrebbe  trovato
aperto il ponte di Pizzighettone, n Radetzky quello di Lodi, o li
altri delli infiniti corsi d'acqua che frastagliano tutto il paese
tra  Milano e Mantova. Oltre ai quattro o cinquemila italiani, che
l'applauso dei popoli avrebbe inebriati di coraggio, oltre  ai  25
cannoni, si potevano portare ai ponti dell'Adda, o almeno a quello
del  Serio dietro Crema, tutti li armati dei territorj di Bergamo,
Brescia, Crema e Cremona. Quelle popolazioni sommano a pi di  900
mila  anime;  a  un  uomo  per cento, sarebbero  stati  9  mila  i
combattenti;  a  due per cento, 18 mila. Aggiungi  i  soccorsi  di
Piacenza,  che,  lontana da Pizzighettone solo  dieci  miglia,  fu
libera  sin  dal giorno 20; e riparata dietro il Po, non  aveva  a
temere per se medesima. E vi sar chi dica che il popolo, per aver
vittoria di Radetzk, vi adoper tutte le sue forze?
Scese  la  quinta  notte.  Era  "una terribile  risoluzione"  (ein
furchtbarer  Entschluss);  ma  era necessit  lasciar  Milano.  Le
brigate Maurer e Strassoldo si erano riunite. "I generali  Clam  e
Wohlgemuth,  che  avevano diroccato ogni casa presso  i  bastioni,
proteggevano la marcia; presso la Porta Tosa e Romana tutto era in
fiamme. Alle 9, tutti (li altri) corpi furono al loro posto; erano
14  battaglioni, sei squadroni e tre battere, con una  sterminata
quantit di carriaggi; quivi le truppe aspettarono per due ore  in
perfetto  silenzio;  molti  e  molti soldati  cadevano  per  terra
spossati  dalla fame e dalla stanchezza". Al dir d'un prigioniero,
" impossibile descrivere al vero la confusione di quella notte; i
soldati  erano  affollati nel cortile; si udiva il  crpito  delle
fiamme cheardevano mucchi di cadaveri, lo sclpito dei cavalli, il
rumore delle rote; udivamo gridar l'ordine della marcia. Intanto a
coprire  quella ritirata, il cannone andava sempre pi infuriando.
Il  cannone a poco a poco si fece lontano; cess il trambusto  nei
cortili".
Al  dir  d'un  officiale: "Le truppe, spiegate in colonna,  furono
messe in marcia alle undici; tennero la linea dei bastioni sino  a
Porta Tosa (una parte solo sino a Porta Orientale). Il maresciallo
Radetzky  esc  dal Castello in una carrozza tra un battaglione  e
l'altro.
Alli sbocchi delle vie erano collocati altri cannoni, che tiravano
continuamente  entro la citt; i soldati, distesi  in  catena  per
tutto  lo spazio, scaricavano anch'essi i loro fucili. Il continuo
fragore,  le  grida che si udivano dall'interno,  le  campane  che
sonavano  a stormo, le tenebre illuminate qua e l da un incendio,
formavano  un  terribile  spettacolo, che  non  potr  mai  essere
cancellato  dalla  memoria". "Molti dei  cittadini  accorrevano  a
tribolare  il  nemico.  Al di fuori, i montanari  si  aggrappavano
sulli  alberi  e  sui  tetti delle case  per  trar  di  piano  sul
bastione;  li  assidui colpi cingevano la citt  d'un  semicerchio
scintillante. Col mutare del vento, udivasi, ora pi da  una,  ora
pi  da  altra  parte, il battere a stormo dei sessanta  campanili
oramai  tutti  liberi.  Alla fine il nemico  fugiva;  quei  cinque
giorni  gli  erano  costati quattromila  uomini;  di  quattrocento
cannonieri  erano  avanzati  cinque;  l'artigliera  era  data  da
condurre  ai  cacciatori tirolesi". "La carrozza di  Radetzkv  era
imbottita  di  paglia  e altro, in modo che da  lungi  paresse  un
forgone".  E  si  lesse nell'"Allgemeine Zeitung " la  confessione
d'un  officiale, che "nessuno pot recar seco se non ci che aveva
sulla  persona;  Radetzky salv a stento  le  sue  decorazioni;  e
dovette   marciar  via  con  quattro  lire  (mit  vier   Zwanzigen
abmarschieren).  I pi delli officiali avevano i loro  cavalli  in
casa,  nonch i loro uniformi; perdettero tutto, e partirono senza
mantelli".
  Il  capo  dello  stato-maggiore  Carlo  Schnhals,  uscendo  dal
castello  ad  un'ora dopo mezzanotte, commise per  iscritto  a  un
capitano  delle  guardie di poliza, in nome del  maresciallo,  la
cura dei feriti, delli infermi e delle famiglie tedesche derelitte
in  Castello; si lusingava avrebbe il suffragio del nuovo governo,
il  quale "a questo modo inizier", egli scriveva, "il suo  potere
con  atto  di sublime e magnanima e santa filantropia".  Senonch,
sotto  la  penna di codesto notorio instigatore delle soldatesche,
pareva pi che altro una derisione.
  Dei  cittadini  prigionieri, alcuni furono  trascinati  a  piedi
coll'esercito;  alcuni  lasciati  addietro.  "Da  prigionieri,  ci
trovammo  padroni del Castello e dei nostri nemici. I  feriti,  al
vederci,  si  mostravano atterriti, temendo  di  essere  scannati.
Venne il matino; un animoso popolano scalava il muro del Castello,
la  cui porta era ancora chiusa; e salito sul torrione vi piantava
la bandiera
  tricolore. Entravano i liberatori, incerti della nostra sorte, e
lieti  di  trovarci vivi. Ma non tutti. Alle grida  di  gaudio  si
mescevano  gemiti dolorosi; le fsse rosseggavano di sangue;  nei
cortili, luridi di fango e di ceneri, giacevano ossa abbrustolate,
membra  tronche sporgevano dal terreno smosso. In un  orto,  sette
cadaveri  d'uomini,  mezzo spogliati, e barbaramente  insultati  e
mutilati;  due  gambe di diversa dimensione,  e  che  dalle  forme
apparivano  feminili; in un'aqua corrente attigua,  molte  membra.
Tanto apparvero sformati i visi e le membra delle vittime, che  fu
impossibil  cosa  il  ravvisarle. Non  era  occhio  che  rimanesse
asciutto".
  La  ritirata del nemico era difficile. "Piante abbattute, sparsi
materiali  di  barricate,  cadaveri  di  borghesi  e  di  militari
impedivano  a ogni tratto il libero passo. Il cedere dinanzi  alla
borghesia  armata era d'insopporlabile avvilimento ad officiali  e
soldati:   si   abbandonavano  ad  ogni  eccesso,   guastando   ed
incendiando  quanto  loro  veniva  per  le  mani.  Il   sentimento
dell'odio  non faceva tacere quello della paura. Un  cavallo  d'un
gendarme  preso  da spavento, essendosi cacciato in  mezzo  a  due
battaglioni che marciavano in colonna serrata, assaliti da  pnico
timore, si gettarono in disordinata fuga per la campagna. Di  tale
scompiglio, seppero approfittare molti italiani per disertare.  La
strada  era  frequentemente  tagliata da  fossati  di  formidabili
proporzioni.  Nel  villaggio di San Giuliano si  fece  foco  sulla
truppa  da  pi  case, e ripetutamente. Quasi tutte le  abitazioni
vicine al passaggio delle truppe erano abbandonate; ed i corpi che
le  perlustravano facevano bottino di quanto potevano portar seco;
in  particolare i croati; ben pochi di questi che non avessero  il
loro  fardello, quandanche non fosse che di cenci. Ad un'ora  dopo
mezzogiorno  giungeva finalmente l'avanguardia a poca distanza  da
Marignano,  dopo  aver percorso, in quattordici  ore  di  cammino,
soltanto dieci miglia communi di terreno".
"Con  poco  lavoro sarebbe stato facile impedire affatto l'accesso
delle  truppe  a Marignano, senonch nessuno poteva imaginare  che
Radetzky  scegliesse  per  la ritirata una  strada  ch'  la  meno
diretta,  e che per la perdita di Pizzighettone e Cremona  era  da
due  giorni gi quasi intercetta; e inoltre, era lontana solo  una
posta  da  Pava,  confine piemontese gi  tutto  pieno  di  corpi
franchi".
L'ala  destra  si diresse per Landriano, cio per quella  medesima
via  che  poi  Radetzky tenne, nell'anno seguente, per  recarsi  a
Mortara.  Se  l'esercito  piemontese fosse  accorso  in  aiuto  di
Milano, e fosse sboccato in doppia colonna da Pava, vi si sarebbe
incontrato. Ci dimostra che Radetzky, forse per notizia avuta dal
confine  col  mezzo  di  Benedek, si riputava,  da  questa  parte,
sicuro.
Li  abitanti  di Marignano non potevano credere d'avere  inanzi  a
loro l'avanguardia dell'intero esercito; la credettero un'orda  di
famelici predatori: dissero che non avrebbero dato loro i  viveri,
se  non consegnavano le armi; arrestarono i due officiali ch'erano
venuti  a farne richiesta; ma non fecero altra ostilit. Tutti  li
armati  del paese erano accorsi sotto le mura di Milano; li  altri
erano  inermi.  Ma il maresciallo ne prese pretesto  a  esercitare
un'atroce  vendetta, mettendo a ruba, a foco e a sangue  tutto  il
paese.  Poi si vant d'aver dato un esempio. E l'autor di  Custoza
per  poco  non gliene fa plauso. Esempio? di che, se non d'inutile
ferocia?  E l'esercito era omai senza disciplina. "Si giunse  dopo
mezzod  a  Marignano; alcune case bruciavano, tutte  le  botteghe
spalancate, saccheggiate e guaste; pieno di carriaggi e  carri  da
per  tutto;  adrajati  per terra tedeschi ubbriachi.  Nessuno  pi
comandava, n obbediva". - "I soldati, che per la fame  si  resero
pi presto ubbriachi, si uccidevano anche tra loro nelle cantine e
nelle  strade;  ammazzarono  anche una  delle  loro  donne.  Stava
Radetzky  seduto sull'unico avanzo di parapetto che  rimaneva  del
ponte;  e  si  era  posto col per far animo ai soldati,  i  quali
vedendo  il  ponte  sconvolto, si erano messi in  capo  che  fosse
minato;  e  tra  indisciplinati  e ubbriachi  ricusavano  d'andare
inanzi. Fatta notte, tutte le strade erano ingombre di soldati che
giacevano  alla rinfusa, quando si dest un improviso allarme.  Lo
sgomento fu tale, che certi officiali pagatori che si erano  messi
nell'osteria  di  San  Giorgio, fugirono a  rompicollo,  lasciando
aperto  sulla  tavola  un sacco di napoleoni d'oro.  Tutto  quello
scompiglio provenne da una squadra di poliziotti, ch'erano  rimasi
all'estrema   retroguardia,  e  che  incalzati  dai   fucili   dei
cittadini, arrivarono col, correndo a tutta lena".
 Tale fu l'aspetto vergognoso del disfatto esercito per tutti quei
sedici giorni che spese a percorrere faticosamente le cento miglia
che  sono  tra  Milano e Verona. "Li avamposti erano continuamente
allarmati dalli spari delle vedette, cui pareva d'essere  ad  ogni
momento  attaccate  dal nemico". Cos un officiale;  e  un  altro,
nell'"Allgemeine Zeitung": "Non si poteva veder cosa pi desolante
che  il passaggio per Crema. Carri pieni di feriti; qua un dragone
con  un  berrettone di fanteria; l un cannoniere  coll'elmo  d'un
dragone, o con abito cittadino; l un altro senz'abito. Tutti, per
la disastrosa pioggia e il pernottare all'aperto, pieni di fango e
di sangue. Non si conosce quasi pi il colore d'alcun uniforme.  I
nostri cavalli da molti giorni non videro avena.
Radetzky e molti veterani dicono che in nessuna guerra si vide mai
cosa simile".
Ma  la  guerra  di  popolo  era gi finita  all'Adda.  Vegliava  a
salvamento  dell'informe orda straniera il governo  fusionario  di
Brescia,  che  aveva predicato ai popoli la quiete e  il  rispetto
alli  austriaci.  Solamente, tratto tratto, li indocili  volontarj
infrangevano   il   santo  precetto.  "Una  colonna   volante   di
volontarj",  dice il succitato officiale, "avevano  attaccato  una
divisione del reggimento ulani Imperatore, ed un mezzo battaglione
di  croati; del quali avendo uccisi parecchi, costrinsero il resto
a ripassare il Chiese.
Continuavasi  a'  fianchi  dell'esercito  il  servizio  di  grosse
pattuglie e ricognizioni; e nel giorno 2 aprile, mentre eseguivasi
dai  nostri  questo  servizio, incontratisi  in  un  distaccamento
nemico,  furono  fatti  prigionieri due  lancieri  piemontesi.  Fu
allora che si ebbe certezza di avere a fronte truppe regolari;  il
che  faceva  dire  ai  croati che colli  insurgenti  eranvi  anche
soldati francesi, mentre non chiamavano italiani che i soli  corpi
franchi.  Il  maresciallo, il 5, recossi a Verona, mentre  le  sue
truppe non vi giunsero che parte il 6, parte il giorno successivo.
Incendii, saccheggi, uccisioni d'inermi contadini furono  commessi
a Chievo, Croce Bianca, San Massimo, Santa Lucia".
Ignaro  l  maresciallo  degli aggiramenti  politici  dell'Italia,
attribuiva  la  quiete  dei  popoli, oltre  Adda,  all'esempio  di
Marignano. "Il terrore che la sorte di Marignano diffuse sui passi
del  maresciallo ebbe il pi salutare effetto; non gli si par pi
inanzi  alcun  altro ostacolo". Ma  tempo oramai  che  si  sappia
quali  sono le persone e le cose che furono salutari al nemico,  e
rimossero ogni ostacolo alla sua fuga.
"E  disegno del maresciallo", dice il succitato documento inserito
nella  "Gazzetta  Viennese",  "era di  stabilirsi  dietro  l'Adda;
chiamare   a   s  tutte  le  truppe  disponibili;   riaprire   le
communicazioni colle fortezze, e poscia assalir nuovamente Milano.
Ma   col  riseppe  il  precipizio  delle  cose  di  Venezia,   lo
sgombramento di Brescia, e la defezione del presidio  di  Cremona.
Il  suindicato  disegno  perci non  era  pi  praticabile;  e  fu
necessit  rinunciare  all'Adda (und die  Adda  musste  aufgegeben
werden)".   In  altra  scrittura,  pur  d'origine  officiale,   si
aggiunge:  "Se siam bene informati, non era mente del  maresciallo
di  ritirarsi  se  non all'Adda; solo li inesplicabili  eventi  di
Venezia (die unbegreiflichen Ereignisse in Venedig) lo costrinsero
a  mutar  consiglio. Da una lettera intercetta  egli  riseppe  che
Mantova non era ancor soggiaciuta interamente alla rivoluzione;  e
rapidamente  egli  gett  una divisione  dell'esercito  in  quella
importante   fortezza".  Questa  rapidit  era   per   quale   le
circostanze  la  consentivano; poich solo il decimoquarto  giorno
della rivoluzione, l'undecimo della ritirata, quelle truppe ebbero
percorso le 80 miglia che sono tra Milano e Mantova. "Il 31 marzo,
finalmente, entrarono in Mantova da ottomila soldati, in uno stato
orribile:  rotti, curvi dalle fatiche, laceri, mezzo disarmati;  i
gregari abbattuti e trasognati; li officiali col veleno nell'animo
e  la  rabbia  nel  volto".  - Lo stato della  fortezza  e  quello
dell'esercito  erano  tali,  che per  lungo  tempo  parve  non  si
pensasse  intraprenderne tampoco la difesa. Asserisce un officiale
che,  coll'unione  dei due corpi d'esercito in Verona  e  Mantova,
fossero  36  mila  uomini tutt'al pi. "Ora", come  nota  Giovanni
Arrivabene,  "il  presidio di Mantova in caso  d'assedio  non  pu
esser  minore di 18 in 20 mila soldati; un eguale presdio  occorre
per  Verona,  ed altri 6 mila soldati occorrevano per Peschiera  e
Legnago.  -  Aggiungasi la mancanza totale d'affusti  pei  cannoni
grossi, la mancanza di munizioni da boccca; l'assoluto e letterale
esaurimento  della  cassa di guerra e di  quella  di  finanza;  la
penuria del sale, di cui alcuno del comitato aveva fatto arrestare
sul Po le barche di trasporto procedenti dal Veneto; il bisogno di
restauri alle fortificazioni, e la spianata attorno alle mura  non
eseguita  ed  ineseguibile.  - Ed era ridicolo  il  veder  cannoni
grossi,  collocati  a  semplice  ed  innocente  dimostrazione  sui
bastioni,   addossati  a'  cavalletti  rigidi  di  rozzi   tronchi
inchiodati".   Senonch,  quell'invisibile   potenza   che   aveva
raffrenato l'impeto del popolo a Brescia e a Bologna, e  aperto  a
Benedek il ponte di Pizzighettone, e tenute in deposito fedele  le
porte  di  Mantova  e di Verona, seppe procacciare  al  nemico  il
supremo rimedio del tempo, e con esso il riposo, e i viveri, e  il
denaro,  e  i  rinforzi,  e le occasioni,  e  il  coraggio,  e  le
capitolazioni; e dall'altra parte, seppe toglier lena ai volontarj
prima,  poscia ai soldati, versare nelle anime lo sdegno,  l'odio,
il   sospetto,   il  torpore,  da  ultimo,  l'avvilimento   e   la
disperazione.  I nemici del popolo avevano naturalmente  pi  caro
trarlo  alla  sconfitta e alla sommissione,  che  non  guidarlo  a
potenza e libert. Il primo artificio fu quello di negare  la  sua
vittoria.
Non  fu  senza un accordo calcolato che i giornalisti  d'Italia  e
quelli   d'Oltralpe  anticiparono  univoci  la  guerra   del   re,
inventarono numero e nome dei battaglioni, e li descrissero,  alla
tal  ora e al tal giorno, in atto d'entrare per le mura, a salvare
un  popolo  temerario, che si era posto in un  pericolo  superiore
alle  sue forze, e che da quel momento fu condannato nell'opinione
dell'Europa a infinita gratitudine verso i suoi redentori, a cieca
fiducia,  ad  abietta  rassegnazione. Li  adulatori  magnificarono
immensamente tuttoci che il popolo non aveva fatto; e  vilipesero
tanto  l'opera sua, ch'ei quasi ormai sorrideva di quel suo  sogno
d'aver  vinto,  anzi d'aver combattuto. Campione  delle  barricate
divenne sopranome faceto. Si commise alli scribi regii di renderlo
odioso. "I professori di barricate, visi incancreniti dai  vizi  e
dalla  lussuria", scriveva l'ignobile Ciro D'Arco157. E domandava:
"debbo io ripetere che lo stesso movimento di ritirata di Radetzky
- non fu determinato che dal movimento delle truppe piemontesi?"158.
Il  nemico  non  si era ritirato avanti a chi lo  incalzava  colle
carabine e colle barricate mobili: a chi gli aveva tolto  i  forni
da  cuocere il pane: a chi aveva atterrati, ad uno ad uno, i  suoi
cannonieri e spento il foco de' suoi cannoni: e tratti i Varasdini
e  i  Prohaska  a sfilare senz'armi al cospetto dei rappresentanti
del  popolo:  e strappata dalla lettiera del ma resciallo  la  sua
sciabola:  e  costretto l'italvoro Schnhals  a  raccomandare  le
donne tedesche alla santa filantropia della canaglia latina. Ma si
era  dileguato inanzi allo spettro militare che torreggiava immoto
e ginocchione sull'ossario di Superga.
Dopo   li  stjpendiati  della  "Presse",  della  "Patria"  e   del
"Risurgimento", vennero i Xenofonti, vindici dell'arte  bellica  e
dell'onor  del  mestiere; e ve n'ebbe di tedeschi e  d'italiani  e
d'altre razze; ma non si scorge fra loro altro divario. Il  popolo
cisalpino, a detta loro, non era degno di vincere, poich'egli  era
politicamente  nullo; e se mostr d'aver sangue  nelle  vene,  ci
torna a lode de' suoi
  padroni,  la  cui  clemenza non lo aveva perfettamente  evirato:
"toute insurrection triomphante est comme une espce de tmoignage
en faveur de l'oppresseur" (Custoza, p. 16). Dunque se Radetzky fu
vinto dal popolo, non dite viva il popolo, ma viva Radetzky! Anche
sulla  tomba di Marco Btzari non si dica viva la Grecia, ma  viva
la  Turcha. E cos si stamp che Radetzky era sempre  stato  uomo
assai  popolare:  "ein sehr populrer Mann";  e  che  si  minacci
d'ucciderlo a tradimento: "mit Meuchelmord"; ma egli, egli,  aveva
"vietato  ai soldati di far foco". Fu il popolo che gli  fece  una
"odieuse   surprise",   camminando  in  processione   dalla   casa
municipale  fino al bastione di Monforte; ma egli fece  trarre  il
cannone d'allarme solamente due ore dopo che le carabine tirolesi,
dalle aguglie del Duomo, colpivano nelle interne case fanciulli  e
femine,  e la cantante tedesca Maria Moll. Anch'egli, come Oudinot
il  30  aprile159, non fu vinto da un popolo nostrale,  ma  da  un
esercito  di  stranieri,  che il barone Torresani  aveva  lasciato
impunemente accampare in Milano: "una turba di bersaglieri,  parte
dalla Valtellina, parte dalla Svizzera, parte dal Piemonte e dalla
Francia, che a poco a poco si erano fatti venire in citt,  furono
quasi  i  soli che col loro foco danneggiarono la guarnigione;  il
resto  della  gente tirava solo di nascosto dalli  spiragli  delle
finestre"160.
  Broggi  non  pot cadere al ponte di Monforte,  n  Borgazzi  in
aperta campagna, in faccia al bastione; ma dovevano esser tutti  a
casa loro, a far capolino dalle finestre. Non  vero che il popolo
portasse i feriti nemici all'ospitale, o confortasse con "brodo" e
con  "pane e vino" i prigionieri. "Furono con vergognosa  crudelt
scannati  dalla plebe, sotto li occhi dei loro compagni, dopo  che
erano  caduti  da  cavallo". Il barone Diesbach  s'ingann  quando
scrisse  a  sua madre che il popolo lo trattava bene; e  il  conte
Bolza va errato assai, s'egli crede d'aver avuto salva la vita. Il
conte    Pachta    fu    perfettamente   spogliato:    "vollkommen
ausgeplndert";  e  la contessa Spaur fece un aureo  sogno  quando
s'imagin  che  Oldofredi e Busi le avessero  recato  la  cassetta
delle gioie: die kleine Cassette. Se il croato e il boemo recisero
i  piedi  alle  donne e si posero in tasca le tronche  mani  colle
annella sulle dita, s'entravano trionfanti in Castello, alla vista
dei  loro generali, coi bambini confitti sulle baionette, non  era
barbara  vendetta dei loro disastri, ma un poco  d'alacrit  e  di
slancio  "per  essere  stati vittoriosi  dovunque,  e  aver  preso
d'assalto  una  casa  dopo l'altra".  falso  che  il  maresciallo
avesse  necessit d'armistizio, per dar fiato alle sue  truppe,  e
avviluppar meglio i cittadini, e applicar poi loro la polvere e il
piombo della legge marziale;  falso che avesse perci mandato  al
municipio il maggiore delli Ottochani, e che nella conferenza  coi
consoli  avesse egli proposto di cessare dalle ostilit;  erano  i
consoli  che  al  loro uso volevano ingerirsi d'ogni  cosa;  e  il
maresciallo  aveva  dato  loro una secca  ripulsa,  e  nemanco  di
persona,  ma per mezzo d'un subalterno: "durch General Schnhals".
Se  in procinto di ritirarsi, faceva incendiare le case a dozzine,
e  ne  faceva sterminare li abitatori, era opera pia, "per salvare
una  comitiva  di donne e fanciulli e impiegati, che  fugivano  il
furore del popolo italiano".
  Anzi  vi fu in Coira chi scrisse che, nella notte dal 22 al  23,
"si  tir dal Castello sulla citt con un sol cannone, e solamente
a  polvere;  che una divisione, partendo, attravers,  per  mezzo,
tutta  la citt, senza ostacolo". E non furono i soldati  che  pel
solo  scorrere "d'un cavallo si gettarono in disordinata fuga  per
la  campagna";  ma il popolo fu messo in rotta,  dice  l'autor  di
Custoza,  "par un simulacre d'attaque gnrale, au moyen d'un  feu
terrible d'artilleire, qui rpandit quelque temps l'pouvante".
  Il  numero delli austriaci in Milano fu solo di dieci mila; "une
douzaine  de  mille  hommes",  scrive  alquanto  pi  generoso  il
Custoza; quattordici mila "soltanto", scrive ancor pi generoso il
cos  detto  Ciro d'Arco. Come mai Radetzky nel suo rapporto  pot
imaginarsi  che fin dal quarto giorno fossero 16 battaglioni  (mit
den  hier  konzentrierten 16 Bataillons und  6  Eskadrons  mit  30
Geschtzen)? Come mai, in procinto di ritirarsi, pot adunarne  14
dietro  il Castello (hinter dem Kastell), senza annoverare le  due
brigate  (probabilmente  altri 8 battaglioni  e  12  cannoni)  che
occupavano  frattanto i bastioni e il Castello? Se  i  battaglioni
erano  veramente 16 pi 8, cio ventiquattro, dovevano  ben  fare,
tra  vivi e morti, a 1140 uomini per battaglione, assai pi di  20
mila  uomini, e aggiungete le altre armi; aggiungete che, a  detta
dell'anonimo di Zurigo161, "sembra che i generali dimenticassero i
posti  della  guardia di poliza, forse perch non era incorporata
nell'esercito;  e  queste  truppe italiane  rimasero  fedeli  alla
consegna, finch non dovettero cedere alla forza prevalente che le
stringeva". Tuttavia, "si quelque chose doit surprendre, c'est que
cette arme n'ait pas t entirement crase"; lo dice l'autor di
Custoza, il quale deve avere una portentosa stima della forza  del
popolo.   E   come   salvarsi  i  soldati,  quando   "ovunque   si
mostrassero", scrive l'anonimo di Zurigo, "pioveva acqua  bollente
e  perfino  olio  bollente  (siedendes  Wasser,  selbst  siedendes
Oel)?".  Che valeva la mitraglia dei 42 cannoni da campo  e  delli
altri  che stanziavano in Castello e sulle piazze, contro  l'acqua
bollente?  Oh  quanto  olio  ci volle  per  friggere  ventiquattro
battaglioni   e   sei   squadroni,  mit  Geschtzen   -   Siffatte
scempiaggini  pot dettar l'odio del popolo e il  disprezzo  della
verit!
  E  infine, ch'era mai codesto popolo, se non lo strumento venale
d'una  nobilt  capricciosa?  Cos  stamp  il  general  Willisen,
notorio  nemico  d'ogni venalit. E di tal  modo,  alle  imposture
della  casta  militare,  che in Prussia,  e  anco  in  Italia,  si
reputava  mallevadrice alla gloria dei confratelli  austriaci,  si
collegarono  le millantere dei signori e le adulazioni  dei  loro
gutteri.  E  si  posero a credito delle loro eccellenze  tutti  i
pericoli  e  i  consigli  del  combattimento,  il  quale  "non  fu
capitanato  (was not headed) dai Ledru-Rollin, e dai Louis  Blanc,
ma  dai  magnati del paese (the greatest in the land). E il  conte
Pompeo  Litta  Biumi, il solo tra i membri del  provisorio  che  i
combattenti andarono a invitare e prendere in casa sua, non era un
letterato  di  modeste  fortune; ma Creso di  Lidia,  il  duca  di
Devonshire della Lombarda". Queste favole si facevano stampare in
lettera  a lord Palmerston. Il quale lord Palmerston, sapendo  che
il  duca  di  Devonshire ha un patrimonio  di  cento  millioni  di
franchi, concepiva cos un'idea molto adeguata delle cose nostre.
Noi  dimandiamo  alla Croce di Savoia a qual ordine  di  cittadini
appartenessero, e di quale opinione poi si manifestassero,  coloro
che  consegnarono entro "la cinta" di Forte Urbano il  battaglione
civico  di  Bologna,  e  con  minacce  richiamarono  da  Modena  i
finanzieri  e  i dragoni; coloro, che in Cremona, in  Brescia,  in
Mantova,   in   Verona,  vietarono  ai  cittadini   di   mostrarsi
"illegalmente armati"; e alla plebe che voleva "armi e  battaglie"
gettavano pane e denaro; e "convenivano coll'autorit militare che
si  levassero le barricate"; e alla nuova dei tremendi pericoli di
Milano, predicavano a' cittadini d'aspettare, in coccarda bianca e
piuma bianca e sciarpa bianca, la vita o la morte dei fratelli. "O
Milano  vittoriosa: e allora insurgeremo con pi baldanza  e  pi
frutto; o Milano soccumbe: e saremmo allora in mal punto insurti".
Prima  del  conflitto, si poteva dubitare, deliberare; il  ricusar
battaglia  poteva  essere buon consiglio; ma quando  la  battaglia
ruggiva,  e le sorti di tutti si agitavano nel sangue, ritrar  dal
campo  le  riserve  che dovevano assicurar la  vittoria,  era  ben
ajutare  il  nemico. E peggio era frapporsi, sin colla spada  alla
mano, perch il nemico conseguisse con una capitolazione la sicura
uscita   dalla   citt:  "sfoder  la  spada:   si   pose   avanti
all'officiale, sclamando: non potrete offenderlo, se prima non  mi
offendete".  E  quella  capitolazione non pattu  tampoco  che  le
soldatesche  partissero alla volta dei loro paesi;  ma  le  lasci
libere,  liberissime di seguire l'appello che le convocava  d'ogni
parte  ad  opprimere Milano. "Il maresciallo aveva  deliberato  di
chiamare  a s tutti i presidii delle varie citt, e cos  assalir
Milano  da  tutte  le  parti  (und Mailand  so  von  allen  Seiten
anzugreifen)". Il capo dei ribelli (das Haupt der Rebellen)  viet
"a titolo di delicatezza, l'aprimento dei dispacci del nemico";  i
dispacci  del nemico trovarono pi facile attraversar Mantova  che
Inzago;  i  paeselli furono di maggiore impedimento al nemico  che
non  le  possenti citt. "Le ordinanze isolate venivano  uccise  o
prese; i distaccamenti pi considerevoli incontravano insuperabili
ostacoli  nelle strade ch'erano barricate, e nei paesi;  a  trovar
messaggieri   non   era   tampoco   da   pensare;   con   siffatto
interrompimento   delli   avvisi,  ogni  combinazione   fu   rotta
(scheiterte jede Combination)". Il "capo dei ribelli", a Monforte,
scambiava atti compassionevoli con O' Donnell; in via del Monte si
rifugiava  nella  prima  casa aperta; in  via  de'  Bigli  tentava
carteggi  con  Torresani, proponendogli "il miglior  mezzo-termine
per  condurre  a pacifica soluzione"; e lagnavasi di "non  potersi
movere  dal  luogo ov'era". E riesciva a fugire, la  notte;  e  si
faceva   scoprire   "in  una  soffitta,  polveroso,   coperto   di
ragnateli";  e non appena uscito, chiamavasi intorno collaboratori
che  lo  aiutavano a snervare l'animo dei combattenti con pratiche
d'armistizio,   pertinacemente  promosse   per   due   giorni,   e
sollecitate  da  Borromeo col timor della fame aggiunto  a  quello
della mitraglia. Ma tutti questi, pel Ciro d'Arco, sono sintomi di
fermezza   (p.2).  E  al  municipio  fiorentino  parvero   sintomi
d'eroismo;
  sicch fece scrivere sui marmi della veneranda Loggia i nomi  di
quelli immortali. Intanto "il popolo pensava solo a combattere".
 Epper, fra i trecento che caddero in quei giorni, e i settecento
che  a  poco  a  poco  vennero poi morendo delle  ferite,  non  si
rinvenne quasi nome che non fosse della plebe, o in poco pi lieta
fortuna.  E  mentre taluni, in mezzo alle morti  e  alli  incendj,
raccoglievano in mano propria "ogni potere, il popolo,  una  volta
adempiuto  il  suo voto, ricadeva in una tranquilla obbedienza  ai
dettami  dell'ordine e delle leggi, nulla pi domandando" (Lettera
a Lord Palmerston, di Bozzi-Granville).
  Intanto,  per questi indugi frapposti in Milano e  in  tutte  le
citt  da  svogliati e frivoli capi, il moto dei popoli rimase  in
massima  parte, impedito. Nella prima notte, consigli  incerti  di
subire  il  pericolo, non d'affrontarlo e dominarlo;  nel  matino,
s'indirizza il primo impeto della adunata moltitudine,  non  sopra
alcuno  delli  uomini che tengono in mano le  armi,  ma  sopra  un
togato,  i  cui  vani decreti non fanno cadere una  baionetta.  Il
popolo  sciupa il giorno, aspettando prima i quarantamila  fucili,
perfidamente  vantati dai signori, poi i tre o quattrocento  della
polizia,  assicurati dal decreto di O' Donnell; e  rimane  a  mani
vuote,  a legger sulli angoli delle vie li affissi che lo invitano
ancora  "a  pace e fratellanza", e origliando i dubj rumori  delle
altre  parti  della  citt, e indovinando onde provenga  il  sordo
muggito  del  cannone  che  intanto sfonda  le  porte  della  casa
municipale. - I popoli entrano nella battaglia a giorno a  giorno,
a  squadra a squadra; nel primo d, Milano e Venezia; nel secondo,
la  pianura milanese, il borgo Palazzo di Bergamo, e con  infelice
esito Crema; nel terzo, Como, Modena e Parma vittoriosamente;  nel
quarto,   Varese,  Monza,  Pizzighettone,  Cremona;  nel   quinto,
finalmente, Brescia, dopo aver morso per quattro giorni  il  freno
degli  azegliani; ma gi in quel giorno il freno azegliano  ritrae
dal combattimento Bologna, rende immobili Modena e Parma. Verona e
Mantova  stanno tra la sedizione e l'ossequio; Lodi  fa  un  cenno
appena di sollevazione; Pava e Piacenza, meno illuse delle  altre
citt  intorno  ai  soccorsi del re, non si commovono  affatto.  E
tosto  Cremona disarma Pizzighettone, apre il passo  dell'Adda  ai
presidi di Piacenza e Pava; e insieme a Bergamo e Brescia tollera
che  i  corpi smembrati possano raccapezzarsi sull'Ollio, per  poi
recarsi  all'incontro dell'esercito che retrocede  disfatto  dalla
battaglia  di  Milano.  La  sola Como fece  quanto  umanamente  si
poteva; di 1500 nemici ella non lasci fugire uno solo; e tosto si
mosse  al  soccorso della vicina citt. Se tutte le altre avessero
ugualmente  operato, traendo seco attraverso ai passi  del  nemico
tutte  le  loro  forze,  come avrebbe mai  potuto  la  sbattuta  e
famelica  masnada  aprirsi fra tante aque e piantagioni  e  difese
muraglie  la  via? Gi prima di prender le mosse, le  soldatesche,
che avevano vegliato tante notti, "cadevano per terra spossate  di
fame  e  di stanchezza"; gi nel primo sfilare, sotto una tempesta
di palle, e in un angusto
  passo  fra  due  file  di  case  incendiate,  bast  un  cavallo
spaventato a disperdere due battaglioni stranieri, e dar ansa a un
battaglione  italiano  di  raggiungere  i  fratelli;   le   strade
intercise  da  fossati  di  formidabili  proporzioni,  li   arbori
rovesciati sul terreno,
  le  fucilate di San Giuliano fecero che quattordici  ore  appena
bastarono  a  dieci miglia di viaggio, essendo la colonna  distesa
sopra  cinque  ore di cammino. E l'esercito era talmente  prono  a
ingrandire  colla  paura li ostacoli veri,  che  s'imagin  d'aver
vinto  una  battaglia  per entrare in Marignano,  d'onde  non  era
uscito  un sol colpo di foco; e trapass vergognosamente la  notte
fra  l'ubbriachezza e lo spavento, col quartier generale  ingombro
di valigie e invaso da fanciulli e donne.
 Noi crediamo che questo volume offra le prove di due fatti162. Il
primo  si  ,  che  il nemico, il quale, veramente  aveva  al  suo
comando  centomila uomini, perdette nei cinque  giorni  due  terzi
della  sua  gente e pressoch tutte le sue fortezze,  e  solo  per
effetto dell'indolenza altrui vi riebbe ricovero e salvamento.
  Il  secondo  fatto  si , che, per conseguire  questa  splendida
vittoria, non si posero in atto, nemmeno per una quinta  parte  le
forze dei sette millioni di popolo che abitano il Lombardo-Veneto,
e  le provincie italiane del Tirolo e dell'Illirio, e i ducati  di
Modena   e  Parma;  essendoch  l'insurrezione  non  fu  veramente
generale e impetuosa se non nelle due provincie di Milano e  Como,
le  quali  non  sommano a pi di 900 mila abitanti. E  quivi  pure
mancarono  affatto  al  popolo  tre grandi  elementi  di  siffatte
imprese, cio li avvisi, li eccitamenti e i capi. Anzi, e quivi  e
per  tutto, coloro che il popolo era indettato a considerare  come
capi,  fecero  quant'era in poter loro, e  con  trattative  e  con
ordinanze  e  con publiche esortazioni, per moderare e contrariare
l'impeto  dei  giovani, e tenerli disarmati  e  inoperosi,  e  per
aiutare  il  nemico, sia a star dentro le citt,  sia  ad  uscirne
senza  disastro e per le vie pi opportune a' suoi disegni, sia  a
raccapezzare le smembrate sue forze e raccoglierle nelle fortezze,
le  cui  porte  essi  gli  tennero aperte, tenendole  chiuse  agli
insurti.  Egli    un  fatto, che li indirizzi  e  li  editti  dei
municipi,  dei  ministeri, e perfino dei comitati,  parlano  quasi
tutti  d'ordine,  di quiete, di tranquillit, non diversamente  da
quelli  dell'imperator Ferdinando, del vicer Ranieri, e del  duca
di Modena o di Parma. Questa  l'istoria vera, che parr strana  a
molti,  e  parve quasi incredibile a noi, mano mano che l'andavamo
raggranellando  da codesti frammenti di repertorj officiali  e  di
gazzette.  E perci sfidiamo i redattori della Croce di  Savoia  e
altri  simili  ingannati  o ingannatori, a  comporre  di  siffatta
materia un altro volume, e trarne, se possono, un altro costrutto.
Vantarono  li  scrittori  militari  il  gran  numero  dei  soldati
italiani ch'era nell'esercito d'Italia; e noi proviamo che  nessun
paese  d'Europa fu tenuto mai con maggior proporzione  di  soldati
stranieri, poich i battaglioni stranieri al regno Lombardo-Veneto
erano  45;  e  38  di essi erano interamente slavi  o  tedeschi  o
magiari.  Onde, se questo fatto  strano, come giudica l'autor  di
Custoza, fu strano in senso contrario a ci ch'ei s'intese; e  non
  vero che avesse des graves consquences. Coi battaglioni  tutti
italiani non si perd Mantova; e coi battaglioni croati e stiriani
si  perd  Venezia. E in nessun luogo l'esercito ebbe  pi  trista
sorte che a Como, ove non v'era un solo soldato italiano, ma erano
tutti  croati, carinti e ungaresi; e rimasero tutti, fino ad  uno,
feriti o morti o prigionieri, coi loro colonnelli, l'uno dei quali
tedesco e l'altro croato. E in Milano v'erano fin dal primo giorno
settemila boemi e moravi, e inoltre croati e tirolesi e  ungari  a
piedi  e  a  cavallo: e d'italiani un sol battaglione di  linea  e
alcune compagnie di poliziotti; e combatterono pur troppo al Genio
e a San Bernardino, e non si fecero disertori se non dopo ch'erano
usciti di citt. E croati erano quelli che fugirono da Appiano per
deporre  le  armi  a  Varese; croati quelli  che  si  ridussero  a
bersagliare dalle finestre delle caserme il popolo di  Bergamo;  e
lancieri  polacchi  e  dragoni  tedeschi  erano  quelli   che   si
lasciarono  prendere  dai  contadini nelle  basse  di  Brescia;  e
ungaresi  li  800 che patteggiarono coi parmigiani a  Colorno.  Al
contrario, italiani erano quelli che decisero il disarmo di Crema,
e  italiano  il  battaglione che salv  contro  ogni  aspettazione
all'esercito  il  passo  di Lodi.  vero  che  a  Pizzighettone  e
Cremona  li italiani non vollero pugnare col popolo; ma  cos  non
pugn  nemmeno il popolo, e la sottrazione delle due quantit  non
alter l'equazione. Ma diremo di pi. Ben poterono li azegliani di
Brescia tener frenato per quattro giorni quel popolo predicandogli
la  fratellanza,  perch i soldati bresciani del  Haugwitz  e,  in
parte i goriziani e istriani del Hohenlohe erano del suo sangue  e
della  sua  lingua. Come poteva il popolo concepir  furore  contro
quelli  infelici sforzati, che in procinto di partire la pregavano
a  impedir  loro  la partenza, e protestavano di  voler  vivere  e
morire coi loro fratelli? Ma se il popolo avesse avuto a fronte la
barbarie  croata  o l'arroganza teutonica, l'avrebbero  le  senili
ciancie  dei  moderatori rattenuto per quattro giorni?  Il  popolo
bresciano n poteva trucidare li italiani, n trarli seco; perch,
oltre  alla mala della disciplina e del giuramento, essi dovevano
temere  assai  pi  i  loro capi stranieri e feroci,  che  i  loro
avversari  e fratelli. Al contrario, se fossero stati  tedeschi  o
slavi, avrebbero avuto maggior paura del popolo furibondo, che non
del bastone de' caporali. S, se fossero stati due o tremila tutti
stranieri,  in  quella  fiera provincia di 340  mila  anime,  ove,
l'anno  appresso,  si  vide il popolo leone  avventarsi  sotto  la
mitraglia  col  coltello  in  pugno, noi  diciamo  che  i  soldati
avrebbero  fatto  in  Brescia ci che i loro  compagni  fecero  in
Varese, in Como e in Venezia. Li italiani in Brescia furono  quasi
mediatori, da un lato stando col popolo, dall'altro coi  generali.
E  cos  trascorsero  quell'ore fatali; e i  maggiorenti  poterono
adempiere  i comandi dei bellicosi pacieri di Torino e di  Parigi.
Se  adunque  i generali austriaci, persuasi a torto  o  a  ragione
d'aver  commesso  un  errore lasciando in  Italia  22  battaglioni
italiani,  si  avvisassero di fare in altra occasione  altrimenti,
ci  non  farebbe gran divario. Sarebbe un equivoco  di  meno,  un
inciampo  di  meno all'impeto delle offese. E nessuno negher  poi
che  la passata guerra non abbia mutato grandemente le cose,  onde
se  d'ora  in poi altri giudicasse pi sicuro il soldato  ungarese
che  l'italiano, andrebbe errato; poich li italiani possono  aver
avuto  ripugnanza a mettere a sangue e a foco il  loro  paese,  ma
essi non giunsero mai a volgere le armi contro i loro generali  ed
uccidere i loro colonnelli, come fecero nell'autunno del  1850  al
campo di Somma li ungaresi. E possiamo aggiungere che, se nel 1848
non  si  posero in atto tutte le forze rivoluzionarie del  popolo,
non  si chiamarono fuori nemmeno tutte le forze rivoluzionarie che
giacevano nell'esercito austriaco. Ognuna di quelle nazioni, s'era
nemica al nostro nome e alla nostra bandiera, non era nemica  alla
bandiera  sua  e  al  nome suo, caro a tutte,  della  libert.  Ma
nessuno  si  cur  allora se vi fosse arte di  sconnettere  quelle
moltitudini incatenate dalla forza al vessillo imperiale, e  tutte
fra  loro  straniere e nemiche, e ripugnanti a  quella  oppressiva
unit.  Li  agitatori dell'Italia non vollero, n allora  n  poi,
giovarsi  delli stranieri contro li stranieri, rivolgere  a  danno
dell'Austria  l'arte sua antica di por gente contro gente.  Mentre
essi inveivano contro li stranieri che potevano essere amici,  non
volevano  riconoscere  quei  nemici  che  pur  troppo  non   erano
stranieri.
Non cos l'Austria. Essa ritorse contro l'unit italiana lo stesso
sforzo  che  altri faceva per raccogliere sotto  un  sol  principe
diverse  parti  d'Italia;  essa ritorse  contro  l'unit  ungarica
quello   stesso  moto  delle  nazioni  che  tendeva  a   smembrare
l'imperio;  adoper  il nome slavo per infiammare  i  croati  e  i
sirmiani, e dividere fra loro i boemi; contrapose ruteni e polni,
sssoni e romeni; adoper il tricolore teutonico per trascinare la
giovent  viennese  contro  la giovent  italiana,  stornando  due
pericoli  in un colpo, e distruggendo in un sol combattimento  due
nemici.  E  pur troppo codesti tricolori che trassero i  popoli  a
infliggersi tanto reciproco danno, e a rifare coi loro odj e colle
loro  borie  la  potenza  delli oppressori,  annunciano  solo  una
tradizione di barbara nemicizia, madre d'ogni conquista  e  d'ogni
servit;  annunciano un voto di guerra perpetua;  poich  dovrebbe
durare  finch durerebbero le nazioni. Uno solo  il vessillo  del
quale  non  potranno mai giovarsi li oppressori;  il vessillo  di
tutti;  il  vessillo dell'eguaglianza, ossia della  giustizia;  il
vessillo  della  libert  e della umanit.  Esso  non  apparirebbe
straniero  al soldato italiano, n al francese, n al tedesco,  n
all'ungaro, n al polacco. Esso annuncierebbe come ogni popolo che
combatte  per  l'altrui libert, combatte per la  sua;  essendoch
ogni popolo servo  un'arme in pugno ai nemici della libert;  un
pericolo perpetuo, una perpetua minaccia al genere umano.
La  forza  espansiva della rivoluzione fu dunque tanto minore,  in
quanto l'idea della libert universale non venne posta inanzi,  ma
quella  pi  angusta  d'una solitaria indipendenza.  E  quando  si
considera  che,  di  l a pochi mesi, li ungari  pugnavano  contro
l'Austria,  non  si pu non deplorare quella giovanile  impazienza
che  spinse  a  vibrare i primi colpi appunto contro i  granatieri
ungaresi  a  Monforte e contro li ussari ungaresi  in  Camposanto,
inspirando  loro nella vendetta dei compagni uccisi un  sentimento
pi  forte  ancora dell'odio loro contro i tedeschi. E  quando  si
considera che colonnello di quelli ussari, nominalmente intitolati
da  Carlo  Alberto  e da Radetzky, era quel Meszaros  che  fu  poi
campione  della libert in Ungara, fa ribrezzo il  pensare  quale
fanatica  letizia  sarebbe stata quella  dei  combattenti,  se  lo
avessero  mirato, alla fronte de' suoi squadroni, cader  moribondo
sotto  un  colpo  delle loro carabine. Il tempo ha svelato  questi
arcani  nazionali, celati allora dalla stranezza delle  lingue,  e
dalli   odiati   uniformi,  e  dalla  scambievole   ignoranza,   e
dall'orgoglio. No, se pesa sull'Europa una mole di tre  o  quattro
millioni  di  soldati, non  che la causa dei popoli abbia  tre  o
quattro  millioni di nemici. Nell'esercito austriaco  non  sono  i
quattrocento  o  cinquecentomila soldati che  hanno  interesse  ad
opprimere se medesimi nel popolo; essi sono costretti; sono  servi
due  volte  infelici,  sui cui s'aggrava  la  duplice  catena  del
suddito e del soldato. La volont loro  soppressa; l'anima loro 
fusa  in quella di quindici o sedicimila offciali; e questi  pure
chi sono? se non i figli di dieci nazioni, necessitati ad apparire
stranieri  e  nemici  alle  loro patrie,  e  portare  la  maschera
d'un'unit,  ch' il loro commune supplicio? Chi mira  quei  folti
battaglioni di forte giovent, splendidamente armati colle spoglie
delle loro nazioni, sulla fronte ai quali traluce un raggio di mal
repressa intelligenza, non si lasci abbagliare. No, il color d'una
bandiera,  una novella improvisa, una parola, la sola  intonazione
d'un cantico, basta a squassare tutta quella scenica ordinanza,  e
trasmutarla   in  una  mischia  sanguinosa,  ove  all'unica   voce
dell'odioso  comando  risponda in  dieci  lingue  il  grido  della
nazionale  vendetta. Non  nemmen necessario l'urto  di  un  altro
esercito; questo ha in s tutti li elementi della sua distruzione.
E  perci    vano l'argomentare se in altra congiuntura  potrebbe
rinovarsi  il  prodigio dei cinque giorni, se i cento  battaglioni
che  ora  ha l'Austria in Italia, farebbero miglior prova che  non
fecero  i  settanta battaglioni che aveva allora.  Intorno  a  c
diremo anzi tutto che, se crebbe il numero delle truppe, crebbe in
ragione maggiore lo spazio sul quale sono disseminate; allora  non
si  stendevano  oltre  Parma e Modena;  ora  fino  nelle  Maremme,
nell'Umbria  e  nelle  Marche, ch'  due  o  trecento  miglia  pi
lontano.
Perloch  non potrebbero avere tra il Ticino e il Serio pi  delle
sette  brigate  che ebbero allora, n pi di due  brigate  fra  il
Serio  e  l'Adige. Allora erano in maggior proporzione  i  soldati
italiani; ma questo  ben certo che i soldati d'altre nazioni, che
allora  miravano  con animo ostile l'Italia, ora  sono  ridutti  a
sperare  nella  sua vittoria e nella sua libert.  Certamente,  il
popolo non sarebbe costretto a mendicar, da un re, capitani  senza
sapere  e  senza  volont,  quando  venissero  a  consigliarlo   e
precorrerlo  sul  campo  i  superstiti  difensori  della   libert
ungarese,  i cui nomi l'esercito austriaco ha imparato a conoscere
e  paventare. Inoltre, noi crediamo aver dimostrato che in  quella
insurrezione   prese   veramente  parte  repentina   ed   efficace
all'incirca  un  millione di popolo, e che li altri  sei  millioni
vennero  da  varie  influenze rattenuti; e vuolsi  notare  che  le
regioni  ora presidiate dall'Austria ne hanno poco meno di  dodici
millioni. E se i popoli hanno fatto infelici esperienze,  e  hanno
ragione d'esser pi cauti, hanno anche maggiore l'odio; e se hanno
la  pratica  della  paura, hanno anche quella  delle  armi  e  dei
pericoli,  e  la coscienza di ci che potevano fare  e  non  hanno
fatto. E anche il nemico ha fatto le sue esperienze; e non vi sar
pi  chi "vanti apertamente, nei circoli del maresciallo,  che  la
prima  palla dei cannoni del Castello contro le aguglie del  Duomo
avrebbe  domato  qualunque  movimento  in  Milano".  E  Milano,  e
Venezia, e Brescia, e Vicenza, e Bologna sono nomi che nei cmputi
militari hanno preso ben altro valore.
Il  nemico  ha  provato  il coraggio dei popoli,  e  sa  di  avere
stoltamente  abusato della vittoria; e teme la rappresaglia  delle
rapine,  delli omicidj, del bastone.  vero che ora  contro  molte
citt stanno pronte le bombe; ma  vero altres che l'incendio  di
qualche centinaio di case non varrebbe gran fatto a spaventare  un
popolo,  che ha posto il foco a molte case colle proprie  mani.  E
forse,  a  tempo  e luogo, non vi sarebbe chi avesse  il  coraggio
d'accendere quelle bombe e di avventarle, perch il popolo avrebbe
esso   pure   in  mano  qualche  pegno;  e  quando   il   torrente
dell'insurrezione  fremesse  intorno alli  isolati  baluardi,  non
tutti  i  capitani  vorrebbero con siffatte  inutili  sceleratezze
chiamar sul loro capo inesorabili vendette. Diremo, infine, che li
eserciti nemici non saranno mai meglio armati, n meglio comandati
che allora non fossero; n crediamo che l'arte militare si sar di
molto   mutata;  ma  i  popoli  certamente  avranno  pi  risoluti
condottieri; e non soffriranno capi di ribellione che avessero  la
stoltezza o l'audacia d'impor loro le coccarde bianche, e  di  far
levare le armi a chi non fosse tra i duecento "della possidenza  e
del  commercio".  La ferocia del nemico e lo spavento  ch'egli  si
sforza di spargere, ratterranno dalle puerili dimostrazioni e  dai
piccoli  e  vani tentativi; ma gioveranno a dar gravit  e  impeto
alle grandi e irrevocabili deliberazioni.
Ma  un  elemento mancher ad ogni futura insurrezione. Le mancher
quel  nome  che  fu  l'istantaneo e caduco  nodo  della  nazionale
unanimit: il nome di Pio IX. Scelto allora da pochi ad astuzia di
guerra,  fu  adottato  dal popolo, con tutta  la  semplicited  il
fervore  della  fede  antica, ad esprimere l'implicito  e  confuso
senso  della  santit de' suoi diritti. "Convinto, come  io  era",
scrisse  Montanelli  nel  primo volume  di  questo  Archivio,  che
l'unit  nazionale  si potesse conseguire soltanto  col  gravitare
versoun  centro commune, e che l'idea unitaria tanto  pi  sarebbe
stata  facilmente  eseguibile, quanto meno per  incarnarsi  avesse
avuto  bisogno  d'eliminazione, mi  applicai  a  fare  di  Pio  IX
l'insegna della fratellanza italiana".
Pio  IX  fu  fatto da altri: e si disfece da s. Pio  IX  era  una
favola  immaginata per insegnare al popolo una verit; Pio IX  era
una  poesa.  E  anche  l'antica republica  inglese,  dalla  quale
provenne   tutto   ci   che  v'  di  salutare   nella   presente
costituzione,  o  le  republiche btave,  e  le  americane,  e  la
republica  pensante  di  Ginevra,  erano  fiorite  sovra  l'orrido
spinaio  delle  controversie scritturali.  E  taluno  reput  cosa
possibile che Pio IX fosse un Giunio Bruto, il quale avesse deluso
con  diuturna mansuetudine li sospettosi Tarquinj del  concistoro.
Ed  eziando chi vedeva in esso il pontefice, non della sola gente
italica,  ma d'un numero di fedeli otto volte maggiore, pot  bene
reputar  giustizia, non gi ch'ei dovesse farsi capitano  di.  una
contro  altra nazione, ma bens ch'ei potesse ingiungere  ad  ogni
nazione  di  star contenta ai termini della terra a  lei  sortita.
Poich  l'Italia,  nel  diritto  evangelico,  non  era  gi  terra
d'infedeli  Cananei, che dovesse esser data a stranieri  figli  di
Dio;  ma era la terra d'una delle trib elette; n altra di quelle
trib poteva allegar diritto divino di venire a depredarla e farla
misera e vituperata. Ed era misera e vituperata senza frutto delle
genti   medesime  in  cui  nome  veniva  oppressa,  dacch  queste
parimenti  erano  infelici e ribelli. Sarebbe  stata  ben  maggior
gloria  al  pontefice,  s'egli fosse  surto  nel  nome  di  Dio  a
giudicare  quella  iniqua sapienza di stato  ch'era  una  calamit
commune  di  tanti popoli, e se avesse rivendicato i loro  diritti
dalle  mani  degli oppressori, piuttosto che assidersi,  ultimo  e
fiacchissimo dei regnanti, sovra un soglio insanguinato.
Ma  il risurgimento dell'Italia era inaugurato in questo nome; non
era  il  diritto, non era l'idea; era un uomo, anzi il  mero  nome
d'un  uomo,  e d'ora in ora poteva essere solennemente  negato.  E
cos fu quasi aratro che passando lasci profondamente sovverso il
suolo;  non  era  intonazione d'un'ra novella, ma preparazione  e
preludio. Era un nome di guerra; e la guerra fu fatta. E  v'  tra
ilnome di Pio IX e quello di Carlo Alberto questo divario, che  al
suono  del  primo nome il popolo corse all'armi; e  al  suono  del
secondo  le  depose.  Coll'uno si inaugur l'unanime  oblo  delle
opinioni, la lega improvisa, l'improvisa vittoria; coll'altro,  le
gelosie   dei  prncipi,  le  fazioni  dei  popoli,  la   mirabile
impotenza. Ora ambo i nomi son parole morte.
E  cos  trapassano  le apparenze e le finzioni,  e  sopravive  la
verit.  Non fu solo nel nome dei novatori, che fu iniziata  l'ra
della  libert in Inghilterra, in Olanda, in America; ma nel testo
medesimo  dell'evangelio.  Epper la riforma  non  avrebbe  potuto
naufragare per fallibilit e volubilit dei novatori. Essi non  si
erano imposti alle nazioni come maestri e padri, accaparrandosi in
perpetuo le menti e le volont; ma avevano chiamati li uomini alla
parola del Libro, qual ch'ella fosse. Essi avevano posto in mano a
tutti  il volume in cui si legge: "n vogliate chiamare alcuno  in
terra  vostro padre, poich il solo padre vostro  quegli che  sta
ne'  cieli;  n  siate  chiamati maestri,  perch  l'unico  vostro
maestro   il Cristo" (MATTEO, 123). Or dunque, come osava  alcuno
in terra nomarsi padre santo, santissimo, e infallibile maestro?
E  cos molti insegnamenti di libert stanno nell'evangelio; ma il
popolo  li ha sempre ignorati; perch quello  tesoro del quale  i
nemici della libert tengono la chiave. E inoltre vi stanno  anche
molti  precetti  di  servit. E questi vengono ripetuti;  e  delli
altri si tace.
Senonch,  la scienza della libert e della giustizia sar  dunque
privilegio  dei popoli che leggono l'evangelio? Sar  essa  negata
alli  israeiliti, che vivono in mezzo a noi co' nostri costumi,  e
co' nostri pensieri? E l'ignaro e corrotto bizantino, perch aveva
udito  vanamente l'evangelio, sar stato un essere pi sublime  di
Leonida  e  di  Socrate?  E nell'imperio  indo-britannico,  ora  e
sempre,  avr  diritti  solo  il cristiano?  E  i  cento  millioni
d'uomini che serbano nella penisola braminica le tradizioni  d'una
civilt dalla quale nacque la nostra, non avranno speranza  alcuna
d'esser  partecipi del nostro avvenire? E le centinaja di millioni
dell'imperio  chinese  e delle finitime regioni  non  hanno  forse
intelletto?  non  sono fatte ad imagine di Dio? non  hanno  natura
d'uomo,  sicch, non debbano avere i diritti dell'uomo?  Poich  i
catolici  sono  un  quarto forse dei viventi oggid  sulla  terra,
dovr  la  maggioranza  del  genere  umano  rimanere  esclusa  dal
contratto  sociale?  E  nell'Asia musulmana  diverr  il  turco  e
l'arabo e il druso il servo dell'armeno e del nestoriano?  E  sar
men  degno  della libert il circasso che la difende  eroicamente,
che non lo slavo, la cui vita, il cui nome stesso,  servit?
No, quando le nazioni tendono d'ogni parte verso la communanza dei
viaggi,  dei commerci, delle scienze, delle leggi, delle  umanit;
quando  il  vapore  trae  sulle terre e sui  mari  le  moltitudini
peregrinanti  nel nome della pace e della fratellanza;  quando  la
parola  vibra  veloce nei fili elettrici da un capo all'altro  dei
continenti,  non   pi tempo d'architettare una giustizia  e  una
libert  che sia privilegio d'americani o d'europei, di papisti  o
di  protestanti.  tempo che le discordi tradizioni delle genti si
costringano  ad  un  patto di mutua tolleranza  e  di  rispetto  e
d'amist, si sottomettano tutte al codice d'un'unica giustizia,  e
alla  luce  d'una dottrina veramente universale.   tempo  che  le
arbitrarie   e   anguste  divinazioni  dei  pensatori   primitivi,
perpetuate  nei libri di sacerdozii rivali e nemici,  cedano  alle
costanti  rivelazioni  della scienza viva, esploratrice  dell'idea
divina nell'illimitato universo.
Verit,  libert  e  giustizia: libert per tutti,  giustizia  per
tutti: questa  prosa sincera e durevole; vera oggi e vera dimani.
Ed  anco pi alta poesa che non la favola di Pio IX.

                       AVVISO AL VOLUME III
                   I sedici giorni tra l'uscita di
                        Radetsky e il primo
                   combattimento coi Piemontesi

  Perseveriamo  nell'arida  fatica di  radunare  d'ogni  parte  le
memorie  che  rimasero  del  1848,  a  raddrizzo  degli  scrittori
presenti, a sussidio di quanti vogliano far ragione dai fatti163. Or
che  tutti  li  aventi  causa  ebbero  agio  di  tessere  le  loro
narrazioni  oratorie,  tempo che il conflitto delle testimonianze
ponga a cmento la verit. Comprende questo terzo volume, distinti
per  giorno  e per luogo, e raccapezzati con un indice  anche  per
materie  e persone, 1700 e pi frammenti editi e inediti,  notizie
di  guerra,  ordinanze, dispacci, indirizzi, proclami,  citazioni;
lungo  e  vario  dialogo  nel quale ogni  interlocutore,  amico  o
nemico,  re  o  pontefice, caporione di combattenti  o  priore  di
confraternita  secrete,  vien  lasciato  dire  colle  proprie  sue
parole.  Il che in istoria non si pu fare, e in romanzo  istorico
si  fa solo con modi posticci e mentiti. Tolte lievi eccezioni, il
volume  si riferisce tutto ai sedici giorni d'irreparabili indugii
che  corsero tra la fuga di Radetzky, la notte del 22 marzo, e  il
primo  conflitto  dell'estrema  sua retroguardia  coll'avanguardia
piemontese al ponte di Goito, la matina dell'8 aprile. Ma  se  ben
si  mira per entro a questo volume, tutta quella politica e quella
guerra  appaiono  nel breve preludio adombrate,  e  quasi  diremmo
predestinate.  Alcune  centinaia di  codesti  frammenti  furono  a
stento  racolti tra i dispersi scartafacci del comitato di  guerra
di  Milano.  Sono ordini, avvisi e annunci d'ogni  sorta,  di  ben
minimo  momento  ciascuno  per s,  ma  pur  segnati  tutti  della
splendida impronta d'un tempo che li eroi delle battaglie  indarno
affettano  sprezzare,  fintantoch l'arte  loro  e  la  virt  non
trovino  tanta  fortuna  almeno quanta n'ebbero  li  uomini  delle
barricate. E invero, quasi favolose oggi appaiono le capitolazioni
austriache,  registrate gi in buon numero nel secondo  volume,  e
anzitutto  quella  del  presidio di  Como:  20000  soldati,  tutti
stranieri, che rimasero fino all'ultimo uomo prigioni o morti.  Al
che qui si aggiunge la capitolazione del battaglione Poschacher in
Rovigo,  quella  dei  900 ungaresi, fanti  e  cavalieri,  che  per
sedicimila lire vendettero le armi loro ai parmigiani in  Colorno,
la  incruenta  prigionia  d'uno  dei  generali  Schnhals  con  60
officiali in Rezzato, l'incruenta consegna dei forti di Comacchio,
Magnavacca e Volano muniti di 42 cannoni, la presa di sei  cannoni
da  campo  in  Cremona,  di 17 pezzi in Pizzighettone,  di  48  in
Piacenza, e l'abbandono che fece Radetzky di 300 feriti  in  Lodi,
senza annoverare quelle centinaia che aveva lasciate in Milano. Il
che  compie  il  quadro,  gi  recato nel  secondo  volume,  della
confusione di quella ritirata, e del terror pnico delle due notti
che   quell'esercito  pass  tra  Milano  e   Lodi:   pur   troppo
impunemente,   bench   una  sola  marcia  lontano   dal   confine
piemontese.  Onde  il disastro di Zichy e la perdita  di  tutti  i
forti  di  Venezia (la quale sola, e non Mantova  n  Verona,  era
veramente  la grande piazza e il centro strategico e la  sede  del
tesoro  e  degli arsenali e degli armamenti terrestri e  maritimi)
appare  come un fatto che unicamente per le lentezze del  re,  non
avvolse tutto l'esercito austriaco e tutte le minori fortezze. Ci
si  chiarisce  da  quanto  qui  traduciamo  dall'opera  dell'altro
Schnhals, intorno allo stato interamente inerme in cui, non si sa
come,  fra  tante  millanterie di guerra, eransi tenute  Verona  e
Mantova con le fosse ingombre d'arbori, e i magazzini vuoti, e  le
artiglierie senza cannonieri e senza affusti. In aggiunta a quanto
si espose nel secondo volume intorno al disastro di Marignano, qui
si  conferma che fu solamente l'ultimo di quella serie  d'incendii
che  li  austriaci  confessano  di proposito  intrapresa  lungo  i
bastioni di Milano nel 22, per farsi adito ad uscir di citt. E si
palesa che la quiete trovata poi nel rimanente loro cammino non fu
gi  l'effetto  di  ci che i loro inumani scrittori  chiamano  un
terror  salutare. Poich, al contrario, qui da una memoria inedita
si  rileva, che lo spettacolo del vicino incendio di Marignano per
poco  non commosse Lodi a disperata sollevazione. Da qual pericolo
l'esercito   fu  salvo  per  merito  dell'illustre   ungarese   il
colonnello  Meszaros;  il quale a ci valse  colla  benevolenza  e
popolarit  che da molti anni, per una rara eccezione, egli  erasi
cattivata  in Lodi. Da confessione di Schnhals appare poi  chiaro
che  se  Radetzky si ritrasse all'Adda, vi fu veramente  costretto
dalla rotta di Milano; e se dall'Adda si ritrasse all'Adige lo  fu
per  la  inaspettata  perdita di Venezia e il  grave  pericolo  di
Mantova  e di Verona. E qui d'altra parte vien dimostrato  che  se
pot  riposarsi  tre giorni in Lodi e Crema, e  ripigliarvi  lena,
ordine  e coraggio per la ritirata ulteriore, fu perch i patrizii
bresciani  avevano  con insano consiglio protetto  il  ritorno  di
Schwarzenberg ai ponti dell'Ollio, e rattenuto con  ogni  arte  in
Brescia  quel  popolo vittorioso. Il lettore sapr  dar  pregio  a
parecchi  diarii e moltissime lettere che abbiamo  raccolto  dalle
squadre  de'  volontarj,  che  in quei  sedici  giorni  riempivano
l'intervallo  fra  i  due eserciti, preoccupavano  le  pianure  di
Treviglio  e di Chiari e perfino le vaporiere del lago  di  Garda,
precorrevano d'un giorno al di l del Mincio l'avanguardia del re,
e   con   impedire  ai  nemici  di  vettovagliar   Peschiera   gli
assicuravano  quell'unica sua conquista. Fra  le  lettere  inedite
additeremo a certi scrittori di poca fede, quelle, per esempio, di
Luciano  Manara che si chiudono con un evviva alla republica,  con
un  evviva alla democrazia in tutto il mondo. I quali gridi non si
udirono  mai  di  que'  giorni  nelle  piazze  delle  citt,  come
pretesero   poi   molti  in  Piemonte,  ma  solo  a  quell'estrema
avanguardia,  fra le sentinelle perdute. Anche delle  lettere  non
inedite  riusciranno tuttavia nuove a molti, quelle, per  esempio,
del  Torres, che il 3 aprile scriveva da Leno a Radetzky in  Monte
Chiaro,  invitandolo a sgombrare per la seguente  matina:  "Deciso
come sono, egli diceva, d'entrare ad ogni costo in Monte Chiaro la
giornata  di  dimani, mi reco a dovere di rinovarvi l'istanza  gi
fattavi con successo in Crema". N parr meno nuovo a molti,  che,
in  quei  giorni di basse aque, il tenente maresciallo  Gyulai  si
desse la briga di rispondergli quella sera medesima, senza nemmeno
dirsi offeso della baldanzosa dimanda.
Radetzki era gi in Verona. Da codeste date quotidiane si dimostra
falso che, come fu ripetuto dalli austriaci, turbe di montanari  e
di  stranieri  fossero  discese  in  soccorso  a  Milano  fin  dai
primordii  del  combattimento. Qui si vede che i  soli  uomini  di
Lecco  giunsero  la  notte del quinto giorno; che  i  genovesi  vi
giunsero il giorno dopo la ritirata di Radetzky; che i comaschi  e
ticinesi giunsero ancora un altro giorno pi tardi, cio  la  sera
del 24; e che i valtellini furono rimandati dal governo provisorio
quand'erano ancora a mezza via. D'onde conseguita esser  parimenti
falso  quanto molti spacciarono intorno all'inerzia e al malvolere
delli abitanti della pianura. Poich, anche per mancanza d'avvisi,
furono  essi  i  soli che poterono accorrere, e con somma  audacia
veramente accorsero d'ogni parte sotto le mura della citt fin dal
giorno   19,  quand'era  stretta  dal  nemico  ancora   intero   e
minaccioso.  Ci  tronca dalla radice molti vaniloquii  e  calcoli
falsi  tanto di politica quanto di guerra. Del protocollo  segreto
del governo provisorio di Milano abbiamo preso tutte le lettere di
quei  giorni; sono forse un centinaio, tutte inedite.  Primeggiano
quelle del conte Enrico Martini, che, incredibile a dirsi,  vi  si
mostra  il  genio inspiratore di tutti i clandestini  accordi  tra
quei  signori e il quartier generale del re. I milanesi pur troppo
dolorosamente  espiarono  poi l'immane colpa  di  avere  in  tanto
pericolo lasciata la patria in braccio a tali uomini, di cui,  per
lo  meno,  non  avevano alcuna aspettazione.  Alle  carte  secrete
abbiamo  aggiunto  di  giorno in giorno non solo  tutti  gli  atti
pubblici  del  governo di Milano, ma quelli pur  numerosi,  bench
poco  noti, dei governi e comitati di Brescia e Cremona;  in  buon
numero  quelli di Como e Pava; alquanto scarsi quelli di Bergamo;
ma parecchi pure d'altre minori citt. Sono all'incirca 400; e, vi
si discerne gi il secreto contrasto che doveva ben nascere (e che
sfortunatamente non fu maggiore) tra l'impetuoso  buon  senso  dei
popoli  e  l'insensata astuzia dei maggiorenti, i  quali,  per  la
seconda  volta  in  mezzo  secolo, conducevano  in  precipizio  la
patria.  Volevano  tenere  inerme ed  umile  il  popolo,  affinch
sentisse  tosto imperiosa la necessit, e scendesse prontamente  a
tali  patti che assicurassero certe grandezze che l'Austria  aveva
loro  vanamente  fatto sognare nel 1814 e nel 1838;  e  che  senza
l'Austria o senza la Savoia, non avrebbero mai potuto operare,  in
paese  ove  i doni dell'opinione e della fortuna erano gi  troppo
largamente disseminati. E perci, fra tanti atti loro, non un solo
che  tendesse  veramente ad infiammare le  turbe  e  incalzare  il
nemico.  E vediamo talun di loro riputar quasi malagrazia che  non
si  volesse  lasciare al re qualche avanzo di nemici  da  vincere.
Onde non appena il matino della domenica, 26, fu vista spuntar  da
lungi sulla pianura la brigata Bes164 (non destinata altronde  per
allora ad assalire gli austriaci, ma solo a patrocinare il governo
in  Milano), essi affiggevano incontamente per le vie: "Le  truppe
piemontesi giungono oggi stesso per unirsi a noi. Per conseguenza,
il governo provisorio invita tutti i cittadini a riprendere al pi
presto,  e  possibilmente entro la giornata del  27  (luned),  le
ordinarie  loro  occupazioni,  aprendo  botteghe  e  lavoratoi,  e
tornando all'operosa loro vita". E un altro editto di quel  giorno
richiamava  perfino  pochi pompieri dilungatisi  coi  volontarj  a
tribolare il nemico; che per verit in quella matina aveva  ancora
la sua retroguardia in Lodi. E i cittadini, non potendo ben sapere
quanto efficacemente fosse conquiso e avvilito, e imaginandosi che
fosse  uscito  di  Milano  solo per  adunar  viveri  e  gente,  lo
attendevano  ad  un  nuovo  assalto,  vegliando  in   armi   nelle
insanguinate loro vie e, lungo i bastioni, sui ruderi  delle  case
incendiate;  cure  tutte  che parevano ai governanti  superflue  e
quasi  importune. Si dovrebbe credere che il governo avesse almeno
esso  quella fiducia nel re che si studiava infondere  altrui;  ma
non   cos. In quel giorno medesimo in cui voleva che i cittadini
tornassero dall'armi "all'operosa lor vita", scriveva al  Martini:
"Si desidera che le operazioni militari siano spinte colla massima
energia". Il 28 rispondeva Martini d'averne tosto parlato al re in
Voghera: "Parlai diffusamente dell'assoluto molteplice bisogno  di
maggior rapidit nelle mosse militari". Replicava tosto il governo
(30  marzo):  "Non  puossi dissimulare che le mosse  delle  truppe
piemontesi  non  rispondono finora alla  nostra  fiducia  ed  alla
publica  aspettazione".  E  domandava che  il  Martini  proponesse
"quelli  espedienti a cui si potesse ricorrere, per  ottenere  che
l'alleanza  sarda produca effettivamente i frutti  che  la  nostra
lealt  aspetta  da  quella  dei nostri  ausiliarii".  Il  governo
provisorio,  pur con false mostre, deluse la dimanda,  che  allora
venne  fatta,  d'un'assemblea, la quale  "costituisse  un  supremo
governo  centrale, incaricato di conservare possibilmente  l'unit
di  stato  colla  Venezia, il Tirolo, Trieste e la  Dalmazia"  (29
marzo).  Intanto si diede tutto a cospirare con le municipalit  e
le  congregazioni provinciali (reliquie austriache ribattezzate in
governi  provisorii), per accaparrarsi su tutte le  provincie,  in
nome  del  popolo,  un'autorit  senza  voto  di  popolo.  E   ci
conseguito,  ingiunse  ai  comitati  provinciali  di  non  pensare
all'armamento,  assumendosi  esso l'incarico.  Cos  represse  nel
nascere  quell'espansiva  emulazione  federale,  che  sola  poteva
trarre   immantinente,  dal  cuore  d'ogni  provincia   denari   e
battaglioni.  Per  tal ragione, respingeva li  armati  valtellini;
sovvertiva ogni principio di disciplina tra i volontarj in  Crema,
mandando   il   conte  Sanseverino  a  onorare  e  promovere   chi
ricalcitrava  al comitato di guerra; ratteneva li altri  volontarj
che da Treviglio, ov'erano giunti il 24 e il 25 colla via ferrata,
dovevano precorrere sotto Mantova il nemico, il quale solo  il  28
pot  lasciar  Crema; richiamava da Cremona fino a  Milano  i  sei
cannoni  e  i tremila soldati eh'eransi quivi sottratti al  nemico
fin  dal  21, e che di l potevano per dieci e pi giorni scendere
in  soccorso  a  Mantova, lontana solo trenta  miglia,  giovandosi
anche delle vaporiere e altre navi del Po; perocch il disarmo dei
mantovani fu comandato solo il 2 d'aprile. Ma il maggior danno  si
fu,  che  fin  dal  26  marzo,  i governanti  impegnarono  per  le
vittovaglie  dell'esercito  del re  quanto  poteva  entrare  nello
scomposto erario; tantoch furono poi costretti a sovvenire il  re
con  un  millione dato loro a prestito da lui medesimo! Operazione
di  finanza  senza  esempio nel mondo, che  ci  vien  rivelata  da
lettera  d'uno dei membri del governo. Intanto fu reso impossibile
l'armamento  del paese da essi "assunto"; poich non volendo  essi
tassar  s  medesimi e i loro consorti e patroni,  e  non  potendo
senza assemblea tassare efficacemente il popolo, si ridussero alla
inadeguata  e  precaria fonte degli imprestiti senza  interesse  e
delle offerte volontarje. A queste offerte, di cui leggonsi lunghe
liste  nei  giornali, non abbiamo potuto far luogo in  volume  gi
grosso  d'ottocento  e pi pagine. Abbiamo piuttosto  raccolti  di
giorno  in  giorno gli atti della diplomazia concernenti  le  cose
nostre,  ricavandoli  in massima parte dai  volumi  rassegnati  al
Parlamento britannico, traducendo per solo li inglesi e dando  in
originale  i  francesi.  Vi si vede l'autocrazia  russa  maledire,
almen sinceramente, al progresso della libert e della nazionalit
come  ad un delitto; i Ficquelmont, i Buol, i Dietrichstein165  al
contrario  dolersi  ipocritamente che l'Italia si  fosse  stancata
dell'Austria  proprio quando all'Austria era venuto  in  cuore  di
colmarla di cortese; e la teatrale liberalit britannica rinegare
in  secreto  tutto ci che colle ostentazioni di lord Minto  aveva
provocato in palese166. Come avvenne dunque che i servitori del re
promettessero a s medesimi e ai popoli l'ingrandimento  improviso
del  Piemonte? Essi bene sapevano che i confini delli Stati  e  le
convenzioni  che  li accertano erano di ragione europea.  Sapevano
che  nessuna corte poteva nel bel mezzo d'Europa farsi la porzione
colle proprie mani, e turbare quella relativa potenza, la quale si
chiama l'equilibrio. Conoscevano i tristi interessi che legano  li
Inglesi  all'Austria.  E  perci in  faccia  alla  diplomazia  non
osavano nemmeno alludere all'ambto acquisto; ma scendevano a fare
dell'occupazione di Milano un atto di poliza167. Il re, incalzato
quasi  da  odiosa  necessit alla gloria  e  alla  grandezza,  era
rimasto  inerme inanzi all'occupazione di Ferrara, alle stragi  di
Milano,  di  Padova,  di  Pava,  all'invasione  dei  Ducati,   al
raddoppiamento  dell'esercito  nemico,  infine  alla   inaspettata
rivoluzione  di  Vienna,  all'inaspettata  resistenza  di  Milano,
quantunque  la  consuetudine  di  tutti  i  governi  e   l'esempio
dell'Austria legittimassero in Piemonte l'adunamento d'un esercito
sul  confine  di  paesi  agitati e invasi. Che  se  all'adunamento
dell'esercito  il  re avesse aggiunto qualche generoso  manifesto,
che  a  titolo della vicinanza e della nazionalit e della ragione
commune  delli Stati ammonisse il governo austriaco  a  temperarsi
dal  sangue  e  frenare  li  eccessi de' suoi  proconsoli;  almeno
l'Austria non avrebbe potuto poi gettare un'accusa di perfidia  al
congiunto, che fino all'ultimo istante le aveva mandato parole  di
amicizia e non un verbo di disapprovazione. Non si mosse dunque il
re,  se  non  quando  ebbe  a temere che nella  libera  Milano  si
gridasse  altro principe o altra forma di Stato. Non  pot  dunque
giungere  coll'esercito  al ponte di Pava  se  non  sette  giorni
dopoch  lo  avevano  varcato i suoi poveri volontarj  genovesi  e
lomellini. Ma giunto al confine, poteva almeno correre la via  pi
breve,  sia lungo la sinistra del Po, sia lungo la destra,  avendo
aperti  i ponti di Pava, di Piacenza, di Pizzighettone; e potendo
farsi  in  Cremona una testa di ponte gi bastionata e  anche  gi
notabilmente munita. Cos se non poteva pi precludere  al  nemico
il   riacquisto  delle  fortezze,  poteva  stringerlo   subito   e
sottrargli  le vittovaglie. I suoi lodatori scrissero che  la  sua
"linea d'operazioni procedeva da Piacenza a Cremona".  falso;  al
contrario  egli  segu una linea serpeggiante, che raddoppiava  le
distanze,  con inutile stanchezza dei soldati, anzi accresceva  ad
ogni  marcia quell'intervallo di sole dieci miglia, che  la  notte
del  23  divideva dal ponte di Pava l'ala destra  del  nemico  in
Landriano. I generali, o che dettassero quella politica  e  quella
strategia, o che la subissero, affettavano di temere non  sappiamo
qual  ritorno offensivo del nemico, il quale aveva altro  a  fare.
Pareva  che col far pompa di timori e lentezze volessero  dire  ai
popoli: Voi v'imaginate d'aver vinto, solo perch non sapete nulla
di  guerra. Cominciarono a darsi un assurdo allarme il giorno  23,
quand'erano ancora nei quartieri loro in Novara e Mortara.  Ebbero
per  molti giorni l'ordine "di non comprometter l'esercito nemmeno
con  una  fucilata". Non appena giunti in Brescia, e  avuto  nuovo
allarme, ritornavano in citt senza assalire il nemico; lasciavano
manomettere  li insurti di Monte Chiaro; e a chi ne richiedeva  il
perch,   rispondeva   il  general  Bes:   "Io   non   ho   ordine
d'attaccare"168. E standosi in Brescia, e richiesto d'impedire le rapine della
retroguardia  austriaca  nel prossimo  Calvisano,  trasmetteva  la
preghiera al Torres, il quale non aveva cavalleria e aveva quattro
o  cinque  cartcce per uomo: "Je suis trop loign  de  Calvisano
pour empcher cette exaction qui doit avoir lieu demain. Il n'y  a
pas  de  doute  que  si  vous tiz a mme  de  faire  une  simple
dmonstration  vers  Calvisano,  vous  rendriez  un  service  trs
important aux habitants". Per quanto noi possiamo congetturare  di
siffatti   arcani,  la  deliberazione  d'assalire,  e   di   mutar
l'occupazione  in  guerra,  fu presa  solamente  il  4  aprile  in
consiglio  di  guerra a Cremona, quando la ritirata dell'Austriaco
era  compiuta, e riparati gli effetti della sua rotta.  Ancora  in
quel  d,  il  general Bava "fu d'avviso che le  truppe  dovessero
tener la strada di Pidena, Bzzolo e Marcara, sia per evitare le
pianure di Ghedi e Monte Chiaro, sia per appoggiare l'insurrezione
di  Mantova".    da  ridere; perch il 4, Monte  Chiaro  era  gi
occupato da Torres; Arcioni e Manara fugavano il nemico in Sal  e
prendevano  le pentole della sua cena; Radetzky stava gi  da  due
giorni in Verona; e Mantova era gi da due giorni disarmata.  Cos
sfumano  al  duro confronto delle date di giorni e  di  luogo,  le
istorie  di Schnhals e di Bava e altri simili libri di partito  e
non  d'arte militare. Vediamo confermato in parecchie lettere  del
Martini  come l'esercito sardo fosse guidato da officiali che  non
avevano  carte geografiche. N si trattava d'imprevista  e  strana
spedizione  in  Africa  o  in Asia, n  solo  in  paese  vicino  e
nazionale,  ma in quello che dai tempi d'Annibale, di  Barbarossa,
di  Carlo  quinto, di Napoleone fu sempre il campo classico  delle
battaglie. Non aver le carte di tal sacro terreno, non  saperle  a
mente,  era  come dirsi affatto alieno e ignaro d'ogni  studio  di
guerra.  Forse quei frati in cui governo il re aveva lasciato  per
tant'anni  le  academie  militari, e che  ammaestravano  i  futuri
capitani a recitare ogni matina e ogni sera l'officio della  Beata
Vergine,  avevano  anche vietato loro il leggere  le  campagne  di
Bonaparte.  Cos ponno delirare i prncipi. Ma poscia, nei  giorni
di  guerra,  non  trovano se non ci che nei giorni  di  pace  han
delirato. Apriamo il Thiers; vediamo come su quel terreno,  e  con
quel  nemico,  ma  meno  stanco, e non incalzato  dai  popoli,  n
spoglio gi di cannonieri, si fosse combattuta un'altra guerra.  -
"Bonaparte  prende 3500 granatieri, la cavalleria  e  24  cannoni,
scende  lungo il Po. La matina del1'8, con una marcia di 16  leghe
(quaranta miglia) in 36 ore,  a Piacenza... Colla barca del porto
tragitta  l'avanguardia comandata dal colonnello  Lannes.  Questi,
appena   sull'altra  sponda,  piomba  sui  distaccamenti  che   la
percorrono  e li disperde. Li altri granatieri passano mano  mano.
Si  comincia a fare un ponte... La divisione Liptai era accorsa  a
Fombio;   Bonaparte  l'assale  con  quante  forze  ha   in   mano.
Trincerata, la scaccia. La stessa sera, giunge Beaulieu... intoppa
nelli   avamposti   francesi...      respinto   a   furia...   In
Pizzighettone,  ov'  il passo dell'Adda,  si  erano  gettati  gli
avanzi della divisione Liptai. Bonaparte rimonta il fiume sino  al
ponte  di  Lodi...  Dodicimila fanti e quattromila  cavalli  erano
sull'altra riva; venti cannoni raschiavano il ponte...  Egli  pone
in  colonna tutti i granatieri; li fa erompere per la porta che d
sul  ponte,  a passo di corsa...". Se ora mettiamo a  paragone  il
diario d'un offciale della brigata Savoia, la vediamo il 29 marzo
in Pava; il 30, il 31 marzo e il 1 aprile in marcia per Lodi; il
2 in contromarcia per Codogno, ove sta immobile il 3 e il 4.
 La via diretta da Pava a Codogno  22 miglia. Non sono 40 miglia
superate in un giorno e mezzo; ma 22 miglia in sette giorni!
Chi  avesse  avuto nell'animo i grandi esempj, avrebbe abbandonate
al  pi  militare  de'  suoi generali le  brigate  Bes  e  Trotti,
cb'erano  le pi vicine alla frontiera; non avrebbe dato tempo  al
nemico  di  posare  una  sola notte; l'avrebbe  clto  ancora  sui
bastioni di Milano, o alla stretta tra Porta Romana e il Lambro, o
ai  ponti  di  Landriano e Marignano; o per Pizzighettone,  ch'era
aperto, lo avrebbe sopragiunto al di l dell'Adda, colle paludi di
Crema alle spalle; o fra i canali e le leve in massa di Brescia  e
di Cremona. Valevano pi due brigate e il rimbombo notturno di due
battere in quell'istante e su quel terreno, che non dieci brigate
e  dieci  batterie sotto le mura di Verona in maggio o in  giugno.
Con  qual  impeto  non  dovevano  precipitarsi  sul  fianco  della
carovana  nemica giovani squadroni intatti e freschi di poche  ore
dalla  caserma, liberi d'ogni ingombro, inebriati dal plauso delle
donne e dalla vista di uomini vittoriosi! Noi li abbiamo uditi  il
26,  alle  porte di Milano, quando il popolo in armi li accoglieva
gridando:  Viva  i  piemontesi! rispondere con coscienza  vera  di
soldati: No, no; viva voi! I nemici, gi tanto inviliti in  faccia
ai popoli, avrebbero riputato ventura poter deporre le bandiere ai
piedi  almeno  di  soldati. Gettavano le armi per  far  sacco;  le
vendevano  ai  contadini da sotterrare, per  rivenderle  poscia  o
dividerle  coi  volontarj; avrebbero di  quei  giorni  venduto  il
generale,  se avessero potuto trovar denari. Ma ignorarono  sempre
l'arrivo d'un esercito sulle loro tracce; non udirono mai il tuono
d'un  cannone; videro solo turbe improvise e fucili da  caccia.  E
quando   una  dozzina  d'uomini  di  Genova  Cavalleria,  sorpresi
sull'alba   del  6,  con  quei  continui  spaventi   addosso   che
instillavano  loro  le  dubiezze  dei  comandanti,  si  lasciarono
condurre   prigionieri  in  Mantova,  i  croati,  all'uniforme   o
all'insolito accento, li credettero soldati francesi  come  caduti
dalle nuvole. Pur troppo la tradizione dei secoli appena ricordava
fra  i  nemici  dell'Austria la casa di  Savoia.  Lasciato  fugire
invano  il  fatale  momento, potevasi ancora far  pro  dei  grandi
esempj.  Dacch il nemico aveva ad assicurarsi contro i  cittadini
di  Verona  e  di  Mantova, e fornir di  cibo,  di  polveri  e  di
cannonieri  le spolpate fortezze, n aveva superfluo di  gente  da
poterne  con  effetto  uscire a notevole  distanza,  era  mestieri
serrarlo dappresso per levargli subito d'intorno quanto si  poteva
di  vittovaglie; interrompere ogni strada con trincere, empiendole
di  volontarj; prodigare armi e denari ai trentini ancora incerti;
sostenere  virilmente i montanari gi in armi dei  Sette  Communi,
del  Cadore,  dell'Alpago, della Carnia; e pi tardi coll'esercito
mobile togliere ad ogni costo il passo alla divisione Nugent,  che
aveva gi alle spalle Osopo e Palmanova e ai fianchi Venezia e  il
Cadore, e non fu poi nemmen da tanto da forzar Vicenza169. Accampato
l'esercito  dietro  le  fortezze,  colla  base  al   Po   e   alle
inespugnabili   Lagune,  la  marinera  di  tutta  Italia   poteva
torturare in Trieste il commercio di Vienna, che gi gridava  alla
pace  e  imponeva  agli arciduchi la missione  di  Hartig,  intesa
piuttosto  a  consolar  Vienna che  non  a  sedurre  Milano.  Ogni
provincia  avrebbe di giorno in giorno mandati  al  campo  i  suoi
battaglioni;  e gi prima che la neve chiudesse per  sei  mesi  le
Alpi,  eruppe  la  guerra civile nel Sirmio  e  in  Vienna,  e  la
defezione  dell'Ungara. Qual serie costante di  prospere  fortune
per   chi   ne   fosse  degno!  Ma  era  mestieri  non  rinunciare
solennemente sul bel principio alla guerra marittima; e per tenere
alcun tempo la lega marittima e terrestre, bisognava anzitutto non
offendere  n  insidiare i collegati. Dovevasi poi sollecitare  in
tutti  li  Stati la convocazione delle assemblee, le quali  da  un
lato  potessero metter uomini fidati nei ministeri  e  al  comando
delle  armi, dall'altro rifare, fra loro nuova e pi sincera lega.
Infine,  in  Roma, all'ombra dell'idolo popolare,  potevano  molte
cose  tentarsi in vero congresso federale; e prima d'ogni cosa  la
pace di Sicilia, e la marcia dei reggimenti svizzeri da via Toledo
al  Po. Sarebbe almeno rimaso ai posteri l'esempio d'un comizio di
tutta  l'Italia.  E  la  dimanda  d'un  congresso  era  gi  fatta
solennemente  in  Roma  il 23 marzo. Ma la  rivoluzione,  traviata
dagli esuli, si aggirava in un labirinto.
  Perch  ai  prncipi  italiani mancava il primo  elemento  delle
imprese,  la volont; si era pensato spingerli su quella  via  con
arti  mutuate  ai  gesuiti: l'uno con vani applausi,  l'altro  con
false  minacce, o collo spavento d'una irruzione francese, o colla
invidia  d'una  egemonia  piemontese,  o  coll'esca  d'un   sbito
acquisto. Pertanto parve opportuno ai rimurchiatori apportar tosto
al  re,  ancora  titubante in Alessandria, un  assaggio  di  preda
bellica.  Leggiamo in data di Piacenza: "Tre ore dopo  partiti  li
austriaci,  il popolo, il d 26, sebben piovesse, si  assembr  in
piazza, gett abbasso le armi vecchie ducali... Giunse il Gioia...
Il  27,  alle ore 9 del matino, giunse qua il capitano  del  genio
piemontese,  Menabrea,  con  lettera del  ministro  Pareto,  nella
quale,  sviluppando il principio della politica del re...  offriva
l'aiuto  suo...  Fu  accettato  per  acclamazione;  e  sbito   si
nominarono  deputati al re il marchese Landi, figlio, e l'avvocato
Gioia...  L'inviato  piemontese, udito che  la  deputazione  aveva
mandato  di  offerire la citt, fece osservare che il  re  non  si
sarebbe contentato di un atto del municipio. Subito furono  aperti
registri, dove i notabili e chiunque cittadino scriverebbe il  suo
pensiero.  E la sera, illuminate a gioia tutte le case, nelle  vie
pi remote fu portata in processione fra torchietti la bandiera di
Savoia".  Notiamo  bene: l'antica bandiera di Savoia,  non  quella
d'Italia.  Erano  quelle  le  torce di  discordia;  infatti  tosto
leggiamo  estratto  di dispaccio del Menabrea:  "Votre  excellence
aura  dj appris qu' Parme il y a eu contre-rvolution en faveur
de  la  famille  des Bourbons". E tosto si palesa altro  contrario
disegno d'ingrandimento nei Borboni: "La noblesse de Parme,    ce
qu'il  parait,  aurait envie de former un tat  ayant  Parme  pour
capitale, et qui serait compos des
 duchs de Parme, Modne, Reggio et Guastalla... Aussi  l'annonce
de   la  contre-rvolution  de  Parme,  Plaisance  s'est  dclare
indpendante". Ma sulle spoglie dei vicini e parenti  di  Parma  e
Modena  aveva  gi  posto  gli occhi un  terzo  conquistatore,  il
granduca di Toscana. Partito il governatore di Carrara nella notte
del  22, "Carrara subito si sollev, e mostr l'espresso desiderio
di  darsi  alla Toscana. In Massa li animi furono meno risoluti...
Ma  non  mancarono i buoni... Le cose si mettevano bene; e  gi  i
soldati,  affratellati  col popolo, correvano  per  le  strade  di
Massa,  gridando: Viva Leopoldo II... Ma il famoso Guerra...  fece
affiggere  in Carrara un proclama stampato e firmato Francesco  V,
che p non ha regno. I Carraresi si credono traditi, prendono  le
armi,  e  in  numero  di circa 500 vengono  a  Massa,  disposti  a
combattere per determinare la riunione alla Toscana...  E  gi  la
moltitudine  consentiva con loro, quando il professor  Montanelli,
che,  in  luogo  di  fermarsi  co'  suoi  militi  del  battaglione
universitario a Pietrasanta... venne diritto a Massa,  arring  il
popolo; e dissuadendolo dal congiungersi alla famiglia toscana, lo
consigli  a  mantenersi  libero  e  indipendente,  finch  in  un
congresso  europeo, presieduto da Pio IX, non si  decidesse  delle
sorti  delle  provincie  italiane.  Alcune  voci  lo  interruppero
dicendo:  - Noi vogliamo esser toscani. - E perch? egli  dimanda.
Rispondono: - Per avere un appoggio - Replica il professore: -  Se
volete un appoggio, dovevate darvi a Carlo Alberto - Quindi  entra
nella  sala ove era raccolto il municipio, gi disposto a  stender
l'atto  d'unione colla Toscana, e lo esorta a costituirsi  governo
provisorio ed aspettare li eventi. Il professor Matteucci mostrava
all'opposto  calorosamente la convenienza di unirsi alla  Toscana.
Il Municipio esitava ... il giorno 23 giunse il professar Giorgini
colla  sua compagna... Pare che dentro la giornata sia per  esser
pubblicato  il  proclama  dell'unione  di  Massa  e  Carrara  alla
Toscana. Il professor Montanelli , perduta la speranza di far  qui
prevalere  la sua proposta, mont in vettura, dirigendosi  per  la
via  di  Sarzana  verso  Milano, per fare,  come  disse  un  altro
tentativo pi fortunato in quella provincia". Il granduca, fin dal
22  marzo, aveva annunciato l'occupazione degli Stali estensi:  ma
Modena  attese invano per dieciotto giorni i battaglioni  toscani,
tenuti  immobili  fra  li  Apennini. Intanto  quei  pochi  toscani
ch'erano  precorsi,  riputarono dover  "dichiarare  la  causa  del
ritardo.  Pochi malevoli, al loro dire, spargevano  che  l'oggetto
della spedizione toscana, anzich esser quello generoso e italiano
della  cacciata  dello  straniero, fosse  l'altro  d'una  meschina
occupazione  di  territorio.  Un  riguardo  adunque  di   lodevole
delicatezza  ha  trattenuto  il  movimento  toscano,  e  i  nostri
fratelli sono rimasti fremendo quasi una settimana (furon poi  pi
di  due)  fra le nevi dell'Apennino, in mezzo a mille disagi,  per
attendere che si dileguassero questi ingiuriosi sospetti". N  del
tutto i sospetti erano vani, poich, giusta i dispacci inglesi, il
granduca, oltre all'aver tolto le dogane fra Toscana e Modena, non
fra  Toscana  e altri Stati italiani, faceva vantare non  sappiamo
quali  suoi diritti su Modena e Parma; e per affacciarsi anch'egli
ai  popoli  con  qualche  sembiante di maggior  potenza,  facevasi
salutare  Re d'Etruria in teatro. Carlo Alberto, mal pago  gi  di
Parma  e  di Modena, disdegn nominarle nel proclama che indirizz
il  (31)  marzo  da Lodi: "Agli Italiani della Lombardia  e  della
Venezia,  di  Piacenza e di Reggio". E allora e  sempre  mir  con
animo   geloso  i  battaglioni  toscani.  I  quali  poi   rimasero
crudelmente derelitti sul campo di Curtatone. Tutto questo  volume
   seminato  di  tali  cieche  contese,  che  sviavano  i  popoli
dall'amicizia  e  i  soldati dalla guerra. Invano  il  buon  senso
publico le ripudiava. Troviamo scritto fin da quei giorni:  "Tutti
son  sicuri  che  le  sorti di questo paese sono  assicurate  come
quelle d'Italia; quindi essere inutile anche il dichiararsi,  ora,
per  un  principe anzich per un altro.  curioso, che  mentre  in
Lombardia  vi  sono ancora i tedeschi, da alcuni si  pensi  gi  a
passare  i  confini  fra Stato e Stato; e  che  alcuni  toscani  e
piemontesi  si  vadano  girando per  questi  paesi,  invitando  le
popolazioni  a  pronunciarsi per un governo o  per  l'altro.  Sono
assicurato che all'Avenza alcuni sarzanesi abbiano fatto abbassare
la  bandiera italiana per sostituire la sarda". Queste savie  cose
si  scrivevano in Pontremoli il 25 marzo. Ancora vi s'ignorava  la
combinazione  delle  due  bandiere: primo trionfo  conseguito  dal
genio  diplomatico  di Enrico Martini la notte  del  23,  com'egli
attesta:  "Ed  in  primo luogo ottenni che l'armata,  passando  il
Ticino, adotterebbe la bandiera tricolore in luogo del vessillo di
Savoia;  solo, nel campo bianco le starebbe la croce azzurra".  Il
tricolore ebbe cos anche un colore di pi. Il ricapito principale
dei  propagatori di discordie fu in breve Milano.  "L,  la  santa
causa, scriveva Salvagnoli, chiama tutti a combattere con tutte le
armi in tutte le guerre tutti i nemici; l, corre il gran lombardo
Berchet;  l,  noi  lo seguiamo; or non v'  che  una  Italia".  E
pigliando  congedo  dai  lettori della "Patria",  aggiungeva:  "La
"Patria" non muore, ma si raddoppia; noi andiamo a portare la  sua
bandiera anco in Lombardia; l continueremo la nostra battaglia  a
tutta  oltranza".  Minacciando battaglia  a  tutti  i  nemici,  il
Salvagnoli  la  minacciava anche ai cittadini  d'altro  parere;  e
promettendo valersi d'ogni arme, comprendeva anche quelle che  non
erano  oneste.  E  gi ne aveva fatto largo uso, quando  rubava  a
Milano anche quella ben pagata gloria dei giorni di marzo: "Giunge
una  staffetta da Milano e porta che la colonna delle truppe e dei
volontarj  di  Novara penetr in Milano il giorno 20;  i  primi  a
scalare le mura furono i bravi bersaglieri piemontesi. S,  s  la
grande  spada  d'Italia  snudata: li Italiani di  Piemonte  hanno
liberato  li  Italiani di Lombardia". In queste basse  arti  aveva
compagno il governo provisorio; il quale, la matina del 24,  prima
ancora  d'aver notizia che il re si fosse deliberato alla  guerra,
affiggeva   agli  angoli:  "Cittadini,  buone  notizie!   l'armata
piemontese  ha passato il Ticino; questa brava armata ch'  venuta
puramente  in nostro soccorso". E noi dovremmo arrossirne  per  la
nostra  nazione,  se  per ventura le menzogne  pi  sfacciate  non
fossero  ancor quelle che mandava intorno l'"Allgemeine  Zeitung",
la    vessillifera    dell'onore    teutonico:    "Milano    torn
all'obedienza...  Como  fu ripresa dall'arciduca  Sigismondo...  I
corpi  franchi  piemontesi furono sconfitti...  Anche  i  generali
Wallmoden  e  Wratislaw devono aver riportato vittorie...  Qui  si
giudica finita la rivoluzione italiana".
 Ben alieni dall'accettare il combattimento a tutte armi e a tutta
oltranza,  gli  uomini di Dio e del Popolo, incatenati  al  laccio
dell'Associazione Italiana di Parigi, si vedono in  questo  volume
seguire  colla  corda dei penitenti al collo li odiati  cortigiani
alla  fondazione  del regno fortissimo. Il 28  marzo,  quando  gi
v'era  l'annuncio in Parigi che Milano ardeva e combatteva,  essi,
anzich chiedere a quella nazione, allora ancor signora di s,  un
aiuto  d'uomini  agguerriti, o almeno un  largo  prestito  d'armi,
osarono  dire, di propria autorit, in nome di tutti, ai  ministri
della  Republica:  "L'Italia, cos speriamo, sapr  bastare  a  se
stessa".  Le quali parole sarebbero state arbitrarie e tracotanti,
anco se chi le proferiva fosse stato egli sotto la mitraglia e non
cinquecento miglia lontano.
  E  almeno ci fosse stato nella buona coscienza d'aver preparato
anzi tempo qualche soccorso al popolo nel duro cimento! Ma ben  al
contrario, li uomini dell'azione perpetua, logorati da lunga pezza
nelle  misere e false prove, si confessavano ignari e attoniti  di
tutto  quel  poderoso  e  spontaneo moto. Scriveva  Mazzini:  "Noi
parlavamo  il  5  marzo  una  parola  di  fede,  non  di  speranza
immediata;  pochi  giorni dopo, voi vi levate  soli  a  operare  e
vincere  per tutti". Avviluppati fra le contradizioni d'una  falsa
idea,  non  osavano  p  nemmeno dare  agli  armati  fratelli  un
consiglio; e se ne rimanevano lontani e quasi nascosi: "Fedele  al
programma adottato, l'Associazione Nazionale non s'arroga  facult
di  consiglio per ci che riguarda le forme d'ordinamento politico
pi  consentanee alle nostre tradizioni e alle tendenze  europee".
Ecco  quali sono, nel d vero delle opere, li ultimi aneliti d'una
impotente  agitazione!  Agendo  nihil  agit.  Deserti  perfin   di
consiglio, li adolescenti della "Voce del popolo", facevano il  26
marzo  il primo atto di stampa libera, ripetendo colli oracoli  di
Parigi:  "Noi  uomini di fede non abbiamo in  pronto  a  spacciare
principio assoluti di questioni sociali e politiche". E altra  non
ne  avendo, ripetevano la parola d'ordine della monarchia  futura,
dicendo che "le forti popolazioni della zona settentrionale  erano
chiamate a difender l'Italia"; come se li uomini di Romagna  e  di
Roma  e  delle  Calabrie  e della Sicilia non  avessero  polso  al
braccio e non dovessero dividere ogni pericolo nostro. Con  umilt
borghese inanzi ai personaggi del governo provisorio, predestinati
ad  essere i grandi del regno futuro, si dicevano "paghi  d'essere
avvocati  del  popolo presso al governo, se la sua  carit  avesse
bisogno di consigli". Dicevano: "Il nostro motto politico  ,  per
ora,  aiuto,  concorso, obedienza al governo  provisorio;  egli  
surto  dal  popolo". Il che non era vero; e inoltre contribuiva  a
dar falsa popolarit agli armistizianti e agli intrusi, e autorit
d'avviare  ogni cosa al peggio. E intanto un oscuro  giornale  che
os  rivocare  in  dubio  l'origine di quel  potere,  pot  venire
impunemente  minacciato ed assalito; e la libera  stampa  si  vide
manomessa quasi prima d'esser nata170. Mossi dal medesimo  eccesso
d'abnegazione, ossia dalla stessa impotenza del loro principio, li
uomini  di  pi  libero  animo venivano dall'esilio  a  recare  in
tributo  ai cortigiani le persone loro e quelle dei loro compagni.
"Io la prego, scriveva Filippo De Boni al conte Casati, di offrire
il  mio  ingegno qualunque si sia e la mia vita al  primo  governo
creato dal popolo nostro. E questo che io le dichiaro in mio nome,
   pure  la  voce,  il  sentimento  de'  miei  fratelli  d'esilio
annunciatori  dell'"Italia del popolo"; i quali  di  Svizzera,  di
Francia  e  d'Inghilterra  ora  movono  verso  la  Lombardia   per
affrettare con la spada sabauda la nostra indipendenza;  n  altro
dimandiamo che avere la nostra parte nei pericoli e nelle fatiche,
salutare la libera e Una Italia e morire". Queste eloquenti parole
ci  mostrano  come  i  fratelli d'esilio  avessero  deliberato  in
commune che Carlo Alberto avesse, non solo la zona settentrionale,
come  volevano il Bianchi-Giovini ed altri, gi da pi lungo tempo
disertori  della republica171, ma l'Italia Una; ch'  quanto  dire
l'Italia  Tutta. Era un antico loro sogno del 1831; pure quei  pi
larghi donatori furono gridati (e lo sono ancora) odiatori del re,
folli ed atroci. Ma  certo che chi pi temeva una tanto improvisa
grandezza del re fu sempre, e a ragione, la sua Torino;  la  quale
gi  nella zona settentrionale, si vedeva troppo remota dal centro
dello   spazio  e  degli  interessi,  e  nell'Italia  Una   doveva
aspettarsi,   non   meno   del  governo  provisorio   di   Milano,
un'irreparabile  sommersione. Era quella (e non gi  la  forma  di
governo) la pi grave controversia che fosse allora tra li  uomini
dell'Italia   Alta,   servilmente  principeschi,   e   li   uomini
dell'Italia  Una, principeschi solo per ripiego e per disperazione
di  raggiungere per altra via la contemplata unit, posta da  loro
inanzi ad ogni libert. A ci alludeva il loro capo,172 quando, la
sera  stessa  del suo arrivo in Milano, dapprima al balcone  della
sua  locanda, poi all'opposto balcone del palazzo Marino, in mezzo
ai  membri del governo provisorio, diceva a coloro che i  sergenti
del  governo  avevano a lume di torce chiamati  a  udirlo,  quanto
"egli desiderasse di mettere d'accordo le sue idee sull'Italia coi
membri  del governo provisorio". Al che seguivano li applausi  del
satellizio e delle turbe, or dal lato della piazza ove siedeva  il
governo,  or  da  quello ove era la locanda  dell'oratore,  or  da
quello  ove  erano le case della signora d'Azeglio, or  finalmente
dal  vicino  palazzo  Poldi,  dimora  del  conte  Casati  e  della
principessa  Belgiojoso.  Era quello un  politico  panteismo,  nel
quale, per virt metafisica dell'unit, persone e cose venivano in
un sol vortice tramestate e assrte. Ogni sforzo di metafisica era
vano.  I  provisorii, non pensando in verun modo alla  guerra,  ma
solo  alla  loro  politica, protestavano sempre  di  serbare  ogni
controversia  politica al termine della guerra.  Spacciavano  tali
ciance perfino al papa, che pure doveva per tante strade sapere  i
secreti  pensieri di loro e del re. Scrivevano: "Alla  Santit  di
Pio  IX: Finch ferve la guerra, noi provederemo che dissidii  non
surgano  sulle forme politiche a cui debba comporsi  questa  nobil
parte  della  gran  patria  italiana; a  causa  vinta  la  nazione
decider". Lo ripetevano ogni istante al popolo: "A causa vinta, i
nostri   destini  saranno  discussi  e  fissati  dalla   nazione".
"Attendete  che  ogni  terra italiana sia  libera;  liberi  tutti,
parleranno tutti". "Non si discute intanto che si combatte". E  il
re  medesimo aggiungeva in suo proclama a popoli, dato in Lodi il
31  marzo:  "Le mie armi, abbreviando la lotta, ricondurranno  fra
voi  quella  sicurezza  che vi permetter  d'attendere  con  animo
sereno e tranquillo a riordinare il vostro interno reggimento;  il
voto  della  nazione potr esprimersi veramente e liberamente;  in
quest'ora  solenne  vi movano sopratutto la carit  della  patria,
l'aborrimento delle antiche divisioni, delle antiche discordie, le
quali apersero la porta d'Italia allo straniero". E come se parola
di re fosse poco, usciva a farne fede anche il dottor Angelo Fava,
promettendo  enfaticamente che la nazione  deciderebbe  "a  guerra
fnita,  quando  l'idra  austriaca  sar  abbattuta  dalla   clava
italiana... allora!". Senonch, a smentire la metafora  del  Fava,
compare  in  quel  medesimo giorno, 5 d'aprile, un  manifesto  del
marchese  Doria,  altro  dei  compari,  il  quale,  ammirando   la
concordia  di  tutti li Italiani alla cacciata delli Austriaci,  e
tuttavia   non  contento,  diceva:  "Noi  abbisognamo   d'un'altra
concordia...  Abbiamo  bisogno  d'una  concordia  che  ci  dia  la
unione... Fratelli lombardi e veneti, alla gloria d'aver  cacciato
il  nemico  commune, unite quella di munire la patria commune  con
uno  Stato  forte". E gi cinque giorni prima erasi pubblicato  in
Brescia  altro  indirizzo d'un A.L.Bargnani, emigrato  reduce,  il
quale,  dopo  molte circollocuzioni, conchiudeva:  "Proporrei  che
tutti  i  municipii del contado e della citt  di  Brescia,  e  lo
stesso   direi   delle  altre  provincie  lombarde   e   tirolesi,
incaricassero i magistrati proprii di trasmettere a questo governo
provisorio  i  loro  voti,  onde  le  provincie  medesime  vengano
aggregate  alli Stati sardi... I quali voti poi il nostro  governo
provisorio  invierebbe a quello di Milano, e questo  presenterebbe
solennemente  a Sua Maest sarda, con o senza quelli  delle  altre
provincie".  Il lettore vedr quante cose giaciano  sottintese  in
quelle  tristi parole: "con o senza quelli delle altre provincie".
Pareva  essersi gi deliberato il disegno di scindere Piacenza  da
Parma, Reggio da Modena, Brescia da Milano. Leggiamo altrove:  "Ho
parlato  con un signore che viene di Lombardia, il quale dice  che
le  provincie siano pi disposte ad acclamare Carlo Alberto a loro
sovrano che non lo sia Milano". Ma nella medesima pagina leggiamo:
"Il  partito  republicano pare che si svegli".  E  questo  era  un
effetto ben naturale, non ostante il patto di Parigi e la comparsa
di  Mazzini sui balconi di piazza San Fedele173. Le lentezze della
guerra,  le  slealt della politica, le violenze del  governo  che
faceva  minacciare d'incendio la stamperia del "Lombardo", da  cui
erasi  onestamente rivocata in dubio la legitimit del suo potere,
facevano  s che il 7 aprile venisse deliberato da alcuni giovani,
presieduti,   crediamo,   da  Giuseppe   Sirtori,   un   manifesto
d'associazione republicana. Venne per publicato nei giornali solo
il  15 aprile, due settimane dopo la provocazione del Bargnani.  E
non  ebbe  la publica adesione del Mazzini se non dopo il  decreto
del  12 maggio. Mazzini pose intanto a servigio dei patrizj i suoi
uomini  d'azione, come fa fede la proferta d'impiego da lui  fatta
in  nome del governo al general Fanti, e controsegnata sul  foglio
stesso dal secretario Correnti. A nome pur del governo, Filippo De
Boni  s'indirizz  ad  un  comitato in Losanna,  il  quale  doveva
fornire  uu corpo d'ausiliarii che il governo simulava  di  volere
accettare  a'  suoi stipendi, e di poterlo; e che poi naturalmente
non  pot  e  non  volle.  Inesperto del paese,  l'illustre  esule
prestava  inoltre involontaria mano a una petizione  promossa  dal
governo  contro  i  membri del consiglio  di  guerra  che  avevano
impedito l'armistizio. Abbiamo gi veduto con quali aspirazioni il
Montanelli  corresse  da  Massa  a  Milano;  il  prete   Francesco
Dall'Ongaro,  pratico  di Venezia, fu quivi  spedito  dal  governo
provisorio  principalmente per aiutare  l'inviato  "a  entrare  in
rapporto colle persone pi influenti del governo veneto"174.  Alle
armi  straniere  si  aggiungevano  contro  Venezia  le  domestiche
insidie.
Fatto si  che, intorno all'idea vaga dell'unit, si propagavano e
si  attemperavano alli animi generosi le mezze idee dell'unione  e
della  fusione,  le  quali  involgevano  i  pi  triviali  calcoli
d'ingrandimento  a favore dei prncipi, e di protezione  armata  a
favore dei patrizj; erano come quei frutti che li antichi dicevano
nascere  intorno al Mar Morto, rugiadosi e morbidi al di fuori,  e
dentro pieni di cenere. E per ineluttabile forza logica del  falso
principio, riuscivano a ultimi calamitosi effetti; quali erano  il
sospetto vicendevole dei prncipi, la loro diserzione alla  guerra
d'Italia,  il ritorno loro all'alleanza austriaca e ad ogni  altra
ingerenza  straniera;  insomma, il fatale  ricorso  della  istoria
italiana,  la quale  veramente un eterno litigio di preminenze  e
di  confini.  I padri nostri videro bene nella religione  del  Dio
Termine  la  sicurt e santit dei beni domestici e della  societ
municipale;  ma  non  seppero valersene alla sicurezza  e  santit
d'altri  beni  pi sublimi e d'altra pur necessaria  e  pi  vasta
societ.   Che   importerebbe  mai  la  ineguale  ampiezza   delle
giurisdizioni, in seno ad un'Italia tutta libera e  tutta  armata?
Siffatte distribuzioni non sarebbero mai di maggiore inciampo  che
non  siano in seno alla Chiesa i vescovati e li arcivescovati.  In
cinquecento  e  pi  anni dacch fu proferito  il  giuramento  del
Grtli,  mai  Svitto  non pens a dolersi  che  Untervaldo  e  Uri
volessero  essere, al pari di lui, padroni in casa  loro.  Mai  la
vasta  Virginia  e  la Pensilvania non insidiarono  per  amore  di
maggior  concordia li Stati, venti o trenta o cinquanta volte  men
vasti,   di   Rhode  Island  e  di  Delaware.  I   confini   delle
giurisdizioni,  quali  li  fece  la  lunga  serie  delli   eventi,
rappresentano   da  lungi  una  diversit  d'origini   felicemente
obliterate  dalla  lingua  commune; e rappresentano  dappresso  la
variet  delle  legislazioni,  dei costumi,  dei  dialetti,  e  la
abitudine  di moversi intorno a certi nodi naturali di  commercio.
Il turbare d'improviso e senza necessit quest'ordine di movimenti
e  di  funzioni,  a  cui  tutti  i  calcoli  delle  famiglie  sono
coordinati,    pi grave danno che non si creda; rende  amare  ai
popoli le primizie della libert; e in procinto di guerra, dissipa
le  loro  forze  e i loro pensieri. Nel volume si  vede,  come  li
abitanti  della  Lunigiana, staccati poco prima  dalla  Toscana  e
aggiunti a Parma175, si lagnassero delle insolite leggi: "Corre il
sesto  mese dacch siamo in una posizione sommamente deplorabile".
Le   variet  quasi  familiari  delli  Stati  nulla  tolgono  alla
coscienza  nazionale, rivelata a se stessa e ogni  giorno  vieppi
stimolata;  e  se  anche  alcuna cosa le togliessero,  converrebbe
pure, rimosso ogni ostacolo ai confini, lasciare al commercio,  al
tempo,  alle  idee,  e  alle innovazioni  deliberate  in  commune,
l'officio di cancellar tali tradizioni senza danno e senza dolore.
  Ma  nel  1848  non  si  trattava gi  della  lenta  opera  delle
legislazioni, bens dell'urgente e ardente guerra straniera,  alla
quale importava recar subito da tutte le parti d'Italia la maggior
somma di gente e di denaro. Nella recente guerra svizzera176. quando
il  cantone  di  Vaud pose in armi il dieci per  cento  della  sua
popolazione,  li  altri  cantoni che non  fecero  altretanto,  non
poterono per averne timore o sospetto; anzi applausero con  tutto
l'animo al generoso esempio che accresceva le forze communi.  Tale
  l'effetto  del principio federale e fraterno.  A  quella  prima
campagna  il Piemonte apport da 40 a 50 mila uomini, ossia  l'uno
per  cento del suo popolo, ch' quasi un quinto della nazione.  Se
la sacra potenza d'un Patto avesse mosso tutta Italia a rispondere
al primo invito di Milano combattente e fare altretanto (e non era
gran  prodigio,  era  la  decima parte  di  quanto  pot  fare  la
republichetta  di Vaud), avremmo avuto in breve termine  di  tempo
250  mila  uomini,  e  fra essi un qualsiasi  numero  di  veterani
stranieri, che d'ogni parte si offrivano. Inoltre in guerra non  
tanta  la difficolt di far gente e armarla e addestrarla,  quanto
di traslocarla e provederla. Perloch i popoli che sono pi vicini
al  campo di battaglia possono facilmente opporre al nemico  masse
maggiori.  Cos  pot  Como, colle forze d'una  parte  sola  della
provincia  e di pochi Ticinesi, conquidere un presidio di  duemila
soldati. E Brescia, nel 1797, aveva potuto dare cinquemila  fanti,
seicento cavalieri e i cannonieri d'una batteria che Bonaparte  le
aveva  donata;  il  che faceva allora circa il due  per  cento  di
quella  provincia. E non solo la vicinanza e la commodit,  ma  il
pi  vicino e pi fiero pericolo doveva chiamar pi gente all'armi
nella ribelle Brescia e nella ribelle Milano che non nel Piemonte;
il  quale era chiamato a combattere per comando di principe e  per
onor  commune e dover di nazione, e per assicurare dall'oppositore
straniero la riforma delle sue istituzioni e il suo progresso;  ma
non aveva a temere confische e supplicii e altre barbare vendette.
Or  bene,  se per federale accordo si fosse mossa tutta  Italia  a
fare quanto il Piemonte, se il Lombardo-Veneto e i Ducati avessero
fatto  pi  ancora,  la  parte di forze che  il  Piemonte  avrebbe
mostrata  in  campo sarebbe stata appena un quinto  un  sesto  del
tutto.  Ma  la  sua  preminenza militare sarebbe  allora  svanita;
allora la spada d'Italia non sarebbe stata una sola; allora ad  un
solo principe non si sarebbero potute aggiudicare le spoglie dello
straniero  e  quelle  dei congiunti di Parma  e  di  Sicilia.  Dal
principio  dell'egemona  veniva per  logica  conseguenza  che  al
Piemonte dovesse tornar molesta ogni maggioranza di soldati  e  di
generali  che non fosse de' suoi, epper ch'esso dovesse  escluder
dal  campo  tre quarti delle forze nazionali. Tale  la differenza
pratica tra il principio della federazione e quello dell'egemona,
tra  quello dell'eguaglianza e quello della preminenza, tra quello
dell'emulazione  e quello della gelosia! Ognuno  vede  che  questa
fallace  politica  veniva  fomentata nel  governo  piemontese  dal
proposito  suo  inopportuno  d'acquistar  a  primo  tratto   nuove
provincie; e che questo proposito non avrebbe potuto giustificarsi
n  tampoco  prodursi alla luce dell'opinion publica, se  l'Unione
non  fosse  parsa  a molti, non usurpazione, n insidia,  n  pomo
della  discordia,  come  sembr ai  parmigiani16,  ma  un  pratico
avviamento all'unit; insomma, se l'idea dell'Unit non avesse  di
lunga  mano preoccupate le menti. A questa dunque si deve riferire
e  imputare tutta quella tenace catena d'errore, di disordine e di
meravigliosa  impotenza.  E  gi prima che  l'insurrezione  avesse
principio,  un  profetico scritto, bench con  inutile  e  ingrata
veracit,  ne  aveva  ammonito l'Italia: "L'hypothse  de  l'unit
s'attacherait  ncessairement  un prince,  une  famille  royale;
elle  inspirerait    tous  les  princes  menacs  l'alliance   de
l'Autriche; elle envelopperait l'ceuvre de l'indpendance dans  le
mystre  d'une  cour; la discorde serait dans  le  camp  avant  le
combat".177 Che se il Piemonte solo o quasi solo, ma con deliberata
e audace stratega, e col favore immenso dei popoli, avesse saputo
ripetere intorno a Mantova i prodigi del gran capitano, e  vincere
con cinqantamila soldati, vincere con una sola spada, e a profitto
d'un  solo, e trapassare dall'unione d'una o d'altra provincia  ad
un'improvisa e gloriosa unit; non credano li esuli che  avrebbero
perci fondata la libert. Pur troppo lo dimostra l'esempio  della
Francia   e   della  Spagna,  a  cui  la  libert  sanguinosamente
conquistata  sfugge eternamente di mano, per effetto delle  immani
forze  accumulate  in  mano  ai governi,  mentre  viceversa  nella
Svizzera  e nell'America, ove ogni singolo popolo tenne  ferma  in
pugno  la sua padronanza, la libert, dopo un primo acquisto,  non
and  pi  perduta. Tale  la virt dei principii, fuor dei  quali
ogni  sforzo di valore e di sacrificio  vano. N giova  illudersi
col  dire  che questi non siano principii: son principii anch'essi
di  diritto; sono per lo meno principii di politica; e la politica
  la necessaria tutrice del diritto; e principio  tutto ci  che
genera  inevitabil  serie di conseguenze. N giova  illudersi  col
dire  che,  per poco che si aggiunga, e per poco che si tolga,  la
federazione  viene bel bello a confondersi coll'unit;  poich  in
tutte le faccende del mondo il passaggio da cosa a cosa si fa  per
gradi; e talmente per gradi si procede dalla pianta all'animale  e
dalla foglia al fiore e al frutto, che la scienza non pu additare
il  punto ove il passaggio avvenga. Non per questo alcuno cambier
mai  il fico colla foglia o la pecora coll'erba che la pasce o  la
paterna   presidenza  di  Washington  colla  truce  dittatura   di
Cavaignac.    l'antico  sofisma del cumulo.  Sempre  in  preda  a
precipitose  astrazioni, vedono nel mondo  li  individui;  poi  le
famiglie,  ed    gran  ventura; poi vedono anche  commune,  ossia
l'azienda  unita d'un centinaio forse di famiglie, e nel  pi  de'
casi, combinazione pressoch domestica e privata. Poi chiudono  li
occhi per tutti li altri internodii e ricapiti dell'umana societ;
balzano  d'un tratto alla nazione, ch' quanto dire, alla  lingua.
Ignorano  lo  Stato  e le sue necessit. Dunque  se  una  medesima
lingua domina le Isole Britanniche, la Pensilvania, la California,
l'alto Canad, la Giamaica, l'Australia, per essi v' solamente  a
far somma d'un maggior numero di famiglie e di communi. Dunque  il
Parlamento britannico non ha da far leggi; il Congresso  americano
sogna d'aver leggi da fare; tanto  pi superflua una legislazione
provinciale per i fratelli della Pensilvania e i venturieri  della
California; l'algido Canad, la torrida Giamaica non debbono  aver
leggi  proprie, che rispondano ai luoghi e alle tradizioni e  alle
varie  mescolanze  degli  uomini  e  alla  varia  loro  coscienza;
l'Australia debbe aspettare in eterno ogni provedimento  da'  suoi
antipodi,  perch parla la stessa lingua, e fa secoloro  una  sola
nazione!  No,  qualunque  sia  la comunanza  dei  pensieri  e  dei
sentimenti che una lingua propaga tra le famiglie e le communi, un
parlamento  adunato in Londra non far mai contenta l'America;  un
parlamento  adunato  in Parigi non far mai contenta  Ginevra;  le
leggi,  discusse  in  Napoli non risusciteranno  mai  la  giacente
Sicilia, n una maggioranza piemontese si creder in debito mai di
pensar  notte  e giorno a trasformar la Sardegna, o potr  rendere
tolerabili tutti i suoi provedimenti in Venezia o in Milano.  Ogni
popolo pu avere molti interessi da trattare in commune con  altri
popoli;  ma  vi sono interessi che pu trattare egli solo,  perch
egli solo li sente, perch egli solo li intende. E v' inoltre  in
ogni  popolo anche la coscienza del suo essere, anche la  superbia
del  suo  nome, anche la gelosa dell'avita sua terra.  Di  l  il
diritto  federale,  ossia il diritto dei popoli;  il  quale  debbe
avere  il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto  al
diritto  dell'umanit. Uomini frivoli, dimentichi della piccolezza
degli  interessi  che li fanno parlare, credono  valga  per  tutta
confutazone  del  principio federale andar  ripetendo  che    il
sistema  delle  vecchie  republichette.  Risponderemo  ridendo,  e
additando loro al di l d'un Oceano l'immensa America, e al di  l
d'altro  Oceano  il vessillo stellato sventolante  nei  porti  del
Giappone.   Ma   non  giova  pi  dilungarci.  A  esporre   quanti
ragionamenti  ci  sugger  la  lettura  di  queste  centinaia   di
frammenti  si  vorrebbe altra egual mole di volume. Epper  abbiam
giudicato  miglior consiglio che questo Avviso  al  Lettore  tenga
luogo  anche delle Considerazioni che abbiamo aggiunte  ai  nostri
due  primi volumi. Ci basta di far animo al lettore a superare  la
prima  fatica, a metter per entro alla congerie dei documenti  uno
sguardo indagatore. Si tratta della nostra istoria recente e viva;
alla  quale poco dissimile torner pur troppo la istoria futura  e
imminente; poich i fatti dei popoli camminano coi loro  pensieri;
e   il   pensiero   publico,   bench  ritratto   dalle   plateali
dimostrazioni a qualche maggior gravit, si move per  ancora  sui
principii che lo traviarono allora. A chi ci apponesse d'aver  con
falso  animo  allegata in questi frammenti tal cosa o  pretermessa
tal  altra,  ripetiamo l'invito di por mano  all'opera,  e  metter
fuori altro volume da collocarsi a lato al nostro per supplire  al
nostro  difetto. E pur troppo qualche mancanza nostra   veramente
involontaria;  e  noi, al pari forse de' nostri lettori,  restiamo
col  desiderio  di sapere, a cagion d'esempio, quale  arcano  caso
condusse  prima a Chambry, poi a Milano tanto l'emissario  Urbino
quanto  il generale Olivieri, eletto fra tutti a difendere  Milano
quattro  mesi  dopo aver avuto una publica nota di disonore  dalla
guardia di Chambry. A chi ci accusasse di aver coltivato odio  di
prncipi,  rancori di provincie, rivalit di opinioni,  additeremo
in  questo medesimo volume qual divario, a cagion d'esempio, passa
tra  le  sobrie nostre illazioni intorno alla morte di  Pellegrino
Rossi  desiderata  ad un tempo medesimo dai prelati,  dai  regj  e
dagli  unitarii,  e  la furiosa invettiva del  Gioberti  contro  i
ministri   piemontesi,  che  nelle  persone  loro  erano   affatto
innocenti di quella morte178. Additeremo anche le tristi confessioni
prese   dai  libri  del  conte  della  Margarita  e  del  marchese
Gualterio.   Additeremo  quello  sulla  Campagna   d'Italia   d'un
offciale  di  stato  maggiore e le Memorie  e  Osservazioni  d'un
familiare del re; l'uno dei quali allude a molte cose, che noi ben
vorremmo  meglio chiarite, ove scrive che "la fazione  assolutista
fu  la  sola  che riesc allora a' suoi disegni e si  govern  con
astuzia  e intendimento". E l'altro dice ancor pi che noi  osammo
dire, ove attribuisce le sventure dell'esercito a ben altro che ad
errori   d'arte   militare:  "Ci  che  li  spiriti   leggieri   e
superficiali tacciano d'ignoranza (esso dice) non era forse che il
risultato  del  calcolo: e del calcolo pi  profondo".  Ma  se  il
calcolo fu profondo, o per vero dire fu profondamente falso da una
parte,  non fu men profondo e meno falso presso l'altra delle  due
congreghe  secrete,  fra le quali ondeggiava  a  quei  tempi,  per
vecchio  suo vizio, quella corte. Se nefando era il consiglio  che
mirava a ricondurre per la via d'un sanguinoso disastro la casa di
Savoia a uno stato di monastica inerzia e nullit, delirio era  il
consiglio che la spingeva, ad un tratto e sola, contro l'Austria e
contro  tutti  i  prncipi d'Italia. Ben le fu dato,  o  veramente
gettato  inanzi  e non venduto, un altro consiglio,  un  consiglio
affatto semplice e militare, qual poteva venire in mente a chi era
sotto  il  rombo  della  mitraglia: Combattere;  mirar  solo  alla
vittoria;  valersi  alla  vittoria di  quante  forze  prorompevano
allora  spontanee  da  tutti li Stati  d'Italia.  La  vera  e  non
insidiosa  e non odiosa egemona doveva consistere nell'avventarsi
al  primo  e  pi  vicino posto sul campo; e  questa  egemona  da
nessuno poteva preoccuparsi al Piemonte, quando il campo sul quale
errava  un  nemico gi stanco e snervato era ad una  mezza  marcia
dalle  sue frontiere. Il consiglio fu inviato in tempo,  al  primo
lampo   della   vittoria  del  popolo,  nel   terzo   giorno   del
combattimento; fu inviato per di sopra alla cerchia ancora  intera
di  ventimila  nemici:  "Milano, per  compiere  la  sua  vittoria,
dimanda  il  soccorso  di tutti i popoli e  prncip  d'Italia;  e
specialmente  del  vicino  e bellicoso Piemonte!"  E  compiuta  la
vittoria,  ancor non era da pensare a far sacco; n a  risuscitare
in  Italia  contese di terra e di confini. Era bastevole  profitto
per il Piemonte, da mero brano d'una nazione impotente e oppressa,
divenire  con  uno  splendido fatto di guerra  membro  d'un  corpo
vivente,  forte,  e  libero; potente a' suoi  confini  quant'altra
qualsiasi nazione, dieci volte pi popoloso della Svizzera,  e  in
commercio  sicuro  e  vicino  con essa:  epper  certo  della  sua
alleanza,   ogniqualvolta  il  volesse,  a  fronte  di   qualsiasi
turbatore,  seppur poteva sorgere nuovo turbatore contro  chi  non
avesse  ingelosito chicchessia con atteggiamenti da conquistatore,
ma  contenute  le  armi  vittoriose entro il  sacro  limite  della
commune  difesa.  A  chi giaceva cos basso, come  da  tanti  anni
l'Italia,  doveva  parer  bastevole  profitto  porsi  tutta   alla
condizione  medesima che fu paga di prefiggere a s  nel  1814  la
Germania  vincitrice!  Il Piemonte avrebbe avuto  a  men  doloroso
prezzo  tutto  ci  che adesso ha: pi la vittoria:  pi  la  fama
militare:  pi l'intimo e libero commercio con tutta Italia  e  la
compagna di tutti i popoli italiani a svolgere nella vasta patria
li assopiti elementi d'ogni forza e d'ogni prosperit. Il Piemonte
non  avrebbe  avuto sempre vigile e torva al ponte del  Ticino  la
faccia  d'un  nemico  che vede con dolore ogni  suo  bene  e,  con
tripudio  ogni  sua  sventura.  Quando  tutti  li  Stati  d'Italia
dovevano  essere  governati da adunanze  elettive  (e  quante  pi
erano,  tanto meglio per la satisfazione dei popoli e la concordia
universale),  poco  importava che in Parma si deliberasse  a  nome
d'un  duca,  e  a  Roma  a  nome d'un  pontefice  sotto  l'altiera
presidenza  d'un  Rossi; e a Venezia, come  in  Francoforte  e  in
Amburgo,  sotto quella d'altro semplice cittadino.  Nulla  avrebbe
levato  alla prosperit dei piemontesi e dei genovesi, se a Milano
i facendieri avessero data la vacua corona al duca di Genova, come
era  ben  facile;  o  se per offendere meno le assurde  osservanze
della diplomazia, le quali trattano ogni stato come un patrimonio,
si  fosse raccolto nel solo nome del granduca di Toscana tutto ci
che  dai  trattati  erasi qua e l assegnato al suo  parentado  in
Italia;  o  se  si  fosse voluto avere un  regno  con  due  teste,
potevano  pur congiungere sotto Carlo Alberto Torino e Milano;  ma
cos  come la Svezia e la Norvegia; cos come Berna e Zurigo;  non
gi  come  il  Belgio e l'Olanda179, per darsi mutuo  impaccio,  e
concepirsi  odio,  e in breve ripudiarsi per sempre.  Quanto  alla
paura  che  publicamente si affettava dei  republicani,  pare  non
fosse altro che polve alli occhi della diplomaza: poich il patto
che  si era stretto da Azeglio colle societ secrete di Romagna  e
Toscana,  e si era imposto all'Associazione Italiana di Parigi  da
uomini che anzi tutto professavano rancore alla Francia, non  solo
assicurava il re da ogni prova di republica in Milano, ma gli dava
per  fautori e propagatori e i Berchet e i Mazzini, e  quanti  mai
avevano bens maledetto alla perversa sua politica, ma gli avevano
gi  offerto vittorie e regni fin dal 1821 e dal 1832 180.  L'unica
difficolt si era che, li Unitarii volevano dargli pi  ch'ei  non
avesse  il  coraggio  di prendere in una volta.  Qualche  voce  di
republica si ud solo agli avamposti dei volontarj a fianco  della
croce  svizzera  che  aveva preso il campo prima  della  croce  di
Savoia,   e  quando  le  lettere  stesse  dei  governi  provisorii
spiravano aperta diffidenza per l'irresoluto contegno del re. E il
primo  mormoro di dottrine republicane si ode solo  nelle  ultime
pagine   di   questo   volume,  inspirato  parimenti   da   quelle
inesplicabili  lentezze, e pi ancora dalle prime  violenze  fatte
dal  governo  provisorio  alla  libera  stampa.  La  giovent  non
intendeva  pi  altro che guerra, n pensava  ad  altro  che  alla
cacciata  dello straniero; pareva ottusa e inetta  ad  ogni  altra
idea.  Intanto  la  casa di Savoia, in preda a  consiglieri  senza
consiglio, si lasci sfuggire di pugno un momento di gloria  e  di
fortuna,  che  forse non torner mai! Potr ben  essa  nei  futuri
rimpasti   delle  cose  europee  acquistar  forse  una  od   altra
provincia, ma non senza perderne altre e pi saldo possesso181; e in
ogni   modo  le  sue  sorti  poi  rimarranno  sempre  in  arbitrio
straniero,  non  meno della rimanente Italia. Il Piemonte  diverr
forse  uno  stato pi italiano; ma i suoi destini  saranno  sempre
combattuti,  perch  il  problema  dell'Italia  non  sar  sciolto
ancora.  Fuori del diritto federale saremo sempre gelosi, discordi
e infelici.

NOTE:
1  Il  Cattaneo  pone  le  origini del  Risorgimento  nel  periodo
successivo alla Restaurazione valutando come solo  in quegli anni,
di fronte alla pressione poliziesca austriaca, si fosse formata la
coscienza  nazionale.  La  dominazione austriaca  del  Settecento,
durante  i  regni di Maria Teresa, Giuseppe II e Leopoldo  I,  non
aveva  suscitato  il  risentimento popolare,  sia  perch  fu  nel
periodo  napoleonico  che il popolo cominci  a  partecipare  alla
formazione  dell'opinione  pubblica, sia perch  l'amministrazione
asburgica  settecentesca  si  era  preoccupata  effettivamente  di
migliorare le condizioni di vita dei sudditi.
2  Napoleone  I  aveva  consentito che  l'Italia  si  organizzasse
politicamente,  ma  in modo solo formalmente autonomo.  Nei  fatti
l'Italia  era  una dipendenza francese; sovrano del Regno  Italico
era  lo  stesso  Napoleone  e  vicer il  suo  figliastro  Eugenio
Beauharnais. Al figlio avuto da Maria Luigia d'Austria,  Napoleone
aveva assegnato il titolo di "re di Roma".
3 Il blocco continentale, attuato da Napoleone nei confronti della
Gran Bretagna.
4  Pio  VI e Pio VII furono costretti ad abbandonare Roma e tenuti
in prigionia da Napoleone.
5  Napoleone  avrebbe preteso l'abdicazione di  Pio  VII,  ma,  di
fronte alla resistenza dignitosa e irriducibile di lui, convoc un
concilio nazionale che non giunse ad alcuna conclusione e si sfog
esiliando e relegando cardinali e prelati. Invece di denunciare ai
popoli  come  la  Chiesa si fosse allontanata  dallo  spirito  del
Vangelo,  Napoleone si era semplicemente prefisso - senza  neppure
riuscirvi - di asservire la Chiesa a s.
6  Il  Borbone napoletano e i Savoia, negli anni della dominazione
francese  sul  Napoletano  e sul Piemonte,  ripararono,  sotto  la
protezione della flotta inglese, il primo in Sicilia, gli altri in
Sardegna. Nell'esilio i sovrani si accostarono al clero, col quale
strinsero tacita alleanza contro il comune nemico, Napoleone.
7   Il  tricolore  italiano  fu  il  vessillo  del  regno  italico
napoleonico.
8  Le bande raccolte in Calabria dal cardinale Fabrizio Ruffo  nel
giugno 1799 e condotte da lui contro la Repubblica Partenopea.
9 Ma  chiaro che, per farsi "giudice degli oppressori", l'Austria
avrebbe  dovuto  accettare  un metodo  liberale  e  rifuggire  dai
sistemi polizieschi ai quali, invece, si era aggrappata.
10 Le truppe croate inviate a presidiare il Lombardo - Veneto.
11 La visione dantesca dell'Italia "giardino dell'Impero".
12 Il Cattaneo riprende, ancora una volta, la sua idea dell'impero
federale espressa nel programma, steso la notte sul 18 marzo 1848,
del  giornale,  destinato  a non veder  la  luce,  intitolato  "Il
Cisalpino". Nell'impero federale ogni popolo avrebbe conservato il
proprio   carattere  e  le  proprie  prerogative  nazionali,   pur
partecipando a un unico e pi vasto organismo politico.
13  Giuseppe II si preoccup di accentrare nelle sue mani tutti  i
poteri  dello Stato eliminando le autonomie locali e  creando  una
fitta burocrazia.
14 Le regioni estreme, a occidente e a oriente, dell'Impero.
15  Gi principato ecclesiastico fn dal 798, Salisburgo era stata
assegnata all'arciduca Ferdinando per
  compensarlo  della rinuncia al ganducato di  Toscana.  Nel  1805
l'Austria se l'era annessa.
16  Venezia, libera repubblica, era stata assegnata all'Austria  a
Campoformio  con  la  connivenza di Napoleone.  L'usurpazione  era
stata  confermata  e  ratificata dal Congresso  di  Vienna.  Anche
Trento,  come  Salisburgo,  era  stata  fino  al  1805  principato
ecclesiastico;  fu  trasferita  al potere  civile  dall'Austria  e
incorporata  nel  Tirolo. La Valtellina fin  dal  1796  era  stata
aggregata  ai  Grigioni; nel 1796 Napoleone l'aveva  staccata  dal
Cantone  svizzero e annessa alla Repubblica Cisalpina.  L'Austria,
nel 1814, l'incorpor nella Lombardia.
17  Nel  febbraio  del  1846  scoppiarono  in  Galizia,  provincia
austriaca gi appartenente alla Polonia, gravi agitazioni, che  il
Governo  di  Vienna represse nel sangue. I patiboli furono  alzati
dall'Austria  in  Ungheria  nel  1849,  dove,  con  l'aiuto  delle
soldatesche  russe,  riusc a soffocare  la  rivoluzione  magiara,
diretta alla rivendicazione della indipendenza dei territori della
corona di Santo Stefano.
18 La coscienza nazionale si risveglia quando si sente oppressa.
19  Negli  aristocratici pi vicini agli ambienti  di  corte,  pi
sottomessi alla monarchia.
20 Nel trentennio di dominazione austriaca dal 1814 al 1848.
21  Dopo  la  morte dell'austriaco cardinale GAYSRUCK,  fu  eletto
ARCIVESCOVO  di  Milano un prelato italiano, monsignor  BARTOLOMEO
ROMILLI. Se ne mostrarono esultanti i patrioti, come di un trionfo
del  principio nazionale, e il nuove arcivescovo fu accolto  nella
capitale lombarda con grandiose manifestazioni di evidente  sapore
antiaustriaco, che furon causa di incidenti e conflitti, durante i
quali fu, dalla polizia, versato il primo sangue cittadino.
22  Il 24 novembre 1847 Vienna aveva decretato l'introduzione  del
'giudizio  statario'  nel  Lombardo-Veneto  per  colpire  con   la
procedura  pi rapida coloro che venivano sospettati  di  attivit
cospirativa. Il decreto fu reso pubblico soltanto il  22  febbraio
1848.  Il  decreto, scrive il Cattaneo, era stato preparato  prima
ancora   che   sorgesse   qualche  manifestazione   concreta   del
malcontento lombardo, come fu la petizione presentata l'8 dicembre
1847  dal  deputato Nazari, servendosi, del resto, di una  facolt
concessa  ai  membri  della Congregazione  centrale  lombarda,  ed
agendo,  quindi,  in  modo  legittimo.  La  petizione  del  Nazari
chiedeva   fossero  adottate  dal  Governo  provvidenze   atte   a
soddisfare la pubblica opinione, che da qualche tempo si  mostrava
malcontenta  ed  inquieta:  il  Nazari  diceva  questa  iniziativa
essergli   consigliata   dal   desiderio   del   pubblico    bene,
dall'attaccamento   al   Sovrano,   e   dall'amore   di    patria;
ciononostante,  questo  passo innocente, e  perfettamente  legale,
suscit profonda commozione, tanto era inconsueto.
23  La  Sicilia, il 12 gennaio 1848, era insorta contro il Governo
borbonico: in breve, la rivoluzione trionfante riusc a  scacciare
le  truppe  napoletane da tutta l'isola, meno che dalla cittadella
di Messina.
24 La politica inglese era, in quei mesi, incline ad evitare urti o
contrasti con Vienna.
25  Il 18 gennaio '48, il maresciallo RADETZKY pubblicava un fiero
ordine  del giorno indirizzato alle truppe imperiali,  e  in  esso
affermava, che salda ancora fremeva nella sua mano la spada da lui
impugnata  per  sessantacinque anni, in tante  battaglie.  Ma  poi
quella  sua spada rest fra le mani dei Milanesi vittoriosi  nelle
Cinque Giornate.
26 Nei primi giorni del '48, erano avvenuti gravi tumulti a Milano,
avendo  i patrioti deciso lo sciopero del fumo per danneggiare  le
finanze  austriache: n'eran seguiti conflitti con la polizia  e  i
soldati, e parecchi furono i morti e i feriti tra i cittadini.
27 I savii di Francoforte, cio il Parlamento germanico ivi riunito
nella chiesa di San Paolo, negli anni 1848-49.
28  Il  tentativo di Gioacchino Murat, conclusosi nel maggio  1815
colla  sconfitta di Tolentino, i moti di Napoli del '20  e  quelli
piemontesi del '21.
29  Dopo  le  tre giornate parigine del febbraio 1848,  caduta  la
Monarchia di Luglio, fu proclamata la seconda repubblica francese.
30   "L'Opinione", giornale costituzionale, che dal  gennaio  1848
pubblicavasi a Torino.
31  "Il  vicer  per due volte parl in dolce paterno  tono:  egli
chiam  ancora  diletti  Milanesi quelli  da  cui  sapeva  che  si
desiderava  fosse  ad  ogni costo cacciato. Nella  circostanza  il
maresciallo Radetzky fece presente l'opportunit di rafforzare  le
sue  truppe;  ma  a  Vienna ci si astenne da  ci  per  economia".
L'opera  del  maggior  generale prussiano  Wilheim  Willisen,  Der
italienische  Feuzug des Jahres 1848 (Berlin, Dumker und  Humblot,
1849)  era  stata  pubblicata nel 1850 a  Capolago  in  traduzione
italiana  coi  titolo: La campagna d'Italia  del  1848  esposta  e
giudicata dal maggior generale prussiano Guglielmo De Willisen.
32 Azeglio, Lutti di Lombardia. - Raccolta, p. 322.
33   Dopo  l'assassinio  del  suo  primo  ministro,  il  carrarese
Pellegrino Rossi, papa Pio IX fugg da Roma, e ripar a Gaeta, nel
Regno borbonico: 24 novembre 1848.
34 Tutto ci nel luglio del 1847: proteste vivacissime furon fatte
dal  cardinal  CIACCHI, legato di Ferrara, contro  la  pi  estesa
occupazione austriaca di questa citt dello Stato pontificio.
35  Il  29  gennaio 1848, Ferdinando II, re del  Regno  delle  Due
Sicilie, concesse a' suoi popoli la Costituzione: il che costrinse
il  Re di Sardegna, il Granduca di Toscana e infine papa Pio IX  a
fare altrettanto.
36  Il  "Risorgimento", il giornale che pubblicavasi a Torino  dal
1847: n'eran parte precipua Cesare Balbo e Camillo di Cavour.
37 I cantoni del Sonderbund.
38  CLEMENTE  DI  METTERNICH (1773-1859), cancelliere  dell'Impero
d'Austria. FRANCESCO GUIZOT (1787-1874), primo ministro di Francia
durante gli ultimi anni della Monarchia di Luglio. CLEMENTE SOLARO
DE  LA  MARGARITA (1792 - 1869), ministro degli esteri di re Carlo
Alberto dal 1835 al 1847. Questi tre ministri favorirono sottomano
i  Cantoni  cattolici della Svizzera stretti in lega  (Sonderbund)
contro la restante parte dei Cantoni elvetici.
39  Dopo  le tre giornate parigine, 22, 23, 24 febbraio  1848,  la
rivoluzione  si  propag nella maggior parte  d'Europa:  il  13-14
marzo  esplose anche a Vienna, e lo stesso Metternich fu costretto
a dimettersi, e a darsi a fuga precipitosa.
40  Proclamata  in Francia la repubblica, re Carlo Alberto  ordin
considerevoli concentramenti di truppa sulla frontiera occidentale
de'  suoi  Stati,  timoroso com'era che  il  moto  di  Francia  si
propagasse  in  Savoia  e in Piemonte. Gli  esponenti  pi  accesi
dell'insurrezione francese facevano capo al Municipio parigino.
41  L'Italia far da s, fu il grido col quale principi  e  popoli
italiani  parteciparono al moto d'indipendenza del 1848: ma  negli
uni  e  negli altri era diverso il fine con cui affermavasi questo
principio. Cattaneo invece sosteneva la necessit d'un accordo con
la  Francia democratica, per ottenerne l'aiuto nella lotta  contro
l'Austria.
42  Anche  Trento e Trieste sentono il richiamo della  nazionalit
italiana.
43  METTERNICH  era nativo di Coblenza in Renania. FRIMONT,  feld-
maresciallo  austriaco, di Lorena. Bellegarde, feld-maresciallo  e
primo  governatore  austriaco a Milano nel  1814,  era  savoiardo.
HAYNAU,  "la jena" degli italiani, "il boia" degli ungheresi,  era
tedesco  di Kassel. LATOUR, feld-maresciallo e ministro  austriaco
della  guerra, ucciso a Vienna dalla plebe inferocita, era  nativo
di   Linz,  e  di  origine  francese.  ZOBEL,  tenente-maresciallo
austriaco,  era nato a Brema. FICQUELMONT, generale e  diplomatico
austriaco, per brevi momenti successore del Metternich al Balhaus,
era  nato  a  Dieuze  in quel di Nancy. D'ASPRE,  feld-maresciallo
austriaco, era nato a Bruxelles. Il generale NUGENT era irlandese.
Il  generale  WALLMODEN era d Hannover. KARL SCHNHALS,  generale
austriaco  e storico delle campagne d'Italia nel 1848-49,  era  di
Brauenfels.  Il  generale CULOZ, nato in Stiria,  era  di  origine
trentina.  E  il barone DAHLERUP, l'ammiraglio che blocc  Venezia
nel  1848-49,  era danese: nacque a Copenhagen.  Karl  Ludwig  von
Bruck,  capo del Lloyd, aveva rappresentato Trieste alla assemblea
di  Francoforte. Il barone Sina era un grande finanziere viennese.
La casa Rotschild aveva sede a Vienna.
44  L'ultimo  discendente della dinastia  dei  Merovingi,  re  dei
Franchi, fu deposto da Pipino d'Heristal con il consenso del  papa
che   lo  incoron.  L'esempio  viene  addotto  dal  Cattaneo  per
affermiare  come i "venturieri della finanza" non  si  preoccupino
della  legittimit  o meno di un potere, ma lo servivano  solo  in
quanto abbiano interesse a farlo.
45  Il  titolo  di  "Gran  Mogol" veniva  portato  dall'imperatore
dell'Indostan,  lo  stato della penisola  indiana  poi  sottomesso
dall'Inghilterra.  Anche  il Nizam fu un reame  indiano  anch'esso
assorbito dall'Inghilterra.
46  Quando  il  Cattaneo scrive queste pagine,  sta  maturando  la
rottura  fra  lui  ed il Genovese; gi a Milano,  dopo  le  Cinque
Giornate,   si   erano  scontrati  per  la  netta   diversit   di
orientamento  politico; si ravvicinarono dopo  la  disfatta  della
guerra  regia  ma  non  trovarono  un  terreno  comune  sul  quale
camminare  e  si  divisero per sempre. Il Cattaneo  rimprovera  al
Mazzini  di  avere anteposto l'esigenza dell'unit a quella  della
libert,  mostrandosi  disposto a  compromettere  la  seconda  per
raggiungere la prima.
47 Il Cattaneo accenna alla celebre lettera aperta, indirizzata nel
1831  da  Giuseppe  Mazzini  a Carlo Alberto,  subito  che  questi
divenne  re,  dopo  la  morte di Carlo  Felice,  ultimo  del  ramo
primogenito dei Savoia.
48  Il modello di Mazzini - intende dire il Cattaneo - non era  un
dittatore  come Cromwell o Washington che non divennero  monarchi;
ma  egli  cercava un Napoleone, cio un dittatore che  instaurasse
una dinastia.
49  I moderati accusavano di estremismo repubblicano Mazzini  e  i
suoi seguaci che per il Cattaneo, invece, erano tutt'altro che dei
rivoluzionari.
50 Tutti condannati in Piemonte per i moti del 1833.
51  "L'intrepido scrittore"  Angelo Brofferio, autore di un'ampia
Storia  del  Piemonte  dal 1814 ai giorni  nostri,  pubblicata  in
Torino  negli  anni  1849 - 1852. Il brano qui riprodotto  trovasi
nella parte III, capo IV, p. 63 di detta Storia.
52 In occasione dell'ingresso in citt dell'arcivescovo Romilli.
53 Garibaldi fu ricevuto da re Carlo Alberto, al Quartier Generale
sardo  in  Roverbella, il 5 luglio 1848: al Carignano, il Nizzardo
offerse  la sua spada e quella de' suoi legionari venuti da  oltre
Oceano in Italia; fu respinto. Vedi la lettera di Carlo Alberto al
generale  Franzini  pubblicata per la prima volta  in  SPELLANZON,
Storia  del  Risorgimento cit., vol. IV, pp. 521 sg.  "sa  fameuse
proclamation   rpublicaine  font  qu'il   nous   est   absolument
impossible  de  les  accepter dans l'arme, et  surtout  de  faire
Garibaldi gnral"
54 Vedi la lettera di Giuseppe Ricciardi a p. 667.
55 Il Cibrario, grande adulatore del re, scrive: "La doppia qualit
che  in  Carlo  Alberto  concorse,  di  principe  profondamente  e
sinceramente religioso e di principe liberale, unita  colle  altre
cause  che  abbiamo  accennate di sopra,  spiega  quel  che  parve
talvolta  aver  d'arcano  la  sua  condotta,  quel  suo  andar  di
traverso,  quel  suo vezzeggiare ora l'uno, ora l'altro  partito".
Ricordi  d'una missione in Portogallo al re Carlo Alberto, Torino,
1850, p. 204
56 Il Sonderbund.
57  Durante  il  regno di Carlo Alberto, e fino all'ottobre  1847,
Emanuele  Pes  di  Villamarina ministro della guerra,  e  Clemente
Solaro  de La Margarita ministro degli esteri, rappresentarono  il
primo  una  certa tendenza moderatamente liberale, il  secondo  la
tendenza   schiettamente   reazionaria,   pur   essendo   entrambi
ugualmente cari al Re.
58  Menton,  sulla costa tra Ventimiglia e Nizza;  Rochebrune,  un
picco dominante Brianon.
59  FRANCESCO IV d'Austria-Este (1779 - 1846), duca di Modena  dal
1814,  e  dal 1829, dopo la morte di sua madre, anche Principe  di
Massa e Carrara: spos nel 1812 Maria Beatrice Vittoria di Savoia,
figlia di re Vittorio Emanuele I.
60   Il   padre,   Cesare  d'Azeglio,  era  stato  esponente   del
cattolicesimo  intransigente  della  Restaurazione;  il  fratello,
Luigi, apparteneva all'ordine dei gesuiti.
61  AURELIO SAFFI di Forl (1819-1890), triumviro della Repubblica
romana nel 1849, con Mazzini e Armellini.
62 MICHELINI GIO. BATTISTA conte di SAN MARTINO e di RIPALTA, nato
a  Savigliano  (1797 -1879), patriota del 1821,  indi  esule:  nel
1847,  festeggiandosi a Roma, il d 15 novembre, la  inaugurazione
della  Consulta di Stato, una delle maggiori riforme  fino  allora
concesse   da  Pio  IX,  i  Piemontesi  residenti  nella  capitale
pontificia  volevano  partecipare  al  corteo  all'ombra  di   una
bandiera sabauda. All'ultimo momento fu vietata la uscita di tutte
le bandiere forestiere, e il Michelini scrisse una protesta contro
questo  provvedimento  protesta che fu pubblicata  dall'"Alba"  di
Firenze.
63 Nel primo volume dell'Archivio Trimestrale, pubblicato nel 1850,
v'ha  un'antiporta con riprodotta la medaglia carlo-albertina  nel
recto  e nel verso. "Il famoso emblema del leone seduto, col  capo
dentro all'elmo, lo scudo di Savoja sul dorso, un serpente tra  le
ugne,  e  il  motto famoso: J'atans mon astre, era la  divisa  che
Carlo  Alberto aveva rinovato da Amedeo VI, insieme con un emblema
che  dava  luogo  a  molte allusioni, il quale,  circondato  dalle
imagini di quattro sommi italiani, ornava l'aurea medaglia,  ch'ei
dispensava". - CIBRARIO, Ricordi, pp. 227, 255.
64  il frutto della fava.
65  I  repubblicani,  e  gli  avversari  di  Carlo  Alberto,  dopo
l'armistizio Salasco, accusarono la Corte sabauda di avere in ogni
modo  premuto su Venezia e sulle citt venete perch deliberassero
la  lor  propria unione con gli Stati sardi, allo scopo  di  farne
oggetto  di  baratto,  di  guisa  che  l'Austria  consentisse  pi
facilmente alla cessione della Lombardia e dei Ducati a favore del
Regno sabaudo, il quale avrebbe rinunziato a Venezia e al Veneto a
favore dell'Austria.
66   Scrisse  il  Tommaseo,  in  una  Memoria  per  il  Papa,  che
l'Inghilterra  non avrebbe mai permesso che il medesimo  potentato
tenesse  "la  darsena di Genova e l'arsenale  di  Venezia";  e  lo
stesso  scrisse in una lettera al Cobden (che poi non fu spedita).
Ma   dubbio quale fondamento avesse cosiffatta affermazione. Cfr.
C.GAMBARIN, La politica papale di Niccol Tommaseo negli anni 1848
-  1849  (Estratto  dall'Archivio Storico per la Dalmazia),  Roma,
1937, p. 46.
67  Il  protocollo  austro-sardo del 23 luglio 1831  stabiliva  in
verit, all'articolo XI, che il comando in guerra dei due eserciti
alleati,  austriaco di 65 mila uomini e sardo di 37 mila,  sarebbe
assunto  dal Re di Sardegna in persona: solo nel caso  che  il  Re
fosse impedito di comandare egli stesso l'esercito alleato, allora
(art.  XIII)  il  comando  supremo sarebbe  assunto  dal  generale
austriaco comandante le truppe imperiali. Cfr. A. LUZIO, Gli inizi
del  regno  di Carlo Alberto, in Atti della Reale Accademia  delle
Scienze di Torino, 1922-23, p. 4 dell'Estratto.
68  Il  Cattaneo  intende denunciare il confluire  (a  suo  avviso
sospetto)  di  uomini  provenienti dalle  pi  diverse  esperienze
politiche,  ideologiche  e  sociali nelle  file  del  moderatisino
sabaudo.
69  "Erano  in Lombardia i ruderi di molte societ secrete:  e  si
ricomponevano e duravano sotto forma d'amichevoli convegni".  Cos
un   "promotore   della  rivoluzione"  di  Milano,   nell'Archivio
Triennale, 1, p. 489.
70 Non lontana da Palazzo Vecchio.
71  I  DURANDO erano due, GIOVANNI e GIACOMO, quest'ultimo  autore
dell'operetta  politica Della Nazionalit  italiana,  nella  quale
proponeva  un  rimaneggiamento accentratore degli Stati  italiani,
dal  quale anche il Papa sarebbe uscito a mal partito. Il Durando,
che divenne nel 1847 generale pontificio, fu invece Giovanni. - In
Toscana,   era   stato  designato  a  curare  la  riorganizzazione
dell'esercito granducale, il generale GIACINTO NOVANA DI COLLEGNO.
un piemontese, esule dal '21.
72  Sovrani spodestati come i Beauharnais e i Bonaparte e i  Murat
avevano  ancora  sparute  schiere  di  sostenitori  che  avrebbero
desiderato il loro ritorno sui troni da cui erano stati  costretti
ad  allontanarsi.  Altri  sovrani, gi  investiti  di  uno  Stato,
aspiravano ad allargare i loro domini.

73  ACHILLE CASTAGNOLI fu creduto mirasse a favorire il  passaggio
delle  Legazioni pontifice sotto il dominio dell'Austria:  erronea
supposizione  secondo UGO DE MARIA, che scrisse  efficacemente  di
lui in Archiginnasio, Bologna, 1939- 40.
74   Il  barone  FLAMINIO  BARATELLI,  ferrarese,  era  un  agente
austriaco:  il  14  giugno 1847 fu ucciso  nella  pubblica  via  a
Ferrara, forse appunto perch ostentatamente austriacante.
75 Correspondence respecting the affairs of Italy, P. I., p. 48.
76 L'inevitabile conflitto, quello fra Italiani ed Austriaci.
77  Accenno  all'aiuto dato dal Piemonte ai Cantoni dei dissidenti
svizzeri, quelli del Sonderbund.
78 La prima citt a insorgere fu Venezia.

79 Il confine fra il Regno di Sardegna e il LombardoVeneto correva
lungo  il  Ticino;  Pavia, sita sulla sponda lombarda  del  fiume,
apparteneva al Lombardo - Veneto, ma i suoi sobborghi al di l del
fiume e i suoi abitanti erano in territtorio piemontese.
80  "L'agitazione  che  prese lo spirito italiano  improvvisamente
negli  ultimi tempi ... I capi della nobilt lombarda  ..  con  la
loro condotta per mezzo del denaro". Der italienische Feldzug, pp.
21, 22.
81  Quando,  nel 1849 - 50, il Cattaneo scrisse in tal  guisa  del
Mazzini, gi dovevano essere svaniti dalla sua mente i ricordi del
tempestoso  incontro del 30 aprile '48, alla  fine  del  quale  il
Lombardo  pronunzi  severe  ingiuste  parole  all'indirizzo   del
Ligure:  le  sventure  della patria avevano frattanto  ravvicinato
quei due.
82  Sembra che il Cattaneo intenda alludere alla Carboneria da cui
proveniva  lo stesso Mazzini e la maggior parte.dei suoi  seguaci;
la Carboneria, infatti, contava sull'opera dei principi.
83   Allude  ai  vari  pretesti  patriottici  che  andarono  dalla
celebrazione dell'anniversario di Batilla a quella di  Gavinana  e
alle manifestazioni di giubilo per l'avvento al pontificato di Pio
IX.
84  Pio  IX  non avrebbe mai sinceramente appoggiato,  secondo  il
Cattaneo, la causa italiana.
85 Allusione a Carlo Alberto: l'unico combattimento cui prese parte
fu  quello  del Trocadero, nella guerra combattuta da un  esercito
francese,  per  conto  della  Santa Alleanza,  contro  i  liberali
spagnoli insorti nel 1820.
86 Cio di aver respinto la fusione con il Regno di Sardegna.
87 Cio dall'oro austriaco.
88  Gli  ufficiali  dell'esercito e  i  magistrati  con  mentalit
gesuitica.
89  Il generale Eusebio Bava, comandante d'armata nel 1848, autore
di  una relazione sulla campagna militare dalla quale  tratta  la
definizione " imbuto di S. Lucia " citata dal Cattaneo.
90 "In sede di una valutazione, ancora infuocata dalla passione non
spenta,  del  fallimento  della prima  campagna  dell'indipendenza
italiana  (le pagine presenti sono state scritte entro  il  1850),
per  la prima volta il Cattaneo, risalendo dalla ragione militare,
com'  suo  costume, alla raione civile, pone, se pure  ancora  in
termini   vaghi,   il   problema   della   federazione   italiana,
richiamandosi  al  modello della Confederazione  elvetica.  Questo
passo,  primo  grido di guerra del federalisrno  repubblicano,  fu
citato  come  esempio  di  dottrina federalistica  dal  Montanelli
(Introduzione ad alcuni appunti storici sull Rivoluzione d'Italia,
Torino,  1851,  p.  136 e sgg.); e per lunghi tratti  riportato  e
criticato dall'unitario
Giuseppe La Farina nella conclusione alla sua Storia d'Italia  dal
1815  al 1850, Torino, Societ editrice italiana( v. IV, p. 599  e
sgg.,  l  dove si. tratta Delle ragioni che soglionsi  addurre  a
favore  dell'ordinamento in piccole repubbliche, cap.  XI  "  Cos
Norberto Bobbio, in C. Cattaneo, Stati Uniti d'Italia, p. 194.
91  L'ebreo  mantovano G. F. Urbino, di idee repubblicane,  il  29
maggio  capeggi una minacciosa manifestazione contro  il  governo
provvisorio  e il Casati , i quali avrebbero dovuto rassegnare  le
dimissioni  per cedere il posto a un nuovo governo  gi  delineato
dall'Urbino  e comprendente anche il Cattaneo. Il Cattaneo  separ
sempre  le  sue  responsabilit  da  quelle  dell'Urbino  il   cui
comportamento giudic negativamente; nondimeno il Cattaneo -  come
altri  democratici ed avversari della fusione della Lombardia  col
Piemonte  -  fu  accusato  di  essere complice  o  addirittura  il
mandante  dell'Urbino che era stato arrestato e  che  dal  carcere
invi  poi una modesta lettera di supplica al Governo provvisorio.
L'Urbino era stato impresario teatrale a Como, aveva militato  fra
i  socialisti  a  Parigi, e a Milano, giunto dopo  l'insurrezione,
aveva  fondato  la Societ per la rigenerazione intellettuale  del
popolo italiano. La sua firma appare nel manifesto di protesta del
Mazzini  contro il decreto del Governo provvisorio del  12  maggio
indicente il referendum sulla fusione.
92  Le  quattro  province venete, cio Treviso,  Vicenza,  Padova,
Rovigo, le quali si diedero a Carlo Alberto, il quale tuttavia non
aveva  fatto nulla per ottenerle; le perse, quindi, senza  che  le
avesse  realmente " acquistate ", prima che Venezia avesse  deciso
al riguardo: esse furono nel giugno riconquistate dall'Austria.
93 La Lombardia e i Ducati di Parma e Piacenza e Modena.
94  Il  5 agosto 1848 ebbe luogo a Milano, nel Palazzo Greppi,  un
drammatico colloquio fra i membri del Comitato di difesa  pubblica
e  i  generali del re. Mentre i primi richiesero la resistenza  ad
oltranza,  i  secondi  (Salasco, Bava, Olivieri),  per  bocca  del
ministro Parete, annunciarono la decisione della resa.
95 Venezia stette in armi, combattendo fortemente, fino all'agosto
1849, quando ormai tutta l'Italia era soggiogata.
96  Appenzell e Basilea sono divisi in due semicantoni:  Appenzeli
Rhodes-Extrieurs  (protestanti),  Rhodes-Intricurs  (cattolici);
Basilea citt e Basilea campagna.
97    Il    generale    borbonico   Carlo   Filangieri    bombard
ininterrottamente  per  sei giorni, dal 3  al  9  settembre  1848,
Messina   per  conto  del  re  Ferdinando  II,  costringendola   a
capitolare.
98 Alfonso La Marmora dom con notevole energia e abbandonando ogni
idea conciliativa la rivolta di Genova dell'aprile 1849.
99 Allude alle manifestazioni popolari successive all'assassinio di
Pellegrino  Rossi,  intese  ad  imporre  a  Pio  IX  un  gabinetto
nazionale  che fu quello Muzzarelli, Mamiani, Galletti,  Sterbini.
Il  Papa trov nella formazione di questo ministero - che dichiar
essergli  stato  imposto con la forza - il pretesto  per  lasciare
Roma.  Il  giudizio  del Cattanco , anche in questa  circostanza,
spinto alle conseguenze estreme.
100 Non  possibile dire se fu il Mazzini stesso, durante quei mesi
in  fitta corrispondenza col Cattaneo, a scrivergli di raggiungere
Roma: in nessuna delle lettere del Cattanco al Mazzini pervenuteci
se  ne  accenna. Il Cattaneo era stato invitato dal Rusconi e  dal
Cernuschi  a raggiungere Roma, ma aveva rifiutato. Il  Mazzini  si
rec  a  Roma  dopo  la  sua  elezione a  deputato  dell'Assemblea
Costituente romana; ma a Roma egli contava numerosissimi amici fra
coloro  i  quali avevano proclamato la repubblica e  preparato  le
elezioni: primi tra di essi Filippo De Boni e Aurelio Saffi.
101 La notte fra l'8 e il 9 febbraio 1849.
102  Fondando  a Parigi il 5 marzo 1848, l'Associazione  nazionale
italiana,  il  Mazzini  aveva creduto all'opportunit  di  riunire
tutte  le forze, di ogni tendenza, interessate alla soluzione  del
problema  nazionale  attorno al programma:  guerra  all'Austria  e
rinvio a guerra vinta di ogni decisione sull'assetto politico  del
paese. Vedi ancora la citata lettera di Giuseppe Ricciardi.
103  La  rivoluzione viennese del 6 ottobre 1848  soffocata  dagli
eserciti rimasti fedeli all'imperatore.
104  Messina  fu  bombardata e assalita dai napoletani  fedeli  al
Borbone;  Genova domata dai soldati regi, savoiardi e  piemontesi;
Roma  dai  francesi  di Luigi Napoleone Bonaparte;  Venezia  dagli
austriaci.
105  Il  manifesto  del  Comitato  centrale  democratico  europeo,
pubblicato  il  22  luglio 1850 con le firme  di  Mazzini,  Ledru-
Rollin,  Albert  Darasz e del tedesco Arnold  Ruge  (v.  F.  Della
Peruta,  I  democratici  e  la rivoluzione  italiana,  p.  20).  -
Alessandro   Ledru-Rollin  (18071i874),  leader   della   corrente
democratica repubblicana francese e suo rappresentante nel Governo
provvisorio  del  1848. L'avvento di Luigi  Bonaparte  lo  obblig
all'esilio in Inghilterra. - Arnold Ruge, di Bergen (1803,  1880),
filosofo  ed  esponente democratico all'Assemblea  di  Francoforte
dove  sostenne  la  libert e l'unificazione polacca  e  italiana.
Albert  Darasz (1808, 1852), patriota polacco, in esilio  dopo  la
rivoluzione  del  1830,  ader nel 1835 alla  Societ  democratica
polacca. In seguito si stabil a Londra.

106  Conte  Gabrio  Casati  di Milano (1798-1873),  podest  della
capitale lombarda, indi Presidente del Governo provvisorio, e  nel
luglio del '48 Presidente dei ministri a Torino.
107  Conte  ENRICO O' DONNELL (1804-1872), il 18 marzo 1848  Vice-
presidente   del  Governo  (austriaco)  di  Milano,   cio   Vice-
governatore.
108 AULICH, MESZAROS, KLAPKA, ungheresi, che pur avendo fatto parte
dell'esercito   imperiale,  combatterono   contro   gli   eserciti
austriaci  nel  1848-49,  per conquistare indipendenza  e  libert
all'Ungheria.
109  Il  "Cisalpino"  era  il  giornale  che  il  Cattaneo  voleva
pubblicare,  e  ch'egli s'accinse a scrivere nella  notte  sul  18
marzo 1848.
110 Die kriegrichen Ereignisse in Italien, Zrich 1848.
111  TEODORO  LECHI  di Brescia (1779-1866),  generale  del  Regno
Italico,  arrestato  nel  1814  con  altri  ufficiali  napoleonici
accusati  di cospirazione contro l'Austria, fu posto a capo  delle
forze milanesi e lombarde nel 1848, dopo le Cinque Giornate.
112  "Il  20  dello scorso marzo, il tenente Ignazio  Kugler,  del
reggimento  Arciduca Ernesto, scortato da due  soldati  borodiani,
procedente  da Verona, ignaro per avventura di quanto  avveniva  a
Milano, passava per Inzago, alla volta della nostra citt, recando
l'ultimo   pegno  dell'amore  dell'ex  vicer  pe'  suoi   diletti
milanesi, la legge marziale. Quei d'Inzago arrestarono e il  messo
e  i  suoi  compagni;  e custoditili alcuni giorni,  li  passarono
quindi  alle carceri di Cassano, d'onde furono trasmessi a Milano.
Il  susseguente  giorno (21), quelli stessi d'Inzago  fermarono  e
confiscarono  una carrettella tratta da due cavalli,  che  venendo
dal   Castello  di  Milano,  conteneva  due  soldati   d'ordinanza
incaricati forse d'alcun messaggio, che per and fallito,  perch
sostenuti pure in prigione". (Il 22 marzo, p. 88).
113 Cos scriveva il Radetzky al Governo di Vienna, in un dispaccio
intercettato  dalla  rivoluzione.    riprodotto  nel  II   volume
dell'Archivio Triennale pp. 472 sgg.
114  ENRICO CERNUSCHI di Milano (1821-1896), uno dei pi  risoluti
nella  giornata del 18 marzo '48, fece poi parte del Consiglio  di
guerra durante le Cinque Giornate.
115  LUCIANO  MANARA di Milano (1825-1849) si batte splendidamente
durante le Cinque Giornate milanesi; mor di ferite alla difesa di
Roma nel 1849.
116 Circa la presenza del Cattaneo in casa Vidiserti, la sera del 18
marzo '48, vedi in questo stesso volume, Introduzione, p. XIX,  n.
1).
117  Arese Francesco (1805-1881): uomo politico, figlio del  conte
Marco e di Antonietta Fagnani amata dal Foscolo. Si compromise coi
moti  del '31, espatri, ebbe varie vicende politiche. And il  18
marzo  1848  a  Torino per invocare l'aiuto di Carlo Alberto  alla
insorta citt. Dopo il '48 fu deputato e senatore. Svolse delicate
mansioni  diplomatiche anche per conto di Cavour presso  Napoleone
III.
118  Gi  trovavansi a Torino il marchese Carlo D'Adda e il  conte
Enrico Martini, entrambi lombardi, e in rapporti segreti con Carlo
Alberto, e con i suoi servitori.

119  Il  18 marzo '48 Carlo Alberto concesse amnistia ai colpevoli
(esuli  e  condannati) di reato politico, e quindi anche a  coloro
che nel 1820-21 avevano cospirato con lui, e anche per lui s'erano
compromessi.  Questo re, che regnava dal '31,  non  s'era  davvero
affrettato  a  prendere  tale  provvedimento.  L'Austria   l'aveva
preceduto, e da molti anni!
120  Dopo  la concessione dello Statuto (febbraio-marzo  1848)  fu
giudicata  opportuna  a  Torino  la  costituzione  di   un   nuovo
Ministero,  formato  da  uomini  in  voce  di  liberali:  esso  fu
presieduto da C. Balbo, ed entr in carica il 16 marzo del 1848.
121 ANTONIO BELLATI imperial-regio delegato provinciale di Milano,
fu  fatto  prigioniero al Broletto la sera del  18  marzo,  e  poi
trascinato  al  seguito  dell'esercito  austriaco  in  precipitosa
ritirata, con un numeroso gruppo di ostaggi milanesi.
122  Barone  CARLO GIUSTO TORRESANI DI LANZENFERLD E DI CAMPONERO,
direttore generale della polizia austriaca in Milano.
123 La sera del 19 marzo '48 si verific infatti una eclisse lunare,
che  suscit sgomento nella soldatesca straniera, e per contro una
pi sicura fiducia nei combattenti cittadini

124  Il  cauto  arciduca era lo stesso vicer del Regno  lombardo-
veneto,  che, essendo partito il 17 marzo da Milano, trovavasi  in
quei giorni della rivoluzione a Verona.
125 Marchese Vincenzo Ricci ligure, ministro per gli affari interni
nel  Ministero costituzionale di Cesare Balbo, per le finanze  nel
Ministero  di  Gabrio Casati che succedette  a  quel  primo  nella
estate del '48.
126  Con  queste  parole, il Balbo aveva alluso alla  indipendenza
italiana,  ch'egli  anteponeva, a differenza  del  Cattaneo,  alla
libert:  e  queste  parole aveva poste come epigrafe  alla  prima
edizione delle Speranze d'Italia.
127 Il conte Gabrio Casati.
128  I  "giudiziosi": nome che questi calunniatori  giobertiani  e
azegliani davano a se medesimi.
129 MAZZINI, Prose politiche, Genova, p. 213.
130  Bolza  Carlo Luigi di Laveno (1783-1874): fu per quarant'anni
capo fanatico della polizia austriaca in Lombardia. Il suo nome  
legato  al  processo di Confalonieri e degli altri congiurati  del
'21.  Ai  cittadini  che  l'avevano catturato  durante  le  Cinque
Giornate,  il Cattaneo disse: "Se l'uccidete fate cosa giusta,  se
non lo uccidete fate cosa santa". E il Bolza fu salvo.
131 Anche nella sua operetta Dell'Insurrezione di Milano, afferma il
Cattaneo  che  il  Casati, la sera del 19 marzo, era  sparito  dal
Quartier  Generale della rivoluzione: il Cernuschi lo ritrov  che
stava  per  cercar  di  raggiungere la propria  abitazione,  e  lo
ricondusse agli altri.
132 Allorch, nel 1838, l'imperatore Ferdinando I s'era solennemente
incoronato a Milano Re del Lombardo-Veneto.
133  La  ferrovia  Milano-Venezia nel 1848 era  solo  parzialmente
costruita; erano compiuti i due tronchi estremi,  Milano-Treviglio
da  un  lato,  Venezia  - Vicenza dall'altro;  mancava  il  tronco
centrale.
134  Nel  terzo  d  della rivoluzione d  Milano,  Luigi  Torelli
valtellinese e Scipione Bagaggia trevisano (dopo che i  cacciatori
tirolesi  ebbero sgombrato il Duomo, dall'alto del  quale  avevano
colpito  quanti cittadini erano arrivati a tiro dei  loro  fucili)
alzarono  il  tricolore sulla Madonnina che ne corona  la  maggior
guglia.
135 Le due strade ferrate, la Milano-Monza e la Milano-Treviglio.
136  Pure  il  20  marzo, terzo giorno della  rivoluzione,  furono
lanciati  nello  spazio  una ventina di palloni  aerostatici,  che
recavano, agli abitanti del contado e delle vicine citt,  notizie
della  insurrezione milanese, e fervidi appelli di soccorso:  quei
palloni  erano  stati costruiti dai seminaristi nel  Seminario,  e
prontamente utilizzati dal Consiglio di guerra, fervido  animatore
della battaglia cittadina.
137 Gli arciduchi Sigismondo, Ernesto, Ranieri junior eran figli del
vicer Ranieri, e facevano parte dell'esercito imperiale.
138  Giacinto  Mompiani, Francesco Longo,  Luigi  Lechi,  patrioti
bresciani.
139  Il  generale Giorgio SCHNHALS, da non confondere con l'altro
generale  CARLO  SCHNHALS, autore delle  notevoli  Memorie  della
guerre d'Italia del 1848 e 1849 di un Veterano austriaco.
140  Conte  FERDINANDO  ZICHY, comandante  militare  austriaco  in
Venezia.
141  Radetzky l'aveva allontanato da Milano alquanto prima del  18
marzo,  sospettando  che corressero intese  fra  i  cospiratori  e
taluno di quei soldati.
142 PASQUALE SOTTOCORNO (1822-1857) ciabattino milanese, morto esule
a Torino.
143 Augusto ANFOSSI, nizzardo (1812-1848); esule dagli Stati sardi
dopo  il 1831, s'arruol nella Legione straniera di Francia,  indi
in  Egitto,  raggiungendo il grado di colonnello dell'esercito  di
Ibrahim  Pasci.  Accorse  in  Italia  alle  prime  commozioni  di
libert, e trov morte a Milano nella quarta giornata della  epica
lotta.
144  GIROLAMO BORGAZZI (1808-1848) vissuto lungamente in  Francia,
dopo   aver  militato  nella  Legione  straniera  in  Algeria,   e
partecipato  alla guerra di Spagna nelle file dei  costituzionali,
fece  ritorno  in  patria, e qui trov impiego  nei  lavori  della
costruzione della strada ferrata Milano-Venezia.
145 Sta in fatto, che il Duca di Modena non pose piede in Mantova:
egli, uscito da Modena, raggiunse in Novi la Duchessa, che l'aveva
preceduto  nella partenza, e qui essi separaronsi  nuovamente.  Il
Duca  per  Govrnolo  e  Isola della Scala  raggiunse,  non  senza
qualche difficolt, Verona. La Duchessa, col suo seguito, pervenne
invece a Mantova, dove realmente volevasi trattenerla, tanto  pi,
sospettandosi che il Duca viaggiasse sotto le vesti  di  un  abate
Sporlein, che accompagnava la Duchessa: ma poi fu lasciata partire
indenne.
146 Conte GIUSFPPE DURINI di Milano (1800-1850), membro del Governo
provvisorio, indi ministro dell'agricoltura a Torino.
147 Il conte VITALIANO BORROMEO gi ricordato
148 Ludovico Frapolli di Milano (1815-1878), rappresent a Parigi il
Governo  provvisorio  di  Lombardia: nel  1859-60  contribu  alla
liberazione dell'Italia, e nel 1870 segu Garibaldi in Francia.
149  FRANCESCO SIMONETTA, patriota lombardo, carissimo a  Giuseppe
Garibaldi; partecip alle campagne del '48, del '59 e del '60.
150  GIUSEPPE TORRES, patriota piemontese, capo d'una  legione  di
volontari accorsa in Lombardia nel marzo '48, al primo squillo  di
guerra.
151  Lord PALMERSTON, capo del Foreign Office a Londra. -  Per  la
politica  inglese in quella prima fase della rivoluzione  e  della
guerra d'Italia, Cfr. SPELLANZON, Storia cit., vol. III, pp.  898,
900 sgg., 918 sg.
152 Marchese LORENZO PARETO (1800-1865) genovese, ministro per gli
affari esteri nel Ministero costituzionale di Cesare Balbo
153 CESARE CORRENTI (1815.1888) di Milano, patriota e letterato: fu
segretario  del Governo provvisorio, indi esule al  ritorno  degli
Austriaci.
154  "Il  libro del Re":  cos detto un volumetto di  Memorie  ed
Osservazioni  sulla  guerra dell'Indipendenza  d'Italia  nel  1848
raccolte  da un Ufficiale piemontese, stampato a Torino nel  1848;
fu  scritto da Carlo Promis sugli appunti di Carlo Alberto. Appena
pubblicato, venne ritirato dalla circolazione per ordine  del  Re.
Ne furono poi fatte altre edizioni.
155 Conte Pompeo Litta di Milano (1791-1852), fu nel 1848 membro del
Governo  provvisorio: autore della storia delle  Famiglie  celebri
d'Italia.
156 Il Governo provvisorio di Milano era in gran parte formato degli
uomini  che  prima della rivoluzione costituivano la Municipalit,
nominata del Governo austriaco.
157  Sotto  lo pseudonimo di Ciro d'Arco, scriveva in quegli  anni
Giuseppe  Torelli di Novara (1816.1866), uomo politico  amico  del
D'Azeglio, devoto al Cavour.
158 Lettere politiche di Ciro D'Arco, Torino, Tipografia Ferrero e
Franco, 1850, pp. 6 e 150.
159 Il generale OUDINOT comand la spedizione francese contro Roma
repubblicana, che il 30 aprile '49 assal la citt e  fu  respinta
dai  valorosi  difensori;  i Francesi, sconfitti,  ripiegarono  su
posizioni arretrate, a quattro miglia da Roma.
160 Uno storico francese reazionario arriv al punto di affermare,
che  l'insurrezione  nel  Lombardo-Veneto  era  quasi  dappertutto
diretta  "par  les Polonais"! Cfr. CAPEFIGUE, La  Socit  et  les
Gouvernements  de  l'Europa  depuis  la  chute  de  Louis-Philippe
jusqu'  la  prsidence  de Louis-Napolon  Bonaparte,  Bruxelles,
1849, t. II, p. 244.
161 Lo scrittore austriaco, che a Zurigo pubblic un volumetto  di
ricordi della guerra d'Italia nel 1848, gi citato alle pp.  63  e
114
162  Questo  volume,  cio  il II volume dell'Archivio  Triennale,
pubblicato nel 1851, e che narra delle Cinque Giornate  di  Milano
riferite al moto generale d'Italia.
163 Il terzo volume dell'Archivio Trimestrale, dal quale son tratte
le  pagine  che  seguono, fu pubblicato nel 1854,  quando  gi  al
Cattaneo   appariva  evidente  l'impossibilit  di  proseguire   e
compiere questa sua grande impresa.
164  "Avanzavasi un picchetto di lancieri piemontesi. Lo segue  un
picchetto di fanteria, con banda e bandiera tricolore grandissima,
portata dal popolo armato. Banda militare con pennacchi bianchi. -
Ore  12  e  mezzo  pom.: Succedono altre bandiere  tricolore,  che
precedono truppe di popolani armati. La cavalleria sfila lungo  la
strada  di  circonvallazione  ed entrano  pel  Sempione...".   "Il
governo  provisorio.  di Milano caldamente instava  per  avere  in
aiuto qualche reggimento... Passato il Ticino sotto li ordini  del
generale  Bes,  giunsero  a  Milano; e poich  l  una  incipiente
fazione  gi  li  guardava  con  appressione  e  sospetto,  furono
inoltrati alla volta di Brescia ad inseguire li austriaci".
165  CARLO LUDOVICO FICQUELMONT (1777-1857) generale e diplomatico
austriaco,  successore dI Metternich per breve lasso di  tempo.  -
Conte     CARLO    FERDINANDO    BUOL-SCHAUENSTEIN    (1797-1865),
rappresentante  austriaco  a  Torino  fino  al  1848.  -  Principe
FRANCESCO    GIUSEPPE   DIETRICHSTEIN   (1767-1854)   ambasciatore
austriaco a Londra.
166 Gilbert Murray muy Kinymond Lord Minto, ministro nel gabinetto
John Russell, fu inviato da lord Palmerston in Italia nel 1847-48,
onde  confortare i prncipi italiani a continuare sulla via  delle
riforme  politiche,  e  frenare  le ostili  velleit  d'intervento
dell'Austria nel medesimi Principati italiani. Il Governo  inglese
non  voleva  certamente che la questione italiana determinasse  lo
scoppio  di  una  generale  guerra  europea,  nella  quale   anche
l'Inghilterra  sarebbe  stata  coinvolta  e  senza  dubbio  vedeva
nell'Austria  il  pilastro dell'equilibrio  continentale,  giacch
all'Austria  era commesso il compito di frenare  ad  un  tempo  le
voglie espansionistiche della Russia e quelle conquistatrici della
Prussia. Ma  certo d'altronde, che tra l'aprile e il luglio  '48,
e anche nei mesi seguenti, il Governo di Londra fece il possibile,
naturalmente  senza  per  ci  volersi  impegnare  a  far  guerra,
affinch  l'indipendenza  italiana fosse assicurata,  e  l'Austria
rinunciasse   al  dominio  del  Lombardo-Veneto  o  almeno   della
Lombardia.
167  Il Governo di Torino annunzi alla diplomazia europea, ch'era
costretto  a  passare in armi il Ticino e ad accorrere  a  Milano,
onde   impedire   che  ivi  fosse  proclamata  la   repubblica   e
contininuasse il disordine: cio per "un atto di polizia".
168 Generale Michele Bes Oulx (1794.1855), guid a Milano le prime
truppe  del re di Sardegna, e fu subito sollecitato a partire  per
Brescia  ad  incontrarvi  il nemico: pur  essendo  riluttante,  si
mosse, e avanz.
169 N Vicenza, n Treviso!
170 Il "Lombardo" dei fratelli Roman, giornale che s'era dichiarato
fautore  di  repubblica,  e  che il 5 aprile  '48,  giunto  appena
all'ottavo  numero,  fu costretto a tacere in  seguito  a  minacce
d'incendio e distruzione.
171 "Educato nelle idee republicane fin dall'infanzia, sacrifico di
buon grado le mie convinzioni alla prosperit del paese" (Bianchi-
Giovini nell'"Opinione" di Torino del 27 marzo '48).
172 Giuseppe Mazzini, arrivato a Milano la sera del 7 aprile '48: ma
egli parl al popolo milanese la sera dell'8.
173 Palazzo Marino, dove il governo provvisorio di Milano, poi  di
Lombardia,  aveva trasferito la propria sede dopo  la  liberazione
della citt, era da un lato prospicente a piazza San Fedele. Quasi
di fronte ad esso sorgeva l'albergo Bella Venezia, dove il Mazzini
era alloggiato.
174  L'inviato, cio Francesco Restelli, avvocato milanese  (1814-
1890), che il Governo provvisorio di Milano mand a Venezia  quale
suo rappresentante.
175  In  seguito alla morte di Maria Luigia, duchessa di  Parma  e
Piacenza, questo Stato fu restituito alla dinastia borbonica,  che
gi aveva ceduto alla Toscana il proprio Ducato di Lucca. A questo
punto, furono effettuati alcuni mutamenti territoriali decisi  fra
Parma, Modena, Toscana ed Austria fin dal 1844, e allora una parte
della Lunigiana toscana fu trasferita a Modena, e un'altra parte a
Parma.
176 La guerra contro il Sonderbund.
177  G. Ferrari, "Revue indpendante" del 10 gennaio 1848. Si noti
bene: "gennaio".
178  Scrisse  il Gioberti nella sua opera Del Rinnovamento  civile
d'Italia:  "...Non si sarebbe trovato uomo che  osasse  levare  le
scellerate mani contro il fondatore dell'anfizionia italica  (cio
contro Pellegrino Rossi). L'idea nazionale dell'unione, dissipando
le  calunnie  dei  malevoli, gli sarebbe  stata  di  egida,  e  il
congresso  romano di guardia e di patrocinio. Ma gli tolsero  ogni
presidio  i  ministri  sardi,  facendolo  bersaglio  all'odio  dei
fanatici e alle maledizioni del vulgo, colla stolta loro politica,
la  quale  non solo cost la libert, l'onore, il nome all'Italia,
ma  la vita al pi illustre e al pi nobile de' suoi figli".  Cfr.
Archivio Triennale cit., vol. III, p. L.
179 Il Belgio e l'Olanda, uniti per volont delle Potenze congregate
a   Vienna   nel  1814-15,  dopo  lunghi  contrasti  si   divisero
violentemente nel 1830, l'indomani della rivoluzione  francese  di
luglio: la loro convivenza era insostenibile ormai.
180 Cos  scrisse il Cattaneo, ma invece di 1832 avrebbe dovuto dire
1831.
181 Perdette infatti, nel 1860, Nizza e la Savoia.
