/:/ Storia di Carducci.

   Tutti sanno come [il Carducci] conquistasse verso i trent'anni un
tono di poesia pi sua, una voce pi personale e persuasiva. A libe-
rarlo dalle pastoie del primitivo accademismo giovarono da un lato la
passione politica, sincera sebbene sprovvista di salde basi dottrinali;
dall'altro, l'allargarsi del suo orizzonte culturale, attraverso la lettura
(che fu veramente una rivelazione per lui, e la sola davvero fertile e
duraturadegli storici e ideologi francesi rivoluzionari e liberali e di
certi poeti francesi ancora, tedeschi e inglesi. Che cosa abbia signi-
ficato per il Carducci allora l'incontro con Michelet e Quinet, con
Proudhon e Hugo, lo disse assai bene quattordici anni or sono, in
un suo articolo, Luigi Foscolo Benedetto: fu la scoperta di un mon-
do, la conquista di una fede democratica, gi trasportata, con tutto
il suo bagaglio di splendide illusioni umanitarie e sociali, in vasti
schemi di interpretazione storica, in magnifiche forme di rappresen-
tazione poetica. Allora il pedante nemico di tutti i forestierumi pot
accogliere in parte le conquiste della civilt e del costume roman-
tico, e, si noti bene, in quelle parti proprio per cui essi custodivano
e continuavano il retaggio dell'et illuministica e giacobina, nel sen-
so cio della libert, della giustizia, dell'umana solidariet. Allora il
suo classicismo pedantesco si arricch di nuove e pi complesse e
varie risonanze; anche la sua polemica antiromantica trov una par-
ziale giustificazione atteggiandosi come rivolta agli aspetti reazionari
del Romanticismo cristianeggiante e cattolicizzante e ritorno alle ideo-
logie della grande rivoluzione. Allora infine, nell'attrito della pole-
mica quotidiana, anche la sua lirica si venne accostando al reale, la
sua lingua si ritempr in parte acquistando in energia e in concretezza.
    il periodo dell'Inno a Satana, e dei Giambi ed epodi: il libro
delle sue collere e delle sue malinconie pi vere.  il momento dello
slancio, dell esplosione, della autentica  scapigliatura  carducciana,
allorch il vecchio scudiere dei classici si libera almeno parzialmente
della sua arcaica armatura e si d, come egli stesso disse, a  correre
l'avventure a tutto suo rischio e pericolo . Ed  veramente una vo-
ce nuova quella che allora s'innalza di colpo nell'aria dimessa e un
poco afosa della letteratura intorno al 60: una voce di scarsa in-
tensit, bens, incapace delle risonanze umane e ideologiche e dei
toni intimi e profondi di un Leopardi e di un Manzoni, ma impe-
tuosa ardente e distesa. Il linguaggio lirico, affrancato dalla cappa di
piombo delle imitazioni e dei pregiudizi rettorici, si fa pi attuale,
tormentato, irto di sprezzature e di dissonanze, denso di oggetti e
di figure, di nomi e di fatti. Nessun momento della poesia carduc-
ciana e pi di questo legato, intricato in una sostanza di cronaca, di
ragioni e di affetti attuali, vivi, appassionanti. La furia politica e la
relativa libert tradizionalmente consentita alla satira, in quanto ge-
nere minore e meno obbligato al rigore di uno stile e di una lingua
illustri, aiutano il Carducci a disimpacciarsi dall'involucro letterario
ad applicare a una materia finalmente viva l'acquisita perizia for-
male. Berchet, dei nostri, ma pi ancora Hugo, Barbier, Heine gli
porgono l'avvo a ritrovare in se stesso i modi di una musica pi
alacre, estrosa, cantante, di un discorso pi mosso e accalorato di
generose negligenze, gli forniscono il piglio dell'invettiva, la fierezza
del sarcasmo.
   Allora anche quelli che sono i motivi pi intensi e fruttuosi del-
la sua ispirazione, dei quali prima non era dato di ritrovare se non
qualche raro e pallido presentimento annegato nell'uniforme vacuit
di un esperienza accademica, prendono consistenza, affiorano alla
superficie del canto e si traducono a momenti in espressione lirica.
Essi sono: l'impeto polemico della sua sdegnosa passione politica
e sociale, con l'annessa rievocazione di certi momenti della storia
assunti a valore di simbolo e paradigma di un'ideale civilt, e, le-
gato al primo pi che non paia, il movimento nostalgico ed evoca-
tivo, l'elegia di un'infanzia selvaggia e ribelle, ansiosa e torbida, che
si riflette in un paesaggio e in un costume conforme, le vaste soli-
tudini della Maremma, una natura anche essa irta, scontrosa, ardente
e temporalesca.
   A costituire il fondamento, e la forza, di questa fase dell'atti-
vit poetica carducciana, e di tutto il Carducci migliore, sta la sua
adesione, almeno per il momento abbastanza consapevole e corag-
giosa, alle ragioni pi vitali di una civilt in movimento, di un pro-
gresso che avanza, la sua partecipazione alla battaglia in corso per
salvare o condurre in porto le promesse democratiche della rivo-
luzione: il suo slancio giacobino e garibaldino, insomma. Di qui
nasce la maggior concretezza, il rilievo, la compattezza nuova della
sua poesia: e anche egli avverte allora  un avanzamento nel suo mo-
do di concepire , se pur si preoccupa ancora (il vecchio pedante non
 morto del tutto nel suo animo) di un possibile  deterioramento
in quello dell'esprimere . Invece  proprio la novit del linguaggio
quella che a tutta prima salta agli occhi. nei Giambi ed epodi che
si elabora quella che sar la forma del Carducci: la sua energia scat-
tante, le sue impennate prepotenti, quel suo modo tra accorato e
scontroso di confessarsi nei momenti lirici di ripiegamento e di rim-
pianto, le prime note di una robusta fantasia plastica che investe e
trasfigura paesaggi uomini situazioni della storiae il  verso auda-
ce  che  schiaffeggia  gli idoli di un  mondo falso , e l'ampio
respiro oratorio che regge la struttura del canto, e la dolcezza mesta
dei ricordi, l'autobiografia sollevata in una luce di epopea. vero
bens che questa forma giunger alla sua piena maturazione in anni
pi tardi e dar allra i suoi risultati pi cospicui; ma sempre come
per un ritorno e un riaccendersi del fuoco di quell'avventura prima,
del furore e dell'abbandono di quella battaglia giovanile, tanto pi
bella quanto pi s'allontana nel ricordo.
   Pare dunque certo che anche l'esperienza carducciana si collochi,
nel suo momento pi rappresentativo e ricco, nel quadro di un mo-
vimento culturale, che , con modi e forme diverse, di tutta l'Italia
letteraria fra il 60 e il 90. (E questo, sia detto per incidenza, con-
tro quei critici che vogliono farne un superstite attardato della pri-
ma generazione romantica, ovvero dichiarano l'impossibilit di tro-
vargli un posto nello svolgimento lineare della letteratura postroman-
tica.) Sta di fatto che, per un breve periodo, la volont di poesia e
la laboriosa letteratura di Enotrio Romano, riescono a coincidere,
fino ai limiti del possibile consentito dai suoi presupposti culturali,
con l'esigenza di realismo e di modernit che  di tutta la cultura e
la poetica del secondo Ottocento. Si ricordi che egli respinse s, in
virt del suo rigorismo accademico e anche del suo temperamento
esclusivo di lirico, gli sviluppi del verismo nella narrativa; ma difese
anche Stecchetti, e lod Betteloni, e discorse con equit e compren-
sione dei poeti  scapigliati , e fece l'apologia del realismo e della
spregiudicatezza, ahim alquanto generica e rettorica, dei cosiddetti
poeti veristi, che del resto amarono richiamarsi al suo esempio e imi-
tarono, come potevano, il suo linguaggio. Di questi veristi giunse
a difendere, in nome appunto della verit e della modernit, persino
il contenuto di polemica sociale. Erano gli anni in cui anche egli im-
precava contro il gusto borghese, contro i pregiudizi e le paure dei
moderati, e guardava con terrore al pericolo di diventare  il poeta
laureato dell'opinione pubblica ; gli anni in cui la sua passione ga-
ribaldina esplodeva e traboccava violentissima in versi e prose; e il
suo giacobinismo lo traeva a consentire con tutte le esigenze di pro-
gresso politico e di riforma economica.
   Sennonch quella passione rivoluzionaria, che coincide con il
momento pi attivo e vitale della sua opera, aveva poi troppo insuf-
ficienti sostegni ideali per reggersi a lungo e fornirgli la trama di
una poesia di vasto e continuato respiro. La povert della sua for-
mazione culturale, l'orizzonte ristretto e provinciale della sua edu-
cazione tendevano a risolvere quello slancio in miti splendenti, ma
un po' vuoti, in immagini eloquenti, ma punto rigorose e aperte a
tutte le confusioni e deviazioni della rettorica. Lo spirito del Risor-
gimento si diluiva in una generica ideologia nazionalistica. Giustizia
e libert restavano ideali astratti, se non riuscivano ad incarnarsi in
una concreta situazione di contrasti di classe. L'alfierismo, il fosco-
lismo e lo stesso mazzinianesimo, trasportati in una situazione di-
versa, pi dura e spoglia, irta di problemi pratici urgenti, rivelavano
tutta la loro inadeguatezza.
   Occorre rendersi conto di questi limiti, che sono poi i limiti in
concreto dell'educazione esclusivamente letteraria del Carducci, per
arrivare a comprendere il successivo rapido decadere e restringersi
e impoverirsi della sua poesia. Basta richiamare alla mente il modo
in cui prendono corpo letterariamente i tentativi di protesta e di
denuncia del poeta sul terreno sociale (per esempio, nel Congedo
dei Levia Gravia, oppure in Carnevale, che svolge un tema frequente
proprio nella poesia degli  scapigliati )-- tutta quella sostanza
reale di miseria, di squallida fame, tradotta in termini di vieta ret-
torica sentimentale, in un linguaggio aulico e solenne fino a sfiorare
il ridicolo; --basta sottolineare quel che v' di generico sempre
nell'affermazione degli ideali che egli persegue ed esalta ( giovani
sogni ,  desii splendidi ,  velato amor , belle immagini dietro
le quali non si riesce a veder nulla di chiaro e di preciso), e cos
nella rappresentazione degli oggetti della sua collera (il  mondo
falso ,  i mostri ed i giganti , o addirittura  tutti i tiranni )per
capire quanta scarsa sostanza di valori ideologici, oltre la sincera ma
contingente esigenza unitaria e antivaticanesca, fornisca l'appiglio
all'irruente oratoria dei Giambi. Resta la battaglia in se stessa, come
un momento di felicit e di espansione, che baster a riempire col ri-
cordo il vuoto degli anni venturi; resta il culto di alcune grandi me-
morie storiche, in cui l'animo giacobino ama riconoscersi e ripren-
der calore: i Comuni, la Rivoluzione francese.
   E da questo fondo, dove c' una passione sincera e insieme tanta
uggia di rettorica e povert di ragioni e di cultura, che nasce l'ora-
toria e la poesia del Carducci: l'oratoria, prima, con la sua irruenza
e il suo impeto, schietti bens, ma un po' vani; e poi, in margine, la
poesia, come evocazione nostalgica di un'et libera e ribelle idoleg-
giata nella storia o nelle memorie d'infanzia. Il poeta, che aveva vo-
luto atteggiarsi a vate e profeta d'un mondo nuovo, trova infine i
suoi accenti pi sinceri nell'elegia storica ed autobiograica. Si veda
la Ripresa, che  il punto di partenza e un pola chiave di tutta la
poesia carducciana: dove le variazioni polemiche e le affermazioni
ideali e il movimento oratorio approdano da ultimo al lirismo evo-
cativo del ricordo di Mameli, o meglio ancora del paesaggio marem-
mano, a quelle  vedove piaggie , a quei  colli arsicci e foschi ,
a quel  silenzio meridian fulgente , in cui il cruccio del polemista
e l'ansia del tribuno si rasserenano e trovano pace, e il linguaggio si
distende e si alleggerisce: e pur questa serenit e distensione e leg-
gerezza non sarebbero senza l'ombra di quel cruccio e di quell'ansia,
n il vigore lirico senza la spinta di quell'oratoria che mette in moto
la fantasia e la riscalda.
   Tutto il pi vero Carducci  gi qui: quello che, con maggior
pienezza di vena, fluisce in alcune delle Rime nuoue e, in minor mi-
sura, delle Odi barbare; nel momento pi alto cio e pi equilibrato,
pi consapevole e pi ricco di una parabola poetica gi premuta e
insidiata dall'afa della decadenza imminente. Una stessa malinconia,
virile e flera, senza compiacenze e senza indugi accidiosi, investir i
paesaggi di maremma, rievocati con quel senso nuovo di  verit nu-
da e nervosa , che risuscita insieme un luogo ed un'et, una situa-
zione naturale e il sapore di un'adolescenza aspra e ardente (Idillio
maremmano e Davanti San Guido, Nostalgia e San Martino), e i pae-
saggi storici investiti dalla medesima nostalgia di libert e d'eroismo,
mossi da un medesimo fervore polemico (Sui campi di Marengo
Faida di Comune, Il comune rustico, e, per quel che vi rimane di
caldo e di vivo, al di l della stesura gi alquanto stilizzata e labo-
riosa, taluni episodi della Canzone di Legnano, del Ca ira). Pochi
componimenti, ma nati da un'ingenua facolt di accensione e di ab-
bandono al ritmo cantante della fantasia, e nei quali pure si configu-
ra tutto, e si esaurisce, il profilo di un poeta minore, cui solo rari e
brevi toccarono in sorte i momenti di piena e persuasiva felicit.
Solo un discorso analitico potrebbe del resto dimostrare quanta fa-
tica di invenzioni e stento di linguaggio circondi d'ogni parte e ac-
compagni questa genuina e breveoritura di poesia: e questo discor-
so sarebbe qui fuor di luogo, e inutile ormai, da quando solo ai mae-
stri di scuola e ai pedanti sembra sia rimasto il privilegio di riuscire
ad entusiasmarsi a proposito, magari, del  pio bove  o del poeta
 pover manuale  e di altrettante pagine fra le pi grige e fredde
del Carducci letterato.
   Giova piuttosto dir qualcosa sulla qualit di quest'arte, dove es-
sa raggiunge il vertice della sua efficacia. Non  una poesia varia di
tono n ricca di spunti, anzi un pouniforme e senza sorprese. Ad
ogni modo le giova proprio la sua fedelt a certi temi, che, dove il
poeta li tocchi, sempre rispondono con un accento sicuro e limpido
Non ha ampiezza di svolgimenti, n rigore, propriamente, di rappre
sentazione: ch dovunque la sua forza, meglio che da certe parole e
immagini singole, nasce dai movimento travolgente del canto, da un
calore di commozione che  pi del ritmo nel suo complesso che non
degli elementi del linguaggio presi ad uno ad uno. Ma proprio in
questi suoi modi un po' sommari e aggressivi, con cui afferma il mo-
tivo e l'incalza, in questa oratoria popolaresca dominata ma non sof-
focata aalla sapienza formale, consisie la sua virt: e perci i ritmi
facili e un po' andanti, quel tanto di ingenua sprezzatura che asse-
conda l'impeto cordiale e traboccante degli affetti nell'Idillio marem-
mano o in Davanti San Guido; e perci le rappresentazioni storiche
sbozzate con un pennello impaziente da macchiaiolo di Sui campi di
Marengo e di Faida di Comune hanno tanta pi forza di commuover-
ci ancora, a paragone della levigata preziosit, degli effetti ricerca-
ti, dei quadretti rifiniti delle pi famose fra le Odi barbare.
   E venne poi, rapida, la decadenza dell'uomo e del poeta. A quel
modo che il generico rivoluzionarismo del Carducci non poteva reg-
gere agli urti di una realt in cui i contrasti si acuivano e i problemi
della libert e della giustizia prendevano corpo in una lotta ben de-
finita; cos, analogamonte, il suo sentimento tutto letterario e for-
malistico della tradizione doveva ben presto lasciar cadere le supersti-
ti esigenze di realismo e aprir la strada a tutte le deviazioni estetiz-
zanti, a una sorta di parnassianismo italico e provinciale, senza nep-
pure il sapore acre e la luminosit dorata di quello francese, ma con
molto peso in pi di accademia e di erudizione professorale. Nell'ar-
te, come nella vita, il poeta era portato quasi fatalmente a rinchiu-
dersi sempre pi nel limbo delle sue astrazioni.
   Dell'uomo,  ben noto quale fosse, a larghe linee, la vicenda ter-
rena. Il giacobino dei Giambi doveva, stingendo giorno per giorno
la sua rossa bandiera, trasformarsi a poco a poco in un girondino
annacquato e conciliante. Il democratico, che predicava con Mazzini
il progresso con tutte le sue forze, per tutte le sue vie, sino all'ul-
timo suo fine, in tutti i suoi modi, nulla escluso, nulla rifiutato, nul-
la diminuito o attenuato o dissimulato, doveva chiudersi un po'
per volta nel bozzolo di un ideale conservatore, imperniato sull' or-
dinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle classi mez-
zane , con il timido accenno bens a  una graduale trasformazione
e ascensione delle classi inferiori verso il meglio , ma bilanciato e
corretto dall'esigenza di  un'aristocrazia almeno del pensiero, del-
la scienza, dell'arte . L'uomo, che pur s'era aperto per un certo
tempo alla considerazione di problemi sociali, e aveva additato con
amarezza le condizioni della  plebe contadina e cafona , che  muo-
re di fame, o imbestia di pellagra e di superstizione, o emigra ; che
era giunto perfino a rendersi conto della menzogna della libert e
dell'eguaglianza borghese, e nel 68 aveva scritto:  La civilt bor-
ghese dice alla plebe: Bada, io sto quass su questo monte: tu se'
padrona di venirci quando vuoi: io non mander i miei valletti a
respingerti a bastonate o a sassate. Non hai le gambe? Vieni: se no,
la colpa  tua, che se' poltrona. Lasciamo che all'occasione manda
altro che valletti, anzi marcia ella stessa a respingere la plebe se
d retta a quelle voci. Ma la plebe ha poi la catena e la palla del
galeotto al piede, onde non si pu muovere ; l'uomo che aveva
esaltato in versi la  santa canaglia , gli operai parigini del 48,
e difeso in prosa gli scioperanti bolognesi del 68, e mostrato, se
non altro, di saper riconoscere e rispettare nei socialisti il corag-
gio e l'idealit nobilissima dell'azione; doveva poi ridursi a de-
clamare nei tardi anni contro il  torbido comunismo , contro il
 socialismo settario ed egoistico , contro i  buffoni di piazza  e
le scimmie ubriache d'acquavite. L'intransigenza repubblicana do-
veva cedere il posto a un'accettazione della monarchia, dapprima ras-
segnata, poi sempre pi consapevole, finch arriver a confessare di
ritener pericolosa e deprecabile ai suoi tempi la repubblica per ti-
more di  una inoculazione italica del comunismo parigino , e scon-
sigliabile un'alleanza dei repubblicani coi socialisti perch essa por-
terebbe quelli a  perder pi sempre terreno nella maggioranza le-
gale del paese, che , secondo il genio itaiisno, conservatrice . Il
democratico e umanitario di scuola francese era destinato a cedere il
posto al cieco esaltatore di Crispi (della sua politica estera avventu-
rosa ed imperialistica, e di quella interna retriva e poliziesca), al
denigratore della democrazia parlamentare e del suffragio allargato,
al cantore dell'Italia armata e guerriera. Per chi scorre l'epistolario
e gli scritti degli ultimi decenni,  un penoso spettacolo assistere
alla progressiva decadenza del vecchio tribuno, che ora si piega con
senile compiacimento ad ammirare le rare ed eccelse doti di critica
letteraria e di gusto della regina Margherita, che si reca a far da
padrino alle bandiere dei circoli monarchici, che invia telegrammi di
plauso al Conte di Torino, e si fa organizzare banchetti e festeggia-
menti dagli aristocratici villeggianti delle stazioni alpine di cura. Il
fatto  che il poeta, che era mosso da un senso vigoroso, polemico,
popolaresco della missione affidata allo scrittore, si veniva ora sem-
pre pi acconciando alla sua parte di vate ufficioso, di poeta lau-
reato, di interprete dell'opinione dominante e degli interessi e dei
gusti della classe al potere. E del resto questo processo involutivo
interno, che costituisce la parabola dello spirito, e anche dell'arte
carducciana, con le sue contraddizioni invano dissimulate all'ombra
di un generico patriottismo, risponde assai da vicino all'analogo svol-
gimento dei ceti politici dirigenti dell'Italia (si pensi all'evoluzione
di tanti uomini, e non dei meno in vista, delia sinistra garibaldina e
mazziniana), nel trapasso dalla rivoluzione liberale del Risorgimen-
to al plumbeo conservatorismo di fine secolo.
   Cadute le fragili barriere ideologiche di un rivoluzionarismo, che
era quasi soltanto un impeto, uno scatto del sentimento, la tabe ori-
ginaria del primo nazionalismo provinciale riaffiora e dilaga. E ana-
logamente, con lo spegnersi del calore polemico deila giovinezza
torna fuori l'educazione formalistica e accademica, il culto dell'arte
in se stessa, e sbocca nel preziosismo elegante o peggio nella retto-
rica ufficiosa e fastosa dell'ultima fase della letteratura carducciana.
Che la decadenza del poeta, pur nel sopravvivere e nel relativo raf-
finarsi dell'artista,  parallela a quella dell'uomo e del cittadino
   Gi nella maggior parte delle Odi barbare e in certe sezioni delle
Rime nuove, e pi ancora nelle Rime e ritmi, il linguaggio torna
all'astratto, al generico, non sa pi ritrovare gli scatti l'irruenza l'e-
nergia dei tempi felici, si fa liscio e decorativo. I paesaggi non han-
no pi quel sapore di verit e di intima necessit, piegano ognor pi
verso l'oleografia (anche i migliori--Nella piazza di San Petronio,
per esempio--hanno un che di alessandrino, una finitezza che sa
di maniera, una lingua decorosa che non fa pi presa sugli oggetti
della fantasia, ma li accarezza e li adorna dall'esterno). Le rievoca-
zioni storiche, che non germinano pi da un fuoco di passione, si
fanno sempre pi fredde e distaccate; e si giunge fino all'eloquenza
celebrativa e di parata delle grandi odi--Piemonte, Cadore, Alla
citt di Ferrara, Bicocca di San Giacomo--cos care ai declamatori
e ai virtuosi degli spettacoli di beneficenza. La fiera nostalgia di un
eroico passato, dopo le Primavere elleniche, si svia dietro il miraggio
di un'evasione tutta letteraria nel regno del mito, delle belle favole
antiche, di una Grecia tra parnassiana e accademica. Anche i super-
stiti motivi polemici, per esempio nell'ode Alle fonti del Clitumno,
perdono il loro acre sapore di modernit, si smarriscono nelle volute
di un'oratoria splendida, ma ormai stanca. Qui veramente la lettera-
tura troppo amata e il neoclassicismo del Carducci, che in un primo
tempo erano mera pedanteria, e nel momento migliore s'erano rin-
novati allo stimolo di una precisa passione polemica, ora mettono
allo scoperto l'implicita tendenza estetizzante e preannunciano le
effimere esperienze, il virtuosismo e la sensualit verbale, dell'et
dannunziana.
   Tutta quest'ultima poesia carducciana (che ha il suo pendant in
prosa nelle grandi orazioni, di una rettorica laboriosa e un po' tea-
trale, per la morte di Garibaldi, per la libert di San Marino) pog-
gia,  tempo alfine di riconoscerlo francamente, su un'aridit di sen-
timento, che si fa di giorno in giorno pi paurosa. Di volta in volta,
il mettersi in posa e gonfiar le gote all'eloquenza pindarica dei gior-
ni solenni, ovvero il ripiegare in un minuto e sottile impegno di
arte tutta descrittiva e distrarsi dal reale immergendosi nei pazienti
 lavori di cesello , nei ricami metrici, negli arabeschi decorativi,
son le due vie per cui il poeta si sforza, e in parte ci riesce, a ma-
scherare, prima di tutto a se stesso, questo suo vuoto interiore. E
certo nelle grandi odi, il tono falsamente profetico e la struttura
tutta cerebrale e macchinosa possono dar pi fastidio; mentre nei
lavori di cesello resta, a salvarli in parte, una gelida e casta grazia,
un'accorta sapienza verbale, a volte (ma cos di rado) una nota pi
schietta di malinconia, che  come la coscienza a tratti risorgente di
quel vuoto e freddo dell'anima e un rimpianto dell'antico calore. E
tuttavia, nell'assenza pressoch costante di un'ispirazione che nasca
dal profondo, le due vie si equivalgono e conducono a un'identica
meta.
   Del resto la storia, che qui  narrata, di un poeta, della sua ascesa
e della sua decadenza, acquista un valore esemplare se noi la pro-
iettiamo (che non  difficile) sullo schermo delle vicende sociali e
politiche di quel periodo storico. Nel momento in cui la rivoluzione
borghese del Risorgimento si avviava alla sua conclusione, attraver-
so il compromesso monarchico, che assicurava bens alla classe vitto-
riosa un concreto vantaggio economico, e cio una possibilit di pi
intenso sfruttamento del mercato nazionale, ma a patto di rinun-
ciare almeno per il momento a risolvere fino in fondo i problemi
sostanziali dell'indipendenza, dell'unit nazionale e della libert de-
mocratica, da cui pure la rivoluzione aveva preso il suo impulso ini-
ziale; negli strati pi avanzati della piccola borghesia soprattutto
intellettuale si manifesta un atteggiamento di delusione e disgusto
afliorano rancori e proteste, la denuncia del tradimento che  in cor-
so degli ideali lungamente perseguiti, il proposito di impedire che
lo slancio rivoluzionario ancor vivo in taluni gruppi del movimento
mazziniano e garibaldino s'impantani e vada sommerso nell'euforia
di una vittoria troppo facile e che lascia sussistere troppe miserie
reali, troppi residui di un odioso passato. Allora, all'agitarsi confuso
delle tendenze democratiche giacobine e garibaldine e alle prime
apparizioni di un socialismo di tipo libertario, bakuniniano, sul pia-
no politico, corrispondono, sul piano culturale e letterario, anche il
rivoluzionarismo degli  scapigliati  lombardi e piemontesi, il gia-
cobinismo e l'anticlericalismo del Carducci dei Giambi, e altri consi-
mili fenomeni, tentativi di una letteratura ricca di motivi polemici,
di interessi politici e di proteste sociali, che si avanza baldanzosa die-
tro la bandiera di una poetica di realismo. A mano a mano per che
i termini del problema si vengono chiarendo e precisando e sboccano
in un aperto conflitto di classi, mentre sorgono i primi moti conta-
dini nel Nord e nel Sud, e si costituiscono le leghe e i sindacati e
sorge un partito di lavoratori; noi assistiamo al rapido processo in-
volutivo di queste correnti pi avanzate della piccola borghesia, alla
loro crescente paura, al loro progressivo distaccarsi dal blocco delle
forze popolari per rimettersi pentiti al servizio dei gruppi pi retri-
vi, ma pl potenti, della classe dominante.
   Questa involuzione  evidente, e documentabile, sul terreno ideo-
logico nel suo complesso, in tutti i campi e gli aspetti della vita cul-
turale letteraria ed artistica italiana ed evidentissima nel Carducci.
A questa involuzione corrisponde, dal punto di vista dell'arte, un
impoverirsi e restringersi della materia sentimentale, del lievito uma-
no e poetico; una carenza affettiva e un ristagno formale; un distacco
sempre pi grave dai temi della vita reale, che si risolve di volta in
volta nel conformismo della rettorica o nell'abbandono ai miraggi
dell'evasione, del sogno. In questo senso il Carducci fu veramente
il poeta rappresentativo di un momento della nostra storia; il gia-
cobino Carducci prima, e poi il Carducci retore e filisteo della fine
del secolo. In lui, ad accelerare e aggravare il processo involutivo,
s'aggiunse anche il carattere fin dal principio tutto letterario, e per-
tanto pi povero, pi chiuso, pi indiretto, della sua esperienza (a
paragone, per esempio, degli  scapigliati ): donde anche la portata mi-
nore e la manifesta sterilit del suo esempio.
   Eppure proprio questo Carducci precocemente decaduto fu, e
in parte ancora resta, il pi ammirato (non si dice gi dai letterati
di gusto pi scaltro). Questa singolare fortuna  incominciata dal
momento in cui tutta l'Italia peggiore, quella dei salotti e delle ac-
cademie, dei professori e delle signore per benedella rettorica pro-
vinciale e della demagogia nazionalista, credette d'aver trovato final-
mente il suo poeta, si riconobbe in lui e intorno a lui si raccolse per
festeggiarlo e acclamarlo. Sennonch proprio questa ammirazione
unanime, in cui si trovavano e si trovano d'accordo cattolici e mas-
soni, monarchici e mazziniani, e i retori di tutte le tinte e di tutte
le razze, era la miglior prova del fallimento della sua ambizione di
vate, della inconsistenza del suo professato e ostentato magistero ci-
vile.
   A noi piace invece dimenticare questo Carducci dei giorni festi-
vi e tornare, se mai, a rileggerci le scarse rime della sua stagione mi-
gliore, e ritrovare quel piglio aggressivo, quella scontrosa tristezza,
quella musica virile e un po' impacciata, un po ingenua e goffa, in
cui veramente possiamo riconoscerlo ed amarlo poeta. Poeta minore,
abbiam detto: e crediamo che sia l'unico modo di affermare con sin-
cerit, e non per una pigra consuetudine, le ragioni per cui il suo
dono ancora vive in noi e il suo nome dura. Forse egli stesso, quan-
do si paragonava ai pi veramente grandi, ai classici, non avrebbe po-
tuto e saputo sperare un riconoscimento maggiore.

NATALINO SAPEGNO:
Da Ritratto di Manzoni e altri saggi, Bari, Laterza, pp. 241-55.

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