GIOSUE' CARDUCCI.
a). La vita.

Un'altra tendenza della cultura del secondo Ottocento in cui si ri-
vel il fastidio contro gli epigoni lagrimosi e patetici del Romantici-
smo fu quella del ritorno alla tradizione illustre della letteratura clas-
sica: nel che poi si manifestava una non meno precisa volont di
evadere dai problemi concreti che l'Italia unificata presentava, attra-
verso una fuga nostalgica in un mondo lontano, esdusivamente po-
polato di fantasmi letterari. Di questo tardivo e nostalgico neoclassi-
cismo  impregnata l'opera di Carducci, anche se non solo di questo
essa si alimenta.
     La vita di Giosu Carducci (nato nel 1835 a Val di Castello in
Versilia e morto a Bologna nel 1907), anche se apparentemente pri-
va di eventi, offre tuttavia ugualmente una serie di immagini del
poeta, che possono risultare utili a introdurre il lettore nel mondo
della sua poesia. Fondamentale  il periodo dell'infanzia: un'infanzia
vissuta nella Maremma toscana (a Castagneto e a Bolgheri) a con-
tatto con una natura di campi aperti e di boschi odorosi; un'infanzia
che radicher in lui la passione di una vita sana e forte. Ma accanto
al fanciullo che gioca e che corre, c' gi il fanciullo che studia
precocemente e legge appartato  i poemi con ineffabile rapimento,
le storie con un serio oblio di tutto il resto  (come egli stesso scri-
ver pi tardi), e che traduce in nuovi giochi le letture dell'Eneide,
dell'lliade, della Gerusalemme liberata.
   Tra il 1849 e il 1856 Carducci compie i suoi studi regolari, pres-
so gli Scolopi a Firenze e poi presso la Scuola Normale di Pisa, e af-
fronta successivamente l'esperienza dell'insegnamento. Sono gli anni
delle prime composizioni poetiche e quelli della sistematica formazio-
ne umanistica; ma sono anche gli anni delle prime esperienze doloro-
se: la morte- nel '57--del fratello, e quella, subito seguente, del
padre.
   Con il 1860 ha inizio l'attivit accademica a Bologna, dove Car-
ducci insegna letteratura italiana fino al 1904, formandosi una scuola
vivace di allievi, destinati a divenire illustri (Pascoli, Severino Ferra-
ri, e poi Panzini, Serra). Nel primo decennio bolognese, mentre pren-
de awio la sua maggiore produzione poetica, l'immagine che si pu
isolare  quella del profe~sore che trascorre lunghe ore di raccolta let-
tura e di appassionata ricerca erudita e filologica: che vive immerso
negli studi in un disumano isolamento (che si trasformer poi in un
sentimento di sofferta solitudine), appena rotto dal contatto con i gio-
vani nelle fervide lezioni all'Universit.
   Gli anni successivi (tra il 1871 e il 1890) ci offrono invece il
profilo di un uomo pi desideroso di contatti umani, pi sensibile -
in un certo senso - alla mondanit letteraria e pi curioso lettore.
Sono, questi, gli anni dell'amore per Lidia, della collaborazione a rivi-
ste militanti, della lettura pi aperta dei poeti stranieri (accanto ai
prediletti francesi, nella biblioteca di Carducci entrano anche i poeti
tedeschi). Ed  proprio in questo periodo di pi mosse esperienze
che si colloca la stagione pi felice della poesia carducciana. Infine
viene la stagione della fama solenne, delle grandi tirature editoriali,
dell'ingresso al Senato, del premio Nobel: del pieno riconoscimento,
irsomma, di Carducci come maestro e "vate".

b). Le prose.

A questa serie di immagini - suscitate dalla biografia stessa dello
scrittore --rimandano le lettere di Carducci, che si offrono assai
spesso, oltre che come documenti indispensabili per la ricostruzione
della sua vita e per la comprensione delle sue opere, come vere e pro-
prie testimonianze di poesia.
   Percorrendo le pagine dell'epistolario si trovano cos profili rapidi
o distesi indugi su citt paesi e montagne: e si respira in essi l'aria
stimolante delle fresche vaUate alpine, e si contemplano i cieli e le
campagne d'Italia. Un insieme di scorci che ci riporta a qued gusto,
cos tipico in Carducci, di una natura sana e robusta, delle cose fre-
sche e genuine. Sulla scorta di queste lettere d'altra parte  possibile
scoprire in lui - al di l di quella fisionomia pi nota dd poeta to-
gato e del solenne oratore - un'umanit pi cordiale. Un Carducci
"allegro" insomma, disposto allo scherzo, all'osservazione arguta, pit-
toresco celebratore delle cose semplici, e magari del buon vino e dd-
la cucina saporita. Oppure un Carducci capace di ardenti passioni,
quale appare dalle notevolissime lettere a Lidia; lettere d'amore tra
le pi belle e pi vive della pur folta letteratura epistolare amorosa
dell'Ottocento.
   In una luce nuova si possono leggere cosl le tante pagine dedica-
te agli studi, alle ansie e ai problemi, ai dubbi e alle sofferenze che
determinano nel poeta. E assistiamo agli entusiasmi per le scoperte
dello studioso, alla sua vissuta passione per il lavoro scientifico, alla
sofferta ribellione e malinconia per la solitudine imposta dagli studi
severi, ai SOgIU e alle delusioni, alle Ilostalgie e alle stanchezze che
sorgono intorno alla sua poesia.
   Una vicenda complessa che d una nota di risentita umanit an-
che alle sue prose "ufficiali", a quelle pagine cio che lo stesso scrit-
tore riconobbe e pubblic. Su di esse fu espresso un giudizio general-
mente negativo dalla critica. Ed  rimasto famoso il pittoresco con-
fronto proposto da un critico del primo Novecento, Enrico Thovez,
che paragon queste prose con i giochi di forza iegli atleti dagli occhi
fuori dell'orbita, dai muscoli turgidi, dai toraci ansanti e rigati
di sudore. Un giudizio questo che pu valere per i discorsi comme-
morativi - quali A commemorazione di Goffredo Mameli (1876),
Per la morte di Giuseppe Garibaldi (1882), La liberta perpetua di
San Marino (1894) --dove veramente trova sfogo certa tendenza
carducciana al gesto solenne e alla voce alta e rimbombante, che co-
stituisce la sua "maniera" pi nota.
   Ma anche tra le tante pagine solenni e oratorie,  dato coglie~e
delle note pi schiette, delle pause significative. Nelle pagine di ca-
rattere autobiografico intanto: e soprattutto in quelle dove vengono
raccolti alcuni ricordi della vita d'infanzia del poeta, pagine degne
della migliore tradizione autobiografica romantica, da Alfieri in poi,
e non certo inferiori alla letteratura postcarducciana, indagatrice cu-
riosa e insistente dell'et infantile. Si pensa all'introduzione del sag-
gio A proposito di alcuni giudizi su Alessandro Manzoni (1873); e
si pensa all'apertura sull'arioso paesaggio toscano, anch'esso degno di
memoria, che si trova nelle prime pagine della prosa (~a ira. Il recu-
pero degli anni lontani in Carducci non  pi semplicemente--co-
me accadeva per i romantici - un ritomo pieno di nostalgia a una
stagione felice, ma  il rifugio in un mondo mitico di sana realt, di
vita integra. Il paesaggio maremmano, che  il luogo pi frequentato
dalla memoria carducciana, diventa mito vissuto: come un paradig-
ma di paesaggio ideale, aperto e solatio, ricco di cose forti e schiette,
animato di affetti e di opere, che il poeta ricerca e ritrova in ogni al-
tro paesaggio.
    Altre volte al gusto della memoria d'infanzia si sostituisce con
non minore intensit la nostalgia per un'et storica, per un mondo
remoto di civilt e di cultura. Ed  questo il caso soprattutto delle
prose critiche, che costituiscono la parte pi cospicua e pi significa-
tiva dell'intera produzione prosastica carducciana. L'attenzione criti-
ca di Carducci va dalle ricostruzioni delle grandi correnti e dei mo-
menti fondamentali della storia letteraria alla minuta esplorazione
erudita di un ambiente culturale, alla considerazione raccolta intorno
all'opera letteraria (e sono soprattutto degne di menzione le pagine:
Dello svolgimento della letteratura nazionale, 1868-1871; La gioven-
t di Ludovico Ariosto e la poesia latina in Ferrar, 1874-1875; Su
l'Aminta di T. Tasso, 1879). La sua critica sa muoversi sul piano
delle grandi sintesi storiche come su quello del ritratto e su quello
della minuta analisi stilistica (come accade nelle pagine Delle rime
di Dante, 1864; Dello svolgimento dell'ode in Italia, 1902; Della
poesia melica italiana e di alcuni poeti erotici del secolo XVIII, 1864,
e soprattutto nel Parini minore e Parini maggiore, 1881-1905). Al
di l comunque della valutazione dei singoli risultati via via raggiunti
da Carducci (e sono spesso risultati ancor oggi validi) l'emozione che
rimane soprattutto dopo la lettura della sua opera critica scaturisce
dalla freschezza narrativa, dalla delizia figurativa, dalla capacit nel-
l'evocare climi storici e atmosfere spirituali.
    Carducci ci d dei vasti affreschi e dei minuti acquerelli. Inferio-
ri senz'altro, nella loro appariscente composizione e nell'impasto vi-
vace dei colori i quadri dalle vaste dimensioni, fra i quali riescono ti-
pici quelli contenuti nei discorsi Dello svolgimento della letteratura
nazionale. Deliziosi invece risultano gli acquerelli: sono osservazioni
fuggevoli, note delicate, evasioni sognanti, appena tracciate, che si
alimentano soprattutto di quel gusto della memoria storica di cui si
diceva. E la vena nostalgica qui ha il soprawento. Queste pause por-
tano sempre nascosto il rimpianto di un mondo di squisita poesia
perduto per sempre, ormai irrecuperabile: quasi uno struggimento
segreto nel vedere trascorso irrimediabilmente un mondo che s'ali-
mentava soltanto di bellezza. Sono pagine scritte con gusto di raf-
finato stilista, con attenzione ai particolari pi minuti, alla rifinitura
accuratissima. E in queste stupende cadenze par di cogliere i primi
passi della nuova prosa italiana, di quella prosa d'arte, in cui si affer-
meranno scrittori come Panzini, come Serra, e pi tardi Baldini,
Bacchelli e Cecchi.

c). Le poesie.

La prima raccolta di poesie (Juvenilie) pu offrire un'indice delle pri-
me letture di Carducci: Parini e Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi. E
offre un campionario della sua tematica: il paesaggio toscano, la mor-
te, Roma antica e il Risorgimento. C' gi in queste prime prove
(gli anni di composizione sono compresi tra il 1850 e il 1860) il poe-
ta che si fa polemicamente  scudiero  dei classici, come nella succes-
siva raccolta dei Levia gravia (1861-1871). Ma il tono della discus-
sione non ha ancora quell'impeto oratorio e forte che si incontra nei
Giambi ed Epodi (1867-1879). Quest'ultima raccolta era stata pre-
ceduta dall'Inno a Satana (pubblicato nel 1863), in cui Satana ve-
niva assunto come simbolo del progresso dell'uomo, della sua forza e
della sua intelligenza, contro ogni atteggiamento di rinunzia e di
fiacco ripiegamento interiore. La polemica carducciana era volta agli
epigoni della letteratura romantica, e coinvolgeva quel mondo civile
e politico imbelle (I'Italia dopo il '61, l'Italia liberale, politicamente
gretta e meschina). Di qui i toni accesi e taglienti dei Giambi ed
Epodi. Ma l'ardore della disputa carducciana si smorza ben presto in
un atteggiamento contemplativo nelle successive raccolte, 1'Intermez-
zo, le Rime nuove (1861-1887) e le Odi barbare (1877-1889): do-
ve prevale la tendenza a rifugiarsi nella nostalgia della terra natale e
nell'evocazione della serenit ellenica. Un atteggiamento questo che
finisce per diventare in certo modo una "maniera" di poesia nella
tardiva collana di Rime e ritmi (1898).
   Questo breve profilo dello svolgimento della poesia carducciana
non pu avere per che un valore del tutto approssimativo, indi-
cativo: perch pi che affidarsi a un coerente sviluppo di idee e di
problemi, la poesia di Carducci si affida al ricorrere di alcune linee
tematiche significative. Un primo nucleo  costituito dai versi di ca-
rattere storico. E fra questi risaltano subito le poesie a cui ancor oggi
appare pi legato il nome di Carducci: i componimenti dedicati cio
all'et a lui pi vicina, dalla Rivoluzione francese al Risorgimento
italiano (i sonetti di Ca ira, 1883; le odi Per la morte di Napoleone
Eugenio, 1879; Piemonte, 1890; A Giuseppe Garibaldi, 1880). Si
tratta per lo pi di una sonora musica fatta di rulli di tamburo e di
squilli di tromba, nobilissima testimonianza di un'anima risorgimen-
tale, qua e l sparsa di slanci lirici, ma priva sostanzialmente di un
profondo significato poetico. Sono componimenti che hanno com-
mosso e che forse possono ancora commuovere tanti spiriti, ma che
pure non superano la commozione, appunto, che pu infondere una
musica militare, l'emozione epidermica della fanfara che passa per
strada o della banda che suona in piazza. A questi si dovrebbero ag-
giungere i tanti versi dedicati alla storia del Medio Evo (un Medio
Evo comunale e letterario soprattutto) e di Roma antica, che parte-
cipano estesamente del gusto della cultura romantico-risor~imentale,
che tanta attenzione aveva dedicato proprio alla grandezza di Roma
e al Comune medievale (Sui campi di Marengo, 1872; ll Parlamen-
to, 1879; Comune rustico, 1885; Agli amici della vaUe Tiberina,
1867). Ma anche qui sia l'epos di Roma sia la rievocazione medievale
riescono fastose e vuote, di un'oratoria sonante e fragorosa. E le note
migliori si ritrovano in certi ripiegamenti nostalgici, in certe pause
contemplative. Come nel delinearsi, in Poeti di parte bianca (1867),
di quell'interno di dimora feudale e di quel paesaggio autunnale, in
cui Carducci riversa tutto il suo struggimento per un mondo diverso
da quello in cui vive: un mondo di forza e di gentilezza, di robustez-
za e di grazia, selvaggio e intenerito. O come nel profilarsi, nella pri-
ma parte dell'ode Dinanzi alle Terme di Caracalla (1877), di quel
paesaggio di rovine, tutto pervaso da un sentimento nostalgico che
muove verso una grandezza deserta, un passato perduto e stretto da
un cos difforme presente: e che pur non s'arresta in un senso di irri-
mediabile caducit, ma si avviva nella coscienza di un'eredit non
totalmente smarrita e capace di operare in chi sappia intenderne l'e-
loquente messaggio.
   Una diversa nostalgia  invece quella che spinge Carducci verso
il mondo greco, che non  tanto per lui un mondo vivo di contenu-
ti umani, di forza e gentilezza, quanto un mondo di forma pura.
Lo stesso Carducci osservava, a proposito delle sue Primavere Elleni-
che (1872), di averle composte per riposarsi in un lavoro di puro
 cesello , per distrarsi  dalla realt, la quale finirebbe per soffocarlo
nello sdegno e nel fastidio . Le sue rievocazioni greche diventano un
modo concreto per evadere dalla stanchezza delle ddusioni seguite
alle rivoluzioni politiche, dal disgusto dello squallore della nascente
civilt industriale, per rifugiarsi insomma in un mondo mitico e lon-
tano. E in ci Carducci esprime quel desiderio di evasione nostalgica
e di spirituale riposo, diffuso in certe correnti della civilt letteraria
euro~pea del secondo Ottocento, che conserva un suo valore di inten-
sa testimonianza umana.
   Un'altra linea tematica svolta con coerenza e con continuit, per
l'intero arco della sua produzione poetica,  quella della poesia cam-
pestre. Al mondo della campagna Carducci guarda spinto da un du-
plice impulso: da un ricordo autobiografico, che lo riporta all'espe-
rienza agreste dell'infanzia e dell'adolescenza; e da un memoria let-
teraria, che lo riconduce a tutta quella innografia della vita dei cam-
pi propria della classicit. L'epoca in cui Carducci vive  d'altra par-
te un'epoca di fervidi studi e di coraggiosi esperimenti agricoli. Tra
il '70 e l' '80 si acuisce l'interesse per gli studi di agraria, tra un fervore
di discussioni rivolte a migliorare tecnicamente la produzione, a mo-
dernizzare metodi e sistemi sulle orme della Francia e dell'Inghil-
terra, a risolvere i problemi di natura economica e sociale che si im-
ponevano sul piano dei rapporti dell'agricoltura con l'industria e il
commercio. Nell'innologia agreste di Carducci tuttavia non c' alcu-
na preoccupazione di tal genere (che si ritrova invece in altri scritto-
ri contemporanei, soprattutto della nascente letteratura nordamerica-
na, e che si ritrover d'altra parte anche in Italia, nei primi anni del
Novecento: dove si risentir appunto questo gusto vivissimo del-
la terra modernamente sfruttata, e dove si prester attenzione ai pro-
blemi umani e sociali che il mondo della campagna presenta). Car-
ducci si mostra lontano da questa sensibilit, restando uomo sostan-
zialmente chiuso fra i suoi libri. Il suo cuore batte unicamente per
un mondo di dolce poesia e di vita salubre all'aria aperta. Si veda il
sonetto Il bove (1872), che  tra le cose pi suggestive del volume poe-
tico carducciano, con quell'imma~ine eroica e monumentale dell'ani-
male che si staglia su uno sfondo di natura aperta: un'immagine che
si colora fortemente di nostalgia ponendosi come il simbolo di una
vita negata al poeta, di una vita forte e serena, di un'esistenza con-
dotta in sanit e in pace. Il che non vuol dire che Carducci ca-
da nell'idillio di tanta poesia bucolica italiana. La natura car-
ducciana non  mai natura vagamente e oziosamente idillica: la na-
tura a cui si rivolge il suo desiderio  sempre una natura fervida di
opere agresti, fatta di campagna coltivata e animata dal lavoro dei
contadini (una natura di schietta e pur rinnovata discendenza pari-
niana).d  significativa in questa cornice la presenza della donna:
che non  la donna gracile,  alta, svelta, languida, come un tronco di
palma, tenera e fiera, voluttuosa e spiritosa  (secondo scriveva lo
stesso poeta in una sua lettera) dei romantici, ma la donna forte,
scolpita a intenso rilievo, la madre che allatta i propri figli, piena di
salute fisica e morale: la donna che si incontra nello scorcio iniziale
dell'ode Alle fonti del Clitumno (1876), nella Madre (1880), nell'Idil-
lio maremmano (1872).
    Questa nostalgia di una vita forte e serena sembra quasi tradursi
in forma sensibile in quella presenza di immagini di luce, che costi-
tuisce una delle linee tematiche pi costanti e variamente modulate
della poesia carducciana. Si pensi alla solarit colma di innumere-
voli sue liriche, all'argenteo chiarore lunare del sonetto Virgilio (1862)
e alle arcane opalescenze delle Vendette deUa luna (1873); e ancora
si ripensi alle luci varie delle stagioni che passano nella sua poesia,
dalla primavera esultante di colori di Sogno d'estate (1880), allo
scorcio di nebbiosi cieli autunnali di San Martino (1883), al  chiaro
inverno  di Nella piazza di San Petronio (1877) che evoca la memoria
dei  rossi magg , di stagioni lontane nei secoli, alla fresca allegria
di colori infine, di prati di smeraldo e di lucide acque, di cieli tra-
sparenti e di candidi ghiacciai, di rossi papaveri e di segale bionde
che si trova nei paesaggi alpini come Courmayeur (1889), Mezzogior-
no alpino (1895),1'0stessa di Ga~y (1895).
    Sul tema della luce  intonato anche il motivo della morte. In
Carducci la morte  sentita con sgomento, come negazione di quel
calore solare che sta al centro della sua concezione di vita. Di qui
il senso nostalgico di cui  investita la meditazione della morte. Si-
gnificativo su questa linea tematica  un breve componimento come
Pianto antico (1871): le prime due strofe si accendono per un atti-
mo di quella letizia di colori della fioritura del melograno, di quella
festa di verde e di vermiglio nella luce e nel calore di giugno: ma
quella atmosfera estiva, quella festa di colori e di luce si imbeve su-
bito di memoria nostalgica, e si vela del ricordo desolato del figlio
rapito dalla morte. In Presso una Certosa la nostalgia procede dalla
vita tutta, dalla vita fremente di verde e di sole, palpitante di azzur-
ro e di poesia, dalla vita che sta per tramontare nell'inesorabile morte,
e tutta la lirica si costruisce intorno a un'emozione di luce, filtrata
di colori vivi e di tinte attenuate, di avidit di sole e di tristezza
d'omhre. Ebbene tutta la poesia di Carducci  sfiorata da questo tra-
scolorare di luminosit intense e di vaporose penombre, e si compone
nel ricordo di questa alternanza di paesi soleggiati e di lunari malin-
conie. Per questo essa sembra oscillare fra serenit greca e inquiete
penombre romantiche: ma  oscillazione non gi fra classicismo e
romanticismo, al contrario  oscillazione tutta romantica, che trova
il suo equilibrio non in questo o in quello dei due opposti momenti,
ma piuttosto nella loro sintesi, in quello stato d'animo di serena tri-
stezza, di virile malinconia, di nostalgia pacata che pervade le sue
liriche migliori. E in questa condizione di nostalgico, struggente e
pur contenuto amore della vita, consiste la verit della poesia di
Carducci.
