    Carlo Cattaneo.
    LA SOCIETA' UMANA.

    a cura di Paolo Rossi.
    Copyright ARNOLDO MONDADORI EDITORE 1950.
    Prima edizione B.M.M. GIUGNO 1950.
    Seconda edizione B.M.M. APRILE 1961.















    INDICE.

    Prefazione: pagina 3.

    LA SOCIETA' UMANA: pagina 16.
    L'ECONOMIA E IL PROBLEMA SOCIALE: pagina 29.
    PAGINE DI STORIA: pagina 78.
    FILOSOFIA E EDUCAZIONE: pagina 115.
    IL RISORGIMENTO E IL FEDERALISMO: pagina 156.
    SCRITTI D'ARTE E DI LETTERATURA: pagina 239.
    PENSIERI: pagina 251.











    PREFAZIONE.

    Carlo Cattaneo nacque in Milano  il  15  giugno  1801  da  Melchiorre,
    orefice,  e  da Maria Antonia Sangiorgi.  Le condizioni della famiglia
    non erano agiate e,  per interessamento di uno zio sacerdote,  egli fu
    avviato agli studi ecclesiastici prima nel seminario di Lecco e poi in
    quello  di Monza.  A diciassette anni lasciava l'abito di chierico per
    entrare nel Liceo della citt natale.  Terminato a diciannove anni  il
    corso  di  filosofia fece istanza all'Imperial Regio Governo Austriaco
    per ottenere un posto gratuito nel collegio Ghisleri di Pavia che  gli
    rendesse   possibile,   date   le  ristrettezze  della  famiglia,   di
    frequentare  i  corsi  di  legge  in  quella  universit.   L'istanza,
    nonostante  la  raccomandazione  del  parroco di San Satiro (nella cui
    parrocchia abitava la famiglia Cattaneo), che attestava l'appartenenza
    dell'aspirante a una buona famiglia ma assai  ristretta  di  finanze,
    attesa  la  decadenza  dei  negozi e la numerosa famiglia,  non venne
    accolta e Cattaneo entrava,  il 31  dicembre  del  1820,  a  insegnare
    grammatica  latina nel ginnasio di Santa Marta in Milano.  Frequentava
    intanto la scuola privata di Gian Domenico Romagnosi,  grande giurista
    e patriota,  e nel 1824 conseguiva a Pavia la laurea d'avvocato. Nello
    stesso anno,  ottenuto  il  diploma  di  "professore  d'umanit",  era
    promosso  all'insegnamento  della  scuola superiore ed ivi restava per
    dieci anni.
    Furono lunghi anni di tristezza  e  d'avvilimento:  l'aula  dove  egli
    passava  quattro ore della sua dura giornata di studio e di lavoro era
    a pianterreno,  non cantinata e priva di riscaldamento;  il termometro
    arriv a segnarvi dodici gradi sotto zero,  l'inchiostro si gelava nei
    calamai.  Affaticato dal lavoro,  ormai gi malato di reumatismi e  di
    disturbi ghiandolari il Cattaneo, costretto a chiedere lunghi permessi
    per  ragioni  di  salute,  lasciava  nel  '35  l'insegnamento  con una
    pensione annua di 993 lire e 33 centesimi.
    Nello stesso anno moriva il Romagnosi che  tanto  profondamente  aveva
    influito  sulla  sua  formazione  ed  egli  ne difendeva con impetuoso
    ardore la memoria contro gli  attacchi  del  Rosmini:  Potremo  senza
    vilt  e senza infamia suggellare col silenzio l'opera delle tenebre e
    della menzogna e lasciare che  sul  suo  cadavere  una  mano  bugiarda
    pianti il palo dell'infamia?.  Egli fu mio institutore nelle scienze
    legali e politiche;  mi onor della sua benevolenza per quindici anni;
    mi  dett  il  suo testamento: mor fra le mie braccia;  mi raccomand
    morendo i suoi manoscritti e tutto ci che potesse proteggere  la  sua
    riputazione... L'Austria aveva vietato l'erezione di un monumento per
    cui  il  Cattaneo  aveva  raccolto  dei  fondi,  e  aveva  severamente
    biasimato l'epitaffio che il Cattaneo stesso aveva dettato.
    Dal 1832 Cattaneo aveva iniziato la sua  collaborazione  agli  "Annali
    Universali  di  Statistica",   nel  '37  pubblicava  le  "Interdizioni
    Israelitiche",  che sono la prima rivelazione del suo  ingegno  e  nel
    '39,  con alcuni amici,  fondava "Il Politecnico", repertorio mensile
    di studi applicati alla cultura e alla prosperit sociale, che doveva
    esser sospeso nel 1844.  Il 19 ottobre del 1830 sposava,  dopo  lunghi
    anni  di trepida attesa,  Anna Pyne Woodcock,  che am teneramente per
    tutta la vita e che apparteneva, per parte di madre,  all'aristocrazia
    inglese  e  i  cui  genitori  avevano  a  lungo esitato di fronte alla
    domanda di matrimonio del figlio di un orefice.
    Il suo serio lavoro di sociologo e d'economista aveva intanto attirato
    la curiosit e l'attenzione delle autorit e del pubblico. Nel 1840 il
    governatore della Lombardia,  Hartig,  lo incaricava di  stendere  uno
    scritto  sulla riforma carceraria,  a servizio di quei magistrati che
    per il loro ufficio avendo  quotidiana  ingerenza  in  queste  materie
    rimanevano  esitanti  fra  il principio segregativo e il silenziario.
    Nel 1843 era nominato membro dell'Istituto Milanese di Scienze Lettere
    ed Arti e l'anno seguente dava  alle  stampe  un  volumetto:  "Notizie
    naturali e civili sulla Lombardia", che resta uno dei suoi scritti pi
    notevoli.
    Il  suo  atteggiamento  politico  era  stato  fino  a  questo  periodo
    caratterizzato da un'avversione profonda per  il  regime  dispotico  e
    centralista  dell'Austria  del Principe di Metternich;  ma la profonda
    fede del Cattaneo nella ragione umana e nel progresso  della  civilt,
    il  senso  -  in  lui  vivo  -  della continuit della storia,  il suo
    entusiasmo per le pacifiche  conquiste  della  scienza,  lo  rendevano
    estraneo ad ogni ideale rivoluzionario di ispirazione mazziniana. Egli
    pensava che l'Austria avrebbe potuto giungere, attraverso una serie di
    graduali  riforme,  ad  una  forza  federalistica  di  governo  in cui
    trovassero posto le aspirazioni liberali del popolo lombardo.
    Ma l'esplosione improvvisa della ribellione popolare durante le cinque
    giornate milanesi, lo decideva all'azione ed egli si poneva alla testa
    del Consiglio di Guerra assumendo le responsabilit della lotta armata
    (1).
    Nel settembre del '48 era a  Parigi  come  rappresentante  dei  gruppi
    democratici  lombardi,  per  stabilire un avvicinamento della politica
    francese  ai  problemi   italiani,   e,   constatata   l'ignoranza   e
    l'indifferenza    dell'opinione    pubblica    francese,    pubblicava
    "L'insurrection de Milan", un lucido e concitato racconto degli ultimi
    avvenimenti che fu poi rifatto e ripubblicato in italiano. Eccomi qua
    in partenza per Ble scriveva il 29 ottobre alla moglie e  spero  di
    esser  teco,  mia  cara,  dopodomani di giorno o di notte,  secondo la
    partenza dei vapori e delle diligenze.  Il  mio  libro    uscito.  La
    verit    sempre  il  bene,  ma temo che i miei compagni siano sempre
    sotto le stesse illusioni e delusioni.
    Di ritorno a Lugano,  Cattaneo trov la sua Anna in cattive condizioni
    di  salute;  si  stabil  allora  -  abbandonando  il  progetto  di un
    trasferimento a Londra o a Parigi - a Castagnola presso Lugano: Ormai
    siamo avvezzi a far vita da ortolani  scriveva.  Siamo  qui  in  una
    casetta  di  campagna  presso  il lago a mezz'ora da Lugano,  in luogo
    amenissimo: ma siamo soli perch il resto  della  colonia  vive  dalla
    parte opposta. Isolato, quasi senza libri, logoro la maggior parte del
    mio  tempo  a raccogliere documenti delle cose nostre.  Qui viviamo su
    questa balza in aria buona e con pochissimi  seccatori  e  anzi  quasi
    soli coi colombi e le galline.  Lavorava cos, fra il '50 e il '55, a
    raccogliere dati per il suo "Archivio triennale delle cose  d'Italia",
    repertorio di documenti accompagnati da considerazioni. Un gran numero
    di  patrioti  italiani  avevano  in  quegli  anni  trovato  rifugio in
    Svizzera,  ma la loro vita era dura e solitaria.  Cattaneo  continuava
    nella  sua  fatica:  Per  natura  rifuggo  da  ogni  posizione troppo
    cospicua. Io posso essere utile alla causa quando mi si lasci lavorare
    nel mio angolo a modo mio. La politica  odio,   lotta perpetua: vi
    sono  certi  che  se  ne deliziano;  ma io sono nato per lavori di una
    natura pi quieta.
    Nel 1849 aveva rifiutato il portafoglio delle finanze nella Repubblica
    Romana,  nel 1852 accettava  l'insegnamento  di  filosofia  nel  Liceo
    cantonale  di  Lugano  con  uno  stipendio  di  2000 franchi all'anno;
    incarico che abbandonava per nel '62 in seguito ad  un  diverbio  col
    Presidente del Canton Ticino.  Nel 1860 aveva ripreso,  in Milano,  la
    pubblicazione del "Politecnico" e nello stesso anno si  era  recato  a
    Napoli  da  Garibaldi.  La  decisione di Garibaldi a favore della tesi
    degli unitari,  e la conseguente fusione  dell'Italia  meridionale  al
    Regno,   segnava   il   definitivo   tramonto  delle  sue  aspirazioni
    federaliste.  E' la vita senza piaceri  e  senza  speranze  scriveva
    solo  il  continuo lavoro mi allontana i pensieri tetri e mi conserva
    l'aspetto naturalmente gioviale; ma di dentro son morto.
    Suo unico conforto era  l'intenso  lavoro  per  il  "Politecnico",  ma
    l'ostilit dei moderati e i dissensi con l'editore lo costringevano ad
    abbandonarne la direzione. Eletto deputato nel '67 non prese mai parte
    ai  lavori del parlamento.  Di ritorno a Castagnola si and lentamente
    aggravando; era triste e stanco;  il 3 febbraio Mazzini sal da Lugano
    per  rivederlo  l'ultima  volta.  Moriva  nella  notte fra il 5 e il 6
    febbraio del 1868,  ravvolto nello stesso scialle in  cui  doveva  poi
    essere avvolto il Mazzini morente.

    L'intelletto,  a modo del mare, deve ristorarsi e nutrirsi coi liberi
    tributi di tutta la terra. Cos il Cattaneo.  E  a  noi,  uomini  del
    novecento,  abituati ad una rigida specializzazione della cultura,  la
    meravigliosa pluralit e profondit d'interessi del Cattaneo,  il  suo
    contributo  di  soluzioni  originali nei campi pi diversi del sapere,
    suscitano come un senso  di  ammirato  stupore.  La  matematica  e  la
    storia,  l'agronomia e le discipline legali, la filologia e le scienze
    naturali, la glottologia e la letteratura, l'economia e l'archeologia:
    tutto ci suscita l'interesse e risveglia la curiosit  del  Cattaneo.
    Sembra che egli,  ogni volta che affronta un nuovo problema,  senta il
    bisogno di ripercorrere da solo  il  secolare  progresso  delle  varie
    discipline,  di criticare,  saggiare,  valutarne ogni singolo aspetto,
    confrontare  fra  loro  le  varie  posizioni.   Questa   straordinaria
    ricchezza  di interessi trova la sua espressione in uno stile limpido,
    lontano sempre da ogni enfasi retorica,  tutto permeato di  un  chiaro
    razionalismo e di un sottile senso critico.
    Una cos grande molteplicit d'interessi affermati contemporaneamente,
    un  passare  dalla  scabra  merce  di  locomotive,  gazometri e ponti
    obliqui al mondo della letteratura, della linguistica,  della storia,
    correva  il  rischio  di  convertirsi  in un dilettantismo scientifico
    privo di unit.  Di questa sua incapacit di fermarsi a  lungo  su  un
    soggetto determinato,  di raccogliere in unit i risultati del proprio
    lavoro doveva rendersi conto lo stesso Cattaneo quando scriveva. Come
    scrittore, ho sciupato il mio tempo, lavorando troppo, da giornalista,
    di roba frusta e solo altrui, invece di far col mio, ch la fatica era
    forse minore; anzi molta mia roba rimane dispersa per entro i pasticci
    fatti di roba altrui,  sicch non pu nemmeno parer  mia:  con  questo
    fardello di stracci,  mi vergogno un poco di comparir di nuovo innanzi
    a un pubblico che non ha perduto il suo tempo;  e ancora: Io non  ho
    nemmeno, fin qui, ci che possa chiamarsi un'opera. Sono frammenti, la
    pi  parte  intesi  a un immediato servizio pubblico e non al culto di
    un'idea.  Solamente provano che avrei potuto  anch'io  far  meglio  se
    avessi pensato prima d'ogni cosa all'io.  Questi preziosi "frammenti"
    ci rivelano per,  via via che ad essi ci avviciniamo,  una  ricchezza
    infinita di verit e di umanit.
    L'indagine  che Cattaneo compie sul mondo della natura e sulla societ
    non  mai concepita come fine a se stessa,  ma   sempre  in  funzione
    dell'attivit  umana che deve agire nel mondo e nella storia: Noi per
    quanto valgano le nostre forze,  vogliamo agitare  tutta  la  scienza,
    svegliare tutti gli interessi,  gettare a destra e a sinistra i nostri
    studi per suscitare e incalzare gli  studi  altrui,  per  suscitare  e
    incalzare  i pensieri della nazione,  le sue speranze,  i voleri,  gli
    ardimenti.  Per questo in Cattaneo la scienza    sempre  unita  alla
    tecnica,  alla  ricerca  cio dei mezzi con cui agire sulla realt per
    modificarla a servizio dell'uomo.
    La vita del Cattaneo si svolge durante uno dei periodi  pi  complessi
    della  storia  d'Italia,  e  la  sua  opera  pu  essere  -  ci pare -
    esattamente valutata solo se  ci  riesca  di  vederla  operante  nella
    concretezza   di   una  situazione  storica  che    -  ancor  oggi  -
    interpretata in modo estremamente vario.  Il liberalismo radicale  del
    Ferrari,  del  Cattaneo  e  del  Pisacane  si  opponeva  da un lato al
    mazzinianesimo  e  dall'altro  al  moderatismo  dei  giobertiani.   Il
    programma  dei  mazziniani  era  unit,  repubblica,  democrazia.  Dal
    fallimento del metodi della carboneria che aveva  organizzato  i  moti
    del  '20  e  del '21 nel Piemonte e a Napoli,  era nata la critica del
    Mazzini al liberalismo carbonaro.  Questo,  nel suo limitato programma
    di  cospirazioni escludeva dalla lotta quelle masse popolari che erano
    invece,  per il  Mazzini,  necessarie  al  successo.  Sorgeva  cos  a
    Marsiglia  nel 1831 la "Giovine Italia" e con essa una nuova spinta di
    azione rivoluzionaria che doveva accendere di entusiasmo e portare  al
    martirio  - al di l di ogni sconfitta e di ogni fallimento - giovani,
    popolani e studenti incitando gli oppressi  e  scuotendo  i  dubbiosi,
    agitando  il problema di quell'unit italiana considerata dai pi come
    una pazzesca utopia.
    Ma  la  predicazione  mazziniana  appariva  al  Cattaneo   scarsamente
    operante  presso  il  popolo e a proposito della "Giovine Italia" egli
    scriveva: No,  non era popolare,  non penetrava addentro nella  carne
    del  popolo  come  la proscrizione e il bastone tedesco,  la legge del
    bollo e l'esattore...  L'eco della "Giovine Italia" era nella generosa
    e  poetica  giovent  delle  universit,  delle accademie e delle aule
    teologiche.   Il  programma  mazziniano  della  rivoluzione  popolare
    ripugnava   allo  spirito  pratico  e  positivo  del  Cattaneo.   Solo
    attraverso una lenta e progressiva opera di riforme  possibile, per i
    radicali,   giungere  alla  realizzazione  di  un  regime  di  libert
    all'interno  dei  singoli stati italiani che consentir poi ad essi di
    riunirsi in una libera confederazione.  Una lotta  per  l'indipendenza
    che  non sia insieme conquista di pi ampie forme di libert appare al
    Cattaneo priva di senso.  Per muover  guerra  allo  straniero  occorre
    liberarsi  prima  dalle  servit interne e la libert non ha senso se
    non  scaturisce  dalle  viscere  dei  popoli.  Abbattere  il  governo
    austriaco   per   porre  la  Lombardia  sotto  un  governo  piemontese
    reazionario e arretrato  significa  per  il  Cattaneo  solo  cambiare
    padrone.  D'altro lato il programma di riforme sostenuto dai moderati
    e dal Gioberti appariva, al radicalismo del Cattaneo,  conservatore ed
    eccessivamente  cauto.  La federazione degli stati italiani con a capo
    il Pontefice,  sostenuta  dal  Gioberti,  gli  appariva  illusoria  ed
    utopistica  e il suo riformismo,  a differenza di quello dei moderati,
    nasceva non dal rispetto per l'autorit dei  principi,  ma  dal  senso
    dell'impossibilit di spezzare violentemente il corso della tradizione
    e  della  storia e dalla necessit,  che egli sosteneva,  di giungere,
    mediante una progressiva e spregiudicata opera  riformatrice,  ad  una
    totale affermazione delle libert popolari.
    Da  queste  ragioni  profonde  di contrasto con il conservatorismo dei
    moderati e con il rivoluzionarismo dei mazziniani nasce  la  posizione
    che  il  Cattaneo  assunse  di  fronte ai problemi della vita politica
    italiana e di qui anche la sua solitudine e il suo  isolamento  in  un
    mondo di cultura che egli sentiva a s estraneo e lontano.
    Questo  radicale liberalismo del Cattaneo,  che in Pisacane giunger a
    formulazioni socialiste,  questa mentalit  scientifica  e  razionale,
    avversa  ad  ogni  mito,  rendeva  assai  limitata  la diffusione e la
    consistenza del movimento. Esso non riusc mai - nonostante gli sforzi
    in questo senso del Ferrari - ad attirare a s  le  masse  popolari  e
    rest  patrimonio  di  un  ristretto  gruppo di uomini di cultura.  Il
    programma richiedeva  infatti,  a  sua  base,  un  interesse  vasto  e
    consapevole per la vita politica,  un notevole sviluppo economico, una
    reale partecipazione  degli  italiani  ai  problemi  della  loro  vita
    sociale:   il  movimento  era  quindi  quasi  del  tutto  assente  nel
    Mezzogiorno,  forte nel milanese e in alcune zone del Piemonte e della
    Toscana.
    Le  pagine  del  Cattaneo  ci appaiono ancor oggi estremamente attuali
    mentre l'audacia rivoluzionaria delle sue idee,  la coscienza - in lui
    estremamente viva - della impossibilit di scindere il progresso della
    civilt  e della scienza da una sempre pi piena e radicale attuazione
    della vita democratica,  ci pongono di fronte a una serie di  problemi
    che ancor oggi urgono alla nostra coscienza di uomini moderni. L'arte
    della  libert    l'arte  della  diffidenza;  libert   padronanza e
    padronanza non vuole padrone.
    Alle vecchie classi dirigenti,  provenienti dall'aristocrazia terriera
    e incapaci,  nel loro cieco ed egoistico attaccamento alla tradizione,
    di costruire un libero mondo  di  nuova  civilt,  Cattaneo  tent  di
    sostituire  una classe dirigente progressiva ed audace,  padrona della
    scienza  e  della  tecnica,   agile  nei  suoi  movimenti,   inserita,
    politicamente e culturalmente, nella vita europea.
    Il  popolo  italiano giunse all'indipendenza per vie diverse da quelle
    che il Cattaneo aveva indicato,  ma a  nostro  avviso,  una  rinnovata
    lettura  delle  sue  pagine  pi  significative pu renderci possibile
    un'interpretazione del nostro Risorgimento diversa da quella  che  una
    lunga  tradizione  -  fatta  spesso  di  retorica  e di indiscriminata
    esaltazione - aveva consacrato.

    PAOLO ROSSI.


    Lo sigle "Opp." e "Scr.  pol." indicano rispettivamente i sette volumi
    della  "Opere  edite  e inedite" raccolte da A.  Bertani,  edizione Le
    Monnier,  e i tre volumi  degli  "Scritti  politici  ed  Epistolario",
    raccolti  da  Rosa  e Mario,  edizione Barbra.  Per gli altri scritti
    confronta "L'insurrezione di Milano" a cura di G.  Macaggi,  Citt  di
    Castello;  "L'insurrection  de Milan e le Considerazioni sul 1848",  a
    cura di C. Speljanzon,  edizione Einaudi;  il "Politecnico" e la nuova
    edizione  dell'"Epistolario" (volume 10,  1820-1849) Barbra,  Firenze
    1949.


    NOTE.

    Nota 1.  Per le notizie sulla vita nel periodo che va  dal  1848  alla
    morte  e in genere per le posizioni che il Cattaneo venne assumendo di
    fronte alle mutevoli situazioni politiche del Risorgimento, rimandiamo
    al capitolo "Il Risorgimento e il Federalismo".








    LA SOCIETA' UMANA.

    Cattaneo  parte  dalla  tradizione  filosofico-politica   del   secolo
    diciottesimo,  accogliendone  lo  spirito  positivo  e chiarificatore,
    tutto rivolto ad una immagine sull'uomo e sul suo complesso mondo.  Di
    questa  tradizione  Cattaneo  rifiuta i motivi deteriori accogliendone
    invece i profondi aspetti di progressiva liberazione.  L'uomo non  un
    astratto  ente  metafisico,  ma    per sua natura un "essere sociale"
    inserito nella societ e vivente in essa e per  essa.  Non  valgono  a
    spiegare  l'origine  dell'associazione  umana  e dello stato le teorie
    contrattualistiche di Hobbes e di Rousseau:

    E cos udiam ripetere ad ogni momento che la societ pu  dissolversi,
    che  sta  per  dissolversi,  sol  che  si  rallenti  la vigilanza e la
    fierezza de' suoi tutori.  Ma l'etnografia attesta che  le  trib  pi
    feroci,  nelle  pi  squallide  foreste,  sotto  miserabili  tuguri di
    frasche,  vivono in famiglie e in trib.  E la zoologia descrive altre
    specie ben inferiori di viventi che pur nascono e vivono socievoli per
    necessit  di  natura.  La  societ non  dunque un rifugio d'infelici
    improvvisamente stanchi d'errare nella solitudine muta di Vico o nella
    solitudine parlante di Rousseau.  Non  un'invenzione  subitanea,  una
    deliberazione,  un  contratto,  uno  stato  arbitrario  che oggi possa
    essere  e  dimani  non  essere.   E'  un  fatto  naturale   primitivo,
    permanente,  universale,  necessario,  che dov cominciare colla prima
    donna che fu donna e madre,  e con quante furono donne e madri.  E per
    ogni  individuo  che nasce ogni giorno,  comincia in quel giorno,  nel
    consorzio della sua gente  e  del  suo  paese,  nella  costanza  delle
    affezioni dei pi, nel consenso tradizionale e continuo delle volont,
    sotto  lo stimolo delle necessit e coll'aspettativa e l'abitudine del
    ricambio, e nell'impossibilit d'una solitudine assoluta.
    Anche nelle selve l'uomo ha una  madre  a  cui  tanto  pi  lungamente
    rimane avvinto,  quanto pi il modo di vivere  selvaggio.  Convivendo
    con la madre,  che gi convive con altre persone,  egli impara insieme
    colla  lingua  un  intero  sistema  d'idee per forza d'imitazione e di
    tradizione. L'uomo si trova in societ per fatto della sua natura,  vi
    nasce  e  vi  cresce  senza  avere  idea di un modo di vivere diverso,
    ch'egli possa  mettere  in  paragone.  Ma  nella  societ  civile  non
    incomincia  pi  come  tra  le  primitive  selve  nella barbarie degli
    istinti;  comincia al lume della ragione che s' svolta nel seno della
    societ. La socievolezza della pecora non oltrepassa il gregge, quella
    dell'ape  non  oltrepassa  l'alveare.  L'uomo  nella  sua  benevolenza
    contempla la famiglia,  la patria,  il genere  umano;  rende  onore  e
    gratitudine  anche  alle  generazioni  estinte  e talora obbedisce per
    secoli alle loro ultime volont.  L'amore tra i genitori e  la  prole,
    che  nelli  animali  dura solo quanto il bisogno di assistenza,  nelli
    uomini dura tutta la vita e oltre la vita,  e talora non si mostra mai
    tanto  affettuoso  come  dopo  la  morte  dei loro cari.  Il selvaggio
    s'associa al selvaggio,  l'eremita all'eremita;  nei sotterranei della
    Tebaide,  sul  monte Carmelo,  sul monte Athos,  i solitarii vivono in
    societ.  Monaco vuol dire solitario,  ma il monaco   ascritto  a  un
    ordine;  e monasterio che vuol dir solitudine,  sinonimo di convento.
    La natura umana delude i suoi propri sforzi,  i suoi propri  voti,  la
    solitudine  diviene  una  societ.  I  luoghi delle antiche solitudini
    divengono citt, come Sangallo e Appenzel (1). Nella solitudine vera e
    assoluta si oscurano le  facolt  naturali  anche  quando  furono  gi
    sviluppate dall'educazione; l'uomo diviene stupido insensato; cade nel
    delirio o nell'idiotismo. Il carcere solitario  la pi tremenda delle
    pene;  e i pi fieri scellerati invocarono colle lacrime agli occhi il
    patibolo. (Opp. 6, 330, 329, 256).

    La ragione,  che dev'essere "principio del  volere",  guida  l'umanit
    fuori dalla barbarie verso un sempre pi ampio mondo di umanit; e nel
    contrasto dei princpi che vivono nelle nazioni,  ogni principio tende
    ad escludere gli altri per affermarsi come unico sistema di  vita.  Lo
    stato  non  che un'"immensa transazione" tra queste forze,  e solo un
    gran numero di princpi in contrasto pu determinare quella lotta  che
    si rivela essenziale alla costruzione di una libera civilt:

    Ma  la  societ  nelle  epoche  civili  non  comincia  pi come tra le
    primitive selve nella barbarie degli istinti;  comincia al lume  della
    ragione  che  si    svolta  nel  seno della societ.  Per chi vive in
    societ d'uomini nati tutti alla piena luce della ragione,  la ragione
     il principio del volere; e perci l'arbitra del vivere.
    E  l'ordine  sociale a cui non basta pi il mero istinto,  se non deve
    rimanere senza lume e senza guida,  deve seguir la ragione secondo che
    si attiva e si sviluppa, cio secondoch di fatto ella .
    Cos la societ primitiva, senza mai dissolversi n scontinuarsi, pot
    trapassare   per  tutte  le  barbare  tasi  dell'antropofagia,   della
    poligamia,  della  superstizione,  della  servit,   della  conquista,
    dell'iniquit privata e pubblica,  pur sempre avvicinandosi ai termini
    della verit, della giustizia, della equit, della benevolenza, che la
    ragione adolescente le veniva successivamente manifestando.  E cos  
    stolto chi vuol costringere uomini nati sotto il dominio della ragione
    a vivere contro la loro ragione, cio contro le loro idee, e giusta le
    opinioni di qualsivoglia tempo che pi non . (Opp. 6, 257).
    Le  nazioni civili racchiudono in s vari principii,  ognuno dei quali
    aspira a invadere tutto lo stato,  e modellarlo in esclusivo  sistema.
    Ma prima che l'opera sia compiuta, nuovi principii si svolgono in modo
    imprevisto, e dirigono verso altra parte la corrente degli interessi e
    delle  opinioni.  Chi  diede  il  primo  esempio  d'assistere i poveri
    peregrini smarriti e cadenti per Terra Santa,  si sarebbe atterrito se
    alcuno  gli  avesse  predetto come i suoi successori dovessero rendere
    formidabile d'armi e di  dovizie  e  d'arcane  opinioni  il  nome  dei
    templarii.  Quando Richelieu domava la feudalit francese, non avrebbe
    mai  sospettato  d'essere  di  non  molt'anni  precursore  al  tribuno
    Mirabeau.  N  il  primo Califfo che chiam dagli Altai una squadra di
    satelliti turchi,  si accorse di preparar la ruina degli  Arabi  e  lo
    stupendo  dominio  delli  Osmani N Roma,  ammettendo nelli eserciti i
    barbari del Reno,  pensava di trovarli in pochi anni diffusi in  tutte
    le sue provincie.
    Le  idee di una trib selvaggia fanno ben sistema colle sue selve;  ma
    quanto "pi civile  un popolo,  tanto pi numerosi sono  i  principii
    che nel suo seno racchiude": la milizia e il sacerdozio, la possidenza
    e  il  commercio,  il  privilegio  e  la  plebe.  E  son  tutte  forze
    indefinitamente espansive che per  s  tendono  a  invadere  tutta  la
    capacit  dello  stato.  Quindi  "l'istoria  l'eterno contrasto fra i
    diversi principii che tendono ad assorbire e uniformare  la  nazione".
    Rare volte un principio stabilmente prevale,  e solo colla lunga opera
    del tempo e d'una  sapiente  perseveranza.  Ma  quando  la  tradizione
    cominciata  da  Gradenigo  giunta a soffocare con lunga e artificiosa
    fatica ogni elemento  popolare;  quando  il  principio  inaugurato  da
    Pelagio    pervenuto  a  eliminare dalla Spagna Arabi e Israeliti,  e
    ripellere pertinacemente ogni nuova  idea  che  venga  d'oltremonte  o
    d'oltremare:  quando  la China si  chiusa fra l'oceano e il deserto e
    la muraglia;  quando insomma lo stato pu dirsi divenuto in  tutte  le
    sue  parti un sistema;  allora si fa palese che le leggi organiche non
    son quelle dell'immobilit minerale,  che la  variet    la  vita,  e
    l'impassibile unit  la morte. (Opp. 6, 128, 129).
    Ogni  societ  civile  si  chiude  in  seno  una critica inevitabile e
    inesorabile,  fatta in contrario senso dai singoli sistemi  ideali,  e
    riassunta nelle loro utopie;  le quali sono appunto "geometrie dedotte
    dall'uno o dall'altro postulato, a cui altri interessi oppongono altri
    postulati e altre geometrie".  Li uni vedono nel lusso dei  ricchi  il
    pane  dei  poveri;  li  altri  lo  dicono un insulto alla miseria,  un
    incentivo alla corruzione,  e consigliano la societ a salvarsi  colle
    leggi  suntuarie.  L'uno vuol tradurre ogni cosa in industria e banca,
    mobilitare la possidenza in cartelle,  sicch ad ogni fin di  mese  si
    possa giocare in borsa tutto il territorio dello stato.  Altri deplora
    il terreno che si perde negli  accessi  e  nelle  siepi  della  minuta
    possidenza  popolare;  vuol incorporare tutti li sparsi beni in poderi
    millionari,  inalienabili e perpetui in poche centinaia  di  famiglie,
    per  le  quali  la possidenza sia funzione sociale e quasi sacerdozio,
    necessario a fermare le  fondamenta  della  societ  contro  la  frana
    popolare.  Altri,  ancora  in nome della societ e della morale,  vuol
    abolire la propriet privata, e quindi l'eredit e quindi la famiglia;
    e far compadrone del globo terraqueo ogni  essere  che  si  conta  nel
    novero della specie umana. L'uno vuol solo interessi e lavoro, e in un
    popolo   vede   solo   un  colossale  giumento  che  volge  la  macina
    dell'industria nazionale;  l'altro vede solo anime senza  corpi,  solo
    intelligenze, e doveri e diritti e morale e contemplazione.
    Fra tante domande che lo sviluppo della civilt suddivide e moltiplica
    ogni giorno,  "lo Stato risulta adunque un'immensa transazione",  dove
    la possidenza e il commercio,  la porzione legittima e la disponibile,
    il lusso e il risparmio,  l'utile e il bello,  conquistano o difendono
    ogni giorno con imperiose e universali esigenze quella quota di spazio
    che loro consente la concorrenza delli altri  sistemi.  E  la  formula
    suprema del buon governo e della civilt  quella in cui nessuna delle
    domande  nell'esito  suo  soverchia  le  altre,  e nessuna  del tutto
    negata.
    E tutti quei mutamenti  che  noi  con  ampolloso  vocabolo  appelliamo
    rivoluzioni,  non  sono  altro  pi  che la "disputata ammissione d'un
    ulteriore elemento sociale",  alla cui presenza non si pu  far  luogo
    senza  una  pressione  generale,  e  una lunga oscillazione di tutti i
    poteri condividenti,  tanto pi che  il  nuovo  elemento  si  affaccia
    sempre  coll'apparato  d'un  intero sistema e d'un intero mutamento di
    scena,  e colla minaccia d'una sovversione generale;  e solo a poco  a
    poco  si  va  riducendo  entro i limiti della sua stabile ed effettiva
    potenza.
    Una transazione apre il campo ad un'altra; i principii che lottano nel
    seno del consorzio civile, si fanno sempre pi molteplici e complessi,
    nessun d'essi rimane al tutto abolito: anzi conserva nel  suo  segreto
    tutta quella forza d'espansione, che lo condurrebbe da capo a occupare
    tutta la societ,  e ridurla in sistema,  per poco che venisse meno la
    relazione delli altri sistemi.  E ogni d vediamo presso le nazioni  i
    principii  che  sembravano  abbattuti per sempre dalla contrariet dei
    tempi,   rifocillarsi  tratto  tratto,   e  palesar  la  tenace   loro
    sopravvivenza. (Opp. 6, 132, 133, 134).

    Rispondente  all'essenza  del  pi  puro liberalismo  questo concetto
    dello stato come vivente sintesi di libert contrastanti; e, se tale 
    lo stato,  l'insieme dei rapporti internazionali  appare  al  Cattaneo
    come  un  delicato  equilibrio  che  la  guerra  calpesta e sconvolge,
    distruggendo insieme all'indipendenza di  un  popolo,  la  libert  di
    tutti gli uomini liberi.

    In  quanto  un uomo o un popolo non adempie al diritto,  esso fa danno
    alli altri e infine a se stesso. (Opp. 6, 335).
    Dal caos delle  istorie  antiche  e  moderne  sorge  dunque  un  fatto
    costante ed universale,  una legge,  ed  l'azione di una forza morale
    che scaturisce dalla coscienza al lume di una nuova idea,  e spinge le
    genti  verso una sola e universale associazione che  l'attuazione del
    diritto universale.  Il principio di questo diritto  sta  in  ci  che
    l'uomo  riconosce  in ogni uomo il suo simile: che l'uomo riconosce in
    tutti gli uomini se stesso; che l'uomo sente nell'io l'umanit.  Sotto
    questo  aspetto  il diritto  "l'ordine nella societ dei simili".  Il
    diritto  l'ordine nell'umanit.  Il  "fatto"  dell'uguaglianza  delli
    uomini,  in quanto  riconosciuto dalla coscienza,  il fondamento del
    diritto e di tutte le sue successive evoluzioni. (Opp. 6, 334).
    Ogni individuo pu considerar se medesimo come centro commune  di  pi
    circoli di sempre maggiore ampiezza, e sono il circolo della famiglia,
    del  comune,   dello  stato,   della  nazione,  della  religione,  del
    commercio, della scienza, dell'umanit.  E' mestieri considerar l'uomo
    non  solo  come membro d'una nazione,  ma del complesso delle nazioni,
    ossia del genere umano;  perch  lo  stato  comune  del  genere  umano
    contribuisce  a  determinare  lo stato di ciascuna nazione,  epper di
    ciascun individuo. Una guerra, in qualunque parte del globo,  turba il
    commercio  e l'industria di tutte le nazioni.  Al contrario la quiete,
    la prosperit, la cultura d'un popolo torna in mille modi a giovamento
    di tutti  li  altri;  le  invenzioni  della  scienza  e  dell'arte  si
    propagano per tutta la terra, per esempio la stampa, la locomotiva, la
    bussola,  il  telegrafo.  Perci  "tutte  le nazioni hanno interesse a
    proteggere la libert delle nazioni",  e il loro  incivilimento    il
    regno della giustizia su tutta la terra. (Opp. 6, 335).

    Questa  profonda  fede razionale nella libert  il motivo centrale ed
    ispiratore di tutta la concezione politica del Cattaneo che da  questo
    ampio ed aperto liberalismo trae la sua energia vigorosa.
    E  la libert non  un dato,  ma una faticosa,  diuturna conquista che
    non concede tregue e che appare come  il  fine  pi  nobile  di  tutto
    l'operare  umano.  L'uomo  non    libero,  ma si fa libero attraverso
    l'esercizio della ragione che concilia gli interessi  e  i  contrasti,
    che  pone  di fronte al singolo gli altri in un rapporto la cui radice
    dev'essere il riconoscimento degli altri: "il diritto".
    Come esempio  di  una  tollerante  libert  in  contrapposizione  alle
    persecuzioni e ai divieti della vecchia Europa,  Cattaneo additava gli
    Stati Uniti d'America:

    ...col convengono d'ogni paese d'Europa tutti i pi ardenti  settari,
    le anime pi infiammate dalla contraddizione,  dalle persecuzioni, dai
    divieti e forse pi di tutto  dalla  indifferenza  che  per  avventura
    esperimentarono  nelle  patrie loro.  Ivi gesuiti,  ivi quacheri,  ivi
    sociniani e moravi e metodisti e  puritani  e  persino  colonie  tutte
    d'israeliti.  Ed    da ben due secoli che si vedono uomini i quali in
    Europa invocavansi contro a vicenda la spada,  la mannaia e  il  rogo,
    giunti  l  declinare  a  poco  a  poco ad un entusiasmo incruento;  e
    divenir, da nemici spietati, emuli rispettosi e mansueti vicini. Tanto
    pu la sapiente imparzialit della legge, fatta quasi madre comune,  e
    la facolt data a tutti di sfogarsi liberamente. (Opp. 5, 93).

    Se la libert quindi non  arbitrio, ma cosciente inserimento di s in
    un  ordine  di  diritto,  essa  non  pu  pi apparire come l'astratta
    libert illuministica dell'uomo primitivo abbandonato a s, in preda a
    forze contrastanti e ad improvvisi terrori:

    La volont si trova esposta a un numero indefinito d'impulsi in  mezzo
    a  questa  selva  d'istinti  e  di  appetiti,  di desideri immediati e
    mediati  di  propensioni,  d'affetti,  di  sentimenti  ideali  che  si
    moltiplicano  e  s'intrecciano  a  misura  che  le  idee  dell'uomo si
    estendono sulle cose dell'universo e sulla societ de' suoi simili.
    Quanto maggiore  la variet degli impulsi che la volont pu seguire,
    tanto pi vasto  il suo dominio  e  la  sua  libert.  Per  converso,
    quanto pi l'intelletto  povero d'idee,  tanto pi angusto  il campo
    in cui si muove la volont,  tanto pi  prevalgono  gli  appetiti:  la
    volont si confonde coll'istinto e non pu dirsi libera.
    Perci  l'ignoranza  diminuisce la responsabilit come la esperienza e
    la scienza l'accrescono...  Il  selvaggio,  avendo  un  cerchio  assai
    ristretto  di  idee  e di sentimenti,   in mezzo alle selve assai men
    libero che non l'uomo civile in mezzo alla societ pi  artificiosa  e
    disciplinata.  A  questo  non aveva pensato Rousseau,  quando esaltava
    sulla vita civile la selvaggia. (Opp. 7, 233).

    E contro la paura della libert,  rilevando la  contraddizione  che  
    implicita in ogni forma di dittatura, Cattaneo scriveva:

    Quella  vanissima sentenza che "il rimedio vero sta nel riunire in una
    sola opinione tutte le stte"  idea chinese,  idea bizantina.  E  per
    essa  la Grecia,  feconda quand'era piena di stte,  giacque per mille
    anni nel letargo della sepolcrale ortodossia bizantina. Ogni setta che
    invoca codesto sofisma,  intende imporre silenzio alle altre tutte:  e
    regnare unica e sola;  perloch,  nell'invocarlo,  condanna se stessa.
    (P. 315).



    NOTE.

    Nota 1.  Appenzel: citt svizzera,  deve la sua origine e il suo  nome
    ("Abbatis  cella")  all'abate  Norberto  di S.  Gallo che la fond nel
    1061.

















    L'ECONOMIA E IL PROBLEMA SOCIALE.

    Dal concetto stesso  dello  stato  come  "transazione"  tra  le  forze
    politiche   e  gli  interessi  in  contrasto,   regolatore  di  questo
    equilibrio e privo di ogni  carattere  di  assoluta  finalit,  deriva
    l'adesione del Cattaneo al liberismo economico.
    Unica  garanzia  di  sviluppo per l'industria e per il commercio  una
    concorrenza che si muova fuori dell'ambito  di  ogni  differenziazione
    statale o nazionale,  e che sia la riaffermazione degli insopprimibili
    diritti della volont individuale e del  suo  libero  rapportarsi  con
    altre  volont.  La  sola possibile legge di questo complesso mondo in
    cui ogni atto ha  vaste  risonanze  e  in  cui  ogni  singola  societ
    contribuisce al benessere comune, lottando per il benessere proprio, 
    una illimitata libert di azione e di movimento.

    Grande  incentivo  all'industria  la concorrenza,  fonte a prodigiosi
    sforzi di sagacia, di solerzia, di risparmio; fonte di miseria per chi
    nella prova soccombe,  ma pur  sempre  cimento  d'emule  volont.  Una
    nazione  la  evita  e la respinge,  si difende dal commercio dei grani
    esteri e delle estere merci come da una sventura.  Un altro  popolo  o
    una  nuova  generazione  del  popolo  stesso,  non teme la libert del
    commercio e sfida le nazioni rivali.
    Solamente sotto il flagello d'una  spaventevole  carestia,  che  tolse
    all'Inghilterra  un  quarto  della  sua popolazione,  fu vinta col la
    causa del libero commercio. La perseveranza dei novatori trionf della
    pertinacia dei privilegiati perch questa era sopraffatta  dalla  mole
    dei  pubblici  mali.  Tutte  le storie ci attestano come la libert fu
    cagione che immense ricchezze si potessero accumulare sopra paludose o
    aride o alpestri liste di terra in Fenicia,  in  Grecia,  in  Liguria,
    nella  Venezia,  nell'Olanda,  nella  Svizzera.  Il  primato  sui mari
    appartiene oggid ad ambo i  rami  della  stirpe  anglobritanna,  ch'
    quella  fra le grandi nazioni che serb pi fedele e costante il culto
    alla libert.  Le sue ricchezze sono maggiori di  quelle  degli  altri
    popoli  per  forze  di  libert,  cio per una causa che risiede nella
    sfera della volont. Epper,  per nostro conforto,  sono accessibili a
    tutte le nazioni. (Opp. 5, 392, 393).
    Cos  le arti si soccorrono e si compiono a vicenda;  cos l'industria
    tramuta in mille guise le materie prime,  a  cui  aggiunge  un  valore
    impensato.  E'  tale  uno  spettacolo  codesto  che esalta l'animo,  e
    gl'ispira la coscienza della propria dignit  e  il  presentimento  di
    nuovi  e maggiori progressi.  A qual punto s'arrester questo moto che
    ormai abbraccia tutta la terra e s'affatica senza posa  a  conquistare
    nuovi  elementi  di  ricchezza  e  di  potenza?  Questo  irresistibile
    elaterio (1) per quali vie intentate  spinger  il  genio  industriale
    dell'uomo?
    Assiduo  frattanto lo scambio dei prodotti.  Qui la Svezia abbatte le
    sue foreste e scava le sue miniere,  la Russia appresta le  sue  balle
    d'ermellino e di martora, l'Olanda imbarca le sue aringhe, il suo olio
    e le sue ossa di balena,  tra pochi mesi vascelli di Tolone copriranno
    gli alberi di Svezia d'una vela francese, il napoletano,  il genovese,
    il livornese, il sardo esporranno al sole il pesce seccato dal batavo;
    sugli  omeri del sultano spiccher l'ermellino di Arcangelo,  alla sua
    volta l'Italia verser l'olio dei suoi fecondi ulivi nelle  botti  del
    nord, la Francia atteler le sue drapperie di seta, quella seta recata
    a  Costantinopoli  dalla  China  entro un giunco: l'Impero d'Oriente 
    scomparso,  il verme esiste ancora,  l'industria l'ha ricoverato sotto
    il dorso d'una rustica foglia, e questa foglia  una ricchezza!
    Non  si  fabbrica  un'auna (2) di merletti a Malines,  che Bergamo non
    tessa nello stesso tempo un'auna di cotone,  Aleppo una di  mussolina.
    Una  verga  di  ferro  esce  dalle  miniere di Upland,  e nello stesso
    istante Brescia estrae un fucile dalla fornace,  Birmingham  un'ncora
    marina, Bristol una pioggia di fili metallici. Cos ogni uomo risponde
    all'altro  uomo;  ogni  colpo  di martello ha la sua riscossa lontana.
    (Politecnico 12, 245).

    Alle  tre  fonti  tradizionali  della  produzione:  natura,  lavoro  e
    capitale,  Cattaneo  aggiunge  due fattori di natura spirituale la cui
    importanza  stata disconosciuta da teorici del  liberalismo  come  il
    Genovesi e lo Smith: l'intelligenza e la volont:

    Noi  reputiamo necessit primaria della vita quella di ripararci colle
    vestimenta dal gelo, dalla pioggia, dal sole.  Eppure quando nei libri
    dei  viaggiatori  miriamo  le  sembianze  del  selvaggi tatuate a vari
    colori e fregiate di  piume  e  di  monili,  ma  quasi  affatto  nude,
    dobbiamo riconoscere che l'uomo sente prima il desiderio d'ornarsi che
    quello di vestirsi,  sente prima l'affetto dell'onore e dell'ambizione
    che il bisogno di sottrarsi alla molestia e al danno delle intemperie.
    E' a credersi che un selvaggio,  posto al duro  cimento,  avrebbe  pi
    caro  patir  la fame che sottomettersi a camminar privo per sempre de'
    suoi aviti ornamenti e delle sue armi.
    Fin da' primordi l'uomo appare dunque stimolato da  "necessit"  e  da
    "affetti",  da  bisogni  "materiali" e da bisogni "morali".  E fin da'
    suoi primordi,  tra la moltitudine degli oggetti che lo  circondavano,
    egli dov ricercar piuttosto quelli che aveva riconosciuto utili, cio
    atti a soddisfare i suoi bisogni o materiali o morali.
    Ma in questa scoperta delle cose utili egli cammin a lenti passi.  Il
    selvaggio  nudo e povero,  non perch tutte le dovizie  naturali  non
    giacciano inoccupate e libere a sua disposizione, ma primamente perch
    egli  non le conosce.  Di tutte le cose che per noi sono ricchezze ben
    poche sono utili al selvaggio.  Egli non sa impadronirsi delle greggi,
    non  sa  farsi  trasportare  dai  giumenti,  non sa imaginarsi come si
    adoperi un metallo, non sa forse ancora scavarsi in un tronco d'albero
    un navicello: non ha forse ancora scoperto l'uso del foco, e l'arte di
    accenderlo;  le selve immuni che lo circondano sono un tesoro  inutile
    per lui.
    Nella stessa vita selvaggia sono diversi gradi di povert. Le trib le
    quali non sanno altro che intanarsi nelle caverne;  le trib che nelle
    paludi  del  Brasile  vivono  sui  rami  delle   piante   intrecciati,
    pascendosi  di  rettili e dei propri insetti,  le trib dell'Australia
    che sono paghe di ricoverarsi appi dei tronchi,  sotto una  corteccia
    ripiegata in arco,  sono certamente pi povere di quelle che pensarono
    a edificarsi uno stabile tugurio di tronchi  coprendo  con  foglie  di
    palma  il  tetto  e  le pareti.  Prima d'idear l'uso del foco e quello
    della lancia, dell'arco, della nave e della rete,  il selvaggio doveva
    spendere  pi  continua  fatica a procacciarsi il vitto quotidiano e a
    difendersi dai suoi nemici.  Ognuna di queste invenzioni lo  fece  men
    debole e men povero,  meno incerto del domani, meno agitato dalla fame
    e dalla paura.
    Or bene la capanna, il foco, la lancia,  la rete,  la nave,  sono doni
    prima dell'"intelligenza",  poi della "fatica".  Senonch la fatica di
    apprestare un arco o una rete,  una volta che sia fatta,  abilita  per
    sempre  il  cacciatore  a  raggiungere  co'  suoi colpi la fiera senza
    stancarsi nel corso,  abilita  il  pescatore  a  predare  d'un  tratto
    centinaia  di  pesci,  a  predarli  anche intanto che egli pu giacere
    immerso nel sonno.
    L'apprestare l'arco e la rete  bens un nuovo genere  di  fatica,  ma
    risparmia  una  molto  maggiore  quantit  della fatica primitiva.  In
    ultimo conto si ottiene la stessa copia di vitto con minor  fatica,  o
    con  uguale fatica si ottiene maggior copia di vitto.  "La ricchezza 
    dunque cresciuta in ragione inversa della fatica", la ricchezza frutt
    qualche intervallo di riposo,  ma ricchezza e riposo "sono frutti d'un
    atto d'intelligenza".
    Quando  in  Asia  l'uomo  fece  la  scoperta  degli  animali atti alla
    pastorizia e li moltiplic, e impar a condurli sul piano nel verno, e
    sui freschi monti nell'estate,  fu per lui  una  nuova  e  grandissima
    ricchezza.  D'allora  in  poi  egli ebbe sotto la sua mano un alimento
    salubre, certo, equabile;  pot attender tranquillo la dimane,  non fu
    pi  costretto  a  precorrere  colla  caccia  il  ritorno  della  fame
    quotidiana.  Ma se il pastore  pi agiato del selvaggio,  ci avvenne
    solamente per la scoperta delli animali pastorecci. La nuova ricchezza
    fu dunque il frutto d'un nuovo atto d'"intelligenza". E nuovamente "la
    ricchezza crebbe in ragione inversa del lavoro".
    Falso  dunque che il lavoro per s sia il padre della ricchezza, come
    pens Adamo Smith e come dopo di lui viene ripetuto dal volgo. La vita
    del  selvaggio    sommamente  faticosa e sommamente povera.  La fonte
    d'ogni progressiva ricchezza   l'intelligenza;  l'intelligenza  tende
    con  perpetuo  sforzo  a  procacciare  a  un  dato numero d'uomini una
    maggiore quantit di cose utili,  o la stessa quantit di cose utili a
    un numero d'uomini sempre maggiore. (Opp. 6, 396-398).
    Gli  atti  d'intelligenza che apersero ai popoli le fonti di ricchezza
    pi vaste e universali,  hanno dovuto  necessariamente  antecedere  ad
    ogni produzione diretta,  ad ogni ammasso scientifico. Non v' lavoro,
    non v' capitale che non cominci con  un  atto  d'intelligenza.  Prima
    d'ogni lavoro,  prima d'ogni capitale, quando le cose giacciono ancora
    non curate e  ignote,  in  seno  alla  natura,    l'intelligenza  che
    comincia  l'opera e imprime in esse per la prima volta il carattere di
    ricchezza.  "Il valore che hanno le cose non si rivela  da  s;    il
    senno  dell'uomo  che  le  discopre." Cos scrive uno stimabile nostro
    economista contemporaneo (Rusconi,  Prolegomeni all'Economia  politica
    capitolo  5).  Gli  inglesi e i fiamminghi calpestarono non curanti le
    stratificazioni di carbon fossile accumulate sotto i  loro  piedi  per
    tutta  la superficie di vaste provincie,  anche alcuni secoli dopo che
    Marco Polo lo aveva descritto come d'uso antico e  popolare  presso  i
    cinesi.  I  peruviani  ignoravano l'uso del ferro,  che i nostri libri
    sacri sanno antico pi di No (Genesi 4, 22); ma viceversa conoscevano
    l'uso del guano,  del quale i nostri navigatori s'avvidero solamente a
    nostri  giorni,  tre secoli dopo che avevano preso vano possesso delle
    isole che ne son ricoperte. (Opp. 5, 368-369).

    L'uomo interiore  possiede  due  forze:  intelligenza  e  volont.  La
    volont   principio di ricchezza quanto l'intelligenza.  L'uomo segue
    dapprima gli istinti, e soprattutto quelli, in lui potentissimi, della
    socievolezza e dell'imitazione.  Vi aggiunge quindi  l'esperienza  sua
    propria;  e  pu  coll'aiuto  della societ,  svolgere in grado sempre
    maggiore la riflessione sicch le sue passioni  istintive,  senza  mai
    veramente mutar natura, infine assumono forma di volizioni razionali e
    deliberate. Quegli impulsi che determinano la volont all'acquisto dei
    beni si chiamano interessi.
    L'uomo  comincia  a  volere  direttamente  i beni;  poi impara a voler
    quelle cose  per  cui  mezzo  si  acquistano.  Egli  si  forma  dunque
    interessi  immediati e mediati.  Ogni uomo avrebbe veramente interesse
    che nel luogo ov'egli vive,  e in tutta la  terra,  fosse  massima  la
    copia  dei beni;  affinch compiuti gli scambi tutti quanti,  maggiore
    potesse esser la quota che ne toccasse in particolare a lui.
    Ma pur troppo egli pu anche determinarsi a cercare un  aumento  della
    porzione  sua  propria nel minoramento o nello sperpero delle porzioni
    altrui e della massa generale.  Tale    l'interesse  che  muove  ogni
    eslege al pari d'ogni previlegiato. Pertanto quella stessa volont che
    tende  all'acquisto  del  beni,   pu  divenire  un  impedimento  alla
    tranquilla e ordinata loro produzione.
    La natura offre invano i suoi  beni,  quando  l'umana  volont,  sotto
    forma  d'un  parziale  e  prepotente  interesse  vi appone un divieto.
    Affinch alcuni previlegiati potessero vendere a  prezzo  d'oro  nelle
    colonie  le  ferramenta  di Catalogna e di Biscaglia,  la Spagna aveva
    vietato che si aprissero in America miniere d  ferro.  Non  vi  andava
    solamente  perduto  il  lucro  delle terriere;  ma tutta la produzione
    agraria e tutta l'industria di immense regioni  rimanevano  prive  del
    necessari   strumenti,   o   dovevano   pagarli  a  prezzo  smisurato.
    Inapprezzabili tesori dovettero rimaner sepolti per secoli in un suolo
    troppo  avaramente  tocco  dal  ferro.   Il  favore  della  natura  fu
    ugualmente  inutile  all'uomo  americano,  prima della conquista,  per
    difetto d'intelligenza;  dopo  di  quella,  per  impotenza  della  sua
    volont contro una volont straniera.
    Fu  gi  da  molti osservato che quando gli statuti delle nostre citt
    transpadane riconobbero in qualunque possidente il diritto di condurre
    le acque irrigatrici per le terre de' suoi vicini,  attribuirono  alla
    volont  dell'uomo  intraprendente  un  predominio sul nudo diritto di
    propriet e sul valore dell'uomo inoperoso.  Senza ci  il  tesoro  di
    acque  estive che le alpi versano sulle nostre pianure sarebbe rimasto
    perpetuamente inutile. I mari che cingono l'America per ogni parte,  e
    conducono  con  tragitto  rettilineo  a tutte le altre parti del mondo
    rimasero inutili e innavigabili agli abitanti delle colonie  spagnole.
    Quel  governo,  preoccupato  da  fallaci  interessi,  si  era prefisso
    d'inviarvi d'Europa due soli convogli annuali, confinando il commercio
    d'un mondo in un termine invariabile di quaranta giorni all'anno.  Col
    trattato  dell'"Assiento"  aveva  poi concesso al commercio inglese di
    spedir col un'unica nave per anno;  non avvedendosi che il  commercio
    di  quella  sola  nave avrebbe coperto il contrabbando di mille.  Ecco
    l'umana volont, spronata da un cieco interesse,  accingersi a chiuder
    l'immenso oceano che abbraccia tutta la terra.
    Nessuno potrebbe fare un calcolo remotamente approssimativo di tutti i
    beni  che  la volont dell'uomo preclude all'uomo;  e che "per un mero
    mutamento della sua volont verrebbero quasi tratti dal nulla".
    Tutto ci che pu dirsi in favore della coltivazione per livello o per
    mezzadria,  principalmente in  quanto  concerne  la  vite,  il  gelso,
    l'olivo,  il  cedro  e tutte quelle che si potrebbero chiamare culture
    conservanti, si riferisce alla volont. Lo schiavo e il giornaliero, a
    forze eguali,  a eguale intendimento,  non  appostano  mai  la  stessa
    vigilanza e assiduit nella cura delle piantagioni,  dei terrazzi, dei
    sostegni.  Sulle pendici  della  Liguria  e  della  Valtellina,  sulle
    riviere  dei  laghi  cisalpini,  vediamo  come  l'agricoltore,  quando
    impetuose piogge gli rapiscono le poche glebe  sospese  sull'erta,  vi
    arreca a spalle la terra, rif da capo il povero fondo.
    Lo  straniero  ammira  l'arte;  ma  il principio di quegli sforzi e di
    quelli avvedimenti  tutto in una artificiale volont.  Perch  se  si
    muta  il  titolo  del  possesso  e  dell'affitto,  anche non mutandosi
    l'agricoltore, tutto quell'edificio sparisce, sparisce la popolazione,
    un latifondo in  breve  diviene  pascolo  e  selva.  Quella  forma  di
    vegetazione  non  ha radice nella terra ma nell'uomo;  non nei calcoli
    dell'intendimento, ma nella forza della volont. (Opp. 5, 385-389).
    Raccogliendo,  diremo che ogni  nuovo  trattato  d'economia  pubblica,
    dovrebbe  formalmente  classificare tra le fonti della ricchezza delle
    nazioni l'intelligenza e la  volont;  l'intelligenza,  che  scopre  i
    beni, che inventa i metodi e gli strumenti, che guida le nazioni sulla
    via della cultura e del progresso; la volont che determina l'azione e
    affronta gli ostacoli.
    Se  i  legislatori  non possono con un colpo di verga magica creare in
    ogni paese i beni che la natura ha troppo  inegualmente  sparsi  sulla
    terra,  se  non  possono  moltiplicare  a  piacimento  il numero delle
    braccia e la potenza del lavoro,  se non possono sempre cattivarsi  il
    favore degli arbitri del capitale,  certamente possono farsi promotori
    e vindici della libera intelligenza e della libera volont.  (Opp.  5,
    394-395).

    Solo  l'abolizione  delle barriere doganali pu garantire un'autentica
    libert di commercio e la polemica del Cattaneo si rivolge  contro  le
    teorie protezionistiche che infrangono il vivente equilibrio del mondo
    economico  forzandolo  arbitrariamente  entro  schemi precostituiti al
    servizio di bisogni artificiali o di falsi interessi nazionalistici:

    I moderni inclinano all'opposto errore e,  per  fomentare  l'industria
    conculcano  il  commercio.  Essi  vogliono  in  ogni  particella della
    superficie terrestre fare un giardino botanico di tutte le pi  strane
    industrie.  Ma  le  palme del deserto fanno mala prova presso li abeti
    delle alpi. Se Ginevra pu fornire oriuoli a tutto il genere umano,  e
    Lione le pi splendide seterie, e la Boemia cristalli, e l'Inghilterra
    macchine e acciai,  non  prezzo dell'opera sovvertire questo naturale
    andamento e questa feconda divisione  di  lavori  per  trasformare  il
    lionese in orologiaio e il ginevrino in assortitore di sete.
    Quando si sar distolto ogni uomo dal mestiere del suo paese,  e lo si
    sar educato a qualche arte insolita,  ben vero che Lione non pagher
    pi tributo, come soglion dire, all'industria straniera del ginevrino:
    ma il ginevrino,  da parte sua,  non pagher pi tributo  al  lionese.
    Ora,  "un tributo reciproco non  un tributo", ma contratto di permuta
    a comune vantaggio. La stessa quantit di lavoro produce pi oriuoli a
    Ginevra che non ne produrrebbe nelle  future  fabbriche  di  Lione;  o
    parimenti  produce  pi  belle  stoffe  a  Lione  che  non ne potrebbe
    improvvisar mai a Ginevra,  e fatto il cambio  tra  le  due  arti  pi
    robuste  e fruttuose,  ognuna delle due citt vi profitta.  Che povere
    fabbriche  d'orologi  avremmo  mai,   se  gli  arbitrii   daziari   ci
    costringessero ad averne una in ogni citt, e ci vietassero di portare
    su  la  persona  un  orologio  straniero!  Quanta minor suddivisione e
    gradazione e facilit e  sicurezza  e  perfezione  di  lavoro,  quanto
    maggior  dispendio  per  portarci  in  tasca un pi tristo e pi goffo
    oriuolo!  E qual immenso tributo imposto  a  tutti,  per  supplire  al
    perduto   lucro   della  divisione  del  lavoro  e  della  sua  locale
    opportunit e solidit!
    Un popolo ozioso paga tributo a nessuno, e vive lacero e abietto; e un
    popolo industre,  sia che fabbrichi armi,  merletti o panni,  non paga
    tributo   all'industria  altrui,   ma  cambia  coi  migliori  prodotti
    dell'arte altrui i prodotti che l'opportunit o la lunga  pratica  gli
    resero  pi  lucrose.  E  allora  pu  ben  venir  la  guerra co' suoi
    sovvertimenti,  e la pace coi  nuovi  confini  e  nuovi  stati,  e  il
    commercio  colle  pi  elette  cose  di tutta la terra;  ma finch non
    interviene l'ostacolo delle dogane  protettive,  l'industria  radicata
    nel  suo  terreno,  forte  di forza propria e non di posticcio favore,
    gode senza  ansiet  dei  progressi  d'ogni  altra  industria,  poich
    accrescono  il  valsente  delle cose utili ch'essa riceve in cambio di
    quelle che somministra.
    Solo in questa libera concorrenza,  il pi piccolo stato pu godere la
    stessa  vastit  di  campo  che  gode lo stato pi grande.  Chi impone
    all'industria straniera una dogana protettiva inpugna  un'arme  a  due
    tagli,  e non pu dirsi se nuocer pi ad altri o a s. Il recinto che
    arresta i passi dell'industria straniera,  arresta anche quelli  della
    nazionale;  e  infin del conto,  quando tutto lo spazio  ripartito in
    recinti,  sta peggio e vive pi languida vita quel prigioniero che  ha
    il recinto pi angusto. (Opp. 5, 196-197).

    Con  il suo consueto spirito realistico e pratico Cattaneo non propone
    l'immediata  attuazione  di  un'assoluta  libert  di  commercio,   ma
    sostiene  la necessit,  per passare dal protezionismo al liberalismo,
    di uno stadio di commercio limitato, in modo tale che sia agevole alle
    industrie avvezze a prosperare nella "calda serra" dei  dazi,  passare
    alla tempestosa atmosfera della lotta economica e della concorrenza:

    Questa  assoluta  libert  dell'industria  non  si potrebbe introdurre
    repentinamente senza  grandi  ruine.  Ella  dovrebb'essere  un  ideale
    modello, una stella polare a cui il legislatore indirizza i cauti suoi
    moti;  ma  s' malagevole l'andarvisi avvicinando,  sarebbe funesto il
    dilungarsene maggiormente,  quando si riconosce di dover poi rifare il
    contrario cammino.
    Tutte   le  riforme  daziarie  debbon  essere  savie  transazioni  per
    conciliare coi grandi e progressivi interessi  le  timide  aspettative
    delle industrie stabilite.  Se il libero commercio  dottrina assoluta
    e  scientifica,   mentre  il  commercio   limitato      dottrina   da
    amministratori;  s' vero che molti scrittori, quando divennero uomini
    di stato,  parvero disertare dalle libere loro opinioni;  ci dimostra
    solo  che  l'uomo  di  stato  non  pu  correr dritto al polo,  e deve
    destreggiar colle vele,  perch la nave non movesi per lume di stelle,
    ma per forza di venti.
    Li  interessi fanno le maggioranze dei parlamenti e delle consulte;  e
    la  potenza  politica,  che  consiste  nel  capitanar  le  maggioranze
    votanti,   non  pu  apertamente  contrariarle.  E  perci  l'illustre
    Romagnosi divideva tutta la scienza del bene pubblico  in  due  parti,
    nell'ordine  speculativo  del fini e dei mezzi e nell'ordine operativo
    delle volont. (Opp. 5, 203-204).

    La  reazione  al  cosmopolitismo   dell'economia   liberale   si   era
    manifestata  in Germania ove,  dopo la caduta dl Napoleone,  gli stati
    federali,  separati  da  rigide  barriere  doganali,  non  avevano  la
    possibilit  di resistere alla concorrenza inglese che,  in seguito al
    grande accumulo dl prodotti durante il blocco continentale,  riversava
    ora le sue merci sul continente.
    Del  movimento  di  opinione  pubblica  tendente  all'abolizione delle
    dogane fra i vari stati della  Confederazione  e  a  una  politica  di
    difesa  di  fronte  all'invasione  dei  prodotti  esteri fu principale
    esponente Federico List.
    L'economia cosmopolitica del  liberalismo  inglese  deve,  secondo  il
    List,  trasformarsi  in "economia nazionale": lo stato ha il compito e
    il dovere di favorire lo sviluppo delle industrie e  di  opporsi  alla
    concorrenza  straniera  mediante  la  attuazione  di  un  programma di
    intransigente protezionismo.
    Fra la serie  numerosa  degli  scritti  economici  di  Carlo  Cattaneo
    riportiamo   qui   alcune  pagine  del  suo  fresco  e  vivace  saggio
    "Sull'economia  nazionale  di  Federico  List"  ove  i  difetti  e  le
    incongruenze  delle teorie protezionistiche sono svelati e colpiti con
    un'arguta intelligenza che ci  fa  meglio  render  conto  della  piena
    attualit di questa polemica.

    La  dottrina  della  libera concorrenza mercantile e industriale viene
    con molto impeto combattuta da quelli  che  annunciano  nuovi  destini
    all'umanit,  e  vorrebbero  risolvere in una colleganza di lavoratori
    tutti li ordini d'ogni nazione, per fondere poi tutte le nazioni nella
    universale fraternit.  E d'altro lato si vede assalita da quelli  che
    vorrebbero  spingere il principio dell'industria allo stesso diseguale
    riparto di beni e di poteri che  domina  nelle  Isole  Britanniche;  e
    vorrebbero  aggiungervi  potenza,  col  rinserrare  ogni nazione in s
    medesima,  armandola d'una astuta  politica  mercantile,  e  facendone
    colle  dogane  protettive  un  piccolo mondo di tutte le pi disparate
    industrie.
    A questo intento mira il libro qui annunciato  (3),  che  in  Germania
    ottenne  popolare  attenzione,  s  per  le  lusinghe  ch'ei  porge al
    sentimento nazionale,  sia per quel risoluto  linguaggio  con  cui  si
    vanta  frutto di vita operosa,  non consunta a covar le opinioni delle
    scuole,  ma a raccogliere i fatti vivi delle nazioni in  Europa  e  in
    America:  perloch  sembr  a  molti  un  vittorioso assalto contro la
    dottrina di Adamo Smith.
    E vi  una parte di vero:  ossia,  la  dottrina  stessa  di  Smith  vi
    riempie non poche pagine, e quelle soprattutto in cui si dimostra come
    l'industria  fomenti  l'agricoltura  ed accresca valore alle terre.  E
    qualche parte di vero  intessuta per tutto il libro in  modo  d'aprir
    li  animi  anche  a  ci che vi  di fallace;  e l'esposizione procede
    sciolta  da  ordine  scientifico  ricorrendo  spesso   con   familiare
    spontaneit li anelli della stessa catena; dimodoch la maggior fatica
    al  cauto  lettore   quella di raccogliersi nella memoria i frammenti
    qua e l disseminati e costringerli in breve complesso per  sottoporli
    a pensata prova.
    Le  lodi  che  l'autore prodiga alla Gran Bretagna,  non sono tanto un
    segno d'ammirazione,  quanto un artificio oratorio di chi vuol valersi
    di quella grandezza a terrore delle altre nazioni, affine di sedurle a
    rinchiudersi  nel  guardinfante  protettivo.  Dopo  l'invenzione delle
    macchine, egli dice,  l'industria non ha confine se non nel capitale e
    nello  smercio.  Quindi  la  nazione  che  possiede  cumulo immenso di
    capitale e vastissimo traffico,  e col dominio del  mercato  monetario
    esercitato  dalla  sua  banca,  stimola  la  fabbricazione e deprime i
    prezzi, pu apportar guerra struggitrice alle altre nazioni.
    Un fanciullo indarno lotta con un gigante.  Le fabbriche inglesi hanno
    enormi vantaggi,  ridondano d'eccellenti operai ad agevoli mercedi, di
    macchine  perfette,  di  sontuose  costruzioni  pei  trasporti;  hanno
    illimitato  credito  a  infimo  interesse,  stabilimenti  e  relazioni
    lontane quali si formano  solo  nel  corso  delle  generazioni,  vasto
    mercato  interno  di  tre  regni,  vasto mercato coloniale in tutto il
    mondo, mercato d'inestimabile vastit presso tutte le nazioni civili e
    non civili della terra e quindi aspettativa  di  smercio  immenso.  E'
    assurdo  che  le  altre  nazioni  possano  reggere a fronte di questa,
    quando  prima  devono  allevare  i  direttori  e  gli  operai:  quando
    l'imprenditore,  non sicuro d'uno spazioso mercato interno,  nulla pu
    sperare dalle colonie e ben  poco  dalle  navigazioni  quando  il  suo
    credito  ristretto al misero bisogno: quando non pu essere certo che
    un  disastro in Inghilterra,  o una misteriosa operazione della banca,
    non versi sul mercato continentale,  all'ombra della libert daziaria,
    un  cumulo  di  manifatture,  il cui prezzo,  appena compensato quello
    della materia, rapisca il naturale alimento all'industria europea.
    Un predominio come questo che surse ai nostri giorni, non si vide mai;
    nessuna nazione, aspirando alla signoria del mondo,  pose mai s ampie
    fondamenta  alla  sua potenza.  Quanto angusto non  il divisamento di
    chi volle fondare sulle armi  l'imperio  universale,  in  paragone  al
    pensiero  britannico  di  fare  di  tutta  l'isola una smisurata citt
    manifatturiera,  commerciante e navigatrice!  La quale,  fra  i  regni
    della terra,  sarebbe ci che una capitale  fra le soggette campagne:
    la sede delle industrie, dei tesori, della potenza;  il porto di tutte
    le  marine,  una  citt  capomondo  che  provveda  tutto  il  globo di
    manifatture, e da tutte le genti si faccia consegnare le vettovaglie e
    le materie prime;  un'arca universale dei metalli monetati;  una banca
    delle  nazioni,  che  coi  prestiti  assoggettandole  tutte a tributo,
    signoreggi la circolazione universale.
    Qual' la magica verga con cui,  secondo il signor  List,  l'industria
    britannica  abbatter le industrie degli altri popoli,  e li rilegher
    alla primitiva vita del bifolco e del pastore?
    E qual' il talismano che pu disfare l'incanto?
    L'arme impugnata dall'Inghilterra sarebbe il  "libero  commercio"!  Lo
    scudo che deve salvare il genere umano sarebbe "la dogana"!
    L'Inghilterra,  egli dice, qualora le tariffe daziarie non vi facciano
    ostacolo pu versare in America grande massa di manifatture.  La banca
    inglese  coll'agevolare  lo  sconto  e  allargare  il credito alle sue
    manifatture,  pu dar loro la forza di fare un enorme  fido  ai  porti
    americani  e  infatti se ne videro talvolta inondati a pi vil mercato
    ch'esse non fossero nella stessa Inghilterra.  Quanto  maggiore    il
    credito concesso agli americani,  tanto maggiore in loro  l'impulso e
    il coraggio d'estendere  le  piantagioni,  per  saldare  col  prossimo
    raccolto  il  loro  debito.  Ma  l'Inghilterra,  parziale alle proprie
    colonie, aggrava di dazi il tabacco degli Stati Uniti sino alla misura
    del mille per cento;  attraversa l'introduzione del loro  legname  per
    favorir  quello  del  Canad;  e  ammette  i grani esteri solo in caso
    d'imminente carestia,  come detta l'interesse privato  dei  possidenti
    che  siedono  legislatori.  Essendo perci illimitato l'ingresso delle
    manifatture inglesi  in  America,  e  limitato  quello  delle  derrate
    americane  in Inghilterra;  l'America non pu fare il suo saldo se non
    in valsente metallico.
    Le piazze,  esauste allora di moneta  sonante  e  ingombre  di  carta,
    ricorrono  alle loro numerose e deboli banche,  ne spazzano avidamente
    li scarsi depositi.  Le cedole,  al momento che  non  si  possono  pi
    permutare in metallo,  decadono rapidamente; i prezzi di tutte le cose
    divengono nominali;  tutti  i  valori  sono  sconvolti;  non  v'  pi
    proporzione tra le derrate e li affitti,  tra il debito e il saldo; le
    banche pubbliche e le case private cadono alla rinfusa;  la mala  fede
    approfitta del tumulto per simulare la sventura;  l'onore nazionale ne
    geme,  e il generale avvilimento assopisce per lungo  tempo  le  forze
    produttive.  L'ordine pubblico, ossia l'equilibrio delli esporti colli
    importi,  pu dunque ristabilirsi  solo  con  dogane  che  raffreddino
    l'illimitato afflusso delle manifatture inglesi.
    Cos  il  signor List,  di tutto questo disordine attribuisce la colpa
    all'astuzia mercantile dell'Inghilterra e al libero commercio.
    Ma noi domanderemo se nel fallimento generale  dell'America  tutto  il
    danno  sia del debitore insolvente;  e se l'Inghilterra creditrice non
    vi perda anch'essa un immenso valore.  Non   ben  chiaro  come  possa
    tornar utile al privato inglese di dare a credito in lontane regioni e
    a  lungo respiro s enorme valsente di sue merci al di sotto del costo
    di fattura, se non vi fosse costretto da qualche segreta necessit.  E
    pare ancora pi oscuro come convenga a tutta la nazione inglese e alla
    banca  che ne modera e timoreggia i supremi interessi,  di sollecitare
    con impeto l'esazione dell'accomulato credito,  asportando dagli Stati
    Uniti tutto il metallo circolante, provocando il disonore delle carte,
    la caduta delle banche, l'avvilimento dell'agricoltura, la sospensione
    delle opere pubbliche e d'ogni impresa, e quindi la ruina di que' loro
    concittadini  che  sono  gravemente  interessati in quelle banche e in
    quelle costruzioni. La questione non pu essere cos semplice;  vuolsi
    risalire  a  pi  remota causa.  Troviamo infatti,  in altra parte del
    libro,  che lo scarso raccolto costrinse l'Inghilterra a mandar  fuori
    immensa  copia  di  contante;  che se il continente fosse stato aperto
    alle merci inglesi,  si sarebbe potuto fare il  saldo  dei  grani  con
    esportazione straordinaria di manifatture;  epper il metallico che si
    fosse al momento inviato,  sarebbe in breve rifluito  all'Inghilterra;
    ma  il  continente  era  chiuso  alle merci inglesi,  come,  prima del
    mancato raccolto, l'Inghilterra era chiusa ai grani del continente.
    Dunque la calamit dell'America, rispondiamo noi, aveva avuto il primo
    impulso,  non da artificio di nazione prospera  e  prepotente,  ma  da
    doppia calamit dell'Inghilterra,  cio dall'infelice raccolto e dalla
    successiva esportazione del contante; la quale,  angustiando le banche
    inglesi  prima  delle americane,  aveva gi sovvertito i prezzi d'ogni
    cosa, e costretto i fabbricatori a vendere in America a lungo respiro,
    a vil mercato, e anche sotto il costo di fattura.
    La colpa non era  dunque  del  libero  commercio,  ma  degli  ostacoli
    daziari,  coi quali, da un lato, i possidenti, per interesse di ceto e
    non di nazione,  rigonfiano i  prezzi  del  grano  in  Inghilterra,  e
    dall'altro,  il  continente  respinge  per rappresaglia le manifatture
    dell'isola che respinge i suoi grani. Gi da un secolo i nostri vecchi
    economisti italiani hanno posto in chiaro come tutte le limitazioni al
    commercio dei grani sono la causa delle grandi carestie.  Poich,  pu
    bene  una  stranezza  delle stagioni guastare il raccolto di un'intera
    isola per quanto sia grande;  ma una calamit sola non pu  facilmente
    abbracciare  d'un  tratto  tutta  la  terra.  E  allora non vi sarebbe
    sbilancio  di  trasporti  perch  ogni  paese  ne  avrebbe  egualmente
    carestia.  Quindi  il  libero  commercio  dei  grani  opera a guisa di
    reciproca assicurazione universale;  e gli ostacoli doganali aggravano
    la  calamit  particolare  d'un paese,  fino al punto che,  di cosa in
    cosa, i tristi effetti si propagano alle pi lontane nazioni.
    La libera concorrenza   adunque  il  solo  principio  che  possa  dar
    occasione a svolgere le forze latenti, e contendere un primato che non
    ha  naturale  e  necessario  fondamento.  Perch  dunque sollecitar le
    nazioni a soffocare cogli ostacoli  doganali  la  libera  concorrenza?
    Poco  invero  giov alla Cina il trincerarsi tra il mare e la muraglia
    n,  con un numero di sudditi eguale a mezzo il genere umano,  sarebbe
    certo caduta in s puerile fiacchezza, se la libera concorrenza avesse
    rinnovellate  le sue armi,  ritemprata la pubblica ragione,  accesa la
    face della  scienza  libera  e  viva.  E  che  altro    il  principio
    protettivo  del  signor  List,  e la sua nazionale economia,  e il suo
    sistema continentale contro l'Inghilterra,  e il  suo  sistema  anglo-
    europeo contro l'America, fuorch un'imitazione dell'infelice pensiero
    che incarcer dietro una muraglia l'intelligenza cinese?
    Il lettore potr facilmente recar giudizio di ci che il List annuncia
    sotto il nome d'"economia nazionale".  Ogni gran nazione, a detta sua,
    dovrebbe chiudersi in un recinto,  gradatamente  respingere  con  dazi
    crescenti  tutte  le  merci  straniere,  per  allevare  entro  il  suo
    territorio  tutti  i  rami  dell'industria,   ci  che   egli   chiama
    "educazione   industriale".   Qualunque   perdita   di  valori  questa
    apportasse  alla  nazione,   non  sarebbe  da  contarsi,   purch   si
    svolgessero le forze produttive che tutti i popoli egualmente hanno da
    natura.  Quando  fosse giunta a provvedere ai bisogni del suo mercato,
    si troverebbe s robusta,  da poter far diretta spedizione  ai  popoli
    delle  regioni  calde,  permutando  con  merci  coloniali il cui largo
    consumo  l'indizio d'un'industria adulta.
    Ogni nazione dovrebbe far questo commercio con le sue navi e  per  tal
    modo  avrebbe agricoltura,  industria,  commercio interno ed esterno e
    potenza marittima.  Quando molte nazioni fossero  pervenute  a  questa
    piena maturanza, allora finalmente collegandosi terrebbero fronte alla
    supremazia  britannica,  costringendola  a  riconoscere  un  principio
    d'universale equit; allora soltanto, compiuti i destini dell'economia
    nazionale  e  politica,   comincerebbero  le  funzioni   dell'economia
    umanitaria e cosmopolitica,  ossia del libero commercio e della libera
    concorrenza.
    Il  signor  List  consiglia  dunque  tutte  le  nazioni   a   limitare
    volontariamente  il  loro  campo  commerciale;   a  dissociarsi  l'una
    dall'altra.;  a lasciare per ora alla supremazia britannica  tutto  il
    vantaggio  del  campo maggiore;  e rinchiudersi da s in una crisalide
    daziaria, che sar l'opera dell'industria, e il suo sepolcro.
    Egli nota che le nuove dogane russe  hanno  danneggiato  il  commercio
    dell'attigua  Prussia.  Ebbene,  egli  dice,  che  importa questo alla
    Russia? "Ogni nazione, come ogni individuo, deve pensar prima a s. La
    Russia non ha incarico di pensare al bene della Germania.  La Germania
    pensi  alla  Germania,  come  per  la  Russia pensa la Russia." Dunque
    l'egoismo sar la norma delle nazioni perch l'egoismo  la morale dei
    privati!  Ma  poi vero che la morale privata sia  l'egoismo?  E  dove
    tutti sono egoisti, non si puniscono essi scambievolmente, lasciandosi
    l'un l'altro in abbandono?  E come mai questo danno si manifesta tutto
    dal solo lato prussiano della frontiera,  e non dall'altro?  Il signor
    List  ammette  che il vantaggio d'un popolo cresce coll'estensione del
    suo traffico;  ora,  i paesi vicini ad una  frontiera  chiusa  possono
    commerciare da una parte sola,  mentre quelli che sono nel mezzo dello
    stato possono trafficar liberamente in tutto  il  loro  circuito.  Non
    vede  egli  come la differenza che si pone fra il centro e l'estremit
    d'un medesimo stato,  ossia fra la capitale e le provincie,  mette fra
    loro una disastrosa inegualit?
    Il  dire  che  ogni  nazione debba intraprendere lo slancio di tutti i
    rami dell'industria,  non quelli che sono  pi  adatti  al  tempo,  ai
    luoghi  e  al  graduale sviluppo delle attitudini e delle forze,  cio
    quelli che per fiorire non han bisogno di privilegio daziario,   come
    consigliarla  da  una parte a preferire i mestieri meno opportuni e di
    men facile riuscita e  lavorare  con  pi  spesa  e  men  guadagno:  e
    dall'altra,  consigliarla  a  sottrarre  i  capitali  ai  mestieri pi
    opportuni e di pi certo evento,  ossia limitarne lo sviluppo;  poich
    pur troppo l'industria si stende quanto il capitale.
    Se  il  sistema  nazionale    riservato  alle "grandi nazioni",  e le
    piccole ne sono escluse,  viene ammesso in sostanza il principio della
    vastit  comparativa  del  campo.  Ora,  in  paragone  alla  industria
    britannica,  alla quale dobbiamo far fronte,  quali saranno le nazioni
    grandi,  e a qual cifra di popolazione o di territorio cominceranno le
    piccole?   Non   vede   egli   che   tutte   le   nazioni   sono   gi
    "comparativamente" piccole,  e lo diverranno sempre pi, se l'elemento
    fondamentale della grandezza rimane privilegio d'una sola?
    O vuolsi in sostanza tradurre l'idea di "nazione" in quella di  stato,
    oppure  attendere  che  il  corso  dei  secoli  abbia fatto coincidere
    dappertutto i confini degli stati e quelli delle lingue. E in tal caso
    la dottrina del signor List cade nel regno delle utopie ossia di  quei
    disegni  che sono affatto sconnessi dalle reali condizioni dei tempi e
    dei luoghi. Ma noi abbiam bisogno d'una scienza che ci guidi adesso, e
    tragga dalle condizioni delli stati presenti le norme d'un possibile e
    prossimo avvenire.
    Mentre  l'autore  isola  le   nazioni   incivilite,   togliendo   loro
    l'emulazione  e  il  mutuo  ammaestramento,  le  vuole  poi mettere in
    diretto commercio coi popoli della zona torrida;  dividerle dai popoli
    civili,  e  stringerle  coi  barbari.  I  popoli delle terre temperate
    devono, egli pensa, esercitare agricoltura,  industria e commercio,  e
    col  sopravanzo  delle  loro  manifatture  andar  con  proprie  navi a
    trafficar coi popoli delle  terre  calde,  i  quali  devono  attendere
    esclusivamente alla cultura dei coloniali. Ma il mondo offre veramente
    questo taglio netto fra le terre temperate e le terre calde? L'indiano
    non  dovrebbe  vendere  in  Europa  i suoi preziosi scialli,  perch i
    popoli dei paesi caldi devono essere  barbari  e  poltroni,  e  vivere
    coltivando zucchero e caff?  Ma che divisioni immaginarie son queste!
    Nessuno pu affermare ci che il futuro tiene in serbo  per  i  popoli
    della terra. Chi avrebbe detto a Cesare che l'isola abitata da barbari
    seminudi e dipinti d'azzurro doveva giungere al dominio dell'India fra
    l'inerzia delle interposte nazioni?
    Finalmente  il commercio dovrebbe esercitarsi da tutte le genti civili
    con  navi  proprie.   Dunque  il  numero  delle  navi   dovrebb'essere
    proporzionato al consumo,  ossia la marina dovrebbe corrispondere alla
    popolazione.  Ogni milione di popolo terrestre  dovrebbe  dunque  aver
    tante  navi  quante  un  milione  di  popolo marittimo?  Il greco e il
    ligure,  figli del mare,  dati da tempo immemorabile all'arte nautica,
    non  dovrebbero  aver  pi  navi che il polacco o l'ungaro,  se non in
    quanto consumassero maggior copia di zucchero o  di  caff,  ossia  in
    quanto avessero maggior popolazione?
    Le  attitudini  ingenite  sono  soppresse;  i favori della natura sono
    rifiutati;   le  indoli  nazionali   sono   sommerse   nel   principio
    dell'uniformit  universale  delle  nazioni.  Queste  sono  le  ultime
    conseguenze del principio protettivo,  che toglie l'uomo dalle vie per
    cui  la natura lo ha fatto,  e lo sospinge zoppicone e ansante per vie
    che non sono le sue.  I pesci devono volar per l'aria,  e  li  augelli
    agitarsi nei vortici del mare.

    Non  ha  senso l'accusa fatta a Smith che la sua dottrina della libera
    concorrenza  non  sia  nazionale   e   politica,   ma   umanitaria   e
    cosmopolitica,  come quella che si indirizza a tutte le nazioni. Anche
    la chimica e la meccanica s'indirizzano a tutte le nazioni. La scienza
     una sola.  Il diviso lavoro  in economia ci che in meccanica   il
    braccio  di leva o la macchina a vapore;  e chi lo annuncia a tutte le
    nazioni come verit,  non  che si divaghi in prematura contemplazione
    dei  secoli  futuri,  ma  addita una condizione suprema della vita dei
    popoli presenti.  L'amore del signor List per il  principio  nazionale
    non s'accorda bene colla sua dottrina isolatrice. Se il suo voto  che
    col corso delle generazioni esca dalla fortuita e variabile partizione
    degli  stati  un ordine immutabile di libere nazionalit,  cominci col
    non interporre tra i frammenti  delle  singole  nazioni  un  principio
    protettivo,  che,  intercettando le comunicazioni vicinali,  disgiunge
    frattanto ci che egli affetta di voler congiungere da poi.  Nel  seno
    della  libera  concorrenza  e  al libero spazio,  l'uomo sciolto dalle
    clausure artificiali,  tender per natura a aderire al  suo  sangue  e
    alla  sua  lingua,  senza perci aver la necessit di sprezzare i nodi
    che per avventura lo avvincono ad un principato o ad  una  repubblica,
    che sia comune fra pi nazioni o pi frammenti di nazione.
    L'avvenire  che noi invochiamo  quello che agli occhi nostri ebbe gi
    fausto  principio,   quando  un  nome   francese   s'immortal   nella
    meravigliosa  volta  sotto al Tamigi,  o quando mani inglesi con oro e
    ferro inglese intrapresero a costruire una rotaia lungo la Senna.  Non
    perci in quest'amore dell'umanit,  siamo immemori dell'onore e della
    vita  delle  nazioni,  n  bramiamo  che  sull'un  lido  della  Manica
    ammutisca la lingua di Molire o sull'altro quella di Shakespeare.
    Ma solo in seno alla libera concorrenza crediamo potersi pareggiare le
    sorti  delle  minori  nazioni  e  delle  maggiori;  e  raccomandarsi a
    imperiosa necessit d'interessi la perpetua emulazione  dell'industria
    e  dell'ingegno;  e  dover  li  arretrati  soggiacere alla potenza dei
    progressivi,  o inchinarsi con fervoroso pentimento a imitarli.  (Opp.
    5V; 141-142; 155-160;
    171; 187-192; 204-206).

    Fra   i   primi,   almeno  in  Italia,   il  Cattaneo  si  rese  conto
    dell'importanza del fattore economico nella determinazione  dei  fatti
    storici.  Nella  sua  recensione alla "Vita di Dante" di Cesare Balbo,
    parlando del contrasto tra guelfi e ghibellini afferma:

    La mente s'affatica a dipanare  quella  scarmigliata  matassa  che  il
    tempo fece dei guelfi e dei ghibellini,  quando vennero a intrecciarsi
    le rivalit marittime,  le ingiurie  confinali,  li  avvolgimenti  dei
    trattati e delle leghe,  li interessi delle famiglie, le ambizioni dei
    capitani e i casi delle battaglie.
    Troviamo ghibellina la  pi  valorosa  di  quelle  repubbliche,  Pisa;
    troviamo guelfi i signori d'Este e molti baroni d'Apulia.  Nondimeno a
    chi prende le cose dai loro principii e le corre d'un guardo generale,
    appar chiaro che tutta quella mischia proveniva dalla resistenza che i
    feudatari delle province dovevano opporre al rinascente  potere  delle
    corporazioni cittadine.  Erano due mondi diversi, due leggi, due vite,
    la societ rurale e la societ urbana distese in lungo e in largo  per
    tutta  la penisola a combattersi e a divorarsi;  erano come una stoffa
    in cui la trama e l'orditura sono fili di diverso  fiocco,  e  il  pi
    duro rode l'altro e logora se stesso. (Opp. 1, 105-106).

    La presenza di questo tipo d'interpretazione appare, in questo come in
    numerosi  altri  suoi  scritti,  a  tal  modo  evidente che ha indotto
    qualche studioso a collocare il Cattaneo fra i grandi  precursori  del
    materialismo storico.
    Ma  il mondo economico non appare al Cattaneo come il concreto terreno
    sul quale siano profondamente radicate e da cui  traggano  origine  le
    forze  contrastanti  che  operano  nella  storia;   per lui in ultima
    analisi solo  lo  spirito,  "la  forza  delle  idee"  che,  attraverso
    l'intelligenza  degli  uomini,  plasma  il  mondo  della  civilt e lo
    costruisce, e lo guida verso un progresso sempre pi compiuto:

    Non v'  lavoro,  non  v'  capitale  che  non  cominci  con  un  atto
    d'intelligenza.  Prima d'ogni lavoro, prima d'ogni capitale, quando le
    cose giacciono ancora non curate e  ignote  in  seno  alla  natura,  
    l'intelligenza  che  comincia  l'opera  e imprime in esse per la prima
    volta il carattere di ricchezza. (Opp. 5, 368).

    E, ancora pi decisamente:

    Nulla accade nella sfera delle ricchezze che  non  riverberi  in  essa
    dalla sfera delle idee. (Opp. 5, 384).

    Il  senso  di concreto realismo che gli era proprio,  lo portava per,
    pur nella valutazione delle forze spirituali operanti nella storia,  a
    porre  come presupposto di ogni possibile riforma sociale un mutamento
    dei  rapporti  economici  che  deve  necessariamente  precedere   ogni
    utopistica velleit di "educazione popolare":

    La  via pi diretta per immutare i costumi di una stirpe d'uomini si 
    quella di riformare il loro stato economico,  ossia di dare un diverso
    corso ai loro interessi. Dopo di ci viene il rimedio dell'educazione.
    (Opp. 4, 155).

    Cattaneo  non giungeva per questo al superamento del suo illuministico
    concetto di stato come pura mediazione d'interessi e non usciva quindi
    dai limiti  di  un  ortodosso  liberalismo  come  invece  avveniva  al
    Pisacane  e  al  Ferrari  per i quali il concetto di libert si veniva
    ponendo come problema di una concreta libert e quindi  come  problema
    di giustizia.
    Ma se un regime di assoluta concorrenza vale per Cattaneo a regolare i
    rapporti economici nell'ambito della politica internazionale,  esso si
    manifesta inadeguato e insufficiente a risolvere  i  problemi  sociali
    all'interno dello stato.
    Di  qui  la sostenuta necessit,  da parte dello stato,  di un diretto
    intervento  a  protezione  dei  miseri  e  dei  diseredati  e  di   un
    contemperamento  fra l'ideale socialista di un'abolizione del capitale
    e  la  teoria  di  un'assoluta  libert   di   commercio   dalla   cui
    indiscriminata  e  rigida  applicazione  pu  derivare  il sistematico
    sfruttamento delle classi meno abbienti.

    Possiamo giungere a due opposti eccessi. Da un lato sta la dottrina di
    Sant'Agostino,  Sant'Ambrogio e d'altri scrittori  dell'infelice  loro
    secolo,  che  chiamano  usura  qualunque interesse in qualunque minima
    misura.  "Si plus quam dedisti expectas accipere,  faenerator es"  (S.
    Aug.).  "Quodcumque sorli accedit,  usura est (Sant'Ambrogio). Il qual
    principio, riveduto nel diritto canonico (Decr. 2, 14,  3),  se avesse
    potuto   prevalere   nel  diritto  civile,   avrebbe  annientato  ogni
    commercio, impoveriti i ricchi e precipitati i poveri in miseria molto
    peggiore.
    Immaginatevi che  oggid  d'un  sol  colpo  si  annullassero  tutti  i
    prestiti,  le  accomandite,  le  ipoteche,  i vitalizi,  li sconti,  i
    respiri,  i  cambi  marittimi,   le  assicurazioni,   le  sicurt  dei
    fittavoli,  le sovvenzioni ai possidenti ed ai filatori, le operazioni
    bancarie, le casse di risparmio,  i monti di piet...  Si arresterebbe
    ogni circolazione;  la vita economica della societ rimarrebbe spenta;
    una irruzione orrenda di miseria e disperazione divorerebbe i popoli e
    ridurrebbe in poche generazioni l'Europa a una landa incolta sparsa di
    ruinosi abituri.
    Dall'altro lato sta la dottrina di Bentham,  che  la  legge  non  deve
    ingerirsi  a limitare la misura dell'interesse.  Col qual principio si
    arma di tutti i rigori della legge  ogni  creditore,  comunque  iniquo
    possa  essere il patto col quale egli stringe il lavoratore,  accecato
    dall'ignoranza e stimolato dal timore della concorrenza.
    Ambedue le opposte dottrine tendono adunque ad eguagliare la sorte del
    povero proletario a quella del selvaggio.  Cos : fra  il  ricco,  il
    padrone  delle  terre,  delle  case  e  delle  macchine,  e  il povero
    giornaliero, senza terra, senza tetto, senza pane,  deve per necessit
    intervenire un principio di equit e di previdenza pubblica,  quali li
    vediamo luminosamente rifulgere nella legge romana.  Il fondamento  di
    tali provvidenze, qualunque siano, sar sempre quello di eguagliare le
    sorti,  eguagliando  anzi tutte le intelligenze,  dacch abbiamo visto
    qual perpetua corrispondenza  sia  tra  li  atti  dell'intelligenza  e
    l'acquisto delle ricchezze. (Opp. 6, 410-411).

    Ecco, schematicamente, la spiegazione storica dell'origine prima delle
    disuguaglianze sociali:

    Quella  parte  di  vitto  che  sopravanza  al  bisogno  del  pastore e
    dell'agricoltore,  pu venir  destinata  a  sostenere  altre  famiglie
    lavoratrici.
    Possiamo  immaginare  che,  rinvenuta con un nuovo atto d'intelligenza
    l'arte di tessere le lane  o  di  conciare  le  pelli,  alcuni  uomini
    venissero  occupando  in  queste  arti  molte giornate che la custodia
    delli  armenti  o  la  coltivazione  del  grano  han  rese  libere   e
    tranquille.  Possiamo immaginare che altri uomini,  divenuti parimenti
    pastori o agricoltori,  ma tuttavia nudi o meno operosi o meno sagaci,
    potessero, coll'offerta di qualche parte del bestiame o del raccolto a
    loro  sovrabbondante,  indurre  quei  nuovi  artigiani a somministrare
    anche a loro il vestimento.  Ecco stabilmente pasciuta e vestita tutta
    una  trib,  che  nella  vita  selvaggia era sovente famelica e sempre
    nuda.
    Se le cose procedessero veramente a questo modo,  se tutti  li  uomini
    continuassero nelle vie della giustizia e dell'eguaglianza, le fatiche
    rese  successivamente  superflue verrebbero sempre trasferite ad altri
    generi di  lavoro  suggerite  man  mano  dalle  inesauribili  scoperte
    dell'intelligenza.
    Ogni  uomo  potrebbe  dedicarsi  a quell'opera per la quale avesse pi
    attitudine  e  propensione,   e  potrebbe   compierla   con   maggiore
    intendimento  e  maggiore alacrit.  Laonde anzich consumare i giorni
    nel riposo  e  nel  torpore,  potrebbe,  col  cambio  del  suo  lavoro
    quotidiano,  procacciarsi ogni variet di cose utili. Questo  ci che
    gli  economisti  chiamano  la  divisione  del   lavoro;   nuovo   atto
    d'intelligenza  pel  quale  l'uomo  acquista la facolt di operare con
    maggior perfezione e velocit,  e di ottenere col medesimo sforzo  una
    maggior  somma  di  prodotti.  La prosperit di tutti si accrescerebbe
    ogni qualvolta una nuova invenzione rendesse pi proficuo alcun genere
    di lavoro, o ne venisse immaginando un nuovo genere.
    Cos potremmo figurarci le cose  in  astratto,  al  modo  appunto  che
    sogliono  fare  li  scrittori d'economia,  i quali non considerano mai
    l'uomo nel complesso delle sue  passioni.  Ma  il  fatto  storico  non
    avvien  cos.  Una  trib di conquistatori riduce in servit un popolo
    men forte o meno accorto;  si divide le terre e li armenti,  lascia ai
    coloni  e  ai pastori solo quanto  necessario ad una vita miserabile;
    si  appropria  tutto  ci  che  sopravanza,  sotto  nome  di  tributo,
    d'imposta,  di  censo,  d'affitto,  secondo le diverse istituzioni del
    tempo.  Con questa rendita perpetua,  il conquistatore  nutre  la  sua
    famiglia,  i suoi seguaci,  i suoi schiavi, e alimenta quelli artefici
    che gli edificano un palazzo o un castello,  o gli apprestano le armi.
    Egli pu vivere inoperoso,  esercitando una fastosa ospitalit, mentre
    una plebe affaticata e seminuda  pi infelice  dei  selvaggi,  perch
    costretta a vivere nel disprezzo e nell'obbrobrio.
    Anche  quando  un  popolo  non soggiace a violenta conquista,  sorgono
    sempre nel suo seno certe famiglie  che  col  comando  delle  armi,  e
    coll'autorit  delle  leggi  e  delle  religioni  si pongono sopra gli
    altri.  In ricambio di certi offici,  con cui  soddisfano  ai  bisogni
    morali  della  moltitudine,  essi  riscuotono  volontarie offerte.  Il
    pastore si crede in debito d'apportar loro le primizie del suo gregge;
    l'agricoltore le decime d'ogni frutto;  il combattente,  scampato  col
    pericolo,  compie il voto recando ai loro piedi le spoglie dei vinti e
    le famiglie prigioniere. Colle incessanti offerte le caste dominatrici
    alimentano gli schiavi che inalzano le reggie, i templi, le piramidi e
    li obelischi.
    Cos per vari modi il maggior frutto  che  la  crescente  intelligenza
    insegn  a  trarre dalle fatiche degli uomini,  si divide inegualmente
    fra loro,  a titoli pi o meno giusti o ingiusti secondoch li  uomini
    che  vi partecipano apportano in compenso alcun altro lavoro o qualche
    util funzione, ovvero si fanno la parte del leone.
    I tributi forzati o le offerte spontanee a poco a poco prendon  natura
    di  rendita  perpetua.   La  societ  si  divide  in  classi,  le  une
    stabilmente misere,  le altre stabilmente  ricche,  e  le  dovizie  si
    possono anche andare accumulando... (Opp. 6, 399-401).

    Affrontare  il  problema  sociale    necessario ed urgente giacch la
    assurda presenza nel mondo di una classe  di  reietti  e  di  affamati
    rompe  quell'equilibrio  che  invece essenziale alla convivenza degli
    uomini.

    La salute del lavoratore soggiace a mille  pericoli,  alle  intemperie
    del  cielo,  alle  tempeste  del  mare,  agli  effluvi palustri,  alle
    esplosioni, alle esalazioni mortifere,  al calore delle fornaci,  agli
    effetti  d'un'aria rinchiusa e oscura.  Alcune arti impongono positure
    che angustano il respiro, la circolazione, la semovenza;  i tessitori,
    i calzolai,  i sarti danno massimo numero d'infermi agli ospedali.  La
    stessa divisione del lavoro,  che ne accresce tanto la potenza finale,
    riduce  ciascun  uomo  a  un  moto unico e uniforme,  sfavorevole allo
    sviluppo normale delle membra.
    I legislatori vennero in difesa dei fanciulli,  venduti  dai  padri  a
    precoce  e  soverchio  lavoro.   Nel  1833  si  viet  in  Inghilterra
    d'affaticare i ragazzi minori di nove anni;  si  ordin  che  fino  ai
    tredici non lavorassero pi di 48 ore per settimana,  ripartite in non
    pi di 9 ore al giorno;  e che prima dei diciotto anni non lavorassero
    pi  di  69 ore,  ripartite tutt'al pi in 12 per giorno;  si viet il
    lavoro notturno,  tra le otto e mezzo della sera  e  le  cinque  della
    mattina; si prescrisse per la refezione il riposo di un'ora e mezzo; e
    per  sottrarre  i  giovinetti  all'abbrutimento in cui crescevano,  si
    prescrisse ai padroni di mandarli almeno due ore  alla  scuola.  Senza
    ci  l'interesse  dei  manifattori  a tenere in continua operazione le
    macchine per cavare maggior frutto  dai  capitali  milionari  in  esse
    investiti,  avrebbe  operato  una  degenerazione  morale e corporea di
    tutta la pi misera plebe.
    N vuolsi credere che i lavori a cielo aperto  siano  sempre  salubri.
    L'eccessiva  fatica  delle  messi,  l'assiduo  sole,  il mal cibo,  le
    pessime acque, lo spurgo dei fossi, le influenze autunnali,  la nudit
    dei  piedi,  l'umidit  delli  abituri  e altre cause molte rendono le
    morti pi frequenti nelle campagne che nelle citt.  Questo si  avvera
    anche fra noi.
    La Francia,  ove la popolazione agricola  a proporzione il doppio che
    in Inghilterra, soffre mortalit molto maggiore; e fra i suoi medesimi
    dipartimenti, alcuni di popolazione principalmente industriale contano
    una sola morte sopra 46 e 48,  ed anche 50 e 58 abitanti;  intanto che
    altri  di  popolazione  affatto  agricola perdono annualmente una vita
    sopra 30,  sopra 29 e perfino sopra 26.  Cos la statistica dissipa le
    illusioni nate dall'amenit campestre.
    Pur  troppo  la  mortalit  va compagna all'indigenza.  Considerate le
    liste dei morti nei quartieri di Parigi: se  ne  conta  uno  sopra  52
    abitanti  nel  circondario primo;  sopra 48 nel secondo,  sopra 43 nel
    terzo;  e sono i luoghi abitati dalle famiglie  facoltose;  ma  ove  
    molta  la  poveraglia,  si  trova  un  morto  sopra  30  abitanti  nel
    circondario nono;  sopra  28  nell'ottavo,  sopra  26  nel  duodecimo;
    cosicch  in  questo  le vittime della morte sono in misura doppia che
    nel primo. E nel quartiere stesso ove la strage  minore,  fra i pochi
    poveri che vi abitano la mortalit  appunto d'uno sopra 28.
    Le  malattie  trovano  i  poveri gi fiacchi ed avviliti,  senza agi e
    senza soccorso;  il passaggio all'ospedale   gi  strapazzo,  massime
    quando  venne  ritardato  da  repugnanza  o  affezione  domestica;  il
    distacco dalla famiglia e l'improvviso e vasto spettacolo dei malori e
    delle morti abbattono l'animo e affrettano le mortali estremit.
    Povert  l'aver poco;  indigenza  mancare delle cose necessarie;  la
    povert   che  non  pu  pi  sostenersi  colle  sue  braccia  diviene
    indigenza;  se prima bastava protezione  e  lavoro,  ora  le  si  deve
    alimento  e  asilo.  Il  povero    sempre sospeso sull'orlo di questo
    precipizio;  bastano le infermit,  li anni,  la troppa  famiglia,  il
    rigore  d'una  stagione,  un contratto imprudente,  un trascorso,  una
    carestia, un contagio, un'invasione nemica, un arenamento d'opere o di
    commercio;  e l'angusto confine che divide la povert dall'indigenza 
    varcato.  Il focolare domestico si circonda di lamenti, di rimprovero,
    di  amarezze;   lo  scarso  vivere  logora  le  forze  e   l'alacrit;
    l'umiliazione   conduce   all'isolamento;   priva  d'assistenza  e  di
    consiglio;  il  perpetuo  bisogno  doma  l'animo,  snerva  l'onore,  e
    consiglia alla mendicit,  alla prostituzione,  al delitto. Le guerre,
    le inondazioni, gli incendi, le grandini,  i disastri commerciali,  le
    morti dei padri di famiglia avverano ad ogni momento queste calamit.
    Qual'  il grado di stento al quale una famiglia pu resistere?  Quali
    sono le necessit della vita?  Un selvaggio si sdraia in una spelonca,
    va nudo alle intemperie,  si nutre d'ogni schifezza, manomette perfino
    la carne umana. Ma in seno alla civilt, in mezzo a campagne ridenti e
    citt sfarzose e  liete,  il  povero  deve  avere  un  tetto,  qualche
    suppellettile,  un po' di fuoco,  un po' di lume; e per essere accolto
    fra i suoi simili  alle  opere  della  vita,  deve  mostrarsi  vestito
    com'essi.  E se la sorte,  o la malizia altrui,  o la sua colpa, lo ha
    fatto cadere da un certo  grado  d'agiatezza,  deve  conservarne  pure
    qualche  faticosa  apparenza in s e nei suoi;  altrimenti cadrebbe in
    disprezzo e abbandono.  Questi  bisogni  d'opinione  e  d'uso  non  si
    possono  sottomettere  a misura.  Un cittadino non pu correre scalzo,
    bench la calzatura non sia natural necessit,  e i  senatori  antichi
    camminassero  onorati a gambe nude;  una donna in citt non pu uscire
    senza certa acconciatura;  in certi paesi si pu vivere  di  pane,  di
    patate,  di  castagne;  ma in altri le abitudini universali ingiungono
    men ruvido alimento. Una persona che mostri di non avere ci che tutti
    hanno  mirata con disprezzo  e  vorr,  finch  ha  forza,  preferire
    piuttosto la fame e la sete; e non ceder se non piombando ad un tempo
    stesso nell'avvilimento.
    Le  cause  della  miseria  non  sono  le medesime presso ogni nazione.
    Alcuni la videro principalmente nell'ignoranza delle plebi,  altri  al
    contrario nei subiti lumi che le svegliarono dalla nativa stupidezza e
    l'accesero  di  nuove  brame;  altri  nelle  tasse  male  assestate  e
    gravitanti sulle necessit della vita; alcuni nell'uso delle macchine,
    altri nella  loro  insufficienza;  alcuni  nella  ineguaglianza  delle
    fortune,  altri  nella loro suddivisione;  alcuni nel predominio delle
    grandi industrie collettive,  altri nella loro mancanza;  alcuni nella
    concorrenza delli stranieri,  altri nel sistema protettivo che soffoca
    il commercio e nutre l'indolenza e il monopolio;  alcuni nella  spinta
    data  ai  matrimoni dei miserabili,  altri nelle dispendiose formalit
    che  li  rendono  malagevoli,   e  fomentano  la   prostituzione,   il
    concubinato,  l'illegittimit;  altri nella soverchia libert lasciata
    ai poveri e nella  loro  affluenza  alle  grandi  citt;  altri  nelle
    vessatorie limitazioni di domicilio. I pi trovarono nella disordinata
    profusione  dei  soccorsi  un  perfido incentivo dato agli indigenti a
    riposarsi sulle braccia altrui,  e chiamarono l'elemosina un commercio
    che  nutre  l'avvilimento,   l'ozio,   l'immondezza  dei  pitocchi,  e
    l'albagia del ricco. Altri cercano cause pi profonde nell'ordinamento
    sociale;  e li uni mostrarono speranza della civilt che moltiplica le
    ricchezze e le divide; gli altri videro nei poveri un'orda di barbari,
    che,  surgendo  per ogni parte,  deve sommergere ogni propriet e ogni
    cultura.
    In mezzo a codesti  dissidi  alcune  verit  scaturiscono  limpide;  e
    appare  indubbiamente agevole l'educazione dei poveri,  la repressione
    d'ogni mendicit,  la fondazione delle  casse  di  risparmio  e  delle
    compagnie di mutuo soccorso, le ritenute sui salari degli impiegati da
    rendersi  in  forma di pensione,  e le altre istituzioni siffatte,  le
    quali avviano il privato a provvedere da s,  ponendo in serbo i mezzi
    d'onorato riposo. (Opp. 5, 314-316; 306-307; 304-305).
    Ma  dove  i poveri vivono d'infimi salari e di vil cibo,  a tutto domi
    dell'animo e abietti della persona,  moltiplicandosi sulla paglia come
    i  conigli,  e  radendo gi nei tempi d'abbondanza l'ultimo limite del
    bisogno,  ogni difficolt diviene in breve carestia,  e ogni  carestia
    diviene fame e morte.
    Niente  di pi stolto del ricco che trova troppo buona la minestra del
    contadino! (Opp. 3, 343).

    Chi si oppone  al  progresso  e  alle  conquiste  popolari  per  cieco
    attaccamento  alla  tradizione o per egoistico interesse,  vivr nella
    sua  patria  come  uno  straniero,   nemico  del  popolo  stesso   cui
    appartiene.
    E  la  lotta  delle classi povere per il benessere e per una forma pi
    alta di vita non pu apparire, a una spassionata considerazione,  come
    la  lotta dell'egoismo di chi non ha contro l'egoismo di chi possiede,
    perch in essa  si  realizza,  assieme  a  una  serie  di  aspirazioni
    particolari,  quel pi vasto ideale di libert che  comune a tutto il
    genere umano.

    Il 24 febbraio 1848 fu il primo giorno d'un'ra nuova.  Per  la  prima
    volta  si  vide  in  Francia  un  operaio  chiamato  a  sedere  fra  i
    governanti;  il miglioramento del destino degli operai fu posto fra  i
    doveri  della  societ  e  dello stato;  e fu riconosciuto,  in quanti
    cittadini avessero anno ventuno,  il diritto d'influire al pari  degli
    altri  sulla  cosa pubblica.  E cos quel quarto ordine,  che nel 1789
    restava confuso in un comune involucro col  terzo  stato,  cominci  a
    divenire  un  principio  determinante delle nuove istituzioni.  Operai
    siamo tutti quanti,  se prestiamo util opera all'umanit.  E se alcuno
    promuove  la influenza delle classi laboriose nell'ordine legislativo,
    egli non fa opera di discordia, ma di giustizia e benevolenza.
    L'unica forma con cui pu esercitarsi il comune diritto  di  tutta  la
    nazione sulle proprie sorti  il suffragio universale diretto, esclusi
    tutti  i  sotterfugi  che  vennero  inventati dai falsari del pubblico
    voto.  Ma il suffragio universale non  una  verga  magica  che  possa
    preservare  i  popoli  da  un momentaneo errore.  Due volte la Francia
    coll'universale suffragio trad se stessa,  nel 1848 e  nel  1849;  ma
    infine  col  suffragio  ristretto  non  avrebbe  avuto  una risultanza
    migliore.  Or non  pu,  nel  lungo  corso  del  tempo,  il  suffragio
    universale  andar sempre errato;  esso  come quella lancia che doveva
    sanar da ultimo le ferite che aveva fatte. Non pu, a lungo andare, il
    corpo degli eletti non corrispondere in qualche modo al corpo  che  li
    elegge.  Ad alcuni sembra pericoloso il principio d'affidare i destini
    della societ alla  numerica  maggioranza  degli  interessati;  alcuni
    hanno  osato  dire  che  fosse  un  nuovo  modo  di  barbarie.  Non fa
    meraviglia che siffatti errori siano diffusi in una societ che riceve
    dalla mano dei privilegiati l'impronta delle sue opinioni.  Alla  fine
    dello scorso secolo, s'era divulgato, per opposte influenze, l'opposto
    pregiudizio  che  ogni  virt  fosse  nel popolo e ogni corruttela nei
    grandi; era promosso dalla lettura delle opere di Rousseau.
    Era il rovescio della beata fiducia che fa oggid  ad  alcuni  riputar
    delitto il dubitare della virt dei governanti. Fichte pensava che nei
    grandi fosse maggiore la corruttela perch maggiore era l'egoismo. Qui
    si  pu  domandare  perch l'egoismo non debba parimenti regnare anche
    nelle classi povere nelle quali inoltre  non  pu  venir  corretto  da
    un'accurata educazione.
    Ma  si  pu rispondere,  che quando la comune istoria del genere umano
    tende  alla  progressiva  abolizione  dei  privilegi,  chiunque  abbia
    interesse  alla  loro  conservazione,  e  non  sappia  sollevarsi  col
    pensiero sopra il suo io, facilmente farassi ad avversare il progresso
    del popolo.  E allora facilmente si trover  in  opposizione  coi  pi
    generosi  e  benefici pensamenti;  si attrister,  se si avverano;  si
    consoler,  se falliscono;  dar opera a rallentare  ogni  riforma,  a
    fomentare  il  ritorno  al  passato;  vivr  come se fosse in terra di
    nemici;  e il nemico suo sar il suo  popolo,  pel  cui  bene  sarebbe
    appunto virt operare e patire;  dovr velare codesto malaugurato odio
    colle apparenze della ragione;  e  pertanto  dovr  porsi  in  interno
    contrasto colla sua mente e colla sua coscienza, e avvezzarsi a vedere
    in  ogni  cosa  solamente  il nudo suo vantaggio.  Tutto ci conduce a
    spregiare ogni ideale della vita,  a parlarne con sorriso di piet,  a
    farsi dell'egoismo quasi una sapienza e una religione.
    Nelle  classi  povere  pu  bene  allignare  l'egoismo;   ma  non  pu
    unificarsi  collo  spirito  di  casta;  perch  in  quanto  il  povero
    s'interessa  all'intiera  sua casta,  s'interessa anche senza volerlo,
    alla pi larga cultura di tutta la nazione;  e asseconda,  anche senza
    saperlo,  il  fine supremo del genere umano,  che consiste appunto nel
    massimo sviluppo della ragione e della libert.  La sua causa  adunque
    non  quella dell'egoismo;  e la causa di tutti;  la causa del genere
    umano;  le sue passioni personali consuonano alla pi sublime umanit.
    L'influenza del quarto stato della societ promette adunque di avviare
    il  genere  umano  ad un pi largo campo di cultura e di moralit.  La
    cittadinanza  ricca  altro  non  dimanda  alla  legge  che  libert  e
    sicurezza  nell'uso  delle  proprie  facolt.  Invero se tutti fossimo
    egualmente  forti  e  ricchi  e  intelligenti,  potremmo  viver  tutti
    comparativamente felici;  ma ci non ; poich il forte, il ricco e il
    sagace si pongono al di sopra del debole, del povero e dell'ignaro;  i
    quali  solamente  all'ombra della legge possono ottenere eguaglianza e
    reciprocit.  A ragione un pensatore vivente scrive che "l'idea  dello
    stato  debba  sublimarsi  fino a divenire una istituzione nel cui seno
    possa svolgersi tutta la virt  di  cui  l'umanit    capace"  (Boeck
    Universal Festrede).
    L'istoria  una guerra dell'uomo coll'inospite natura,  colla miseria,
    coll'impotenza,  coll'ignoranza,  in cui  con  assidue  vittorie  egli
    effettua  il lento progresso della sua libert.  In seno alla societ,
    l'individuo moltiplica a mille doppi le native  sue  forze;  essa  non
    solamente deve assicurare la persona e i beni che egli le apporta;  ma
    deve procacciargli una somma di cultura,  di libert,  di potenza alla
    quale non potrebbe in altro modo pervenire.
    E  qui  noi  vogliamo  ricordare ai pensatori e agli amici del povero,
    che, mentre una gran parte degli operai, propriamente detti, mostra di
    aver acquistato quella chiara coscienza di s e del suo diritto, a cui
    non si potrebbe senza ingiustizia e senza temerit negare  una  legale
    espressione,  la  maggioranza  degli  agricoltori  giace  ancora in s
    negletta e barbara condizione, che fra poco si dovr per essi introdur
    l'idea di un quinto stato della societ. E pi in basso ancora,  molto
    pi  in  basso  delle  famiglie  indigenti e laboriose,  giacciono gli
    inabili, i mendicanti, i reietti,  tanto pi numerosi in verit quanto
    pi  le  nazioni  sono  opulente  e superbe.  Ed ecco adunque un sesto
    stato. (Scr. pol. 3, 325-328).

    Cos scriveva il Cattaneo  esponendo  e  commentando  un  opuscolo  di
    Lassalle ("Gli operai nel mondo moderno").  E se la lotta delle classi
    proletarie    per  il  Cattaneo,  come  per  il  Lassalle,  lotta  di
    liberazione, libert e diritto devono esserne i presupposti ed i fini:

    Lo  scioglimento delle contraddizioni sociali non si pu conseguire in
    mezzo  alla  scambievole  opposizione  e  all'eterna  oppressione  dei
    popoli;  esso  vuole  le loro eguaglianze,  la loro libert;  vuole il
    trionfo del diritto in tutta l'umanit. Una sola e medesima legge deve
    legare l'uomo singolo alla  famiglia,  al  popolo,  alla  nazione,  al
    genere  umano.  Questo    l'ultimo  sviluppo  della legge unica della
    creazione. (Opp. 6, 243).


    NOTE.

    Nota 1.  Propriet delle molecole di ritornare al loro stato primitivo
    quando sia tolto l'impedimento che le gravava.
    Nota 2. Misura lineare corrispondente a 1 metro.
    Nota  3.  "Das  nationale  System der polilischen Oekonomie" eccetera,
    Stoccarda e Tubinga, presso Cotta, 1842.









    PAGINE DI STORIA.

    Una particolareggiata conoscenza dei fatti e delle fonti, una profonda
    seriet morale,  una evidente capacit critica di  problematizzare  il
    dato  storico  mettendo in rilievo i lati e i motivi diversi della sua
    sempre complessa struttura,  fanno di Cattaneo lo storico italiano pi
    esperto e pi acuto del secolo decimonono.
    Quella  robusta  capacit di scrittore e quello stile limpido e sobrio
    che gli sono propri,  quel pacato spirito positivo che  il fondamento
    essenziale  della  sua  personalit,  sono  gli aspetti pi facilmente
    rilevabili  nelle  sue  pagine  storiografiche  che  non  esaltano   o
    commuovono,   ma  incidono  profondamente  sul  lettore-attraverso  un
    ragionare sottile,  sempre impegnato nei fatti e nei problemi e quindi
    sempre efficacemente persuasivo.
    La  storiografia  illuministica  era  espressione di quello spirito di
    critica radicale che sottoponeva al vaglio della ragione la realt del
    mondo degli uomini.  E questo   il  compito  che  anche  Cattaneo  si
    propone.  Ma sulla dissoluzione di un mondo che si rivelava distante e
    non rispondente agli  schemi  d'una  astratta  ragione,  l'illuminismo
    andava  vagheggiando il ritorno ad una mitica et primitiva,  fatta di
    bont,  di libert e di eguaglianza.  Per il Cattaneo si tratta invece
    di  comprendere  e  non di condannare il passato: le istituzioni umane
    trovano la loro eterna validit nella  precisa  determinatezza  di  un
    definito  periodo  storico  e in tale relativit esse vanno comprese e
    valutate.  Il progresso e la perfezione sono innanzi e non  dietro  di
    noi, nella nostra stessa infinita e faticosa ricerca di forme pi alte
    di convivenza umana.

    Se nel secolo sedicesimo, che fu il primo dell'ra moderna, la ragione
    individuale  aveva  ardito  farsi  a  discutere popolarmente li arcani
    religiosi,  e nel diciassettesimo li asserti delle scuole filosofiche,
    nel   diciottesimo  ella  estese  quell'aspro  sindacato  a  tutte  le
    instituzioni civili.  Sommo divenne il contrasto  tra  la  vita  degli
    uomini  e i loro pensieri.  Vivendo in mezzo all'intreccio dei vincoli
    sociali,  quelle menti animate  dai  geometri  e  acuite  dal  calcolo
    mercantile,   osarono  dimandare  se,   e  come,   e  quanto  ciascuna
    instituzione  giovasse  ad  ogni  individuo  partecipe  della   civile
    aggregazione. Tutto si valut dunque col giudicio individuale e giusta
    l'individuale  interesse.  Si  consider  la societ come un patto fra
    eguali; si domand la revisione del patto,  il ritorno all'eguaglianza
    primitiva,  la restituzione dello stato naturale del genere umano.  Le
    predilezioni delle scole e l'inesplicabile  eccellenza  delle  arti  e
    delle  lettere  antiche  sospinsero  a  imaginare  un mondo primitivo,
    educato nelle lingue,  nelle arti,  nelle scienze,  nelle leggi da una
    serie  di  genii  benefici,  l'opera  dei  quali sotto lo sforzo della
    superstizione   e   della   violenza    fosse    venuta    oscurandosi
    successivamente   fino  alle  caligini  del  Medio  Evo,   ma  potesse
    coll'opera d'altri genii rivocarsi in breve,  e quasi di  repente,  al
    nativo  splendore.  Vi fu perfino chi prefer ad una fattizia civilt,
    ingombra  dei  ruderi  d'ogni  tempo  e  piena  d'ingiustizie   e   di
    corruttele,  la  semplice  e  pura  vita,  che li uomini dovevano aver
    gioito prima del patto sociale in seno  alla  primigenia  selva  della
    terra.  Adunque  lo  sforzo  capitale  del pensiero umano nello scorso
    secolo diciottesimo era una generale censura  delle  instituzioni  del
    tempo,  nel  senso  d'ogni  individuo,  e all'intento di ristaurare il
    regno della logica naturale e della personale indipendenza.
    Nel secolo presente vi fu quasi un  riflusso  del  pensiero  umano  in
    contrario  verso.  Si trov che l'utile d'ogni individuo scaturiva dal
    complesso  dell'azienda  sociale,   n  poteva  avverarsi  mai   nella
    solitudine  o  nel  dissociamento.   Le  pi  complicate  instituzioni
    apparvero necessarii effetti del consorzio civile e  forme  della  sua
    esistenza.  Si  vide che certe consuetudini erano scala e preparazione
    ad  altre  migliori,   alle  quali  i  popoli  non  potevano  giungere
    altrimenti;   e  cos  si  vennero  spiegando  e  giustificando  certi
    ordinamenti  transitorii,  che  in  faccia  ad  una  logica  immediata
    sembravano assurdi e barbari. Viceversa s'intravide sotto lo splendore
    delle libert antiche la oppressione e la servit delle moltitudini, e
    nella  dolorosa  ruina  di quelle meravigliose civilt si riconobbe un
    evento  che  poteva  condurre  all'emancipazione  degli  oppressi.  La
    consolante dottrina del progresso si svolse dal seno dell'istoria;  si
    vide  il  genere  umano  elevarsi  dalla  ferocia  del  vivere  ferino
    attraverso  alla  guerra,  alla  schiavit,  alle  devastazioni,  alle
    tirannidi,  ai supplicii,  alle torture,  sino all'effezione  graduale
    dell'utile,  del giusto,  dell'equo,  del bello,  del vero, della pace
    della carit. Allora si rallent quell'inesorabile censura, spinta dai
    nostri padri nel diretto interesse dell'individuo; e in quella vece si
    promosse un'interpretazione benigna,  benigna forse oltre  misura,  di
    tutte  le  transazioni  scalari  e successive della civil societ;  si
    giustific il senso comune dei popoli,  che aveva sancito  e  venerato
    ci che era rispettivamente opportuno ai luoghi e ai tempi; e le leggi
    pi  celebri apparvero piuttosto frutti d'una certa graduale maturanza
    d'interessi e d'opinioni, che liberi decreti della mente individua dei
    legislatori.  Perloch la tendenza pi comune del pensiero istorico in
    questo   secolo   diciannovesimo    una  generale  spiegazione  delle
    successive  forme  civili,   in  quanto  promuovono  gradualmente   lo
    spontaneo sviluppo dell'individuo e il suo bene,  nello sviluppo e nel
    bene dell'intera societ.
    Questo  comune  movimento  delle  dottrine  filosofiche  e   istoriche
    nell'et  nostra  si diram poi per molte strade assai divergenti.  Li
    uni mettendosi a tutta carriera nella idea delle successive evoluzioni
    sociali,  vollero stringere un corso di secoli in  poche  giornate,  e
    s'appresero  di  slancio  al sogno d'un incivilimento nuovo e inudito,
    senza famiglia,  senza eredit,  senza propriet.  Altri al  contrario
    acquietandosi  nella generale giustificazione dei fatti,  e confidando
    nel genio naturale delle  moltitudini,  e  nella  forza  ingenita  che
    spinge  le  cose al compimento d'un ordine prestabilito,  ricadono nel
    fatalismo dell'Oriente,  e maledicendo alla virt infelice santificano
    la  vittoria e adorano la forza.  Altri fraintesero la giustificazione
    istorica del passato; e vi supposero la necessit di ritornare le cose
    ai loro principii;  e vanamente additarono,  come mta ad  un  viaggio
    retrogrado   dell'umanit,   ora  l'una  ora  l'altra  delle  et  gi
    consumate.  In mezzo  a  queste  aberrazioni,  i  pi  veggenti  sanno
    congiungere  la fiducia nel progresso alla paziente accettazione delle
    lente e graduate fasi,  e alla critica proporzionale  e  perseverante,
    ch'   pur   necessaria  a  promuoverlo.   Essi  sanno  discernere  le
    instituzioni  transitorie  e  caduche  da  quelle  senza  cui  l'umano
    consorzio  non  regge.   Essi  nutrono  la  generosa  persuasione  che
    l'individuo non  sempre cieco  strumento  del  tempo,  ma  una  forza
    libera  e  viva,  la quale tratto tratto pu far trapiombare la dubbia
    bilancia delle umane cose.  Questa scola pratica,  che studia il campo
    della  libert  umana  nel  senso  della  necessit e del tempo,  deve
    librarsi tra la violenza logica delle dottrine passate,  e l'indolente
    e  servile  ottimismo  delle  dottrine  che si levarono sulla ruina di
    quelle.
    Certamente le scienze umane non ebbero mai studii pi sublimi,  poich
    essi  non riguardano l'una soltanto o l'altra particella delle cose di
    quaggi,  ma contemplano quasi da un seggio elevato ne' cieli il corso
    universale  del  genere  umano il quale solamente "sotto certe leggi e
    con una certa serie d'evoluzioni" a poco a  poco  trae  dall'infantile
    ferocia  del selvaggio e dalla squallidezza nativa del globo i popoli,
    i campi,  le citt,  le arti,  le scienze,  i costumi.  Le pi  minute
    questioni,  che  tuttod  si  levano  sui  particolari  interessi  dei
    consorzi  civili  hanno  tutte  la  pi  profonda  radice  in   queste
    speculazioni,  che  l'intelligenza  volgare  chiama  vane e arbitrarie
    perch non  le  comprende.  Quanti  grandi  disegni,  quanti  progetti
    d'innovazione  e  di restaurazioni di nuove civilt,  di vaste colonie
    dopo immenso e doloroso dispendio di tesoro,  di  pace  e  di  sangue,
    tornarono  in  vituperevole  nullit,   perch  ripugnavano  al  corso
    obligato delle nazionali evoluzioni,  che  la  scienza  non  conosceva
    peranco,  e  l'arte  dello Stato non poteva perci introdurre ne' suoi
    computi preventivi!  E al  contrario,  quante  volte  i  furori  della
    superstizione, li eccessi della forza, le depravazioni del malgoverno,
    le  lunghe  e  pertinaci  macchinazioni  della  cupidigia concorsero a
    fondare un ordine di cose affatto opposto a quello che si era  voluto!
    Quante  volte  le  violenze  del  fanatismo prepararono inaspettate le
    transazioni della tolleranza,  li oppressori crearono la forza  morale
    che  produsse l'emancipazione,  le repubbliche municipali fondarono la
    potenza e lo splendore delle monarchie, e il concentramento del potere
    dispose il campo alla libert popolare!  Li studii istorici,  i  quali
    nel  secolo  scorso  prendevano  di  mira  principalmente  i fatti che
    riguardano direttamente il bene e il male  dell'umanit,  tendono  nel
    nostro secolo a chiarire piuttosto le indirette e tortuose vie, per le
    quali  il  genere  umano  s'avvi  d'errore  in  errore e d'eccesso in
    eccesso verso la mta della scienza e della civilt. (Opp. 6, 74-77).
    Le leggi sono a riguardarsi come frutti di stagione,  e  come  effetti
    obligati  d'innumerevoli  e  recondite cause;  ed  somma stoltezza il
    dispregiar le leggi sotto cui vissero i nostri maggiori.  Il progresso
    dell'umanit    faticoso,  lento,  graduale.  I nostri padri ci hanno
    tramandato un tesoro inestimabile di dottrine,  di  arti  utili  e  di
    generosi  esempli.  E  debito della posterit essere riconoscente alle
    loro fatiche,  compatire alla sventura che ebbero  di  non  vivere  in
    giorni  migliori,  e di consacrare la loro vita ad aumentar col dovuto
    obolo  il  deposito  sacro  del  sapere  universale  e  della   comune
    prosperit. (Opp. 4, 27-28).

    La  storia,  cos  intesa,  cessa  di  essere  edificante  saggezza ed
    evasione da un concreto impegno nel mondo,  ma diviene  la  forma  pi
    reale di tale impegno,  una "scientifica intelligenza" dello svolgersi
    della  societ  umana,  un  chiarimento  a  noi  stessi  della  nostra
    situazione e del nostro destino.

    Li  antichi,  presso  cui  li  studi  erano  per lo pi riservati alle
    famiglie potenti,  consideravano l'istoria  come  maestra  della  vita
    civile,  e tesoriera di consigli e d'esempi tra le procelle della cosa
    pubblica; epper coltivavano solo quella dei popoli a loro pi simili,
    e pi atti a porger loro imitabile  modello.  Dei  fatti  delle  altre
    genti  poco  si  curavano,  come d'oggetto diviso dai loro costumi,  e
    inutile ai propositi dell'ambizione.
    Ma noi  che  siamo  surti  su  le  confuse  ruine  di  tante  civilt,
    intrecciando  al  municipio,  alla  famiglia,  alla  possidenza  delli
    antichi  Europei  le  scienze   nate   nell'Oriente,   ornando   colle
    architetture  dei Greci i templi ove andiamo a salmeggiare coi cantici
    d'un re d'Israele tradutti nella lingua del popolo di Roma:  noi  dopo
    aver  conquistato  il  diritto  degli  studii  anche  alle  pi oscure
    fortune,  non cerchiamo  tanto  nell'istoria  l'arte  di  governar  la
    patria,  quanto l'astratta e scientifica intelligenza delle complicate
    cose tra cui viviamo, e quei vaghi presagi ch'ella pu riverberare sul
    corso generale dei nostri destini. (Opp. 3, 25).

    Il dominio dell'aristocrazia sacerdotale nell'antico Oriente:

    Certo  che nelle tenebre dei tempi primitivi, quando in Occidente non
    v'erano ancora grandi consorzii di nazioni, ma minute trib e discordi
    favelle, gi grandeggiavano nell'Oriente vastissimi regni sacerdotali,
    che si stendevano lungo il Gange,  l'Indo,  il Mar Caspio,  il  Tigri,
    l'Eufrate e nell'alta valle del Nilo.
    Presso  tutti  quei  popoli  una casta studiosa,  resa veneranda dalle
    insegne sacerdotali,  e fattasi  interprete  delle  parvenze  celesti,
    impone   alle  genti  il  suo  precetto  come  una  parte  dell'ordine
    necessario  dell'universo.   Essa  colla  cognizione  del  surgere   e
    tramontare delli astri,  colla divisione artificiosa dell'anno,  colla
    perizia dell'alterno incremento dei fiumi,  coll'arte di derivarne  le
    acque  e  fecondare aride lande,  si fa suprema maestra delle arti,  e
    signora della vita dei popoli. Dopoch il precetto sacerdotale afferr
    le menti della maggioranza,  nessun uomo pu uscire dal limite che gli
    si assegn nell'ordine della vita; nessuna mente pu alzarsi e lottare
    col plumbeo consenso delle moltitudini, colla sagacit degl'imperanti,
    e  colla  potenza  della  natura,  che  quasi  obbediente alla presaga
    parola,  si annuncia tratto tratto  bieca  a  minacciosa.  Tutto  vien
    prescritto  anzi  tempo;  le  cerimonie  sacre a poco a poco involgono
    tutti li atti della vita;  l'ordine insuperabile delle  caste  soffoca
    col  terrore  dell'isolamento e dell'infamia ogni conato dell'arbitrio
    umano.
    Le generazioni si succedono rigidamente uniformi;  i vivi  ripetono  i
    morti;  i  secoli  scorrono indarno sulle menti,  che stanno immobili,
    inconscie dei sublimi doni del  pensiero;  la  ragione,  questa  fioca
    imagine  della divinit,  rimane quasi impietrita,  ed appena riflette
    sui bisogni della vita giornaliera il cieco corso dei moti  terraquei.
    L'anima geme sotto il peso dell'universo.
    Tuttavia  sotto  quella  tetra disciplina la civilt si diffonde su la
    terra selvaggia,  irretisce a poco a poco le feroci  orde  che  vi  si
    andavano divorando,  le lega all'aratro, le ammaestra in cittadinanze;
    muta le paludi in prati,  le lande in  campi,  le  selve  in  vigneti;
    congiunge  con  ponti  e  vie  le divise contrade;  spegne le discordi
    favelle delle trib nel consorzio d'una vasta lingua;  scopre  la  pi
    che umana arte di scriverla: ammanta delle sue cifre li obelischi,  le
    pareti dei templi,  e i penetrali dei sepolcri;  e coi canali  diffusi
    sul piano, e colle alte moli su cui s'inalza a contemplar l'orizzonte,
    mette le fondamenta a nuove scienze. (Opp. 3, 29, 30).

    Il processo di unificazione dell'Europa sotto il dominio romano:

    I popoli pi antichi d'Europa,  Etruschi, Greci, Liguri, Celti, ancora
    vergini di conquista o almeno non  congiunti  in  servaggio  ad  altre
    genti, formavano ciascuno in s un tutto proprio, bench compartito in
    varie  membrature.  Vi  era  un  corpo  di  ottimati,  un  popolo e un
    famulato; questi ordini talora erano nati dalla violenza,  ma si erano
    fusi dal tempo;  v'era un corpo unico di leggi, di riti, di tradizioni
    confluite da varie parti per varie oscure vicende, ma appropriate alla
    nazione.  Le ragioni della legge si prendevano tutte  nel  seno  della
    nazione  stessa.  E  bench  la civilt si fosse propagata da popolo a
    popolo, pochi di essi sapevano l'origine straniera dei loro instituti,
    e  nelle  pubbliche  urgenze  non  risalivano  alle  fonti  rimote   o
    primitive.
    Venne la conquista romana.  In grembo ad essa tutti questi sparsi nodi
    di popoli si disciolsero come le masse saline nella vastit dei  mari.
    La legislazione romana fu in continuo progresso,  trasmutando prima le
    prerogative dei patrizi in diritto civile,  e poi le prerogative della
    cittadinanza  romana in sudditanza uniforme.  Cos nelle provincie gli
    ottimati, perduto il predominio militare e sacerdotale, divennero meri
    possidenti,  rivestiti tutto  al  pi  di  rappresentanza  municipale;
    cangiarono  vesti  e modi e pompe;  si trasformarono in vani riverberi
    del Senato romano.  Il famulato si sciolse;  sottentrarono gli schiavi
    venali   fortuitamente   congregati   da  ogni  popolo  dell'universo,
    stranieri alla terra, stranieri ai padroni, stranieri fra loro,  massa
    informe senza affezioni e senza opinioni. Il popolo rimase senza capi,
    e  non  pi  ristretto  in  s  per  unit politica cominci a varcare
    l'angusto circolo municipale,  a espandersi sullo spazio  dell'immenso
    imperio,  a  formare ammassi fortuiti intorno alle piazze d'armi dette
    colonie, o sui crocicchi delle grandi vie militari,  o presso ai ponti
    di  quei gran fiumi che separano colle loro paludi le nazioni barbare,
    e riuniscono colle navigazioni le genti incivilite.
    Per intendersi sui mercati,  sulle vie,  nelle colonie,  si sforzarono
    fra  tanta  variet  di  linguaggi a parlare con vocaboli romani,  mal
    uditi,  mal pronunciati,  e combinati senza sintassi  nell'ordine  pi
    semplice e pi facile.  Obliarono i riti patrii o non seppero pi come
    debitamente adempierli in tanta novit di luoghi e di persone;  n pi
    v'erano   inflessibili   ottimati   che  imprimessero  nelle  surgenti
    generazioni le tradizioni avite,  e precedessero con pertinaci esempi.
    Ne  venne  confusione di nomi e di tradizioni e di riti;  ne venne una
    credenza ineguale,  incerta,  le cui parti  erano  incompatibili,  che
    riesciva  assurda  a  se  stessa,  che  non  inspirava  n  fiducia n
    riverenza.  La gente pi culta correva a  cercare  una  persuasione  o
    nelle  stte  filosofiche  che  promettevano  di  consegnare la verit
    aperta,  o nei misteri arcani che promettevano la manifestazione della
    verit  figurata.   Queste  dottrine  palesi  o  recondite  spingevano
    all'unit;  perch redimendo dalle pratiche  cieche,  richiamavano  al
    dominio  della  intelligenza  e  della  ragione,  il cui fine ultimo 
    l'unit, cio il vero.
    Quindi si tracciarono in Europa quattro grandi unit,  cio quella del
    "potere"  nell'autorit  imperiale,  quella  delle "leggi" nel diritto
    romano,  quella della "credenza" nella fede  cristiana,  quella  della
    "lingua"  in  un  latino  popolare  e  snodato.  Invano  gli uomini si
    assottigliarono l'intelletto a  crear  stte  e  divisioni.  Invano  i
    capitani goti e franchi assunsero il titolo di re,  e si sbranarono le
    provincie.  Essi ponevano sulle monete il loro nome,  ma  non  osavano
    cancellarvi le insegne dell'imperio;  parlavano gotico nei malli (1) e
    nei campi,  ma non curavano scriverlo;  scrissero in latino  anche  le
    loro  costumanze  avite;  scrittura  e  lingua  latina sembrarono cose
    indivisibili.  I Goti si procurarono  la  versione  di  qualche  libro
    sacro,  ma  i  Franchi  gi si dicevano cristiani da quattrocento anni
    quando ebbero i primi testi nel loro incondito e malcerto dialetto.  I
    barbari  introducevano nel mezzod la legge della vendetta privata,  e
    insegnavano a bere nel cranio dei nemici, ma professavano la legge del
    perdono. Essi erano profondamente imbevuti dell'idea di una legge e di
    una autorit eccelsa  e  sovranissima  che  signoreggiava  come  dalle
    altezze  del  cielo  e  dalle  viscere  della terra la loro imperfetta
    nazionalit. Il sacerdozio,  depositario della lingua una e della fede
    una,  divenne inconscio interprete anche dell'equit una;  tradusse le
    Pandette in Diritto canonico, e mantenne viva la tradizione dell'unit
    imperiale.
    Per tutto ci le novelle nazioni d'Europa non  poterono  pi  divenire
    tanti corpi separati con una esistenza tutta propria e nazionale, come
    si vedeva nei popoli primigenii.  La universa popolazione d'Europa era
    divenuta una massa in cui i vari  principii  erano  mescolati  in  una
    proporzione  quasi  uniforme dappertutto.  Dappertutto s'incontrava il
    cristiano e l'ebreo,  il laico e il clerico,  la scrittura latina e le
    denominazioni  gotiche,  i  testi  civili e le "saghe" barbariche,  il
    diritto e la violenza, le instituzioni municipali e la conquista;  una
    rimanenza  indelebile  di pratiche domestiche,  agrarie,  mercantili e
    fabrili;  e sopra ogni cosa,  l'idea di  una  comune  suprema  ragione
    imperiale e romana. (Opp. 4, 169-172).

    L'anarchia feudale e l'alba del mondo moderno:

    I  re  longobardi  non potevano tener fronte a Carlo Magno,  perch il
    loro regno non aveva carattere nazionale,  "ma" dopo Carlo  Magno  pi
    non  vi fu autorit publica in Europa.  I re parziali erano distrutti;
    il re centrale non poteva  in  tanta  selvatichezza  di  tempi,  senza
    strade, senza commerci, senza tesoro, senza esercito stanziale dominar
    cos lontano.  Ogni capitano, ogni possidente comand dove si trovava.
    Sismondi ha dimostrato che la Francia  per  pi  secoli  non  ebbe  n
    legislatori  n  leggi.  In  seguito  per  necessit  di  sicurezza si
    confederarono in gremii feudali;  e crearono senza saperlo un sistema.
    Ma questo sistema era fortuito e tumultuario.  I confini delle nazioni
    eran promiscui.  Parte della Francia era unita all'Inghilterra,  parte
    all'Aragona,  parte  allo  Stato Pontificio,  parte alla Germania;  il
    resto era diviso fra i re, i duchi e i conti di Francia,  di Borgogna,
    di Bretagna, di Tolosa, di Provenza, di Fiandra. Cos altrove.
    In  mezzo  a  quell'anarchia,  ognuno segu le proprie tradizioni.  In
    luogo  dell'equit,   dominarono  le  consuetudini  dei  forti  e   le
    colleganze  dei  deboli.  Quindi  due  fonti  principali  di leggi: il
    costume e gli statuti.  I castellani,  informe esercito disseminato su
    tutta  la  superficie  del  paese,   formarono  il  gius  feudale.  Il
    sacerdozio promulg il "diritto canonico", adattando successivamente i
    principii romani alle esigenze della fede  e  della  gerarchia.  Nelle
    citt  i  mercanti e gli artigiani tennero il "diritto municipale".  I
    naviganti,  toccando nel giro di un anno  pi  porti  e  pi  nazioni,
    sublimarono  le  pratiche  commerciali  in  "diritto marittimo".  Ogni
    corporazione stabil  una  pratica  che  scritta  divenne  "regola"  o
    "legge".  Ogni  ordine  monastico  ebbe regole proprie e nome ed abito
    distinto,  sicch fu necessario limitarne con  prammatiche  il  numero
    sempre  crescente.  Gli  ordini cavallereschi attrassero colla variet
    degli instituti, dei privilegi, delle insegne la bisognosa giovent, a
    cui il sistema feudale negava la debita  parte  della  terra  paterna.
    Tutta l'Europa si trov schierata in corporazioni mercantili, fabrili,
    nautiche, cavalleresche, monastiche, universitarie.
    Ma  tutte  le  regole,  i  diritti,  i  privilegi  non  si accordavano
    armonicamente fra loro.  Nel medio evo un uomo  professava  di  vivere
    colla  legge  romana  e un altro colla legge longobarda.  Si vedeva un
    barone far decidere le liti col  duello  sulla  piazza  della  chiesa,
    mentre nella chiesa si leggeva la scomunica contro i duellanti. Vicino
    a un porto ove i naviganti avevano una sicurezza,  un uomo autorizzato
    dalla legge raccoglieva le spoglie dei naufraghi.  Qua un  barone  non
    conosceva  eguali nel suo distretto;  l beccai e ciabattini collegati
    in corporazioni con armi e bandiere pattuivano con baroni e con re.  I
    regni  del medio evo erano accozzamenti fortuiti e tumultuari.  I vari
    ceti coesistevano in una perpetua lotta,  ora  palese  e  armata,  ora
    involuta nei contratti e nelle legislazioni. (Opp. 4, 172-174).
    L'anarchia  del  medio  evo  aveva  formato  e  nutrito  tutte  queste
    colleganze. L'azione governativa dell'evo moderno le sciolse.
    Il privato,  sentendosi protetto e sicuro,  trov nelle  corporazioni,
    nei  privilegi,   nelle  privative,  nelle  proibizioni  una  molestia
    inutile.  L'autorit nazionale  cerc  di  liberarsi  da  un  continuo
    inciampo  che  rendeva  la  gestione  degli  affari  lenta,  faticosa,
    minuziosa,  litigiosa.  Centinaia di statuti  fecero  luogo  a  codici
    uniformi  e  nazionali.  Centinaia di squadre feudali indisciplinate e
    tumultuarie fecero luogo ad eserciti  animati  da  una  sola  volont.
    Centinaia  di  corporazioni  divennero  una societ civile,  aperta ai
    vitali impulsi della libera  concorrenza.  Centinaia  di  dialetti  si
    collegarono in lingue nazionali.  L'uso del latino che velava tutte le
    nazionalit sotto un'uniforme livrea venne meno.  La letteratura  usc
    dai sepolcri degli antichi,  e si fece specchio delle passioni e delle
    idee  dei  viventi.  Dalla  cultura  della  lingua  venne  lo  spirito
    nazionale,  il  quale   in ragione inversa dell'uso dei dialetti e in
    ragion diretta dell'uso della lingua comune.  Dal che viene  la  forte
    nazionalit  della  Francia,  dell'Inghilterra,  e la poca nazionalit
    d'altri paesi.
    Lo sviluppo delle lingue, determinando meglio i confini naturali delle
    nazioni,  divenne un fomento della pace  universale.  Cos,  a  cagion
    d'esempio,  la diffusione del francese in Linguadoca e Guascogna tolse
    ogni guerra di confini tra la Francia e la Spagna. Il potere nazionale
    coll'uniformit e perpetuit delle sue tendenze eguagli  le  sorti  e
    restaur  l'opera  dell'equit  civile  gi  fondata  sotto  il regime
    romano.  In alcuni paesi l'esplosione popolare precipit in un  giorno
    gli avvenimenti che il potere consueto avrebbe quietamente prodotti in
    un  secolo.  E'  un  fenomeno curioso che il codice civile di Francia,
    intrapreso dai tribuni, fu compiuto e promulgato a nome di un principe
    assoluto,  senza alcuna deviazione n da' suoi principi n  da  quelli
    dell'antica legislazione romana.
    Tanto  il  potere  popolare  come  il potere assoluto convennero nella
    dissoluzione dei previlegi e nell'adeguamento delle utilit. L'effetto
    si fu di pareggiare i membri dello stato nel cospetto  della  legge  e
    nel godimento dei diritti civili. (Opp. 4, 175- 176).

    Alcune pagine sull'impero britannico,  sulla sua forza espansiva,  sui
    caratteri  dell'aristocrazia  inglese,   sull'"alterigia  e   durezza"
    inglesi contrapposti all'"indole flessibile e seducente" della nazione
    francese.

    A qualunque parte del globo si rivolga l'occhio, s'incontrano le navi,
    le fortezze,  li empori,  le colonie dell'Inghilterra. Dalle appartate
    sue isole codesta nazione seppe spargere in tutti i mari le sue  vele.
    Nelle  grandi  lotte  della  politica  europea  pot bloccare i porti,
    sforzare li stretti,  ferir nel cuore  quegli  stati  che  avevano  la
    capitale sul mare;  colle sue crociere lungo le correnti delle acque e
    dei venti appostare  le  navi  nemiche,  vietar  loro  d'attelarsi  in
    flotte,  e  d'addestrarsi  a  quelle  grandi  evoluzioni,  che danno o
    tolgono in un giorno il dominio dell'oceano e il commercio del  mondo.
    Da  Helgoland  essa  vigila le coste della Danimarca e della Germania,
    dalle isolette normanne i lidi della Francia; dalla rupe di Gibilterra
    custodisce le porte del Mediterraneo;  con  Malta  lo  divide  in  due
    recinti;  con Corf chiude l'Adriatico,  e smembra la Grecia.  Ella si
    stende da un capo all'altro dell'opposto emisferio;  domina  la  Terra
    Nova,  li sbocchi del mar polare; tiene l'Acadia, l'immenso Canad, le
    Bermude,  molte delle Antille;  dai lidi di  Mosquito  e  di  Honduras
    s'insinua  su  l'angusto  lembo di terra che divide i due oceani;  pei
    fiumi della  Guiana  s'introduce  nelle  ignote  pianure  dell'America
    interna;  dalle  Malovine  guarda  lo  stretto  Magellanico e le nuove
    pescagioni delle plaghe australi.  Se  le  fortezze  del  Mediterraneo
    stringono  l'Africa  da  settentrione,  le  stazioni della Guinea,  di
    Fernando Po,  dell'Ascensione,  di Sant'Elena,  la colonia  del  Capo,
    vasta  come la madre patria,  gli Arcipelaghi di Maurizio,  l'isola di
    Socotra la ricingono  dalle  altre  parti.  La  formidabil  catena  si
    continua lungo il Mar Rosso e il Golfo Persico, e in Aden e in Buscire
    attraversa le pi antiche vie del commercio universale.
    Uomini  solerti  danno  opera  perch  alle due rive dell'istmo egizio
    approdino vaporiere di ferro della potenza di seicento cavalli,  e  in
    trenta  giorni  le  preziose merci dell'India per la via del Mar Rosso
    giungano a Londra;  e nulla valgono le pertinaci calme o  i  pertinaci
    aquiloni  che  s'alternano  in  quel  golfo  scoglioso,  e deludono la
    potenza delle vele.  Pochi mesi dopoch l'infelice Burnes scandagliava
    l'ignoto  letto dell'Indo,  e lo rinveniva navigabile a vapore per ben
    mille miglia, gli Inglesi occupavano le foci del fiume, sgominavano le
    barbare federazioni dei Sindi e dei Beluci, aprivano una nuova vena di
    commercio;  ed oggid gi tutta la valle immensa di quel fiume  corsa
    dalle  armi  britanniche.  Il vapore anima la pacifica navigazione del
    Gange;  le menti immobili di quelle vetuste  nazioni  si  svegliano  a
    nuovi pensieri. Col cento e pi milioni d'uomini si trovano non si sa
    come  ammaliati  dall'audacia  di pochi Europei.  Qual' la misteriosa
    debolezza che aggioga l'India a un'isola remota, la quale era popolata
    da barbari dipinti d'azzurro,  quando l'India possedeva  gi  leggi  e
    riti  e  monumenti?  Meravigliati  e  insospettiti della troppo facile
    conquista,  e gelosi d'ogni futuro rivale,  gli Inglesi  movono  dalle
    pianure  dell'India  ad  assicurarsi  le  alte  montagne,  dalle quali
    discesero i passati conquistatori, e in mezzo a quelle bellicose trib
    fanno il pi prodigo sacrifizio d'oro e di sangue.
    Molte linee  doganali  colle  quali  i  regoli  indigeni  e  musulmani
    allacciavano il commercio, vennero abbattute dalle armi, o rimosse per
    compera  e  per  trattato.  Si  vuole  che  una sola linea terrestre e
    marittima accerchii i cento e  pi  milioni  d'uomini  che  vivono  in
    quella terra ubertosa.  Con rimuovere i confini doganali si cancellano
    i confini di  quelle  arbitrarie  signorie;  e  mentre  nell'interesse
    britannico  si demoliscono i nodi della resistenza,  involontariamente
    si promove nell'interesse indiano una vasta  nazionalit.  Il  cordone
    doganale si stende fitto ai pochi porti che col rimangono ancora alla
    Francia,  alla Danimarca,  al Portogallo,  cosicch le merci,  per non
    pagar  duplice  dazio,   devono  indirizzarsi  ai  porti   britannici,
    lasciando in secco li altri che appartengono a nazioni rivali.
    Intanto il genio europeo segna di qualche benefico vestigio il terreno
    conquistato;   traccia  un  canale  per  congiungere  attraverso  agli
    altipiani il Sutlege,  influente dell'Indo,  colla Jumna influente del
    Gange;  ristaura  li  antichi  canali  scavati dai maomettani;  appena
    sottomessa Curnul,  vi medita un  vasto  ordine  d'irrigazioni;  altre
    acque  conduce  in Rohilcunda,  per cangiare in tranquilli agricoltori
    quei vagabondi e turbolenti guerrieri.  Con quattro vie  attraversa  i
    dirupati Ghauti; con una sontuosa strada vuole attraversar la penisola
    da Bombay a Calcutta,  mentre finora le corrispondenze si portarono da
    pedoni per selve e paludi,  varcando i fiumi a nuoto o con zattere  di
    canne.
    Nell'isola di Caylan fin dal 1811 il potere giudiziario si esercita da
    indigeni,  giurati com' l'uso britannico senza divario di stirpe o di
    religione. Per voto dei padroni stessi di schiavi si stabil che,  dal
    12  agosto  1816  in  poi,  nell'India  anche i figli di madre schiava
    nascessero tutti liberi.  Bentink (2)  cominci  a  vietare  l'ardersi
    delle  vedove  sul  rogo  dei  mariti e il forsennato precipitarsi dei
    divoti sotto le rote  del  gran  carro  di  Jeggernaut.  La  Compagnia
    rinunci  all'antica imposta che i principi levavano sui peregrini,  i
    quali trascinano la loro miseria ai santuari degli idoli, seminando di
    moribondi le infocate strade. Tuttavia il governo non accondiscende ai
    zelatori che  vorrebbero  troncar  colla  forza  il  corso  di  quelle
    religioni  antichissime  e,   tralasciando  la  disperata  impresa  di
    spegnerle nel sangue,  attende che il contatto della ragione europea e
    della  veridica  scienza depuri la fonte stessa delle opinioni.  A tal
    uopo concesse la libert della stampa,  la politica discussione  e  la
    critica  de' suoi medesimi atti.  I giornali a s enormi distanze sono
    un mezzo di vigilanza,  che previene la prevaricazione dei magistrati,
    e  prepara ai legislatori men parziale e men sospetta cognizione delle
    cose.  Perloch  noi  non  possiamo  dividere  l'opinione  di  chi  si
    meraviglia  come  quei  dominatori  possano  nelle gazzette esporre ai
    dominati il quadro delli eserciti e lo stato  delle  casse,  e  svelar
    loro  la rivalit e la potenza delle altre nazioni.  Noi vi vediamo un
    popolo ch' fermamente fedele alle sue instituzioni tanto  al  di  qua
    come  al  di  l  dei  mari.  La libera discussione prepara da lontano
    l'uniformit delle idee,  in modo che si potr col tempo sostituire il
    completo  vincolo  dell'assimilazione morale alle transitorie sorprese
    dell'astuzia e della forza. Lo stesso enorme debito che un ordinamento
    tutto militare e artificiale viene ogni anno  aggravando,  costringer
    la   Compagnia   ad   associare  i  sudditi  all'amministrazione,   ed
    architettare un ordine di cose che  consuoni  alli  interessi  e  alle
    nazionalit. Un imperio, che cerca di fondarsi sull'opinione cadr col
    tempo,  come  caddero quelli altri che si fondarono su l'avvilimento e
    l'ignoranza;  ma il fortunato  invasore,  che  potesse  debellare  gli
    eserciti inglesi,  non potr mai svellere le radici che le istituzioni
    britanniche, la libera discussione, la disciplina militare e la rifusa
    nazionalit vi avranno gettate. (Opp. 3,  263-267).  Ci che si chiama
    l'aristocrazia  inglese,  non   un privilegio della nascita,  come in
    Venezia, in Polonia,  in Ungheria,  ma una lega di quanti primeggiano,
    non  solo  per  antica opulenza e illustri parentele,  ma eziandio per
    fortunata industria,  per imprese militari,  per  ingegno  civile.  La
    giovent   patrizia,   fatta  indigente  dalle  ineguali  eredit,   e
    intollerante d'una vita oscura, si arruola in faticose carriere dentro
    e fuori del regno. E quando ha speso il fiore dell'et negli eserciti,
    nelle flotte,  nei tribunali,  nei sacerdozii,  nelle  colonie,  nelle
    legazioni, nei viaggi, negli studii, sotto lo stimolo dell'ambizione e
    il freno d'un'inesorabile publicit,  apporta l'esperienza d'ogni cosa
    grande in quel parlamento, che d il suo voto in ogni guerra e in ogni
    pace,   che  col  suo  credito  stipendia  in  campo  le  potenze  del
    continente,  e  move  e ravvolge coll'oro e col ferro tutte le nazioni
    del globo le quali non hanno l'arte di mettere in cima agli affari  il
    merito  e  l'intelligenza,  e  quindi  nella guerra,  o salariate come
    amiche, o spogliate come nemiche, ricadono in necessaria dipendenza.
    Mentre le dovizie, la nobilt, la gloria,  l'esperienza,  l'ingegno si
    stringono  fra  loro  in  poderoso  nodo  intorno  alli  eloquenti che
    governano il parlamento,  la moltitudine si vede ad ogni tratto rapiti
    in quel vortice li sperati suoi capi;  e rimane senza consiglio, senza
    forza,  senza beni,  inetta a giovarsi de' suoi diritti  elettorali  e
    della teatrale sua libert.  Il pariato domina gli agricoltori, perch
    signore delle terre,  su le quali va sempre pi propagando  i  vincoli
    del fedecommesso;  domina su gli industriali,  perch distributore dei
    favori della legge e padrone delle miniere,  degli spazi  edificati  e
    d'una gran parte dei capitali; domina sugli eserciti e le flotte colla
    compera dei gradi e colla munificenza degli stipendi e delle pensioni;
    domina  sulle classi povere,  perch comanda ai ruoli delle sterminate
    elemosine e alle tariffe dei grani,  che abbassa ed inalza secondo  le
    necessit   dei  tempi;   domina  sulle  coscienze  della  maggiorit,
    determinando col patronato delle sontuose prebende, colle aggregazioni
    universitarie,  e coll'autorit  episcopale  le  opinioni  del  clero.
    Infine  domina  perfino  sugli  oppositori  suoi,  per la potenza e la
    gloria che seppe arrecare co' suoi consigli  e  col  suo  sangue  alla
    nazione;  perch  per  quanto accese siano le opinioni civili,  sempre
    uguale in tutti i cittadini  l'orgoglio nel  nome  comune.  (Opp.  3,
    274-276).
    Il  pi  gran  torto,  che  pesi  sulla  stirpe  britannica  d'ambo li
    emisferi,   appunto quell'alterigia e durezza,  con cui nel commercio
    degli  altri  popoli  serba  pertinacemente anche la parte pi frivola
    delle sue consuetudini e opinioni,  come se codeste inezie fossero  il
    palladio della religione e della morale.  Ma ci, la Dio grazia, mette
    appunto qualche limite alla sua potenza,  alla quale se si aggiungesse
    anche  l'arte delle transazioni e l'incanto della genialit,  il mondo
    verrebbe in breve a ridursi sotto il predominio di quell'unica  gente.
    (Opp. 3, 287).
    L'indole  flessibile  e  seducente della nazione forma al contrario il
    fondamento della potenza francese,  bench  non  supplisca  all'intima
    debolezza   di   quel   principio   amministrativo  che  sacrifica  ad
    un'artificiale accentrazione ogni locale e spontaneo movimento. Quindi
    splendide conquiste,  che svaniscono colle passioni  medesime  che  le
    resero celeri e irresistibili; quindi il poter di prendere, non quello
    di tenere; quindi le colonie subito dilatate, subito perdute. (Opp. 3,
    288).

    Il fatto che i ministeri,  in Francia,  si succedano rapidamente e che
    quindi mutino continuamente le direttive della  politica  estera,  non
    basta  a  render ragione di un fatto cos universale e costante la cui
    radice dev'essere pi profonda e pi intima.  Al principio  britannico
    delle  libere  associazioni  e  al  concetto liberale dello stato come
    protezione e garanzia di vita e di sviluppo di tali  associazioni,  la
    Francia   ha  contrapposto  l'ideale  di  uno  stato  assolutistico  e
    rigidamente accentrato in cui ogni iniziativa viene dall'alto e in cui
    una  onnipotente  burocrazia  uccide,   insieme   ai   liberi   sforzi
    individuali,  la  possibilit  di  una  conquista  duratura  e  di una
    effettiva penetrazione.

    In origine il  regno  di  Francia  e  il  regno  d'Inghilterra  furono
    costrutti  sopra  uno  stesso modello feudale,  anzi l'occidente della
    Francia,  ai Pirenei fino al passo di Calais,  obbed lungo  tempo  ai
    signori  Normanni  e  Angioini  che dominavano in Inghilterra.  Ma nel
    secolo diciassettesimo il destino dei due paesi si divise;  la riforma
    s'intern  nelle  instituzioni  britanniche,   mentre  in  Francia  fu
    sommersa nel  sangue;  in  Inghilterra  l'Ordine  civile  prese  forma
    stabile col trionfo di Cromwell;  in Francia col trionfo di Richelieu.
    Quindi  nell'una  predomin  il   principio   "greco"   delle   libere
    associazioni,  protette sempre dalla forza publica, ma non mai dirette
    dalla  publica  autorit;   nell'altra  a  dispetto  della   nazionale
    impazienza    predomin    il   modello   "chinese",    il   principio
    dell'onnipotenza  e  onniscienza  ministeriale,   che  per  una  scala
    infinita  d'incaricati  discende  a  regolare  le faccende dell'ultimo
    casale del regno e dell'ultima capanna delle colonie.
    Ecco perch la Compagnia privilegiata delle "Indie Occidentali"  diede
    cos  poco  alla Francia,  mentre la Compagnia britannica delle "Indie
    Orientali" apport a quel governo un potente esercito e una prodigiosa
    conquista. Il ministerio britannico fa soltanto ci che i privati e le
    loro aggregazioni "non possono fare da s";  e porta la minaccia delle
    formidabili  sue forze ovunque le intraprese dei privati la invochino.
    Il principio di Richelieu,  applicato all'industria e alla navigazione
    del  pedagogo  Colbert,  rivestito  d'una  sfarzosa grandezza da Luigi
    Quattordicesimo, ritemprato dalla tremenda vigoria della Convenzione e
    dal genio architettonico di Bonaparte,  associato a  tutte  le  glorie
    dell'ingegno e del valore, sopravisse a tutte le rivoluzioni; e mentre
    forma il nodo dell'unit e potenza francese, le tolse sempre il potere
    d'estendersi  vastamente,  e  riprodursi in terre lontane,  con libere
    propaggini viventi di propria  vita.  I  rami  d'un  tronco  solo  non
    possono   mandar   ombra  su  tutta  la  terra.   Culto,   educazione,
    navigazione, colonie, costruzioni, industria,  perfino la fabbrica dei
    tappeti e delli specchi e delle porcellane,  tutto doveva esser unico,
    perfetto ed assoluto. L'Europa doveva accettare dalla chimica francese
    il zucchero di bietole;  il Mediterraneo divenire un "lago  francese";
    li avvocati di Firenze e Roma improvvisarono perorazioni francesi;  in
    ci stava la salute dell'imperio.  E in  ci  stette  la  sua  caduta;
    perch  la  natura  non  vuole codeste arbitrarie unit;  e ha fatto i
    piani e i monti,  la zona  torrida  e  i  ghiacci  natanti,  i  popoli
    italiani  e  i  popoli  francesi.  In  Francia poco s'intende l'ordine
    municipale,  che combina coll'unit  degli  Stati  la  vitalit  delle
    provincie; n s'afferr ancora il principio delle libere associazioni;
    onde  mentre  la Inghilterra e l'America sono venate per ogni senso di
    strade ferrate, la Francia fu costretta ad aspettarle dall'onnipotenza
    ufficiale.  Invano il secolo scorso sper di trapiantarvi  un  governo
    americano;  invano  questo  secolo  vi  costru un governo britannico;
    invano  si  annunci  da  ultimo  non  so  qual  colleganza  d'ambo  i
    principii;  sempre risurge l'unit prefettizia, l'unit universitaria,
    il principio assoluto che il gran Cardinale  aspir  dalle  tradizioni
    del secolo di Costantino. (Opp. 3, 288-290).

    Della  sua  terra  il  Cattaneo fu storico serrato ed efficace.  Dalle
    "Notizie naturali e civili su la Lombardia" sono tratte queste  pagine
    in  cui    vivacemente  rappresentato  quel fermento di vita politica
    economica e culturale caratteristico della vita milanese del '700.

    Al principio del secolo diciottesimo era mirabile il fermento  che  si
    vedeva  nelle nazioni.  La Russia si era destata dal sonno dei secoli;
    la Prussia era un regno,  la stirpe britannica surgeva  a  inaspettata
    potenza,  fondava un imperio nelle Indie, e un altro e pi glorioso in
    America. Il ducato di Milano si era finalmente distaccato dal cadavere
    spagnolo, e ricongiunto all'Europa vivente.  I domini austriaci,  vari
    di lingua, e dissociati di civilt, cominciarono ad essere uno stato e
    possedere  un principio d'amministrazione e d'unit.  Ma se lo spirito
    del secolo e l'animo della Regnante additavano le grandi vie del  bene
    pubblico  e  della  prosperit,  gli  esperimenti  erano ardui.  Nelle
    provincie germaniche,  slave e ungariche rara la popolazione,  rare le
    citt,  poche tracce o nessuna d'incivilimento pi antico,  isolata la
    posizione su le frontiere di nazioni barbare. In Francia v'erano citt
    lavoratrici e ubertose campagne,  e vicinanza di nazioni  progressive;
    ma  lo  spirito  dei popoli era provinciale,  tenace,  diffidente.  La
    Lombardia,  che gi sentiva l'aura del tempo che veniva,  e nella  sua
    miseria era pur sempre una terra di promissione,  e aveva un popolo di
    mente aperta e d'animo caldo e sensitivo,  parve ai zelatori del  bene
    come  uno  di  quei  campi  eletti,  in  cui l'agricoltore fa prova di
    qualche novella semente. E' un fatto ignoto all'Europa, ma  pur vero:
    mentre la Francia s'inebriava indarno dei nuovi pensieri, e annunciava
    all'Europa un'era nuova,  che poi  non  riesciva  a  compiere  se  non
    attraverso al pi sanguinoso sovvertimento,  l'umile Milano cominciava
    un quarto stadio di progresso,  confidata a un consesso di magistrati,
    ch'erano al tempo stesso una scuola di pensatori. Pompeo Neri, Rinaldo
    Carli,  Cesare  Beccaria,  Pietro  Verri non sono nomi egualmente noti
    all'Europa, ma tutti egualmente sacri nella memoria dei cittadini.  La
    filosofia  era  stata  legislatrice  nei  giureconsulti romani;  ma fu
    quella la prima volta che sedeva amministratrice di finanze e d'annona
    e d'aziende comunali;  e quell'unica volta degnamente corrispose a una
    nobile fiducia.  Tutte quelle riforme che Turgot abbracciava nelle sue
    visioni di bene pubblico,  e che indarno si affatic a conseguire  fra
    l'ignoranza  dei  popoli  e  l'astuzia  dei  privilegiati,  si trovano
    registrate nei libri  delle  nostre  leggi,  nei  decreti  dei  nostri
    governanti,   nel   fatto   della   pubblica   e  privata  prosperit.
    S'intraprese il censo di tutti i beni,  dietro un principio che  poche
    nazioni finora hanno compreso. Si estim in una moneta reale, chiamata
    scudo,  il valore comparativo d'ogni propriet.  Gli ulteriori aumenti
    di valore  che  l'industria  del  proprietario  venisse  operando  non
    dovevano  pi  considerarsi  nell'imposta;   la  quale  era  sempre  a
    ripartirsi sulla cifra invariabile dello scudato. Ora, la famiglia che
    duplica  il  frutto  dei  suoi  beni,   pagando  tuttavia  la   stessa
    proporzione  d'imposte,  alleggerisce  d'una  met il peso in paragone
    alla famiglia inoperosa che paga lo stesso carico e ricava tuttora  il
    minor   frutto.   Questo   premio  universale  e  perpetuo,   concesso
    all'industria, stimol le famiglie a continui miglioramenti. Torn pi
    lucroso raddoppiare colle fatiche e coi risparmi la ubert di un campo
    che posseder due campi e coltivarli  debolmente.  Quindi  il  continuo
    interesse ad aumentare il prestigio dei beni fece s che col corso del
    tempo  e coll'assidua cura il piccolo podere pareggi in frutto il pi
    grande;   finch  a  poco  a  poco  tutto  il  paese  si  rese  capace
    d'alimentare  due  famiglie  su  quello  spazio  che in altri paesi ne
    alimenta una sola.  Qual sapienza e fecondit in questo  principio  al
    paragone   di  quelle  barbare  tasse  che  presso  colte  nazioni  si
    commisurano ai frutti della terra e agli  affitti  delle  case  epper
    riescono   vere   multe   proporzionali   inflitte   all'attivit  del
    possessore!
    Il censo elimin per sua natura tutte quelle  immunit  per  le  quali
    sotto il regime spagnolo un terzo dei beni,  come posseduto dal clero,
    non partecipava ai pubblici carichi,  e li  faceva  pesare  in  misura
    insopportabile  sulle  altre  propriet.  Il  censo divenne fondamento
    anche al regime comunale,  i comuni  nostri  divennero  tanti  piccoli
    stati minorenni che,  sotto la tutela dei magistrati,  decretano opere
    pubbliche e ne levano sopra se medesimi l'imposta.
    Non si videro pi quelle stentate prestazioni d'opera, di bestiami, di
    materiali, ch'erano spavento dei contadini e strumento d'oppressione e
    di corruttela.  Si prepar un mirabile  sviluppo  di  strade,  con  un
    principio  di  manutenzione  che interess il costruttore alla massima
    solidit e semplicit di lavoro. Ma non  questo il luogo d'annoverare
    tutte le riforme che  s'introdussero  da  quei  filosofi;  il  riparto
    territoriale,  il  riscatto  delle regale,  l'abolizione dei fermieri
    (3), la tutela dei beni ecclesiastici, la riforma delle monete.
    Dalla met  del  secolo  in  poi  si  attiv  un'immensa  divisione  e
    suddivisione dei beni;  il numero dei possidenti e degli agiati crebbe
    nella proporzione stessa in cui  crebbero  i  frutti.  Si  cominci  a
    sciogliere  i  fedecommessi  che  univano nelle famiglie la noncurante
    opulenza dei primogeniti con la  povert,  l'umiliazione,  la  forzata
    carriera  dei  cadetti e delle figlie.  Si abolirono le manomorte;  si
    rimisero nella  libera  contrattazione  i  loro  sterminati  beni;  si
    alienarono i pascoli comunali;  si riordinarono le amministrazioni dei
    municipi;  si rivoc l'educazione pubblica a  mani  docili  e  animate
    dallo  spirito  del  secolo e del governo;  si abolirono i vincoli del
    commercio,   la  schiavit  dei  grani,   quasi  tutte  le  mete   dei
    commestibili e i regolamenti che inceppavano le arti.
    La subitanea apparizione delle novelle merci inglesi e francesi scosse
    il nostro torpore, fomentato dalle proibizioni spagnole, risuscit per
    noi la vita industriale. Si apersero strade, si soppressero barriere e
    pedaggi,  si  ridussero  a  tre  o quattro ore le distanze tra citt e
    citt che prima si varcavano a forza di buoi e a misura  di  giornate.
    Si abolirono le preture feudali in cui per conto di privati si mercava
    la  giustizia,  si  abol  un  senato  sul  quale pesava la memoria di
    supplizi iniqui e crudeli,  si  abolirono  gli  asili  che  i  ladroni
    godevano  sui  sacrati  dei  templi e dietro le colonnette dei palazzi
    signorili,  non si videro  pi  assassini  nelle  chiese,  le  sezioni
    anatomiche  fecero  sparir  l'acqua  tofana,  si  abol la tortura che
    puniva nell'innocente i delitti dell'ignoto,  sparvero le  fruste,  le
    tenaglie  infocate,  le  orribili  rote,  l'inquisizione;  in luogo di
    sotterranei fetenti e di scellerate galere si fondarono laboriose case
    di correzione.
    Fin dal 1766, sei anni prima che si aprisse il carcere di Gand, si era
    applicato il principio della segregazione dei prigionieri:  un  giorno
    di cella scontava due giorni di carcere; si era dunque scoperto che la
    cella  segregante  non  era strumento di lieve correzione,  qual erasi
    creduto fino allora,  ma una pena poderosa,  applicabile ai pi  gravi
    delitti e capace di far pi terrore che la morte.
    Ma  qual  meraviglia  che  questi sagaci pensieri nascessero prima che
    altrove in quel paese dove Beccaria non solo era scrittore,  non  solo
    porgeva  pubblico insegnamento di scienze sociali ma sedeva autorevole
    nei consigli di stato?
    I bastioni solitari e paurosi,  ove  si  seppellivano  i  giustiziati,
    divennero ombrosi passeggi;  si tolse il lezzo alle strade; e l'orrida
    abitazione dei cadaveri si rimosse dalle chiese;  si sgombrarono dagli
    accessi   dei  santuari  i  mendicanti,   ostentatori  d'ulceri  e  di
    mutilazioni;  a poco a poco non si videro pi nelle citt piedi nudi o
    abiti cenciosi. Si apersero teatri, ove le famiglie, inselvatichite da
    sette  generazioni,  impararono a conoscersi,  e gustarono le dolcezze
    del viver civile,  della  musica,  della  poesia.  Il  genio  musicale
    rispetta e ambisce il giudizio del nostro popolo; un solo carnevale in
    uno   dei  minori  nostri  teatri  diede  al  diletto  dell'Europa  la
    "Sonnambula" e l'"Anna Bolena".  Regn la tolleranza di tutti i culti;
    e  si aperse ospite soggiorno agli stranieri che apportavano esempj di
    capacit e d'intraprendenza.  S'introdussero  le  scienze  vive  nella
    morta  Universit;  si  fondarono  accademie  di  belle arti;  rifior
    l'architettura,   l'ornato  riprese  greca  eleganza;   si  inalzarono
    osservatorj astronomici; si costrusse la carta fondamentale del paese;
    si  apersero  nuove  biblioteche;  le  madri  tolsero ai cuochi e agli
    staffieri la prima educazione dei figli.  Soave rifece tutti  i  libri
    elementari;   Parini,   Mascheroni,   Arici   ricondussero  l'eleganza
    letteraria, indirizzandola ad alti fini scientifici e morali. Beccaria
    lesse economia politica;  surse a poco a poco quella costellazione  di
    nomi  splendidi  alle  scienze  e alle arti,  Volta,  Piazzi,  Oriani,
    Appiani, cogli altri che la continuarono fino ai viventi.  Gli allievi
    di  tanto  senno si sparsero per tutte le provincie,  e propagarono in
    tutte le classi quel fausto movimento di cose e d'idee che ci attornia
    d'ogni parte, e ci arride all'immaginazione. (Opp. 4, 266,  267,  270,
    271).

    Abbiamo  parlato di una profonda aderenza e di una estrema concretezza
    della storiografia del Cattaneo,  e i brani che precedono (scelti  fra
    una  vastissima  produzione)  ci hanno,  pur nella loro brevit,  dato
    conferma di ci.  La narrazione storica non  cronaca di  fatti  nella
    loro  empirica  particolarit,  n costruzione teorica legata a schemi
    filosofico-politici gi precostituiti,  ma dev'essere ricerca di cause
    profonde   e  tentativo  di  rilievo  delle  grandi  forze  ideali  ed
    economiche che costituiscono la trama intima del divenire storico. Chi
    non si avvede di questo tende a chiarire e a semplificare, a limitarsi
    al generico  e  all'indeterminato,  ad  escludere  arbitrariamente  la
    presenza  di  motivi e di aspetti del reale che non rientrano nei suoi
    schemi astrattamente convenzionali.

    Molte menti non sono avvezze a dominare le grandi curve su le quali si
    svolge la storia,  e non vedono la gran  parte  che  la  conquista,  i
    privilegi,  l'oppressione  ebbero  nell'associare li sforzi dei popoli
    fra loro prima sconosciuti  e  aborriti,  nel  demolire  le  pertinaci
    tradizioni dei secoli ignari,  nel pareggiare il godimento dei diritti
    civili,  militari e religiosi,  nel preparare il dominio delle  grandi
    instituzioni che rendono men barbaro il mondo e men dura la vita,  nel
    propagare le idee che svolgono l'intelligenza  e  la  civilt.  Epper
    hanno  in  abominio  tutto  ci  che  nasce  dall'ineguaglianza  e dal
    conflitto transitorio delle forze. (Opp. 3, 303).

    E una tale storiografia,  annebbiata da pregiudizi che impediscono una
    libera  e disinteressata adesione dello storico,  non potr giungere a
    nessun valido risultato:

    Veramente nulla ne verr in chiaro,  se non quando quel principio  che
    Vico   chiamava   "la   boria  delle  nazioni",   cesser  di  rendere
    appassionato e tumultuoso il giudizio degli eruditi,  che  devono  con
    tranquilla fedelt interrogare i monumenti. (Opp. 3, 29).

    Dalla  constatazione  dei  complessi,   molteplici  elementi  e  delle
    contrastanti forze (ricche di vaste  e  imprevedibili  risonanze)  che
    agiscono nella storia,  deve nascere, nello storico vero, la coscienza
    della necessit di inserire la particolare storia del suo popolo nella
    pi vasta storia dell'Europa e dell'umanit.  Questo    l'incitamento
    che il Cattaneo dava agli studiosi italiani del suo secolo:
    E  vorremmo  che  li uomini studiosi in Italia coltivassero in maggior
    numero e con pi ardore questi alti argomenti, che noi diremo europei;
    perch, come altre volte abbiam detto, solo per questa via potremo far
    s  che  su  li  oscuri  nostri   studi   si   richiami   l'attenzione
    dell'immemore Europa. (Opp. 3, 303).


    NOTE.

    Nota  1.  Giudizio  pubblico  germanico cui prendevano parte tutti gli
    uomini liberi della trib.
    Nota 2.  Lord William Bentinck (1774-1839),  nel 1804 successe a  Lord
    Clive  come governatore di Madras,  nel 1811 otteneva il comando delle
    forze britanniche stanziate in Sicilia in difesa  dei  Borboni  contro
    Napoleone,  e  la  rappresentanza  della  corte  inglese presso quella
    siciliana.
    Nota 3. Alcuni tributi indiretti venivano fino al 1770 appaltati dallo
    stato ad appaltatori privati.


    FILOSOFIA E EDUCAZIONE.

    Un interesse  scientifico  fu  senza  dubbio  predominante  sia  nella
    formazione che nelle successive,  molteplici attivit del Cattaneo;  e
    proprio da questo fervore continuo di vita, da questi interessi sempre
    nuovi,  da queste indagini appassionate su problemi tecnici e storici,
    deriva, nel nostro autore, un ben definito orientamento positivistico.
    Cattaneo  non  fu un filosofo,  n il suo atteggiamento di fronte alla
    vita  e  alla  cultura  raggiunse   mai   una   coerente   espressione
    speculativa;  egli  non  conobbe  Comte  n Spencer n ebbe mai chiara
    nozione della filosofia kantiana e dell'idealismo tedesco,  mentre gli
    sfuggivano  completamente le difficolt ed i problemi impliciti in una
    dottrina della conoscenza.
    E' possibile tuttavia accettare la definizione gentiliana  che  fa  di
    Cattaneo il primo,  in ordine di tempo, dei positivisti italiani, e se
    ad alcuni il suo pensiero  parso povero e inconsistente,  altri hanno
    cercato di determinarne le linee di sviluppo e di metterne in luce gli
    aspetti di pi evidente originalit.
    Certo    che  in  Cattaneo sono presenti due diverse concezioni della
    filosofia: per la prima  la  filosofia  non  sarebbe  che  la  suprema
    sintesi delle scienze empiriche:

    Allora  la  filosofia  sar  il  nesso  comune  di  tutte  le scienze,
    l'espressione pi generale di tutte le variet,  la lente che adunando
    li  sparsi  raggi illumina ad un tempo l'uomo e l'universo.  (Opp.  6,
    140).

    Per l'altra concezione invece l'indagine  filosofica  appare  come  la
    teoretica  riflessione su un contenuto storico-pratico,  analisi dello
    spirito umano quale si viene determinando e concretando nella  storia,
    costante  universale  ricerca,  sistema  che  deve  rimanere  sempre
    aperto:

    Questo sistema in cui la ragione procede sempre a lato  della  natura,
    pu  svolgersi  e stendersi quanto la natura medesima.  Esso non potr
    mai compiersi e chiudersi,  se non in quanto sia possibile raggiungere
    tutti  i  fenomeni  della  natura,  nonch i confini di tutte le nuove
    combinazioni di fenomeni che l'esperimento pu  operare  nel  seno  di
    essa.  Siccome  poi  nei  medesimi  fenomeni  il nostro intelletto pu
    intuire nuovi ordini d'idee,  e pu dall'osservazione procedere a  una
    serie infinita d'induzioni e di deduzioni, cos questo sistema rimarr
    sempre  aperto  e  vivo  (cio capace di accettare e di produrre nuove
    idee) finch l'intelligenza si trover in  cospetto  del  mondo.  Ogni
    termine  che  l'autorit umana volesse prestabilire alla ragione potr
    sempre venire oltrepassato,  finch la ragione si trovi in un  sistema
    di attivit e di libert. (Opp. 7, 429).
    Come le lingue,  cos le lettere,  le arti, le leggi, le religioni, le
    opere tutte  dell'umanit  essendo  nella  prima  origine  loro  fatti
    dell'anima,  sono  a  considerarsi  tutti come segno della secreta sua
    natura.  Da ciascuno di tali ordini di fatti la filosofia deve per suo
    instituto  ascendere alla ricerca delle forze iniziali onde quei fatti
    primamente mossero. (Opp. 6, 255).

    I due motivi, profondamente intrecciati, sono difficilmente separabili
    e in ogni scritto rivelano la loro indistruttibile compresenza con una
    forte prevalenza del primo motivo sul secondo.  E di qui le accuse  di
    ingenuit,  di  scarsa  conoscenza  dei  problemi  e  delle fonti,  di
    frammentariet e di scarsa capacit sintetica che sono state mosse  al
    Cattaneo.  Ci  sembra tuttavia che il pensiero filosofico del Cattaneo
    anche  se  di  scarso  rilievo  da  un  punto  di  vista  strettamente
    speculativo,  risenta  profondamente  di  quell'aderente realismo,  di
    quell'ampia apertura spirituale  verso  una  molteplice  ricchezza  di
    problemi  e  di  esperienze,  di  quel senso concreto della vita e del
    mondo  che  abbiamo  visto   essere   caratteristici   aspetti   della
    personalit del nostro scrittore.
    Intollerante verso ogni speculazione astratta od evasiva,  l'interesse
    del Cattaneo  tutto rivolto alla vita sociale, al mondo degli uomini,
    ad una filosofia tutta vita,  ben degna di essere il corollario delle
    scienze sperimentali e positive.
    Parlando  della  "Filosofia  della  Rivoluzione"  di  Giuseppe Ferrari
    scriveva:

    Qui la filosofia non affetta d'inabissarsi  nelle  tenebre  dell'ente,
    per  poi  uscirne  bellamente  e  condurci d'arzigogolo in arzigogolo,
    cogli abati filosofanti, in anticamera o in sacristia.

    La filosofia dev'essere,  dunque "ricerca sperimentale"  insistente  e
    sottile,  lontana  da ogni apriorismo idealistico e da ogni pretesa di
    metafisica,  ma articolantesi  invece  secondo  la  feconda  fede  di
    Galileo  e di Bacone nel tentativo di un rilievo e di una progressiva
    chiarificazione dell'esperienza nella sua concretezza vivente.

    Noi, persuasi che la filosofia sia la scienza del pensiero,  ma che il
    pensiero  sia  a  studiarsi  nelle menti mature e forti,  epper nelle
    istorie, nelle lingue, nelle religioni,  nelle arti,  nelle scienze in
    cui  le  forti  e  mature  menti si mostrano e non nelli informi cenni
    d'intelligenza che appena spuntano nei feti e nei bamboli,  intendiamo
    che  il  filosofo  non  possa  accingersi al suo ministerio se non con
    ampia preparazione di molto e  vario  sapere.  Epper,  qualunque  sia
    l'ammirazione  che  psicologi  e  ontologi  e  pescatori  quali siansi
    dell'idea prima,  si tributano fatuamente tra loro,  negheremo  sempre
    che  sia  filosofo  chi si manifesta contento e beato di molta e varia
    ignoranza. (Alcuni Scritti, 3, 71 nota).
    Nelli studi sperimentali non si reputa degno del nome di scenziato chi
    non abbia prodotto al mondo qualche novello vero.  Nessun chimico pot
    farsi  illustre,  senza che si possano mentovare nuovi metalli,  nuovi
    acidi da lui trovati, nuova serie di sostanze organiche da lui ridotte
    a formula numerica.  Solo in filosofia  grandi  ingegni  hanno  potuto
    cercar  gloria  in  cose gi fatte;  hanno potuto tenere il principato
    della scienza,  commentando e  illustrando,  confutando  i  moderni  e
    aggiustando in musaico le cose delli antichi. (Opp. 6, 245).
    Se la filosofia, per un aspetto,  il pensiero che si ritorce sopra se
    medesimo,  s'ella  il pensiero che esplora la natura del pensiero, se
    questa "dotta curiosit",  come  suona  in  greco  il  suo  nome,  ama
    soprattutto agitare quelle sublimi indagini che ha meno la speranza di
    compiere,  non  si  circoscrive  per  in questo campo il suo diritto.
    Perocch la filosofia  altres la investigazione dei supremi rapporti
    di tutte le cose;  lo  studio  della  loro  concatenazione:  il  mondo
    riverberato   e   unificato  nell'intelletto:  la  Natura  trasformata
    nell'Idea. Or chi vi sar che voglia escludere dal seno dell'universo,
    il mondo delle genti,  l'ordine dell'umanit,  la vita delli Stati?  E
    ci  tanto meno ne' luoghi e ne' tempi in che per singolar ventura sia
    concessa a codesti studi pi intera sicurezza e libert. (Opp. 7, 5).

    La ricerca  filosofica  deve  ricondurre  i  "fatti"  alla  "ragione",
    cogliere  le  relazioni  e  i rapporti di cui  intessuto il mondo del
    fenomeni,  rivelare la  trama  razionale  onde  s'intesse  la  storia,
    accettare  soprattutto e risolvere gli storici,  concreti problemi che
    una determinata situazione culturale giorno per giorno le impone.

    Al percorrere uno Stato,  a porre anche solo il  piede  entro  il  suo
    confine,  si  pu  tosto da segni manifesti inferire se quivi regna la
    libert,  o la servit,  la  legge  o  l'arbitrio,  la  scienza  o  la
    superstizione.  Dove  l'uomo    selvaggio,  la terra  selvaggia.  Il
    naufrago nell'afferrare una riva, pu mirarsi intorno,  e giudicare di
    quali  idee  col  pasca  l'uomo  la  sua mente.  Le guaste e desolate
    regioni del Meriggio e dell'Oriente, i fiumi senza ponti,  le campagne
    senza strade,  la plebe scalza,  ignara e feroce,  le vie immonde,  le
    case a cui la poligamia impone forma di chiostri,  sono  "fatti";  non
    sono  pi  che  "fatti".  Ma  ad  essi corrispondono certi fatti della
    volont e dell'intelligenza che la filosofia deve ridurre  alle  leggi
    elementari  dell'ideologia e della psicologia.  Essa deve rinvenire ad
    uno ad uno li anelli della catena morale che trascina  le  moltitudini
    volenti  o  nolenti dietro i ferrei interessi dei pochi,  sovente pure
    inconscii e irresponsabili al pari del vulgo.  Il genere umano cammina
    nelle tenebre;  appena nello scorso secolo ha potuto intraveder l'idea
    del progresso;  appena in questo secolo ne ha concepito  la  chiara  e
    viva coscienza;  appena comincia a delinearne le leggi.  V' ancora un
    abisso tra la ragione e i fatti. La filosofia  chiamata a varcarlo; 
    mestieri ch'ella accetti tutti i problemi del secolo.  (Opp.  6,  251-
    252)-

    E  una filosofia cos intesa non  estranea alla societ fra cui vive,
    ma di questa societ  l'espressione pi  coerente  e  pi  alta.  Per
    essere  ricerca  disinteressata e non servile adulazione essa richiede
    dunque un'aperta societ di uomini liberi.

    La filosofia non rimane estrania alle sorti del popolo fra  cui  vive.
    Se  le  trionfa intorno la libert,  ella pu levarsi a investigazioni
    che eranle prima dal vigile sospetto  contese  e  avareggiate.  Se  la
    libert  nel  conflitto  soccombe,  la filosofia raccoglie le ali,  si
    ritrae dalla vista del sole,  per dissimulare la sua  servit  fra  le
    nebulose  contemplazioni che non turbano i sonni del potente.  Ah,  la
    filosofia dei sudditi non  la filosofia  dei  liberi.  E  nel  secolo
    scorso  la  Francia,  non libera ancora,  dov aspettare le due grandi
    iniziazioni filosofiche dalla libera Inghilterra che  la  sciolse  dal
    giogo delle "idee innate",  e dalla libera Ginevra che colla voce d'un
    povero figlio del popolo le annunci l'arcano del "Contratto Sociale".
    (Opp. 7, 6).

    Da questi concetti nasce l'avversione profonda del Cattaneo  per  ogni
    filosofia astrattamente metafisica, piena di presuntuoso disprezzo per
    la ricerca scientifica, dogmaticamente legata a posizioni tradizionali
    e quindi lontana dalla operosa progressivit della storia.

    Ma  pur  troppo  qual' ora la filosofia,  discorde da tutto il sapere
    umano,  sprezzatrice delle scienze positive,  e  corrisposta  da  ogni
    operosa   mente  con  eguale  disprezzo,   tutta  carica  di  ricerche
    insolubili,  di dubbi assurdi e di pi assurde dimostrazioni,  sarebbe
    un  vanissimo  perditempo  per  la  giovent,   anche  quando  non  le
    inspirasse funesta presunzione e stolto  odio  per  quelle  discipline
    esperimentali  che fanno la potenza e la gloria delle moderne nazioni,
    e sole dividono dall'evo medio il moderno,  e dall'India e dalla China
    stanziali e assopite la vigile e solerte Europa. (Opp. 6, 141).
    Ma  noi non abbiamo a farci schiavi di nessuno.  Se San Tomaso era del
    secolo decimoterzo,  e Locke era del decimosettimo,  e  Condillac  del
    decimottavo,  noi  siamo  del  secolo decimonono.  E com'essi ai tempi
    loro,  cos abbiam diritto e  abbiam  dovere  noi  di  camminar  colla
    scienza  del  nostro secolo.  Noi vogliamo vivere alla luce e all'aria
    dei vivi, e non dentro le casse dei morti. (Opp. 6, 326-327).

    La  decisa,   radicale  avversione  del  Cattaneo  per  ogni   pretesa
    metafisica,  fa s che l'autore non si ponga mai in modo esplicito, di
    fronte al problema religioso.  Nella lettera al senatore Matteucci sul
    riordinamento degli studi scientifici in Italia scriveva:

    Voi  vorreste  in  tutte le universit istituire facolt teologiche di
    professori irreprensibili per le  dottrine  e  riconosciuti  per  tali
    dall'autorit  ecclesiastica.  Signore,  l'autorit  ecclesiastica  in
    Italia  una sola;  ed  quella che cinta  d'armi  straniere  combatte
    l'Italia in Roma. E' quell'autorit s poco amica alla scienza, che in
    nome  di  Dio  neg  solennemente l'esistenza degli antipodi e il moto
    della terra;  che combatt l'anatomia,  la geologia,  la  linguistica,
    l'etnografia,  la cronologia;  che ci cavilla ancora oggid la lettura
    dell'Evangelio.  Solamente ieri,  essa rapiva in  Barcellona  trecento
    volumi e con barbara ostentazione li gettava nelle fiamme.
    La teologia  un miscuglio di Cristo e d'Aristotele,  d'Aristotele che
    non credeva n manco all'immortalit dell'anima;  la  teologia  non  
    l'Evangelio, non  la religione. (Opp. 2, 398).

    il  che  era,   attraverso  una  polemica  di  natura  politica,   una
    riaffermazione della propria fede in un  ordinamento  laico  e  in  un
    radicale positivismo.
    Ma   non   manca  ci  pare  nel  Cattaneo  (come  altri  ha  rilevato)
    un'intuizione religiosa del mondo, una fede, che appare a volte sicura
    e vigorosa,  in un ordine eterno che guidi  dall'interno  il  divenire
    delle cose, che dia un significato ed un senso all'infinito progredire
    del mondo:

    Chi  crede  la  natura ordinata da un pensiero,  non negher umiliarsi
    innanzi al testimonio che il creato rende all'ordine  universale;  chi
    lo nega mostra di credere che la natura sia opera del caso. Era lecito
    parlare del caso delle sensazioni, finch la poesia primitiva popolava
    i  fiumi  e gli astri di spiriti liberi e bizzarri;  ma noi,  eletti a
    vivere dopoch la scienza ebbe intesa la ragione e la misura dei  moti
    celesti  e  le  proporzioni  numeriche  e le regolari sostituzioni che
    informano tutte le cose,  dobbiamo umilmente rientrare nel seno  della
    creazione,  come  in  un  tempio  tutto  perfuso  dallo spirito che vi
    risiede;  e nell'esercitare la libert del nostro  principio  interno,
    dobbiamo  accettar  saggiamente  la scorta di quel lume,  che l'ordine
    universale diffonde intorno a noi. (Opp. 6, 140).
    Nella  serie  delle  specie,   lo  svolgimento  dei  tipi      sempre
    progressivo;   lo svolgimento d'una forza cosmica.  Onde noi possiamo
    inalzare un inno  d'ammirazione  all'idea  creatrice,  che  ordin  un
    universo atto ad esser genitore d'infinito numero di specie, come ogni
    specie  atta a generare infinito numero d'individui. (Opp. 6, 233).
    Le cose della natura e della societ si riflettono nel nostro pensiero
    come  opera  gi  d'un  pensiero;  d'un  pensiero  segreto universale,
    inesauribile.   E  l'uomo,   contemplando  le  leggi  della  natura  e
    dell'umanit, incontra ancora quelle stesse leggi del pensiero che pu
    riconoscere nella sua propria coscienza. (Opp. 7, 25).
    Se  noi  fossimo  teologi,  diremmo che tutto siffatto mare di tempi 
    ancora un nulla al cospetto dell'Eterno.  Diremmo che la grandezza dei
    tempi  attesta  la  grandezza di Dio;  che la successione dei mondi in
    tempo infinito torna a sua maggior gloria.  Chi poteva far un mondo ne
    poteva  far  mille.  La  creazione    continua  e perpetua.  "In ipso
    vivimus".  Nessuno pu impor termini alla potenza creatrice.  Chi pot
    iniziar la natura, pu modificarla e variarla senza fine. (Opp. 7, 83-
    84).

    Della "teoria delle menti associate" che fu il fondamentale contributo
    del Cattaneo alla storia della psicologia e della sociologia, l'autore
    non lasci che pochi frammenti senza poter portare a compimento quella
    pi  vasta  opera  che  pur  avrebbe  avuto  il proposito di scrivere.
    L'interesse per la societ che (come abbiamo chiarito)  fu  il  motivo
    centrale  del  pensiero del Cattaneo,  illumina di una sua particolare
    luce tutti gli aspetti del suo pensiero.
    Lo  Spirito  non  ha  e  non  acquista  realt  che  nel  suo  storico
    fenomenizzarsi.  La  metafisica  proietta  in  un  mondo di astratta e
    formale trascendenza i fatti ed i  fenomeni  spogliandoli  della  loro
    concreta  storicit,  e  quindi  ne altera e ne falsa profondamente il
    significato.
    E' necessario, per il Cattaneo,  uscire definitivamente dall'ambito di
    una psicologia individualista di tipo cartesiano,  ricollocare l'uomo,
    che   sempre  l'uomo  vivente  in  un  particolare  tempo  e  in  una
    determinata  situazione  storica,  nel  suo naturale ambiente che  la
    societ, e a quest'"uomo sociale" concretamente riferirsi.
    Nasce cos l'"ideologia sociale" ossia il  prisma  che  decompone  in
    distinti  e  fulgidi  colori l'incerta albedine della vita interiore;
    l'esame delle forze e delle idee che si sviluppano, lottano e agiscono
    nella societ:

    Che se anco queste indagini non diffondessero  tanta  luce  sul  corso
    delle nazioni, elle gioverebbero pur sempre alla conoscenza dell'uomo,
    e  amplierebbero  i  confini  della  filosofia.   L'uomo  delle  scole
    metafisiche non  veramente l'uomo della selva  piuttosto  che  l'uomo
    della citt,  non  piuttosto lo Spartano che il Sibarita,  il Toscano
    che  l'Ottentotto.   La  metafisica  non   cerc   per   quali   gradi
    dall'indolenza  dell'epicureo,  che  siede  nell'ombra  dei dotti orti
    mentre la patria cade,  l'uomo possa trapassare  alla  veemenza  d'una
    banda  di settarii che corre a vincere o morire sui passi del profeta.
    Essa non indag quelle alternative di gloria e di sventura,  che fanno
    d'un popolo illustre una razza di vili senza vergogna,  o dal profondo
    della  vilt  fanno  sfolgorar  di  repente  una  generazione  d'eroi.
    Sopravvive  tuttora  su  qualche  remota  spiaggia  del  globo  l'uomo
    cannibale che contende alle fiere le carni del suo simile,  mentre  il
    pensatore   europeo   si  delizia  nelle  utopie  della  pi  delicata
    beneficenza.   Questi  due  viventi   stanno   ai   contrari   estremi
    dell'umanit;  fra  l'uno  e l'altro s'interpone tutta la innumerevole
    serie  delle  variet  nazionali  e  delle  trasformazioni  istoriche.
    Ebbene,  sotto il fioco e dubbio lume della metafisica, e nell'angusto
    campo  della  "coscienza  psicologica",  non  appare  fra  questi  due
    ripugnanti divario alcuno; nel selvaggio e nel pensatore la metafisica
    trova  la  stessa "quantit" d'uomo e la stessa "qualit".  Aristotele
    pu edificare nell'uno e nell'altro lo  stesso  numero  di  categorie;
    Platone  pone  a  giacere  nel  selvaggio  lo stesso stuolo d'idee che
    vigila nel pensatore;  Kant dovrebbe distillare dall'uno e  dall'altro
    la  stessa ragion pura,  perch i fatti dell'istoria sono per lui mere
    parvenze d'un'uniforme  subiettivit;  i  nostri  redivivi  spinosiani
    potrebbero  piantar nella coscienza del cannibale il perno dell'ente e
    farne centro all'universo e confonderlo quasi con la divinit. Qui fra
    la  dottrina  e  il   fatto   dell'uomo,   si   spalanca   un   abisso
    incommensurabile. Le scole non presero un campo che basti ad adagiarvi
    la scienza e dispiegarvi tutto il ventaglio delle umane idee.
    Ecco dunque vasto e nuovo argomento: lo sviluppo istorico del pensiero
    universale:  narrare  per  quali  impulsi  e con quale procedimento lo
    stesso genere umano,  ch'erra tuttavia  nelle  selve  d'un  emisferio,
    abbia  potuto  in  altro  emisferio  tessere intorno a s l'ampia tela
    delle leggi,  dei riti,  delle scienze delle arti,  e  siasi  talmente
    inviluppato  in  questa sua fattura che non se ne possa pi sciogliere
    per tornare alla primiera selvatichezza.
    Chi si rinserrasse con Cartesio nella solitudine della coscienza,  non
    potrebbe  mai  scoprirvi  il concetto di quelle tante trasformazioni a
    cui  l'uomo  soggiace.   Se  non  contempla  "s  nelli  altri"  ossia
    nell'"istoria",   crede  impossibili  i  conviti  dei  cannibali,   le
    superstizioni dei Negri, i furori delli Unni,  la corruzione del Basso
    Imperio. Non potrebbe mai imaginarsi "a priori" il mondo della favola,
    il  mondo  della  musica,  il  mondo della politica,  e le incantevoli
    combinazioni della parola,  li edifici  del  calcolo  astronomico,  le
    creazioni  dell'imaginativa,  e  tutti  quei giudizi irresistibili,  i
    quali, sgorgando dalle viscere della societ, traggono seco la ragione
    e la volont d'ogni uomo che vive in quel luogo e  in  quel  tempo,  e
    fanno in lui quasi una seconda ragione.
    Noi  non  possiamo afferrare lo spirito umano,  non possiamo scrutarne
    l'essenza,  non possiamo conoscerlo se non in quanto si manifesta  con
    li  atti  suoi  e  le  sue  elaborazioni.  Se  lo  assumiamo  quale la
    tradizione di molti secoli, ossia l'educazione,  l'ha reso in noi,  ci
    avventuriamo a mutilare le sue attitudini primitive,  a confondere ci
    ch' essenziale in lui con ci ch' variabile e  fortuito.  E'  dunque
    mestieri  studiarlo  in  quante pi situazioni e pi diverso si possa.
    Quando avremo contemplato il "poliedro" ideologico nel massimo  numero
    delle innumerevoli sue faccie, allora i tratti comuni ad esse tutte ci
    segneranno   la   sua  natura  fondamentale  e  costante;   gli  altri
    indicheranno il variato campo della sua  perfettibilit.  Ora  codesti
    tratti  stanno  sparsi  nelle  istorie,  nelle  leggi,  nei riti nelle
    lingue;  e da questo terreno tutto istorico  ed  "esperimentale"  deve
    sorgere l'intera cognizione dell'uomo, la quale indarno si cerca nelle
    latebre della solitaria coscienza. Lo studio dell'"individuo" nel seno
    dell'"umanit",  l'"ideologia  sociale",   il prisma che decompone in
    distinti  e   fulgidi   colori   l'incerta   albedine   dell'interiore
    psicologia. (Opp. 6, 77-80).

    Dall'"istinto" inizia l'associazione delle menti perch da un naturale
    impulso,  che   anteriore ad ogni consapevolezza razionale,  l'uomo 
    spinto ad unirsi ai suoi simili e a collaborare con essi:

    All'elaborazione della  scienza  non  basterebbero  tutte  le  facolt
    dell'intelletto,  se  l'uomo  non  fosse  gi per istinto di natura un
    essere socievole,  se egli avesse non l'istinto del castoro ma  quello
    del  ragno  il  quale abita solitario nel centro della sua tela.  Ecco
    dunque  l'istinto  entrare  nell'opera  scientifica  come   necessario
    coefficiente.
    E v'entrano altri istinti. V'entra quel bisogno di comunicare i propri
    sentimenti e pensieri che vediamo nella pi incolta femminetta. Quindi
    lo spontaneo sforzo d'imparar la parola e di formarla;  lavoro che noi
    andiam proseguendo  coll'imporre  un  nuovo  vocabolo  ad  ogni  nuova
    scoperta,  all'ossigeno, al silicio, alla locomotiva. E se analizziamo
    le nostre lingue,  noi troviamo che le voci scientifiche pi  astratte
    sono  traslati  o  derivati  d'umili  vocaboli,  d'ordine  concreto  e
    sensuale.  E se spingiamo l'analisi pi avanti e riduciamo i  derivati
    alle  radici,  troviamo residuare al fondo d'ogni lingua un capo morto
    di pochi monosillabi,  di suono per lo pi  imitativo.  E  qui  ci  si
    affaccia un altro delli istinti umani,  quello "dell'imitazione", che,
    se s'eccettua qualche specie d'augelli e di scimmie,    uno  dei  pi
    caratteristici della specie umana;  ed  di supremo momento,  non solo
    alla formazione della parola,  ma in tutte le arti.  E questo medesimo
    istinto  imitativo,  combinato  ad  altri,  ci  spiega  il fatto della
    tradizione domestica e della  tradizione  scientifica,  onde  proviene
    l'associazione  degli avi ai posteri,  dei maestri agli allievi,  e la
    perpetua successione nell'immortale opera del sapere.
    E vi sono altri istinti che possono svolgersi solamente in  seno  alla
    societ. E sono quelli che la scuola scozzese chiama "istinti morali",
    e  che  altre  scuole  preferiscono  piuttosto  chiamar  col  nome  di
    sentimenti.   Tale    la   credulit,   l'adesione   all'amicizia   e
    all'autorit, l'amor della lode, il terrore dell'infamia.

    Le idee non sono opera del singolo, ma nascono dalla collaborazione di
    pi  cuori  e  di  pi  intelletti:  di  qui deriva il concetto di una
    "psicologia  delle  menti  associate"  che  non  deve  sostituire   la
    psicologia  delle  menti  individuali,  ma  integrarne  e  chiarirne i
    risultati trasponendoli sul piano della storia:

    Signori,  io non vi leggo un trattato;  io vi propongo l'idea  di  uno
    studio.  La psicologia delle scienze,  come quella delle lingue,  come
    quella delle leggi e delle religioni e delle istituzioni tutte,    un
    ramo  di  una  "psicologia  delle  menti associate",  ch'io vorrei non
    contrapporre,   ma  bens  sovrapporre  alla  psicologia  della  mente
    individuale   e   solitaria.   Tutti   i   pensatori   sentirono   che
    dall'intelletto  dell'individuo  non  si  poteva  salire   alle   alte
    astrazioni  e  alle sublimi verit.  Epper furono astretti a supplire
    con ipotesi pi o meno infelici,  come l'"anamnesi"  di  Platone,  che
    considerava  l'idea  come una fioca reminiscenza d'una vita anteriore:
    come le idee innate,  - come la  visione  di  Malebranche  -  come  le
    categorie  del  pensiero,  anteriori  ad  ogni  pensiero,  come l'idea
    dell'essere anteriore ad ogni idea. E con tutto ci non davano ragione
    della differenza che stava tra  Polifemo  ed  Archimede.  Perocch  la
    reminiscenza platonica,  e le idee innate,  e la visione divina,  e le
    categorie,  e l'idea dell'essere,  com'erano in Archimede,  scenziato,
    cos erano anche in Polifemo,  idiota e cannibale. Signori, il lievito
    che fa fermentare le idee non si svolge in una mente sola; il genio si
    tiene per mano alla catena dei suoi precursori.  Perch si destino  le
    idee  devono attuarsi i pi generosi istinti,  devono infervorarsi gli
    animi.  La corrente del pensiero vuole una pila elettrica di pi cuori
    e pi intelletti.

    Lo  stesso  concetto  di "sensazione" non pu essere considerato nella
    sua astratta fissit metafisica,  perch anche  l'attivit  sensoriale
    partecipa  a  quello  sviluppo  che    caratteristico della societ e
    dell'uomo che in essa vive:

    La sensazione pare a primo aspetto il dominio nel  quale    grande  e
    forte  la  vita  selvaggia.  Quante  volte si leggono meraviglie della
    vista acuta del selvaggio che discerne nella sabbia  le  pedate  della
    trib  nemica!  Come  paragonare  la  fioca  vista  che si logor alla
    lampada notturna,  e che Galileo spense nei cristalli del  telescopio?
    Signori,  questa    un'illusione.  Confrontiamo la somma intera delle
    sensazioni che si schierano innanzi alla mente del  selvaggio  e  alla
    mente dello scienziato.
    E'  vero  che  il  selvaggio  vive  assorto  nei  sensi;    vero  che
    l'esercizio assiduo e la dura necessita glieli rendono vigili e acuti.
    Ma s'egli avesse pure la  vista  dell'aquila  e  l'odorato  del  cane,
    sempre    vero  che  le  sue  sensazioni  non hanno variet.  Sono le
    sensazioni che si possono raccogliere entro quell'orizzonte  di  selve
    in cui lo chiudono le sue consuetudini, i suoi timori. Poche specie di
    piante,  la  pi  parte neglette e inosservate a lui perch inutili ai
    pochi suoi bisogni; pochi animali;  una riva di fiume,  o di lago,  li
    antri e li tuguri che ricettano la nuda trib;  le vestigia dei nemici
    e il loro terribil grido.
    Quando noi pensiamo alle selve primiere,  la nostra immaginazione  pu
    affollar  quasi in un punto tutte le pi varie e molteplici apparenze.
    Ma non  cos. Ogni terra ha un aspetto suo, climi piovosi o aridi; le
    vaste arene dell'Australia o le vaste paludi dell'Orenoco, basi sparse
    di palmizi, alpi uniformemente annegrite dagli abeti;  praterie su cui
    regna  tale  o  tal  famiglia d'erbe,  con aspetto nuovo e grato a chi
    arriva,  uniforme e tedioso a chi rimane.  Nella nostra patria pi  di
    cinquecento specie vegetanti,  un quinto circa delle piante florifere,
    appartengono alle due sole famiglie delle graminee e delle  composite,
    le  pi delle quali si possono appena fra loro con attentissimo studio
    discernere.
    Ma il regno della sensazione scientifica abbraccia tutte  le  terre  e
    tutti  i  mari,  i  vulcani e i ghiacciai,  le pianure e i monti,  gli
    arcipelaghi dispersi nell'Oceano e il deserto senz'acque.  Gli animali
    delle  varie  zone  e dei singoli continenti,  il cammello e la renna,
    l'elefante e il canguro passano in  rassegna  innanzi  a  lui,  vivono
    nelle sue stalle o nei suoi serragli,  stanno ordinati nei suoi musei,
    disegnati e coloriti sulle pareti delle case.  Qual Samoiedo vide  mai
    le piante o gli animali o gli uomini della Nigrizia?  Il selvaggio pu
    veder solo  le  cose  della  sua  patria,  la  sensazione  scientifica
    abbraccia  tutta  la  terra.  L'uomo  civile  non  solamente riceve le
    sensazioni, ma le fa.
    Egli si ncora inanzi alle isole dell'Oceano e assorda i selvaggi  col
    tuono  e  col  lampo  delle sue armi.  La luce delle sue notti festive
    eclissa il chiarore delle stelle.  I colori di  tutti  i  metalli,  il
    fulgore di tutte le gemme,  i fiori e i frutti raccolti d'ogni parte e
    modificati dall'arte in variet infinite,  che la natura non  conosce,
    le innumerevoli combinazioni dei suoni e dei tempi, tutta la creazione
    della  musica  di  cui  nel seno della natura troviamo appena la prima
    intonazione, sono tutti nuovi fenomeni che la facolt motoria, attuata
    da altre pi sublimi facolt, fornisce alla facolt sensitiva.
    Anche le  sensazioni  pi  connesse  all'appetito  animale,  si  vanno
    variando e moltiplicando colla civilt.  Noi non badiamo, ma pure sono
    oggetti ignoti alla vita selvaggia il vino, il pane,  e tutte le mille
    combinazioni dei sapori e dei profumi.
    V'e  un  mondo  invisibile all'occhio nudo,  rivelato alla scienza dal
    telescopio e dal microscopio.  Noi possiamo discernere i punti lucenti
    della  via  lattea e delle nebulose.  Noi discerniamo li infinitamente
    piccoli che vissero in un grano di tripolo,  che vivono in una  goccia
    d'acqua,  che  nuotano  negli  umori  della  nostra pupilla.  Tutta la
    chimica  una rivelazione di fenomeni  naturalmente  inaccessibili  ai
    sensi.  Qual  selvaggio  potrebbe  veder sollevarsi dalle feccie d'una
    fonte salmastra i vapori verdastri  del  cloro  o  i  vapori  violacei
    dell'iodio?  E'  questo  un  ordine nuovo di sensazioni che la scienza
    crea a se stessa.
    E gli apparati elettrici  sono  come  nuovi  sensi;  poich  con  essi
    possiamo  apprender  fenomeni che sfuggono a quei sensi che abbiamo da
    natura;  possiamo entrare in commercio con poteri della  cui  presenza
    nell'universo il selvaggio non ha percezione. E' lecito immaginare che
    come da natura ebbimo un senso che avverte le vibrazioni luminose e un
    senso  che  avverte le ondulazioni sonore,  cos avremmo potuto nascer
    muniti  d'altro  organo  che  indicasse,   come  fa  la  bussola,   le
    oscillazioni  magnetiche Forse  qualche interno sensorio di tal fatta
    che dirige certe specie di rosicanti nelle loro migrazioni dal levante
    al  ponente  della  Siberia.  Ebbene  chi  ci  diede  a  scorta  l'ago
    calamitato tra le nebbie dei mari,  tra il polverio del deserto, tra i
    labirinti delle miniere;  chi tese  un  telegrafo  elettrico  dall'uno
    all'altro  lido d'un mare,  ci forn dunque un equivalente ad un nuovo
    senso,  utile e reale quanto i sensi della vista e  dell'udito.  Nulla
    poi  rileva  all'effetto  se  sia  un organo corporalmente inserto nel
    nostro encefalo, o se i nuovi fenomeni,  rappresentandosi nello spazio
    con  le vibrazioni d'un ago o d'un manubrio,  "si traducono" nel senso
    della vista.  Per esso la mente nostra venne iniziata a un  ordine  di
    idee  che  la  vista per s non poteva donarci,  e che pi delle altre
    s'interna nelli arcani dell'universo.
    Le poche sensazioni del selvaggio sono sterili all'intelligenza perch
    vaghe, incerte,  incommensurabili.  Il selvaggio non pu paragonare il
    calore  di  due estati,  il freddo di due inverni.  Noi s,  col mezzo
    delli strumenti precisiamo quanto varia il  freddo  da  neve  a  neve,
    quanto  varia  l'ardore  da  fornace  a fornace.  Noi sappiamo a quale
    calore precisamente si liquef il piombo,  a quale  il  ferro,  quanti
    calori  devonsi  accomulare in una stagione per addurre a maturanza un
    grappolo  d'uva.   L'apparato  di  Melloni   (1)   accusa   l'aggiunta
    infinitesima  di  calore  che  ci  apporta una persona che si affaccia
    all'opposta estremit d'una  camera.  Fin  qui  vediamo  moltiplicarsi
    sotto  la mano della scienza i fenomeni della sensazione,  ma tuttavia
    ciascun d'essi rimane oggetto d'una percezione individuale.
    Or bene,  vi sono fenomeni che un  individuo  solo  non  potrebbe  mai
    percepire  nella loro pienezza nemmeno col ministerio delli strumenti,
    se non vi si associano i sensi di molti.  Gli  uomini  che  videro  il
    ritorno della cometa di Halley non sono pi quelli che ne osservarono,
    settantacinque anni prima,  l'altro arrivo.  Per determinare lo spazio
    su cui vibra un terremoto,  bisogna che pi uomini  si  avvertano  fra
    loro di averne percepito la scossa ai limiti estremi.  Gli osservatori
    che,  sparsi in diverse stazioni,  esplorano la tensione magnetica del
    globo  sono  come  "le  parti  d'un  comune  sensorio"  delle  nazioni
    pensanti.
    Signori,  lo splendido imperio della sensazione non   nei  sensi  dei
    selvaggi,  esso    nella scienza sperimentale,  cinta di tutti i suoi
    mirabili strumenti, accampata sulle mobili cupole degli osservatori. E
    il potere della scienza si svolge nel giro di tutte le facolt e tocca
    il sommo nello sviluppo delle facolt riflessive. (Opp. 6, 268-274).

    Per "analisi delle menti associate" Cattaneo intende:

    quelle  grandi  analisi  le   quali   si   vennero   continuando   per
    collaborazione, talora mutuamente ignote, di pi pensatori, in diversi
    luoghi e tempi e modi,  e con diversi fini, condizioni e preparazioni.
    (Opp. 6, 274).

    Per esempio:

    Or quando ne' libri di astronomia,  vediamo pervenute oggi le  scienze
    fino  a  distinguere  in una romita stella uno stuolo di fulgidi soli,
    dobbiamo tuttavia riconoscere che chi verifica col telescopio siffatta
    meraviglia,  compie un semplice atto di analisi,  come quando,  con la
    pupilla  nuda,  li  mirava  confusi  in un'unica luce.  Sia la pupilla
    armata o non sia, l'atto proprio dell'intelletto  in quell'istante il
    medesimo,  bench il senso,  in tali nuove condizioni,  gli annunci in
    quell'astro la presenza di pi punti luminosi anzich d'uno solo.
    L'analisi    sempre "un atto con cui la mente distingue le parti d'un
    tutto".  Ma l'occhio non poteva trovarsi armato e guidato  se  non  in
    virt   d'una  lenta  preparazione  sociale.   Quell'atto    l'ultima
    risultanza del lavoro degli avi e dei posteri: esso  l'opera  di  pi
    generazioni associate.
    L'alternare  del  sole  e  della  luna  deve  destare,  a tutta prima,
    nell'imaginativa l'illusione  che  siano  due  corpi  di  grandezza  e
    lontananza  poco  disuguale,  lucenti ciascuno di sua propria luce,  a
    servigio dell'"immobile piano" della terra,  fra  una  moltitudine  di
    minute  stelle  sparse  in  una volta azzurra poggiata sui pi eccelsi
    monti.  Ma nella perenne continuazione  dell'analisi  sociale,  quella
    volta azzurra diviene uno spazio senza limite, quelle minute scintille
    divengono  un  popolo innumerevole di soli,  intorno al pi vicino dei
    quali "si muove" l'umile "globo" della terra, traendo seco,  per forza
    di  pi vicina attrazione,  il globo ancor pi esiguo della luna,  che
    riverbera una luce non sua.
    Qui l'analisi  primitiva,  sempre  accessibile  ad  ogni  "individuo",
    sembra in conflitto con le analisi successive,  compiute nel corso dei
    secoli, or presso certe nazioni or presso altre, per lavoro "sociale",
    rallentato sovente presso quelle nazioni medesime e talora derelitto.
    Le leggi della forza analitica non sono dunque da cercarsi solo  nelle
    leggi dell'intelletto. "La percezione del vero  una parte del destino
    delle nazioni". (Opp. 6, 274-276).

    La  societ    dunque  per  Cattaneo  l'ambiente  in  cui  le idee si
    generano,  si sviluppano e lottano  fra  loro,  e  proprio  da  questo
    fecondo contrasto,  che  il principio generatore della civilt, nasce
    "l'antitesi delle menti associate" cio:

    quell'atto col quale uno o pi individui,  nello  sforzarsi  a  negare
    un'idea,  vengono  a  percepire una nuova idea;  ovvero quell'atto col
    quale uno o pi individui,  nel percepire  una  nuova  idea,  vengono,
    anche inconsciamente, a negare un'altra idea. (Opp. 6I, 315).

    Per esempio:

    In  un  giudizio  criminale il conflitto dell'accusa con la difesa pu
    condurre alla scoperta d'un colpevole ignoto.  Nessuno  pu  prevedere
    qual  sar  l'ultima conseguenza a cui potr pervenire la negazione di
    un'idea filosofica, teologica o politica. Senza la negazione di Locke,
    senza la negazione di Vico,  l'idea di Cartesio non avrebbe  avuto  la
    gloria  d'essere  il  momento  vitale  da  cui partirono due filosofie
    nuove, poste fuori dei termini ch'egli s'era prefisso. Nessuno avrebbe
    antiveduto nella negazione di Lutero la guerra dei trent'anni,  n  lo
    stabilimento  in  Germania di quella perenne dualit che le aperse tre
    secoli  di  agitazione  scientifica,  dopo  tanti  secoli  di  mentale
    sterilit.
    "In  un  altro caso",  la nuova idea non nasce in forma d'opposizione,
    essa pu vivere lungo tempo senza palesare la sua forza  negativa.  In
    chimica  la  scoperta  dell'ossigeno  doveva  inevitabilmente togliere
    all'acqua, all'aria,  alla terra il nome di elementi.  Ma nel pensiero
    di  Cavendish,  di Priestley,  o di Lavoisier (2) questo proposito non
    v'era. Anche dopo quella scoperta Priestley,  che vi ebbe tanta parte,
    non  pot  mai  darsi  pace  che l'ossigeno fosse la dura negazione di
    quell'immaginario flogisto (3) nella fede del quale egli era  vissuto.
    E  parimenti  quando Lavoisier introdusse nell'armamentario chimico la
    bilancia e accoppi  all'analisi  qualitativa  la  quantitativa,  egli
    predestin  se  stesso e tutti a porre in luce sempre pi evidente che
    la natura procede per proporzioni numeriche assolute.  Dimostrato  che
    la   chimica      un   ordine   perenne  nel  vortice  perenne  delle
    trasformazioni,  doveva  a  maturo  tempo  apparir  contraddittoria  e
    irrazionale l'idea d'una materia caos. (Opp. 6, 315-316).
    Talora  l'antitesi    solo  apparente;  le  idee rivali sopravvivono;
    dividono fra loro un dominio  ch'entrambe  aspiravano  a  conquistare,
    spargono una luce comune sopra altre verit.
    Talvolta l'antitesi cancella interamente l'idea opposta.
    A fecondare validamente l'antitesi  necessaria la deliberata opera di
    pi  menti.  Un individuo solo pu oscillare debolmente nel dubbio fra
    due idee non ancora ben certe;  ma perci appunto il conflitto  vitale
    non pu esser mai cos risoluto e potente come quando si scontrano due
    individui,  due stte,  due popoli mossi da contrarie persuasioni,  da
    vanaglorie,  da offese,  da odii che un uomo  non  pu  mai  concepire
    contro se stesso. (Opp. 6, 316, 317, 319).

    Da  questa  dialettica opposizione che anima e feconda dall'interno la
    vita della societ,  trae la sua  ragione  generatrice  il  progredire
    infinito  dell'umanit  nella  storia;  e le costruzioni della civilt
    appaiono allora come il frutto di una collaborazione umana che  supera
    i  limiti  dello  spazio  e del tempo e che  compito della sociologia
    chiarire e determinare.

    Colui che trov il  primo  teorema  della  geometria,  avrebbe  potuto
    inventare  anche il secondo e il terzo,  avrebbe potuto compiere tutta
    la scienza.  Ma la vita dell'uomo ha un limite;  il breve  suo  lavoro
    vien  troncato  dalla  morte.  Bisogn  dunque  che  ad un geometra ne
    succedesse un altro e un altro,  raccogliendo ciascuno  l'eredit  del
    suo  predecessore,  sicch  alla  fine  tutta  la catena delle verit,
    ch'erano a dimostrarsi,  rimanesse compiuta.  Fu dunque necessario che
    la  scienza  divenisse  una tradizione in seno ad una stabile societ.
    (Opp. 6, 267).

    Ma il primo impulso ai giganteschi passi dell'umanit  sulla  via  del
    progresso   dato dal "genio",  che si pone fuori della via volgare,
    che non  accetta  l'esperienza  come  un  immobile  dato,  ma  che  la
    trasforma in problema sempre nuovo ed aperto,  che non  la sua epoca,
    ma  ci che la sua epoca spera, vuole ed attende.

    La moltitudine vive e muore senza essersi avvista delli arcani che  la
    circondano;  essa  si  riproduce  per  centinaia  di generazioni prima
    d'accorgersi che il sangue  le  circola  nelle  vene,  che  il  "piano
    immobile" della terra  un globo girevole,  tutto popolato d'antipodi:
    che  nelli  strati  sconvolti  delle  alpi  e  dell'abisso  una   mano
    invisibile  ha sepolto in ordinata successione le piante e gli animali
    di pi mondi incendiati  o  sommersi,  che  le  fioche  scintille  del
    firmamento  sono  un  esercito  innumerevole di soli;  che l'elettrico
    scorre senza posa per tutta la natura; che le nazioni scosse una volta
    dal   sopore   primitivo,    attratte   una    volta    nella    corsa
    dell'incivilimento,  scendono per un pendio fatale, che le travolge di
    fase in fase sin dove nessuna mente  pu  dire.  Fra  codesti  milioni
    d'indolenti  e  di  ciechi che non cercano mai la verit che la negano
    quando  nuova, e la sprezzano quando  antica, surge tratto tratto un
    uomo singolare che si ferma ove tutti oltrepassano;  che vede luce ove
    tutti vedono buio;  che concepisce un sospetto,  lo cova, lo nutre, vi
    persevera,  vi aduna d'ogni  parte  congetture  e  induzioni,  e  dopo
    pertinace conflitto con s, cogli altri, colla natura, viene un giorno
    a dire che per le acque dell'occidente egli vuol condurci all'oriente:
    che  il  sole  gira sopra s e non intorno a noi,  che la sostanza del
    fulmine scorre nelle torpide viscere di rettili palustri,  e da  poche
    piastre  di  vili  metalli  pu  erompere  poderosa  come dall'eccelse
    latebre de' cieli.
    Questa potenza mirabile di attenzione che si concentra sovra un  punto
    inosservato, questa pertinacia che non si lascia smuovere dal torrente
    dell'opinione  volgare,  venne da Ferrari chiamata con bellissimo modo
    il "sublime sonnambulismo del genio".
    In mezzo al sonno delle  nazioni  il  genio  vigila  solitario,  e  si
    affanna  nell'amore  quasi  forsennato  d'un  vero  che presente,  che
    intravede,  che persegue e non pu stringere.  Egli   spinto  da  una
    necessit  interiore,  che  lo  sprona per una vita ansiosa e infelice
    all'immortalit dei secoli.  E' questa la sublime sventura d'Empedocle
    e di Socrate, di Bruno e di Galileo, di Colombo e di Vico.
    Il primo passo del genio egli  quello adunque di mettersi fuori della
    via volgare,  e cercarsene una sua propria, che in processo diverr la
    strada larga e trita del genere umano. Quando il portoghese va radendo
    terra terra li orli del continente  arabico,  pago  d'insinuarsi  ogni
    anno in altro golfo al di l d'altro promontorio,  l'italiano volta le
    spalle al golfo, al promontorio, al continente, e si lancia rettilineo
    come una saetta, attraverso all'oceano ignoto. (Opp. 6, 81-82).
    Come mai Socrate, che muore in carcere perch svel improvvisamente al
    popolo idolatra l'unit di Dio,  rappresenta col suo genio il popolo o
    il  tempo?  Come  mai  lo  rappresenta  Galileo  prigioniero?  come lo
    rappresenta Colombo rifiutato dalle culte citt dell'Italia, riprovato
    dai dotti  ed  accolto  da  una  donna  che  regna  su  un  popolo  di
    semibarbari  combattenti?   Come  lo  rappresenta  Vico,  solingo  tra
    l'ignoranza del vulgo,  e le preoccupazioni degli  studiosi?  Come  lo
    rappresenta Shakespeare,  che in tempo d'agitazione religiosa,  appena
    tra tanti sentimenti ed affetti,  lascia sfuggir parola di  religione?
    Pietro  il  Grande  non rappresenta per fermo ci ch'erano i russi del
    suo tempo;  ma piuttosto rappresenta tutto ci che  i  russi  del  suo
    tempo "non erano"; rappresenta quelli che non erano russi, rappresenta
    tutto  ci  che  la  Russia  divenne un secolo di poi egli;  non  "un
    sistema che si fa uomo",  ma "un uomo ammirabile che si fa sistema"  e
    sopravvive  nelle  sue  instituzioni  a  s  medesimo;  e  si perpetua
    nell'educazione dei suoi discendenti,  nella magnifica sua citt,  nel
    suo  esercito,  nella  marma,  nelle  universit,  nelle conquiste sul
    Baltico e sul Caspio,  nella violenta trasformazione di molti  milioni
    di  uomini,  che  avevano  vissuto  centinaia  d'anni nella pi crassa
    ignoranza,  pur pregando Iddio nella lingua di Platone e  di  Giovanni
    Crisostomo. (Opp 6, 106-107).

    Il  problema dell'educazione non  marginale nel pensiero del Cattaneo
    ma ci appare una cosa sola con la sua vita e con la  sua  opera  tutta
    impegnata  nel  mondo,   protesa  ad  un  risveglio  delle  coscienze,
    radicalmente negatrice  di  ogni  dogmatica  accettazione  e  di  ogni
    accomodante evasione metafisica:

    Noi  per  quanto  valgano  le nostre forze,  vogliamo agitare tutta la
    scienza, svegliare tutti gli interessi,  gettare a destra e a sinistra
    i  nostri  studi  per  suscitare  e  incalzare  gli studi altrui,  per
    suscitare e incalzare i pensieri della nazione,  le  sue  speranze,  i
    voleri, gli ardimenti. (Prefazione al "Politecnico").

    Ma  il  positivo  e  realista  Cattaneo port il suo valido contributo
    anche  a  una  serie  di  problemi   di   pedagogia   e   di   tecnica
    dell'insegnamento.
    Ci  che importa,  egli afferma,  non e il cumulo delle nozioni che lo
    studio pu fornire, ma il libero potenziamento delle facolt umane, la
    formazione del carattere e della capacit di inserire se stessi  nella
    societ ad essa portando il nostro contributo di opere.

    L'educazione  mentale  non  consiste  tanto  nel  cumulo delle nozioni
    positive, quanto nell'attivazione e nello svolgimento di certe facolt
    che non provengono perfette dalla natura. Ai nostri tempi al contrario
    si dimentica facilmente lo sviluppo delle facolt,  e  si  mira  quasi
    unicamente a congregare nella memoria le cognizioni positive.  (Opp 2,
    285, 187).
    L'educazione non consiste nell'imbeccare i fanciulli  con  precetti  e
    proverbi,   e  nel  ripetere  loro  agli  orecchi  certe  formule  che
    l'abitudine cangia in vari suoni n attesi n intesi.  Spesso una sola
    parola  del  consorzio  domestico o sociale dissipa tutto l'incanto di
    una lunga tradizione scolastica.  Il giovane Arouet,  educato da  mani
    sacerdotali, si trasforma inaspettatamente in Voltaire. (Opp. 4, 155).

    Contro  lo  spirito  di  vilt e di rassegnazione del popolo italiano,
    Cattaneo sostiene la necessit di un'"educazione militare". Contro gli
    eserciti  delle  grandi  potenze,   strumento  di  oppressione  e   di
    imperialismo,   pedine   senza  volont  nel  giuoco  ambizioso  delle
    diplomazie,  egli propugna la istituzione di  un  esercito  di  popolo
    armato in difesa delle libert nazionali.
    Per  questo le scuole dovranno interessarsi ai problemi militari: per
    preparare l'adolescenza al fine supremo di tutti i nostri pensieri: la
    difesa della patria.

    Tutto il sistema scolastico  dal  quale  usciamo  era  ordinato  a  un
    supremo  fine:  comprimere.  Dopo  il  1848  le antiche ruggini tra il
    despotismo soldatesco e il prelatizio si erano rimosse;  gli  scandali
    antichi  furono  serbati  a  giorni  pi  ridenti,  a  generazioni pi
    corrotte e imbecilli.  Il papato e  l'imperio  congiurarono  non  solo
    contro il nome italiano, ma fin dove il loro braccio arrivasse, contro
    ogni  libert.  La violenza e la frode non si limitavano alla ragione;
    si volle stuprare anche la fede nei popoli.  Non bastava  che  fossero
    disarmati;  doveva il principio della sommissione, della rassegnazione
    della delazione, d'ogni vilt d'ogni infamia,  penetrare sino al fondo
    della loro coscienza.
    Si  tratta  ora  di capovolgere tutto questo sistema.  L'antitesi deve
    commisurarsi alla tesi.
    Tutto l'insegnamento deve mirare a dar forza e dignit al popolo.  Noi
    siamo  la  sola  nazione  al  mondo alla quale ogni pace  guerra.  Al
    disarmo deve contrapporsi lo spirito militare,  alla  rassegnazione  e
    all'avvilimento una decorosa esaltazione, allo spionaggio il senso del
    dovere e dell'onore.
    Tutte  le  scuole  devono  preparare  l'adolescenza al fine supremo di
    tutti i nostri pensieri: la  difesa  della  patria.  Tutte  le  scuole
    devono  avere  aspetto  militare.  N s'intende solo che ogni adunanza
    d'adolescenti debba aver vestimenti e atti pi o meno militari, ma che
    alla ginnastica e all'esercizio delle  armi  debba  venir  indirizzata
    quella  sovrabbondanza  di  vitalit  e  di moto che pulsa in tutte le
    fibre della giovent,  e che lasciata volgere altrove  conduce  da  un
    lato alla dissipazione,  alla frivolezza, allo snervamento, dall'altro
    a una selvaggia brutalit.
    Ma gli esercizi militari debbono essere  coordinati  in  modo  che  il
    giovane  senta  in  essi  ch'  cittadino e che a destra e a manca gli
    stanno tutti gli altri cittadini, pronti a combattere come lui.  Nella
    Svizzera  gli  allievi delle scuole sparse sulla superficie del paese,
    si adunano una volta all'anno,  ora in un luogo,  ora  nell'altro,  vi
    trovano filiale alloggiamento presso le famiglie che si ricambiano con
    piacere questo amorevole officio;  e quivi raccogliendo per due giorni
    i loro piccoli drappelli,  fanno a fuoco l'esercizio  di  battaglione,
    tornano festosi alle loro valli native,  legati tutti da indissolubile
    fraternit militare.  Gli allievi di tutta  la  Svizzera,  adunati  in
    parecchie  migliaia  a  Zurigo,  sotto  il  comando  di  quegli stessi
    generali che avrebbero  guidato  a  vere  battaglie  i  loro  fratelli
    maggiori  e i loro padri,  si divisero in due piccoli eserciti;  e con
    carabine e cannoni e  cavalli  rappresentarono  sul  terreno  i  fatti
    d'arme che vi ebbero veramente luogo, sessant'anni sono, tra Massena e
    Suvaroff.
    Vedete  perch  un  popolo  che  non    la decima parte della nazione
    italiana vien trattato con rispetto dai pi potenti despoti;  e perch
    le  spume  e  gli  escrementi della sua milizia,  vomitati lungi dalla
    patria,  hanno la forza di tenere in freno turbe d'uomini  allevati  a
    vivere e morire imbelli.
    Tutte le scuole scientifiche e industriali devono essere coordinate in
    modo  che  in  un  ramo  o in altro il giovane studioso venga ad avere
    quella  parte  d'insegnamento  il  cui  complesso  costituisce  l'arte
    militare.
    Anche  nei  collegi  militari  l'insegnamento  per necessit comprende
    l'aritmetica, la geometria,  la geografia,  le lingue;  per tre quarti
    almeno non appartiene alla specialit militare. Codesta specialit che
    per  s  dunque  forma  solo  una  frazione  di insegnamento anche nei
    collegi militari, deve venire immantinente introdotta e accasellata in
    tutti i rami del pubblico  insegnamento.  Avrete  nell'universit  una
    scuola  d'ingegneri  civili.  Ebbene,  nessuno  possa  farsi ingegnere
    civile se non ha fatto un corso di  fortificazione.  Avete  nel  corso
    triennale  d'ogni  liceo  professori  di  matematica;  di  fisica,  di
    meccanica (se ne avete),  di chimica (se  ne  avete).  Quali  rami  di
    queste  scienze  sono  necessari  alla tattica?  alla strategia?  alla
    fortificazione?   all'artiglieria?   Sono  le  sezioni   coniche,   la
    balistica,  la fabbrica delle polveri,  la geografia militare eccetera
    eccetera.  Ebbene assegnate a  ciascuno  di  quei  professori  la  sua
    sezione  di  militare  argomento,  e  il liceo civile,  senza forse un
    centesimo di spesa,  sar inoltre una scuola militare.  Quando tutti i
    giovani studiosi siano per tempo iniziati, ve ne sar sempre molti che
    vorranno andare innanzi da s.  Questa scolaresca militare dar quanti
    ufficiali abbisognano a capitanare tutti i cittadini.
    Quando avrete  a  guida  dell'insegnamento  scientifico  un  cittadino
    soldato  non  leggerete  in  capo  ad  una nuova legge che il ministro
    governa l'insegnamento pubblico  in  tutti  i  rami,  "eccettuati  gli
    istituti militari e nautici".
    Finch  avremo mandarini civili e mandarini militari,  il nemico potr
    sempre insultare a ventisette milioni di popolo e invadere le rive del
    Po pi impunemente che le rive del Pei-Ho.  I nostri antichi padri non
    facevano cos. (Opp. 2, 369-372).

    L'ideale  del  Cattaneo  quello di una milizia di cittadini armati in
    difesa della patria.  Niente  quindi pi remoto dal suo animo e dalle
    sue intenzioni che un'esaltazione del militarismo come tale:

    Ma per far questo ordinamento e attivarlo con efficacia e non per mera
    pompa  teatrale  e  per  dimostrazione,  come con melensa vanit siamo
    soliti a dire e a  fare,  sono  necessari  uomini  che  abbiano  animo
    militare  e  civico  e  intendimento di "milizia civica";  la quale ai
    militari di  mestieri,  pei  quali  "militare    servire"  sembra  la
    quadratura del circolo. (Opp. 2, 372).
    Il militarismo sar punito da ci in cui pecca.  Il militarismo divora
    in tempo di pace ogni alimento della guerra.  Tutti i  tesori  che  la
    scienza  applicata  improvvisa  nel  mondo  civile sono ingoiati dalla
    voragine del  militarismo.  Il  militarismo,  la  gelosia  delle  armi
    cittadine,  vuole che la nazione combatta con una sola mano.  Vuole la
    vittoria del soldato,  non quella  del  cittadino.  Accetta  una  pace
    assurda  piuttosto  che  dividere la gloria col leone popolare.  (Scr.
    pol., 351-352).

    Ammiratore e seguace del Beccaria,  cos scriveva  a  proposito  della
    pena di morte:

    Noi  dobbiamo  abolire  il  patibolo  sulla  terra libera affinch pi
    iniquo e pi odioso esso appaia sulla terra di servit.
    E non si dica che le altre nazioni pi civili  conservano  nelle  loro
    leggi  la  pena  di  morte.  Imitiamo negli altri popoli ci che li fa
    grandi e gloriosi,  ci che li fa indipendenti sulla terra propria,  e
    potenti  pur  troppo anche sulla terra altrui.  Dovremo dunque in ogni
    cosa esser minori degli  altri?  Dovremo  forse  vivere  senza  strade
    perch, anni or sono, la Spagna dominatrice di mezza America, lasciava
    il suo commercio ai mulattieri?  Dovevamo aver gli schiavi della gleba
    perch la Russia e la Polonia li avevano a milioni? (Scr. pol., 3, 122
    e 119).

    Una miniera di preziose osservazioni sono gli scritti  sulla  "riforma
    carceraria"; atto di critica implacabile e di violenta protesta contro
    la brutalit e la violenza con cui sono spesso trattati i detenuti. La
    legge  non  la vendetta della societ: pi che di punire o reprimere,
    si tratta di prevenire e di rieducare.

    Felice  il pensamento di notare,  colla  consueta  esattezza  medica,
    tutti  i  fatti  morali e corporei dell'individuo malfattore;  e siamo
    persuasi che da queste particolari istorie,  raccolte in pi luoghi  e
    presso diverse nazioni, con tutta fedelt debba scaturire una profonda
    induzione  sulla  effettiva  natura della spinta criminosa.  Allora si
    verranno sempre pi dichiarando i grandi aspetti  sotto  cui  ella  si
    presenta  ora diretta ora indiretta,  ora maliziosa e riflessiva,  ora
    impulsiva e quasi cieca.
    Quindi una gran parte della controspinta verr tuttora  delegata  alla
    legge criminale,  al carceriere o fors'anche al carnefice; ma una gran
    parte verr delegata a cure indirette e ad  altri  rami  della  civile
    autorit,  massime  per ci che riguarda il costume e l'educazione;  e
    un'altra parte verr finalmente rassegnata del  tutto  alla  cura  del
    medico,  e  forse  una  reclusione preventiva e scevra d'ogni penalit
    verrassi palesando come l'unica via per proteggere la societ da certi
    delitti che possono  piuttosto  riguardarsi  come  eruzione  d'infamia
    naturale  che  come  atti  di calcolata malvagit.  Noi vorremmo che i
    nostri medici non si restringessero  troppo  timidamente  nella  prima
    questione che sul grave e profondo argomento della dottrina carceraria
    venne  loro proposta,  cio sulla preferenza da darsi piuttosto ad uno
    che ad un altro modo di reclusione.  Ma facciamo loro il pi sollecito
    vanto  a  prendere un pi vasto campo d'indagine scientifica ben certi
    che chi allarga i confini dell'osservazione,  allarga i confini  della
    scienza. (Scr. pol. 1, 88-89).
    Ormai  tutto  l'ordine giuridico dovrebbe comporsi ad una pi provvida
    difesa sociale,  non vendicativa,  non ostentatrice.  La grande tutela
    accoppiata ad una grande educazione non pu consistere nell'affacciare
    alle moltitudini la scenica alternativa della malvagit che,  tremando
    in faccia alla morte, fa parer la legge atroce, o che, sfidandola,  la
    la parer impotente. (Scr. pol. 3, 127, 131).


    NOTE.

    Nota 1.  Macedonio Melloni (1798-1854) fisico. Introdusse per primo il
    concetto d'identit tra le forme di  energia  calorifera  e  luminosa.
    Studi  l'energia raggiante nell'atmosfera.  Il "banco di Melloni" era
    un perfezionamento del termomoltiplicatore del Nobili.
    Nota 2.  Enrico Cavendish,  fisico e chimico  inglese  (1731-1810).  -
    Giuseppe Priestley,  chimico inglese (1733-1804),  - Antonio Lavoisier
    (1743-1794),  francese,  ritenuto il fondatore della chimica  moderna.
    Importanti le sue leggi sulla conservazione della materia.
    Nota  3.  Ipotetico componente di tutti i corpi combustibili.  Per gli
    alchimisti la combustione era determinata appunto dallo svolgersi  del
    flogisto.







    IL RISORGIMENTO E IL FEDERALISMO.

    Il federalismo nasce,  in Cattaneo, dalla teoria politica ed economica
    della libert come equilibrio e collaborazione  reciproca,  da  quella
    profonda  fede  razionale  - che abbiamo visto sempre operante nel suo
    pensiero  -  in  un'autonomia  che    insieme  impegno   di   operosa
    cooperazione.
    Ed  il federalismo del Cattaneo pu rivelarci la sua pi intima natura
    ove  esso  venga  considerato  il  decisivo  punto  d'incontro   delle
    esperienze politiche e culturali del nostro autore lontano sempre,  in
    ogni manifestazione del suo pensiero, dall'affermazione di un'astratta
    e indeterminata unit in cui si annulli quella  complessa  variet  di
    motivi che a quell'unit soggiace e che,  all'unit stessa, d senso e
    concretezza.
    La soluzione federalista appare cos al Cattaneo non come un mezzo per
    l'attuazione della libert,  ma come la libert stessa che solo  nella
    variet  e  nella  molteplicit degli elementi che ad essa danno vita,
    acquista un valido significato:

    Libert  repubblica,  e repubblica    pluralit  ossia  federazione.
    (Scr. pol., 2, 48).

    Lo  stato  unitario  non  pu  essere che dispotico,  incapace cio di
    adempiere a quella funzione mediatrice in cui sta la sua vera essenza,
    e quindi  di necessit portato a  risolvere  e  ad  annullare  in  un
    esasperato centralismo la vita delle sue istituzioni.
    Nello  stato  unitario  infatti  -  il cui caratteristico modello  la
    Francia - la burocrazia non pu non costituirsi in una casta dominante
    che il parlamento pu solo formalmente controllare e a cui  appartiene
    in realt il destino della nazione:

    La Francia si "chiami" repubblica o regno,  nulla monta,  composta di
    86 monarchie, che hanno un unico re a Parigi.  Si chiami Luigi Filippo
    o Cavaignac;  regni quattro anni o venti; debba scadere per decreto di
    legge o per tedio di popolo;  poco importa;   sempre l'uomo che ha il
    telegrafo e quattrocento mila schiavi armati. (Scr. pol. 1, 275).

    Unico  mezzo  per impedire il formarsi di questa casta soffocatrice di
    ogni iniziativa individuale,    un  governo  basato  sulle  autonomie
    locali, una confederazione simile a quella elvetica o americana:

    Solo  al modo della Svizzera e degli Stati Uniti pu accoppiarsi unit
    e libert. Cos solamente s'adempie il precetto del fiorentino, che il
    popolo per conservare la libert deve tenervi "sopra le  mani".  (Scr.
    pol. 1, 142).
    In  seno ad un'Europa libera,  le lingue e le religioni possono vivere
    in eguaglianza e in pace  come  in  seno  alla  Svizzera.  Novantamila
    grigioni hanno due religioni e tre lingue; e mai non s'ode fra loro un
    garrito  di  discordia,  quali  ogni  giorno  in seno alle arroganti e
    spensierate   vostre   maggioranze.   All'ombra   della   libert   la
    ricomposizione dei popoli sbranati si pu fare per pacifico suffragio;
    si pu fare e rifare quante volte abbisogni.  Nessun errore pu essere
    irrevocabile.  La guerra dei confini  morta.  ("Politecnico",  volume
    16, 1862).

    Solo  in uno stato federale il cittadino,  attraverso una molteplicit
    di centri autonomi che agiscono per sua iniziativa e operano sotto  il
    suo diretto controllo, potr davvero partecipare al governo della cosa
    pubblica affermando,  in tal modo,  una sua attiva libert.  Di queste
    esigenze non tengono conto i sostenitori del centralismo:

    Sempre in  preda  a  precipitose  astrazioni,  vedono  nel  mondo  gli
    individui,  poi  le famiglie,  ed  gran ventura;  poi vedono anche il
    comune,  ossia l'azienda unita d'un centinaio forse di famiglie e  nel
    pi de' casi, combinazione pressoch domestica e privata. Poi chiudono
    gli occhi per tutti gli altri internodi e ricapiti dell'umana societ;
    balzano  d'un  tratto  alla  nazione,  ch' quanto dire,  alla lingua.
    Ignorano lo stato e le sue necessit.
    Dunque  se  una  medesima  lingua  domina  le  Isole  Britanniche,  la
    Pensilvania,  la California,  l'alto Canad, la Giamaica, l'Australia,
    per essi v' solamente a far somma d'un maggior numero di  famiglie  e
    di  comuni.  Dunque  il parlamento britannico non ha da far leggi;  il
    congresso americano sogna di aver leggi da fare; tanto  pi superflua
    una legislazione provinciale per i  fratelli  della  Pensilvania  e  i
    venturieri della California;  l'algido Canad, la torrida Giamaica non
    debbono aver leggi proprie, che rispondano ai luoghi e alle tradizioni
    e alle varie mescolanze degli uomini  e  alla  varia  loro  coscienza;
    l'Australia  deve  aspettare  in  eterno  ogni  provvedimento dai suoi
    antipodi,  perch parla la stessa  lingua,  e  fa  secoloro  una  sola
    nazione.
    No.  Qualunque  sia la comunanza dei pensieri e dei sentimenti che una
    lingua propaga tra le famiglie e le comuni,  un parlamento adunato  in
    Londra  non  far  mai  contenta  l'America;  un parlamento adunato in
    Parigi non far mai contenta Ginevra;  le leggi discusse in Napoli non
    risusciteranno mai la giacente Sicilia,  n una maggioranza piemontese
    si creder in debito mai di pensar notte  e  giorno  a  trasformar  la
    Sardegna,  o  potr  render  tollerabili tutti i suoi provvedimenti in
    Venezia o in Milano.
    Ogni popolo pu avere molti interessi da trattare in comune con  altri
    popoli;  ma vi sono interessi che pu trattare egli solo,  perch egli
    solo li sente,  perch egli solo l'intende.  E  v'  inoltre  in  ogni
    popolo  anche  la coscienza del suo essere,  anche la superbia del suo
    nome,  anche la  gelosia  dell'avita  sua  terra.  Di  l  il  diritto
    federale,  ossia  il  diritto  dei popoli,  il quale deve avere il suo
    luogo,   accanto  al  diritto  della  nazione,   accanto  al   diritto
    dell'umanit.
    Uomini  frivoli,  dimentichi  della  piccolezza degli interessi che li
    fanno parlare,  credono valga per  tutta  confutazione  del  principio
    federale    andar    ripetendo   ch'   il   sistema   delle   vecchie
    "repubblichette". Risponderemo ridendo, e additando loro al di l d'un
    Oceano l'immensa America,  e al  di  l  d'altro  Oceano  il  vessillo
    stellato sventolante nei porti del Giappone. (Scr. pol. 1, 403-404).

    Solo  attraverso l'attuazione di questo ideale federalistico l'agitata
    Europa potr ritrovare se stessa e conquistare una durevole pace. E in
    questo sempre aperto cosmopolitismo  la  nazione  non    distrutta  o
    ignorata proprio in quanto essa, per il Cattaneo, non trae la sua vita
    da una tradizione d'isolamento, ma di volta in volta a questa sua vita
    d un senso, operando a fianco degli altri popoli per la realizzazione
    di pi alte forme di civilt.

    L'oceano    agitato  e  vorticoso,  e le correnti vanno a due capi: o
    l'autocrata Europa o gli Stati  Uniti  d'Europa.  Il  principio  della
    nazionalit  provocato,  ingigantito dalla stessa oppressione militare
    che anela a distruggerlo,  dissolver i  fortuiti  imperi  dell'Europa
    orientale e li frantumer in federazioni di popoli liberi. Avremo pace
    solo quando avremo gli Stati Uniti d'Europa.
    Quando  le nazioni tendono d'ogni parte verso la comunanza dei viaggi,
    dei commerci,  delle scienze,  delle leggi,  delle umanit;  quando il
    vapore  trae  sulle  terre  e sui mari le moltitudini peregrinanti nel
    nome della pace e della fratellanza; quando la parola vibra veloce nei
    fili elettrici da un capo all altro dei continenti,  non   pi  tempo
    d'architettare  una  giustizia  e  una  libert  che  siano privilegio
    d'America e d'Europa,  di papisti o di protestanti.  E' tempo  che  le
    discordi  tradizioni  delle  genti si costringano ad un patto di mutua
    tolleranza e di rispetto ed amist,  si sottomettano tutte  al  codice
    d'un'unica giustizia, e alla luce d'una dottrina veramente universale.
    E'  tempo  che  le  arbitrarie  e  anguste  divinazioni  dei pensatori
    primitivi perpetrate nei libri di sacerdoti  rivali  e  nemici  cedano
    alle  costanti rivelazioni della scienza viva,  esploratrice dell'idea
    divina nell'illimitato universo. Verit,  libert e giustizia: libert
    per  tutti  e  giustizia per tutti: questa  prosa sincera e durevole,
    vera  oggi  e  vera  domani.   (Considerazioni   al   volume   secondo
    dell'Archivio Triennale).

    Nessuno  scritto del Cattaneo  per dedicato,  in modo particolare ed
    esclusivo, al problema del federalismo,  nonostante che proprio questo
    problema  costituisca  forse  il  motivo  ispiratore  di  tutta la sua
    produzione,  dalla cui presenza acquista organica  unit  un  pensiero
    cos vario, frammentario, ricco di interessi e di direzioni culturali.
    Piuttosto  che trascrivere brevi frammenti,  riuniamo qui alcune delle
    pagine a nostro avviso pi significative e  soprattutto  pi  atte  ad
    indicare  le  successive  posizioni che il pensiero del Cattaneo venne
    assumendo di fronte alle mutevoli situazioni politiche dell'Italia del
    Risorgimento.
    Dal 1835 al 1848 furono  pubblicate  le  "Interdizioni  israelitiche",
    prima  rivelazione  della  dottrina e dell'ingegno del giovane autore;
    nacque (nel 1839) "Il Politecnico",  rivista  di  cultura  scientifica
    elegante  nella  forma,  varia  di  argomenti,  ricca di problemi e di
    teorie originali;  del 1844 sono "Le notizie naturali e  civili  sulla
    Lombardia"  la cui introduzione resta forse il pi notevole lavoro del
    Cattaneo.  Periodo dunque  di  intensa  preparazione  culturale  e  di
    molteplici interessi che costituisce come una preparazione al pensiero
    politico  degli  anni successivi al '48,  in cui il federalismo appare
    dottrina pi coerente e chiaramente definita proprio perch  impegnata
    in  una  quotidiana  lotta  che rendeva urgente il suo trasformarsi da
    generica  affermazione  di  libert  in  teoria  di  concreta   azione
    politica.

    Prima  del  '48  il  Cattaneo,  che  era  nettamente  sfavorevole alla
    propaganda  rivoluzionaria  dei  mazziniani,   vedeva  per   l'Austria
    dispotica  e centralista una sola possibilit di sopravvivenza: la sua
    trasformazione da stato unitario a stato federale, nel quale i singoli
    stati,  liberi ed eguali,  trovassero la propria unit solo nel comune
    riferimento   alla   casa  d'Asburgo.   Era  l'ideale  riformistico  e
    illuministico di quel progressivo avviarsi ad un regime  liberale  che
    gi aveva guidato l'azione politica di Maria Teresa. Nulla avrebbe poi
    potuto impedire al Lombardo-Veneto - resosi autonomo - di staccarsi da
    una  federazione  austriaca  cos  concepita per aderire ad una libera
    federazione di stati italiani.
    Non ha infatti senso,  per il Cattaneo,  tendere alla realizzazione di
    un'estrinseca  unit  nazionale  che  non avrebbe significato ove essa
    dovesse  attuarsi  mediante  la   successiva   fusione   all'arretrato
    Piemonte, dei vari stati della penisola.
    L'unit  politica  -  come  il  Cattaneo  la  intende  -   non gi il
    presupposto,  ma la  conseguenza  di  una  profonda  unit  morale;  e
    abbattere   un  governo  straniero  per  sottomettersi  alla  politica
    reazionaria e antiliberale di un Carlo Felice e di  un  Carlo  Alberto
    significa solo cambiare di padrone.
    Cos  rispondeva il Cattaneo alla propaganda piemontese per una guerra
    antiaustriaca:

    Prima fate la rivoluzione a casa vostra,  e non  venite  colla  vostra
    corte  e  coi  vostri  confessionali a farci cadere ancora al di sotto
    delle tartarughe (Scr. pol., 2, 51).

    E nell'"Insurrezione  di  Milano"  cos  scriveva  a  proposito  delle
    aspirazioni  dei  conservatori  milanesi  favorevoli  alla  guerra con
    l'Austria per giungere ad un immediato  assorbimento  della  Lombardia
    nel regno piemontese:

    Si doveva fare una rivoluzione,  si doveva romper guerra al passato: e
    a capo dell'impresa stavano una nobilt  adoratrice  di  ogni  passata
    cosa,  un  re  assoluto  e un papa.  Adunque le mani medesime che poco
    stante ci avevano consegnato al dominio barbaro,  dovevano  liberarci!
    Non  era  in questo un controsenso aperto?  Non era assurdo sperare da
    siffatte condizioni un ragionevole effetto?
    La fazione retrograda,  volendo solo l'indipendenza esterna e  non  la
    libert, aveva semplice impresa. Ella doveva solo figurarsi tornata al
    1814  e  questa  volta  invece dell'esercito austriaco doveva chiamare
    quello di Carlo Alberto.  La quistione ch'essa doveva  sciogliere  non
    era quella di una rivoluzione,  ma di una guerra.  Della libert e del
    progresso ella non si curava punto;  il nostro popolo era anzi per lei
    gi  trascorso  soverchiamente;  e avrebbe voluto ritrarlo agli ordini
    antichi,  facendo comunella colla nobilt savoiarda.  Non si  trattava
    d'altro  adunque  che  di  sospingere  il  Piemonte  a  romper  guerra
    all'Austria.  Al che faceva mestieri dimostrare quanto  agevole  opera
    fosse  divenuto  il  conquisto  della Lombardia,  e quanto propizio il
    tempo;  bastava mettere in palese l'avversione concepita dai popoli al
    governo;  insomma  bastava  fare  dimostrazioni.  Il  fare ordinamenti
    efficaci,  il predisporre armi,  munizioni  e  capi,  erano  cose  nei
    disegni di quella fazione affatto superflue,  anzi pericolose,  poich
    le armi in mano di popoli agitati sarebbero  state  agli  intendimenti
    suoi novello inciampo. ("Insurrezione di Milano", pagina 16, 18).

    Lo  spirito  positivo  del  Cattaneo,  che  si  poneva con un senso di
    critico realismo di fronte ai fatti, gli aveva impedito, nonostante la
    sua avversione ai conservatori, di partecipare ai segreti progetti dei
    rivoluzionari.
    I loro disegni gli apparivano dettati da un'audace fantasia  piuttosto
    che  da  un serio e spassionato esame della situazione.  Impossibile e
    forse dannosa alla stessa causa della libert,  egli  riteneva  quindi
    un'improvvisa rivolta popolare:

    Un  insorgimento  di  popolo  non  pareva  dunque  la prima cosa a cui
    pensare.  La Lombardia  piccola parte d'un  impero  pi  vasto  della
    Francia.  Sommuoverla  a  tumulto  era  esporla  senza  esercito  alla
    vendetta di generali feroci;  abbandonare le citt nostre alla rapina,
    le  famiglie  nostre alla violenza dei barbari;  cimentare le speranze
    stesse della libert.  Chi amava la patria doveva  arrestarsi  a  quel
    pensiero,  e  rivolgere  la  mente  a  meno  incerti e meno disastrosi
    disegni.  Era fatto palese che le finanze imperiali  stavano  in  mali
    termini,  e che le diverse nazioni,  fatte conscie di s,  tendevano a
    smembrare l'impero.  A poco a poco l'esercito imperiale sarebbe caduto
    nell'impotenza   e  nella  dissoluzione  poich  ogni  popolo  avrebbe
    cominciato a tenere a s i suoi denari,  e ad armarsi in casa propria.
    ("Insurrezione di Milano", pagine 16-17).

    Ma  la  lotta  per  la  libert  delle  giornate  del '48 si rivel al
    Cattaneo  -  che  aveva  soprattutto  dubitato  della  possibilit  di
    riuscita d'un movimento armato - come la prima realizzazione delle sue
    aspirazioni.  L'enorme mole del dispotico impero sembrava d'improvviso
    incrinarsi  e  scricchiolare  sotto  la  spinta  vigorosa  dei  popoli
    oppressi.  Non  era  pi possibile sperare e attendere riforme.  Senza
    prendere attiva parte alla lotta armata, nella notte fra il 17 e il 18
    marzo Cattaneo saputo dell'insurrezione di Vienna  e  dell'abolizione
    della   censura,   risolveva  di  pubblicare  alla  domane  stessa  un
    giornale:  "Il  Cisalpino".  Nel  programma  del  giornale,  che  qui
    trascriviamo,   Cattaneo   sosteneva  la  necessit  di  un  immediato
    allontanamento delle truppe straniere dalla Lombardia e di  un  patto
    provvisorio di libert fra tutte le nazioni dell'impero.

    Viva Pio Nono!
    Il  tempo  ha  vinto.  Ci  che pochi giorni addietro era meno che una
    speranza,  era un sogno,  oggi  un fatto: un fatto splendido,  vasto,
    universale.  Tutta l'Italia,  tutta la Francia,  tutta la Germania, la
    Danimarca,  la Boemia,  si sono  trasformate  ad  occhio  veggente  in
    sessanta giorni.
    Il 12 di gennaio, a mezzod, andavano al palazzo del vicer di Sicilia
    le donne palermitane vestite a bruno a prendere la risposta fatale;  e
    tornando repulse e dolenti,  davano ai fratelli e agli sposi il  segno
    del  combattimento.  Si  combatteva e si vinceva tosto in Sicilia.  E,
    pochi giorni dopo,  in Francia.  E,  pochi giorni dopo,  nell'antico e
    inviolato nido della schiavit, in Vienna. Si vinceva senza combattere
    a Baden,  a Stoccarda,  a Monaco, a Buda. Era una guerra sola, un solo
    nemico, dovunque vigilante,  dovunque armato,  dovunque a fronte degli
    inermi;  e  il  premio della vittoria era da per tutto il medesimo: la
    libera parola;  giudizi  in  pubblico;  le  finanze  palesi;  la  fede
    reciproca  fra  governanti e governati.  Qua il principato ereditario,
    col un comitato elettivo;  l chiamano la "repubblica" e il  "regno",
    come d'opinione,  di tradizione,  di forma;  ma, in sostanza, la "cosa
    pubblica" per tutti e da per tutto.
    Da per tutto ove il terremoto politico scoteva il suolo,  si vedevano,
    come talpe snidate,  sbucare dai loro nascondigli gesuiti, rosminiani,
    ignorantelli, pettegole del Sacro Cuore, abbandonando ai vittoriosi le
    ricchezze male acquistate e le vestigia  d'un'arcana  morale.  Da  per
    tutto le polizie si mostravano impotenti,  ignare,  cieche, ostinate a
    cercar  fra  le  tenebre  le  cagioni  di   quel   moto   che   veniva
    dall'universal  luce  del  sole;  da  per  tutto la diplomazia restava
    confusa e scornata;  da per tutto cader le baionette,  e svanire  come
    bolle di sapone e trastullo di ragazzi le bombe.
    Senonch, in questo conflitto di lingue, ogni popolo s'accorse d'avere
    la  sua;  ogni nazione colse la coscienza di se medesima;  comprese il
    segreto  del  suo  essere;  vide  che  "la  libert  delle  altre  era
    condizione necessaria alla sua".
    E  allora,  in  tutte,  un  pari odio contro il vecchio astuto che col
    ministerio del bastone rimoveva quell'immenso guazzabuglio di gente  e
    di cose.
    Onde  sulla  piazza  della  Corte,  a  Vienna,  si  videro nella folla
    tedeschi e polacchi, italiani e boemi, magiari e dalmati muoversi allo
    stesso assalto,  come se avessero una sola patria;  si ud  vociferare
    nello  stesso  tempo:  "Viva  l'Italia" e "Viva la Polonia",  "Viva il
    Tirolo" e "Viva l'Ungheria".  Ognuno voleva esser se medesimo;  ognuno
    voleva serbar nitidi e vivaci i colori della sua bandiera;  ma non nel
    contrasto dell'odio e della reciproca servit,  bens nella pura  luce
    della libert e dell'amore.  Viva Pio Nono,  che getta fra le genti il
    segno di questa pace! S,  ognuno abbia d'ora in poi la sua lingua,  e
    secondo  la lingua abbia la sua bandiera,  abbia la sua milizia: "guai
    agli inermi!" Abbia la sua milizia;  "ma la rattenga  entro  il  sacro
    claustro della patria", affinch l'obbedienza dei popoli sia spontanea
    e  legittima,  e  quindi debba serbarsi legittimo e giusto il comando.
    Oltre al limite del giusto non v' pi obbedienza.
    Queste patrie tutte libere, tutte armate, possono vivere l'una accanto
    all'altra,  senza nuocersi,  senza  impedirsi.  Anzi,  nel  nome  d'un
    principio  comune  a tutte,  possono avere un pegno di reciproca fede,
    un'assicurazione invincibile contro ogni forza che le minaccia.
    Dio santo!  quale immensa colluvie  d'eserciti  copriva  l'Europa!  In
    molti  luoghi,  non  l'uno,  non  il  due,  ma  il tre per cento delle
    popolazioni: erano pi di due milioni di soldati,  divoranti  in  ozio
    forzato  le  fatiche dei poveri fratelli;  la pi parte trasportati in
    terre straniere,  comandati in lingue altrui,  per  derisione  armati,
    prigioni  carcerieri  d'altri prigioni.  Diecimila gendarmi,  nel solo
    regno di Napoli,  spaventavano notte  e  giorno  i  popoli;  pattuglie
    zoccolanti  la  notte  per le strade rompevano i sonni del giusto;  le
    madri e le spose spiavano alla  finestra  tremando  se  lo  sciagurato
    drappello  oltrepassava  la  porta.  Tutta  irta  di  lance cosacche e
    tartare l'inerme Polonia.  Luigi Filippo aveva  chiuso  Parigi  in  un
    cerchio di ferro;  e, postosi la chiave in tasca, attendeva a spartire
    tra i guardiani e i prevaricatori la mercede della pubblica vergogna.
    Tutte queste forze, tutte queste arti,  sono dileguate come nebbia.  I
    soldati erano maschere di nemici; non erano pezzi di ferro fuso, erano
    uomini; erano parte di popolo, parte centesimale di popolo; e, gettati
    come gocce d'acqua sopra la tazza,  vi si confusero, facendola colma e
    traboccante.
    Con quanta sapienza di  geografia  e  di  linguistica,  non  si  erano
    trasposti  i  soldati  italiani in Vienna,  i tedeschi in Ungheria,  i
    tedeschi,  i polacchi,  gli ungheri,  tutti i popoli  dell'impero,  in
    Italia! In questo nodo gordiano, in questo intreccio d'odii nazionali,
    le nazioni non si dovevano mai confondere,  anzi dovevano provocarsi e
    attizzarsi a una vita di sospetto e di  rabbia.  Alcuni  accusarono  a
    torto la politica metternichiana d'aver voluto germanizzare l'Italia e
    la  Polonia.  Se  per  una  qualche  magia  l'impero  si  fosse potuto
    germanizzare,  ci vuol dire che la lingua dei soldati  e  dei  popoli
    sarebbe  divenuta  una  sola  al  di  l  e al di qua delle Alpi e dei
    Carpazi. E,  allora,  come porli a fronte?  come rendere insensibili i
    soldati  all'amore  e alle lagrime dei popoli?  Oh no;  le nazionalit
    dovevano,  come fili di vario colore,  intrecciarsi senza confondersi;
    dovevano  accostarsi,  per  prendere nell'opposizione maggior vigore e
    contrasto.
    Il nome germanico non era stato mai  cos  odiato  in  Cracovia  e  in
    Venezia:  la  germanizzazione  diveniva  ogni  giorno pi ripugnante e
    impossibile.  E poich sotto il mantello officiale della lingua latina
    in  Ungheria  le  differenze  della  gente rimanevano dissimulate,  si
    promosse a poco a poco e con affrettata rotrosa  che  la  lingua  dei
    magiari  fosse  imposta  come  lingua  officiale anche agli slavi,  ai
    rumeni,  ai sassoni.  E quindi eccitate in seno  all'Ungheria  e  alla
    Transilvania  discordi  nazionalit;  impedita per tanto l'insensibile
    fusione che il commercio e il tempo tacitamente avrebbero  addutto  in
    quel  caos  di  popoli,  accozzati e non associati ancora.  "Divide et
    impera".
    Non si vedono nella Svizzera e  nel  Belgio  diverse  lingue  esistere
    senza  odii,  in  una sola provincia,  in un sol cantone?  Non gi che
    questo  associarsi,   in  qualunque  modo  che  i  tempi   vollero   e
    predisposero,  debba dividerci "da chi pi ci somiglia", ma diremo che
    il tempo potr indurre pacifiche e volontarie combinazioni che rendano
    sempre pi semplici le cose,  e "pi conformi alle preparazioni  e  ai
    decreti della natura". Ma godiamo frattanto i doni del tempo presente,
    riservando il futuro al futuro.
    Intanto, "consigli concordi e mani armate".
    "Il paese deve essere del paese".
    Viva l'Italia! Viva Pio Nono! (Scr. pol. 1, 122, 125).

    Quando la rivolta assunse ampie proporzioni, e il popolo armato inizi
    la  sua  eroica  difesa contro le preponderanti forze degli austriaci,
    Cattaneo sent che urgeva por  termine  alle  discussioni  e  prendere
    attiva parte all'azione liberatrice.
    Il prudente teorico della confederazione austriaca si trasformava cos
    nella  figura  pi  originale  e  pi  vigorosa  delle cinque giornate
    milanesi,  e,  mentre il podest Gabrio Casati esitava a uscire  dalla
    legalit per proclamare il governo provvisorio, Cattaneo, con un gesto
    di  audace  fermezza,  costituiva quel consiglio di guerra che dava un
    nuovo impulso e nuova forza alla lotta popolare.
    A nome del consiglio di guerra e contro il parere dei moderati che, in
    attesa degli aiuti di Carlo Alberto,  erano disposti a  temporeggiare,
    Cattaneo  rifiutava,  nel  terzo  giorno  della  lotta,  un armistizio
    proposto dal Radetzky:

    Verso il meriggio del terzo d,  un parlamentario venne  scortato  dai
    cittadini al Consiglio;  era un maggiore de' Croati,  Ottochan;  credo
    quello stesso Sigismondo Ettingshausen che poscia tratt  la  resa  di
    Peschiera. Decoroso della persona, e ravvolto poi nel mantello come in
    atto  di farsi ritrarre,  ei dichiar che il generalissimo Radetzky lo
    mandava a rilevare quale fosse la mente dei  magistrati  della  citt.
    Ci  udito,  noi lo indirizzammo nella sala ov'era la municipalit coi
    nuovi suoi  collaboratori.  Dopo  un  quarto  d'ora,  il  Casati  fece
    invitare  noi  pure  a prender parte al colloquio;  e avendoci esposto
    come il generalissimo,  cedendo a un senso d'umanit,  avesse dato  al
    maggiore  l'incarico  che  si    detto,  aggiunse  che  il  municipio
    proponeva un armistizio di giorni quindici; il quale intervallo pareva
    necessario, affinch il maresciallo potesse far conoscere in Vienna il
    nuovo stato delle cose,  e ottenesse le facolt di fare  le  opportune
    concessioni.   Casati,   intendendo   dunque   che   il  generalissimo
    consegnasse nelle caserme tutti i soldati,  e impegnandosi  dalla  sua
    parte a far desistere dal combattimento i cittadini, desiderava sapere
    se  il  Consiglio  di  Guerra  volesse  a tal uopo interporsi presso i
    combattenti.
    Esplorato con uno sguardo l'animo de' miei  colleghi,  mi  rivolsi  al
    conte  Casati,  facendogli  considerare  che  non  mi  pareva  gi pi
    possibile distaccare i combattenti dalle barricate. Casati rispose che
    lo si potrebbe ottenere a poco a poco. Gli domandai allora se, dato il
    caso lo si potesse,  eravamo ben certi che la prima notte che  avremmo
    dormito nei nostri letti, non saremmo tutti sorpresi e appiccati.
    Il maggiore,  mostrandosi offeso,  m'interruppe dicendo: "Signore, non
    contate voi per niente l'onor militare?".  "Credete voi,  signore,  io
    gli  risposi,  che  l'onor  militare  ci  assicuri dalla polizia e dal
    giudizio statario?  Chi pu dire che le ostilit sospese non vengano a
    ripigliarsi da un momento all'altro,  per fatto proprio d'un soldato o
    d'un cittadino?  Dopo aver  provato  le  primizie  della  vittoria,  
    difficile  che  i  cittadini  si  rassegnino  a soffrir pi a lungo la
    presenza dei soldati stranieri.  E' gi il terzo giorno che  il  tocco
    delle nostre campane chiama all'armi il paese intorno;  il fragore del
    vostro cannone deve essersi udito fin dentro la frontiera  svizzera  e
    piemontese. Senza dubbio, in questo istante i nostri amici sono in via
    per soccorrerci;  assediati come siamo nel centro della citt,  non ne
    abbiamo certo notizia;  pure dall'alto dei  campanili  scorgiamo  moti
    insoliti.  E  ben  certo  ad  ogni  modo  che il suono a martello deve
    giungere d'un campanile all'altro, sino ai confini del regno. Se, data
    la  parola   dell'armistizio,   vedessimo   poi   le   vostre   truppe
    approfittarsene  per  piombare  al di fuori sui nostri amici,  noi non
    potremmo rimanere testimoni impassibili,  senza esser chiamati vili da
    loro;  n potremmo uscire a soccorrerli,  senza esser chiamati perfidi
    da voi.  Signor maggiore,  una delle  due:  o  il  combattimento  deve
    continuare  su  tutta  la  superficie  del paese: o l'incendio si deve
    spegnere allo stesso tempo dappertutto, col separare dappertutto i due
    elementi nemici.  Se il vostro maresciallo  veramente mosso da  senso
    d'umanit,  una  cosa sola pu fare;  pu lasciare nel regno i soldati
    italiani,  che formano  una  parte  considerevole  del  suo  esercito;
    condurre  fuori  del  confine tutti gli altri.  I soldati italiani,  i
    gendarmi e le guardie civiche sono ben pi che non bisogni a conservar
    l'ordine, sino a che arrivino le nuove istruzioni da Vienna."
    Il parlamentario facendo allora un atto di sdegno: "Come, Signore!  mi
    disse,  volete  che  un  maresciallo  con  cavalleria e artiglieria si
    ritiri inanzi ai cittadini?"
    "Mi pareva, io gli risposi,  che non mi aveste parlato d'operazioni di
    guerra,  ma  di  misure  di  pace  e  di  conciliazione,  che sono poi
    suggerite al vostro maresciallo  anche  dai  veri  interessi  del  suo
    governo.  Se  nella  settimana  passata  egli  riput opportuno di far
    partire i granatieri italiani,  egli pu trovare egualmente  opportuno
    in questa settimana di far partire i granatieri ungheresi e richiamare
    gli  italiani.  Si tratta solo di un cambio di presidii;  il quale pu
    ben essere divenuto convenevole per effetto  dei  grandi  e  impensati
    avvenimenti;  poich  le  ultime  novelle  di  Vienna  sono tali,  che
    l'autorit militare ha il diritto,  anzi il  dovere,  di  riformar  le
    misure   pocanzi  prese.   Quei  ministri  che  avevano  comandato  di
    mitragliare e bombardare senza riguardo al sesso e  all'et,  sono  in
    questo  intervallo  caduti.  Come  mai  gli  ordini che hanno lanciato
    allora, potrebbero vincolare adesso il depositario di un'alta autorit
    militare? Certo, che s'egli non ne sospende l'adempimento fino a che i
    loro successori abbiano parlato,  forza dire che non pensa punto alla
    gravissima responsabilit che si assume."
    Il maggiore ripet con molta gravit ch'era sempre "una ritirata".
    "Chiamatela pure, se vi piace, una ritirata; tanto meglio,  se,  colla
    scusa d'un mutamento di massima,  avete occasione di fare una sicura e
    onorevole ritirata. Il grido d'allarme e la campana a martello avranno
    fra poche ore sollevato tutti i popoli sino alle  Alpi.  Essi  possono
    intercettare  le  gole  dei  monti,  che senza il loro aiuto in questa
    stagione non si passano;  essi possono tagliarvi ogni ritirata e  ogni
    soccorso.  Al  contrario,  col  separare  i due elementi nazionali gi
    divenuti irreconciliabili,  il  vostro  generalissimo  potr  vantarsi
    d'essere  entrato  nel nuovo ordine europeo,  e di conformarsi ad alte
    ragioni  di  Stato;  e  frattanto  in  verit,  avr  salvato  il  suo
    esercito."
    Durante  tutto  questo diverbio,  il tetro volto del podest Casati mi
    accennava profonda ansiet e riprovazione.  Sempre ciecamente persuaso
    che  bastasse  acquistar  tempo  a  Carlo Alberto d'arrivare in nostro
    soccorso,  quando in fatti poi Carlo  Alberto  non  si  mosse  se  non
    dopoch  fu ben certo della nostra vittoria,  egli si lagnava che noi,
    pocanzi contrari al combattimento,  ora fossimo cos poco propensi  ad
    arrestarlo.   I   suoi   collaboratori   mostravano  tutti  la  stessa
    persuasione.  Ma io mi vedeva secondato dai miei colleghi,  e da molti
    giovani  che a poco a poco si erano messi nella sala,  tutti ansiosi e
    frementi che si volesse porre inciampo a un combattimento vittorioso e
    si desse alla polizia il tempo di  raccapezzarsi,  e  di  tesserci  un
    tradimento.
    Entr  in  quell'istante  un  prete della chiesa di San Bartolomeo,  a
    ragguagliarci  che  gli  Austriaci  vi  avevano  trucidato  allora  il
    predicatore quaresimale,  e commesse altre enormit.  Il maggiore, che
    stava appunto vantandoci l'umanit e il buon volere de' suoi, ne parve
    assai turbato,  e si volse  a  interrogare  il  prete.  Frattanto  gli
    astanti  si  raccoglievano in crocchii,  caldamente disputando intorno
    all'armistizio.  Ci vedendo Casati richiese il maggiore  che  volesse
    ritirarsi nella sala vicina, affinch i cittadini potessero deliberare
    fra loro della risposta.
    Il  maggiore,  sedendo  nella  sala  del  Consiglio di Guerra,  mirava
    attonito quella giovent che in folla entrava e che al vederlo col, e
    all'udire la cagione della sua  venuta,  prorompeva  unanime  nel  pi
    sdegnoso biasimo d'ogni tregua.
    Dopo  un quarto d'ora,  Casati fece rientrare il parlamentario,  e gli
    disse: "Signore,  non  abbiamo  potuto  metterci  d'accordo.  Vogliate
    dunque  rappresentare  a  Sua Eccellenza,  da una parte,  i sentimenti
    della municipalit, dall'altra, quelli dei combattenti, affinch possa
    prendere in conseguenza  le  sue  risoluzioni".  Fu  ben  dolorosa  la
    meraviglia che a tutti i presenti cagion quella dichiarazione, in cui
    la municipalit pareva separare la sua causa dalla nostra.
    Il  maggiore  prese  allora  congedo.  Sceso sotto il portico sost ad
    aspettare che gli si bendassero gli occhi. Ma non fu fatto;  non parve
    esservi  cosa in citt che fosse prezzo dell'opera celargli.  Commosso
    visibilmente da quanto aveva  veduto,  strinse  la  mano  ad  uno  dei
    cittadini  che  lo avevano accompagnato,  dicendogli col suo straniero
    accento "addio, brava e valorosa gente". Da un'intera generazione, era
    quella forse la prima volta che uno straniero diceva al nostro  popolo
    una parola di giustizia. ("Insurrezione di Milano", pagine 38-42).

    Il  giorno  seguente il Cattaneo opponeva un nuovo rifiuto ad un'altra
    proposta austriaca di armistizio.  Poco  tempo  dopo  gli  insorti  si
    trovavano  di  fronte  ad  un  nuovo  e pi grave problema.  Un agente
    albertista,  tale Enrico Martini,  riuscito a penetrare  nella  citt,
    chiedeva come condizione per l'intervento armato di Carlo Alberto,  un
    atto di dedizione della Lombardia  al  governo  del  re  di  Sardegna.
    Cattaneo, ancora una volta, si opponeva:

    ...apparve  in  seno  alla  assediata  citt  il conte Enrico Martini,
    inviato allora del re Carlo Alberto a noi, come, poche settimane dopo,
    fu inviato nostro a Carlo Alberto.
    Il Martini doveva dirci che,  se volevano solamente far dedizione  del
    nostro paese a quel re, l'esercito suo verrebbe immantinenti in nostro
    aiuto; si trattava dunque di costituire subito un governo provvisorio,
    che  potesse  indirizzargli  una  dichiarazione  valevole.  Ed ecco il
    Consiglio di  Guerra  invitato  un'altra  volta  dal  conte  Casati  e
    collaboratori  a  dire il suo parere.  E' chiaro che la politica della
    municipalit ci dava  quasi  pi  faccende,  che  non  la  guerra  col
    maresciallo Radetzky.
    Prendendo  la  parola per i miei colleghi,  dissi che il paese era dei
    cittadini;  che toccava a loro disporne come intendevano;  che nessuno
    aveva facolt di darlo,  senza il voto loro,  a chicchessia.  Ora, non
    era quello il momento di chiamarli a  siffatte  votazioni.  Intenti  a
    difendere  loro e le famiglie,  non potevano in quell'istante lasciare
    il combattimento  per  dedicarsi  alle  deliberazioni  politiche.  Era
    altres  probabile  che  sorgessero  a  tal  proposito  dispareri,   e
    fors'anco gravi dissidi.  "Signori,  il giorno della  politica  non  
    questo;  abbiam  trovato  intempestivo  il pronunciare ieri l'altro la
    repubblica;  non  meno  intempestivo  il  pronunciare  quest'oggi  il
    principato.  Dacch  Dio  ci  manda  la libert,  teniamola almeno per
    qualche giorno.  Vi  dunque cos molesto d'essere,  una volta in vita
    vostra,  padroni di voi? Iniziate l'era novella col rispetto a tutti i
    diritti e a tutte le opinioni,  e col rispetto  anche  alle  illusioni
    generose  della giovent,  almeno fintanto ch'essa sta combattendo per
    voi.  Quando l'avranno finita col nemico,  quando la causa sar vinta,
    allora  vedremo.  Allora  potremo,  come  negli  altri  paesi  liberi,
    dividerci in quante mai parti vorremo."
    I servili tornarono allora a rammentarmi il difetto delle munizioni  e
    l'insufficienza generale delle forze. "Ci dimostra, io dissi, che non
    occorreva  spronare  con tanta fretta il popolo a una sollevazione per
    cui nulla si era preparato.  Il Consiglio di Guerra vide  cos  chiara
    questa   insufficienza,   che  fin  dal  primo  istante  parl  sempre
    dell'Italia.  E' necessario  avere  tutta  l'Italia;  e  forse,  nella
    presente  scompagine  delle  sue  forze,  potrebbe  non  essere ancora
    sufficiente all'impresa.  Ora,  se noi cominciamo a darci al Piemonte,
    non potremo avere con noi gli altri Stati d'Italia.  Torner, l'antica
    storia dei re longobardi e dei duchi di Milano, che misero in sospetto
    e inimicizia tutta la penisola."
    Mi risposero allora che la  rimanente  Italia  non  poteva  apportarci
    soccorsi ben pronti n considerevoli,  che il re Carlo Albero era alle
    nostre porte;  ed era necessit metterci in sua mano se  non  volevamo
    sopportar  soli tutto il peso della guerra.  Io risposi: "Se con Carlo
    Alberto volete far patti,  non  il momento;  sarebbe come  il  povero
    alla porta dell'usuraio. Se volete darvi senza patti, nessuna maggiore
    imprudenza.  Come  mai  fidarvi  a  un  principe che vi ha gi traditi
    un'altra volta,  e che in questo momento medesimo vi lascia qui  sotto
    alla mitraglia?  E infine siete stati contenti d'esservi dati nel 18I4
    alla casa d'Austria?".
    Tutti  m'interruppero  con  somma  veemenza,  dicendomi  che  la  casa
    d'Austria era straniera.  "S, straniera ma allora non ci avete voluto
    badare,  come adesso non  badate  a  molte  altre  cose.  Signori,  le
    famiglie regnanti sono tutte straniere. Non vogliamo essere di nessuna
    nazione; si fanno interessi a parte, disposte sempre a cospirare cogli
    stranieri  contro  i  loro  popoli.  Io ho ferma credenza che dobbiamo
    chiamare all'armi tutta l'Italia, e fare una guerra di nazione. Se poi
    il vostro Carlo Alberto sar il solo che  venga  a  soccorrerci,  avr
    egli  solo l'ammirazione e la gratitudine dei popoli;  e nessuno potr
    impedire che il paese si unisca. In ogni modo  inutile che voi glielo
    diate; perch, s'egli vince, il paese resta suo;  e se non vince,  non
    sar mai suo, nemanco se glielo aveste a dare cento volte."
    La  discussione si accalor;  lascio a ciascuno degli interlocutori la
    briga  di  ricordare  qual  parte  vi  prese,  poich  vedendo  quanto
    stringesse  di percorrere,  se pur si poteva,  la fazione servile,  mi
    ritrassi  con  Cernuschi   (1)   in   angolo   appartato,   per   fare
    immediatamente  un  appello  a tutta l'Italia,  e dare a Carlo Alberto
    alleati, da frenarlo se si poteva,  e da proteggere la nostra libert.
    Far di pi io non sapeva, oscuro cittadino quale era e tratto dal caso
    troppo  lontano  da  quella vita nella quale solamente le forze mie mi
    concedevano di servire alla patria.
    "La citt di Milano,  per compiere la  sua  vittoria  e  cacciare  per
    sempre  al  di  l  delle  Alpi il comune nemico d'Italia,  dimanda il
    soccorso di tutti i popoli e principi  italiani,  e  specialmente  del
    vicino e bellicoso Piemonte."
    Mentre  si  stampavano  queste  brevi  righe,  da  spargersi tosto coi
    palloni,  ne facemmo correre alcune  copie  manoscritte;  e  in  pochi
    momenti  le  presentammo  alla  municipalit,  colle  firme  di  forse
    duecento cittadini.  Il Casati rimase allora assai  perplesso.  E  pel
    momento  non  si  arrese  al  Martini,  che  lo incalzava a dichiarare
    immantinente un governo provvisorio,  che facesse la dedizione a Carlo
    Alberto.
    Frattanto   il   conte  Giulini,   che  si  era  messo  allora  fra  i
    collaboratori del municipio, aveva scritto un umile e flebile invito a
    Carlo Alberto,  perch avesse la misericordia  di  salvare  Milano  da
    quella   razza  che  l'aveva  altre  volte  distrutta.   Attraversando
    l'anticamera,  ov'egli leggeva a  un  crocchio  il  suo  scritto,  gli
    domandai di qual distruzione parlasse: "Come vuole,  signor conte, che
    gli Austriaci possano ormai distruggere una citt,  nella quale appena
    possono  reggere  per  qualche altra ora?".  "Ma si pu sempre temere"
    egli mi rispose.  "Non  luogo,  gli dissi;  non v' altri in tutta la
    citt che mostri paura." Egli rimise docilmente in tasca la supplica.
    Poco  di  poi,  penetr nella nostra cameretta il Martini,  lagnandosi
    delle dubbiezze e debolezze del Casati e del Borromeo  (2),  e  perci
    sollecitandomi  a  comporre  io  medesimo un governo provvisorio,  che
    facesse la  formale  dedizione,  dal  re  Carlo  Alberto  aspettata  e
    desiderata. "Sa ella" mi disse "che non accade tutti i giorni di poter
    prestare  servigi  di  questa  fatta  a un re?" Gli risposi che il far
    servigi ai re non era cosa di mia portata;  e che del resto io  teneva
    fermo doversi invitare tutta la nazione;  era da molti secoli la prima
    volta che avveniva di poter movere a  un  solo  fine  e  con  un  solo
    sentimento tutti i popoli d'Italia.  Se per ci non riesciva,  e Carlo
    Alberto restava il solo nostro alleato  e  occupava  coll'esercito  il
    paese,  ne  restava  naturalmente  padrone.  In  questo  caso,  purch
    solamente vincesse,  i cittadini coll'acquisto dell'indipendenza forse
    si  consolerebbero  della perduta libert;  ed egli potrebbe riposarsi
    sulla loro gratitudine e rassegnazione;  ma non doveva esigere  adesso
    il  prezzo  d'un  servigio  che  peranco  non ci aveva reso.  Il conte
    Martini  avendomi  allora  pregato  di  mettere  in   scritto   questi
    sentimenti, io gli diedi la lettera seguente:


    Dal Consiglio di Guerra, 21 marzo 1848.

    La  citt    dei  combattenti  che l'hanno conquistata;  non possiamo
    richiamarli dalle barricate  per  deliberare.  Noi  battiamo  notte  e
    giorno  le  campane  per  chiamare  aiuto.   Se  il  Piemonte  accorre
    generosamente, avr la gratitudine dei generosi "d'ogni opinione".  La
    parola   gratitudine    la  sola  che  possa  far  tacere  la  parola
    repubblica, e riunirci in un sol volere. La saluto cordialmente.
    Carlo Cattaneo.

    Senonch,  le sollecitazioni del Martini,  e pi ancora  la  crescente
    sicurezza   della   vittoria,   dovevano   in   breve  determinare  la
    municipalit a dichiararsi governo provvisorio.  Considerando  adunque
    che in tal caso cesserebbe in noi quell'apparenza officiale che poteva
    dare qualche effetto alla nostra opinione, abbiamo voluto raccomandare
    ancora  una  volta  ai  cittadini  la  federazione militare di tutti i
    popoli d'Italia:

    "Ormai la lotta nell'interno della citt  finita.  E'  tempo  che  le
    citt vicine si scuotano, e imitino l'esempio di questa. Noi invitiamo
    tutte  e  ciascuna  a costituire un Consiglio di Guerra,  che lasci le
    cose di consueta amministrazione ai municipii  costituiti  in  governi
    provvisorii.  Per  noi  vi    un  solo ed unico affare,  quello della
    guerra,  per  espellere  il  nemico  straniero  e  le  reliquie  della
    schiavit  da  tutta l'Italia.  Invitiamo tutti i Consigli di Guerra a
    limitarsi a questo. Ci sar grato il ricevere loro immediate novelle e
    intelligenze,  per  mezzo  di  commissarii  che  abbiano  animo  degno
    dell'impresa.  Noi  domandiamo  ad ogni citt e ad ogni terra d'Italia
    una deputazione di baionette, che venga a tenere un'assemblea armata a
    piedi delle Alpi,  per fare l'ultimo nostro concerto colli  stranieri.
    Si  tratta di ridurli a portarsi immediatamente dall'altra parte delle
    Alpi,  ove Dio li renda pure liberi e felici come noi." ("Insurrezione
    di Milano", pagine 50-54).

    Il  giorno  seguente  l'esercito  di  Radetsky  abbandonava Milano: il
    popolo aveva vinto senza l'aiuto del re:

    Il nemico s'inoltrava lento e stanco fra mille  ostacoli;  in  qualche
    luogo trov il bastione gi ingombro di piante atterrate;  spese tutta
    la  notte  a  trarsi  fuori  della  citt.  Poteva  condurre  seco  le
    artiglierie,   le  bagaglie,   i  feriti,  pi  di  trecento  famiglie
    d'ufficiali  e  d'impiegati  stranieri,  i  decrepiti  generali,   gli
    sventurati  che  il capriccio militare aveva fatti ostaggi,  e qualche
    migliaio di soldati italiani.  Molti  di  costoro  erano  stati  saldi
    contro  i  colpi  dei  fratelli;  ma  non tutti sapevano rassegnarsi a
    seguire nella fuga lo straniero.  Alle crociere delle  vie,  dove  era
    facile  sottrarsi,  i  generali  paravano  loro in faccia la bocca del
    cannone;  alla menoma esitanza si udivano gli ufficiali gridar loro: O
    avanti o morti!
    Alla  fine  il  nemico  fuggiva.  Quei cinque giorni gli erano costati
    quattromila morti.  Di quattrocento cannonieri erano avanzati  CINQUE:
    l'artiglieria era data a condurre ai cacciatori tirolesi.  Ecco ov'era
    giunto in breve quel  vecchio  provocatore,  che  colle  sue  violenze
    avendo  tratto  un  popolo  mansueto  a  farsi disperatamente ribelle,
    minacciava per barbara  iattanza  di  domarlo  con  le  "bombe"  e  il
    "saccheggio"  e  gli  altri  "mezzi"!  Egli    ben  certo  che quella
    risoluzione di  fuggire  con  un  esercito  avanti  ad  una  turba  di
    "quiriti",  con  tanto  sacrificio della superbia militare e dell'odio
    inveterato,  fu atto d'animo basso,  ma forte;  fu tanto  ignominioso,
    quanto prudente e necessario. Solo poche ore di dubbiezza, e le strade
    gli erano rotte intorno;  e Verona,  e Mantova,  ribelli come Milano e
    Venezia,  gli serravano le  porte  sul  viso.  La  vasta  Mantova  era
    presidiata da tre battaglioni,  in gran parte italiani. ("Insurrezione
    di Milano", pagina 62).

    In calce a un suo ordine Cattaneo scriveva:

    La  spada  di  Radetzky,  dopo  sessantacinque  anni  di  servizio,  
    pensionata e appesa al fianco del sottoscritto.

    I  contrasti  fra  moderati  e  democratici scoppiarono subito dopo la
    liberazione.  I democratici sostenevano la necessit di continuare  la
    guerra   contro   l'Austria   basandosi  sulle  forze  insurrezionali,
    raccogliendo i volontari che affluivano da ogni  parte,  affidando  le
    sorti  della  lotta all'entusiasmo e all'energia popolare.  I moderati
    che avevano  acquistato  la  preponderanza  nel  governo  provvisorio,
    temevano improvvise esplosioni di popolo,  nel dubbio che la lotta per
    l'indipendenza finisse per  trasformarsi  in  rivoluzione  sociale,  e
    spingevano  Carlo  Alberto  a una immediata fusione della Lombardia al
    Piemonte
    Il re di Sardegna,  antico avversario  delle  idee  liberali,  temeva,
    avanzando  rapidamente  in  Lombardia,   la  possibilit  di  un  moto
    repubblicano in Piemonte mentre  i  quadri  dell'esercito  piemontese,
    appartenenti alla nobilt tradizionalista e reazionaria,  osteggiavano
    la partecipazione dei corpi volontari alla guerra. I repubblicani e lo
    stesso  Cattaneo  venivano  guardati   con   sospetto,   accusati   di
    austriacantismo  perch  sfavorevoli a Carlo Alberto;  i loro consigli
    non erano accolti e la loro azione veniva impedita e ostacolata.
    L'esercito sardo procedeva senza  un  piano  organico  di  azione;  di
    queste  incertezze  approfittava  Radetzky  e,  dopo  che  Pio  Nono e
    Ferdinando Secondo avevano ritirato le loro truppe dalla guerra, Carlo
    Alberto era sconfitto a  Custoza.  La  Lombardia  che,  nonostante  le
    promesse  del re di discutere la sistemazione politica solo a vittoria
    ottenuta,   aveva  votato  la  sua  annessione  al  Piemonte,   veniva
    abbandonata da Carlo Alberto.
    Milano,  piena d'odio e di furore, era cos risottoposta al duro giogo
    delle truppe austriache.

    Surse l'alba del 5 (3);  la citt era preparata ad ogni  assalto;  gli
    uomini  in armi;  pronto il soccorso ai feriti,  fumavano tuttavia gli
    incendi intorno alle mura.  Ma il cannone taceva.  E una  taciturna  e
    tetra agitazione pervadeva i battaglioni del re.
    Verso  le  nove  furono  chiamati  in  casa  Greppi  (4) al Giardino i
    municipali; poscia,  a richiesta loro,  il comitato di difesa e i capi
    della guardia nazionale.  Trovarono entrando il conte Resta, che colle
    lacrime agli occhi accenn loro confusamente  di  gravi  calamit.  Ma
    nell'anticamera,  ov'erano Salasco, Pareto, Bava, Olivieri (5) e altri
    sifatti, trovarono straordinarie cordialit,  e sorrisi,  e strette di
    mano.  Poscia  Olivieri  si  mise placidamente a dire come il re,  per
    difetto di denaro e di viveri e munizioni,  e per "salvare" la  citt,
    avesse capitolato;  perloch facevano loro sapere che l'esercito regio
    si ritirerebbe al di l del Ticino; e un'ora prima d'uscire di Milano,
    metterebbe il nemico  in  possesso  d'una  delle  porte;  si  era  gi
    determinato  che fosse Porta Romana.  Quanto ai cittadini compromessi,
    il maresciallo non "garantiva nulla", non mescolandosi egli in cose di
    polizia; ma per quanto era "in lui", li farebbe trattare con equit; e
    concedeva anzi licenza che seguissero, per la via Magenta,  l'esercito
    del re, fino alle sei di quella sera.
    Mentre  tutti  stavano immoti fra lo stupore e lo sdegno,  il marchese
    Pareto soggiunse: "Gi  ben  veggono  ch'  inutile  combattere  colla
    necessit;  anche  l'intervento francese non sarebbe certo;  e in ogni
    modo non potrebbe quell'esercito arrivare,  se non fra una trentina di
    giorni.
    Restelli  (6)  disse  che  "per  un  siffatto  tempo vi erano viveri a
    sufficienza,  e in un Milano non poteva ad ogni caso non  esistere  il
    necessario  denaro".  Ma Pareto l'interruppe dicendo: "E una citt che
    attende  nel  suo  seno  un  esercito,  deve  trovarsi  sprovvista  di
    munizioni  da  guerra?".  Rispose Paolo Bassi: "Ora dimander io: come
    mai un esercito che si chiude in  una  citt  per  difenderla,  arriva
    senza munizioni?".
    Restelli allora si rivolse al generale Zucchi,  ch'erasi fatto in quei
    giorni capo delle guardie nazionali,  e disse: "Veggo ch' cosa fatta,
    e  che  dal re e da' suoi nulla pi resta a sperare.  Ma dacch Milano
    diede il primo esempio in questa guerra, ora dia anche l'ultimo.  E le
    ceneri  di questa citt coprano i nostri cadaveri!  Zucchi,  voi siete
    nostro comandante; non ci abbandonate voi?".
    Zucchi,  dimenando freddamente il capo,  rispose: "Che pro  ne  avrete
    voi,  dopo  che nelle ceneri di questa bella citt avrete seppellito i
    vostri cadaveri?".  Olivieri e  Pareto  approvarono.  Pietro  Maestri,
    Enrico  Besana  e Paolo Bonetti stettero con Restelli;  ma Paolo Bassi
    ch'era podest disse che quando il re abbandonava la citt,  conveniva
    rassegnarsi a salvarla dall'ira nemica.
    Il  maggiore  Capretti  dimand a che fossero dunque chiamati.  "Non a
    consiglio,  poich era cosa fatta.  Forse  perch  non  osando  il  re
    assumere  in suo nome la capitolazione,  volesse farli responsabili in
    faccia al popolo?" E  protest  ch'era  dovere  del  re  dichiararsene
    autore.  Al che tutti gli altri cittadini avendo aderito, Pareto disse
    che andrebbe immediatamente a parlarne al re.
    Frattanto si dimand all'Olivieri come non si fosse messa  una  parola
    per assicurare i nostri soldati e le guardie nazionali. Olivieri, dopo
    lungo circuito di parole, conchiuse poter essi seguire l'esercito come
    individui.  Capretti  gli  rispose:  "Dal  momento che fu accettata la
    "fusione",  noi abbiamo il tristo diritto,  che per  non  credo  sar
    reclamato  da  alcuno,  che  l'esercito piemontese sia tenuto una cosa
    sola col nostro e colla guardia nazionale". Olivieri disse che avrebbe
    ordinato l'esercito in tre colonne,  e avrebbe accolto  nel  mezzo  le
    guardie nazionali che volessero accompagnarlo. Capretti rispose che se
    pi  della  met  del  suo  battaglione  avesse deliberato d'andare in
    Piemonte, egli l'avrebbe seguito; ma ci non essendo, egli prenderebbe
    quella  via  che  gli  paresse  pi  opportuna  alla  sua  salvezza  e
    all'interesse  della  patria.  Olivieri  si  rivolse  allora  ai  suoi
    confratelli dicendo: "Qui  un caso nuovo;  il  maggiore  ritiene  che
    essi possano ritirarsi per quella via che pi loro piace, come sarebbe
    in  Francia.  Io  credo di no;  perch nella capitolazione  detto che
    devono seguire l'esercito piemontese, anzi,  per la strada di Magenta.
    Che ne dite voi?". E tutti gli altri confratelli risposero non esservi
    dubbio.
    Si   dimand   allora   se  il  Marchese  Pareto  non  tornasse  colla
    dichiarazione del re.  Uno dei generali croll il capo dicendo che  il
    re gi partiva. Tutti allora uscirono precipitosi.
    Il  funesto  annuncio  correva  gi sordamente per la citt.  Pure una
    scellerata dissimulazione continuava la vile commedia della difesa.  A
    mezza  mattina,  tre  ufficiali  del  genio  con  dieci  soldati della
    medesima milizia,  accompagnati dal cittadino che comandava  il  posto
    delle  guardie  nazionali  a Porta nuova,  riappiccavano il fuoco alla
    casa gi mezzo consumata di Gaetano Scotti; e stavano per ardere anche
    una  vicina  casuccia  ov'era  il  suo  scrittoio,   quando  un  altro
    cittadino,  che  sapeva  gi  per  uno dei municipali la novella della
    resa, s'interpose dicendo che si risparmiassero almeno i registri d'un
    negoziante,  massimamente dacch  il  re  abbandonava  la  citt.  Gli
    ufficiali si ritrassero bens da quella casa;  ma si volsero ad ardere
    ci che rimaneva delle scale e dei palchi delle vicine case Regazzoni,
    Castiglioni e Bellezza.
    Queste smorfie dei militari facevano parer mendace la novella gi  per
    s tanto dura a intendersi dagli ostinati cittadini. Anzi gli infelici
    che  furono  primi  a proferirla in mezzo alla plebe,  non solo furono
    gridati traditori e spie dell'Austria, ma trucidati.  Montignani,  uno
    degli  amministratori  dell'"Italia  del Popolo",  perch disse che la
    resa era ben possibile, fu preso da alcuni furibondi e gi stavano per
    fucilarlo; ed egli dimandava che lo conducessero sul vicino bastione e
    lo facessero almeno uccidere dal  nemico,  quando  un  capitano  delle
    guardie  nazionali lo riconobbe,  lo abbracci fratello repubblicano e
    lo salv;  il povero popolo guardava attonito,  e  non  intendeva  pi
    nulla.  Quelli che avevano pi ciecamente creduto, prorompevano in pi
    disperata rabbia;  erano  essi  che,  bestemmiando  al  nome  del  re,
    facevano  furibonda  calca  intorno  al  suo palazzo.  Li arringava il
    dottor  Oldini,   ch'era  albertista   e   capo   d'una   societ   di
    costituzionali  che  si  adunavano  sopra  il caff Cova,  e avrebbero
    voluto la "fusione",  ma  solo  a  "guerra  vinta".  Le  carrozze  gi
    preparate alla fuga del re furono capovolte per chiudergli il passo; i
    generali  che  si  affacciarono  alle  finestre  a dar parole,  furono
    accolti dai loro partigiani a fucilate.  Alcuni pretendono che  il  re
    medesimo toccasse al collo la scalfitura d'una palla.  Alcuni soldati,
    ch'erano sparsi per la citt con i loro parenti,  e in fratellanza col
    popolo  armato,  non  credendo  alla  resa,  colle  lagrime agli occhi
    pregavano i cittadini a  tranquillarsi  e  intender  ragione.  Qualche
    ufficiale, non meno leale, ma pi esperto delle cose della sua patria,
    si  strapp dispettosamente gli spallini,  dicendo di voler morire col
    popolo; e il popolo rispondeva:
    "Viva il Piemonte,  e infamia a Carlo Alberto!"  Era  la  voce  stessa
    ch'io  aveva  fatto  udire  nella  sala  del governo provvisorio il 24
    marzo.  Allora poteva essere una voce di salvamento:  ormai  era  vano
    strido  di  disperazione.  "Chi affida ai nemici nati della libert la
    cura di salvarla,  s'aspetti di vederla  tradita".  ("Insurrezione  di
    Milano", pagine 180-184).

    La rivoluzione del '48 non seppe giovarsi delle forze rivoluzionarie e
    contrastanti  presenti  in  quell'esercito  austriaco  contro cui essa
    lottava.  All'idea di  una  libert  universale  furono  anteposte  le
    particolari  lotte per una "solitaria indipendenza",  e proprio questa
    mancanza di unit fra i popoli oppressi,  afferma Cattaneo,  determin
    la sconfitta.

    Se  nel  1848  non si posero in atto tutte le forze rivoluzionarie del
    popolo,  non si chiamarono fuori nemmeno tutte le forze rivoluzionarie
    che giacevano nell'esercito austriaco. Ognuna di quelle nazioni, s'era
    nemica  al  nostro  nome  e alla nostra bandiera,  non era nemica alla
    bandiera sua e al nome caro a tutte, della libert. Ma nessuno si cur
    allora se vi fosse arte di sconnettere quelle  moltitudini  incatenate
    dalla  forza  al  vessillo  imperiale,  e  tutte  fra loro straniere e
    nemiche,  e  ripugnanti  a  quella  oppressiva  unit.  Gli  agitatori
    dell'Italia  non vollero,  n allora n poi,  giovarsi degli stranieri
    contro gli stranieri, rivolgere a danno dell'Austria l'arte sua antica
    di por gente contro gente.  Mentre essi inveivano contro gli stranieri
    che  potevano  essere amici,  non volevano riconoscere quei nemici che
    pur troppo non erano stranieri.
    Non cos l'Austria.  Essa ritorse contro l'unit  italiana  lo  stesso
    sforzo  che altri faceva per raccogliere sotto un sol principe diverse
    parti d'Italia;  essa ritorse contro l'unit  ungarica  quello  stesso
    moto delle nazioni che tendeva a smembrare l'imperio,  adoper il nome
    slavo per infiammare i croati e i sirmiani,  e  dividere  fra  loro  i
    boemi;  contrappose  ruteni  e  poloni,  sassoni e rumeni;  adoper il
    tricolore teutonico per trascinare  la  giovent  viennese  contro  la
    giovent  italiana stornando due pericoli in un colpo,  e distruggendo
    in un sol combattimento due nemici.
    E pur troppo cotesti tricolori che trassero  i  popoli  a  infliggersi
    tanto reciproco danno,  e a rifare coi loro odii e colle loro borie la
    potenza degli oppressori,  annunciano solo una tradizione  di  barbara
    inimicizia,  madre  d'ogni  conquista e d'ogni servit;  annunciano un
    voto di guerra perpetua,  perch dovrebbe durare finch durerebbero le
    nazioni.
    Uno  solo    il  vessillo  del  quale  non  potranno mai giovarsi gli
    oppressori:  il vessillo  di  tutti;  il  vessillo  dell'eguaglianza,
    ossia della giustizia;  il vessillo della libert e dell'umanit. Esso
    non apparirebbe straniero al soldato italiano,  n al francese,  n al
    tedesco,  n all'unghero,  n al polacco.  Esso annuncerebbe come ogni
    popolo che  combatte  per  l'altrui  libert,  combatte  per  la  sua;
    essendoch  ogni  popolo  servo    un'arme  in  pugno ai nemici della
    libert;   un pericolo perpetuo,  una  perpetua  minaccia  al  genere
    umano.
    La forza espansiva della rivoluzione fu dunque tanto minore, in quanto
    l'idea della libert universale non venne posta innanzi, ma quella pi
    angusta d'una solitaria indipendenza. E quando si considera che, di l
    a pochi mesi,  gli ungheri pugnavano contro l'Austria,  non si pu non
    deplorare quella giovanile impazienza che spinse  a  vibrare  i  primi
    colpi  appunto  contro  i granatieri ungheresi a Monforte e contro gli
    ussari ungheresi a Camposanto,  inspirando  loro  nella  vendetta  dei
    compagni  uccisi  un  sentimento  pi  forte ancora dell'odio contro i
    tedeschi.  E quando si considera che il colonnello di  quegli  ussari,
    nominalmente  intitolati  da  Carlo  Alberto  e da Radetzky,  era quel
    Meszaros che fu poi campione della libert in Ungheria, fa ribrezzo il
    pensare quale fanatica letizia sarebbe stata quella  dei  combattenti,
    se lo avessero mirato, alla fronte de' suoi squadroni, cader moribondo
    sotto un colpo delle loro carabine.
    Il  tempo  ha  svelato  questi  arcani nazionali,  celati allora dalla
    stranezza delle lingue,  e dalle odiate uniformi,  e dalla scambievole
    ignoranza,  e dall'orgoglio. No, se pesa sull'Europa una mole di tre o
    quattro milioni di soldati,  non  che la causa dei popoli abbia tre o
    quattro  milioni  di  nemici.   Nell'esercito  austriaco  non  sono  i
    quattrocento  o  cinquecentomila  soldati  che  hanno   interesse   ad
    opprimere se medesimi nel popolo;  essi sono costretti; sono servi due
    volte infelici,  su cui s'aggrava la duplice catena del suddito e  del
    soldato. La volont loro  soppressa; l'anima loro  fusa in quella di
    quindici  o  sedicimila  ufficiali;  e questi pure che sono?  se non i
    figli di dieci nazioni,  necessitati ad apparire  stranieri  e  nemici
    alle  loro  patrie,  e portare la maschera d'unit ch' il loro comune
    supplizio?
    Chi mira quei folti  battaglioni  di  forte  giovent,  splendidamente
    armati  colle  spoglie  delle  loro  nazioni,  sulla  fronte dei quali
    traluce  un  raggio  di  mal  repressa  intelligenza,   non  si  lasci
    abbagliare.  No,  il color d'una bandiera, una novella improvvisa, una
    parola,  la sola intonazione d'un cantico,  basta  a  squassare  tutta
    quella scenica ordinanza e trasmutarla in una mischia sanguinosa,  ove
    all'unica voce dell'odioso comando risponda in dieci lingue  il  grido
    della  nazionale vendetta.  Non  nemmen necessario l'urto di un altro
    esercito;  questo ha in s tutti gli elementi della  sua  distruzione.
    (Scr. pol. 1, 369, 370).

    Dopo l'insuccesso del '48,  il Cattaneo,  abbandonato l'irrealizzabile
    progetto di una costituzione federalista dell'Impero Absburgico, tende
    al completo distacco  del  Lombardo-Veneto  dall'Austria.  Ogni  stato
    italiano,  conquistato  che  abbia  il proprio regime rappresentativo,
    deve confederarsi con gli altri  in  un  patto  di  difesa  contro  le
    minacce  straniere  e  di  collaborazione  rispettosa  delle raggiunte
    autonomie.  Gi nel  1850,  ancora  sotto  l'impressione  del  recente
    fallimento, il Cattaneo poneva il problema di un assetto federalistico
    degli stati italiani.

    E  ora  vogliamo  far  cenno  di  quella unit nazionale,  a cui molti
    generosi parvero quasi posporre la libert.  Certo,  chi miri  a  qual
    mole  straniera  si  dovesse  far  fronte,  non si far meraviglia che
    sembrasse necessario contrapporvi  tutta  l'Italia,  o  almeno  quella
    maggior  parte  che  si  potesse,  e  quanto pi si potesse saldamente
    unita.  E anche in ci si vede,  come nel rimanente,  l'effetto  della
    nazional reazione contro l'artificiale centralit straniera.  Ma i pi
    andarono errati,  giudicando che la  forza  militare  si  misurasse  a
    numero  di  popolo,  e  immaginandosi d'aver finito la guerra,  quando
    fossero riusciti a stivare sotto  la  predella  d'un  trono  dodici  o
    quindici milioni di gente.
    Potevano  ben vedere come il regno di Napoli fosse il doppio quasi del
    Piemonte, e non fosse pi forte.  E il Piemonte doppio della Svizzera,
    e  non  diviso,  ma saldamente stretto in una sola mano,  e non per a
    lunga pezza s forte.  E dopo,  la cabala che si compi  colla  "farsa
    dell'Urbino" il 29 maggio (6),  il Piemonte che dettava la fusione col
    pretesto d'esser pi valido a spacciar la guerra,  si  trov  da  quel
    momento pi debole, per timore ch'ebbe Torino di perdere i vantaggi di
    regia  sede  e le briciole della regia mensa,  e per timore ch'ebbe la
    corte di non aver braccio a infrenare la improvvisa  folla  dei  nuovi
    sudditi, non ancora ben maceri e fracidi nel gesuitico lezzo. E quindi
    si lasciarono ir perdute, in giugno, le quattro provincie venete prima
    d'averle acquistate,  e in luglio,  al primo infortunio, si lasciarono
    andar perdute l'altre provincie e i ducati.  E il 5 agosto ai generali
    di  corte  parve  mala  grazia nei Milanesi che non si sottomettessero
    subito e di buona voglia ai barbari,  quando cos pareva e  piaceva  a
    Sua  Maest.  Sembrava  quasi che l'abbandonar vilmente la guerra poco
    importasse. "Chi doveva volere, non voleva". Ora il primo principio di
    forza nelle cose umane  la volont,  e non il numero degli uomini che
    da quella volont dipende. E non fu il numero dei battaglioni, che poi
    condusse,  senza  contrasto,  gli  austriaci in Mortara,  intercidendo
    l'esercito piemontese dal regno: e  che  poi  li  condusse  con  minor
    contrasto  ancora  in  Alessandria,  quando  pareva bello agli eroi di
    corte andar piuttosto a  malmenar  Genova,  perch  voleva  continuata
    virilmente  la guerra (7).  Due volte cadde il regno che aveva milioni
    di sudditi, intanto che Venezia, sola e povera, e levatasi esangue dal
    sepolcro, dur combattendo finch'ebbe pane. E in altri tempi,  Venezia
    stessa  con  angusto  dominio aveva durato contro tutta Italia e tutta
    Europa congiuratagli contro dal pontefice;  e aveva durato pi  secoli
    contro l'impero ottomano.
    Pur s'udirono tra noi molti deridere con Gioberti le repubblichette? E
    purtroppo,  per male cure di lui medesimo,  Venezia era rimasta sola e
    povera repubblichetta di centomila abitanti.  Ma aveva quell'animo che
    i  satelliti  regi non poterono infondere alla Sicilia venti volte pi
    popolosa.  "Un diminutivo non  una ragione" direbbe il savio Bentham.
    E   la   Svizzera   medesima   non    forse  un  fascio  di  ventidue
    repubblichette?  anzi,  diciam pure,  di venticinque?  E se dimani  il
    Vallese  e  Friburgo  si suddividessero come Appenzello e Basilea (8),
    forse verrebbe rimossa la cagione di qualche discordia;  e  certamente
    non perderebbe la patria un sol difensore.  Le repubblichette svizzere
    bastano alla loro difesa;  e l'Italia che potrebbe avere  dieci  volte
    pi armati,  con ben maggior riparo di lagune e di maremme, e di fiumi
    e d'isole e di fortezze e di navi, l'Italia non basta.
    Convien dunque, come facevano i nostri antichi, cercar altrove che nel
    numero il principio della forza;  riporlo soprattutto  nella  volont;
    cio in questo,  che chi comanda abbia la medesima volont, o a parlar
    pi mondano e pi vero,  i "medesimi interessi di chi obbedisce".  Non
    sono i soldati,  n le armi,  n le navi, n il buon volere del popolo
    che mancarono al re  di  Napoli  per  difender  l'Italia;  ma  i  suoi
    interessi  non  erano  quelli della nazione;  n tali erano quelli del
    papa; e cos dal pi al meno,  quelli d'ogni altro potentato d'Italia.
    E'  vano  e  puerile il lagnarsi ch'essi abbiano fatto ci che avevano
    naturalmente a fare;  come fu vano e puerile lo sperare che  avrebbero
    fatto fuor della loro natura.
    E  qui  fu  l'errore  fondamentale  di "quel ridicolo amoreggiarsi fra
    principi e popoli" nel quale "gli innamorati" erano solo da una parte.
    Qui fu l'errore dell'"iniziativa" permessa ai principi,  e del comando
    lasciato  ai  loro  satelliti.  Qui  fu  l'errore  della  "unit",  da
    conseguirsi col persuadere un principe "di codarda e fiacca natura"  a
    divenir magnanimo e deliberato. Chi  nato a far le grandi imprese non
    aspetta che altri lo consigli e lo incalzi.
    Il  numero  delle  parti  non  importa,   purch  abbian  tutte  egual
    padronanza e libert;  e l'una non abbia titolo a  far  servire  a  s
    alcun'altra,  tirandola a s, e distraendola dal nodo generale. Tra la
    padronanza municipale e l'unit nazionale non si deve frapporre alcuna
    sudditanza   o   colleganza   intermedia,   alcun   partaggio,   alcun
    "Sonderbund"   (9),   I  "Sonderbundi"  dell'Italia  son  quattro:  il
    borbonico di otto milioni e pi;  l'austriaco  di  sei,  e  se  lo  si
    considera  anche  arbitro dei ducati,  poco meno di nove;  il sardo di
    cinque o poco meno; il pontificio di tre. Queste segreganze sono tutte
    nemiche tra loro: le prime perch mirano a ingrandirsi a  spese  delle
    altre;  l'ultima,  perch sa d'essere insidiata da tutte. E cos hanno
    tutte interesse  a  guerreggiarsi,  e  godono  empiamente  dell'altrui
    sventura  e dell'altrui disonore.  Qual pi grato adulatore alla corte
    di Torino di colui che maledice al bombardator di Messina?  (10)  Qual
    pi lieto suono al re di Napoli che quello delle infamie del Lamarmora
    a Genova? (11) E cos la Sicilia maledice a Napoli; e la Sardegna e la
    Liguria maledicono a Torino;  e i popoli sono maledetti dai popoli per
    colpa dei loro padroni.
    Le discordie,  che tanto si vantano,  delle repubbliche del medio evo,
    erano  della  medesima  natura;  perch nessuno allora si era posto in
    mente di collegar le citt in nazione;  e di pi vi soffiava per entro
    il pontefice da una parte, e vi aveva braccio l'imperatore dall'altra;
    perch  i prelati e i baroni abitavano le repubbliche come forestieri,
    pronti a sconnetterle e a turbarle, non a obbedirle e difenderle. Onde
    anche le repubbliche erano costrette a  fare  come  i  tiranni;  e  si
    procuravano sicurt e potenza,  assoggettando a s le citt vicine,  e
    togliendo loro la sovranit. Pisa era nemica a Genova,  principalmente
    perch  ambedue  volevano signoreggiar la Sardegna.  Nessuno pensava a
    que' tempi che i Sardi pure erano italiani e fratelli,  e che dovevano
    unirsi alla madre Italia,  non coll'obbedire a Genova e a Pisa, ma col
    seder seco loro,  eguali e padroni,  nel congresso di Roma.  Gli  odii
    delle  repubbliche provenivano dalla conquista,  dalla "fusione",  non
    dalla "libert".
    E anche le repubbliche svizzere,  nate a caso e a caso collegate  come
    le  nostre,  avevano allora sudditi svizzeri,  e li opprimevano,  e ne
    facevan pretesto d'ambizioni e di guerre.  Ma questi sono  errori  dei
    secoli  andati;  e  ora  elle  son tutte eguali;  n alcuna repubblica
    svizzera potrebbe mai trovar modo d'imporre  i  suoi  magistrati  alla
    repubblica  vicina;  le  altre tutte si opporrebbero;  non potrebbe il
    tutto consentire che alcuna parte si frapponesse fra esso  e  un'altra
    parte; n alcuna parte avrebbe forza o speranza di riluttare al tutto.
    Con  siffatto  principio,  e colla nuova coscienza di fratellanza e di
    nazionalit che l'esperienza dei secoli e la scuola della sventura,  e
    le  ingiurie  degli  stranieri  infusero  all'Italia,  nulla sarebbe a
    temersi se fossero le repubbliche  pur  minute  come  nella  Svizzera.
    Tanto maggiore sarebbe in loro la necessit di abbracciarsi, affine di
    proteggersi in terra e in mare contro le colossali potenze del secolo,
    e  di  esercitare  il  commercio  fraterno  in  pi vasto campo,  e di
    deliberare leggi uniformi e  strade  e  monete,  e  di  accomunarsi  i
    diritti  privati,  salva sempre "la intera padronanza d'ogni popolo in
    casa sua".
    Insegn Machiavelli che un popolo,  per conservare  la  libert,  deve
    tenervi sopra le mani, ora per tenervi sopra le mani "ogni popolo deve
    tenersi in casa sua la sua libert". E poich, grazie a Dio, la lingua
    nostra non ha solo i diminutivi,  diremo che quanto meno grandi e meno
    ambiziose saranno di tal modo le "repubblichette",  tanto pi saldo  e
    forte  sar  il "repubblicone",  foss'egli pur vasto,  non solo quanto
    l'Italia, ma quanto la immensa America. (Scr. pol. 1, 268-272).

    Questa  federazione  di  stati  italiani  avrebbe  dovuto  aiutare  il
    Lombardo-Veneto e liberarsi dall'oppressione austriaca.
    La  guerra  del  '59  apparve  al  Cattaneo  come  guerra di conquista
    piemontese  e  non  come  guerra  di  liberazione  nazionale,  ma,   a
    differenza  di  Mazzini  che  limitava  con  una  serie  di riserve la
    partecipazione  alla  guerra,   Cattaneo  sosteneva  la  necessit  di
    un'adesione  totale  all'alleanza con Napoleone Terzo,  giacch solo a
    questa condizione si poteva sperare nell'abbattimento di quell'Austria
    che  costituiva  il  primo  e  pi  imponente  ostacolo  alla  libert
    d'Italia:

    In  questa  valle  di  lacrime e di sangue i popoli solo colle armi in
    pugno possono farsi stimare e farsi temere. Lasciate dunque combattere
    chi vuol combattere. Li armati e i liberi possono accettare la guerra,
    possono ricusarla. Ma i popoli inermi e prigionieri, i popoli ai quali
    un  nemico  ingeneroso  e  turpe  ha   destinato   l'infamia,   devono
    abbracciare  qualsiasi  opportunit di guerra.  Se non possono aver la
    guerra per la libert,  ebbene,  frattanto abbiano la  guerra  per  la
    guerra!  Se  uno  sa d'aver due nemici e codesti due nemici stanno per
    assalirsi, egli pu gettarsi a occhi chiusi sull'uno o sull'altro. Che
    importa? La met della vendetta in ogni modo sar fatta.
    Un solo dubbio  lecito: se due vi han mosso guerra,  e ora son nemici
    fra loro, quale fra i due vi convenga assalire.
    Or qui potete voi dubitare un istante?  Da una parte sta l'Austria. Il
    nodo  gi troncato.  Chiunque sta  contro  l'Austria,  non  badate  a
    scrupoli, con quello potete in tutta coscienza star voi.
    E inoltre da una parte sta la vostra bandiera, quella bandiera che nel
    1848 il popolo mand gi vittoriosa al re, nel cui retaggio  rimasta.
    E  inoltre  da  quella parte sta un'altra bandiera,  sorella a questa,
    madre di questa.  E fu bandiera di libert per un altro popolo,  e  fu
    sempre bandiera di lutto e di morte all'Austria;  e cacci essa per la
    prima volta il papa di Roma or son pi di sessant'anni,  e chiam essa
    per la prima volta i nostri popoli a libert.  Bandiera ad ogni vento,
    pur troppo, se voi volete, ma bandiera di popolo e bandiera sovra ogni
    altra possente e gloriosa.
    Credete voi nel finale trionfo della libert in Europa?  Avete  questa
    fede o non l'avete?  Ebbene adunque mirate al futuro e non badate alle
    fugaci nebbie del momento. (Scr. pol. 2, 168-169).

    La spedizione dei  mille,  calorosamente  incoraggiata  dal  Cattaneo,
    sembr dovesse far trionfare le idee federaliste. Il 23 giugno del '60
    Francesco Crispi invitava il Cattaneo a raggiungerlo in Sicilia ove la
    sua  presenza  sarebbe  stata  di  grande  utilit  e graditissima al
    Generale.  Ma il Cattaneo si schermiva e  cos  scriveva  al  Crispi,
    dando  consigli  e  pareri  sulla  ricostruzione politica ed economica
    della Sicilia:

    Con vero affetto vi  ringrazio  del  vostro  invito;  vi  tengo  anche
    interprete  di  quanti  costi  mi sono benevoli,  e vorrei ben potervi
    corrispondere e avere un dito anch'io nelle  cose  ammirabili  che  il
    vostro Washington (12) vi fa fare.
    Ma,  mentre mille precedenti mi vietano di venirvi a impiego pubblico,
    non vorrei poi nemmeno aver falso sembiante d'andarmene in cerca, come
    sarebbe immantinenti detto o scritto da tutta la turba dei mondani, se
    mi movessi senza manifesti motivi d'ordine privato.
    Non potendo dunque esser vostro se non da lontano,  vi dico con  tutto
    l'animo  che,  se  v'  cosa  che vi sembri io possa fare a giovamento
    della vostra isola, far quanto mi direte.
    Non so qual cerchio di sicura influenza abbiate, ma la buona volont 
    un'influenza che penetra da per tutto,  anche fra gli avversarii.  Non
    vi  stancate  di  dire  al  generale  che  non basta "saper prendere";
    bisogna "saper tenere".  Ditegli che non si fidi d'altri che di s,  e
    di chi si fa una sacra norma del suo volere.
    Vedo  che  pensate  all'educazione  militare;   va  bene.  Ma  bisogna
    allargare ancor pi le istituzioni,  e il  pi  presto    il  meglio.
    Perch  non introdurre come nel Ticino l'uso degli esercizi domenicali
    per tutta la giovent? Potrete avere armi dotte e marinai e ufficiali,
    se introducete subito i singoli rami di scienza  militare  nelle  alte
    scuole, come parte dei corsi di matematica, di disegno, eccetera.
    Ma bisogna pensare anche alla produzione.  Or dico a voi come ho detto
    agli amici sardi: la grande agricoltura  una industria, vuol mercati,
    vuole strade.  Le ferrovie non possono arrivar da per  tutto.  Bisogna
    far  subito  tutte le strade comunali.  Questo dar immantinenti nuovo
    valore a tutti i  prodotti,  e  ne  accrescer  subito  la  massa.  In
    Lombardia  le  comuni  devono  aver  speso  almeno quaranta milioni in
    cinquant'anni. Ma la Sicilia non pu aspettare cinquant'anni!
    Sarebbe da far subito un progetto generale ben  collegato  con  quello
    delle ferrovie,  affine di procedere con ordine ai lavori, cominciando
    dai rami pi importanti ed efficaci.  Poi sarebbe da fare un  prestito
    speciale:  dico  "speciale"  altrimenti  il  denaro  finir  per esser
    deviato in cose che parranno pi urgenti di questa; mentre questa lo 
    pi delle altre,  perch le aiuta tutte.  Fate  il  prestito  speciale
    dando  in  vendita  o  in  pegno le terre demaniali o comunali;  ma di
    questo io non vi posso dir nulla perch non ho dati.
    Assicurare "d'un colpo" la  costruzione  di  tutte  le  strade  rurali
    sarebbe trasformare d'un colpo magico tutta l'isola.
    Il  distribuire  le  terre incolte ai poveri soldati non avr effetto.
    Dar terra senza capitale  come dar bottiglie senza vino.  Bisogna dar
    la terra a chi ha denari; non si pu trovare interesse al denaro senza
    dar lavoro ai poveri; e questo  ci che importa.
    Sarebbe ben poca cosa,  anzi in questi solenni momenti vi parr nulla;
    ma io farei volentieri nel "Politecnico" un lavoro sulla Sicilia, come
    ne feci, or  una ventina d'anni uno sulla Sardegna.  Non capisco bene
    la Sicilia,  e me la vorrei spiegare per me e per gli altri qui;  ma i
    miei dati son pochi.
    La mia formula  Stati Uniti,  l'idra di molti capi che  fa  per  una
    testa sola.  Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa
    sua.  Le provincie sin qui annesse non sono per nulla soddisfatte  del
    governo  generale,  e  in  breve  tempo  si avranno rancori profondi e
    gravi.  I siciliani potrebbero fare un gran beneficio all'Italia dando
    all'"annessione" il vero senso della parola che  "assorbimento".  Una
    gregge non  una pecora sola.  Quanto al commercio  il cambio,  e  il
    cambio  pi  naturale  e pi vantaggioso  colle merci pi diverse e i
    popoli pi lontani.  Fate della  vostra  isola  il  porto  franco  del
    Mediterraneo; fatene un porto della vostra annessione.
    Congresso  comune per le cose comuni;  e ogni fratello padrone in casa
    sua. Quando ogni fratello ha casa sua, le cognate non fanno liti.
    Queste  son  cose  di  genere   veramente   "dittatorio",   altrimenti
    insorgeranno mille ostacoli.  Fate subito, prima di cadere in bala di
    un parlamento generale,  che creder  fare  alla  Sicilia  una  carit
    occupandosi d'essa tre o quattro sedute all'anno.  Vedete la Sardegna,
    che dopo dodici anni di vita parlamentare sta  peggio  della  Sicilia,
    poich, poco meno vasta, non ha che la met della popolazione.
    Intanto  non  vi  disanimate  per le contrariet che vi si fanno.  Voi
    guardate al vostro capo. S'egli sa prendere e sa tenere,  ormai non ha
    pi bisogno d'alcun governo;  tutti i popoli verranno a lui. Si faccia
    forte in mare.
    Fategli i miei cordiali saluti; come pure al signor Mordini.
    Siate tutti felici e amatemi. (Scr. pol. 2, 203-264).

    In seguito a nuovi  insistenti  inviti  di  Garibaldi  che  da  Napoli
    progettava  l'invio  dei suoi rappresentanti a Londra per rinsaldare i
    rapporti con gli uomini politici e con  l'opinione  pubblica  inglese,
    Cattaneo si rec finalmente a Napoli, ed ivi si trattenne - nonostante
    che  la missione a Londra fosse rimasta allo stato di progetto - senza
    alcuna veste ufficiale, dando sulle varie questioni preziosi consigli.
    Contro i cavouriani e i mazziniani favorevoli ad una unione  immediata
    con  l'Alta  Italia,  Cattaneo  sosteneva  la formazione di parlamenti
    locali che fossero garanzia di conservazione delle autonomie locali  e
    che trattassero col Piemonte le condizioni di un'Unione Nazionale.
    Ma  anche  questa  volta  la  sua  opera  doveva  risultar vana perch
    Garibaldi,   constatata  la  pratica  impossibilit  di  una  vittoria
    federalista,  cedeva,  pur  dopo  lunghe  incertezze,  alla tesi degli
    unitari.  Era il definitivo tramonto  di  ogni  possibilit  di  stato
    federalista  in Italia e Cattaneo,  stanco e sfiduciato,  tornava alla
    sua solitaria vita di Castagnola:

    E' la vita senza piaceri e senza speranze, scriveva.  Solo il continuo
    lavoro  mi  allontana  i  pensieri  tetri,  e  mi  conserva  l'aspetto
    naturalmente gioviale; ma di dentro son morto (Scr. pol. 2, 346).

    Nonostante ripetuti ed insistenti  inviti  ad  accettare  candidature,
    Cattaneo rifiut,  in seguito, ogni incarico ufficiale. Continuava con
    passione  e  fervore  il  suo  lavoro  sul  "Politecnico",  discutendo
    problemi,  rispondendo ai quesiti che gli venivano posti, collaborando
    energicamente - anche se lontano dall'azione politica - alla vita  del
    paese.
    L'unit d'Italia era un fatto compiuto e il federalismo del Cattaneo -
    senza  abbandonare  il  suo  carattere  d'intransigente  lotta  per la
    libert  -  diviene  ora,   nella  nuova  situazione,   tentativo   di
    riaffermare  contro il centralismo burocratico del governo,  il valore
    delle autonomie politiche ed  amministrative  calpestate  e  distrutte
    dall'invadente piemontesismo.
    Nella  prefazione  al volume nono del Politecnico,  dopo aver trattato
    dei  due  fondamentali  problemi  delle  ferrovie  e   dell'armamento,
    Cattaneo  espone  lucidamente  le sue idee circa l'ordinamento su base
    regionale del nuovo regno  d'Italia,  riferendosi  alle  proposte  del
    moderato  Carlo  Matteucci anch'egli fautore di un ampio e progressivo
    decentramento:

    Dopo le considerazioni del  senatore  Matteucci  sull'ordinamento  del
    nuovo  regno,  non  ci  udiremo  pi dire che in certe nostre opinioni
    siamo soli.  E perci vogliamo ripetere a certi  giornali  ci  che  a
    proposito  dei  disastri  sull'Irlanda  abbiamo  detto "a quei dabbene
    scrittori e dabbene legislatori,  che sperano,  colla  sola  assemblea
    generale  di  tutta  l'Italia,  e  senza legislazioni speciali,  poter
    trasformare d'un tratto la Sardegna o la Sicilia o lo Stato Romano".
    Qual campo o qual forma possano avere  codeste  legislazioni  speciali
    dei  singoli  stati.  coordinate  all'autorit del parlamento generale
    della nazione,   per l'Italia questione di vita o di morte,  come per
    l'America  e  la Svizzera e la Germania e la Scandinavia.  In tutte le
    popolazioni nostre s' destata la coscienza che l'attuale ordinamento,
    fatto gi per uno stato e non  per  pi  stati  uniti,  non  basta  ad
    appagare i loro bisogni e i modestissimi loro voti.
    La   dottrina  d'assoluto  accentramento,   formulata  or  sono  quasi
    trent'anni da un grande cittadino (13),  e or posta innanzi  da'  suoi
    avversarii  come cosa propria,  stringe tutta la azione legislativa in
    un solo parlamento.  Da questo,  come  nell'antica  costituzione  data
    novecento  anni  fa  dagli  Ottoni,   si  balza  senza  intermezzo  ai
    municipii,  ch'erano allora le attuali provincie.  Ma non si bad  per
    nulla   che   le  provincie  sono  da  secoli  aggruppate  in  sistemi
    legislativi,  sovra principi capitalmente diversi,  rappresentanti nei
    singoli stati della penisola e nelle tre isole ordini molto diversi di
    civilt. Perloch, mentre negli stati romani, in Sardegna, in Sicilia,
    in Corsica, sopravvivono molte tradizioni del medio evo, la Toscana in
    molte   cose,   la   Lombardia   in   molte   altre,   sono  veramente
    all'avanguardia del progresso.
    Il Piemonte, afferrando l'egemonia militare,  doveva porsi in grado di
    precedere anche coll'egemonia civile.  Ma gli uomini che si fecero per
    dodici anni arbitri delle cose,  paghi di esercitar la potenza  e  non
    curanti   di   farsene   strumento   di   progresso,   si   lasciarono
    sopraggiungere dagli eventi. Quindi la necessit d'applicare in fretta
    e in furia i "pieni poteri" a riparare i danni dell'estimata  inerzia,
    e  di  moltiplicare  gli  atti  legislativi  intantoch non vi erano i
    legislatori. Ma il Piemonte, anche addensando in sei mesi il progresso
    d'un secolo,  si trov inferiore in diritto penale  alla  Toscana,  in
    diritto  civile  a Parma,  in ordini comunali alla Lombardia;  ebbe la
    disgrazia d'apportare a popoli, come un beneficio, nuove leggi ch'essi
    accolsero come un disturbo e un danno.  Gli  assennati  riputarono  un
    vituperio  che il popolo preferisse le leggi austriache alle italiane,
    e non s'avvidero che il vituperio era che le leggi italiane  potessero
    apparir  peggiori delle austriache.  Ogni mutazione di leggi,  che non
    sia un vero miglioramento,  un danno; perch sospende il rapido corso
    delle  transazioni,   diffonde   una   dubbiezza   universale,   rende
    insufficienti  tutte  le  cognizioni pratiche,  costringe gli uomini a
    rifar da capo tutti i loro giudizi e calcoli.
    Ci che diciamo nell'amministrazione vale per l'autorit paterna,  per
    l'uguaglianza  dei  figli  nelle  eredit,  per  tutto  l'ordine della
    famiglia e della possidenza.  La riforma  che  viene  prescritta  agli
    ossequiosi  nostri legislatori non arriva ancora francamente al Codice
    Napoleonico;  il quale alla fine  gi pi antico di mezzo secolo,  n
    vi  sono penetrate nemmeno tutte le dottrine economiche di quel tempo.
    E anche noi siamo uomini; e vita nostra durante,  la ragione umana non
    ha sempre dormito; e chi crede alla ragione, deve pur credere ch'essa,
    vegliando, qualche cosa abbia trovato.
    E qui siamo condotti a mentovare ancora le considerazioni del senatore
    Matteucci sull'ordinamento del nuovo regno. Nota l'illustre scienziato
    che  ci  non  consiste  "nel  'creare'  delle provincie,  perch esse
    'esistono' e l'accentramento 'non  esiste'";  ed    ancora  segno  di
    fantasie  che vedono nella futura Italia una Francia,  anzi una China;
    ove ogni cosa ragionevole debba piovere sull'armento dei popoli da  un
    unico  Olimpo,  gi  gi  fino alla nomina del sindaco dei villaggi di
    cento anime.  Ma egli rimase  troppo  addietro  "nello  stabilire  che
    queste  provincie  o  centri,  di  trenta,  quaranta  o cinquanta mila
    abitanti o pi, esercitino le funzioni 'amministrative'".
    Prima di tutto,  se v' in Italia un ente sociale  che  si  chiama  la
    provincia  di Pisa o di Cremona,  v' anche un altro ente pi grande o
    non meno reale, che si chiama la Toscana, la Lombardia, la Sicilia.  E
    ognuno  di  codesti  stati  o  regni  uniti  non   un corpo meramente
    "amministrativo",  ma  comprende  un  intero  edificio  "legislativo".
    L'accentramento   potrebbe   modificarlo   pi   o   meno;    potrebbe
    sconnetterlo;  e mutando una parte e non un'altra che fosse coordinata
    a  quella,  introdurvi  la contradizione e mutar l'ordine in caos,  se
    nello stato medesimo non vi fosse  un  organo  legislativo  capace  di
    riparare  ad ogni siffatto disordine e di cogliere anzi l'occasione ad
    un nuovo atto di progresso.  Ma l'accentramento,  vita nostra durante,
    non potrebbe introdurre,  in quel complesso di provincie che da secoli
    costituisce uno stato,  un nuovo modo di ereditare e di possedere e di
    contrattare  e  di  vivere nella famiglia e nel comune: n senza gravi
    danni e turbamenti e sdegni.
    N crediamo che sarebbe lecito il togliere ad alcuno di codesti  stati
    quel  massimo  grado  di  progresso  che  gi  in  alcuna  cosa avesse
    raggiunto pel mero pretesto di rendere uniforme per  tutti  una  legge
    meno ragionevole e meno civile.  N crediamo che,  se in uno di questi
    stati le influenze retrograde fossero pi  tenaci  e  imperiose,  esso
    avesse  il  diritto  di costringere tutti gli altri regni a portare in
    pace il medesimo danno.  E viviamo in tempi di rivoluzione e d'ardent
    e  precipitosi affetti,  e perci  somma temerit l'imporre,  in nome
    dei pregiudizi e del regresso e della servilit,  quei  sacrifici  che
    popoli  intelligenti  e generosi possono sopportare solamente nel nome
    della ragione, del progresso e della gloria nazionale.
    Postoch  il  gravissimo  oggetto,   n  meramente  "provinciale"   n
    meramente   "amministrativo",   noi   crediamo  tanto  pi  necessario
    segnalare questo  punto  fondamentale  al  senatore  Matteucci,  e  di
    richiederlo  in  ci  del  parer  suo,  com'egli ci richiese tutti del
    nostro. Non si tratta di decentrare, perch l'accentramento ancora non
    esiste, ma di coordinare la vera e attual vita legislativa degli stati
    italiani a un principio di progresso comune e nazionale.
    "Tutto  ci  che  dev'essere  comune,   dev'essere  assolutamente   ed
    altamente   progressivo":  il  ritorno  dell'Italia  sul  campo  della
    legislazione dev'essere degno dell'antica sua grandezza e  maest.  Ma
    la  vita  legislativa  dei  vari  regni non pu rimanere interamente e
    violentemente  soppressa.  Il  coordinare  i  due  ordini  legislativi
    dell'intera  unione e dei singoli stati  problema che,  grazie a Dio,
    non   cos  nuovo  nel  mondo  vivente  delle  nazioni  come  alcuni,
    piuttosto  monmani che unitari,  vanno immaginando.  E non  opera di
    dissoluzione  e  di  discordia,   ma    necessaria  e   impreteribile
    condizione di concordia e d'amist.  A quali estremi la confusione dei
    popoli conduca,  troppo  tremendamente  si  mostra  nella  profonda  e
    cancrenosa inimicizia dei Siciliani e dei Napolitani e d'altri. Che se
    l'Austria  nel  dare  due nomi e due amministrazioni distinte al Regno
    Lombardo-Veneto,   s'immagina  di  "dividere   ed   imperare",   ormai
    debb'essersi amaramente persuasa d'aver fatto contrario cammino.
    N  ogni  stato  pu  avere  solamente un potere legislativo ogni qual
    volta  si  tratti  di   ferrovie,   di   navigazioni,   d'irrigazioni,
    d'asciugamenti, di fondazioni industriali e d'altre cose per avventura
    comuni  a  pi provincie.  Le pianure della Sardegna non si potrebbero
    ridurre ad alta cultura,  finch sovrastasse loro dai  monti  la  vaga
    pastorizia,  e  un'ordinata stabulazione non si propagasse anche col,
    come parte d'un medesimo disegno.  A ci  non  basta  votar  leggi  in
    consiglio, bisogna poter delegare mano amministrativa.
    I  molteplici  consigli legislativi,  e i loro consensi e dissensi e i
    poteri amministrativi  di  molte  e  varie  origini,  sono  condizioni
    necessarie di libert.  La "libert  una pianta di molte radici".  E'
    un fatto che, mentre la natura francese,  tanto calunniata,  si mostra
    idonea  in Ginevra e in Losanna alla pi larga e popolare libert,  le
    fu sempre impossibile conservarla  lungamente  a  Parigi  tra  l'unit
    dello  Stato  e  l'unit della Chiesa.  Quando ingenti forze e ingenti
    ricchezze e onoranze stanno raccolte in pugno d'un'autorit  centrale,
      troppo  facile  costruire  o  acquistare  la maggioranza d'un unico
    parlamento.  La libert non  pi che un nome;  tutto si fa  come  tra
    padroni e servi. (Scr. pol. 2, 275-281).

    Nel  1863,  per  dissensi sopravvenuti con l'editore,  Cattaneo doveva
    abbandonare  la  direzione  del  "Politecnico".   In  questa   lettera
    pubblicata  su  "Il  Diritto"  (1864),  egli rilevava le difficolt di
    quella riforma amministrativa del regno che, emanata il 23 ottobre del
    '59 durante la guerra e successivamente non mai modificata -  malgrado
    i ripetuti interventi - fino alla promulgazione,  nonostante generiche
    promesse  di  autonomia,   prendeva  netta  posizione  di  fronte   al
    federalismo respinto come un pericolo e pel regno e per l'Italia.

    Liberata  nel  1859  la Lombardia non aveva ancora eletto la prima sua
    deputazione al Parlamento, quando un potere dittatorio (14) vi rec la
    legge per allora sancita in Piemonte  sull'ordinamento  dei  comuni  e
    delle provincie.
    N quivi, n altrove, esso fece fortunata prova. Non appena pot dirsi
    in atto,  e gi gli autori suoi si accingevano ad emendarla.  Ma tutte
    le riforme,  sinora tentate  da  ministri  e  commissioni,  non  danno
    migliore  speranza;  discoprono sempre pi la fallacia del fondamento.
    Il che non sarebbe,  se i corretturi,  anzich spender fatica  intorno
    alla legge nuova, la quale  gi poi veramente un raddobbo d'altra pi
    infelice fatta dal primo Parlamento nel 1848, avessero piuttosto preso
    le  mosse  da  quella  che  nel  1849  rimase infaustamente abolita in
    Lombardia.
    Portava questa la data del 1816; ma nelle sue arti pi lodate risaliva
    alla met del secolo scorso. Anzi i magistrati che la promulgavano nel
    1755,  dissero di voler solamente rimettere in rigorosa osservanza gli
    ordini  antichi.  Pu dunque avvenire anche delle leggi amministrative
    ci che valse a tanto onore dei giureconsulti  romani;  ed    che  le
    formule della giustizia e della provvidenza sopravvivano al secolo che
    le   ha  pensate  e  possano  condurre  ad  altri  giusti  e  provvidi
    pensamenti.
    Agli ordini antichi dello stato di Milano si aggiunse in quella  legge
    quanto  di  meglio potevano suggerire gli ordini pure antichi,  e anco
    quasi inviolati, dei popoli toscani.
    Perrocch Pompeo Neri (15),  gi professore di diritto pubblico  nello
    studio di Pisa,  incaricato con Emanuele De Soria,  Camillo Piombanti,
    Ferdinando Forti e Giuseppe Tarantola di proseguir l'opera  del  nuovo
    censo  nello  stato  di  Milano intrapresa gi fin dal 1718,  vi diede
    compimento con una legge comunale e provinciale.  E  sulla  base  d'un
    nuovo   estimo   dei  beni,   scevro  d'ogni  "esenzione"  e  di  ogni
    "diseguaglianza", ricompose con mirabile semplicit e parsimonia tutta
    la pubblica amministrazione,  gi prima tanto intralciata da privilegi
    e arbitrii.  E qui,  alla prova d'una secolare esperienza,  si pu ben
    ripetere il detto di Schiller che "l'opera lod l'artefice".
    La nuova legge diede facolt di deliberare delle  cose  comuni  ad  un
    convocato di tutti i possessori dei beni.  Questi dovevano elegger fra
    loro una deputazione di tre;  uno dei quali doveva esser preso  fra  i
    tre  ch'entro  i confini del comune possedessero un maggior estimo.  A
    compimento poi d'una vera e sincera autorit comunale,  si  aggiungeva
    un  deputato  del  mercimonio  e  un  altro eletto da tutti coloro che
    pagassero il testatico (16).
    Codesti due rappresentanti del commercio  e  del  lavoro  non  avevano
    veramente voto diretto nelle spese dell'estimo prediale,  ma solamente
    su quella parte del contributo mobiliare ch'era  lasciata  a  sussidio
    del  comune.  La  legge porgeva loro un indiretto adito a ingerirsi in
    tutto il complesso di provvedimenti.  Perrocch il comune  non  poteva
    far uso d'alcuna particella del testatico se non quando le altre fonti
    non  bastassero  alle spese;  ultimo di tutti a pagare era chiamato il
    povero.
    Tali erano i diritti che la legge assentiva nel comune  ad  operai  ed
    agricoltori  un secolo fa!  La deputazione in tal modo eletta  gi la
    sommit dell'edificio  comunale.  Perrocch  i  deputati  dell'estimo,
    coll'intervento  di  quelli del mobiliare,  scelgono a sindaco "quella
    persona che fra gli abitanti del comune troveranno pi  idonea  e  pi
    capace della pubblica fiducia.  Essendo il sindaco,  dice la legge, il
    naturale sostituto dei deputati che, per non poter essere sempre uniti
    e reperibili,  hanno bisogno  di  una  persona  che  abbia  l'espresso
    incarico di invigilare agli affari del comune, di ricevere ed eseguire
    gli  ordini  dei  superiori,  e di far tutto quello che potrebbero far
    "essi" se fossero adunati,  sar "perci la di lui elezione rimessa ai
    deputati  medesimi",  avvertendo  per  che,  quantunque  in  "qualche
    occasione" debba egli intervenire nelle  unioni  dei  predetti  cinque
    deputati, "non avr alcun voto".
    Il  magistrato  comunale  era  sotto l'ispezione di un cancelliere del
    censo;  il quale doveva intervenire a tutte le  adunanze  dei  singoli
    comuni  del  suo distretto,  ma solamente come ricordatore delle leggi
    nonch come custode dell'archivio,  e notaro "da rogarsi di tutti  gli
    atti".  E  doveva  essere  di  nomina regia solamente fino a quando il
    nuovo censo fosse condotto "a esecuzione".  Dopo  di  che,  diceva  la
    legge  "Sua  Maest  benignamente  si contenta di rilasciare la nomina
    alle singole comuni".
    Era l'anno 1755!
    Penso  che  debbano  rimanere  stupefatti  tutti  i   credenti   nella
    burocrazia.
    I pupilli avere il diritto d'eleggersi, a maggioranza di voti, il loro
    tutore!  Avere  il  diritto  di non rieleggerlo pi,  quando,  a prova
    fatta,  non  fosse  piaciuto!   In  modo  poco  diverso,   per  quanto
    concedevano i diritti statutarii dei decurioni e le altre consuetudini
    municipali,  vennero  ordinate le amministrazioni delle citt e quelle
    delle provincie.  E un terzo ordine di rappresentanti,  non costituito
    in forma di consiglio, era poi formato degli "oratori" delle provincie
    e dai "sindaci per le liti", che risiedevano presso al governo.
    Ma  il  beneplacito  del governo non si stendeva nemmeno sul complesso
    generale  di  questo  ordinamento:   perrocch   l'ispezione   suprema
    apparteneva  al  Tribunale della Giunta del Censimento.  Il comune era
    dunque al cospetto della legge una societ di vicini,  che  provvedeva
    con certi contributi a certi servigi, e che, insieme agli altri comuni
    del  distretto,   sceglieva  persona  idonea,  la  quale  avesse  cura
    dell'osservanza delle leggi e della regolarit delle aziende. Di tutte
    le quali cose doveva poi ragione a un "tribunale".
    A questo era riservato giudicare se il cancelliere nominato dai comuni
    fosse idoneo.  E quando non fosse notaio o dottore  in  leggi,  poteva
    essere ingegnere collegiato o pubblico agrimensore "purch avesse dato
    prova della sua idoneit in qualche altra pubblica incombenza".
    Tutto era dunque ordinato puramente alla provvidenza e alla giustizia,
    e ci che sembra pi strano alla libert.
    Ed era un diritto comunale di fonte prettamente italiana.  Ora vediamo
    di  qual  fonte  venga  la  legge  di  cui  l'Italia  deve   ritentare
    l'impopolare e infelice esperimento.
    Vent'anni  dopo  che  la  legge di Pompeo Neri era in prospero vigore,
    l'illustre Turgot,  pubblicando nel 1775 quel suo "Mmoire du roi  sur
    les  municipalits"  che parve in Francia una rivelazione,  attribuiva
    con profondo senno la miseria del regno al volersi  amministrata  ogni
    cosa per mandato regio. "Votre Majest est oblige de tout dcider par
    elle-mme ou par ses mandataires".  Proponeva dunque che i comuni,  le
    provincie,  il complesso del regno,  si amministrassero con tre ordini
    di consigli elettivi.
    Turgot  non credeva dunque n al beneplacito regio n alla burocrazia.
    Ma la Francia gemeva ancora sotto il patto  di  Carlomagno,  sotto  la
    feudalit combinata dello Stato e della Chiesa; chi non era gentiluomo
    o prelato,  era rustico,  "roturier",  "vilain". E Turgot stesso, come
    pensatore seguiva la dottrina fisiocratica,  la  quale  ripeteva  ogni
    ricchezza non dal lavoro,  dal capitale,  dal pensiero,  ma unicamente
    dalla terra. Pertanto egli, fervido promotore di libert, eziandio nel
    commercio   e   nell'industria,   non   ammise   nel   comune   alcuna
    rappresentanza  del  commercio e dell'industria;  e anche per la terra
    ammise bens tutti i proprietari ma  diede  loro  un  numero  di  voti
    commisurato  all'ampiezza  dei  poderi.  Era la voce della terra,  non
    quella del comune.
    La rivoluzione francese non seppe uscire dalla tradizione dei secoli e
    dalla fede nella onnipotenza  dei  governanti.  Ai  mandatari  del  re
    successero  i mandatari della nazione.  Il furor della disciplina fece
    obliare la libert. Il popolo ebbe la terra, ma non ebbe il comune.
    Eppure nel 1804 e nel 1805, quando la guerra ebbe arrecate a noi tutte
    quante come prezioso dono le nuove istituzioni francesi,  troviamo che
    non  solo  nelle  parti  d'Italia annesse all'impero,  ma eziandio nel
    regno in fronte al quale si era serbato  il  nome  d'Italia,  tutti  i
    comuni  hanno  un  sindaco creato dal prefetto o un podest creato dal
    re.  Anzi gli stessi consigli comunali ovunque gli abitanti siano  pi
    di tremila,  sono parimenti creatura del re, e dove gli abitanti siano
    di meno,  sono creatura del prefetto.  Questa   la  nomina  iniziale;
    negli  anni  successivi le nomine devono farsi sopra le proposte degli
    stessi consigli,  ma farsi pur sempre dal prefetto o dal re.  I comuni
    possono  essere  aggregati  o  disgregati  a  voglia del ministro;  il
    prefetto pu far murare le porte della citt "per minorar le spese  di
    custodia";  a  s luminoso scopo,  la finanza anticipa i denari;  e le
    citt glieli rimborsano.  (Decr.  23 giugno,  1804).  Per altro simile
    lampo  di  scienza,  i  comuni  vicini alle mura vengono spietatamente
    incorporati alle citt, con dissesto delle famiglie e dispargimento di
    migliaia di abitanti.  Le municipalit dipendono dal  prefetto  o  dal
    vice-prefetto;   eseguiscono   gli  ordini  di  questi;   e  "in  caso
    d'inobbedienza, possono essere sospese o fatte supplire".
    L'unico  diritto  del  nuovo  comune  italiano     il   "diritto   di
    obbedienza".
    Il comune  l'ultima appendice e l'infimo strascico della Prefettura e
    della viceprefettura.  Il comune non  pi il comune. Tutto il sistema
     una finzione.
    Nel 1814 i podest e i consigli comunali del re non mossero un dito  a
    salvare  il  regno.  Alcuni  di essi accolsero gli austriaci,  facendo
    suonare le campane a festa.  Tale    la  solidit  delle  istituzioni
    burocratiche. Chi semina la servilit raccoglie il tradimento.
    Il  comune  nel  regno  d'Italia  era  cos  avvilito,  che l'Austria,
    ripristinando nel 1816 l'antico nostro diritto comunale, pot gettarci
    in fronte quell'odioso rimprovero: "Convinti dei mali che risulteranno
    dall'attual sistema d'amministrazione comunale,  ordiniamo: le citt e
    i comuni saranno ristabiliti...  nei confini che avevano... secondo le
    viste e i principi dell'amministrazione introdotta  pei  comuni  dello
    Stato  di  Milano  coll'editto  30  dicembre 1755...  Ogni comune sar
    rappresentato da un consiglio o convocato generale  degli  estimati...
    L'amministrazione  del  patrimonio sar affidata a una deputazione del
    consiglio o convocato...  Il cancelliere o suo sostituto non ha  alcun
    voto  deliberativo  e  "non  deve  punto immischiarsi" nel determinare
    l'opinione dei votanti ma, come assistente del governo,  deve soltanto
    vegliare  al  buon  ordine;  far presenti,  ove occorra,  le leggi e i
    regolamenti; e distendere il protocollo delle sedute.  Esso siede alla
    destra del presidente. Presiede al convocato il maggiore d'et che sia
    deputato. Assistono pure al convocato il deputato alla tassa personale
    e l'agente comunale, senza per averci voce deliberativa".
    Fra le antiche istituzioni di Pompeo Neri rimase soppresso nel 1816 il
    deputato  del mercimonio.  Forse si pens che supplissero le camere di
    commercio  e  la  propriet  prediale,   cotanto  diffusa   nel   ceto
    mercantile,  in  sessant'anni  di riforme e rivoluzioni.  La legge del
    1816 venne estesa a tutto il Regno Lombardo-Veneto.  Per i podest e i
    consigli comunali delle citt,  fu conservato il falso principio delle
    nomine regie, fatte sulle proposte dei consigli,  venuti essi medesimi
    da nomina regia.  E oltre le congregazioni provinciali, le due regioni
    lombarda  e  veneta  ebbero  ciascuna  una   congregazione   centrale:
    istituzione  che prevenne fra lombardi e veneti ogni molesta ingerenza
    e  ogni  naturale  gelosia.   Alle  anime  deboli  che  paventano   le
    rappresentanze regionali, rammentiamo il fatto che dalla congregazione
    centrale  di  Milano  e  dall'istituto lombardo,  ch'era pure un corpo
    regionale,  mossero nel 1848  le  prime  deliberazioni  ufficiali  che
    prelusero alla ricomposizione dell'Italia.  Tutti i plebisciti mossero
    dalle autorit regionali.  Ma la legge del 1859 escluse ogni  siffatta
    istituzione,  per  quanto  necessaria  alle  riforme legislative,  per
    quanto necessaria a riparare  le  intemperanze  dei  poteri  nomadi  e
    supplire  le  insufficienze  della  autorit centrale,  involta sempre
    nelle tenebre dell'ignoto.
    La legge del 1859 escluse  dal  voto  comunale  la  maggioranza  degli
    abitanti,  perch  ingiunse  loro  la condizione di pagare da cinque a
    venticinque franchi di  imposta  diretta.  Quella  del  testatico  era
    ingiusta;  ma era diretta;  e coll'abolizione di essa,  la maggioranza
    degli operai rimase priva di voto,  mentre,  in uno od altro indiretto
    modo, paga assai pi di prima.
    E  chi,  pagando  cinque  franchi  d'imposta diretta,  ha oggi il voto
    perch oggi la popolazione  del  suo  comune  non  oltrepassa  tremila
    abitanti, non avr pi il voto dimani, perch l'arrivo d'una famiglia,
    o  la  nascita  di  qualche bambino,  pu elevare la popolazione oltre
    quella capricciosa cifra;  o perch egli medesimo dovr trasferirsi in
    altro   comune  di  maggior  popolazione;   o  perch  il  beneplacito
    ministeriale aggregher volenti o nolenti, due comuni in un solo.
    Questa incertezza perpetua del voto necessita un nembo di  registri  e
    di  affissioni e revisioni e controversie che non hanno fine se non in
    Corte di Cassazione!  Sessanta  articoli  della  nuova  legge  versano
    intorno  a questo immenso e inutile lavoro,  quando bastava sostituire
    al principio  della  capitolazione  quello  del  domicilio.  Chi  paga
    affitto  paga,  "diretta"  o  "indiretta",  la  sua parte d'imposta al
    comune.
    Falsato il diritto comunale alla base,  falsato fino alla sommit. Il
    sindaco non  pi l'agente scelto dai deputati  per  eseguire  i  loro
    ordini  e far tutto quello che potrebbero far essi se fossero adunati.
    Nei settemila e settecento comuni  del  regno,  il  sindaco    "capo"
    dell'amministrazione  ed "uffiziale del governo" il sindaco "presiede"
    la giunta; distribuisce gli affari;  "pu delegare" le sue funzioni ad
    altri nelle borgate e frazioni; quando presiede il consiglio investito
    di  potere  "discrezionale",  ha  la  facolt  di  "sospendere"  e  di
    "sciogliere"   l'adunanza;    pu   ordinare   che   venga   "espulso"
    dall'uditorio  chiunque  sia  causa  di  disordine;  ed anche ordinare
    l'"arresto";  in caso di scioglimento un delegato regio amministra  "a
    carico del comune".
    Tutto questo  indegno della nazione.
    I  comuni sono la nazione;  sono la nazione nel pi intimo asilo della
    sua libert.
    Nel 1755,  la legge di Pompeo Neri diceva ai sudditi di casa d'Austria
    nello  stato  di Milano,  che il cancelliere del censo,  incaricato di
    conservar l'ordine  nei  convocati:  "si  opporr  alle  deliberazioni
    tumultuarie  protestando della nullit e comminando l'indignazione dei
    superiori" (art. 263).
    Quale calma di misure!  Qual decoroso e rispettoso linguaggio.  E'  la
    voce  d'un  filosofo  che parla a un popolo gi libero e degno d'esser
    libero.
    Si vuol dunque esporre la nostra legge a siffatto paragone?  In faccia
    all'Austria? (Scr. pol. 3, 74 e seguenti).

    Nel  marzo  del  1867  Cattaneo  - pressato da insistenti inviti - non
    rifiut che il  suo  nome  fosse  proposto  agli  elettori  del  primo
    collegio di Milano.  Eletto con 629 voti contro 516, si rec a Firenze
    - allora capitale del regno - senza per voler partecipare  a  nessuna
    seduta della camera,  incapace di scendere a compromessi e di prestare
    giuramento nelle mani del re.

    Firenze  bella - scriveva - ma  una vita in aria,  come quella delle
    rondini: e le rondini amano a tornare donde sono partite.  (Scr.  pol.
    3, 204).
    Tutti questi discorsi fanno male ai miei nervi;  sono troppo  vecchio;
    bisogna  che  mi  lascino partire;  non m'interesso a nulla di ci che
    succede. (Scr. pol. 3, 202).

    Ritorn cos a Castagnola,  in cerca  di  riposo  e  di  pace,  ma  la
    tristezza  di  Custoza,  di  Lissa,  di  Mentana  le occupazioni,  gli
    incarichi,  gli amici  e  i  nemici  gli  toglievano  ogni  giorno  la
    tranquillit  sognata.  Cos  scriveva  il 14 settembre 1867 a Gaetano
    Strambio;  e  traspare  dalle  sue  righe,   anche  quando  parla  con
    commozione del suo antico maestro, un senso di stanchezza desolata.

    Mio  caro.  Un  giorno  il parlamento;  un giorno  lo stato maggiore
    della massoneria,  senza esservi appartenuto mai;  un  giorno  v'  da
    rappresentare nel congresso della pace una citt,  un giorno un'altra;
    v' l'esposizione universale;  v'  il  congresso  di  statistica,  la
    societ  di  geografia,  la  benedizione  della  galleria  del re,  il
    monumento a Romagnosi eccetera. O mio caro amico,  di questo cencio di
    vita  che  mi  resta,  lasciatemi  fare  il bucato in casa mia e colla
    minima spesa.
    Ho passato (son trentadue anni) qualche notte al  letto  di  Romagnosi
    moribondo,   dopo   quindici  anni  d'amicizia.   Gli  ho  scritto  il
    testamento;   l'ho  pregato  di  lasciarvi  porre  una  riga  che   ci
    permettesse  di  scegliere  la sua fossa lungi dalle orride sepolcraie
    maledette da Foscolo.  L'ho difeso un poco  da  un  barnabita  che  lo
    insidiava;  ho invocato la protezione di un vecchio prete ch'era stato
    massone con Azimonti e con lui.  Ho sostenuto colla mia  mano  il  suo
    capo vacillante e vaneggiante.  Ho aperto sullo strato funebre del suo
    cadavere,  in  presenza  del  conte  Bolza,  la  soscrizione  pel  suo
    monumento all'Ambrosiana;  ho messo una delle mie spalle a portarlo in
    chiesa, con Giuseppe Ferrari, De Filippi e Calderini.  L'ho seguito la
    notte al cimitero di Carate;  sono andato con Luigi Azimonti a trovare
    il luogo d'un nuovo cimitero,  in un  ameno  poggio  sulla  costa  del
    Lambro; poi, poco prima di emigrare, ho visto nella cappella mortuaria
    l'altro  suo monumento,  con quelli di Azimonti e della figlia,  fatti
    sconvolger tutti, l'anno seguente, da Radetzky! Ho finito.
    I piacentini hanno pensato a fargli anch'essi un monumento; tu pregali
    di non far troppa eloquenza. Da loro, a nome mio,  che la maggior lode
    del  venerando  vecchio   quella di aver introdotto (sessant'anni fa)
    nel   "Diritto    Publico",    come    "principio    giuridico",    il
    "perfezionamento" cio il progresso deliberato e perpetuo" rompendo la
    ruota  fatale  di Machiavello e di Vico e l'eterno predominio del male
    nel mosaismo e nella  cristianit:  "Pauci  electi"!  E',  dopo  tanti
    secoli,  il  primo  passo  sulla  via di Confucio,  chiusa dai despoti
    cinesi.
    Mio caro,  salutami la tua famiglia,  i  Rosmini,  l'Antonietta  e  la
    Sofia,  gi mi sospiro (!) se pure se n'era accorta! (Scr. pol. Ep. 3,
    222-223).

    E l'antica energia lo abbandonava.  Il  1868  fu  un  anno  triste  di
    affanni  e  di  sofferenze.  Nella notte dal 5 al 6 febbraio dell'anno
    seguente, dopo giorni di delirio e di spasimi,  Carlo Cattaneo spirava
    e  l'amico  fedele  Agostino  Bertani  scriveva  a Jessie Mario questa
    lettera dolorosa e commovente:

    "Cara Jessie",
    L'"amico  morto": concedete  che  cos  soltanto  io  lo  chiami.  Il
    filosofo,  l'economista,  il  letterato,  il  valente battagliero,  il
    patriota senza macchia, il fiero repubblicano non  morto per noi. Nei
    suoi scritti, negli atti della sua vita lascia tanta copia di lezioni,
    da rigenerare l'Italia nelle credenze, negli studi, nella politica sua
    possanza.
    Ma il cuore dell'amico non batte pi; e noi non le vedremo pi aprirci
    giulivo  le  braccia  quando  lo  sorprendevamo  nel  suo   studio   a
    Castagnola; o quando, sempre premuroso per gli amici, scendeva dal suo
    colle,  e di notte, per incontrarci all'arrivo del corriere di Lugano.
    Che festa era per lui rivedere un amico in cui fidava!  E che pena  il
    vederlo  partire!  "Io  rivivo"  diceva  egli  per trattenerlo "lunghi
    giorni in voi che siete nel gran mondo, allorch venite a trovarmi,  e
    siete  cos  avari  di voi!" E in brev'ora i temi di cento discorsi da
    farsi erano abbozzati da quell'uomo s arditamente desideroso del bene
    della patria sua,  da quella vasta e lucida mente che di  ogni  grande
    progresso  e  delle  maggiori  imprese  del  secolo  fu  propugnatore,
    cooperatore e illustratore.
    Ma io vi parlo dei suoi meriti intellettuali e non  voglio  dirvi  che
    del suo affetto e del mio dolore.
    Quando,  poco pi di due mesi or sono, Cattaneo venne meco al letto di
    Mazzini allora aggravato, egli era gi sofferente, ed io che, commosso
    da quella scena di affetto e da quel colloquio,  sicch  mi  parve  un
    episodio   della  nostra  storia,   da  piedi  del  letto  contemplavo
    onestamente quei due uomini s cari all'Italia,  tremavo per  la  vita
    d'entrambi,   e  scacciavo  il  pensiero,   che  la  prepotenza  della
    professione voleva impormi,  librando quale delle due nature fosse pi
    infiacchita  e  prossima  alla  fine;  e  ripensavo  alla  miseria dei
    superstiti e raddoppiavo allora di preghiere e di sforzi a  persuadere
    entrambi  di  essere  pi  accurati  e  gelosi nel conservare la vita.
    Cattaneo non doveva fidare che nella tempra sua robusta,  nel riposo e
    in  un  regime  riparatore di una depressione incautamente praticata e
    con troppa tolleranza da lui subita.  Quella sera,  che vi  descriver
    rivedendovi,  fu  una  sera mestamente solenne per me,  ma non credevo
    allora che i patimenti di Cattaneo dovessero s presto distruggerne la
    vita.
    L'agonia di Carlo fu delle pi penose e dai moti ordinati  della  mano
    che  scorreva  lentamente  la  sua  fronte  e  tergeva  le labbia fino
    all'ultimo,  pu credersi che ancora vegliasse in  lui  la  coscienza,
    impotente a qualsiasi rivelazione.
    Quanto deve avere moralmente sofferto in quello stato!  Egli scotevasi
    alla voce mia che lo chiamava: Carlo!  Carlo!  e la mano  che  io  gli
    stringevo pot appena darmi segno dell'ultimo addio. Che pena sentirvi
    mancare  rapidamente  le  forze,  mentre  poco  innanzi  le sue ultime
    espressioni mostravano ancora l'ardore della lotta!  Le ultime  nostre
    sventure  furono  i  temi  della sua letale fantasia: Custoza,  Lissa,
    Mentana,  il macinato: tutti i mesti dolori ei comprendeva  allora  in
    quello massimo di lasciare cos desolata l'Italia!
    Fino  all'ultimo ricord di essere deputato e con manifesta agitazione
    profer spesso la parola "Parlamento".  E  mentre  cos  delirava,  un
    amico  che  ei non riconobbe,  accomiatandosi gli chiese e toccogli la
    mano per stringergliela;  a quell'atto egli si  scosse,  e  corse  col
    pensiero  concitato  al  dubbio  che  potesse  rimanere sulla sua fede
    politica; e ritirando la mano esclam: "No, io non do, io non diedi la
    mano, io non sono impegnato,  sono libero,  nulla ho promesso,  io non
    giuro";  e poi sognava della Spagna risorta e sorrideva.  Il raffronto
    lo rasserenava.
    Della sua condizione politica rimpetto ai contemporanei e alla  storia
    era  preoccupatissimo.  Ei  si  doleva  allorquando  le  sue politiche
    dottrine erano da taluni confuse  con  altre,  con  quelle  stesse  di
    Mazzini.  Una  recente  pubblicazione  del  "Gaulois",  che  recava la
    biografia dei due uomini  eminenti,  lo  aveva  colpito  negli  ultimi
    giorni,  appunto perch gli erano attribuite idee non sue,  e svisando
    il  suo  genio,   i  suoi  lavori  e  tutto  confondendo,   era  fatto
    continuatore  dell'apostolato  politico  del  Mazzini,  quando  questi
    credevasi morente forse.
    Voi ricordate la sua camera da letto che sta sopra il salottino.  Egli
    ne occupava il lato destro.  I giorni 5 e 6 di questo mese,  venerd e
    sabato,   furono  splendide  giornate.   Voi  sapete  come  sia  bella
    Castagnola,  e  come dalla finestra della sala e della camera di Carlo
    si vedesse lungo il lago la terra di Lombardia.  L'amico estinto stava
    rivolto  collo sguardo fisso agli estremi lembi della patria sua,  cui
    sembrava ammonisse colla  espressione  dolce,  ma  improntata  di  una
    seriet che imponeva.
    Dalle  finestre aperte entrava un mare di luce,  un'aura tiepida ed un
    olezzo primaverile,  che ravvolgevano il corpo dell'amico disteso  sul
    suo  letto  e vestito;  ma egli rimaneva freddo e coll'occhio immobile
    rivolto verso la sua terra.
    Io non potevo togliermi da quella camera,  da  quello  spettacolo  che
    riuniva  la  morte  e l'immortalit,  la fama e l'esempio di un grande
    cittadino, di un animo generoso e cos benevolo ad un tempo.
    In cento modi l'ho contemplato.  Lo chiamai  tante  volte  colla  voce
    dell'anima  che  evoca gli amici dalla tomba: lo baciai,  lo bagnai di
    lagrime,  gli volsi da ogni  lato  il  capo  quasi  per  iscuoterlo  e
    forzarlo  a  guardarmi,  e  fingendo un istante che mi ascoltasse,  lo
    fissai nelle  ferme  pupille  inondate  dal  sole  ma  queste  stavano
    immobili, egli era freddo, era morto.
    Se  avessi  potuto credere al miracolo,  ah!  io l'avrei atteso allora
    dalle mie strazianti invocazioni.
    Gli tagliai  un  riccio  di  capelli.  Con  ogni  mezzo  dell'arte  fu
    contrastato al tempo l'oblio della forma della sua testa s bella.  Ma
    infine fu necessit staccarsene e l'adagiai io stesso nella cassa e lo
    circondai di fiori.  Gli accomodai il berretto,  sicch l'ampia fronte
    fosse  scoperta,  gli  diedi  l'ultimo bacio e coprii con un velo quel
    volto spirante ancora tutta la  serenit  dell'anima  sua.  Infine  si
    chiuse anche su di lui il fatale coperchio.
    Io  non so dirvi altro,  cara Jessie,  perch il cuore non mi regge al
    rifarsi innanzi gli occhi quella scena solitaria e desolante.
    Lugano  per me ormai un luogo di apprensioni e di  dolore.  Un  altro
    grande  Italiano  vi  in pericolo.  E il suo bel cielo e i bellissimi
    suoi colli  mi  ritornano  alla  mente  come  funebri  arredi  intorno
    all'amico estinto.

    AGOSTINO BERTANI.


    NOTE.

    Nota  1.  Enrico Cernuschi (1821-1896),  milanese,  uno dei principali
    organizzatori della resistenza  delle  Cinque  Giornate.  Contrario  a
    Carlo Alberto, non accett alcun incarico nel governo provvisorio.
    Nota  2.  Vitaliano  Arese  Borromeo (1792-1874),  vice-presidente del
    governo provvisorio.
    Nota 3. Agosto 1848.
    Nota 4. A palazzo Greppi ove aveva posto la sua residenza il re.
    Nota 4. Salasco, Bava, Olivieri,  generali piemontesi.  Lorenzo Pareto
    (1800-1865),   ministro   di   Carlo   Alberto   nel  primo  ministero
    costituzionale.
    Nota 5. Francesco Restelli (1814-1890),  membro del Comitato di Difesa
    Pubblica.  Abbandon  Milano  il 6 agosto dopo l'ingresso delle truppe
    austriache.  Riusc a raggiungere Lugano e l scrisse l'opuscolo,  pi
    volte ristampato,  "Gli ultimi tristissimi fatti di Milano stampati da
    quel comitato di pubblica difesa".
    Nota 6. G.  F.  Urbino,  mantovano,  si pose il 29 maggio a capo di un
    tumulto  popolare  che mirava a rovesciare il governo provvisorio.  Fu
    proposta una lista di nuovi governanti nella quale figurava il nome di
    Carlo Cattaneo. Questi protest per energicamente alle accuse di aver
    preso parte al complotto.
    Nota 7. Moti insurrezionali erano scoppiati a Genova dopo la sconfitta
    di  Novara.  Il  generale  Alfonso  Lamarmora,   inviato  dal  governo
    piemontese   stronc  i  moti  sanguinosamente,   suscitando  violente
    proteste da parte del repubblicani.
    Nota 8.  I cantoni di Appenzel e di Basilea sono divisi in  due  mezzi
    cantoni.
    Nota  9.  "Sonderbund"  fu detta l'alleanza di sette cantoni cattolici
    che  si  opponevano  alla  cacciata  dei  gesuiti.   Le   truppe   del
    "Sonderbund" furono sconfitte dalle truppe federali il 7 agosto 1847.
    Nota 10. Il generale borbonico Gaetano Filangieri bombard Messina dal
    mare  dal 3 al 9 settembre 1848.  L'isola era in seguito riconquistata
    al dominio di Ferdinando Secondo.
    Nota 11. Confronta la nota 7.
    Nota 12. Garibaldi, paragonato al liberatore dell'America.
    Nota 13.  Domenico  Romagnosi  (1761-1835)  filosofo  e  giurista,  fu
    maestro del Cattaneo.
    Nota  14.  Il  governo  era  investito,  durante la guerra,  dei pieni
    poteri;  e la legge non fu approvata  dai  rappresentanti  del  popolo
    lombardo.
    Nota 15. Pompeo Neri (1706-1776) ispiratore delle riforme ai Granduchi
    di Lorena in Toscana.  Chiamato da Maria Teresa a Milano nel 1748, nel
    1755 riform l'ordinamento comunale.
    Nota 16.  Un deputato rappresentava il ceto dei commercianti,  l'altro
    tutti coloro che pagavano un imposta personale.












    SCRITTI D'ARTE DI LETTERATURA.

    Nel  programma del "Politecnico" Cattaneo invitava la cultura italiana
    ad una pi viva partecipazione agli  studi  tecnici  ed  alle  scienze
    sperimentali,  ad  un  contatto  pi  fresco  e  pi  immediato con le
    molteplici attivit che  l'uomo  realizza  nella  storia,  rompendo  i
    limiti di un angusto provincialismo.
    Da questo generale orientamento di pensiero, non andava per disgiunto
    un  appassionato  interesse  per  la  vita artistica e letteraria ed i
    saggi sul "Don Carlos" di Schiller e su "Fede e Bellezza" del Tommaseo
    rivelano, nel Cattaneo, un fine gusto critico.
    Egli visse negli anni in cui pi ardente si  manifestava  la  polemica
    fra  classicisti  e  romantici;  tent  di  porsi  al di sopra di essa
    sembrandogli che i termini del problema fossero privi di consistenza e
    di significato, mentre gli sfuggiva, per, il significato innovatore e
    rivoluzionario del moto romantico.

    Dopo aver potuto  superare  gli  anni  della  giovinezza  quasi  senza
    scrivere e aver potuto, anche poco e tardi scrivendo, rattenermi entro
    materiali e quasi febbrili ricerche intorno a strade ferrate e riforme
    legislative  e tariffe e banche,  a tale d'esser compianto dagli amici
    poeti e metafisici come uomo,  incurabilmente positivo,  mi par  quasi
    farmi  reo di lesa specialit,  se nel raccogliere in manipolo le cose
    fatte in questi dieci anni,  mi reca  tra  mano  un  volume  tutto  di
    letterarie  divagazioni.  Io  non  dir col difensore d'Archia,  "haec
    studia", con ci che segue; dir che pi d'ogni meditato proposito pu
    sull'uomo l'invito  delle  circostanze.  Fattomi  proprietario  di  un
    giornale,   bench   il   nome   che  altri  gli  aveva  destinato  di
    "Politecnico" paresse  ammonirmi  contro  ogni  seduzione  letteraria,
    tuttavia  forse  perch  la natura anco repressa torna alla prova,  vi
    lasciai trapelare tra cosa  e  cosa  qualche  spiraglio  pure  d'altri
    pensieri.  E tra quella scabra merce di locomotive e gasometri e ponti
    obliqui,  mi sfugg alcuno qua e l di  quegli  argomenti  che  "hanno
    viscere".
    In  mia  giovent  non  avrei  avuto  l'animo  di commettermi a quelle
    controversie che ardevano allora s accese intorno alla lingua e  alla
    poesia.  Prima  di tutto la giovent non era peranco cos corriva allo
    scrivere, come oggid. Poi,  quanto pi per naturale facilit d'indole
    io  versava  in amichevole e libero consorzio con uomini che seguivano
    opposte dottrine, tanto meno io sapeva spiegare a me stesso perch gli
    uni si riputassero  da  questa  parte,  e  gli  altri  da  quella.  Si
    accaloravano  molti a ripetermi ch'egli era tempo di rinnovare daccapo
    la poesia,  e raccoglierla  tutta  nella  tradizione  del  Medio  Evo,
    lasciando pure che vecchio e solo,  poich cos voleva, Vincenzo Monti
    rimbambisse nelle consuetudini della favola greca.  Ma io  vedeva  ove
    fosse questo vantato dominio della mitologia nella nostra letteratura.
    Sapeva  ancora  a  mente  parecchi  versi della "Basviliana";  e aveva
    innanzi al pensiero quel sublime modo di supplicio: correre  la  terra
    mirando il doloroso effetto dei propri falli;  il mondo dei vivi fatto
    strumento di pena e di riconciliazione al mondo degli estinti.  E  non
    mi pareva cosa dell'antichit; poich Virgilio aveva posto altro luogo
    ed altra natura di tormento:

    "tum stridor ferri tractaeque catenae".

    N  mi pareva tampoco al tutto dantesca,  ma quasi raggio spontaneo di
    non voluta originalit in uno scrittore il cui principale proponimento
    era stato  l'imitazione  di  Dante.  E  quando  parimenti  io  sentiva
    accagionare  di  cosa  troppo greca e romana la tragedia d'Alfieri,  e
    chiamarsi la giovent agli altari di nuovi idoli, del semidio Schiller
    e del dio Shakespeare, io rimanevo smemorato raccapezzando certi passi
    del  "Saul",  che  mi  parevano  scritturali  quant'altri  mai.  E  al
    contrario  ricorrendo  daccapo  Shakespeare  trovava il soprannaturale
    scaturirvi tutto dalli incantesimi,  e alli spiriti della terra e  del
    mare, e altretali reliquie dell'era celtica; onde anche tra le fosse e
    i  teschi  di  "Amleto"  non  si leva fiammella di cristianesimo n si
    potrebbe tampoco ritrarne di che fede il poeta s fosse.  N il  frate
    in  "Giulietta"  n  il legato in "Re Giovanni" sono figure introdutte
    con devota intenzione,  e forse ai giorni  di  Shakespeare  e  tra  le
    rigidi  opinioni  dei  riformatori,  il teatro con profanit tollerata
    appena,  non poteva osare di farsi interprete a  solenni  credenze.  E
    parimenti   io   non   mi   persuadeva   che  dalla  serena  austerit
    dell'Evangelio fossero derivate le adorazioni amorose dei  Provenzali,
    o le voluttuose fate dell'Ariosto, o quel tenace proposito di vendetta
    onde   sono  roventi  i  tre  mondi  del  Ghibellino.   Tutta  adunque
    quell'unit poetica da cui s'intitolavano le nuove opinioni mi  pareva
    risolversi  in estranei elementi,  i quali se si accozzarono in grembo
    al Medio Evo tengono per certo le fonti loro in pi  remote  e  oscure
    regioni.  Laonde  non intendeva come nel paragone di antico con antico
    fossero tanto a vituperare le tradizioni dei nostri padri, o se meglio
    piace,  dei nostri antecessori su  questo  suolo  italo-greco.  E  non
    vedeva perch dovessimo farci pedissequi di pensieri e d'interessi non
    nostri, affrettando frivola disistima di quelle generazioni che fecero
    le nostre citt e i nostri campi, e deposero sino nei loro sepolcri le
    vestigia  d'un  vivere cos umano e adorno,  e seppero dare s sublime
    parola a Filottete derelitto e a Didone disonorata,  e  imprimere  sul
    volto  della Niobe e del Laocoonte le note di s squisito dolore.  Non
    vedeva perch a  tanto  intervallo  di  secoli  dovessimo  levare  uno
    sguaiato   riso   contro  quelle  arcane  fantasie  che  avevano  pure
    confortati e scorti a s nobili fatti i nostri padri.  E poich infine
      pi bello figurarci sacro l'aratro ed onorato dalla mano vittoriosa
    dei consoli e dalli armoniosi insegnamenti dei poeti, che non dato con
    disprezzo da strascinare ai servi della gleba feudale.  E  perci  non
    vedeva  perch dovessimo apprenderci con unico e fanatico amore a quel
    Medio Evo,  il quale se fu l'"occasione" d'altre civilt,  fu solo  un
    interludio nella longeva vita della nostra; e non venne per noi con le
    leggi n con le arti n colla gloria delle armi e dell'ingegno, ma tra
    una  squallida bruma d'ignoranza e d'avvilimento.  E per ultimo non mi
    pareva che si potessero senza sdegno udire gli ammaestramenti  che  lo
    Schlegel  e  la Stal accompagnavano con si arrogante vilipendio della
    generazione vivente in Italia, rappresentata pure con antica grandezza
    da Volta e da Napoleone e appena  uscita  da  un'asprissima  prova  di
    valore  e  di  sangue.  Perloch  mentre  molti annunciavano in quelle
    antinazionali dottrine un'improvvisa rigenerazione letteraria,  e poco
    meno d'una redenzione, io vedeva solo una nuova onda delle transitorie
    opinioni.  Dove  il  coetaneo  sogna  e  zela subito e vasto mutamento
    d'animi e di cose,  talvolta il postero appena riconosce  compiuto  un
    passo  delle  consuete vie d'una nazione: le quali essendo preordinate
    da lontanissime e perenni e indistruttibili cause,  non si mutano  per
    s  breve  e  s tenue sforzo di pochi.  Ora sono trascorsi gli anni e
    possiamo persuaderci che la novella dote infusa da quella riforma alla
    madre Italia non fu al certo la  fecondit.  Non  apparve  peranco  un
    nuovo Goldoni che gittasse sedici commedie in dodici mesi, o riuscisse
    pi fedele dipintore del suo popolo.
    I  capolavori  riuscirono  rari  e preziosi quanto per l'addietro;  la
    potenza del vapore non entr  a  sollecitare  i  frutti  dell'ingegno.
    (Opp. 1, 3-6).

    Ogni genere letterario ha per Cattaneo una profonda corrispondenza con
    l'epoca  di  cui    l'espressione e,  come tale,   un prodotto della
    storia e del tempo. Solo attraverso un continuo richiamo alla storia e
    al suo significato, l'esame critico pu acquistare senso e validit.
    La satira, per esempio,  appare al Cattaneo come l'esame di coscienza
    dell'intera societ,  la sintesi del secolare scontento degli uomini,
    della loro avversione alla corruttela e agli intrighi di cui spesso  
    intessuta la vita sociale:

    La  satira  l'esame di coscienza dell'intera societ;   una riazione
    del principio del bene contro il principio del male;  e talora la sola
    repressione  che  si possa opporre al vizio vittorioso;   un sale che
    impedisce la corruzione; la societ non pu dirsi corrotta a pieno, se
    non quando il vizio pu riscuotere  in  pace  i  plausi  del  vulgo  e
    l'ostentarsi  maestro del vivere.  La satira appura e stringe in brevi
    linee  le  stentate  interpretazioni,   le  prolisse  istorie   e   le
    interminabili  ripetizioni della maldicenza privata.  Ci che per anni
    ed anni fu  il  pascolo  di  mille  mormorazioni  monotone,  insipide,
    codarde,  si stringe ad un tratto in forma vivace e scintillante, e, a
    guisa di razzo acceso, solca gli spazi e attrae gli sguardi; ma quella
    fiamma si nutre dell'aria stessa onde il popolo respira e vive.
    La satira, divisa dal consenso delle moltitudini, scotta ed ulcera, ma
    non d luce e cade in oblio. Fu gi notato che la audacia della satira
     fra i segnali dell'eccellenza mentale di una nazione.  I Goti e  gli
    Algerini non furono mai famosi nella commedia come i cittadini d'Atene
    e  di  Parigi.  Ariosto  e  Machiavelli  furono  egregi  derisori  del
    prossimo, in un tempo che i gran peccatori pagavano tassa e compravano
    il perdono dei poeti.
    Tra il secolo del Bibbiena e  quello  del  Goldoni  sta  il  seicento,
    secolo vuoto e fiacco,  che non ebbe tampoco la forza di ridere di s.
    La possente Inghilterra  la patria della caricatura;  ogni giorno una
    legione  di  giornali vi fa specchio inesorabile della vita pubblica e
    privata;  Sheridan vi comp l'opera,  mettendo in commedia  la  stessa
    maldicenza.  I pi illustri scrittori del secolo, Walter Scott, Byron,
    Goethe,  Manzoni,  sono tutti dipintori di caratteri,  o vogliam  dire
    scrittori  satirici:  e  chi non intinse la penna in questo inchiostro
    riesc scrittore effeminato,  floscio,  nullo,  di cui la  societ  si
    stucca,  e  il popolo non si cura.  La filosofia stessa non trionfa se
    non coll'armi della critica: Diogene,  con un pollo spennato,  confuta
    le turgidezze di Platone, Locke  una critica delle idee innate.
    A cominciar da Dante,  che fu l'ideale della maldicenza,  i fiorentini
    dominarono sull'Italia colle spaventevoli pubblicit d'una satira  che
    era  intesa  da un capo all'altro della penisola.  Ma dopo che il duca
    Cosimo insegn loro a parlar sempre bene di tutto,  Firenze,  ad  onta
    dell'aureo  dialetto  non  ebbe pi lo scettro delle lettere italiane.
    (Opp. 1, 127-129).

    Gli interessi vari e multiformi  del  suo  pensiero  lo  spingevano  a
    frequenti indagini sulle lingue e sulle letterature dei popoli antichi
    e   moderni   di   cui   studiava   l'opera  artistica  e  letteraria,
    soffermandosi con pi vivo interesse sulla loro formazione storica; il
    che lo portava spesso a valutare l'arte in funzione e in dipendenza di
    valori etici, storici e sociali.
    Dalle numerose pagine sul significato e sulla  storia  del  linguaggio
    trascriviamo questo breve frammento:

    La  linguistica  surta naturalmente dalla contemporanea cognizione di
    molte centinaia di linguaggi vivi e morti,  i cui materiali  si  vanno
    ogni  giorno accumulando dai geografi e dagli antiquari,  e richiedono
    d'esser sottoposti a scientifico  ordinamento,  come  qualunque  altro
    oggetto dell'umana intelligenza.
    Questo nuovo studio,  indagando le intime somiglianze e dissimiglianze
    delle varie lingue tanto pel suono dei vocaboli quanto per le  diverse
    maniere di derivarli,  comporli e collegarli,  le ordina primamente in
    famiglie; e cerca poi nelle istorie dei popoli le remote cause per cui
    si comunicarono fra loro quei particolari  modi  d'annunciare  i  loro
    pensieri.
    Ogni  stabile mescolanza di popoli,  avvenga essa tra i commerci della
    pace e  tra  i  furori  della  guerra,  produce  un'innovazione  della
    favella,  massime quando una letteratura popolare non ne abbia peranco
    resa stabile la forma.  Lingue una volta regnanti si vanno cancellando
    dalla  memoria  degli  uomini,  insieme alla potenza dei popoli che le
    parlavano;  oscuri miscugli di  parole,  subitamente  propagati  dalla
    vittoria, si fanno lingue illustri di nuove nazioni. Talora due lingue
    si  fondono insieme,  e mentre l'una impone all'altra i suoi vocaboli,
    questa sopravvive segretamente colla pi intima e gelosa parte del suo
    tessuto,  che lo studioso viene con  meraviglia  svolgendo  da  quelle
    ruine.
    Talora  due  popoli  che  s'aborrono  per  antiche offese,  nutrite da
    un'apparente diversit di linguaggio,  si scoprono venuti dai medesimi
    padri,  e divisi solo dalla variet delle sventure.  Talora due popoli
    vicini, congiunti in un medesimo corpo di nazione,  si palesano venuti
    da stirpi lungo tempo nemiche, i cui segnali si perpetuano inosservati
    nel domestico dialetto.  Talora un vocabolo parte da un paese,  e dopo
    un corso di secoli vi ritorna in compagnia di genti straniere:  talora
    in  qualche  appartata  valle  si serbano i frammenti d'una lingua che
    nell'aperto piano non seppe resistere alla forza del commercio o della
    conquista.  E spesso una lacera pergamena,  un papiro  trovato  in  un
    sepolcro,  un libro di preghiere conservato da una famiglia fuggitiva,
    dissero  sull'esistenza  d'un  popolo  ci  che  all'istoria   indarno
    sarebbesi dimandato. (Opp. 1, 145-146).

    I saggi su "Ugo Foscolo e l'Italia" su "La Scienza Nuova" del Vico, su
    "La  politica" di Tommaso Campanella,  su "La vita di Dante" del Balbo
    sono,  accanto a quelli sopra citati e  ad  alcuni  saggi  di  Critica
    d'arte,  fra  i  pi significativi della produzione del Cattaneo.  Dal
    lungo saggio "Sul romanzo  delle  donne  contemporanee  in  Italia"  
    tratta questa pagina:

    Non  v' opera di genio dietro a cui non si celi,  oscura ed ignorata,
    una musa ispiratrice, una donna.
    In tutti i lavori degli uomini si nasconde,  e tutto ci che vi brilla
    di grazioso,  di sentimentale,  di gentile,  d'uopo renderlo ad essa.
    Vi  siete  mai  fermati  a  contemplare  tra  le  feconde  spighe  che
    biondeggiano  sul  campo i leggiadri fiori delle creature?  Cos tra i
    Petrarca, i Dante, i Michelangelo,  i Chatterton appariscono le Laure,
    le Beatrici,  le Fornarine,  le Kitty. In quasi ognuna delle poesie di
    Heine  si  scorge  una  fanciulla;   questo    il  segreto  del  loro
    irresistibile effetto.
    Fatalmente  di  pochi poeti conosciamo s bene la vita intima,  ma ci
    che non si conosce,  si indovina,  e  il  prestigio  della  donna  per
    esservi misterioso ed incognito non vi  meno trasparente e simpatico.
    Quanto  la  nostra mente  con estasi scossa dai canti di Aleardi,  di
    Hugo,  di  Smith,  di  Moor,  di  Lermontoff,  di  Gil  y  Zarate,  di
    Longfellow,  noi  rendiamo  un  culto  a  modeste e disperse belt,  a
    giovinette che confuse nella folla,  ignorate,  vivono  in  un  angolo
    dell'Italia, della Francia dell'Inghilterra, della Spagna o d'America.
    La  poesia   perci quintessenza d'amore,  sole di bellezza.  In essa
    come si ama senza confini nello  spazio,  si  ama  senza  confini  nel
    tempo.  Non  fa  per  noi  rinascere  Sacuntala,  la bella principessa
    indiana da tanti secoli morta, e non ce la fa amare?  Non fa rinascere
    per noi quei tipi s leggiadri e amorosi che vivono ancora e domandano
    l'adorazione ed i baci nei carmi di Ovidio,  di Properzio, di Tibullo,
    e che ispirano una s gentile riverenza nelle rime di  Guinicelli,  di
    Dante, di Cino, di Petrarca? (Opp. 1, 359-360).





















    PENSIERI.

    L'amore:
    L'amore  la suprema moralit,  n pu apparire immorale se non quando
     limitato,  se non quando una delle sue manifestazioni  si  esalta  a
    scapito dell'infinita sua essenza. (Opp. 1, 363).

    La donna:
    Carattere  subbiettivo  nella  donna  ci che noi con tanto studio ed
    artifizio cerchiamo oggettivamente.  Noi siamo poeti,  ma  essa    la
    poesia;  amiamo, ma non  dessa l'amore? Ci seduce la virt? Essa  la
    virt.  In essa  la fede,  in noi  il  dubbio;  quindi  in  noi  quel
    concitato  bisogno di perscrutare,  indagare,  discutere,  in essa una
    pace serena;   per la filosofia il nostro culto,  il  suo    per  la
    religione. (Opp. 1, 359).

    La perfetta amicizia:
    Si  dice  che    difficile trovare un perfetto amico.  Difficile,  io
    rispondo, come trovare un uomo perfetto, un libro perfetto,  un quadro
    perfetto.  Che diamine!  Cercare in questo mondo la perfezione proprio
    solamente nell'amicizia,    un  desiderio  veramente  strano.  Io  mi
    accontento  degli  amici  anche  non perfetti;  non voglio che nessuno
    muoia per me. Che diavolo! Se ci fosse un uomo dal cuore cos generoso
    e che non fosse pazzo,  sarei un gran briccone a lasciarlo morire  per
    me, imperfetta creatura. Mi appago dunque di amici d'ingegno colto, di
    maniere  cordiali,  di  abituale  probit,  di  opinioni politiche non
    opposte eccessivamente alle mie, pronti chi pi chi meno a farmi anche
    un servizio,  a far  qualche  passo  per  me  e  darmi  un  parere  da
    galantuomo nei momenti che ho la testa calda. (Opp. 1, 397).

    La libert:
    La  libert  non deve piovere dai santi del cielo,  ma scaturire dalle
    viscere dei popoli. Chi vuole altrimenti  nemico della libert. (A L.
    Frapolli B, 43).

    La teoria dello "spazio vitale":
    Pur troppo vi sono ancora dei popoli che credono d'avere al  di  fuori
    di  s  il  principio della propria vitalit.  I loro timori,  le loro
    speranze,  le loro vanit sono tutte al di l delle frontiere.  Quindi
    le ingerenze pericolose,  le competenze indefinibili, le gelosie al di
    fuori,  i sospetti al di dentro,  i perpetui  armamenti  che  divorano
    migliaia  di milioni e apron l'abisso del debito pubblico nel quale le
    infelici dinastie vengono  crudelmente  sommerse  da  servi  stolti  e
    infedeli. (Opp. 7, 178).

    Politica di conquista:
    Tutti  i  governi  che  aspirano  ad  imporre l'autorit loro ad altre
    nazioni,  cadono in fatali interessi che li traggono  ad  assopire  le
    intelligenze  per  dominare le volont.  Perloch ogni stato che tenta
    acquistare  siffatte  ingiuste  influenze,   o  che  con  trattati  le
    riconosce e le avvalora in altri stati,  eleva un ostacolo alla libera
    intelligenza e alla  produzione.  E  chi  promuove  la  libert  della
    propria nazione e di qualunque altra parte del genere umano,  fa opera
    indirettamente vantaggiosa a se stesso e a' suoi. (Opp. 5, 394).
    E  i  popoli  civili,  traviati  da  tradizioni  barbare,   divisi  da
    superstizioni cieche e da pi cieche ambizioni, si consumano in guerre
    interminabili  per  usurpare un palmo di terra alle nazioni vicine.  E
    non pensano che la terra  soprattutto la vedetta dell'intelligenza; e
    che alla vera gloria dei popoli  pensanti  non    mestieri  di  vasta
    superficie;  e  pi  valgono  i  pochi campi occupati dalle mura della
    libera Atene e dalla libera Firenze,  che  non  l'imperio  d'Attila  e
    Carlo Magno. (Opp. 7, 70-71).

    La forza delle idee:
    Chi apporta a un popolo un'idea,  gli inspira una volont; lo prepara,
    presto o tardi,  a certi fatti.  Perci i despoti vigilano  contro  le
    nuove idee e i promotori di libert le coltivano. (Opp. 7, 235).

    Le riforme:
    Vi  sono momenti solenni in cui,  fra la commozione d'insoliti eventi,
    le riforme gi maturate nel seno della  pubblica  opinione  si  aprono
    improvvisa uscita e diventano istituzioni. Ma quel momento  fugace; a
    poca distanza dal cratere le lave si raffreddano,  s'impietriscono. In
    breve le nuove istituzioni diventano limiti e ostacoli al  futuro.  La
    pubblica ragione deve giacere per altra sequenza d'anni a meditare gli
    inutili suoi lagni sotto una nuova pietra sepolcrale. (Opp. 2, 369).

    Il governo nelle colonie:
    Il  governo d'una nazione comunque siasi civile assume sempre ne' suoi
    lontani domini un aspetto di barbarie;  egli  gi pi o meno  barbaro
    nel fondo delle sue provincie. (Opp. 5, 386).

    Idee nuove:
    Una  sola  idea  nuova  basta  a  sconnettere  tutto  un  sistema  e a
    rigenerare una scienza. (A De Boni, 1859).

    La pena di morte:
    Quando noi svegliammo dal sonno d'un secolo il tetro  argomento  della
    pena  di morte,  non fu perch,  fra tante care e preziose vite che si
    spengono ogni d sul campo di battaglia ne importasse gran fatto della
    vita di qualche malvagio.  Ma la morte  il punto  capitale  di  tutto
    l'ordine  delle  pene;  sicch non  dato abolirla,  senza un profondo
    rinnovamento di tutta l'istituzione sociale.  E questo  il fine a cui
    miriamo;  ed   un fine alto e grande di progresso e d'umanit.  (Scr.
    pol. 2, 273).

    Il mondo morale:
    Purtroppo il mondo morale  una macchina male spalmata  che  si  muove
    con chiasso. E talora fa chiasso e non si muove. (Opp. 1, 6).

    Il dubbio e la certezza:
    Ove il dubbio  impossibile la certezza  sempre uguale. (Frammenti di
    sette prefazioni).

    Libert  diffidenza:
    L'arte della libert  l'arte della diffidenza: libert  padronanza e
    padronanza non vuole padrone. (Archivio Triennale, 1).

    La religione ufficiale dello Stato:
    Si  noti  che  il  primo  articolo  della  Statuto dice: "La religione
    cattolica apostolica e romana  la sola religione dello stato".
    Amici elettori,  io vi  domando:  Perch  lo  statuto  dice  cattolica
    apostolica e romana, e non dice cristiana?
    Sotto  coteste,  che sembrano questioni di aggettivi,  stanno profondi
    sotterranei di teologia scolastica,  di diritto canonico,  di  "Monita
    Secreta", e d'altra poco evangelica sapienza; e sottominano vastamente
    "la  libera  chiesa  e il libero stato".  (Lettera ai liberi elettori,
    1867).

