TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

GIOSU CARDUCCI.
da: RIME E RITMI.

ALLA CITT DI FERRARA.

Ferrara, su le strade che Ercole primo lanciava
 ad incontrar le Muse pellegrine arrivanti,
e allinearon elle gli emuli viali d'ottave
storiando la tomba di Merlino profeta,
come, o Ferrara, bello ne la splendida ora d'aprile
 ama il memore sole tua solitaria pace!
Non passo i luminosi misteri viola n voce
d'uomo: da i suburbani pioppi il tripudio corre
de gli uccelli su l'aura del pian lungi florido. Come
 ne le scendenti spire de la conchiglia un'eco
d'antichi pianti, un suono di lungo sospiro profondo
dal grande oceano ond'ella strappata fu, permane;
cos per le tue piazze dilette dal sole, o Ferrara,
 il nuovo peregrino tende le orecchie e ode
da' marmorei palagi su il Po discendere lenta
processione e canto d'un fantastico epos.

Chi , chi  che viene? Con piangere dolce di flauti,
 tra nuvola di cigni volanti da l'Eridano,
ecco il Tasso. Lampeggia, palazzo spirtal de' diamanti,
e tu, fatta ad accorre sol poeti e duchesse,
o porta de' Sacrati, sorridi nel florido arco!
 d'Italia grande, antica, l'ultimo vate viene.
Ei fugge i colli dove monacale tedio il consunse,
ei chiede i luoghi dove giovent gli sorrise.
Castello d'Este, in vano d'arpie vaticane fedato,
 abbassa i ponti, leva l'aquila bianca. Ei torna.
Non Alfonso caduco gli mova a l'incontro, non mova
Leonora, matura vergine senz'amore;
ma Parisina ardente dal sangue natal di Francesca,
 che del vago Tristano legge gli amori e l'armi;
ma, posando la destra su il fido levrier, Leonello
verde vestito; parla di Cesare al Guarino.



O dileguanti via su la marina
tra grigie arene e fise acque di stagni,
cui scarsa omai la quercia ombreggia e rado
 il cignal fruga,

terre pensose in torvo aere greve,
su cui perenne aleggia il mito e cova
leggende e canta a i secoli querele,
 ditemi dove

rovescio, il crin spiovendogli, dal sole
mal carreggiato (e candide tendea
al mareggiante Eridano le braccia)
 cadde Fetonte

ardendo, come per sereno cielo
stella volante che di lume un solco
traesi dietro: chiamano, ed in alto
 miran le genti.

Ov' che prone su il fratel piangendo
l'Eliadi suore lacrimar l'elettro,
e crebber pioppe, sibilando a' venti
 sciolte le chiome?

Ov' che a lutto del fanciullo amato
lai lungi il re de' Liguri levando
tra le populee meste fronde e l'ombra
 de le sorelle

vecchiezza indusse di canute piume,
e abbandonata la dogliosa terra
segu le belle sorridenti in cielo
 stelle co il canto?

Perpetuo quindi un gemito vagava
su la tristezza di Padusa immota
ne le fosche acque. I Liguri selvaggi
 spingean le cimbe

lungo ululando in negre vesti, o sopra
i calvi dossi a l'isole emergenti
in solchi per il desolato lago
 sedean cantando

lugubremente dove Argenta siede
oggi. N ancora Diomede avea
di delfic'oro e argivo onor vestita
 d'Adria reina

Spina pelasga. Ahi nome vano or suona!
Spar, del vespro visione, in faccia
a la sorgente con in man la croce
 ferrea Ferrara.

Salve, Ferrara! Dove stan le belle
torri d'Ateste e case d'Ariosti
eran paludi, e i Lngoni coloni
 davan le reti

al mare incerto e combattean la preda,
quando campati innanzi la ruina
del latrante Unno i Veneti e dal Fro
 giulio i Romani,

s come i Liguri avi da le belve
ne le disperse stazion lacustri,
qui confuggiro e ripararon l'alto
 seme di Roma.

Salve, Ferrara, co il tuo fato in pugno
ultima nata, creatura nova
de l'Apennin, del Po, del faticoso
 dolore umano!

Poi che di sangue vnilo rinfusa
pugne cercando e libert, trovasti
risse e tiranni, a l'oriente - O bianca
 aquila, vieni! -

chiamasti. E venne. Ah ponte di Cassano,
ah rive d'Adda, quanto grido corse
l'aure lombarde, allor che su il furore
d'Ezzelin domo

ringuainando placido la spada
Azzo Novello salut con mano
la sventolante rossa croce per le
itale insegne!

D'allora un lume d'epopea corona
l'aquila d'Este; e quando ne le sale
le marchesane udian Isotta e i fieri
giovani Orlando,

un mesto suon di rapsodia veniva
gi d'Aquileia dal disfatto piano,
vena co il Po, cantatagli da' flutti
d'Ocno e di Manto,

l'itala antica melodia di Maro;
e le viole de' trovieri a un tratto
tacean; la dama sospirava, in alto
guardava il sire.

E a te, Ferrara, come gi d'alpestre
sostanza i fiumi ti recar tributo,
onde tu stesti nel gran piano e saldo
crebbe San Giorgio,

a te da i monti a te da le colline
d'Italia verdi proflu l'ingegno
e la bollente d'igneo vigore
materia umana.

A te gli Strozzi vennero da l'Arno
tosco parlando e ti cantar latina;
e gli Ariosti da Bologna, accorta
gente di guerra

e di faccenda, che a stupor del mondo
dier la sirena del volubil tono;
venne da Reggio la diletta a Febo
gente Boiarda;

e da gli Euganei vennero pensosi
Savonaroli, e da Verona bella,
la diva Grecia rivelando, umle
venne il Guarino.

Onde stagione fu di gloria, e corse
con il tuo fiume, o fetontea Ferrara,
ampio, seren, perpetuo, sonsnte,
l'italo canto.



Ahi ahi l'ora nefanda! Dal Tebro fiutando la preda
 la lupa vaticana s'abbatte su l'Eridano.
De la bocca agognante con l'atra mefite ella fuga
turbato l'usignolo tra gli allori cantando.
D'Armida e di Rinaldo cantava: cantava Clorinda
 con l'elmo e l'auree trecce, ed Erminia soave.
Salgono su per l'aere dal canto le imagini: bionde
maliarde sorprese dal lusingato amore:
vergini sospirose, che timide i ceruli sguardi
 giran, chinando il viso pallido di desio.
Tutte fuggir le belle davanti a la lupa, che tetra
digrigna i bianchi denti, mette ululati e avanza.
Tutti su' grandi scudi velaro i guerrieri le croci,
 e dileguar fantasmi per le insorte tenbre.
La lupa, con un guizzo del rabido artiglio la bianca
aquila gherm al petto, la strazi ne l'ale.

Maledetta sie tu, maledetta sempre, dovunque
 gentilezza fiorisce, nobiltade apre il volo,
sii maledetta, o vecchia vaticana lupa cruenta,
maledetta da Dante, maledetta pe il Tasso.
Tu lo spegnesti, tu; malata l'Italia traesti
 co il suo poeta a l'ombra perfida de' cenobii.
Pallido, grigio, curvo, barcollante, al braccio il sostiene
un alto prete rosso di porpora e salute.
O Garibaldi, vieni! L'espiazione d'Italia
 con la virt d'Italia su questo colle adduci.
Corra nobile sangue d'Arganti e Tancredi novelli
risorti da Camillo per la Solima nostra.
Che Sant'Onofrio?  questa la vetta superba di Giano,
 fortezza de' Quiriti, cuna santa d'Italia:
onde io, Ferrara, madre de l'itale muse seconda,
questo vindice canto su il nostro Po t'invio.
