/:/ Carducci e De Sanctis.

   Il carattere fondamentale e presso che unico della critica desancti-
siana a noi pare essere infallibilmente questo: l'aver voluto cio por-
re o risolvere dei problemi, anzich esaminare il fatto artistico nella
sua sostanza e nelle sue qualit essenziali. In Dante o nel Petrarca
nell'Ariosto o nel Tasso, nel Manzoni o nel Leopardi, egli mirava a
scoprire l'uomo e con esso il poeta: sulla base di un fondo psicolo-
gico e di una coscienza umana faceva roteare un mondo, distinguen-
dolo e ricomponendolo nelle minime parti, potenziando il suo signi-
ficato civile e morale, e pi guardando a questi indizi di vasta umani-
ta che scoprendo una serie di bisogni religiosi e filosofici. Gli preme-
va sopra ogni. altra cosa di disegnare la storia d'Italia e scrivere il
suo dramma, ed essendosi per caso trovato a contatto con personali-
t enormi e riconosciute dalla tradizione e dalla coscienza di un po-
polo, si rese immune da esagerazioni e da fraintendimenti. Aveva
bisogno, prima di tutto, di pacificare il suo cuore di cittadino, e ac-
certarsi che il poeta che aveva davanti era un grande: e a ci con-
tribuivano smisuratamente un contenuto di per s vasto, il riconosci-
mento da parte di tutta una gente, l'essere vissuto in un tempo in
cui le antiche glorie tornavano a rincuorare gli italiani e a segnar loro
le vie dell'avvenire. Postosi cos in guardia contro ogni possibile er-
rore, egli incominciava il suo lavoro di ricreazione: il contatto di
cosclenze tanto grandi gli metteva in moto la fantasia e l'anima, e
guidato da una potenza d'intuizione smisurata e da un gusto infalli-
bile, ricostruiva i mondi poetici che innanzi tutto erano mondi mo-
rali. E siccome possedeva innato il senso del definitivo, rifuggiva
dalle ispirazioni e aspirazioni vaghe, musicali, o dalle costruzioni al-
tamente religiose. Cos preferiva al Paradiso dantesco, l'Inferno; e
trovava il Canto del pastore leopardiano superiore a la Ginestra.
Ma il contatt della poesia come poesia non gli era famigliare, non
lo interessava, sicch si pu asserire, senza timore di esagerare,
che se avesse dovuto lui scoprire un poeta nuovo e grande, non gli
sarebbe riuscito, per quell'assenza di sensibilit artistica che gli vie-
tava ripetuti e continui assaggi su una parola, un'imrnagine, un
verso, una strofe. Pure intese, si pu dire, l'Ariosto; ma prima lo
aveva compreso il Gioberti; pure scoperse, si potrebbe aggiungere,
Leopardi; ma egli bad pi al suo dramma che alla sua poesia.
Aprite pure il saggio leopardiano al capitolo su gli Idilli: leggete
le pagine, due o tre, che egli dedica a L'infinifo. Son forse la pi
superba creazione del De Sanctis; e a volte, a certe parole, a certi
movimenti, pare di sentire una forza superiore e quasi divina; ma
se voi cercate di scoprire il fascino di quei quindici endecasillabi,
di rendervi ragione, oltre che dell'alto spirito religioso che dentro
vi penetra, di certe particolarit stilistiche, di certe pause, di certi
contrasti e del modo come tutto questo  reso, con una vibrazione
intensa e una lineatura superba, il De Sanctis non vi soccorre, e vi
lascia nel cuore un desiderio insoddisfatto. Alla stessa maniera i
Saggi danteschi pi che interpretazioni di Francesca, Farinata, Ugo-
lino, sono creazioni di tipi, un miracolo nuovo d'arte da aggiungersi
a quelle figure eterne; ma come adequazioni di poesia non credo
debbano valere. Descriva un'epoca, o rifaccia il dramma di uno
scrittore, o ricrei un personaggio, il procedimento  uguale: avuta
una intuizione, egli la sviluppa, la amplia, vi ricostruisce sopra,
ma lascia il lavoro a mezzo.
   Le sue sono escavazioni gigantesche operate nell'anima dei poe-
ti, indagini profonde che dovevano procurargli uno squilibrio e
una specie di pazzia: donde quella sua distrazione che era un se-
condo carattere, e quell'essere sempre concentrato in pensieri che
la gente non riusciva a scoprire. Erano quei vasti mondi poetici
che lo occupavano tutto, gli toglievano il sonno; e lui scava e sca-
va, andava sempre pi in fondo, e preferiva conservare in s quei
tesori d'intuizioni, o parlarne ai suoi discepoli, o discorrerne con
gli amici. Lo hanno definito un oratore, ma il nome deve suonargli
offesa. Egli aveva un travaglio interno che l'oratore non ha, e una
semplicit di modi sua particolare, antiaccademica.
   L'oratoria  un'arte inferiore; la prosa desanctisiana  senza
altro arte; deriva da un rimuginamento e da un ripensamento pie-
no di dramma;  il risultato di lunghi anni passati a fare e rifare
senza posa un cammino d'introspezione audace. L'oratoria  disper-
sione, la sua era concentrazione; anche l'enfasi che a volte accende
le sue pagine non  se non entusiasmo per un mistero scoperto
-- lirismo puro. Non aveva da difendere nulla, e nemmeno da
adoperare argomenti tendenziosi; aveva da sviluppare e dar corpo
a certe sue fantasie calate in fondo alla realt poetica, ben pi
a ta e diversa dalla realt contingente. La comunanza e la consue-
tudine con vasti mondi ideali aveva creato un tono augurale alla
sua prosa, come una colonna lirica diritta. Dalla sua altezza raro
scendeva a escursioni pi propriamente artistiche: aveva perduto
il senso della poesia, per aver troppo cercato la poesia.
   Gli esempi della sua oculatezza guardinga sono pochi: una le-
zione su Don Abbondio, o, come egIi stesso la chiamava, una lettu-
ra; alcuni frammenti sulla poesia del Manzoni; il commento a
un sonetto petrarchesco. Ma non c' garbo, ci si sente lo spirito
distratto da ben altri bisogni, e manca quella sensibilit inquieta
che alcuni moderni posseggono. O supera e trascende la parola, o
fa il grammatico. Perci l'aver anche semplicemente paragonato
questi rari esemplari di facolt al De Sanctis non proprie, con i sag-
gi danteschi, significa non sentire la differenza tra quegli esperimen-
ti e queste creazioni. O dov' la sua principal forza? In ogni parte
trovi i segni del suo genio, in ogni pagina senti l'imperio del
temperamento ardente. La sua fatica ha qualcosa di fantastico e
di santamente partigiano. Dilungandosi ogni volta dalla poesia
rielaborando in s una sua intuizione geniale, favoriva quella sua
natura semplificatrice, come questa avvalorava e approfondiva certi
motivi ritrovati e scoperti quasi con tormento. Dico che egli tende-
va in ciascun poeta a ricercare un centro, anche dove non era pos-
sibile; era portato a isolare certe virt essenziali, certi punti cardi-
nali in tutto un dramma, operando un lavoro di riduzione immen-
so, sia che si trattasse di Dante, sia c}studiasse il Tasso. Aman-
do di porre e di risolvere dei problemi, gIi bastava di fissare una
idea, e da essa si concedeva tutto: gli giungevano di lontano, con-
fusamente, mille altre voci e ricordi, ma non ci badava tanto a va-
gliare, verificare, accertare impressioni e giudizi.
   Tra i migliori capitoli della Storia della letteratura italiana due
pi si ricordano, e sempre si torneranno a leggere con frutto: lo
Orlando furioso e il Machiavelli: ma per il primo era stato agevo-
lato nell interpretazione dal Gioberti, per il secondo non tanto si
trattava di mettere in valore la sostanza artistica (e non lo fece),
quanto il mondo morale. La rielaborazione nell'un caso e nell'altro
poteva continuarsi senza fallo, almeno per la sua coscienza; pure
ognuno sente di convenire pi con le miracolose pagine del Ma-
chiavelli dove il suo temperamento trova il terreno adatto e solido
su cui poggiare, e il ripensamento  pi libero da contatti e con-
trolli di natura poetica. Una facolt dunque strapotente di concentra-
zione fu la sua principale virt, e, aggiungiamo, di escavazione,
per cui egli occupa un posto a s nella critica europea, e che comu-
nica alla sua figura alcunch di drammatico e di profondamente in-
quieto. Non gli rimproveriamo la mancanza di altre qualit: per
questa sola egli vive e vivr, e rimarr un esempio irripetibile nella
storia. Le sue pagine sono piene di un pathos quasi tragico, e deri-
vano da un travaglio interiore lunghissimo, e portano idee condense
che, a svilupparle e utilizzarle, ce n' per tutta una generazione.
   Scrisse tardi, non perch gli piacesse solo di discorrere, com 
stato affermato, ma perch aveva bisogno di vedere prima tutto
chiaro, e perch quel suo lavoro di escavazione doveva dargli gioie
e angosce, e, sopra tutto, gli richiedeva una tenacia eroica; e se
avanti ne parlava e discuteva, era per provare e tentare ripetute
volte la sua forza e il grado delle sue interpretazioni.
   Scrisse poco: una diecina di volumi, mentre il Taine e il Sainte-
Beuve ne misero insieme un ottanta; ma i suoi racchiudono una vi-
ta interna che gli altri non hanno: n gli Essais de critique et
d'histoire, n l'Histoire de la littrature anglaise, e nemmeno
Port-Royal e i Nouveaux lundis.
   Pure, se dobbiamo dire tutta la verit, non crediamo si debba
ricercare l'espressione massima e pi completa del genio desancti-
siano nella Storia della letteratura italiana, dico in quella linea
maestra che ha tracciato da Dante fino al primo Ottocento De
Sanctis grande, De Sanctis creatore per noi rimane l'interprete di
alcuni grandi scrittori nostri a cui gli riusc di strappare segreti che
senza di lui ancora non conosceremmo. Ci sono alcune pagine che,
poco importa se rispondono a verit, ma s'i pongono per una lo-
ro virt creatrice immortale. Quella che s' convenuto di chiamare
la storia dello spirito italiano  un sublime sforzo, i saggi restano
creazione effettuale. Era lecito pretendere dal Carducci quello stes-
so che noi abbiamo cercato di vedere nel De Sanctis? E, pi larga-
mente, sarebbe logico richiederlo a un qualsiasi altro critico di fama
incontrastata: Taine, Sainte-Beuve, Walter Pater, Lessing? Il De
Sanctis, in verit, aveva detto e ripetuto che bisogna cercare in ogni
poeta (e avrebbe aggiunto: in ogni critico) la regola per giudicarlo:
voleva dire insomma che anche se s'ha da fare una storia, a parte
un'idea unitaria e una linea ideale che non va confusa con la parti-
gianeria, bisogna lasciare che ciascuno scrittore parli lui da s, senza
che noi gli rimproveriamo e gli rinfacciamo ci che non ha fatto, ci
che non ha voluto fare, e non era proprio del suo temperamento.
   Il Carducci era nato per assolvere ben altro compito: per rida-
re agl Italiani il gusto dell'arte che avevano perso e che era stato
sempre una loro nobile tradizione. Bisogna un p pensare al ven-
tennio tra il 50 e il 70, a quella morta gora che era la letteratura
italiana, per riconoscere gli infiniti vantaggi dell'opera carducciana.
C era intorno un'aria di morte, la degenerazione dell'ultimo roman-
ticismo, una maggior cultura (molto superficiale e sent mentale del
resto) di cose straniere, un'ignoranza di cose nostre. Si doveva dare
all Italia la sua dignit di nazione e la sua poesia. Ma era necessario
prima sgombrare il terreno dai segni di decadenza, e avere una fede
in cuore, e in testa delle idee. Questa fede e queste idee le posse-
deva il Carducci, lo scolaro di Pisa, il maremmano selvaggio e im-
petuoso. Ma essere poeta e altamente ispirato non bastava, e a crea-
re le Odi barbare, affermazioni di una coscienza nuova e di una
forza vergine, oltre che i Giambi ed epodi occorreva un' opera
paziente e lenta, tanto meno appariscente, ma tanto pi efficace, e
a ci suppl la sua scuola, e meglio contribuirono i suoi studi sulla
poesia italiana. Che importa se nei suoi quattordici o quindici vo-
lumi di critica letteraria e di discorsi non ritroviamo i cosiddetti
problemi generali, e se non ci sodisfano interamente i suoi giudizi
conclusivi? Ma il suo atteggiamento verso gli scrittori era diverso:
egli voleva imparare e far imparare, riaffermare in s l'amore del-
l'arte, inocularlo negli altri, rinfrescare il senso delle belle parole
italiane e restituirle alla poesia.
   Cercava qualcosa di sano e di fermo, se pur non s'impacciava
di concezioni sublimi; davanti a Dante o a Petrarca o a Parini la
sua attitudine era di adorazione: non voleva gi superarli, come
ora si dice, ma intenderli, e proprio dove meno gli altri badavano
in certi costrutti, in certe particolarit verbali, nei versi Ma tutto
era fatto con seriet e senza civetteria; senza quell'ostentazione che
vi poneva, ad esempio, un D'Annunzio, che imparava parole nuove
per il piacere d'incastonarle nella sua prosa. La sua austerit in-
nata gli imponeva pi riserbo, onde preferiva l'essere al parere. Per-
ch dunque chiedere a lui quello che non voleva n poteva darci?
Ma egli possedeva un senso dell'arte che appunto mancava al De
Sancns; e se un Sainte-Beuve poteva superarlo per profondit di psi-
cologo, e per quel suo specchiato equilibrio nello scrivere biografie,
gli rimaneva senza dubbio inferiore per il gusto della poesia in lui
fatto quasi freddo, e mancante di vibrazione. La sua esperienza era
altrove, nel determinare una figura e ambientarla; ma girava attorno
a un verso circuendolo di osservazioni sottili senza penettarlo. Nem-
meno il Carducci lo penetrava, ma mediante mille richiami e con-
fronti riusciva a metterlo in valore: lo soccorreva a ci una cono-
scenza smisurata dei nostri scrittori, di tutti; e, quand non lo
prendeva l'impeto partigiano, un infinito amore e quasi una dedi-
zione. Per questo rispetto gli studi sul Parini sono un esemplare
perfetto, e il commento al Petrarca un capolavoro. Essi hanno
avuto una larga eco nella generazione che segu, pi ancora che
tutto De Sanctis. 
   Il Tonelli non ha visto nessuna relazione tra un De Sanctis e
un Carducci: li ha considerati diversi e opposti, e non s' accorto
che tra loro, e dall'uno all'altro c' progresso. Dopo tutto essi due
soli avevano della letteratura una conoscenza profonda, varia a se-
conda dei temperamenti, e orientata differentemente come le loro
tendenze comportavano, ma ricca, vasta, altamente ispirata. In uno
c'era pi profondit di visione, nell'altro pi esperienza d'arte:
ma l'uno e l'altro erano di gusti eguali, e preferivano una stessa
poesia, e amavano uno stile tutto cose, sanguigno, preciso: odiava-
no i desideri strani e il dissolvimento: erano uomini di aspirazioni
civili e morali, non religiose e filosofiche: erano sani, possedevano
ci che l'un d'essi chiamava il limite del reale. L'uno chiamato a
realizzare il gran sogno della critica romantica chiude e definisce
una serie di sforzi e di tentativi, non apre un'epoca nuova; l'altro
occupato nel ristabilire la tradizione italiana si riallacca, nel modo
di concepire la critica, al Tommaseo e al Leopardi. Tutti e due anti-
romantici si completano a vicenda: il De Sanctis col ricercare nel-
l'opera d'arte l'uomo, e coll'esaltarne le sue virt di cittadino, e la
sua coscienza morale; il Carducci col  star contento al quia , alla
poesia in s, e, pi propriamente, al verso, alla parola: l'uno e l'altro
rifuggivano dal trascendere il significato obbiettivo; e come il primo
semplificava, riduceva, scarniva, il secondo chiariva, commentava, il-
luminava senza storcere o tentare l'interpretazione di una sola pausa.
La fantasia e la felice intuizione dell'uno equivaleva la precisione
dell'altro. Erano realisti tutti e due.

GIUSEPPE DE ROBERTIS:
Da Scritti vociani, Firenze, Le Monnier, 1967, pp. 41-51.

