TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

GIOSU CARDUCCI.
da: RIME E RITMI.

CADORE.

Sei grande. Eterno co il sole l'iride
de' tuoi colori consola gli uomini,
sorride natura a l'idea
giovin perpetua ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasimi
roseo passante su il torvo secolo
posava il tumulto del ferro,
ne l'alto guardavano le genti;

e quei che Roma corse e l'Italia,
struggitor freddo, fiammingo cesare,
s stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.

Di': sotto il peso de' marmi austriaci,
in quel de' Frari grigio silenzio,
antico tu dormi? o diffusa
anima erri tra i paterni monti,

qui dove il cielo te, fronte olimpia
cui d'alma vita ghirland un secolo,
il ciel tra le candide nubi
limpido cerulo bacia e ride?

Sei grande. E pure l da quel povero
marmo pi forte mi chiama e i cantici
antichi mi chiede quel baldo
viso di giovine disfidante.

Che  che sfidi, divino giovane?
la pugna, il fato, l'irrompente impeto
dei mille contr'uno disfidi,
anima eroica, Pietro Calvi.

Deh, fin che Piave pe' verdi baratri
ne la perenne fuga de' secoli
divalli a percuotere l'Adria
co' ruderi de le nere selve,

che pini al vecchio San Marco diedero
turriti in guerra gi tra l'Echinadi,
e il sole calante le aguglie
tinga a le pallide dolomiti

s che di rosa nel cheto vespero
le Marmarole care al Vecellio
rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,

sempre, deh, sempre suoni terribile
ne i desideri da le memorie,
o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l'arme.



Non te, Cadore, io canto su l'arcade avena che segua
 de l'aure e l'acque il murmure:
te con l'eroico verso che segua il tuon de' fucili
 gi per le valli io celebro.

Oh due di maggio, quando, saltato su il limite de la
 strada al confine austriaco,
il capitano Calvi - fischiavan le palle d'intorno -
 biondo, diritto, immobile,

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando,
 il foglio e il patto d'Udine,
e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,
 con la sinistra sventola!

Pelmo a l'atto e Antelao da' bianchi nuvoli il capo
 grigio ne l'aere sciolgono,
come vecchi giganti che l'elmo chiomato scotendo
 a la battaglia guardano.

Come scudi d'eroi che splendon nel canto de' vati
 a lo stupor de i secoli,
raggianti nel candore, di contro al sol che pe il cielo
 sale, i ghiacciai scintillano.

Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci
 l'alpi ed i fiumi e gli uomini!
tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d'abeti
 visiti i morti e susciti.

- Nati su l'ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite
 sopra l'eterno barbaro:
da' nevai che di sangue tingemmo crosciate, macigni,
 valanghe, stritolatelo -.

Tale da monte a monte rimbomba la voce de' morti
 che a Rusecco pugnarono;
e via di villa in villa con fremito ogn'ora crescente
 i venti la diffondono.

Afferran l'armi e a festa i giovani tizianeschi
 scendon cantando Italia:
stanno le donne a' neri veroni di legno fioriti
 di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra' colli arridenti e del Piave
 ode basso lo strepito.
Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l'acque
 sotto la fosca Ajrnola,

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d'alto
 la valle in mezzo domina,
e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti
 tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti
 i figli e i padri mandano:
fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni
 de i pastori rintronano.

Di tra gli altari viene l'antica bandiera che a Valle
 vide altra fuga austriaca,
e accoglie i prodi: al nuovo sol rugge e a' pericoli novi
 il vecchio leon veneto.

Udite. Un suon lontano discende, approssima, sale,
 corre, cresce, propagasi;
un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria,
insistente, terribile.

Che ? chiede il nemico venendo a l'abboccamento,
 e pur con gli occhi interroga.
- Le campane del popol d'Italia sono: a la morte
vostra o a la nostra suonano -.

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett'anni la morte
 da le fosse di Mantova
rapir. Tu venisti cercandola, come a la sposa
celatamente un esule.

Quale gi d'Austria l'armi, tal d'Austria la forca or ei guarda
 sereno ed impassibile,
grato a l'ostil giudicio che milite il mandi a la sacra
legion de gli spiriti.

Non mai pi nobil alma, non mai sprigionando lanciasti
 a l'avvenir d'Italia,
Belfiore, oscura fossa d'austriache forche, fulgente,
Belfiore, ara di mrtiri.

Oh a chi d'Italia nato mai caggia dal core il tuo nome
 frutti il talamo adultero
tal che il ributti a calci da i lari aviti nel fango
vecchio querulo ignobile!

e a chi la patria nega, nel cuor, nel cervello, nel sangue
 sozza una forma brulichi
di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice
un rospo verde palpiti!



A te ritorna, s come l'aquila
nel reluttante dragon sbramatasi
poggiando su l'ali pacate
 a l'aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
 stendesi il murmure de gli albeti

da te, carezza lunga su il magico
sonno de l'acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
 e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
 ceruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
 e al cdolo ferve Perarolo,

e tra le nebbie fumanti a' vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a' colpi sicuri, e il nemico,
 quando la patria chiama, cade.

Io vo' rapirti, Cadore, l'anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l'ali del canto
 aralda mandarla. - Ahi mal ridesta,

ahi non son l'Alpi guancial propizio
a sonni e sogni perfidi, adulteri!
lvati, fin la gazzarra:
 lvati, il marzio gallo canta! -

Quando su l'Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
 l'anima a chiederti del Vecellio.

Nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido,
ei pinga il trionfo d'Italia,
 assunta novella tra le genti.
