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Baldassarre Castiglione

IL LIBRO DEL CORTEGIANO


edizione: Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di Giulio Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965


IL PRIMO LIBRO DEL CORTEGIANO DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE A MESSER ALFONSO ARIOSTO

IL SECONDO LIBRO DEL CORTEGIANO DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE A MESSER ALFONSO ARIOSTO

IL TERZO LIBRO DEL CORTEGIANO DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE A MESSER ALFONSO ARIOSTO

IL QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE A MESSER ALFONSO ARIOSTO



AL REVERENDO ED ILLUSTRE SIGNOR
DON MICHEL DE SILVA1
VESCOVO DI VISEO

I.

Quando il signor Guid'Ubaldo di Montefeltro2, duca d'Urbino, pass di questa vita, io insieme con alcun'altri cavalieri che l'aveano servito restai alli servizi del duca Francesco Maria della Rovere, erede e successor di quello nel stato; e come nell'animo mio era recente l'odor delle virt del duca Guido e la satisfazione che io quegli anni aveva sentito della amorevole compagnia di cos eccellenti persone, come allora si ritrovarono nella corte d'Urbino, fui stimulato da quella memoria a scrivere questi libri del Cortegiano; il che io feci in pochi giorni, con intenzione di castigar3 col tempo quegli errori, che dal desiderio di pagar tosto questo debito erano nati. Ma la fortuna gi molt'anni m'ha sempre tenuto oppresso in cos continui travagli, che io non ho mai potuto pigliar spazio di ridurgli a termine, che il mio debil giudicio ne restasse contento. Ritrovandomi adunque in Ispagna ed essendo di Italia avvisato che la agnora Vittoria dalla Colonna, marchesa di Pescara, alla quale io gi feci copia del libro, contra la promessa sua ne avea fatto transcrivere una gran parte, non potei non sentirne qualche fastidio, dubitandomi di molti inconvenienti, che in simili casi possono occorrere; nientedimeno mi confidai che l'ingegno e prudenzia di quella Signora, la virt della quale io sempre ho tenuto in venerazione come cosa divina, bastasse a rimediare4 che pregiudicio alcuno non mi venisse dall'aver obedito a'suoi comandamenti. In ultimo seppi che quella parte del libro si ritrovava in Napoli in mano di molti; e, come sono gli omini sempre cupidi di novit, parea che quelli tali tentassero di farla imprimere. Ond'io, spaventato da questo periculo, diterminaimi di riveder sbito nel libro quel poco che mi comportava il tempo, con intenzione di publicarlo; estimando men male lasciarlo veder poco castigato per mia mano che molto lacerato per man d'altri. Cos, per eseguire questa deliberazione cominciai a rileggerlo; e sbito nella prima fronte5, ammonito dal titulo, presi non mediocre tristezza, la qual ancora nel passar pi avanti molto si accrebbe, ricordandomi la maggior parte di coloro, che sono introdutti nei ragionamenti'6, esser gi morti: che, oltre a quelli de chi si fa menzione nel proemio dell'ultimo7, morto  il medesimo messer Alfonso Ariosto8, a cui il libro  indrizzato, giovane affabile, discreto, pieno di suavissimi costumi ed atto ad ogni cosa conveniente ad omo di corte. Medesimamente il duca Iuliano de'Medici9, la cui bont e nobil cortesia meritava pi lungamente dal mondo esser goduta. Messer Bernardo, Cardinal di Santa Maria in Portico10, il quale per una acuta e piacevole prontezza d'ingegno fu gratissimo a qualunque lo conobbe, Pur  morto. Morto  il signor Ottavian Fregoso11, omo a'nostri tempi rarissimo, magnanimo, religioso, pien di bont, d'ingegno, prudenzia e cortesia e veramente amico d'onore e di virt e tanto degno di laude, che li medesimi inimici suoi furono sempre constretti a laudarlo; e quelle disgrazie, che esso constantissimamente support, ben furono bastanti a far fede che la fortuna, come sempre fu, cos  ancor oggid contraria alla virt. Morti sono ancor molti altri dei nominati nel libro, ai quali parea che la natura promettesse lunghissima vita. Ma quello che senza lacrime raccontar non si devria  che la signora Duchessa12 essa ancor  morta; e se l'animo mio si turba per la perdita de tanti amici e signori mei, che m'hanno lasciato in questa vita come in una solitudine piena d'affanni, ragion  che molto pi acerbamente senta il dolore della morte della signora Duchessa che di tutti gli altri, perch essa molto pi che tutti gli altri valeva ed io ad essa molto pi che a tutti gli altri era tenuto. Per non tardare adunque a pagar quello, che io debbo alla memoria de cos eccellente Signora e degli altri che pi non vivono, indutto ancora dal periculo del libro, hollo fatto imprimere e publicare tale qual dalla brevit del tempo m' stato concesso. E perch voi n della signora Duchessa n degli altri che son morti, fuor che del duca Iuliano e del Cardinale di Santa Maria in Portico, aveste noticia in vita loro, acci che, per quanto io posso, l'abbiate dopo la morte, mandovi questo libro come un ritratto di pittura della corte d'Urbino, non di mano di Rafaello o Michel Angelo, ma di pittor ignobile e che solamente sappia tirare le linee principali, senza adornar la verit de vaghi colori o far parer per arte di prospettiva quello che non . E come ch'io mi sia sforzato di dimostrar coi ragionamenti le propriet e condicioni di quelli che vi sono nominati, confesso non avere, non che espresso, ma n anco accennato le virt della signora Duchessa; perch non solo il mio stile non  sufficiente ad esprimerle, ma pur l'intelletto ad imaginarle; e se circa questo o altra cosa degna di riprensione (come ben so che nel libro molte non mancano) sar ripreso, non contradir alla verit.

II.

Ma perch talor gli omini tanto si dilettano di riprendere, che riprendono ancor quello che non merita riprensione, ad alcuni che mi biasimano perch'io non ho imitato il Boccaccio, n mi sono obligato alla consuetudine del parlar toscano d'oggid, non restar di dire che, ancor che 'l Boccaccio fusse di gentil ingegno, secondo quei tempi, e che in alcuna parte scrivesse con discrezione ed industria, nientedimeno assai meglio scrisse quando si lass guidar solamente dall'ingegno ed instinto suo naturale, senz'altro studio o cura di limare i scritti suoi, che quando con diligenzia e fatica si sforz d'esser pi culto e castigato. Perci li medesimi suoi fautori affermano che esso nelle cose sue proprie molto s'ingann di giudicio, tenendo in poco quelle che gli hanno fatto onore ed in molto quelle che nulla vagliono. Se adunque io avessi imitato quella manera di scrivere che in lui  ripresa da chi nel resto lo lauda, non poteva fuggire almen quelle medesime calunnie, che al proprio Boccaccio son date circa questo; ed io tanto maggiori le meritava, quanto che l'error suo allor fu credendo di far bene ed or il mio sarebbe stato conoscendo di far male. Se ancora avessi imitato quel modo che da molti  tenuto per bono e da esso fu men apprezzato, parevami con tal imitazione far testimonio d'esser discorde di giudicio da colui che io imitava; la qual cosa, secondo me, era inconveniente13. E quando ancora questo rispetto non m'avesse mosso, io non poteva nel subietto imitarlo, non avendo esso mai scritto cosa alcuna di materia simile a questi libri del Cortegiano; e nella lingua, al parer mio, non doveva, perch la forza e vera regula del parlar bene consiste pi nell'uso che in altro, e sempre  vizio usar parole che non siano in consuetudine. Perci non era conveniente ch'io usassi molte di quelle del Boccaccio, le quali a'suoi tempi s'usavano ed or sono disusate dalli medesimi Toscani. Non ho ancor voluto obligarmi alla consuetudine del parlar toscano d'oggid, perch il commerzio tra diverse nazioni ha sempre avuto forza di trasportare dall'una all'altra, quasi come le mercanzie, cos ancor novi vocabuli, i quali poi durano o mancano, secondo che sono dalla consuetudine ammessi o reprobati14; e questo, oltre il testimonio degli antichi, vedesi chiaramente nel Boccaccio, nel qual son tante parole franzesi, spagnole e provenzali ed alcune forse non ben intese dai Toscani moderni, che chi tutte quelle levasse farebbe il libro molto minore. E perch al parer mio la consuetudine del parlare dell'altre citt nobili d'Italia, dove concorrono omini savi, ingeniosi ed eloquenti, e che trattano cose grandi di governo de'stati, di lettere, d'arme e negoci diversi, non deve essere del tutto sprezzata, dei vocabuli che in questi lochi parlando s'usano, estimo aver potuto ragionevolmente usar scrivendo quelli, che hanno in s grazia ed eleganzia nella pronunzia e son tenuti communemente per boni e significativi, bench non siano toscani ed ancor abbiano origine di fuor d'Italia15. Oltre a questo usansi in Toscana molti vocabuli chiaramente corrotti16 dal latino, li quali nella Lombardia e nelle altre parti d'Italia son rimasti integri e senza mutazione alcuna, e tanto universalmente s'usano per ognuno, che dalli nobili sono ammessi per boni e dal vulgo intesi senza difficult. Perci non penso aver commesso errore, se io scrivendo ho usato alcuni di questi e pi tosto pigliato l'integro e sincero della patria mia17 che 'l corrotto e guasto della aliena18. N mi par bona regula quella che dicon molti, che la lingua vulgar tanto  pi bella, quanto  men simile alla latina; n comprendo perch ad una consuetudine di parlare si debba dar tanto maggiore autorit che all'altra, che, se la toscana basta per nobilitare i vocabuli latini corrotti e manchi19 e dar loro tanta grazia che, cos mutilati, ognun possa usarli per boni (il che non si nega), la lombarda o qualsivoglia altra non debba poter sostener li medesimi latini puri, integri, proprii e non mutati in parte alcuna, tanto che siano tollerabili. E veramente, s come il voler formar vocabuli novi o mantenere gli antichi in dispetto della consuetudine dir si po temeraria presunzione, cos il voler contra la forza della medesima consuetudine distruggere e quasi sepelir vivi quelli che durano gi molti seculi, e col scudo della usanza si son diffesi dalla invidia del tempo ed han conservato la dignit e 'l splendor loro, quando per le guerre e ruine d'Italia si son fatte le mutazioni della lingua, degli edifici, degli abiti e costumi, oltra che sia difficile, par quasi una impiet. Perci, se io non ho voluto scrivendo usare le parole del Boccaccio che pi non s'usano in Toscana, n sottopormi alla legge di coloro, che stimano che non sia licito usar quelle che non usano li Toscani d'oggid, parmi meritare escusazione. Penso adunque, e nella materia del libro e nella lingua, per quanto una lingua po aiutar l'altra, aver imitato autori tanto degni di laude quanto  il Boccaccio; n credo che mi si debba imputare per errore lo aver eletto di farmi pi tosto conoscere per lombardo parlando lombardo, che per non toscano parlando troppo toscano; per non fare come Teofrasto, il qual, per parlare troppo ateniese, fu da una simplice vecchiarella conosciuto per non ateniese20. Ma perch circa questo nel primo libro si parla a bastanza, non dir altro se non che, per rimover ogni contenzione, io confesso ai mei riprensori non sapere questa lor lingua toscana tanto difficile e recondita; e dico aver scritto nella mia, e come io parlo, ed a coloro che parlano come parl'io; e cos penso non avere fatto ingiuria ad alcuno, ch, secondo me, non  proibito a chi si sia scrivere e parlare nella sua propria lingua; n meno alcuno  astretto21 a leggere o ascoltare quello che non gli aggrada. Perci, se essi non vorran leggere il mio Cortegiano, non me tener io punto da loro ingiuriato.


III.

Altri dicono che, essendo tanto difficile e quasi impossibile trovar un omo cos perfetto come io voglio che sia il cortegiano,  stato superfluo il scriverlo perch vana cosa  insegnare quello che imparare non si po. A questi rispondo che mi contentar aver errato con Platone, Senofonte e Marco Tullio22, lassando23 il disputare del mondo intelligibile e delle idee; tra le quali, s come, secondo quella opinione,  la idea della perfetta republica e del perfetto re e del perfetto oratore, cos  ancora quella del perfetto cortegiano; alla imagine della quale s'io non ho potuto approssimarmi col stile, tanto minor fatica averanno i cortegiani d'approssimarsi con l'opere al termine e mta, ch'io col scrivere ho loro proposto; e se con tutto questo non potran conseguir quella perfezion, qual che ella si sia, ch'io mi son sforzato d'esprimere, colui che pi se le avvicinar sar il pi perfetto, come di molti arcieri che tirano ad un bersaglio, quando niuno  che dia nella brocca24, quello che pi se le accosta senza dubbio  miglior degli altri25. Alcuni ancor dicono ch'io ho creduto formar me stesso, persuadendomi che le condizioni, ch'io al cortegiano attribuisco, tutte siano in me. A questi tali non voglio gi negar di non aver tentato tutto quello ch'io vorrei che sapesse il cortegiano; e penso che chi non avesse avuto qualche notizia delle cose che nel libro si trattano, per erudito che fosse stato, mal avrebbe potuto scriverle; ma io non son tanto privo di giudicio in conoscere me stesso, che mi presuma saper tutto quello che so desiderare.
La diffesa adunque di queste accusazioni e, forse, di molt'altre rimetto io per ora al parere della commune opinione; perch il pi delle volte la moltitudine, ancor che perfettamente non conosca, sente per per instinto di natura un certo odore del bene e del male e, senza saperne rendere altra ragione, l'uno gusta ed ama e l'altro rifiuta ed odia. Perci, se universalmente il libro piacer, terrollo per bono e pensar che debba vivere; se ancor non piacer, terrollo per malo e tosto creder che se n'abbia da perdere la memoria. E se pur i mei accusatori di questo commun giudicio non restano satisfatti, contentinsi almeno di quello del tempo; il quale d'ogni cosa al fin scuopre gli occulti diffetti e, per esser padre della verit e giudice senza passione, suol dare sempre della vita o morte delle scritture giusta sentenzia26.

BALD. CASTIGLIONE



IL PRIMO LIBRO DEL CORTEGIANO
DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE
A MESSER ALFONSO ARIOSTO


I

Fra me stesso lungamente ho dubitato, messer Alfonso carissimo, qual di due cose pi difficil mi fusse; o il negarvi quel che con tanta instanzia pi volte m'avete richiesto, o il farlo: perch da un canto mi parea durissimo negar alcuna cosa, e massimamente laudevole, a persona ch'io amo sommamente e da cui sommamente mi sento esser amato; dall'altro ancor pigliar impresa, la quale io non conoscessi poter condur a fine, pareami disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni27 quanto estimar si debbano. In ultimo, dopo molti pensieri, ho deliberato esperimentare in questo quanto aiuto porger possa alla diligenzia mia quella affezione e desiderio intenso di compiacere, che nell'altre cose tanto sle accrescere la industria28 degli omini.
Voi adunque mi richiedete ch'io scriva qual sia, al parer mio, la forma di cortegiania29 pi conveniente a gentilomo che viva in corte de'prncipi, per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servire in ogni cosa ragionevole, acquistandone da essi grazia e dagli altri laude; in somma, di che sorte debba esser colui, che meriti chiamarsi perfetto cortegiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi. Onde io, considerando tal richiesta, dico che, se a me stesso non paresse maggior biasimo l'esser da voi reputato poco amorevole che da tutti gli altri poco prudente, arei fuggito questa fatica, per dubbio di non esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono come difficil cosa sia, tra tante variet di costumi che s'usano nelle corti di Cristianit, eleggere la pi perfetta forma e quasi il fior di questa cortegiania, perch la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere; onde talor procede che i costumi, gli abiti, i riti e i modi, che un tempo son stati in pregio, divengono vili, e per contrario i vili divengon pregiati. Per30 si vede chiaramente che l'uso pi che la ragione ha forza d'introdur cose nove tra noi e cancellar l'antiche; delle quali chi cerca giudicar la perfezione, spesso s'inganna. Per il che, conoscendo io questa e molte altre difficult nella materia propostami a scrivere, son sforzato a fare un poco di escusazione31 e render testimonio che questo errore, se pur si po dir errore, a me  commune con voi, acci che, se biasmo a venir me ne ha, quello sia ancor diviso con voi; perch non minor colpa si dee estimar la vostra avermi imposto carico alle mie forze disequale, che a me averlo accettato.
Vegniamo adunque ormai a dar principio a quello che  nostro presuposto e, se possibil , formiamo un cortegian tale, che quel principe che sar degno d'esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si possa per chiamar grandissimo signore. Noi in questi libri non seguiremo un certo ordine o regula di precetti distinti, che 'l pi delle volte nell'insegnare qualsivoglia cosa usar si sle; ma alla foggia di molti antichi, rinovando una grata memoria, recitaremo32 alcuni ragionamenti, i quali gi passarono tra omini singularissimi a tale proposito; e bench io non v'intervenissi presenzialmente per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra33, avendogli poco appresso il mio ritorno intesi da persona che fidelmente me gli narr, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi comporter, ricordarli, acci che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia omini degni di somma laude ed al cui giudicio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede. N fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa34 dei successi ragionamenti.


II

Alle pendici dell'Appennino, quasi al mezzo della Italia verso il mare Adriatico,  posta, come ognun sa, la piccola citt d'Urbino; la quale, bench tra monti sia, e non cos ameni come forse alcun'altri che veggiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese  fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrit dell'aere, si trova abundantissima d'ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicit che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre  stata dominata da ottimi Signori; avvenga che nelle calamit universali delle guerre della Italia essa ancor per un tempo ne sia restata priva35. Ma non ricercando pi lontano, possiamo di questo far bon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a'd suoi fu lume della Italia36; n mancano veri ed amplissim testimonii, che ancor vivono, della sua prudenzia, della umanit, della giustizia, della liberalit, dell'animo invitto e della disciplina militare; della quale precipuamente fanno fede le sue tante vittorie, le espugnazioni de lochi inespugnabili, la sbita prestezza nelle espedizioni, l'aver molte volte con pochissime genti fuggato numerosi e validissimi eserciti, n mai esser stato perditore in battaglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi agguagliarlo. Questo, tra l'altre cose sue lodevoli, nell'aspero sito d'Urbino edific un palazzo37, secondo la opinione di molti, il pi bello che in tutta Italia si ritrovi; e d'ogni oportuna cosa s ben lo forn, che non un palazzo, ma una citt in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d'argento, apparamenti38 di camere di ricchissimi drappi d'oro, di seta e d'altre cose simili, ma per ornamento v'aggiunse una infinit di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singularissime, instrumenti musici d'ogni sorte; n quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso con grandissima spesa adun un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti orn d'oro e d'argento, estimando che questa fusse la suprema eccellenzia del suo magno palazzo.


III.

Costui adunque, seguendo il corso della natura, gi di sessantacinque anni, come era visso, cos gloriosamente mor; ed un figliolino di diece anni, che solo maschio aveva e senza madre, lasci signore dopo s; il qual fu Guid'Ubaldo. Questo, come dello stato, cos parve che di tutte le virt paterne fosse erede, e sbito con maravigliosa indole cominci a promettere tanto di s, quanto non parea che fusse licito sperare da uno uom mortale; di modo che estimavano gli omini delli egregi fatti del duca Federico niuno esser maggiore, che l'avere generato un tal figliolo. Ma la fortuna, invidiosa di tanta virt, con ogni sua forza s'oppose a cos glorioso principio, talmente che, non essendo ancor il duca Guido giunto alli venti anni, s'inferm di podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in poco spazio di tempo talmente tutti i membri gli impedirono, che n stare in piedi n moversi potea; e cos rest un dei pi belli e disposti corpi del mondo deformato e guasto nella sua verde et. E non contenta ancor di questo, la fortuna in ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch'egli rare volte trasse ad effetto cosa che desiderasse; e bench in esso fosse il consiglio sapientissimo e l'animo invittissimo, parea che ci che incominciava, e nell'arme e in ogni altra cosa o piccola o grande, sempre male gli succedesse: e di ci fanno testimonio molte e diverse sue calamit, le quali esso con tanto vigor d'animo sempre toller, che mai la virt dalla fortuna non fu superata; anzi, sprezzando con l'animo valoroso le procelle di quella, e nella infirmit come sano e nelle avversit come fortunatissimo, vivea con somma dignit ed estimazione appresso ognuno; di modo che, avvenga che cos fusse del corpo infermo, milit con onorevolissime condicioni a servicio dei serenissimi re di Napoli Alfonso e Ferrando minore; appresso con papa Alessandro VI, coi signori Veneziani e Fiorentini. Essendo poi asceso al pontificato Iulio II, fu fatto Capitan della Chiesa; nel qual tempo, seguendo il suo consueto stile, sopra ogni altra cosa procurava che la casa sua fusse di nobilissimi e valorosi gentilomini piena, coi quali molto familiarmente viveva, godendosi della conversazione di quelli: nella qual cosa non era minor il piacer che esso ad altrui dava, che quello che d'altrui riceveva, per esser dottissimo nell'una e nell'altra lingua39, ed aver insieme con l'affabilit e piacevolezza congiunta ancor la cognizione d'infinite cose; ed oltre a ci tanto la grandezza dell'animo suo lo stimulava che, ancor che esso non potesse con la persona esercitar l'opere della cavalleria, come avea gi fatto, pur si pigliava grandissimo piacer di vederle in altrui; e con le parole, or correggendo or laudando ciascuno secondo i meriti, chiaramente dimostrava quanto giudicio circa quelle avesse; onde nelle giostre, nei torniamenti, nel cavalcare, nel maneggiar tutte le sorti d'arme, medesimamente nelle feste, nei giochi, nelle musiche, in somma in tutti gli esercizi convenienti a nobili cavalieri, ognuno si sforzava di mostrarsi tale, che meritasse esser giudicato degno di cos nobile commerzio40.


IV.

Erano adunque tutte l'ore del giorno divise in onorevoli e piacevoli esercizi cos del corpo come dell'animo; ma perch il signor Duca continuamente, per la infirmit, dopo cena assai per tempo se n'andava a dormire, ognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gonzaga a quell'ora si riduceva; dove ancor sempre si ritrovava la signora Emilia Pia41, la qual per esser dotata di cos vivo ingegno e giudicio, come sapete, pareva la maestra di tutti, e che ognuno da lei pigliasse senno e valore. Quivi adunque i soavi ragionamenti e l'oneste facezie s'udivano, e nel viso di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarit, talmente che quella casa certo dir si poteva il proprio albergo della allegria; n mai credo che in altro loco si gustasse quanta sia la dolcezza che da una amata e cara compagnia deriva, come quivi si fece un tempo; ch, lassando quanto onore fosse a ciascun di noi servir a tal signore come quello che gi di sopra ho detto, a tutti nascea nell'animo una summa contentezza ogni volta che al conspetto della signora Duchessa ci riducevamo42; e parea che questa fosse una catena che tutti in amor tenesse uniti, talmente che mai non fu concordia di volunt o amore cordiale tra fratelli maggior di quello, che quivi tra tutti era. Il medesimo era tra le donne, con le quali si aveva liberissimo ed onestissimo commerzio; ch a ciascuno era licito parlare, sedere, scherzare e ridere con chi gli parea: ma tanta era la reverenzia che si portava al voler della signora Duchessa, che la medesima libert era grandissimo freno; n era alcuno che non estimasse per lo maggior piacere che al mondo aver potesse il compiacer a lei, e la maggior pena il dispiacerle. Per la qual cosa quivi onestissimi costumi erano con grandissima libert congiunti ed erano i giochi e i risi al suo conspetto conditi, oltre agli argutissimi sali43, d'una graziosa e grave maest; ch quella modestia e grandezza che tutti gli atti e le parole e i gesti componeva della signora Duchessa, motteggiando e ridendo, facea che ancor da chi mai pi veduta non l'avesse, fosse per grandissima signora conosciuta. E cos nei circonstanti imprimendosi, parea che tutti alla qualit e forma di lei temperasse44; onde ciascuno questo stile imitare si sforzava, pigliando quasi una norma di bei costumi dalla presenzia d'una tanta e cos virtuosa signora: le ottime condizioni della quale io per ora non intendo narrare, non essendo mio proposito, e per esser assai note al mondo e molto pi ch'io non potrei n con lingua n con penna esprimere; e quelle che forse sariano state alquanto nascoste, la fortuna, come ammiratrice di cos rare virt, ha voluto con molte avversit e stimuli di disgrazie scoprire, per far testimonio che nel tenero petto d'una donna in compagnia di singular bellezza possono stare la prudenzia e la fortezza d'animo, e tutte quelle virt che ancor ne'severi omini sono rarissime45.


V.

Ma lassando questo, dico che consuetudine di tutti i gentilomini della casa era ridursi sbito dopo cena alla signora Duchessa; dove, tra l'altre piacevoli feste e musiche e danze che continuamente si usavano, talor si proponeano belle questioni, talor si faceano alcuni giochi ingeniosi ad arbitrio or d'uno or d'un altro, ne'quali sotto varii velami spesso scoprivano i circonstanti allegoricamente i pensier sui a chi pi loro piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni di diverse materie, o vero si mordea con pronti detti; spesso si faceano imprese46 come oggid chiamiamo; dove di tali ragionamenti maraviglioso piacere si pigliava per esser, come ho detto, piena la casa di nobilissimi ingegni; tra i quali, come sapete, erano celeberrimi il signor Ottaviano Fregoso, messer Federico suo fratello, il Magnifico Iuliano de'Medici, messer Pietro Bembo, messer Cesar Gonzaga, il conte Ludovico da Canossa, il signor Gaspar Pallavicino, il signor Ludovico Pio, il signor Morello da Ortona, Pietro da Napoli, messer Roberto da Bari47 ed infiniti altri nobilissimi cavalieri; oltra che molti ve n'erano, i quali, avvenga che per ordinario non stessino quivi fermamente, pur la maggior parte del tempo vi dispensavano48; come messer Bernardo Bibiena, l'Unico Aretino, Ioanni Cristoforo Romano Pietro Monte, Terpandro, messer Nicol Frisio49; di modo che sempre poeti, musici e d'ogni sorte omini piacevoli e li pi eccellenti in ogni facult che in Italia si trovassino, vi concorrevano.


VI.

Avendo adunque papa Iulio II con la presenzia sua e con l'aiuto de'Franzesi ridutto Bologna alla obedienzia della sede apostolica nell'anno MDVI, e ritornando verso Roma, pass per Urbino; dove quanto era possibile onoratamente e con quel pi magnifico e splendido apparato che si avesse potuto fare in qualsivoglia altra nobil citt d'Italia, fu ricevuto; di modo che, oltre il Papa, tutti i signor cardinali ed altri cortegiani restarono summamente satisfatti; e furono alcuni, i quali, tratti dalla dolcezza di questa compagnia, partendo il Papa e la corte, restarono per molti giorni ad Urbino; nel qual tempo non solamente si continuava nell'usato stile delle feste e piaceri ordinari, ma ognuno si sforzava d'accrescere qualche cosa50, e massimamente nei giochi, ai quali quasi ogni sera s'attendeva. E l'ordine d'essi era tale che, sbito giunti alla presenzia della signora Duchessa, ognuno si ponea a sedere a piacer suo o, come la sorte portava, in cerchio; ed erano sedendo divisi un omo ed una donna, fin che donne v'erano, che quasi sempre il numero degli omini era molto maggiore; poi, come alla signora Duchessa pareva si governavano, la quale per lo pi delle volte ne lassava il carico alla signora Emilia. Cos il giorno appresso la partita del Papa, essendo all'ora usata ridutta la compagnia al solito loco, dopo molti piacevoli ragionamenti la signora Duchessa volse pur che la signora Emilia cominciasse i giochi; ed essa, dopo l'aver alquanto rifiutato tal impresa, cos disse: - Signora mia, poich pur a voi piace ch'io sia quella che dia principio ai giochi di questa sera, non possendo ragionevolmente mancar d'obedirvi, delibero proporre un gioco, del qual penso dover aver poco biasmo e men fatica; e questo sar ch'ognun proponga secondo il parer suo un gioco non pi fatto; da poi si elegger quello che parer esser pi degno di celebrarsi in questa compagnia -. E cos dicendo, si rivolse al signor Gaspar Pallavicino, imponendogli che 'l suo dicesse; il qual sbito rispose: - A voi tocca, signora, dir prima il vostro -. Disse la signora Emilia: - Eccovi ch'io l'ho detto, ma voi, signora Duchessa, commandategli ch'e'sia obediente -. Allor la signora Duchessa ridendo, - Acci, - disse, - che vi abbia ad obedire, vi faccio mia locotenente e vi do tutta la mia autorit


VII.

- Gran cosa  pur, - rispose il signor Gaspar, - che sempre alle donne sia licito aver questa esenzione di fatiche, e certo ragion saria volerne in ogni modo intender la cagione51; ma per non esser io quello che dia principio a disobedire, lasser questo ad un altro tempo e dir quello che mi tocca; - e cominci: - A me pare che gli animi nostri, s come nel resto, cos ancor nell'amare siano di giudicio diversi52, e perci spesso interviene che quello che all'uno  gratissimo, all'altro sia odiosissimo. Ma con tutto questo, sempre per si concordano in aver ciascuno carissima la cosa amata, talmente che spesso la troppo affezione degli amanti di modo inganna il loro giudicio, che estiman quella persona che amano essere sola al mondo ornata d'ogni eccellente virt e senza diffetto alcuno; ma perch la natura umana non ammette queste cos compite perfezioni, n si trova persona a cui qualche cosa non manchi, non si po dire che questi tali non s'ingannino e che lo amante non divenga cieco circa la cosa amata. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fosse, che ciascun dicesse di che virt precipuamente vorrebbe che fosse ornata quella persona ch'egli ama; e poich cos  necessario che tutti abbiano qualche macchia, qual vicio ancor vorrebbe che in essa fosse, per veder chi sapr ritrovare pi lodevoli ed utili virt e pi escusabili vicii, e meno a chi ama nocivi ed a chi  amato -. Avendo cos detto il signor Gaspar, fece segno la signora Emilia a madonna Costanza Fregosa53, per esser in ordine vicina, che seguitasse; la qual gi s'apparechiava a dire; ma la signora Duchessa sbito disse: - Poich madonna Emilia non vole affaticarsi in trovar gioco alcuno, sarebbe pur ragione che l'altre donne partecipassino di questa commodit54, ed esse ancor fussino esente di tal fatica per questa sera, essendoci massimamente tanti omini, che non  pericolo che manchin giochi. - Cos faremo, - rispose la signora Emilia; ed imponendo silenzio a madonna Costanza, si volse a messer Cesare Gonzaga, che le sedeva a canto, e gli command che parlasse; ed esso cos cominci:


VIII.

- Chi vol con diligenzia considerar tutte le nostre azioni, trova sempre in esse varii diffetti; e ci procede perch la natura, cos in questo come nell'altre cose varia, ad uno ha dato lume di ragione in una cosa, ad un altro in un'altra: per interviene che, sapendo l'un quello che l'altro non sa ed essendo ignorante di quello che l'altro intende, ciascun conosce facilmente l'error del compagno e non il suo ed a tutti ci pare essere molto savi, e forse pi in quello in che pi siamo pazzi; per la qual cosa abbiam veduto in questa casa esser occorso che molti, i quali al principio son stati reputati savissimi, con processo di tempo si son conosciuti pazzissimi; il che d'altro non  proceduto che dalla nostra diligenzia. Ch, come si dice che in Puglia circa gli atarantati55, s'adoprano molti instrumenti di musica e con varii suoni si va investigando56, fin che quello umore che fa la infirmit, per una certa convenienzia ch'egli ha con alcuno di que'suoni, sentendolo, sbito si move e tanto agita lo infermo, che per quella agitazion si riduce a sanit, cos noi, quando abbiamo sentito qualche nascosa virt di pazzia, tanto sottilmente e con tante varie persuasioni l'abbiamo stimulata e con s diversi modi, che pur al fine inteso abbiamo dove tendeva; poi, conosciuto lo umore, cos ben l'abbiam agitato, che sempre s' ridutto a perfezion di publica pazzia57; e chi  riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche58, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la minera del suo metallo59; onde poi, come sapete, si sono avuti maravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato possa multiplicar quasi in infinito. Per vorrei che questa sera il gioco nostro fusse il disputar questa materia e che ciascun dicesse: avendo io ad impazzir publicamente, di che sorte di pazzia si crede ch'io impazzissi e sopra che cosa, giudicando questo esito per le scintille di pazzia che ogni d si veggono di me uscire; il medesimo si dica de tutti gli altri, servando l'ordine de'nostri giochi, ed ognuno cerchi di fondar la opinion sua sopra qualche vero segno ed argumento. E cos di questo nostro gioco ritraremo frutto ciascun di noi di conoscere i nostri diffetti, onde meglio ce ne potrem guardare; e se la vena di pazzia che scopriremo sar tanto abundante che ci paia senza rimedio, l'aiutaremo e, secondo la dottrina di fra Mariano60, averemo guadagnato un'anima, che non fia poco guadagno -. Di questo gioco si rise molto, n alcun era che si potesse tener di parlare; chi diceva, - Io impazzirei nel pensare -; chi, - Nel guardare -; chi dicea, - Io gi son impazzito in amare -; e tali cose.


IX.

Allor fra Serafino61, a modo suo ridendo: - Questo, - disse, - sarebbe troppo lungo; ma se volete un bel gioco, fate che ognuno dica il parer suo, onde  che le donne quasi tutte hanno in odio i ratti ed aman le serpi; e vederete che niuno s'apporr62, se non io, che so questo secreto per una strana via -. E gi cominciava a dir sue novelle63; ma la signora Emilia gli impose silenzio, e trapassando la dama che ivi sedeva, fece segno all'Unico Aretino64, al qual per l'ordine toccava; ed esso, senza aspettar altro comandamento, - Io, - disse, - vorrei esser giudice con autorit di poter con ogni sorte di tormento investigar di sapere il vero da'malfattori; e questo per scoprir gl'inganni d'una ingrata, la qual, cogli occhi d'angelo e cor di serpente, mai non accorda la lingua con l'animo e con simulata piet ingannatrice a niun'altra cosa intende, che a far anatomia de'cori: n se ritrova cos velenoso serpe nella Libia arenosa, che tanto di sangue umano sia vago65, quanto questa falsa; la qual non solamente con la dolcezza della voce e meliflue parole, ma con gli occhi, coi risi, coi sembianti e con tutti i modi  verissima sirena. Per, poich non m' licito, com'io vorrei, usar le catene, la fune o 'l foco per saper una verit, desidero di saperla con un gioco, il quale  questo: che ognun dica ci che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in fronte66; perch, avvenga che certamente questo ancor sia un artificioso velame per poter ingannare, per avventura si gli dar qualche interpretazione da lei forse non pensata. e trovarassi che la fortuna, pietosa riguardatrice dei martri degli omini, l'ha indutta con questo piccol segno a scoprire non volendo l'intimo desiderio suo, di uccidere e sepellir vivo in calamit chi la mira o la serve -. Rise la signora Duchessa, e vedendo l'Unico ch'ella voleva escusarsi di questa imputazione, - Non, - disse, - non parlate, Signora, che non  ora il vostro loco di parlare -. La signora Emilia allor si volse e disse: - Signor Unico, non  alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto pi nel conoscer l'animo della signora Duchessa; e cos come pi che gli altri lo conoscete per lo ingegno vostro divino, l'amate ancor pi che gli altri; i quali, come quegli uccelli debili di vista, che non affisano gli occhi nella spera del sole, non possono cos ben conoscer quanto esso sia perfetto; per ogni fatica saria vana per chiarir questo dubbio, fuor che 'l giudicio vostro. Resti adunque questa impresa a voi solo, come a quello che solo po trarla al fine -. L'Unico, avendo tacciuto alquanto ed essendogli pur replicato che dicesse, in ultimo disse un sonetto67 sopra la materia predetta, dechiarando ci che significava quella lettera S; che da molti fu estimato fatto all'improvviso, ma, per esser ingenioso e culto pi che non parve che comportasse la brevit del tempo, si pens pur che fosse pensato.


X.

Cos, dopo l'aver dato un lieto applauso in laude del sonetto ed alquanto parlato, il signor Ottavian Fregoso, al qual toccava, in tal modo ridendo incominci: - Signori, s'io volessi affermare non aver mai sentito passion d'amore, son certo che la signora Duchessa e la signora Emilia, ancor che non lo credessino, mostrarebbon di crederlo, e diriano che ci procede perch'io mi son diffidato68 di poter mai indur donna alcuna ad amarmi; di che in vero non ho io insin qui fatto prova con tanta instanzia, che ragionevolmente debba esser disperato di poterlo una volta conseguire. N gi son restato di farlo perch'io apprezzi me stesso tanto, o cos poco le donne, che non estimi che molte ne siano degne d'esser amate e servite da me; ma pi tosto spaventato dai continui lamenti d'alcuni inamorati, i quali pallidi, mesti e taciturni, par che sempre abbiano la propria scontentezza dipinta negli occhi; e se parlano, accompagnando ogni parola con certi sospiri triplicati, di null'altra cosa ragionano che di lacrime, di tormenti, di disperazioni e desidri di morte; di modo che, se talor qualche scintilla amorosa pur mi s' accesa nel core, io sbito snomi sforzato con ogni industria di spegnerla, non per odio ch'io porti alle donne, come estimano queste signore, ma per mia salute. Ho poi conosciuti alcun'altri in tutto contrari a questi dolenti, i quali non solamente si laudano e contentano dei grati aspetti, care parole e sembianti suavi delle lor donne, ma tutti i mali condiscono di dolcezza; di modo che le guerre, l'ire, i sdegni di quelle per dolcissimi chiamano; perch troppo pi che felici questi tali esser mi paiono. Ch se negli sdegni amorosi, i quali da quell'altri pi che morte sono reputati amarissimi, essi ritrovano tanta dolcezza, penso che nelle amorevoli dimostrazioni debban sentir quella beatitudine estrema, che noi in vano in questo mondo cerchiamo. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fusse che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch'egli ama, qual causa vorrebbe che fosse quella che la inducesse a tal sdegno. Ch se qui si ritrovano alcuni che abbian provato questi dolci sdegni, son certo che per cortesia desideraranno una di quelle cause che cos dolci li fa, ed io forse m'assicurer di passar un poco pi avanti in amore69, con speranza di trovar io ancora questa dolcezza, dove alcuni trovano l'amaritudine; ed in tal modo non potranno queste signore darmi infamia pi70 ch'io non ami.


XI.

Piacque molto questo gioco e gi ognun si preparava di parlar sopra tal materia; ma non facendone la signora Emilia altramente motto, messer Pietro Bembo, che era in ordine vicino, cos disse: - Signori, non piccol dubbio ha risvegliato nell'animo mio il gioco proposto dal signor Ottaviano, avendo ragionato de'sdegni d'amore: i quali, avvenga che varii siano, pur a me sono essi sempre stati acerbissimi, n da me credo che si potesse imparar condimento bastante per addolcirgli; ma forse sono pi e meno amari secondo la causa donde nascono. Ch mi ricordo gi aver veduto quella donna ch'io serviva verso me turbata, o per suspetto vano che da se stessa della fede mia avesse preso, o vero per qualche altra falsa opinione in lei nata dalle altrui parole a mio danno; tanto ch'io credeva niuna pena alla mia potersi agguagliare e parevami che 'l maggior dolor ch'io sentiva fusse il patire non avendolo meritato, ed aver questa afflizione non per mia colpa, ma per poco amor di lei. Altre volte la vidi sdegnata per qualche error mio e conobbi l'ira sua proceder dal mio fallo; ed in quel punto giudicava che 'l passato mal fosse stato levissimo a rispetto di quello ch'io sentiva allora; e pareami che l'esser dispiaciuto, e per colpa mia, a quella persona alla qual sola io desiderava e con tanto studio cercava di piacere, fosse il maggior tormento e sopra tutti gli altri. Vorrei adunque che 'l gioco nostro fusse che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch'egli ama, da chi vorrebbe che nascesse la causa del sdegno, o da lei, o da se stesso; per saper qual  maggior dolore, o far dispiacere a chi s'ama, o riceverlo pur da chi s'ama -.


XII.

Attendeva ognun la risposta della signora Emilia; la qual non facendo altrimenti motto al Bembo, si volse e fece segno a messer Federico Fregoso che 'l suo gioco dicesse; ed esso sbito cos cominci: - Signora, vorrei che mi fusse licito, come qualche volta si sle, rimettermi alla sentenzia d'un altro; ch'io per me voluntieri approvarei alcun dei giochi proposti da questi signori, perch veramente parmi che tutti sarebben piacevoli: pur, per non guastar l'ordine, dico che chi volesse laudar la corte nostra, lasciando ancor i meriti della signora Duchessa, la qual sola con la sua divina virt basteria per levar da terra al cielo i pi bassi spiriti che siano al mondo, ben poria senza suspetto d'adulazion dir che in tutta la Italia forse con fatica si ritrovariano altrettanti cavalieri cos singulari, ed oltre alla principal profession della cavalleria cos eccellenti in diverse cose, come or qui si ritrovano; per, se in loco alcuno son omini che meritino esser chiamati bon cortegiani e che sappiano giudicar quello che alla perfezion della cortegiania s'appartiene, ragionevolmente si ha da creder che qui siano. Per reprimere adunque molti sciocchi, i quali per esser prosuntuosi ed inetti si credono acquistar nome di bon cortegiano, vorrei che 'l gioco di questa sera fusse tale, che si elegesse uno della compagnia ed a questo si desse carico di formar con parole un perfetto cortegiano, esplicando tutte le condicioni e particular qualit, che si richieggono a chi merita questo nome; ed in quelle cose che non pareranno convenienti sia licto a ciascun contradire, come nelle scole de'filosofi a chi tien conclusioni71 -. Seguitava ancor pi oltre il suo ragionamento messer Federico, quando la signora Emilia, interrompendolo: - Questo, - disse, - se alla signora Duchessa piace, sar il gioco nostro per ora -. Rispose la signora Duchessa: - Piacemi -. Allor quasi tutti i circunstanti, e verso la signora Duchessa e tra s, cominciarono a dir che questo era il pi bel gioco che far si potesse; e senza aspettar l'uno la risposta dell'altro, facevano instanzia alla signora Emilia che ordinasse chi gli avesse a dar principio. La qual, voltatasi alla signora Duchessa: - Comandate, - disse, - Signora, a chi pi vi piace che abbia questa impresa; ch'io non voglio, con elegerne uno pi che l'altro, mostrar di giudicare qual in questo io estimi pi sufficiente degli altri, ed in tal modo far ingiuria a chi si sia -. Rispose la signora Duchessa: - Fate pur voi questa elezione; e guardatevi col disubedire di non dar esempio agli altri, che siano essi ancor poco ubedienti.


XIII.

Allor la signora Emilia, ridendo, disse al conte Ludovico da Canossa: - Adunque, per non perder pi tempo, voi, Conte, sarete quello che aver questa impresa nel modo che ha detto messer Federico; non gi perch ci paia che voi siate cos bon cortegiano, che sappiate quel che si gli convenga, ma perch, dicendo ogni cosa al contrario, come speramo che farete, il gioco sar pi bello, ch ognun aver che respondervi; onde se un altro che sapesse pi di voi avesse questo carico, non si gli potrebbe contradir cosa alcuna perch diria la verit, e cos il gioco saria freddo -. Sbito rispose il Conte: - Signora, non ci saria pericolo che mancasse contradizione a chi dicesse la verit, stando voi qui presente72 -; ed essendosi di questa ri	sposta alquanto riso, seguit: - Ma io veramente, Signora, molto volontier fuggirei questa fatica, parendomi troppo difficile e conoscendo in me ci che voi avete per burla detto esser verissimo, cio ch'io non sappia quello che a bon cortegian si conviene; e questo con altro testimonio73 non cerco di provare, perch, non facendo l'opere, si po estimar ch'io nol sappia; ed io credo che sia minor biasmo mio, perch senza dubbio peggio  non voler far bene, che non saperlo fare. Pur, essendo cos che a voi piaccia che io abbia questo carico, non posso n voglio rifiutarlo, per non contravenir all'ordine e giudicio vostro, il quale estimo pi assai che 'l mio -. Allor messer Cesare Gonzaga, - Perch gi, - disse, -  passata bon'ora di notte e qui son apparecchiate molte altre sorti di piaceri, forse bon sar differir questo ragionamento a domani e darassi tempo al Conte di pensar ci ch'egli s'abbia a dire; ch in vero di tal subietto parlare improviso  difficil cosa -. Rispose il Conte: - Io non voglio far come colui, che spogliatosi in giuppone salt meno che non avea fatto col saio74; e perci parmi gran ventura che l'ora sia tarda, perch per la brevit del tempo sar sforzato a parlar poco e 'l non avervi pensato mi escuser talmente che mi sar licito dir senza biasimo tutte le cose che prima mi verranno alla bocca. Per non tener adunque pi lungamente questo carico di obligazione sopra le spalle, dico che in ogni cosa tanto  difficil il conoscer la vera perfezion, che quasi  impossibile; e questo per la variet de'giudici. Per si ritrovano molti, ai quali sar grato un omo che parli assai, e quello chiameranno piacevole; alcuni si diletteranno pi della modestia; alcun'altri d'un omo attivo ed inquieto; altri di chi in ogni cosa mostri riposo e considerazione; e cos ciascuno sempre coprendo il vicio lauda e vitupera secondo il parer suo, col nome della propinqua virt, o la virt col nome del propinquo vicio; come chiamando un prosuntuoso, libero; un modesto, rrido; un nescio75, bono; un scelerato, prudente; e medesimamente nel resto. Pur io estimo in ogni cosa esser la sua perfezione, avvenga che nascosta76; e questa potersi con ragionevoli discorsi giudicar da chi di quella tal cosa ha notizia. E perch, come ho detto, spesso la verit sta occulta ed io non mi vanto aver questa cognizione, non posso laudar se non quella sorte di cortegiani ch'io pi apprezzo, ed approvar quello che mi par pi simile al vero, secondo il mio poco giudicio; il qual seguitarete, se vi parer bono, o vero v'attenerete al vostro, se egli sar dal mio diverso. N io gi contraster che 'l mio sia migliore del vostro; ch non solamente a voi po parer una cosa ed a me un'altra, ma a me stesso poria parer or una cosa ed ora un'altra.


XIV.

Voglio adunque che questo nostro cortegiano sia nato nobile e di generosa famiglia; perch molto men si disdice ad un ignobile mancar di far operazioni virtuose, che ad uno nobile, il qual se desvia dal camino dei sui antecessori, macula il nome della famiglia e non solamente non acquista, ma perde il gi acquistato; perch la nobilt  quasi una chiara lampa, che manifesta e fa veder l'opere bone e le male ed accende e sprona alla virt cos col timor d'infamia, come ancor con la speranza di laude; e non scoprendo questo splendor di nobilt l'opere degli ignobili77, essi mancano dello stimulo e del timore di quella infamia, n par loro d'esser obligati passar pi avanti di quello che fatto abbiano i sui antecessori; ed ai nobili par biasimo non giunger almeno al termine da'sui primi mostratogli78. Per79 intervien quasi sempre che e nelle arme e nelle altre virtuose operazioni gli omini pi segnalati sono nobili perch la natura in ogni cosa ha insito quello occulto seme, che porge una certa forza e propriet del suo principio a tutto quello che da esso deriva ed a s lo fa simile; come non solamente vedemo nelle razze de'cavalli e d'altri animali, ma ancor negli alberi, i rampolli dei quali quasi sempre s'assimigliano al tronco; e se qualche volta degenerano, procede dal mal agricultore. E cos intervien degli omini, i quali, se di bona crianza sono cultivati80, quasi sempre son simili a quelli d'onde procedono e spesso migliorano; ma se manca loro chi gli curi bene, divengono come selvatichi, n mai si maturano. Vero  che, o sia per favor delle stelle, o di natura81, nascono alcuni accompagnati da tante grazie, che par che non siano nati, ma che un qualche dio con le proprie mani formati gli abbia ed ornati de tutti i beni dell'animo e del corpo; s come ancor molti si veggono tanto inetti e sgarbati, che non si po credere se non che la natura per dispetto o per ludibrio produtti gli abbia al mondo. Questi s come per assidua diligenzia e bona crianza poco frutto per lo pi delle volte posson fare, cos quegli altri con poca fatica vengon in colmo di summa eccellenzia82. E per darvi un esempio, vedete il signor don Ippolito da Este cardinal di Ferrara83, il quale tanto di felicit ha portato dal nascere suo, che la persona, lo aspetto, le parole e tutti i sui movimenti sono talmente di questa grazia composti ed accommodati, che tra i pi antichi prelati, avvenga che sia giovane, rappresenta una tanto grave autorit, che pi presto pare atto ad insegnare, che bisognoso d'imparare; medesimamente, nel conversare con omini e con donne d'ogni qualit, nel giocare, nel ridere e nel motteggiare tiene una certa dolcezza e cos graziosi costumi, che forza  che ciascun che gli parla o pur lo vede gli resti perpetuamente affezionato. Ma, tornando al proposito nostro, dico che tra questa eccellente grazia e quella insensata sciocchezza si trova ancora il mezzo; e posson quei che non son da natura cos perfettamente dotati, con studio e fatica limare e correggere in gran parte i diffetti naturali. Il cortegiano, adunque, oltre alla nobilt, voglio che sia in questa parte fortunato, ed abbia da natura non solamente lo ingegno e bella forma di persona e di volto, ma una certa grazia e, come si dice, un sangue84, che lo faccia al primo aspetto a chiunque lo vede grato ed amabile; e sia questo un ornamento che componga e compagni tutte le operazioni sue e prometta85 nella fronte quel tale esser degno del commerzio e grazia d'ogni gran signore86 -.


XV.

Quivi, non aspettando pi oltre, disse il signor Gaspar Pallavicino: - Acci che il nostro gioco abbia la forma ordinata e che non paia che noi estimiam poco l'autorit dataci del contradire, dico che nel cortegiano a me non par cos necessaria questa nobilt; e s'io mi pensassi dir cosa che ad alcun di noi fusse nova, io addurrei molti i quali, nati di nobilissimo sangue, son stati pieni di vicii; e per lo contrario molti ignobili, che hanno con la virt illustrato la posterit loro. E se  vero quello che voi diceste dianzi, cio che in ogni cosa sia quella occulta forza del primo seme, noi tutti saremmo in una medesima condicione per aver avuto un medesimo principio, n pi un che l'altro sarebbe nobile. Ma delle diversit nostre e gradi d'altezza e di bassezza credo io che siano molte altre cause: tra le quali estimo la fortuna esser precipua, perch in tutte le cose mondane la veggiamo dominare e quasi pigliarsi a gioco d'alzar spesso fin al cielo chi par a lei senza merito alcuno, e sepellir nell'abisso i pi degni d'esser esaltati. Confermo ben ci che voi dite della felicit di quelli che nascon dotati dei beni dell'animo e del corpo; ma questo cos si vede negli ignobili come nei nobili, perch la natura non ha queste cos sottili distinzioni; anzi, come ho detto, spesso si veggono in persone bassissime altissimi doni di natura. Per non acquistandosi questa nobilt n per ingegno n per forza n per arte, ed essendo pi tosto laude dei nostri antecessori che nostra propria, a me par troppo strano voler che, se i parenti del nostro cortegiano son stati ignobili, tutte le sue bone qualit siano guaste, e che non bastino assai quell'altre condizioni che voi avete nominate, per ridurlo al colmo della perfezione: cio ingegno, bellezza di volto, disposizion di persona e quella grazia, che al primo aspetto sempre lo faccia a ciascun gratissimo -.


XVI.

Allor il conte Ludovico, - Non nego io, - rispose, - che ancora negli omini bassi87 non possano regnar quelle medesime virt che nei nobili; ma per non replicar quello che gi avemo detto con molte altre ragioni che si poriano addurre in laude della nobilit, la qual sempre ed appresso ognuno  onorata, perch ragionevole cosa  che de'boni nascano i boni, avendo noi a formare un cortegiano senza diffetto alcuno e cumulato d'ogni laude, mi par necessario farlo nobile, s per molte altre cause, come ancor per la opinion universale, la qual sbito accompagna la nobilit88. Ch se saranno dui omini di palazzo89, i quali non abbiano per prima dato impression alcuna di se stessi con l'opere o bone o male, sbito che s'intenda l'un esser nato gentilomo e l'altro no, appresso ciascuno lo ignobile sar molto meno estimato che 'l nobile, e bisogner che con molte fatiche e con tempo nella mente degli omini imprima la bona opinion di s, che l'altro in un momento, e solamente con l'esser gentilom, aver acquistata. E di quanta importanzia siano queste impressioni, ognun po facilmente comprendere; ch, parlando di noi, abbiam veduto capitare in questa casa omini, i quali, essendo sciocchi e goffissimi, per tutta Italia hanno per avuto fama di grandissimi cortegiani; e bench in ultimo sian stati scoperti e conosciuti, pur per molti d ci hanno ingannato, e mantenuto negli animi nostri quella opinion di s che prima in essi hanno trovato impressa, bench abbiano operato secondo il lor poco valore. Avemo veduti altri, al principio in pochissima estimazione, poi esser all'ultimo riusciti benissimo. E di questi errori sono diverse cause; e tra l'altre la ostinazion dei signori, i quali, per voler far miracoli, talor si mettono a dar favore a chi par loro che meriti disfavore. E spesso ancor essi s'ingannano; ma perch sempre hanno infiniti imitatori, dal favor loro deriva grandissima fama, la qual per lo pi i giudici vanno seguendo; e se ritrovano qualche cosa che paia contraria alla commune opinione, dubitano di ingannar se medesimi e sempre aspettano qualche cosa di nascosto, perch pare che queste opinioni universali debbano pur esser fondate sopra il vero e nascere da ragionevoli cause, e perch gli animi nostri sono prontissimi allo amore ed all'odio, come si vede nei spettaculi de'combattimenti e de'giochi e d'ogni altra sorte contenzione90, dove i spettatori spesso si affezionano senza manifesta cagione ad una delle parti, con desiderio estremo che quella resti vincente e l'altra perda. Circa la opinione ancor delle qualit degli omini, la bona fama o la mala nel primo entrare move l'animo nostro ad una di queste due passioni. Per interviene che per lo pi noi giudichiamo con amore, o vero con odio. Vedete adunque di quanta importanzia sia questa prima impressione e come debba sforzarsi d'acquistarla bona nei princpi chi pensa aver grado e nome di bon cortegiano.


XVII.

Ma per venire a qualche particularit, estimo che la principale e vera profession del cortegiano debba esser quella dell'arme; la qual sopra tutto voglio che egli faccia vivamente e sia conosciuto tra gli altri per ardito e sforzato91 e fidele a chi serve. E 'l nome di queste bone condicioni si acquister facendone l'opere in ogni tempo e loco, imper che non  licito in questo mancar mai, senza biasimo estremo; e come nelle donne la onest, una volta macchiata, mai pi non ritorna al primo stato, cos la fama d'un gentilom che porti l'arme, se una volta in un minimo punto si denigra per coardia o altro rimproccio92, sempre resta vituperosa al mondo e piena d'ignominia. Quanto pi adunque sar eccellente il nostro cortegiano in questa arte, tanto pi sar degno di laude; bench'io non estimi esser in lui necessaria quella perfetta cognizion di cose e l'altre qualit, che ad un capitano si convengono; ch per esser questo troppo gran mare, ne contentatemo, come avemo detto, della integrit di fede e dell'animo invitto e che sempre si vegga esser tale: perch molte volte pi nelle cose piccole che nelle grandi si conoscono i coraggiosi; e spesso ne'pericoli d'importanzia, e dove son molti testimonii, si ritrovano alcuni li quali, bench abbiano il core morto nel corpo, pur spinti dalla vergogna o dalla compagnia, quasi ad occhi chiusi vanno inanzi e fanno il debito loro, e Dio sa come; e nelle cose che poco premono e dove par che possano senza esser notati restar di mettersi a pericolo, volentier si lasciano acconciare al sicuro93. Ma quelli che ancor quando pensano non dover esser d'alcuno n mirati, n veduti, n conosciuti, mostrano ardire e non lascian passar cosa, per minima ch'ella sia, che possa loro esser carico, hanno quella virt d'animo che noi ricerchiamo nel nostro cortegiano. Il quale non volemo per che si mostri tanto fiero, che sempre stia in su le brave parole e dica aver tolto la corazza per moglie, e minacci con quelle fiere guardature che spesso avemo vedute fare a Berto94; ch a questi tali meritamente si po dir quello, che una valorosa donna in una nobile compagnia piacevolmente disse ad uno, ch'io per ora nominar non voglio95; il quale, essendo da lei, per onorarlo, invitato a danzare, e rifiutando esso e questo e lo udir musica e molti altri intertenimenti offertigli, sempre con dir cos fatte novelluzze non esser suo mestiero, in ultimo, dicendo la donna, "Qual  adunque il mestier vostro?", rispose con un mal viso: "Il combattere"; allora la donna sbito: "Crederei", disse, "che or che non siete alla guerra, n in termine de combattere, fosse bona cosa che vi faceste molto ben untare ed insieme con tutti i vostri arnesi da battaglia riporre in un armario finch bisognasse, per non ruginire pi di quello che siate"; e cos, con molte risa de'circunstanti, scornato lasciollo nella sua sciocca prosunzione. Sia adunque quello che noi cerchiamo, dove si veggon gli inimici, fierissimo, acerbo e sempre tra i primi; in ogni altro loco, umano, modesto e ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostentazione e lo impudente laudar se stesso, per lo quale l'uomo sempre si cncita odio e stomaco96 da chi ode -.


XVIII

- Ed io, - rispose allora il signor Gaspar, - ho conosciuti pochi omini eccellenti in qualsivoglia cosa, che non laudino se stessi; e parmi che molto ben comportar lor si possa, perch chi si sente valere, quando si vede non esser per l'opere dagli ignoranti conosciuto, si sdegna che 'l valor suo stia sepulto e forza  che a qualche modo lo scopra, per non essere defraudato dell'onore, che  il vero premio delle virtuose fatiche. Per tra gli antichi scrittori, chi molto vale rare volte si astien da laudar se stesso. Quelli ben sono intollerabili che, essendo di niun merito, si laudano; ma tal non presumiam noi che sia il nostro cortegiano -. Allor il Conte, - Se voi, - disse, - avete inteso, io ho biasmato il laudare se stesso impudentemente e senza rispetto; e certo, come voi dite, non si dee pigliar mala opinion d'un omo valoroso, che modestamente si laudi; anzi tor quello per testimonio pi certo che se venisse di bocca altrui. Dico ben che chi, laudando se stesso, non incorre in errore, n a s genera fastidio o invidia da chi ode, quello  discretissimo ed, oltre alle laudi che esso si d, ne merita ancor dagli altri; perch  cosa difficil assai -. Allora il signor Gaspar, - Questo, - disse, - ci avete da insegnar voi -. Rispose il Conte: - Tra gli antichi scrittori non  ancor mancato chi l'abbia insegnato97; ma, al parer mio, il tutto consiste in dir le cose di modo, che paia che non si dicano a quel fine, ma che caggiano talmente a proposito, che non si possa restar di dirle, e sempre mostrando fuggir le proprie laudi, dirle pure; ma non di quella maniera che fanno questi bravi98, che aprono la bocca e lascian venir le parole alla ventura; come pochi d fa disse un de'nostri che, essendogli a Pisa stato passata una coscia con una picca da una banda all'altra, pens che fosse una mosca che l'avesse punto; ed un altro disse che non teneva specchio in camera perch quando si crucciava diveniva tanto terribile nell'aspetto, che veggendosi ara fatto troppo gran paura a se stesso99 -. Rise qui ognuno; ma messer Cesare Gonzaga suggiunse: - Di che ridete voi? Non sapete che Alessandro Magno, sentendo che opinion d'un filosofo era che fussino infiniti mondi, cominci a piangere, ed essendoli domandato perch piangeva, rispose, "Perch'io non ne ho ancor preso un solo"; come se avesse avuto animo di pigliarli tutti?100. Non vi par che questa fosse maggior braveria che il dir della puntura della mosca? - Disse allor il Conte: - Anco Alessandro era maggior uom che non era colui che disse quella. Ma agli omini eccellenti in vero si ha da perdonare quando presumono assai di s; perch chi ha da far gran cose, bisogna che abbia ardir di farle e confidenzia di se stesso e non sia d'animo abbietto o vile, ma s ben modesto in parole, mostrando di presumer meno di se stesso che non fa, pur che quella presunzione non passi alla temerit -.


XIX

Quivi facendo un poco di pausa il Conte, disse ridendo messer Bernardo Bibiena: - Ricordomi che dianzi diceste che questo nostro cortegiano aveva da esser dotato da natura di bella forma di volto e di persona, con quella grazia che lo facesse cos amabile. La grazia e 'l volto bellissimo penso per certo che in me sia e perci interviene che tante donne, quante sapete, ardeno dell'amor mio; ma della forma del corpo sto io alquanto dubbioso, e massimamente per queste mie gambe, che in vero non mi paiono cos atte com'io vorrei; del busto e del resto contentomi pur assai bene. Dichiarate adunque un poco pi minutamente questa forma del corpo, quale abbia ella da essere, acci che io possa levarmi di questo dubbio e star con l'animo riposato -. Essendosi di questo riso alquanto, suggiunse il Conte: - Certo quella grazia del volto, senza mentire, dir si po esser in voi, n altro esempio adduco che questo, per dechiarire che cosa ella sia; ch senza dubbio veggiamo il vostro aspetto esser gratissimo e piacere ad ognuno, avvenga che i lineamenti d'esso non siano molto delicati; ma tien del virile, e pur  grazioso; e trovasi questa qualit in molte e diverse forme di volti. E di tal sorte voglio io che sia lo aspetto del nostro cortegiano, non cos molle e feminile come si sforzano d'aver molti, che non solamente si crespano i capegli e spelano le ciglia101, ma si strisciano102 con tutti que'modi che si faccian le pi lascive e disoneste femine del mondo; e pare che nello andare, nello stare ed in ogni altro lor atto siano tanto teneri e languidi, che le membra siano per staccarsi loro l'uno dall'altro; e pronunziano quelle parole cos afflitte, che in quel punto par che lo spirito loro finisca; e quanto pi si trovano con omini di grado, tanto pi usano tai termini. Questi, poich la natura, come essi mostrano desiderare di parere ed essere, non gli ha fatti femine, dovrebbono non come bone femine esser estimati, ma, come publiche meretrici, non solamente delle corti de'gran signori, ma del consorzio degli omini nobili esser cacciati.


XX.

Vegnendo adunque alla qualit della persona, dico bastar ch'ella non sia estrema in piccolezza n in grandezza, perch e l'una e l'altra di queste condicioni porta seco una certa dispettosa maraviglia e sono gli omini di tal sorte mirati quasi di quel modo che si mirano le cose monstruose; bench, avendo da peccare nell'una delle due estremit, men male  l'esser un poco diminuto, che ecceder la ragionevol misura in grandezza; perch gli omini cos vasti di corpo, oltra che molte volte di ottuso ingegno si trovano, sono ancor inabili ad ogni esercizio di agilit, la qual cosa io desidero assai nel cortegiano. E perci voglio che egli sia di bona disposizione e de'membri ben formato, e mostri forza e leggerezza e discioltura103, e sappia de tutti gli esercizi di persona104, che ad uom di guerra s'appartengono; e di questo penso il primo dever essere maneggiar ben ogni sorte d'arme a piedi ed a cavallo e conoscere i vantaggi105 che in esse sono, e massimamente aver notizia di quell'arme che s'usano ordinariamente tra'gentilomini; perch, oltre all'operarle alla guerra, dove forse non sono necessarie tante sottilit, intervengono spesso differenzie106 tra un gentilom e l'altro, onde poi nasce il combattere, e molte volte con quell'arme che in quel punto si trovano a canto; per il saperne  cosa securissima. N son io gi di que'che dicono, che allora l'arte si scorda nel bisogno; perch certamente chi perde l'arte in quel tempo, d segno che prima ha perduto il core e 'l cervello di paura.


XXI.

Estimo ancora che sia di momento assai il saper lottare, perch questo accompagna molto tutte l'arme da piedi. Appresso bisogna che e per s e per gli amici intenda le querele e differenzie che possono occorrere, e sia avvertito nei vantaggi, in tutto mostrando sempre ed animo e prudenzia; n sia facile a questi combattimenti, se non quanto per l'onor fosse sforzato; che, oltre al gran pericolo che la dubbiosa sorte seco porta, chi in tai cose precipitosamente e senza urgente causa incorre, merita grandissimo biasimo, avvenga che ben gli succeda. Ma quando si trova l'omo esser entrato tanto avanti, che senza carico non si possa ritrarre, dee e nelle cose che occorrono prima del combattere, e nel combattere, esser deliberatissimo e mostrar sempre prontezza e core; e non far com'alcuni, che passano la cosa in dispute e punti107, ed avendo la elezion dell'arme, pigliano arme che non tagliano n pungono e s'armano come s'avessero ad aspettar le cannonate; e parendo lor bastare il non esser vinti, stanno sempre in sul diffendersi e ritirarsi, tanto che mostrano estrema vilt; onde fannosi far la baia da'fanciulli, come que'dui Anconitani, che poco fa combatterono a Perugia e fecero ridere chi gli vide. - E quali furon questi? - disse il signor Gaspar Pallavicino. Rispose messer Cesare: - Dui fratelli consobrini108 -. Disse allora il Conte: - Al combattere parvero fratelli carnali; - poi suggionse: - Adopransi ancor l'arme spesso in tempo di pace in diversi esercizi, e veggonsi i gentilomini nei spettacoli publici alla presenzia de'populi, di donne e di gran signori. Per voglio che 'l nostro cortegiano sia perfetto cavalier d'ogni sella109, ed oltre allo aver cognizion di cavalli e di ci che al cavalcare s'appartiene, ponga ogni studio e diligenzia di passar in ogni cosa un poco pi avanti che gli altri, di modo che sempre tra tutti sia per eccellente conosciuto. E come si legge d'Alcibiade110 che super tutte le nazioni presso alle quali egli visse, e ciascuna in quello che pi era suo proprio, cos questo nostro avanzi gli altri, e ciascuno in quello di che pi fa professione. E perch degli Italiani  peculiar laude il cavalcare bene alla brida111, il maneggiar con ragione massimamente cavalli asperi, il correr lance112 e 'l giostrare113, sia in questo de'migliori Italiani; nel torneare114, tener un passo, combattere una sbarra115, sia bono tra i miglior Franzesi; nel giocare a canne116, correr tori117, lanzar aste e dardi, sia tra i Spagnoli eccellente. Ma sopra tutto accompagni ogni suo movimento con un certo bon giudicio e grazia, se vole meritar quell'universal favore che tanto s'apprezza.


XXII.

Sono ancor molti altri esercizi, i quali, bench non dependano drittamente dalle arme, pur con esse hanno molta convenienzia118 e tengono assai d'una strenuit119 virile; e tra questi parmi la caccia esser de'principali, perch ha una certa similitudine di guerra; ed  veramente piacer da gran signori e conveniente ad uom di corte; e comprendesi che ancor tra gli antichi era in molta consuetudine. Conveniente  ancor saper nuotare, saltare, correre, gittar pietre perch, oltre alla utilit che di questo si po avere alla guerra, molte volte occorre far prova di s in tai cose; onde s'acquista bona estimazione, massimamente nella moltitudine, con la quale bisogna pur che l'om s'accommodi. Ancor nobile esercizio e convenientissimo ad uom di corte  il gioco di palla, nel quale molto si vede la disposizion del corpo e la prestezza e discioltura d'ogni membro, e tutto quello che quasi in ogni altro esercizio si vede. N di minor laude estimo il volteggiar a cavallo, il quale, abbench sia faticoso e difficile, fa l'omo leggerissimo e destro pi che alcun'altra cosa; ed oltre alla utilit, se quella leggerezza  compagnata di bona grazia, fa, al parer mio, pi bel spettaculo che alcun degli altri. Essendo adunque il nostro cortegiano in questi esercizi pi che mediocremente esperto, penso che debba lasciar gli altri da canto; come volteggiar in terra, andar in su la corda e tai cose, che quasi hanno del giocolare120 e poco sono a gentilomo convenienti. Ma perch sempre non si po versar tra queste cos faticose operazioni, oltra che ancor la assiduit sazia molto e leva quella ammirazione che si piglia delle cose rare, bisogna sempre variar con diverse azioni la vita nostra. Per voglio che 'l cortegiano descenda qualche volta a pi riposati e placidi esercizi, e per schivar la invidia e per intertenersi piacevolmente con ognuno faccia tutto quello che gli altri fanno, non s'allontanando per mai dai laudevoli atti e governandosi con quel bon giudicio che non lo lassi incorrere in alcuna sciocchezza; ma rida, scherzi, motteggi, balli e danzi, nientedimeno con tal maniera, che sempre mostri esser ingenioso e discreto ed in ogni cosa che faccia o dica sia aggraziato -.


XXIII.

- Certo, - disse allor messer Cesare Gonzaga, - non si dovria gi impedir il corso di questo ragionamento; ma, se io tacessi, non satisfarei alla libert ch'io ho di parlare, n al desiderio di saper una cosa; e siami perdonato s'io, avendo a contradire, dimander; perch questo credo che mi sia licito, per esempio del nostro messer Bernardo, il quale per troppo voglia d'esser tenuto bell'omo, ha contrafatto alle leggi del nostro gioco, domandando e non contradicendo. - Vedete, - disse allora la signora Duchessa, - come da un error solo molti ne procedono. Per chi falla e d mal esempio, come messer Bernardo, non solamente merita esser punito del suo fallo, ma ancor dell'altrui -. Rispose allora messer Cesare: - Dunque io, Signora, sar esente di pena, avendo messer Bernardo ad esser punito del suo e del mio errore. - Anzi, - disse la signora Duchessa, - tutti dui devete aver doppio castigo: esso del suo fallo e dello aver indutto voi a fallire; voi del vostro fallo e dello aver imitato chi falliva. - Signora, - rispose messer Cesare, - io fin qui non ho fallito; per, per lasciar tutta questa punizione a messer Bernardo solo, tacerommi -. E gi si taceva; quando la signora Emilia ridendo, - Dite ci che vi piace, - rispose, - Ch, con licenzia per della signora Duchessa, io perdono a chi ha fallito e a chi fallir in cos piccol fallo -. Suggiunse la signora Duchessa: - Io son contenta; ma abbiate cura che non v'inganniate, pensando forse meritar pi con l'esser clemente che con l'esser giusta; perch perdonando troppo a chi falla si fa ingiuria a chi non falla. Pur non voglio che la mia austerit per ora, accusando la indulgenzia vostra, sia causa che noi perdiamo d'udir questa domanda di messer Cesare -. Cos esso, essendogli fatto segno dalla signora Duchessa e dalla signora Emilia, sbito disse:


XXIV.

- Se ben tengo a memoria, parmi, signor Conte, che voi questa sera pi volte abbiate replicato che 'l cortegiano ha da compagnare l'operazion sue, i gesti, gli abiti121, in somma ogni suo movimento con la grazia; e questo mi par che mettiate per un condimento d'ogni cosa, senza il quale tutte l'altre propriet e bone condicioni sian di poco valore. E veramente credo io che ognun facilmente in ci si lasciarebbe persuadere, perch per la forza del vocabulo si po dir che chi ha grazia quello  grato. Ma perch voi diceste, questo spesse volte esser don della natura e de'cieli, ed ancor quando non  cos perfetto potersi con studio e fatica far molto maggiore, quegli che nascono cos avventurosi122 e tanto ricchi di tal tesoro, come alcuni che ne veggiamo, a me par che in ci abbiano poco bisogno d'altro maestro; perch quel benigno favor del cielo quasi al suo dispetto123 i guida pi alto che essi non desiderano, e fagli non solamente grati, ma ammirabili a tutto il mondo. Per di questo non ragiono, non essendo in poter nostro per noi medesimi l'acquistarlo. Ma quelli che da natura hanno tanto solamente, che son atti a poter esser aggraziati aggiungendovi fatica, industria e studio, desidero io di saper con qual arte, con qual disciplina e con qual modo possono acquistar questa grazia, cos negli esercizi del corpo, nei quali voi estimate che sia tanto necessaria, come ancor in ogni altra cosa che si faccia o dica. Per, secondo che col laudarci molto questa qualit a tutti avete, credo, generato una ardente sete di conseguirla, per lo carico dalla signora Emilia impostovi siete ancor con lo insegnarci obligato ad estinguerla


XXV.

- Obligato non son io, - disse il Conte, - ad insegnarvi a diventar aggraziati, n altro, ma solamente a dimostrarvi qual abbia ad essere un perfetto cortegiano. N io gi pigliarei impresa di insegnarvi questa perfezione, massimamente avendo poco fa detto che 'l cortegiano abbia da saper lottare e volteggiare e tant'altre cose, le quali come io sapessi insegnarvi, non le avendo mai imparate, so che tutti lo conoscete. Basta che s come un bon soldato sa dire al fabro di che foggia e garbo e bont hanno ad esser l'arme, n per gli sa insegnar a farle, n come le martelli o tempri, cos io forse vi sapr dir qual abbia ad esser un perfetto cortegiano, ma non insegnarvi come abbiate a fare per divenirne. Pur, per satisfare ancor quanto  in poter mio alla domanda vostra, bench e'sia quasi in proverbio che la grazia non s'impari, dico che chi ha da esser aggraziato negli esercizi corporali, presuponendo prima che da natura non sia inabile, dee cominciar per tempo ed imparar i princpi da ottimi maestri; la qual cosa quanto paresse a Filippo re di Macedonia importante, si po comprendere, avendo voluto che Aristotele, tanto famoso filosofo e forse il maggior che sia stato al mondo mai, fosse quello che insegnasse i primi elementi delle lettere ad Alessandro suo figliolo124. E delli omini che noi oggid conoscemo, considerate come bene ed aggraziatamente fa il signor Galleazzo Sanseverino, gran scudiero di Francia125 tutti gli esercizi del corpo; e questo perch, oltre alla natural disposizione ch'egli tiene della persona, ha posto ogni studio d'imparare da bon maestri ed aver sempre presso di s omini eccellenti e da ognun pigliar il meglio di ci che sapevano; ch s come del lottare, volteggiare e maneggiar molte sorti d'armi ha tenuto per guida il nostro messer Pietro Monte, il qual, come sapete,  il vero e solo maestro d'ogni artificiosa forza e leggerezza, cos del cavalcare, giostrare e qualsivoglia altra cosa ha sempre avuto inanzi agli occhi i pi perfetti, che in quelle professioni siano stati conosciuti.


XXVI.

Chi adunque vorr esser bon discipulo, oltre al far le cose bene, sempre ha da metter ogni diligenzia per assimigliarsi al maestro e, se possibil fosse, transformarsi in lui. E quando gi si sente aver fatto profitto, giova molto veder diversi omini di tal professione e, governandosi con quel bon giudicio che sempre gli ha da esser guida, andar scegliendo or da un or da un altro varie cose. E come la pecchia ne'verdi prati sempre tra l'erbe va carpendo i fiori126, cos il nostro cortegiano aver da rubare questa grazia da que'che a lui parer che la tenghino e da ciascun quella parte che pi sar laudevole; e non far come un amico nostro, che voi tutti conoscete, che si pensava esser molto simile al re Ferrando minore d'Aragona127, n in altro avea posto cura d'imitarlo, che nel spesso alzare il capo, torzendo una parte della bocca, il qual costume il re avea contratto cos da infirmit. E di questi molti si ritrovano, che pensan far assai, pur che sian simili a un grand'omo in qualche cosa; e spesso si appigliano a quella che in colui  sola viciosa128. Ma avendo io gi pi volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l'hanno, trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano pi che alcuna altra, e ci  fuggir quanto pi si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ci che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi129. Da questo credo io che derivi assai la grazia; perch delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficult, onde in esse la facilit genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli d somma disgrazia130 e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch'ella si sia. Per si po dir quella esser vera arte che non pare esser arte; n pi in altro si ha da poner studio, che nel nasconderla: perch se  scoperta, leva in tutto il credito e fa l'omo poco estimato. E ricordomi io gi aver letto131 esser stati alcuni antichi oratori eccellentissimi, i quali tra le altre loro industrie sforzavansi di far credere ad ognuno s non aver notizia alcuna di lettere; e dissimulando il sapere mostravan le loro orazioni esser fatte simplicissimamente, e pi tosto secondo che loro porgea la natura e la verit, che 'l studio e l'arte; la qual se fosse stata conosciuta, ara dato dubbio negli animi del populo di non dover esser da quella ingannati. Vedete adunque come il mostrar l'arte ed un cos intento132 studio levi la grazia d'ogni cosa. Qual di voi  che non rida quando il nostro messer Pierpaulo133 danza alla foggia sua, con que'saltetti e gambe stirate in punta di piede, senza mover la testa, come se tutto fosse un legno, con tanta attenzione, che di certo pare che vada numerando i passi? Qual occhio  cos cieco, che non vegga in questo la disgrazia della affettazione? e la grazia in molti omini e donne che sono qui presenti, di quella sprezzata desinvoltura (ch nei movimenti del corpo molti cos la chiamano), con un parlar o ridere o adattarsi, mostrando non estimar e pensar pi ad ogni altra cosa che a quello, per far credere a chi vede quasi di non saper n poter errare?


XXVII.

Quivi non aspettando, messer Bernardo Bibiena disse: - Eccovi che messer Roberto134 nostro ha pur trovato chi laudar la foggia del suo danzare, poich tutti voi altri pare che non ne facciate caso; ch se questa eccellenzia consiste nella sprezzatura e mostrar di non estimare e pensar pi ad ogni altra cosa che a quello che si fa, messer Roberto nel danzare non ha pari al mondo; ch per mostrar ben di non pensarvi si lascia cader la robba135 spesso dalle spalle e le pantoffole de'piedi, e senza raccrre n l'uno n l'altro, tuttavia danza -. Rispose allor il Conte: - Poich voi volete pur ch'io dica, dir ancor dei vicii nostri. Non v'accorgete che questo, che voi in messer Roberto chiamate sprezzatura,  vera affettazione? perch chiaramente si conosce che esso si sforza con ogni studio mostrar di non pensarvi, e questo  il pensarvi troppo; e perch passa certi termini di mediocrit136 quella sprezzatura  affettata e sta male; ed  una cosa che a punto riesce al contrario del suo presuposito, cio di nasconder l'arte. Per non estimo io che minor vicio della affettazion sia nella sprezzatura, la quale in s  laudevole, lasciarsi cadere i panni da dosso, che nella attillatura137, che pur medesimamente da s  laudevole, il portar il capo cos fermo per paura di non guastarsi la zazzera, o tener nel fondo della berretta il specchio e 'l pettine nella manica, ed aver sempre drieto il paggio per le strade con la sponga e la scopetta138; perch questa cos fatta attillatura e sprezzatura tendono troppo allo estremo; il che sempre  vicioso, e contrario a quella pura ed amabile simplicit, che tanto  grata agli animi umani139. Vedete come un cavalier sia di mala grazia, quando si sforza d'andare cos stirato140 in su la sella e, come noi sogliam dire, alla veneziana, a comparazion d'un altro, che paia che non vi pensi e stia a cavallo cos disciolto e sicuro come se fosse a piedi. Quanto piace pi e quanto pi  laudato un gentilom che porti arme, modesto, che parli poco e poco si vanti, che un altro, il quale sempre stia in sul laudar se stesso, e biastemando con braveria mostri minacciar al mondo! e niente altro  questo, che affettazione di voler parer gagliardo. Il medesimo accade in ogni esercizio, anzi in ogni cosa che al mondo fare o dir si possa


XXVIII.

Allora il signor Magnifico, - Questo ancor, - disse, - si verifica nella musica, nella quale  vicio grandissimo far due consonanzie perfette l'una dopo l'altra; tal che il medesimo sentimento dell'audito nostro l'aborrisce e spesso ama una seconda o settima, che in s  dissonanzia aspera ed intollerabile141; e ci procede che quel continuare nelle perfette genera saziet e dimostra una troppo affettata armonia; il che mescolando le imperfette si fugge, col far quasi un paragone, donde pi le orecchie nostre stanno suspese e pi avidamente attendono e gustano le perfette, e dilettansi talor di quella dissonanzia della seconda o settima, come di cosa sprezzata. - Eccovi adunque, - rispose il Conte, - che in questo nce l'affettazione, come nell'altre cose. Dicesi ancor esser stato proverbio presso ad alcuni eccellentissimi pittori antichi troppa diligenzia esser nociva, ed esser stato biasmato Protogene da Apelle, che non sapea levar le mani dalla tavola142 -. Disse allora messer Cesare: - Questo medesimo diffetto parmi che abbia il nostro fra Serafino, di non saper levar le mani dalla tavola143, almen fin che in tutto non ne sono levate ancora le vivande -. Rise il Conte e suggiunse: - Voleva dire Apelle che Protogene nella pittura non conoscea quel che bastava; il che non era altro, che riprenderlo d'esser affettato nelle opere sue. Questa virt adunque contraria alla affettazione, la qual noi per ora chiamiamo sprezzatura, oltra che ella sia il vero fonte donde deriva la grazia, porta ancor seco un altro ornamento, il quale accompagnando qualsivoglia azione umana, per minima che ella sia, non solamente sbito scopre il saper di chi la fa, ma spesso lo fa estimar molto maggior di quello che  in effetto; perch negli animi delli circunstanti imprime opinione, che chi cos facilmente fa bene sappia molto pi di quello che fa, e se in quello che fa ponesse studio e fatica, potesse farlo molto meglio144. E per replicare i medesimi esempi, eccovi che un uom che maneggi l'arme, se per lanzar un dardo, o ver tenendo la spada in mano a altr'arma, si pon senza pensar scioltamente in una attitudine pronta, con tal facilit che paia che il corpo e tutte le membra stiano in quella disposizione naturalmente e senza fatica alcuna, ancora che non faccia altro, ad ognuno si dimostra esser perfettissimo in quello esercizio. Medesimamente nel danzare un passo solo, un sol movimento della persona grazioso e non sforzato, sbito manifesta il sapere de chi danza. Un musico, se nel cantar pronunzia una sola voce terminata con suave accento in un groppetto duplicato145, con tal facilit che paia che cos gli venga fatto a caso, con quel punto solo fa conoscere che sa molto pi di quello che fa. Spesso ancor nella pittura una linea sola non stentata, un sol colpo di pennello tirato facilmente, di modo che paia che la mano, senza esser guidata da studio o arte alcuna, vada per se stessa al suo termine secondo la intenzion del pittore, scopre chiaramente la eccellenzia dell'artifice, circa la opinion della quale ognuno poi si estende secondo il suo giudicio146 e 'l medesimo interviene quasi d'ogni altra cosa. Sar adunque il nostro cortegiano stimato eccellente ed in ogni cosa aver grazia, massimamente nel parlare, se fuggir l'affettazione; nel qual errore incorrono molti, e talor pi che gli altri alcuni nostri Lombardi; i quali, se sono stati un anno fuor di casa, ritornati sbito cominciano a parlare romano, talor spagnolo o franzese, e Dio sa come; e tutto questo procede da troppo desiderio di mostrar di saper assai; ed in tal modo l'omo mette studio e diligenzia in acquistar un vicio odiosissimo. E certo a me sarebbe non piccola fatica, se in questi nostri ragionamenti io volessi usar quelle parole antiche toscane, che gi sono dalla consuetudine dei Toscani d'oggid rifiutate; e con tutto questo credo che ognun di me rideria


XXIX.

Allor messer Federico, - Veramente, - disse, - ragionando tra noi, come or facciamo, forse saria male usar quelle parole antiche toscane; perch, come voi dite, dariano fatica a chi le dicesse ed a chi le udisse e non senza difficult sarebbono da molti intese. Ma chi scrivesse, crederei ben io che facesse errore non usandole perch dnno molta grazia ed autorit alle scritture, e da esse risulta una lingua pi grave e piena di maest che dalle moderne. - Non so, - rispose il Conte, - che grazia o autorit possan dar alle scritture quelle parole che si deono fuggire, non solamente nel modo del parlare, come or noi facciamo (il che voi stesso confessate), ma ancor in ogni altro che imaginar si possa. Ch se a qualsivoglia omo di bon giudicio occorresse far una orazione di cose gravi nel senato proprio di Fiorenza, che  il capo di Toscana, o ver parlar privatamente con persona di grado in quella citt di negoci importanti, o ancor con chi fosse dimestichissimo di cose piacevoli, con donne o cavalieri d'amore, o burlando o scherzando in feste, giochi, o dove si sia, o in qualsivoglia tempo, loco o proposito, son certo che si guardarebbe d'usar quelle parole antiche toscane; ed usandole, oltre al far far beffe di s, darebbe non poco fastidio a ciascun che lo ascoltasse. Parmi adunque molto strana cosa usare nello scrivere per bone quelle parole, che si fuggono per viciose in ogni sorte di parlare; e voler che quello che mai non si conviene nel parlare, sia il pi conveniente modo che usar si possa nello scrivere. Ch pur, secondo me, la scrittura non  altro che una forma di parlare che resta ancor poi che l'omo ha parlato, e quasi una imagine o pi presto vita delle parole, e per nel parlare, il qual, sbito uscita che  la voce, si disperde, son forse tollerabili alcune cose che non sono nello scrivere; perch la scrittura conserva le parole e le sottopone al giudicio di chi legge e d tempo di considerarle maturamente. E perci  ragionevole che in questa si metta maggior diligenzia per farla pi culta e castigata; non per di modo che le parole scritte siano dissimili dalle dette, ma che nello scrivere si eleggano delle pi belle che s'usano nel parlare147. E se nello scrivere fosse licito quello che non  licito nel parlare, ne nascerebbe un inconveniente148 al parer mio grandissimo, che  che pi licenzia usar si poria in quella cosa, nella qual si dee usar pi studio; e la industria che si mette nello scrivere in loco di giovar nocerebbe. Per certo  che quello che si conviene nello scrivere si convien ancor nel parlare; e quel parlar  bellissimo, che  simile ai scritti belli. Estimo ancora che molto pi sia necessario l'esser inteso nello scrivere che nel parlare; perch quelli che scrivono non son sempre presenti a quelli che leggono, come quelli che parlano a quelli che parlano. Per io laudarei che l'omo, oltre al fuggir molte parole antiche toscane, si assicurasse ancor d'usare, e scrivendo e parlando, quelle che oggid sono in consuetudine in Toscana e negli altri lochi della Italia, e che hanno qualche grazia nella pronuncia. E parmi che chi s'impone altra legge non sia ben sicuro di non incorrere in quella affettazione tanto biasimata, della qual dianzi dicevamo -.


XXX.

Allora messer Federico, - Signor Conte, - disse, - io non posso negarvi che la scrittura non sia un modo di parlare. Dico ben che, se le parole che si dicono hanno in s qualche oscurit, quel ragionamento non penetra nell'animo di chi ode e passando senza esser inteso, diventa vano; il che non interviene nello scrivere, ch se le parole che usa il scrittore portan seco un poco, non dir di difficult, ma d'acutezza recondita, e non cos nota come quelle che si dicono parlando ordinariamente, danno una certa maggior autorit alla scrittura e fanno che 'l lettore va pi ritenuto e sopra di s, e meglio considera e si diletta dello ingegno e dottrina di chi scrive; e col bon giudicio affaticandosi un poco, gusta quel piacere che s'ha nel conseguir le cose difficili. E se la ignoranzia di chi legge  tanta, che non possa superar quelle difficult, non  la colpa dello scrittore, n per questo si dee stimar che quella lingua non sia bella. Per, nello scrivere credo io che si convenga usar le parole toscane e solamente le usate dagli antichi Toscani149, perch quello  gran testimonio ed approvato dal tempo che sian bone, e significative de quello perch si dicono; ed oltre a questo hanno quella grazia e venerazion che l'antiquit presta150 non solamente alle parole, ma agli edifici, alle statue, alle pitture e ad ogni cosa che  bastante a conservarla; e spesso solamente con quel splendore e dignit fanno la elocuzion bella, dalla virt della quale ed eleganzia ogni subietto, per basso che egli sia, po esser tanto adornato, che merita somma laude. Ma questa vostra consuetudine, di cui voi fate tanto caso, a me par molto pericolosa e spesso po esser mala; e se qualche vicio di parlar si ritrova esser invalso in molti ignoranti, non per questo parmi che si debba pigliar per una regula ed esser dagli altri seguitato. Oltre a questo, le consuetudini sono molto varie, n  citt nobile in Italia che non abbia diversa maniera di parlar da tutte l'altre. Per non vi ristringendo voi a dechiarir151 qual sia la megliore, potrebbe l'omo attaccarse alla bergamasca cos come alla fiorentina, e secondo voi non sarebbe error alcuno. Parmi adunque che a chi vol fuggir ogni dubbio, ed esser ben sicuro, sia necessario proporsi ad imitar uno152, il quale di consentimento di tutti sia estimato bono, ed averlo sempre per guida e scudo contra chi volesse riprendere153; e questo (nel vulgar dico) non penso che abbia da esser altro che il Petrarca e 'l Boccaccio; e chi da questi dui si discosta va tentoni, come chi camina per le tenebre senza lume e per spesso erra la strada. Ma noi altri siamo tanto arditi, che non degnamo di far quello che hanno fatto i boni antichi, cio attendere alla imitazione, senza la quale estimo io che non si possa scriver bene154. E gran testinionio di questo parmi che ci dimostri Virgilio; il quale, bench con quello ingegno e giudicio tanto divino togliesse la speranza a tutti i posteri che alcun mai potesse ben imitar lui, volse per imitar Omero -.


XXXI.

Allora il signor Gaspar Pallavicino, - Questa disputazion, - disse, - dello scrivere in vero  ben degna d'esser udita; nientedimeno pi farebbe al proposito nostro, se voi c'insegnaste di che modo debba parlar il cortegiano, perch parmi che n'abbia maggior bisogno e pi spesso gli occorra il servirsi del parlare che dello scrivere -. Rispose il Magnifico: - Anzi a cortegian tanto eccellente e cos perfetto non  dubbio che l'uno e l'altro  necessario a sapere, e che senza queste due condizioni forse tutte l'altre sariano non molto degne di laude; per, se il Conte vorr satisfare al debito suo, insegner al cortegiano non solamente il parlare, ma ancor il scriver bene -. Allor il Conte, - Signor Magnifico, - disse, - questa impresa non accettar io gi, ch gran sciocchezza saria la mia voler insegnare ad altri quello che io non so; e, quando ancor lo sapessi, pensar di poter fare in cos poche parole quello, che con tanto studio e fatica hanno fatto a pena omini dottissimi, ai scritti de'quali rimetterei il nostro cortegiano, se pur fossi obligato d'insegnargli a scrivere e parlare -. Disse messer Cesare: - Il signor Magnifico intende del parlare e scriver vulgare, e non latino; per quelle scritture degli omini dotti non sono al proposito nostro155; ma bisogna che voi diciate circa questo ci che ne sapete, ch del resto v'averemo per escusato. - Io gi l'ho detto, - rispose il Conte; - ma, parlandosi della lingua toscana, forse pi saria debito del signor Magnifico che d'alcun altro il darne la sentenzia -. Disse il Magnifico: - Io non posso n debbo ragionevolmente contradir a chi dice che la lingua toscana sia pi bella dell'altre.  ben vero che molte parole si ritrovano nel Petrarca e nel Boccaccio, che or son interlassate dalla consuetudine d'oggid; e queste io, per me, non usarei mai n parlando n scrivendo; e credo che essi ancor, se insin a qui vivuti fossero, non le usarebbono pi -. Disse allor messer Federico: - Anzi le usarebbono; e voi altri, signori Toscani, dovreste rinovar la vostra lingua e non lassarla perire, come fate; ch ormai si po dire che minor notizia se n'abbia in Fiorenza, che in molti altri lochi della Italia -. Rispose allor messer Bernardo: - Queste parole che non s'usano pi in Fiorenza sono restate ne'contadini e, come corrotte e guaste dalla vecchiezza, sono dai nobili rifiutate -.


XXXII.

Allora la signora Duchessa, - Non usciam, - disse, - del primo proposito e facciam che 'l conte Ludovico insegni al cortegiano il parlare e scriver bene, e sia o toscano o come si voglia -. Rispose il Conte: - Io gi, Signora, ho detto quello che ne so; e tengo che le medesime regule, che serveno ad insegnar l'uno, servano ancor ad insegnar l'altro. Ma poich mel commandate, risponder quello che m'occorre156 a messer Federico, il quale ha diverso parer dal mio; e forse mi bisogner ragionar un poco pi diffusamente che non si conviene; ma questo sar quanto io posso dire. E primamente dico che, secondo il mio giudicio, questa nostra lingua, che noi chiamiamo vulgare,  ancor tenera e nova, bench gi gran tempo si costumi; perch, per essere stata la Italia non solamente vessata e depredata, ma lungamente abitata da'barbari, per lo commerzio di quelle nazioni la lingua latina s' corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue; le quai, come i fiumi che dalla cima dell'Appennino fanno divorzio e scorrono nei dui mari, cos si son esse ancor divise ed alcune tinte di latinit pervenute per diversi camini qual ad una parte e quale ad altra, ed una tinta di barbarie rimasta in Italia. Questa adunque  stata tra noi lungamente incomposta e varia, per non aver avuto chi le abbia posto cura, n in essa scritto, n cercato di darle splendor o grazia alcuna; pur  poi stata alquanto pi culta in Toscana, che negli altri lochi della Italia; e per questo par che 'l suo fiore insino da que'primi tempi qui sia rimaso, per aver servato quella nazion gentil accenti nella pronunzia ed ordine grammaticale in quello che si convien, pi che l'altre; ed aver avuti tre nobili scrittori157, i quali ingeniosamente e con quelle parole e termini che usava la consuetudine de'loro tempi hanno espresso i lor concetti; il che pi felicemente che agli altri, al parer mio,  successo al Petrarca nelle cose amorose. Nascendo poi di tempo in tempo, non solamente in Toscana ma in tutta la Italia, tra gli omini nobili e versati nelle corti e nell'arme e nelle lettere, qualche studio di parlare e scrivere pi elegantemente, che non si faceva in quella prima et rozza ed inculta, quando lo incendio delle calamit nate da'barbari non era ancor sedato, sonsi lassate molte parole, cos nella citt propria di Fiorenza ed in tutta la Toscana, come nel resto della Italia, ed in loco di quelle riprese dell'altre, e fattosi in questo quella mutazion che si fa in tutte le cose umane; il che  intervenuto sempre ancor delle altre lingue. Ch se quelle prime scritture antiche latine fossero durate insino ad ora, vederemmo che altramente parlavano Evandro e Turno e gli altri Latini di que'tempi, che non fecero poi gli ultimi re romani e i primi consuli. Eccovi che i versi che cantavano i Salii158 a pena erano dai posteri intesi; ma, essendo di quel modo dai primi institutori ordinati, non si mutavano per riverenzia della religione. Cos successivamente gli oratori e i poeti andarono lassando molte parole usate dai loro antecessori; ch Antonio, Crasso, Ortensio, Cicerone159 fuggivano molte di quelle di Catone160 e Virgilio molte d'Ennio161; e cos fecero gli altri; che, ancor che avessero riverenzia all'antiquit, non la estimavan per tanto, che volessero averle quella obligazion che voi volete che ora le abbiam noi; anzi, dove lor parea, la biasmavano: come Orazio, che dice che i suoi antichi aveano scioccamente laudato Plauto e vol poter acquistare nove parole162. E Cicerone in molti lochi riprende molti suoi antecessori163; e per biasmare Sergio Galba afferma che le orazioni sue aveano dell'antico; e dice che Ennio ancor sprezz in alcune cose i suoi antecessori, di modo che, se noi vorremo imitar gli antichi, non gli imitaremo. E Virgilio, che voi dite che imit Omero, non lo imit nella lingua.


XXXIII.

Io adunque queste parole antiche, quanto per me, fuggirei sempre di usare, eccetto per che in certi lochi, ed in questi ancor rare volte; e parmi che chi altrimente le usa faccia errore, non meno che chi volesse, per imitar gli antichi, nutrirsi ancora di ghiande, essendosi gi trovata copia di grano. E perch voi dite che le parole antiche solamente con quel splendore d'antichit adornan tanto ogni subietto, per basso ch'egli sia, che possono farlo degno di molta laude, io dico che non solamente di queste parole antiche, ma n ancor delle bone faccio tanto caso, ch'estimi debbano senza 'l suco delle belle sentenzie esser prezzate ragionevolmente164 perch il divider le sentenzie dalle parole  un divider l'anima dal corpo: la qual cosa n nell'uno n nell'altro senza distruzione far si po. Quello adunque che principalmente importa ed  necessario al cortegiano per parlare e scriver bene, estimo io che sia il sapere; perch chi non sa e nell'animo non ha cosa che meriti esser intesa, non po n dirla n scriverla. Appresso bisogna dispor con bell'ordine quello che si ha a dire o scrivere; poi esprimerlo ben con le parole: le quali, s'io non m'inganno, debbono esser proprie, elette, splendide e ben composte, ma sopra tutto usate ancor dal populo; perch quelle medesime fanno la grandezza e pompa dell'orazione, se colui che parla ha bon giudicio e diligenzia e sa pigliar le pi significative di ci che vol dire, ed inalzarle, e come cera formandole ad arbitrio suo collocarle in tal parte e con tal ordine. che al primo aspetto mostrino e faccian conoscer la dignit e splendor suo, come tavole di pittura poste al suo bono e natural lume. E questo cos dico dello scrivere, come del parlare165; al qual per si richiedono alcune cose che non son necessarie nello scrivere: come la voce bona, non troppo sottile o molle come di femina, n ancor tanto austera ed orrida che abbia del rustico, ma sonora, chiara, soave e ben composta, con la pronunzia espedita e coi modi e gesti convenienti; li quali, al parer mio, consistono in certi movimenti di tutto 'l corpo, non affettati n violenti, ma temperati con un volto accommodato e con un mover d'occhi che dia grazia e s'accordi con le parole, e pi che si po significhi ancor coi gesti la intenzione ed affetto di colui che parla. Ma tutte queste cose sarian vane e di poco momento se le sentenzie espresse dalle parole non fossero belle, ingeniose, acute, eleganti e gravi, secondo 'l bisogno -.


XXXIV.

- Dubito, - disse allora il signor Morello, - che se questo cortegiano parler con tanta eleganzia e gravit, fra noi si trovaranno di quei che non lo intenderanno. - Anzi da ognuno sar inteso, - rispose il Conte, - perch la facilit non impedisce la eleganzia. N io voglio che egli parli sempre in gravit, ma di cose piacevoli, di giochi, di motti e di burle, secondo il tempo; del tutto per sensatamente e con prontezza e copia non confusa166; n mostri in parte alcuna vanit o sciocchezza puerile. E quando poi parler di cosa oscura o difficile, voglio che e con le parole e con le sentenzie ben distinte esplichi sottilmente la intenzion sua, ed ogni ambiguit faccia chiara e piana con un certo modo diligente senza molestia. Medesimamente, dove occorrer, sappia parlar con dignit e veemenzia, e concitar167 quegli affetti che hanno in s gli animi nostri, ed accenderli o moverli secondo il bisogno; talor con una simplicit di quel candore, che fa parer che la natura istessa parli, intenerirgli e quasi inebbriargli di dolcezza, e con tal facilit, che chi ode estimi ch'egli ancor con pochissima fatica potrebbe conseguir quel grado, e quando ne fa la prova si gli trovi lontanissimo. Io vorrei che 'l nostro cortegiano parlasse e scrivesse in tal maniera, e non solamente pigliasse parole splendide ed eleganti d'ogni parte della Italia, ma ancora laudarei che talor usasse alcuni di quelli termini e franzesi e spagnoli, che gi sono dalla consuetudine nostra accettati168. Per a me non dispiacerebbe che, occorrendogli, dicesse primor, dicesse accertare, avventurare; dicesse ripassare una persona con ragionamento, volendo intendere riconoscerla e trattarla per averne perfetta notizia; dicesse un cavalier senza rimproccio, attillato, creato d'un principe169 ed altri tali termini, pur che sperasse esser inteso. Talor vorrei che pigliasse alcune parole in altra significazione che la lor propria e, traportandole a proposito, quasi le inserisse come rampollo d'albero in pi felice tronco, per farle pi vaghe e belle, e quasi per accostar le cose al senso degli occhi proprii e, come si dice, farle toccar con mano, con diletto di chi ode o legge. N vorrei che temesse di formarne ancor di nove e con nove figure di dire, deducendole con bel modo dai Latini, come gi i Latini le deducevano dai Greci.


XXXV.

Se adunque degli omini litterati e di bon ingegno e giudicio, che oggid tra noi si ritrovano, fossero alcuni, li quali ponessimo cura di scrivere del modo che s' detto in questa lingua cose degne d'esser lette, tosto la vederessimo culta ed abundante de termini e belle figure, e capace che in essa si scrivesse cos bene come in qualsivoglia altra; e se ella non fosse pura toscana antica, sarebbe italiana, commune, copiosa e varia, e quasi come un delicioso giardino pien di diversi fiori e frutti. N sarebbe questo cosa nova; perch delle quattro lingue che aveano in consuetudine, i scrittori greci, elegendo da ciascuna parole, modi e figure, come ben loro veniva, ne facevano nascere un'altra che si diceva commune170, e tutte cinque poi sotto un solo nome chiamavano lingua greca; e bench la ateniese fosse elegante, pura e facunda pi che l'altre, i boni scrittori che non erano di nazion ateniesi, non la affettavan tanto, che nel modo dello scrivere e quasi all'odor e propriet del suo natural parlare non fossero conosciuti; n per questo per erano sprezzati; anzi quei che volevan parer troppo ateniesi, ne rapportavan biasimo. Tra i scrittori latini ancor furono in prezzo171 a'suoi d molti non romani, bench in essi non si vedesse quella purit propria della lingua romana, che rare volte possono acquistar quei che son d'altra nazione. Gi non fu rifutato Tito Livio, ancora che colui172 dicesse aver trovato in esso la patavinit, n Virgilio, per esser stato ripreso che non parlava romano; e, come sapete, furono ancor letti ed estimati in Roma molti scrittori di nazione barbari. Ma noi, molto pi severi che gli antichi, imponemo a noi stessi certe nove leggi fuor di proposito, ed avendo inanzi agli occhi le strade battute, cerchiamo anelar per diverticuli173; perch nella nostra lingua propria, della quale, come di tutte l'altre, l'officio  esprimer bene e chiaramente i concetti dell'animo, ci dilettiamo della oscurit e, chiamandola lingua vulgare, volemo in essa usar parole che non solamente non son dal vulgo, ma n ancor dagli omini nobili e litterati intese, n pi si usano in parte alcuna; senza aver rispetto che tutti i boni antichi biasmano le parole rifutate dalla consuetudine. La qual voi, al parer mio, non conoscete bene; perch dite che, se qualche vicio di parlare  invalso in molti ignoranti non per questo si dee chiamar consuetudine, n esser accettato per una regula di parlare; e, secondo che altre volte vi ho udito dire, volete poi che in loco de Capitolio si dica Campidoglio; per Ieronimo, Girolamo; aldace per audace; e per patrone, padrone, ed altre tai parole corrotte e guaste, perch cos si trovan scritte da qualche antico Toscano ignorante e perch cos dicono oggid i contadini toscani. La bona consuetudine adunque del parlare credo io che nasca dagli omini che hanno ingegno e che con la dottrina ed esperienzia s'hanno guadagnato il bon giudicio, e con quello concorrono e consentono ad accettar le parole che lor paion bone, le quali si conoscono per un certo giudicio naturale174 e non per arte o regula alcuna. Non sapete voi che le figure del parlare, le quai dnno tanta grazia e splendor alla orazione, tutte sono abusioni175 dalle regule grammaticali ma accettate e confirmate dalla usanza, perch, senza poterne render altra ragione, piaceno ed al senso proprio dell'orecchia par che portino suavit e dolcezza? E questa credo io che sia la bona consuetudine; della quale cos possono essere capaci i Romani, i Napoletani, i Lombardi e gli altri, come i Toscani.


XXXVI.

 ben vero che in ogni lingua alcune cose sono sempre bone, come la facilit, il bell'ordine, l'abundanzia, le belle sentenzie, le clausule numerose176; e, per contrario, l'affettazione e l'altre cose opposite a queste son male. Ma delle parole son alcune che durano bone un tempo, poi s'invecchiano ed in tutto perdono la grazia; altre piglian forza e vengono in prezzo perch, come le stagioni dell'anno spogliano de'fiori e de'frutti la terra e poi di novo d'altri la rivesteno, cos il tempo quelle prime parole fa cadere e l'uso altre di novo fa rinascere e d lor grazia e dignit, fin che, dall'invidioso morso del tempo a poco a poco consumate, giungono poi esse ancora alla lor morte; perci che, al fine, e noi ed ogni nostra cosa  mortale. Considerate che della lingua osca non avemo pi notizia alcuna. La provenzale, che pur mo, si po dir, era celebrata da nobili scrittori, ora dagli abitanti di quel paese non  intesa. Penso io adunque, come ben ha detto il signor Magnifico, che se 'l Petrarca e 'l Boccaccio fossero vivi a questo tempo, non usariano molte parole che vedemo ne'loro scritti: per non mi par bene che noi quelle imitiamo. Laudo ben sommamente coloro che sanno imitar quello che si dee imitare; nientedimeno non credo io gi che sia impossibile scriver bene ancor senza imitare; e massimamente in questa nostra lingua, nella quale possiam esser dalla consuetudine aiutati; il che non ardirei dir nella latina -.


XXXVII.

Allor messer Federico, - Perch volete voi, - disse, - che pi s'estimi la consuetudine nella vulgare che nella latina? - Anzi, dell'una e dell'altra, - rispose il Conte, - estimo che la consuetudine sia la maestra. Ma perch quegli omini, ai quali la lingua latina era cos propria come or  a noi la vulgare, non sono pi al mondo, bisogna che noi dalle lor scritture impariamo quello, che essi aveano imparato dalla consuetudine; n altro vol dir il parlar antico che la consuetudine antica di parlare; e sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico non per altro, che per voler pi presto parlare come si parlava, che come si parla. - Dunque, - rispose messer Federico, - gli antichi non imitavano? - Credo, - disse il Conte, - che molti imitavano, ma non in ogni cosa. E se Virgilio avesse in tutto imitato Esiodo, non gli sera passato innanzi; n Cicerone a Crasso, n Ennio ai suoi antecessori. Eccovi che Omero  tanto antico, che da molti si crede che egli cos sia il primo poeta eroico di tempo, come ancor  d'eccellenzia di dire; e chi vorrete voi che egli imitasse? - Un altro, - rispose messer Federico, - pi antico di lui, del quale non avemmo notizia per la troppo antiquit. - Chi direte adunque, - disse il Conte, - che imitasse il Petrarca e 'l Boccaccio, che pur tre giorni ha, si po dir, che son stati al mondo? - Io nol so, - rispose messer Federico; ma creder si po che essi ancor avessero l'animo indrizzato alla imitazione, bench noi non sappiam di cui -. Rispose il Conte: - Creder si po che que'che erano imitati fossero migliori che que'che imitavano; e troppo maraviglia saria che cos presto il lor nome e la fama, se eran boni, fosse in tutto spenta. Ma il lor vero maestro cred'io che fosse l'ingegno ed il lor proprio giudicio naturale; e di questo niuno  che si debba maravigliare, perch quasi sempre per diverse vie si po tendere alla sommit d'ogni eccellenzia. N  natura alcuna che non abbia in s molte cose della medesima sorte dissimili l'un dall'altra, le quali per son tra s di equal laude degne. Vedete la musica, le armonie della quale or son gravi e tarde, or velocissime e di novi modi e vie; nientedimeno tutte dilettano, ma per diverse cause, come si comprende nella maniera del cantare di Bidon177, la qual  tanto artificiosa, pronta, veemente, concitata e de cos varie melodie, che i spirti di chi ode tutti si commoveno e s'infiammano e cos sospesi par che si levino insino al cielo. N men commove nel suo cantar il nostro Marchetto Cara178, ma con pi molle armonia; ch per una via placida e piena di flebile dolcezza intenerisce e penetra le anime imprimendo in esse soavemente una dilettevole passione. Varie cose ancor egualmente piacciono agli occhi nostri, tanto che con difficult giudicar si po quai pi lor sian grate. Eccovi che nella pittura sono eccellentissimi Leonardo Vincio, il Mantegna, Rafaello, Michel Angelo, Georgio da Castel Franco179; nientedimeno, tutti son tra s nel far dissimili, di modo che ad alcun di loro non par che manchi cosa alcuna in quella maniera180, perch si conosce ciascun nel suo stilo esser perfettissimo. Il medesimo  di molti poeti greci e latini, i quali, diversi nello scrivere, sono pari nella laude. Gli oratori ancor hanno avuto sempre tanta diversit tra s, che quasi ogni et ha produtto ed apprezzato una sorte d'oratori peculiar di quel tempo; i quali non solamente dai precessori e successori suoi, ma tra s son stati dissimili, come si scrive ne'Greci di Isocrate, Lisia, Eschine e molt'altri, tutti eccellenti, ma a niun per simili forche a se stessi. Tra i Latini poi quel Carbone181, Lelio, Scipione Affricano, Galba, Sulpizio, Cotta, Gracco, Marc'Antonio, Crasso e tanti che saria lungo nominare, tutti boni e l'un dall'altro diversissimi; di modo che chi potesse considerar tutti gli oratori che son stati al mondo, quanti oratori tante sorti di dire trovarebbe. Parmi ancor ricordare che Cicerone in un loco introduca Marc'Antonio dir a Sulpizio182 che molti sono i quali non imitano alcuno e nientedimeno pervengono al sommo grado della eccellenzia; e parla di certi, i quali aveano introdutto una nova forma e figura di dire, bella, ma inusitata agli altri oratori di quel tempo, nella quale non imitavano se non se stessi; per afferma183 ancor che i maestri debbano considerar la natura dei discipuli e, quella tenendo per guida, indrizzargli ed aiutargli alla via, che lo ingegno loro e la natural disposizion gli inclina. Per questo adunque, messer Federico mio, credo, se l'omo da s non ha convenienzia con qualsivoglia autore, non sia ben sforzarlo a quella imitazione; perch la virt di quell'ingegno s'ammorza e resta impedita, per esser deviata dalla strada nella quale avrebbe fatto profitto, se non le fosse stata precisa184. Non so adunque come sia bene, in loco d'arricchir questa lingua e darle spirito, grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e 'l Boccaccio; e che nella lingua non si debba ancor credere al Policiano, a Lorenzo de'Medici, a Francesco Diaceto185 e ad alcuni altri che pur son toscani, e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e 'l Boccaccio. E veramente gran miseria saria metter fine e non passar pi avanti di quello che si abbia fatto quasi il primo che ha scritto, e disperarsi che tanti e cos nobili ingegni possano mai trovar pi che una forma bella di dire in quella lingua, che ad essi  propria e naturale. Ma oggid son certi scrupolosi, i quali, quasi con una religion e misterii ineffabili di questa lor lingua toscana, spaventano di modo chi gli ascolta, che inducono ancor molti omini nobili e litterati in tanta timidit, che non osano aprir la bocca e confessano di non saper parlar quella lingua, che hanno imparata dalle nutrici insino nelle fasce. Ma di questo parmi che abbiam detto pur troppo; per seguitiamo ormai il ragionamento del cortegiano -.


XXXVIII.

Allora messer Federico rispose: lo voglio pur ancor dir questo poco: che  ch'io gi non niego che le opinioni e gli ingegni degli omini non siano diversi tra s, n credo che ben fosse che uno, da natura veemente e concitato, si mettesse a scrivere cose placide, n meno un altro, severo e grave, a scrivere piacevolezze: perch in questo parmi ragionevole che ognuno s'accomodi allo instinto suo proprio. E di ci, credo, parlava Cicerone186 quando disse che i maestri avessero riguardo alla natura dei discipuli per non fare come i mal agricultori, che talor nel terreno che solamente  fruttifero per le vigne vogliano seminar grano. Ma a me non po caper nella testa che d'una lingua particulare, la quale non  a tutti gli omini cos propria come i discorsi ed i pensieri e molte altre operazioni, ma una invenzione contenuta sotto certi termini, non sia pi ragionevole imitar quelli che parlan meglio, che parlare a caso e che, cos come nel latino l'omo si dee sforzar di assimigliarsi alla lingua di Virgilio e di Cicerone, pi tosto che a quella di Silio o di Cornelio Tacito187, cos nel vulgar non sia meglio imitar quella del Petrarca e del Boccaccio, che d'alcun altro; ma ben in essa esprimere i suoi proprii concetti ed in questo attendere, come insegna Cicerone, allo instinto suo naturale; e cos si trover che quella differenzia che voi dite essere tra i boni oratori, consiste nei sensi188 e non nella lingua -. Allor il Conte, - Dubito, - disse, - che noi entraremo in un gran pelago e lassaremo il nostro primo proposito del cortegiano. Pur domando a voi: in che consiste la bont di questa lingua? Rispose messer Federico: - Nel servar ben le propriet di essa e trla in quella significazione, usando quello stile e que'numeri189 che hanno fatto tutti quei che hanno scritto bene. - Vorrei, - disse il Conte, - sapere se questo stile e questi numeri di che voi parlate, nascano dalle sentenzie o dalle parole. Dalle parole, - rispose messer Federico. - Adunque, - disse il Conte, - a voi non par che le parole di Silio e di Cornelio Tacito siano quelle medesime che usa Virgilio e Cicerone, n tolte nella medesima significazione? - Rispose messer Federico: - Le medesime son s, ma alcune mal osservate e tolte diversamente190 -. Rispose il Conte: - E se d'un libro di Cornelio e d'un di Silio si levassero tutte quelle parole che son poste in altra significazion di quello che fa Virgilio e Cicerone, che seriano pochissime, non direste voi poi che Cornelio nella lingua fosse pare a Cicerone, e Silio a Virgilio? e che ben fosse imitar quella maniera del dire?


XXXIX.

Allor la signora Emilia, - A me par, - disse, - che questa vostra disputa sia mo191 troppo lunga e fastidiosa; per fia bene a differirla ad un altro tempo -. Messer Federico pur incominciava a rispondere; ma sempre la signora Emilia lo interrompeva. In ultimo disse il Conte: - Molti vogliono giudicare i stili e parlar de'numeri e della imitazione; ma a me non sanno gi essi dare ad intendere192 che cosa sia stile n numero, n in che consista la imitazione, n perch le cose tolte da Omero o da qualche altro stiano tanto bene in Virgilio, che pi presto paiano illustrate che imitate; e ci forse procede ch'io non son capace d'intendergli. Ma perch grande argumento che l'om sappia una cosa  il saperla insegnare, dubito che essi ancora poco la intendano; e che e Virgilio e Cicerone laudino perch sentono che da molti son laudati, non perch conoscano la differenzia che  tra essi e gli altri; ch in vero non consiste in avere una osservazione di due, di tre o di dieci parole usate a modo diverso dagli altri. In Salustio, in Cesare, in Varrone e negli altri boni si trovano usati alcuni termini diversamente da quello che usa Cicerone; e pur l'uno e l'altro sta bene, perch in cos frivola cosa non  posta la bont e forza d'una lingua, come ben disse Demostene ad Eschine193, che lo mordeva, domandandogli d'alcune parole le quali egli aveva usate, e pur non erano attiche, se erano monstri o portenti; e Demostene se ne rise, e risposegli che in questo non consistevano le fortune di Grecia. Cos io ancora poco mi curarei, se da un toscano fossi ripreso d'aver detto pi tosto satisfatto che sodisfatto, ed onorevole che orrevole, e causa che cagione, e populo che popolo, ed altre tai cose -. Allor messer Federico si lev in pi e disse: - Ascoltatemi, prego, queste poche parole -. Rispose ridendo la signora Emilia: - Pena la disgrazia mia a qual di voi per ora parla pi di questa materia, perch voglio che la rimettiamo ad un'altra sera. Ma voi, Conte, seguitate il ragionamento del cortegiano; e mostrateci come avete bona memoria, ch, credo, se saprete ritaccarlo ove lo lassaste, non farete poco -.


XL.

- Signora, - rispose il Conte, - il filo mi par tronco: pur, s'io non m'inganno, credo che dicevamo che somma disgrazia a tutte le cose d sempre la pestifera affettazione e per contrario grazia estrema la simplicit e la sprezzatura; a laude della quale e biasmo della affettazione molte altre cose ragionar si potrebbono; ma io una sola ancor dir ne voglio, e non pi. Gran desiderio universalmente tengon tutte le donne di essere e, quando esser non possono, almen di parer belle; per, dove la natura in qualche parte in questo  mancata, esse si sforzano di supplir con l'artificio. Quindi nasce l'acconciarsi la faccia con tanto studio e talor pena, pelarsi le ciglia e la fronte, ed usar tutti que'modi e patire que'fastidi, che voi altre donne credete che agli omini siano molto secreti, e pur tutti si sanno -. Rise quivi Madonna Costanza Fregosa e disse: - Voi fareste assai pi cortesemente seguitar il ragionamento vostro e dir onde nasca la bona grazia e parlar della cortegiania, che voler scoprir i diffetti delle donne senza proposito194. - Anzi molto a proposito, - rispose il Conte; - perch questi vostri diffetti di che io parlo vi levano la grazia, perch d'altro non nascono che da affettazione, per la qual fate conoscere ad ognuno scopertamente il troppo desiderio vostro d'esser belle. Non vi accorgete voi, quanto pi di grazia tenga una donna, la qual, se pur si acconcia, lo fa cos parcamente e cos poco, che chi la vede sta in dubbio s'ella  concia195 o no, che un'altra, empiastrata tanto, che paia aversi posto alla faccia una maschera, e non osi ridere per non farsela crepare, n si muti mai di colore se non quando la mattina si veste; e poi tutto il remanente del giorno stia come statua di legno immobile, comparendo solamente a lume di torze196 o, come mostrano i cauti mercatanti i lor panni, in loco oscuro? Quanto pi poi di tutte piace una, dico, non brutta, che si conosca chiaramente non aver cosa alcuna in su la faccia, bench non sia cos bianca n cos rossa, ma col suo color nativo pallidetta e talor per vergogna o per altro accidente tinta d'un ingenuo rossore, coi capelli a caso inornati e mal composti e coi gesti simplici e naturali, senza mostrar industria n studio d'esser bella? Questa  quella sprezzata purit gratissima agli occhi ed agli animi umani, i quali sempre temono essere dall'arte ingannati. Piacciono molto in una donna i bei denti, perch non essendo cos scoperti come la faccia, ma per lo pi del tempo stando nascosi, creder si po che non vi si ponga tanta cura per fargli belli, come nel volto; pur chi ridesse senza proposito e solamente per mostrargli, scopriria l'arte e, bench belli gli avesse, a tutti pareria disgraziatissimo, come lo Egnazio catulliano197. Il medesimo  delle mani; le quali, se delicate e belle sono, mostrate ignude a tempo, secondo che occorre operarle198, e non per far veder la lor bellezza, lasciano di s grandissimo desiderio e massimamente revestite di guanti; perch par che chi le ricopre non curi e non estimi molto che siano vedute o no, ma cos belle le abbia pi per natura che per studio o diligenzia alcuna. Avete voi posto cura talor, quando, o per le strade andando alle chiese o ad altro loco, o giocando o per altra causa, accade che una donna tanto della robba si leva199, che il piede e spesso un poco di gambetta senza pensarvi mostra? non vi pare che grandissima grazia tenga, se ivi si vede con una certa donnesca disposizione leggiadra ed attillata nei suoi chiapinetti200 di velluto, e calze polite? Certo a me piace egli molto e credo a tutti voi altri, perch ognun estima che la attillatura in parte cos nascosa e rare volte veduta, sia a quella donna pi tosto naturale e propria che sforzata, e che ella di ci non pensi acquistar laude alcuna.


XLI.

In tal modo si fugge e nasconde l'affettazione, la qual or potete comprender quanto sia contraria, e levi la grazia d'ogni operazion cos del corpo come dell'animo; del quale per ancor poco avemo parlato, n bisogna per lasciarlo; ch s come l'animo pi degno  assai che 'l corpo, cos ancor merita esser pi culto e pi ornato. E ci come far si debba nel nostro cortegiano, lasciando li precetti di tanti savi flosofi, che di questa materia scrivono e diffiniscono le virt dell'animo e cos sottilmente disputano della dignit di quelle, diremo in poche parole, attendendo al nostro proposito, bastar che egli sia, come si dice, omo da bene ed intiero, ch in questo si comprende la prudenzia, bont, fortezza e temperanzia d'animo e tutte l'altre condizioni che a cos onorato nome si convengono. Ed io estimo quel solo esser vero filosofo morale, che vol esser bono; ed a ci gli bisognano pochi altri precetti, che tal volunt. E per ben dicea Socrate parergli che gli ammaestramenti suoi gi avessino fatto bon frutto, quando per quelli chi si fosse si incitava a voler conoscer ed imparar la virt; perch quelli che son giunti a termine che non desiderano cosa alcuna pi che l'essere boni, facilmente conseguono la scienzia di tutto quello che a ci bisogna; per di questo non ragionaremo pi avanti.


XLII.

Ma, oltre alla bont, il vero e principal ornamento dell'animo in ciascuno penso io che siano le lettere, bench i Franzesi solamente conoscano la nobilit delle arme e tutto il resto nulla estimino; di modo che non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti e litterati tengon per vilissimi omini; e pare lor dir gran villania a chi si sia, quando lo chiamano clero201-. Allora il Magnifico Iuliano, - Voi dite il vero, rispose, - che questo errore gi gran tempo regna tra'Franzesi; ma se la bona sorte vole che monsignor d'Angolem202, come si spera, succeda alla corona, estimo che s come la gloria dell'arme fiorisce e risplende in Francia, cos vi debba ancor con supremo ornamento fiorir quella delle lettere; perch non  molto ch'io, ritrovandomi alla corte, vidi questo signore e parvemi che, oltre alla disposizion della persona e bellezza di volto, avesse nell'aspetto tanta grandezza, congiunta per con una certa graziosa umanit, che 'l reame di Francia gli dovesse sempre parer poco203. Intesi da poi da molti gentilomini, e franzesi ed italiani, assai dei nobilissimi costumi suoi, della grandezza dell'animo, del valore e della liberalit; e tra l'altre cose fummi detto che egli sommamente amava ed estimava le lettere ed avea in grandissima osservanzia204 tutti e litterati; e dannava i Franzesi proprii dell'esser tanto alieni da questa professione, avendo massimamente in casa un cos nobil studio205 come  quello di Parigi, dove tutto il mondo concorre -. Disse allor il Conte: - Gran maraviglia  che in cos tenera et, solamente per instinto di natura, contra l'usanza del paese, si sia da s a s volto a cos bon camino; e perch i sudditi sempre seguitano i costumi de'superiori po esser che, come voi dite, i Franzesi siano ancor per estimar le lettere di quella dignit che sono; il che facilmente, se vorranno intendere, si potr lor persuadere, perch niuna cosa pi da natura  desiderabile agli omini n pi propria che il sapere; la qual cosa gran pazzia  dire o credere che non sia sempre bona.


XLIII.

E s'io parlassi con essi o con altri che fosseno d'opinion contraria alla mia, mi sforzarei mostrar loro quanto le lettere, le quali veramente da Dio son state agli omini concedute per un supremo dono, siano utili e necessarie alla vita e dignit nostra; n mi mancheriano esempi di tanti eccellenti capitani antichi, i quali tutti giunsero206 l'ornamento delle lettere alla virt dell'arme. Ch, come sapete, Alessandro ebbe in tanta venerazione Omero, che la Iliade sempre si teneva a capo del letto207; e non solamente a questi studi, ma alle speculazioni filosofice diede grandissima opera sotto la disciplina d'Aristotele. Alcibiade le bone condizioni sue accrebbe e fece maggiori con le lettere e con gli ammaestramenti di Socrate. Cesare quanta opera desse ai studi, ancor fanno testimonio quelle cose che da esso divinamente scritte si ritrovano. Scipion Affricano dicesi che mai di mano non si levava i libri di Senofonte, dove instituisce208 sotto 'l nome di Ciro un perfetto re209. Potrei dirvi di Lucullo, di Silla, di Pompeo, di Bruto e di molt'altri Romani e Greci; ma solamente ricordar che Annibale, tanto eccellente capitano, ma per di natura feroce ed alieno da ogni umanit, infidele e despregiator degli omini e degli di, pur ebbe notizia di lettre e cognizion della lingua greca; e, s'io non erro, parmi aver letto gi che esso un libro pur in lingua greca lasci da s composto210. Ma questo dire a voi  superfluo, ch ben so io che tutti conoscete quanto s'ingannano i Francesi pensando che le lettre nuocciano all'arme. Sapete che delle cose grandi ed arrischiate nella guerra il vero stimulo  la gloria; e chi per guadagno o per altra causa a ci si move, oltre che mai non fa cosa bona, non merita esser chiamato gentilomo, ma vilissimo mercante211. E che la vera gloria sia quella che si commenda212 al sacro tesauro delle lettre, ognuno po comprendere, eccetto quegli infelici che gustate non l'hanno. Qual animo  cos demesso, timido ed umile, che leggendo i fatti e le grandezze di Cesare, d'Alessandro, di Scipione, d'Annibale e di tanti altri, non s'infiammi d'un ardentissimo desiderio d'esser simile a quelli e non posponga questa vita caduca di dui giorni per acquistar quella famosa quasi perpetua, la quale, a dispetto della morte, viver lo fa pi chiaro assai che prima? Ma chi non sente la dolcezza delle lettere, saper ancor non po quanta sia la grandezza della gloria cos lungamente da esse conservata, e solamente quella misura con la et d'un omo, o di dui, perch di pi oltre non tien memoria; per questa breve tanto estimar non po, quanto faria quella quasi perpetua, se per sua desgrazia non gli fosse vetato il conoscerla; e non estimandola tanto, ragionevol cosa  ancor credere che tanto non si metta a periculo per conseguirla come chi la conosce. Non vorrei gi che qualche avversario mi adducesse gli effetti contrari per rifiutar la mia opinione, allegandomi gli Italiani col lor saper lettere aver mostrato poco valor nell'arme da un tempo in qua, il che pur troppo  pi che vero; ma certo ben si poria dir la colpa d'alcuni pochi aver dato, oltre al grave danno, perpetuo biasmo a tutti gli altri, e la vera causa delle nostre ruine e della virt prostrata, se non morta, negli animi nostri, esser da quelli proceduta; ma assai pi a noi saria vergognoso il publicarla213, che a'Franzesi il non saper lettere. Per meglio  passar con silenzio quello che senza dolor ricordar non si po; e, fuggendo questo proposito, nel quale contra mia voglia entrato sono, tornar al nostro cortegiano.


XLIV.

Il qual voglio che nelle lettre sia pi che mediocremente erudito, almeno in questi studi che chiamano d'umanit214; e non solamente della lingua latina, ma ancor della greca abbia cognizione, per le molte e varie cose che in quella divinamente scritte sono. Sia versato nei poeti e non meno negli oratori ed istorici ed ancor esercitato nel scriver versi e prosa, massimamente in questa nostra lingua vulgare; che, oltre al contento che egli stesso pigliar, per questo mezzo non gli mancheran mai piacevoli intertenimenti con donne, le quali per ordinario amano tali cose215. E se, o per altre facende o per poco studio, non giunger a tal perfezione che i suoi scritti siano degni di molta laude, sia cauto in supprimergli216 per non far ridere altrui di s, e solamente i mostri ad amico di chi fidar si possa; perch almeno in tanto li giovaranno, che per quella esercitazion sapr giudicar le cose altrui; che invero rare volte interviene che chi non  assueto a scrivere, per erudito che egli sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed industrie de'scrittori, n gustar la dolcezza ed eccellenzia de'stili, e quelle intrinseche avvertenzie217 che spesso si trovano negli antichi. Ed oltre a ci, farannolo questi studi copioso218 e, come rispose Aristippo a quel tiranno, ardito in parlar sicuramente con ognuno219. Voglio ben per che 'l nostro cortegiano fisso si tenga nell'animo un precetto: cio che in questo ed in ogni altra cosa sia sempre avvertito e timido pi presto che audace220, e guardi di non persuadersi falsamente di saper quello che non sa: perch da natura tutti siamo avidi troppo pi che non si devria di laude, e pi amano le orecchie nostre la melodia delle parole che ci laudano, che qualunque altro soavissimo canto o suono; e per spesso, come voci di sirene, sono causa di sommergere chi a tal fallace armonia bene non se le ottura. Conoscendo questo pericolo, si  ritrovato tra gli antichi sapienti chi ha scritto libri, in qual modo possa l'omo conoscere il vero amico dall'adulatore221. Ma questo che giova, se molti, anzi infiniti son quelli che manifestamente comprendono esser adulati, e pur amano chi gli adula ed hanno in odio chi dice lor il vero? e spesso, parendogli che chi lauda sia troppo parco in dire, essi medesimi lo aiutano e di se stessi dicono tali cose, che lo impudentissimo adulator se ne vergogna222? Lasciamo questi ciechi nel lor errore e facciamo che 'l nostro cortegiano sia di cos bon giudicio, che non si lasci dar ad intendere il nero per lo bianco, n presuma di s, se non quanto ben chiaramente conosce esser vero; e massimamente in quelle cose, che nel suo gioco, se ben avete a memoria, messer Cesare ricord che noi pi volte avevamo usate per instrumento di far impazzir molti. Anzi, per non errar, se ben conosce le laudi che date gli sono esser vere, non le consenta cos apertamente, n cos senza contradizione le confermi; ma pi tosto modestamente quasi le nieghi, mostrando sempre e tenendo in effetto per sua principal professione l'arme e l'altre bone condizioni tutte per ornamento di quelle; e massimamente tra i soldati, per non far come coloro che ne'studi voglion parere omini di guerra e tra gli omini di guerra litterati. In questo modo, per le ragioni che avemo dette, fuggir l'affettazione e le cose mediocri che far parranno grandissime -.


XLV.

Rispose quivi messer Pietro Bembo: - Io non so, Conte, come voi vogliate che questo cortegiano, essendo litterato e con tante altre virtuose qualit, tenga ogni cosa per ornamento dell'arme, e non l'arme e 'l resto per ornamento delle lettere223; le quali senza altra compagnia tanto son di dignit all'arme superiori, quanto l'animo al corpo, per appartenere propriamente la operazion d'esse all'animo, cos come quella delle arme al corpo -. Rispose allor il Conte: - Anzi all'animo ed al corpo appartiene la operazion dell'arme224. Ma non voglio, messer Pietro, che voi di tal causa siate giudice, perch sareste troppo suspetto ad una delle parti; ed essendo gi stata questa disputazione lungamente agitata da omini sapientissimi225, non  bisogno rinovarla; ma io la tengo per diffinita in favore dell'arme e voglio che 'l nostro cortegiano, poich'io posso ad arbitrio mio formarlo, esso ancor cos la estimi. E se voi ste di contrario parer, aspettate d'udirne una disputazion, nella qual cos sia licito a chi diffende la ragion dell'arme operar l'arme, come quelli che diffendon le lettre oprano in tal diffesa le medesime lettre; ch se ognuno si valer de'suoi instrumenti, vedrete che i litterati perderanno226. - Ah, - disse messer Pietro, - voi dianzi avete dannati i Franzesi che poco apprezzan le lettre e detto quanto lume di gloria esse mostrano agli omini e come gli facciano immortali; ed or pare che abbiate mutata sentenzia227. Non vi ricorda che

	Giunto Alessandro alla famosa tomba
	del fero Achille, sospirando disse: -
	O fortunato, che s chiara tromba
	trovasti e chi di te s alto scrisse!228.

E se Alessandro ebbe invidia ad Achille non de'suoi fatti, ma della fortuna che prestato gli avea tanta felicit che le cose sue fosseno celebrate da Omero, comprender si po che estimasse pi le lettre d'Omero, che l'arme d'Achille. Qual altro giudice adunque, o qual altra sentenzia aspettate voi della dignit dell'arme e delle lettre, che quella che fu data da un de'pi gran capitani che mai sia stato?


XLVI.

Rispose allora il Conte: - Io biasmo i Franzesi che estiman le lettre nuocere alla profession dell'arme e tengo che a niun pi si convenga l'esser litterato che ad un om di guerra; e queste due condizioni concatenate e l'una dall'altra aiutate, il che  convenientissimo, voglio che siano nel nostro cortegiano; n per questo parmi esser mutato d'opinione. Ma, come ho detto disputar non voglio qual d'esse sia pi degna di laude. Basta che i litterati quasi mai non pigliano a laudare se non omini grandi e fatti gloriosi, i quali da s meritano laude per la propria essenzial virtute donde nascono; oltre a ci sono nobilissima materia dei scrittori; il che  grande ornamento ed in parte causa di perpetuare i scritti, li quali forse non sariano tanto letti n apprezzati se mancasse loro il nobile suggetto, ma vani e di poco momento. E se Alessandro ebbe invidia ad Achille per esser laudato da chi fu, non conchiude per questo che estimasse pi le lettre che l'arme; nelle quali se tanto si fosse conosciuto lontano da Achille, come nel scrivere estimava che dovessero esser da Omero tutti quelli che di lui fossero per scrivere, son certo che molto prima averia desiderato il ben fare in s che il ben dire in altri. Per questa credo io che fosse una tacita laude di se stesso ed un desiderar quello che aver non gli pareva, cio la suprema eccellenzia d'uno scrittore, e non quello che gi si prosumeva aver conseguito, cio la virt dell'arme, nella quale non estimava che Achille punto gli fosse superiore; onde chiamollo fortunato, quasi accennando che, se la fama sua per lo inanzi non fosse tanto celebrata al mondo come quella, che era per cos divin poema chiara ed illustre, non procedesse perch il valore ed i meriti non fossero tanti e di tanta laude degni, ma nascesse dalla fortuna, la quale avea parato inanti229 ad Achille quel miraculo di natura per gloriosa tromba dell'opere sue; e forse ancor volse eccitar qualche nobile ingegno a scrivere di s, mostrando per questo dovergli esser tanto grato, quanto amava e venerava i sacri monumenti delle lettre, circa le quali omai si  parlato a bastanza. - Anzi troppo, - rispose il signor Ludovico Pio; - perch credo che al mondo non sia possibile ritrovar un vaso tanto grande, che fosse capace di tutte le cose, che voi volete che stiano in questo cortegiano -. Allor il Conte, - Aspettate un poco, - disse, che molte altre ancor ve ne hanno da essere -. Rispose Pietro da Napoli: - A questo modo il Grasso de'Medici aver gran vantaggio da messer Pietro Bembo230 -.


XLVII.

Rise quivi ognuno; e ricominciando il Conte, - Signori, disse, - avete a sapere ch'io non mi contento del cortegiano e s'egli non  ancor musico e se, oltre allo intendere ed esser sicuro a libro231, non sa di varii instrumenti; perch, se ben pensiamo, niuno riposo de fatiche e medicina d'animi infermi ritrovar si po pi onesta e laudevole nell'ocio, che questa; e massimamente nelle corti, dove, oltre al refrigerio de'fastidi che ad ognuno la musica presta, molte cose si fanno per satisfar alle donne, gli animi delle quali, teneri e molli, facilmente sono dall'armonia penetrati e di dolcezza ripieni. Per non  maraviglia se nei tempi antichi e nei presenti sempre esse state sono a'musici inclinate ed hanno avuto questo per gratissimo cibo d'animo -. Allor il signor Gaspar, - La musica penso, - disse, - che insieme con molte altre vanit sia alle donne conveniente s, e forse ancor ad alcuni che hanno similitudine d'omini, ma non a quelli che veramente sono; i quali non deono con delicie effeminare gli animi ed indurgli in tal modo a temer la morte. - Non dite, - rispose il Conte; - perch'io v'entrar in un gran pelago di laude della musica; e ricordar quanto sempre appresso gli antichi sia stata celebrata e tenuta per cosa sacra, e sia stato opinione di sapientissimi filosofi232 il mondo esser composto di musica e i cieli nel moversi far armonia, e l'anima nostra pur con la medesima ragion esser formata, e per destarsi e quasi vivificar le sue virt per la musica. Per il che se scrive233 Alessandro alcuna volta esser stato da quella cos ardentemente incitato, che quasi contra sua voglia gli bisognava levarsi dai convivii e correre all'arme; poi, mutando il musico la sorte234 del suono, mitigarsi e tornar dall'arme ai convivii. E dirovvi il severo Socrate, gi vecchissimo, aver imparato a sonare la citara235. E ricordomi aver gi inteso che Platone236 ed Aristotele237 vogliono che l'om bene instituito sia ancor musico, e con infinite ragioni mostrano la forza della musica in noi essere grandissima, e per molte cause, che or saria lungo a dir, doversi necessariamente imparar da puerizia; non tanto per quella superficial melodia che si sente, ma per esser sufficiente ad indur in noi un novo abito bono ed un costume tendente alla virt, il qual fa l'animo pi capace di felicit, secondo che lo esercizio corporale fa il corpo pi gagliardo; e non solamente non nocere alle cose civili e della guerra, ma loro giovar sommamente. Licurgo ancora nelle severe sue leggi la musica approv. E leggesi238 i Lacedemonii bellicosissimi ed i Cretensi aver usato nelle battaglie citare ed altri instrumenti molli239; e molti eccellentissimi capitani antichi, come Epaminonda, aver dato opera alla musica240; e quelli che non ne sapeano, come Temistocle, esser stati molto meno apprezzati. Non avete voi letto che delle prime discipline che insegn il bon vecchio Chirone nella tenera et ad Achille, il quale egli nutr dallo latte e dalla culla, fu la musica241; e volse il savio maestro che le mani, che aveano a sparger tanto sangue troiano, fossero spesso occupate nel suono della citara? Qual soldato adunque sar che si vergogni d'imitar Achille, lasciando molti altri famosi capitani ch'io potrei addurre? Per non vogliate voi privar il nostro cortegiano della musica, la qual non solamente gli animi umani indolcisce, ma spesso le fiere fa diventar mansuete; e chi non la gusta si po tener per certo ch'abbia i spiriti discordanti l'un dall'altro. Eccovi quanto essa po, che gi trasse un pesce a lassarsi cavalcar da un omo per mezzo il procelloso mare242. Questa veggiamo operarsi ne'sacri tempii nello rendere laude e grazie a Dio; e credibil cosa  che ella grata a lui sia ed egli a noi data l'abbia per dolcissimo alleviamento delle fatiche e fastidi nostri. Onde spesso i duri lavoratori de'campi sotto l'ardente sole ingannano la lor noia col rozzo ed agreste cantare. Con questo la inculta contadinella, che inanzi al giorno a filare o a tessere si lieva, dal sonno si diffende e la sua fatica fa piacevole; questo  iocundissimo trastullo dopo le piogge, i venti e le tempeste ai miseri marinari; con questo consolansi i stanchi peregrini dei noiosi e lunghi viaggi e spesso gli afflitti prigionieri delle catene e ceppi. Cos, per maggiore argumento che d'ogni fatica e molestia umana la modulazione243, bench inculta, sia grandissimo refrigerio, pare che la natura alle nutrici insegnata l'abbia per rimedio precipuo del pianto continuo de'teneri fanciulli; i quali al suon di tal voce s'inducono a riposato e placido sonno, scordandosi le lacrime cos proprie, ed a noi per presagio dei rimanente della nostra vita in quella et da natura date -.


XLVIII.

Or quivi tacendo un poco il Conte, disse il Magnifico Iuliano: - Io non son gi di parer conforme al signor Gaspar; anzi estimo per le ragioni che voi dite e per molte altre esser la musica non solamente ornamento, ma necessaria al cortegiano. Vorrei ben che dechiaraste in qual modo questa e l'altre qualit che voi gli assignate siano da esser operate, ed a che tempo e con che maniera; perch molte cose che da s meritano laude, spesso con l'operarle fuor di tempo diventano inettissime e, per contrario, alcune che paion di poco momento, usandole bene, sono pregiate assai -.


XLIX.

Allora il Conte, - Prima che a questo proposito entriamo, voglio, - disse, - ragionar d'un'altra cosa, la quale io, perci che di molta importanza la estimo, penso che dal nostro cortegiano per alcun modo non debba esser lasciata addietro: e questo  il saper disegnare ed aver cognizion dell'arte propria del dipingere. N vi maravigliate s'io desidero questa parte, la qual oggid forsi par mecanica e poco conveniente a gentilomo; ch ricordomi aver letto244 che gli antichi, massimamente per tutta Grecia, voleano che i fanciulli nobili nelle scole alla pittura dessero opera come a cosa onesta245 e necessaria, e fu questa ricevuta nel primo grado dell'arti liberali; poi per publico editto vetato che ai servi non246 s'insegnasse. Presso ai Romani ancor s'ebbe in onor grandissimo; e da questa trasse il cognome la casa nobilissima de'Fabii, ch il primo Fabio fu cognominato Pittore, per esser in effetto eccellentissimo pittore e tanto dedito alla pittura, che avendo dipinto le mura del tempio della Salute, gli inscrisse il nome suo; parendogli che, bench fosse nato in una famiglia cos chiara ed onorata di tanti tituli di consulati, di triunfi e d'altre dignit e fosse litterato e perito nelle leggi e numerato tra gli oratori, potesse ancor accrescere splendore ed ornamento alla fama sua lassando memoria d'essere stato pittore. Non mancarono ancor molti altri di chiare famiglie celebrati in quest'arte; della qual, oltre che in s nobilissima e degna sia, si traggono molte utilit, e massimamente nella guerra, per disegnar paesi, siti, fiumi, ponti, rcche, fortezze e tai cose; le quali, se ben nella memoria si servassero, il che per  assai difficile, altrui mostrar non si possono. E veramente chi non estima questa arte parmi che molto sia dalla ragione alieno; ch la machina del mondo, che noi veggiamo coll'amplo cielo di chiare stelle tanto splendido e nel mezzo la terra dai mari cinta, di monti, valli e fiumi variata e di s diversi alberi e vaghi fiori e d'erbe ornata, dir si po che una nobile e gran pittura sia, per man della natura e di Dio composta; la qual chi po imitare parmi esser di gran laude degno; n a questo pervenir si po senza la cognizion di molte cose, come ben sa chi lo prova. Per gli antichi e l'arte e gli artifici aveano in grandissimo pregio, onde pervenne in colmo di summa eccellenzia; e di ci assai certo argomento pigliar si po dalle statue antiche di marmo e di bronzo, che ancor si veggono. E bench diversa sia la pittura dalla statuaria, pur l'una e l'altra da un medesimo fonte, che  il bon disegno, nasce. Per, come le statue sono divine, cos ancor creder si po che le pitture fossero; e tanto pi, quanto che di maggior artificio capaci sono -.


L.

Allor la signora Emilia, rivolta a Ioan Cristoforo Romano247 che ivi con gli altri sedeva, - Che vi par, - disse, - di questa sentenzia? confermarete voi, che la pittura sia capace di maggior artificio che la statuaria? - Rispose Ioan Cristoforo: - Io, Signora, estimo che la statuaria sia di pi fatica, di pi arte e di pi dignit, che non  la pittura, Suggiunse il Conte: - Per esser le statue pi durabili, si poria forse dir che fossero di pi dignit; perch, essendo fatte per memoria, satisfanno pi a quello effetto per che son fatte, che la pittura. Ma oltre alla memoria, sono ancor e la pittura e la statuaria fatte per ornare ed in questo la pittura  molto superiore; la quale se non  tanto diuturna248, per dir cos, come la statuaria,  per molto longeva, e tanto che dura  assai pi vaga -. Rispose allor Ioan Cristoforo: - Credo io veramente che voi parliate contra quello che avete nell'animo e ci tutto fate in grazia del vostro Rafaello249, e forse ancor parvi che la eccellenzia che voi conoscete in lui della pittura sia tanto suprema, che la marmoraria non possa giungere a quel grado: ma considerate che questa  laude d'un artifice, e non dell'arte -. Poi suggiunse: - Ed a me par bene, che l'una e l'altra sia una artificiosa imitazion di natura250; ma non so gi come possiate dir che pi non sia imitato il vero, e quello proprio che fa la natura, in una figura di marmo o di bronzo, nella qual sono le membra tutte tonde, formate e misurate come la natura le fa, che in una tavola, nella qual non si vede altro che la superficie e que'colori che ingannano gli occhi; n mi direte gi, che pi propinquo al vero non sia l'essere che 'l parere. Estimo poi che la marmoraria sia pi difficile, perch se un error vi vien fatto, non si po pi correggere, ch 'l marmo non si ritacca, ma bisogna rifar un'altra figura; il che nella pittura non accade, ch mille volte si po mutar, giongervi e sminuirvi, migliorandola sempre251 -.


LI.

Disse il Conte ridendo: - Io non parlo in grazia de Rafaello; n mi dovete gi riputar per tanto ignorante, che non conosca la eccellenzia di Michel Angelo e vostra e degli altri nella marmoraria; ma io parlo dell'arte, e non degli artifici. E voi ben dite vero che e l'una e l'altra  imitazion della natura; ma non  gia cos, che la pittura appaia e la statuaria sia. Ch, avvenga che le statue siano tutte tonde come il vivo e la pittura solamente si veda nella superficie, alle statue mancano molte cose che non mancano alle pitture, e massimamente i lumi e l'ombre; perch altro lume fa la carne ed altro fa il marmo; e questo naturalmente imita il pittore col chiaro e scuro, pi e meno, secondo il bisogno; il che non po far il marmorario. E se ben il pittore non fa la figura tonda, fa que'musculi e membri tondeggiati di sorte che vanno a ritrovar quelle parti che non si veggono con tal maniera, che benissimo comprender si po che 'l pittor ancor quelle conosce ed intende252. Ed a questo bisogna un altro artificio maggiore in far quelle membra che scortano253 e diminuiscono a proporzion della vista con ragion di prospettiva; la qual per forza di linee misurate254, di colori, di lumi e d'ombre vi mostra ancora in una superficie di muro dritto il piano e 'l lontano, pi e meno come gli piace. Parvi poi che di poco momento sia la imitazione dei colori naturali in contrafar le carni, i panni e tutte l'altre cose colorate? Questo far non po gi il marmorario, n meno esprimer la graziosa vista degli occhi neri o azzurri, col splendor di que'raggi amorosi. Non po mostrare il color de'capegli flavi, non lo splendor dell'arme, non una oscura notte, non una tempesta di mare, non que'lampi e saette, non lo incendio d'una citt, non il nascere dell'aurora di color di rose, con quei raggi d'oro e di porpora; non po in somma mostrare cielo, mare, terra, monti, selve, prati, giardini, fiumi, citt n case; il che tutto fa il pittore.


LII.

Per questo parmi la pittura pi nobile e pi capace d'artificio che la marmoraria, e penso che presso agli antichi fosse di suprema eccellenzia come l'altre cose; il che si conosce ancor per alcune piccole reliquie che restano, massimamente nelle grotte di Roma255, ma molto pi chiaramente si po comprendere per i scritti antichi, nei quali sono tante onorate e frequenti menzioni e delle opre e dei maestri; e per quelli intendesi quanto fossero appresso i gran signori e le republiche sempre onorati. Per si legge che Alessandro am sommamente Apelle Efesio256 e tanto, che avendogli fatto ritrar nuda una sua carissima donna ed intendendo il bon pittore per la maravigliosa bellezza di quella restarne ardentissimamente inamorato, senza rispetto alcuno gliela don: liberalit veramente degna d'Alessandro, non solamente donar tesori e stati, ma i suoi proprii affetti e desidri; e segno di grandissimo amor verso Apelle, non avendo avuto rispetto, per compiacer a lui, di dispiacere a quella donna che sommamente amava; la qual creder si po che molto si dolesse di cambiar un tanto re con un pittore. Narransi ancor molti altri segni di benivolenzia d'Alessandro verso d'Apelle; ma assai chiaramente dimostr quanto lo estimasse, avendo per publico commandamento ordinato che niun altro pittore osasse far la imagine sua. Qui potrei dirvi le contenzioni di molti nobili pittori con tanta laude e maraviglia quasi del mondo; potrei dirvi con quanta solennit gli imperadori antichi ornavano di pitture i lor triunfi e ne'lochi publici le dedicavano, e come care le comparavano257; e che siansi gi trovati alcuni pittori che donavano l'opere sue, parendo loro che non bastasse oro n argento per pagarle; e come tanto pregiata fusse una tavola di Protogene che, essendo Demetrio258 a campo a Rodi, e possendo intrar dentro appiccandole il foco dalla banda dove sapeva che era quella tavola, per non abbrusciarla rest di darle la battaglia e cos non prese la terra259; e Metrodoro, filosofo e pittore eccellentissimo, esser stato da'Ateniesi mandato a Lucio Paulo per ammaestrargli i figlioli ed ornargli il triunfo che a far avea. E molti nobili scrittori hanno ancora di questa arte scritto; il che  assai gran segno per dimostrare in quanta estimazione ella fosse; ma non voglio che in questo ragionamento pi ci estendiamo. Per basti solamente dire che al nostro cortegiano conviensi ancor della pittura aver notizia, essendo onesta ed utile ed apprezzata in que'tempi che gli omini erano di molto maggior valore, che ora non sono; e quando mai altra utilit o piacer non se ne traesse, oltre che giovi a saper giudicar la eccellenzia delle statue antiche e moderne, di vasi, d'edifici, di medaglie, di camei, d'entagli e tai cose, fa conoscere ancor la bellezza dei corpi vivi, non solamente nella delicatura de'volti, ma nella proporzion di tutto il resto, cos degli omini come di ogni altro animale. Vedete adunque come lo avere cognizione della pittura sia causa di grandissimo piacere. E questo pensino quei che tanto godono contemplando le bellezze d'una donna che par lor essere in paradiso, e pur non sanno dipingere; il che se sapessero, arian molto maggior contento, perch pi perfettamente conosceriano quella bellezza, che nel cor genera lor tanta satisfazione -.


LIII.

Rise quivi messer Cesare Gonzaga e disse: - Io gi non son pittore; pur certo so aver molto maggior piacere di vedere alcuna donna, che non ara, se or tornasse vivo, quello eccellentissimo Apelle che voi poco fa avete nominato -. Rispose il Conte: - Questo piacer vostro non deriva interamente da quella bellezza, ma dalla affezion che voi forse a quella donna portate; e, se volete dir il vero, la prima volta che voi a quella donna miraste, non sentiste la millesima parte del piacere che poi fatto avete, bench le bellezze fossero quelle medesime; per potete comprender quanto pi parte nel piacer vostro abbia l'affezion che la bellezza. - Non nego questo, - disse messer Cesare; - ma secondo che 'l piacer nasce dalla affezione, cos l'affezion nasce dalla bellezza; per dir si po che la bellezza sia pur causa del piacere -. Rispose il Conte: - Molte altre cause ancor spesso infiammano gli animi nostri, oltre alla bellezza: come i costumi, il sapere, il parlare, i gesti e mill'altre cose, le quali per a qualche modo forse esse ancor si potriano chiamar bellezze; ma sopra tutto il sentirsi essere amato; di modo che si po ancor senza quella bellezza, di che voi ragionate, amare ardentissimamente; ma quegli amori che solamente nascono dalla bellezza che superficialmente vedemo nei corpi, senza dubbio daranno molto maggior piacere a chi pi la conoscer, che a chi meno. Per, tornando al nostro proposito, penso che molto pi godesse Apelle contemplando la bellezza di Campaspe, che non faceva Alessandro; perch facilmente si po creder che l'amor dell'uno e dell'altro derivasse solamente da quella bellezza; e che deliberasse forse ancor Alessandro per questo rispetto donarla a chi gli parve che pi perfettamente conoscer la potesse. Non avete voi letto260 che quelle cinque fanciulle da Crotone, le quali tra l'altre di quel populo elesse Zeusi pittore per far de tutte cinque una sola figura eccellentissima di bellezza, furono celebrate da molti poeti, come quelle che per belle erano state approvate da colui, che perfettissimo giudicio di bellezza aver dovea?


LIV.

Quivi, mostrando messer Cesare non restar satisfatto, n voler consentir per modo alcuno che altri che esso medesimo potesse gustare quel piacere ch'egli sentiva di contemplar la bellezza d'una donna, ricominci a dire; ma in quello s'ud un gran calpestare di piedi con strepito di parlar alto; e cos rivolgendosi ognuno, si vide alla porta della stanza comparire un splendor di torchi261 e sbito drieto giunse con molta e nobil compagnia il signor Prefetto262, il qual ritornava, avendo accompagnato il Papa una parte del camino; e gi allo entrar del palazzo, dimandando ci che facesse la signora Duchessa, aveva inteso di che sorte era il gioco di quella sera e 'l carico imposto al conte Ludovico di parlar della cortegiania; per quanto pi gli era possibile studiava il passo263, per giungere a tempo d'udir qualche cosa. Cos, sbito fatto reverenzia alla signora Duchessa e fatto seder gli altri, che tutti in piedi per la venuta sua s'erano levati, si pose ancor esso a seder nel cerchio con alcuni de'suoi gentilomini; tra i quali erano il marchese Febus e Ghirardino fratelli da Ceva, messer Ettor Romano, Vincenzio Calmeta, Orazio Florido264 e molti altri; e stando ognun senza parlare, il signor Prefetto disse: - Signori, troppo nociva sarebbe stata la venuta mia qui, s'io avessi impedito cos bei ragionamenti, come estimo che sian quelli che ora tra voi passavano; per non mi fate questa ingiuria di privar voi stessi e me di tal piacere -. Rispose allor il conte Ludovico: - Anzi, signor mio, penso che 'l tacer a tutti debba esser molto pi grato che 'l parlare; perch, essendo tal fatica a me pi che agli altri questa sera toccata, oramai m'ha stanco di dire, e credo tutti gli altri d'ascoltare, per non esser stato il ragionamento mio degno di questa compagnia, n bastante alla grandezza della materia di che io aveva carico; nella quale avendo io poco satisfatto a me stesso, penso molto meno aver satisfatto ad altrui. Per a voi, Signore,  stato ventura il giungere al fine; e bon sar mo dar la impresa di quello che resta ad un altro che succeda nel mio loco265 perci che, qualunque egli si sia, so che si porter molto meglio ch'io non farei se pur seguitar volessi, essendo oramai stanco come sono -.


LV.

- Non supportar io, - respose il Magnifico Iuliano, - per modo alcuno esser defraudato della promessa che fatta m'avete; e certo so che al signor Prefetto ancor non despiacer lo intender questa parte. - E qual promessa? - disse il Conte. Rispose il Magnifico: - Di dechiararci in qual modo abbia il cortegiano da usare quelle bone condizioni, che voi avete detto che convenienti gli sono -. Era il signor Prefetto, bench di et puerile266, saputo e discreto pi che non parea che s'appartenesse agli anni teneri, ed in ogni suo movimento mostrava con la grandezza dell'animo una certa vivacit dello ingegno, vero pronostico dello eccellente grado di virt dove pervenir doveva. Onde sbito disse: - Se tutto questo a dir resta, parmi esser assai a tempo venuto; perch intendendo in che modo dee il cortegiano usar quelle bone condizioni, intender ancora quali esse siano e cos verr a saper tutto quello che infin qui  stato detto. Per non rifutate, Conte, di pagar questo debito d'una parte del quale gi ste uscito. - Non arei da pagar tanto debito, - rispose il Conte, - se le fatiche fossero pi egualmente divise, ma lo errore  stato dar autorit di commandar ad una signora troppo parziale; - e cos, ridendo, si volse alla signora Emilia, la qual sbito disse: - Della mia parzialit non dovreste voi dolervi; pur, poich senza ragion lo fate, daremo una parte di questo onor, che voi chiamate fatica, ad un altro; - e rivoltasi a messer Federico Fregoso, - Voi, - disse, proponeste il gioco del cortegiano; per  ancor ragionevole che a voi tocchi il dirne una parte: e questo sar il satisfare alla domanda del signor Magnifico, dechiarando in qual modo e maniera e tempo il cortegiano debba usar le sue bone condizioni, ed operar quelle cose che 'l Conte ha detto che se gli convien sapere -. Allora messer Federico, - Signora, - disse, volendo voi separare il modo e 'l tempo e la maniera dalle bone condizioni e ben operare del cortegiano, volete separar quello che separar non si po, perch queste cose son quelle che fanno le condizioni bone e l'operar bono. Per avendo il Conte detto tanto e cos bene ed ancor parlato qualche cosa di queste circonstanzie, e preparatosi nell'animo il resto che egli avea a dire, era pur ragionevole che seguitasse insin al fine -. Rispose la signora Emilia: - Fate voi cunto d'essere il Conte e dite quello che pensate che esso direbbe; e cos sar satisfatto al tutto -.


LVI.

Disse allor il Calmeta: - Signori, poich l'ora  tarda, acci che messer Federico non abbia escusazione alcuna di non dir ci che sa, credo che sia bono differire il resto del ragionamento a domani; e questo poco tempo che ci avanza si dispensi in qualche altro piacer senza ambizione -. Cos confermando ognuno, impose la signora Duchessa a madonna Margherita267 e madonna Costanza Fregosa che danzassero. Onde sbito Barletta268, musico piacevolissimo e danzator eccellente, che sempre tutta la corte teneva in festa, cominci a sonare suoi instrumenti; ed esse, presesi per mano, ed avendo prima danzato una bassa269, ballarono una roegarze270 con estrema grazia e singular piacer di chi le vide; poi, perch gi era passata gran pezza della notte, la signora Duchessa si lev in piedi; e cos ognuno reverentemente presa licenzia, se ne andarono a dormire.



IL SECONDO LIBRO DEL CORTEGIANO
DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE
A MESSER ALFONSO ARIOSTO

I.

Non senza maraviglia ho pi volte considerato onde nasca un errore, il quale, perci che universalmente ne'vecchi si vede, creder si po che ad essi sia proprio e naturale; e questo  che quasi tutti laudano i tempi passati e biasmano i presenti, vituperando le azioni e i modi nostri e tutto quello che essi nella lor giovent non facevano; affermando ancor ogni bon costume e bona maniera di vivere, ogni virt, in somma ogni cosa, andar sempre di mal in peggio. E veramente par cosa molto aliena dalla ragione e degna di maraviglia che la et matura, la qual con la lunga esperienzia suol far nel resto il giudicio degli omini pi perfetto, in questo lo corrompa tanto, che non si avveggano che, se 'l mondo sempre andasse peggiorando e che i padri fossero generalmente migliori che i figlioli, molto prima che ora saremmo giunti a quest'ultimo grado di male, che peggiorar non po. E pur vedemo che non solamente ai d nostri, ma ancor nei tempi passati, fu sempre questo vicio peculiar di quella et; il che per le scritture de molti autori antichissimi chiaro si comprende e massimamente dei comici, i quali pi che gli altri esprimeno la imagine della vita umana271. La causa adunque di questa falsa opinione nei vecchi estimo io per me ch'ella sia perch gli anni fuggendo se ne portan seco molte commodit272, e tra l'altre levano dal sangue gran parte degli spiriti vitali273; onde la complession si muta e divengono debili gli organi, per i quali l'anima opera le sue virt274. Per dei cori nostri in quel tempo, come allo autunno le foglie degli alberi, caggiono i suavi fiori di contento e nel loco dei sereni e chiari pensieri entra la nubilosa e turbida tristizia, di mille calamit compagnata, di modo che non solamente il corpo, ma l'animo ancora  infermo; n dei passati piaceri riserva275 altro che una tenace memoria e la imagine di quel caro tempo della tenera et, nella quale quando ci ritrovamo, ci pare che sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa e rida intorno agli occhi nostri, e nel pensiero come in un delizioso e vago giardino fiorisca la dolce primavera d'allegrezza. Onde forse saria utile, quando gi nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita, spogliandoci de quei piaceri, andarsene verso l'occaso, perdere insieme con essi ancor la loro memoria e trovare, come disse Temistocle, un'arte che a scordar insegnasse276; perch tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che spesso ingannano ancora il giudicio della mente. Per parmi che i vecchi siano alla condizion di quelli, che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta, e pur  il contrario; ch il porto, e medesimamente il tempo ed i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalit fuggendo n'andiamo l'un dopo l'altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e devora, n mai pi ripigliar terra ci  concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esser adunque l'animo senile subietto disproporzionato277 a molti piaceri, gustar non gli po; e come ai febrecitanti, quando dai vapori corrotti278 hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, bench preciosi e delicati siano, cos ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual per non manca il desiderio, paiono i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli che gi provati aver si ricordano, bench i piaceri in s siano li medesimi; per sentendosene privi, si dolgono e biasmano il tempo presente come malo, non discernendo che quella mutazione da s e non dal tempo procede; e, per contrario, recandosi a memoria i passati piaceri, si arrecano279 ancor il tempo nel quale avuti gli hanno, e per lo laudano come bono perch pare che seco porti un odore280 di quello che in esso sentiamo quando era presente; perch in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne de'nostri dispiaceri ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri. Onde accade che ad uno amante  carissimo talor vedere una finestra, bench chiusa, perch alcuna volta quivi ar avuto grazia di contemplare la sua donna; medesimamente vedere uno anello, una lettera, un giardino o altro loco o qualsivoglia cosa, che gli paia esser stata consapevol testimonio de'suoi piaceri; e per lo contrario, spesso una camera ornatissima e bella sar noiosa a chi dentro vi sia stato prigione o patito vi abbia qualche altro dispiacere. Ed ho gi io conosciuto alcuni, che mai non beveriano in un vaso simile a quello, nel quale gi avessero, essendo infermi, preso bevanda medicinale; perch, cos come quella finestra, o l'anello o la lettera, all'uno rappresenta la dolce memoria che tanto gli diletta, per parergli che quella gi fosse una parte de'suoi piaceri, cos all'altro la camera o 'l vaso par che insieme con la memoria rapporti la infirmit o la prigionia. Questa medesima cagion credo che mova i vecchi a laudare il passato tempo e biasmar il presente.


II.

Per come del resto, cos parlano ancor delle corti, affermando quelle di che essi hanno memoria esser state molto pi eccellenti e piene di omini singulari, che non son quelle che oggid veggiamo; e sbito che occorrono tai ragionamenti281, cominciano ad estollere282 con infinite laudi i cortegiani del duca Filippo283, o vero del duca Borso284; e narrano i detti di Nicol Piccinino285; e ricordano che in quei tempi non si saria trovato, se non rarissime volte, che si fosse fatto un omicidio; e che non erano combattimenti, non insidie, non inganni, ma una certa bont fidele ed amorevole tra tutti, una sicurt leale; e che nelle corti allor regnavano tanti boni costumi, tanta onest, che i cortegiani tutti erano come religiosi; e guai a quello che avesse detto una mala parola all'altro o fatto pur un segno men che onesto verso una donna; e per lo contrario dicono in questi tempi esser tutto l'opposito; e che non solamente tra i cortegiani  perduto quell'amor fraterno e quel viver costumato, ma che nelle corti non regnano altro che invidie e malivolenzie, mali costumi e dissolutissima vita in ogni sorte di vicii; le donne lascive senza vergogna, gli omini effemminati. Dannano ancora i vestimenti, come disonesti e troppo molli. In somma riprendono infinite cose, tra le quali molte veramente meritano riprensione, perch non si po dir che tra noi non siano molti mali omini e scelerati, e che questa et nostra non sia assai pi copiosa di vicii che quella che essi laudano. Parmi ben che mal discernano la causa di questa differenzia e che siano sciocchi, perch vorriano che al mondo fossero tutti i beni senza male alcuno; il che  impossibile, perch, essendo il male contrario al bene e 'l bene al male,  quasi necessario che per la opposizione e per un certo contrapeso l'un sostenga e fortifichi l'altro, e mancando o crescendo l'uno, cos manchi o cresca l'altro perch niuno contrario  senza l'altro suo contrario. Chi non sa che al mondo non saria la giustizia, se non fossero le ingiurie? la magnanimit, se non fossero li pusilanimi? la continenzia, se non fosse la incontinenzia? la sanit, se non fosse la infirmit? la verit, se non fosse la bugia? la felicit, se non fossero le disgrazie? Per ben dice Socrate appresso Platone286 maravigliarsi che Esopo non abbia fatto uno apologo, nel quale finga, Dio, poich non avea mai potuto unire il piacere e 'l dispiacere insieme, avergli attaccati con la estremit, di modo che 'l principio dell'uno sia il fin dell'altro; perch vedemo niuno piacer poterci mai esser grato, se 'l dispiacere non gli precede. Chi po aver caro il riposo, se prima non ha sentito l'affanno della stracchezza? chi gusta il mangiare, il bere e 'l dormire, se prima non ha patito fame, sete e sonno? Credo io, adunque, che le passioni e le infirmit siano date dalla natura agli omini non principalmente per fargli soggetti ad esse, perch non par conveniente che quella, che  madre d'ogni bene, dovesse di suo proprio consiglio determinato darci tanti mali; ma facendo la natura la sanit, il piacere e gli altri beni, conseguentemente dietro a questi furono congiunte le infirmit, i dispiaceri e gli altri mali. Per, essendo le virt state al mondo concesse per grazia e dono della natura, sbito i vicii, per quella concatenata contrariet, necessariamente le furono compagni; di modo che sempre, crescendo o mancando l'uno, forza  che cos l'altro cresca o manchi.


III.

Per quando i nostri vecchi laudano le corti passate, perch non aveano gli omini cos viciosi come alcuni che hanno le nostre, non conoscono che quelle ancor non gli aveano cos virtuosi come alcuni che hanno le nostre; il che non  maraviglia, perch niun male  tanto malo, quanto quello che nasce dal seme corrotto del bene287; e per producendo adesso la natura molto miglior ingegni che non facea allora, s come quelli che si voltano al bene fanno molto meglio che non facean quelli suoi, cos ancor quelli che si voltano al male fanno molto peggio. Non  adunque da dire che quelli che restavano di far male per non saperlo fare, meritassero in quel caso laude alcuna; perch avvenga che facessero poco male, faceano per il peggio che sapeano. E che gli ingegni di que'tempi fossero generalmente molto inferiori a que'che son ora, assai si po conoscere da tutto quello che d'essi si vede, cos nelle lettere, come nelle pitture, statue, edifici ed ogni altra cosa. Biasimano ancor questi vecchi in noi molte cose che in s non sono n bone n male, solamente perch essi non le faceano; e dicono non convenirsi ai giovani passeggiar per le citt a cavallo, massimamente nelle mule288; portar fodre di pelle289, n robbe lunghe nel verno; portar berretta, finch almeno non sia l'omo giunto a dieceotto anni ed altre tai cose: di che veramente s'ingannano; perch questi costumi, oltra che sian commodi ed utili, sono dalla consuetudine introdutti ed universalmente piacciono, come allor piacea l'andar in giornea290, con le calze291 aperte e scarpette pulite e, per esser galante, portar tutto d un sparvieri292 in pugno senza proposito293, e ballar senza toccar la man della donna, ed usar molti altri modi, i quali, come or sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Per sia licito ancor a noi seguitar la consuetudine de'nostri tempi, senza esser calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono: "Io aveva vent'anni, che ancor dormiva con mia madre e mie sorelle, n seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli non hanno a pena asciutto il capo294, che sanno pi malizie che in que'tempi non sapeano gli omini fatti", n si avveggono che, dicendo cos, confirmano i nostri fanciulli aver pi ingegno che non aveano i loro vecchi. Cessino adunque di biasmar i tempi nostri, come pieni de vicii perch, levando quelli, levariano ancora le virt; e ricordinsi che tra i boni antichi, nel tempo che fiorivano al mondo quegli animi gloriosi e veramente divini in ogni virt e gli ingegni pi che umani, trovavansi ancor molti sceleratissimi; i quali, se vivessero, tanto sariano tra i nostri mali295 eccellenti nel male, quanto que'boni nel bene; e de ci fanno piena fede tutte le istorie.


IV.

Ma a questi vecchi penso che omai a bastanza sia risposto. Per lasciaremo questo discorso, forse ormai troppo diffuso ma non in tutto for di proposito; e bastandoci aver dimostrato le corti de'nostri tempi non esser di minor laude degne che quelle che tanto laudano i vecchi, attenderemo ai ragionamenti avuti sopra il cortegiano, per i quali assai facilmente comprender si po in che grado tra l'altre corti fosse quella d'Urbino, e quale era quel Principe e quella Signora a cui servivano cos nobili spiriti, e come fortunati si potean dir tutti quelli, che in tal commerzio viveano.


V.

Venuto adunque il seguente giorno, tra i cavalieri e le donne della corte furono molti e diversi ragionamenti sopra la disputazion della precedente sera; il che in gran parte nasceva perch il signor Prefetto, avido di sapere ci che detto s'era, quasi ad ognun ne dimandava e, come suol sempre intervenire296, variamente gli era risposto; per che alcuni laudavano una cosa, alcuni un'altra, ed ancor tra molti era discordia della sentenzia297 propria del Conte, che ad ognuno non erano restate nella memoria cos compiutamente le cose dette. Per di questo quasi tutto 'l giorno si parl; e come prima incominci a farsi notte, volse il signor Prefetto che si mangiasse e tutti i gentilomini condusse seco a cena; e sbito fornito298 di mangiare, n'and alla stanza della signora Duchessa; la quale vedendo tanta compagnia, e pi per tempo che consueto non era299 disse: - Gran peso parmi, messer Federico, che sia quello che posto  sopra le spalle vostre, e grande aspettazione quella a cui corrisponder dovete -. Quivi non aspettando che messer Federico rispondesse: - E che gran peso  per questo? - disse l'Unico Aretino: - Chi  tanto sciocco, che quando sa fare una cosa non la faccia a tempo conveniente? - Cos di questo parlandosi, ognuno si pose a sedere nel loco e modo usato, con attentissima aspettazion del proposto ragionamento.


VI.

Allora messer Federico, rivolto all'Unico, - A voi adunque non par, - disse, - signor Unico, che faticosa parte e gran carico mi sia imposto questa sera, avendo a dimostrare in qual modo e maniera e tempo debba il cortegiano usar le sue bone condicioni300, ed operar quelle cose che gi s' detto convenirsegli? - A me non par gran cosa, - rispose l'Unico; - e credo che basti in tutto questo dir che 'l cortegiano sia di bon giudicio301, come iersera ben disse il Conte esser necessario; ed essendo cos, penso che senza altri precetti debba poter usar quello che egli sa a tempo e con bona maniera; il che volere pi minutamente ridurre in regola, saria troppo difficile e forse superfluo; perch non so qual sia tanto inetto, che volesse venire a maneggiar l'arme quando gli altri fossero nella musica; o vero andasse per le strade ballando la moresca, avvenga che ottimamente far lo sapesse; o vero andando a confortar una madre, a cui fosse morto il figliolo, cominciasse a dir piacevolezze e far l'arguto. Certo questo a niun gentilomo, credo, interverria, che non fosse in tutto pazzo. - A me par, signor Unico, - disse quivi messer Federico, - che voi andiate troppo in su le estremit302 perch intervien qualche volta esser inetto di modo che non cos facilmente si conosce, e gli errori non son tutti pari; e potr occorrer che l'omo si astener da una sciocchezza publica303 e troppo chiara, come saria quel che voi dite d'andar ballando la moresca in piazza, e non sapr poi astenersi di laudare se stesso fuor di proposito, d'usar una prosunzion fastidiosa, di dir talor una parola pensando di far ridere, la qual, per esser detta fuor di tempo, riuscir fredda e senza grazia alcuna. E spesso questi errori son coperti d'un certo velo, che scorger non gli lascia da chi gli fa, se con diligenzia non vi si mira; e bench per molte cause la vista nostra poco discerna, pur sopra tutto per l'ambizione divien tenebrosa; ch ognun volentier si mostra in quello che si persuade304 di sapere, o vera o falsa che sia quella persuasione. Per il governarsi bene in questo parmi che consista in una certa prudenzia e giudicio di elezione, e conoscere il pi e 'l meno che nelle cose si accresce e scema per operarle oportunamente o fuor di stagione305. E bench il cortegian sia di cos bon giudicio che possa discernere queste differenzie, non  per che pi facile non gli sia conseguir quello che cerca essendogli aperto il pensiero con qualche precetto e mostratogli le vie e quasi i lochi306 dove fondar si debba, che se solamente attendesse al generale.


VII.

Avendo adunque il Conte iersera con tanta copia e bel modo ragionato della cortegiania, in me veramente ha mosso non poco timor e dubbio di non poter cos ben satisfare a questa nobil audienza307 in quello che a me tocca a dire, come esso ha fatto in quello che a lui toccava. Pur, per farmi participe pi ch'io posso della sua laude ed esser sicuro di non errare almen in questa parte, non gli contradir in cosa alcuna. Onde, consentendo con le opinioni sue, ed oltre al resto circa la nobilit del cortegiano e lo ingegno e la disposizion del corpo e grazia dell'aspetto, dico che per acquistar laude meritamente e bona estimazione appresso ognuno, e grazia da quei signori ai quali serve, parmi necessario che e'sappia componere308 tutta la vita sua e valersi delle sue bone qualit universalmente nella conversazion de tutti gli omini senza acquistarne invidia; il che quanto in s difficil sia, considerar si po dalla rarit di quelli che a tal termine giunger si veggono; perch in vero tutti da natura siamo pronti pi a biasmare gli errori, che a laudar le cose ben fatte, e par che per una certa innata malignit molti, ancor che chiaramente conoscano il bene, si sforzano con ogni studio ed industria di trovarci dentro o errore o almen similitudine d'errore. Per  necessario che 'l nostro cortegiano in ogni sua operazion sia cauto, e ci che dice o fa sempre accompagni con prudenzia; e non solamente ponga cura d'aver in s parti309 e condizioni eccellenti, ma il tenor della vita sua ordini con tal disposizione, che 'l tutto corrisponda a queste parti, e si vegga il medesimo esser sempre ed in ogni cosa tal che non discordi da se stesso, ma faccia un corpo solo di tutte queste bone condizioni; di sorte che ogni suo atto risulti e sia composto di tutte le virt, come dicono i Stoici esser officio di chi  savio310; bench per in ogni operazion sempre una virt  la principale; ma tutte sono talmente tra s concatenate, che vanno ad un fine e ad ogni effetto tutte possono concorrere e servire. Per bisogna che sappia valersene, e per lo paragone e quasi contrariet dell'una talor far che l'altra sia pi chiaramente conosciuta, come i boni pittori, i quali con l'ombra fanno apparere e mostrano i lumi de'rilevi, e cos col lume profundano l'ombre dei piani e compagnano i colori diversi insieme di modo, che per quella diversit l'uno e l'altro meglio si dimostra, e 'l posar311 delle figure contrario l'una all'altra le aiuta a far quell'officio che  intenzion del pittore312. Onde la mansuetudine  molto maravigliosa313 in un gentilomo il qual sia valente e sforzato nell'arme; e come quella fierezza par maggiore accompagnata dalla modestia, cos la modestia accresce e pi compar per la fierezza. Per il parlar poco, il far assai e 'l non laudar se stesso delle opere laudevoli, dissimulandole di bon modo, accresce l'una e l'altra virt in persona che discretamente sappia usare questa maniera; e cos interviene di tutte l'altre bone qualit. Voglio adunque che 'l nostro cortegiano in ci che egli faccia o dica usi alcune regole universali314, le quali io estimo che brevemente contengano tutto quello che a me s'appartien di dire; e per la prima e pi importante fugga, come ben ricord il Conte iersera, sopra tutto l'affettazione. Appresso consideri ben che cosa  quella che egli fa o dice e 'l loco dove la fa, in presenzia di cui, a che tempo, la causa perch la fa, la et sua, la professione, il fine dove tende e i mezzi che a quello condur lo possono; e cos con queste avvertenzie s'accommodi discretamente a tutto quello che fare o dir vole -.


VIII.

Poi che cos ebbe detto messer Federico, parve che si fermasse un poco. Allor sbito, - Queste vostre regule, - disse il signor Morello da Ortona, - a me par che poco insegnino; ed io per me tanto ne so ora, quanto prima che voi ce le mostraste; bench mi ricordi ancor qualche altra volta averle udite da'frati co'quali confessato mi sono, e parmi che le chiamino "le circonstanzie" -. Rise allor messer Federico e disse: - Se ben vi ricorda, volse iersera il Conte che la prima profession del cortegiano fosse quella dell'arme e largamente parl di che modo far la doveva; per questo non replicaremo pi. Pur sotto la nostra regula si potr ancor intendere, che ritrovandosi il cortegiano nella scaramuzza315 o fatto d'arme o battaglia di terra316 o in altre cose tali, dee discretamente procurar di appartarsi dalla moltitudine e quelle cose segnalate ed ardite che ha da fare, farle con minor compagnia che po ed al conspetto de tutti i pi nobili ed estimati omini che siano nell'esercito, e massimamente alla presenzia e, se possibil , inanzi agli occhi proprii del suo re o di quel signore a cui serve; perch in vero  ben conveniente valersi317 delle cose ben fatte. Ed io estimo che s come  male cercar gloria falsa e di quello che non si merita, cos sia ancor male defraudar se stesso del debito onore e non cercarne quella laude, che sola  vero premio delle virtuose fatiche. Ed io ricordomi aver gi conosciuti di quelli, che, avvenga che fossero valenti, pur in questa parte erano grossieri318; e cos metteano la vita a pericolo per andar a pigliar una mandra di pecore, come per esser i primi che montassero le mura d'una terra combattuta; il che non far il nostro cortegiano, se terr a memoria la causa che lo conduce alla guerra, che dee esser solamente l'onore. E se poi se ritrover armeggiare nei spettaculi publici, giostrando, torneando, o giocando a canne, o facendo qualsivoglia altro esercizio della persona, ricordandosi il loco ove si trova ed in presenzia di cui, procurer esser nell'arme non meno attillato e leggiadro che sicuro, e pascer gli occhi dei spettatori di tutte le cose che gli parr che possano aggiungergli grazia; e porr cura d'aver cavallo con vaghi guarnimenti, abiti ben intesi319, motti appropriati, invenzioni ingeniose320, che a s tirino gli occhi de'circonstanti, come calamita il ferro. Non sar mai degli ultimi che compariscano a mostrarsi, sapendo che i populi, e massimamente le donne, mirano con molto maggior attenzione i primi che gli ultimi, perch gli occhi e gli animi, che nel principio son avidi di quella novit, notano ogni minuta cosa e di quella fanno impressione; poi per la continuazione non solamente si saziano, ma ancora si stancano. Per fu un nobile istrione antico, il qual per questo rispetto sempre voleva nelle fabule321 esser il primo che a recitare uscisse. Cos ancor, parlando pur d'arme, il nostro cortegiano ar risguardo alla profession di coloro con chi parla, ed a questo accommodarassi, altramente ancor parlandone con omini, altramente con donne; e se vorr toccar qualche cosa che sia in laude sua propria, lo far dissimulatamente, come a caso e per transito e con quella discrezione ed avvertenzia, che ieri ci mostr il conte Ludovico.


IX.

Non vi par ora, signor Morello, che le nostre regule possano insegnar qualche cosa? Non vi par che quello amico nostro, del qual pochi d sono vi parlai, s'avesse in tutto scordato con chi parlava e perch, quando, per intertenere una gentildonna, la quale per prima mai pi non aveva veduta, nel principio del ragionar le cominci a dire che avea morti322 tanti omini e come era fiero e sapea giocar di spada a due mani? n se le lev da canto, che venne a volerle insegnar come s'avessero a riparar323 alcuni colpi di accia324 essendo armato, e come disarmato, ed a mostrarle prese di pugnale; di modo che quella meschina stava in su la croce e parvele un'ora mill'anni levarselo da canto, temendo quasi che non ammazzasse lei ancora come quegli altri. In questi errori incorrono coloro che non hanno riguardo alle circonstanzie, che voi dite aver intese dai frati. Dico adunque che degli esercizi del corpo sono alcuni che quasi mai non si fanno se non in publico, come il giostrare, il torneare, il giocare a canne e gli altri tutti che dependono dall'arme. Avendosi adunque in questi da adoperare325 il nostro cortegiano, prima ha da procurar d'esser tanto bene ad ordine di cavalli, d'arme e d'abbigliamenti, che nulla gli manchi; e non sentendosi ben assettato del tutto, non vi si metta per modo alcuno; perch, non facendo bene, non si po escusare che questa non sia la profession sua. Appresso dee considerar molto in presenzia di chi si mostra e quali siano i compagni; perch non saria conveniente che un gentilom andasse ad onorare con la persona sua una festa di contado, dove i spettatori e i compagni fossero gente ignobile -.


X.

Disse allor il signor Gasparo Pallavicino: - Nel paese nostro di Lombardia non s'hanno questi rispetti, anzi molti gentilomini giovani trovansi, che le feste ballano tutto 'l d nel sole coi villani e con essi giocano a lanciar la barra326, lottare, correre e saltare; ed io non credo che sia male, perch ivi non si fa paragone della nobilit, ma della forza e destrezza, nelle quai cose spesso gli omini di villa non vaglion meno che i nobili; e par che quella domestichezza abbia in s una certa liberalit amabile. - Quel ballar nel sole, - rispose messer Federico, a me non piace per modo alcuno, n so che guadagno vi si trovi. Ma chi vol pur lottar, correr e saltar coi villani, dee, al parer mio, farlo in modo di provarsi e, come si suol dir, per gentilezza, non per contender con loro; e dee l'omo esser quasi sicuro di vincere, altramente non vi si metta; perch sta troppo male e troppo  brutta cosa e fuor della dignit vedere un gentilomo vinto da un villano, e massimamente alla lotta; per credo io che sia ben astenersene, almeno in presenzia di molti, perch il guadagno nel vincere  pochissimo e la perdita nell'esser vinto  grandissima. Fassi ancor il gioco della palla quasi sempre in publico; ed  uno di que'spettaculi, a cui la moltitudine apporta assai ornamento. Voglio adunque che questo e tutti gli altri, dall'armeggiare in fora327, faccia il nostro cortegiano come cosa che sua professione non sia e di che mostri non cercar o aspettar laude alcuna, n si conosca che molto studio o tempo vi metta, avvenga che328 eccellentemente lo faccia; n sia come alcuni che si dilettano di musica e parlando con chi si sia, sempre che si fa qualche pausa nei ragionamenti, cominciano sotto voce a cantare; altri caminando per le strade e per le chiese vanno sempre ballando; altri, incontrandosi in piazza o dove si sia con qualche amico suo, si metton sbito in atto di giocar di spada o di lottare, secondo che pi si dilettano -. Quivi disse messer Cesare Gonzaga: - Meglio fa un cardinale giovane che avemo in Roma329, il quale, perch si sente aiutante330 della persona, conduce tutti quelli che lo vanno a visitare, ancor che mai pi non gli abbia veduti, in un suo giardino ed invitagli con grandissima instanzia a spogliarsi in giuppone e giocar seco a saltare


XI.

Rise messer Federico; poi suggiunse: - Sono alcuni altri esercizi, che far si possono nel publico e nel privato, come  il danzare; ed a questo estimo io che debba aver rispetto il cortegiano; perch danzando in presenzia di molti ed in loco pieno di populo parmi che si gli convenga servare una certa dignit, temperata per con leggiadra ed aerosa331 dolcezza di movimenti; e bench si senta leggerissimo e che abbia tempo e misura assai, non entri in quelle prestezze de'piedi e duplicati rebattimenti332, i quali veggiamo che nel nostro Barletta stanno benissimo e forse in un gentilom sariano poco convenienti; bench in camera privatamente, come or noi ci troviamo, penso che licito gli sia e questo, e ballar moresche e brandi333; ma in publico non cos, fuor che travestito, e bench fosse di modo che ciascun lo conoscesse, non d noia; anzi per mostrarsi in tai cose nei spettaculi publici, con arme e senza arme, non  miglior via di quella; perch lo esser travestito porta seco una certa libert e licenzia, la quale tra l'altre cose fa che l'omo po pigliare forma di quello in che si sente valere, ed usar diligenzia ed attillatura circa la principal intenzione della cosa in che mostrar si vole, ed una certa sprezzatura circa quello che non importa, il che accresce molto la grazia: come saria vestirsi un giovane da vecchio, ben per con abito disciolto, per potersi mostrare nella gagliardia; un cavaliero in forma di pastor selvatico o altro tale abito, ma con perfetto cavallo, e leggiadramente acconcio secondo quella intenzione; perch sbito l'animo de'circonstanti corre ad imaginar quello che agli occhi al primo aspetto s'appresenta; e vedendo poi riuscir molto maggior cosa che non prometteva quell'abito, si diletta e piglia piacere.
Per ad un principe in tai giochi e spettaculi, ove intervenga fizione di falsi visaggi334, non si converria il voler mantener la persona del principe proprio335, perch quel piacere che dalla novit viene ai spettatori mancheria in gran parte, ch ad alcuno non  novo che il principe sia il principe; ed esso, sapendosi che, oltre allo esser principe, vol avere ancor forma di principe, perde la libert di far tutte quelle cose che sono fuor della dignit di principe; e se in questi giochi fosse contenzione alcuna, massimamente con arme, poria ancor far credere di voler tener la persona di principe per non esser battuto, ma riguardato dagli altri; oltra che, facendo nei giochi quel medesimo che dee far da dovero quando fosse bisogno, levaria l'autorit al vero e pareria quasi che ancor quello fosse gioco; ma in tal caso, spogliandosi il principe la persona di principe e mescolandosi egualmente con i minori di s, ben per di modo che possa esser conosciuto, col rifutare la grandezza piglia un'altra maggior grandezza, che  il voler avanzar gli altri non d'autorit ma di virt336, e mostrar che 'l valor suo non  accresciuto dallo esser principe.


XII.

Dico adunque che 'l cortegiano dee in questi spettaculi d'arme aver la medesima avvertenzia, secondo il grado suo. Nel volteggiar poi a cavallo, lottar, correre e saltare, piacemi molto fuggir la moltitudine della plebe, o almeno lasciarsi veder rarissime volte; perch non  al mondo cosa tanto eccellente, della quale gli ignoranti non si sazieno e non tengan poco conto, vedendola spesso. E medesimo giudico della musica; per non voglio che 'l nostro cortegiano faccia come molti, che sbito che son giunti ove che sia, e alla presenzia ancor di signori de'quali non abbiano notizia alcuna, senza lasciarsi molto pregare si metteno a far ci che sanno e spesso ancor quel che non sanno; di modo che par che solamente per quello effetto siano andati a farsi vedere e che quella sia la loro principal professione. Venga adunque il cortegiano a far musica come a cosa per passar tempo e quasi sforzato, e non in presenzia di gente ignobile, n di gran moltitudine; e bench sappia ed intenda ci che fa, in questo ancor voglio che dissimuli il studio e la fatica che  necessaria in tutte le cose che si hanno a far bene, e mostri estimar poco in se stesso questa condizione, ma, col farla eccellentemente, la faccia estimar assai dagli altri -.


XIII.

Allor il signor Gaspar Pallavicino, - Molte sorti di musica, - disse, - si trovano, cos di voci vive, come di instrumenti; per a me piacerebbe intendere qual sia la migliore tra tutte ed a che tempo debba il cortegiano operarla. - Bella musica, - rispose messer Federico, - parmi il cantar bene a libro sicuramente e con bella maniera; ma ancor molto pi il cantare alla viola337 perch tutta la dolcezza consiste quasi in un solo338 e con molto maggior attenzion si nota ed intende il bel modo e l'aria non essendo occupate le orecchie in pi che in una sol voce, e meglio ancor vi si discerne ogni piccolo errore; il che non accade cantando in compagnia perch l'uno aiuta l'altro. Ma sopra tutto parmi gratissimo il cantare alla viola per recitare; il che tanto di venust ed efficacia aggiunge alle parole, che  gran maraviglia. Sono ancor armoniosi tutti gli instrumenti da tasti, perch hanno le consonanzie339 molto perfette e con facilit vi si possono far molte cose che empiono l'animo di musicale dolcezza. E non meno diletta la musica delle quattro viole da arco340, la quale  soavissima ed artificiosa. D ornamento e grazia assai la voce umana a tutti questi instrumenti, de'quali voglio che al nostro cortegian basti aver notizia; e quanto pi per in essi sar eccellente, tanto sar meglio, senza impacciarsi molto di quelli che Minerva refiut ed Alcibiade341, perch pare che abbiano del schifo342. Il tempo poi nel quale usar si possono queste sorti di musica estimo io che sia, sempre che l'omo si trova in una domestica e cara compagnia, quando altre facende non vi sono; ma sopra tutto conviensi in presenzia di donne, perch quegli aspetti343 indolciscono gli animi di chi ode e pi i fanno penetrabili dalla suavit della musica, e ancor svegliano i spiriti di chi la fa; piacemi ben, come ancor ho detto, che si fugga la moltitudine, e massimamente degli ignobili. Ma il condimento del tutto bisogna che sia la discrezione; perch in effetto saria impossibile imaginar tutti i casi che occorrono; e se il cortegiano sar giusto giudice di se stesso, s'accommoder bene ai tempi e conoscer quando gli animi degli auditori saranno disposti ad udire, e quando no; conoscer l'et sua; ch in vero non si conviene e dispare assai344 vedere un omo di qualche grado, vecchio canuto e senza denti, pien di rughe, con una viola in braccio sonando, cantare in mezzo d'una compagnia di donne, avvenga ancor che mediocremente lo facesse, e questo, perch il pi delle volte cantando si dicono parole amorose e ne'vecchi l'amor  cosa ridicula; bench qualche volta paia che egli si diletti, tra gli altri suoi miracoli, d'accendere in dispetto degli anni i cori agghiacciati -.


XIV.

Rispose allora il Magnifico: - Non private, messer Federico, i poveri vecchi di questo piacere; perch io gi ho conosciuti omini di tempo345, che hanno voci perfettissime e mani dispostissime agli instrumenti; molto pi che alcuni giovani. - Non voglio, - disse messer Federico, - privare i vecchi di questo piacere, ma voglio ben privar voi e queste donne del ridervi di quella inezia; e se vorranno i vecchi cantare alla viola, faccianlo in secreto e solamente per levarsi dell'animo que'travagliosi pensieri e gravi molestie di che la vita nostra  piena, e per gustar quella divinit ch'io credo che nella musica sentivano Pitagora e Socrate. E se bene non la eserciteranno, per aver fattone gi nell'animo un certo abito la gustaran molto pi udendola, che chi non ne avesse cognizione; perch, s come spesso le braccia d'un fabro, debile nel resto, per esser pi esercitate sono pi gagliarde che quelle de un altro omo robusto, ma non assueto a faticar le braccia, cos le orecchie esercitate nell'armonia molto meglio e pi presto la discerneno e con molto maggior piacere la giudicano, che l'altre, per bone ed acute che siano, non essendo versate nelle variet delle consonanzie musicali; perch quelle modulazioni non entrano, ma senza lassare gusto di s via trapassano da canto l'orecchie non assuete d'udirle; avvenga che insino le fiere sentono qualche dilettazion della melodia. Questo  adunque il piacer, che si conviene ai vecchi pigliare della musica. Il medesimo dico del danzare; perch in vero questi esercizi si deono lasciare prima che dalla et siamo sforzati a nostro dispetto lasciargli. - Meglio  adunque, - rispose quivi il signor Morello quasi adirato346, - escludere tutti i vecchi e dir che solamente i giovani abbian da esser chiamati cortegiani -. Rise allor messer Federico, e disse: - Vedete voi, signor Morello, che quelli che amano queste cose, se non son giovani, si studiano d'apparere; e per si tingono i capelli e fannosi la barba due volte la settimana; e ci procede che la natura tacitamente loro dice che tali cose non si convengono se non a'giovani -. Risero tutte le donne, perch ciascuna comprese che quelle parole toccavano al signor Morello; ed esso parve che un poco se ne turbasse.


XV.

- Ma sono ben degli altri intertenimenti con donne, - suggiunse sbito messer Federico, - che si convengono ai vecchi. - E quali? - disse el signor Morello; - dir le favole? - E questo ancor347, - rispose messer Federico. - Ma ogni et, come sapete, porta seco i suoi pensieri ed ha qualche peculiar virt e qualche peculiar vicio; ch i vecchi, come che siano ordinariamente prudenti pi che i giovani, pi continenti e pi sagaci, sono anco poi pi parlatori, avari, difficili, timidi; sempre cridano in casa, asperi ai figlioli, vogliono che ognun faccia a modo loro; e per contrario i giovani, animosi, liberali, sinceri, ma pronti alle risse, volubili, che amano e disamano in un punto, dati a tutti i lor piaceri, nimici a chi lor ricorda il bene. Ma di tutte le et la virile  pi temperata, che gi ha lassato le parti male della giovent ed ancor non  pervenuta a quelle della vecchiezza. Questi adunque, posti quasi nelle estremit, bisogna che con la ragion sappiano correggere i vicii che la natura porge. Per deono i vecchi guardarse dal molto laudar se stessi e dall'altre cose viciose che avemo detto esser loro proprie, e valersi di quella prudenzia e cognizion che per lungo uso avranno acquistata, ed esser quasi oraculi a cui ognun vada per consiglio, ed aver grazia in dir quelle cose che sanno, accommodatamente ai propositi, accompagnando la gravit degli anni con una certa temperata e faceta piacevolezza. In questo modo saranno boni cortegiani ed interterrannosi bene con omini e con donne ed in ogni tempo saranno gratissimi, senza cantare o danzare; e quando occorrer il bisogno, mostreranno il valor loro nelle cose d'importanzia.


XVI.

Questo medesimo rispetto e giudicio abbian i giovani, non gi di tener lo stile dei vecchi, ch quello che all'uno conviene non converrebbe in tutto all'altro, e suolsi dir che ne'giovani troppa saviezza  mal segno, ma di corregger in s i vicii naturali. Per a me piace molto veder un giovane, e massimamente nell'arme, che abbia un poco del grave e del taciturno; che stia sopra di s348, senza que'modi inquieti che spesso in tal et si veggono; perch par che abbian non so che di pi che gli altri giovani. Oltre a ci quella maniera cos riposata ha in s una certa fierezza riguardevole349, perch par mossa non da ira ma da giudicio, e pi presto governata dalla ragione che dallo appetito; e questa quasi sempre in tutti gli omini di gran core si conosce; e medesimamente vedemola negli animali bruti, che hanno sopra gli altri nobilit e fortezza, come nello leone e nella aquila, n ci  fuor di ragione, perch quel movimento impetuoso e sbito, senza parole o altra dimostrazion di collera, che con tutta la forza unitamente in un tratto, quasi come scoppio di bombarda, erumpe dalla quiete, che  il suo contrario,  molto pi violento e furioso che quello che, crescendo per gradi, si riscalda a poco a poco. Per questi che, quando son per far qualche impresa, parlan tanto e saltano, n possono star fermi, pare che in quelle tali cose si svampino350 e, come ben dice il nostro messer Pietro Monte, fanno come i fanciulli, che andando di notte per paura cantano, quasi che con quel cantare da se stessi si facciano animo. Cos adunque come in un giovane la giovent riposata e matura  molto laudevole, perch par che la leggerezza, che  vizio peculiar di quella et, sia temperata e corretta, cos in un vecchio  da estimare assai la vecchiezza verde e viva, perch pare che 'l vigor dell'animo sia tanto, che riscaldi e dia forza a quella debile e fredda et e la mantenga in quello stato mediocre351, che  la miglior parte della vita nostra.


XVII.

Ma in somma non bastaranno ancor tutte queste condizioni del nostro cortegiano per acquistar quella universal grazia de'signori, cavalieri e donne, se non ar insieme una gentil ed amabile manera nel conversare cottidiano; e di questo credo veramente che sia difficile dar regola alcuna per le infinite e varie cose che occorrono nel conversare, essendo che tra tutti gli omini del mondo non si trovano dui, che siano d'animo totalmente simili. Per chi ha da accommodarsi nel conversare con tanti, bisogna che si guidi col suo giudicio proprio e, conoscendo le differenzie dell'uno e dell'altro, ogni d muti stile e modo, secondo la natura di quelli con chi a conversar si mette. N io per me altre regole circa ci dare gli saprei eccetto le gi date, le quali sin da fanciullo, confessandosi352, impar il nostro signor Morello -. Rise quivi la signora Emilia e disse: - Voi fuggite troppo la fatica, messer Federico: ma non vi verr fatto, ch pur avete da dire fin che l'ora sia d'andare a letto. - E s'io, Signora, non avessi che dire? - rispose messer Federico. Disse la signora Emilia: - Qui si veder il vostro ingegno; e se  vero quello ch'io gi ho inteso, essersi trovato omo tanto ingenioso ed eloquente, che non gli sia mancato subietto per comporre un libro in laude d'una mosca353, altri in laude della febre quartana354, un altro in laude del calvizio355, non d il core a voi ancor di saper trovar che dire per una sera sopra la cortegiania? - Ormai, - rispose messer Federico, - tanto ne avemo ragionato, che ne sariano fatti doi356 libri; ma poich non mi vale escusazione, dir pur fin che a voi paia ch'io abbia satisfatto, se non all'obligo, almeno al poter mio.


XVIII.

Io estimo che la conversazione, alla quale dee principalmente attendere il cortegiano con ogni suo studio per farla grata, sia quella che aver col suo principe; e bench questo nome di conversare importi una certa parit, che pare che non possa cader tra 'l signore e 'l servitore, pur noi per ora la chiamaremo cos. Voglio adunque che 'l cortegiano, oltre lo aver fatto ed ogni di far conoscere ad ognuno s esser di quel valore che gi avemo detto, si volti con tutti i pensieri e forze dell'animo suo ad amare e quasi adorare il principe a chi serve sopra ogni altra cosa; e le voglie sue e costumi e modi tutti indrizzi357 a compiacerlo -. Quivi non aspettando pi, disse Pietro da Napoli: - Di questi cortegiani oggid trovarannosi assai, perch mi pare che in poche parole ci abbiate dipinto un nobile adulatore. - Voi vi ingannate assai, - rispose messer Federico; - perch gli adulatori non amano i signori n gli amici, il che io vi dico che voglio che sia principalmente nel nostro cortegiano; e 'l compiacere e secondar le voglie di quello a chi si serve si po far senza adulare, perch io intendo delle voglie che siano ragionevoli ed oneste, o vero di quelle che in s non sono n bone n male, come saria il giocare, darsi pi ad uno esercizio che ad un altro; ed a questo voglio che il cortegiano si accommodi, se ben da natura sua vi fosse alieno, di modo che, sempre che 'l signore lo vegga, pensi che a parlar gli abbia di cosa che gli sia grata; il che interverr, se in costui sar il bon giudicio per conoscere ci che piace al principe, e lo ingegno e la prudenzia per sapersegli accommodare, e la deliberata volunt per farsi piacer quello che forse da natura gli despiacesse; ed avendo queste avvertenze, inanzi al principe non star mai di mala voglia n melanconico, n cos taciturno, come molti che par che tenghino briga coi patroni358, che  cosa veramente odiosa. Non sar maldico, e specialmente dei suoi signori; il che spesso interviene, ch pare che nelle corti sia una procella che porti seco questa condizione che sempre quelli che sono pi beneficati dai signori, e da bassissimo loco ridutti in alto stato359, sempre si dolgono e dicono mal d'essi; il che  disconveniente, non solamente a questi tali, ma ancor a quelli che fossero mal trattati. Non usar il nostro cortegiano prosonzione sciocca; non sar apportator di nove360 fastidiose; non sar inavvertito in dir talor parole che offendano in loco di voler compiacere; non sar ostinato e contenzioso361, come alcuni, che par che non godano d'altro che d'essere molesti e fastidiosi a guisa di mosche e fanno profession di contradire dispettosamente ad ognuno senza rispetto; non sar cianciatore, vano o bugiardo, vantatore n adulatore inetto, ma modesto e ritenuto, usando sempre, e massimamente in publico, quella reverenzia e rispetto che si conviene al servitor verso il signor; e non far come molti i quali, incontrandosi con qualsivoglia gran principe, se pur una sol volta gli hanno parlato, se gli fanno inanti con un certo aspetto ridente e da amico, cos come se volessero accarezzar un suo equale, o dar favor ad un minore di s. Rarissime volte o quasi mai non domander al signore cosa alcuna per se stesso, acci che quel signor, avendo rispetto di negarla cos a lui stesso, talor non la conceda con fastidio, che  molto peggio. Domandando ancor per altri, osserver discretamente i tempi e domander cose oneste e ragionevoli; ed assettar talmente la petizion sua, levandone quelle parti che esso conoscer poter dispiacere e facilitando con destrezza le difficult, che 'l signor la conceder sempre, o se pur la negar, non creder aver offeso colui a chi non ha voluto compiacere: perch spesso i signori, poi che hanno negato una grazia a chi con molta importunit la domanda, pensano che colui che l'ha domandata con tanta instanzia la desiderasse molto; onde, non avendo potuto ottenerla, debba voler male a chi gliel'ha negata; e per questa credenza essi cominciano ad odiare quel tale, e mai pi nol possono vedere con bon occhio.


XIX.

Non cercher d'intromettersi in camera o nei lochi secreti col signore suo non essendo richiesto, se ben sar di molta autorit; perch spesso i signori, quando stanno privatamente, amano una certa libert di dire e far ci che lor piace, e per non vogliono essere n veduti n uditi da persona da cui possano esser giudicati; ed  ben conveniente. Onde quelli che biasimano i signori che tengono in camera persone di non molto valore in altre cose che in sapergli ben servire alla persona, parmi che facciano errore, perch non so per qual causa essi non debbano aver quella libert per relassare362 gli animi loro, che noi ancor volemo per relassare i nostri. Ma se 'l cortegiano, consueto di trattar cose importanti, si ritrova poi secretamente in camera, dee vestirsi un'altra persona, e differir le cose severe ad altro loco e tempo ed attendere a ragionamenti piacevoli e grati al signor suo, per non impedirgli quel riposo d'animo. Ma in questo ed in ogni altra cosa sopra tutto abbia cura di non venirgli a fastidio ed aspetti che i favori gli siano offerti, pi presto che uccellargli363 cos scopertamente come fan molti, che tanto avidi ne sono, che pare che, non conseguendogli, abbiano da perder la vita; e se per sorte hanno qualche disfavore, o vero veggono altri esser favoriti, restano con tanta angonia364, che dissimular per modo alcuno non possono quella invidia; onde fanno ridere di s ognuno e spesso sono causa che i signori dian favore a chi si sia solamente per far lor dispetto. Se poi ancor si ritrovano in favor che passi la mediocrit, tanto si inebriano in esso, che restano impediti d'allegrezza; n par che sappian ci che si far delle mani n dei piedi e quasi stanno per chiamar la brigata365 che venga a vedergli e congratularsi seco, come di cosa che non siano consueti mai pi d'avere. Di questa sorte non voglio che sia il nostro cortegiano. Voglio ben che ami i favori, ma non per gli estimi tanto, che non paia poter anco star senz'essi; e quando gli consegue, non mostri d'esservi dentro novo n forestiero366, n maravigliarse che gli siano offerti; n gli rifuti di quel modo che fanno alcuni, che per vera ignoranzia restano367 d'accettargli e cos fanno vedere ai circonstanti che se ne conoscono indegni. Dee ben l'omo star sempre un poco pi rimesso368 che non comporta il grado suo; e non accettar cos facilmente i favori ed onori che gli sono offerti, e rifutargli modestamente, mostrando estimargli assai, con tal modo per, che dia occasione a chi gli offerisce d'offerirgli con molto maggior instanzia; perch quanto pi resistenzia con tal modo s'usa nello accettargli, tanto pi pare a quel principe che gli concede d'esser estimato e che la grazia che fa tanto sia maggiore, quanto pi colui che la riceve mostra apprezzarla e pi di essa tenersi onorato. E questi sono i veri e sodi favori, e che fanno l'omo esser estimato da chi di fuor li vede; perch, non essendo mendicati, ognun presume che nascano da vera virt; e tanto pi, quanto sono accompagnati dalla modestia -.


XX.

Disse allor messer Cesare Gonzaga: - Parmi che abbiate rubato questo passo allo Evangelio, dove dice: "Quando sei invitato a nozze, va'ed assttati369 nell'infimo loco, acci che, venendo colui che t'ha invitato, dica: Amico, ascendi pi su; e cos ti sar onore alla presenzia dei convitati"370 -. Rise messer Federico e disse: - Troppo gran sacrilegio sarebbe rubare allo Evangelio; ma voi siete pi dotto nella Sacra Scrittura ch'io non mi pensava; - poi suggiunse: - Vedete come a gran pericolo si mettano talor quelli che temerariamente inanzi ad un signore entrano in ragionamento371, senza che altri li ricerchi; e spesso quel signore, per far loro scorno, non risponde e volge il capo ad un'altra mano, e se pur risponde loro, ognun vede che lo fa con fastidio. Per aver adunque favore dai signori, non  miglior via che meritargli; n bisogna che l'omo si confidi vedendo un altro che sia grato ad un principe per qualsivoglia cosa di dover, per imitarlo, esso ancor medesimamente venire a quel grado; perch ad ognun non si convien ogni cosa e trovarassi talor un omo, il qual da natura sar tanto pronto alle facezie, che ci che dir porter seco il riso e parer che sia nato solamente per quello; e s'un altro che abbia manera di gravit, avvenga che sia di bonissimo ingegno, vorr mettersi far il medesimo, sar freddissimo e disgraziato372, di sorte che far stomaco a chi l'udir e riuscir a punto quell'asino, che ad imitazion del cane volea scherzar col patrone373. Per bisogna che ognun conosca se stesso e le forze sue ed a quello s'accommodi, e consideri quali cose ha da imitare e quali no -.


XXI.

- Prima che pi avanti passate, - disse quivi Vincenzio Calmeta, - s'io ho ben inteso, parmi che dianzi abbiate detto che la miglior via per conseguir favori sia il meritargli; e che pi presto dee il cortegiano aspettar che gli siano offerti, che prosuntuosamente ricercargli. Io dubito assai che questa regula sia poco al proposito e parmi che la esperienzia ci faccia molto ben chiari del contrario; perch oggid pochissimi sono favoriti da'signori, eccetto i prosuntuosi; e so che voi potete esser bon testimonio d'alcuni, che, ritrovandosi in poca grazia dei lor prncipi, solamente con la prosunzione si son loro fatti grati; ma quelli che per modestia siano ascesi374, io per me non cognosco ed a voi ancor do spacio375 di pensarvi, e credo che pochi ne trovarete. E se considerate la corte di Francia, la qual oggid  una delle pi nobili de Cristianit, trovarete che tutti quelli che in essa hanno grazia universale tengon del prosuntuoso; e non solamente l'uno con l'altro, ma col re medesimo. - Questo non dite gi, - rispose messer Federico; - anzi in Francia sono modestissimi e cortesi gentilomini; vero  che usano una certa libert e domestichezza senza cerimonia, la qual ad essi  propria e naturale; e per non si dee chiamar prosunzione, perch in quella sua cos fatta maniera, bench ridano e piglino piacere dei prosuntuosi, pur apprezzano molto quelli che loro paiono aver in s valore e modestia -. Rispose il Calmeta: - Guardate i Spagnoli, i quali par che siano maestri della cortegiania e considerate quanti ne trovate, che con donne e con signori non siano prosuntuosissimi; e tanto pi de'Franzesi, quanto che376 nel primo aspetto mostrano grandissima modestia: e veramente in ci sono discreti377 perch, come ho detto, i signori de'nostri tempi tutti favoriscono que'soli che hanno tai costumi -.


XXII.

Rispose allor messer Federico: - Non voglio gi comportar378, messer Vincenzio, che voi questa nota diate ai signori de'nostri tempi; perch pur ancor molti sono che amano la modestia, la quale io non dico per che sola basti per far l'uom grato; dico ben, che quando  congiunta con un gran valore, onora assai chi la possede; e se ella di se stessa tace, l'opere laudevoli parlano largamente, e son molto pi maravigliose che se fossero compagnate dalla prosunzione e temerit. Non voglio gi negar che non si trovino molti Spagnoli prosuntuosi; dico ben che quelli che sono assai estimati, per il pi sono modestissimi. Ritrovansi poi ancor alcun'altri tanto freddi che fuggono il consorzio degli omini troppo fuor di modo, e passano un certo grado di mediocrit, tal che si fanno estimare o troppo timidi o troppo superbi; e questi per niente non laudo, n voglio che la modestia sia tanto asciutta ed rrida, che diventi rusticit. Ma sia il cortegiano, quando gli vien in proposito, facundo e nei discorsi de'stati379 prudente e savio, ed abbia tanto giudicio, che sappia accommodarsi ai costumi delle nazioni ove si ritrova; poi nelle cose pi basse sia piacevole e ragioni ben d'ogni cosa; ma sopra tutto tenda sempre al bene: non invidioso, non maldicente; n mai s'induca a cercar grazia o favor per via viciosa, n per mezzo di mala sorte -. Disse allora il Calmeta: - Io v'assicuro che tutte l'altre vie son molto pi dubbiose e pi lunghe, che non  questa che voi biasimate; perch oggid, per replicarlo un'altra volta, i signori non amano se non que'che son volti a tal camino. - Non dite cos, - rispose allor messer Federico, - perch questo sarebbe troppo chiaro argumento che i signori de'nostri tempi fossero tutti viciosi e mali; il che non , perch pur se ne trovano alcuni di boni. Ma se 'l nostro cortegiano per sorte sua si trover essere a servicio d'un che sia vicioso e maligno, sbito che lo conosca, se ne levi, per non provar quello estremo affanno che senton tutti i boni che serveno ai mali. - Bisogna pregar Dio, - rispose il Calmeta, - che ce gli dia boni, perch quando s'hanno  forza patirgli380 tali, quali sono; perch infiniti rispetti astringono381 chi  gentilomo, poi che ha cominciato a servire ad un patrone, a non lasciarlo; ma la disgrazia consiste nel principio; e sono i cortegiani in questo caso alla condizion di que'mal avventurati uccelli, che nascono in trista valle382. - A me pare, - disse messer Federico, - che 'l debito debba valer pi che tutti i rispetti383; e purch un gentilomo non lassi il patrone quando fosse in su la guerra o in qualche avversit, di sorte che si potesse credere che ci facesse per secondar la fortuna, o per parergli che gli mancasse quel mezzo del qual potesse trarre utilit, da ogni altro tempo credo che possa con ragion e debba levarsi da quella servit, che tra i boni sia per dargli vergogna; perch ognun presume che chi serve ai boni sia bono e chi serve ai mali sia malo -.


XXIII.

- Vorrei, - disse allor il signor Ludovico Pio, - che voi mi chiariste un dubbio ch'io ho nella mente; il qual , se un gentilomo, mentre che serve ad un principe,  obligato ad ubidirgli in tutte le cose che gli commanda, ancor che fossero disoneste e vituperose. - In cose disoneste non siamo noi obligati ad ubedire a persona alcuna, - respose messer Federico. - E come, - replic il signor Ludovico, - s'io star al servizio d'un principe il qual mi tratti bene, e si confidi ch'io debba far per lui ci che far si po, commandandomi ch'io vada ad ammazzare un omo, o far qualsivoglia altra cosa, debbo io rifutar di farla? - Voi dovete, - rispose messer Federico, - ubidire al signor vostro in tutte le cose che a lui sono utili ed onorevoli, non in quelle che gli sono di danno e di vergogna; per se esso vi comandasse che faceste un tradimento, non solamente non ste obligato a farlo, ma ste obligato a non farlo, e per voi stesso, e per non esser ministro della vergogna del signor vostro. Vero  che molte cose paiono al primo aspetto bone, che sono male, e molte paiono male, e pur son bone. Per  licito talor per servicio de'suoi signori ammazzare non un omo, ma diece milia, e far molt'altre cose, le quali, a chi non le considerasse come si dee, pareriano male, e pur non sono -. Rispose allor il signor Gaspar Pallavicino: - Deh, per vostra f, ragionate un poco sopra questo, ed insegnateci come si possan discerner le cose veramente bone dalle apparenti. - Perdonatemi, - disse messer Federico; - io non voglio entrar qua, ch troppo ci saria che dire, ma il tutto si rimetta alla discrezion vostra -.


XXIV.

- Chiaritemi almen un altro dubbio, - replic il signor Gasparo. - E che dubbio? - disse messer Federico. - Questo, - rispose il signor Gasparo: - Vorrei sapere, essendomi imposto da un mio signor terminatamente384 quello ch'io abbia a fare in una impresa o negocio di qualsivoglia sorte, s'io, ritrovandomi in fatto, e parendomi con l'operare pi o meno o altrimenti di quello che m' stato imposto, poter fare succedere la cosa pi prosperamente o con pi utilit di chi m'ha dato tal carico, debbo io governarmi secondo quella prima norma senza passar i termini del comandamento, o pur far quello che a me pare esser meglio? - Rispose allora messer Federico: - Io, circa questo, vi darei la sentenzia con lo esempio di Manlio Torquato, che in tal caso per troppo piet385 uccise il figliolo, se lo estimasse degno di molta laude, che in vero non l'estimo; bench ancor non oso biasmarlo, contra la opinion di tanti seculi: perch senza dubbio  assai pericolosa cosa desviare dai comandamenti de'suoi maggiori, confidandosi pi del giudicio di se stessi che di quegli ai quali ragionevolmente s'ha da ubedire; perch se per sorte il pensier vien fallito e la cosa succeda male, incorre l'omo nell'error della disubidienza e ruina quello che ha da far senza via alcuna di escusazione o speranza di perdono; se ancor la cosa vien secondo il desiderio, bisogna laudarne la ventura386 e contentarsene. Pur con tal modo s'introduce una usanza d'estimar poco i comandamenti de'superiori; e per esempio di quello a cui sar successo bene, il quale forse sar prudente ed ar discorso con ragione387 ed ancor sar stato aiutato dalla fortuna, vorranno poi mille altri ignoranti e leggeri pigliar sicurt nelle cose importantissime di far a lor modo, e per mostrar d'esser savi ed aver autorit desviar dai comandamenti de'signori: il che  malissima cosa, e spesso causa d'infiniti errori. Ma io estimo che in tal caso debba quello a cui tocca considerar maturamente, e quasi porre in bilancia il bene e la commodit che gli  per venire del fare contra il commandamento ponendo che 'l disegno suo gli succeda secondo la speranza; dall'altra banda, contrapesare il male e la incommodit che gliene nasce, se per sorte, contrafacendo al commandamento, la cosa gli vien mal fatta; e conoscendo che 'l danno possa esser maggiore e di pi importanzia succedendo il male, che la utilit succedendo il bene, dee astenersene e servar a puntino quello che imposto gli ; e per contrario, se la utilit  per esser di pi importanzia succedendo il bene, che 'l danno succedendo il male, credo che possa ragionevolmente mettersi a far quello che pi la ragione e 'l giudicio suo gli detta, e lasciar un poco da canto quella propria forma del commandamento; per fare come i boni mercatanti, li quali per guadagnare l'assai, avventurano il poco, ma non l'assai per guadagnar il poco. Laudo ben che sopra tutto abbia rispetto alla natura di quel signore a cui serve e secondo quella si governi; perch se fosse cos austera, come di molti che se ne trovano, io non lo consigliarei mai, se amico mio fosse, che mutasse in parte alcuna l'ordine datogli: acci che non gl'intravenisse quel che si scrive esser intervenuto ad un maestro ingegnero d'Ateniesi, al quale, essendo Publio Crasso Muziano388 in Asia e volendo combattere una terra389, mand a dimandare un de'dui alberi da nave che esso in Atene avea veduto, per far uno ariete da battere il muro, e disse voler il maggiore. L'ingegnero, come quello che era intendentissimo, conobbe quel maggiore esser poco a proposito per tal effetto; e per esser il minore pi facile a portare ed ancor pi conveniente a far quella machina, mandollo a Muziano. Esso, intendendo come la cosa era ita, fecesi venir quel povero ingegnero e domandatogli perch non l'avea ubidito, non volendo ammettere ragione alcuna che gli dicesse, lo fece spogliar nudo e battere e frustare con verghe tanto che si mor, parendogli che in loco d'ubidirlo avesse voluto consigliarlo; s che con questi cos severi omini bisogna usar molto rispetto.


XXV.

Ma lasciamo da canto omai questa pratica de'signori390 e vengasi alla conversazione coi pari o poco diseguali; ch ancor a questa bisogna attendere per esser universalmente pi frequentata e trovarsi l'omo pi spesso in questa, che in quella de'signori. Bench son alcuni sciocchi, che se fossero in compagnia del maggior amico che abbiano al mondo, incontrandosi con un meglio vestito, sbito a quel si attaccano; se poi gli ne occorre391 un altro meglio, fanno pur il medesimo. E quando poi il principe passa per le piazze, chiese, o altri lochi publici, a forza di cubiti392 si fanno far strada a tutti, tanto che se gli metteno al costato393; e se ben non hanno che dirgli, pur lor voglion parlare e tengono lunga la diceria394, e rideno, e batteno le mani e 'l capo, per mostrar ben aver facende di importanzia, acci che 'l populo gli vegga in favore. Ma poich questi tali non si degnano di parlare se non coi signori, io non voglio che noi degnimo parlar d'essi -.


XXVI.

Allora il Magnifico Iuliano, - Vorrei, - disse, - messer Federico, poich avete fatto menzion di questi che s'accompagnano cos voluntieri coi ben vestiti, che ci mostraste di qual manera si debba vestire il cortegiano e che abito pi se gli convenga, e circa tutto l'ornamento del corpo in che modo debba governarsi; perch in questo veggiamo infinite variet; e chi si veste alla franzese, chi alla spagnola, chi vol parer tedesco; n ci mancano ancor di quelli che si vestono alla foggia de'Turchi; chi porta la barba, chi no. Saria adunque ben fatto saper in questa confusione eleggere il meglio -. Disse messer Federico: - Io in vero non saprei dar regula determinata circa il vestire, se non che l'uom s'accommodasse alla consuetudine dei pi; e poich, come voi dite, questa consuetudine  tanto varia e che gli Italiani tanto son vaghi d'abbigliarsi alle altrui fogge, credo che ad ognuno sia licito vestirsi a modo suo. Ma io non so per qual fato intervenga che la Italia non abbia, come soleva avere, abito che sia conosciuto per italiano; che, bench lo aver posto in usanza questi novi faccia parer quelli primi goffissimi, pur quelli forse erano segno di libert, come questi son stati augurio di servit; il quale ormai parmi assai chiaramente adempiuto395. E come si scrive396 che, avendo Dario l'anno prima che combattesse con Alessandro fatto acconciar la spada che egli portava a canto, la quale era persiana, alla foggia di Macedonia, fu interpretato dagli indovini che questo significava, che coloro, nella foggia de'quali Dario avea tramutato la forma della spada persiana, verriano a dominar la Persia; cos l'aver noi mutato gli abiti italiani nei stranieri parmi che significasse, tutti quelli, negli abiti de'quali i nostri erano trasformati, dever venire a subiugarci; il che  stato troppo pi che vero, ch ormai non resta nazione che di noi non abbia fatto preda, tanto che poco pi resta che predare e pur ancor di predar non si resta.


XXVII.

Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio397; per ben sar dir degli abiti del nostro cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, n contrari alla professione, possano per lo resto tutti star bene, pur che satisfacciano a chi gli porta. Vero  ch'io per me amerei che non fossero estremi398 in alcuna parte, come talor sl essere il franzese in troppo grandezza e 'l tedesco in troppo piccolezza, ma come sono e l'uno e l'altro corretti e ridutti in meglior forma dagli Italiani. Piacemi ancor sempre che tendano un poco pi al grave e riposato399, che al vano; per parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non  nero, che almen tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinario, perch non  dubbio che sopra l'arme pi si convengan colori aperti400 ed allegri, ed ancor gli abiti festivi, trinzati401, pomposi e superbi. Medesimamente nei spettaculi publici di feste, di giochi, di mascare402 e di tai cose; perch cos divisati portan seco una certa vivezza ed alacrit, che in vero ben s'accompagna con l'arme e giochi; ma nel resto vorrei che mostrassino quel riposo che molto serva403 la nazion spagnola, perch le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche -. Allor disse messer Cesare Gonzaga: - Questo a me daria poca noia perch, se un gentilom nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce n scema mai riputazione -. Rispose messer Federico: - Voi dite il vero. Pur qual  di noi che, vedendo passeggiar un gentilomo con una robba addosso quartata di diversi colori, o vero con tante stringhette e fettuzze annodate e fregi traversati404, non lo tenesse per pazzo o per buffone? - N pazzo, n buffone, - disse messer Pietro Bembo, - sarebbe costui tenuto da chi fosse qualche tempo vivuto nella Lombardia perch cos vanno tutti. - Adunque, - rispose la signora Duchessa ridendo, - se cos vanno tutti, opporre non se gli dee per vizio, essendo a loro questo abito tanto conveniente e proprio quanto ai Veneziani il portar le maniche a cmeo405 ed ai Fiorentini il capuzzo406. - Non parlo io, - disse messer Federico, - pi della Lombardia che degli altri lochi, perch d'ogni nazion se ne trovano e di sciocchi e d'avveduti. Ma per dir ci che mi par d'importanzia nel vestire, voglio che 'l nostro cortegiano in tutto l'abito sia pulito e delicato ed abbia una certa conformit di modesta attillatura407 ma non per di manera feminile o vana, n pi in una cosa che nell'altra, come molti ne vedemo, che pongon tanto studio nella capigliatura, che si scordano il resto; altri fan professione de denti, altri di barba, altri di borzachini408, altri di berrette, altri di cuffie; e cos intervien che quelle poche cose pi culte paiono lor prestate, e tutte l'altre che sono sciocchissime si conoscono per le loro. E questo tal costume voglio che fugga il nostro cortegiano, per mio consiglio; aggiungendovi ancor che debba fra se stesso deliberar ci che vol parere e di quella sorte che desidera esser estimato, della medesima vestirsi, e far che gli abiti lo aiutino ad esser tenuto per tale ancor da quelli che non l'odono parlare, n veggono far operazione alcuna -.


XXVIII.

- A me non pare, - disse allor el signor Gaspar Pallavicino, - che si convenga, n ancor che s'usi tra persone di valore giudicar la condicion409 degli omini agli abiti, e non alle parole ed alle opere, perch molti s'ingannariano; n senza causa dicesi quel proverbio che l'abito non fa 'l monaco. - Non dico io, rispose messer Federico, - che per questo solo s'abbiano a far i giudici resoluti410 delle condizion degli omini, n che pi non si conoscano per le parole e per l'opere che per gli abiti; dico ben che ancor l'abito non  piccolo argomento della fantasia411 di chi lo porta, avvenga che talor possa esser falso; e non solamente questo, ma tutti i modi e costumi, oltre all'opere e parole, sono giudicio delle qualit di colui in cui si veggono. - E che cose trovate voi, - rispose il signor Gasparo, - sopra le quali noi possiam far giudicio, che non siano n parole n opere? - Disse allor messer Federico: - Voi ste troppo sottile loico. Ma per dirvi come io intendo, si trovano alcune operazioni che poi che son fatte restano ancora, come l'edificare, scrivere ed altre simili; altre non restano, come quelle di che io voglio ora intendere: per non chiamo in questo proposito412 che 'l passeggiare, ridere, guardare e tai cose, siano operazioni; e pur tutto questo di fuori d notizia spesso di quel dentro. Ditemi, non faceste voi giudicio che fosse un vano e legger omo quello amico nostro, del quale ragionammo pur questa mattina, sbito che lo vedeste passeggiar con quel torzer413 di capo, dimenandosi tutto, ed invitando con aspetto benigno la brigata a cavarsegli la berretta? Cos ancora quando vedete uno che guarda troppo intento con gli occhi stupidi a foggia d'insensato, o che rida cos scioccamente come que'mutoli gozzuti delle montagne di Bergamo, avvenga che non parli o faccia altro, non lo tenete voi per un gran babuasso414? Vedete adunque che questi modi e costumi, che io non intendo per ora che siano operazioni, fanno in gran parte che gli omini siano conosciuti415.


XXIX.

Ma un'altra cosa parmi che dia e lievi molto la riputazione, e questa  la elezion degli amici coi quali si ha da tenere intrinseca pratica; perch indubitatamente la ragion vol che di quelli che sono con stretta amicizia ed indissolubil compagnia congiunti, siano ancor le volunt, gli animi, i giudici e gli ingegni conformi. Cos, chi conversa con ignoranti o mali  tenuto per ignorante o malo; e per contrario chi conversa con boni e savi e discreti  tenuto per tale; ch da natura par che ogni cosa volentieri si congiunga col suo simile. Per gran riguardo416 credo che si convenga aver nel cominciar queste amicizie, perch di dui stretti amici chi conosce l'uno, sbito imagina l'altro esser della medesima condizione -. Rispose allor messer Pietro Bembo: - Del restringersi in amicizia cos unanime, come voi dite, parmi veramente che si debba aver assai riguardo, non solamente per l'acquistar o perdere la riputazione, ma perch oggid pochissimi veri amici si trovano, n credo che pi siano al mondo quei Piladi ed Oresti, Tesei e Piritoi, n Scipioni e Lelii; anzi non so per qual destin interviene ogni d che dui amici, i quali saranno vivuti in cordialissimo amore molt'anni, pur al fine l'un l'altro in qualche modo s'ingannano, o per malignit, o per invidia, o per leggerezza, o per qualche altra mala causa; e ciascun d la colpa al compagno di quello, che forse l'uno e l'altro la merita. Per essendo a me intervenuto pi d'una volta l'esser ingannato da chi pi amava e da chi sopra ogni altra persona aveva confidenzia d'esser amato, ho pensato talor da me a me che sia ben non fidarsi mai di persona del mondo, n darsi cos in preda ad amico, per caro ed amato che sia, che senza riserva l'omo gli comunichi tutti i suoi pensieri come farebbe a se stesso; perch negli animi nostri sono tante latebre e tanti recessi, che impossibil  che prudenzia umana possa conoscer quelle simulazioni, che dentro nascose vi sono417. Credo adunque che ben sia amare e servire l'un pi che l'altro, secondo i meriti e 'l valore; ma non per assicurarsi tanto con questa dolce esca418 d'amicizia, che poi tardi se n'abbiamo a pentire -.


XXX.

Allor messer Federico, - Veramente, - disse, - molto maggior saria la perdita che 'l guadagno, se del consorzio umano si levasse quel supremo grado d'amicizia che, secondo me, ci d quanto di bene ha in s la vita nostra; e per io per alcun modo non voglio consentirvi che ragionevol sia, anzi mi daria il core di concludervi419, e con ragioni evidentissime, che senza questa perfetta amicizia gli omini sariano pi infelici che tutti gli altri animali; e se alcuni guastano, come profani, questo santo nome d'amicizia, non  per da estirparla cos degli animi nostri e per colpa dei mali privar i boni di tanta felicit. Ed io per me estimo che qui tra noi sia pi di un par di amici, l'amor de'quali sia indissolubile e senza inganno alcuno, e per durar fin alla morte con le voglie conformi, non meno che se fossero quegli antichi che voi dianzi avete nominati; e cos interviene quando, oltre alla inclinazion che nasce dalle stelle420, l'omo s'elegge amico a s simile di costumi; e 'l tutto intendo che sia tra boni e virtuosi, perch l'amicizia de'mali non  amicizia421. Laudo ben che questo nodo cos stretto non comprenda o leghi pi che dui, ch altramente forse saria pericoloso; perch, come sapete, pi difficilmente s'accordano tre instromenti di musica insieme, che dui. Vorrei adunque che 'l nostro cortegiano avesse un precipuo e cordial amico422, se possibil fosse, di quella sorte che detto avemo; poi, secondo 'l valore e meriti, amasse, onorasse ed osservasse423 tutti gli altri, e sempre procurasse d'intertenersi pi con gli estimati e nobili e conosciuti per boni, che con gli ignobili e di poco pregio; di manera che esso ancor da loro fosse amato ed onorato; e questo gli verr fatto se sar cortese, umano, liberale, affabile e dolce in compagnia, officioso e diligente nel servire e nell'aver cura dell'utile ed onor degli amici cos assenti come presenti, supportando i lor diffetti naturali e supportabili, senza rompersi424 con essi per piccol causa, e correggendo in se stesso quelli425 che amorevolmente gli saranno ricordati; non si anteponendo mai agli altri con cercar i primi e i pi onorati lochi, n con fare come alcuni che par che sprezzino il mondo e vogliano con una certa austerit molesta dar legge ad ognuno; ed oltre allo essere contenziosi in ogni minima cosa e fuor di tempo, riprender ci che essi non fanno e sempre cercar causa di lamentarsi degli amici; il che  cosa odiosissima -.


XXXI.

Quivi essendosi fermato di parlare messer Federico, - Vorrei, - disse il signor Gasparo Pallavicino, - che voi ragionaste un poco pi minutamente di questo conversar con gli amici che non fate; ch in vero vi tenete molto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito. - Come per transito? - rispose messer Federico. - Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole proprie che si avessero ad usare? non vi par adunque che abbiamo ragionato a bastanza di questo? - A bastanza parmi, - rispose el signor Gasparo. - Pur desidero io d'intendere qualche particularit ancor della foggia dell'intertenersi con omini e con donne; la qual cosa a me par di molta importanzia, considerato che 'l pi del tempo in ci si dispensa nelle corti; e se questa fosse sempre uniforme, presto verria a fastidio. - A me pare, - rispose messer Federico, - che noi abbiam dato al cortegiano cognizion di tante cose, che molto ben po variar la conversazione ed accommodarsi alle qualit delle persone con le quai ha da conversare, presuponendo che egli sia di bon giudicio e con quello si governi, e secondo i tempi talor intenda nelle cose gravi426, talor nelle feste e giochi. - E che giochi? - disse il signor Gasparo. Rispose allor messer Federico ridendo: - Dimandiamone consiglio a fra Serafino, che ogni d ne trova de'novi. - Senza motteggiare, - replic il signor Gasparo, - parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi? - A me no, - disse messer Federico, eccetto a cui nol facesse troppo assiduamente e per quello lasciasse l'altre cose di maggior importanzia, o veramente non per altro che per vincer denari, ed ingannasse il compagno e perdendo mostrasse dolore e dispiacere tanto grande, che fosse argomento427 d'avarizia -. Rispose il signor Gasparo: - E che dite del gioco de'scacchi? - Quello certo  gentile intertenimento ed ingenioso, - disse messer Federico, - ma parmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo  che se po saperne troppo, di modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de'scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar qualche nobil scienzia, o far qualsivoglia altra cosa ben d'importanzia; e pur in ultimo con tanta fatica non sa altro che un gioco; per in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cio che la mediocrit sia pi laudevole che la eccellenzia -. Rispose il signor Gasparo: - Molti Spagnoli trovansi eccellenti in questo ed in molti altri giochi, i quali per non vi mettono molto studio, n ancor lascian di far l'altre cose. - Credete, - rispose messer Federico, - che gran studio vi mettano, bench dissimulatamente. Ma quegli altri giochi che voi dite, oltre agli scacchi, forse sono come molti ch'io ne ho veduti fare pur di poco momento, i quali non serveno se non a far maravigliare il vulgo; per a me non pare che meritino altra laude n altro premio, che quello che diede Alessandro Magno a colui che, stando assai lontano, cos ben infilzava i ceci in un ago428.


XXXII.

Ma perch par che la fortuna, come in molte altre cose, cos ancor abbia grandissima forza nelle opinioni degli omini, vedesi talor che un gentilomo, per ben condizionato che egli sia e dotato di molte grazie, sar poco grato ad un signore e, come si dice, non gli ar sangue429, e questo senza causa alcuna che si possa comprendere; per giungendo alla presenzia di quello e non essendo dagli altri per prima conosciuto, bench sia arguto e pronto nelle risposte e si mostri bene nei gesti, nelle manere, nelle parole ed in ci che si conviene, quel signore poco mostrar d'estimarlo, anzi pi presto gli far qualche scorno430; e da questo nascer che gli altri sbito s'accommodaranno alla volunt del signore e ad ognun parer che quel tale non vaglia, n sar persona che l'apprezzi o stimi, o rida de'suoi detti piacevoli, o ne tenga conto alcuno; anzi cominciaranno tutti a burlarlo e dargli la caccia; n a quel meschino basteran bone risposte, n pigliar le cose come dette per gioco ch insino a'paggi si gli metteranno attorno, di sorta che, se fosse il pi valoroso uomo del mondo, sar forza che resti impedito431 e burlato. E per contrario se 'l principe se mostrar inclinato ad un ignorantissimo, che non sappia n dir n fare, saranno spesso i costumi e i modi di quello, per sciocchi ed inetti che siano, laudati con le esclamazioni e stupore da ognuno, e parer che tutta la corte lo ammiri ed osservi, e ch'ognun rida de'suoi motti e di certe arguzie contadinesche e fredde, che pi presto devrian mover vomito che riso: tanto son fermi ed ostinati gli omini nelle opinioni che nascono da'favori e disfavori de'signori. Per voglio che 'l nostro cortegiano, il meglio che po, oltre al valore s'aiuti ancora con ingegno ed arte; e sempre che ha d'andare in loco dove sia novo e non conosciuto, procuri che prima vi vada la bona opinion di s che la persona, e faccia che ivi s'intenda che esso in altri lochi, appresso altri signori, donne e cavalieri, sia ben estimato; perch quella fama che par che nasca da molti giudici genera una certa ferma credenza di valore, che poi, trovando gli animi cos disposti e preparati, facilmente con l'opere si mantiene ed accresce; oltra che si fugge quel fastidio ch'io sento, quando mi viene domandato chi sono e quale  il nome mio -.


XXXIII.

- Io non so come questo giovi, - rispose messer Bernardo Bibiena; - perch a me pi volte  intervenuto e, credo, a molt'altri, che avendomi formato nell'animo, per detto di persone di giudicio, una cosa esser di molta eccellenzia prima che veduta l'abbia, vedendola poi, assai mi  mancata432 e di gran lunga restato son ingannato di quello ch'io estimava; e ci d'altro non  proceduto che dall'aver troppo creduto alla fama ed aver fatto nell'animo mio un tanto gran concetto, che, misurandolo poi col vero, l'effetto avvenga che sia stato grande ed eccellente, alla comparazion di quello che imaginato aveva, m' parso piccolissimo. Cos dubito ancor che possa intervenir del cortegiano. Per non so come sia bene dar queste aspettazioni e mandar innanzi quella fama; perch gli animi nostri spesso formano cose alle quali impossibil  poi corrispondere, e cos pi se ne perde che non si guadagna -. Quivi disse messer Federico: - Le cose che a voi ed a molt'altri riescono minori assai che la fama, son per il pi di sorte433, che l'occhio al primo aspetto le po giudicare; come se voi non sarete mai stato a Napoli o a Roma, sentendone ragionar tanto imaginarete pi assai di quello che forse poi alla vista vi riuscir; ma delle condizioni degli omini non intervien cos, perch quello che si vede di fuori  il meno. Per se 'l primo giorno, sentendo ragionare un gentilomo, non comprenderete che in lui sia quel valore che avevate prima imaginato, non cos presto vi spogliarete della bona opinione come in quelle cose delle quali l'occhio sbito  giudice, ma aspettarete di d in d scoprir qualche altra nascosta virt tenendo pur ferma sempre quella impressione che v' nata dalle parole di tanti; ed essendo poi questo (come io presupongo che sia il nostro cortegiano) cos ben qualificato, ogn'ora meglio vi confermar a credere a quella fama, perch con l'opere ve ne dar causa, e voi sempre estimarete qualche cosa pi di quello che vederete -.


XXXIV.

E certo non si po negar che queste prime impressioni non abbiano grandissima forza e che molta cura aver non vi si debba; ed acci che comprendiate quanto importino, dicovi che io ho a'miei d conosciuto un gentilomo, il quale, avvenga che fosse di assai gentil aspetto e di modesti434 costumi ed ancor valesse nell'arme, non era per in alcuna di queste condizioni tanto eccellente, che non se gli trovassino molti pari ed ancor superiori. Pur, come la sorte sua volse, intervenne che una donna si volt ad amarlo ferventissimamente; e crescendo ogni d questo amore per la dimostrazion di correspondenzia che faceva il giovane, e non vi essendo modo alcun da potersi parlare insieme, spinta la donna da troppo passione, scoperse il suo desiderio ad un'altra donna, per mezzo della quale sperava qualche commodit435. Questa n di nobilt n di bellezza non era punto inferior alla prima; onde intervenne che sentendo ragionare cos affettuosamente di questo giovane, il qual essa mai non aveva veduto, e conoscendo che quella donna, la quale ella sapeva ch'era discretissima e d'ottimo giudicio, l'amava estremamente, sbito imagin che costui fosse il pi bello e 'l pi savio e 'l pi discreto ed in somma il pi degno omo da esser amato, che al mondo si trovasse; e cos, senza vederlo, tanto fieramente se ne innamor, che non per l'amica sua ma per se stessa cominci a far ogni opera per acquistarlo e farlo a s corrispondente in amore; il che con poca fatica le venne fatto, perch in vero era donna pi presto da esser pregata, che da pregare altrui. Or udite bel caso. Non molto tempo appresso occorse che una lettera, la qual scrivea questa ultima donna allo amante, pervenne in mano d'un'altra pur nobilissima e di costumi e di bellezza rarissima, la quale essendo, come  il pi delle donne, curiosa e cupida di saper secreti, e massimamente d'altre donne, aperse questa lettera, e leggendola comprese ch'era scritta con estremo affetto d'amore; e le parole dolci e piene di foco che ella lesse, prima la mossero a compassion di quella donna, perch molto ben sapea da chi veniva la lettera ed a cui andava; poi tanta forza ebbero, che rivolgendole nell'animo e considerando di che sorte doveva esser colui che avea potuto indur quella donna a tanto amore, sbito essa ancor se ne innamor; e fece quella lettera forse maggior effetto, che non averia fatto se dal giovane a lei fosse stata mandata. E come talor interviene che 'l veneno in qualche vivanda preparato per un signore ammazza il primo che 'l gusta, cos questa meschina, per esser troppo ingorda, bevv quel veneno amoroso che per altrui era preparato. Che vi debbo io dire? la cosa fu assai palese ed and di modo, che molte donne oltre a queste, parte per far dispetto all'altre, parte per far come l'altre, posero ogni industria e studio per goder dell'amore di costui e ne fecero per un tempo alla grappa436, come i fanciulli delle cerase437; e tutto procedette dalla prima opinione che prese quella donna, vedendolo tanto amato da un'altra -.


XXXV.

Or quivi ridendo rispose il signor Gasparo Pallavicino: - Voi per confirmare il parer vostro con ragione m'allegate438 opere di donne, le quali per lo pi son fuori d'ogni ragione439; e se voi voleste dir ogni cosa, questo cos favorito da tante donne dovea essere un nescio e da poco omo in effetto; perch usanza loro  sempre attaccarsi ai peggiori e, come le pecore, far quello che veggon fare alla prima, o bene o male che si sia; oltra che son tanto invidiose tra s, che se costui fosse stato un monstro, pur averian voluto rubarsilo l'una all'altra -. Quivi molti cominciorono, e quasi tutti, a voler contradire al signor Gasparo; ma la signora Duchessa impose silenzio a tutti; poi, pur ridendo, disse: - Se 'l mal che voi dite delle donne non fosse tanto alieno dalla verit, che nel dirlo pi tosto desse carico e vergogna a chi lo dice che ad esse, io lassarei che vi fosse risposto; ma non voglio che col contradirvi con tante ragioni come si poria, siate rimosso440 da questo mal costume, acci che del peccato vostro abbiate gravissima pena; la qual sar la mala opinion che di voi pigliaran tutti quelli, che di tal modo vi sentiranno ragionare -. Allor messer Federico, - Non dite, signor Gasparo, - rispose, - che le donne siano cos fuor di ragione, se ben talor si moveno ad amar pi per l'altrui giudicio che per lo loro; perch i signori e molti savi omini spesso fanno il medesimo; e se licito  dir il vero, voi stesso e noi altri tutti molte volte, ed ora ancor, credemo pi alla altrui opinione che alla nostra propria. E che sia 'l vero, non  ancor molto tempo, che essendo appresentati441 qui alcuni versi sotto 'l nome del Sanazaro442, a tutti parvero molto eccellenti e furono laudati con le maraviglie ed esclamazioni; poi, sapendosi per certo che erano d'un altro, persero sbito la reputazione e parvero men che mediocri. E cantandosi pur in presenzia della signora Duchessa un mottetto443, non piacque mai n fu estimato per bono, fin che non si seppe che quella era composizion di Josquin de Pris444. Ma che pi chiaro segno volete voi della forza della opinione? Non vi ricordate che, bevendo voi stesso d'un medesimo vino, dicevate talor che era perfettissimo, talor insipidissimo? e questo perch a voi era persuaso445 che eran dui vini, l'un di Rivera di Genoa e l'altro di questo paese; e poi ancor che fu scoperto l'errore, per modo alcuno non volevate crederlo, tanto fermamente era confermata nell'animo vostro quella falsa opinione, la qual per dalle altrui parole nasceva.


XXXVI.

Deve adunque il cortegiano por molta cura nei princpi446 di dar bona impression di s e considerar come dannosa e mortal cosa sia lo incorrer nel contrario; ed a tal pericolo stanno pi che gli altri quei che voglion far profession d'esser molto piacevoli, ed aversi con queste sue piacevolezze acquistato una certa libert, per la qual lor convenga e sia licito e fare e dire ci che loro occorre447 cos senza pensarvi. Per spesso questi tali entrano in certe cose, delle quai non sapendo uscire, Voglion poi aiutarsi col far ridere; e quello ancor fanno cos disgraziatamente che non riesce, tanto che inducono in grandissimo fastidio chi gli vede ed ode, ed essi restano freddissimi. Alcuna volta, pensando per quello esser arguti e faceti, in presenzia d'onorate donne e spesso a quelle medesime, si mettono a dir sporchissime e disoneste parole; e quanto pi le veggono arrossire tanto pi si tengon bon cortegiani, e tuttavia ridono e godono tra s di cos bella virt, come lor pare avere. Ma per niuna altra causa fanno tante pecoragini448, che per esser estimati bon compagni; questo  quel nome solo che lor pare degno di laude e del quale pi che di niun altro essi si vantano; e per acquistarlo si dicon le pi scorrette e vituperose villanie del mondo. Spesso s'urtano gi per le scale, si dn de'legni e de'mattoni l'un l'altro nelle reni, mettonsi pugni di polvere negli occhi, fannosi ruinare i cavalli addosso ne'fossi o gi di qualche poggio; a tavola poi, minestre, sapori449, gelatine, tutte si dnno nel volto, e poi ridono; e chi di queste cose sa far pi, quello per meglior cortegiano e pi galante da se stesso s'apprezza e pargli aver guadagnato gran gloria; e se talor invitano a cotai sue piacevolezze un gentilomo, e che egli non voglia usar questi scherzi selvatichi, sbito dicono ch'egli si tien troppo savio e gran maestro e che non  bon compagno. Ma io vi vo'dir peggio. Sono alcuni che contrastano e mettono il prezio450 a chi pu mangiare e bere pi stomacose e fetide cose; e trovanle tanto aborrenti dai sensi umani, che impossibil  ricordarle senza grandissimo fastidio -.


XXXVII.

- E che cose possono esser queste? - disse il signor Ludovico Pio. Rispose messer Federico: - Fatevele dire al marchese Febus, che spesso l'ha vedute in Francia, e forse gli  intravenuto451 -. Rispose il marchese Febus: - Io non ho veduto far cosa in Francia di queste, che non si faccia ancor in Italia, ma ben ci che hanno di bon gli Italiani, nei vestimenti, nel festeggiare, banchettare, armeggiare ed in ogni altra cosa che a cortegian si convenga, tutto l'hanno dai Franzesi. - Non dico io, - rispose messer Federico, - che ancor tra'Franzesi non si trovino de'gentilissimi e modesti cavalieri; ed io per me n'ho conosciuti molti veramente degni d'ogni laude; ma pur alcuni se ne trovan poco riguardati452; e, parlando generalmente, a me par che con gli Italiani pi si confaccian nei costumi i Spagnoli che i Franzesi, perch quella gravit riposata453 peculiar dei Spagnoli mi par molto pi conveniente a noi altri che la pronta vivacit, la qual nella nazion franzese quasi in ogni movimento si conosce; il che in essi non disdice, anzi ha grazia, perch loro  cos naturale e propria, che non si vede in loro affettazione alcuna. Trovansi ben molti Italiani che vorriano pur sforzarsi de imitare quella manera; e non sanno far altro che crollar la testa parlando, e far riverenze in traverso di mala grazia, e quando passeggian per la terra454 caminar tanto forte, che i staffieri non possano lor tener drieto; e con questi modi par loro esser bon Franzesi, ed aver di quella libert; la qual cosa in vero rare volte riesce, eccetto a quelli che son nutriti in Francia e da fanciulli hanno presa quella manera. Il medesimo intervien del saper diverse lingue; il che io laudo molto nel cortegiano, e massimamente la spagnola e la franzese, perch il commerzio dell'una e dell'altra nazion  molto frequente in Italia e con noi sono queste due pi conformi che alcuna dell'altre; e que'dui prncipi455, per esser potentissimi nella guerra e splendidissimi nella pace, sempre hanno la corte piena di nobili cavalieri, che per tutto 'l mondo si spargono; e a noi pur bisogna conversar con loro.


XXXVIII.

Or io non voglio seguitar pi minutamente in dir cose troppo note, come che 'l nostro cortegian non debba far profession d'esser gran mangiatore, n bevitore, n dissoluto in alcun mal costume, n laido456 e mal assettato nel vivere, con certi modi da contadino, che chiamano la zappa e l'aratro mille miglia di lontano; perch chi  di tal sorte, non solamente non s'ha da sperar che divenga bon cortegiano, ma non se gli po dar esercizio457 conveniente, altro che di pascer le pecore. E per concluder dico, che bon saria che 'l cortegian sapesse perfettamente ci che detto avemo convenirsigli, di sorte che tutto 'l possibile a lui fosse facile ed ognuno di lui si maravigliasse, esso di niuno; intendendo per che in questo non fosse una certa durezza superba ed inumana, come hanno alcuni, che mostrano non maravigliarsi delle cose che fanno gli altri, perch essi presumon poterle far molto meglio, e col tacere le disprezzano, come indegne che di lor si parli; e quasi voglion far segno che niuno altro sia non che lor pari, ma pur capace d'intendere la profundit del saper loro. Per deve il cortegian fuggir questi modi odiosi e con umanit e benivolenzia laudar ancor le bone opere degli altri; e bench esso si senta ammirabile e di gran lunga superior a tutti, mostrar per di non estimarse per tale. Ma perch nella natura umana rarissime volte e forse mai non si trovano queste cos compite perfezioni, non dee l'omo che si sente in qualche parte manco458 diffidarse per di se stesso, n perder la speranza di giungere a bon grado, avvenga che non possa conseguir quella perfetta e suprema eccellenzia dove egli aspira; perch in ogni arte son molti lochi459, laudevoli oltr'al primo; e chi tende alla summit, rare volte interviene che non passi il mezzo. Voglio adunque che 'l nostro cortegiano, se in qualche cosa oltr'all'arme si trovar eccellente, se ne vaglia e se ne onori di bon modo; e sia tanto discreto e di bon giudicio, che sappia tirar con destrezza e proposito le persone a vedere ed udir quello, in che a lui par d'essere eccellente, mostrando sempre farlo non per ostentazione, ma a caso, e pregato d'altrui pi presto che di volunt sua; ed in ogni cosa che egli abbia da far o dire, se possibil , sempre venga premeditato e preparato, mostrando per il tutto esser all'improviso. Ma le cose nelle quai si sente mediocre, tocchi per transito, senza fondarsici molto, ma di modo che si possa credere che pi assai ne sappia di ci ch'egli mostra; come talor alcuni poeti che accennavan cose suttilissime di filosofia o d'altre scienzie, e per avventura n'intendevan poco. Di quello poi di che si conosce totalmente ignorante non voglio che mai faccia professione alcuna, n cerchi d'acquistarne fama; anzi, dove occorre, chiaramente confessi di non saperne -.


XXXIX.

- Questo, - disse il Calmeta, - non arebbe fatto Nicoletto460, il qual, essendo eccellentissimo filosofo, n sapendo pi leggi che volare, bench un podest di Padoa avesse deliberato dargli di quelle una lettura461, non volse mai, a persuasion di molti scolari, desingannar quel podest e confessargli di non saperne, sempre dicendo, non si accordar in questo con la opinione di Socrate, n esser cosa da filosofo il dir mai di non sapere. - Non dico io, - rispose messer Federico, - che 'l cortegian da se stesso, senza che altri lo ricerchi, vada a dire di non sapere; ch a me ancor non piace questa sciocchezza d'accusar o disfavorir se medesimo; e per talor mi rido di certi omini, che ancor senza necessit narrano volentieri alcune cose, le quali, bench forse siano intervenute senza colpa loro, portan per seco un'ombra d'infamia; come faceva un cavalier che tutti conoscete, il qual, sempre che udiva far menzion del fatto d'arme che si fece in Parmegiana contra 'l re Carlo462, sbito cominciava a dir in che modo egli era fuggito, n parea che di quella giornata altro avesse veduto o inteso; parlandosi poi d'una certa giostra famosa, contava pur sempre come egli era caduto; e spesso ancor parea che nei ragionamenti andasse cercando di far venire a proposito il poter narrar che una notte, andando a parlar ad una donna, avea ricevuto di molte bastonate. Queste sciocchezze non voglio io che dica il nostro cortegiano, ma parmi ben che offerendosegli occasion di mostrarsi in cosa di che non sappia punto, debba fuggirla; e se pur la necessit lo stringe, confessar chiaramente di non saperne, pi presto che mettersi a quel rischio; e cos fuggir un biasimo che oggid meritano molti i quali, non so per qual loro perverso instinto o giudicio fuor di ragione, sempre si mettan a far quel che non sanno e lascian quel che sanno. E per confirmazion di questo, io conosco uno eccellentissimo musico, il qual, lasciata la musica, s' dato totalmente a compor versi e credesi in quello esser grandissimo omo, e fa ridere ognun di s e omai ha perduta ancor la musica. Un altro de'primi pittori del mondo sprezza quell'arte dove  rarissimo ed ssi463 posto ad imparar filosofia, nella quale ha cosi strani concetti e nove chimere, che esso con tutta la sua pittura non sapria depingerle464. E di questi tali infiniti si trovano. Son bene alcuni, i quali, conoscendosi avere eccellenzia in una cosa, fanno principal professione d'un'altra, della qual per non sono ignoranti; ma ogni volta che loro occorre mostrarsi in quella dove si senton valere, si mostran gagliardamente; e vien lor talor fatto che la brigata, vedendogli valer tanto in quello che non  sua professione, estima che vaglian molto pi in quello di che fan professione. Quest'arte, s'ella  compagnata da bon giudicio, non mi dispiace punto -.


XL.

Rispose allor il signor Gaspar Pallavicino: - Questa a me non par arte, ma vero inganno; n credo che si convenga, a chi vol esser omo da bene, mai lo ingannare. - Questo, - disse messer Federico, -  pi presto un ornamento, il quale accompagna quella cosa che colui fa, che inganno; e se pur  inganno, non  da biasimare. Non direte voi ancora, che di dui che maneggian l'arme quel che batte il compagno lo inganna! e questo  perch ha pi arte che l'altro. E se voi avete una gioia, la qual dislegata mostri esser bella, venendo poi alle mani d'un bon orefice, che col legarla bene la faccia parer molto pi bella, non direte voi che quello orefice inganna gli occhi di chi la vede! E pur di quello inganno merita laude, perch col bon giudicio e con l'arte le maestrevoli mani spesso aggiungon grazia ed ornamento allo avorio o vero allo argento, o vero ad una bella pietra circondandola di fin oro. Non diciamo adunque che l'arte o tal inganno, se pur voi lo volete cos chiamare, meriti biasimo alcuno. Non  ancor disconveniente che un omo che si senta valere in una cosa, cerchi destramente occasion di mostrarsi in quella, e medesimamente nasconda le parti che gli paian poco laudevoli, il tutto per con una certa avvertita dissimulazione. Non vi ricorda come, senza mostrar di cercarle, ben pigliava l'occasioni il re Ferrando465 di spogliarsi talor in giuppone, e questo perch si sentiva dispostissimo466? e perch non avea troppo bone mani, rare volte o quasi mai non si cavava i guanti? e pochi erano che di questa sua avvertenza s'accorgessero. Parmi ancor aver letto che Iulio Cesare portasse volentieri la laurea467 per nascondere il calvizio. Ma circa questi modi bisogna esser molto prudente e di bon giudicio, per non uscire de'termini; perch molte volte l'omo per fuggir un errore incorre nell'altro e per voler acquistar laude acquista biasimo.


XLI.

 adunque securissima cosa nel modo del vivere e nel conversare governarsi sempre con una certa onesta mediocrit, che nel vero  grandissimo e fermissimo scudo contra la invidia, la qual si dee fuggir quanto pi si po. Voglio ancor che 'l nostro cortegiano si guardi di non acquistar nome di bugiardo, n di vano; il che talor interviene a quegli ancora che nol meritano; per ne'suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir della verisimilitudine e di non dir ancor troppo spesso quelle verit che hanno faccia di menzogna, come molti che non parlan mai se non di miracoli e voglion esser di tanta autorit, che ogni incredibil cosa a loro sia creduta. Altri nel principio d'una amicizia, per acquistar grazia col novo amico, il primo d che gli parlano giurano non aver persona al mondo che pi amino che lui, e che vorrebben voluntier morir per fargli servizio e tai cose for di ragione; e quando da lui si partono, fanno le viste di piangere e di non poter dir parola per dolore; cos, per volere esser tenuti troppo amorevoli, si fanno estimar bugiardi e sciocchi adulatori. Ma troppo lungo e faticoso saria voler discorrer tutti i vicii che possono occorrere nel modo del conversare; per per quello ch'io desidero nel cortegiano basti dire, oltre alle cose gi dette, che 'l sia tale, che mai non gli manchin ragionamenti boni e commodati a quelli co'quali parla, e sappia con una certa dolcezza recrear gli animi degli auditori e con motti piacevoli e facezie discretamente indurgli a festa e riso, di sorte che, senza venir mai a fastidio o pur a saziare, continuamente diletti.


XLII.

Io penso che ormai la signora Emilia mi dar licenzia di tacere; la qual cosa s'ella mi negar, io per le parole mie medesime sar convinto non esser quel bon cortegiano di cui ho parlato; ch non solamente i boni ragionamenti, i quali n mo n forsi mai da me avete uditi, ma ancor questi mei, come voglia che si siano, in tutto mi mancono -. Allor disse ridendo il signor Prefetto: - Io non voglio che questa falsa opinion resti nell'animo d'alcun di noi, che voi non siate bonissimo cortegiano; ch certo il desiderio vostro di tacere pi presto procede dal voler fuggir fatica, che da mancarvi ragionamenti. Per, acci che non paia che in compagnia cos degna, come  questa, e ragionamento tanto eccellente, si sia lassato a drieto parte alcuna, siate contento d'insegnarci come abbiamo ad usar le facezie delle quali avete or fatta menzione, e mostrarci l'arte che s'appartiene a tutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa con gentil modo, perch in vero a me pare che importi assai e molto si convenga al cortegiano. - Signor mio, - rispose allor messer Federico, - le facezie e i motti sono pi presto dono e grazia di natura che d'arte; ma bene in questo si trovano alcune nazioni pronte pi l'una che l'altra come i Toscani, che in vero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai proprio il motteggiare. Trovansi ben per molti, e di queste e d'ogni altra nazione, i quali per troppo loquacit passan talor i termini e diventano insulsi ed inetti, perch non han rispetto alla sorte468 delle persono con le quai parlano, al loco ove si trovano, al tempo, alla gravit ed alla modestia, che essi proprii mantenere devriano469 -.


XLIII.

Allor il signor Prefetto rispose: - Voi negate che nelle facezie sia arte alcuna; e pur, dicendo mal di que'che non servano in esse la modestia e gravit e non hanno rispetto al tempo ed alle persone con le quai parlano, parmi che dimostriate che ancor questo insegnar si possa ed abbia in s qualche disciplina. - Queste regule, Signor mio, - rispose messer Federico, - son tanto universali, che ad ogni cosa si confanno e giovano. Ma io ho detto nelle facezie non esser arte, perch di due sorti solamente parmi che se ne trovino: delle quai l'una s'estende nel ragionar lungo e continuato; come si vede di alcun'omini, che con tanto bona grazia e cos piacevolmente narrano ed esprimono una cosa che sia loro intervenuta, o veduta o udita l'abbiano, che coi gesti e con le parole la mettono inanzi agli occhi e quasi la fan toccar con mano; e questa forse, per non ci aver altro vocabulo, si poria chiamar "festivit", o vero "urbanit". L'altra sorte di facezie  brevissima e consiste solamente nei detti pronti ed acuti, come spesso tra noi se n'odono, e de'mordaci; n senza quel poco di puntura par che abbian grazia; e questi presso gli antichi ancor si nominavano "detti"; adesso alcuni le chiamano "arguzie". Dico adunque che nel primo modo, che  quella festiva narrazione, non  bisogno arte alcuna perch la natura medesima crea e forma gli omini atti a narrare piacevolmente; e d loro il volto, i gesti, la voce e le parole appropriate ad imitar ci che vogliono. Nell'altro, delle arguzie, che po far l'arte? con ci sia cosa che quel salso470 detto dee esser uscito ed aver dato in brocca, prima che paia che colui che lo dice v'abbia potuto pensare; altramente  freddo e non ha del bono. Per estimo che 'l tutto sia opera dell'ingegno e della natura -. Riprese allor le parole messer Pietro Bembo e disse: - Il signor Prefetto non vi nega quello che voi dite, cio che la natura e lo ingegno non abbiano le prime parti, massimamente circa la invenzione; ma certo  che nell'animo di ciascuno, sia pur l'omo di quanto bono ingegno po essere, nascono dei concetti boni e mali, e pi e meno; ma il giudicio poi e l'arte i lima e corregge, e fa elezione dei boni e rifiuta i mali. Per, lasciando quello che s'appartiene allo ingegno, dechiarateci quello che consiste nell'arte; cio delle facezie e dei motti che inducono a ridere, quai son convenienti al cortegiano e quai no, ed in qual tempo e modo si debbano usare; ch questo  quello che 'l signor Prefetto v'addimanda -.


XLIV.

Allor messer Federico, pur ridendo, disse: - Non  alcun qui di noi al qual io non ceda in ogni cosa, e massimamente nell'esser faceto; eccetto se forse le sciocchezze, che spesso fanno rider altrui pi che i bei detti, non fossero esse ancora accettate per facezie -. E cos, voltandosi al conte Ludovico ed a messer Bernardo Bibiena, disse: - Eccovi i maestri di questo, dai quali, s'io ho da parlare de'detti giocosi, bisogna che prima impari ci che m'abbia a dire -. Rispose il conte Ludovico: - A me pare che gi cominciate ad usar quello di che dite non saper niente, cio di voler far ridere questi signori, burlando messer Bernardo e me; perch ognun di lor sa che quello di che ci laudate, in voi  molto pi eccellentemente. Per se siete faticato, meglio  dimandar grazia alla signora Duchessa, che faccia differire il resto del ragionamento a domani, che voler con inganni subterfugger471 la fatica -. Cominciava messer Federico a rispondere, ma la signora Emilia sbito l'interruppe e disse: - Non  l'ordine che la disputa se ne vada in laude vostra; basta che tutti siete molto ben conosciuti. Ma perch ancor mi ricordo che voi, Conte, iersera mi deste imputazione ch'io non partiva472 egualmente le fatiche, sar bene che messer Federico si riposi un poco; e 'l carico del parlar delle facezie daremo a messer Bernardo Bibiena, perch non solamente nel ragionar continuo lo conoscemo facetissimo, ma avemo a memoria che di questa materia pi volte ci ha promesso voler scrivere, e per possiam creder che gi molto ben vi abbia pensato e per questo debba compiutamente satisfarci. Poi, parlato che si sia delle facezie, messer Federico seguir in quello che dir gli avanza del cortegiano -. Allor messer Federico disse: - Signora, non so ci che pi mi avanzi; ma io, a guisa di viandante gi stanco dalla fatica del lungo caminare a mezzo giorno, riposerommi nel ragionar di messer Bernardo al suon delle sue parole, come sotto qualche amenissimo ed ombroso albero al mormorar suave d'un vivo fonte; poi forse, un poco ristorato, potr dir qualche altra cosa -. Rispose ridendo messer Bernardo: - S'io vi mostro il capo, vederete che ombra si po aspettar dalle foglie del mio albero473. Di sentire il mormorio di quel fonte vivo forse vi verr fatto, perch'io fui gi converso in un fonte, non d'alcuno degli antichi di, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m' mancata l'acqua474 -, Allor ognun cominci a ridere, perch questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in Roma alla presenzia di Galeotto cardinale di San Pietro ad Vincula, a tutti era notissima.


XLV.

Cessato il riso, disse la signora Emilia: - Lasciate voi adesso il farci ridere con l'operar le facezie ed a noi insegnate come l'abbiamo ad usare e donde si cavino, e tutto quello che sopra questa materia voi conoscete. E per non perder pi tempo cominciate omai. - Dubito, - disse messer Bernardo, - che l'ora sia tarda; ed acci che 'l mio parlar di facezie non sia infaceto e fastidioso, forse bon sar differirlo insino a dimani -. Quivi sbito risposero molti non essere ancor, n a gran pezza, l'ora consueta di dar fine al ragionare. Allora rivoltandosi messer Bernardo alla signora Duchessa ed alla signora Emilia, - Io non voglio fuggir, - disse, - questa fatica; bench'io, come soglio maravigliarmi dell'audacia di color che osano cantar alla viola in presenzia del nostro Iacomo Sansecondo475, cos non devrei in presenzia d'auditori che molto meglio intendon quello che io ho a dire che io stesso, ragionar delle facezie. Pur, per non dar causa ad alcuno di questi signori di ricusar cosa che imposta loro sia, dir quanto pi brevemente mi sar possibile ci che mi occorre circa le cose che movono il riso; il qual tanto a noi  proprio, che per descriver l'omo si suol dire che egli  un animal risibile476; perch questo riso solamente negli omini si vede ed  quasi sempre testimonio d'una certa ilarit che dentro si sente nell'animo, il qual da natura  tirato al piacere ed appetisce il riposo e 'l recrearsi; onde veggiamo molte cose dagli omini ritrovate per questo effetto, come le feste e tante varie sorti di spettaculi. E perch noi amiamo que'che son causa di tal nostra recreazione, usavano i re antichi, i Romani, gli Ateniesi e molt'altri, per acquistar la benivolenzia dei populi e pascer gli occhi e gli animi della moltitudine, far magni teatri ed altri publici edifizi; ed ivi mostrar novi giochi, corsi di cavalli e di carrette, combattimenti, strani animali, comedie, tragedie e moresche477; n da tal vista erano alieni i severi filosofi, che spesso e coi spettaculi di tal sorte e conviti rilassavano gli animi affaticati in quegli alti lor discorsi e divini pensieri; la qual cosa volentier fanno ancor tutte le qualit d'omini; ch non solamente i lavoratori de'campi, i marinari e tutti quelli che hanno duri ed asperi esercizi alle mani, ma i santi religiosi, i prigionieri che d'ora in ora aspettano la morte, pur vanno cercando qualche rimedio e medicina per recrearsi. Tutto quello adunque che move il riso esilara l'animo e d piacere, n lascia che in quel punto l'omo si ricordi delle noiose molestie, delle quali la vita nostra  piena. Per a tutti, come vedete, il riso  gratissimo, ed  molto da laudare chi lo move a tempo e di bon modo. Ma che cosa sia questo riso, e dove stia, ed in che modo talor occupi le vene, gli occhi, la bocca e i fianchi, che par che ci voglia far scoppiare, tanto che, per forza che vi mettiamo, non  possibile tenerlo, lasciar disputare a Democrito; il quale, se forse ancora lo promettesse, non lo saprebbe dire.


XLVI.

Il loco adunque e quasi il fonte onde nascono i ridiculi consiste in una certa deformit; perch solamente si ride di quelle cose che hanno in s disconvenienza e par che stian male, senza per star male. Io non so altrimenti dichiarirlo; ma se voi da voi stessi pensate, vederete che quasi sempre quel di che si ride  una cosa che non si conviene, e pur non sta male. Quali adunque siano quei modi che debba usar il cortegiano per mover il riso e fin a che termine, sforzerommi di dirvi, per quanto mi mostrer il mio giudicio; perch il far rider sempre non si convien al cortegiano, n ancor di quel modo che fanno i pazzi e gli imbriachi e i sciocchi ed inetti, e medesimamente i buffoni; e bench nelle corti queste sorti d'omini par che si richieggano, pur non meritano esser chiamati cortegiani, ma ciascun per lo nome suo ed estimati tali quai sono. Il termine e misura del far ridere mordendo bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia quello che si morde; perch non s'induce riso col dileggiar un misero e calamitoso478, n ancora un ribaldo e scelerato publico, perch questi par che meritino maggior castigo che l'esser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffare i miseri, eccetto se quei tali nella sua infelicit non si vantassero e fossero superbi e prosuntuosi. Deesi ancora aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed amati da ognuno e potenti, perch talor col dileggiar questi poria l'uom acquistarsi inimicizie pericolose. Per conveniente cosa  beffare e ridersi dei vizi collocati in persone n misere tanto che movano compassione, n tanto scelerate che paia che meritino esser condennate a pena capitale, n tanto grandi che un loro piccol sdegno possa far gran danno.


XLVII.

Avete ancor a sapere che dai lochi donde si cavano motti da ridere, si posson medesimamente cavare sentenzie gravi per laudare e per biasimare, e talor con le medesime parole; come, per laudar un om liberale, che metta la robba sua in commune con gli amici, suolsi dire che ci ch'egli ha non  suo; il medesimo si po dir per biasimo d'uno che abbia rubato, o per altre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor: "Colei  una donna d'assai", volendola laudar di prudenzia e bont; il medesimo poria dir chi volesse biasimarla, accennando che fosse donna di molti. Ma pi spesso occorre servirsi dei medesimi lochi a questo proposito, che delle medesime parole; come a questi d, stando a messa in una chiesa tre cavalieri ed una signora, alla quale serviva d'amore uno dei tre, comparve un povero mendico, e postosi avanti alla signora, cominciolle a dimandare elemosina; e cos con molta importunit e voce lamentevole gemendo replic pi volte la sua domanda: pur, con tutto questo essa non gli diede mai elimosina, n ancor gliela neg con fargli segno che s'andasse con Dio, ma stette sempre sopra di s, come se pensasse in altro. Disse allor il cavalier inamorato ai dui compagni: "Vedete ci ch'io posso sperare dalla mia signora, che  tanto crudele, che non solamente non d elemosina a quel poveretto ignudo morto di fame, che con tanta passion e tante volte a lei la domanda, ma non gli d pur licenzia; tanto gode di vedersi inanzi una persona che languisca in miseria e in van le domandi mercede". Rispose un dei dui: "Questa non  crudelt, ma un tacito ammaestramento di questa signora a voi, per farvi conoscere che essa non compiace mai a chi le dimanda con molta importunit". Rispose l'altro: "Anzi  un avvertirlo che, ancor ch'ella non dia quello che se gli domanda, pur le piace d'esserne pregata". Eccovi, dal non aver quella signora dato licenzia al povero, nacque un detto di severo biasmo, uno di modesta laude ed un altro di gioco mordace.


XLVIII.

Tornando adunque a dechiarir le sorti delle facezie appartenenti al proposito nostro, dico che, secondo me, di tre maniere se ne trovano, avvenga che messer Federico solamente di due abbia fatto menzione; cio di quella urbana e piacevole narrazion continuata, che consiste nell'effetto d'una cosa; e della sbita ed arguta prontezza, che consiste in un detto solo. Per noi ve ne giungeremo la terza sorte, che chiamano "burle"; nelle quali intervengon le narrazioni lunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione. Quelle prime adunque, che consistono nel parlar continuato, son di manera tale, quasi che l'omo racconti una novella. E per darvi uno esempio: "In quei proprii giorni che mor papa Alessandro Sesto e fu creato Pio Terzo, essendo in Roma e nel Palazzo479 messer Antonio Agnello480, vostro mantuano, signora Duchessa, e ragionando a punto della morte dell'uno e creazion dell'altro, e di ci facendo varii giudici con certi suoi amici, disse: "Signori, fin al tempo di Catullo cominciarono le porte a parlare481 senza lingua ed udir senza orecchie ed in tal modo scoprir gli adultri; ora, se ben gli omini non sono di tanto valor com'erano in que'tempi, forse che le porte, delle quai molte, almen qui in Roma, si fanno de'marmi antichi, hanno la medesima virt che aveano allora; ed io per me credo che queste due ci saprian chiarir tutti i nostri dubbi, se noi da loro i volessimo sapere". Allor quei gentilomini stettero assai sospesi ed aspettavano dove la cosa avesse a riuscire; quando messer Antonio, seguitando pur l'andar inanzi e 'ndietro, alz gli occhi, come all'improviso, ad una delle due porte della sala nella qual passeggiavano, e fermatosi un poco mostr col dito a'compagni la inscrizion di quella, che era il nome di papa Alessandro, nel fin del quale era un V ed un I, perch significasse, come sapete, Sesto; e disse: "Eccovi che questa porta dice: ALEXANDER PAPA VI, che vol significare, che  stato papa per la forza che egli ha usata482 e pi di quella si  valuto che della ragione. Or veggiamo se da quest'altra potemo intender qualche cosa del novo pontefice"; e voltatosi, come per ventura, a quell'altra porta, mostr la inscrizione d'un N, dui PP ed un V, che significava NICOLAUS PAPA QUINTUS, e sbito disse: "Oim, male nove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet "".


XLIX.

Or vedete come questa sorte di facezie ha dello elegante e del bono, come si conviene ad uom di corte, o vero o finto che sia quello che si narra; perch in tal caso  licito fingere quanto all'uom piace, senza colpa; e dicendo la verit, adornarla con qualche bugietta, crescendo o diminuendo secondo 'l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virt di questo  il dimostrar tanto bene e senza fatica, cos coi gesti come con le parole, quello che l'omo vole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che si narrano. E tanta forza ha questo modo cos espresso, che talor adorna e fa piacer sommamente una cosa, che in se stessa non sar molto faceta n ingeniosa. E bench a queste narrazioni si ricerchino i gesti e quella efficacia che ha la voce viva, pur ancor in scritto qualche volta si conosce la lor virt. Chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novelle narra Giovan Boccaccio come ben si sforzava di cantare un Chirie ed un Sanctus il prete di Varlungo quando senta la Belcolore in chiesa483? Piacevoli narrazioni sono ancora in quelle di Calandrino ed in molte altre. Della medesima sorte pare che sia il far ridere contrafacendo o imitando, come noi vogliam dire; nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno pi eccellente di messer Roberto nostro da Bari -.


L.

- Questa non saria poca laude, - disse messer Roberto, se fosse vera, perch'io certo m'ingegnerei d'imitare pi presto il ben che 'l male, e s'io potessi assimigliarmi ad alcuni ch'io conosco, mi terrei per molto felice; ma dubito non saper imitare altro che le cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vicio -. Rispose messer Bernardo: - In vicio s, ma che non sta male. E saper dovete che questa imitazione di che noi parliamo non po essere senza ingegno; perch, oltre alla manera d'accommodar le parole e i gesti, e mettere innanzi agli occhi degli auditori il volto e i costumi di colui di cui si parla, bisogna esser prudente ed aver molto rispetto al loco, al tempo ed alle persone con le quai si parla e non descendere alla buffoneria, n uscire de'termini; le quai cose voi mirabilmente osservate, e per estimo che tutte le conosciate. Ch in vero ad un gentilomo non si converria fare i volti, piangere e ridere, far le voci, lottare da s a s, come fa Berto, vestirsi da contadino in presenzia d'ognuno, come Strascino484; e tai cose, che in essi son convenientissime, per esser quella la lor professione. Ma a noi bisogna per transito e nascostamente rubar questa imitazione, servando sempre la dignit del gentilomo, senza dir parole sporche o far atti men che onesti, senza distorgersi il viso o la persona cos senza ritegno; ma far i movimenti d'un certo modo, che chi ode e vede per le parole e gesti nostri imagini molto pi di quello che vede ed ode, e perci s'induca a ridere. Deesi ancor fuggir in questa imitazione d'esser troppo mordace nel riprendere, massimamente le deformit del volto o della persona; ch s come i vicii del corpo dnno spesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne vale, cos l'usar questo modo troppo acerbamente  cosa non sol da buffone, ma ancor da inimico. Per bisogna, bench difficil sia, circa questo tener, come ho detto, la manera del nostro messer Roberto, che ognun contraf, e non senza pungerl'in quelle cose dove hanno diffetti, ed in presenzia d'essi medesimi; e pur niuno se ne turba n par che possa averlo per male; e di questo non ne dar esempio alcuno, perch ogni d in esso tutti ne vedemo infiniti.


LI.

Induce ancor molto a ridere, che pur si contiene sotto la narrazione, il recitar485 con bona grazia alcuni diffetti d'altri, mediocri per e non degni di maggior supplicio, come le sciocchezze talor simplici, talor accompagnate da un poco di pazzia pronta e mordace; medesimamente certe affettazioni estreme; talor una grande e ben composta bugia. Come narr pochi d sono messer Cesare486 nostro una bella sciocchezza, che fu, che ritrovandosi alla presenzia del podest di questa terra, vide venire un contadino a dolersi che gli era stato rubato un asino; il qual, poi che ebbe detto della povert sua e dell'inganno fattogli da quel ladro, per far pi grave la perdita sua, disse: "Messere, se voi aveste veduto il mio asino, ancor pi conoscereste quanto io ho ragion di dolermi; ch quando aveva il suo basto addosso, parea propriamente un Tullio487". Ed un de'nostri, incontrandosi in una matt488 di capre, innanzi alle quali era un gran becco, si ferm e con un volto maraviglioso489 disse: "Guardate bel becco! pare un san Paulo". Un altro dice il signor Gasparo490 aver conosciuto, il qual, per essere antico servitore del duca Ercole di Ferrara, gli avea offerto dui suoi piccoli figlioli per paggi; e questi, prima che potessero venirlo a servire, erano tutti dui morti; la qual cosa intendendo il signore, amorevolmente si dolse col padre, dicendo che gli pesava molto perch in avergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli e discreti figlioli. E padre gli rispose: "Signor mio, voi non avete veduto nulla; ch da pochi giorni in qua erano riusciti molto pi belli e virtuosi ch'io non arei mai potuto credere e gi cantavano insieme come dui sparvieri". E stando a questi d un dottor de'nostri a vedere uno, che per giustizia era frustato intorno alla piazza, ed avendone compassione, perch 'l meschino, bench le spalle fieramente gli sanguinassero, andava cos lentamente come se avesse passeggiato a piacere per passar tempo, gli disse: "Camina, poveretto, ed esci presto di questo affanno". Allor il bon omo rivolto, guardandolo quasi con maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse: "Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo; ch'io adesso voglio andar al mio". Dovete ancora ricordarvi quella sciocchezza, che poco fa raccont il signor Duca491 di quell'abbate; il quale, essendo presente un d che 'l duca Federico ragionava di ci che si dovesse far di cos gran quantit di terreno, come s'era cavata per far i fondamenti di questo palazzo, che tuttavia si lavorava492, disse: "Signor mio, io ho pensato benissimo dove e's'abbia a mettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivi reponere si potr, senza altro impedimento". Rispose il duca Federico, non senza risa: "E dove metteremo noi quel terreno che si caver di questa fossa?" Suggiunse l'abbate: "Fatela far tanto grande, che l'uno e l'altro vi stia". Cos, bench il Duca pi volte replicasse, che quanto la fossa si facea maggiore, tanto pi terren si cavava, mai non gli pot caper nel cervello ch'ella non si potesse far tanto grande, che l'uno e l'altro metter non vi si potesse, n mai rispose altro se non: "Fatela tanto maggiore". Or vedete che bona estimativa avea questo abbate -.


LII.

Disse allora messer Pietro Bembo: - E perch non dite voi quella del vostro commissario fiorentino? il quale era assediato nella Castellina dal duca di Calavria493, e dentro essendosi trovato un giorno certi passatori494 avvelenati, che erano stati tirati dal campo, scrisse al Duca che, se la guerra s'aveva da far cos crudele, esso ancor farebbe porre il medicame495 in su le pallotte dell'artiglieria e poi chi n'avesse il peggio, suo danno -. Rise messer Bernardo e disse: - Messer Pietro, se voi non state cheto, io dir tutte quelle che io stesso ho vedute e udite de'vostri Veneziani che non son poche, e massimamente quando voglion fare il cavalcatore. - Non dite, di grazia, - rispose messer Pietro, - che io ne tacer due altre bellissime che so de'Fiorentini -. Disse messer Bernardo: - Deono esser pi presto Sanesi, che spesso vi cadeno. Come a questi d uno, sentendo leggere in consiglio certe lettere, nelle quali, per non dir tante volte il nome di colui di chi si parlava, era replicato questo termine "il prelibato"496, disse a colui che leggeva: "Fermatevi un poco qui, e ditemi: cotesto Prelibato,  egli amico del nostro commune?" - Rise messer Pietro, poi disse: - Io parlo de'Fiorentini e non de'Sanesi. - Dite adunque liberamente, - suggiunse la signora Emilia, - e non abbiate tanti rispetti -. Seguit messer Pietro: - Quando i signori Fiorentini faceano la guerra contra'Pisani497, trovaronsi talor per le molte spese esausti di denari; e parlandosi un giorno in consiglio del modo di trovarne per i bisogni che occorreano, dopo l'essersi proposto molti partiti, disse un cittadino de'pi antichi: "Io ho pensato dui modi, per li quali senza molto impazzo498 presto potrem trovar bona somma di denari; e di questi l'uno  che noi, perch non avemo le pi vive intrate che le gabelle499 delle porte di Firenze, secondo che v'abbiam undeci porte, sbito ve ne facciam far undeci altre, e cos radoppiaremo quella entrata. L'altro modo , che si dia ordine che sbito in Pistoia e Prato s'aprino le zecche, n pi n meno come in Firenze, e quivi non si faccia altro, giorno e notte, che batter denari e tutti siano ducati d'oro; e questo partito, secondo me,  pi breve e ancor de minor spesa" -.


LIII.

Risesi molto del sottil avvedimento di questo cittadino; e, racchetato il riso, disse la signora Emilia: - Comportarete voi, messer Bernardo, che messer Pietro burli cos i Fiorentini senza farne vendetta? - Rispose, pur ridendo, messer Bernardo: Io gli perdono questa ingiuria, perch s'egli m'ha fatto dispiacere in burlar i Fiorentini, hammi compiacciuto in obedir voi, il che io ancor farei sempre -. Disse allor messer Cesare: Bella grosseria udi'dir io da un bresciano, il quale, essendo stato quest'anno a Venezia alla festa dell'Ascensione, in presenza mia narrava a certi suoi compagni le belle cose che v'avea vedute; e quante mercanzie e quanti argenti, speziarie, panni e drappi v'erano; poi la Signoria con gran pompa esser uscita a sposar il mare in Bucentoro, sopra il quale erano tanti gentilomini ben vestiti, tanti suoni e canti, che parea un paradiso; e dimandandogli un di que'suoi compagni, che sorte di musica pi gli era piaciuta di quelle che avea udite, disse: "Tutte eran bone; pur tra l'altre io vidi uno sonar con certa tromba strana500, che ad ogni tratto se ne ficcava in gola pi di dui palmi e poi sbito la cavava e di novo la reficcava; che non vedeste mai la pi gran maraviglia" -. Risero allora tutti, conoscendo il pazzo pensier di colui, che s'avea imaginato che quel sonatore si ficcasse nella gola quella parte del trombone, che rientrando si nasconde.


LIV.

Suggiunse allor messer Bernardo: - Le affettazioni poi mediocri fanno fastidio, ma quando son fuor di misura inducono da ridere assai; come talor se ne sentono di bocca d'alcuni circa la grandezza, circa l'esser valente, circa la nobilit; talor di donne circa la bellezza, circa la delicatura501. Come a questi giorni fece una gentildonna, la qual stando in una gran festa di mala voglia e sopra di s, le fu domandato a che pensava che star la facesse cos mal contenta; ed essa rispose: "Io pensava ad una cosa, che sempre che mi si ricorda mi d grandissima noia, n levar me la posso del core; e questo , che avendo il d del giudicio universale tutti i corpi a resuscitare e comparir ignudi innanzi al tribunal di Cristo, io non posso tollerar l'affanno che sento, pensando che il mio ancor abbia ad esser veduto ignudo". Queste tali affettazioni, perch passano il grado, inducono pi riso che fastidio. Quelle belle bugie mo, cos ben assettate, come movano a ridere, tutti sapete. E quell'amico nostro, che non ce ne lassa mancare, a questi d me ne raccont una molto eccellente -.


LV.

Disse allora il Magnifico Iuliano: - Sia come si vole, n pi eccellente n pi sottile non po ella esser di quella che l'altro giorno per cosa certissima affermava un nostro toscano, mercatante luchese. - Ditela, - suggiunse la signora Duchessa -. Rispose il Magnifico Iuliano, ridendo: - Questo mercatante, s come egli dice, ritrovandosi una volta in Polonia deliber di comprare una quantit di zibellini, con opinion di portargli in Italia e farne un gran guadagno; e dopo molte pratiche, non potendo egli stesso in persona andar in Moscovia per la guerra che era tra 'l re di Polonia e 'l duca di Moscovia, per mezzo d'alcuni del paese ordin che un giorno determinato certi mercatanti moscoviti coi lor zibellini venissero ai confini di Polonia e promise esso ancor di trovarvisi, per praticar la cosa. Andando adunque il luchese coi suoi compagni verso Moscovia, giunse al Boristene502, il quale trov tutto duro di ghiaccio come un marmo, e vide che i Moscoviti, li quali per lo suspetto della guerra dubitavano essi ancor de'Poloni, erano gi sull'altra riva, ma non s'accostavano, se non quanto era largo il fiume. Cos conosciutisi l'un l'altro dopo alcuni cenni, li Moscoviti cominciarono a parlar alto e domandare il prezzo che volevano de'loro zibellini, ma tanto era estremo il freddo, che non erano intesi; perch le parole, prima che giungessero all'altra riva, dove era questo luchese e i suoi interpreti, si gelavano in aria e vi restavano ghiacciate e prese di modo, che quei Poloni che sapeano il costume, presero per partito di far un gran foco proprio al mezzo del fiume, perch a lor parere quello era il termine dove giungeva la voce ancor calda prima che ella fosse dal ghiaccio intercetta; ed ancora il fiume era tanto sodo, che ben poteva sostenere il foco. Onde, fatto questo, le parole, che per spacio d'un'ora erano state ghiacciate, cominciarono a liquefarsi e descender gi mormorando, come la neve dai monti il maggio; e cos sbito furono intese benissimo, bench gi gli omini di l fossero partiti; ma perch a lui parve che quelle parole dimandassero troppo gran prezzo per i zibellini, non volle accettar il mercato e cos se ne ritorn senza -.


LVI.

Risero allora tutti; e messer Bernardo, - In vero, - disse, quella ch'io voglio raccontarvi non  tanto sottile; pur  bella, ed  questa. Parlandosi pochi d sono del paese o mondo novamente trovato dai marinari portoghesi, e dei varii animali e d'altre cose che essi di col in Portogallo riportano, quello amico del qual v'ho detto afferm aver veduto una simia di forma diversissima da quelle che noi siamo usati di vedere, la quale giocava a scacchi eccellentissimamente; e, tra l'altre volte, un d essendo innanzi al re di Portogallo il gentilom che portata l'avea e giocando con lei a scacchi, la simia fece alcuni tratti sottilissimi, di sorte che lo strinse molto; in ultimo gli diede scaccomatto; per che il gentilomo turbato, come soglion esser tutti quelli che perdono a quel gioco, prese in mano il re, che era assai grande, come usano i Portoghesi, e diede in su la testa alla simia una gran scaccata; la qual sbito salt da banda, lamentandosi forte, e parea che domandasse ragione al Re del torto che le era fatto. Il gentilomo poi la reinvit a giocare; essa avendo alquanto ricusato con cenni, pur si pose a giocar di novo e, come l'altra volta avea fatto, cos questa ancora lo ridusse a mal termine; in ultimo, vedendo la simia poter dar scaccomatto al gentilom, con una nova malizia volse assicurarsi di non esser pi battuta; e chetamente, senza mostrar che fosse suo fatto, pose la man destra sotto 'l cubito sinistro del gentilomo, il quale esso per delicatura riposava sopra un guancialetto di taffet, e prestamente levatoglielo, in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e con la destra si pose il guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece un salto inanti al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Or vedete se questa simia era savia, avveduta e prudente -. Allora messer Cesare Gonzaga, - Questa  forza503, - disse, - che tra l'altre simie fosse dottore, e di molta autorit; e penso che la Republica delle simie indiane la mandasse in Portogallo per acquistar riputazione in paese incognito -. Allora ognun rise e della bugia e della aggiunta fattagli per messer Cesare.


LVII.

Cos, seguitando il ragionamento, disse messer Bernardo: - Avete adunque inteso delle facezie che sono nell'effetto e parlar continuato, ci che m'occorre; perci ora  ben dire di quelle che consistono in un detto solo ed hanno quella pronta acutezza posta brevemente nella sentenzia o nella parola; e s come in quella prima sorte di parlar festivo s'ha da fuggir, narrando ed imitando, di rassimigliarsi ai buffoni e parassiti ed a quelli che inducono altrui a ridere per le lor sciocchezze; cos in questo breve devesi guardare il cortegiano di non parer maligno e velenoso, e dir motti ed arguzie solamente per far dispetto e dar nel core504; perch tali omini spesso per diffetto della lingua meritamente hanno castigo in tutto 'l corpo.


LVIII.

Delle facezie adunque pronte, che stanno in un breve detto, quelle sono acutissime, che nascono dalla ambiguit505, bench non sempre inducano a ridere, perch pi presto sono laudate per ingeniose che per ridicule: come pochi d sono disse il nostro messer Annibal Paleotto506 ad uno che gli proponea un maestro per insegnar grammatica a'suoi figlioli, e poi che gliel'ebbe laudato per molto dotto, venendo al salario disse che oltre ai denari volea una camera fornita507 per abitare e dormire, perch esso non avea letto: allor messer Annibal sbito rispose: "E come po egli esser dotto, se non ha letto?" Eccovi come ben si valse del vario significato di quello "non aver letto". Ma perch questi motti ambigui hanno molto dell'acuto, per pigliar l'omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che pi presto movano maraviglia che riso, eccetto quando sono congiunti con altra manera di detti. Quella sorte adunque di motti che pi s'usa per far ridere  quando noi aspettiamo d'udir una cosa, e colui che risponde ne dice un'altra e chiamasi "fuor d'opinione". E se a questo  congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l'altr'ieri, disputandosi di fare un bel "mattonato" nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: "Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia508 e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perch egli  il pi bel "matto nato" ch'io vedessi mai". Ognun rise molto, perch dividendo quella parola "mattonato" faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d'un camerino, fu for di opinione di chi ascoltava; cos riusc il motto argutissimo e risibile.


LIX.

Ma dei motti ambigui sono molte sorti; per bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo509. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d'un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: "Ed io vi restar, perch veggo esserci vuoto il loco per uno"; e cos col dito mostr quella cassa d'occhio vuota. Vedete che questo  acerbo e discortese troppo, perch morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perch pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: "E dove appicchi tu gli occhiali?" o: "Con che fiuti tu l'anno510 le rose?"


LX.

Ma tra gli altri motti, quegli hanno bonissima grazia, che nascono quando dal ragionar mordace del compagno l'omo piglia le medesime parole nel medesimo senso e contra di lui le rivolge, pungendolo con le sue proprie arme; come un litigante, a cui in presenzia del giudice dal suo avversario fu detto: "Che bai511 tu?", sbito rispose: "Perch veggo un ladro". E di questa sorte fu ancor, quando Galeotto da Narni512, passando per Siena, si ferm in una strada a domandar dell'osteria; vedendolo un Sanese cos corpulento come era, disse ridendo: "Gli altri portano le bolge513 dietro, e costui le porta davanti". Galeotto sbito rispose: "Cos si fa in terra de'ladri".


LXI.

Un'altra sorte  ancor, che chiamiamo "bischizzi"514; e questa consiste nel mutare o vero accrescere o minuire una lettera o sillaba, come colui che disse: "Tu di esser pi dotto nella lingua "latrina", che nella greca". Ed a voi, Signora, fu scritto nel titulo d'una lettera: "Alla signora Emilia impia515".  ancora faceta cosa interporre un verso o pi, pigliandolo in altro proposito che quello che lo piglia l'autore, o qualche altro detto vulgato516; talor al medesimo proposito, ma mutando qualche parola; come disse un gentilomo che avea una brutta e despiacevole moglie, essendogli domandato come stava, rispose: "Pensalo tu, ch Furiarum maxima iuxta me cubat517". E messer Ieronimo Donato518, andando alle Stazioni519 di Roma la Quadragesima insieme con molti altri gentilomini, s'incontr in una brigata di belle donne romane, e dicendo uno di quei gentilomini:

	Quot coelum stellas, tot habet tua Roma puellas520;

sbito suggiunse:

	Pascua quotque haedos, tot habet tua Roma cinaedos,

mostrando una compagnia di giovani, che dall'altra banda venivano. Disse ancora messer Marc'Antonio dalla Torre521 al vescovo di Padoa di questo modo: "Essendo un monasterio di donne in Padoa sotto la cura d'un religioso estimato molto di bona vita e dotto, intervenne che 'l padre, praticando nel monasterio domesticamente e confessando spesso le madri, cinque d'esse, che altrettante non ve n'erano, ingravidarono; e scoperta la cosa, il padre volse fuggire e non seppe; il vescovo lo fece pigliare ed esso sbito confess, per tentazion del diavolo aver ingravidate quelle cinque monache; di modo che monsignor il vescovo era deliberatissimo castigarlo acerbamente. E perch costui era dotto, avea molti amici, i quali tutti fecer prova d'aiutarlo, e con gli altri ancor and messer Marc'Antonio al vescovo per impetragli qualche perdono. Il vescovo per modo alcuno non gli volea udire; al fine facendo pur essi instanzia522, e raccommandando il reo ed escusandolo per la commodit del loco, per la fragilit umana e per molte altre cause, disse il vescovo: "Io non ne voglio far niente, perch di questo ho io a render ragione a Dio"; e replicando essi, disse il vescovo: "Che responder io a Dio, il d del giudicio quando mi dir: Redde rationem villicationis tuae523? - rispose allor sbito messer Marc'Antonio: "Monsignor mio, quello che dice lo Evangelio: Domine, quinque talenta tradidisti mihi; ecce alia quinque superlucratus sum524. Allora il vescovo non si pot tenere di ridere, e mitig assai l'ira sua e la pena preparata al malfattore".


LXII.

 medesimamente bello interpretare i nomi e finger qualche cosa, perch colui di chi si parla si chiami cos, o vero perch una qualche cosa si faccia; come pochi d sono domandando il Proto da Luca525, il qual, come sapete,  molto piacevole, il vescovato di Caglio, il Papa gli rispose: "Non sai tu che "caglio" in lingua spagnola vol dire "taccio"? e tu sei un cianciatore; per non si converria ad un vescovo non poter mai nominare il suo titulo senza dir bugia; or "caglia" adunque". Quivi diede il Proto una risposta, la quale, ancor che non fosse di questa sorte, non fu per men bella della proposta; ch avendo replicato la domanda sua pi volte e vedendo che non giovava, in ultimo disse: "Padre Santo, se la Santit vostra mi d questo vescovato, non sar senza sua utilit, perch'io le lassar dui officii"526. "E che offici hai tu da lassare?", disse il Papa. Rispose il Proto: "Io lasser l'officio grande e quello della Madonna". Allora non pot il Papa, ancor che fosse severissimo, tenersi di ridere. Un altro ancor a Padoa disse che Calfurnio527 si dimandava cos, perch solea scaldare i forni. E domandando io un giorno a Fedra528 perch era, che facendo la Chiesa il Vener santo orazioni non solamente per i cristiani, ma ancor per i pagani e per i giudei, non si facea menzione dei cardinali, come dei vescovi e d'altri prelati, risposemi che i cardinali s'intendevano in quella orazione che dice: Oremus pro haereticis et scismaticis. E 'l conte Ludovico nostro disse che io riprendeva una signora che usava un certo liscio529 che molto lucea, perch in quel volto, quando era acconcio, cos vedeva me stesso come nello specchio; e per, per esser brutto, non arei voluto vedermi. Di questo modo fu quello di messer Camillo Palleotto530 a messer Antonio Porcaro531, il qual parlando d'un suo compagno, che confessandosi diceva al sacerdote che digiunava volentieri ed andava alle messe ed agli offici divini e facea tutti i beni del mondo, disse: "Costui in loco d'accusarsi si lauda"; a cui rispose messer Camillo: "Anzi si confessa di queste cose, perch pensa che il farle sia gran peccato". Non vi ricorda come ben disse l'altro giorno il signor Prefetto quando Giovantomaso Galeotto532 si maravigliava d'un che domandava ducento ducati d'un cavallo? perch, dicendo Giovantomaso che non valeva un quattrino e che, tra gli altri diffetti, fuggiva dall'arme tanto, che non era possibile farglielo accostare, disse il signor Prefetto, volendo riprendere colui di vilt: "Se 'l cavallo ha questa parte533 di fuggir dall'arme, maravegliomi che egli non ne domandi mille ducati".


LXIII.

Dicesi ancora qualche volta una parola medesima, ma ad altro fin di quello che s'usa. Come essendo il signor Duca per passar un fiume rapidissimo e dicendo ad un trombetta: "Passa", il trombetta si volt con la berretta in mano e con atto di reverenzia disse: "Passi la Signoria vostra".  ancor piacevol manera di motteggiare, quando l'omo par che pigli le parole e non la sentenzia534 di colui che ragiona; come quest'anno un Tedesco a Roma, incontrando una sera il nostro messer Filippo Beroaldo535, del qual era discipulo, disse: "Domine magister, Deus det vobis bonum sero"; e 'l Beroaldo sbito rispose: "Tibi malum cito"536. Essendo ancor a tavola col Gran Capitano Diego de Chignones537, disse un altro Spagnolo, che pur vi mangiava, per domandar da bere: "Vino"; rispose Diego, "Y no lo conocistes", per mordere colui d'esser marano538. Disse ancor messer lacomo Sadoletto539 al Beroaldo, che affermava voler in ogni modo andare a Bologna: "Che causa v'induce cos adesso lasciar Roma, dove son tanti piaceri, per andar a Bologna, che tutta  involta nei travagli540?" Rispose il Beroaldo: "Per tre conti541 m' forza andar a Bologna", e gi aveva alzati tre dita della man sinistra per assignar tre cause dell'andata sua; quando messer Iacomo sbito l'interruppe e disse: "Questi tre conti che vi fanno andare a Bologna sono: l'uno il conte Ludovico da San Bonifacio, l'altro il conte Ercole Rangone, il terzo il conte de'Pepoli". Ognun allora rise, perch questi tre conti eran stati discipuli del Beroaldo e bei giovani, e studiavano in Bologna. Di questa sorte di motti adunque assai si ride, perch portan seco risposte contrarie a quello che l'omo aspetta d'udire, e naturalmente dilettaci in tai cose il nostro errore medesimo; dal quale quando ci trovamo ingannati di quello che aspettiamo, ridemo.


LXIV.

Ma i modi del parlare e le figure che hanno grazia nei ragionamenti gravi e severi, quasi sempre ancor stanno ben nelle facezie e giochi. Vedete che le parole contraposte dnno ornamento assai, quando una clausola contraria s'oppone all'altra. Il medesimo modo spesso  facetissimo. Come un Genoese, il quale era molto prodigo nello spendere, essendo ripreso da un usuraio avarissimo che gli disse: "E quando cessarai tu mai di gittar via le tue facult542?", "Allor", rispose, "che tu di robar quelle d'altri". E perch, come gi avemo detto, dai lochi donde si cavano facezie che mordono, dai medesimi spesso si possono cavar detti gravi che laudino, per l'uno e l'altro effetto  molto grazioso e gentil modo quando l'omo consente o conferma quello che dice colui che parla, ma lo interpreta altramente di quello che esso intende. Come a questi giorni, dicendo un prete di villa543 la messa ai suoi populani, dopo l'aver publicato544 le feste di quella settimana, cominci in nome del populo la confession generale; e dicendo: "Io ho peccato in mal fare, in mal dire, in mal pensare", e quel che sguita, facendo menzion de tutti i peccati mortali un compare, e molto domestico del prete, per burlarlo disse ai circunstanti: "Siate testimonii tutti di quello che per sua bocca confessa aver fatto perch'io intendo notificarlo al vescovo". Questo medesimo modo us Sallaza dalla Pedrada545 per onorar una signora, con la quale parlando, poi che l'ebbe laudata, oltre le virtuose condizioni, ancor di bellezza, ed essa rispostogli che non meritava tal laude, per esser gi vecchia, le disse: "Signora, quello che di vecchio avete, non  altro che lo assimigliarvi agli angeli, che furono le prime e pi antiche creature che mai formasse Dio".


LXV.

Molto serveno ancor cos i detti giocosi per pungere, come i detti gravi per laudare, le metafore bene accomodate, e massimamente se son risposte e se colui che risponde persiste nella medesima metafora detta dall'altro. E di questo modo fu risposto a messer Palla de'Strozzi546, il quale, essendo forauscito di Fiorenza e mandandovi un suo per altri negozi, gli disse quasi minacciando: "Dirai da mia parte a Cosimo de'Medici che la gallina cova". Il messo fece l'ambasciata impostagli; e Cosimo, senza pensarvi, sbito gli rispose: "E tu da mia parte dirai a messer Palla che le galline mal possono covar fuor del nido547". Con una metafora laud ancor messer Camillo Porcaro548 gentilmente il signor Marc'Antonio Colonna549; il quale, avendo inteso che messer Camillo in una sua orazione aveva celebrato alcuni signori italiani famosi nell'arme e, tra gli altri, d'esso aveva fatto onoratissima menzione, dopo l'averlo ringraziato. gli disse: "Voi, messer Camillo, avete fatto degli amici vostri quello che de'suoi denari talor fanno alcuni mercatanti, li quali quando si ritrovano aver qualche ducato falso, per spazzarlo550 pongon quel solo tra molti boni ed in tal modo lo spendeno; cos voi, per onorarmi, bench'io poco vaglia, m'avete posto in compagnia di cos virtuosi ed eccellenti signori, ch'io col merito loro forsi passer per buono". Rispose allor messer Camillo: "Quelli che falsifican li ducati sogliono cos ben dorarli, che all'occhio paiono molto pi belli che i boni; per se cos si trovassero alchimisti d'omini, come si trovano de'ducati, ragion sarebbe suspettar che voi foste falso, essendo, come ste, di molto pi bello e lucido metallo, che alcun degli altri". Eccovi che questo loco  commune all'una e l'altra sorte de'motti; e cos sono molt'altri, dei quali si potrebbon dare infiniti esempi, e massimamente in detti gravi; come quello che disse il Gran Capitano, il quale, essendosi posto a tavola ed essendo gi occupati tutti i lochi, vide che in piedi erano restati dui gentilomini italiani i quali avean servito nella guerra molto bene; e sbito esso medesimo si lev e fece levar tutti gli altri e far loco a que'doi e disse: "Lassate sentare551 a mangiar questi signori, che se essi non fossero stati, noi altri non aremmo ora che mangiare". Disse ancor a Diego Garzia552, che lo confortava553 a levarsi d'un loco pericoloso, dove batteva l'artigliaria: "Dapoi che Dio non ha messo paura nell'animo vostro, non la vogliate voi metter nel mio". E 'l re Luigi, che oggi  re di Francia, essendogli, poco dapoi che fu creato re, detto che allor era il tempo di castigar i suoi nemici, che lo aveano tanto offeso mentre era duca d'Orliens, rispose che non toccava al re di Francia vendicar l'ingiurie fatte al duca d'Orliens.


LXVI.

Si morde ancora spesso facetamente con una certa gravit senza indur riso: come disse Gein Ottomanni554, fratello del Gran Turco, essendo pregione in Roma, che 'l giostrare, come noi usiamo in Italia, gli parea troppo per scherzare e poco per far da dovero555. E disse, essendogli referito quanto il re Ferrando minore fosse agile e disposto della persona nel correre, saltare, volteggiare e tai cose, che nel suo paese i schiavi facevano questi esercizi, ma i signori imparavano da fanciulli la liberalit e di questa si laudavano. Quasi ancora di tal manera, ma un poco pi ridiculo, fu quello che disse l'arcivescovo di Fiorenza al cardinale Alessandrino, che gli omini non hanno altro che la robba556, il corpo e l'anima: la robba  lor posta in travaglio dai iurisconsulti, il corpo dai medici e l'anima dai teologi -. Rispose allor il Magnifico Iuliano: - A questo giunger si potrebbe quello che diceva Nicoletto557, cio che di raro si trova mai iurisconsulto che litighi, n medico che pigli medicina, n teologo che sia bon cristiano -.


LXVII.

Rise messer Bernardo, poi suggiunse: - Di questi sono infiniti esempi, detti da gran signori ed omini gravissimi. Ma ridesi ancora spesso delle comparazioni, come scrisse il nostro Pistoia a Serafino558: "Rimanda il valigion che t'assimiglia"; ch, se ben vi ricordate, Serafino s'assimigliava molto ad una valigia. Sono ancora alcuni che si dilettano di comparar omini e donne a cavalli, a cani, ad uccelli e spesso a casse, a scanni, a carri, a candeglieri; il che talor ha grazia, talor  freddissimo. Per in questo bisogna considerare il loco, il tempo, le persone e l'altre cose che gi tante volte avemo detto -. Allor il signor Gaspar Pallavicino: - Piacevole comparazione, - disse, - fu quella che fece il signor Giovanni Gonzaga559 nostro, di Alessandro Magno al signor Alessandro suo figliolo. - Io non lo so - rispose messer Bernardo. Disse il signor Gasparo: - Giocava il signor Giovanni a tre dadi e, come  sua usanza, aveva perduto molti ducati e tuttavia perdea560; ed il signor Alessandro suo figliolo, il quale, ancor che sia fanciullo, non gioca men volentieri che 'l padre561, stava con molta attenzione mirandolo, e parea tutto tristo. Il Conte di Pianella562, che con molti altri gentilomini era presente, disse: "Eccovi, signore, che 'l signor Alessandro sta mal contento della vostra perdita e si strugge aspettando pur che vinciate, per aver qualche cosa di vinta563; per cavatilo di questa angonia, e prima che perdiate il resto donategli almen un ducato, acci che esso ancor possa andare a giocare co'suoi compagni". Disse allor il signor Giovanni: "Voi v'ingannate, perch Alessandro non pensa a cos piccol cosa; ma, come si scrive564 che Alessandro Magno, mentre che era fanciullo, intendendo che Filippo suo padre avea vinto una gran battaglia ed acquistato un certo regno, cominci a piangere, ed essendogli domandato perch piangeva rispose, perch dubitava che suo padre vincerebbe tanto paese, che non lassarebbe che vincere a lui; cos ora Alessandro mio figliolo si dole e sta per pianger vedendo ch'io suo padre perdo, perch dubita ch'io perda tanto, che non lassi che perder a lui" -.


LXVIII.

E quivi essendosi riso alquanto, suggiunse messer Bernardo: -  ancora da fuggire che 'l motteggiar non sia impio565; ch la cosa passa poi al voler esser arguto nel biastemmare e studiare di trovare in ci novi modi; onde di quello che l'omo merita non solamente biasimo, ma grave castigo, par che ne cerchi gloria; il che  cosa abominevole; e per questi tali, che voglion mostrar di esser faceti con poca reverenzia di Dio, meritano esser cacciati dal consorzio d'ogni gentilomo. N meno quelli che son osceni e sporchi nel parlare e che in presenzia di donne non hanno rispetto alcuno, e pare che non piglino altro piacer che di farle arrossire di vergogna, e sopra di questo vanno cercando motti ed arguzie. Come quest'anno in Ferrara ad un convito in presenzia di molte gentildonne ritrovandosi un Fiorentino ed un Sanese, i quali per lo pi, come sapete, sono nemici, disse il Sanese per mordere il Fiorentino: "Noi abbiam maritato Siena allo Imperatore ed avemogli dato Fiorenza in dota"; e questo disse, perch di que'd s'era ragionato ch'e Sanesi avean dato una certa quantit di denari allo Imperatore ed esso aveva tolto566 la lor protezione. Rispose sbito il Fiorentino: "Siena sar la prima cavalcata567 (alla franzese, ma disse il vocabulo italiano); poi la dote si litigher a bell'aggio". Vedete che il motto fu ingenioso ma, per esser in presenzia di donne, divent osceno e non conveniente -.


LXIX.

Allora il signor Gaspar Pallavicino, - Le donne, - disse, non hanno piacere di sentir ragionar d'altro; e voi volete levarglielo. Ed io per me sonomi trovato ad arrossirmi di vergogna per parole dettemi da donne, molto pi spesso che da omini. - Di queste tai donne non parlo io, - disse messer Bernardo; - ma di quelle virtuose, che meritano riverenzia ed onore da ogni gentilomo -. Disse il signor Gasparo: - Bisogneria ritrovare una sottil regola per cognoscerle, perch il pi delle volte quelle che sono in apparenzia le migliori in effetto sono il contrario -. Allor messer Bernardo ridendo disse: - Se qui presente non fosse il signor Magnifico nostro, il quale in ogni loco  allegato568 per protettor delle donne, io pigliarei l'impresa di rispondervi; ma non voglio far ingiuria a lui -. Quiv gnora Emilia, pur ridendo, disse: - Le donne non hanno bisogno di diffensore alcuno contra accusatore di cos poca autorit; per lasciate pur il signor Gasparo in questa perversa opinione, e nata pi presto dal suo non aver mai trovato donna che l'abbia voluto vedere, che da mancamento alcuno delle donne; e seguitate voi il ragionamento delle facezie -.


LXX.

Allora messer Bernardo, - Veramente, signora, - disse, - omai parmi aver detto de'molti lochi onde cavar si possono motti arguti, i quali poi hanno tanto pi grazia quanto sono accompagnati da una bella narrazione. Pur ancor molt'altri si potrian dire; come quando, o per accrescere o per minuire, si dicon cose che eccedeno incredibilmente la verisimilitudine; e di questa sorte fu quella che disse Mario da Volterra569 d'un prelato, che si tenea tanto grand'omo, che quando egli entrava in san Pietro s'abbassava per non dare della testa nell'architravo della porta. Disse ancora il Magnifico nostro qui che Golpino suo servitore era tanto magro e secco, che una mattina, soffiando sott'il foco per accenderlo, era stato portato dal fumo su per lo camino insino alla cima; ed essendosi per sorte traversato ad una di quelle finestrette570, aveva ato tanto di ventura, che non era volato via insieme con esso. Disse ancor messer Augustino Bevazzano571 che uno avaro, il quale non aveva voluto vendere il grano mentre che era caro, vedendo che poi s'era molto avvilito572, per disperazione s'impicc ad un trave della sua camera; ed avendo un servitor suo sentito il strepito, corse e vide il patron impiccato, e prestamente tagli la fune e cos liberollo dalla morte; da poi l'avaro, tornato in s, volse che quel servitor gli pagasse la sua fune che tagliata gli avea. Di questa sorte pare ancor che sia quello che disse Lorenzo de'Medici ad un buffon freddo573: "Non mi faresti ridere, se mi solleticasti574". E medesimamente rispose ad un altro sciocco, il quale una mattina l'avea trovato in letto molto tardi, e gli rimproverava il dormir tanto, dicendogli: "Io a quest'ora son stato in Mercato Novo e Vecchio, poi fuor della Porta a san Gallo, intorno alle mura a far esercizio ed ho fatto mill'altre cose; e voi ancor dormite?" Disse allora Lorenzo: "Pi vale quello che ho sognato in un'ora io, che quello che avete fatto in quattro voi".


LXXI.

 ancor bello, quando con una risposta l'omo riprende575 quello che par che riprendere non voglia. Come il marchese Federico di Mantua576, padre della signora Duchessa nostra, essendo a tavola con molti gentilomini, un d'essi, dapoi che ebbe mangiato tutto un minestro, disse: "Signor Marchese, perdonatimi"; e cos detto, cominci a sorbire quel brodo che gli era avanzato. Allora il Marchese sbito disse: "Domanda pur perdono ai porci, ch a me non fai tu ingiuria alcuna". Disse ancora messer Nicol Leonico577 per tassar578 un tiranno ch'avea falsamente fama di liberale: "Pensate quanta liberalit regna in costui, che non solamente dona la robba sua, ma ancor l'altrui".


LXXII.

Assai gentil modo di facezie  ancor quello che consiste in una certa dissimulazione, quando si dice una cosa e tacitamente se ne intende un'altra; non dico gi di quella manera totalmente contraria, come se ad un nano si dicesse gigante, e ad un negro, bianco; o vero, ad un bruttissimo, bellissimo, perch son troppo manifeste contrariet, bench queste ancor alcuna volta fanno ridere; ma quando con un parlar severo e grave giocando si dice piacevolmente quello che non s'ha in animo. Come dicendo un gentilomo una espressa bugia a messer Augustin Foglietta579 ed affermandola con efficacia, perch gli parea pur che esso assai difficilmente la credesse, disse in ultimo messer Augustino: "Gentilomo, se mai spero aver piacer da voi, fatemi tanta grazia che siate contento, ch'io non creda580 cosa che voi dicate". Replicando pur costui, e con sacramento581, esser la verit, in fine disse: "Poich voi pur cos volete, io lo creder per amor vostro, perch in vero io farei ancor maggior cosa per voi". Quasi di questa sorte disse don Giovanni di Cardona582 d'uno che si voleva partir di Roma: "Al parer mio costui pensa male; perch  tanto scelerato, che stando in Roma ancor col tempo poria esser cardinale". Di questa sorte  ancor quello che disse Alfonso Santa Croce583; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia584, e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivolt con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sent: "Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!"


LXXIII.

E questa sorte di facezie che tiene dell'ironico pare molto conveniente ad omini grandi, perch  grave e salsa e possi usare nelle cose giocose ed ancor nelle severe. Per molti antichi, e dei pi estimati, l'hanno usata, come Catone, Scipione Affricano minore; ma sopra tutti in questa dicesi esser stato eccellente Socrate filosofo, ed a'nostri tempi il re Alfonso Primo d'Aragona; il quale essendo una mattina per mangiare, levossi molte preciose anella che nelli diti avea per non bagnarle nello lavar delle mani e cos le diede a quello che prima gli occorse, quasi senza mirar chi fusse. Quel servitore pens che 'l re non avesse posto cura a cui date l'avesse e che, per i pensieri di maggior importanzia, facil cosa fosse che in tutto se lo scordasse; ed in questo pi si confirm, vedendo che 'l re pi non le ridomandava; e stando giorni e settimane e mesi senza sentirne mai parola, si pens di certo esser sicuro. E cos essendo vicino all'anno che questo gli era occorso, un'altra mattina, pur quando il re voleva mangiare, si rappresent585, e porse la mano per pigliar le anella; allora il re, accostatosegli all'orecchio, gli disse: "Bastinti le prime, ch queste saran bone per un altro". Vedete come il motto  salso, ingenioso e grave e degno veramente della magnanimit d'uno Alessandro.


LXXIV.

Simile a questa maniera che tende all'ironico  ancora un altro modo, quando con oneste parole si nomina una cosa viciosa. Come disse il Gran Capitano ad un suo gentilomo586, il quale dopo la giornata della Cirignola587, e quando le cose gi erano in securo, gli venne incontro armato riccamente quanto dir si possa, come apparechiato di combattere; ed allor il Gran Capitano, rivolto a don Ugo di Cardona588, disse: "Non abbiate ormai pi paura di tormento di mare, ch santo Ermo  comparito"; e con quella onesta parola lo punse, perch sapete che santo Ermo sempre ai marinari appar dopo la tempesta e d segno di tranquillit; e cos volse dire il Gran Capitano che, essendo comparito questo gentilomo, era segno che il pericolo gi era in tutto passato. Essendo ancora il signor Ottaviano Ubaldino589 a Fiorenza in compagnia d'alcuni cittadini di molta autorit, e ragionando di soldati, un di quei gli addimand se conosceva Antonello da Forl590, il qual allor s'era fuggito dal stato di Fiorenza. Rispose il signor Ottaviano: "Io non lo conosco altrimenti, ma sempre l'ho sentito ricordare per un sollicito soldato"; disse allor un altro Fiorentino: "Vedete come egli  sollicito, che si parte prima che domandi licenzia".


LXXV.

Arguti motti son ancor quelli, quando del parlar proprio del compagno l'omo cava quello che esso non vorria; e di tal modo intendo che rispose il signor Duca nostro a quel castellano che perd San Leo591 quando questo stato fu tolto da papa Alessandro e dato al duca Valentino; e fu, che essendo il signor Duca in Venezia592 in quel tempo ch'io ho detto, venivano di continuo molti de'suoi sudditi a dargli secretamente notizia come passavan le cose del stato; e fra gli altri vennevi ancor questo castellano, il quale, dopo l'aversi escusato il meglio che seppe, dando la colpa alla sua disgrazia, disse: "Signor, non dubitate, ch ancor mi basta l'animo di far di modo, che si potr ricuperar San Leo". Allor rispose el signor Duca: "Non ti affaticar pi in questo; ch gi il perderlo  stato un far di modo, che 'l si possa ricuperare". Son alcun'altri detti quando un omo, conosciuto per ingenioso, dice una cosa che par che proceda da sciocchezza. Come l'altro giorno disse messer Camillo Palleotto d'uno: "Questo pazzo, sbito che ha cominciato ad arricchire, s' morto".  simile a questo modo una certa dissimulazion salsa ed acuta, quando un omo, come ho detto, prudente, mostra non intender quello che intende. Come disse il marchese Federico de Mantua, il quale, essendo stimulato593 da un fastidioso, che si lamentava che alcuni suoi vicini con lacci gli pigliavano i colombi della sua colombara e tuttavia in mano ne tenea uno impiccato per un pi insieme col laccio, che cos morto trovato l'aveva, gli rispose che si provederia. Il fastidioso non solamente una volta ma molte replicando questo suo danno, col mostrar sempre il colombo cos impiccato, dicea pur: "E che vi par, Signor, che far si debba di questa cosa?" Il Marchese in ultimo, "A me par," disse, "che per niente quel colombo non sia sepellito in chiesa, perch essendosi impiccato da se stesso,  da credere che fosse disperato". Quasi di tal modo fu quel di Scipione Nasica ad Ennio594; ch, essendo andato Scipione a casa d'Ennio per parlargli, e chiamandol gi dalla strada, una sua fante gli rispose che egli non era in casa: e Scipione ud manifestamente che Ennio proprio avea detto alla fante che dicesse ch'egli non era in casa: cos si part. Non molto appresso venne Ennio a casa di Scipione e pur medesimamente lo chiamava stando da basso; a cui Scipione ad alta voce esso medesimo rispose che non era in casa. Allora Ennio, "Come? non conosco io", rispose, "la voce tua?" Disse Scipione: "Tu sei troppo discortese; l'altro giorno io credetti alla fante tua che tu non fossi in casa e ora tu nol vi credere a me stesso".


LXXVI.

 ancor bello, quando uno vien morso in quella medesima cosa che esso prima ha morso il compagno; come essendo Alonso Carillo595 alla corte di Spagna ed avendo commesso alcuni errori giovenili e non di molta importanzia, per comandamento del re fu posto in prigione e quivi lasciato una notte. Il d seguente ne fu tratto, e cos, venendo a palazzo la mattina, giunse nella sala dove eran molti cavalieri e dame; e ridendosi di questa sua prigionia, disse la signora Boadilla596: "Signor Alonso, a me molto pesava di questa vostra disavventura, perch tutti quelli che vi conoscono pensavan che 'l re dovesse farvi impiccare". Allora Alonso sbito, "Signora", disse, "io ancor ebbi gran paura di questo; pur aveva speranza che voi mi dimandaste per marito". Vedete come questo  acuto ed ingenioso; perch in Spagna, come ancor in molti altri lochi, usanza  che quando si mena uno alle forche, se una meretrice publica l'addimanda per marito, donasegli la vita. Di questo modo rispose ancor Rafaello pittore a dui cardinali suoi domestici597, i quali, per farlo dire, tassavano in presenzia sua una tavola che egli avea fatta, dove erano san Pietro e san Paulo, dicendo che quelle due figure eran troppo rosse nel viso. Allora Rafaello sbito disse: "Signori, non vi maravigliate; ch io questi ho fatto a sommo studio, perch  da credere che san Pietro e san Paulo siano, come qui gli vedete, ancor in cielo cos rossi, per vergogna che la Chiesa sua sia governata da tali omini come siete voi".


LXXVII.

Sono ancor arguti quei motti che hanno in s una certa nascosa suspizion di ridere598, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s'era ad un fico impiccata, un altro se gli accost e, tiratolo per la veste, disse: "Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto de quel fico, per inserire in qualche albero dell'orto mio?" Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravit; come, portando un contadino una cassa in spalla, urt Catone con essa, poi disse: "Guarda". Rispose Catone: "Hai tu altro in spalla che quella cassa?" Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa a sommo studio, che par sciocca, e pur tende a quel fine che esso disegna, e con quella s'aiuta599. Come a questi d, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l'uno d'essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, bench 'l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse n avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegli e disse: "Non odi tu ci che il tale dice? rispondi, ch gli Signori600 dimandano del parer tuo". Allora l'Altoviti, tutto sonnachioso e senza pensar altro, si lev in piedi e disse: "Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l'Alamanni". Rispose l'Alamanni: "Oh, io non ho detto nulla". Sbito disse l'Altoviti: "Di quello che tu dirai". Disse ancor di questo modo maestro Serafino, medico vostro urbinate, ad un contadino, il qual, avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliber pur d'andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, bench conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l'occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e cos ogni d gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei d cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominci a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, n discernea con quello occhio pi che se non l'avesse ato in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco pi potea trargli di mano, disse: "Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l'occhio, n pi v' rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell'altro". Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: "Maestro, voi m'avete assassinato e rubato i miei denari; io mi lamentar al signor Duca"; e facea i maggior stridi del mondo. Allora maestro Serafino in collera e per svilupparsi601, "Ah villan traditor", disse, "dunque tu ancor vorresti avere dui occhi, come hanno i cittadini e gli omini da bene? vattene in malora": e queste parole accompagn con tanta furia, che quel povero contadino spaventato si tacque e cheto cheto se n'and con Dio, credendosi d'aver il torto.


LXXVIII.

 ancor bello quando si dechiara602 una cosa o si interpreta giocosamente. Come alla corte di Spagna comparendo una mattina a palazzo un cavaliero, il quale era bruttissimo, e la moglie, che era bellissima, l'uno e l'altro vestiti di damasco bianco, disse la Reina ad Alonso Carillo: "Che vi par, Alonso, di questi dui?" "Signora", rispose Alonso, "parmi che questa sia la dama e questo lo asco", che vol dir schifo. Vedendo ancor Rafaello de'Pazzi603 una lettra del Priore di Messina604, che egli scriveva ad una sua signora, il soprascritto della qual dicea: Esta carta s'ha de dar a quien causa mi penar605, "Parmi", disse, "Che questa lettera vada a Paolo Tolosa". Pensate come risero i circunstanti, perch ognuno sapea che Paolo Tolosa aveva prestato al Prior dieci mila ducati; ed esso, per esser gran spenditor, non trovava modo di rendergli. A questo  simile quando si d una ammonizion famigliare in forma di consiglio, pur dissimulatamente. Come disse Cosimo de'Medici ad un suo amico, il qual era assai ricco, ma di non molto sapere, e per mezzo pur di Cosimo aveva ottenuto un officio fuor di Firenze; e dimandando costui nel partir suo a Cosimo, che modo gli parea che egli avesse a tenere per governarsi bene in questo suo officio, Cosimo gli rispose: "Vesti di rosato606, e parla poco". Di questa sorte fu quello che disse il conte Ludovico ad uno che volea passar incognito per un certo loco pericoloso e non sapea come travestirsi; ed essendone il Conte addimandato, rispose: "Vstiti da dottore, o di qualche altro abito da savio607". Disse ancor Giannotto de'Pazzi ad un che volea far un saio d'arme608 dei pi diversi colori che sapesse trovare: "Piglia parole ed opre del Cardinale di Pavia".


LXXIX.

Ridesi ancor d'alcune cose discrepanti609; come disse uno l'altro giorno a messer Antonio Rizzo610 d'un certo Forlivese: "Pensate s' pazzo, che ha nome Bartolomeo". Ed un altro: "Tu cerchi un maestro Stalla, e non hai cavalli"; ed, "A costui non manca per altro che la robba e 'l cervello". E d'alcun'altre che paion consentanee; come, a questi d, essendo stato suspizione che uno amico nostro avesse fatto fare una renunzia falsa611 d'un beneficio, essendo poi malato un altro prete, disse Antonio Torello612 a quel tale: "Che stai tu a far, che non mandi per quel tuo notaro, e vedi di carpir quest'altro beneficio?" Medesimamente d'alcune che non sono consentanee; come l'altro giorno avendo il Papa mandato per messer Giovan Luca da Pontremolo e per messer Domenico dalla Porta613, i quali, come sapete, son tutti dui gobbi, e fattogli Auditori, dicendo voler indrizzare la Rota614, disse messer Latin Iuvenale615: "Nostro Signore s'inganna, volendo con dui torti indrizzar la Rota".


LXXX.

Ridesi ancor spesso quando l'omo concede quello che se gli dice, ed ancor pi, ma mostra intenderlo altramente. Come, essendo il capitan Peralta gi condutto in campo per combattere con Aldana e domandando il capitan Molart616, che era patrino d'Aldana, a Peralta il sacramento, s'avea addosso brevi617 o incanti che lo guardassero da esser ferito, Peralta giur che non avea addosso n brevi n incanti n reliquie n devozione618 alcuna in che avesse fede. Allor Molart, per pungerlo che fosse marano619, disse "Non vi affaticate in questo, ch senza giurare credo che non abbiate fede n anco in Cristo".  ancor bello usar le metafore a tempo in tai propositi; come il nostro maestro Marco Antonio620, che disse a Botton da Cesena621, che lo stimulava con parole: "Botton, Bottone, tu sarai un d il bottone e 'l capestro sar la fenestrella622". Ed avendo ancor maestro Marco Antonio composto una molto lunga comedia e di varii atti, disse il medesimo Botton pur a maestro Marc'Antonio: "A far la vostra comedia bisogneranno per lo apparato quanti legni sono in Schiavonia623"; rispose maestro Marc'Antonio: "E per l'apparato della tua tragedia624 basteran tre solamente".


LXXXI.

Spesso si dice ancor una parola, nella quale  una nascosta significazione lontana da quello che par che dir si voglia. Come il signor Prefetto qui, sentendo ragionare d'un capitano, il quale in vero a'suoi d il pi delle volte ha perduto, e allor pur per avventura625 avea vinto; e dicendo colui che ragionava, che nella entrata che egli avea fatta in quella terra s'era vestito un bellissimo saio di velluto cremos626 il qual portava sempre dopo le vittorie, disse il signor Prefetto: "Dee esser novo". Non meno induce il riso, quando talor si risponde a quello che non ha detto colui con cui si parla, o ver si mostra creder che abbia fatto quello che non ha fatto, e dovea fare. Come Andrea Coscia627, essendo andato a visitare un gentilomo, il quale discortesemente lo lasciava stare in piedi, ed esso sedea, disse: "Poich vostra Signoria me lo commanda, per obedire io seder"; e cos si pose a sedere.


LXXXII.

Ridesi ancor quando l'omo con bona grazia accusa se stesso di qualche errore; come l'altro giorno, dicendo io al capellan del signor Duca, che Monsignor mio628 avea un capellano che dicea messa pi presto di lui, mi rispose: "Non  possibile"; ed accostatomisi all'orecchio, disse: "Sapiate ch'io non dico un terzo delle secrete629". Biagin Crivello630 ancor, essendo stato morto un prete a Milano, domand il beneficio al Duca, il qual pur stava in opinion di darlo ad un altro. Biagin in ultimo, vedendo che altra ragione non gli valea, "E come?" disse; "s'io ho fatto ammazzar il prete, perch non mi volete voi dar il beneficio?" Ha grazia ancor spesso desiderare quelle cose che non possono essere; come l'altro giorno un de'nostri, vedendo questi signori che tutti giocavano d'arme ed esso stava colcato sopra un letto, disse: "Oh come mi piaceria, che ancor questo fosse esercizio da valente omo e bon soldato!"  ancor bel modo e salso di parlare, e massimamente in persone gravi e d'autorit, rispondere al contrario di quello che vorria colui con chi si parla, ma lentamente, e quasi con una certa considerazione dubbiosa e suspesa. Come gi il re Alfonso primo d'Aragona, avendo donato ad un suo servitore arme, cavalli e vestimenti, perch gli avea detto che la notte avanti sognava che sua Altezza gli dava tutte quelle cose; e non molto poi dicendogli pur il medesimo servitore, che ancor quella notte avea sognato che gli dava una bona quantit di fiorin d'oro, gli rispose: "Non crediate da mo inanzi ai sogni, ch non sono veritevoli". Di questa sorte rispose ancor il Papa al Vescovo di Cervia, il qual, per tentar la volunt sua631, gli disse: "Padre Santo, per tutta Roma e per lo palazzo ancora si dice che vostra Santit mi fa governatore". Allor il Papa, "Lasciategli dire", rispose, "ch son ribaldi; non dubitate, che non  vero niente".


LXXXIII.

Potrei forsi ancor, signori, raccrre632 molti altri lochi, donde si cavano motti ridiculi; come le cose dette con timidit, con maraviglia, con minacce for d'ordine, con troppo collera; oltra di questo, certi casi novi633, che intervenuti inducono il riso; talor la taciturnit, con una certa maraviglia; talor il medesimo ridere senza proposito; ma a me pare ormai aver detto a bastanza, perch le facezie che consistono nelle parole credo che non escano di que'termini di che noi avemo ragionato. Quelle poi che sono nell'effetto634, avvenga che abbian infinite parti, pur si riducono a pochi capi; ma nell'una e nell'altra sorte la principal cosa  lo ingannar la opinione e rispondere altramente che quello che aspetta l'auditore; ed  forza, se la facezia ha d'aver grazia, sia condita di quello inganno, o dissimulare o beffare o riprendere o comparare, o qual altro modo voglia usar l'omo. E bench le facezie inducano tutte a ridere, fanno per ancor in questo ridere diversi effetti; perch alcune hanno in s una certa eleganzia e piacevolezza modesta, altre pungono talor copertamente, talor publico635, altre hanno del lascivetto, altre fanno ridere sbito che s'odono, altre quanto pi vi si pensa, altre col riso fanno ancor arrossire, altre inducono un poco d'ira; ma in tutti i modi s'ha da considerar la disposizion degli animi degli auditori, perch agli afflitti spesso i giochi dnno maggior afflizione; e sono alcune infirmit che, quanto pi vi si adopra medicina, tanto pi si incrudiscono. Avendo adunque il cortegiano nel motteggiare e dir piacevolezze rispetto al tempo, alle persone, al grado suo e di non esser in ci troppo frequente (ch in vero d fastidio, tutto il giorno, in tutti i ragionamenti e senza proposito, star sempre su questo), potr esser chiamato faceto; guardando ancor di non esser tanto acerbo e mordace, che si faccia conoscer per maligno, pungendo senza causa o ver con odio manifesto; o ver persone troppo potenti, che  imprudenzia; o ver troppo misere, che  crudelt; o ver troppo scelerate, che  vanit; o ver dicendo cose che offendan quelli che esso non vorria offendere, che  ignoranzia; perch si trovano alcuni che si credono esser obligati a dir e punger senza rispetto ogni volta che possono, vada pur poi la cosa come vole. E tra questi tali son quelli, che per dire una parola argutamente, non guardan di macular l'onor d'una nobil donna; il che  malissima cosa e degna di gravissimo castigo, perch in questo caso le donne sono nel numero dei miseri, e per non meritano in ci essere mordute, ch non hanno arme da diffendersi. Ma, oltre a questi rispetti, bisogna che colui che ha da esser piacevole e faceto, sia formato d'una certa natura atta a tutte le sorti di piacevolezze ed a quelle accommodi li costumi, i gesti e 'l volto; il quale quant' pi grave e severo e saldo, tanto pi fa le cose che son dette parer salse ed argute.


LXXXIV.

Ma voi, messer Federico, che pensaste di riposarvi sotto questo sfogliato albero e nei mei secchi ragionamenti, credo che ne siate pentito e vi paia esser entrato nell'ostaria di Montefiore636; per ben sar che, a guisa di pratico corrieri637, per fuggir un tristo albergo, vi leviate un poco pi per tempo che l'ordinario e seguitiate il camin vostro. - Anzi, - rispose messer Federico, - a cos bon albergo sono io venuto, che penso di starvi pi che prima non aveva deliberato; per riposerommi pur ancor fin a tanto che voi diate fine a tutto 'l ragionamento proposto, del quale avete lasciato una parte che al principio nominaste, che son le "burle"; e di ci non  bono che questa compagnia sia defraudata da voi. Ma s come circa le facezie ci avete insegnato molte belle cose e fattoci audaci nello usarle, per esempio di tanti singulari ingegni e grandi omini, e prncipi e re e papi, credo medesimamente che nelle burle ci darete tanto ardimento, che pigliaremo segurt638 di metterne in opera qualcuna ancor contra di voi -. Allor messer Bernardo ridendo, - Voi non sarete, - disse, i primi; ma forse non vi verr fatto, perch ormai tante n'ho ricevute, che mi guardo da ogni cosa, come i cani che, scottati dall'acqua calda, hanno paura della fredda. Pur, poich di questo ancor volete ch'io dica, penso potermene espedir639 con poche parole.


LXXXV.

E'parmi che la burla non sia altro che un inganno amichevole di cose che non offendano, o almen poco; e s come nelle facezie il dir contra l'aspettazione, cos nelle burle il far contra l'aspettazione induce il riso. E queste tanto pi piacciono e sono laudate quanto pi hanno dello ingenioso e modesto; perch chi vol burlar senza rispetto spesso offende e poi ne nascono disordini e gravi inimicizie. Ma i lochi donde cavar si posson le burle son quasi i medesimi delle facezie. Per, per non replicargli, dico solamente che di due sorti burle si trovano, ciascuna delle quali in pi parti poi divider si poria. L'una , quando s'inganna ingeniosamente con bel modo e piacevolezza chi si sia; l'altra, quando si tende quasi una rete e mostra un poco d'esca, talch l'omo corre ad ingannarsi da se stesso. Il primo modo  tale, quale fu la burla che a questi d due gran signore640, ch'io non voglio nominare, ebbero per mezzo d'un Spagnolo chiamato Castiglio -. Allora la signora Duchessa, - E perch, - disse, - non le volete voi nominare? - Rispose messer Bernardo: - Non vorrei che lo avessero a male -. Replic la signora Duchessa ridendo: - Non si disconvien talor usare le burle ancor coi gran signori; ed io gi ho udito molte esserne state fatte al duca Federico, al re Alfonso d'Aragona, alla reina donna Isabella di Spagna ed a molti altri gran prncipi; ed essi non solamente non lo aver avuto a male, ma aver premiato largamente i burlatori -. Rispose messer Bernardo: - N ancor con questa speranza le nominar io. - Dite come vi piace, - suggiunse la signora Duchessa. Allor seguit messer Bernardo e disse: - Pochi d sono che nella corte di chi io intendo capit un contadin bergamasco per servizio di un gentilom cortegiano, il qual fu tanto ben divisato641 di panni ed acconcio cos attillatamente che, avvenga che fosse usato solamente a guardar buoi, n sapesse far altro mestiero, da chi non l'avesse sentito ragionare saria stato tenuto per un galante cavaliero; e cos essendo detto a quelle due signore che quivi era capitato un Spagnolo servitore del cardinale Borgia642 che si chiamava Castiglio, ingeniosissimo, musico, danzatore, ballatore e pi accorto cortegiano che fosse in tutta Spagna, vennero in estremo desiderio di parlargli, e sbito mandarono per esso; e dopo le onorevoli accoglienze, lo fecero sedere e cominciarono a parlargli con grandissimo riguardo in presenzia d'ognuno; e pochi eran di quelli che si trovavano presenti, che non sapessero che costui era un vaccaro bergamasco. Per, vedendosi che quelle signore l'intertenevano con tanto rispetto e tanto l'onoravano, furono le risa grandissime; tanto pi che 'l bon omo sempre parlava del suo nativo parlare zaffi643 bergamasco. Ma quei gentilomini che faceano la burla aveano prima detto a queste signore che costui, tra l'altre cose, era gran burlatore, e parlava eccellentemente tutte le lingue, e massimamente lombardo contadino; di sorte che sempre estimarono che fingesse; e spesso si voltavano l'una all'altra con certe maraviglie e diceano: "Udite gran cosa, come contraf questa lingua!" In somma, tanto dur questo ragionamento, che ad ognuno doleano gli fianchi per le risa; e fu forza che esso medesimo desse tanti contrasegni della sua nobilit, che pur in ultimo queste signore, ma con gran fatica, credettero che 'l fusse quello che egli era.


LXXXVI.

Di questa sorte burle ogni d veggiamo; ma tra l'altre quelle son piacevoli, che al principio spaventano e poi riescono in cosa sicura, perch il medesimo burlato si ride di se stesso, vedendosi aver avuto paura di niente. Come essendo io una notte alloggiato in Paglia644, intervenne che nella medesima ostaria ov'ero io erano ancor tre altri compagni, dui da Pistoia, l'altro da Prato, i quali dopo cena si misero, come spesso si fa, a giocare: cos non v'and molto che uno dei dui Pistolesi, perdendo il resto, rest senza un quattrino, di modo che cominci a desperarsi e maledire e biastemare fieramente; e cos rinegando645 se n'and a dormire. Gli altri dui, avendo alquanto giocato, deliberarono fare una burla a questo che era ito a letto. Onde, sentendo che esso gi dormiva, spensero tutti i lumi e velarono il foco; poi si misero a parlar alto e far i maggiori romori del mondo, mostrando venire a contenzione del gioco646, dicendo uno: "Tu hai tolto la carta di sotto"; l'altro negandolo, con dire: "E tu hai invitato sopra flusso647; il gioco vadi a monte"; e cotai cose, con tanto strepito, che colui che dormiva si risvegli; e sentendo che costoro giocavano e parlavano cos come se vedessero le carte, un poco aperse gli occhi, e non vedendo lume alcuno in camera, disse: "E che diavol farete voi tutta notte di cridare?" Poi sbito se rimise gi, come per dormire. I dui compagni non li diedero altrimenti risposta, ma seguitarono l'ordine suo; di modo che costui, meglio risvegliato, cominci a maravigliarsi, e vedendo certo che ivi non era n foco n splendor alcuno e che pur costoro giocavano e contendevano, disse: "E come potete voi veder le carte senza lume?" Rispose uno delli dui: "Tu di aver perduto la vista insieme con li danari; non vedi tu, se648 qui abbiam due candele?" Levossi quello che era in letto su le braccia e quasi adirato disse: "O ch'io sono ebriaco o cieco, o voi dite le bugie". Li due levaronsi ed andarono a letto tentoni, ridendo e mostrando di credere che colui si facesse beffe di loro; ed esso pur replicava: "Io dico che non vi veggo". In ultimo li dui cominciarono a mostrare di maravigliarsi forte e l'uno disse all'altro: "Oim, parmi che 'l dica da dovero; da'qua quella candela, e veggiamo se forse gli si fosse inturbidata la vista". Allor quel meschino tenne per fermo d'esser diventato cieco, e piangendo dirottamente disse: "O fratelli mei, io son cieco"; e sbito cominci a chiamar la Nostra Donna di Loreto e pregarla che gli perdonasse le biastemme e le maledizioni che gli avea date per aver perduto i denari. I dui compagni pur lo confortavano e dicevano: "E'non  possibile che tu non ci vegghi; egli  una fantasia che tu t'hai posta in capo". "Oim", replicava l'altro, "che questa non  fantasia, n vi veggo io altrimenti che se non avessi mai avuti occhi in testa". "Tu hai pur la vista chiara", rispondeano li dui e diceano l'un altro: "Guarda come egli apre ben gli occhi e come gli ha belli! e chi poria creder ch'ei non vedesse?" Il poveretto tuttavia piangea pi forte e dimandava misericordia a Dio. In ultimo costoro gli dissero: "Fa'voto d'andare alla Nostra Donna di Loreto devotamente scalzo ed ignudo, ch questo  il miglior rimedio che si possa avere; e noi fra tanto andaremo ad Acqua Pendente e quest'altre terre vicine per veder di qualche medico, e non ti mancaremo649 di cosa alcuna possibile". Allora quel meschino sbito s'inginocchi nel letto, e con infinite lacrime ed amarissima penitenzia dello aver biastemato fece voto solenne d'andar ignudo a Nostra Signora di Loreto ed offerirgli un paio d'occhi d'argento e non mangiar carne il mercore650, n ova il venere651, e digiunar pane ed acqua ogni sabbato ad onore di Nostra Signora, se gli concedeva grazia di ricuperar la vista. I dui compagni, entrati in un'altra camera, accesero un lume e se ne vennero con le maggior risa del mondo davanti a questo poveretto; il quale, bench fosse libero di cos grande affanno, come potete pensare, pur era tanto attonito della passata paura, che non solamente non potea ridere, ma n pur parlare; e li dui compagni non faceano altro che stimularlo, dicendo che era obligato a pagar tutti questi voti, perch avea ottenuta la grazia domandata.


LXXXVII.

Dell'altra sorte di burle, quando l'omo inganna se stesso, non dar io altro esempio, se non quello che a me intervenne, non  gran tempo: perch a questo carneval passato Monsignor mio di San Pietro ad Vincula652, il qual sa come io mi piglio piacer, quando son maschera653, di burlar frati, avendo prima ben ordinato ci che fare intendeva, venne insieme un d con Monsignor d'Aragona654 ed alcuni altri cardinali a certe finestre in Banchi655, mostrando voler star quivi a veder passar le maschere, come  usanza di Roma. Io, essendo maschera, passai, e vedendo un frate cos da un canto che stava un poco suspeso, giudicai aver trovata la mia ventura656 e sbito gli corsi come un famelico falcone alla preda; e prima domandatogli chi egli era, ed esso rispostomi, mostrai di conoscerlo e con molte parole cominciai ad indurlo a credere che 'l barigello657 l'andava cercando per alcune male informazioni che di lui s'erano avute, e confortarlo che venisse meco insino alla cancelleria, ch io quivi lo salvarei. Il frate, pauroso e tutto tremante, parea che non sapesse che si fare e dicea dubitar, se si dilungava da San Celso658, d'esser preso. Io pur facendogli bon animo, gli dissi tanto, che mi mont di groppa, ed allor a me parve d'aver a pien compto il mio disegno; cos sbito cominciai a rimettere il cavallo per Banchi, il qual andava saltellando e traendo calci. Imaginate or voi che bella vista facea un frate in groppa di una maschera, col volare del mantello e scuotere il capo innanzi e 'ndietro, che sempre parea che andasse659 per cadere. Con questo bel spettaculo cominciarono que'signori a tirarci ova dalle finestre, poi tutti i banchieri e quante persone v'erano; di modo che non con maggior impeto cadde dal cielo mai la grandine, come da quelle finestre cadeano l'ova, le quali per la maggior parte sopra di me venivano; ed io per esser maschera non mi curava, e pareami che quelle risa fossero tutte per lo frate e non per me; e per questo pi volte tornai innanzi e 'ndietro per Banchi, sempre con quella furia alle spalle; bench il frate quasi piangendo mi pregava ch'io lo lassassi scendere, e non facessi questa vergogna all'abito; poi, di nascosto, il ribaldo si facea dar ova ad660 alcuni staffieri posti quivi per questo effetto661, e mostrando tenermi stretto per non cadere me le schiacciava nel petto, spesso in sul capo, e talor in su la fronte medesima; tanto ch'io era tutto consumato662. In ultimo, quando ognuno era stanco e di ridere e di tirar ova, mi salt di groppa, e callatosi indrieto lo scapularo663 mostr una gran zazzera e disse: "Messer Bernardo, io son un famiglio di stalla di San Pietro ad Vincula e son quello che governa il vostro muletto". Allor io non so qual maggiore avessi o dolore o ira o vergogna; pur, per men male, mi posi a fuggire verso casa e la mattina seguente non osava comparere; ma le risa di questa burla non solamente il d seguente, ma quasi insino adesso son durate -.


LXXXVIII.

E cos essendosi per lo raccontarla alquanto rinovato il ridere, suggiunse messer Bernardo: -  ancor un modo di burlare assai piacevole, onde medesimamente si cavano facezie, quando si mostra credere che l'omo voglia fare una cosa, che in vero non vol fare. Come essendo io in sul ponte di Leone664 una sera dopo cena, e andando insieme con Cesare Beccadello665 scherzando, cominciammo l'un l'altro a pigliarsi alle braccia, come se lottare volessimo; e questo perch allor per sorte parca che in su quel ponte non fusse persona; e stando cos, sopragiunsero dui Franzesi i quali, vedendo questo nostro debatto666, dimandarono che cosa era e fermaronsi per volerci spartire, con opinion che noi facessimo questione da dovero. Allor io tosto, "Aiutatemi", dissi, "signori, ch questo povero gentilomo a certi tempi di luna ha mancamento di cervello; ed ecco che adesso si vorria pur gittar dal ponte nel fiume". Allora quei dui corsero, e meco presero Cesare e tenevanlo strettissimo; ed esso, sempre dicendomi ch'io era pazzo, mettea pi forza per svilupparsi667 loro dalle mani e costoro tanto pi lo stringevano; di sorte che la brigata cominci a vedere questo tumulto ed ognun corse; e quanto pi il bon Cesare battea delle mani e piedi, ch gi cominciava entrare in collera, tanto pi gente sopragiungeva; e per la forza grande che esso metteva, estimavano fermamente che volesse saltar nel fiume, e per questo lo stringevan pi; di modo che una gran brigata d'omini lo portarono di peso all'osteria, tutto scarmigliato e senza berretta, pallido dalla collera e dalla vergogna; ch non gli valse mai cosa che dicesse, tra perch quei Franzesi non lo intendevano, tra perch io ancor conducendogli all'osteria sempre andava dolendomi della disavventura del poveretto, che fosse cos impazzito.


LXXXIX.

Or, come avemo detto, delle burle si poria parlar largamente; ma basti il replicare che i lochi onde si cavano sono i medesimi delle facezie. Degli esempi poi n'avemo infiniti, ch ogni d ne veggiamo; e tra gli altri, molti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccaccio, come quelle che faceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simone, e molte altre di donne, che veramente sono ingeniose e belle. Molti omini piacevoli di questa sorte ricordomi ancor aver conosciuti a'mei d, e tra gli altri in Padoa uno scolar siciliano, chiamato Ponzio668; il qual vedendo una volta un contadino che aveva un paro di grossi caponi, fingendo volergli comperare fece mercato con esso e disse che andasse a casa seco, ch, oltre al prezzo, gli darebbe da far colazione; e cos lo condusse in parte dove era un campanile, il quale  diviso dalla chiesa, tanto che andar vi si po d'intorno; e proprio ad una delle quattro facce del campanile rispondeva una stradetta piccola. Quivi Ponzio, avendo prima pensato ci che far intendeva, disse al contadino: "Io ho giocato questi caponi con un mio compagno, il qual dice che questa torre circunda ben quaranta piedi669, ed io dico di no; e a punto allora quand'io ti trovai aveva comperato questo spago per misurarla; per, prima che andiamo a casa, voglio chiarirmi chi di noi abbia vinto"; e cos dicendo trassesi dalla manica quel spago e diello da un capo in mano al contadino e disse: "Da'qua"; e tolse i caponi e prese il spago dall'altro capo; e, come misurar volesse, cominci a circundar670 la torre avendo prima fatto affermar671 il contadino, e tener il spago dalla parte che era opposta a quella faccia che rispondeva nella stradetta; alla quale come esso fu giunto, cos ficc un chiodo nel muro, a cui annod il spago; e lasciatolo in tal modo, cheto cheto se n'and per quella stradetta coi caponi. Il contadino per bon spazio stette fermo, aspettando pur che colui finisse di misurare; in ultimo, poi che pi volte ebbe detto: "Che fate voi tanto?", volse vedere, e trov che quello che tenea lo spago non era Ponzio, ma era un chiodo fitto nel muro, il qual solo gli rest per pagamento dei caponi. Di questa sorte fece Ponzio infinite burle. Molti altri sono ancora stati omini piacevoli di tal manera, come il Gonella672, il Meliolo673 in que'tempi, ed ora il nostro frate Mariano e frate Serafino qui, e molti che tutti conoscete. Ed in vero questo modo  lodevole in omini che non facciano altra professione; ma le burle del cortegiano par che si debbano allontanar un poco pi dalla scurilit. Deesi ancora guardar che le burle non passino alla barraria674 come vedemo molti mali omini che vanno per lo mondo con diverse astuzie per guadagnar denari, fingendo or una cosa ed or un'altra; e che non siano anco troppo acerbe675, e sopra tutto aver rispetto e riverenzia, cos in questo come in tutte l'altre cose, alle donne, e massimamente dove intervenga offesa della onest -.


XC.

Allora il signor Gasparo, - Per certo, - disse, - messer Bernardo, voi ste pur troppo parziale a queste donne. E per ch volete voi che pi rispetto abbiano gli omini alle donne, che le donne agli omini? Non dee a noi forse esser tanto caro l'onor nostro, quanto ad esse il loro? A voi pare adunque che le donne debban pungere e con parole e con beffe gli omini in ogni cosa senza riservo alcuno, e gli omini se ne stiano muti e le ringrazino da vantaggio676? - Rispose allor messer Bernardo: - Non dico io che le donne non debbano aver nelle facezie e nelle burle quei respetti agli omini che avemo gi detti; dico ben che esse possono con pi licenzia morder gli omini di poca onest, che non possono gli omini mordere esse; e questo perch noi stessi avemo fatta una legge, che in noi non sia vicio n mancamento n infamia alcuna la vita dissoluta e nelle donne sia tanto estremo obbrobrio e vergogna, che quella di chi una volta si parla male, o falsa o vera che sia la calunnia che se le d, sia per sempre vituperata. Per essendo il parlar dell'onest delle donne tanto pericolosa cosa d'offenderle gravemente, dico che dovemo morderle in altro ed astenerci da questo; perch pungendo la facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che gi avemo detto convenirsi a gentilomo -.


XCI.

Quivi, facendo un poco di pausa messer Bernardo, disse il signor Ottavian Fregoso ridendo: - Il signor Gaspar potrebbe rispondervi che questa legge, che voi allegate che noi stessi avemo fatta, non  forse cos fuor di ragione come a voi pare; perch essendo le donne animali imperfettissimi e di poca o niuna dignit a rispetto degli omini, bisognava, poich da s non erano capaci di far atto alcun virtuoso, che con la vergogna e timor d'infamia si ponesse loro un freno, che quasi per forza in esse introducesse qualche bona qualit; e parve che pi necessaria loro fosse la continenzia che alcuna altra, per aver certezza dei figlioli677; onde  stato forza con tutti gl'ingegni ed arti e vie possibili far le donne continenti, e quasi conceder loro che in tutte l'altre cose siano di poco valore, e che sempre facdano il contrario di ci che devriano. Per essendo lor licito far tutti gli altri errori senza biasimo, se noi le vorremo mordere di quei diffetti i quali, come avemo detto, tutti ad esse sono conceduti e per a loro non sono disconvenienti, n esse se ne curano, non moveremo mai il riso; perch gi voi avete detto che 'l riso si move con alcune cose che son disconvenienti -.


XCII.

Allor la signora Duchessa, - In questo modo, - disse, signor Ottaviano, parlate delle donne; e poi vi dolete che esse non v'amino? - Di questo non mi dolgo io, - rispose il signor Ottaviano, - anzi le ringrazio, poich con lo amarmi non m'obligano ad amar loro; n parlo di mia opinione, ma dico che 'l signor Gasparo potrebbe allegar queste ragioni -. Disse messer Bernardo: - Gran guadagno in vero fariano le donne se potessero riconciliarsi con dui suoi tanto gran nemici, quanto siete voi e 'l signor Gasparo. - Io non son lor nemico, - rispose il signor Gasparo, - ma voi ste ben nemico degli omini; ch se pur volete che le donne non siano mordute circa questa onest, dovreste mettere una legge ad esse ancor, che non mordessero gli omini in quello che a noi cosi  vergogna, come alle donne la incontinenzia. E perch non fu cos conveniente ad Alonso Cariglio la risposta che diede alla signora Boadiglia della speranza che avea di campar la vita, perch essa lo pigliasse per marito, come a lei la proposta che ognun che lo conoscea pensava che 'l Re lo avesse da far impiccare? E perch non fu cos licito a Riciardo Minutoli gabbar la moglie di Filippello e farla venir a quel bagno, come a Beatrice far uscire del letto Egano suo marito e fargli dare delle bastonate da Anichino, poi che un gran pezzo con lui giacciuta si fu? E quell'altra che si leg lo spago al dito del piede e fece credere al marito proprio non esser dessa? Poich voi dite che quelle burle di donne nel Giovan Boccaccio678 son cos ingeniose e belle -.


XCIII.

Allora messer Bernardo ridendo, - Signori, - disse, essendo stato la parte mia solamente disputar delle facezie, io non intendo passar quel termine; e gi penso aver detto perch a me non paia conveniente morder le donne n in detti n in fatti circa l'onest, e ancor ad esse aver posto regula, che non pungan gli omini dove lor dole. Dico ben che delle burle e motti che voi, signor Gasparo, allegate, quello che disse Alonso alla signora Boadiglia, avvegna che tocchi un poco la onest, non mi dispiace, perch  tirato assai da lontano ed  tanto occulto che si po intendere simplicemente, di modo che esso potea dissimularlo ed affermare non l'aver detto a quel fine. Un altro ne disse al parer mio disconveniente molto; e questo fu, che passando la Regina davanti la casa pur della signora Boadiglia, vide Alonso la porta tutta dipinta con carboni di quegli animali disonesti che si dipingono per l'osterie in tante forme679; ed accostatosi alla Contessa di Castagneto, disse: "Eccovi, Signora, le teste delle fiere che ogni giorno ammazza la signora Boadiglia alla caccia". Vedete che questo, avvegna che sia ingeniosa metafora, e ben tolta dai cacciatori, che hanno per gloria aver attaccate alle lor porte molte teste di fiere, pur  scurile e vergognoso; oltra che non fu risposta, ch il rispondere ha molto pi del cortese, perch par che l'omo sia provocato; e forza  che sia all'improviso. Ma tornando a proposito delle burle delle donne, non dico io che faccian bene ad ingannare i mariti, ma dico che alcuni di quegli inganni che recita680 Giovan Boccaccio delle donne son belli ed ingeniosi assai, e massimamente quelli che voi proprio avete detti. Ma, secondo me, la burla di Riciardo Minutoli passa il termine ed  pi acerba assai che quella di Beatrice, ch molto pi tolse Riciardo Minutoli alla moglie di Filippello, che non tolse Beatrice ad Egano suo marito; perch Riciardo con quello inganno sforz colei e fecela far di se stessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingann suo marito per far essa di se stessa quello che le piaceva -.


XCIV.

Allor il signor Gasparo, - Per niuna altra causa, - disse, si po escusar Beatrice eccetto che per amore; il che si deve cos ammettere negli omini, come nelle donne -. Allora messer Bernardo, - In vero, - rispose, - grande escusazione d'ogni fallo portan seco le passioni d'amore; nientedimeno io per me giudico che un gentilomo di valore il quale ami, debba, cos in questo come in tutte l'altre cose, esser sincero e veridico; e se  vero che sia vilt e mancamento tanto abominevole l'esser traditore ancora contra un nemico, considerate quanto pi si deve estimar grave tal errore contra persona che s'ami; ed io credo che ogni gentil innamorato tolleri tante fatiche, tante vigilie681, si sottoponga a tanti pericoli, sparga tante lacrime, usi tanti modi e vie di compiacere l'amata donna, non per acquistarne principalmente il corpo, ma per vincer la rcca di quell'animo, spezzare quei durissimi diamanti, scaldar que'freddi ghiacci, che spesso ne'delicati petti stanno di queste donne; e questo credo sia il vero e sodo piacere e 'l fine dove tende la intenzione d'un nobil core; e certo io per me amerei meglio, essendo innamorato, conoscer chiaramente che quella a cui io servissi mi redamasse682 di core e m'avesse donato l'animo, senza averne mai altra satisfazione, che goderla ed averne ogni copia contra sua voglia; ch in tal caso a me pareria esser patrone d'un corpo morto. Per quelli che consegueno e suoi desidri per mezzo di queste burle, che forse pi tosto tradimenti che burle chiamar si poriano, fanno ingiuria ad altri; n con tutto ci han quella satisfazione che in amor desiderar si deve, possedendo il corpo senza la volunt. Il medesimo dico d'alcun'altri, che in amore usano incantesini, malie e talor forza, talor sonniferi e simili cose; e sappiate che li doni ancora molto diminuiscono i piaceri d'amore, perch l'omo po star in dubbio di non essere amato, ma che quella donna faccia dimostrazion d'amarlo per trarne utilit683. Per vedete gli amori di gran donne essere estimati, perch par che non possano proceder d'altra causa che da proprio e vero amore, n si dee credere che una gran signora mai dimostri amare un suo minore, se non l'ama veramente -.


XCV.

Allor il signor Gaspar, - Io non nego, - rispose, - che la intenzione, le fatiche e i periculi degli innamorati non debbano aver principalmente il fin suo indrizzato alla vittoria dell'animo pi che del corpo della donna amata; ma dico che questi inganni, che voi negli omini chiamate tradimenti e nelle donne burle, son ottimi mezzi per giungere a questo fine, perch sempre chi possede il corpo delle donne  ancora signor dell'animo; e se ben vi ricorda, la moglie di Filippello, dopo tanto ramarico per lo inganno fattoli da Riciardo, conoscendo quanto pi saporiti fossero i basci684 dell'amante che que'del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Riciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l'am. Eccovi che quello che non avea potuto far il sollicito frequentare, i doni e tant'altri segni cos lungamente dimostrati, in poco d'ora fece lo star con lei. Or vedete che pur questa burla, o tradimento, come vogliate dire, fu bona via per acquistar la rcca di quell'animo -. Allora messer Bernardo, - Voi, - disse, - fate un presuposto falsissimo, ch se le donne dessero sempre l'animo a chi lor tiene il corpo, non se ne trovaria alcuna che non amasse il marito pi che altra persona del mondo; il che si vede in contrario. Ma Giovan Boccaccio era, come ste ancor voi, a gran torto nemico delle donne685 -.


XCVI.

Rispose il signor Gaspar: - Io non son gi lor nemico; ma ben pochi omini di valor si trovano, che generalmente tengan conto alcuno di donne, se ben talor per qualche suo disegno mostrano il contrario -. Rispose allora messer Bernardo: - Voi non solamente fate ingiuria alle donne, ma ancor a tutti gli omini che l'hanno in riverenzia; nientedimeno io, come ho detto, non voglio per ora uscir del mio primo proposito delle burle ed entrar in impresa cos difficile, come sarebbe il diffender le donne contra voi, che ste grandissimo guerriero; per dar fine a questo mio ragionamento, il qual forse  stato molto pi lungo che non bisognava, ma certo men piacevole che voi non aspettavate. E poich'io veggio le donne starsi cos chete e supportar le ingiurie da voi cos pazientemente come fanno, estimar da mo innanzi esser vera una parte di quello che ha detto el signor Ottaviano, cio che esse non si curano che di lor sia detto male in ogni altra cosa, pur che non siano mordute di poca onest -. Allora una gran parte di quelle donne, ben per averle la signora Duchessa fatto cos cenno, si levarono in piedi e ridendo tutte corsero verso il signor Gasparo, come per dargli delle busse, e farne come le Baccanti d'Orfeo, tuttavia dicendo: - Ora vedrete, se ci curiamo che di noi si dica male -.


XCVII.

Cos, tra per le risa, tra per lo levarsi ognun in piedi, parve che 'l sonno, il quale omai occupava686 gli occhi e l'animo d'alcuni, si partisse; ma il signor Gasparo cominci a dire: - Eccovi che per non aver ragione voglion valersi della forza ed a questo modo finire il ragionamento, dandoci, come si sl dire, una licenzia braccesca687 -. Allor, - Non vi verr fatto, - rispose la signora Emilia; - ch, poich avete veduto messer Bernardo stanco del lungo ragionare, avete cominciato a dir tanto mal delle donne, con opinione di non aver chi vi contradica; ma noi metteremo in campo un cavalier pi fresco, che combatter con voi, acci che l'error vostro non sia cos lungamente impunito -. Cos rivoltandosi al Magnifico Iuliano, il qual fin allora poco parlato avea, disse: - Voi ste estimato protettor dell'onor delle donne; per adesso  tempo che dimostriate non aver acquistato questo nome falsamente; e se per lo addietro di tal professione avete mai avuto remunerazione alcuna, ora pensar dovete, reprimendo cos acerbo nemico nostro, d'obligarvi molto pi tutte le donne, e tanto che, avvegna che mai non si faccia altro che pagarvi, pur l'obligo debba sempre restar vivo, n mai si possa finir di pagare -.


XCVIII.

Allora il Magnifico Iuliano, - Signora mia, - rispose, parmi che voi facciate molto onore al vostro nemico e pochissimo al vostro diffensore; perch certo insin a qui niuna cosa ha detta il signor Gasparo contra le donne, che messer Bernardo non gli abbia ottimamente risposto; e credo che ognun di noi conosca che al cortegiano si convien aver grandissima riverenzia alle donne, e che chi  discreto e cortese non deve mai pungerle di poca onest, n scherzando n da dovero; per il disputar questa cos palese verit  quasi un metter dubbio nelle cose chiare. Parmi ben che 'l signor Ottaviano sia un poco uscito de'termini, dicendo che le donne sono animali imperfettissimi e non capaci di far atto alcuno virtuoso e di poca o niuna dignit a rispetto degli omini; e perch spesso si d fede a coloro che hanno molta autorit se ben non dicono cos compitamente il vero, ed ancor quando parlano da beffe, hassi il signor Gaspar lassato indur dalle parole del signor Ottaviano a dire che gli omini savi d'esse non tengon conto alcuno; il che  falsissimo; anzi, pochi omini di valore ho io mai conosciuti, che non amino ed osservino688 le donne; la virt delle quali, e conseguentemente la dignit, estimo io che non sia punto inferior a quella degli omini. Nientedimeno, se si avesse da venire a questa contenzione689, la causa delle donne averebbe grandissimo disfavore690; perch questi signori hanno formato un cortegiano tanto eccellente e con tante divine condizioni, che chi aver il pensiero a considerarlo tale, imaginer i meriti delle donne non poter aggiungere a quel termine691. Ma, se la cosa avesse da esser pari, bisognarebbe prima che un tanto ingenioso e tanto eloquente quanto sono il conte Ludovico e messer Federico, formasse una donna di palazzo692 con tutte le perfezioni appartenenti a donna, cos come essi hanno formato il cortegiano con le perfezioni appartenenti ad omo; ed allor se quel che diffendesse la lor causa fosse d'ingegno e d'eloquenzia mediocre, penso che, per esser aiutato dalla verit, dimostraria chiaramente che le donne son cos virtuose come gli omini -. Rispose la signora Emilia: - Anzi molto pi; e che cos sia, vedete che la virt  femina e 'l vicio maschio -.


XCIX.

Rise allor il signor Gasparo, e voltatosi a messer Nicol Frigio, - Che ne credete voi, Frigio? - disse. Rispose il Frigio: - Io ho compassione al signor Magnifico, il quale, ingannato dalle promesse e lusinghe della signora Emilia,  incorso in errore di dir quello di che io in suo servizio693 mi vergogno -. Rispose la signora Emilia pur ridendo: - Ben vi vergognarete voi di voi stesso quando vedrete il signor Gasparo, convinto, confessar il suo e 'l vostro errore e domandar quel perdono, che noi non gli vorremo concedere -. Allora la signora Duchessa: - Per esser l'ora molto tarda voglio, - disse, - che differiamo il tutto a domani; tanto pi perch mi par ben fatto pigliar il consiglio del signor Magnifico: cio che, prima che si venga a questa disputa, cos si formi una donna di palazzo con tutte le perfezioni, come hanno formato questi signori il perfetto cortegiano. - Signora, - disse allor la signora Emilia, - Dio voglia che noi non ci abbattiamo694 a dar questa impresa a qualche congiurato col signor Gasparo, che ci formi una cortegiana che non sappia far altro che la cucina e filare -. Disse il Frigio: - Ben  questo il suo proprio officio -. Allor la signora Duchessa, - Io voglio, - disse, - confidarmi del signor Magnifico, il qual, per esser di quello ingegno e giudicio che , son certa che imaginer quella perfezion maggiore che desiderar si po in donna ed esprimeralla ancor ben con le parole; e cos averemo che opporre alle false calunnie del signor Gasparo -.


C.

- Signora mia, - rispose il Magnifico, - io non so come bon consiglio sia il vostro impormi impresa di tanta importanzia, ch'io in vero non mi vi sento sufficiente; n sono io come il Conte e messer Federico, i quali con la eloquenzia sua hanno formato un cortegiano che mai non fu n forse po essere. Pur, se a voi piace ch'io abbia questo carico, sia almen con quei patti che hanno avuti quest'altri signori: cio che ognun possa dove gli parer contradirmi, ch'io questo estimar non contradizione, ma aiuto; e forse col correggere gli errori mei, scoprirassi quella perfezion della donna di palazzo, che si cerca. - Io spero, - rispose la signora Duchessa, - che 'l vostro ragionamento sar tale, che poco vi si potr contradire. S che mettete Pur l'animo a questo sol pensiero e formateci una tal donna, che questi nostri avversari si vergognino a dir ch'ella non sia pari di virt al cortegiano; del quale ben sar che messer Federico non ragioni pi, ch pur troppo695 l'ha adornato, avendogli massimamente da esser dato paragone d'una donna. - A me, Signora, - disse allor messer Federico, - ormai poco o niente avanza che dir sopra il cortegiano; e quello che pensato aveva, per le facezie di messer Bernardo m' uscito di mente. - Se cos , - disse la signora Duchessa, - dimani riducendoci insieme696 a bon'ora, aremo tempo di satisfar all'una cosa e l'altra -. E cos detto si levarono tutti in piedi; e presa riverentemente licenzia dalla signora Duchessa, ciascun si fu alla stanzia sua.



IL TERZO LIBRO DEL CORTEGIANO
DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE
A MESSER ALFONSO ARIOSTO

I.

Leggesi697 che Pitagora sottilissimamente e con bel modo trov la misura del corpo d'Ercule; e questo, che sapendosi quel spazio nel quale ogni cinque anni si celebravan i giochi Olimpici in Acaia presso Elide inanzi al tempio di Iove Olimpico esser stato misurato da Ercule, e fatto un stadio di seicento e vinticinque piedi, de'suoi proprii; e gli altri stadi, che per tutta Grecia dai posteri poi furono instituiti, esser medesimamente di seicento e vinticinque piedi, ma con tutto ci alquanto pi corti di quello, Pitagora facilmente conobbe a698 quella proporzion quanto il pi d'Ercule fosse stato maggior degli altri piedi umani; e cos, intesa la misura del piede, a quella comprese tutto 'l corpo d'Ercule tanto esser stato di grandezza superiore agli altri omini proporzionalmente, quanto quel stadio agli altri stadi. Voi adunque, messer Alfonso mio, per la medesima ragione, da questa piccol parte di tutto 'l corpo potete chiaramente conoscer quanto la corte d'Urbino fosse a tutte l'altre della Italia superiore, considerando quanto i giochi, li quali son ritrovati per recrear gli animi affaticati dalle facende pi ardue, fossero a quelli che s'usano nell'altre corti della Italia superiori. E se queste eran tali, imaginate qualin eran poi l'altre operazion virtuose, ov'eran gli animi intenti e totalmente dediti; e di questo io confidentemente699 ardisco di parlare con speranza d'esser creduto, non laudando cose tanto antiche che mi sia licito fingere700, e possendo approvar quant'io ragiono col testimonio de molti omini degni di fede che vivono ancora, e presenzialmente hanno veduto e conosciuto la vita e i costumi che in quella casa fiorirono un tempo; ed io mi tengo obligato, per quanto posso, di sforzarmi con ogni studio vendicar dalla mortal oblivione701 questa chiara memoria e scrivendo farla vivere negli animi dei posteri. Onde forse per l'avvenire non mancher chi per questo ancor porti invidia al secol nostro; ch non  alcun che legga le maravigliose cose degli antichi, che nell'animo suo non formi una certa maggior opinion di coloro di chi si scrive, che non pare che possano esprimer quei libri, avvegna che divinamente siano scritti. Cos noi desideramo che tutti quelli, nelle cui mani verr questa nostra fatica, se pur mai sar di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorose donne meriti esser veduta, presumano e per fermo tengano la corte d'Urbino esser stata molto pi eccellente ed ornata d'omini singulari, che noi non potemo scrivendo esprimere; e se in noi fosse tanta eloquenzia, quanto in essi era valore, non aremmo bisogno d'altro testimonio per far che alle parole nostre fosse da quelli che non l'hanno veduto dato piena fede.


II.

Essendosi adunque ridutta il seguente giorno all'ora consueta la compagnia al solito loco e postasi con silenzio a sedere, rivolse ognun gli occhi a messer Federico ed al Magnifico Iuliano, aspettando qual di lor desse principio a ragionare. Onde la signora Duchessa, essendo stata alquanto cheta, - Signor Magnifico, - disse, - ognun desidera veder questa vostra donna ben ornata; e se non ce la mostrate di tal modo che le sue bellezze tutte si veggano, estimaremo che ne siate geloso -. Rispose il Magnifico: - Signora, se io la tenessi per bella, la mostrarei senza altri ornamenti e di quel modo che volse veder Paris le tre dee702; ma se queste donne, che pur lo san fare, non m'aiutano ad acconciarla, io dubito che non solamente il signor Gasparo e 'l Frigio, ma tutti quest'altri signori aranno giusta causa di dirne male. Per, mentre che ella sta pur in qualche opinion di bellezza703, forse sar meglio tenerla occulta e veder quello che avanza a messer Federico a dir del cortegiano, che senza dubbio  molto pi bello che non po esser la mia donna. - Quello ch'io mi avea posto in animo, - rispose messer Federico, - non  tanto appertenente704 al cortegiano, che non si possa lassar senza danno alcuno; anzi  quasi diversa materia da quella che sin qui s' ragionata. - E che cosa  egli adunque? - disse la signora Duchessa. Rispose messer Federico: - io m'era deliberato, per quanto poteva, dichiarir le cause705 de queste compagnie ed ordini de cavalieri fatti da gran prncipi sotto diverse insegne, com' quel di San Michele nella casa di Francia; quel del Gartier706, che  sotto il nome di San Georgio, nella casa d'Inghilterra; il Toison d'oro in quella di Borgogna; ed in che modo si diano queste dignit e come se ne privino quelli che lo meritano; onde siano nate, chi ne sian stati gli autori ed a che fine l'abbiano instituite; perch pur nelle gran corti son questi cavalieri sempre onorati. Pensavo ancor, se 'l tempo mi fosse bastato, oltre alla diversit de'costumi che s'usano nelle corti de'prncipi cristiani nel servirgli, nel festeggiare e farsi vedere nei spettaculi publici, parlar medesimamente qualche cosa di quella del Gran Turco707, ma molto pi particularmente di quella del Sofi708 re di Persia; ch, avendo io inteso da mercatanti che lungamente son stati in quel paese, gli omini nobili di l esser molto valorosi e di gentil costumi ed usar nel conversar l'un con l'altro, nel servir donne, ed in tutte le sue azioni molta cortesia e molta discrezione e, quando occorre, nell'arme, nei giochi e nelle feste molta grandezza, molta liberalit e leggiadria, sonomi dilettato di saper quali siano in queste cose i modi di che essi pi s'apprezzano, in che consisteno le lor pompe ed attillature d'abiti e d'arme; in che siano da noi diversi ed in che conformi; che manera d'intertenimenti usino le lor donne, e con quanta modestia favoriscano chi le serve per amore. Ma invero non  ora conveniente entrar in questo ragionamento, essendovi massimamente altro che dire, e molto pi al nostro proposito che questo -.


III.

- Anzi, - disse il signor Gasparo, - e questo e molte altre cose son pi al proposito che 'l formar questa donna di palazzo, atteso che709 le medesime regule che son date per lo cortegiano, servono ancor alla donna; perch cos deve ella aver rispetto ai tempi e lochi ed osservar, per quanto comporta la sua imbecillit710, tutti quegli altri modi di che tanto s' ragionato, come il cortegiano. E per in loco di questo non sarebbe forse stato male insegnar qualche particularit di quelle che appartengono al servizio della persona del principe, ch pur al cortegian si convien saperle ed aver grazia in farle; o veramente dir del modo che s'abbia a tener negli esercizi del corpo e come cavalcare, maneggiar l'arme, lottare ed in che consiste la difficult di queste operazioni -. Disse allor la signora Duchessa ridendo: - I signori non si servono alla persona di cos eccellente cortegiano711, come  questo: gli esercizi poi del corpo e forze e destrezze della persona lassaremo che messer Pietro Monte nostro abbia cura d'insegnar, quando gli parer tempo pi commodo; perch ora il Magnifico non ha da parlar d'altro che di questa donna della qual parmi che voi gi cominciate aver paura, e per vorreste farci uscir di proposito -. Rispose il Frigio: - Certo  che impertinente712 e for di proposito  ora il parlar di donne, restando massimamente ancora che dire del cortegiano, perch non si devria mescolar una cosa con l'altra. - Voi ste in grande errore, - rispose messer Cesare Gonzaga; - perch come corte alcuna, per grande che ella sia, non po aver ornamento o splendore in s, n allegria senza donne, n cortegiano alcun essere aggraziato, piacevole o ardito, n far mai opera leggiadra di cavalleria, se non mosso dalla pratica e dall'amore e piacer di donne, cos ancora il ragionar del cortegiano  sempre imperfettissimo, se le donne, interponendovisi, non dnno lor parte di quella grazia, con la quale fanno perfetta ed adornano la cortegiania -. Rise il signor Ottaviano e disse: Eccovi un poco di quell'esca che fa impazzir gli omini -.


IV.

Allor il signor Magnifico, voltatosi alla signora Duchessa, - Signora, - disse, - poich pur cos a voi piace, io dir quello che m'occorre, ma con grandissimo dubbio di non satisfare; e certo molto minor fatica mi saria formar una signora che meritasse esser regina del mondo, che una perfetta cortegiana, perch di questa non so io da chi pigliarne lo esempio; ma della regina non mi bisogneria andar troppo lontano e solamente basteriami imaginar le divine condizioni d'una Signora ch'io conosco e, quelle contemplando, indrizzar tutti i pensier mei ad esprimer chiaramente con le parole quello che molti veggon con gli occhi; e quando altro non potessi, lei nominando solamente arei satisfatto all'obligo mio -. Disse allora la signora Duchessa: - Non uscite dei termini, signor Magnifico, ma attendete all'ordine dato e formate la donna di palazzo, acci che questa cos nobil signora abbia chi possa degnamente servirla -. Seguit il Magnifico: - Io adunque, Signora, acci che si vegga che i comandamenti vostri possono indurmi a provar di far quello ancora ch'io non so fare, dir di questa donna eccellente come io la vorrei; e formata ch'io l'aver a modo mio, non potendo poi averne altra, terrolla come mia a guisa di Pigmalione713. E perch il signor Gaspar ha detto che le medesime regule che son date per lo cortegiano serveno ancor alla donna, io son di diversa opinione; ch, bench alcune qualit siano communi e cos necessarie all'omo come alla donna, sono poi alcun'altre che pi si convengono alla donna che all'omo, ed alcune convenienti all'omo dalle quali essa deve in tutto esser aliena. Il medesimo dico degli esercizi del corpo; ma sopra tutto parmi che nei modi, maniere, parole, gesti e portamenti suoi, debba la donna essere molto dissimile dall'omo; perch come ad esso conviene mostrar una certa virilit soda e ferma, cos alla donna sta ben aver una tenerezza molle e delicata, con maniera in ogni suo movimento di dolcezza feminile, che nell'andar e stare e dir ci che si voglia sempre la faccia parer donna, senza similitudine alcuna d'omo714. Aggiungendo adunque questa avvertenzia alle regule che questi signori hanno insegnato al cortegiano, penso ben che di molte di quelle ella debba potersi servire ed ornarsi d'ottime condizioni, come dice il signor Gaspar; perch molte virt dell'animo estimo io che siano alla donna necessarie cos come all'omo; medesimamente la nobilit, il fuggire l'affettazione, l'esser aggraziata da natura715 in tutte l'operazion sue, l'esser di boni costumi, ingeniosa, prudente, non superba, non invidiosa, non maldica, non vana, non contenziosa, non inetta, sapersi guadagnar e conservar la grazia della sua signora e de tutti gli altri, far bene ed aggraziatamente gli esercizi che si convengono alle donne. Parmi ben che in lei sia poi pi necessaria la bellezza che nel cortegiano, perch in vero molto manca a quella donna a cui manca la bellezza. Deve ancor esser pi circunspetta716 ed aver pi riguardo di non dar occasion che di s si dica male, e far di modo che non solamente non sia macchiata di colpa, ma n anco di suspizione, perch la donna non ha tante vie da diffendersi dalle false calunnie, come ha l'omo. Ma perch il conte Ludovico ha esplicato molto minutamente la principal profession del cortegiano ed ha voluto ch'ella sia quella dell'arme, parmi ancora conveniente dir, secondo il mio giudicio, qual sia quella della donna di palazzo; alla qual cosa quando io aver satisfatto, pensaromi d'esser uscito della maggior parte del mio debito.


V.

Lassando adunque quelle virt dell'animo che le hanno da esser communi col cortegiano, come la prudenzia, la magnanimit, la continenzia717 e molte altre; e medesimamente quelle condizioni che si convengono a tutte le donne, come l'esser bona e discreta, il saper governar le facult718 del marito e la casa sua e i figlioli quando  maritata, e tutte quelle parti che si richieggono ad una bona madre di famiglia, dico che a quella che vive in corte parmi convenirsi sopra ogni altra cosa una certa affabi1it piacevole, per la quale sappia gentilmente intertenere ogni sorte d'omo con ragionamenti grati ed onesti, ed accommodati al tempo e loco ed alla qualit di quella persona con cui parler, accompagnando coi costumi placidi e modesti e con quella onest che sempre ha da componer719 tutte le sue azioni una pronta vivacit d'ingegno, donde720 si mostri aliena da ogni grosseria; ma con tal maniera di bont, che si faccia estimar non men pudica, prudente ed umana, che piacevole, arguta e discreta; e per le bisogna tener una certa mediocrit721 difficile e quasi composta di cose contrarie, e giunger a certi termini a punto, ma non passargli. Non deve adunque questa donna, per volersi far estimar bona ed onesta, esser tanto ritrosa e mostrar tanto d'aborrire e le compagnie e i ragionamenti ancor un poco lascivi, che ritrovandovisi se ne levi; perch facilmente si poria pensar ch'ella fingesse d'esser tanto austera per nascondere di s quello ch'ella dubitasse che altri potesse risapere; e i costumi cos selvatichi722 son sempre odiosi. Non deve tampoco, per mostrar d'esser libera e piacevole, dir parole disoneste, n usar una certa domestichezza intemperata e senza freno e modi da far creder di s quello che forse non ; ma ritrovandosi a tai ragionamenti, deve ascoltargli con un poco di rossore e vergogna. Medesimamente fuggir un errore, nel quale io ho veduto incorrer molte; che  il dire ed ascoltare volentieri chi dice mal d'altre donne; perch quelle che, udendo narrare modi disonesti d'altre donne, se ne turbano e mostrano non credere, ed estimar quasi un mostro723 che una donna sia impudica, dnno argumento724 che, parendo lor quel diffetto tanto enorme, esse non lo commettano; ma quelle che van sempre investigando gli amori dell'altre e gli narrano cos minutamente e con tanta festa, par che lor n'abbiano invidia e che desiderino che ognun lo sappia, acci che il medesimo ad esse non sia ascritto per errore; e cos vengon in certi risi, con certi modi, che fanno testimonio che allor senton sommo piacere. E di qui nasce che gli omini, bench paia che le ascoltino voluntieri, per lo pi delle volte le tengono in mala opinione ed hanno lor pochissimo riguardo, e par loro che da esse con que'modi siano invitati a passar pi avanti, e spesso poi scorrono a termini che dn loro meritamente infamia ed in ultimo le estimano cos poco, che non curano il lor commercio, anzi le hanno in fastidio; e, per contrario, non  omo tanto procace ed insolente, che non abbia riverenzia a quelle che sono estimate bone ed oneste; perch quella gravit temperata di sapere e bont  quasi un scudo contra la insolenzia e bestialit dei prosuntuosi; onde si vede che una parola, un riso, un atto di benivolenzia, per minimo ch'egli sia, d'una donna onesta,  pi apprezzato da ognuno, che tutte le demostrazioni e carezze di quelle che cos senza riservo mostran poca vergogna; e se non sono impudiche, con que'risi dissoluti, con la loquacit, insolenzia e tai costumi scurili fanno segno d'essere.


VI.

E perch le parole sotto le quali non  subietto725 di qualche importanzia son vane e puerili, bisogna che la donna di palazzo, oltre al giudicio726 di conoscere la qualit di colui con cui parla, per intertenerlo gentilmente, abbia notizia di molte cose; e sappia parlando elegger quelle che sono a proposito della condizion di colui con cui parla e sia cauta in non dir talor non volendo parole che lo offendano. Si guardi, laudando se stessa indiscretamente, o vero con l'esser troppo prolissa, non gli generar fastidio. Non vada mescolando nei ragionamenti piacevoli e da ridere cose di gravit, n meno nei gravi facezie e burle. Non mostri inettamente727 di saper quello che non sa, ma con modestia cerchi d'onorarsi di quello che sa, fuggendo, come s' detto, l'affettazione in ogni cosa. In questo modo sar ella ornata de boni costumi e gli esercizi del corpo convenienti a donna far con suprema grazia e i ragionamenti soi saranno copiosi e pieni di prudenzia, onest e piacevolezza; e cos sar essa non solamente amata, ma reverita da tutto 'l mondo e forse degna d'esser agguagliata a questo gran cortegiano, cos delle condizioni dell'animo come di quelle del corpo -.


VII.

Avendo insin qui detto, il Magnifico si tacque e stette sopra di s, quasi come avesse posto fine al suo ragionamento. Disse allor il signor Gasparo: - Voi avete veramente, signor Magnifico, molto adornata questa donna e fattola di eccellente condizione; nientedimeno parmi che vi siate tenuto assai al generale e nominato in lei alcune cose tanto grandi, che credo vi siate vergognato di chiarirle; e pi presto le avete desiderate, a guisa di quelli che bramano talor cose impossibili e sopranaturali, che insegnate. Per vorrei che ci dichiariste un poco meglio quai siano gli esercizi del corpo convenienti a donna di palazzo, e di che modo ella debba intertenere, e quai sian queste molte cose di che voi dite che le si conviene aver notizia; e se la prudenzia, la magnanimit, la continenzia e quelle molte altre virt che avete detto, intendete che abbiano ad aiutarla solamente circa il governo della casa, dei figlioli e della famiglia (il che per voi non volete che sia la sua prima professione), o veramente allo intertenere e far aggraziatamente questi esercizi del corpo; e per vostra f guardate a non mettere queste povere virt a cos vile officio, che abbiano da vergognarsene -. Rise il Magnifico e disse: - Pur non potete far, signor Gasparo, che non mostriate mal animo verso le donne; ma in vero a me pareva aver detto assai, e massimamente presso a tali auditori; ch non penso gi che sia alcun qui che non conosca che, circa gli esercizi del corpo, alla donna non si convien armeggiare, cavalcare, giocare alla palla, lottare e molte altre cose che si convengono agli omini -. Disse allora l'Unico Aretino: - Appresso gli antichi s'usava che le donne lottavano nude con gli omini; ma noi avemo perduta questa bona usanza insieme con molt'altre -. Suggiunse messer Cesare Gonzaga: - Ed io a'mei d ho veduto donne giocare alla palla, maneggiar l'arme, cavalcare, andar a caccia e far quasi tutti gli esercizi che possa fare un cavaliero -.


VIII.

Rispose il Magnifico: - Poich'io posso formar questa donna a modo mio, non solamente non voglio ch'ella usi questi esercizi virili cos robusti ed asperi, ma voglio che quegli ancora che son convenienti a donna faccia con riguardo, e con quella molle delicatura728 che avemo detto convenirsele; e per nel danzar non vorrei vederla usar movimenti troppo gagliardi e sforzati, n meno nel cantar o sonar quelle diminuzioni729 forti e replicate, che mostrano pi arte che dolcezza; medesimamente gli instrumenti di musica che ella usa, secondo me, debbono esser conformi a questa intenzione. Imaginatevi come disgraziata cosa saria veder una donna sonare tamburri, piffari o trombe, o altri tali instrumenti; e questo perch la loro asprezza nasconde e leva quella soave mansuetudine, che tanto adorna ogni atto che faccia la donna. Per quando ella viene a danzar o a far musica di che sorte si sia, deve indurvisi con lassarsene alquanto pregare e con una certa timidit, che mostri quella nobile vergogna730 che  contraria della impudenzia. Deve ancor accommodar gli abiti a questa intenzione e vestirsi di sorte, che non paia vana e leggera. Ma perch alle donne  licito e debito aver pi cura della bellezza che agli omini e diverse sorti sono di bellezza, deve questa donna aver iudicio di conoscer quai sono quegli abiti che le accrescon grazia e pi accommodati a quelli esercizi ch'ella intende di fare in quel punto, e di quelli servirsi; e conoscendo in s una bellezza vaga ed allegra, deve aiutarla coi movimenti, con le parole e con gli abiti, che tutti tendano allo allegro; cos come un'altra, che si senta aver maniera mansueta e grave, deve ancor accompagnarla con modi di quella sorte, per accrescer quello che  dono della natura. Cos, essendo un poco pi grassa o pi magra del ragionevole, o bianca o bruna, aiutarsi con gli abiti, ma dissimulatamente pi che sia possibile; e tenendosi delicata e polita, mostrar sempre di non mettervi studio o diligenzia alcuna.


IX.

E perch il signor Gasparo dimanda ancor quai siano queste molte cose di che ella deve aver notizia, e di che modo intertenere731, e se le virt deono servire a questo intertenimento, dico che voglio che ella abbia cognizion de ci che questi signori hanno voluto che sappia il cortegiano; e de quelli esercizi che avemo detto che a lei non si convengono, voglio che ella n'abbia almen quel giudicio che possono aver delle cose coloro che non le oprano; e questo per saper laudare ed apprezzar i cavalieri pi e meno, secondo i meriti. E per replicar in parte con poche parole quello che gi s' detto, voglio che questa donna abbia notizie di lettere, di musica, di pittura e sappia danzar e festeggiare; accompagnando con quella discreta modestia e col dar bona opinion di s ancora le altre avvertenze che son state insegnate al cortegiano. E cos sar nel conversare, nel ridere, nel giocare, nel motteggiare, in somma in ogni cosa graziatissima; ed intertener accommodatamente e con motti e facezie convenienti a lei ogni persona che le occorrer. E bench la continenzia, la magnanimit, la temperanzia, la fortezza d'animo, la prudenzia e le altre virt paia che non importino allo intertenere, io voglio che di tutte sia ornata, non tanto per lo intertenere, bench per ancor a questo possono servire, quanto per esser virtuosa ed acci che queste virt la faccian tale, che meriti esser onorata e che ogni sua operazion sia di quelle composta -.


X.

- Maravigliomi pur, - disse allora ridendo il signor Gaspar, - che poich date alle donne e le lettere e la continenzia e la magnanimit e la temperanzia, che non vogliate ancor che esse governino le citt e faccian le leggi e conducano gli eserciti; e gli omini si stiano in cucina o a filare -. Rispose il Magnifico, pur ridendo: - Forse che questo ancora non sarebbe male; - poi suggiunse: - Non sapete voi che Platone, il quale in vero non era molto amico delle donne, d loro la custodia della citt e tutti gli altri offici marziali d agli omini732? Non credete voi che molte se ne trovassero, che saprebbon cos ben governar le citt e gli eserciti, come si faccian gli omini? Ma io non ho lor dati questi offici, perch formo una donna di palazzo, non una regina. Conosco ben che voi vorreste tacitamente rinovar quella falsa calunnia, che ieri diede il signor Ottaviano alle donne: cio che siano animali imperfettissimi e non capaci di far atto alcun virtuoso, e di pochissimo valore e di niuna dignit a rispetto degli omini; ma in vero ed esso e voi sareste in grandissimo errore, se pensaste questo -.


XI.

Disse allora il signor Gaspar: - Io non voglio rinovar le cose gi dette, ma voi ben vorreste indurmi a dir qualche parola che offendesse l'animo di queste signore, per farmele nemiche, cos come voi col lusingarle falsamente volete guadagnar la loro grazia. Ma esse sono tanto discrete sopra le altre, che amano pi la verit, ancora che non sia tanto in suo favore, che le laudi false; n hanno a male, che altri dica che gli omini siano di maggior dignit, e confessaranno che voi avete detto gran miraculi ed attribuito alla donna di palazzo alcune impossibilit ridicule e tante virt, che Socrate e Catone e tutti i filosofi del mondo vi sono per niente733; ch, a dir pur il vero, maravigliomi che non abbiate avuto vergogna a passar i termini di tanto. Ch ben bastar vi dovea far questa donna di palazzo bella, discreta, onesta, affabile e che sapesse intertenere senza incorrere in infamia con danze, musiche, giochi, risi, motti e l'altre cose che ogni d vedemo che s'usano in corte; ma il volerle dar cognizion di tutte le cose del mondo ed attribuirle quelle virt che cos rare volte si son vedute negli omini, ancora nei seculi passati,  una cosa che n supportare n a pena ascoltare si po. Che le donne siano mo animali imperfetti e per conseguente di minor dignit che gli omini e non capaci di quelle virt che sono essi, non voglio io altrimenti affirmare, perch il valor di queste signore bastaria a farmi mentire; dico ben che omini sapientissimi734 hanno lassato scritto che la natura, perci che sempre intende e disegna far le cose pi perfette, se potesse, produria continuamente omini; e quando nasce una donna,  diffetto o error della natura e contra quello che essa vorrebbe fare. Come si vede ancor d'uno che nasce cieco, zoppo, o con qualche altro mancamento e negli arbori molti frutti che non maturano mai, cos la donna si po dire animal produtto a sorte e per caso; e che questo sia, vedete l'operazion735 dell'omo e della donna e da quelle pigliate argumento della perfezion dell'uno e dell'altro. Nientedimeno essendo questi diffetti delle donne colpa di natura che l'ha produtte tali, non devemo per questo odiarle, n mancar di aver loro quel rispetto che vi si conviene; ma estimarle da pi di quello che elle si siano, parmi error manifesto -.


XII.

Aspettava il Magnifico Iuliano che 'l signor Gasparo seguitasse pi oltre; ma vedendo che gi tacea, disse: - Della imperfezion delle donne parmi che abbiate addutto una freddissima736 ragione; alla quale, bench non si convenga forse ora entrar in queste suttilit, rispondo secondo il parere di chi sa e secondo la verit che la sustanzia in qualsivoglia cosa non po in s ricevere il pi o il meno737; ch, come niun sasso po esser pi perfettamente sasso che un altro quanto alla essenzia del sasso, n un legno pi perfettamente legno che l'altro, cos un omo non po essere pi perfettamente omo che l'altro, e conseguentemente non sar il maschio pi perfetto che la femina, quanto alla sustanzia sua formale, perch l'uno e l'altro si comprende sotto la specie dell'omo e quello in che l'uno dall'altro son differenti  cosa accidentale e non essenziale738. Se mi direte adunque che l'omo sia pi perfetto che la donna, se non quanto alla essenzia, almen quanto agli accidenti739, rispondo che questi accidenti bisogna che consistano o nel corpo o nell'animo; se nel corpo, per esser l'omo pi robusto, pi agile, pi leggero, o pi tollerante di fatiche, dico che questo  argumento di pochissima perfezione, perch tra gli omini medesimi quelli che hanno queste qualit pi che gli altri non son per quelle pi estimati; e nelle guerre, dove son la maggior parte delle opere laboriose e di forza, i pi gagliardi non son per i pi pregiati; se nell'animo, dico che tutte le cose che possono intender gli omini, le medesime possono intendere anche le donne; e dove penetra l'intelletto dell'uno, po penetrare eziandio quello dell'altra -.


XIII.

Quivi avendo il Magnifico Iuliano fatto un poco di pausa, suggiunse ridendo: - Non sapete voi che in filosofia si tiene questa proposizione, che quelli che sono molli di carne sono atti della mente? perci non  dubbio che le donne, per esser pi molli di carne, sono ancor pi atte della mente740 e de ingegno pi accommodato alle speculazioni che gli omini -. Poi seguit: - Ma lassando questo, perch voi diceste ch'io pigliassi argumento della perfezion dell'un e dell'altro dalle opere, dico, se voi considerate gli effetti della natura, trovarete ch'ella produce le donne tali come sono, non a caso, ma accommodate al fine necessario; ch, bench le faccia del corpo non gagliarde e di animo placido, con molte altre qualit contrarie a quelle degli omini, pur le condizioni dell'uno e dell'altro tendono ad un sol fine concernente alla medesima utilit. Ch secondo che per quella debole fievolezza le donne son men animose, per la medesima sono ancor poi pi caute; per le madri nutriscono i figlioli, i padri gli ammaestrano e con la fortezza acquistano di fori quello, che esse con la sedulit741 conservano in casa, che non  minor laude. Se considerarete poi l'istorie antiche (bench gli omini sempre siano stati parcissimi nello scrivere le laudi delle donne) e le moderne, trovarete che continuamente la virt  stata tra le donne cos come tra gli omini; e che ancor sonosi trovate di quelle che hanno mosso delle guerre e conseguitone gloriose vittorie; governato i regni con somma prudenzia e giustizia e fatto tutto quello che s'abbian fatto gli omini. Circa le scienzie, non vi ricorda aver letto di tante che hanno saputo filosofia? altre che sono state eccellentissime in poesia? altre che han trattato le cause ed accusato e diffeso inanti ai giudici eloquentissimamente? Dell'opere manuali saria lungo narrare, n di ci bisogna far testimonio. Se adunque nella sustanzia essenziale l'omo non  pi perfetto della donna, n meno negli accidenti (e di questo, oltre la ragione, veggonsi gli effetti), non so in che consista questa sua perfezione.


XIV.

E perch voi diceste che intento della natura  sempre di produr le cose pi perfette e per, s'ella potesse, sempre produria l'omo, e che il produr la donna  pi presto errore o diffetto della natura che intenzione, rispondo che questo totalmente si nega; n so come possiate dire che la natura non intenda produr le donne, senza le quali la specie umana conservar non si po, di che pi che d'ogni altra cosa  desiderosa essa natura. Perci col mezzo di questa compagnia di maschio e di femina produce i figlioli, i quali rendono i benefici ricevuti in puerizia ai padri gi vecchi, perch gli nutriscono, poi gli rinovano col generar essi ancor altri figlioli, dai quali aspettano in vecchiezza ricever quello, che essendo giovani ai padri hanno prestato; onde la natura, quasi tornando in circulo, adempie la eternit742 ed in tal modo dona la immortalit ai mortali743. Essendo adunque a questo tanto necessaria la donna quanto l'omo, non vedo per qual causa l'una sia fatta a caso pi che l'altro.  ben vero che la natura intende sempre produr le cose pi perfette e per intende produr l'omo in specie sua744, ma non pi maschio che femina; anzi, se sempre producesse maschio, faria una imperfezione; perch come del corpo e dell'anima risulta un composito pi nobile che le sue parti, che  l'omo, cos della compagnia di maschio e di femina risulta un composito conservativo della specie umaria, senza il quale le parti si destruiriano745. E per maschio e femina da natura son sempre insieme, n po esser l'un senza l'altro; cos quello non si dee chiamar maschio che non ha la femina, secondo la diffinizione dell'uno e dell'altro; n femina quella che non ha maschio. E perch un sesso solo dimostra imperfezione, attribuiscono gli antichi teologi l'uno e l'altro a Dio: onde Orfeo746 disse che Iove era maschio e femina; e leggesi nella Sacra Scrittura che Dio form gli omini maschio e femina a sua similitudine, e spesso i poeti, parlando dei di, confondono il sesso -.

XV.

Allora il signor Gasparo, - Io non vorrei, - disse, - che noi entrassimo in tali suttilit, perch queste donne non c'intenderanno; e bench io vi risponda con ottime ragioni, esse crederanno, o almen mostraranno di credere, ch'io abbia il torto, e sbito daranno la sentenzia a suo modo. Pur, poich noi vi siamo entrati, dir questo solo che, come sapete essere opinion d'omini sapientissimi, l'omo s'assimiglia alla forma, la donna alla materia; e per, cos come la forma  pi perfetta che la materia, anzi le d l'essere, cos l'omo  pi perfetto assai che la donna. E ricordomi aver gi udito che un gran filosofo in certi suoi Problemi747 dice: "Onde  che naturalmente la donna ama sempre quell'omo che  stato il primo a ricever da lei amorosi piaceri? e per contrario l'omo ha in odio quella donna che  stata la prima a congiungersi in tal modo con lui?" e suggiungendo748 la causa afferma, questo essere perch in tal atto la donna riceve dall'omo perfezione e l'omo dalla donna imperfezione; e per ognun ama naturalmente quella cosa che lo fa perfetto ed odia quella che lo fa imperfetto. Ed oltre a ci grande argumento della perfezion dell'omo e della imperfezion della donna  che universalmente ogni donna desidera esser omo, per un certo instinto di natura, che le insegna desiderar la sua perfezione -.


XVI.

Rispose sbito il Magnifico Iuliano: - Le meschine non desiderano l'esser omo per farsi pi perfette, ma per aver libert e fuggir quel dominio che gli omini si hanno vendicato749 sopra esse per sua propria autorit. E la similitudine che voi date della materia e forma non si conf in ogni cosa; perch non cos  fatta perfetta la donna dall'omo, come la materia dalla forma; perch la materia riceve l'essere dalla forma e senza essa star non po, anzi quanto pi di materia hanno le forme, tanto pi hanno d'imperfezione, e separate da essa son perfettissime; ma la donna non riceve lo essere dall'omo, anzi cos come essa  fatta perfetta da lui, essa ancor fa perfetto lui; onde l'una e l'altro insieme vengono a generare, la qual cosa far non possono alcun di loro per se stessi. La causa poi dell'amor perpetuo della donna verso 'l primo con cui sia stata e dell'odio dell'omo verso la prima donna, non dar io gi a quello che d il vostro filosofo ne'suoi Problemi, ma alla fermezza e stabilit della donna ed alla instabilit dell'omo; n senza ragion naturale, perch essendo il maschio calido, naturalmente da quella qualit piglia la leggerezza, il moto e la instabilit; e, per contrario, la donna dalla frigidit, la quiete e gravit ferma e pi fisse impressioni -.


XVII.

Allora la signora Emilia rivolta al signor Magnifico, - Per amor di Dio, - disse, - uscite una volta di queste vostre "materie" e "forme" e maschi e femine e parlate di modo che siate inteso; perch noi avemo udito e molto ben inteso il male che di noi ha detto el signor Ottaviano e 'l signor Gasparo, ma or non intendemo gi in che modo voi ci diffendiate; per questo mi par un uscir di proposito e lassar nell'animo d'ognuno quella mala impressione, che di noi hanno data questi nostri nemici. - Non ci date questo nome, Signora, - rispose il signor Gaspar, - ch pi presto si conviene al signor Magnifico, il qual col dar laudi false alle donne, mostra che per esse non ne sian di vere -. Suggiunse il Magnifico Iuliano: - Non dubitate, Signora, che al tutto si risponder; ma io non voglio dir villania agli omini cos senza ragione, come hanno fatto essi alle donne; e se per sorte qui fusse alcuno che scrivesse i nostri ragionamenti, non vorrei che poi in loco dove fossero intese queste "materie" e "forme"750, si vedessero senza risposta gli argomenti e le ragioni che 'l signor Gaspar contra di voi adduce. - Non so, signor Magnifico, - disse allora il signor Gasparo, - come in questo negar potrete che l'omo per le qualit naturali non sia pi perfetto che la donna, la quale  frigida di sua complessione, e l'omo calido; e molto pi nobile e pi perfetto  il caldo che 'l freddo, per essere attivo e produttivo; e, come sapete, i cieli qua gi tra noi infondono il caldo solamente e non il freddo, il quale non entra nelle opere della natura; e per lo esser le donne frigide di complessione credo che sia causa della vilt e timidit loro.


XVIII.

- Ancor volete, - rispose il Magnifico Iuliano, - pur entrare nelle sottilit; ma vederete che ogni volta peggio ve n'avverr: e che cos sia, udite. Io vi confesso751 che la calidit in s  pi perfetta che la frigidit; ma questo non sguita nelle752 cose miste e composite perch, se cos fusse, quel corpo che pi caldo fusse, quel saria pi perfetto; il che  falso, perch i corpi temperati sono perfettissimi. Dicovi ancora che la donna  di complession frigida in comparazion dell'omo, il quale per troppo caldo  distante dal temperamento; ma, quanto in s,  temperata, o almen pi propinqua al temperamento che non  l'omo, perch ha in s quell'umido proporzionato al calor naturale che nell'uomo per la troppa siccit pi presto se risolve753 e si consuma. Ha ancor una tal frigidit che resiste e conforta il calor naturale e lo fa pi vicino al temperamento; e nell'omo il superfluo caldo presto riduce il calor naturale all'ultimo grado, il quale, mancandoli il nutrimento754, pur si risolve; e per, perch gli omini nel generar si diseccano pi che le donne, spesso interviene che son meno vivaci755 che esse; onde questa perfezione ancor si po attribuire alle donne che, vivendo pi lungamente che gli omini, eseguiscono pi quello che  intento della natura, che gli omini. Del calore che infundono i cieli sopra noi non si parla ora, perch  equivoco756 a quello di che ragioniamo; ch essendo conservativo di tutte le cose che son sotto 'l globo della luna, cos calde come fredde, non po esser contrario al freddo. Ma la timidit nelle donne, avvegna che dimostri qualche imperfezione, nasce per da laudabil causa, che  la sottilit e prontezza dei spiriti757, i quali rappresentano tosto le specie allo intelletto758 e per si perturbano facilmente per le cose estrinseche. Vederete ben molte volte alcuni, che non hanno paura n di morte n d'altro, n con tutto ci si possono chiamare arditi, perch non conoscono il periculo e vanno come insensati dove vedeno la strada e non pensano pi; e questo procede da una certa grossezza di spiriti ottusi; per non si po dire che un pazzo sia animoso, ma la vera magnanimit viene da una propria deliberazione e determinata volunt di far cos e da estimare pi l'onore e 'l debito che tutti i pericoli del mondo759; e bench si conosca la morte manifesta760, esser di core e d'animo tanto saldo, che i sentimenti non restino impediti n si spaventino, ma faccian l'officio loro circa il discorrere e pensare, cos come se fossero quietissimi. Di questa sorte avemo veduto ed inteso esser molti grandi omini; medesimamente molte donne, le quali e negli antichi seculi e nei presenti hanno mostrato grandezza d'animo e fatto al mondo effetti761 degni d'infinita laude, non men che s'abbian fatto gli omini -.


XIX.

Allor il Frigio, - Quelli effetti, - disse, - cominciarono quando la prima donna errando fece altrui errar contra Dio e per eredit lass all'umana generazion la morte, gli affanni e i dolori e tutte le miserie e calamit, che oggid al mondo si sentono -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Poich nella sacrestia ancor vi giova d'entrare762, non sapete voi che quello error medesimamente fu corretto da una Donna, che ci apport molto maggior utilit che quella non v'avea fatto danno, di modo che la colpa che fu pagata con tai meriti si chiama felicissima? Ma io non voglio or dirvi quanto di dignit tutte le creature umane siano inferiori alla Vergine Nostra Signora, per non mescolar le cose divine in questi nostri folli763 ragionamenti; n raccontar quante donne con infinita constanzia s'abbiano lassato crudelmente ammazzare dai tiranni per lo nome di Cristo, n quelle che con scienzia disputando hanno confuso tanti idolatri: e se mi diceste che questo era miracolo e grazia dello Spirito Santo, dico che niuna virt merita pi laude, che quella che  approvata per testimonio de Dio. Molte altre ancor, delle quali tanto non si ragiona, da voi stesso potete vedere, massimamente legendo san Ieronimo, che alcune de'suoi tempi celebra con tante maravigliose laudi, che ben poriano bastar a qualsivoglia santissimo omo.


XX.

Pensate poi quante altre ci sono state delle quali non si fa menzione alcuna, perch le meschine stanno chiuse senza quella pomposa superbia di cercare appresso il vulgo nome di santit, come fanno oggid molt'omini ippocriti maledetti764, i quali, scordati765 o pi presto facendo poco caso della dottrina di Cristo, che vole che quando l'om digiuna se unga la faccia perch non paia che degiuni e comanda che le orazioni, le elemosine e l'altre bone opere si facciano non in piazza, n in sinagoge, ma in secreto766, tanto che la man sinistra non sappia della destra, affermano non esser maggior bene al mondo che 'l dar bon esempio; e cos, col collo torto e gli occhi bassi, spargendo fama di non voler parlare a donne, n mangiar altro che erbe crude, affumati767 con le toniche squarciate, gbbano i semplici; che non si guardan poi da falsar testamenti, mettere inimicizie mortali tra marito e moglie e talor veneno, usar malie, incanti ed ogni sorte de ribalderia; e poi allegano una certa autorit di suo capo che dice "Si non caste, tamen caute768"; e par loro con questa medicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non  ben cauto che tutti i peccati, per gravi che siano, facilmente perdona Idio, purch stiano secreti e non ne nasca il mal esempio. Cos, con un velo di santit e con questa secretezza, spesso tutti i lor pensieri volgono a contaminare769 il casto animo di qualche donna; spesso a seminare odii tra fratelli, a governar stati, estollere l'uno e deprimer l'altro, far decapitare, incarcerare e proscrivere omini, esser ministri delle scelerit e quasi depositari delle rubbarie che fanno molti prncipi. Altri senza vergogna si dilettano d'apparer morbidi e freschi, con la cotica770 ben rasa e ben vestiti; ed alzano nel passeggiar la tonica per mostrar le calze tirate 2 e la disposizion della persona nel far le riverenzie. Altri usano certi sguardi e movimenti ancor nel celebrar la messa, per i quali presumeno essere aggraziati e farsi mirare. Malvagi e scelerati omini, alienissimi non solamente dalla religione, ma d'ogni bon costume; e quando la lor vita dissoluta  lor rimproverata, si fanno beffe e ridonsi di chi lor ne parla e quasi si ascrivono i vicii a laude -. Allora la signora Emilia: - Tanto piacer, - disse, - avete di dir mal de'frati, che for d'ogni proposito siete entrato in questo ragionamento. Ma voi fate grandissimo male a mormorar dei religiosi e senza utilit alcuna vi caricate la coscienzia; ch, se non fossero quelli che pregan Dio per noi altri, aremmo ancor molto maggior flagelli che non avemo -. Rise allora il Magnifico Iuliano e disse: - Come avete voi, Signora, cos ben indovinato ch'io parlava de'frati, non avendo io loro fatto il nome? ma in vero il mio non si chiama mormorare, anzi parlo io ben aperto e chiaramente; n dico dei boni, ma dei malvagi e rei, de'quali ancor non parlo la millesima parte di ci ch'io so. - Or non parlate de'frati, - rispose la signora Emilia; - ch'io per me estimo grave peccato l'ascoltarvi e per io, per non ascoltarvi, levarommi di qui -.


XXI.

Son contento771 - disse il Magnifico Iuliano, - non parlar pi di questo; ma tornando alle laudi delle donne, dico che 'l signor Gasparo non mi trover omo alcun singulare, ch'io non vi trovi la moglie, o figliola, o sorella di merito eguale e talor superiore; oltra che molte son state causa d'infiniti beni ai loro omini e talor hanno corretto di molti loro errori. Per essendo, come avemo dimostrato, le donne naturalmente capaci di quelle medesime virt che son gli omini, ed essendosene pi volte veduto gli effetti, non so perch, dando loro io quello che  possibile che abbiano e spesso hanno ato e tuttavia hanno, debba esser estimato dir miracoli, come m'ha apposto772 il signor Gasparo; atteso che sempre sono state al mondo, ed ora ancor sono, donne cos vicine alla donna di palazzo che ho formata io, come omini vicini all'omo che hanno formato questi signori -. Disse allora il signor Gasparo: - Quelle ragioni che hanno la esperienzia in contrario non mi paion bone; e certo s'io vi addimandassi quali siano, o siano state queste gran donne tanto degne di laude, quanto gli omini grandi ai quali son state moglie, sorelle o figliole, o che siano loro state causa di bene alcuno, o quelle che abbiano corretto i loro errori, penso che restareste impedito773 -.


XXII.

- Veramente, - rispose il Magnifico Iuliano, - niuna altra cosa poria farmi restar impedito, eccetto la moltitudine774; e se 'l tempo mi bastasse, vi contarei a questo proposito la istoria d'Ottavia, moglie di Marc'Antonio e sorella d'Augusto; quella di Porcia, figliola di Catone e moglie di Bruto; quella di Gaia Cecilia, moglie di Tarquino Prisco; quella di Cornelia, figliola di Scipione; e d'infinite altre che sono notissime; e non solamente delle nostre, ma ancor delle barbare775: come di quella Alessandra776, moglie pur d'Alessandro re de'Giudei, la quale dopo la morte del marito, vedendo i populi accesi di furore e gi corsi all'arme per ammazzare doi figlioli che di lui le erano restati, per vendetta della crudele e dura servit nella quale il padre sempre gli avea tenuti, fu tale, che sbito mitig quel giusto sdegno e con prudenzia in un punto fece benivoli ai figlioli quegli animi, che 'l padre con infinite ingiurie in molti anni avea fatti loro inimicissimi. - Dite almen, - rispose la signora Emilia, - come ella fece -. Disse il Magnifico: - Questa, vedendo i figlioli in tanto pericolo, incontinente777 fece gittare il corpo d'Alessandro in mezzo della piazza; poi, chiamatisi i cittadini, disse che sapea gli animi loro esser accesi di giustissimo sdegno contra suo marito, perch le crudeli ingiurie che esso iniquamente gli avea fatte lo meritavano; e che come mentre era vivo avrebbe sempre voluto poterlo far rimanere778 da tal scelerata vita, cos adesso era apparecchiata a farne fede, e loro aiutar a castigarnelo cos morto, per quanto si potea; e per si pigliassero quel corpo e lo facessino mangiar ai cani e lo straziassero con que'modi pi crudeli che imaginar sapeano; ma ben gli pregava che avessero compassione a quegli innocenti fanciulli, i quali non potevano non che aver colpa, ma pur esser consapevoli delle male opere del padre. Di tanta efficacia furono queste parole, che 'l fiero sdegno gi conceputo negli animi di tutto quel populo sbito fu mitigato, e converso in cos piatoso affetto, che non solamente di concordia elessero quei figlioli per loro signori, ma ancor al corpo del morto diedero onoratissima sepoltura -. Quivi fece il Magnifico un poco di pausa; poi suggiunse: - Non sapete voi che la moglie e le sorelle di Mitridate779 mostrarono molto minor paura della morte che Mitridate? e la moglie d'Asdrubale780 che Asdrubale? Non sapete ch'Armonia781, figliola di leron siracusano, volse morire nell'incendio della patria sua? - Allor il Frigio, - Dove vada ostinazione certo 782, - disse, - che talor si trovano alcune donne che mai non mutariano proposito; come quella che non potendo pi dir al marito "forbeci", con le mani gli ne facea segno783 -.


XXIII.

Rise il Magnifico Iuliano e disse: - La ostinazione che tende a fine virtuoso si dee chiamar constanzia; come fu di quella Epicari784, libertina romana, che essendo consapevole d'una gran congiura contra di Nerone, fu di tanta constanzia che, straziata con tutti i pi asperi tormenti che imaginar si possano, mai non pales alcuno delli complici; e nel medesimo pericolo molti nobili cavalieri e senatori timidamente accusarono fratelli, amici e le pi care ed intime persone che avessero al mondo. Che direte voi di quell'altra che si chiamava Leona785? in onor della quale gli Ateniesi dedicorono innanzi alla porta della rcca una leona di bronzo senza lingua, per dimostrar in lei la constante virt della taciturnit; perch essendo essa medesimamente consapevole d'una congiura contra i tiranni, non si spavent per la morte di dui grandi omini suoi amici, e bench con infiniti e crudelissimi tormenti fusse lacerata, mai non pales alcuno dei congiurati -. Disse allor madonna Margherita Gonzaga: - Parmi che voi narriate troppo brevemente queste opere virtuose fatte da donne; ch se ben questi nostri nemici l'hanno udite e lette, mostrano non saperle e vorriano che se ne perdesse la memoria: ma se fate che noi altre le intendiamo, almen ce ne faremo onore -.


XXIV.

Allor il Magnifico Iuliano, - Piacemi, - rispose. - Or io voglio dirvi d'una, la qual fece quello che io credo che 'l signor Gasparo medesimo confessar che fanno pochissimi omini; - e cominci: - In Massilia786 fu gi una consuetudine, la quale s'estima che di Grecia fusse traportata, la quale era che publicamente si servava veneno temperato con cicuta e concedevasi il pigliarlo a chi approvava787 al senato doversi levar la vita, per qualche incommodo788 che in essa sentisse, o ver per altra giusta causa, acci che chi troppo avversa fortuna patito avea o troppo prospera gustato, in quella non perseverasse o questa non mutasse. Ritrovandosi adunque Sesto Pompeo... - Quivi il Frigio, non aspettando che 'l Magnifico Iuliano passasse pi avanti, Questo mi par, - disse, - il principio d'una qualche lunga fabula -. Allora il Magnifico Iuliano, voltatosi ridendo a madonna Margherita, - Eccovi, - disse, - che 'l Frigio non mi lascia parlare. Io voleva or contarvi d'una donna, la quale, avendo dimostrato al senato che ragionevolmente dovea morire, allegra e senza timor alcuno tolse in presenzia di Sesto Pompeo il veneno, con tanta constanzia d'animo e cos prudenti ed amorevoli ricordi789 ai suoi, che Pompeo e tutti gli altri che videro in una donna tanto sapere e sicurezza nel tremendo passo della morte, restarono non senza lacrime confusi di molta maraviglia790 -.


XXV.

Allora il signor Gasparo ridendo, - Io ancora mi ricordo, - disse, - aver letto una orazione, nella quale un infelice marito dimanda licenzia al senato di morire ed approva averne giusta cagione, per non poter tollerare il continuo fastidio del cianciare di sua moglie e pi presto vol bere quel veneno, che voi dite che si servava publicamente per tali effetti, che le parole della moglie -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Quante meschine donne arano giusta causa di dimandar licenzia di morir, per non poter tollerare, non dir le male parole, ma i malissimi fatti dei mariti! ch'io alcune ne conosco, che in questo mondo patiscono le pene che si dicono esser nell'inferno. - Non credete voi, - rispose il signor Gasparo, - che molti mariti ancor siano che dalle mogli hanno tal tormento, che ogni ora desiderino la morte? - E che dispiacere, - disse il Magnifico, - possono far le mogli ai mariti, che sia cos senza rimedio come son quelli che fanno i mariti alle mogli? le quali, se non per amore, almen per timor sono ossequenti ai mariti. - Certo , - disse il signor Gaspar, - che quel poco che talor fanno di bene procede da timore, perch poche ne sono al mondo che nel secreto dell'animo suo non abbiano in odio il marito. - Anzi in contrario, - rispose il Magnifico; - e se ben vi ricorda quanto avete letto, in tutte le istorie si conosce che quasi sempre le mogli amano i mariti pi che essi le mogli. Quando vedeste voi o leggeste mai che un marito facesse verso la moglie un tal segno d'amore, quale fece quella Camma791 verso suo marito? - Io non so, - rispose il signor Gaspar, - chi si fosse costei, n che segno la si facesse. - N io, - disse il Frigio. Rispose il Magnifico: - Uditelo; e voi, madonna Margherita, mettete cura di tenerlo a memoria.


XXVI.

Questa Camma fu una bellissima giovane, ornata di tanta modestia e gentil costumi, che non men per questo che per la bellezza era maravigliosa; e sopra l'altre cose con tutto il core amava suo marito, il quale si chiamava Sinatto. Intervenne che un altro gentilomo, il quale era di molto maggior stato792 che Sinatto e quasi tiranno di quella citt dove abitavano, s'innamor di questa giovane; e dopo l'aver lungamente tentato per ogni via e modo d'acquistarla, e tutto in vano, persuadendosi che lo amor che essa portava al marito fosse la sola cagione che ostasse a'suoi desidri, fece ammazzar questo Sinatto. Cos poi sollicitando continuamente, non ne pot mai trar altro frutto che quello che prima avea fatto; onde, crescendo ogni d pi questo amore, deliber trla per moglie, bench essa di stato gli fosse molto inferiore. Cos richiesti li parenti di lei da Sinorige (ch cos si chiamava lo innamorato), cominciarono a persuaderla a contentarsi di questo, mostrandole il consentir essere utile assai e 'l negarlo pericoloso per lei e per tutti loro. Essa, poi che loro ebbe alquanto contradetto, rispose in ultimo esser contenta. I parenti fecero intendere la nova a Sinorige; il qual allegro sopra modo procur che sbito si celebrassero le nozze. Venuto adunque l'uno e l'altro a questo effetto solennemente nel tempio di Diana, Camma fece portar una certa bevanda dolce, la quale essa avea composta; e cos davanti al simulacro di Diana in presenzia di Sinorige ne bev la met; poi di sua mano, perch questo nelle nozze s'usava di fare, diede il rimanente allo sposo; il qual tutto lo bev. Camma, come vide il disegno suo riuscito, tutta lieta a pi della imagine di Diana s'inginochi, e disse: "O Dea, tu che conosci lo intrinseco793 del cor mio, siami bon testimonio, come difficilmente dopo che 'l mio caro consorte mor, contenuta mi sia di non mi dar la morte e con quanta fatica abbia sofferto il dolore di star in questa amara vita, nella quale non ho sentito alcuno altro bene o piacere, fuor che la speranza di quella vendetta che or mi trovo aver conseguita; per allegra e contenta vado a trovar la dolce compagnia di quella anima, che in vita ed in morte pi che me stessa ho sempre amata. E tu, scelerato, che pensasti esser mio marito, in iscambio del letto nuziale d ordine che apparecchiato ti sia il sepulcro, ch'io di te fo sacrificio all'ombra di Sinatto". Sbigottito Sinorige di queste parole e gi sentendo la virt de veneno che lo perturbava, cerc molti rimedi; ma non valsero; ed ebbe Camma di tanto la fortuna favorevole, o altro che si fosse, che innanzi che essa morisse seppe che Sinorige era morto. La qual cosa intendendo, contentissima si pose a letto con gli occhi al cielo, chiamando sempre il nome di Sinatto e dicendo: "O dolcissimo consorte, or ch'io ho dato per gli ultimi doni794 alla tua morte e lacrime e vendetta, n veggio che pi altra cosa qui a far per te mi resti, fuggo il mondo e questa senza te crudel vita, la quale per te solo gi mi fu cara. Viemmi adunque incontra, signor mio, ed accogli cos voluntieri questa anima, come essa voluntieri a te ne viene": e di questo modo parlando, e con le braccia aperte, quasi che in quel punto abbracciar lo volesse, se ne mor. Or dite, Frigio, che vi par di questa? - Rispose il Frigio: - Parmi che voi vorreste far piangere queste donne. Ma poniamo che questo ancor fosse vero, io vi dico che tai donne non si trovano pi al mondo -.


XXVII.

Disse il Magnifico: - Si trovan s; e che sia vero, udite. A'd mei fu in Pisa un gentilomo, il cui nome era messer Tomaso; non mi ricordo di qual famiglia, ancora che da mio padre, che fu suo gran amico, sentissi pi volte ricordarla. Questo messer Tomaso adunque, passando un d sopra un piccolo legnetto da Pisa in Sicilia per sue bisogne, fu soprapreso d'alcune fuste795 de'Mori, che gli furono addosso cos all'improviso, che quelli che governavano il legnetto non se n'accorsero; e bench gli omini che dentro v'erano si diffendessino assai, pur, per esser essi pochi, e i nimici molti, il legnetto con quanti v'eran sopra rimase nel poter dei Mori, chi ferito e chi sano, secondo la sorte, e con essi messer Tomaso, il qual s'era portato valorosamente ed avea morto di sua mano un fratello d'un dei capitani di quelle fuste. Della qual cosa il capitano sdegnato, come possete pensare, della perdita del fratello, volse costui per suo prigioniero; e battendolo e straziandolo ogni giorno, lo condusse in Barbaria796, dove in gran miseria aveva deliberato tenerlo in vita sua cattivo797 e con gran pena. Gli altri tutti, chi per una e chi per un'altra via, furono in capo d'un tempo798 liberi e ritornarono a casa; e riportarono alla moglie, che madonna Argentina avea nome, ed ai figlioli la dura vita e 'l gran affanno in che messer Tomaso viveva ed era continuamente per vivere senza speranza, se Dio miraculosamente non l'aiutava. Della qual cosa poi che essa e loro furono chiariti799, tentati alcun altri modi di liberarlo, e dove esso medesimo gi s'era acquetato di morire800, intervenne che una solerte piet svegli tanto l'ingegno e l'ardir d'un suo figliolo, che si chiamava Paulo, che non ebbe riguardo a niuna sorte di pericolo e deliber o morir o liberar il padre; la qual cosa gli venne fatta, di modo che lo condusse cos cautamente, che prima fu in Ligorno801, che si risapesse in Barberia ch'e'fusse di l partito. Di quivi messer Tomaso sicuro scrisse alla moglie e le fece intendere la liberazion sua, e dove era, e come il d seguente sperava di vederla. La bona e gentil donna, sopragiunta802 da tanta e non pensata allegrezza di dover cos presto, e per piet e per virt del figliolo, vedere il marito, il quale amava tanto e gi credea fermamente non dover mai pi vedere, letta la lettera, alz gli occhi al cielo e, chiamato il nome del marito, cadde morta in terra; n mai con rimedi che se le facessero, la fuggita anima pi ritorn nel corpo. Crudel spettaculo, e bastante a temperar le volunt umane e ritrarle dal desiderar troppo efficacemente le soverchie allegrezze!


XXVIII.

Disse allora ridendo il Frigio: - Che sapete voi ch'ella non morisse di dispiacere, intendendo che 'l marito tornava a casa? - Rispose il Magnifico: - Perch il resto della vita sua non si accordava con questo; anzi penso che quell'anima, non potendo tollerare lo indugio di vederlo con gli occhi del corpo, quello abbandonasse, e tratta dal desiderio volasse sbito dove, leggendo quella lettera, era volato il pensiero -. Disse il signor Gasparo: - Po esser che questa donna fosse troppo amorevole, perch le donne in ogni cosa sempre s'attaccano allo estremo, che  male; e vedete che per essere troppo amorevole fece male a se stessa ed al marito ed ai figlioli, ai quali converse in amaritudine il piacere di quella pericolosa e desiderata liberazione. Per non dovete gi allegar questa per una di quelle donne, che sono state causa di tanti beni -. Rispose il Magnifico: - Io la allego per una di quelle che fanno testimonio che si trovino mogli che amino i mariti; ch di quelle che siano state causa de molti beni al mondo potrei dirvi un numero infinito, e narrarvi delle tanto antiche che quasi paion fabule; e di quelle che appresso agli omini sono state inventrici di tai cose, che hanno meritato esser estimate dee, come Pallade, Cerere; e delle Sibille, per bocca delle quali Dio tante volte ha parlato e rivelato al mondo le cose che aveano a venire; e di quelle che hanno insegnato a grandissimi omini, come Aspasia e Diotima803, la quale ancora con sacrifici prolung dieci anni il tempo d'una peste che aveva da venire in Atene804. Potrei dirvi di Nicostrata, madre d'Evandro, la quale mostr le lettere805 ai Latini; e d'un'altra donna806 ancor che fu maestra di Pindaro lirico; e di Corinna807 e di Saffo, che furono eccellentissime in poesia: ma io non voglio cercar le cose tanto lontane. Dicovi ben, lassando il resto, che della grandezza di Roma furono forse non minor causa le donne che gli omini. - Questo, - disse il signor Gasparo, - sarebbe bello da intendere -.


XXIX.

Rispose il Magnifico: - Or uditelo. Dopo la espugnazion di Troia molti Troiani, che a tanta ruina avanzarono808, fuggirono chi ad una via, chi ad un'altra; dei quali una parte, che da molte procelle forno battuti, vennero in Italia, nella contrata ove il Tevere entra in mare. Cos discesi in terra per cercar de'bisogni loro, cominciarono a scorrere809 il paese; le donne, che erano restate nelle navi, pensarono tra s un utile consiglio, il qual ponesse fine al periculoso e lungo error maritimo810 ed in loco della perduta patria una nova loro ne recuperasse; e, consultate insieme, essendo assenti gli omini, abbrusciarono le navi; e la prima che tal opera cominci si chiamava Roma811. Pur, temendo la iracundia degli omini i quali ritornavano, andarono contra essi; ed alcune i mariti, alcune i soi congiunti di sangue abbracciando e basciando con segno di benivolenzia, mitigarono quel primo impeto812; poi manifestarono loro quietamente la causa del lor prudente pensiero. Onde i Troiani, si per la necessit, s per esser benignamente accettati dai paesani, furono contentissimi di ci che le donne aveano fatto e quivi abitarono con i Latini, nel loco dove poi fu Roma; e da questo processe813 il costume antico appresso i Romani, che le donne incontrando basciavano i parenti. Or vedete quanto queste donne giovassero a dar principio a Roma.


XXX.

N meno giovarono allo augumento814 di quella le donne sabine, che si facessero le troiane al principio; ch avendosi Romulo concitato815 generale inimicizia de tutti i suoi vicini per la rapina che fece delle lor donne, fu travagliato di guerre da ogni banda; delle quali, per esser omo valoroso, tosto si esped816 con vittoria, eccetto di quella de'Sabini, che fu grandissima, perch Tito Tacio, re de'Sabini, era valentissimo e savio; onde, essendo stato fatto uno acerbo fatto d'arme tra Romani e Sabini con gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, ed apparecchiandosi nova e crudel battaglia, le donne sabine, vestite di nero, co'capelli sparsi e lacerati, piangendo, meste, senza timore dell'arme che gi erano per ferir mosse, vennero nel mezzo tra i padri e i mariti, pregandogli che non volessero macchiarsi le mani del sangue de'soceri e dei generi; e se pur erano mal contenti di tal parentato, voltassero l'arme contra esse, ch molto meglio loro era il morire che vivere vedove, o senza padri e fratelli, e ricordarsi che i suoi figlioli fossero nati di chi loro avesse morti i lor padri, o che esse fossero nate de chi lor avesse morti i lor mariti. Con questi gemiti piangendo, molte di loro nelle braccia portavano i suoi piccoli figliolini, de'quali gi alcuni cominciavano a snodar la lingua e parea che chiamar volessero e far festa agli avoli loro; ai quali le donne mostrando i nepoti e piangendo, "Ecco", diceano, "il sangue vostro, il quale voi con tanto impeto e furor cercate di sparger con le vostre mani". Tanta forza ebbe in questo caso la piet e la prudenzia delle donne, che non solamente tra li dui re nemici fu fatta indissolubile amicizia e confederazione817, ma, che pi maravigliosa cosa fu, vennero i Sabini ad abitare in Roma, e dei dui popoli fu fatto un solo; e cos molto accrebbe questa concordia le forze di Roma, merc delle sagge e magnanime donne; le quali in tanto da Romulo furono remunerate che, dividendo il populo in trenta curie, a quelle pose i nomi delle donne sabine -.


XXXI.

Quivi essendosi un poco il Magnifico Iuliano fermato vedendo che 'l signor Gasparo non parlava, - Non vi par, disse, - che queste donne fussero causa di bene agli loro omini e giovassero alla grandezza di Roma? - Rispose il signor Gasparo: - In vero queste furono degne di molta laude; ma se voi cos voleste dir gli errori delle donne come le bone opere, non areste tacciuto che in questa guerra di Tito Tacio una donna818 trad Roma ed insegn la strada ai nemici d'occupar il Capitolio, onde poco manc che i Romani tutti non fussero destrutti -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Voi mi fate menzion d'una sola donna mala ed io a voi d'infinite bone; ed oltre le gi dette io potrei addurvi al mio proposito mille altri esempi delle utilit fatte a Roma dalle donne e dirvi perch gi fusse edificato un tempio a Venere Armata ed un altro a Venere Calva819, e come ordinata la festa delle Ancille a Iunone820, perch le ancille gi liberarono Roma dalle insidie de'nemici. Ma lassando tutte queste cose, quel magnanimo fatto d'aver scoperto la congiurazion di Catilina, di che tanto si lauda Cicerone, non ebbe egli principalmente origine da una vil femina821? la quale per questo si poria dir che fosse stata causa di tutto 'l bene che si vanta Cicerone aver fatto alla republica romana. E se 'l tempo mi bastasse, vi mostrarei forse ancor le donne spesso aver corretto di molti errori degli omini; ma temo che questo mio ragionamento ormai sia troppo lungo e fastidioso; perch avendo, secondo il poter mio, satisfatto al carico datomi da queste signore, penso di dar loco a chi dica cose pi degne d'esser udite, che non posso dir io -.


XXXII.

Allor la signora Emilia, - Non defraudate, - disse, - le donne di quelle vere laudi che loro sono debite; e ricordatevi che se 'l signor Gasparo ed ancor forse il signor Ottaviano vi odono con fastidio, noi e tutti quest'altri signori ve udiamo con piacere -. Il Magnifico pur volea por fine, ma tutte le donne cominciarono a pregarlo che dicesse; onde egli ridendo, - Per non mi provocar, - disse, - per nemico il signor Gaspar pi di quello che egli si sia, dir brevemente d'alcune che mi occorreno alla memoria, lassandone molte ch'io potrei dire; - poi suggiunse: - Essendo Filippo di Demetrio822 intorno alla citt di Chio ed avendola assediata, mand un bando, che a tutti i servi che della citt fuggivano ed a s venissero prometteva la libert e le mogli dei lor patroni. Fu tanto lo sdegno delle donne per cos ignominioso bando, che con l'arme vennero alle mura e tanto ferocemente combatterono, che in poco tempo scacciarono Filippo con vergogna e danno; il che non aveano potuto far gli omini. Queste medesime donne, essendo coi lor mariti, padri e fratelli, che andavano in esilio, pervenute in Leuconia, fecero un atto non men glorioso di questo; ch gli Eritrei823, che ivi erano co'suoi confederati, mossero guerra a questi Chii; li quali non potendo contrastare, tolsero patto col giuppon solo e la camiscia uscir della citt. Intendendo le donne cos vituperoso accordo, si dolsero, rimproverandogli che, lassando l'arme, uscissero come ignudi tra'nemici; e rispondendo essi gi aver stabilito il patto, dissero che portassero lo scudo e la lanza e lassassero i panni, e rispondessero ai nemici questo essere il loro abito. E cos facendo essi per consiglio delle lor donne ricopersero824 in gran parte la vergogna, che in tutto fuggir non poteano. Avendo ancor Ciro in un fatto d'arme rotto un esercito di Persiani, essi in fuga, correndo verso la citt incontrarono le lor donne fuor della porta, le quali fattosi loro incontra dissero: "Dove fuggite voi, vili omini? volete voi forsi nascondervi in noi, onde ste usciti?" Queste ed altre tai parole udendo gli omini e conoscendo quanto d'animo erano inferiori alle lor donne, si vergognarono di se stessi, e ritornando verso i nemici, di novo con essi combatterono e gli ruppero825 -.


XXXIII.

Avendo insin qui detto, il Magnifico Iuliano fermossi e rivolto alla signora Duchessa disse: - Or, Signora, mi darete licenzia di tacere -. Rispose il signor Gasparo: - Bisogneravi pur tacere, poich non sapete pi che vi dire -. Disse il Magnifico ridendo: - Voi mi stimulate di modo che vi mettete a pericolo di bisognar tutta notte udir laudi di donne; ed intendere di molte spartane826, che hanno avuta cara la morte gloriosa dei figlioli; e di quelle che gli hanno rifutati, o morti esse medesime, quando gli hanno veduti usar vilt. Poi, come le donne saguntine nella ruina della patria loro prendessero l'arme contra le genti d'Annibale; e come essendo lo esercito de'Tedeschi827 superato da Mario, le lor donne, non potendo ottener grazia di viver libere in Roma al servizio delle vergini vestali, tutte s'ammazzassero insieme coi lor piccoli figliolini; e di mille altre, delle quali tutte le istorie antiche son piene -. Allor il signor Gasparo, - Deh, signor Magnifico, - disse, - Dio sa come passarono828 quelle cose; perch que'secoli son tanto da noi lontani, che molte bugie si posson dire e non v' chi le riprovi829 -.


XXXIV.

Disse il Magnifico: - Se in ogni tempo vorrete misurare il valor delle donne con quel degli omini, trovarete che elle non son mai state n ancor sono adesso de virt punto inferiori agli omini; ch, lassando quei tanto antichi, se venite al tempo che i Goti regnarono in Italia, trovarete tra loro essere stata una regina Amalasunta, che govern lungamente con maravigliosa prudenzia; poi Teodelinda, regina de'Longobardi, di singular virt; Teodora, greca imperatrice830; ed in Italia fra molte altre fu singularissima signora la contessa Matilda, delle laudi della quale lasser parlare al conte Ludovico, perch fu della casa sua831. - Anzi, - disse il Conte, - a voi tocca, perch sapete ben che non conviene che l'omo laudi le cose sue proprie -. Suggiunse il Magnifico: - E quante donne famose ne'tempi passati trovate voi di questa nobilissima casa di Montefeltro! quante della casa da Gonzaga, da Este, de'Pii! Se de'tempi presenti poi parlare vorremo, non ci bisogna cercar esempi troppo di lontano, ch gli avemo in casa. Ma io non voglio aiutarmi832 di quelli che in presenzia vedemo, acci che voi non mostriate consentirmi per cortesia quello che in alcun modo negar non mi potete. E per uscir di Italia, ricordatevi che a'd nostri avemo veduto Anna regina di Franza, grandissima signora non meno di virt che di stato; ch se di giustizia e clemenzia, liberalit e santit di vita, comparare la vorrete alli re Carlo e Ludovico, dell'uno e dell'altro de'quali fu moglie, non la trovarete punto inferiore d'essi833. Vedete madonna Margherita, figliola di Massimiliano imperatore, la quale con somma prudenzia e giustizia insino a qui ha governato e tuttora governa il stato suo834.


XXXV.

- Ma lassando a parte tutte l'altre ditemi, signor Gaspar, qual re o qual principe  stato a'nostri d ed ancor molt'anni prima in Cristianit, che meriti esser comparato alla regina Isabella di Spagna? - Rispose il signor Gasparo: - Il re Ferrando835 suo marito -. Suggiunse il Magnifico: - Questo non negher io; ch, poich la Regina lo giudic degno d'esser suo marito e tanto lo am ed osserv, non si po dire che 'l non meritasse d'esserle comparato: ben credo che la riputazion ch'egli ebbe da lei fusse dote non minor che 'l regno di Castiglia. - Anzi, rispose il signor Gaspar, - penso io che di molte opere del re Ferrando fusse laudata la regina Isabella -. Allor il Magnifico, - Se i populi di Spagna, - disse, - i signori, i privati836, gli omini e le donne, poveri e ricchi, non si son tutti accordati a voler mentire in laude di lei, non  stato a'tempi nostri al mondo pi chiaro esempio di vera bont, di grandezza d'animo, di prudenzia, di religione, d'onest, di cortesia, di liberalit, in somma d'ogni virt, che la regina Isabella; e bench la fama di quella signora in ogni loco e presso ad ogni nazione sia grandissima, quelli che con lei vissero e furono presenti alle sue azioni tutti affermano questa fama esser nata dalla virt e meriti di lei. E chi vorr considerare l'opere sue, facilmente conoscer esser cos il vero; ch, lassando infinite cose che fanno fede di questo e potrebbonsi dire, se fusse nostro proposito, ognun sa che quando essa venne a regnare trov la maggior parte di Castiglia occupata dai grandi837; nientedimeno il tutto ricuper cos giustificatamente e con tal modo, che i medesimi che ne furono privati le restarono affezionatissimi, e contenti di lassar quello che possedevano. Notissima cosa  ancora con quanto animo e prudenzia sempre diffendesse i regni suoi da potentissimi inimici; e medesimamente a lei sola si po dar l'onore del glorioso acquisto del regno di Granata838; ch in cos lunga e difficil guerra contra nimici ostinati, che combattevano per le facult, per la vita, per la legge sua839 e, al parer loro, per Dio, mostr sempre col consiglio e con la persona propria tanta virt, che forse a'tempi nostri pochi prncipi hanno avuto ardire non che di imitarla, ma pur d'averle invidia. Oltre a ci, affermano tutti quegli che la conobbero, esser stato in lei tanto divina maniera di governare, che parea quasi che solamente la volunt sua bastasse, perch senza altro strepito ognuno facesse quello che doveva; tal che a pena osavano gli omini in casa sua propria e secretamente far cosa che pensassino che a lei avesse da dispiacere; e di questo in gran parte fu causa il maraviglioso giudicio ch'ella ebbe in conoscere ed elegere i ministri atti a quelli offici nei quali intendeva d'adoperargli; e cos ben seppe congiungere il rigor della giustizia con la mansuetudine della clemenzia e la liberalit, che alcun bono a'suoi d non fu che si dolesse d'esser poco remunerato, n alcun malo d'esser troppo castigato. Onde nei populi verso di lei nacque una somma riverenzia, composta d'amore e timore; la quale negli animi di tutti ancor sta cos stabilita840, che par quasi che aspettino che essa dal cielo i miri e di l su debba dargli laude o biasmo; e perci col nome suo e con i modi da lei ordinati si governano ancor que'regni, di maniera che, bench la vita sia mancata, vive l'autorit, come rota che, lungamente con impeto voltata, gira ancor per bon spacio da s, bench altri pi non la mova. Considerate oltre di questo, signor Gasparo, che a'nostri tempi quasi tutti gli omini grandi di Spagna e famosi in qualsivoglia cosa, sono stati creati841 dalla regina Isabella; e Gonsalvo Ferrando, Gran Capitano, molto pi di questo si preziava, che di tutte le sue famose vittorie, e di quelle egregie e virtuose opere, che in pace ed in guerra fatto l'hanno cos chiaro ed illustre, che se la fama non  ingratissima, sempre al mondo publicher le immortali sue lode, e far fede che alla et nostra pochi re o gran prncipi avemo ati, i quali stati non siano da lui di magnanimit, sapere e d'ogni virt superati.


XXXVI.

Ritornando adunque in Italia, dico che ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in Napoli avemo due singular regine842; e poco fa pur in Napoli mor l'altra regina d'Ongara843, tanto eccellente signora quanto voi sapete e bastante di far paragone allo invitto e glorioso re Matia Corvino suo marito. Medesimamente la duchessa Isabella d'Aragona844, degna sorella del re Ferrando di Napoli; la quale, come oro nel foco, cos nelle procelle di fortuna ha mostrata la virt e 'l valor suo. Se nella Lombardia verrete, v'occorrer la signora Isabella marchesa di Mantua845; alle eccellentissime virt della quale ingiuria si faria parlando cos sobriamente, come saria forza846 in questo loco a chi pur volesse parlarne. Pesami ancora che tutti non abbiate conosciuta la duchessa Beatrice di Milano847 sua sorella, per non aver mai pi a maravigliarvi di ingegno di donna. E la duchessa Eleonora d'Aragona848, duchessa di Ferrara e madre dell'una e l'altra di queste due signore ch'io v'ho nominate, fu tale che le eccellentissime sue virt faceano bon testimonio a tutto 'l mondo, che essa non solamente era degna figliola di Re, ma che meritava esser regina di molto maggior stato che non aveano posseduto tutti i suoi antecessori. E per dirvi d'un'altra, quanti omini conoscete voi al mondo, che avessero tollerato gli acerbi colpi della fortuna cos moderatamente849, come ha fatto la regina Isabella di Napoli850? la quale, dopo la perdita del regno, lo esilio e morte del re Federico suo marito e di duo figlioli e la pregionia del Duca di Calabria suo primogenito851, pur ancor si dimostra esser regina e di tal modo supporta i calamitosi incommodi della misera povert, che ad ognuno fa fede che, ancor che ella abbia mutato fortuna, non ha mutato condizione. Lasso di nominar infinite altre signore, ed ancor donne di basso grado; come molte pisane, che alla diffesa della lor patria contra'Fiorentini852 hanno mostrato quell'ardire generoso, senza timore alcuno di morte, che mostrar potessero i pi invitti animi che mai fossero al mondo; onde da molti nobili poeti sono state alcune di lor celebrate853. Potrei dirvi d'alcune eccellentissime in lettere, in musica, in pittura, in scultura; ma non voglio andarmi pi rivolgendo tra questi esempi, che a voi tutti sono notissimi. Basta che, se nell'animo vostro pensate alle donne che voi stesso conoscete, non vi fia difficile comprendere che esse per il pi non sono di valore o meriti inferiori ai padri, fratelli e mariti loro; e che molte sono state causa di bene agli omini e spesso hanno corretto di molti loro errori; e se adesso non si trovano al mondo quelle gran regine, che vadano a subiugare paesi lontani e facciano magni edifici, piramidi e citt, come quella Tomiris, regina di Scizia, Artemisia, Zenobia, Semirams, o Cleopatra854, non ci son ancor omini come Cesare, Alessandro, Scipione, Lucullo e quegli altri imperatori romani


XXXVII.

- Non dite cos, - rispose allora ridendo il Frigio, - ch adesso pi che mai si trovan donne come Cleopatra o Semiramis; e se gi non hanno tanti stati, forze e ricchezze, loro non manca per la bona volunt di imitarle almen nel darsi piacere e satisfare pi che possano a tutti i suoi appetiti855 -. Disse il Magnifico Iuliano: - Voi volete pur, Frigio, uscire de'termini: ma se si trovano alcune Cleopatre, non mancano infiniti Sardanapali856; che  assai peggio. - Non fate, - disse allor il signor Gasparo, - queste comparazioni, n crediate gi che gli omini siano pi incontinenti che le donne; e quando ancor fossero, non sarebbe peggio, perch dalla incontinenzia delle donne nascono infiniti mali, che non nascono da quella degli omini; e per, come ieri fu detto, ssi857 prudentemente ordinato che ad esse sia licito senza biasimo mancar in tutte l'altre cose, acci che possano metter ogni lor forza per mantenerse in questa sola virt della castit, senza la quale i figlioli sariano incerti, e quello legame che stringe tutto 'l mondo per lo sangue, e per amar naturalmente ciascun quello che ha produtto, si discioglieria: per alle donne pi si disdice la vita dissoluta che agli omini, i quali non portano nove mesi  figlioli in corpo -.


XXXVIII.

Allora il Magnifico, - Questi, - rispose, - veramente sono belli argumenti che voi fate e non so Perch non gli mettiate in scritto858. Ma ditemi per qual causa non s' ordinato che negli omini cos sia vituperosa cosa la vita dissoluta come nelle donne, atteso che se essi sono da natura pi virtuosi e di maggior valore, pi facilmente ancora poriano mantenersi in questa virt della continenzia e i figlioli n pi n meno sarano certi; ch se ben le donne fossero lascive, purch gli omini fossero continenti e non consentissero alla lascivia delle donne, esse da s a s e senza altro aiuto gi non porian generare. Ma se volete dir il vero, voi ancor conoscete che noi di nostra autorit ci avemo vendicato859 una licenzia, per la quale volemo che i medesimi peccati in noi siano leggerissimi e talor meritino laude, e nelle donne non possano a bastanza esser castigati se non con una vituperosa morte, o almen perpetua infamia. Per, poich questa opinion  invalsa, parmi che conveniente cosa sia castigar ancor acerbamente quelli che con bugie dnno infamia alle donne; ed estimo ch'ogni nobil cavaliero sia obligato a diffender sempre con l'arme, dove bisogna, la verit, e massimamente quando conosce qualche donna esser falsamente calunniata di poca onest -.


XXXIX.

- Ed io, - rispose ridendo il signor Gasparo, - non solamente affermo esser debito d'ogni nobil cavaliero quello che voi dite, ma estimo gran cortesia e gentilezza coprir qualche errore, ove per disgrazia, o troppo amore, una donna sia incorsa; e cos veder potete ch'io tengo pi alla parte delle donne, dove la ragion me lo comporta, che non fate voi. Non nego gi che gli omini non si abbiano preso un poco di libert; e questo perch sanno che per la opinion universale ad essi la vita dissoluta non porta cos infamia come alle donne; le quali, per la imbecillit860 del sesso, sono molto pi inclinate agli appetiti che gli omini, e se talor si astengono dal satisfare ai suoi desidri, lo fanno per vergogna, non perch la volunt non sia loro prontissima861; e per gli omini hanno posto loro il timor d'infamia per un freno che le tenga quasi per forza in questa virt, senza la quale, per dir il vero, sariano poco d'apprezzare; perch il mondo non ha utilit dalle donne, se non per lo generare dei figlioli. Ma ci non intervien degli omini, i quali governano le citt, gli eserciti e fanno tante altre cose d'importanzia: il che, poich voi volete cos, non voglio disputar come sapessero far le donne; basta che non lo fanno; e quando  occorso agli omini far paragon della continenzia, cos hanno superato le donne in questa virt come ancora nell'altre, bench voi non lo consentiate. Ed io circa questo non voglio recitarvi tante istorie o fabule quante avete fatto voi, e rimettovi alla continenzia solamente di dui grandissimi signori giovani, e su la vittoria862, la quale suol far insolenti ancora gli omini bassissimi; e dell'uno  quella d'Alessandro Magno verso le donne bellissime863 di Dario, nemico e vinto; l'altra di Scipione, a cui, essendo di ventiquattro anni ed avendo in Ispagna vinto per forza una citt864, fu condutta una bellissima e nobilissima giovane, presa tra molt'altre; e intendendo Scipione questa esser sposa d'un signor del paese, non solamente s'astenne da ogni atto disonesto verso di lei, ma immaculata la rese al marito, facendole di sopra un ricco dono. Potrei dirvi di Senocrate865, il quale fu tanto continente, che una bellissima donna866, essendosegli colcata accanto ignuda e facendogli tutte le carezze ed usando tutti i modi che sapea, delle quai cose era bonissima maestra, non ebbe forza mai di far che mostrasse pur un minimo segno d'impudicizia, avvenga che ella in questo dispensasse tutta una notte; e di Pericle, che udendo solamente uno che laudava con troppo efficacia la bellezza d'un fanciullo, lo riprese agramente; e di molt'altri continentissimi di lor propria volunt, e non per vergogna o paura di castigo, da che sono indutte la maggior parte di quelle donne che in tal virt si mantengono; le quali per ancor con tutto questo meritano esser laudate assai, e chi falsamente d loro infamia d'impudicizia  degno, come avete detto, di gravissima punizione -.


XL.

Allora messer Cesare, il qual per bon spacio tacciuto avea, - Pensate, - disse, - di che modo parla il signor Gasparo a biasimo delle donne, quando867 queste son quelle cose ch'ei dice in laude loro. Ma se 'l signor Magnifico mi concede ch'io possa in loco suo respondergli alcune poche cose circa quanto egli, al parer mio, falsamente ha detto contra le donne, sar bene per l'uno e per l'altro: perch esso si riposer un poco e meglio poi potr seguitare in dir qualche altra eccellenzia della donna di palazzo; ed io mi terr per molta grazia l'aver occasione di far insieme con lui questo officio di bon cavaliero, cio diffender la verit. - Anzi ve ne priego, - rispose il signor Magnifico; - ch gi a me parea aver satisfatto, secondo le forze mie, a quanto io doveva e che questo ragionamento fosse ormai fuor del proposito mio -. Suggiunse messer Cesare: - Non voglio gi parlare della utilit che ha il mondo dalle donne, oltre al generar i figlioli, perch a bastanza s' dimostrato quanto esse siano necessarie non solamente all'esser ma ancor al ben esser nostro; ma dico, signor Gaspar, che se esse sono, come voi dite, pi inclinate agli appetiti che gli omini, e con tutto questo se ne astengano pi che gli omini, il che voi stesso consentite, sono tanto pi degne di laude, quanto il sesso loro  men forte per resistere agli appetiti naturali; e se dite che lo fanno per vergogna, parmi che in loco d'una virt sola ne diate lor due; ch se in esse pi po la vergogna che l'appetito e perci i astengono dalle cose mal fatte, estimo che questa vergogna, che in fine non  altro che timor d'infamia, sia una rarissima virt e da pochissimi omini posseduta. E s'io potessi senza infinito vituperio degli omini dire come molti d'essi siano immersi nella impudenzia, che  il vicio contrario a questa virt, contaminarei queste sante orecchie che m'ascoltano868: e per il pi questi tali ingiuriosi a Dio ed alla natura sono omini gi vecchi, i quali fan professione chi di sacerdozio, chi di filosofia, chi delle sante leggi; e governano le republiche con quella severit catoniana nel viso, che promette tutta la integrit del mondo; e sempre allegano il sesso feminile esser incontinentissimo; n mai essi d'altro si dolgon pi, che del mancar loro il vigor naturale per poter satisfare ai loro abominevoli desidri, i quali restano ancor nell'animo, quando gi la natura li nega al corpo; e per spesso trovano modi dove le forze non sono necessarie.


XLI.

Ma io non voglio dir pi avanti e bastami che mi consentiate che le donne si astengano pi dalla vita impudica che gli omini; e certo  che d'altro freno non sono ritenute, che da quello che esse stesse si mettono; e che sia vero, la pi parte di quelle che son custodite con troppa stretta guardia, o battute dai mariti o padri, sono men pudiche che quelle che hanno qualche libert. Ma gran freno  generalmente alle donne l'amor della vera virt e 'l desiderio d'onore, del qual molte, che io a'miei d ho conosciute, fanno pi stima che della vita propria; e se volete dir il vero, ognun di noi ha veduto giovani nobilissimi, discreti, savi, valenti e belli, aver dispensato molt'anni amando, senza lassare adrieto869 cosa alcuna di sollicitudine, di doni, di preghi, di lacrime, in somma di ci che imaginar si po; e tutto in vano. E se a me non si potesse dire che le qualit mie non meritarono mai ch'io fossi amato, allegherei il testimonio di me stesso, che pi d'una volta per la immutabile e troppo severa onest d'una donna fui vicino alla morte -. Rispose il signor Gasparo: - Non vi maravigliate di questo, perch le donne che son pregate sempre negano di compiacer chi le prega e quelle che non son pregate pregano altrui -.


XLII.

Disse messer Cesare: - Io non ho mai conosciuti questi, che siano dalle donne pregati; ma s ben molti, li quali, vedendosi aver in vano tentato e speso il tempo scioccamente, ricorrono a questa nobil vendetta870 e dicono aver avuto abondanzia di quello che solamente s'hanno imaginato; e par loro che il dir male e trovare invenzioni871, acci che di qualche nobil donna per lo vulgo si levino fabule vituperose872, sia una sorte di cortegiania. Ma questi tali, che di qualche donna di prezzo873 villanamente si dnno vanto, o vero o falso, meritano castigo e supplicio gravissimo; e se talor loro vien dato, non si po dir quanto siano da laudar quelli che tale officio fanno. Ch se dicon bugie, qual scelerit po esser maggiore, che privar con inganno una valorosa donna di quello che essa pi che la vita estima? e non per altra causa, che per quella che la devria fare d'infinite laudi celebrata? Se ancora dicon vero, qual pena poria bastare a chi  cos perfido, che renda tanta ingratitudine per premio ad una donna, la qual, vinta dalle false lusinghe, dalle lacrime finte, dai preghi continui, dai lamenti, dalle arti, insidie e periuri874, s'ha lassato indurre ad amar troppo; poi, senza riservo, s' data incautamente in preda a cos maligno spirto? Ma per respondervi ancor a questa inaudita continenzia d'Alessandro e di Scipione, che avete allegata, dico ch'io non voglio negare che e l'uno e l'altro non facesse atto degno di molta laude; nientedimeno, acci che non possiate dire che per raccontarvi cose antiche io vi narri fabule, voglio allegarvi una donna de'nostri tempi di bassa condizione, la quale mostr molto maggior continenzia che questi cui grand'omini.


XLIII.

Dico adunque che io gi conobbi una bella e delicata giovane, il nome della quale non vi dico per non dar materia di dir male a molti ignoranti, i quali sbito che intendono una donna esser innamorata, ne fan mal concetto. Questa adunque, essendo lungamente amata da un nobile e ben condicionato875 giovane, si volse con tutto l'animo e cor suo ad amar lui; e di questo non solamente io, al quale essa di sua volunt ogni cosa confidentemente dicea, non altrimenti che s'io non dir fratello, ma una sua intima sorella fussi stato, ma tutti quelli che la vedeano in presenzia dell'amato giovane erano ben chiari876 della sua passione. Cos, amando essa ferventissimamente quanto amar possa un amorevolissimo animo, dur dui anni in tanta continenzia, che mai non fece segno alcuno a questo giovane d'amarlo, se non quelli che nasconder non potea; n mai parlare gli volse, n da lui accettar lettere, n presenti, che dell'uno e dell'altro non passava mai giorno che non fosse sollicitata; e quanto lo desiderasse, io ben lo so; ch se talor nascostamente potea aver cosa che del giovane fosse stata, la tenea in tante delizie877, che parea che da quella le nascesse la vita ed ogni suo bene; n pur mai in tanto tempo d'altro compiacer gli volse che di vederlo e di lassarsi vedere, e qualche volta intervenendo alle feste publiche ballar con lui, come con gli altri. E perch le condicioni dell'uno e dell'altra erano assai convenienti, essa e 'l giovane desideravano che un tanto amor terminasse felicemente ed esser insieme marito e moglie. Il medesimo desideravano tutti gli altri omini e donne di quella citt, eccetto il crudel padre di lei, il qual per una perversa e strana opinion volse maritarla ad un altro pi ricco; ed in ci dalla infelice fanciulla non fu con altro contradetto, che con amarissime lacrime. Ed essendo successo cos mal avventurato matrimonio con molta compassion di quel populo e desperazion dei poveri amanti, non bast per questa percossa di fortuna per estirpare cos fundato amor dei cori n dell'uno n dell'altra; che dopo ancor per spacio di tre anni dur, avvegna che essa prudentissimamente lo dissimulasse e per ogni via cercasse di troncar que'desidri, che ormai erano senza speranza. Ed in questo tempo seguit sempre la sua ostinata volunt della continenzia; e vedendo che onestamente aver non potea colui che essa adorava al mondo, elesse non volerlo a modo alcuno e seguitar il suo costume di non accettare ambasciate, n doni, n pur sguardi suoi; e con questa terminata878 volunt la meschina, vinta dal crudelissimo affanno e divenuta per la lunga passione estenuatissima, in capo di tre anni se ne mor; e prima volse rifutare i contenti e piacer suoi tanto desiderati, in ultimo la vita propria, che la onest. N le mancavan modi e vie da satisfarsi secretissimamente e senza pericolo d'infamia o d'altra perdita alcuna; e pur s'astenne da quello che tanto da s desiderava e di che tanto era continuamente stimulata da quella persona, che sola al mondo desiderava di compiacere; n a ci si mosse per paura, o per alcun altro rispetto, che per lo solo amore della vera virt. Che direte voi d'un'altra, la quale in sei mesi quasi ogni notte giacque con un suo carissimo innamorato; nientedimeno, in un giardino copioso di dolcissimi frutti, invitata dall'ardentissimo suo proprio desiderio e da'preghi e lacrime di chi pi che la propria vita le era caro, s'astenne dal gustarli; e bench fosse presa e legata ignuda nella stretta catena di quelle amate braccia, non si rese mai per vinta, ma conserv immaculato il fior della onest sua?


XLIV.

Parvi, signor Gasparo, che questi sian atti di continenzia equali a quella d'Alessandro? il quale, ardentissimamente innamorato non delle donne di Dario, ma di quella fama e grandezza che lo spronava coi stimuli della gloria a patir fatiche e pericoli per farsi immortale, non che le altre cose ma la propria vita sprezzava per acquistar nome sopra tutti gli omini; e noi ci maravigliamo che con tai pensieri nel core s'astenesse da una cosa la qual molto non desiderava? Ch, per non aver mai pi vedute quelle donne, non  possibile che in un punto l'amasse, ma ben forse l'aborriva, per rispetto879 di Dario suo nemico; ed in tal caso ogni suo atto lascivo verso di di quelle saria stato iniuria e non amore; e per non  gran cosa che Alessandro, il quale non meno con la magnanimit che con l'arme vinse il mondo, s'astenesse da far ingiuria a femine. La continenzia ancor di Scipione  veramente da laudar assai; nientedimeno, se ben considerate, non  da agguagliare a quella di queste due donne; perch esso ancora medesimamente s'astenne da cosa non desiderata, essendo in paese nemico, capitano novo, nel principio d'una impresa importantissima; avendo nella patria lassato tanta aspettazion di s ed avendo ancor a rendere cunto a giudici severissimi, i quali spesso castigavano non solamente i grandi ma i piccolissimi errori; e tra essi sapea averne de'nemici; conoscendo ancor che, s'altramente avesse fatto, per esser quella donna nobilissima e ad un nobilissimo signor maritata, potea concitarsi880 tanti nemici e talmente, che molto gli arian prolungata881 e forse in tutto tolta la vittoria. Cos per tante cause e di tanta importanzia s'astenne da un leggero e dannoso appetito, mostrando continenzia ed una liberale integrit; la quale, come si scrive, gli diede tutti gli animi di que'populi e gli valse un altro esercito ad espugnar con benivolenzia i cori, che forse per forza d'arme sariano stati inespugnabili; sicch questo pi tosto un stratogema militare dir si poria, che pura continenzia: avvegna ancora che la fama di questo non sia molto sincera882, perch alcuni scrittori883 d'autorit affermano questa giovane esser stata da Scipion goduta in amorose delizie; ma di quello che vi dico io, dubbio alcuno non  -.


XLV.

Disse il Frigio: - Dovete averlo trovato negli Evangeli884. - Io stesso l'ho veduto, - rispose messer Cesare, - e per n'ho molto maggior certezza che non potete aver n voi n altri, che Alcibiade si levasse dal letto di Socrate non altrimenti che si facciano i figioli dal letto dei padri; ch pur strano loco e tempo era il letto e la notte per contemplar quella pura bellezza, la qual si dice che amava Socrate senza alcun desiderio disonesto; massimamente amando pi la bellezza dell'animo che del corpo, ma nei fanciulli e no nei vecchi, ancor che siano pi savi. E certo non si potea gi trovar miglior esempio per laudar la continenzia degli omini che quello di Senocrate; che essendo versato negli studi, astretto ed obligato dalla profession sua, che  la filosofia, la quale consiste nei boni costumi e non nelle parole, vecchio, esausto del vigor naturale, non potendo n mostrando segno di potere885, s'astenne da una femina publica, la quale per questo nome solo potea venirgli a fastidio. Pi crederci che fosse stato continente se qualche segno de risentirsi avesse dimostrato, ed in tal termine886 usato la continenzia; o vero astenutosi da quello che i vecchi pi desiderano che le battaglie di Venere, cio dal vino; ma per comprobar ben la continenzia senile, scrivesi887 che di questo era pieno e grave. E qual cosa dir si po pi aliena dalla continenzia d'un vecchio, che la ebriet? e se lo astenerse dalle cose veneree in quella pigra e fredda et merita tanta laude, quanta ne deve meritar in una tenera giovane, come quelle due di chi dianzi v'ho detto? delle quali l'una imponendo durissime leggi a tutti i sensi suoi, non solamente agli occhi negava la sua luce, ma toglieva al core quei pensieri, che soli lungamente erano stati dulcissimo cibo per tenerlo in vita; l'altra, ardente inamorata, ritrovandosi tante volte sola nelle braccia di quello che pi assai che tutto 'l resto del mondo amava, contra se stessa e contra colui che pi che se stessa le era caro combattendo, vincea quello ardente desiderio che spesso ha vinto e vince tanti savi omini. Non vi pare ora, signor Gasparo, che dovessino i scrittori vergognarsi di far memoria di Senocrate in questo caso e chiamarlo per continente? ch chi potesse sapere, io metterei pegno che esso tutta quella notte sino al giorno seguente ad ora di desinare dorm come morto, sepulto nel vino; n mai, per stropicciar che gli facesse quella femina, pot aprir gli occhi, come se fusse stato allopiato888 -.


XLVI.

Quivi risero tutti gli omini e donne; e la signora Emilia, pur ridendo, - Veramente, - disse, - signor Gasparo, se vi pensate un poco meglio, credo che trovarete ancor qualche altro bello esempio di continenzia simile a questo -. Rispose messer Cesare: - Non vi pare, Signora, che bello esempio di continenzia sia quello altro che egli ha allegato di Pericle? Maravigliomi ben che 'l non abbia ancor ricordato la continenzia e quel bel detto che si scrive di colui, a chi una donna domand troppo gran prezzo per una notte ed esso le rispose che non comprava cos caro il pentirsi889 -. Rideasi tuttavia; e messer Cesare, avendo alquanto tacciuto, - Signor Gasparo, - disse, - perdonatime s'io dico il vero, perch in somma queste sono le miraculose continenzie che di se stessi scrivono gli omini, accusando per incontinenti le donne, nelle quali ogni d si veggono infiniti segni di continenzia; ch certo, se ben considerate, non  rcca tanto inespugnabile n cos ben diffesa, che essendo combattuta con la millesima parte delle machine ed insidie, che per espugnar il constante animo d'una donna s'adoprano, non si rendesse al primo assalto. Quanti creati da signori, e da essi fatti ricchi e posti in grandissima estimazione, avendo nelle mani le lor fortezze e rcche, onde dependeva tutto 'l stato e la vita ed ogni ben loro, senza vergogna o cura d'esser chiamati traditori, le hanno perfidamente per avarizia date a chi non doveano? e Dio volesse che a'd nostri di questi tali fosse tanta carestia, che non avessimo molto maggior fatica a ritrovar qualcuno che in tal caso abbia fatto quello che dovea, che nominar quelli che hanno mancato. Non vedemo noi tant'altri che vanno ogni d ammazzando omini per le selve e scorrendo per mare, solamente per rubar denari? Quanti prelati vendono le cose della chiesa di Dio? quanti iurisconsulti890 falsificano testamenti? quanti periuri fanno? quanti falsi testimoni, solamente per aver denari? quanti medici avvelenano gl'infermi per tal causa? quanti poi per paura della morte fanno cose vilissime? E pur a tutte queste cos efficaci e dure battaglie spesso resiste una tenera e delicata giovane; ch molte sonosi trovate, le quali hanno eletto la morte pi presto che perder l'onest -.


XLVII.

Allora il signor Gasparo, - Queste, - disse, - messer Cesare, credo che non siano al mondo oggid -. Rispose messer Cesare: - Io non voglio ora allegarvi le antiche; dicovi ben questo, che molte si trovariano e trovansi, che in tal caso non si curan di morire. Ed or m'occorre nell'animo che quando Capua fu saccheggiata dai Franzesi891, che ancora non  tanto tempo che voi nol possiate molto bene avere a memoria, una bella giovane gentildonna capuana, essendo condotta fuor di casa sua, dove era stata presa da una compagnia di Guasconi, quando giunse al fiume che passa per Capua finse volersi attaccare892 una scarpa tanto che colui che la menava un poco la lass, ed essa sbito si gitt nel fiume. Che direte voi d'una contadinella, che non molti mesi fa, a Gazuolo in Mantoana, essendo ita con una sua sorella a raccrre spiche ne'campi, vinta dalla sete entr in una casa per bere dell'acqua; dove il patron della casa, che giovane era, vedendola assai bella e sola, presala in braccio, prima con bone parole, poi con minacce, cerc d'indurla a far i suoi piaceri; e contrastando essa sempre pi ostinatamente, in ultimo con molte battiture e per forza la vinse. Essa cos scapigliata e piangendo ritorn nel campo alla sorella, n mai, per molto ch'ella le facesse instanzia, dir volse che dispiacere avesse ricevuto in quella casa; ma tuttavia, caminando verso l'albergo893 e mostrando di racchetarsi a poco a poco e parlar senza perturbazione alcuna, le diede certe commissioni; poi, giunta che fu sopra Oglio, che  il fiume che passa accanto Gazuolo, allontanatasi un poco dalla sorella, la quale non sapea n imaginava ci ch'ella si volesse fare, sbito vi si gitt dentro. La sorella dolente e piangendo l'andava secondando894 quanto pi potea lungo la riva del fiume, che assai velocemente la portava all'ingi; ed ogni volta che la meschina risurgeva sopra l'acqua, la sorella le gittava una corda che seco avea recata per legar le spiche; e bench la corda pi d'una volta le pervenisse alle mani, perch pur era ancor vicina alla ripa, la costante e deliberata fanciulla sempre la rifiutava e dilungava da s; e cos fuggendo ogni soccorso che dar le potea vita, in poco spacio ebbe la morte; n fu questa mossa dalla nobilit di sangue, n da paura di pi crudel morte o d'infamia, ma solamente dal dolore della perduta virginit. Or di qui potete comprendere quante altre donne facciano atti dignissimi di memoria che non si sanno, poich avendo questa, tre d sono, si po dir, fatto un tanto testimonio della sua virt, non si parla di lei, n pur se ne sa il nome. Ma se non sopragiungea in quel tempo la morte del vescovo di Mantua895, zio della signora Duchessa nostra, ben saria adesso quella ripa d'Oglio, nel loco onde ella se gitt, ornata d'un bellissimo sepulcro per memoria di cos gloriosa anima, che meritava tanto pi chiara fama dopo la morte, quanto in men nobil corpo vivendo era abitata -.


XLVIIL

Quivi fece messer Cesare un poco di pausa; poi suggiunse: - A'mei d ancora in Roma intervenne un simil caso; e fu che una bella e nobil giovane romana, essendo lungamente seguitata da uno che molto mostrava amarla, non volse mai, non che d'altro, ma d'un sguardo solo compiacergli; di modo che costui per forza di denari corruppe una sua fante; la quale, desiderosa di satisfarlo per toccarne pi denari, persuase alla patrona che un certo giorno non molto celebrato896 andasse a visitar la chiesa di san Sebastiano897; ed avendo il tutto fatto intendere allo amante e mostratogli ci che far dovea, condusse la giovane in una di quelle grotte oscure che soglion visitar quasi tutti quei che vanno a san Sebastiano; ed in questa tacitamente s'era nascosto prima il giovane, il quale, ritrovandosi solo con quella che amava tanto, cominci con tutti i modi a pregarla pi dolcemente che seppe che volesse avergli compassione e mutar la sua passata durezza in amore; ma poi che vide tutti i prieghi esser vani, si volse alle minacce; non giovando ancora queste, cominci a batterla fieramente; in ultimo, essendo in ferma disposizion d'ottener lo intento suo, se non altrimenti, per forza, ed in ci operando il soccorso della malvagia femina che quivi l'aveva condotta, mai non pot tanto fare che essa consentisse; anzi e con parole e con fatti, bench poche forze avesse, la meschina giovane si diffendeva quanto le era possibile; di modo che tra per lo sdegno conceputo, vedendosi non poter ottener quello che volea, tra per la paura che non forse i parenti di lei, se risapeano la cosa, gli ne facessino portar la pena, questo scelerato, aiutato dalla fante, la quale del medesimo dubitava, affog898 la mal avventurata giovane e quivi la lass; e fuggitosi, procur di non esser trovato. La fante, dallo error suo medesimo acciecata, non seppe fuggire, e presa per alcuni indici confess ogni cosa; onde ne fu come meritava castigata. Il corpo della costante e nobil donna con grandissimo onore fu levato di quella grotta e portato alla sepultura in Roma, con una corona in testa di lauro, accompagnato da un numero infinito d'omini e di donne, tra'quali non fu alcuno che a casa riportasse gli occhi senza lacrime; e cos universalmente da tutto 'l populo fu quella rara anima non men pianta che laudata.


XLIX.

Ma per parlarvi di quelle che voi stesso conoscete, non vi ricorda aver inteso che andando la signora Felice dalla Rovere899 a Saona900, e dubitando che alcune vele che s'erano scoperte fossero legni di papa Alessandro che la seguitassero, s'apparecchi con ferma deliberazione, se si accostavano, e che rimedio non vi fusse di fuga, di gittarsi nel mare; e questo non si po gi credere che lo facesse per leggerezza, perch voi cos come alcun altro conoscete ben di quanto ingegno e prudenzia sia accompagnata la singular bellezza di quella signora. Non posso pur tacere una parola della signora Duchessa nostra, la quale, essendo vivuta quindeci anni in compagnia del marito come vidua901, non solamente  stata costante di non palesar mai questo a persona del mondo, ma essendo dai suoi proprii stimulata ad uscir di questa viduit902, elesse pi presto patir esilio, povert ed ogn'altra sorte d'infelicit, che accettar quello che a tutti gli altri parea gran grazia e prosperit di fortuna; - e seguitando pur messer Cesare circa questo, disse la signora Duchessa: - Parlate d'altro e non intrate pi in tal proposito, ch assai dell'altre cose avete che dire -. Suggiunse messer Cesare: - So pur che questo non mi negherete, signor Gasparo, n voi, Frigio. - Non gi, - rispose il Frigio; - ma una non fa numero903 -.


L.

Disse allora messer Cesare: - Vero  che questi cos grandi effetti occorrono in poche donne; pur ancora quelle che resistono alle battaglie d'amore, tutte sono miracolose904; e quelle che talor restano vinte sono degne di molta compassione; ch certo i stimuli degli amanti, le arti che usano, i lacci che tendono son tanti e cos continui, che troppa maraviglia  che una tenera fanciulla fuggir gli possa. Qual giorno, qual ora passa mai, che quella combattuta giovane non sia dallo amante sollicitata con denari, con presenti e con tutte quelle cose che imaginar sa che le abbiano a piacere? A qual tempo affacciar mai si po alla finestra, che sempre non veda passar l'ostinato amante con silenzio di parole ma con gli occhi che parlano, col viso afflitto e languido, con quegli accesi sospiri, spesso con abundantissime lacrime? Quando mai si parte di casa per andar a chiesa o ad altro loco, che questo sempre non le sia innanzi e ad ogni voltar di contrata non se le affronti905 con quella trista passion dipinta negli occhi, che par che allor allora aspetti la morte? Lasso tante attillature, invenzioni, motti, imprese, feste, balli, giochi, maschere, giostre, torniamenti, le quai cose essa conosce tutte esser fatte per s. La notte poi mai risvegliarsi non sa, che non oda musica906, o almen quello inquieto spirito intorno alle mura della casa gittar sospiri e voci lamentevoli. Se per avventura parlar vole con una delle sue fanti, quella, gi corrotta per denari, sbito ha apparecchiato un presentuzzo, una lettera, un sonetto, o tal cosa, da darle per parte dello amante; e quivi entrando a proposito, le fa intendere quanto arde questo meschino, come non cura la propria vita per servirla; e come da lei niuna cosa ricerca men che onesta e che solamente desidera parlarle. Quivi a tutte le difficult si trovano rimedi, chiavi contrafatte, scale di corde, sonniferi; la cosa si dipinge di poco momento; dnnosi esempi di molt'altre che fanno assai peggio; di modo che ogni cosa tanto si fa facile, che essa niuna altra fatica ha che di dire: "Io son contenta"; e se pur la poverella per un tempo resiste, tanti stimuli le aggiungono, tanti modi trovano, che col continuo battere rompeno ci che le osta. E molti sono che, vedendo le blandicie non giovargli, si voltano alle minacce e dicono volerle publicar per quelle che non sono ai lor mariti. Altri patteggiano arditamente coi padri e spesso con i mariti, i quali per denari o per aver favori dnno le proprie figliole e mogli in preda contra la lor voglia. Altri cercano con incanti e malie907 tr loro quella libert che Dio all'anime ha concessa; di che si vedono mirabili effetti. Ma io non saprei ridire in mill'anni tutte le insidie che opran gli omini per indur le donne alle lor voglie, che sono infinite; ed oltre a quelle che ciascun per se stesso ritrova non  ancora mancato chi abbia ingeniosamente composto libri, e postovi ogni studio per insegnar di che modo in questo s'abbiano ad ingannar le donne. Or pensate come da tante reti possano esser sicure queste semplici colombe, da cos dolce esca invitate. E che gran cosa  adunque se una donna, veggendosi tanto amata ed adorata molt'anni da un bello, nobile ed accostumato giovane, il quale mille volte il giorno si mette a pericolo della morte per servirle, n mai pensa altro che di compiacerle, con quel continuo battere, che fa che l'acqua spezza i durissimi marmi, s'induce finalmente ad amarlo, e vinta da questa passione lo contenta di quello che voi dite che essa, per la imbecillit del sesso, naturalmente molto pi desidera che l'amante? Parvi che questo error sia tanto grave, che quella meschina, che con tante lusinghe  stata presa, non meriti almen quel perdono, che spesso agli omicidi, ai ladri, assassini e traditori si concede? Vorrete voi che questo sia vicio tanto enorme che, per trovarsi che qualche donna in esso incorre, il sesso delle donne debba esser sprezzato in tutto e tenuto universalmente privo di continenzia, non avendo rispetto che908 molte se ne trovano invittissime, che ai continui stimuli d'amore sono adamantine e salde nella lor infinita constanzia pi che i scogli all'onde del mare?


LI.

Allora il signor Gasparo, essendosi fermato messer Cesare di parlare, cominciava per rispondere; ma il signor Ottaviano ridendo, - Deh, per amor di Dio, - disse, - datigliela vinta, ch io conosco che voi farete poco frutto; e parmi vedere che v'acquistarete non solamente tutte queste donne per inimiche, ma ancora la maggior parte degli omini -. Rise il signor Gasparo e disse: - Anzi ben gran causa hanno le donne di ringraziarmi; perch s'io non avessi contradetto al signor Magnifico ed a messer Cesare, non si sariano intese tante laudi che essi hanno loro date -. Allora messer Cesare, - Le laudi, - disse, - che il signor Magnifico ed io avemo date alle donne ed ancora molte altre erano notissime, per sono state superflue. Chi non sa che senza le donne sentir non si po contento o satisfazione alcuna in tutta questa nostra vita, la quale senza esse saria rustica e priva d'ogni dolcezza e pi aspera che quella dell'alpestre fiere? Chi non sa che le donne sole levano de'nostri cori tutti li vili e bassi pensieri, gli affanni, le miserie e quelle turbide tristezze che cos spesso loro sono compagne? E se vorremo ben considerar il vero, conosceremo ancora che, circa la cognizion delle cose grandi, non desviano gli ingegni, anzi gli svegliano; ed alla guerra fanno gli omini senza paura ed arditi sopra modo. E certo impossibil  che nel cor d'omo, nel qual sia entrato una volta fiamma d'amore, regni mai pi vilt; perch chi ama desidera sempre farsi amabile pi che po, e teme sempre non gli intervenga qualche vergogna che lo possa far estimar poco da chi esso desidera esser estimato assai; n cura d'andare mille volte il giorno alla morte, per mostrar d'esser degno di quell'amore; per chi potesse far un esercito d'innamorati, li quali combattessero in presenzia delle donne da loro amate, vinceria tutto 'l mondo, salvo se contra questo in opposito non fosse un altro esercito medesimamente innamorato. E crediate di certo che l'aver contrastato Troia dieci anni a tutta Grecia non procedette d'altro che d'alcuni innamorati, li quali, quando erano per uscir a combattere, s'armavano in presenzia delle lor donne, e spesso esse medesime gli aiutavano e nel partir diceano lor qualche parola che gli infiammava e gli facea pi che omini; poi nel combattere sapeano esser dalle lor donne mirati dalle mura e dalle torri; onde loro parea che ogni ardir che mostravano, ogni prova che faceano, da esse riportasse laude; il che loro era il maggior premio che aver potessero al mondo. Sono molti che estimano la vittoria del re di Spagna Ferrando ed Isabella contra il re di Granata esser proceduta gran parte dalle donne; ch il pi delle volte quando usciva lo esercito di Spagna per affrontar gli inimici, usciva ancora la regina Isabella con tutte le sue damigelle e quivi si ritrovavano molti nobili cavalieri innamorati; li quali finch giongeano al loco di veder gli nemici, sempre andavano parlando con le lor donne; poi, pigliando licenzia ciascun dalla sua, in presenzia loro andavano ad incontrar gli nimici con quell'animo feroce909 che dava loro amore, e 'l desiderio di far conoscere alle sue signore che erano servite da omini valorosi; onde molte volte trovaronsi pochissimi cavalieri spagnoli mettere in fuga ed alla morte infinito numero di Mori, merc delle gentili ed amate donne. Per non so, signor Gasparo, qual perverso giudicio v'abbia indutto a biasimar le donne.


LII.

Non vedete voi che di tutti gli esercizi graziosi e che piaceno al mondo a niun altro s'ha da attribuire la causa, se alle donne no? Chi studia di danzare e ballar leggiadramente per altro, che per compiacere a donne? Chi intende nella dolcezza della musica per altra causa, che per questa? Chi a compor versi, almen nella lingua vulgare, se non per esprimere quegli affetti che dalle donne sono causati? Pensate di quanti nobilissimi poemi saremmo privi, e nella lingua greca e nella latina, se le donne fossero state da'poeti poco estimate. Ma lassando tutti gli altri, non saria grandissima perdita se messer Francesco Petrarca, il qual cos divinamente scrisse in questa nostra lingua gli amor suoi, avesse volto l'animo solamente alle cose latine, come ara fatto se l'amor di madonna Laura da ci non l'avesse talor desviato? Non vi nomino i chiari ingegni che sono ora al mondo e qui presenti910, che ogni d parturiscono qualche nobil frutto e pur pigliano subietto solamente dalle bellezze e virt delle donne. Vedete che Salomone, volendo scrivere misticamente cose altissime e divine911, per coprirle d'un grazioso velo finse un ardente ed affettuoso dialogo d'uno innamorato con la sua donna, parendogli non poter trovar qua gi tra noi similitudine alcuna pi conveniente e conforme alle cose divine, che l'amor verso le donne; ed in tal modo volse darci un poco d'odor di quella divinit, che esso e per scienzia e per grazia pi che gli altri conoscea. Per non bisognava, signor Gasparo, disputar di questo, o almen con tante parole; ma voi col contradire alla verit avete impedito che non si siano intese mill'altre cose belle ed importanti circa la perfezion della donna di palazzo -. Rispose il signor Gasparo: - Io credo che altro non vi si possa dire; pur se a voi pare che il signor Magnifico non l'abbia adornata a bastanza di bone condicioni, il diffetto non  stato il suo, ma di chi ha fatto che pi virt non siano al mondo, perch esso le ha date tutte quelle che vi sono -. Disse la signora Duchessa ridendo: - Or vedrete che 'l signor Magnifico pur ancor ne ritrover qualche altra -. Rispose il Magnifico: - In vero, Signora, a me par d'aver detto assai e, quanto per me, contentomi di questa mia donna; e se questi signori non la voglion cos fatta, lassinla a me912 -.


LIII.

Quivi tacendo ognuno, disse messer Federico: - Signor Magnifico, per stimularvi a dir qualche altra cosa, voglio pur farvi una domanda circa quello che avete voluto che sia la principal professione della donna di palazzo, ed  questa; ch'io desidero intendere come ella debba intertenersi circa una particularit che mi pare importantissima; ch, bench le eccellenti condicioni da voi attribuitele includino ingegno, sapere, giudicio, desterit913, modestia e tant'altre virt, per le quali ella dee ragionevolmente saper intertenere ogni persona e ad ogni proposito, estimo io per che pi che alcuna altra cosa le bisogni saper quello che appartiene ai ragionamenti d'amore; perch, secondo che ogni gentil cavaliero usa per instrumento d'acquistar grazia di donne quei nobili esercizi, attillature e bei costumi che avemo nominati, a questo effetto adopra medesimamente le parole; e non solo quando  astretto da passione, ma ancora spesso per far onore a quella donna con cui parla, parendogli che 'l mostrar d'amarla sia un testimonio che ella ne sia degna e che la bellezza e meriti suoi sian tanti, che sforzino ognuno a servirla. Per vorrei sapere come debba questa donna circa tal proposito intertenersi discretamente e come rispondere a chi l'ama veramente e come a chi ne fa dimostrazion falsa; e se dee dissimular d'intendere, o corrispondere, e rifiutare, e come governarsi -.


LIV.

Allor il signor Magnifico, - Bisogneria prima, - disse, insegnarle a conoscer quelli che simulan d'amare e quelli che amano veramente; poi, del corrispondere in amore o no, credo che non si debba governar per voglia d'altrui, che di se stessa -. Disse messer Federico: - Insegnatele adunque quai siano i pi certi e sicuri segni per discernere l'amor falso dal vero, e di qual testimonio ella se debba contentar per esser ben chiara914 dell'amore mostratole -. Rispose ridendo il Magnifico: - Io non lo so perch gli omini oggid sono tanto astuti, che fanno infinite dimostrazion false e talor piangono quando hanno ben gran voglia di ridere; per bisogneria mandargli all'Isola Ferma, sotto l'arco dei leali innamorati915. Ma acci che questa mia donna, della quale a me convien aver particular protezione per esser mia creatura916, non incorra in quegli errori ch'io ho veduto incorrere molt'altre, io direi ch'ella non fosse facile a creder d'esser amata; n facesse come alcune, che non solamente non mostrano di non intendere chi lor parla d'amore, ancora che copertamente, ma alla prima parola accettano tutte le laudi che lor son date, o ver le negano d'un certo modo, che  pi presto un invitare d'amore quelli coi quali parlano, che ritrarsi. Per la maniera dell'intertenersi nei ragionamenti d'amore, ch'io voglio che usi la mia donna di palazzo, sar il rifiutar di creder sempre che chi le parla d'amore, l'ami per; e se quel gentilomo sar, come pur molti se ne trovano, prosuntuoso e che le parli con poco rispetto, essa gli dar tal risposta, che 'l conoscer chiaramente che le fa dispiacere; se ancora sar discreto ed usar termini modesti e parole d'amore copertamente, con quel gentil modo che io credo che faria il cortegiano formato da questi signori, la donna mostrer non l'intendere e tirar le parole ad altro significato, cercando sempre modestamente, con quello ingegno e prudenzia che gi s' detto convenirsele, uscir di quel proposito917. Se ancor il ragionamento sar tale, che ella non possa simular di non intendere, pigliar il tutto come per burla, mostrando di conoscere che ci se le dica pi presto per onorarla che perch cos sia, estenuando918 i meriti suoi ed attribuendo a cortesia di quel gentilomo le laudi che esso le dar; ed in tal modo si far tener per discreta, e sar pi sicura dagli inganni. Di questo modo parmi che debba intertenersi la donna di palazzo circa i ragionamenti d'amore -.


LV.

Allora messer Federico, - Signor Magnifico, - disse, - voi ragionate di questa cosa, come che sia919 necessario che tutti quelli che parlano d'amore con donne dicano le bugie e cerchino d'ingannarle; il che se cos fosse, direi che i vostri documenti920 fossero boni; ma se questo cavalier che intertiene ama veramente e sente quella passion che tanto affligge talor i cori umani, non considerate voi in qual pena, in qual calamit e morte lo ponete, volendo che la donna non gli creda mai cosa che dica a questo proposito? Dunque i scongiuri, le lacrime e tant'altri segni non debbono aver forza alcuna? Guardate, signor Magnifico, che non si estimi che, oltre alla naturale crudelt che hanno in s molte di queste donne, voi ne insegnate loro ancora di pi -. Rispose il Magnifico: - Io ho detto non di chi ama, ma di chi intertiene con ragionamenti amorosi, nella qual cosa una delle pi necessarie condicioni  che mai non manchino parole; e gli innamorati veri, come hanno il core ardente, cos hanno la lingua fredda, col parlar rotto e sbito silenzio; per forsi non saria falsa proposizione il dire: chi ama assai parla poco. Pur di questo credo che non si possa dar certa regula, per la diversit dei costumi degli omini; n altro dir saprei, se non che la donna sia ben cauta, e sempre abbia a memoria che con molto minor periculo posson gli omini mostrar d'amare, che le donne -.


LVI.

Disse il signor Gasparo ridendo: - Non volete voi, signor Magnifico, che questa vostra cos eccellente donna essa ancora ami, almen quando conosce veramente esser amata? Atteso che se 'l cortegiano non fosse redamato, non  gi credibile che continuasse in amare lei; e cos le mancheriano molte grazie, e massimamente quella servit e riverenzia, con la quale osservano e quasi adorano gli amanti la virt delle donne amate921. Di questo, - rispose il Magnifico, - non la voglio consigliare io; dico ben che lo amar come voi ora intendete estimo che convenga solamente alle donne non maritate; perch quando questo amore non po terminare in matrimonio,  forza che la donna n'abbia sempre quel remorso e stimulo che s'ha delle cose illicite, e si metta a periculo di macular quella fama d'onest che tanto l'importa -. Rispose allora messer Federico ridendo: - Questa vostra opinion, signor Magnifico, mi par molto austera, e penso che l'abbiate imparata da qualche predicator, di quelli che riprendon le donne innamorate de'seculari922 per averne essi miglior parte; e parmi che imponiate troppo dure leggi alle maritate, perch molte se ne trovano, alle quali i mariti senza causa portano grandissimo odio e le offendono gravemente, talor amando altre donne, talor facendo loro tutti i dispiaceri che sanno imaginare; alcune sono dai padri maritate per forza a vecchi, infermi, schifi e stomacosi923, che le fan vivere in continua miseria. E se a queste tali fosse licito fare il divorzio e separarsi da quelli co'quali sono mal congiunte, non saria forse da comportar loro che amassero altri che 'l marito; ma quando, o per le stelle nemiche, o per la diversit delle complessioni, o per qualche altro accidente, occorre che nel letto, che dovrebbe esser nido di concordia e d'amore, sparge la maledetta furia infernale il seme del suo veneno, che poi produce lo sdegno, il suspetto e le pungenti spine dell'odio che tormenta quelle infelici anime, legate crudelmente nella indissolubil catena insino alla morte, perch non volete voi che a quella donna sia licito cercar qualche refrigerio a cos duro flagello e dar ad altri quello che dal marito  non solamente sprezzato, ma aborrito? Penso ben che quelle che hanno i mariti convenienti e da essi sono amate, non debbano fargli ingiuria; ma l'altre, non amando chi ama loro, fanno ingiuria a se stesse. - Anzi a se stesse fanno ingiuria amando altri che il marito, - rispose il Magnifico. - Pur, perch molte volte il non amare non  in arbitrio nostro, se alla donna di palazzo occorrer questo infortunio che l'odio del marito o l'amor d'altri la induca ad amare, voglio che ella niuna altra cosa allo amante conceda eccetto che l'animo; n mai gli faccia dimostrazion alcuna certa d'amore, n con parole, n con gesti, n per altro modo, tal che esso possa esserne sicuro -.


LVII.

Allora messer Roberto da Bari, pur ridendo, - Io, - disse, - signor Magnifico, mi appello di924 questa vostra sentenzia e penso che aver molti compagni; ma poich pur volete insegnar questa rusticit925, per dir cos, alle maritate, volete voi che le non maritate siano esse ancora cos crudeli e discortesi e che non compiacciano almen in qualche cosa i loro amanti? Se la mia donna di palazzo, - rispose il signor Magnifico, non sar maritata, avendo d'amare voglio che ella ami uno col quale possa maritarsi; n reputar gi errore che ella gli faccia qualche segno d'amore; della qual cosa voglio insegnarle una regula universale926 con poche parole, acci che ella possa ancora con poca fatica tenerla a memoria: e questa  che ella faccia tutte le demostrazioni d'amore a chi l'ama, eccetto quelle che potessero indur nell'animo dell'amante speranza di conseguir da lei cosa alcuna disonesta. Ed a questo bisogna molto avvertire927, perch  uno errore dove incorrono infinite donne, le quali per l'ordinario niun'altra cosa desiderano pi che l'esser belle; e perch lo avere molti innamorati ad esse par testimonio della lor bellezza, mettono ogni studio per guadagnarne pi che possono; per scorrono928 spesso in costumi poco moderati, e lassando quella modesia temperata che tanto lor si conviene, usano certi sguardi procaci, con parole scurili ed atti pieni di impudenzia, parendo lor che per questo siano vedute ed udite voluntieri, e che con tai modi si facciano amare; il che  falso, perch le demostrazioni che si fan loro nascono da un appetito mosso da opinion di facilit, non d'amore. Per voglio che la mia donna di palazzo non con modi disonesti paia quasi che s'offerisca a chi la vole ed uccelli929 pi che po gli occhi e la volunt di chi la mira, ma con i meriti e virtuosi costumi suoi, con la venust, con la grazia induca nell'animo di chi la vede quello amor vero che si deve a tutte le cose amabili, e quel rispetto che leva sempre la speranza di chi pensa a cosa disonesta. Colui adunque che sar da tal donna amato, ragionevolmente devr contentarsi d'ogni minima demostrazione, ed apprezzar pi da lei un sol sguardo con affetto d'amore, che l'essere in tutto signor d'ogni altra; ed io a cos fatta donna non saprei aggiunger cosa alcuna, se non che ella fosse amata da cos eccellente cortegiano come hanno formato questi signori, e che essa ancor amasse lui, acci che e l'uno e l'altra avesse totalmente la sua perfezione -.


LVIII.

Avendo insin qui detto, il signor Magnifico taceasi, quando il signor Gasparo ridendo, - Or, - disse, - non potrete gi dolervi che 'l signor Magnifico non abbia formato la donna di palazzo eccellentissima e da mo930, se una tal se ne trova, io dico ben che ella merita esser estimata eguale al cortegiano -. Rispose la signora Emilia: - Io m'obligo trovarla, sempre che voi trovarete il cortegiano -. Suggiunse messer Roberto: Veramente negar non si po che la donna formata dal signor Magnifico non sia perfettissima; nientedimeno in queste ultime condicioni appartenenti allo amore parmi pur che esso l'abbia fatta un poco troppo austera, massimamente volendo che con le parole, gesti e modi suoi ella levi in tutto la speranza allo amante e lo confermi pi che ella po nella disperazione; ch, come ognun sa, li desidri umani non si estendono a quelle cose, delle quali non s'ha qualche speranza. E bench gi si siano trovate alcune donne le quali, forse superbe per la bellezza e valor loro, la prima parola che hanno detta a chi lor ha parlato d'amore  stata che non pensino aver mai da lor cosa che vogliano, pur con lo aspetto e con le accoglienze sono lor poi state un poco pi graziose931, di modo che con gli atti benigni hanno temperato in parte le parole superbe; ma se questa donna e con gli atti e con le parole e coi modi leva in tutto la speranza, credo che 'l nostro cortegiano, se egli sar savio, non l'amer mai, e cos essa aver questa imperfezion di trovarsi senza amante -.


LIX.

Allor il signor Magnifico, - Non voglio, - disse, - che la mia donna di palazzo levi la speranza d'ogni cosa, ma delle cose disoneste, le quali, se 'l cortegiano sar tanto cortese e discreto come l'hanno formato questi signori, non solamente non le sperar, ma pur non le desiderar; perch se la bellezza, i costumi, l'ingegno, la bont, il sapere, la modestia e tante altre virtuose condicioni che alla donna avemo date, saranno la causa dell'amor del cortegiano verso lei, necessariamente il fin ancora di questo amore sar virtuoso; e se la nobilit, il valor nell'arme, nelle lettere, nella musica, la gentilezza, l'esser nel parlar, nel conversar pien di tante grazie, saranno i mezzi con i quali il cortegiano acquistar l'amor della donna, bisogner che 'l fin di quello amore sia della qualit che sono i mezzi per li quali ad esso si perviene; oltra che, secondo che al mondo si trovano diverse maniere di bellezze, cos si trovano ancora diversi desidri d'omini; e per intervien che molti, vedendo una donna di quella bellezza grave, che andando, stando, motteggiando, scherzando e facendo ci che si voglia, tempera sempre talmente tutti i modi suoi, che induce una certa riverenzia a chi la mira, si spaventano, n osano servirle; e pi presto, tratti dalla speranza, amano quelle vaghe e lusenghevoli, tanto delicate e tenere, che nelle parole, negli atti e nel mirar mostrano una certa passion languidetta, che promette poter facilmente incorrere e convertirsi in amore. Alcuni, per esser sicuri degli inganni, amano certe altre tanto libere e degli occhi e delle parole e dei movimenti, che fan ci che prima lor viene in animo con una certa simplicit che non nasconde i pensier suoi. Non mancano ancor molti altri animi generosi, i quali, parendo loro che la virt consista circa la difficult932 e che troppo dolce vittoria sia il vincer quello che ad altri pare inespugnabile, si voltano facilmente ad amar le bellezze di quelle donne, che negli occhi, nelle parole e nei modi mostrano pi austera severit che l'altre, per far testimonio che 'l valor loro po sforzare un animo ostinato e indur ad amar ancor le voglie ritrose e rubelle d'amore933. Per questi tanto confidenti di se stessi934, perch si tengono securi di non lassarsi ingannare, amano ancor volentieri certe donne, che con sagacit ed arte pare che nella bellezza coprano mille astuzie; o veramente alcun'altre, che hanno congiunta con la bellezza una manera sdegnosetta di poche parole, pochi risi, con modo quasi d'apprezzar poco qualunque le mira o le serva. Trovansi poi certi altri, che non degnano amar se non donne che nell'aspetto, nel parlare ed in tutti i movimenti suoi portino tutta la leggiadria, tutti i gentil costumi, tutto 'l sapere e tutte le grazie unitamente cumulate, come un sol fior composto di tutte le eccellenzie del mondo. S che se la mia donna di palazzo aver carestia di quegli amori mossi da mala speranza, non per questo restar senza amante; perch non le mancheran quei che saranno mossi e dai meriti di lei e dalla confidenzia del valor di se stessi, per lo quale si conosceran degni d'essere da lei amati -.


LX.

Messer Roberto pur contradicea, ma la signora Duchessa gli diede il torto, confirmando la ragion del signor Magnifico; poi suggiunse: - Noi non abbiam causa di dolersi del signor Magnifico, perch in vero estimo che la donna di palazzo da lui formata possa star al paragon del cortegiano ed ancor con qualche vantaggio; perch le ha insegnato ad amare, il che non han fatto questi signori al suo cortegiano -. Allora l'Unico Aretino, - Ben  conveniente, - disse, - insegnar alle donne lo amare, perch rare volte ho io veduto alcuna che far lo sappia; ch quasi sempre tutte accompagnano la lor bellezza con la crudelt ed ingratitudine verso quelli che pi fidelmente le serveno e che per nobilit, gentilezza e virt meritariano premio de'loro amori; e spesso poi si dnno in preda ad omini sciocchissimi e vili e da poco, e che non solamente non le amano, ma le odiano. Per, per schifar935 questi cos enormi errori, forsi era ben insegnare loro prima il far elezione di chi meritasse essere amato, e poi lo amarlo; il che degli omini non  necessario, ch pur troppo per se stessi lo sanno; ed io ne posso esser bon testimonio, perch lo amare a me non fu mai insegnato, se non dalla divina bellezza e divinissimi costumi d'una Signora936, talmente che nell'arbitrio mio non  stato il non adorarla, non che ch'io in ci abbia avuto bisogno d'arte o maestro alcuno; e credo che 'l medesimo intervenga a tutti quelli che amano veramente; per pi tosto si converria insegnar al cortegiano il farsi amare che lo amare


LXI.

Allora la signora Emilia, - Or di questo adunque ragionate, - disse, - signor Unico -. Rispose l'Unico: - Parmi che la ragion vorrebbe che col servire e compiacer le donne s'acquistasse la lor grazia; ma quello di che esse si tengon servite e compiacciute, credo che bisogni impararlo dalle medesime donne, le quali spesso desideran cose tanto strane, che non  omo che le imaginasse, e talor esse medesime non sanno ci che si desiderino; perci  bene che voi, Signora, che ste donna e ragionevolmente dovete sapere quello che piace alle donne, pigliate questa fatica per far al mondo una tanta utilit -. Allor disse la signora Emilia: - Lo esser voi gratissimo universalmente alle donne  bono argumento937 che sappiate tutti e modi per li quali s'acquista la lor grazia; per  pur conveniente che voi l'insegnate. - Signora, - rispose l'Unico, io non saprei dar ricordo938 pi utile ad uno amante che 'l procurar che voi non aveste autorit con quella donna, la grazia della quale esso cercasse; perch qualche bona condicione, che pur  paruto al mondo talor che in me sia, col pi sincero amore che fosse mai, non hanno avuto tanta forza di far ch'io fussi amato, quanta voi di far che fussi odiato -.


LXII.

Rispose allor la signora Emilia: - Signor Unico, guardimi Dio pur di pensar, non che operar mai cosa perch foste odiato; ch oltre ch'io farei quello che non debbo, sarei estimata di poco giudicio, tentando lo impossibile; ma io, poich voi mi stimulate con questo modo a parlare di quello che piace alle donne, parler; e se vi dispiacer, datene la colpa a voi stesso. Estimo io adunque che chi ha da esser amato debba amare ed esser amabile e che queste due cose bastino per acquistar la grazia delle donne. Ora, per rispondere a quello di che voi m'accusate, dico che ognun sa e vede che voi siete amabilissimo; ma che amiate cos sinceramente come dite sto io assai dubbiosa, e forse ancora gli altri; perch l'esser voi troppo amabile ha causato che siete stato amato da molte donne, ed i gran fiumi divisi in pi parti divengono piccoli rivi; cos ancora l'amor diviso in pi che in un obietto, ha poca forza; ma questi vostri continui lamenti ed accusare in quelle donne che avete servite la ingratitudine, la qual non  verisimile, atteso tanti vostri meriti,  una certa sorte di secretezza per nasconder le grazie, i contenti e i piaceri da voi conseguiti in amore, ed assicurar quelle donne che v'amano e che vi si son date in preda, che non le publichiate939; e per esse ancora si contentano che voi cos apertamente con altre mostriate amori falsi per coprire i lor veri; onde se quelle donne, che voi ora mostrate d'amare, non son cos facili a crederlo come vorreste, interviene perch questa vostra arte in amore comincia ad esser conosciuta, non perch'io vi faccia odiare -.


LXIII.

Allor il signor Unico, - Io, - disse, - non voglio altrimenti tentar di confutar le parole vostre, perch ormai parmi cos fatale il non esser creduto a me la verit, come l'esser creduto a voi la bugia. - Dite pur, signor Unico, - rispose la signora Emilia, - che voi non amate cos come vorreste che fosse creduto; ch se amaste, tutti i desidri vostri sariano di compiacer la donna amata e voler quel medesimo che essa vole, ch questa  la legge d'amore940; ma il vostro tanto dolervi di lei denota qualche inganno, come ho detto, o veramente fa testimonio che voi volete quello che essa non vole. - Anzi, disse il signor Unico, - voglio io ben quello che essa vole, che  argumento ch'io l'amo; ma dolgomi perch essa non vol quello che voglio io, che  segno che non mi ama, secondo la medesima legge che voi avete allegata -. Rispose la signora Emilia: - Quello che comincia ad amare deve ancora cominciare a compiacere ed accommodarsi totalmente alle voglie della cosa amata e con quelle governar le sue; e far che i proprii desidri siano servi e che l'anima sua istessa sia come obediente ancella, n pensi mai ad altro che a transformarsi, se possibil fosse, in quella della cosa amata, e questo reputar per sua somma felicit; perch cos fan quelli che amano veramente. - A punto la mia somma felicit, - disse il signor Unico, sarebbe se una voglia sola governasse la sua e la mia anima. - A voi sta di farlo, - rispose la signora Emilia.


LXIV.

Allora messer Bernardo, interrompendo, - Certo , - disse, - che chi ama veramente, tutti i suoi pensieri, senza che d'altri gli sia mostrato, indrizza a servire e compiacere la donna amata; ma perch talor queste amorevoli servit non son ben conosciute, credo che oltre allo amare e servire sia necessario fare ancor qualche altra dimostrazione di questo amore tanto chiara, che la donna non possa dissimular di conoscere941 d'essere amata; ma con tanta modestia per, che non paia che se le abbia poca riverenzia. E perci voi, Signora, che avete cominciato a dir come l'anima dello amante dee essere obediente ancella alla amata, insegnate ancor, di grazia, questo secreto, il quale mi pare importantissimo -. Rise messer Cesare e disse: - Se lo amante  tanto modesto che abbia vergogna di dirgliene, scrivaglielo -. Suggiunse la signora Emilia: - Anzi, se  tanto discreto come conviene, prima che lo faccia intendere alla donna devesi assecurar di non offenderla -. Disse allor il signor Gasparo: - A tutte le donne piace l'esser pregate d'amore, ancor che avessero intenzione di negar quello che loro si domanda -. Rispose il Magnifico Iuliano: - Voi v'ingannate molto; n io consigliarei il cortegiano che usasse mai questo termine, se non fusse ben certo di non aver repulsa


LXV.

- E che cosa deve egli adunque fare? - disse il signor Gasparo. Suggiunse il Magnifico: - Se pur vole scrivere o parlare, farlo con tanta modestia e cos cautamente, che le parole prime tentino l'animo e tocchino tanto ambiguamente942 la Volunt di lei, che le lassino modo ed uno certo esito943 di poter simulare di non conoscere, che que'ragionamenti importino944 amore, acci che se trova difficult, possa ritrarse, e mostrar d'aver parlato o scritto ad altro fine, per goder quelle domestiche carezze ed accoglienzie con sicurt, che spesso le donne concedono a chi par loro che le pigli per amicizia; poi le negano, sbito che s'accorgono che siano ricevute per dimostrazion d'amore. Onde quelli che son troppo precipiti945 e si avventurano cos prosuntuosamente con certe furie ed ostinazioni, spesso le prdono, e meritamente; perch ad ogni nobil donna pare sempre di essere poco estimata da chi senza rispetto la ricerca d'amore prima che l'abbia servita.


LXVI.

Per, secondo me, quella via che deve pigliar il cortegiano per far noto l'amor suo alla donna parmi che sia il mostrargliele coi modi pi presto che con le parole; ch veramente talor pi affetto d'amor si conosce in un suspiro, in un rispetto, in un timore, che in mille parole; poi far che gli occhi siano que'fidi messaggeri, che portino l'ambasciate del core; perch spesso con maggior efficacia mostran quello che dentro vi  di passione, che la lingua propria o lettere o altri messi946, di modo che non solamente scoprono i pensieri, ma spesso accendono amore nel cor della persona amata; perch que'vivi spirti947 che escono per gli occhi, per esser generati presso al core, entrando ancor negli occhi, dove sono indrizzati come saetta al segno, naturalmente penetrano al core come a sua stanza948 ed ivi si confondono con quegli altri spirti e, con quella sottilissima natura di sangue che hanno seco, infettano il sangue vicino al core, dove son pervenuti, e lo riscaldano e fannolo a s simile ed atto a ricevere la impression di quella imagine che seco hanno portata; onde a poco a poco andando e ritornando questi messaggeri la via per gli occhi al core e riportando l'esca e 'l focile949 di bellezza e di grazia, accendono col vento del desiderio quel foco che tanto arde e mai non finisce di consumare, perch sempre gli apportano materia di speranza per nutrirlo. Per ben dir si po che gli occhi siano guida in amore950, massimamente se sono graziosi e soavi; neri di quella chiara e dolce negrezza, o vero azzurri; allegri e ridenti e cos grati e penetranti nel mirar, come alcuni, nei quali par che quelle vie che dnno esito ai spiriti951 siano tanto profonde, che per esse si vegga insino al core. Gli occhi adunque stanno nascosi come alla guerra soldati insidiatori in agguato; e se la forma di tutto 'l corpo  bella e ben composta, tira a s ed alletta chi da lontan la mira, fin a tanto che s'accosti; e sbito che  vicino, gli occhi saettano ed affaturano952 come venefci; e massimamente quando per dritta linea mandano i raggi suoi negli occhi della cosa amata in tempo che essi facciano il medesimo; perch i spiriti s'incontrano ed in quel dolce intoppo l'un piglia la qualit dell'altro, come si vede d'un occhio infermo, che guardando fisamente in un sano gli d la sua infirmit953; s che a me pare che 'l nostro cortegiano possa di questo modo manifestare in gran parte l'amor alla sua donna. Vero  che gli occhi, se non son governati con arte, molte volte scoprono pi gli amorosi desidri a cui l'om men vorria, perch fuor per essi quasi visibilmente traluceno quelle ardenti passioni, le quali volendo l'amante palesar solamente alla cosa amata, spesso palesa ancor a cui pi desiderarebbe nasconderle. Per chi non ha perduto il fren della ragione si governa cautamente ed osserva i tempi, i lochi e quando bisogna s'astien da quel cos intento mirare, ancora che sia dolcissimo cibo; perch troppo dura cosa  un amor publico954 -.


LXVII.

Rispose il conte Ludovico: - Talor ancora l'essere publico non nce perch in tal caso gli omini spesso estimano che quegli amori non tendano al fine che ogni amante desidera, vedendo che poca cura si ponga per coprirli, n si faccia caso che si sappiano o no; e per col non negar si vendica l'om una certa libert di poter publicamente parlare e star senza suspetto con la cosa amata; il che non avviene a quelli che cercano d'esser secreti, perch pare che sperino e siano vicini a qualche gran premio, il quale non voriano che altri risapesse. Ho io ancor veduto nascere ardentissimo amore nel core d'una donna verso uno, a cui per prima non avea pur una minima affezione, solamente per intendere che opinione di molti fusse che s'amassero insieme; e la causa di questo credo io che fosse, che quel giudicio cos universale le parea bastante testimonio per farle credere che colui fosse degno dell'amor suo, e parea quasi che la fama le portasse l'ambasciate per parte dell'amante molto pi vere e pi degne d'esser credute, che non ara potuto far esso medesimo con lettere o con parole, o vero altra persona per lui. Per questa voce publica non solamente talor non nce, ma giova -. Rispose il Magnifico: - Gli amori de'quali la fama  ministra, son assai pericolosi di far che l'omo sia mostrato a dito; e per chi ha da caminar per questa strada cautamente, bisogna che dimostri aver nell'animo molto minor foco che non ha, e contentarsi di quello che gli par poco e dissimular i desidri, le gelosie, gli affanni e i piacer suoi e rider spesso con la bocca quando il cor piange, e mostrar d'esser prodigo di quello di che  avarissimo; e queste cose son tanto difficili da fare, che quasi sono impossibili. Per se 'l nostro cortegian volesse usar del mio consiglio, io lo confortarei a tener secreti gli amori suoi -.


LXVIII.

Allora messer Bernardo, - Bisogna, - disse, - adunque che voi questo gli insegnate, e parmi che non sia di piccola importanzia; perch oltre ai cenni, che talor alcuni cos copertamente fanno, che quasi senza movimento alcuno quella persona che essi desidrano nel volto e negli occhi lor legge ci che hanno nel core, ho io talor udito tra dui innamorati un lungo e libero ragionamento d'amore del quale non poteano per i circonstanti intender chiaramente particularitate alcuna, n certificarsi955 che fosse d'amore; e questo per la discrezione ed avvertenzia di chi ragionava; perch, senza far dimostrazione alcuna d'aver dispiacere d'essere ascoltati, dicevano secretamente quelle sole parole che importavano ed altamente tutte l'altre, che si poteano accommodare a diversi propositi -. Allor messer Federico, - Il parlar, - disse, - cos minutamente di queste avvertenzie di secretezza, sarebbe uno andar drieto all'infinito; per io vorrei pi tosto che si ragionasse un poco come debba lo amante mantenersi la grazia956 della sua donna, il che mi par molto pi necessario -.


LXIX.

Rispose il Magnifico: - Credo che que'mezzi che vagliono per acquistarla, vagliano ancor per mantenerla; e tutto questo consiste in compiacer la donna amata senza offenderla mai; per saria difficile darne regula ferma; perch per infiniti modi chi non  ben discreto fa errori talora che paion piccoli, nientedimeno offendeno gravemente l'animo della donna; e questo intervien pi che agli altri a quei che sono astretti dalla passione, come alcuni, che sempre che hanno modo di parlare a quella donna che amano, si lamentano e dolgono cos acerbamente e voglion spesso cose tanto impossibili, che per quella importunit vengon a fastidio. Altri, se son punti da qualche gelosia, si lassan di tal modo trasportar dal dolore, che senza risguardo scorrono in dir mal di quello di chi hanno suspetto, e talor senza colpa di colui ed ancor della donna, e non vogliono ch'ella gli parli, o pur volga gli occhi a quella parte ove egli ; e spesso con questi modi non solamente offendon quella donna, ma son causa ch'ella s'induca ad amarlo; perch 'l timore che mostra talor d'avere uno amante che la sua donna non lassi lui per quell'altro, dimostra che esso si conosce inferior di meriti e di valor a colui, e con questa opinione la donna si move ad amarlo, ed accorgendosi che per mettergliele in disgrazia se ne dica male, ancor che sia vero non lo crede, e tuttavia l'ama pi -.


LXX.

Allora messer Cesare ridendo, - lo, - disse, - confesso non esser tanto savio, che potessi astenermi di dir male d'un mio rivale, salvo se voi non m'insegnaste qualche altro miglior modo da ruinarlo957 -. Rispose ridendo il signor Magnifico: Dicesi in proverbio che quando il nemico  nell'acqua insino alla cintura, se gli deve porger la mano e levarlo del pericolo; ma quando v' insino al mento, mettergli il piede in sul capo e summergerlo tosto. Per sono alcuni che questo fanno co'suoi rivali, e fin che non hanno modo ben sicuro di ruinargli, van dissimulando e pi tosto si mostran loro amici che altrimenti958; poi, se la occasion s'offerisce lor tale, che conoscan poter precipitargli con certa runa, dicendone tutti i mali, o veri o falsi che siano, lo fanno senza riservo, con arte, inganni e con tutte le vie che sanno imaginare. Ma perch a me non piaceria mai che 'l nostro cortegiano usasse inganno alcuno, vorrei che levasse la grazia dell'amica al suo rivale non con altra arte che con l'amare, col servire e con l'essere virtuoso, valente, discreto e modesto; in somma col meritar pi di lui e con l'esser in ogni cosa avvertito e prudente, guardandosi da alcune sciocchezze inette nelle quali spesso incorrono molti ignoranti, e per diverse vie; ch gi ho io conosciuti alcuni che, scrivendo e parlando a donne, usan sempre parole di Polifilo959 e tanto stanno in su la sottilit della retorica, che quelle si diffidano di se stesse960 e si tengon per ignorantissime, e par loro un'ora mill'anni finir quel ragionamento e levarsegli davanti; altri si vantano senza modo; altri dicono spesso cose che tornano a biasimo e danno di se stessi, come alcuni, dei quali io soglio ridermi, che fan profession di innamorati e talor dicono in presenzia di donne: "Io non trovai mai donna che m'amasse"; e non s'accorgono che quelle che gli odono sbito fan giudicio che questo non possa nascere d'altra causa, se non perch non meritino n esser amati, n pur l'acqua che bevono961, e gli tengon per omini da poco, n gli amerebbono per tutto l'oro del mondo; parendo loro che se gli amassero, sarebbono da meno che tutte l'altre che non gli hanno amati. Altri, per concitar odio a qualche suo rivale, son tanto sciocchi, che pur in presenzia di donne dicono: "Il tale  il pi fortunato om del mondo; che gi non  bello, n discreto, n valente, n sa fare o dire pi che gli altri, e pur tutte le donne l'amano e gli corron drieto"; e cos mostrando avergli invidia di questa felicit, ancora che colui n in aspetto n in opere si mostri essere amabile, fanno credere che egli abbia in s qualche cosa secreta, per la quale meriti l'amor di tante donne; onde quelle che di lui senton ragionare di tal modo, esse ancora per questa credenza si movono molto pi ad amarlo -.


LXXI.

Rise allor il conte Ludovico e disse: - Io vi prometto962 che queste grosserie non user mai il cortegiano discreto per acquistar grazia con donne -. Rispose messer Cesare Gonzaga: N men quell'altra che a'mei d us un gentilomo di molta estimazione, il qual io non voglio nominare per onore degli omini -. Rispose la signora Duchessa: - Dite almen ci che egli fece -. Suggiunse messer Cesare: - Costui, essendo amato da una gran signora, richiesto da lei venne secretamente in quella terra963 ove essa era; e poi che la ebbe veduta e fu stato seco a ragionare quanto essa e 'l tempo comportarono, partendosi con molte amare lacrime e sospiri, per testimonio dell'estremo dolor ch'egli sentiva di tal partita, le supplic ch'ella tenesse continua memoria di lui; e poi suggiunse che gli facesse pagar l'osteria perch, essendo stato richiesto da lei, gli parea ragione che della sua venuta non vi sentisse spesa alcuna -. Allora tutte le donne cominciarono a ridere e dir che costui era indignissimo d'esser chiamato gentilomo; e molti si vergognavano per quella vergogna che esso meritamente ara sentita, se mai per tempo alcuno avesse preso tanto d'intelletto, che avesse potuto conoscere un suo cos vituperoso fallo. Voltossi allor il signor Gaspar a messer Cesare e disse: - Era meglio restar di narrar questa cosa per onor delle donne che di nominar colui per onor degli omini; che ben potete imaginare che bon giudicio avea quella gran signora, amando un animale cos irrazionale, e forse ancora che di molti che la servivano aveva eletto questo per lo pi discreto, lassando adrieto e dando disfavore a chi costui non saria stato degno famiglio -. Rise il conte Ludovico e disse: - Chi sa che questo non fusse discreto nell'altre cose e peccasse solamente in osterie? Ma molte volte per soverchio amore gli omini fanno gran sciocchezze; e se volete dir il vero, forse che a voi talor  occorso farne pi d'una -.


LXXII.

Rispose ridendo messer Cesare: - Per vostra f, non scopriamo i nostri errori. - Pur bisogna scoprirli, - rispose il signor Gasparo, - per sapergli correggere; - poi suggiunse: - Voi, signor Magnifico, or che 'l cortegian si sa guadagnare e mantener la grazia della sua signora e trla al suo rivale, ste debitor de insegnarli a tener secreti gli amori suoi -. Rispose il Magnifico: - A me par d'aver detto assai: per fate mo che un altro parli di questa secretezza -. Allora messer Bernardo e tutti gli altri cominciarono di novo a fargli instanzia; e 'l Magnifico ridendo, - Voi, - disse, - volete tentarmi; troppo ste tutti ammaestrati in amore; pur, se desiderate saperne pi, andate e s vi leggete Ovidio964. - E come, - disse messer Bernardo, - debb'io sperare che e suoi precetti vagliano in amore? poich conforta965 e dice esser bonissimo che l'uom in presenzia della innamorata finga d'essere imbriaco (vedete che bella manera d'acquistar grazia), ed allega per un bel modo di far intendere, stando a convito, ad una donna d'esserne innamorato, lo intingere un dito nel vino e scriverlo in su la tavola -. Rispose il Magnifico ridendo: - In que'tempi non era vicio. - E per, - disse messer Bernardo, - non dispiacendo agli omini di que'tempi questa cosa tanto sordida,  da credere che non avessero cos gentil maniera di servir donne in amore come abbiam noi; ma non lassiamo il proposito nostro primo d'insegnar a tenere l'amor secreto -.


LXXIII.

Allor il Magnifico, - Secondo me, - disse, - per tener l'amor secreto bisogna fuggir le cause che lo publicano, le quali sono molte, ma una principale, che  il voler esser troppo secreto e non fidarsi di persona alcuna, perch ogni amante desidera far conoscer le sue passioni alla amata, ed essendo solo  sforzato a far molte pi dimostrazioni e pi efficaci, che se da qualche amorevole e fidele amico fosse aiutato; perch le dimostrazioni che lo amante istesso fa dnno molto maggior suspetto, che quelle che fa per internunci966; e perch gli animi umani sono naturalmente curiosi di sapere, sbito che uno alieno comincia a sospettare, mette tanta diligenzia, che conosce il vero, e conosciutolo non ha rispetto di publicarlo, anzi talor gli piace; il che non interviene dell'amico il qual, oltre che aiuti di favore e di consiglio, spesso rimedia a quegli errori che fa il cieco innamorato, e sempre procura la secretezza e provede a molte cose alle quali esso proveder non po; oltre che grandissimo refrigerio si sente dicendo le passioni e sfocandole con amico cordiale, e medesimamente accresce molto i piaceri il poter comunicargli.


LXXIV.

Disse allor il signor Gasparo: - Un'altra causa publica molto pi di amori che questa. - E quale? - rispose il Magnifico. Suggiunse il signor Gaspar: - La vana ambizione congiunta con pazzia e crudelt delle donne, le quali come voi stesso avete detto, procurano quanto pi possono d'aver gran numero d'innamorati e tutti, se possibil fosse, vorriano che ardessero e, fatti cenere, dopo morte tornassero vivi per morir un'altra volta; e bench esse ancor amino, pur godeno del tormento degli amanti, perch estimano che 'l dolore, le afflizioni e 'l chiamar ognor la morte, sia il vero testimonio che esse siano amate, e possano con la loro bellezza far gli omini miseri e beati e dargli morte e vita come lor piace; onde di questo solo cibo se pascono e tanto avide ne sono, che acci che non manchi loro, non contentano n disperano mai gli amanti del tutto; ma per mantenergli continuamente nelli affanni e nel desiderio usano una certa imperiosa austerit di minacce mescolate con speranza, e vogliono che una loro parola, uno sguardo, un cenno sia da essi riputato per somma felicit; e per farsi tener pudiche e caste non solamente dagli amanti, ma ancor da tutti gli altri, procurano che questi loro modi asperi e discortesi siano publichi acci che ognun pensi che, poich cos maltrattano quelli che son degni d'essere amati, molto peggio debbano trattar gl'indegni; e spesso sotto questa credenza pensandosi essere sicure con tal arte dall'infamia, si giaceno tutte le notti con omini vilissimi e da esse a pena conosciuti, di modo che per godere delle calamit e continui lamenti di qualche nobil cavaliero e da esse amato, negano a se stesse que'piaceri che forse con qualche escusazione potrebbono conseguire; e sono causa che 'l povero amante per vera disperazion  sforzato usar modi donde si publica quello, che con ogni industria s'averia a tener secretissimo. Alcun'altre sono le quali, se con inganni possono indurre molti a credere d'essere da loro amati, nutriscono tra essi le gelosie col far carezze e favore all'uno in presenzia dell'altro; e quando veggon che quello ancor che esse pi amano gi si confida d'esser amato per le demostrazioni fattegli, spesso con parole ambigue e sdegni simulati lo suspendeno967 e gli trafiggono il core, mostrando non curarlo e volersi in tutto donare all'altro; onde nascon odii, inimicizie ed infiniti scandali e ruine manifeste, perch forza  mostrar l'estrema passion che in tal caso l'uom sente, ancor che alla donna ne resulti biasimo ed infamia. Altre non contente di questo solo tormento della gelosia, dopo che l'amante ha fatto tutti i testimonii d'amore e di fidel servit, ed esse ricevuti l'hanno con qualche segno di correspondere in benivolenzia, senza proposito e quando men s'aspetta cominciano a star sopra di s'e mostrano di credere che egli sia intepidito, e fingendo novi suspetti di non essere amate accennano volersi in ogni modo alienar da lui; onde per questi inconvenienti il meschino per vera forza  necessitato a ritornare da capo e far le demostrazioni, come se allora cominciasse a servire; e tutto d passeggiar per la contrada, e quando la donna si parte di casa accompagnarla alla chiesa ed in ogni loco ove ella vada, non voltar mai gli occhi in altra parte; e quivi si ritorna ai pianti, ai suspiri, allo star di mala voglia; e quando se le po parlare, ai scongiuri, alle biasteme, alle disperazioni ed a tutti quei furori, a che gli infelici innamorati son condotti da queste fiere968, che hanno pi sete di sangue che le tigri.


LXXV.

Queste tai dolorose dimostrazioni son troppo vedute e conosciute, e spesso pi dagli altri che da chi le causa; ed in tal modo in pochi d son tanto publiche, che non si po far un passo n un minimo segno, che non sia da mille occhi notato. Intervien poi che molto prima che siano tra essi i piaceri d'amore, sono creduti e giudicati da tutto 'l mondo, perch esse, quando pur veggono che l'amante gi vicino alla morte, vinto dalla crudelt e dai strazi usatigli, delibera determinatamente e da dovero di ritirarsi, allora cominciano a dimostrar d'amarlo di core e fargli tutti i piaceri e donarsegli, acci che, essendogli mancato quell'ardente desiderio, il frutto d'amor gli sia ancor men grato e ad esse abbia minor obligazione, per far ben ogni cosa al contrario. Ed essendo gi tal amore notissimo, sono ancor in que'tempi poi notissimi tutti gli effetti che da quel procedono; cos restano esse disonorate, e lo amante si trova aver perduto il tempo e le fatiche ed abbreviatosi la vita negli affanni senza frutto o piacere alcuno, per aver conseguito i suoi desidri, non quando gli seriano stati tanto grati che l'arian fatto felicissimo, ma quando poco o niente gli apprezzava, per esser il cor gi tanto da quelle amare passioni mortificato, che non tenea sentimento pi per gustar diletto o contentezza che se gli offerisse -.


LXXVI.

Allor il signor Ottaviano ridendo, - Voi, - disse, - siete stato cheto un pezzo e retirato969 dal dir mal delle donne; poi le avete cos ben tocche, che par che abbiate aspettato per ripigliar forza, come quei che si tirano a drieto per dar maggior incontro970; e veramente avete torto ed oramai dovreste esser mitigato -. Rise la signora Emilia e rivolta alla signora Duchessa, - Eccovi, - disse, - Signora, che i nostri avversari cominciano a rompersi971 e dissentir l'un dall'altro. - Non mi date questo nome, - rispose il signor Ottaviano, - perch'io non son vostro avversario; mmi ben dispiaciuta questa contenzione, non perch m'increscesse vederne la vittoria in favor delle donne, ma perch ha indutto il signor Gasparo a calunniarle pi che non dovea, e 'l signor Magnifico e messer Cesare a laudarle forse un poco pi che 'l debito; oltre che per la lunghezza del ragionamento avemo perduto d'intender molt'altre belle cose, che restavano a dirsi del cortegiano. - Eccovi, disse la signora Emilia, - che pur siete nostro avversario; e perci vi dispiace il ragionamento passato, n vorreste che si fosse formato questa cos eccellente donna di palazzo; non perch vi fosse altro che dire sopra il cortegiano, perch gi questi signori han detto quanto sapeano, n voi, credo, n altri potrebbe aggiungervi pi cosa alcuna; ma per la invidia che avete all'onor delle donne -.


LXXVII.

- Certo , - rispose il signor Ottaviano, - che oltre alle cose dette sopra il cortegiano io ne desiderarei molte altre; pur, poich ognun si contenta ch'ei sia tale, io ancora me ne contento, n in altra cosa lo mutarei, se non in farlo un poco pi amico delle donne che non  il signor Gaspar, ma forse non tanto quanto  alcuno di questi altri signori -. Allora la signora Duchessa, - Bisogna, - disse, - in ogni modo che noi veggiamo se l'ingegno vostro  tanto che basti a dar maggior perfezione al cortegiano, che non han dato questi signori. Per siate contento di dir ci che n'avete in animo; altrimenti noi pensaremo che n voi ancora sappiate aggiungergli pi di quello che s' detto, ma che abbiate voluto detraere alle laudi della donna di palazzo, parendovi ch'ella sia eguale al cortegiano, il quale perci voi vorreste che si credesse che potesse esser molto pi perfetto, che quello che hanno formato questi signori -. Rise il signor Ottaviano e disse: - Le laudi e biasimi dati alle donne pi del debito hanno tanto piene l'orecchie e l'animo di chi ode, che non han lassato loco che altra cosa star vi possa; oltra di questo, secondo me, l'ora  molto tarda. Adunque, - disse la signora Duchessa, - aspettando insino a domani aremo pi tempo; e quelle laudi e biasimi che voi dite esser stati dati alle donne dall'una parte e l'altra troppo eccessivamente, fra tanto usciranno dell'animo di questi signori, di modo che pur saranno capaci di quella verit che voi direte -. Cos parlando la signora Duchessa levossi in piedi, e cortesemente donando licenzia a tutti si ritrasse nella stanza sua pi secreta972; e ognuno si fu a dormire.



IL QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO
DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE
A MESSER ALFONSO ARIOSTO

I.

Pensando io di scrivere i ragionamenti che la quarta sera dopo le narrate nei precedenti libri s'ebbero, sento tra varii discorsi uno amaro pensiero che nell'animo mi percuote e delle miserie umane e nostre speranze fallaci ricordevole mi fa; e come spesso la fortuna a mezzo il corso, talor presso al fine rompa i nostri fragili e vani disegni, talor li summerga prima che pur veder da lontano possano il porto. Tornami adunque a memoria che non molto tempo dapoi che questi ragionamenti passarono973 priv morte importuna la casa nostra di tre rarissimi gentilomini, quando di prospera et e speranza d'onore pi fiorivano. E di questi il primo fu il signor Gaspar Pallavicino, il quale, essendo stato da una acuta infirmit combattuto e pi che una volta ridutto all'estremo, bench l'animo fosse di tanto vigore che per un tempo tenesse i spiriti in quel corpo a dispetto di morte, pur in et molto immatura forn974 il suo natural corso: perdita grandissima non solamente alla casa nostra975 ed agli amici e parenti suoi, ma alla patria ed a tutta la Lombardia. Non molto appresso mor messer Cesare Gonzaga976 il quale a tutti coloro che aveano di lui notizia lasci acerba e dolorosa memoria della sua morte; perch, producendo la natura cos rare volte, come fa, tali omini, pareva pur conveniente che di questo cos tosto non ci privasse; ch certo dir si po che messer Cesare ci fosse a punto ritolto quando cominciava a mostrar di s pi che la speranza, ed esser estimato quanto meritavano le sue ottime qualit; perch gi con molte virtuose fatiche avea fatto bon testimonio del suo valore, il quale risplendeva, oltre alla nobilit del sangue, dell'ornamento ancora delle lettere e d'arme e d'ogni laudabil costume; tal che, per la bont, per l'ingegno, per l'animo e per lo saper suo non era cosa tanto grande, che di lui aspettar non si potesse. Non pass molto che messer Roberto da Bari977 esso ancor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa; perch ragionevole pareva che ognun si dolesse della morte d'un giovane di boni costumi, piacevole, e di bellezza d'aspetto e disposizion della persona rarissimo, in complession tanto prosperosa e gagliarda quanto desiderar si potesse.


II.

Questi adunque se vivuti fossero, penso che sariano giunti a grado, che ariano ad ognuno che conosciuti gli avesse potuto dimostrar chiaro argumento, quanto la corte d'Urbino fosse degna di laude e come di nobili cavalieri ornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altri, che in essa creati978 si sono; ch veramente del caval troiano non uscirono tanti signori e capitani, quanti di questa casa usciti sono omini per virt singulari e da ognuno sommamente pregiati. Ch, come sapete, messer Federico Fregoso fu fatto arcivescovo di Salerno979; il conte Ludovico, vescovo di Baious980; il signor Ottaviano, duce981 di Genova; messer Bernardo Bibiena, cardinale di Santa Maria in Portico982; messer Pietro Bembo, secretario di papa Leone; il signor Magnifico al ducato di Nemours983 ed a quella grandezza ascese dove or si trova; il signor Francesco Maria Ruvere, prefetto di Roma, fu esso ancora fatto duca d'Urbino984; bench molto maggior laude attribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riuscito cos raro ed eccellente signore in ogni qualit di virt, come or si vede, che dello esser pervenuto al ducato d'Urbino; n credo che di ci piccol causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha veduto ed udito lodevoli costumi. Per parmi che quella causa, o sia per ventura o per favore delle stelle, che ha cos lungamente concesso ottimi signori ad Urbino, pur ancora duri e produca i medesimi effetti; e per sperar si po che ancor la bona fortuna debba secondar tanto queste opere virtuose, che la felicit della casa e dello stato non solamente non sia per mancare, ma pi presto di giorno in giorno per accrescersi; e gi se ne conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo l'esserci stata concessa dal cielo una tal signora, com' la signora Eleonora Gonzaga985, Duchessa nova; ch se mai furono in un corpo solo congiunti sapere, grazia, bellezza, ingegno, manere accorte, umanit ed ogni altro gentil costume, in questa tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragionamenti del nostro cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di quelli che piglino chiari ed onorati esempi di virt dalla corte presente d'Urbino, cos come or noi facciamo dalla passata.


III.

Parve adunque, secondo che 'l signor Gasparo Pallavicino raccontar soleva, che 'l seguente giorno, dopo i ragionamenti contenuti nel precedente libro, il signor Ottaviano fosse poco veduto986; per che molti estimarono che egli fosse retirato, per poter senza impedimento pensar bene a ci che dire avesse. Per, essendo all'ora consueta ridottasi la compagnia alla987 signora Duchessa, bisogn con diligenzia far cercar il signor Ottaviano, il quale non comparse per bon spacio; di modo che molti cavalieri e damigelle della corte cominciarono a danzare ed attendere ad altri piaceri, con opinion che per quella sera pi non s'avesse a ragionar del cortegiano. E gi tutti erano occupati chi in una cosa chi in un'altra, quando il signor Ottaviano giunse quasi pi non aspettato; e vedendo che messer Cesare Gonzaga e 'l signor Gaspar danzavano, avendo fatto riverenzia verso la signora Duchessa, disse ridendo: - Io aspettava pur d'udir ancor questa sera il signor Gaspar dir qualche mal delle donne; ma vedendolo danzar con una, penso ch'egli abbia fatto la pace con tutte; e piacemi che la lite o, per dir meglio, il ragionamento del cortegiano sia terminato cos. - Terminato non  gi, - rispose la signora Duchessa; - perch'io non son cos nemica degli omini, come voi siete delle donne; e perci non voglio che 'l cortegiano sia defraudato del suo debito onore, e di quelli ornamenti che voi, stesso iersera gli prometteste; - e cos parlando ordin che tutti, finita quella danza, si mettessero a sedere al modo usato: il che fu fatto; e stando ognuno con molta attenzione, disse il signor Ottaviano: - Signora, poich l'aver io desiderato molt'altre bone qualit nel cortegiano si batteggia988 per promessa ch'io le abbia a dire, son contento parlarne, non gi con opinion di dir tutto quello che dir vi si poria, ma solamente tanto che basti per levar dell'animo vostro quello che ierisera opposto mi fu, cio ch'io abbia cos detto pi tosto per detraere989 alle laudi della donna di palazzo, con far credere falsamente che altre eccellenzie si possano attribuire al cortegiano, e con tal arte fargliele superiore990, che perch cos sia; per, per accommodarmi ancor all'ora, che  pi tarda che non sle quando si d principio al ragionare, sar breve.


IV.

Cos, continuando il ragionamento di questi signori, il quale in tutto approvo e confermo, dico che delle cose che noi chiamiamo bone sono alcune che simplicemente e per se stesse sempre son bone, come la temperanzia, la fortezza, la sanit e tutte le virt che partoriscono991 tranquillit agli animi; altre, che per diversi rispetti e per lo fine al quale s'indrizzano son bone, come le leggi, la liberalit, le ricchezze ed altre simili992. Estimo io adunque che 'l cortegiano perfetto, di quel modo che descritto l'hanno il conte Ludovico e messer Federico, possa esser veramente bona cosa e degna di laude; non per simplicemente993 n per s, ma per rispetto del fine al quale po essere indrizzato; ch in vero se con l'esser nobile, aggraziato e piacevole ed esperto in tanti esercizi il cortegiano non producesse altro frutto che l'esser tale per se stesso, non estimarei che per conseguir questa perfezion di cortegiania dovesse l'omo ragionevolmente mettervi tanto studio e fatica, quanto  necessario a chi la vole acquistare; anzi direi che molte di quelle condicioni che se gli sono attribuite, come il danzar, festeggiar, cantar e giocare, fossero leggerezze e vanit, ed in un omo di grado994 pi tosto degne di biasimo che di laude; perch queste attillature, imprese, motti ed altre tai cose che appartengono ad intertenimenti di donne e d'amori, ancora che forse a molti altri paia il contrario, spesso non fanno altro che effeminar gli animi, corrumper la giovent e ridurla a vita lascivissima; onde nascono poi questi effetti che 'l nome italiano  ridutto in obbrobrio, n si ritrovano se non pochi che osino non dir morire, ma pur entrare in uno pericolo. E certo infinite altre cose sono le quali, mettendovisi industria e studio, partuririano molto maggior utilit e nella pace e nella guerra, che questa tal cortegiania per s sola; ma se le operazioni del cortegiano sono indrizzate a quel bon fine che debbono e ch'io intendo, parmi ben che non solamente non siano dannose o vane, ma utilissime e degne d'infinita laude.


V.

Il fin adunque del perfetto cortegiano, del quale insino a qui non s' parlato, estimo io che sia il guadagnarsi per mezzo delle condicioni attribuitegli da questi signori talmente la benivolenzia e l'animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la verit d'ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o periculo di despiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosa non conveniente, ardisca di contradirgli, e con gentil modo valersi della grazia acquistata con le sue bone qualit per rimoverlo995 da ogni intenzion viciosa ed indurlo al camin della virt; e cos avendo il cortegiano in s la bont, come gli hanno attribuita questi signori, accompagnata con la prontezza d'ingegno e piacevolezza e con la prudenzia996 e notizia di lettere e di tante altre cose, sapr in ogni proposito997 destramente far vedere al suo principe quanto onore ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla giustizia, dalla liberalit, dalla magnanimit, dalla mansuetudine e dall'altre virt che si convengono a bon principe; e, per contrario, quanta infamia e danno proceda dai vicii oppositi a queste. Per io estimo che come la musica, le feste, i giochi e l'altre condicioni piacevoli son quasi il fiore, cos lo indurre o aiutare il suo principe al bene e spaventarlo dal male, sia il vero frutto della cortegiania. E perch la laude del ben far consiste precipuamente in due cose, delle quai l'una  lo eleggersi un fine dove tenda la intenzion nostra, che sia veramente bono, l'altra il saper ritrovar mezzi opportuni ed atti per condursi a questo bon fine desegnato, certo  che l'animo di colui, che pensa di far che 'l suo principe non sia d'alcuno ingannato, n ascolti gli adulatori, n i maldici e bugiardi, e conosca il bene e 'l male ed all'uno porti amore, all'altro odio, tende ad ottimo fine998.


VI.

Parmi ancora che le condicioni attribuite al cortegiano da questi signori possano esser bon mezzo da pervenirvi; e questo perch dei molti errori ch'oggid veggiamo in molti dei nostri prncipi, i maggiori sono la ignoranzia e la persuasion999 di se stessi; e la radice di questi dui mali non  altro che la bugia; il qual vicio meritamente  odioso a Dio ed agli omini e pi nocivo ai principi che ad alcun altro; perch essi pi che d'ogni altra cosa hanno carestia di quello di che pi che d'ogni altracosa saria bisogno che avessero abundanzia, cio di chi dica loro il vero e ricordi il bene; perch gli inimici non son stimulati dall'amore a far questi offici, anzi han piacere che vivano sceleratamente n mai si correggano; dall'altro canto, non osano calunniargli publicamente per timor d'esser castigati; degli amici poi, pochi sono che abbiano libero adito ad essi1000, e quelli pochi han riguardo a riprendergli dei loro errori cos liberamente come riprendono i privati, e spesso, per guadagnar grazia e favore, non attendono ad altro che a propor cose che dilettino e dian piacere all'animo loro, ancora che siano male e disoneste; di modo che d'amici divengono adulatori e, per trarre utilit da quel stretto commercio, parlano ed oprano sempre a complacenzia1001 e per lo pi fannosi la strada con le bugie, le quali nell'animo del principe partoriscono la ignoranzia non solamente delle cose estrinseche, ma ancor di se stesso; e questa dir si po la maggior e la pi enorme bugia di tutte l'altre, perch l'animo ignorante inganna se stesso e mentisce dentro a se medesimo.


VII.

Da questo interviene che i signori, oltre al non intendere mai il vero di cosa alcuna, inebbriati da quella licenziosa libert che porta seco il dominio e dalla abundanzia delle delizie, sommersi nei piaceri, tanto s'ingannano e tanto hanno l'animo corrotto, veggendosi sempre obediti e quasi adorati con tanta riverenzia e laude, senza mai non che riprensione ma pur contradizione, che da questa ignoranzia passano ad una estrema persuasion di se stessi, talmente che poi non ammettono consiglio n parer d'altri; e perch credono che 'l saper regnare sia facilissima cosa e per conseguirla non bisogni altr'arte o disciplina che la sola forza, voltan l'animo e tutti i suoi pensieri a mantener quella potenzia che hanno, estimando che la vera felicit sia il poter ci che si vole. Per alcuni hanno in odio la ragione e la giustizia, parendo loro che ella sia un certo freno ed un modo che lor potesse ridurre in servit e diminuir loro quel bene e satisfazione che hanno di regnare, se volessero servarla; e che il loro dominio non fosse perfetto n integro, se essi fossero constretti ad obedire al debito ed all'onesto, perch pensano che chi obedisce non sia veramente signore. Per andando drieto a questi princpi e lassandosi trapportar dalla persuasione di se stessi divengon superbi, e col volto imperioso e costumi austeri, con veste pompose, oro e gemme, e col non lassarsi quasi mai vedere in publico, credono acquistar autorit tra gli omini ed esser quasi tenuti di; e questi sono, al parer mio, come i colossi che l'anno passato fur fatti a Roma il d della festa in piazza d'Agone1002, che di fori mostravano similitudine di grandi omini e cavalli triunfanti e dentro erano pieni di stoppa e di strazzi1003. Ma i prncipi di questa sorte sono tanto peggiori, quanto che i colossi per la loro medesima gravit ponderosa1004 si sostengon ritti; ed essi, perch dentro sono mal contrapesati, e senza misura posti sopra basi inequali, per la propria gravit ruinano da se stessi e da un errore incorrono in infiniti; perch la ignoranzia loro accompagnata da quella falsa opinion di non poter errare, e che la potenzia che hanno proceda dal lor sapere, induce loro per ogni via, giusta o ingiusta, ad occupar stati audacemente, pur che possano1005.


VIII.

Ma se deliberassero di sapere e di far quello che debbono, cos contrastariano per non regnare, come contrastano per regnare1006; perch conosceriano quanto enorme e perniciosa cosa sia che i sudditi, che ban da esser governati, siano pi savi che i prncipi, che hanno da governare. Eccovi che la ignoranzia della musica, del danzare, del cavalcare non nce ad alcuno; nientedimeno, chi non  musico si vergogna n osa cantare in presenzia d'altrui, o danzar chi non sa, e chi non si tien ben a cavallo, di cavalcare; ma dal non sapere governare i populi nascon tanti mali, morti, destruzioni, incendi, ruine, che si po dir la pi mortal peste che si trovi sopra la terra; e pur alcuni prncipi ignorantissimi dei governi non si vergognano di mettersi a governar, non dir in presenzia di quattro o di sei omini, ma al conspetto di tutto 'l mondo; perch il grado loro  posto tanto in alto, che tutti gli occhi ad essi mirano, e per non che i grandi ma i piccolissimi lor diffetti sempre sono notati; come si scrive1007 che Cimone1008 era calunniato che amava il vino, Scipione il sonno, Lucullo i convivii1009. Ma piacesse a Dio che i prncipi de questi nostri tempi accompagnassero i peccati loro con tante virt, con quante accompagnavano quegli antichi; i quali, se ben in qualche cosa erravano, non fugivano per i ricordi e documenti di chi loro parea bastante a correggere quegli errori, anzi cercavano con ogni instanzia di componer la vita sua sotto la norma d'omini singulari1010; come Epaminunda di Lisia Pitagorico1011, Agesilao di Senofonte1012, Scipione di Panezio1013, ed infiniti altri. Ma se ad alcuni de'nostri prncipi venisse innanti un severo filosofo, o chi si sia, il qual apertamente e senza arte alcuna volesse mostrar loro quella orrida faccia della vera virt ed insegnar loro i boni costumi e qual vita debba esser quella d'un bon principe, son certo che al primo aspetto lo aborririano come un aspide1014, o veramente se ne fariano beffe come di cosa vilissima.


IX.

Dico adunque che, poich oggid i prncipi son tanto corrotti dalle male consuetudini e dalla ignoranzia e falsa persuasione di se stessi, e che tanto  difficile il dar loro notizia della verit ed indurgli alla virt, e che gli omini con le bugie ed adulazioni e con cos viciosi modi cercano d'entrar loro in grazia, il cortegiano, per mezzo di quelle gentil qualit che date gli hanno il conte Ludovico e messer Federico, po facilmente e deve procurar d'acquistarsi la benivolenzia ed adescar tanto l'animo del suo principe, che si faccia adito libero e sicuro di parlargli d'ogni cosa senza esser molesto; e se egli sar tale come s' detto, con poca fatica gli verr fatto, e cos potr aprirgli sempre la verit di tutte le cose con destrezza; oltra di questo, a poco a poco infundergli nell'animo la bont ed insegnarli la continenzia, la fortezza, la giustizia, la temperanzia, facendogli gustar quanta dolcezza sia coperta da quella poca amaritudine, che al primo aspetto s'offerisce a chi contrasta1015 ai vicii; li quali sempre sono dannosi, dispiacevoli ed accompagnati dalla infamia e biasimo, cos come le virt sono utili, giocunde e piene di laude; ed a queste eccitarlo con l'esempio dei celebrati capitani e d'altri omini eccellenti, ai quali gli antichi usavano di far statue di bronzo e di marmo e talor d'oro; e collocarle ne'lochi publici, cos per onor di quegli, come per lo stimulo degli altri, che per una onesta invidia1016 avessero da sforzarsi di giungere essi ancor a quella gloria.


X.

In questo modo per la austera strada della virt potr condurlo, quasi adornandola di frondi ombrose e spargendola di vaghi fiori, per temperar la noia del faticoso camino a chi  di forze debile; ed or con musica, or con arme e cavalli, or con versi, or con ragionamenti d'amore e con tutti que'modi che hanno detti questi signori, tener continuamente quell'animo occupato in piacere onesto, imprimendogli per ancora sempre, come ho detto, in compagnia di queste illecebre1017, qualche costume virtuoso ed ingannandolo con inganno salutifero; come i cauti medici, li quali spesso, volendo dar a'fanciulli infermi e troppo delicati medicina di sapore amaro, circondano l'orificio del vaso di qualche dolce liquore1018. Adoperando adunque a tal effetto il cortegiano questo velo di piacere, in ogni tempo, in ogni loco ed in ogni esercizio conseguir il suo fine, e meriter molto maggior laude e premio che per qualsivoglia altra bona opera che far potesse al mondo; perch non  bene alcuno che cos universalmente giovi come il bon principe, n male che cos universalmente noccia come al mal principe; per non  ancora pena tanto atroce e crudele, che fosse bastante castigo a quei scelerati cortegiani, che dei modi gentili e piacevoli e delle bone condicioni si vagliono a mal fine, e per mezzo di quelle cercan la grazia dei loro prncipi per corrumpergli e disviarli dalla via della virt ed indurgli al vicio; ch questi tali dir si po che non un vaso dove un solo abbia a bere, ma il fonte publico del quale usi tutto 'l populo, infettano di mortal veneno1019 -.


XI.

Taceasi il signor Ottaviano, come se pi avanti parlar non avesse voluto; ma il signor Gasparo, - A me non par, signor Ottaviano, - disse, - che questa bont d'animo e la continenzia e l'altre virt, che voi volete che 'l cortegiano mostri1020 al suo signore, imparar se possano; ma penso che agli omini che l'hanno siano date dalla natura e da Dio. E che cos sia, vedete che non  alcun tanto scelerato e di mala sorte al mondo, n cos intemperante ed ingiusto, che essendone dimandato confessi d'esser tale; anzi ognuno, per malvagio che sia, ha piacer d'esser tenuto giusto, continente e bono; il che non interverrebbe, se queste virt imparar si potessero, perch non  vergogna il non saper quello in che non s'ha posto studio, ma bene par biasimo non aver quello di che da natura devemo esser ornati. Per ognuno si sforza di nascondere i deffetti naturali, cos dell'animo come ancora del corpo; il che si vede dei ciechi, zoppi, torti ed altri stroppiati1021 o brutti; ch, bench questi mancamenti si possano imputare alla natura, pur ad ognuno dispiace sentirgli in se stesso, perch pare che per testimonio della medesima natura l'uomo abbia quel diffetto, quasi per un sigillo e segno della sua malicia1022. Conferma ancor la mia opinion quella fabula1023 che si dice d'Epimeteo, il qual seppe cos mal distribuir le doti della natura agli omini, che gli lass molto pi bisognosi d'ogni cosa che tutti gli altri animali; onde Prometeo rub quella artificiosa sapienzia1024 da Minerva e da Vulcano, per la quale gli omini trovavano il vivere; ma non aveano per la sapienzia civile di congregarsi insieme nelle citt e saper vivere moralmente, per esser questa nella rcca di Iove guardata da custodi sagacissimi, i quali tanto spaventavano Prometeo, che non osava loro accostarsi; onde Iove, avendo compassione alla miseria degli omini, i quali, non potendo star uniti per mancamento della virt civile, erano lacerati dalle fiere, mand Mercurio in terra a portar la giustizia e la vergogna, acci che queste due cose ornassero le citt e colligassero insieme1025 e cittadini; e volse che a quegli fosser date non come l'altre arti, nelle quali un perito basta per molti ignoranti, come  la medicina, ma che in ciascun fossero impresse; e ordin una legge che tutti quelli, che erano senza giustizia e vergogna, fossero, come pestiferi alle citt, esterminati e morti. Eccovi adunque, signor Ottaviano, che queste virt sono da Dio concesse agli omini e non s'imparano, ma sono naturali1026-.


XII.

Allor il signor Ottaviano, quasi ridendo, - Voi adunque, signor Gasparo, - disse, - volete che gli omini sian cos infelici e di cos perverso giudicio, che abbiano con la industria trovato arte per far mansueti gli ingegni delle fiere, orsi, lupi, leoni, e possano con quella insegnare ad un vago augeflo volar ad arbitrio dell'omo e tornar dalle selve e dalla sua natural libert voluntariamente ai lacci ed alla servit, e con la medesima industria non possano o non vogliano trovar arti, con le quai giovino a se stessi e con diligenzia e studio facciano l'animo suo megliore? Questo, al parer mio, sarebbe come se i medici studiassero con ogni diligenzia d'avere solamente l'arte da sanare il mal dell'unghie e lo lattume1027 dei fanciulli e lassassero la cura delle febri, della pleuresia1028 e dell'altre infirmit gravi: il che quanto fosse for di ragione, ognun po considerare. Estimo io adunque che le virt morali in noi non siano totalmente da natura, perch niuna cosa si po mai assuefare a quello che le  naturalmente contrario, come si vede d'un sasso, il qual se ben diecemilia volte fosse gittato all'ins, mai non s'assuefaria andarvi da s; per se a noi le virt fossero cos naturali come la gravit al sasso, non ci assuefaremmo mai al vicio. N meno sono i vicii naturali di questo modo, perch non potremmo esser mai virtuosi; e troppo iniquit e sciocchezza saria castigar gli omini di que'diffetti, che procedessero da natura senza nostra colpa; e questo error commetteriano le leggi, le quali non dnno supplicio ai malfattori per lo error passato, perch non si pu far che quello, che  fatto, non sia fatto, ma hanno rispetto allo avvenire1029, acci che chi ha errato non erri pi, o vero col mal esempio non dia causa ad altrui d'errare; e cos pur estimano che le virt imparar si possano; il che  verissimo, perch noi siamo nati atti a riceverle, e medesimamente i vicii; e per dell'uno e l'altro in noi si fa l'abito con la consuetudine, di modo che prima operiamo le virt o i vicii, poi siam virtuosi o viciosi1030. Il contrario si conosce nelle cose che ci son date dalla natura, ch prima avemo la potenzia d'operare, poi operiamo; come  nei sensi, ch prima potemo vedere, udire, toccare, poi vedemo, udiamo e tocchiamo; bench per ancora molte di queste operazioni s'adornan con la disciplina1031. Onde i boni pedagoghi non solamente insegnano lettere ai fanciulli, ma ancora boni modi ed onesti nel mangiare, bere, parlare, andare con certi gesti accommodati.


XIII.

Per, come nell'altre arti, cos ancora nelle virt  necessario aver maestro, il qual con dottrina e boni ricordi susciti e risvegli in noi quelle virt morali, delle quai avemo il seme incluso e sepulto nell'anima1032, e come bono agricultore le cultivi e loro apra la via, levandoci d'intorno le spine e 'l loglio degli appetiti, i quali spesso tanto adombrano e suffocan1033 gli animi nostri, che fiorir non gli lassano, n produr quei felici frutti, che soli si dovriano desiderar che nascessero nei cori umani. Di questo modo adunque  natural in ciascun di noi la giustizia e la vergogna, la qual voi dite che Iove mand in terra a tutti gli omini; ma s come un corpo senza occhi, per robusto che sia, se si move ad un qualche termine spesso falla, cos la radice di queste virt potenzialmente ingenite negli animi nostri, se non  aiutata dalla disciplina, spesso si risolve in nulla; perch se si deve ridurre in atto ed all'abito suo perfetto, non si contenta, come s' detto, della natura sola, ma ha bisogno della artificiosa consuetudine1034 e della ragione, la quale purifichi e dilucidi quell'anima, levandole il tenebroso velo della ignoranzia, dalla qual quasi tutti gli errori degli omini procedono1035; ch se il bene e 'l male fossero ben conosciuti ed intesi, ognuno sempre eleggeria il bene e fuggiria il male. Per la virt si po quasi dir una prudenzia ed un sapere eleggere il bene, e 'l vicio una imprudenzia ed ignoranzia che induce a giudicar falsamente; perch non eleggono mai gli omini il male con opinion che sia male, ma s'ingannano per una certa similitudine di bene -.


XIV.

Rispose allor il signor Gasparo: - Son per molti, i quali conoscono chiaramente che fanno male e pur lo fanno; e questo perch estimano pi il piacer presente che sentono, che 'l castigo che dubitan che gli ne abbia da venire; come i ladri, gli omicidi ed altri tali -. Disse il signor Ottaviano: - Il vero piacere  sempre bono e 'l vero dolor malo1036; per questi s'ingannano togliendo il piacer falso per lo vero e 'l vero dolor per lo falso; onde spesso per i falsi piaceri incorrono nei veri dispiaceri. Quell'arte adunque che insegna a discerner questa verit dal falso, pur si po imparare; e la virt, per la quale elegemo quello che  veramente bene, non quello che falsamente esser appare, si po chiamar vera scienzia e pi giovevole alla vita umana che alcun'altra, perch leva la ignoranzia, dalla quale, come ho detto, nascono tutti i mali -.


XV.

Allora messer Pietro Bembo, - Non so, - disse, - signor Ottaviano, come consentir vi debba il signor Gasparo, che dalla ignoranzia nascano tutti i mali; e che non siano molti, i quali peccando sanno veramente che peccano, n se ingannano punto nel vero piacere, n ancor nel vero dolore; perch certo  che quei che sono incontinenti giudican con ragione e drittamente, e sanno che quello a che dalle cupidit sono stimulati contra il dovere  male, e per resistono ed oppongon la ragione all'appetito, onde ne nasce la battaglia del piacere e del dolore contra il giudicio; in ultimo la ragion, vinta dall'appetito troppo possente, s'abbandona, come nave che per un spacio di tempo si diffende dalle procelle di mare, al fin, percossa da troppo furioso impeto de'venti, spezzate l'ancore e sarte, si lassa trasportar ad arbitrio di fortuna, senza operar timone o magisterio alcuno di calamita1037 per salvarsi1038. L'incontinenti adunque commetton gli errori con un certo ambiguo1039 rimorso e quasi a lor dispetto; il che non fariano, se non sapessero che quel che fanno  male, ma senza contrasto di ragione andariano totalmente profusi drieto all'appetito ed allor non incontinenti, ma intemperati sariano; il che  molto peggio; per la incontinenzia si dice esser vicio diminuto perch ha in s parte di ragione; e medesimamente la continenzia, virt imperfetta, perch ha in s parte d'affetto; perci in questo parmi che non si possa dir che gli errori degli incontinenti procedano da ignoranzia, o che essi s'ingannino e che non pecchino, sapendo che veramente peccano -.


XVI.

Rispose il signor Ottaviano: - In vero, messer Pietro, l'argumento vostro  bono; nientedimeno, secondo me,  pi apparente che vero perch, bench gli incontinenti pecchino con quella ambiguit, e che la ragione nell'animo loro contrasti con l'appetito e lor paia che quel che  male sia male, pur non ne hanno perfetta cognizione, n lo sanno cos intieramente come saria bisogno; per in essi di questo  pi presto una debile opinione che certa scienzia, onde consentono che la ragion sia vinta dallo affetto1040; ma se ne avessero vera scienzia, non  dubbio che non errariano; perch sempre quella cosa per la quale l'appetito vince la ragione  ignoranzia, n po mai la vera scienzia esser superata dallo affetto, il quale dal corpo e non dall'animo deriva; e se dalla ragione  ben retto e governato, diventa virt, e se altrimenti diventa vicio; ma tanta forza ha la ragione, che sempre si fa obedire al senso, e con maravigliosi modi e vie penetra, pur che la ignoranzia non occupi quello che essa aver dovria; di modo che, bench i spiriti e i nervi e l'ossa non abbiano ragione in s, pur quando nasce in noi quel movimento dell'animo, quasi che 'l pensiero sproni e scuota la briglia ai spiriti, tutte le membra s'apparecchiano1041, i piedi al corso, le mani a pigliare o a fare ci che l'animo pensa; e questo ancora si conosce manifestamente in molti li quali, non sapendo, talora mangiano qualche cibo stomacoso e schifo, ma cos ben acconcio, che al gusto lor pare delicatissimo; poi risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore e fastidio nell'animo, ma 'l corpo, accordandosi col giudicio della mente, per forza vomita quel cibo -.


XVII.

Seguitava ancor il signor Ottaviano il suo ragionamento; ma il Magnifico Iuliano interrompendolo, - Signor Ottaviano, - disse, - se bene ho inteso, voi avete detto che la continenzia  virt imperfetta, perch ha in s parte d'affetto; ed a me pare che quella virt la quale, essendo nell'animo nostro discordia tra la ragione e l'appetito, combatte e d la vittoria alla ragione, si debba estimar pi perfetta che quella che vince non avendo cupidit n affetto alcuno che le contrasti; perch pare che quell'animo non si astenga dal male per virt, ma resti di farlo1042 perch non ne abbia volunt -. Allor il signor Ottaviano, Qual, - disse, - estimareste voi capitano di pi valore, o quello che combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gli nemici, o quello che per virt e saper suo lor toglie le forze, riducendogli a termine che non possano combattere, e cos senza battaglia o pericolo alcuno gli vince? - Quello, - disse il Magnifico Iuliano, - che pi sicuramente vince, senza dubbio  pi da lodare, pur che questa vittoria cos certa non proceda dalla dapocagine degl'inimici -. Rispose il signor Ottaviano: - Ben avete giudicato; e per dicovi che la continenzia comparare si po ad un capitano che combatte virilmente e, bench gli nimici sian forti e potenti, pur gli vince, non per senza gran difficult e pericolo; ma la temperanzia libera da ogni perturbazione1043  simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed avendo in quell'animo dove si ritrova non solamente sedato, ma in tutto estinto il foco della cupidit, come bon principe in guerra civile, distrugge i sediziosi nemici intrinsechi e dona lo scettro e dominio intiero alla ragione. Cos questa virt non sforzando l'animo, ma infundendogli per vie placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onest, lo rende quieto e pien di riposo, in tutto equale e ben misurato, e da ogni canto composto1044 d'una certa concordia con se stesso, che lo adorna di cos serena tranquillit che mai non si turba, ed in tutto diviene obedientissimo alla ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento e seguirla ovunque condur lo voglia, senza repugnanzia alcuna; come tenero agnello, che corre, sta e va sempre presso alla madre e solamente secondo quella si move. Questa virt adunque  perfettissima e conviensi massimamente ai prncipi, perch da lei ne nascono molte altre -.


XVIII.

Allora messer Cesare Gonzaga, - Non so, - disse, - quai virt convenienti a signore possano nascere da questa temperanzia, essendo quella che leva1045 gli affetti dell'animo, come voi dite: il che forse si converria a qualche monaco o eremita; ma non so gi come ad un principe magnanimo, liberale e valente nell'arme si convenisse il non aver mai, per cosa che se gli1046 facesse, n ira n odio n benivolenzia n sdegno n cupidit n affetto alcuno, e come senza questo aver potesse autorit tra'populi o tra'soldati -. Rispose il signor Ottaviano: - Io non ho detto che la temperanzia levi totalmente e svella degli animi umani gli affetti, n ben saria il farlo, perch negli affetti ancora sono alcune parti bone; ma quello che negli affetti  perverso e renitente allo onesto riduce ad obedire alla ragione. Per non  conveniente, per levar le perturbazioni, estirpar gli affetti in tutto; ch questo saria come se per fuggir la ebriet si facesse un editto che niuno bevesse vino, o perch talor correndo l'omo cade, se interdicesse ad ognuno il correre. Eccovi che quelli che domano i cavalli non gli vietano il correre e saltare, ma voglion che lo facciano a tempo e ad obedienzia del cavaliero. Gli affetti adunque, modificati dalla temperanzia, sono favorevoli alla virt, come l'ira che aiuta la fortezza, l'odio contra i scelerati aiuta la giustizia, e medesimamente l'altre virt son aiutate dagli affetti; li quali se fossero in tutto levati, lassariano la ragione debilissima e languida, di modo che poco operar potrebbe, come governator di nave abbandonato da'venti in gran calma1047. Non vi maravigliate adunque, messer Cesare, s'io ho detto che dalla temperanzia nascono molte altre virt; ch quando un animo  concorde di questa armonia, per mezzo della ragione poi facilmente riceve la vera fortezza, la quale lo fa intrepido e sicuro da ogni pericolo e quasi sopra le passioni umane; non meno la giustizia, vergine incorrotta, amica della modestia e del bene, regina di tutte l'altre virt, perch insegna a far quello che si dee fare e fuggir quello che si dee fuggire; e per  perfettissima1048, perch per essa si fan l'opere dell'altre virt, ed  giovevole a chi la possede e per se stesso e per gli altri; senza la quale, come si dice, Iove istesso non poria ben governare il regno suo. La magnanimit ancora succede a queste e tutte le fa maggiori; ma essa sola star non po, perch chi non ha altra virt non po esser magnanimo. Di queste  poi guida la prudenzia, la qual consiste in un certo giudicio d'elegger bene1049. Ed in tal felice catena ancora sono colligate la liberalit, la magnificenzia, la cupidit d'onore, la mansuetudine, la piacevolezza, la affabilit e molte altre che or non  tempo di dire. Ma se 'l nostro cortegiano far quello che avemo detto, tutte le ritrover nell'animo del suo principe, ed ogni d ne vedr nascer tanti vaghi fiori e frutti, quanti non hanno tutti i deliciosi giardini del mondo; e tra se stesso sentir grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi, che  oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi le dona n'ha grandissima carestia e chi le riceve grandissima abundanzia, ma quella virt che forse tra tutte le cose umane  la maggiore e la pi rara, cio la manera e 'l modo di governar e di regnare come si dee; il che solo basteria per far gli omini felici e ridur un'altra volta al mondo quella et d'oro, che si scrive esser stata quando gi Saturno regnava -.


XIX.

Quivi avendo fatto il signor Ottaviano un poco di pausa come per riposarsi, disse il signor Gaspare: - Qual estimate voi, signor Ottaviano, pi felice dominio e pi bastante a ridur al mondo quella et d'oro di che avete fatto menzione, o 'l regno d'un cos bon principe, o 'l governo d'una bona republica1050? - Rispose il signor Ottaviano: - lo preporrei sempre il regno del bon principe, perch  dominio pi secondo la natura e, se  licito comparar le cose piccole alle infinite, pi simile a quello di Dio, il qual uno e solo governa l'universo. Ma lassando questo, vedete che in ci che si fa con arte umana, come gli eserciti, i gran navigi, gli edifici ed altre cose simili, il tutto si referisce ad un solo, che a modo suo governa; medesimamente nel corpo nostro tutte le membra s'affaticano e adopransi ad arbitrio del core. Oltre di questo, par conveniente che i populi siano cos governati da un principe, come ancora molti animali, ai quali la natura insegna questa obedienzia come cosa saluberrima. Eccovi che i cervi, le grue e molti altri uccelli, quando fanno passaggio, sempre si prepongono un principe, il qual segueno ed obediscono, e le api quasi con discorso di ragione e con tanta riverenzia osservano il loro re1051, con quanta i pi osservanti populi del mondo; e per tutto questo  grandissimo argumento che 'l dominio dei prncipi sia pi secondo la natura che quello delle republiche -.


XX.

Allora messer Pietro Bembo, - Ed a me par, - disse, - che essendoci la libert data da Dio per supremo dono, non sia ragionevole che ella ci sia levata, n che un omo pi dell'altro ne sia participe; il che interviene sotto il dominio de'prncipi, li quali tengono per il pi li sudditi in strettissima servit. Ma nelle republiche bene instituite1052 si serva pur questa libert; oltra che e nei giudici e nelle deliberazioni pi spesso interviene che 'l parer d'un solo sia falso, che quel di molti; perch le perturbazione1053, o per ira o per sdegno o per cupidit, pi facilmente entra nell'animo d'un solo che della moltitudine, la quale, quasi come una gran quantit d'acqua, meno  subietta alla corruzione che la piccola. Dico ancora che lo esempio degli animali non mi par che si confaccia; perch e li cervi e le grue e gli altri non sempre si prepongono a seguitare ed obidir un medesimo, anzi mutano e variano, dando questo dominio or ad uno or ad un altro, ed in tal modo viene ad esser pi presto forma di republica che di regno; e questa si po chiamare vera ed equale libert, quando quelli che talor comandano, obediscono poi ancora. L'esempio medesimamente delle api non mi par simile, perch quel loro re non  della loro medesima specie1054; e per chi volesse dar agli omini un veramente degno signore, bisognaria trovarlo d'un'altra specie e di pi eccellente natura che umana, se gli omini ragionevolmente l'avessero da obedire, come gli armenti che obediscono non ad uno animale suo simile, ma ad un pastore, il quale  omo e d'una specie pi degna che la loro. Per queste cose estimo io, signor Ottaviano, che 'l governo della republica sia pi desiderabile che quello del re -.


XXI.

Allor il signor Ottaviano, - Contra la opinione vostra, messer Metro, - disse, - voglio solamente addurre una ragione; la quale  che dei modi di governar bene i populi tre sorti solamente si ritrovano: l'una  il regno; l'altra il governo dei boni, che chiamavano gli antichi ottimati1055; l'altra l'amministrazione populare1056; e la transgressione e vicio contrario, per dir cos, dove ciascuno di questi governi incorre guastandosi e corrumpendosi,  quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei boni si muta in quello di pochi potenti e non boni1057, e quando l'amministrazion populare  occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini1058, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo  che la tirannide  il pessimo di tutti, come per molte ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre boni il regno sia l'ottimo, perch  contrario al pessimo; ch, come sapete, gli effetti delle cause contrarie sono essi ancor tra s contrari. Ora, circa quello che avete detto della libert, rispondo che la vera libert non si deve dire che sia il vivere come l'omo vole, ma il vivere secondo le bone leggi; n meno naturale ed utile e necessario  l'obedire, che si sia il commandare; ed alcune cose sono nate, e cos distinte ed ordinate da natura al commandare, come alcune altre all'obedire1059. Vero  che sono due modi di signoreggiare: l'uno imperioso e violento, come quello dei patroni ai schiavi, e di questo commanda l'anima al corpo; l'altro pi mite e placido, come quello dei boni prncipi per via delle leggi ai cittadini, e di questo commanda la ragione allo appetito; e l'uno e l'altro di questi due modi  utile, perch il corpo  nato da natura atto ad obedire all'anima, e cos l'appetito alla ragione. Sono ancora molti omini, l'operazion de'quali versano solamente circa l'uso del corpo; e questi tali tanto son differenti dai virtuosi, quanto l'anima dal corpo e pur, per essere1060 animali razionali, tanto participano della ragione, quanto che solamente la conoscono, ma non la posseggono n fruiscono. Questi adunque sono naturalmente servi e meglio  ad essi e pi utile l'obedire che 'l commandare -.

XXII.

Disse allor il signor Gaspar: - Ai discreti e virtuosi e che non sono da natura servi, di che modo si ha adunque a commandare? - Rispose il signor Ottaviano: - Di quel placido commandamento regio e civile; ed a tali  ben fatto dar talor l'amministrazione di que'magistrati1061 di che sono capaci, acci che possano essi ancora commandare e governare i men savi di s, di modo per che 'l principal governo dependa tutto dal supremo principe. E perch avete detto che pi facil cosa  che la mente d'un solo si corrompa che quella di molti, dico che  ancora pi facil cosa trovar un bono e savio che molti; e bono e savio si deve estimare che possa esser un re di nobil stirpe, inclinato alle virt dal suo natural instinto e dalla famosa memoria1062 dei suoi antecessori ed instituito di boni costumi; e se non sar d'un'altra specie pi che umana, come voi avete detto di quello delle api, essendo aiutato dagli ammaestramenti e dalla educazione ed arte del cortegiano, formato da questi signori tanto prudente e bono, sar giustissimo, continentissimo, temperatissimo, fortissimo e sapientissimo, pien di liberalit, magnificenzia, religione e clemenzia; in somma sar gloriosissimo e carissimo agli omini ed a Dio, per la cui grazia acquister quella virt eroica, che lo far eccedere i termini della umanit e dir si potr pi presto semideo che uoni mortale; perch Dio si diletta ed  protettor di que'prncipi che vogliono imitarlo non col mostrare gran potenzia e farsi adorare dagli omini, ma di quelli che oltre alla potenzia per la quale possono, si sforzano di farsigli simili ancora con la bont e sapienzia, per la quale vogliano e sappiano far bene ed esser suoi ministri, distribuendo a salute dei mortali i beni e i doni che essi da lui riceveno. Per, cos come nel cielo il sole e la luna e le altre stelle mostrano al mondo, quasi come in specchio, una certa similitudine di Dio, cos in terra molto pi simile imagine di Dio son que'bon prncipi che l'amano e reveriscono, e mostrano ai populi la splendida luce della sua giustizia, accompagnata da una ombra di quella ragione ed intelletto divino; e Dio con questi tali participa della onest, equit, giustizia e bont sua, e di quegli altri felici beni ch'io nominar non so, li quali rappresentano al mondo molto pi chiaro testimonio di divinit che la luce del sole, o il continuo volger del cielo col vario corso delle stelle.


XXIII.

Son adunque li populi da Dio commessi sotto la custodia de'prncipi, li quali per questo debbono averne diligente cura, per rendergline ragione come boni vicari al suo signore, ed amargli ed estimar lor proprio ogni bene e male che gli intervenga, e procurar sopra ogni altra cosa la felicit loro1063. Per deve il principe non solamente esser bono, ma ancora far boni gli altri; come quel squadro1064 che adoprano gli architetti, che non solamente in s  dritto e giusto, ma ancor indrizza e fa giuste tutte le cose a che viene accostato. E grandissimo argumento  che 'l principe sia bono quando i populi son boni perch la vita del principe  legge e maestra dei cittadini1065, e forza  che dai costumi di quello dipendan tutti gli altri; n si conviene a chi  ignorante insegnare, n a chi  inordinato1066 ordinare, n a chi cade rilevare1067 altrui. Per se 'l principe ha da far ben questi offici, bisogna ch'egli ponga ogni studio e diligenzia per sapere; poi formi dentro a se stesso ed osservi immutabilmente in ogni cosa la legge della ragione, non scritta in carte o in metallo, ma sculpita nell'animo suo proprio; acci che gli sia sempre non che familiare ma intrinsica, e con esso viva come parte di lui; perch giorno e notte in ogni loco e tempo lo ammonisca e gli parli dentro al core, levandogli quelle perturbazioni che sentono gli animi intemperati1068 li quali per esser oppressi da un canto quasi dal profundissimo sonno della ignoranzia, e dall'altro dal travaglio che riceveno dei loro perversi e ciechi desidri, sono agitati da furore inquieto, come talor chi dorme da strane ed orribili visioni.


XXIV.

Aggiungendosi poi maggior potenzia al mal volere, se v'aggiunge ancora maggior molestia; e quando il principe po ci che vole, allor  gran pericolo che non voglia quello che non deve. Per ben disse Biante che i magistrati dimostrano quali sian gli omini1069; ch come i vasi mentre son vti, bench abbiano qualche fissura, mal si possono conoscere, ma se liquore dentro vi si mette, sbito mostrano da qual banda sia il vicio; cos gli animi corrotti e guasti rare volte scoprono i loro diffetti, se non quando s'empiono d'autorit1070; perch allor non bastano per supportare il grave peso della potenzia, e perci s'abbandonano e versano da ogni canto le cupidit, la superbia, la iracundia, la insolenzia e quei costumi tirannici che hanno dentro; onde senza risguardo persegueno i boni e i savi ed esaltano i mali, n comportano che nelle citt siano amicizie, compagnie, n intelligenzie1071 fra i cittadini, ma nutriscono gli esploratori1072, accusatori, omicidiali1073, acci che spaventino e facciano divenir gli omini pusillanimi e spargano discordie per tenergli disgiunti e debili; e da questi modi procedeno poi infiniti danni e ruine ai miseri populi, e spesso crudel morte o almen timor continuo ai medesimi tiranni; perch i boni prncipi temono non per s, ma per quelli a'quali comandano, e li tiranni temeno quelli medesimi a'quali commandano; per, quanto a maggior numero di gente commandano e son pi potenti, tanto pi temono ed hanno pi nemici. Come credete voi che si spaventasse e stesse con l'animo sospeso quel Clearco, tiranno di Ponto, ogni volta che andava nella piazza o nel teatro, o a qualche convito o altro loco publico, ch, come si scrive, dormiva chiuso in una cassa? o vero quell'altro Aristodemo Argivo, il qual a se stesso del letto avea fatta quasi una prigione, che nel palazzo suo tenea una piccola stanza sospesa in aria ed alta tanto che con scala andar vi bisognava, e quivi con una sua femina dormiva, la madre della quale la notte ne levava la scala, la mattina ve la rimetteva1074? Contraria vita in tutto a questa deve adunque esser quella del bon principe, libera e sicura, e tanto cara ai cittadini quanto la lor propria, ed ordinata di modo che participi della attiva e della contemplativa1075, quanto si conviene per beneficio dei populi -.


XXV.

Allor il signor Gaspar, - E qual, - disse, - di queste due vite, signor Ottaviano, parvi che pi s'appartenga al principe? - Rispose il signor Ottaviano ridendo: - Voi forse pensate ch'io mi persuada1076 esser quello eccellente cortegiano che deve saper tante cose e servirsene a quel bon fine ch'io ho detto; ma ricordatevi che questi signori l'hanno formato con molte condicioni che non sono in me: per procuriamo prima di trovarlo, ch io a lui mi rimetto e di questo e di tutte l'altre cose che s'appartengono a bon principe -. Allor il signor Gaspar, - Penso, - disse, - che se delle condicioni attribuite al cortegiano alcune a voi mancano, sia pi presto la musica e 'l danzar e l'altre di poca importanzia, che quelle che appertengono alla instituzione del principe ed a questo fine della cortegiania -. Rispose il signor Ottaviano: - Non sono di poca importanzia tutte quelle che giovano al guadagnar la grazia del principe, il che  necessario, come avemo detto, prima che 'l cortegiano se avventuri a volergli insegnar la virt; la quale stimo avervi mostrato che imparar si po e che tanto giova, quanto nce la ignoranzia, dalla quale nascono tutti i peccati, e massimamente quella falsa persuasion che l'uom piglia di se stesso; per parmi d'aver detto a bastanza e forse pi che io non aveva promesso -. Allora la signora Duchessa, - Noi saremo, - disse, tanto pi tenuti alla cortesia vostra, quanto la satisfazione avanzer la promessa; per non v'incresca dir quello che vi pare sopra la dimanda del signor Gaspar; e per vostra f diteci ancora tutto quello che voi insegnareste al vostro principe, se egli avesse bisogno d'ammaestramenti, e presupponetevi1077 d'avervi acquistato compitamente la grazia sua, tanto che vi sia licito dirgli liberamente ci che vi viene in animo -.


XXVI.

Rise il signor Ottaviano e disse: - S'io avessi la grazia di qualche principe ch'io conosco e gli dicessi liberamente il parer mio, dubito che presto la perderei; oltra che per insegnarli bisogneria ch'io prima imparassi. Pur, poich a voi piace ch'io risponda ancora circa questo al signor Gaspar, dico che a me pare che i prncipi debbano attendere all'una e l'altra delle due vite, ma pi per alla contemplativa, perch questa in essi  divisa in due parti: delle quali l'una consiste nel conoscer bene e giudicare; l'altra nel commandare drittamente e con quei modi che si convengono, e cose ragionevoli, e quelle di che hanno autorit, e commandarle a chi ragionevolmente ha da obedire, e nei lochi e tempi appartenenti; e di questo parlava il duca Federico quando diceva che chi sa commandare  sempre obedito; e 'l commandar  sempre il principal officio de'prncipi, li quali debbono per ancor spesso veder con gli occhi ed esser presenti alle esecuzioni, e secondo i tempi e i bisogni ancora talor operar essi stessi; e tutto questo pur participa della azione; ma il fine della vita attiva deve esser la contemplativa, come della guerra la pace, il riposo delle fatiche.


XXVII.

Per  ancor officio del bon principe instituire talmente i populi suoi, e con tai leggi ed ordini, che possano vivere nell'ccio e nella pace senza periculo e con dignit e godere laudevolmente questo fine delle sue azioni che deve esser la quiete; perch sonosi trovate spesso molte republiche e prncipi, li quali nella guerra sempre sono stati fiorentissimi e grandi, e sbito che hanno ata la pace sono iti in ruina e hanno perduto la grandezza e 'l splendore, come il ferro non esercitato. E questo non per altro  intervenuto, che per non aver bona instituzion di vivere nella pace, n saper fruire il bene dell'ocio; e lo star sempre in guerra, senza cercar di pervenire al fine della pace, non  licito, bench estimano alcuni prncipi il loro intento dover esser principalmente il dominare ai suoi vicini, e per nutriscono i populi in una bellicosa ferit1078 di rapine, d'omicidi e tai cose e lor dnno premi per provocarla e la chiamano virt. Onde fu gi costume fra i Sciti1079 che chi non avesse morto un suo nemico non potesse bere nei conviti solenni alla tazza che si portava intorno alli compagni. In altri lochi s'usava indrizzare1080 intorno il sepulcro tanti obelisci, quanti nemici avea morti quello che era sepulto; e tutte queste cose ed altre simili si faceano per far gli omini bellicosi, solamente per dominare alli altri; il che era quasi impossibile, per esser impresa infinita, insino a tanto che non s'avesse subiugato tutto 'l mondo; e poco ragionevole, secondo la legge della natura, la qual non vole che negli altri a noi piaccia quello che in noi stessi ci dispiace. Per debbono i prncipi far i populi bellicosi non per cupidit di dominare, ma per poter diffendere se stessi e li medesimi populi da chi volesse ridurgli in servit, o ver fargli ingiuria in parte alcuna; o vero per discacciar i tiranni e governar bene quei populi che fossero mal trattati, o vero per ridurre in servit quelli che fossero tali da natura, che meritassero esser fatti servi, con intenzione di governargli bene e dar loro l'ocio e 'l riposo e la pace; ed a questo fine ancora deveno essere indrizzate le leggi e tutti gli ordini della giustizia, col punir i mali1081, non per odio, ma perch non siano mali ed acci che non impediscano la tranquillit dei boni; perch in vero  cosa enorme e degna di biasimo, nella guerra, che in s  mala, mostrarsi gli omini valorosi e savi; e nella pace e quete, che  bona, mostrarsi ignoranti e tanto da poco, che non sappiano godere il bene. Come adunque nella guerra debbono intender1082 i populi nelle virt utili e necessarie per conseguirne il fine, che  la pace, cos nella pace, per conseguirne ancor il suo fine, che  la tranquillit, debbono intendere nelle oneste, le quali sono il fine delle utili; ed in tal modo li sudditi saranno boni, e 'l principe ar molto pi da laudare e premiare che da castigare; e 'l dominio per li sudditi e per lo principe sar felicissimo, non imperioso, come di patrone al servo, ma dolce e placido, come di bon padre a bon figliolo1083-.


XXVIII.

Allor il signor Gaspar, - Volentieri, - disse, - saprei quali sono queste virt utili e necessarie nella guerra; e quali le oneste nella pace -. Rispose il signor Ottaviano: - Tutte son bone e giovevoli, perch tendono a bon fine; pur nella guerra precipuamente val quella vera fortezza, che fa l'animo esento1084 dalle passioni, talmente che non solo non teme li pericoli, ma pur non li cura; medesimamente la constanzia e quella pazienzia tollerante, con l'animo saldo ed imperturbato a tutte le percosse di fortuna. Conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virt che tendono all'onesto, come la giustizia, la continenzia, la temperanzia; ma molto pi nella pace e nell'ocio, perch spesso gli omini posti nella prosperit e nell'ocio, quando la fortuna seconda loro arride, divengono ingiusti, intemperati e lassansi corrumpere dai piaceri; per quelli che sono in tale stato hanno grandissimo bisogno di queste virt, perch l'ccio troppo facilmente induce mali costumi negli animi umani. Onde anticamente si diceva in proverbio che ai servi non si debbe dar ocio1085; e credesi che le piramide d'Egitto fossero fatte per tenere i populi in esercizio, perch ad ognuno lo essere assueto a tollerar fatiche  utilissimo. Sono ancor molte altre virt tutte giovevoli, ma basti per or l'aver detto insin qui; ch s'io sapessi insegnar al mio principe ed instituirlo di tale e cos virtuosa educazione come avemo disegnata, facendolo, senza pi mi crederei assai bene aver conseguito il fine del bon cortegiano -.


XXIX.

Allor il signor Gaspar, - Signor Ottaviano, - disse, - perch molto avete laudato la bona educazione e mostrato quasi di credere che questa sia principal causa di far l'omo virtuoso e bono, vorrei sapere se quella instituzione che ha da far il cortegiano nel suo principe deve esser cominciata dalla consuetudine e quasi dai costumi cottidiani, li quali, senza che esso se ne avvegga, lo assuefacciano al ben fare, o se pur se gli deve dar principio col mostrargli con ragione la qualit del bene e del male e con fargli conoscere prima che si metta in camino qual sia la bona via e da seguitare, e quale la mala e da fuggire: in somma, se in quell'animo si deve prima introdurre e fondar le virt con la ragione ed intelligenzia, o vero con la consuetudine -. Disse il signor Ottaviano: - Voi mi mettete in troppo lungo ragionamento; pur, acci che non vi paia ch'io manchi per non voler rispondere alle dimande vostre, dico che secondo che l'anima e 'l corpo in noi sono due cose, cos ancora l'anima  divisa in due parti, delle quali l'una ha in s la ragione, l'altra l'appetito1086. Come adunque nella generazione il corpo precede l'anima, cos la parte irrazionale dell'anima precede la razionale; il che si comprende chiaramente nei fanciulli, ne'quali quasi sbito che son nati si vedeno l'ira e la concupiscenzia, ma poi con spacio di tempo appare la ragione. Per devesi prima pigliare cura del corpo che dell'anima, poi prima dell'appefito che della ragione; ma la cura del corpo per rispetto dell'anima, e dell'appetito per rispetto della ragione; ch secondo che la virt intellettiva si fa perfetta con la dottrina, cos la morale si fa con la consuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione1087 con la consuetudine, la qual po governare gli appetiti non ancora capaci di ragione e con quel bon uso indrizzargli al bene; poi stabilirli1088 con la intelligenzia, la quale, bench pi tardi mostri il suo lume, pur d modo di fruir pi perfettamente le virt a chi ha bene instituito l'animo dai costumi, nei quali, al parer mio, consiste il tutto -.


XXX.

Disse il signor Gaspar: - Prima che passiate pi avanti vorrei saper che cura si deve aver del corpo, perch avete detto che prima devemo averla di quello, che dell'anima. - Dimandatene, - rispose il signor Ottaviano ridendo, - a questi, che lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che 'l mio, come vedete, non  troppo ben curato. Pur ancora di questo si poria dir largamente, come del tempo conveniente del maritarsi, acci che i figlioli non fossero troppo vicini n troppo lontani alla et paterna; degli esercizi e della educazione sbito che sono nati e nel resto della et, per fargli ben disposti, prosperosi e gagliardi -. Rispose il signor Gaspar: - Quello che pi piaceria alle donne per far i figlioli ben disposti e belli, secondo me, saria quella comunit che d'esse vol Platone nella sua Republica1089 e di quel modo -. Allor la signora Emilia ridendo, Non  ne'patti, - disse, - che ritorniate a dir mal delle donne. - Io, - rispose il signor Gaspar, - mi presumo dar lor gran laude, dicendo che desidrano che si introduca un costume approvato da un tanto omo -. Disse ridendo messer Cesare Gonzaga: - Veggiamo se tra li documenti del signor Ottaviano, che non so se per ancora gli abbia detti tutti, questo potesse aver loco e se ben fosse che 'l principe ne facesse una legge. - Quelli pochi ch'io ho detti, - rispose il signor Ottaviano, - forse porian bastare per far un principe bono, come possono esser quelli che si usano oggid; bench chi volesse veder la cosa pi minutamente, averia ancora molto pi che dire -. Suggiunse la signora Duchessa: - Poich non ci costa altro che parole, dichiarateci per vostra f tutto quello che v'occorreria in animo da insegnare al vostro principe -.


XXXI.

Rispose il signor Ottaviano: - Molte altre cose, Signora, gli insegnarei, pur ch'io le sapessi; e tra l'altre, che dei suoi sudditi eleggesse un numero di gentilomini e dei pi nobili e savi, con i quali consultasse ogni cosa e loro desse autorit e libera licenzia, che del tutto senza risguardo dir gli potessero il parer loro; e con essi tenesse tal manera, che tutti s'accorgessero che d'ogni cosa saper volesse la verit ed avesse in odio ogni bugia; ed oltre a questo consiglio de'nobili, ricordarei che fossero eletti tra 'l populo altri di minor grado, dei quali si facesse un consiglio populare, che communicasse col consiglio de'nobili le occorrenzie della citt appertinenti al publico ed al privato; ed in tal modo si facesse del principe, come di capo, e dei nobili e dei populari, come de'membri, un corpo solo unito insieme, il governo del quale nascesse principalmente dal principe, nientedimeno participasse ancora degli altri; e cos ara questo stato forma dei tre governi boni, che  il regno, gli ottimati e 'l populo1090.


XXXII.

Appresso gli mostrarei che delle cure che al principe s'appartengono la pi importante  quella della giustizia; per la conservazion della quale si debbono eleggere nei magistrati i savi e gli approvati'omini, la prudenzia de'quali sia vera prudenzia accompagnata dalla bont, perch altrimenti non  prudenzia ma astuzia; e quando questa bont manca, sempre l'arte e suttilit dei causidici non  altro che ruina e calamit delle leggi e dei iudici, e la colpa d'ogni loro errore si ha da dare a chi gli ha posti in officio. Direi come dalla giustizia ancora depende quella piet verso Idio, che  debita a tutti1091, e massimamente ai prncipi, li quali debbon amarlo sopra ogn'altra cosa ed a lui come al vero fine indrizzar tutte le sue azioni; e, come dicea Senofonte1092, onorarlo ed amarlo sempre, ma molto pi quando sono in prosperit, per aver poi pi ragionevolmente confidenzia di dimandargli grazia quando sono in qualche avversit; perch impossibile  governar bene n se stesso n altrui senza aiuto di Dio, il quale ai boni alcuna volta manda la seconda fortuna per ministra sua, che gli rilievi da'gravi pericoli; talor la avversa, per non gli lassar addormentare nelle prosperit tanto che si scordino di lui, o della prudenzia umana, la quale corregge spesso la mala fortuna, come bon giocatore i tratti mali de'dadi col menar ben le tavole1093. Non lassarei ancora di ricordare al principe che fosse veramente religioso, non superstizioso, n dato alle vanit d'incanti e vaticini; perch, aggiungendo alla prudenzia umana la piet divina e la vera religione, avrebbe ancor la bona fortuna e Dio protettore, il qual sempre gli accrescerebbe prosperit in pace ed in guerra.


XXXIII.

Appresso li direi come dovesse amar la patria e i populi suoi, tenendogli non in troppo servit, per non si far loro odioso; dalla qual cosa nascono le sedizioni, le congiure e mille altri mali; n meno in troppo libert, per non esser vilipeso; da che procede la vita licenziosa e dissoluta dei populi, le rapine, i furti, gli omicidii, senza timor alcuno delle leggi; spesso la ruina ed esizio1094 totale delle citt e dei regni. Appresso, come dovesse amare i propinqui1095 di grado in grado, servando tra tutti in certe cose una pare equalit, come nella giustizia e nella libert; ed in alcune altre una ragionevole inequalit, come nell'esser liberale, nel remunerare, nel distribuir gli onori e dignit secondo la inequalit dei meriti, li quali sempre debbono non avanzare, ma esser avanzati1096 dalle remunerazioni; e che in tal modo sarebbe non ch amato ma quasi adorato dai sudditi; n bisogneria che esso per custodia della vita sua si commettesse a forestieri1097, ch i suoi per utilit di se stessi con la propria la custodiriano, ed ognun voluntieri obediria alle leggi, quando vedessero che esso medesimo obedisse e fosse quasi custode ed esecutore incorruttibile di quelle; ed in tal modo, circa questo, darebbe cos ferma impression di s, che se ben talor occorresse contrafarle1098 in qualche cosa, ognun conosceria che si facesse a bon fine e 'l medesimo rispetto e riverenzia s'ara al voler suo, che alle proprie leggi; e cos sarian gli animi dei cittadini talmente temperati, che i boni non cercariano aver pi del bisogno e i mali non poriano; perch molte volte le eccessive ricchezze son causa di gran ruina; come nella povera Italia, la quale  stata e tuttavia  preda esposta a genti strane1099, s per lo mal governo, come per le molte ricchezze di che  piena. Per ben saria che la maggior parte dei cittadini fossero n molto ricchi n molto poveri, perch i troppo ricchi spesso divengon superbi e temerari; i poveri, vili e fraudolenti; ma li mediocri non fanno insidie agli altri e vivono securi di non essere insidiati; ed essendo questi mediocri maggior numero, sono ancora pi potenti; e per n i poveri n i ricchi possono conspirar contro il principe, o vero contra gli altri, n far sedizioni; onde per schifar questo male  saluberrima cosa mantenere universalmente la mediocrit.


XXXIV.

Direi adunque che usar dovesse questi e molti altri rimedi opportuni, perch nella mente dei sudditi non nascesse desiderio di cose nove1100 e di mutazione di stato; il che per il pi delle volte fanno, o per guadagno, o veramente per onore che sperano, o per danno, o veramente per vergogna che temano; e questi movimenti negli animi loro son generati talor dall'odio e sdegno che gli dispera, per le ingiurie e contumelie che son lor fatte per avarizia, superbia e crudelt o libidine dei superiori; talor dal vilipendio che vi nasce per la negligenzia e vilt e dapocagine de'prncipi; ed a questi dui errori devesi occorrere1101 con l'acquistar dai populi l'amore e l'autorit; il che si fa col beneficare ed onorare i boni e rimediare1102 prudentemente, e talor con severit, che i mali e sediciosi non diventino potenti; la qual cosa  pi facile da vietar prima che siano divenuti, che levar loro le forze poi che le hanno acquistate; e direi che per vietar che i populi non incorrano in questi errori, non  miglior via che guardargli dalle male consuetudini, e massimamente da quelle che si mettono in uso a poco a poco; perch sono pestilenzie secrete, che corrompono le citt prima che altri non che rimediare, ma pur accorger se ne possa. Con tai modi ricorderei che 'l principe procurasse di conservare i suoi sudditi in stato tranquillo e dar loro i beni dell'animo e del corpo e della fortuna; ma quelli del corpo e della fortuna per poter esercitar quelli dell'animo, i quali quanto son maggiori e pi eccessivi, tanto son pi utili; il che non interviene di quelli del corpo n della fortuna. Se adunque i sudditi fossero boni e valorosi e ben indrizzati al fin della felicit, saria quel principe grandissimo signore; perch quello  vero e gran dominio, sotto 'l quale i sudditi son boni e ben governati e ben comandati -.


XXXV.

Allor il signor Gaspar, - Penso io, - disse, - che piccol signor saria quello sotto 'l quale tutti i sudditi fossero boni, perch in ogni loco son pochi li boni -. Rispose il signor Ottaviano: - Se una qualche Circe mutasse in fiere tutti i sudditi del re di Francia, non vi parrebbe che piccol signor fosse, se ben signoreggiasse tante migliaia d'animali? e per contrario, se gli armenti che vanno pascendo solamente su per questi nostri monti divenissero omini savi e valorosi cavalieri, non estimareste voi che quei pastori che gli governassero e da essi fossero obediti, fossero de'pastori divenuti gran signori? Vedete adunque che non la moltitudine dei sudditi, ma il valor fa grandi li prncipi -.


XXXVI.

Erano stati per bon spacio attentissimi al ragionamento del signor Ottaviano la signora Duchessa e la signora Emilia e tutti gli altri; ma avendo quivi esso fatto un poco di pausa, come d'aver1103 dato fine al suo ragionamento, disse messer Cesare Gonzaga: - Veramente, signor Ottaviano, non si po dire che i documenti vostri non sian boni ed utili; nientedimeno io crederei, che se voi formaste con quelli il vostro principe, pi presto meritareste nome di bon maestro di scola che di bon cortegiano, ed esso pi presto di bon governatore che di gran principe. Non dico gi che cura dei signori non debba essere che i populi siano ben retti con giustizia e bone consuetudini; nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere boni ministri per esequir queste tai cose e che 'l vero officio loro sia poi molto maggiore. Per s'io mi sentissi esser quell'eccellente cortegiano che hanno formato questi signori ed aver la grazia del mio principe, certo  ch'io non lo indurrei mai a cosa alcuna viciosa; ma, per conseguir quel bon fine che voi dite ed io confermo dover esser il frutto delle fatiche ed azioni del cortegiano, cercherei d'imprimergli nell'animo una certa grandezza, con quel splendor regale e con una prontezza d'animo e valore invitto nell'arme, che lo facesse amare e reverir da ognuno di tal sorte, che per questo principalmente fusse famoso e chiaro al mondo. Direi ancor che compagnar dovesse con la grandezza una domestica mansuetudine, con quella umanit dolce ed amabile e bona maniera d'accarezzare e i sudditi e i stranieri discretamente, pi e meno, secondo i meriti, servando per sempre la maest conveniente al grado suo, che non gli lassasse in parte alcuna diminuire l'autorit per troppo bassezza, n meno gli concitasse odio per troppo austera severit; dovesse essere liberalissimo e splendido e donar ad ognuno senza riservo, perch Dio, come si dice,  tesauriero1104 dei prncipi liberali; far conviti magnifici, feste, giochi, spettacoli publici; aver gran numero di cavalli eccellenti, per utilit nella guerra e per diletto nella pace; falconi, cani e tutte l'altre cose che s'appartengono ai piaceri de'gran signori e dei populi; come a'nostri d avemo veduto fare il signor Francesco Gonzaga marchese di Mantua1105, il quale a queste cose par pi presto re d'Italia che signor d'una citt. Cercherei ancor d'indurlo a far magni edifici, e per onor vivendo1106 e per dar di s memoria ai posteri; come fece il duca Federico in questo nobil palazzo, ed or fa papa Iulio nel tempio di san Pietro, e quella strada che va da Palazzo al diporto di Belvedere1107 e molti altri edifici, come faceano ancora gli antichi Romani; di che si vedeno tante reliquie a Roma, a Napoli, a Pozzolo1108, a Baie1109, a Civit Vecchia, a Porto1110 ed ancor fuor d'Italia, e tanti altri lochi che son gran testimonio del valor di quegli animi divini. Cos ancor fece Alessandro Magno, il qual, non contento della fama che per aver domato il mondo con l'arme avea meritamente acquistata, edific Alessandria in Egitto, in India Bucefalia ed altre citt in altri paesi; e pens di ridurre in forma d'omo il monte Athos1111, e nella man sinistra edificargli una amplissima citt e nella destra una gran coppa, nella quale si raccogliessero tutti i fiumi che da quello derivano e di quindi traboccassero nel mare: pensier veramente grande e degno d'Alessandro Magno! Queste cose estimo io, signor Ottaviano, che si convengano ad un nobile e vero principe e lo facciano nella pace e nella guerra gloriosissimo; e non lo avvertire a tante minuzie e lo aver rispetto di combattere solamente per dominare e vincer quei che meritano esser dominati, o per far utilit ai sudditi, o per levare il governo a quelli che governan male; ch se i Romani, Alessandro, Annibale e gli altri avessero avuto questi risguardi1112, non sarebbon stati nel colmo di quella gloria che furono1113


XXXVII.

Rispose allor il signor Ottaviano ridendo: - Quelli che non ebbero questi risguardi, arebbono fatto meglio avendogli, bench, se considerate, trovarete che molti gli ebbero, e massimamente que'primi antichi, come Teseo ed Ercule: n crediate che altri fossero Procuste e Scirone, Cacco, Diomede, Anteo, Gerione1114, che tiranni crudeli ed impii, contra i quali aveano perpetua e mortal guerra questi magnanimi eroi; e per per aver liberato il mondo da cos intollerabili mostri (ch altramente non si debbon nominare i tiranni), ad Ercule furon fatti i tempii e i sacrifici e dati gli onori divini; perch il beneficio di estirpare i tiranni  tanto giovevole al mondo, che chi lo fa merita molto maggior premio, che tutto quello che si conviene ad un mortale. E di coloro che voi avete nominati, non vi par che Alessandro giovasse con le sue vittorie ai vinti, avendo instituite di tanti boni costumi quelle barbare genti che super, che di fiere gli fece omini? edific tante belle citt in paesi mal abitati, introducendovi il viver morale; e quasi congiungendo l'Asia e l'Europa col vinculo dell'amicizia e delle sante leggi, di modo che pi felici furno i vinti da lui, che gli altri; perch ad alcuni mostr i matrimoni, ad altri l'agricoltura, ad altri la religione, ad altri il non uccidere, ma il nutrir i padri gi vecchi, ad altri lo astenersi dal congiungersi con le madri e mille altre cose che si porian dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie.


XXXVIII.

Ma lassando gli antichi, qual pi nobile e gloriosa impresa e pi giovevole potrebbe essere, che se i Cristiani voltasser1115 le forze loro a subiugare gli infideli? non vi parrebbe che questa guerra, succedendo prosperamente ed essendo causa di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume della verit cristiana tante migliaia di omini, fosse per giovare cos ai vinti come ai vincitori? E veramente, come gi Temistocle'1116 essendo discacciato dalla patria sua e raccolto dal re di Persia e da lui accarezzato ed onorato con infiniti e ricchissimi doni, ai suoi disse: "Amici, ruinati eravamo noi, se non ruinavamo1117"; cos bene poriano allor con ragion dire il medesimo ancora i Turchi e i Mori, perch nella perdita loro saria la lor salute. Questa felicit adunque spero che ancor vedremo, se da Dio ne fia conceduto il viver tanto, che alla corona di Francia pervenga Monsignore d'Angolem1118, il quale tanta speranza mostra di s, quanta mo quarta sera1119 disse il signor Magnifico; ed a quella d'Inghilterra il signor don Enrico, principe di Vuaglia1120, che or cresce sotto il magno padre in ogni sorte di virt, come tenero rampollo sotto l'ombra d'arbore eccellente e carico di frutti, per rinovarlo molto pi bello e pi fecundo quando fia tempo; ch, come di l scrive il nostro Castiglione1121 e pi largamente promette di dire al suo ritorno, pare che la natura in questo signore abbia voluto far prova di se stessa, collocando in un corpo solo tante eccellenzie, quante basteriano per adornarne infiniti -. Disse allora messer Bernardo Bibiena: - Grandissima speranza ancor di s promette don Carlo1122, principe di Spagna, il quale, non essendo ancor giunto al decimo anno della sua et, dimostra gi tanto ingegno e cos certi indici di bont, di prudenzia, di modestia, di magnanimit e d'ogni virt, che se l'imperio di Cristianit1123 sar, come s'estima, nelle sue mani, creder si po che debba oscurare il nome di molti imperatori antichi ed agguagliarsi di fama ai pi famosi che mai siano stati al mondo.


XXXIX.

Suggiunse il signor Ottaviano: - Credo adunque che tali e cos divini prncipi siano da Dio mandati in terra e da lui fatti simili della et giovenile, della potenzia dell'arme, del stato, della bellezza e disposizion del corpo, affin che siano ancor a questo bon voler concordi; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essi, sia solamente in voler ciascuno esser il primo e pi fervente ed animato a cos gloriosa impresa1124. Ma lassiamo questo ragionamento e torniamo al nostro. Dico adunque, messer Cesare, che le cose che voi volete che faccia il principe son grandissime e degne di molta laude; ma dovete intendere, che se esso non sa quello ch'io ho detto che ha da sapere, e non ha formato l'animo di quel modo ed indrizzato al camino della virt, difficilmente sapr esser magnanimo, liberale, giusto, animoso, prudente, o avere alcuna altra qualit di quelle che se gli aspettano1125; n per altro vorrei che fosse tale, che per saper esercitar queste condizioni; ch s come quegli che edificano non son tutti boni architetti, cos quegli che donano non son tutti liberali; perch la virt non nce mai ad alcuno e molti sono che robbano per donare e cos son liberali della robba d'altri; alcuni dnno a cui non debbono e lassano in calamit e miseria quegli a'quali sono obligati; altri dnno con una certa mala grazia e quasi dispetto, tal che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma chiamano i testimonii e quasi fanno bandire1126 le sue liberalit; altri pazzamente vuotano in un tratto quel fonte della liberalit, tanto che poi non si po usar pi.


XL.

Per in questo, come nell'altre cose, bisogna sapere e governarsi con quella prudenzia, che  necessaria compagna a tutte le virt; le quali, per esser mediocrit1127, sono vicine alli cui estremi, che sono vicii; onde chi non sa facilmente incorre in essi; perch cos come  difficile nel circulo trovare il punto del centro, che  il mezzo, cos  difficile trovare il punto della virt posta nel mezzo delli cui estremi, viciosi l'uno per lo troppo, l'altro per lo poco, ed a questi siamo or all'uno or all'altro inclinati; e ci si conosce per lo piacere e per lo dispiacere che in noi si sente; ch per l'uno facciamo quello che non devemo, per l'altro lasciamo di far quello che deveremmo; bench il piacere  molto pi pericoloso, perch facilmente il giudicio nostro da quello si lascia corrompere. Ma perch il conoscere quanto sia l'uom lontano dal centro della virt  cosa difficile, devemo ritirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria parte di quello estremo al quale ne conoscemo esser inclinati, come fan quelli che indrizzano i legni distorti1128; ch in tal modo s'accostaremo alla virt, la quale, come ho detto, consiste in quel punto della mediocrit; onde interviene che noi per molti modi erriamo e per un solo facciamo l'officio e debito nostro; cos come gli arcieri, che per una via sola dnno nella brocca e per molte fallano il segno. Per spesso un principe, per voler esser umano ed affabile, fa infinite cose fuor del decoro e si avvilisce tanto che  disprezzato; alcun altro, per servar quella maest grave con autorit conveniente, diviene austero ed intollerabile; alcun, per esser tenuto eloquente, entra in mille strane maniere e lunghi circuiti1129 di parole affettate, ascoltando se stesso, tanto che gli altri per fastidio ascoltar non lo possono.


XLI.

S che non chiamate, messer Cesare, per1130 minuzia cosa alcuna che possa migliorare un principe in qualsivoglia parte, per minima che ella sia; n pensate gi ch'io estimi che voi biasmiate i miei documenti, dicendo che con quelli pi tosto si formaria un bon governatore che un bon principe; ch non si po forse dare maggior laude n pi conveniente ad un principe, che chiamarlo bon governatore. Per, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose gi dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particularit appartenenti ai suoi populi quanto fosse possibile, n mai credesse tanto, n tanto si confidasse d'alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto 'l governo; perch non  alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulit de'signori che dalla incredulit, la qual non solamente talor non nce, ma spesso summamente giova; pur in questo  necessario il bon giudicio del principe, per conoscer chi merita esser creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d'intendere le azioni ed esser censore1131 de'suoi ministri; di levare ed abbreviar le liti tra i sudditi; di far far pace tra essi, e legargli insieme di parentati1132; di far che la citt fosse tutta unita e concorde in amicizia, come una casa privata; populosa, non povera, quieta, piena di boni artfici1133; di favorir i mercatanti ed aiutarli ancora con denari; d'esser liberale ed onorevole nelle ospitalit verso i forestieri e verso i religiosi; di temperar tutte le superfluit; perch spesso per gli errori che si fanno in queste cose, bench paiano piccoli, le citt vanno in ruina; per  ragionevole che 'l principe ponga mta1134 ai troppo suntuosi edifici dei privati, ai convivii, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioie e vestimenti, che non  altro che uno augumento della lor pazzia; ch, oltre che spesso, per quella ambizione ed invidia che si portano l'una all'altra, dissipano le facult e la sustanzia dei mariti, talor per una gioietta o qualche altra frascheria tale vendono la pudicizia loro a chi la vol comperare -.


XLII.

Allora messer Bernardo Bibiena ridendo, - Signor Ottaviano, - disse, - voi entrate nella parte del signor Gaspare e del Frigio1135 -. Rispose il signor Ottaviano pur ridendo: - La lite  finita, ed io non voglio gi rinovarla; per non dir pi delle donne, ma ritorner al mio principe -. Rispose il Frigio: - Ben potete oramai lassarlo e contentarvi che egli sia tale come l'avete formato; ch senza dubbio pi facil cosa sarebbe trovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnifico, che un principe con le condizioni dette da voi; per dubito che sia come la republica di Platone e che non siamo per vederne mai un tale, se non forse in cielo1136 -. Rispose il signor Ottaviano: - Le cose possibili, bench siano difficili, pur si po sperar che abbiano da essere; perci forse vedremolo ancor a'nostri tempi in terra; ch, bench i cieli siano tanto avari in produr principi eccellenti, che a pena in molti seculi se ne vede uno, potrebbe questa bona fortuna toccare a noi -. Disse allor il conte Ludovico: - Io ne sto con assai bona speranza; perch, oltra quelli tre grandi che avemo nominati, de'quali sperar si po ci che s' detto convenirsi al supremo grado di perfetto principe, ancora in Italia se ritrovano oggid alcuni figlioli de signori, li quali, bench non siano per aver tanta potenzia, forse suppliranno con la virt; e quello che tra tutti si mostra di meglior indole e di s promette maggior speranza che alcun degli altri, parmi che sia il signor Federico Gonzaga, primogenito del marchese di Mantua nepote della signora Duchessa nostra qui; ch, oltra la gentilezza de'costumi e la discrezione che in cos tenera et1137 dimostra, coloro che lo governano di lui dicono cose di maraviglia circa l'essere ingenioso, cupido d'onore, magnanimo, cortese, liberale, amico della giusticia; di modo che di cos bon principio non si po se non aspettar ottimo fine -. Allor il Frigio, - Or non pi, - disse, - pregaremo Dio di vedere adempita questa vostra speranza -.


XLIII.

Quivi il signor Ottaviano, rivolto alla signora Duchessa con maniera d'aver dato fine al suo ragionamento, - Eccovi, Signora, - disse, - quello che a dir m'occorre del fin del cortegiano; nella qual cosa s'io non ar satisfatto in tutto, basterammi almen aver dimostrato che qualche perfezion ancora dar si gli potea oltra le cose dette da questi signori; li quali io estimo che abbiano pretermesso1138 e questo e tutto quello ch'io potrei dire, non perch non lo sapessero meglio di me, ma per fuggir fatica; per lasser che essi vadano continuando, se a dir gli avanza cosa alcuna -. Allora disse la signora Duchessa: - Oltra che l'ora  tanto tarda, che tosto sar tempo di dar fine per questa sera, a me non par che noi debbiam mescolare altro ragionamento con questo; nel quale voi avete raccolto tante varie e belle cose, che circa il fine della cortegiania si po dir che non solamente siate quel perfetto cortegiano che noi cerchiamo, e bastante per instituir bene il vostro principe, ma, se la fortuna vi sar propizia, che debbiate ancor essere ottimo principe, il che saria con molta utilit della patria vostra1139 -. Rise il signor Ottaviano e disse: - Forse, Signora, s'io fussi in tal grado, a me ancor interverria quello che sle intervenire a molti altri, li quali san meglio dire che fare -.


XLIV.

Quivi essendosi replicato un poco di ragionamento tra tutta la compagnia confusamente, con alcune contradizioni, pur a laude di quello che s'era parlato, e dettosi che ancor non era l'ora d'andar a dormire, disse ridendo il Magnifico Iuliano: Signora, io son tanto nemico degli inganni, che m' forza contradir al signor Ottaviano, il qual per esser, come io dubito, congiurato secretamente col signor Gaspar contra le donne,  incorso in dul errori, secondo me, grandissimi: dei quali l'uno , che per preporre questo cortegiano alla donna di palazzo e farlo eccedere quei termini a che essa po giungere, l'ha preposto ancor al principe, il che  inconvenientissimo; l'altro, che gli ha dato un tal fine, che sempre  difficile e talor impossibile che lo conseguisca, e quando pur lo consegue, non si deve nominar per cortegiano. - Io non intendo, - disse la signora Emilia, - come sia cos difficile o impossibile che 'l cortegiano conseguisca questo suo fine, n meno come il signor Ottaviano lo abbia preposto al principe. - Non gli consentite queste cose, - rispose il signor Ottaviano, - perch'io non ho preposto il cortegiano al principe; e circa il fine della cortegiania non mi presumo esser incorso in errore alcuno -. Rispose allor il Magnifico Iuliano: - Dir non potete, signor Ottaviano, che sempre la causa per la quale lo effetto  tale come egli , non sia pi tale che non  quello effetto1140; per bisogna che 'l cortegiano, per la instituzion del quale il principe ha da esser di tanta eccellenzia, sia pi eccellente che quel principe; ed in questo modo sar ancora di pi dignit che 'l principe istesso, il che  inconvenientissimo. Circa il fine poi della cortegiania, quello che voi avete detto po seguitare1141 quando l'et del principe  poco differente da quella del cortegiano, ma non per senza difficult, perch dove  poca differenzia d'et, ragionevol  che ancor poca ve ne sia di sapere; ma se 'l principe  vecchio e 'l cortegian giovane, conveniente  che 'l principe vecchio sappia pi che 'l cortegian giovane, e se questo non intervien sempre, intervien qualche volta; ed allor il fine che voi avete attribuito al cortegiano  impossibile. Se ancora il principe  giovane e 'l cortegian vecchio, difficilmente il cortegian po guadagnarsi la mente del principe con quelle condizioni che voi gli avete attribuite; ch, per dir il vero, l'armeggiare e gli altri esercizi della persona s'appartengono a'giovani e non riescono ne'vecchi, e la musica e le danze e feste e giochi e gli amori in quella et son cose ridicule; e parmi che ad uno institutor della vita e costumi del principe, il qual deve esser persona tanto grave e d'autorit, maturo negli anni e nella esperienzia e, se possibil fosse, bon filosofo, bon capitano, e quasi saper ogni cosa, siano disconvenienfissime. Per chi instituisce il principe estimo io che non s'abbia da chiamar cortegiano, ma meriti molto maggiore e pi onorato nome. S che, signor Ottaviano, perdonatemi s'io ho scoperto questa vostra fallacia, ch mi par esser tenuto a far cos per l'onor della mia donna1142; la qual voi pur vorreste che fosse di minor dignit che questo vostro cortegiano, ed io nol voglio comportare -.


XLV.

Rise il signor Ottaviano e disse: - Signor Magnifico, pi laude della donna di palazzo sarebbe lo esaltarla tanto ch'ella fosse pari al cortegiano, che abbassar il cortegian tanto che 'l sia pari alla donna di palazzo; ch gi non saria proibito alla donna ancora instituir la sua signora e tender con essa a quel fine della cortegiania, ch'io ho detto convenirsi al cortegian col suo principe; ma voi cercate pi di biasmare il cortegiano, che di laudar la donna di palazzo; per a me ancor sar licito tener1143 la ragione del cortegiano. Per rispondere adunque alle vostre obiezioni, dico ch'io non ho detto che la instituzione del cortegiano debba esser la sola causa per la quale il principe sia tale; perch se esso non fosse inclinato da natura ed atto a poter essere, ogni cura e ricordo del cortegiano sarebbe indarno; come ancor indarno s'affaticaria ogni bono agricultore che si mettesse a cultivare e seminare d'ottimi grani l'arena sterile del mare, perch quella tal sterilit in quel loco  naturale; ma quando al bon seme in terren fertile, con la temperie dell'aria e piogge convenienti alle stagioni, s'aggiunge ancora la diligenzia della cultura umana, si vedon sempre largamente nascere abundantissimi frutti; n per  che lo agricultor solo sia la causa di quelli, bench senza esso poco o niente giovassero tutte le altre cose. Sono adunque molti prncipi che sarian boni, se gli animi loro fossero ben cultivati; e di questi parlo io, non di quelli che sono come il paese sterile e tanto da natura alieni dai boni costumi, che non basta disciplina alcuna per indur l'animo loro al diritto camino.


XLVI.

E perch, come gi avemo detto, tali si fanno gli abiti in noi quali sono le nostre operazioni, e nell'operar consiste la virt1144, non  impossibil n maraviglia che 'l cortegiano indrizzi il principe a molte virt, come la giustizia, la liberalit, la magnanimit, le operazion delle quali esso per la grandezza sua facilmente po mettere in uso e farne abito; il che non po il cortegiano, per non aver modo d'operarle; e cos il principe, indutto alla virt dal cortegiano, po divenir pi virtuoso che 'l cortegiano. Oltra che dovete saper che la cote che non taglia punto, pur fa acuto il ferro; per parmi che ancora che 'l cortegiano instituisca il principe, non per questo s'abbia a dir che egli sia di pi dignit che 'l principe. Che 'l fin di questa cortegiania sia difficile e talor impossibile, e che quando pur il cortegian lo consegue non si debba nominar per cortegiano, ma meriti maggior nome, dico ch'io non nego questa difficult, perch non meno  difficile trovar un cos eccellente cortegiano, che conseguir un tal fine; parmi ben che la impossibilit non sia n anco in quel caso che voi avete allegato, perch se 'l cortegian  tanto giovane, che non sappia quello che s' detto che egli ha da sapere, non accade parlarne, perch non  quel cortegiano che noi presuponemo, n possibil  che chi ha da saper tante cose sia molto giovane. E se pur occorrer che 'l principe sia cos savio e bono da se stesso, che non abbia bisogno di ricordi n consigli d'altri (bench questo  tanto difficile quanto ognun sa), al cortegian baster esser tale che, se 'l principe n'avesse bisogno, potesse farlo virtuoso; e con lo effetto poi potr satisfare a quell'altra parte, di non lassarlo ingannare e di far che sempre sappia la verit d'ogni cosa, e d'opporsi agli adulatori, ai maldici ed a tutti coloro che machinassero di corromper l'animo di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguir pur il suo fine in gran parte, ancora che non lo metta totalmente in opera; il che non sar ragion d'imputargli per diffetto, restando di farlo per cos bona causa; ch se uno eccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli omini fossero sani, non per questo si devria dir che quel medico, se ben non sanasse gli infermi, mancasse del suo fine; per, s come del medico deve essere intenzione la sanit degli omini, cos del cortegiano la virt del suo principe; ed all'uno e l'altro basta aver questo fine intrinseco in potenzia, quando il non produrlo estrinsicamente in atto procede dal subietto, al quale  indrizzato questo fine. Ma se 'l cortegian fosse tanto vecchio, che non se gli convenissi esercitar la musica, le feste, i giochi, l'arme e l'altre prodezze della persona, non si po per ancor dire che impossibile gli sia per quella via entrare in grazia al suo principe; perch se la et leva l'operar quelle cose, non leva l'intenderle, ed avendole operate in giovent, lo fa averne tanto pi perfetto giudicio e pi perfettamente saperle insegnar al suo principe, quanto pi notizia d'ogni cosa portan seco gli anni e la esperienzia; ed in questo modo il cortegian vecchio, ancora che non eserciti le condicioni attribuitegli, conseguir pur il suo fine d'instituir bene il principe.


XLVII.

E se non vorrete chiamarlo cortegiano, non mi d noia; perch la natura non ha posto tal termine1145 alle dignit umane, che non si possa ascendere dall'una all'altra; per spesso i soldati simplici divengon capitani, gli omini privati re, e i sacerdoti papi e i discipoli maestri, e cos insieme con la dignit acquistano ancor il nome; onde forse si poria dir che 'l divenir institutor del principe fosse il fin del cortegiano. Bench non so chi abbia da rifiutar questo nome di perfetto cortegiano, il quale, secondo me,  degno di grandissima laude; e parmi che Omero, secondo che form dui omini eccellentissimi per esempio1146 della vita umana, l'uno nelle azioni, che fu Achille, l'altro nelle passioni e tolleranzie, che fu Ulisse, cos volesse ancora formar un perfetto cortegiano, che fu quel Fenice1147, il qual, dopo l'aver narrato i suoi amori e molte altre cose giovenili, dice esser stato mandato ad Achille da Pelleo suo padre per stargli in compagnia e insegnargli a dire e fare: il che non  altro che 'l fin che noi avemo disegnato al nostro cortegiano. N penso che Aristotile e Platone si fossero sdegnati1148 del nome di perfetto cortegiano, perch si vede chiaramente che fecero l'opere della cortegiania ed attesero a questo fine, l'un con Alessandro Magno, l'altro con i re di Sicilia1149. E perch officio  di bon cortegiano conoscer la natura del principe e l'inclinazion sue e cos, secondo i bisogni e le opportunit, con destrezza entrar loro in grazia, come avemo detto, per quelle vie che prestano l'adito securo, e poi indurlo alla virt, Aristotile cos ben conobbe la natura d'Alessandro e con destrezza cos ben la second, che da lui fu amato ed onorato pi che padre, onde, tra molti altri segni che Alessandro in testimonio della sua benivolenzia gli fece, volse che Stagira sua patria, gi disfatta, fosse reedificata1150; ed Aristotile, oltre allo indrizzar lui a quel fin gloriosissimo, che fu il voler fare che 'l mondo fosse come una sol patria universale, e tutti gli omini come un sol populo, che vivesse in amicizia e concordia tra s sotto un sol governo ed una sola legge, che risplendesse communemente a tutti come la luce del sole, lo form nelle scienzie naturali e nelle virt dell'animo talmente, che lo fece sapientissimo, fortissimo, continentissimo e vero filosofo morale, non solamente nelle parole ma negli effetti; ch non si po imaginare pi nobil filosofia, che indur al viver civile i populi tanto efferati come quelli che abitano Battra1151 e Caucaso, la India, la Scizia ed insegnar loro i matrimoni, l'agricultura, l'onorar i padri, astenersi dalle rapine e dagli omicidii e dagli altri mal costumi, lo edificare tante citt nobilissime in paesi lontani, di modo che infiniti omini per quelle leggi furono ridutti dalla vita ferina alla umana; e di queste cose in Alessandro fu autore1152 Aristotile, usando i modi di bon cortegiano; il che non seppe far Calistene1153, ancorch Aristotile glielo mostrasse; ch, per voler esser puro filosofo e cos austero ministro della nuda verit, senza mescolarvi la cortegiania, perd la vita e non giov, anzi diede infamia ad Alessandro. Per lo medesimo modo della cortegiania Platone form Dione Siracusano1154; ed avendo poi trovato quel Dionisio tiranno come un libro tutto pieno di mende e d'errori e pi presto bisognoso d'una universal litura1155 che di mutazione o correzione alcuna, per non esser possibile levargli quella tintura della tirannide, della qual tanto tempo gi era macchiato, non volse operarvi i modi della cortegiania, parendogli che dovessero esser tutti indarno. Il che ancora deve fare il nostro cortegiano, se per sorte si ritrova a servizio di principe di cos mala natura, che sia inveterato nei vicii, come li ftisici1156 nella infirmit; perch in tal caso deve levarsi da quella servit, per non portar biasimo delle male opere del suo signore, e per non sentir quella noia che senton tutti i boni che servono ai mali -.


XLVIII.

Quivi essendosi fermato il signor Ottaviano di parlare, disse il signor Gaspar: - Io non aspettava gi che 'l nostro cortegiano avesse tanto d'onore; ma poich Aristotile e Platone son suoi compagni, penso che niun pi debba sdegnarsi di questo nome. Non so gi per s'io mi creda che Aristotile e Platone mai danzassero o fossero musici in sua vita, o facessero altre opere di cavalleria -. Rispose il signor Ottaviano: - Non  quasi licito imaginar che questi dui spiriti divini non sapessero ogni cosa, e per creder si po che operassero ci che s'appartiene alla cortegiania, perch dove lor occorre ne scrivono di tal modo, che gli artifici medesimi delle cose da loro scritte conoscono che le intendevano insino alla medulle1157 ed alle pi intime radici. Onde non  da dir che al cortegiano o institutor del principe, come lo vogliate chiamare, il qual tenda a quel bon fine che avemo detto, non si convengan tutte le condicioni attribuitegli da questi signori, ancora che fosse severissimo filosofo e di costumi santissimo, perch non repugnano alla bont, alla discrezione, al sapere, al valore, in ogni et ed in ogni tempo e loco -.


XLIX.

Allora il signor Gaspar, - Ricordomi, - disse, - che questi signori iersera, ragionando delle condicioni del cortegiano, volsero ch'egli fusse inamorato; e perch, reassumendo quello che s' detto insin qui, si poria cavar una conclusione che 'l cortegiano, il quale col valore ed autorit sua ha da indur il principe alla virt, quasi necessariamente bisogna che sia vecchio, perch rarissime volte il saper viene innanzi agli anni, e massimamente in quelle cose che si imparano con la esperienzia, non so come, essendo di et provetto, se gli convenga l'essere inamorato; atteso che, come questa sera s' detto, l'amor ne'vecchi non riesce e quelle cose che ne'giovani sono delicie e cortesie, attillature tanto grate alle donne, in essi sono pazzie ed inezie ridicule ed a chi le usa parturiscono odio dalle donne e beffe dagli altri. Per se questo vostro Aristotile, cortegian vecchio, fosse inamorato e facesse quelle cose che fanno i giovani inamorati, come alcuni che n'avemo veduti a'd nostri, dubito che si scorderia d'insegnar al suo principe, e forse i fanciulli gli farebbon drieto la baia e le donne ne trarebbon poco altro piacere che di burlarlo -. Allora il signor Ottaviano, - Poich tutte l'altre condicioni, - disse, - attribuite al cortegiano se gli confanno ancora che egli sia vecchio, non mi par gi che debbiamo privarlo di questa felicit d'amare. - Anzi, disse il signor Gaspar, - levargli questo amare  una perfezion di pi ed un farlo vivere felicemente fuor di miseria e calamit -.


L.

Disse messer Pietro Bembo: - Non vi ricorda, signor Gaspar, che 'l signor Ottaviano, ancora che egli sia male esperto in amore, pur l'altra sera mostr nel suo gioco di saper che alcuni inamorati sono, li quali chiamano per dolci li sdegni e l'ire e le guerre e i tormenti che hanno dalle lor donne; onde domand che insegnato gli fosse la causa di questa dolcezza? Per se il nostro cortegiano, ancora che vecchio, s'accendesse di quegli amori che son dolci senza amaritudine, non ne sentirebbe calamit o miseria alcuna; ed essendo savio, come noi presuponiamo, non s'ingannaria pensando che a lui si convenisse tutto quello che si convien ai giovani; ma, amando, ameria forse d'un modo, che non solamente non gli portaria biasimo alcuno, ma molta laude e somma felicit non compagnata da fastidio alcuno, il che rare volte e quasi non mai interviene ai giovani; e cos non lasseria d'insegnare al suo principe, n farebbe cosa che meritasse la baia da'fanciulli -. Allor la signora Duchessa, - Piacemi, - disse, - messer Pietro, che voi questa sera abbiate avuto poca fatica nei nostri ragionamenti, perch ora con pi securt v'imporremo il carico di parlare ed insegnar al cortegiano questo cos felice amore, che non ha seco n biasimo n dispiacere alcuno; ch forse sar una delle pi importanti ed utili condicioni che per ancora gli siano attribuite. Per dite, per vostra f, tutto quello che ne sapete -. Rise messer Pietro e disse: - Io non vorrei, Signora, che 'l mio dir che ai vecchi sia licito lo amare, fosse cagion di farmi tener per vecchio da queste donne; per date pur questa impresa ad un altro -. Rispose la signora Duchessa: - Non dovete fuggir d'esser riputato vecchio di sapere, se ben foste giovane d'anni1158; per dite e non v'escusate pi -. Disse messer Pietro: - Veramente, Signora, avendo io da parlar di questa materia, bisognariami andar a domandar consiglio allo Eremita del mio Lavinello1159 -. Allor la signora Emilia, quasi turbata, - Messer Pietro, - disse, - non  alcuno nella compagnia che sia pi disobidiente di voi; per sar ben che la signora Duchessa vi dia qualche castigo -. Disse messer Pietro pur ridendo: - Non vi adirate meco, Signora, per amor di Dio; ch io dir ci che vorrete. - Or dite adunque, - rispose la signora Emilia.


LI.

Allora messer Pietro, avendo prima alquanto tacciuto, poi rasettatosi un poco, come per parlar di cosa importante, cos disse: - Signori, per dimostrar che i vecchi possano non solamente amar senza biasimo, ma talor pi felicemente che i giovani, sarammi necessario far un poco di discorso, per dichiarir che cosa  amore ed in che consiste la felicit che possono avere gl'inamorati; per pregovi ad ascoltarmi con attenzione, perch spero farvi vedere che qui non  omo a cui si disconvenga l'esser inamorato, ancor che egli avesse quindici o venti anni pi che 'l signor Morello E quivi essendosi alquanto riso, suggiunse messer Pietro: Dico adunque che, secondo che dagli antichi savi  diffinito, amor non  altro che un certo desiderio di fruir la bellezza1160; e perch il desiderio non appetisce se non le cose conosciute, bisogna sempre che la cognizion preceda il desiderio; il quale per sua natura vuole il bene, ma da s  cieco e non lo conosce. Per ha cos ordinato la natura che ad ogni virt conoscente sia congiunta una virt appetitiva; e perch nell'anima nostra son tre modi di conoscere, cio per lo senso, per la ragione e per l'intelletto, dal senso nasce l'appetito, il qual a noi  commune con gli animali bruti; dalla ragione nasce la elezione1161, che  propria dell'omo; dall'intelletto, per lo quale l'uom po communicar con gli angeli1162, nasce la volunt. Cos adunque come il senso non conosce se non cose sensibili, l'appetito le medesime solamente desidera; e cos come l'intelletto non  vlto ad altro che alla contemplazion di cose intelligibili, quella volunt solamente si nutrisce di beni spirituali. L'omo, di natura razionale, posto come mezzo fra questi dui estremi, po per sua elezione, inclinandosi al senso o vero elevandosi allo intelletto, accostarsi ai desidri or dell'una or dell'altra parte. Di questi modi adunque si po desiderar la bellezza; il nome universal della quale si conviene a tutte le cose o naturali o artificiali che son composte con bona proporzione e debito temperamento, quanto comporta la lor natura.


LII.

Ma parlando della bellezza che noi intendemo, che  quella solamente che appar nei corpi e massimamente nei volti umani e move questo ardente desiderio che noi chiamiamo amore, diremo che  un influsso1163 della bont divina, il quale, bench si spanda sopra tutte le cose create come il lume del sole, pur quando trova un volto ben misurato e composto con una certa gioconda concordia di colori distinti ed aiutati dai lumi e dall'ombre e da una ordinata distanzia e termini di linee, vi s'infonde e si dimostra bellissimo, e quel subietto ove riluce adorna ed illumina d'una grazia e splendor mirabile, a guisa di raggio di sole che percuota in un bel vaso d'oro terso e variato di preciose gemme; onde piacevolmente tira a s gli occhi umani e per quelli penetrando s'imprime nell'anima, e con una nova suavit tutta la commove e diletta, ed accendendola da lei desiderar si fa. Essendo adunque l'anima presa dal desiderio di fruir questa bellezza come cosa bona, se guidar si lassa dal giudicio del senso incorre in gravissimi errori e giudica che 'l corpo, nel qual si vede la bellezza, sia la causa principal di quella, onde per fruirla estima essere necessario l'unirsi intimamente pi che po con quel corpo; il che  falso; e per chi pensa, possedendo il corpo, fruir la bellezza, s'inganna e vien mosso non da vera cognizione per elezion di ragione, ma da falsa opinion per l'appetito del senso; onde il piacer che ne segue esso ancora necessariamente  falso e mendoso1164. E per in un de'dui mali incorrono tutti quegli amanti, che adempiono le lor non oneste voglie con quelle donne che amano; che o vero, sbito che son giunti al fin desiderato, non solamente senton saziet e fastidio, ma piglian odio alla cosa amata, quasi che l'appetito si ripenta dell'error suo e riconosca l'inganno fattogli dal falso giudicio del senso, per lo quale ha creduto che 'l mal sia bene; o vero restano nel medesimo desiderio ed avidit, come quelli che non son giunti veramente al fine che cercavano; e bench per la cieca opinione, nella quale inebriati si sono, paia loro che in quel punto sentano piacere, come talor gl'infermi che sognano di ber a qualche chiaro fonte, nientedimeno non si contentano, n s'acquetano. E perch dal possedere il ben desiderato nasce sempre quiete e satisfazione nell'animo del possessore, se quello fosse il vero e bon fine del loro desiderio, possedendolo restariano quieti e satisfatti, il che non fanno; anzi, ingannati da quella similitudine1165, sbito ritornano al sfrenato desiderio e con la medesima molestia che prima sentivano si ritrovano nella furiosa ed ardentissima sete di quello, che in vano sperano di posseder perfettamente. Questi tali inamorati adunque amano infelicissimamente, perch o vero non conseguono mai li desidri loro, il che  grande infelicit; o ver, se gli consegueno, si trovano aver conseguito il suo male e finscono le miserie con altre maggior miserie; perch ancora nel principio e nel mezzo di questo amore altro non si sente gi mai che affanni, tormenti, dolori, stenti, fatiche; di modo che l'esser pallido, afflitto, in continue lacrime e sospiri, il star mesto, il tacer sempre o lamentarsi, il desiderar di morire, in somma l'esser infelicissimo, son le condicioni che si dicono convenir agli inamorati.


LIII.

La causa adunque di questa calamit negli animi umani  principalmente il senso, il quale nella et giovenile  potentissimo, perch 'l vigor della carne e del sangue in quella stagione1166 gli d tanto di forza, quanta ne scema alla ragione e per facilmente induce l'anima a seguitar l'appetito; perch ritrovandosi essa summersa nella pregion terrena1167 e, per esser applicata al ministerio1168 di governar il corpo, priva della contemplazion spirituale, non po da s intender chiaramente la verit; onde, per aver cognizion delle cose, bisogna che vada mendicandone il principio dai sensi, e per loro crede e loro si inchina e da loro guidar si lassa, massimamente quando hanno tanto vigore che quasi la sforzano1169; e perch essi son fallaci, la empiono d'errori e false opinioni. Onde quasi sempre occorre che i giovani sono avvolti in questo amor sensuale in tutto rubello dalla ragione, e per si fanno indegni di fruire le grazie e i beni che dona amor ai suoi veri suggetti1170; n in amor sentono piaceri fuor che i medesimi che sentono gli animali irracionali, ma gli affanni molto pi gravi. Stando adunque questo presuposito, il quale  verissimo, dico che 'l contrario interviene a quelli che sono nella et pi matura; ch se questi tali, quando gi l'anima non  tanto oppressa dal peso corporeo e quando il fervor naturale comincia ad intepidirsi, s'accendono della bellezza e verso quella volgono il desiderio guidato da razional elezione, non restano ingannati e posseggono perfettamente la bellezza; e per dal possederla nasce lor sempre bene, perch la bellezza  bona e, conseguentemente, il vero amor di quella  bonissimo e santissimo e sempre produce effetti boni nell'anime di quelli, che col fren della ragion correggono la nequicia1171 del senso; il che molto pi facilmente i vecchi far possono che i giovani.


LIV.

Non  adunque fuor di ragione il dire ancor, ch'e vecchi amar possano senza biasimo e pi felicemente che i giovani; pigliando per questo nome di vecchio non per decrepito, n quando gi gli organi del corpo son tanto debili, che l'anima per quelli non po operar le sue virt, ma quando il saper in noi sta nel suo vero vigore1172. Non tacer ancora questo; che  ch'io estimo che, bench l'amor sensuale in ogni et sia malo, pur ne'giovani meriti escusazione, e forse in qualche modo sia licito; ch se ben d loro affanni, pericoli, fatiche e quelle infelicit che s' detto, son per molti che per guadagnar la grazia delle donne amate fan cose virtuose, le quali bench non siano indrizzate a bon fine, pur in s son bone; e cos di quel molto amaro cavano un poco di dolce, e per le avversit che supportano in ultimo riconoscon l'error suo. Come adunque estimo che quei giovani che sforzan1173 gli appetiti ed amano con la ragione sian divini, cos escuso quelli che vincer si lassano dall'amor sensuale, al qual tanto per la imbecillit umana sono inclinati; purch in esso mostrino gentilezza, cortesia e valore e le altre nobil condicioni che hanno dette questi signori; e quando non son pi nella et giovenile, in tutto l'abbandonino, allontanandosi da questo sensual desiderio, come dal pi basso grado della scala per la qual si po ascendere al vero amore. Ma se ancor, poi che son vecchi, nel freddo core conservano il foco degli appetiti e sottopongon la ragion gagliarda al senso debile, non si po dir quanto siano da biasmare; ch, come insensati, meritano con perpetua infamia esser connumerati1174 tra gli animali irracionali, perch i pensieri e i modi dell'amor sensuale son troppo disconvenienti alla et matura -.


LV.

Quivi fece il Bembo un poco di pausa, quasi come per riposarsi; e stando ognun cheto, disse il signor Morello da Ortona: - E se si trovasse un vecchio pi disposto e gagliardo e di meglior aspetto che molti giovani, perch non vorreste voi che a questo fosse licito amar di quello amore che amano i giovani? - Rise la signora Duchessa e disse: - Se l'amor dei giovani  cos infelice, perch volete voi, signor Morello, che i vecchi essi ancor amino con quella infelicit? ma se voi foste vecchio, come dicon costoro, non procurareste cos il mal dei vecchi -. Rispose il signor Morello: - Il mal dei vecchi parmi che procuri messer Pietro Bembo, il qual vole che amino d'un certo modo, ch'io per me non l'intendo; e parmi che 'l possedere questa bellezza, che esso tanto lauda, senza 'l corpo, sia un sogno. - Credete voi, signor Morello, - disse allor il conte Ludovico, - che la bellezza sia sempre cos bona come dice messer Pietro Bembo? - Io non gi, - rispose il signor Morello; - anzi ricordomi aver vedute molte belle donne malissime, crudeli e di spettose1175; e par che quasi sempre cos intervenga, perch la bellezza le fa superbe, e la superbia crudeli -. Disse il conte Ludovico ridendo: - A voi forse paiono crudeli perch non vi compiacciono di quello che vorreste; ma fatevi insegnar da messer Pietro Bembo di che modo debban desiderar la bellezza i vecchi e che cosa ricercar dalle donne e di che contentarsi; e non uscendo voi di que'termini, vederete che non saranno n superbe n crudeli e vi compiaceranno di ci che vorrete -. Parve allor che 'l signor Morello si turbasse1176 un poco, e disse: - Io non voglio saper quello che non mi tocca1177; ma fatevi insegnar voi come debbano desiderar questa bellezza i giovani peggio disposti e men gagliardi che i vecchi -.


LVI.

Quivi messer Federico, per acquetar il signor Morello e divertir il ragionamento1178, non lass rispondere il conte Ludovico, ma interrompendolo disse: - Forse che 'l signor Morello non ha in tutto torto a dir che la bellezza non sia sempre bona, perch spesso le bellezze di donne son causa che al mondo intervengan infiniti mali, inimicizie, guerre, morti e distruzioni; di che po far bon testimonio la ruina di Troia; e le belle donne per lo pi sono o ver superbe e crudeli, o vero, come s' detto, impudiche; ma questo al signor Morello non parrebbe diffetto. Sono ancor molti omini scelerati, che hanno grazia di bello aspetto, e par che la natura gli abbia fatti tali acci che siano pi atti ad ingannare, e che quella vista graziosa sia come l'esca nascosa sotto l'amo -. Allora messer Pietro Bembo, - Non crediate, - disse, - che la bellezza non sia sempre bona -. Quivi il conte Ludovico, per ritornar esso ancor al primo proposito, interruppe e disse: - Poich 'l signor Morello non si cura di saper quello che tanto gl'importa, insegnatelo a me e mostratemi come acquistino i vecchi questa felicit d'amore, ch non mi curer io di farmi tener vecchio, pur che mi giovi -.


LVII.

Rise messer Pietro e disse: - Io voglio prima levar dell'animo di questi signori l'error loro; poi a voi ancora satisfar -. Cos ricominciando, - Signori, - disse, - io non vorrei che col dir mal della bellezza, che  cosa sacra, fosse alcun di noi che come profano e sacrilego incorresse nell'ira di Dio; per, acci che 'l signor Morello e messer Federico siano ammoniti e non perdano, come Stesicoro1179, la vista, che  pena convenientissima a chi disprezza la bellezza, dico che da Dio nasce la bellezza ed  come circulo di cui la bont  il centro; e per come non po essere circulo senza centro, non po esser bellezza senza bont1180; onde rare volte mala anima abita bel corpo e perci la bellezza estrinseca  vero segno della bont intrinseca e nei corpi  impressa quella grazia pi e meno quasi per un carattere dell'anima, per lo quale essa estrinsecamente  conosciuta, come negli alberi, ne'quali la bellezza de'fiori fa testimonio della bont dei frutti; e questo medesimo interviene nei corpi, come si vede che i fisionomi1181 al volto conoscono spesso i costumi e talora i pensieri degli omini; e, che  pi, nelle bestie si comprende ancor allo aspetto la qualit dell'animo, il quale nel corpo esprime se stesso pi che po. Pensate come chiaramente nella faccia del leone, del cavallo, dell'aquila si conosce l'ira, la ferocit e la superbia; negli agnelli e nelle colombe una pura e simplice innocenzia; la malicia astuta nelle volpi e nei lupi, e cos quasi di tutti gli altri animali.


LVIII.

I brutti adunque per lo pi sono ancor mali e li belli boni; e dir si po che la bellezza sia la faccia piacevole, allegra, grata e desiderabile del bene; e la bruttezza la faccia oscura, molesta, dispiacevole e trista del male; e se considerate tutte le cose, trovarete che sempre quelle che son bone ed utili hanno ancor grazia di bellezza. Eccovi il stato1182 di questa gran machina del mondo, la qual, per salute e conservazion d'ogni cosa creata  stata da Dio fabricata. Il ciel rotondo, ornato di tanti divini lumi, e nel centro la terra circundata dagli elementi e dal suo peso istesso sostenuta; il sole, che girando illumina il tutto e nel verno s'accosta al pi basso segno1183, poi a poco a poco ascende all'altra parte; la luna, che da quello piglia la sua luce, secondo che se le appropinqua o se le allontana; e l'altre cinque stelle1184 che diversamente1185 fan quel medesimo corso. Queste cose tra s han tanta forza per la connession d'un ordine composto cos necessariamente, che mutandole per un punto, non poriano star insieme e ruinarebbe il mondo; hanno ancora tanta bellezza e grazia, che non posson gl'ingegni umani imaginar cosa pi bella. Pensate or della figura dell'omo, che si po dir piccol mondo1186; nel quale vedesi ogni parte del corpo esser composta necessariamente per arte e non a caso, e poi tutta la forma insieme esser bellissima; tal che difficilmente si poria giudicar qual pi o utilit o grazia diano al volto umano ed al resto del corpo tutte le membra, come gli occhi, il naso, la bocca, l'orecchie, le braccia, il petto e cos l'altre parti; il medesimo si po dir di tutti gli animali. Eccovi le penne negli uccelli, le foglie e rami negli alberi, che dati gli sono da natura per conservar l'esser loro e pur hanno ancor grandissima vaghezza. Lassate la natura e venite all'arte. Qual cosa tanto  necessaria nelle navi, quanto la prora, i lati, le antenne1187, l'albero, le vele, il timone, i remi, l'ancore e le sarte1188? tutte queste cose per hanno tanto di venust, che par a chi le mira che cos siano trovate per piacere, come per utilit. Sostengon le colonne e gli architravi le alte logge e palazzi, n per son meno piacevoli agli occhi di chi le mira, che utili agli edifici. Quando prima cominciarono gli omini a edificare, posero nei tempii e nelle case quel colmo di mezzo1189, non perch avessero gli edifici pi di grazia, ma acci che dall'una parte e l'altra commodamente potessero discorrer l'acque; nientedimeno all'utile sbito fu congiunta la venust, talch se sotto a quel cielo ove non cade grandine o pioggia si fabricasse un tempio, non parrebbe che senza il colmo aver potesse dignit o bellezza alcuna.


LIX.

Dassi adunque molta laude, non che ad altro, al mondo dicendo che gli  bello; laudasi dicendo: bel cielo. bella terra, bel mare, bei fiumi, bei paesi, belle selve, alberi, giardini; belle citt, bei tempii, case, eserciti. In somma, ad ogni cosa d supremo ornamento questa graziosa e sacra bellezza; e dir si po che 'l bono e 'l bello a qualche modo siano una medesima cosa, e massimamente nei corpi umani; della bellezza de'quali la pi propinqua causa estimo io che sia la bellezza dell'anima che, come participe di quella vera bellezza divina, illustra e fa bello ci che ella tocca, e specialmente se quel corpo ov'ella abita non  di cos vil materia, che ella non possa imprimergli la sua qualit; per la bellezza  il vero trofeo della vittoria dell'anima, quando essa con la virt divina signoreggia la natura materiale e col suo lume vince le tenebre del corpo. Non  adunque da dir che la bellezza faccia le donne superbe o crudeli, bench cos paia al signor Morello; n ancor si debbeno imputare alle donne belle quelle inimicizie, morti, distrucioni, di che son causa gli appetiti immoderati degli omini. Non negher gi che al mondo non sia possibile trovar ancor delle belle donne impudiche, ma non  gi che la bellezza le incline alla impudicizia; anzi le rimove1190 e le induce alla via dei costumi virtuosi, per la connession che ha la bellezza con la bont; ma talor la mala educazione, i continui stimuli degli amanti, i doni, la povert, la speranza, gli inganni, il timore e mille altre cause, vincono la constanzia ancora delle belle e bone donne, e per queste o simili cause possono ancora divenir scelerati gli omini belli -.


LX.

Allora messer Cesare, - Se  vero, - disse, - quello che ieri alleg el signor Gaspar, non  dubbio che le belle sono pi caste che le brutte. - E che cosa allegai? - disse el signor Gaspar. Rispose messer Cesare: - Se ben mi ricordo, voi diceste che le donne che son pregate, sempre negano di satisfare a chi le prega; e quelle che non son pregate, pregano altrui. Certo  che le belle son sempre pi pregate e sollicitate d'amor, che le brutte; dunque le belle sempre negano, e conseguentemente son pi caste che le brutte, le quali non essendo pregate pregano altrui -. Rise il Bembo e disse: - A questo argumento risponder non si po -. Poi suggiunse: - Interviene ancor spesso che, come gli altri nostri sensi, cos la vista s'inganna e giudica per bello un volto che in vero non  bello; e perch negli occhi ed in tutto l'aspetto d'alcune donne si vede talor una certa lascivia dipinta con blandicie disoneste, molti, ai quali tal maniera piace perch lor promette facilit di conseguire ci che desiderano, la chiamano bellezza; ma in vero  una impudenzia fucata1191, indegna di cos onorato e santo nome -. Tacevasi messer Pietro Bembo e quei signori pur lo stimulavano a dir pi oltre di questo amore e del modo di fruire veramente la bellezza; ed esso in ultimo, - A me par, - disse, - assai chiaramente aver dimostrato che pi felicemente possan amar i vecchi, che i giovani; il che fu mio presuposto; per non mi si conviene entrar pi avanti -. Rispose il conte Ludovico: - Meglio avete dimostrato la infelicit de'giovani che la felicit de'vecchi, ai quali per ancor non avete insegnato che camin abbian da seguitare in questo loro amore, ma solamente detto che si lassin guidare alla ragione; e da molti  riputato impossibile che amor stia con la ragione -.


LXI.

Il Bembo pur cercava di por fine al ragionamento, ma la signora Duchessa lo preg che dicesse; ed esso cos rincominci: - Troppo infelice sarebbe la natura umana, se l'anima nostra, nella qual facilmente po nascere questo cos ardente desiderio, fosse sforzata a nutrirlo sol di quello che le  commune con le bestie, e non potesse volgerlo a quella altra nobil parte che a lei  propria; per, poich a voi pur cos piace, non voglio fuggir di ragionar di questo nobil suggetto. E perch mi conosco indegno di parlar dei santissimi misterii d'Amore, prego lui che mova il pensiero e la lingua mia, tanto ch'io possa mostrar a questo eccellente cortegiano amar fuor della consuetudine del profano vulgo; e cos com'io insin da puerizia tutta la mia vita gli ho dedicata, siano or ancor le mie parole conformi a questa intenzione ed a laude di lui. Dico adunque che, poich la natura umana nella et giovenile tanto  inclinata al senso, conceder si po al cortegiano, mentre che  giovane, l'amar sensualmente; ma se poi ancor negli anni pi maturi per sorte s'accende di questo amoroso desiderio, deve esser ben cauto e guardarsi di non ingannar se stesso, lassandosi indur in quelle calamit che ne'giovani meritano pi compassione che biasimo, e per contrario ne'vecchi pi biasmo che compassione.


LXII.

Per quando qualche grazioso aspetto di bella donna lor s'appresenta, compagnato da leggiadri costumi e gentil maniere, tale che esso, come esperto in amore, conosca il sangue suo aver conformit con quello, sbito che s'accorge che gli occhi suoi rapiscano quella imagine e la portano al core,  che l'anima comincia con piacer a contemplarla e sentir in s quello influsso che la commove ed a poco a poco la riscalda, e che quei vivi spiriti che scintillan for per gli occhi tuttavia1192 aggiungon nova esca al foco, deve in questo principio provedere di presto rimedio, e risvegliar la ragione e di quella armar la rcca del cor suo; e talmente chiuder i passi al senso ed agli appetiti, che n per forza n per inganno entrar vi possano. Cos, se la fiamma s'estingue, estinguesi ancor il pericolo; ma s'ella persevera o cresce, deve allor il cortegiano, sentendosi preso, deliberarsi totalmente di fuggire ogni bruttezza dell'amor vulgare e cos entrar nella divina strada amorosa con la guida della ragione, e prima considerar che 'l corpo, ove quella bellezza risplende, non  il fonte ond'ella nasce, anzi che la bellezza, per esser cosa incorporea e, come avemo detto, un raggio divino, perde molto della sua dignit trovandosi congiunta con quel subietto vile e corruttibile; perch tanto pi  perfetta quanto men di lui1193 participa e da quello in tutto separata  perfettissima; e che cos come udir non si po col palato, n odorar con l'orecchie, non si po ancor in modo alcuno fruir la bellezza n satisfar al desiderio ch'ella eccita negli animi nostri col tatto, ma con quel senso del quale essa bellezza  vero obietto, che  la virt visiva1194. Rimovasi adunque dal cieco giudicio del senso e godasi con gli occhi quel splendore, quella grazia, quelle faville amorose, i risi, i modi e tutti gli altri piacevoli ornamenti bellezza; medesimamente con l'audito la suavit della voce, il concento delle parole, l'armonia della musica (se musica  la donna amata); e cos pascer di dolcissimo cibo l'anima per la via di questi dui sensi1195, i quali tengon poco del corporeo e son ministri della ragione, senza passar col desiderio verso il corpo ad appetito alcuno men che onesto. Appresso osservi, compiaccia ed onori con ogni riverenzia la sua donna e pi che se stesso la tenga cara, e tutti i commodi e piaceri suoi preponga ai proprii, ed in lei ami non meno la bellezza dell'animo che quella del corpo; per tenga cura di non lassarla incorrere in error alcuno, ma con le ammonizioni e boni ricordi cerchi sempre d'indurla alla modestia, alla temperanzia, alla vera onest e faccia che in lei non abbian mai loco se non pensieri candidi ed alieni da ogni bruttezza di vicii1196; e cos seminando virt nel giardin di quel bell'animo, raccorr ancora frutti di bellissimi costumi e gustaragli con mirabil diletto; e questo sar il vero generare ed esprimere la bellezza nella bellezza, il che da alcuni si dice esser il fin d'amore1197. In tal modo sar il nostro cortegiano gratissimo alla sua donna ed essa sempre se gli mostrer ossequente, dolce ed affabile, e cos desiderosa di compiacergli, come d'esser da lui amata; e le voglie dell'un e dell'altro saranno onestissime e concordi ed essi conseguentemente saranno felicissimi -.


LXIII.

Quivi il signor Morello, - Il generar, - disse, - la bellezza nella bellezza con effetto1198 sarebbe il generar un bel figliolo in una bella donna; ed a me pareria molto pi chiaro segno ch'ella amasse l'amante compiacendolo di questo, che di quella affabilit che voi dite -. Rise il Bembo e disse: - Non bisogna, signor Morello, uscir de'termini; n piccoli segni d'amar fa la donna, quando all'amante dona la bellezza, che  cos preciosa cosa, e per le vie che son adito all'anima, cio la vista e lo audito, manda i sguardi degli occhi suoi, la imagine del volto, la voce, le parole, che penetran dentro al core dell'amante e gli fan testimonio dell'amor suo -. Disse il signor Morello: - I sguardi e le parole possono essere e spesso son testimonii falsi; per chi non ha meglior pegno d'amore, al mio giudicio,  mal sicuro; e veramente io aspettava pur che voi faceste questa vostra donna un poco pi cortese e liberale verso il cortegiano, che non ha fatto il signor Magnifico la sua; ma parmi che tutti dui siate alla condizione di quei giudici, che dnno la sentenzia contra i suoi 1199 per parer savi -.


LXIV.

Disse il Bembo: - Ben voglio io che assai pi cortese sia questa donna al mio cortegiano non giovane, che non  quella del signor Magnifico al giovane; e ragionevolmente, perch il mio non desidera se non cose oneste, e per po la donna concedergliele tutte senza biasimo; ma la donna del signor Magnifico, che non  cos sicura della modestia del giovane, deve concedergli solamente le oneste e negargli le disoneste; per pi felice  il mio, a cui si concede ci ch'ei dimanda, che l'altro, a cui parte si concede e parte si nega. Ed acci che ancor meglio conosciate che l'amor razionale  pi felice che 'l sensuale, dico che le medesime cose nel sensuale si debbeno talor negare e nel razionale concedere, perch in questo son disoneste, ed in quello oneste; per la donna, per compiacer il suo amante bono, oltre il concedergli i risi piacevoli, i ragionamenti domestici e secreti, il motteggiare, scherzare, toccar la mano, po venir ancor ragionevolmente senza biasimo insin al bascio, il che nell'amor sensuale, secondo le regule del signor Magnifico, non  licito; perch, per esser il bascio congiungimento e del corpo e dell'anima, pericolo  che l'amante sensuale non inclini pi alla parte del corpo che a quella dell'anima, ma l'amante razionale conosce che, ancora che la bocca sia parte del corpo, nientedimeno per quella si d esito alle parole che sono interpreti dell'anima, ed a quello intrinseco anelito1200 che si chiama pur esso ancor anima; e perci si diletta d'unir la sua bocca con quella della donna amata col bascio, non per moversi a desiderio alcuno disonesto, ma perch sente che quello legame  un aprir l'adito alle anime, che tratte dal desiderio l'una dell'altra si transfundano alternamente ancor l'una nel corpo dell'altra e talmente si mescolino insieme che ognun di loro abbia due anime, ed una sola di quelle due cos composta regga quasi dui corpi; onde il bascio si po pi presto dir congiungimento d'anima che di corpo, perch in quella ha tanta forza che la tira a s e quasi la separa dal corpo; per questo tutti gli inamorati casti desiderano il bascio, come congiungimento d'anima; e per il divinamente inamorato Platone dice che basciando vennegli l'anima ai labri per uscir del corpo1201. E perch il separarsi l'anima dalle cose sensibili e totalmente unirsi alle intelligibili, si po denotar per lo bascio, dice Salomone nel suo divino libro della Cantica1202 "Bascimi col bascio della sua bocca", per dimostrar desiderio che l'anima sua sia rapita dall'amor divino alla contemplazion della bellezza celeste di tal modo, che unendosi intimamente a quella abbandoni il corpo -.


LXV.

Stavano tutti attentissimi al ragionamento del Bembo; ed esso, avendo fatto un poco di pausa e vedendo che altri non parlava, disse: - Poich m'avete fatto cominciare a mostrar l'amore felice al nostro cortegiano non giovane, voglio pur condurlo un poco pi avanti; perch star in questo termine  pericoloso assai, atteso che, come pi volte s' detto, l'anima  inclinatissima ai sensi; e bench la ragion col discorso elegga bene e conosca quella bellezza non nascer dal corpo e per ponga freno ai desidri non onesti, pur il contemplarla sempre in quel corpo spesso preverte1203 il vero giudicio; e quando altro male non ne avvenisse, il star assente dalla cosa amata porta seco molta passione1204, perch lo influsso di quella bellezza, quando  presente, dona mirabil diletto all'amante e riscaldandogli il core risveglia e liquef alcune virt1205 sopite e congelate nell'anima, le quali nutrite dal calore amoroso si diffundeno e van pullulando intorno al core, e mandano fuor per gli occhi quei spirti, che son vapori sottilissimi, fatti della pi pura e lucida parte del sangue, i quali ricevono la imagine della bellezza e la formano con mille varii ornamenti; onde l'anima si diletta e con una certa maraviglia si spaventa e pur gode e, quasi stupefatta, insieme col piacere sente quel timore e riverenzia che alle cose sacre aver si sle e parle d'esser nel suo paradiso.


LXVI.

L'amante adunque che considera la bellezza solamente nel corpo, perde questo bene e questa felicit sbito che la donna amata, assentandosi, lassa gli occhi senza il suo splendore e, conseguentemente, l'anima viduata1206 del suo bene; perch, essendo la bellezza lontana, quell'influsso amoroso non riscalda il core come faceva in presenzia, onde i meati1207 restano rridi e secchi, e pur la memoria della bellezza move un poco quelle virt dell'anima, talmente che cercano di diffundere i spirti; ed essi, trovando le vie otturate, non hanno esito, e pur cercano d'uscire, e cos con quei stimuli rinchiusi pungon l'anima e dnnole passione acerbissima, come a'fanciulli quando dalle tenere gingive cominciano a nascere i denti1208. E di qua procedono le lacrime, i sospiri, gli affanni e i tormenti degli amanti; perch l'anima sempre s'affligge e travaglia e quasi diventa furiosa, fin che quella cara bellezza se le appresenta un'altra volta; ed allor sbito s'acqueta e respira ed a quella tutta intenta si nutrisce di cibo dulcissimo, n mai da cos suave spettacolo partir vorria. Per fuggir adunque il tormento di questa assenzia e goder la bellezza senza passione, bisogna che 'l cortegiano con l'aiuto della ragione revochi1209 in tutto il desiderio dal corpo alla bellezza sola e, quanto pi po, la contempli in se stessa simplice e pura e dentro nella imaginazione la formi astratta da ogni materia; e cos la faccia amica e cara all'anima sua, ed ivi la goda e seco l'abbia giorno e notte, in ogni tempo e loco, senza dubbio di perderla mai; tornandosi sempre a memoria che 'l corpo  cosa diversissima dalla bellezza, e non solamente non le accresce, ma le diminuisce la sua perfezione. Di questo modo sar il nostro cortegiano non giovane fuor di tutte le amaritudini e calamit che senton quasi sempre i giovani, come le gelosie, i sospetti, li sdegni, l'ire, le disperazioni e certi furor pieni di rabbia dai quali spesso son indutti a tanto error, che alcuni non solamente batton quelle donne che amano, ma levano la vita a se stessi; non far ingiuria a marito, padre, fratelli o parenti della donna amata; non dar infamia a lei; non sar sforzato di raffrenar talor con tanta difficult gli occhi e la lingua per non scoprir i suoi desidri ad altri; non di tollerar le passioni delle partite, n delle assenzie; ch chiuso nel core si porter sempre seco il suo precioso tesoro ed ancora per virt della imaginazione si former dentro in se stesso quella bellezza molto pi bella che in effetto non sar.


LXVII.

Ma tra questi beni troveranne lo amante un altro ancor assai maggiore, se egli vorr servirsi di questo amore come d'un grado1210 per ascendere ad un altro molto pi sublime: il che gli succeder, se tra s ander considerando come stretto legame sia il star sempre impedito1211 nel contemplar la bellezza d'un corpo solo; e per, per uscire di questo cos angusto termine, aggiunger nel pensier suo a poco a poco tanti ornamenti, che cumulando insieme tutte le bellezze far un concetto universale e ridurr la moltitudine d'esse alla unit di quella sola che generalmente sopra la umana natura si spande; e cos non pi la bellezza particular d'una donna, ma quella universale, che tutti i corpi adorna, contemplar; onde offuscato da questo maggior lume, non curer il minore, ed ardendo in pi eccellente fiamma, poco estimar quello che prima avea tanto apprezzato. Questo grado d'amore, bench sia molto nobile e tale che pochi vi giungono, non per ancor si po chiamar perfetto, perch per essere la imaginazione1212 potenzia organica1213 e non aver cognizione se non per quei principi che le son sumministrati dai sensi, non  in tutto purgata delle tenebre materiali; e per, bench consideri quella bellezza universale astratta ed in s sola, pur non la discerne ben chiaramente, n senza qualche ambiguit1214 per la convenienzia che hanno i fantasmi col corpo1215, onde quelli che pervengono a questo amore sono come i teneri augelli che cominciano a vestirsi di piume, che, bench con l'ale debili si levino un poco a volo, pur non osano allontanarsi molto dal nido, n commettersi1216 a'venti ed al ciel aperto.


LXVIII.

Quando adunque il nostro cortegiano sar giunto a questo termine, bench assai felice amante dir si possa a rispetto di quelli che son summersi nella miseria dell'amor sensuale, non per voglio che se contenti, ma arditamente passi pi avanti, seguendo per la sublime strada drieto alla guida che lo conduce al termine della vera felicit; e cos in loco d'uscir di se stesso col pensiero, come bisogna che faccia chi vol considerar la bellezza corporale, si rivolga in se stesso per contemplar quella che si vede con gli occhi della mente, li quali allor cominciano ad esser acuti e perspicaci, quando quelli del corpo perdono il fior della loro vaghezza; per l'anima, aliena dai vicii, purgata1217 dai studi della vera filosofia, versata nella vita spirituale ed esercitata nelle cose dell'intelletto, rivolgendosi alla contemplazion della sua propria sustanzia, quasi da profundissimo sonno risvegliata, apre quegli occhi che tutti hanno e pochi adoprano1218, e vede in se stessa un raggio di quel lume che  la vera imagine della bellezza angelica a lei communicata, della quale essa poi communica al corpo una debil umbra; per, divenuta cieca alle cose terrene, si fa oculatissima alle celesti; e talor, quando le virt motive1219 del corpo si trovano dalla assidua contemplazione astratte, o vero dal sonno legate, non essendo da quelle impedita, sente un certo odor nascoso della vera bellezza angelica, e rapita dal splendor di quella luce comincia ad infiammarsi e tanto avidamente la segue, che quasi diviene ebria e fuor di se stessa, per desiderio d'unirsi con quella, parendole aver trovato l'orma di Dio, nella contemplazion dei quale, come nel suo beato fine, cerca di riposarsi; e per, ardendo in questa felicissima fiamma, si leva alla sua pi nobil parte, che  l'intelletto; e quivi, non pi adombrata dalla oscura notte delle cose terrene, vede la bellezza divina; ma non per ancor in tutto la gode perfettamente, perch la contempla solo nel suo particular intelletto, il qual non po esser capace della immensa bellezza universale. Onde, non ben contento di questo beneficio, amore dona all'anima maggior felicit; ch, secondo che dalla bellezza particular d'un corpo la guida alla bellezza universal di tutti i corpi, cos in ultimo grado di perfezione dallo intelletto particular la guida allo intelletto universale. Quindi l'anima, accesa nel santissimo foco del vero amor divino, vola ad unirsi con la natura angelica e non solamente in tutto abbandona il senso, ma pi non ha bisogno del discorso della ragione1220; ch, transformata in angelo, intende tutte le cose intelligibili, e senza velo o nube alcuna vede l'amplo mare della pura bellezza divina ed in s lo riceve, e gode quella suprema felicit che dai sensi  incomprensibile.


LXIX.

Se adunque le bellezze, che tutto d con questi nostri tenebrosi occhi veggiamo nei corpi corruttibili, che non son per altro che sogni ed umbre1221 tenuissime di bellezza, ci paion tanto belle e graziose, che in noi spesso accenden foco ardentissimo e con tanto diletto, che riputiamo niuna felicit potersi agguagliar a quella che talor sentimo per un sol sguardo che ci venga dall'amata vista d'una donna, che felice maraviglia, che beato stupore pensiamo noi che sia quello, che occupa le anime che pervengono alla visione della bellezza divina! che dolce fiamma, che incendio suave creder si dee che sia quello, che nasce dal fonte della suprema e vera bellezza! che  principio d'ogni altra bellezza, che mai non cresce n scema; sempre bella e per se medesima, tanto in una parte, quanto nell'altra, simplicissima; a se stessa solamente simile, e di niuna altra participe; ma talmente bella, che tutte le altre cose belle son belle perch da lei participan la sua bellezza. Questa  quella bellezza indistinta dalla somma bont, che con la sua luce chiama e tira a s tutte le cose; e non solamente alle intellettuali dona l'intelletto, alle razionali la ragione, alle sensuali il senso e l'appetito di vivere, ma alle piante ancora ed ai sassi communica, come un vestigio di se stessa, il moto e quello instinto naturale delle lor propriet. Tanto adunque  maggiore e pi felice questo amor degli altri, quanto la causa che lo move  pi eccellente; e per, come il foco materiale affina l'oro, cos questo foco santissimo nelle anime distrugge e consuma ci che v' di mortale e vivifica e fa bella quella parte celeste, che in esse prima era dal senso mortificata e sepulta. Questo  il rogo, nel quale scrivono i poeti esser arso Ercule nella summit del monte Oeta e per tal incendio dopo morte esser restato divino ed immortale'1222; questo  lo ardente rubo di Mos1223, le lingue dispartite di foco1224, l'infiammato carro di Elia1225, il quale raddoppia la grazia e felicit nell'anime di coloro che son degni di vederlo, quando da questa terrestre bassezza partendo se ne vola verso il cielo. Indriciamo1226 adunque tutti i pensieri e le forze dell'anima nostra a questo santissimo lume, che ci mostra la via che al ciel conduce1227; e drieto a quello, spogliandoci gli affetti che nel descendere ci eravamo vestiti, per la scala che nell'infimo grado tiene l'ombra di bellezza sensuale ascendiamo alla sublime stanzia1228 ove abita la celeste, amabile e vera bellezza, che nei secreti penetrali di Dio sta nascosta, acci che gli occhi profani veder non la possano; e quivi trovaremo felicissimo termine ai nostri desidri, vero riposo nelle fatiche, certo rimedio nelle miserie, medicina saluberrima nelle infirmit, porto sicurissimo nelle turbide procelle del tempestoso mar di questa vita.


LXX.

Qual sar adunque, o Amor santissimo, lingua mortal che degnamente laudar ti possa? Tu, bellissimo, bonissimo, sapientissimo, dalla unione della bellezza e bont e sapienzia divina derivi ed in quella stai, ed a quella per quella come in circulo ritorni. Tu dulcissimo vinculo del mondo, mezzo1229 tra le cose celesti e le terrene, con benigno temperamento inclini le virt superne al governo delle inferiori e, rivolgendo le menti de'mortali al suo principio1230, con quello le congiungi. Tu di concordia unisci gli elementi, movi la natura a produrre e ci che nasce alla succession della vita. Tu le cose separate aduni, alle imperfette di la perfezione, alle dissimili la similitudine, alle inimiche la amicizia, alla terra i frutti, al mar la tranquillit, al cielo il lume vitale. Tu padre sei de'veri piaceri, delle grazie, della pace, della mansuetudine e benivolenzia, inimico della rustica ferit, della ignavia, in somma principio e fine d'ogni bene. E perch abitar ti diletti il fior dei bei corpi e belle anime e di l talor mostrarti un poco agli occhi ed alle menti di quelli che degni son di vederti, penso che or qui fra noi sia la tua stanzia1231. Per dgnati, Signor, d'udir i nostri prieghi, infundi te stesso nei nostri cori e col splendor del tuo santissimo foco illumina le nostre tenebre e come fidata guida in questo cieco labirinto mostraci il vero camino. Correggi tu la falsit dei sensi e dopo 'l lungo vaneggiare donaci il vero e sodo bene; facci sentir quegli odori spirituali che vivifican le virt dell'intelletto, ed udir l'armonia celeste talmente concordante, che in noi non abbia loco pi alcuna discordia di passione; inebriaci tu a quel fonte inesausto di contentezza che sempre diletta e mai non sazia, ed a chi bee delle sue vive e limpide acque d gusto di vera beatitudine; purga tu coi raggi della tua luce gli occhi nostri dalla caliginosa ignoranzia, acci che pi non apprezzino bellezza mortale e conoscano che le cose che prima veder loro parea, non sono, e quelle che non vedeano veramente sono1232; accetta l'anime nostre, che a te s'offeriscono in sacrificio; abbrusciale in quella viva fiamma che consuma ogni bruttezza materiale, acci che in tutto separate dal corpo, con perpetuo e dolcissimo legame s'uniscano con la bellezza divina, e noi da noi stessi alienati, come veri amanti, nello amato possiam transformarsi, e levandone da terra esser ammessi al convivio degli angeli, dove, pasciuti d'ambrosia e nttare immortale, in ultimo moriamo di felicissima e vital morte, come gi morirono quegli antichi Padri1233, l'anime dei quali tu con ardentissima virt di contemplazione rapisti dal corpo e congiungesti con Dio -.


LXXI.

Avendo il Bembo insin qui parlato con tanta veemenzia, che quasi pareva astratto e fuor di s, stavasi cheto e immobile, tenendo gli occhi verso il cielo, come stupido1234; quando la signora Emilia, la quale insieme con gli altri era stata sempre attentissima ascoltando il ragionamento, lo prese per la falda della robba e scuotendolo un poco disse: - Guardate, messer Pietro, che con questi pensieri a voi ancora non si separi l'anima dal corpo. - Signora, - rispose messer Pietro, - non saria questo il primo miraculo, che amor abbia in me operato -. Allora la signora Duchessa e tutti gli altri cominciarono di novo a far instanzia al Bembo che seguitasse il ragionamento, e ad ognuno parea quasi sentirsi nell'animo una certa scintilla di quell'amor divino che lo stimulasse, e tutti desideravano d'udir pi oltre; ma il Bembo, - Signori, - suggiunse, - io ho detto quello che 'l sacro furor amoroso1235 improvvisamente m'ha dettato; ora che par che pi non m'aspiri1236, non saprei che dire; e penso che amor non voglia che pi avanti siano scoperti i suoi secreti, n che il cortegiano passi quel grado che ad esso  piacciuto ch'io gli mostri; e perci non  forse licito parlar pi di questa materia -.


LXXII.

- Veramente, - disse la signora Duchessa, - se 'l cortegiano non giovane sar tale che seguitar possa il camino che voi gli avete mostrato, ragionevolmente dovr contentarsi di tanta felicit e non avere invidia al giovane -. Allora messer Cesare Gonzaga, - La strada, - disse, - che a questa felicit conduce, parmi tanto erta, che a gran pena credo che andar vi si possa -. Suggiunse il signor Gaspar: - L'andarvi credo che agli omini sia difficile, ma alle donne impossibile -. Rise la signora Emilia e disse: - Signor Gaspar, se tante volte ritornate al farci ingiuria, vi prometto che non vi si perdoner pi -. Rispose il signor Gaspar: - Ingiuria non vi si fa, dicendo che l'anime delle donne non sono tanto purgate dalle passioni come quelle degli omini, n versate nelle contemplazioni, come ha detto messer Pietro che  necessario che sian quelle che hanno da gustar l'amor divino. Per non si legge che donna alcuna abbia avuta questa grazia, ma s molti omini come Platone, Socrate e Plotino e molt'altri; e de'nostri tanti santi Padri come san Francesco, a cui un ardente spirito amoroso impresse il sacratissimo sigillo delle cinque piaghe1237; n altro che virt d'amor poteva rapire san Paulo apostolo alla visione di quei secreti di che non  licito all'uom parlare1238; n mostrar a san Stefano i cieli aperti1239 -. Quivi rispose il Magnifico Iuliano: - Non saranno in questo le donne punto superate dagli omini, perch Socrate istesso confessa, tutti i misterii amorosi che egli sapeva, essergli stati rivelati da una donna, che fu quella Diotima; e l'angelo che col foco d'amor impiag san Francesco, del medesimo carattere ha fatto ancor degne alcune donne alla et nostra. Dovete ancor ricordarvi che a santa Maria Magdalena furono rimessi molti peccati perch ella am molto, e forse non con minor grazia che san Paulo fu ella molte volte rapita dall'amor angelico al terzo cielo; e di tante altre, le quali, come ieri pi diffusamente narrai, per amor del nome di Cristo non hanno curato la vita, n temuto i strazi, n alcuna maniera di morte, per orribile e crudele che ella fosse; e non erano, come vole messer Pietro che sia il suo cortegiano, vecchie, ma fanciulle tenere e delicate, ed in quella et nella quale esso dice che si deve comportar agli omini l'amor sensuale -.


LXXIII.

Il signor Gaspar cominciava a prepararsi per rispondere; ma la signora Duchessa, - Di questo, - disse, - sia giudice messer Pietro Bembo e stiasi alla sua sentenzia, se le donne sono cos capaci dell'amor divino come gli omini, o no. Ma perch la lite tra voi potrebbe esser troppo lunga, sar ben a differirla insino a domani. - Anzi a questa sera, - disse messer Cesare Gonzaga. - E come a questa sera? - disse la signora Duchessa. Rispose messer Cesare: - Perch gi  di giorno; - e mostrolle la luce che incominciava ad entrar per le fissure delle finestre. Allora ognuno si lev in piedi con molta maraviglia, perch non pareva che i ragionamenti fossero durati pi del consueto, ma per l'essersi incominciati molto pi tardi e per la loro piacevolezza aveano ingannato quei signori tanto, che non s'erano accorti del fuggir dell'ore; n era alcuno che negli occhi sentisse gravezza di sonno, il che quasi sempre interviene, quando l'ora consueta del dormire si passa in vigilia. Aperte adunque le finestre da quella banda del palazzo che riguarda l'alta cima del monte di Catri, videro gi esser nata in oriente una bella aurora di color di rose e tutte le stelle sparite, fuor che la dolce governatrice del ciel di Venere1240, che della notte e del giorno tiene i confini; dalla qual parea che spirasse un'aura soave, che di mordente fresco empiendo l'aria, cominciava tra le mormoranti selve de'colli vicini a risvegliar dolci concenti dei vaghi augelli. Onde tutti, avendo con riverenzia preso commiato dalla signora Duchessa, s'inviarono verso le lor stanzie senza lume di torchi, bastando lor quello del giorno; e quando gi erano per uscir dalla camera, voltossi il signor Prefetto alla signora Duchessa e disse: - Signora, per terminar la lite tra 'l signor Gaspar e 'l signor Magnifico, veniremo col giudice questa sera pi per tempo che non si fece ieri -. Rispose la signora Emilia: - Con patto che se 'l signor Gaspar vorr accusar le donne e dar loro, come  suo costume, qualche falsa calunnia, esso ancora dia sicurt di star a ragione1241, perch'io lo allego suspetto fuggitivo1242 -.
1 - Dom Miguel da Sylva, nobile portoghese, nato a vora nell'ultimo quarto del secolo XIV. Compiuti gli studi di teologia a Parigi, visse a lungo in Italia, prima per perfezionarsi in studi umanistici, e poi come ambasciatore del Re del Portogallo presso la Santa Sede. Creato vescovo di Viseu (Beira), entr in dissidio coi Re e fugg di nuovo a Roma, servendo nella diplomazia pontificia. Fu a Roma che il C. lo conobbe.
2 - Guidubaldo da Montefeltro (1472-1508), duca di Urbino: spos nel 1486 Elisabetta Gonzaga. Gli succedette sul trono ducale Francesco Maria della Rovere (1490-1538), suo figlio adottivo.
3 - correggere
4 - evitare
5 - frontespizio
6 - i personaggi del libro
7 - Gaspare Pallavicino, Cesare Gonzaga e Roberto da Bari (cfr. I. IV, cap. 1).
8 - Alfonso Ariosto (1475-1525), cugino di Ludovico. Il C. gli dedic il Cortegiano probabilmente perch era stato appunto l'A. (su istanza del re di Francia Francesco I) a consigliargli di scrivere l'opera.
9 - Giuliano di Lorenzo de'Medici, nato nel 1479 e morto prematuramente nel 1516
10 -  il celebre cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena (1470-1520), detto il Bibbiena, autore della Calandria (1513).
11 - Ottaviano Fregoso, nobile genovese, visse diversi anni alla corte di Urbino, servendo come generale in varie guerre. Nel 1513 rientr in Genova e ne divenne doge passando dalla parte della Francia; nel 1522, vinto dagli Imperiali, fu condotto prigioniero a Ischia, ove mor nel 1524.
12 - La duchessa Elisabetta Gonzaga (1471-1526), moglie del duca Guidubaldo da Montefeltro. I dialoghi che costituirono il nucleo del Cortegiano furono tenuti appunto nelle sale della Duchessa.
13 - contraddittoria
14 - ripudiati (latinismo)
15 - Ecco qui riassunte brevemente le posizioni del C. sul problema della lingua. In primo luogo, l'uso: uso non solo di dotti e letterati, ma anche degli uomini di Stato e d'affari, attraverso il quale si viene, in tutte le "citt nobili d'Italia" (capitali, sedi di Principati, ecc.), a formare una specie di lingua comune, che non  pi quella del Boccaccio e non  pi, o per lo meno non  pi esclusivamente, toscana. A criteri meramente filologici (uso di scrittori passati, registrazione dell'uso toscano) il C. contrappone criteri selettivi fondati sulla funzionalit espressiva della parola e sul gusto dei parlanti.
16 - Derivati, ma con forti deviazioni dalla forma originaria. Accanto ai criteri sopra indicati, il C. ne aggiunge un altro: poich la base della comunit di lingua in Italia  data dalle origini latine, sar sempre preferibile il vocabolo che devia meno dalla forma latina.
17 - La Lombardia (in particolare Mantova).
18 - Patria altrui (in particolare la Toscana).
19 - Guasti e manchevoli. Era opinione diffusa nella linguistica del Cinquecento che il volgare derivasse da storpiature dei latino.
20 - Allude a un episodio narrato da Cicerone (Brutus, LVI, 172): la preoccuPazione e affettazione di Teofrasto (oriundo di Lesbo) di parlare in pretto ateniese lo fece riconoscere per forestiero da una vecchietta di Atene.
21 - Costretto.
22 - Platone nella Repubblica ha disegnato l'idea dello Stato perfetto; Senofonte nella Ciropedia l'idea dei sovrano; Marco Tullio Cicerone nel De Oratore l'idea dell'oratore perfetto.
23 - Probabilmente dal lat. laxare, "sciogliere", "dare la via a". Usato da Boccaccio e da Ariosto come termine di caccia. Qui significa: "dando la via a dispute sul mondo intelligibile e sulle idee".
24 - Segno, bersaglio.
25 - Ecco dunque un lato esplicito del platonismo del C.: anch'egli, attraverso il dialogo, mira alla determinazione di un paradigma al quale, con maggiore o minor grado di approssimazione, si commisura la realt empirica.
26 - Un altro aspetto degli atteggiamenti "antiletterari" del letterato C.: come nella questione della lingua, anche qui non  tanto all'opinione e al giudizio dei dotti quanto al senso comune degli uomini che egli si affida. E il giudizio dei posteri  tanto pi sicuro di quello dei contemporanei, in quanto rappresenta una specie di proiezione fuori della storia di quel senso comune che nei contemporanei , di fatto, velato da passioni e polemiche contingenti. Non si esageri quindi in senso storicistico quel "tempo... padre della verit" delle ultime righe!
27 - Critiche.
28 - Intelligenza, ingegno.
29 - Astratto da "cortegiano": le qualit, attributi, ecc., propri dell'uorno di corte.
30 - Perci
31 - Sono costretto a giustificarmi un poco
32 - Espressione tratta dal latino scolastico; alla lettera, "citeremo" (esporremo, riferiremo)
33 - Il dialogo del Cortegiano  collocato durante il passaggio e l'immediata par,enza dei papa Giulio II in Urbino (3-7 marzo 1507) pare sicuro che in quei giorni il C. fosse gi ritornato dall'Ighilterra e si trovasse in Urbino. La finzione per cui l'autore narra dialoghi che non ha sentito personalmente risale a Platone.
34 - Causa occasionale, occasione.
35 - Urbino fu governata dalla dinastia comitale e poi ducale dei Montefeltro dalla prima met dei secolo XIII fino al 1508, anno in cui a Guidubaldo da Montefeltro succedette il figlio adottivo Francesco Maria della Rovere. Tra il 1502 e il 1503, in seguito all'azione dei Valentino, Urbino rest abbandonata dal Duca.
36 - Federico II da Montefeltro (1422-82), padre di Guidubaldo, celebre condottiero e illustre per il suo mecenatismo.
37 - Il famoso palazzo ducale di Urbino, disegnato dall'architetto L. Laurana verso il 1465.
38 - Paramenti, addobbi.
39 - In greco e in latino.
40 - Degno di vivere accanto a lui.
41 - Emilia Pio (m. 1528), vedova (dal 1500) di Antonio da Montefeltro, fratello naturale del duca Guidubaldo.
42 - Ci recavamo.
43 - Scherzi, facezie.
44 - Accordasse (metafora musicale).
45 - Pare alluda alle vicissitudini politiche subite dalla casa dei Montefeltro sotto il pontificato di Alessandro VI.
46 - Simboli o emblemi, spesso accompagnati da qualche motto, che si mettevano sulle sopravvesti, sugli stemmi, ecc. Nel Cinquecento era divenuto una specie di "genere letterario".
47 - Federico Fregoso, arcivescovo di Salerno (m. 1541): fu amico del C. e del Bembo. Quest'ultimo fu ospite alla corte di Urbino dal 1506 al 1512. - Cesare Gonzaga (1475-1512), cugino del C., uomo d'armi, diplomatico e poeta. - Ludovico da Canossa (1476-1532), diplomatico ed ecclesiastico (vescovo di Tricarico e poi di Beyeux): era parente del C. - Gaspare Pallavicino, marchese di Cortemaggiore (1486-1511): fu amico del C. - Ludovico Pio (m. 1512), uomo d'armi, fratello di Emilia e amicissimo del C. - Morello (Riccardi?) da Ortona, vecchio uomo d'armi e poi cortigiano dei duchi di Urbino. - Di Pietro da Napoli non si sa quasi nulla, se non che era al seguito di Giulio II. - Roberto Massimi da Bari, morto poco dopo il 1512, giovane e brillante gentiluomo cui il C. era affezionatissimo.
48 - Spendevano, trascorrevano.
49 L'Unico Aretino: Bernardo Accolti (1458-1535), verseggiatore vissuto in varie corti. - Giovanni Cristoforo Romano (1465-1512), scultore e medaglista, lavor in varie corti italiane godendo ai suoi tempi di larga fama. - Pietro Monte (date incerte), maestro d'armi della corte urbinate. - Terpandro: Anton Maria detto T. cantore con la cetra, poeta petrarchista. - Nicol Frigio (Fries?), cortigiano al seguito di Giulio II: nel 1510 si fece monaco a Napoli.
50 - Aggiungere qualche cosa, o anche "recare qualche contributo". Ne incaricava.
51 - Sarebbe giusto esigere che se ne arrecassero i motivi.
52 - Siano di opinioni, di gusti diversi.
53 - Costanza Fregoso, sorella di Ottaviano e Federico Fregoso.
54 - Vantaggio, privilegio.
55 - Morsi dalla tarantola. Si riteneva che tale morso si curasse danzando.
56 - Si procede per tentativi.
57 -  divenuta mania ("pazzia") palese, manifesta
58 - Danze coreografiche d'origine araba, molto diffuse nel Rinascimento.
59 - Metafora di origine alchirnistico-astrologica; significa "la propria natura", ek propria indole originaria".
60 - Mariano Fetti, frate domenicano (n. 1460) di origine fiorentina, ma vissuto in gran parte a Roma come buffone di corte. La "dottrina di fra Mariano"  che la follia  fonte di felicit e fortuna
61 - Frate buffone: fu al servizio di diverse corti. Nel tempo in cui  posta l'azione dei Cortegiano era il buffone della corte urbinate. coglier nel segno. Le sue chiacchiere. La duchessa Elisabetta, di cui l'Aretino si diceva innamorato non corrisposto (e perci la dice "ingrata").
62 - coglier nel segno
63 - le sue chiacchiere
64 - Pietro Aretino
65 - desideroso
66 - Probabilmente un monile a forma di S che la Duchessa portava alternativamente a un monfle a forma di scorpione, con il quale si vede pure ritratta.
67 - Ecco il sonetto:
Consenti, o mar di bellezza e virtute
Ch'io, servo tuo, sia d'un gran dubbio sciolto,
Se l'S che porti nel candido volto
Significa mio stento o mia salute,
Se dimostra soccorso o servitute,
Sospetto o securt, secreto o stolto,
Se speme o strido, se salvo o sepolto!
Se mie catene strette, solute;
Ch'io temo forte che non mostri segno
De superbia, sospir, severitate,
Stratio, sangue, sudor, supplicio e sdegno.
Ma se loco ha la pura veritate,
Questa S dimostra con non poco ingegno
Un sol solo in bellezza e 'n crudeltate.
68 - Ho perduto la speranza.
69 - Sar incoraggiato ad amare.
70 - Non potranno pi rimproverarmi.
71 - Ecco quindi trasformato un salotto della corte di Urbino in una specie di Accademia! Il tipo della ticerca (delineare il tipo del cortigiano) e il metodo (la discussione) imitano il grande modello platonico: tuttavia per la nostra sensibilit fa contrasto con tutto questo l'ambiente in cui avviene la discussione. Ma per il C., uomo posto tra Umanesimo e Rinascimento, il cortigiano  l'uomo perfetto e la Corte il luogo ideale per la discussione.
72 - Alle parole amichevolmente pungenti della signora Emilia il conte Ludovico risponde nello stesso metro: poich la signora Emilia  lo spirito di contraddizione incarnato, fino a che sar presente lei non mancheranno contraddittori soprattutto a chi dir cose vere.
73 - Argomento.
74 - Toltosi il saio (veste lunga e impacciante) e rimasto in giuppone (una specie di giustacuore), salt meno di prima.
75 - Etimologicamente, "ignorante"; ma qui usato nel senso, rimasto in alcuni dialetti, di "sciocco", "ingenuo".
76 - Concezione aristotelico-platonica, per cui ogni cosa ha una sua virt intrinseca data dal proprio o dall'essenza della cosa stessa.
77 - Non nobili.
78 - Il tema della nobilt  tra i pi dibattuti nella letteratura umanistica e rinascimentale, dove in genere  diffusa la tendenza a contrapporre alla nobilt del sangue la nobilt delle opere. Per esempio, nel De vera nobilitale del Landino l'aristocrazia veneta, la cui nobilt deriva dalle opere e non dal sangue, veniva contrapposta alla decadente e servile nobilt del sangue del Regno di Napoli. Il C. rovescia il ragionamento: egli deve muovere, secondo l'assunto metodologico, dall'essere al dover essere: se i nobili fossero quello che devono essere, le stesse ragioni che fanno deplorare la loro decadenza sarebbero quelle che farebbero di loro i cortigiani - gli uomini - migliori.
79 - Perci.
80 - Se sono bene educati.
81 - Le concezioni astrologiche erano diffusissime nella cultura europea del tardo Medioevo e della prima et moderna. Ma gi la filosofia (in particolare peripatetica) stava sostituendo al magistico influsso astrologico un ordine generale della natura (cfr. Pomponazzi, De Incantationibus). Ma, come si vede, ci non faceva molta differenza.
82 - In questa, veramente faticosa, difesa dei valore della nobilt il C. mescola vari elementi: eredit ed educazione ricevuta predispongono gli uomini di nobili natali a illustri imprese. Ma poich, come ben notava la letteratura antinobiliare dell'Umanesimo, ci non  sempre vero, il C. si restringe alla normalit dei casi, considerando le eccezioni come dovute a influssi astrologici o a natura cattiva. Tutta l'argomentazione  molto debole: il C. sar molto pi se stesso pi innanzi quando, realisticamente, dir che di fatto l'essere nobile come tale costituisce una qualit positiva nella situazione storica delle corti del suo tempo.
83 - Il cardinale Ippolito d'Este (1479-1520), protettore dell'Ariosto; fu amico del C.
84 - Qui nel senso, piuttosto inusitato, di "aspetto", "cera".
85 - Annunzi.
86 - Accanto alla nobilt, le doti estetiche (grazia, bellezza). Ideale estetico tipico del Rinascimento, certo, ma anche, come nel caso della nobilt e in molti altri che si incontreranno nel seguito, soffuso di ragioni pratiche.
87 - Di bassi natali, non nobili.
88 - Ecco dunque una solida ragione pratica: il C. teorizza un costume, non lo giudica e tanto meno lo crea.
89 - Uomini di corte, cortigiani.
90 - Competizione (gara, sport) di ogni altro genere.
91 - Spagnolismo, che significa "valoroso", "intraprendente in fatti d'arme".
92 - Semifrancesismo: rimprovero, biasimo (quindi, oggettivamente, macchia, colpa).
93 - Quando pare che possano, senza essere osservati, evitare di mettersi in pericolo, volentieri si mettono in salvo.
94 - Probabilmente un buffone della corte romana.
95 - Forse Caterina Sforza e Gaspare Sanseverino detto il Fracassa.
96 - Suscita odio e antipatia. Anche qui, l'armonioso ideale umano del Rinascimento; ma, anche qui, il punto di vista pratico-etico, per cui il cortigiano, che  s uomo d'armi ma non solo uomo d'armi, deve saper stare al suo posto nella corte e guadagnarsi ovunque stima e affetto.
97 - Forse allude a Plutarco, autore, tra l'altro, di un opuscolo Del lodarsi da se stesso, dove  trattato tale argomento.
98 -Bravacci, millantatori.
99 - Bravate del genere si leggono in varie commedie dell'epoca: per esempio, nella Strega dei Lasca e nel Afarescalco dell'Aretino.
100 - L'aneddoto in Valerio Massimo (VIII, xiv). Il filosofo cui si allude  Democrito di Abdera.
101 - Si arricciano (o forse meglio "increspano") i capelli e si sfoltiscono le ciglia.
102 - Si lisciano, si fanno belli.
103 - Agilit. Nota come il C., pur accettando come canone della bellezza il criterio classico (aristotelico) del "medio", tuttavia tende pi alla grazia che non alla vera e propria bellezza. Questo atteggiamento di propensione a una estetica della grazia, se da una parte  tipico dell'epoca in cui visse il C., dall'altra viene fondato, anche qui, su ragioni pratico-etiche, cio come qualit estetica connessa a una maggiore efficienza (e, come vedremo in seguito, anche a una maggiore esperienza tecnica) nel compiere esercizi fisici (cavalcare, armeggiare, danzare) richiesti al cortigiano dalla vita stessa della corte.
104 - Esercizi fisici.
105 - Mosse utili, vantaggiose.
106 - Contese, che generano duelli.
107 - Cavilli nell'applicazione del codice cavalleresco, allo scopo di rimandare il duello.
108 - Cugini.
109 - Perfetto in ogni specie e modo di equitazione.
110 - In Cornelio Nepote, Alcibiades, XI.
111 - Alla briglia (col cavallo imbrigliato).
112 - Combattere con la lancia.
113 - Combattere individualmente a cavallo.
114 - Combattere in squadre a cavallo.
115 - Conquistare una posizione difesa da un avversario che tiene il passo.
116 - Carosello.
117 - Corrida.
118 - Analogia, somiglianza
119 - Coraggio, valore.
120 - Giuflare, saltimbanco.
121 - Atteggiamenti.
122 - Fortunati.
123 - Quasi loro malgrado.
124 - Il C. ha dichiarato pi sopra di esser filosofo e non pedagogista: di saper disegnare l'ideale dei cortigiano, ma non sapere come si pu formarlo. Le brevi annotazioni pedagogiche che seguono (ivi compreso il ricordo di Alessandro Magno educato da Aristotele) sono tratte da Quintiliano, Institutio oratoria, I, 1.
125 - Galeazzo Sanseverino (m. 1525): celebre condottiero che fu al servizio prima di Milano e poi della Francia. Luigi XII l'aveva nominato "gran scudiero di Francia" (1506).
126 - Similitudine d'origine classica largamente imitata nella letteratura umanistica.
127 - Ferdinando II di Napoli, detto Ferrandino. Il personaggio cui allude il C. non  per noi identificabile.
128 - A quella cosa che costituisce proprio l'unico difetto della persona che imitano.
129 - Ecco in poche parole condensata quella estetica della grazia la quale costituisce uno dei lati pi originali del pensiero del C. Nota come anche qui venga in ultima analisi applicato il canone umanistico-rinascimentale dell'imitazione della natura: l'arte deve essere una seconda natura, e produrre effetti che appaiano prodotti dalla natura stessa.
130 - Il contrario di grazia ("malagrazia", o simili).
131 - In Cicerone, De Oratore, I.
132 - Attento.
133 - Personaggio non iderifificato: forse un paggio.
134 - Roberto da Bari (cfr. p. 23, nota 2).
135 - Veste.
136 - Esce dal giusto mezzo.
137 - Ricercatezza.
138 - Con la spugna e la spazzola.
139 - Ecco un altro tema che pure tanta importanza avr nell'estetica moderna, in particolare nel Settecento: la semplicit. La quale del resto ben si accorda, come la "sprezzatura", con il canone, rinascimentale e moderno, della imitatio naturae. Infatti gi per effetto della filosofia della scienza tardo-medievale si era imposto il principio che la natura  semplice, "non fa nulla invano".
140 - Rigido.
141 - Regola che in seguito passer nei trattati classici di armonia.
142 - L'aneddoto  in Plinio, Naturalis historia, XXXV.
143 - Scherzo fondato sul doppio senso della parola "tavola" ("quadro" e "mensa").
144 - Minute considerazioni pratiche di tal genere non sembrino strane in un trattato che vuol disegnare l'idea del perfetto cortigiano. Il C. non  un moralista: il suo punto di vista  strettamente etico, ossia  il punto di vista della convivenza umana nella situazione concreta. Il successo pratico del cortigiano dipende anche dalla stima di cui gode.
145 - Abbellimento musicale, simile a un mordente o a un doppio mordente.
146 - Che sar poi pi o meno grande secondo il giudizio di ognuno.
147 - Cos il C.  ritornato alla questione della lingua, che proseguir per ben undici capitoli (dal XXIX al XXXIX compreso). Nota la coerenza della sua impostazione: la lingua da impiegare  la lingua d'uso nel mondo del cortigiano; la lingua scritta non deve essere lingua letteraria, ma sostanzialmente ancora la lingua dell'uso cortigiano.
148 - Una contraddizione.
149 - Questa  ridotta ai suoi elementi essenziali, la tesi sostenuta dal Bembo nelle Prose della volgar lingua.
150 - Conferisce.
151 - Spiegare, precisate.
152 - Pure questa dell'imitazione di uno scrittore assunto come modello, come "classico",  tesi del Bembo (Prose della volgar lingua, ed. Dionisotti, 1. 1, p. 33): il quale raccomandava in particolare come modelli il Petrarca e il Boccaccio.
153 - Biasimare, criticare.
154 - Il canone  di Cicerone (De Oratore, 11, 22) e divenne nel Cinquecento uno dei dogmi fondamentali del ciceronianismo.
155 - Le prime grammatiche italiane del Rinascimento (Fortunio, 1516; Bembo, 1525; Trissino, 1529) sono tutte posteriori alla data in cui si suppongono avvenuti i dialoghi del Cortegiano (marzo 1507).
156 - Che mi capita alla mente.
157 - Naturalmente, Dante, Petrarca e Boccaccio.
158 - Allude ai Carmina Saliaria che Orazio (Epist. II, 1, 86) dichiarava di non capire.
159 - Oratori tra la fine del II e il I secolo a. C.
160 - Oratore tra la fine del III e il II secolo a. C.
161 - L'autore degli Annales (236-169 a. C.).
162 - Epistula ad Pisonem, vv. 270-74.
163 - Nel Brutus.
164 - Ecco un'altra tesi "antiletteraria" del C., del resto in tutto coerente con il suo atteggiamento: la lingua  strumento di rapporti umani, non fine a se stessa; e come nella scelta dei vocaboli il criterio fondamentale deve essere quello della "significativit", ossia adeguatezza semantica, cos in ultima analisi siamo rimandati a quella sfera di significati rispetto a cui la lingua non  che veicolo di comunicazione.
165 - Nota l'accostamento, che a noi pu parere strano o superficiale, tra la dignit dello stile che "innalza" i pensieri espressi, e il tono di voce, la pronuncia, ecc. L'elemento estetico non viene qui, come sempre, affatto ripudiato dal C., ma introdotto e valutato su basi strettamente etico-pratiche: quello che conta  il pensiero, ma esso deve venir comunicato con tutti i mezzi che giovano a dargli autorevolezza e persuasivit. In questo senso il C.  proprio agli antipodi del Bembo.
166 - Abbondanza, ma non disordine.
167 - Suscitare.
168 - Anche questo antipurismo del C.  in armonia con la sua generale posizione nel problema della lingua.
169 - Tutte, meno il semi-francesismo "rimproccio" (reproche, colpa, macchia), parole di origine spagnuola: primor, eccellenza, primato; accertare, riuscire, colpire nel segno; ripassare, esaminare; attillato, elegante, inappuntabile; creato, favorito, al servizio di.
170 - Dai cosiddetti quattro dialetti greci (ionico, attico, dorico, eolico)  nata (per con netta prevalenza dell'attico) la koin dialektos greca.
171 - Pregio, onore.
172 - Asinio Pollione, citato da Quintiliano (Institutio oratoria, I, v, 56).
173 - Viottoli, sentieri.
174 - Osserva come tutta la concezione linguistica dell'uso, la quale richiama per tanti aspetti quella che nel XVIII secolo sar la polemica del "Caff", abbandoni di colpo il punto di vista apparentemente democratico che aveva assunto, per divenire classista e autoritaria.
175 - Le metafore nascono da deviazioni dall'uso proprio e normale della lingua.
176 - Ritmiche. Lo studio delle forme ritmiche delle clausole, gi ampiamente svolto da Cicerone nell'Orator, era uno degli argomenti fondamentali della retorica classica.
177 - Bidone da Asti, celeberrimo cantore di cappella di Leone X.
178 - Cantore e compositore veronese, fu a lungo al servizio della corte di Mantova; dati gli stretti rapporti tra le due corti, doveva aver cantato spesso anche a Urbino.
179 - Il Giorgione (1478-1510).
180 - Stile (lo stesso che stilo, poco pi avanti).
181 - Oratore romano, ricordato, come tutti gli altri che seguono, da Cicerone (De Oratore, III, VII, 28).
182 - De Oratore, II, XXIII, 97-98.
183 - Ibid., III, IX, 35.
184 - Tagliata, impedita.
185 - Francesco Cattani da Diacceto (1466-1522), autore di opere filosofiche in volgare.
186 - De Oratore, III, ix, 35.
187 - Silio Italico e Tacito sono scrittori dell'et argentea (I secolo d. C.).
188 - Nei pensieri, nelle cose significate.
189 - Ritmi.
190 - Usate in significati diversi.
191 - Ormai.
192 - Spiegare.
193 - Cfr. Cicerone, Orator, VIII, 26-27.
194 - senza proposito: senza necessit.
195 - concia: truccata.
196 - torze: torce. (Cfr. il proverbio "N donna n tela a lume di candela").
197 - Cfr. Carmina, XXXIX ("In Egnatium").
198 - operarle: adoperarle, usarle.
199 - della robba si leva: si solleva un pochino la veste.
200 - chiapinetti: lacci.
201 - clero: "clerc" (da clericus): uomo di lettere.
202 - Francesco di Valois-Angoulme (1494-1547), dal 1515 re di Francia (Francesco I). Effettivamente diede un notevolissimo impulso allo sviluppo delle lettere in Francia, esercitando un ampio mecenatismo.
203 - gli dovesse sempre parer poco: poco per i suoi meriti e la sua ambizione.
204 - osservanzia: Onore, considerazione.
205 - studio: universit.
206 - giunsero: Unirono, congiunsero.
207 - a capo del letto: Cfr. Plutarco, Vita di Alessandro.
208 - Educa.
209 - La Ciropedia; la notizia in Cicerone, Tusculanae, II, xxvi, 62.
210 - Cfr. Cornelio Nepote, Vitae, XXIII ("Hannibal"), xiii, 2.
211 - Mercante: qui nel senso di "mercenario".
212 - Affida.
213 - publicarla: divulgarla.
214 - Studia humanitatis, humanae litterae.
215 - Al solito, un tema rinascimentale Ol valore delle bumanae litterae per la formazione dell'uomo) che in altri scrittori dell'epoca  sostenuto con ampie motivazioni metafisiche, qui invece trova spiccioli motivi pratici di raccomandazione. Ma si pensi all'importanza che avevano le donne per le carriere di corte.
216 - Non esiti a distruggerli.
217 - avvertenzie: artifici di tecnica letteraria.
218 - copioso: facondo, eloquente.
219 - Aneddoto ripreso imperfettamente da Diogene Laerzio (II, viii, 68).
220 - Guardingo piuttosto che sicuro di s.
221 - Uno degli Opuscoli morali di Plutarco  appunto dedicato a questo tema.
222 - Che anche il pi spudorato degli adulatori ne prova vergogna.
223 - Contro la tesi dei Canossa viene introdotto a sostenere la tesi dei primato delle lettere il Bembo, tipo dei letterato "puro".
224 - Ecco, contro lo snervarsi dell'Umanesimo in misticismo platonico, riaffermato dal Canossa, il grande tema umanistico, antiascetico, dell'unit di tutto l'essere umano, anima e corpo.
225 - Ricordiamo il Filelfo, il Muzio, Flavio Biondo, il Galateo.
226 - Considerazione brutale, giustificata dall'ardote polemico della disputa: se nella contesa tra armi e lettere gli uomini d'arme adopereranno le armi e i letterati la parola, certamente vinceranno le armi!
227 - sentenzia: Opinione.
228 - Petrarca, Canzoniere, CLXXXVII, 1-4. Ricordiamo che il Bembo fu uno dei pi noti petrarchisti del Cinquecento.
229 - parato inanti: offerto.
230 - Andrea Grasso dei Medici (cortigiano della corte medicea, noto per la sua corpulenza) superer di molto Pietro Bembo (piccolo e magro): Pietro di Napoli scherza equivocando sul "gran vaso".
231 - esser sicuro a libro: saper leggere speditamente la musica.
232 - Pitagorici e Platonici.
233 - Anche questa notizia viene dagli Opuscoli morali ("Della fortuna di Alessandro") di Plutarco.
234 - la sorte: il genere, o forse il modo.
235 - Cfr. Valerio Massimo, Factorum et diciorum memorabilium libri, VIII, 8.
236 - Republica, III, x-xii.
237 - Politica, VIII, III-VII.
238 - Cfr. Plutarco, Opuscoli morali, "Della musica".
239 - Normalmente usati per melodie non marziali.
240 - La notizia in Cicerone, Tusculanae, I, ii, 4.
241 - Plutarco, opuscolo cit.
242 - Cfr. Erodoto, Storie, I, xxiu-xxiv: Arione con il suono della lira attir un delfiLno e si fece portare a terra.
243 - modulazione: melodia.
244 - Questa e le notizie seguenti in Plinio, Naturalis historia, xxxv.
245 - onesta: onorevole.
246 - non: il non  pleonastico.
247 - Il quale, oltre che medaglista, era scultore.
248 - diuturna: Durevole.
249 - Rafaello: Il grande pittore urbinate.
250 - artificiosa imitazion di natura: Definizione classica, che risale a Platone e costituisce la base della Poetica di Aristotele, il libro di estetica pi letto e pi autorevole del Cinquecento. Nota per che in quell'"artificiosa", in quel mettere l'accento sull'elemento tecnico (artistico)  la novit essenziale della teoria rinascimentale dell'arte.
251 - La disputa, in s vana, era di gran moda nell'epoca, e vi parteciparono pensatori e artisti come l'Alberti, Leonardo, il Doni, e pi tardi il Varchi. Nota per come essa rimane qui superficiale, oscillando tra citazioni di classici e rilievo di difficolt tecniche presunte maggior, o minori.
252 - L'associazione di pittura con anatomia e anatomia pittorica  uno dei caratteri peculiari del pensiero artistico e scientifico dei Rinascimento. Si ricordi, per tutti, Leonardo.
253 - membra che scortano: si vedono di scorcio. La prospettiva scientifica  un'altra delle grandi conquiste del pensiero pittorico del Quattro e Cinquecento. Biondi.
254 - linee misurate: Calcolate secondo regole geometriche esatte.
255 - Nelle catacombe.
256 - Anche questo episodio, come ci che segue, in Plinio, Naturatis historia, xxxv.
257 - comparavano: Comperavano, acquistavano.
258 - Demetrio Poliorcete.
259 - la terra: la citt.
260 - Come al solito, la fonte  Plinio, che per qui il C. corregge (sostituendo Crotone ad Agrigento) mediante Cicerone (Rhetorica, II, 1, 1-3).
261 - torchi: torce.
262 - Francesco Maria della Rovere, prefetto di Roma.
263 - studiava il passo: si affrettava.
264 - Febus e Ghirardino, marchesi di Ceva: nobili piemontesi vissuti a lungo in Francia, ove forse li conobbe il duca Francesco Maria. - Ettore Romano, da identificarsi forse con quell'Ettore Giovenale che fu uno dei campioni italiani alla disfida di Barletta. Vincenzio Calmeta  Vincenzo Colli di Castelnuovo (Alessandria), poeta e cortigiano, morto nel 1508 . Orazio Florido di Fano, cavaliere al servizio di Francesco Maria.
265 - che succeda nel mio loco: che prenda il mio posto.
266 - puerile: "Puerile"  un po'eccessivo: infatti Francesco Maria aveva allora diciassette anni.
267 - Margherita Gonzaga, nipote della Duchessa. '
268 - Il musico prediletto della Duchessa.
269 - danzato una bassa: Nome generico di danza ("bassa danza"), forse di origine spagnola.
270 - Danza di origine francese (rouergasse).
271 - La letteratura latina  piena della polemica contro i vecchi laudatores temporis acti, i quali venivano anche messi in burletta nella commedia.
272 - commodit: piaceri, gioie.
273 - Questi "spiriti vitali", come il successivo "complessione", sono un'eco della dottrina galenica secondo cui le funzioni fisio-psichiche dell'organismo animale erano regolate dalla mescolanza ("complessione") di vari "spiriti" (animali, vitali, ecc.) di cui il sangue si caricava passando per alcuni organi (fegato, cuore, cervello).
274 - opera le sue virt: mette in atto le sue potenze o facolt.
275 - riserva: conserva.
276 - L'episodio  in Cicerone, De Oratore, II, LXXIV: a un dotto che voleva insegnargli l'arte della memoria, Temistocle rispose che avrebbe preferito imparare un'arte per dimenticare.
277 - disproporzionato: impari, non capace.
278 - Anche questi "vapori (umori) corrotti" fanno parte della patologia galenica: la malattia dipende spesso da alterazione e corruzione degli umori (sangue, flegma, bile gialla, bile nera) da cui  regolato l'equilibrio organico; la febbre  un processo autoterapeutico con il quale la natura provvede a eliminare gli umori corrotti. Per questo spesso la febbre  accompagnata da alterazioni sensoriali, specie gustative.
279 - si arrecano: si recano alla memoria, rievocano.
280 - un odore: un sentore, un'eco.
281 - I discorsi intorno alle corti. Nota che il soggetto  sempre "i vecchi".
282 - estollere: esaltare.
283 - Filippo Maria Visconti, duca di Milano (1391-1447).
284 - Borso d'Este, duca di Ferrara dal 1450 al 1471.
285 - Niccol Piccinino (m. 1444), il celebre condottiero, ai suoi tempi noto anche per la sua arguzia.
286 - In Fedone, III.
287 - Ricorda la dottrina aristotelica (largamente svolta, per esempio, nella Politica) che si riassume nell'adagio medievale "Corruptio optimi pessima".
288 - Mi sembra poco plausibile la spiegazione del Cian: "sulle mule"; molto pi attendibile quella del Maier, per cui significa: "in mule", cio con un tipo speciale di calzature pi alte delle normali pianelle.
289 - fodre di pelle: interni di pelliccia.
290 - giornea: veste di gala.
291 - calze: calzoni.
292 - sparvieri: un falco da caccia.
293 - senza proposito: senza scopo (cio anche quando non andavano a caccia).
294 - asciutto il capo: dall'acqua del battesimo.
295 - tra i nostri mali: tra i cattivi del nostro tempo.
296 - Come accade abitualmente.
297 - sentenzia: Opinione.
298 - fornito: Finito.
299 - e pi per tempo che consueto non era: Pi presto del solito.
300 - condicioni: Qualit.
301 - bon giudicio: Di buon senso, saggio.
302 - andiate troppo in su le estremit: prendiate in considerazione soltanto casi estremi.
303 - publica: evidente, manifesta.
304 - si persuade:  convinto.
305 - operarle oportunamente o fuor di stagione: conoscere come le cose acquistino o perdano di valore a seconda che avvengano in un momento opportuno o inopportuno.
306 - lochi: i tpoi o loci della dialettica e della retorica antica: principi intermedi tra i principi generalissimi (il "generale" della riga seguente) e i casi specifici.
307 - audienzia: uditorio.
308 - componere: Regolare, dirigere in modo unitario e armonico.
309 - parti: doti.
310 - Cfr. Cicerone, De Officiis, III, III.
311 - posar: l'atteggiamento.
312 - Ecco dunque l'ideale etico dell'uomo del Rinascimento: ideale estetizzante, come mostra lo stesso lungo, compiaciuto e calzante paragone con l'opera d'arte. Tuttavia ricorda come soltanto nella pagina precedente questo ideale fosse fondato su considerazioni di indole strettamente pratica.
313 - maravigliosa: ammirevole.
314 - universali: generali.
315 - scaramuzza: piccolo fatto d'arme.
316 - battaglia di terra: Battaglia campale.
317 - valersi: trarre profitto.
318 - grossieri: grossolani, rozzi (cfr. il francese grossier).
319 - ben intesi: appropriati
320 - Le "invenzioni ingeniose" sono le "imprese".
321 - fabule: tragedie. li "nobile istrione antico"  l'attore Teodoro (cfr. Aristotele, Politica, VII, xv, 10).
322 - morti: uccisi.
323 - riparar: parare.
324 - accia: ascia.
325 - adoperare: esercitare.
326 - Sbarra di ferro.
327 - dall'armeggiare in fora: ad eccezione dell'esercizio delle armi.
328 - avvenga che: Anche se.
329 Il "cardinale giovane" forse  il medesimo Galeotto della Rovere nominato alla fine dei cap. XLIV di questo stesso libro.
330 - aiutante: aitante
331 - aerosa: ariosa, leggera.
332 - rebattimenti: eccessivi virtuosismi da danzatore professionale e non da gentiluomo.
333 - brani: Il "brando" era una specie di "bassa", ballo non saltato, simile alla quadriglia dei nostri vecchi.
334 - visaggi: travestimenti.
335 - mantener la persona del principe proprio: di quel principe che .
336 - virt: valore, abilit.
337 - cantare alla viola: cantare accompagnandosi con la viola.
338 - in un solo: in un "a solo".
339 - le consonanzie: gli accordi.
340 - quattro viole da arco: il quartetto d'archi.
341 - Gli strumenti rifiutati da Minerva e da Alcibiade sono i flauti. (Cfr. Aristotele, Politica, VIII, vi, 8; Plutarco, Vita di Alcibiade, cap. II).
342 - abbiano del schifo: qualcosa di ripugnante.
343 - quegli aspetti: la presenza delle donne.
344 - dispare assai: sta molto male.
345 - omini di tempo: uomini attempati.
346 - quasi adirato: perch il Morello  il pi anziano della corte di Urbino.
347 - E questo ancor: anche questo.
348 - che stia sopra di s: si controlli.
349 - riguardevole: posata.
350 - si svampino: si sfoghino, si consumino.
351 - quello stato mediocre: di equilibrio.
352 - Ricorda le "circonstanzie" cui alludeva il Morello all'inizio dei cap. VIII.
353 - Allude all'Elogio della Mosca di Luciano di Samosata.
354 - Favorino (circa 85-143 d. C.).
355 - Sinesio di Grene (circa 370-415 d. C.).
356 - doi: due.
357 - indrizzi: rivolga.
358 - par che tenghino briga coi patroni: sembrano in collera con i loro padroni.
359 - ridutti in alto stato: tratti dal nulla e innalzati a posizioni elevate.
360 - nove: notizie.
361 - contenzioso: litigioso.
362 - relassare: Riposare, distendere.
363 - uccellargli: cacciarli, andarne a caccia.
364 - angonia: pena (contaminazione tra "angoscia" e "agonia").
365 - brigata: il gruppo degli altri cortigiani.
366 - novo n forestiero: non abituato.
367 - restano: temono.
368 - rimesso: dimesso.
369 - assettati: siediti
370 - Luca, XIV, 8, 10.
371 - entrano in ragionamento: Iniziano un discorso.
372 - disgraziato: sgraziato.
373 - Allude alla favola di Fedro, Asinus domino blandiens.
374 - ascesi: siano saliti, abbiano "fatto cartiera".
375 - do spacio: lascio il tempo, do agio.
376 - quanto che: sebbene.
377 - discreti: avveduti.
378 - comportar: ammettere, tollerare.
379 - discorsi de'stati: discorsi intorno ad affari politici.
380 - patirgli: sopportarli, tenerseli.
381 - astringono: postringono.
382 - che nascono in trista valle: pare alluda a un detto proverbiale.
383 - Che il dovere debba valere al disopra di ogni altra considerazione. Il C. si oppone alla degradazione della "cortegiania" in volgare cortigianeria; il "cortegiano"  gentiluomo al servizio di un'istituzione etica impersonata dal Principe, non parassita di un potente. Manca per al C., come mancava alla prassi italiana, quell'idea dello Stato per la quale, in altri Paesi, il servizio al Principe si tramuter in servizio al bene del Paese impersonato dal Re, ma non con questo identificato.
384 - terminatamente: dettagliatamente.
385 - In uno dei sensi del latino pietas: "amor di patria" o "rispetto per le leggi".
386 - ventura: Buona fortuna.
387 - ar discorso con ragione: Avr ragionato rettamente.
388 - Publio Licinio Crasso. L'aneddoto, che C. riporta con qualche variante, in Aulo Gellio, Noctes Acticae, I, xiii, 11-13.
389 - una terra: una citt. Precisamente, Leuca.
390 - pratica de'signori: il modo di trattare con i Principi.
391 - gli ne occorre: gliene capita.
392 - cubiti: gomiti.
393 - al costato: alle costole.
394 - tengon lunga la diceria: tirano in lungo la conversazione.
395 - Considerazione amara. Senonch la coincidenza non  casuale: la perdita delle libert politiche  una delle manifestazioni della profonda crisi della societ italiana nei secoli xy e xvi, per cui la guida, economica, politica e in seguito anche etica, dell'Europa passa ad altri Paesi. li C. stesso, coi suo dichiarato antipurismo linguistco, accetta per una cosa importante come la lingua una situazione che, con strana contraddizione, riprova nelle fogge del vestire.
396 - In Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, III, vi, 6.
397 - ragionamenti di fastidio: discorsi penosi.
398 - estremi: esagerati.
399 - riposato: posato.
400 - aperti e allegri: chiari e luminosi.
401 - trinzati: ornati.
402 - di mascare: in maschera.
403 - serva: osserva, conserva.
404 - Con una veste addosso di quattro colori ("quartata"), ovvero con tanti lacci ("stringhette") e nastrini ("fettuzze") annodati e fregi traversi, obliqui.
405 - a cmeo: maniche rigonfie al gomito e strette ai polsi.
406 - cappuzzo: cappuccio.
407 - attillatura: un certo tono di sobria eleganza.
408 - borzachini: stivaletti che arrivavano a mezza gamba.
409 - condicion: la qualit.
410 - resoluti: assoluti.
411 - fantasia: gusto, carattere.
412 - per non chiamo in questo proposito: perci in questo caso non dico.
413 - torzer: torcere.
414 - babuasso: sciocco.
415 - Questo  uno dei passi pi interessanti, nel quale meglio si nota il punto di vista eticistico (obiettivo) da cui muove il C. Il carattere personale si fonda su quello che oggi si chiama "comportamento" e che non si riduce alle sfere dei discorsi e delle grandi opere, sebbene contenga anche questi. Da questo punto di vista, del vestire come parte dei comportamento, "l'abito fa il monaco".
416 - gran riguardo: molta cautela.
417 - Cfr. Cicerone, Pro Marcello, VII, 22.
418 - assicurarsi tanto con questa dolce esca: lasciarsi tanto prendere da questa dolce lusinga.
419 - mi daria il core di concludervi: mi basterebbe l'animo di dimostrarvi.
420 - Oltre all'obbedire a quegli impulsi fondamentali e irrazionali che derivano da influssi astrali.
421 - Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, VIII, iii, 6; Cicerone, Laelius, XVIII, 65.
422 - Un principale amico del cuore.
423 - osservasse: riverisse.
424 - rompersi: guastarsi, litigare.
425 - quelli: quei difetti.
426 - Si occupi delle cose serie.
427 - argomento: segno.
428 - Allusione oscura. Stando a un passo dei Berni, il premio dato da Alessandro a quel balestriere sarebbe stato "un rubio di ceci".
429 - non gli ar sangue: non gli andr a genio.
430 - scorno: torto.
431 - impedito: osteggiato.
432 - mi  mancata: venuta meno.
433 - di sorte: tali.
434 - modesti: onesti
435 - Dalla quale sperava di avere aiuto.
436 - alla grappa: a ruba.
437 - cerase: ciliegie.
438 - m'allegate: mi citate.
439 - son fuori d'ogni ragione: sono del tutto irragionevoli.
440 - rimosso: distolto.
441 - appresentati: presentati.
442 - Jacopo Sannazaro (1456-1530), l'autore dell'Arcadia.
443 - mottetto: breve composizione di musica da camera.
444 - Josquin des Prs (1450-1521), musicista fiammingo vissuto a lungo in Italia presso varie corti e famosissimo al suo tempo.
445 - a voi era persuaso: Vi si era fatto credere.
446 - nei princpi: da principio.
447 - occorre: capita.
448 - pecoragini: bestialit.
449 - sapori: condimenti, salse.
450 - metono il prezio: fanno a gara e scommettono.
451 - intervenuto: capitato.
452 - poco riguardati: poco controllati, poco stils. In citt, per la citt.
453 - gravit riposata: dignit e compostezza di atteggiamenti.
454 - per la terra: in citt.
455 - Cio, il re di Spagna e il re di Francia.
456 - laido: sporco, scostumato.
457 - esercizio: impiego, occupazione.
458 - manco: manchevole, imperfetto.
459 - lochi: posti, gradi.
460 - Paolo Nicola (detto Nicoletto) Vernia (m. 1499), filosofo aristotelico, lettore nello Studio di Padova.
461 - Non conoscendo la giurisprudenza pi di quanto sapesse volare, avendo ci nonostante un Podest di Padova deciso di dargli una cattedra di giurisprudenza.
462 - La battaglia di Fornovo (1495) contro Carlo VIII di Francia.
463 - ssi: si .
464 - Forse Leonardo da Vinci.
465 - Ferdinando II di Napoli.
466 - dispostissimo: Robustissimo.
467 - Corona d'alloro. La notizia in Svetonio, Divus Julius, XLV, 3-4.
468 - sorte: qualit.
469 - Questa specie di estetica dell'umorismo che il C. ha cominciato a delineare e continuer a svolgere nei capitoli seguenti deriva in massima parte da Cicerone (De Oratore, II, LIV Sgg.).
470 - salso: Sapido (avente "sale").
471 - subterfugger: sfuggire.
472 - partiva: divideva.
473 - Il Bibbiena era calvo.
474 - Allude certamente a qualche scherzo di fra Mariano: ma l'allusione per noi resta indecifrabile.
475 - Giacomo da San Secondo, musico quotatissimo nelle corti italiane del primo Cinquecento (Milano, Ferrara, Mantova, Urbino dove fu anche nel 1511, Roma).
476 - animal risibile: capace di riso.
477 - moresche: la moresca  una danza di origine araba, introdotta in Spagna dai Mori e diffusa in Europa nei secoli XV e XVI, caratterizzata da una certa bizzarria ritmica o armonica o melodica; si eseguiva per lo pi collettivamente (in due file contrapposte rappresentanti i cristiani e i saraceni, questi ultimi tinti di nero) o anche talvolta in modo solistico (danza di Salom davanti a Erode nelle Passioni liturgiche francesi.
478 - misero e calamitoso: un povero sfortunato.
479 - Palazzo: Nel Vaticano.
480 - Antonio Agnelli, che, vecchio, nel 1527 era prefetto di Albi. Pare fosse anche poeta.
481 - Allusione al carme LXVII di Catullo.
482 - Ricordiamo che vi in latino significa "per forza", "con la violenza".
483 - Seconda novella dell'VIII giornata.
484 - Niccol Campani, detto Strascino (1478-1523), attore e autore di farse teatrali; fu anche buffone alla corte di Papa Leone X.
485 - recitar: imitare.
486 - Cesare Gonzaga.
487 - Un Cicerone.
488 - matt: branco.
489 - maraviglioso: stupito, ammirato.
490 - Gaspare Pallavicino.
491 - Il duca Guidubaldo.
492 - Che allora era in corso di costruzione.
493 - Alfonso di Calabria, che comandava le truppe napoletane nella guerra contro Firenze del 1478.
494 - Nome generico, nel vocabolario militare del Quattro e Cinquecento, dato a proiettili penetranti a punta. Qui probabilmente: punte di freccia.
495 - il medicame: qui, il veleno.
496 - il prelibato: il predetto.
497 - 1494-1509.
498 - impazzo: difficolt.
499 - Non abbiamo un gettito d'entrata migliore dei dazi.
500 - Evidentemente, un trombone a tiro.
501 - delicatura: delicatezza, squisitezza; anche (come si vede dal racconto seguente) pudore.
502 - Boristene: nome latino del Dnjepr.
503 - Questa  forza:  giocoforza,  necessario.
504 - dar nel core: offendere.
505 - ambiguit: equivocit semantica della parola.
506 - Annibale Paleotto, gentiluomo bolognese creato senatore di Bologna nel 1514 da Leone X.
507 - fornita: ammobiliata
508 - Jacopo da Nino, che fu vescovo di Potenza dal 1506 al 1521.
509 - acerbo: crudele, offensivo.
510 - l'anno: ogni anno.
511 - bai: abbai.
512 - Galeotto Marzi da Narni (1427/28-1490 circa), umanista e avventuriero.
513 - bolge: sacche. La parola bulgia o bolgia  rimasta in alcuni dialetti lombardi col significato di "pancione", "grossa pancia".
514 - bischizzi: bisticci.
515 - Emilia Pio (Pia), "impia", cio crudele, perch severa con gli spasimanti.
516 - detto vulgato: proverbio
517 - Deformazione di Eneide, VI, 605-6: Furiarum maxima juxta accubat.
518 - Girolamo Donato (1457-1511), colto patrizio veneto che fu anche ambasciatore a Roma.
519 - Le "stazioni" della Via Crucis.
520 - Ovidio, Ars amatoria, 1, 59.
521 - Umanista, medico, professore di medicina e di filosofia a Padova, a Venezia e a Pavia.
522 - facendo instanzia: insistendo.
523 - Luca, XVI, 2.
524 - Matteo, XXV, 20.
525 - Il Proto da Lucca era un celebre buffone della corte pontificia. Il fatto a cui si riferisce deve essere avvenuto nel gennaio 1506.
526 - Equivoca sulla parola officio, che significa "carica", "impiego" e anche "breviario", "preghiera".
527 - Giovanni Calfurnio, bergamasco, fu professore di retorica a Padova dal 1486. Mor nel 1503.
528 - Tommaso Inghirami da Volterra (1470-1516), diplomatico e attore. Fu soprannominato Fedra per l'abilit con cui aveva sostenuto questa parte recitando nell'Ippolito di Seneca al teatro Riario di Roma.
529 - liscio: belletto.
530 - Camillo Paleotto (morto forse nel 1530), bolognese, insegn retorica nello Studio di Bologna: era molto amico del C.
531 - Antonio Porcaro, della nobile famiglia romana.
532 - Personaggio intorno a cui non si hanno notizie. Doveva essere noto alla corte di Urbino e famoso per la sua vigliaccheria.
533 - parte: peculiarit.
534 - pigli le parole e non la sentenzia: si attenga al significato letterale e non all'intenzione significativa.
535 - Filippo Beroaldo il giovane, bolognese (1477-1518), fu insegnante nell'Archiginnasio di Roma e poi direttore della Vaticana.
536 - Il povero tedesco voleva dire: "Dio ti dia la buona sera", ma per ignoranza disse: "Dio ti dia il bene tardi"; donde la risposta del Beroaldo.
537 - Il "Gran Capitano"  il celebre Consalvo di Cordova; Diego de Quifiones, un suo luogotenente.
538 - Marrano era il nome, violentemente dispregiativo, dato in Spagna agli Ebrei convertiti per opportunismo. Vino significa in spagnolo "vino" e "venne": donde il gioco di parole: "venne e non lo conosceste", riferito al Messia (cfr. Giovanni, VIII, 55).
539 -  il celebre umanista modenese Giacomo Sadoleto (1477-1547), segretario di vari papi, e poi (1536) cardinale. Era molto amico del C.
540 - Forse a causa della guerra.
541 - Conti qui significa "cause", "motivi": ma il Sadoleto a bella posta equivoca.
542 - facult: ricchezze.
543 - di villa: di campagna.
544 - publicato: annunciato
545 - Forse Salazar de la Pedrada, un ufficiale spagnolo.
546 - Patrizio fiorentino avversario dei Medici e perci in esilio a Padova.
547 - Un'altra versione (cfr. Machiavelli, Istorie fiorentine. VI, vi) riferisce la risposta di Cosimo non allo Strozzi ma a Rinaldo degli Albizi.
548 - Camillo Porcaro (m. 1517), fratello del gi nominato Antonio: anch'egli insegnante nell'Archiginnasio di Roma, poi vescovo di Teramo.
549 - Marc'Antonio Colonna (m. 1522), nobile romano nemico dei Borgia, combatt al servizio della Spagna.
550 - spazzarlo: spacciarlo.
551 - sentare: sedere.
552 - Forse Diego Garca de Paredes, uomo d'armi celebre per il suo valore.
553 - confortava: esortava.
554 - Figlio minore di Maometto II, cerc di spodestare il fratello Bajazet II, ma ne fu vinto. Fatto prigioniero, pass per diverse mani finch fini a Roma prigioniero del Papa. Mor nel 1495.
555 - da dovero: davvero, sul serio.
556 - robba: la propriet, i beni.
557 - Forse Nicoletto da Orvieto, cortigiano di Leone X.
558 - Due rimatori burleschi cortigiani: Antonio Cammelli, detto il Pistoia (14401502), e Serafino dell'Aquila (1466-1500).
559 - Giovanni Gonzaga (1474-1523), cadetto dei marchesi di Mantova, zio della Duchessa di Urbino. Fu cortigiano e uomo d'armi.
560 - tuttavia perdea: continuava a perdere.
561 - La passione per il gioco del giovane Alessandro Gonzaga  ricordata anche dal Bandello (novella IV).
562 - Giacomo d'Atri, conte di Pianella, cortigiano al servizio prima del re di Napoli e poi dei marchesi Gonzaga.
563 - per aver qualche cosa di vinta: per avere un piccolo dono sulla vincita.
564 - In Plutarco, Detti memorabili di re e generali ("Alessandro").
565 - impio: irreligioso.
566 - tolto: assunto.
567 - cavalcata: la parola  usata in senso trivialmente equivoco.
568 - allegato: citato, rinomato.
569 - Mario da Volterra dei Maffei (m. 1537), noto come uomo dotato di colta facezia. Fu vescovo di Aquino (1516) e poi di Cavaillon in Francia (1525).
570 - essendosi per sorte traversato ad una di quelle finestrette: essendo per caso incappato in una inferriata.
571 - Agostino Bevazzano di Treviso: uomo di lettere, fu segretario del Bembo.
572 - avvilito: Svilito, ribassato di prezzo.
573 - freddo: poco faceto.
574 - Neppure se mi facessi il solletico.
575 - riprende: biasima.
576 - Federico I Gonzaga (1440-84).
577 - Niccol Leonico Tolomeo (l456-l531)~ veneziano. Insegn filosofia nello Studio di Padova.
578 - tassar: biasimare.
579 - Agostino Foglietta, nobile genovese, famoso per la sua abilit politica.
580 - Siate cos cortese da permettermi di non credere.
581 - sacramento: giuramento.
582 - Capitano spagnolo, che fu a lungo al servizio del Valentino.
583 - Probabilmente un uomo d'armi spagnolo.
584 - Francesco Alidosi, partigiano del papa Giulio II: fu vescovo di Mileto, indi di Pavia; dal 1505 ebbe la porpora cardinalizia. In seguito fu legato pontificio e arcivescovo di Bologna. Nel 1511 fu ucciso dal duca di Urbino. Il C. e altri scrittori legati alla corte urbinate lo descrivono come uomo tirannico, fazioso e violento.
585 - si rappresent: si present.
586 - Come si sa da abbozzi del Cortegiano, il gentiluomo  don Pedro Cervillon.
587 - La battaglia di Cerignola (1503), vinta dagli Spagnoli.
588 - Altro ufficiale spagnolo (m. 1525).
589 - Nipote di Federico da Montefeltro e tutore di Guidubaldo. Mor nel 1498.
590 - Un capitano di ventura, morto verso il 1488.
591 - Castello della Romagna, che papa Alessandro VI tolse ai Montefeltro e diede al Valentino.
592 - Fu appunto con l'aiuto di Venezia che il Duca pot riprendere il castello.
593 - stimulato: infastidito, seccato.
594 -  il notissimo aneddoto raccontato da Cicerone (De Oratore, II, LXVIII, 276).
595 - Un gaudente della corte spagnola ai tempi della regina Isabella.
596 - Probabilmente Beatrice de Bobadilla, marchesa di Moya.
597 - suoi domestici: amici intimi.
598 - Sospetto di riso, nel senso di cose tutt'altro che allegre dette in forma scherzosa. Vedi infatti gli aneddoti che seguono.
599 - per non restar impedito: per trarsi d'impaccio.
600 - gli Signori: i Priori.
601 - svilupparsi: liberarsi.
602 - si dechiara: si spiega.
603 - Nobile fiorentino (1471-1512). Visse in esilio militando per il Valentino e poi per Giulio II.
604 - Don Pedro de Acua, governatore spagnolo di Messina.
605 - "Questa lettera deve venir consegnata a chi  causa delle mie pene".
606 - Panno color rosa, molto distinto. Ricorda un motto dello stesso Cosimo (in Machiavelli, Istorie florentine, VII, 6): "come due canne di rosato facciano un uomo da bene".
607 - Si commenta quest'arguzia (Cian, Maier) nel senso che i dottori e le persone colte non dovevano aver fama di danarosi. Ma oltre al fatto che la cosa  discutibile, non fa parte del locus di questo capitolo, dove si dicono scherzosamente cose dure; esplicito  poi il rimando del C. ("Di questa sorte") alla barzelletta precedente. Io interpreterei nel senso che l'interlocutore del conte Ludovico era ignorante, e quindi vestendosi da dottore o da persona colta ("savio") nessuno avrebbe sospettato essere lui (sarebbe passato "incognito").
608 - saio d'arme: sopravveste da indossare sopra l'armatura.
609 - discrepanti: contrastanti, contraddittorie.
610 - Personaggio non identificato.
611 - Atto notarile falso, in cui un prete rinunziava ad un benefizio in suo favore. Anche questo, come quasi tutti gli aneddoti di questa parte,  imitato da Cicerone (De Oratore, II, LXX).
612 - Cameriere segreto di Giulio II e Leone X, morto nel 1536.
613 - Giovan Luca da Pontremoli e Domenico dalla Porta sono personaggi non identificati.
614 - indrizzare la Rota: raddrizzare (far funzionare meglio) il tribunale della Sacra Rota.
615 - Latino Giovenale dei Manetti (1486-1533), nobile romano: ebbe varie cariche alla corte pontificia.
616 - Peralta... Aldana... Molart... spagnoli i primi due, francese il terzo, ufficiali mercenari che militavano nei vari eserciti che allora combattevano in Italia.
617 - brevi: preghiere scritte portate indosso come portafortuna.
618 - devozione: in questo caso: oggetto sacro usato come amuleto.
619 - marano: ebreo in senso dispregiativo.
620 - Maestro Marco Antonio, probabilmente un medico urbinate un po'pazzo.
621 - Bottone da Cesena, personaggio non identificato.
622 - fenestrella: nel senso di asola.
623 - Per costruire l'apparato scenico necessario per rappresentare la vostra commedia occorrer tutto il legname della Dalmazia ("Schiavonia").
624 - S'intende, per impiccare Bottone; per costruire la forca occorrono tre travi.
625 - per avventura: per caso.
626 - cremos: cremisi.
627 - Personaggio non identificato.
628 - Il cardinale Giovanni de'Medici, di cui il Bibbiena era segretario.
629 - secrete: parti della messa che l'officiante dice a voce bassa.
630 - Capitano milanese, devoto a Ludovico il Moro duca di Milano.
631 - per tentar la volunt sua: sondare le sue intenzioni.
632 - raccrre: raccogliere. Questa che il C., seguendo del resto passo per passo Cicerone, tenta qui, non  tanto un'estetica del riso quanto una topica dell'umorismo, cio una classificazione empirica di situazioni che muovono al riso.
633 - novi: strani, inconsueti.
634 - che sono nell'effetto: che consistono nella cosa stessa, non nei giochi di parole.
635 - publico: apertamente.
636 - Osteria malfamata, nel paese omonimo tra Pesaro e Urbino.
637 - corrieri: corriere, commesso viaggiatore.
638 - segurt: alla lettera, "sicurezza"; qui, nel senso di "coraggio".
639 - espedir: sbrigare.
640 - Le due signore di Urbino, la Duchessa e la signora Emilia.
641 - ben divisato di panni: vestito in livrea.
642 - Francesco Borgia (1441-1511), figlio del cardinale Alfonso Borgia (poi papa Calisto III).
643 - zaffi: plebeo, rozzo.
644 - Una localit, oggi difficilmente identificabile, sul torrente Paglia, affluente del Tevere. Era allora importante come tappa sulla strada per Roma.
645 - rinegando: maledicendo.
646 - venire a contenzione del gioco: Litigare a causa del gioco.
647 - flusso: Terminologia del gioco della primiera. "Flusso"  una combinazione di carte. con la quale non  lecito "invitare" (chieder carta?) 3 Che.
648 - se: che
649 - non ti mancaremo: non ti faremo mancare.
650 - mercore: mercoled.
651 - venere: venerd.
652 - San Pietro ad Vincula: il cardinale della Rovere.
653 - quando son maschera: in maschera, mascherato.
654 - Il cardinale Luigi d'Aragona (1474-1519).
655 - Una via di Roma, che nei secoli xv e xvi era frequentatissima.
656 - giudicai aver trovata la mia ventura: quello che mi occorreva; noi in gergo diremmo: "da far bene".
657 - barigello: Bargello, capo della polizia.
658 - San Celso: una chiesa vicina a via dei Banchi: forse la chiesa del convento del frate.
659 - parea che andasse per cadere: sembrava che stesse l l per cadere.
660 - ad: da
661 - effetto: scopo.
662 - consumato: pieno, imbrattato.
663 - scapularo: scapolare, cappuccio dei frati che cade sulle spalle fino alle scapole.
664 - Lione, sul Rodano (Francia).
665 - Gentiluomo bolognese.
666 - debatto: litigio.
667 - svilupparsi: Liberarsi.
668 - Ponzio: Per congetture intorno a questo Ponzio (cfr. Cortegiano, ed. Cian, p. 283, n. 9).
669 - Ha quaranta piedi di perimetro.
670 - circundar: girare attorno.
671 - affermar: fermare.
672 - Gonella o Gonnella, il celebre buffone della corte estense, divenuto personaggio letterario.
673 - Ludovico Meliolo, buffone della corte mantovana.
674 - barraria: Truffa. Veramente, la ricordata "burla" del Ponzio  una vera e propria "truffa all'americana".
675 - acerbe: aspre, crudeli.
676 - da vantaggio: per di pi, per giunta.
677 - aver certezza dei figlioli: essere certi della paternit dei figli.
678 - Nel Decameron, nel quale si trovano le novelle citate
679 - Forse becchi, o in genere animali cornuti.
680 - Riferisce, narra.
681 - vigilie: Notti insonni.
682 - mi redamasse: mi riamasse.
683 - Pi che una concezione dell'amore Platonico, quale invece verr esposta dal Bembo nel I. IV, qui il Bibbiena espone, con molta finezza e grande sapore di modernit, la concezione di quello che potremmo dire "amore romantico".
684 - basci: baci.
685 - O non piuttosto il Boccaccio rispecchia un'altra epoca e quindi una diversa sensibilit e un diverso costume?
686 - occupava: riempiva.
687 - licenzia braccesca: saluto maneseo.
688 - osservino: abbiano osservanza, rispetto per.
689 - contenzione: discussione.
690 - disfavore: svantaggio.
691 - termine: arrivare fino a quel punto.
692 - formasse una donna di palazzo: il corrispondente femminile del "cortegiano".
693 - in suo servizio: per amor suo, per il suo bene.
694 - Non ci capiti.
695 - pur troppo: anche troppo.
696 - riducendosi insieme: ritrovandoci insieme, dandoci appuntamento a domani.
697 - In Aulo Gellio, Noctes Aeticae, 1, 1.
698 - a: da, attraverso quella..
699 - confidentemente: fiduciosamente.
700 - fingere: inventare.
701 - dalla mortale oblivione: salvare dall'oblio cui vanno soggette le cose mortali.
702 - le tre dee: erano Era (Giunone), Pallade Atena, Afrodite (Venere). Paride ("Paris"), chiamato a giudicare quale fosse la pi bella, le volle vedere nude.
703 - Poich gode una certa fama d'essere bella.
704 - Essenziale per capire come deve essere il cortegiano.
705 - dichiarir le cause: chiarire le origini.
706 - L'ordine della Giarrettiera (ingl. Garter).
707 - Gran Turco: il Sultano.
708 - Ismail I, fondatore della dinastia dei Safawidi, che nel 1502 assunse il titolo di re (shah) di Persia.
709 - atteso che: dal momento che.
710 - imbecillit: debolezza (propriamente: inettitudine alle armi).
711 - Non riservano per il servizio alla loro persona un cortigiano cos eccellente, (perch sarebbe sciupato).
712 - impertinente: non pertinente, sconveniente
713 - Allude alla favola (cfr. Ovidio, Metamorphoseis, X, vv. 243 sgg.) di Pigmalione re di Cipro che fece una statua rappresentante una bellissima fanciulla e se ne innamor al punto che ottenne da Venere che la convertisse in donna, e la spos.
714 - Senza nulla di mascolino.
715 - aggraziata da natura: naturalmente aggraziata.
716 - Cauta, prudente.
717 - continenzia: autocontrollo.
718 - governar le facult: amministrare i beni della casa, essere una buona economa.
719 - componer: improntare.
720 - donde: in modo che.
721 - mediocrit: equilibrio.
722 - selvatichi: Duri (qui, "austeri", ma nel senso di poca socievolezza).
723 - un mostro: una cosa mostruosa.
724 - danno argumento: inducono a congetturare.
725 - non  subietto: non c' materia o argomento importante; sono insomma parole superficiali.
726 - giudicio: giudizio, accortezza.
727 - inettamente: malaccortamente.
728 - delicatura: Dolcezza e delicatezza.
729 - diminuzioni: Termine musicale del Cinquecento, press'a poco sinonimo del nostro "abbellimenti" (mordenti, trilli, acciaccature. ecc.). Qui vuol dire "gorgheggi".
730 - nobile vergogna: aristocratico pudore.
731 - intertenere: intrattenere, conversare.
732 - Non si capisce donde il C. tragga questa notizia, sostanzialmente errata. Platone tendeva piuttosto alla pi completa possibile uguaglianza dei due sessi.
733 - vi sono per niente: al confronto non sono nulla.
734 -  difficile cogliere riferimenti precisi. Forse Platone (Simposio) e Aristotele (Sulla gererazione degli animali, 1, xxi).
735 -  l'ergon idon (e"rgon i"don) della filosofia aristotelica, che deriva dall'essenza dell'essere di cui  operazione, e nello stesso tempo, a posteriori, la rivela.
736 - freddissima: poco convincente.
737 -  la nota dottrina aristotelica.
738 - Non appartiene alla sostanza o forma sostanziale della specie "uomo". Il Magnifico imposta la questione nel linguaggio della filosofia aristotelica.
739 - accidenti: qualit accessorie o non essenziali.
740 - pi atte della mente: pi adatte a usare la mente, l'intelligenza, la speculazione filosofica.
741 - sedulit: diligenza, assiduit, laboriosit.
742 - Attua l'ideale dell'eternit (o meglio, della perpetuit).
743 - Concetto largamente diffuso nella letteratura platonica. (Cfr. Platone, Simposio, xxv sgg.; Ficino, Sopra lo amore, VI, xi).
744 - Nella sua forma specifica. Dottrina anche questa aristotelica: in re la forma  una potenza che tende all'atto.
745 - destruiriano: distruggerebbero.
746 - Il presunto autore degli Inni Orfici. Cfr. l'Inno a Giove
747 - Cfr. gli pseudoaristotelici Problemata, IV, 10; cfr. anche Sulla generazione de animali, 1, xxi.
748 - suggiugnendo: esponendo in seguito.
749 - vendicato: Si sono preso, hanno usurpato.
750 - Da persone capaci di capire queste "materie" e "forme".
751 - confesso: concedo.
752 - non sguita nelle cose miste: non vale, non si pu concludere per le.
753 - Si scioglie. Nota che tutto il discorso si fonda, alquanto arbitrariamente, su di una specie di fisiologia galenico-aristotelica, mescolando la dottrina galenica degli umori" con quella aristotelica dei quattro elementi (caldo, freddo, secco, umido).
754 - il nutrimento: l'alimento dato dall'umido.
755 - son meno vivaci: son meno vitali, longevi.
756 - Non prova nulla ne per una tesi n per l'altra.
757 - spiriti: gli "spiriti animali" che hanno sede nel cervello.
758 - Portano rapidamente le immagini sensibili all'intelletto, che ne astrae i concetti.
759 -  la nota dottrina platonica intorno al coraggio.
760 - morte manifesta: morte imminente, evidente.
761 - effetti: fatti, azioni.
762 - nella sacrestia ancor vi giova d'entrare: dal momento che vi piace entrare in argomenti religiosi.
763 - folli: frivoli, profani.
764 - maledetti: dannati.
765 - scordati: dimentichi.
766 - Cfr. Matteo, VI.
767 - affumati: luridi.
768 - Il Cian ritiene che la frase fosse una falsificazione o cattiva interpretazione di un passo di san Paolo (Ai Corinzi, XV), ancora ritenuta autentica da gran parte degli autori del Cinquecento. Per dal contesto pare che venisse attribuita a un fondatore o personaggio eminente ("una certa autorit di suo capo") di qualche ordine religioso, non all'Apostolo.
769 - Sedurre, indurre in pensieri di peccato.
770 - cotica: pelle (qui usato in modo dispregiativo: la cotica  la pelle o cotenna del maiale).
771 - Son contento: Acconsento a.
772 - apposto: rimproverato.
773 - impedito: imbarazzato.
774 - la moltitudine: il numero, il fatto che sono molte.
775 - barbare: straniere (non latine).
776 - La notizia in Giuseppe Flavio (Antichit giudaiche, XV, 5; XVI, I). Alessandra (m. 70 a. C.) fu moglie di Alessandro Gianneo, re dei Giudei, e gli succedette sul trono nel 79 a. C.
777 - incontinente: subito.
778 - rimanere: desistere.
779 - O meglio le mogli, di Mitridate VI re del Ponto (132-63 a. C.): si uccisero per non cadere in mano dei Romani. La notizia in Plutarco (Pompeo e Lucullo).
780 - Asdrubale, il generale cartaginese che si consegn vilmente ai Romani quando questi presero e distrussero Cartagine (146 a. C.); la moglie invece si gett nelle fiamme insieme ai figlioletti. Questo episodio, come il seguente di Armonia,  attinto da Valerio Massimo (Factorum et dictorum memorabilium libri, III, ii).
781 - Qui la memoria tradisce il C.: Armonia, figlia del tiranno Gelone (non Gerone) di Siracusa e moglie di Temistio, fu uccisa in una rivolta popolare.
782 - Frase poco chiara. Il senso per  questo: se si tratta di ostinazione (se ci vuole ostinazione),  certo.
783 - Allude a una novella divulgatissima e passata in proverbio ai tempi del C. Un marito, esasperato per l'ostinazione con cui la moglie continuava a dire "forbici", la getta nel pozzo: e questa, affogando, fa il segno delle forbici con due dita emergenti dall'acqua.
784 - Liberta greca facente parte della congiura dei Pisoni, resist alle torture e non pales il nome dei congiurati. La notizia in Tacito, Annales, XV, LVII.
785 - Celebre etera greca, partecip alla congiura di Armodio e Aristogitone contro Ippia tiranno di Atene; sottoposta a tortura, non parl. Anche Boccaccio, De claris mulieribus, parla di Leona, con varianti rispetto alla fonte greca (Pausania, Periegesi della Grecia, I, xxiii) che il C. non adotta.
786 - Marsiglia in Francia. Fu colonia focese, poi conquistata dai Romani.
787 - approvava: provava.
788 - incommodo: disturbo.
789 - ricordi: ammonimenti, raccomandazioni.
790 - Anche questo aneddoto in Valerio Massimo (II, vi).
791 - La fonte  Plutarco, Intorno alla virt delle donne.
792 - stato: posizione sociale.
793 - intrinseco: l'intimit.
794 - per gli ultimi doni: come ultime offerte.
795 - fu soprapreso d'alcune fuste: sopraggiunto da alcune leggere navi corsare, in uso saprattutto tra i Mori.
796 - Barberia (coste dell'Africa settentrionale tra l'Egitto e il Marocco).
797 - cattivo prigioniero (dal latino captivus).
798 - in capo d'un tempo: dopo un certo tempo.
799 - chiariti: informati
800 - acquetato di morire: si era rassegnato a morire.
801 - Ligorno: Livorno.
802 - sopragiunta: raggiunta e presa alla sprovvista.
803 - Aspasia e Diotima, due colte etere greche che furono maestre di Socrate.
804 - La notizia in Platone, Simposio, XXII.
805 - mostr le lettere: insegn la scrittura. La fonte  Plutarco, Vite (Romolo, cap. XXI).
806 - Mirti, poetessa.
807 - Corinna: altra poetessa greca.
808 - a tanta ruina avanzarono: Sopravvissero a cos grande strage.
809 - a scorrere il paese: Fare scorrerie per il paese.
810 - error maritimo: vagabondaggio per mare.
811 - La fonte  Plutarco, Intorno alla virt delle donne e Cagione d'usanze e costumi romani.
812 - Il primo impeto di collera.
813 - processe: deriv.
814 - augumento: accrescimento, sviluppo.
815 - concitato: suscitato e attirato (col famoso ratto delle Sabine).
816 - si esped: super tutti quegli attacchi con la vittoria.
817 - confederazione: alleanza.
818 - Tarpea, figlia del custode della rocca.
819 - Non si sa bene donde il C. abbia tratto le notizie intorno a questi due templi: forse dal commento di Servio a Virgilio?
820 - Qui la fonte  Plutarco, Vite (Romolo, xxix; Camillo, xxxiii).
821 - Una prostituta di nome Fulvia. (La notizia in Sallustio, Bellum Catilinarium, XXIII, 3-4).
822 - Il re di Macedonia Filippo V (237-179 a.C.), figlio ed erede di Demetrio II.
823 - Popolo dell'Asia Minore.
824 - ricopersero: rattopparono, corressero.
825 - La fonte di tutti gli aneddoti di questo paragrafo  Plutarco (Intorno alla virt delle donne, passim). L'ultimo  riferito piuttosto confusamente dal C.: i Persiani dapprima sconfitti combattevano per non contro Ciro.
826 - Alle donne spartane Plutarco ha dedicato uno dei suoi opuscoli (Apoftegmi di donne spartane).
827 - Teutoni, sconfitti da Mario ad Aquae Sextiae (Aix-en-Provence) nel 102 a.C.
828 - passarono: avvennero (spagnolismo).
829 - riprovi: confuti, smentisca.
830 - Non si capisce a quale Teodora alluda, se alla moglie di Giustiniano (m. 548), intelligente ed energica ma tutt'altro che virtuosa, o alla moglie di Teofilo (m. 867), santificata dalla Chiesa ortodossa.
831 - La famosissima Matilde di Canossa, marchesa di Toscana. Si ricordi che il conte Ludovico , appunto, di Canossa.
832 - aiutarmi: valermi.
833 - Anna di Bretagna (1476-1514): fu moglie di Carlo VIII e poi del suo successore Luigi XII, re di Francia.
834 - Margherita di Absburgo (1480-1530), zia di Carlo V: era governatrice dei Paesi Bassi.
835 - Isabella di Castiglia (1451-1504) e Ferdinando d'Aragona "il Cattolico" (14521516): la famosa coppia che unific la Spagna, distruggendo gli ultimi baluardi dei Mori.
836 - i privati: i favoriti di corte.
837 - grandi: i feudatari.
838 - L'ultimo regno moresco in Spagna: cadde nel 1492.
839 - La loro religione (musulmana).
840 - stabilita: salda e duratura.
841 - creati: eletti, scelti.
842 - Giovanna III (m. 1517) e Giovanna IV (m. 1518) d'Aragona.
843 - Beatrice d'Aragona (1457-1508), figlia d Ferdinando I di Napoli e moglie del re Mattia Corvino (1443-90), il grande eroe nazionale ungherese.
844 - L'infelice figlia di Alfonso II di Napoli, moglie di Gian Galeazzo Sforza, imprigionato e poi fatto uccidere da Ludovico il Moro.
845 - La grande principessa Isabella d'Este (1474-1539), che spos nel 1490 Francesco Gonzaga.
846 - saria forza: sarebbe necessario.
847 - Moglie di Ludovico il Moro, mor di parto nel 1497.
848 - Figlia di Ferdinando 1 re di Napoli e mogle di Ercole d'Este.
849 - cos moderatamente: con tanta fermezza d'animo.
850 - Moglie di Federico I d'Aragona re di Napoli, il quale fu tradito da Ferdinando il Cattolico e perdette il regno (1501). La moglie lo accompagn in esilio in Francia; alla sua morte (1504) ripar a Ferrara, dove mor nel 1533.
851 - Ferdinando, prigioniero in Spagna.
852 - Nella guerra del 1499.
853 - Il Cian tra questi "nobili poeti" cita lo stesso Castiglione (che in un carmen cant una giovinetta pisana caduta combattendo, non per contro i Fiorentini, ma contro i Francesi), il Marullo e il Pistoia.
854 Tomitis, regina dei Massageti (ma il C., seguendo il Boccaccio, De claris mulieribus, e non la fonte - Erodoto, I, 205-14 - dice "di Scizia"), respinse la richiesta di matrimonio di Ciro re di Persia e riusc a sconfiggerlo e ucciderlo. Artemisia, regina di Caria, vedova di Mausolo, che fece erigere il "Mausoleo". Zenobia, regina di Palmira. - Semiramide, la celeberrima regina di Assiria. - Cleopatra, la famosa regina di Egitto.
855 - Inavvertitamente, tra le grandi regine, il Magnifico Giuliano ne ha nominate due famose per la loro dissolutezza.
856 - Il re di Assiria (Assurbanipal IV, m. 798 a.C.), divenuto proverbiale per la sua dissolutezza.
857 - ssi: si .
858 - Il Magnifico parla ironicamente.
859 - vendicato: usurpato.
860 - imbecillit: debolezza, incapacit di resistere alle tentazioni.
861 - Non perch non ne abbiano molta voglia.
862 - E proprio nel momento della vittoria.
863 - La moglie e le due figlie.
864 - Cartagena.
865 - Filosofo platonico, scolarca dell'Accademia. Le fonti di questi episodi sono Valerio Massimo e Diogene Laerzio.
866 - La cortigiana Frine.
867 - quando: se.
868 - Le "sante orecchie" sono quelle delle due virtuose signore, la Duchessa ed Emilia Pio.
869 - lassare adrieto: tralasciare.
870 - Detto ironicamente.
871 - Inventare storie.
872 - fabule vituperose: dicerie disonoranti, maldicenze.
873 - donna di prezzo: donna di valore, donna rispettabile.
874 - periuri: spergiuri.
875 - ben condicionato: di buona condizione.
876 - erano ben chiari: si accorgevano chiaramente.
877 - la tenea in tante delizie: la conservava con tanto amore.
878 - terminata: decisa.
879 - per rispetto: a causa.
880 - concitarsi: suscitarsi.
881 - prolungata: ritardata.
882 - sincera: sicura.
883 - Aulo Gellio, Noctes Acticae, VII, viii, 1-6.
884 - Detto ironicamente.
885 - Essendo manifestamente impotente.
886 - in tal termine: a quel punto, in quel momento.
887 - Valerio Massimo (IV, iii).
888 - allopiato: narcotizzato dall'oppio.
889 - Demostene, secondo Aulo Gellio (I, viii, 1-6).
890 - iurisconsulti: legulei, avvocati, giudici, notai, uomini di legge in genere. In questo caso: notai
891 - Nel luglio 1501.
892 - attaccare: allacciare.
893 - l'albergo: la casa, l'abitazione.
894 - secondando: seguendo.
895 - Ludovico Gonzaga, che fu vescovo di Mantova dal 1483 al 1511.
896 - celebrato: frequentato.
897 - Chiesa di Roma sorta sopra le catacombe omonime.
898 - affog: strangol.
899 - Felice della Rovere, figlia del futuro papa Giulio Il e moglie di Giovanni Orsini. Come tutta la sua famiglia, era odiata da Alessandro VI.
900 - Saona: Savona.
901 - vidua: come vedova, per l'infermit del marito.
902 - viduit: vedovanza, incitata a chiedere l'annullamento del matrimonio.
903 - non fa numero: come dire: "una rondine non fa primavera".
904 - miracolose: eccezionali.
905 - non se le affronti: non le vada incontro.
906 - musica: serenate.
907 - Arti magiche. Tutto il passo echeggia il libro I dell'Ars amatoria ovidiana: ma, come abbiamo visto, anche il C. era uomo del suo tempo e credeva nella magia.
908 - non avendo rispetto che: Non tenendo conto del fatto che.
909 - feroce: aggressivo e valoroso.
910 - Il Bembo, Giuliano de'Medici, l'Unico Aretino.
911 - Allude al Cantico dei Cantici.
912 - lassinla a me: la lascino a me. Scherzoso.
913 - desterit: abilit, nel senso di savoir faire.
914 - chiara: certa e senza dubbi circa l'amore che le dichiara un uomo.
915 - Allusione all'Amadigi di Gaula: sopra l'Arco degli Innamorati stava la statua di un cavaliere con una tromba magica, che suonava in maniera orribile se colui che passava sotto l'arco era amante menzognero, in modo soave se l'innamorato era sincero.
916 - Infatti l'ha creata lui con le parole, e la vagheggia come sua.
917 - uscir di quel proposito: cambiare discorso o atteggiamento non dichiarandole pi un amore falso.
918 - estenuando: attenuando.
919 - come che sia: come se fosse.
920 - documenti: insegnamenti, dal latino docere, insegnare. (B.)
921 - (notiamo qui il principio e l'origine del cicisbeismo settecentesco) (B.)
922 - seculari: laici.
923 - stomacosi: ripugnanti.
924 - mi appello di: mi appello contro. Linguaggio giuridico usato scherzosamente.
925 - rusticit: rozza durezza di comportamento, mancanza di cortesia. (B.)
926 - universale: generale, valida per tutte le donne. (B.)
927 - bisogna molto avvertire: bisogna fare molta attenzione.
928 - scorrono: cadono, scivolano.
929 - uccelli: dia la caccia; in questo caso: cerchi pi che pu gli occhi... (B.).
930 - e da mo: da ora innanzi.
931 - graziose: condiscendenti, generose.
932 - la virt consista circa la difficult: che il valore consista nel riuscire in cose difficili.
933 - le voglie ritrose e rubelle d'amore: le donne che hanno voglia d'amare ma sono restie e ribelli all'amore. (B.)
934 - Per questi tanto confidenti di se stessi: Perci costoro che hanno tanta fiducia in se stessi.
935 - scifar: evitare.
936 - Si ricordi che l'Unico. Pietro Aretino, , o dice di essere, innamorato della Duchessa.
937 - bono argumento: prova.
938 - ricordo: consiglio.
939 - non le publichiate: non le mettiate in pubblico.
940 - la legge d'amore:  il noto principio ciceroniano che tanto sviluppo ebbe nella concezione medievale e rinascimentale dell'amore.
941 - dissimular di conoscere: fingere di non sapere.
942 - ambiguamente: vagamente.
943 - esito: Via d'uscita (latinismo).
944 - importino: implichino.
945 - precipiti: precipitosi, avventati.
946 - messi: messaggeri, ambasciatori.
947 - vivi spirti: spiriti vitali (che secondo la fisiologia galenica hanno sede nel cuore).
948 - stanza: residenza, "luogo naturale"; riecheggia la teoria dell'amore nella scuola siciliana (v. sonetto Amor  un desio che vien da core) (B.).
949 - l'esca e il focile: La materia infiammabile e l'acciarino che d la scintilla.
950 - Come disse Properzio, Elegiarum libri, II, xv.
951 - esito ai spirti: Per le quali escono gli spiriti.
952 - affaturano: incantano.
953 - Di qui la superstizione del "malocchio".
954 - publico: manifesto, conosciuto da molte persone.
955 - n certificarsi: e neppure essere certi.
956 - la grazia: il favore
957 - ruinarlo: farlo cadere in disgrazia.
958 - si mostran loro amici che altrimenti: pi amici che nemici.
959 - Linguaggio ermetico. Allude al curioso libro di Francesco Colonna, Hypnerotomachia Polyphili (Venezia 1499), una specie di romanzo d'amore allegorico scritto in un linguaggio misto di volgare, latino e greco.
960 - si diffidano di se stesse: Noi diremmo che sono prese da un complesso di inferiorit.
961 - n pur l'acqua che bevono: e (non meritino) neppure l'acqua che bevono.
962 - vi prometto: vi assicuro.
963 - terra: paese, citt.
964 - Il grande classico dell'amore; l'Ars amatoria parla del modo di tenere i segreti nel I. II, vv. 601 sgg-
965 - conforta: consiglia.
966 - internunci: per mezzo di intermediari, di ambasciatori.
967 - lo suspendeno: lo metteono nell'incertezza.
968 - fiere: feroci, belve.
969 - e retirato: e vi siete astenuto.
970 - maggior incontro: dar maggior forza d'urto.
971 - rompersi: dividersi.
972 - Nella sua camera da letto.
973 - passarono: furono tenuti.
974 - forn: fin. Nel 1511, a soli venticinque anni.
975 - La corte di Urbino.
976 - Morto a Bologna nel 1512.
977 - Morto nel 1513.
978 - creati: formati.
979 - Nel 1507.
980 - Bayeux (1516).
981 - Doge (1513).
982 - Nel 1513.
983 - Nel 1515. Nello stesso anno fu anche nominato capitano generale delle truppe pontifice.
984 - duca d'Urbino: succedette a Guidubaldo nel 1508.
985 - Eleonora Gonzaga: aveva sposato nel 1505, appena tredicenne, Francesco Maria della Rovere.
986 - fosse poco veduto: si fosse fatto poco vedere.
987 - alla: presso la.
988 - batteggia: battezza.
989 - detraere: sottrarre.
990 - fargliele superiore: renderlo a essa superiore.
991 - partoriscono: generano.
992 -  la nota distinzione aristotelica tra beni in s e beni relativi, che sono buoni come mezzi per un fine buono.
993 - simplicemente: "simpliciter", assolutamente.
994 - omo di grado: uomo che occupa un grado sociale elevato.
995 - rimoverlo: distoglierlo.
996 - prudenzia: saggezza.
997 - proposito: occasione.
998 - Ecco dunque che l'eticismo del C. culmina in una visione etico-pol quale pragmaticamente viene richiamato tutto l'ideale estetizzante (gi rinascimentale) del cortigiano quale  stato tracciato nei libri precedenti.
999 - persuasion: presunzione.
1000 - abbiano libero adito ad essi: che possano facilmente avvicinarsi e parlare loro.
1001 - oprano sempre a complacenzia: in modo da compiacere.
1002 - Piazza Navona, una delle piazze in cui si svolgeva il carnevale romano. I "colossi" erano grandi pupazzi, simili a quelli che ancora si usano nei cortei carnevaleschi.
1003 - strazzi: stracci.
1004 - ponderosa: mole pesante, peso.
1005 - A commettere usurpazioni e conquiste fino ai limiti del possibile.
1006 - Combatterebbero per evitare il regno come combattono per averlo.
1007 - Come al solito, la fonte sono gli Opuscoli morali di Plutarco ("Del principe ignorante").
1008 - Cimone: condottiero ateniese (515-449 a. C.).
1009 - convivii: banchetti sontuosi.
1010 - Di dirigere la loro vita secondo le regole di uomini eccezionali.
1011 - Eparninonda tebano (420-362 a. C.), seguace dell'oratore Lisia.
1012 - Il re di Sparta Agesilao, (442-362 a. C.), seguace del filosofo e storico Senofonte.
1013 - Scipione l'Africano, seguace del filosofo stoico Panezio di Rodi.
1014 - aspide: serpente velenoso.
1015 - contrasta: si oppone (entro se stesso), reagisce.
1016 - invidia: emulazione.
1017 - illecebre: lusinghe.
1018 - La similitudine verr ripresa, com' noto, quasi alla lettera dal Tasso. Ma la fonte comune  Lucrezio, De rerum natura, I, vv. 936 sgg.
1019 - Tali concetti sono largamente svOlti nella letteratura politico-moralistica dell'Antichit (in particolare nell'opuscolo citato di Plutarco). Ma non  qui il caso di indicare le fonti: il C. non tanto riecheggia fonti classiche quanto esprime le sue opinioni di uomo ancora legato al grande clima etico dell'Umanesimo.
1020 - mostri: insegni.
1021 - stroppiati: storpiati.
1022 - Ancor oggi  diffuso il pregiudizio che, per esempio, i guerci siano "segnati da Dio".
1023 - Nel Protagora di Platone (XI e XII).
1024 - artificiosa sapienzia: conoscenza tecnica; le arti meccaniche.
1025 - colligasseo insieme: Tenessero uniti.
1026 - Il problema "se la virt si possa insegnare"  uno dei temi principali del pensiero platonico ed , per esempio, ampiamente trattato nel Protagora (che il C. ha es,identemente presente mentre compone questo paragrafo). Ma  trattato anche dal solito Plutarco in uno dei suoi 0Puscoli ("Che la virt si pu insegnare"), che il C. ha pure presente.
1027 - lattume: crosta lattea.
1028 - pleuresia: Pleurite.
1029 - Ma lo fanno mirando al futuro.
1030 -  la nota dottrina aristotelica: la virni  una disposizione o babitus che si acquista con l'esercizio di azioni buone. t dunque una potenza che, contrariamente a quanto accade in natura, non precede ma segue l'atto.
1031 - s'adornan con la disciplina: si perfezionano con l'educazione.
1032 - Il complesso non  alienato dalla precedente impostazione aristotelica: anche se la virt non  innata (ch  potenza che segue l'atto),  innata tuttavia una certa disposizione o potenza alla virt. Per l'accentuazione platonicheggiante  indubbia: si ricordi che il C. in questo punto ha sottomano Plutarco.
1033 - suffocan: soffocano, costringono.
1034 - consuetudine: abitudine indotta dall'arte pedagogica.
1035 -  la nota tesi socratica qui un tantino attenuata ("quasi").
1036 - Anche questa  tesi platonica e aristotelica.
1037 - calamita: ago calamitato, bussola.
1038 - Il Bembo, contro il socratismo-aristotelismo del Fregoso, sostiene l'autentica Posizione platonica fondata sul contrasto delle "anime" in cui si divide l'anima umana nel corpo (razionale, irascibile, concupiscibile).
1039 - Secondo me, questo rimorso  detto "ambiguo" perch non  propriamente n razionale n sensibile, ma ha sede in quella parte "irascibile" dell'anima che, per essere collocata tra le altre due, tiene della natura di entrambe.
1040 - affetto: appetito, concupiscenza (sensibile).
1041 - s'apparecchiano: Si dispongono. La dottrina qui esposta  all'incirca quella di Plutarco (cfr. l'opuscolo "Della virt morale").
1042 - resti di farlo: Si trattenga dal farlo.
1043 - perturbazione: turbamento:
1044 - composto: armonizzato, equilibrato.
1045 - leva: toglie, distrugge.
1046 - se gli: gli si.
1047 - Come si vede, l'ideale etico dell'Umanesimo (e i n particolare l'ideale politico), fortemente antiascetico, non si attaglia del tutto, anche se ampiamente lo utilizza, al pensiero moralistico antico, culminante nell'apatbia stoica e nella platonica fuga dal mondo. Di qui il problema, largamente dibattuto nel Quattro e Cinquecento, della conciliazione di questo ideale con la concezione antica (e cristiana) della moralit. Sul terreno politico in particolare va ricordato il Nifo, De regnandi peritia, certamente noto e presente al C.
1048 - Com' noto, per Platone la giustizia era propriamente la virt; per Aristotele essa era per lo meno la principale.
1049 - La "prudenzia" (o "saggezza") consiste nella capacit di discernere il bene dal male.
1050 - La questione  una delle pi importanti della trattatistica politica antica e moderna. Impostata da Platone (Repubblica) e sulla sua traccia da Aristotele (Politica), venne in seguito ampiamente dibattuta. Nel momento in cui il C. la pone, essa ha un particolare significato: in Italia le libert comunali, oltralpe le libert feudali sono andate perdute; al loro posto sono subentrati qui Signorie e Principati, fuori si sono formate monarchie assolute. Ecco perch contro il signor Ottaviano, che pari pari riassume (nel cap. XXI) la dottrina aristotelica, il Bembo, questa volta, non sostiene la non molta diversa dottrina platonica, ma afferma i suoi sentimenti repubblicani di buon veneziano.
1051 - il loro re: in realt, la loro regina.
1052 - istituite: costituite.
1053 - perturbazione: errore.
1054 - Infatti l'ape regina, essendo sessuata,  anatomicamente e fisiologicamente molto diversa dalle operaie, che sono asessuate.
1055 - ottimati: nel Cinquecento  l'aristocrazia, in seguito la parte pi alta della la nobilt.
1056 - La "repubblica" o, noi oggi diciamo, "democrazia".
1057 - boni: L'oligarchia. Sostanzialmente comunque non cambia la situazione generale: al governo dei potenti che sono capaci si sostituisce quello di pochi potenti che non sono capaci (o non sono ritenuti capaci da quelli che in quel momento han perso il potere): e comunque chi conserva sempre nelle mani il tutto  il potere oligarchico, che diffonde il concetto della investitura ricevuta da una "deit" nella quale il popolo deve credere colle buone e colle cattive. L'aspetto pi deprimente  la condiscendenza della media e piccola nobilt che subisce le stesse sorti del popolo ma aspira a far parte di coloro che hanno il potere nelle mani.
1058 - Le gerarchie sociali.
1059 - Anche questa  dottrina aristotelica.
1060 - per essere: poich ci nonostante sono.
1061 - Magistrature. cariche pubbliche.
1062 - memoria: fama.
1063 -  la nota dottrina teologica della monarchia, ampiamente svolta dai trattatisti medievali (cfr. Tommaso d'Aquino, De regimine principum; Dante, De Monarchia; ecc.). E purtroppo il C., pur tanto ricco di accenti moderni in altri campi, qui non esce dagli angusti limiti del pensiero politico medievale, anzi resta al disotto di alcuni aspetti di quest'ultimo (non arriva neppure alla contrattualistica dei politici del Trecento). Gli manca totalmente l'idea dello Stato e della monarchia assoluta. Come Machiavelli (sebbene con tutt'altri intenti e tutt'altri accenti), egli idealizza il Principato italiano: dominio meramente personale, legato alla personalit individua del Signore, dove questi pu essere buona o cattiva guida, buono o cattivo esempio, ma non si identifica mai con quella comunit politica della quale  a capo e i cui interessi non coincidono con i suoi. Ma in Italia mancava l'esperienza storica dello Stato.
1064 - quel squadro: quella squadra.
1065 - Dal fatto che i governati sono buoni si pu arguire che il Principe  buono, perch egli  educatore ed esempio al popolo. Il Signore come "esempio"  tema assai diffuso nella letteratura umanistica.
1066 - inordinato: disordinato.
1067 - rilevare: Rialzare, sollevare.
1068 - intemperati: privi della virt della temperanza.
1069 - Biante  uno dei mitici "sette sapienti" dell'antica Ellade; il detto gli  attribuito da Aristotele (Etica Nicomachea, V, 1, 16).
1070 - La similitudine  in Plutarco, "Del principe ignorante".
1071 - intelligenzie: accordi, intese, congiure.
1072 - esploratori: qui nel significato di spie: stipendiano le spie.
1073 - omicidiali: sicari. (aggettivo con valore sostantivato)
1074 - Entrambi gli esempi sono nel citato opuscolo di Plutarco.
1075 -  l'importante distinzione introdotta da Aristotele (Etica Nicomachea), e alla quale si collega una disputa protrattasi a lungo in seno allo stesso Liceo (Dicearco contro Teofrasto) e anche fuori di esso (cfr. Cicerone, Seneca, Plotino, ecc.), tra vita contemplativa (teoretica, volta alla conoscenza) e vita attiva (pratica, volta principalmente alla politica). Quale delle due  superiore? Il problema venne ripreso ampiamente nella letteratura umanistico-rinascimentale (Landino, Ficino, Lorenzo de'Medici, ecc.). E non era mera esercitazione letteraria. L'ideale antiascetico dell'Umanesimo si trova in contrasto, come gi abbiamo osservato, con il tono prevalentemente contemplativo del pensiero moralistico antico; donde la ripresa dei temi di una polemica che gi nell'antichit aveva contrastato il finale prevalere dell'ideale della "vita contemplativa". Anche l'Umanesimo-Rinascimento seguir la stessa parabola: a mano a mano che, con la perdita delle libert, la cultura si estenuer da una parte in grammaticalismo, dall'altra in misticismo, l'ideale contemplativo finir per avere di nuovo il sopravvento. Il C., anche qui,  al momento del passaggio.
1076 - mi persuada: creda di.
1077- presupponetevi: partendo dal presupposto.
1078 - ferit: crudelt, barbarie
1079 - Popolo barbaro abitante nella Russia meridionale. Questa notizia, e quella seguente sull'uso iberico degli obelischi, in Aristotele, Politica, VII, II, 6.
1080 - indrizzare: innalzare, erigere.
1081 - mali: cattivi, malvagi.
1082 - nella guerra debbono intender i populi nelle virt utili: i popoli nella guerra devono volgere l'animo alle virt utili.
1083 - Questo "paternalismo"  il limite del pensiero politico del C. Paternalismo che  l'esatta contropartita rinascimentale del "machiavellismo": ma, appunto, non lo supera, muovendosi sul medesimo piano.
1084 - esento: libero.
1085 - Proverbio antico riferito da Aristotele (Politica, VIII, xiii, 17).
1086 - Anche questa  una dottrina aristotelica.
1087 - erudizione: prima educazione, "sgrossamento".
1088 - stabilirli: renderli stabili.
1089 -  la nota comunanza delle donne sostenuta da Platone nella Repubblica e volutamente interpretata dal misogino Pallavicino in senso lascivo.
1090 - Il C. ha forse in mente il governo inglese o gli "stati" francesi? Per l'idea  in Cicerone, De Republica, I, xxix
1091 - debita a tutti: dovere di tutti.
1092 - Ciropedia, I, vi, 3.
1093 - col menare ben le tavole: rimediare con l'abilit alla cattiva fortuna.
1094 - esizio: rovina e distruzione.
1095 - propinqui: parenti.
1096 - non avanzare, ma esser avanzati: non superare, ma essere superati.
1097 - forestieri: stranieri, mercenari. Contrariamente a quanto ritiene il Maier, non mi pare che qui il C. alluda alle milizie mercenarie, ma alle guardie del corpo o corpi di polizia dei principi.
1098 - contrafarle: trasgredirle.
1099 - strane: straniere.
1100 - cose nove: latinismo (studium rerum novarum), che significa aspirazioni rivoluzionarie, o forse meglio, qui, sovversive. La fenomenologia della rivoluzione qui brevemente schizzata si ispira ad Aristotele (Politica, V, ii-iii).
1101 - occorrere: prevenire.
1102 - rimediare: provvedere.
1103 - come d'aver: come se avesse.
1104 - tesauriero: tesoriere.
1105 - Francesco Gonzaga (1466-1519) comand l'esercito della Lega italiana che batt Carlo VIII a Fornovo.
1106 - per onor vivendo: per avere onore in vita.
1107 - Quella strada, che avrebbe dovuto unire il Vaticano con il Belvedere, non fu poi compiuta.
1108 - Pozzuoli.
1109 - Baia, nello stesso golfo.
1110 - Porto d'Anzio.
1111 - La fonte , come al solito, Plutarco.
1112 - risguardi: rispetti, scrupoli.
1113 - Di fronte all'ideale del principe buono, l'ideale, pur esso rinascimentale, del principe potente e guerriero. Due concetti che le monarchie assolute straniere cercheranno di superare in quello del monarca impersonatore dell'interesse dello Stato.
1114 - Crudeli personaggi o mostri mitologici uccisi da Teseo o da Ercole.
1115 - voltasser: rivolgessero. L'ideale della Crociata era ancora vivo in molti scrittori e politici del Rinascimento.
1116 - La fonte, come sempre,  Plutarco.
1117 - Cio: "Amici, sarebbe stata una disgrazia per noi il non perdere la guerra"
1118 - Il futuro Francesco I.
1119 - quanta mo quarta sera: quanto tre sere fa.
1120 - Il principe di Galles (Wales, donde il "Vuoglia"), il futuro Enrico VIII, figlio e successore (1509) di Enrico VII.
1121 - Si ricordi che il C. finge che i dialoghi del Cortegiano fossero stati tenuti in sua assenza mentre egli era in missione diplomatica in Inghilterra.
1122 - Il futuro Carlo V.
1123 - Il Sacro Romano Impero.
1124 - La Crociata.
1125 - Gli spettano, gli si addicono.
1126 - Proclamare da un pubblico banditore.
1127 - per esser mediocrit: ricorda l'assioma, di origine aristotelica, "in medio stat virtus".
1128 - indrizzano i legni distorti: che raddrizzano i legni incurvati: cio, in altri termini, dobbiamo ritrarci piuttosto dal piacere che dall'eccessivo ascetismo, essendo pi difficile cadere in quest'ultimo difetto. Anche questo  concetto aristotelico (Etica Nicomacbea, X, 1, 2).
1129 - circuiti: Circonlocuzioni.
1130 - per:  pleonastico: "S che non chiamate... minuzia cosa alcuna che possa migliorare..."
1131 - ed esser censore dei suoi monistri: e controllare i suoi ministri.
1132 - Unire le famiglie nemiche (cfr. Montecchi e Capuleti, ecc.) con vincoli di parentela.
1133 - artfici: artigiani, artisti.
1134 - ponga meta: ponga un limite.
1135 - I due misogini del gruppo.
1136 - il Frigio sottolinea il carattere utopistico delle concezioni politiche esposte dal Fregoso. Nota che la letteratura politica del Cinquecento  piena di scritti utopistici, pi o meno ricalcati sul modello della Repubblica o del Crizia platonici.
1137 - Nel 1507 doveva avere sette anni.
1138 - pretermesso: omesso.
1139 - Di Genova. Il Fregoso ne divenne effettivamente doge.
1140 - Dottrina aristotelica: la causa  maggiore (pi perfetta, pi "in atto") dell'effetto.
1141 - seguitare: riuscire.
1142 - La "donna di palazzo" da lui descritta e, come abbiamo visto, quasi vagheggiata.
1143 - tener: sostenere.
1144 - Riprende i concetti fondamentali dell'etica aristotelica.
1145 - tal termine: un limite tale.
1146-per esempio: come modello.
1147 - Il noto precettore di Achille. Per noi un Fenice "cortegiano" pu suonare anacronistico. Ma si osservi, in primo luogo, che  tipica dell'Umanesimo la "contemporaneit" dei classici antichi; in secondo luogo, che Omero ha in comune con il Cortegiano la rappresentazione idealizzata di un mondo aristocratico-militare (cavalleresco e cortese).
1148 - si fossero sdegnati: si sarebbero offesi.
1149 - Platone fu alla corte di Siracusa, presso i tiranni Dionigi I (390 a. C.) e Dionigi II (366-61).
1150 - Come al solito, la fonte  Plutarco.
1151 - La Battriana, sull'altopiano iranico.
1152 - autore: Consigliere, guida, ispiratore.
1153 - Un parente di Aristotele, che accompagn Alessandro nella spedizione asiatica, ma cadde in disgrazia e venne ucciso.
1154 - Parente di Dionisio II e discepolo di Platone. Ord una congiura contro il tiranno riuscendo ad abbatterlo, ma non riusc a tenere il governo.
1155 - litura: ripulitaura (la litura era l'operazione che si faceva levigando il foglio con la pietra; nell'antichit era la spalmatura sulla tavoletta della cera che ricopriva quanto c'era gi scritto con la parte inversa dello stilo).
1156 - ftisici: tisici.
1157 - insino alle medulle: fino al midollo, completamente.
1158 - Alla data fittizia di questi dialoghi il Bembo aveva trentasci anni.
1159 - Negli Asolani del Bembo, l'Eremita espone a Lavinello la dottrina dell'amore platonico.
1160 -  la nota definizione platonica.
1161 - elezione: scelta.
1162 - Partecipa della natura angelica. La dottrina (che ovviamente in questa forma non  di Platone)  tipica del platonismo (Ficino, Diacceto, ecc.), e non soltanto del platonismo (cfr. Pomponazzi).
1163 - Anche questa  teoria platonica rinascimentale (cfr. Ficino, Sopra lo amore).
1164 - mendoso: difettoso.
1165 - similitudine: somiglianza (con il vero Bene).
1166 - stagione: et.
1167 - La "pregione terrena"  il corpo, con la sua sensibilit.
1168 - applicata al ministerio: adibita al compito.
1169 - la sforzano: le fanno violenza.
1170 - suggetti: sudditi (seguaci).
1171 - nequicia: malvagit.
1172 - Quindi qui "vecchiaia" va preso per "et matura", "virilit".
1173 - sforzan: vincono, dominano.
1174 - connumerati: annoverati.
1175 - malissime, crudeli e spettose: cattivissime (malvage), crudeli e dispettose.
1176 - si turbasse: andasse in collera, si seccasse.
1177 - non mi tocca: non mi riguarda.
1178 - divertir il ragionamento: cambiare discorso.
1179 Stesicoro: poeta lirico greco di Imera contemporaneo di Saffo, vissuto tra la fine del 7 secolo e l'inizio del 6 a.C., che, secondo una leggenda riferita dal Bembo negli Asolani (L III), perdette la vita per aver parlato male di Elena.
1180 - Il concetto complessivo  platonico-rinascimentale, ampiamente sviluppato nella metafisica di Marsilio Ficino.
1181 - fisionomi: gli studiosi di fisiognomica.
1182 - il stato: la configurazione.
1183 - al pi basso segno: alla costellazione pi bassa.
1184 - cinque stelle. Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno.
1185 - diversamente: in orbite diverse.
1186 - L'idea dell'uomo-microcosmo (di origine stoica)  comune a tutto il pensiero del Rinascimento.
1187 - Alberi inclinati rispetto all'albero principale. I "lati" sono i fianchi della nave.
1188 - sarte: sartie.
1189 - colmo di mezzo: il culmine dei tetti a triangolo.
1190 - anzi le rimove: Ne le allontana.
1191 - fucata: Imbellettata, ricoperta artificialmente.
1192 - tuttavia: Continuamente.
1193 - di lui: di esso (del corpo).
1194 - virt visiva: la vista.
1195 - La vista e l'udito: i due sensi attraverso cui propriamente avviene la sublimazione artistica e, secondo una convinzione che sta al fondo di tutta la tradizione platonica, anche concettuale (onde vista e udito son qui detti che "tengon poco del corporeo e son ministri della ragione"). Al fondo di questa dottrina ficiniano-bembiana, qui ripresa dal C., sta dunque una subIimazione mistico-estetizzante di compiacimenti sensuali, in contrasto con l'ispirazione realistica delle prime due giornate del Cortegiano.
1196 - Viene ripreso dunque quello che  l'aspetto essenziale dell'amore platonico: il rapporto educativo che si stabilisce tra l'amante (educatore) e l'amato (educando). Senonch quella che era la traduzione ascetica di consuetudini di origine militare in un rapporto di educazione filosofica in seno a un taso (quale era l'Accademia di Platone), qui diviene rapporto uomo-donna in seno a una corte, e diviene quindi soltanto una forma di conversazione cortese.
1197 - Cfr. Platone, Simposio, e Ficino, Sopra lo amore, VI. ix.
1198 - con effetto: in modo concreto.
1199 - contra i suoi: contro i familiari.
1200 - anelito: soffio, spirito.
1201 - Cfr. il distico attribuito a Platone in Antologia Palatina, V, 78.
1202 - Cantica: Cantico dei Cantici, I, 1.
1203 - preverte: svia, rivolta, sconvolge.
1204 - passione: tormento, angoscia.
1205 - virt: potenze, forze.
1206 - viduata: privata del suo bene, quasi resa vedova.
1207 - I canali intorno al cuore, per i quali passano quelle "virt" di cui parlava prima.
1208 - Tutta questa strana fisiopsicologia della passione amorosa  pure di origine platonica (cfr. il Fedro).
1209 - revochi: ritragga.
1210 - Scalino. Ecco l'altro aspetto dell'amore platonico (cfr. il Simposio), anche secondo la rielaborazione del Ficino. L'amore  educazione dell'amato da parte dell'amante, ma  anche autoeducazione di quest'ultimo, se  filosofo. Infatti l'eros in ultima istanza  nostalgia che la visione del bello corporeo desta nell'anima in cui rimane il ricordo del bello ideale (che qui, con un cristianeggiamento formale, sar detto "angelico"), ossia dell'Idea del Bello: dal quale poi, con un ulteriore passo, l'anima ascende alla reminiscenza-contemplazione di tutto il mondo delle idee (qui, seguendo Agostino e Ficino, cristianeggiato in Dio).
1211 - impedito: limitato.
1212 - imaginazione: La facolt di ricevere immagini, la facolt percettiva.
1213 - potenzia organica: facolt legata agli organi (di senso) corporei.
1214 - ambiguit: confusione tra l'ordine ideale e l'ordine sensibile.
1215 - i fantasmi del corpo: per la concordanza che hanno le immagini percettive con il corpo.
1216 - commettersi: affidarsi.
1217 - purgata: purificata.
1218 - Gli occhi della mente.
1219 - virt motive: le facolt che presiedono al movimento (proprio dell'anima sensitiva).
1220 - Tipico morivo mistico, di ispirazione platonica ma soprattutto neoplatonica: nell'estasi l'anima contempla Dio (sommo Vero. sommo Bene, sommo Bello) direttamente, senza pi bisogno della mediazione dialettica, del "discorso della ragione".
1221 - Ombre della vera bellezza, che  la bellezza ideale o Idea del Bello.
1222 - Cfr. Ovidio, Metamorpboseis, IX, 152 sgg. 3 Che scesero sugli Apostoli.
1223 - ardente rubo di Mos: ardente roveto di Mos. Cfr. Esodo, III.
1224 - Cfr. Atti, 11, 1-4.
1225 - Cfr. Secondo libro dei Re, 11, 11-12.
1226 - indriciamo: indirizziamo.
1227 Reminiscenza petrarchesca. Cfr. Canzoniere, LXXII, v. 3.
1228 - stanzia: dimora.
1229 - mezzo: intermediario.
1230 - Al loro principio, ossia al mondo delle Idee.
1231 - Complimento alle belle signore e nobili signori della corte di Urbino.
1232 - I corpi, visibili agli occhi corporei, non hanno un verace essere; che hanno invece le idee, visibili solo agli "occhi della mente".
1233 - I padri della Chiesa, oppure, in genere, i filosofi mistici e i santi.
1234 - stupido: come in estasi.
1235 - L'amore  detto da Platone "divina follia".
1236 - m'aspiri: mi ispiri.
1237 - cinque piaghe: le famose stimmate.
1238 - Cfr. Seconda lettera ai Corinzi, XII, 1-5.
1239 - Cfr. Atti, VII, 56.
1240 - Lucifero, ossia il pianeta Venere quando appare all'alba.
1241 - Dia garanzia di rispettare la sentenza del giudice.
1242 - Lo dichiaro contumace.
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