/:/ Carducci tra due secoli.

Si potrebbe parlare di una classicit carducciana come si po-
trebbe parlare d'una classicit verghiana. Come di un quid diverso,
non occorre dirlo, da quel classicismo contenutistico o formale che of-
fri pretesto ad esaltare o a denigrare i motivi pi esterni dell'arte e
della spiritualit del Carducci; e con allusione a un concetto pi largo
e comprensivo, maturato internamente alla coscienza romantica, quasi
punto d'arrivo di ricerche e discussioni estetiche che avevano spo-
stato l'idea di perfezione artistica da un piano meramente formale al
piano di un'esatta rispondenza tra contenuto e forma, tra pensiero ed
espressione.
   Sulla linea di questa classicit, di un'implicita tendenza quindi, e
di un momento potenzialmente risolutivo della stessa esperienza
romantica,  da intendere il meglio di quanto impropriamente si
suole attribuire al classicismo carducciano. Dove questo non ha quel
carattere di vigorosa--talora anche rude e brutale--immediatezza,
dove ha un carattere meno autoctono, una scorza meno indigena,
dove diventa un fatto di cultura, dov' edonisticamente vagheggiato
come sogno di bellezza, come mitico equilibrio tra pensiero, senti-
mento e azione, dove si ammorbidisce e scade in vaghezza di esotismo
o in pretesto di evasione, ha quel tanto di morboso e di malato che
si apprende a un'illusione nordica trasferita alla sensibilit mediter-
ranea; si apparenta a un gusto parnassiano e decadente. Va da s
che la linea della classicit carducciana non passa attraverso le tappe
obbligate di una materiale evocazione del mondo degli antichi, di
un ritorno alle loro favole e ai loro miti, di un culto quasi religioso
per le reliquie della loro storia, di un recupero di temi, di forme e di
ritmi; e va da s che questa materia stessa, e i vari modi del suo
atteggiarsi nella fantasia e nella memoria del poeta si accompagnano
solo occasionalmente ai margini parnassiani della poesia carducciana,
ed offrono l'appiglio a un'interpretazione in senso decadente.
   Dal momento che il discorso  caduto sul Carducci parnassiano e
sul Carducci decadente; e dal momento che la critica, dopo essersi
confermata nel fondo romantico dell'ispirazione carducciana, s' ap-
plicata a scandagliare quel fondon troppo attentamente, o ad ir-
raggiare e ad inseguire in varie direzioni la mobilit di quella ispi-
razione, sar il caso di osservare che il carattere di classicit nel
quale ci  parso di poter individuare come momento storico il roman-
ticismo carducciano, non pretende accaparrare globalmente e in toto
un opera cos varia, cos complessa e per molti aspetti disuguale
contraddittoria e sconcertante. Potremmo dire che  anche esso un epi-
sodio, per entro la poesia del Carducci; sia pure il pi perspicuo e il
pi atto a rilevarne un profilo coerente, ad indicarne la direzione che
la porta ai suoi risultati pi alti e pi felici. Un episodio che il respi-
ro storico della sensibilit romantica investe nella sua pienezza, e
quindi suscettibile di avvivarsi individualmente da una ricchezza di
motivi iscritti nella gamma, ormai storica anche essa, di quella sensi-
bilit. Nessuna meraviglia quindi, se quel romanticismo pot di volta
in volta essere interpretato e presentato come passione epico-storica
o etico-politica, come sentimento panico o addirittura faunico della
natura e della vita, come primitivismo russoviano, o riflesso in miti
classici e in leggende medioevali di un istintivo amore all'esistenza
libera e selvaggia, come cristiano smarrimento del presente e vano
rimpianto dell'antico, come malinconico e meditato ripensamento di
tristezze e di dolori, come realismo virile e riposato, come naturali-
smo senza abbandoni panteistici, en plein air, come incidenza amo-
rosa e passionale nei sogni e nelle fantasie di un'anima ingenua e
sensibile, come nostalgia dell'eroico e contemplazione di propri miti
scoperti nella storia. Motivi tutti che convergono nella personalit
poetica del Carducci, e che giustificano quindi una gamma altrettanto
varia di scelte, di predilezioni e di descrizioni critiche, ma che in
grado diverso si prestano, e diversamente impegnano, a quella con-
cretezza e a quella totalit espressiva che si lascia cogliere come in-
tima tendenza e come momento ideale ed esemplare della sua pi fe-
lice disposiziOne alla poesia.  Anche il Carducci pi viziato e
pi vizioso reca o richiama i segni di una forza, di una sanit. Non
diversamente il suo romanticismo, in quanto  cultura e assimilazio-
ne, riafferma in qualche modo sulle pi alte espressioni dell'arte e
del pensiero una priorit umanistica. Saranno Pascoli e D'Annunzio
a dare un senso all'accamparsi della poesia carducciana tra due sta-
gioni romantiche, al suo assimilarsi all'intermezzo parnassiano, al
suo immergersi nell'esperienza decadente.  Dopo avere indicato
una potenziale classicit come tendenza preminente e risultato pi
cospicuo dell'arte carducciana, cadremmo in palese contraddizione
se ci affaticassimo a figurare o a proporre un Carducci colle carte in
regola nei confronti della poesia decadente o della cos detta poesia
pura. Psicologicamente e spiritualmente il Carducci , nei confronti
del decadentismo, su un'altra sponda; e se pure la sua lirica non
esclude qualche lampeggiamento voluttuoso, qualche momento d'in-
dolenza; se non annullano in fondo le tracce d'una violenza fisica
sanguigna e prepotente, l'accostamento ha una sua ragion d'essere,
se mai, coi parnassiani; non solo per un reale interesse alla forma
composta e cesellata, ma per la falsa illusione che in tanto essa sia
perfetta, e tocchi in una facile armonia un vertice di spiritualit, in
quanto in essa si riposino i trasalimenti e i sussulti del cuore, e in
quanto vi si plachi, risalendo almeno d'un grado sul livello della pro-
sa, l'attualit dei suoi stimoli poetici. Il Praz prende occasione dal
Carducci per tracciare in un breve saggio un profilo storico del mo-
tivo classico per entro la sensibilit romantica; e attraverso sottili e
calzanti distinzionie con riferimento assiduo al gusto delle arti,
tende a definire un parnassianesimo carducciano distinguendolo da
un classicismo d'accademia, da un esotismo neoclassico e da una
sensibilit propriamente decadente. Il confronto fra la carducciana
Fantasia e Parfum exotique di Baudelaire par davvero decisivo, pi
che a trarre in luce un aspetto di quella mediocrit che prevale quan-
titativamente sulle cose migliori del Carducci, ad indicare, sia pure
per exempla, in che consista la maggiore intensit del motivo de-
cadente:  Baudelaire cerca un languore, un ozio pi profondo nella
sua dedizione carnale; Carducci, romantico ma non decadente, 
ignaro di tali abbandoni . Importante  l'osservazione che all'eso-
tismo del Carducci basta una convenzionale visione della Grecia:
ch in effetto una certa indulgenza all'oleografia  facilmente avver-
tibile anche l dove non agisce pi il richiamo classico, ma la sug-
gestione della natura, semplicemente, o della storia. Sarebbe tuttavia
arbitrario, oltre che ingenuo, giudicare il poeta da un testo, o anche
da un gruppo di testi, ignorando o fingendo d'ignorare il dato cro-
nologico in rapporto a influssi che furono notevoli, anche da parte
francese, o a certi decisivi svolgimenti; quando proprio il profilo
apollineo della lirica carducciana, o la disposizione fantastica a con-
vertire il passato nel presente, si contorna d'una sensibilit tanto pi
intensa quanto pi acquista di nettezza e di forza quel profilo; o
quando le norme di un gusto ancora definito, o i limiti di un'irre-
quietezza ancora provinciale cedono a un'ansia di assoluta novit.
Quasi che il riportare a specchio della tradizione greco-romana, lumi-
nosa ed immortale, mezzo secolo di mitologia romantica, fosse pel
Carducci condizione necessaria ad investirsi di quella mitologia pi
risolutamente, e ad impegnare su di essa la storia e l'avvenire. 
cos che il suo romanticismo, pur raffigurandosi nei confronti del
mondo classico da un trasporto che lo fa continuatore di Foscolo, di
Goethe e di Chnier (con un senso pi immediato, per, di esalta-
zione e di passione, per essere in lui quel mondo familiare presenza
ed energia vitale, piuttosto che evocazione e nostalgia), accoglie mo-
menti parnassiani e non esclude squilibri e intermittenze decadenti
 Spesso il senso della vita gli si annebbia--avverte Umberto Bosco
--ed egli si immerge in un deso d'ignoti amori, in una dolcezza
strana e vaga, felice d'esserne dominato anzich di dominare, arretra
dinanzi al pensiero dell'annullamento di se stesso: ha perfino il sen-
so della morte cosmica, l'orrore dell'ultimo uomo che vede calare per
I ultima volta il sole--poesia che nei suoi successori avr tanta
parte: si pensi per tutti al Pascoli--; se rigetta come malattia l'assi-
duo pensiero della morte--cristiano, romantico, leopardiano che esso
fosse--se esalta la vita come pienezza e come concretezza operosa
giunge per questa via a un motivo diversamente ma ugualmente ro-
mantico, anzi decadente: al ripudio del pensiero in se, tarlo distrug-
gente .  per questa via che il suo neoclassicismo s'iscrive nella
parabola romantica in modo anche pi sottile e pi tenace, ed  pro-
prio in questo neoclassicismo o classicismo tout-court--quando si
voglia isolarlo come sforzo di disincagliare la parola dagli equivoci
romantici o dai compromessi realistici per restituirla a una sua auto-
giustificazione poetica--che egli incide sulla tecnica di nuove espe-
rienze formali e di un impiego dell'espressione poetica inconsueto in
rapporto alla tradizione lirica italiana. E giustamente fu notato che
proprio nelle Odi barbare la musica opera dall'interno della stessa
parola e aspira a un ritmo cui solo provvisoriamente l'andatura clas-
sica della strofa fa  da argine e da falso scopo .
   Ci porta a sfiorare un tema che ha attinenza al decadentismo in
quanto tale; alla sua fede cio nel valore assoluto della parola, fede
nella quale la ragione metafisica si bilancia colla ragione retorica
delle sue origini e delle sue derivazioni parnassiane. Ma investe pi
direttamente un aspetto storico della poetica carducciana, che acco-
stando il decadentismo in rapporto a una progressiva estensione dei
suoi interessi culturali e a un'approfondita conoscenza dei motivi
della spiritualit romantica, e pure rifiutandolo per quanto di morbo-
so, d'autosufficiente, d'intimamente disarmonico ne caratterizzava la
sensibilit, vi coglieva pure un motivo affine e congeniale al suo spi-
rito, e pi ancora alla sua educazione e passione filologica, nella par-
te fatta all'espressione, a un valore morale e catartico, per cos dire,
del dato strumentale e tecnico; quasi una breccia aperta, l'appiglio
offerto a un'ansia essenziale alla stessa ragion d'essere della lingua
e della poesia, capace di assicurare nuovi risultati a un lento e ope-
roso lavoro, maturato attraverso esperienze secolari. Le affinit tra
il Carducci e i decadenti non vanno oltre questa indicazione di un
raccordo umanistico tra l'esperienza romantica e il nuovo clima este-
tico europeo; e sarebbe fuori luogo sacrificare all'immagine di un
Carducci anticipatore e iniziatore della poesia del Novecento l'imma-
gine di un Carducci fermo nella consapevolezza d'una tradizione che
egli rappresenta, interpreta e nobilita, e nell'accettata responsabilit
d'un profilo storico e poetico dell'Ottocento italiano che in lui trova
il suo equilibrio risolutivo e conclusivo.
                               
MARIO MARCAZZAN:
Da  Carducci , Discorsi nel Cinquantenario della morte, Bologna,
Zanichelli, 1959.

