/:/ Carducci senza retorica.

Ma io debbo dare la ragione del perch ho voluto intitolare un
mio volume di studi Carducci senza retorica. Era stato esaltato, per
circa un quarantennio, vivendo il poeta stesso, un Carducci, vate del-
la terza Italia. I vati per fortuna oggi sono tutti finiti e seppelliti.
Ci sono stati due pretesi successori del Carducci, che vollero porre
la candidatura a vati nazionali, proprio in articulo mortis d'un pro-
cesso storico prossimo ad esaurirsi e che risaliva al Settecento. Han-
no abboccato i pi ingenui, o i pi incolti, ma tali poeti sono tra-
montati rapidamente in coteste loro spurie ambizioni. Senza dire
che il vate del Carducci aveva qualcosa di religioso e di profetico,
appunto perch risaliva a Vittorio Alfieri, e di l possiamo dire che
risalisse anche alle pagine della Scienza nuova di Vico. Lo stesso
Foscolo non parl mai di Roma, fece un semplice accenno al regno
della Giulia gente, ma idoleggi Zacinto e Firenze, oltre che Venezia,
non solo nei Sepolcri, ma anche nelle stesse Grazie. La romanit di
cui si  fatto tanto abuso in questi ultimi quarant'anni era stata rifiu-
tata dallo stesso versiliese, il quale di Roma prediligeva i quartieri
diroccati e pi squallidi, Roma oppressa malinconicamente dal suo
passato e dalla dea Febbre, quella descritta nella mirabile poesia Da-
vanti alle terme di Caracalla. Allo stesso modo possiamo dire che
dell'ode Al Clitumno, i versi che ci ritornano spesso nella mente sono
quelli non del momento celebrativo della civilt umbra, ma gli altri
dell'Umbria ormai fatta tutta deserta, e come nostalgica dell'antico:

Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: dei vaghi tuoi delubri un solo
t'avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

   Del resto il Carducci stesso, come si  accennato, intu la fine
del ciclo dei  vati nazionali  quando disse di s:  Sesto io no, ma
postremo, estasi e pianto / E profumo, ira ed arte, a' miei d soli /
Memore innovo ed a' sepolcri canto , e disam il D'Annunzio che
non nascondeva la sua irrequieta ambizione e la sua avida impresa
di insistere sulla vecchia solfa vaticinante.
   Il pescarese subito dopo la morte del Carducci si affrettava a
scrivere una canzone Per la tomba di Giosue Carducci, con la data
del 18 febbraio 1907, dove fra gli altri versi leggiamo questi due
molto significativi:

La fiaccola che viva ei mi commette
l'agiter su le pi aspre vette.

   Ma il Carducci, a dire il vero, non gli aveva commesso mai nul-
la. Il poeta vate era debellato e sepolto fin dai tempi dei primi poe-
ti crepuscolari, e poi della nostra guerra sull'Isonzo. Un poeta allora
aveva espresso per noi taciturni trinceristi tutta la nostra tristezza:

L'Isonzo scorrendo
mi levigava come un suo sasso
Ho tirato su le mie quattrossa
e me ne sono andato
come un'acrobata sull'acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi son chinato a ricevere
il sole.

  Noi preferivamo, fanti infangati delle trincee, i versi di questo
poeta allora ignoto, e mettevamo da parte il D'Annunzio, che con-
tinuava ad esaltare gli italiani nelle piazze per la  bocca rotonda
del cannone , e per le flotte, che violavano  la pia verginit dei
Dardanelli  (ahim! l'ossessione fallica ha sempre pervertito l'ispi-
razione di questo poeta, pretesoate delle nuove fortune d'Italia).
   La Roma del Carducci restava la Roma risorta faticosamente da
una Maremma febbricosa, dove la Febbre regnava sempre come nume
presente. Il poeta nostro esaltava il libero lavoro, e i sereni canti dei
mietitori, tra le  germane faide e i salmi nazareni , richiamandosi
sempre ai miti della sua pi genuina e grande vena poetica, la virile
malinconia, che lo legava alla patria toscana, e al suo gusto disperata-
mente nostalgico per gli irrevocati d di Omero, di Orazio, di Alber-
to da Giussano, e della libera vita dei comuni medievali.
   Chiudendo quella famosa poesia, Avanti! Avanti! o sauro de-
strier de la canzone!, che segna una svolta nell'ispirazione carducciana,
nell'ultima parte il poeta doveva concludere con una visione piena di
arcana tristezza:

O che io discenda placido dal to stellante arcione,
con l'occhio ancora gravido di luce e di visione,
su il toscano mio suol,
ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
gustando tu il trifoglio da una bell'urna antica
verso il morente sol.

   Il toscano suo suol, il fraterno tumolo, la bell'urna antica, e il
morente sol, sono gli eterni miti della sua fantasia, e alle origini e al
suo meriggio e al suo tramonto. La malinconica solitudine, senza le
smancerie romantiche,  stata sempre la sua eterna musa:

Quando io salgo dei secoli sul monte
triste in sembiante e solo,
levan le strofe intorno a la mia fronte,
s come falchi, il volo.

Cos aveva scritto nei Giambi ed epodi.
   Ma anche nelle poesie posteriori, in cui pare che si esprima un
senso vittorioso della vita, questa nota depressa serpeggia attraverso
tutti i suoi versi. Basti ricordare Sogno d'estate, composta il primo
luglio 1880:

La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardava la madre, guardava pensoso il fratello,
questo che or giace lungi su il poggio d'Arno fiorito,
quella che dorme presso ne l'erma solenne Certosa:
pensoso e dubitoso se ancora ei spirassero l'aure,
o ritornasser pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.

   Se si legge attentamente tutto il suo canzoniere pi giovanile,
noi cogliamo sempre questo accento di riservata tristezza: la malin-
conia che fu di Vittorio Alfieri, l'altra malinconia tempestosa che fu
di Ugo Foscolo, quella tragica e tetra di Giacomo Leopardi, era
trapassata nell'animo del poeta versiliese. Gi in Poeti di parte bian-
ca, composta nel 1867, il Carducci aveva favoleggiato d'un paggio,
che vivendo alla corte dei Malaspina, dal Castello di Mulazzo tra-
scorre con la fantasia i monti per distinguere lo scroscio del fiume
Versilia,  cui siede a specchio / la capanna di sua madre vassalla 
(allusione alla sua Valdicastello).
   Questo fu il poeta che doveva darci Pianto antico, dove la man-
canza di sole e la terra negra sono le immagini ossessive del suo sen-
timento, e ci doveva dare l'epica poesia di Mors, con assonanze di
tipo un p wagneriano, del Wagner della morte di Isotta, poich
in Bologna, prima propagatrice della musica del germanico, il Car-
ducci fu sempre ascoltatore di essa grave e compreso. Egli, come
tutti i suoi predecessori, Alfieri, Foscolo, Leopardi, prefer l'accen-
to abbandonato e il motivo religioso della solitudine e della morte
Per noi il sonetto che pi rappresenta la tristezza del Carducci e
quello dedicato a Martin Lutero; l'ultima terzina, possiamo dire,
 proprio significativa dell'animo del nostro poeta:

Pur, guardandosi a dietro, ei sospirava:
Signor, chiamami a te: stanco son io:
pregar non posso senza maledire.

   E per questo a me pare che non sia tanto significativo il troppo
conclamato sonetto Il bove, dove non manca qualche accento un po'
troppo soddisfatto, quasi da proprietario borghese che si compiace
dei campi liberi e fecondi, e invece risponda a un pi intimo signi-
ficato il sonetto A un asino, all'antico paziente, che guarda a tra i
sambuchi all'Oriente,  con l'accesa pupilla inumidita :

Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque  amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
speme risprona la tua stanca vita?

   Gli ultimi due versi sono proprio di carattere autobiografico, e
non faccia scandalo che il poeta si mettesse al livello di un animale
che socialmente  tenuto in gran dispregio e usato come termine di
ingiuria: l'asino del Carducci  quello di Omero, che volendo esalta-
re il Telamonio Aiace lo paragonava precisamente all'umile e testar-
do animale delle nostre campagne laboriose. Nella poesia del Carduc-
ci c' sempre l'asino, autorevole personaggio, una specie di Sancio
Pancia, che commenta e tempera ironicamente gli idealismi di que-
sto o quel falso don Chisciotte. Nell'Intermezzo ci sar l'asino del-
l'ortolano che deride i falsi idealismi dei sublimi ammalati, che dal
facchinaggio umano vivono in disparte, covando, dicono loro, la
 quistion sociale ; nella poesia Davanti San Guido ci sar l'asin
bigio, che rosicchia un cardo, e non si commuove affatto al passaggio
della vaporiera:

Tutto quel chiasso ei non degn di un guardo,
e a brucar serio e lento seguit.

   Al Carducci piacquero sempre questi animali spregiati dalla gi
decadente e corrotta societ, spregio dal quale era stata aliena la so-
ciet primitiva del suo epico Omero, ed esalt il versiliese perfino i
rospi, che al canto della via si fanno le loro confidenze su qualche
personaggio solenne e vuoto:

Due rospi intanto a l'orlo della strada,
benefici e modesti
seguitan liberando la contrada
da gli insetti molesti.
L'un dice: --Ne l'et che molte e lente
ci passar su il groppone
Vedest mai, fratel mio paziente
un tal fior di cialtrone?

   Per torniamo a ripeterci sempre quei versi del sonetto A un
asino:

Qual memoria flagella, o qual fuggente
speme risprona la tua stanca vita?

Pensi l'ardente Arabia e i padiglioni
di Giob, ove crescesti emulo audace
e di corso e d'ardir con gli stalloni?

O scampar vuoi nell'Ellade pugnace,
chiamando Omero che ti paragoni
al telamonio resistente Aiace?

   Orbene, tra il sonetto A un asino, e il sonetto Il bove, senza vo-
ler deprimere eccessivamente il troppo celebrato  t'amo, o pio bo-
ve , il lettore moderno dovr preferire il sonetto A un asino, dove
il poeta consente a quella che  la sua tristezza interna, e dove tor-
na a ricantare la sua nostalgia per un passato che si perde nel mito
lontano e che oggi non si pu pi revocare.
                                          
LUIGI RUSSO:
Da Belfagor, dodicesimo (1957), 3, pp. 283-387.


